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Timestamp: 2018-11-13 15:40:40+00:00

Document:
Processo Penale e Giustizia - libertà personale
Corte edu, 24 maggio 2018, Laurent c. Francia
Libertà personale - diritto al rispetto della vita privata e familiare - riservatezza della corrispondenza tra difensore ed assistito
Anche un foglio di carta piegato a metà, consegnato brevi manu dall'avvocato al cliente, rientra nella nozione di "corrispondenza", tutelata ai sensi dell'art. 8 Cedu; anche dopo che la missiva sia pervenuta al destinatario, il controllo dello stessa da parte di un agente di polizia giudiziaria ammonta, in ogni caso, ad un'ingerenza che, in quanto tale, dev'essere prevista dalla legge ed ispirata al perseguimento di uno scopo legittimo, necessario all'interno di una società democratica; le interlocuzioni tra avvocato e cliente godono, tuttavia, di uno status privilegiato, ai sensi dell'art. 8: l'autorità non può, infatti, controllarle, salvo non sospetti il compimento di un atto illecito, non rilevabile attraverso ordinari, e meno invasivi, mezzi di controllo; in ogni caso dev'essere rispettata la proporzionalità tra l'ingerenza ed il fine suddetto [nel caso di specie, la Corte ha ravvisato una violazione della norma in commento, per il fatto che un pubblico agente, in assenza del fumus di un qualsivoglia delitto, avesse controllato un foglio che il difensore, dopo avervi annotato i suoi recapiti, aveva consegnato al proprio assistito mentre quest'ultimo si trovava controllato a vista, in attesa dell'udienza].
Corte edu, 19 dicembre 2017, Peñaranda Soto c. Malta
libertà personale - divieto di tortura - aspetto sostanziale e processuale
L’articolo 3 cedu, nell'esprimere il generale divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, ne contempla un duplice aspetto: sostanziale e processuale. Tali profili risultano interconnessi ed inscindibili posto che, come disposto dall’articolo 1, la Convenzione sancisce diritti pratici e non solamente teorici (così in Nasr e Ghali c. Italia, n.44883/09, §262, 23 febbraio 2016). Sotto il profilo sostanziale, la Corte afferma che la violenza inflitta in modo indifferenziato, sistematico, continuato, organizzato e manifestamente sproporzionato, al punto tale da ingenerare “una sorta di processo di disumanizzazione che riduce l’individuo a un qualcosa su cui esercitare la forza”, integra una palese violazione dell’articolo de quo (cfr. § 67). Violazione ancora più grave perché commessa da agenti dello Stato nei confronti di soggetti posti sotto la loro responsabilità: costoro, “tradendo il giuramento di fedeltà e adesione alla Costituzione e alla legge” (cfr. §53), indeboliscono la fiducia della popolazione nello Stato stesso. Sotto il profilo processuale grava sullo Stato un obbligo di indagine, approfondita ed efficiente, configurata come obbligazione di mezzi e non di risultato (ibidem §263). Tra gli elementi che caratterizzano l’efficacia di questo vincolo: in primis la sussistenza nell’ordinamento di fattispecie penali astratte, conformi agli orientamenti europei, idonee all’identificazione e alla punizione dei responsabili; secondariamente, che il procedimento penale non subisca interruzioni o prescrizioni ed infine la non concessione, per le violazioni de quibus, di amnistie, indulti, o altri istituti di perdono giudiziale (così anche in Mocanu e altri c. Romania, n.10865/09 § 326, cedu 2014).[Principi disattesi dallo stato italiano, per ciò che attiene agli aspetti sostanziali, in riferimento alle violenze per i fatti di Genova in occasione del G8 del 2001 e, sotto il profilo processuale, per la non predisposizione nell’ordinamento di una norma punitiva del reato di tortura, per il decorrere della prescrizione e per la concessione dell’indulto di cui alla legge 241 del 29 luglio 2006].
Libertà personale – reati commessi dalle forze dell’ordine – divieto di tortura.
Nei casi in cui taluno si trovi privato della propria libertà personale, sotto il controllo o nella custodia delle forze dell’ordine, o semplicemente a contatto con queste per un accertamento o per rilasciare dichiarazioni, deve considerarsi assoggettato alla disponibilità dell’autorità statale (principi espressi da Bouyid v. Belgio (GC), n. 23380/09 , § 81-90, ECHR 2015). In tali circostanze, qualsiasi impiego della forza non strettamente necessario integra una violazione dell’articolo 3 della Convenzione. Nella propria valutazione la Corte applica il principio probatorio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio”, precisando che tuttavia, è possibile ricorrere a presunzioni concordi, precise e unidirezionali, laddove confermate da inequivoci presupposti fattuali (ibid. §82).
Difatti, qualora le lesioni riportate si determino interamente, o per la maggior parte, nel periodo in cui il soggetto si trovi nella totale disponibilità delle autorità statali, sorgeranno fortissime presunzioni di violazione all’articolo 3 Cedu. L’onere di prova contraria grava sullo stato membro che deve dimostrare l’estraneità dei propri funzionari con ogni mezzo possibile, approntando indagini approfondite ed accurate, e non limitandosi a rapide e superficiali conclusioni. Qualsiasi lacuna dell’attività investigativa può integrare una violazione dell’aspetto processuale dell’articolo 3 Cedu (tra le altre Boicenco contro Moldavia, 41088/05, § 123, 11 luglio 2006). [Principi disattesi dallo stato italiano a fronte di lesioni riportate dall’imputata nel periodo in cui questa si trovava nella totale disponibilità delle forze dell’ordine. Lo stato, pur non smentendo l’uso della forza, si era limitato a giustificarne l’impiego a causa del comportamento agitato e violento della ricorrente, fornendo prove insufficienti e lacunose di tale affermazione].
Libertà personale - divieto di trattamenti inumani o degradanti - condizioni detentive
Preliminarmente, la Corte osserva che, in caso di violazioni dell’articolo 3 Cedu dovute a condizioni di detenzioni inumane e degradanti, la mancata richiesta di un adeguato risarcimento non integri il mancato esaurimento dei rimedi interni, soprattutto se il ricorrente risulti ancora in stato di detenzione.
Per ciò che attiene all’aspetto sostanziale dell’articolo de quo, i giudici alsaziani ribadiscono il parametro per cui uno spazio detentivo di 3 mq costituisca la misura minima per non incorrere nelle violazioni predette. Nella propria valutazione, tuttavia, la Corte deve considerare, cumulativamente, anche ulteriori parametri tra i quali la possibilità di accedere allo spazio esterno, le condizioni igieniche, di illuminazione e di areazione, la temperatura dell’ambiente e l’accesso alle cure mediche. Elementi essenziali sono, inoltre, il periodo di tempo trascorso in detenzione ed eventuali deficit fisici e psichici del detenuto.
Se, da un lato, uno spazio inferiore ai 3 mq integra una forte presunzione di inosservanza dell’articolo 3, superabile solo in situazioni brevi ed occasionali, anche la disponibilità di uno spazio maggiore, in presenza della mancata considerazione degli altri parametri elencati e delle condizioni del detenuto, può integrare la medesima violazione. [Principi disattesi dallo stato lettone che, nei confronti di un detenuto sordo-muto dalla nascita, oltre alla predisposizione di uno spazio personale inferiore ai 3 mq, ha applicato il medesimo regime carcerario riservato a detenuti normodotati, provocando in questo un intollerabile ed insostenibile isolamento sociale].
Corte edu, 22 giugno 2017, Bartesaghi, Gallo e altri c. Italia
Libertà personale - divieto di tortura e trattamenti degradanti- aspetto sostanziale e procedurale
L’articolo 3 CEDU sancisce il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti sotto un duplice profilo: sostanziale e procedurale. In entrambi i casi il divieto de quo appare inscindibilmente connesso alla dignità umana. L’uso sproporzionato, ingiustificato e smodato della forza, da parte dell’autorità pubblica, dovuto ad una palese inefficienza, sul piano organizzativo e gestionale, ad opera dei vertici delle forze dell'ordine, ancor più se in situazioni di prevedibile agitazione, integra la violazione sostanziale della disposizione in oggetto, sotto un profilo tanto negativo, quanto positivo. Allo stesso modo, la mancata previsione da parte dell’ordinamento giuridico italiano di un'apposita e specifica previsione normativa, sanzionatoria di comportamenti qualificabili come tortura, determina un ulteriore vulnus alla norma in esame, sotto il profilo sostanziale, il quale rischia di riverberarsi, altresì, sul portato procedurale del precetto in parola, nella misura in cui precluda lo svolgimento di un'inchiesta suscettibile di pervenire ad una punizione effettiva degli autori del reato [poste tali premesse, la Corte EDU sanziona l’Italia per le modalità violente con cui sono stati perpetuati - ai danni di manifestati disarmati, pacifici e arrendevoli - gli abusi e le irruzioni nelle scuole Diaz-Pertini e Pascoli durante il G8 di Genova. La mancanza nell’ordinamento giuridico italiano di apposita normativa sanzionatoria di atti di tortura, in aggiunta all’ inefficienza del sistema processual-penalistico ed alla sopravvenuta prescrizione di numerose condotte - sussunte sotto fattispecie sostanziali di minor disvalore - integrano una violazione del divieto ex art. 3 CEDU sul piano sostanziale e procedurale].
Corte edu, 20 giugno 2017, M.O. c. Svizzera
Libertà personale - asilo politico - onere della prova
In caso di lamentata violazione dell’art. 3 CEDU - connessa al rigetto di una richiesta di asilo politico - la Corte deve, in primis, valutare le circostanze poste a fondamento della possibile violazione che fossero state note - o che tali dovrebbero essere - al momento dell’espulsione del soggetto. Secondariamente, se il ricorrente non è ancora stato espulso, la situazione concreta rilevante ai fini della decisione è quella presente nel paese di rimpatrio al momento della pendenza del procedimento innanzi alla Corte stessa.
In ogni caso, pur non potendo le norme relative all’onere della prova rendere inefficaci i diritti sanciti dalla Convenzione, e pur concedendosi ai richiedenti asilo un'attenuazione dell'onere suddetto, in assenza di prove documentali sufficienti grava sul richiedente una dimostrazione precisa, concordante e non contraddittoria circa i fatti posti alla base della richiesta d’asilo [l’onere in questione non era stato adempiuto da un cittadino eritreo, richiedente asilo politico in Svizzera, incapace di provare sia con documenti che con la propria testimonianza la clandestina uscita dal paese d’origine ed il sostanziale pericolo per la propria incolumità in caso di rimpatrio].

References: §262
 § 67
 §53
 §263
 § 326
 § 81
 §82
 § 123
 art. 3