Source: https://www.laleggepertutti.it/193530_come-fare-se-si-viene-ricattati
Timestamp: 2018-11-16 08:40:41+00:00

Document:
Come fare se si viene ricattati?
L’estorsione è un grave delitto: chi ne è vittima può sporgere denuncia alle autorità competenti. Ma quando il ricatto è penalmente rilevante?
Il ricatto è probabilmente il mezzo più subdolo per ottenere qualcosa: ci si avvale della condizione di vulnerabilità altrui per arricchirsi indebitamente. Con il ricatto si obbliga un’altra persona a fare qualcosa che altrimenti non vorrebbe dietro minaccia di un male ingiusto.
Con questo articolo cercheremo di capire come fare se si viene ricattati.
1 Ricatto: cosa dice la legge?
2 Ricatto: quando è reato?
3 Ricatto: se faccio valere un diritto?
4 Ricatto: quando si integrano altri reati?
5 Ricatto: cosa fare?
6 Ricatto: è procedibile d’ufficio?
7 Ricatto: come provarlo?
Ricatto: cosa dice la legge?
Il codice penale non prevede il reato di ricatto; nel linguaggio giuridico, infatti, chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, risponde del reato di estorsione [1]. La pena prevista è la reclusione da cinque a dieci anni e la multa da mille a quattromila euro, salvo aggravanti.
Con l’estorsione, quindi, la vittima è costretta, mediante minaccia o violenza, a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe fatto, oppure, al contrario, a non fare qualcosa che avrebbe fatto. In buona sostanza, la sua volontà viene coartata, cioè forzata, a beneficio del reo.
Ricatto: quando è reato?
Secondo la giurisprudenza, ai fini della configurabilità del reato di estorsione sono indifferenti la forma o il modo della minaccia, potendo questa essere manifesta o implicita, diretta o indiretta, orale o scritta, determinata o indeterminata, purché comunque idonea, in relazione alle circostanze concrete, a incutere timore e a coartare la volontà del soggetto passivo [2].
Per la sussistenza del reato di estorsione, non è necessario che la volontà della vittima, per effetto della minaccia, sia completamente esclusa, ma che, residuando la possibilità di scelta fra l’accettare le richieste dell’agente o subire il male minacciato, la possibilità di autodeterminazione sia condizionata in maniera più o meno grave dal timore di subire il pregiudizio prospettato.
Se, al contrario, la volontà della vittima venisse del tutto annullata, non potendo questa scegliere tra l’assecondare la pretesa criminale o subire il danno, cioè quando non esiste possibilità di scelta, si potrebbe configurare il reato di rapina [3].
Facciamo un esempio. Classica ipotesi di estorsione: Tizio chiede a Caio una somma di denaro, minacciandolo altrimenti di distruggergli l’auto. In questo caso Caio, seppur sotto minaccia, può scegliere tra due alternative: accontentare Tizio dandogli i soldi; non cedere al ricatto, rischiando la ritorsione di Caio.
Ipotesi diversa: Tizio strappa con la forza il portafogli di Caio dalle sue mani per prendergli il denaro che gli serve. In questo caso non si tratta di estorsione ma di rapina. Lo stesso accadrebbe se Tizio puntasse una pistola alla testa di Caio: si tratterebbe sempre di rapina.
Ricatto: se faccio valere un diritto?
Anche la minaccia di esercitare un proprio diritto (come, ad esempio, l’esercizio di un’azione giudiziaria) può costituire un’illegittima intimidazione idonea a integrare il reato di estorsione, quando la minaccia sia finalizzata al conseguimento di un profitto ulteriore, non giuridicamente tutelato [4]
Esempio: Tizio vanta un credito nei confronti di Caio; forte della sua posizione, Tizio minaccia Caio di adire il tribunale per far valere il suo diritto di credito se, oltre ad estinguere il debito, non gli cede anche la sua auto.
La giurisprudenza ha precisato, però, che la semplice strumentalizzazione dell’esercizio di un diritto, quando si esprime in termini contrattuali, cioè all’interno di un rapporto paritario, anche se diretta alla realizzazione di un notevole profitto, non rende questo ingiusto in senso penalmente rilevante, in quanto esso è rappresentativo di una prestazione derivante dall’incontro delle volontà [5].
Ad esempio, la Corte di Cassazione ha ritenuto legittima (ameno dal punto di vista penale) la condotta del proprietario di un immobile che, con la minaccia dello sfratto, si era fatto dare alcuni assegni a copertura dell’aumento in nero del canone di locazione [6].
Anche un datore di lavoro può ricattare: si pensi a chi costringa i dipendenti, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare una retribuzione minore o comunque non adeguata alla prestazione effettuata [7].
Ricatto: quando si integrano altri reati?
Si è già detto di quale sia la differenza tra rapina e ricatto. Vediamo ora altri reati che potrebbero concorrere con il delitto di estorsione.
Secondo la giurisprudenza, sussiste l’estorsione, oltre al furto, quando il ladro, servendosi eventualmente anche di un intermediario, pretenda dal derubato il pagamento di una somma di denaro per restituirgli la cosa rubata [8].
Allo stesso modo, concorrono i reati di furto e di estorsione anche quando sia il derubato ad offrire una somma di denaro per riavere la refurtiva, essendo ovvio che la vittima è stata costretta a comportarsi così per la minaccia implicita della perdita della cosa rubata [9].
Sussiste il ben più grave reato di sequestro di persona a scopo estorsivo se il ricatto ha ad oggetto la liberazione si una persona sequestrata dietro il pagamento di una somma di danaro; in questo caso, la reclusione può arrivare fino ai trent’anni [10].
Ricatto: cosa fare?
Da quanto abbiamo detto fino a questo punto si capisce che il ricatto (o meglio, in termini giuridici, l’estorsione) è un reato molto grave, punibile addirittura fino a dieci anni di carcere (perfino venti, in caso di aggravanti!).
Nessuno può esser costretto a fare qualcosa dietro minaccia o violenza. Quindi, cerchiamo di dare una risposta al quesito di fondo di questo articolo: come fare se si viene ricattati? Occorre sporgere denuncia.
La denuncia è l’atto con cui una persona porta a conoscenza dell’autorità competente (pubblico ministero o ufficiale di polizia giudiziaria) un reato perseguibile d’ufficio del quale ha avuto notizia.
La denuncia è, normalmente, facoltativa, nel senso che non si è obbligati a sporgerla (fatta eccezione per alcuni gravi delitti: per esempio, v’è l’obbligo di denuncia allorquando si abbia avuto notizia che all’interno della propria abitazione vi siano delle materie esplodenti [11]) e può essere presentata in forma orale o scritta. Nel primo caso l’ufficiale dei carabinieri redige verbale che andrà poi firmato dal denunciante, mentre nel secondo l’atto dovrà essere sottoscritto dal denunciante o da un suo procuratore legale [12].
Per la denuncia da parte dei privati non è previsto un contenuto formale tipico e il denunciante può limitarsi alla semplice esposizione del fatto. Quando la denuncia è facoltativa non è previsto alcun termine per la sua presentazione (salvo quello costituito dalla prescrizione del reato), mentre nei casi di denuncia obbligatoria apposite disposizioni stabiliscono il termine entro il quale essa deve essere fatta. La persona che presenta una denuncia ha diritto di ottenere attestazione della ricezione.
Ricatto: è procedibile d’ufficio?
Abbiamo detto che la denuncia serve per portare a conoscenza di un fatto che abbia i connotati del reato l’autorità incaricata di indagare ed, eventualmente, intervenire. Si è detto anche che la denuncia serve a segnalare i reati procedibili d’ufficio. Cosa significa?
L’ordinamento italiano prevede, per alcune tipologie di reato, la necessità che sia la persona offesa a consentire che le autorità possano intervenire. In altre parole, senza il consenso della vittima il reo non può essere consegnato alla giustizia. Quando c’è bisogno di questo “permesso”, si parla di reato non procedibile d’ufficio ma a querela di parte.
Secondo il codice di procedura penale [13], la querela è una condizione di procedibilità con la quale si manifesta la volontà di procedere in ordine ad un fatto che costituisce reato. In termini più semplici, la querela è la volontà, manifestata per iscritto o verbalmente da chi è vittima del reato, di perseguire l’autore del fatto delittuoso. Senza questo “consenso” la legge non può punire l’autore del reato.
Al contrario, si procede d’ufficio quando non c’è alcun bisogno che la vittima esterni la sua volontà di far punire il colpevole, in quanto lo Stato procederà indipendentemente da essa. Perché allora alcuni reati sono punibili a querela e altri no?
Perché di norma i primi sono meno gravi e, per evitare di ingolfare ancor più la macchina della giustizia, la legge ha pensato di lasciare alla discrezionalità della vittima la loro perseguibilità. Oppure per ragioni di convenienza: ad esempio, il codice penale persegue d’ufficio alcuni delitti contro il patrimonio (furto in abitazione, truffa, ecc.); quando questi, però, sono commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella, diventano punibili a querela [14]. La ragione è molto semplice: l’ordinamento lascia alla discrezionalità della persona offesa la scelta di punire o meno una persona a lei legata da sentimenti affettivi o da parentela.
L’estorsione, essendo un reato grave, è procedibile d’ufficio: questo significa non solo che non c’è il breve termine di tre mesi per poter rivolgersi all’autorità competente, ma che chiunque può denunciare l’accaduto, anche una persona diversa dalla vittima; le stesse autorità, se dovessero venire a conoscenza diretta del ricatto, potrebbero intervenire, anche senza il consenso della vittima.
Ricatto: come provarlo?
Si è detto che, in caso di ricatto, occorre rivolgersi subito alle autorità competenti. Il problema è che molti non lo fanno per paura delle ritorsioni dei criminali: le minacce di questi ultimi, infatti, coinvolgono spesso l’incolumità della propria o dell’altrui persona. Come fare se si viene ricattati?
Bisogna innanzitutto dire che, per sporgere denuncia, non è necessario avere fin da subito le prove: nella maggior parte dei procedimenti penali, infatti, è sufficiente la sola parola della vittima per incastrare il colpevole. È chiaro, però, che questo non sempre può bastare.
È bene allora collaborare con la giustizia non solo mettendosi a disposizione di essa, ma anche cercando di raccogliere quante più prove è possibile. Innanzitutto, si può ricorrere alla prova testimoniale, cioè indicare le persone che hanno assistito al ricatto.
Se non ve ne sono, è possibile avvalersi di registrazioni, audio o video che siano, oppure di documenti scritti: non poche volte le minacce vengono comunicate tramite lettere anonime o messaggi. Anche le fotografie possono aiutare: si pensi, ad esempio, a chi riesca ad immortalare il ricattatore in atteggiamento intimidatorio.
[1] Art. 629 cod. pen.
[2] Cass., sent. n. 36698/2012 del 24.09.2012.
[3] Cass., sent. n. 4308/1996 del 21.01.1996.
[4] Cass., sent. n. Cass., sent. n. 16618/2003 del 08.04.2003.
[5] Cass., sent. n. 2476/1984 del 19.03.1984.
[6] Cass., sent. n. 244549/2009 del 17.04.2009.
[7] Cass., sent. n. 36642/2007 del 03.10.2007.
[8] Cass., sent. del 21.01.1964.
[9] Cass., sent. del 05.06.1964.
[10] Art. 630 cod. pen.
[11] Art. 679 cod. pen.
[12] Art. 333 cod. proc. pen.
[13] Art. 336 cod. proc. pen.
[14] Art. 649 cod. pen.
cosa te ne frega ha detto:
30/09/2018 alle 14:00
purtroppo a montalto dora e ivrea, in provincia di torino, ho subito numerosissime vessazioni e torture..
ovviamente sono tutti raccomandati, mafiosi, villani, etc…
ovviamente da parte di? professori e i bruttoni dei loro figli.
vicini di casa che in associazione per delinquere con le mafie locali, hanno fatto stalking di ogni tipo in generale.
chiamo quel numero dell’1522 e ovviamente rispondono persone che non sanno nemmeno cosa sia la violenza e lo stalking.Per loro violenza e’ solamente ricevere delle ingiurie a livello fisico, altro?mah, sembrerebbe che lo ignorino.
la legge non e’ per tutti??e nemmeno uguale a tutti.

References: Art. 629
 Art. 630
 Art. 679
 Art. 333
 Art. 336
 Art. 649