Source: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/03/06/litalia-schiavista/
Timestamp: 2020-02-23 17:29:04+00:00

Document:
L'Italia schiavista - Piovono rane - Blog - L’Espresso
L'Italia schiavista
Questo pezzo, che "L'espresso" pubblica domani, racconta il degrado civile e morale di un paese mezzo impazzito.
Semplificando, si racconta come nel 2008, nel nostro Paese, se un imprenditore assume in nero un lavoratore extracomunitario e poi non lo paga, alla fine non può essere perseguito.
E' la legalizzazione dello schiavismo.
Non credete? Cliccate qui sotto.
Fabrizio Gatti per L'espresso in edicola domani
Chissenefrega se la deregulation nei cantieri e nelle fabbriche fa morire più operai in Italia che soldati americani in Iraq. E soprattutto cosa importa se le imprese che sfruttano il lavoro nero sono il motore dell’immigrazione illegale. Sentenza dopo sentenza, alcuni tribunali del Nord hanno creato il dipendente a costo zero. Zero assoluto: basta ingaggiare clandestini, farli lavorare come bestie. E alla fine non pagare il dovuto.
Dalla Lombardia alla Liguria non si rischia nulla. Nemmeno se gli stranieri trovano un avvocato e fanno denuncia. Ci sono giudici che li considerano fantasmi, invisibili, inesistenti. E che, proprio per questo, danno ragione agli imprenditori. Il Nord-Ovest batte il Nord-Est. Sono casi sempre meno isolati. Decisioni che trasformano in carta straccia decenni di battaglie sindacali, pronunciamenti della Cassazione, convenzioni internazionali.
Leggere queste sentenze è come percorrere la via nordista al codice civile: un’Italia divisa tra i cittadini e le cose “inanimate” del diritto romano, tra i garantiti e gli schiavi contemporanei. Una discriminazione che si manifesta ovunque: dalle aule di giustizia agli sportelli dell’Inps, dai concorsi per la pubblica amministrazione all’infinita attesa per il rinnovo dei permessi di soggiorno.
Si comincia da Como. L’ultimo caso è il più clamoroso: nella città lombarda è stato appena stabilito che un clandestino non ha diritto ad avviare un processo. Nemmeno se è vittima e parte lesa. Lunedì 25 febbraio il Tribunale deposita la sentenza che riguarda Ali A., muratore egiziano e quattro suoi colleghi. Ali non è nemmeno clandestino. Una settimana prima, però, quando il giudice lo convoca, non ha con sé il permesso di soggiorno perché l’ha consegnato in questura: è scaduto a fine 2007 e, come tutti gli immigrati, anche Ali rischia di dover aspettare più di un anno per i ritardi che paralizzano la burocrazia dei rinnovi. Ma dall’8 marzo al 22 maggio 2007 era perfettamente in regola.
In quel periodo Ali lavora in un cantiere in Val d’Intelvi, confine di prati e boschi tra Italia e Svizzera, dove un’impresa di Como sta costruendo villette a schiera. I quattro colleghi sono invece clandestini, tutti egiziani. Secondo il loro ricorso contro l’imprenditore edile, presentato dall’avvocato Domenico Tambasco di Milano, il 22 maggio vengono allontanati dal cantiere perché non servono più. Licenziamento orale, metodi da caporalato.
Davanti al Tribunale di Como i cinque muratori chiedono il dovuto. Poco più di 60 mila euro da suddividere. Il rappresentante legale dell’impresa ammette invece di conoscere soltanto Ali A. e uno dei suoi colleghi, perché inviati in cantiere da una cooperativa di subappalto. Ma il giudice Beniamino Fargnoli, l’unico della sezione Lavoro nel Tribunale comasco, non entra nemmeno nel merito. Dichiara semplicemente non ammissibile il ricorso. Gli servono sette pagine per spiegare il ragionamento. Una motivazione che, se non è viziata da errori di valutazione, rivela quanto le leggi e i codici italiani possano essere discriminatori.
Prima interpretazione, articolo 75 del codice di procedura civile sulla capacità o incapacità processuale: «I diritti esercitati dai ricorrenti non sono legittimi poiché essi non potevano stare sul territorio italiano, essendo sforniti di permesso di soggiorno...», scrive Fargnoli. «La loro clandestinità originaria vizia ogni diritto reale o obbligazionario acquisito sul territorio nazionale. Ad avviso del decidente», aggiunge, «l’articolo 75 esclude le persone che si trovano illegittimamente in Italia dall’esercitare processualmente i diritti ivi pretesi».
Seconda interpretazione, articolo 2.126 del codice civile sulla prestazione di fatto con violazione di legge: «L’arrivo clandestino di stranieri in Italia viola l’ordine pubblico», scrive il giudice: «Il contratto di lavoro stipulato da un clandestino nasce con una causa negoziale illecita. L’illiceità della causa del contratto di lavoro impedisce l’applicazione dell’articolo 2.126, il quale nega la remunerabilità del contratto nullo per causa illecita».
Il resto della motivazione è un’autostrada a quattro corsie per chi vuole approfittare di questa sentenza e sfruttare badanti in stato di necessità o ricattarle con lo stipendio. Oppure ingaggiare a basso costo muratori, operai, braccianti, colf tra i clandestini o gli stranieri in attesa di rinnovo del permesso. «I diritti fondamentali sono di natura esclusivamente sostanziale. I diritti fondamentali non possono essere di tipo processuale», scrive il giudice di Como, confutando una sentenza opposta del Tribunale di Milano che l’anno scorso ha fatto giurisprudenza. «Il clandestino che si trova illegalmente in Italia», stabilisce invece il Tribunale comasco, «non può invocare la tutela giudiziaria italiana salvo specifiche eccezioni».
Una conclusione, secondo la controparte, che ignora l’articolo 24 della Costituzione e il diritto a proteggere la propria esistenza per almeno 540 mila immigrati già nel nostro Paese e sfruttati nel lavoro nero.
E Ali, che il permesso di soggiorno ce l’ha? Il giudice cita la Cassazione: «La scadenza del permesso di soggiorno determina l’impossibilità sopravvenuta della prestazione... e può costituire giustificato motivo di licenziamento». L’ultimo provvedimento del giudice di Como è l’ordinanza con cui trasmette gli atti alla questura per l’espulsione degli egiziani. Dalla stessa ordinanza non risulta però l’invio degli atti alla Procura per il reato di sfruttamento di manodopera clandestina nel cantiere.
Il legale dei muratori presenterà appello: «Il principio applicato», spiega Tambasco, «ha conseguenze pratiche gravissime. Riconoscere che il lavoratore clandestino non abbia nessuna possibilità di far valere i propri diritti significa far rientrare nel nostro ordinamento la schiavitù».
L’opposto di quanto accade a Padova: dove, spiega l’avvocato Marco Paggi, proprio pochi giorni fa la sezione Lavoro del Tribunale ha accolto un ricorso e stabilito che anche un clandestino, pur non potendo per legge essere assunto, deve essere retribuito.
Altri magistrati del Nord-Ovest seguono invece i principi del loro collega di Como. Ecco la motivazione con cui il Tribunale di Genova boccia la causa di un operaio dell’Ecuador contro il titolare di una ditta: «Non è intercorso e non sussiste alcun rapporto di lavoro, ma è semplicemente intervenuta una prestazione di attività lavorativa». In un’altra sentenza del Tribunale genovese contro il ricorso di un dipendente clandestino è scritto che «attesa la gravosità degli oneri che il datore di lavoro si assume dando inizio alla procedura di regolarizzazione... è evidente che la presentazione della dichiarazione di emersione non può che costituire una mera facoltà per il datore di lavoro». Rispettare la legge non era un obbligo? La risposta del Tribunale: «Il giudice non può sostituirsi a un privato nell’esercizio di una sua facoltà».
«In crisi», spiega l’avvocato di Genova Alessandra Ballerini, «è il rapporto di tutta la pubblica amministrazione con la percentuale di popolazione straniera. L’accesso al pubblico impiego ne è un esempio. Come l’assunzione in società pubbliche di trasporto: è regolata da un regio decreto del 1931 che il dipartimento Pari opportunità pochi mesi fa ha dichiarato in contrasto con la normativa antidiscriminazione nazionale e comunitaria. Eppure ancora oggi gli stranieri in regola con i documenti che chiedono di essere assunti da imprese di trasporto vengono respinti».
Una discriminazione che non salva nemmeno chi si è infortunato lavorando in Italia. L’Inps riconosce la pensione di invalidità esclusivamente agli immigrati con carta di soggiorno permanente che solamente una minoranza di persone ha ottenuto. È per questo che Irene, 62 anni, ex badante dell’Ecuador, rischia l’espulsione da Genova. Invalida al 75 per cento dopo una caduta, non può più lavorare. Non ha la carta di soggiorno. E l’Inps le ha negato l’assegno sociale. Così, senza lavoro né pensione, non può rinnovare i documenti per rimanere in Italia. La donna ha presentato ricorso.
Intanto vive di elemosina.
una volta si diceva che la giustizia (tra l'altro) è una sovrastruttura. adesso chi lo dice è ovviamente uno fuori del tempo e magari è ancora comunista.
non mi sembra un caso che queste sentenze stiano arrivando proprio adesso, non mi sembrano tanto lontane dal solco della legge 30.
non so se il professor ichino frequenta anche queste pagine, mi piacerebbe sentire un suo parere
È una domanda sterile, ma la common law non garantirebbe meglio certe situazioni?
'«Il clandestino che si trova illegalmente in Italia», stabilisce invece il Tribunale comasco, «non può invocare la tutela giudiziaria italiana salvo specifiche eccezioni».'
Molto interessante, il sottesto è che il clandestino è un non-essere la cui esistenza è virtuale, per usare una parola moderna. Ergo, a questo punto l'immigrato illegale può anche venire ucciso senza reato, non sarebbe dovuto essere sul suolo nazionale in prima battuta.
Ho avuto modo di dire recentemente che l'imprenditoria e il concetto di lavoro in Italia sono fermi al 19mo secolo.
Il degrado civile e morale di un paese del tutto impazzito, direi.
La vergogna e l'amarezza sono aumentate da una domanda ossessiva: cambierà qualcosa dopo questo atroce racconto?
probabilmente no. forse in peggio
Si, certamente cambierà.
Appena dopo le elezioni.
Basta guardare SB o WV in TV.
Sono così convinti delle cazzate che sparano a 27 pollici (non ho un LCD 42") che ieri sera, surfando sui canali, sono finita dal re Peticello e non mi ero proprio accorta che stavo a Porta a Porta.
Giuro! Sovrappensiero, credevo fosse il Bagaglino.
I più comici erano le (in)volontarie spalle di SB.
I quattro-giornalisti-quattro, incartati nei loro gessati che costano come lo stipendio di un impiegato, che non sapevano che cacchio domandare ad uno che, come la biscia del suo logo, sguscia senza mai dare una risposta concreta.
Molti si precoccupano di una eventuale combìne post elettorale fra SB e WV.
In USA direbbero: hot air + vaporware.
Mi sa che non solo i poveri extracom abusivi si devono preoccupare del futuro.
Forte coi deboli, debole coi forti. Questa e' la "giustizia" italica.
paolo feringi scrive:
Chiara, sai che Mario ha ragione? Devi però tenere presente che se noi andiamo "legalmente" in "certi" Paesi, anche solo come turisti, siamo trattati
allo stesso modo. Prova tu, donna, ad andare vestita all'occidentale, entrare
in un bar e bere un caffè con uno del luogo: sai cosa succede? Che dopo due
ore: "Chiara, Dio ti dia eterno riposo"...Paolo
già, la differenza è che noi siamo i migliori nello socntro di civiltà
hoola hoop scrive:
Sursum corda, Gilioli. Qualche commento in piu' sul suo blog e simili, ed estàmos ya fuera.
Un esempio di quanto avviene in USA:
http://wagelaw.typepad.com/wage_law/2007/03/undocumented_wo.html
Undocumented Workers Are Entitled to Earned Wages
Terrificante. Cosa possiamo fare, nel concreto?
La verità è che... hanno ragione. Se uno è sul suolo italiano illegalmente non ha diritti. quindi neanche quello di appellarsi al tribunale.
Ma è veramente uno schifo che le aziende che assumono clandestini e si comportano in questa maniera non vengano denunciate. In teoria, però, chiunque con la cittadinanza italiana potrebbe sporgere denuncia (credo). Anche io o voi.
Senza contare che, nel caso citato dal pezzo, il presunto clandestino era in realtà in regola quando è stato licenziato.
Concordo con niki quando dice che siamo un secolo indietro quanto a cultura imprenditoriale e del lavoro.
Se la legge ha un senso, l'imprenditore dovrebbe essere perseguibile per il solo fatto di aver fatto lavorare un clandestino.
Claudio Lindner parla di declino culturale e politico a Milano. Probabilmente da quando l'ha lasciata lei, Gilioli. Non si sente in colpa?
7 Marzo, 2008 01:45
Terrificante. Cosa possiamo fare, nel concreto?\
Risposta: Sparare o spararci.
cosa possiamo fare nel concreto? scrive:
intanto rileggere la storia.
...“il mondo venne a stanarli da casa con la fame“...
....Oggi 200 milioni di persone al mondo sono in schiavitù.....http://www.infoplease.com/spot/slavery1.html
Poi ricominciare a parlarne diffusamente.
BXVI scrive:
Cosa volete saperne, di giustizia, voi che vivete nella cecità? Pensiate a redimere le vostre anime! Le vicende di questi quattro immigrati clandestini privi di permesso sono la pagliuzza che le sinistre vogliono mettere nell'occhio di un povero imprenditore, per non farvi vedere la trave che c'è nel vostro! Penitenziagite, finchè siete in tempo!
La peripezie giudiziarie per le quali stanno passando, sono la giusta punizione terrena per degli infedeli, e se non si ravvederanno, più grande sarà il castigo divino!
Altro che carità, il Dio del vecchio testamento è tornato! Preparatevi!!!
Al di là delle leggi, non so con quale coscienza prima si fa lavorare una persona e poi non la si paga. Eppure casi del genere esistono anche tra connazionali immigrati. Sentivo dire tempo fa a dei romeni regolari, che dei loro parenti irregolari erano stati assunti da connazionali e poi mandati via senza paga. Ci meravigliamo poi quando ci scappa il morto.
Bisogna urgentemente cambiare le leggi per immettere un po' di razionalità e buonsenso in una legge stupida come la Bossi-Fini.
Concordo col mio omonimo Marco G. Che ne è stato dell'imprenditore che ha fatto lavorare un clandestino?
E come mai il Papa che ci rompe le scatole punto e momento con le sue manfrine, non dice una parola seria e decisiva ( e concreta) in merito a certo sfruttamento bestiale?
Persone o clandestini? – L’estinto scrive:
[...] Diritti, Doveri, Legge, Persona Fabrizio Gatti, giornalista de L’espresso, racconta la storia di un gruppo di immigrati, alcuni clandestini, uno con il permesso di soggiorno scaduto, che si trova nella curiosa [...]
silvano cogo scrive:
Non perdersi d'animo. Chi ha cominciato a lavorare negli anni 60 fino ai giorni nostri come il sottoscritto ne ha potute vedere di sentenze contro. Ma poi ci siamo conquistati lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Anche la Magistratura non è imune dalla temperie culturale politica dei nostri giorni. Perciò dobbiamo in questi tempi resistere. E non scoraggiarci. La storia non finisce con una sentenza contro i lavoratori di un Magistrato. Intanto dimostrare sempre in tutti i modi più efficaci la sussistenza del rapporto di lavoro rimanga comunque l'obiettivo da perseguire. Vedrete che verrà neutralizzata questa sentenza. Se così non fosse..., ma allora sarà un'altra storia.
jordan vergara scrive:
ciao buongiorno:vorrei fare una domanda io adesso sono in peru.. pero devo entrare in italia con un contrato di lavoro..pero ho scoperto que il che sareve il mio datore di lavore non mi vuole asumere...poso essere asunto per una altra persona e lavorare come colf o badante

References: Sentenza 
 sentenza 
 articolo 75
 articolo 2
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza