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Le Sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo del 07/01/2014 | Diritti EuropaDiritti Europa
Home / In evidenza / Le Sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo del 07/01/2014	Le Sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo del 07/01/2014
7 gennaio 2014	Dopo le vacanze natalizie la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ricomincia i lavori: ben 10 casi sono stati decisi quest’oggi, Martedì 07 Gennaio. Sono risultati colpevoli di violazioni dei diritti umani molti paesi europei, ossia: Italia, Polonia, Romania, Slovacchia, Serbia e Turchia.
Solo la Svizzera si salva, dimostrando nel caso A.A. v. Switzerland che l’estradizione di un sedicente sudanese alla volta del Darfur non lo avrebbe esposto a rischi di trattamenti inumani e degradanti. Una pronuncia in cui la Corte di Strasburgo ritratta sè stessa: infatti, il 14 Settembre 2012, il giudice europeo aveva interdetto la Svizzera dall’estradare il sudanese, per concedersi il tempo di esaminare compiutamente la vicenda, che pareva sotto certi aspetti fondata. Aspetti oggi dimostratesi infondati.
Una “défaillance du système juridique ” per l’Italia: i genitori debbono poter scegliere quale cognome attribuire ai figli
I coniugi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, entrambi residenti a Milano, hanno proposto ricorso contro l’Italia per denunciare l’ingiustizia della legge italiana, che gli ha impedito di attribuire alla figlia Maddalena il cognome della madre, Cusan Il cognome della madre ha un alto valore per i ricorrenti: è infatti l’ultima eredità del nonno materno che, restato senza figli maschi, sarebbe destinato a scomparire nella memoria insieme al suo cognome. La scelta era quindi di sostituire al cognome paterno quello materno, anziché aggiungere il secondo al primo, come invece è oggi consentito dalla legge italiana.
L’Italia è stata allora condannata nel caso Cusan and Fazzo v. Italy perché, non ammettendo la possibilità per una coppia sposata di attribuire al figlio il solo nome della madre, vìola il diritto al rispetto della vita privata sancito e protetto dall’articolo 8 della Convenzione Europea e letto alla luce del divieto di discriminazione dell’articolo 14 della stessa Convenzione.
La pronuncia ha portata storica: infatti la Corte, pur non prevedendo alcun equo indennizzo in favore dei coniugi, chiama lo stato italiano a modificare la disciplina e riparare a quella che è definita una “défaillance du système juridique italien“. Ad imporlo la stessa Convenzione Europea, trattato internazionale che l’Italia ha liberamente contratto e che al suo interno prevede significativamente, all’articolo 46: “Le Alte Parti contraenti si impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte sulle controversie nelle quali sono parti”.
Per approfondire: NEL CASO CUSAN E FAZZO C. ITALIA, LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO ACCERTA CHE LA TRASMISSIONE DEL COGNOME PATERNO AI FIGLI SI FONDA SU UNA DISCRIMINAZIONE BASATA SUL SESSO DEI GENITORI.
Cusan and Fazzo v. Italy77/072Alessandra Cusan e Luigi Fazzo sono una coppia italiana che rivendica il diritto di attribuire alla propria figlia il cognome della madre, Cusan, e per questo agiscono in Corte Europea.Articolo 8
Articolo 5 Prot. 7
Violazione dell'Articolo 14 + 8 - Divieto di discriminazione (Articolo 14 - Discriminazione) (Articolo 8-1 - Rispetto della vita privata; Articolo 8 - Diritto al rispetto della vita privata e familiare)
Resistenze dello Stato ad assumere provvedimenti di carattere generale (art. 46-2 - Misure di carattere generale)
Reformed Church Foundation for Student Housing and Stanomirescu v. Romania2699/03, 43597/072La Corte ha deciso di riunire due distinti ricorsi, in cui i ricorrenti accusano la Romania della medesima violazione: non aver dato esecuzione a sentenze definitive. Il primo ricorso riguarda la mancata demolizione di 6 edifici che sono stati costruiti per mano pubblica sul territorio appartenente all’ONG “Reformed Church Foundation for Student Housing”, odierna ricorrente; nonostante vi sia una sentenza che ordini la demolizione, questa è disattesa da ben 12 anni. Nel secondo ricorso il sign. Stanomirescu ha vinto una causa promossa contro un ente pubblico rumeno, il quale tardava nel censimento degli alberi sul suo terreno, operazione necessaria per una successiva vendita del legname; il tribunale ha ordinato il censimento e imposto un risarcimento. Ma se il censimento si è svolto con una anno di ritardo, ad oggi nulla è stato pagato al ricorrente a titolo di risarcimento.Articolo 6
Violazione dell'Articolo 6 - Diritto ad un processo equo (Articolo 6 - Procedura di esecuzione; Articolo 6-1 - Termine ragionevole)
Prăjină v. Romania5592/053Il Sing. Prăjină ritiene violato il proprio diritto ad un equo processo: non avrebbe avuto il tempo di preparare una difesa adeguata e gli sarebbe stato interdetto il controesame di un testimone decisivo per l’esito del processo.Articolo 6Violazione dell'Articolo 6 +6-3- d - Diritto ad un processo equo (Articolo 6 - Procedimento penale; Articolo 6-1 - Processo equo) (art. 6-3-d - Esame di testimoni; Articolo 6 - Diritto ad un processo equo)
Lakatoš and Others v. Serbia3363/083Slavko Lakatoš, Lajči Dimović, Ivica Dimović, Maćaš Dimović e Ramajana Ametov sono tutti cittadini rumeni accusati di rapina: tre sono stati condannati (e poi amnistiati), gli altri due hanno visto archiviate le accuse. I cinque ricorrenti accusano le forse di polizia rumene di averli maltrattati mentre erano sotto custodia; dal canto suo, il governo accusa i ricorrenti di aver opposto resistenza ai pubblici ufficiali, o peggio di aver tentato la fuga, così da giustificare l’uso della forza pubblica. Inoltre, alcuni ricorrenti contestano l’illegittimità della custodia cautelare a cui sono stati sottoposti, altri la distribuzione alla stampa di proprie fotografie, prima della condanna; altri ancora, infine, chiedono la distruzione dei campioni di DNA che gli sarebbero stati illegittimamente estratti.Articolo 3
Violazione dell’Articolo 3 - Divieto della tortura (art. 3 - Efficace dell'inchiesta) (aspetto procedurale)
Ringier Axel Springer Slovakia, a.s. v. Slovakia (no. 2)21666/093Nový Čas è uno dei principali quotidiani nazionali della Slovacchia, il cui editore è la società Ringier Axel Springer Slovakia. In due diversi episodi, la società è stata condannata per diffamazione: rivendicando il proprio diritto ad informare, la società editrice si è rivolta alla Corte Europea. Il primo episodio si riferisce all’arresto di un conducente che aveva investito ed ucciso il figlio di un noto procuratore: di entrambi sono fatti i nomi nell’articolo, e si vagheggiano alcune irregolarità giudiziarie nel trattamento dell’indiziato dovute al diretto coinvolgimento del procuratore. Mentre, nel secondo episodio, il giornale aveva riportato un contrasto tra gli organizzatori della versione slovacca di “Chi vuol essere milionario” ed un concorrente; il contrasto riguardava accuse reciproche: per il concorrente la domanda che aveva determinato la sua uscita dalla show era ambigua, per gli organizzatori questi aveva barato tramite un dispositivo elettronico. Nový Čas riportò l’accaduto, ma nel farlo avrebbe screditato il concorrente: da ciò la diffamazione e la condanna.Articolo 10Violazione dell’Articolo 10 - Libertà di espressione - {Generale} (art. 10-1 - Libertà di espressione)
Ringier Axel Springer Slovakia, a.s. v. Slovakia (no. 3)37986/093[come sopra]Articolo 10Violazione dell’Articolo 10 - Libertà di espressione - {Generale} (art. 10-1 - Libertà di espressione)
A.A. v. Switzerland58802/123A.A. è un cittadino sudanese emigrato in Svizzera nel 2009 e che oggi non è stato espulso alla volta del Sudan solo grazie all’intervento cautelare della Corte Europea. Egli lamenta che, ove fosse rimandato nel proprio paese natio, rischierebbe maltrattamenti o peggio la morte. Infatti è membro del Sudan Liberation Movement-
Unity e avrebbe visto morire suo padre durante un attacco della milizia Janjaweed, in Darfur. Le autorità svizzere, dal canto loro, hanno negato l’asilo per varie ragioni: A.A. non sembra originario del Darfur, la stessa narrazione del suo viaggio non convincerebbe; avrebbe aderito al movimento di liberazione del Darfur soltanto una volta raggiunta la svizzera e comunque ne sarebbe un affiliato di minima importanza. Articolo 3
Nessuna violazione dell'Articolo 13 + 3 - Diritto ad un ricorso effettivo (art. 13 - ricorso effettivo) (Articolo 3 - Divieto della tortura; Espulsione)
Kaçak and Ebinç v. Turkey54916/083Nebi Kaçak e Ömer Ebinç sono due dimostranti arrestati dalla polizia turca nel corso di una manifestazione violenta ed illegale; uno di loro avrebbe lanciato dei sassi e ferito un agente di polizia. Entrambi accusano gli agenti di polizia turca di averli, prima, sottoposti a maltrattamenti brutali e, poi, di non aver indagato adeguatamente su questi episodi di violenze.Articolo 3Violazione dell’Articolo 3 - Divieto della tortura (art. 3 - trattamento degradante; Trattamento inumano) (aspetto sostanziale)
Karabin v. Poland29254/063Violazione dell’Articolo 3 - Divieto della tortura (art. 3 - trattamenti degradanti) (aspetto sostanziale)
Prăjină v. Romania5592/053Violazione dell'Articolo 6 del + 6-3 - Diritto ad un Processo equo (Articolo 6 - procedura penale; Articolo 6-1 - Processo equo) (Articolo 6 - Diritto ad un processo equo; Articolo 6-3-d - Esame dei Testimoni)
Maxian and Maxianová v. Slovakia43168/113Violazione_dell'Articolo_6 - Diritto ad un processo equo (Articolo 6 - Procedura civile; Articolo 6-1 - Termine ragionevole)
Circa la rassegna delle sentenze pronunciate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in data Martedì 07 Gennaio 2014, per ciascuna sentenza si ripropongono:
Le fonti delle informazioni riportate sono tutte ufficiali e consultabili in inglese/francese sui siti ufficiali della Corte EDU: http://www.echr.coe.int/ECHR/Homepage_EN e http://hudoc.echr.coe.int .	Italia Polonia Romania Serbia Slovacchia Svizzera Turchia Tutte le sentenze	2014-01-07
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References: Articolo 5
 Articolo 8
 sentenza 
 Articolo 6
 Articolo 6
 Articolo 6
 Articolo 3
 Articolo 6
 Articolo 6
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