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Timestamp: 2020-02-23 07:04:21+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE - SENTENZA N. 2050 DEL 22/01/2004
Cassazione - Sezione quarta penale (cc) - sentenza 25 novembre 2003-22 gennaio 2004, n. 2050
I) Premessa. La Corte d’appello di Genova, con ordinanza 6 febbraio 2003, ha accolto la domanda di riparazione dell’errore giudiziario proposta da Barillà Daniele che, con sentenza 17 luglio 2000 della Corte d’appello di Genova, non impugnata, era stato definitivamente assolto con la formula 'per non aver commesso il fatto' da reati, concernenti il traffico illecito di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, per i quali era stato in precedenza condannato alla pena, divenuta definitiva, di anni quindici di reclusione e lire 150.000.000 di multa, con sentenza 7 dicembre 1993 del Tribunale di Livorno parzialmente confermata dalla sentenza 1° dicembre 1994 della Corte d’appello di Firenze (che aveva soltanto ridotto la pena); quest’ultima decisione era divenuta definitiva a seguito della sentenza 25 ottobre 1996 della Corte di cassazione.
Ma anche questa tesi è priva di fondamento: il Cpp non pone infatti, in generale, alcun limite al potere di impugnazione del Pm e, allorquando ha voluto limitare questo potere rispetto a quelli conferiti alle parti private, lo ha espressamente precisato (v. articolo 443 comma 30 Cpp). Ciò del resto è conforme alla disciplina ordinamentale del Pm che (articolo 73 Rd 30 gennaio 1941, ordinamento giudiziario) 'veglia alla osservanza delle leggi' e quindi ha una competenza di carattere generale, e non limitata, anche per questioni che riguardano rapporti tra parti private che concernono comunque l’applicazione di leggi aventi riflessi pubblicistici e che sarebbe quindi illogicamente amputata seguendo l'interpretazione proposta. Del resto questo è il senso dell’intervento del Pm in tutta una serie di cause civili normativamente previste e in tutte le cause civili davanti alla Corte di cassazione.
Questo principio trova certamente piena attuazione nel caso in cui il procedimento in questione assuma carattere contenzioso; il che avviene quando l’amministrazione si opponga all’accoglimento della domanda anche soltanto in relazione al 'quantum' richiesto. Ma, nel caso in cui l’Amministrazione non ritenga neppure di costituirsi in giudizio ovvero, pur essendosi costituita, non si opponga all’accoglimento della domanda, il procedimento conserva natura (se non di volontaria giurisdizione) certamente non contenziosa. In questo caso il ministero del Tesoro (adesso ministero dell’Economia e delle finanze) è contradditore necessario di chi ha proposto l’istanza sol perché, come si è in precedenza accennato, non ha la possibilità, al di fuori della sede giurisdizionale prevista dalla legge, di liquidare la somma dovuta per la riparazione (cfr. in questo senso Cassazione, sezione quarta, 9 maggio 1996, Citarella, in Cassazione penale, 1838/97).
Non altrettanto può dirsi in relazione alle spese di lite liquidate dalla Corte di merito; la condanna alle spese è infatti conseguente alla decisione definitiva sul merito della causa per cui diverrebbe definitiva con il rigetto o l’inammissibilità dei ricorsi ma, in tutta evidenza, un annullamento anche parziale con rinvio (e a maggior ragione un annullamento senza rinvio) porrebbe in discussione anche questa statuizione direttamente ricollegata alla decisione definitiva sulla pretesa dell’istante; d’altro canto l’Avvocatura ricorrente, nel chiedere l’annullamento dell’ordinanza impugnata, ha aggiunto la richiesta di 'ogni conseguenziale pronuncia' che può essere legittimamente intesa come riferita anche alla liquidazione delle spese tra le parti.
Per concludere sui criteri generali di liquidazione della riparazione per l’errore giudiziario va ora esaminata l’eccezione, formulata da entrambi i ricorrenti (per la verità con poca convinzione), sulla sostanziale applicabilità alla somma liquidata a titolo di riparazione per l’errore giudiziario, quanto meno come termine di riferimento, del tetto massimo per la riparazione per l’ingiusta detenzione. Il rilievo è manifestamente infondato ove si considerino non solo l’eccezionalità della previsione di un tetto ma, soprattutto, la diversità della natura del titolo privativo della libertà personale nell’ingiusta detenzione (un titolo provvisorio soggetto a verifiche successive e assistito dalla presunzione di non colpevolezza) rispetto alle conseguenze, di ben altro rilievo, provocate da una condanna non più soggetta ad impugnazione e atta a rimuovere l’indicata presunzione (sulla inapplicabilità del ricordato 'tetto' alla riparazione per l’errore giudiziario v. Cassazione, sezione quarta, 532/94, Moroni).
E innanzitutto infondata la critica che si riferisce alla scelta di Barillà di 'lasciar morire' l’azienda invece di liquidarla e ricavarne un ben più sostanzioso prezzo di vendita. La censura, che implicitamente richiama la violazione dell’articolo 1227 comma 20 Cc, appare inammissibile (perché riguarda una valutazione di merito motivatamente compiuta dal giudice della riparazione) e comunque non fondata perché il giudice di merito ha adeguatamente argomentato non solo sull’impossibilità (ovvia, ma neppure i ricorrenti la pongono in discussione) per Barillà, di seguire l’attività d’impresa, eventualmente per mezzo di una terza persona, stante la natura artigianale dell’attività svolta personalmente dall’istante, ma altresì sull’estrema difficoltà, in considerazione del suo stato di detenzione, che egli avrebbe comunque incontrato per cedere o liquidare ad un prezzo congruo l’azienda incaricando terze persone di questo incombente. Affermazione certamente esente da vizi logici o giuridici che la esonerano dal sindacato di legittimità.
b) Spese di difesa. La Corte d’appello ha liquidato per tale titolo la somma di Euro 206.582,75 (corrispondente a 400 milioni di lire) ritenendo la somma richiesta dall’istante 'congrua e liquidabile in via equitativa'. I ricorrenti lamentano l’irrazionalità di questa statuizione rilevando che i compensi in esame (compresi quelli che l’istante afferma essere stati corrisposti ad un’agenzia di investigazioni private) o sono stati effettivamente corrisposti e in tal caso dovranno essere integralmente rimborsati ma previa produzione della necessaria documentazione o non lo sono state e in questo caso è irragionevole liquidarle equitativamente.
Deve infatti essere ribadito che non è possibile, in relazione alla medesima voce di danno, combinare i criteri equitativo e risarcitorio. Scelta la via risarcitoria il criterio equitativo assume carattere residuale ma esclusivamente per quei danni di cui sia certa l’esistenza ma che non possono essere provati nel loro preciso ammontare. Il che, evidentemente, non si verifica nel caso in esame nel quale i compensi pagati ben possono essere documentati con regolari fatture o, quanto meno, con dichiarazioni di coloro che hanno effettuato le prestazioni o con altri mezzi di prova idonei a dimostrare l’avvenuto pagamento (tali non sono certamente le fatture 'pro forma' prodotte dall’istante perché non documentano l’avvenuto pagamento che l’istante afferma essere avvenuto).
In realtà, secondo i ricorrenti, la Corte avrebbe liquidato all’istante la somma indicata a titolo di 'lucro cessante' senza peraltro che vi fosse la prova dell’effettiva riduzione della capacità di produrre reddito anche perché la Corte non ha tenuto conto della circostanza che l’istante attualmente svolge un’attività lavorativa da cui deriva un reddito che avrebbe dovuto essere detratto da quello accertato per il titolo in esame «ma si è limitata ad una mera operazione aritmetica assumendo come fattori il reddito medio accertato al momento dell’arresto e la vita
Orbene, malgrado la Corte di merito non abbia specificato nella motivazione se la capacità lavorativa presa in considerazione sia quella generica o quella specifica, dalle argomentazioni sul punto emerge incontestabilmente che ì giudici hanno inteso riferirsi a quella specifica perché si fa, nel provvedimento, più volte richiamo alla capacità lavorativa come 'capacità di produrre reddito'; tanto è vero che viene calcolato il danno patrimoniale facendo riferimento ai presunti redditi che Barillà avrebbe potuto produrre se non fosse stato coinvolto nella descritta vicenda. Non è vero, dunque, che vi sia stata sovrapposizione tra la riduzione della capacità lavorativa e il danno biologico per cui la censura deve ritenersi infondata anche se è vero che l’ordinanza impugnata ha omesso di esplicitare parte del percorso decisionale.
È quindi vero che la somma è stata liquidata a titolo di 'lucro cessante' ma questa qualificazione appare corretta perché costituisce la sostanza della riduzione della capacità lavorativa specifica (che può dar luogo anche a un 'danno emergente' nella specie non liquidato per quegli oneri ai quali il danneggiato deve far fronte per sopperire al venir meno, totale o parziale, della fonte di reddito: cfr. Cassazione, sezione terza civile, 2589/02, per est. in Foro it., 2002,1,2074).
Sempre in merito al danno non patrimoniale la Corte ha premesso che non è liquidabile, a favore dell’istante, alcuna somma a titolo di danno morale perché l’articolo 2059 Cc limita la risarcibilità del danno morale al solo caso di fatti costituenti reato mentre la natura non patrimoniale del danno biologico non ne escluderebbe la risarcibilità ai sensi degli articoli 32 della Costituzione e 2043 Cc. Ha peraltro affermato la Corte che esiste un ulteriore danno non patrimoniale risarcibile, costituito dal danno esistenziale inteso come «peggioramento oggettivo delle condizioni di vita della vittima in conseguenza di un fatto ingiusto», ha ravvisato i presupposti per il risarcimento 'nelle obbligate rinunce alle proprie abitudini di vita', e ha liquidato a tale titolo, in via meramente equitativa, la somma di Euro 1.000.000,00 già indicata.
In tempi più recenti, rispetto all’approvazione del codice penale, sono state introdotte, con innovazioni legislative, ulteriori forme di risarcimento di danni non patrimoniali (vengono richiamati, da dottrina e giurisprudenza, l’articolo 2 legge 117/88, sui danni derivanti dalla privazione della libertà personale cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie; l’articolo 29 comma 90 legge 675/96 sull’impiego di modalità illecite nella raccolta di dati personali; l’articolo 44 comma 70 D.Lgs 286/98, per gli atti discriminatori per motivi razziali, etnici e religiosi; l’articolo 2 legge 89/2001 in tema di mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo; si aggiunga il disposto dell’articolo 89 comma 20 Cpc nel caso di espressioni sconvenienti o offensive contenute negli scritti difensivi).
Questa tendenza ad ampliare l’ambito di risarcibilità (ma spesso si preferisce parlare di riparabilità) dei danni non patrimoniali si è manifestata sotto diversi profili. Innanzitutto si è affermato il concetto, ormai comunemente condiviso, che il danno non patrimoniale risarcibile non può essere riduttivamente ricondotto al c.d. 'danno morale soggettivo' (che peraltro né l’articolo 2059 Cc né l’articolo 185 cod. penale menzionano) cioè alla mera sofferenza psicologica, al patema d’animo, al turbamento contingente conseguente al fatto illecito riguardando invece tutte le conseguenze dell’illecito che non sono suscettibili di una valutazione pecuniaria.
Non è poi privo di significato l’orientamento della giurisprudenza comunitaria che, dopo avere in più occasioni riaffermato che la risarcibilità del danno morale costituisce problema riservato alle legislazioni nazionali, ha in un caso che potrebbe anche essere recentemente affermato ritenuto di natura 'bagatellare' (quello della 'vacanza rovinata') e che, proprio per questa ragione, conferma la tendenza espansiva del danno non patrimoniale la risarcibilità del danno morale conseguente all’inadempimento delle prestazioni pattuite dagli organizzatori di viaggi organizzati (v. sentenza della Corte di giustizia delle comunità europee 12 marzo 2002, causa C-168/00, per est. in Foro ít., 2002,IV,329).
L’interpretazione della Corte di merito sul danno morale soggettivo appare riduttiva perché questa tipologia di danno ha perso, o visto attenuato nel tempo, l’originario carattere sanzionatorio per assumere sempre più una veste anche riparatoria estesa, dalla più recente giurisprudenza di legittimità, anche a danni provocati da condotte che solo astrattamente possono costituire reato (il 'reato' commesso dall’incapace; i casi di presunzione di concorso di colpa ecc. ; v. Cassazione, sezione terza civile, 7283/03, per est. in Danno e resp., 2003, 713). Anzi la citata sentenza 8827 della terza sezione civile di questa Corte ha compiuto un ulteriore passo per svincolare dal reato anche il danno morale soggettivo avendo ritenuto che, nel caso di pregiudizi derivanti dalla lesione di un interesse costituzionalmente protetto, «il pregiudizio consequenziale integrante il danno morale soggettivo (patema d’animo) è risarcibile anche se il fatto non sia configurabile come reato».
La non sovrapponibilità tra le due categorie di danno emerge chiaramente proprio in relazione all’ingiusta detenzione: la privazione della libertà personale per un solo giorno può provocare un gravissimo danno morale ma il danno esistenziale, in questi casi, può anche mancare. Si è però già rilevato che la statuizione sulla non risarcibilità del danno morale è da ritenere ormai definitiva per mancata impugnazione; sotto altro profilo i danni che la Corte indica come produttivi di questo danno sono invece tutti riferibili a conseguenze di natura esistenziale e come tali correttamente considerate (la Corte fa infatti riferimento al 'carico di sofferenze' ma lo ricollega l’al modificato regime di vita e alla privazione della libertà personale, le cui conseguenze perdurano nel tempo, non avendo potuto il Barillà, dopo la scarcerazione, ripristinare le sue precedenti abitudini di vita. Non quindi sofferenza psicologica transitoria connaturata al danno morale soggettivo ma sconvolgimento perdurante nel tempo (anche successivamente all’avvenuta scarcerazione) delle abitudini di vita che costituisce l’aspetto caratterizzante del danno esistenziale.
Sicché sembra del tutto condivisibile l’affermazione fatta in dottrina, proprio a commento dell’ordinanza in esame, che l’articolo 643 Cpp 'contempli uno dei casi di risarcibilità dei danni non patrimoniali a cui rinvia l’articolo 2059 Cc'.
Per quanto riguarda invece il mancato uso dei criteri tabellari (sempre in merito al danno biologico) si osserva che questo criterio, comunemente utilizzato dalla giurisprudenza civile di merito, e la cui correttezza è ormai indiscussa anche in sede di legittimità, costituisce un utile strumento di disciplina per limitare la discrezionalità inevitabile della valutazione equitativa. La natura non patrimoniale e areddituale del danno biologico non consente infatti una ricostruzione dell’entità, in termini monetari, del danno risarcibile e il sistema tabellare (peraltro diversificato nelle varie sedi giudiziarie: attualmente quello che forse trova maggior consenso è quello c.d. 'a punto tabellare', elaborato dalla giurisprudenza milanese) viene incontro all’esigenza di evitare ingiustificate disparità di trattamento inevitabili con l’uso di un criterio equitativo 'puro'.
Rigetta nel resto i ricorsi e compensa integralmente le spese di questo grado di giudizio tra le parti

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 articolo 443
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