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Timestamp: 2020-01-19 21:12:49+00:00

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TRACCE E SOLUZIONI DIRITTO PENALE (PRECORSO) - Iuris et de iure
TRACCIA N.15 (PENALE)
Durante una manifestazione di protesta, brucia la bandiera dello Stato Italiano.
È sanzionabile penalmente?
Tizio, appartenente al centro sociale Alfa, partecipava ad una manifestazione organizzata contro i membri del governo.
Invero, il medesimo nutriva forte avversione verso lo Stato Italiano ed i suoi rappresentanti.
Dunque, al fine di mostrare il proprio sdegno, cospargeva di liquido infiammabile la bandiera italiana di cui era in possesso, dandole fuoco.
Le autorità competenti, presenti durante la manifestazione, accertavano la condotta illecita di Tizio.
Quindi, quest’ultimo preoccupato delle conseguenze penali del proprio comportamento si reca dal suo legale di fiducia.
Il candidato, assunte le vesti dell’avvocato di Tizio, rediga parere motivato, analizzando la questione sottesa al caso in esame.
In primo luogo, occorre muovere dalla previsione incriminatrice di cui all’art. 292 c.p., al comma 2, che punisce “chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato”.
Dunque, l’elemento soggettivo del delitto di vilipendio della Repubblica, delle Istituzioni Costituzionali e delle Forze Armate è costituito dal dolo generico, e quindi dalla coscienza e volontà di esprimere offensivi e aggressivi giudizi nei confronti delle istituzioni tutelate, con l’intenzione di produrre l’evento rappresentato dalla pubblica manifestazione di disprezzo delle stesse.
Pertanto, risultano totalmente irrilevanti i motivi particolari che possano aver indotto l’agente a commettere consapevolmente il fatto vilipendioso addebitato.
Inoltre, occorre precisare che la bandiera nazionale è penalmente tutelata dall’articolo 292 c.p., non come oggetto in sé, ma unicamente per il suo valore simbolico, suscettibile, per sua natura, di essere leso anche da semplici manifestazioni verbali di disprezzo, la cui penale rilevanza, ai fini della configurabilità del reato, richiede quindi soltanto la percepibilità da parte di altri soggetti.
Quindi, il legislatore ha stigmatizzato il carattere gratuito di disprezzo e svilimento, atteso che la libertà di manifestazione del pensiero trova limiti impliciti derivanti da altri valori costituzionalmente protetti.
Inoltre, anche la giurisprudenza di legittimità ha puntualizzato da tempo che il prestigio dello Stato, dei suoi emblemi e delle sue istituzioni rientra tra i beni costituzionalmente garantiti, per cui si pone come limite ad altri diritti costituzionalmente protetti.
Ciò precisato, nel caso in esame, Tizio aveva cosparso di liquido infiammabile la bandiera italiana di cui era in possesso e le aveva dato fuoco.
Dunque, sussistono profili di consapevolezza e intenzionalità della direzione dell’aggressione contro uno dei simboli dello Stato, resa palese dalla condotta tenuta dall’agente.
Invero, la condotta di Tizio rappresenta esplicita e consapevole manifestazione di gratuito disprezzo e svilimento dell’emblema, la cui reputazione e onore, insieme allo Stato ed alle sue istituzioni, sono oggetto della tutela penale e di diritti tutelati costituzionalmente, al cui interno anche la libertà di opinione trova i suoi limiti.
Alla luce di quanto esposto, si deve ritenere che Tizio ha integrato il reato ex art. 292 c.p. in quanto, durante una manifestazione di protesta, aveva pubblicamente e intenzionalmente dato fuoco alla bandiera nazionale italiana.
Traccia n.15 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 1 penale, Sentenza 16 novembre 2018 n. 51859
TRACCIA N.14 (PENALE)
Il pubblico dipendente si assenta arbitrariamente durante l’orario di lavoro per pochi minuti al giorno.
Tizio, pubblico dipendente, subito dopo aver timbrato il cartellino, si recava, giornalmente, nel bar situato nei pressi del proprio luogo di lavoro.
In particolare, il medesimo, prima di iniziare la propria attività lavorativa, trascorreva 10 minuti presso il locale, ove faceva colazione e leggeva il giornale.
Tuttavia, Tizio non comunicava tale assenza dal lavoro, ma al contrario timbrava il proprio badge proprio prima di avviarsi verso la caffetteria.
Dopo accurate indagini, le autorità competenti venivano a conoscenza della condotta perpetrata da Tizio.
Dunque, quest’ultimo preoccupato delle ripercussioni che si sarebbero potute verificare nei suoi confronti, si reca da un avvocato per conoscere le conseguenze penali della propria condotta.
Il candidato, assunte le vesti dell’avvocato di Tizio, rediga parere motivato.
In primo luogo, occorre evidenziare che l’ente pubblico potrebbe aver subito un pregiudizio rilevante per effetto delle pur minime assenze di Tizio.
Difatti, tali assenze (ed il danno che ne consegue a carico della PA interessata) vanno valutate non soltanto sotto un profilo quantitativo, in riferimento al quantum di retribuzione, ma anche in quanto mettano in pericolo l’efficienza degli uffici.
Invero, gli allontanamenti dal luogo di lavoro, incidono sull’organizzazione dell’ufficio, alterando la preordinata dislocazione delle risorse umane, nella quale il singolo funzionario non può ingerirsi, modificando arbitrariamente le prestabilite modalità di prestazione della propria opera quanto agli specifici orari di presenza.
Ciò precisato, si deve rilevare che secondo costante giurisprudenza di legittimità la falsa attestazione del pubblico dipendente relativa alla sua presenza in ufficio, riportata sui cartellini marcatempo o nei fogli di presenza, integra il reato di truffa aggravata ove il soggetto si allontani senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza.
Invero, i periodi di assenza incidono sull’organizzazione dell’ente stesso, modificando arbitrariamente gli orari prestabiliti di presenza in ufficio, e ledono gravemente il rapporto fiduciario che deve legare il singolo impiegato all’ente.
Tuttavia, nel caso in esame, la speciale tenuità del danno arrecato alla Pubblica Amministrazione potrebbe legittimare il riconoscimento della circostanza attenuante di cui all’art. 62, comma 1, n. 4, c.p.(tenuto anche conto dell’entità del profitto percepito).
Alla luce delle superiori argomentazioni, si deve concludere che Tizio con la propria condotta ha integrato il reato di truffa aggravata in quanto ha attestato falsamente la sua presenza in servizio.
Il medesimo, potrà, comunque, richiedere il riconoscimento della circostanza attenuante ex art. 62, comma 1, n.4 c.p., in ragione dell’esiguità del danno economico arrecato alla Pubblica Amministrazione.
Traccia n.14 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 2 penale, Sentenza 23 gennaio 2019, n. 3262
TRACCIA N.13 (PENALE)
Il veterinario non presta le cure necessarie al cane gravemente ferito, cagionandone il decesso.
In data 31 dicembre 2015, Billy, cane di Tizio, veniva aggredito da alcuni cani randagi, i quali gli cagionavano gravi ferite.
Quindi, Tizio, portava immediatamente il proprio animale da compagnia dal veterinario di fiducia Caio.
Quest’ultimo rassicurava Tizio, riferendogli che Billy avrebbe ricevuto l’assistenza e le cure necessarie.
Tuttavia, Caio non lo sottoponeva ad alcuna cura farmacologica. Inoltre, non gli somministrava cibo sino al giorno 2 Gennaio 2016, data in cui Billy decedeva.
Dunque, Caio, preoccupato delle conseguenze penali della propria condotta si reca da un legale, al fine di ricevere maggiori delucidazioni sulla questione.
Ai fini di una corretta analisi del caso in esame, appare opportuno, in primo luogo analizzare quanto previsto dall’art. 544-ter c.p., il quale punisce la condotta di chi “per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche”.
Ciò posto, il delitto previsto dall’articolo 544 ter c.p. è delineato come reato a forma libera, e dà rilievo a due distinte condotte, ugualmente offensive del medesimo bene giuridico (il sentimento per gli animali).
Le condotte antigiuridiche sono:
il cagionare una lesione ad un animale;
il sottoporlo a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili.
Tali condotte, in entrambi i casi, devono essere realizzate “per crudeltà o senza necessità”.
Orbene, si osserva che, essendo a forma libera, il delitto può essere realizzato anche con una condotta omissiva, purché l’agente sia destinatario di un obbligo giuridico di impedimento del verificarsi dell’evento lesivo.
È proprio il caso del medico veterinario, che, ai sensi dell’articolo 14 del codice deontologico dei medici veterinari, “ha l’obbligo, nei casi di urgenza ai quali è presente, di prestare le prime cure agli animali nella misura delle sue capacità e rapportate allo specifico contesto, eventualmente anche solo attivandosi per assicurare ogni specifica e adeguata assistenza”.
Nel caso in esame, peraltro, parrebbe sussistere l’ipotesi della “mancanza di necessità”, che si verifica allorquando la condotta è realizzata in circostanze in cui è assente una ragione socialmente apprezzata e degna di tutela (come nel caso, ad esempio, della ricerca scientifica).
Alla luce di quanto esposto, nel solco tracciato, in via generale, dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014), con riguardo al delitto di maltrattamenti di animali è perciò configurabile il dolo eventuale, che si realizza quando l’agente si sia chiaramente rappresentato la significativa possibilità di verificazione dell’evento concreto, ossia la lesione ad un animale, e ciò nonostante, dopo aver considerato il fine perseguito e l’eventuale prezzo da pagare, si sia determinato ad agire comunque, anche a costo di causare l’evento lesivo, aderendo ad esso, per il caso in cui si verifichi.
Dunque, Tizio con la propria condotta omissiva ha integrato il reato di “Maltrattamento di animali” ex art. 544-ter c.p., atteso che nonostante l’evidente necessità di cure di cui l’animale da compagnia aveva bisogno, decideva comunque di non prestargli alcuna assistenza, non somministrandogli alcuna cura farmacologia e lasciandolo privo di cibo per ben due giorni.
Traccia n.13 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 3 penale, Sentenza 9 agosto 2018 n. 38409
TRACCIA N.12 (PENALE)
Automobilista, durante le ore notturne, investe un pedone che attraversa la strada in un tratto privo di illuminazione e senza strisce pedonali, cagionandone la morte.
Tizio, dopo aver trascorso la serata in un noto locale notturno, si avviava verso un parcheggio, situato dall’altro lato della carreggiata, ove sostava la propria autovettura.
Il medesimo, sebbene la strada fosse priva di illuminazione, decideva di attraversare in un tratto ove non erano presenti le strisce pedonali.
Al contempo, Caio, che sopraggiungeva con la propria autovettura a velocità sostenuta, non accorgendosi della presenza di Tizio lo colpiva violentemente, cagionandone il decesso.
Assunte le vesti del legale di Caio, si rediga parere motivato, analizzando la questione sottesa al caso in esame.
Nel caso in esame, la vittima intraprese l’attraversamento su un tratto di strada privo strisce pedonali, in ora notturna, in una zona senza alcuna illuminazione.
Tuttavia, la condotta del pedone non può essere ritenuta causa eccezionale ed atipica, imprevista ed imprevedibile, sufficiente da sola a produrre l’evento.
Invero, nel tratto stradale ove si è verificato il sinistro mortale:
Era ubicato un noto locale notturno, e dunque, era probabile la presenza di avventori del medesimo.
Inoltre, la strada non era illuminata. Quindi, era necessario moderare la velocità anche per il possibile attraversamento improvviso di pedoni.
Orbene, occorre rilevare che costante giurisprudenza ritiene che, in tema di circolazione stradale, l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità.
Peraltro, l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità, in relazione alle caratteristiche del veicolo ed alle condizioni ambientali, va inteso nel senso che il conducente deve essere in grado di padroneggiare il veicolo in ogni situazione (Sez. 4, n. 25552 del 27/04/2017 -dep. 23/05/2017).
Dunque, ciò che va valutato, nella specifica situazione di fatto, è la ragionevole prevedibilità della condotta della vittima, ma anche la possibilità di porre in essere la manovra di emergenza necessaria ad evitare l’evento, per il caso del concretizzarsi del pericolo temuto, dovuto al comportamento imprudente o negligente altrui, così come alla violazione delle norme di circolazione da parte della vittima o di terzi.
Ora, il comportamento richiesto al conducente, in questa ipotesi, era proprio quello descritto dall’articolo 141 C.d.S., comma 2 secondo cui “Il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile“.
Ebbene, non può dubitarsi che fra gli ostacoli prevedibili vi sia un pedone che in ora notturna, in zona priva di illuminazione, ma frequentata dagli avventori di un locale notturno attraversi la strada in un punto privo di strisce pedonali.
In una simile situazione, infatti, l’ostacolo non può dirsi improvviso, proprio per la nota vicinanza del locale e del traffico pedonale ad esso connesso.
È chiaro, inoltre, che in una simile situazione, la velocità deve essere costantemente proporzionata allo spazio corrispondente al campo di visibilità al fine di consentire al conducente l’esecuzione utile della manovra di arresto, considerato il tempo psicotecnico di reazione nell’ipotesi in cui si profili un ostacolo improvviso.
Dunque, la condotta alternativa lecita, che avrebbe potuto scongiurare un esito tanto drammatico, era possibile semplicemente mantenendo una velocità adeguata alle circostanze.
Alla luce di quanto esposto, si può concludere che Caio, cagionando il decesso di Tizio, ha configurato la condotta illecita prevista e punita dall’art. 589 bis c.p. rubricato “Omicidio stradale”.
Traccia n.12 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 4 penale, Sentenza 5 luglio 2018, n. 38219
TRACCIA N.11 (PENALE)
Il pubblico funzionario utilizza, per mere esigenze personali, il telefono d’ufficio con tariffa “tutto incluso”.
Tizio, pubblico funzionario applicato presso il Comune di Roma, riceveva dal proprio ufficio, per ragioni di servizio, un cellulare dotato di connessione ad Internet.
Il medesimo utilizzava per diversi mesi il proprio telefono per navigare su internet per mere esigenze personali.
A seguito di una segnalazione da parte di alcuni colleghi, le autorità competenti accertavano la condotta perpetrata da Tizio.
Dunque, al fine di ricevere delucidazioni sulla questione, Tizio si reca da un legale.
Peraltro, il medesimo precisava al proprio avvocato che sul cellulare di servizio era applicata la tariffa “tutto-incluso” che prevedeva un costo mensile di €30,00 a fronte di servizio di telefonia ed internet illimitati.
Assunte le vesti del legale di Tizio, si rediga parere motivato analizzando la questione sottesa al caso in esame.
Secondo costante giurisprudenza di legittimità (avallata dalle Sezioni Unite con sent. n.19054 del 2013), in caso di uso indebito, per scopi personali, dell’utenza telefonica di cui il pubblico ufficiale abbia la disponibilità per ragioni d’ufficio, ciascuna telefonata compiuta con l’apparecchio di servizio integra un’autonoma condotta di peculato d’uso, rispetto alla quale dovrà dunque essere compiuta la verifica di offensività e, quindi, di rilevanza penale del fatto.
Invero, la Suprema Corte di Cassazione ha evidenziato che la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che utilizzi il telefono d’ufficio per fini personali, al di fuori dei casi d’urgenza o di specifiche e legittime autorizzazioni, integra il reato di peculato d’uso se produce un danno apprezzabile al patrimonio della P.A. o di terzi, ovvero una lesione concreta alla funzionalità dell’ufficio.
Per contro, siffatta condotta deve ritenersi penalmente irrilevante se non presenta conseguenze economicamente e funzionalmente significative.
Tale principio di diritto è stato, peraltro, ritenuto applicabile anche con riferimento alla questione affine dell’utilizzo di Internet, da parte dell’agente pubblico, per finalità non istituzionali mediante il computer dell’ufficio o mediante il telefono cellulare concesso in uso per ragioni di servizio.
Proprio in relazione a tale casistica, si è sottolineato la necessità di verificare il tipo di convenzione che lega l’ente al gestore del servizio di Internet e, segnatamente, se l’ente paghi:
una somma forfettaria al mese (c.d. tariffa flat), per cui è economicamente indifferente il numero e la durata delle connessioni ad Internet eseguite dall’ufficio (e non vi è danno economico anche a fronte di connessioni illegittime);
o, se l’ente paghi il corrispettivo in funzione della durata delle singole connessioni (c.d. tariffa bundle), caso in cui la condotta illegittima del dipendente provoca un immediato danno patrimoniale all’ente.
Dunque, si deve operare una distinzione di carattere preliminare, a seconda che l’amministrazione interessata abbia o meno un piano telefonico “a forfait”, in modo tale che il numero delle singole connessioni non incida sull’ammontare di spesa.
Pertanto, l’uso del telefono d’ufficio per fini personali, economicamente e funzionalmente non significativo, deve considerarsi, penalmente irrilevante.
Alla luce di sin quanto esposto, non integra il delitto di peculato la condotta del pubblico funzionario che utilizzi per ragioni personali l’accesso ad Internet dal telefono di ufficio, qualora, per il suo esercizio, la Pubblica Amministrazione abbia contratto un abbonamento a costo fisso, atteso che, in tal caso, non si configura alcun danno di natura economica a carico dell’ente.
Traccia n.11 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 6 penale, Sentenza 5 luglio 2017, n. 26297
TRACCIA N.10 (PENALE)
Il funzionario dell’Agenzia delle Entrate richiede al contribuente la corresponsione di una somma di denaro, prospettando in caso di rifiuto, delle sanzioni sulla base di presunte irregolarità, di fatto inesistenti.
Quale reato configura con la sua condotta?
Tizio, funzionario presso l’Agenzia delle Entrate, sottoponeva a controlli l’esercizio commerciale di Caio.
Durante tali controlli, all’esercente veniva chiesta la corresponsione di una somma di denaro per evitare sanzioni.
In particolare, Tizio asseriva che vi fossero presunte irregolarità contabili e chiedeva a Caio una somma di denaro per non fare emergere tali irregolarità, prospettando, in caso di rifiuto, conseguenze economiche negative per il contribuente.
Tuttavia, si trattava di un mero stratagemma adottato da Tizio per ottenere del denaro. Invero, il medesimo non aveva riscontrato alcuna irregolarità.
Ciò posto, Caio, impaurito da tali dichiarazioni, sebbene fosse consapevole che la sua attività fosse in regola, decideva comunque di corrispondere a Tizio la somma di denaro richiesta per evitare qualunque tipo di problema.
Tuttavia, a seguito di accurate indagini, le autorità competenti accertavano la condotta illecita perpetrata da Tizio.
Assunte le vesti del legale di Tizio, il candidato rediga parere motivato analizzando la questione sottesa al caso in esame.
Nel caso in esame, occorre valutare se la condotta del funzionario dell’Agenzia delle Entrate che richiede al contribuente la corresponsione di una somma di denaro, con la minaccia di sanzioni in caso di presunte irregolarità, possa integrare il reato di
concussione ex art.317 c.p.
ovvero il reato d’induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319 quater c.p..
Al fine di addivenire alla corretta risoluzione del parere, appare opportuno precisare che, dopo quasi sette anni dall’entrata in vigore della c.d. legge anticorruzione ( L. 6 novembre 2012, n. 190), la giurisprudenza della Corte di Cassazione continua ad essere impegnata nell’elaborazione della linea di discrimine tra i reati di cui agli artt. 317 e 319 quater c.p., conseguente allo “spacchettamento”‘ legislativo del previgente art. 317 cod. pen. nelle due fattispecie di concussione e d’induzione indebita a dare o promettere utilità (art. 319 quater cod. pen.).
Invero, si è registrato uno sforzo interpretativo volto a delineare i rapporti interni tra le fattispecie.
Difatti, sulla questione, dibattuta in giurisprudenza, si sono registrati 3 distinti orientamenti:
1)Secondo un primo filone giurisprudenziale, ciò che continua a distinguere la condotta induttiva (art. 319 quater cod. pen.) da quella costrittiva (art. 317 cod. pen.) è l’intensità della pressione prevaricatrice, non disgiunta dai conseguenti effetti che spiega sulla psiche del destinatario.
2)Un secondo orientamento sostiene, invece, che, la linea di discrimine tra le due ipotesi delittuose risiederebbe nell’oggetto della prospettazione: danno ingiusto e “contra ius” nella concussione; danno legittimo e “secundum ius” nella fattispecie dell’articolo 319 quater c.p.
3)Infine, un terzo indirizzo interpretativo, sostiene la necessità di fare leva su un ulteriore elemento discretivo che sia in grado di delineare una più netta linea di demarcazione tra i concetti di costrizione e di induzione.
Tale indice integrativo va colto nel tipo di vantaggio che il destinatario della pretesa indebita consegue nell’aderire alla stessa.
Al fine di dirimere tale contrasto giurisprudenziale sono intervenute le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 12228 del 2014 statuendo che:
l’abuso costrittivo ex art. 317 cod. pen. evoca una condotta di violenza e di minaccia con conseguente individuazione di un autore e di una vittima;
ai fini della configurazione del delitto di induzione indebita ex art. 319 quater cod. pen., concorrono un elemento negativo, l’assenza di violenza-minaccia da parte dell’intraneus, ed uno positivo, il conseguimento di un vantaggio indebito in capo all’extraneus. (Sez. U., n. 12228 del 24/10/2013, dep. 2014, Maldera).
Le Sezioni Unite, evidentemente consapevoli della difficoltà applicativa del criterio distintivo indicato ad una serie di situazioni non infrequenti, esplicitarono in motivazione la necessità di adattare e integrare il criterio generale in tutte quelle ipotesi caratterizzate dalla coesistenza, secondo differenti moduli di gradazione, del requisito del danno ingiusto e di quello del vantaggio indebito.
Inoltre, una parte della giurisprudenza, in senso simmetrico a quanto affermato dalle Sezioni Unite, ha affermato, che si deve verificare, caso per caso, se il vantaggio indebito annunciato abbia prevalso sull’aspetto intimidatorio, sino al punto da vanificarne l’efficacia, e se il privato si sia perciò convinto di scendere a patti, pur di assicurarsi, quale ragione principale e determinante della sua scelta, il lucroso contratto, lasciando così convergere il suo interesse con quello del soggetto pubblico.
Ove la verifica dia esito positivo, è evidente che deve privilegiarsi la logica interpretativa del comune coinvolgimento dei protagonisti nell’illecito di cui all’art. 319 quater c.p.
In caso contrario, la marginalizzazione del vantaggio indebito rispetto al danno ingiusto minacciato, che finisce col sovrastare il primo, deve fare propendere per l’abuso concessivo.
Ciò posto, nel caso in esame, appare chiaro che Caio, fermamente convinto della regolarità della propria attività, corrispondeva la somma di denaro richiesta da Tizio, al solo fine di evitare problemi con il fisco.
Dunque, Caio non traeva alcun beneficio nel pagamento della somma richiesta; al contrario, era soltanto vittima dell’attività illecita perpetrata da Tizio.
Alla luce di quanto esposto, si deve concludere che Tizio con la propria condotta ha integrato il reato di concussione, atteso che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri ha, di fatto, costretto Caio a corrispondere una somma di denaro, minacciandolo altrimenti di sanzioni fiscali.
Traccia n.10 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 6 penale, Sentenza 5 luglio 2018, n. 30436
TRACCIA N.9 (PENALE)
Il datore di lavoro prospetta ai propri dipendenti il licenziamento laddove si rifiutino di restituire parte della retribuzione percepita.
Tizio, titolare e amministratore unico della società S.r.l. Beta, assumeva 10 dipendenti, al fine di soddisfare le esigenze strutturali della propria impresa.
Nei contratti stipulati, veniva precisato che sarebbe stata corrisposta mensilmente la somma di €1.500,00 ad ogni lavoratore, e che tale importo sarebbe stato versato tramite bonifico bancario sul conto corrente degli stessi.
Tuttavia, Tizio chiedeva ai propri dipendenti di restituirgli mensilmente, in contanti, la somma di €500,00.
In caso di rifiuto a tale richiesta, il medesimo prospettava agli stessi il licenziamento o il trasferimento in sedi disagiate.
Dunque, al fine evitare di perdere il lavoro, i dipendenti dell’Azienda Beta accettavano l’illegittima richiesta del datore di lavoro.
Inoltre, Tizio utilizzava le somme che venivano restituite dai dipendenti per pagare provvigioni o altri benefit aziendali in favore dei venditori della società Beta, reimmettendole, quindi, nel circuito aziendale, con un’azione elusiva dell’identificazione della provenienza.
Le autorità competenti, a seguito di accurate indagini, accertavano le condotte illecite perpetrate da Tizio.
Dunque, il medesimo, al fine di essere reso edotto sulle conseguenze penali della propria condotta si reca da un legale.
Assunte le vesti dell’avvocato di Tizio si rediga parere motivato, analizzando le questioni sottese al caso in esame.
In primo luogo, occorre valutare se integra il reato di estorsione ex art. 629 c.p. la condotta del datore di lavoro che costringe, con la minaccia del licenziamento, i propri dipendenti a restituire una parte della retribuzione corrisposta.
Al fine di addivenire ad una corretta risoluzione di tale quesito, appare opportuno evidenziare quanto statuito, sul punto, dalla giurisprudenza di legittimità.
In particolare, la Suprema Corte di Cassazione, ha in più circostanze affermato che integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, facendo sottoscrivere buste paga attestanti il pagamento di somme maggiori rispetto a quelle effettivamente versate (Sez. 2, n. 11107 del 14/02/2017, Tessitore, Rv. 269905; n. 677 del 10/10/2014, Di Vincenzo, Rv. 261553).
Nel caso in esame i dipendenti di Tizio accettavano condizioni retributive non corrispondenti al lavoro svolto in ragione delle ricorrenti intimidazioni che prospettavano la perdita del posto di lavoro ovvero di trasferimenti in sedi disagiate.
Dunque, i medesimi erano costretti a rinunziare a parte del salario al solo fine di evitare il licenziamento e mantenere il proprio posto di lavoro.
L’ingiustizia del profitto in tale condotta è “in re ipsa” ed è riferita alle prestazioni non corrisposte, che si traducono anche nella ingiustizia del licenziamento, pervaso da un disvalore giuridico-penale, che proviene dalla sua ingiusta causa.
Difatti, integra la minaccia costitutiva del delitto di estorsione la prospettazione, da parte del datore di lavoro, ai dipendenti, in un contesto di grave crisi occupazionale, della perdita del posto di lavoro per il caso in cui non accettino un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle buste paga.
Orbene, individuato ed analizzato il primo reato commesso da Tizio, appare opportuno procedere alla disamina del secondo quesito posto dalla traccia.
In particolare, occorre verificare se si possa configurare, altresì, il reato di autoriciclaggio ex art. 648 ter-1 c.p., atteso che Tizio con la propria condotta ha proceduto al reimpiego nel circuito aziendale delle somme illecitamente ottenute dai dipendenti.
Al riguardo, si deve rilevare che la norma di cui all’articolo 648 ter-1 c.p. punisce le attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesse dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano la caratteristica specifica di essere idonee ad “ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa”.
Ai fini dell’integrazione dell’illecito è, pertanto, necessario che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria, sia cioè idonea a provare che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto attuare un impiego finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto.
Dunque, rilevano penalmente tutte le condotte di sostituzione che avvengano attraverso la reimmissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita, finalizzate a conseguire un concreto effetto dissimulatorio che sostanzia il “quid pluris” che differenzia la condotta di godimento personale, insuscettibile di sanzione, dall’occultamento del profitto illecito, penalmente rilevante.
Nel caso in esame, Tizio veniva in possesso di rilevanti somme di denaro attraverso le condotte estorsive.
Dette somme venivano utilizzate per pagare provvigioni o altri benefit aziendali in favore dei venditori della società.
In tal modo, fondi illeciti venivano reimmessi nel circuito aziendale, con un’azione elusiva dell’identificazione della provenienza illegale della provvista.
Alla luce delle superiori argomentazioni, si deve concludere che Tizio con la propria condotta abbia integrato il reato di estorsione continuata per aver costretto, con la minaccia del licenziamento, una molteplicità di lavoratori dipendenti ad accettare retribuzioni inferiori a quelle risultanti dalle buste paga.
Peraltro, in capo al medesimo si configura, altresì, il reato di autoriciclaggio continuato in quanto ha reimmesso il denaro estorto ai lavoratori nel circuito aziendale, pagando le provvigioni ai venditori della società.
Inoltre, ai fini di una completa analisi del caso in esame vi è da rilevare che, in capo alla società Beta, si configura l’illecito amministrativo, dipendente dal delitto di autoriciclaggio previsto dal Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 25 octies, per l’avvenuto impiego nell’attività imprenditoriale del danaro proveniente dal delitto di estorsione continuata in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delle somme.
Traccia n.9 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 2 penale, Sentenza 7 giugno 2018, n. 25979
TRACCIA N.8 (PENALE)
Omette di comunicare all’I.N.P.S. il decesso del padre e continua a percepire la pensione di quest’ultimo per una sola mensilità. È sanzionabile penalmente?
Caione percepiva mensilmente una pensione di € 4.500,00.
Tale somma di denaro veniva accreditata presso un conto corrente cointestato tra lo stesso Caione ed il figlio Tizio.
Alla morte di Caione, Tizio non dava immediata comunicazione all’I.N.P.S. del decesso del padre e continuava a percepire per un altro mese la somma erogata dall’ente previdenziale.
A seguito di accurate indagini, le autorità competenti accertavano la condotta illecita perpetrata da Tizio.
Il medesimo, tuttavia, dopo essere stato rinviato a giudizio, aveva provveduto a restituire la somma di denaro percepita dall’ente previdenziale ed a risarcire l’I.N.P.S. del danno cagionato.
Tizio si reca, dunque, dal proprio legale di fiducia per essere reso edotto in ordine alle conseguenze penali della sua condotta.
Il candidato, assunte le vesti del legale di Tizio, rediga parere motivato esaminando la questione giuridica sottesa al caso in esame.
Nel caso in esame, non risulta che Tizio abbia posto in essere artifizi o raggiri, al fine di percepire la pensione erogata dall’I.N.P.S..
Invero, risulta, piuttosto, che il medesimo abbia semplicemente omesso di comunicare all’Ente previdenziale il decesso del genitore.
Dunque, il comportamento omissivo contestato a Tizio non si presta a costituire l’elemento strumentale della truffa in assenza di un “quid pluris” che lo caratterizzi nel senso della fraudolenza, potendo eventualmente integrare la diversa fattispecie di Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316 ter c.p..
Difatti, quello che essenzialmente rileva ai fini della distinzione tra le due fattispecie è l’elemento costituito dalla induzione in errore, assente nel primo di detti reati e presente, invece, nel secondo (Cass. Pen. n. 55525 del 2017; Cass. Pen. n. 48820 del 2013).
Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che l’ambito di applicabilità dell’articolo 316 ter c.p. abbraccia situazioni residuali rispetto alle contigue fattispecie ex articolo 640 c.p., comma 2 e articolo 640 bis c.p., come quelle del mero silenzio antidoveroso o di una condotta che non induca effettivamente in errore l’autore della disposizione patrimoniale, intercorrendo tra le fattispecie un rapporto di sussidiarietà e non di specialità.
Pertanto, il meno grave delitto di cui all’articolo 316 ter c.p. è configurabile solo quando difettino nella condotta gli estremi della truffa.
Alla luce di quanto esposto, deve, pertanto, ritenersi che integri la fattispecie di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato e non di truffa aggravata, per assenza di un comportamento fraudolento in aggiunta al mero silenzio, la condotta di colui che ometta di comunicare all’istituto erogante il trattamento pensionistico il decesso del congiunto titolare dello stesso, così continuando a percepirlo indebitamente, come nella specie accaduto ( Cass. Pen n. 55525 del 2018).
Nel caso in esame, non risulta che Tizio abbia posto in essere artifizi o raggiri, al fine di ottenere erogazioni pubbliche.
Non è configurabile, pertanto, il reato di truffa aggravata a norma dell’articolo 640-bis cod. pen., bensì il reato di Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato cui all’articolo 316 ter cod. pen.
Ciò posto, occorre rilevare che il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Dunque, Tizio, potrà richiedere l’applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 131-bis c.p., atteso che il medesimo ha semplicemente omesso di dare comunicazione all’I.N.P.S. del decesso del genitore, percependo, peraltro, una sola mensilità.
Inoltre, ha restituito, nei mesi successivi, la somma che era stata erogata con la pensione del padre defunto.
In conclusione, si deve rilevare che Tizio con la sua condotta ha configurato il reato di Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316 ter cod. pen. atteso che ha solamente omesso di dare comunicazione all’I.N.P.S. del decesso del padre.
Inoltre, il medesimo potrà richiedere l’applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 131-bis c.p. in quanto ha percepito solamente una mensilità della pensione del padre defunto, restituendo, peraltro, nei mesi successivi la somma erogata dall’ente previdenziale.
Traccia n.8 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 2 penale, Sentenza 13 dicembre 2017, n. 55525
TRACCIA N.7 (PENALE)
Il medico individua correttamente l’intervento da realizzare, ma lo esegue con imperizia da colpa grave, cagionando gravi danni al paziente.
In tale ipotesi è possibile applicare la previsione di “non punibilità” prevista dall’articolo 590-sexies c.p., introdotta recentemente dalla legge 8 marzo 2017, n. 24?
Caio, avvertendo forti dolori alla schiena, si recava da Tizio, medico di professione, il quale gli prescriveva una terapia farmacologica e gli suggeriva di sottoporsi ad una elettromiografia.
Tuttavia, in occasione di una seconda visita, a distanza di una settimana, non avendo Caio eseguito l’esame diagnostico, il medico aveva prospettato, in ragione del persistere dei forti dolori, l’eventuale necessità di un intervento chirurgico.
Dunque, Tizio sottoponeva Caio ad un’operazione chirurgica.
Tuttavia, a seguito dell’intervento, era stata accertata la permanenza di una serie di gravi sintomi nonché di un danno neurologico in capo a Caio.
Invero, veniva accertato che, sebbene Tizio aveva individuato correttamente l’intervento da realizzare sulla base di quanto disposto dalle linee guida, il medesimo lo aveva eseguito con imperizia da colpa grave.
Dunque, Tizio, preoccupato delle conseguenze penali della propria condotta, si reca da un legale.
Assunte le vesti dell’avvocato di Tizio, si rediga parere motivato, analizzando se, nel caso in esame, sussista la possibilità di applicare la previsione di “non punibilità” prevista dall’articolo 590-sexies c.p., introdotta dalla legge 8 marzo 2017 n. 24.
Nel caso di specie, stante la responsabilità colposa di Tizio per lesioni personali provocate da un sanitario ex art. 590-Sexies c.p., occorre valutare se può essere applicata la previsione di “non punibilità” prevista al secondo comma del medesimo articolo 590-sexies cod. pen., introdotto dalla L. 8 marzo 2017, n. 24.
Sul punto, si è registrato un acceso dibattito giurisprudenziale.
Invero, secondo un primo orientamento va escluso che il sintagma enunciativo della “causa di non punibilità” possa davvero reputarsi riferibile dogmaticamente a tale istituto, dovendo piuttosto essere inteso come un atecnico quanto ripetitivo riferimento al giudizio di responsabilità con riguardo alla parametrazione della colpa.
Un secondo filone interpretativo ritiene, invece, che la finalità perseguita dalla novella è quella di attenuare specifici profili della colpa medica, favorendo tale professione di cui il legislatore ha inteso diminuire l’ambito della responsabilità penale, ferma restando quella civile.
Si tratterebbe di una previsione, quella della non punibilità, che opera al di fuori delle categorie dogmatiche della colpevolezza e della causalità colposa e trova giustificazione nell’intento del legislatore di non vedere mortificata la professionalità medica dal timore di ingiuste rappresaglie e, con una sola espressione, di prevenire la c.d. medicina difensiva.
Al fine di dirimere tale contrasto giurisprudenziale la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 8770 del 2018 ha innanzitutto precisato che il canone interpretativo posto dall’articolo 12 preleggi, comma 1, prevede la valorizzazione del significato immediato delle parole, di quello derivante dalla loro connessione nonché della “intenzione del legislatore”.
Dunque, la previsione della causa di non punibilità è esplicita, innegabile e dogmaticamente ammissibile non essendovi ragione per escludere che il legislatore, nell’ottica di porre un freno alla medicina difensiva e quindi meglio tutelare il valore costituzionale del diritto del cittadino alla salute, abbia inteso ritagliare un perimetro di comportamenti del sanitario direttamente connessi a specifiche regole di comportamento a loro volta sollecitate dalla necessità di gestione del rischio professionale.
Pertanto, con l’introduzione della novella legge, il legislatore ha perseguito il fine di contrastare la c.d. “medicina difensiva” e con essa il pericolo per la sicurezza delle cure, e dunque creare un’area di non punibilità che valga a restituire al sanitario la serenità dell’affidarsi alla propria autonomia professionale e, per l’effetto, ad agevolare il perseguimento di una garanzia effettiva del diritto costituzionale alla salute.
Con la conseguenza che, se le linee guida risultino correttamente seguite e, ciononostante, l’evento lesivo o mortale si sia verificato con prova della riconduzione causale al comportamento del sanitario, il residuo dell’atto medico che appaia connotato da errore colpevole per imperizia potrà, alle condizioni che si indicheranno, essere quello che chiama in campo la operatività della novella causa di non punibilità.
In particolare, la colpa dell’esercente la professione sanitaria può essere esclusa in base alla verifica dei noti canoni oggettivi e soggettivi della configurabilità del rimprovero e altresì in ragione della misura del rimprovero stesso.
Ma, in quest’ultimo caso – e solo quando configurante “colpa lieve” -, le condizioni richieste sono il dimostrato corretto orientarsi nel campo delle linee-guida pertinenti in relazione al caso concreto ed il progredire nella fase della loro attuazione, ritenendo l’ordinamento di non punire gli adempimenti che si rivelino imperfetti.
Ciò posto, le Sezioni Unite hanno enunciato il seguente principio di diritto: “l’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica:
d) se l’evento si è verificato per colpa “grave” da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle speciali difficoltà dell’atto medico”( Sezioni Unite Penale Sentenza 22 febbraio 2018, n. 8770).
In conclusione, Tizio risponderà per lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica ex art. 590-Sexies c.p., in quanto il medesimo, sebbene si sia attenuto correttamente alle linee guida, ha cagionato un danno neurologico a Caio, per colpa “grave” riconducibile ad imperizia.
Traccia n.7 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezioni Unite penale, Sentenza 22 febbraio 2018, n. 8770
Livello difficoltà ★★✩✩✩
Cagiona la morte del suo aggressore infierendo sul corpo di quest’ultimo: sussiste la scriminante della legittima difesa?
Caio e Sempronia convivevano da diversi anni.
Tuttavia, Caio aveva spesso atteggiamenti violenti nei confronti della compagna, atteso che il medesimo faceva, spesso, uso di sostanze alcoliche e stupefacenti.
Dunque, Sempronia, stanca di tale situazione, interrompeva la relazione con Caio e si trasferiva presso l’abitazione del padre Filano e del fratello Tizio.
Caio, infuriato, minacciava telefonicamente Filano e la stessa Sempronia, affermando che il giorno stesso si sarebbe recato presso la loro abitazione per vendicarsi.
Filano, impaurito, allertava immediatamente i Carabinieri.
Per contro, Tizio, venuto a conoscenza dell’intento di Caio, decideva di aspettarlo nel cortile della propria abitazione per tentare una mediazione, atteso che tra i due sussistevano buoni rapporti.
Tuttavia, nel momento in cui si era imbattuto in Caio, quest’ultimo sotto effetto di alcol e droga, dopo un’accesa discussione, lo spingeva violentemente a terra.
A causa dell’eccesiva foga, Caio, involontariamente, lasciava cadere il coltello di cui era in possesso, che era nascosto nella propria tasca.
L’arma scivolava vicino a Tizio, che se ne impossessava e la utilizzava per sferrare rapidamente due colpi contro Caio il quale rimaneva ferito a terra.
Tizio continuava, comunque, ad infierire su Caio quando quest’ultimo era a terra inerme ed impossibilitato a muoversi.
Invero, Tizio sferrava altre 30 coltellate a Caio, il quale decedeva sul posto.
In primo luogo, occorre evidenziare che l’intento di Tizio non era quello di affrontare la futura vittima, ma solo quello di mediare tra la stessa e la propria famiglia facendo leva sul sostanziale rapporto di amicizia che egli aveva con Caio e sul fatto che egli era ormai l’unico con cui Caio avesse mantenuto un rapporto civile.
Infatti, lo attese sotto la propria abitazione disarmato e al solo fine di farlo ragionare e di dissuaderlo da azioni aggressive, anche in considerazione del fatto che Tizio sapeva dell’imminente arrivo delle Forze dell’Ordine.
Tuttavia, nel momento in cui si era imbattuto in Caio, aveva percepito il grave pericolo per la propria incolumità e per quella della propria famiglia.
Invero, Caio, sotto effetto di alcol e droga, dopo una discussione verbale, si era avventato contro Tizio spingendolo e facendolo cadere a terra, così che, solo in quel momento, Tizio aveva preso il coltello dell’aggressore e lo aveva colpito d’impulso, senza intenzione violenta.
Orbene, occorre, altresì, rilevare che Tizio aveva volontariamente deciso di uscire di casa e andare incontro alla persona offesa, pur sapendo della sua indole violenta e aggressiva, nonostante le Forze dell’Ordine fossero state allertate poco prima.
Dunque, Tizio era uscito dalla propria abitazione prima che Caio vi fosse giunto e l’aveva aspettato per “mettersi tra lui e la sua famiglia” in un momento in cui il pericolo che Caio realizzasse le minacce proferite per telefono non era attuale.
Pertanto, emerge chiaramente che Tizio aveva liberamente scelto di affrontare Caio, senza essere spinto dalla necessità di difendere i propri familiari, accettando implicitamente qualunque conseguenza che sarebbe potuta scaturire da quella sua condotta.
Inoltre, dopo aver visto il coltello, che non era stato usato dalla vittima, Tizio avrebbe potuto raccoglierlo e limitarsi a brandirlo, invece di utilizzarlo.
Peraltro, in ogni caso, Tizio se fosse stato animato da un effettivo intento difensivo ed auto-protettivo, dopo aver inferto all’avversario alcuni colpi, avrebbe desistito dal continuare a colpirlo, si sarebbe allontanato ed avrebbe chiamato i soccorsi.
Invece, Tizio aveva portato la maggior parte dei fendenti al corpo di Caio quando il medesimo era a terra, colpendolo con ben 30 coltellate.
Dunque, resta assodato che Tizio oltre a potersi sottrarre alla sfida in precedenza, atteso che i familiari avevano comunicato l’arrivo di Caio con intenzioni bellicose ai Carabinieri, si sarebbe potuto allontanare anche quando Caio, ancora vivo, era caduto in terra colpito dai suoi primi fendenti e non poteva in nessun modo aggredirlo.
Diversamente, invece, aveva portato altri colpi, i più numerosi e conclusivamente letali.
Alla luce di sin quanto esposto, deve ribadirsi il principio di diritto secondo cui “non è invocabile la scriminante della legittima difesa da parte di colui che accetti una sfida oppure reagisca ad una situazione di pericolo volontariamente determinata o alla cui determinazione egli stesso abbia concorso e nonostante disponga della possibilità di allontanarsi dal luogo senza pregiudizio e senza disonore” (Cass. Pen. n. 33707 del 2018).
Deve, peraltro, escludersi l’evenienza dell’eccesso colposo inerente alla succitata scriminante.
Invero, non può essere configurato l’eccesso colposo previsto dall’articolo 55 c.p. in mancanza di una situazione di effettiva sussistenza della singola scriminante, di cui si eccedono colposamente.
Tuttavia, si deve rilevare che le minacce proferite da Caio contro gli stretti congiunti di Tizio e specificamente nei riguardi della sorella di quest’ultimo, Sempronia, si sono configurate e reiterate in guisa tale da generare lo stato d’ira in Tizio, maturato definitivamente quando si è trovato di fronte Caio che si muoveva con seria aggressività, deciso a concretizzare le minacce stesse; stato che ha influito sul condensarsi della determinazione omicida di Tizio.
Appare, quindi, evidente che lo stato d’ira aveva pervaso l’animo di Tizio, il quale:
1) aveva assistito poco prima alle minacce telefoniche patite dalla sorella;
2) si era certamente turbato per il clima di tensione e paura che il comportamento di Caio aveva causato nei suoi familiari;
3) in quella situazione, aveva poi incrociato Caio e percepito concretamente l’atteggiamento fortemente aggressivo assunto dal medesimo quale fattore di aggravamento della situazione;
4) questa situazione era divenuta tale da catalizzare il suo sentimento di avversione-preoccupazione in un vero e proprio stato d’ira, poiché l’intenzione di Caio era, con ogni evidenza, quella di salire in casa, con il concreto rischio che egli desse seguito alle minacce.
Pertanto, si devono ritenere sussistenti, nel caso di specie, tutti i requisiti della provocazione.
Invero, secondo consolidato orientamento giurisprudenziale, ai fini della configurabilità della circostanza attenuante di cui all’articolo 62 c.p., n. 2, occorrono lo stato d’ira, costituito da un’alterazione emotiva che può anche protrarsi nel tempo e non essere in rapporto di immediatezza con il fatto ingiusto altrui, nonché il fatto ingiusto altrui, che deve essere connotato dal carattere della ingiustizia obiettiva, intesa come effettiva contrarietà a regole giuridiche, morali e sociali, reputate tali nell’ambito di una determinata collettività in un dato momento storico e non con riferimento alle convinzioni dell’imputato e alla sua sensibilità personale, ed infine un rapporto di causalità psicologica – e non di mera occasionalità – tra l’offesa e la reazione, indipendentemente dalla proporzionalità tra esse, sempre che sia riscontrabile una qualche adeguatezza tra l’una e l’altra condotta (Cass. Pen. n.33707 del 2018; n. 47840 del 2013).
Alla luce di quanto esposto, si deve concludere che Tizio con la propria condotta ha integrato il reato di omicidio.
Tuttavia, potrà ottenere una riduzione della pena in ragione dell’applicazione dell’attenuante comune dello stato d’ira di cui all’art. 62 c.p. n.2.
Traccia n.6 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 1 penale, Sentenza 19 luglio 2018, n. 33707
TRACCIA N.5 (PENALE)
La moglie comunica al marito le credenziali di accesso del proprio profilo Facebook.
A seguito della separazione giudiziale, l’ex-marito accede all’account Facebook della donna, sostituendo la password. È sanzionabile penalmente?
Caia, sposata con Tizio da 5 anni, decideva di interrompere il loro rapporto sentimentale ed otteneva la separazione giudiziale.
Tuttavia, prima che la loro relazione si incrinasse, la stessa aveva comunicato al marito le proprie credenziali di acceso dell’account Facebook.
Dunque, Tizio, essendo ancora infatuato della moglie, accedeva al suo profilo Facebook, e visionava i messaggi riservati che la stessa si scambiava con un altro uomo, Sempronio.
Tizio, quindi, per evitare che la conversazione con Sempronio continuasse, decideva di sostituire la password di accesso dell’account Facebook di Caia.
La medesima, venuta a conoscenza della condotta perpetrata da Tizio, lo denunciava alle autorità competenti.
Dunque, Tizio si reca da un legale al fine di essere reso edotto sulle conseguenze penali della propria condotta.
La circostanza che Tizio fosse a conoscenza delle credenziali del profilo Facebook della moglie – quand’anche fosse stata quest’ultima a renderle note e a fornire, così, in passato, un’implicita autorizzazione all’utilizzo del proprio account – non escluderebbe comunque il carattere abusivo degli accessi successivi alla conclusione della loro relazione sentimentale.
Difatti, Tizio ha sicuramente agito in contrasto con la volontà della persona offesa.
Invero, tale condotta appare esorbitante rispetto a qualsiasi possibile ambito autorizzatorio del titolare dello ius excludendi alios.
In particolare, Tizio:
è venuto a conoscenza di conversazioni riservate;
ha estromesso dall’account Facebook la titolare del profilo, rendendole impossibile l’accesso.
Ciò posto, come affermato dall’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimità, integra la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto, prevista dall’articolo 615 ter c.p., la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto che, pure essendo abilitato, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso.
Orbene, non può ritenersi rispettosa delle regole dettate dal titolare dell’account Facebook, la condotta di chi utilizza la password, fosse anche ottenuta con il consenso del titolare, per modificarla indebitamente, impedendo a quest’ultimo di accedervi.
Dunque, nel caso in esame la circostanza che Tizio fosse a conoscenza della password di accesso al sistema informatico non esclude il carattere abusivo dell’accesso da lui effettuato, in considerazione del risultato ottenuto – palesemente in contrasto con la volontà della titolare dell’account Facebook – di determinare il cambio della password.
Ne consegue che Tizio con la sua condotta ha integrato il reato ex art. 615 ter c.p.(Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico) atteso che si è introdotto abusivamente in un sistema informatico protetto da misure di sicurezza e vi si è mantenuto contro la volontà di Caia, titolare dell’account.
Traccia n.5 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 5 penale, Sentenza 22 gennaio 2019 n. 2905
TRACCIA N.4 (PENALE)
La locazione di un appartamento ad una prostituta, nella consapevolezza “dell’attività” della stessa, integra di per sé il reato di favoreggiamento della prostituzione?
Tizio, proprietario di un appartamento sito in Roma, lo concedeva in locazione a Caia, a prezzo di mercato. Tuttavia, la medesima all’interno di detto immobile, svolgeva, per diversi anni, l’attività di meretricio.
I carabinieri venuti a conoscenza della condotta perpetrata da Caia, indagavano sul conto di Tizio.
Invero, quest’ultimo, in qualità di locatore, veniva ritenuto responsabile di favoreggiamento della prostituzione.
Il medesimo si reca, quindi, da un legale, al fine di ottenere delucidazioni sulla questione.
Assunte le vesti dell’avvocato di Tizio, si rediga parere motivato analizzando le questioni sottese al caso in esame.
Secondo l’orientamento interpretativo da tempo affermato e prevalente, non è ravvisabile il favoreggiamento della prostituzione nel fatto di chi conceda in locazione, a prezzo di mercato (mentre qualora il canone sia superiore potrebbe ipotizzarsi lo sfruttamento), un appartamento ad una prostituta, anche se sia consapevole che la locataria vi eserciterà la prostituzione.
Invero, è sempre necessario che la condotta materiale concreti oggettivamente un aiuto all’esercizio del meretricio in quanto tale.
Se invece l’aiuto è prestato solo alla prostituta in quanto persona, non può configurarsi il reato di favoreggiamento, se non a costo di conseguenze aberranti non solo sul piano dell’etica e del senso comune ma anche in rapporto alla ratio e alla intentio legis.
A ben vedere, è proprio per evitare queste aberrazioni che una giurisprudenza ormai affermata ha escluso il favoreggiamento della prostituzione nel fatto di chi concede in locazione un appartamento a una prostituta, anche se sia consapevole che la locataria vi eserciterà la prostituzione.
Infatti, se la locazione non è concessa allo scopo specifico di esercitare nell’immobile locato una casa di prostituzione, la condotta del locatore non configura propriamente un aiuto alla prostituzione esercitata dalla locataria, ma semplicemente la stipulazione di un contratto attraverso cui è consentito a quest’ultima di realizzare il suo diritto all’abitazione.
Insomma l’aiuto (o più esattamente il negozio giuridico) riguarda la persona e le sue esigenze abitative, e non la sua attività di prostituta.
È vero che indirettamente ne è agevolata anche la prostituzione; ma questo rapporto indiretto non può essere incluso nel nesso causale penalmente rilevante tra condotta dell’agente ed evento di favoreggiamento della prostituzione.
In verità – com’è noto – secondo la Legge n.75 del 1958 la prostituzione per se stessa non è prevista come reato, mentre è penalmente sanzionata ogni attività che induca, favorisca o sfrutti la prostituzione altrui, giacche’ il legislatore è mosso dallo scopo evidente di evitare che il mercimonio del sesso sia comunque incentivato o agevolato da interessi o da comportamenti di terzi.
Poiché l’evento del reato non è la prostituzione, bensì l’aiuto alla prostituzione, ciò significa che esula il reato ove la condotta dell’agente non abbia cagionato un effettivo ausilio per il meretricio, nel senso che questo sarebbe stato esercitato ugualmente in condizioni sostanzialmente equivalenti.
Dunque, potrebbe essere integrato il reato di sfruttamento della prostituzione qualora vi sia la prova che il locatore, attraverso la riscossione di un canone sicuramente esagerato e sproporzionato rispetto a quelli di mercato, tragga un ingiusto vantaggio economico dalla prostituzione altrui.
Nella specie, questa sproporzione ed esagerazione non risultano in alcun modo. Per questa ragione, del resto non è stata ritenuta configurabile l’ipotesi dello sfruttamento della prostituzione.
La locazione di un appartamento ad una prostituta anche per svolgervi l’attività potrebbe eventualmente integrare il favoreggiamento esclusivamente qualora, oltre al godimento dell’immobile, vengano fornite dal locatario ulteriori specifiche prestazioni o attività che esulino dall’ambito del contratto di locazione ed in concreto agevolino l’esercizio della prostituzione, come nei casi, esaminati dalla giurisprudenza, del locatario che si incarichi delle inserzioni pubblicitarie, o fornisca profilattici, o aiuti a ricevere i clienti, ecc.
Nella specie, non è stato nemmeno prospettato che Tizio abbia in concreto fornito prestazioni ed attività ulteriori rispetto a quella della semplice concessione in godimento dell’appartamento.
Si deve quindi concludere che la locazione a prezzi di mercato di un appartamento ad una prostituta, pur nella consapevolezza “dell’attività” della stessa, non integra di per sé il reato di favoreggiamento della prostituzione, in considerazione del fatto che mettere a disposizione un appartamento non rappresenta una evidente collaborazione nel meretricio.
Traccia n.4 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 3 penale, Sentenza 16 gennaio 2017, n. 1773
TRACCIA N.3 (PENALE)
Furto nel luogo di lavoro della vittima: si può configurare il reato di furto in abitazione? Il luogo di lavoro può rientrare nella nozione di privata dimora?
Tizio, privo di fissa dimora e di occupazione si recava presso un ristorante nella zona periferica della città di Roma.
Il medesimo, approfittando della confusione all’interno del locale si appropriava della somma di € 15,00 che si trovava vicino alla cassa e fuggiva dall’esercizio commerciale.
Caio, proprietario del ristorante, che aveva notato la condotta criminosa perpetrata da Tizio, contattava le forze dell’ordine ed all’arrivo dei carabinieri presentava regolare denuncia.
Dopo accurate indagini, le forze dell’ordine riuscivano ad identificare l’autore del furto.
Dunque, Tizio, a seguito di regolare processo, veniva condannato dal Tribunale di Roma per il reato di cui all’articolo 624-bis comma 1 c.p. (reato di furto in abitazione) alla pena di anni 2 e mesi 6 di reclusione ed alla multa di €650,00.
Assunte le vesti del legale di Tizio, il candidato rediga parere motivato illustrando la questione sottesa al caso in esame.
La Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 31345 del 2017 ha delineato la nozione di privata dimora sulla base dei seguenti, indefettibili elementi:
utilizzazione del luogo per lo svolgimento di manifestazioni della vita privata (riposo, svago, alimentazione, studio, attività professionale e di lavoro in genere), in modo riservato ed al riparo da intrusioni esterne;
durata apprezzabile del rapporto tra il luogo e la persona, in modo che tale rapporto sia caratterizzato da una certa stabilità e non da mera occasionalità;
non accessibilità del luogo, da parte di terzi, senza il consenso del titolare.
Ciò posto, è indiscutibile che nei luoghi di lavoro il soggetto compia atti della vita privata.
Ma ciò non è sufficiente, per affermare che tali luoghi rientrino nella nozione di privata dimora e che, per i reati di furto in essi commessi, trovi applicazione la norma rubricata come furto in abitazione (con conseguente tutela rafforzata in termini di trattamento sanzionatorio).
Difatti, i luoghi di lavoro, generalmente, sono accessibili ad una pluralità di soggetti anche senza il preventivo consenso dell’avente diritto: ad essi è quindi estraneo ogni carattere di riservatezza, essendo esposti, per definizione, alla “intrusione” altrui.
Si pensi agli esercizi commerciali o agli studi professionali o agli stabilimenti industriali accessibili a un numero indeterminato di persone, che possono pertanto prendere contatto (e non solo visivo) con il luogo senza alcun filtro o controllo.
Pertanto, le Sezioni Unite ritengono che vada confermato l’orientamento che interpreta la disciplina dettata dall’articolo 624-bis cod. pen. come estensibile ai luoghi di lavoro soltanto se essi abbiano le caratteristiche proprie dell’abitazione (accertamento questo riservato ai giudici di merito).
A riprova di sin quanto detto, la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 31345 del 2017 ha enucleato il seguente principio di diritto:
“Ai fini della configurabilità del delitto previsto dall’articolo 624-bis cod. pen., i luoghi di lavoro non rientrano nella nozione di privata dimora, salvo che il fatto sia avvenuto all’interno di un’area riservata alla sfera privata della persona offesa.
Rientrano nella nozione di privata dimora di cui all’articolo 624-bis cod. pen. esclusivamente i luoghi, anche destinati ad attività lavorativa o professionale, nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico ne’ accessibili a terzi senza il consenso del titolare”.
Alla stregua del principio di diritto in precedenza enunciato, il reato contestato a Tizio va diversamente qualificato. Invero, non risulta che l’esercizio commerciale, in cui fu commesso il furto, avesse un locale con le caratteristiche in precedenza delineate, in cui cioè si potessero svolgere atti della vita privata del titolare, in modo riservato e senza possibilità di accesso da parte di estranei.
Risulta, piuttosto, che la somma di denaro sottratta si trovava vicino alla cassa dell’esercizio, vale a dire in luogo accessibile al pubblico.
Non è configurabile, pertanto, il furto in abitazione a norma dell’articolo 624-bis cod. pen., bensì il reato di cui all’articolo 624 cod. pen.
Ciò posto, occorre rilevare che il reato di furto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Dunque, in ragione della riqualificazione della fattispecie delittuosa a carico del sig. Tizio, potrebbe ritenersi applicabile al caso di specie la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 131-bis c.p.
Traccia n.3 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezioni Unite penale , Sentenza 22 giugno 2017, n. 31345
TRACCIA N.2 (PENALE)
Quale reato configura chi utilizza, per scopi meramente personali, le somme erogate dalla Comunità Europea finalizzate ad iniziative di pubblico interesse?
Tizio, amministratore e socio unico della società Alfa, tramite numerosi artifici riusciva ad ottenere un finanziamento da parte di un ente pubblico regionale sovvenzionato dalla Comunità Europea.
Il medesimo utilizzava le somme di denaro percepite per scopi meramente personali, sebbene le stesse sarebbero dovute essere impiegate per iniziative dirette alla realizzazione di opere di pubblico interesse, per come indicato nel bando di assegnazione.
Tuttavia, dopo accurati controlli i Carabinieri venivano a conoscenza della condotta illecita perpetrata da Tizio.
Dunque, il medesimo si reca da un legale al fine di essere reso edotto sulle conseguenze penali della propria condotta.
Assunte le vesti del legale di Tizio, si rediga parere motivato analizzando le questioni sottese al caso in esame.
Il quesito sotteso al caso in esame è il seguente: il reato di malversazione in danno dello Stato concorre con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche?
Sulla questione si è registrato un acceso dibattito giurisprudenziale.
Un primo orientamento esclude un rapporto di specialità tra due reati e ritiene sussistente il concorso delle fattispecie, in ragione della mancanza di identità degli interessi protetti.
L’eventuale concomitanza dei due comportamenti, l’uno preso in considerazione dalla truffa, antecedente al conseguimento dei fondi pubblici e riguardante la fase percettiva della provvidenza economica, in cui la previsione del reato è funzionale alla tutela del patrimonio pubblico, l’altro, punito dall’articolo 316 bis c.p., successivo a tale momento, riguardante la fase esecutiva del progetto finanziato, limitata a tutelare l’interesse pubblico che l’erogazione intende perseguire, non vale a caratterizzare la prima o la seconda delle due ipotesi delittuose come speciale rispetto all’altra.
Per un secondo filone interpretativo, invece, non si ritiene dirimente la considerazione che i diversi momenti di consumazione tra i due reati possano non coincidere, posto che il problema sorgerebbe proprio quando la diversa destinazione dei beni viene impressa allorché l’erogazione venga conseguita con artifizi e raggiri, prospettandosi in tal caso un’ipotesi di concorso apparente di norme.
Sulla base di tale ultima ricostruzione, esclusa la rilevanza, quale discrimine utilizzabile per l’applicazione del principio di specialità, dell’identità di materia o di interesse protetto, si ritiene non corretto sottoporre a sanzione due comportamenti offensivi dello stesso bene, giacche’ il diverso impiego del finanziamento non sarebbe che una conseguenza naturale del conseguimento dell’erogazione a seguito di artifici o raggiri.
Entrambi gli orientamenti giurisprudenziali citati escludono, quindi, che le fattispecie siano tra loro in rapporto di specialità.
Le Sezioni Unite, al fine di dirimere tale questione, con la sentenza n. 20664 del 2017 hanno precisato che l’esame sulla fondatezza dell’una o dell’altra soluzione interpretativa deve prendere le mosse dalla considerazione dei principi vigenti sul concorso apparente di norme che ricorre ove, attraverso un confronto degli elementi strutturali, più fattispecie risultino applicabili al medesimo fatto, e che è regolamentato dall’articolo 15 c.p., secondo cui: “Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito”.
Risulta a questo punto necessario valutare gli elementi costitutivi dei reati oggetto del caso in esame, al fine di verificare la natura del concorso ipotizzabile.
L’art.640 bis c.p. mira a prevenire l’infiltrazione di imprese che trovano origine o possano connettersi a contesti criminali territoriali. Il bene giuridico avuto di mira dal legislatore non è solo la protezione dallo storno delle somme dalla finalità pubblica che si voleva imprimere con l’erogazione, ma anche la corretta individuazione del beneficiario.
Del resto, in linea di ricostruzione astratta, l’acquisizione di fondi pubblici – a fondo perduto o a tassi agevolati – non consente al percettore di realizzare un utile esclusivamente attraverso lo storno delle somme dalle loro finalità, circostanza che imporrebbe di ritenere la condotta caratterizzante la fattispecie di cui all’articolo 316 bis c.p., quale inevitabile prosecuzione della prima.
Ma ben può identificarsi anche nella convenienza economica del credito, tale da permettere all’impresa che ne usufruisce un margine di utile decisamente maggiore di quello ritraibile a seguito del ricorso al credito a prezzi di mercato, e quindi da consentire a coloro che vi accedono di recuperare quote di mercato maggiori, quale effetto dell’abbattimento dei costi.
Peraltro, gli artifici e raggiri non costituiscono l’unica modalità attraverso la quale possa ottenersi la percezione dei finanziamenti e delle altre forme di provvidenze previste dall’articolo 316 bis c.p., così come, per contro, la percezione illegittima, non necessariamente sfocia nello storno delle somme erogate dalla loro finalità che individua l’elemento caratterizzante della disposizione di cui all’articolo 640 bis c.p.
La considerazione di tali profili pone in evidenza l’autonomia esistente tra le fattispecie.
Dunque, sulla base delle richiamate differenze tra le due fattispecie in comparazione si possono verificare almeno tre tipi di situazioni diverse:
il privato ottiene un finanziamento illecitamente e, successivamente, utilizza la somma per scopi privati (l’ipotesi più frequente);
il privato ottiene con mezzi fraudolenti l’erogazione, ma la destina effettivamente ad opere o attività giustificanti il sostegno economico richiesto (ipotesi più rara ma non certo impossibile);
il privato ottiene legittimamente il finanziamento, ma omette di destinarlo all’attività o all’opera di pubblico interesse per cui era stato erogato.
Va da ultimo rimarcato che i due reati si consumano fisiologicamente in tempi diversi – momento percettivo ed attività esecutiva, di natura omissiva istantanea – della condotta finanziata.
La conclusione raggiunta sulle fattispecie risulta ulteriormente evidenziata dalla circostanza che il reato di cui all’articolo 316 ter c.p., omologo a quello di cui all’articolo 640 bis c.p., pur procurando l’identico evento d’indebita percezione dei fondi, è punito in modo più mite di quest’ultima incriminazione, cosicché rispetto a questo la fattispecie di cui all’articolo 316 bis c.p., che si realizzerebbe ove gli importi riscossi vengano sottratti alle finalità a cui erano destinati per essi stabilite, non potrebbe ridursi ad un irrilevante post factumnon punibile, pena l’irriducibile contraddizione della ricostruzione sistematica.
Alla luce di sin quanto esposto le Sezioni Unite hanno enucleato il seguente principio di diritto: “Il reato di malversazione a danno dello Stato (articolo 316 bis c.p.) concorre con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (articolo 640 bis c.p.)”.
In conclusione, Tizio con la sua condotta ha integrato il reato di truffa in concorso con il reato di malversazione a danno dello Stato.
Traccia n.2 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezioni Unite penale , Sentenza 28 aprile 2017, n. 20664
TRACCIA N.1 (PENALE)
Colui che detiene immagini costituite da fumetti e cartoni animati raffiguranti minori immaginari impegnati in attività sessuali configura il reato di detenzione di materiale pornografico virtuale ex art. 600-quater1 c.p.?
Tizio, affetto da patologie psichiatriche, tramite un software si procurava e deteneva immagini di pornografia virtuale.
A seguito di un’indagine svolta dai Carabinieri, gli agenti effettuavano una perquisizione presso l’abitazione di Tizio, ove rinvenivano nelle unità di memoria del suo computer circa 95.000 immagini, costituite da fumetti e cartoni animati che coinvolgevano, in atteggiamenti sessualmente espliciti, soggetti minorenni.
Peraltro, le immagini virtuali avevano una qualità di rappresentazione tale da far apparire come vere, situazioni non reali, ossia una qualità tecnica così sofisticata da dare l’apparenza di una situazione reale.
Assunte le vesti del legale di Tizio, si rediga un parere motivato, analizzando la questione sottesa al caso in esame.
Va rilevato, innanzitutto, che l’articolo 600 quater 1, è stato introdotto nel codice penale con la L. n. 38 del 2006, articolo 4, in completamento del quadro di tutela penale contro la pedopornografia costituito dalle disposizioni incriminatrici di cui agli articoli 600 ter c.p. (pornografia minorile) e 600 quater c.p. (detenzione di materiale pedopornografico).
Dunque, tale quadro di penalizzazione si estende anche alla c.d. pedo-pornografia virtuale, della quale viene formulata la seguente definizione: “Le disposizioni di cui agli articoli 600 ter e 600 quater, si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo. Per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali“.
In particolare, occorre precisare che il significato del termine “materiale pedopornografico” può comprendere in alternativa:
la rappresentazione di un abuso sessuale di un minore reale;
l’immagine pornografica rappresentante una persona che appaia essere un minore impegnato in attività sessuali esplicite;
le immagini che, sebbene realistiche non coinvolgono un minore realmente impegnato in attività sessuali esplicite. Tale ultimo scenario include immagini che sono alterate o anche generate per intero dal computer.
L’interesse tutelato nelle tre situazioni è diverso: nella prima, si tratta di protezione contro l’abuso di minore; nelle seconda e terza, il focus afferisce più direttamente alla protezione contro un comportamento che, seppure non abbia necessariamente offeso uno specifico minore (quello riprodotto nel materiale pedopornografico, che potrebbe anche essere “non reale”) potrebbe essere usato “per incoraggiare o sedurre i bambini a partecipare a tali atti, e quindi formare parte di una subcultura che favorisce l’abuso dei minori”.
Il delitto di pedopornografia virtuale è, perciò, un crimine di natura informatica del tutto peculiare, in quanto la condotta penalmente rilevante è commessa con l’uso del mezzo informatico, sia perché il materiale illecito del quale è stata incriminata la produzione e diffusione è realizzato per mezzo delle tecnologie informatiche, sia perché le condotte (anche soltanto quella di detenzione) sono ottenute non già acquistando in edicola un fumetto pedopornografico, ma attraverso l’uso delle nuove forme di condivisione via internet di files-immagine o video-files.
Si tratta altresì di un reato di pericolo concreto.
Di conseguenza, qualunque interpretazione volta ad escludere la rilevanza penale delle condotte di detenzione (ed ancor più di diffusione) di tale materiale in forza della considerazione che non risultino rappresentati soggetti “realmente esistenti”, risulta, nella sostanza, interpretazione abrogatrice e contra legem della stessa fattispecie penale, che ha equiparato la pedopornografia virtuale, alla pedopornografia su supporto cartaceo.
Peraltro, occorre precisare che il momento discriminante non sta nella elaborazione sofisticata di immagini di carattere tridimensionale, ma nel fatto che l’elaborazione grafica effettuata, evochi la rappresentazione di situazioni reali, ossia di atteggiamenti sessuali che offrono lo svolgimento di attività sessuali nelle quali i bambini sono ridotti al rango di meri oggetti sessuali, di giocattoli sessuali con i quali e sui quali, compiere atti a valenza sessuale.
Alla luce delle superiori argomentazioni non si può allora escludere l’applicabilità dell’articolo 600 quater1 c.p., alle rappresentazioni fumettistiche, dal momento che vi possono essere anche nei fumetti, soprattutto quando da tali comics siano ottenute con tecnologia digitale di alta qualità, immagini la cui qualità di rappresentazione faccia apparire come vere situazioni, ed attività sessuali implicanti minori, che non hanno avuto alcuna corrispondenza con fatti della realtà.
In conclusione, l’articolo 600-quater1 c.p., che punisce la pornografia virtuale, è applicabile anche alle rappresentazioni fumettistiche, dal momento che vi possono essere anche nei fumetti la cui qualità di rappresentazione faccia apparire come vere situazioni e attività sessuali implicanti minori, che pure non hanno avuto alcuna corrispondenza con fatti della realtà.
Dunque, Tizio con la propria condotta configura il reato di cui all’art.600-quater1 c.p..
Tuttavia, occorre rilevare che, in merito alle patologie psichiatriche cui Tizio è affetto, il Giudice dovrà valutare nel corso del procedimento penale a suo carico, se le dette patologie siano tali da determinare un vizio totale o parziale di mente, e dunque se possano escludere l’imputabilità dell’agente o se invece sussista la coscienza e volontà di Tizio nella commissione del delitto.
Traccia n.1 Sentenza di riferimento_Corte di Cassazione, Sezione 3 penale, Sentenza 9 maggio 2017, n. 22265

References: art. 292
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 art. 62
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 art. 544
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 art. 629
 art. 648
 articolo 25
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 articolo 640
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 art. 590
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 art. 615
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 art. 600
 articolo 4
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