Source: http://www.diritto2000.it/aggiornamenti/aggcivile/usura.htm
Timestamp: 2020-07-12 14:02:23+00:00

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Il reato di usura dopo la nuova legge n. 108 del 1996 e i riflessi civilistici sui contratti di mutuo stipulati antecedentemente alla sua entrata in vigore. di Simone Angelini
Ai sensi dell'art. 644 c.p., così come modificato con la legge n. 108/1996, "chiunque, fuori dai casi previsti dall'articolo 643, si fa dare o promettere per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurai, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da sei a trenta milioni. [omissis]
La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurai. [omissis]
Per la determinazione del tasso di interesse usuraio si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese escluse quelle per imposte e tasse, collegate all'erogazione del credito". Le novità rispetto alla vecchia figura dell'art. 644 c.p. sono notevoli:
1. irrilevanza dello stato soggettivo della vittima, non necessitando più il requisito dell'approfittamento dello stato di bisogno ;
2. oggettivazione del delitto d'usura, per il quale il mero superamento del tasso limite praticabile integra la fattispecie del
reato. Il dolo è costituito, ora, dalla conoscenza e volontà del superamento del tasso limite predeterminato dalla legge.
Dunque, la legge determina il tasso limite oltre il quale la corresponsione di interessi (o di altri vantaggi) è considerata usuraia. L'art. 2 legge 108/96 dispone che tale limite è stabilito, mediante decreto del Ministero del Tesoro pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, nel tasso medio praticato dalle banche ed altri intermediari finanziari quale risultante dall'ultima rilevazione che viene effettuata trimestralmente, aumentato della metà. Invero, la nuova formulazione dell'art. 644 c.p. è stata costruita dal legislatore come una "norma penale in bianco", in cui una parte del precetto è rinvenibile dal 3° comma dello stesso articolo, mentre per un'altra parte (l'individuazione del tasso limite) deve farsi riferimento ad una fonte esterna diversa di natura amministrativa. Inoltre, la Banca d'Italia ha ulteriormente precisato le categorie di operazioni finanziarie per le quali si procede trimestralmente alla rilevazione dei tassi medi; tra queste c'è, ovviamente, il mutuo, contratto sia a tasso fisso che variabile, ed assistito, anche parzialmente, da garanzia reale. La nuova fattispecie di usura ha, per altro, portato la dottrina a qualificare diversamente il reato, considerandolo non più un reato in contratto ma un reato
contratto. Posto, infatti, che nella categoria dei "reati contratto" sono da ricomprendere le fattispecie in cui la condotta
tipizzata è individuata mediante termini che definiscono nel diritto civile i singoli negozi giuridici, la cui stipula pertanto è proprio ciò che la legge intende punire, nei "reati in contratto" vanno collocati quei fatti realizzati con la cooperazione artificiosa della vittima, che esigono un atto dispositivo da parte di quest'ultima carpito con mezzi illeciti sicché ciò che si intende punire è il comportamento illecito tenuto da un parte prima della stipula negoziale. Ora, a seguito della nuova disciplina, la nuova fattispecie di usura pone al centro della fattispecie non la condotta precontrattuale dell'approfittamento, bensì il dato della sproporzione tra gli obblighi contrattualmente previsti per le parti, ponendo di fatto il reato all'interno della categoria dei reati contratto. Per la determinazione del tasso usuraio, il comma 4 dell'art. 644 c.p. stabilisce, inoltre, che deve tenersi conto anche delle commissioni, spese e remunerazioni a qualsiasi titolo. Tutte queste "voci" vanno comprese e sommate al tasso di interesse da pagare. Tale onnicomprensività della nozione d'interesse è stata formulata onde evitare qualsiasi possibilità di aggiramento della norma in esame. Per evitare interpretazioni difformi, l'Istituto Centrale della B.d.I. ha provveduto a classificare dettagliatamente "spese e commissioni". Vi rientrano, così, le spese di istruttoria o revisione del finanziamento, le spese di chiusura, di riscossione o di incasso delle rate, e in generale ogni spesa
contrattualmente prevista. Nulla è stato detto, invece, sul concetto di "remunerazioni a qualsiasi titolo, né da parte degli organi interessati né da parte della giurisprudenza di Cassazione e della dottrina. Tenuto conto del dato letterale e della ratio stessa che ha ispirato il comma 4, sembra, ad ogni modo, potersi ravvisare in tale fattispecie una categoria di ampio spettro, capace di racchiudere ogni tipo di vantaggio, contrattualmente previsto o meno, a favore del soggetto attivo. Su tale concetto si è, inoltre, espresso recentemente il Tribunale di Roma, che in riferimento agli interessi moratori, ha dedotto che " con la parola remunerazione esso - il legislatore- abbia inteso riferirsi ad ogni utilità pecuniaria richiesta al debitore e quindi anche a quelle relative agli interessi moratori, facendo ricorso ad una terminologia giuridica non nuova per la quale il termine
remunerazione ha significato generico comprensivo di prestazioni a funzione anche risarcitoria" (Trib. Roma 10.06.1998). Pertanto, tale categoria potrebbe (il condizionale in assenza di riscontri nei casi di rivalutazione monetaria è d'obbligo), ricomprendere anche la clausola di indicizzazione del capitale, qualora questa sia basata su determinati indici che
attribuiscono un oggettivo guadagno al soggetto attivo, ben al di là dell'effettiva svalutazione monetaria che tale pattuizione dovrebbe coprire. La problematica più spinosa del nuovo delitto di usura riguarda però L'accertamento del momento consumativo del reato, indispensabile, tra L'altro, per una coerente applicazione della relativa sanzione civile di cui all'art. 1815 c.c. anch'essa innovata dalla legge 108/96. Vigente il vecchio testo dell'art. 644 c.p. una giurisprudenza
costante (da ultimo si veda Cass. Pen. 19.03.1997) e la prevalente dottrina ritenevano l'usura un reato istantaneo con eventuali effetti permanenti. Sono "reati istantanei" quelli in cui l'offesa è per l'appunto istantanea, perché viene ad esistenza e si conclude nello stesso istante (esempio classico è il reato di omicidio). Sono, invece, "reati permanenti" quelli per la cui esistenza la legge richiede che l'offesa si protragga nel tempo per effetto della persistente condotta volontaria del soggetto. Il reato permanente è reato unico e si consuma non quando si instaura la situazione offensiva, ma nel momento in cui cessa la condotta volontaria del mantenimento di essa. Si parla, inoltre, di "reati istantanei ad effetti permanenti", ove alla condotta criminosa iniziale perdurano nel tempo le conseguenze dannose del reato, per i quali, comunque, la disciplina sostanziale e processuale, è del tutto analoga a quella dei reati permanenti. A seguito dell'emanazione del nuovo art. 644 c.p., alcuni autori hanno sostenuto che potrebbe essere accolta la tesi che il delitto in questione sia stato trasformato in reato permanente. Detta trasformazione comporterebbe che un contratto di mutuo a tasso fisso, oggi lecito, potrebbe a seguito dell'andamento del mercato, raggiungere tassi d'usura con la conseguenza per l'ente mutuante di incorrere nel reato e di
vedere decadere il proprio diritto al percepimento degli interessi (ex art. 1815 c.c.) o di dover introdurre una clausola di riduzione automatica. Allarmati da tale questione, l'Associazione Bancaria Italiana, mediante circolare del 20.03.1997, con particolare riferimento ai rapporti sorti antecedentemente all'entrata in vigore della nuova legge, ha sostenuto che:
"circa la sorte dei rapporti antecedenti, va detto che essi non dovrebbero essere interessati dalla normativa qualora si tratti di operazioni regolate a tasso fisso ovvero a tasso indicizzato in base a parametri oggettivi prestabiliti. Tali operazioni, pertanto, ai fini del rispetto delle soglie di legge, non comportano l'obbligo di alcun intervento di adeguamento, anche se i relativi tassi effettivi globali dovessero risultare superiori alle soglie stesse. A tale conclusione può giungersi sulla base del principio generale enunciato dall'art. 2 del codice penale secondo cui è esclusa la punibilità per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu concesso, non costituiva reato, viceversa, nel caso di operazioni regolate a tasso variabile di
iniziativa dell'intermediario, sarà necessario verificare se le eventuali variazioni da apportare risultano entro i limiti massimi stabiliti dalla legge. Tale fattispecie, infatti, pur innestandosi su un rapporto antecedentemente acceso, si atteggia nella sostanza quale nuovo rapporto ".Tuttavia, ora, la tesi dottrinale che vede nel nuovo delitti d'usura un reato permanente è stata asseverata e ribadita anche da una recentissima sentenza della Sezione I della Corte di Cassazione Penale, la quale ha così
motivato la sua decisione:
"I caratteristici connotati di sinallagmaticità propri del momento iniziale della determinazione convenzionale di interessi o compensi usurari - in termini di promessa o, alternativamente, di dazione - non sembra siano in grado di esaurire in sé la condotta tipica della fattispecie criminosa di cui all'art. 644 c.p., così degradandosi la periodica, talora prolungata per
numerosi anni, corresponsione da parte della vittima dei medesimi interessi o vantaggi ad un post factum penalmente irrilevante.
S'intende dire che il tradizionale insegnamento giurisprudenziale, secondo cui il reato di usura è "reato istantaneo con effetti eventualmente permanenti", nel senso che esso si consuma nel momento della stipula del patto usurario pur perdurandone le conseguenze nel tempo - in caso di promessa seguita da dazione - senza il compimento di un'ulteriore attività da parte dell'agente, appare incompatibile con il rilievo oggi assegnato alla "ultima riscossione" degli interessi usurari pattuiti dall'art. 644-ter c.p., introdotto dall'art. Il I. 108/96, in tema di prescrizione del reato. Sembra logicamente più convincente e condivisibile, alla stregua dell'odierno assetto normativo dell'istituto, la prevalente opinione dottrinale, secondo cui, qualora alla promessa segua - come abitualmente avviene mediante la rateizzazione nel tempo degli interessi usurari convenuti - la dazione effettiva, questa fa parte a pieno titolo dei fatto lesivo penalmente rilevante e segna, mediante la concreta e reiterata esecuzione dell'originaria pattuizione usuraria, il momento consumativo "sostanziale" del reato. [omissis] Certo è che sarebbe davvero distonico, rispetto ai consueto atteggiarsi - nella realtà sociale ed economica - del fenomeno usurario, sostenere l'estraneità alla struttura della fattispecie criminosa di quella modalità di realizzazione dell'illecito - la dazione degli interessi -, nella quale indubbiamente s'identifica la completa esecuzione dei delitto e il massimo
approfondimento della concreta e progressiva lesione dell'interesse protetto". In sostanza la Suprema Corte sostiene che l'introduzione dell'art. 644 ter c.p., secondo cui "la prescrizione del reato di usura decorre dall'ultimo giorno dell'ultima riscossione sia degli interessi che del capitale", consentirebbe di abbandonare la vecchia tesi della irrilevanza della
riscossione degli interessi, quale post factum penalmente privo di significato rispetto al solo momento importante dell'accordo iniziale che dava luogo alla configurazione dell'usura, inquadrando, invece, tale reato tra quelli ad effetti permanenti. La dazione effettiva fa parte a pieno titolo del fatto lesivo e segna il momento consumativo sostanziale del
reato. La realizzazione del reato di usura si compie, così, attraverso le ricezione di indebite prestazioni maturate periodicamente, ed il momento consumativo va a coincidere di volta in volta con i singoli versamenti di capitali e/o interessi. D'altro canto la giurisprudenza nel definire la natura di alcuni reati a struttura analoga, quale ad esempio la corruzione,
in cui alla promessa segue la dazione, non ha esitato ad individuare quest'ultima quale momento di consumazione del reato. Non si vede, pertanto, perché non debba essere seguita la stessa soluzione, per il reato d'usura (cfr.Trib. Velletri, ord. 30.04.98). Accertato che la riscossione è momento penalmente rilevante, sebbene successiva alla promessa, è necessario ora rapportare tale principio all'interno della disciplina civilistica e stabilire se sia applicabile la nuova fattispecie di usura ad un contratto di mutuo (o altri contratti affini) stipulato anteriormente all'entrata in vigore della legge 108/96,
vale a dire al 2 aprile 1997 (data della prima rilevazione trimestrale). Occorre, infatti, preliminarmente premettere che la novella introdotta dalla legge 108/96 non si è limitata a ridisegnare la disciplina penalistica ma ha inciso anche sul piano privatistico modificando il 2° comma dell'art. 1815 c.c.. Il vecchio comma sanciva la nullità della clausola contrattuale con la quale si convenivano interessi usurai e l'automatica riduzione di essi al tasso legale, derogando al principio generale di cui
all'art. 1343 c.c secondo cui l'illiceità della causa per contrarietà a norma imperativa penale travolge l'intero contratto
rendendolo nullo. La nuova norma stabilisce ora che "se sono stabiliti interessi usurai la clausola è nulla e non sono dovuti interessi", mostrando un chiaro inasprimento della disciplina e confermando il carattere sanzionatorio di essa.
Il contrasto giurisprudenziale che si è venuto a creare su tale questione, è stato quanto mai acceso. A fronte di alcune sentenze (si veda Pretura di Cagliari, 16.09.96; Tribunale di Lodi 30.03.98 e, soprattutto, Tribunale di Roma con ordinanza del 04.06.98), che hanno negato rilevanza alla dazione degli interessi al fine della consumazione del reato, non considerando, pertanto, il contratto affetto da nullità parziale per contrasto con norma imperativa, si oppongono altre pronunce che hanno forse preparato e spianato il terreno per la sentenza della Cass. penale di cui sopra. Così, il
Tribunale di Firenze con ordinanza del 10.06.1998, ha enunciato che la nuova normativa anti-usura è applicabile anche ai contratti di mutuo stipulati prima della sua entrata in vigore, nel senso che "la ricezione di interessi, divenuti usurai, integra gli estremi del reato indipendentemente dall'accordo sugli stessi. La clausola contrattuale che prevede interessi usurai è affetta così da nullità parziale sopravvenuta e deve essere sostituita ai sensi degli artt. 1339 e 1419 c.c. con la prescrizione legale
della misura massima degli interessi consentiti". Lo stesso Tribunale di Milano con la sentenza 13.11.1997 ha sancito la
nullità della clausola contenuta in un contratto di leasing anteriore alla legge 108/96, in quanto gli interessi venivano corrisposti in misura superiore al tasso soglia, con conseguente riconoscimento di interessi solo nella misura legale.
Il Tribunale di Velletri, con un'ampia motivazione all'ordinanza del 30.04.1998, ha messo in evidenza come l'art. 3 della legge 108/96 abbia previsto un regime transitorio, il quale è cessato dopo la prima rilevazione trimestrale. Ora, tale norma non avrebbe avuto alcun senso se, successivamente alla pubblicazione del tasso-soglia, i contratti stipulati in precedenza non venissero sottoposti a tale limite, "poiché in tale caso il legislatore avrebbe delimitato temporalmente il criterio transitorio fino a tutta la durata del rapporto fondato sui contratti di mutuo stipulati anteriormente. Il regime transitorio serve proprio ad adeguare i vecchi contratti alla nuova disciplina, lasciando un margine di tempo necessario per la modifica di essi".
Si sostiene, inoltre, che la nuova legislazione anti-usura, ogettivizzando l'illecito, coglie il fondamento del reato nell'alterazione della causa di scambio e dà rilevanza al momento consumativo dello stesso. Non vi è dubbio, infatti, che la novella si sia ispirata all'art. 41 della Costituzione. Si è voluto impedire la lesione di un bene giuridico, derivante dalla sproporzione delle prestazioni, sproporzione non solo originaria ma anche sopravvenuta, sulla base del richiamato principio costituzionale secondo cui l'iniziativa privata non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza alla libertà alla dignità umana.
Da tali premesse, il Tribunale laziale ritiene, pertanto, che se le parti avessero rispettivamente continuato ad eseguire e riscuotere le prestazioni, il contratto sarebbe stato colpito da una nullità sopravvenuta, " Il mutuante, infatti, attraverso un comportamento concludente avrebbe rinnovato la volontà di riscuotere interessi ormai divenuti usurai, in violazione dei
principi posto alla l. 108/96, così da subirne le conseguenze (tra cui anche quella della espulsione degli interessi ai sensi dell'art. 1815 2° comma c.c.".
Da tali considerazioni si deve concludere che riscuotere interessi legittimante e legalmente pattuiti e in seguito divenuti usurai perché superiori al tasso soglia fissato con decreto ministeriale, è momento rilevante per la consumazione del reato ex art. 644 c.p.. Conseguentemente il mutuatario che ha pagato tali indebite somme nulla più deve né a titolo di interessi né a titolo di spese, commissioni, o altre remunerazioni, ex art. 1815 comma 2 c.c. Non si comprendono, pertanto, quelle decisioni dei Tribunali che alla declaratoria di nullità della pattuizione degli interessi usurai non vi fanno seguire la sanzione indicata dal codice civile, recuperando, invece, senza alcuna spiegazione, il meccanismo della sostituzione automatica contemplata dalla citata disposizione codicistica nella sua vecchia formulazione, riducendo il tasso di interesse a quello
legale. Inoltre, esiste a riguardo una chiara disposizione il cui dettato all'art. 185 disp. att. estende la disciplina dell'art. 1815 c.c. anche ai contratti di mutuo anteriori all'entrata in vigore del codice. Tuttavia, ex adverso, alcuni non hanno ritenuto applicabile tale norma in virtù del fatto che il tenore letterale della stessa, il cui riferimento temporale è rimasto alla data di entrata in vigore del codice, lascia intendere che il legislatore non l'abbia presa in considerazione nel dettare la nuova
disciplina. Si hanno ora gli strumenti necessari per esaminare il caso concreto, in cui il Sig.Tizio nel 1987 ha convenuto con la Banca Tuscolana un mutuo indicizzato e rateizzato in quindici anni, con pagamento d'interessi pari al 10% annui. Nel corso degli anni tale tasso è divenuto superiore al tasso soglia usuraio pubblicato nella Gazzetta Uff., ma la Banca riscuote ugualmente la/le rate, commettendo, per i principi esposti, il delitto di usura. Il Sig.Tizio, a questo punto, potrebbe non solo denunciare la stessa del delitto, ma rifiutarsi di pagare gli interessi rimasti ex art. 1815 c.c. (si ricordi che tale norma ha carattere sanzionatorio) e in base all'art. 644 c.p. avere il diritto alle restituzioni al risarcimento dei danni.. E' chiaro, infatti, che se la clausola di interessi usurai è nulla, è evidente che la Banca dovrà restituire quanto indebitamente percepito a tale titolo (tale orientamento era pacifico anche nel vigore della vecchia disciplina).
Per quanto riguarda il risarcimento dei danni appare ovvio che nel caso di specie la norma si riferisca ai danni non patrimoniali, dunque, al danno morale ed a quello biologico patito dall'usurato afflitto dalle preoccupazioni di dover far fronte al contratto. Per di più, l'art. 14 della legge 108/96 ipotizza a carico della vittima anche l'aver subito, a causa
dell'usura danni per perdite e per mancati guadagni.
Inoltre, essendo un mutuo con clausola di rivalutazione monetaria, nel computo del tasso d'interesse si dovrebbe tenere conto anche della clausola stessa, (basata nel nostro caso sull'andamento dei BOT, oltre ad un determinato indice fisso), se, per i principi già esposti precedentemente, portasse un effettiva remunerazione alla mutuataria, ben al di là del tasso
effettivo di svalutazione, dovrebbe essere computato nel calcolo degli interessi, unitamente a tutte le spese sostenute da Tizio per l'esecuzione del contratto. E' necessario ancora notare che la Banca ha nel 1999 abbassato il tasso, passando da un tasso fisso al 10% ad un tasso variabile la cui prima quantificazione è stata del 7,2% per un mutuo e 7,4% per un altro mutuo, convenuto dalla stesso Tizio in precedenza ed alle stesse condizioni del primo. Orbene, premesso che il 7,4 % è dall'ultima rilevazione tasso usuraio in quanto la soglia è stata improrogabilmente fissata al 7,3 %, si deve considerare che la proposta di variazione dal tasso fisso al variabile è avvenuta per esclusiva iniziativa di Tizio (che ha corrisposto anche 100
mila lire a titolo di spese) e la Banca per sua stessa ammissione ha eccezionalmente accettato, quando invece era la stessa mutuataria che avrebbe dovuto immediatamente ricondurre al tasso legale (e ad equità) la dazione di interessi. Situazione questa che può, pertanto, rilevare anche da un punto di vista soggettivo (cioè dell'elemento psicologico)
nell'analisi della situazione concreta, in quanto la Banca avrebbe pacificamente continuato a riscuotere il 10 % annui, ricevendo indebitamente interessi ben al disopra del tasso soglia. È opportuno, ancora una volta, tenere conto che nelle precedenti pronunce effettuate dai Tribunali aditi per questioni simili, la clausola concernente la dazione di interessi divenuti usurai, è stata sostituita con quella che li prevede al tasso soglia massimo consentito, e mai è invece avvenuta la
sostituzione automatica ex art. 1815 c.c (non corresponsione di alcun interesse) Pertanto il rischio è che se Tizio impugna parzialmente il contratto per contrarietà a norma imperativa, rischia di vedersi eccepire dalla Banca che tali interessi sono stati immediatamente ricondotti ad un tasso minore a quello usuraio. Esiste di conseguenza il pericolo che il Tribunale
competente investito della questione, pur abbracciando le teorie sopra illustrate sul momento consumativo del reato di usura, possa effettivamente non applicare la sanzione di cui all'art. 1815 c.c. e condannare la Banca unicamente alle restituzioni delle precedenti rate usuraie, (che allo stato dei fatti sarebbe solo quella versata il 01.01.99 quando il, tasso usuraio era del 8,7%), oltre naturalmente al risarcimento danni. Esiste inoltre la possibilità di denuncia in sede penale della mutuataria con contestuale costituzione di parte civile qualora ci fosse una pronuncia di rinvio a giudizio da parte del G.U.P.. Ma anche in tale caso Tizio potrebbe unicamente richiedere il risarcimento del danno e le eventuali
restituzioni dei beni (rate considerate usuraie) conferiti illegittimamente. Di conseguenza dall'attenta analisi condotta non sembra potersi prescindere da un esatto calcolo di quanto è ed in precedenza è stato pagato a titolo di rivalutazione monetaria. Si ribadisce ulteriormente che se effettivamente tale "voce" avesse portato o tuttora porti un tangibile remunerazione alla
Banca questa dovrebbe presumibilmente sommarsi agli interessi, con la conseguenza che anche quelli appena pagati a tasso variabile essere ancora considerati usurai.

References: Cass. 
 art. 644
 art. 1815
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 644
 art. 1815
 art. 1815
 art. 1815