Source: https://vittimemafia.it/23-settembre-1983-palermo-rosalia-pipitone-madre-di-un-bimbo-di-quattro-anni-venne-fatta-uccidere-dal-padre-colpevole-di-voler-dividersi-dal-marito-fu-uccisa-nel-corso-di-quella-che-apparve-come-una-r/
Timestamp: 2019-05-22 17:15:07+00:00

Document:
23 settembre 1983 Palermo. Rosalia Pipitone, madre di un bimbo di quattro anni, venne fatta uccidere dal padre. Colpevole di voler dividersi dal marito, fu uccisa nel corso di quella che apparve come una rapina compiuta da balordi. -
Settembre 23, 1983 /
Foto tratta dal Venerdi di Repubblica del 28 Settembre 2012
Il 23 settembre 1983 Rosalia Pipitone, Lia, una ragazza di Palermo di 25 anni, madre di un bambino di 4 anni, entra in una sanitaria e si dirige verso il telefono a gettoni. Finita la telefonata si ritrova davanti due malviventi col volto coperto che si sono fatti consegnare dal titolare 250mila lire, l’incasso della giornata. Ma anziché andarsene col bottino, aspettano che la giovane si avvicini al bancone. Uno dei due le spara alle gambe. Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi. «Mi ha riconosciuto», urla due volte, prima di sparare altri quattro proiettili che uccidono Lia.
La rapina è solo una messinscena, racconteranno nel 2003 i pentiti Francesco Marino Mannoia e Francesco Onorato. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, Antonino Pipitone, boss dell’Arenella, quartiere dove vivono, protetto dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Lia aveva comunicato al padre la sua volontà di lasciare il marito ed andare a vivere per conto suo, contravvenendo alle leggi della mafia.
Il giorno dopo l’omicidio di Lia viene trovato morto anche Simone Di Trapani, un lontano cugino con cui Lia aveva un rapporto speciale. Per Simone, Lia era la sorella che non aveva mai avuto. Lei diceva spesso che Simone era il marito ideale.
Morto dopo un volo dal balcone di casa sua. Un suicidio, si disse. In realtà, un’altra messinscena dei sicari della mafia che prima di spingerlo giù dal quarto piano, lo costrinsero a scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore».
Antonino Pipitone verrà assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci fossero abbastanza prove, ma quei pentiti, stabilirono i giudici, raccontavano fatti de relato, per sentito dire.
La storia di Lia è raccontata nel libro “Se muoio sopravvivimi” scritto dal giornalista Salvo Palazzolo insieme al figlio di Lia, Alessio.
Articolo da L’Unità del 15 Luglio 1997
Fece uccidere la figlia adultera per difendere l’onore – Le rivelazioni di un pentito accusano un boss
Palermo, la donna aveva tradito il marito imposto dal padre mafioso che decise subito di farla giustiziare Il delitto venne commesso 14 anni fa e sarebbe stato eseguito da due sicari di Cosa Nostra che simularono una rapina nella borgata Arenella. La rivelazione è stata fatta da Marino Mannoia al processo che si tiene nell’aula bunker di Rebibbia.
Dall’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nei cantieri navali di Palermo, che tre giorni fa è sfociata nell’emissione di ventitré ordini di custodia cautelare, emerge la conferma di una storia, già tutta raccontata due anni fa da Francesco Marino Mannoia,e ora riproposta dal pentito Francesco Onorato.
Ed è – questo si può scrivere senza temere di esagerare – una delle storie più atroci di Cosa Nostra, per le quali è in corso il processo.
Una di quelle storie che spiega bene quali feroci logiche, quale lucida follia, quali micidiali leggi abbiano per anni dettato la vita quotidiana all’interno delle famiglie mafiose.
Il boss Antonino Pipitone, 66 anni, fece uccidere la figlia per «onore»: sì, è così. La fece uccidere per puro, «onore». La colpa della ragazza? Avrebbe tradito il marito impostole dal padre. Il delitto, che risale a quattordici anni fa, sarebbe stato eseguito da due sicari di Cosa Nostra che simularono una rapina.
La Procura della Repubblica di Palermo aveva aperto atti relativi sulle accuse di Marino Mannoia nel gennaio del 1995, dopo la deposizione del pentito nel processo «Golden Market». Durante quell’udienza, svoltasi nell’aula bunker di Rebibbia, Marino Mannoia sostenne che Pipitone aveva ordinato l’uccisione della propria figlia «perché tradiva il marito» ed aggiunse che per eseguirla «venne simulata una rapina».
Sulla base di queste dichiarazioni, ad Antonino Pipitone è stato notificato sei mesi fa un ordine di custodia cautelare per l’uccisione della figlia.
Il delitto fu compiuto alle 19,30 del 23 settembre del 1983. Rosalia Pipitone, sposata, madre di un figlio che allora aveva quattro anni, venne uccisa nel corso di quella che apparve come una rapina compiuta da balordi.
Furono abilissimi, i killer. Ladonna era all’interno di un negozio di articoli sanitari, nella borgata di Arenella, quando fecero irruzione due banditi, che intimarono al commerciante di consegnare l’incasso, appena 250 mila lire. Prima di uscire spararono un colpo di pistola, ferendo alle gambe Rosalia Pipitone, che stava telefonando da un apparecchio a gettoni. Alcuni istanti dopo i «rapinatori» rientrarono nel negozio ed uccisero la donna con altri tre colpi a bruciapelo al petto.
L’inchiesta del tempo ritenne che rapinatori inesperti avessero compiuto il delitto temendo di essere stati identificati.
Vadetto che non è comunque l’unico caso di presunta vendetta per motivi di onore, interna a famiglie mafiose.
Il superkiller Giuseppe Lucchese è stato accusato di aver fatto uccidere la sorella Giuseppina e la cognata Luisa Gritti. Entrambe avrebbero pagato con la vita relazioni extraconiugali.
Sarebbe stato lo stesso Lucchese, che per non farsi riconoscere indossava una parrucca bionda, a sparare alla sorella. Il suo presunto amante, il cantante di musica napoletana Pino Marchese, venne trovato morto con i genitali in bocca.
Uno dei più antichi ed eloquenti gesti simbolici di Cosa Nostra.
Articolo del 9 Gennaio 2003 da repubblica.it
Arrestato boss mafioso fece uccidere la figlia adultera
Antonio Pipitone, 70 anni, ordinò l’omicido nel 1983
Due sicari simularono una rapina in un negozio di sanitari
La verità è venuta a galla grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia
PALERMO – Un vecchio boss palermitano, Antonio Pipitone, 70 anni è è stato arrestato con l’accusa di aver ordinato e fatto eseguire l’omicidio della figlia venticinquenne. Una questione d’onore. La ragazza, Rosalia Pipitone, sposata, aveva una relazione extraconiugale con un uomo, un cugino di secondo grado. Una condotta che secondo le arcaiche regole di Cosa nostra – che proibiscono l’adulterio – disonorava il padre, boss del quartiere Acquasanta di Palermo. Che decise così di far uccidere la figlia. Oggi l’ordinanza di custodia cautelare, consegnata a Pipitone che già si trova agli arresti domiciliari per altri reati.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, due sicari, simulando una rapina, uccisero Rosalia Pipitone il 23 settembre dell’83 all’interno di un negozio di sanitari in via Papa Sergio, a Palermo, nel pieno del “territorio” della famiglia mafiosa dell’Acquasanta. Gli esecutori materiali del delitto non vennero mai trovati. Il giorno dopo Simone Di Trapani, il cugino di secondo grado con cui la donna intratteneva la relazione, morì suicida gettandosi dal balcone della sua casa di Palermo.
In un primo momento le indagini avevano seguito la pista dell’omicidio a scopo di rapina. Poi è stata scoperta la verità. Un notevole contributo alle indagini che hanno portato all’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Antonino Pipitone è venuto dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Tra questi Calogero Ganci, Francesco Onorato, il boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè, ex uomo di fiducia di Bernardo Provenzano.
Tra i boss di mafia non era un mistero. “In Cosa Nostra non va bene avere una relazione extraconiugale non va bene, ed è stata uccisa”, ha dichiarato agli inquirenti Calogero Ganci. Anche Francesco Onorato ha confermato i fatti: “Nino Pipitone – ha raccontato il pentito – ha consentito a fare uccidere la figlia, sua figlia, portando il discorso a Cosa Nostra. La figlia aveva l’amante, lui l’ha saputo e l’ha fatta uccidere. Se l’è sbrigata la famiglia dell’Acquasanta a ucciderla”, ha aggiunto Onorato.
E lo stesso Giovanni Brusca ha raccontato agli investigatori di aver appreso da altri uomini d’onore del delitto della ragazza. “Questa voce – ha riferito ai magistrati – girava in Cosa Nostra. Ho una conoscenza de relato – ha aggiunto – perchè era un fatto delicatissimo e venne fuori dopo che questa persona era stata uccisa. E’ stata uccisa in base alle regole di Cosa Nostra. Lei non ne faceva parte, ma il padre sì”, ha dichiarato Brusca confermando poi che Antonino Pipitone era stato il “mandante”.
Sugli esecutori materiali del delitto non è stata ancora fatta chiarezza. Nessuno dei collaboratori di giustizia ha saputo infatti dire chi siano stati i killer che spararono contro Rosalia Pipitone. Il delitto sarebbe stato gestito direttamente dalla famiglia dell’Acquasanta.
Nella storia della mafia siciliana degli anni Ottanta è la seconda volta che una donna viene uccisa dai suoi stessi familiari a causa di una vita sentimentale giudicata troppo libera. Giuseppe Lucchese detto “Lucchiseddu”, uno dei più efferati sicari di Cosa Nostra, uccise personalmente sua sorella, Giuseppina, e sua cognata Luisa Gritti, entrambe punite perché avevano relazioni extraconiugali. Anche in quell’occasione fu inscenata una finta rapina, in uno dei più noti bar di Palermo. Lucchese – che era latitante – per non farsi riconoscere dalla sorella aveva indossato una folta parrucca bionda. Morì più tardi, ucciso a suo volta, durante la guerra dei clan mafiosi.
Articolo del 10 gennaio 2003 da cerca.unita.it
Ordinò la morte della figlia «adultera» Il boss mafioso fece uccidere la donna nel 1983, a rivelare il retroscena sono stati Brusca e Giuffré
Il copione di un film su Cosa Nostra non avrebbe potuto fare meglio: lei, giovane figlia del boss, sposata ad un uomo impostole dal padre, viene uccisa da due killer su ordine del genitore. Lui, il cugino-amante neanche tanto segreto, si suicida dopo pochi giorni con il cuore spezzato. Accade a Palermo nel 1983 e la storia di tutela dei valori dell’onore e della famiglia spinta sino all’orrore, nota alle cronache antimafia, ritorna a galla spinta dalla nuova legge sui pentiti, che impone al collaboratore Giovanni Brusca un ulteriore sforzo di memoria per raccontare ai magistrati tutti i delitti a cui ha partecipato o di cui ha sentito parlare. Le sue rivelazioni, unite alle parole di altri pentiti che in passato avevano già accennato all’omicidio, ha consentito ai magistrati di spedire agli arresti domiciliari il boss Antonino Pipitone, 70 anni, mafioso ormai in pensione dell’Acquasanta, borgata marinara a metà strada tra Palermo e Mondello. All’inizio degli anni ottanta aveva scoperto che la figlia, mamma di un bimbo di 4 anni, tradiva il marito che egli stesso le aveva imposto, incontrandosi con un cugino, un’onta che in Cosa Nostra si lava con il sangue. E l’anziano genitore, posto di fronte alla scelta di salvare la figlia rinunciando però all’onore ed al conseguente prestigio di capo famiglia, non ha avuto dubbi. Ha ordinato l’omicidio, una punizione esemplare.. Così il 23 settembre del 1983 due killer camuffati da rapinatori entrarono in una sanitaria del quartiere proprio mentre una cliente, Rosalia Pipitone, era impegnata in una telefonata da un apparecchio pubblico. I banditi si fecero consegnare il bottino dal titolare, appena 250 mila lire, poi iniziarono a sparare contro Rosalia, che cadde a terra in una pozza di sangue. E per essere sicuri di avere obbedito al mandato ricevuto, tornarono indietro per esplodere i colpi di grazia. Rosalia morì in ospedale, pochi giorni dopo il delitto, Simone Di Trapani, cugino-amante della donna, si suicidò gettandosi dal balcone di casa sua. Non aveva sopportato, racconteranno i pentiti, il dolore per la morte della sua donna. Quello di Rosalia, vittima della mafia e del suo codice d’onore, è uno degli oltre cinquanta omicidi dimenticati di cui Brusca svela mandanti e moventi, consentendo la riapertura del caso. Alle dichiarazioni dell’ ex boss di San Giuseppe Jato, nei mesi scorsi, si sono aggiunte quelle dell’ ultimo pentito eccellente di Cosa nostra, Nino Giuffre’. Entrambi sono concordi nell’ indicare in Antonino Pipitone il mandante del delitto e nel tradimento il movente dell’ agguato, un piano studiato nei dettagli per non «dare troppo nell’occhio», simulando la rapina. Quello della figlia del boss non è l’ unico delitto deciso da Cosa nostra per «onore». Nel 1984 altre due donne, Giuseppina Lucchese e Luisa Gritti, sorella e cognata del killer Giuseppe Lucchese, pagarono con la vita le loro storie extraconiugali. Anche allora ad ordinare gli omicidi fu un familiare. A sparare a Giuseppina sarebbe stato il fratello che per non farsi riconoscere avrebbe indossato una parrucca bionda. Il presunto amante della donna, Pino Marchese, un cantante di musica napoletana, venne invece trovato morto con i genitali in bocca. Anche questo un macabro rituale mafioso per lanciare un messaggio e allo stesso tempo un monito: le donne di Cosa Nostra non si toccano.
LA SENTENZA (16/07/2004) A QUESTO LINK: ritaatria.it
Antonino Pipitone fu assolto per non aver commesso il fatto.
di Alessio Cordaro e Salvo Palazzolo.
Articolo estratto dal Venerdi di Repubblica del 28 Settembre 2012
LA FIGLIA DELLA MAFIA UCCISA DAL PADRE PER ONORE
Un libro, scritto da un cronista di Repubblica, racconta, 30 anni dopo, la verità nascosta su un doppio delitto camuffatto da incidente. E i giudici riaprono l’inchiesta. di Piero Melati
PALERMO. Ogni città ha il suo baratro. La sua bocca dell’inferno. A Palermo è dalle parti di Fondo Pipitone, nella costa nord, tra l’Acquasanta e l’Arenella, storiche borgate marinare. Esse sorgono ai piedi del Monte Pellegrino che, con il suo Castello Utveggio, domina il capoluogo siciliano. All’Acquasanta c’è il Gran Hotel Villa Igiea, residenza a cinque stelle di mafiosi e Gattopardi. Ninnoli Art Nouveau e manifesti Belle Époque: quelle stanze hanno ospitato, con gelida indifferenza, tanto Edoardo d’Inghilterra o il Kaiser di Prussia Guglielmo quanto le cerimonie di matrimonio del boss Leoluca Bagarella e del narcotrafficanteTommaso Spadaro.
Un inferno che sembra il paradiso. Proprio qui una ragazza di 25 anni, Rosalia Pipitone, per prima si strappò il burqa che Cosa Nostra cuce addosso alle sue figlie. Una ribellione che le costò la vita. Nata da un boss, Lia scappò di casa, si sposò contro il volere del padre, si distaccò dal marito, da cui ebbe un figlio, conobbe un amico del cuore e venne uccisa.
L’ordine lo dette il padre. E se non fu l’ordine, fu assenso silenzioso. Lia aveva violato le regole dell’onore. Per eseguire il delitto senza clamori, fu inscenata una finta rapina. E l’indomani, l’amico del cuore fu gettato da un quarto piano, fingendo un suicidio per amore.
Fu la cronaca di una morte annunciata. Lia, prima di morire, chiese al marito e padre di suo figlio di non abbandonare mai il bambino, come sapesse che cosa l’aspettava. E il suo sposo non tradì mai quel giuramento. A risalire il sentiero di questa tragedia, avvenuta nel 1983, la cui messinscena aveva superato indenne ben tre processi, sono stati il giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo e il figlio di Lia, Alessio Cordaro. “Se muoio, sopravvivimi” è il titolo di una inchiesta scritta a quattro mani, un verso profetico tratto dalla poesia preferita di Lia, di Pablo Neruda. Un’indagine che oggi ha spinto la Procura a riaprire il caso, anche grazie alle nuove rivelazioni di un pentito. Angelo Fontana.
Siamo in una Palermo di altri tempi. Alla fine degli anni Settanta, dentro il baratro di vicolo Pipitone c’è un giardino. Qui si incontravano picciotti che presto saranno famosi. Attorno a Pino Greco, detto Scarpazzedda, si riuniscono Madonia, Lucchese, Cucuzza, Carollo, Prestifilippo. Vivono all’ombra di Antonino Pipitone, il padre di Lia. Lui è cognato di Tommaso Cannella, consiglieri di Bemardo Provenzano e braccio destro dei Galatolo, alta aristocrazia mafiosa. I picciotti di vicolo Pipitone diventeranno lo «squadrone della morte» del clan dei corleonesi, il commando di killer più spietato della storia di Cosa Nostra. Si lorderanno di centinaia di delitti, come mistici votati all’omicidio. Un team allevato da Pino Greco, killer innamorato delle armi (portava smontato in una custodia il raro mitra Thompson col quale uccise il segretario del Pci, Pio La Torre) e un fanatismo da samurai (sgriderà Antonino Madonia per aver sparato per primo, al suo posto, quando massacrarono il generale Dalla Chiesa).
Lia Pipitene, ignara di tutto, nel 1975 frequenta il liceo Artistico. Ama le tonalità infinite dell’azzurro. Lo scoprirà il figlio Alessio, quando aprirà una scatola che conserva i suoi disegni di allora. Dentro ci sono l’anello, la collanina e un orologio ancora sporco di sangue. Lia ascolta Wish you were here dei Pink Floyd, perché in quegli anni, a Palermo, stanno cambiando anche le borgate. Si preparano, come in tutta Italia, le occupazioni nelle scuole e nelle università del ’76’-77. Legge Che Guevara, Levi, Pasolini. Sogna a occhi aperti. Nel frattempo, il clan di suo padre diventa potentissimo. Lo scopre il giudice Falcone quando, nel 1991, arresterà l’unico riciclatore professionista di denaro di mafia finora pizzicato.
Dalle borgate marinare di Palermo l’uomo aveva mosso in poco tempo 18 milioni di dollari. Con tanti soldi puoi corrompere chiunque. E infatti, inchieste e pentiti hanno rivelato che i clan della costa nord disponevano di talpe in questura e negli uffici giudiziari. il cui ruolo è stato decisivo in più di una occasione. Per esempio, è dall’Arenella che il boss Gaetano Scotto fa partire le tante telefonate che, tra il fallito attentato a Falcone dell’89 e le stragi del ’92, arrivano alle misteriose utenze della scuola per manager che ha sede nel Castello Utveggio. Telefonate a numeri che si scoprirà di pertinenza dei servizi segreti. Come poteva sapere tutto questo Lia, quando nel ’77 scappa di casa, sull’onda della nuova contestazione studentesca?
Non poteva nemmeno immaginare che, da quel baratro nei pressi della casa paterna, sarebbero partite le spedizioni del commando che, tra l’82 e l’85, videro cadere La Torre, Dalla Chiesa e il capo della squadra Mobile Ninni Cassarà. Qualcosa, però, comincia a sospettare. Durante la sua fuga, lo zio Tommaso Cannella usa modi spicci per chiedere in giro dove mai sia fuggita Lia.
Lei tira dritto. Si sposa con il fidanzatino conosciuto a scuola (ma non in chiesa, come voleva il padre), viaggia, ammira i tramonti nell’isola di Levanzo. Ma le illusioni del movimento giovanile del ’77 si stanno ormai spegnendo. Senza casa e lavoro, nel settembre del ’78 gli sposini devono far ritorno all’Arenella, a casa Pipitone. Sono anni ruggenti, per la mafia. Le ditte Pipitone e Cannella strappano i lavori per l’abbattimento delle ville storiche della borgata Resuttana. Nei ristoranti del’Acquasanta i Galatolo pasteggiano a champagne con i narcos colombiani e i padrini americani. Il boss Vincenzo si vanta: «Se c’è un mandato di cattura, mi avvertono sempre prima». Fiumi di eroina escono dalle raffinerie e investono la città come uno tsunami. Intanto, la borgata mormora: Lia esce senza il marito, ha un nuovo amico. Il boss interroga la figlia. Lei gli dice che sta per separarsi. Pipitone urla, minaccia, le sputa in faccia.
Via Papa Sergio 61, ore 18 e 30 del 23 settembre ’83, davanti al negozio Farmababy. Entrano due uomini eleganti, parlano in perfetto italiano, sono armati di Smith e Wesson Special calibro 38. Prendono l’incasso ma poi, invece di fuggire, aspettano. Finché entra Lia. Le sparano alle gambe. Scappano. Uno rientra, urla: «Mi ha riconosciuto», e la finisce. Il giorno dopo, in piazza Cascino, due uomini salgono dall’amico di Lia. Gli fanno scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore». Poi lo gettano dal quarto piano. Lia è solo l’85° omicidio dall’inizio dell’anno.
Settembre 2012: il baratro di Fondo Pipitone, tra l’Acquasanta e l’Arenella, è ancora in mano ai clan. Il figlio Alessio dice: «Mia madre voleva essere una donna libera, questo dava fastidio alla mafia».
Rosalia, ufficialmente, non è una vittima dei boss. Quante altre lapidi nascoste ci sono, nel cimitero di Palermo? Da oggi Rosalia le rappresenta tutte.
Articolo del 5 ottobre 2012 da oggi.it
Alessio Cordaro: “Il nonno boss fece uccidere mia madre”. Il racconto choc
LA VITTIMA NUMERO 85 – Un colpo, poi un altro e la venticinquenne Lia divenne la vittima numero 85, quell’anno, a Palermo e provincia. E tutti a portare le condoglianze a suo padre, Antonino Pipitone, uno che apriva cantieri, faceva affari, si prestava per trovare lavoro e, come disse lui al giudice, «faceva la cortesia di mettere pace»: insomma, un boss. Anzi, il boss, all’Arenella.
L’INCIDENTE CHE NON TORNA… – Un incidente? Peccato che di solito i rapinatori puntano alla cassa e non si attardano a guardare in giro, specialmente quando il negoziante se l’è già fatta sotto e ha messo l’incasso, 250 mila lire, sul bancone. E di solito se proprio sparano al malcapitato finito “nel posto sbagliato al momento sbagliato”, non dicono prima ad alta voce «mi ha riconosciuto!», neanche dovessero rendere conto di quello che fanno a un’intera città.
DONNA TROPPO RIBELLE – Quindi? Quindi non è assurdo pensare a quella rapina come a una messinscena. D’altronde, che si doveva fare con quella giovane donna da sempre troppo libera e pure ribelle, che già a diciott’anni era scappata di casa? La pecora nera della famiglia, questa Lia, sposata con un buon uomo ma troppo amica di un altro ragazzo, Simone. Un disonore per il padre, che era arrivato a sputarle in faccia durante una discussione, una minaccia per la credibilità di tutto il clan.
Articolo del 16 Ottobre 2012 da ctzen.it/
Se muoio sopravvivimi, storia di Lia la ribelle
Cercava la libertà, uccisa dal padre-boss
Nella Palermo di inizio anni ’80 Lia Pipitone è una ragazza troppo libera. Soprattutto perché figlia di un boss vicino ai corleonesi. La decisione di lasciare il marito, l’ultima di tante scelte indipendenti, fa infuriare il padre padrone che ordina di ucciderla. E’ questo quanto raccontano alcuni pentiti. La storia di Lia, arricchita di testimonianze e di nuovi elementi che hanno fatto riaprire l’inchiesta dei magistrati, è raccolta nel libro Se muoio sopravvivimi, scritto dal figlio Alessio Cordaro e dal giornalista Salvo Palazzolo. «Uno dei misteri di Palermo che, come tante altre storie dimenticate, meritava di essere raccontato»
Lia Pipitone ha 25 anni nella Palermo insanguinata dei primi anni ’80. Ama le poesie di Pablo Neruda, le passeggiate in via Roma, il corso dello shopping palermitano, e il mare dell’Arenella, dove passa intere giornate con Alessio, il figlio di quattro anni. Un’immagine ritorna spesso nei suoi disegni: quella di due mani che spezzano una catena. Sette anni prima, quando ne aveva appena 18, si era innamorata tra i banchi di scuola e aveva deciso di scappare di casa per sposarsi. Una decisione azzardata e coraggiosa, come tutte quelle della sua vita, perché Lia ha un padre ingombrante. Si chiama Antonino Pipitone e dell’Arenella, il quartiere dove vivono, è il boss benedetto dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.
I padrini, su indicazione del padre, si mobilitano per cercare la giovane coppia. La trovano in un paesino della provincia e Lia è costretta a tornare a Palermo, portandosi dietro la sua voglia di libertà. Che non si ferma neanche quando nel quartiere comincia a girare la voce che lei, la figlia del boss, esce troppo da sola e si frequenta con un altro uomo. Quando una sera a cena comunica al padre padrone che ha deciso di andare a vivere per conto suo senza il marito, Pipitone si alza e le sputa in faccia. È l’estate del 1983.
Il 23 settembre, poco prima delle sei e mezza del pomeriggio, Lia entra in una sanitaria e si dirige verso il telefono a gettoni. Finita la telefonata si ritrova davanti due malviventi col volto coperto che si sono fatti consegnare dal titolare 250mila lire, l’incasso della giornata. Ma anziché andarsene col bottino, aspettano che la giovane si avvicini al bancone. Uno dei due le spara alle gambe. Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi. «Mi ha riconosciuto», urla due volte, prima di sparare altri quattro proiettili che uccidono Lia. La rapina è solo una messinscena, confesseranno alcuni pentiti nel 2003. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, che però verrà assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci fossero abbastanza prove, ma quei pentiti, stabilirono i giudici, raccontavano fatti de relato, per sentito dire.
Già, perché il clamore per quella morte fu tanto nel quartiere. Così come al tempo delle prime dichiarazioni dei testimoni di giustizia, dieci anni fa. Se ne parlò molto, ma per poco tempo. Poi la storia di Lia tornò nel dimenticatoio, tra i misteri di Palermo. A rendere più fitto il mistero si aggiunge quanto successo il giorno dopo dell’omicidio della giovane. Viene trovato morto Simone Di Trapani, il lontano cugino con cui Lia negli ultimi mesi si era confidata. Un rapporto speciale. Per Simone, Lia era la sorella che non aveva mai avuto. Lei diceva spesso che Simone era il marito ideale. Morto dopo un volo dal balcone di casa sua. Un suicidio, si disse. In realtà, un’altra messinscena dei sicari della mafia che prima di spingerlo giù dal quarto piano, lo costrinsero a scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore».
«C’erano sette account su Facebook con il nome Alessio Cordaro. Ma solo in una pagina ho trovato le foto di un ragazzo che si lancia col paracadute, e poi da una gru alta cento metri con una fune attaccata ai piedi. In un’altra foto, Alessio Cordaro sfreccia su una moto Ducati. Oppure, tiene un serpente in mano. E poi ancora è agganciato al portellone di un aeroplanino fra le nuvole, mentre fa delle riprese con una telecamera. Ho subito pensato che fossi tu il figlio di Rosalia Pipitone, un tipo un po’ matto. E guardando quelle foto cominciavo a immaginare la giovane madre di Alessio e la sua voglia di libertà». Questa è la prima email che Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica, ha inviato ad Alessio Cordaro, il figlio di Lia Pipitone. «Avevo sentito parlare di questa storia, ma solo recentemente ho deciso di cercare Alessio», spiega Palazzolo. Da quel primo approccio, entrambi hanno iniziato un viaggio: per il cronista è stata un’inchiesta nella Palermo che assisteva all’ascesa al potere dei corleonesi. Per il figlio è stato un percorso alla ricerca della madre.
«Volevo rispondergli che non ero io la persona che cercava», spiega Alessio. Invece ha impiegato qualche giorno, ma alla fine ha accettato. Da quel sì è nato Se muoio sopravvivimi, un libro, edito da Melampo, scritto a quattro mani che ripercorre la storia della giovane Pipitone e che verrà presentato mercoledì pomeriggio alle 18 alla Feltrinelli di via Etnea a Catania. Il titolo è tratto da una poesia di Neruda, quella preferita da Lia. «Abbiamo raccolto testimonianze di amici e parenti – racconta Palazzolo – da cui emerge il ritratto di una ragazza ribelle». Nel corso della stesura del libro, viene fuori che un pentito dimenticato, Angelo Fontana, nell’ambito di un’altra inchiesta, aveva già fatto il nome dei due sicari, ma all’epoca non era scattata nessuna ulteriore verifica.
Oggi, grazie ai nuovi elementi raccolti nel volume, i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Francesco Del Bene, che già aveva seguito il primo processo, hanno riaperto l’inchiesta. Ma come è possibile che per tanto tempo nessuno ha più parlato di questa storia? «Per Cosa nostra – racconta il giornalista nel libro – il vero lavoro sporco comincia dopo l’omicidio, perché c’è da rimuovere ogni traccia della vittima: ogni parola, ogni pensiero, ogni intuizione. Perché sono le parole, i pensieri, le intuizioni verso la verità che fanno davvero paura ai mafiosi e ai loro complici, spesso insospettabili». «In Sicilia – aggiunge Palazzolo – non ci sono solo magistrati e poliziotti che hanno fatto la lotta alla mafia, ma anche semplici siciliani che hanno combattuto per avere una vita normale e per questo sono morti. Vittime considerate di serie B, famigliari che portano dentro l’amarezza e le storie che devono essere raccontate».
Alessio in questi giorni è inseguito da tanti giornalisti, ma non è ancora riuscito a vincere l’emozione che lo pervade ogni volta che deve raccontare la stessa storia. Quella sua e di sua madre. «In tutti questi anni ho maturato una sorta di rifiuto per tutto quello che riguarda l’aspetto cronistico dei fatti», spiega. Quanto sa di sua madre lo ha ricostruito dai racconti degli amici e dei parenti. «Dicono che ho preso il 90 per cento da lei, soprattutto l’urgenza di affermare la mia libertà». Solo una cosa sembra non combaciare. Alessio non ama il mare. Anzi, lo evita proprio. Il perché lo racconta in queste righe di Se muoio, sopravvivimi:
«Stavamo intere giornate al mare, nella spiaggetta dell’Arenella. In quel tratto di mare mi hai insegnato a nuotare. Andavamo anche sott’acqua, da una parte all’altra, fino al molo delle barche dei pescatori. Io avanti, tu sempre dietro, per tenermi sotto controllo […] Sai, dopo la tua morte non sapevo più nuotare. E anzi, avevo anche una terribile paura dell’acqua. Provarono in tutti i modi. Prima con i braccioli. Poi, la zia tentò un sistema più brusco, lanciandomi dal gommone. Niente, ero terrorizzato dall’acqua. Forse il trauma di averti persa mi portava ad allontanarmi da ciò che più di tutto ci aveva uniti, la tua passione per il mare».
Foto da antimafiaduemila.com
Foto da: palermotoday.it
Articolo del 17 luglio 2018
Uccisa perchè “libera”, due condanne a 30 anni per l’omicidio di Lia Pipitone
Per i boss Vincenzo Galatolo e Antonio Madonia anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione legale. Assassinata nel 1983 – col benestare del padre – perché non avrebbe voluto troncare una relazione extraconiugale
I boss Vincenzo Galatolo e Antonio Madonia sono stati condannati a 30 anni di reclusione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e all’interdizione legale per l’omicidio di Lia Pipitone. Ai due mafiosi è stata imposta la libertà vigilata per 3 anni a pena espiata. Alle parti civili, marito e due figli della vittima assistiti dall’avvocato Nino Caleca, è stata riconosciuta una provvisionale di 20 mila euro ciascuno.
La richiesta del pm Francesco Del Bene era arrivata dopo la riapertura delle indagini inseguito alle dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo che hanno segnato una svolta nel caso. La morte della figlia del boss dell’Arenella, Antonino, avvenuta nel corso di una rapina in farmacia, è stata avvolta dal mistero per oltre 30 un mistero. Lo scorso 23 giugno, durante la prima udienza del processo per l’omicidio della donna, è arrivata la rivelazione choc di Francesco Di Carlo secondo il quale Lia Pipitone sarebbe stata assassinata perché non avrebbe voluto troncare una relazione extraconiugale. La rapina, quindi, sarebbe stata una messa in scena. “Era nata per la libertà ed è morta per la sua libertà”, ha rivelato recentemente il collaboratore di giustizia.
Lia Pipitone venne uccisa nel settembre del 1983 e dopo un primo processo conclusosi con l’assoluzione definitiva di suo padre, ora sono a giudizio i boss Vincenzo Galatolo e Nino Madonia. “Mio fratello ­ – dice Di Carlo ­ – mi ha riferito che il padre di Lia, dinnanzi alla resistenza della figlia a cessare una relazione extraconiugale con un ragazzo, aveva deciso di punirla perché il capomandamento non voleva essere criticato per questa situazione incresciosa. In quel periodo il capomandamento di Resuttana, da cui dipendeva l’Acquasanta, era Ciccio Madonia che però non prendeva decisioni in quanto o malato o detenuto. Invero, il comando era assicurato da Nino Madonia e dopo l’arresto di questi dal fratello Salvatore”.
E aggiunge il pentito: “Secondo la regola di Cosa nostra, Madonia ha convocato Nino Pipitone al quale ha comunicato la decisione di risolvere il problema eliminando la figlia. Circostanza a cui Pipitone non si è sottratto nel rispetto della mentalità di Cosa nostra che condivideva in pieno. Sempre secondo le regole di Cosa nostra ha convocato Galatolo, in quel periodo responsabile della famiglia era Vincenzo, al quale ha affidato l’esecuzione materiale dell’omicidio”. Le parole di Di Carlo ­ che spiega che la rapina sarebbe stata solo una messinscena, visto che Lia Pipitone in quel momento era in una cabina telefonica e che nulla sarebbe stato fatto poi da suo padre, con un ruolo di vertice in Cosa nostra, per vendicare la figlia – confermano quelle di altri collaboratori di giustizia ed anche le tesi della Procura.
“Lia Pipitone uccisa da Cosa nostra. Bastò il sospetto che tradiva il marito”
Le motivazioni della condanna a 30 anni per i mandanti, Madonia e Galatolo. La parte civile: “Sentenza che smaschera i falsi valori di Cosa nostra”.
“Meglio una figlia morta che separata”, ripeteva Antonino Pipitone, autorevole consigliere della famiglia mafiosa dell’Acquasanta. Non sopportava che la figlia Lia frequentasse un lontano cugino, diventato il suo migliore amico; nel quartiere si diceva che i due giovani avessero una relazione extraconiugale. E la conferma sembrò arrivare quando la giovane annunciò di voler lasciare il marito, per andare lontano da Palermo. Un affronto per la subcultura di Cosa nostra.
“L’omicidio era stato progettato all’interno dell’ambiente mafioso e doveva realizzarsi simulando una rapina”, scrive la giudice Maria Cristina Sala nelle motivazioni della sentenza che il 17 luglio scorso ha condannato a 30 anni i boss Vincenzo Galatolo e Nino Madonia. Il reggente della famiglia dell’Acquasanta e il capo del mandamento di Resuttana sono ritenuti i mandanti del delitto. “E il padre autorizzò l’omicidio”, ha raccontato il pentito Rosario Naimo.
“L’omicidio di Lia Pipitone maturò all’interno di Cosa nostra, in ossequio a delle regole ferree imposte dalla cultura mafiosa – si legge nelle 106 pagine della motivazione della sentenza – fu pianificato ed eseguito dalla stessa organizzazione mafiosa, con modalità tali da far apparire la morte della ragazza come l’epilogo tragico di una rapina, allo scopo di occultare le reali ed effettive motivazioni del delitto”. La uccisero il 23 settembre 1983. Lia aveva 24 anni. E voleva solo vivere la sua vita.
“Lia Pipitone fu uccisa per la sua voglia di libertà”, ha detto il pubblico ministero Francesco Del Bene durante la requisitoria. “È ora questa bella sentenza parla al cuore – commenta l’avvocato Nino Caleca, legale del figlio di Lia e del marito, Alessio e Gero Cordaro, che hanno fatto riaprire il caso e si sono costituiti parte civile contro i boss – Una sentenza che smaschera i falsi valori su cui è fondata Cosa nostra. Lia è morta per difendere la libertà di tutte le donne. Questa sentenza andrebbe studiata nelle scuole”.
Scrive ancora la giudice: “La presunta relazione extraconiugale della figlia del mafioso Pipitone, l’offesa all’onore ed al prestigio del padre si era tradotta, inevitabilmente, in una offesa all’onore ed al prestigio dell’intera articolazione mafiosa cui egli apparteneva. Da qui la decisione di uccidere Lia per lavare con il sangue l’affronto che, secondo le regole del codice mafioso, non poteva essere tollerato. Trattavasi, nella cultura mafiosa, di un fatto gravissimo, tra quelli che non potevano restare impuniti e che richiedevo una soluzione estrema”.
23 settembre 198325 anniLiaPalermoRosalia Pipitone

References: SENTENZA 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza