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Timestamp: 2020-08-05 10:30:16+00:00

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Art. 590 codice penale - Lesioni personali colpose - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 590 Codice penale
Se i fatti di cui al secondo comma sono commessi con violazione delle norme [sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle] per la prevenzione degli infortuni sul lavoro la pena per le lesioni gravi è della reclusione da tre mesi a un anno o della multa da euro 500 a euro 2.000 e la pena per le lesioni gravissime è della reclusione da uno a tre anni(1).
Se i fatti di cui al secondo comma sono commessi nell'esercizio abusivo di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato o di un'arte sanitaria, la pena per lesioni gravi è della reclusione da sei mesi a due anni e la pena per lesioni gravissime è della reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni(2).
(1) Comma, prima sostituito dall'art. 2, L. 21 febbraio 2006, n. 102, poi dall'art. 1, D.L. 23 maggio 2008, n. 92 e da ultimo modificato dall'art. 1, L. 23 marzo 2016, n. 41 con decorrenza dal 25 marzo 2016.
(2) Il presente comma è stato inserito dalla legge 11 gennaio 2018, n. 3. "Delega al Governo in materia di sperimentazione clinica di medicinali nonché disposizioni per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della salute". In vigore dal 15/02/2018.
Viene qui tutelato il bene dell'incolumità fisica delle persone minacciato da condotte non dolose.
Spiegazione dell'art. 590 Codice penale
Il bene giuridico oggetto di tutela è l'integrità fisica e mentale della persona colpita.
La norma disciplina al primo comma le lesioni personali lievi e lievissime, qualora la malattia sia giudicata guaribile entro i 40 giorni.
Ai sensi del secondo comma la pena è aumentata in caso di lesioni gravi e (con ulteriore aggravamento di pena) gravissime, così come descritte dall'articolo 583.
Quanto al concetto di malattia, la giurisprudenza tradizionale la identificava con qualsiasi alterazione anatomica o funzionale dell'organismo, anche se localizzata, di lieve entità e non influente sulle condizioni organiche generali.
La giurisprudenza moderna, invece, al fine di restringere una nozione così estesa di malattia, la identifica invece come una perturbazione funzionale, qualificandola come un processo patologico, acuto o cronico, localizzato o diffuso, che implichi una sensibili menomazione funzionale dell'organismo.
Dal punto di vista soggettivo, non è richiesta la volontà di causare u particolare tipo di lesione, essendo sufficiente la volontà e consapevolezza di cagionare una violenta manomissione dell'altrui persona.
In seguito alle modifiche legislative che hanno disciplinato altrove le condotte colpose di omicidio stradale (art. 589 bis), la disciplina residua prevede l'applicazione di circostanze aggravanti specifiche nel caso in cui il fatto sia commesso con la violazione delle norme antinfortunistiche sul lavoro o nell'esercizio abusivo della professione sanitaria.
Il delitto di lesioni personali colpose punisce chi, tenendo una condotta negligente, imprudente o inesperta, oppure contraria a leggi, regolamenti, ordini o discipline, causi involontariamente, in un'altra persona, una malattia nel corpo o nella mente.
Parimenti a quanto disposto per le lesioni personali dolose, dagli articoli 582 e 583 c.p., anche le lesioni colpose si distinguono, in base al loro livello di gravità, in lievissime, lievi, gravi e gravissime. Ai sensi del comma 1, letto in combinato disposto con l'art. 582 c.p., si ha una lesione lieve o lievissima qualora la malattia sorta in capo al soggetto passivo abbia una durata non superiore ai quaranta giorni.
Il combinato disposto del comma 2 della norma in esame e dell'art. 583 c.p., punisce, invece, la lesione grave o gravissima, la cui sussistenza costituisce, anche nel caso delle lesioni colpose, una circostanza aggravante speciale.
Si ha una lesione grave, qualora dalla condotta criminosa derivi, involontariamente, in capo al soggetto offeso, una malattia che ne metta in pericolo la vita oppure una malattia o un'incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per più di quaranta giorni, o, ancora, se ne derivi l’indebolimento permanente di un senso o di un organo.
Per avere un "pericolo di vita" non basta l'insorgenza di una malattia che per sua natura presenti l'astratta probabilità di comportare un esito letale, essendo necessario, invece, che si tratti di una malattia tale da mettere effettivamente in pericolo di vita, ossia che in un determinato momento del processo patologico si sia verificato un reale pericolo di morte, desumibile dal quadro clinico della persona offesa. È, dunque, necessario che si realizzi una situazione patologica di una gravità tale da rendere probabile ed imminente il decesso del soggetto passivo, sulla base della miglior scienza ed esperienza medica.
Con l'espressione "incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni" si intende, invece, fare riferimento all'incapacità, anche soltanto parziale o relativa, per la persona offesa, di svolgere le attività per essa consuete, purché non siano contrarie all'ordinamento giuridico. Tale incapacità non coincide, quindi, con quella lavorativa, poiché, altrimenti, una siffatta qualificazione escluderebbe dall'ambito di applicazione della norma gli anziani, i bambini e i ragazzi. L'incapacità si considera, in ogni caso, conclusa, nel momento in cui la persona offesa torni ad essere in grado di riprendere completamente le sue ordinarie occupazioni.
Si ha un "indebolimento permanente di un senso o di un organo" nel caso in cui si verifichi una notevole diminuzione della capacità funzionale del senso o dell'organo, la quale perduri anche successivamente alla cessazione dello stato di malattia causato dalla lesione. L'indebolimento, inoltre, sussiste anche qualora possa essere rimosso attraverso un intervento chirurgico o una protesi, in quanto la permanenza va riferita alla normale funzione dell'organo. In particolare, "senso" è il complesso di elementi e tessuti anatomici che permettono ad un individuo di percepire il mondo esterno; "organo" è, invece, l'insieme delle parti del corpo che servono ad una determinata funzione, come ad esempio, la masticazione o la digestione. Qualora l'organo interessato dalla lesione sia composto da più parti distinte, come, ad esempio, i denti, si può parlare di indebolimento quando venga a mancare un numero di parti tale da far risultare indebolita la sua funzione.
Si è, invece, di fronte ad una lesione gravissima qualora, come conseguenza non voluta della condotta colposa del soggetto agente, si verifichi, alternativamente, una malattia certamente o probabilmente insanabile, la perdita di un senso, oppure la perdita di un arto o una mutilazione che renda un arto inservibile, la perdita dell'uso di un organo o della capacità di procreare, o, ancora, una permanente e grave difficoltà nel parlare.
Si ha una malattia "certamente insanabile" quando il processo patologico in atto diventa cronico, essendo le possibilità di guarigione nulle o, comunque, inferiori a quelle di non guarigione. Essa, peraltro, rappresentando un processo patologico in atto, è diversa dall'indebolimento permanente di un senso o di un organo, in quanto quest'ultimo caso si è di fronte ad un postumo di una malattia clinicamente guarita.
La "perdita di un senso" si ha quando la persona offesa perde completamente un senso, come, ad esempio, la vista.
Con "perdita di un arto" si intende sia la perdita anatomica totale di un arto, ossia la sua amputazione, sia la sua perdita parziale, per distacco o recisione, che privi la persona offesa dell'uso dell'arto stesso.
"Perdita dell'uso di un organo" indica la totale e permanente soppressione della funzione di un organo del corpo della persona offesa. A tal fine, dunque, non è sufficiente la mera perdita di una parte del corpo, essendo necessario che venga meno anche la funzione a cui essa collabori.
Con "permanente e grave difficoltà nella favella", il legislatore ha inteso far riferimento all'alterazione della chiarezza e della correttezza nel parlare, rispetto allo stato anteriore alla condotta criminosa. Tale difficoltà si considera permanente nel caso in cui sia destinata a protrarsi per tutta la vita della persona offesa o, comunque, per lungo tempo. La stessa è, poi, grave, qualora il preesistente grado di chiarezza e correttezza della parlata risulti essere compromesso in modo tale da rendere difficile, alla persona offesa, esprimere il proprio pensiero attraverso la parola.
Si ha, infine, una "perdita della capacità di procreare" qualora la persona offesa, pur mantenendo la capacità di intrattenere rapporti sessuali, venga privata della capacità di generare, sia che si tratti della perdita di una capacità procreativa già acquisita, sia che ne venga impedita l'acquisizione avendo luogo, la condotta criminosa, ai danni di una persona che si trovi nella fase infantile o preadolescenziale.
La condotta tipica consiste nel comportamento del soggetto che contravvenga alle doverose cautele agendo con negligenza, imprudenza o imperizia, oppure violando leggi, regolamenti, ordini o discipline.
In particolare, si ha "negligenza" qualora l'agente compia una certa attività senza prestare la dovuta attenzione. Si parla, invece, di "imprudenza" nel caso in cui il soggetto attivo tenga una condotta contraria ai generali doveri di prudenza ed accortezza. Si può, infine, parlare di "imperizia" qualora un soggetto tenga una condotta che presupponga la conoscenza di determinate regole tecniche le quali, però, non vengano da lui rispettate, per sua incapacità oppure per sua inettitudine tecnica o professionale.
Oggetto materiale del reato è la persona vivente su cui ricada la condotta criminosa, provocandone un'offesa non voluta all'integrità del corpo o della mente. Si deve, peraltro, trattare di una persona diversa dall'agente, in quanto l'autolesione non è penalmente perseguibile.
Il delitto in esame si considera configurabile anche prima della nascita, cioè nei confronti del concepito che abbia subito delle lesioni in seguito, ad esempio, a maldestri interventi di amniocentesi o di villocentesi, a condizione, però, che la lesione sia poi riscontrabile nel soggetto nato.
Ai sensi del comma 5, qualora le persone lese siano più di una si applica la disciplina del concorso formale di reati, ex art. 81 c.p., anche se la pena non può, comunque, superare i cinque anni di reclusione.
Il reato si considera consumato nel momento in cui si verifichi una malattia nel corpo o nella mente del soggetto passivo, quale conseguenza non voluta della condotta dell'agente.
Per gli effetti del diritto penale, "malattia" è l'alterazione organica o il disturbo funzionale che richieda cure, cautele o precauzioni per guarire o per evitare un eventuale pericolo. Non rappresenta, quindi, una malattia, ad esempio, un'ecchimosi che appaia soltanto sulla cute senza richiedere cure, riguardi o cautele, mentre si considera malattia un'escoriazione o un'abrasione. La malattia, inoltre, può essere sia nel corpo che nella mente. Si ha una malattia nel corpo quando c'è un'alterazione anatomica o funzionale dell'organismo, limitata o estesa alle sue condizioni generali, tale da richiedere cure, cautele o precauzioni. Rappresenta, invece, una malattia nella mente, sia l'alterazione psichica che tolga o scemi grandemente la capacità di intendere o di volere della vittima, sia quella che menomi, anche solo parzialmente, l'attività dell'intelligenza, della volontà o della memoria, così da richiedere cure, cautele o precauzioni.
Trattandosi di un delitto colposo, non è configurabile il tentativo.
Ai sensi, rispettivamente, dei commi 3 e 4, la fattispecie in esame è aggravata qualora sia commessa attraverso la violazione di norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, oppure nell'esercizio abusivo di una professione per la quale sia richiesta una speciale abilitazione dello Stato o di un'arte sanitaria.
In generale, come previsto dall'ultimo comma, il reato di lesioni colpose è punibile soltanto a querela della persona offesa, fatta eccezione per i casi previsti nel primo e secondo capoverso della disposizione, limitatamente, in quest'ultimo caso, ai fatti commessi attraverso la violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene sul lavoro, o, ancora, a quelli che abbiano causato una malattia professionale.
Massime relative all'art. 590 Codice penale
Cass. pen. n. 45853/2017
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 45853 del 5 ottobre 2017)
Cass. pen. n. 24697/2016
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 24697 del 14 giugno 2016)
Cass. pen. n. 3148/2015
Nel reato di lesioni personali colpose causate da un infortunio sul lavoro, la prescrizione inizia a decorrere dal momento dell'evento, non assumendo alcun rilievo la data di definitiva stabilizzazione dei postumi dell'incidente
(Cassazione penale, Sez. Feriale, sentenza n. 3148 del 22 gennaio 2015)
Cass. pen. n. 4968/2014
In tema di individuazione delle responsabilità penali all'interno delle strutture complesse, la delega di funzioni esclude la riferibilità di eventi lesivi ai deleganti solo se tali eventi siano il frutto di occasionali disfunzioni mentre, nel caso in cui siano determinati da difetti strutturali aziendali ovvero del processo produttivo, permane la responsabilità dei vertici aziendali. (In applicazione del principio la Corte ha riconosciuto la responsabilità del legale rappresentante della società, pur in presenza di una delega in materia di prevenzione sugli infortuni e sull'igiene del lavoro conferita ad altro componente del consiglio di amministrazione, in quanto le lesioni occorse al lavoratore erano dipese dalla violazione delle disposizioni antinfortunistiche afferenti un aspetto strutturale e permanente del processo produttivo, mai sottoposto ad adeguata considerazione e neanche considerato nel documento di valutazione dei rischi).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 4968 del 31 gennaio 2014)
Cass. pen. n. 2343/2014
In tema di prevenzione nei luoghi di lavoro, le norme antinfortunistiche sono dettate a tutela non soltanto dei lavoratori nell'esercizio della loro attività, ma anche dei terzi che si trovino nell'ambiente di lavoro, indipendentemente dall'esistenza di un rapporto di dipendenza con il titolare dell'impresa, di talché ove in tali luoghi si verifichino a danno del terzo i reati di lesioni o di omicidio colposi, è configurabile l'ipotesi del fatto commesso con violazione delle norme dirette a prevenire gli infortuni sul lavoro, di cui agli artt. 589, comma secondo, e 590, comma terzo, cod. pen., con conseguente perseguibilità d'ufficio delle lesioni gravi e gravissime, ex art. 590. u.c., cod. pen., purché sussista tra siffatta violazione e l'evento dannoso un legame causale e la norma violata miri a prevenire l'incidente verificatosi. (Fattispecie in cui è stata affermata la colpevolezza sia del legale rappresentante della società gerente il "kartodromo" sia del responsabile della pista per il decesso di una cliente, alla quale era stato consentito di accedere al "kart" nonostante indossasse una sciarpa che le cingeva il collo, la quale, impigliandosi nei meccanismi del circuito, ne aveva provocato la morte per soffocamento).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 2343 del 20 gennaio 2014)
Cass. pen. n. 9459/2013
In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, costituisce "posto di lavoro" anche lo spazio limitrofo ad un autocarro, che deve essere protetto al fine di evitare cadute pericolose di materiali in grado di arrecare lesioni al personale addetto alla movimentazione del carico. (Fattispecie nella quale è stata ritenuta la responsabilità del datore di lavoro, che aveva consentito di caricare su un autocarro, oltre il limite di sicurezza delle sponde, materiali che, fuoriuscendo travolgevano un dipendente).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 9459 del 27 febbraio 2013)
Cass. pen. n. 4541/2013
In tema di colpa professionale medica, chirurgia maxillo-facciale, non connotata dall'urgenza ma finalizzata a migliorare l'aspetto fisico del paziente in funzione della sua vita di relazione oltre che a regolarne la postura dentale, il consenso informato del paziente esclude la colpa del sanitario solo se esso non si limiti alla semplice enumerazione dei possibili rischi ed alla prospettazione delle possibili scelte, ma investa non soltanto la mera riuscita dell'intervento ma anche il giudizio globale su come la persona risulterà all'esito di quest'ultimo. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto carente la motivazione assolutoria adottata dalla Corte d'Appello relativamente alla condotta di un chirurgo che, benché avesse concordato l'operazione di osteotomia mandibolare con altri specialisti su una paziente per eliminare l'eccessiva sporgenza degli incisivi superiori da cui la predetta era affetta, anziché sconsigliare l'intervento alla luce degli enormi rischi che esso comportava, vi procedeva ugualmente, provocando alla donna tumefazioni e gonfiori permanenti al viso, difficoltà respiratorie e perdita di sensibilità al labbro, così costringendola ad un ulteriore intervento riparatore a distanza di quattro anni).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 4541 del 29 gennaio 2013)
Cass. pen. n. 2474/2010
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 2474 del 20 gennaio 2010)
Cass. pen. n. 39971/2009
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 39971 del 13 ottobre 2009)
Cass. pen. n. 41029/2008
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 41029 del 3 novembre 2008)
Cass. pen. n. 37077/2008
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 37077 del 30 settembre 2008)
Cass. pen. n. 35326/2008
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 35326 del 15 settembre 2008)
Cass. pen. n. 33384/2008
In tema di lesioni colpose, la scelta degli interventi terapeutici, purchè tecnicamente validi, è rimessa alla discrezionalità del medico, cosicché la colpa di quest'ultimo, nell'ipotesi d'alternativa terapeutica, non può essere valutata con riguardo alla necessità della certezza del risultato, bensì in relazione all'osservanza delle regole di condotta proprie della professione che sono finalizzate alla prevenzione del rischio collegato all'opzione terapeutica eletta.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 33384 del 12 agosto 2008)
Cass. pen. n. 32423/2008
In tema di lesioni colpose provocate dalla somministrazione di farmaci, ai fini della sussistenza del consenso informato non basta comunicare al paziente il nome del prodotto che gli sarà somministrato accompagnato da generiche informazioni, occorrendo indicare gli eventuali effetti negativi della somministrazione, in modo da consentire una congrua valutazione del rapporto costi-benefici del trattamento, che tenga conto anche delle possibili conseguenze negative.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 32423 del 1 agosto 2008)
Cass. pen. n. 12348/2008
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 12348 del 20 marzo 2008)
Cass. pen. n. 7730/2008
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 7730 del 20 febbraio 2008)
Cass. pen. n. 6280/2008
Il datore di lavoro ha l'obbligo di garantire la sicurezza dell'ambiente di lavoro e dunque anche quello di accertarsi che i macchinari messi a disposizione dei lavoratori siano sicuri ed idonei all'uso, rispondendo in caso di omessa verifica dei danni subiti da questi ultimi per il loro cattivo funzionamento e ciò a prescindere dalla eventuale configurabilità di autonome concorrenti responsabilità nei confronti del fabbricante o del fornitore dei macchinari stessi.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 6280 del 8 febbraio 2008)
Cass. pen. n. 41307/2007
In tema di infortuni sul lavoro, l'art. 48 D.L.vo n. 626 del 1994 che detta gli obblighi del datore di lavoro ai fini della prevenzione antinfortunistica in caso di movimentazione manuale di carichi, non si limita ad indicare generiche norme di prudenza ma configura una regola cautelare specifica, idonea a far ritenere sussistente l'aggravante prevista dall'art. 590 comma terzo c.p. e, pertanto, la procedibilità di ufficio ai sensi dell'ultimo comma dell'articolo citato.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 41307 del 9 novembre 2007)
Cass. pen. n. 39623/2007
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 39623 del 26 ottobre 2007)
Cass. pen. n. 37642/2007
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 37642 del 12 ottobre 2007)
Cass. pen. n. 21593/2007
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 21593 del 1 giugno 2007)
Cass. pen. n. 41939/2006
In tema di lesioni colpose, il nesso causale tra ambiente di lavoro insalubre ed affezioni morbose contratte dal lavoratore sussiste non solo quando emerge con certezza che l'adozione delle norme precauzionali avrebbe scongiurato il prodursi dell'evento dannoso, ma anche nei casi in cui, pur non potendosi escludere in assoluto la possibilità di un diverso meccanismo causale, non risultino dotate di ragionevole concretezza ipotesi alternative dell'insorgere dei processi morbosi per cause, ovvero concause, del tutto indipendenti dall'accertata insalubrità dell'ambiente.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 41939 del 21 dicembre 2006)
Cass. pen. n. 2382/2006
In tema di normativa antinfortunistica, sussiste la responsabilità del datore di lavoro il quale introduce nell'azienda e mette a disposizione del lavoratore una macchina, che per vizi di costruzione possa essere fonte di danno per la persone, senza avere appositamente accertato che il costruttore, e l'eventuale diverso venditore, abbiano sottoposto la stessa macchina a tutti i controlli rilevanti per accertarne la resistenza e l'idoneità all'uso, non valendo ad escludere tale responsabilità la mera dichiarazione, resa dal datore di lavoro medesimo, di avere fatto affidamento sull'osservanza da parte del costruttore delle regole della migliore tecnica.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 2382 del 20 gennaio 2006)
Cass. pen. n. 6360/2005
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 6360 del 18 febbraio 2005)
Cass. pen. n. 3448/2005
Integra il reato di lesioni colpose la condotta del chirurgo estetico che, successivamente all'intervento di mastoplastica additiva, abbia omesso di sottoporre la paziente ad adeguati controlli nel periodo post-operatorio, sottovalutando gli inconvenienti dalla stessa lamentati, intervenendo in modo intempestivo e con pratiche mediche non corrette (cosiddetto «squeezing»), nonostante l'evidente processo infiammatorio delle mammelle.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 3448 del 2 febbraio 2005)
Cass. pen. n. 3444/2005
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 3444 del 2 febbraio 2005)
Cass. pen. n. 3433/2005
Le disposizioni in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro si applicano anche ai prestatori d'opera. Ne consegue che risponde del reato di lesioni colpose commesso con violazione delle norme antiinfortunistiche l'operatore del «muletto» di carico che abbia usato un mezzo non appropriato al volume, alla forma e al peso del carico medesimo.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 3433 del 2 febbraio 2005)
Cass. pen. n. 40183/2004
In tema di colpa medica, nel caso di prestazioni di natura specialistica effettuate da chi sia in possesso di diploma di specializzazione, devono essere considerate ai fini della valutazione della condotta le condizioni generali e fondamentali proprie di un medico specialista nel relativo campo, per cui va richiesto con maggior rigore l'uso della massima prudenza e diligenza.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 40183 del 13 ottobre 2004)
Cass. pen. n. 37666/2004
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 37666 del 23 settembre 2004)
Cass. pen. n. 36760/2004
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 36760 del 17 settembre 2004)
Cass. pen. n. 27861/2004
In tema di lesioni colpose, incombe al gestore di impianti sciistici l'obbligo di porre in essere ogni cautela per prevenire i pericoli anche esterni alla pista ai quali lo sciatore può andare incontro in caso di uscita dalla pista medesima, là dove la situazione dei luoghi renda probabile per conformazione naturale del percorso siffatta evenienza accidentale. (Nella fattispecie, la pista, battuta fino all'orlo, rendeva probabile, in mancanza di reti di protezione, lo scivolamento per il declivio al lato in caso di perdita di controllo da parte dello sciatore).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 27861 del 21 giugno 2004)
Cass. pen. n. 18609/2004
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 18609 del 22 aprile 2004)
Cass. pen. n. 35773/2001
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 35773 del 3 ottobre 2001)
Cass. pen. n. 9667/2000
Nell'ambito della legislazione antinfortunistica al presidente o commissario straordinario di una Asl o di un ente ospedaliero spetta il controllo su tutta l'organizzazione amministrativa e gestionale dell'ente cui egli è preposto; il che comporta anche l'obbligo di prendere conoscenza, specie quando ne sia stata segnalata l'esistenza, di atti, relazioni, suggerimenti e denunce risalenti anche a prima del suo insediamento. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto corretta l'affermazione di penale responsabilità dell'imputato, commissario straordinario e legale rappresentante di un ente ospedaliero, in ordine al reato di lesioni colpose in danno di una dipendente infortunatasi nel far uso di una macchina lavatrice priva dei prescritti dispositivi di sicurezza rilevando, sulla scorta di quanto accertato dal giudice di merito, che allo stesso imputato era stato più volte segnalato lo stato di usura di impianti e macchinari in dotazione all'Ente, ivi compresi quelli del reparto lavanderia).
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 9667 del 14 settembre 2000)
Cass. pen. n. 8585/2000
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 8585 del 28 luglio 2000)
In tema di lesioni colpose da infortunio sul lavoro, ai fini dell'identificazione della persona responsabile, nell'ambito di un'impresa di grandi dimensioni, in cui la ripartizione delle funzioni è imposta dall'organizzazione aziendale, occorre accertare l'effettiva situazione di responsabilità all'interno delle posizioni di vertice per individuare i soggetti cui i compiti di prevenzione sono concretamente affidati con la predisposizione e l'attribuzione dei correlativi e necessari poteri per adempierli. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto che, sull'assenza di alcuni requisiti formali della delega al responsabile per la sicurezza, quali la sottoscrizione del delegante, la data certa ed il riferimento alla delibera autorizzativa del consiglio di amministrazione, doveva prevalere la realtà effettiva, risultando dalle decisioni di merito che al delegato — il quale era capo di uno dei quattro stabilimenti della società ed in tale posizione operava con sufficiente indipendenza per la gestione produttiva e la capacità di spesa — erano stati conferiti articolati poteri attinenti alla sicurezza).
Cass. pen. n. 2286/2000
Nel caso di attività sportiva esplicantesi in esibizione-allenamento di arti marziali, i contendenti debbono usare particolare prudenza e diligenza per non travalicare i limiti connessi a siffatte modalità di pratica sportiva, caratterizzata da una minore carica agonistica, da un maggiore controllo delle manifestazioni di violenza agonistica e della velocità dei colpi, con specifico riferimento alla capacità ed esperienza dell'avversario ed ai mezzi di protezione in concreto utilizzati.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 2286 del 25 febbraio 2000)
Cass. pen. n. 1738/1997
Le regole di prudenza e le norme di prevenzione vincolano permanentemente i destinatari in ogni fase del lavoro, senza che sia possibile configurare vuoti normativi o di responsabilità in relazione a particolari operazioni da compiere in situazioni o siti pericolosi ovvero quando presso tali luoghi le opere siano terminate o da terminare o momentaneamente sospese per dare corso ad altre fasi del processo produttivo. Le misure di sicurezza, infatti, devono essere predisposte e mantenute, sia pure con diverse modalità, confacenti alla natura del lavoro da svolgere e alla fase produttiva, prima e durante ciascuna fase del processo lavorativo ed anche al termine di essa, ove siano residuate situazioni di pericolo per i lavoratori passati ad altre incombenze ma, comunque, sottoposti al rischio derivante dallo stato di fatto residuato dalla fase pregressa. (Nella fattispecie, in un cantiere, ove si svolgevano opere edilizie era stata lasciata un'apertura a bocca di lupo senza adeguata protezione e con i ferri di armatura sporgenti dal getto di cemento nella quale era caduto un manovale con la conseguenza che uno dei detti ferri gli era penetrato nel capo, cagionando lesioni. È stato riconosciuto l'obbligo dei datori di lavoro, dei dirigenti e dei preposti di ovviare a siffatti pericoli mediante le opportune cautele indipendentemente dal verificarsi dell'incidente mentre nello stesso cantiere erano in corso opere diverse).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 1738 del 25 febbraio 1997)
Cass. pen. n. 191/1997
In materia di infortunio sul lavoro, la circostanza del contemporaneo affidamento al direttore dei lavori in esecuzione in un cantiere di altro cantiere non costituisce valida giustificazione dell'abbandono di uno di essi che, comunque, resta affidato alle sue cure, potendosi alternare opportunamente nei due cantieri ed, in ogni caso, dovendo rappresentare a chi di ragione la necessità di essere messo in condizione di curare entrambi i cantieri o, qualora ciò sia impossibile, rifiutandosi di abbandonare uno di essi per non venire meno ai suoi fondamentali doveri di direzione, sorveglianza e cura degli aspetti sia tecnici che di prevenzione degli infortuni, con precise direttive circa lo svolgimento delle opere e la sicurezza dei lavoratori.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 191 del 15 gennaio 1997)
Cass. pen. n. 6496/1996
L'art. 182 del D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, impone la predisposizione del servizio di segnalazione da terra del movimento della gru, qualora per particolari condizioni di impianto o di ambiente non sia possibile controllare dal posto di manovra tutta la zona di azione del mezzo, in ogni caso di pericolo derivante dallo spostamento della gru stessa e non del solo carico di questa.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 6496 del 26 giugno 1996)
Cass. pen. n. 5114/1996
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 5114 del 21 maggio 1996)
Cass. pen. n. 4968/1996
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 4968 del 16 maggio 1996)
Cass. pen. n. 3483/1996
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 3483 del 5 aprile 1996)
Cass. pen. n. 2840/1995
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 2840 del 28 dicembre 1995)
Cass. pen. n. 12297/1995
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 12297 del 12 dicembre 1995)
Cass. pen. n. 10733/1995
Se anche le norme dettate in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro perseguono il fine di tutelare il lavoratore persino in ordine ad incidenti derivanti da sua negligenza, imprudenza ed imperizia, una tale condotta dell'infortunato non assurge a causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l'evento quando sia comunque riconducibile all'area di rischio inerente all'attività svolta dal lavoratore e all'omissione di doverose misure antinfortunistiche da parte del datore di lavoro. Quest'ultimo è però esonerato da responsabilità quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell'eccezionalità, dell'abnormità, dell'esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive organizzative ricevute. (Nella fattispecie, la Corte di cassazione ha annullato con rinvio una sentenza di condanna per il reato di cui all'art. 590 c.p., aggravato dalla violazione dell'art. 68, D.P.R. n. 547 del 1955, sul rilievo che la corte d'appello non aveva considerato, al fine di valutarne l'incidenza causale, l'iniziativa del lavoratore di introdurre la mano in una zona pericolosa della macchina cui era addetto, ben consapevole che questa era in movimento, per rimuovere manualmente residui di lavorazione dal suo interno, nonostante la presenza di strumento aspiratore, e non aveva verificato se l'intervento del lavoratore fosse stato richiesto da particolari esigenze tecniche).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 10733 del 31 ottobre 1995)
Cass. pen. n. 1196/1995
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 1196 del 7 febbraio 1995)
Cass. pen. n. 8588/1994
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 8588 del 29 luglio 1994)
Cass. pen. n. 7024/1994
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 7024 del 15 giugno 1994)
Cass. pen. n. 5020/1994
L'art. 383, D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, è norma con la quale il legislatore ha avuto genericamente di mira la protezione delle mani dei lavoratori da qualunque pericolo di lesioni non meramente superficiali tra le quali va ricompreso lo schiacciamento.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 5020 del 2 maggio 1994)
Cass. pen. n. 8875/1993
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 8875 del 28 settembre 1993)
Cass. pen. n. 6722/1993
Ai fini dell'osservanza del disposto dell'art. 115 D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, che impone in modo assoluto l'installazione di dispositivi idonei a bloccare l'organo mobile quando gli arti del lavoratore si trovino nella zona della battuta, non è sufficiente che si adotti il sistema a doppio pulsante ma è indispensabile che il meccanismo di cautela venga mantenuto in perfetta efficienza, anche con riferimento a tutte le connesse apparecchiature che devono intervenire per arrestare immediatamente il punzone ed impedire che possa continuare la corsa per insufficiente funzionamento del freno o per intervento di altre cause. (Nella fattispecie era stata mantenuta in esercizio una pressa il cui punzone non si arrestava immediatamente al rilascio di uno dei due pulsanti di comando ma continuava con lentezza la corsa, rendendo possibile il contatto con l'organo mobile delle mani dell'operatore).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 6722 del 7 luglio 1993)
Cass. pen. n. 2054/1993
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 2054 del 3 marzo 1993)
Cass. pen. n. 11213/1992
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 11213 del 21 novembre 1992)
Cass. pen. n. 9627/1992
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 9627 del 8 ottobre 1992)
Cass. pen. n. 11704/1991
In tema di cause estintive del reato di lesioni personali colpose gravi, la violazione dell'art. 4, lett. c), D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547 ed ogni violazione comunque riconducibile all'obbligo generico posto dall'art. 2087 c.c. integra una fattispecie violatrice di norma specifica o, comunque, di una norma da ricomprendere tra quelle proprie concernenti la prevenzione degli infortuni sul lavoro. Ne consegue che, ai sensi dell'art. 2, primo comma, lett. a), D.P.R. 16 dicembre 1986, n. 865, al reato previsto dall'art. 590, secondo e terzo comma, c.p., commesso con violazione delle norme sopra citate, non è applicabile l'amnistia.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 11704 del 19 novembre 1991)
Cass. pen. n. 14199/1990
Il delitto di lesioni colpose, per effetto dell'art. 92 della L. 4 novembre 1981, n. 689, è punibile a querela della persona offesa, salvo nei casi previsti nel primo e secondo cpv., limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale. Di conseguenza, in mancanza di querela, non può essere iniziata l'azione penale per lesioni colpose conseguenti ad incidente stradale, neppure nel caso in cui si proceda d'ufficio per il delitto di omicidio colposo, in danno di altra parte offesa, seguito allo stesso incidente.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 14199 del 26 ottobre 1990)
Cass. pen. n. 12643/1990
Qualora il socio di una società di persone subisca lesioni a seguito di un infortunio verificatosi, a seguito della violazione di norme antiinfortunistiche, mentre lavora per conto della società stessa gli altri soci rispondono per le lesioni da lui patite.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 12643 del 21 settembre 1990)
Cass. pen. n. 3226/1990
Per la configurazione dell'aggravante di cui al terzo comma dell'art. 590 c.p., non occorre che sia integrata la violazione di norme specifiche dettate per prevenire infortuni sul lavoro, essendo sufficiente che l'evento dannoso si sia verificato a causa della omessa adozione di quelle misure ed accorgimenti imposti all'imprenditore dall'art. 2087 c.c. ai fini della più efficace tutela della integrità fisica del lavoratore.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 3226 del 6 marzo 1990)
Cass. pen. n. 9981/1987
L'ultimo comma dell'art. 590 c.p., novellato dall'art. 92 L. 24 novembre 1981, n. 689, ai fini della perseguibilità d'ufficio, annovera le lesioni commesse con violazione delle norme antinfortunistiche, delle norme relative all'igiene sul lavoro o determinanti malattie professionali; il terzo comma dell'articolo contempla come aggravante solo la violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. Dal rapporto tra tali commi si deduce che non è consentito.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 9981 del 22 settembre 1987)
Cass. pen. n. 7475/1986
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 7475 del 12 luglio 1986)
Cass. pen. n. 10229/1984
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 10229 del 17 novembre 1984)
Cass. pen. n. 10210/1984
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 10210 del 17 novembre 1984)
Cass. pen. n. 9526/1984
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 9526 del 30 ottobre 1984)
Cass. pen. n. 1220/1983
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 1220 del 13 gennaio 1983)
Cass. pen. n. 1365/1980
Il terzo comma dell'art. 590 c.p. non prevede una autonoma ipotesi di reato, ma disciplina soltanto un caso di concorso di reati attenuando sul piano sanzionatorio le conseguenze del cosiddetto concorso ideale omogeneo. Pertanto, realizzandosi la fattispecie prevista dal citato art. 590 (lesione di più persone) l'applicabilità del beneficio dell'amnistia va esaminata in rapporto a ciascuna azione delittuosa, considerata separatamente dalle altre.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1365 del 1 febbraio 1980)
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relative all'articolo 590 Codice penale
Norma di riferimento: Articolo 590 Codice penale - Lesioni personali colpose | Quesito Q201617254
venerdì 04/11/2016 - Emilia-Romagna
“Sono stato citato a giudizio, per incidente stradale, per lesioni colpose art.590, commi 1,2,3 in relazione all'art.583 cp per lesioni giudicate guaribili in un tempo superiore a 40 giorni, con danno biologico di 16 punti ( notevole?) e costituzione di parte civile della parte lesa , nonchè per violazione del codice della strada ( art.154,comma 1 lett.b ). Nell'atto di citazione, come nella querela, è indicato un numero di targa errato. Si può contestare?
Cosa si rischia nel processo penale?
Si rischia l'arresto?”
La contestazione di una circostanza di fatto errata è certamente possibile, anzi doverosa, specialmente nell’ipotesi in cui possa essere finalizzata all’esclusione della colpevolezza oppure ad una qualificazione diversa del fatto di reato tale da determinare una modifica in meglio e/o una riduzione della pena.
Dal quesito non risulta molto chiaro, per la verità, che rilevanza tale errore possa avere: è evidente e scontato, infatti, che – qualora la targa errata citata in atti abbia determinato la denuncia nei confronti di un soggetto (colui che pone il quesito e che si trova sotto processo) del tutto diverso dal reale colpevole – egli dovrà essere assolto. In altre parole, se l’errore sulla targa ha causato un errore di persona, la rilevazione dell’errore e la prova della circostanza non potrà che condurre all’assoluzione dell’attuale imputato.
Pare, tuttavia, a chi scrive che in realtà l’errore di targa sia stato irrilevante nel caso di specie e che il reale colpevole sia stato correttamente individuato: se così non fosse, in effetti, in fase di indagini, un errore di persona avrebbe dovuto essere facilmente individuato ed avrebbe dovuto condurre all’archiviazione delle indagini nei confronti dell’attuale imputato.
Ciò detto, se chi si trova in questo momento sotto processo è stato coinvolto realmente nell’incidente, per quanto riguarda i rischi della specifica azione penale, vi sono possibili conseguenze sia di natura privativa della libertà personale che di natura patrimoniale.
Trattasi della fattispecie aggravata del reato di lesioni, dal momento che da queste ultime è derivata – così di specifica nel quesito - una malattia o comunque un'incapacità della vittima di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni (art. 583 c.p., 1° comma).
In caso di lesioni gravi, il rischio è quello evidenziato nel secondo comma dell’art. 590 c.p., ovvero "la pena è della reclusione da uno a sei mesi o della multa da 123 euro a 619 euro".
Per quanto riguarda, invece, la violazione del Codice della Strada, l’art. 154, intitolato: “Cambiamento di direzione o di corsia o altre manovre” prescrive gli accorgimenti/comportamenti che i conducenti che intendono eseguire una manovra per immettersi nel flusso della circolazione, per cambiare direzione o corsia, per invertire il senso di marcia, per fare retromarcia, per voltare a destra o a sinistra, per impegnare un'altra strada, o per immettersi in un luogo non soggetto a pubblico passaggio, ovvero per fermarsi, devono obbligatoriamente adottare.
Chiunque viola tali disposizioni è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 41 a euro 168, con possibile aumento della sanzione da euro 84 a euro 335 nel caso in cui l'inversione del senso di marcia sia avvenuta in prossimità o in corrispondenza delle intersezioni, delle curve e dei dossi.
In ordine, infine, all'ultima domanda, se il processo è già pendente, non si può rischiare l’arresto, che è una misura normalmente adottata in fase di indagini e comunque antecedente al processo.
Consiste, infatti, in una temporanea privazione della libertà personale che la Polizia Giudiziaria dispone a carico di chi viene colto nell’atto di commettere il reato o di chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima (art. 382 c.p.p.). Il tutto con la finalità di impedire che il reato venga portato a conseguenze ulteriori ed assicurare l’autore alla giustizia.
Norma di riferimento: Articolo 590 Codice penale - Lesioni personali colpose | Quesito Q201617100
“Sono stato citato a giudizio, per incidente stradale, per lesioni colpose art.590, comma 1,2,3 per relazione art.586 ( aggravanti),cosa rischio?
Nella querela è indicato la targa di un altro veicolo, può essere annullata.”
Consulenza legale i 21/10/2016
Il quesito, in effetti, non è molto chiaro laddove si chiede quali siano le possibili conseguenze della condotta di cui all’art. 590 c.p., “commi 1,2,3” ed altresì laddove si specifica “per relazione art. 586”.
Si può ragionevolmente presumere che si sia trattato di incidente stradale dal quale, purtroppo, come evento non voluto, è derivata la morte della persona coinvolta nell’incidente stesso.
Ve quindi subito esclusa l’applicazione del terzo comma del 590 c.p., che si riferisce alle lesioni causate “con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro”.
Per il resto, la norma recita, per quel che qui interessa: “Chiunque cagiona ad altri per colpa una lesione personale è punito con la reclusione fino a tre mesi o con la multa fino a 309 euro.
Se la lesione è grave la pena è della reclusione da uno a sei mesi o della multa da 123 euro a 619 euro; se è gravissima, della reclusione da tre mesi a due anni o della multa da 309 euro a 1.239 euro. (…).
Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo nei casi previsti nel primo e secondo capoverso, limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale.”
Le lesioni sono gravi, se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un'incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni (art. 583 c.p., 1° comma), mentre sono gravissime se dal fatto deriva una malattia certamente o probabilmente insanabile; la perdita di un senso; la perdita di un arto o una mutilazione che renda l'arto inservibile; ovvero la perdita dell'uso di un organo o della capacità di procreare, ovvero una permanente e grave difficoltà della favella, oppure infine la deformazione, ovvero lo sfregio permanente del viso (art. 583, 2° comma).
Di conseguenza, chi pone il quesito sarà soggetto alle pene di cui al primo oppure al secondo comma del 590 c.p., a seconda del tipo di lesioni causate alla vittima.
Se tuttavia dall’incidente dovesse derivare un’ulteriore conseguenza, ovvero anche la morte della persona lesa, si applicherà l’art. 586 c.p. – correttamente richiamato nel quesito – per il quale: “Quando da un fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano le disposizioni dell'articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e 590 sono aumentate”.
L’art. 586 c.p. recita: “Quando da un fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano le disposizioni dell'articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e 590 sono aumentate”, mentre l’art. 83 c.p. recita: “Fuori dei casi preveduti dall'articolo precedente, se, per errore nell'uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un'altra causa, si cagiona un evento diverso da quello voluto, il colpevole risponde, a titolo di colpa, dell'evento non voluto, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo (…)”.
Ciò significa che se dall’incidente è derivata la morte di una persona anche se tale evento non era stato previsto né voluto da colui che ha commesso il reato (in questo caso, il reato di lesioni), quest’ultimo risponderà anche di tale ultimo evento se è previsto dalla legge come reato colposo: nello specifico, la legge prevede in effetti l’omicidio colposo, pertanto il reo di lesioni risponderà nella fattispecie anche di omicidio colposo, con l’”aggravante” che la pena per l’omicidio colposo (ai sensi del 586 c.p.) sarà aumentata dal Giudice.
Per quanto riguarda, infine, l’ultimo inciso del quesito, il significato non è ben chiaro: con “targa di un altro veicolo” si potrebbe infatti intendere:
a) che, unitamente a chi pone il quesito, esiste un altro colpevole, che ha concorso a causare l’incidente unitamente al primo, e la targa della sui macchina è stata ugualmente segnalata nella denuncia querela: in tal caso, evidentemente, risponderanno per la legge penale entrambi i soggetti;
b) che (e si ritiene sia questa l’ipotesi interpretativamente corretta) per errore, chi ha sporto denuncia-querela, ha indicato un numero di targa diverso da quello del colpevole.
In tale ultimo caso, non è corretto parlare di querela “annullabile”, perché l’errore in questione non vale certo ad invalidare la denuncia: le indagini verranno comunque svolte sulla base delle indicazioni ricevute (per cui l’autorità di polizia giudiziaria avrà come riferimento la targa di un’autovettura che non è quella “giusta” ed interrogherà il suo proprietario); non è detto, però, che si concludano nell’archiviazione, perché ovviamente la polizia è in grado di (e deve) assumere informazioni aggiuntive rispetto a quelle che sono contenute nella denuncia-querela e quindi potrà comunque arrivare ad individuare il reale colpevole.
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References: Articolo 590
 art. 81

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