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Timestamp: 2017-06-27 20:56:21+00:00

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Cassazione - Sezione sesta penale - sentenza 10 aprile-11 luglio 2001
NON COMMETTE REATO IL MARITO CHE SI AUTORIDUCE L’ASSEGNO ALIMENTARE IN CASO DI PEGGIORAMENTO DELLE PROPRIE CONDIZIONI ECONOMICHE
Con la sentenza qui di seguito riportata, la Suprema Corte ha stabilito che non commette reato l’ex coniuge che, obbligato a versare periodicamente una determinata somma a titolo di alimenti e mantenimento, a causa del peggioramento delle proprie condizioni economiche autoriduce l’importo dell’assegno alimentare. Ovviamente, specifica la Corte, ciò non vuol dire che l’obbligato possa ridurre il predetto assegno ad una somma lasciata al suo arbitrio, dovendo comunque garantire il sostentamento economico minimo, da determinarsi a seconda dei casi concreti.
Davis Halfan, con sentenza 16 aprile 1999 del Pretore di Roma, veniva dichiarato colpevole del reato di cui all'articolo 570, 2' comma n. 2 C.p. e condannato, col beneficio della non menzione, a pena ritenuta di giustizia e condizionalmente sospesa, oltre al risarcimento dei danni e al pagamento di una provvisionale in favore delle costituite parti civili i
La Corte d'appello di Roma, investita dal gravame dell'imputato, con sentenza 26 aprile 2000, riformando in parte la decisione di primo grado, accordava al predetto le circostanze attenuanti generiche e riduceva la pena a mesi quattro di reclusione e lire 400.000 di multa.
All'Halfan in particolare, si era addebitato di avere fatto mancare, nel periodo compreso tra il giugno 1993 e il 7 febbraio 1996, i mezzi di sussistenza alla moglie separata non per sua colpa, Emilia Parisi, e ai figli minori Michael, Alex e Michal, omettendo di corrispondere loro l'assegno di mantenimento nella misura fissata dal giudice in sede di separazione giudiziale e non provvedendo al pagamento delle rette scolastiche relative al figli, che frequentavano una scuola privata.
Riteneva la Corte di mento che la condotta tenuta dal prevenuto era riconducibile nel paradigma criminoso di cui all'articolo 570 cpv n. 2 C.p., avuto riguardo allo stato di bisogno delle persone offese che non disponevano di redditi propri, e alla notevole capacità economica dell'obbligato, che svolgeva un'attività imprenditoriale molto florida di rilievo nazionale. Sottolineava, più specificamente, quanto allo "stato di bisogno", che questo andava apprezzato non in termini assoluti, ma in relazione al tenore di vita abituale degli aventi diritto all'assegno, con l'effetto che un drastico taglio delle disponibilità economiche non poteva non incidere sull'equilibrata crescita dei minori e determinare una situazione di oggettiva indigenza del gruppo familiare.
Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione, tramite il proprio difensore, Malfan e ha lamentato la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione della sentenza, so o vari profili: a) si era fatta una impropria commistione tra il concetto penalistico di "mezzi di sussistenza" e quello civilistico di "mantenimento" ancorandosi erroneamente a quest'ultimo la configurabilità del reato di cui si discute; b) non si era dimostrato lo stato di bisogno del gruppo parentale, al quale egli aveva costantemente assicurato il godimento di una lussuosa abitazione senza alcun onere condominiale, la somma mensile di circa lire 3.000.000, il pagamento delle rette scolastiche per i figli; c) la sua capacità reddituale era quella che emergeva dalle denunzie annuali al fisco e alla stessa era rapportata l'entità del contributo versato mensilmente ai familiari; d) il trattamento sanzionatorio era squilibrato per eccesso.
La difesa delle parti civili ha prodotto memoria, datata 5 aprile 2001, con la quale, ha contrastato specificamente le doglianze articolate dal ricorrente e ha sottolineato la correttezza della conclusione alla quale era pervenuta la Corte di merito.
Dalla ricostruzione fattuale contenuta nella sentenza impugnata e in quella pretorile, che dalla prima viene richiamata e recepita, si evince che, con provvedimento presidenziale del 30 giugno 1992, adottato nell'ambito della procedura di separazione tra i coniugi, fu imposto a David Halfan - tra l'altro - l'obbligo di corrispondere mensilmente al proprio nucleo familiare, composto dalla moglie e da tre figli minori, la somma di lire 10.000.000, a titolo di assegno di mantenimento; che, in realtà, Malfan, nel periodo in contestazione, non osservò puntualmente tale obbligo, ma si limitò ad assicurare al gruppo parentale - così come pure stabilito in sede di separazione - il godimento gratuito ed esente da qualsiasi onere condominiale di una lussuosa abitazione sita nella zona residenziale "Olgiata" di Roma, a versare costantemente - ogni mese la somma di lire 2.500.000 (£. 3.500.000 nell'aprile 1994) alla moglie e nell'ultimo periodo, anche quella di lire 320.000 mensili a uno dei figli, ad accollarsi, sia pure incorrendo in qualche inadempimento verso la scuola, il pagamento delle rette per la frequenza di corsi privati di studio da parte dei figli (cfr. pgg. 17, 18, 19 sentenza di primo grado).
Ciò posto, è evidente l'inadempimento parziale dell'imputato agli obblighi impostigli in sede di separazione personale. Il predetto, infatti, illegittimamente procedette, di sua iniziativa; a ridurre l'importo dell'assegno di mantenimento dovuto al coniuge al quale non era addebitabile la separazione e privo di adeguati redditi propri, assegno che correttamente il giudice civile aveva parametrato alla pregressa posizione economica e sociale dei coniugi, all'esito di un giudizio di carattere relazionale, che aveva trovato il proprio punto di riferimento nel contesto nel quale i coniugi avevano vissuto, quale situazione condizionante la qualità e la quantità dei bisogni emergenti del gruppo familiare, nonché nella consistenza reddituale dell'odiemo prevenuto.
Tale inadempimento, però, di fronte al quale gli aventi diritto al mantenimento possono tutelare i loro interessi dinanzi al competente giudice civile, non integra gli estremi della violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570, 2' comma n. 2 Cp).
Ed invero, non sussiste alcuna interdipendenza tra tale reato e l'assegno liquidato dal giudice civile, sia che tale assegno venga corrisposto nella misura stabilita, sia che venga
corrisposto in misura ridotta, sia che non venga corrisposto affatto agli aventi diritto.
L'illecito in questione, infatti, è rapportato unicamente alla sussistenza dello stato di bisogno dell'avente diritto alla somministrazione dei mezzi indispensabili per vivere, nonché al mancato apprestamento di tali mezzi da parte di chi, per legge, vi è obbligato. L'ipotesi delittuosa in esame, sostanzialmente, pur avendo come presupposto l'esistenza di un'obbligazione assimilabile a quella alimentare, non ha carattere sanzionatorio dell'inadempimento del provvedimento del giudice civile che fissa l'entità dell'obbligazione (nello specifico, assegno di mantenimento), con la conseguenza che l'operatività o meno di tale provvedimento non assume alcun rilievo al fini della configurabilità del reato, il quale - come si è detto - va visto solo in relazione alla situazione fattuale oggettiva, che deve evidenziare la violazione dell'obbligo legale di non fare mancare i mezzi di sussistenza può pretenderli dal soggetto obbligato. Ciò è tanto vero che il provvedimento del giudice civile non fa stato nel giudizio penale né in ordine alle condizioni economiche del coniuge obbligato, né per ciò che riguarda lo stato di bisogno degli aventi diritto ai mezzi di sussistenza, circostanze queste che devono essere accertate in concreto.
Il concetto di "mezzi di sussistenza" va tenuto distinto da quelli civilistici di "mantenimento" e di "alimenti".
t solo il primo che entra in gioco nella struttura del reato di cui all'articolo 570, 2' comma n. 2 C.p. e va identificato in ciò che è strettamente indispensabile, a prescindere dalle condizioni sociali o di vita pregressa degli aventi diritto alla vita, come il vitto, l'abitazione, i canoni per le utenze indispensabili, i medicinali, le spese per l'istruzione dei figli, il vestiario.
La nozione di "mantenimento", di portata molto ampia, comprende, invece, tutto quanto sia richiesto per un tenore di vita adeguato alla posizione economíco-sociale dei coniugi (soddisfacimento di tutte le esigenze di vita del mantenimento indipendentemente dal suo stato di bisogno). Nella nozione di "alimenti", che si pone a metà strada tra le altre due, rientra oltre a ciò che è indispensabile per le primarie esigenze di vita anche ciò che è soltanto utile o che è conforme alla condizione dell'alimentando e proporzionale alle sostanze dell'obbligato.
La sanzione penale, quindi, è circoscritta alla mancata corresponsione da parte dell'obbligato dei soli mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge al quale non sia addebitabile la separazione, categoria di persone com'è agevole rilevare - non perfettamente sovrapponibile a quella avente diritto al "mantenimento" o agli "alimenti" (si pensi al figli maggiorenni, al coniuge separato per sua colpa, ai fratelli, al donante; articoli 147, 433, 437 Cc), il che conferma la volontà del legislatore di delimitare il campo dell'intervento del giudice penale solo a quelle situazioni di particolare allarme che compromettono il bene della coesione della famiglia, sia sotto il profilo morale ed affettivo (P comma dell'art. 570 C.p.) che sotto quello dell'assistenza materiale (2' comma dell'art. 570 C.p.). In conclusione, la mancanza dei mezzi di sussistenza non è correlata necessariamente all'inosservanza delle statuizioni di natura economica adattate dal giudice della separazione, potendo, in ipotesi, verificarsi diverse situazioni: a) l'obbligato non versa l'assegno o lo versa in misura inferiore a quella stabilita e comunque insufficiente ad assicurare le esigenze vitali dei beneficiari (caso di coincidenza tra l'inadempimento dell'obbligo e il reato); b) l’obbligato verso l'assegno per un importo inferiore, che è, però, idoneo a soddisfare i bisogni primari (caso di chiaro inadempimento civilistico, con esclusione del reato); c) l'obbligato versa integralmente l'assegno, il cui importo non è adeguato per fronteggiare esigenze fondamentali anche di carattere straordinario, quali spese sanitarie per malattia (caso in cui difetta l'inadempimento civile e sussiste il reato).
Alla luce dei principi esposti e della ricostruzione dei fatti operata in sede di merito, deve escludersi, nella condotta tenuta dall'imputato la materialità del delitto addebitatogli, nel senso che l'agente, pur essendosi reso inadempiente agli obblighi giuridici impostigli dal giudice civile, non fece mai, in concreto, mancare, nel periodo preso in esame, i mezzi di sussistenza al suo nucleo familiare, al quale assicurò il godimento gratuito della casa di abitazione, una somma mensile di oltre lire 2.500.000, certamente sufficiente per soddisfare le primarie esigenze di vita, che - per quanto accertato - ebbero il carattere dell'ordinarietà (non risultano essersi verificate esigenze straordinarie indifferibili), facendosi inoltre carico di assicurare al figli la regolare frequenza dei corsi di studio presso scuole private, a nulla rilevando, ai fini che qui interessano, eventuali esposizioni debitorie maturate verso le stesse scuole (trattasi di inadempimento verso terzi, che non incise negativamente sulla posizione dei figli del prevenuto). La diversa e opposta conclusione alla quale è pervenuta la Corte territoriale svela, quale vizio genetico del ragionamento che la sorregge, la ritenuta e non condivisibile coincidenza dei concetti di "rnantenimento" e di "mezzi di sussistenza", considerato che è stata ancorata alla mancata corresponsione dell'intero importo dell'assegno fissato dal giudice della separazione la materialità del reato, essendosi sottolineato che il gruppo parentale, abituato prima della separazione ad un tenore di vita molto elevato, era venuto a trovarsi, dopo, in difficoltà economiche, perché non in grado di mantenere lo stesso pregresso tenore di vita (servitù, vacanze in località esclusive, attività di svago molto costose, esigenze ordinarie di vita di elevato livello e beni oltre la soglia del necessario). Tutto questo, però, esula dalla nozione di mezzi di sussistenza, quale sopra delineata, e può avere una valenza non sul piano della responsabilità penale, ma solo ai fini di un'azione civile per danni. Le altre doglianze di cui al ricorso rimangono assorbite.
Annulla senza rinvio l'impugnata sentenza perché il fatto non sussite.

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