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Timestamp: 2020-04-05 20:05:37+00:00

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Reati informatici: l’accesso al sistema è abusivo anche per chi sia abilitato ma violi le condizioni di ingresso – Sentenza n. 4694 del 7 febbraio 2012 – Confederazione Giudici di Pace
Procedimento: Sentenza n. 4694 del 7 febbraio 2012
Reati informatici: l’accesso al sistema è abusivo anche per chi sia abilitato ma violi le condizioni di ingresso
Chi ha la password del database ma vi entra con finalità diverse da quelle consentire risponde del reato di accesso abusivo. Nel risolvere il contrasto in proposito insorto nella giurisprudenza di legittimità, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 4694 del 7 febbraio 2012 hanno infatti stabilito che la condotta di introduzione o di mantenimento in un sistema informatico protetto integra il delitto previsto dall’art. 615-ter cod. pen. qualora l’agente, pur essendo abilitato, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitare oggettivamente l’accesso al medesimo, senza che possano in alcun modo rilevare, ai fini della sussistenza dello stesso reato, gli scopi e le finalità che soggettivamente hanno motivato l’ingresso nel sistema.
Sulla scorta di tale assunto, i giudici di Cassazione hanno confermato la condanna impartita dalle Corti di merito nei confronti di un Carabiniere che, munito di regolare password per accedere al database investigativo riservato agli appartenenti dell’Arma (S.D.I. “Sistema di Indagine”) si era servito di queste credenziali di autenticazione, non al fine della conduzione di un’indagine ufficiale, bensì per meri scopi privati, in particolare per svelare informazioni riservate ad una sua conoscente per aiutarla in vista di un procedimento di separazione.
Nell’occasione il Supremo Collegio ha altresì precisato che la fattispecie di abuso delle qualità specificate nel n. 1 del comma secondo del menzionato articolo costituisce una circostanza aggravante del delitto descritto nel primo comma dello stesso e non già un’ipotesi autonoma di reato.
Il fatto contestato costituisce dunque violazione dell’articolo 615 ter c.p. perché si tratta di un accesso abusivo ad un sistema informatico.
È necessario ricordare che la norma in esame tutela, secondo la più accreditata dottrina, molti beni giuridici ed interessi eterogenei, quali il diritto alla riservatezza, diritti di carattere patrimoniale, come il diritto all’uso indisturbato dell’elaboratore per perseguire fini di carattere economico e produttivo, interessi pubblici rilevanti, come quelli di carattere militare, sanitario nonché quelli inerenti all’ordine pubblico ed alla sicurezza, che potrebbero essere compromessi da intrusioni o manomissioni non autorizzate. Tra i beni e gli interessi tutelati non vi è alcun dubbio, come già osservato dalla Suprema Corte (Cass., Sez. VI penale, 4 ottobre 1999-14 dicembre 1999, n. 3067, CED 3067), che particolare rilievo assume la tutela del diritto alla riservatezza e, quindi, la protezione del domicilio informatico, visto quale estensione del domicilio materiale.
L’articolo 615 ter c.p.. punisce dunque non solo chi si introduca abusivamente in un sistema informatico, ma anche chi nello stesso si trattenga contro la volontà dell’avente diritto. Ciò a prescindere dal fatto che nel caso di specie i sistemi di protezione dei servers, che erano quelli che custodivano i dati raccolti, esistevano, dal momento che essi non debbono consistere in strumenti tecnologici particolari, essendo sufficiente anche una semplice password, come era previsto nel caso di specie, che renda evidente la volontà dell’avente diritto di non fare accedere chiunque al sistema informatico. Come è stato acutamente osservato (Cass., Sez. V penale, 16 giugno 2000 – 10 agosto 2000, n. 9002, CED 217734 e Cass., Sez. V penale 7 novembre 2000, Zara e da ultimo Cass., Sez. II penale, 4 maggio 2006 – 14 settembre 2006), la violazione dei dispositivi di protezione del sistema informatico non assume rilevanza di per sé, perché non si tratta di un illecito caratterizzato dalla effrazione dei sistemi protettivi, bensì solo come manifestazione di una volontà contraria a quella di chi del sistema legittimamente dispone.
D’altro canto il reato di accesso abusivo ai sistemi informatici è stato collocato dalla legge 23 dicembre 1993 n. 547, che ha introdotto nel codice penale i cosiddetti “computer’s crimes”, nella sezione concernente i delitti contro la inviolabilità del domicilio.
In effetti l’illecito è caratterizzato dalla contravvenzione alle disposizioni del titolare, come avviene nel delitto di violazione di domicilio e come è testimoniato dalla seconda parte del primo comma dell’articolo 615 ter c.p., già dinanzi richiamato. Conseguenza di tale impostazione è che la protezione del sistema può essere adottata anche con misure di carattere organizzativo che disciplinino le modalità di accesso ai locali ove il sistema è ubicato ed indichino le persone abilitate all’utilizzo dello stesso.
Naturalmente l’accesso al sistema è consentito dal titolare per determinate finalità, ovvero il raggiungimento degli scopi aziendali, cosicché se il titolo di legittimazione all’accesso viene dall’agente utilizzato per finalità diverse da quelle consentite non vi è dubbio che si configuri il delitto in discussione, dovendosi ritenere che il permanere nel sistema per scopi diversi da quelli previsti avvenga contro la volontà, che può, per disposizione di legge, anche essere tacita, del titolare del diritto di esclusione”. (così Cassazione penale , sez. V, sentenza 01.10.2008 n° 37322).
uditi i difensori dei ricorrenti avvocati Alessandro Vannucci, per ****** e *******, e Fabrizio Merluzzi, per ********** che hanno concluso chiedendo l’accoglimento dei rispettivi ricorsi.
*** in ordine al delitto di cui agli artt. 81, comma secondo, e 615-ter, comma secondo, n. 1, e comma terzo, cod. pen., perché, quale maresciallo in servizio presso la stazione dei Carabinieri di Roma-Flaminio, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, abusivamente si introduceva nel sistema informatico denominato S.D.I. (Sistema di Indagine), in dotazione alle forze di polizia, sistema protetto da misure di sicurezza, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti la funzione di ufficiale di p.g. e con violazione delle direttive concernenti l’accesso allo S.D.I. da parte di appartenenti alle forze dell’ordine e all’Arma dei Carabinieri: in particolare, accedendo a tale sistema informatico nonostante fosse fuori dal servizio e, comunque, non dovesse svolgere alcuna indagine sul conto di *** ed *** si impossessava di notizie afferenti la sfera privata e le vicende giudiziarie di entrambi, nonché di altre otto persone legate a vario titolo al *** (in Roma, il 13 giugno 2006);
(omissis) in ordine al delitto di cui all’art. 326 cod. pen., perché: il ***, violando i doveri inerenti la sua funzione e comunque abusando della sua qualità, rilevava al *** le notizie di ufficio, illecitamente acquisite e che dovevano rimanere segrete o riservate, riguardanti venuto in possesso dei documenti contenenti le anzidette notizie di ufficio sul conto del ***, coniuge separato della *** sua convivente, li consegnava alla donna al fine di procurarle un ingiusto profitto e comunque di arrecare al *** un danno ingiusto; la T., al fine di procurarsi un ingiusto profitto e comunque di arrecare al coniuge separato un danno ingiusto, inviava per posta al *** i tabulati dell’interrogazione al S.D.I.;
b) determinava le pene, con le già riconosciute circostanze attenuanti generiche, in un anno e otto mesi di reclusione per il *** ed in dieci mesi di reclusione per ciascuno degli altri due imputati, confermando la concessione dei doppi benefici di legge al *** ed alla ***;
c)»confermava le statuizioni risarcitorie in favore del *** costituitosi parte civile.
2. Secondo la ricostruzione dei fatti operata dai giudici del merito, il *** si era introdotto nel sistema informatico S.D.I., protetto da misure di sicurezza e relativo all’ordine pubblico e alla sicurezza pubblica, usando il proprio codice di identificazione per finalità diverse da quelle che gli consentivano l’accesso:
precisamente, per compiere accertamenti su *** (coniuge separato della ***, divenuta successivamente convivente del ***,non per ragioni di ufficio, bensì a seguito della richiesta a lui rivolta dal ***, per motivi personali ricollegabili ai contrasti tra la *** e il *** nel procedimento di separazione in corso.
Il *** aveva quindi acquisito una serie di informative relative alla persona del *** ed ai procedimenti penali in cui quello era coinvolto e le aveva consegnate al ***, che, insieme alla *** aveva spedito la documentazione più imbarazzante al *** con la scritta “io so”, quale elemento di pressione ai fini del procedimento di separazione.
Quanto alla qualificazione giuridica del fatto ascritto al ***, la Corte di appello specificava di condividere l’orientamento espresso dalla Corte di cassazione, Sez. 5, n. 1727 del 30/09/2008, dep. 2009, Romano, secondo il quale l’ipotesi di reato prevista dall’art. 615-ter, comma secondo, n. 1, cod. pen., sanziona anche la condotta del pubblico ufficiale che, pure essendo specificamente abilitato a consultare il sistema informatico, vi abbia però fatto accesso «con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti la funzione o il servizio […] o con abuso della qualità di operatore del sistema».
3. Avverso la suddetta sentenza hanno proposto separati ricorsi per cassazione il *** e la ***, i quali, con doglianze sostanzialmente comuni, hanno dedotto violazione di legge e difetto di motivazione in relazione al delitto di rivelazione di segreti di ufficio (art. 326 cod. pen.) ad essi ascritto, che resterebbe escluso dalla pregressa conoscenza delle vicende giudiziarie del *** da parte di quest’ultimo e della *** (quale le aveva apprese nel corso della convivenza matrimoniale), tenuto conto dell’orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui presupposto della condotta illecita è che il destinatario della rivelazione non conosca già l’oggetto della stessa. In caso contrario, si verterebbe in ipotesi dì reato impossibile, in quanto non si può “rivelare” una notizia a chi già la conosca.
4. Anche *** ha proposto ricorso, deducendo i seguenti motivi:
c) mancanza, illogicità e manifesta contraddittorietà della motivazione in ordine al reato di cui all’art. 326, comma secondo, cod. pen., rilevandosi una frattura logica nel ragionamento volto a riconnettere all’interesse del *** ad avere determinate informazioni la prova certa di una condotta dolosa (invece che colposa) del *** al momento della diffusione delle stesse informazioni;
d) manifesta illogicità del trattamento sanzionatorio, posto che la Corte di appello ha limitato l’efficacia delle riconosciute attenuanti generiche e operato un consistente aumento a titolo di continuazione in ragione di un tornaconto personale del *** che risulta meramente affermato a fronte dell’esclusione di ogni interesse economico del medesimo soggetto.
5. Il ricorso è stato assegnato alla Quinta Sezione penale, la quale, all’udienza dell’11 febbraio 2011 (con ordinanza depositata il 23 marzo 2011), ha rilevato che il punto nodale della vicenda processuale in esame è costituito dalla qualificazione giuridica della condotta posta in essere dal maresciallo dei carabinieri *** con le modalità dianzi enunciate.
Detto orientamento era stato già espresso dalla stessa Quinta Sezione con la sentenza n. 12732 del 7/11/2000 Zara, ove era stato argomentato che «l’analogia con la fattispecie della violazione di domicilio deve indurre a concludere che integri la fattispecie criminosa [prevista dall’art. 615-ter cod. pen.] anche chi, autorizzato all’accesso per una determinata finalità, utilizzi il titolo di legittimazione per una finalità diversa e, quindi, non rispetti le condizioni alle quali era subordinato l’accesso. Infatti, se l’accesso richiede un’autorizzazione e questa è destinata a un determinato scopo, l’utilizzazione dell’autorizzazione per uno scopo diverso non può non considerarsi abusiva».
L’enunciata interpretazione era stata ribadita, sempre dalla Quinta Sezione, con le sentenze: n. 37322 del 08/07/2008, Bassani, n. 1727 del 30/09/2008, Romano, n. 13006 del 13/02/2009, Russo, n. 2987 del 10/12/2009, Matassich, n. 19463 del 16/02/2010, Jovanovic, n. 39620 del 22/09/2010 Lesce.
Un orientamento diverso e contrastante era stato espresso, invece, dalle sentenze Migliazzo (Sez. 5, n. 2534 del 20/12/2007), Scimia (sez.5, n. 26797 del 29/5/2008), Peparaio (Sez. 6, n. 3290 del 08/10/2008), Genchi (Sez. 5, n. 40078 del 25/06/2009), che avevano valorizzato il dettato della prima parte del primo comma dell’art. 615-ter cod. pen., e avevano ritenuto perciò illecito il solo accesso abusivo, e cioè quello effettuato da soggetto non abilitato, mentre sempre e comunque lecito consideravano l’accesso del soggetto abilitato, ancorché effettuato per finalità estranee a quelle d’ufficio (espressamente sul punto la sentenza Peparaio) e perfino illecite (cosi la sentenza Scimia).
1. La questione di diritto per la quale i ricorsi sono stati rimessi alle Sezioni Unite è la seguente: «se integri la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto abilitato ma per scopi o finalità estranei a quelli per i quali la facoltà di accesso gli è stata attribuita».
a) nell’introdursi abusivamente in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza: da intendersi come accesso alla conoscenza dei dati o informazioni contenuti nel sistema, effettuato sia da lontano (attività tipicadell’hacker) sia da vicino (da persona, cioè, che si trova a diretto contatto dell’elaboratore);
In questo senso ha argomentato, per la prima volta la Quinta Sezione, con la sentenza n. 12732 del 07/11/2000, Zara, concernente una vicenda in cui un soggetto, essendo autorizzato solo all’accesso «per controllare la funzionalità del programma informatico», si era indebitamente avvalso di tale autorizzazione «per copiare i dati in quel programma inseriti», rilevando che «il delitto di violazione di domicilio è stato notoriamente il modello di questa nuova fattispecie penale, tanto da indurre molti a individuarvi, talora anche criticamente, la tutela di un domicilio informatica».
Analoghe considerazioni sono state svolte dalla Seconda Sezione, con la sentenza n. 30663 del 04/05/2006, Grimoldi, ed ulteriormente sviluppate dalla Quinta Sezione con la sentenza n. 37322 del 08/07/2008, Bassani, dove è stato posto in evidenza che «la norma in esame tutela, secondo la più accreditata dottrina, molti beni giuridici ed interessi eterogenei, quali il diritto alla riservatezza, diritti di carattere patrimoniale, come il diritto all’uso indisturbato dell’elaboratore per perseguire fini di carattere economico e produttivo, interessi pubblici rilevanti, come quelli di carattere militare, sanitario nonché quelli inerenti all’ordine pubblico ed alla sicurezza, che potrebbero essere compromessi da intrusioni o manomissioni non autorizzate. Tra i beni e gli interessi tutelati non vi è alcun dubbio […] che particolare rilievo assume la tutela del diritto alla riservatezza e, quindi, la protezione del domicilio informatico, visto quale estensione del domicilio materiale. Tanto si desume dalla lettera della norma che non si limita soltanto a tutelare i contenuti personalissimi dei dati raccolti nei sistemi informatici, ma prevede uno ius exdudendi alios quale che sia il contenuto dei dati […]. D’altro canto il reato di accesso abusivo ai sistemi informatici è stato collocato dalla legge 23 dicembre 1993, n. 547, che ha introdotto nel codice penale i ed. computer’s crimes, nella sezione concernente i delitti contro la inviolabilità del domicilio e nella relazione al disegno di legge i sistemi informatici sono stati definiti un’espansione ideale dell’area di rispetto pertinente al soggetto interessato, garantita dall’art. 14 Cost., e penalmente tutelata nei suoi aspetti più essenziali e tradizionali dagli artt. 614 e 615 cod. pen.».
La sentenza n. 37322 del 2008 ha ribadito che «la violazione dei dispositivi di protezione del sistema informatico non assume rilevanza di per sé, perché non si tratta di un illecito caratterizzato dalla effrazione dei sistemi protettivi, bensì solo come manifestazione di una volontà contraria a quella di chi del sistema legittimamente dispone. L’accesso al sistema è consentito dal titolare per determinate finalità, cosicché se il titolo di legittimazione all’accesso viene dall’agente utilizzato per finalità diverse da quelle consentite non vi è dubbio che si configuri il delitto in discussione, dovendosi ritenere che il permanere nel sistema per scopi diversi da quelli previsti avvenga contro la volontà, che può, per disposizione di Ugge, anche essere tacita, del titolare del diritto di esclusione».
La sentenza n. 2987 del 10/12/2009, dep. 2010, Matassich, ha ribadito l’orientamento in relazione alla copiatura, da parte di dipendenti, dei files presenti nella memoria del computer della azienda ove essi prestavano lavoro. La sentenza n. 19463 del 16/02/2010, Jovanovic, ha ravvisato la configurabilità del reato di cui all’art. 615-ter cod. pen. per «il pubblico ufficiale che, pur avendo titolo e formale legittimazione per accedere ad un sistema informatico o telematico, vi si introduca su altrui istigazione criminosa nel contesto di un accordo di corruzione propria». In tal caso già l’accesso del pubblico ufficiale – che, in seno ad un reato plurisoggettivo finalizzato alla commissione di atti contrari ai doveri d’ufficio (art. 319 cod. pen.), diventi la longa manus del promotore del disegno delittuoso – è stato ritenuto in sé “abusivo” e integrativo della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 615-ter cod. pen., in quanto «effettuato al di fuori dei compiti d’ufficio e preordinato all’adempimento dell’illecito accordo con il terzo, indipendentemente dalla permanenza nel sistema contro la volontà di chi ha il diritto di escluderlo».
Un ulteriore argomento viene tratto dalla formula normativa “abusivamente si introduce”, la quale, per la sua ambiguità, potrebbe dare luogo ad imprevedibili e pericolose dilatazioni della fattispecie penale se non fosse intesa nel senso di “accesso non autorizzato”, secondo la più corretta espressione di cui alla ed. “lista minima” della Raccomandazione R(89)9 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, sulla criminalità informatica, approvata il 13 settembre 1989 ed attuata in Italia con la legge n. 547 del 1993, e, quindi, della locuzione “accesso senza diritto” (access without right)impiegata nell’art. 2 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica (cyber crime) fatta a Budapest il 23 novembre 2001 e ratificata con la legge 18 marzo 2008, n. 48. Peraltro, come per ogni norma che rappresenta la trasposizione o l’attuazione di disposizioni sovranazionali, anche per l’art. 615-ter cod. pen. va privilegiata, tra più possibili letture, quella di senso più conforme a tali disposizioni.
Secondo le argomentazioni svolte nella sentenza Migliazzo, «se dovesse ritenersi che, ai fini delta consumazione del reato, basti l’intenzione, da parte del soggetto autorizzato all’accesso al sistema informatico ed alla conoscenza dei dati ivi contenuti, di face poi un uso illecito di tali dati, ne deriverebbe l’aberrante conseguenza che il reato non sarebbe escluso neppure se poi quell’uso, di fatto, magari per un ripensamento da parte del medesimo soggetto agente, non vi fosse più stato».
Alle stesse conclusioni è pervenuta pure la Sesta Sezione, con la sentenza n. 39290 del 08/10/2008, Peparaio, secondo cui «nella fattispecie di cui all’art. 615-rer cod. pen. sono delineate due diverse condotte integratici del delitto; la prima consiste nel fatto di “chi abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misura di sicurezza”, la seconda nel fatto di chi “vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo”. La qualificazione di abusività va intesa in senso oggettivo, con riferimento al momento dell’accesso ed alle modalità utilizzate dall’autore per neutralizzare e superare le misure di sicurezza (chiavi fisiche o elettroniche, password, etc.) apprestate dal titolare dello ius excludendi, al fine di selezionare gli ammessi al sistema ed impedire accessi indiscriminati. Il reato è integrato dall’accesso non autorizzato nel sistema informatico, ciò che di per sé mette a rischio la riservatezza del domicilio informatico, indipendentemente dallo scopo che si propone l’autore dell’accesso abusivo. La finalità dell’accesso, se illecita, integrerà eventualmente un diverso titolo di reato. Non può, pertanto, condividersi l’interpretazione della norma che individua l’abusività della condotta nel fatto del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, abilitato ad accedere al sistema informatico, usi tale facoltà per finalità estranee all’ufficio e, quindi, non rispetti le condizioni alle quali era subordinato l’accesso. Tale lettura della norma finisce con l’intrecciare le due condotte descritte dall’art. 615-ter cod. pen., che sono differenti e alternative, disgiuntamente considerate dal legislatore. Sarebbe stata pleonastica la descrizione della seconda condotta se la prima fosse integrata anche da chi usa la legittimazione all’accesso per fini diversi da quelli a cui è stato legittimato dal titolare del sistema».
5. Va affermato, in conclusione, il principio di diritto secondo il quale «integra la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto, prevista dall’art. 615-ter cod. pen., la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto che, pure essendo abilitato, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso. Non hanno rilievo, invece, per la configurazione del reato, gli scopi e le finalità che soggettivamente hanno motivato l’ingresso al sistema».
6. Alla stregua di tale principio deve essere esaminata, dunque, la vicenda oggetto del processo, caratterizzata – secondo gli accertamenti di fatto e le acquisizioni dibattimentali – dalla circostanza che il maresciallo *** era stato autorizzato ad accedere al sistema informatico interforze ed a consultare lo stesso soltanto per ragioni «di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e di prevenzione e repressione dei reati», con espresso divieto di stampare il risultato delle interrogazioni «se non nei casi di effettiva necessità e comunque previa autorizzazione da parte del comandante diretto».
La condotta è stata posta in essere con la consapevolezza della contrarietà alle disposizioni ricevute e, quindi, del carattere invito domino dell’accesso e della permanenza fisica nel sistema, e ciò integra ad evidenza il dolo generico richiesto dalla norma, che non prevede alcuna finalità speciale né lo scopo di trarre profitto, per sé o per altri, ovvero di cagionare ad altri un danno ingiusto.
Le doglianze riferite, nel ricorso del *** alla configurabilità del delitto di cui all’art. 615-ter cod. pen. devono essere conseguentemente rigettate, perché infondate.
Ora, nella fattispecie in esame non risulta dimostrato che il *** e lo stesso *** avessero conoscenza del contenuto specifico ed integrale delle informative redatte da ufficiali della polizia giudiziaria in relazione ai comportamenti posti in essere da quest’ultimo considerati illeciti; e, in relazione ai fatti divulgati, poiché l’obbligo del segreto è precipuamente previsto dalla legge, non può sorgere questione circa l’esistenza o la potenzialità di produrre nocumento, a mezzo della notizia da tenere segreta, alla pubblica amministrazione o ad un terzo, proprio perché la fonte normativa ha già effettuato la valutazione circa l’esistenza di un pericolo siffatto, ritenendola conseguente già alla mera violazione dell’obbligo dei segreto.
Segue il rigetto integrale dei gravami proposti da (omissis)».
8. Priva di fondamento deve ritenersi pure l’eccezione svolta nel ricorso dell’imputato *** con cui si prospetta l’erronea applicazione dell’art. 599, comma 2, cod. proc. pen., (dalla quale si fa discendere la conseguente nullità del giudizio e della sentenza impugnata), a cagione della pretesa illegittimità del diniego dei differimento dell’udienza camerate davanti alla Corte di appello, chiesto dal ricorrente per infermità documentata da certificato medico.
L’art. 599, comma 2, cod. proc. pen. dispone che, per il giudizio camerale d’appello avverso la sentenza pronunciata con il rito abbreviato, il legittimo impedimento dell’imputato comporta il rinvio dell’udienza soltanto allorché l’imputato stesso abbia manifestato in qualsiasi modo la volontà di comparire (cfr. Sez. U., n. 35399 del 24/6/2010, F.).
A fronte, però, di un indirizzo interpretativo secondo il quale «nel giudizio di appello contro la sentenza pronunciata all’esito del giudizio abbreviato non trova applicazione l’istituto della contumacia dell’imputato, sicché il legittimo impedimento dello stesso impone il rinvio dell’udienza solo se egli abbia direttamente e tempestivamente manifestato la volontà di comparire, non essendo sufficiente a tale fine la mera istanza di rinvio avanzata dal difensore allegante l’impedimento» (così da ultimo, Sez. 2, n. 8040 del 09/02/2010, Fiorito), il Collegio ritiene maggiormente conforme al compiuto esercizio dei diritti della difesa il diverso orientamento secondo il quale «la richiesta di partecipazione da parte dell’imputato di cui all’art. 599, comma 2, cod. proc. pen. può essere tratta anche da facta concludentia (quale la produzione, da parte del difensore, di una certificazione medica attestante l’impedimento a comparire dell’imputato con espressa istanza di rinvio) da cui possa desumersi la inequivoca manifestazione della volontà dell’imputato medesimo di comparire all’udienza camerale» (vedi Sez. 6, n. 1320 del 14/10/1996, Surace; Sez. 6, n. 43201 dell’11/10/2004, Viti; Sez. 6, n. 2811 del 18/12/2006, dep. 2007, Rametti).
Quanto ai poteri valutativi del giudice rispetto alle ragioni di salute documentate in un certificato medico prodotto a sostegno della richiesta di rinvio dell’udienza, le Sezioni Unite – con la sentenza n. 36635 del 27/9/2005, Gagliardi – si sono pronunciate nel senso che «in tema di impedimento a comparire dell’imputato, il giudice, nel disattendere un certificato medico ai fini della dichiarazione di contumacia, deve attenersi alla natura dell’infermità e valutarne il carattere impeditivo, potendo pervenire ad un giudizio negativo circa l’assoluta impossibilità a comparire solo disattendendo, con adeguata valutazione del referto, la rilevanza della patologia da cui si afferma colpito l’imputato». Con riferimento a tale necessaria valutazione, comunque, va ribadito che:
Ora, nella fattispecie in esame, all’udienza del 19 maggio 2009, risulta presentato certificato medico riferito al ***, redatto il precedente 15 maggio ed attestante che l’imputato era affetto da “cistite emorragica febbrile” e necessitava “di giorni sei di riposo e cure”.
9. L’unico motivo di ricorso che deve ritenersi fondato è quello riferito al trattamento sanzionatorio nell’atto di gravame proposto nell’interesse del *** ove (sia pure con diversa doglianza) si prospetta che le condotte indicate nel secondo comma, n. 1, dell’art. 615-ter cod. pen. non integrano fattispecie delittuose distinte ed autonome rispetto a quelle descritte nel primo comma, costituendo invece ipotesi aggravate finalizzate ad innalzare la sanzione da applicare a quei soggetti che in ragione della loro funzione – e purché non legittimati ab initio – sono facilitati ad attingere informazioni sensibili.
b) il problema, in materia, è quello di individuare un criterio per identificare le disposizioni normative che prevedono appunto “circostanze” in senso tecnico e quelle che, invece, prevedono elementi costitutivi della fattispecie, e queste Sezioni Unite – con la sentenza n. 26351 del 10/7/2002, Fedi (che ha individuato nel reato previsto dall’art. 640-o/s cod. pen. semplicemente una figura aggravata del delitto di truffa) – hanno ritenuto che l’unico criterio idoneo a distinguere le norme che prevedono circostanze da quelle che prevedono elementi costitutivi della fattispecie è il criterio strutturale della descrizione del precetto penale;
Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere annullata, nei confronti di ***, limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio, per una nuova effettuazione del giudizio di comparazione tra le circostanze e per la determinazione della pena, ad altra sezione della Corte di appello di Roma.
10. Al rigetto integrale dei ricorsi del *** e della *** segue la condanna degli stessi al pagamento delle spese processuali.
Annulla la sentenza impugnata, nei confronti di *** limitatamente al trattamento sanzionatorio, e rinvia ad altra sezione della Corte di appello di Roma.
Rigetta il ricorso del *** nel resto.
Emesto Lupo

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