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Timestamp: 2018-12-19 14:43:49+00:00

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Costituisce reato la condotta di chi pone in vendita consolle modificate per poter leggere anche videogames “masterizzati” in violazione delle regole sul diritto d’autore. I videogiochi non costituiscono meri programmi per elaboratore, essendo piuttosto opere complesse e multimediali (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 15 aprile – 25 maggio 2015, n. 21621) – Noi Radiomobile™
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Costituisce reato la condotta di chi pone in vendita consolle modificate per poter leggere anche videogames “masterizzati” in violazione delle regole sul diritto d’autore. I videogiochi non costituiscono meri programmi per elaboratore, essendo piuttosto opere complesse e multimediali (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 15 aprile – 25 maggio 2015, n. 21621)
Si lamenta, in particolar modo, che il tecnico nominato dal giudice avrebbe limitato la propria indagine sull’accertamento del tipo di microchip impiantato sulla PlayStation2, ma non avrebbe approfondito se lo stesso fosse capace o me­no di leggere i cosiddetti prodotti rimasterizzati.
Ciò non avrebbe consentito di rispondere a quesiti quali quello riguardante la possibilità che le apparecchiature sequestrate all’odierno ricorrente potessero essere parificate a dei veri e propri personal computer.
O, ancora, di verificare se l’inserimento della scheda di espansione aveva consentito l’avvio di una modalità operativa alternativa all’originale, tale da poter consentire la lettura di tutti i software e non solo di quelli prodotti dalla Sony.
E, poi, di appurare se il microchip rinvenuto all’interno delle consolle sequestrate permettesse la lettura della coppia di backup, vale a dire la copia di sicurezza del software che la legge italiana consente di procurarsi.
Il richiamato art. 102 quater (introdotto anch’esso con il decreto legislativo del 2003) prevede in via generale che: 1. I titolari dei diritti d’autore e dei diritti connessi… possono apporre sulle opere o sui materiali protetti misure tecnologi­che di protezione efficaci che comprendano tutte le tecnologie, i dispositivi o i componenti che, nel normale corso del loro funzionamento, sono desinati a limi­tare atti non autorizzati dai titolari dei diritti. 2.
Le misure tecnologiche di prote­zione sono considerate efficaci nel caso in cui l’uso dell’opera o del materiale pro­tetto sia controllato dai titolari tramite l’applicazione di un dispositivo antiaccesso o di un procedimento di protezione, quale la cifratura, la distorsione o qualsiasi altra trasformazione dell’opera o del materiale protetto, ovvero sia limitato me­diante un meccanismo di controllo delle copie che realizzi l’obiettivo di protezione 3. Resta salva l’applicazione delle disposizioni relative ai programmi per elabora­tore di cui al capo 4, sezione 6, titolo 1.
In primo luogo si è evidenziato che i “videogiochi” utilizzati sui “personal computer” o sulle consolles non costituiscono meri “programmi per elaboratore”, ovvero un software in senso proprio, bensì, in quanto opere complesse e “multi­mediali”, un prodotto diverso riconducibile alla categoria dei supporti contenenti sequenze di immagini in movimento di cui all’art. 171 ter lett. a) L. n. 633 del 1941, sì che gli stessi non rientrano nella sfera applicativa dell’ art. 171 bis della medesima legge.
Al contempo si è condivisibilmente rilevato che l’art. 171 ter, lett. f bis), ha intesto introdurre un elemento di chiarezza rispetto ad una formulazione che poteva prestarsi ad una lettura non più al passo con l’evoluzione tec­nologica e dei diritti “digitali”, ma non ha affatto introdotto una fattispecie incri­minatrice del tutto nuova.
Con la conseguenza che non può affatto ritenersi che prima della sua introduzione non sussistesse alcuna fattispecie incriminatrice del­le condotte di elusione o violazione delle misure tecnologiche di protezione poste a tutela dei prodotti dell’ingegno contenuti e commercializzati su supporto infor­matico.
La norma di riferimento era il previgente art. 171 ter, lett. d), in vigore al momento dei fatti, che puniva “chiunque produce, utilizza, importa, detiene per la vendita, pone in commercio, vende, noleggia o cede a qualsiasi titolo si­stemi atti ad eludere, decodificare o rimuovere le misure di protezione del diritto d’autore o dei diritti connessi”.
Con la sentenza 33768/07 si è puntualizzato, tra l’altro, che le “misure tecnologiche di protezione” (o MTP) si sono, infatti, aggiornate ed evolute se­guendo le possibilità, ed i rischi, conseguenti allo sviluppo della tecnologia di co­municazione, ed in particolare della tecnologia che opera sulla rete.
Una parte significativa degli strumenti di difesa del diritto d’autore sono stati orientati ad operare in modo coordinato sulla copia del prodotto d’autore e sull’apparato de­stinato ad utilizzare quel supporto, tanto che qualche commentatore si è chiesto se, ormai, le forme di tutela facciano de “la macchina la risposta alla macchina”.
Le disposizioni sulle misure tecnologiche di protezione – viene ricordato an­cora nella sentenza citata – trovano un primo fondamento nei trattati “WIPO” adottati il 20 dicembre 1996 e nel rinvio da essi operato ai contenuti della Convenzione di Berna secondo quanto convenuto nei lavori conclusisi a Parigi il 24 luglio 1971.
A quelle disposizioni fanno richiamo sia la Direttiva 1991/250/CE del Consiglio datata 14 maggio 1991 (relativa alla tutela dei programmi per elaboratore) sia la Direttiva 2001/29/CE del Parlamento e del Consiglio (in tema di ar­monizzazione dei diritti d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informa­zione). Ed è su questa base che il legislatore italiano ha introdotto nella legge n. 633 del 1941 sul diritto d’autore l’art. 102 – quater che consente l’adozione di misure di protezione e vieta le condotte che ne eliminano o eludono l’efficacia e permettono un utilizzo abusivo delle opere da esse tutelate.
Ne consegue che in tal caso debbono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (cfr. sez. 6, n. 49970 del 19.10.2012, Muià ed altri rv.254107).
Rispetto alla motivata, logica e coerente pronuncia della Corte territoriale il ricorrente chiede una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione.
Ma per quanto sin qui detto un siffatto modo di procedere è inammissibile perché trasformerebbe questa Corte di legittimità nell’ennesimo giudice del fatto.
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References: sentenza 
 sentenza 
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 art. 102
 art. 171
 art. 171
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