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Timestamp: 2020-06-02 06:21:38+00:00

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Rimborsi Iva: Italia peggio della Lettonia, condannata dalla Corte di Giustizia - Postilla
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Rimborsi Iva: Italia peggio della Lettonia, condannata dalla Corte di Giustizia
L’articolo 183, primo comma, della Direttiva 2006/112 dispone che «qualora, per un periodo d’imposta, l’importo delle detrazioni superi quello dell’IVA dovuta, gli Stati membri possono far riportare l’eccedenza al periodo successivo, o procedere al rimborso secondo modalità da essi stabilite». L’articolo 252, paragrafo 2, della direttiva 2006/112 stabilisce che «gli Stati membri fissano la durata del periodo d’imposta ad un mese, due mesi ovvero tre mesi.Tuttavia, gli Stati membri possono stabilire una durata diversa, comunque non superiore ad un anno».
Dalla sentenza della Corte di Giustizia Mednis SIA, C-525/11 del 18 ottobre 2012, si comprende che in Lettonia:
– il periodo d’imposta coincide con il mese solare;
– entro 15 giorni dal termine di ciascun mese solare il soggetto passivo deve presentare una dichiarazione mensile e versare l’Iva di periodo;
– se risulta un’eccedenza di imposta a credito, può essere portata a nuovo, computata in diminuzione da altre imposte del contribuente oppure chiesta a rimborso, nel qual caso l’Erario deve rimborsarla entro 30 giorni dalla richiesta motivata del contribuente, salvo che non siano iniziate indagini fiscali nei suoi confronti o non risulti che soggetti ad esso collegati abbiano debiti d’imposta.
Questo idilliaco rapporto fra fisco e contribuente a credito era, in parte, incrinato dal fatto che durante l’anno l’Amministrazione finanziaria locale poteva non procedere a rimborsare (…) la parte dell’eccedenza di IVA che superasse il 18% del valore complessivo delle operazioni imponibili effettuate nei periodi d’imposta mensili. Il resto dell’eccedenza di IVA doveva essere rimborsato dall’Erario in base alla dichiarazione riassuntiva annuale.
La Corte di Giustizia, interessata del quesito se l’applicazione del limite del 18% al rimborso mensile fosse o meno in contrasto con la direttiva 2006/112, ha risposto che «l’articolo 183 della direttiva 2006/112/CE (…) dev’essere interpretato nel senso che esso non autorizza l’amministrazione tributaria di uno Stato membro a riportare, senza procedere ad alcuna verifica specifica e basandosi unicamente su di un calcolo aritmetico, il rimborso di una parte di un’eccedenza d’imposta sul valore aggiunto emersa nel corso di un periodo d’imposta di un mese fino all’esame della dichiarazione fiscale annuale del soggetto passivo da parte di tale amministrazione».
- il periodo d’imposta coincide con l’anno solare e non si presentano dichiarazioni mensili;
- l’iva a debito di ciascun mese (trimestre per i soggetti di minori dimensioni) deve essere versata entro il giorno 16 del mese successivo;
- se, nel corso dell’anno, risulta un’eccedenza a credito, si riporta a nuovo, ma al termine dei primi tre trimestri dell’anno è possibile compensare l’eccedenza trimestrale con altri tributi, entro i limiti d’importo e alle condizioni di cui all’articolo 17 del D. Lgs. 241 del 1997 e 34 della legge 388 del 2000, o chiedere il rimborso, ma, entrambe le scelte sono ammesse solo in specifiche circostanze, descritte nel secondo comma dell’articolo 30 e nel terzo comma dell’articolo 38 bis del Dpr. 633/72. In particolare, quando:
a) esercita esclusivamente o prevalentemente attività che comportano l’effettuazione di operazioni soggette ad imposta con aliquote inferiori a quelle dell’imposta relativa agli acquisti e alle importazioni, computando a tal fine anche le operazioni in reverse charge interno (effettuate a norma dell’articolo 17, quinto, sesto e settimo comma del Dpr. 633/72);
b) effettua operazioni non imponibili di cui agli artt. 8, 8-bis e 9 del Dpr. 633/72 per un ammontare superiore al 25 per cento dell’ammontare complessivo di tutte le operazioni effettuate;
c) effettua acquisti ed importazioni di beni ammortizzabili per un ammontare superiore ai due terzi dell’ammontare complessivo degli acquisti e delle importazioni di beni e servizi imponibili ai fini dell’imposta sul valore aggiunto; ma limitatamente all’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di beni ammortizzabili, nonché di beni e servizi per studi e ricerche;
d) effettua prevalentemente operazioni non soggette all’imposta per “extraterritorialità” di cui agli articoli da 7 a 7-septies del Dpr 633/72; ma solo se effettua, nei confronti di soggetti passivi non stabiliti nel territorio dello Stato, per un importo superiore al 50 per cento dell’ammontare di tutte le operazioni effettuate, prestazioni di lavorazione relative a beni mobili materiali, prestazioni di trasporto di beni e relative prestazioni di intermediazione, prestazioni di servizi accessorie ai trasporti di beni e relative prestazioni di intermediazione, ovvero prestazioni dei servizi prevalentemente finanziari e assicurativi di cui all’articolo 19, comma 3, lettera a-bis) del Dpr 633/72;
e) si trova nelle condizioni previste dal terzo comma dell’art. 17 del Dpr. 633/72 (soggetto non residente identificato ai fini Iva in Italia).
- l’eccedenza che risulta dalla dichiarazione annuale può essere riportata a nuovo o compensata, entro i limiti d’importo e alle condizioni di cui all’articolo 17 del D. Lgs. 241 del 1997 e 34 della legge 388 del 2000, con altre imposte oppure chiesta a rimborso;
- la possibilità di chiedere il rimborso è, però, anche in questa fase soggetta a condizioni simili, anche se leggermente meno restrittive, a quelle sopra descritte per il rimborso infrannuale (v. articolo 30, secondo comma, Dpr. 633/72); altrimenti il contribuente può chiedere il rimborso dell’eccedenza detraibile risultante dalla dichiarazione annuale, solo se dalle dichiarazioni dei due anni precedenti risultano eccedenze detraibili; in tal caso il rimborso può essere richiesto per un ammontare comunque non superiore al minore degli importi delle predette eccedenze.
L’erario rimborsa l’Iva entro tre mesi dalla presentazione della richiesta di rimborso; almeno così dice il primo comma dell’articolo 38 bis del Dpr 633/72.
Per semplicità si trascura il regime delle “società non operative”, del “fermo amministrativo” delle “garanzie”, del “visto di conformità”, del “canale dedicato” per le compensazioni con altri tributi.
Da questo veloce, e inevitabilmente incompleto, confronto, emerge prima di tutto che la legislazione italiana sui rimborsi delle eccedenze Iva è più complessa di quella lettone; ma non è questo il problema.
Ciò che soprattutto si nota è che la legislazione italiana pone una serie di limiti al diritto al rimborso dell’Iva al cui cospetto il temporaneo blocco forfetario del 18% previsto dalla legislazione lettone appare veramente un peccato veniale.
La sentenza Mednis sancisce che:
– la libertà di cui dispongono gli Stati membri, ai sensi dell’articolo 183 della direttiva 2006/112, nello stabilire modalità di rimborso di un’eccedenza di IVA non comporta che dette modalità siano dispensate da qualsivoglia controllo riguardo al diritto dell’Unione (v., in tal senso, sentenza del 28 luglio 2011, Commissione/Ungheria, C-274/10, punti 39 e 40 nonché giurisprudenza ivi citata);
– tali modalità non possono ledere il principio di neutralità fiscale, facendo gravare sul soggetto passivo, in tutto o in parte, l’onere dell’IVA. Esse devono segnatamente consentire al soggetto passivo di recuperare, in condizioni adeguate, la totalità del credito risultante da un’eccedenza di IVA. Ciò implica che il rimborso sia effettuato, entro un termine ragionevole, mediante pagamento in denaro liquido o con modalità equivalenti e che, in ogni caso, il sistema di rimborso adottato non debba far correre alcun rischio finanziario al soggetto passivo (v., in particolare, sentenze del 25 ottobre 2001, Commissione/Italia, C-78/00, punti 33 e 34 del 10 luglio 2008; Sosnowska, C-25/07, punto 17, del 12 maggio 2011; Enel Maritsa Iztok 3, C-107/10, punto 33, e Commissione/Ungheria).
– è pur vero che il riporto del rimborso di un’eccedenza di IVA a vari periodi di imposta successivi a quello in cui detta eccedenza è sorta non è necessariamente incompatibile con l’articolo 183, primo comma, della direttiva 2006/112 (v., in tal senso, sentenze citate Enel Maritsa Iztok 3, punto 49, e Commissione/Ungheria, punto 55); tuttavia, nel caso esaminato nella sentenza C-525/11, in cui il periodo d’imposta è stabilito in un mese civile, l’applicazione della legge lettone può far sì che i soggetti passivi ottengano il rimborso integrale di un’eccedenza di IVA solamente a distanza di un anno, o anche più, dal periodo d’imposta nel quale detta eccedenza è emersa.
– Tale termine, nel corso del quale i soggetti passivi devono sopportare l’onere finanziario dell’IVA, non può essere considerato ragionevole (v., in tal senso, sentenze citate Sosnowska, punti 20 e 27, nonché Enel Maritsa Iztok 3, punto 55). Pertanto, esso lede il principio di neutralità fiscale.
Dopo aver letto la sentenza Mednis, la circostanza che in Italia – salvo nei casi di cui all’articolo 30 secondo comma del Dpr. 633/72 – il diritto di chiedere il rimborso (non parliamo di quello di riceverlo) delle eccedenze di Iva risultanti dalla dichiarazione annuale sia limitato al minore importo fra le eccedenze dell’anno e dei due precedenti, e che i limiti di cui al citato articolo 30, secondo comma siano basati essenzialmente su calcoli aritmetici e non ammettano deroghe caso per caso fa sospettare che anche il nostro ordinamento violi la direttiva 2006/112/CE, non risultando, peraltro, che l’Italia, sul punto, abbia ottenuto specifiche autorizzazioni in deroga dalla Comunità.
E’ evidente che, l’attuale struttura dell’articolo 30 del Dpr. 633 può, infatti, comportare che il contribuente ottenga il rimborso integrale dell’eccedenza d’imposta (a dire il vero, il solo “diritto” al rimborso) a distanza di tre anni dal periodo d’imposta nel quale detta eccedenza è emersa. Ciò senza peraltro considerare che il differimento del diritto di chiedere il rimborso dell’eccedenza a credito comporta anche che il contribuente non possa esigere alcun interesse compensativo.
Sul piano concreto, il problema è molto più sentito dal 2010 in poi, da quando cioè, la riforma dei principi di territorialità dell’Iva ha fatto di molto aumentare le operazioni fuori campo per extraterritorialità e, di conseguenza, il numero di contribuenti con forti eccedenze di Iva a credito anche se non in possesso dei restrittivi requisiti richiesti dagli articoli 30 e 38 bis del Dpr. 633/72 per chiedere il rimborso.
Del resto, anche a livello europeo il problema dei rimborsi Iva, specie a società non residenti, sembra essere tornato un nervo scoperto, come risulta dai vari procedimenti conclusi (Daimler AG Widex A/S, cause riunite C‑318/11 e C‑319/11) e pendenti (E.On Energy Trading SE, Causa C-323/12) presso la Corte di Giustizia.
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4 Commenti a “Rimborsi Iva: Italia peggio della Lettonia, condannata dalla Corte di Giustizia”
Maurizio Meloni scrive:
Scritto il 5-12-2012 alle ore 09:32
Spero che in altra sede, ovvero Funzione Pubblica, si sollevi il problema del vergognoso ritardo applicativo dei rimborsi iva. Quali sono le cause di questi ritardi? non ora di fare ispezioni? ma la corte dei conti e gli uffici ispettivi della RGS dove sono?
Scritto il 5-12-2012 alle ore 10:37
Interessante il provocatorio parallelo con la legislazione lettone e comprensibile anche lo sfogo di Meloni. Ma il problema (annoso..) dei rimborsi Iva passa necessar.nte per l’altra, più complessa questione della riforma fiscale e della ristrutturazione delle Agenzie Entrate (che non significa semplice ‘accorpamento’ funzionale in perfetto stile spending review;-)
franco smania scrive:
Scritto il 18-12-2012 alle ore 11:01
buongiorno, sono il titolare di un’azienda di trasporti internazionali e, avendo il 95% dei nostri clienti fuori Italia, siamo perennemente a credito dell’IVA, letto quanto sopra possiamo intraprendere qualche azione nei confronti dell’AP, ci hanno comunicato ieri che il nostro rimborso “dovrebbe” avvenire entro maggio 2013!!
Grazie per un’eventuale risposta Franco
Scritto il 24-12-2012 alle ore 17:05
Non ho idea di come sia organizzata l’Agenzia delle Entrate, ma sono certo che se l’organizzazione non fosse idonea a rispettare i principi comunitari dovrebbe essere cambiata, anche se il cambiamento fosse complesso, e comunque prima che le società esportatrici (che sono le uniche che riescono a far fronte alla crisi) siano costrette a chiudere i battenti.
Un modo di sollevare la questione “in altra sede” intraprendendo “un’azione nei confronti dell’amministrazione pubblica” esiste. Consiste nel presentare una denuncia alla Commissione europea seguendo le istruzioni sul sito della stessa (http://ec.europa.eu/eu_law/your_rights/your_rights_it.htm). La denuncia si presenta in carta libera. Può essere scritta in italiano, non richiede l’intervento di un professionista, non comporta alcun costo e vi è la certezza che sia protocollata, trasmessa alla direzione competente ed esaminata dalla stessa, la quale, se lo riterrà opportuno, si renderà interlocutore dell’Amministrazione italiana. La denuncia può comportare l’apertura di un procedimento che, di norma, si esaurisce nel corso di un anno con la decisione della Commissione di non aprire una procedura di infrazione nei confronti dello Stato, oppure con uno spontaneo adeguamento della legislazione da parte dello Stato, oppure con un deferimento della questione alla Corte di giustizia che, normalmente impiega due anni a decidere. Nel caso di condanna dello Stato questo è obbligato ad adeguarsi alla sentenza, modificando la propria legislazione.
Come ho detto, la denuncia può essere presentata da qualunque cittadino (persona fisica o società) dell’Unione europea.
Presso l’Associazione italiana dei dottori commercialisti ed esperti contabili è stata istituita un’apposita commissione che si è impegnata per puro spirito europeistico (quindi gratis) a sollevare le questioni di incompatibilità della legge italiana alla Commissione europea.
La legge italiana è così lontana dalla direttiva Iva che dovrebbe essere sufficiente riportare nella denuncia gli articoli 38 e 38 bis del Dpr. 633/72 (si commentano da soli).
Tuttavia è probabile che se si documentasse alla Commissione UE la situazione di fatto – e cioè che, a parte la legge, i rimborsi arrivano, se arrivano, molto tardi – la Commissione UE sarebbe maggiormente stimolata nei suoi compiti istituzionali.
Purtroppo gli unici dati sui rimborsi Iva sono quelli contenuti nei comunicati stampa dell’Agenzia in cui si annunciano gli importi dei rimborsi, ma non si specifica a quali anni si riferiscono.
Quindi non si riesce a capire quanto tempo, mediamente, passa fra la data in cui il credito matura e quella in cui viene rimborsato o ne viene consentita la compensazione con altre imposte.
Potrebbe essere utile, a tal fine che la Commissione AIDCEC aprisse una casella di posta alla quale gli interessati potessero inviare un questionario anonimo in cui siano indicati i crediti maturati, ad esempio, negli ultimi 5 anni, l’ammontare già rimborsato o compensato e l’ammontare residuo allegando una copia del quadro VL o VK della dichiarazione IVA dell’anno di maturazione dopo aver “sbianchettato” la partita Iva.
Provo a farlo presente ai membri della Commissione.
http://milano.aidc.pro/incompatibilita.aspx

References: sentenza 
 articolo 30
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