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Timestamp: 2018-07-21 11:38:37+00:00

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No rivalutazione monetaria per la restituzione della somma del contratto inadempiuto
Lo sai che? No rivalutazione monetaria per la restituzione della somma del contratto inadempiuto
L’obbligo restitutorio è debito di valuta e non di valore, come tale non soggetto a rivalutazione monetaria.
Se una parte è inadempiente all’impegno assunto in contratto, l’altra parte può chiedere al giudice la risoluzione del contratto medesimo; in conseguenza di ciò, fermo restando il diritto della parte non colpevole a chiedere all’altra il risarcimento del danno per l’inadempimento, ciascuno dei due soggetti deve restituire all’altro le prestazioni da quest’ultimo ricevute, sia che si tratti di beni che di somme versate come anticipo di tale obbligazione. Tuttavia tale restituzione non è soggetta a rivalutazione monetaria, e questo perché – secondo una recente sentenza della Cassazione [1] – si tratta di un debito cosiddetto “di valuta” e non “di valore”; dunque, come tale, non è soggetto a rivalutazione monetaria.
In base al nostro codice civile [2], la sentenza che risolve il contratto ha effetto retroattivo e, quindi, fa venir meno la causa delle reciproche prestazioni derivanti dal contratto stesso. La parte non colpevole della risoluzione (non quindi, quella il cui comportamento ha generato l’inadempimento) ha l’obbligo di restituire (ma non di risarcire) le cose ricevute ed i frutti effettivamente percetti. Tuttavia, per questi ultimi si configura un debito di valore se trattasi di frutti naturali, mentre ricorre un debito di valuta se trattasi di frutti civili (somme di danaro), costituenti il corrispettivo del godimento della cosa. Per i frutti civili, spettano al creditore – come effetto naturale della relativa pronunzia restitutoria e, quindi, anche senza espressa dichiarazione del giudice – gli interessi legali.
Per i debiti di valore – fra i quali è compreso, ad esempio, quello di risarcimento del danno per inadempimento contrattuale di obbligazioni non pecuniarie – va riconosciuta tanto la rivalutazione monetaria e tanto gli interessi legali: se la prima infatti ha lo scopo di ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato ponendolo nella condizione in cui si sarebbe trovato se l’inadempimento non si fosse verificato, i secondi svolgono una funzione compensativa.
[1] Cass. sent. n. 22664/15 del 5.11.2015.
[2] Art. 1458 cod. civ.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 15 luglio – 5 novembre 2015, n. 22664
1. – Con contratto preliminare del 2.10.1992, Ri.Gi. promise di vendere a T.S. un appartamento sito in Pozzuoli per il prezzo di lire 160 milioni, dei quali 48 vennero versati al preliminare e la restante parte avrebbe dovuto essere versata al definitivo, da stipularsi entro il 20.12.1992.
1. – Secondo l’ordine logico scaturente dalle questioni sottoposte, va prima esaminato il ricorso incidentale proposto da R.M. ed altri.
2. Può passarsi ora all’esame del ricorso principale proposto da T.S..
Sul punto, le Sezioni Unite di questa Corte hanno avuto modo di precisare che il creditore di una obbligazione di valuta, il quale intenda ottenere il ristoro del pregiudizio da svalutazione monetaria, ha l’onere di domandare il risarcimento del “maggior danno” ai sensi dell’art. 1224, secondo comma, cod. civ., e non può limitarsi a domandare semplicemente la condanna del debitore al pagamento del capitale e della rivalutazione, non essendo quest’ultima una conseguenza automatica del ritardato adempimento delle obbligazioni di valuta (Sez. U, Sentenza n. 5743 del 23/03/2015, Rv. 634625); e che, nel caso di ritardato adempimento di una obbligazione di valuta, il maggior danno di cui all’art. 1224, secondo comma, cod. civ. può ritenersi esistente in via presuntiva in tutti i casi in cui, durante la mora, il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi sia stato superiore al saggio degli interessi legali, fermo restando l’onere del creditore – che domanda, a titolo di risarcimento del maggior danno, una somma superiore a quella risultante dal suddetto saggio di rendimento dei titoli di Stato – di provare l’esistenza e l’ammontare di tale pregiudizio, anche per via presuntiva (Sez. U, Sentenza n. 19499 del 16/07/2008, Rv. 604419).
3. – In definitiva, sia il ricorso principale che quello incidentale devono essere rigettati.

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 Cass. 
 Art. 1458
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