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Timestamp: 2020-06-06 17:43:29+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 22646 del 11/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22646 del 11/09/2019
Cassazione civile sez. trib., 11/09/2019, (ud. 10/01/2019, dep. 11/09/2019), n.22646
sul ricorso iscritto al n. 22113/2016 R.G. proposto da:
FALLIMENTO M.F. (P.I. (OMISSIS)), in persona del
curatore pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avv. Tommaso De
Cupis, elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv.
Francesca Cucchiarelli in Roma, Via Lazio, 9;
n. 1001/39/2016 depositata in data 23 febbraio 2016;
generale TASSONE KATE, che ha concluso per l’accoglimento del primo
e del terzo motivo e per il rigetto del secondo.
uditi gli Avv.ti TOMMASO DE CUPIS per il ricorrente, che ha concluso
per l’accoglimento del ricorso e GIOVANNI PALATIELLO per
l’Avvocatura Generale dello Stato, che ha concluso per il rigetto.
Il Fallimento M.F. ha impugnato il provvedimento di diniego di rimborso di un credito IVA relativo all’anno di imposta 2001, formatosi in epoca precedente la dichiarazione di fallimento e chiesto a rimborso nel 2008, deducendo la nullità dell’avviso sia per vizi di notifica (non essendo stato il provvedimento notificato all’imprenditore fallito), sia per violazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 57.
Ha rilevato la CTR che il Curatore del Fallimento aveva depositato tardivamente la dichiarazione “dei redditi”, presentata in data 6.03.2003, laddove il termine di quattro mesi per la presentazione della dichiarazione IVA, decorrente dalla nomina del curatore e coincidente con la dichiarazione di fallimento (3.10.2002), come previsto dal D.P.R. 22 luglio 1998, n. 322, art. 8, comma 4, doveva ritenersi elasso alla data del 2.02.2003. Conseguentemente, il giudice di appello ha ritenuto che si verta nell’ipotesi di dichiarazione tardiva e quindi omessa, in relazione alla quale il curatore, da un lato, non aveva documentato l’esistenza del credito, dall’altro aveva presentato la domanda di rimborso una volta che fosse scaduto il relativo termine di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30.
1 – Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione di legge in relazione al D.P.R. n. 22 luglio 1998, n. 322, art. 8, commi 4 e 6, nonchè all’art. 2, comma 7, per avere il giudice di appello ritenuto tardiva la presentazione della dichiarazione di cui al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 74-bis. Assume il ricorrente che il termine di quattro mesi per la presentazione della dichiarazione IVA, decorrente dalla designazione del curatore (all’atto della dichiarazione di fallimento in data 3.10.2002), deve intendersi prorogato di novanta giorni a termini del rinvio recettizio operato dal D.P.R. n. 322 del 1998, art. 8, al medesimo D.P.R., art. 2, comma 7. Il termine, pertanto, sarebbe, secondo il ricorrente, scaduto alla data del 3.05.2003, per cui la dichiarazione presentata in data 6.03.2003 dovrebbe ritenersi tempestiva.
2.1 – E’ corretto affermare, come fa il ricorrente, che l’accertamento tributario in materia di IVA, ove riguardi crediti i cui presupposti si siano verificati anteriormente alla dichiarazione di fallimento del contribuente o nel periodo d’imposta in cui detta dichiarazione è intervenuta, debba essere notificato non solo al curatore ma anche al contribuente, il quale non è privato, a seguito della dichiarazione di fallimento, della sua qualità di soggetto passivo del rapporto tributario, rimanendo esposto ai riflessi, anche sanzionatori, derivanti dalla definitività dell’atto impositivo (Cass., Sez. V, 11 maggio 2017, n. 11618; Cass., Sez. VI, 28 luglio 2016, n. 15748; Cass., Sez. V, 30 aprile 2014, n. 9434; Cass., Sez. V, 13 ottobre 2011, n. 21074; Cass., Sez. V, 19 marzo 2007, n. 6476; Cass., Sez. V, 15 marzo 2006, n. 5671; Cass., Sez. V, 24 febbraio 2006, n. 4235; Cass., Sez. V, 8 marzo 2002, n. 3427; Cass., Sez. V, 2 novembre 2000, n. 14987; Cass., Sez. I, 11 luglio 1995, n. 7561).
E’, stato, del resto, affermato il principio secondo cui la legittimazione attiva alla presentazione di un’istanza di rimborso avverso una liquidazione di imposta (operata dall’ufficio del registro con riferimento all’atto di registrazione del piano di riparto dell’attivo di una società fallita) spetta, in via esclusiva, al curatore del fallimento, e non anche ai singoli creditori (Cass., Sez. V, 19 ottobre 2001, n. 12775). Se questa legittimazione non può essere invocata dai singoli creditori, che sono beneficiari dell’attività liquidatoria effettuata dal curatore (il quale conserva la propria legittimazione esclusiva nell’interesse della massa), a maggior ragione non può ipotizzarsi una legittimazione concorrente del soggetto dichiarato fallito, il quale non beneficia di tale liquidazione, salvo che venga prospettato un ritorno in bonis per chiusura del fallimento L. Fall., ex art. 118, comma 1, n. 2).
2.2 – Questo principio va affermato ancorchè questo credito sia vantata dal fallito e riportato nella dichiarazione di cui al D.P.R. 22 luglio 1998, n. 322, art. 8, comma 4, come modificato dal D.P.R. 7 dicembre 2001, n. 435, art. 8 (già prevista nel D.P.R. n. 633 del 1972, art. 74-bis, comma 1), secondo cui “in caso di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa, la dichiarazione relativa all’imposta dovuta per l’anno solare precedente, semprechè i relativi termini di presentazione non siano ancora scaduti, è presentata dai curatori o dai commissari liquidatori con le modalità e i termini ordinari di cui al comma 1 ovvero entro quattro mesi dalla nomina se quest’ultimo termine scade successivamente al termine ordinario”. La suddetta disposizione – la quale costituisce trasposizione della formulazione che il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 74-bis, aveva assunto per effetto delle modifiche operate dal D.L. 30 dicembre 1991, n. 417, convertito con L. 6 febbraio 1992, n. 66 (formulazione della norma nuovamente modificata per effetto del menzionato D.P.R. n. 322 del 1998, nonchè del D.P.R. 14 ottobre 1999, n. 542 e della L. 23 dicembre 2000, n. 388) – impone al curatore del fallimento di presentare (tra le altre cose) la apposita dichiarazione infrannuale relativa al periodo compreso tra il 1 gennaio e la data di dichiarazione di fallimento (cd. segmento temporale prefallimentare).
E’, quindi, il solo curatore a essere legittimato a presentare tale dichiarazione, al fine di evitare che si verifichi una frattura nella continuità del rapporto IVA dell’imprenditore dichiarato fallito, in sintonia con il principio espresso dal Giudice delle Leggi, ove aveva rilevato come il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 74-bis, non prevedesse alcuna distinzione tra attività gestionale dell’impresa e liquidazione, ancorchè coattiva (Corte Cost., 30 aprile 1986, n. 115).
Una volta che, nella dichiarazione annuale IVA (ancorchè non accompagnata dalla presentazione della domanda di rimborso), venga compilato il quadro relativo al credito IVA, non si applica il termine biennale di decadenza di cui al D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 21, comma 2, e il rimborso va chiesto nel termine prescrizionale ordinario (Cass., Sez. V, 22 febbraio 2017, n. 4559; Cass., Sez. V, 9 ottobre 2015, n. 20255; Cass., Sez. V, 15 maggio 2015, n. 9941; Cass., Sez. V, 1 ottobre 2014, n. 20678; Cass., Sez. V, 16 maggio 2012, n. 7684; Cass., Sez. V, 30 settembre 2011, n. 20039). Tuttavia, nelle controversie di rigetto di una istanza di rimborso – in ciò confermandosi la sentenza impugnata e rigettandosi la specifica deduzione contenuta nel secondo motivo di ricorso – il contribuente assume il ruolo di attore sostanziale (Cass., Sez. V, 9 settembre 2016, n. 17811). Grava, pertanto, sul curatore l’onere di allegare e provare i fatti a cui la legge ricollega il trattamento impositivo rivendicato (Cass., Sez. V, 8 ottobre 2014, n. 21197; Cass., Sez. V, 2 luglio 2014, n. 15026). Nè, ad esempio, il contribuente può sottrarsi all’assolvimento dell’onere sulle stesse incombente invocando la insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre il termine di cui all’art. 2220 c.c., perchè non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito (Cass., Sez. V, 18 maggio 2018, n. 12291).
Parimenti, non può ritenersi inibito all’amministrazione finanziaria contestare la sussistenza dei fatti costitutivi del credito, ancorchè siano scaduti i termini per l’esercizio del potere di accertamento, atteso che i termini decadenziali operano limitatamente al riscontro dei crediti erariali e non dei debiti nei confronti del contribuente (Cass., Sez. U., 15 marzo 2016, n. 5069). Nel suddetto precedente è stato affermato che “i termini decadenziali in questione sono apposti solo alle attività di accertamento di un credito della Amministrazione e non a quelle con cui la Amministrazione contesti la sussistenza di un suo debito”, conformemente al brocardo “quae temporalia ad agendum perpetua ad excipiendum (art. 1442 del c.c.)”.
Nè può condividersi l’argomento secondo cui la questione della insussistenza dei presupposti potrebbe essere sollevata in sede di riscossione, posto che – prescindendosi dalla preclusione che comporta la definitività della statuizione del giudice che attesti i requisiti del raddoppio del contributo – l’affermazione secondo cui l’eventuale erroneità della indicazione di sussistenza dei presupposti per il versamento del raddoppio del contributo unificato possa essere segnalata in sede di riscossione si porrebbe in contrasto con l’art. 6 CEDU, con riguardo ai tempi ragionevoli del processo e al principio dell’esame equo della propria controversia e con l’art. 47 Carta Fondamentale dell’Unione Europea (Cass., Sez. Lav., 5 giugno 2017, n. 13935; Cass., Sez. VI, 5 ottobre 2017, n. 23281; Cass., Sez. I, 30 ottobre 2018, n. 27699).

References: Sentenza 
 art. 57
 art. 8
 art. 30
 art. 8
 art. 74
 art. 8
 art. 2
 art. 118
 art. 8
 art. 8
 art. 74
 art. 74
 art. 74
 art. 21
 sentenza