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Timestamp: 2020-08-14 03:08:31+00:00

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Un cronista scomodo tra informazione, legalità, cultura, formazione. La “vicenda” di Donato Ungaro incontra il teatro. Lunedì il premio di Articolo21 – Articolo21
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Un cronista scomodo tra informazione, legalità, cultura, formazione. La “vicenda” di Donato Ungaro incontra il teatro. Lunedì il premio di Articolo21
di: Franca Silvestri
“Per primo ha svelato la presenza della ‘ndrangheta a Brescello, in Emilia”. Insieme a lui, il drammaturgo-regista Marco Martinelli e l’attrice protagonista Ermanna Montanari, “nonostante boicottaggi e forme indirette d’intimidazione, continuano a portare in tournee le pièce tratte dal suo racconto” (il corto teatrale Saluti da Brescello e lo spettacolo corale Va pensiero). Con questa motivazione l’Associazione Articolo21 assegna uno dei premi 2019 al giornalista Donato Ungaro e rimarca il suo costante impegno per giustizia, legalità, verità, contrasto di mafie e malaffare.
Nato a Milano, Ungaro trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra la capitale meneghina e la Bassa reggiana, finché nel 1994 si trasferisce in provincia di Reggio Emilia: prima a Brescello, poi a Boretto. Poco dopo inizia la professione giornalistica. Collabora con quotidiani, tv, periodici locali e nazionali ma a causa dei suoi articoli diventa un “cronista scomodo”. Nonostante fatichi a lavorare come giornalista, per la sua attività e responsabilità professionale riceve diversi premi: Grido della Farfalla (2015), Giorgio Ambrosoli (2018), Pio La Torre (2018). Appassionato estimatore dell’opera e della vita di Giovannino Guareschi, pubblica La Milano mia e di Giovannino (una raccolta di sue fotografie accompagnate da brani del celebre giornalista e scrittore – 2001), Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi (2010), Mio zio don Camillo, mio nonno Peppone (2017).
Abbiamo incontrato Donato Ungaro dopo una serata al Teatro Rasi di Ravenna (news a questo link) che ha visto la ripresa dell’incisivo Saluti da Brescello, seguito da un incontro-confronto fra amministratori pubblici, artisti e giornalisti intitolato Cultura contro la mafia!.
La tua “vicenda” risale a quasi vent’anni fa. Da quel momento hai incontrato difficoltà a svolgere l’attività giornalistica, ma hai continuato a lottare per la giustizia e l’informazione libera. Poi, con la “scoperta” del radicamento della ‘ndrangheta nella nostra regione e il processo Aemilia, la tua figura è diventata emblematica, tanto da destare l’interesse della scena d’autore. Il Teatro delle Albe di Ravenna ha realizzato due spettacoli sulla tua storia. Soprattutto Saluti da Brescello è una pièce-verità dove “le statue di Peppone e Don Camillo in un onirico dialogo notturno raccontano la vicenda realmente accaduta a Donato Ungaro, vigile a Brescello licenziato senza giusta causa per le sue denunce sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel paese”.
«Il testo dello spettacolo è stato commissionato a Martinelli dal Teatro di Roma nel 2017 per rappresentare l’Emilia-Romagna all’interno del progetto “Ritratto di una Nazione”. “Parla di un’Italia che sta cambiando, di una regione che si credeva avere tutti gli anticorpi, ma che non è risultata immune dalla corruzione” ed è il prologo ideale di Va pensiero, che non descrive la mia vicenda con i nomi reali, ma è un’opera simbolica, “una creazione corale, ideata e diretta da Marco Martinelli insieme a Ermanna Montanari (Premio UBU 2018 come attrice protagonista), che racconta il pantano dell’Italia di oggi in relazione alla speranzarisorgimentale inscritta nella musica di Giuseppe Verdi”».
Due pièce che vengono rappresentate in Emilia-Romagna, in Italia, all’estero e sono una denuncia che si rinnova ad ogni replica. Anche se il medium non è un giornale o una tv, ma il palcoscenico, costituiscono un modo per informare e sensibilizzare il pubblico.
«Sì, è così. Saluti da Brescello racconta una storia che parla di noi, della nostra realtà, di una terra che storicamente ha coltivato la cultura della legalità ma che si è rivelata non immune dalle infiltrazioni mafiose. È una scoperta difficile da elaborare, soprattutto perché la nostra è una terra con un patrimonio di forte moralità pubblica. Però oggi bisogna fare i conti con fenomeni che richiedono azioni di contrasto e una nuova consapevolezza comune. La cultura, con la sua testimonianza, può combattere il degrado che le infiltrazioni mafiose cercano di introdurre nella vita civile e nel tessuto sociale».
Che importanza hanno avuto e hanno per te queste due opere teatrali?
«Marco Martinelli, Ermanna Montanari, tutti gli amici delle Albe, Va pensiero, Saluti da Brescello sono stati una rinascita. Ero completamente morto dal punto di vista professionale. Nonostante cercassi di tenere viva una fiammella collaborando una volta al mese con Piazza Grande e con qualche altro giornale di Bologna, di fatto non riuscivo più a scrivere del mio argomento. Le testate dove mi occupavo di criminalità organizzata e malaffare, con inchieste vere e proprie, mi avevano escluso e questo mi aveva portato all’oblio, al silenzio. Poi, nel 2015, il Gruppo dello Zuccherificio di Ravenna mi ha assegnato il premio Grido della Farfallae così Marco Martinelli ha appreso la mia storia. Ha voluto conoscermi e sono scaturiti incontri, dialoghi, chiacchierate, telefonate lunghissime, registrazioni. Improvvisamente sono rinato, ho ritrovato delle motivazioni dentro di me, sono riemersi ricordi e vecchi documenti. Con l’Operazione Aemilia erano stati ripescati i miei vecchi articoli perché quegli argomenti io li trattavo già nel 2001-2002 e fin quando ho potuto contare su testate di riferimento, cioè fino al 2008. Ma Va pensiero e Saluti da Brescello sono stati una cassa di risonanza enorme, che ha destato l’interesse anche della stampa nazionale. Che dire? Mi dispiace molto che per tutti questi anni si sia deciso di non dare spazio a una voce».
Adesso però questa voce è riemersa, ha ripreso vigore attraverso il teatro. E, in concomitanza con la messa in scena degli spettacoli, ti sono stati attribuiti altri premi.
«Sì, l’anno scorso è arrivato il Premio Giorgio Ambrosoli che mi ha reso particolarmente orgoglioso, anche perché la candidatura è stata sostenuta da Nando Dalla Chiesa. Dopo poco tempo, a settembre del 2018, Federazione Nazionale della Stampa, Cgil e Avviso Pubblico hanno deciso di assegnarmi il Premio Pio La Torre: andare a Roma nella sede del Sindacato dei giornalisti a ricevere questo riconoscimento è stata una bella emozione. E adesso arriva il Premio di Articolo21, che mi viene assegnato il 15 luglio a Roma durante la Festa annuale dell’associazione. Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, che vengono premiati insieme a me dal segretario generale della Fnsi Raffaele Lorusso, nell’occasione propongono un breve brano dello spettacolo del Teatro delle Albe tratto dai miei racconti».
Informazione e cultura teatrale, ma anche formazione. Spesso incontri i ragazzi delle scuole e racconti la tua vicenda con l’intento di trasmettere una visione di legalità.
«Ormai sono tre anni che vado nelle scuole. Mi confronto con i bambini delle elementari, con i ragazzini delle medie, con i giovani delle superiori. Sono tutti interessati, attenti e fanno tante domande, anche scomode, perché i ragazzi non hanno il freno inibitore del politicamente corretto. A volte sono gli stessi studenti a chiamarmi e questo è molto bello oppure vengo invitato dai loro insegnanti o da associazioni antimafia e assessori alla cultura. Mi è rimasto impresso il rilievo di un bambino che dopo l’incontro mi ha chiesto: ma i tuoi genitori non ti dicevano niente?».
Da quest’anno fai anche un seminario al Master in giornalismo dell’Università di Bologna.
«Esatto, tengo un seminario sulle inchieste giornalistiche. Oggi più che mai il giornalista è chiamato a formare la coscienza delle persone. Allora, il giornalista che va a fare formazione non è un giornalista prestato alla scuola, è un giornalista che continua a fare il suo lavoro, non sui mezzi informativi, ma nelle aule scolastiche o universitarie. Oggi che sono messi così fortemente in discussione i mezzi con cui il giornalista si esprime, la scuola può di diventare uno strumento principe per formare la coscienza critica dei giovani».
Siamo partiti da Brescello, torniamo a Brescello o meglio a Giovannino Guareschi.
«Per me è stato un mito, un faro, un punto di riferimento determinante per la professione di giornalista. Potrei dire che è tutta “colpa” di Guareschi. Senza il suo esempio, i suoi scritti e alcune situazioni contingenti legate a Brescello, forse, non avrei iniziato a scrivere sui giornali».
Tutto è cominciato con una serie di foto che hai scattato a Milano all’inizio degli anni ’90. Tredici pose in bianco e nero che in questi giorni sono visibili all’interno della mostra su Guareschi Il mio cuore è targato Mi, allestita a Palazzo Pirelli di Milano fino al 27 luglio.
«Erano fotografie scattate in vari luoghi della città, casualmente, solo per provare un rullino fotografico. Poi, leggendo tutti gli scritti pubblicati di Guareschi, mi sono reso conto che molte cose che avevo fotografato potevano essere accostate ai suoi testi. Allora, ho fatto un piccolo pamphlet fotografico dove ho messo insieme Milano, Guareschi e Brescello. Nel 2001, in occasione della posa delle statue di Peppone e Don Camillo nella piazza di Brescello, ho allestito una piccola mostra nella gelateria del paese, che ho avuto modo di far vedere ai figli di Guareschi, Carlotta e Alberto, arrivati a Brescello per l’inaugurazione delle statue. L’hanno apprezzata molto, hanno deciso di donarmi due foto inedite di Guareschi per il mio libricino e di fare una loro presentazione. Così è nato il pamphlet La Milano mia e di Giovannino, che è una sorta di pubblicazione bifronte: su una pagina c’è una mia fotografia e sull’altra un testo di Guareschi che ha assonanze con la foto. La Gazzetta di Reggio ha visto il libro, mi ha chiamato e da lì è nata la collaborazione giornalistica. È tutto un intreccio».

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