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Timestamp: 2020-07-02 05:07:18+00:00

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Confiscabili i beni della criminalità organizzata anche quando il reato è prescritto | Studio Legale Parenti
Confiscabili i beni della criminalità organizzata anche quando il reato è prescritto
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Corte di Cassazione, sentenza n. 42913 del 02.12.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’avvocato che non compare alle udienze e non cita i testimoni a sostegno della tesi del suo assistito risponde di patrocinio infedele, e non può difendersi dichiarando che si tratterebbe di una presunta “strategia difensiva”. La sesta sezione penale ha respinto il ricorso di un avvocato abruzzese contro la sentenza con cui la Corte d’Appello de l’Aquila lo condannava per patrocinio infedele. Il legale, in qualità di difensore in una causa di opposizione a decreto ingiuntivo, non aveva adempiuto ai suoi doveri professionali, omettendo di citare i testi a sostegno della tesi del suo assistito e astenendosi da ogni attività professionale, danneggiando così il suo cliente. L’avvocato aveva tentato di difendersi sostenendo che la sua non era un’omissione, ma una vera e propria strategia difensiva, una scelta processuale per cui non poteva essere punito penalmente. La Cassazione ha respinto la sua tesi ricordando che “Il delitto di cui all’art.380/l cp. (patrocinio infedele) è un reato che richiede per il suo perfezionamento, in primo luogo, una condotta del patrocinatore irrispettosa dei doveri professionali, stabiliti per fini di giustizia a tutela della parte assistita ed, in secondo luogo, un evento che implichi un nocumento agli interessi di quest’ultimo, inteso non necessariamente in senso civilistico di danno patrimoniale, ma anche nel senso di mancato conseguimento dei beni giuridici o dei benefici di ordine anche solo morale, che alla stessa parte sarebbero potuti derivare dal corretto e leale esercizio del patrocinio legale, non assumendo rilievo sul piano soggettivo la volontà specifica di nuocere alla parte.”
Corte di Cassazione, sentenza n. 42506 del 02.12.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il rinvio dell’udienza per legittimo impedimento non deve essere comunicato al legale di fiducia. Basta l’avviso orale al difensore d’ufficio Il difensore di fiducia non ha diritto ad essere avvisato della nuova udienza, dopo il rinvio per legittimo impedimento, se è già stato avvisato oralmente il difensore d’ufficio. La terza sezione penale ha infatti respinto la tesi di un avvocato di Salerno. Il legale si lamentava che il Tribunale, dopo aver disposto il rinvio dell’udienza per legittimo impedimento, non l’aveva avvisato della data della nuova udienza, ma si era limitato a comunicarlo oralmente al difensore d’ufficio. La Cassazione ha confermato la legittimità della condotta dei giudici di merito, ribadendo che “difensore che abbia ottenuto la sospensione o il rinvio dell’udienza per legittimo impedimento a comparire ha diritto all’avviso della nuova udienza solo quando non ne sia stabilita la data già nell’ordinanza di rinvio, posto che, nel caso contrario, l’avviso è validamente recepito, nella forma orale, dal difensore previamente designato in sostituzione ai sensi dell’art.97 comma quarto cod.proc.pen., il quale esercita i diritti ed assume i doveri dei difensore sostituito e nessuna comunicazione è dovuta a quest’ultimo”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 42205 del 29.11.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha condannato oggi per omicidio colposo un automobilista che, per aver lasciato la macchina in doppia fila con lo sportello semi aperto, aveva provocato la morte di un giovane motociclista. Il giorno prima gli ermellini avevano bollato come violenza privata il parcheggio fatto in modo da impedire a un’altra vettura la possibilità di uscire dal garage. Due comportamenti , tanto scorretti quanto frequenti, che possono avere delle gravi conseguenze. Con la sentenza 42498 il collegio di piazza Cavour ha respinto la tesi della difesa che tendeva a dimostrare come nella morte del motociclista abbiano influito più la sua guida imprudente che la macchina in doppia fila con la portiera parzialmente aperta. Secondo il ricorrente il ragazzo in motorino procedeva a zig zag e ad alta velocità. Due comportamenti – fa notare la Suprema Corte – tutt’altro che infrequenti e i
mprevedibili e quindi non in grado di far escludere il nesso causa-effetto. Con la sentenza 42205 depositata il 30 novembre, la V sezione della Cassazione ha invece condannato per violenza il proprietario di una macchina che intralciava l’uscita di un garage privato. Dalla “manovra” scorretta era nata una lite con minacce a mano armata. Nel mezzo della zuffa, che aveva coinvolto tre persone, era, infatti, spuntata una falce, costata a chi la impugnava la condanna per lesioni aggravate dall’uso dell’arma e dai futili motivi.
Corte di Cassazione, sentenza n. 42465 del 01.12.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il lavoratore autonomo non è l’unico responsabile della sua sicurezza Il proprietario che commissiona dei lavori edili nella sua abitazione risponde di omicidio colposo in caso di infortunio mortale dell’operaio. L’obbligo di far rispettare le norme sulla sicurezza ricade su di lui anche se si tratta di un lavoratore autonomo. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di un uomo condannato per omicidio colposo per la morte di un operaio durante alcuni lavori edili nella sua casa, svolti in assenza di qualsiasi cautela. Il lavoratore era caduto da un’impalcatura priva di parapetti. Il giudice di legittimità ha confermato la condanna, ricordando che “in tema di sicurezza sul lavoro, riveste una posizione di garanzia il proprietario (committente) che affida lavori edili in economia a lavoratore autonomo di non verificata professionalità e in assenza di qualsiasi apprestamento di presidi anticaduta a fronte di lavorazioni in quota superiore ai metri due. Infatti, in caso di prestazione autonoma il lavoratore autonomo non è l’unico responsabile della sua sicurezza, con la conseguenza che, in caso di decesso in seguito ad infortunio, risponde di omicidio colposo il committente di lavori da svolgersi nella sua abitazione che consente al lavoratore di svolgere detti lavori in assenza di qualsiasi cautela atta a scongiurare rischi.
Corte di Cassazione, sentenza n. 41709 del 25.11.2010 novembre 2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il dipendente pubblico che usa il cellulare di lavoro per mandare sms o fare chiamate private e naviga su internet dal pc dell’ufficio per ragioni personali non risponde di peculato, se il danno provocato all’amministrazione è di scarsa entità. Lo ha affermato la Suprema Corte respingendo il ricorso della procura di Torino contro la sentenza di non luogo a procedere emessa dal Gip nei confronti di un dipendente comunale accusato di peculato e abuso d’ufficio. L’uomo aveva usato il telefono cellulare dell’ufficio per chiamare i suoi amici e familiari, per un totale di 25 ore a un costo di 75 euro. Il dipendente inoltre aveva usato il computer dell’ufficio navigando su internet per ragioni personali. Il danno all’amministrazione era ridottissimo nel caso del telefono, e nullo per quel che riguardava la navigazione su internet, dal momento che il comune pagava un canone fisso mensile di abbonamento per la connessione. La Cassazione ha quindi confermato il proscioglimento da ogni accusa, ricordando che “non integra il reato di peculato l’utilizzo da parte del pubblico ufficiale dei telefoni di cui ha la disponibilità per ragioni di ufficio per comunicazioni di carattere privato o l’uso del pc collegato alla rete internet per ragioni personali qualora i danni al patrimonio della pubblica amministrazione siano di scarsa entità o nulli, finendo per essere irrilevanti, rilevandosi le condotte inoffensive del bene giuridico tutelato.”
Corte di Cassazione, sentenza n. 32368 del 27.08.2010
Commette reato chi, durante la prova scritta di un concorso, riporta nel proprio elaborato il testo di una sentenza, anche se lo fa citando la fonte. Lo ha stabilito la Cassazione con la pronuncia in oggetto. Contro la decisione della Corte d’Appello di Lecce, con la quale era stata condannata alla pena condizionalmente sospesa di dieci mesi di reclusione, per aver presentato come proprio un elaborato in realtà interamente trascritto da una sentenza del Tar, la candidata ad un concorso per Dirigente del servizio contenzioso e ufficio di conciliazione della Provincia di Taranto, aveva presentato ricorso in cassazione. La stessa affermava che il testo della sentenza, che due giorni prima dell’esame le era stato inviato tramite fax da uno dei commissari, anch’egli poi condannato, non era stato poi copiato durante la stesura della prova, che era invece il risultato di un suo sforzo mnemonico. La Suprema Corte, nel respingere il ricorso ha invece affermato che : “commette reato il candidato di un concorso che nella prova scritta riproduce parti di sentenze, anche se lo fa citando la fonte, ove la rappresentazione del suo contenuto sia non il prodotto di uno sforzo mnemonico e di una autonoma elaborazione logica, ma il chiaro risultato di una materiale riproduzione operata mediante la utilizzazione di un qualsiasi supporto abusivamente impiegato nel corso della prova”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 32369 del 27.08.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che lo stato che chiede l’estradizione deve provare l’identità della persona da consegnare attraverso la prova del Dna o delle imponte digitali, nel caso in cui il diretto interessato neghi di essere il soggetto da espellere. La Corte di cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino ucraino che, lamentando un intento persecutorio nei suoi confronti, affermava di non essere la persona i cui tratti e le cui generalità risultavano nella fotocopia del documento inviato dalla polizia del suo paese. Di fronte a tale contestazione – spiega la Suprema corte – la documentazione trasmessa avrebbe dovuto essere avvalorata da “metodologie scientifiche di sicura affidabilità come impronte digitali o Dna. Secondo gli ermellini non può considerasi una prova sufficinete la corrispondenza dei tratti somatici che risultava dalle fotocopie, anche di cattiva qualità del documento trasmesse dall’autorità richiedente.
Corte di Cassazione, sentenza n. 27704 del 2.7.2010
Costituisce reato anche la sola detenzione di prodotti con il marchio contraffatto presso i propri magazzini. E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con la pronuncia in esame. I giudici di Piazza Cavour hanno emesso la sentenza in seguito al ricorso del proprietario di un magazzino, il quale, in seguito al sequestro dei beni contraffatti depositati nel suo magazzino, aveva rilevato in sede di legittimità che i beni non erano destinati al pubblico. Pertanto, rigettando il ricorso, la Corte di cassazione ha spiegato che anche il semplice deposito dei beni nel magazzino e quindi non la loro immissione nel commercio rappresenta un atto idoneo, diretto in modo non equivoco alla frode in commercio, poichè prodromico alla immissione nel circolo distributivo di un prodotto che presenta caratteristiche diverse da quelle indicate e normativamente previste. In particolare, tale reato si andrebbe a configurare come tentativo di frode in commercio, consistente nel detenere, anche presso un esercizio commerciale di distribuzione e vendita all’ingrosso di prodotti privi di marcatura “CE” o con marcatura “CE” contraffatta.
Corte di Cassazione, sentenza n. 32273 del 24.08.2010
Pugno di ferro della Cassazione sulla confisca obbligatoria dei proventi della criminalità organizzata. La misura può essere disposta anche in caso di prescrizione del reato, purchè il giudice accerti a monte la responsabilità penale dell’imputato. Il dietrofront rispetto alla decisione delle Sezioni unite depositata soltanto due anni fa (n. 8834/08), arriva dalla seconda sezione penale della Cassazione che, con la sentenza n. 32273, ha riaperto la possibilità di applicare la confisca obbligatoria anche se il reato si è prescritto. I giudici hanno però fissato un importante paletto: è il Tribunale a dover accertare, prima di disporre il sequestro, che la responsabilità penale dell’imputato
sia effettiva. In particolare in fondo alle lunghe motivazioni i consiglieri della Suprema Corte hanno affermato il principio secondo cui “in caso di estinzione del reato, il giudice dispone di poteri di accertamento, al fine dell’applicazione della confisca, non solo sulle cose oggettivamente criminose per loro intrinseca natura, ma anche quelle che sono considerate tali dal legislatore per il loro collegamento con uno specifico fatto reato”.
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