Source: https://www.laleggepertutti.it/198319_divorzio-gli-accordi-della-separazione-si-possono-contestare
Timestamp: 2018-12-16 09:24:58+00:00

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Divorzio: gli accordi della separazione si possono contestare?
Gli accordi presi in fase di separazione non possono valere anche per il divorzio: impossibile fissare un assegno una tantum che valga anche dopo il divorzio.
Tu e la tua ex moglie avete intenzione di separarvi. Tu vorresti definire un accordo totale che possa mettere a tacere le sue pretese anche dopo il divorzio, in modo da avere chiaro sin dall’inizio l’esborso che dovrai sostenere per mantenerla. Sul tavolo delle trattative ci sono una serie di opzioni. Tra queste, la cessione della tua casa in sostituzione dell’assegno di mantenimento e di quello di divorzio oppure l’acquisto di un nuovo immobile dove lei possa andare a vivere. Una seconda alternativa potrebbe essere il cosiddetto assegno una tantum, ossia il pagamento di una somma in un’unica soluzione già all’atto della separazione, con rinuncia da parte sua ai versamenti mensili anche dopo il divorzio. Insomma, il tuo scopo è definire al più presto ogni impegno economico. Senonché ti chiedi che valore possano avere, all’atto del divorzio, i precedenti accordi presi con la separazione. Sulla questione è intervenuta di recente una sentenza della Cassazione [1] che ha ribadito un punto che spesso si dimentica: assegno di mantenimento (quello cioè da corrispondere dopo la separazione) e assegno di divorzio (quello cioè da corrispondere dopo il divorzio) hanno una funzione completamente diversa e solo in quest’ultimo caso è possibile prevedere, in sua sostituzione, il cosiddetto «assegno una tantum». Ma procediamo con ordine e vediamo, se e quando, al momento del divorzio, gli accordi della separazione si possono contestare.
Dall’esempio di partenza è chiaro il dubbi: ai coniugi è consentito accordarsi, già in sede di separazione, sull’importo che il marito dovrà versare alla moglie dopo il divorzio? Oppure è possibile che, nonostante l’intesa scritta, questa possa non avere alcun valore? Avevamo già fornito la risposta nell’articolo Mantenimento, alla separazione vale l’accordo per il divorzio? e qui lo ribadiamo.
Pertanto, gli accordi stretti al momento della separazione non possono vincolare l’assetto economico dei coniugi anche per il periodo successivo al divorzio; in quella sede, infatti, tutto può essere riscritto e, quindi, eventuali impegni stabiliti in precedenza possono essere calpestati e contestati.
Risultato: è illegittimo, al momento della separazione, quantificare in anticipo l’ammontare dell’assegno divorzile. Quest’ultimo potrà essere determinato solo e unicamente nella procedura di divorzio, ma non prima. Non potrà quindi mai trovare conferma alcuna sentenza che vada ad attribuire «alla previsione contenuta negli accordi di separazione consensuale omologati, il valore di una preventiva pattuizione anche sull’ammontare della obbligazione divorzile».
La conseguenza di tale ragionamento è molto più ampia di quello che, in apparenza, possa sembrare. Difatti, solo l’assegno divorzile può essere una tantum in quanto l’accordo sulla sua corresponsione richiede sempre una verifica preventiva da parte del giudice; e ciò al fine di fissare un definitivo e complessivo assetto degli interessi personali familiari e patrimoniali dei coniugi, tale da precludere ogni successiva domanda di contenuto economico. L’assegno una tantum ha sì una funzione “transattiva”, ma è anche aleatorio (difatti, il coniuge beneficiario accetta il rischio, a fronte di un unico e immediato pagamento, di non poter più chiedere altre somme pur nell’ipotesi in cui mutino le sue condizioni economiche). Proprio per questo “rischio” connesso all’assegno una tantum è necessario il controllo di equità da parte del tribunale sulla misura dell’assegno stesso.
Dunque, non è possibile, al momento della separazione, fissare il pagamento di un’unico importo a definizione degli accordi sia per la separazione che per il divorzio. Allo stesso modo, se al momento della separazione il marito si impegna a cedere o ad acquistare in favore della moglie una casa, come corrispettivo in cambio della rinuncia all’assegno di mantenimento, ciò però non vale anche dopo il divorzio; il che significa che la donna, pur mantenendo la proprietà dell’immobile, all’atto del divorzio potrà chiedere un ulteriore mantenimento che, se ne ricorrono le condizioni, il giudice non potrà negarle.
[1] Cass. sent. n. 4764/2018 del 28.02.2018.
Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Ordinanza 28 febbraio 2018, n. 4764
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere Dott. ACIERNO Maria – Consigliere
Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere ha pronunciato la seguente:
sul ricorso 23795/2014 proposto da:
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;
avverso la sentenza n. 530/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 18/04/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 17/01/2018 dal cons. TRICOMI LAURA;
lette le conclusioni scritte del P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha chiesto alla Corte di Cassazione, riunita in camera di consiglio, disporsi un rinvio a nuovo ruolo.
La Corte di appello di Genova, con la sentenza in epigrafe indicata, ha confermato la decisione di primo grado, in controversia concernente le statuizioni economiche in giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario tra (OMISSIS) e (OMISSIS).
Secondo la Corte di appello, correttamente il primo giudice aveva interpretato la pretesa sostanziale fatta valere in giudizio da (OMISSIS), come domanda del beneficio di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 5, comma 6, avendo tenuto conto della natura della causa e delle vicende dedotte, sulla base dell’art.2 delle condizioni della separazione consensuale omologata, ove era previsto che il (OMISSIS) si impegnava a provvedere al pagamento di un canone di affitto sino a Lire 800.000= mensili per un immobile per la moglie, fino al momento in cui non avesse provveduto ad acquistare un altro immobile per un valore massimo di Lire 100.000.000=, del quale sarebbe dovuto diventare nudo proprietario attribuendo l’usufrutto alla (OMISSIS). Osservava che, diversamente opinando, la domanda avrebbe dovuto essere coltivata in un procedimento di esecuzione forzata del titolo giudiziale ottenuto all’esito della separazione.
Ancora, per la Corte di appello, il Tribunale correttamente aveva quantificato il beneficio richiesto dalla (OMISSIS) come una capitalizzazione “una tantum” L. n. 898 del 1970, ex articolo 5, comma 8, sulla somma di Euro.51.645,69=, corrispondente al valore dell’immobile sul quale avrebbe dovuto essere costituito l’usufrutto come concordato tra i coniugi nel verbale di separazione omologato e dagli stessi ritenuto adeguato alle possibilita’ economiche del marito ed alle esigenze della moglie, e non su una somma maggiore, poiche’ le stesse parti avevano stabilito che il prezzo dell’immobile da acquistare a spese del (OMISSIS) fosse di Lire 100.000.000=, di guisa che il riferimento a tale somma non poteva mutare per il solo fatto che il valore degli immobili era mutato nel tempo ed era divenuto impossibile l’acquisto di un immobile della tipologia desiderata. Da ultimo ha riconosciuto la congruita’ del calcolo dell’usufrutto, effettuato con riferimento alla eta’ della (OMISSIS) sulla somma concordata di Lire 100.000.000=, adeguandola all’inflazione, ed ha escluso la spettanza di altre somme.
La (OMISSIS) propone ricorso per cassazione con tre mezzi, corredato da memoria ex articolo 378 c.p.c., al quale replica (OMISSIS) con controricorso.
Il ricorso e’ stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi dell’articolo 375 c.p.c., u.c., e articolo 380 bis c.p.c., comma 1. Il pubblico ministero ha depositato conclusioni scritte con cui ha chiesto il rinvio a nuovo ruolo del procedimento.
1.1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli articoli 99 e 112 c.p.c., in relazione agli articoli 167 e 189 c.p.c. ed alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 5, commi 6 e 8, (articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e sostiene che erroneamente la Corte di appello, cosi’ come il Tribunale, ha interpretato la domanda come domanda di corresponsione dell’assegno divorzile in un’unica soluzione, poiche’ nessun accordo tra le parti era intervenuto in tal senso, atteso che in sede di separazione consensuale omologata i coniugi avevano solo convenuto che il (OMISSIS) si impegnava ad acquistare a proprio nome un immobile, del valore massimo di Lire 100.000.000=, e ad attribuirne l’usufrutto alla (OMISSIS), e, nelle more dell’acquisto, (OMISSIS) si era impegnato a versare alla moglie Lire 800.000= mensili a titolo di canone di locazione di altro appartamento.
Deduce, in particolare di non avere “azionato alcuna pretesa sostanziale che possa essere, neppure implicitamente, interpretabile, come richiesta del beneficio di cui alla L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, men che meno capitalizzato una tantum ai sensi del comma 8 della medesima disposizione, nell’assenza di qualsiasi accordo sul punto.” (fol. 12 del ricorso), lamentando sostanzialmente una non corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Precisa quindi di essersi opposta alla capitalizzazione dell’usufrutto, richiesta inutilmente dal (OMISSIS) come modifica delle pattuizioni di separazione e riproposta nel giudizio di divorzio dallo stesso promosso, ma di avere sempre insistito per l’adempimento dell’obbligazione contratta dal (OMISSIS) in sede di separazione consensuale chiedendo pero’ la costituzione dell’usufrutto con riferimento ad un immobile di maggior valore, di circa Euro 120.000,00=, sulla considerazione che il valore degli immobili era triplicato nelle more.
1.2. Il primo motivo e’ fondato e va accolto.
1.3. Giova preliminarmente rammentare che la L. n. 898 del 1970, articolo 5, commi 6 e 8, che disciplina i rapporti patrimoniali conseguenti al divorzio, recita:
“6. Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non puo’ procurarseli per ragioni oggettive. (…)
8. Su accordo delle parti la corresponsione puo’ avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal Tribunale. In tal caso non puo’ essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico.”.
1.4. Orbene, costituisce approdo indiscusso la differente natura giuridica che connota l’assegno divorzile periodico (comma 6), rispetto all’assegno divorzile corrisposto in un’unica soluzione (comma 8).
Anche la Corte Costituzionale (Ord. n. 113 del 2007, confermativa dell’Ord. n.383 del 2001) ha avuto modo di puntualizzare che “le due suddette forme di adempimento, pur avendo entrambe la funzione di regolare i rapporti patrimoniali derivanti dallo scioglimento o dalla cessazione del vincolo matrimoniale, hanno connotazioni giuridiche e di fatto diverse, tali da legittimare il legislatore a prevedere, nella sua discrezionalita’, diversi regimi fiscali; che, infatti, mentre l’assegno periodico e’ determinato dal giudice in base ai parametri indicati dalla L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6 con possibilita’ di revisione (in aumento o in diminuzione), ai sensi dell’articolo 9, comma 1 stessa legge, invece l’assegno versato una tantum non corrisponde necessariamente alla capitalizzazione dell’assegno periodico, ma e’ liberamente concordato dalle parti – sia pure con soggezione al controllo di equita’ da parte del giudice -, al fine di fissare un definitivo e complessivo assetto degli interessi personali, familiari e patrimoniali dei coniugi, tale da precludere ogni successiva domanda di contenuto economico (citato articolo 5, comma 8)” sottolineando cosi’ che l’assegno in un’unica soluzione, da un lato, e’ frutto del libero accordo tra le parti, e dall’altro e’ soggetto al controllo di equita’ del giudice; quindi, dopo avere ricordato che le differenze tra le due tipologie di assegno “hanno indotto parte cospicua della dottrina e della giurisprudenza ad attribuire all’accordo per il pagamento una tantum una peculiare natura “transattiva” o “novativa”, oltre che “aleatoria”” ha concluso affermando la non irragionevolezza di un trattamento fiscale differenziato riservato alle due fattispecie.
1.5. Di recente e’ stato quindi chiarito da questa Corte, con specifico riferimento all’assegno divorzile corrisposto una tantum, che “la L. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 5, comma 8, a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile puo’ avvenire in un’unica soluzione senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico, non e’ applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, in quanto l’accordo sulla corresponsione una tantum richiede sempre una verifica di natura giudiziale. Di tali accordi non puo’, pertanto, tenersi conto non solo quando limitino o escludano il diritto del coniuge economicamente piu’ debole, ma anche quando soddisfino dette esigenze, poiche’ una preventiva pattuizione potrebbe determinare il consenso alla dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio.” (Cass. civ. Sez. 1, 30/01/2017, n. 2224), cosi’ sottolineando che l’accordo in questione non puo’ collocarsi al di fuori del giudizio di divorzio, in quanto una preventiva pattuizione, anche in sede di separazione, potrebbe condizionare il consenso alla dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di guisa che la stessa risulta invalida per illiceita’ della causa, perche’ stipulata in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilita’ dei diritti in materia matrimoniale di cui all’articolo 160 c.c..
1.6. Orbene, sulla scorta di tali principi, nella misura in cui ridondano sul caso in esame, si deve escludere che, in via interpretativa, la domanda di corresponsione dell’assegno divorzile una tantum possa essere ritenuta implicita sulla scorta di quanto concordato in sede di separazione consensuale, laddove – come nel caso di specie – attese le posizioni di aperta contrapposizione delle parti nel giudizio divorzile, non sia stata puntualmente verificata proprio in detta sede la sussistenza dei presupposti di legge in merito all’accordo secondo quanto previsto dalla L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 8.
Invero, la decisione impugnata, ove sembra attribuire alla previsione contenuta negli accordi di separazione consensuale omologati il valore di preventiva pattuizione anche sul quantum della obbligazione divorzile, non risulta conforme al principio della Cassazione ricordato.
2.1. Con il secondo motivo si denuncia l’omesso esame della asserita “oggettiva impossibilita’ di (OMISSIS) di acquistare un immobile del valore massimo di Euro 51.645,69 da concedere in usufrutto vitalizio a (OMISSIS), come previsto nelle condizioni della separazione”, addotta dal (OMISSIS) per ottenere la autorizzazione a corrispondere alla (OMISSIS) il valore legale dell’usufrutto, fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5).
2.2. Con il terzo motivo si denuncia, in via subordinata, la violazione e falsa applicazione degli articoli 99 e 112 c.p.c., in relazione agli articoli 167 e 189 c.p.c. ed alla L. n. 898 del 1970, articolo 5, commi 6 e 8, (articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3), con riferimento alla quantificazione dell’assegno divorzile una tantum, e si sostiene che la Corte di appello ha ritenuto congruo quanto stabilito dal Tribunale, omettendo ogni valutazione in merito ai criteri stabiliti dall’articolo 5, comma 6 Legge cit. e senza considerare fatti notori, come la situazione sfavorevole conseguente al passaggio da Lira ad Euro, il conseguente aumento del valore degli immobili e la svalutazione monetaria.
2.3. L’esame dei motivi secondo e terzo e’ assorbito dall’accoglimento del primo.
3. In conclusione, il ricorso va accolto sul primo motivo, assorbiti gli altri; la sentenza impugnata va cassata e rinviata alla Corte di appello di Genova in diversa composizione per il riesame alla luce dei principi espressi e per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimita’.
– Accoglie il ricorso sul primo motivo, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Genova in diversa composizione per il riesame, alla luce dei principi espressi e per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimita’;

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 Cass. 
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