Source: http://www.studiofonzar.com/2013/04/14/malattie-multifattoriali-accertamento-del-nesso-eziologico-ed-incidenza-del-tabagismo-2/
Timestamp: 2020-01-20 12:43:48+00:00

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Malattie multifattoriali, accertamento del nesso eziologico ed incidenza del tabagismo | studioFonzar's Blog
L’affermazione di una relazione causale tra esposizione al fattore di rischio e la malattia manifestatasi richiede che quella possa essere affermata con “un alto o elevato grado di credibilita’ razionale”; tuttavia, nel caso di malattia multifattoriale quell’elevato grado non potra’ mai dirsi raggiunto prima di e a prescindere da un’approfondita analisi di un quadro fattuale il più nutrito possibile di dati relativi all’entita’ dell’esposizione al rischio professionale, tanto in rapporto all’entita’ degli agenti fisici dispersi nell’area che in rapporto al tempo di esposizione, tenuto altresi’ conto dell’uso di eventuali dispostivi personali di protezione, dati che devono poi essere necessariamente correlati alle conoscenze scientifiche disponibili.
Particolarmente interessante la questione oggetto di accertamento da parte della Corte di cassazione con la sentenza in esame, in cui i Supremi Giudici si soffermano ad analizzare, in una fattispecie di morte di un lavoratore esposto al rischio da sostanze cancerogene, le condizioni in presenza delle quali, in caso di patologie multifattoriali, può essere affermata con certezza la sussistenza del nesso causale. Il tema è di grande attualità e, soprattutto, di complessa soluzione, atteso che non è infrequente che la patologia contratta dal lavoratore, apparentemente di origine lavorativa, possa essere stata provocata (od anche aggravata) da un fattore causale esogeno rispetto a quello lavorativo. La Corte, con la sentenza in esame, cerca di fare chiarezza, fornendo utili indicazioni all’interprete.
La vicenda processuale vedeva imputato del reato di omicidio colposo il legale rappresentante di una cooperativa in danno di un dipendente; all’imputato era stato ascritto di non aver sufficientemente informato il lavoratore sui rischi da esposizione a polveri contaminate da silice cristallina e inalazione d’idrocarburi policiclici aromatici, derivanti dalle mansioni di addetto alle pulizie industriali prevalentemente nell’ambito dello stabilimento di un’importante acciaieria, sulla possibilità di contrarre malattie e sulle precauzioni da adottare per prevenirle, nonché, ancora, di aver omesso di fornire al lavoratore idonei dispositivi di protezione individuale per eseguire il lavoro in presenza delle sostanze sopra indicate ed in particolare maschere respiratorie.
Contro la sentenza di condanna (che aveva ritenuto la sussistenza del nesso causale tra le trasgressioni e l’evento morte nonostante il tabagismo del lavoratore), proponeva ricorso per cassazione la difesa dell’imputato, sostenendo che, a fronte dell’emersione di più possibili cause della patologia polmonare e quindi del decesso del lavoratore (in altre parole l’attività di lavoro, il tabagismo e l’esposizione all’inquinamento ambientale, e richiamando le dichiarazioni del perito d’ufficio, secondo le quali non era possibile individuare la percentuale di rischio intrinseca ad ogni singola sostanza, nonché il grado di sinergismo con il quale tali sostanze ed il fumo di sigaretta avevano interagito), la Corte di Appello aveva contraddittoriamente concluso che “in assenza di prova circa l’incidenza specifica deve considerarsi concorrente al 50% nella causazione del carcinoma polmonare”, mentre il perito aveva attribuito al tabagismo una rilevanza causale autonoma.
La tesi è stata accolta dalla Cassazione che ha, infatti, annullato con rinvio al primo giudice la sentenza di condanna.
Per meglio comprendere la conclusione cui è pervenuta la Suprema Corte, appare utile un breve approfondimento della questione del rapporto tra causalità e fattori eziologici alternativi.
Non sempre lo studio epidemiologico delle malattie da lavoro consente di individuare un singolo agente patogeno. Nel campo delle malattie professionali può, infatti, accadere che situazioni lavorative inducano un aggravamento di un rischio generico: il lavoratore, cioè, per condizioni determinate dalla lavorazione stessa è maggiormente esposto all’attuarsi di un rischio generico.
Nell’ambito della comune patologia, alcune malattie possono manifestarsi o aggravarsi per effetto del luogo ove si svolge l’attività lavorativa. Spesso nel determinismo dell’evento lesivo-malattia professionale intervengono vari fattori concausali extra-lavorativi che agiscono in concomitanza con fattori professionali. Molte malattie, particolarmente quelle degenerative, risultano dal concorso di numerose variabili dell’ambiente fisico e sociale in cui l’individuo vive e delle abitudini di vita (alimentazione, sedentarietà, fumo, consumo di alcool), oltre che di fattori genetici, fisiologici propri dell’individuo stesso. In genere, l’influenza di questi fattori, che interagiscono tra loro in maniera più o meno complessa, si esplica nel corso di molti anni prima che si manifestino i sintomi del processo patologico.
Da qui, dunque, le difficoltà di accertare il nesso causale che impongono una particolare attenzione in fase giudiziale. Orbene, si comprende dunque la ragione per la quale la Corte, con specifico riferimento al motivo d’impugnazione sulla sussistenza del nesso causale, i giudici abbiano rilevato che la decisione impugnata incorreva effettivamente in un duplice vizio motivazionale, risultando da un verso carente e dall’altro intrinsecamente contraddittoria. Carente, laddove al corretto richiamo dei principi giuridici che sovrintendono al thema decidendum non aveva fatto seguire l’analisi dei dati fattuali che avrebbero consentito di escludere che il forte tabagismo della vittima avesse avuto un’incidenza esclusiva anche solo nella riduzione dei tempi di latenza della malattia; era altresì contraddittoria perché, pur asserendo che mancasse la prova circa l’incidenza specifica del tabagismo, assegnava a quest’ultimo una efficienza concausale del 50% rispetto al carcinoma polmonare e all’evento morte. Risulta evidente, per gli Ermellini, che una simile valutazione è spoglia di qualsiasi riferimento ai dati fattuali e alle conoscenze scientifiche processualmente disponibili e tradisce la natura puramente congetturale del giudizio espresso dalla Corte d’appello. Da qui, dunque, la necessità di una nuova valutazione dei fatti.
Sulla questione, in particolare, del rapporto concausale del tabagismo, si registrano alcune interessanti decisioni della Corte. Ad esempio, la Corte di cassazione in sede civile ha affermato che nel caso di malattia ad eziologia multifattoriale, il nesso di causalità relativo all’origine professionale della malattia non può essere oggetto di semplici presunzioni tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma necessita di una concreta e specifica dimostrazione, e, se questa può essere data anche in termini di probabilità sulla base delle particolarità della fattispecie (essendo impossibile, nella maggior parte dei casi, ottenere la certezza dell’eziologia), è necessario pur sempre che si tratti di “probabilità qualificata”, da verificarsi attraverso ulteriori elementi (come ad esempio i dati epidemiologici), idonei a tradurre la conclusione probabilistica in certezza giudiziale (Cass., Sez. L, n. 9057 del 12/05/2004, in Ced Cass., n. 572830, in cui la S.C. ha riformato la sentenza di merito per non aver fatto corretta applicazione di tale principio di diritto, avendo ritenuto non sufficientemente dimostrato il nesso causale tra un tumore polmonare e l’attività lavorativa di un lavoratore tabagista ed esposto al rischio amianto, senza considerare l’intrinseca contraddittorietà esistente fra il riconoscimento dell’effetto sinergico fra esposizione ad asbesto e tabagismo, e la mancata valutazione di tale effetto fin dai tempi di incubazione della malattia, per non aver tenuto nel giusto conto la localizzazione del tumore nella zona ove vi è maggiore deposizione delle fibre di asbesto e per non aver adeguatamente considerato le più recenti acquisizioni scientifiche, affermanti che il rischio di tumore al polmone aumenta per i lavoratori esposti all’amianto, sia in presenza di una asbestosi, sia che in assenza di tale malattia; v., anche, in termini: Cass., Sez. L, n. 9634 del 20/05/2004, in Ced Cass., n. 572978, in cui la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva rigettato una domanda del superstite di lavoratore deceduto per neoplasia polmonare, ritenendo che la dipendenza della neoplasia dalle lavorazioni di saldatura e verniciatura dei metalli alle quali era addetto il lavoratore rimaneva a livello di mera possibilità teorica, senza essere giuridicamente qualificabile come probabile concausa a fronte di altri fattori, quali il tabagismo e l’esistenza di una pregressa tbc polmonare, che emergevano come probabili cause della neoplasia).
In generale, sulla complessità degli oneri di valutazione giudiziale in caso di patologie multifattoriali, quali quelle aventi causa nel tabagismo, nella giurisprudenza penale della Cassazione, si è affermato che l’accertamento del nesso di causalità tra le violazioni delle norme antinfortunistiche ascrivibili al datore di lavoro e l’evento morte, dovuto a adenocarcinoma, di un lavoratore fumatore esposto, nel corso della sua esperienza lavorativa, all’amianto deve, anzitutto, aver riguardo al carattere multifattoriale della predetta patologia e, pertanto, alla sua riconducibilità ad una pluralità di possibili fattori causali; in tal caso il giudice non può ricercare il legame eziologico, necessario per la tipicità del fatto, sulla base di una nozione di concausalità meramente medica, dovendo le conoscenze scientifiche essere ricondotte nell’alveo di una causa condizionalistica necessaria. Ne consegue che, per affermare la causalità della condotta omissiva del datore di lavoro, nell’insorgenza del tumore polmonare del lavoratore, occorre dimostrare che esso non abbia avuto esclusiva origine dal prolungato ed intenso fumo di sigarette e che l’esposizione all’amianto sia stata una condizione necessaria per l’insorgenza o per la significativa accelerazione della patologia. (In motivazione la Corte, censurando la decisione impugnata, afferma che essa “attinge ad un concetto vago di causalità e concausalità che, se consentito in ambito medico, deve in ambito penale essere trasfuso in precise categorie giuridiche”: Cass. pen., Sez. IV, n. 11197 del 21/12/2011, dep. 22/03/2012, C. e altri, in Ced Cass., n. 252153).
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