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Timestamp: 2018-05-23 05:56:46+00:00

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Foto sui social network: sono prove?
Lo sai che? Foto sui social network: sono prove?
Postare una fotografia su un social network può essere un’ammissione di responsabilità? Che valore può avere lo scatto in una causa?
Se anche è vero che il codice civile e quello di procedura sono stati scritti in un’epoca in cui non esistevano computer e social network, è anche vero che, per fortuna, le norme hanno una formulazione spesso generica, tale da consentire di essere interpretate in modo estensivo, tenendo cioè conto dell’evoluzione tecnologica e dei nuovi strumenti offerti dal progresso. Ecco perché, proprio in questi ultimi anni, i giudici si stanno confrontando con problematiche molto attuali come, ad esempio, il riconoscimento all’email del valore di prova (leggi Email come prova in tribunale) o la possibilità di licenziare tramite sms (leggi Si può licenziare un dipendente con un sms?). Ora, se è vero che anche l’Agenzia delle Entrate si può valere delle foto postate su Facebook o Instagram per ricostruire il tenore di vita dei contribuenti e verificare se questi davvero dicono la verità nella dichiarazione dei redditi, è legittimo chiedersi a questo punto se le foto sui social network sono prove in un eventuale processo. È proprio la Cassazione a dare la soluzione al problema [1] con una sentenza depositata oggi. Ecco cosa hanno detto i giudici con riferimento al caso di un dipendente che, pur assente dal lavoro per malattia, ha ceduto all’esibizionismo postando su Facebook le foto di un concerto da lui stesso tenuto in quei giorni.
Le fotografie sono considerate dal codice come «prove documentali» solo se, nella causa in cui vengono prodotte, non sono contestate dall’avversario. La contestazione non può essere generica ma va motivata: deve cioè suggerire al giudice le ragioni per cui l’immagine potrebbe essere fasulla o scattata in un momento diverso da quello a cui i fatti si riferiscono. Tanto per fare un esempio: se in una causa Mario sostiene che Giovanni si trovava – in un dato giorno ed orario – al parco, e a tal scopo mostra degli scatti fotografici fatti dal proprio cellulare, se Giovanni non obietta l’attendibilità delle foto, queste si considerano prove documentali al pari, ad esempio, di un contratto. Invece, se Giovanni volesse sconfessare la validità di tali prove potrebbe ad esempio dire che non vi è certezza sul giorno, visto che la fotografia non indica con certezza la data e l’orario in cui è stata scattata.
Detto ciò, vediamo che valore ha una fotografia postata su un social network. La questione si risolve nello stesso modo: l’immagine può sempre essere contestata in modo da rendere la prova inutilizzabile in causa, ma bisogna spiegare per quali ragioni lo scatto non rappresenta il vero. Peraltro, in tale ipotesi, c’è la piattaforma social a indicare il momento in cui l’immagine è stata caricata su internet. Se, ad esempio, sul profilo Facebook dovesse apparire la foto di un dipendente che, durante la malattia, si fa un selfie durante una gita con gli amici, come si potrebbe sostenere che tale documentazione è “taroccata”? Molto difficile, ammettono i giudici che, pertanto, riconoscono – nel caso di specie – la legittimità del licenziamento del finto malato che viene fotografato fuori di casa. E se anche la malattia fosse vera, il suo obbligo resterebbe quello di non compiere attività che ne possano pregiudicare la pronta guarigione. Il lavoratore assente per malattia, che quindi legittimamente non effettua la prestazione lavorativa, non per questo deve astenersi da ogni altra attività, quale in ipotesi un’attività ludica o di intrattenimento, anche espressione dei diritti della persona, ma la stessa non solo deve essere compatibile con lo stato di malattia, ma deve essere altresì conforme all’obbligo di correttezza e buona fede, gravante sul lavoratore, di adottare ogni cautela idonea perché guarisca al più presto, con conseguente recupero dell’idoneità al lavoro.
Ritornando al problema della validità delle fotografie come prove in una causa civile o penale. Laddove la foto dovesse essere contestata, si potrebbe sempre chiamare a testimoniare il suo autore che, con i propri occhi, ha visto la scena poi immortalata nella camera digitale. La questione si è posta più volte per i detective privati, incaricati di riprendere eventuali tradimenti di coniugi. Il loro reportage non può certo avere valore di prova, ma loro stessi sono stati chiamati a rispondere alle domande del giudice, come testimoni, e pertanto gli stessi fatti sono rientrati nel processo dalla finestra.
[1] Cass. sent. n. 6047/18.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 5 dicembre 2017 – 13 marzo 2018, n. 6047
1. La Corte d’Appello di Genova, con la sentenza n. 411 del 2012, ha accolto il reclamo proposto, ai sensi dell’ art. 1, comma 58, della legge n. 92 del 2012, da G.A. nei confronti della società Ansaldo STS spa, in ordine alla sentenza con la quale il Tribunale di Genova aveva respinto l’opposizione del lavoratore all’ordinanza con la quale lo stesso giudice aveva accolto il ricorso della società datrice di lavoro e aveva rigettato la domanda del lavoratore di annullamento del licenziamento e di reintegrazione nel posto di lavoro.
L’Ansaldo STS spa aveva adito il Tribunale chiedendo che fosse dichiarata la legittimità del licenziamento per giusta causa intimato al G. per il comportamento tenuto nella serata del (omissis), mentre lo stesso era assente per malattia.
2. La Corte d’Appello in riforma della sentenza resa tra le parti dal Tribunale di Genova ha annullato il licenziamento intimato dalla società Ansaldo STS spa al lavoratore, e ha condannato la società datrice di lavoro a reintegrare il G. nel posto di lavoro e a corrispondergli un’indennità risarcitoria pari a 12 mensilità dall’ultima retribuzione globale di fatto, e a versare i contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegrazione, oltre interessi.
2. La società Ansaldo irrogava il licenziamento, in ragione della seguente contestazione (riportata a pag. 3 del ricorso) “La scrivente società è venuta a conoscenza che nel periodo di sua assenza dal servizio a far data dal 15 luglio u.s. e sino al 18 luglio u.s., a seguito di presunta malattia, ella si è esibito in pubblico svolgendo attività di concertista unitamente ad altre persone.
In particolare è emerso che ella, in data (omissis), presso la località di (omissis) si è esibito in un concerto con quella che è emerso essere la sua band denominata “(omissis)” nell’ambito di una serata organizzata per la festa Madonna del Carmelo protettrice di Campomaggiore.
Inoltre è emerso che tale suo impegno da concertista è stato pubblicizzato sulla stampa locale e di settore ed in particolare dal giornale ‘(…)’ in data (omissis), oltreché – a quanto riferito – da lei stesso nel suo profilo Facebook.
Il comportamento sopra descritto configura una violazione degli obblighi derivanti dal suo rapporto di lavoro con la scrivente società e segnatamente, dei principi generali di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 cod. civ.”(…)” a) durante il suo asserito stato di malattia dal 15 al 18 luglio u.s. in data 17 luglio u.s. abbia svolto il concerto meglio specificato più sopra; b) con tale suo comportamento, in violazione dei doveri di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, abbia rischiato di compromettere e/o aggravare e/o ritardare la guarigione dal suo asserito stato di malattia considerato che l’impegno, sia sotto il profilo fisico sia psicologico, profuso nell’esecuzione del concerto predetto – che o era inesistente o tale da consentirle comunque si svolgere la prestazione lavorativa”.
la contestazione riguardava solo l’esibizione del 17 luglio e non anche la falsità del certificato medico o la non idoneità dello stesso a provare la malattia; In tal caso avrebbe dovuto contestare l’assenza ingiustificata e sottoporre il lavoratore a visita fiscale;
la legittimità del licenziamento andava vagliata con riguardo alla compatibilità dell’attività amatoriale con la pronta guarigione e con l’obbligo del lavoratore di adottare ogni cautela idonea perché lo stato di malattia cessi con conseguente recupero dell’idoneità lavorativa;
tale compatibilità ex post era certa, avendo ripreso servizio il lavoratore; la stessa sussisteva anche ex ante poiché una esibizione canora e musicale di tipo amatoriale, di una durata di circa due ore, posta in essere, in una serata d’estate nell’ambito di una manifestazione popolare, vicino a casa, da una persona abituata a suonare in pubblico (suonandosi la fisarmonica da seduti non si poteva ritenere che il pregiudizio per la guarigione dipendesse dallo sforzo per sostenere lo strumento) non poteva avere richiesto al lavoratore un dispendio di energie psicofisiche tale da pregiudicare la guarigione da una malattia, che considerata la sua durata non poteva dirsi grave;
andava riconosciuta la tutela reintegratoria ai sensi dell’art. 18, comma 4, come novellato, in ragione della non sussistenza del fatto. Ciò sia quale attività extralavorativa che poneva in pericolo la guarigione, sia come simulazione della malattia, non potendosi accedere alla tesi del datore di lavoro secondo cui il fatto contestato era lo svolgimento di attività extralavorativa durante l’assenza per malattia;
4. Tanto premesso, può passarsi all’esame dei motivi di ricorso.
5. Con il primo motivo è dedotta, ai sensi dell’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 7 della legge n. 300 del 1970, in quanto nella specie la contestazione riguardava un’unica situazione di fatto – consistente nell’essersi il lavoratore esibito in uno spettacolo canoro durante l’asserito stato di malattia – con tre distinte conseguenze, tutte violative degli artt. 1175, 1375, 2104 e 2105 cod. civ..
6. Con il secondo motivo di ricorso è prospettato il vizio di omesso esame, ai sensi dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., circa fatti decisivi per il giudizio, in quanto consentivano di ritenere accertata la simulazione della malattia.
l’invito del medico al G. a riguardarsi in ragione dello stato di salute;
Né poteva attribuirsi valore al certificato medico redatto in base a dichiarazioni del paziente, e senza accertamenti specialistici specifici.
Come questa Corte ha affermato (cfr., ex multis, Cass., n. 17625 del 2014), lo svolgimento di altra attività lavorativa da parte del dipendente assente per malattia è idonea a giustificare il recesso del datore di lavoro per violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà ove tale attività esterna, prestata o meno a titolo oneroso, sia per sé sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una sua fraudolente simulazione, ovvero quando, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, l’attività stessa possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio del lavoratore, ferma restando la necessità che, nella contestazione dell’addebito, emerga con chiarezza il profilo fattuale, così da consentire una adeguata difesa da parte del lavoratore.
Correttamente, pertanto, la Corte d’Appello, proprio facendo applicazione del principio della specificità della contestazione, posto a garanzia della tutela del diritto di difesa del lavoratore cui è preordinata, altresì, l’immutabilità dei fatti posti a fondamento del licenziamento disciplinare, ha ritenuto che la contestazione, per come formulata, riguardava l’adozione di una condotta che poteva ritardare la guarigione, dal momento che la circostanza di fatto richiamata nella contestazione medesima è lo svolgimento, venendone precisati luogo data e periodo della giornata, dell’attività di concertista durante la malattia, e non l’inesistenza in sé della malattia – come comunicata dal lavoratore e attestata dalle relative certificazioni mediche.
7. Con il terzo motivo di ricorso è prospettata la violazione e/o falsa applicazione ex art. 360, n. 3, cod. proc. civ., degli artt. 1175, 1375, 2104 e 2105 cod. civ., in riferimento a quanto previsto dall’ art. 18 della legge n. 300 del 1970, dall’art. 3 della legge n. 604 del 1966, e dall’art. 2110 cod. civ..
Ricorda il ricorrente come il lavoratore, durante la malattia si deve adoperare affinché non venga ritardata la guarigione. Ciò comporta che debba astenersi da ogni attività, che possa compromettere la guarigione, non rilevando che ciò poi non sia accaduto.
Nella specie, il comportamento del lavoratore (viaggio in macchina su strada tortuosa, attesa sul luogo del concerto con una temperatura non confacente alla malattia, esibizione per due ore, in piedi e sostenendo il peso della fisarmonica), in presenza della supposta lombosciatalgia, aveva violato tale obbligo e le previsioni di cui agli artt. 2110, 2104, 1175 e 1375 cod. civ..
8. Con il quarto motivo di ricorso è dedotta la violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., in relazione all’art. 2106 cod. civ., e conseguente violazione dell’art. 18 della legge n. 300 del 1970 e in subordine dell’art. 3 della legge n. 604 del 1966.
La Corte d’Appello non aveva considerato che il lavoratore era consapevole che, ponendo in essere la suddetta condotta, avrebbe potuto essere sottoposto a procedimento disciplinare, essendo già incorso in sanzione disciplinare, evidenziandosi, così, da parte dello stesso, una non curanza nella considerazione dei propri comportamenti sul rapporto di lavoro e la violazione del rapporto di fiducia e fedeltà.
9. Con il quinto motivo di ricorso è esposto il vizio di omesso esame e travisamento dei fatti circa la compatibilità della malattia con l’attività amatoriale e la sua incompatibilità con l’attività lavorativa ex art. 360, n. 5, cod. proc. civ..
La Corte d’Appello aveva escluso la giusta causa senza valutare se lo status del G., consentendogli di effettuare una esibizione canora, avrebbe potuto consentire allo stesso lo svolgimento delle mansioni in azienda, circostanza che non poteva essere esclusa a priori ma necessitava della prova concreta.
10. Con il sesto motivo di ricorso è prospettata violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 3 cod. proc. civ., in relazione all’art. 2697 e 2729 cod. civ., in ordine alla raggiunta prova della idoneità dell’attività extra lavorativa del G. a pregiudicare il pieno e tempestivo recupero delle energie psico-fisiche.
Gravava sul lavoratore l’onere di dimostrare la compatibilità delle attività in questione con la malattia impeditiva dell’attività lavorativa.
La Corte d’Appello nel ritenere tale compatibilità aveva supplito all’onere probatorio del lavoratore, affermando come compatibile la persistenza della lombo sciatalgia con lo svolgimento dell’attività in questione.
È contestato, altresì, che la Corte d’Appello ha valutato la compatibilità ex post e non ex ante come andava effettuato.
11.1. Nella specie i principi che informano la materia sono consolidati: lo svolgimento di altra attività lavorativa da parte del dipendente assente per malattia è idoneo a giustificare il recesso del datore di lavoro per violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà ove tale attività esterna, prestata o meno a titolo oneroso, sia per sé sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una sua fraudolente simulazione, ovvero quando, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, l’attività stessa possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio del lavoratore (v., ex plurimis, Cass. n. 17625 del 2014, Cass., n. 24812 del 2016, Cass., n. 21667 del 2017).
Inoltre, l’espletamento di attività extralavorativa durante il periodo di assenza per malattia costituisce illecito disciplinare non solo se da tale comportamento deriva un’effettiva impossibilità temporanea della ripresa del lavoro, ma anche quando la ripresa è solo messa in pericolo dalla condotta imprudente (v. Cass., n. 16465 del 2015), con una valutazione di idoneità che deve essere svolta necessariamente ex ante, rapportata al momento in cui il comportamento viene realizzato (citata Cass., n. 21667 del 2017, n. 10416 del 2017, n. 24812 del 2016, n. 17625 del 2014).
11.2. La Corte territoriale ha correttamente richiamato i suddetti principi di diritto e cioè che il lavoratore assente per malattia – che quindi legittimamente non effettua la prestazione lavorativa – non per questo deve astenersi da ogni altra attività, quale in ipotesi un’attività ludica o di intrattenimento, anche espressione dei diritti della persona, ma la stessa non solo deve essere compatibile con lo stato di malattia, ma deve essere altresì conforme all’obbligo di correttezza e buona fede, gravante sul lavoratore, di adottare ogni cautela idonea perché cessi lo stato di malattia, con conseguente recupero dell’idoneità al lavoro, ma non né ha fatto corretta applicazione.
11.3. L’impugnata sentenza risulta affetta dai vizi denunciati nei suddetti motivi nella parte in cui non ha operato, nel rispetto dell’onere probatorio che grava sul lavoratore, il giudizio di verifica della conformità a correttezza e buona fede della condotta contestata al lavoratore rispetto all’obbligo di cautela gravante sul lavoratore.
13. Con il settimo motivo di ricorso è dedotta la violazione dell’art. 360 n. 3, cod. proc. civ. in relazione all’art. 18 della legge n. 300 del 1970, come modificato dalla legge n. 92 del 2012 in ordine all’accertato obbligo della società di reintegrare il lavoratore.
Nella specie, erroneamente la Corte d’Appello aveva ritenuto l’insussistenza del fatto contestato, e confondendo il fatto materiale oggetto di contestazione con gli effetti propri della asserita malattia. nella specie, quindi, al più doveva trovare applicazione l’art. 18, comma 5, della legge n. 300 del 70 come novellato.

References: sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 18
 art. 360
 Cass. 
 sentenza