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Timestamp: 2020-08-11 17:01:09+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7801 del 27/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7801 del 27/03/2017
Cassazione civile, sez. lav., 27/03/2017, (ud. 01/02/2017, dep.27/03/2017), n. 7801
sul ricorso 459/2016 proposto da:
Z.L., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
C. MONTEVERDI 20, presso lo studio dell’avvocato ALFREDO CODACCI
PISANELLI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato
LUCIANO ANCORA, giusta delega in atti;
AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA – OSPEDALI (OMISSIS), P.I.
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SCIRE’ 15, presso lo studio
dell’avvocato LUIGI CASALE, rappresentata e difesa dall’avvocato
LORENZO GNOCCHINI, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 194/2015 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,
depositata il 22/06/2015 R.G.N. 655/14;
udito l’Avvocato LUCIANO ANCORA.
Con sentenza in data 30 dicembre 2015, la Corte d’Appello di Ancona, confermando la decisione del Tribunale della stessa sede n.322/2014, ha rigettato il ricorso di Z.L., assunta con contratto a tempo indeterminato dal 17/8/2009 in qualità di collaboratore professionale sanitario/tecnico della Fisiopatologia Cardiocircolatoria e Perfusione Cardiovascolare presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria – e Ospedali Riuniti di (OMISSIS).
La Corte d’Appello ha ritenuto legittimo il recesso dell’Azienda ospedaliera per mancato superamento della prova, considerando inutilmente spirato il termine di decadenza per l’impugnativa, di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 2, (cd. Collegato lavoro), che ha novellato la L. n. 604 del 1966, art. 6.
La Corte ha, pertanto, ritenuto applicabile il nuovo termine d’impugnazione del licenziamento al recesso dal patto di prova, presupponendo altresì verificata la condizione stessa del recesso, consistente nell’accertamento del completo ed effettivo svolgimento dell’esperimento da parte della dipendente.
Avverso tale decisione ricorre in Cassazione Z.L., affidando le sue ragioni a tre censure.
Resiste con controricorso l’Azienda Ospedaliera Universitaria – e Ospedali Riuniti di (OMISSIS).
La ricorrente presenta memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
1. Nel primo motivo parte ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, e della L. n. 183 del 2010. Ritiene che il giudice di merito, riconducendo erroneamente la fattispecie al nuovo termine di decadenza introdotto per i licenziamenti dal “Collegato lavoro”, abbia violato la norma specifica sul recesso dal patto di prova (L. n. 604 del 1966, art. 10), che esclude l’istituto dall’applicazione delle decadenze previste sia dalla L. n. 604 del 1966, sia dalla L. n. 183 del 2010.
2. Nel secondo motivo la censura si appunta sulla violazione e falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, specificamente laddove la sentenza gravata ha esteso la novella del 2010 al recesso dal rapporto di lavoro in prova.
3. Nel terzo motivo si contesta l’estensione dell’applicabilità dei nuovi termini ai licenziamenti intimati e impugnati prima del 24/11/2010 in virtù del principio generale dell’irretroattività delle leggi (art. 11 preleggi), e anche per l’espressa previsione, nello stesso “Collegato lavoro”, di una disciplina transitoria in tema di retroattività dell’applicazione del nuovo termine di decadenza riferita ai soli contratti a tempo determinato.
La L. n. 604 del 1966, riferendosi espressamente ai lavoratori assunti in prova, sancisce all’art. 10, che le norme della L. n. 604 del 1966, non sono applicabili se non nel momento in cui l’assunzione diviene definitiva e, in ogni caso, quando sono decorsi sei mesi dall’inizio del rapporto di lavoro. La norma, evidentemente, si preoccupa di garantire il diritto primario del lavoratore al consolidamento del rapporto, statuendo che ogni valutazione sull’adeguatezza della prestazione possa essere espressa solo dopo un tempo minimo, la cui determinazione è lasciata all’autonomia contrattuale.
La previsione normativa (art. 2096 c.c.) secondo cui, durante il periodo di prova, ciascuna delle parti può recedere liberamente dal contratto, ed è dispensata dall’onere di addurne una giustificazione, spiega che a detto atto di recesso unilaterale l’ordinamento attribuisce una diversa ratio rispetto al licenziamento, consistente nel far sì che i contraenti verifichino la reciproca convenienza a rendere stabile il rapporto, una ratio aderente alla causa propria del patto di prova. Sicchè, il tema dell’applicabilità della disciplina del licenziamento avrebbe potuto porsi, eventualmente, solo qualora la dipendente avesse avuto l’opportunità di svolgere un periodo minimo effettivo di prova.
In proposito, il c.c.n.l. del comparto della dirigenza medica (1/9/1995), all’art. 15, prevede un “periodo di prova minimo” di tre mesi, soltanto trascorso il quale le parti avrebbero potuto esercitare legittimamente il potere unilaterale di recesso. I giudici dell’Appello, hanno ritenuto, dunque, verificata la piena validità ed efficacia del recesso, sul presupposto che fosse utilmente trascorso il periodo minimo di tre mesi dalla costituzione del rapporto in prova.
Quanto detto ci riporta alle conclusioni di questa Corte, pienamente condivise da questo Collegio, a cui si rinvia, in base alle quali “…Una volta accertata l’illegittimità del recesso – quando risulti che l’esperimento non è stato consentito per l’inadeguatezza della durata della prova o per il superamento della prova per l’inesistenza del motivo illecito, consegue che anche dove sussistano i requisiti numerici – non si applicano, quanto alle conseguenze, la L. n. 604 del 1966, o la L. n. 300 del 1970, art. 18, come modificate, ma si ha unicamente la prosecuzione della prova, per il periodo di tempo mancante al termine prefissato, oppure il risarcimento del danno, non comportando la dichiarazione di illegittimità del recesso nel periodo di prova che il rapporto di lavoro debba essere ormai considerato come stabilmente costituito” (Cass. 23231/20100; adde Cass. 469/2015 e 1180/2017).
Sotto un diverso profilo la sentenza gravata va altresì censurata laddove respinge l’argomentazione della ricorrente che ritiene che la normativa sui licenziamenti individuali di cui alla L. n. 604 del 1966, novellata nel 2010, sarebbe applicabile soltanto nel caso in cui l’assunzione diventi definitiva e comunque quando siano decorsi sei mesi dall’inizio del rapporto di lavoro, con implicito richiamo alla L. n. 604, art. 10.
Prima dell’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010, la L. n. 604 del 1966, non si applicava a tutti i casi di licenziamento, così che la finalità del legislatore, con la L. n. 183 del 2010, appare quella di voler allargare in modo omnicomprensivo l’ambito di applicazione del nuovo regime decadenziale, per un’esigenza di uniformità e di certezza del diritto, attraverso un’espressa previsione. In tal senso, all’elenco delle fattispecie sottoposte alla nuova disciplina dei termini d’impugnativa del licenziamento va dato valore tassativo, e se tra queste il legislatore non ha fatto menzione del recesso intervenuto durante il periodo di prova, ciò deriva dalla diversa ratio che connota tale istituto rispetto al licenziamento.
L’art. 2096 c.c., attribuisce un valore “neutro” al recesso dei due contraenti in prova, anche se, considerate le specifiche caratteristiche del mercato del lavoro e la posizione meno garantita del lavoratore, deve ritenersi che detto recesso abbia una valenza assai diversa quando è egli stesso a subirne le conseguenze. Proprio tale asimmetria delle posizioni contrattuali, unitamente al diritto del lavoratore a esperire completamente la prova, costituisce implicita conferma che l’impugnativa del recesso dal patto resti ancorata al termine d’impugnativa quinquennale perchè non ricorrono per questo istituto le medesime esigenze che hanno portato all’introduzione del più breve termine decadenziale per l’impugnativa dei licenziamenti da parte della L. n. 183 del 2010.
La L. n. 183 del 2010, art. 32, ha inteso sottoporre alla disciplina dei licenziamenti alcune figure di allontanamento dal lavoro che non rientrano nella fattispecie tipica, individuandole in modo nominativo, proprio per evidenziare la delicatezza della scelta di estendere la nuova disciplina a fattispecie prima non contemplate dalla L. n. 604 del 1966. All’art. 32, comma 3, lett. a), b) e c), vengono richiamati i recessi che presuppongono la risoluzione di questioni relative a problemi di qualificazione del rapporto, il recesso del committente dai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e a progetto; il trasferimento ai sensi dell’art. 2013 c.c..
Non può revocarsi in dubbio, pertanto, data l’indicazione tassativa delle ipotesi omnicomprensivamente ricondotte alla nuova disciplina dell’impugnativa del recesso, che l’istituto del patto di prova ne resti escluso. Neppure esso può essere ricompreso nell’art. 32, laddove esso, nel circoscrivere il campo di applicazione della nuova norma, la estende “…anche a tutti i casi di invalidità del licenziamento”, perchè tale norma di chiusura deve intendersi riferita unicamente alle ipotesi di recesso unilaterale del datore da un rapporto di lavoro che sia già in essere o perfezionato (da ultimo si veda Cass. 26163/2016, Cass. 74/2017).
La decisione gravata postula un’espansione dell’applicabilità del nuovo termine di decadenza anche ai diritti maturati prima della sua introduzione (Cass. n. 26163/2016). La motivazione poggia sul presupposto che, non incidendo la retroattività sulla natura del diritto, ma spostandone unicamente il dies a quo del godimento al nuovo termine coincidente con l’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010, una siffatta soluzione impedirebbe che l’applicazione rigida del principio d’irretroattività possa venire a determinare una disparità di trattamento fra titolari della medesima categoria di diritti.
La motivazione non si rivela corretta perchè, anche volendo prescindere dal fatto che la stessa L. n. 183 del 2010, prevede un regime transitorio, per i contratti a tempo determinato già stipulati alla data di entrata in vigore della nuova legge (art. 32, comma 4, lett. a), essa non resiste all’obiezione di fondo secondo cui nel caso in esame, non essendosi compiuto nella sua interezza il periodo di prova, il termine di decadenza per l’impugnazione del recesso dell’Azienda sanitaria dal periodo di prova non può ritenersi neanche iniziato a decorrere. Quello del protrarsi di una presunta inerzia da parte della ricorrente, la quale ha proposto l’azione in giudizio dopo tre anni dalla violazione del diritto di esperire la prova, altro non è se non il legittimo esercizio del diritto di far valere in giudizio tale s o diritto, non potendo applicarsi il nuovo termine decadenziale ai recessi dai prova, prima che la lavoratrice abbia potuto effettivamente portare a compimento l’esperimento.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 32
 art. 6
 art. 10
 art. 32
 sentenza 
 art. 18
 Cass. 
 sentenza 
 art. 10
 art. 32
 Cass. 
 Cass.