Source: http://democraziaesovranita.blogspot.it/2014/
Timestamp: 2017-06-26 17:14:35+00:00

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L'Italia può vivere di esportazioni? Ormai dovrebbe essere chiaro. Ne abbiamo parlato in questo post e anche in questo: l'Europa ed il sistema ultra-liberista al quale si ispira vogliono che diventiamo TUTTI dei Paesi export-led ovvero che basiamo la nostra crescita e prosperità sulle esportazioni e non più sulla spesa pubblica, considerata solo dannosa, fuorviante e fonte di corruzione. Non importa che uno Stato sia storicamente e per ragioni oggettive non adatto ad esportare, come ad esempio la Spagna, che, con tutti gli sforzi fatti, si attesta attualmente ad un 32% del PIL, o la Grecia, che ha un export pari al 27%, le economie devono essere stravolte per diventare esportatori come il Belgio all''85% o l'Olanda che è all'87% o la Germania, che ha un rapporto export/PIL del 52%.
Rimane la contrazione degli occupati, non supportata però, come abbiamo detto, da investimenti in macchinari, e la deflazione salariale. Chiunque indichi questa strada deve fare però i conti con l'ultimo dei grafici proposti: il tasso attuale di disoccupazione. Siamo sopra la media UE, al tasso del 12.7%, ovvero ad un tasso mai raggiunto in tempo di pace. Un ulteriore aumento dei disoccupati porterebbe a conseguenze sociali gravissime; d'altra parte una riduzione salariale porterebbe ad un ulteriore crollo dei redditi degli occupati, non compensato dal modesto aumento degli impiegati, come è successo in Spagna, dopo le ricette della Troika Spagna, PIL pro-capite su dati Eurostat
esportazioni. disoccupazione,
Ha avuto un notevole risalto mediatico per
il tema trattato (risarcimento dei danni di guerra causati dal Terzo Reich) la sentenza della Corte Costituzionale
del 22 ottobre che ha sancito l'inapplicabilità della
norma consuetudinaria internazionale che stabilisce l'immunità degli Stati
esteri dalla giurisdizione civile, recepita dalla Legge 14.01.2013 n° 5
nel nostro ordinamento, in quanto in violazione dei principi fondamentali e dei
diritti inviolabili dell'uomo tutelati dalla nostra Costituzione. La decisione
in sé ripercorre il filone di altre sentenze della Consulta emesse in
riferimento a norme comunitarie, o del Concordato con la Santa Sede, secondo le
quali "il limite che segna l’apertura dell’ordinamento italiano
all’ordinamento internazionale e sovranazionale è costituito […] dal rispetto
dei principi fondamentali e dei diritti inviolabili dell’uomo, elementi
identificativi dell’ordinamento costituzionale" (sentenze n 30/1971
Gualtieri e 31/1971, Ghisotti-Siliprandi).
Quello che la rende interessante è
però le modalità, espresse nella sentenza, con cui si attua questo limite:
secondo la Corte infatti esiste un "blocco" all'entrata nel nostro
ordinamento di una norma internazionale o sovranazionale, recepita ex art. 10
Cost., che sia in violazione dei diritti e principi fondamentali che costituiscono
l'assetto del nostro sistema, come delineato nella Carta. Questo controllo, che
avviene ex post, può essere effettuato esclusivamente dalla Corte
Costituzionale, poiché le norme così recepite assumono rango equivalente a
quello di norme costituzionali, ma una volta che ne sia stabilita la violazione
è obbligo del giudice statuale di non considerarle esistenti e quindi vi è il
potere/dovere di non applicarle.
Ě da rilevare che i Giudici ritengono pertanto sottoponibile al sindacato della Corte anche una norma di diritto internazionale c.d.
“generale”, ovvero di tipo consuetudinario prevalente, recepita appunto ex art.
10, norma che ha una forza quale fonte di diritto certamente superiore a quelle
“pattizie” che trovano la loro legittimazione nell’art. 11 Cost.: mentre infatti le prime trovano la loro legittimazione nell'avere alle spalle un uso anche secolare, nell'essere universalmente riconosciute come cogenti nei rapporti internazionali, le seconde trovano la loro legittimazione appunto in un patto, che può essere modificato o sciolto, e che ha una forza derivante esclusivamente dalla volontaria sottoposizione degli stati firmatari allo stesso. Risulta evidente che se è ammissibile un sindacato di legittimità persino di una norma consuetudinaria fondamentale, tanto più la Corte avrà il diritto di valutare una norma "pattizia": come infatti giustamente evidenzia Barra Caracciolo nel suo commento alla sentenza, “Se quanto così affermato vale rispetto al
diritto internazionale generale di cui all'art.10 Cost, a maggior ragione opera
come limite al diritto internazionale "da trattato", ancorchè "europeo",
che è fonte di rango inferiore, in Costituzione e nel diritto internazionale,
rispetto al d.i. "generale” (http://orizzonte48.blogspot.it/2014/10/corte-costituzionale-sentn238-del.html)
Questa ricostruzione dogmatica quindi
stabilisce una volta per tutte che nessuna
norma di diritto internazionale può essere considerata di rango superiore a
quelle costituzionali fondamentali e che sussiste sempre il potere/dovere della
Consulta di valutare il contemperamento fra le prime e le seconde per stabilire
se le prime abbiano o meno e in quali limiti il diritto di entrare nel nostro
ordinamento ed essere applicate.
Tale posizione sembra modificare ancora
una volta il percorso "sofferto" di integrazione delle norme
comunitarie con il diritto interno e che ha visto la nostra Consulta passare
dal primato della norma costituzionale rispetto a quella comunitaria,
considerata di diritto comune, attraverso il riconoscimento della norma
statuale di applicazione, e quindi superabile da una legge posteriore (sentenze
14/1964, Costa/ENEL e 98/1965, Acciaierie San Michele), ad una posizione di
equivalenza del diritto comunitario con quello costituzionale, essendo la norma
comunitaria "veicolata" dall'art. 11 Cost., cosa che che le permette
di essere immediatamente precettiva e di prevalere sulla norma statuale anche
successiva, con essa incompatibile (sentenze 183/1973, Frontini e 232/1975,
Industrie Chimiche), alla posizione più recente di "autonomia"
dell'ordinamento comunitario rispetto al diritto interno, il quale viene
semplicemente ignorato nell'applicazione dal giudice ordinario, ogniqualvolta
esso sia in contrasto con il precetto sovranazionale (a partire dalla sentenza
170/1984, Granital).
Ciò avvicina la nostra Corte alle posizioni di quella
tedesca, che, a più riprese, ha affermato il dovere di esaminare qualsiasi
accordo internazionale o decisione per valutarne la congruità ed il non contrasto con la
Costituzione tedesca: basta ricordare l'opposizione al programma OMT di Draghi,
che i Giudici tedeschi hanno considerato in violazione del principio di
controllo della spesa fiscale del contribuente tedesco, il quale spetta
esclusivamente al Bundestag, rimettendo sì la questione alla Corte di Giustizia
Europea, come previsto dall'art. 263 TFEU, che stabilisce la giurisdizione
esclusiva di quest'ultima sugli atti della BCE, ma non prima di averla
esaminata direttamente, senza sospendere il ricorso in attesa della decisione
della CGUE, e soprattutto dando
preventivamente indicazioni sulla illegittimità e proponendo alla stessa CGUE
le modifiche da attuare per renderla per i tedeschi accettabile.
La Corte tedesca è arrivata così a porre un vero e proprio “ultimatum” alla Corte di Giustizia, sia sui
tempi che sui modi della decisione, con l’affermazione espressa che in caso
contrario verrà considerata anticostituzionale e disapplicata dalla Germania,
in barba al principio della vincolatività delle decisioni della CGUE (vedi sul
punto e per un esame approfondito delle conseguenze della presa di posizione
della Corte di Karlsruhe, Barra
Caracciolo “La questione "OMT" e la morte virtuale della
facciata cooperativa dell’euro” su http://orizzonte48.blogspot.it/2014/02/la-questione-omt-e-la-morte-virtuale.html.)
La sentenza della nostra Corte è più
morbida nel suo dettato e non compie lo “strappo” di quella tedesca rimanendo
nell’alveo delle proprie decisioni più recenti, in quanto considera, non il
mero contrasto con qualunque principio costituzionale, anche di competenza dei poteri impositivi, come quella tedesca, ma solo quello con
le norme fondamentali per l'assetto democratico e di tutela di diritti
inviolabili; nonostante ciò appare essere una leva che potrebbe sollevare il
macigno, formato dalle norme europee in materia economica recepite nel nostro
ordinamento, che opprime la nostra economia e la nostra società.
decisione della Consulta ridà infatti dignità alla tutela dei principi e dei
diritti cardine su cui si basa l'Italia, affermandone l'incomprimibilità,
qualsiasi sia il livello (internazionale, sovranazionale, consuetudinario o
pattizio) delle norme che vogliono incidere su tale assetto. Ogni limitazione di sovranità e diritti
dei singoli, in quanto riconosciuti e tutelati dalla Carta, pur se accettati o
ratificati in trattati che si considerano vincolanti e cogenti, come quello UE,
deve sottostare al sindacato di coerenza con il dettato costituzionale, per
valutarne la necessità e le finalità che non possono essere diverse da quelle
dell'art. 11, e che pur perseguibili in via diretta o indiretta, sono sempre e comunque
"controlimite" all'applicazione di accordi che diminuiscano la piena
potestà statuale e comprimano i diritti sociali ed economici dei cittadini,
riconosciuti fondanti dagli artt. 1, 2 e 4 Cost..
Evidentemente secondo questa logica non
possono essere considerati accettabili, qualsiasi
siano le finalità ultime espresse astrattamente nei trattati, e devono
essere quindi considerate mai entrate nel nostro ordinamento, tutte quelle
norme che direttamente stabiliscano una
cessione definitiva di parti di sovranità nazionale, sovranità che si
esplica con il diritto di stabilire un'imposizione fiscale coerente con i
principi e le finalità dell'art. 3 Cost. comma II o che impone di perseguire a deficit
politiche di ridistribuzione e sostegno dei redditi o di tutela e sviluppo del
welfare, e che non può, per implicita ratio ex art. 11 Cost., essere ceduta
permanentemente, od anche quelle norme che impongano per la loro attuazione o
per il perseguimento delle finalità che impongono, una trasposizione in legge
ordinaria. Vengono in mente ad esempio le regole del fiscal compact, che
impongono un certo deficit ed il perseguimento di una riduzione del debito
pubblico incompatibile con lo sviluppo economico in un periodo di ciclo
economico recessivo.
Ma, a mio avviso, la sentenza permette
un'interpretazione ancora più incisiva: dovendosi sempre e comunque valutare la
norma internazionale "pesandola" con l'assetto costituzionale sul
quale va ad incidere, anche un trattato che si autoproclami esplicitamente
"un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni"
secondo il dettato dell'art. 11 Cost. - e questa è sempre stata la chiave per
respingere alla fonte ogni contestazione della legittimità costituzionale degli
articoli dei trattati europei ("le precise e puntuali disposizioni del
Trattato forniscono sicura garanzia, talché appare difficile configurare anche
in astratto l'ipotesi che un regolamento comunitario possa incidere in materia
di rapporti civili, etico-sociali, politici, con disposizioni contrastanti con
la Costituzione italiana." così ad esempio Corte Cost 183/1973 si
esprimeva, con un certo ottimismo, sul trattato di Roma) - non può sic et
simpliciter essere considerato "giusto" in ogni suo aspetto ed in
ogni sua determinazione.
momento in cui si riscontri che l'applicazione di norme comunitarie non direttamente lesive provochi situazioni che mettano in
pericolo il Paese, nella sua consistenza economico/produttiva (come è noto dall'inizio della crisi
abbiamo perso il 25% del nostro tessuto produttivo) o che provochino per il loro
rispetto l'annullamento di fatto dei diritti su cui è basata la Nazione (prima di tutto l'effettività e la
dignità del lavoro) è mio parere che l'eventuale
questione di costituzionalità di tali disposizioni comunitarie o delle leggi ad
esse riferentesi debba essere
sollevata avanti alla Corte Costituzionale, la quale sarà tenuta a valutarne
l'impatto sull'assetto economico/sociale fondante lo Stato italiano.
Ciò comporta l’ulteriore conseguenza che a
rigore lo stesso trattato TFUE possa e
debba essere considerato nella sua interezza per valutare la congruità
dell’impianto stesso dell’accordo con i principi fondanti della Repubblica.
Se infatti si eliminano una volte per tutte le pregiudiziali di coerenza ed
adesione del Trattato UEM con le finalità di “pace e giustizia fra le Nazioni”
costituzionalmente previste per l’ammissibilità del suo inserimento nel corpo
legislativo nazionale, se quindi ci si toglie quel paraocchi, quel filtro
buonista-europeista che non ha mai permesso un esame obiettivo delle reali
finalità del Trattato, considerando sufficiente il vago richiamo all’inizio
dell’art. 3 TFUE alla volontà di “promuovere la pace, i suoi valori e il
benessere dei suoi popoli”, ci si accorge che la reale portata del TFUE è ben diversa da quanto apoditticamente affermato, e si prende coscienza del fatto che esso tende a contrastare ed ostacolare i compiti istituzionali dello Stato, come previsti dalla nostra Carta all'art. 3 comma II.
Basta già considerare quanto lo stesso art. 3 TFUE
candidamente ammette nel suo terzo comma, dove fra le caratteristiche dell’accordo
spicca il fatto che sia basato “su un'economia sociale di mercato fortemente
competitiva” per poter cominciare a dubitare della reale volontà sottesa al
Trattato. Come nota puntualmente Barra Caracciolo “certamente l'Unione economica e, ancor più, monetaria europea, - priva
di ogni riferimento al perseguimento della pace e della giustizia tra le
Nazioni, e giuridicamente cresciuta e stratificata come insieme di regole
caratterizzate dall'instaurazione di un libero mercato fortemente competitivo
che privilegia la stabilità dei prezzi e la piena occupazione ad essa connessa,
cioè unicamente in quanto compatibile con tale stabilità, instaurando
la competizione mercantilista tra gli Stati coinvolti,- non ha nulla
a che vedere con un'organizzazione che svolge la promozione della pace sia
all'interno dei partecipanti sia, collettivamente, verso l'esterno” (http://orizzonte48.blogspot.it/2014/07/lart11-cost-e-adesione-allue-cosa-dice.html).
Evidentemente quello che viene alla luce è
l’illegittimità tout court di un
vincolo esterno limitativo della sovranità nazionale, che non trova realmente
fondamento nell’art. 11 Cost. e quindi l’impossibilità ab origine della sua accettazione nel corpo legislativo statuale.
Non è un caso che i Costituenti avessero negato l’accenno nel corpo
dell’articolo in questione all’unità europea: essi sentivano che non sarebbe
stato corretto dare una “patente di legittimità” a priori ad una costruzione
europea, perché, come notava lucidamente il presidente della Commissione
Costituente, On. Ruini, “Non si può
prescindere dalla indicazione dello scopo. Vi possono essere
organizzazioni internazionali contrarie alla giustizia ed alla pace”.
Non è questa la sede per ulteriori
approfondimenti, ma questo spunto deve e può essere ulteriormente sviluppato,
per permettere un impianto teorico immediatamente applicativo, volto a contrastare ulteriori cessioni ed al
ripristino di quella sovranità che, in nome di ideali astrattamente
affratellanti, si sta illegittimamente cedendo, con il plauso ed il complice
accordo di pressoché tutta la nostra classe politica, avendone in cambio solo
competizione mercantilistica e conseguente ed inevitabile corsa alla
distruzione dei diritti dei singoli, in ossequio ad un ideale liberista che
coltiva la disuguaglianza e la sacralizzazione del profitto.

References: sentenza 
 art. 10
 art.
10
 sentenza

 CGUE

 CGUE 
 sentenza 
 art. 11
 sentenza 
 art. 3