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Timestamp: 2018-07-17 05:17:41+00:00

Document:
affido condiviso e orientamenti religiosi dei genitori
Dal 12/06/09 12519304
affido condiviso e orientamenti religiosi dei genitori - il genitore deve astenersi dal coinvolgere il minore nelle proprie scelte religiose...il genitore collocatario era testimone di Geova
giurisprudenza in materia di affido condiviso
affidamento condiviso vietato il trasferimento di residenza
AFFIDAMENTO ED EDUCAZIONE RELIGIOSA: VIETATO CONVERTIRE I FIGLI
Con la recente sentenza N. 9546/2012, la Cassazione ha statuito l'ammissibilità dell'affido condiviso del minore alla madre, aderente alla confessione dei Testimoni di Geova, con collocamento presso l'abitazione di quest'ultima, a patto che si astenga dal coinvolgerlo nella propria scelta religiosa.
La causa traeva origine da una separazione coniugale conclusasi, proprio in conseguenza delle scelte religiose della madre, con l'affido del figlio minorenne, in via esclusiva, al padre e regolamentazione delle frequentazioni ad opera del Tribunale adito.
Avverso la sentenza di primo grado, ed in particolare avverso il regime di affidamento esclusivo, proponeva appello la madre, lamentando che tale statuizione era stata adottata in conseguenza della propria adesione alla confessione dei Testimoni di Geova e sottolineando di non avere nulla in contrario alla partecipazione del figlio alle attività scolastiche e ricreative ed alla frequentazione della comunità cattolica da parte di quest'ultimo.
In parziale riforma della sentenza di primo grado, la Corte d'appello concludeva per l'affido condiviso del minore, con collocazione presso la madre e con l'obbligo per la medesima di astenersi da qualsivoglia condotta di coinvolgimento nella propria scelta religiosa.
Il Giudice adito, regolava altresì, i tempi di permanenza del bambino presso ciascuno dei genitori, disponendo che tutte le festività tradizionali o di significato religioso ( Natale, Pasqua e compleanni) fossero trascorse dal minore con il padre.
Rilevava, infatti, il Giudicante di seconde cure come, malgrado in corso di causa fossero emerse rilevanti carenze di idoneità educativa da parte di entrambi i genitori, non sussistessero, tuttavia, le condizioni legittimanti la deroga al prioritario regime di affido condiviso.
Pertanto, la scelta della madre quale genitore collocatario, appariva adeguata a consentire la permanenza del minore presso la casa in cui aveva trascorso l'infanzia, a patto che essa si astenesse, come peraltro si era già impegnata a fare, da qualsiasi coinvolgimento nelle proprie scelte religiose, in modo da garantire al minore lo stile di vita goduto fino alla separazione ed evitare sensazioni di confusione, disorientamento ed angoscia.
Avverso tale sentenza, proponeva ricorso per Cassazione la madre, censurando l?imposto obbligo di astenersi da qualsiasi condotta di coinvolgimento del minore nella propria scelta religiosa, in quanto lesiva degli Artt. 3, 19 e 30 Cost, nonché della Convenzione dei diritti dell'uomo di Strasburgo, giacché imponeva precisi limiti al rapporto madre - figlio ed alle forme di comunicazione ed interazione tra costoro, comprimendo le prerogative materne in materia di istruzione ed educazione della prole e discriminandola rispetto al padre ( cattolico o agnostico ).
Rilevava, tuttavia, la Suprema Corte che, la ratio della sentenza della Corte d'Appello trovava fondamento nell'Art. 155 c.c. il quale, in tema di separazione personale dei coniugi, consente al Giudice di determinare le modalità della permanenza dei figli presso ciascun genitore, nonchè di adottare ogni provvedimento ad essi relativo, attenendosi al criterio fondamentale del superiore interesse della prole ( Art. 30 cost ) il quale deve, altresì, costituire espressione di conveniente protezione ( Art. 31 cost ) del preminente diritto dei figli alla salute e alla crescita serena ed equilibrata.
Nel caso di specie, viceversa, le limitazioni di cui si duole la ricorrente, sono ineccepibilmente aderenti ai dettati costituzionali di cui sopra, avendo i Giudici di Appello assunto a parametro di riferimento, l'interesse preminente del minore il quale all'esito dell'insindacabile valutazione delle risultanze processuali, hanno reputato non per surrettizi pregiudizi verso la confessione dei Testimoni di Geova, ma in conseguenza degli effetti dannosi per l'equilibrio e la salute psichica del minore, ancora in tenera età, il contegno materno conseguente all'adesione a tale confessione, peraltro inserito in un contesto di vita del bambino, già particolarmente delicato a seguito della separazione dei genitori.
L'art. 155 c.c.. consente al giudice di fissare le modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore e di adottare ogni altro provvedimento ad essi relativo, attenendosi al criterio fondamentale rappresentato dal superiore interesse alla salute e ad una crescita serena ed equilibrata, in applicazione degli artt. 30 e 31 Cost.. L'esercizio in concreto di tale potere può assumere anche profili relativi ai diritti e alle libertà fondamentali individuali, ove le relative esteriorizzazioni determinino conseguenze pregiudizievoli per la prole che vi presenzi, compromettendone la salute psico-fisica e lo sviluppo (nella specie, la Corte ha confermato le statuizioni dei giudici del merito che, nell'ambito di un affido condiviso, avevano obbligato la madre ad astenersi da qualsiasi condotta di coinvolgimento del piccolo nella propria scelta religiosa. Tale decisione non era basata su soggettivi pregiudizi religiosi o per i connotati propri del movimento a cui apparteneva la donna, ma trovava fondamento negli effetti, specificamente evidenziati, dannosi per l'equilibrio e la salute psichica del bambino, ancora in tenera età, indotti dai contegni materni conseguenti e correlati all'adesione a tale confessione religiosa ed inseritisi in un contesto di vita del minore già reso particolarmente delicato dalla separazione dei genitori).
- che relativamente all'appellante nessuna prova era emersa circa una pretesa condizione patologica e doveva aggiungersi che, una volta chiarito e accettato che la sua scelta religiosa non poteva coinvolgere il figlio per tutte le ragioni già evidenziate dal ctu - che prescindevano da qualsiasi giudizio di valore ed afferivano esclusivamente all'immaturità del piccolo e conseguente sua incapacità di assumere, dopo avere vissuto i primi anni della sua vita inserito in uno specifico contesto familiare e sociale, una diversa scelta confessionale in modo libero, consapevole e, soprattutto, sereno e rassicurante (come per qualsiasi professione di fede avrebbe dovuto essere) - non si ravvisavano elementi e circostanze di tale gravitt da renderla inidonea a svolgere il ruolo geni tonale, dato anche che la stessa sembrava essersi resa finalmente conto del pregiudizio arrecato al bambino con il coinvolgerlo nelle sue scelte religiose ed aveva dichiarato ampia disponibilità a non ostacolare lo stile di vita, le frequentazioni scolastiche ed eventualmente anche dell'ambiente cattolico, che gli erano proprie prima della separazione dei genitori;

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Art. 30
 Art. 31