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Stalking e svago. Cassazione sentenza 48332/15. - |Easyius
Stalking e svago. Cassazione sentenza 48332/15.
Posted on 11 dicembre 2015 by Luca Martone
La Cassazione, con la sentenza del 7 dicembre 2015 n. 48332, ritorna sul reato di “Atti persecutori” ex art. 612 bis soffermandosi, in particolare, sulla sua possibilità che lo stato d’ansia o di paura escluda o meno la possibilità di godere di uno svago come recarsi al mare o in discoteca o frequentare un bar.
Per comprendere appieno la situazione decisa è necessario indagare la figura delittuosa delineata dal legislatore ex art. 612 bis.
Si tratta di una norma sorta con l’obiettivo di porre un freno ad una piaga sociale in presenza di una lacuna normativa e di una prassi giurisprudenziale atta a sussumere le varie vicende nell’alveo dell’art. 660 c.p.
A livello strutturale la norma si presenta come il risultato della saldatura fra una serie di condotte capaci di generare un effetto precipuo nell’offeso.
In merito alle condotte possibili bisogna sottolineare che il legislatore rinvia alle ipotesi di minaccia o di molestia a dimostrazione che lo stalking abbraccia una pluralità di condotte.
Circa la minaccia è palese il collegamento all’art 612 c.p. che descrive il prospettare un male ingiusto e futuro mentre la molestia attiene ad una turbativa a un terzo cagionandogli uno stato di ansia tale da alterare la propria vita oppure le proprie abitudini.
A ciò si aggiunge la necessità che tali condotte siano reiterate nel tempo. La presenza della reiterazione colloca inevitabilmente il reato nell’alveo di quelli di durata e in particolar modo in quelli cd. abituali. Specificando che non è necessario che tutte le condotte siano effettivamente lesive poiché si deve guardare alla attività complessivamente tenuta. Pertanto, anche in presenza di condotte non moleste di norma (ad esempio le telefonate o l’invio di sms), si può giungere a cagionare un danno così come disciplinato ex art. 612 bis c.p. Questo aspetto si colora, inoltre, anche di ciò che ha stabilito la giurisprudenza recente laddove sancisce il principio della sufficienza anche di due sole condotte per permettere all’interprete di configurare il reato indagato.
Reato che si fonda su di un meccanismo complesso frutto della fusione fra la condotta reiterata ed un evento alternativo (stato di ansia o paura; fondato timore per la incolumità; alterare le proprie abitudini di vita). Da ciò si deduce che dalla fattispecie sorge un reato ad evento alternativo saldato ad una serie di condizioni precipue e strumentali a salvaguardare il presunto offeso dalla lesione descritta, ma al contempo evitare che il presunto offensore venga punito per uno spirito spiccatamente sanzionatorio.
Non a caso la norma tratta di uno stato perdurante e grave di ansia o paura presente laddove destabilizza dalla normale serenità e di un fondato timore. Ipotesi da provare su di elementi sintomatici per la giurisprudenza data la difficoltà di entrare nella sfera individuale del singolo. A ciò si aggiunge la alterazione delle abitudini di vita che pare essere però una conseguenza delle precedenti condotte già descritte.
Il tutto è letto in una chiave di dolo generico che si caratterizza per essere unitario e legato all’insieme di atti compiuti letti in chiave di realizzazione di uno scopo emerso già ab origine.
Da ciò si comprende che lo stalking sorge in relazione a situazioni complesse che spesso sfociano in reati ulteriori come i maltrattamenti in famiglia, uccisioni o lesioni personali.
La fattispecie indagata concerne proprio una ipotesi di stalking e lesioni per cui il ricorrente era condannato dai precedenti gradi di giudizio e rispetto a ciò formulava un ricorso in cassazione introducendo una censura inerente la contestazione delle condotte addebitategli come atti persecutori.
Infatti, l’imputato sosteneva la impossibilità di annoverare nell’art.612 bis le condotte tenute in quanto realizzate in circostante di tempo e di luoghi tali da escludere la compromissione della sfera privata dell’offeso. A corroborare questa tesi il ricorrente aggiungeva che siamo al cospetto episodi di contatto avvenuti in luoghi ricreativi come discoteche, stabilimenti balneari e bar e come tali inidonei a cagionare una delle ipotesi lesive ed alternative descritte dalla norma.
Dinnanzi a questa censura la Corte reputa opportuno indagare la vicenda nella sua interezza per verificare la esistenza di tutti i requisiti richiesti ex art. 612 bis. In merito alle condotte ritiene presente la reiterazione e la abitualità abbracciando l’orientamento giurisprudenziale recente per cui anche due sole condotte possono essere sufficienti a realizzare il reato ex art. 612 bis. Circa, invece, la presenza dell’evento lesivo introduce una rilevante innovazione ermeneutica fornendo al contempo una risposta a quanto contestato dal ricorrente.
La Corte, in maniera netta, ritiene irrilevante la circostanza che le molestie siano stato realizzate in luoghi ricreativi e aperti al pubblico. Infatti, perviene a ritenere che tale circostanza non esclude la lesione della sfera privata poiché le molestie possono compiersi anche in presenza di altri e poiché lo stato di ansia o paura non esclude lo svago.
La Corte, pertanto, affronta la vicenda su di un piano di offensività presente nelle molestie arrecate alla vittima trascendendo dalle circostanze e dai luoghi. Questi ultimi sono irrilevanti al fine della configurazione del reato che dimostra ancora una volta il suo scopo di salvaguardare la sfera individuale anche in merito alla felicità traguardando le visioni che riconoscono il reato solo in presenza di abitudini tese alla riduzione dei contatti sociali.
Discorrendo in tal senso genera un principio per cui il reato ascritto all’imputato ha una portata ampia tanto da essere considerato caso per caso senza procedere ad aprioristiche esclusioni e a valutazioni sulla sfera individuale. Infatti, il divertimento non è lambito in alcun modo anzi è tralasciato dalla corte che lo sfiora in maniera fredda collegandosi all’ossequio del principio di offensività e di materialità della condotta.
Superata tale censura la stessa Corte offre un ulteriore approfondimento circa l’elemento soggettivo del reato ex art. 612 bis. Ritiene nel casus il reato integrato in quanto fondato su di un dolo generico, dotato di una volontà di porre in essere condotte di minaccia o di molestie finalizzate al raggiungimento dell’obiettivo fissato ex art. 612 bis. Inoltre, aggiunge che essendo un reato abituale di evento il dolo deve connotarsi come unitario ovvero come una unica volontà criminosa che unisce i singoli atti commessi, seppur commessi gradualmente e ammettendo anche che il reo non abbia immaginato ab origine la serie di episodi poi realizzati.
In sostanza la Cassazione suole adeguare il dolo ad una situazione abituale che mostra una sfasatura fra l’inizio e la sua fine in cui è necessaria la presenza di un dolo a carattere unitario che si evolve nel corso della realizzazione dell’evento. Dinnanzi a ciò giunge a ritenere presente tale dolo circa la fattispecie indagata e finalizzata alla riconquista violenta della donna. Giunge di conseguenza a respingere il ricorso.
Tuttavia fornisce anche una chiosa finale sulla validità delle dichiarazione rese dalla parte offesa per fondare il giudizio come unico mezzo di prova. Conferma tale opzione purché si ravvisi che queste affermazioni, previa verifica motivata, risultano dotate “della loro credibilità soggettiva e dell’intrinseca credibilità del racconto”.
Sentenza-48332-2015 stalking
Diritto Penale, Giurisprudenza Penale	art. 612 bis c.p., atti persecutori, minaccia, molestie, reati abituali, stalking, svago e stalking
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Legittima difesa putativa ed eccesso colposo. Ambito applicativo e limiti operativi. Corte di Cassazione 47177/2015 »

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 art. 612
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