Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/04/16/esclusa-la-rilevanza-della-crisi-di-liquidita-e-la-necessita-di-dover-retribuire-i-dipendenti-ai-fini-della-esclusione-del-dolo-generico-nel-reato-di-omesso-versamento-delliva/
Timestamp: 2020-01-17 13:44:46+00:00

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Esclusa la rilevanza della crisi di liquidità e la necessità di dover retribuire i dipendenti ai fini della esclusione del dolo generico nel reato di omesso versamento dell’IVA – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Esclusa la rilevanza della crisi di liquidità e la necessità di dover retribuire i dipendenti ai fini della esclusione del dolo generico nel reato di omesso versamento dell’IVA.
Si segnala ai lettori del blog la sentenza di legittimità n. 16163/2019, depositata il 15.04.2019, in materia di omesso versamento dell’IVA.
Con la sentenza in commento la Suprema Corte ha affrontato diverse questioni di diritto ruotanti attorno alla fattispecie di reato di cui all’art. 10-ter D.Lgs. n. 74/2000, già ampiamente dibattuti in sede di legittimità, ovvero: requisiti per la applicabilità della causa di non punibilità prevista dall’art. 13 D.Lgs. n. 74/2000; configurabilità dell’elemento psicologico del reato in relazione alla scriminante della forza maggiore della crisi d’impresa; principi di diritto in tema di commisurazione della pena accessoria.
La Corte d’appello di Bologna confermava la sentenza del tribunale di Ravenna, appellata dalla imputata che l’aveva condannata alla pena, concesse le attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena a mesi 6 di reclusione, oltre alle pene accessorie di legge, in quanto ritenuta colpevole del reato di omesso versamento IVA in relazione al periodo di imposta 2011, per un ammontare di € 536.962,00.
La difesa della giudicabile ricorreva per cassazione articolando diversi motivi di impugnazione per avere contezza dei quali si rimanda alla lettura dell’allegata sentenza.
Il giudizio di cassazione e il principio di diritto.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla durata della pena accessoria, rideterminata in misura pari alla pena principale, rigettando nel resto.
Di seguito si riportano, i passaggi estratti dal compendio motivazionale di maggior interesse per gli operatori di diritto.
La causa di non punibilità dell’art. 13 D.Lgs. 74/2000.
“… a prescindere dalla proponibilità di una eccezione di incostituzionalità in sede di motivi aggiunti ex art. 585, cod. proc. pen. (questione che, si noti, è stata positivamente risolta da questa Corte, che ritiene possibile proporla con motivi aggiunti anche davanti alla stessa Corte di Cassazione, potendo valere la sua deduzione a sollecitarne l’apprezzamento, salvo il limite posto dall’art. 24, comma 2, legge 11 marzo 1953, n. 87: Sez. 1, n. 36231 del 08/11/2016 – dep. 21/07/2017, Curea, Rv. 271042), è sufficiente tuttavia rilevare come la Corte d’appello, nel motivare sul punto, abbia dichiarato inammissibile non solo per tardività l’eccezione di incostituzionalità, ma anche perché manifestamente infondata (…).
Manifestamente infondato è, poi, il secondo motivo, in quanto i giudici di appello, non hanno ritenuto applicabile la causa di non punibilità del pagamento del debito tributario ex art. 13, d. lgs. n. 74 del 2000, questione già prospettata con il secondo motivo di appello originario. Ed invero, a prescindere dalla decisione della Corte costituzionale cui era stata rimessa la relativa questione (…) deve tuttavia rilevarsi come, nel caso di specie, non ricorrevano i presupposti per la applicazione dell’art. 13, ultimo comma, d. lgs. n. 74 del 2000.
Ed invero, detta disposizione, sostituita dall’art. 11, D. Lgs. 24.09.2015, n. 158, entrato in vigore il 22/10/2015, prevede che “Qualora, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il debito tributario sia in fase di estinzione mediante rateizzazione, anche ai fini dell’applicabilità dell’articolo 13-bis, è dato un termine di tre mesi per il pagamento del debito residuo. In tal caso la prescrizione è sospesa. Il Giudice ha facoltà di prorogare tale termine una sola volta per non oltre tre mesi, qualora lo ritenga necessario, ferma restando la sospensione della prescrizione”.
Nella specie, l’apertura del dibattimento di primo grado è intervenuta in data 6/06/2016. A tale data, dunque, la norma novellata dell’art. 13 d. lgs. n. 74 del 2000 era già in vigore, donde l’imputato avrebbe dovuto, essendo all’epoca il debito tributario in fase di estinzione mediante rateizzazione, richiedere il termine di tre mesi per il pagamento del debito residuo, eventualmente prorogabile da parte del Giudice una sola volta per non oltre tre mesi, ove ritenuto necessario, con sospensione della prescrizione per l’intero periodo.
Non risulta che quanto sopra sia avvenuto, donde il richiamo alla giurisprudenza di questa Corte che ritiene applicabile, nei reati tributari, la causa di non punibilità ex art. 13 D.Igs. 10 marzo 2000, n. 74, come modificato ad opera della legge n. 158 del 2015, ai fatti commessi precedentemente alla sua entrata in vigore e ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 158 del 2015 “anche qualora, alla data predetta, era già stato aperto il dibattimento di primo grado se i debiti tributari, comprese le sanzioni amministrative e interessi, risultano essere stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti anche se a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previsto dalle norme tributarie” (da ultimo: Sez. 3, n. 30139 del 12/04/2017 – dep. 15/06/2017, Fregolent, Rv. 270464), è errato, atteso che, nel caso in esame, alla data dell’apertura del dibattimento di primo grado la norma dell’art. 13 novellata era già vigente. Non rileva, pertanto, la circostanza che alla data della sentenza d’appello fosse stata data prova dell’intervenuta, integrale, definizione del debito tributario mediante la procedura di rateizzazione quinquennale, in quanto, ex lege, i giudici di appello non erano tenuti a valutare la sussistenza dei requisiti di legge per l’applicazione dell’art. 13, d. lgs. n. 74 del 2000, atteso che la parte era decaduta dalla facoltà prevista dall’art. 13, non avendo formalizzato alla prima udienza dibattimentale del 6.06.2016 alcuna istanza in tal senso né richiesto al giudice di avvalersi della sospensione di tre mesi, prorogabile di altri tre, al fine di beneficiare della causa di non punibilità”.
“Il terzo motivo è infondato, avendo sul punto i giudici di appello fatto coerente applicazione dei principi, più volte affermati da questa Corte, in tema di rilevanza della crisi di liquidità rispetto al reato di omesso versamento IVA. Ed invero, i giudici di appello, segnatamente con riferimento alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato, escludono la rilevanza della crisi di liquidità non solo traendo la prova del dolo generico normativamente richiesto dal fatto della semplice presentazione della dichiarazione annuale, ma soprattutto valorizzando il fatto di aver optato la società per il piano di rateizzazione e anteposto al pagamento del debito tributario il soddisfacimento di quello nei confronti dei dipendenti, banche e fornitori per evitare il dissesto dell’impresa.
(…) sul punto corretto è il richiamo alla costante giurisprudenza di questa Corte, secondo cui in tema di reati tributari, l’omesso versamento dell’Iva cui all’art. 10-ter del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, non può essere giustificato, ai sensi dell’art. 51 cod. pen., dal pagamento degli stipendi dei lavoratori dipendenti, posto che l’ordine di preferenza in tema di crediti prededucibili, che impone l’adempimento prioritario dei crediti da lavoro dipendente (art. 2777 cod. civ.) rispetto ai crediti erariali (art. 2778 cod civ.), vige nel solo ambito delle procedure esecutive e fallimentari e non può essere richiamato in contesti diversi, ove non opera il principio della “par condicio creditorum”, al fine di escludere l’elemento soggettivo del reato (Sez. 3, n. 52971 del 06/07/2018 – dep. 26/11/2018, Moffa Guerino, Rv. 274319)”.
Sulla pena accessoria inflitta nel caso di specie
“A diverso approdo, invece, deve pervenirsi quanto al quarto motivo. Ed infatti, risulta che il primo giudice ha inflitto le pene accessorie di cui alle lett. a), b) e c) dell’art. 12, d. lgs. n. 74 del 2000, uniche temporanee, nella misura di 1 anno, a fronte di una pena principale di mesi 6. E’ pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che la durata delle pene accessorie temporanee previste dall’art. 12 del d.lgs 10 marzo 2000, n. 74, conseguenti alla condanna per reati tributari, deve essere dal giudice uniformata, ai sensi dell’art.37 cod. pen., a quella della pena principale inflitta(da ultimo, cfr.: Sez. 3, n. 8041 del 23/01/2018 – dep. 20/02/2018, P.G. in proc. Carlessi e altri, Rv. 272510). E’ indubbio che tale regola trova applicazione quando la pena principale inflitta sia superiore al minimo ex lege previsto per la durata della pena accessoria. L’art. 12 citato, con riferimento alle pene accessorie temporanee, prevede che la condanna per taluno dei delitti previsti dal D. Lgs. n. 74 del 2000, importa: a) l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per un periodo non inferiore a sei mesi e non superiore a tre anni; b) l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione per un periodo non inferiore ad un anno e non superiore a tre anni; c) l’interdizione dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria per un periodo non inferiore ad un anno e non superiore a cinque anni. Il primo giudice, irrogando una pena principale di 6 mesi di reclusione, ha correttamente applicato all’imputata le predette pene accessorie temporanee nella durata minima stabilita dalla legge, salvo che per quella prevista dalla lett. a). Ne discende, pertanto, che la conferma, sul punto, della durata delle pene accessorie temporanee non è censurabile solo per le pene accessorie di cui alle lett. b) e c) dell’art. 12 citato, in quanto il limite minimo (come del resto, quello massimo) previsto dal legislatore deve considerarsi invalicabile, derivandone, in difetto, l’applicazione di una pena illegale.
Coglie, invece, nel segno la censura difensiva quanto al mancato accoglimento del motivo di appello relativo alla pena accessoria di cui alla lett. a) dell’art. 12, in quanto il giudice di appello avrebbe dovuto uniformare la durata di tale pena accessoria a quella principale inflitta”.
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