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Timestamp: 2020-06-01 22:37:38+00:00

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Compiti, poteri e responsabilità del custode nella espropriazione immobiliare anche con riferimento al riformato art.560 CPC. ex L. 12/2019. A cura dell’Avv. Antonio Arseni – Foro di Civitavecchia – ORDINE AVVOCATI CIVITAVECCHIA
Compiti, poteri e responsabilità del custode nella espropriazione immobiliare anche con riferimento al riformato art.560 CPC. ex L. 12/2019. A cura dell’Avv. Antonio Arseni – Foro di Civitavecchia
Sommario. 1.Attività conservativa e gestoria del custode. 2.Attività liquidatoria del custode. 3. Manutenzione ordinaria e straordinaria del bene signorato. Quali compiti per il custode? 4. Compiti del custode nel caso in cui l’immobile pignorato ricada in un Condominio. 5. Compiti del custode per la attuazione della ordinanza di liberazione dell’immobile pignorato. Il nuovo art. 560 cpc modificato dalla L. 12/2019. 6. La responsabilità civile del custode per atti contrari ai propri doveri.
1.Attività conservativa e gestoria del custode
Il custode, nelle espropriazioni immobiliari è colui che, nella qualità di ausiliario del giudice e, quindi investito della funzione pubblica di longa manus del medesimo, provvede alla amministrazione conservativa e di gestione attiva del bene staggito nonché a quella attività precipuamente finalizzata alla liquidazione dello stesso.I riferimenti normativi sono costituiti dagli arti. 65 e 560 CPC i quali, rispettivamente, prescrivono che “ la conservazione dei beni pignorati o sequestrati sono affidate ad un custode quando la legge non dispone diversamente” e che il “ giudice con l’ordinanza di cui al terzo comma dell’art. 569 cpc, stabilisce le modalità con cui il custode deve adoperarsi affinchè gli interessati a presentare offerta di acquisto esamino i beni in vendita” .. il quale “ provvede in ogni caso, previa autorizzazione del giudice della esecuzione, all’amministrazione ed alla gestione dell’immobile pignorato ed esercita le azioni previste dalla legge ed occorrenti per conseguirne la disponibilità” (testo ante riforma attuata con legge 12/2019).
Di qui, la precisazione che i compiti del custode, vanno individuati sia in tutte quelle attività, per l’appunto, conservative in senso stretto, finalizzate al mantenimento della piena integrità materiale del bene e della sua salvaguardia, che potrebbe essere pregiudicata da danneggiamenti operati dal debitore o da terzi, tali da comportarne la svalutazione e da impedire la realizzazione del giusto prezzo di mercato, sia in quelle attività in senso gestorio come, ad esempio la riscossione dei canoni di locazione, la raccolta dei prodotti giunti a maturazione, nel caso di pignoramento di terreni agricoli , attività quest’ultima preclusa al proprietario e riservata al custode come più volte affermato dalla Cassazione (v.,ex multis, Cass. 13216/2016 e Cass. 7748/2018)).
Praticamente, vanno ricompresi tra i compiti c.d. conservativi del custode le attività di sorveglianza, attraverso visite periodiche, circa l’operato degli occupanti, il quale dovrà segnalare al G.E. fatti e comportamenti che possano compromettere il bene pignorato. La vigilanza dovrà riguardare anche le condizioni dell’immobile, verificandone tempestivamente lo stato di agibilità, le eventuali criticità igienico sanitarie, il pericolo di crolli, la presenza di pozzi, di buche, di amianto ed in genere di fatti o cose potenzialmente dannose, riferendo poi al Giudice per i provvedimenti opportuni. Il custode avrà , poi, il compito di adottare tutti i mezzi adeguati ad evitare intrusioni o danneggiamenti, come ad esempio la sostituzione delle serrature, chiusura di vani aperti, recinzione di terreni incolti.
Con particolare riferimento ai compiti di amministrazione gestoria, il custode non deve solamente preservare la situazione esistente, ma deve tendere ad incrementare le potenzialità del cespite per consentire di sfruttare appieno anche il suo valore d’uso e di ottenere una migliore liquidazione, come, ad esempio, dando in locazione il bene previa autorizzazione del Giudice.
Allo stesso modo il custode potrà procedere alla stipula di altri contratti, quali l’affitto di fondo rustico per la sua coltivazione nelle more del processo esecutivo, la concessione in colonia parziaria o la trasformazione di una locazione in mezzadria: in tali ipotesi, favorito dalla possibilità, riconosciuta dalla dottrina e giurisprudenza, di stipulare valide clausole che comportano la risoluzione di detti contratti per effetto della vendita forzata del bene, in quanto esprimono “un limite di durata connaturato al contratto ed alle sue peculiari finalità”.
Così ancora, il custode ha la facoltà, previa autorizzazione del Giudice, di concludere locazioni ad uso turistico esonerate dalla disciplina vincolistica ex art. 1, 2° co lettera c) L. 431/1998 o locazioni di natura transitoria ai sensi dell’art. 5 della menzionata legge.
È importante ricordare, di contro, che il custode è tenuto ad effettuare disdetta di tutti i contratti di locazione opponibili alla procedura per consentire di porre in vendita l’immobile nella migliore condizione possibile. Avrà cura inoltre di assicurare che per tali contratti sia versata l’imposta annuale di registro del canone di locazione, concorrendo alla relativa spesa con il conduttore , ai sensi di legge(50%), ancorché sia dibattuta la modalità di detta partecipazione. Ed ,invero, si sostiene che il custode – operando come ausiliario del giudice nella amministrazione dei beni pignorati, e non quale titolare- sarebbe estraneo a tale obbligo fiscale, rimanendo questo a carico del debitore esecutato, in via solidale con il locatario ex art. 57 D.lgs 131/1986. Quest’ultimo, una volta versata l’intera imposta di registro, avrebbe l’onere di intervenire nella procedura esecutiva per il recupero della somma di spettanza del debitore/locatore, ma anticipata dal conduttore sulla base della suddetta natura solidale dell’imposta stessa. Tale conclusione è una delle possibili soluzioni in materia, difettando al riguardo precisi riferimenti normativi. Purtuttavia essa è stata ritenuta priva di giustificazione laddove si debba caricare il conduttore dell’onere di intervenire nella procedura esecutiva per il recupero del credito (50% dell’imposta), potendo quest’ultimo, su autorizzazione del giudice, compensare il credito fiscale detraendo la corrispondente somma dal primo canone mensile utile successivo all’avvenuto versamento dell’imposta (cfr. ad esempio, Tribunale di Civitavecchia decreto 18.03.2019)
Sulla questione della autorizzazione del G.E. necessaria per locare l’immobile pignorato, il nuovo art.560 comma settimo c.p.c. fa riferimento al solo debitore mentre il previgente testo dello stesso articolo ricomprendeva anche il custode. La disposizione appena citata appare un corollario del 3° comma laddove si dice che il debitore ed i suoi familiari non perdono il possesso dell’immobile fino al decreto di trasferimento, anzi-costituendo l’atto dispositivo del godimento del bene, a favore di terzi, un comportamento del debitore contrario agli obblighi di legge- esso è idoneo, a mente del comma sesto, a provocare l’ordine anticipato di liberazione, dell’immobile.In questo senso, è stato ritenuto (G. Fanticini, op. citata) che la norma, dal punto di vista pratico, si rileverebbe superflua in ragione delle ricordate conseguenze, in caso di locazione dell’immobile già abitato dal debitore e dai suoi familiari. Tuttavia, non sarebbe da escludersi, a priori, una locazione parziale (purché autorizzata dal G.E.), di una stanza ad esempio o di dipendenze dell’immobile pignorato, configurabile alla stregua di una eccezionale attività gestoria dell’Escutato, a cui , comunque, è tenuto il custode stesso, comportante l’obbligo del versamento delle relative rendite nella cassa della procedura, e di rendiconto ex art. 593 c.p.c..
Il mancato riferimento nel comma 7° alla figura del custode non deve fare intendere che al medesimo possa essere preclusa la possibilità di locare il bene pignorato – previa autorizzazione del G.E. e naturalmente quando è libero, nella ipotesi di immobili ad uso abitativo, ovvero quando trattasi di bene ricompreso negli immobili ad uso diverso- scaturendo tale potere dalla attività di amministrazione gestoria cui è tenuto il custode stesso.
La mancata autorizzazione del GE “rende la locazione stipulata dal custode inopponibile ai creditori procedenti ed intervenuti nella esecuzione nonché all’acquirente del bene; con la conseguenza che lo stesso G.E. può disporre, in qualsiasi momento, la liberazione dell’immobile. Peraltro, anche nel caso in cui l’autorizzazione sia stata rilasciata, la durata del rapporto resta incerta, trattandosi di un contratto che non può essere assimilato a quelli conclusi dal debitore esecutato in epoca anteriore al pignoramento, in quanto posto in essere in attuazione di una mera amministrazione processuale del bene, con la conseguenza che la sua durata non può, in alcun caso eccedere quella della procedura esecutiva.
La necessità della preventiva autorizzazione di cui si è appena detto non esclude un atto di ratifica del contratto di locazione, stipulato dal custode, da parte del G.E. tale da renderlo efficace ex tunc (cfr Cass.S.U. 20.01.1994 n.459 e,da ultimo, Cass. 25.09.2018 n. 23320)
Nella maggior parte dei Tribunali è però d’uso, a quanto consta, far rientrare il potere del custode di dare in locazione od affitto l’immobile staggito, tra quelli che necessitano di una autorizzazione ad hoc, rientrando, invece, quello di riscuotere i frutti civili nella accezione sopra detta, tra i poteri , in via generale , previsti nel decreto di nomina del custode.
L’autorizzazione ad hoc del G.E è necessaria non solo per per dare in locazione o in affitto il bene pignorato ma ovviamente anche relativamnete alle azioni derivanti da contratti conclusi dal custode o da quelli che il custode constata essere esistenti al tempo del pignoramento (es. sfratti morosità, finita locazione, rilascio per occupazione senza titolo e relativa richiesta risarcitoria).
2. Attività liquidatoria del custode.
3. Manutenzione ordinaria e straordinaria del bene pignorato. Quali compiti per il custode?
Esso spesso si presenta nella pratica delle espropriazioni immobiliari, e non sempre è di facile soluzione, anche perché non sufficientemente chiaro l’art. 560, 5° comma c.p.c. ( vecchia formulazione) stabilendo che: “il custode provvede in ogni caso, previa autorizzazione del Giudice della Esecuzione, alla amministrazione e gestione dell’immobile pignorato ed esercita le azioni previste dalla legge ed occorrenti, per conseguirne la disponibilità”. Un interrogativo, non del tutto sopito alla luce del riformato art.560 cpc laddove il secondo comma di detta disposizione normativa , come modificata dalla L.12/2019 prescrive: “Il custode nominato ha il dovere di vigilare affinché il debitore ed il nucleo familiare conservino il bene pignorato con la diligenza del buon padre di famiglia e ne mantengano e tutelino l’integrità”, costituendo ( ex 6° comma) la violazione del dovere di mantenere il bene in uno stato di buona conservazione, da parte del debitore che abita l’immobile pignorato, motivo per la adozione dell’ordine anticipato di liberazione”.
Ciò comporterebbe, nella pratica, che difficilmente il debitore, una volta optato per rimanere nella abitazione espropriata ometta di adempiere al dovere, su di lui incombente, di mantenere la cosa in buono stato di conservazione pena, in difetto, il provvedimento anticipato di rilascio.
Orbene, la più recente giurisprudenza della Cassazione (v. in particolare la sentenza 22/06/2016 n° 12877), nel vigore dell’art 560 cpc vecchio testo, ha reputato che solo “le spese necessarie alla conservazione stessa dell’immobile pignorato e cioè le spese indissolubilmente finalizzate al mantenimento in fisica e giuridica esistenza dell’immobile pignorato (con esclusione, quindi, delle spese che non abbiano una immediata funzione conservativa dell’integrità del bene, quali le spese dirette alla manutenzione ordinaria o straordinaria o gli oneri di gestione condominiale) in quanto strumentali al perseguimento del risultato fisiologico della procedura di espropriazione forzata, essendo intese ad evitarne la chiusura anticipata, sono comprese tra le spese per gli atti necessari al processo che ai sensi dell’art. 8 DPR 115/2002 il GE può porre in via di anticipazione a carico del creditore procedente”.
Tale tesi è seguita sostanzialmente da altra giurisprudenza di merito come, ad esempio, il Tribunale di Palermo (decreto 30/03/2015) e soprattutto Tribunale di Milano 18/10/2017: quest’ultimo ha sottolineato che il custode giudiziario, ai sensi dell’art. 559, comma 4 c.p.c., non subentra nei rapporti attivi e passivi facenti capo alla persona fisica o giuridica sottoposta all’espropriazione ma ha una funzione prettamente agevolativa della liquidazione dell’immobile pignorato, essendo il suo incarico diretto a consentire la liberazione dell’immobile se delegato, a facilitare l’accesso e la visita del medesimo a soggetti interessati all’acquisto, alla riscossione dei canoni di locazione, rendite ed indennità di occupazione, all’esecuzione, previa autorizzazione del Tribunale, a piccoli interventi manutentivi e conservativi del bene a spese dei creditori procedenti e/o intervenuti se ed in quanto il Tribunale ordini a costoro di accollarsi dette spese ed, al tempo stesso, se ed in quanto i creditori siano disponibili ad anticipare le spese loro accollate dal Tribunale potendo, infatti, scegliere di rinunciare alla esecuzione con conseguente estinzione della procedura ed immediata cessazione dell’incarico del custode.
Le superiori osservazioni permettono di osservare che il custode debba sempre dotarsi, per le opere di manutenzione , della autorizzazione del G.E. il quale ne stabilirà le modalità. Non sembra declinare in tale direzione l’opinione di autorevole dottrina (Fontana-Vigorito, Le procedure esecutive dopo la riforma: le vendite immobiliari, Milano, 2007, 466) secondo cui il custode potrebbe, sua sponte e senza autorizzazione giudiziale, provvedere ad effettuare interventi di manutenzione ordinaria ( ad esempio piccole riparazioni, disinfestazioni, taglio dei rami che protendono verso il vicino etc) pur rimanendo il problema di come finanziare detti lavori in mancanza di fondi da parte della procedura. Al quale, in conclusione, può ovviarsi rimettendo al G.E. ogni relativa determinazione.
La possibilità di ravvisare, in subiecta materia, un obbligo di anticipazione (in proprio) a carico del custode è stata infatti criticata dalla stessa S.C., la quale, nella decisione citata 12877/2016, ha ritenuto apparire “poco congegnale al sistema di sostanziale generalizzazione della nomina del custode, terzo estraneo, conseguente alla riforma del 2005 e neppure giustificato dalla natura di munus di natura pubblicistica allo stesso affidato”
4. Compiti del custode nel caso in cui l’immobile pignorato ricada in un Condominio.
Orbene, va prima di tutto considerato un lontano precedente della Cassazione (4.9.1985 n.4612), la quale ebbe modo di affermare che “ nella esecuzione per espropriazione di un appartamento di proprietà esclusiva in edificio condominiale, ad esso accedono le quote sulle parti comuni dell’edificio stesso”. All’evidenza, dunque, la espropriazione riguarderà anche le parti comuni condominiali che sono inseparabili, a mente degli arti. 1118 e 1119 CC, che saranno trasferite all’aggiudicatario. Su dette parti comuni, dunque, il custode eserciterà, pro-quota, le proprie funzioni e compiti, mutatis mutandis, non dissimili da quelli svolti sul bene esclusivo, di cui si è detto nei precedenti. In questo senso, le sole spese condominiali finalizzate alla salvaguardia della integrità materiale del bene comune (nell’accezione suddetta) e che non rientrano nel catalogo di quelle relative alla gestione condominiale (v. cit. Cass.12877/2016), se ed in quanto autorizzate dal G.E., dovranno essere corrisposte dal creditore procedente ovvero dal debitore esecutato, a seconda che si aderisca all’una od all’altra delle due tesi sostenute dalla giurisprudenza di merito e di legittimità.
5. Compiti del custode per l’attuazione della ordinanza anticipata di rilascio del bene pignorato . Il nuovo art. 560 c.pc. cosi come modificato dalla L. 12/2019
In tale prospettiva, si colloca la stessa delibera 11.10.2017 n.12 del Consiglio Superiore della Magistratura, la quale, nell’indicare le linee guida delle ”buone prassi nel settore delle esecuzioni immobiliari” ha riconosciuto la necessità dell’ordine di liberazione dell’immobile da adottarsi anticipatamente rispetto alla aggiudicazione.
Il meccanismo ideato dal legislatore – che, secondo alcuni frusterebbe il sistema delle espropriazioni immobiliari in quanto la presenza del debitore nel bene pignorato, fino in pratica al possibile rilascio forzoso dello stesso conseguente alla aggiudicazione, rallenterebbe il corso della procedura rendendo meno appetibile l’immobile astato, in un contesto dunque opposto alla ratio della riforma del 2005, la quale aveva inteso velocizzare la procedura esecutiva con la previsione della possibilità di adozione della ordinanza di rilascio nel corso della stessa- permette dunque al debitore esecutato di rimanere nell’immobile pignorato, già adibito a sua abitazione, fino alla fase conclusiva della espropriazione senza che al giudice sia permesso di interloquire al riguardo, a meno che non siano state poste in essere dal debitore stesso o dai familiari conviventi quelle specifiche condotte di cui al comma 6 dell’art. 560 cpc, indicate a motivo di tutela ed in funzione riequilibratrice degli interessi del creditore in modo da conferire alla ordinanza anticipata di rilascio il carattere di un atto meramente eventuale.
Si sottrarrebbe a tale discrezionalità l’accertamento circa la esistenza del preliminare presupposto del possesso del bene in capo al debitore esecutato – atteggiandosi l’occupazione dell’immobile, per essere adibito ad abitazione del debitore e dei familiari, come un fatto obiettivo che richiede, per questo, la semplice verifica della occupazione materiale, o meno, del bene
E’ utile, a questo punto, ricordare, come il legislatore- laddove ha inteso escludere (comma 8 dell’art. 560 cpc) il potere del Giudice “di disporre la liberazione dell’immobile pignorato se è abitato dal debitore e dai suoi familiari”, e prevedere (comma 3) che essi “non perdono il possesso dell’immobile e delle sue pertinenze, fino al decreto di trasferimento, salvo quanto prescritto dal 6° comma”- abbia voluto adottare, nell’ambito del processo esecutivo, una misura tesa a riequilibrare (così emerge dagli stessi lavori parlamentari) il principio della effettività dell’azione giurisdizionale esecutiva – indispensabile per lo stesso corretto funzionamento delle istituzioni e compendiabile nella esigenza di liquidare nel miglior modo possibile la pretesa del creditore, in un tempo ragionevole ( v. Cass.3.11.2011 n. 22747)- con quella particolare situazione abitativa del debitore e della sua famiglia , anche essi tutelati costituzionalmente. Il risultato è stato quello di perimetrare l’ambito di tutela della parte debitrice a tutte quelle ipotesi in cui quest’ultima si trovi ad abitare l’immobile insieme ai propri familiari nel momento stesso in cui viene eseguito il pignoramento. Trattasi, per così dire, di una dispensa a favore dell’esecutato e doverosamente sottoposta alla osservanza degli accennati obblighi di legge, pena ,in difetto, la decadenza dal beneficio, che può essere accordata ricorrendo i seguenti presupposti.
L’immobile pignorato deve essere destinato ad uso abitativo, dovendosi tener conto, al riguardo, della sua destinazione catastale e non già del concreto utilizzo del bene fatto dall’esecutato (cfr.Consiglio di Stato 26.3.2013 n. 1712).
L’immobile deve essere effettivamente adibito a stabile abitazione dell’esecutato ancor prima del pignoramento, che segna il limite temporale per identificare il bene come casa dello stesso, apparendo, in questo senso, irrilevanti i successivi trasferimenti di residenza.
L’immobile deve essere abitato dal debitore e dai suoi familiari, a ciò deponendo la circostanza che nell’art. 560 cpc ,quando è fatto riferimento al debitore ed ai suoi familiari viene usata la congiunzione “E” e non “O”, indicativa dell’intenzione del legislatore di voler tutelare la famiglia (tanto quella fondata sul matrimonio quanto quella di fatto) nella sua unità e non il singolo. Ragion per cui, laddove l’immobile fosse occupato solo dal debitore oppure solo dai suoi familiari, dovrebbe applicarsi la regola generale sulla liberazione anticipata del cespite come strumento processuale necessario per ottenere la migliore liquidazione nel più breve tempo possibile.
Da un primo esame della novella 2019 – incentrata sopratutto sull’esigenza di evitare fenomeni come quello che ha determinato l’intervento del legislatore di cui sopra si è riferito, assicurando la permanenza del debitore nell’immobile pignorato, a condizione della effettiva abitazione nello stesso – non può dirsi che i compiti di amministrazione conservativa e gestoria del custode escano sostanzialmente modificati dalle disposizioni riformate. In questo senso orienterebbe la previsione del comma 2° del novellato art. 560 cpc sul dovere di vigilanza del custode nominato affinchè il debitore ed i familiari conviventi conservino il bene pignorato con la diligenza del buon padre di famiglia e ne mantengono e tutelino la integrità.
Valgano, dunque, le superiori argomentazioni in merito al contenuto dei poteri del custode funzionali ai compiti di conservazione ed amministrazione in quanto volti a garantire una effettiva tutela giurisdizionale esecutiva. Con la differenza, nel caso di immobile pignorato abitato dall’esecutato e dai suoi familiari , che tali compiti sono svolti concretamente dal debitore ex comma 2 dell’art. 560 cpc riformato, però sotto la vigilanza del custode, il quale sarà tanto più in grado di rendere effettivo lo svolgimento di detti compiti di conservazione assegnati al debitore quanto più pregnante si dimostri la attività di controllo del custode stesso. Quest’ultimo, comunque, rimane il protagonista principale in tutte quelle attività propedeutiche al soddisfacimento coattivo del credito che fanno parte di quei compiti liquidatori di cui si è detto ai precedenti paragrafi: e, ciò, come si evince dai commi 4,5,6 dell’art 560 riformato, che disciplinano la visita dell’immobile da parte dei potenziali acquirenti stabilendo le conseguenze laddove sia impedita od ostacolata dal debitore.
Ed invero, non essendo stato modificato l’art.559 cpc, l’affidamento della custodia ad un soggetto professionale diverso dal debitore rimane ,comunque, la regola da seguire in attuazione di quei principi di effettività della tutela giurisdizionale esecutiva, di cui si è detto, in quanto l’imparzialità garantita dal terzo è in grado di permettere alla procedura esecutiva di meglio raggiungere la sua finalità: in un contesto, dunque, che vede la necessaria coesistenza di un custode giudiziario – previsto invero dall’art. 559 cpc ( che non è stato modificato dal legge del 2019) e dallo stesso novellato art 560 cpc ( implicante, in ogni caso, compiti di vigilanza)- e di un debitore il quale, con i suoi familiari conviventi, “non perde il possesso dell’immobile e delle sue pertinenze sino al decreto di trasferimento ex art. 560, 3° comma cpc riformato.
6. La responsabilità civile del custode per atti contrari ai propri doveri.
È indubbio che il custode, nell’ambito delle suddette attività, rispettivamente di amministrazione conservativa e gestoria, possa essere chiamato a rispondere civilmente di comportamenti lesivi degli interessi, tanto dalle parti del processo esecutivo (creditore e debitore) quanto da quei soggetti che non lo sono ma che sono interessati agli esiti della procedura, come può essere l’aggiudicatario nella vendita del bene pignorato. Anche i terzi possono essere titolari di diritti che derivano dal non corretto adempimento di dette attività del custode, ovvero in ipotesi in cui le stesse vengano da quest’ultimo completamente omesse.
In generale, può dirsi che detta responsabilità è configurabile laddove il custode, nell’espletamento dell’incarico, non abbia osservato gli obblighi ed i divieti impostigli dalla legge e dal Giudice, – dal quale ripete direttamente l’investitura ed i poteri/doveri che attengono alla custodia del bene (così Corte di Appello di Cagliari 27/06/1986 in De Jure – Banca dati GFL) e, comunque, a mente dell’art. 67 c.p.c., non abbia usato la diligenza del buon padre di famiglia. Una diligenza, questa, che consiste nell’agire secondo la normale prevedibilità dell’uomo medio, analoga a quella che è richiesta al debitore nell’adempimento della obbligazione in generale (art. 1176 CC), al depositario (art. 1768 CC), al mandatario (art. 1710 CC); ossia alle due figure giuridiche che costituiscono il parametro contrattuale di riferimento ai fini della collocazione sistematica della figura del custode. Con la precisazione che per tali soggetti, se l’incarico è gratuito, la responsabilità per colpa è valutata con minor rigore. Ipotesi non sussumibile nel caso in cui la custodia sia affidata allo stesso debitore tenuto ad osservare la stringente condotta prescritta dall’attuale art. 560 c.p.c..
Ma il custode/professionista risponde anche di colpa lieve in quanto la diligenza, richiesta ex art. 67 c.p.c., deve valutarsi, ex art. 1176, 2° co. CC, con riguardo alla natura dell’attività esercitata. L’obbligo di diligenza deve, quindi, adeguarsi a tale ultimo parametro con la conseguenza che il custode, nelle prestazioni professionali di speciale difficoltà, risponde solo di colpa grave oltre che di dolo.
Nella custodia giudiziale si combinano gli effetti tipici di negozi giuridici diversi: in particolare quello del deposito, che è proprio la attività della custodia in senso stretto; il mandato che è, invece, l’attività di gestione.
Il custode è, dunque, un ausiliario di giustizia, definito longa manus degli Organi Giudiziari. In buona sostanza è un pubblico ufficiale.
Derivando gli obblighi da un rapporto di natura pubblicistica, come appena ricordato, autorevole dottrina (Redenti, Vellani , D’Adamo) ritiene che si verterebbe sempre in tema di responsabilità aquiliana spettando, a chi chiede il risarcimento, di provare che il custode ha mal adempiuto ai suoi doveri. In giurisprudenza, aderisce esplicitamente a tale conclusione il Tribunale di Nocera Inferiore 09/11/2005 (in De Jure Banca Dati GFL 2005). Altra dottrina ritiene, invece, trattasi di responsabilità contrattuale nei confronti delle parti del processo ed extracontrattuale nei confronti dei terzi. La tesi è sostenuta, in particolare, da Celentano (Il custode degli immobili pignorati: compiti e responsabilità e rapporti con il professionista delegato alla vendita alla luce della riforma di cui alla L. 80/2205 – in Conotna.notariato.it) dalla quale dissente altra parte della dottrina (Vellani, Voce custode in Dig. Disc. Priv. 1987) in quanto, in contrasto con la funzione di ausiliare del Giudice attribuita al custode, il quale, come visto, non riceve incarico in virtù di un negozio privatistico né può essere considerato rappresentante, gestore di affari o depositario delle parti.
La tesi della riconducibilità al custode di una ipotesi di responsabilità aquiliana, laddove questi violi disposizioni di legge od ordini impartiti dal Giudice, appare confermata da una risalente decisione della Cassazione del 24/05/1997 n° 4635 (invero adottata, in tema di custodia, in sede penale, resa sussumibile nella fattispecie riferibile alla custodia dell’immobile pignorato), la quale ha affermato che “il custode opera esclusivamente per conto del Giudice al cui controllo è sottoposto come suo ausiliare, il che ne comporta l’assenza di ogni rapporto di tipo privatistico con i titolari della cosa pignorata, non esclude che nei confronti degli stessi il custode possa assumere una propria responsabilità di natura extracontrattuale ove cagioni loro un danno a causa dell’inosservanza dei suoi doveri inerenti alla conservazione delle cose affidategli in custodia (conforme v. Cass. 25/05/1987 n° 2515).
Con riferimento alla responsabilità del custode per i pregiudizi arrecati, per dolo o colpa, a terzi, nell’espletamento dell’incarico assegnatogli, la giurisprudenza è abbastanza consolidata nel ritenerla di natura extracontrattuale come affermato dalla Cassazione a cominciare dalla seconda metà degli anni ’50 fino ad oggi. Sullo sfondo, la esistenza in capo al custode degli obblighi di buona fede e correttezza, quale generale principio di solidarietà sociale applicabile anche alla responsabilità extracontrattuale. In tale prospettiva vedasi , ad esempio Cass. 30/06/2014 n° 14765 che ha ritenuto la compatibilità dell’art. 1477 CC con la natura dell’espropriazione forzata concernente l’obbligo di consegna della casa da parte del venditore, ivi compresi gli accessori, le pertinenze ed i frutti dal giorno della vendita. Ragion per cui in favore dell’aggiudicatario che acquista all’esito dell’iter esecutivo, è configurabile un obbligo di diligenza e di buona fede a carico dei soggetti tenuti alla custodia e conservazione del bene aggiudicato, così da assicurare la corrispondenza tra quanto ha formato oggetto della volontà dell’aggiudicatario e quanto venduto, nonché un obbligo di correttezza (quale espressione di un principio di solidarietà sociale) anche dei terzi, i quali, allorché l’aggiudicatario lamenti la perdita o il danneggiamento dell’immobile aggiudicato prima del deposito del decreto di trasferimento, rispondono del relativo danno a norma dell’art. 2043 CC. In applicazione del principio esposto, la S.C. ha confermato la decisione con la quale il Giudice di merito ha condannato al risarcimento dei danni un terzo che, d’accordo con i proprietari, aveva effettuato, dopo l’aggiudicazione di un fondo ma prima del decreto di trasferimento, il taglio di alberi da pioppo ivi insistenti.
Sulla base delle superiori osservazioni si può, dunque, affermare che, sotto il profilo della responsabilità civile (gli artt. 334 e 335 CP sanciscono anche una responsabilità penale del custode) si tratta di una responsabilità autonoma, diretta nei confronti delle parti, ove manchi ai suoi doveri di conservazione della cosa.
Il custode non è considerato dipendente di un terzo perché, come visto, opera per conto del Giudice, al cui controllo è sottoposto senza che possa sussistere, rispetto a detta figura giuridica, una responsabilità ex art. 2409 CC (Cass. 26/11/1984 n° 6115).
Numerose sono le concrete fattispecie che potrebbero sostanziare ipotesi di responsabilità civile del custode, soprattutto in relazione ai compiti allo stesso assegnati dall’art. 560 c.p.c., sia con riferimento alla sua attività conservativa e gestoria, quanto a quella liquidatoria, di cui si è sopra parlato, sia nei rapporti con le parti sia nei rapporti con i terzi.
Posto che il custode, nella voluntas legis, serve a garantire la gestione e manutenzione dell’immobile perché possa essere venduto nelle migliori condizioni possibili idonee ad assicurarne il valore di mercato e la realizzazione di un prezzo di vendita il più possibile congruo, questi risponderebbe a titolo di danni, se ed in quanto causalmente riferibili al comportamento negligente dello stesso, allorché ometta di vigilare, attraverso visite periodiche l’immobile, segnalando poi al GE tutte quelle criticità pregiudizievoli per lo stesso che attengono al mantenimento della integrità materiale del bene e della sua salvaguardia che potrebbe essere pregiudicata da danneggiamenti operati dal debitore o da terzi, ovvero da condotte distrattive a pertinenze ed accessori a cui si estende il pignoramento.
Mette conto di rilevare, a tal riguardo, che l’operatività di detti principi rispetto al custode negligente presupporrebbe che quest’ultimo, chiamato a rispondere dei danni cagionati all’immobile, possa esercitare di fatto un potere di controllo sul bene. Questo viene meno quando il debitore permane nella disponibilità dell’immobile, salvo l’ipotesi in cui l’evento si verifichi per colpa del custode. Nella prospettiva delineata dal nuovo art. 560 c.p.c. , quindi, sarebbe esclusa una responsabilità del custode, tenuto conto che il possesso dell’immobile staggito, purché abitato dal debitore e dai familiari, non viene perso ma rimane in capo al debitore.
E ciò, almeno per gli immobili ad uso abitativo esclusi quelli ad uso diverso.
È appena il caso di rilevare, a tal riguardo, che l’operatività di detta regola, ricavabile da principi espressi dalla Corte Regolatrice in tema di responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2051 CC, andrebbe valutata caso per caso, tenuto conto che il custode, ancorché l’immobile risulti occupato dal debitore, è parimenti onerato della funzione di controllo e vigilanza sul debitore e familiari affinché questi conservino il bene pignorato con la diligenza del buon padre di famiglia, mantenendone e tutelandone l’integrità (art. 560, 2° co. c.p.c. novellato).
Ugualmente potrebbe ipotizzarsi una responsabilità del custode nell’ambito della c.d. attività liquidatoria del bene , laddove essa manchi o sia gravemente carente, provocando per questo la mancanza di offerte e, quindi, impedendo o gravemente ritardando la liquidazione del bene il cui conseguimento costituisce lo scopo principale della espropriazione immobiliare.
Trattasi di una responsabilità, quella nascente dalla violazione di doveri comportamentali riguardanti il diritto di visita dell’immobile da parte dei potenziali acquirenti, che può configurarsi non solo in capo al debitore – il quale ostacoli indebitamente il custode nell’espletamento di detta attività propedeutica ai compiti liquidatori dello stesso, anche attraverso il rifiuto di concertare con il custode stesso le modalità e i tempi delle visite – ma anche in capo a quest’ultimo che rimanga inerte a fronte del comportamento del debitore senza adottare alcuna iniziativa di contrasto nei confronti del debitore stesso, anche segnalando la qualcosa al GE per i conseguenti provvedimenti di legge (tra cui l’ordine di liberazione dell’immobile da parte del debitore).
Il custode non sarebbe esonerato da responsabilità per quelle attività espressamente autorizzate dal GE od espletate su specifiche direttive dello stesso, ciò evincendosi da un risalente orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui (ndr analogamente il custode del bene pignorato) “il custode di beni sottoposti a sequestro giudiziario, in quanto rappresentante di ufficio, nella sua qualità di ausiliario del Giudice, di un patrimonio separato, costituente centro di imputazione di rapporti giuridici attivi e passivi, risponde direttamente degli atti compiuti in siffatta veste, quand’anche in esecuzione di provvedimenti del Giudice ai sensi dell’art. 676 c.p.c., e, pertanto, è legittimato a stare in giudizio attivamente e passivamente limitatamente alle azioni relative a tali rapporti, attinenti alla custodia ed amministrazione dei beni sequestrati”. Conforme Cass. 19/03/1984 n° 1877 e Cass. 04/07/1991 n° 7354.
Al riguardo, è stato sostenuto dalla dottrina che tale rigore dovrebbe essere mitigato attraverso una valutazione caso per caso dovendosi, ad esempio, ritenere il custode responsabile laddove abbia impiegato mezzi inidonei o errati provocando così il pregiudizio lamentato oppure, per fare altro esempio, abbia omesso, nelle periodiche relazioni, di informare compiutamente il Giudice determinando, in tal modo, provvedimenti potenzialmente idonei a provocare un pregiudizio alle parti del processo.
Fin qui, dunque, la responsabilità, ritenuta dalla maggioranza della dottrina e giurisprudenza di natura extracontrattuale, relativa ai danni provocati alle parti del processo, soprattutto i creditori che dalla violazione dei danni custodiali potrebbero subire pregiudizi ristorabili all’esito della allegazione e prova dell’evento dannoso, causalmente loro derivato dal comportamento del custode.
Conservando il debitore, ai sensi dell’art. 560 cpc riformato, il possesso del bene quando è abitato insieme ai propri familiari, in via generale ciò eviterebbe, in tali casi, la responsabilità del custode a meno che trattasi di pregiudizi causalmente riferibili alla mancata segnalazione al GE, da parte dello stesso, della esistenza di un pericolo imminente, comportante la necessità della adozione dei provvedimenti diretti a garantire la integrità materiale del bene.
Giugno 2019. Avv. Antonio Arseni -Foro di Civitavecchia

References: art.560
 art.560
 art. 560
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1
 art. 57
 art.560
e contrario
 art. 593
 Cass. 
 art.560
 sentenza 
 art. 560
 art. 560
 art. 560
 art. 560
 art. 67
 art. 1176
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2409
 art. 560
 Cass. 
 Cass.