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Carta dei diritti dei morenti - PDF
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1 Carta dei diritti dei morenti FONDAZIONE FLORIANI una risposta alla sofferenza dei malati terminali2 Oggi un numero in continuo crescendo di persone in età avanzata affronta nella solitudine e senza la necessaria assistenza le sofferenze conseguenti a malattie di natura neoplastica, degenerativa e cardiocircolatoria nella fase finale della vita. Rita Levi-Montalcini3 4 PRESENTAZIONE Questo documento è stato elaborato dal COMITATO ETICO PRESSO LA FONDAZIONE FLORIANI (C.E.F.F.) nel maggio del Il C.E.F.F. è stato finanziato ed ospitato dalla Fondazione Floriani dal 1991 al 2005, quando il Comitato Etico si è evoluto a totale autonomia e indipendenza con la denominazione di Comitato per l Etica di Fine Vita (C.E.F.). La Fondazione Floriani si è adoperata per la massima diffusione del documento non solo nell ambito degli studiosi di bioetica e di cure palliative, ma anche tra la popolazione e le Istituzioni. L affermazione e la diffusione della Carta dei Diritti dei Morenti è stato il tema della II Giornata Nazionale contro la sofferenza inutile della persona inguaribile - Estate di San Martino, l 11 novembre 2001 (questo evento è organizzato annualmente dalla Federazione Cure Palliative che in tutta Italia coordina l attività di 60 associazioni non profit per le cure palliative), durante la quale sono state raccolte a sostegno firme. 35 dei Carta diritti Chi sta morendo ha diritto: A essere considerato come persona sino alla morte A essere informato sulle sue condizioni, se lo vuole A non essere ingannato e a ricevere risposte veritiere A partecipare alle decisioni che lo riguardano e al rispetto della sua volontà Al sollievo del dolore e della sofferenza A cure ed assistenza continue nell ambiente desiderato dei morenti A non subire interventi che prolunghino il morire A esprimere le sue emozioni All aiuto psicologico e al conforto spirituale, secondo le sue convinzioni e la sua fede Alla vicinanza dei suoi cari A non morire nell isolamento e in solitudine A morire in pace e con dignità Il Comitato Etico presso la Fondazione Floriani C.E. F. F. Patrizia Borsellino presidente Giorgio Di Mola, Michele Gallucci, Alessandro Liberati, Maura Lusignani, Valerio Pocar, Franca Porciani, Amedeo Santosuosso, Marcello Tamburini, Franco Toscani Milano, 15 Maggio 19976 PREAMBOLO Il rapporto tra il malato e il personale sanitario, soprattutto nella struttura pubblica, è oggetto da tempo nel nostro Paese di critiche che provengono sia dall'opinione pubblica sia dagli addetti ai lavori. Il disagio nasce principalmente da un eccesso di tecnicismo, dalla scarsa attenzione alle esigenze delle persone malate e dal perdurare di atteggiamenti paternalistici da parte dei medici. Gli operatori, infatti, in nome di un preteso miglior vantaggio del malato, tendono a decidere per lui senza informarlo adeguatamente. E così facendo, lo privano della possibilità di operare scelte autonome riguardo ad un bene così essenziale e personale come la salute. In omaggio ad una concezione antiquata della Medicina, attenta più alla malattia che al malato, il paziente si trova declassato da soggetto ad oggetto delle decisioni che lo riguardano. Non si deve, però, dimenticare che questa pratica diffusa non corrisponde alle norme che regolano il rapporto fra il paziente e l operatore sanitario. L articolo 32 della Costituzione, infatti, lascia libero il malato di accettare o di rifiutare le terapie e, in generale, gli interventi medici che gli vengono proposti (diritto alla autodeterminazione). Il presupposto indispensabile per una scelta autonoma e consapevole è il diritto del malato ad essere correttamente informato sulla diagnosi, sulla futura evoluzione della malattia, sulle possibili alternative diagnostiche e terapeutiche e sui loro costi e benefici (principio del consenso informato). Anche il Consiglio d Europa con la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina dell aprile 97 ha ribadito che il malato ha diritto ad essere informato e a scegliere in piena autonomia gli interventi che lo riguardano. La libertà di scegliere le cure, infatti, fa parte delle libertà fondamentali garantite a tutte le persone dall articolo 13 della Costituzione. Tale libertà, peraltro, se da una parte esprime il diritto del malato di scegliere se e come curarsi, dall altra non può estendersi fino alla pretesa di ricevere dal medico qualunque trattamento, anche di efficacia non comprovata. Va, comunque, ribadito che una relazione di tipo paternalistico fra il medico e il paziente non rappresenta soltanto un comportamento eticamente scorretto, ma anche una violazione di specifici diritti dei cittadini. Questa pratica è fonte di disagi particolarmente profondi e rappresenta una violazione più grave dei diritti nel caso di malati prossimi alla morte. Nei confronti di queste persone, particolarmente vulnerabili, il 57 paternalismo medico spesso si accentua, grazie anche alla complicità dei famigliari, che, spinti da un intento protettivo, chiedono che il loro congiunto sia tenuto all oscuro della reale situazione. Divenendo a loro volta i destinatari dell informazione e i titolari delle decisioni. Tutti questi atteggiamenti sono espressione di una medicina che, proprio perché rivolta alla malattia più che al malato, appare poco attenta ad affrontare, dando adeguate risposte, la sofferenza del paziente prossimo alla morte. Del resto tale medicina ha contribuito a determinare orientamenti tipici della società contemporanea, volti ad esorcizzare la morte e a negarla come evento naturale dell esperienza umana. Ne consegue che i diritti e la dignità di persona del morente vengono spesso violati proprio nel momento più difficile e angoscioso dell esistenza. Chi è al termine della propria esistenza, infatti, da una parte, si trova a subire trattamenti invasivi e inutili volti a prolungare la sopravvivenza (il cosiddetto accanimento terapeutico), dall'altra, può anche trovarsi abbandonato e trascurato nelle sue esigenze affettive e psicologiche. Alla ricerca di un alternativa fra questi atteggiamenti e comportamenti, entrambi dannosi, la Medicina Palliativa, dalla fine degli anni Sessanta, ha affrontato i problemi del malato prossimo alla morte in modo globale, tenendo conto della complessità delle sue esigenze, non solo fisiche (ad esempio il controllo del dolore), ma anche psicologiche, spirituali e di relazione con chi gli è vicino. E, in effetti, questa nuova forma di assistenza e di cura, dopo molte difficoltà, si va finalmente affermando anche in Italia (come già avvenuto in altri paesi europei e non). Sta nascendo una nuova consapevolezza dei bisogni del morente e delle risposte ad essi più adeguate, che non è, però, ancora diffusa fra gli stessi operatori sanitari, né presente in maniera significativa nella nostra mentalità. Per rafforzare questa nuova consapevolezza il C.E.F.F. ha sentito l esigenza di elaborare La Carta dei diritti del morente. Lo scopo è sviluppare e diffondere una cultura e una prassi delle cure centrata sui bisogni e sui diritti del malato, anzitutto sul suo diritto all'autodeterminazione. Si tratta di una carta italiana, pensata tenendo presente il contesto culturale del nostro Paese, dove alcuni diritti stentano ancora ad affermarsi. Non a caso certi enunciati della Carta potrebbero sembrare talmente indiscutibili da renderne banale e superflua la menzione, ma il riaffermarli per i morenti vuol richiamare l attenzione sulle 68 necessità delle persone al tramonto della loro esistenza, nei confronti delle quali viene tuttora messa in atto una sorta di separazione dal vivere sociale. Esclusione che talvolta arriva ad una e vera propria sospensione dei principi e delle regole sui quali si fonda attualmente la vita sociale. Tra i diritti affermati nella Carta alcuni rappresentano posizioni già protette dalle regole giuridiche, altri costituiscono piuttosto domande etiche, volte a sollecitare scelte di politica sanitaria capaci di fornire risposte ai problemi dei malati che non possono guarire. Questa Carta, dunque, è il primo passo di un faticoso cammino che metterà in discussione abitudini e atteggiamenti dominanti nella medicina tradizionale, per arrivare ad una nuova consapevolezza e ad una nuova cultura del morire. 79 LE NORME DI RIFERIMENTO COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA (1948) Art. 13 La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. (...omissis) Art. 32 La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in ogni caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Art. 5 - Consenso - Disciplina generale - Un trattamento sanitario può essere praticato solo se la persona interessata abbia prestato il proprio consenso libero e consapevole. Tale persona riceve preliminarmente informazioni adeguate sulla finalità e sulla natura del trattamento nonché sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, ritirare liberamente il proprio consenso. Art. 9 - Desiderata espressi anteriormente - I desiderata espressi anteriormente in ordine ad un trattamento sanitario da un paziente che, al momento del trattamento, non è in grado di manifestare la sua volontà saranno presi in considerazione. 8 CONVENZIONE SUI DIRITTI DELL'UOMO E LA BIOMEDICINA (1996)10 Art Vita privata e diritto all informazione - 1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata in merito alle informazioni relative alla propria salute. 2. Ogni persona ha diritto di essere a conoscenza di ogni dato raccolto sulla propria salute. 3. In via eccezionale, la legge può prevedere, nell interesse del paziente, limiti all esercizio dei diritti evocati nel paragrafo 2. CODICE DI DEONTOLOGIA MEDICA (1998) Art Accanimento terapeutico - Il medico deve astenersi dall'ostinazione in trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità di vita. Art Rispetto dei diritti del cittadino - Il medico nel rapporto con il cittadino deve improntare la propria attività professionale al rispetto dei diritti fondamentali della persona. Art Informazione al cittadino - Il medico deve fornire al paziente la più idonea informazione sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate; il medico nell'informarlo dovrà tenere conto delle sue capacità di comprensione, al fine di promuoverne la massima adesione alle proposte diagnostico-terapeutiche. Ogni ulteriore richiesta di informazione da parte del paziente deve essere soddisfatta. Il medico deve, altresì, soddisfare le richieste di informazione del cittadino in tema di prevenzione. Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenza alla persona, devono essere fornite con prudenza, usando terminologie non traumatizzanti e senza escludere elementi di speranza. La documentata volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l informazione deve essere rispettata. 911 Art Acquisizione del consenso - Il medico non deve intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l acquisizione del consenso informato del paziente. (...omissis) Art Autonomia del cittadino - Il medico deve attenersi, nel rispetto della dignità, della libertà e della indipendenza professionale, alla volontà di curarsi, liberamente espressa dalla persona. Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tenere conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso. Il medico ha l obbligo di dare informazioni al minore e di tenere conto della sua volontà, compatibilmente con l età e con la capacità di comprensione, fermo restando il rispetto dei diritti del legale rappresentante; analogamente deve comportarsi di fronte a un maggiorenne infermo di mente. Art Assistenza al malato inguaribile - In caso di malattie a prognosi sicuramente infausta o pervenute alla fase terminale, il medico deve limitare la sua opera all assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti a tutela, per quanto possibile, della qualità della vita. ( omissis) 1012 1 Chi sta morendo ha diritto a essere considerato persona sino alla morte Se oggi ancora si discute, e animatamente, sull attribuibilità dello status di persona a particolari categorie di soggetti umani, quali gli embrioni, i feti, gli individui in stato vegetativo persistente, o addirittura di soggetti non umani, v è, però, una sostanziale convergenza di vedute nel riconoscere delle persone nei soggetti coscienti di sè, capaci di desideri e di decisioni. Analogamente, v è convergenza nel ritenere che parlare di un individuo come di una persona significhi renderne immediatamente evidente l importanza morale, legittimarne il ruolo di centro di imputazione di diritti e di doveri, affermarne l attitudine ad essere soggetto, e non oggetto, delle decisioni rilevanti che riguardano la sua vita. Le considerazioni che precedono servono a chiarire che, quando, all inizio della Carta, si afferma il diritto di chi sta per morire a essere considerato persona sino alla morte, si intende sottolineare che, nonostante la sua situazione, il morente è ancora capace di esercitare i diritti di cui è titolare, e che tale capacità va rispettata. Non si tratta certo di sottovalutare, o addirittura di ignorare, la gravità delle condizioni fisiche e psicologiche in cui versa il malato prossimo alla morte. Si tratta, piuttosto, di superare la diffusa convinzione che la vicinanza alla morte giustifichi la separazione dei morenti dal contesto del vivere sociale, e la sospensione, nei loro confronti, delle regole e dei principi ai quali, nell attuale fase di sviluppo della società, si ritiene che la vita degli individui debba essere informata. A trattare chi muore più come un oggetto che come un soggetto è giunta, a ben guardare, quella medicina moderna sempre più incline a scorgere nel morente la prova tangibile di un insopportabile fallimento terapeutico. Ricordare che il morente è una persona serve a denunciare l inadeguatezza di una medicina tanto velleitaria nella sua indiscriminata promessa di guarigione e di salute, quanto incapace di farsi sufficientemente carico del problema della sofferenza e del processo del morire. Serve, inoltre, ad affermare che i diritti e gli interessi dei morenti non possono essere accantonati o sacrificati per ragioni di convenienza o di utilità sociale, o eventualmente di efficacia in termini economici. Ciò ha importanti ripercussioni, ad esempio, sulla sperimentazione clinica, 1113 che, onde evitare qualunque forma di strumentalizzazione (uso del morente come cavia!), potrà riguardare i malati prossimi alla morte solo in presenza di rigorosi requisiti di metodo e di merito, la cui osservanza garantisca che gli interessi dei morenti - soprattutto il loro interesse a poter godere fino alla fine della migliore qualità di vita compatibile con la malattia - non siano mai sacrificati agli interessi dei ricercatori e della società nel suo complesso. E non minori ripercussioni il riconoscimento del morente come persona ha, più in generale, a livello di politica sanitaria, facendo apparire censurabile qualunque progetto che non preveda la destinazione di una quota delle risorse disponibili allo specifico settore dell assistenza al malato prossimo a morire. Si può ancora aggiungere che parlare del morente come di una persona è un modo per richiamare l attenzione dei medici e degli operatori sanitari, ma in genere di tutti coloro che lo assistono, sulla necessità di rapportarsi al malato non come ad una collezione di organi malati, bensì come ad una personalità completa ed integrale, a cui, nel poco tempo residuo a disposizione, va data la maggiore possibilità di espressione, garantendogli quella centralità che gli è, talora, stata negata in altre fasi della sua malattia o della sua vicenda esistenziale in genere. 1214 2 Chi sta morendo ha diritto a essere informato sulle sue condizioni, se lo vuole Riconoscere al morente la dignità di soggetto capace delle scelte e delle decisioni che lo riguardano, e quindi la dignità di persona, fa tutt uno con il riconoscergli il diritto di essere adeguatamente e correttamente informato su ciò che gli sta accadendo. Solo un paziente adeguatamente informato è infatti in grado di effettuare con consapevolezza le scelte inerenti la sua salute e la sua vita. L informazione sulle proprie condizioni di salute costituisce il presupposto fondamentale perché il morente possa esprimere il proprio consenso, ovvero il proprio dissenso, alle proposte diagnostiche e terapeutiche del medico e, quindi, possa, non diversamente da tutti gli altri malati, essere parte di una relazione terapeutica non più basata su quella concezione paternalistica che, in nome del bene del paziente, assegna al medico un potere assoluto sugli interventi da porre in atto nel corso della malattia. Il malato prossimo alla morte ha diritto a essere informato perché, come tutti gli altri malati, ha diritto ad avere con chi lo cura una relazione che rispetti la sua autonomia decisionale anche in relazione agli interventi sul suo corpo. Il diritto dei pazienti ad essere informati, sebbene diffusamente riconosciuto in linea di principio, trova, tuttavia, nella pratica clinica delle difficoltà di attuazione dovute alle ingiustificate resistenze, da parte dei medici, alla realizzazione di un nuovo modello di relazione con il paziente. Nel caso, in particolare, dei malati vicini alla morte, il dovere di informare i pazienti sui trattamenti, così come sulla diagnosi e sulla prognosi, viene assai frequentemente disatteso da medici che adducono a giustificazione del proprio comportamento il fatto che un informazione esauriente sarebbe dannosa, data la precarietà emozionale, oltre che fisica, di un malato che, quanto più si avvicina alla morte, tanto più assomiglia ad un bambino bisognoso di rassicurazione e di protezione, e sarebbe, inoltre, per lo più, non voluta dagli stessi malati. Si tratta di argomenti deboli, a fondamento dei quali non stanno serie indagini né sull effettivo desiderio di informazione dei pazienti, né sulle eventuali ricadute negative dell informazione in termini di aumento della sofferenza e di peggioramento della qualità della vita. 1315 Stanno, piuttosto, opinioni tralatizie, circa quel desiderio e quelle ricadute, proprie di medici poco preparati a considerare il sollievo dalla sofferenza e l accompagnamento ad una morte dignitosa obiettivi pertinenti alla prassi medica non meno di quanto lo siano il raggiungimento della guarigione e il mantenimento della vita. E certo, comunque, che l informazione a cui ha diritto il morente, non può avvenire in modo catartico sul letto di morte e compiersi in un unico atto. Deve iniziare assai prima e configurarsi come un processo graduale all interno di un articolata e complessa relazione comunicativa tra il malato ed un medico capace di scegliere i modi, i tempi in genere, le strategie utili a promuovere la consapevolezza e l autonomia di soggetti diversi per attitudini, condizioni personali, capacità di reazione, situazione clinica ed altro ancora. Quello all informazione è un diritto, ma il malato può scegliere di non esercitarlo. Una persona può essere, infatti, interessata a conoscere le proprie condizioni di salute, e in questo caso ha diritto a essere informata, ma potrebbe anche avere un interesse a non conoscerle, e in questo secondo caso ha il simmetrico diritto a non essere informata. Pertanto, sul diritto dei morenti a essere informati incide la loro volontà. Questa posizione solleva il problema del corretto accertamento della volontà dei malati. La Carta ritiene che gli operatori sanitari debbano accertarsi, all inizio del rapporto, se effettivamente il malato intende rinunciare al diritto di essere informato. D altro canto, la presenza di eventuali ambiguità non deve mai essere presa a pretesto per disattendere la volontà del malato. Perché il diritto all informazione possa essere attuato, sarà, inoltre, necessario liberare il malato dall eccessiva attenzione dei famigliari che intendono proteggerlo dal sapere la verità, con un atteggiamento paternalistico che sostanzialmente non si discosta da quello dei curanti, in quanto ci si rapporta al malato prossimo alla morte come a chi ha oramai perduto la possibilità di determinarsi in modo libero ed autonomo. 1416 3 Chi sta morendo ha diritto a non essere ingannato e a ricevere risposte veritiere Nella nostra cultura e in quella dei paesi mediterranei in genere, il diritto di sapere la verità viene trasferito integralmente sui famigliari, che sono i depositari della storia reale della malattia e alla fine del percorso, della morte imminente del proprio congiunto. La congiura del silenzio, la rete di omissioni e di menzogne pietose che gli operatori e i parenti costruiscono intorno al paziente passo passo fin dal momento della diagnosi, si rafforza e si autoalimenta nell aggravamento stesso della malattia, rendendo poi difficilissima un'informazione tardiva, che assume inevitabilmente le connotazioni di una condanna a morte. D'altro canto, la strategia dell'inganno si è retta finora sulla convinzione diffusa che la consapevolezza della gravità della malattia esponga il paziente al rischio di una grande sofferenza, tale da aggravare la qualità della sua vita e da compromettere la sua stessa salute, già così provata. E anche abbastanza diffuso il timore che il conoscere le proprie condizioni aumenti il rischio di suicidi per depressione. A queste ragioni va contrapposta l'esperienza: questa paura non trova nella realtà riscontri tali da giustificarla. La Carta, alla luce dell'esperienza acquisita in questi anni dalle Cure Palliative, vuole, invece, ribadire che il gioco della finzione messo in atto dai medici e dai parenti non protegge il paziente dalla sofferenza di sapere la verità (il malato anche se non ne parla, sente che la propria vita è al termine) mentre lo priva della possibilità di esprimere, all'interno di una relazione autentica, i suoi stati d'animo, le sue emozioni ed angosce. Lo scenario dell'inganno (che si regge spesso su falsificazioni grossolane, come la cartella clinica che nasconde la verità con una diagnosi bugiarda o il medico che mente sul vero scopo del trattamento) crea inevitabilmente una comunicazione distorta, destinata, cioè, a creare rapporti improntati alla diffidenza, con conseguenze difficili da gestire. Si crea così una situazione che mina alla base la fiducia reciproca, dando origine a sospetti estremamente pericolosi. Per superare queste difficoltà, la Carta ritiene che si debba affrontare la questione della verità con franchezza e semplicità: non è necessario rivelarla in modo brutale al malato, ma chi gli è vicino deve dare sempre risposte veritiere. Se il paziente chiede, la sua domanda non deve, né può essere elusa. 1517 Questo per il rispetto dovuto alla persona e alla sua dignità. Comportamenti diversi danno inizio a quel processo che, di fatto, porta alla morte sociale di una persona; un annullamento progressivo che comincia quando si smette di considerarla soggetto capace di prendere decisioni sul proprio destino. Quando si ribadisce che anche in punto di morte deve essere offerta ad un individuo la possibilità di conoscere la propria malattia e di essere informato sulla gravità delle proprie condizioni, si intende richiamare l'attenzione di tutti verso un inversione di tendenza, verso una medicina meno egocentrica, che rispetti, cioè, la libertà di scelta della persona e il suo diritto ad autodeterminarsi, ad essere consapevole e, quindi, ad essere informata. Questo atteggiamento di rispetto della verità e della persona malata è decisamente nuovo per il nostro contesto culturale e non può non suscitare ansia nel famigliare che si fa improvvisamente carico di una verità elusa per tanto tempo. Ma questo disagio non può essere risolto da un silenzio o da una menzogna che, mentre tacitano il problema di chi assiste il malato, sottraggono a quest ultimo il diritto di sapere. La Carta ritiene che l accettazione di una qualche consapevolezza del morente sulla gravità delle proprie condizioni, aiuti anche i famigliari a tenere sotto controllo, per quanto è possibile, l angoscia per la perdita imminente del loro caro. 1618 4 Chi sta morendo ha diritto a partecipare alle decisioni che lo riguardano e al rispetto della sua volontà Il morente, nonostante la gravità delle sue condizioni ha, comunque, il diritto di essere informato dall équipe che lo ha in cura sui vantaggi e gli svantaggi dei trattamenti proposti, così da poter scegliere nel modo più consapevole possibile come affrontare l ultima fase della vita. Quando il morente è in grado di comprendere, di decidere e di manifestare la propria volontà, la responsabilità delle scelte è chiara: ai curanti compete di offrire trattamenti che hanno una ragionevole speranza di dare sollievo senza comportare rischi eccessivi per il paziente, spiegandone i benefici e gli eventuali limiti. Il morente è così messo in grado di scegliere liberamente. E tuttavia anche possibile che il morente deleghi all équipe curante queste decisioni, e anche in tal caso la sua decisione va rispettata. E frequente, peraltro, che il morente esprima una richiesta, ma poi deleghi alla capacità professionale dell operatore di individuare il trattamento più appropriato in relazione al suo bisogno, salvo riappropriarsi poi di certe decisioni. La Carta ritiene che, in quest ultima ipotesi, vada sempre rispettata la volontà espressa da ultima dal paziente. Le richieste volte a porre fine alla vita attualmente non possono essere soddisfatte perché la deontologia medica e la legge proibiscono l eutanasia. Deve, però, in ogni caso essere rispettato il rifiuto delle cure. Il rispetto della volontà del morente diventa problematico se quest ultimo non è cosciente. In tale circostanza, fermo restando che in ogni caso vanno evitate al paziente sofferenze inutili, saranno gli stessi operatori responsabili delle decisioni, che non possono essere delegate ai famigliari. Ai quali, peraltro, va riconosciuto un ruolo importante nell informare l équipe curante sui desideri del morente. Nel mondo anglosassone (Stati Uniti, Canada, Australia ecc.) per ovviare all incertezza circa la volontà del morente non più cosciente si è, da qualche anno a questa parte, fatto ricorso a uno strumento con il quale la persona indica anticipatamente come dovrà essere curata e assistita quando non sarà più cosciente. Lo strumento in questione, denominato living will (testamento di vita) o advance directive (direttiva anticipata), consiste in un documento nel quale una persona, quando è ancora in condizioni di capacità, e quindi in grado di com- 1719 prendere e di valutare le conseguenze che in determinate situazioni patologiche derivano dalle scelte sui trattamenti, può esprimere le proprie preferenze riguardo ai trattamenti da subire in caso di perdita della capacità. In tale documento l interessato può anche designare un procuratore (proxy), cioè una persona autorizzata a prendere le decisioni in sua vece, quando egli non sarà più in grado di farlo. Tale strumento va raccogliendo ampi consensi nell opinione pubblica e fra gli operatori anche in Italia, ma nel nostro paese non ha ancora valore giuridico. 1820 5 Chi sta morendo ha diritto al sollievo del dolore e della sofferenza Nel caso dei malati prossimi alla morte non è più possibile porre in atto trattamenti volti a perseguire la guarigione. Ma a questi malati può e deve essere garantita la migliore qualità di vita compatibile con la gravità delle loro condizioni. La Carta intende richiamare l attenzione sulla necessità di porre a disposizione dei morenti trattamenti miranti ad abolire, o per lo meno a ridurre, i sintomi fisici costantemente presenti nella malattia in fase terminale. Il 70-90% dei malati di cancro in fase avanzata ha dolore di intensità medio-alta e soffre di molti altri sintomi egualmente stressanti. Questo complesso di sofferenze, nel comune modo di sentire, ha perso ogni connotazione positiva. La sopportazione del dolore come testimonianza di fermezza di carattere, o come dono sacrificale in espiazione dei propri o altrui peccati non è più un valore, se non per pochissimi, il cui diritto di accettare le proprie sofferenze deve, peraltro, essere sempre rispettato. Il controllo del dolore e dei sintomi fisici è il primo passo per ridurre la sofferenza di chi muore. In effetti, un paziente ottenebrato dal dolore non è in grado di avere relazioni, di affrontare il proprio stato, di elaborare le proprie emozioni, di esprimere i propri sentimenti. Il progresso della medicina ha fornito armi potenti per alleviare gran parte dei sintomi e per ridurre il dolore, e la medicina palliativa ha dimostrato come un assistenza completa ed attenta sia in grado di offrire un aiuto per molte sofferenze morali e psicologiche. Dal momento che esistono le conoscenze, le competenze ed i mezzi per farlo, la Carta ritiene che un malato in queste condizioni abbia il diritto di essere adeguatamente curato, così come ritiene che una persona abbia diritto al miglior livello di salute che le risorse di un paese possono permettergli. Gli oppioidi (la morfina ed i farmaci analoghi), usati nel modo corretto, ad esempio, sono in grado, sia da soli, sia in associazione con altri preparati, di controllare l 80-90% dei dolori, provocando come effetti collaterali indesiderati soltanto stitichezza e modesta sonnolenza. Anche gli altri sintomi sono spesso dominabili con farmaci di facile impiego, di basso costo e di grande affidabilità. 19 Vedere altro
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