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Timestamp: 2020-08-12 20:06:34+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 15474 del 26/07/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15474 del 26/07/2016
Cassazione civile sez. VI, 26/07/2016, (ud. 16/06/2016, dep. 26/07/2016), n.15474
sul ricorso 16648/2014 proposto da:
SOCIETA’ YUKI CLUB;
avverso la sentenza n. 79/4/2013 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE di ANCONA del 5/02/2013, depositata il 09/05/2013;
16/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE CARACCIOLO.
La CTR di Ancona ha respinto l’appello dell’Agenzia – appello proposto contro la sentenza n. 23/05/2010 della CTP di Ascoli Piceno che aveva già accolto il ricorso della “Yuki Club – Associazione sportiva”- ed ha così annullato l’avviso di accertamento per IVA-IRPEG-IRAP, relative al periodo di imposta 2002, fondato sul disconoscimento del diritto all’esenzione previsto dalla L. n. 398 del 1991, per le associazioni sportive dilettantistiche, sulla mancanza (poi giustificata da distruzione per incendio) dei documenti e registri relativi all’attività associativa per le annualità antecedenti a quella qui in verifica; sulle difformità dello statuto associativo dallo schema previsto dalla legge e sull’assunto che la effettiva natura del soggetto giuridico (per le modalità del sua concreta manifestazione) fosse idonea evidenziare lo svolgimento di una attività speculativa.
La predetta CTR ha motivato la decisione ritenendo: a) che lo statuto dell’Associazione è redatto in ossequio alla normativa che consente la “decommercializzazione” e non sussistono clausole difformi rispetto a quelle richieste dalla legge; b) che la documentazione prodotta consentiva di concludere che per l’anno in esame erano state soddisfatte le condizioni minime in ordine alla pubblicità, democraticità e finalità non lucrativa dell’associazione; c) che -onerata la parte contribuente della prova “del possesso dei requisiti di legge che le consente di poter fruire dei benefici fiscali” e, per converso, onerato l’ufficio della prova “dell’esistenza di elementi che escludono il godimento di detti benefici” – non poteva ravvisarsi requisito imprescindibile quello della forma scritta dell’istanza di adesione degli associandi nel mentre i documenti prodotti – redatti in maniera esemplare – inducevano a ritenere sussistenti i requisiti minimi di conformità della gestione associativa al requisito democratico e mutualistico. Per contro l’Agenzia non aveva fornito la prova che l’associazione avesse svolto “attività istituzionalmente non prevista…..in quanto espletata a favore di terzi estranei (non soci), nel mentre la circostanza delle ulteriori somme mensili versate dai soci (oltre alla quota associativa) in ragione delle “diverse prestazioni effettuate a loro favore da parte dell’ente associativo è perfettamente compatibile con la natura non lucrativa dell’ente stesso, atteso il disposto di cui all’art. 148 T.U.I.R., comma 3.
Ed invero, con il motivo di impugnazione (centrato sulla violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39; del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 148, nonchè dell’art. 2697 c.c.) la parte ricorrente lamenta che la Commissione di appello abbia erroneamente ritenuto che gravasse sull’Ufficio l’onere di provare che l’associazione avesse svolto attività di carattere commerciale, per quanto la norma dell’art. 148 T.U.I.R., preveda espressamente i casi nei quali le attività svolte dagli enti associativi non hanno rilevanza fiscale. Peraltro, per la fruizione del regime agevolato è necessaria non solo la astratta conformità delle previsioni statutarie, ma anche la conformità concreta dell’attività associativa alle previsioni dell’anzidetta norma. Alla luce di questo principio, la Commissione di appello ha -secondo la ricorrente – “del tutto omesso di conformare le proprie valutazioni alle risultanze probatorie del caso concreto” ed ha disatteso il principio fondamentale circa la ripartizione dell’onere probatorio, considerando che sarebbe spettato alla contribuente fornire gli elementi utili a contrastare le risultanze dell’attività di verifica, onere in concreto non assolto. Dopo avere riepilogato i fatti accertati che avevano fatto propendere l’ufficio per l’attribuzione di natura commerciale all’attività svolta dall’associazione, ed avere trascritto passaggi significativi dell’atto di appello, la parte ricorrente è tornata a ribadire che se la CTR “avesse valutato concretamente e realmente le risultanze della verifica, il contenuto dell’avviso di accertamento e i numerosi e gravi indizi emersi a carico dell’associazione, non avrebbe potuto rigettare, come ha fatto, l’appello dell’Ufficio….”.
Il motivo di impugnazione, nella sua composita formulazione (concretamente improntata alla identificazione di una pluralità di vizi riferiti alla pronuncia impugnata, tra i quali si sono evidenziati solo quelli nitidamente articolati) appare inammissibilmente proposto anche a voler prescindere dal rilievo della promiscuità.
Da un canto, la parte ricorrente si duole della violazione della regola attinente al riparto dell’onere della prova, ma senza riferire detta violazione al concreto argomentare del giudicante e rimanendo nei limiti della vaghezza e della genericità della critica. Quest’ultimo – d’altronde – non ha affatto addossato alla parte pubblica l’integrale debito della dimostrazione dei fatti ma solo degli “elementi che escludono il godimento dei benefici” (e cioè, come specificato nel seguito della motivazione della sentenza, le attività “istituzionalmente non previste” perchè “espletate a favore di terzi estranei”), è perciò non ha affatto violato il principio secondo il quale incombe alla parte onerata in via principale la dimostrazione dei fatti costitutivi ed alla parte onerata in via secondaria la dimostrazione dei fatti impeditivi.
D’altro canto, la parte ricorrente – imputando al giudicante di non avere conformato le proprie valutazioni alle risultanze probatorie del caso concreto, peraltro senza specificarne il dettaglio – ha chiamato la Corte ad effettuare non già un controllo sulla corretta applicazione della regola in tema di riparto probatorio o un controllo sulla regolarità logica dell’iter argomentativo, ma addirittura una revisione della corretta e congrua selezione del materiale probatorio acquisito in atti e perciò ha non solo contraddetto la tipologia del vizio identificato in rubrica, ma anche invocato una verifica straripante rispetto ai compiti istituzionali della Corte, che non può spingersi alla revisione del giudizio sul merito qualificatorio della concreta vicenda di fatto.
Roma, 27 aprile 2015.
che la parte ricorrente ha depositato memoria con la quale insiste sulla fondatezza dei motivi di impugnazione, senza neppure argomentare a riguardo della proposta di inammissibilità del primo, rilievo che è da considerarsi dirimente ai fini della soluzione della questione controversa, siccome è stato correttamente evidenziato nella relazione dianzi trascritta;
che la decisione sostanzialmente processuale, non inficia i consolidati principi di Cass. 8623/12, 4872/15 ed altri.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 39
 art. 148
 Cass.