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Timestamp: 2018-01-17 18:19:46+00:00

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LEX BENKO: LA CITTA’ SVENDUTA – Riccardo Dello Sbarba
Pubblicato 10 luglio 2013 11 luglio 2013 da Riccardo Dello Sbarba
Articoli ad personam per “l’uomo dei miracoli”, moltiplicazione delle cubature nel verde agricolo, consigli comunali e cittadini tagliati fuori dalle decisioni, il futuro della città in mano ai privati e ai loro profitti. La “riforma urbanistica” incentiva il consumo di suolo ed amputa la democrazia. Per orientarsi nella giungla delle norme: la mia relazione di minoranza in Consiglio provinciale.
“LEX BENKO”: I CITTADINI NON SONO PIU’ TUTTI UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE.
Partiamo dall’attualità. Con un accordo personale con il sindaco Spagnolli, l’ex vice Sindaco Pichler Rolle ha introdotto in Commissione i nuovi articoli 55 bis e 55 ter che – in stile Widmann – introducono „zone di riqualificazione urbana di iniziativa privata“. La procedura vigente viene rovesciata: non è l’ente pubblico che – in base all’interesse collettivo – individua nel piano urbanistico le aree da riqualificare, ma è il privato che – dopo aver acquistato in anticipo le parti di città che gli interessano – mette sotto pressione il Comune affinché tali aree vengano dichiarate „da riqualificare“ e vengano sottoposte a una procedura accelerata che non prevede più la partecipazione dei cittadini e delle cittadine (neppure dei confinanti!). Il Consiglio comunale viene coinvolto alla fine, a giochi fatti.
Dopo un aspro dibattito in città, l’assessore Tommasini ha presentato ora una proposta cosiddetta „di compromesso“, che compromesso non è affatto.
Infatti, la nuova versione Tommasini introduce un doppio binario:
Da un lato, con i nuovi articoli55 bis, ter e quater, ripristina una normativa simile a quella oggi vigente, che parte dall’inserimento di zone di riqualificazione urbana nel Piano Urbanistico Comunale sotto la regia del Comune.
Accanto a questo però, col nuovo articolo 55 quinquies, mantiene anche la possibilità delle „zone di riqualificazione urbana di iniziativa privata“ che esautorano l’ente pubblico e i cittadini e trasformano la pianificazione urbana in un accordo tra un sindaco e un privato, col consiglio comunale coinvolto a cose già fatte. Ovviamente sarà proprio questo il binario che seguirà il progetto Benko, che ritiene l’Hotel Alpi da dichiarare „zona da riqualificare“ solo perché l’ha acquistato, mentre il suo piano non coinvolge affatto – ad esempio – l’edificio degradato su via Garibaldi, quello sì in condizioni di emergenza!
La “Lex Benko”rivela lo spirito di questa “riforma urbanistica”, che consegna il territorio agli interessi privati, umilia il bene pubblico, cancella la pianificazione e affida i nostri centri urbani alla volontà del mercato e del puro profitto.
CAPITOLO 1: UNA LEGGE-MOSTRO, UNA PROCEDURA ILLEGITTIMA
Quella Urbanistica è la legge provinciale più tormentata tra quelle che la Provincia di Bolzano si è data. Il motivo è semplice: poiché il territorio è la più importante ricchezza che abbiamo, la legge che ne regola l’uso è da sempre al centro degli interessi di chi ne vuole trarre profitti privati.
Sull’uso distorto del suolo si è arricchito più d’uno in Sudtirolo: la cementificazione incessante è stata il rovescio della medaglia degli anni d’oro dell’”Era Durnwalder”, iniziata proprio con l’eliminazione del padre dell’urbanistica sudtirolese: l’ex Assessore provinciale Alfons Benedikter. Il quale impostò un’urbanistica conservatrice in ogni senso: etnico, politico e ambientale. Pur distanti da Benedikter per l’aspetto etnico-politico, noi Verdi abbiamo sempre riconosciuto che in senso ambientale quell’urbanistica contribuì a tutelare il territorio, a mantenere compatti gli abitati, a difendere la natura.
Poi è arrivata l’era dell’”arricchitevi” anche a scapito delle risorse naturali. L’era in cui tutto è contrattabile, basta mettersi d’accordo. E la Legge Urbanistica è diventata la palestra delle lobby e degli appetiti, trafitta da centinaia di commi inseriti ad hoc per far piacere a questo e ricompensare quell’altro, oppure a chiudere le falle aperte dal fuoco incrociato degli interessi. Il solo articolo 107, quello dell’appetibile “verde agricolo”, ha è stato modificato più di 50 volte in soli 5 anni, dal 2003 al 2008. E ne subirà altre 8 con il presente disegno di legge, che introduce commi ter, quater e così via. Tutto come da tradizione, dunque!
Eppure all’origine di questo disegno di legge stava la promessa di una svolta radicale: basta con la giungla dei commi e delle norme in contrasto l’una con l’altra, basta con gli articoli ad personam che danno tanto lavoro agli avvocati e hanno provocato un’enorme mole di contenzioni al TAR.
La legge sarebbe stata riformata, radicalmente semplificata, resa trasparente e leggibile anche per una persona comune. Questo fu promesso nel 2008: la presente 14a Legislatura avrebbe portato la rivoluzione urbanistica a tutela del territorio e al servizio del cittadino.
Così non è stato. Al posto della Grande Riforma, è arrivata una “piccola riforma” che riforma non è, ma è il perseverare diabolico nell’errore. Fin dall’inizio la “piccola riforma” si è presentata come un grande guazzabuglio: la prima versione prevedeva un solo articolo di 52 commi che modificavano quasi 40 articoli! Come si sarebbe discusso un simile mostro, con a disposizione 15 minuti per illustrare emendamenti che riguardavano l’intera materia urbanistica per poi votarli rapidamente uno dopo l’altro? Alle proteste del gruppo Verde l’assessore ha risposto scomponendo l’unico articolo in 9, ciascuno dedicato a ogni singolo capo della legge che si vuole modificare.
L’ottica è certamente migliorata e la discussione avrà tempi più decenti. Ma la sostanza non cambia: poiché ogni singolo articolo si riferisce a un intero titolo della legge urbanistica, in aula potranno essere portati commi aggiuntivi per modificare qualsiasi articolo della legge stessa. Anche questa è la vecchia abitudine: gli emendamenti a sorpresa dell’ultimo momento, che saltano gli obbligatori pareri del Consiglio dei Comuni e delle categorie e vanificano il lavoro fatto dalla Commissione legislativa. Neppure questa “piccola riforma”, dunque, ha prodotto certezza del diritto, a cominciare dal diritto del Consiglio provinciale al rispetto del regolamento interno.
Infine, nata come un mostro, in Commissione è diventata un mostro al quadrato, grazie alla presentazione da parte della Giunta provinciale di decine di ulteriori emendamenti aggiuntivi che non riguardavano solo l’urbanistica, ma diverse altre leggi.
Così la Giunta provinciale ha aggiunto articoli che modificano ben 14 altre leggi provinciali, dagli animali all’inquinamento acustico, dal commercio agli affittacamere. Molte norme, tra l’altro, sarebbero state competenza di altre Commissioni legislative (la 3. e la 4.), dunque sono state trattate illegalmente dalla 2. Commissione.
Particolarmente grave il lungo emendamento che riformula parti essenziali della delicatissima legge sugli OGM. L‘articolo è stata gettato sul tavolo della commissione senza neppure la necessaria documentazione – in violazione dell’articolo 41 del Regolamento del Consiglio che così recita: “La commissione discute solo i disegni di legge ai quali siano stati allegati la documentazione necessaria per il relativo esame“.
Il disegno di legge 167/13 è stato dunque trattato in palese violazione di ben due norme del regolamento interno del Consiglio provinciale. E’ un fatto molto grave che, oltre a dimostrare una mancata vigilanza del Presidente del Consiglio sui lavori delle Commissioni legislative, rappresenta un gravissimo vulnus alle procedure previste e potrebbe portare all’impugnazione e all’invalidità della legge stessa.
Nel DdLp 167/13 sono modificate oltre alla Legge urbanistica, nr. 13/1997, ben altre 13 Leggi Provinciali:
1. Legge tutela paesaggio, nr. 16/1970
2. Legge ordinamento forestale nr. 21/1996
3. Legge edilizia abitativa, nr. 15/1972
4. Norme in materia di bonifica, nr. 5/2009
5. Disciplina dell’affitto di camere e appartamenti ammobiliati per ferie, nr. 12/1995
6. Norme in materia di esercizi pubblici, nr. 58/1988
7. Espropriazioni per causa di pubblica utilità, nr. 10/1991
8. Riordino delle associazioni agrarie, nr. 2/1959
9. Contrassegnazione di alimenti con caratteristiche non OGM, nr. 1/2001
10. Interventi per la protezione degli animali, nr. 9/2000
11. Nuovo ordinamento del commercio, nr. 7/2000
12. Liberalizzazione dell’attività commerciale, nr. 7/2012
13. Disposizioni in materia di inquinamento acustico, nr. 20/2012
Di queste 13 leggi, quasi tutte sono estranee alla materia urbanistica e dunque semplicemente da eliminare, per essere ripresentate in una legge Omnibus che segua il percorso previsto dal Regolamento interno.
CAPITOLO 2: UNA LEGGE CHE CONSUMA SUOLO
Oggi una seria riforma della legge urbanistica dovrebbe avere un unico fondamentale obbiettivo: imporre uno stop al consumo di suolo. Questa legge invece incentiva l’ulteriore consumo di suolo, sia per le aree abitative, che per il verde agricolo, che – sopratutto – per le zone produttive, che hanno rappresentato il grande affare speculativo degli ultimi 10 anni.
Che la legge non fermi ma incentivi ulteriormente il consumo di suolo lo si capisce dal primo articolo, quello che inserisce un comma 3-bis nell’articolo 1 della legge Urbanistica. Tale comma prevede che “La Giunta provinciale definisce un obbiettivo quantitativo che prevede un valore indicativo dell’area annualmente edificabile”. Una strana norma, che poi dice che “il raggiungimento dell’obbiettivo è verificato annualmente”. Dunque: c’è un “obbiettivo” di consumo annuale di suolo fissato dalla Giunta, il cui raggiungimento va verificato. Ciò che occorre impedire – la cementificazione – può diventare obbiettivo? E come si può presentare questo nuovo comma come uno strumento di limitazione dell’urbanizzazione? Per questo bastava applicare con rigore l’esistente comma 3 della legge urbanistica che prevede l’ “utilizzo di nuove risorse solo quando non esistono alternative alla riqualificazione e riorganizzazione del tessuto insediativo esistente”.
Gli allarmi sul consumo di suolo si sono ripetuti nel tempo, il più recente e drammatico è stato quello lanciato nel luglio 2012 dal Südtiroler Bauernbund: “Siamo preoccupati! – dichiarò il presidente Leo Tiefenthaler – ogni giorno vengono cementate aree verdi della grandezza di un campo di calcio. In questo modo la superficie costruita raddoppia ogni 20 anni. Andando avanti così tra 150 anni sarà esaurita tutta la superficie costruibile di cui disponiamo”.
Dal 1968 al 2007, ha calcolato l’Associazione degli agricoltori, la superficie costruita si è triplicata, fino a raggiungere i 14.300 ettari nel 2007. Ogni anno in media sono stati cancellati 200 ettari di verde agricolo produttivo per costruire case, capannoni e altre opere, più altri 70 ettari per infrastrutture di comunicazione.
In base a questi dati, il Bauernbund ha invitato la politica a una drastica svolta: bloccare l’ulteriore distruzione di territorio, riutilizzare il già costruito, risparmiare il suolo. Di questo ripensamento non c’è traccia nel presente disegno di legge, né nel contributo che i rappresentanti delle categorie agricole – spiace dirlo – hanno dato all’interno della 2. Commissione, dove sono particolarmente numerosi.
Nel settore della “ricettività turistica”, per esempio, (art. 3, che riforma parti del Capo 3° della legge urbanistica) sono state approvate modifiche, molte delle quali hanno l’odore della norma ad personam, che aprono possibilità speculative nel cambio di destinazione d’uso per hotel, compresi quelli “qualitativamente ampliati”, che possono diventare appartamenti convenzionati da affittare o perfino, se sono in zona residenziale, da vendere sul libero mercato. Anche gli hotel nel verde agricolo possono diventare appartamenti convenzionati. Come diventerà, dopo queste norme, l’Alpe di Siusi?
In certi casi si sfiora il paradosso, come in quella norma (art 29, nuova lettera c. del comma 2) che prevede che un esercizio che ha fino a 20 letti può, per rispondere a esigenze abitative della famiglia, trasformare questi spazi in appartamenti che “possono essere utilizzati per l’affitto di camere e appartamenti per ferie”. Ma non era per rispondere ad “esigenze abitative della famiglia” che era stata autorizzata la trasformazione? (a proposito: come si chiama questa famiglia?).
Altre norme mangia-suolo si trovano sparse in diversi commi del disegno di legge, come il comma 4 dell’articolo 4, che riforma l’articolo 36-bis sulle zone residenziali di completamento Secondo la nuova versione, una zona di completamento, in deroga alle norme urbanistiche, può essere ampliata includendo un’area adiacente a verde agricolo oppure semi edificata per poter costruire fino a 1250 metri cubi. E tutto ciò senza con procedure autorizzative molto frettolose (ma su questo più avanti). Così si mangia il suolo boccone dopo boccone.
Una norma assai discussa è da sempre quella sulle cosiddette “convenzioni urbanistiche”, cioè patti tra ente pubblico e privato che concede a quest’ultimo cubature aggiuntive in cambio di contro-prestazioni che siano di interesse pubblico. La norma, di per sé ragionevole, è stata però usata spesso in modo distorto: in sostanza monetizzando il consumo di suolo per rispondere alla necessità dei Comuni di fare cassa. Per questo l’intera materia sarebbe da ripensare, fissando criteri molto più rigorosi. Il presente disegno di legge, all’articolo 4, commi 7 e 8, modifica solo in parte la norma, comunque nella giusta direzione di un inasprimento delle norme sulle “convenzioni urbanistiche” per sottoporle di più al pubblico interesse.
CAPITOLO 3: L’ARTICOLO SCANDALO SULLE ZONE PRODUTTIVE
Le norme più gravi sono quelle che riguardano le zone produttive, contenute nell’articolo 5 del presente disegno di legge, che modifica gli articoli dal 44 al 48 della Legge Urbanistica provinciale.
Le zone produttive sono state oggetto di grosse speculazioni nell’ultimo decennio, grazie anche a norme sciagurate come il cosiddetto “decreto Tremonti” che ha fatto spuntare ovunque capannoni industriali secondo il motto: “intanto realizzo cubatura, poi vedrò cosa farci”.
Molte di queste cubature erano gonfiate a scopo speculativo ed ora fanno mostra di sé, vuote ed inutilizzate, nelle periferie delle nostre città. Nella sola zona industriale di Bolzano vi sono 110 edifici produttivi vuoti, pari a oltre 150.000 m2 di capannoni e altri 98.000 m2 di aree all’aperto inutilizzate Una politica che blocchi lo spreco del suolo dovrebbe puntare innanzitutto al riutilizzo di questo enorme patrimonio sperperato. E invece il disegno di legge 167/13 facilita la realizzazione di nuovi edifici produttivi secondo il motto dell’assessore Widmann, secondo cui “ogni azienda vuole costruirsi la propria sede in coerenza con la propria immagine”.
Queste norme sono state fortemente volute da un’economia che parla di “sostenibilità” ma pratica l’opposto. Perfino l’assessore competente Pichler Rolle ne ha voluto prendere le distanze, dichiarando che si trattava di “proposte di Widmann” e lasciandole illustrare e spiegare dal rappresentante dell’assessorato all’industria (l’assessore non ha trovato il tempo per confrontarsi in Commissione).
Noi Verdi ci siamo battuti specialmente per l’eliminazione del famigerato articolo 51-quater, che introduceva le anomale “zone produttive di interesse privato” e in sostanza avrebbe demolito definitivamente la pianificazione pubblica, liberalizzato l’uso del suolo e messo in primo piano l’interesse privato e la logica del mercato.
La Commissione ha votato a maggioranza l’emendamento soppressivo dei Verdi (6 sì, 2 astensioni e 1 no) dopo che il Consiglio dei comuni si era dichiarato “fermamente contrario” e lo stesso assessore Pichler Rolle l’aveva definito “norma assai problematica dal punto di vista urbanistico”. Dopo la votazione, il dott. Stofner, in rappresentanza dell’assente assessore all’industria, ha detto che l’articolo potrebbe venire ripresentato nella trattazione in aula in forma diversa ma con gli stessi obbiettivi. Inoltre, eliminato lo scandaloso 51-quater, restano comunque nell’articolo 5 numerose altre norme inaccettabili, come la messa a carico del pubblico dei costi di urbanizzazione finora a carico dei privati, oppure il potere pressoché totale alla BLS della gestione delle zone produttive, o ancora l’acquisto dei terreni da parte dei Comuni invece dell’esproprio, per cui noi Verdi riteniamo che l’intero articolo vada eliminato.
Considerando il rischio della presentazione del 51-quater sotto altra veste e gli aspetti negativi di ciò che comunque è rimasto dell’articolo 5, ci sembra utile descrivere brevemente quello che era la versione originale, poiché dotata di una sua (per noi inaccettabile) coerenza.
Nella legge urbanistica vigente la realizzazione di una zona produttiva è frutto di una decisione del Comune o della Provincia fondata sull’interesse pubblico e una visione organica dello sviluppo del territorio.
Gli enti pubblici deliberano, seguendo un iter di verifica tecnica e partecipazione pubblica, e poi, una volta approvata la zona, espropriano i terreni a un prezzo ribassato dal 25% al 50% di quello di mercato. Infine assegnano le aree alle aziende che hanno titolo a richiederle. I costi di urbanizzazione sono a carico delle aziende e dei proprietari privati.
L’articolo 5 del presente disegno di legge, nella sua originaria versione in parte purtroppo rimasta, ribaltava totalmente questa normativa:
·Non più esproprio dei terreni, che diventa l’eccezione (e comunque se fatta, va fatta a prezzi di mercato e non più coi ribassi tra il 25% e il 50% come finora), ma acquisto da parte del Comune o più probabilmente della BLS, con un salasso delle casse pubbliche e lauti profitti per i proprietari (questa norma è rimasta).
·La creazione di nuove zone produttive non più frutto di pianificazione pubblica, ma affidata “alla iniziativa privata”: le future zone produttive saranno realizzate dagli stessi proprietari dei terreni, per insediare aziende proprie o altrui; il comune ha 45 giorni di tempo per decidere e se dà via libera il progetto passa a una commissione “speciale” di 7 membri, con una maggioranza precostituita di 4 persone a favore: sindaco e comunità comprensoriale (che hanno già approvato), BLS e Assessorato all’industria, cui è affidata la presidenza della commissione. Il sì di questa commissione è definitivo e “sostituisce ogni altra autorizzazione, parere, visto, nulla osta o concessione”. Il piano non passa neppure dalla commissione edilizia comunale. Chi conosce come vanno le cose nei nostri paesi e città, sa bene che il Comune sarà messo sotto fortissima pressione da parte di chi può contare su potenti “santi in paradiso” (questa norma è stata eliminata, ma potrebbe essere ripresentata).
·I costi di urbanizzazione non sono più a carico delle aziende e dei privati, ma vanno a carico degli enti pubblici (e dunque della cittadinanza) per una quota che verrà stabilita dalla Giunta provinciale: è facilmente intuibile le condizioni di favore che otterranno gli amici degli amici! (questa norma è rimasta).
·Tutto ciò vale anche per gli ampliamenti e le modifiche di zone produttive esistenti (questa norma è rimasta).
L’articolo 5, in sostanza, consegna (ancora di più se venissero reintrodotte in aula, anche in altra forma, le parti eliminate) la pianificazione delle aree produttive all’economia e all’assessorato all’industria, sottraendola ai Comuni e all’urbanistica. Ciò significa fa prevalere il mercato sulla pianificazione, l’interesse privato su quello pubblico.
CAPITOLO 4: UNA LEGGE CHE ESPROPRIA I CONSIGLI COMUNALI
La pianificazione urbanistica virtuosa dovrebbe essere un’urbanistica partecipata, che coinvolge i cittadini nella progettazione del territorio e assegna un ruolo fondamentale agli organi democraticamente eletti. Il disegno di legge 167/13 va invece nella direzione opposta: taglia i tempi del coinvolgimento dei cittadini e sposta le competenze dai consigli comunali, espressione del voto popolare che decide in pubbliche sedute, alla giunta comunale e provinciale, espressioni solo di una parte politica che lavora a porte chiuse.
Questi cambiamenti sono contenuti negli articoli 1, 2 e 3 del disegno di legge, e soprattutto nel nuovo articolo 19 della Legge Urbanistica provinciale, riscritto al comma 3 dell’articolo 3.
In sostanza: mentre finora la prima approvazione del piano urbanistico comunale (PUC) spettava al consiglio comunale, ora la decisione è trasferita alla giunta comunale. Così per le varianti al PUC, per i piani di attuazione e di recupero (e per le loro modifiche), per i piani delle zone di pericolo.
In consiglio comunale va solo la decisione finale, a giochi già fatti, e deve decidere in tempi molto stretti, come poco tempo hanno i cittadini per far valere le proprie ragioni. Così i consigli comunali sono espropriati almeno della metà della procedura della pianificazione territoriale, che è la loro competenza principale. Inoltre la Giunta provinciale, che delibera in via definitiva, può apportare adattamenti e modifiche “tecniche” senza che la cosa ripassi dal Comune.
Numerosi altri commi, sparsi qua e là, riducono gli spazi di partecipazione, il suolo delle assemblee elettive e perfino degli organi tecnici. Alcuni esempi:
La nuova lettera g) del comma 1 dell’articolo 17 della Legge Urbanistica (comma 2 art. 3 del DdLp) elimina di fatto i “rapporti ambientali”, strumento debole e finora mal utilizzato, ma da rendere semmai più serio e rigoroso, non da abolire!
All’articolo 6, il comma 1 ter (che modifica l’art. 70 della Legge Urbanistica) prevede che “La commissione edilizia fornisce il suo parere in merito a tutti gli strumenti di pianificazione urbanistica nonché a tutti i progetti che prevedono la nuova costruzione, l’abbattimento con conseguente ricostruzione oppure l’ampliamento di un edificio già esistente in misura superiore al 20 per cento della cubatura fuori terra…”. Così la Commissione edilizia viene totalmente messa fuori gioco e di fatto abolita. Infatti soprattutto nelle città sarà raro il caso in cui venga creata una cubatura aggiuntiva di oltre il 20% di quella esistente. I tecnici vengono esautorati e tutto il potere resta in mano al solo sindaco!
Riformata in modo unilaterale (favorevole agli interessi particolari) è anche la Commissione prevista dal comma 29 dell’articolo 107 (art. 8 comma 6 del DdLp), competente della delicatissima questione delle costruzioni nel verde agricolo. Se prima era formata da 5 membri, di cui tre tecnici (urbanistica, paesaggio, agronomia), un politico (sindaco) e la ripartizione agricoltura – come dire, 3 a 2 a favore dell’ambiente -, ora la commissione viene ridotta a 3 membri, in cui solo il tecnico dell’urbanistica deve far fronte, in minoranza, al sindaco e alla ripartizione agricoltura, i cui posti sono conservati.
Torniamo agli articoli con cui il DdLp 167/13 stravolge le procedure urbanistiche:
APPROVAZIONE DEI PIANI URBANISTICI COMUNALI E DELLE LORO MODIFICHE.
La legge vigente prevede una prima delibera del consiglio comunale (o della giunta provinciale per le aree di competenza della Provincia), l’informazione ai proprietari, la pubblicazione sulla rete civica, la raccolta di osservazioni, una seconda delibera del consiglio comunale che prende posizione sulle osservazioni (anche per le zone di competenza della Provincia), il passaggio alla commissione urbanistica provinciale (nella quale siede il sindaco), il rinvio di nuovo al comune se vi sono correzioni, infine la delibera finale della giunta provinciale.
La nuova norma contenuta nel presente DdLp 167/13 prevede invece che a deliberare la prima ipotesi di piano urbanistico sia la giunta comunale, che contemporaneamente comunica ai proprietari, pubblica sulla rete civica e passa il piano alla nuova “Commissione per la natura, il paesaggio e lo sviluppo del territorio” (dove l’aspetto urbanistico perde terreno a favore della rappresentanza degli interessi, passando da maggioranza – 3 componenti su 5 – a minoranza: 3 componenti su 7), a tale nuova Commissione provinciale arrivano anche le osservazioni che vengono lì elaborate, infine il PUC arriva nel consiglio comunale per la delibera di approvazione, che poi passa alla Giunta provinciale. I tempi della nuova procedura sono molto più ridotti di quelli oggi previsti.
Il Consiglio comunale viene coinvolto solo da ultimo, a giochi ampiamente già fatti, ha tempi ristrettissimi per decidere e difficilmente si potrà opporre a ciò che gli arriva già elaborato dalla nuova Commissione provinciale.
Tutta la procedura vale anche per le discusse “convenzioni urbanistiche”.
Sulla nuova “Commissione per la natura, il paesaggio e lo sviluppo del territorio” bisogna inoltre dire che, rispetto all’attuale Commissione Urbanistica provinciale, l’aspetto urbanistico perde terreno a favore della rappresentanza degli interessi, passando da maggioranza – 3 componenti su 5 nella CUP – a minoranza: 3 componenti su 7. Inoltre in caso di parità dei voti nella vecchia Commissione significava respingimento, nella nuova invece decide il voto del presidente.
APPROVAZIONE PIANI DI ATTUAZIONE E DI RECUPERO E DELLE LORO MODIFICHE.
La legge vigente prevede una prima delibera del Consiglio comunale, poi il passaggio alla Commissione Urbanistica provinciale, la quale stila i piani definitivi: se c’è accordo del sindaco interessato sono approvati, se il sindaco dissente il piano passa alla Giunta provinciale. Per le zone di competenza della Provincia, invece, si ha la delibera di Giunta provinciale, poi la delibera del Consiglio comunale, poi la Commissione urbanistica, infine la seconda delibera di Giunta provinciale.
La nuova norma contenuta nel presente DdLp 167/13 prevede invece la prima delibera della Giunta comunale, la pubblicazione sulla rete civica, 30 giorni per le osservazioni dei cittadini, infine una delibera del Consiglio comunale solo nei centri con meno di 10.000 abitanti. Per le città oltre i 10.000 abitanti (cioè Bolzano, Merano, Bressanone, Laives, Brunico, Appiano, Lana) anche la seconda delibera la adotta la Giunta comunale! Detto in altri termini: nei piccoli comuni, dove esiste una schiacciate maggioranza Svp, si può anche far decidere il Consiglio comunale – tanto si resta “in famiglia” (in senso politico). Nei comuni maggiori, dove tra l’altro esiste una consistente popolazione di lingua italiana e dove il panorama politica è più variegato e comprende una forte opposizione, le decisioni vengo no sequestrate dalla Giunta.
Da notare che nella nuova procedura non è più previsto il giudizio tecnico dell’urbanistica.
Per le modifiche ai piani di attuazione, entrambe le delibere sono adottate dalla Giunta comunale.
Per le zone di competenza della Provincia la situazione è ancora più paradossale: i piani vengono pubblicati immediatamente sulla rete civica, senza un atto di adozione di un organo politico (evidentemente fa tutto la BLS!), ci sono 20 giorni per le osservazioni, poi altri 20 giorni perché il Consiglio comunale prenda posizione, poi il piano va alla nuova Commissione provinciale e infine in Giunta provinciale per la delibera.
I tempi sono più che dimezzati, per procedure per cui molti comuni non ce la fanno neppure con gli attuali ritmi, più distesi. I più in difficoltà saranno i comuni grandi, quelli per cui non a caso la procedura passa tutta dalla Giunta comunale e non più dal Consiglio.
Alcune norme inoltre prevedono minori introiti per le casse comunali, come il comma 1 dell’articolo 6 del DdLp (comma 4-bis dell’art. 66 della legge urbanistica)che fa uno sconto sul contributo sul costo di costruzione per un caso così specifico che pare “ad personam”.
Questo disegno di legge:
Rende ancora più illeggibile una legge urbanistica provinciale già ridotta a una giungla, aprendo ulteriori margini di interpretazione arbitraria delle norme.
Incoraggia il consumo di suolo, la cementificazione del verde agricolo e la dispersione del costruito.
Riduce le possibilità dei cittadini e delle cittadine di partecipare alla pianificazione del territorio.
Riduce il ruolo dei tecnici, soprattutto in campo urbanistico e paesaggistico, a favore dei rappresentati della politica e degli interessi.
Esautora i consigli comunali, spostando le decisioni al potere esecutivo.
Privatizza la realizzazione di zone produttive e pone maggiori costi a carico delle casse comunali.
Non riduce la burocrazia, ma la democrazia.
Contiene norme “ad personam”.
Per questi motivi propongo di respingere questa legge, a meno che non sia radicalmente modificata.
Meglio affrontare la materia urbanistica in modo organico, con una “Grande Riforma” da varare già nel primo anno della prossima Legislatura.
Bolzano, 10 giugno 2013
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References: articolo 55
 articolo 107
 articolo 51
e contrario
 articolo 19
 art. 3