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SOMMARIO. INTRODUZIONE pag. PARTE PRIMA CAPITOLO I CAMBIAMENTI CLIMATICI E PROTOCOLLO DI KYOTO - PDF
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1 SOMMARIO INTRODUZIONE pag. PARTE PRIMA CAPITOLO I CAMBIAMENTI CLIMATICI E PROTOCOLLO DI KYOTO Introduzione 1. La Co2, gas serra ed effetto serra..pag. 2. Il Protocollo di Kyoto pag. 2.1 Breve storia del Protocollo di Kyoto... pag. 2.2 Struttura e principi generali pag. 2.3 Gli strumenti flessibili previsti dal Protocollo di Kyoto: primi cenni pag CAPITOLO II IL QUADRO NORMATIVO Introduzione 1. Il quadro europeo pag. 1.1 La Direttiva Europea sull Emission Trading System (2003/87/CE) pag. 1.2 La Direttiva Europea Linking (2004/101/CE)..pag. 2. Il quadro nazionale...pag. 2.1 La delibera CIPE sulle politiche di sviluppo sostenibile (n. 57/2002)..pag. 2.2 La ratifica italiana del Protocollo di Kyoto (L. 120/2002)...pag. 2.3 Le disposizioni temporanee ( L. 316/2004)...pag. 3. Il D.L. 216/2006 pag. 3.1 La struttura del d.lgs. n. 216 del 2006.pag. 3.2 Le autorità amministrative preposte alla gestione del sistema pag. 3.3 ruolo delle Regioni nel sistema pag.
2 3.4L autorizzazione alle emissioni di gas a effetto serra...pag 3.5PNA e l assegnazione delle quote agli peratori pag 3.6 Il Registro nazionale..pag. PARTE SECONDA CAPITOLO III I COSTI DI ATTUAZIONE DEL PROTOCOLLO DI KYOTO E L E.T Introduzione 1. Il mercato dei permessi negoziabili.pag. 2.Stima dei costi di abbattimento pag. 3.Stima delle funzioni di domanda pag. 4.I metodi di stima pag. 5. L industria e la produzione di energia elettrica pag. 6.Dalle funzioni di domanda alle CURVE MAC pag. 7.I costi di abbattimento e il commercio di emissioni..pag. CAPITOLO IV
3 PIANO ASSEGNAZIONE DELLE QUOTE DI EMISSIONE Introduzione 1 Il quadro europeo dei piani di assegnazione pag I piani di allocazione (NAP) dei paesi membri UE..pag Gli indirizzi comunitari per i piani per il periodo pag. 2. Il piano italiano per la riduzione dei gas serra (PAN).pag. 3. L assegnazione definitiva delle quote...pag. 4. L assegnazione delle quote agli impianti nuovi entranti pag. CAPITOLO V COME ADEMPIERE GLI OBBLIGHI DEL PNA Introduzione 1Le strategie aziendali per la riduzione delle emissioni.pag. 1.1 La definizione degli obiettivi aziendali di riduzione dei gas serra pag. 2. I meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto pag. 2.1 Emission Trading pag. 2.2 Joint Implementation(JI)..pag. 2.3 Clean Development Mechanism (CDM).pag. 2.4 I Carbon Sink (CS)..pag. 2.5 Carbon Found..pag. CONCLUSIONI BIBLIOGRAFIA
4 CAPITOLO I CAMBIAMENTI ClLIMATICI E PROTOCOLLO DI KYOTO Introduzione Scopo di questo capitolo è quello di inquadrare in modo organico la problematica dei cambiamenti climatici con particolare riferimento al fenomeno dell effetto serra, analizzando quest ultimo alla luce delle disposizioni e delle novità introdotte dal Protocollo di Kyoto. 1.La CO2 gas serra ed effetto serra Il biossido di carbonio, o anidride carbonica CO2 è un gas presente nell atmosfera e deriva dalla combustione di materiale organico, in presenza di sufficienti concentrazioni di ossigeno. La CO2 viene, inoltre, prodotta da numerosi microrganismi attraverso la fermentazione e la respirazione cellulare. Le piante utilizzano la CO2 durante la fotosintesi, usando sia il carbonio che l ossigeno per costruire i carboidrati. Inoltre, rilasciano ossigeno nell atmosfera e lo mettono a disposizione per la respirazione di organismi eterotrofi, formando quindi un ciclo. La concentrazione di CO2 nell atmosfera terrestre risulta essere di 388, 79 parti per milione, (dato medio relativo al 2009) 1. La quantità di CO2 è pari circa a tonnellate. Nonostante la sua modesta concentrazione, la CO2 è una componente fondamentale dell atmosfera terrestre, in quanto è un potente gas serra. Un ulteriore aumento nella concentrazione di CO2 nell atmosfera impedisce ad una quantità maggiore di radiazioni di diffondersi nello spazio, con il risultato di un maggiore riscaldamento dell aria. Un aumento della temperatura media dell atmosfera ha effetti molto marcati sul clima. Studi recenti dimostrano come un aumento planetario della temperatura è suscettibile di condurre a più frequenti e violente perturbazioni tropicali, compresi gli uragani. Inoltre, un riscaldamento dell atmosfera comporta il graduale scioglimento sia delle calotte polari sia dei ghiacciai continentali, con il conseguente aumento del livello degli oceani. Paradossalmente, gli scienziati prevedono che un aumento della concentrazione dei gas responsabili dell effetto serra, oltre all aumento della temperatura dell atmosfera, possa causare un raffreddamento della stratosfera, fenomeno già considerato a tutti gli effetti un segnale di peggioramento dell effetto serra. 1 V.
5 La metodologia, ad oggi maggiormente accreditata, finalizzata alla riduzione delle emissioni di CO2 è basata sulla teoria formulata nel 2004 da Palaca e Solocow e nota come dei cunei di stabilizzazione. La teoria propone 15 misure ( cunei: 1 cuneo = 1 gigatonnellata 2 di CO2 ) basate su tecnologie esistenti : a titolo esemplificativo si consideri la previsione secondo la quale nel 2050 ci saranno due miliardi di veicoli circolanti. Se si dimezzasse il consumo di carburante, basandosi sulle prestazioni migliori già presenti sul mercato in termini di dimensioni, potenza, efficienza del motore etc., si guadagnerebbe 1 cuneo. Con sette cunei su quindici si stabilizzerebbe la situazione sui livelli attuali e ne mancherebbero otto per migliorare la situazione. Nell intento di raggiungere tale obiettivo e di ovviare alle problematiche derivanti dai gas serra e dal conseguente effetto serra, è stato ratificato il Protocollo di Kyoto nel quale si impone alle parti di intervenire per assicurare la riduzione delle emissioni antropiche globali nella misura del 5% rispetto ai livelli del 1990, nel periodo di adempimento Il Protocollo di Kyoto 2.1. Breve storia del Protocollo di Kyoto La Convenzione quadro sul cambiamento climatico, generalmente indicata con l acronimo UNFCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), è entrata in vigore il 21 marzo Obiettivo prioritario della Convenzione è quello di stabilizzare la concentrazione di gas serra nell atmosfera a livelli tali da evitare modifiche al clima dovute all attività dell uomo; il raggiungimento di questo obiettivo viene ricercato attraverso l obbligo per i paesi che aderiscono alla Convenzione di una riduzione delle emissioni di gas climalteranti di origine antropica e immesse nell atmosfera entro uno spazio di tempo ragionevole, tenendo conto: della necessità d intervenire senza indugi per evitare il deterioramento dell equilibrio climatico; dell esigenze di adattamento e di sopravvivenza dei sistemi economici e produttivi attuali. La rapidità e l efficacia con cui fu condotto il negoziato portarono ad avere una massiccia adesione degli Stati mondiali alla convenzione, orientando le rispettive politiche a un innovativa linea di globalizzazione, ovverosia una cooperazione internazionale coordinata per affrontare con decisione e immediatezza l emergenza ambientale ed economica posta dai potenziali effetti del 2 Unità di misura della massa equivalente a un miliardo di tonnellate)
6 cambiamento climatico. Sebbene questa nuova predisposizione cooperativa sui problemi di scala planetaria sia stato uno dei risultati a maggiore rilevanza politica, dal punto di vista scientifico la Convenzione scontava una reale indisponibilità di dati valicati che permettessero una chiara conferma del fatto che alle origini del mutamento climatico vi fossero effettivamente le emissioni di gas serra di origine antropica. E opportuno evidenziare, infatti, come dalla data degli accordi sulla convenzione (1992) sino ai recenti rapporti dell IPPC e del NRC (2001), la responsabilità delle attività umane non aveva ancora avuto una sua conferma; vi era, invece, una forte ondata di contestazioni di questa ipotesi da parte di gruppi di scienziati ed istituzioni di varia origine, che ne contestavano con forza la sua fondatezza, mettendo anche in dubbio l esistenza stessa di un possibile cambiamento climatico. 3 L intera architettura normativa della Convenzione, quindi, influenzata da questo clima di urgenza dell azione ma, anche, di contestazione delle ipotesi, è stata tutta orientata verso un applicazione molto rigorosa del principio di precauzione, ovverosia il concetto in base al quale eventi ambientali di portata catastrofica il cui verificarsi è incerto ma possibile rendono necessaria l adozione di misure idonee atte a impedirne il verificarsi 4. La conseguenza immediata di questa impostazione è stata l adozione imperativa del principio per cui: Le parti contraenti dovranno assumere le opportune misure precauzionali per anticipare, prevenire o limitare le cause del cambiamento climatico e per mitigarne gli effetti dannosi. Se vi sono minacce di danni seri irreversibili, la mancanza di una piena certezza scientifica non deve essere usata come pretesto per posporre l adozione di queste misure ( UNFCC, art. 3, comma 3). Fu scelto, cioè, d intervenire subito per affrontare il potenziale problema del cambiamento climatico, anche se con interventi non definitivi che avrebbero dovuto essere di volta in volta aggiornati al variare delle condizioni economiche ma, soprattutto, dell evoluzione delle informazioni scientifiche ed analitiche sul processo di cambiamento in atto e dei suoi potenziali effetti. Fu seguito, in pratica, lo stesso principio adottato nella Convenzione quadro di Vienna per la protezione della fascia di ozono: predisporre obiettivi precisi ma senza avere regole fisse e criteri 3 Relativamente alla fondatezza scientifica delle ipotesi del cambiamento climatico, della responsabilità delle attività umane e dei potenziali effetti sul sistema antropico ed economico. 4 Il principio di precauzione è uno dei cardini del diritto internazionale dell ambiente; esso impone di evitare gravi danni all ambiente conseguenti a determinate azioni o comportamenti, non soltanto se essi siano scientificamente certi o altamente probabili, ma anche se vi sia solo la possibilità o il rischio del loro verificarsi. Il principio prevede, quindi, la concreta e non puramente teorica esistenza di una minaccia con caratteristiche di gravità o irreversibilità; precede altresì che la prevenzione del degrado ambientale non possa essere bloccata dalla mancanza di certezze scientifiche in merito all eventualità o alla consistenza della minaccia ; mancanza di certezze non significa ignoranza. L evento temuto, seppur non adeguatamente conosciuto in tutte le sue connessioni causali, deve essere, sulla base dei dati scientifici disponibili, ragionevolmente possibile ed i suoi esiti gravi ed irreversibili. Il principio è stato inserito nel 1993 nel Trattato di Maastricht ed è previsto nell art. 174 del Trattato dell Unione Europea nella sua versione attuale.
7 operativi per la distribuzione dei compiti e degli obblighi tra gli Stati contraenti al fine di ottenere la riduzione del bilancio delle emissioni climalteranti. Questa parte cruciale dell accordo fu rimandata a successivi negoziati, che poi scaturiranno proprio nel Protocollo di Kyoto. Sempre nella Convenzione viene specificato come ogni Stato debba adottare le politiche di protezione del clima integrandole con i programmi di sviluppo nazionale, poiché lo sviluppo economico è il fattore essenziale per adottare le misure più efficaci per ridurre il cambiamento climatico. E stato necessario questo chiarimento poiché il problema dei cambiamenti climatici è sì un tema ambientale, ma anche e soprattutto una questione di modelli di sviluppo economico, essendo coinvolti i sistemi produttivi dei paesi ricchi come quelli dei paesi poveri. E opportuno sottolineare, infatti, come le emissioni di gas climalteranti nell atmosfera siano proporzionali al grado di industrializzazione di ciascuno Stato; questo fa sì che le nazioni maggiormente industrializzate abbiano un bilancio emissivo di gran lunga maggiori di quelli in via di sviluppo e quindi contribuiscano in misura diversa al cambiamento climatico 5. Proprio per questo, però, data la diretta correlazione che esiste sulla possibilità di sviluppo economico, le iniziative di contenimento delle emissioni producono effetti significativi sulla capacità concorrenziale di ciascuno stato: positivamente se si segnala direzione della ricerca e dello sviluppo tecnologico, negativamente se si vuole mantenere inalterato il sistema produttivo ed energetico. Vi è però un altro elemento empirico che nel tempo ha confermato la diretta connessione tra crescita economica ed emissioni inquinanti e climalteranti: i cicli congiunturali e strutturali dei diversi Paesi; ovverosia l aumento o la riduzione delle emissioni in stretta relazione con i periodi di recessione o di crescita economica del paese. Esempio esaustivo è sicuramente quello della Russia. Il crollo repentino del sistema produttivo basato sull economia pianificata ha determinato anche un drammatico crollo della produzione industriale; questo ha fatto sì che la Russia produca oggi emissioni climalteranti notevolmente inferiori a quelle prodotte fino alla fine degli anni Ottanta e che oggi caratterizzano i sistemi economici asiatici. E evidente come questa riduzione delle emissioni dei paesi dell ex blocco sovietico non avvenga per precise scelte politiche ma per una semplice coincidenza con la fase di recessione scaturita dai nuovi assetti geopolitici. L incontro scaturito a Kyoto nel 1997, quindi, deve essere analizzato in un ottica maggiore essendo 5 E necessario sottolineare, però, come nella fase storica di approvazione del Protocollo di Kyoto, paesi come la Cina e l India furono esonerati dall obbligo di riduzione delle emissioni climalteranti poiché considerati come paesi in via di sviluppo. Allo stato attuale dell economia mondiale, le economie cinesi e indiane sono, invece, tra le principali protagoniste dei processi d inquinamento, causa la rapida ed incontrollata crescita economica. E evidente che il Protocollo di Kyoto abbia l urgenza di rivedere i propri meccanismi di assegnazione di quote di riduzione delle emissioni in funzione di questi nuovi attori della scena mondiale.
8 infatti frutto di un contesto più ampio di un singolo evento. Emerse, infatti, prepotentemente l esigenza di stendere un trattato internazionale volto ad assicurare se non un pronto intervento, almeno un monitoraggio del fenomeno. Ancora una volta l Assemblea generale delle Nazioni Unite si propose quale organizzatrice dell evento, istituendo la seconda conferenza mondiale sul clima, alla quale parteciparono 137 stati e l Unione Europea. Nel giugno del 1992 si concretizzarono gli sforzi fin qui prodotti nella Conferenza Mondiale sull Ambiente di Rio de Janeiro. Gli stati partecipanti (50) firmarono la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCC), che entrerà in vigore solo due anni più tardi nel Ad oggi la medesima è stata ratificata da 190 paesi. La Convenzione essendo Quadro non contiene obblighi né doveri, ma si limita ad incentivare l attività di ricerca, osservazione, monitoraggio, nonché la redazione di periodici aggiornamenti volti al raggiungimento di una definizione d impegni vincolanti per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra 6. In breve tempo, però, fu chiaro a tutti quanto sarebbe stato difficile ottenere un sincero impegno da parte degli stati, utilizzando come strumento un accordo non vincolante. Al fine di promuovere lo sviluppo ed il prosieguo degli intenti perseguiti dalla Convenzione, si sentì la necessità di istituire un organo ad hoc, nacque così, tre anni più tardi, nel 1995, a Berlino, la prima Conferenza delle Parti. In tale occasione venne approvato il Berlin Mandate, un accordo che gettava le basi per il Protocollo di Kyoto, individuando nuovi obiettivi e fissando nuovi obblighi per meglio controllare ed intervenire in relazione alle problematiche createsi, istituendo dei tempi d intervento(2005, 2010, 2015) Struttura e principi generali In base a quanto detto fin ora è chiaramente desumibile che il Protocollo di Kyoto rappresenta il primo passo per l attuazione concreta dell obiettivo della Convenzione, vale a dire la riduzione delle emissioni di gas serra nell atmosfera a un livello che prevenga dannose interferenze antropiche con il sistema climatico. Il Protocollo è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, 90 giorni dopo la ratifica di almeno 55 parti della Convenzione, tra cui devono figurare paesi dell Allegato I (industrializzati e in transizione), rappresentanti almeno il 55% delle emissioni di CO2 nel Affinchè, infatti, l accordo assumesse valore legale per tutti i paesi aderenti, dovevano essere soddisfatte due condicio sine qua non: aver ottenuto il sostegno di almeno 55 paesi; aver ottenuto l appoggio dei paesi che producono almeno il 55% del totale delle emissioni di gas serra del mondo industrializzato. Se, in relazione al primo punto particolari problemi non sono mai esistiti 7, per quanto riguarda il secondo, dopo il ritiro degli Stati Uniti, qualche problema è emerso. Gli USA, infatti, non hanno 6 Vedi artt. 4 e 6 della UNFCCC. 7 Il numero dei paesi aderenti è in continua evoluzione, pare siano circa 160.
9 condiviso alcuni aspetti dell atto, tra i quali l eccessiva restrizione dei vincoli del Protocollo di Kyoto e l erronea esclusione dell apposizione dei limiti per i paesi in via di sviluppo(alla medesima protesta si è unita anche l Australia). Per fortuna l adesione al Protocollo da parte della Russia, nel novembre del 2004, che ha apportato il 17,4% delle emissioni, ha permesso di superare agevolmente la soglia del 55%, toccando addirittura il 61,6% delle emissioni. Qualora anche la Russia si fosse ritirata, seguendo l esempio degli Stati Uniti, l accordo non sarebbe entrato in vigore e a poco sarebbe servita l adesione già ottenuta da parte di 125 Stati. Dopo aver brevemente presentato le modalità caratterizzanti l entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, occorrerà vagliare, prima di tutto, quali siano gli scopi fondamentali dell atto 8 e, subito dopo, analizzarne struttura e principi generali: 1. obiettivi vincolanti di contenimento e riduzione delle emissioni di gas serra per i paesi Annex I, con il fine di raggiungere a livello mondiale una riduzione aggregata di almeno il 5% rispetto al livello del 1990, nel primo periodo di riferimento(dal 2008 al 2012) 9 ; 2. obiettivi vincolanti (ma differenziati) di riduzione delle emissioni per i Paesi Annex I contenuti nell Allegato B del Protocollo (per es.: paesi UE -8%, Giappone -6%); 3. EU bubble : riduzione concentrata delle emissioni pari a -8% complessivo per i paesi dell Unione Europea, da realizzarsi mediante un accordo di ripartizione dell obiettivo globale tra i paesi membri(accordo di burden sharing) 10. Il sistema bubble consiste nella Possibilità di adempiere al vincolo sulle emissioni di gas serra per macroregioni. Un intero complesso industriale con più punti di scarico viene inglobato in una bolla, per la quale si fissa uno standard di qualità ambientale che deve essere rispettato nell intera regione. L Unione Europea rappresenta una bolla per la quale è stabilito un obiettivo di riduzione complessivo delle emissionio dell 8%, successivamente ripartito tra i diversi stati; 4. aumento del numero dei gas serra di riferimento (da tre a sei). Analizzando, poi, la struttura del Protocollo di Kyoto possiamo affermare che tre sono i parametri di riferimento ai quali rivolgere la nostra attenzione: la definizione delle politiche e misure; la quantificazione degli impegni in materia di limitazione e riduzione delle emissioni con l'apposizione di un termine per la verifica del raggiungimento degli obiettivi da parte dei Paesi industrializzati; il ricorso a meccanismi flessibili per garantire il raggiungimento degli obiettivi. In relazione al primo punto, l'art. 2 del Protocollo definisce dettagliatamente le politiche e le misure a cui le Parti incluse nell'allegato 1 dovranno attenersi al fine di promuovere lo sviluppo sostenibile e la riduzione delle emissioni. Nello specifico, in conformità alla propria situazione nazionale ogni Parte dovrà: a) migliorare l'efficienza energetica nei rilevanti settori dell'economia nazionale; 8 Per tenere ordine nella terminologia ricorrente degli Annessi (Annex) si tenga conto delle seguenti definizioni: Annex I (alla UNFCCC): lista dei paesi industrializzati e dei paesi dell est europeo con la Russia; Annex II (alla UNFCCC): lista dei Paesi industrializzati senza i Paesi dell est europeo e la Russia; Annex A (al Protocollo di Kyoto): contiene la lista dei gas ad effetto serra regolamentati; Annex B (al Protocollo di Kyoto): contiene la lista degli impegni di riduzione delle emissioni assegnati ai paesi dell Annex I. 9 La scelta di non porre termini successivi al 2012 è dovuta alla convinzione che in un secondo momento anche taluni Paesi, attualmente in via di sviluppo, potrebbero voler sottoscrivere obiettivi volontari di riduzione. 10 V. art. 4 del Protocollo di Kyoto
10 b) introdurre pozzi di assorbimento dei gas serra; c) promuovere forme sostenibili di agricoltura; d) promuovere la ricerca e lo sviluppo di fonti di energia rinnovabili; e) ridurre gradualmente fino ad eliminare gli incentivi fiscali e i sussidi per i combustibili fossili; f) adottare politiche e misure che limitino o riducano le emissioni dei gas serra; g) limitare e/o ridurre le emissioni di gas serra nel settore dei trasporti; h) limitare e/o ridurre le emissioni di metano attraverso il suo recupero nella gestione dei rifiuti e nella produzione, trasporto, distribuzione di energia. Seguendo tali linee guida, ciascuna Parte è chiamata a cooperare con l'altra per rafforzare e sviluppare politiche sempre più compatibili, trasparenti, ed efficaci attraverso la condivisione di esperienze e scambio di informazioni. A ciò sono da aggiungere tutta una serie di obblighi che gli stati ratificanti sono tenuti ad osservare, si tratta di adempimenti tra i quali possono annoverarsi, per esempio, la tenuta di "Registri nazionali" in grado di assolvere a doveri di informazione, con lo scopo di garantire una accurata contabilizzazione delle unità di riduzione delle emissioni e l'adozione di veri e propri programmi e politiche nazionali per individuare precisi ambiti di azione mirati a ridurre le emissioni di gas climalteranti. In relazione a quest ultimo punto, l'art. 7 obbliga infatti le Parti a dotarsi di un "Inventario annuale" delle emissioni da fonti antropiche e degli assorbimenti dei pozzi dei gas serra, tramite pozzi di assorbimento, da inviare ogni anno al Segretariato del Protocollo, ed indicare, all'interno delle proprie Comunicazioni Nazionali, tutte le informazioni supplementari necessarie per dimostrare il conseguimento degli impegni assunti. Gli Stati dovranno, inoltre, pianificare un proprio "Programma Nazionale" contenente le linee guida relative alla preparazione delle informazioni richieste. L'art. 8 stabilisce che le informazioni comunicate ai sensi dell'art. 7, che costituiscono parte della compilazione annuale degli inventari e delle comunicazioni nazionali, saranno esaminate da gruppi di esperti i quali potranno dare luogo ad un processo di revisione. Il processo di revisione permetterà una valutazione tecnica e dettagliata dell'applicazione del Protocollo e consentirà una verifica dell'adempimento degli impegni assunti ed un'indicazione dei problemi riscontrati in fase di adempimento. Con tale sistema di controllo si è dato vita quindi ad una procedura in grado di consentire l'aggiornamento periodico dei programmi nazionali volti a ridurre e limitare le emissioni e creare un sistema di monitoraggio costante e trasparente delle emissioni Gli Strumenti Flessibili Previsti dal Protocollo di Kyoto: primi cenni. L accordo di Kyoto rappresenta, comunque, una pietra miliare del patto climatico internazionale proponendo importanti opzioni quali i meccanismi flessibili: questi strumenti dovrebbero consentire di minimizzare i costi relativi alla riduzione delle emissioni richieste per soddisfare gli obiettivi prefissati. Di seguito, brevi cenni sull argomento, seguirà una trattazione maggiormente esaustiva nell ultimo capitolo del presente lavoro. JOINT IMPLEMENTATION La Joint Implementation (JI), o attuazione congiunta di obblighi individuali, è uno strumento di cooperazione fra paesi industrializzati e quelli ad economia in transizione; i paesi che decidono di attuare congiuntamente i loro impegni possono accordarsi riguardo una distribuzione degli obblighi diversa rispetto a quella prevista dal Protocollo, purchè venga rispettato l obbligo complessivo risultante dall unione di tutti gli obblighi individuali dei singoli paesi.
11 L Unione Europea avvalendosi di tale strumento, dovrà complessivamente rispettare l obbligo di riduzione dell 8% delle emissioni di gas serra. Allo stesso tempo, non è da escludere la possibilità che vi saranno paesi la cui riduzione di emissioni potrà essere superiore o inferiore all 8%. La procedura di JI è prevista e disciplinata all'art. 6 del Protocollo di Kyoto, dove si prevede che ogni Parte inclusa nell'allegato 1 possa trasferire o acquistare da ogni altra Parte dell'allegato 1 unità di riduzione risultante da progetti, intrapresi in ogni settore dell'economia, finalizzati alla riduzione delle emissioni antropiche o all'aumento dell'assorbimento di gas serra o attraverso i sinks. Quattro sono i requisiti caratterizzanti la procedura suddetta: 1. il consenso e delle Parti coinvolte; 2. il progetto deve prevedere, come specifiche finalità, la riduzione delle emissioni dalle fonti o un assorbimento dei pozzi che sia aggiuntivo a quelli che potrebbero essere realizzati diversamente; 3. la Parte interessata non potrà acquistare alcuna unità di riduzione delle emissioni se essa non adempirà agli obblighi previsti dall'art. 5 e 7 che dettano norme in materia di stima ed inventario delle emissioni e degli assorbimenti dei gas serra; 4. l'acquisto di unità di riduzione delle emissioni sarà supplementare alle misure nazionali al fine di adempiere agli impegni ex art. 3. Si prevede anche la possibilità che ciascuna Parte, assumendosene la responsabilità, possa coinvolgere "entità legali" affinchè queste possano partecipare ad azioni volte alla cessione o all'acquisizione di unità di riduzione. Il coinvolgimento di "entità legali" apre la strada ad una partecipazione dell'industria alle attività di salvaguardia del clima globale. L'utilizzo della JI come strumento per accumulare crediti si realizza attraverso l'adozione di progetti di riduzione con costi più bassi e il raggiungimento degli obiettivi mediante investimenti sull' innovazione tecnologica. E bene precisare che, in materia di JI, molteplici questioni irrisolte nel Protocollo di Kyoto hanno trovato adeguata soluzione nel corso della Conferenza delle Parti con l adozione a Marrakesh della Decisione 16/CP.7 Nell intento di ovviare a tali problematiche, infatti, è stato creato un complesso meccanismo teso a valutare l'attendibilità dei progetti presentati mediante la fissazione di requisiti di eleggibilità e procedure di verifica miranti a valutarne la loro effettiva possibilità di realizzazione. CLEAN DEVELOPMENT MECHANISM. Il Clean Development Mechanism favorisce la cooperazione tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo e promuove il trasferimento di tecnologie di Know how. La disciplina in materia di CDM è prevista all art. 12 del Protocollo di Kyoto. Trattasi di un meccanismo per lo sviluppo pulito volto ad assistere le Parti non incluse nell'allegato I, nelle procedure aventi come obiettivo il "raggiungimento di uno sviluppo sostenibile e contribuire all'obiettivo finale della Convenzione Quadro e di aiutare le Parti incluse nell'allegato 1 ad adempiere ai loro impegni quantificati di limitazione e riduzione delle loro emissioni ai sensi dell'art. 3". Il CDM, da alcuni punti di vista, presenta tratti affini alla JI ma, a differenza di quest ultima, si realizza tra una Parte Allegato I e non Allegato I. In questo caso lo scopo è quello di consentire alle Parti Allegato 1 di promuovere progetti di riduzione di gas serra e di finanziarli consentendo loro di utilizzare le riduzioni di emissioni ottenute per abbattere la propria quota di emissioni e di permettere al tempo stesso ai PVS di raggiungere un sistema di sviluppo sostenibile.
12 Come nella JI l'art. 12 sottopone all'autorità e alle direttive della Conferenza delle Parti, agente come riunione delle Parti del Protocollo di Kyoto, il meccanismo per lo sviluppo pulito. I requisiti per la certificazione delle emissioni sono individuati nello stesso art. 12 e consistono nei seguenti criteri: - partecipazione volontaria approvata da ogni parte coinvolta; - presenza di benefici reali misurabili e di lungo termine relativi alla mitigazione del fenomeno dei cambiamenti climatici; - riduzione delle emissioni che siano supplementari a quelle che si produrrebbero in assenza dell'attività certificata; La decisione 17/CP. 7 adottata alla Conferenza di Marrakesh, ha individuato nel Comitato Esecutivo e negli Enti operativi, le autorità che dovranno occuparsi della certificazione delle emissioni, della creazione di procedure di audit per garantire, come disciplinato al paragrafo 7, trasparenza ed efficienza alle attività. A Marrakesh sono stati fissati, analogamente alla JI, dei requisiti di partecipazione, validazione e registrazione, monitoraggio e verifica di riduzione delle emissioni riportati in un rapporto pubblico. Analogamente a quanto previsto per la JI, il Paese che presenta un progetto di CDM, dovrà aver precedentemente ratificato il Protocollo di Kyoto e definito la propria quota di emissioni, dovrà essersi dotato di un sistema nazionale per la stima delle emissioni e di un relativo registro nazionale. Anche per il CDM per la validazione e verifica dei risultati ottenuti dal progetto presentato è necessario che questo indichi una baseline che rappresenta il livello di emissioni di gas serra che si registrerebbero senza l'adozione del progetto stesso. Diversamente dalla JI a Marrakesh si è deciso che la riduzione di emissioni raggiunta possa essere accreditata, immediatamente, dalla parte investitrice. EMISSION TRADING. L Emission Trading consiste nella possibilità di acquistare e vendere i propri diritti di emissione. Se un paese riesce a ridurre le proprie emissioni più della quota assegnata, può vendere la rimanente parte ad un altro paese. Viceversa un paese che per ridurre una certa quota delle proprie emissioni spenderebbe di più di quanto gli costi acquistare la stessa quota da un altro paese che è disposto a trasferirla, può acquistare tale diritto supplementare. Tale strumento è stato introdotto nel Protocollo di Kyoto per consentire alle parti di commerciare le unità di riduzione delle emissioni per adempiere agli impegni assunti all'art. 3 e riuscire a contenere il più possibile i costi sostenuti. La decisione 18/CP. 7 ha definito le modalità, le regole e linee guida relative alla applicazione dell'art. 17. Perché il soggetto possa prendere parte a tale meccanismo è necessario che sussistano i requisiti di seguito indicati: - che faccia parte dei Paesi ratificanti il Protocollo di Kyoto; - che sia assegnatario di quote di emissioni; - che abbia adottato un sistema nazionale per la stima delle emissioni; - che abbia predisposto sotto la propria responsabilità un registro pubblico nazionale grazie al quale poter monitorare la negoziazione delle quote. Tale registro dovrà essere reso disponibile al segretariato della Conferenza;
13 - che abbia elaborato l'inventario annuale delle emissioni in conformità agli obblighi di informazioni previsti dall'art. 7. Autorizzati a partecipare allo scambio di emissioni sono tutti i Paesi che fanno parte del Protocollo e le c.d. entità legali autorizzate dalle Parti. Questo significa che il commercio delle quote di emissione permette il coinvolgimento del mondo imprenditoriale consentendo così uno scambio all'interno dei vari settori produttivi presenti nei singoli paesi o tra gruppi industriali multinazionali (c.d. scambio intrafirm). Se è vero che nel Protocollo di Kyoto non veniva fatto alcuno specifico riferimento al tipo di emissioni oggetto della procedura di ET, è anche vero che lè più recenti proposte di ET, hanno individuato nelle emissioni di CO2, quelle maggiormente monitorabili. E bene anticipare che,nell ambito dell UE, in vista dell'adempimento degli impegni assunti in sede internazionale; si è proceduto ad assegnare le quote di emissione nei vari Paesi sulla base dell'accordo di Burden Sharing. Capitolo modificato rispetto alla precedente versione Testi: 1)Testo Protocollo di Kyoto 2)Dott. Aldo Iacomelli "Cambiamenti climatici e nuovi modelli energetici", Franco Muzzio editore, per il paragrafo 1 ho fatto riferimento ad internet 3)R.Kerry Turner, David W.Pearce, I. Bateman, Economia Ambientale, 2003, Ed. Il Mulino
14 CAPITOLO II IL QUADRO NORMATIVO Introduzione Scopo di questo capitolo è quello di analizzare in modo preciso i principali riferimenti normativi dell esperienza italiana alla luce dello scenario internazionale del Protocollo di Kyoto e delle direttive europee, con particolare riferimento alla procedura finalizzata alla negoziazione dei permessi d inquinamento dei gas a effetto serra. 1. Il quadro europeo 1.1La Direttiva Europea sull Emission Trading System (2003/87/CE) Partiamo da un analisi puntuale della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici finalizzata alla creazione di un sistema di stabilizzazione delle concentrazioni di gas a effetto serra nell atmosfera a un livello tale da poter prevenire qualsiasi interferenza antropica sul sistema climatico. Si tratta di una posizione improntata su una precedente decisione del Consiglio avente ad oggetto l obiettivo di istituire un meccanismo per controllare le emissioni di gas a effetto serra e valutare i progressi realizzati ai fini del rispetto degli impegni assunti in ordine a tali emissioni, con tale strumento gli Stati Membri sarebbero riusciti a determinare, in modo più agevole, le quote di emissioni da assegnare ai singoli impianti o comparti. Una svolta si ebbe nel 2000, con l ideazione e conseguente pubblicazione del Libro Verde sullo scambio dei diritti di emissione di gas a effetto serra all interno dell Unione 11, fu anche la causa scatenante di un dibattito in merito alla possibilità di istituire un meccanismo grazie al quale fosse consentito lo scambio delle quote di emissioni all interno della stessa Europa. Il primo elemento di concretizzazione di quanto auspicato fu il Sesto Programma Comunitario di Azione in materia di ambiente 12 che comportò l istituzione di un sistema di scambio di emissioni esteso in tutta Europa che prevedeva il conseguimento, 11 Commissione delle Comunità europee, Libro verde sullo scambio dei diritti di emissione dei gas a effetto serra all interno dell Unione Europea, COM (2000) 87, Bruxelles, 8 marzo E stato istituito con decisione n. 160/2002/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, e pubblicato in G.U. L.242 del 10 settembre 2002.
15 nell arco temporale considerato ( ), di una riduzione dell 8% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto al livello del Il passo successivo fu quello di approvare il Protocollo di Kyoto ai sensi della decisione 2002/358/CE. La presente direttiva era intesa a contribuire ad un più efficace adempimento degli impegni da parte della Comunità europea e dei suoi Stati membri mediante un efficiente mercato europeo delle quote di emissione dei gas a effetto serra, con la minor riduzione possibile dello sviluppo economico e dell'occupazione. E in questo contesto che l Unione Europea, con la direttiva 2003/87/CE, dà vita al primo sistema comunitario per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra, ovverosia di uno strumento di natura giuridica ma con le caratteristiche operative di un sistema borsistico; la cui funzione era quella di creare il più vasto mercato mondiale regolato dei c.d. diritti ad inquinare, secondo criteri di validità in termini di costi ed efficienza economico ambientale. Nell intento di raggiungere tale meta, la direttiva obbligava e obbliga gli Stati membri dell Unione Europea a definire una specifica politica nazionale volta a garantire che i gestori che esercitano determinate attività siano in possesso di un'autorizzazione a emettere gas a effetto serra e controllino e notifichino le proprie emissioni specificate in relazione a tali attività. All interno di questa procedura autorizzativa è di particolare importanza sottolineare come la direttiva obblighi gli Stati membri ad adottare i provvedimenti necessari per il rilascio della stessa in modo coordinato con quelli previsti dalla direttiva sulla prevenzione integrata e il controllo di emissioni. Per permettere alle autorità competenti di rilasciare le predette autorizzazioni ciascuno Stato membro elabora un piano nazionale che determina le quote totali di emissioni che intende assegnare per tale periodo e le modalità di tale assegnazione. Il piano si fonda su criteri obiettivi e trasparenti, compresi i criteri elencati nell'allegato III della direttiva e dovrà tenere conto di specifiche osservazioni fatte dal pubblico 13. E riconosciuta alla Commissione la possibilità, nei tre mesi successivi alla notificazione da parte di uno Stato membro di un piano nazionale, di respingere quest ultimo, in tutto o in parte, qualora lo ritenga incompatibile con l'articolo 10 o con i criteri elencati nell'allegato III. Può essere interessante sottolineare come la direttiva, nell intento di ovviare all annosa problematica dell assegnazione delle quote, statuì che, per il primo triennio di 13 L art.3, lettera i), definisce come pubblico una o più persone nonché, secondo la normativa o la prassi nazionale, le associazioni, le organizzazioni o gruppi di persone.
16 applicazione ( ), gli stati membri avrebbero dovuto assegnare almeno il 95% delle quote di emissioni a titolo gratuito, al fine di evitare trattamenti discriminanti tra imprese nella fase d ingresso o di pregresso storico sulla base del quale calcolare il valore delle quote assegnate; analogamente, anche per il quinquennio , gli Stati membri avrebbero dovuto/dovranno adottare un assegnazione delle quote per almeno il 90% a titolo gratuito. Una volta assegnate le quote ( cioè, una volta adempiuti gli obblighi previsti dalla parte command and control della direttiva), si può procedere con lo scambio o transazione economica tra possessori dei diritti d emissione. Per quel che concerne le quote, infatti, pur essendo nominali nella loro assegnazione, la direttiva ne autorizza il trasferimento sia tra persone interne all Unione Europea, ma anche e soprattutto, da e verso Paesi terzi 14. Ciò vuol dire che, qualora le quote di emissione siano riconosciute dall Unione Europea, secondo una procedura ben definita dalla direttiva, i diversi gestori d impianti possono attivarsi per adempiere ai loro obblighi di riduzione delle emissioni inquinanti anche nei paesi terzi all Unione, attraverso i c.d. meccanismi flessibili. Questo perché il collegamento dei meccanismi di progetto con i meccanismi comunitari è funzionale al conseguimento dell obiettivo di riduzione delle emissioni inquinanti, come anche quello di estrema efficienza dei costi per il sistema comunitario; pertanto, i crediti di emissioni risultanti da detti meccanismi verranno riconosciuti ai fini del loro impiego in tale sistema secondo modalità adottate dal Parlamento europeo e dal Consiglio su proposta della Commissione. E evidente la ratio sottesa a questa parte della direttiva: gli interventi per la riduzione delle emissioni inquinanti negli impianti presenti nel sistema europeo sono molto costosi e poco efficaci per ciò che concerne l abbattimento dei gas climalteranti ; ben diversa è la situazione che si prospetta ai gestori degli impianti se un progetto di abbattimento dovesse essere implementato all interno dei paesi in via di sviluppo, delle economie emergenti, o dell est europeo: è chiaro che a fronte di minori costi d intervento, i risultati di abbattimento saranno notevolmente maggiori di quelli che si potrebbero ottenere in Europa. 14 Ciò sta a significare che dovranno essere conclusi accordi con i paesi terzi di cui all All. B del Protocollo di Kyoto e che hanno ratificato lo stesso, ai fini del riconoscimento reciproco delle quote di emissioni tra il sistema comunitario e altri sistemi nazionali; qualora venga concluso un accordo con un paese terzo, la Commissione dovrà adottare le disposizioni necessarie in relazione al riconoscimento reciproco delle quote di emissioni contemplate nell accordo.
17 In merito, all ambito operativo delle disposizioni della direttiva, quest ultima prevede una specifica procedura per la verifica dei risultati ottenuti. Entro il 30 aprile di ogni anno, infatti, il gestore dell impianto deve restituire allo Stato membro un numero di quote emesse esattamente pari a quelle che gli sono state assegnate nel corso dell anno precedente; la restituzione delle quote assegnate implica, automaticamente, la cancellazione dal mercato delle quote in oggetto 15. E necessario aggiungere che la direttiva prevede anche l obbligo, per gli Stati membri, di determinazione delle sanzioni per le eventuali violazioni degli obblighi di assegnazione previsti dal PNA e la predisposizione di un adeguata attività di controllo in merito all applicazione di dette sanzioni. Queste ultime devono essere efficaci, proporzionate e dissuasive. A conclusione della direttiva viene disposto che, a decorrere dal 2008, gli Stati membri possono applicare lo scambio di quote di emissione a impianti e a gas a effetto serra che non siano presenti nell All. I, ovviamente previa autorizzazione della Commissione Europea. In questa stessa ottica s inserisce la possibilità di applicare lo scambio delle quote di emissioni a impianti già presenti nell All. I purchè ciò avvenga nel pieno rispetto del PNA. In conclusione, è possibile affermare che con l attivazione di un sistema di scambio delle quote di emissione all interno dell Unione Europea si è dato inizio ad una delle più delicate fasi in materia di politica ambientale. L attesa maggiore è per i risvolti economici che queste politiche attuative potranno dare alle imprese che vi investiranno, non solo per i ritorni derivanti dal trasferimento tecnologico necessario, ma anche per il vero e proprio posizionarsi nel business dell ambiente con società specializzate, sia in relazione alla negoziazione di quote di emissioni, come anche nei progetti di cooperazione o di ricerca e di sviluppo. 15 Le quote sono valide per le emissioni prodotte nel triennio o nel quinquennio per il quale sono rilasciate, periodi indicati all art.11, paragrafi 1 e 2 della direttiva. Trascorsi quattro mesi dall inizio del primo quinquennio, le autorità competenti di ciascuno stato cancellano le quote che non sono più valide e che non siano state restituite e cancellate ai sensi dell art.12 par.3.
18 1.2 La direttiva europea Linking (2004/101/CE) Con la direttiva 2004/101/CE il Parlamento europeo ha apportato modifiche significative alla direttiva originale 16 a cui viene riconosciuto il merito di aver istituito il meccanismo comunitario finalizzato allo scambio di quote di emissione climalteranti ed in particolare, per ciò che concerne la gestione dei crediti derivanti dai meccanismi di progetto. La ratio di tali modifiche è da individuare nell importanza che avrà il riconoscimento dei crediti risultanti dai meccanismi di progetto in termini di miglioramento del rapporto costi/efficacia per il raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto; ecco quindi l attenzione posta nella gestione coordinata dei progetti di attuazione congiunta e del meccanismo per lo sviluppo pulito con il sistema comunitario dello scambio di emissioni climalteranti. Ciò comporterà la possibilità di poter usufruire, nell ambito del sistema comunitario, di un maggior numero di alternative a basso costo per garantire la conformità agli obblighi, con la conseguente riduzione dei costi complessivi da sostenere per conformarsi al Protocollo di Kyoto, inoltre, verrà incrementata la liquidità del mercato comunitario delle quote di emissione dei gas serra. Incentivando la domanda di crediti JI, le imprese comunitarie potranno trovare convenienza nell investire nello sviluppo e nel trasferimento di know how e di tecnologie avanzate che rispettino l ambiente. In tale quadro, l Unione Europea si è adoperata nell intento di chiarire gli aspetti gestionali e operativi dei crediti JI e CDM, apportando delle modifiche al testo della direttiva così come appariva nella sua forma originale e ha fatto ciò agendo su diversi fronti: 1) Si è provveduto a definire con esattezza quali tipologie di quote sarebbero state scambiate nel sistema comunitario a fronte dei progetti JI e CDM, mediante l introduzione delle c.d. ERU (unità di riduzione delle emissioni derivanti dai progetti di attuazione congiunta) e le CER (riduzioni delle emissioni certificate, provenienti dai meccanismi di sviluppo pulito); 2) è stato specificato come l utilizzo delle CER e delle ERU all interno del meccanismo comunitario di scambio sia potuto avvenire solo dal 2008 e attraverso una percentuale massima per ogni impianto; 16 Direttiva 2003/87/CE
19 3) si è dato vita ad una serie di indicazioni destinate a evitare la duplicazione delle quote qualora i progetti di riduzione delle emissioni riguardino impianti comunque rientranti all interno degli obblighi della direttiva 2003/87/CE; 4) si è provveduto a specificare alcuni vincoli nell utilizzo di alcune tecnologie per la creazione di JI o CDM; 5) si è provveduto a un potenziamento delle disposizioni riguardanti l informazione ambientale relativa ai progetti e alla gestione dei crediti che ne deriva; 6) è stato ribadito, infine, l obbligo per gli stati di riferire alla Commissione ogni due anni sul grado in cui le azioni nazionali di riduzione delle emissioni abbiano rappresentato un elemento significativo degli impegni intrapresi o in che misura l utilizzo dei meccanismi di progetto rappresenti uno strumento effettivamente supplementare rispetto all azione interna e non sostitutivo. 2. Il quadro nazionale 2.1 La delibera CIPE sulle politiche di sviluppo sostenibile (57/2002) La delibera CIPE n. 57/2002 aveva ad oggetto disposizioni sulla Strategia nazionale ambientale per lo sviluppo sostenibile in relazione al periodo Alla base di tale intervento normativo vi era la convinzione che la protezione e valorizzazione dell ambiente vanno considerati come fattori trasversali di tutte le politiche settoriali, delle relative programmazioni e dei conseguenti interventi, richiamando uno dei principi del diritto comunitario espresso dall articolo 6 del Trattato di Amsterdam, che aveva come obiettivo la promozione dello sviluppo sostenibile". Da un attenta analisi del documento, emerge la necessità di rendere più sistematica, efficiente ed efficace l applicazione della VIA 17 (ad esempio tramite l istituzione di Osservatori ambientali, finalizzati alla verifica dell ottemperanza alle pronunce di compatibilità ambientale, nonché il monitoraggio dei problemi ambientali in fase della realizzazione delle opere) e che la VIA sulle singole opere non fosse più sufficiente a garantire la sostenibilità complessiva. 17 Valutazione Impatto Ambientale: è uno strumento di supporto per l'autorità decisionale finalizzato a individuare, descrivere e valutare gli effetti dell'attuazione o meno di un determinato progetto. Consiste in una procedura di tipo tecnico - amministrativo, svolta dalla pubblica amministrazione, basandosi sia su informazioni fornite dal proponente un determinato progetto, sia sulla consulenza data da altre strutture della pubblica amministrazione, nonché dalla partecipazione di gruppi sociali appartenenti alla comunità.
20 Quindi, si affermava come la VIA dovesse essere integrata a monte con Piani e Programmi che nella loro formulazione avessero già assunto i criteri di sostenibilità ambientale, tramite la Valutazione Ambientale Strategica 18. La VAS, prevista dalla direttiva 2001/42/CE, introduceva infatti un approccio integrato ed intersettoriale, con la partecipazione del pubblico, per garantire l inserimento di obiettivi di qualità ambientale negli strumenti di programmazione e di pianificazione territoriale Gli strumenti principali individuati, dalla direttiva in oggetto, per il raggiungimento degli obiettivi sono i seguenti: 1) Applicazione della legislazione di protezione ambientale: incentivare l'applicazione della legislazione di protezione e dei controlli ambientali, anche mediante un intervento di semplificazione del complesso quadro normativo in vigore con l'adozione di testi unici per le pincipali materie. 2) Integrazione del fattore ambientale in tutte le politiche di settore: l obiettivo è quello di assicurare la sostenibilita' delle singole opere con una efficiente ed efficace applicazione della valutazione di impatto ambientale. La novità è da individuarsi nella volontà di anticipare, gia' nella fase della pianificazione e programmazione, la ricerca delle condizioni di sostenibilita' ambientale nelle scelte di piano. 3) Integrazione del fattore ambientale nei mercati, mediante la promozione di modelli di consumo e produzione sostenibili attraverso strumenti economici incentivanti. Carattere prioritario a tal fine rivestono: a) una riforma complessiva in senso ecologico del sistema fiscale tramite un progressivo spostamento delle basi imponibili dall'uso del lavoro al prelievo di risorse naturali, al fine di promuovere la de materializzazione dell'economia; b) l'introduzione di specifiche ecotasse su produzioni e/o prodotti inquinanti con il duplice obiettivo di internalizzare i costi ambientali e di salvaguardare la competitivita' delle aziende italiane; c) riformare le politiche di sussidi alla produzione e al consumo controproducenti dal punto di vista ambientale; 18 La Valutazione Ambientale Strategica (VAS) è un processo finalizzato a integrare considerazioni di natura ambientale nei piani e nei programmi.

References: art. 3
 art. 174
 art. 4
 art. 3
 art. 12
 art. 12
 art.3
 art.11
 art.12
 articolo 6