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Timestamp: 2017-11-19 08:38:56+00:00

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Articolo del 23/03/2008 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore
La successione delle leggi penali nel tempo, di cui all’articolo 2 codice penale, ed il principio dell’irretroattività della legge penale (nullum crimen sine lege poenali previa)
In via preliminare si deve rilevare che la primasignificativaesplicitazione normativa del principio giuridico dell’irretroattività della legge penale posto a salvaguardia della libertà individuale risale alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, ove all’art. 8 era prescritto che “Nul ne peut être puni, qu’en vertu d’une loiétablieet promulgée antérieurement au délit et légalement appliquée”. Tradotto vuol dire che nessuno può essere punito, se non in ragione o in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata.
Il fondamento giuridico del principio di irretroattività della legge penale è da ricercarsi nella garanzia che viene fornita al cittadino nei confronti del potere legislativo. Questo principio caratterizza tutti i regimi democratici, dove il cittadino può assumersi la responsabilità dei propri comportamenti, compiendo liberamente le sue scelte operative, soltanto se conosce o è posto in condizione di sapere, prima di agire, quali saranno le possibili conseguenze, sul piano punitivo, delle proprie azioni.
Il sopraccitato principioregola il fenomeno della successione1 delle leggi penali nel tempo, che ricorre ogni qual volta ad una norma giuridica penale che si estingue ne subentra un’altra.
All’interno dell’ordinamento giuridico italiano la successione di leggi penali è regolata sia con l’articolo 25, comma 2, della Costituzione che a livello di legge ordinaria. La irretroattività, ovvero l’assoggettamento della disciplina di ciascun fatto alla normativa del tempo in cui esso si verifica(tempus regit actum), costituisce un principio generale e consolidato del nostro ordinamento giuridico che si ricava anche dall’art. 11, comma 1°, “Efficacia della legge nel tempo” delle disposizioni2 sulla legge in generale del codice civile (la legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo).
Tuttavia, l’articolo 25, terzo comma, della Costituzione non estende alle misure di sicurezza il principio di irretroattività stabilito dal comma precedente per le pene.
Inoltre, nella successione di leggi penali nel tempo assume carattere prioritario l’individuazione del momento in cui un reato si può considerare realmente ed effettivamente commesso. Pertanto, soltanto dopo aver fissato con precisione nel tempo il momento consumativo del reato sarà possibile individuare la legge vigente in quello stesso momento. Secondo il mio modesto punto di vista (opinione), è nella realizzazione della condotta e non in quello della verificazione dell’evento il momento rilevante del reato in quanto, in tema di successione di leggi penali, è in questo preciso momento che si manifesta la ribellione del soggetto agente alla legge penale e, quindi, l’antigiuridicità.
Pertanto, in questo contesto giuridico si inserisce l’istituto giuridico di cui all’articolo 2 del codice penaleintitolato:“successione di leggi penali”. Il primo comma dell’articolo 2 c.p. afferma che: “Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato”.
Il secondo comma dell’art. 2 c.p. è improntato sul principio del favorrei ed afferma: “Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituiva reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano la esecuzione e gli effetti penali3”.
Il fenomeno disciplinato dall’art. 2 , comma 2, c.p. realizzaunavera e propria abolitio criminis che espunge dall’ordinamentogiuridico tutti i reati in precedenza commessi che, poi, successivamente non sono più previsti e puniti dalla nuova legge entrata in vigore.
L’articolo 14 dellalegge24febbraio 2006, n. 85 ha, inoltre, inserito un nuovo terzo comma nell’articolo 2 c.p. che così recita: “Se vi è stata condanna a pena detentiva e la legge posteriore prevede esclusivamente la pena pecuniaria, la pena detentiva inflitta si converte immediatamente nella corrispondente pena pecuniaria, ai sensi dell’articolo 135”.
Un altro principioinerenteal principio del cd. favor rei è da ricercarsi nel comma 4 dell’articolo 2 c.p. che così dispone: “Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile (art. 648 c.p.p.)4.”.
Invece, una deroga espressa ai sopraccitati principi del favor rei è prevista dal quinto comma dell’art. 2 c.p. che dispone: “Se si tratta di leggi eccezionali o temporanee, non si applicano le disposizioni dei capoversi precedenti”.
Per leggi eccezionali si devono intendere quelle leggi emanate per soddisfare ad eccezionali e, quindi, sopravvenuti bisogni dello Stato. Di conseguenza, il contenuto di tali leggi è quello di formare una precisa eccezione alle regole generali o ad altre leggi. Inoltre, sono leggi temporanee, quelle, che hanno vigore entro un limite di tempo da esse stesse determinato. In sintesi, le leggi eccezionali, emanate in occasione di avvenimenti straordinari, hanno anch’esse una durata temporanea, in ragione del fatto che non è configurabile una situazione eccezionale di durata indefinita e cioè in quanto verrebbe meno il carattere della straordinarietà.
L’ultimo comma che chiude l’articolo in esame riguarda i decreti-legge ed, inoltre, la Corte costituzionale, con la sentenza 19 febbraio 1985, n. 51, ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale nella parte in cui rende applicabili alle ipotesi in esso previste, le disposizioni contenute nel secondo e terzo comma dell’art. 2 c.p., ma ora divenuti terzo e quarto comma. Pertanto, il testo dell’ultimo comma dell’art. 2 c.p. è il seguente: “Ledisposizioni di questo articolo si applicano altresì nei casi di decadenza e di mancata ratifica di un decreto-legge e nei casi di un decreto-legge convertito in legge con emendamenti”.
Nello specifico, in caso di decreto-legge non convertito dalla Camere, è necessario specificare le seguenti situazioni:
●se il decreto non convertito contiene norme di sfavore e il fatto è compiuto durante la vigenzadellaleggeanteriore favorevole, si applica quest’ultima;
●se il decreto non convertito contiene norme di favore, ma il fatto è compiuto durante la vigenza della legge anteriore, quest’ultima si continua ad applicare;
●se il decreto non convertito contiene norme di sfavore ed il fatto è compiuto durante la sua precaria vigenza, si applica la legge più favorevole che gli succede;
●se il decreto non convertito conteneva norme di favore ed il fatto è compiuto durante la sua temporanea vigenza (cd. fatti concomitanti), continua ad applicarsi il contenuto del decreto anche se caducato.
Infine, aggiungo, per completezza espositiva, che il principio di legalità della pena e quello di applicazione, in caso di successione di leggi penali, della legge più favorevole, operano anche con riguardo alle pene accessorie, per cui anche l’eventuale applicazione illegale di tali pene avvenuta in sede di cognizione può essere rilevata, così come si verifica per le altre, in sede di esecuzione, con adozione dei conseguenti provvedimenti. (in tal senso, Cassazione Penale, Sezione I, sentenza25febbraio 2005, n. 9456).
Si riporta in allegato una sentenza molto interessante della Suprema Corte in tema di successione di leggi penali nel tempo. In tale sentenza, i Giudici di cassazione hanno affermato che“la regoladell’applicazione della legge più favorevole, dettata dall’art. 2, comma quarto, codice penale, trova applicazione anche nel caso in cui, succeduta alla legge vigente al momento del fatto una legge più favorevole, questa sia stata poi a sua volta seguita, prima del giudizio, dal ripristino della legge ordinaria”. In sintesi, la pronuncia affronta la problematica dell’applicazione della legge più favorevole sopravvenuta al fatto-reato , ma poi abrogata prima del giudizio.
CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez. IV, 20 maggio 2004, n. 23613 (c.c. 18 marzo 2004).
Svolgimento del processo e motivi della decisione. - II Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Trieste ha proposto ricorso avverso la sentenza 14 luglio 2003 del Tribunale di Gorizia che ha applicato a Tizio, ai sensi dell'ari. 444 c.p.p., la pena concordata tra le parti per il reato di cui all'art. 186 comma 2º del codice della strada per aver guidato un'autovettura in stato di ebbrezza.
Il ricorrente deduce la violazione della legge penale perché il giudice avrebbe applicato una pena, più favorevole, non più prevista per il reato in esame commesso peraltro quando era in vigore il trattamento meno favorevole. Ne potrebbe, secondo il ricorrente, applicarsi il disposto dell'art. 2 codice penale perché questa norma consentirebbe soltanto di applicare il trattamento sanzionatorio più favorevole ma solo nel caso in cui all'epoca del commesso reato questo fosse tale. Il Procuratore generale presso questo Ufficio ha concluso per l'accoglimento del ricorso.
Il tema del presente processo riguarda le modifiche normative introdotte con l'attribuzione di una competenza penale al giudice di pace. Il reato contestato all'imputato (art. 186 c. 2º del d.l.vo 30 aprile 1992 n. 285) è infatti ricompreso tra quelli che l'art. 4 del d.l.vo 28 agosto 2000 n. 274 (comma 2º lett. q) ha attribuito alla competenza del giudice di pace. A questa attribuzione di competenza consegue anche l'applicazione del nuovo trattamento sanzionatorio previsto dall'art. 52 del ricordato decreto legislativo; trattamento sanzionatorio che deve essere applicato anche se i reati sono giudicati da un giudice diverso da quello di pace (art. 63).
Per quanto riguarda il trattamento sanzionatorio la norma ricordata precisa che le nuove pene (la permanenza domiciliare e il lavoro di pubblica utilità) possono essere inflitte (ovviamente non congiuntamente) in alternativa alla pena pecuniaria e poiché la legge espressamente le considera pene detentive della specie corrispondente a quella della pena originaria ("per ogni effetto giuridico": art. 58 comma 1º d.l.vo citato) ne consegue l'esatta equiparazione della fattispecie in esame a quella delle pene alternative.
Questo assetto legislativo è nuovamente mutato con l'entrata in vigore della legge 1º agosto 2003 n. 214 (che ha convertito il d.l. 27 giugno 2003 n. 151) il cui art. 5 ha nuovamente attribuito al tribunale la cognizione per il reato in esame; quindi anche il trattamento sanzionatorio è tornato quello originario.
Ciò premesso deve rilevarsi l'infondatezza del ricorso perché la tesi prospettata dal ricorrente si pone in palese contrasto con le regole sulla successione delle leggi penali nel tempo disciplinate dall'art. 2 codicepenale.
Non è infatti vero quanto afferma il ricorrente secondo cui i principi stabiliti nel comma 3º (ora divenuto comma 4°) della norma indicata non possano applicarsi nel caso in cui il trattamento sanzionatorio al momento della consumazione del reato e al momento della pronunzia della sentenza siano uguali perché ciò è smentito innanzitutto dalla lettera della legge che sembra invece utilizzare una formulazione di carattere generale (usa infatti, per indicare i mutamenti legislativi delle leggi - indicate al plurale - l'aggettivo "posteriori") usando quindi una formulazione ampia che consente di prendere in considerazione tutti i mutamenti successivi intervenuti; e, nel ricomprenderli tutti, stabilisce inequivocabilmente che deve applicarsi la legge "le cui disposizioni sono più favorevoli al reo".
Del resto una diversa interpretazione avrebbe la gravissima conseguenza di rendere casuale, o addirittura discrezionale, l'applicazione di un trattamento sanzionatorio di diversa gravità ricollegando l'applicazione della norma non a fatti obiettivi - la data del commesso reato, l'entrata in vigore della modifica legislativa - ma a un dato casuale come la data della sentenza di condanna o applicazione della pena. Il che porrebbe anche problemi di legittimità costituzionale sotto diversi profili.
Consegue alle considerazioni svolte il rigetto del ricorso. (Omissis).
1 Con riguardo a reati configurati in relazione alla qualità di pubblico ufficiale di cui l’agente fosse, all’epoca del fatto, investito quale funzionario di un ente pubblico economico (quale, nella specie, l’ACEA, azienda municipalizzata del Comune di Roma), l’intervenuta trasformazione di detto ente in società per azioni non dà luogo all’applicabilità della disciplina dettata dall’art. 2 c.p. in materia di successione di norme penali nel tempo. CassazionePenale,sezioneVI,sentenza22novembre2006, n. 38698
Sono pubblici ufficiali i funzionari di vertice di un’azienda municipalizzata che hanno concorso a formare la volontà e a certificarne le spese e la complessiva gestione finanziaria. (Fattispecie relativa a reato di corruzione propria ascritto a dirigente dell’ACEA, in relazione alla quale la Corte ha ritenuto che la successiva trasformazione dell’azienda in società per azioninonpotessespiegareeffetti, ai sensidell’art. 2 c.p., ai fini dell’esclusione del reato, esulando dall’ambito dell’applicazione di quest’ultima norma la successione di fatti o atti amministrativi che, senza modificare la norma incriminatrice o comunque influire su di essa, agiscano, modificandoli, sugli elementi di fatto, sì da renderli più sussumibili sotto l’astratta fattispecie normativa). CassazionePenale,sezioneVI,sentenza22novembre2006, n. 38698
2 Disposizioni sulla legge in generale, approvate preliminarmente al codice civile con regio decreto 16 marzo 1942, n. 262.
3 La revoca della sentenza di condanna per abolitio criminis (art. 2, comma secondo, c.p.) – conseguente alla perdita del carattere di illecito penale del fatto – non comporta il venir meno della natura di illecito civile del medesimo fatto, con la conseguenza che la sentenza non deve essere revocata relativamente alle statuizioni civili derivanti da reato, le quali continuano a costituire fonte di obbligazioni efficaci nei confronti della parte danneggiata. CassazionePenale,sezioneV,sentenza2febbraio2006,n. 4266
4 In tema di successione di leggi penali nel tempo, la regola dell’applicazione della legge più favorevole, dettata dall’art. 2, comma quarto, codice penale, trova applicazione anche nel caso in cui, succeduta alla legge vigente al momento del fatto una legge più favorevole, questa sia stata poi a sua volta seguita, prima del giudizio, dal ripristino della legge ordinaria. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto, respingendo un ricorso del pubblico ministero, che correttamente ad un soggetto imputato di guida in stato di ebbrezza, commessa prima che il reato venisse attribuito alla competenza del giudice di pace dall’art. 4, comma 2, lett. q), del Decreto Legislativo 28 agosto 2000, n. 274, fossero state applicate le sanzioni, considerate più favorevoli, previste dall’art. 52 di detto Decreto Legislativo, nonostante che, prima del giudizio, lo stesso reato, per effetto dell’art. 5 del Decreto Legge 27 giugno 2003 n. 151, convertito con modificazioni in legge 1 agosto 2003 n. 214, fosse stato restituito alla competenza del tribunale, con conseguente reviviscenza delle sanzioni originariamente previste). CassazionePenale,sezioneIV,sentenza20maggio2004, n. 23613

References: sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 58
 art. 5
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