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Timestamp: 2020-05-29 11:44:12+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 2029 del 27/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2029 del 27/01/2011
Cassazione civile sez. lav., 27/01/2011, (ud. 17/12/2010, dep. 27/01/2011), n.2029
sul ricorso 4624-2010 proposto da:
A.V. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in
MANCINI REMIGIO, rappresentato e difeso dagli avvocati DI MURO
ANTONIO, PISAPIA CARLO, giusta procura speciale in calce al ricorso;
avverso la sentenza n. 44/2009 della CORTE D’APPELLO di SALERNO del
La Causa è stata chiamata alla adunanza in camera di consiglio del 17 dicembre 2010 ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 c.p.c.:
“Con ricorso notificato il 19 febbraio 2010, A.V., dipendente dell’INPS dal 1.4.1964 al 1.4.2004, quando era stato collocato in quiescenza, chiede con un unico motivo l’annullamento della sentenza depositata il 23 febbraio 2009, con la quale la Corte d’appello di Salerno, riformando la decisione di primo grado, aveva accolto la sua domanda di computo dei componenti fissi della retribuzione denominati “salario di professionalità”, percepito dal 1.1.1997 (dal 1.1.2000 denominato “assegno di garanzia”) e “indennità di funzione”, percepita dal giugno 1994, ai fini del calcolo del trattamento integrativo di pensione, negando viceversa tale computo ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto.
In proposito si ricorda che è stato ripetutamente affermato da questa Corte che “il legislatore, nel porre a carico del ricorrente l’onere della sintetica ed esplicita enunciazione del nodo essenziale della questione giuridica di cui egli auspica una certa soluzione, rende palese come a questo particolare strumento impugnatorio sia sottesa una funzione affatto peculiare: non solo quella di soddisfare l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata (in un senso, ovviamente, che il ricorrente prospetta a sè più favorevole), ma anche quella di enucleare – con valenza più ampia e perciò nomofilattica – il corretto principio di diritto al quale ci si deve attenere in simili casi. L’interesse personale e specifico del ricorrente deve, insomma, coniugarsi qui con l'”interesse generale all’esatta osservanza e all’uniforme interpretazione della legge” (cfr., per tutte, Cass. sez. 1A, 22 giugno 2007 n. 14682 o Cass. 10 settembre 2009 n. 19444).
Inoltre, secondo l’uniforme interpretazione di questa Corte dell’art. 366-bis c.p.c. (secondo cui “nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione”), anche l’illustrazione del motivo relativo al preteso vizio di motivazione deve concludersi con una chiara, sintetica, evidente ed autonoma indicazione del fatto controverso in relazione al quale viene dedotto l’uno o l’altro dei vizi possibili (cfr., per tutte, Cass. S.U. n. 16528/08 e, più recentemente, Cass. 27680/09 e 4556/09).
Nella seconda parte del ricorso difetta altresì un siffatto momento di sintesi con riguardo alle deduzioni di difetto di motivazione; ed anzi, per effetto di tali omissioni, non è neppure chiaro a quale delle censure svolte nel corso del motivo siano da riferire le indicazioni di vizio in procedendo e di leggi violate presenti in rubrica e a quale argomentazione della sentenza sia da riferire il vizio di omessa piuttosto di quella di insufficiente o contraddittoria motivazione, talchè il motivo sembra piuttosto diretto ad ottenere in questa sede di legittimità un riesame dell’intero materiale istruttorio raccolto in funzione di una lettura meramente alternativa dello stesso nel senso voluto dal ricorrente, al di fuori dei limiti del controllo di legittimità sulla motivazione della sentenza di merito.
sentenza 25 marzo 2010 n. 7158) risolto il contrasto di giurisprudenza che si era manifestato nella materia all’interno della sezione lavoro, affermando il principio per cui “la L. 20 marzo 1975, n. 70, art. 13, di riordinamento di tali enti e del rapporto di lavoro del relativo personale, detta una disciplina del trattamento di quiescenza o di fine rapporto (rimasta in vigore, pur dopo la contrattualizzazione dei rapporti di pubblico impiego, per i dipendenti in servizio alla data del 31 dicembre 1995 che non abbiano optato per il trattamento di fine rapporto di cui all’art. 2120 cod. civ.), non derogabile neanche in senso più favorevole ai dipendenti, costituita dalla previsione di un’indennità di anzianità pari a tanti dodicesimi dello stipendio annuo in godimento quanti sono gli anni di servizio prestato, lasciando all’autonomia regolamentare dei singoli enti solo l’eventuale disciplina della facoltà per il dipendente di riscattare, a totale suo carico, periodi diversi da quelli di effettivo servizio. Il riferimento quale base di calcolo allo stipendio complessivo annuo ha valenza tecnico-giuridica, sicchè deve ritenersi esclusa la computabilità di voci retributive diverse dallo stipendio tabellare e dalla sua integrazione mediante scatti di anzianità o componenti retributive similari (quali l’indennità di funzione della L. n. 88 del 1989, ex art. 15, comma 2, e il compenso incentivante e-rogati ai dipendenti dell’INAIL) e devono ritenersi abrogate o illegittime, e comunque non applicabili, le disposizioni di regolamenti prevedenti, ai fini del trattamento di fine rapporto o di quiescenza comunque denominato, il computo in genere delle competenze a carattere fisso e continuativo”.
Il Collegio condivide in tutti i suoi aspetti il contenuto della relazione.
Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile con la condanna del ricorrente a rimborsare all’INPS le spese di questo giudizio, liquidate in dispositivo.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare all’INPS le spese di questo giudizio, liquidate in Euro 30,00 per esborsi ed Euro 2.000,00, oltre 12,50%, IVA e dedotta la R.A., per onorari.

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