Source: http://www.utterol.com/2014/
Timestamp: 2019-01-23 04:55:34+00:00

Document:
UT.TE.R.OL.: 2014
Cassazione Penale,sentenza 9 dicembre 2014, n. 51096
La giurisprudenza sul punto è rigorosa, richiedendo che l’individuazione del soggetto passivo del reato di diffamazione a mezzo stampa, in mancanza di indicazione specifica e nominativa ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita (Sez. 5, sentenza n. 2135 del 07/12/1999 Rv. 215476; massime precedenti conformi: N. 6507 del 1978 Rv. 139108, N. 8120 del 1992 Rv. 191312, N. 10307 del 1993 Rv. 195555, N. 18249 del 2008 Rv. 239831). Nei caso di specie risulta documentalmente e non è contestato che il ricorrente non abbia menzionato nell’intervista giornalistica il Comandante dei corpo della Polizia Municipale di ….... e il responsabile dei servizio di verbalizzazione del medesimo corpo di Polizia Municipale, tanto meno ha individuato un qualche politico o funzionario comunale, limitandosi a rilevare che l’elemento anomalo, costituito dal numero dei ricorsi accolti per ritardi nella procedura di notifica della contestazione o per difetto di controdeduzioni, pari a circa il 70%, non poteva essere casuale, facendo da ciò discendere che si trattava di errori “voluti dall’alto”. L’accoglimento del 70% dei ricorsi relativi alle sanzioni amministrative rappresentava, come riconosciuto anche dal giudice di secondo grado, un dato oggettivamente abnorme e non contestato dalle persone offese, che non poteva essere attribuito al caso; pertanto, il ricorrente ne individuava la ragione nell’insipienza di coloro che avevano la responsabilità politica e amministrativa dei servizi comunali e che, evidentemente, per lungo tempo non avevano adottato gli opportuni accorgimenti organizzativi. La censura contenuta nell’articolo in oggetto appare, sotto il profilo dell’individuazione dei responsabili delle disfunzioni, assolutamente generica lontana dai presupposti di “affidabile certezza” richiesti dalla giurisprudenza, in quanto priva di indicazione nominativa, sia riguardo ai singoli responsabili, sia agli enti o alle strutture specificamente preposte, per il tramite dei rispettivi funzionari, dirigenti o politici, all’istruzione e definizione delle pratiche in oggetto.
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LE PRESCRIZIONI MEDICHE DEVONO ESSERE CONSEGNATE IN BUSTA CHIUSA
Le precisazioni del Garante della Privacy riguardano la riservatezza dei dati sensibili insistenti nelle eventuali diagnosi, prescrizioni mediche , e qualsivoglia atto medico. Il Garante, infatti, ha voluto meglio precisare, con missiva inviata direttamente al Presidente della federazione Italiana dei medici (Fimmg) , che le ricette, i referti medici e quant’ altro riguardi le informazioni sanitarie del paziente, siano esse consegnate in farmacia, che nelle sale d’attesa degli studi medici, devono giacere all'interno di una busta chiusa. All'interno di una busta chiusa, il medico può inviare le ricette direttamente alla farmacia, senza che vi sia la necessità di doverle consegnare direttamente all’ interessato. La persona che ritira la documentazione sanitaria, per conto dell’interessato, deve essere comunque provvisto di delega.
Pubblicato da geronimo a 14:54 Nessun commento: Link a questo post
COSA ACCADE NELL'ARMA DEI CARABINIERI?
Che fare? E' necessario che si vada negli Stati Uniti e si impari da loro, che sono avanti anni luce nell'affrontare queste problematiche . Nelle polizie americane, infatti, esistono dei reparti interni deputati a "filtrare" dal punto di vista psicologico e funzionale (nel senso di operativo, attinente alle funzioni) le situazioni di frustrazione lavorativa, ed il senso di inutilità e oppressione psicologica e funzionale che inevitabilmente, in misura maggiore o minore, prima o poi attanaglia tutti gli operatori, portandoli o ad abusi di potere e corruzione o a manifestazioni di violenza autolesionistica . Per questo delicato compito vengono impiegate persone esperte nei servizi operativi e psicologicamente preparate . In Italia, invece, si continua a lavorare a compartimenti stagni: da una parte il settore operativo e dall'altra il servizio medico (cui , erroneamente, viene totalmente devoluta la risoluzione di queste complesse ed articolate problematiche, che non sono solo -e spesso affatto- mediche) . Forse è il caso che le forze di polizia italiane, inclusi i Carabinieri , si proiettino davvero verso il futuro, guardandosi allo specchio e trovando la forza di riorganizzare la propria funzione nella società, senza ridurre il "burn out" degli operatori ad un fatto esclusivamente medico. Sarebbe molto più utile riorganizzare le proprie risorse umane in funzione delle effettive capacità, facendo sì che ciascuno si senta funzionalmente gratificato dal compito che svolge, ed avverta il proprio lavoro come davvero utile e importante, dal più umile al più alto. Insomma, per dirla con l'eterno Fantozzi, nessuno dovrebbe sentirsi, nella Forze dell'Ordine, una "merdaccia" . In questo senso potrebbe essere quantomai utile una organizzazione operativa delle varie Forze sul modello anglosassone o germanico, in cui la pur necessaria piramide gerarchica è assai mitigata dallo stimolo alla crescita professionale che viene attribuito ai livelli inferiori della piramide, così che nessun livello di essa venga "sprecato". Ad esempio, non è raro, negli omologhi americani o tedeschi, assistere a lezioni di aggiornamento su determinati profili di lavoro che i migliori operatori del livelli inferiori svolgono a favore di quelli superiori.
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PORTO D'ARMI - IMMOTIVATO IL DINIEGO AD UN AGENTE DI POLIZIA
Avv.Francesco Pandolfi cassazionista (www.StudioCataldi.it)
Il Tar Umbria si distingue per il competente tecnicismo trasfuso nella sentenza n. 68/14 del 29.01.2014 in materia di rinnovo di porto d'armi e giudicato amministrativo.
Il Tribunale pone il principio in forza del quale il giudicato non restituisce all'Amministrazione una "facolta' di scelta" incondizionata, ma un potere-dovere di adottare un provvedimento di cura dell'interesse pubblico, che non contrasti o eluda il giudicato stesso;inoltre che pur dovendosi salvaguardare la sfera di autonomia e di responsabilita' dell'Amministrazione, grava su quest'ultima l'obbligo di soddisfare la pretesa del ricorrente vittorioso, nell'ottica di leale ed imparziale esercizio del munus publicum oltre che di buonafede e correttezza.
Espone l'odierno ricorrente, in qualita' di Sovrintendente di Polizia di Stato in servizio presso la Questura di T., di aver ottenuto sin dal 1xxx licenza di porto d'armi per difesa personale, pur essendo comunqueabilitato a portare l'arma d'ordinanza anche fuori servizio.
Con decreto prot. n. xxxx la Prefettura ha respinto l'istanza di rinnovo presentata dall'odierno istante, non ritenendo sussistente alcun pericolo attuale.
Il P. ha impugnato il suddetto decreto innanzi al Tar che con sentenza passata in giudicato, in accoglimento del ricorso, ha annullato il decreto e intimato all'Amministrazione di rivalutare l'istanza con la massima sollecitudine ed in conformita' ai criteri conformativi ivi stabiliti;in particolare, l'adito Tribunale ha evidenziato la manifesta illogicita' dell'operato dell'Amministrazione, risultando il ricorrente gia' autorizzato all'utilizzo dell'arma da fuoco in dotazione (pistola Be. cal 9 x 19) e limitando la possibilita' di difesa di un agente della Polizia di Stato.
Indichiarata esecuzione del giudicato, il Dirigente della Prefettura ha però nuovamente negato al ricorrente il rinnovo della licenza diporto di pistola per uso personale, diversa dall'arma di ordinanza,escludendo la sussistenza di rischi di incolumita' attuali tali da giustificare il rilascio della richiesta autorizzazione, stante il trasferimento del P ad incarichi prettamente amministrativi.
L'odierno istante impugna il suddetto provvedimento, deducendo le seguenti censure, cosi' riassumibili:
I.Violazione e falsa applicazione degli artt. 1, 2, 3 e 10 - bis della L.241/90; elusione del giudicato, sviamento di potere: il provvedimento impugnato sarebbe elusivo del giudicato, non limitandosi la sentenza 259/2012 ad annullare il provvedimento per difetto di motivazione, ma sostanzialmente accertando la spettanza del bene della vita ovvero l'interesse del Pa.
apoter utilizzare anche arma diversa da quella d'ordinanza e maggiormente adatta alla difesa personale; in particolare, il giudicato avrebbe oramai definitivamente accertato l'attualita' dell'esposizione al pericolo, ragion per cui l'Amministrazione non avrebbe piu' alcuna discrezionalita' al riguardo, dovendo soltanto dare piena attuazione al decisum;
II.Violazione e falsa applicazione dell'art. 42 del TULPS in combinato disposto con l'art. 3 della L. 241/90 e s.m., del DM 371/94; eccesso di potere per difetto assoluto di motivazione e travisamento dei fatti e contraddittorieta': sarebbe del tutto illogico incorrelazione al lavoro svolto sino al 2009, ritenere non piu' sussistente l'attualita' del pericolo, in contraddizione con tutti i precedenti provvedimenti autorizzatori rilasciati dal 1992;l'utilizzo di una pistola diversa da quella gia' in dotazione sarebbe funzionale ad una migliore tutela sia per se' che per l'ordine pubblico;
III.Violazione e falsa applicazione dell'art. 73 RD 635/40; eccesso di potere per contraddittorieta' ed ingiustizia sotto altri profili:il ricorrente quale agente di pubblica sicurezza, non dovrebbe nemmeno essere autorizzato, ai sensi dell'art. 42 TULPS, all'utilizzodi arma diversa da quella in dotazione, al pari del resto ai magistrati ed ai vice prefetti.
Sie' costituito il Ministero dell'Interno, chiedendo il rigetto del gravame, evidenziando:
-la generalita' del divieto di porto d'armi, dovendosi limitare il rilascio per difesa personale ai soli casi di effettiva necessita';
-la necessita' di autorizzazione per i Sovrintendenti della Polizia di Stato all'uso di arma diversa da quella d'ordinanza, ai sensi dell'art. 73 del R.D. 635/1940;
-il venir meno, allo stato attuale, di qualsivoglia concreto rischio di esposizione a pericolo, non essendosi peraltro registrato alcun episodio di aggressione alla incolumita' personale del Pa., nemmeno in riferimento alla pregressa attivita' svolta;
-in materia di autorizzazione al rilascio del porto d'armi cosi' comein ipotesi di rinnovo, il Prefetto avrebbe ampia discrezionalita' enon sarebbe tenuto a motivare puntualmente l'eventuale diniego,secondo consolidata giurisprudenza.
Alla camera di consiglio del 2xxxx, con ordinanza e' stata accolta l'istanza di sospensione dell'efficacia del provvedimento impugnato,attesa pur ad un sommario esame tipico della fase cautelare, la sostanziale violazione dei criteri di cui alla sentenza n. 259/2012,in uno con la intrinseca irragionevolezza, stante la legittimazione del ricorrente all'utilizzo permanente della pistola d'ordinanza anche al di fuori del servizio prestato,unitamente alla "verosimile permanenza di una situazione di pericolo attuale tale da legittimare il porto d'armi per uso personale".
Le parti hanno svolto difese in vista della pubblica udienza del 19 dicembre 2013, nella quale la causa e' passata in decisione.
E'materia del contendere la legittimita' del provvedimento con cui la Prefettura in dichiarata ottemperanza alla sentenza emessa dall'adito Tar n. 259/2012, passata in giudicato, ha negato a lricorrente in servizio presso la Questura di T. e adibito a mansioni amministrative, il rinnovo della licenza di porto di pistola per uso personale, diversa dall'arma di ordinanza.
Va evidenziato come con la sentenza n. 259/2012, passata ingiudicato, l'adito Tar ha annullato il precedente analogo diniego e intimato all'Amministrazione di rivalutare l'istanza "con la massima sollecitudine" edin conformita' ai criteri conformativi ivi stabiliti; in particolare,il decisum ha evidenziato la manifesta illogicita' dell'operato dell'Amministrazione, risultando il ricorrente gia' autorizzato all'utilizzo dell'arma da fuoco in dotazione e limitando la possibilita' di difesa di un agente.
Haaltresi' escluso il venir meno di ragioni di pericolo per il solo fatto di essere stato adibito dal 2009 a mansioni amministrative,essendo la possibilita' di essere armato anche fuori dal servizio"fatto intrinsecamente indicativo della sussistenza di condizioni di pericolo insite nella natura stessa della funzione".
Risulta pertanto oramai coperta dal giudicato, come condivisibilmente prospettato dalla difesa del ricorrente, anche la questione circa la mancata corrispondenza tra la cessazione dal servizio effettivo e l'esposizione al pericolo per la propria incolumita', cosi' come deve essere evidenziata la portata sostanziale del giudicato, non limitato al mero annullamento per difetto di motivazione, ma esteso a profili sostanziali della pretesa azionata dal ricorrente.
E'pertanto evidente come il suddetto giudicato non restituisca all'Amministrazione una"facolta' di scelta" incondizionata, ma un potere-dovere diadottare un provvedimento di cura dell'interesse pubblico, che non contrasti o eluda il giudicato;ne deriva che i principi emergenti dalla decisione non possono essere valutati come semplici "obiter dicta", poiche' la loro funzione e' quella di contribuire complessivamente alla concreta individuazione della regola giuridica assunta dalla decisione da eseguire (Consiglio di Stato sez. IV, 22 gennaio 2013, n.369).
Da ultimo, si e' autorevolmente osservato che pur dovendosi salvaguardare la sfera di autonomia e di responsabilita' dell'Amministrazione, grava su quest'ultima l'obbligo di soddisfare la pretesa del ricorrente vittorioso, nell'ottica di leale ed imparziale esercizio del munus publicum (art.97 Cost. e Convenzione E.D.U.) oltreche di buona fede e correttezza (Consiglio di Stato Adunanza Plenaria, 15 gennaio 2013, n.2).
Tanto premesso, e' del tutto evidente il contrasto del nuovo provvedimento di rigetto qui impugnato con gli specifici criteri conformativi derivanti dal giudicato, dal momento che l'Amministrazione, a seguito dell'annullamento giurisdizionale, ha nuovamente riproposto il proprio mutato convincimento - in difformita' da quanto ritenuto perun ventennio - circa il venir meno dell'attualita' del pericolo,cosi' alterando l'assetto degli interessi di cui al decisum.
Meritano quindi piena condivisione le doglianze.
Parimenti fondate risultano le censure dedotte con il II motivo.
Ritiene il Collegio che a fronte dell'ormai definitivo accertamento di uno stato di pericolo attuale incombente sulla persona del ricorrente,che comunque lo legittima all'utilizzo permanente della pistola d'ordinanza anche al di fuori del servizio prestato, sia del tutto manifesta l'irragionevolezza dell'impugnato diniego, essendo la fattispecie del tutto differente da quella che si verifica in sede di ordinaria autorizzazione al porto d'armi nei confronti di comuni cittadini, ove vige la regola della eccezionalita' nei confronti di soggetti non abilitati all'uso di armi e per cui la giurisprudenza anche di questo Tribunale ha da sempre evidenziato l'ampia discrezionalita' dell' Autorita' di Pubblica sicurezza.
Del resto trattasi anche in questo caso di affermazioni puntualmente gia' contenute nel primo giudicato di annullamento.
Alla luce delle esposte considerazioni il ricorso e' dunque fondato, con l'effetto di annullare il provvedimento impugnato e conseguente obbligo della Prefettura di procedere al rinnovo del porto d'armi richiesto dal ricorrente, venendosi ad esaurire il potere esercitato con il secondo giudicato di annullamento.
Avv.Francesco Pandolfi
3286090 590
skype:francesco.pandolfi8
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Etichette: Porto d'armi
LA MALATTIA NON PUO' SOSPENDERE LA MATURAZIONE DELLE FERIE
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 14 aprile – 29 luglio 2014, n. 17177
Presidente Roselli – Relatore Tria
"il diritto del lavoratore alle ferie annuali, tutelato dall'art. 36 Cost., è ricollegabile non solo ad ima funzione di corrispettivo dell'attività lavorativa, ma altresì - come riconosciuto dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 616 del 1987 e n. 158 del 2001 - al soddisfacimento di esigenze psicologiche fondamentali del lavoratore, il quale - a prescindere dalla effettività della prestazione - mediante le ferie può partecipare più incisivamente alla vita familiare e sociale e può vedersi tutelato il proprio diritto alla salute nell'interesse dello stesso datore di lavoro; da ciò consegue che la maturazione di tale diritto non può essere impedita dalla sospensione del rapporto per malattia del lavoratore e che la stessa autonomia privata, nella determinazione della durata delle ferie ex art. 2109, capoverso, cod. civ., trova un limite insuperabile nella necessità di parificare ai periodi di servizio quelli di assenza del lavoratore per malattia"
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CARABINIERE SUGGERISCE L'AVVOCATO ALL'ARRESTATO - ABUSO D'UFFICIO
Cassazione Penale sentenza 3 ottobre 2014, n. 41191
Con la sentenza impugnata veniva confermata la sentenza del Tribunale di Cagliari del 30/11/2012, con la quale...X.... era ritenuto responsabile del reato continuato di cui agli artt. 323 e 479 cod. pen., commesso fino al 13/04/2007, quale maresciallo in servizio presso le Stazioni dei Carabinieri di Sinnai prima e di Quartu S. Elena poi, nominando l'avv. Y difensore d'ufficio degli arrestati , nonostante lo stesso non fosse inserito nell'elenco dei difensori reperibili predisposto dal locale consiglio dell'ordine degli avvocati, sollecitando gli arrestati, o i congiunti degli stessi a nominare l'avv. .Y quale difensore di fiducia ed attestando falsamente, nei verbali, che l'arrestato era stato interpellato con esito negativo circa la volontà di nominare un difensore di fiducia.
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Etichette: Sanzioni disciplinari
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SANZIONI DISCIPLINARI - TEMPI PER LA CONTESTAZIONE...

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 art. 2109
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