Source: https://studiolegaleramelli.it/2020/04/20/la-responsabilita-della-struttura-sanitaria/
Timestamp: 2020-05-25 03:36:29+00:00

Document:
La responsabilità della struttura sanitaria – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Il tema della qualificazione della responsabilità della struttura sanitaria come contrattuale ex artt. 1218 e ss. c.c., ovvero extracontrattuale (o aquiliana), ex artt. 2043 e ss. c.c., è stato oggetto di contrasti giurisprudenziali, infine risolti dalla riforma Gelli Bianco (legge 24/2017), che ha chiarito definitivamente il profilo della responsabilità ascrivile ai soggetti che possono essere evocati in giudizio per il risarcimento del danno – patrimoniale e non patrimoniale – connesso alla inesatta prestazione da parte del medico e del personale paramedico ovvero della struttura.
Orientamenti giurisprudenziali e riforma Gelli Bianco
Prima dell’intervento chiarificatore operato dalla legge Gelli Bianco, la giurisprudenza era chiamata a ricostruire la responsabilità civile della struttura sanitaria in chiave di responsabilità contrattuale o aquiliana.
Secondo l’orientamento maggioritario, la responsabilità ascrivibile in capo all’ente ospedaliero era di tipo contrattuale, risultando essa fondata sul cd. contratto di spedalità, ossia il contratto in forza del quale la struttura sanitaria si obbliga a fornire al paziente una complessa prestazione di assistenza sanitaria (consistente nella predisposizione degli spazi necessari, di personale sanitario sufficiente ed efficiente e di attrezzature e macchinari adeguati).
Ricondotta l’obbligazione della struttura sanitaria al contratto di spedalità, la giurisprudenza configurava la relativa responsabilità civile come contrattuale ex artt. 1218 c.c. e ss.
In particolare, la struttura può essere chiamata a rispondere:
(i) per fatto proprio, derivante dal rapporto che si instaura in maniera diretta con il paziente, nel caso in cui il danno al paziente sia derivato da disfunzioni e carenze strutturali o organizzative inerenti alla struttura stessa (dal punto di vista degli spazi, o del personale o delle attrezzature);
(ii) per fatto proprio del personale sanitario: in questa sede, l’ente risponde direttamente della negligenza ed imperizia del personale dipendente nell’ambito dell’esecuzione della prestazione. Dunque la struttura sanitaria risponde dell’attività sanitaria posta in essere dall’operatore sanitario dipendente, laddove nella relativa condotta sia ravvisabile quanto meno il profilo della colpa.
Da quest’ultimo punto di vista, il tipo di obbligazione assunta la struttura sanitaria, coincidendo con quella dell’esercente la professione sanitaria (dal momento che l’ente ospedaliero si impegna, tramite gli operatori sanitari alle proprie dipendenze, a fornire una prestazione sanitaria), si configura come obbligazione di mezzi, anziché come obbligazione di risultato.
Ne consegue che la struttura o il professionista sanitario sono tenuti a svolgere la propria attività utilizzando i mezzi scientifici più idonei a raggiungere il risultato favorevole al paziente-creditore, mentre non è richiesto l’effettivo raggiungimento di un determinato risultato, nella specie la guarigione.
L’inadempimento all’obbligazione, pertanto, deve essere desunto non già semplicemente dal mancato raggiungimento del risultato, bensì dalla diligenza richiesta ai fini dell’esecuzione della prestazione professionale.
La diligenza deve essere valutata con riguardo alla natura dell’attività esercitata (ai sensi dell’art. 1176 c.c.) e, ai sensi dell’art. 2236 c.c., qualora la prestazione implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave (norma che lascia intendere che l’operatore sanitario, in caso di causazione di un danno al paziente, sia tenuto al relativo risarcimento anche in caso di mera colpa lieve).
La legge Gelli Bianco è intervenuta in tale contesto, chiarendo in maniera espressa quanto già sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità, qualificando la responsabilità della struttura sanitaria come contrattuale ex art. 1218 c.c. e ss. (laddove, la medesima legge, qualifica quella dell’esercente la professione sanitaria come extracontrattuale ex artt. 2043 c.c. e ss.).
In particolare, l’art. 7 della legge Gelli Bianco chiarisce che:
(i) la struttura sanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 c.c., delle loro condotte dolose o colpose;
(ii) l’esercente la professione sanitaria risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 c.c., salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente.
Si segnala, a tal proposito, che le norme sostanziali della legge Gelli Bianco, al pari dei quelle della precedente legge Balduzzi, non sono applicabili retroattivamente (con l’eccezione delle disposizioni relative alla liquidazione del danno sulla base delle tabelle di cui agli artt. 138, 139 del codice delle assicurazioni private), dunque non possono applicarsi a fatti avvenuti in epoca antecedente all’entrata in vigore della legge, per i quali continuerà a farsi riferimento alla legge vigente all’epoca dei fatti. Ciò è quanto chiarito dalla Corte di Cassazione, nelle celebri sentenze di “San Martino” (un decalogo di sentenze emesse nel 2019 dalla III Sezione civile in funzione nomofilattica in materia di responsabilità civile medica), in particolare: Cass. civ. Sez. III, 11/11/2019, n.28990; Cass. civ. Sez. III, 11/11/2019, n.28994.
Differenze di disciplina
Ciò chiarito, le conseguenze derivanti dall’esplicita qualificazione della responsabilità civile della struttura sanitaria come contrattuale, comporta delle differenze di disciplina rispetto alla responsabilità extracontrattuale dell’esercente la professione sanitaria. Tali differenze incidono su tre profili:
(i) la prescrizione della domanda di risarcimento del danno;
(ii) la ripartizione dell’onere della prova del nesso causale;
(iii) la determinazione dei danni risarcibili.
La disciplina della responsabilità contrattuale
La qualificazione della responsabilità della struttura sanitaria come contrattuale implica che il termine prescrizionale del diritto al risarcimento del danno derivante da inadempimento contrattuale sia quello ordinario di dieci anni.
La qualificazione della responsabilità civile della struttura sanitaria come contrattuale importa l’applicazione delle regole di riparto dell’onere probatorio del nesso causale previste dalla disciplina della responsabilità contrattuale. In particolare:
(i) il debitore-struttura sanitaria ha l’onere di provare il corretto adempimento, ovvero l’impossibilità di adempiere all’obbligazione contrattuale;
(ii) il creditore-paziente è chiamato a provare:
-il proprio credito;
-il danno da inadempimento contrattuale di cui richiede il risarcimento;
-l’esistenza del nesso di causalità tra l’inadempimento contrattuale e il danno subito.
Nell’ambito della responsabilità contrattuale, ai sensi dell’art. 1218 c.c., il debitore deve sempre rispondere delle conseguenze dannose dell’inadempimento, salvo che l’inadempienza sia stata determinata da impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile al debitore.
Come già anticipato, inoltre, trattandosi di obbligazione di mezzi, il debitore va esente da responsabilità nel caso in cui abbia impiegato la diligenza richiesta nell’esecuzione della prestazione professionale. L’art. 2236 c.c. aggiunge che nel caso in cui la prestazione implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il debitore risponde dei danni causati solo in caso di dolo o colpa grave.
Regole di accertamento del nesso di causalità giuridica
Come già detto, la disciplina della responsabilità contrattuale implica che il paziente, in quanto creditore, debba provare il cd. nesso di causalità giuridica, ossia la relazione tra l’inadempimento contrattuale ed il danno patrimoniale e/o non patrimoniale subito dal paziente.
Nell’accertamento della sussistenza della causalità giuridica la norma civilistica di riferimento è rappresentata dall’art. 1223 c.c., il quale prevede il risarcimento dei soli danni che costituiscano conseguenza immediata e diretta dell’illecito, ossia gli effetti normali e ordinari dell’illecito.
Quanto alla regola su cui si fonda il procedimento di ricostruzione di tale nesso causale, si ricorre al principio del “più probabile che non”, o regola della “preponderanza dell’evidenza” , in base al quale il giudice civile potrà affermare l’esistenza del nesso causale anche soltanto sulla base di una prova che lo renda probabile, a nulla rilevando che tale prova non sia idonea a garantire la certezza al di là di ogni ragionevole dubbio, come necessario in sede di accertamento della responsabilità penale (tale distinzione tra le regole di adottate nel settore civile e penale risponde alle diverse finalità ed esigenze che li connotano, legate ai rispettivi diversi interessi in gioco).
In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare – secondo il criterio del “più probabile che non” – l’esistenza del nesso causale tra l’azione o l’omissione dei sanitari e l’evento di danno (aggravamento della patologia esistente o insorgenza di una nuova malattia).
Cassazione civile sez. III, 13/07/2018, n.18567
In tema di responsabilità sanitaria, il principio della vicinanza della prova, fondato sull’obbligo di regolare e completa tenuta della cartella clinica, le cui carenze e omissioni non possono andare a danno del paziente, non può operare in pregiudizio del medico per la successiva fase di conservazione: dal momento in cui l’obbligo di conservazione si trasferisce sulla struttura sanitaria, l’omessa conservazione è imputabile esclusivamente a essa. La violazione dell’obbligo di conservazione non può riverberarsi direttamente sul medico determinando un’inversione dell’onere probatorio.
Cassazione civile sez. III, 31/05/2018, n.13752
In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalità tra l’aggravamento della patologia (o l’insorgenza di una nuova malattia) e l’azione o l’omissione dei sanitari.
In materia di responsabilità contrattuale (nella specie, per attività medico-chirurgica), una volta accertato il nesso causale tra l’inadempimento e il danno lamentato, l’incertezza circa l’eventuale efficacia concausale di un fattore naturale non rende ammissibile, sul piano giuridico, l’operatività di un ragionamento probatorio “semplificato” che conduca ad un frazionamento della responsabilità, con conseguente ridimensionamento del “quantum” risarcitorio secondo criteri equitativi. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione con cui il giudice di merito, in relazione al danno celebrale patito da un neonato, aveva posto l’obbligo risarcitorio interamente a carico della struttura sanitaria in cui egli era stato ricoverato immediatamente dopo il parto – avvenuto in altra struttura – e presso la quale aveva contratto un’infezione polmonare, e ciò sebbene le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio non avessero escluso la possibilità che un contributo concausale al pregiudizio lamentato fosse derivato da una patologia sviluppata in occasione della nascita).
Cassazione civile sez. III, 12/09/2013, n.20904
Allorquando la responsabilità medica venga invocata a titolo contrattuale, cioè sul presupposto che fra il paziente ed il medico e/o la struttura sanitaria sia intercorso un rapporto contrattuale (o da “contatto”), la distribuzione, “inter partes”, dell’onere probatorio riguardo al nesso causale deve tenere conto della circostanza che la responsabilità è invocata in forza di un rapporto obbligatorio corrente fra le parti ed è dunque finalizzata a far valere un inadempimento oggettivo. Ne consegue che, per il paziente/danneggiato, l’onere probatorio in ordine alla ricorrenza del nesso di causalità materiale – quando l’impegno curativo sia stato assunto senza particolari limitazioni circa la sua funzionalizzazione a risolvere il problema che egli presentava – si sostanzia nella prova che l’esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di danno, rappresentato o dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta la prestazione, o dal suo aggravamento, fino ad esiti finali costituiti dall’insorgenza di una nuova patologia o dal decesso del paziente.
La qualificazione della responsabilità civile della struttura sanitaria come contrattuale e quella dell’esercente la professione sanitaria come extracontrattuale implica un’importante differenza di disciplina in tema di risarcimento del danno. In particolare, il risarcimento del danno derivante da inadempimento contrattuale si commisura sulla base dei soli danni prevedibili al tempo dell’obbligazione, salvo in caso di dolo (sempreché tali danni costituiscano conseguenza diretta e immediata dell’inadempimento contrattuale).
Per il resto, per il risarcimento del danno da inadempimento contrattuale e per il risarcimento del danno derivante da illecito extracontrattuale, valgono le medesime regole civilistiche:
Nell’accertamento della sussistenza della causalità giuridica (tra l’inadempimento contrattuale da parte della struttura sanitaria ed il danno subito dal paziente), la norma civilistica di riferimento è rappresentata dall’art. 1223 c.c., il quale prevede il risarcimento dei soli danni che costituiscano conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento, ossia gli effetti normali e ordinari del medesimo.
Quanto alla regola su cui si fonda il procedimento di ricostruzione di tale nesso causale, si ricorre anche in questo caso al principio del “più probabile che non”.
Il creditore può chiedere il risarcimento del danno di cui il debitore non sia riuscito a fornire la prova della ricorrenza di una causa di giustificazione dell’inadempimento.
Il danno si distingue in danno patrimoniale e danno non patrimoniale, a seconda che l’evento abbia leso interessi economici o diversi da quelli economici.
In particolare, il danno patrimoniale si declina in due componenti:
(i) il danno emergente, consistente nella diminuzione patrimoniale del danneggiato;
(ii) il lucro cessante, ossia il danno futuro consistente nella mancata possibilità del guadagno che il danneggiato avrebbe presumibilmente conseguito.
Il danno non patrimoniale è risarcibile solo nei casi determinati dalla legge e nei casi di lesione di valori costituzionalmente protetti della persona. Esso costituisce una categoria ampia, comprensiva di varie figure di danno elaborate dalla giurisprudenza e dalla dottrina, che si risolvono nella lesione di un interesse inerente alla persona che produca un pregiudizio non suscettibile di valutazione economica e che superi la soglia minima di tollerabilità (si pensi al danno morale, al danno biologico, al danno esistenziale):
(i) per danno morale, secondo la giurisprudenza, si intende la sofferenza morale, il turbamento dell’anima privo di degenerazione patologica.
(ii) il danno biologico è definito come la lesione temporanea o permanente all’integrità psicofisica della persona, suscettibile di accertamento medico legale, che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito (definizione contenuta nell’art. 139 del codice delle assicurazioni private).
(iii) il danno esistenziale è definibile come il danno alla vita di relazione, in ragione dell’alterazione o del peggioramento della qualità della vita, determinato dalla necessità di modificare abitudini e stile di vita.
Nell’ambito della responsabilità medica, inoltre, si segnalano altri due tipi di danno, ad esso specificamente attinenti, quali il danno differenziale ed il danno da perdita di chance:
(i) si parla di danno differenziale quando il danno subito da un paziente in conseguenza di un errore clinico del medico nell’esecuzione di un trattamento vada ad incidere su una situazione già in parte compromessa dalla patologia per la quale il paziente era in cura;
(ii) il danno da perdita di chance rappresenta il danno derivante dalla perdita di una concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato risultato utile.
I danni prodotti devono essere riparati integralmente ed il risarcimento può assumere due forme, a scelta del creditore:
(i) risarcimento per equivalente: dazione al danneggiato di una somma di denaro commisurata al danno subito;
(ii) risarcimento in forma specifica: eliminazione diretta del pregiudizio provocato, qualora ciò sia in tutto o in parte possibile e non risulti eccessivamente onerosa per il debitore.
Per quanto concerne il risarcimento per equivalente, l’art. 1226 c.c. stabilisce che nel caso in cui il danno non sia determinato nel suo ammontare, il giudice possa procedere alla liquidazione del danno con valutazione equitativa.
A tal fine, può farsi ricorso a criteri puri e a criteri predeterminati e standardizzati, tra i quali rientrano le cd. tabelle di liquidazione del danno elaborate a livello territoriale. Tra queste, le tabelle redatte dal Tribunale di Milano sono considerate dalla Corte di Cassazione quelle statisticamente più testate e idonee ad essere assunte come criterio generale per la valutazione equitativa.
Residua comunque in capo al giudice il potere discrezionale di discostarsi dal risultato cui si perverrebbe applicando automaticamente le tabelle, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato ed entro limiti prestabiliti.
L’art. 7 della legge Gelli Bianco è intervenuta in tema di determinazione del risarcimento del danno, stabilendo, al comma 4, che “Il danno conseguente all’attività della struttura sanitaria o sociosanitaria, pubblica o privata, e dell’esercente la professione sanitaria è risarcito sulla base delle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, integrate, ove necessario, con la procedura di cui al comma 1 del predetto articolo 138 e sulla base dei criteri di cui ai citati articoli, per tener conto delle fattispecie da esse non previste, afferenti alle attività di cui al presente articolo”.
Come già precisato sopra, secondo quanto stabilito dalla Suprema Corte nelle celebri sentenze di “San Martino” rese nel 2019 in funzione nomofilattica in materia di responsabilità civile medica, le norme sostanziali della legge Gelli Bianco, al pari dei quelle della precedente legge Balduzzi, non sono applicabili retroattivamente, con l’eccezione delle disposizioni relative alla liquidazione del danno sulla base delle tabelle di cui agli artt. 138, 139 del codice delle assicurazioni private (cfr. Cass. civ. Sez. III, 11/11/2019, n.28990; Cass. civ. Sez. III, 11/11/2019, n.28994).
Il Codice delle assicurazioni, nel dettare le regole per il calcolo del risarcimento del danno derivante da incidenti stradali, suddivide le lesioni in base alla gravità:
(i) l’art. 138 si riferisce alle lesioni di non lieve entità (o macropermanenti), ossia quelle che comportano una menomazione dell’integrità psico-fisica compresa tra 10 e 100 punti. Quanto al relativo criterio di liquidazione del danno, il comma 1 dell’art.138 prevede l’istituzione di una tabella unica per tutto il territorio nazionale. Attualmente continua a farsi riferimento alla tabella del Tribunale di Milano, in ragione della mancata attuazione dell’art. 138 D.lgs. 209/2005.
(ii) l’art. 139 si riferisce alle lesioni di lieve entità (o micropermanenti), ossia quelle lesioni meno gravi che hanno un punteggio che va da 1 a 9 punti percentuali. Se si tratta di lesioni micropermanenti derivanti da un evento diverso dal sinistro stradale, il calcolo del risarcimento del danno viene fatto prendendo come riferimento le tabelle di Milano (le stesse utilizzate anche per le lesioni macropermanenti).
Quanto alla determinazione del danno differenziale, per far sì che il professionista sanitario risponda solo dell’aggravamento causato dalla sua condotta, anziché della complessiva situazione di menomazione del paziente, è previsto che il medico legale incaricato compia una doppia valutazione:
(i) l’accertamento dell’effettivo grado di invalidità permanente di cui la vittima sia complessivamente portatrice a seguito dell’evento lesivo (attraverso la sommatoria di tutti i postumi concretamente riscontrabili nel soggetto, indipendentemente dalla relativa causa);
(ii) l’accertamento astratto e ipotetico del grado di invalidità permanente di cui la vittima era portatrice prima dell’evento lesivo.
Una volta determinati il grado di invalidità effettivo subito dalla vittima e quello ipotetico laddove l’evento non si fosse verificato, il calcolo per determinare il quantum debeatur consiste nella differenza tra il valore monetario del grado di invalidità permanente di cui la vittima era già portatrice prima dell’evento lesivo ed il grado di invalidità permanente complessivamente residuato dall’evento.
Ai fini del risarcimento del danno da perdita di chance, è necessario che la perdita di chance presenti un’elevata probabilità di avveramento, da rilevare attraverso la valutazione di elementi precisi ed oggettivi e che il danno attenga ad un pregiudizio concreto, accertato sul piano causale secondo il consueto giudizio di accertamento del nesso di causalità tra l’evento lesivo e le conseguenze dannose.
In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, ai fini della c.d. “personalizzazione” del danno forfettariamente individuato (in termini monetari) attraverso i meccanismi tabellari cui la sentenza abbia fatto riferimento (e che devono ritenersi destinati alla riparazione delle conseguenze “ordinarie” inerenti ai pregiudizi che qualunque vittima di lesioni analoghe normalmente subirebbe), spetta al giudice far emergere e valorizzare, dandone espressamente conto in motivazione, in coerenza con le risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale, specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, legate all’irripetibile singolarità dell’esperienza di vita individuale in quanto caratterizzata da aspetti legati alle dinamiche emotive della vita interiore o all’uso del corpo e alla valorizzazione dei relativi aspetti funzionali, di per sé tali da presentare obiettive e riconoscibili ragioni di apprezzamento.
Cassazione civile sez. III, 22/01/2019, n.1553
Le tabelle milanesi di liquidazione del danno non patrimoniale si sostanziano in regole integratrici del concetto di equità, atte quindi a circoscrivere la discrezionalità dell’organo giudicante, sicchè costituiscono un criterio guida e non una normativa di diritto.
Cassazione civile sez. III, 28/06/2018, n.17018
In materia di danno non patrimoniale, i parametri delle “Tabelle” predisposte dal Tribunale di Milano sono da prendersi a riferimento da parte del giudice di merito ai fini della liquidazione del predetto danno ovvero quale criterio di riscontro e verifica della liquidazione diversa alla quale si sia pervenuti. Ne consegue l’incongruità della motivazione che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una quantificazione che, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, risulti sproporzionata rispetto a quella cui l’adozione dei parametri tratti dalle “Tabelle” di Milano consenta di pervenire. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza della Corte territoriale che aveva ritenuto congruo l’importo liquidato dal giudice di primo grado, a titolo di risarcimento del danno biologico, in forza di una non motivata applicazione di una tabella diversa da quella predisposta dal tribunale di Milano, peraltro con riferimento a parametri non aggiornati alla data della decisione).
Le tabelle di Milano rappresentano i parametri maggiormente idonei per consentire il rispetto dell’equità valutativa nella liquidazione del risarcimento dei danni subiti. In ragione di ciò nel caso in cui il giudice scelga di preferire tabelle diverse per la quantificazione del danno deve fornire una congrua motivazione per giustificare la sua decisione.
Cassazione civile sez. III, 15/05/2018, n.11754
Nella liquidazione del danno non patrimoniale, in difetto di diverse previsioni normative e salvo che ricorrano circostanze affatto peculiari, devono trovare applicazione i parametri tabellari elaborati presso il Tribunale di Milano successivamente all’esito delle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, in quanto determinano il valore finale del punto utile al calcolo del danno biologico da invalidità permanente tenendo conto di tutte le componenti non patrimoniali, compresa quella già qualificata in termini di “danno morale” la quale, nei sistemi tabellari precedenti veniva invece liquidata separatamente, mentre nella versione tabellare successiva all’anno 2011 viene inclusa nel punto base, così da operare non sulla percentuale di invalidità, bensì con aumento equitativo della corrispondente quantificazione. Tuttavia il giudice, in presenza di specifiche circostanze di fatto, che valgano a superare le conseguenze ordinarie già previste e compensate nella liquidazione forfettaria assicurata dalle previsioni tabellari, può procedere alla personalizzazione del danno entro le percentuali massime di aumento previste nelle stesse tabelle, dando adeguatamente conto nella motivazione della sussistenza di peculiari ragioni di apprezzamento meritevoli di tradursi in una differente (più ricca, e dunque, individualizzata) considerazione in termini monetari. (Nella specie, in relazione ad un’ipotesi di danno iatrogeno, la S.C. ha ritenuto meritevoli di valorizzazione, ai fini della personalizzazione del danno non patrimoniale, aspetti legati alle dinamiche emotive della vita relazionale ed interiore del soggetto leso, in quanto connotati da obiettive e riconoscibili ragioni di apprezzamento).
Cassazione civile sez. III, 20/04/2017, n.9950
Il danno alla salute, temporaneo o permanente, in assenza di criteri legali va liquidato in base alle c. d. tabelle diffuse dal Tribunale di Milano, salvo che il caso concreto presenti specificità tali – che il giudice ha l’onere di rilevare, accertare ed esporre in motivazione che consiglino od impongano lo scostamento dai valori standard del risarcimento.
Cassazione civile sez. III, 11/10/2016, n.20381
In tema di risarcimento del danno alla salute, la sopravvenienza di nuove tabelle, tra quelle periodicamente elaborate dal tribunale di Milano per la relativa liquidazione, in un momento successivo alla camera di consiglio per la decisione della causa, non comporta l’obbligo di riconvocazione della stessa, non essendo sostenibile che sussista una fattispecie di “retrocessione” della fase decisoria.
La responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria Il consenso informato

References: art. 1218
 Cass. 
 Cass. 
 articolo 138
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza