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Timestamp: 2019-09-21 04:32:50+00:00

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ASSENZA DEL PROGETTO – CONVERSIONE DEL CONTRATTO – PRESUNZIONE ASSOLUTA
Cass. n. 12647/2019
La fattispecie sanzionatoria di cui al primo comma dell’art. 69, d.lgs. n. 276/2003, opera automaticamente di diritto la conversione del contratto di lavoro a progetto in caso di assenza di un “progetto, programma o fase di programma” (alla luce la previsione normativa anteriore alla riforma introdotta legge 92 del 2012, cui la controversia è sottratta ratione temporis).
Una diversa opzione interpretativa sarebbe del tutto incoerente con il complessivo assetto della nuova disciplina e tale da tradire la sua impronta antielusiva e antifrodatoria, pure considerato che la Corte costituzionale nella sentenza n. 399 del 2008 ha affermato che la novità introdotta dalla riforma è proprio quella di vietare rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che, pur avendo ad oggetto genuine prestazioni di lavoro autonomo, non siano riconducibili ad un progetto.
Tale opzione interpretativa è l’unica che soddisfa l’esigenza di differenziare la previsione di cui al primo comma dell’art. 69 da quella delineata nel comma successivo, che opera nell’ipotesi in cui, pur essendo stato previsto un valido progetto o programma, il rapporto abbia assunto, nelle sue concrete modalità di svolgimento, la natura subordinata.
Non è ostativo il principio dell’indisponibilità qualificatoria del tipo legale, in quanto – come ha sancito la Corte costituzionale (sent. 121 del 1993 e 115 del 1994) – non è consentito al legislatore negare la qualificazione giuridica del rapporto di lavoro subordinato a rapporti che oggettivamente abbiano tale natura ove da ciò derivi l’inapplicabilità delle norme inderogabili previste dall’ordinamento per dare attuazione ai principi, alle garanzie e ai diritti dettati dalla Costituzione a tutela del lavoro subordinato.
Tale principio non trova applicazione all’ipotesi inversa di qualificazione come subordinato di un rapporto di lavoro autonomo.
Né sussiste la prospettata disparità di trattamento tra settore pubblico e settore privato ovvero tra lavoratori a progetto e quelli esclusi dal campo di applicazione della normativa del 2003; nel primo caso la diversa disciplina è giustificata dai molteplici profili di specialità del rapporto di lavoro pubblico, nel secondo caso dal fatto che si tratta di fattispecie in cui sono tendenzialmente assenti rischi di elusione, trattandosi per lo più lavoratori o dotati di adeguata forza contrattuale.
Cass. n. 11239/2019
Non può essere accolto il principio secondo cui l’assenza del progetto comporta la assoluta improduttività di effetti al contratto stipulato ai sensi dell’art. 61 d. Lgs n. 276/2003.
Infatti, nella disciplina dettata dal d. Lgs. n. 276/2003 cit. non vi è alcuna norma che sanzioni la mancanza del progetto con la nullità o inefficacia del contratto; anzi, tale conseguenza deve ritenersi positivamente esclusa dalla previsione di cui al comma 1 dell’art. 69 d. Igs. n. 276/2003 cit. (“ratione temporis” applicabile nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, della 1.28/6/2012 n. 92 ), destinata a prevalere, per il suo carattere di specialità, sulla generale previsione codicistica di cui all’art. 1424 cod. civ. alla stregua della quale l’assenza di progetto comporta che il rapporto è considerato rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla sua costituzione.
Cass. n. 11123/2019
L’art. 69 del d.lgs. n. 276\03 (anche ante riforma ‘Fornero’) stabilisce che i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa instaurati senza l’individuazione di uno specifico progetto o programma di lavoro (o fase di esso) sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto, a prescindere dunque dall’accertamento dell’esistenza dei requisiti tipici della subordinazione (ex aliis, Cass. n. 17127 del 17/08/2016), che nella specie la Corte di merito ha comunque ampiamente accertato tramite l’istruttoria disposta, e che la società ricorrente si limita a contestare, contrapponendo semplicemente agli accertamenti effettuati proprie diverse valutazioni ed apprezzamento dei fatti.
Né può ritenersi che la previsione, poi eliminata dalla L. n. 92\12, a ‘programmi di lavoro’, possa incidere sul principio portante della riforma riguardante la necessità di un specifico progetto, posto che altrimenti qualunque attività lavorativa potrebbe, in contrasto con la ratio legis, essere definita autonoma sol perché connessa, come necessariamente avviene per qualunque rapporto di lavoro subordinato, ad un programma di lavoro id est ad una programmata lavorazione.
Cass. n. 8665/2019
In mancanza di progetto, programma di lavoro o fase di esso (art. 69, comma 1, citato), vi è conversione automatica del rapporto in rapporto di lavoro subordinato la quale non può essere evitata dal committente-datore di lavoro neppure provando che la prestazione lavorativa sia stata caratterizzata da una piena autonomia organizzativa ed esecutiva (Cass. n. 17636 del 2016, Cass. n. 17448 del 2016, Cass. n. 17127 del 2016, Cass. n. 9471 del 2016, Cass. n. 15922 del 2013).
Tale condivisibile orientamento appare aderente alla sentenza n. 399/2008 con la quale la Corte Costituzionale ha riconosciuto che “la novità così introdotta a regime dal d.lgs. n. 276 del 2003 è quella di vietare rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che, pur avendo ad oggetto genuine prestazioni di lavoro autonomo, non siano però riconducibili ad un progetto” ed è altresì conforme all’art. 24 della legge 92/2012 il quale ha chiarito, in via definitiva, con norma di interpretazione autentica, che “l’articolo 69, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si interpreta nel senso che l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato”.
Il tenore lessicale del primo comma dell’art.69 consente di rinvenire una vera e propria disposizione sanzionatoria per il caso di mancata riconducibilità del rapporto coordinato e continuativo ad uno specifico progetto o programma, disponendo tout court che il rapporto “è considerato” di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dall’origine, tipica dei casi di c.d. “conversione” del rapporto ope legis (quali ad es. le fattispecie interpositorie o di illegittima apposizione del termine finale di durata al contratto di lavoro).
La differenza strutturale tra il primo ed il secondo comma dell’art. 69 sottolinea come, nella prima fattispecie, rileva il dato formale della mancanza di uno specifico progetto a fronte di una prestazione lavorativa che, in punto di fatto, rientra nello schema generale del lavoro, laddove nella seconda rilevano le modalità di tipo subordinato con cui, nonostante l’esistenza di uno specifico progetto, è stata di fatto resa la prestazione lavorativa (vedi in tal senso, in motivazione Cass. n. 9471 del 2016; Cass. n. 12820 del 2016; Cass. 11429 del 2017; Cass. n. 4337 del 2018).
E’ stato, pertanto, affermato il principio secondo cui l’art.69, primo comma del d.lgs. n.276 del 2003 si interpreta nel senso che, allorquando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa venga instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni della autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso (Cass. n. 17127 del 2016).
In tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276/2003 (ratione temporis applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92/2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso.
Tale condivisibile orientamento appare aderente alla sentenza n. 399/2008 con la quale la Corte Costituzionale ha riconosciuto che “la novità così introdotta a regime dal d.lgs. n. 276 del 2003 è quella di vietare rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che, pur avendo ad oggetto genuine prestazioni di lavoro autonomo, non siano però riconducibili ad un progetto”.
L’orientamento è altresì conforme all’art. 24 della legge 92/2012 il quale ha chiarito, in via definitiva, con norma di interpretazione autentica, che “l’articolo 69, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si interpreta nel senso che l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato” (v. Cass. 16 ottobre 2017, n. 24379; Cass. 17 agosto 2016, n. 17127; Cass. 21 giugno 2016, n. 12828; Cass. 10 maggio 2016, n. 9471).
Cass. n. 26830/2018
Dopo una prima fase in cui era sembrata prevalere in giurisprudenza la tesi della presunzione relativa, la giurisprudenza si è assestata a favore dell’alternativa della presunzione assoluta; di questo orientamento è espressione la sentenza con la quale questa Corte ha avuto modo di affermare (Sez. L, Sentenza n. 12820 del 21/06/2016) che “In tema di contratto di lavoro a progetto, il regime sanzionatorio articolato dall’art. 69 del d.lgs. n. 276 del 2003, pur imponendo in ogni caso l’applicazione della disciplina del rapporto di lavoro subordinato, contempla due distinte e strutturalmente differenti ipotesi, atteso che, al comma 1, sanziona il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, realizzando un caso di cd. conversione del rapporto “ope legis”, restando priva di rilievo l’appurata natura autonoma dei rapporti in esito all’istruttoria, mentre al comma 2 disciplina l’ipotesi in cui, pur in presenza di uno specifico progetto, sia giudizialmente accertata, attraverso la valutazione del comportamento delle parti posteriore alla stipulazione del contratto, la trasformazione in un rapporto di lavoro subordinato in corrispondenza alla tipologia negoziale di fatto realizzata tra le parti”.
Il principio è stato ancora più specificamente ribadito con sentenza n. 17127 del 17/08/2016 la quale ha affermato: “In tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276 del 2003 (“ratione temporis” applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92 del 2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso” (in precedenza negli stessi termini Cass. 9471/20016) (conf. Cass. n. 16580/2018 – Cass. n. 14388/2018).
Occorre inoltre ricordare che lo stesso legislatore, con l’art. 24 della legge 92/2012, intervenendo con norma di interpretazione autentica ha affermato che ” L’articolo 69, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si interpreta nel senso che l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validita’ del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato”.
Ai profili di incostituzionalità relativi a questa ultima normativa va replicato che la norma interpretativa rispecchia il contenuto della norma precedente, in relazione al quale va pure messo in rilievo che se davvero il legislatore si fosse limitato a prevedere una presunzione iuris tantum, avrebbe dovuto introdurre un riferimento alla prova contraria, che invece manca del tutto nel corpo della disposizione.
Determinante poi nel rendere più convincente la tesi della presunzione assoluta risulta un’ ulteriore considerazione: secondo il D.Igs. 276/2003 le collaborazioni coordinate e continuative consentite sono tassativamente individuate nel comma 3 dell’art. 61, per cui certamente la prova dell’autonomia in difetto di progetto non potrebbe determinare il sorgere di un rapporto di co.co.co., al di fuori delle ipotesi che residuano.
Quanto ai dubbi di legittimità costituzionale prospettati in relazione all’art. 69 cit., così come sopra interpretato, va osservato che essi rileverebbero se fossero stati sottratti al giudice i poteri qualificatori, mentre nel caso in esame viene introdotta una sanzione che consiste nell’applicazione delle garanzie del lavoro dipendente; e si deve inoltre obiettare che il principio di indisponibilità del tipo è stato dettato dalla Corte Cost. (con le pronunce n. 115/1994 e 121/1993) nel caso opposto, ovvero per statuire l’illegittimità di una norma che dettasse una presunzione assoluta di autonomia, sottraendo un rapporto subordinato alle garanzie inderogabili stabilite dall’ordinamento (Corte Cost. 121/1993); mentre qui si tratta del caso inverso; non sottrazione di garanzie ma norme di miglior favore (quelle che assistono il lavoro subordinato) estese ad altri rapporti; quindi non vengono in questione i principi inderogabili stabiliti nella Costituzione a favore del lavoro subordinato.
D’altra parte, il nostro ordinamento non è estraneo alla previsione dell’applicazione delle regole del lavoro subordinato come sanzione in caso di violazioni, elusioni, abusi di determinate forme di contratti di lavoro (v. artt. 1 c. 5 della L. 1369/1960, 1 della L. 230 del 1962 e 1 del D.Ig.vo 368/2001); ammettere la conversione (ab initio o postuma) di una mera collaborazione in lavoro subordinato a tempo indeterminato, in mancanza di progetto, non contraddice perciò principi superiori né costituzionali; si tratta di realizzare una parificazione di disciplina, di garantire uno standard di trattamento minimo per rapporti continuativi (in mancanza di progetto) e connotati da una comune subordinazione di tipo economico; ciò rientra nella potestà del legislatore e non pare né irrazionale, né ingiustificato, appunto in ragione della comune appartenenza all’area della “dipendenza economica” e della connessione funzionale delle stesse prestazioni lavorative continuative con l’impresa altrui (in ragione cioè della esistenza della para-subordinazione in capo al co.co.co ).
Resta da aggiungere che rassenza del progetto” prevista dal primo comma concretizza il venir meno dell’elemento costitutivo della fattispecie legale, che si caratterizza proprio in virtù dell’esistenza di uno specifico progetto, con i requisiti e le caratteristiche dettati dalla legge; e tale ipotesi ricorre sia quando non sia stata provata (mediante la produzione del contratto o l’espletamento delle prove ammissibili) la pattuizione di alcun progetto, sia quando il progetto effettivamente pattuito non sia conforme alle sue caratteristiche, difettando gli elementi di specificità ed autonomia che sono ritenuti necessari (conf. Cass. 15530/2018).
Cass. n. 24585/2018
In mancanza di progetto, programma di lavoro o fase di esso, la conversione automatica in rapporti di lavoro subordinato non può essere evitata dal committente-datore di lavoro neppure provando che la prestazione lavorativa sia stata caratterizzata da una piena autonomia organizzativa ed esecutiva; a fronte della chiarezza del testo normativo nessun rilievo può assumere la circolare ministeriale n. 1 del 2004, che ha configurato la previsione di cui ai comma primo dell’art. 69 come presunzione relativa, anziché assoluta, e ponendo a carico del committente che intenda evitare la conversione del rapporto di lavoro a progetto in rapporto di lavoro subordinato l’onere di provare in giudizio l’autonomia del collaboratore.
Va invero ricordato che l’interpretazione ministeriale, sia essa contenuta in circolari o in risoluzioni, non vincola né le parti né i giudici, né infine costituisce fonte di diritto (Cass., Sez. Un, 21 maggio 1973, n. 1457).
E’ corretta la decisione delta Corte territoriale nella parte in cui ha fatto discendere dall’accertamento della mancanza di un programma di lavoro specifico la trasformazione ope legis del lavoro (nominalmente) a progetto in rapporto di lavoro subordinato sin dalla data della sua costituzione, a nulla rilevando le concrete modalità di svolgimento del rapporto (in tal senso, Cass., 21 giugno 2016, n. 12820); né si ravvisa nell’interpretazione fornita alla Corte territoriale alcuna violazione di legge, essendo la stessa conforme al dato testuale e alla ratio della disposizione.
Cass. n. 23025/2018
In relazione alla natura della presunzione di cui all’art. 69 d.lgs. 276/2003, l’orientamento costante di questa Corte di legittimità è nel senso che debba essere qualificata come assoluta (Cass. 12820/2016; Cass. n. 9471/2016; Cass. n. 17127/2016) ovvero nel senso che “In tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276 del 2003 (“ratione temporis” applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92 del 2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso” (conf. Cass. n. 27956/2018 – Cass. n. 13252/2018).
La norma interpretativa, di cui alla L. n. 92/2012 rispecchia il contenuto della norma precedente, in relazione al quale va pure messo in rilievo che se davvero il legislatore si fosse limitato a prevedere una sanzione iuris tantum, avrebbe dovuto introdurre un riferimento alla prova contraria, che invece manca del tutto nel corpo della disposizione; determinante poi nel rendere più convincente la tesi della presunzione assoluta risulta un’ulteriore considerazione: secondo il D.Igs. 276/2003 le collaborazioni coordinate e continuative consentite sono tassativamente individuate nel comma 3 dell’art. 61, per cui certamente la prova dell’autonomia in difetto di progetto non potrebbe determinare il sorgere di un rapporto di co.co.co ., al di fuori delle ipotesi che residuano).
Cass. n. 20013/2018
E’ principio affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, che va qui ribadito, quello in base al quale in tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276 del 2003 (“ratione temporis” applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92 del 2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso (vedi ex plurimis, Cass. 17/8/2016 n. 17127, Cass. 21/6/2016 n.12820).
E’ stato infatti ritenuto che il combinato disposto di cui agli art.61-69 d.lgs. cit., palesi l’intenzione del legislatore delegato di vietare, in armonia con la finalità enunciata dall’art.4, comma 1, lett. c), nn. 1-6, I. n. 30/2003 (e fatte salve le specifiche eccezioni ivi previste e poi trasfuse nell’art. 61, commi 1-3, d.lgs. n.276/2003), il ricorso a collaborazioni coordinate e continuative che non siano riconducibili a uno o più progetti o programmi di lavoro o fasi di esso, allo scopo di porre un argine all’abuso della figura della collaborazione coordinata e continuativa, in considerazione della frequenza con cui giudizialmente ne veniva accertata la funzione simulatoria di rapporti di lavoro subordinato.
Questo è l’intendimento che ha mosso il legislatore, come desumibile dalla relazione introduttiva alla legge delega n.30/2003 che espressamente richiama l’esigenza di esentare dalla disciplina generale del lavoro dipendente, solo le collaborazioni “senza vincolo di subordinazione e aventi ad oggetto un progetto o un programma di lavoro o una fase di esso”.
Nell’ottica descritta è stato quindi affermato che l’art.69 ha introdotto una vera e propria disposizione sanzionatoria per il caso di mancata riconducibilità del rapporto coordinato e continuativo ad uno specifico progetto o programma, disponendo tout court che il rapporto “è considerato” di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dall’origine, tipica dei casi di c.d. “conversione” del rapporto ope legis (quali ad es. le fattispecie interpositorie o di illegittima apposizione del termine finale di durata al contratto di lavoro).
Cass. n. 14512/2018
L’art.69 comma 1 al comma 1, sanziona il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, realizzando un caso di cd. conversione del rapporto “ope legis” (così Cass. n.12820/2016).
Questa Corte ha altresì precisato che “In tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276 del 2003 (“ratione temporis” applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92 del 2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso”(cfr Cass. n. 17127/2016).
Cass. n. 27956/2018
In tema di rapporti ex artt. 61 e ss. del d.lgs. n. 276 del 2003, l’assenza del progetto di cui all’art. 69, comma 1, del medesimo decreto, che ne rappresenta un elemento costitutivo, ricorre sia quando manchi la prova della pattuizione di alcun progetto, sia allorché il progetto, effettivamente pattuito, risulti privo delle sue caratteristiche essenziali, quali la specificità e l’autonomia (Cass. sez. lav. n. 8142 del 29.3.2017).
ART. 69 COMMI 1 E 2 – DIFFERENZE
Cass. n. 24358/2018
Le azioni giudiziali garantite dall’art. 69 d.lgs. n. 276 del 2003 sono fondate su fatti costitutivi differenti, a seconda che si invochi la conversione di cui al comma 1 ovvero la trasformazione di cui al comma 2, a cui corrispondono oneri probatori del tutto diversi. Invero, mentre nell’un caso il fatto costitutivo consiste in una collaborazione coordinata e continuativa di tipo autonomo, nel secondo caso il fatto costitutivo risiede in una collaborazione di tipo subordinato; nell’un caso il collaboratore deve provare il fatto costitutivo della continuità e coordinazione della propria prestazione rispetto alle esigenze del committente (ed è onere di quest’ultimo provare il fatto impeditivo dell’esistenza dello specifico progetto), nel secondo caso l’onere della prova che le concrete modalità di svolgimento della prestazione abbiano attinto la fattispecie dell’art. 2094 cod.civ. grava per intero sul collaboratore, ben potendo la sussistenza dello specifico progetto (peraltro in concreto irrilevante) darsi per provata in assenza di contestazione espressa: l’art. 62, dLgs. n. 276 del 2003, prevede infatti per il progetto un requisito di forma ad probationem ed è principio consolidato che, in casi del genere, qualora debbano considerarsi pacifici tra le parti la stipula e il contenuto del contratto, il giudice deve tenerne conto ai fini della decisione, a nulla rilevando la mancata produzione di un atto sottoscritto dai contraenti idoneo a documentare la conclusione dell’accordo (cfr. Cass. n. 9471 del 2016; Cass. n. 22395 del 2006).

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