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Timestamp: 2020-07-02 14:07:42+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 1454 del 20/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1454 del 20/01/2017
Cassazione civile, sez. VI, 20/01/2017, (ud. 16/11/2016, dep.20/01/2017), n. 1454
sul ricorso 26766/2015 proposto da:
GENERAL ENGINEERING SPA;
avverso la sentenza n. 2108/38/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE di ROMA del 25/02/2015, depositata il 09/04/2015;
udito l’Avvocato Giancarlo Caselli (Avvocatura) difensore della
ricorrente che chiede per il primo motivo il rinvio del ricorso al
giudice di merito e per il secondo motivo l’accoglimento.
“Con sentenza in data 25 febbraio 2015 la Commissione tributaria regionale del Lazio respingeva l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate, ufficio locale, avverso la sentenza n. 4/30/13 della Commissione tributaria provinciale di Roma che aveva accolto il ricorso proposto dalla Gestioni Elettroniche spa contro la cartella di pagamento IRES ed altro 2008. La CTR in particolare, condividendo espressamente le considerazioni del primo giudice, affermava che ancorchè fosse tardiva la dichiarazione integrativa presentata dalla contribuente, la stessa dovesse comunque ritenersi efficace ai fini della sussistenza del credito IRES in questione, trattandosi di un errore formale e non sostanziale.
Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la ricorrente lamenta violazione/falsa applicazione del D.P.R. n. 322 del 1998, art. 2, D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, 54 bis, incentrando lo sviluppo della censura come se si vertesse di un credito IVA, con ampi richiami giurisprudenziali. In particolare l’Agenzia delle Entrate sostiene che la pronuncia impugnata erroneamente interpreta/applica dette disposizioni legislative ritenendo recuperabile un credito IVA benchè non fosse riportato nella dichiarazione successiva al suo maturare.
Anzitutto la censura si palesa inammissibilmente formulata, errando all’evidenza sull’oggetto della sentenza impugnata, che non riguardava affatto un credito IVA, bensì un credito sicchè le considerazioni giuridiche e giurisprudenziali costituenti il corpo argomentativo del mezzo risultano non pertinenti alla questione di diritto affrontata dal giudice di appello (e prima dalla CTP).
Correttamente inquadrata la questione in esame, va comunque ribadito che “in caso di errori od omissioni nella dichiarazione dei redditi, la dichiarazione integrativa può essere presentata non oltre i termini di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, se diretta ad evitare un danno per la P.A. (D.P.R. n. 322 del 1998, art. 2, comma 8), mentre, se intesa, ai sensi del successivo comma 8 bis, ad emendare errori od omissioni in danno del contribuente, incontra il termine per la presentazione della dichiarazione per il periodo d’imposta successivo, con compensazione del credito eventualmente risultante, fermo restando che il contribuente può chiedere il rimborso entro quarantotto mesi dal versamento ed, in ogni caso, opporsi, in sede contenziosa, alla maggiore pretesa tributaria dell’Amministrazione finanziaria” (Sez. U., Sentenza n. 13378 del 30/06/2016, Rv. 640206). Di tale principio di diritto risulta nel caso di specie applicabile l’ultima parte, trattandosi di una pretesa fiscale azionata secondo la procedura speciale di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis (non come erroneamente afferma la ricorrente D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 54 bis) e quindi ben potendo la contribuente far valere in via di eccezione l’errore de quo, in preprocessuale, pur tardivamente, rettificato con dichiarazione integrativa.
Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la ricorrente denuncia violazione/falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., nonchè del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 18, lamentando ultrapetizione laddove la sentenza impugnata accenna alla necessità che il risultato del controllo formale della dichiarazione annuale venisse previamente comunicato alla società contribuente.
La censura si palesa inammissibile, stante la ritenuta fondatezza del primo motivo, secondo il consolidato principio che “Qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una delle “rationes decidendi” rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa” (Cass. civ., Sez. 3, Sentenza n. 2108 del 14/02/2012, Rv. 621882).
Va altresì precisato – in replica alla memoria della difesa erariale – che la sussistenza del credito IRES de quo risulta da un inequivoco accertamento in fatto, evidentemente non sindacabile in questa sede, operato dalla CIR sulla base del principio di non contestazione.
Il ricorso va dunque rigettato; nulla per le spese stante la mancata costituzione dell’intimata.
La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese stante la mancata costituzione dell’intimata.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 2
 art. 30
 sentenza 
 art. 43
 art. 2
 Sentenza 
 art. 36
 art. 54
 art. 360
 art. 18
 sentenza 
 Sentenza