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Timestamp: 2018-01-16 07:45:10+00:00

Document:
SENTENZA DEFINITIVA SULLA CAUSA
CONFRATERNITA DI SAN MICHELE ARCANGELO - UNIONE MAESTRANZE
Reggio Calabria - 1989
Drepanem
Jurium. Confraternita S. Michele - Unione Maestranze
L’ANNO DEL SIGNORE 1989, il giorno 10 del mese di aprile, essendo Sommo Pontefice S/S GIOVANNI PAOLO II, felicemente regnante, nella causa jurium tra la Confraternita di S. Michele Arcangelo in Trapani, attrice, rappresentata e difesa dall’Avv. Mario Serraino e l’Unione delle Maestranze, convenuta, rappresentata dall’Avv. Alberto La Grutta e difesa dall’Avvocato Prof. Salvatore Berlingò, con l’intervento in causa del Rev. Prof. Pietro Lazzaro, promotore di Giustizia,
i sottoscritti Giudici:
- Sac. Andrea CASSONE, preside, Istruttore, ponente;
- Sac. Luigi BLEFARI, congiudice;
- Can. Raffaele FACCIOLO congiudice,
SENTENZA DEFINITIVA di II grado.
Segnatura Apostolica Con proprio decreto del 29/11/1987, il Supremo Tribunale della prorogava la competenza di questo Tribunale Metropolitano per la trattazione “in sede appellationis” della presente causa.
Avuti gli atti da parte del Tribunale Diocesano di Mazara del Vallo a metà marzo 1988, l’Ordinario Diocesano costituiva il Tribunale collegiale (Atti, pg 129).
La contestazione della lite ebbe luogo nella sessione del 29/04/1988. La parte attrice fu presente nella persona del procuratore difensore, Avv. Serraino; la parte convenuta fu presente nella persona del Presidente dell’Unione, Mario Canino e del procuratore speciale, Avv. La Grutta.
Questi, il 16/05/1988, designava quale difensore di fiducia il Prof. Avv. Salvatore Berlingò, in esecuzione dell’Ordinanza emessa dal Tribunale nell’udienza del 29/04/1988.
l’istanza del difensore della parte convenuta; valutate le motivazioni addotte; essendosi nel frattempo perfezionate le costituzioni delle parti, il 22/10/1988 si procedette alla rinnovazione della contestazione della lite ed alla riformulazione del dubbio, che restava definitivamente fissato nei seguenti termini:
“Se debba essere confermata o riformata in tutto o in parte la sentenza di primo grado”.
l’istruttoria, gli atti furono resi pubblici con decreto del 14/11/1988. La conclusione in causa è del 06/12/1988.
Al dibattito prendono parte
il promotore di giustizia e i difensori costituiti.
Il Collegio, modificato nella sua originaria composizione con decreto dell’Ordinario del 27/01/1989, a motivo della rinunzia di un congiudice, pronunzia ora la seguente
che conferma quella di primo grado, per le motivazioni che saranno esposte in punto di diritto e in punto di fatto.
Come in ogni ordinamento giuridico, anche il Codice di Diritto Canonico in ordine prioritario individua il soggetto ed il destinatario del diritto, che non può essere che l’uomo. Questo perché ogni fenomeno giuridico di natura sua è destinato ad ancorarsi nell’esperienza umana.
Nell’ordinamento canonico, il fondamento della titolarità dei diritti e dei doveri si trova nel dono di comunione in Cristo, accordato all’uomo mediante il Battesimo (can.96).
Si tratta innanzitutto della persona individuale, chiamata dal diritto “persona fisica”.
Come completa esplicitazione della più generale esigenza di tutela dei diritti del fedele, nel can. 221,§ 1, si configurano due distinti diritti: quello di agire in giudizio, cioè di adire il giudice ecclesiastico, per vedere accertare o tutelare le proprie ragioni e quello della difesa. La loro titolarità si fonda su di una generale capacità soggettiva, quella di poter “essere parti” in qualsiasi processo.
Nel rapporto processuale entrano necessariamente, e in primo luogo, due parti, una delle quali intende far valere il suo diritto davanti al giudice (attore) di fronte all’altra, contro cui rivolge l’azione (convenuto).
Il can. 1476 del nuovo Codice recita: “Chiunque, sia battezzato sia non battezzato, può agire in giudizio; la parte poi legittimamente chiamata in giudizio deve rispondere”.
Dunque, benché nella Chiesa l’uomo diventi persona, cioè soggetto di diritto, solo col Battesimo, per quanto attiene invece alla capacità di “essere parte” ed alla conseguente “capacità di agire in giudizio”, il Codice stabilisce che anche coloro i quali non sono “personae in Ecclesia” (can. 96) e tuttavia sono soggetti di diritto in quanto uomini-persone fisiche, possono essere parti in un processo e far valere in esso tale loro qualità, sussistendone le condizioni.
Ed in vero:“Generaliter subiecta quae tamen partes in processu constitunt, pluribus egent condicionibus … Condiciones quibus pollere debent subiecta in processu, praeter generalem capacitatem jridicam, ad sequentes reducuntur: - capacitates partis, sc. Capacitas iurium processualium ut partes valeant esse subiecta iuris in processu; -legitimatio ad causam, sc. ut partibus agnoscatur facultas certum jus defendendi in processu;
- - legitimatio ad processum, sc. ut partes jura et actiones sibi competentes valeant exercere;
- jus postulandi, sc. ut partes actus processuales personaliter ponere valeant.
Tantum illi qui omnibus enumeratis concicionibus praediti sunt, possunt processui participare eumque gerere.
Codices canonici de expositis condicionibus sequentibus rationibus agunt … Legitimatio ad causam et legitimatio ad processum dicuntur facultas agendi et respondendi in judicio … Quamvis prior ratio dicendi potius legitimationem ad causam insinuat et altera potius legitimationem ad processum, canonistae, more romano, easdem promiscue adhibuerunt … Quare in singulis casibus sedulo inquirendum est de quanam ex duabus legitimationibus lex loquatur; longe enim differunt inter se …” (Franciscus Roberti, De processibus, vol. I, pg 509 s).
6 “Legitimatio ad causam est facultas certam actionem proponendi vel eidem respondendi; seu est qualitas certae personae agnita ut ipsa valeat determinatam actionem proponere vel ut coram ipsa proponatur.
Differunt legitimatio ad causam et legitimatio ad processum.
Legitimatio ad processum est capacitas mere personalis litigantium ad agendum processum, eadem omnio pro actore et reo.
Legitimatio ad causam est habilitas alicuius personae ad certam causam; est conditio actionis, quae competit titulari juris aut tertio qui tueri potest ius alienum; potest esse diversa pro actore et reo. Legitimatio ad processum est presuppositum processus, quod requiritur ad validitatem singulorum actuum processualium. Legitimatio ad causam est presuppositum litis, quod sufficit ut existat tempore decisionis …
… Jus canonicum nullam nullitate insanabili declarat sententiam latam inter partes quarum altera saltem non habet personam standi in judicio (can. 1892, 2°). Quesitum autem est an his verbis sive legitimatio ad processum sive legitimatio ad causam intelligenda sit ut in utroque casu sententia nulla habeatur.
Pontificia Commissio autem declaravit inhabilitatem coniugis ad accusandum matrimonium de qua in can. 1971, §1, 1° non secum ferre nullitatem insanabilem sententiae. Quare nullitas ob defectum personae standi in judicio (can. 1892, § 2) videturcoartanda ad difectum legitimationis ad processum” (a.c.,o.c.,pgg 588-592, n°250).
Le considerazioni e precisazioni dell’illustre Autore, ex integro sin qui riferite, sono pienamente da condividere, ove si eccettui l’ultima conclusione. Non può, invero, dedursi dal Responso richiamato una delimitazione della “persona standi in judicio” alla sola ipotesi della “legitimatio ad processum”. La “inhabilitas ad accusandum matrimonium”, oggetto del responso, non è infatti riconducibile ad un difetto di “legitimatio ad causam”, ma ad una vera restrizione disciplinare (un semplice divieto di esercizio) della capacità processuale, inadatta ad intaccarla nella sostanza (SSR Dec., vol. XXIX, pg 517). Anche dopo il Responso,quindi, la “legitimatio ad causam” al pari della “legitimatio ad processum” integra un elemento essenziale della “persona standi judicio”.
“Secunda causa insanabilis nullitatis sententiae habetur si hae lata est inter partes, quarum altera saltem non habet personam sandi in judicio. Verba: non habere personam ( seu jus) standi in judicio, significare possunt aut solum defectus gegitimationis, ut aiunt, activae, seu privationem juris ad agendum in judicio uti pars actrix, aut omnimodum defectum iuris per se standi in judicio ne ut pars conventa quidem” (SRR Dec. Vol. XLI, pg 504, c. Wynen).
Invero, quel che nella sentenza rotale c. Wynen viene individuato come “legitimatio activa” corrisponde, nella terminologia del Roberti alla “legitimatio ad processum”, mentre la “legitimatio”, per così dire, attiva e passiva, corrisponde a quella situazione che il Roberti aveva individuato come “legitimatio ad causam”.
7- Quanto sin qui affermato sulla necessaria integrazione della “persona standi in judicio” con la “legitimatio ad causam” dei soggetti di diritto uomini (persone fisiche) a maggior ragione vale nella ipotesi delle persone giuridiche.
Distinte dalle persone fisiche, si danno nella Chiesa persone ed enti giuridici, soggetti capaci di diritti e di doveri, ai quali spetta una vera personalità giuridica: “Nella Chiesa, oltre alle persone fisiche ci sono anche le persone giuridiche, soggetti cioè nel diritto canonico di obblighi e di diritti che corrispondono alla loro natura” (can. 113, § 2). L’elemento formale è il riconoscimento da parte della pubblica autorità che, ope legis, o con un particolare decreto, conferisce alla corporazione o alla fondazione la personalitrà giuridica, a seguito della quale l’ente diviene soggetto di diritto e di obblighi, con capacità di agire come tale.
Requisito per l’acquisto della personalità è l’approvazione degli statuti da parte dell’autorità ecclesiastica competente:” Nessuna associazione privata di fedeli può acquistare personalità giuridica se i suoi statuti non sono stati approvati dall’autorità ecclesiastica competente, di cui al can. 312, § 2 ; tuttavia l’approvazione degli statuti non cambia la natura privata dell’associazione”.
Anzi tale approvazione, non è, di per sé, sufficiente a creare una persona giuridica. Infatti senza l’atto costitutivo formale dell’autorità ecclesiastica competente, si ha una semplice entità o associazione di fatto (can. 322, §1).
8- Gli enti non personificati sono quelli che, sorti per iniziativa dei fedeli, anche se lodati o raccomandati dall’autorità ecclesiastica, non sono da questa costituiti in persona giuridica.
Tali enti si riferiscono particolarmente al campo delle associazioni private: “I fedeli hanno il diritto di costituire associazioni mediante un accordo privato tra loro …, tali associazioni, anche se lodate e raccomandate dall’autorità ecclesiastica, si chiamano associazioni private…” (can.299).
Esse, come tali, non possono essere nel diritto canonico soggetti di obblighi e di diritti: “Un’associazione privata non costituita in persona giuridica, come tale non può essere soggetto di obblighi e di diritti; tuttavia i fedeli associati possono congiuntamente contrarre obblighi, acquisire e possedere diritti e beni comproprietari e compossessori; sono in grado di esercitare tali diritti o obblighi mediante un mandatario o procuratore (can. 310).
A conferma di quanto sin qui esposto, si riporta la risposta che i Padri della Pontificia Commissione per l’interpretazione autentica del Codice di Diritto canonico il 29/04/1987 hanno dato al seguente quesito:
“D. – Se un gruppo di fedeli, privo di personalità giuridica, o addirittura del riconoscimento di cui al can. 299, § 3, abbia la legittimazione attiva a proporre ricorso gerarchico contro un decreto del proprio vescovo diocesano”.
“R. – Negativamente, in quanto gruppo; affermativamente in quanto singoli fedeli, sia che agiscano separatamente che congiuntamente, purchè abbiano subito un gravame…” (Da “Il regno – Documenti”, n° 608, 01/01/1989).
9- Peraltro, come si è sopra rilevato, (v. n° 6), ed appare del tutto logico, il difetto di legittimazione attiva e passiva non ha conseguenze meno gravi del mero difetto di legittimazione attiva; ove si concluda nel senso che l’ente di fatto manchi di quest’ultimo tipo di legittimazione, appare quindi difficile sostenere che esso possa, in quanto tale, risultare investito della titolarità della prima.
Occorre aggiungere, inoltre, che anche la responsabilità solidale dei singoli fedeli, di cui alla seconda parte del can. 310 e dell’ultimo Responso, in tanto potrà essere fatta valere in quanto si tratti di un sodalizio costituito da fedeli, per il perseguimento dei fini di cui al can. 298, § 1 (can. 299 § 1) e che, pur non avendo fruito della “recognitio” degli statuti di cui al can. 299, § 3, sia stato fatto oggetto di un qualche apprezzamento da parte dell’autorità ecclesiastica (can. 298, § 2).
Ove tutti o qualcuno di tali presupposti difettino, non v’è luogo per l’individuazione di un centro di imputazione cui riferire alcun tipo di legittimazione attiva e/o passiva dinanzi ai Tribunali Ecclesiastici.
A) E’ lo stesso Avv. Mario Serraino a riconoscere che l’UNIONE DELLE MAESTRANZE manca della personalità giuridica. Lo ha espressamente ammesso in occasione della prima contestazione della lite, chiedendo che “alla parte convenuta, non avendo questa personalità giuridica ed essendo equiparata ai minori, sia assegnato ex officio un difensore, ove non lo abbia scelto, il quale possa a norma del can. 1519 anche assumere le funzioni di tutore” (Atti, pg 133).
L’ammissione è ripetuta nelle “Deduzioni all’istanza presentata dalla parte convenuta in data 11/07/1988” (Atti, pg 163).
A nessuno sfugge l’importanza, nell’economia del processo, di questa ammissione, perché viene da parte avversa e quindi non sospetta.
B) Non è dimostrato che nei confronti dell’Unione siano state adempiute le formalità essenziali previste per il conferimento della personalità giuridica. Infatti manca il decreto formale di erezione da parte del Vescovo competente e manca pure l’approvazione previa degli statuti (can. 322).
Ed allora resta dimostrato che l’Unione è una associazione privata di fatto.
11- Ma da parte attrice si afferma:” Per quanto si attiene alla capacità processuale della Unione, è da sottolineare che la Congregazione dei Vescovi, il Consiglio pontificio per i laici e lo stesso Tribunale Supremo della Segnatura Apostolica … che hanno preso in esame e studiato attentamente il caso, non hanno escluso la convenuta della partecipazione per incapacità processuale né ravvisato difetto di giurisdizione” (Memorie all’atto di Appello, pg 11).
Si afferma ancora: “ … ai sensi dei can. 1476, 1480, 1481 e 118… non bisogna confondere la capacità di avere diritti e doveri con la capacitas agendi, la quale non si può escludere né può essere negata a quanti vivono al di fuori dell’ordinamento ecclesiastico, siano essi cattolici ed infedeli, non battezzati o scomunicati” (Atti, pg 164).
Si controdeduce:
a) Non ci sono prove che gli organi qualificati, di cui parla l’Avv. Serraino, si siano espressi nel merito dei proposti motivi d’appello. Se la Segnatura Apostolica ha concesso a questo Tribunale la proroga di competenza per trattare in appello la causa si ha anzi un indizio in senso contrario, perché il Giudice d’appello può riformare, ma può anche confermare la sentenza di primo grado.
b) Come già ricordato nella parte normativa, della nozione di legittimazione processuale si sono prevalentemente, se non esclusivamente, occupate giurisprudenza e dottrina canonistiche a proposito della (in) habilitas ad accusandum matrimonium, normata dal can. 1971 del vecchio Codice. Tale problematica risulta ormai superata dalle disposizioni del nuovo Codice, che ha eliminato ogni limite all’esercizio dell’azione in materia, in capo ai coniugi, i quali rimangono, però, gli unici legittimati a proporla, ove si eccettuino le ipotesi che riguardano l’intervento del Promotore di giustizia (can. 1674).
I precedenti interpretativi e giurisdizionali relativi a detta problematica hanno contribuito a chiarire che le limitazioni del vecchio Codice, fissate a proposito dello jus accusandi matrimonium, non attingevano né la capacità, né la legittimazione processuale in senso proprio, ma erano restrizioni di natura disciplinare; tanto è vero che la Commissione interprete – lo abbiamo ricordato- chiarì che la conseguente inhabilitas non comportava un difetto della “persona standi in judicio”. Nella citata sentenza rotale c. Wynen già si distingueva tra l’inhabilitas ( o “legittimazione attiva”), vale a dire una legittimazione in senso improprio e la vera e propria legittimazione alla causa, che è sempre tanto attiva quanto passiva e che “per se” attinge la “persona standi in judicio”. Rimane quindi fissato che la “persona standi in judicio” ricomprende non solo la capacità processuale
( o “legitimatio ad processum”) – spettante a tutti gli uomini e a tutte le realtà sociali in qualche modo personificate – ma anche la legittimazione processuale (o “legitimatio ad causam”) che si determina, volta per volta, in relazione al merito della causa in concreto introdotta.
c) Il riferimento ai cann. 118, 1480, 1481 in connessione col can. 1476 è fuori luogo: il can 1476 riguarda, infatti, direttamente e chiaramente solo le persone fisiche (battezzate o non battezzate). Se è vero poi che in forza del can.1476 può essere riconosciuta a tutti “la capacità di essere parti”, non ne segue che questo principio valga ad assicurare la “legitimatio ad causam” a tutti gli enti, in specie a quelli non personificati, in ogni possibile giudizio.
Vale ribadire, infatti, per quanto già osservato in diritto, che gli enti, in quanto tali, possono avere riconosciuta la titolarità di un qualsiasi diritto e l’idoneità a rispondere di qualsiasi interesse canonicamente rilevante solo ove dotati di personalità giuridica canonica (can. 114; Responso del 29/04/1987, citato). L’Unione delle Maestranze non è dotata di personalità giuridica canonica. L’Unione delle Maestranze è una mera entità di fatto e, come tale, può essere parte in qualsiasi processo, anche canonico (can. 221, § 1); non per questo può essere però considerata legittimata a rispondere del merito delle controversie (di tutte le controversie) che si dibattono dinanzi ai Tribunali Ecclesiastici.
Le circostanze incontrastate:
a) che essa non sia stata istituita in sede canonica per il perseguimento di fini propriamente spirituali;
b) che non sia stata direttamente costituita da fedeli, ma risulti formata da altre associazioni;
c) che non consti essere mai stata neppure lodata e raccomandata dall’Autorità Ecclesiastica,
fanno ritenere, peraltro, che il Tribunale di prime cure abbia bene deciso nel considerarla priva di legittimazione passiva nel presente giudizio.
13- Per quanto concerne il capo della sentenza di primo grado relativo alle spese, definito contraddittorio dall’appellante (Atti, pg 65), esso, invece, si giustifica con riguardo a quella fase di giudizio, considerata la novità della questione processuale. Analoga pronunzia non si giustificherebbe, invece, in sede di appello, una volta che la parte appellante è stata ormai posta in condizione dalla stessa sentenza appellata, di valutare gli esatti termini della questione.
Tutto questo considerato in diritto ed in fatto, Noi sottoscritti, invocato il nome del Signore,
SENTENZIAMO:
1) Venga confermata in tutto la sentenza di primo grado.
2) Le spese di giudizio del presente grado di appello, determinate nella misura di £ 700.000 (settecentomila), restino accollate alla parte attrice soccombente.
Così pronunziamo, dando mandato perché questa nostra sentenza venga notificata, secondo le norme del Diritto, alle persone interessate.
Dato a Reggio Calabria, giorno, mese ed anno come sopra.
Andrea CASSONE, presidente, istruttore e ponente
Luigi BLEFARI, congiudice
Raffaele FACCIOLO, congiudice
Reggio Calabria, 05 maggio 1989
Sac. Giovanni LAGANA’
Rhegil Julli die 13 Mag. 1989

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