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Timestamp: 2018-04-23 15:44:17+00:00

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Dirigenti illegittimi dell'Agenzia Entrate: la Cassazione a sentenza
Breaking News Dirigenti illegittimi dell’Agenzia Entrate: la Cassazione a sentenza
Breaking News Pubblicato il 20 settembre 2015
> Breaking News Pubblicato il 20 settembre 2015
Sanatoria per gli accertamenti fiscali dei falsi dirigenti delle Entrate: la Cassazione emette una sentenza che, di fatto, tenta di salvare la validità di tutti gli atti emessi in passato.
Potrebbe essere definitivamente decisa a favore del fisco la questione sui dirigenti illegittimi dell’Agenzia delle Entrate che, sino ad oggi, hanno firmato, pur non avendone i poteri, gli atti di accertamento fiscale: con una sentenza a sorpresa di venerdì scorso [1], infatti, la Cassazione ha stabilito un principio di diritto del tutto nuovo, quasi a voler scrivere in anticipo la motivazione per il caso di difetto di firma del “dirigente decaduto”.
Come abbiamo già anticipato nell’articolo di oggi “Sanatoria per l’accertamento fiscale nullo senza ricorso nei 60 giorni”, secondo la Cassazione, anche i vizi di nullità più gravi degli atti fiscali devono essere comunque impugnati dal contribuente nei termini di legge, ossia – per quanto attiene agli accertamenti fiscali – entro 60 giorni dalla notifica. In difetto di tempestiva impugnazione, l’atto, per quanto palesemente illegittimo e ingiusto, si “solidifica”, ossia diventa definitivo e non c’è più modo di chiederne l’annullamento. Neanche qualora Equitalia arrivi a fare pignoramento.
La Cassazione smentisce così la Commissione Tributaria Regionale di Milano che, a più riprese, ha sostenuto in questi mesi, non solo la nullità (o meglio, addirittura l’inesistenza) dell’atto firmato dal dirigente privo di poteri, ma anche che tale vizio può essere rilevato dal giudice – senza cioè bisogno di specifica eccezione del contribuente – in ogni stato e grado del processo e senza limiti di tempo (quindi, per ipotesi, anche in Cassazione per la prima volta o addirittura contro la cartella di Equitalia).
Oggi, invece, la Corte – sebbene in un caso non identico, ma comunque simile – esprime il principio opposto:
– la nullità deve essere contestata solo da chi ha ricevuto l’accertamento (e non può quindi rilevarla il giudice);
– la contestazione deve avvenire entro i termini di impugnazione dell’atto (non, quindi, in ogni stato e grado del giudizio o, successivamente, con l’arrivo della cartella esattoriale).
Il caso presentatosi dinanzi al vaglio della Suprema Corte è quello di un contribuente che, avendo ricevuto una cartella di Equitalia, ne ha contestato la legittimità perché emesso sulla scorta di un accertamento sul quale la firma del dirigente era illeggibile nonché priva di sigillo e timbro.
Secondo i giudici, però, il contribuente ha sbagliato a contestare tardi l’atto fiscale, attendendo l’arrivo dell’Agente per la riscossione: egli invece doveva attivarsi già subito dopo aver ricevuto l’accertamento. Ed ora è troppo tardi per dolersi della nullità.
La Cassazione, in buona sostanza, chiarisce che, in materia fiscale, così come avviene per i vizi che conducono alla “annullabilità” dell’atto, anche per quelli più gravi di “nullità”, l’impugnazione va sollevata entro stretti limiti di tempo e non può il giudice rilevarla d’ufficio, in assenza cioè di eccezione dell’interessato.
Dunque, a differenza del diritto civile, nel campo tributario la distinzione tra “nullità” (vizi più gravi) e “annullabilità” (vizi meno gravi) diviene minima.
La Cassazione sana gli atti dei dirigenti illegittimi dell’Agenzia delle Entrate
Come detto, il caso può essere trasporto integralmente alla vicenda delle firme illegittime dei dirigenti. Applicando il nuovo principio espresso dalla Cassazione, tali atti non potrebbero essere più impugnati dai cittadini se sono decorsi i 60 giorni dalla notifica. In questo modo, però, si finisce per sancirne l’automatica sanatoria. Ed ecco spiegato il perché.
In pratica, se è vero che la nullità per vizi di sottoscrizione o di motivazione [3] non è direttamente rilevabile d’ufficio dal giudice e può solo essere contestata dal contribuente, con ricorso entro 60 giorni dalla notifica dell’accertamento, è anche vero che, per quasi tutti gli atti, non c’è più nulla da fare: difatti, all’epoca in cui i “falsi dirigenti” firmavano e spedivano a tutto spiano accertamenti fiscali a mezza Italia non era ancora uscita la sentenza della Corte Costituzionale e, quindi, nessuno avrebbe mai potuto immaginare l’esistenza di un diritto a presentare ricorso per nullità. Sarebbe stato come imporre al contribuente di leggere nella sfera di cristallo, prevedere il futuro e iniziare a cautelarsi presentando ricorso entro i 60 giorni. Con la paradossale conseguenza che, se il cittadino avesse davvero fatto opposizione nei termini, cioè prima dell’emissione della sentenza della Corte Costituzionale, nessun giudice gli avrebbe dato ragione, posto che ancora non erano state dichiarate illegittime le nomine dei dirigenti.
Facciamo un esempio, tenendo conto che la sentenza della Corte Costituzione che ha annullato le nomine a dirigente dei 767 funzionari delle Entrate è stata pubblicata il 17 marzo 2015. Mettiamo il caso di Tizio che abbia ricevuto l’accertamento fiscale firmato da un “dirigente illegittimo” in data 1.11.2014. A questi sarebbe concesso far ricorso e impugnare la nullità dell’atto entro massimo il 9.01.2015, prima ancora dell’emissione della sentenza della Consulta. Ovviamente, in quella data nessuna CTP avrebbe potuto accogliere il ricorso perché le nomine erano considerate ancora valide.
Insomma, anche in questo caso siamo di fronte al gatto che si morde la coda e, come sempre accade in questi casi, il sangue è del contribuente.
[1] Cass. sent. n. 18448 del 18.09.2015.

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