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Timestamp: 2017-09-25 04:20:29+00:00

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ERRORE DEL MEDICO OSPEDALE MALASANITA’ BOLOGNA CESENA LUGO RAVENNA FORLI | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
DOMANDA QUALE IL SAPERE DEL GIUDICE NELLA RESPONSABILITA’ MEDICA?
La Suprema Corte ha evidenziato, sul piano metodologico, che qualsiasi lettura della rilevanza dei saperi di scienze diverse da quella giuridica, utilizzabili nel processo penale, non può avere l’esito di accreditare l’esistenza, nella regolazione processuale vigente, di un sistema di prova legale, che limiti la libera formazione del convincimento del giudice; che il ricorso a competenze specialistiche con l’obiettivo di integrare i saperi del giudice, rispetto a fatti che impongono metodologie di individuazione, qualificazione e ricognizione eccedenti i saperi dell’uomo comune, si sviluppa mediante una procedimentalizzazione di atti (conferimento dell’incarico a periti e consulenti, formulazione dei relativi quesiti, escussione degli esperti in dibattimento) ad impulso del giudicante e a formazione progressiva; e che la valutazione di legittimità, sulla soluzione degli interrogativi causali imposti dalla concretezza del caso giudicato, riguarda la correttezza e conformità alle regole della logica dimostrativa dell’opinione espressa dal giudice di merito, quale approdo della sintesi critica del giudizio (Sez. 4, sentenza n. 80 del 17.01.2012, dep. 25.05.2012, n.m.).
DOMANDA : COSA E’ IL SAPERE SCIENTIFICO?
Chiarito che il sapere scientifico costituisce un indispensabile strumento, posto al servizio del giudice di merito, deve rilevarsi che, non di rado, la soluzione del caso posto all’attenzione del giudicante, nei processi ove assume rilievo l’impiego della prova scientifica, viene a dipendere dall’affidabilità delle informazioni che, attraverso l’indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo. Si tratta di questione di centrale rilevanza nell’indagine fattuale, giacché costituisce parte integrante del giudizio critico che il giudice di merito è chiamato ad esprimere sulle valutazioni di ordine extragiuridico emerse nel processo.
Il giudice deve, pertanto, dar conto del controllo esercitato sull’affidabilità delle basi scientifiche del proprio ragionamento, soppesando l’imparzialità e l’autorevolezza scientifica dell’esperto che trasferisce nel processo conoscenze tecniche e saperi esperienziali. E, come sopra chiarito, il controllo che la Corte Suprema è chiamata ad esercitare, attiene alla razionalità delle valutazioni che a tale riguardo il giudice di merito ha espresso nella sentenza impugnata. Del resto, la Corte regolatrice ha anche recentemente ribadito il principio in base al quale il giudice di legittimità non è giudice del sapere scientifico e non detiene proprie conoscenze privilegiate. La Suprema Corte è cioè chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine all’affidabilità delle informazioni che utilizza ai fini della spiegazione del fatto (cfr. Sez. 4, Sentenza n. 43786 del 17/09/2010, dep. 13/12/2010, Rv. 248944; Sez. 4, sentenza n. 42128 del 30.09.2008, dep. 12.11.2008, n.m.).
E si è pure chiarito che il giudice di merito può fare legittimamente propria, allorché gli sia richiesto dalla natura della questione, l’una piuttosto che l’altra tesi scientifica, purché dia congrua ragione della scelta e dimostri di essersi soffermato sulla tesi o sulle tesi che ha creduto di non dover seguire. Entro questi limiti, è del pari certo, in sintonia con il consolidato indirizzo interpretativo di questa Suprema Corte, che non rappresenta vizio della motivazione, di per sé, l’omesso esame critico di ogni più minuto passaggio della perizia (o della consulenza), poiché la valutazione delle emergenze processuali è affidata al potere discrezionale del giudice di merito, il quale, per adempiere compiutamente all’onere della motivazione, non deve prendere in esame espressamente tutte le argomentazioni critiche dedotte o deducibili, ma è sufficiente che enunci con adeguatezza e logicità gli argomenti che si sono resi determinanti per la formazione del suo convincimento (vedi Sez. 4, sentenza n. 492 del 14.11.2013, dep. 10.01.2014, n.m.).
Tanto chiarito, deve osservarsi che, con riguardo all’apprezzamento della prova scientifica, afferente specificamente all’accertamento del rapporto di causalità, la giurisprudenza di legittimità ha osservato che deve considerarsi utopistico un modello di indagine causale, fondato solo su strumenti di tipo deterministico e nomologico-deduttivo, affidato esclusivamente alla forza esplicativa di leggi universali. Ciò in quanto, nell’ambito dei ragionamenti esplicativi, si formulano giudizi sulla base di generalizzazioni causali, congiunte con l’analisi di contingenze fattuali.
DOMANDA COSA E’ IL COEFFICIENTE PROBABILISTICO NELLA RESPONSABILITA’ MEDICA ?
In tale prospettiva, si è chiarito che il coefficiente probabilistico della generalizzazione scientifica non è solitamente molto importante; e che è invece importante che la generalizzazione esprima effettivamente una dimostrata, certa relazione causale tra una categoria di condizioni ed una categoria di eventi (cfr. Sez. U, sentenza n. 30328, in data 11.9.2002, Rv. 222138). Nella verifica dell’imputazione causale dell’evento, cioè, occorre dare corso ad un giudizio predittivo, sia pure riferito al passato: il giudice si interroga su ciò che sarebbe accaduto se l’agente avesse posto in essere la condotta che gli veniva richiesta.
DOMANDA COME SI DETERMINA LA RESPONSABILITA’ OMISSIVA?
Con particolare riferimento alla casualità omissiva – che pure viene in rilievo nel caso di specie – si osserva poi che la giurisprudenza di legittimità ha enunciato il carattere condizionalistico della causalità omissiva, indicando il seguente itinerario probatorio: il giudizio di certezza del ruolo salvifico della condotta omessa presenta i connotati del paradigma indiziario e si fonda anche sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico, da effettuarsi ex post sulla base di tutte le emergenze disponibili, e culmina nel giudizio di elevata “probabilità logica” (Sez. U, sentenza n. 30328, in data 11.9.2002, cit.); e che le incertezze alimentate dalle generalizzazioni probabilistiche possono essere in qualche caso superate nel crogiuolo del giudizio focalizzato sulle particolarità del caso concreto quando l’apprezzamento conclusivo può essere espresso in termini di elevata probabilità logica (Sez. 4, Sentenza n. 43786 del 17/09/2010, dep. 13/12/2010, Rv. 248943).
DOMANDA E AI Ai fini dell’imputazione causale dell’evento?
Ai fini dell’imputazione causale dell’evento, pertanto, il giudice di merito deve sviluppare un ragionamento esplicativo che si confronti adeguatamente con le particolarità della fattispecie concreta, chiarendo che cosa sarebbe accaduto se fosse stato posto in essere il comportamento richiesto all’imputato dall’ordinamento. Si tratta di insegnamento da ultimo ribadito dalle Sezioni Unite che si sono soffermate sulle questioni riguardanti l’accertamento giudiziale della causalità omissiva ed i limiti che incontra il sindacato di legittimità, nel censire la valutazione argomentativa espressa in sede di merito (cfr. Sez. U, sentenza n. 38343 del 24.04.2014, dep. 18.09.2014, Rv. 261106).
DOMANDA : LA CONDOTTA COLPOSA DI UN SOGGETTO VIENE ANNULLATA DA SUCCESSIVA CONDOTTA COLPOSA?
“In tema di colpa medica, in presenza di una condotta colposa posta in essere da un determinato soggetto, non può ritenersi interattiva del nesso di causalità (art. 41, comma secondo, cod. pen.) una successiva condotta parimenti colposa posta in essere da altro soggetto, quando essa non abbia le caratteristiche dell’assoluta imprevedibilità e inopinabilità; condizione, questa, che non può, in particolare configurarsi quando, nel caso di colpa medica, tale condotta sia consistita nell’inosservanza, da parte di soggetto successivamente intervenuto, di regole dell’arte medica già disattese da quello che lo aveva preceduto (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6215 del 10/12/2009 Ud. (dep. 16/02/2010), Rv. 246421; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9967 del 18/01/2010 Ud. (dep. 11/03/2010), Rv. 246797; Cass. Sez. 47 Sentenza n. 13939 del 30/01/2008 Ud. (dep. 03/04/2008), Rv. 239593; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 20272 del 16/05/2006 Ud. (dep. 14/06/2006), Rv. 234596). L’infondatezza del ricorso del P. impone, pertanto, il suo rigetto.
DOMANDA RILEVANZA COLPA LIEVE AD ADDEBITI DIVERSI IMPERIZIA?
estende la rilevanza della colpa lieve anche ad addebiti diversi dall’imperizia. È stato, infatti, affermato che, premesso che in tema di responsabilità medica l’osservanza delle linee guida accreditate dalla comunità scientifica esclude la rilevanza della colpa lieve, la novella pur trovando terreno d’elezione nell’ambito dell’imperizia, può tuttavia venire in rilievo anche quando il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza (cfr. sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014 Ud. (dep. 17/11/2014), Rv. 260739; sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013 Ud. (dep. 09/04/2013), Rv. 255105). Si è osservato in tali pronunce come, alla stregua della nuova legge, le linee guida accreditate operano come direttiva scientifica per l’esercente le professioni sanitarie; e la loro osservanza costituisce uno scudo protettivo contro istanze punitive che non trovino la loro giustificazione nella necessità di sanzionare penalmente errori gravi commessi nel processo di adeguamento del sapere codificato alle peculiarità contingenti. Inoltre, sebbene, come già detto, la nuova disciplina trovi il suo terreno d’elezione nell’ambito dell’imperizia, non può tuttavia escludersi che le linee guida pongano regole rispetto alle quali il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza; come nel caso in cui siano richieste prestazioni che riguardino più la sfera della accuratezza di compiti magari particolarmente qualificanti, che quella della adeguatezza professionale (cfr. sez. 4, n. 45527 del 01/07/2015).
DOMANDA valutazione del danno, quando si versa in ipotesi di responsabilità extracontrattuale?
Riguardo la valutazione del danno, quando si versa in ipotesi di responsabilità extracontrattuale, la norma da tenere in considerazione è l’art. 2056 c.c., che contiene un espresso rinvio all’art. 1223 c.c., secondo cui il risarcimento deve comprendere sia il danno emergente che il lucro cessante, ove siano conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento, si rimanda all’art. 1226 c.c., secondo cui in caso di mancata esatta prova dell’ammontare del danno, sarà il giudice a stabilirlo in via equitativa, e all’art. 1227 c.c., per cui in caso di concorso colposo del danneggiato, si avrà una diminuzione dell’ammontare del risarcimento, ma non richiama l’art. 1225 c.c. che rispetto agli articoli precedentemente enunciati si applicherà sia in caso di responsabilità contrattuale che extracontrattuale, per cui il risarcimento è limitato al solo quantum prevedibile al tempo in cui era sorta l’obbligazione nel caso in cui nella condotta del debitore non vi sia ravvisabile né dolo né colpa.
Il processo in esame concerne il reato di omicidio colposo della giovane (OMISSIS) imputato a diversi sanitari che la ebbero in cura.
Secondo quanto ritenuto dai giudici di merito, la ragazza accuso’ i primi segni di affezione tonsillare il (OMISSIS); il primo dicembre fu visitata dal medico di famiglia che diagnostico’ ascesso tonsillare e prescrisse antibiotico e cortisone. Fece seguito il ricovero ospedaliero il successivo (OMISSIS). La paziente venne visitata dal primario dr. (OMISSIS) e dal dr. (OMISSIS). Fu diagnosticato asceso peritonsillare con edema. Venne prescritta terapia con cefalosporine in endovena e cortisonico.
(OMISSIS) propone diversi motivi.
(OMISSIS) a sua volta propone diverse censure.
Il ricorso di (OMISSIS) non e’ dissimile da quello del coimputato (OMISSIS).
(OMISSIS) e (OMISSIS) ricorrono con unico atto.
Il ricorso di (OMISSIS) e’ infondato. Sono invece fondate le altre impugnazioni.
Le censure afferenti al nesso di causalita’ tra le condotte che si assumono imperite e l’evento letale sono fondate ed assorbenti.
Tale cruciale questione richiede di porre alcune enunciazioni di principio, aderenti a quelle recentemente proposte dalle Sezioni unite di questa Corte (Sez. Un 24 aprile 2014, Espenhahn, Rv. 261103).
Il tema di cui si discute e’ stato ripetutamente esaminato da questa Corte con riferimento al rischio terapeutico. Si puo’ dire che l’ambito che ha determinato le maggiori discussioni sulla portata dell’articolo 41 cpv., e’ sicuramente quello in cui l’attivita’ di cura interagisce con gli effetti determinati dalla precedente condotta illecita, aggravandoli.
Le considerazioni esposte valgono anche a mettere a fuoco la posizione del primario dr. (OMISSIS). Alla luce di quanto si e’ sin qui considerato appare immediatamente chiaro che gli errori afferenti alle omesse indagini strumentali non hanno assunto rilievo causale nei suoi confronti come nei confronti degli altri terapeuti.
sentenza 22 dicembre 2015, n. 25767
– che il risarcimento del danno non conseguiva automaticamente all’inadempimento dell’obbligo di esatta informazione a carico del sanitario su possibili malformazioni del nascituro, bensì era soggetto alla prova della sussistenza delle condizioni previste dalla legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della
gravidanza) per ricorrere all’interruzione della gravidanza;
— che questa, nello spirito della legge, era consentita per evitare un pericolo per la salute della gestante e subordinata a requisiti specifici, in assenza dei quali l’aborto costituiva reato;
che si doveva pure negare la legittimazione attiva della figlia minore, sulla base della prospettazione di un diritto a non nascere privo di riconoscimento nell’ordinamento giuridico; come pure l’ammissibilità dei cd. aborto eugenetico, in assenza di alcun pericolo per la salute della madre, una volta esclusa ogni responsabilità del medico nella causazione della malformazione del feto.
E bene chiarire che non si verte in tema di presunzione legale, sia pure juris tantum: la cui consacrazione in via generale ed astratta appartiene al legislatore e che si risolve in una semplificazione della fattispecie legale, esimendo la parte dall’onere di provarne uno o più elementi integrativi, ulteriori rispetto alla premessa fattuale (non diversamente che in caso di non
contestazione dei fatto, che pure comporta la relevatio ab onere probandi; pur se di quest’ultima sia dubbia l’irreversibilità: art.345,
secondo comma, cod. proc. civ.). Nulla del genere ë infatti riscontrabile nella presente fattispecie, in cui il legislatore non esime in alcun modo la madre dall’onere della prova della malattia grave, fisica o psichica, che giustifichi il ricorso all’interruzione della gravidanza, nonché della sua conforme volontà di ricorrervi.
Ci si riferisce, invece, alla praesumptio hominis, rispondente ai
requisiti di cui all’art. 2729 cod. civile, che consiste nell’inferenza del fatto ignoto da un fatto noto, sulla base non solo di correlazioni statisticamente ricorrenti, secondo l’id quod plerumque accidit – che peraltro il giudice civile non potrebbe accertare d’ufficio, se non rientrino nella sfera dei notorio (art.115, secondo comma, cod. proc. civ.) – ma anche di circostanze contingenti, eventualmente anche atipiche – emergenti dai dati istruttori raccolti: quali, ad esempio, il ricorso al consulto medico proprio per conoscere le condizioni di salute del nascituro, le precarie condizioni psico-fisiche della gestante, eventualmente verificabili tramite consulenza tecnica d’ufficio, pregresse manifestazioni di pensiero, in ipotesi, sintomatiche di una propensione all’opzione abortiva in caso di grave malformazione dei feto, ecc..
L’argomento, apparentemente preclusivo in limine, non si
palesa, peraltro, insuperabile; e di fatto è stato superato da quella giurisprudenza di legittimità che ha opposto che il diritto al risarcimento, originato da fatto anteriore alla nascita, diventa attuale ed azionabile dopo la nascita dei soggetto.
E’ vero, in tesi generale, che l’attribuzione di soggettività giuridica è appannaggio del solo legislatore, e che la cd. giurisprudenza normativa, talvolta evocata quale fonte concorrente di diritto, violerebbe il principio costituzionale di separazione dei poteri ove non si contenesse all’interno dei limiti ben definiti di clausole generali previste nella stessa legge, espressive di valori dell’ordinamento (buona fede, solidarietà, ecc.): eventualmente riesumando la dicotomia storica tra giurisprudenza degli interessi
(Interessenjurisprudenz), di ispirazione evolutiva, e giurisprudenza dei concetti (Begriffsjurisprudenz), di natura statica: entrambe, peraltro, storicamente ancorate ad una concezione positivistica del d i ritto.
Tale principio informa espressamente diverse norme del[ `ordinamento. Così, l’art.1, primo comma, legge 19 febbraio 2004 n.40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita) annovera tra i soggetti tutelati anche il concepito (“AI fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla in fertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”). Analogo concetto è riflesso nell’art.1 della stessa legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), qui in esame, che retrodata la tutela della vita umana anteriormente alla nascita (“Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio). Anche la legge 29 luglio 1975 n.405 (Istituzione dei consultori familiari) afferma l’esigenza di proteggere la salute del concepito (art.1: “Il servizio di assistenza alla famiglia e alla maternità ha come scopi…: c) la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento’). Infine, nell’ambito della stessa normativa codicistica, l’art.254 prevede il riconoscimento dei figlio nato fuori del matrimonio anche quando questi sia solo concepito, ma non ancora nato.
L’ordinamento non riconosce, per contro, il diritto alla non vita: cosa diversa dal cd. diritto di staccare la spina, che comunque presupporrebbe una manifestazione positiva di volontà ex ante (testamento biologico). L’accostamento, non infrequente, tra le due fattispecie è fallace; oltre a non tener conto dei limiti connaturali al ragionamento analogico, soprattutto in tema di norme eccezionali.
Ed al riguardo nulla è più significativo dell’evoluzione normativa seguita in Francia alla pronuncia della Cour de Cassation, assemblée plénière, 17 novembre 2000, sul cd. affaire Perruche che
aveva riconosciuto il diritto al risarcimento ex delicto ad un nato
affetto da grave malattia, non diagnosticata durante la gravidanza (in difformità dalle conclusioni del P.G., sull’impossibilità di ravvisare un danno nella stessa vita, espresse, per via apagogica, con sintesi icastica: “Le dommage c’est la vie et l’absence de dommage c’est la mort: La mort devient ainsi une valeur préférable à la vie”). Con la « Loi relative aux droits de malades et à la qualité du système de santé » 4 marzo 2002 n. 2002-303 (cd. Loi Kouchner, dal nome dei ministro della salute proponente Bernar Kouchner), si sono infatti perentoriamente riaffermati i canoni tradizionali – con il crisma del primato della legge – prescrivendo che nessuno può far valere un pregiudizio derivante dal solo fatto della nascita e che la persona nata con un handicap dovuto a colpa medica può ottenerne il risarcimento quando l’atto colposo ha provocato direttamente o ha aggravato l’handicap, o non ha permesso di prendere misure in grado di attenuarlo (Art.1 del titolo »Solidarité envers les personnes handicapées» : «Nul ne peut se prévaloir d’un préjudice du seul fait de sa naissance. La personne née avec un handicap dû à une faute médicale peut obtenir la réparation de son préjudice lorsque l’acte fautif a provoqué directement le handicap ou l’a aggravé, ou n’a pas permis de prendre les mesures susceptibles de l’atténuer»). Legge, la cui espressa retroattività — censurata dapprima dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo con due arresti assunti all’unanimità dai 17 giudici della Grande Chambre (sent. 6 ottobre 2005 in cause Maurice c. Francia e Draon c. Francia) e poi dichiarata illegittima, in parte qua ( Conseil constitutionel 11 giugno 2010), appare, all’evidenza, significativa della volontà dei legislatore di risanare la cesura giurisprudenziale tra un indirizzo tradizionale, fondato su pilastri dogmatici e concettuali di plurisecolare vigenza, e la dirompente deviazione (definita, da parte della dottrina, perfino come arrêt de provocation ) segnata dalla sentenza della Suprema Corte, ponendo a carico della solidarietà nazionale l’assistenza dei nati handicappati.
In quest’ottica, viene meno anche il fondamento della tesi che àncora la sussistenza del credito risarcitorio ai cd. doveri di protezione, di cui sarebbe beneficiario il nascituro: figura primamente elaborata dalla dottrina tedesca ( Schutzpflichte), che riconosce a parenti, o conviventi, anche per ragioni di lavoro, a contatto con la controparte contrattuale, una tutela più intensa, di natura contrattuale (Vertraege mit Schutzwirkung fuer Dritte), che non quella propria della generalità dei terzi, che possono valersi, invece, della sola azione aquiliana. Sulla scorta di tale ricostruzione concettuale, si sostiene che se il contratto tra la madre ed il medico ha effetti protettivi verso i terzi (Cass., sez.3, 29 luglio 2004 n.14488, che tuttavia nega il diritto del figlio al risarcimento), non sarebbe coerente escluderne il bambino: facile inferenza che, se vale a giustificare la titolarità del credito risarcitorio ex contractu da parte dei nato affetto da anomalie cagionate direttamene dal sanitario, non supera, ancora una volta, l’ostacolo dell’inesistenza.di un danno-conseguenza per effetto della mancata interruzione della gravidanza.
Non senza soppesare altresì il rischio di una reificazione dell’uomo, la cui vita verrebbe ad essere apprezzabile in ragione dell’integrità psico-fisica: deriva eugenica, certamente lontanissima dalla teorizzazione dottrinaria del cd. diritto di non nascere, ma che pure ha animato, ad es., il dibattito oltralpe, provocando reazioni nella sensibilità dell’associazionismo rappresentativo dei soggetti handicappati, anteriormente all’approvazione della legge Kouchner sopra citata. Ed una chiara negazione che la vita di un bambino disabile possa mai considerarsi un danno – sul presupposto implicito che abbia minor valore di quella di un bambino sano – è pure contenuta nella sentenza 28 maggio 1993 della Corte Costituzionale federale tedesca (BVerfGE 88, 203).
sentenza 23 giugno 2015, n. 12892
sul ricorso 30744/2011 proposto da:
(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliate in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del ricorso;
(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) SAS, (OMISSIS) SAS;
(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale;
(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) SAS, (OMISSIS) SAS;
avverso la sentenza n. 1713/2010 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 23/11/2010 R.G.N. 1360/2008;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/02/2015 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VELARDI Maurizio, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale condizionato.
In data (OMISSIS) (OMISSIS) (vedova (OMISSIS)), (OMISSIS) e (OMISSIS) da una parte, (OMISSIS) con (OMISSIS) e (OMISSIS) dall’altra, stipularono dal notaio vari atti al fine di definire i rapporti di partecipazione dei due gruppi familiari in alcune societa’ immobiliari. Gli atti erano diretti a separare gli interessi delle due famiglie concentrando la partecipazione della prima famiglia nella (OMISSIS) s.a.s. e della seconda nella (OMISSIS) s.a.s., rimanendo tutti soci solo di altra societa’. Sempre in pari data, con altra scrittura privata integrativa, regolarono i loro rapporti anche finanziari rispetto alle nuove composizioni societarie.
Nel dicembre del 1994, le signore (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), convennero in giudizio l’ingegner (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) al fine di sentir dichiarare: a) nulla, per carenza di causa e/o indeterminatezza dell’oggetto, la scrittura privata sottoscritta il (OMISSIS); b) in via subordinata l’annullamento per dolo e/o errore essenziale oppure, sentir dichiarare la risoluzione per eccessiva onerosita’ sopravvenuta. Oltre, la condanna dei convenuti alla eventuale restituzione delle somme pagate sulla base dell’atto impugnato e al risarcimento dei danni subiti.
Le attrici sostennero che gli impegni da loro assunti non trovavano alcuna ragione giustificatrice nelle corrispondenti obbligazioni poste a carico della famiglia (OMISSIS). Inoltre l’oggetto dell’obbligazione non risultava comunque determinato o determinabile, il consenso era stato loro carpito con malafede ed erano state indotte in errore circa la reale portata dell’atto.
Si difesero i convenuti, chiedendo il rigetto di tutte le domande proposte nei loro confronti e convennero, a loro volta, con separato giudizio, le attrici per sentirle condannare al pagamento di una somma risultante dal presunto disavanzo del credito che la societa’ (OMISSIS) vantava verso i soci. La domanda venne spiegata anche dalla s.a.s. (OMISSIS) nei confronti della societa’ (OMISSIS), quale litisconsorte attiva. Nel secondo giudizio si costituiva (OMISSIS). Le cause vennero riunite.
Il Tribunale di Firenze, con sentenza n. 3185 del 29 novembre 2000, rigetto’ le domande proposte dalla (OMISSIS) e dalle (OMISSIS) e le condanno’ al pagamento in favore dei (OMISSIS) della somma di lire 91.409.259, oltre interessi.
La decisione e’ stata riformata, con sentenza n. 1083 del 19 giugno 2003, dalla Corte d’Appello di Firenze. La Corte ha dichiarato la nullita’ della scrittura privata del (OMISSIS), per indeterminatezza ed indeterminabilita’ dell’oggetto.
Avverso tale decisione, i (OMISSIS), (OMISSIS) e Riomaggiore, proponevano ricorso in Cassazione. Con sentenza numero 11673 del 21 maggio 2007, la Suprema Corte accoglieva il terzo e il quarto motivo e rinviava alla Corte d’Appello di Firenze.
La (OMISSIS) e le sorelle (OMISSIS) riassumevano il procedimento davanti la Corte di Appello di Firenze che, con sentenza n. 1713 del 23 novembre 2010, rigettava l’appello principale proposto da (OMISSIS) e le (OMISSIS), accoglieva l’appello incidentale proposto dai (OMISSIS) e (OMISSIS) disponendo che gli interessi sulla somma di euro 47. 208,94 decorressero dal 1 giugno 1994, oltre la restituzione della somma di euro 27.000. 547,96.
Avverso tale decisione, (OMISSIS) e le sorelle (OMISSIS) propongono ricorso in cassazione con due motivi.
5.1. Resistono i (OMISSIS) e (OMISSIS) con controricorso e la (OMISSIS) s.a.s. propone ricorso incidentale condizionato, con unico motivo, contro la societa’ (OMISSIS) (gia’ (OMISSIS) s.a.s.).
6.1. Con il primo motivo, le ricorrenti lamentano “violazione degli articoli 1427, 1429 e 1337 c.c., ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo pregiudizio”.
Sostengono innanzitutto che la sentenza e’ errata laddove ha affermato che le appellanti, (OMISSIS) e (OMISSIS), hanno rinunziato alla domanda di nullita’ della scrittura privata del (OMISSIS), dato che si sono limitate a riproporre solo le domande di annullabilita’ per vizio del consenso e di risoluzione per eccessiva onerosita’ sopravvenuta. Detto cio’, lamentano che l’ing. (OMISSIS) avrebbe taciuto loro una serie di circostanze decisive, tra cui anche quella di essere soggetto di inchiesta penale e di avere in corso circa 50 contenziosi, al fine di indurle in errore e che, su tale punto, la Corte territoriale non abbia speso neanche una parola.
6.2. Col secondo motivo, si dolgono della “violazione degli articoli 1427, 1428 1431, ed omessa, insufficiente contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo pregiudizio”.
Ha errato il giudice d’appello nella parte in cui ha respinto la domanda subordinata di annullamento della scrittura privata per vizio del consenso, determinato da errore.
I due motivi possono essere esaminati congiuntamente dato la loro stretta connessione e sono entrambi infondati.
La sentenza della Corte d’Appello non e’ incorsa in alcuno dei vizi denunciati. La sentenza analizza il thema decidendum su cui deve pronunciarsi e lo fa delimitandolo alla domanda di annullabilita’ del contratto per vizio del consenso, dolo o errore, e di risoluzione per eccessiva onerosita’ sopravvenuta.
La Corte d’Appello ha fatto corretta applicazione dei principi in materia di dolo ed errore evidenziandone i presupposti. E cioe’ che nel caso del dolo viene in rilievo la condotta, omissiva o commissiva, tenuta dal deceptor e le conseguenze prodotte sul deceptus. Mentre nel caso dell’errore deve essere esaminata la condotta della parte vittima dell’errore.
La Corte d’Appello per escludere il dolo da parte del (OMISSIS) ha percorso un iter motivazionale assolutamente corretto e condividibile, sottolineando in particolare che la scrittura privata del (OMISSIS) si inseriva in un complessivo disegno di sistemazione patrimoniale perseguito dai due gruppi familiari e che le altre coeve scritture (nove), che ne costituivano il prologo ed erano di contenuto anche piu’ complesso della scrittura in questione, non erano state oggetto di impugnazione da parte delle ricorrenti. Tutti gli atti, comunque, erano stati stipulati con il consenso di tutti i soci comprese, appunto, la (OMISSIS) e le (OMISSIS). Inoltre, la circostanza che le ricorrenti avessero posto fiducia o che si fossero disinteressate della gestione della societa’ non poteva integrare ex se il dolo richiesto per l’annullamento del negozio, secondo l’orientamento giurisprudenziale di questa Corte, correttamente citata dai giudici del merito secondo cui in tema di vizi del consenso, il dolo, a norma dell’articolo 1439 c.c., e’ causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati da una parte abbiano determinato la volonta’ a contrarre del “deceptus”, avendo ingenerato in lui una rappresentazione alterata della realta’, che abbia provocato nel suo meccanismo volitivo un errore essenziale ai sensi dell’articolo 1429 c.c.. In particolare, ricorre il “dolus malus” solo se, in relazione alle circostanze di fatto e personali del contraente, il mendacio sia accompagnato da malizie ed astuzie volte a realizzare l’inganno voluto ed idonee in concreto a sorprendere una persona di normale diligenza e sussista, quindi, in chi se ne proclami vittima, assenza di negligenza o di incolpevole ignoranza (Cass. n. 14628/2009). O ancora, a norma dell’articolo 1439 c.c., il dolo e’ causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati siano stati tali che, senza di essi, l’altra parte non avrebbe prestato il proprio consenso per la conclusione del contratto, ossia quando, determinando la volonta’ del contraente, abbiano ingenerato nel “deceptus” una rappresentazione alterata della realta’, provocando nel suo meccanismo volitivo un errore da considerarsi essenziale ai sensi dell’articolo 1429 c.c.. Ne consegue che a produrre l’annullamento del contratto non e’ sufficiente una qualunque influenza psicologica sull’altro contraente, ma sono necessari artifici o raggiri, o anche semplici menzogne che abbiano avuto comunque un’efficienza causale sulla determinazione volitiva della controparte e, quindi, sul consenso di quest’ultima (Cass. n. 20792/2004).
Elementi, questi ultimi, la cui sussistenza e’ stata correttamente esclusa dal giudice dell’Appello ed e’ appena il caso di sottolineare come tale valutazione costituisca un giudizio di fatto che, in quanto tale, e’ sottratto al sindacato di legittimita’, qualora il ragionamento posto dal giudice di merito, a base delle raggiunte conclusioni, sia caratterizzato, cosi’ come e’ avvenuto nella specie, da completezza, correttezza e coerenza dal punto di vista logico-giuridico.
Ad analoga conclusione deve pervenirsi in relazione alla denunciata sussistenza del vizio di consenso determinato da errore. A riguardo, si deve evidenziare come il ragionamento svolto dalla Corte di merito meriti di essere pienamente condiviso laddove deduce che le ricorrenti sbagliano nel porre a base del motivo di censura l’ignoranza, da parte loro, della effettiva situazione patrimoniale. Ed invero, in tal modo, le ricorrenti – cosi’ continua la Corte di merito – avevano trascurato che nella specie la loro ignoranza fu certamente colpevole, essendosi entrambe disinteressate della gestione della societa’.
La considerazione della Corte territoriale e’ valida e convincente in quanto la tutela della legge non puo’ estendersi al punto di coprire la negligenza dato che esse ben potevano partecipare alla conduzione della societa’ direttamente o per interposta persona, acquisendo tutte le informazioni previa nomina di un professionista di fiducia. Cio’, senza trascurare che merita di essere debitamente valorizzata l’ulteriore circostanza, pur richiamata dalla Corte territoriale, la quale ha opportunamente evidenziato come, sia pure ex post, dalle risultanze della scrittura contabile non fosse emersa prova alcuna che, alla data della sottoscrizione del patto parasociale, la situazione patrimoniale della societa’ (OMISSIS) fosse gravemente compromessa e che cio’ esponesse le odierne ricorrenti ad una responsabilita’ patrimoniale. Considerazioni che di per se’ valgono ad escludere, anche in punto di fatto, l’ipotesi del dolo e dell’errore e che in ogni caso non sono state fatte oggetto di specifica censura.
Rimane assorbito dal rigetto del ricorso principale il ricorso incidentale condizionato spiegato dalla societa’ (OMISSIS) contro la societa’ (OMISSIS) s.a.s..
la Corte rigetta il ricorso principale, dichiara assorbito l’incidentale condizionato, e condanna le ricorrente al pagamento del presente giudizio di legittimita’ in favore dei controricorrenti che liquida in complessivi euro 7.800, di cui euro 200 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE – SENTENZA 6 giugno 2017, n.28010 – Pres. Bianchi – est. Pavich

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 art.345
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