Source: http://www.laleggepertutti.it/codice-proc-civile/art-164-cod-proc-civile-nullita-della-citazione
Timestamp: 2016-10-23 23:51:45+00:00

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RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	La citazione è nulla se è omesso o risulta assolutamente incerto alcuno dei requisiti stabiliti nei numeri 1) e 2) dell’articolo 163, se manca l’indicazione della data dell’udienza di comparizione, se è stato assegnato un termine a comparire inferiore a quello stabilito dalla legge ovvero se manca l’avvertimento previsto dal numero 7) dell’articolo 163.
Se il convenuto non si costituisce in giudizio, il giudice, rilevata la nullità della citazione ai sensi del primo comma, ne dispone d’ufficio la rinnovazione (1) entro un termine perentorio. Questa sana i vizi e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono sin dal momento della prima notificazione. Se la rinnovazione non viene eseguita, il giudice ordina la cancellazione della causa dal ruolo e il processo si estingue a norma dell’articolo 307, comma terzo.
La costituzione del conventuo sana i vizi della citazione e restano salvi gli effetti sostanziali e processuali di cui al secondo comma; tuttavia, se il convenuto deduce l’inosservanza dei termini a comparire o la mancanza dell’avvertimento previsto dal numero 7) dell’articolo 163, il giudice fissa una nuova udienza nel rispetto dei termini (2).
La citazione è altresì nulla se è omesso o risulta assolutamente incerto il requisito stabilito nel numero 3) dell’articolo 163 ovvero se manca l’esposizione dei fatti di cui al numero 4) dello stesso articolo (3).
Il giudice, rilevata la nullità ai sensi del comma precedente (4), fissa all’attore un termine perentorio per rinnovare la citazione o, se il convenuto si è costituito, per integrare la domanda (5). Restano ferme le decadenze maturate e salvi i diritti quesiti anteriormente alla rinnovazione o alla integrazione (6).
Nel caso di integrazione della domanda, il giudice fissa l’udienza ai sensi del secondo comma dell’articolo 183 e si applica l’articolo 167 (7).
CommentoNullità: [v. 156]; Citazione: [v. 163]; Udienza di comparizione e trattazione: [v. 183]; Termine a comparire: [v. 163bis]; Giudice: [v. Libro I, Titolo I, Capo I]; Termine perentorio: [v. 153]; Notificazione: [v. 137]; Cancellazione della causa dal ruolo: [v. 181]; Costituzione: [v. 163]; Decadenza: [v. 182].
Diritti quesiti: sono i diritti già facenti parte del patrimonio di un soggetto. Eventuali modificazioni legislative non determinano variazioni dei (—) già consolidatisi in capo al soggetto: tale intangibilità costituisce perciò un limite alla possibile retroattività della legge.
(1) La mancanza della procura nell’atto di rinnovazione della notificazione della citazione originaria non comporta alcuna nullità, poiché resta valida la procura apposta sul primo atto di citazione di cui è stata rinnovata la notifica, in quanto tale procura abilita il procuratore a compiere tutti gli atti relativi al processo per il quale la stessa è conferita, compresa, quindi, la rinnovazione della notificazione dell’atto.
(2) I c. 2 e 3 disciplinano la sanatoria dei vizi della vocatio in ius individuati nel c. 1, distinguendo due possibili ipotesi: a) la rinnovazione rituale, cioè compiuta nel rispetto delle indicazioni, anche temporali, contenute nell’ordine del giudice sana la nullità con efficacia retroattiva. Se l’attore non ottempera all’ordine del giudice, questi ordina la cancellazione della causa dal ruolo ed il processo si estingue; b) la costituzione del convenuto che sana retroattivamente i vizi dell’atto: infatti, se, nonostante il vizio, si è avuta la costituzione vuol dire che l’atto ha comunque raggiunto il suo scopo e non si è violato il principio del contraddittorio. Nel caso, però, in cui il vizio consegua all’inosservanza dei termini a comparire o alla mancanza dell’avvertimento di cui all’art. 163 n. 7, ed il convenuto, nel costituirsi, sollevi le relative eccezioni (potendo tale inosservanza aver pregiudicato la possibilità di apprestare adeguata difesa), il giudice fisserà una nuova udienza nel rispetto dei termini.
(3) Si tratta dei vizi della editio actionis. La previsione è limitata alla mancata esposizione dei fatti posti a fondamento della domanda e non si estende anche alla mancata esposizione degli elementi di diritto: ciò perché spetta al giudice identificare la norma che giustifica l’accoglimento o meno della domanda, in virtù del principio iura novit curia.
(4) Si ritiene che la nullità venga comminata tutte le volte in cui la citazione sia intrinsecamente ed obiettivamente inidonea a porre il convenuto in condizioni di conoscere l’oggetto della domanda. Ciò avviene quando si omettono le conclusioni o gli elementi di fatto oppure l’indicazione del provvedimento giurisdizionale chiesto, nonché quando sia impossibile identificare le parti del rapporto sostanziale dedotto in giudizio. L’onere della determinazione dell’oggetto della domanda può ritenersi assolto anche in difetto della quantificazione monetaria della pretesa dedotta con l’atto introduttivo del giudizio, purché siano indicati i titoli su cui si fonda detta pretesa.
(5) La necessità che l’attore integri la domanda si fonda sulla considerazione che la costituzione del convenuto non sarebbe da sola sufficiente a sanare la nullità della domanda, rimanendo questa (ove tale integrazione mancasse) comunque lacunosa.
(6) L’integrazione o rinnovazione effettuata nel termine perentorio assegnato dal giudice spiega efficacia sanante in ordine ai vizi della editio actionis, ma, a differenza di quanto previsto per i vizi della vocatio in ius (la cui sanatoria ha efficacia ex tunc), con decorrenza ex nunc, 165 Libro II - Del processo di cognizione 220 in quanto l’atto di citazione, nel lasso di tempo che precede il sopravvenire della sanatoria, risulta evidentemente inidoneo ad assolvere alla sua funzione impeditiva delle decadenze ed interruttiva della prescrizione. Pertanto, alle decadenze maturate nel frattempo non sarà più possibile porre rimedio (es.: nel caso in cui con una citazione nulla sia stata impugnata una delibera di assemblea condominiale, ex art. 1137 c.c., se la costituzione del convenuto o la rinotifica della citazione avvengono dopo la scadenza del termine di trenta giorni previsto, a pena di decadenza, per la sua impugnativa, il vizio inficiante la delibera non potrà essere più fatto valere).
(7) Tale disposizione è in vigore dal 1°-3-2006 ed è applicabile ai procedimenti instaurati successivamente a tale data. La piccola modifica che ha interessato la previsione contenuta nell’ultimo comma si è resa necessaria a seguito dell’innovazione che ha interessato l’art. 183 e della risistemazione delle disposizioni contenute in esso. L’art. 164, c. 6 dispone, infine, che anche nel caso di integrazione della domanda, e non solo quando sia stata ordinata la rinnovazione, il giudice deve fissare l’udienza ai sensi del secondo comma dell’art. 183 nel rispetto dei termini indicati nell’art. 163bis, sicché per il convenuto la nuova udienza così fissata equivale sotto ogni profilo all’udienza di prima comparizione che l’attore indica nell’atto di citazione.
La norma recepisce le istanze della dottrina e della giurisprudenza circa l’opportunità di differenziare gli scopi alla cui realizzazione mirano rispettivamente la vocatio in ius (chiamata in giudizio) e la editio actionis (determinazione dell’oggetto della domanda), facendo discendere dai vizi che li inficiano conseguenze diverse, anche sotto il profilo della sanatoria conseguente alla costituzione del convenuto. Se invece il vizio comporta l’inesistenza dell’atto, nessuna sanatoria è possibile (es.: mancata sottoscrizione dell’originale da parte del procuratore costituito). Detti vizi sono rilevabili d’ufficio dal giudice solo nel caso che il convenuto non si sia costituito. In questo caso al rilievo della nullità deve conseguire anche l’ordine di rinnovazione entro un determinato termine perentorio. L’omessa o intempestiva rinotifica dell’atto di citazione è sanzionata con l’estinzione del processo, ma non del diritto di azione, per cui nulla osta alla riproposizione della domanda in un successivo ed autonomo giudizio. Per quanto concerne l’ipotesi di mancato rilievo della nullità dell’atto introduttivo, occorre sottolineare che essa si estende a tutti gli atti successivi del processo [v. 159, c. 1], provocando la nullità della sentenza che, in applicazione del principio dell’assorbimento dei vizi di nullità della sentenza in motivo di gravame, potrà essere fatta valere con gli ordinari mezzi di impugnazione.
La validità dell’atto di citazione - e cioè l’idoneità dello stesso ad assolvere la propria funzione - va valutata con riferimento alla copia notificata, indipendentemente dal ricorso ad integrazioni, in quanto la parte destinataria non ha il dovere di eliminare le incertezze o di colmare le lacune dell’atto che le viene consegnato; ne consegue che, in caso di discordanza tra l’originale e la copia dell’atto notificato, assume rilievo ciò che risulta nella copia, perché è su questa che la parte citata regola il proprio comportamento processuale. Cass. 11 febbraio 2008, n. 3205; conforme Cass. 3 luglio 2008, n. 18217; Cass. 6 ottobre 2006, n. 21555.
Le ipotesi di nullità dell’atto di citazione sono tassativamente elencate nell’art. 164 c.p.c., applicabile al giudizio contabile in virtù del rinvio dinamico di cui all’art. 26 R.D. n. 1038 del 1933; per conseguenza, nessuna ulteriore violazione di legge potrebbe dar luogo a nullità se la sanzione non è ivi appositamente prevista. Corte conti reg. Sicilia, sez. giurisd., 15 dicembre 2011, n. 4126.
Se l'atto di citazione contiene una domanda formulata in termini ambigui, il giudice di merito ha il dovere di chiedere alle parti i necessari chiarimenti ex art. 183, comma 4, c.p.c., ovvero imporglieli, ex art. 164 c.p.c.. Se ciò non faccia, il giudice nella sentenza conclusiva del giudizio avrà l'onere di attribuire alla domanda ambiguamente formulata un preciso significato, interpretandola e qualificandola alla luce del complessivo tenore detratto di citazione, ma non potrà giammai ritenerla "non proposta", per non incorrere nel vizio di infrapetizione.
Cassazione civile sez. III 16 aprile 2015 n. 7683 Nullità relative alla vocatio in ius.
La mancanza in una citazione di tutti i requisiti indicati nel comma 1 dell’art. 164 c.p.c. e, quindi, di tutti gli elementi integranti la “vocatio in ius” non vale a sottrarla all’operare dei meccanismi di sanatoria “ex tunc” previsti dai commi 2 e 3 della norma, quando essi operino in relazione al rapporto processuale introdotto con la costituzione dell’attore tramite il deposito della citazione nulla. Ne consegue che, quando la causa, una volta iscritta a ruolo, venga chiamata all’udienza di comparizione, che, per la mancanza dell’indicazione dell’udienza, sarà individuata ai sensi dell’art. 168 bis, comma 4, c.p.c., il giudice, anche in appello, ove il convenuto non si costituisca, deve ordinare la rinnovazione della citazione ai sensi e con gli effetti del comma 1 dell’art. 164 c.p.c., mentre se sia costituito, deve applicare l’art. 164, comma 3, c.p.c., e ritenere sanata “ex tunc” la nullità dell’originaria citazione, salva la richiesta di concessione di termine per l’inosservanza del termine di comparizione. Cass. 16 ottobre 2009, n. 22024.
Qualora l’attore abbia spontaneamente notificato un atto di citazione integrativo, rimediando con esso alle deficienze del primo e l’abbia depositato in riferimento alla controversia anteriormente iscritta a ruolo sulla base della prima citazione, si deve ritenere verificata la sanatoria della nullità relativa al primo atto di citazione “ex tunc” su diretto impulso dell’attore, mentre se detto secondo atto sia oggetto di una seconda iscrizione a ruolo deve escludersi qualsiasi suo rilievo in relazione alla prima citazione, con la conseguenza che in relazione a essa, quando venga chiamata all’udienza ai sensi dell’art. 168 bis debbono operare i meccanismi di sanatoria dei commi 2 e 3 dell’art. 164 c.p.c. Cass. 16 ottobre 2009, n. 22024.
La deduzione con l’atto di appello, da parte del convenuto in primo grado dichiarato contumace, della nullità della citazione introduttiva di quel giudizio per un vizio afferente alla vocatio in ius, non dà luogo, ove ne sia riscontrata la fondatezza dal giudice dell’impugnazione, alla rimessione della causa al primo giudice, atteso che tale ipotesi non è riconducibile ad uno dei casi tassativamente indicati negli art. 353 e 354 c.p.c., ma impone al giudice di appello di rilevare che il vizio si è comunicato agli atti successivi dipendenti, compresa la sentenza, e di decidere la causa nel merito, previa rinnovazione degli atti nulli, senza che, tuttavia, sia necessario disporre la rinnovazione dell’atto di evocazione in giudizio, giacché l’effetto sanante, in relazione a tale atto, deve considerarsi prodottosi, ai sensi dell’art. 156, comma 3, c.p.c., dalla proposizione dell’appello della parte illegittimamente dichiarata contumace in primo grado, ancorché operante ex nunc, poiché, diversamente opinando, si verrebbe a configurare una grave violazione del principio di effettività del contraddittorio, di rilevanza costituzionale. Cass. 15 maggio 2009, n. 11317.
Il giudice di secondo grado può ordinare la rinnovazione della citazione in appello, invalida a causa dell’indicazione dell’ufficio giudiziario senza l’esatta identificazione della sezione distaccata competente (presso la quale la causa era stata iscritta a ruolo e trattata), con effetti ex tunc decorrenti fin dal momento della prima notificazione, trovando applicazione anche nel giudizio di secondo grado l’art. 164 c.p.c. in forza del rinvio alle regole del procedimento di primo grado davanti al tribunale, stabilito nell’art. 359 c.p.c. Cass. 31 luglio 2007, n. 16877.
La citazione in giudizio di una società incorporata in altra è nulla, ai sensi degli art. 163, comma 3, n. 2, e 164 c.p.c., per inesistenza della parte convenuta, poiché tale società, a seguito della fusione per incorporazione, ai sensi dell’art. 2504-bis c.c., si estingue e la società incorporante ne assume i diritti e gli obblighi. La nullità, rilevabile d’ufficio, resta tuttavia sanata a seguito della costituzione in giudizio della società incorporante, atteso che la vocatio in ius di un soggetto non più esistente, ma nei cui rapporti è pur sempre succeduto un altro soggetto, non può considerarsi affetta da un vizio più grave di quello da cui è affetta la vocatio addirittura mancante della indicazione della parte processuale convenuta, che è, comunque, sanabile con la costituzione in giudizio di chi, malgrado il vizio, si è riconosciuto come convenuto. Cass. 11 aprile 2003, n. 5716.
In caso di morte della parte, intervenuta dopo la pubblicazione della sentenza di primo grado e prima della notifica della stessa, effettuata ad istanza degli eredi, l’appello deve essere proposto nei confronti di questi e non contro la parte originaria, ed ove ciò non avvenga - in quanto l’impugnazione sia proposta nei confronti della parte deceduta - la notificazione è affetta da nullità, a norma dell’art. 164, comma 1, c.p.c. (nuovo testo), per omissione del requisito stabilito dall’art. 163, comma 3, n. 2, c.p.c.; tale nullità, tuttavia, è sanata, oltre che per effetto della rinnovazione dell’atto eventualmente disposta dal giudice, anche in forza della costituzione degli eredi ai sensi dell’art. 164, comma 3, c.p.c., restando salvi, con efficacia ex tunc, gli effetti sostanziali e processuali della domanda. Qualora, invece, il decesso si sia verificato nel corso del giudizio e sia stato seguito dalla costituzione degli eredi, è inammissibile l’impugnazione che venga indirizzata nei confronti della parte deceduta, in quanto diretta contro persona diversa da quelle (gli eredi di detta parte) che hanno partecipato al giudizio medesimo e, quindi, non più collegabile alla procedura in corso. Cass. lav., 21 maggio 2009, n. 11848;conforme Cass. 14 gennaio 2011, n. 776; conforme alla prima parte della massima cfr. Cass. 25 febbraio 2008, n. 4721; Cass. lav., 13 aprile 2002, n. 5367.
2.1. Sanatoria. Rinnovazione.
La citazione in giudizio del solo inabilitato, e non anche del suo curatore, integra un’ipotesi di nullità della citazione stessa, ai sensi degli art. 163, comma 3 n. 2 e 164 c.p.c., la cui sanatoria, in mancanza di costituzione dell’inabilitato, è disciplinata non dall’art. 182 c.p.c., ma dagli art. 164, comma 2, e 156, comma 3, c.p.c.; qualora la nullità non sia stata sanata nel giudizio di primo grado, la stessa interposizione dell’appello comporta la sanatoria della nullità della citazione, che non esclude però l’invalidità del giudizio di primo grado, svoltosi in violazione del contraddittorio, e la conseguente nullità della sentenza. Il giudice di appello deve perciò dichiararla e, non potendo rimettere la causa al giudice di primo grado, ai sensi dell’art. 354 c.p.c., è tenuto a trattare la causa nel merito, rinnovando gli atti dichiarati nulli, quando possibile e necessario, ai sensi dell’art. 162 c.p.c. Cass., Sez. Un., 19 aprile 2010, n. 9217.
Il terzo comma dell'art. 164 c.p.c., là dove, in ipotesi di nullità della citazione per inosservanza del termine di comparizione o mancanza dell'avvertimento ai sensi dell'art. 163 n. 7 c.p.c., esclude che la nullità della citazione sia sanata dalla costituzione del convento, se egli eccepisca tali nullità, ed impone al giudice di fissare nuova udienza nel rispetto dei termini, suppone una costituzione del convenuto limitata alla sola deduzione della nullità e non una costituzione che abbia luogo con la formulazione dell'eccezione, accompagnata dalla richiesta di fissazione di una nuova udienza, e, nel contempo, con lo svolgimento delle difese, dovendosi, invece, in tal caso, ritenere verificata la sanatoria della nullità della citazione.
Cassazione civile sez. VI 16 ottobre 2014 n. 21910
La nullità del ricorso proposto nei confronti di soggetto privo di legittimazione ad causam è sanabile, con effetto ex tunc, dal momento della costituzione in giudizio del soggetto passivamente legittimato, impedendo detta costituzione sempre e comunque l’inammissibilità per tardività del gravame, nel caso dei giudizi iniziati dopo il 30 aprile 1995, cui si applica l’art. 164, comma 3, c.p.c., come novellato dall’art. 9 L. 26 novembre 1990 n. 353. Cass. trib., 11 aprile 2011, n. 8177.
In relazione ai procedimenti ai quali si applica la disciplina anteriore alla legge n. 353 del 1990, se l’atto di citazione non rispetta i termini a comparire, è consentita la rinnovazione della citazione prima della declaratoria di nullità dell’atto stesso per inosservanza del termine a comparire, con la conseguenza che, qualora una citazione nulla per inosservanza dei termini di comparizione venga rinnovata, il rapporto processuale si costituisce validamente con decorso dalla notificazione del nuovo atto introduttivo. Cass. 22 giugno 2005, n. 13410.
Nullità relative alla editio actionis.
La nullità della citazione, in riferimento alle modalità di indicazione del “petitum”, sussiste solo nel caso di totale omissione o assoluta incertezza del “petitum” inteso, sotto il profilo formale, come il provvedimento giurisdizionale richiesto, e, sotto quello sostanziale, come il bene della vita di cui si domanda il riconoscimento, tenendo conto che l’indeterminatezza dell’oggetto della domanda, per produrre nullità, deve essere assoluta, come appunto stabilisce detta norma. Relativamente alla “causa petendi”, il giudice ha, invece, il potere-dovere di qualificare giuridicamente l’azione e di attribuire al rapporto dedotto in giudizio un “nomen iuris” diverso da quello indicato dalle parti, purché non sostituisca la domanda proposta con una diversa, modificandone i fatti costitutivi o fondandosi su una realtà fattuale non dedotta e allegata in giudizio tra le parti, essendo questi ultimi a dovere essere puntualmente indicati. La parte può, dunque, anche non indicare, ovvero indicare erroneamente, la ragione giuridica che legittima la sua domanda. Cass. 10 dicembre 2008, n. 28986.
In materia di nullità dell’atto di citazione, i vizi riguardanti la editio actionis sono rilevabili d’ufficio dal giudice, né sono sanati dalla costituzione in giudizio del convenuto, essendo questa inidonea a colmare le lacune della citazione stessa, che compromettono il suo scopo di consentire non solo al convenuto di difendersi, ma anche al giudice di emettere una pronuncia di merito, sulla quale dovrà formarsi il giudicato sostanziale; ne consegue che non può farsi applicazione degli art. 156, comma 3, e 157 c.p.c. essendo la nullità in questione prevista in funzione di interessi che trascendono quelli del convenuto. Cass. 23 agosto 2011, n. 17495; conforme Cass. 18 dicembre 2007, n. 26662.
Il caso di erronea dichiarazione, da parte del giudice di primo grado, della nullità dell’atto introduttivo del giudizio per difetto della editio actionis non è ricompreso tra le ipotesi, specificate dall’art. 354 c.p.c., di rimessione della causa al primo giudice da parte del giudice di appello, sicché quest’ultimo è tenuto a trattare la causa nel merito, considerata altresì la mancanza di una garanzia costituzionale del principio del doppio grado di giurisdizione ed atteso il carattere eccezionale, non suscettibile di interpretazione analogica, del potere del giudice di appello di rimettere la causa al primo giudice. Cass. 8 gennaio 2007, n. 91.
La declaratoria di nullità della citazione - nullità che si produce, ex art. 164, comma 4, c.p.c., solo quando il petitum sia stato del tutto omesso o sia assolutamente incerto - postula una valutazione da compiersi caso per caso, nel rispetto di alcuni criteri di ordine generale, occorrendo, da un canto, tener conto che l’identificazione dell’oggetto della domanda va operata avendo riguardo all’insieme delle indicazioni contenute nell’atto di citazione e dei documenti ad esso allegati, dall’altro, che l’oggetto deve risultare «assolutamente» incerto. In particolare, quest’ultimo elemento deve essere vagliato in coerenza con la ragione ispiratrice della norma che impone all’attore di specificare sin dall’atto introduttivo, a pena di nullità, l’oggetto della sua domanda, ragione che, principalmente, risiede nell’esigenza di porre immediatamente il convenuto nelle condizioni di apprestare adeguate e puntuali difese, con la conseguenza che non potrà prescindersi, nel valutare il grado di incertezza della domanda, dalla natura del relativo oggetto e dalla relazione in cui, con esso, si trovi eventualmente la controparte. Cass. 12 novembre 2003, n. 17023; conforme Cass. 21 novembre 2008, n. 27670.
Nel rito del lavoro, la mancata specificazione da parte dell’attore, in sede di ricorso, degli elementi di fatto e di diritto posti a base della domanda, non individuabili neanche attraverso un esame complessivo dell’atto e della documentazione allegata, ne determina la nullità, la quale si sana però, alla stregua dell’art. 164, comma 5, c.p.c., in virtù della non tempestiva eccezione da parte del convenuto ex art. 157 c.p.c. del vizio dell’atto, dovendosi ritenere, a norma dell’art. 156, comma 2, c.p.c., che l’atto abbia conseguito il suo scopo. Cass. lav., 16 febbraio 2010, n. 3605; conforme Cass. lav., 25 febbraio 2009, n. 4557.
La domanda di riparazione per la durata non ragionevole del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001 n. 89, riguardando un diritto di credito (all’equo indennizzo), necessariamente eterodeterminato, richiede, stante l’esigenza del convenuto di apprestare le proprie difese, la puntuale osservanza dell’art. 164, comma 4, c.p.c., con l’esatta individuazione del petitum e della causa petendi attraverso la corretta ed esaustiva esposizione dei fatti, a tale scopo non potendosi tenere conto della documentazione allegata dall’attore all’atto di citazione, poiché la relativa produzione, a norma dell’art. 165 c.p.c., avviene successivamente, al momento della sua costituzione con finalità meramente probatorie. Cass. lav., 4 febbraio 2009, n. 2683; conforme Cass. 12 dicembre 2008, n. 29241.
3.1. Rinnovazione.
Nel rito del lavoro il ricorrente deve indicare, ai sensi dell’art. 414 n. 4 c.p.c., nel ricorso introduttivo, gli elementi di fatto e di diritto posti alla base della domanda; in caso di mancata specificazione ne consegue la nullità del ricorso da ritenersi sanabile, ai sensi dell’art. 164 c.p.c. Corollario di tale principio è che la mancata fissazione di un termine perentorio da parte del giudice, per la rinnovazione del ricorso o per l’integrazione della domanda, e la non tempestiva eccezione di nullità, da parte del convenuto, comprovano l’avvenuta sanatoria dovendosi ritenere raggiunto lo scopo ai sensi dell’art. 156, comma 2º c.p.c. App. Potenza, 26 gennaio 2012.
3.2. Integrazione.
Assegnato dal giudice ai sensi dell’art. 164, comma 5, c.p.c. all’attore il termine per integrare la domanda, con rinvio della causa ad una successiva udienza per la prima trattazione, laddove il suddetto termine perentorio di cui al citato art. 164, comma 5, c.p.c. per integrare la domanda risulti inosservato, consegue l’effetto preclusivo di una pronuncia sul merito, dovendosi dichiarare l’estinzione del procedimento ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 153 e 307 c.p.c. Trib. Bari, 24 febbraio 2011, n. 711.
La concessione del termine perentorio per l’integrazione della domanda ai sensi dell’art. 164 comma 5 c.p.c. presuppone l’avvenuta costituzione del convenuto, con conseguente applicabilità dell’art. 170 c.p.c., sicché la parte onerata entro il termine perentorio assegnato dal Giudice Istruttore ai sensi dell’art. 164 comma 5 c.p.c., deve integrare la domanda e notificarla al procuratore del convenuto costituito: ne deriva che nell’ipotesi di notifica eseguita nei confronti della parte personalmente, l’integrazione della domanda non potrà considerarsi avvenuta e quindi dovrà essere dichiarata con sentenza la nullità della citazione (in quanto il convenuto, costituendosi in giudizio, ha reso attuale il proprio diritto alla decisione ed al rimborso delle spese di lite). Trib. Torino, 19 novembre 2008.
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