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Timestamp: 2018-10-17 05:19:10+00:00

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L'ordine di demolizione non può essere applicato senza sentenza di condanna. - Avvocato Renato D'Isa
L’ordine di demolizione non può essere applicato senza sentenza di condanna.
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Corte di Cassazione, sezione terza penale, Sentenza 12 settembre 2018, n. 40451.
Sentenza 12 settembre 2018, n. 40451
L’ordine di demolizione non può essere applicato senza sentenza di condanna. Non è sufficiente la declaratoria di estinzione del reato per esito positivo della sospensione della pena con la messa alla prova.
avverso la sentenza del 25/10/2017 del Tribunale di Palmi;
Procuratore Generale Dott. BALDI Fulvio, che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio limitatamente alla parte della sentenza che non dispone la demolizione, con adozione di relativa statuizione.
1. Con sentenza del 25/10/2017, il Tribunale di Palmi dichiarava non doversi procedere nei confronti di (OMISSIS) in ordine al reato di cui all’articolo 81 cpv. cod. pen., Decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, articolo 44, comma 1, lettera c), Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, articolo 181, perche’ estinto per positivo esito della prova, ai sensi dell’articolo 464-septies cod. proc. pen..
2. Propone ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palmi, deducendo – con unico motivo – l’inosservanza ed erronea applicazione della legge penale. Il Tribunale non avrebbe ordinato la demolizione delle opere abusive contestate al (OMISSIS), sebbene imposta dall’articolo 168-ter c.p., comma 2; a mente del quale, infatti, l’estinzione del reato per esito positivo della prova non pregiudica l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie, ove previste dalla legge. L’ordine di demolizione, pertanto, costituirebbe un atto dovuto per il giudice, espressione di un potere autonomo e non meramente suppletivo, si’ che dovrebbe esser emanato anche nel caso di estinzione del reato ex articolo 464-septies cod. proc. pen..
Questa Corte, pronunciandosi su identica questione, ha gia’ affermato che l’ordine di demolizione dell’opera edilizia abusiva, previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 31, comma 9, presuppone la pronuncia di una sentenza di condanna, alla quale non puo’ essere equiparata la declaratoria di estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova, ai sensi dell’articolo 168-ter cod. pen., che prescinde da un accertamento di penale responsabilita’, ferma restando la competenza dell’autorita’ amministrativa ad irrogare la predetta sanzione (Sez. 3, n. 39455 del 10/5/2017, La Barbera, Rv. 271642). In motivazione, in particolare, si e’ affermato che l’articolo 168-ter cod. pen., comma 2 prevede espressamente che l’estinzione del reato per l’esito positivo della messa alla prova non pregiudica l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie, ove previste dalla legge. Si tratta di una previsione necessaria, in quanto il nuovo istituto della messa alla prova – che puo’ essere catalogato, a pieno titolo, nella cause di estinzione del reato (come si ricava inequivocabilmente proprio dal tenore del comma citato, laddove la norma si riferisce agli effetti dell’esito positivo della prova) – si caratterizza, tuttavia, dalle altre cause di estinzione del reato per il suo carattere di strumento di composizione preventiva e pregiudiziale del conflitto penale, insorto con la formulazione dell’accusa verso l’imputato o con l’inizio dell’indagine da parte del pubblico ministero.
4. Il ricorrente sostiene che la disposizione sarebbe stata violata dal giudice di merito, nella misura in cui, registrato l’esito positivo della messa alla prova in relazione ai reati contestati al (OMISSIS), tra cui anche la contravvenzione di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44, lettera c), ne ha dichiarato l’estinzione omettendo di emanare l’ordine di demolizione del manufatto abusivo di cui all’articolo 31 dello stesso D.P.R..
Orbene, la tesi non appare condivisibile.
5. Come noto, l’ordine di demolizione (gia’ previsto dalla L. n. 47 del 1985, articolo 7, u.c.) costituisce l’esplicitazione di un potere sanzionatorio non residuale o sostitutivo, ma autonomo rispetto a quello dell’autorita’ amministrativa, attribuito dalla legge al giudice penale (per tutte, Sez. U, n. 15 del 19/6/1996, Monterisi, Rv. 205336, a mente della quale l’ordine di demolizione adottato dal giudice ai sensi della L. 28 febbraio 1985, n. 47, articolo 7, al pari delle altre statuizioni contenute nella sentenza definitiva, e’ soggetto all’esecuzione nelle forme previste da codice di procedura penale, avendo natura di provvedimento giurisdizionale, ancorche’ applicativo di sanzione amministrativa). Trattasi di una sanzione amministrativa di tipo ablatorio (non di una pena, principale o accessoria, nel senso individuato dalla giurisprudenza CEDU: cfr. da ultimo, Sez. 3, n. 41475 del 03/05/2016, Porcu, Rv. 267977; ne’ di una misura di sicurezza patrimoniale), caratterizzata dalla natura giurisdizionale dell’organo istituzionale al quale ne e’ attribuita l’applicazione, la cui catalogazione fra i provvedimenti giurisdizionali trova ragione giuridica proprio nella sua accessivita’ alla “sentenza di condanna” (vedi Cass., Sez. U., Monterisi, cit.).
6. Da quanto precede, e dalla lettera del citato articolo 31, discende allora che tale ordine richiede comunque la pronuncia di una sentenza di condanna (o ad essa equiparata, come la sentenza di applicazione di pena concordata), non risultando a cio’ sufficiente l’avvenuto accertamento della commissione dell’abuso, come nel caso di sentenza di estinzione per prescrizione (da ultimo, Sez. 3, n. 50441 del 27/10/2015, Franchi, Rv. 265616; tra le altre, Sez. 3, n. 756 del 2/12/2010, Sicignano, Rv. 249154; Sez. 3, n. 8409 del 28/2/2007, Muggianu, non massimata; Sez. 3, n. 10/2/2006, Cirillo, Rv. 233673).
7. In conseguenza di quanto esposto, e contrariamente a quanto argomentato dal Procuratore ricorrente, l’ordine di demolizione del manufatto abusivo, pur avendo natura di sanzione amministrativa, non puo’ essere applicato in conseguenza della declaratoria di estinzione per esito positivo del procedimento di sospensione con messa alla prova, pronuncia che – per i motivi sopra esposti riguardo al carattere del nuovo istituto di strumento di composizione preventiva e pregiudiziale del conflitto penale, che non sembra prevedere un preventivo accertamento di penale responsabilita’ – ben difficilmente puo’ essere equiparata alla “sentenza di condanna” richiesta come presupposto dall’articolo 31 del T.U.E. (argomenti, sul punto, si traggono da Sez. 2, n. 53648 del 05/10/2016, M., Rv. 268635, secondo cui “la sentenza di proscioglimento per esito positivo della messa alla prova, di cui all’articolo 464-septies cod. proc. pen., non e’ idonea ad esprimere un compiuto accertamento sul merito dell’accusa e sulla responsabilita’, sicche’ essa non puo’ essere posta alla base di un contrasto di giudicati tra coimputati per il medesimo reato che abbiano diversamente definito la loro posizione processuale”; si veda anche Sez. 3, n. 14750 del 20/01/2016, Genocchi, Rv. 266387, secondo cui “L’ordinanza di sospensione del procedimento con messa alla prova, di cui all’articolo 464-quater cod. proc. pen., non determina l’incompatibilita’ del giudice nel giudizio che prosegua con le forme ordinarie nei confronti di eventuali coimputati, trattandosi di decisione adottata nella medesima fase processuale che non implica una valutazione sul merito dell’accusa ma esclusivamente una delibazione sull’inesistenza di cause di proscioglimento immediato ai sensi dell’articolo 129 cod. proc. pen. nonche’ una verifica dell’idoneita’ del programma di trattamento e una prognosi favorevole di non recidiva”).
Cio’ non comporta, evidentemente, che l’ordine di demolizione, in quanto tale, rimanga irrimediabilmente precluso dall’intervenuta estinzione del reato, perche’ anzi, proprio in forza dell’espressa previsione dell’articolo 138-ter cod. pen., esso potra’ e dovra’ essere irrogato, ricorrendone i presupposti di legge, dalla autorita’ amministrativa preposta; significando solo che non ricorrono le condizioni di legge per la concorrente impartizione da parte del giudice penale, in ragione del particolare esito processuale che non consente l’integrazione del presupposto processuale (sentenza di condanna) previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 31.
8. Chiarito tale profilo – e rigettato dunque il motivo di ricorso del Procuratore su di esso concentrato – appare opportuno a questa Corte a soffermarsi ancora sul tema del rapporto tra reati edilizi e messa alla prova. Va premesso che e’ da escludere, a dispetto dell’incompiutezza della disposizione normativa (articolo 168-bis cod. pen.) che, in presenza dei reati inclusi nella forbice edittale prevista, l’imputato possa esercitare un diritto alla messa alla prova, restando al giudice il solo sindacato di verifica della ricorrenza dei presupposti formali: al contrario, la concessione del beneficio della sospensione del procedimento con messa alla prova, ai sensi della norma citata, e’ rimessa al potere discrezionale del giudice e postula un giudizio volto a formulare una prognosi positiva riguardo all’efficacia riabilitativa e dissuasiva del programma di trattamento proposto ed alla gravita’ delle ricadute negative sullo stesso imputato in caso di esito negativo (Sez. 4, n. 9581 del 26/11/2015, dep. 08/03/2016, Quiroz, Rv. 266299); la pretesa funzione deflattiva non costituisce, infatti, lo scopo della probation, la quale, senza incidere sul rilievo penale del fatto e senza troncare il processo, al fine di favorire il recupero alternativo dell’autore del reato, avvia un sub-procedimento, che seguendo da presso l’esperimento della prova, nel caso auspicabile di buon esito, si conclude con la declaratoria di estinzione del reato. Escluso dunque ogni automatismo, va ancora considerato che secondo la testuale previsione dell’articolo 168-bis cod. pen. la messa alla prova comporta la prestazione di condotte volte alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonche’, ove possibile, il risarcimento del danno dallo stesso cagionato; l’istituto prevede altresi’ l’affidamento dell’imputato al servizio sociale, per lo svolgimento di un programma che puo’ implicare, tra l’altro, attivita’ di volontariato di rilievo sociale, ovvero l’osservanza di prescrizioni relative ai rapporti con il servizio sociale o con una struttura sanitaria, alla dimora, alla liberta’ di movimento, al divieto di frequentare determinati locali. La lettura della disposizione evidenzia chiaramente – come dimostra la posizione attribuita nel comma e il successivo uso del termine “altresi'” – che il legislatore ha inteso assegnare rilievo prioritario, e pregiudiziale rispetto all’affidamento dell’imputato al servizio sociale, alla “eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato”: deve essere allora chiaro che la mera eventuale prestazione delle attivita’ in senso al servizio sociale non esplica alcuna efficacia, ai fini del positivo superamento della messa alla prova, in assenza di condotte teleologicamente volte, e concretamente ed univocamente idonee, alla eliminazione del danno o del pericolo derivante dal reato.
9. Da quanto premesso deriva – con riguardo alla materia che occupa – che la praticabilita’ della sospensione con messa alla prova nei reati edilizi, formalmente ricompresi nella cornice edittale che consente l’applicazione dell’istituto, passa obbligatoriamente per l’eliminazione delle conseguenze dannose dei reati in questione, ossia per la preventiva e spontanea demolizione dell’abuso edilizio ovvero per la sua riconduzione alla legalita’ urbanistica ove ricorrano i presupposti per la cd. sanatoria di (doppia) conformita’.
10. Tali condotte – come gia’ indicato – sono pregiudiziali (in senso logico, ma non necessariamente cronologico) rispetto all’affidamento dell’imputato in prova al servizio sociale e alla verifica del suo positivo esito, ed impongono pertanto al giudice di operare un corretto controllo, anche mediante le opportune e necessarie verifiche istruttorie, sul puntuale e integrale raggiungimento dell’obiettivo della eliminazione delle conseguenze del reato edilizio, non potendosi ammettere – come pare essere avvenuto nella fattispecie in esame, senza pero’ che tale profilo, in difetto di impugnazione sul punto, possa essere oggetto di censura da parte di questa Corte – che venga dichiarata l’estinzione del reato, per compiuto e positivo esito, in presenza di un abuso non completamente demolito o non integralmente sanato (ricorrendone le condizioni) sul piano urbanistico.
11. Ne consegue che, nella materia edilizia, la corretta applicazione, da parte del giudice, della sospensione del processo con messa alla prova passa, doverosamente, per la preventiva verifica della avvenuta effettuazione, da parte dell’imputato, di condotte atte a ripristinare l’assetto urbanistico violato con l’abuso, o mediante la sua piena e integrale demolizione ovvero mediante la sua riconduzione, ove possibile, alla legalita’ attraverso il rilascio di un legittimo (e dunque non condizionabile all’esecuzione di futuri interventi) titolo abilitativo in sanatoria; di modo che tale verifica rende, almeno nella normalita’ dei casi, implicitamente superata la problematica – erroneo bersaglio dell’odierna impugnazione – del potere/dovere del giudice di ordinare la demolizione anche a seguito di sentenza ex articolo 168-ter cod. pen., nella misura in cui, secondo il descritto fisiologico decorso delle cadenze procedimentali, tale ordine giudiziale non dovrebbe infatti avere piu’ ragion d’essere una volta accertata l’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2018-10-10T09:50:27+00:0010 ottobre 2018|Cassazione civile 2018, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Diritto|0 Commenti

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