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Timestamp: 2020-08-06 15:19:53+00:00

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Art. 2 codice della strada - Definizione e classificazione delle strade - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 2 Codice della strada
B- Strada extraurbana principale: strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico invalicabile, ciascuna con almeno due corsie di marcia e banchina pavimentata a destra, priva di intersezioni a raso, con accessi alle proprietà laterali coordinati, contraddistinta dagli appositi segnali di inizio e fine, riservata alla circolazione di talune categorie di veicoli a motore; per eventuali altre categorie di utenti devono essere previsti opportuni spazi. Deve essere attrezzata con apposite aree di servizio, che comprendano spazi per la sosta, con accessi dotati di corsie di decelerazione e di accelerazione.
F-bis - Itinerario ciclopedonale: strada locale, urbana, extraurbana o vicinale, destinata prevalentemente alla percorrenza pedonale e ciclabile e caratterizzata da una sicurezza intrinseca a tutela dell'utenza debole della strada.
5. Per le esigenze di carattere amministrativo e con riferimento all'uso e alle tipologie dei collegamenti svolti, le strade, come classificate ai sensi del comma 2, si distinguono in strade «statali», «regionali», «provinciali», «comunali», secondo le indicazioni che seguono. Enti proprietari delle dette strade sono rispettivamente lo Stato, la regione, la provincia, il comune.
(1) Inserito dalla legge n. 214 del 1° agosto 2003, di conv. del decreto-legge n. 151/2003 e da ultimo modificato dal D.Lgs. 15 marzo 2010, n. 66, a decorrere dal 9 ottobre 2010.
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relative all'articolo 2 Codice della strada
Norma di riferimento: Articolo 2 Codice della strada - Definizione e classificazione delle strade | Quesito Q201821192
mercoledì 11/04/2018 - Marche
“Una strada, classificata in mappa come vicinale, da oltre cinquanta e più anni non viene più utilizzata per l'uso pubblico ed il proprietario del terreno limitrofo ed i suoi successori l'hanno da sempre coltivata. La strada si trova fuori dal centro abitato, non ha toponomastica, non ha servizi, nè illuminazione, non collega altre vie pubbliche ed è situata in aperta campagna. Su detta strada, inserita nell'elenco delle strade pubbliche, il comune ha autorizzato un privato a collocarvi una condotta di acqua, sempre di natura privata. L'attuale proprietario del fondo vuole agire per far negare la servitù di passaggio della condotta sulla parte di strada da sempre coltivata.Essendo la strada di natura vicinale e non più utilizzata da immemorabile tempo all'uso pubblico, il proprietario del fondo può agire nei confronti di chi ha posizionato la condotta e nei confronti dell'ente sul presupposto che la parte di strada interessata debba presumersi, secondo il criterio delle presunzioni legali, di sua proprietà in quanto strada vicinale e, quindi, di natura privata in base all'art. 3 punto 52 Codice della Strada, e non demaniale ?”
Non può assolutamente mettersi in dubbio che la strada vicinale, come disposto dall’art. 3 n. 52 del codice della strada (D.lgs. n. 285 del 30.04.1992 e successive modifiche ed integrazioni), sia una strada di natura privata, situata fuori dai centri abitati e destinata ad un uso pubblico.
La sua natura privata, infatti, si fa discendere semplicemente dal fatto che essa appartiene pur sempre ai proprietari dei fondi che vi si affacciano, mentre il suo uso pubblico si sostanzia in una servitù di passaggio riconosciuto in favore della collettività dei cittadini.
In termini ancora più pratici avremo che, mentre il c.d. sedime della strada rimane di proprietà di coloro che sono titolari dei terreni latistanti, all’ente pubblico viene riconosciuto un diritto reale di transito ex art. 825 c.c.
Diverse possono essere le forme di costituzione di questo diritto reale di transito, potendosi spaziare dall’usucapione, al titolo negoziale e finanche a quell’antico istituto conosciuto dal diritto romano della c.d. dicatio ad patriam (consistente nell’accordo tra i diversi proprietari interessati, volto a mettere a disposizione del pubblico la strada, sottoponendola all’uso della collettività).
Tuttavia, nell’esaminare tale tipologia di strade non ci si può fermare soltanto alla lettura della norma sopracitata.
Infatti, altra norma di sicuro interesse, almeno per la soluzione del nostro caso, è quella contenuta nell’art. 2 comma 6 lettera d) dello stesso codice della strada, il quale dispone che “Ai fini del presente codice, le strade > sono assimilate alle strade comunali”.
Ciò però deve intendersi nel senso che l’assimilazione della strada vicinale a quella comunale non può che valere ai soli fini della circolazione stradale, mentre non può per nulla incidere sul regime della proprietà della strada gravata dall’uso pubblico; in tal senso, dunque, spettano al Comune territorialmente competente, e per esso ovviamente al Sindaco, le funzioni di vigilanza e polizia sulle strade vicinali.
A ciò si aggiungano le seguenti altre considerazioni:
la circostanza che quella strada risulti classificata in mappa come vicinale, e sia dunque iscritta nell’elenco delle strade gravate da uso pubblico, non può assumere natura costitutiva, potendo al più rivestire funzioni meramente dichiarative, nel senso che ciò pone in essere una presunzione iuris tantum di uso pubblico, superabile con la prova contraria della inesistenza di tale diritto di godimento da parte della collettività (in tal sez. V senso si vedano Corte di Cassazione, Sez. II Civ. con sentenza n. 4938 del 24.04.1992; T.A.R. Campania Napoli, Sez. V, sentenza n. 286 del 4 agosto 1994)
in ogni caso, il solo esercizio dell’uso pubblico di una strada privata, esercizio che qui neppure esiste, non comporta la nascita di un diritto pubblico di proprietà o di servitù pubblica, se non in presenza di un titolo di diritto pubblico o privato ovvero del suo acquisto per usucapione con il decorso di venti anni (così T.A.R. Lazio Sez. II sentenza n. 303 del 16 marzo 1993);
la servitù di uso pubblico, infine, deve intendersi pur sempre nel senso che un bene privato viene destinato al servizio di una collettività indeterminata di soggetti uti cives e non uti singuli (cioè per l’uso di un singolo individuo); si ritiene che non sia neppure sufficiente che l’utilizzo della strada avvenga solo in favore di proprietari di fondi vicini.
Alla luce delle considerazioni appena svolte, dunque, non può che concludersi per l’illegittimità del provvedimento adottato dall’ente pubblico in questione, in quanto impositivo di una servitù che potremmo definire di acquedotto coattivo, che va ben al di là degli scopi per cui una strada privata può essere qualificata come vicinale ad uso pubblico, consistenti appunto nel consentire la circolazione stradale.
Peraltro, va ancora sottolineato che, potendo la classificazione in mappa di quella strada come vicinale assumere natura di una semplice presunzione iuris tantum, al fine di dimostrare il contrario sarà sufficiente dare prova del fatto che la medesima non viene più utilizzata da tantissimi anni per un uso pubblico, risultando perfino coltivata (anche quest’ultima si ritiene possa essere prova alquanto facile da fornire in un eventuale giudizio).
A questo punto, dunque, ciò che si consiglia è di proporre in prima battuta istanza all’ente pubblico per l’annullamento in autotutela del provvedimento con il quale è stata autorizzata la servitù di acquedotto, facendosi rilevare che un tale tipo di servitù, pur prevista dall’art. 1033 c.c. tra le servitù coattive, necessita per la sua costituzione dell’accordo delle parti (risultante da contratto regolarmente trascritto) ovvero di un provvedimento giurisdizionale, mentre l’art. 1032 c.c. consente la sua costituzione con atto dell’autorità amministrativa soltanto “nei casi specialmente determinati dalla legge”.
In tale istanza sarà opportuno porre ben in evidenza che l’area di sedime di quella strada vicinale è pur sempre di proprietà privata e che l’uso pubblico non può andare al di là della circolazione stradale, così come i provvedimenti che il Comune ha il potere di emettere non possono avere diversa finalità.
E’ chiaro che l’art. 21 nonies della Legge 241 del 1990, sulla base del quale si ha il diritto di chiedere l’annullamento in autotutela del provvedimento emesso, rimette alla pubblica amministrazione la scelta discrezionale di utilizzare o meno il potere di autotutela, con la conseguenza che la stessa amministrazione, a fronte della domanda di riesame, non avrà alcun obbligo di rispondere.
In tal caso, non resterà altra soluzione che quella di ricorrere all’autorità giudiziaria, al fine di ottenere una sentenza che riconosca l’inesistenza di una servitù di uso pubblico su quella strada (in quanto inserita solo in mappa come vicinale, ma in effetti utilizzata per altri fini da tempo immemorabile), nonché la condanna del vicino a rimuovere la condotta ivi posizionata, in assenza di valido titolo per compiere tale opera.
Norma di riferimento: Articolo 2 Codice della strada - Definizione e classificazione delle strade | Quesito Q201718803
domenica 30/04/2017 - Trentino-Alto Adige
Sono proprietaria di una casa con giardino, ove abito con la mia famiglia, e di una piccola strada di circa 270 metri quadrati (45 x 6); strada da me acquisita nel 1980 nella situazione giuridica e di fatto tuttora esistente, e che, dalla pubblica via consente l’accesso, pedonale e carraio, alla mia abitazione e ad altri quattro fondi che godono di un diritto di passo e ripasso a piedi e con mezzi su tutta la sua estensione.
Da molto tempo ormai, nonostante la presenza di idonea segnaletica (divieto di fermata e di sosta su ambo i lati) e le mie continue rimostranze verbali e scritte, i proprietari dei fondi dominanti (e non solo) che, tra l’altro, ben si guardano dal partecipare a qualsivoglia attività manutentiva, anche di minuto mantenimento (pulizia, sgombero neve, ecc.) ostentano di fatto, con i comportamenti – talvolta anche arroganti -, il diritto di parcheggiare le proprie autovetture e/o quelle dei loro aventi causa (visitatori, artigiani ecc.), pur avendo la possibilità di farlo all’interno dei rispettivi fondi ed in presenza, sulla pubblica via, di idonei stalli – sia pure a pagamento – quasi sempre disponibili.
Questa situazione, da me espressamente tollerata per brevi periodi e/o per temporanee esigenze di carico e scarico in modo da mantenere sereni i rapporti di buon vicinato, pur non impedendo o limitando l’accesso alla mia abitazione, costituisce pur sempre una temporanea – benché continua – lesione di un mio diritto che ne risulta, di fatto e di diritto, affievolito, soprattutto in qualche caso, anche per diverse giornate consecutive.
Questo ancor più nel caso in cui i confinanti debbano soddisfare le più svariate esigenze manutentive delle rispettive proprietà; infatti abbastanza frequentemente, sulla stradina in questione, vengono parcheggiati automezzi di artigiani e/o allestiti piccoli ed improvvisati cantieri senza che alcuno si degni di chiedere il permesso, informando la sottoscritta sui tempi e le modalità di occupazione. Di contro alle mie rimostranze – sempre esternate in modo civile – vengono dedotte le più svariate motivazioni, talvolta – come già anticipato – in modo arrogante ed offensivo.
La cosa, tra l’altro, oltre che infastidirmi per una questione di diritto, mi preoccupa non poco soprattutto per quanto riguarda eventuali responsabilità – anche di ordine penale – che, direttamente o indirettamente, potessero derivare per danni, a persone e cose, che dovessero accadere sulla mia proprietà, posto che, tra l’altro, non mi sembra – almeno per quanto posso direttamente osservare – che queste lavorazioni, sia pure di piccola o media entità, vengano svolte nel pieno rispetto della vigente normativa in materia di tutela della salute e della sicurezza dei luoghi di lavoro.
Pertanto dal momento che, prima o poi, di fronte a reiterati comportamenti illegali, non potrò più limitarmi – anche per una questione di immagine – a delle semplici rimostranze – verbali o scritte che siano -, desidero acquisire un Vostro qualificato parere circa le più appropriate azioni legali da intraprendere e, soprattutto, conoscere, sulla scorta di consolidata giurisprudenza, quali siano i margini di una loro positiva conclusione, dal momento che, personalmente, non nutro molta fiducia nell’operato della magistratura, spesso orientato – in analoghe casistiche – a comprendere e/o giustificare i comportamenti illegali, piuttosto che salvaguardare i principi e i diritti sanciti dal nostro Ordinamento Giuridico. In altre parole desidero capire se valga la pena intraprendere una qualche eventuale azione legale senza correre il rischio di ritrovarmi, oltre che con il danno, anche con le beffe: ciò anche in considerazione del fatto che, proprio recentemente, la magistratura trentina ha concluso una analoga vertenza archiviando il caso.
A corredo di questa mia esposizione dei fatti, che spero sufficientemente chiara ed esaustiva, fornisco alcune fotografie, che documentano varie situazioni succedutesi nel tempo.
Del tutto recentemente poi sono venuta a conoscenza che ambedue i condomìni, corrispondenti alle p. ed. 4090 e p. ed. 4182, confinanti “a filo” con la stradina sopracitata, sarebbero intenzionati a realizzare una isolazione “a cappotto” dei rispettivi edifici: tale isolazione però, nella facciata di confine con la nota stradina, verrebbe – per l’entità del suo spessore, pari normalmente 12/15 cm – ad occupare in modo permanente la mia proprietà, riducendo per due lunghi tratti (rispettivamente ml. 8,50 e ml. 11,50 circa) la larghezza della strada stessa.
Anche per tale problematica gradirei conoscere il Vostro parere, sia in merito alla probabilità che tale intervento possa essere efficacemente contrastato, sia alle eventuali azioni da intraprendere.
Consulenza legale i 08/05/2017
La materia sulla quale si è chiamati ad esprimere un parere è stata in diverse occasioni oggetto di attenzione da parte della giurisprudenza, la quale sembra favorevolmente orientata a voler riconoscere tutela a chi si trova costretto a subire comportamenti del genere di quelli lamentati.
Intanto si ritiene interessante segnale il parere 2507/2016 del 29 aprile 2016, con il quale il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti si è occupato delle strade private ad uso pubblico e nel quale, richiamando la nozione che di strada dà l’art. 2 comma 1 del Codice della strada (decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285, nel quale si definisce strada "l'area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali"), ha sancito che ogni strada di natura privata, per il solo fatto di permettere l’accesso a tutte le altre case che nel corso del tempo vi vanno sorgendo e di collegare tali case alla pubblica via, diventa ad uso pubblico, ma nello stesso tempo continua a rimanere privata perché su terreno di proprietà privata, il quale non ha formato oggetto di esproprio da parte del Comune.
La destinazione ad uso pubblico di tale strada legittima il diritto di chiedere l'autorizzazione al Comune volta ad installare la segnaletica stradale, con la conseguenza che, secondo quanto previsto dall'art. 38 comma 10 del Codice della Strada, la Polizia Municipale potrà elevare le multe (rectius: sanzioni amministrative) nelle strade di proprietà privata aperte all'uso pubblico e che i fruitori di tale strada saranno tenuti a rispettare i segnali stradali in base a quanto indicato dal comma 2 del medesimo articolo 38 del Codice della Strada.
Questo viene confermato anche dall'art.75 del D.P.R.16 dicembre 1992, n.495 che al comma 2 recita: “I segnali sono obbligatori anche sulle strade ed aree aperte ad uso pubblico, quali strade private..”
Quest’ultima norma, tuttavia, mette in evidenza che il campo d'azione della Polizia Municipale si limita alle strade private di uso pubblico, ma non può estendersi alle strade private di uso privato, e ciò per la semplice ragione che se la strada privata è chiusa da cancelli o sbarre che ne limitino la circolazione al pubblico, il vigile non potrà fisicamente accedervi per controllare che vi siano irregolarità nella sosta.
Il parere del Ministero dei Trasporti specifica anche che nelle strade private ad uso privato la segnaletica, se presente, deve essere conforme a quella prevista dal Codice della Strada e non può essere di fantasia, e ciò in conformità a quanto previsto nel già citato art. 38 comma 10 del Codice della Strada.
Detto questo, dunque, una prima soluzione pratica e più immediata potrebbe essere quella di eliminare il cancello di ingresso, in modo da far sì che la strada interessata possa assumere la natura di strada privata ad uso pubblico, con tutte le conseguenze favorevoli che ne potranno derivare (ossia, possibilità di intervento della Polizia Municipale ed anche, se necessario, di un carroattrezzi).
Qualora, invece, comprensibili esigenze di sicurezza inducano a non voler adottare tale soluzione, obbligato sarà il ricorso all’autorità giudiziaria nei termini che qui di seguito si specificheranno.
Intanto va detto che di tale materia si sono occupati sia la giurisprudenza di legittimità che quella di merito, ed in particolare si segnalano da ultimo la sentenza del Tribunale di Nola del 4 febbraio 2014 nonché la sentenza della Corte di Cassazione n. 27940 del 13 dicembre 2013, le quali hanno in particolare trattato il problema abbastanza diffuso della sosta selvaggia nel cortile condominiale, fattispecie per certi versi analoga a quella in esame.
Secondo le citate sentenze, in casi come quello di specie sarebbe possibile ricorrere alla tutela possessoria, disciplinata nel nostro ordinamento dall’art. 1168 c.c., norma la quale prevede che chi è stato violentemente ed occultamente spogliato dal possesso può chiedere, entro un anno dallo spoglio, di esserne reintegrato.
In particolare, si ritiene che sussistano entrambi gli elementi richiesti dalla predetta norma, ossia:
- l’elemento oggettivo che coincide con la perdita del potere di fatto sulla cosa che spetta anche agli altri aventi diritto;
- l’elemento soggettivo che coincide con la volontà del soggetto o dei soggetti che esercitano lo spoglio di agire contro la volontà degli altri possessori.
Nel caso di specie la privazione del possesso e della detenzione del bene si materializza nell’utilizzo improprio della stradella privata da parte di coloro che ne hanno diritto di passaggio.
Una volta individuata la ricorrenza di entrambi gli elementi, chi ha subito lo spoglio può agire in giudizio tramite una domanda di manutenzione del possesso ( art. 703 cpc).
La prova che la condotta assunta da coloro che fanno un uso scorretto della stradella abbia interferito con l'esercizio del possesso da parte di tutti gli altri aventi diritto può esser data anche a mezzo di rappresentazioni fotografiche.
L'utilizzo improprio della stradella determina il duplice effetto di rendere difficoltoso il transito da parte degli altri abitanti e di inibire a questi stessi l'uso della porzione di stradella occupata; ciò consentirà al giudice investito della relativa controversia di riconoscere il carattere antigiuridico di tale condotta, e di poter ordinare a chi l’abbia posta in essere di lasciare libera la porzione di suolo indebitamente occupata, con condanna al pagamento delle spese processuali.
L’aspetto negativo di tale forma di tutela, però, non è tanto quello di riuscire ad ottenere una sentenza favorevole, quanto quello di mettere concretamente in esecuzione tale sentenza, ossia di riuscire a fare in modo che colui o coloro in danno dei quali sia stata pronunciata vi diano volontaria o coattiva esecuzione (o meglio, continuino a rispettare la sentenza dopo la sua messa in esecuzione coattiva).
Questa è la ragione per cui, malgrado le buone probabilità di ottenere un giudizio favorevole, non si ritiene opportuno consigliare di seguire tale via.
Altra soluzione potrebbe essere quella di agire sul piano penale, e ciò sulla base della soluzione fatta propria dalla Corte di Cassazione, Sez. V Penale n. 603/2012, la quale ha affermato che integra il reato di violenza privata (art. [[n610]] c.p.) non solo la condotta di chi effettua il parcheggio della propria autovettura in modo tale da impedire intenzionalmente a un'altra persona di uscire dal parcheggio comune, ma anche il reiterato rifiuto di spostare l'auto, dovendosi in questo caso ravvisare la costrizione con violenza dell'altrui volontà nel mantenimento stesso della vettura in posizione irregolare.
Un’ultima alternativa può essere quella di adottare un regolamento contrattuale per l’uso della stradella privata, vietando la sosta prolungata lungo tale via (tranne per i casi di evidente ed imprescindibile necessità), prevedendo la possibilità di irrogare una sanzione pecuniaria per il caso di mancato rispetto di tali divieti, e ciò in conformità a quanto previsto dall’art. 70 delle disposizioni di attuazione del codice civile.
Si potrebbe anche regolamentare il diritto a procedere con mezzi propri alla rimozione del veicolo parcheggiato negli spazi vietati, affidando ad esempio l'incarico a una impresa specializzata e addebitando al molestatore tutte le spese sostenute per la rimozione e per il ricovero forzato del veicolo.
Per quanto concerne, infine, l’ulteriore problema relativo alla realizzazione di un isolamento a cappotto di alcuni degli edifici prospicienti la stradella, si ritiene che non possa negarsi tale diritto ai rispettivi proprietari, ma che nel contempo si debba fare ricorso alle norme dettate dal codice civile in materia di servitù, ed in particolare alla norma di cui all’art. 1053 c.c. la quale, sebbene dettata in materia di servitù di passaggio coattivo, detta un principio di carattere generale, ossia quello secondo cui al proprietario del fondo servente deve comunque essere riconosciuto il diritto ad essere indennizzato per l’occupazione del suolo, e ciò nella misura prevista dal primo comma dell’art. 1038 c.c.

References: Articolo 2
 Articolo 2
 art. 825
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Articolo 2
 articolo 38
 art. 38
 sentenza 
 sentenza 
 art. 703
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 sentenza