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Timestamp: 2018-08-21 16:28:03+00:00

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Contratto verbale: decreto ingiuntivo impossibile
> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 gennaio 2016
Revocato il decreto ingiuntivo, emesso dietro presentazione di fattura, ma a fronte di un accordo non scritto tra debitore e creditore: manca il requisito della certezza e della liquidità della somma.
È illegittimo, e può essere revocato (in caso, ovviamente, di opposizione) il decreto ingiuntivo richiesto dal creditore a fronte di un accordo concluso solo verbalmente tra le parti. È questa la conclusione cui perviene il Giudice di Pace di Taranto con una recente sentenza [1].
Come noto, il decreto ingiuntivo può essere emesso dietro esibizione, da parte del creditore, di una prova scritta del proprio credito. Il concetto di prova scritta, però, in questa fase del processo [2], è più ampio rispetto a quello invece – contenuto nel codice civile [3] – cui si deve far riferimento per la fase istruttoria del processo. E questo perché, se nel primo caso assumono rilievo anche le fatture le quali, benché emesse autonomamente dal creditore, possono fondare l’emissione del decreto ingiuntivo, nel secondo caso, invece, per parlarsi di “prova documentale” è necessario avere tra le pani un atto pubblico, una scrittura privata o le riproduzioni meccaniche di fatti come fotografie o fotocopie o registrazioni (queste ultime purché non contestate dalla controparte).
Ebbene, nel corso del processo ordinario, che si apre a seguito dell’opposizione del debitore, le fatture non hanno più rilievo e il creditore deve dimostrare il proprio credito attraverso una prova certa, che dia contezza del preciso importo di cui egli pretende il pagamento (si parla, a riguardo, di “liquidità” e “determinatezza” del credito). Solo la prova documentale può fornire tale elemento di raffronto e di dimostrazione affinché il giudice confermi il decreto ingiuntivo.
Non si può, al contrario, far riferimento ad accordi verbali intercorsi tra le parti, poiché, in tal caso, l’unico elemento di prova che il presunto creditore potrebbe vantare sarebbe la testimonianza. E, come noto, nel caso di controversia avente ad oggetti contratti, la testimonianza può essere ammessa a discrezione del giudice qualora l’importo ecceda 2,58 euro [4]. E qui è il punto: la testimonianza sarebbe una prova troppo generica e priva di validi appigli concreti per poter affermare che il credito è liquido, certo e determinato. Dunque, stando così le cose, il giudice deve per forza revocare il decreto ingiuntivo emesso sulla base di un semplice accordo verbale.
L’atteggiamento del giudice è di profonda sfiducia nei confronti della prova testimoniale: da un lato perché caratterizzata dalle dichiarazioni contrastanti dei testi delle due parti, che finiscono per confermare ciascuno la tesi del soggetto che lo ha chiamato; dall’altro perché è ormai inverosimile che tra operatori commerciali si concludano accordi verbali, attesi i numerosi mezzi che la tecnologia mette a disposizione per la stipula di contratti di in tempo reale ( fax, email, PEC, ecc.).
[1] G.d.P. Taranto, Dr. Martino Giacovelli, sent. del 19.01.2016.
[2] Art. 633 e ss. cod. proc. civ.
[3] Art. 2699 cod. civ.
[4] Art. 2721 cod. civ.
Il Dr. Giacovelli Martino, ha pronunciato la seguente
nella causa iscritta al n° 4526/2015, avente ad oggetto: opposizione a precetto per la somma di € 2.633,00, riservata all’udienza del 31.12.2015, nella causa promossa da:
S.r.l., in persona del legale rapp.te p.t., con sede in Taranto rappresentata e difesa dall’avv. Giorgia S. con studio in Taranto Attrice – opponente
S.r.l. in persona del legale rapp.te p. t., corrente in Taranto ed ivi elettivamente domiciliata, presso lo studio dell’avv. D.Q., dalla quale è rappresentata e difesa in virtù di mandato a margine del ricorso per ingiunzione di pagamento. Convenuta in Opposizione
Conclusioni come l’opponente:
“ In via preliminare, ove richiesta, rigettare l’istanza di provvisoria esecuzione del decreto ingintivo opposto;
nel merito, dichiarare nullo, revocare e/o annullare il decreto ingiuntivo opposto n. 469/15 r.g. n. 1551/15…con condanna alle spese di giudizio.”
1) in via preliminare, concedere la provvisoria esecuzione ex art. 648 cpc del decreto ingiuntivo n.469/2015 emesso dal Giudice di Pace di Taranto in data 5.03.2015, essendo l’opposizione non fondata su prova scritta e/o di pronta soluzione;
–2)– nel merito e senza che vi sia rinuncia alla prefata richiesta, rigettare l’opposizione proposta nella domanda attorea, in quanto infondata in fatto ed in diritto, con conferma integrale del decreto ingiuntivo opposto nr. 469/2015 repertoriato al nr. 1551/2015 R.G.; per l’effetto
–3) condannare la C. srl in persona del legale rappresentante pro tempore ex art. 96 c.p.c. per lite temeraria, con condanna alla refusione delle spese giudiziarie e compensi professionali tutti del presente giudizio, compensi che dovranno essere determinati secondo il tariffario vigente oltre cpa ed iva e spese di registrazione.
In subordine si chiede a riprova e conferma di tutto quanto sin qui asserito da questa difesa- l’ammissione dei mezzi istruttori prova per testi …sulle circostanze indicate nel verbale di udienza e sulle circostanze indicate nel presente atto che qui si hanno tutte per integralmente trascritte precedute tutte dalla locuzione “vero che”.
Con atto di citazione notificato in data 30.04.2015 la C. proponeva opposizione al Decreto Ingiuntivo n. 469/2015 emesso dal Giudice di Pace di Taranto in data 05.03.2015 con cui si ingiungeva all’odierna opponente di pagare la somma di € 2.633,00.
In data 16.07.2015 si costituiva in cancelleria la parte opposta la quale premetteva e sosteneva, tra l’altro, quanto segue:
Che la S. S.r.l., in data 14 giugno 2014, forniva attrezzature maxi schermo, palco completo di service audio/luci., gruppo elettrogeno così come approvato dalla C. srl in occasione della manifestazione tenutasi presso il Parco dei Mirti quartiere Paolo VI Taranto;
Che a seguito dell’opera e successivamente alla conclusione della indetta manifestazione, la S.r.l. S. provvedeva a concludere la propria prestazione con il materiale invio alla C. srl della fattura nr. 43 del 19 giugno 2014 per il pattuito importo di €. 2.150,00 (I.V.A. esclusa) avente ad oggetto la fornitura del servizio reso;
Che nonostante l’emissione di fattura e richiesta di pagamento la C.srl non corrispondeva alla S. quanto dovuto a saldo della fattura sopra enumerata;
Che stante l’inopinato ed immotivato comportamento assunto dalla Società C. srl, la S. S.r.l. veniva indotta a ricorrere al competente Giudice di Pace di Taranto, affinchè lo stesso, letto il ricorso ed esaminati gli atti posti a fondamento della procedura monitoria, provvedesse all’emissione di decreto di ingiunzione nei confronti della C. srl.;
Che l’Ufficio del Giudice di Pace adito, in data 5/03/2015 emetteva decreto ingiuntivo nr. 469/2015 repertoriato al nr. 1551/2015 R.G., con cui ingiungeva alla C. srl in persona del suo legale rappresentante di pagare in favore dell’allora istante la somma di €. 2.623,00 iva inclusa, oltre interessi di cui al D. Lgs. 231/2002, maggiorate di spese e competenze legali, fissando i termini per proporre eventuale opposizione;
Che Detto decreto veniva così notificato dalla S. S.r.l. il 25/03/2015;
Che con atto di citazione notificato in data 30 aprile 2015 , la C. srl, proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo sopra enumerato, evocando in giudizio la S. S.r.l. per la citata udienza del 16/07/2015 ora e luogo di rito dell’intestato Ufficio dei Giudici di Pace di Taranto per ivi sentire ed accogliere le avverse conclusioni da intendersi trascritte per relatiomen.
All’udienza di comparizione del 17 settembre 2015 le parti erano invitate a comporre bonariamente la controversia con rinvio all’udienza del 13.11.2015.
La causa era ritenuta matura per la decisione sulla base della documentazione depositata e precisamente: a) originale comparsa costituzione e risposta;b) originale ricorso per ingiunzione di pagamento; 1) fascicolo procedimento monitorio, 2) originale atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo; 3-4) visura internet composizione nominativi del team della C. srl, 5) comunicazione dell’A. a C. del 17/6/2014; 6) comunicazione del C. Roberto all’A. del 18/6/2014; 7) fattura n43/14 del 19/6/2014, 8) reportage fotografico manifestazione; 9) racc. a.r. del 21.10.14.
Fallito ogni tentativo di conciliazione la causa era rinviata all’udienza del 31.12.2015 per la precisazione delle conclusioni e discussione, dove era trattenuta in decisione.
In via preliminare si osserva che la modifica dell’art. 115 c.p.c. avvenuta a seguito della legge 18 giugno 2009 n. 69 prevede che: “salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero nonché i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita”.
L’ultimo inciso («fatti non specificamente contestati») ha, di fatto, convalidato la giurisprudenza di Cassazione che, a partire dall’arresto a Sezioni Unite del 2002 (sentenza n. 761), ha affermato l’esistenza, nell’ordinamento processuale civile, di un onere di contestazione per le parti, legato ai fatti introdotti dall’altra, ritenendo che il deficit di contestazione “rende inutile prove il fatto, poiché non controverso … vincolando il giudice a tenerne conto senza alcuna necessità di convincersi della sua esistenza.“
Premesso ciò, si conferma l’orientamento di questo GDP in riferimento alla nuova formulazione dell’art. 115 Cpc modiﬁcato a partire dal 04.07.2009 dalla legge n. 69/2009, che dispone : “Salvo i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento delle decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non contestati dalla parte costituita. Inoltre, in virtù del combinato disposto degli artt. 115 e 167 c.p.c., che per la costatante interpretazione che di questi ha fatto la giurisprudenza, appare altresì.” il principio in forza del quale il Giudice deve porre a fondamento della decisione i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita”. Così, infatti, sul punto si è espressa la Suprema Corte: “L’art. 167 c.p.c., impone al convenuto l’onere di prendere posizione sui fatti costitutivi del diritto preteso da controparte, considera la non contestazione un comportamento univocamente rilevante ai fini della determinazione dell’oggetto del giudizio, con effetti vincolanti per il giudice, che dovrà astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato e dovrà ritenerlo sussistente, in quanto l’atteggiamento difensivo delle parti espunge il fatto stesso dall’ambito degli accertamenti richiesti” (Cass. 5356/2009; Cass. 12636/2005).”E ancora “L’onere di speciﬁca contestazione, introdotto, per i giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della legge n. 353 del 1990, dall’art. 167, primo comma, cod. proc. civ., imponendo al convenuto di prendere posizione sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda, comporta che i suddetti fatti, qualora non siano contestati dal convenuto stesso, debbono essere considerati incontroversi e non richiedenti una specifica dimostrazione” (Cass. Civ. 18399/2009). In argomento, peraltro, hanno avuto modo di pronunciarsi anche le Sezioni Unite, secondo cui “il difetto di contestazione, da parte del convenuto, dei fatti allegati dall’attore a fondamento della domanda, ne implica la ammissione in giudizio” (Cass. Civ. Sez. Unite n. 761 del 2002).”
Detto principio di non contestazione è stato recentemente rivisitato dalla Corte di Cassazione che nel confermare il dovere a carico del giudice di porre a fondamento della decisione anche i fatti non specificatamente contestati dalle parti costituite, subordina tale operatività alla precisa e dettagliata allegazione dei fatti ad opera della parte che invoca la non contestazione (Cassazione civile , sez. III, sentenza 24.03.2015 n° 5482).
La circostanza dedotta con la quale il sig. A. in data 17 giugno 2014 ore 14.30 ( dopo la prestazione eseguita antecedentemente in data 14.06.2014) ha contattato il sig. R. C., nella già spiegata qualità, per la “questione inerente il palco di Paolo VI” e dopo che le parti in questione hanno disquisito verbalmente, accordandosi sul quantum dovuto a fronte di detta prestazione d’opera dietro la corresponsione di euro 2.300,00 iva esclusa riducendosi detta somma ad euro 2.100,0 iva esclusa, non può essere assunta a prova determinante la quantificazione dell’importo oggetto di ingiunzione.
Si aggiunge che non si può non considerare che nella controversia di cui in argomento non possono soccorrere le prove testimoniali invocate dalla parte opposta, atteso che i rapporti contrattuali, specialmente tra soggetti costituiti da società, necessariamente devono essere regolati in forma scritta, non essendo sufficiente a posteriori l’emissione della fattura di pagamento della prestazione.
A tal riguardo la Corte di Cassazione ha stabilito: “ I limiti di ammissibilità’ della prova testimoniale stabiliti, riguardo ai contratti, dagli art. 2721 ss. c.c., concernono il “contratto” nell’accezione tecnica precisata dall’art. 1321 c.c. e, pertanto, all’infuori delle ipotesi, espressamente previste dall’art. 2726 c.c., del pagamento e della remissione del debito, non sono estensibili agli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale – come il riconoscimento del debito – in forza della disposizione dell’art. 1324 c.c., la quale invece estende a tali atti, in quanto con essi compatibili, soltanto le norme che disciplinano il contratto nel suo aspetto sostanziale.( Cassazione civile, sez. III, 7 maggio 1980 n. 3004).
La stessa Corte ha aggiunto le seguenti precisazioni: “In tema di prova testimoniale dei contratti, il principio per cui le nullita’ riguardanti l’ammissione e l’espletamento della prova in violazione degli art. 2721 ss. c.c. hanno carattere relativo, onde non essendo rilevabili d’ufficio restano sanate se non eccepite dalla parte interessata nella prima istanza o difesa successiva alla loro verificazione (art. 157 c.p.c.), trova deroga soltanto nel caso in cui la scrittura sia imposta dalla legge a pena di nullita’, cioe’ non per la prova, ma per l’esistenza stessa del contratto.”( Cassazione civile sez. III, 12 maggio 1999, n. 4690).
Inoltre, la Corte ha precisato inoltre che: “ La facolta’ di ammettere la prova per testi oltre il limite di valore stabilito dall’art. 2721 c.c. costituisce un potere discrezionale del giudice di merito, il quale, quando ritiene di non esercitarlo, non e’ tenuto a spiegarne i motivi. (Cassazione civile, sez. I, 15 marzo 1983 n. 1899).
La speciale tutela accordata dal Legislatore con il procedimento per decreto ingiuntivo è ancorata alla natura ed all’oggetto della pretesa nonché dell’esistenza di una prova scritta. La rubrica dell’articolo 633 del Codice di rito parla espressamente di “condizioni di ammissibilità” del procedimento per ingiunzione, precisando poi, nel corpo della norma, che la procedura in questione, a differenza del processo ordinario di cognizione può essere attivata solo sulla base di un diritto di credito del quale si dà prova scritta e avente ad oggetto una somma di denaro, una determinata quantità di cose fungibili ovvero una cosa mobile determinata. Trattasi di presupposti processuali speciali della procedura monitoria che devono sussistere, nella fattispecie dedotta, unitamente ai presupposti generali comuni alle altre forme ordinarie di giudizio. Con riguardo al concetto di prova scritta in generale occorre notare come la nozione che se ne ricava dall’articolo 633 del Codice di Procedura Civile sia meno rigorosa di quella desumibile dagli articoli 2699 e seguenti del Codice Civile: in questi ultimi sono indicati, sotto la rubrica “prove documentali”, l’atto pubblico e la scrittura privata nonché le riproduzioni meccaniche di fatti o cose ed è sempre richiesta, in qualche modo, un’attività (quanto meno di non disconoscimento) del debitore. Nel procedimento monitorio si possono avere prove scritte che prescindono da qualsiasi comportamento o atteggiamento del soggetto nei cui confronti tali prove vengono fatte valere, anche se con efficacia limitata alla fase sommaria.
L’utilizzazione del procedimento monitorio, come è noto, è consentito a fronte di un diritto di credito avente ad oggetto il pagamento di una somma di denaro ovvero la consegna di una determinata quantità di cose fungibili o di una cosa mobile determinata e quindi di qualsiasi prestazione di dare che costituisca il contenuto di un rapporto obbligatorio: al di fuori di tali ipotesi, il ricorso alla procedura monitoria è inammissibile.
Il credito avente ad oggetto una somma di denaro deve essere liquido, come recita l’articolo 633 comma 1 e cioè determinato nel suo ammontare sulla base di una semplice operazione aritmetica ed esigibile nel senso che deve essere scaduto il termine previsto per l’adempimento; in particolare e con specifico riguardo anche all’elemento della prova scritta, la sussistenza del credito, la sua determinazione quantitativa e le sue condizioni di esigibilità devono essere desumibili, sulla base di parametri obiettivi, dal contenuto dei documenti prodotti con il ricorso.
Non può certamente considerarsi liquido ed esigibile il credito in ipotesi derivante da un rapporto essenzialmente verbale, intervenuto tra soggetti di cui sono dubbi i loro poteri di rappresentanza dell’organismo per il quale agiscono, quali sono appunto le società. Meglio in tale ipotesi azionare il processo ordinario con tutte le incombenze previste ( Negoziazione assistita, mediazione, ecc.).
Il decreto ingiuntivo, nella sua essenza di procedimento speciale sommario può sussistere solo se corretto in tutti gli elementi richiesti dagli artt. 642 e successivi del c.p.c.
Detti elementi non possono essere modificati: il decreto d’ingiunzione deve essere preciso e completo in tutti gli elementi, né può essere accolto in subordine, anche a seguito di una interpretazione logico-sistematica, non potendosi ricorrere all’utilizzo del procedimento sommario di ingiunzione, in assenza della sussistenza di elementi fondamentali, quali la quantificazione, la sua liquidità e una prova scritta formatasi antecedentemente all’emanazione del decreto.
Relativamente alle spese di giudizio, non é superfluo rammentare che l’istituzione del Giudice di Pace ha come compito principale quello di dirimere bonariamente le controversie tra le parti, proprio per evitare ulteriori fasi del giudizio che inflazionano gli Organi superiori della Giustizia ( Tribunale, Cassazione, ecc.), né il GDP è tenuto a rispondere in ogni punto alle deduzioni avanzate dalle parti, specialmente se del tutto ovviamente infondate.
Di conseguenza il decreto ingiuntivo impugnato non può che essere revocato, invitando ancora una volta le parti a ricercare una soluzione bonaria.
Per quanto riguarda le spese, diritti di procuratore ed onorario di avvocato, le stesse vanno compensate ai sensi dell’art. 92 c.p.c., attesa la mancata disponibilità delle parti a ricercare una soluzione conciliativa.
Il Giudice di Pace di Taranto, dr. Martino Giacovelli, definitivamente pronunciando sulla opposizione della C. Srl contro la S. Srl nella sua qualità, ogni altra istanza, eccezione, deduzione rigettata, cosi provvede:
accoglie l’opposizione;
di conseguenza revoca il decreto ingiuntivo emesso in data 5/03/2015 con il nr. 469/2015, repertoriato al nr. 1551/2015 R.G., con cui è stato ingiunto alla C. srl il pagamento in favore della S. Srl della somma di €. 2.623,00 iva inclusa;
Così deciso in Taranto, 19 gennaio 2016 Il Giudice di Pace

References: sentenza 
 Art. 633
 Art. 2699
 Art. 2721
 art. 648
 art. 96
 Cass. 
 sentenza 
 art. 2721
 art. 2721