Source: http://www.rzlex.it/2018/06/
Timestamp: 2018-12-14 17:22:29+00:00

Document:
giugno 2018 - RZLEX - Avvocato Romina Zanvettor
Veneto Banca: aperto un nuovo filone di indagini
Mentre tutti si attendevano che, ormai, prima dell’estate, nessuna novità sarebbe giunta sul versante “Veneto Banca”, la scorsa settimana si è diffusa una notizia che, invece, consente di ipotizzare nuovi possibili scenari.
Infatti, come riportato anche da “La Tribuna” (sul punto si rimanda al seguente link http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2018/06/20/news/dissesto-di-veneto-banca-la-procura-di-treviso-apre-una-nuova-indagine-1.16981858), la procura di Treviso, competente sul crac dell’ex popolare montebellunese da quando Roma le ha trasferito il relativo processo, ha aperto un nuovo fascicolo d’indagine sull’intervenuto crollo di Veneto Banca.
Dalle indiscrezioni trapelate, sembrerebbe che l’inchiesta, attualmente ancora a carico di ignoti, farebbe seguito a numerose denunce di ex soci e mirerebbe ad aprire una lente di ingrandimento sull’attività di certificazione dei bilanci svolta, per conto dell’ex popolare veneta, dalla società di revisione PricewaterhouseCoopers spa (Pwc).
I magistrati trevigiani, in particolare, vorrebbero chiarire se vi siano stati episodi di certificazioni non veritiere sull’effettivo stato di salute di Veneto Banca (in parole semplici, si vorrebbe appurare se qualcuno abbia manipolato i numeri di bilancio per nascondere la reale situazione finanziaria dell’istituto di credito) e, per tale motivo, stanno indagando per il reato di falso in revisione.
Lo Studio Legale terrà monitorata la vicenda e, non appena dovessero emergere elementi più concreti in merito ad un’eventuale responsabilità di Pwc (o di altri soggetti), provvederà ad informarVi senza ritardo.
Banca Popolare di Vicenza: processo sospeso fino a settembre
Lo scorso sabato, presso il Tribunale di Vicenza, si è svolta l’ennesima udienza della vicenda giudiziaria riguardante il crac dell’ex popolare vicentina.
Agli avvocati presenti in aula, il G.U.P. Dott. Roberto Venditti ha dato lettura di un’ordinanza, con cui è stata disposta la sospensione del processo fino al prossimo 29 settembre.
Si è già ricordato, infatti, che, nelle scorse settimane, i legali di alcuni imputati avevano chiesto lo spostamento dell’iter giudiziario da Vicenza a Trento, a causa di una serie di circostanze (tra cui, per esempio, il prorompente clamore mediatico rivestito dalla vicenda) che, a detta delle difese, priverebbero l’intero ufficio giudiziario vicentino della necessaria serenità di giudizio.
Ebbene, su tale istanza, è la Corte di Cassazione a doversi pronunciare ed è, altresì, notizia della scorsa settimana che la questione, assegnata alla V sezione, dovrebbe essere decisa intorno alla seconda decade di settembre (la discussione è, infatti, stata fissata per il 14 settembre, come riportato anche da https://www.ilgazzettino.it/vicenza_bassano/crack_popolare_vicenza_udienza_congelata-3801349.html).
Nell’attesa, dunque, che i Supremi Magistrati facciano definitiva chiarezza sul punto, il G.U.P non ha potuto fare altro che applicare il codice di procedura penale e, di conseguenza, disporre il “congelamento” del giudizio, attualmente ancora in fase di udienza preliminare.
Fortunatamente, questa dilatazione delle tempistiche non avrà particolari risvolti negativi per i risparmiatori traditi, posto che, in questo arco temporale, i termini di prescrizione rimarranno sospesi nei confronti di tutti gli imputati.
Lo Studio Legale Vi aggiornerà prontamente sui futuri sviluppi della vicenda che, presumibilmente, dovrebbero giungere dopo l’estate.
Gli obblighi informativi dell’intermediario e responsabilita’
L’attività di intermediazione finanziaria è, di per sé, connaturata da una situazione di asimmetria informativa tra l’intermediario e l’investitore, in conseguenza della quale il primo dispone di determinate informazioni, mentre il secondo ne è generalmente privo e impossibilitato a ottenerle autonomamente.
Al fine di porre rimedio a tale situazione, il legislatore ha imposto stringenti e precisi obblighi informativi che l’intermediario è tenuto a rispettare e che sono contenuti oggi nell’art. 21 T.U.F. (D.Lgs. n. 58/1998), che prevede testualmente che tale soggetto debba “acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati” (art. 21, comma 1, lett. b)[1] e nel Regolamento Intermediari n. 20307/2018, che ha da poco abrogato il previgente Regolamento n. 16190/2007[2].
Analizzando la disposizione, si nota anzitutto che il flusso informativo procede in due direzioni: da un lato le informazioni provengono dal cliente e vanno “raccolte” dall’intermediario (cd. informazione passiva), dall’altro vengono rese dall’intermediario nei confronti del cliente, affinché quest’ultimo, comprendendo appieno la natura del servizio offerto, i suoi rischi e rendimenti, assuma in modo consapevole decisioni di investimento o disinvestimento per il suo tramite (cd. Informazione attiva).
Per quanto concerne la prima tipologia di doveri informativi, ovverosia la raccolta delle notizie e informazioni fornite dal cliente e la sua “profilatura”, quel che si rileva è che l’intermediario non deve rimanere relegato in un ambito di mera elaborazione di dati formalmente comunicatigli, ma deve attivamente compartecipare a tale attività, verificando scientemente le dichiarazioni del cliente, la comprensibilità delle sue domande da parte dell’investitore e anche eliminare le eventuali incongruenze che potrebbero risultare nella scheda finanziaria.
Nella determinazione delle informazioni da raccogliere l’intermediario deve anzitutto tenere conto della natura del cliente: ad esempio, la sua età e la condizione lavorativa costituiscono elementi fondamentali al fine della valutazione di adeguatezza di un eventuale investimento, atteso che, l’impatto di una errata scelta finanziaria, certamente, andrebbe a influire sulla situazione patrimoniale dell’investitore, con poche possibilità di poter ripristinare la situazione patrimoniale quo ante.
Dal dettato dell’art. 21 T.U.F., si evince inoltre che l’informativa non si esaurisce nella sola fase iniziale del rapporto contrattuale, ma si estende all’intera durata del contratto, per espressa previsione dello stesso articolo, che utilizza l’avverbio “sempre” nella parte in cui stabilisce che l’intermediario si adoperi affinché il cliente sia adeguatamente informato.
Alla base della complessiva finalità della previsione dettata in tema di obblighi informativi dell’intermediario finanziario sta, invero, la considerazione secondo cui ogni investitore razionale è avverso al rischio, sicché il medesimo, a parità di rendimento, sceglierà l’investimento meno aleatorio e, a parità di alea, quello più redditizio, se non si asterrà perfino dal compiere l’operazione, ove l’alea dovesse superare la sua propensione al rischio.
La maggior parte dei contenziosi in questa materia trae origine dalla mancata informativa fornita all’investitore dall’intermediario in occasione delle operazioni di investimento, poiché, nel caso in cui il risparmiatore investa il proprio denaro acquistando uno strumento finanziario senza essere stato adeguatamente informato circa i rischi dell’operazione e la natura del prodotto finanziario, quest’ultimo (l’intermediario) è tenuto a risarcire il danno subito.
Va preliminarmente ricordato, che, nei giudizi di risarcimento danni, l’onere di aver adempiuto diligentemente ai propri doveri informativi è posto in capo all’intermediario, ai sensi dell’art. 23 comma 6 T.U.F.[3].
La giurisprudenza formatasi in tema di violazione degli obblighi informativi è vastissima, ma il denominatore comune cristallizzatosi nel tempo è l’esigenza di fornire al cliente un’informativa sostanziale, concreta e dettagliata, che non possa, cioè, esaurirsi nella mera consegna dell’Informativa Precontrattuale o di altra documentazione (Prospetto Informativo, test di adeguatezza e appropriatezza, allegati al contratto di intermediazione finanziaria), attesa la genericità dell’informativa ivi contenuta, che non è idonea a far comprendere al cliente le caratteristiche e i rischi sottesi all’investimento in un prodotto finanziario (ex multis Trib. Roma, 8 ottobre 2004, n. 29207; Trib. Genova, 15 marzo 2005; Trib. Roma, 25 maggio 2005; Trib. Firenze, 30 maggio 2004; Trib. Roma, 29 luglio 2005, n. 17539).
Sul tema si riporta una recente sentenza dei Giudici di legittimità: “Nella prestazione di servizi di investimento, la norma dell’art. 21 TUF impone all’intermediario di fornire all’investitore un’informazione adeguata in concreto, tale cioè da soddisfare le specifiche esigenze del singolo rapporto, avuto riguardo alle caratteristiche personali e alla situazione finanziaria del cliente. Al fine di assolvere tale obbligo in relazione alla singola operazione di investimento, l’intermediario deve fornire indicazioni idonee a descriverne la natura (la quantità e la qualità dei prodotti in questione), ed a rappresentarne la specifica rischiosità” (Cass. Civ., 28 febbraio 2018, n. 4727).
Si pensi che è stato addirittura affermato che la produzione di un’attestazione, sottoscritta dal cliente, di conformità degli investimenti eseguiti ai suoi obiettivi di investimento e di consapevolezza dei rischi espressi nel documento generale non è di per sé idonea ad assolvere l’onere della prova, gravante sull’intermediario, circa la comunicazione di informazioni tali da assicurare la consapevolezza, da parte del risparmiatore, della natura dell’operazione e dei relativi rischi (cfr. Trib. Palermo, 17 gennaio 2005).
Né tantomeno l’eventuale rifiuto da parte dell’investitore di fornire informazioni sulla propria situazione finanziaria, i propri obiettivi di investimento e la propensione al rischio, può esimere la Banca dall’informare il medesimo sul prodotto finanziario che si accinge ad acquistare: la mancanza di queste notizie dovrebbe indurre l’intermediario, semmai, a considerare prudenzialmente l’investitore quale soggetto con basso profilo di rischio e, quindi, ad astenersi dall’effettuare le negoziazioni e i collocamenti rischiosi (cfr. Trib. Catania, 19 giugno del 2008: “in assenza di informazioni provenienti dal cliente e altresì in assenza di informazioni reperibili in altro modo sulla sua situazione patrimoniale e propensione al rischio, si possono (al più) ritenere come adeguate solo le operazioni di basso livello di rischio”).
Il profilo di rischio, la natura dello strumento finanziario, comprendenti l’eventuale rischio di liquidità, devono, in sostanza, essere illustrati con apposite analisi e simulazioni. In tal senso si è espressa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 2535 del 2016, stabilendo che: “la forma della comunicazione deve essere comprensibile ed appropriata affinché i clienti possano ragionevolmente comprendere la natura del servizio di investimento e del tipo specifico di strumenti finanziari interessati e i rischi ad essi connessi e, di conseguenza, possano prendere le decisioni in materia di investimenti in modo consapevole”.
E ancora: “Non è sufficiente una spiegazione generale delle caratteristiche delle componenti derivative elementari, ma occorre una dettagliata e puntuale informazione in merito al rischio, all’effetto leva, alla liquidità del prodotto, alla volatilità del prezzo; non essendo ammissibile l’utilizzo di moduli informativi prestampati e standardizzati” (App. Milano, n. 2069 del 2016).
Alla luce di questi orientamenti, si può agevolmente sostenere che vi è concreta tutela legale degli investitori nei confronti degli intermediari che violano gli obblighi informativi nello svolgimento dell’attività di intermediazione finanziaria.
[1] A onor di cronaca, all’intermediario è imposto un dovere informativo sin dagli albori della disciplina di settore – e, quindi, anche da prima dell’entrata in vigore del Testo Unico Finanziario -, basti pensare all’art. 6 L. n. 1/1991 (“Nello svolgimento delle loro attività le società di intermediazione mobiliare: …. d) devono acquisire preventivamente le informazioni sulla situazione finanziaria del cliente rilevanti ai fini dello svolgimento delle attività di intermediazione mobiliare; e) devono operare in modo che il cliente sia sempre adeguatamente informato sulla natura e sui rischi delle operazioni, sulle loro implicazioni e su qualsiasi atto, fatto o circostanza necessari per prendere consapevoli scelte di investimento o di disinvestimento”) e all’art. 17 del D.Lgs n. 415/1996 (“nella prestazione dei servizi previsti dal presente decreto le imprese d’investimento e le banche devono: … b) acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati”).
[2] L’art. 27 del Regolamento CONSOB del 29 ottobre 2007, n. 16190 stabiliva che “tutte le informazioni, comprese le comunicazioni pubblicitarie e promozionali, indirizzate dagli intermediari a clienti o potenziali clienti devono essere corrette, chiare e non fuorvianti. Le comunicazioni pubblicitarie e promozionali sono chiaramente identificabili come tali. Gli intermediari forniscono ai clienti o potenziali clienti, in una forma comprensibile, informazioni appropriate affinché essi possano ragionevolmente comprendere la natura del servizio di investimento e del tipo specifico di strumenti finanziari interessati e i rischi ad essi connessi e, di conseguenza, possano prendere le decisioni in materia di investimenti in modo consapevole. Tali informazioni, che possono essere fornite in formato standardizzato, si riferiscono: a) all’impresa di investimento e ai relativi servizi; b) agli strumenti finanziari e alle strategie di investimento proposte, inclusi opportuni orientamenti e avvertenze sui rischi associati agli investimenti relativi a tali strumenti o a determinate strategie di investimento; c) alle sedi di esecuzione e d) ai costi e oneri connessi“.
[3] Art. 23, comma 6, T.U.F.: “Nei giudizi di risarcimento dei danni cagionati al cliente nello svolgimento dei servizi di investimento e di quelli accessori, spetta ai soggetti abilitati l’onere della prova di aver agito con la specifica diligenza richiesta”.
Banca Popolare di Vicenza: autorizzata la chiamata in causa di SGA
Qualcosa si sta muovendo nelle cause civili relative al risarcimento dei danni in favore degli azionisti di Banca Popolare di Vicenza.
E’ di qualche giorno fa il primo provvedimento di un Giudice del Tribunale di Venezia – Sez. delle Imprese – che ha autorizzato la chiamata di SGA S.p.A. (Società per la Gestione di Attività), società a cui i Commissari Liquidatori di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, in data 11 aprile 2018, http://www.sgaspa.it/wp-content/uploads/2018/04/Comunicato-stampa-del-11.04.2018-SGA-CS-contratto-acq-crediti-DEF.pdf hanno ceduto i crediti classificati deteriorati.
La pronuncia in oggetto è relativa a un contenzioso insorto tra un risparmiatore e Banca Popolare di Vicenza per operazioni di acquisto titoli di emissione dello stesso Istituto di credito, cui era collegato un finanziamento.
A seguito della messa in liquidazione coatta amministrativa della Banca, il processo è stato interrotto e, successivamente, riassunto nei confronti anche di Banca Intesa SanPaolo S.p.A., in virtù dei precedenti pronunciamenti del GUP di Roma e del Tribunale di Vicenza, che hanno ritenuto la stessa cessionaria responsabile nei confronti di terzi e per tutti i debiti pregressi.
Nelle more dell’udienza di comparizione, fissata per il 6 giugno u.s., però, è arrivata all’investitore anche la prima lettera da parte di SGA S.p.A., con cui la società ha chiesto il rientro dall’esposizione debitoria.
A quel punto, i difensori dell’attore, in udienza, hanno domandato al Giudice la chiamata in causa anche di SGA, istanza che è stata accolta dal Tribunale.
Attualmente, dunque, nel procedimento citato, oltre alla Banca originaria, il contraddittorio è esteso anche a Intesa SanPaolo e SGA.
Per conoscere gli sviluppi dovremo aspettare il 21 novembre p.v., data della prossima udienza, in cui anche la terza chiamata comparirà avanti il Giudice, ma certamente questa decisione dà speranza a tutti i risparmiatori “traditi”.
Breve guida agli adempimenti sulla Privacy. Alla luce del nuovo regolamento U.E. n.679/2016
http://www.rzlex.it/wp-content/uploads/2018/06/Regolamento-privacy.mp4
Profili fiscali delle transazioni in materia di lavoro e relative problematicita’
Nelle controversie in materia di lavoro, molto spesso il datore di lavoro e il lavoratore decidono di soddisfare le proprie pretese in sede stragiudiziale, attraverso i cd. accordi transattivi[1]. I motivi di tale scelta sono principalmente i costi che deriverebbero dal contenzioso giudiziale e l’alea dello stesso.
Tuttavia, non sempre è facile comprendere la portata degli effetti fiscali che caratterizzano l’accordo de quo, soprattutto quando questo negozio viene utilizzato per estinguere il rapporto di lavoro tra le parti e riconoscere un risarcimento danno al dipendente.
La problematica della assoggettabilità a tassazione delle somme percepite a titolo di risarcimento del danno è legata principalmente al dato testuale della disciplina legislativa in materia e, in particolare, degli artt. 6, 17 e 51 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (Tuir).
L’art. 6, comma 2, Tuir, infatti, stabilisce che solo “i proventi conseguiti in sostituzione di redditi (…) a titolo di risarcimento dei danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o morte, costituiscono redditi della stessa categoria di quelli sostituiti o perduti”.
Purtroppo, attorno all’infelice formulazione del citato articolo, si sono generati nel tempo molti dubbi, soprattutto se si confronta la disposizione suddetta a quella contenuta nell’art. 17 del medesimo Testo Unico, che, invece, sottopone a tassazione separata (considerandoli, pertanto, imponibili) il “trattamento di fine rapporto di cui all’articolo 2120 del codice civile e indennita’ equipollenti (…); altre indennita’ e somme percepite una volta tanto in dipendenza della cessazione dei predetti rapporti, comprese l’indennita’ di preavviso, le somme risultanti dalla capitalizzazione di pensioni e quelle attribuite a fronte dell’obbligo di non concorrenza ai sensi dell’articolo 2125 del codice civile nonche’ le somme e i valori comunque percepiti, al netto delle spese legali sostenute, anche se a titolo risarcitorio o nel contesto di procedure esecutive, a seguito di provvedimenti dell’autorità giudiziaria o di transazioni relativi alla risoluzione del rapporto di lavoro dell’autorita’ giudiziaria o di transazioni relativi alla risoluzione del rapporto di lavoro (lett. a) e “le indennità spettanti a titolo di risarcimento, anche in forma assicurativa, dei danni consistenti nella perdita di redditi relativi a più anni” (lett. i), o, ancora, a quella di cui all’art. 51, comma 1, che stabilisce che il reddito di lavoro dipendente è costituito da tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro.
Si è posto, quindi, il problema di definire la natura delle indennità percepite in relazione più o meno stretta con il rapporto di lavoro per stabilire se le medesime siano da considerare risarcimenti esenti da imposta, ai sensi dell’art. 6, ovvero risarcimenti dei danni consistenti nella perdita di redditi relativi a più anni, sottoposti a tassazione separata ex art. 17, o somme percepite in dipendenza del rapporto di lavoro, sottoposte a tassazione ordinaria dall’art. 51.
All’esito di un fervido dibattito giurisprudenziale e di un processo elaborativo con cui è stata recepita dalla giurisprudenza tributaria la distinzione di danno tipicamente civilistica, si è giunti alla conclusione che è escluso, in via generale, dalla nozione di reddito l’indennizo qualificabile come mera reintegrazione patrimoniale che non rappresenti un flusso di reddito nuovo (cd. danno emergente), mentre restano assoggettati a imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) quegli indennizzi risarcitori del lucro cessante, in quanto emolumenti sostitutivi di un reddito che il danneggiato non ha potuto conseguire per effetto dell’evento lesivo.
Una volta chiarita la non tassabilità del c.d. danno emergente, la giurispudenza si è poi occupata di inquadrare le differenti tipologie di indennità percepite in occasione del rapporto di lavoro in una o nell’altra fattispecie di danno.
Ma, attulamente, l’intertevento giurisprudenziale non è affatto risolutivo sul tema, permanendo una grande incertezza sull’argomento.
Ancora oggi, infatti, nonostante vi siano numerosissime pronunce orientate a riconoscere le somme erogate dal datore di lavoro a seguito di licenziamento ingiustificato quale risarcimento del danno emergente, si contrappone un diverso filone che propende, piuttosto, per il riconoscimento, nelle medesime ipotesi, di un lucro cessante.
In questa operazione ermeneutica, allora, è fondamentale il ruolo del contribuente stesso che abbia avanzato istanza di rimborso danni, atteso che è proprio il lavoratore-contribuente a dover fornire un’adeguata prova circa la natura di danno emergente della voce risarcitoria ottenuta, quali, ad esempio, i certificati medici, le perizie medico-legali, oppure eventuali denunce/diffide formulate.
E tale onere è stato espressamente attribuito al lavoratore dai Giudici della Suprema Corte di Cassazione Sezione Tributaria, i quali hanno stabilito che alla somma versata al lavoratore, a fronte di definizione transattiva della controversia relativa alla cessazione del rapporto, deve essere presuntivamente attribuita, al di là delle qualificazioni formalmente adottate dalle parti, la natura di ristoro della perdita delle retribuzioni che la prosecuzione del rapporto avrebbe implicato, e, quindi, di risarcimento di un danno qualificabile come lucro cessante, con conseguente applicabilità dell’art. 6 citato (cfr. Cass. Sez. Trib., sentenza 24.09.2003, n. 14167).
L’unica fattispecie in cui, allo stato, si registra una certa uniformità di orientamento è quella del danno biologico, figura di creazione dottrinale-giurisprudenziale, ritenuta non tassabile, in quanto considerato lesione alla salute – tutelato dall’art. 31, comma 1, Cost. non solo come interesse della collettività, ma anche come diritto fondamentale dell’individuo – che altera l’equilibrio psicofisico della persona, in grado di provocare ripercussioni negative in ogni ambito, anche personale e familiare, in cui si svolge la personalità dell’individuo.
Pertanto, in virtù di tale natura, il danno biologico rappresenta una categoria a sè stante, che si differenzia, cioè, sia dalle conseguenze squisitamente economiche (derivanti dalla effettiva riduzione dei redditi o dalla ridotta capacità di guadagno), sia dalle sofferenze di ordine puramente morale.
Per tale fattispecie, addirittura, la giurisprudenza di legittimità ha previsto l’inversione dell’onere in capo all’ufficio fiscale, che deve provare, qualora nel verbale di conciliazione/transazione sia indicato che l’importo è corrisposto al lavoratore per il ristoro del danno biologico, che invece tale somma è stata corrisposta per un titolo diverso (cfr. Cass. Sez. Trib., sentenza 23.09.2016 n. 18629).
In conclusione, essendo la materia piuttosto delicata, è consigliabile la massima prudenza in sede di redazione dell’accordo transattivo qualora vi sia una pretesa risarcitoria da liquidare, cercando di precisare nel testo quanti più fatti e circostanze comprovanti la natura del danno non patrimoniale, al fine di evitare che esso venga considerato lucro cessante e, quindi, tassabile.
[1] L’istituto della transazione è disciplinato all’art. 1965 c.c., che dispone: “La transazione è il contratto col quale le parti, facendosi reciproche concessioni, pongono fine a una lite già incominciata o prevengono una lite che può sorgere tra loro.
Con le reciproche concessioni si possono creare, modificare o estinguere anche rapporti diversi da quello che ha formato oggetto della pretesa e della contestazione delle parti”.

References: sentenza 
 sentenza 
 Art. 23
 art. 17
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 Cass. Sez. 
 sentenza