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Timestamp: 2018-03-19 09:33:32+00:00

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Corte dei conti febbraio 2018 by Laboratorio Polizia Democratica - issuu
Corte dei Conti febbraio 2018-chiesta riliquidazione del trattamento di quiescenza mediante il calcolo dell’ “indennità di funzione” o “operativa” di cui all’art. 18 del DPCM n. 8 del 1980, corrisposta in servizio e non valutata in quiescenza
ESITO NUMERO SENTENZA 32
ANNO MATERIA PUBBLICAZIONE 2018 PENSIONI 28/02/2018
REPUBBLICA ITALIANA N° 32/2018 IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE DEI CONTI SEZIONE GIURISDIZIONALE PER IL VENETO IL GIUDICE UNICO DELLE PENSIONI Nella pubblica udienza del 21 febbraio 2018 ha pronunciato la seguente SENTENZA Nel giudizio iscritto al n. 30525 del registro di segreteria, proposto da xxxxxx Tutti elettivamente domiciliati in Roma, Via Attilio Regolo 12/d presso lo studio dell’Avv. Angelo Lanzilao e Massimiliano Fazi che li rappresentano e difendono; Contro Presidenza del Consiglio dei Ministri, rappresentata ex lege dall’Avvocatura dello Stato, riconoscimento del diritto dei ricorrenti alla riliquidazione del trattamento di quiescenza mediante il calcolo dell’ “indennità di funzione” o “operativa” di cui all’art. 18 del DPCM n. 8 del 1980, corrisposta in servizio e non valutata in quiescenza dall’Amministrazione, con conseguente condanna dell’Amministrazione al pagamento delle differenze dovute e non corrisposte, oltre interessi;
ESAMINATI il ricorso ed i documenti con esso depositati in causa nonché l’atto e i documenti fatti pervenire dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri; Sentito all’odierna udienza l’Avv. G. Tessarin in sostituzione dell’Avv. Massimiliano Fazi come da delega depositata in udienza, nessuno per la Presidenza del Consiglio dei Ministri. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Con ricorso depositato in data 14 novembre 2017 ed iscritto al n. 30525 del registro di segreteria, i ricorrenti, premesso di aver prestato servizio, con diverse qualifiche, presso gli Organismi di Informazione e Sicurezza, di cui alla L. 801 del 1977 e di essere oggi collocati in congedo, lamentano che il trattamento pensionistico sia stato loro liquidato senza tener conto dell’indennità di Funzione/operativa percepita in servizio. Ciò in quanto la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ritenuto che non sussistessero i presupposti per integrare il trattamento di quiescenza con il computo dell’indennità di cui sopra, ostandovi l’art. 18, comma 3 del D.P.C.M. 8/80 che ne esclude espressamente la pensionabilità. A giudizio dei ricorrenti tale prospettazione non appare condivisibile, ponendosi in contrasto con il principio secondo cui il parametro base del trattamento pensionistico non può che essere la retribuzione in tutte le sue componenti, diversamente profilandosi il contrasto con le disposizioni costituzionali (art. 3, 36 1^ co e 38 2^ co Cost.). Tale interpretazione troverebbe conforto nella legge 335/1995 (art. 2, co 8) che, integrando e modificando l’art. 43 del D.P.R. 1092/73, ha superato ed abrogato l’art. 18 succitato che, in ogni caso, non potrebbe trovare applicazione in quanto violerebbe la riserva assoluta di legge in materia pensionistica. In data 5 dicembre 2017 perveniva una “relazione illustrativa” da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con la quale quest’ultima si è costituita in giudizio a mezzo di proprio dirigente, contestando nel merito la fondatezza delle pretese dei ricorrenti e formulando eccezioni preliminari di inammissibilità del ricorso “in quanto proposto nella forma del ricorso collettivo in assenza dei prescritti presupposti” e di parziale inammissibilità nei confronti dei ricorrenti D. F. B. e I. G. per violazione del principio del ne bis in idem, avendo questi ultimi già proposto identica domanda, respinta, con formazione del relativo giudicato in data anteriore alla proposizione del presente giudizio. In data 8 febbraio 2018 perveniva nota integrativa dalla Presidenza del Consiglio dei
Ministri con la quale veniva richiamata la sentenza n. 2/2018/QM con la quale la Corte dei Conti, Sezioni Riunite in sede giurisdizionale, ha affermato il principio di diritto secondo cui “l’art.2, nono comma, della legge 335/95 non ha abrogato l’art. 18 del D.P.C.M. n. 8 del 1980 nella parte in cui non prevede la non pensionabilità dell’indennità di funzione od operativa”, confermando le conclusioni già formulate. All’udienza odierna, nessuno presente per la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il procuratore dei ricorrenti ha contestato la fondatezza dell’eccezione di inammissibilità del ricorso per essere stato proposto nelle forme del ricorso collettivo in difetto dei presupposti, essendo le questioni dedotte le medesime in relazione a tutti i ricorrenti e in merito all’eccezione di parziale inammissibilità per violazione del ne bis in idem si è rimesso al Giudicante. Nel merito, il procuratore ha ribadito le ragioni poste alla base del ricorso chiedendone l’accoglimento. MOTIVI DELLA DECISIONE Vanno preliminarmente esaminate le eccezioni di inammissibilità avanzate dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In primo luogo, viene eccepita l’inammissibilità del ricorso per carenza di motivi in relazione alla posizione di sei ricorrenti, collocati a riposo in data successiva al 10 settembre 2008, data di entrata in vigore del DPCM 1/2008 di attuazione dell’art. 21 della legge 3.8.2007 n. 124, che ha espressamente abrogato la legge 801/1977 (di cui il DPCM 8/80 invocato dai ricorrenti era, a sua volta, attuazione). La questione, diversamente da quanto ritenuto dall’eccepiente, non si colloca nell’alveo dell’ammissibilità del ricorso: pur avendo i ricorrenti formulato il motivo di ricorso con riferimento all’art. 18 del DPCM 8/80, hanno chiaramente delineato la propria domanda come di accertamento del “diritto alla riliquidazione del trattamento di quiescenza mediante il calcolo dell’indennità di funzione (per i dirigenti) e operativa (per i non dirigenti) di cui all’art. 18 del DPCM n. 8 del 1980, corrisposta in servizio e non valutata in quiescenza”. La questione relativa alla computabilità o meno di detta indennità (indipendentemente dalla identificazione della norma in base alla quale è stata corrisposta e che prevede la non computabilità a fini pensionistici) è questione attinente al merito della domanda e con esso viene decisa. L’eccezione di inammissibilità, pertanto, è infondata e va respinta. In secondo luogo, la Presidenza del Consiglio dei Ministri rileva che il ricorso, stante la oggettiva diversità delle situazioni facenti capo ai singoli ricorrenti, non potrebbe essere proposto nella forma del ricorso collettivo.
L’eccezione è infondata, coincidendo petitum e causa petendi per tutti i ricorrenti, irrilevante essendo il fatto che taluni di essi, allorchè in servizio, rivestissero la qualifica di dirigenti e talaltri no: la disposizione che attribuisce l’indennità (di funzione per gli uni, operativa per gli altri) e ne prevede la non pensionabilità è, infatti, la medesima, come rilevato dal procuratore dei ricorrenti in udienza. Infine, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha rappresentato che due degli odierni ricorrenti, D.F.B. e I. G. hanno già presentato innanzi a questa Sezione Giurisdizionale ricorso formulando la medesima domanda. I rispettivi ricorsi sono stati entrambi respinti -vengono prodotte, infatti, le relative sentenze- e su di essi si è formato il giudicato. Il ricorso, in parte de qua, sarebbe dunque inammissibile per violazione del giudicato e del principio del ne bis in idem. Alla luce della documentazione prodotta e delle risultanze della Sezione l’eccezione è fondata e va accolta, con dichiarazione di parziale inammissibilità del ricorso in relazione alla posizione dei due suddetti ricorrenti. Venendo al merito della domanda formulata dai ricorrenti, la questione sottoposta al vaglio di questa Sezione ha ad oggetto il riconoscimento del diritto alla computabilità ai fini della liquidazione del trattamento pensionistico dell’indennità di funzione (per i dirigenti) o operativa (per i non dirigenti) prevista inizialmente dal DPCM n. 8 del 1980 (e successivamente dal DPCM n. 9 del 2008 e dal DPCM 1/2011, come ricordato dalla convenuta, ma si tratta del medesimo istituto: il succedersi delle diverse disposizioni regolatrici non muta l’oggetto della domanda. Come è noto, poi, le norme abrogate continuano a trovare applicazione per i casi sorti nella loro vigenza). Si tratta di questione già plurime volte sottoposta alla Corte dei Conti e sulla quale si è formata ampia giurisprudenza. Da ultimo si sono pronunciate le Sezione Riunite in sede giurisdizionale con la sentenza n. 2/2018/QM. Le Sezioni Riunite con la pronuncia richiamata, dopo aver ripercorso ed ampiamente analizzato la normativa di riferimento, ha esaminato la natura dell’indennità di cui si discute, riconoscendone la natura di rimborso forfetario (art. 18 quarto comma: “tali indennità, determinate con provvedimento del P.C.M., sono onnicomprensive di qualsiasi prestazione accessoria e costituiscono rimborso forfettario delle spese comunque sostenute per lo svolgimento dei compiti di istituto e per l’aggiornamento tecnico professionale. Una parte di essa viene accantonata per costituire un fondo previdenziale”), non rilevando che essa sia riconosciuta anche per periodi di assenza dovuta a malattia o infortunio per causa di servizio, “dovendosi ritenere che la “ratio” sottesa alle stesse, ricorra anche nei suddetti periodi di assenza dal servizio, in
ragione della permanenza, anche in detti periodi, in capo al personale degli organismi di informazione e di sicurezza, degli obblighi derivanti da tale particolare “status”. Contrariamente a quanto sostenuto anche dagli odierni ricorrenti, le Sezioni Riunite, alla stregua della ricostruzione normativa operata, sono giunte ad affermare l’art. 2, nono comma, della Legge 8 agosto 1995, n. 335 non abbia abrogato l’art. 18 del D.P.C.M. n. 8 del 1980 nella parte in cui prevede la non pensionabilità dell’indennità di funzione od operativa: “Va in proposito rammentato che a norma dell'art. 15 delle Disposizioni preliminari al Codice civile, vi è abrogazione inespressa di una legge quando vi è incompatibilità fra nuove e precedenti leggi (abrogazione tacita), ovvero quando la nuova regola l’«l’intera materia» già regolata dalla anteriore (abrogazione implicita): per cui detta incompatibilità sussiste se vi sia una contraddizione tale da rendere impossibile la contemporanea applicazione delle due leggi in comparazione, sì che dall'applicazione ed osservanza della nuova derivi necessariamente la disapplicazione o l'inosservanza dell'altra (ex multis, Cass., I, 21 febbraio 2001, n. 2502). Si rammenta che la giurisprudenza ha convenuto che il principio lex posterior generalis non derogat priori speciali - che ha la sua ragione nella migliore e più adeguata aderenza della norma speciale alle caratteristiche della fattispecie oggetto della sua previsione - non può valere, e deve quindi cedere alla regola dell'applicazione della legge successiva, allorquando dalla lettera e dal contenuto di detta legge si evinca la volontà di abrogare la legge speciale anteriore o allorquando la discordanza tra le due disposizioni sia tale da rendere inconcepibile la coesistenza fra la normativa speciale anteriore e quella generale successiva (es. Cass., 20 aprile 1995, n. 4420, Cass. 13.1.2012, n. 392, Cass.20.6.2012, n. 10127) e il canone interpretativo di cui si tratta, del resto non specificamente positivizzato nell’ordinamento giuridico, non corrisponde quindi ad un principio superiore ed inderogabile, ma è, tuttavia, un criterio orientativo di temperamento del primato che in omaggio al criterio cronologico occorre riconoscere alla lex posterior. Ritiene questo Collegio che tale incompatibilità inespressa in fattispecie non sussista.” Non vi è dubbio, infatti che la disciplina di cui al D.P.C.M. 8/1980 sia caratterizzata da “evidenti e non contestati connotati di specialità, resi del resto palesi dalla stessa fonte della potestà regolamentare (e cioè dall’art. 7, secondo comma della L. 801/1977)”, anche in ragione della “atipicità” del rapporto di pubblico impiego qui considerato, “né la presenza di “deroghe”, rispetto alla disciplina generale del pubblico impiego, può essere di per sé ritenuta costituire una violazione dei principi costituzionali di eguaglianza e di imparzialità e buon andamento (artt. 3 e 97 Cost.)”. Le Sezioni Riunite, inoltre, hanno escluso la rilevanza del richiamo all’art. 56 del DPCM 8/1980, che rinvia alle norme vigenti per gli impiegati civili dello Stato, “in quanto tale interpretazione appare decontestualizzata dal complessivo articolato normativo (che prevede, per l’appunto, una assai ampia pluralità di norme speciali, quali – oltre a quelle sopra evidenziate - quelle relative, ad esempio, ex art. 25 alla competenza del
Presidente del Consiglio nella determinazione della pensione, ex art. 19 agli effetti del servizio prestato, ex art. 30 alla rendicontazione della relativa spesa, ex artt. 52 e 53 ai presupposti per il diritto a pensione), da cui emerge, come già precedentemente dimostrato, uno spiccato profilo di specialità della complessiva normativa disciplinante lo status di tale particolare categoria di dipendenti pubblici.”, specialità che giustifica, tra l’altro, proprio “l’attribuzione agli stessi di una indennità di funzione o operativa, che si atteggia ad indennizzo di ogni prestazione di impiego, a copertura dei disagi e dei pericoli connessi alla attività svolta, nonché a rimborso forfettario e omnicomprensivo di qualsivoglia altro indeterminato onere sostenuto (o eventualmente sostenibile) per l’espletamento dei compiti istituzionali”. Infine, le Sezioni Riunite osservano che “il D.P.C.M. 8/1980 è stato emanato sulla base di una potestà regolamentare attribuita dalla disposizione di cui all’art. 7, secondo comma, L. 801/1977, di tal che per ipotizzarne l’abrogazione nella parte in cui prevede l’esclusione della pensionabilità dell’indennità di funzione/operativa occorrerebbe postulare la (parziale) abrogazione tacita dell’art. 7, secondo comma, L. 801/1977 ad opera dell’art. 2, nono comma, L. 335/1995. Abrogazione che deve assolutamente escludersi, sia per le considerazioni sopra esposte, che hanno trovato la propria scaturigine nel brocardo secondo cui “lex posterior generalis non drogat priori speciali”, sia in base alla ulteriore osservazione secondo cui nel disporre, all’art. 44, l’abrogazione della L. 801/1977, e di “tutte le disposizioni interne e regolamentari in contrasto o, comunque, non compatibili”, la legge 124/2007 (e non già la legge 335/1995) ha espressamente eccettuato “le norme dei decreti attuativi che interessano il contenzioso del personale in quiescenza dei servizi di informazione per la sicurezza ai fini della tutela giurisdizionale di diritti e interessi”, con cui il legislatore ha inteso fare salva l’ultrattività delle disposizioni in materia pensionistica dettate dal DPCM 8/1980; non senza puntualizzare, infine, che disposizioni successive (D.P.C.M. nn. 1 del 2008 e 1 del 2011) hanno ulteriormente confermato la non pensionabilità delle indennità qui considerate.” Concludendo il proprio percorso argomentativo le Sezioni Riunite hanno formulato il seguente principio di diritto: “l’art. 2, nono comma, della Legge 8 agosto 1995, n. 335 non ha abrogato l’art. 18 del D.P.C.M. n. 8 del 1980 nella parte in cui prevede la non pensionabilità dell’indennità di funzione od operativa”, principio al quale questo Giudicante è tenuto a conformarsi, non essendo stati rappresentati, peraltro, nel caso di specie profili ed elementi di giudizio che si discostino da quelli presi in esame dall’indicata pronuncia. Il ricorso, pertanto, deve essere respinto in quanto infondato. Stante la parziale soccombenza reciproca, sussistono giusti motivi per la compensazione integrale delle spese (art. 31, comma 3, c.g.c.).
P.Q.M. Definitivamente pronunciando sul ricorso iscritto al n. 30525 del registro di segreteria -dichiara l’inammissibilità del ricorso con riferimento a D.F.B. e I. G.; -respinge le ulteriori eccezioni preliminari di parte convenuta; -respinge, nel merito, il ricorso; -compensa integralmente tra le parti le spese di giudizio. Così deciso in Venezia, nella Camera di Consiglio all’esito dell’udienza pubblica del 21 febbraio 2018. Il Giudice Unico delle Pensioni F.to Primo Ref. Daniela Alberghini
Il G.U.P., ravvisati gli estremi per l’applicazione dell’art. 52 del D.Lgs 196/03, dispone che, a cura della Segreteria della Sezione, venga apposta l’annotazione di cui al co 3 del medesimo art. 52 nei riguardi dei ricorrenti. Il G.U.P. F.to Primo Ref. Daniela Alberghini
Depositata in Segreteria il 28/02/2018 Il Funzionario Preposto F.to Nadia Tonolo
In esecuzione del provvedimento del G.U.P. ai sensi dell’art. 52 del Decreto Legislativo
30 giugno 2003, n. 196, in caso di diffusione, omettere le generalitĂ e gli altri dati identificativi del ricorrente e, se esistenti, del dante causa e degli aventi causa. Venezia, 28/02/2018 Il Funzionario preposto F.to Nadia Tonolo
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