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Timestamp: 2020-01-28 00:15:07+00:00

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Art. 2222 codice civile - Contratto d'opera - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 2222 Codice civile
La norma ha contenuto nozionistico, infatti fornisce la definizione di contratto d'opera delineandone i caratteri essenziali quali:
Massime relative all'art. 2222 Codice civile
Cass. civ. n. 4489/2010
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4489 del 24 febbraio 2010)
Cass. civ. n. 1040/1995
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1040 del 28 gennaio 1995)
Cass. civ. n. 933/1995
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 933 del 26 gennaio 1995)
relative all'articolo 2222 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 2222 Codice civile - Contratto d'opera | Quesito Q201924143
martedì 15/10/2019 - Emilia-Romagna
“Buongiorno, sono un libero professionista, consulente informatico.
Lavoro per una software house su diversi progetti; li conosco da oltre 10 anni e non abbiamo mai avuto un contratto scritto.
L'attività mi pone spesso in contatto diretto con il cliente finale (il cliente della società per cui lavoro); con uno di questi clienti (chiamiamolo cliente X) sono sorte contese che sono sfociate in atteggiamenti di tipo personale anche denigratori nei miei confronti; tuttavia le fatture sono state sempre tutte pagate al mio cliente che a sua volta ha sempre pagato le mie.
Quando il mio cliente mi dice: c'è da fare questa attività per il mio cliente X, con il quale ho cattivi rapporti, posso io in modo motivato rifiutare in partenza questo lavoro, se ho motivo di ritenere che l'ipercriticità di X, le sue critiche professionali manifestatasi apertamente, possano impedire il corretto svolgimento del lavoro.
E' come se una persona chiama un'imbianchino dandogli diverse case da imbiancare; se una di queste per sue motivazioni personali o professionali non la volesse imbiancare, immagino possa rifiutarsi; vale anche per me?
Se chi pone il quesito non lavora alle dipendenze della software house e non c’è un contratto scritto tra i due, rientriamo nella prestazione di lavoro autonomo, regolata dagli articoli 2222 e seguenti del codice civile.
Il prestatore d’opera, sia egli professionista o meno, è tenuto nei confronti del proprio committente esclusivamente ad eseguire l’opera in maniera diligente e secondo competenza.
Non ha alcun obbligo di accettare o meno un incarico, salvo – come si diceva – che nel contratto (che non deve avere forma scritta) le parti pattuiscano questa (ad esempio, il non esprimere alcuna riserva sulla clientela finale proposta dal committente) come condizione particolare per l’affidamento degli incarichi o per il pagamento della prestazione, ecc.
Se si tratta di professionista intellettuale (ovvero che per l’esercizio della sua professione necessiti di iscrizione ad un albo o elenco speciale) egli potrà recedere dal contratto per giusta causa e senza recare pregiudizio (danno) al proprio cliente/committente.
Ciò detto, è evidente che il prestatore d’opera che collabora con la software house senza vincolo alcuno potrà liberamente e legittimamente rifiutarsi di assumere un incarico a favore dell’uno piuttosto che dell’altro cliente finale proposto dal proprio committente.
L’importante è che lo faccia sempre prima che gli venga affidato l’incarico stesso, diversamente potrebbe mettere in difficoltà il committente il quale dovrebbe in corso d’opera trovare un sostituto, oppure ancora rimborsarlo delle spese eventualmente anticipate per il lavoro, insomma dovrà recedere dal rapporto in modo tale da non ledere il committente.
La conseguenza del rifiuto ad assumere incarichi, va da sé, non è di natura giuridico-contrattuale (salvo, si ripete, che non esistano precisi accordi che vincolino in tal senso) ma evidentemente di opportunità: rifiutare incarichi significa, alla lunga, minare il rapporto di fiducia e collaborazione con il committente rischiando di interrompere la collaborazione.
Norma di riferimento: Articolo 2222 Codice civile - Contratto d'opera | Quesito Q201820572
martedì 20/02/2018 - Lazio
“Avvocato il seguente quesito,
1. un artigiano (tipo giardinaggio) viene chiamato per lavori in casa. Lavora in nero e potrebbe riportare danni alla sua persona. Cosa succede al proprietario della casa?
2. Una ditta artigiana regolarmente iscritta Camera di Commercio, Iva, etc, viene chiamata per lavori in casa. Succede che il titolare della ditta, o un suo dipendente, riportano danni alla salute, quali responsabilità per il proprietario della casa?
Con il contratto d'opera una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente (art. 2222 c.c.).
Rispetto all’appalto (artt. 1655 e seguenti c.c.) la diversità va ravvisata nella prevalenza del lavoro personale, che non presuppone un’organizzazione di mezzi e quindi l’utilizzazione del lavoro altrui. L’appalto, in sostanza, è tipico dell’impresa medio-alta, mentre il contratto d’opera è tipico della piccola impresa o dell’artigianato.
Caratteristica del contratto d’opera, quindi, è l’autonomia.
I criteri per distinguere l’autonomia dalla dipendenza e quindi il contratto d’opera dal contratto di lavoro subordinato sono molteplici. Il dipendente, per la disciplina e l’esecuzione della prestazione, ha il dovere di osservare le disposizioni impartite dal datore di lavoro che è responsabile, ex art. 2087 c.c., della tutela dell’integrità fisica e della personalità morale dei prestatori di lavoro ed è, pertanto, tenuto ad adottare tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono all’uopo necessarie. Ne consegue che, il committente sarà tenuto al risarcimento del danno patito dal lavoratore durante l'esecuzione della propria prestazione lavorativa.
Bisogna fare attenzione al fatto che nel diritto del lavoro vige il cosiddetto «principio di effettività» in base al quale non conta tanto ciò che risulta dalle carte, ma l’effettiva realizzazione di una attività di lavoro dipendente soggetta al potere direttivo e di controllo del datore di lavoro. Quindi, anche se il rapporto di lavoro si realizza «di fatto» cioè senza formale regolarizzazione, il datore di lavoro che beneficia della prestazione dell’attività lavorativa del dipendente, è soggetto a tutte le norme e obblighi previsti per quella determinata categoria di dipendente, tra cui in particolare, gli obblighi relativi alla sicurezza, oltre a quelli di natura retributiva e contributiva, rimanendo, come sopra detto, esposto al rischio di dover risarcire gli eventuali danni patiti dal lavoratore non regolarizzato e di dover sopportare le sanzioni amministrative e penali per la mancata regolarizzazione del lavoratore oltre che per la mancata attuazione delle obbligatorie misure di sicurezza.
Per quanto riguarda la figura dell’artigiano, essa è prevista dagli artt. 2 e 3 della L.443/1985 che definisce artigiano colui che: "(...) esercita personalmente, professionalmente e in qualità di titolare l’impresa artigiana, assumendone la piena responsabilità con tutti gli oneri e i rischi attinenti alla sua direzione e gestione e svolgendo in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo”; ed ancora: “nell’esercizio di particolari attività che richiedono una peculiare preparazione e implicano responsabilità a tutela e garanzia degli utenti (a titolo esemplificativo attività di installazione di impianti, attività di autoriparazione, servizi di pulizia, attività di estetista, attività di parrucchiere e barbiere ecc….) deve essere in possesso dei requisiti tecnico – professionali previsti da leggi statali”.
L’iscrizione nell’Albo Imprese Artigiane è obbligatoria (Legge quadro per l’Artigianato 443/1985) ed è costitutiva dell’impresa artigiana (vale a dire che l'iscrizione non ha mera funzione di pubblicità: è solo con l'iscrizione che l'impresa artigiana viene ad esistenza).
All’artigiano e all’impresa artigiana, in materia di sicurezza, si applica l’articolo 21 del D.Lgs n. 81/2001 che contiene le Disposizioni relative ai componenti dell’impresa familiare di cui all’articolo 230 bis del Codice civile e ai lavoratori autonomi e che, dopo aver definito con dovizia di particolari i soggetti a cui si applica la norma specifica, tra i quali i lavoratori autonomi che compiono opere o servizi ai sensi dell’articolo 2222 del Codice civile e gli artigiani, individua gli obblighi cui sono tenuti gli stessi, tra cui in particolare:
a) l’utilizzo di attrezzature di lavoro in conformità alle disposizioni di cui al Titolo III del medesimo D.Lgs 81/2001;
b) l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale conformemente alle disposizioni di cui al Titolo III del medesimo D.Lgs. 81/2001.
Successivamente, lo stesso art. 21 del D.lgs 81/2001 prevede delle sanzioni penali nel caso di mancata osservanza degli obblighi di cui alle summenzionate lettere a) e b).
È da tenere in considerazione che in tema di infortuni sul lavoro, la Corte di Cassazione ha chiarito che comunque il dovere di sicurezza opera anche in relazione al committente, dal quale non può tuttavia esigersi un controllo pressante, continuo e capillare sull'organizzazione e sull'andamento dei lavori. Ne consegue che, ai fini della configurazione della responsabilità di tale committente, occorre verificare in concreto quale sia stata l'incidenza della sua condotta, a fronte delle capacità organizzative della ditta scelta per l'esecuzione dei lavori, avuto riguardo alla specificità dei lavori da eseguire, ai criteri seguiti dallo stesso committente per la scelta dell'appaltatore o del prestatore d'opera, alla sua ingerenza nell'esecuzione dei lavori oggetto del contratto di prestazione d'opera, nonché alla agevole ed immediata percepibilità da parte del committente di situazioni di pericolo.
Norma di riferimento: Articolo 2222 Codice civile - Contratto d'opera | Quesito Q201720241
S. D. G. chiede
venerdì 29/12/2017 - Sicilia
“Sono titolare di contratto di lavoro come infermiere libero professionista a parcella, dapprima presso il ministero di grazia e giustizia con contratto secondo legge 740/70, contratto qusto che è transitato all'a.s.p. di Trapani il 16/04/2016. In questo contratto, che la nuova azienda committente ha preso in carico senza farmi mai firmare una ulteriore stipula ne rinnovo, all'art.5 è previsto un periodo di assenza dal servizio per motivi personali, di salute, per incarichi a tempo determinato presso pubbliche amministrazioni ecc...
In data 12/09/2017 sono stato operato in chirurgia bariatrica per un intervento videolaparoscopico di rimozione gastrica e per questo motivo ho comunicato l'indisponibilità al servizio dal 06/09/2017 al 05/11/2017, in data 27/10/2017 ho comunicato che a seguito dell'intervento continuavo la mia indisponibilità al servizio fino al 31/12/2017.
in data 17/11/2017 mi viene chiesto "necessaria documentazione giustificativa attestante, per l'intero periodo di fruizione, la sua momentanea indisponibilità al servizio."
Non avendo io incarichi di dipendenza,ne contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, come posso rispondere a questa richiesta?
Sono obbligato a rilasciare certificazione medica sul mio stato di salute, tenuto conto che per il periodo di assenza non solo non ho emesso fatture, ma non mi verrà corrisposto alcunchè?
Oppure devo farmi fare una relazione dallo specialista che mi ha operato a giustificazione dell'assenza? e se del caso secondo quale articolo del codice civile o Legge dovrei giustificarmi?”
Consulenza legale i 07/01/2018
L’infermiere può esercitare la professione in maniera autonoma o in maniera dipendente; nel primo caso si assume la responsabilità del proprio agire e la responsabilità di rappresentare la professione nel contesto sociale, auto – organizzando in maniera propria il lavoro, nel secondo caso, invece, viene etero – diretto, in tutte le fasi dell’esercizio del lavoro, dal proprio datore.
L’esercizio della professione infermieristica in maniera automa può essere svolta tanto in forma individuale (tramite apertura di una partita IVA o con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, le cosiddette Co.co.co) tanto in forma collegiale (all’interno di un’associazione tra professionisti o di cooperative).
Nel caso di esercizio della professione con apertura di partita IVA il professionista presta la propria attività nei confronti di qualsiasi cliente desiderato; mentre, nel caso di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co) l'attività può essere svolta solo nei confronti del committente o dei committenti con i quali sono stati conclusi i relativi contratti e secondo le disposizioni dei contratti stessi.
Dalle informazioni da Lei forniteci, parrebbe che il suo rapporto di lavoro, sia pur esercitato in maniera autonoma, possa essere inquadrata come collaborazione coordinata e continuativa, data la presenza di un contratto che La lega, non occasionalmente, ad una singola struttura. Di conseguenza, non sembrando essere Lei un lavoratore autonomo a tutti gli effetti, esistono più ragioni per le quali il certificato medico in questione potrebbe essere richiesto:
1) Innanzitutto, come da Lei specificato, all’interno del Suo contratto all’art. 5 è prevista la possibilità di assentarsi dal servizio per diverse motivazioni tra cui quelle legate alla malattia; di conseguenza, per verificare che l’assenza sia effettivamente legata ai suesposti motivi, il committente potrebbe legittimamente richiederne adeguata certificazione.
2) In secondo luogo, e soprattutto, l’art. 14 della Legge n. 81 del 22/05/2017 stabilisce che “la malattia e l’infortunio dei lavoratori autonomi che prestano la loro attività in via continuativa per il commettente non comportano l’estinzione del rapporto di lavoro, la cui esecuzione, su richiesta del lavoratore, rimane sospesa, senza diritto al corrispettivo, per un periodo non superiore a 150 giorni per anno solare […] In caso di malattia o infortuno di gravità tale da impedire lo svolgimento dell’attività lavorativa per oltre 60 giorni, il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi è sospeso per l’intera durata della malattia o dell’infortunio fino ad un massimo di due anni …”.
Dunque, essendo la malattia una causa di sospensione del contratto che non comporta l’estinzione dello stesso (salvo il venir meno dell’interesse del committente), ed anche alla luce della sospensione del versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi che ne deriva, l’assenza dovrà essere adeguatamente giustificata per il tramite di un certificato medico comprovante l’effettiva durata della malattia.
Inoltre, lo stesso certificato dovrà sicuramente essere prodotto nel caso ritenesse, qualora avesse i requisiti, di fare richiesta di indennità per malattia all’Enpapi (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica).
In ultimo, per rispondere alla Sua domanda, l’eventuale certificato di malattia dovrà contenere i seguenti dati:
- Codice di diagnosi, mediante l’utilizzo del codice nosologico, che sostituisce o si aggiunge alle note di diagnosi;
- Data di dichiarato inizio malattia, data di rilascio del certificato, data di presunta fine malattia nonché, nei casi di accertamento successivo al primo, di prosecuzione o ricaduta della malattia;
Norma di riferimento: Articolo 2222 Codice civile - Contratto d'opera | Quesito Q201719878
sabato 11/11/2017 - Lombardia
“Buongiorno, il mio quesito ha per oggetto l'inversione contabile o reverse charge, in ambito fiscale.
Essendo io un prestatore d'opera, vorrei sapere se la decisione in merito all'applicazione dell'inversione contabile in fattura, spetta automaticamente al prestatore d'opera, ogni qualvolta se ne presentano le condizioni, o se è il cliente o destinatario della fattura, che deve richiederne l'emissione con l'applicazione del reverse charge, al prestatore d'opera.
Inoltre vorrei sapere chi deve pagare le eventuali sanzioni, in caso di emissione della fattura in regime di reverse charge senza che vi siano i requisiti, o in caso di mancata emissione della stessa in presenza dei requisiti posti dalla legge ai fini dell'inversione contabile; infine a quanto ammontano tali sanzioni.
Il reverse charge rappresenta un metodo di applicazione dell’IVA attraverso cui si realizza un’inversione contabile dell’imposta, il cui assolvimento passa in capo all’acquirente piuttosto che sul venditore, come avviene negli altri casi.
È stato introdotto nel nostro ordinamento al fine di evitare le frodi IVA che possono derivare dall’ordinario meccanismo di assolvimento del tributo in base al quale, il fornitore applica l’imposta in fattura addebitandone il pagamento al cliente e, successivamente, con il meccanismo delle liquidazioni IVA, mensili o trimestrali, procede al versamento dell’IVA a debito eccedente rispetto a quella detraibile.
Il comma 1 dell’art. 17 del D.P.R. n. 633/1972, infatti, dispone che “L'imposta è dovuta dai soggetti che effettuano le cessioni di beni e le prestazioni di servizi imponibili, i quali devono versarla all'erario, cumulativamente per tutte le operazioni effettuate e al netto della detrazione prevista nell'art. 19, nei modi e nei termini stabiliti nel titolo secondo”.
Nell’ambito di questo meccanismo accade talvolta che il cedente/prestatore non versi nelle casse dello Stato l’IVA addebitata in rivalsa al cessionario/committente, realizzando, quindi, una vera e propria frode.
Il reverse charge IVA trova applicazione nelle ipotesi di cui agli articoli 17, 34, comma 6, secondo periodo, e 74, settimo e ottavo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, e agli articoli 46, comma 1, e 47, comma 1, del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427.
In tutte queste ipotesi, ad esclusione di quella di cui all’art. 34, comma 6, secondo periodo – che non dovrebbe essere oggetto del quesito poiché riguarda l’ipotesi della cessione di beni da parte di produttori agricoli -, la norma pone l’onere di emettere la fattura in capo al cedente/prestatore.
In tali casi, il cedente/prestatore emetterà fattura “… senza addebito d'imposta, con l'osservanza delle disposizioni di cui agli articoli 21 e seguenti e con l'annotazione «inversione contabile» e l'eventuale indicazione della norma …”, sulla base della quale la fattura viene emessa con la suddetta annotazione.
La determinazione in ordine all’assolvimento dell’imposta con applicazione del meccanismo dell’inversione non andrà assunta dal cedente/prestatore in modo arbitrario ma, tenendo conto delle previsioni di legge, ossia ogni qualvolta l’operazione posta in essere rientri tra quelle per le quali la legge prevede il citato meccanismo, il cedente/prestatore deve emettere la fattura senza addebitare l’imposta ed effettuando le annotazioni prima indicate.
In tali ipotesi, il cessionario/committente, che per effetto del meccanismo dell’inversione contabile è tenuto al pagamento dell’imposta, provvede ad integrare la fattura con l'indicazione dell'aliquota e della relativa imposta e ad annotarla nel registro di cui agli articoli 23 o 24 entro il mese di ricevimento ovvero anche successivamente, ma comunque entro quindici giorni dal ricevimento e con riferimento al relativo mese; lo stesso documento, ai fini della detrazione, è annotato anche nel registro di cui all'articolo 25.
Sotto il profilo sanzionatorio, la nuova disciplina (art. 15 D. Lgs. n. 158/2015), entrata in vigore il 1° gennaio 2016, ha introdotto rilevanti modifiche in merito alle violazioni di tale istituto, novellando il comma 9-bis dell’art. 6 del D. Lgs. n. 471/97 ed introducendo tre nuovi commi (9-bis.1, 9-bis.2 e 9-bis.3) al fine di creare un sistema maggiormente conforme al principio di proporzionalità e di colpire in modo più grave le violazioni compiute con un intento di evasione o di frode, o che, comunque, comportino l’occultamento dell’operazione o un debito d’imposta, ed in modo più mite le fattispecie irregolari per le quali l’imposta risulta comunque assolta.
Per rispondere al 2° quesito, l’ipotesi della emissione della fattura in regime di reverse charge senza che sussistano i requisiti è sostanzialmente diversa da quella in cui l’imposta è stata erroneamente assolta dal cessionario/committente con il meccanismo dell’inversione contabile … per operazioni riconducibili alle ipotesi di reverse charge ma per le quali non ricorrevano tutte le condizioni per la sua applicazione.
Infatti, in quest’ultimo caso, la cui disciplina sanzionatoria è dettata dall’art. 6, comma 9-bis.2 del D. Lgs. n. 471/97, il cessionario o committente ha il diritto alla detrazione dell’imposta assolta irregolarmente con l’inversione contabile, mentre il cedente o prestatore - seppur debitore dell’imposta - non è obbligato all’assolvimento della stessa, ma è punito con la sanzione in misura fissa stabilita da un minimo di 250 euro a un massimo di 10.000 euro.
Del pagamento di tale sanzione è responsabile, in via solidale, il cessionario o committente.
Di contro, nel caso di ricorso all’inversione contabile in ipotesi palesemente estranee a detto regime, tornano applicabili al cedente/prestatore e al cessionario/committente, rispettivamente le sanzioni di ai commi 1 e 8 dello stesso art. 6: quindi, sanzione amministrativa compresa fra il novanta e il centoottanta per cento dell'imposta relativa all'imponibile non correttamente documentato o registrato nel corso dell'esercizio a carico del cedente/prestatore e sanzione amministrativa pari al cento per cento dell'imposta, con un minimo di euro 250, sempreché non provveda a regolarizzare l'operazione, per il cessionario/committente.
Nel caso, invece, in cui, in presenza dei requisiti stabiliti dalla legge ai fini dell’inversione contabile, il cessionario/committente non riceve la fattura da parte del cedente/prestatore o la riceve irregolare, il cessionario o committente deve informare l'Ufficio competente nei suoi confronti entro il trentesimo giorno successivo, provvedendo entro lo stesso periodo all'emissione di fattura ai sensi dell'articolo 21 del predetto decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, o alla sua regolarizzazione, e all'assolvimento dell'imposta mediante inversione contabile. In caso contrario, sarà punito con sanzione amministrativa compresa fra 500 euro e 20.000.
Il cedente/prestatore sarà sanzionabile, invece, ai sensi dell’art. 6, comma 2, del D. Lgs. n. 471/97, ossia con sanzione amministrativa compresa tra il cinque ed il dieci per cento dei corrispettivi non documentati o non registrati e, se la violazione non rileva neppure ai fini della determinazione del reddito, con sanzione amministrativa da euro 250 a euro 2.000.
Norma di riferimento: Articolo 2222 Codice civile - Contratto d'opera | Quesito Q201718579
sabato 18/03/2017 - Veneto
“Buongiorno. Volevo avere una consulenza sul mio contratto di prestatore d'opera.
Ad esempio, vorrei capire se il mio patto di concorrenza è valido dato che non ricevo un compenso e non è nemmeno scritto sul contratto, poi volevo sapere se gli posso dare le dimissioni anticipate e non 3 mesi come scritto da contratto, dato che loro mi mandano a fare clienti anche nelle provincie non sottoscritte da contratto, per cui volevo capire se questa poteva essere un giusta causa di dimissioni anticipate? Poi sul mio contratto non è prevista una quantità di lavoro che devo fare o meglio quanti clienti riesco a soddisfare (il mio lavoro comporta andare dai clienti per effettuare manutenzioni degli estintori) nel caso io non riesca a soddisfare tutti i clienti in un mese di lavoro loro mi possono contestare qualcosa a livello giuridico? Allego per email il mio contratto”
La risposta ai quesiti dipende dall’esatta qualificazione del rapporto: sotto questo profilo il contratto è stato infatti redatto in maniera approssimativa e confusa.
Dall’intestazione del medesimo nonché dal contenuto del primo articolo, il rapporto parrebbe doversi ricondurre alla fattispecie del contratto d’opera di cui agli articoli 2222 e seguenti cod. civ., ovvero, sostanzialmente, nel contratto che prevede la prestazione di un’opera o un servizio dietro corrispettivo, senza vincolo di subordinazione.
Il contratto d’opera lascia un ampio margine di autonomia al lavoratore (o più correttamente, al “prestatore d’opera”), il corrispettivo è determinato dalle parti di comune accordo (normalmente si fa riferimento agli usi di settore), il patto di non concorrenza è liberamente pattuibile tra le parti ed infine il diritto di recesso può essere esercitato:
- dal cliente/committente in qualunque momento e senza alcuna giustificazione, salvo il rimborso delle spese sostenute e il pagamento dell’opera già eseguita;
- dal prestatore d’opera solo per giusta causa (ovvero una causa di tale gravità da non consentire la prosecuzione, neppure provvisoria, del rapporto), senza tuttavia il rispetto di un determinato termine ma in modo tale da non recare un pregiudizio al cliente.
Sia gli studiosi che la giurisprudenza hanno però stabilito che tale ultima disciplina è liberamente derogabile dalle parti.
Se si prosegue, tuttavia, nella lettura del contratto, la natura del rapporto cambia completamente perché si fa esplicito riferimento all’agenzia.
Il rapporto di agenzia trova una disciplina specifica sia nel codice civile (art. 1742 e seguenti) sia, talvolta e/o per taluni aspetti agli Accordi Economici Collettivi.
L’oggetto dell’agenzia è la promozione della conclusione di contratti in una zona determinata per conto del preponente: dal contenuto dell’articolo 5 del contratto parrebbe che, oltre all’incarico di manutentore, si aggiunga in effetti quello di agente per la promozione dei prodotti e dei servizi antincendio della ditta.
Il compenso, nell’agenzia, viene corrisposto a provvigione, ovvero in proporzione agli affari conclusi dall’agente per conto e nell’interesse della mandante.
Le parti possono prevedere che il compenso sia legato al raggiungimento di determinati budget di fatturato (e quindi prevedere lo svolgimento, come vien detto nel quesito, di una “determinata quantità di lavoro”), ma ciò deve essere espressamente pattuito nel contratto.
Se il contratto è a tempo determinato il recesso non è ammesso, salva l’ipotesi della giusta causa (non ci sono, dunque, termini fissi per recedere anticipatamente); solo se il contratto è a tempo indeterminato è previsto invece un preavviso, determinabile liberamente dalle parti, ma che non può essere, in ogni caso, inferiore a quello dettato dalla norma di legge (art. 1750 cod. civ.).
Il patto di non concorrenza è ammesso e previsto per legge e può avere una durata massima di due anni. Quale corrispettivo per l’obbligo di non concorrenza, all’atto di cessazione del rapporto (non prima) viene corrisposta un’indennità, commisurata ad una serie di parametri stabiliti per legge (art. 1751-bis c.c.).
Tutto ciò chiarito e premesso, tornando al quesito: se il rapporto è – di fatto, ovvero al di là di quanto scritto nel contratto – un rapporto di prestazione d’opera che nulla ha a che vedere con l’agenzia, ovvero un rapporto che consiste semplicemente nella manutenzione periodica degli impianti antincendio, opera per la quale viene corrisposto (o almeno dovrebbe esserlo) un compenso fisso mensile, e nulla più, la risposta alle domande è già stata offerta poc’anzi, riepilogando la disciplina del contratto d’opera.
In buona sostanza, è legittimo il recesso con preavviso di tre mesi.
E’ legittima la pattuizione di un patto di non concorrenza, così come che ne sia prevista una durata biennale (la legge stabilisce una durata massima del patto di cinque anni).
Non c’è, né per legge né per contratto, alcun obbligo “quantitativo” nell’esecuzione della prestazione, vale a dire che non sussiste alcun obbligo di raggiungere un determinato numero di appuntamenti/interventi presso la clientela. Sotto questo profilo, dunque, nessuna contestazione si può muovere al prestatore d’opera, che ha assoluta autonomia nei tempi e nei modi di esecuzione del lavoro, salvo, lo si ripete, che vi siano direttive precise in tal senso da parte del committente (nel contratto in effetti è scritto “attenendosi esclusivamente alle indicazioni ed alle strategie fornite dall’azienda”: occorrerebbe verificare cosa ciò significhi in concreto, se tali direttive vengano date e che contenuto abbiano).
Qualora, invece, si tratti in effetti di un contratto di agenzia, va detto che:
- il patto di non concorrenza è legittimo ed è corretto che non venga corrisposta all’agente un’indennità se non al termine del rapporto;
- il preavviso di 3 mesi a favore di entrambe le parti non è legittimo, perché si può recedere dal contratto solo per giusta causa (in genere si tratta di motivi attinenti al venir meno del rapporto di fiducia, che nell’agenzia è alla base) e, in tal caso, in ogni momento;
- non è ritenuta legittima la variazione unilaterale del contratto senza limiti né condizioni da parte del preponente (variazione consistente, ad esempio, nella modifica dell’ambito territoriale o nella diminuzione della misura delle provvigioni), poiché rimessa al libero ed incondizionato arbitrio del preponente.
Il potere di variare unilateralmente il contenuto del contratto – secondo l’orientamento prevalente della Cassazione - dovrebbe essere necessariamente collegato a parametri oggettivi o limiti esterni, predeterminati al momento della formazione del consenso quali, a mero titolo esemplificativo, il mancato raggiungimento nella zona assegnata all’agente di una ben definita soglia minima di fatturato.
Se il potere di cui si sta parlando viene esercitato in maniera scorretta e contraria a buona fede nonché abusando della propria posizione, ciò può legittimare altresì la risoluzione del contratto per giusta causa.
Per concludere, dunque, il contratto, così come è stato redatto, si presta a molteplici contestazioni ed al contenzioso: si potrebbe, ad avviso di chi scrive, addirittura ipotizzare l’esistenza, di fatto, non di un rapporto di lavoro autonomo (come il contratto d’opera) ma di un rapporto di lavoro di natura subordinata, con il diritto del lavoratore, se così fosse accertato, di richiedere le eventuali differenze retributive e contributive al Giudice del Lavoro.
In ogni caso, si potrebbero eccepire diversi inadempimenti al committente.
Il contratto andrebbe rinegoziato con quest’ultimo, redigendolo in maniera corretta e con riferimento alla normativa più appropriata: si ritiene oppotuno e consigliabile, per la valutazione più approfondita di tutti gli aspetti sopra evidenziati, rivolgersi ad un avvocato esperto della materia.
Norma di riferimento: Articolo 2222 Codice civile - Contratto d'opera | Quesito Q20112196
“Quando si prescrive il diritto del prestatore d'opera ad ottenere il pagamento del corrispettivo dovuto? Vale la prescrizione ordinaria?”
L'espressione "prestatore d'opera" comprende sia il prestatore "manuale" che "intellettuale".
Per il primo, non vi sono norme derogative dell'ordinaria prescrizione decennale.
Quanto ai prestatori d'opera intellettuale, il codice civile (art. 2956 del c.c.) individua ipotesi di prescrizione breve triennale per:
1) prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi superiori al mese;
2) professionisti, per il compenso dell'opera prestata e per il rimborso delle spese correlative;
3) notai, per gli atti del loro ministero;
4) insegnanti, per la retribuzione delle lezioni impartite a tempo più lungo di un mese.

References: Articolo 2222

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 Articolo 2222
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 art. 2087
 art. 21
 Articolo 2222
 Articolo 2222
 art. 6
 Articolo 2222
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