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Timestamp: 2019-04-23 10:58:41+00:00

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4657 (CSI Piemonte).
1968 ha (CSI Piemonte).
A nord Cambiano e Moncalieri, a nord-est Santena, a sud-est Poirino, a sud e ovest Carignano e Carmagnola.
Villastellone, Borgo Cornalese.
La «villa Sancii Martini de Stellono» è fondata ex nova negli anni Trenta del XIII secolo ad opera del comune di Chieri, su di un sito di proprietà dei cavalieri Templari di San Martino della Gorra, nei pressi del torrente Stellone (Montanari 1991, pp. 23-92). In un documento datato l’anno 1236 (Appendice al Libro Rosso, doc. 47, p. 86), si nomina per la prima volta la nuova fondazione che viene detta «villa Sancii Martini de Estollono», dove già appare il riferimento tanto al nome del torrente Stellone quanto alla chiesa e mansione di San Martino dei Templari, presso i quali era stato edificato il villaggio. La voce Stellone è un probabile derivalo in -o, -onis dal latino Hastalis e documentato, con ulteriore metaplasmo, come «Stellonus» già nel 1142 (Dizionario di toponomastica, p. 710).
Dalla fondazione sino ai giorni nostri Villastellone è sempre stata compresa nella diocesi di Torino.
Al momento della fondazione del nuovo villaggio la chiesa di S. Martino di proprietà dell’ordine dei cavalieri del Tempio, esterna all’abitato, venne eretta in parrocchia, e officiata dagli stessi Templari (Montanari 1991, pp. 39; 60-63). Nel corso del Trecento, con l’abolizione dell’ordine templare, essa passerà alle dipendenze del priorato di Lombardia dell’ordine di S. Giovanni di Gerusalemme che erigerà nel concentrico la chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, alla quale verranno conferiti i diritti parrocchiali – sottratti a S. Martino – e accanto alla quale sorgerà il cimitero (Bosio 1884, p. 9; Montanari 1991, pp. 60-63). Negli anni 1462 e 1464 la parrocchiale di S. Giovanni Battista figura fra le chiese che pagavano il cattedratico al vescovo di Torino («cura Ville Stelloni»: Casiraghi 1979, pp. 245 e 249). Nell’anno 1483, con due atti separali redatti nei giorni 3 e 8 febbraio, frate Francesco della Rovere, priore di Lombardia del priorato di S. Giovanni di Gerusalemme, dell’ordine Gerosolimitano, investiva i signori Villa, in feudo perpetuo nobile, avito e paterno, del giuspatronato della chiesa di S. Martino, fuori del luogo e «nelle fini» di Villastellone nonché della chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista «entro detto luogo» (AST, Corte, Paesi per A e B, V, m. 31, n. 5).
In età medievale, nel territorio comunale di Villastellone non si evidenziano altre presenze ecclesiastiche, fatta eccezione per la chiesa di S. Pietro, probabilmente dipendente dal vescovo di Torino, sita a poca distanza a sud dell’abitato e ora segnalata dalle carte topografiche IGM come «cascina S. Pietro» (Montanari 1991, p. 78). Le vicende relative a questa fondazione ecclesiastica sono destinate a rimanere oscure, poiché non è pervenuta alcuna documentazione in proposito.
La nascita e lo sviluppo del nuovo villaggio dello Stellone provocò la scomparsa, per assorbimento, di alcuni abitati circonvicini quali Gorra, Cavanne e Cavannelle, Ceresole, Ceresolette e Fontanacervo, i cui tenitori entrarono a far parte dei fìnes di Villastellone nel corso dei secoli XIV e XV (Montanari 1991, pp. 84-90).
Una serie di indizi inducono a supporre che il comune rurale sia nato insieme al villaggio negli anni Trenta del Duecento. Gli abitanti della villanova dello Stellone al momento del loro insediamento, venivano sottoposti direttamente al dominio chierese e quindi equiparati ai borghigiani (Il Libro Rosso del comune di Chieri, doc. 45, p. 80). La condizione privilegiata di burgenses garantita ai nuovi residenti, utile ad attrarre popolazioni dai territori circonvicini, rendeva pressoché automatica la costituzione di un locale organismo comunale (Montanari 1991, p. 51). Inizialmente il comune della villa di S. Martino dello Stellone appare come una diretta emanazione della dominante, da essa considerata alla stregua di una propria colonia (Daviso di Charvensod 1939, p. 78; Montanari 1991, p. 53). Villastellone, infatti, ricevette i consules dall’autorità superiore di Chieri, che li sceglieva tra i propri burgenses (Cognasso 1954, p. 155; Montanari 1991, p. 53). Le cose dovettero complicarsi non poco nel 1260, allorché Asti si appropriò della metà del villaggio, il quale venne forse sottoposto ad un doppio regime amministrativo (Appendice al Libro Rosso, doc. 103, p. 77). Una volta terminata l’esperienza, della quale peraltro nulla sappiamo, nel 1275 Villastellone compila, in quanto comune, un proprio estimo di beni limitato al suo territorio (AC Chieri, Catasti Harene 1275, art. 143, Cl. l; Daviso di Charvensod 1939, pp. 78-79): l’operazione è forse indice di un cambiamento giuridico, in quanto la località è in tal modo considerata come una delle ville del distretto (Montanari 1991, p. 53). Il mutamento fu in parte determinato dal notevole afflusso in Villastellone di persone provenienti da località poste al di fuori del distretto chierese, cui probabilmente non fu estranea l’azione svolta dal comune astigiano.
A partire dalla sua fondazione e per tutto il medioevo, il villaggio di S. Martino dello Stellone rimase compreso nel distretto del comune di Chieri e ad esso soggetto dapprima direttamente poi, dal principio del secolo XIV, indirettamente, venendo infeudato alla famiglia chierese dei Villa (Cognasso 1954, p. 155). Soltanto nel periodo compreso fra gli anni 1260-73 Chieri dovette spartirne il dominio con Asti (Appendice al Libro Rosso, doc. 103, p. 77), ma in ogni caso il capoluogo non perdette mai completamente il controllo sulla villanova (Montanari 1991, pp. 50-58).
L’atto di dedizione di Chieri ad Amedeo VI di Savoia, stipulato nell’anno 1347 (si veda la scheda dedicata a Chieri), rispettò i diritti sovrani del comune sui suoi vassalli e sui comuni subordinati. Cosi il 30 luglio del 1396 il comune di Chieri, per far fronte agli oneri finanziari conseguenti la dedizione, concesse la villa dello Stellone a titolo di feudo a Franceschino de Villa, cittadino chierese (Il Libro Rosso del comune di Chieri, doc. 188, pp. 322-326). Le condizioni con le quali fu concessa l'infeudazione furono però molto precise: Chieri si riservava le gabelle, i pedaggi e l’esercizio dell’alta giustizia nonché l’esazione annuale di una tassa generale forfettaria, mentre il feudatario doveva scendere in guerra al franco del comune egemone, non poteva accogliere nessun esercito straniero o altra persona ostile nel villaggio e doveva permettere al podestà chierese di visitare il luogo e il territorio per espellervi i banditi e i ribelli. Il feudatario inoltre, avrebbe avuto i proventi del forno, del mulino, della pesca, mentre gli uomini di Chieri avrebbero avuto l’uso dei pascoli e dei gerbidi di Villastellone. Come si vede l’infeudazione del villaggio non comportò alcuna diminuzione distrettuale per Chieri, che affidò la sua fondazione ad una famiglia di propri borghigiani, residenti nel capoluogo. Nell’anno 1483 i Villa si videro investiti feudalmente, dal rappresentante del priorato di Lombardia di S. Giovanni di Gerusalemme, anche dei diritti sulle peschiere e di pesca, «della quarta parte del moleggio e diritto di molitura, con i battitoi, seghe e paratori, per la quarta parte e diritto di costruire e servirsi dei forni e del fomatico, delle decime e delle 325 giornate di terra» un tempo spettanti ai Templari, secondo gli accordi di fondazione del villaggio stipulati nel Duecento col comune di Chieri, in seguito passate ai Gerosolimitani (AST, Corte, Paesi per A e B, V, m. 31, n. 5). Nell’anno 1642 Cristina, reggente per il figlio Carlo Emanuele II, erige il luogo e il feudo di Villastellone in titolo e dignità di terra e luogo comitale, in modo che i Villa possano fregiarsi del titolo di conti (AST, Patenti Controllo Finanze, Reg. 1642-43, f. 168). Essi deterranno il feudo di Villastellone fino all’abolizione dei feudi nel periodo napoleonico.
Come già detto, Villastellone rimase pressoché sempre soggetta al comune di Chieri, di cui dunque seguì le sorti e alle cui vicende rimandiamo (si veda la scheda dedicata a Chieri). A cavaliere degli anni 1260-73 la villanova fu spartita a metà fra l'amministrazione chierese e astigiana, come pegno e in conseguenza della ritrovata alleanza fra i due comuni urbani (Montanari 1991, p. 53). Il villaggio appare ancora compreso nel distretto di Chieri alla fine del secolo XVIII, come terra di suo immediato e diretto dominio (AST, Corte, Paesi per A e B, C, m. 56, n. 44), per quanto a tale data è presumibile che tale antico vincolo fosse in parte attenuato nei suoi contenuti dal consolidamento della struttura amministrativa dello Stato sabaudo, con l’inquadramento entro la provincia di Torino. Tale dipendenza da Torino si manterrà anche all’interno del nuovo ordinamento napoleonico, con la creazione dei dipartimenti (dipartimento dell’Eridano), e sarà successivamente confermata al momento della Restaurazione, con il ripristino della provincia di Torino, cui Villastellone continuerà ad appartenere fino ad oggi.
Come si deduce dall’atto di acquisto del 1203, la villanova ricavò il proprio posse dalle porzioni di territorio appartenenti ai centri viciniori preesistenti, quali Gorra, Borgo Cornalese e Santena. Al momento della fondazione del villaggio e per i primi cinquant’anni di vita, il territorio di Villastellone confinava con quello di Gorra grossomodo in corrispondenza dell’attuale cascina Pelabue, a circa 1 chilometro e mezzo a sud-ovest dell’abitato; mentre quello di Santena doveva arrestarsi all’incrocio tra la strada che conduce a Chieri attraverso Santena e l’antica via per Poirino, anch’esso alla distanza di circa un chilometro e mezzo dal centro abitato (Montanari 1991, p. 76). A nord il villaggio aveva invece inglobato nel suo poderium gran parte di quello dell’abitato rurale di Cavanne, mentre a sud il territorio di Borgo Cornalese era stato decurtato arrestandosi ora all’altezza del rio Darborella, poco a meridione dell’odierna cascina San Pietro (Montanari 1991, p. 78). A sud-est, infine, il territorio del nuovo villaggio si arrestava presso la località cascina Fontanacervo, comprendendola. Nel corso dei secoli successivi il territorio di Villastellone si ampliò a danno degli abitati vicini: già nell’anno 1425 (AC Chieri, Squadre fìnium, 1425, art. 145, par. l, fasc. 2) esso si estendeva a nord e nord-est sino a comprendere in sé il territorio di Cavanne e Cavannelle, confinando con il territorio di Santena, mentre a ovest e nord-ovest aveva ormai assorbito l’abitato e il relativo poderium di Gorra, arrestandosi in corrispondenza dell’attuale località La Rotta («ad vadum Rotte»: AST, Corte, Paesi per A e B, V, m. 31, n. 2; C, m. 56, fasc. 59 [1405], «guadus de Ruptis seu de Rupta») e giungendo così a contatto diretto con i territori di Moncalieri e di Carignano. A sud e sud-est confinava infine con i predia dell’abbazia cistercense di S. Maria di Casanova e con i fìnes di Poirino (AC Chieri, art. 6, par. 24, cart. 21, doc. 20 [20 giugno 1498]). Sappiamo inoltre che il guado della Rotta si trovava esattamente a metà strada tra gli abitati di Villastellone e di Moncalieri, equidistante da essi quattro miglia (AST, Corte, Paesi per A e B, C, m. 56, fasc. 59 [1405]). Si può dire che a quell’epoca il distretto di Villastellone raggiunse la sua massima estensione, che mantenne pressoché invariata sino ad oggi. La porzione di territorio a occidente e nord-ovest dell’abitato, coincidente con l’area di divagazione fluviale del Po e quindi soggetta a persistente instabilità, fu oggetto di ripetute dispute confinarie con le comunità limitrofe di Carignano e Moncalieri (AST, Corte, Paesi per A e B, C, m. 56, fasc. 59, Memoriale di istruzioni per la definizione dei confini e per il fatto della Gorra [1405]; AST, Corte, Paesi, Provincia di Torino, m. 12, fasc. l, Confini con Carignano [12 maggio e 25 giugno 1507]; AST, Corte, Paesi per A e B, V, m. 31, n. 10, Atti di lite con Moncalieri per questioni di confine [1726-27]). Non sono attestate variazioni nel periodo postunitario.
Gli abitanti di Villastellone godevano dell’uso dei pascoli comunali, che dovevano però spartire con i cittadini di Chieri, sin dall’origine del villaggio (Montanari 1991). A tale mansione erano rispettivamente adibiti il «Paschetto» di circa tre ettari, compreso tra la villa e il corso dello Stellone, e i «prati di S. Pietro» prope Stellonum, anch’essi a sud del concentrico e confinanti col «Paschetto», compresi tra il corso del Po morto, dello rio Stellone e della «ritana Darbarelli», un canaletto artificiale che separava il territorio di Villastellone da quello di Borgo Cornalese (Cognasso 1954, p. 160; Montanari 1991, p. 80). Una terza zona adibita a pascolo comunale si trovava a ridosso e a ovest dell’abitato, in direzione di Carignano e del Po, all’incirca in corrispondenza dell’attuale cascina Vemetta, separata dal concentrico dal corso artificiale del canale Po morto-Stellone (Montanari 1991, p. 80). I patti di infeudazione del luogo alla famiglia Villa, del 1396, stabilirono però che la proprietà del «pascolo di S. Pietro» passasse ai feudatari: alla comunità fu comunque riservato l’esercizio dell’uso civico di pascolo su di esso (Cognasso 1954, pp. 160-161). Inoltre, da principio, essa deteneva anche l’uso collettivo del bosco o fraschetum comunale, collocato a ridosso del «pascolo di S. Pietro» (Montanari 1991, p. 80); ma già all’inizio del secolo XV esso appare lottizzato e dato «in sortibus» agli abitanti di Villastellone per alimentare una fornace comunale appena edificata (Cognasso 1954, p. 161). A causa della totale mancanza di documentazione non siamo in grado di seguire gli sviluppi dei beni comunali e degli usi civici nel corso dei secoli successivi. Uno spiraglio si apre però sul secolo XVII, quando vi è conferma dell’antico uso civico di pascolo sul «pascolo di S. Pietro», la cui proprietà è ancora detenuta dai Villa che vi hanno nel frattempo impiantato una cascina, detta appunto «di S. Pietro» (AC Chieri, art. 24, par. 1, cart. 70, docc. 10 e 44, Consegnamenti fatti al comune di Chieri dai fratelli Villa, feudatari di Villastellone, dei beni ivi detenuti a titolo feudale e personale [gennaio-marzo 1607]). Da tale momento la documentazione tace fino al Decreto di chiusura delle operazioni di accertamento e liquidazione generale degli usi civici del 14 aprile 1941 (CLUC, Villastellone, Decreto del 14 aprile 1941). A quell’epoca risulta che nell’anno 1928 vennero affrancati dall’uso civico di pascolo i terreni privati della località «pascolo di S. Pietro» (35 ha, 37 a, 71 ca), di proprietà degli eredi del conte Franceschino Villa. Tali terreni vennero per l’occasione divisi fra il comune di Villastellone (13 ha, 76 a, 15 ca) e gli eredi dei Villa. In tale occasione si specifica anche che su di essi vige ancora la consuetudine degli usi civici di «raccolta dello strame e delle lische, di caccia e di pesca, di raccolta delle sanguisughe e di macerazione e stendimento della canapa». I proprietari dei terreni ritengono però, a torto e in contrasto con il podestà del comune, che in questo caso si tratti di pratiche non sancite da alcun diritto, ma semplicemente da loro tollerate. In realtà tali usi sono specificati e garantiti tanto al momento della prima infeudazione ai Villa del 1396 quanto in un atto pubblico stipulato nel 1428 dai feudatari Villa con la comunità di Villastellone, in occasione del tentativo condotto dai primi, in accordo con il comune di Chieri, di ripopolamento del villaggio (Cognasso 1954, pp. 157-165). Dalla relazione che accompagna il decreto del 1941, si ricava inoltre che il diritto di pascolo sul «pascolo di S. Pietro», garantito dall’atto del 30 giugno 1396, era stato più volte confermato dai patti stabiliti successivamente tra la comunità di Villastellone e i feudatari 1’8 aprile 1428, l'8 giugno 1478 e il 17 marzo 1728. Nel 1817 il consiglio comunale aveva deliberato di piantare alberi a scopo commerciale nel «pascolo di S. Pietro» suscitando forti contrasti con i proprietari. Nel 1934 si approva l’alienazione di beni comunali demaniali, per 14 ha, 48 a, 19 ca, di cui 72 a e 04 ca utilizzabili solo come bosco o pascolo e il restante a coltura (CLUC, Villastellone, Decreto del 14 aprile 1941). Nel 1941 si attestano anche l’inesistenza di usi civici su terreni privati, di usurpazioni di beni comunali e di promiscuità di usi civici con altri comuni o demani collettivi.
A.C.C., Catasti Harene 1275, art. 143, Cl. l; Squadre finium inclite communitatis Cherii cum suis estimis [1425], art. 145, par. l, fasc. 2; art. 6, par. 24, cart. 21, doc. 20).
Bosio G., Santena e i suoi dintorni, Torino 1884.
Daviso di Charvensod M.C., I più antichi catasti del comune di Chieri, in «BSBS», 39 (1937), pp. 66-102.
Dizionario di toponomastica: storia e significato dei nomi geografici italiani, Torino 1997.

References: art. 143
 art. 145
 art. 6
 art. 24
 art. 143
 art. 145
 art. 6