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Timestamp: 2019-05-22 23:52:43+00:00

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Visto di ingresso e presentazione di documentazione falsa, perimetro applicativo dell'art. 4 co. 2 Testo unico immigrazione | Sentenze
Scritto il Giugno 20, 2018 Giugno 20, 2018 da sentenze
E’ pienamente logico ritenere che l’art. 4, comma 2, del d.lgs. 286/1998 – secondo cui “la presentazione di documentazione falsa o contraffatta o di false attestazioni a sostegno della domanda di visto comporta automaticamente, oltre alle relative responsabilità penali, l’inammissibilità della domanda” – debba trovare applicazione anche alla domanda di permesso di soggiorno UE, inquanto espressione di un principio generale sulla condotta dei rapporti con l’Amministrazione.
Rifiuto rinnovo del permesso di soggiorno a straniera con figli in tenera età e convivente more uxorio con altro straniero, Consiglio di Stato sentenza n. 6186 29 dicembre 2017: illegittimo se basato solamente su ..
CdS sent. n. 3792 2018
della sentenza breve del T.A.R. Toscana, Sezione Seconda n. -OMISSIS-, resa tra le parti, concernente il diniego del permesso CE per soggiornanti di lungo periodo…
Il caso di specie e tutte le contestazioni
… Con provvedimento prot. -OMISSIS-in data 23 novembre 2015, il Questore di Firenze ha negato all’odierno appellante il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo.
2. Il diniego è motivato con la consapevole presentazione di documentazione falsa (certificazione unica di redditi prodotti nel 2014, relativa ad un rapporto di lavoro in realtà cessato alla fine del 2013).
3. Il TAR Toscana, con la sentenza appellata (II, n. -OMISSIS-), ha respinto il ricorso avverso il diniego, sottolineando che la falsità era stata ammessa e che correttamente la Questura aveva ritenuto irrilevanti le giustificazioni date dall’istante e (sostanzialmente) applicato l’art. 4, comma 2, del d.lgs. 286/1998, mentre ha giudicato irrilevante il fatto che il ricorrente possa essere in possesso, anche dopo la “scrematura” della certificazione falsa, dei requisiti relativi al rilascio del permesso di soggiorno.
– non può essere esclusa la buona fede dell’appellante, alla luce della dichiarazione in data 4 novembre 2015 (tempestivamente prodotta) presentata dal datore di lavoro e dal commercialista che hanno rilasciato il CUD 2015 (erroneo, in ragione dello scambio con il fratello), della circostanza che fino al mese precedente (fine 2013) il rapporto di lavoro sussisteva, della presenza di altri errori di compilazione;
– dall’art. 4, comma 2, del d.lgs. 286/1998 non può discendere di per sé l’inammissibilità o il rigetto dell’istanza di rilascio del permesso UE, in quanto detta norma non si applica a tale fattispecie, e comunque presuppone la condanna ex art. 5, comma 8-bis;
– occorreva invece considerare che l’appellante possedeva il requisito reddituale per il 2014 (presso la -OMISSIS-., anno precedente la domanda che è del 17 marzo 2015, e quindi rilevante) e per il 2015 (presso -OMISSIS-. e poi presso la predetta società -OMISSIS-), maggiore dell’assegno sociale pari per il 2014 a 5.825 euro, anche non computando i redditi risultanti dalla certificazione falsa, come tempestivamente documentato;
– in questa prospettiva, inoltre, ai sensi degli artt. 9, comma 4, 5, comma 5, e 29, comma 3, lettera b), del d.lgs. 286/1998, si sarebbero dovuti considerare anche i redditi prodotti dal fratello convivente -OMISSIS-(originariamente erano in 5 nello stato di famiglia, ora, dal 4 dicembre 2014, sono rimasti in 3, compreso il figlioletto del fratello) pari a 32.137,09 nel 2014, e quindi, insieme al suo, di 7.635,71, ampiamente idoneo al superamento della soglia richiesta dalla legge (come altresì prospettato in esito al preavviso di rigetto con memoria del 5 novembre 2017);
– quanto meno, ai sensi dell’art. 9, comma 9, del d.lgs. 286/1998, occorreva rilasciare un permesso di soggiorno ordinario, sussistendo i relativi requisiti, mentre il TAR non ha pronunciato rispetto a questa domanda subordinata.…
…Detta disposizione [l’art. 4, comma 2, del d.lgs. 286/1998], costituisce specificazione del più generale principio contenuto nell’art. 75 del D.P.R. n. 445/2000, che dispone, la decadenza dei benefici conseguiti con dichiarazioni false (cfr. Cons. Stato, III, n. 1091/2018); e, anche alla luce dell’art. 5, comma 8-bis – secondo cui “Chiunque contraffà o altera un visto di ingresso o reingresso, un permesso di soggiorno, un contratto di soggiorno o una carta di soggiorno, ovvero contraffà o altera documenti al fine di determinare il rilascio di un visto di ingresso o di reingresso, di un permesso di soggiorno, di un contratto di soggiorno o di una carta di soggiorno oppure utilizza uno di tali documenti contraffatti o alterati, è punito con la reclusione …” – esprime un principio sostanzialmente applicabile a tutte le procedure di rilascio di permessi di soggiorno (cfr. Cons. Stato, III, n. 432/2017; n. 5032/2017), non essendovi, come altresì sottolineato dal TAR, alcuna ragione sistematica che possa portare ad assicurare al rilascio del permesso di soggiorno CE di lungo periodo un trattamento più favorevole, per quello che riguarda l’uso di certificazioni false.
E tanto, a prescindere dall’esito del procedimento penale svoltosi per la stessa vicenda (e conclusosi con l’assoluzione dell’appellante), non essendoci alcuna ragione neanche per ritenere che la sanzione “amministrativa” dell’inammissibilità della domanda presupponga che sia intervenuta la condanna ex art. 5, comma 8-bis, cit., posto che detta disposizione sanziona penalmente anche chi abbia soltanto utilizzato documenti contraffatti o alterati al fine di determinare il rilascio di un titolo di soggiorno, e che comunque l’Amministrazione può procedere ad una autonoma valutazione rispetto a quella demandata al giudice penale. (cfr. Cons. Stato, III, n. 1313/2016; n. 6373/2014).
Nel senso che la falsità della documentazione costituisce motivo sufficiente a giustificare il diniego o la revoca del titolo, è la giurisprudenza di questa Sezione (cfr. Cons. Stato, III, n. 1576/2018, relativo anche ad un permesso di soggiorno UE; n. 833/2018, n. 3182/2014 e n. 4203/2016), motivo sufficiente a giustificare il diniego o la revoca del titolo.
Pertanto, correttamente il procedimento ha avuto un esito negativo, al di là dell’imprecisione terminologica (il rigetto dell’istanza in luogo della declaratoria di inammissibilità), ritenendosi sostanzialmente irrilevante l’eventuale possesso dei requisiti altrimenti documentati.
Quanto al rilascio di un permesso di soggiorno c.d. ordinario, in applicazione dell’art. 9, comma 9, del d.lgs. 286/1998, il provvedimento non ha esaminato tale ulteriore esito, probabilmente perché non era stato richiesto e il permesso di soggiorno ordinario posseduto dall’appellante era ancora in corso di efficacia e lontano dalla scadenza.
Al riguardo, la stessa Amministrazione ha sottolineato (cfr. la relazione depositata in giudizio dall’Avvocatura) che “questo Ufficio non ha mai precluso la possibilità dello straniero di ottenere il rinnovo del titolo precedentemente posseduto, per il quale lo stesso potrà presentare una specifica istanza, ex art. 5, comma 2 ter …”, ed anche nella sentenza appellata viene rimarcata tale possibilità.
Il Collegio non dispone di elementi per valutare se riguardo al rinnovo di un permesso di soggiorno ordinario siano stati adottati ulteriori provvedimenti; quel che è certo è che la Questura di Firenze, a valle del diniego oggetto del presente giudizio, era tenuta ad adottarli….
Consiglio di Stato sentenza n. 3792 20 giugno 2018
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