Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20080128.htm
Timestamp: 2018-01-22 16:34:09+00:00

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Compensazione tecnica, compensazione atecnica e pignoramento: verso un indirizzo uniforme della Corte di Cassazione [1]
Nota a sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III, 10 giugno 2005, n. 12327
La Corte di Cassazione osserva ancora il rapporto tra compensazione e pignoramento, esaminando, a riguardo, le diversi ipotesi di compensazione tecnica ed atecnica e conforma nuovamente all’indirizzo prende atto del contrasto esistente tra la giurisprudenza di legittimità in merito all’applicazione dell’art 56 L.F., rilevando come se da un lato vi è concordia sul fatto che ai fini dell’applicabilità di tale norma è sufficiente che il fatto genetico della situazione giuridica estintiva delle obbligazioni contrapposte sia anteriore alla dichiarazione di fallimento, a nulla rilevando il fatto che il credito vantato dal fallito sia divenuto liquido ed esigibile dopo il fallimento, dall’altro lato vigono ancora diverse posizioni rispetto al momento genetico del diritto del socio alla liquidazione della propria quota, ai fini della compensazione del relativo credito. Per tale motivo, la Suprema Corte ha rimesso la causa alla Sezioni Unite.
Con atto notificato il 15.4.1992 l’avv. M.J. procedeva a pignoramento dei crediti vantati da M.E. per Lire 10.402.710 verso la s.p.a. Uap Italiana società di assicurazioni. All’udienza del 25.6.1992 innanzi al Pretore di Genova il procuratore della Uap chiedeva “il differimento per rendere la dichiarazione di terzo con esattezza non essendo ancora predisposti i conteggi di quanto dovuto al M.” ex agente e precisava che, essendo cessato il rapporto, il credito del M. doveva compensarsi con il risarcimento dei maggiori danni da questi prodotti. All’udienza del 5.11.1992 la Uap precisava che al M. erano dovute Lire 65.022.005, che andavano compensate con Lire 211.606.343, delle quali l’agente si era appropriato. Il Pretore assegnava all’espropriante la somma di L. 12.336.769.
Su ricorso della Uap del 27.11.1992, il Pretore, considerato che la dichiarazione era stata in effetti negativa, poiché risultava un credito della Uap nei confronti del M. di almeno Lire 188 milioni, revocava l’ordinanza di assegnazione e rimetteva la causa davanti al tribunale di Genova per l’accertamento dell’obbligo del terzo. Il Tribunale riteneva con sentenza depositata il 13.2.1996 che l’ordinanza di assegnazione era revocabile e che il M. non era creditore della Uap, ma debitore nei confronti di questa per L. 138 milioni, effettuato il conteggio del dare ed avere. Avverso tale sentenza proponeva appello lo J. La Corte di appello di Genova, con sentenza depositata il 16.2.2001 rigettava l’appello. La Corte riteneva che l’ordinanza in questione era revocabile e che, in ogni caso, lo J. doveva richiederne la rimozione alla Cassazione a norma dell’art. 111 cost. e non al tribunale, investito dell’accertamento del debito del terzo; che la dichiarazione resa dalla Uap era negativa; che il tribunale non era incorso in ultrapetizione, poiché nella fattispecie non si versava in tema di compensazione, ma solo di effettuare il conteggio delle poste attive e passive tra le parti, all’esito delle quali risultava che la Uap era creditrice di L. 138 milioni.
Avverso tale decisione M.J. ha proposto ricorso per i suesposti motivi.
1. Preliminare all’esame della sentenza annotata è un breve inquadramento dell’istituto della compensazione[3], che il codice civile definisce all’art.1241[4]. La compensazione è un modo di estinzione diverso dall’adempimento[5] e si può definire come l’elisione di due reciproche obbligazioni, fino al limite della loro concorrenza[6]. La compensazione può essere legale e giudiziale. La prima si verifica solo tra due debiti che hanno per oggetto una somma di denaro o una quantità di cose fungibili dello stesso genere e che sono ugualmente liquidi ed esigibili. I presupposti della compensazione sono l’omogeneità, la liquidità e l’esigibilità dei crediti. Il secondo tipo di compensazione, quella giudiziale, è effetto della sentenza del giudice, il quale non si limita ad accertare un fatto ma lo determina. Si ha compensazione giudiziale quando quella legale non ha potuto operare perché uno dei debiti (o entrambi) non è liquido, purché però esso sia di facile e pronta liquidazione in seguito ad accertamenti anche matematici[7]. Un’ulteriore distinzione, rilevante in questa sede in quanto espressamente trattata dalla Suprema Corte nella suestesa sentensa, è quella tra compensazione in senso tecnico e in senso atecnico (anche dette compensazione propria ed impropria). La Suprema Corte, nella sua giurisprudenza, risalente negli anni[8] e ripetutamente ribadita anche in epoca recente[9] - ha affermato che perché possa parlarsi di compensazione in senso tecnico occorre che i due debiti contrapposti siano riferibili a rapporti autonomi e distinti; in mancanza di tale requisito dell'autonomia dei crediti - autonomia che non è necessariamente assicurata neppure dall'eventuale diversa natura, contrattuale ed extracontrattuale, delle obbligazioni reciproche[10] - si ha una semplice «partita di dare ed avere», alla quale non trova applicazione la disciplina limitativa dell'operatività della compensazione sia sul piano processuale[11], sia sul piano sostanziale[12]. Questa giurisprudenza - che è ispirata, nella sostanza, ad un favor per il simultaneus processus - richiede quindi che il giudice accerti il saldo delle poste attive e passive sicché comunque dalla reciprocità dei due debiti (omogenei, liquidi ed esigibili) consegue l'effetto della loro automatica estinzione fino a concorrenza di quello di importo minore. Pertanto sia la compensazione legale in senso stretto[13], che la compensazione c.d. atecnica[14] operano di diritto per effetto della sola coesistenza dei due debiti e conseguentemente la sentenza del giudice che l'accerti è meramente dichiarativa di un duplice effetto estintivo già verificatosi e quindi di due obbligazioni già esauritesi. Ma in entrambi i casi le obbligazioni reciproche hanno vita autonoma fino alla loro coesistenza talché[15] - con riferimento proprio all'ipotesi di debiti reciproci originati da un unico rapporto - fino al momento in cui il giudice compie (anche d'ufficio) il calcolo del dare e dell'avere delle parti, gli opposti crediti restano separatamente esposti ai relativi eventi estintivi, compresa la prescrizione.
2. Nella sentenza annotata la Suprema Corte affronta anzitutto il motivo di ricorso relativo alla pretesa illegittimità dell’ordinanza di revoca del provvedimento di assegnazione del Tribunale; tale illegittimità, a detta del ricorrente, sarebbe stata fondata da un’irrevocabilità della predetta ordinanza e dall’improponibilità dell’istanza di revoca da parte di un soggetto estraneo al processo esecutivo. La medesima ordinanza di revoca non sarebbe potuta certo essere impugnata per cassazione, in quanto non avrebbe costituito nella sostanza una sentenza. La Suprema Corte, nel rigettare il motivo, ha rilevato come l’ordinanza di assegnazione di un credito sia l’atto conclusivo del procedimento di esecuzione forzata per espropriazione di crediti e costituisca, per l’effetto, essa stessa atto esecutivo, ragione per cui deve essere necessariamente impugnata con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi tutte le volte in cui si facciano valere vizi riferibili ai singoli atti esecutivi (ivi compresa quelli afferenti all’ordinanza stessa), ma non anche – a pena di inammissibilità dell’impugnazione – con il ricorso per cassazione ex art. 111 cost. Tale rilievo è coerente con la giurisprudenza consolidata di legittimità[16]. Eguale mezzo di impugnazione va adottato per la revoca dell’ordinanza di assegnazione: infatti solo con l’opposizione agli atti esecutivi può sollevarsi la questione se l’atto esecutivo in questione sia revocabile o meno. Tanto atteso, la mancata attivazione, da parte del ricorrente, del mezzo di impugnazione tipico previsto per la fattispecie (.i.e. l’opposizione agli atti esecutivi) ha determinato il rigetto, da parte della Corte, del suindicato motivo di ricorso.
La Corte ha tuttavia corretto la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui affermava che l’ordinanza di revoca dell’assegnazione potesse essere impugnata con il ricorso per Cassazione a norma dell’art. 111 Cost., in coerenza all’indirizzo consolidato per cui il ricorso straordinario per cassazione avverso l'ordinanza del giudice dell'esecuzione di assegnazione delle somme pignorate è inammissibile. Secondo la costante giurisprudenza della Corte, infatti, ai fini dell'impugnabilità di un provvedimento giurisdizionale con il ricorso per cassazione, a norma dell'art. 111 della Costituzione, è necessario che esso presenti, oltre al requisito della decisorietà, anche quello della definitività, il quale va inteso nel senso che contro il provvedimento medesimo non deve essere previsto dall'ordinamento alcuno specifico mezzo di impugnazione; di conseguenza, l'ordinanza di assegnazione di somme, costituendo l'atto conclusivo dell'esecuzione forzata e, quindi, essa stessa atto esecutivo, deve essere impugnata con il rimedio dell'opposizione agli atti esecutivi, quando si tratta di far valere vizi che si riferiscono ai singoli atti esecutivi o ad essa stessa, mentre può essere impugnata con l'appello, quando la sua pronuncia abbia assunto natura decisoria, per avere inciso sulle posizioni sostanziali del creditore o del debitore; il suddetto provvedimento, invece, non è mai suscettibile di ricorso per cassazione ex art. 111 Cost., mancando del carattere della definitività[17].
3. Nell’affrontare gli ulteriori motivi di impugnazione, il Giudice di legittimità ha evidenziato in primis come la posizione del Tribunale, che aveva ritenuto che nella specie non si sarebbe trattato di estinzione del credito per compensazione, ma di un unico rapporto con poste di dare e di avere, estinte nei limiti della coesistenza, fosse coerente a quella giurisprudenza prevalente, secondo cui, in tema di rapporto di agenzia i rispettivi crediti e debiti dell’agente[18] nei confronti del preponente, traggono origine dall’unico rapporto di agenzia[19]. La conseguenza di ciò è l’inclusione, saldo contabile, di tutte le partite di debito e credito derivanti dal rapporto stesso, con esclusione dell’applicazione delle norme in tema di compensazione[20]. Ciò è coerente con la prevalente giurisprudenza della Suprema Corte, per cui la compensazione propria o tecnica in senso proprio presuppone l’autonomia dei due crediti, con la conseguenza che quando si tratta di un unico rapporto, ancorchè complesso, la questione si riduce ad un semplice calcolo di dare ed avere che può essere compiuto d’ufficio dal giudice (cd. compensazione impropria), senza che sia applicabile a detto accertamento contabile la stessa struttura e funzione della sentenza cd. di accertamento costitutivo in tema di compensazione giudiziale tecnica e quindi con effetti dell’estinzione ex nunc dalla data dell’accertamento giudiziale[21].
Alla luce di tale indirizzo consolidato, la Corte ha contestato le affermazioni di due proprie precedenti pronunce, poste dal ricorrente a fondamento del motivo di ricorso, in cui si affermava che, fino al momento in cui il giudice compie (anche di ufficio) il calcolo del dare e dell’avere delle parti, gli opposti crediti restano separatamente esposti ai relativi eventi estintivi, e quindi l’effetto estintivo del debito per la compensazione atecnica avverrebbe solo al momento del conteggio, con effetto ex nunc.
Sia nella prima[22] che nella seconda[23] delle succitate sentenze, ai fini dell’applicazione dell’art. 2917 c.c. in tema di opponibilità al creditore pignorante dell’estinzione del credito pignorato si è ritenuto che sia nel caso di compensazione legale propria che nel caso di compensazione legale atecnica (rapporti di dare ed avere nell’ambito di un unico rapporto) le obbligazioni reciproce hanno vita autonoma fino alla loro coesistenza talché fino al momento in cui il giudice compie (anche di ufficio) il calcolo del dare e dell’avere delle parti, gli opposti crediti restano separatamente esposti ai relativi eventi estintivi, compresa la prescrizione. Pertanto a norma del cit. art. 2917 c.c., l’estinzione per compensazione, tecnica o atecnica che sia, del credito pignorato successiva al pignoramento non avrebbe effetto in pregiudizio del creditore pignorante e dei creditori che intervengono nell’esecuzione, ove siano identificabili due distinte situazioni giuridiche, di credito e di debito, ancorché nascenti da un unico rapporto.
Nel contestare tali assunti, la Corte fa completamente proprie le determinazioni della sentenza delle Sezioni Unite in data 16 novembre 1999, n. 775, affermando che non può condividersi nè il principio secondo cui, quando le obbligazioni derivano da un unico rapporto giuridico, o da rapporti tra loro collegati, necessariamente non si sarebbe in presenza di compensazione in senso tecnico, avente come necessario presupposto l’autonomia dei rapporti dai quali le obbligazioni reciproche delle parti traggono origine, perché in detta situazione si dovrebbe procedere soltanto ad un accertamento di dare e di avere, nè l’orientamento in tema di applicabilità dell’art. 2917, quale sopra delineato.
La prima questione viene risolta, dal giudice di legittimità, alla luce della lettera dell’art. 1246 c.c[24]., per cui la compensazione si verifica qualunque sia il titolo dell’uno o dell’altro debito, eccettuati i casi nella norma medesima elencati. Tale norma, afferma la Corte, sancisce la regola che ai fini della compensazione non è necessaria l’identità o l’affinità dei titoli dei reciproci rapporti obbligatori, affermando quindi la regola della compensabilità delle obbligazioni ancorché derivanti da fonti distinte; ma con ciò non esclude che la compensazione possa operare fra obbligazioni scaturenti da u unico contratto o, più in generale, da un’unica fonte negoziale o da un unico evento.
Una simile esclusione non si ricava dal testo dell’art. 1246 cit. e nemmeno dalle altre norme che disciplinano l’istituto, che sembrano invece confermare tale indirizzo. Si fa l’esempio, all’uopo, dell’art. 1241 c.c.[25], il quale si limita a stabilire che “quando due persone sono obbligate l’una verso l’altra, i due debiti si estinguono per le quantità corrispondenti secondo le norme degli articoli che seguono”, facendo riferimento ai “due debiti”, cioè alle due obbligazioni, senza alcun cenno all’unicità o pluralità dei rapporti nei quali le obbligazioni medesime hanno causa[26]. Per cui sembra legittima la conclusione che l’art. 1246 c.c. sia stato posto per prevedere la pluralità di titoli (con le eccezioni stabilite), non già per escludere l’unicità del rapporto come fonte delle obbligazioni contrapposte. [27]
4. La Suprema Corte prende anche posizione sulla tesi secondo cui in caso di unicità del rapporto, anche se complesso, la valutazione delle rispettive pretese si ridurrebbe ad un accertamento delle poste di dare ed avere. In merito, la sentenza annotata evidenzia come tale tesi debba essere condivisa quando le obbligazioni derivanti da un unico negozio siano tra loro legate da un vincolo di corrispettività che ne escluda l’autonomia, perché in tali ipotesi la non compensabilità si spiega con il rilievoche, se si ammettesse la reciproca elisione delle obbligazioni, si verrebbe ad incidere sull’efficacia del negozio, paralizzandone gli effetti, onde la compensazione si porrebbe in contrasto con la funzione alla quale il contratto assolve, che consiste nell’assicurare a ciascuna parte la prestazione pattuita. Per contro, evidenzia sempre la sentenza, quando le obbligazioni, ancorché aventi causa in un unico rapporto negoziale, non siano in posizione sinallagmatica avendo carattere autonomo, non v’è ragione per escludere la fattispecie dall’area della compensazione in senso tecnico.
La Corte coglie l’occasione anche per rilevare come la compensazione giudiziale non costituisce un istituto a sé, separato e distinto dalla compensazione legale, essendo invece una species dell’unico istituto della compensazione. Ciò, tuttavia, secondo la Corte, non rappresenta un ostacolo a rendere operativa la compensazione giudiziale anche nel fallimento atteso che, come hanno ritenuto le S.U. n. 775/1999, elemento rilevante per la compensazione medesima con la procedura concorsuale è il fatto che le radici causali delle obbligazioni contrapposte si siano determinate prima delle dichiarazioni di fallimento mentre gli effetti della compensazione, cioè l’estinzione delle obbligazioni, si possono verificare dopo tale dichiarazione.
Alla luce di tale ragionamento, poiché nella fattispecie i crediti contrapposti erano sì sorti da uno stesso rapporto, ma non erano in posizione di sinallagmaticità (attenendo il credito dell’agente l’indennità di fine rapporto e quello del preponente il risarcimento per appropriazione indebita), essendo invece autonomi, si verteva in tema di compensazione. Sennonché, contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente, tanto non comportava che nella fattispecie si rientrasse nell’ambito di applicazione dell’art. 2917 c.c.[28], solo perché la compensazione era stata pronunziata dal giudice successivamente al pignoramento effettuato dall’attuale ricorrente.
La Corte richiama all’uopo la predetta sentenza delle S.U., dove queste ultime hanno evidenziato che l’art. 2917 c.c. (con disciplina analoga all’art. 56 l.f. in tema di fallimento[29]) si riferisce all’ipotesi in cui il controcredito omogeneo sorga dopo il pignoramento, e non anche all’ipotesi in cui credito e controcredito, esistenti a quell’epoca, acquistino dopo i caratteri per potersi fare luogo alla compensazione. Tale assunto è confermato in primis dalla lettera dell’art. 2917 c.c., il quale, nel caso di pignoramento di credito, rende inefficace, in pregiudizio del creditore pignorante e di quelli intervenuti nell’esecuzione, l’estinzione di esso per cause verificatesi in epoca successiva al pignoramento medesimo. Rileva il giudice di legittimità che, nel concetto di causa, ben può rientrare il momento genetico, fonte dell’evento estintivo, onde per la compensazione bisogna avere riguardo alla radice causale del credito opposto ai fini compensativi, con la conseguenza che, se tale radice è anteriore al pignoramento, la compensazione medesima non trova ostacolo nella norma in esame. La Corte non manca di esaminare e condividere le posizioni della dottrina sul tema, iniziando da chi ritiene che la predetta norma è diretta ad evitare che l’attività esecutiva del creditore pignorante possa essere resa vana dall’attività del debitore esecutato (o del debitor debitoris) di porre nel nulla l’azione del pignorante tramite condotte finalizzate ad estinguere il credito dopo il pignoramento. Ma, se questa è la ratio, si sottolinea, garanzia sufficiente contro iniziative strumentali è l’anteriorità del pignoramento della radice causale del credito opposto in compensazione, anche se l’effetto estintivo si realizzi dopo.
La Corte, inoltre, dà valenza anche alla tesi dottrinaria che fa leva su disposto dell’art. 1248, secondo comma, c.c., alla stregua del quale la cessione non accettata del debitore, ma a questo notificata, impedisce la compensazione dei crediti sorti posteriormente alla notificazione (come si vede, ancora una bolta il riferimento è al momento genetico del credito) e non quindi la compensazione col credito sorto prima, anche se i presupposti di questa maturano dopo la cessione del controcredito. In merito, è stato rilevato che un vincolo esecutivo sul credito non può avere efficacia maggiore (quanto alla esclusione della compensazione) della fuoriuscita del credito stesso dal patrimonio del debitore. Resta dunque confermato che nell’ambito dell’art. 2917 c.c. (come per l’art. 56 l. fall.[30]) momento rilevante è soltanto l’anteriorità del fatto genetico del credito opposto in compensazione per cui se questo è anteriore al pignoramento, la compensazione può essere utilmente eccepita ed essa è opponibile al creditore pignorante. Alla luce di quanto sopra, poiché nella fattispecie in esame i fatti genetici dei rispettivi crediti e debiti erano sorti anteriormente alla data di notifica del pignoramento, anche se essi siano stati accertati successivamente, l’opponibilità al creditore pignorante della compensazione non risulta impedita dall’art. 2917 c.c.
5. La decisione della Corte rientra in un filone giurisprudenziale fondato sulla citata sentenza Sezioni Unite in data 16 novembre1999, n. 775, che sta divenendo sempre più consolidato[31]. Tuttavia, come ho già avuto occasione di evidenziare in passato, vi sono valide ragioni per non condividere tale orientamento, che è stato di recente rimesso in discussione,[32] per ragioni che si possono di seguito brevemente sintetizzare. Ed invero, come visto in precedenza, con la predetta sentenza le Sezioni Unite hanno dato un’interpretazione estensiva dell’art. 56 l.f. dell’art. 56 l. fall., sostenendo che l’unica condizione per l’operatività della compensazione verso il fallimento sarebbe che il fatto genetico della situazione giuridica estintiva delle obbligazioni contrapposte sia anteriore alla dichiarazione di fallimento, restando irrilevante il fatto che il credito vantato dal fallito sia divenuto liquido ed esigibile dopo il fallimento. Il predetto orientamento è stato però contestato recentemente dalla medesima Corte, con la sentenza n. 20169 del 2004.[33]., con cui si è affermato che se, da un lato, è vero che il diritto alla liquidazione della quota sociale ha tra i suoi presupposti il rapporto di società da cui discende la stessa qualità di socio, dall’altro lato il diritto alla liquidazione della quota non nasce affatto con il contratto di società.
In particolare, per tutta la vita della società il socio non avrebbe alcun diritto ad una quota di liquidazione, in quanto tale diritto presuppone l’avvenuto verificarsi di una causa di scioglimento da cui derivi la liquidazione della società nel suo complesso. Il socio non avrebbe nemmeno diritto alla liquidazione della quota, in quanto anche tale diritto presuppone il verificarsi di specifiche e determinate situazioni, da cui derivi lo scioglimento del rapporto sociale relativamente a quel socio, situazioni tra le quali nel caso della cooperativa va ricompresso il fallimento del socio. Per tali ragioni, secondo la Corte, anteriormente alla dichiarazione di fallimento od al verificarsi di altra causa di scioglimento del rapporto del socio con la società non è possibile configurare un credito del socio nei confronti della società che sia dotato dei requisiti, se non di liquidità ed esigibilità, almeno di certezza.
Con ordinanza del 18 marzo 2005, la I Sezione della Corte di Cassazione ha rimesso la questione alle Sezioni Unite. In merito, poiché il problema è di enorme attualità e si presente con sempre maggior frequenza all’attenzione dei giudici, sia di merito che di legittimità, appare legittimo confidare in una celere decisione che, si spera, possa porre fine alla diatriba.
Fallimento (compensazione e pignoramento)
CORTE DI CASSAZIONE, Sez. III, 10 giugno 2005, n. 12327.
Pres. Vittori - Rel. Segreto – P.M. Russo – J.M. (avv.ti Carpi, Chiussi, Visconti) c. Uap italiana S.p.A. e Axa assicurazioni S.p.A. (avv.ti Nicolais, Parodi) e L.B. e M.E.
Contratto di investimento –Obblighi di informazione – Violazione – Nullità - Insussistenza.
(Artt. 1241, 1242, 1243, 2917 c.c.1418 e 1421; 2928 Art, 111 Cost. artt. 159, 161, 177, 487, 552, 553, 547, 617 c.p.c., 2929 c.c. e 111 Cost., nonché la nullità della sentenza in relazione agli artt. 360 n. 3 e 4 c.p.c.. 492, 543, 546, 547, 553 617 c.p.c.,
Alla stregua dell’art. 1246 c.c. la compensazione si verifica qualunque sia il titolo dell’uno o dell’altro debito, eccettuati i casi nella norma medesima elencati. La disposizione predetta, nel suo testuale tenore, sancisce la regola che ai fini della compensazione non è necessaria l’identità o l’affinità dei titoli dei reciproci rapporti obbligatori, affermando quindi la regola della compensabilità delle obbligazioni ancorché derivanti da fonti distinte; ma con ciò non esclude che la compensazione possa operare fra obbligazioni scaturenti da u unico contratto o, più in generale, da un’unica fonte negoziale o da un unico evento.
Quando le obbligazioni, ancorché aventi causa in un unico rapporto negoziale, non siano in posizione sinallagmatica avendo carattere autonomo, non v’è ragione per escludere la fattispecie dall’area della compensazione in senso tecnico.
La compensazione giudiziale non costituisce un istituto a sé, separato e distinto dalla compensazione legale. Essa è una species dell’unico istituto della compensazione (artt. 1241 e seg. c.c.), che si attua quando il giudice accerta nel corso del processo il verificarsi di un presupposto legale che mancava (la liquidità), con la conseguenza che l’effetto estintivo si perfeziona non con la coesistenza dei debiti ma con l’accertamento giudiziale. Il che, però, non costituisce ostacolo a rendere operativa la compensazione giudiziale anche nel fallimento se, come hanno ritenuto le S.U. n. 775/1999, elemento rilevante per la compensazione medesima con la procedura concorsuale è il fatto che le radici causali delle obbligazioni contrapposte si siano determinate prima delle dichiarazioni di fallimento mentre gli effetti della compensazione, cioè l’estinzione delle obbligazioni, si possono verificare dopo tale dichiarazione.
Con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 159, 161, 177, 487, 552, 553, 547, 617 c.p.c., 2929 c.c. e 111 Cost., nonché la nullità della sentenza in relazione agli artt. 360 n. 3 e 4 c.p.c..
Assume il ricorrente che era illegittima l’ordinanza di revoca del provvedimento di assegnazione, sia perché la stessa non era revocabile, sia perché detta istanza non poteva essere proposta dalla UAP, soggetto estraneo al processo esecutivo; che erra la sentenza impugnata allorché ritiene che detta ordinanza di revoca potesse essere impugnata per Cassazione, in quanto non costituiva sostanzialmente una sentenza; che ragioni di economia processuale imponevano ad esso J. di impugnare davanti al tribunale, in sede di accertamento del debito del terzo, la predetta revoca.
Ritiene la Corte che il motivo sia infondato e che lo stesso vada rigettato.
Correttamente, infatti, la corte di merito ha ritenuto che in questo giudizio di cognizione, relativo all’accertamento del debito del terzo, non potesse proporsi la questione della revocabilità dell’ordinanza. A tal fine va premesso che l’ordinanza di assegnazione di un credito, costituendo l’atto conclusivo del procedimento di esecuzione forzata per espropriazione di crediti (e costituendo, per l’effetto, essa stessa atto esecutivo), va impugnata con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi tutte le volte in cui si facciano valere vizi riferibili ai singoli atti esecutivi (ivi compresa quelli afferenti all’ordinanza stessa), ma non anche – a pena di inammissibilità dell’impugnazione – con il ricorso per cassazione ex art. 111 cost. (Cass. 28.6.2000, n. 8813; Cass. 14.2.2000, n. 1670; Cass. 29.9.1997, n. 9541). Eguale mezzo di impugnazione va adottato per la revoca dell’ordinanza di assegnazione: infatti solo con l’opposizione agli atti esecutivi può sollevarsi la questione se l’atto esecutivo in questione sia revocabile o meno. A ben vedere lo stesso resistente riconosce ciò nel controricorso, sostenendo che solo per economia processuale ha impugnato la revoca dell’ordinanza di assegnazione nel giudizio ordinario di cognizione per accertamento dell’obbligo del terzo ma la ragione addotta non ha – all’evidenza – alcuna valenza, non potendo essa incidere sui mezzi di impugnazione, che hanno carattere tassativo.
Ne consegue che, non avendo il ricorrente impugnato detta ordinanza di revoca con il rimedio di cui all’art. 617 c.p.c., non può far valere in questo giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo le sue censure in merito a tale revoca, con conseguente rigetto del motivo. Inoltre proprio la mancata proposizione dell’opposizione agli atti esecutivi esenta questa Corte dal possibile problema di coordinamento tra tale opposizione e l’attuale giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo.
Va solo corretta la motivazione dell’impugnata sentenza, a norma dell’art. 384, c. 2, c.p.c., nella parte in cui afferma che l’ordinanza di revoca dell’assegnazione potesse essere impugnata con il ricorso per Cassazione a norma dell’art. 111 Cost..
Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 492, 543, 546, 547, 553 c.p.c.; 1241 ss. 2917, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.. Omessa motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c..
Ritiene il ricorrente che nella fattispecie non si potesse parlare di compensazione, mancando le condizioni minime di operatività di tale istituto e che, in ogni caso, anche se si ritenesse che nella fattispecie si verteva in ipotesi di conteggio di dare ed avere, non potesse essere opposta al creditore ogni ragione di estinzione del credito sopravvenuta al pignoramento, a norma dell’art. 2917 c.c., che opera non solo nel caso di compensazione tecnica, ma anche atecnica.
Assume il ricorrente che nella specie l’atto di pignoramento presso terzi era avvenuto il 15.4.1992; che il rapporto di agenzia era cessato il 25.6.1992; che solo all’udienza del 4.11.1992, la Uap aveva saputo precisare il suo controcredito; che quindi la compensazione atecnica si sarebbe verificata successivamente al pignoramento e, come tale, non sarebbe stata opponibile ad esso pignorante a norma dell’art. 2917 c.c.; che l’estinzione dei debiti e dei crediti, in caso di compensazione atecnica, interviene solo nel momento in cui il giudice compie il calcolo del dare ed avere, per cui fino a quel momento ciascuna posta creditoria conserva la propria autonomia.
Con il terzo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1241, 1242, 1243, 2917 c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.. Ritiene il ricorrente che nella fattispecie non è ammissibile la compensazione legale tra i crediti, non essendo egualmente liquidi ed esigibili; che non poteva sussistere la compensazione giudiziale, a seguito dell’ordinanza di assegnazione del giudice dell’esecuzione del 4.11.1992.
Ritiene questa Corte che i suddetti motivi siano infondati e che gli stessi vadano rigettati, anche se va corretta la motivazione della sentenza impugnata, a norma dell’art. 384, II c., c.p.c..
Preliminarmente va osservato che la sentenza impugnata ha ritenuto, in conformità della sentenza di primo grado, che nella specie non si trattasse di estinzione del credito del M. nei confronti della Uap per compensazione, ma che si trattasse di un unico rapporto con poste di dare e di avere, estinte nei limiti della coesistenza. La sentenza si è mossa in conformità della giurisprudenza prevalente, secondo cui, in tema di rapporto di agenzia i rispettivi crediti e debiti dell’agente nei confronti del preponente, traggono origine dall’unico rapporto di agenzia (Cass. 25.11.2002, n. 16561; Cass. 7.10.1991, n. 10447) e che ciò comporta che nel saldo contabile vanno incluse tutte le partite di debito e credito derivanti dal rapporto stesso, con esclusione dell’applicazione delle norme in tema di compensazione.
Infatti, secondo la prevalente giurisprudenza di questa Suprema Corte (ex multis: Cass. 29.3.2004, n. 6214; Cass. 12.4.1999, n. 3564; Cass. 23.1.1999, n. 648) “la compensazione propria o tecnica in senso proprio presuppone l’autonomia dei due crediti, con la conseguenza che quando si tratta di un unico rapporto, ancorchè complesso, la questione si riduce ad un semplice calcolo di dare ed avere che può essere compiuto d’ufficio dal giudice (cd. compensazione impropria), senza che sia applicabile a detto accertamento contabile la stessa struttura e funzione della sentenza cd. di accertamento costitutivo in tema di compensazione giudiziale tecnica e quindi con effetti dell’estinzione ex nunc dalla data dell’accertamento giudiziale.
Tuttavia, secondo due arresti di questa Corte (Cass. sez. lav., 19/11/1998, n. 11690; Cass. sez. lav., 3 novembre 1986, n. 6426), fatti propri dal ricorrente, in tale ipotesi, fino al momento in cui il giudice compie (anche di ufficio) il calcolo del dare e dell’avere delle parti, gli opposti crediti restano separatamente esposti ai relativi eventi estintivi, e quindi l’effetto estintivo del debito per la compensazione atecnica avverrebbe solo al momento del conteggio, con effetto ex nunc.
Con le predette sentenze, ai fini dell’applicazione dell’art. 2917 c.c. in tema di opponibilità al creditore pignorante dell’estinzione del credito pignorato si è ritenuto che sia nel caso di compensazione legale propria che nel caso di compensazione legale atecnica (rapporti di dare ed avere nell’ambito di un unico rapporto) le obbligazioni reciproce hanno vita autonoma fino alla loro coesistenza talché fino al momento in cui il giudice compie (anche di ufficio) il calcolo del dare e dell’avere delle parti, gli opposti crediti restano separatamente esposti ai relativi eventi estintivi, compresa la prescrizione. Pertanto a norma del cit. art. 2917 c.c., l’estinzione per compensazione, tecnica o atecnica che sia, del credito pignorato successiva al pignoramento non ha effetto in pregiudizio del creditore pignorante e dei creditori che intervengono nell’esecuzione, ove siano identificabili due distinte situazioni giuridiche, di credito e di debito, ancorché nascenti da un unico rapporto. Ritiene questa Corte, ponendosi sulla scia dell’insegnamento delle S.U. 16/11/1999, n. 775, che non possa condividersi sia il principio secondo cui, quando le obbligazioni derivano da un unico rapporto giuridico, o da rapporti tra loro collegati, necessariamente non si sarebbe in presenza di compensazione in senso tecnico, avente come necessario presupposto l’autonomia dei rapporti dai quali le obbligazioni reciproche delle parti traggono origine, perché in detta situazione si dovrebbe procedere soltanto ad un accertamento di dare e di avere, sia l’orientamento in tema di applicabilità dell’art. 2917, quale sopra delineato.
Per risolvere la prima questione in esame occorre prendere le mosse dall’art. 1246 c.c., alla stregua del quale la compensazione si verifica qualunque sia il titolo dell’uno o dell’altro debito, eccettuati i casi nella norma medesima elencati. La disposizione predetta, nel suo testuale tenore, sancisce la regola che ai fini della compensazione non è necessaria l’identità o l’affinità dei titoli dei reciproci rapporti obbligatori, affermando quindi la regola della compensabilità delle obbligazioni ancorché derivanti da fonti distinte; ma con ciò non esclude che la compensazione possa operare fra obbligazioni scaturenti da u unico contratto o, più in generale, da un’unica fonte negoziale o da un unico evento.
Una simile esclusione non si ricava dal testo dell’art. 1246 cit. e nemmeno dalle altre norme che disciplinano l’istituto. Non a caso, anzi, l’art. 1241 c.c. si limita a stabilire che “quando due persone sono obbligate l’una verso l’altra, i due debiti si estinguono per le quantità corrispondenti secondo le norme degli articoli che seguono”, facendo riferimento ai “due debiti”, cioè alle due obbligazioni, senza alcun cenno all’unicità o pluralità dei rapporti nei quali le obbligazioni medesime hanno causa. Per cui sembra legittima la conclusione che l’art. 1246 c.c. sia stato posto per prevedere la pluralità di titoli (con le eccezioni stabilite), non già per escludere l’unicità del rapporto come fonte delle obbligazioni contrapposte.
Non convince, nella sua assolutezza, la tesi secondo cui in caso di unicità del rapporto, anche se complesso, la valutazione delle rispettive pretese si ridurrebbe ad un accertamento delle poste di dare ed avere. Questa tesi deve essere condivisa quando le obbligazioni derivanti da un unico negozio siano tra loro legate da un vincolo di corrispettività che ne escluda l’autonomia, perché in tali ipotesi la non compensabilità si spiega con il rilievo, giustamente posto in luce dalla dottrina, che, se si ammettesse la reciproca elisione delle obbligazioni, si verrebbe ad incidere sull’efficacia del negozio, paralizzandone gli effetti, onde la compensazione si porrebbe in contrasto con la funzione alla quale il contratto assolve, che consiste nell’assicurare a ciascuna parte la prestazione pattuita. Ma quando le obbligazioni, ancorché aventi causa in un unico rapporto negoziale, non siano in posizione sinallagmatica avendo carattere autonomo, non v’è ragione per escludere la fattispecie dall’area della compensazione in senso tecnico. Si pensi al caso, come nella fattispecie, di obbligazioni distinte nell’ambito di uno stesso rapporto contrattuale: ad un’obbligazione di pagamento cui venga contrapposta un’obbligazione risarcitoria, che non si ponga in rapporto di corrispettività con la prima. In questi e in altri casi non può escludersi in via di principio la coesistenza tra le parti di crediti reciproci e compensabili.
D’altro canto la compensazione giudiziale non costituisce un istituto a sé, separato e distinto dalla compensazione legale. Essa è una species dell’unico istituto della compensazione (artt. 1241 e seg. c.c.), che si attua quando il giudice accerta nel corso del processo il verificarsi di un presupposto legale che mancava (la liquidità), con la conseguenza che l’effetto estintivo si perfeziona non con la coesistenza dei debiti ma con l’accertamento giudiziale. Il che, però, non costituisce ostacolo a rendere operativa la compensazione giudiziale anche nel fallimento se, come hanno ritenuto le S.U. n. 775/1999, elemento rilevante per la compensazione medesima con la procedura concorsuale è il fatto che le radici causali delle obbligazioni contrapposte si siano determinate prima delle dichiarazioni di fallimento mentre gli effetti della compensazione, cioè l’estinzione delle obbligazioni, si possono verificare dopo tale dichiarazione.
Ne consegue che, poiché nella fattispecie i crediti contrapposti tra il M. e la Uap, pur sorgendo da uno stesso rapporto, non erano in posizione di sinallagmaticità (attenendo il credito dell’agente l’indennità di fine rapporto e quello del preponente il risarcimento per appropriazione indebita), ma erano autonomi, nella fattispecie la sentenza impugnata erratamente ha ritenuto che non si vertesse in ipotesi di compensazione.
Sennonché, contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente, tanto non comportava che nella fattispecie si rientrasse nell’ambito di applicazione dell’art. 2917 c.c., solo perché la compensazione era stata pronunziata dal giudice successivamente al pignoramento effettuato dall’attuale ricorrente.
Statuisce l’art. 2917 che se oggetto del pignoramento è un credito, l’estinzione di esso per cause verificatesi in epoca successiva al pignoramento non ha effetto in pregiudizio del creditore pignorante e dei creditori che intervengono nell’esecuzione. Come hanno rilevato le S.U. nella citata sentenza, l’art. 2917 c.c. (con disciplina analoga all’art. 56 l.f. in tema di fallimento) si riferisce all’ipotesi in cui il controcredito omogeneo sorga dopo il pignoramento, e non anche all’ipotesi in cui credito e controcredito, esistenti a quell’epoca, acquistino dopo i caratteri per potersi fare luogo alla compensazione. Questa opzione ermeneutica trova un primo dato di riscontro nel testo dell’art. 2917 c.c., il quale, nel caso di pignoramento di credito, rende inefficace, in pregiudizio del creditore pignorante e di quelli intervenuti nell’esecuzione, l’estinzione di esso per cause verificatesi in epoca successiva al pignoramento medesimo. Il richiamo alla causa ben si presta ad essere inteso come riferimento al momento genetico, ossia alla fonte, dell’evento estintivo, onde per la compensazione bisogna avere riguardo alla radice causale del credito opposto ai fini compensativi, con la conseguenza che, se tale radice è anteriore al pignoramento, la compensazione medesima non trova ostacolo nella norma in esame.
D’altro canto, come pure si è affermato in dottrina, detta norma è diretta ad evitare che l’attività esecutiva del creditore pignorante possa essere resa vana dall’attività del debitore esecutato (o del debitor debitoris) di porre nel nulla l’azione del pignorante tramite condotte finalizzate ad estinguere il credito dopo il pignoramento. Ma, se questa è la ratio, garanzia sufficiente contro iniziative strumentali è l’anteriorità del pignoramento della radice causale del credito opposto in compensazione, anche se l’effetto estintivo si realizzi dopo.
Né va trascurato l’argomento, propugnato da autorevole dottrina, che fa leva su disposto dell’art. 1248, secondo comma, c.c., alla stregua del quale la cessione non accettata del debitore, ma a questo notificata, impedisce la compensazione dei crediti sorti posteriormente alla notificazione (come si vede, ancora una bolta il riferimento è al momento genetico del credito) e non quindi la compensazione col credito sorto prima, anche se i presupposti di questa maturano dopo la cessione del controcredito. è stato infatti notato che un vincolo esecutivo sul credito non può avere efficacia maggiore (quanto alla esclusione della compensazione) della fuoriuscita del credito stesso dal patrimonio del debitore. Resta dunque confermato che nell’ambito dell’art. 2917 c.c. (come per l’art. 56 l. fall.) momento rilevante è soltanto l’anteriorità del fatto genetico del credito opposto in compensazione per cui se questo è anteriore al pignoramento, la compensazione può essere utilmente eccepita ed essa è opponibile al creditore pignorante.
Nella fattispecie, la sentenza impugnata ha accertato (pag. 5 e pag. 7) che il rapporto di agenzia che legava il M. alla Uap era cessato alla fine di marzo 1992 (e non in data 21.4.1992, erroneamente indicata dal procuratore speciale della Uap). Il ricorrente, che pure assume che la data di cessazione del rapporto di agenzia sia stata il 21.4.1992, non ha censurato detta diversa data di cessazione del rapporto indicata dalla sentenza impugnata. Ne consegue che, quanto meno alla fine di marzo 1992, e quindi anteriormente alla data di notifica del pignoramento, erano sorti i fatti genetici dei rispettivi crediti e debiti tra il M. e la Uap, anche se essi siano stati accertati successivamente (almeno relativamente al credito risarcitorio della Uap) con la conseguenza che l’opponibilità al creditore pignorante della compensazione non risulta impedita dall’art. 2917 c.c., come lamentato dal ricorrente. Il secondo e terzo motivo di ricorso sono, pertanto, infondati, mentre va corretta la motivazione della sentenza nei termini suddetti. Il ricorso va pertanto rigettato ed il ricorrente va condannato la pagamento delle spesi di giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.
[1] Commento pubblicato sulla rivista “Il Corriere Giuridico”, n. 1/2006.
[3] V. De Lorenzi, Voce Compensazione, in Digesto delle Discipline Privatistiche (sez. civ.), 1988, 65 e ss.; N. Di Prisco, I modi di estinzione delle obbligazioni diversi dall’adempimento, in Tratt. Rescigno, Torino, 1984, vol. IX, 309 e ss.; C. Patti, La compensazione nei suoi aspetti giuridici, Napoli, 1983; B. Inzitari, Compensazione, in Casi e questioni di diritto privato. Volume V - Obbligazioni e contratti. Ottava edizione, a cura di A.. Di Majo, B. Inzitari, V. Mariconda, E. Roppo, 1999, Milano; M. Petrone, La compensazione tra autotutela e autonomia, 1997, Milano; P. Perlingieri, Regolamento compensativo volontario e compensazione volontaria, in Scritti in onore di Salvatore Pugliatti. Vol. I - Diritto civile, 1978, Milano; ID, Dei modi di estinzione delle obbligazioni diversi dall’adempimento, in Commentario Scialoja e Branca, 1975;
[4] Toschi Vespasiani, Compensazione tra debito da conferimento e credito del socio verso la società, in Studium iuris, 2003, n. 3, p. 353; Venezia, Compensazione impropria e contratto di agenzia, in Contr., 2003, n. 5, p. 481; Apice, Debito di restituzione e compensazione, in Diritto e pratica delle Società, 2003, n. 5, p. 86; Dalbosco, La compensazione convenzionale, in Riv. dir. civ., 1996, n. , p. 177-I; Accroglianò, L'eccezione di compensazione nei rapporti tra fideiussore e creditore, in Contr., 2002, n. 6, p. 605 Tassone, Contestazione del controcredito e compensazione legale, in questa Rivista, 2001, n. 8, p. 1094; Apice, Estinzione per compensazione di due crediti reciproci, in Diritto e pratica delle Società, 1999, n. 18, p. 82; Di Sabato, Ancora sulla estinzione per compensazione del debito di conferimento, in Rivista di diritto dell'impresa, 1997, n. 1, p. 97; Civerra, Aumento del capitale sociale mediante compensazione e disciplina dei conferimenti, in Soc., 1997, n. 12, p. 1433.
[5] La migliore dottrina individua, tra i modi tipici di estinzione dell’obbligazione diversi dall’adempimento, la compensazione, la prestazione in luogo di adempimento o dazione in pagamento, la novazione, la remissione, la confusione e l’impossibilità sopravvenuta. Bianca, Diritto Civile, l’Obbligazione, Milano, 1990, pag. 430.
[6] Bianca, cit., pag. 478.
[7] Gazzoni, Manuale di diritto privato, 2004, XI Ed., pg. 581 e ss..
[8] Cass. 8 febbraio 1963 n. 229; Cass. 14 marzo 1964 n. 578.
[9] Cass. 18 dicembre 1995 n. 12905; Cass. 5 maggio 1995 n. 4873; Cass. 12 febbraio 1993 n. 1784; Cass. 7 ottobre 1991 n. 10447.
[10] Cass. 6 febbraio 1987 n. 1245.
[11] Stante l'inapplicabilità delle preclusioni previste per le eccezioni sollevabili dal debitore convenuto ovvero - come si è ritenuto talora - la rilevabilità anche d'ufficio, in luogo della rilevabilità solo su eccezione di parte: Cass. 7 ottobre 1991 n. 10447, cit.; Cass. 16 gennaio 1988 n. 301
[12] Non applicandosi in particolare i limiti di cui all'art. 1246 c.c., nè il limite alla pignorabilità di cui all'art. 545 c.p.c.: Cass. 5 maggio 1995 n. 4873, cit.
[13] Cass. 21 febbraio 1985; 4 maggio 1981 n. 2750; Cass. 21 maggio 1979 n. 2916,
[14] Cass. 30 maggio 1997 n. 4800.
[15] Cass. 3 novembre 1986 n. 6426.
[16] In merito a tale questione, la Corte ha in precedenza affermato che “nel vigente sistema l'ordinanza di assegnazione dei crediti indicata dall'art. 553 cod. proc. civ. è l'atto conclusivo dell'espropriazione presso terzi, ma in sè è anche atto che appartiene al processo esecutivo. L'impugnazione dell'ordinanza conclusiva del processo di esecuzione può essere proposta attraverso il rimedio dell'opposizione agli atti esecutivi, quando si tratta di far valere i vizi che si riferiscono ai singoli atti di questo processo, oppure attraverso l'appello, quando il provvedimento del giudice dell'esecuzione incide sulle posizioni sostanziali del creditore o del debitore. Questo principio generale è stato applicato dalla giurisprudenza di questa Corte in maniera consolidata proprio con riferimento all'ordinanza di assegnazione del credito, intesa come atto appartenente al processo esecutivo: sent. 29 gennaio 1999 n. 796; 3 febbraio 1998, n. 1091; 6 settembre 1996, n. 8153; 20 novembre 1990, n. 11195; 17 aprile 1982, n. 2333; 26 giugno 1978, n. 3149; 24 marzo 1976, n. 1061; 17 marzo 1976, n. 989; 12 marzo 1973, n. 686, esemplificativamente. Vale a dire che, nei rapporti tra debitore assegnante e terzo assegnato suo debitore, l'avvenuta assegnazione del credito implica conclusione del processo esecutivo, il quale, pertanto, non può essere riaperto ad istanza del terzo assegnato, per la ragione che l'assegnazione implica il trasferimento del credito e quindi la conclusione dell'espropriazione presso terzi. Chiuso il processo esecutivo, cioè, non v'è spazio per una successiva revoca. Piuttosto, il terzo assegnato può proporre opposizione agli atti esecutivi contro l'ordinanza di assegnazione, come questa Corte ha già ritenuto; mentre non è ammissibile il ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 111, secondo comma, della Costituzione, il quale implica l'esistenza di un provvedimento definitivo ed irretrattabile”. Cass. 28 giugno 2000, n. 8813.
[17] (Cass. n. 796 del 1999, Cass. n. 6331 del 1999, Cass. n. 3070 del 1998) Ed. ancora “Il ricorso straordinario per cassazione avverso l'ordinanza del giudice dell'esecuzione di rigetto dell'istanza di revoca del provvedimento di assegnazione è a sua volta inammissibile, difettando tale provvedimento di rigetto del necessario requisito della decisorietà - non alterando esso in alcun modo la posizione delle parti, così come fissata dal provvedimento di cui il giudice ha rifiutato la revoca - ed essendo comunque impugnabile con il rimedio dell'opposizione agli atti esecutivi per i vizi ad esso relativi (vedi Cass. n. 3070 del 1998, Cass. n. 9801 del 1993, Cass. n. 8521 del 1992) “Cass. 14 febbraio 2000, n. 1670
[18] Sul contratto di agenzia, tra i tanti, E.Saracini, Il contratto d’agenzia, Milano, 1987; P.Lambertucci, Agenti e rappresentanti (agenti e rappresentanti - diritto del lavoro), in EG, Treccani, vol. I, 1-12, Roma, 1988; E.Saracini, Lineamenti ed elementi distintivi dell’agenzia, in Profili di diritto interno e comunitario, Fermo, 1988; R.Baldi, Agenzia (contratto di), in Enciclopedia Giuridica, Treccani, vol. I, 1-9, Roma, 1988; G. Trioni, Agenzia e lavoro subordinato: interferenze di disciplina giuridica, in Il rapporto di agenzia, profili di diritto interno e comunitario, Fermo, 1988; M.Caputi – F.Loreni, Agenti e rappresentanti, Roma, 1989; A.Baldassarri, Il contratto di agenzia, Milano, 1992; AA.vv., Il contratto di agenzia, Torino, 1993; G. Trioni, Il contratto d’agenzia, 1994; C.M.Bianca – G.Patti – S.Patti, voce Agenzia, in Lessico del diritto civile, Milano, 1995; E. Saracini – F. Toffoletto, Il contratto di agenzia, Milano 1996; O. Cagnasso, voce Agenzia, in Dig, disc. priv., Sez. comm., vol.I, Torino , 1997; R. Baldi, Il contratto di agenzia, la concessione di vendita, il Franchising, Milano, 1997;
[19] Osserva questa Corte che tra la società preponente ed agente intercorre un unico rapporto, che ha la sua fonte genetica nel contratto di agenzia e dal quale originano contrapposte obbligazioni fra le parti, come è del tutto normale in un contratto a prestazioni corrispettive Cass. 25.11.2002, n. 16561
[20]Cass. 29.3.2004, n. 6214; Cass. 12.4.1999, n. 3564. l'istituto della compensazione in senso proprio, di cui agli artt. 1241 e segg. c.c., presuppone l'autonomia dei rapporti da cui nascono i contrapposti crediti delle parti, con la conseguenza che, allorché i rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto, ancorché complesso, l'applicabilità delle citate disposizioni va esclusa, occorrendo in tal caso procedere ad un semplice accertamento delle reciproche partite di dare e avere, che può essere compiuto anche unilateralmente dalle parti o d'ufficio dal giudice (cfr. da ultimo Cass. n. 12905 del 1995, Cass. n. 4174 del 1998). Cass. 23.1.1999, n. 648 L'applicabilità delle disposizioni degli art. 1241 e segg., c.c. (riguardanti l'ipotesi della compensazione in senso tecnico - giuridico) postula l'autonomia dei rapporti da cui nascono i contrapposti crediti delle parti e pertanto va esclusa allorché i rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto, occorrendo in tal caso procedere ad un semplice accertamento delle reciproche partite di dare e avere, che il giudice deve compiere, alla stregua degli atti, anche se non sia stata proposta specifica domanda riconvenzionale o eccezione di compensazione; ne deriva che, ove l'unico rapporto sia rappresentato da un rapporto di agenzia caratterizzato da parasubordinazione, occorre prima determinare il saldo cantabile, comprendendo nell'operazione tutte le partite di debito e credito derivanti dal rapporto stesso (Cass. civ., 7ottobre 1991, n. 10447). Cass. 25.11.2002, n. 16561 cit.
[21] In tale situazione, (nel rapporto di agenzia n.d.r.) per costante insegnamento della giurisprudenza, non sono applicabili le disposizioni degli artt. 1241 e segg. cod. civ., le quale postulano l'autonomia dei rapporti da cui nascono i contrapposti crediti delle parti, ma occorre procedere ad una operazione di mero accertamento contabile delle reciproche partite di dare e di avere, accertamento che il giudice deve compiere, alla stregua degli atti, anche se non sia stata proposta specifica domanda riconvenzionale o eccezione di compensazione (cfr., da ultimo, Cass. nn. 2943-89 e 301-88). Cass. 7 ottobre 1991, n. 10447.
[22] Pertanto sia la compensazione legale in senso stretto (Cass. 21 febbraio 1985; 4 maggio 1981 n. 2750; 21 maggio 1979 n. 2916), che la compensazione c.d. atecnica (Cass. 30 maggio 1997 n. 4800) operano di diritto per effetto della sola coesistenza dei due debiti e conseguentemente la sentenza del giudice che l'accerti è meramente dichiarativa di un duplice effetto estintivo già verificatosi e quindi di due obbligazioni già esauritesi.
Ma nell'un caso e nell'altro le obbligazioni reciproche hanno vita autonoma fino alla loro coesistenza talché - come ha già affermato questa Corte (Cass. 3 novembre 1986 n.6426) con riferimento proprio all'ipotesi di debiti reciproci originati da un unico rapporto - fino al momento in cui il giudice compie (anche d'ufficio) il calcolo del dare e dell'avere delle parti, gli opposti crediti restano separatamente esposti ai relativi eventi estintivi, compresa la prescrizione.
Si ha quindi - come ha esattamente ritenuto la sentenza impugnata - che opera anche il cit.art.2917 c.c. sicché l'estinzione per compensazione, tecnica o atecnica che sia, del credito pignorato successiva al pignoramento non ha effetto in pregiudizio del creditore pignorante e dei creditori che intervengono nell'esecuzione, ove siano identificabili due distinte situazioni giuridiche, di credito e di debito, ancorché nascenti da un unico rapporto; mentre su un piano del tutto diverso operano i menzionati, limiti alla compensazione che ridimensionano l'ambito di applicabilità della compensazione tecnica rispetto a quello (più ampio) della compensazione atecnica (cfr. soprattutto Cass. 18 dicembre 1995 n. 12905 e Cass. 5 maggio 1995 n. 4873 cit.) e non incidono viceversa sull'opponibilità dell'estinzione del credito pignorato al creditore pignorante. Cass. sez. lav., 19 novembre 1998, n. 11690.
[23] Il primo quesito che emerge è se la disciplina della compensazione in senso tecnico-giuridico, di cui agli artt. 1241-1252 cod. civ., si applichi soltanto ai debiti omogenei, reciproci ed autonomi, oltre che liquidi ed esigibili, correnti tra due persone e derivanti da distinti autonomi rapporti giuridici oppure anche a debiti reciproci originati da unico rapporto.
La risposta è negativa. Infatti, è consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte (v. sentenze 13-5-82 n. 2968; 5-4-84 n. 2216 ed altre) che "la compensazione in senso proprio presuppone l'autonomia dei due crediti, con la conseguenza che quando si tratta di un unico rapporto, ancorché complesso, la questione si riduce ad un semplice calcolo di dare ed avere che può essere compiuto d'ufficio dal giudice".
[24] Su cui si vedano, tra le tante, Cass, 11 marzo 2005, n. 5349, in Giust. civ. mass., 2005, f. 3; Cass., 15 ottobre 2004, n. 20324, in Giust. civ. mass., 2004, f. 10; Cass., 11 maggio 2004, n. 8924, in Giust. civ. mass., 2004, f. 5; Cass., 29 marzo 2004, n. 6214, in Giust. civ. mass., 2004, f. 3; Cass., 17 aprile 2004, n. 7337, in Giust. civ. mass., 2004, f. 4; Cass., 3 agosto 2004, n. 14808, in Giust. civ. mass., 2004, f. 9; Cass., 16 marzo 2004, n. 5363 in Giust. civ. mass., 2004, f. 3; Cass., 3 dicembre 2003, n. 18428, in Giust. civ. mass., 2003, f. 12; Cass., 25 novembre 2002, n. 16561, in Giust. civ. mass., 2002, 2037; Cass., 8 agosto 2002, n. 11943, in Giust. civ. mass., 2002, 1508; Cass., 10 maggio 2002, n. 6728, in Giust. civ., 2003, I,1615; Cass., 19 marzo 2001, n. 3930, in Giust. civ. mass., 2001, 523; Cass., sez. un., 16 novembre 1999, n. 775, in Nuova giur. civ. commentata, 2000, I, 265; Cass., 10 novembre 1999, n. 12454, in Giust. civ. mass., 1999; Cass., 23 gennaio 1999, n. 648, in Giust. civ. mass., 1999, 152; Cass., 23 aprile 1998, n. 4174, in Giust. civ. mass., 1998, 865; Cass., 19 luglio 1996, n. 6519, in Nuova giur. civ. commentata, 1997, I, 443; Cass., 5 maggio 1995, n. 4873, in Giust. civ. mass., 1995.
[25] Su cui si vedano in giurisprudenza,Cass. 24 novembre 2004, n. 22133, in Giust. civ. Mass., 2005, f. 1; Cass. 5 novembre 2004, n. 21237, in Giust. civ. mass., 2004, f. 11; Cass. 15 ottobre 2004, n. 20324, in Giust. civ. mass., 2004, f. 10; Cass. 29 marzo 2004, n. 6214, in Giust. civ. mass., 2004; Cass. 17 aprile 2004, n. 7337, in Giust. civ. mass., 2004, f. 4; Cass. 3 agosto 2004, n. 14808, in Giust. civ. mass., 2004, f. 9; Cass. 16 luglio 2003, n. 11146, in Giust. civ. mass., 2003, f. 7-8; Cass. 1 luglio 2003, n. 10349, in Giust. civ. mass., 2003, f. 7-8; Cass. 12 maggio 2003, n. 7269, in Giust. civ. mass., 2003, f. 5; Cass. 26 luglio 2002, n. 11030, in Giust. civ. mass., 2002, 1359; Cass. 21 dicembre 2002, n. 18223, in Giust. civ. mass., 2002, 2231; ; Cass. 25 giugno 2001, n. 8663, in Giust. civ. mass., 2001, 1259; Cass. 20 febbraio 2001, n. 2461, in Giust. civ. mass. 2001, 277; Cass. 24 marzo 2000, n. 3519, in Giust. civ. mass., 2000, 625; Cass. 1 marzo 2000, n. 2289, in Giust. civ. mass., 2000, 512; Cass. 12 aprile 1999, n. 3564, in Giust. civ. mass., 1999, 820; Cass. 22 ottobre 1997, n. 10362, in Giust. civ. mass., 1997, 1979; Cass. 8 agosto 1997, n. 7360, in Giust. civ. mass., 1997, 1371; Cass. 17 luglio 1997, n. 6558, in questa Rivista, 1998, 90; Cass. 11 marzo 1997, n. 2171, in Giust. civ. mass., 1997, 381; Cass. 24 gennaio 1997, n. 745, in Giust. civ., 1997, I, 1563; Cass. 18 dicembre 1995, n. 12905, in Giust. civ. mass., 1995, f. 12; Cass. 30 maggio 1994, n. 5273, in Nuova giur. civ. commentata, 1995, I, 121; Tribunale Napoli, 29 ottobre 2003, in Giur. napoletana, 2004, 11 Trib. Roma 29 luglio 2002, in Giur. romana, 2003, 274; App. Roma, 22 maggio 2001, in Giur. romana, 2002, 14; Trib. Napoli 30 giugno 2000, in Banca borsa tit. cred., 2002, II, 520
[26] Tale principio era stato poco prima già affermato dalla Corte di Cassazione: “l'art. 1246 c.c. prevede che la compensazione si verifica qualunque sia il titolo dell'uno o dell'altro debito; tale disposizione, nel suo testuale tenore, sancisce che, ai fini della compensazione, non è necessaria l'identità o l'affinità dei titoli dei reciproci rapporti obbligatori, affermando così la regola della compensabilità delle obbligazioni, ancorché derivanti da fonti distinte, senza che, però, si sia, perciò solo, autorizzati a desumere l'esclusione della compensazione di obbligazioni scaturenti da un unico contratto o da una unica fonte negoziale o da un unico evento. Una tale esclusione non si ricava neppure dalle altre norme codicistiche che disciplinano l'istituto, e non a caso l'art. 1241 c.c. si limita a stabilire che "quando due persone sono obbligate l'una verso l'altra, i due debiti si estinguono per le quantità corrispondenti", facendo riferimento ai "due debiti", cioè alle due obbligazioni, senza alcun cenno all'unicità o pluralità dei rapporti nei quali le obbligazioni hanno causa (v. in tal senso S.U. n. 775 del 1999 e, da ultimo, Cass. sez l. n. 8924 del 2004)”. Cass., 11 marzo 2005, n. 5349, in Giust. civ. Mass. 2005, f. 3.
[27] “Ai fini della configurabilità della compensazione in senso tecnico è irrilevante la pluralità o meno dei rapporti posti a base delle reciproche obbligazioni, essendo invece necessario solo che le suddette obbligazioni, quale che sia il rapporto (o i rapporti) da cui traggono origine, siano "autonome" ossia non legate da nesso di sinallagmaticità reciproca, posto che, in tale ipotesi, la non compensabilità "in senso tecnico" deriva dal fatto che l'elisione delle reciproche obbligazioni verrebbe ad incidere sull'efficacia del negozio, mentre, in ogni altro caso, non vi è motivo alcuno per escludere l'operatività dell'istituto della compensazione e la relativa disciplina, che tiene conto anche delle caratteristiche dei crediti per evitare, tra l'altro, che l'operatività della compensazione si risolva in una perdita di tutela per alcuni creditori; deve peraltro escludersi che la rilevata non operatività dell'istituto della compensazione disciplinato dal codice possa tradursi in un modo indiretto per ammettere una sorta di compensazione di fatto, cosiddetto "atecnica", in ipotesi in cui la disciplina codicistica non la ammetterebbe, ovvero la ammetterebbe entro limiti precisi”. Cass., 11 marzo 2005, n. 5349, cit..
[28] Che statuisce che se oggetto del pignoramento è un credito, l’estinzione di esso per cause verificatesi in epoca successiva al pignoramento non ha effetto in pregiudizio del creditore pignorante e dei creditori che intervengono nell’esecuzione
[29] Per alcuni cenni bibliografici sulla compensazione nel fallimento, mi permetto di rinviare al mio Fallimento del socio, liquidazione della quota e compensazione fallimentare, (nota a Cass. 18 marzo 2005, n. 6006, ord.) su questa Rivista, n. 7/20005, pag. 971 e ss.; si vedano, inoltre, Lamanna, Compensazione nella verifica del passivo ed effetti preclusivi delle azioni revocatorie, in Fall., 2005, n. 4, p. 408; Olivieri, Compensazione e fallimento Effetti del fallimento sui crediti (Gli). Novita' nelle proposte di riforma delle procedure concorsuali. Atti dei Convegni S.I.S.CO. 24 novembre 2001 e 16 novembre 2002, 2004, Milano; AA.VV., Compensazione di crediti e domanda riconvenzionale, in Fall., 2003, n. 7, p. 758;; Colesanti, «Variations sérieuses» sul tema della compensazione nel fallimento, in Riv. dir. civ., 2002, n. 5, p. I-735; Ponti – Ferrari, Cessione di crediti scaduti verso il fallito stipula nel periodo c.d. sospetto è possibilità per il cessionario, a sua volta debitore del fallito, di far valere in compensazione il credito cedutogli, in La nuova giurisprudenza civile commentata, 2003, n. 4, p. I-540; Badini Confalonieri, Compensazione e mandato all’incasso, in Fall., 2004, n. 6, p. 658; Canale, Riflessioni sul fideiussore del fallito, la compensazione e l’ammissione al passivo del condebitore escusso, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2002, n. 3, p. 923; Murrini, La Consulta conferma la costituzionalità della disciplina della compensazione dei crediti non scaduti ex art. 56 comma 2 l. fall., in questa Rivista, 2001, n. 8, p. 1042; AA.VV., Fallimento: rimane il divieto di compensazione per l'acquisto di un credito non scaduto, in Impresa commerciale industriale, 2000, n. 11, p. 1743; Apice, Revocatoria fallimentare e compensazione del credito, in Diritto e pratica delle Società, 2000, n. 20, p. 77; ID, Reciprocità dei crediti e compensazione in sede di fallimento, ivi, 2000, n. 13, p. 78; Borrello, Fallimento del promissario acquirente e compensazione, in Contr., 2000, n. 4, p. 352; Panzoni, Compensazione e fallimento: esigibilità e liquidità del credito e obbligazioni restitutorie in caso di scioglimento del contratto pendente, in Fall., 2000, n. 5, p. 537; Fauceglia, Patto di compensazione e revocatoria fallimentare, in Dir. fall., 1999, n. , p. II-1061; De Sensi, Le condizioni operative della compensazione nel fallimento secondo l'orientamento restrittivo della Cassazione, in Dir. fall., 1999, n. , p.II-768; Tarzia, Compensazione e pegno irregolare nel fallimento, in Fall., 1999, n. 2, p. 158; Molè, Garanzia e opponibilità in compensazione di un credito del fideiussore, in Contr., 1998, n. 1, p. 86; Panzani, Regresso del fideiussore nei confronti del fallito e compensazione, in Fall., 1998, n. 10, p. 1049; Terenghi, Pagamento del fideiussore e operatività della compensazione, in Fall., 1998, n. 1, p. 79; Oliva. Deposito bancario e compensazione, in Fall., 1997, n. 3, p. 314; Apice, Compensazione e procedure concorsuali, in Fall., 1997, n. 4, p. 337; Foschini, La compensazione nel fallimento: recenti orientamenti giurisprudenziali, in Dir. fall., 1996, n. , p. I-565; Didone, Compensazione di credito del fideiussore escluso dopo il fallimento, in Fall., 1995, n. 3, p. 282; Inzitari, Presupposti civilistici e fallimentari per il riconoscimento al creditore fallimentare della facoltà di compensazione (Atti del Convegno tenutosi a L'Aquila il 18 - 20 ottobre 1991 su Mezzi di finanziamento e crisi d'impresa), in Dir. fall., 1992, n. , p. I-530, Stanghellini, Nuovi presupposti della compensazione fallimentare, in Giur. comm., 1992, n. , p. II-734; Inzitari, Presupposti civilistici e fallimentari per il riconoscimento al creditore fallimentare della facoltà di compensazione, in Banca borsa e titoli di credito, 1992, n. 1, p. II-8; Mercurio, Eccezione di compensazione nel procedimento di verifica dei crediti, in Fall. 1990, n. 7, p. 734.
[30] Sulla giurisprudenza, rinvio nuovamente al mio Fallimento del socio, liquidazione della quota e compensazione fallimentare, cit.. Inoltre, si vedano, tra, le pronunce di legittimità, Cass. 5 novembre 2004, n. 21237, in Giust. civ. mass., 2004, f. 11;. 8 luglio 2004, n. 12548, in Giust. civ. mass., 2004, f. 7-8; Cass. 11 maggio 2004, n. 8924, in Giust. civ. mass., 2004, f. 5; Cass. 5 marzo 2004, n. 4522, in Giust. civ., 2004, I, 2015; Cass. 3 dicembre 2003, n. 18428, in Giust. civ. mass., 2003, f. 12; Cass. 3 dicembre 2003, n. 18428, in Giur. it., 2004, 1199; Cass. 3 aprile 2003, n. 5111, in Giust. civ. mass., 2003, f. 3; Cass. 26 luglio 2002, n. 11030, in Giust. civ. mass., 2002, 1359; Cass. 26 luglio 2002, n. 11030, in Giur. it., 2003, 711; Cass. 28 giugno 2002, n. 9494, in Giust. civ. mass., 2002, 1127; Cass. 10 maggio 2002, n. 6728, in Giust. civ., 2003, I, 1615. Per la giurisprudenza di legittimità si vedano, App. Roma 13 maggio 2004, in Giur. romana, 2004, 409; Trib. Genova 7 febbraio 2002, in Nuova giur. civ. commentata, 2003, I, 536; Trib. Torino 22 gennaio 2002, in Giur. it., 2002, 787; Trib. Locri 20 dicembre 2001, in Fall., 2002, 1117; Trib. Milano 6 dicembre 2001, in Banca borsa tit. cred. 2003, II, 616; Cass. 28 agosto 2001, n. 11288, in Fall., 2002, 615; Trib. Bologna 28 marzo 2001, in Nuova giur. civ. commentata, 2002, I, 783; App. Milano 2 marzo 2001, in Banca borsa tit. cred., 2002, II, 552; Cass. 10 gennaio 2001, n. 280, in Dir. fall., 2001, II, 875; Cass. 10 gennaio 2001, n. 280, in Giust. civ., 2002, I, 2925. Trib. Padova 13 marzo 2003, in Giur. mer., 2003, 2435; Trib. Mantova 7 marzo 2003, in Fall., 2004, 221; Trib. Padova 17 gennaio 2003, in Giur. mer., 2004, 75; Trib. Milano 16 dicembre 2002, in Banca borsa tit. cred., 2004, II, 212; Trib. Padova 18 ottobre 2002, in Giur. mer., 2003, 1163; Trib. Roma, 29 luglio 2002, in Giur. romana, 2003, 274; Trib. Roma 4 marzo 2004, in Fall., 2004, 818; App. Milano 2 settembre 2003, in Fall., 2004, 578; Trib. Cassino 4 luglio 2002, in Giur. romana, 2002, 458.
[31] Cass., 11 marzo 2005, n. 5349, in Giust. civ. Mass. 2005, f. 3.
[32] Si veda il mio Fallimento del socio, liquidazione della quota e compensazione fallimentare, cit..
[33] In Giust. civ. Mass. 2004, f. 10. In dottrina, Piselli, Prima dello scioglimento del rapporto il singolo ha solo una mera aspettativa, in Guida dir., 2004, 34; Ferrari, Divieto di compensazione del credito relativo alla liquidazione della quota del socio fallito, in Le Società, 2005, 469.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 111
 sentenza 
 art. 111
 sentenza 
 art. 2917
 sentenza 
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 Cass. 
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 Cass. sez. 
 art. 2917
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 Cass. 
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 art. 56
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 Cass. 
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