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Timestamp: 2018-02-23 18:17:19+00:00

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Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 14 marzo 2014, n. 12273. La circostanza attenuante del contributo di minima importanza è configurabile quando l'apporto del concorrente non ha avuto soltanto una minore rilevanza causale rispetto alla partecipazione degli altri concorrenti, ma ha assunto un'importanza obiettivamente minima e marginale, ossia di efficacia causale, così lieve rispetto all'evento, da risultare trascurabile nell'economia generale dell'iter criminoso - Avvocato Renato D'Isa
Home/Sentenze - Ordinanze/Corte di Cassazione/Cassazione penale 2014/Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 14 marzo 2014, n. 12273. La circostanza attenuante del contributo di minima importanza è configurabile quando l’apporto del concorrente non ha avuto soltanto una minore rilevanza causale rispetto alla partecipazione degli altri concorrenti, ma ha assunto un’importanza obiettivamente minima e marginale, ossia di efficacia causale, così lieve rispetto all’evento, da risultare trascurabile nell’economia generale dell’iter criminoso
sentenza 14 marzo 2014, n. 12273
1. Con sentenza resa il 18 marzo 2010 il G.U.P. del Tribunale di Catania, all’esito del giudizio abbreviato, dichiarava gli imputati C.R.D. ed S.A.A. colpevoli del delitto di rapina loro contestato al capo A) ed il solo C. anche del delitto di omicidio in danno di Sa.Vi. , e, esclusa la circostanza aggravante di cui all’art. 628 co. 3 n. 2 cod.pen. per la S. , nonché per il C. la circostanza aggravante dell’art. 576 n. 2 cod.pen., riconosciutegli le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulla circostanza aggravante di cui all’art. 576 n. 1 cod.pen., unificati i reati per continuazione, condannava il C. alla pena di anni undici e mesi quattro di reclusione e la S. alla pena di anni tre e mesi otto di reclusione ed Euro 1.000 di multa.
1.1 A tale argomentare deve opporsi in primo luogo che la disciplina dei termini per proporre impugnazione, contenuta nell’art. 585, comma secondo, lett. c), cod. proc. pen., non contiene previsioni differenziate, destinate ad essere applicate in dipendenza della natura pubblica o privata della parte del processo, ma, al contrario, introduce una disciplina generalizzata, valevole per tutte indistintamente le parti, sicché in modo altrettanto eguale esse si giovano della sospensione dei termini durante il periodo feriale, nel senso che, come affermato da costante orientamento di questa Corte, “il termine entro il quale il giudice è tenuto a redigere la motivazione della sentenza a norma dell’art. 544 comma secondo cod. proc. pen. non è soggetto alla disciplina della sospensione dei termini processuali nel periodo feriale. Il deposito della sentenza, in periodo feriale, nel prescritto termine fissato dalla legge o dal giudice, tiene luogo di notifica per il P.M. e per gli imputati non contumaci. Pertanto è dalla scadenza di tale termine, che, in base al meccanismo automatico del nuovo codice, incomincia a decorrere, per dette parti il pedissequo termine di impugnazione che è soggetto a sospensione in periodo feriale” (Cass. sez. 6, n. 613 del 26/10/1995, D’Agostino ed altri, rv. 203370; sez. 6, n. 8046 del 08/05/1995, Valente ed altri, rv. 202030; sez. 4, n. 41834 del 27/06/2007, Fiaschetti e altri, rv. 237983). Tale orientamento è stato confermato anche in tempi più recenti dalla pronuncia delle Sezioni Unite n. 155 del 29/09/2011, Rossi e altri, rv. 251495, la quale, nel risolvere in senso positivo un contrasto tra sezioni semplici in ordine alla possibilità che sia prorogato il momento di decorrenza del termine per impugnare in conseguenza della proroga di diritto del giorno festivo a quello immediatamente successivo non festivo, nel quale si sia verificata la scadenza del termine assegnato per il deposito della motivazione della sentenza, ha anche affermato che questo slittamento automatico del termine finale e di quello iniziale per il compimento dell’attività processuale successiva, ossia il deposito dell’atto di impugnazione, non si verifica quando “ricorrano cause di sospensione quale quella prevista per il periodo feriale che, diversamente operando per i due termini, comportino una discontinuità in base al calendario comune tra il giorno in cui il primo termine scade e il giorno da cui deve invece calcolarsi l’inizio del secondo”. Con ciò si è sostenuto che quest’ultimo inizierà a decorrere dalla cessazione del periodo di sospensione feriale, senza che le Sezioni Unite abbiano introdotto distinzioni per l’esercizio della facoltà di impugnazione spettante al P.M., avendo soltanto escluso, rispetto alle parti paritariamente intese ed accomunate nella soggezione allo stesso meccanismo di operatività dei termini per impugnare, la diversa posizione del giudice che deve redigere la motivazione, non ammesso a fruire della sospensione.
2.2.4 In tal modo i giudici di merito hanno offerto corretta applicazione, fornendone congrua giustificazione, delle disposizioni di cui agli artt. 40 e 41 cod.pen., secondo le quali, nell’accertamento del nesso di causalità, l’operatività della causa sopravvenuta o preesistente in grado da sé di cagionare l’evento, secondo quanto previsto dall’art. 41 cod.pen., comma 2, non si apprezza solo in caso di un processo causale del tutto autonomo, perché in tal situazione la relazione tra causa ed evento sarebbe già affermata in base alla regola generale del primo comma dell’art. 41 citato, che postula il principio condizionalistico o dell’equivalenza delle cause; essa sussiste anche a fronte di un processo non completamente estraneo all’antecedente, ma “sufficiente” a determinare l’evento, nel senso che, in tal caso, la condotta dell’agente degrada da causa a mera occasione dell’evento. Ciò si verifica allorquando sussista una causa sopravvenuta che, pur ricollegandosi causalmente all’azione o all’omissione dell’agente, si presenta con carattere assolutamente anomalo ed eccezionale, ossia come un fattore che non si verifica, se non in casi del tutto imprevedibili, a seguito della causa presupposta. L’apprezzamento sulla natura eccezionale ed imprevedibile del fatto sopravvenuto è accertamento devoluto al giudice di merito che deve logicamente motivare il suo convincimento sul punto (sez.4, n. 39617 del 11/7/2007, Tamborini, rv. 237659, sez. 4, n. 13939 del 30/01/2008, Bauwens e altro, rv. 239593).
3.2 L’affermazione di principio è sorretta dal rilievo, secondo il quale l’assoluzione costituisce soluzione decisoria obbligata, sia quando venga acquisita prova certa dell’innocenza, sia a fronte della non certezza della colpevolezza; pertanto, per sovvertire tale statuizione iniziale non è sufficiente proporre da parte del giudice di appello una lettura alternativa degli stessi elementi di prova, ma occorre fare ricorso ad “argomenti dirimenti e tali da evidenziare oggettive carenze o insufficienze della decisione assolutoria, che deve, quindi, rivelarsi, a fronte di quella riformatrice, non più sostenibile, neppure nel senso di lasciare in piedi residui ragionevoli dubbi sull’affermazione di colpevolezza. Non basta, insomma, per la riforma caducatrice di un’assoluzione, una mera diversa valutazione caratterizzata da pari o addirittura minore plausibilità rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo invece, come detto, una forza persuasiva superiore, tale da far cadere ogni ragionevole dubbio, in qualche modo intrinseco alla stessa situazione di contrasto” (in questi termini sez. 6, n. 40159 del 3/11/2011, Galante, rv. 251066).
3.3.1 Ha quindi evidenziato che i due complici avevano da tempo preventivamente programmato la rapina, tanto che il C. si era già munito di copia delle chiavi dell’abitazione della suocera, previa sottrazione alla cognata, che si era effettivamente avveduta della loro sparizione, ma non aveva potuto ricollegarla al progetto criminoso dei congiunti e che tale programma era diventato concreto quando quest’ultima aveva incassato il denaro della vendita di un terreno e la S. aveva informato il marito della conservazione della somma presso l’abitazione della madre e della sorella. L’assenza di informazioni circa il nascondiglio prescelto, non rivelato alla S. dalla sorella, aveva richiesto necessariamente un’attività di ricerca all’interno della casa nella condivisa consapevolezza della presenza della Sa. , che si era trovata coricata a letto, ma non incapace di percepire quanto accadeva attorno a lei, e, per quanto non in grado di contrastare fisicamente un intruso, non era del tutto immobilizzata ed inoffensiva, ma aveva conservato la capacità di reagire, di riconoscere e di gridare, cosa che avrebbe potuto allertare i vicini. La sentenza trae tale considerazione dalla stessa condotta pacificamente tenuta dal C. , presentatosi travisato proprio per non essere riconosciuto da colei che aveva ancora sufficienti facoltà mentali per farlo e con arnesi da scasso e nastro adesivo per forzare eventuali chiusure di porte ed armadi alla ricerca del denaro e per zittire eventuali strepiti della vittima; rileva quindi come lo stesso G.U.P. nella sentenza di primo grado avesse osservato “sebbene i due indagati non fossero intenzionati a pone in essere condotte altamente lesive nei confronti della parte offesa, non poteva essere escluso dagli stessi, stante la consapevolezza della presenza in casa dell’anziana donna un seppur minimo uso della forza al fine di stroncare eventuali reazioni della vittima, che avrebbero potuto vanificare la riuscita dell’impresa criminosa” e quindi come fossero rientrati nell’ambito della loro comune rappresentazione anche i possibili ulteriori sviluppi dell’azione, implicanti forme di coercizione in danno della persona offesa.
4.2.2 Il ricorso non si sottrae alla medesima carenza argomentativa, dal momento che non propone uno specifico inquadramento noseologico delle pretese patologie dalle quali sarebbe stata affetta la ricorrente, si limita a sostenere il “peso importante”, ma non ben definito, del suo quadro clinico psicologico nel suo coinvolgimento nelle vicende giudicate e nel rendere le dichiarazioni intercettate, non indica elementi dai quali ritenere che il suo stato disturbato fosse emerso e fosse stato oggettivizzato ben prima dei fatti, quindi censura le valutazioni espresse nella sentenza di merito sol perché contrarie ai giudizi espressi dagli psichiatri e psicologici che hanno assistito la S. nella difesa tecnica, perché non supportate da accertamento peritale ed asseritamente elusive del tema dell’incidenza sull’imputabilità dei disturbi di personalità.
È agevole replicare che la richiesta di ammissione al giudizio abbreviato non era stata condizionata all’espletamento di perizia, il che rendeva tardiva la relativa istanza avanzata con i motivi di appello, senza che ciò fosse dipeso da circostanze non imputabili alla volontà della parte ed alla sua diligenza, posto che nessuna garanzia sussisteva del recepimento dei giudizi formulati dal consulente tecnico della difesa, e che nessuna norma giuridica impone al giudice di merito di procedere all’integrazione probatoria chiesta da una delle parti private, rientrando tale attivazione nei suoi poteri discrezionali; infatti, “nell’ambito del procedimento celebrato con rito abbreviato, la mera sollecitazione probatoria non è idonea a far sorgere in capo all’istante quel diritto alla prova, al cui esercizio ha rinunciato formulando la richiesta ai rito alternativo non condizionato” (Cass. sez. 5, n. 5931 del 7/12/2005, Capezzuto, rv. 233845; sez. 6 n. 15086 dell’8/3/2011, Della Ventura, rv. 249910). Residuava quindi soltanto la facoltà dei giudici di merito, secondo il loro prudente apprezzamento e nei limiti di quanto prescritto dall’art. 441 cod. proc. pen., comma 5, di verificare o meno la necessità di perizia e di sottoporre al loro vaglio critico l’elaborato dei consulenti di parte, salvo offrire logica ed esauriente giustificazione dei relativi esiti. In tal senso la sentenza si è posta in linea con quanto affermato da questa Corte in casi similari, ossia che: “Nel giudizio abbreviato d’appello, celebrato anche in sede di rinvio, il giudice può esercitare il potere officioso di integrazione probatoria, perché la previsione dell’art. 441 c.p.p., comma 5, che attribuisce siffatto potere al giudice dell’abbreviato in primo grado, è estensibile, con gli stessi limiti, al giudice d’appello, e la sua valutazione discrezionale circa la necessità della prova non è censurabile in sede di legittimità” quando sia correttamente ed adeguatamente motivata (Cass., sez. 5, n. 19388 del 9.5.2006, Biondo ed altri, rv. 234157, sez. 4, n. 38216 del 29.4.2009, Hrustic, rv. 245290, sez. 2, n. 35987 del 17/6/2010, Melillo, rv. 248181, sez. 2, n. 3609 del 18/01/2011, Sermone e altri, rv. 249161).
A ciò si è aggiunta la puntuale analisi, esposta in sentenza, dei comportamenti tenuti dopo la scoperta del delitto e del contenuto delle dichiarazioni oggetto della conversazione intercettata, la cui trascrizione è stata riportata nella sentenza di primo grado: si è posto in luce come la S. non si fosse affatto indotta ad ammettere le sue responsabilità in modo spontaneo, ma soltanto quando aveva appreso delle ammissioni del marito, si fosse assegnato un ruolo del tutto marginale ed avesse tentato di accreditare una tesi decisamente smentita dalla sorella sul fatto che costei l’avesse “tormentata” per recarsi a fare spese assieme il giorno del delitto, avesse riferito di avere avuto paura del marito, dimostrando in tal modo di saper gestire psicologicamente il confronto con gli inquirenti e di potersi determinare in modo autonomo e ben maggiore di quanto avesse fatto il marito, che aveva immediatamente confessato quando era stato interrogato, rilevando la sua fragilità anche per il passato di tossicodipendenza.
Anche sotto tale specifico profilo le valutazioni della sentenza risultano aderenti al consolidato indirizzo interpretativo, espresso da questa Corte, secondo il quale “la circostanza attenuante del contributo di minima importanza è configurabile quando l’apporto del concorrente non ha avuto soltanto una minore rilevanza causale rispetto alla partecipazione degli altri concorrenti, ma ha assunto un’importanza obiettivamente minima e marginale, ossia di efficacia causale, così lieve rispetto all’evento, da risultare trascurabile nell’economia generale dell’iter criminoso”. (Cass. sez. 1, n. 26031 del 09/05/2013, P.G. e Di Domenico, rv. 25603; sez. 2, n. 835 del 18/12/2012, Modafferi e altro, rv. 254051; sez. 2, n. 9743 del 22/11/2012, Cannavacciuolo, rv. 255356; sez. 2, n. 46588 del 29/11/2011, Eraky El Sayed e altro, rv. 251223; sez. 4, n. 1218 del 09/10/2008, P.G. e Di Maggio, rv. 242388).
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2014-03-18T13:31:12+00:00	18 marzo 2014|Cassazione penale 2014, Corte di Cassazione, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti

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