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Timestamp: 2018-11-18 23:11:34+00:00

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febbraio 2009 - Strano Cristiano
questione giuridica – 2
Avvenire 5.2.2009
«Uso abnorme del diritto per far morire Eluana» di Lorenzo d'Avack *
La drammatica vicenda della Englaro suscita un confronto su problematiche etiche, politiche e giuridiche in merito al consenso informato all’atto medico. Quanto scriviamo vuole essere una mera riflessione nell’ambito del giuridico, evitando così di esprimere giudizi morali più facilmente opinabili. A seguito di una lettura personalista della Carta costituzionale (artt. 13 e 32) e in forza di diverse Carte e Convenzioni europee, la nostra giurisprudenza è certamente univoca nel ritenere il consenso informato e consapevole del malato all’atto medico parte del più ampio principio della libertà, in virtù del quale la persona non può essere sottoposta a coercizione nel corpo e nella mente. Ne consegue la possibilità per il paziente competente, adeguatamente informato, di rifiutare o rinunciare a qualsiasi trattamento terapeutico, anche salva-vita. Tuttavia, va ricordato che per vicende come quella dell’Englaro, incapace di intendere e di volere – e in ciò sta la marcata differenza con il caso Welby –, il quadro compositivo dei valori in gioco ha evidenziato alle nostre Corti di giustizia un ulteriore problema: se il potere di rappresentanza del tutore si estenda fino alla possibilità di rifiutare un trattamento sanitario salva-vita. Un quesito che ha ricevuto risposte diverse tra il passato e il presente, così che appare arduo sostenere che la giurisprudenza sia univoca e non presenti dissonanze. Un’assenza di certezza che lascia sgomenti a fronte di richieste che coinvolgono diritti personalissimi come è quello al bene salute e di conseguenza alla vita. Voglio ricordare che nel caso Welby l’ordinanza civile del Tribunale di Roma (2006), che dichiara inammissibile la richiesta del distacco del respiratore; l’ordinanza del Tribunale penale di Roma (2007), nella persona del gip, che rinvia a giudizio Mario Riccio per il reato di omicidio del consenziente e infine la sentenza del Tribunale penale di Roma (2007), nella persona del gup, che dichiara il non luogo a procedere sempre nei confronti del dottor Riccio, sono decisioni tutte una diversa dall’altra nei princìpi e nelle conclusioni che ne conseguono. Non diversamente nel caso Englaro. La Corte d’Appello di Milano con il decreto del novembre 2006 conferma quanto già deciso dal Tribunale di Lecco (2005) e dichiara inammissibile il ricorso del padre-tutore che, come noto, chiede la cessazione dell’idratazione e nutrizione artificiale a cui è sottoposta la figlia. Questa decisione ritiene che nel caso di un paziente non più in grado di intendere e volere occorre verificare la sua pregressa volontà e qualora questa non sia certa deve essere effettuato un bilanciamento tra diritto all’autodeterminazione e diritto alla vita. Un bilanciamento che in base a dati costituzionali e normativi deve risolversi a favore del diritto alla vita e non della morte del soggetto. Pertanto, nella globale valutazione della vicenda Englaro non si può trascurare che nel 2006 la Corte d’Appello di Milano riteneva quella prova testimoniale sulla pregressa volontà della paziente «generica» e non in grado di attribuire alla ragazza «il valore di una personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa...». La decisione viene cassata dalla ben nota sentenza della Suprema Corte (21748/2007) che in materia di ricerca della volontà del paziente non più pertinente (cioè dell’Englaro) impone, con molto sconcerto per chi la legge in termini giuridici, che si tenga conto «della sua personalità del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche». A ciò si atterrà successivamente la Corte d’Appello di Milano con il decreto del 2008 che autorizza la disattivazione del presidio sanitario (alimentazione e idratazione artificiale), senza svolgere alcuna ulteriore attività istruttoria per verificare gli ormai lontani desiderata della paziente. Dunque, quelle prove orali (prove per testi) giudicate in precedenza generiche e insufficienti, divengono ora attendibili, e indicative della personalità (= volontà) della paziente, «caratterizzata da un forte senso di indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni». Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale, filtrato attraverso la volontà del tutore. Questo abnorme indirizzo giurisprudenziale, che pare costruito su misura per porre fine allo stato dell’Englaro (per il nostro ordinamento viva, ma in quella zona grigia che la pone fuori dal mondo) è contrario ai criteri più elementari di validità pensati per le cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, dove la forma scritta è l’unica garanzia per una più riflessiva formulazione della volontà, come avviene per il testamento mortis causa. D’altronde, anche le disposizioni cosiddette atipiche (art. 587, co. 2, c.c.), quali ad esempio quelle concernenti il riconoscimento del figlio naturale, scelta del tutore, disposizioni a favore dell’anima, richiedono la forma scritta. Per non menzionare, poi, la legge sulla privacy che subordina il trattamento dei dati personali al consenso espresso dell’interessato, manifestato liberamente, in maniera specifica per iscritto. Si può allora osservare come emerga dalla sentenza della Corte una minore tutela al bene vita di quella che l’ordinamento in genere riconosce ad altri interessi riferiti a valori patrimoniali ed esistenziali della persona. Ma, forse non tutti sanno che i criteri di accertamento della volontà imposti dalla Cassazione nel caso Englaro non sono conformi, anzi contrari, alla coeva giurisprudenza della stessa Suprema Corte. Emblematiche due sentenze (4211/2007 e 23676/2008) nell’ambito del diritto di non curarsi di pazienti, nella fattispecie testimoni di Geova. Sentenze che riaffermano l’obbligo del medico di salvare la vita, anche contro la volontà del soggetto e le sue credenze religiose che impongono il divieto a essere trasfusi. In queste decisioni si legge che qualora il paziente si trovi in stato di incoscienza, la manifestazione del 'non consenso' a un determinato trattamento sanitario, ancorché salvifico, dovrà ritenersi vincolante per i medici soltanto se contenuta in «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà». Una prova che non si realizza sebbene il paziente abbia con sé un cartellino recante la scritta «niente sangue». Si presuppone, dunque, in queste decisioni che nel mediare tra le istanze del solidarismo e del consensualismo in materia di trattamenti sanitari debba prevalere la direttiva in dubio pro vita contro quella fatta propria nel caso Englaro in dubio pro morte. Dunque, i giudici che hanno affrontato i problemi di vita o di morte tracciano princìpi e orientamenti difformi, lontani dal poter realizzare una qualche certezza del diritto. E non vedo come attenti giuristi, forse solo perché sospinti dalle proprie ideologie, sostengano che le Corti abbiano avuto il merito di tracciare una linea di legal polity, di modo che il processo normo-creativo possa usufruirne. Forse non sono state lette con sufficiente attenzione le diverse decisioni riguardanti le scelte di fine vita. Ma che un indirizzo giurisprudenziale uniforme non si abbia avuto nel nostro Paese non deve stupire. Gli addetti ai lavori, coloro che vivono la prassi quotidiana delle Corti, sanno bene che è frequente da parte dei giudici l’uso dell’incerta e curva corda della loro ragione, spesso esercitata con criteri selettivi e discriminanti in base alle proprie ideologie politiche, sociali e religiose. Allora, pare necessario e urgente non trascurare l’arte legislativa, in grado di attuare un’opera di mediazione che tenga conto di una società caratterizzata da pluralismo etico. * vicepresidente Comitato nazionale di bioetica Il vice presidente del Comitato nazionale di bioetica, Lorenzo D’Avack, formula un giudizio severo sul castello di teoremi giuridici che sembra «costruito su misura per porre fine allo stato dell’Englaro» Un giurista per la bioetica Ordinario di Filosofia del Diritto, Università degli Studi «Roma Tre», Lorenzo D’Avack è membro del Comitato nazionale di bioetica attualmente in carica, del quale è vice presidente.
Le questioni di diritto
Nel dibattito anche giuridico sul caso Englaro, non sembra essere state sufficientemente approfondite le ragioni delle sottili questioni giuridiche connesse specialmente alla efficacia del presunto «giudicato» che si sarebbe formato sulle pronunce della Magistratura (Decreto App. Milano 9 luglio 2008) e della Cassazione con le sentenze n.n. 21748/2007 e 27145/2008. Invero risulta (v. anche Corte Cost. ord. n. 334/2008) che il giudice è stato adito dalle parti private congiuntamente, con l' intervento del Pm, a norma degli art. 732 e segg. e 737 e segg. c.p.c. nell' ambito, cioè, di un procedimento c.d. di volontaria giurisdizione. A differenza di quanto si verifica nell' ambito di un ordinario procedimento contenzioso a cognizione piena (in cui il giudice è chiamato a decidere una controversia, previo accertamento dei diritti in contestazione), il procedimento volontario non contenzioso è inidoneo ad acquisire, come è generalmente riconosciuto, una qualsiasi efficacia di accertamento di diritti soggettivi. Pertanto, anche se il provvedimento volontario contiene un dettato normativo concreto, lo stesso incide su situazioni giuridiche soggettive senza risolvere posizioni di contrasto, avendo solo carattere costitutivo o integrativo o modificativo dei poteri di diritto privato di un soggetto. Nella specie si tratta di autorizzazione ad un «facere».
Ne consegue che il provvedimento volontario nel caso richiesto e adottato non è idoneo a conseguire l' efficacia incontrovertibile del giudicato materiale, ex art. 2909 c.c. - è questo il punto nodale della questione - e quindi non è vincolante per alcuno, posto che esso non accerta e non riconosce diritti soggettivi controversi, essendo, lo stesso (efficace «rebus sic stantibus») contraddistinto dal carattere della revocabilità e della modificabilità «in ogni tempo» anche d' ufficio per fatti nuovi (art. 742 c.p.c.). Se così è, il Governo, in assenza di vincoli «pro-iudicato», poteva con decreto-legge intervenire legittimamente sul caso Englaro, non per creare una legge ad personam, ma adottando - salva la successiva verifica in Parlamento dei requisiti richiesti per la decretazione d' urgenza - un provvedimento legislativo di carattere generale e astratto, avente efficacia per tutti i soggetti che si fossero trovati nelle stesse condizioni della Englaro. Nella specie l' intervento del Capo dello Stato era infatti limitato dall' art. 87 Cost. alla dichiarazione esterna della volontà dello Stato, come si evince dal significato letterale del termine «emanare» riferito dall' art. 87 Cost. ai decreti - legge. Sotto tale profilo è d' uopo rilevare che il decreto della Corte milanese di autorizzazione alla interruzione del trattamento di sostegno vitale, in assenza di una specifica disciplina normativa della materia, non poteva accertare - come non accertava - in capo al suo rappresentante legale, alcun diritto di vita o di morte della persona interessata (l' esercizio di un diritto personalissimo non può mai essere consentito a terzi in nome e per conto altrui) che non risulta avere con la necessaria certezza (non presuntivamente) disposto liberamente della propria vita, nell' esercizio del proprio diritto di autodeterminazione (art. 5 c.c.). Il provvedimento giurisdizionale nella specie adottato, non potendo - in assenza del vincolo del giudicato - riconoscere diritti tutelabili non previsti dall' ordinamento, poteva invece essere legittimamente disapplicato (art. 40 c.p.) da parte di altro giudice o a seguito di un intervento legislativo urgente volto ad impedire l' evento temuto, per dare doverosa applicazione alle norme costituzionali (art. 2, 3, 32) che garantiscono il fondamentale diritto alla vita.
Giovanni Ferraù, già Magistrato, Parma
Pagina 29 (15 febbraio 2009) - Corriere della Sera
sondaggio sul fine vita
In previsione del referendum sulla legge sul fine vita, minacciato dal senatore Ignazio Marino, che ha rallegrato la maggioranza e gettato nel panico totale l’opposizione di cui Marino fa parte, e per accompagnare l’approvazione del Disegno di Legge Calabrò sul fine vita, proponiamo il seguente sondaggio (per sapere come la pensano gli italiani sul fine vita, non serve una gran quantità di domande, ne basta una, semplice e chiara):
Nel caso in cui tu non fossi più in grado di esprimere direttamente il tuo consenso a cure, terapie o alimentazione e idratazione assistita, preferisci:
a) morire in solitudine, di fame e di sete, in un’ala apposita della casa di riposo “La Quiete” di Udine, in una stanza con le finestre sbarrate e le guardie giurate alla porta, assistito dal Dr. Amato De Monte e da un’associazione di volontari che hanno preso le ferie appositamente per accompagnare il tuo trapasso
b) di morte naturale, accudito dalle suore misericordine di Lecco, con un sondino naso-gastrico
Cossiga Non vota più PD
COSSIGA A FRANCESCHINI, NON VOTERO' MAI PIU' PER IL PD
(ANSA) - ROMA, 10 FEB - 'Caro Dario , ti scrivo per comunicarti, come a un giovane amico, che io non voterò mai più per il Partito Democratico'. Lo scrive Francesco Cossiga in una lettera a Dario Franceschini che sarà pubblicata domani su 'Il Tempo'. Non lo farò, 'perche' dopo la pasticciata gestione politica e partitica di Walter Veltroni, l'ex-'non comunista' del Partito Comunista Italiano, non so più per che cosa mai io abbia votato, e non so per chi e per cosa mai voterei... Indirizzo a te questa lettera, e non al segretario del tuo partito, l'onorevole Walter Veltroni sia perchè non credo che a motivo della diversa cultura e sensibilità, lui la comprenderebbe, sia perchè ti stimo e perchè mi sento a te legato da affetto e amicizia'. Dopo aver 'sempre votato per la Democrazia Cristiana, votai per il Partito Popolare, qualche volta per i Democratici di Sinistra, quando ne era segretario l'amico Massimo D'Alema. Concorsi quindi con Mastella, Buttiglione, Scognamiglio, Sanza a fondare e a gestire un partito di transizione: l'Unione Democratica per la Repubblica'. 'Ho votato per il Pd perchè in esso erano candidati amici di diversa estrazione culturale e politica che stimavo, come ancora oggi stimo: D'Alema, Bersani, La Torre, comunisti, Carra, Paola Binetti, Marini, Rutelli, ex-democratico-cristiani o cattolici liberali. Non voterò mai più per il Partito democratico per le posizioni da esso assunte in relazione al caso Eluana, e che considero in contrasto con le mie convinzioni più profonde di uomo in materia di vita,di uomo europeo, figlio quindi della civiltà ellenistica, romana, giudea e cristiana', conclude Cossiga.
Eluana è morta in solitudine, nella stanza in cui era stata confinata, a Udine, lontano dalle carezze delle suore e dall’ambiente familiare della clinica di Lecco. E’ morta in mani estranee, di gente che non l’aveva mai vista prima di lunedì scorso, e che si era messa a disposizione per farla morire di fame e di sete. Persone che l’hanno avvicinata, toccata, maneggiata, sapendo che dovevano lasciarla morire di fame e sete.
Non c’era suo padre - che d’altra parte in questi anni l’aveva lasciata alle suore – lui stava a Lecco, per sicurezza. Non c’era la sua specialissima curatrice, l’avvocato Franca Alessio, che, per l’appunto, si è presa tanta cura di Eluana, in questi anni. Non c’era neanche Defanti, il cosiddetto medico curante, e neppure De Monte, il responsabile del protocollo di morte. Non c’era nessuno, insomma.
Nel primo pomeriggio era stato comunicato che le sue condizioni erano stabili; sapevamo che non c’era ancora nessun blocco renale, e che non era ancora stato raggiunto il punto di non ritorno nel digiuno e nella disidratazione forzata.
Un’agenzia Ansa delle 21.08 spiega che “la situazione di Eluana Englaro e' rimasta stabile fino al primo pomeriggio, dopodiche' sarebbe avvenuto un improvviso peggioramento” , ma si contraddice con agenzie che un’ora dopo dicono: “Eluana, ha riferito Defanti, ha smesso di vivere improvvisamente per subentrate complicazioni respiratorie: ha cominciato a respirare male, in maniera sconnessa fino all'arresto respiratorio. "E' stato un arresto improvviso", conclude Defanti” (AGI, 9.02). E d’altra parte, se è morta in solitudine, se nessuno è stato avvertito in tempo e non c'erano familiari o medici in stanza, delle due l’una: o è spirata in meno di due minuti, oppure l’attenzione dei volontari che la “accudivano” era tale che nessuno si era accorto che stava male.
Eluana è morta – ma guarda un po’ che fatalità, che singolare coincidenza, quando si dice il caso, l’imprevisto, l’evento improvviso ed imprevedibile, ma che sorpresa signora mia – un attimo - letteralmente un attimo - prima del voto al Senato di un Disegno di Legge che avrebbe messo in mutande l’opposizione e avrebbe schiacciato l’imparzialità del Presidente della Repubblica sulla posizione dei suoi ex compagni di partito.
Adesso si invoca la calma, il silenzio, la riflessione, si chiede di abbassare la voce, magari anche socchiudere gli occhi, chinare il capo, turarsi le orecchie e l ’avverbio del momento è “pacatamente”. Noi naturalmente siamo prontissimi a seguire gli inviti alla saggezza ed alla compostezza, e
2. Pacatamente, ricordiamo che gli unici a poter fermare il protocollo di morte – oltre a Giorgio Napolitano - erano il sindaco di Udine, il Presidente della regione Tondo con i suoi assessori e il Procuratore di Udine, e non l’hanno fatto.
3. Pacatamente, chiediamo al Procuratore di Udine dove sono finite le testimonianze raccolte dopo l’esposto, quelle delle compagne di scuola e degli insegnanti che dichiaravano di non aver mai sentito Eluana parlare di morte e stati vegetativi dalla mattina alla sera, fin dalla più tenera età.
4. Pacatamente, vorremmo sapere che fine ha fatto la relazione degli ispettori ministeriali, dove ci risulta scritto, tra l’altro, che Eluana era sedata anche per via orale, cioè per bocca (perché lei deglutiva, ricordiamo).
6. Pacatamente, temiamo che i risultati dell’autopsia facciano la fine degli esposti e delle relazioni di cui sopra e che l’eventuale cremazione impedisca per sempre di conoscere la verità.
7. Pacatamente, ricordiamo che il Presidente della Repubblica, mesi fa, aveva risposto ad una lettera di Carlo Casini dichiarando che non sarebbe mai intervenuto nel merito del caso Englaro. Tutto il mondo politico sapeva da tempo che Giorgio Napolitano non avrebbe mai firmato un decreto per impedire la morte di Eluana, e d’altra parte, se non l’ha fatto quando già avevano iniziato il digiuno e la disidratazione forzati, figuriamoci quanto poteva essere disposto a farlo quando Eluana stava ancora a Lecco dalle suore.
8. Pacatamente, ricordiamo che il Presidente Napolitano ha contestato che ci fosse il requisito dell’urgenza, necessario a fare un decreto, quando Eluana aveva già iniziato la disidratazione forzata. Non c'era niente di urgente, secondo lui.
9. Pacatamente, ricordiamo anche che il ministro Sacconi ha emanato un atto di indirizzo lo scorso dicembre, in attesa di una legge sul fine vita, che proibiva nei fatti di uccidere Eluana. Atto di indirizzo contestato dai compagni del PD (d’ora in poi Partito Disidratato) che prima hanno accusato Sacconi di violenza (c’è anche una denuncia per violenza privata nei suoi confronti, alla Procura di Roma, proprio per l’atto di indirizzo); gli stessi del PD adesso chiedono cosa ha fatto il governo per impedire la morte di Eluana. Se tutto il Parlamento veramente avesse voluto impedire la morte di Eluana, bastava difendere l’atto di indirizzo. Semplice, no? Molto pacatamente, vorrei far notare che il decreto di urgenza del governo di venerdì scorso è stato contestato con forza dal PD, che ha chiesto un confronto parlamentare per la legge sul fine vita. Ma se confronto deve essere – com’è giusto che sia – ci vuole tempo. Provate solo ad immaginare – pacatamente – come avrebbe reagito il PD se a novembre il PdL avesse detto: bene ragazzi, vogliono far morire Eluana di fame e sete, facciamo la legge in due settimane, senza tante storie.
10. Pacatamente, vorremmo sapere perché tanta ansia del Procuratore di Trieste – superiore di quello di Udine – nel gridare per monti e per mari che mai e poi mai si stava indagando sul caso Englaro, e che mai e poi mai si sarebbero sequestrate le stanze di Eluana, e che mai e poi mai si sarebbe impedito di attuare il decreto. Il Procuratore di Trieste, Beniamino Deidda, è fra i fondatori di MD, Magistratura Democratica, d’ora in poi Magistratura Disidratata (non è colpa nostra se Democratici comincia con la D, come Disidratati).
Adesso vogliamo solo piangere Eluana, morta innaturalmente per una sentenza dei magistrati ma soprattutto, come ha dichiarato Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, e firma pacata di Repubblica, “la premessa più importante è che ciò che è accaduto fino ad ora è legale”.
Oggi pomeriggio, con mio marito e i miei figli, sono stata alla fiaccolata per Eluana, in pieno centro a Perugia. Subito dopo c’è stato il rosario con il Vescovo Chiaretti, in Cattedrale. Diverse centinaia di persone, convocate essenzialmente via sms.
Molto efficace il testo fatto leggere oggi durante le Messe della Diocesi, su invito del nostro Vescovo.
L’agonia di Eluana sta mobilitando le coscienze.
In breve gli ultimi, tragici eventi: un Consiglio dei Ministri epocale che all’unanimità propone un decreto urgente per salvare Eluana dalla morte per fame e per sete; il Presidente della Repubblica che si rifiuta di firmarlo in omaggio alla Costituzione – così dice – ; la decisione del governo di trasformare il decreto in legge da far approvare in Parlamento, velocemente; lo scontro istituzionale; la regione Friuli che si rifiuta di fermare il percorso di morte di Eluana.
Vorrei chiarire alcuni punti, adesso.
1. Se non accade qualcosa domani, il percorso di morte a cui hanno avviato Eluana con il digiuno forzato diventerà irreversibile. Alimentazione ed idratazione le sono state sospese venerdì mattina: domani, lunedì, sarà il quarto giorno di sospensione forzata di alimentazione e idratazione.
2. E’ bene spiegare che il Senato non si è riunito prima perchè se si fosse fatta la convocazione straordinaria nel fine settimana, l’opposizione avrebbe potuto ottenere cinque giorni di sospensione, allungando ancora di più i tempi. Quello individuato dai parlamentari del PdL è la via più breve per approvare la legge salva-Eluana, che però non terminerà prima di venerdì.
3. I tempi della morte di Eluana sono stati accelerati, ed è stato possibile perché, come ci ha spiegato Defanti, il protocollo è discrezionale. In altre parole, i medici fanno quel che vogliono. Ricordo che Defanti è il neurologo che ci ha gentilmente spiegato – riportato da Repubblica - che la morte per disidratazione è dolcissima: evidentemente esiste un elevatissimo numero di suicidi per disidratazione, a noi finora ignoto.
4. Per bloccare il percorso di morte di Eluana, potrebbero intervenire, nell’ordine:
a) il Presidente della Repubblica, firmando un decreto di urgenza. Abbiamo visto come la pensa.
b) la regione Friuli, commissariando la clinica (e oggi si è rifiutata di farlo) o applicando l’atto di indirizzo del Ministro Sacconi (ma quando mai).
c) Il sindaco di Udine – autorità sanitaria. Ricordo che è quello che si è adoperato per far ricoverare Eluana nella clinica “La Quiete”.
d) La procura di Udine, che ha già avviato indagini sugli esposti, ha già ascoltato testimonianze di amiche di Eluana, può intervenire sulla base delle relazioni degli ispettori. Ma il procuratore di Trieste – superiore di quello di Udine – ha già spiegato a chiare lettere che non se ne fa niente. E infatti nella procura di Udine le indagini continuano, ma le iniziative stanno a zero, e non ci sembra azzardato prevedere che non ce ne saranno di significative almeno per diversi giorni. Comunque ci dicono che in procura piovono esposti da tutte le parti.
e) La procura di Milano, che pure ha ricevuto un esposto con testimonianze interessanti, ma qui proprio tutto tace, forse l’esposto si è perso, o forse hanno finito i giudici, chissà. Non è dato sapere.
E poi, chiaramente, potrebbero il padre, la curatrice speciale (specialissima, direi), i medici che Eluana ha intorno.
E’ chiaro quindi che, visti i soggetti coinvolti, a meno di un miracolo, la legge non arriverà in tempo per salvare Eluana. E se Eluana morirà, se la legge non arrivasse a salvarla - e potrebbe essere solo una questione di pochi giorni - discuteremo delle responsabilità (v. elenco di cui sopra).
Vorrei anche ricordare, a scanso di equivoci, che Eluana non muore per una sentenza definitiva - come invece viene detto da alcuni che hanno pure difeso Napolitano - ma per un decreto che non è mai definitivo, e che non obbliga ma autorizza. Ancora non è dato capire quale sia il contrasto con la Costituzione.
Da ultimo, Marco Pannella: interessante, nella sua conversazione di oggi su Radio Radicale (grazie Antonio che me l’hai segnalata, si può ascoltare in rete) ha riconosciuto che è cambiato il clima in Italia, che adesso si parla di Eluana che muore di fame e di sete, che forse soffre, e che “rischiamo” di avere una legge in quattro giorni, fatta da Berlusconi che vuole salvare Eluana – e allora addio, proposta di Ignazio Marino sul testamento biologico, dice Pannella - e che quindi, forse, varrebbe la pena che “gliela si dia vinta”. Insomma: siamo arrivati a un punto tale di sdegno del popolo italiano (popolo ingannato, secondo Pannella), che per il momento non converrebbe andare fino in fondo al percorso di morte di Eluana. La battaglia del padre di Eluana può essere pregiudicata: sarebbe meglio – sempre secondo Pannella - che Beppino Englaro si fermi, aspetti, e faccia riprendere alimentazione e idratazione, altrimenti avremo in pochi giorni approvata una legge che impedirà di sospendere alimentazione ed idratazione nelle dichiarazioni anticipate di trattamento, in nome della cultura della vita contro la cultura della morte, una contrapposizione fra culture chiaramente intollerabile, sempre secondo Pannella, soprattutto perchè Pannella & C. sarebbero assegnati automaticamente allo schieramento mortifero.
A me personalmente, adesso, interessa solamente che Eluana viva. Preghiamo.

References: sentenza 
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in dubio
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 art. 732
 art. 2909
 art. 87
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