Source: https://www.laleggepertutti.it/118135_mantenimento-a-moglie-e-figli-anche-da-disoccupati-o-con-pochi-soldi
Timestamp: 2018-10-23 04:09:15+00:00

Document:
Mantenimento a moglie e figli anche da disoccupati o con pochi soldi
Reato di violazione degli obblighi di assistenza famigliare anche per chi è in una situazione economica precaria.
Non basta la perdita del lavoro e una condizione economica precaria per liberare il coniuge dal pagamento dell’assegno di mantenimento mensile in favore dell’ex e dei figli: la condotta resta punita come reato, perché in questo modo si violano gli obblighi di assistenza familiare, facendo mancare alla prole e al coniuge economicamente più debole i mezzi di sussistenza. È quanto ricorda la Cassazione con una sentenza recente [1].
Il semplice stato di disoccupazione non basta per evitare la condanna. Per difendersi, il coniuge obbligato a versare il mantenimento non può limitarsi a dimostrare di aver perso il lavoro per ragioni indipendenti dalla propria volontà o colpa. Egli deve provare qualcosa in più, ossia che la situazione di impossibilità economica si sia protratta a lungo e, soprattutto, che in questo arco di tempo egli si sia dato animo di cercare nuove occupazioni e non sia invece rimasto “in panciolle”.
Inoltre, l’incapacità economica deve essere “assoluta”, il che non ricorrerebbe per esempio nell’ipotesi in cui l’uomo, pur perdendo il lavoro, ha comunque un conto in banca o può disporre di altri redditi percepiti in diverso modo.
Tutti questi concetti vengono espressi e sintetizzati dalla Suprema Corte con questa massima: per evitare il reato di “violazione degli obblighi di assistenza familiare” è necessario che l’impossibilità economica del coniuge obbligato al mantenimento dipenda da una situazione di assoluta, persistente, oggettiva e incolpevole indisponibilità di introiti.
Possiamo così spiegare i quattro aggettivi usati dai giudici:
assoluta: come detto, l’imputato non deve avere possibilità di provvedere al mantenimento attingendo da altri redditi. In buona sostanza il suo conto corrente deve essere completamente “a secco”, né deve avere la possibilità di recuperare i soldi in altro modo;
persistente: non deve trattarsi di un periodo transitorio e breve. Così, il coniuge che resti disoccupato solo per qualche mese, ma dopo trovi lavoro, non può scusarsi per il mancato versamento del mantenimento per detta forbice di tempo adducendo di essere stato senza lavoro;
oggettivo: l’incapacità economica deve essere obiettiva, ossia tale per qualsiasi persona. Così, un soggetto abituato a un tenore di vita molto elevato, guadagnando diverse migliaia di euro al mese, non potrebbe dire di essersi trovato in una impossibilità economica solo perché il suo reddito è sceso notevolmente al di sotto delle sue aspettative, ma comunque nella media di una persona dal tenore di vita medio-basso;
incolpevole: il licenziamento non deve essere stato determinato da una colpa o, peggio, dalla volontà del lavoratore. Per cui non rileva il caso delle dimissioni.
[1] Cass. sent. n. 15432/2016 del 12.04.2016.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 16 marzo – 12 aprile 2016, n. 15432
Presidente Ippolito – Relatore Gianesini
II difensore di S.G. ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza 11 gennaio 2016 con la quale la Corte di Appello di PALERMO, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha assolto l’imputato limitatamente alla condotta realizzata fino al marzo 2007 riducendo conseguentemente la pena inflitta e confermando per il resto la sentenza di primo grado con condanna al risarcimento del danno.
1.1 II G. è accusato dei reato di cui all’art. 570 cod. pen. per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alle figlie minori omettendo di versare la somma di 230.000,00 euro mensili alla moglie, come disposto dal Tribunale di Termini Imerese.
II difensore ha dedotto due motivi di ricorso.
2.1 Con il primo motivo, il ricorrente ha lamentato che la Corte territoriale non avesse valorizzato, omettendo quindi la doverosa motivazione sul punto, gli elementi a discolpa dell’imputato che era in realtà disoccupato, come era stato dimostrato documentalmente, e che non poteva quindi adempiere ai suoi obblighi di versamento; non era quindi stato dimostrato da parte del Giudice di appello l’elemento soggettivo dei reato, tanto più che il G., quando aveva potuto e quando aveva degli introiti economici, aveva sempre onorato il suo debito di contribuzione.
2.2 Con altri motivi subordinati, poi, il ricorrente ha lamentato l’eccessività della pena inflitta, l’immotivata negazione di attenuanti generiche e, infine, l’illegittima sottoposizione della sospensione condizionale della pena alla liquidazione dei danno liquidato senza un preventivo accertamento, sia pure sommario, delle condizioni economiche dell’imputato e della sua concreta possibilità di sopportare l’onere dei risarcimento.
II ricorso è infondato e va rigettato, con condanna al pagamento delle spese processuali.
1.1 II primo motivo di ricorso si risolve nella riproposizione di una questione di fatto, quella dello stato di disoccupazione dell’imputato e della sua conseguente impossibilità di adempiere all’obbligo di mantenimento, già valutata e disattesa dal Giudice di merito; in particolare, la Corte palermitana, in uno con il Giudice di primo grado la cui motivazione, come è noto, costituisce un corpo argomentativo unitario con quella di appello (si veda sul punto, da ultimo, Cass.
sez. 6 del 8/10/2013 n. 46742, Rv 257332) ha esaurientemente e persuasivamente motivato circa la mancanza di prova univoca e certa in merito alla condizione di disoccupazione dell’imputato affermatamente dipendente dal discredito diffuso ai suoi danni nell’ambiente di lavoro, disoccupazione che, in ogni caso, non esime da responsabilità per l’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza come correttamente ricordato dalla Corte territoriale sulla base della giurisprudenza di legittimità secondo la quale l’incapacità economica dell’obbligato, intesa come impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall’art. 570 cod. pen. deve essere assoluta e deve altresì integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti (così Cass., sez. 6 del 21/10/2010, n. 41362, Rv 248955).
1.2 II secondo motivo di ricorso, poi, si articola in diversi profili di critica della sentenza; per quanto riguarda la negazione di attenuanti generiche, la Corte si è correttamente richiamata alla assenza di elementi rilevanti ex art. 133 cod. pen. valutabili ai fini della richiesta difensiva mentre, per quanto riguarda l’entità della pena, il Giudice di appello, con il riferimento al disvalore complessivo del fatto e al tenore e durata dell’inadempimento, ha dimostrato di avere valutato concretamente gli elementi di cui all’art. 133, primo comma n. 1 cod. pen..
In merito infine al fatto, stigmatizzato dal ricorrente, che la sospensione condizionale della pena è stata subordinata, ex art. 165 rimo comma cod. pen., al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno senza un positivo accertamento delle condizioni economiche dell’imputato e della sua concreta possibilità di adempiere come pure richiesto da parte della giurisprudenza di legittimità (si veda in merito e da ultimo Cass. sez. 2 del 15/2/2013 n. 22342, Rv 255665 contrastata però da Cass. sez. 6 del 8/5/2014 n. 33020, Rv 260555) va rilevato che in ogni caso l’accertamento, contenuto nella motivazione della sentenza impugnata, della inesistenza dello stato di assoluta e protratta impossidenza dei G. vale per l’affermazione positiva della sussistenza della concreta possibilità, da parte di quest’ultimo, di sopportare l’onere del risarcimento.
1.3 Al rigetto del ricorso consegue infine la liquidazione, a favore del difensore ammesso al patrocinio a spese dello Stato e per l’attività espletata, della somma complessiva, già ridotta dei terzo, di 2.400,00 euro oltre Iva, Cpa e spese generali al 15%.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali; liquida a favore dei difensore S.C. per l’attività espletata la somma di 2.400.00 euro oltre Iva, Cpa e spese generali al 15%.

References: sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
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 sentenza 
 Cass.

 art. 133
 art. 165
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 sentenza