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disegno di legge S. 2968 / Testo correlato 2968, 2969-A (ALLEGATO 2-II) - OpenParlamento
Testo correlato 2968, 2969-A (ALLEGATO 2-II)
Legislatura 16ª - Relazione N. 2968-A (ALLEGATO 2-II)
Nn. 2968 e 2969-A
ALLEGATO 2-II
RELAZIONE DELLA 5ª COMMISSIONE PERMANENTE
e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012) (n. 2968)
Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012
e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014 (n. 2969)
esaminati dalla 5ª Commissione al disegno di legge di bilancio
ed al disegno di legge di stabilità, con indicazione del relativo
esito procedurale
ORDINI DEL GIORNO ACCOLTI DAL GOVERNO
O APPROVATI DALLA COMMISSIONE
Disegno di legge di bilancio Pag. 5
Disegno di legge di stabilità » 8
ORDINI DEL GIORNO RESPINTI DALLA COMMISSIONE
Disegno di legge di bilancio Pag. 61
(G/2969/2/5ª)
Saltamartini, Boscetto
Approvato dalla Commissione (8 novembre 2011)
«La 5ª Commissione permanente del Senato,
in sede di esame del disegno di legge di bilancio per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014, in riferimento allo stato di previsione del Ministero dell’interno per l’anno finanziario 2012,
la lotta alla criminalità organizzata continua a costituire per il nostro Paese una priorità non eludibile, non solo ai fini della tutela delle libertà fondamentali e dell’ordine pubblico ma anche per incentivare sviluppo economico e occupazione;
l’articolo 4, comma 21 dell’atto Senato n. 2968 sopprime la corresponsione del trattamento economico accessorio (TEA) per il personale della Direzione investigativa antimafia, e ciò appare collidere con i princìpi costituzionali di cui agli articoli 3, 23, 36 e 97 della Costituzione;
per converso, tale indennità dovrebbe essere estesa a tutto il personale dei Servizi di Polizia giudiziaria (Servizio centrale operativo – SCO –, Raggruppamento operativo speciale – ROS – Gruppi di investigazione sulla criminalità oraganizzata – GICO – Squadre Mobili e Digos della polizia di Stato; Reparti operativi dei Carabinieri et similia della Guardia di Finanza) e che, al riguardo, sono pendenti contenziosi di fronte alla giurisdizione amministrativa;
il drammatico susseguirsi di episodi di violenza, consumati in occasione dello svolgimento di manifestazioni di piazza e di dissenso politico, hanno messo in rilievo l’esigenza di rafforzare il presidio delle forze dell’ordine per la tutela dell’ordine democratico e della pubblica sicurezza;
è compito del legislatore statale dare attuazione ai principi costituzionali in materia di ordinamento del personale di questo comparto, assicurando la proporzionalità dei trattamenti alla quantità, qualità e rischio delle prestazioni svolte;
la legge 4 novembre 2010 n. 183, all’articolo 19, introduce la specificità del personale del comparto sicurezza e difesa e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco;
nel corso dell’esame dei precedenti provvedimenti legislativi, questa specificità è stata più volte sottolineata con ordini del giorno accolti dal Governo,
pur nell’ambito della difficile congiuntura economica e della:finanza pubblica a valutare l’opportunità di adottare con urgenza le opportune iniziative atte:
a) a continuare a corrispondere il trattamento TEA al personale della DIA;
b) a impegnare i relativi fondi iscritti nella tabella 8 per assicurare un’interpretazione dell’articolo 9, comma 1, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 nel senso che al personale delle Forze armate delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nel triennio 2012-2014, sia assicurata la corresponsione integrale dei trattamenti economici connessi con l’impiego (indennità operative, indennità pensionabile, indennità di trasferimento, assegno funzionate, assegno non pensionabile dirigenziale e indennità di missione), con l’effettiva presenza in servizio e con la maturazione dei requisiti di anzianità e merito;
c) a costruire un fondo con cui poter provvedere alla necessaria copertura finanziaria di provvedimenti normativi in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle Forze armate e delle Forze di polizia e il riassetto e la riorganizzazione delle progressioni economiche e delle carriere estesa a tutto il personale delle Forze armate e delle Forze di polizia ivi compreso l’ordinamento del trattamento economico accessorio TEA;
d) a sostenere il processo di reclutamento di giovani e di professionalizzazione del personale delle Forze di polizia anche ad ordinamento militare, bandendo i concorsi per vice sovrintendente e vice ispettore e qualifiche equiparate anche al fine di garantire la parità di accesso ad entrambi i sessi».
(G/2969/4/5ª)
Pichetto Fratin, Bonfrisco
Accolto dal Governo come raccomandazione (8 novembre 2011)
in sede di esame del disegno di legge di bilancio per l’anno finanziario 2012 e per il triennio 2012-2014, in riferimento allo stato di previsione del Ministero dell’infrastrutture e dei trasporti per l’anno finanziario 2012,
nell’ambito della missione “Infrastrutture pubbliche e logistica“, Programma “Opere strategiche, edilizia statale ed interventi speciali e per pubbliche calamità“ risultano stanziate risorse per la costruzione, sistemazione, manutenzione e completamento di edifici pubblici statali, per altri immobili demaniali, per edifici privati destinati a sede di uffici pubblici statali nonché di altri immobili di proprietà dello Stato e di altri enti pubblici,
a destinare, per l’anno 2012, una quota pari a 5 milioni di euro dello stanziamento iscritto in bilancio per gli interventi citati in premessa, per lavori di completamento della caserma “A. Martini“ destinata a sede del Comando provinciale della Guardia di Finanza».
(G/2968/1/5ª)
Fleres, Viespoli, Centaro, Ferrara, Poli Bortone, Carrara, Saia
Accolto dal Governo come raccomandazione (10 novembre 2011)
premesso che diverse regioni italiane risultano inadempienti rispetto alle iniziative comunitarie di sviluppo regionale;
vista l’importanza di potenziare la partecipazione delle regioni alla formazione degli atti comunitari soprattutto nelle materie che incidono sulla programmazione regionale,
a valutare l’opportunità di introdurre misure che consentano una più ampia ed incisiva partecipazione delle regioni e delle province autonome alla formazione degli atti comunitari e dell’Unione europea, con particolare riferimento alle materie che incidono sulla programmazione regionale».
(G/2968/2/5ª)
Poli Bortone, Viespoli, Fleres, Castiglione, Saia, Carrara
la drammatica crisi economica che ha investito tutto il mondo occidentale ha sorpreso il nostro Paese in una condizione di fragilità che rischia di riverberarsi, con effetti particolarmente rovinosi, sul piano sociale;
proprio in queste ultime ore stiamo assistendo ad una crisi dei mercati finanziari. Infatti, l’Italia è vittima di speculazioni dal momento che possiede il terzo debito pubblico più elevato al mondo;
questa drammatica situazione, che in alcune aree del Paese, in specie meridionali, è davvero insostenibile, non riesce a giovarsi di adeguati ammortizzatori sociali alla stregua di quanto si sta verificando in altri Paesi occidentali, europei e nordamericani, che riconoscono la necessità di un intervento vigoroso dello Stato nel welfare e di azioni tonificanti per la ripresa dell’occupazione, l’unico volano per la risalita delle economie dei moderni Paesi;
in questo quadro di generale difficoltà dell’economia italiana rischiano ancora una volta di pagare uno scotto insostenibile le giovani generazioni, costrette a un innaturale e ormai non più sostenibile prolungamento della loro presenza in famiglia;
non risultano più procrastinabili le misure volte al contenimento dei costi e alla semplificazione amministrativa,
a varare provvedimenti, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del disegno di legge di stabilità, che prevedano la riduzione del numero dei parlamentari, l’istituzione del Senato delle autonomie, la riduzione del numero dei comuni, accorpando i comuni sotto i 5.000 abitanti ai comuni più grandi, favorendo la fusione di comuni o le unioni di comuni, l’abolizione delle province e delle città metropolitane, l’abolizione dei Ministeri le cui competenze sono per la maggior parte svolte dalle regioni».
(G/2968/3/5ª)
Blazina, Pegorer, Pertoldi, Vita
in sede di esame del disegno di legge atto Senato n. 2968 recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012),
la minoranza linguistica slovena nel Friuli-Venezia Giulia è riconosciuta e tutelata dalla legge 15 dicembre 1999, n. 482 e dalla legge 23 febbraio 2001, n. 38;
nel campo dei mezzi di informazione della comunità slovena svolgono un ruolo fondamentale il quotidiano di lingua slovena Primorskidnevnik e le trasmissioni radiofoniche e televisive della redazione regionale RAI;
il quotidiano è finanziato principalmente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per l’informazione e l’editoria con la legge 7 agosto 1990, n. 250, e che la costante diminuzione dei contributi, le recenti modifiche legislative nonché i nuovi criteri per l’erogazione dei contributi, fortemente penalizzanti per un quotidiano destinato esclusivamente ai lettori di lingua slovena, stanno mettendo in serio pericolo il futuro di tale testata;
le trasmissioni in lingua slovena sono regolate dalla convenzione Presidenza del Consiglio dei ministri e la Direzione Rai valida per il triennio 20010, 2011, 2012 che determina il numero di ore di programmazione (radiofoniche e televisive) e l’importo complessivo di spesa e che con il passaggio al digitale terrestre è stata ampliata la visibilità delle trasmissioni televisive che richiede alla redazione slovena un maggiore impegno;
considerato che tali strumenti di informazione potrebbero essere notevolmente ridimensionati in base agli ulteriori tagli previsti dalla legge di stabilità e in seguito alle dichiarazioni del Sottosegretario Paolo Bonaiuti durante l’audizione presso la VII Commissione della Camera dei deputati sulle intenzioni del Governo di dimezzare le trasmissioni Rai per le minoranze linguistiche,
a salvaguardare, nell’ambito della necessaria razionalizzazione dei soggetti rientranti nel finanziamento della legge sull’editoria, il quotidiano in lingua slovena;
a garantire la validità della convenzione sulle trasmissioni Rai in lingue slovena fino alla sua naturale scadenza e dell’importo in essa determinato».
(G/2968/4/5ª)
Bugnano, Pardi
in sede di esame del disegno di legge recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012),
alla missione “Comunicazioni“, la voce “Legge n. 67 del 1987: Rinnovo della legge 5 agosto 1981, n. 416, recante disciplina delle imprese editrici e provvidenze per l’editoria“ (11.2 – capp. 2183, 7442) presente in tab. C del disegno di legge di stabilità reca uno stanziamento pari a 118.320 milioni di euro per l’anno 2012, con un taglio di entità rilevante pari a 75.870 milioni di euro per il medesimo anno, comportando una riduzione della dotazione di risorse in misura pari al 39 per cento rispetto all’anno 2011;
gli stanziamenti per l’editoria relativamente agli anni 2012, 2013 e 2014 sono insufficienti a soddisfare il fabbisogno del settore. Tagli di tale entità, che si riferiscono ai contributi diretti all’editoria, intervengono su di un fondo già del tutto inadeguato rispetto al fabbisogno, mettendo a rischio la sopravvivenza di decine di testate cooperative, no-profit e di partito, che rappresentano una risorsa essenziale per il pluralismo dell’informazione, così come affermato anche dal Presidente della Repubblica nei giorni scorsi;
nel 2006 per il cosiddetto “Fondo editoria“ erano stati stanziati oltre 420 milioni di euro. Nel 2008 lo stanziamento è sceso a 336 milioni. Per il 2010 erano previsti 344 milioni. Per il 2011, la legge di stabilità aveva stanziato 194 milioni;
emerge chiaramente che nel corso degli ultimi anni le risorse per far fronte ai contributi e alle provvidenze per l’editoria hanno registrato un significativo contenimento. Il Parlamento, con il concorso di tutte le forze politiche, più volte è intervenuto per ripristinare gli stanziamenti per il settore che, attraverso dure ristrutturazioni e stati di crisi, e malgrado la forte penalizzazione sul mercato pubblicitario, sino ad oggi ha assicurato che il perimetro dell’informazione non si comprimesse drasticamente,
a reperire le risorse finanziarie necessarie per garantire che l’erogazione di contributi a favore delle imprese editrici sia di entità tale da scongiurare la crisi e la chiusura di numerose testate, anche storiche, che rappresentano una risorsa fondamentale per la democrazia e l’informazione del Paese;
a presentare, nel più breve tempo possibile, un provvedimento organico finalizzato ad introdurre criteri di maggior rigore nei criteri di accesso e di assegnazione dei contatti, atti a consentire da un lato risparmi di spesa per le casse dello Stato e dall’altro a garantire il pluralismo informativo».
(G/2968/5/5ª) (nuovo testo)
Approvato dalla Commisione (10 novembre 2011)
l’articolo 4, comma 56, introduce disposizioni volte a precludere alle Autorità amministrative indipendenti la corresponsione al personale delle amministrazioni pubbliche che sia presso di esse comandato, distaccato o in analoga posizione, di emolumenti volti. ad operare perequazioni rispetto al trattamento economico fondamentale più elevato percepito dal personale di ruolo;
l’articolo 4, comma 57, prevede la disapplicazione di clausole difformi, rispetto alla previsione di cui al comma 56, che siano recate da regolamenti o atti interni delle Autorità, insieme specificando che il divieto investa ogni indennità, compenso o comunque denominato emolumento, anche già in godimento;
trattasi, quindi, di previsioni normative del tutto opportune in quanto dirette ad evitare fenomeni di cosiddetto galleggiamento che determinano un effetto del tutto diverso da quello che invece si realizza mediante l’equiparazione del personale comandato, distaccato o in analoga posizione, al personale dipendente di ruolo che esercita, a parità di livello, analoga attività lavorativa;
pertanto le disposizioni di cui all’articolo 4, commi 56 e 57 del disegno di legge in esame, riguardanti le Autorità Amministrative Indipendenti come già definite nell’ordinamento anche alla luce degli atti adottati ai sensi dell’articolo 1 della legge 31 dicembre 2009, n. 196, vanno interpretate nel senso che esse si applicano ai casi di riconoscimento al personale comandato, distaccato o in analoga posizione di un compenso aggiuntivo parametrato al più elevato trattamento del personale di ruolo che è fattispecie di privilegio diversa da quella costituzionalmente vincolata in cui, invece, si riconosca il medesimo trattamento complessivo a parità di mansioni effettivamente svolte (come già riconosciuto dal Governo con l’accoglimento in data 5 luglio 2011 dell’ordine del giorno 6/2791/15/5ª e 6ª);
la relazione tecnica relativa al disegno di legge in esame, individua espressamente nella finalità di contenimento la ratio posta a fondamento delle citate disposizioni prevedendo tuttavia che i relativi effetti potranno essere verificati solo a consuntivo;
è di tutta evidenza, quindi, che le stesse finalità delle disposizioni in esame, come individuate dalla relazione tecnica, tendono a delimitarne l’ambito applicativo alle sole Autorità amministrative indipendenti che fanno parte del settore delle Amministrazioni pubbliche, i cui conti concorrono alla costruzione del Conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche;
infatti le finalità di contenimento della spesa pubblica che le disposizioni in esame tendono a perseguire, rendono le stesse applicabili solo ed esclusivamente a quelle amministrazioni pubbliche i cui conti concorrono alla costruzione del Conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche tenuto conto che l’applicabilità dei commi 56 e 57 dell’articolo 4 a quelle realtà istituzioni che invece non concorrono alla costruzione del citato Conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche, non produrrebbe alcun effetto sotto il profilo finanziario riconducibile ad una minore spesa che possa incidere positivamente sul bilancio dello Stato;
è, pertanto, opportuno, ai fini di un coordinamento della disposizioni in esame con quelle che sono le finalità che la stessa tende a perseguire come meglio esplicitate nell’ambito della relazione tecnica, specificare che per Autorità indipendenti soggette alla applicazione delle disposizioni di cui ai commi 56 e 57 dell’articolo 4 del disegno di legge in esame, si devono intendere quelle Autorità amministrative indipendenti individuate dall’Istituto nazionale di statistica ai sensi dell’articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196,
ad adottare ogni più adeguato intervento applicativo volto ad assicurare la coerenza nella fase di attuazione con quella che è l’effettiva finalità delle disposizioni di cui in premessa, in maniera da eliminare ogni eventuale possibile dubbio interpretativo circa il fatto che le disposizioni di cui all’articolo 4, commi 56 e 57 del disegno di legge in esame, vanno interpretate nel senso che esse si applicano alle sole Autorità amministrative indipendenti di cui all’elenco delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato individuate ai sensi dell’articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, vanno interpretate nel senso che esse si applicano ai casi di riconoscimento al personale comandato, distaccato o in analoga posizione di un compenso aggiuntivo parametrato al più elevato trattamento del personale di ruolo che è fattispecie di privilegio diversa da quella costituzionalmente vincolata in cui, invece, si riconosca il medesimo trattamento complessivo a parità di mansioni effettivamente svolte (come già riconosciuto dal Governo con l’accoglimento in data 5 luglio 2011 dell’ordine del giorno G/2791/15/5 e 6)».
(G/2968/6/5ª)
Poli Bortone, Fleres, Carrara, Saia
essa prevede che una serie di spese necessarie per lo stabilimento delle Corti e sezioni di Corti di appello, per le Procure generali, per le Corti di assise, dei Tribunali, per i locali ad uso degli Uffici giudiziari, per gli affitti, riparazioni, manutenzione, illuminazione, riscaldamento, per le provviste di acqua, il servizio telefonico, ed altre indicate nell’articolo 1 siano a carico esclusivo dei comuni nei quali hanno sede gli uffici giudiziari, senza alcun concorso nelle stesse da parte degli altri comuni componenti la circoscrizione giudiziaria;
ai detti comuni sedi di uffici giudiziari viene corrisposto invece dallo Stato un contributo annuo alle spese medesime nella misura stabilita nella tabella allegata. alla legge;
sarebbe opportuno modificare la citata legge n. 392 del 1941 qualora, mediante l’introduzione del leasing per la quota di fitto che il Ministero della giustizia rimborsa ai comuni, il comune decida che sia più conveniente l’acquisto dell’immobile, visto che è preferibile la patrimonializzazione piuttosto che buttare via soldi pagando fitti,
a prevedere che i contratti di locazione di immobili destinati ad uffici giudiziari, stipulati fra lo Stato ed i comuni, possono essere trasformati in contratti di leasing per l’acquisto degli immobili, sedi di uffici giudiziari, da parte dei comuni, utilizzando quale rata di pagamento la quota del contributo a carico del Ministero della giustizia, previsto dall’articolo 2, comma 1, della citata legge n. 392 del 1941 relativo alle pigioni».
(G/2968/7/5ª)
la dotazione del principale strumento finanziario per gli interventi nel Sud del Paese, ovvero il Fondo per lo sviluppo e la coesione, già Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS), è stata con le manovre succedutesi nell’ultimo anno drasticamente ridotta; una parte rilevante delle sue risorse finanziarie sono state reindirizzate – per esplicita scelta dell’esecutivo – verso finalità diverse da quelle originarie, come già evidenziato in numerosi ordini del giorno e mozioni presentati dai senatori del Partito Democratico e sottoposti all’esame del Senato senza positivi esiti;
all’inizio del 2009, le risorse del FAS erano pari 64 miliardi e 379 milioni, di cui l’85 per cento vincolate a favore delle aree meridionali e il restante 15 per cento a favore delle zone sottoutilizzate del Centro-Nord. Successivamente, la dotazione del FAS risultava pari a circa 54 miliardi di euro, a seguito di riduzioni per circa 10,5 miliardi e dell’assegnazione, per circa 1,2 miliardi, di risorse revocate alla programmazione 2000-2006 in quanto non impegnate o programmate alla data del 31 maggio 2008;
stando a quanto emerge da dati aggiornati in seguito, con apposita delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) n.1 del 6 marzo 2009, la disponibilità residua del Fondo veniva ripartita assegnando circa 27 miliardi ai programmi regionali e interregionali (di cui 21,8 miliardi a quelli delle regioni meridionali e agli obiettivi di servizio) e circa 25,4 miliardi ai fondi nazionali, suddivisi tra Fondo per l’occupazione e la formazione (4 miliardi), Fondo infrastrutture (12,4 miliardi) e Fondo strategico per il Paese a sostegno dell’economia reale (9 miliardi). Tali ultime risorse sono state destinate, per esplicita ammissione dell’esecutivo, per interventi che nulla hanno a che vedere con la programmazione di interventi di sviluppo del Mezzogiorno e incidono in maniera negativa sul tessuto industriale e produttivo;
il Governo non è in grado di stanziare quel 35 per cento sottratto e necessario a ripristinare l’importo complessivo del Fondo;
al Sud la media della disoccupazione giovanile si attesta su una soglia percentuale del 40 per cento, e tali decisioni del Governo rischiano di acuire il disagio sociale;
dalla riprogrammazione delle risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione consegue lo smantellamento di quanto programmato nel Quadro strategico nazionale 2007-2013 ed un forte indebolimento delle risorse aggiuntive disponibili per le politiche regionali di sviluppo, ivi comprese quelle destinate ad accrescere il capitale sociale dell’area nei settori dell’istruzione, dell’assistenza per l’infanzia e per gli anziani, dei rifiuti urbani e dei servizi idrici,
a sbloccare le risorse destinate ai piani di sviluppo e di investimento regionali, coinvolgendo le regioni in progetti e programmi di carattere sovra regionale la cui cabina di regia sia coordinata e condivisa;
a realizzare un’azione di coordinamento e raccordo tra le regioni dell’“Obiettivo Convergenza“, nell’ambito della quale, per realizzare gli interventi strutturali necessari al Sud con le risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione, sia prevista e, se del caso, praticata l’ipotesi di rinegoziazione delle quote del Fondo, con l’Unione europea».
(G/2968/8/5ª)
in sede di discussione del disegno di legge di stabilità 2012,
le nostre imprese affrontano da tempo una competizione agguerrita sui mercati internazionali, sia da parte dei concorrenti storici, cioè i Paesi a industrializzazione matura, sia dai BRICS, che oggi insidiano le posizioni del nostro e degli altri paesi industrializzati anche nei segmenti delle produzioni a medio-alta tecnologia e ad alto valore aggiunto e non più soltanto nelle produzioni a bassa tecnologia e a basso costo del lavoro con le quali si erano affermati prepotentemente sulla scena economica mondiale;
in questo momento storico, ancor più che in passato, la possibilità per le nostre imprese di esportare e di conquistare posizioni all’estero, oltre che alla competitività in assoluto del sistema produttivo, è legata alla capacità di affermare il proprio vantaggio competitivo sui mercati mondiali;
la crisi economica internazionale ha peggiorato le prospettive di crescita future in tutte le aree del mondo, il rallentamento del commercio mondiale ha fortemente indebolito la domanda di prodotti in generale e quindi anche di quelli made in ltaly;
il contesto generale della competizione dentro cui si muovono le strategie di internazionalizzazione del sistema Italia è destinato a peggiorare ancora, perché in una fase di ristagno della domanda mondiale tutti i Paesi industrializzati difenderanno le proprie posizioni all’estero in modo ancor più accanito, e anzi, con maggiore determinazione perseguiranno obiettivi di espansione delle proprie quote di mercato e delle proprie aree di influenza nel mondo, in quanto da queste strategie potrebbe dipendere finanche la sopravvivenza di pezzi importanti dei propri apparati produttivi; e saranno i Paesi che resteranno inerti a farne le spese perdendo quote e posizioni;
il nostro sistema industriale, più che in altri Paesi nostri concorrenti, è caratterizzato da un tessuto produttivo di piccole e medie imprese – secondo i dati ISTAT del censimento dell’industria, la quota delle imprese manifatturiere che hanno fino a 19 addetti supera il 90 per cento, e quella con meno di 9 addetti è pari a oltre l’80 per cento del totale – e ha sempre incontrato maggiori difficoltà nella proiezione sui mercati internazionali e nelle aree geografiche distanti dal territorio italiano, aree nelle quali invece in questo momento storico si va sempre più concentrando la parte preponderante della produzione mondiale; queste aree presto diventeranno importanti bacini da dove attingere in termini di relazioni, know-how e innovazione tecnologica industriale, e nelle quali non si può non essere visibilmente presenti e stabilmente radicati;
il supporto di un efficace sistema pubblico alla internazionalizzazione dell’attività produttiva delle imprese è oggi più che mai necessario ad evitare che le sfide difficili di sempre si tramutino in difficoltà insormontabili per le nostre imprese, e a tale fine va messo in campo un set di strumenti adeguati e incisivi, che adoperino con maggiore efficacia ed efficienza le risorse umane e finanziarie disponibili; strumenti in grado di dare una spinta alle imprese che vogliono insediarsi sui mercati e nelle migliori aree produttive del mondo, e strumenti che promuovano nel contempo il nostro “sistema Paese“ all’estero con azioni efficaci per l’attrazione degli investimenti esteri e della domanda turistica sul nostro territorio;
una politica efficace di supporto all’internazionalizzazione richiede anzitutto una strategia chiara, di largo respiro, e un disegno d’insieme coerente, un disegno che non può, come invece è avvenuto soprattutto negli ultimi anni, risultare passivamente dall’assemblaggio ex-post di interventi spot concepiti da singoli soggetti, in un contesto normativo e istituzionale frammentato e disorganico. Vanno quindi raccordate e razionalizzate in capo a un unico soggetto di natura pubblica le competenze esistenti in materia di promozione dei prodotti, di internazionalizzazione e di attrazione investimenti, e va rafforzato il coordinamento di tali competenze con quelle in materia di assicurazione dei crediti esteri e di sostegno finanziario agli investimenti all’estero;
negli anni scorsi, altri Paesi europei comparabili al nostro per dimensione e struttura produttiva, quali la Francia e la Spagna, hanno già riformato e razionalizzato i propri apparati e i propri strumenti per le politiche di internazionalizzazione eliminando sovrapposizioni funzionali e diseconomie, migliorandone in prospettiva l’efficacia e l’efficienza, confermando la natura pubblica degli enti investiti delle competenze in materia di internazionalizzazione, ampliandone il ruolo, assegnando loro maggiori risorse umane e finanziarie, assicurando così alle proprie imprese un maggiore sostegno sui mercati internazionali e una più estesa presenza all’estero;
nel nostro Paese le strategie per internazionalizzazione, facevano capo storicamente al Ministero per il commercio estero, ma sono da tempo confluite presso il Ministero dello sviluppo economico dove permangono tuttora. A livello più operativo, accanto al soggetto pubblico principale costituito dall’Istituto nazionale per il commercio estero (ICE), le azioni sono state portate avanti da una molteplicità di soggetti privati e pubblici, tra cui il sistema confindustriale, le camere di commercio, e per di più, da quando la politica industriale è divenuta materia a legislazione concorrente con quella regionale, a questi soggetti se ne sono affiancati altri, per lo più enti ed agenzie facenti capo alle singole regioni italiane;
l’evoluzione del quadro normativo e istituzionale nel modo anzidetto ha determinato sicuramente una proliferazione degli strumenti normativi e di incentivazione nonché delle iniziative, soprattutto a carattere promozionale in Italia e all’estero, senza tuttavia portare alcun miglioramento complessivo nell’efficacia delle politiche e delle azioni di sostegno all’internazionalizzazione quanto piuttosto a un utilizzo inefficiente di risorse umane e finanziarie;
la soppressione tout court dell’Istituto nazionale per il commercio estero, così come dettata dal governo nel decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, senza nemmeno la previsione di alcuna gestione per la fase transitoria, lungi dal costituire una risposta adeguata ad un quadro che necessita di riforme, presenta per di più una scarsa efficacia anche sotto il profilo dei risparmi di spesa pubblica;
per citare alcuni dati, per quanto riguarda la promozione dei prodotti all’estero, alle iniziative promozionali organizzate nel 2010 dall’ICE all’estero (si tratta di circa 720 iniziative in oltre 70 Paesi e riguardanti 80 settori produttivi) hanno partecipato quasi 18 mila imprese italiane e un numero quasi pari di imprese estere; sempre nel 2010 l’ICE ha offerto a oltre 2.000 aziende italiane di servizi di assistenza e consulenza personalizzati mirati soprattutto alla ricerca di partner imprenditoriali localizzati all’estero;
la soppressione dell’ICE così come sancita nel citato decreto-legge n. 98 del 2011 è calata come una mannaia sulla miriade di imprese che proprio nel mezzo di una fase cruciale nella quale è in gioco la sopravvivenza vera e propria di pezzi importanti della nostra industria manifatturiera esportatrice; in poche parole il decreto-legge n. 98 del 2011 ha lasciato tutto un mondo in mezzo ad un guado,
ad intervenire sulla materia dell’internazionalizzazione con una riforma organica finalizzata a:
– razionalizzare gli strumenti normativi, gli enti e le società pubbliche e a partecipazione pubblica che a vario titolo e su diversi campi di intervento hanno competenze in tema di internazionalizzazione delle imprese, attrazione degli investimenti esteri, promozione turistica e dei prodotti italiani all’estero, e a coordinarle con quelle in materia di servizi di assicurazione dei crediti e di servizi di assistenza e finanziari alle imprese che investono all’estero;
– radunare conseguentemente le competenze di cui al punto precedente in capo a un unico soggetto di natura pubblica, e accorpare quindi gli enti e le società pubbliche o a partecipazione pubblica esistenti ed aventi competenze in materia, e infine operare una spending review finalizzata alla razionalizzazione degli strumenti normativi di incentivazione esistenti;
– assicurare altresì un efficace coordinamento di strategie e di interventi operativi tra il nuovo soggetto pubblico competente in materia di internazionalizzazione e gli altri soggetti non statali (regioni e altri soggetti privati), e a tal fine creare una apposita “cabina di regia“, guidata da un segretario generale in rappresentanza del governo di profilo professionale ed esperienze adeguati sulla materia, e rappresentativa dei soggetti pubblici e privati con competenze in materia (Confederazione generale dell’industria italiana, Unioncamere, Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, Associazione bancaria italiana e Rete imprese) ivi incluso il nuovo soggetto pubblico».
(G/2968/9/5ª)
Armato, Bubbico, Andria, Carloni, Chiaromonte, De Luca, Incostante
il settore della cantieristica di costruzione e riparazione navale rappresenta un settore strategico per l’economia del nostro Paese, sia per le navi civili, con particolare riferimento alle costruzioni ad alta tecnologia come i traghetti e le navi da crociera, sia per le navi militari;
la grave recessione che ha colpito l’economia mondiale nel triennio 2008-2010 si è abbattuta pesantemente sull’intera economia nazionale, e ha colpito duramente anche il settore della cantieristica, che in un quadro di depressione della domanda di nuove navi e, in qualche caso di sospensione di commesse già avviate, rischia di essere irreparabilmente compromesso;
le iniziative assunte dal Governo nell’attuale congiuntura hanno rappresentato una risposta debole e del tutto inadeguata alle aspettative dell’intero tessuto sociale e produttivo del Paese;
anche nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (DEF) per il 2011 si è rilevato il perdurare, in questi ultimi anni, della grave situazione di crisi in cui versano i cantieri navali nazionali ed europei, proponendo, in occasione delle varie manovre finanziarie, il rifinanziamento di alcune norme strategiche per il settore, che non hanno potuto trovare accoglimento per esigenze di contenimento della spesa pubblica;
in tale contesto, una possibile politica di contrasto dell’impatto negativo che la crisi economica ha avuto nel settore cantieristico potrebbe essere quella del rinnovo della flotta esistente, attraverso un regime di demolizione che può rappresentare una via percorribile per il rilancio della cantieristica e un nuovo stimolo della domanda;
il rinnovo della flotta potrebbe, inoltre, essere sostenuto con misure di regolamentazione di standard più elevati di sicurezza e di efficienza ambientale, che già in altri Paesi europei hanno trovato una efficace applicazione, sviluppando un comprovato know-how in tecnologie «verdi» di spedizione, tali da garantire, in presenza di obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni e di combustibili più puliti, un significativo aumento della domanda;
infatti, come emerso anche nella nota di aggiornamento al DEF, la politica europea, di fronte alla crisi della cantieristica navale e nel quadro di una politica integrata per il mare, “ha posto e porrà con più forza nel corso di questo fine anno 2011 la questione sia della riduzione delle emissioni navi che della sostituzione di numerose unità obsolete“;
pertanto appare necessaria un’azione di stimolo della domanda di navi più sicure e meno inquinanti, attraverso il reperimento di risorse da destinare ad interventi di demolizione nel rispetto della Convenzione di Hong Kong e a garanzia di un trasporto marittimo più sostenibile e più sicuro;
in tale contesto appare indispensabile un maggiore coinvolgimento della Banca europea per gli investimenti (BEI) a sostegno del rilancio del comparto marittimo diretto a favorire una riorganizzazione dei cantieri, che salvaguardi comunque gli attuali livelli occupazionali e la continuità operativa di tutti i cantieri esistenti, incoraggiando la rottamazione delle navi più vecchie e la produzione di navi ecologicamente più sostenibili, nel rispetto delle norme di sicurezza e protezione ambientale,
ad attivare e sostenere, anche in sede comunitaria, tutte le iniziative necessarie per la definizione di interventi di politica industriale, con l’adozione di piani strategici e di misure dirette a favorire investimenti per il rinnovo della flotta esistente e la costruzione di navi ecologicamente più sostenibili, nel rispetto delle norme di sicurezza e protezione ambientale;
ad adottare una politica di trasporto marittimo integrata ad una politica di trasporto intermodale».
(G/2968/10/5ª)
De Toni, Belisario, Giambrone, Bugnano, Caforio, Carlino, Di Nardo, Lannutti, Li Gotti, Mascitelli, Pardi, Pedica
in sede del disegno di legge di stabilità per il 2012,
l’articolo 3 del disegno di legge di stabilità per il 2012 opera ingenti tagli lineari agli stanziamenti relativi alle spese rimodulabili dei programmi di spesa del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;
l’articolo 4 del disegno di legge di stabilità per il 2012 interviene con tagli per l’ammontare di 31 milioni di euro nel 2012, 18,1 milioni di euro nel 2013 e 16,1 milioni di euro nel 2014, nei confronti di alcune spese non rimodulabili del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;
le risorse finanziarie complessive a disposizione del Ministero delle infrastrutture e trasporti sono state sensibilmente ridotte nel periodo 2008-2012. Esse, infatti, passano da 10,015 miliardi di euro dell’assestato 2008 a 8,032 miliardi di euro nel 2012. Un taglio che risulta inaccettabile, in quanto gran parte posto a carico degli investimenti in opere e infrastrutture pubbliche necessarie al rilancio e allo sviluppo del Paese ai fini di una maggiore competitività a livello internazionale;
in netta diminuzione rispetto al 2008 risultano, in particolare, gli stanziamenti per la missione “Infrastrutture pubbliche e logistica“. Le risorse disponili si sono ridotte drasticamente passando da 4,368 miliardi delle previsioni assestate del 2008 a 3,595 miliardi di euro per il 2012;
la missione “Diritto alla mobilità“ subisce una serie di tagli in termini di competenza (495,58 milioni di euro complessivi nel solo anno 2012) rispetto alle previsioni assestate 2011, di cui 43,5 milioni al programma sviluppo e sicurezza della mobilità stradale, 13,2 milioni di euro al programma sviluppo e sicurezza del trasporto aereo, 186,5 milioni di euro al programma autotrasporto ed intermodalità, 285 milioni di euro al programma sviluppo e sicurezza della mobilità locale,
l’efficienza complessiva delle infrastrutture influenza sensibilmente la produttività dell’intero sistema economico, le scelte di localizzazione delle imprese sul territorio, la vita dei cittadini. È necessario abbandonare l’approccio frammentario sinora adottato per l’intero sistema di finanziamento delle infrastrutture e procedere ad una programmazione di lungo periodo e all’individuazione delle priorità. Le interazioni tra governo centrale e governi locali, tra pubblico e privato, tra autorità di regolazione e soggetti regolati risultano, in tale ambito,decisamente cruciali. Dalle analisi presentate al Convegno su “Le Infrastrutture in Italia“ tenutosi a Perugia, il 14-15 ottobre 2010, e raccolte in un volume edito dalla Banca d’Italia nell’aprile 2011, emergono in ambito infrastrutturale carenze in diversi aspetti della programmazione, del coordinamento tra livelli di governo e nei meccanismi delle gare di appalto. Ne derivano tempi e costi di realizzazione delle opere elevati nel confronto internazionale e significativi scostamenti dai preventivi: praticamente una ridotta capacità di realizzare interventi per date risorse finanziarie;
la drastica riduzione di risorse disponibili, considerata la serie storica 2008-2012, non fa che aumentare il gap infrastrutturale del nostro Paese rispetto ai Paesi europei e soprattutto rallenta la sua già debolissima crescita;
sul fronte degli investimenti privati in opere infrastrutturali, considerati l’alea circa i tempi di realizzazione e i costi finali delle opere, si comprendono le remore dei soggetti privati ad investire maggiormente in Italia. Un’iniziativa di finanza di progetto dipende in gran parte dalla certezza delle regole nel lungo periodo: l’Italia da questo punto di vista non è considerata tra i paesi più affidabili e ciò allontana i capitali privati;
la logistica, le telecomunicazioni, le infrastrutture per i servizi di pubblica utilità, ma anche gli aeroporti, i porti, il trasporto merci su ferro, le autostrade del mare, i trasporti locali, gli acquedotti, l’edilizia sociale, le smart city, sono tutti esempi di infrastrutture che dovrebbero avere, in una fase economica come questa, la priorità,
ad investire le limitate risorse pubbliche disponibili in opere infrastrutturali che siano realizzabili in tempi certi e con modalità sostenibili, sia in termini di vincoli di bilancio, che, soprattutto, dal punto di vista ambientale e sociale, procedendo innanzitutto a spostare le risorse di provenienza pubblica destinate alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina verso un programma nazionale di opere pubbliche di piccole e medie dimensioni, con particolare riferimento ad interventi di manutenzione in ambito stradale e ferroviario;
ad adottare nel settore dei trasporti e della logistica politiche di sviluppo strategiche partendo dalle infrastrutture esistenti, individuando, al contempo, un programma prioritario di opere nell’ambito delle infrastrutture complementari e di dimensioni minori considerate generalmente di secondaria importanza rispetto a opere di maggiore impatto, nonostante la loro funzione risulti spesso non solo più rispondente alle reali esigenze territoriali, ma anche di fondamentale supporto per le strutture già esistenti;
a procedere alla necessaria e non più procrastinabile riforma della normativa di porti ed interporti, ormai obsolete non più in grado di soddisfare gli operatori logistici – siano essi infrastrutturali o imprenditoriali – al fine di rendere più competitive queste due tipologie di infrastrutture, la cui operatività e la cui crescita non possono essere adeguatamente stimolate dal sistema normativo vigente;
a valutare l’opportunità di definire uno specifico modello istituzionale che definisca in modo più chiaro le distinte competenze in tema di logistica, al fine di evitare sovrapposizioni tali da far si che una infrastruttura sia presente in più piani di sviluppo – nei Programmi operativi nazionali (PON), nei Programmi operativi regionali (POR), nella cosiddetta “legge obiettivo“ – con duplicazioni di risorse e progetti;
a valutare l’opportunità di un riconoscimento normativo dei distretti logistici e di una loro disciplina a livello regionale, al fine di promuovere strategie e politiche di sviluppo finanziarie condivise, da individuare secondo parametri ben definiti che includono: la presenza di porto e interporto collegati tra loro da strade e binari ferroviari; la presenza di un certo numero di imprese di servizi logistici individuati secondo codici ISTAT appositi; la presenza di un livello di occupazione significativo nei settori della logistica; la movimentazione di un determinato traffico di merci nell’ambito distrettuale».
(G/2968/11/5ª)
Fleres, Viespoli, Centaro, Ferrara, Poli Bortone, Saia
in sede di discussione del disegno di legge recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012),
in considerazione dell’eccezionale crisi economica internazionale e della conseguente necessità della riprogrammazione delle risorse disponibili, fermi i criteri di ripartizione territoriale e le competenze regionali, nonché quanto previsto ai sensi dell’articolo 6-quinquies del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e dell’articolo 18 del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2,
a che il Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE), presieduto in maniera non delegabile dal Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, nonché con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e con il Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale, entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di stabilità, assegni una quota pari a 200 milioni di euro, dalle risorse nazionali disponibili del Fondo infrastrutture, a favore della voce “Opere medio piccole nel Mezzogiorno“».
(G/2968/12/5ª)
la legge 21 dicembre 2001, n. 443, recante delega al Governo in materia di infrastrutture ed insediamenti produttivi strategici ed altri interventi per i1 rilancio delle attività produttive, conosciuta anche come legge obiettivo, è lo strumento legislativo che stabilisce procedure e modalità di finanziamento per la realizzazione delle grandi infrastrutture strategiche in Italia per il decennio dal 2002 al 2013;
il programma del 21 dicembre 2001 prevede stanziamenti in un decennio per complessivi 125,8 miliardi di euro (circa 12 miliardi di euro l’anno), coperti per 43,2 miliardi di euro con risorse disponibili e da coprire per 82,6 miliardi di euro con risorse da raccogliere o attraverso nuovi stanziamenti pubblici o attraverso l’intervento di “partner“ privati;
a dieci anni, dunque, dall’approvazione della citata legge n. 443 del 2001, quadro normativo che avrebbe dovuto rilanciare le grandi opere strategiche, il piano sulle infrastrutture risulta completato nella misura di appena il 20 per cento, mentre per il restante 55 per cento delle opere il cantiere non è mai stato avviato;
molte delle critiche riguardano il fatto che le opere previste dalla legge non sono finanziate. Questo rischierebbe di far avviare contemporaneamente un gran numero di progetti senza poi avere la possibilità reale di concluderli se non aumentando la spesa pubblica;
se l’intento originario era quello di dare una svolta al ritardo infrastrutturale del Paese, puntando su pochi interventi strategici irrinunciabili e stabilendo costi e tempi certi, con la “legge obiettivo“ non si è realizzato, purtroppo, quanto in essa previsto,
a concentrare le risorse per accelerare gli interventi sulle infrastrutture esistenti, con particolare riguardo alle infrastrutture viarie nel Sud del nostro Paese».
(G/2968/13/5ª)
De Luca, Bubbico, Armato, Andria, Carloni, Chiaromonte, Incostante, Garraffa, De Sena, Fioroni, Sangalli, Tomaselli
la decisione della Fiat di dismettere lo stabilimento Irisbus di Flumeri (AV) per la produzione di autobus, e di comunicare in data 30 settembre 2011 alle RSU del suddetto stabilimento l’avvio della procedura di mobilità ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, per cessazione di attività, rappresenta un fatto di eccezionale gravità dal momento che la chiusura dello stabilimento determinerà una forte emergenza sociale in un’area territoriale la cui economia è strettamente legata al comparto;
la decisione cancella, fra attività dirette ed indirette, più di 2000 posti di lavoro e soprattutto azzera la presenza di produzioni made in Italy di mezzi pubblici per il trasporto su gomma. Infatti l’Irisbus rappresenta l’unico stabilimento per la produzione in Italia di autobus urbani e di granturismo;
il mercato degli autobus in Italia è stato e continua ad essere pesantemente colpito da una grave crisi, che ha visto ridurre drasticamente le immatricolazioni; tuttavia, il grave invecchiamento del parco autobus circolante imporrà alle aziende di trasporto pubblico su gomma, nei prossimi anni, di rinnovare e ammodernare in misura quasi totale il parco-bus circolante, per adeguarsi alla normativa vigente anche in ambito europeo;
si presenta dunque con forza l’esigenza di provvedimenti urgenti per il rilancio della presenza pubblica nel riassetto del trasporto su gomma,
a predisporre un piano nazionale, che possa essere messo alla base di un tavolo di confronto con la Fiat e con altri imprenditori interessati al rilancio del settore, per il sostegno delle aziende pubbliche per il rinnovo del parco autobus nell’arco del prossimo triennio;
a destinare una quota di risorse, a valere sul Fondo per lo sviluppo e la coesione e sui Fondi strutturali europei, attraverso provvedimenti urgenti di rimodulazione delle risorse al fine di dare attuazione al suddetto piano, e a stabilire appropriati meccanismi che consentano la immediata utilizzazione delle risorse stanziate da parte delle regioni».
(G/2968/14/5ª)
«La 5ª Commissione permanente del Senato
il 10 giugno 2011, il Viceministro per le infrastrutture, Roberto Castelli, ha espresso parere negativo in Commissione Ambiente della Camera ad una risoluzione del Partito democratico, al quale prevedeva un ripensamento complessivo sul tema dei pedaggi per le strade a gestione ANAS sottolineando che il governo è intenzionato ad andare avanti;
l’accelerazione impressa dal governo smentisce gli impegni precedentemente assunti attraverso l’accoglimento in più occasioni di ordini del giorno che lo impegnavano a comportamenti diversi da quello prospettato dal viceministro Castelli;
in particolare in data 29 luglio 2010 il Governo ha accolto alla Camera un ordine del giorno (atto n. 9/03638/166) alla legge 30 luglio 2010, n. 122, che lo impegnava tra l’altro a “valutare l’opportunità di introdurre ulteriori iniziative normative volte a rivedere il sistema tariffario autostradale in modo da ridurre il costo dei pedaggi e da razionalizzarne le entrate“; “a prevedere l’esclusione dal pedaggio, sulle autostrade e sui raccordi autostradali in gestione diretta di ANAS Spa per i cittadini residenti nei comuni in cui insistono le rispettive autostrade e i raccordi autostradali“; “a prevedere che l’ANAS Spa debba destinare le maggiori entrate, provenienti dai singoli pedaggi introdotti per la fruizione delle autostrade e dei raccordi autostradali, ai rispettivi compartimenti regionali per consentire la corretta manutenzione ordinaria e straordinaria dei relativi tratti stradali“;
in seguito, in data 25 febbraio 2011, il Governo ha accolto un altro ordine del giorno (atto n. 9/4086/165) al cosiddetto decreto “Milleproroghe“ (decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10) che lo impegnava a “considerare l’eventualità di prorogare, attraverso il primo provvedimento utile, il termine per l’introduzione del pedaggiamento dal 30 aprile 2011 al 30 aprile 2013; a prevedere l’esclusione di ogni forma di pedaggio per i cittadini residenti e per le imprese presenti sul territorio, a stanziare le risorse provenienti dal pedaggio per la manutenzione ordinaria e straordinaria dei tratti dei quali sia necessario l’adeguamento e l’ammodernamento e a valutare l’opportunità di escludere dalle tratte soggette a pedaggiamento il raccordo Perugia-Bettolle, in considerazione del parere negativo espresso dalla regione Umbria in ordine a tale evento“;
valutato, infine che nonostante gli impegni presi tramite l’accoglimento dei suddetti ordini del giorno, alcuni esponenti del Governo continuano a dichiarare in senso contrario che i pedaggi verranno comunque introdotti, creando confusione sulle reali intenzioni del Governo circa le deroghe e con particolare riferimento al raccordo Perugia-Bettolle,
a predisporre tempestivamente tutte le misure necessarie al fine di escludere il raccordo Perugia-Bettolle dalle tratte previste per l’introduzione del pedaggio».
(G/2968/15/5ª)
il 15 dicembre 2009 l’area della media valle del Tevere, corrispondente all’intero territorio del comune di Marsciano, in provincia di Perugia, e sette frazioni limitrofe sono stati colpiti da un sisma che non ha causato vittime ma ha prodotto gravi danni alle abitazioni, a opere e infrastrutture pubbliche, alle attività produttive e al patrimonio storico-artistico;
l’ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri n. 3853 del 3 marzo 2010 ha messo a disposizione del Fondo della Protezione civile 15 milioni di euro al fine di garantire la copertura finanziaria nella fase di prima emergenza, dare avvio alla ricostruzione per consentire il più rapidamente possibile il rientro nelle proprie abitazioni delle famiglie sgomberate e favorire la ripresa delle attività produttive;
la stima dei danni, trasmessa dalla regione Umbria al Dipartimento della protezione civile nel gennaio 2010 ammonta a oltre 351 milioni di euro;
con l’approvazione della legge di stabilità 201110 stanziamento effettivo ammontava a 3 milioni di euro per il 2011 e 3 milioni di euro per il 2012: risorse evidentemente insufficienti per consentire alla regione di accendere un mutuo e iniziare le opere di ricostruzione pesante;
nel disegno di legge stabilità per il 2012 non si rinvengono risorse destinate alla ricostruzione per gli anni successivi al 2012;
il decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, recante “proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie“ ha introdotto l’obbligo prioritario delle regioni di intervenire con proprie risorse, o, in difetto, con il mezzo di prelievi fiscali aggiuntivi, sulle azioni da intraprendere in caso di calamità naturali;
il sisma in questione si è verificato molto prima della norma suddetta e che la regione Umbria ha provveduto a comunicare al Dipartimento della Protezione civile e al Governo, la propria disponibilità allo stanziamento di 15 milioni di euro da destinare alla ricostruzione post terremoto;
la regione Umbria ha ribadito tale impegno con una delibera della Giunta regionale del 10 ottobre 2011, in cui ha confermato il cofinanziamento di 15 milioni di euro, specificandone anche le modalità di erogazione nel triennio 2012-2014,
i parlamentari eletti in Umbria hanno inviato in data 1º agosto 2011 una lettera al Ministro dell’economia e delle finanze, On. Giulio Tremonti, e al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Dott. Gianni Letta per chiedere la convocazione presso il Ministero dell’economia e delle finanze di un incontro con la Presidente della regione Umbria, i Sindaci del Comune di Marsciano e degli altri comuni colpiti dal terremoto al fine di illustrare i problemi suddetti e instaurare un confronto volto a individuare il miglior percorso per reperire le risorse necessarie a completare rapidamente la ricostruzione;
il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dott. Gianni Letta ha risposto alla suddetta lettera in data 13 agosto 2011, manifestando il proprio impegno per una soluzione della questione,
a reperire e rendere disponibili all’interno del disegno di legge di stabilità per il 2012 ulteriori risorse per i comuni umbri colpiti dal sisma del 15 dicembre 2009, al fine di garantire efficacemente in tempi rapidi l’avvio dei lavori di ricostruzione».
(G/2968/16/5ª)
Fleres, Centaro, Ferrara, Carrara, Saia
in sede di discussione del disegno di legge recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità per il 2012),
a prevedere nuove disposizioni in materia urbanistico-edilizia volte alla realizzazione, mediante denuncia di inizio attività, della chiusura di terrazze e ballatoi, nonché della copertura con chiusure laterali di spazi interni non superiori a cinquanta metri quadrati con strutture di facile rimozione. Tali opere che non costituiscono aumento di superficie utile o di volume né modifica della sagoma, dei prospetti e della destinazione d’uso e sono sottoposte all’osservanza delle sole distanze legali di cui all’articolo 873 del codice civile».
(G/2968/17/5ª)
il ritardo dei pagamenti alle imprese da parte delle pubbliche amministrazioni è un problema di crescente rilevanza, sia per le importanti conseguenze sulle stesse imprese e, più in generale, sull’economia nazionale, sia per gli effetti di distorsione della concorrenza che genera sul mercato;
diverse indagini hanno rilevato che i tempi medi di pagamento delle pubbliche amministrazioni italiane sono di gran lunga superiori a quelli delle altre amministrazioni europee e, con la crisi che ha interessato l’intero sistema finanziario ed economico mondiale sin dalla fine del 2007, il problema del ritardo dei pagamenti si è accentuato, dando luogo ad un costante e progressivo peggioramento, con conseguenze sempre più gravi per le imprese. In particolare, è stato evidenziato come la maggiore difficoltà nel riscuotere i crediti verso le pubbliche amministrazioni colpisca soprattutto le imprese più piccole che, per di più, si trovano a dover pagare maggiori costi bancari di rifinanziamento;
il problema dei ritardi di pagamento, inoltre, rappresenta una forma di distorsione della concorrenza. Infatti, i ritardi di pagamento da parte delle amministrazioni possono distorcere l’allocazione delle risorse tra i diversi settori economici, per esempio a discapito dei settori che, come quello sanitario, sono più fortemente caratterizzati con l’acquirente pubblico. Inoltre, il rischio del mancato rispetto dei pagamenti può determinare un effetto dissuasivo alla partecipazione alle gare da parte delle categorie di imprese che non possono sopportare tale rischio;
sembrerebbe che la preoccupante situazione italiana non sia eziologicamente correlata ad una deficienza di strumenti normativi idonei a tutelare il creditore della pubblica amministrazione, quanto, piuttosto, ad un’aberrazione di tipo culturale, che si concreta, dal punto di vista del creditore, nella rassegnazione ad un’attesa di pagamento abnorme ed ingiustificata, e, da quello del debitore, nel postulare il pagamento tardivo come prassi oramai inveterata nel sistema delle commesse pubbliche e private;
nella lotta ai ritardi dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni un ruolo di crescente importanza è svolto dall’ordinamento europeo. Le nuove norme introdotte con la direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, in relazione ai ritardati pagamenti da parte della pubblica amministrazione, si sostanziano in un rafforzamento di tutele già operanti nell’ordinamento nazionale;
in attesa, pertanto, di disposizioni indirizzate verso il rafforzamento, sul piano tecnico-normativo, degli strumenti di contrasto al ritardo nei pagamenti,
a prevedere che i soggetti titolari di partite IVA le imprese artigiane, le ONLUS, le aziende che presentano i requisiti della piccola impresa ai sensi dell’articolo 1 del decreto del Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato del 18 settembre 1997, ereditari per forniture di beni e servizi delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e delle società a totale partecipazione pubblica, trascorsi sei mesi dal termine fissato negli strumenti contrattuali per il versamento, a titolo di acconto o saldo delle somme dovute come corrispettivo dei servizi prestati, possano richiedere alle amministrazioni pubbliche la certificazione delle somme oggetto di ritardato pagamento e procedere ad operazioni di anticipazione del credito vantato con un istituto di credito nella forma del pro solvendo».
(G/2968/18/5ª)
Castiglione, Fleres, Carrara,Saia
vi è la necessità/giustizia di uniformare il trattamento incentivante del personale dipendente dalle pubbliche amministrazioni che si occupano di acquisto di beni e servizi ai loro colleghi che si occupano di lavori pubblici, posto che il codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, attribuisce uguali responsabilità al responsabile unico del procedimento nelle fasi di progettazione o servizi (articolo 10, comma 1 ed in quelle di comunicazione dati all’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (articolo 7), incluse le eventuali sanzioni pecuniarie esclusivamente personali,
a prevedere che le disposizioni contenute nell’articolo 92, comma 5 del citato codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e successive modificazioni, si applichino anche per ciascun intervento relativo all’acquisizione di beni e servizi».
(G/2968/19/5ª)
Castiglione, Fleres, Saia
com’è noto, negli ultimi anni, la disciplina relativa alla spesa di personale ed alle nuove assunzioni effettuabili da parte degli enti locali è stata oggetto di numerose modifiche, l’ultima delle quali risulta dalle disposizioni introdotte dalla manovra finanziaria di cui al decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122;
ad ogni modo, la norma di riferimento continua. ad essere quella contenuta nell’articolo 1, comma 562, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria per il 2007), che ha dettato una nuova ed analitica regolamentazione, prevedendo, da un lato, l’obbligo di contenere la spesa di personale, al lordo degli oneri riflessi a carico delle amministrazioni e dell’lRAP, con esclusione degli oneri relativi agli adeguamenti contrattuali, nei limiti dell’ammontare impegnato nell’anno 2004 e, dall’altro, il divieto di procedere a nuove assunzioni di personale, se non nei soli limiti delle cessazioni dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato complessivamente intervenute nell’anno precedente;
come riportato dallo stesso Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione nella risposta del 31 gennaio 2011 all’interrogazione n. 4-09009 presentata alla Camera dei deputati, si tratta di un limite chiaro e coerente con l’intenzione del legislatore di contenere la spesa di personale negli enti locali, anche se la disposizione è alquanto rigida poiché vincola la spesa ad un anno di riferimento, il 2004, “sempre più lontano nel tempo“;
i dati riferiti alla spesa del personale, per il comune di San Vito Lo Capo (Trapani), inseriti nel rendiconto 2009, sono risultati superiori a quelli del 2004 in quanto l’amministrazione comunale nel corso dell’anno 2005, su precise disposizioni del legislatore siciliano (legge regionale n. 21 del 29 dicembre 2003 e circolare assessoriale n. 39 del 2004) ha dovuto procedere alla stabilizzazione del personale precario appartenente al bacino degli ex lavoratori socialmente utili (LSU), con la stipula di contratti di lavoro part-time e a tempo determinato;
la predetta stabilizzazione è avvenuta in vigenza delle norme statali che consentivano la stabilizzazione a prescindere dalla spesa del personale sostenuta a vario titolo ed in vigenza di una specifica norma regionale e del decreto del Direttore generale n. 2588/2004/V/G del 30 dicembre 2004;
le diposizioni contenute nella citata legge n. 296 del 2006 (articolo 1, comma 562), dunque, sono successive all’adozione dei provvedimenti adottati dall’Amministrazione nel corso degli anni 2004/2005, in vigenza di disposizioni di legge che non prescrivevano particolari limiti alle assunzioni. Pertanto, i provvedimenti relativi alla stabilizzazione del personale precario, ex LSU, sono stati adottati nel rispetto della normativa regionale e nazionale vigente in tema di assunzioni. Infatti, il processo di fuoriuscita del personale precario andava in deroga al blocco delle assunzioni per effetto delle disposizioni contenute nell’articolo 77 della legge della regione Sicilia n. 17 del 28 dicembre 2004;
inoltre, l’amministrazione comunale, in vigenza delle disposizioni contenute nella citata legge n. 296 del 2006 non ha potuto provvedere a reintegrare il personale collocato in quiescenza dal 2005 al 2008, pari a sette unità, riducendo di fatto la spesa del personale rispetto al 2004,
ad assumere iniziative per far sì che i comuni possano procedere alla reintegrazione del personale in quiescenza senza incorrere allo sforamento della spesa;
in considerazione dell’effetto retroattivo della norma del 2006, a provvedere ad addizionare alla spesa del personale sostenuta nel 2004 l’ammontare della spesa sostenuta nel corso degli anni 2004 e 2005 per la stabilizzazione del personale appartenente al bacino degli ex LSU.
a definire una linea interpretativa univoca da seguire nei casi di assunzione di personale nei comuni con meno di 5.000 abitanti non sottoposti al patto di stabilità interna e risolvere in via definitiva le problematiche evidenziate attraverso l’interrogazione n. 4-09009 citata in premessa».
(G/2968/20/5ª)
le attuali disposizioni previste dal decreto del Ministro dell’università e della ricerca 28 settembre 2007, n. 137, possono determinare problemi in fase di esecuzione, anche a seguito dell’elevato contenzioso che hanno già prodotto;
è opportuno prevenire ulteriori complicazioni che rischierebbero di ingenerare ingiuste differenze di trattamento;
nel 2008, un’analoga fattispecie è stata affrontata e risolta con apposito provvedimento ministeriale,
a valutare l’opportunità di mantenere valida l’abilitazione all’insegnamento conseguita dai docenti che sono stati ammessi con riserva ai corsi speciali per il conseguimento dell’abilitazione indetti dal Ministero dell’università e della ricerca, con decreto 28 settembre 2007 n. 137, che abbiano superato l’esame di Stato e abbiano maturato il requisito di servizio di 360 giorni, reso in qualunque ordine e grado di scuola, prima dell’inizio del corso per il conseguimento del titolo abilitante».
(G/2968/21/5ª)
Bugnano, Giambrone
in sede di discussione del disegno di legge recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012 (AS n. 2968);
il comma 89 dell’articolo 4 del disegno di legge di stabilità, dispone la modifica del articolo 8, comma 14, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, inserendo, dopo il primo periodo, un secondo relativo alla possibilità di destinare “risorse da individuare in esito ad una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola“;
nel nostro paese oltre 43.000 docenti, pur essendo in possesso dell’idoneità all’insegnamento, svolgono l’attività di docenza – in numerosissimi casi avendo anche raggiunto oltre tre anni di servizio – senza aver conseguito l’abilitazione;
tra questi, numerosi sono gli insegnanti:
di scuola primaria che hanno conseguito il diploma superiore prima dell’anno 2002 (titolo riconosciuto come abilitante all’attività di docenza), ma ai quali, di fatto dal medesimo anno in poi, nonostante il conseguimento di detti titoli, non è stato più permesso di insegnare stabilmente, a seguito dell’introduzione dell’obbligo della laurea in Scienze della formazione primaria;
delle scuole secondarie di primo e di secondo grado che hanno requisiti sufficienti e validi per poter insegnare – così come effettivamente fanno, in quanto formalmente riconosciuti idonei all’insegnamento – ma non per ambire alla stabilizzazione, possibile solo a seguito del conseguimento di un’abilitazione;
il dottorato di ricerca costituisce in molti Paesi europei valida abilitazione all’insegnamento. La legislazione nazionale tutt’ora in vigore ha permesso ai dottori di ricerca di svolgere sia l’attività di docenza, che quella commissariale in sede di esame, ai corsi di specializzazione all’insegnamento per l’acquisizione dell’abilitazione (SSIS). Tuttavia e paradossalmente, risultando incompatibile l’attività di ricerca con la frequenza di tali corsi, è stata negata ai dottori di ricerca l’opportunità di
ritenuto che anche a queste categorie di insegnanti è necessario fornire una risposta concreta sul futuro occupazionale, riconoscendo le professionalità a tutti coloro i quali hanno lavorato – e continuano a lavorare tutt’oggi – per la scuola pubblica e paritaria, pur non essendo riconosciuti come abilitati, svolgendo tuttavia medesimi incarichi e mansioni dei colleghi abilitati;
nelle more della predisposizione della “specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola“ di cui all’articolo 4, comma 89 del disegno di legge di stabilità per l’anno 2012,
impegna il Governo a riconoscere il diritto di accedere direttamente a qualsiasi percorso volto all’acquisizione di un titolo formativo/abilitante a tutti i docenti che abbiano maturato un’anzianità di servizio pari o superiore a 360 giorni».
(G/2968/22/5ª)
Fleres, Centaro, Ferrara, Saia, Carrara
il decreto del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca 13 luglio 2011, n. 62 stabilisce, all’articolo 4, comma 12, che gli aspiranti inclusi con riserva nelle graduatorie ad esaurimento conseguono per i relativi insegnamenti, previa presentazione del modello B di scelta delle istituzioni scolastiche, analoga inclusione con riserva nelle graduatorie di circolo e di istituto di I fascia. Poiché tale posizione con riserva è priva di effetti, fino allo scioglimento della riserva stessa nelle graduatorie ad esaurimento, ai fini del conseguimento di supplenze da parte dei dirigenti scolastici, i predetti aspiranti possono, per gli insegnamenti interessati per cui possiedano i titoli di accesso previsti per la II e III fascia delle graduatorie di circolo e di istituto, produrre i relativi modelli A/1, A/2 e A/2 bis, ferma restando l’unicità di presentazione del modello B, secondo le disposizioni di cui al presente articolo, ottenendo in tal modo, oltre che l’inclusione con riserva in I fascia, l’inclusione a pieno titolo nelle altre fasce di pertinenza,
a prevedere che l’inclusione a pieno titolo nelle altre fasce di pertinenza (II e III) potrà essere consentita a tutti i candidati che hanno prodotto i relativi modelli, indipendentemente dal motivo che ha determinato la loro inclusione con riserva nelle graduatorie ad esaurimento, compresi anche coloro che hanno la riserva sul titolo abilitante per ricorso pendente».
(G/2968/23/5ª)
l’articolo 4, comma 103, del disegno di legge in esame prevede che “per il triennio 2012-2014, gli ufficiali fino al grado di tenente colonnello compreso e gradi corrispondenti, e i sottufficiali dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica possono presentare domanda di trasferimento presso altre pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni“;
la medesima disposizione prevede che al personale trasferito, che viene inquadrato nell’area funzionale del personale non dirigenziale individuata dall’amministrazione di destinazione sulla base di apposite tabelle di equiparazione approvate con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, si applica il trattamento giuridico ed economico, compreso quello accessorio, previsto nei contratti collettivi per il personale non dirigente vigenti nel comparto dell’amministrazione di destinazione;
trattasi, quindi, di disposizione diretta a dare la corretta collocazione sotto il profilo giuridico ed economico al personale militare che sceglie di avvalersi della possibilità concessa dal citato articolo 4, comma 103;
in tale ottica è necessario specificare che l’articolo 26 della legge 4 novembre 2010 n. 183 si interpreta nel senso che al personale ivi previsto possono essere conferiti incarichi ai sensi dell’articolo 19 comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2011 n. 165, ovvero ai sensi dei rispettivi ordinamenti comunque ad essi equiparati da parte delle altre amministrazioni pubbliche, ivi comprese quelle di cui all’articolo 3 del citato decreto legislativo n. 165 del 2001;
infatti una disposizione, quale quella di cui all’articolo 26 della legge 4 novembre 2010 n. 183, diretta ad estendere l’ambito soggettivo ai fini dell’applicazione della previsione di cui all’articolo 19 comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2011 n. 165 non può non essere interpretata nel senso di assicurare che il personale ivi previsto possa essere destinatario degli incarichi in esame che sono conferiti in relazione allo specifico ordinamento del soggetto, comunque, pubblico presso il quale il medesimo personale è chiamato ad operare ed a prescindere, quindi, dallo strumento normativo di riferimento che se volto a conferire gli incarichi di cui trattasi è in ogni caso coerente con la previsione di cui all’articolo 26 della legge 4 novembre 2010 n. 183,
ad adottare ogni più adeguato intervento applicativo volto ad assicurare la coerenza nella fase di attuazione con quella che è l’effettiva finalità delle disposizioni di cui in premessa, in maniera da eliminare ogni eventuale possibile dubbio interpretativo circa il fatto che la disposizione di cui all’articolo 26 della legge 4 novembre 2010 n. 183, si interpreta nel senso che al personale ivi previsto possono essere conferiti incarichi ai sensi dell’articolo 19 comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2011 n. 165, ovvero ai sensi dei rispettivi ordinamenti, comunque, ad essi equiparati da parte di altri soggetti pubblici, il cui personale si trova in regime di diritto pubblico come indicati nel citato decreto legislativo n. 165 del 2001».
(G/2968/24/5ª)
Alicata, Fleres, Bevilacqua, Saltamartini, Lauro, Ferrara, Burgaretta Aparo, Sibilia
in sede di discussione del disegno di legge AS n. 1698 recante «disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità per il 2012),
i palombari civili operano presso gli arsenali militari della Marina e sono dipendenti del Ministero della difesa;
per ottenere tale qualifica (B-F2) è necessario conseguire un brevetto presso COMSUBIN (Comando subacqueo incursori), identico a quello rilasciato ai militari;
nonostante tali affinità professionali e la medesima attività svolta - comprensiva di molti rischi –, vi è una notevole disparità di trattamento economico-accessorio rispetto ai colleghi appartenenti alle Forze Armate, ai Vigili del fuoco e alle Forze di Polizia;
le indennità percepite dal personale civile appartenente alla qualifica di palombaro sono disciplinate dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 maggio 1975, n. 146 e da allora non sono mai state rivalutate adeguatamente,
il numero dei palombari civili è attualmente molto esiguo, pari a circa 10 unità in tutta Italia, e che la differenza di indennità è del tutto ingiustificata – come riconosciuto peraltro dal Ministero della difesa che, con nota, ha riconosciuto l’esigenza di adeguamento dell’indennità da prevedere nel prossimo rinnovo contrattuale, attingendo le risorse dal Fondo unico dell’amministrazione della difesa,
a valutare la possibilità di prevedere per mezzo del FUA (Fondo unico amministrazione) e del prossimo CCNL, l’allineamento delle indennità in favore dei palombari civili dipendenti del Ministero della difesa con qualifica B-F2, riconoscendo, in tal modo la professionalità e l’impegno di personale altamente qualificato e specializzato, evitando, allo stesso tempo, che continui ad operare una ingiustificata sperequazione».
(G/2968/25/5ª)
Vizzini, Bianco, Bodega, Boscetto, Digilio, Pardi, Peterlini, Pistorio, Saia
in sede di esame del disegno di legge n. 2968 (legge di stabilità),
considerato che l’azione di contrasto alla criminalità organizzata costituisce una priorità sia per la tutela della sicurezza pubblica sia per garantire le condizioni necessarie allo sviluppo economico del Paese con particolare riguardo alle aree più colpite dal fenomeno;
rilevato che l’articolo 4, comma 21, del disegno di legge di stabilità fa venire meno il trattamento economico accessorio per il personale della Direzione investigativa antimafia (DIA);
ritenuto che tale misura determina una ingiustificata regressione nel trattamento complessivo degli operatori impegnati in un’azione strategica e vitale di polizia investigativa,
ad intraprendere ogni azione idonea a ripristinare il trattamento economico accessorio per il personale della DIA, direttamente ovvero mediante adeguate e congrue misure compensative».
(G/2968/26/5ª)
Germontani, Rutelli, De Angelis, Baio, Baldassarri, Bruno, Contini, Digilio, Milana, Molinari, Russo, Strano, Valditara
rispetto ad una necessità pianificata di alloggi per la Difesa di circa 51.000 unità, attualmente si dispone di 17.575 alloggi di cui 5.384 detenuti da utenti con il titolo concessorio scaduto, di cui 3.284 da utenti non ricadenti nelle fasce di tutela stabilita dal decreto di gestione annuale del patrimonio abitativo (vedove e famiglie con reddito non superiore a 40.810,22 euro o con familiare portatore di handicap);
la legge 24 dicembre 2007, n. 244, all’articolo 2, commi 627 e seguenti, prevede che il Ministro della difesa predisponga un programma pluriennale per la costruzione, l’acquisto e le ristrutturazioni di alloggi di servizio da attuarsi attraverso l’alienazione di alloggi non più utili alle esigenze dell’amministrazione;
in attuazione di quanto sopra è stato emanato il decreto del Ministro della difesa 18 maggio 2010, n. 112, recante regolamento per l’attuazione del programma pluriennale per la costruzione, l’acquisto e la ristrutturazione di alloggi di servizio per il personale militare;
con decreto direttoriale n. 14/2/5/2010 del 22 novembre 2010 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 70 del 26 marzo 2011) sono stati individuati gli alloggi in uso al Ministero della difesa da alienare, per un totale di 3.020 unità;
con decreto del Ministro della difesa del 16 marzo 2011 è stato emanato il regolamento relativo ai canoni di mercato di cui agli articolo 6, comma 21-quater, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122;
il programma pluriennale nelle necessità considerate dalla Difesa dovrebbe dispiegarsi per la durata di almeno 10 anni;
agli alloggi appena individuati con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per l’imminente alienazione e vendita, potrebbero far seguito altri quantitativi di alloggi non più utili, molti dei quali sono momentaneamente accantonati per motivi vari, e in molti casi si è in attesa di superare difficoltà più disparate, come contenziosi amministrativi, servitù militari, eccetera, che potrebbero essere risolte nel breve periodo;
ad un attento esame del regolamento di cui al decreto del Ministro della difesa 18 maggio 2010, n. 112 sono emerse alcune evidenti discordanze rispetto alle tutele dei conduttori gli alloggi, non osservate, relativamente alle famiglie ricadenti nelle fasce di tutela stabilite dal codice dell’ordinamento militare di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, articolo 306, comma 3, che prevede il diritto alla continuità della conduzione dell’alloggio per coloro che non sono in grado di acquistare l’alloggio in cui abitano, se messo in vendita. Viene, infatti, sancito che sia assicurata “la permanenza negli alloggi dei conduttori delle unità immobiliare e del coniuge superstite, alle condizioni di cui al comma 2, con basso reddito familiare, non superiore a quello determinato con il decreto ministeriale di cui al comma 2, ovvero con componenti familiari portatori di handicap, dietro corresponsione del canone in vigore all’atto della vendita, aggiornato in base agli indici ISTAT“, e le norme che riguardano l’usufrutto;
nello stesso regolamento di cui al decreto del Ministro della difesa 18 maggio 2010, n. 112, all’articolo 7, comma 4, lettere a) e b), vengono previsti meccanismi reddituali che senza motivazioni esplicite tendono ad annullare il sistema di sconti ben descritto nella legge n. 244 del 2007;
nel regolamento di cui al decreto del Ministro della difesa 16 marzo 2011 sui canoni di mercato, all’articolo 2, comma 3, vengono introdotti, con lo stesso metodo, aumenti di reddito tendenti ad ottenere un’applicazione meno conveniente dei coefficienti di calcolo dei canoni;
inoltre, nello stesso articolo 2, comma 6, viene stabilito che per l’aggiornamento annuale dei canoni, venga applicata per intero (100 per cento) la misura dell’aggiornamento annuale ISTAT, anziché quello unanimemente applicato per ogni canone, anche privato, del 75 per cento,
ad individuare a breve termine, altri quantitativi di alloggi da alienare anche risolvendo i contenziosi eventualmente ancora in essere o situazioni di servitù militari non irrisolvibili;
a sospendere, per lo stesso periodo di breve termine, ogni azione eventualmente intrapresa o da intraprendere finalizzata al recupero forzoso dell’alloggio;
a riallineare nella sostanza e nella lettera, anche con riferimento al citato regolamento di cui al decreto ministeriale n. 112 del 2010 le tutele previste per gli utenti appartenenti alle fasce protette, così come descritto all’articolo 306, comma 3, del citato codice di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010 n. 66; in particolare il riallineamento dovrà sancire il diritto alla permanenza degli affittuari, senza alcuna limitazione temporale, in presenza delle condizioni previste, dietro corresponsione del canone in vigore all’atto della vendita, modificando quanto invece attualmente previsto all’articolo 7, comma 14, lettere a) e b), del citato regolamento di cui al decreto ministeriale n. 112 del 2010, sia per quanto riguarda il reddito che per quanto riguarda la durata, palesemente discordanti, mentre, per quanto riguarda la concessione dell’usufrutto, la norma di cui all’articolo 7, comma 4, lettera a), del medesimo regolamento dovrebbe essere estesa anche al coniuge superstite, qualora il decesso dell’usufruttuario avvenga in data posteriore all’atto di acquisto dell’usufrutto, applicando il meccanismo del 20 per cento sulla quota della pensione di reversibilità o altro reddito;
a sopprimere le norme punitive previste all’articolo 7, comma 11, lettere a) e b), del medesimo regolamento;
a sopprimere le norme previste l’articolo 2, comma 3, del citato regolamento di cui al decreto ministeriale 16 marzo 2011 relativo ai canoni di mercato;
a ricondurre al 75 per cento la norma relativa all’aggiornamento ISTAT del canone annuale, anziché del 100 per cento come ora previsto all’articolo 2, comma 6, del citato regolamento sui canoni di mercato;
qualora l’alloggio necessiti di manutenzione straordinaria, ad introdurre la possibilità in caso di cambio utenza, previo consenso dell’utente assegnatario, di delegare quest’ultimo agli eventuali oneri di ripristino provvedendo egli stesso direttamente alla manutenzione. I relativi costi dovranno essere detratti dall’importo dei successivi canoni di locazione e i lavori di manutenzione dovranno essere eseguiti sotto la direzione tecnica dell’autorità militare».
G/2968/27/5ª)
Gasbarri, Bubbico, Legnini
il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco opera in maniera inappuntabile al servizio dei cittadini e del Paese, confermando professionalità e spirito di solidarietà anche in occasione delle recenti calamità che hanno duramente colpito il nostro paese qualità e meriti giustamente riconosciuti dal Presidente della Repubblica attraverso il conferimento di onorificenze;
a fronte di ciò, permangono gravi carenze strutturali che non consentono al Corpo nazionale dei vigili del Fuoco un adeguato e costante rinnovamento tecnologico dei mezzi e delle attrezzature necessarie allo svolgimento dei compiti ad esso attribuiti, con grave pregiudizio per la sicurezza dei cittadini. Inoltre, il parco automezzi, obsoleto ed inadeguato, è stato particolarmente sfruttato anche durante i recenti eventi calamitosi, e risulta pertanto gravemente usurato e in gran parte inutilizzabile;
del tutto insoddisfacenti risultano le recenti misure adottate dal Governo per far fronte a tale drammatica situazione Gli appostamenti stanziati a favore del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, infatti hanno colmato esclusivamente le gravi carenze di bilancio pregresse e la preoccupante situazione debitoria. Inoltre, hanno consentito solo un parziale reintegro del turn-over del personale (meno del 50 per cento del personale necessario), senza prevedere un programma di investimento strutturato nel tempo;
tale situazione è destinata ad aggravarsi ulteriormente nel corso del 2011, in quanto la mancanza di turn-over e di procedure interne di passaggio di qualifica professionali, nonché l’assenza di concorsi per il reclutamento di nuovo personale, hanno determinato una carenza organica di circa 3000 unità qualificate, che rende estremamente difficile lo svolgimento di compiti e di attività attribuiti al Corpo nazionale dei Vigili del fuoco,
a predisporre le misure necessarie al superamento delle gravi carenze sopra enunciate, dotando il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco dei mezzi e dell’organico necessario allo svolgimento dei compiti a cui è istituzionalmente preposto, prevedendo a tal fine la predisposizione nonché l’attuazione entro l’anno in corso di un piano d’investimenti di natura quinquennale e di garantire un piano di assunzione certo nelle quantità esposto per gli anni 2012 e 2013».
G2968/28/5ª)
Poli Bortone, Fleres, Carrara, Saia, Piscitelli
l’articolo 19 della legge 4 novembre 2010, n. 183 rubricato “Specificità delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco“ stabilisce, tra le altre cose, che ai fini della tutela economica, pensionistica e previdenziale, è riconosciuta, la specificità del ruolo del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, nonché dello stato giuridico del personale ad essi appartenente, in virtù dei peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti;
tuttavia le disposizioni di cui all’articolo 12 della citata legge n. 183 del 2010, trovano applicazione anche nei confronti del personale del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco, determinando il collocamento in pensione degli aventi diritto, trascorsi dodici mesi dalla data di maturazione dei previsti requisiti;
seppur nella consapevolezza che la citata legge n. 183 del 2010 rinvia la disciplina attuativa di quanto disposto dall’articolo 19 comma l a successivi provvedimenti legislativi,
ad adoperarsi al fine di salvaguardare gli operatori del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco dalle disposizioni in oggetto, in quanto impiegati in attività particolarmente usuranti, consentendone il collocamento in pensione nello stesso anno di maturazione dei previsti requisiti;
a porre in essere analoghe disposizioni di tutela nei confronti degli operatori delle Forze armate e delle Forze di polizia ad ordinamento civile e militare».
(G/2968/29/5ª)
Carlino, Belisario, Giambrone, Bugnano, Caforio, De Toni, Di Nardo, Lannutti, Li Gotti, Mascitelli, Pardi, Pedica
in sede di discussione del disegno di legge recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012);
l’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e successive modificazioni ha prodotto lo slittamento delle cosiddette “finestre“ per l’accesso al pensionamento di vecchiaia;
secondo quanto disposto dal comma 5 del medesimo articolo 12 del decreto-legge n. 78 del 2010, per i lavoratori collocati in mobilità sulla base di accordi stipulati anteriormente al 30 aprile 2010 e che maturano i requisiti pensionistici entro il termine del periodo di mobilità continuano ad applicarsi le disposizioni in materia di decorrenza dei trattamenti pensionistici vigenti prima della data di entrata in vigore del decreto-legge n. 78 del 2010, nei limiti del numero di 10.000 lavoratori beneficiari;
il successivo comma 5-bis, dispone che con riferimento ai lavoratori di cui al comma 5, “ancorché maturino i requisiti per l’accesso al pensionamento a decorrere dal 1º gennaio 2011 e comunque entro il periodo di fruizione delle prestazioni di tutela del reddito di cui alle medesime lettere, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, nei limiti delle risorse disponibili del Fondo sociale per occupazione e formazione, [...] può disporre, in deroga alla normativa vigente, in via alternativa a quanto previsto dal citato comma 5, la concessione del prolungamento dell’intervento di tutela del reddito per il periodo di tempo necessario al raggiungi mento della decorrenza del trattamento pensionistico sulla base di quanto stabilito dal presente articolo e in ogni caso per una durata non superiore al periodo di tempo intercorrente tra la data computata con riferimento alle disposizioni in materia di decorrenza dei trattamenti pensionistici vigenti prima della data di entrata in vigore del presente decreto e la data della decorrenza del trattamento pensionistico computata sulla base di quanto stabilito dal presente articolo“;
il comma 6 del medesimo articolo 12 del decreto-legge n. 78 del 2010, dispone che l’INPS provvede al monitoraggio dei lavoratori interessati al progressivo scadere del trattamento di mobilità onde individuare i 10.000 beneficiari di cui al comma 5,
l’INPS non ha ancora ottemperato allo svolgimento del monitoraggio di cui al comma 6 dell’articolo 12 del decreto-legge n. 78 del 2010;
i Ministeri competenti non hanno posto in essere le misure di cui al comma 5-bis dell’articolo 12 del decreto-legge n. 78 del 2010;
secondo i dati raccolti dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, i lavoratori che rientrano nei parametri di cui al comma 5 dell’articolo 12 del decreto-legge n. 78 del 2010, sono circa 46.000, molti dei quali in particolare afferenti ai settori dell’industria, bancario, e dei trasporti,
ad eliminare il limite di 10.000 beneficiari di cui al comma 5 dell’articolo 12 del decreto-legge n. 78 del 2010, limite che appare del tutto ingiustificato e lesivo del principio di uguaglianza ai fini dell’applicazione della normativa previgente in materia di decorrenza dei trattamenti pensionistici, stante il perdurare della crisi economica;
ad effettuare in tempi brevi tramite l’INPS un efficace monitoraggio volto ad accertare il numero effettivo dei lavoratori rientranti nei parametri di cui al comma 5 dell’articolo 12 del decreto-legge n. 78 del 2010;
a reperire le risorse necessarie a porre in essere la concessione del prolungamento dell’intervento di tutela del reddito di cui al comma 5-bis del decreto-legge n. 78 del 2010, al fine di assicurare a tutti i lavoratori rientranti nei parametri di cui al comma 5 il raggiungimento dei requisiti per l’accesso al pensionamento di vecchiaia».
(G/2968/30/5ª)
Peterlini, Galioto
in sede di esame del disegno di legge in titolo,
il percorso di equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne si sta concretizzando. Tuttavia, resta ferma la necessità di dare una maggiore tutela alle donne nella maternità, nel periodo del puerperio e, quindi, in presenza di figli;
questa tendenza è in linea con quanto sta avvenendo nel resto d’Europa: Austria, Grecia e Italia non prevedono l’equiparazione dell’età pensionabile, ma tutti gli altri Paesi l’hanno già attuata oppure, come Belgio e Gran Bretagna, la realizzeranno in tempi già programmati;
la differenza dell’età pensionabile non ha più alcuna giustificazione né economica né sociale. A 60 anni, una donna ha davanti a sé una vita media di circa 25 anni, rispetto agli uomini che ne hanno meno di 21. Il tasso di occupazione femminile è attualmente, anche a causa di fenomeni di pensionamento anticipato delle donne, pari al 46 per cento contro il 70,7 per cento degli uomini. Siamo quindi ben lontani dall’obiettivo del 60 per cento fissato per le donne dall’Agenda di Lisbona;
rimane fermo, tuttavia, il diritto della donna ad avere maggiori tutele onde poter soddisfare esigenze peculiari della donna medesima, il che non contrasta con il fondamentale principio di parità nell’età pensionabile, il quale non esclude speciali profili, dettati dalla stessa posizione della lavoratrice, che meritano una particolare regolamentazione. La protrazione della durata del rapporto di lavoro, cioè dell’età lavorativa, deve consentire alla donna lavoratrice di conseguire i relativi vantaggi, come, ad esempio, gli aumenti retributivi e i conseguenti aumenti di pensione;
molti Paesi, come documenta ampiamente l’OCSE, hanno avviato un ripensamento dei tempi di lavoro, formazione e riposo, per consentire a tutti di continuare a essere o di ritornare tra le persone attive almeno finché dura la buona salute: non un obbligo, quindi, ma una importante scelta di libertà,
equiparare l’età pensionabile tra uomo e donna, prevedendo:
a) una riduzione dell’età pensionabile per la donna di un anno per ogni figlio, con un limite massimo di 5 anni;
b) l’estensione del periodo di maternità e del congedo parentale, sia di quello retribuito pienamente che di quello del 30 per cento;
c) la possibilità di astensione dal lavoro in aspettativa di due anni, senza retribuzione, ma con accredito figurativo dei contributi previdenziali ed estensione di analoghe tutele per lavoratrici autonome».
G/2969/31/5ª)
il comma 51 dell’articolo 4 del disegno di legge di stabilità 2012 prevede che la prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da mancato recepimento nell’ordinamento dello Stato di direttive o altri provvedimenti obbligatori comunitari soggiace alla disciplina di cui all’articolo 2947 del codice civile e decorre dalla data in cui il fatto dal quale sarebbero derivati i diritti se la direttiva fosse stata tempestivamente recepita, si è effettivamente verificato;
tale disposizione appare contraria ai principi fondamentali del diritto interno e europeo ed, in particolare, all’articolo 11 delle preleggi, secondo il quale la legge non ha effetto retroattivo;
infatti, con specifico riferimento ai diritti al risarcimento dei danni derivanti dal mancato recepimento da parte dello Stato italiano delle Direttive 75/362/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, e 82/76/CEE del Consiglio, del 26 gennaio 1982, non autoesecutive, in tema di remunerazione dei medici specialisti, vantati dai medici che si sono iscritti ai corsi di specializzazione dal 1983 al 1991, la disposizione colpisce, dichiarandoli estinti, diritti già acquisiti;
sul punto, peraltro, la consolidata giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea e, soprattutto, le più recenti decisioni della Corte di Cassazione hanno sancito che tali diritti soggiacciono alla prescrizione ordinaria decennale (ai sensi dell’articolo 2946 del codice civile) ed essa non inizia a decorrere sino a quando permane l’inadempimento dello Stato nei confronti dei titolari dei diritti comunitari lesi, in quanto tale condotta cagiona la permanenza dell’obbligo risarcitorio (de die in die) (sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 9147 del 17 aprile 2009 e sentenza della sezione III della medesima corte n. 17350 del 18 agosto 2011);
la disposizione recata dal disegno di legge in esame, al contrario, riduce il termine di prescrizione a cinque anni ed anticipa l’inizio della sua decorrenza, ciò sia in riferimento alla richiamata posizione dei medici specialisti, sia in relazione a tutte le altre ipotesi di mancata o ritardata attuazione degli obblighi comunitari da parte dello Stato;
tale disposizione, ove venisse approvata, andrebbe a violare i principi dell’ordinamento italiano e porrebbe inoltre lo Stato in aperta violazione della normativa europea e della giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea, succedutesi nel tempo per la mancata o ritardata attuazione degli impegni comunitari,
a rivedere le norme relative alla prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da mancato recepimento delle direttive e degli altri atti obbligatori di derivazione comunitaria, al fine di adeguare l’ordinamento italiano alla normativa europea e alla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea e garantire ai cittadini lesi nei propri diritti a causa del mancato intervento dello Stato il risarcimento del danno, soprattutto laddove permanga la violazione degli obblighi comunitari da parte dello Stato».
(G/2968/32/5ª)
Bassoli, Mercatali, Biondelli, Bosone, Chiaromonte, Chiti, Cosentino, Granaiola, Legnini, Ignazio Marino, Poretti
la tutela della salute e la cura della persona sono compiti primari di uno Stato sociale;
il Paese nel suo complesso è chiamato a farsi carico della necessità di garantire un sistema sanitario a carattere pubblico e universalistico caratterizzato da qualità, equità, efficacia, efficienza ed economicità;
occorre che l’affermazione della necessità di legalità e di trasparenza si declini nella complessiva gestione del Servizio sanitario nazionale, traducendosi, nei fatti, in controlli e verifiche sugli appalti, i contratti di fornitura, gli accordi e le convenzioni con i privati e i professionisti, nei concorsi, nonché nella gestione ordinaria e straordinaria;
la maggioranza degli ospedali e delle strutture sanitarie pubbliche sono ormai troppo fatiscenti, non sicuri, non in linea con i moderni standard richiesti per una assistenza efficiente e di qualità, in particolare per le caratteristiche spaziali-dimensionali, nonché affetti da gravi carenze strutturali e richiedenti continui e costosi interventi di ristrutturazione e di manutenzione non adeguatamente programmabili che, di conseguenza, incidono sul piano economico in maniera sostanziale come costi fissi;
ammodernare gli ospedali e le strutture sanitarie non serve solo a migliorare qualità ed efficienza del servizio reso, ma ad innalzare il livello tecnologico e innovativo delle cure ed inoltre potrebbe essere l’occasione per un serio consolidamento delle strutture che in un Paese caratterizzato da una rilevante attività sismica appare quanto mai opportuna;
il comma 108 dell’articolo 4 prevede la riduzione di 17 milioni di euro le risorse per la copertura degli oneri derivanti dai mutui contratti dalle regioni per l’edilizia sanitaria con la Cassa depositi e prestiti;
lo stesso comma riduce di 19,55 milioni di euro le risorse a carico del Fondo sanitario nazionale per la copertura degli oneri derivanti dai mutui contratti dalle regioni a statuto ordinario, dagli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, nonché dagli istituti zooprofilattici sperimentali per le esigenze di manutenzione straordinaria e per gli acquisti delle attrezzature sanitarie;
in materia di investimenti per edilizia e tecnologia sanitarie, la tabella E del disegno di legge di stabilità dispone una riduzione nella misura di 203,567 milioni di euro per il 2012 e di 308,753 milioni di euro per il 2013;
sono giacenti somme previste nei bilanci precedenti pari a 3.407,13 milioni di euro, ma accanto alle difficoltà di spesa note per alcune regioni, in particolare, quelle che devono rientrare dal deficit e dal debito di bilancio, va anche rilevato che la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato e le province autonome di Trento e di Bolzano già nella manovra estiva dello scorso anno (decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122) aveva previsto che dai tagli venissero escluse le risorse per edilizia sanitaria destinate a investimenti per un importo di 1.161 milioni di euro per l’anno 2012 e di 558,7 milioni di euro per il 2011;
così non è stato ed i tagli all’edilizia sanitaria sono stati pari ad 1,8 miliardi di euro;
con successivo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 28 gennaio 2011 sono stati recepiti i criteri concordati, ma poi non sono stati finanziati gli accordi di programma per investimenti in sanità approvati fino all’aprile 2010, per un importo superiore ad un miliardo di euro che interessano le regioni: Lombardia, Toscana, Umbria, Veneto, Emilia-Romagna, Liguria e Calabria,
è necessario intervenire a sostegno del sistema sanitario nel suo complesso con interventi di edilizia sanitaria e per la messa in sicurezza delle strutture;
è necessaria una capillare opera di ammodernamento e di potenziamento della rete dei servizi territoriali anche attraverso la trasformazione degli ospedali con pochi posti letto non in grado di offrire un servizio adeguato e qualificato nonché delle infrastrutture sanitarie e della dotazione tecnologica, poiché la garanzia di un sistema sanitario nazionale efficace, efficiente e di qualità nonché sostenibile da un punto di vista economico-finanziario dovrebbe essere compito primario dello Stato,
a definire un piano programmatico di riammodernamento complessivo del sistema sanitario pubblico;
a reperire e destinare ulteriori e adeguate risorse finanziarie al fine di garantire, non solo per interventi di edilizia sanitaria, ma più in generale per l’ammodernamento di un sistema sanitario pubblico di qualità;
a regolare l’utilizzazione delle predette risorse, nonché prevedere adeguati controlli e sanzioni nell’utilizzazione delle stesse».
(G/2968/33/5ª)
Mascitelli, Belisario, Giambrone, Bugnano, Caforio, Carlino, De Toni, Di Nardo, Lannutti, Li Gotti, Pardi, Pedica
il comma 108 dell’articolo 4 del disegno di legge di stabilità stabilisce una drastica riduzione degli stanziamenti statali, a decorrere dal 2012:
– nella misura di 17 milioni di euro per l’ammortamento di mutui contratti in passato dalle regioni e dalle province autonome per investimenti in materia di edilizia e tecnologia sanitarie;
– nella misura di 19,55 milioni di euro per l’ammortamento di mutui contratti in passato dalle regioni a statuto ordinario, dagli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico e dagli istituti zooprofilattici sperimentali per acquisti di attrezzature sanitarie e per esigenze di manutenzione straordinaria in materia;
sempre per quanto concerne gli investimenti per edilizia e tecnologia sanitarie, la tabella E del medesimo disegno di legge dispone una riduzione per il 2012, nella misura di 203,567 milioni di euro, delle risorse,
le strutture del sistema sanitario nazionale accolgono ogni anno 13 milioni di cittadini italiani ed altri 30 milioni che vi accedono per cure urgenti;
il patrimonio ospedaliero italiano sta decadendo proprio a causa della mancanza di risorse;
il mancato finanziamento degli accordi di programma presentati dalle regioni non consentirà la realizzazione di importanti lavori negli ospedali italiani e la costruzione di nuovi nosocomi;
i mancati finanziamenti impediranno l’apertura dei cantieri per la realizzazione di 15 costruzioni in ambito ospedaliero e decine di interventi di manutenzione e ristrutturazione;
anche in questo modo viene messa a repentaglio la salute dei cittadini ai quali non viene garantito un livello di sicurezza delle strutture presso le quali vengono fornite le prestazioni mediche nell’ambito del Servizio sanitario nazionale;
i provvedimenti illustrati in premessa appaiono come l’ennesimo tassello di un disegno volto a portare già nel 2013, dopo cinque anni nei quali di fatto non sono stati posti in essere investimenti, ad uno spostamento del sistema sanitario italiano a vantaggio delle strutture private con l’abbandono di fatto della sanità pubblica garantita a tutti i cittadini,
a reperire le risorse necessarie al fine di assicurare i necessari investimenti per gli interventi di manutenzione e ristrutturazione delle strutture presso le quali vengono fornite le prestazioni mediche nell’ambito del Servizio sanitario nazionale al fine di garantire a tutti i cittadini il mantenimento di adeguati livelli di sicurezza».
(G/2968/34/5ª)
Granaiola, Bassoli, Chiaromonte, Mercatali, Biondelli, Bosone, Chiti, Cosentino, Ignazio Marino, Poretti, Legnini
il disegno di legge di stabilità all’articolo 4, comma 96, prevede che a decorrere dall’anno 2013 le competenze in materia di assistenza sanitaria al personale navigante ed aeronavigante, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 luglio 1980, n. 620, siano trasferite alle regioni e alle province autonome di Trento e di Bolzano;
in conseguenza di ciò il comma 98 del citato articolo 4 prevede altresì che a decorrere dal 1º gennaio 2013 sia abrogato il decreto del Presidente della Repubblica 31 luglio 1980, n. 620;
la predetta abrogazione non sembra tenere conto della specificità dell’attività svolta dal personale navigante ed aeronavigante, laddove nulla si prevede riguardo alla necessaria riorganizzazione del servizio di assistenza sanitaria di tale personale che necessità di tempi di attesa ben diversi da quelli generalmente applicati per gli utenti del Servizio sanitario nazionale;
è utile ricordare che attualmente l’assistenza sanitaria per i naviganti è immediata perché tale personale necessita di visite mediche preventive per gli imbarchi, di assistenza sanitaria tramite medici generici, specialisti e personale sanitario specificamente dedicato al personale stesso;
sono indispensabili, inoltre, servizi efficienti nel campo della medicina medico legale in caso di malattia e infortuni, per assicurare le visite biennali utili a convalidare l’idoneità. alla navigazione, laboratori di analisi e radiologici pubblici e in convenzione, servizio di pronto soccorso e assistenza odontoiatrica;
è infine indispensabile che l’assistenza sanitaria immediata sia erogata nelle vicinanze dei porti, delle Capitanerie di porto e degli aeroporti con personale che, come quello attuale, si occupi in modo specifico sia dal lato medico che da quello amministrativo del personale navigante e aeronavigante,
a predisporre con la massima tempestività tutte le modifiche normative possibili, anche nel corso dell’esame della legge di stabilità 2012, prevedendo che il trasferimento alle regioni e alle province autonome di Trento e di Bolzano delle competenze in materia di assistenza sanitaria al personale navigante ed aeronavigante, avvenga in un lasso di tempo più ampio e comunque sufficiente ad organizzare l’assistenza sanitaria immediata a livello regionale».
(G/2968/35/5ª)
in sede di discussione del disegno di legge n. 2968 recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge stabilità 2012),
l’articolo 44 della Costituzione recita “la legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane“;
il territorio montano italiano è composto da 3.546 comuni totalmente montani e 655 parzialmente montani;
con la legge 31 gennaio 1994, n. 97, recante nuove disposizioni per le zone montane si afferma il concetto di importanza dello sviluppo e valorizzazione della montagna, nell’ambito della protezione della qualità e delle risorse ambientali del territorio montano e in particolare l’articolo 14 di detta legge invita espressamente le regioni ad emanare direttive di indirizzo per decentrare nei comuni montani attività e servizi per cui non è indispensabile la collocazione in aree metropolitane tra cui gli ospedali specializzati;
il Piano del Servizio sanitario nazionale 2011-2013 approvato a settembre dalla Conferenza Stato-Regioni pone come obiettivo strategico le cure primarie e le strutture territoriali, con un integrazione degli ospedali con i territori;
gli ospedali di montagna svolgono un’importante funzione per evitare lo spopolamento dell’ambiente montano, in quanto garantiscono il dirtto alla salute costituzionalmente protetto dall’articolo 32, anche in condizione di difficoltà dei trasporti e condizioni meteorologiche avverse;
i tagli delle sanità regionali si incentrano soprattutto nel chiudere o ridimensionare questo tipo di presidi, non considerando l’importanza fondamentale di questo tipo di sanità e la sua specifica sussidiarietà (si ipotizza nella regione Marche la trasformazione, tra gli altri, dell’ospedale di Cingoli in lungo degenza),
a valutare la possibilità di assumere le iniziative volte a prevedere che gli ospedali montani che servono popolazioni disagiate vengano dotati di divisioni di medicina, day surgery, pronto soccorso e servizi di anestesia, radiologia patologia clinica e posti letto tecnici di urgenza medicalizzata».
(G/2968/36/5ª)
Poli Bortone, Fleres, Saia
numerosi lavoratori pugliesi della sanità chiedono che sia proseguito il processo di internalizzazione, cioè di assunzione alle dirette dipendenze della sanità regionale di tutto quel personale che attualmente è dipendente di aziende che gestiscono i servizi sanitari per conto delle ASL;
tale processo di internalizzazazione – che riguarda circa 8.000 lavoratori – è attualmente sospeso in attesa della decisione della Consulta, in seguito al ricorso del Governo che chiedeva prima l’approvazione del piano di rientro dal deficit sanitario della regione Puglia. Risulta, infatti, sospesa la legge regionale n. 4 del 25 febbraio 2010;
portare a termine il progetto di internalizzazione dei servizi in tutte le ASL pugliesi, significherebbe uscire dalla precarietà e riacquistare dignità di uomini e di lavoratori. L’importanza del progetto sta soprattutto nella riqualificazione del personale per rispondere appieno alle esigenze dell’utenza e al risparmio delle risorse economiche;
l’internalizzazione dei servizi consentirebbe, inoltre, di evitare la fase di intermediazione tra l’azienda privata e l’ASL alla quale, oggi, qualsiasi problematica è sottoposta sempre e comunque, provocando dei ritardi anche quando c’è l’esigenza di una risoluzione immediata;
nello scorso mese di febbraio, in una nota, il Ministro per i rapporti con le regioni e la coesione territoriale, Raffaele Fitto, in merito alla manifestazione dei lavoratori della sanità pugliese tenutasi a Roma ha dichiarato: “La già preannunciata disponibilità del Governo, e mia personale, nei confronti dei lavoratori precari e da internalizzare della sanità pugliese, non è mai venuta meno. Tuttavia non mi sentirei coerente – aggiunge – se la manifestassi promettendo di sostenere un percorso che non va nel loro interesse e protestando in piazza contro me stesso, come ha fatto il Presidente della Regione, promotore della legge n. 4 del 2010 su cui, come per leggi analoghe di altre Regioni italiane, pende il giudizio della Corte Costituzionale, e firmatario di un accordo con il Governo che prevede la sospensione degli effetti di quella legge proprio in attesa della decisione della Consulta“,
ad adoperarsi affinché vengano individuate soluzioni legittime e possibili nell’interesse reale e non illusorio dei lavoratori e venga portato, quindi, a termine il progetto di internalizzazione dei circa 8.000 lavoratori dei servizi della sanità pugliese».
(G/2968/37/5ª)
nella tabella C, si prevede una riduzione dello stanziamento per i programmi finalizzati alla prevenzione ed alla cura dell’AIDS dei tossicodipendenti detenuti, nonché al trattamento socio sanitario, al recupero e al successivo reinserimento dei medesimi soggetti. Tale stanziamento (iscritto nello stato di previsione del Ministero della giustizia) è ridotto di 2,394 milioni di euro per il 2012 e di 2,0 milioni di euro annui a decorrere dal 2014;
la situazione in Italia nell’affrontare la correlazione HIV/carcere è scandalosa. I detenuti in Italia non sono mai stati così tanti come adesso: 67.000 in strutture pensate per contenerne circa 45.000. Secondo un’indagine condotta nel 2007 in 14 delle 205 carceri italiane da un quarto ad un terzo circa dei detenuti italiani avrebbe problemi di tossicodipendenza secondo diverse stime;
dal punto di vista più strettamente sanitario, il fatto di avere tanti individui a lungo concentrati in uno stesso luogo offre agli operatori di sanità pubblica l’opportunità di programmare più facilmente interventi mirati, ad esempio per la diagnosi di HIV. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità dovrebbero essere messi in atto programmi specifici per il trattamento di HIV, programmi specifici rivolti ai tossicodipendenti e politiche di riduzione del danno, dovrebbero essere redatte linee guida sulle misure igieniche nelle carceri, dovrebbe essere garantita. un’assistenza completa dall’ingresso in carcere fino al rilascio e anche dopo, in collaborazione con i servizi sociali e sanitari operanti fuori dal carcere, dovrebbe essere disponibile un’assistenza psicologica per i malati, dovrebbero essere effettuati programmi di formazione per tutto il personale delle carceri sulla prevenzione, il trattamento e il controllo delle malattie infettive;
in carcere non è un mondo totalmente isolato dall’esterno: i visitatori e il personale di sorveglianza entrano ed escono, molti prigionieri sono detenuti in attesa di giudizio e alcuni altri sono condannati a brevi periodi di detenzione. Ciò che avviene tra le mura del carcere quindi, può anche avere ripercussioni sulla società nel suo insieme. Riferendoci al modello dei determinanti sociali di salute, la permanenza in carcere ha un effetto disastroso sulla salute delle persone che la società si trova prima o poi a dover gestire,
gli stanziamenti e gli interventi previsti nel settore della sanità sono infatti insufficienti ed inadeguati a far fronte ad obiettivi fondamentali come la prevenzione e la promozione della salute, il potenziamento della medicina del territorio e la sicurezza della rete ospedaliera;
in particolare la proposta di ridurre i finanziamenti per i programmi finalizzati alla prevenzione ed alla cura dell’AIDS dei tossicodipendenti detenuti, nonché al trattamento socio-sanitario, al recupero e al successivo reinserimento dei medesimi soggetti è inaccettabile per i notevoli disagi che si vengano a creare per aspetti così strategici per la salute quali il finanziamento dell’operatività ai fini del monitoraggio, della prevenzione e della cura deIl’HIV nelle carceri,
a reperire le risorse necessarie a garantire il funzionamento di programmi fondamentali del settore della sanità quali la prevenzione e la cura dell’AIDS dei tossicodipendenti detenuti, nonché al trattamento socio-sanitario, al recupero e al successivo reinserimento dei medesimi soggetti».
(G/2968/38/5ª)
Poli Bortone, Fleres, Castiglione, Saia
la ben nota situazione di gravissima crisi del compatto agricolo ha ormai raggiunto nelle regioni del Sud dell’Italia dimensioni tali da far temere per la stessa sopravvivenza del settore;
in Puglia e nella provincia di Taranto in particolare, lo stesso accesso alla risorsa terra per finalità agricole è gravemente in pericolo. La crescita incontrollata dei costi. di produzione e degli oneri diretti e indiretti, il crollo dei prezzi di vendita, il mancato sostegno della domanda, la concorrenza sleale e la contraffazione, hanno concorso a determinare una situazione insostenibile, nella quale ben 176 aziende nel solo territorio della provincia di Taranto, nel corso dell’ultimo anno, sono state messe all’asta. non potendo far fronte con ricavi aziendali alle gravi passività maturate;
da tutto ciò deriva una condizione di gravissimo disagio per le famiglie e per i lavoratori che hanno sin qui lavorato nel settore agricolo e che si trovano adesso privi di reddito e di occupazione e senza alcuna concreta prospettiva in un prossimo futuro;
la crisi del settore e l’abbandono delle produzioni determina altresì gravi ripercussioni in termini ambientali e di corretta gestione del territorio agricolo, per il venir meno dell’essenziale funzione di salvaguardia del patrimonio naturale che soltanto il continuativo e diffuso esercizio dell’attività agricola può garantire;
la provincia di Taranto ha posto al centro della propria azione, in collaborazione con le organizzazioni professionali agricole, una strategia di costante attenzione verso il settore agricolo ed agro-alimentare, promuovendo tutte le iniziative utili a favorire la commercializzazione dei prodotti ed il recupero di una possibile redditività delle imprese, anche attraverso il sostegno delle produzioni di eccellenza che caratterizzano questa provincia;
il perdurare e l’aggravarsi della situazione di crisi, peraltro, e la sua stessa dimensione rendono ormai urgente ed indifferibile un intervento complessivo, a livello europeo, che prenda atto della crisi che è ormai sotto gli occhi di tutti e solleciti, pertanto, l’adozione di tutti gli interventi immediati idonei ad assicurare un primo urgente sollievo per un intero comparto produttivo, che rischia di scomparire se non verranno adottate le misure necessarie;
il Parlamento europeo ha di recente sottolineato che occorre mantenere nel territorio europeo un’agricoltura dinamica, efficiente e sostenibile che, tra l’altro, costituisce una scelta strategica essenziale anche per le generazioni future. Con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona il Parlamento europeo ha assunto un ruolo centrale nelle scelte per la politica agricola comune e lo sta confermando nell’ampio dibattito che la Commissione agricoltura del Senato ha aperto con le altre istituzioni dell’Unione europea, in vista della scadenza del 2013,
ad adoperarsi affinché il Parlamento europeo – così come avvenuto in altre recenti significative occasioni – assuma, con l’urgenza richiesta della situazione in essere, ogni possibile iniziativa per sollecitare nell’immediato l’avvio di misure per il ritiro delle produzioni agricole invendute, per il sostegno dei prezzi e per formalizzare il riconoscimento dell’evidente situazione di crisi in essere, con la conseguente adozione di ogni altra idonea misura economica, finanziaria e regolatoria per alleviare gli oneri diretti ed indiretti gravanti sulle imprese agricole».
(G/2968/39/5ª)
Castiglione, Fleres, Poli Bortone, Saia
l’agricoltura italiana vive un momento di crisi drammatica che necessita di un impegno più deciso rispetto a quello che si è fatto in questa metà di legislatura;
la crisi ha prodotto alcuni effetti deleteri: una diminuzione dei prezzi agricoli del fatturato e dei redditi delle imprese; un peggioramento sensibile del margine di filiera dovuto all’aumento dei costi; un allargamento della forbice tra prezzi al consumo e prezzi agricoli alla produzione;
i dati Eurostat certificano che il reddito agricolo reale per ogni singolo lavoratore nel 2009 ha subito una diminuzione del 25 per cento rispetto al 2008. La contrazione dei redditi in Europa è stata del 12 per cento, quindi l’Italia ha un record negativo, superiore del doppio rispetto alla media europea;
anche la situazione del credito in agricoltura è notevolmente peggiorata: il tasso di crescita tendenziale del credito nel settore agricolo si è più che dimezzato, passando dal 6 per cento del 2007 al 2,7 per cento dei primi nove mesi del 2009;
a fronte dello scenario delineato, le questioni poste dagli agricoltori rimangono senza risposta e le misure per il settore contenute nel decreto-legge sulla manovra finanziaria appaiono del tutto parziali e insufficienti rispetto alle necessità;
in questo scenario gli altri paesi europei hanno adottato provvedimenti a favore del settore: la Francia ha già messo in atto un piano da un miliardo e 800 milioni di euro e la Germania da 700 milioni. Si tratta di interventi che cercano di dare una risposta. nazionale in attesa di misure europee anticrisi;
in particolare continua ad essere rimandata una soluzione per la situazione, ormai disperata, della finanza delle imprese agricole, abbandonate senza nessuna prospettiva di rilancio, che vede oltre 11 miliardi di esposizione verso Equitalia e circa 40 miliardi di esposizione verso le banche;
il disegno di legge in esame potrebbe rappresentare, invece, lo strumento per fornire risposte concrete ai problemi dei comparti dell’agricoltura che attendono una soluzione;
al contrario ci sembra che questa occasione non sia stata utilizzata dal Governo per definire le opportune politiche economiche di sostegno per il settore primario ormai in crisi strutturale;
il settore agricolo è stato duramente penalizzato dai tagli operati in passato e non intravede benefici dalla misura di esdebitazione, così come è stata concepita e illustrata dal Governo;
il tentativo di estendere l’istituto della esdebitazione alle aziende agricole è un’azione lodevole da parte del Ministro, ma non è ancora ben chiaro a favore di quali aziende agricole possa produrre benefici effetti;
stante l’attuale legislazione solo le aziende agricole in procedura concorsuale potrebbero beneficiare. Infatti, l’attuale legge fallimentare, all’articolo 1, dice espressamente che l’imprenditore agricolo non è soggetto al fallimento e alle procedure concorsuali;
se ciò è vero dell’estensione del predetto istituto beneficerebbero solo le società di capitali agricole ovvero le grosse imprese che hanno natura agroindustriale, non di certo gli agricoltori e gli allevatori verso cui si rende urgente un provvedimento,
a prevedere la ristrutturazione delle passività nel lungo termine verso il fisco degli istituti previdenziali e assicurativi, INPS e INAIL, eliminando tutte le sanzioni, le more e altri oneri vari;
a prevedere la ristrutturazione delle passività verso le banche, nel lungo termine, favorendo il riaccorpamento dei vari mutui con la garanzia fidejussoria obbligatoria da parte dell’Istituto di servizi per il mercato agricolo (ISNCA);
ad equiparare il trattamento delle aziende agricole del mezzogiorno a quello ricevuto dagli allevatori delle quote latte del nord e a quello ricevuto dagli altri colleghi europei in Francia e Germania, al fine di evitare disparità;
a sospendere le riscossioni e le vendite all’asta dei tribunali».
(G/2968/40/5ª)
in sede di discussione del disegno di legge recante disposizioni per la fonnazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012),
a valutare l’opportunità di assumere iniziative volte a prevedere l’estensione, limitatamente alle imprese agricole titolari di diritti reali sul suolo agrario e svolgenti prevalente attività agricola, della possibilità di installare, sulle coperture delle serre, sulle tettoie e sulle pensiline, impianti di produzione di energia fotovoltaica, fino alla potenza massima di 1 megawatt, classificando dette strutture come piccoli impianti ed equiparandoli a quelli su edificio;
a valutare l’opportunità di assumere iniziative volte ad estendere la possibilità di installare impianti per la produzione di energia fotovoltaica su tettoie e pergole che siano pertinenze di unità immobiliari residenziali nel rispetto dei diritti dei terzi ed equiparandoli a quelli su edificio;
a valutare l’opportunità di assumere iniziative volte ad applicare, agli impianti menzionati, anche le disposizioni previste per le tecnologie innovative».
(G/2968/41/5ª)
Esposito, Vicari
Approvato dalla Commissione (10 novembre 2011)
in sede di esame del disegno di legge di stabilità 2012 in riferimento alle dotazioni del Ministero dell’economia e delle finanze,
a considerare, per il 2012, nell’ambito della ripartizione del fondo di cui all’articolo 5, comma 1, della presente legge di stabilità per il 2012, il finanziamento per l’importo di 110 milioni di euro per la stipula di convenzioni con i comuni interessati per l’attuazione di misure di politiche attive del lavoro finalizzate alla stabilizzazione occupazionale dei lavoratori impiegati in attività socialmente utili nella provincia di Napoli e nel comune di Palermo ai sensi dell’articolo 3 del decreto-legge 25 marzo 1997, n. 67, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 1997, n. 135».
(G/2968/42/5ª)
Pinotti, Lusi, Ghedini, Passoni, Cabras, Sanna, Scanu, Vittoria Franco, Legnini, Mercatali, Tancredi
lo sviluppo della Rete “Tetra“ (standard europeo per le comunicazioni cifrate fra le forze di polizia) risulta fondamentale per proseguire l’adeguamento dei sistemi di comunicazione delle Forze di Polizia su tutto il territorio nazionale;
con delibera CIPE n. 86 del 6 novembre 2009 sono state assegnate definitivamente le risorse in favore della realizzazione del programma «Tetra» per la regione Sardegna, successivamente riassegnate con decreto del Ministro dell’economia n. 50368 al capitolo di pertinenza (7506) del Ministero dell’interno;
all’articolo 4, comma 22, del disegno di legge n. 2968 (legge di stabilità 2012) è prevista la riassegnazione alle entrate del bilancio dello Stato delle somme non spese di cui alla deliberazione CIPE citata, ciò avviene nelle more del perfezionamento del contratto di esecuzione con l’impresa aggiudicataria (Selex Elsag – Gruppo Finmeccanica);
il venir meno di tali risorse bloccherebbe la realizzazione del programma, creando gravi problemi alla funzionalità dei sistemi di comunicazione delle Forze di Polizia e determinando altrettanto gravi problemi occupazionali in numerosi stabilimenti del Gruppo aggiudicatario,
a garantire le risorse già deliberate per la realizzazione delle rete di comunicazione “Tetra“ e a dare esecuzione ai dispositivi di aggiudicazione già deliberati».
(G/2968/43/5ª)
in sede di esame del disegno di legge di stabilità 2012,
a considerare che la prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante dal mancato recepimento nell’ordinamento dello Stato di direttive o altri provvedimenti obbligatori comunitari soggiace, in ogni caso, alla disciplina di cui all’articolo 2946 del codice civile e decorre dalla data in cui è cessata la violazione degli obblighi comunitari da parte dello Stato».
(G/2969/1/5ª)
Blazina, Pegorer, Pertoldi
Respinto dalla Commissione (8 novembre 2011)
in sede di esame del disegno di legge atto Senato n. 2969 recante «Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014»
la minoranza linguistica slovena è finanziata dallo Stato italiano principalmente attraverso la legge 23 febbraio 2001, n. 38;
una parte di tali finanziamenti è determinata dalla legge stessa e fa parte annualmente del bilancio dello Stato;
una parte di tali finanziamenti (articolo 16, comma 2) è determinata annualmente dalla legge finanziaria, cioè la legge di stabilità;
nell’ambito dell’approvazione dei documenti di bilancio per il 2011 è stato approvato alla Camera un emendamento del Governo per integrare i contributi alla minoranza slovena per un importo di 2.500.000 per ognuno dei tre anni (2011, 2012, 2013);
tale emendamento si riferiva erroneamente all’atto Camera n. 3779, cioè legge di bilancio e non alla legge di stabilità (atto Camera n. 3778), come sarebbe stato necessario, secondo le leggi di contabilità;
in seguito a tale atto la regione Friuli Venezia Giulia non è riuscita finora a destinare tale somma ai fini delle attività previste dall’articolo 16, comma 2 della citata legge n. 38 del 2001;
tale situazione sta creando grave disagio alle associazioni ed organizzazioni della minoranza slovena, pregiudicando in alcuni casi la stessa esistenza di alcune;
dai colloqui finora svolti tra la regione e il Ministero dell’economia e delle finanze sembrava ci fosse la disponibilità a risolvere questo problema con un intervento legislativo;
finora questo proposito non si è realizzato e i documenti di bilancio per il prossimo triennio non prevedono alcuna norma specifica, mantenendo lo stesso errore,
a predisporre quanto prima un provvedimento legislativo per sbloccare l’importo di 2.500.000 con effetto retroattivo per il 2011, nonché per gli anni 2012 e 2013, visto che la copertura è stata prevista dall’emendamento di cui sopra. La disponibilità di tali somme è prevista nella tabella 2 del disegno di legge n. 2969 al cap. 7513».
(G/2969/3/5ª)
Marco Filippi, Donaggio, Magistrelli, Morri, Papania, Ranucci, Sircana, Vimercati, Mercatali
in sede di esame dello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per l’anno finanziario 2012 e per il triennio 2012-2014 (tabella 10);
nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e trasporti, la missione “Casa e assetto urbanistico“ reca previsioni di spesa per complessivi 220,269 milioni di euro per l’anno 2012, con un decremento, rispetto alle previsioni assestate 2011 di 20,9 milioni di euro, tutti a carico del programma “Politiche abitative, urbane e territoriali“. Anche nel caso della citata missione, la serie storica evidenzia un forte calo di risorse nel periodo 2008-2012 (1,032 miliardi nelle previsioni assestate del 2008 a fronte del 220 milioni di euro del 2012);
nell’ambito della missione “Casa e assetto urbanistico“, non è previsto alcun rifinanziamento del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione di cui all’articolo 11, comma l, della legge 9 dicembre 1998, n. 43. Tale Fondo è il principale strumento previsto dalla normativa nazionale in materia di agevolazioni alle locazioni, in quanto le sue risorse sono utilizzate per la concessione di contributi integrativi a favore dei conduttori appartenenti alle fasce di reddito più basse per il pagamento del canoni di locazione, e per questo la dotazione del Fondo dovrebbe essere integrata ogni anno dalla legge finanziaria. Se si considera la serie storica degli stanziamenti disposti dalle leggi finanziarie negli anni dal 2001 al 2010, relativi al cosiddetto “Fondo affitti“ emerge che tale fondo, che aveva una “dote“ di oltre 335 milioni nel 2001, si è ridotto nel 2010, a meno della metà, con poco più di 143 milioni di euro; la legge di stabilità 2011, aveva ridotto tali stanziamenti a 33,55 milioni di euro e ora con la legge di stabilità 2012 sono stati azzerati,
ad assicurare un incremento degli stanziamenti previsti relativi alle politiche abitative, alla casa e all’assetto urbanistico al fine di poter far fronte in modo adeguato alle problematiche dell’edilizia residenziale, con particolare riguardo alle aree a più alta tensione abitativa, e facilitare l’acceso alla casa ai cittadini privi di adeguati mezzi economici;
a prevedere adeguati stanziamenti per il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione».

References: articolo 8
 articolo 4
 articolo 6
 articolo 306
 articolo 2
 articolo 12
 articolo 12
 sentenza 
 articolo 4