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Timestamp: 2020-02-25 06:02:37+00:00

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ESPOSTO ALLA PROCURA REPUBBLICA DI NAPOLI, ALLA CORTE DEI CONTI ED AL CSM IN MATERIA DI ARTICOLO 26 L.R. 11/1984 -
Scrivo, Eccellenze, per esporre in relazione ad una vicenda di rara nequizia amministrativa che va avanti in Campania, ai danni di circa 2.000 invalidi al 100% non autosufficienti e delle loro famiglie, fin dal 1984, senza che vi sia mai stata alcuna iniziativa né della Procura né della Corte dei Conti, nonostante gli esposti e le durissime interrogazioni parlamentari di numerosi parlamentari di tutti i partiti.
Nessuna iniziativa salvo ovviamente i processi, le cause da centinaia di milioni per danni di alcuni PM, e le indagini contro di me, che durano invece vaste ed ininterrotte dal 94, anche, in certi casi, con il sistema dell’iscrizione sine die nel registro dei fatti non costituenti reato e le assegnazioni delle cause in base a criterio ra risultati indecifrabili, ed altro, come sta emergendo a Salerno, nel corso di un processo per calunnia a mio carico per essermi doluto di essere oggetto da anni di attività giudiziarie della cui legalità, sicuramente per mia ignoranza, non ho ancora capito il presupposto.
Indagini, per sollecitare le quali gli invalidi, le loro famiglie, ed i loro eredi, giacché molti per l’eccesso delle patologie sono morti da tempo, hanno deciso, ove la Regione insistesse nel violare il loro diritto, di organizzare, anche qui, non sapendo più come altro fare, manifestazioni di protesta nei confronti della Procura, Corte dei Conti e CSM.
Ci si riferisce all’art. 26 della LR n. 11/84, con il quale, per gli invalidi al 100% non autosufficienti, si stabiliva, per il triennio 1984 –1987, in considerazione del grave stato di abbandono sia loro che delle loro famiglie a causa della carenza di strutture di ricovero, l’erogazione di un contributo pari al 25% del costo del mancato ricovero.
Norma già di per sé costituiva del titolo per l’azione a Strasburgo, tant’è che l’Italia è stata già oggetto di una molto esauriente condanna (n. 33804/96, del 3.10.00, Mennitto c/Italia) da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, alla quale i miei clienti tutti si rivolgeranno, se occorrerà.
Detti invalidi, infatti, in quanto purtroppo portatori di patologie di gravissimo impatto sia su loro stessi che sulle famiglie, sono di certo i primi destinatari di quell’attività di assistenza (sanitaria nella fattispecie) voluta dalla Costituzione e della normativa europea come diritto fondamentale.
E’ palese pertanto che l’avere ammesso per legge la necessità di un così inadeguato surrogato del ricovero a causa della carenza di strutture, già costituisce titolo dell’azione per danni dinanzi alla Magistratura europea.
Un’azione che si potrebbe ora iniziare, ove detto contributo, all’esito di un iter giudiziario in ogni senso da terzo mondo, dovesse, a distanza di 17 anni, essere ancoraostacolato.
Un contributo, venendo al merito, per l’erogazione del quale, fu istituita all’epoca una commissione che, fra quegli invalidi, né individuò circa 2.000 particolarmente gravi, che classificò in un apposito elenco intestato appunto: “Elenco degli aventi diritto al contributo ex art. 26 LR 11/84“.
Contributo che, per i tre anni (84/ 87) previsti, ammontava a 20 milioni, contro gli 80 del costo del ricovero.
Contributo che invece, vergognosamente, non fu erogato, anche se in varie occasioni elettorali, per manifesti fini clientelari, vennero erogati dei piccolissimi “anticipi” (variabili circa da 30.000 a 300.000 lire).
Ne derivò che, nel 1990, iniziai a proporre, seguito da altri studi, al Giudice del Lavoro, una serie di giudizi contro le USL e la Regione.
Giudizi che per l’evidenza del diritto violato furono senz’altro accolti dalla Magistratura del lavoro, in seguito alle cui sentenze circa mille invalidi, fra quelli difesi da altri studi e quelli difesi da me, ottennero il pagamento delcontributo.
Sennonché subito si configurò un sorta di “apparato del rifiuto“.
La Regione, cioè, non solo continuò a non pagare, facendosi fare delle procedure esecutive che, in seguito ad ogni genere di espedienti e giudizi di opposizione, durarono sovente anni, ma addirittura impugnò le sentenze.
Impugnative, si badi, non nel merito, ma per addurre il difetto di giurisdizione del Pretore e la giurisdizione del TAR.
Impugnative che, purtroppo (specie per la PA), ebbero buon esito, sicché, per impedire le azioni restitutorie, fu necessario ricorrere per Cassazione.
Cassazione che, pur vertendosi in materia di assistenza obbligatoria, ovvero di diritti, e giammai di interessi legittimi, smentì con una serie di indimenticate sentenze le Preture Lavoro campane.
Purtroppo per la PA perché se in quell’operato c’era un disegno, esso non poteva che essere o dissennato o scellerato.
E’ stato infatti eclatante impugnare le sentenze di condanna solo per chiedere di essere condannati dal TAR anziché dal giudice del Lavoro, ovvero il richiedere agli invalidi sprovvisti di titolo, perché la loro sentenza era stata annullata in appello e poi in Cassazione, la restituzione di somme comunque loro dovute, costringendoli così ad organizzare le opposizione ed a riproporre le cause dinanzi al TAR per far così riconoscere una seconda volta il diritto già riconosciuto dal Pretore.
Né si capisce come la Regione non si sia resa conto che questa enorme, oltre che grottesca macchina interdittiva giovava solo al suo apparato difensivo ed a chi logestiva.
In ogni caso, nel mentre, fummo costretti a portare avanti anche le cause nelle quali, in seguito al cambio di orientamenti che ad un certo punto vi fu, anche le Preture iniziarono, seguendo la Cassazione, a dichiarare il difetto di giurisdizione.
Cause portate avanti per tre gradi dinanzi all’AGO e, solo alla fine, dinanzi al TAR, perché le disfunzioni del TAR non inducevano nessuno che potesse evitarlo a rivolgervisi.
Fermo restando – mi si perdoni l’inciso – che l’anomala attribuzione della giurisdizione in questa materia al TAR è stata una cosa grave da parte delle Sezioni Unite (vedi in “La Storia di Aids“, in Internet), e comunque, a modestissimo avviso di questo difensore, la giustizia amministrativa è un’altra delle nostre piaghe nazionali da eliminare al più presto.
Dissennato o scellerato questo “apparato del rifiuto” perché ha trasformatolecircaduemilaquestioni pendenti, in circa diecimila gradi di giudizio.
10.000 gradi di giudizio per i quali la Regione ha pagato le spese ai difensori degli invalidi solo per circa 1.000 gradi (quelli vittoriosi), pagando però le spese ai suoi difensori per tutti e 10.000, rendendoli così unici veri vincitori di queste cause. Senza contare le procedure esecutive.
10.000 gradi di giudizio che, in base ad una forse troppo prudente stima, sono costati alla Regione ed alle Usl non meno di 20 miliardi per i loro difensori (non scherzo se dico che un anziano collega, di cui non ricordo il nome, ogni volta che mi incontrava mi copriva, con mio grande imbarazzo, di sincere benedizioni per i circa 600 milioni che aveva potuto incassare quale difensore di una ex USL nelle cause da me proposte in vari gradi, con le quali – così diceva – gli avevo consentito di sistemarsi per la vecchiaia).
Senza contare il lavoro interno della Regione, i cui altissimi costi sarebbe molto utile quantificare mediante qualche istituto specializzato, perché, in considerazione del tempo in cui è durata questa vicenda, emergerebbero cifre ancora maggiori di quelle erogate ai difensori.
Un modo dissennato o scellerato di amministrare il denaro dei contribuenti, poiché nessuno che dovesse pagare con denaro proprio potrebbe mai organizzare un “apparato del rifiuto” così iniquo e per di più di gran lunga più costoso di ciò che si intende rifiutare.
Ciò premesso, comunque, il 24.2.2000, in udienza, al Consiglio di Stato, questo difensore, nel bel mezzo di questa terribile, ultradecennale lotta, si trovò ad assistere – esterrefatto – allo spettacolo di un collega che chiedeva la cancellazione di 60 cause ex art. 26 esibendo un verbale di conciliazione per 20 milioni ad ogni invalido più 20 milioni a causa per spese, pagati quella volta dalla Regione senza batter ciglio.
Transazioni che, approfondendo, si seppe poi che la più parte delle ex USL, in base criteri di cui però ora si vorrebbe sapere, stavano facendo, già all’epoca, da diverso tempo, nel mentre si continuava a contrastare mecon una veemenza che andrebbe forse spiegata.
Spiegata, si badi, anche a fronte di una sola transazione, perché le USL le cause o le conciliano o non le conciliano, e – nello Stato di diritto – quando se ne concilia una, dieci, cento o duecento senza poi conciliare le altre, bi sogna spiegare cosa hanno fatto quei singoli per meritarlo.
In ogni modo, dopo oltre un anno e mezzo di trattative con l’Ufficio legale della ASL 1 e delle relative 10 ex Usl, anch’io addivenni alla transazione delle liti in base al pagamento del contributo con rinuncia agli accessori, ammontanti da ultimo a circa 47 milioni, più le spese.
Spese ben inferiori a quelle pagate dalla Regione a quel collega, che tuttavia, poiché pare che anch’egli avesse fatto 4, 5 gradi di giudizio in media per ogni causa,sarebberoquindiesatte,adifferenza di quelle, di gran lunga minori, che, dopo una defatigante trattativa con la ASL, ho accettato pur di definire. (Il comunque gentilissimo nonché valoroso avv. Rotoli, per conto del competente ufficio, mi ha fatto due riduzioni sulle mie specifiche medie fra i minimi ed i massimi: la prima, concordata nella trattativa, di circa il 50%, e la seconda, autonomamente, in sede di trasmissione delle specifiche alle USL, di un altro 40% circa su quanto già concordato.
Successivamente mi ha chiesto di rinunziare anche al rimborso del 10% per le spese forfettizzate.
Ne deriva che se gli onorari corrispondono ad una cifra elevata, dipende solo dalle migliaia di gradi di giudizio che in dodici anni mi si è costretto a sostenere, come tutti sanno in seguito alla mia abitudine di rendere pubbliche le cose del mio studio.
Peraltro, sono state conteggiate nelle specifiche solo le voci essenziali, ovvero una parte simbolica dell’attività realmente svolta, perché se solo, in ipotesi, si fossero conteggiate realmente le “consultazioni clienti” o la “corrispondenza informativa”, non credo sarebbe bastato il doppio di quanto dato al mio collega, ed in effetti la verità è che queste cause, in dodici anni, sono costate al mio studio, che ha dei costi ed una organizzazione di tipo aziendale, senza la quale non avrei mai potuto seguirle, più di quanto dovrei ora incassare).
Una lunga trattativa svoltasi con chi aveva, per farla, sia la veste istituzionale e l’indubbio livello di consapevolezza giuridica, che la formale competenza, che non è della Regione.
Una trattativa nel corso della quale tutti i liquidatori delle ex Usl hanno avuto modo di sollevare qualunque eccezione desiderassero, così come molti hanno fatto, proprio allo scopo di evitare che rimasse un qualunque livello di dubbio rispetto ad un qualsivoglia aspetto.
Una trattativa sfociata nella sottoscrizione di ormai pressoché tutti i verbali di conciliazione (circa 500) da parte degli aventi diritto presso le sedi delle varie Usl di riferimento.
Verbali di conciliazione 86 dei quali già pagati in seguito a deliberazione del 30.7.01.
Verbali, quelli invece non ancora pagati, di cui gli aventi diritto non sono in possesso, e che recano l’impegno a pagare entro 4 mesi, ma di cui, ove il pagamento non avvenisse, ci si riserva di chiedere il sequestro ad ogni fine di legge.
Ciò perché – udite udite – sarebbe ora emerso un peraltro non chiaro veto della Regione, che, si ripete, non ha alcuna competenza in materia, salvo quella sgraditissima di dover pagare rispetto a cose che non ha il potere di gestire.
Regione che ora, a quanto pare, d’un subito, benché solo dopo 17 anni, avrebbe incredibilmente deciso di “rifare le graduatorie” degli aventi diritto.
Un “rifare le graduatorie” che è difficile dire a quale tipo di ordine mentale sia ascrivibile, poiché non c’è proprio nessuna graduatoria da fare, tanto meno dopo tanti anni, salvo che alla Regione Campania non abbiano inventato, per l’occasione, anche la tanto attesa macchina del tempo.
Singolari quanto improbabili “graduatorie” che tutti denunzierebbero ed impugnerebbero, dando la stura a nuove cause collettive all’infinito, perché l’assurdità dell’inventarsi una “graduatoria” a distanza di così tanti anni configurerebbe una così anomala e manifesta invenzione prevaricatoria da ingenerare, qualeche fossero i criteri di “selezione” escogitati, chissà quali sospetti.
Anche perché il tema delle”scelte” riapre interrogativi dalla risposta non sempre agevole in relazione alle transazioni che, qui e là, le USL continuano in realtà a fare da anni.
A parte poi che queste”graduatorie“, intorno alle quali alcuni uffici regionali almanaccano già da alcuni anni producendone in continuazionedidiverse,dovrebbero poi comportare, per gli invalidi “migliori” (mi si scusi l’amara ironia) l’erogazione, non dei 20 milioni concordati in transazione,madelcontributoperintero, ovvero di 67.000.000, perché chi si vedesse pagata la sola sorta, agirebbe poi naturalmente per gli accessori.
Cosa che risulterebbe gradita ai “migliori“, e magari a chi dovesse fare le graduatorie, ma non ai “meno buoni”, essendo qui tutti ugualmente invalidi al 100%, non autosufficienti ed iscritti al già detto “Elenco degli aventi diritto al contributo ex art. 26 LR n. 11 del 15.3.84″ dell’84 – 87.
Elenchi già a suo tempo redatti tenendo conto, come recita l’art. 26: “dei soggetti non autosufficienti portatori di handicap psicofisici,incapacidiprovvedereai propri bisogni primari e che rendono necessaria un’assistenza intensa e continuativa.“, ovvero dei più gravi.
Un’agghiacciante descrizione del concetto di gravità alla quale non si sa davvero cosa si voglia aggiungere, posto che non è possibile, ci si augura, andare oltre il 100% di invalidità e la non autosufficienza, né tanto meno, dal punto di vista dell’assistenza della famiglia, trovarsi in una condizione peggiore del dover fornire, in casa, un’assistenza “intensa e continuativa” ad un congiunto che soffre.
Al punto che non sembra più essere nemmeno cinismo, masemplice cretinaggine burocratica, il voler approfondire oltre i criteri digravità.
Né l’articolo 26 fu concepito come un premio agli invalidi che avessero all’epoca brillato nel raggiungere gli acuti più elevati della sofferenza, ma come un sostegno a quelle famiglie per consentir loro, data l’impossibilità del ricovero per mancanza di strutture, di fronteggiare le tragiche evenienze legate, come ciascuno che non sia un folle può intendere, alle gravi difficoltà di fornire, giorno e notte, a quegli sfortunati un’assistenza “intensa e continuativa“.
Nè basta. Gli invalidi per i quali sono state sottoscritte le transazioni sono solo quelli”in elenco”, per i quali a suo tempo, con le cause, si interruppero i termini di prescrizione.
Si chiede pertanto alla Regione: giacché l’esilarante “graduatoria” dovrebbe inevitabilmente prescindere dall’elenco degli aventi diritto dell’84/87 (di cui invece, credo molto giustamente, si è tenuto conto nelle transazioni), si intenderebbe forse ora riaprire la graduatoria per tutti, ovvero anche per coloro (credo non meno di 2.000) che nell’84/87 la Commissione preposta giudicò “non aventi diritto”, ed ora invece – non si sa mai – potrebbero risultare “buoni“?
E visto che la “graduatoria” dovrebbe eventualmente essere rifatta ex novo, superata la difficoltà del ritorno all’84 e di stabilire, per i molti morti, il grado di patologia con le autopsie dopo la riesumazione, v isarebbero allora o non vi sarebbero ammessi coloro i cui diritti – siano o non siano negli elenchi 84/87 – in sede transattiva abbiamo dovuto considerare prescritti per inattività ultra-decennale?
Cose insomma veramente cervellotiche con le quali si è speso un numero di miliardi ben maggiore di quelli dovuti agli invalidi per finanziare un ingente quanto “inspiegabile” apparato contestatorio sia burocratico che pluriprofessionale.
Funzionari ai quali sarebbe giusto che Corte dei Conti desse modo di rendersi conto del denaro che richiede e che implica il consentire a delle commissioni di stilare e ristilare “graduatorie” per anni ed anni non si sa a beneficio di chi né perché, giacché nessuno ha mai impugnato né per falsità né per nessun altro motivo le liste degli aventi diritto compilate fra l’84 e l’87, che anch’esse devono essere costate chissà quanti miliardi fra consulenze esterne e lavoro interno, e che inoltre i Pretori del lavoro hanno ritenuto sufficienti, in circa mille cause, per condannare le USL, facendo sì che la prima metà degli invalidi abbia già riscosso circa 45 miliardi, ovvero 5 miliardi più del doppio di quanto è previsto per le transazioni di tutta la regione per l’altra metà, fra i clienti degli altri avvocati e quelli del mio studio.
Questo perché le somme che circa metà degli invalidi hanno già riscosso in virtù di sentenze di condanna dell’AGO, variano, con gli interessi e la rivalutazione, dai circa 30 milioni del 1990, ai circa 67 milioni di oggi, per una media di almeno, appunto, 45 milioni a causa.
Cose, in conclusione, che queste sì – e da qualche parte dovranno pur esserci delle più precise responsabilità – hanno finito per concretarsi in una subdola, molto notevole, strisciante e perpetua distrazione di fondi e risorse dalla loro legittima destinazione, l’attuazione della quale si sarebbe da tempo potuta realizzare con molto meno denaro di quanto se ne è già dissipato, mediantelatransazione,rivoltaanchead evitare l’alea dei giudizi, oltre che innanzitutto ad attuare il buon diritto degli invalidi, e correttamente basata sul criterio del “questo va per quello” e la ricerca di una via che, peraltro, nella fattispecie, è di molto inferiore a quella di mezzo.
Cose che rendono risibile il continuare ad affannarsi nella ricerca dei motivi per i quali le cose, specie in certe luoghi d’Italia, vadano così male, giacché se cose così assurde, non solo sono potute accadere, ma si ha la pervicacia di voler continuare a fare accadere è perché ciò è l’espressione di un metodo a tutt’oggi vigente.
Un metodo fin quando durerà il quale non potrà sopravvenire nessun livello di evoluzione reale.
Se vuoi approfondire questo argomento segui il link: ESPOSTO ALLA PROCURA REPUBBLICA DI NAPOLI, ALLA CORTE DEI CONTI ED AL CSM IN MATERIA DI ARTICOLO 26 L.R. 11/1984
Altre informazioni inerenti ESPOSTO ALLA PROCURA REPUBBLICA DI NAPOLI, ALLA CORTE DEI CONTI ED AL CSM IN MATERIA DI ARTICOLO 26 L.R. 11/1984:
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