Source: http://www.ratiolegisweb.it/2017/07/27/divieto-di-reformatio-in-peius-e-riqualificazione-del-fatto-contestato/
Timestamp: 2020-05-30 03:09:14+00:00

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Divieto di “reformatio in peius” e riqualificazione del fatto contestato – Ratio Legis
HomeGiurisprudenzaDivieto di “reformatio in peius” e riqualificazione del fatto contestato
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Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione, sulla scia di un consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità, ha rilevato come la riforma di una sentenza di primo grado, operata attraverso la riqualificazione giuridica del fatto ascritto all’imputato, debba ritenersi pienamente compatibile con il divieto della reformatio in peius sancito dall’art. 597, comma 3°, cod. proc. pen., quand’anche la rideterminazione della pena, pur complessivamente inferiore rispetto a quella irrogata dal primo giudice, risenta della minore incidenza di una circostanza attenuante già riconosciuta in primo grado in misura maggiormente significativa.
L’iter logico – giuridico posto a fondamento della decisione in parola si sviluppa a partire dalla considerazione che la diversità del fatto, al quale in sede di appello il giudice sia chiamato ad adeguare la risposta sanzionatoria (entro il limite edittale previsto dalla diversa norma incriminatrice), potrebbe comportare una diversa valutazione delle circostanze attenuanti già riconosciute, al punto da legittimare una loro minore incidenza nella complessiva quantificazione della pena. Tale ragionamento, tuttavia, non può non destare qualche perplessità quando si consideri che la pretesa diversità del fatto non va certo intesa in termini di una sua diversa qualificazione giuridica, che è tale solo se il fatto resti sostanzialmente invariato nei suoi aspetti storico – ontologici; se così non fosse, del resto, si tratterebbe di affermazione di penale responsabilità per fatto “diverso” da quello contestato, con conseguente violazione del principio di correlazione fra imputazione e sentenza sancito dall’art. 521 cod. proc. pen. Tali perplessità sono destinate a ricevere un non trascurabile incremento dall’indirizzo della giurisprudenza di legittimità, secondo cui, all’esito del giudizio di appello, l’attribuzione al fatto contestato di una qualificazione giuridica diversa da quella indicata nell’imputazione non si risolverebbe nella violazione dell’art. 521 cod. proc. pen. allorché l’imputato potesse prevedere tale nuova qualificazione dell’illecito penale, in maniera che non possano dirsi in concreto lesi i diritti della difesa, in conseguenza dei profili di novità derivanti da quel mutamento (1). Per quanto riguarda, in particolare, la fattispecie sulla quale si è pronunciata la Corte di Cassazione con la sentenza in commento, non può sfuggire come il Supremo Collegio abbia avuto modo di precisare che “non viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza la condanna, in grado di appello, per il tentativo di un delitto inizialmente contestato in forma consumata all’imputato, in parziale riforma della sentenza di primo grado che aveva attribuito al fatto una diversa qualificazione giuridica” (2). Alla luce di tale indirizzo interpretativo, pertanto, non sembra che il fatto storico in relazione al quale la Corte di Cassazione si è pronunciata con la decisione in commento possa ritenersi sostanzialmente diverso da quello contestato ab origine all’imputato, trattandosi del medesimo fatto di rapina, in cui era stata ravvisata, in primo grado, la consumazione e, in sede di appello, la minore ipotesi del tentativo. Tutto ciò a voler prescindere dal considerare che, pur volendo aderire all’orientamento espresso dalla Suprema Corte con la sentenza in esame, la segnalata esigenza di adeguare la pena al fatto (visto nel suo disvalore e in rapporto alla personalità dell’imputato) attraverso una diversa calibratura delle circostanze attenuanti appare, ad attenta analisi, già assicurata dalla proporzionalità con cui, per effetto del riconoscimento di una determinata circostanza attenuante comune, l’art. 65 cod. pen. prevede che la pena edittale irrogata in concreto sia ridotta a seconda della gravità del reato. A ciò aggiungasi che l’attenuante presa in considerazione dalla sentenza in esame è quella prevista dall’art. 62, n. 4), cod. pen., tenuto conto del danno patrimoniale di speciale tenuità dall’imputato cagionato alla persona offesa: ci si chiede, in altri termini, come possa un tentativo di rapina comportare un nocumento patrimoniale più consistente di quello derivante alla parte lesa da una rapina consumata, al punto da giustificare la concessione della suindicata circostanza attenuante in misura inferiore rispetto alla riduzione di pena di cui il prevenuto potrebbe beneficiare in ragione dell’effettiva asportazione della res. Anche sotto questo profilo, quindi, non sembra che la rilevata necessità di adeguamento della pena al fatto possa supportare, nel caso di specie, il discorso giustificativo della decisione con la quale il Giudice d’appello ha evidentemente ritenuto che la minore incidenza dell’attenuante in parola nel computo della pena fosse compatibile col divieto della “refomatio in peius”. In tal modo, del resto, si finirebbe col limitare l’operatività di tale divieto alla pena complessivamente irrogata, in contrasto con l’indirizzo espresso, sul punto, dalle Sezioni Unite, secondo cui, invece, deve essere rivisitato in senso non peggiorativo ciascuno dei singoli elementi da cui la pena è composta (3). È appena il caso di rilevare come le Sezioni Unite abbiano avuto modo di rivisitare la disposizione del quarto comma dell’art. 597 cod. proc. pen., che impone alla Corte d’appello di diminuire la pena irrogata dal Giudice di primo grado allorché sia accolta l’impugnazione dell’imputato relativa a circostanze o a reati concorrenti, anche se unificati per la continuazione. Si tratta, invero, di una disposizione chiaramente volta a contrastare il precedente indirizzo interpretativo che vedeva il giudice, quando l’appello era stato proposto dal solo imputato, confermare la pena complessivamente irrogata in primo grado, pur applicando circostanze attenuanti o espungendo circostanze aggravanti o reati concorrenti. È importante puntualizzare che l’obbligo di diminuzione “corrispondente” della pena, previsto dal quarto comma dell’art. 597 cod. proc. pen., riguarda anche il caso in cui l’appello sia proposto, oltre che dall’imputato, dal pubblico ministero, regolando la citata disposizione un aspetto diverso rispetto a quello cui fa riferimento il divieto della reformatio in peius. Come rilevato dalle Sezioni Unite (4), infatti, diversamente da tale divieto, che ha una portata di carattere generale, l’art. 597, comma 4°, cod. proc. pen. impone al giudice anche di procedere alla riduzione della pena complessiva irrogata in misura corrispondente all’accoglimento dell’appello. Le Sezioni Unite, in particolare, hanno sottolineato che, mentre il divieto della reformatio in peius riguarda il caso in cui l’appellante sia solo l’imputato (art. 597, comma 3°, cod. proc. pen.), il dovere di riduzione della pena previsto dal quarto comma dell’art. 597 cod. proc. pen. esiste “in ogni caso”, vale a dire anche quando l’appello sia proposto, oltre che dal prevenuto, dal pubblico ministero, con conseguente possibilità di incremento di pena sugli elementi cui si riferisca l’impugnazione della pubblica accusa, senza che ciò impedisca le riduzioni di pena conseguenti all’accoglimento dei motivi di gravame dell’imputato relativi a reati concorrenti o a circostanze. L’appello del pubblico ministero, in altri termini, pur potendosi risolvere in aumenti di pena con riferimento agli elementi interessati dalla sua impugnazione, non può impedire le riduzioni derivanti dall’accoglimento dei motivi di gravame posti a fondamento dell’appello dell’imputato (5). Tutto ciò si è evidentemente sostanziato in un ulteriore ampliamento della portata del divieto della reformatio in peius, mediante il divieto di una sorta di reformatio in peius “indiretta” (6). Eppure, la giurisprudenza di legittimità (7) ha affermato che il divieto della reformatio in peius non risulterebbe violato se il giudice, esclusa l’esistenza di una circostanza aggravante in accoglimento dell’appello del solo imputato, lasci inalterata la misura della pena irrogata in primo grado, rinnovando il giudizio di comparazione fra le residue circostanze aggravanti e quelle attenuanti, sul presupposto che il giudice di appello conserva piena facoltà di conferma del precedente giudizio operato ai sensi dell’art. 69 cod. pen. Così come, secondo la Corte di Cassazione (8), non può dirsi violato il divieto della reformatio in peius nel caso in cui, più volte condannato a pena sospesa ex art. 163 cod. pen., l’imputato chieda l’applicazione della disciplina del reato continuato al giudice di secondo grado, il quale, rivalutando la personalità del prevenuto in base a un esame complessivo dei vari reati, finisca col revocare, nonostante il riconoscimento della continuazione, il beneficio della sospensione condizionale della pena già concesso. Sempre in tema di reato continuato, inoltre, la giurisprudenza di legittimità (9) ha ritenuto che la maggiorazione, da parte del giudice di appello, della percentuale di aumento ex art. 81, cpv., cod. pen., in riforma di quanto sul punto disposto dal primo giudice, non costituisca violazione del divieto della reformatio in peius, qualora tale maggiorazione non si risolva nel superamento della pena complessiva inflitta in primo grado, a condizione che sia mutata l’unità ontologica del reato continuato, dovendo, in caso contrario, trovare applicazione il quarto comma dell’art. 597 cod. proc. pen., la cui finalità è quella di rendere generale ed effettivo il divieto in parola. Neppure si configurerebbe, secondo la Suprema Corte, una violazione di tale divieto se il giudice di appello, in presenza di un’impugnazione proposta dal solo imputato, irrogasse d’ufficio pene accessorie non inflitte dal primo giudice, quand’anche la relativa questione non avesse formato oggetto di gravame da parte del rappresentante della pubblica accusa (10). Non va tralasciato di considerare, invero, come il divieto della reformatio in peius abbia conosciuto, in dottrina, orientamenti piuttosto eterogenei; mentre, infatti, una parte della dottrina lo ha considerato quale espressione del canone tantum devolutum quantum appellatum (11), altri orientamenti ne hanno individuato la ratio ora nel favor rei, in deroga alla fondamentale regola dell’indipendenza e dell’autonomia della valutazione dei fatti sottoposti all’esame del giudice (12), ora nell’interesse a impugnare, in considerazione dell’impossibilità di concepire il gravame proposto dall’imputato come potenzialmente produttivo di effetti in contrasto con tale interesse (13), ora nell’acquiescenza del pubblico ministero, la cui mancata impugnazione non permetterebbe al giudice di sostituirsi al rappresentante della pubblica accusa (14), ora nell’esigenza di “garantire un effettivo diritto al doppio grado di giurisdizione, altrimenti pregiudicato dal timore di incorrere, all’esito del giudizio d’impugnazione, in una modifica peggiorativa della decisione su cui si è attivato il controllo” (15). Comunque sia, evidentemente ispirato da ragioni di politica processuale, l’istituto in parola è considerato “una conquista di libertà nel duro cammino verso un diritto processuale umano” (16). Il terzo comma dell’art. 597 cod. proc. pen., invero, impone al giudice d’appello di irrogare una pena che, “per specie e qualità”, non risulti più grave di quella inflitta dal primo giudice. È appena il caso di rilevare che, al fine di stabilire la gravità di una determinata pena in base alla sua “specie”, occorre innanzitutto far riferimento all’art. 17 cod. pen., secondo cui le pene detentive sono più gravi di quelle pecuniarie e le sanzioni penali, detentive e pecuniarie, previste in tema di delitti devono ritenersi più gravi delle corrispondenti pene previste per le contravvenzioni. Altro parametro diretto a stabilire la gravità della pena in considerazione della sua “specie” può individuarsi nell’art. 135 cod. pen., secondo cui, allorché si deve eseguire, per un qualsiasi effetto giuridico, un ragguaglio fra pene pecuniarie e pene detentive, il computo ha luogo calcolando euro duecentocinquanta (o frazione di tale importo) di pena pecuniaria a fronte di un giorno di pena detentiva. Molto più semplice è, invece, stabilire la gravità di una determinata sanzione penale in base alla sua “quantità”, dovendosi in tal caso far riferimento alla durata della pena detentiva e all’ammontare di quella pecuniaria. Diversamente dal terzo comma dell’art. 597 cod. proc. pen., il quarto comma del medesimo articolo contiene una disposizione che non era stata prevista dal legislatore del 1930 e che risponde all’intento di potenziare il divieto della reformatio in peius sovente eluso dalla giurisprudenza che, sotto il vigore del codice abrogato, era solita riferire tale divieto alla sola sanzione complessivamente irrogata (piuttosto che ai singoli elementi che la compongono e al computo da effettuare per la sua determinazione), finendo col neutralizzare la potenziale incidenza di circostanze attenuanti pur concesse. Rebus sic stantibus, deve ritenersi che il divieto della reformatio in peius non possa non essere interpretato come riferito sia alla sanzione complessiva finale, sia a tutti gli elementi utilizzati per il computo della stessa, fra i quali vanno senz’altro annoverate le riduzioni apportate alla pena base per effetto di circostanze attenuanti. Alla luce dei rilievi fin qui svolti, invero, dovrebbe escludersi che il Giudice di appello, nel ridurre la complessiva pena irrogata in primo grado (o, comunque sia, nell’astenersi dall’elevarla), possa valutare circostanze attenuanti già riconociute all’imputato dal primo Giudice in misura allo stesso meno favorevole rispetto a quella prescelta, al punto che la pena finale, benché non superiore a quella complessivamente irrogata in primo grado, dipenda dalla sola incidenza di ogni altro elemento. Ad attenta analisi, il divieto della reformatio in peius ha conosciuto, nel corso degli anni, un’evoluzione destinata ad ampliarne notevolmente la portata: basti considerare come, a differenza dell’art. 515, comma 3°, del codice del 1930, che riconosceva all’imputato quale unico appellante il diritto di non subire un nocumento in conseguenza del proposto appello prevedendo il divieto di revoca, da parte del giudice ad quem, di eventuali benefici ottenuti in primo grado, il codice del 1988, nell’eventualità che ad impugnare la sentenza sia solo l’imputato, prevede ulteriori estensioni del divieto della reformatio in peius: in particolare, il giudice d’appello non può (oltre che irrogare una pena più grave, per specie o quantità, e revocare benefici già concessi) applicare una misura di sicurezza nuova o più grave, né prosciogliere l’imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella sentenza appellata. Per quanto riguarda, inoltre, l’impossibilità di applicare una misura di sicurezza nuova o più grave, si rileva che il codice del 1988 ha esteso tale inapplicabilità a tutte le misure di sicurezza, senza operare alcuna distinzione né fra quelle detentive e quelle non detentive, né fra le misure patrimoniali e quelle personali. Tale estensione, tuttavia, può dar luogo a situazioni di dubbia interpretazione: basti considerare, a titolo esemplificativo, il caso giudiziario che ha visto un giudice di appello applicare all’imputato, in riforma della sentenza di condanna da quest’ultimo impugnata, la misura di sicurezza prevista quale conseguenza del proscioglimento, richiesto dall’appellante, per vizio totale di mente ai sendi dell’art. 88 cod. pen. Al riguardo, invero, la Corte di Cassazione ha chiarito che il giudice di appello non aveva violato il divieto della reformatio in peius, pur dovendo tale divieto ritenersi esteso, a norma dell’art. 597, comma 3°, cod. proc. pen., all’applicazione di una misura di sicurezza nuova (17). Eppure, si tratta di un divieto la cui portata è tale da renderlo operante anche al di là della previsione del terzo comma dell’art. 597 cod. proc. pen., trovando lo stesso applicazione perfino nel giudizio di rinvio a seguito di annullamento di una sentenza di appello, disposto dalla Corte di Cassazione (su ricorso del solo imputato) per vizio di motivazione, dovendo il giudice di secondo grado utilizzare in tal caso, quale oggetto di comparazione, la decisione annullata che abbia irrogato una pena inferiore a quella inflitta con la sentenza di primo grado. Diverso, invece, è il caso in cui l’annullamento con rinvio sia stato disposto, su ricorso del solo imputato, per motivi di carattere meramente processuale, trattandosi, in tal caso, di sentenza che, emessa all’esito di una sequenza procedimentale viziata sin dall’inizio in maniera da rendere impossibile il consolidamento di situazioni di vantaggio per l’imputato sul piano del trattamento sanzionatorio, impone il necessario riferimento, ai fini del divieto della reformatio in peius, alla pena irrogata con la decisione di primo grado (18). Val la pena di soggiungere che parte della dottrina (19) ritiene che sia improbabile un’imminente sostanziale modifica dell’attuale situazione normativa rispetto al divieto della reformatio in peius e che, a fronte delle numerose e considerevoli distorsioni che esso comporta, non sia difficile immaginare il tentativo di continuare ad ancorarlo, sul piano concettuale e sistematico, al suggestivo brocardo “tantum devolutum quantum appellatum”, oppure al principio del “favor rei” e, più precisamente, al principio di un “favor appellationis ex parte rei”, secondo un determinato criterio di politica processuale.
Pen., Sez. VI, Sent., (ud. 06-04-2017) 19-05-2017, n. 25268;
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pen. Sez. Unite, [ud. 27-09-2005] 10-11-2005, n. 40910;
pen. Sez. Unite, (ud. 12-05-1995) 23-05-1995, n. 5978;
pen. Sez. Unite, (ud. 12-05-1995) 23-05-1995, n. 5978 – CED, 201034;
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Pen., 28 gennaio 2003, Di Giulio, Arch. n. proc. Pen., 2003, 359;
Pen., 20 gennaio 2004, n. 227793 – Tavella – Fonti: C.E.D. Cass.;
Pen., 17 febbraio 1998, n. 210527 – Bambolino – Fonti: C.E.D. Cass.;
Sezioni Unite, 27 maggio 1998, Ishaka, in pen., 1999, II, 129;
Riccio, La volontà delle parti nel processo penale, Jovene, 1969, 203 e ss.;
Lozzi, Favor rei e processo penale, 1968, 111;
Vannini, Cocciardi, Manuale di diritto processuale italianon, 1979, 376;
Manzini, Trattato di diritto processuale penale italiano, IV, 1972, 744;
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Giuseppe Bettiol, Istituzioni di diritto e procedura penale, 2ª ed., 1973, 142 e 224;
Pen., Sez. I, 19/02/1992 – Guastasi – Fonti: Mass. Cass. Pen., 1992, fasc.6, 3;
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Mario Pisani, Divieto della reformatio in peius: appunti penalistici retrospettivi e considerazioni impolitiche, in Dir. Proc., 2013, 2, 279;
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 art. 163
 art. 81
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 Cass. 
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