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Timestamp: 2019-05-21 23:07:20+00:00

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INFEZIONE OSPEDALIERA DANNO BOLOGNA PRATO VENEZIA PADOVA MILANO BRESCIA Rapporto di causalità - Concorso di cause - Avvocato a Bologna INFEZIONE OSPEDALIERA DANNO BOLOGNA PRATO VENEZIA PADOVA MILANO BRESCIA Rapporto di causalità - Concorso di cause
INFEZIONE OSPEDALIERA DANNO BOLOGNA PRATO VENEZIA PADOVA MILANO BRESCIA Rapporto di causalità – Concorso di cause
INFEZIONE OSPEDALIERA DANNO BOLOGNA PRATO VENEZIA PADOVA MELANO BRESCIA Rapporto di causalità – Concorso di cause – Interruzione del nesso di causalità – Causa sopravvenuta sufficiente a determinare l’evento – Infezione nosocomiale. (Cp, articoli 40, 41 e 589) Corte di Cassazione|Sezione 4|Penale|Sentenza|11 luglio 2017| n. 33770
Le infezioni nosocomiali sono delle infezioni contratte durante un soggiorno in uno stabile ospedaliero (ospedale, clinica, ecc.). Più precisamente si parta di un’infezione nosocomiale quando tale infezione si presenta nel paziente nel momento dell’ingresso in ospedale, quando prima non sussisteva.
Le cause delle infezioni nosocomiali sono la presenza di germi o batteri nello stabile ospedaliero e possono essere trasmesse in diverse maniere: difese immunitarie fragili, per contatto cutaneo, trasmissione incrociata tra malati, il personale, contaminazione dell’ambiente ospedaliero (acqua, aria, materiale, alimenti ecc.).
In tema di responsabilità professionale del medico, in relazione al nesso causale tra la condotta colposa del medico e l’evento lesivo è da escludere che possano avere una efficacia interruttiva le infezioni sopraggiunte durante il ricovero ospedaliero. Non è infatti configurabile il sopravvenire di un rischio nuovo e incommensurabile, del tutto incongruo rispetto alla condotta originaria, cui possa annettersi valore interruttivo del rapporto di causalità: ciò perché l’”infezione nosocomiale” è uno dei rischi tipici e prevedibili da tener in conto nei casi di non breve permanenza nei raparti di terapia intensiva, ove lo sviluppo dei processi infettivi è tutt’altro che infrequente in ragione delle condizioni di grave defedazione fisica dei pazienti.
RICORDO DI DECESSI PER INFEZIONI NOSOCOMIALI
In seguito al ricovero, la (OMISSIS), il (OMISSIS), veniva sottoposta presso il Policlinico ad un intervento chirurgico di riduzione chiusa di una frattura nasale non a cielo aperto; dopo l’operazione, la donna veniva trasferita nel reparto di rianimazione, dove pero’ decedeva il (OMISSIS) per insufficienza cardiorespiratoria. Secondo la ricostruzione operata dai consulenti del Pubblico ministero e accolta dai giudici di merito, al termine dell’intervento chirurgico si era manifestata nella (OMISSIS) un’encefalopatia ischemica, dalla quale era derivato lo stato comatoso, con progressivo peggioramento delle condizioni generali e conseguente decesso; l’ischemia cerebrale veniva collegato a una carenza d’ossigeno generalizzata a livello cerebrale, indotta dalla condotta della d.ssa (OMISSIS), che aveva determinato un’insufficienza respiratoria a causa della mala gestio delle vie aeree (ed in specie dell’apparato oro tracheale).
Piu’ precisamente la (OMISSIS), secondo le linee guida, avrebbe dovuto assicurare alla paziente una corretta ventilazione polmonare durante l’intervento, pur con il presidio della cannula di Guedel (in concreto utilizzata al posto della piu’ prudente intubazione oro tracheale), per evitare il pericolo, purtroppo verificatosi, di ostruzione delle alte vie respiratorie. La cattiva gestione delle vie aeree da parte della (OMISSIS) – proseguita pur a fronte di segni clinici strumentali della carenza di ossigeno nel sangue durante l’intervento determinava pero’, come detto, una condizione di prolungata ipossia, con conseguente danno cerebrale, in paziente che oltretutto era sottoposta ad operazione chirurgica in sede nasale.
La Corte di merito ha disatteso le doglianze dell’imputata appellante, rivolte contro le valutazioni dei consulenti e alcune dichiarazioni testimoniali delle infermiere (OMISSIS) e (OMISSIS).
Piu’ in particolare, veniva rigettata la richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante confronto tra il consulente della difesa e quello del P.M., atteso che la ricostruzione operata da quest’ultimo risultava condivisibile, in quanto argomentata sulla base di dati certi, e che non si ravvisavano contraddizioni fra l’elaborato scritto del consulente prof. (OMISSIS) e le sue dichiarazioni in aula. La Corte d’appello ha poi effettuato una sintetica ricostruzione dei passaggi della vicenda, condividendo le valutazioni del consulente del P.M. a proposito delle manchevolezze della d.ssa (OMISSIS) e della loro rilevanza nel prodursi del corna cerebrale a carico della (OMISSIS). Infine, i giudici del collegio hanno escluso la rilevanza dei segnalati elementi di contraddizione fra le dichiarazioni rese dalle infermiere, ed hanno altresi’ escluso la decisivita’ della rilevanza causale (e la portata interruttiva del nesso di causalita’) delle infezioni contratte dalla vittima all’interno del reparto di rianimazione dopo l’intervento.
Cassazione – Motivi di ricorso – Mancata assunzione di prova decisiva – Nozione di decisività – Fattispecie relativa a responsabilità medica per omicidio colposo
avverso la sentenza del 14/10/2016 della CORTE APPELLO di ROMA;
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dr. Romano Giulio, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso.
Udito il difensore di Parte Civile avvocato (OMISSIS) del foro di Firenze conclude per l’inammissibilita’ del ricorso; deposita conclusioni scritte e nota spese.
L’avvocato (OMISSIS) del foro di SALERNO in difesa di (OMISSIS) si riporta ai motivi e ne chiede l’accoglimento.
La Corte d’appello di Roma, in data 14 ottobre 2016, ha confermato la sentenza di condanna alla pena di giustizia e alle statuizioni civili emessa dal Tribunale di Roma il 15 aprile 2015 nei confronti di (OMISSIS), imputata del delitto di omicidio colposo a lei contestato in rubrica.
1.1. L’addebito mosso alla (OMISSIS), medico anestesista presso il Policlinico (OMISSIS), riguarda le condotte dalla stessa poste in essere nei riguardi della paziente (OMISSIS), che era stata ricoverata presso il nosocomio in relazione agli esiti traumatici di un incidente stradale.
1.2. La Corte di merito ha disatteso le doglianze dell’imputata appellante, rivolte contro le valutazioni dei consulenti e alcune dichiarazioni testimoniali delle infermiere (OMISSIS) e (OMISSIS).
Avverso la prefata sentenza ricorre la (OMISSIS), per il tramite del suo difensore di fiducia.
2.1. Il ricorso consta di un unico motivo, con il quale la deducente lamenta vizio di motivazione e mancata assunzione di una prova decisiva: in specie, oggetto di lagnanza e’ il mancato accoglimento della richiesta difensiva di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante confronto fra il consulente del P.M. e quello della difesa (confronto gia’ oggetto di richiesta in primo grado, rigettata dal Tribunale); tale acquisizione probatoria, che alla luce della motivazione della sentenza di primo grado avrebbe avuto portata decisiva, non e’ stata pero’ disposta, sebbene la Corte di merito potesse, dal confronto fra gli esperti, trarre motivi per giungere a un convincimento diverso da quello del primo giudice. Prosegue la ricorrente evidenziando la contraddittorieta’ dell’affermazione del consulente del P.M. il quale, nel corso del giudizio, ha dichiarato di non avere mai visionato il cartellino anestesiologico, pur avendolo criticato a pag. 47 dell’elaborato da lui scritto, e di poter solo supporre che tipo di anestesia fosse stata praticata, cosi’ ponendo a base delle sue conclusioni mere ipotesi interpretative in luogo di certezze. Cio’ a fronte delle diverse conclusioni cui e’ giunto il consulente della difesa.
Ed ancora, l’esponente osserva che l’uso della cannula di Guedel era stato ritenuto idoneo per il tipo d’intervento in corso; percio’ occorreva accertare che la desaturazione ritenuta decisiva ai fini del decesso fosse stata determinata dalla mancata ossigenazione segnalata dal macchinario d’allarme, e che tale segnalazione non fosse stato preso nella dovuta considerazione dalla d.ssa (OMISSIS).
Infine, la ricorrente ritiene che l’invocato supplemento istruttorio avrebbe consentito di fugare ogni dubbio circa la rilevanza causale delle infezioni insorte nel reparto di terapia intensiva, in rapporto all’accertamento della concausa preesistente ravvisata nella ridotta ossigenazione della paziente durante l’intervento, in realta’ durata non piu’ di cinque minuti; in alternativa, la mancata tempestiva maggiore ossigenazione attribuita alla (OMISSIS) potrebbe non essere stata la sola causa del decesso e, quindi, un suo eventuale profilo di colpa sarebbe ascrivibile alla colpa lieve di cui alla L. n. 189 del 2012, articolo 3.
Va dato atto che all’odierna udienza il difensore delle costituite parti civili ha rassegnato conclusioni scritte e depositato nota spese.
1.1. Va in primo luogo ricordato che deve ritenersi “decisiva”, secondo la previsione dell’articolo 606 c.p.p., lettera d) la prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia; ovvero quella che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (per tutte vds. Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014, Di Meglio, Rv. 259323, nella quale si evidenzia che la “decisivita'” della prova suppletiva non puo’ riconoscersi laddove sia ravvisabile il carattere “meramente congetturale” delle conseguenze che la difesa intendeva trarre dall’assunzione di detta prova).
Deve poi aggiungersi che il carattere di “prova decisiva” e’ escluso, dalla giurisprudenza di legittimita’, sia con riguardo al confronto (cfr. Sez. 2, n. 35661 del 16/05/2014, D’Aponte e altri, Rv. 260343), sia con riguardo all’accertamento peritale (cfr. da ultimo Sez. 2, n. 52517 del 03/11/2016, Russo, Rv. 268815).
Nella specie, l’invocato confronto fra i due consulenti (del P.m. e della difesa) doveva vertere oltretutto, secondo la prospettazione della ricorrente, su circostanze la cui decisivita’ era tutta da dimostrare, non bastando all’uopo la semplice ipotesi – formulata nel ricorso – di un’eventuale acquisizione di elementi potenzialmente di segno diverso rispetto alla ricostruzione accolta dai giudici di merito, e tali da poter fugare i dubbi derivanti dalla diversita’ delle due ipotesi formulate dai consulenti di parte.
A fronte di cio’, la Corte distrettuale ha congruamente motivato il proprio convincimento, osservando che le conclusioni del consulente del P.M. si basavano su dati certi (esame necroscopico e autoptico) e pervenivano, con argomentazioni esenti da errori o vizi logici, all’accertamento della causa del decesso della (OMISSIS), riconducibile alla prolungata ipossia indotta nella paziente dalla condotta addebitata alla (OMISSIS) nel corso dell’intervento: condotta che i giudici di merito ricollegano non gia’ all’impiego della cannula di Guedel, ma all’omesso costante controllo che le vie aeree fossero libere (controllo che, se fosse stato eseguito, non avrebbe determinato l’insorgere dell’ipossia) e al fatto che la carente ossigenazione della paziente e’ intervenuta, per un tempo giudicato comunque eccessivamente lungo, pur a fronte della segnalazione di tale condizione proveniente dal segnale di allarme del macchinario che controllava il livello di ossigeno del sangue.
1.2. A fronte dell’andamento affatto congetturale delle lagnanze difensive sul punto, e’ altresi’ adeguato il percorso argomentativo della Corte di merito a proposito della non idoneita’ interruttiva, in relazione al nesso causale tra la condotta e l’evento, delle infezioni sopraggiunte sulla paziente nel reparto di terapia intensiva: non e’ in sostanza configurabile, nella specie, il sopravvenire di un rischio nuovo e incommensurabile, del tutto incongruo rispetto alla condotta originaria, cui la giurisprudenza annette valore interruttivo del rapporto di causalita’ (si veda per tutte Sez. 4, n. 25689 del 03/05/2016, Di Giambattista e altri, Rv. 267374, ove la Corte ha evidenziato come l'”infezione nosocomiale” sia uno dei rischi tipici e prevedibili da tener in conto nei casi di non breve permanenza nei raparti di terapia intensiva, ove lo sviluppo dei processi infettivi e’ tutt’altro che infrequente in ragione delle condizioni di grave defedazione fisica dei pazienti).
1.3. In tale quadro, appare evidente che non ha alcun pregio la prospettazione difensiva mirante all’inquadramento della condotta della (OMISSIS) nell’ambito della “colpa lieve”, ai fini di quanto stabilito dalla L. n. 189 del 2012, articolo 3, vigente all’epoca del fatto.
Va infatti osservato, in primo luogo, che, secondo quanto si legge alle pagine 6 e 8 della sentenza impugnata, la condotta dell’imputata e’ stata correttamente e motivatamente qualificata come caratterizzata da “grave negligenza”: ragione per la quale e’ stata disattesa la richiesta di applicazione dell’anzidetta disposizione di legge.
Ma pur volendosi prescindere da tale classificazione del grado di colpa e della tipologia di condotta colposa attribuita alla (OMISSIS), deve rilevarsi che essa non risulterebbe in ogni caso aderente alle linee guida e/o alle buone pratiche, non solo sulla base della ricostruzione peritale accolta dalla Corte di merito, ma neppure in base alla stessa prospettazione difensiva; e che, secondo la predetta disposizione, solo il sanitario che “si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunita’ scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”. Di tal che in nessun caso potrebbe ricondursi il caso in esame nella fattispecie abrogativa de qua.
1.4. E’ infine appena il caso di evidenziare che, in ogni caso, l’inosservanza delle linee guida e, comunque, delle buone pratiche clinico assistenziali, nonche’ la (corretta) qualificazione della condotta della ricorrente come caratterizzata da “negligenza” piuttosto che da “imperizia” escluderebbero anche la configurabilita’ dell’ipotesi di non punibilita’ del fatto prevista dal nuovo articolo 590-sexies c.p. (introdotto dalla L. n. 24 del 2017, articolo 6), che oggi disciplina la responsabilita’ degli esercenti le professioni sanitarie in relazione alle fattispecie di omicidio colposo e lesioni personali colpose.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’ al rimborso, in favore delle parti civili costituite, delle spese di giudizio, che si liquidano come da dispositivo.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’ al rimborso delle spese di giudizio in favore delle parti civili, liquidate in Euro tremila oltre accessori di legge.
Morte prossimo congiunto – Danno parentale – Privazione di un valore non economico ma personale – Irreversibile perdita del godimento del congiunto – Quantum – Determinazione – Criteri utili
Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Alessandra Medi
nella causa civile di I Grado iscritta al n. R.G. 4841/2015 promossa da:
(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. BE.ST., elettivamente domiciliata in VIA (…) (PRESSO AVV. MA.MA.) RAVENNA presso il difensore
(…) SPA (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. AS.AN. e dell’avv. SP.GI. ((…)) TORRE 18 RUSSI; DI.FR. ((…)) C/O AVV. SP.GI. VIA (…) SAN PANCRAZIO, elettivamente domiciliata in via torri,18 SAN PANCRAZIO – RU., presso il difensore avv. AS.AN.
Con atto di citazione ritualmente notificato, (…), (…), (…) e (…) convenivano in giudizio la (…) s.p.a. chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti iure proprio e iure hereditario, rispettivamente quali moglie e figlie di (…), deceduto in data 18 settembre 2013 in conseguenza di due infezioni cardiache di natura nosocomiale, a cui avevano fatto seguito errati ed inadeguati trattamenti sanitari.
Si costituiva la (…) s.p.a. chiedendo il rigetto della domanda attorea, non ritenendo sussistente alcuna responsabilità in ordine al decesso di (…).
La domanda è fondata e merita di essere accolta nei termini di seguito indicati.
Risulta dalla CTU medico legale svolta in corso di causa, che a (…), di anni 77, a seguito di un controllo cardiologico nel marzo 2013 veniva riscontrata una “stenosi aortica moderata/severa…” con successiva indicazione cardiochirurgica di sostituzione valvolare aortica con protesi biologica, intervento che veniva espletato in data 19/07/13 presso l’Unità Operativa di Cardiochirurgia della Casa di Cura Villa (…) di Cotignola. A parte la comparsa di una fibrillazione atriale recidivante, il decorso post-operatorio era inizialmente buono, ma in data 25/07/13 compariva una febbricola che perdurava nei giorni seguenti, con emocolutura positiva per pseudomonas aeruginosa ed apparentemente responsiva ad un trattamento antibiotico con ciproxin avviato in data 29/07/13. Nel frattempo venivano eseguiti vari controlli (fra cui TAC/PET in data 09/08/13 ed ecocardiogramma in data 19/08/13) e in data 10/08/13 risulta un trasferimento interno in ambito riabilitativo mentre in data 21/08/13 un altro trasferimento interno in ambito cardiologico, dove dal 22/08/13 ricompariva la febbre a carattere intermittente. Gli indici di flogosi venivano ripetutamente controllati con riscontro di un loro incremento ed elevazione e in data 24/08/13 perveniva il risultato di una emocoltura positiva per staphylococcus epidermidis, sul cui antibiogramma veniva adeguata la terapia antibiotica. A seguito di controlli ecocardiografici veniva ribadito il substrato endocarditico a livello della valvola trapiantata del processo setticemico con ipertermia e veniva privilegiata una strategia attendista con antibioticoterapia, finché in data 06/09/13 il paziente veniva sottoposto ad un nuovo intervento cardiochirurgico per la rimozione della protesi valvolare infetta. Seguivano esami colturali vari con antibiogrammi (sui fili di sutura della valvola cardiaca rimossa e sul broncoaspirato) e con modificazioni della terapia antibiotica, ma le condizioni del Sig. (…) rimanevano sempre critiche e al processo setticemico si sovrapponeva una instabilità emodinamica finché in data 18/09/13 si perveniva purtroppo al decesso.
Il CTU ha individuato la causa della morte in una endocardite infettiva nosocomiale con setticemia insorta dopo l’intervento cardiochirurgico del 19/07/2013, determinata da un duplice agente etiologico (inizialmente da pesudomonas aeruginosa e poi da staphilococcus epidermidis) e con conseguenziale insufficienza multi – organo.
Il CTU ha poi evidenziato che:
– l’intervento di sostituzione valvolare aortica effettuato il 19/07/2013 era indicato in quanto al Sig. B. nella primavera del 2013 era stata diagnostica una stenosi aortica di grado severo, ossia una patologia progressiva che se non trattata chirurgicamente ha un tasso di sopravvivenza del 50% a due anni e del 20% a cinque anni;
– il “consenso informato”, relativo all’intervento del 19/07/13, come appare di tutta evidenza per la sua assoluta incompletezza, non rispecchia assolutamente la acclarata necessità di doverose informazioni e di reale acquisizione del consenso vero e proprio; ben diverso è il “consenso informato” in data 05/09/13, riportato a pag. 10 e relativo all’intervento del 06/09/13 di sostituzione valvolare aortica per cercare di debellare chirurgicamente l’endocardite infettiva;
– l’endocardite batterica di cui è risultato affetto il Sig. B. è da considerarsi di natura nosocomiale in quanto non presente al momento del ricovero e sostenuta in sequenza da due microrganismi (prima pseudomonas aeruginosa, poi staphylococcus epidermidis) resistenti ad alcuni antibiotici, proprio come avviene per microrganismi presenti negli ambienti ospedalieri. La prima infezione è stata ricondotta tramite emocoltura allo pseudomonas aeruginosa, un batterio che frequentemente determina infezioni in ambito ospedaliero tanto che viene considerato la seconda causa più frequente di infezione nei reparti di terapia intensiva; inoltre, fra i microrganismi più frequentemente in causa nelle endocarditi infettive vengono certamente annoverati lo stafilococco, batterio responsabile della successiva infezione nel caso in oggetto. In ragione di tali riscontri microbiologici, il CTU ha affermato che l’origine nosocomiale dell’endocardite batterica può essere stata determinata con alta probabilità dallo scarso rispetto delle manovre di asepsi o in subordine da inappropriate manovre chirurgiche;
– la terapia farmacologica, dopo l’intervento di sostituzione valvolare aortica del 19/07/13, con l’utilizzo dal 29/07/13 di ciprofloxacina e meropenem e poi della sola ciprofloxacina appare adeguato in relazione alla risposta clinica con defervescenza emiglioramento degli indici di flogosi;
– i sanitari hanno sottovalutavano il reperto alla TAC/PET del 09/08/13 di “iperaccumulo a carico del Vsn in regione sottovalvolare e a carico della parete toracica ds…” che, in alternativa ad una aspetto riconducibile alle recenti manovre chirurgiche (così come sembra sia stato interpretato), doveva indurre il sospetto di una possibile espressione endocarditica e quindi suggerire una ravvicinata verifica tramite un ecocardiogramma, che invece è stato eseguito solo dopo 9 giorni. In sostanza, però, la diagnosi di endocardite veniva avanzata solo dopo ulteriori 15 giorni, e cioè con ritardo diagnostico in data 24/08/13, quando, oltre all’esame ecocardiografico del 19/08/13 che confermava le vegetazioni di tipo endocardiitico a livello della protesi valvolare (“un’immagine tondeggiante , peduncolata di 0,56 x 0,8 cm originante dalla base della cuspide protesica aortica in CS””), ed oltre alla ricomparsa della iperpiressia (dal 21/08/13) ed al riscontro dell’elevazione degli indici di flogosi (dal 16/08/13), giungeva l’antibiogramma sulla emocoltura del 21/08/13 positivo per staphylococcus epidermidis. Tuttavia, neppure in data 24/08/13, nonostante criteri già da diversi giorni di inoppugnabile rilevanza verso una complicanza endocarditica, i sanitari ricorrevano ad una reale consulenza infettivologica come invece doveroso in un tale contesto clinico: risulta infatti che lo specialista infettivologico veniva solo “contattato telefonicamente” e con il quale veniva “concordato”, in maniera incongruente e senza un ragionamento epicritico, una terapia antibiotica con ben due farmaci (rifampicina e gentamicina) verso i quali l’antibiogramma dimostrava resistenza e senza comprendere invece farmaci notoriamente più efficaci e con antibiogramma favorevole quali la daptomicina;
– risultano carenze in merito al timing del successivo intervento chirurgico di sostituzione valvolare protesica Infatti, nonostante il controllo ecocardiografico del 27/08/13 avesse chiaramente evidenziato delle formazioni periprotesiche compatibili con una franca evoluzione del processo endocarditico (cavità ascessuali e neoformazioni vegetative), peraltro in un contesto clinico ingravescente ed ormai non più affrontabile in direzione conservativa, cioè con l’antibioticoterapia, si indugiava probabilmente troppo con una strategia attendista. Pertanto, l’intervento di sostituzione valvolare protesica del 06/09/13 è avvenuto tardivamente affinché vi potesse essere una qualche concreta possibilità di successo in un ambito clinico comunque prognosticamente difficile come quello delle endocarditi che sono associate ad una elevata mortalità ospedaliera (10-26%); le successive infezioni, documentate con isolamento di batteri sui broncoaspirati (E. Coli il 09/09/13 e Proteus il 14/09/13) sono verosimilmente l’espressione di un quadro infettivo terminale con setticemia fino alla MOF, ma di cui la causa iniziale è da ricondurre all’endocardite da staphylococcus epidermidis sulla valvola protesica.
Il CTU, le cui conclusioni sono condivisibili in quanto adeguatamente motivate, ha quindi ritenuto, sulla base delle considerazioni esposte, che (…) abbia contratto un’infezione nosocomiale, che via sia stato un ritardo colpevole nella formulazione della diagnosi di endocardite batterica e che l’intervento di sostituzione valvolare protesica sia avvenuto tardivamente.
A seguito dell’arresto delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (cfr. 11.01.2008, n. 577), la giurisprudenza ha sempre ritenuto che l’accettazione del paziente in una struttura deputata a fornire assistenza sanitario – ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto di prestazione d’opera atipico di spedalità, in base al quale la stessa è tenuta a una prestazione complessa, che non si esaurisce nell’effettuazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche, ma si estende a una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonché di quelle latu sensu alberghiere.
A fronte di ciò, il nosocomio avrebbe dovuto fornire la prova, rigorosa, di aver posto in essere tutto il possibile per evitare l’insorgenza dell’infezione stessa in quanto solo se avesse soddisfatto tale onere, si sarebbe potuto valutare l’eventuale rilevanza, in suo favore, del rappresentare, l’infezione in questione, una complicanza di intervento. In altri termini, l’ospedale avrebbe dovuto dimostrare, attraverso la prova “positiva” di aver fatto tutto quanto la scienza del settore ha, allo stato, escogitato, per evitare, o quanto meno ridurre, il rischio di contaminazione, che l’evento dannoso, cioè il contagio da batterio nosocomiale, era possibile e prevedibile, bensì non prevenibile, rientrando in quell’area di casi che la scienza medica ha enucleato quali eventi che possono sfuggire ai controlli di sicurezza apprestati dalle strutture sanitarie.
La somma di Euro 21.108,70 riconosciuta alla moglie deve invece essere maggiorata sia della rivalutazione monetaria che degli interessi legali, quest’ultimi calcolarsi sulla somma devalutata all’epoca del fatto (18.09.2013) e rivalutata di anno in anno, entrambi fino alla data di pubblicazione della presente sentenza. Sulla somme così ottenute dovranno poi essere calcolati gli interessi legali dalla data di pubblicazione della presente sentenza fino all’effettivo saldo.
Nulla spetta agli attori con riguardo alla mancanza di un vero e proprio consenso informato, come argomentato dal CTU, non avendo gli stesi nulla dedotto in merito.
Le spese di lite, liquidate nella parte dispositiva, seguono la soccombenza e devono distrarsi a favore del difensore, che si è dichiarato antistatario, cui devono aggiungersi Euro 1.464,00 quale compenso del CTP dott. Sa., come da fattura prodotta unitamente al foglio di precisazione delle conclusioni.
Le spese della CTU, nella misura già liquidata in corso di causa, devo porsi definitivamente a carico della convenuta in quanto soccombente.
Il Tribunale di Ravenna, definitivamente pronunciando nella causa distinta al n. 4841/2015, promossa da (…), (…), (…) e (…) nei confronti di (…) s.p.a., ogni ulteriore domanda ed eccezione disattesa:
– dichiara tenuta e, per l’effetto, condanna (…) S.p.A. al pagamento in favore di (…) della somma di Euro 165.960,00 a titolo di risarcimento del pregiudizio non patrimoniale e della somma di Euro 21.108,70 a titolo di risarcimento del danno patrimoniale subito in conseguenza della morte di (…), oltre rivalutazione monetaria ed interessi come indicati in parte motiva;
– dichiara tenuta e, per l’effetto, condanna (…) S.p.A. al pagamento in favore di ciascuna delle attrici (…), (…) e (…) della somma di Euro 200.00,00 a titolo di risarcimento del pregiudizio non patrimoniale e della somma di Euro 6.720,00 a titolo di risarcimento del danno patrimoniale subito in conseguenza della morte di (…), oltre rivalutazione monetaria ed interessi come indicati in parte motiva;
– condanna (…) s.p.a. al pagamento delle spese di lite, che liquida in Euro 1.730,00 per spese ed Euro 27.803,10 per compenso professionale, oltre 15% per spese generali, IVA e CPA come per legge, da distrarsi in favore dell’avv. St.Be., che si è dichiarato antistatario, oltre ad Euro 1.464,00 quale compenso del CTP dott. Sa.;
– pone le spese della CTU, nella misura già liquidata in corso di causa, definitivamente a carico di (…) S.p.A.
Così deciso in Ravenna il 14 maggio 2018.
By Sergio Armaroli|2019-05-20T16:31:42+02:00Febbraio, 2019|danno medico paziente risarcimento, News|

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