Source: https://www.laleggepertutti.it/236098_responsabilita-dellappaltatore
Timestamp: 2019-03-26 07:00:03+00:00

Document:
Contratto di appalto: la garanzia decennale per i gravi vizi e quella invece per i difetti di costruzione. Esiste anche una terza garanzia che scatta quando l’appaltatore promette spontaneamente di aggiustare le opere.
Ti sarà certamente capitato di affidare la ristrutturazione di un vecchio appartamento a una ditta di lavori edili o di acquistare casa di nuova costruzione dalla stessa società che ha edificato il palazzo o di affidare gli interventi di consolidamento antisismico a qualche impresa specializzata nel settore. In tutti questi casi la legge ti offre una serie di garanzie qualora le opere dovessero rivelarsi insoddisfacenti, eseguite non a regola d’arte o, nella peggiore delle ipotesi, qualora dovessero verificarsi cedimenti, infiltrazioni, rotture, crepe sui muri. Tale garanzia, nella terminologia giuridica, è meglio nota come responsabilità dell’appaltatore. La materia genera una grossa mole di contenzioso giudiziario a dimostrazione di come le opere edili restino sempre un focolaio di liti e contestazioni tra le parti. A dimostrazione che ci muoviamo in un “cantiere sempre aperto” vi è anche il fatto che la materia, scarsamente disciplinata dalla legge (in tutto si tratta di due articoli principali), è integrata dai principi sanciti dalla giurisprudenza.
Ecco perché, per conoscere le regole sulla responsabilità dell’appaltatore, è necessario dedicare una guida apposita in modo da chiarire quali tutele la legge riserva a chi commissiona dei lavori in casa o acquista un immobile in corso di costruzione o da poco completato.
Di recente peraltro – e di tanto parleremo a breve – la Cassazione [1] ha spiegato che l’impegno dell’appaltatore a eliminare i vizi che rendono l’opera o il bene non idonei all’uso cui sono destinati, o che ne deprezzano il valore, fa sorgere un’obbligazione autonoma e ulteriore rispetto alle altre previste dalla legge e sottoposta al termine di prescrizione di 10 anni. Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona la responsabilità dell’appaltatore.
Il cittadino comune può avere rapporti con un appaltatore essenzialmente in due casi: quando stipula un contratto di appalto con una ditta cui commissiona lavori edili, oppure quando acquista un immobile dalla società costruttrice. Il codice civile prevede, a tutela del committente/acquirente insoddisfatto due diversi rimedi.
1 Garanzia per vizi e difformità
2 Garanzia per la rovina e difetti dell’immobile
3 Garanzia ordinaria di dieci anni
Garanzia per vizi e difformità
In caso di difformità e vizi dell’opera [2], che tuttavia non incidono in misura rilevante sull’efficienza e sulla durata della stessa, il committente deve, a pena di decadenza, denunziare all’appaltatore le difformità o i vizi entro 60 giorni dalla scoperta, salvo che l’appaltatore li abbia riconosciuti od occultati. Il termine decorre da quando il committente si rende conto che il vizio o il difetto deriva dall’imperfetta esecuzione dell’opera da parte dell’appaltatore (il che di solito coincide con il rilascio di una perizia di parte che acclara le responsabilità) oppure dal momento in cui i vizi sono accertati dal direttore dei lavori nominato dal committente stesso.
Una volta inviata la diffida bisogna agire in tribunale entro massimo 2 anni dalla consegna dell’opera altrimenti scatta la prescrizione.
La garanzia a favore del committente opera a condizione che:
l’opera sia stata completata. Se invece l’esecuzione non è integrale oppure in caso di ritardo o di rifiuto di consegna infatti, scattano le regole sull’inadempimento contrattuale che danno la possibilità di sciogliersi dal contratto e non pagare il corrispettivo pattuito;
vi sia stata violazione delle condizioni di contratto preconcordate dalle parti o delle regole dell’arte imposte dalla tecnica.
Il committente non è coperto da garanzia se accetta l’opera e le difformità o i vizi erano da lui conosciuti o riconoscibili e non sono stati in malafede taciuti dall’appaltatore.
Ad essere chiamati in giudizio saranno:
il progettista se i vizi e le difformità nell’esecuzione dell’opera dipendono anche da suoi errori;
il direttore dei lavori che ha omesso di vigilare sugli operai.
Dunque se dopo la consegna dell’opera ti accorgi di alcuni difetti non visibili in modo semplice al momento della consegna, dovrai contestare all’appaltatore tali difformità entro 60 giorni dalla scoperta e chiedergli, entro due anni dalla fine del lavoro, con una casa in tribunale, di procedere a eliminare a sue spese detti vizi, oppure che il prezzo del lavoro sia proporzionalmente diminuito, oppure lo scioglimento del contratto se le difformità edilizie rendono l’opera inadatta alla sua destinazione. In tutti questi casi puoi anche chiedere risarcimento del danno.
Non attendere che il difetto dell’opera si manifesti in modo esteso. Appena noti, o ha il sospetto, che il lavoro sia stato fatto male contesta subito tale scoperta a chi ha fatto i lavori.
Se i vizi e le difformità erano stati contestati al momento della consegna, i 60 giorni decorrono da questa data. In particolare:
se la cattiva esecuzione del lavoro comporta la necessità di un rifacimento o di una sostituzione (ad esempio le piastrelle sono state posate male o la tappezzeria incollata in modo difettoso) chiedi all’appaltatore il rifacimento del lavoro;
se la cattiva esecuzione del lavoro determina una diminuzione di valore dell’opera (ad esempio hai chiesto che le tegole del tetto fossero di una qualità determinata mentre sono state apposte tegole di qualità più scadente) chiedi all’appaltatore una restituzione proporzionale del prezzo pagato;
se a causa delle difformità o dei vizi l’opera è del tutto insensibile (ad esempio hai chiesto il rifacimento dell’impianto elettrico ma questo risulta ancora a rischio folgorazione), risolvi il contratto e chiedi la restituzione dell’intero prezzo pagato oltre al risarcimento dei danni.
Garanzia per la rovina e difetti dell’immobile
Oltre alla garanzia per i difetti dell’opera appena vista esiste una garanzia nel caso di rovina o gravi difetti dell’immobile. Si tratta di quei vizi più gravi come infiltrazioni d’acqua, crepe sui muri o sui balconi, cedimenti e sgretolamento del cemento, lo stesso pericolo di crollo, il mancato funzionamento di un impianto di riscaldamento, o l’insufficiente isolamento dal rumore o dal freddo (cappotto termico). In tal caso il committente gode di una garanzia di dieci anni dal compimento dell’opera stessa. In tale ipotesi bisogna denunciare al costruttore/appaltatore i gravi vizi entro 1 anno dalla loro scoperta (nel precedente caso, per vizi meno gravi, abbiamo visto che tale termine era solo di 60 giorni). L’azione invece va avviata (a pena di prescrizione) entro un anno dalla denuncia (nel precedente caso, per i vizi meno gravi, abbiamo visto che il termine era di 2 anni).
I primo termine scatta a partire da quando il committente ha avuto piena contezza delle cause del difetto: non basta quindi vedere una crepa sul muro o una chiazza d’umidità per far decorrere il termine annuale, ma è necessaria una relazione di parte che acclari le responsabilità, non essendo sufficienti manifestazioni di scarsa rilevanza e semplici sospetti.
Il momento in cui si raggiunge la conoscenza effettiva del difetto coincide di solito
con il momento in cui esso si manifesta in modo indubbio ed evidente come nel caso di cadute o di rovine;
quando sono disposte delle indagini tecniche, con il deposito della consulenza tecnica (o relazione peritale) se i vizi e la loro derivazione dall’attività di esecuzione dell’opera possono emergere con certezza solo da tale consulenza.
La garanzia, come detto, dura per 10 anni che decorrono dal giorno di ultimazione dei lavori. Il termine non inizia quindi a decorrere dall’ultimazione delle singole parti su cui si riscontrano i difetti. La garanzia può estendersi ai danni emersi dopo i 10 anni, purché dipendenti da difetti evidenziati in tale intervallo di tempo. In tali casi l’appaltatore e tenuto a rifare il lavoro a sue spese, a regola d’arte, e a risarcire i danni, vale a dire a restituire il corrispettivo ricevuto (in tutto o in parte) per il lavoro difettoso e a pagare il costo dei rifacimenti e delle riparazioni e dei beni eventualmente danneggiati dal crollo. Se hai perso tutta la fiducia nella serietà e professionalità dell’appaltatore puoi chiedergli semplicemente di pagare le spese che sosterrai per affidare gli stessi lavori a un’altra ditta.
L’appaltatore è, inoltre, responsabile non solo in caso di rovina e difetti di un immobile di nuova costruzione o di ricostruzione di parte di un immobile (come ad esempio una sopraelevazione), ma anche in caso di lavori di ristrutturazione. La responsabilità aggravata dell’appaltatore si estende, così, anche a tutte le ipotesi sia di interventi manutentivi-modificativi destinati ad avere una lunga durata nel tempo sia di riparazione straordinarie.
Garanzia ordinaria di dieci anni
Numerose sentenze hanno affermato che qualora l’appaltatore prometto di eliminare i vizi dell’opera, il committente potrà avvalersi di una distinta e autonoma garanzia, che si prescrive in 10 anni senza bisogno di fare la preventiva denuncia del vizio e senza il termine di prescrizione dell’azione.
L’impegno spontaneo infatti dà vita a un’autonoma obbligazione di fare in aggiunta a quelle previste dalla legge, svincolata dai più ridotti termini di decadenza e prescrizione che abbiamo visto nei due precedenti casi.
[1] Cass. ord. n. 2431/2018.
[2] Art. 1667 cod. civ.
Cass. civ. Sez. II, Ord., (ud. 10-11-2017) 31-01-2018, n. 2431
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente – Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere – Dott. FEDERICO Guido – Consigliere – Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere – Dott. PENTA Andrea – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA sul ricorso iscritto al n. 24253/2014 R.G. proposto da:
Z.U., nato a (OMISSIS) e residente in (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli Avv.ti Marco Palmegiano (C.F.: PLM MRC 58B05 L057S) e Umberto Graziani, (C.F.:GRZ MRT 56H13 H501C), giusta procura speciale in calce al ricorso, ed elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultimo in Roma, alla via Caetana n. 13/A;
STEPHIE S.R.L., (C.F. e P.IVA: (OMISSIS)), con sede in (OMISSIS), in persona del Pre- sidente, amministratore unico e legale rappresentante, M.R. (C.F.: (OMISSIS)), rappresen- tata e difesa dagli Avv.ti Nino Orlandi del Foro di Udine (C.F.: RLNNNI48T06E473X) e Alessio Petretti del Foro di Roma (C.F.: PFR LSS55M25FI501M), con studio in Roma, al- la via Degli Scipioni n. 268/A, ed elettivamente domiciliata presso lo studio di quest’ulti-
mo, come da procura speciale in calce al controricorso;
– controricorrente – avverso la sentenza n. 621/2013 emessa dalla CORTE D’APPELLO di TRIESTE in data
17/07/2013 e non notificata;
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/11/2017 dal Consigliere Dott. Andrea Penta.
Con atto di citazione notificato il 17.2.2004 la Stephie s.r.l. citava in giudizio, dinanzi al Tribunale di Udine, sezione distaccata di Pamanova, Z.U., quale legale rappresentante dell’allora disciolta Nord-Est Immobiliare Costruzioni di Z.U. & C s.n.c., deducendo: di aver acquistato, in data 6.8.1999, da quest’ultima un immobile in (OMISSIS) (poi concesso in locazione a tale A.B.) nel quale erano state installate porte scorrevoli diverse da quelle concordate, perchè, a dire del venditore, dotate di maggiori qualità, che nel maggio 2002 le dette porte avevano manifestato gravi difetti e che la Nord Est s.n.c. aveva riconosciuto gli stessi, pur non ponendovi rimedio. Tanto dedotto, chiedeva accertarsi i vizi lamentati e condannarsi il convenuto al pagamento della somma di Euro 12.394,97, pari al sovrapprez- zo asseritamente pagato per ottenere porte rivelatesi di scadente qualità, ed al risarcimento del danno.
Si costituivano in giudizio la Nord-Est s.n.c. e Z.U., chiedendo dichiararsi inammissibili e, comunque, rigettarsi le domande attoree ed eccependo l’avvenuta prescrizione dell’avverso diritto.
Con sentenza del 2.9.2010 il tribunale dichiarava il difetto di capacità processuale della so- cietà convenuta ed inammissibile la domanda proposta dall’attrice in corso di causa ai sen- si dell’art. 1669 c.c. e rigettava le originarie domande della Stephie s.r.l., condannandola al rimborso delle spese processuali in favore del convenuto Z..
La sentenza affermava che: la società era estinta dall’1.1.2004; a seguito della cancellazio- ne della società, i creditori potevano rivalersi sui soci, fra i quali era da ricomprendere lo Z.; la domanda ex art. 1669 c.c. proposta dalla Stephie s.r.l. con memoria autorizzata costi- tuiva mutatio libelli, perchè fondata su un fatto diverso, essendo stata introdotta con atto di citazione una domanda ai sensi dell’art. 1667 c.c.; quanto alla domanda di garanzia, la stes- sa era infondata, atteso che, da un lato, l’installazione dei serramenti non era stata oggetto di appalto, ma era stata commissionata dalla società venditrice ad una società terza e, dall’altro, le uniche garanzie erano quelle previste in tema di vendita (e non quelle per l’ap- palto) e, comunque, la denuncia si era rivelata tardiva, sì come eccepita dalla controparte. Con atto notificato il 13.1.2011 la Stephie s.r.l. proponeva appello nei confronti solo di Z.U. avverso la detta sentenza, sostenendo che, a prescindere dal negozio (appalto o vendi- ta) configurabile, il Tribunale aveva omesso di considerare la circostanza che, alla stregua di quanto emerso dall’istruttoria, la Nord Est s.n.c. aveva fornito ampia garanzia quanto ai serramenti e, presentatisi i malfunzionamenti, si era impegnata ad emendare le problemati- che, in tal guisa determinando il sorgere di una nuova obbligazione. Sosteneva altresì che, invocando l’art. 1669 c.c., non era stata introdotta una domanda nuova, non essendo mutato il petitum e che il costruttore venditore rispondeva anche quando l’opera fosse stata realiz- zata in tutto o in parte su suo incarico da un terzo, nei confronti del quale avrebbe poi potu- to agire in regresso.
Si costituiva in giudizio il Z., instando per il rigetto dell’appello e, in via subordinata, per l’inammissibilità di ogni domanda proposta nei suoi confronti.
La Corte di Appello di Trieste, con sentenza del 17.7.2013, accoglieva, per quanto di ra- gione, il gravame proposto dalla Stephie s.r.l. e, per l’effetto, condannava il Z. al pagamen- to, in favore dell’appellante, delle somme di Euro 12.394,97 e di Euro 9.000,00, sulla base, per quanto ancora qui rileva, delle seguenti considerazioni:
1) premesso che il teste S. era attendibile e che la sua deposizione era stata particolarmente precisa, dalla stessa era emerso che era stata la Nord Est s.n.c., per il tramite del Z., a con- sigliare le porte e che, manifestatisi i difetti, vi era stata, da parte della venditrice, il ricono- scimento degli stessi e l’assunzione dell’impegno a rimuoverli;
2) avendo lo Z. assunto un’autonoma responsabilità, ogni problema concernente la qualifi- cazione giuridica del contratto, perdeva rilevanza;
3) del resto, alla stregua di quanto affermato dal teste S., tale C. o Z. si erano impegnati a riparare il guasto a prescindere dall’imputabilità o meno dello stesso ad una forzatura dei serramenti;
4) il c.t.u. aveva individuato la causa del malfunzionamento nell’eccessiva pesantezza della struttura delle porte e, quindi, in un difetto di costruzione;
5) la circostanza del sovrapprezzo di lire 24 milioni pagato dalla Stephie s.r.l. per l’acquisto delle nuove porte era stata confermata dal teste S.;
6) andava altresì riconosciuto il danno connesso direttamente alla sostituzione dei serra- menti non riparabili, la cui installazione era stata, sulla base della deposizione del teste S., consigliata dallo Z..
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso Z.U., sulla base di quattro motivi. La Stephie s.r.l ha resistito con controricorso.
In prossimità dell’udienza entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa ex art. 378 c.p.c..
1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1490, 1492, 1495, 1230 e 1987 c.c., (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per aver la corte territoriale ritenuto che egli avesse assunto una nuova obbligazione nei con- fronti della Stephie s.r.l. atta a riconoscere ed emendare asseriti vizi dell’immobile alla stessa venduto dalla Nord Est s.n.c., senza accertare la sussistenza in capo alle parti in cau- sa della volontà non equivoca di produrre un effetto novativo dell’obbligazione originaria. 2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia: a) la violazione e/o falsa applicazione de- gli artt. 115, 116 e 228 c.p.c. (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per aver la corte locale considerato provato che le porte fossero state (anzichè richieste, su sollecita- zione del conduttore, dal legale rappresentante della Stephie s.r.l.) da lui (rette, dalla Nord Est s.n.c.) suggerite e che egli avesse riconosciuto i vizi e si fosse impegnato ad emendarli; b) l’omesso esame di fatti decisivi (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per aver la corte di merito omesso di considerare le circostanze confessate da M.R. (legale rap- presentante della Stephie s.r.l.) in sede di interrogatorio formale e sostenute dai testi A.B. e Pa.An., in base alle quali la Stephie s.r.l. era stata individuata come la committente delle porte scorrevoli ed era risultato che il Z. si fosse limitato ad indicare al M. ed all’ A. di ri- volgersi all’impresa costruttrice dei serramenti per eventuali lamentele da parte della Ste- phie s.r.l..
2.1. I due motivi, da analizzare, data la loro intima connessione, unitamente, sono infonda- ti.
Il presupposto della condanna al rimborso del sovraprezzo pagato per l’acquisto delle porte ed al risarcimento del danno è l’accertamento secondo cui il Z. si sarebbe impegnato ad eliminare gli inconvenienti denunciati, in tal guisa assumendo un nuova autonoma obbliga- zione. Per quanto la sentenza non si soffermi sull’ulteriore profilo, è a ritenersi che il detto accertamento, comportando l’applicazione al rapporto della prescrizione ordinaria decenna- le, abbia comportato il superamento dell’eccezione di prescrizione, il cui accoglimento aveva comportato in primo grado il rigetto delle domande attoree.
Diventa, allora, dirimente, sulla base dei motivi di gravame formulati dal ricorrente, stabili- re se la ricostruzione giuridica avallata dalla corte territoriale sia o meno censurabile.
In tema di compravendita, ma il principio va esteso anche all’ipotesi di appalto (Cassazione civile, sez. 2, 25/06/2013, n. 15992; Sez. 2, Sentenza n. 13613 del 30/05/2013), l’impegno del debitore di eliminare i vizi che rendano il bene inidoneo all’uso cui è destinato (ovvero che ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore economico) di per sè non dà vita ad una nuova obbligazione estintiva-sostitutiva dell’originaria obbligazione di garanzia, ma consente al compratore di non soggiacere ai termini di decadenza ed alle condizioni di cui all’art. 1495 c.c. (sostanziandosi tale impegno in un riconoscimento del debito, interrut- tivo della prescrizione, ex art. 2944 c.c.); ne consegue che, ove il compratore, anzichè chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo, agisca per l’esatto adempi- mento dell’obbligo di riparazione o sostituzione della res, assunto spontaneamente dal de- bitore sulla base del riconoscimento dell’esistenza dei vizi, ugualmente non si determina un effetto novativo dell’obbligazione originaria e la prescrizione – venuta meno la regola “ec- cezionale” dell’art. 1495 c.c. – decorre secondo l’ordinario termine decennale di cui all’art. 2946 c.c. (Sez. 3, Sentenza n. 747 del 14/01/2011). Infatti, solo in presenza di un accordo delle parti (espresso o per facta concludentia), il cui accertamento è riservato al giudice di merito, inteso ad estinguere l’originaria obbligazione di garanzia e a sostituirla con una nuova per oggetto o titolo, l’impegno del venditore di eliminare i vizi dà luogo ad una no- vazione oggettiva (Sez. U, Sentenza n. 13294 del 21/06/2005; conf. Sez. 3, Sentenza n. 11457 del 17/05/2007).
In definitiva, questa Corte ha consolidato il principio secondo cui, anche in assenza della prova di un accordo delle parti con finalità novative, ma in presenza di un chiaro impegno assunto dal venditore ad eliminare i vizi rilevati, al termine di prescrizione annuale si sosti- tuisce quello ordinario decennale. Tuttavia, il mero riconoscimento dei vizi operato dal venditore, non accompagnato dall’assunzione del predetto impegno, è senz’altro interruttivo della prescrizione, ma non determina, anche nel caso in cui l’azione esperita dall’acquirente sia quella di esatto adempimento, la sostituzione predetta.
Gli orientamenti su esposti hanno trovato la loro reductio ad unum in Cassazione civile, sez. un., 13/11/2012, n. 19702, a tenore della quale, in tema di garanzia per i vizi della cosa venduta, di cui all’art. 1490 c.c., qualora il venditore si impegni ad eliminare i vizi e l’im- pegno sia accettato dal compratore, sorge un’autonoma obbligazione di facere, che, ove non estingua per novazione la garanzia originaria, a questa si affianca, rimanendo ad essa esterna e, quindi, non alterandone la disciplina. Ne consegue che, in tale ipotesi, anche considerato il divieto dei patti modificativi della prescrizione, sancito dall’art. 2936 c.c., l’originario diritto del compratore alla riduzione del prezzo e alla risoluzione del contratto resta soggetto alla prescrizione annuale, di cui all’art. 1495 c.c., mentre l’ulteriore suo dirit- to all’eliminazione dei vizi ricade nella prescrizione ordinaria decennale. Questa imposta- zione è stata integralmente condivisa da Cassazione civile, sez. 2, 06/06/2014, n. 12802. Pertanto, se l’acquirente non agisce per la risoluzione del contratto o per la riduzione del prezzo, ma chiede l’esatto adempimento dell’obbligo, il termine prescrizionale è quello de- cennale di cui all’art. 2946 c.c.. Se è vero che l’accordo novativo può essere dimostrato an- che per facta concludentia, è altrettanto vero che il mero riconoscimento (unilaterale) cd. operoso determina si l’applicazione della prescrizione ordinaria (e non solo l’interruzione di quella annuale), ma non l’insorgere di una nuova obbligazione diretta ad eliminare i vizi. 2.2. Tutto ciò debitamente premesso, già in via preliminare occorre evidenziare che la do- manda di condanna al pagamento della somma di Euro 12.394,97 corrisposto a titolo di so- vrapprezzo deve essere qualificata come domanda di riduzione del prezzo (non rientrando tra quelle di esatto adempimento delle obbligazioni originarie), con la conseguenza che il diritto del compratore, pur a seguito del riconoscimento dei vizi e dell’impegno ad elimi- narli, sarebbe soggetto alla prescrizione annuale di cui all’art. 1495 c.c.. Avuto riguardo al- la domanda diretta ad ottenere il ristoro dei danni per i serramenti non sostituibili (recte, il ristoro del costo per la riparazione o sostituzione degli stessi), la corte milanese ha desunto l’assunzione, da parte dello Z., dell’impegno ad eliminare i vizi dalle dichiaraziqni rese dal testimone S., il quale ha appunto affermato che l’odierno ricorrente, a fronte delle lamente- le provenienti da A.B. (conduttore dell’immobile acquistato dalla Stephie s.r.l.), aveva ga- rantito che avrebbe provveduto ad eliminare gli inconvenienti (cfr. pagg. 8-9 della sentenza impugnata).
In senso contrario il ricorrente ha riportato le dichiarazioni rese in sede di interpello forma- le dal legale rappresentante della Stephie s.r.l., M.R. (cfr. pagg. 22-23 del ricorso), e la de- posizione testimoniale di A.B. (cfr. pag. 22 del ricorso), dalle quali si evincerebbe che lo Z., reso edotto dall’ A. dei problemi relativi all’apertura delle porte a scomparsa, lo avrebbe invitato a rivolgersi direttamente alla impresa appaltatrice, vale a dire alla Clocchiatti s.p.a., denunziando che la corte di merito ha del tutto omesso di considerarle.
Alla stregua dell’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio è configurabile nei casi di: a) “mancanza assoluta del- la motivazione sotto l’aspetto materiale e grafico”; b) “motivazione apparente”; c) “contra- sto irriducibile tra affermazioni inconciliabili”; figure queste – manifestazione di violazione di legge costituzionalmente rilevante sotto il profilo della esistenza della motivazione – che circoscrivono l’ambito in cui è consentito il sindacato di legittimità dopo la riforma dell’art. 360 c.p.c. operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori – sempre ai sensi del nuovo testo del n. 5 dell’art. 360 c.p.c. – non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto deci- sivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830 e 629831; Sez. 6 – L, Ordinanza n. 2498 del 10/02/2015).
In definitiva, nel giudizio di cassazione è precluso l’accertamento dei fatti ovvero la loro valutazione a fini istruttori, tanto più a seguito della modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, operata dal menzionato D.L. n. 83 del 2012,art. 54 che consente il sindacato sulla mo- tivazione limitatamente alla rilevazione dell’omesso esame di un “fatto” decisivo e discusso dalle parti (Sez. L, Sentenza n. 21439 del 21/10/2015).
Orbene, premesso che il giudice di merito non è tenuto ad indicare in sentenza tutti gli elementi probatori analizzati, ben potendo limitarsi a selezionare quelli ritenuti rilevanti, la doglianza formulata dal ricorrente si sostanzia nel sollecitare una rivalutazione del materia- le istruttorio.
D’altra parte, tenuto conto che la venditrice si era rivolta ad un terzo (la Clocchiatti s.p.a.) al fine della realizzazione delle porte scorrevoli (cfr. pag. 20 del ricorso), del cui operato evidentemente rispondeva in via diretta, è chiaro che le dichiarazioni rese da M.R. (legale rappresentante della Stephie s.r.l.), in sede di interrogatorio formale, e dal teste A.B., se- condo cui il Z., a fronte delle rimostranze manifestate sulla qualità delle porte, invitò la dit- ta costruttrice ad eliminare gli inconvenienti, rendono manifesta l’assunzione, ad opera del- la venditrice, dell’impegno a rimuovere i vizi, sia pure per il tramite dell’impresa all’uopo incaricata.
L’aspetto concernente l’individuazione del soggetto (Stephie s.r.l., a ciò sollecitata dal con- duttore A., o Nord Est Immobiliare s.n.c., per il tramite dello Z.) che avrebbe chiesto la realizzazione dei serramenti mobili in luogo di quelli fissi originariamente concordati rap- presenta un fatto di per sè irrilevante, sia perchè lo Z. ha assunto l’impegno ad eliminare i difetti riscontrati a prescindere da chi avesse in precedenza suggerito o ordinato le porte sia in quanto (lo si vedrà analizzando il quarto motivo) la causa dei difetti è stata dal c.t.u. in- dividuata non nella tipologia di serramenti, bensì nella loro eccessiva pesantezza.
3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta: a) la violazione o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per aver la corte di merito ri- tenuto provato il pagamento di un sovrapprezzo di Euro 12.394,97, da parte della Stephie s.r.l. in favore della Nord Est s.n.c., sulla base di una prova testimoniale (quella dello S.) de relato actoris e di una missiva inviata dal procuratore della Stephie s.r.l. in data 24.6.2002; b) l’omesso esame di un fatto decisivo (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per aver la corte locale omesso di considerare il contratto di compravendita del 6.8.1999, dal quale avrebbe evinto che la Nord Est s.n.c. aveva venduto alla Stephie s.r.l. l’immobile dotato di serramenti per un prezzo unitario e complessivo di Euro 382.178,11, senza men- zionare nello stesso alcun sovrapprezzo.
3.1. Il motivo è inammissibile e, comunque, infondato.
Gli elementi di prova posti dalla corte d’appello a fondamento della decisione in ordine al pagamento del sovrapprezzo da parte della Stephie s.r.l. per l’installazione delle porte sono: a) la lettera datata 26.2.2002 (recte, 24.6.2002) proveniente dall’allora difensore dell’attrice; b) la testimonianza resa da S.C. (cfr. pag. 26 del ricorso).
Orbene, in primo luogo, non si è in presenza di una violazione del principio di ripartizione dell’onere probatorio, avendo la corte di merito implicitamente posto quest’ultimo a carico dell’acquirente, e non già dello Z..
In secondo luogo, il ricorrente, omettendo di trascrivere, almeno nei suoi passaggi salienti, il contratto di compravendita, ha precluso a questa Corte la possibilità di verificare, essen- dosi al cospetto di un asserito error in iudicando, se il soprapprezzo fosse o meno ricom- preso nel corrispettivo concordato per la vendita.
In terzo luogo, nella specie deve escludersi tanto la “mancanza assoluta della motivazione sotto l’aspetto materiale e grafico”, quanto la “motivazione apparente”, o il “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e la “motivazione perplessa ed obiettivamente in- comprensibile”, figure – queste – che circoscrivono l’ambito in cui è consentito il sindacato di legittimità dopo la riforma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134 (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830), mentre non risulta dedotto il vizio di cui al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secon- dario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia co- stituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo), non avendo parte ri- corrente indicato – come era suo onere – il “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato” (testuale o extratestuale) da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fat- to sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti nonchè la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831).
4. Con il quarto motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per aver la corte d’appello ri- tenuto provato il danno asseritamente patito dalla Stephie s.r.l. nella misura di Euro 9.000,00, recependo acriticamente le erronee considerazioni formulate dal c.t.u., il quale non aveva, però, individuato le cause e gli effetti delle forzature rilevate sulle cerniere dei serramenti.
4.1. Il motivo è inammissibile e, comunque, infondato, atteso che: a) si censura non già un vizio di violazione di legge (peraltro, la corte non ha violato il principio di ripartizione dell’onere probatorio), bensì l’erronea valutazione delle risultanze istruttorie (e, in partico- lare, della c.t.u.), avuto riguardo all’asserita mancanza di prova della colpa del Z. e del pre- giudizio subito; b) il c.t.u. ha, in realtà, individuato le cause dei difetti lamentati, identifi- candoli in difetti costruttivi dei serramenti e, precisamente, nella circostanza che, essendo gli stessi troppo pesanti, dovevano essere “forzati” per l’apertura (cfr. pagg. 10-11 della sentenza impugnata). Vi è conferma di ciò da un passaggio della relazione peritale trascrit- ta dallo stesso Z. alle pagine 35 e 36 del ricorso (“Le ante osservate in fase di chiusura mo- strano lungo la loro linea di accostamento una discontinuità di larghezza dello spazio verti- cale, che si ritiene derivi dal sovraccarico dovuto al peso delle vetrate sulle ante, che de- termina il riscontrato fuori asse delle cerniere (sono storte), e la conseguente discontinuità della fuga tra le ante stesse.”).
5. In definitiva, il ricorso non è meritevole di accoglimento.
Le spese del presente grado di giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da di- spositivo.
Ricorrono altresì i presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), per il raddoppio del versamento del contributo unificato.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso, in favore della controricor- rente, delle spese del presente grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre rimborso del 15% per spese forfettarie ed accessori di legge.
Dichiara la parte ricorrente tenuta al versamento di un ulteriore importo a titolo di contri- buto unificato, a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte suprema di Cassazione, il 10 novembre 2017.
07/09/2018 @ 08:33
Di leggi e sentenze ne abbiamo a volontà. Quello che manca è la volontà politica di eliminare cavilli e sburocratizzare il percorso processuale, che attualmente sembra proprio fatto per sfiancare e demoralizzare il danneggiato. Sentenze di 1° grado dopo 8-10 anni sono un obrobio.

References: Cass. 
 Art. 1667

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1669
 sentenza 
 sentenza 
 art. 378
 sentenza 
 Sentenza 
 art. 2944
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 54
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 54
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 13
 art. 13