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Timestamp: 2017-11-19 19:50:30+00:00

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AVVOCATO RICORSO CASSAZIONE PENALE Per quanto riguarda il quarto motivo, la doglianza è inammissibile per aspecificità, non avendo il ricorrente allegato alcun elemento per contestare quanto documentato dal secondo certificato del casellario giudiziario, dal quale risulta che il prevenuto aveva già ottenuto per due volte la sospensione condizionale della pena (sentenza Corte d’appello di Cagliari del 7/2/2008; sentenza del Gip del Tribunale di La Spezia del 22/12/2010)
AVVOCATO RICORSO CASSAZIONE PENALE
Per quanto riguarda il quarto motivo, la doglianza è inammissibile per aspecificità, non avendo il ricorrente allegato alcun elemento per contestare quanto documentato dal secondo certificato del casellario giudiziario, dal quale risulta che il prevenuto aveva già ottenuto per due volte la sospensione condizionale della pena (sentenza Corte d’appello di Cagliari del 7/2/2008; sentenza del Gip del Tribunale di La Spezia del 22/12/2010)
Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle ammende di una somma che, alla luce del dictum della Corte costituzionale nella sentenza n. 186 del 2000, si stima equo determinare in euro 1.000,00 (mille/00).
Sul ricorso proposto da (imputato Omissis) avverso la sentenza 10/10/2013 della Corte d’appello di Cagliari, sezione penale;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale, Fulvio Baldi, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso
Con sentenza in data 10/10/2013, la Corte di appello di Cagliari confermava la sentenza del Tribunale di Cagliari, in data 6/10/2011, che aveva condannato (imputato Omissis) alla pena di mesi sei di reclusione ed €. 150,00 di multa per i reati di detenzione per la vendita di prodotti con marchi falsi e ricettazione degli stessi.
Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputato per mezzo del suo difensore di fiducia, sollevando quattro motivi di gravame con i quali deduce:
3.1 Violazione di norme processuali dolendosi che i giudici non potevano trarre elementi di prova in ordine alla confondibilità del marchio attraverso l’avvenuta esibizione del corpo di reato in sede d’appello, in quanto avrebbero dovuto procedere a perizia.
3.2 Violazione di norme processuali in relazione all’art. 195 cod. proc. pen., contestando l’assunzione del brigadiere (Omissis) in qualità di testimone;
3.3 Violazione della legge penale in relazione all’art. 485 cod. pen., invocando l’ipotesi del falso grossolano;
3.4 Inosservanza della legge penale in relazione agli artt. 163 e 168 cod. pen., dolendosi della revoca della sospensione condizionale della pena in presenza di due certificati del casellario e sulla base di un certificato del casellario giudiziario che non riportava correttamente il nominativo e le generalità dell’imputato.
Il ricorso è inammissibile in quanto basato su motivi non consentiti nel giudizio di legittimità.
Per quanto riguarda il primo motivo, le censure sono inammissibili in quanto l’esibizione del corpo di reato in udienza è attività istruttoria insuscettibile di censura alcuna.
Ugualmente inammissibili sono il secondo motivo in punto di legittimità dell’escussione del teste (Omissis) ed il terzo motivo in punto di falso grossolano in quanto fondati su motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerarsi non specifici. La mancanza di specificità del motivo, invero, deve essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificítà conducente, a mente dell’art. 591 comma 1 lett. c), all’inammissibilità (Sez. 4, 29/03/2000, n. 5191, Barone, Rv. 216473; Sez. 1, 30/09/2004, n. 39598, Burzotta, Rv. 230634; Sez. 4, 03/07/2007, n. 34270, Scicchitano, Rv. 236945; Sez. 3, 06/07/2007, n. 35492, Tasca, Rv. 237596).
Così deciso, l’ 8 ottobre 2015
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SFRUTTAMENTO E FAVOREGGIAMENTO DELLA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III SENTENZA 3 febbraio 2015, n. 4931
La messa in vendita di prodotti scaduti di validità integra il delitto di cui all’art. 516 cod. pen. (vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine Con sentenza emessa in data 14/10/2015, depositata in data 28/10/2015, la Corte d’appello di Lecce, decidendo in sede di annullamento con rinvio disposto da questa Corte con la sentenza n. 29751/2014, in riforma della sentenza del Tribunale di Taranto dei 24/05/2013, appellata dall’imputato, dichiarava non doversi procedere nei confronti di C.L. in ordine al reato di cui all’art. 5, lett. b), della legge n. 283 del 1962 (capo a), perché estinto per prescrizione, rideterminando per l’effetto la pena, in relazione al reato di cui all’art. 516 cod. pen. (capo b), la pena in gg. 20 di reclusione, confermando nel resto l’appellata sentenza che lo aveva riconosciuto responsabile per fatti commessi in data 8/02/2009.
AVVOCATO PENALE BOLOGNA DIFESA REATI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA E STALKING all’art. 612 bis cod. pen., quale condotta intesa a condizionare la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo, il più delle volte proprio per indurla a ritornare sui suoi passi e riprendere una relazione affettiva, attraverso atteggiamenti persecutori, dunque in mancanza di un’ attuale e perdurante relazione tra i due soggetti.
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← RICORSO PER CASSAZIONE PENALE, AVVOCATO CASSAZIONISTA :È ammissibile il ricorso per cassazione col quale si deduce, anche con un unico motivo, l’intervenuta estinzione del reato per prescrizione maturata prima della sentenza impugnata ed erroneamente non dichiarata dal giudice di merito, integrando tale doglianza un motivo consentito ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen Non è punibile a titolo di tentativo il reato di dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture false. Solo con la condotta di presentazione della dichiarazione il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2, d.lgs. n. 74 del 2000) può considerarsi perfezionato; ne consegue che, a differenza di quanto, in precedenza, stabiliva l’art. 4, lett. g) della I. n. 516 del 1982 (che puniva ex se anche il semplice inserimento nella contabilità di fatture per operazioni inesistenti indipendentemente dall’allegazione alla dichiarazione), le condotte pregresse ad essa restano, sul piano penale, del tutto irrilevanti, non potendo essere punite neppure a titolo di tentativo →

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