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Timestamp: 2016-10-24 21:15:14+00:00

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Avevamo aperto la newsletter di gennaio con una notizia dell’“Ultima ora”: un’ordinanza con cui la Corte di Cassazione rimetteva alla Corte Costituzionale la questione di legittimità dell’art. 32, commi quinto e sesto, del Collegato Lavoro, relativi alla liquidazione del risarcimento danni (da 2,5 a 12 mensilità) nelle cause concernenti la legittimità dei contratti a termine. Riprendiamo e sviluppiamo l’argomento nell’Attualità della sezione Diritto del Lavoro. Il Collegato Lavoro ha avuto una grande risonanza ed il nostro Studio è stato impegnato in numerosi convegni. Anche altre disposizioni nel Collegato (per esempio quelle relative ai procedimenti di conciliazione e l’arbitrato) hanno già posto numerosi problemi interpretativi e, quindi, non si può certo dire che il Collegato Lavoro sia partito con il piede giusto. Soggiungiamo che la Legge n. 10/2011 - c.d. decreto milleproroghe - appena promulgata (supplemento ordinario n. 53 della «Gazzetta Ufﬁciale» n. 47 del 26 febbraio) interviene anch’essa sulla materia trattata dal Collegato. È stato stabilito che le disposizioni relative al “termine di sessanta giorni per l'impugnazione del licenziamento, acquistano efﬁcacia a decorrere dal 31 dicembre 2011”.
EDITORIALE DIRITTO DEL LAVORO ATTUALITÀ 2 LE NOSTRE SENTENZE 3 DI AGENZIA 6
Nelle sentenze di lavoro si segnala una “Sentenza del mese” di particolare interesse sul tema del mobbing: un caso curato dal nostro Studio e di cui si è parlato anche sulla stampa nazionale e in televisione. La sentenza concerne un ingentissimo risarcimento danni chiesto in relazione ad una pretesa situazione di mobbing che è stata respinta in sede giudiziaria. Seguono le “Altre sentenze” che riportano casi di lavoro autonomo e subordinato, licenziamento e mobbing, diritto di precedenza nell’ambito del lavoro part-time, risarcimento danni conseguenti a malattia professionale. La parte dedicata al “Rapporto di agenzia” chiude la sezione. E veniamo al Diritto Civile con una nostra sentenza in tema di risarcimento danni per mancata vacanza dovuta a problemi di salute. La rinuncia non ha comportato un risarcimento danni a carico dell’agenzia viaggi, poiché, come ha deciso il Tribunale di Modena, il cliente ha l’onere di seguire personalmente la propria pratica assicurativa, attivandosi con la compagnia di assicurazione. E, a proposito di “Assicurazioni”, non manca la parte espressamente dedicata all’argomento, egregiamente curata dai colleghi che seguono questa materia. Altro appuntamento ﬁsso è “Il Punto su …” che questa volta tratta di pubblicità ingannevole. Si esamina una recente pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha visto protagonisti due importanti gruppi che operano nella grande distribuzione organizzata. Eventi e Rassegna Stampa completano il numero della newsletter di febbraio. Buona lettura! Stefano Beretta e il Comitato di Redazione composto da: Stefano Triﬁrò, Marina Tona, Francesco Autelitano, Luca D’Arco, Teresa Cofano, Claudio Ponari, Tommaso Targa e Diego Meucci
✦ RAPPORTO ✦
NEWSLETTER T&P N°44 ANNO V
Come accennato nella newsletter di gennaio, sull’articolo n. 32 della legge n. 183/2010 è già intervenuta la Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria del 28 gennaio 2011, in cui, da un lato, viene fornita una interpretazione della disciplina contenuta nei commi 5 e 7, in tema di contratti a termine, e, dall’altro, è stata rilevata una possibile incostituzionalità dei commi 5 e 6, con conseguente rimessione alla Corte Costituzionale. In particolare, la Suprema Corte ha affermato che il 5° comma dell’art. 32, laddove stabilisce che “nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il Giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno stabilendo un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità”, con i criteri di cui alla legge n. 604/1966 (quella sulla stabilità obbligatoria in caso di licenziamento), deve essere interpretato nel senso che detta indennità è comprensiva di ogni tipo di danno, ed esaurisce, pertanto, la tutela risarcitoria. Inoltre, secondo la Suprema Corte, il 7° comma dell’art. 32, laddove stabilisce che le nuove disposizioni “trovano applicazione per tutti i giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge”, deve essere interpretato nel senso che lo ius superveniens opera in qualsiasi fase del giudizio, quindi anche in grado di appello e in sede di legittimità. Tuttavia, la Suprema Corte ritiene che la previsione di un’indennità onnicomprensiva (anche riducibile della metà, in ipotesi di accordi sindacali c.d. di stabilizzazione, come previsto al 6° comma) limiterebbe il diritto al lavoro ed un effettivo risarcimento del danno subito dal lavoratore (in precedenza riconosciuto dalla messa in mora, con l’offerta delle prestazioni lavorative, ﬁno al ripristino del rapporto, detratto l’aliunde perceptum), ponendo a carico del lavoratore anche i tempi di giudizio, con violazione degli art. 3, 2° comma, 4, 24 e 111, della Carta Costituzionale. La Suprema Corte ha anche ritenuto la nuova disciplina in contrasto con l’art. 117 1° comma, Cost. per intromissione del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia. Sull’art. 32 si è pronunciata anche la giurisprudenza di merito. Più precisamente la nuova disciplina è stata applicata, in sede di giudizio di primo grado, da pressoché tutti i Tribunali, mentre alcune Corti d’Appello (Milano e alcune sezioni di Roma), avevano ritenuto che il richiamo alla disciplina di cui all’art. 421 c.p.c. (contenuta nell’ultimo alinea dell’art. 7, onde consentire alle parti di integrare la domanda) non ne consentisse l’operatività in grado. Di contro, altre Corti (Perugia, Bari, Ancona e Brescia) avevano applicato la nuova disciplina anche in grado di appello. Deve anche essere segnalato che, nonostante la suddetta ordinanza della Suprema Corte, le norme di cui all’art. 32 continuano ad essere applicate in gran parte dei giudizi pendenti in primo grado, mentre qualche Corte d’Appello, in via cautelativa, ha differito i giudizi, onde attendere la sentenza della Consulta. Da ultimo, con la Legge n. 10/2011 - c.d. decreto milleproroghe - appena promulgata, è stato previsto l’inserimento del comma 1-bis all’art. 6, primo comma, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come già modiﬁcato dall’art. 32 della L. n. 183/2010, con cui è stato stabilito che le disposizioni relative al “termine di sessanta giorni per l'impugnazione del licenziamento, acquistano efﬁcacia a decorrere dal 31 dicembre 2011”.
RISARCIMENTO DANNI DA MOBBING - ESCLUSIONE
(Corte d’Appello di Genova, 16 dicembre 2010)
La Corte di Appello di Genova, in sede di rinvio dopo la cassazione della sentenza di secondo grado, ha rigettato nel merito un’ingente domanda di risarcimento del danno da mobbing anche sessuale e dequaliﬁcazione professionale proposta da una lavoratrice contro una Società nostra cliente. La particolarità del caso risiede nel fatto che la causa aveva avuto esito favorevole per la Società in primo ed in secondo grado ma la Corte di Cassazione, con una sentenza che ha avuto notevole risalto pubblico, aveva cassato con rinvio la sentenza della Corte di Appello di Torino per avere questa, tra l’altro, affermato che per la conﬁgurazione del mobbing è richiesta una minima consistenza temporale (almeno sei mesi) della ipotizzata aggressione. All’esito di una attenta rivalutazione in termini unitari dei vari fatti già oggetto di minuziosa istruttoria in primo grado, la corte genovese afferma che:
diritto ad un proprio ufﬁcio in una azienda organizzata con open space non spetta che ai dirigenti, mentre erroneamente la Cassazione aveva ritenuto che la ricorrente avesse tale qualiﬁca, nemmeno richiesta in causa; conﬂittualità, anche accesa, in ambiente lavorativo è altro dal mobbing;
✦una ✦la
assegnazione o meno di risorse umane a supporto, il cambio di incarico, la collocazione della postazione lavorativa e la coltivazione o l’abbandono di un progetto di lavoro costituiscono oggetto della discrezionalità organizzativa del datore, in mancanza di prova di volontà persecutoria, arbitraria e di emarginazione ad personam; offensive rivolte dal superiore (che, però, chiedeva scusa pubblicamente) non sono attribuibili al datore, venendo meno il nesso causale per esorbitanza rispetto alle norme di lavoro; pronto intervento dell’Azienda a fronte della denuncia della lavoratrice costituisce condotta che tiene esente il datore da responsabilità, anche per aver rimosso il greve superiore gerarchico; molestie sessuali che hanno fortemente connotato l’iniziativa giudiziaria al suo sorgere non erano state provate né avevano costituito speciﬁco oggetto di appello anche se avevano portato ad articoli sulla stampa nazionale ed ad un servizio di “denuncia” sulla Tv.
✦frasi
In conclusione, secondo la corte genovese, la documentata lesione alla salute ed alla serenità emotiva della lavoratrice erano dovute alla difﬁcoltà della attività e dell’ambiente lavorativi nonché al carattere del superiore ma non a responsabilità della azienda.
(Causa curata da Giacinto Favalli e Paolo Zucchinali)
(Corte d’Appello di Milano, 28 gennaio 2011) La Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Milano ed ha rigettato la domanda di un consulente di una società fallita, il quale rivendicava la natura subordinata del rapporto. La Corte d’Appello di Milano ha così deciso: a) per dimostrare la subordinazione, il consulente avrebbe dovuto dimostrare la soggezione del prestatore d’opera al potere organizzativo, di controllo o disciplinare del datore di lavoro; b) non è stato provato un mutamento della volontà del committente di trasformare il contratto di collaborazione, in contratto di natura subordinata; c) le modalità di svolgimento dell’attività prestata dal consulente sono state ritenute più compatibili con un contratto di prestazione d’opera, che non con un contratto di natura subordinata. (Causa curata da Stefano Triﬁrò e Mariapaola Rovetta)
LA SISTEMATICA E RIPETUTA CONDOTTA NON COLLABORATIVA ED OSTRUZIONISTICA DEL DIPENDENTE COSTITUISCE GIUSTA CAUSA DI RECESSO ED I CONFLITTI CON SUPERIORI E COLLEGHI SUL LUOGO DI LAVORO NON INTEGRANO GLI ESTREMI DEL MOBBING
(Tribunale di Novara, 14 settembre 2010 / 24 gennaio 2011) Un dipendente di un’azienda ha impugnato il licenziamento per giusta causa irrogatogli a causa della sistematica e ripetuta condotta non collaborativa ed ostruzionistica da lui tenuta nei confronti della Società (consistente nel riﬁuto di ricevere le lettere di contestazione ed irrogazione di sanzioni disciplinari, nell’inosservanza delle sanzioni irrogategli, nella gestione impropria dell’attività d’ufﬁcio, nonché nella continua ed ingiustiﬁcata contestazione di ogni e qualsiasi decisione aziendale), lamentando altresì di essere vittima di mobbing. Il Tribunale ha rigettato il ricorso evidenziando che:
licenziamento per giusta causa è legittimo a fronte di “atti di insubordinazione e di violazione dei più elementari doveri di correttezza e buona fede da parte del lavoratore”, poiché la loro “sistematica reiterazione vale ad integrare pienamente la colpevole e costante violazione dell’obbligo di collaborazione diligente posto a suo carico”; mobbing sussiste soltanto in presenza di “condotte vessatorie, reiterate, durature, individuali e/o collettive” protratte per “almeno un semestre” e ﬁnalizzate ad “annichilire la personalità del lavoratore” e, quindi, non va confuso con i “ﬁsiologici” contrasti con i superiori ed i colleghi, tenuto conto che “in ogni luogo di lavoro esistono normalmente dinamiche organizzative e conﬂitti interpersonali”.
(Causa curata da Stefano Beretta e Tiziano Feriani)
IL DIRITTO DI PRECEDENZA, IN CASO DI NUOVE ASSUNZIONI DI PERSONALE A TEMPO PIENO, È GARANTITO SOLTANTO RISPETTO A NUOVI ASSUNTI A TEMPO PIENO E A TEMPO INDETERMINATO ALLE DIPENDENZE DELLO STESSO DATORE DI LAVORO
(Corte d’Appello di Brescia, 19 ottobre 2010) Una lavoratrice con contratto part-time conveniva in giudizio l’azienda datrice di lavoro per sentir accertare il diritto alla conversione del proprio contratto in contratto a tempo pieno; faceva valere in tal senso la disposizione normativa secondo cui gode del diritto ad essere preferito in caso di nuove assunzioni a tempo pieno il personale a tempo parziale già impegnato, in precedenza, a tempo pieno, e in subordine assunto a tempo indeterminato part-time, sempre che ne abbia fatto richiesta, sia in possesso dei requisiti richiesti e copra posizioni di identico o equivalente contenuto professionale.
La società datrice contestava l’asserita violazione della clausola di riserva, opponendo, tra le altre, la circostanza che alcuna nuova assunzione aveva avuto luogo, non potendosi considerare tale l’intervenuta prosecuzione del rapporto con una dipendente apprendista. Riformando la sentenza di primo grado, che aveva accolto la domanda della ricorrente, la Corte d’Appello di Brescia ha ritenuto che il prospettato diritto di precedenza non insorga se non in presenza di nuove assunzioni, non essendo consentita dalla lettera, né essendo coerente con la ratio della disposizione, l’estensione di tale diritto al di fuori del caso di nuove assunzioni. Su queste basi, il Collegio ha stabilito che il diritto di precedenza per la trasformazione a tempo pieno del rapporto di lavoro non compete al lavoratore a tempo parziale né nel caso di apprendistato, né nel caso di conversione di rapporto di formazione e lavoro in rapporto a tempo indeterminato, essendo, queste ultime, ipotesi di mere prosecuzioni senza soluzione di continuità di rapporti già instaurati, del tutto inidonee a conﬁgurare nuove assunzioni con contratto a tempo pieno. (Causa curata da Claudio Ponari)
RISARCIMENTO DANNI DA MALATTIA PROFESSIONALE
(Tribunale di Cassino, 28 ottobre 2010) Il lavoratore che rivendica, nei confronti dell’ex datore di lavoro, il risarcimento di danni patrimoniali e morali, conseguenti ad una malattia professionale, deve indicare speciﬁci elementi di fatto da cui possa ricavarsi la natura e l’entità di tali danni, nonché il nesso causale tra gli stessi e la patologia. La sussistenza di danni emergenti e/o da lucro cessante non può ritenersi in re ipsa, a fronte dell’accertamento di una malattia professionale, soprattutto se essa insorge quando il lavoratore è già in pensione e ha, quindi, interrotto la sua attività lavorativa. Il ricorso del lavoratore non può limitarsi a dedurre allegazioni generiche o considerazioni presuntive, poiché in tal caso il datore di lavoro convenuto non sarebbe in condizione di esercitare compiutamente il diritto di difesa; in mancanza delle speciﬁcazioni in fatto richieste, il ricorso è radicalmente nullo e deve essere rigettato allo stato degli atti, senza facoltà del lavoratore di integrarlo con nuove allegazioni, ferma la facoltà del lavoratore di instaurare un nuovo giudizio entro i termini di prescrizione del preteso credito al risarcimento dei danni. (Causa curata da Tommaso Targa)
I N T E G R A G L I E S T R E M I D E L L A G I U S TA C AU S A D I R E C E S S O I L COMPORTAMENTO DELL’AGENTE CHE ABBIA MOLESTATO UNA COLLEGA AGENTE (Tribunale di Foggia, 4 febbraio 2011)
Un agente era stato revocato per giusta causa, in quanto accusato di aver molestato con profferte a sfondo sessuale una collega agente, nei confronti della quale esercitava altresì un potere di coordinamento. L’agente receduto impugnava il recesso, negando la sussistenza dei fatti addebitati e sostenendo, in via subordinata, che si trattava di fatti estranei al rapporto di agenzia e, pertanto, giuridicamente irrilevanti sul rapporto medesimo. Il Tribunale, dopo aver istruito la causa con assunzione di prove testimoniali che avevano sostanzialmente confermato i fatti addebitati, ha ritenuto legittimo il recesso della preponente per giusta causa (dunque senza preavviso e senza pagamento delle indennità di cessazione), affermando il principio secondo cui l’agente che abbia compiuto atti gravemente lesivi della dignità personale di uno degli agenti dallo stesso coordinati si rende gravemente inadempiente agli obblighi derivanti dal mandato, pregiudicando l’interesse della società preponente al buon andamento e all’efﬁciente gestione dei propri affari, non potendosi dubitare dell’inscindibile connessione tra il livello qualitativo e quantitativo del lavoro di una squadra e l’equilibrio dei rapporti tra i suoi componenti. Il Tribunale ha altresì affermato che ai ﬁni della valutazione della gravità della condotta nell’ambito del rapporto di agenzia, l’elemento ﬁduciario, in ragione della maggiore autonomia di gestione dell’attività per luoghi, tempi, modalità e mezzi, assume maggiore intensità rispetto al rapporto di lavoro subordinato; sicché si può affermare che ai ﬁni della legittimità del recesso per giusta causa nel rapporto di agenzia è persino sufﬁciente un fatto di minore consistenza rispetto a quello idoneo ad integrare la giusta causa di risoluzione del rapporto di lavoro subordinato ai sensi dell’art. 2119 cod. civ., disposizione che per insegnamento consolidato trova applicazione analogica anche al rapporto di agenzia. (Causa curata da Luca Peron)
LEGITTIMITÀ DELLA CLAUSOLA CONTRATTUALE DEL “BUON FINE DEGLI AFFARI”. ONERE DI ALLEGAZIONE E DI PROVA DI FATTI IDONEI A PROVARE LE PRETESE DIFFERENZE PROVVIGIONALI (Tribunale di Pesaro, 17 febbraio 2011)
La clausola contrattuale che subordina la maturazione della provvigione al buon ﬁne dell’affare è del tutto legittima, in quanto l’art. 1748, primo comma, cod. civ. è paciﬁcamente derogabile dalle parti. La mancata allegazione e prova di fatti idonei a provare il buon ﬁne di affari non considerati in sede provvigionale ovvero di inadempimenti della preponente nell’esecuzione degli affari conclusi impongono, peraltro, di rigettare la domanda volta ad ottenere pretese differenze provvigionali. (Causa curata da Luca Peron)
NON SEMPRE IL CLIENTE HA DIRITTO AL RISARCIMENTO DEI DANNI IN CASO DI MANCATA CONSUMAZIONE DELLA VACANZA ORGANIZZATA TRAMITE AGENZIA …
(Tribunale di Modena - Sez. Carpi, sentenza n. 4159/2010)
A cura di Francesco Autelitano e Mario Gatti
Il signor Tizio, dopo aver prenotato una vacanza all’estero con l’ausilio della propria Agenzia di ﬁducia, era stato successivamente costretto a rinunciarvi per problemi di salute. Nonostante il contratto di intermediazione viaggi sottoscritto con l’Agenzia prevedesse la copertura assicurativa in caso di malattia solo a seguito della tempestiva denuncia del cliente direttamente all’Assicurazione, lo stesso non provvedeva all’invio della documentazione medica e della relativa segnalazione del sinistro, limitandosi ad informare sul punto l’Agenzia. Successivamente, poiché l’Assicuratore riﬁutava l’indennizzo, il cliente dell’Agenzia di viaggi imputava a quest’ultima la relativa responsabilità e la conveniva in giudizio al ﬁne di ottenere il ristoro dei danni e delle spese del viaggio non usufruito; egli, in particolare, sosteneva che fra gli obblighi contrattuali dell’Agenzia, vi era anche quello - in caso di sinistro - di prendere contatti con l’Assicurazione, per la gestione del sinistro nel suo interesse. Tuttavia l’Agenzia si è difesa, ottenendo ragione dal Giudice, argomentando che la medesima non aveva assunto alcun obbligo di tal tenore e l’istruttoria svolta ha confermato questo assunto. Dunque il turista, che sia costretto a rinunziare al viaggio, ha l’onere di seguire personalmente la pratica assicurativa e di attivarsi con la Compagnia di Assicurazioni per usufruire della relativa copertura, oppure di provare in modo univoco che l’Agenzia di viaggi abbia assunto l’obbligo di farsi carico di tali adempimenti, altrimenti rischia di perdere vacanza, indennizzo e “premi” assicurativi corrisposti inutilmente.
Non è legalmente imposto alla compagnia il diritto del contraente di
POLIZZA DI RCA
assicurare mediante polizza a sé intestata il veicolo in proprietà altrui. (Cassazione, 21 gennaio 2011, n. 1408) Il termine di adempimento di 60 giorni che la legge accorda all’assicuratore della responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli per adempiere la propria obbligazione risarcitoria nei confronti del terzo danneggiato rileva
ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA DELLA RCA E MALA GESTIO DELL’ASSICURATORE
anche nei rapporti tra assicuratore ed assicurato, in quanto la colposa violazione di quel termine fa sorgere in capo all’assicuratore una responsabilità per mala gestio nei confronti dell’assicurato, se a causa del ritardo il risarcimento, capiente all’epoca del sinistro, sia divenuto incapiente; ricorrendo tale ipotesi l’assicuratore è obbligato a tenere indenne l’assicurato per l’intero risarcimento cui questi sia tenuto verso il danneggiato. (Cassazione, 18 gennaio 2011, n. 1083) La clausola "claims made" cd. pura, in virtù della quale l'assicurazione copre le richieste di risarcimento del danno pervenute all'assicurato nel periodo di efﬁcacia della polizza, ma relativamente a tutti i rischi (dedotti in polizza) veriﬁcatisi nel decennio precedente, cioè ﬁno al momento in cui l'assicurato può ritualmente eccepire la prescrizione del diritto del danneggiato di chiedere il risarcimento del danno, non è di per sé vessatoria, perché non è limitativa della responsabilità. (Tribunale di Milano, 18 marzo 2010, n. 4527)
Tra le nostre sentenze: REGOLAZIONE DEI CONTI CON LA PREPONENTE ED ESIGIBILITÀ DEL CREDITO DELL’AGENTE NEI CONFRONTI DELLA CASSA DI PREVIDENZA
Tizio, ex agente della Compagnia Alfa, otteneva dal Tribunale di Milano un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo nei confronti della Cassa di Previdenza agenti, avente ad oggetto il pagamento delle somme accantonate sul proprio conto individuale presso la cassa. La Cassa di previdenza proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo di cui chiedeva e otteneva preliminarmente la sospensione della provvisoria esecutività - eccependo l’applicabilità, nella fattispecie, dell’art. 18 del Regolamento della Cassa Previdenza Agenti, secondo il quale:
“nel caso di revoca del mandato per giusta causa e nei casi di scioglimento del contratto per una delle ipotesi elencate all’art. 19 degli accordi nazionali 10 ottobre 1951, le disponibilità e le attività del conto individuale comunque investite non possono essere liquidate o consegnate prima che siano stati regolati i rapporti di debito e credito con l’impresa. Se le attività del conto fossero investite in una polizza vita o in un contratto di capitalizzazione, la cassa provvede al riscatto e l’importo corrispondente si aggiunge alle disponibilità del conto individuale”. Il rapporto di agenzia tra Alfa e Tizio, infatti, era stato risolto dalla Compagnia a seguito di una veriﬁca ispettiva in occasione della quale era emerso un pesante sbilancio di cassa; e l’agente non aveva provveduto ad estinguere il debito né in sede di riconsegna dell’agenzia, né successivamente. Costituendosi in giudizio, Tizio eccepiva che la previsione regolamentare citata dalla Cassa era stata soppressa dall’Accordo Nazionale Agenti del 2003. La Cassa, tuttavia, replicava che per espressa previsione delle parti contrattualcollettive la soppressione dell’art. 18 riguardava esclusivamente gli agenti inseriti in uno dei regimi di esclusiva previsti dagli Accordi, tra i quali, incontestabilmente, Tizio non rientrava. Il Tribunale, ritenute fondate le eccezioni della Cassa di Previdenza, ha revocato il decreto ingiuntivo opposto, dichiarando che le disponibilità individuali del ricorrente presso la Cassa non possono essere liquidate ﬁno alla deﬁnitiva regolazione del rapporto debitorio con la ex preponente. (Tribunale di Milano, Sezione Lavoro, n. 620/2011) (Causa curata da Bonaventura Minutolo e Teresa Cofano)
A cura di Vittorio Provera PUBBLICITÀ INGANNEVOLE
Le strategie pubblicitarie e di comunicazione delle imprese nei confronti dei consumatori fanno sempre più uso delle cosiddette pubblicità comparative, ovvero di messaggi promozionali nei quali vengono direttamente citati i prodotti dei concorrenti, per un raffronto con quelli della propria impresa. In materia, la normativa nazionale (contenuta nel Codice del consumo di cui al Decreto Legislativo 6 settembre 2005 n. 206, modiﬁcato dal Decreto Legislativo 2 agosto 2007 n. 146) ha sostanzialmente recepito la disciplina europea di cui alla Direttiva CE dell’11 maggio 2005 n. 29, che ha modiﬁcato la Direttiva CEE 84/450/CEE. Sul punto, si è recentemente pronunciata la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 18 novembre 2010, nella causa 159/09 che vedeva contrapposti due giganti della grande distribuzione organizzata (GDO). La controversia prende spunto dalla pubblicazione di una pubblicità (apparsa su un giornale locale francese), nella quale erano stati riprodotti scontrini che, tramite designazioni generiche, riportavano prodotti acquistati in due esercizi appartenenti alle due società. Dal raffronto sarebbe risultato che il costo complessivo della spesa effettuata nel primo esercizio era inferiore alla spesa effettuata nel secondo. A fronte di ciò la seconda chiedeva al Tribunale del Commercio di Bourges di condannare la prima al risarcimento dei danni per concorrenza sleale, sostenendo il carattere ingannevole della pubblicità, poiché avrebbe indotto i consumatori in errore in quanto erano stati selezionati unicamente i prodotti a proprio vantaggio. I prodotti, inoltre, non sarebbero comparabili stante che, in ragione delle loro differenze qualitative e quantitative, non soddisfacevano gli stessi bisogni. L’istante lamentava, altresì, che la mera riproduzione di scontrini di cassa (ove erano genericamente elencati i prodotti) non permetteva agli acquirenti di cogliere le caratteristiche degli stessi prodotti, né di comprendere le ragioni delle differenze di prezzo. La convenuta respingeva tutte le lamentele, argomentando - fra l’altro - che un confronto ben può riguardare anche beni non identici, a patto che soddisﬁno gli stessi bisogni e presentino un sufﬁciente grado di intercambiabilità. Il Tribunale del Commercio di Bourges ha rimesso la causa, alla Corte di Giustizia Europea, chiedendo di valutare se l’art. 3 bis. n. 1 della Direttiva 84/450 (come modiﬁcata nel 2005 e come peraltro recepita nel nostro ordinamento) debba essere interpretata nel senso che non consente di effettuare una pubblicità comparativa tra prezzi di prodotti che, pur diversi, soddisfano gli stessi bisogni o si propongono gli stessi obiettivi; tenendo presente che trattandosi di prodotti alimentari la commestibilità di ciascuno di questi varia signiﬁcativamente in funzione delle condizioni, del luogo di produzione, degli ingredienti e delle esperienze del produttore. Prima di riportare la decisione, è bene premettere, sia pur sinteticamente, che l’articolo 3 bis n. 1 della citata direttiva prevede la liceità della pubblicità comparativa in presenza di determinate condizioni, fra le quali: che detta pubblicità non sia ingannevole in relazione ai principi previsti dalla normativa in materia; che confronti beni o servizi che possono soddisfare gli stessi bisogni o si pongono gli stessi obiettivi; che confronti obiettivamente uno o più caratteristiche essenziali, pertinenti, veriﬁcabili compreso il prezzo di tali beni e servizi.
Sono questi gli aspetti presi in esame dalla Corte, la quale ha concluso che l’art. 3 bis deve essere interpretato nel senso che una pubblicità come quell’oggetto del procedimento può rivestire carattere ingannevole e, quindi, viola le disposizioni normative allorché sia accertato che: tenuto conto di tutte le circostanze rilevanti del caso (comprese le omissioni nell’inserzione), la decisione di acquisto di un numero signiﬁcativo di consumatori venga presa nell’erronea convinzione che la selezione dei prodotti compiuti dall’operatore pubblicitario sia rappresentativa del livello generale dei prezzi di quest’ultimo rispetto a quelli praticati al suo concorrente; cosicché il consumatore sia indotto a considerare che realizzerà risparmi di entità uguale a quella vantata dalla pubblicità effettuando regolarmente i propri acquisti presso detto operatore inserzionista piuttosto che presso il concorrente; ai ﬁni del confronto effettuato esclusivamente sotto il proﬁlo dei prezzi, siano stati selezionati prodotti alimentari che presentano, tuttavia, differenze tali da condizionare sensibilmente la scelta del Consumatore medio, senza che tali differenze emergano dalla pubblicità (anche per le genericità degli scontrini). Pertanto occorre - per una lecita pubblicità comparativa nella quale sono messi a confronto sostanzialmente i prezzi di diversi assortimenti di beni - che detti beni siano individuati con precisione, nell’ambito delle informazioni contenute nello stesso messaggio pubblicitario. Si tratta di una decisione autorevole e rilevante, che può costituire un punto di riferimento per la pianiﬁcazione delle strategie commerciali e pubblicitarie delle imprese, nel rispetto delle norme vigenti.
“Quale modello per le relazioni industriali future?”
Intervista a Salvatore Triﬁrò
Giustizia - Febbraio 2011
Università La Sapienza, Aula Calasso - Facoltà di Giurisprudenza 2 Marzo 2011, 9.30 Federmeccanica - Università La Sapienza Premio Roberto Biglieri Convegno: Diritti sindacali in azienda e crisi della rappresentanza Relatore: Avv. Giacinto Favalli Programma
Aula Magna della Corte d’Appello di Milano 15 Aprile 2011, 15.00/19.00 Camera Civile di Milano Corsi di aggiornamento 2011 Contratti ﬁnanziari e pratiche anticoncorrenziali Relatore: Avv. Francesco Autelitano Programma www.cameracivilemilano.it
✦Parma,
Palazzo Soragna, 21 Febbraio 2011 Unione Parmense degli Industriali Convegno: La costituzione del rapporto di lavoro Relatori: Avv. Stefano Beretta, Avv. Anna Maria Corna, Avv. Luca Peron Rassegna Stampa Convegno e Video intervista
✦Giustizia
- il Giornale: Febbraio 2011 Quale modello per le relazioni industriali future? Intervista a Salvatore Triﬁrò
✦Gazzetta
di Parma: 22/02/11 Contratti, l’Ue come riferimento
Parma “TG Parma” (Ed. 12.45 – min. 14): 22/02/2011 La costituzione del rapporto di lavoro Intervista a Stefano Beretta BLOG JOBtalk - JOB24 - Il Sole 24 Ore: 21/02/11 twitter 24job http://twitter.com/24job Quando il mal d’Africa fa male al lavoro di Stefano Beretta e Antonio Cazzella Newsletter 7:24 - Il Sole 24 Ore: 15/02/11 Avvocati24 - Il Sole 24 Ore: 03/02/11 Professioni & Imprese24 - Il Sole 24 Ore: 03/02/11 Il conﬂitto tra il diritto alla privacy e diritto alla difesa in sede disciplinare di Vittorio Provera
On Line - AIDP: N°4 Febbraio 2011 Non costituisce discriminazione il limite di età posto per l’assunzione di un dipendente (solo in alcuni casi speciﬁci) di Giacinto Favalli e Luca D’Arco
- AIDP: N°12 Febbraio 2011 Alle signore si cede sempre il passo…anche in uscita! di Stefano Beretta e Marina Olgiati
Giornale: 13/02/11 “Giustizia”. Parlano i professionisti del Diritto
BLOG JOBtalk - JOB24 - Il Sole 24 Ore: 01/02/11 twitter 24job http://twitter.com/24job Il primo tentativo di “scollegare” il collegato lavoro di Stefano Beretta
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Febbraio 2011 TopLegal Awards 2010: Giacinto Favalli
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