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Timestamp: 2020-03-28 22:04:22+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 26049 del 15/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26049 del 15/10/2019
Cassazione civile sez. II, 15/10/2019, (ud. 08/03/2019, dep. 15/10/2019), n.26049
sul ricorso 2855-2018 proposto da:
A.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA POMPEO MAGNO
2/B, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE PICONE, rappresentato e
difeso dall’avvocato ORLANDO MARIO CANDIANO;
avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di BARI, depositati il
08/03/2019 dal Consigliere COSENTINO ANTONELLO.
che il signor A.A. ricorre per la cassazione del decreto con cui la corte d’appello di Bari ha rigettato il suo ricorso per equa riparazione – limitatamente al periodo dal 22.7.2010 al 22.9.2015 dell’irragionevole durata di un giudizio pensionistico definito con sentenza del 22.9.2015, altresì condannandolo al pagamento alla Cassa delle ammende della sanzione processuale di Euro 4.000 di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5 quater;
che la corte barese ha fatto applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, lett. a), (che recita: “Non è riconosciuto alcun indennizzo… in favore della parte che ha agito o resistito in giudizio consapevole della infondatezza originaria o sopravvenuta delle proprie domande o difese, anche fuori dai casi di cui all’art. 96 c.p.c.”), rigettando il ricorso del signor A. sul rilievo che la domanda da costui rassegnata al giudice contabile doveva ritenersi proposta nella piena consapevolezza della relativa inammissibilità, in quanto formulata senza indicazione dei dati anagrafici e nell’assoluta incertezza della causa petendi;
che l’intimato Ministero dell’Economia ha depositato controricorso; che la causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio dell’8 marzo 2019, per la quale non sono state depositate memorie;
che i primi due motivi possono essere trattati congiuntamente, in ragione della loro stretta connessione, giacchè il primo denuncia la violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, lett. a), (introdotto dalla L. 28 dicembre 2015, n. 208, art. 1, comma 777, lett. d), a decorrere dal 1 gennaio 2016), nonchè la violazione dell’art. 11 disp. prel,. c.c., in cui la corte territoriale sarebbe incorsa ritenendo applicabile nella specie il menzionato la L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, nonostante che il giudizio presupposto si fosse esaurito prima della relativa entrata in vigore; il secondo denuncia la violazione del previgente testo della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, art. 55, convertito con la L. n. 134 del 2012, che negava l’indennizzo per la non ragionevole durata del processo solo nel caso in cui la parte istante fosse stata condannata, nel processo presupposto, a norma dell’art. 96 c.p.c.;
che, infatti, l’assunto della corte d’appello secondo cui il testo della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, novellato dalla L. n. 208 del 2015 sarebbe applicabile a tutte le domande di equa riparazione proposte dopo l’entrata in vigore di tale legge, anche se aventi ad oggetto la durata non ragionevole di giudizi definiti prima della relativa entrata in vigore, non può essere condiviso;
che, alla stregua di detto insegnamento, occorre distinguere, nell’ambito delle disposizioni che sono state introdotte nel tessuto della L. n. 89 del 2002 dalla L. n. 208 del 2015, tra quelle che non incidono e quelle che incidono sulla disciplina giuridica del fatto generatore del diritto all’equa riparazione;
che tra le prime possono annoverarsi, ad esempio, le disposizioni di cui alla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2 bis, (che, disciplinando la misura dell’indennizzo, devono essere prese in considerazione in se stesse, restando escluso che, attraverso tale applicazione, sia modificata la disciplina giuridica del fatto generatore del danno), o le disposizioni di cui all’art. 2, comma 2 sexies (che, dettando presunzioni iuris tantum, operano sul piano della formazione e valutazione della prova nel processo); cosicchè tali disposizioni trovano applicazione anche nei giudizi di equa riparazione del danno cagionato dalla durata non ragionevole di processi definiti prima dell’entrata in vigore di detta L. n. 208 del 2015 (purchè la domanda di equa riparazione sia stata introdotta dopo tale entrata in vigore);
che tra le seconde, per contro, rientra la disposizione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, lett. a), come modificato dalla L. n. 208 del 2015, giacchè la regola per la quale “non è riconosciuto alcun indennizzo in favore della parte che ha agito o resistito in giudizio consapevole della infondatezza originaria o sopravvenuta delle proprie domande e difese”, impedisce, in presenza della situazione ivi indicata, l’insorgenza stessa del diritto all’equa riparazione del danno da durata non ragionevole del processo; cosicchè l’applicazione di tale regola nelle controversie in cui si discuta di indennizzo per l’irragionevole durata di giudizi svoltisi prima dell’entrata in vigore della stessa si risolverebbe nel non consentito disconoscimento degli effetti già verificatisi di un fatto passato;
che, tuttavia, la decisione della corte territoriale va egualmente considerata conforme a diritto, perchè – anche prima dell’entrata in vigore della L. n. 208 del 2015 e del D.L. n. 83 del 2012 l’infondatezza della domanda nel giudizio presupposto ostava al riconoscimento dell’indennizzo, quando risultasse che di tale infondatezza la parte aveva “consapevolezza, originaria – allorchè proponga una lite temeraria – o sopravvenuta, – ma prima che il processo superi il termine di durata ragionevole – come nel caso di consolidamento di un orientamento giurisprudenziale sfavorevole, di dichiarazione di infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata a fondamento della pretesa o di intervento legislativo di precisazione, in senso riduttivo, della portata della norma invocata” (così Cass. 665/17; conf. Cass. n. 22150/16 e Cass. 9552/18, nonchè Cass. 11939/17, ove si specifica che “Il giudice del procedimento ex L. n. 89 del 2001 può valutare – e poteva farlo anche nella previgente disciplina applicabile ratione temporis – anche ipotesi di temerarietà che per qualunque ragione nel processo presupposto non abbiano condotto ad una pronuncia di condanna ai sensi dell’art. 96 c.p.c.”; per il principio che nemmeno sotto la vigenza del testo introdotto dalla novella del 2012 la condanna ai sensi dell’art. 96 c.p.c., era indispensabile ai fini del diniego dell’equa riparazione per temerarietà delle domande o difese nel giudizio presupposto, si veda altresì Cass. 21131/15 (seguita da Cass. 9100/16, Cass. 24190/17 e altre): “In tema d’irragionevole durata del processo, l’elenco di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, non è tassativo, sicchè l’indennizzo può essere negato a chi abbia agito o resistito temerariamente nel giudizio presupposto, anche in assenza della condanna per responsabilità aggravata, a cui si riferisce la lett. a), potendo il giudice del procedimento di equa riparazione, già prima delle modifiche di cui alla L. n. 208 del 2015, autonomamente valutare la temerarietà della lite, come si desume, peraltro, dalla lett. f), che attribuisce carattere ostativo ad ogni altra ipotesi di abuso dei poteri processuali”;
che quindi, in sostanza, la modifica della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, recata dalla L. n. 208 del 2015 rappresenta la recezione legislativa di un orientamento giurisprudenziale che già precedentemente costituiva “diritto vivente”, alla cui stregua l’equa riparazione da non ragionevole durata del processo non compete a chi abbia agito o resistito in giudizio consapevole della infondatezza originaria o sopravvenuta delle proprie domande o difese e, ciò, anche prescindere dalla pronuncia, nel giudizio presupposto, di una condanna ex art. 96 c.p.c..
che con il terzo motivo di ricorso – riferito alla violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c. e artt. 2697 e 2727 c.c., della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, lett. a), nonchè al vizio di omessa motivazione su un punto decisivo controverso, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – il ricorrente censura l’impugnato decreto per aver rilevato di ufficio la temerarietà del giudizio presupposto, ancorchè la convenuta Amministrazione fosse rimasta contumace e non avesse, quindi, nè dedotto nè provato la consapevolezza del ricorrente in ordine alla infondatezza della pretesa da lui azionata davanti al giudice contabile;
che con il sesto motivo di ricorso il ricorrente solleva la questione di legittimità costituzionale, in relazione all’art. 24 Cost., della L. n. 89 del 2001, art. 5 quater, introdotto dalla L. n. 208 del 2015, là dove esso prevede una sanzione processuale da Euro 1.000 a 10.000 svincolata da criteri di proporzionalità;
che non si applica D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dal L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, risultando dagli atti che il processo è esente dal pagamento del contributo unificato.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 5
 art. 2
 art. 2
 art. 1
 art. 2
 art. 2
 art. 55
 art. 2
 art. 2
 art. 2
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2
 art. 2
 art. 96
 art. 2
 art. 5
 art. 13
 art. 1