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Timestamp: 2020-01-29 17:15:03+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 29 ottobre 2019, n. 27725 - Contratti di collaborazione coordinata e continuativa a progetto ed accertamento dell'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, sugli essenziali elementi dell'eterodirezione dell'attività del lavoratore e della sua soggezione al potere disciplinare datoriale - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 29 ottobre 2019, n. 27725 – Contratti di collaborazione coordinata e continuativa a progetto ed accertamento dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, sugli essenziali elementi dell’eterodirezione dell’attività del lavoratore e della sua soggezione al potere disciplinare datoriale
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 29 ottobre 2019, n. 27725
Lavoro – Contratti di collaborazione coordinata e continuativa a progetto – Accertamento di un rapporto di lavoro subordinato – Soggezione al potere disciplinare datoriale
Con sentenza del 22.5.2015, la Corte d’appello di Roma accertava l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato dal 10 settembre 2006 tra P. R. e la s.p.a. H. R.C., condannava la società all’immediata riammissione in servizio del lavoratore con inquadramento nel IV livello del CCNL (attuale liv. D2) di settore e al pagamento, in suo favore, delle differenze retributive relative al periodo dal 16.10.2008 alla data della sentenza, da determinarsi sulla base della media dei compensi percepiti, oltre accessori di legge: così riformando la sentenza di primo grado, che aveva invece rigettato la domanda del lavoratore.
Al di là della formale instaurazione nel suindicato periodo di rapporti tra le parti in forza di successivi quattro contratti di collaborazione coordinata e continuativa a progetto dal 10.9.2006 al 23.6.2008, a norma degli artt. 61 e 62 dlg. 276/2003, la Corte territoriale riteneva l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, sugli essenziali elementi dell’eterodirezione dell’attività del lavoratore e della sua soggezione al potere disciplinare datoriale, in base alle scrutinate risultanze istruttorie. Pure in forza di queste, essa riconosceva l’inquadramento professionale corrispondente alle mansioni di cameraman svolte dal lavoratore e rendeva le superiori statuizioni, in particolare liquidando il danno subito dal predetto nel periodo intermedio (tra la cessazione della prestazione in fatto e la pronuncia) in applicazione della normativa di diritto comune e non dell’art. 32, quinto comma l. 183/2010.
Con atto notificato il 10 novembre 2015, la società ricorreva per cassazione con quattro motivi, illustrati da memoria ai sensi dell’art. 380bis 1 c.p.c., cui il lavoratore resisteva con controricorso. Ritenuta l’insussistenza dei presupposti per la trattazione in adunanza camerale, la causa era rinviata a nuovo ruolo e quindi rifissata all’odierna pubblica udienza. Il controricorrente comunicava memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
Nelle more decedeva l’avv. A.S., come dichiarato in udienza dal codifensore della ricorrente avv. S.C..
1. Con il primo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 61 d.lg. 276/2003, 2094, 2222 ss. c.c. in relazione all’art. 2697 c.c., per erroneo accertamento di un rapporto di lavoro subordinato tra le parti, senza un’attenta né corretta distinzione tra questo e il lavoro autonomo professionale, alla luce delle scrutinate risultanze della prova orale, deponenti per l’assenza di un penetrante potere direttivo (tanto meno disciplinare, né conformativo della prestazione) datoriale, ma per la presenza di semplici direttive programmatiche rispettose dell’autonomia del prestatore d’opera.
2. Con il secondo, essa deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 2094 c.c., 115, 116, 409, n. 3 c.p.c., per la natura effettivamente parasubordinata dei rapporti instaurati tra le parti, corrispondenti alla volontà formalizzata a norma dell’art. 62 dlg. 276/2003, congruente con la collaborazione, variabile e flessibile (appunto a programma), necessaria alla società gestrice di ippodromi e di centri di addestramento, nonché di iniziative sportive, giochi e scommesse ippiche.
4. Con il quarto, essa deduce violazione dell’art. 32, quinto comma L. 183/2010, per la non corretta liquidazione del danno risarcibile al lavoratore nel periodo intermedio (tra la cessazione della prestazione in fatto e la pronuncia della Corte d’appello) sulla base delle retribuzioni maturate e non dell’indennità omnicomprensiva prevista dalla norma denunciata, applicata dalla giurisprudenza di legittimità in senso estensivo ad ogni contratto lavorativo a termine, convertito in un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato in esito all’accertata nullità del termine.
5.4. Ebbene, la Corte territoriale ha esattamente applicato i su enunciati principi di diritto, focalizzando la distinzione tra collaborazione coordinata e continuativa a progetto e rapporto di subordinazione nell’effettivo, e non formale, margine di autonomia (pg. 5 della sentenza).
Essa ha quindi compiuto un accertamento in fatto, sulla base delle scrutinate risultanze istruttorie, congruamente argomentato (per le ragioni esposte al paragrafo 3 delle pgg. 5, 6 e 7 della sentenza), pertanto insindacabile in sede di legittimità.
6.1. Anche qui la Corte territoriale ha correttamente accertato (al punto 4 di pg. 8 della sentenza) l’attività (di cameraman) concretamente svolta dal lavoratore e individuato la qualifica prevista dal contratto collettivo di categoria, in esito al cd. procedimento trifasico, consistente nel raffronto tra il risultato della prima indagine e della seconda (Cass. 27 settembre 2010, n. 20272; Cass. 28 aprile 2015, n. 8589; Cass. 27 settembre 2016, n. 18943). Senza con ciò omettere alcuna pronuncia su eccezioni della società datrice (disattese dall’accertamento in fatto), né incorrere in vizio di ultrapetizione, avendo la Corte capitolina pronunciato sulla domanda di inquadramento nel livello D2 (ex IV livello) del CCNL di settore, cui è seguita quella delle relative differenze retributive, mantenuta nei due gradi di merito .
7. Il quarto motivo, relativo ad error in iudicando per non corretta liquidazione del danno risarcibile al lavoratore nel periodo tra la cessazione della prestazione in fatto e la sentenza d’appello sulla base delle retribuzioni maturate e non dell’indennità omnicomprensiva ai sensi dell’art. 32, quinto comma l. 183/2010, è invece fondato.
7.1. La questione devoluta riguarda dunque l’applicabilità o meno dell’indennità omnicomprensiva istituita dall’art. 32, quinto comma I. 183/2010 anche al contratto di collaborazione a progetto illegittimo.
La norma in esame prevede che, nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanni il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo un’indennità omnicomprensiva da un minimo di 2,5 a un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell’art. 8 l. 604/1966
Ed infatti, nello scrutinio di legittimità costituzionale dell’art. 32, quinto comma l. 183/2010, alla stregua di previsione irragionevolmente riduttiva del risarcimento del danno integrale già conseguibile dal lavoratore, illegittimamente estromesso alla scadenza del termine, sotto il regime previgente e (per quanto qui interessa) “con effetti discriminatori nei confronti di una serie di lavoratori … in situazioni comparabili”, la Consulta ha escluso (al p.to 3.3.3. del Considerato in diritto) una “indebita omologazione, da parte del modello indennitario delineato dalla normativa in esame, di situazioni diverse” per le “ulteriori disparità di trattamento segnalate dal Tribunale di Trani”, attesa “l’obiettiva eterogeneità delle situazioni”, preclusiva dell’assimilabilità del “contratto di lavoro subordinato con una clausola viziata (quella, appunto, appositiva del termine) … ad altre figure illecite”: quali la somministrazione irregolare di manodopera (specificamente rilevante nei due arresti di legittimità citati), la cessione illegittima del rapporto di lavoro e quella dell’utilizzazione fraudolenta della collaborazione continuativa e coordinata (qui appunto rilevante).
L’inesistenza di un vincolo interpretativo nel passo della sentenza della Corte costituzionale appena illustrato, già ritenuta da questa Corte nei precedenti richiamati, deve essere qui ribadita. E non soltanto per l’ovvia considerazione del limitato effetto (processuale) della pronuncia di rigetto sulla questione rimessa, in assenza di alcuna decisione sulla legge; ma anche per l’inidoneità dell’argomentazione a costituire dato ermeneutico impegnativo, in riferimento alla (in)applicabilità dell’art. 32, quinto comma L. cit. alle diverse fattispecie illecite richiamate in via esemplificativa, in funzione di mera esclusione della prospettata disparità di trattamento per obiettiva eterogeneità delle situazioni. Sia pure non esplicitato dalle due sentenze citate, questo è stato l’altro problema” sul quale la “sentenza” si è “focalizzata”, senza una più puntuale definizione del perimetro della norma, in quanto eccedente la questione di costituzionalità prospettata.
7.3. Tanto chiarito, occorre allora assumere come dato acquisito, per indirizzo giurisprudenziale di legittimità ormai consolidato in diritto vivente, la necessità (e, al tempo stesso, la sufficienza) di verificare, per l’inclusione nell’art. 32, quinto comma I. 183/2010 della fattispecie in esame, la sussistenza delle due sole condizioni: a) di natura a tempo determinato del contratto di lavoro; b) di presenza di un fenomeno di conversione.
7.4. Occorre allora verificare l’applicabilità dei su enunciati principi di diritto al contratto di lavoro a progetto, che, si ribadisce, è disciplinato dall’art. 61 d.lg. 276/2003 alla stregua di una particolare forma di lavoro autonomo, caratterizzato da un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale, riconducibile ad uno o più progetti specifici, funzionalmente collegati al raggiungimento di un risultato finale determinati dal committente, ma gestiti dal collaboratore nel rispetto del coordinamento con l’organizzazione del primo e indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione dell’attività lavorativa, senza che si configuri una soggezione al potere direttivo altrui e quindi senza vincolo di subordinazione: con la conseguenza che il progetto concordato non può consistere nella mera riproposizione dell’oggetto sociale della committente, e dunque nella previsione di prestazioni a carico del lavoratore coincidenti con l’ordinaria attività aziendale (Cass. 6 settembre 2016, n. 17636).
Sicchè, l’art. 69, primo comma dlgs. 276/2003 (ratione temporis applicabile, nella versione antecedente le modifiche dell’art. 1, ventitreesimo comma, lett. f) I. 92/2012) si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza individuare uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si proceda ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma all’automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione (Cass. 21 giugno 2016, n. 12820; Cass. 17 agosto 2016, n. 17127; Cass. 5 novembre 2018, n. 28156).
7.5. Posto che la temporaneità deve naturalmente essere intesa non soltanto nel senso di predeterminazione cronologica espressamente individuata dall’apposizione di un termine finale, ma di intrinseca limitazione nel tempo di un’attività, destinata a cessare con il raggiungimento di un obiettivo chiaramente predefinito, il contratto di lavoro a progetto integra questa prima condizione. Esso è, infatti, ontologicamente a tempo determinato, siccome da ricondurre costitutivamente ad uno o più progetti specifici, funzionalmente collegati al raggiungimento di un risultato finale: al punto di essere contratto di lavoro a progetto in quanto “finalisticamente a tempo”, o di non esserlo, così divenendo altro.
È indubbio che la norma introduca un regime speciale finalizzato a limitare, in sede di prima applicazione della legge 183/2010 ed alle condizioni indicate, le conseguenze sanzionatorie in caso di accertamento della natura subordinata del rapporto delle collaborazioni coordinate e continuative, anche a progetto, già oggetto di un’offerta di stabilizzazione ai sensi dell’art. 1, comma 1202 ss. l. 296/2006 (cosiddetta “legge finanziaria 2007”); non potendo così trarsene una regola generale nel senso di escludere, in difetto delle condizioni di stabilizzazione eccezionalmente indicate, il contratto in esame dalla soggezione al nuovo generale regime indennitario.
Per quanto qui interessa, esso stabilisce in particolare una riduzione, per così dire premiale (dell’emersione delle collaborazioni coordinate e continuative, anche se riconducibili ad un progetto o programma di lavoro, in seguito alle procedure di stabilizzazione suindicate), in misura di metà del massimo dell’indennità; non diversamente dalla previsione del sesto comma dell’art. 32 cit., di dimidiazione della misura dell’indennità del quinto comma (“In presenza di contratti ovvero accordi collettivi nazionali, territoriali o aziendali, stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, che prevedano l’assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già occupati con contratto a termine nell’ambito di specifiche graduatorie, il limite massimo dell’indennità fissata dal comma 5 è ridotto alla metà”), in funzione promozionale di soluzioni sindacali del contenzioso rilevante sedimentatosi, in materia, in alcuni settori produttivi. Sicché, non ci sono ragioni per dubitare che l’art. 50 I. cit. osti all’applicabilità dell’indennità omnicomprensiva istituita dall’art. 32, quinto comma I. 183/2010 anche al contratto di collaborazione a progetto illegittimo.
8. Le superiori argomentazioni comportano l’accoglimento del quarto motivo esaminato, con rigetto degli altri e la cassazione della sentenza, in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, che si atterrà al seguente principio di diritto, enunciato a norma dell’art. 384, secondo comma c.p.c.: “Il regime indennitario istituito dall’art. 32, quinto comma I. 183/2010 si applica anche al contratto di collaborazione a progetto illegittimo, in quanto fattispecie nella quale ricorrono le condizioni della natura a tempo determinato del contratto di lavoro e della presenza di un fenomeno di conversione”.
accoglie il quarto motivo, rigetta gli altri; cassa la sentenza, in relazione al motivo accolto, e rinvia alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

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