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Timestamp: 2019-07-24 03:22:46+00:00

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Scuola7 - n. 144
Scuola7 8 luglio 2019, n. 144
8 luglio 2019, n. 144
Cronaca di un annullamento annunciato! (L. Stellacci)
Salviamo il colloquio della maturità (M. Piras)
Il rilancio dell’autonomia scolastica (M. Tiriticco)
Per una nuova strategia comunicativa di INVALSI: il sito INVALSIopen (M. Imperato)
Parliamo diCONCORSO DIRIGENTICronaca di un annullamento annunciato!
Cronaca di un annullamento annunciato!
Il tormentone dei ricorsi
Attendevamo l’ordinanza cautelare che il Tar Lazio Sez.terza bis avrebbe dovuto assumere nell’udienza del 2 luglio u.s., a seguito del rinvio deciso nella precedente udienza del 18/6/2019, su di uno dei ricorsi collettivi proposti da candidati non ammessi alla prova orale del concorso per dirigenti scolastici, e già da qualche giorno sui social girava la notizia diffusa da qualche studio legale ben accreditato di una presunta volontà del collegio giudicante di annullare l’intero concorso per vizi di procedura.
Nella mattinata del 2 luglio, si è diffusa l’ordinanza pubblicata il 26/6/2019 con cui la Sez.III bis del Tar Lazio, pronunciandosi su di un ricorso collettivo per l’annullamento dell’elenco dei candidati ammessi a sostenere la prova orale, si limitava a disporre l’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti i candidati del concorso ammessi alla prova orale, rinviando per la trattazione all’udienza pubblica del 3/4/2020.
Nel frattempo sui social rimbalzavano notizie sulla sorte degli altri ricorsi collettivi, alcuni, si diceva, rinviati per la trattazione al 16 luglio altri a gennaio 2020, con la individuazione, nella composizione delle commissioni e nel mancato rispetto dell’anonimato, dei motivi di impugnativa che sembravano meglio documentati.
Il pericolo imminente sembrava scongiurato, ma l’illusione è durata solo qualche ora!
Nel pomeriggio si diffonde, con la forza dirompente di una esplosione vulcanica, la sentenza decisa dalla terza sezione bis del Tar Lazio e immediatamente pubblicata (sic!), su ricorso singolo, proposto da Maria Perilli, rappresentata e difesa dall’avv.to Guido Marone del foro di Napoli. La prima sentenza di merito !
Undici i motivi di impugnativa proposti dalla ricorrente per ottenere l’annullamento degli atti approvativi della graduatoria dei candidati ammessi agli orali (DD. N.395/2019) nonché gli atti presupposti di nomina della commissione esaminatrice, di predisposizione dei quadri di riferimento (criteri) e dei verbali inerenti la valutazione delle prove scritte.
Tutti respinti dal Collegio giudicante, tranne l’undicesimo con cui la ricorrente lamenta che “… i criteri di valutazione erano ab origine invalidi siccome adottati da un organo illegittimamente costituito.”
Precisa infatti la sentenza che, nella seduta del 25 gennaio 2019, il Comitato tecnico si era riunito a composizione allargata, con la partecipazione non solo dei membri della Commissione centrale ma anche dei componenti e/o rappresentanti delle 38 sottocommissioni e che in tale occasione venivano definiti i criteri di valutazione poi utilizzati per la correzione delle prove e l’attribuzione dei punteggi.
Nel consesso figuravano anche tre componenti che versavano in una condizione di incompatibilità espressamente prevista e vietata dal Regolamento del concorso de quo, D.M. n.138 del 3 agosto 2017, art.16 comma 2.
Il Collegio giudicante chiarisce che l’organo a composizione allargata che ha proceduto alla definizione delle griglie di valutazione deve ritenersi un collegio perfetto in tutti i momenti in cui ha operato e che l’invalidità della nomina di un solo componente, comporta l’illegittimità di tutte le attività svolte.
La natura di collegio perfetto riconosciuta in sentenza all’organo a composizione allargata che il 25 gennaio scorso ha deciso le griglie di valutazione della prova scritta, troverebbe ulteriore conferma in precedenti sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, richiamate in sentenza.
Quel collegio (im)perfetto...
È facile intuire che la natura di collegio perfetto riverbera i suoi effetti invalidanti, tanto in caso di presenza effettiva nell’organo allargato di componenti in situazione di incompatibilità, che in caso di loro assenza, tesi, quest’ultima, prospettata dalla redazione di Tuttoscuola dopo aver esaminato i verbali di quel fatidico 25 gennaio da cui sembrerebbero mancare le firme dei tre componenti presunti incompatibili.
Per questa volta, la sentenza di accoglimento del ricorso va oltre il petitum, infatti non si limita ad annullare l’elenco degli ammessi alla prova orale, come richiesto dalla ricorrente, ma travolge in toto la procedura concorsuale in questione, tanto da ingenerare dubbi sulla sopravvivenza almeno della prova preselettiva, che nulla ha avuto a che fare, sia nei tempi di espletamento che nei criteri di ammissione alla prova scritta, con i criteri di valutazione contestati.
La platea dei candidati al concorso si spacca, c’è chi esulta e chi inorridisce! Lo stato d’animo più comune è la volontà di vendetta, di individuazione delle colpe e delle responsabilità, anche se questa strada presto si appalesa sterile. Ne approfittano gli studi legali in cerca di lavoro e di notorietà che propongono ricorsi a prezzi stracciati!
Deve passare la nottata, e poi a mente fresca si cercheranno le soluzioni!
I rimedi attivati dal MIUR
Il Ministero impugna la sentenza al Consiglio di Stato fornendo ampia documentazione di fatto e di diritto, idonea a smantellare la motivazione della sentenza, e chiede di pronunciarsi immediatamente in via cautelare per sospendere gli effetti della sentenza di 1° grado, in modo da poter concludere gli orali e stilare la graduatoria finale dei vincitori.
Lo studio legale Marone, incalza con un ricorso in appello al Consiglio di Stato chiedendo il riesame e l’accoglimento dei dieci motivi di impugnativa respinti, per dare maggiore forza alla decisione assunta nel 1° grado.
Contemporaneamente all’appello del Ministero, cominciano ad essere depositati presso il Consiglio di Stato ricorsi singoli e collettivi di persone lese dalla sentenza di 1 grado che ne chiedono la sospensiva e l’annullamento.
Un consiglio ai candidati
Per la mia lunga esperienza di amministrazione, consiglierei a tutti i candidati al concorso, danneggiati dalla sentenza, di attendere la pronuncia in via cautelare del Consiglio di Stato sull’appello del Ministero, prima di proporre essi stessi un ricorso in via incidentale ad adiuvandum. Le motivazioni della pronuncia potrebbero aprire nuovi varchi di riflessione. E poi, che non si disperdano, ora più che mai vale il detto: l’unione fa la forza!
L’orientamento del Consiglio di Stato sulla vicenda lo leggeremo tra le righe della ordinanza cautelare che ci auguriamo intervenga in tempi rapidi e con contenuti rassicuranti, come un salutare acquazzone estivo!
Salviamo il colloquio della maturità
Cosa non funziona nel “nuovo” esame di Stato
Il nuovo colloquio dell’Esame di Stato del secondo ciclo è completamente fuori strada. Non nella norma, ma nella pratica. Si trasforma quasi sempre in un gioco di “collegamenti” tra un argomento e l’altro, in cui i passaggi sono spesso superficiali e improvvisati, mentre ogni singola parte si riduce a una ripetizione di nozioni appiccicaticce. Il peggio del vecchio unito al peggio del nuovo.
Le cause di questo disastro sono due:
1) la forzatura delle “buste”;
2) l’ossessione dei “collegamenti”.
1 - Le “buste” contraddicono lo spirito e la lettera della norma
Le finalità del colloquio nel nuovo Esame di Stato del secondo ciclo sono definite in questi termini:
“Il colloquio ha la finalità di accertare il conseguimento del profilo culturale, educativo e professionale della studentessa o dello studente. A tal fine la commissione, tenendo conto anche di quanto previsto dall’articolo 1, comma 30, della legge 13 luglio 2015, n. 107, propone al candidato di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale anche utilizzando la lingua straniera.” (D. Lgs. 62/2017, art. 17, c. 9)
Si vede bene che lo scopo principale del colloquio è verificare l’acquisizione, in termini di obbiettivi di apprendimento, delle competenze attese alla fine del percorso di formazione svolto. La parte centrale è quella riferita alla “capacità di utilizzare le conoscenze acquisite”, che è la definizione specifica di competenza. Se quindi il nuovo colloquio parte dal PECUP e dalla verifica delle competenze, l’estrazione casuale degli “spunti” di partenza, con le buste, non è giustificata. L’ordinamento prevede la personalizzazione dei percorsi formativi. Questo è sottolineato dal testo stesso del D.Lgs. 62/2017: la frase “tenendo conto anche di quanto previsto dall’articolo 1, comma 30, della legge 13 luglio 2015, n. 107”, citata sopra, è fondamentale, eppure è stata trascurata, imponendo un modello che non rispetta le norme di legge. Quel comma della legge 107, infatti, recita così:
“Nell’ambito dell’esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado, nello svolgimento dei colloqui la commissione d’esame tiene conto del curriculum dello studente.” (Legge 107/2015, art. 1, comma 30).
“Tiene conto del curriculum dello studente”: ripeto questa frase perché è un principio contraddetto frontalmente dall’introduzione delle buste. Queste sono una violazione della norma, perché se bisogna tenere conto del curriculum dello studente, non si deve partire da uno spunto casuale, ma da uno spunto mirato, scelto consapevolmente dai commissari in relazione al percorso personale del candidato.
2 - I “collegamenti” non sono conoscenza né competenza
Nella maggior parte dei casi, i nuovi orali si svolgono così: il candidato estrae il materiale dalla busta; lo studia per qualche minuto; inizia a parlare dei contenuti del materiale, e poi “si collega” alle varie discipline, finché non le ha esaurite tutte. Se ha difficoltà a collegarsi, lo fanno i commissari, spesso con delle domande. Se non ci sono collegamenti possibili, si “inserisce” il commissario “scollegato”, che non può che fare una domanda, cioè interrogare.
Perché questo disastro? Perché i “collegamenti” sono diventati, nella mente dei docenti e degli studenti, la cosa più importante. L’imperativo sembra: bisogna assolutamente verificare la capacità dello studente di collegare tutte le materie, o quasi.
Questa cosa è insensata, da due punti di vista, normativo e didattico.
2a - La forzatura dei “materiali”
Dal punto di vista normativo, il fine primario del colloquio non è affatto verificare la capacità di fare collegamenti. Il fine primario è verificare le competenze, cioè la capacità di applicare le conoscenze delle singole discipline in contesti specifici. Questo è lo scopo fondamentale a cui deve mirare la didattica. Per questo si deve partire da “materiali”: per verificare le competenze non bisogna “fare la domandina”, ma sottoporre al candidato un documento da interpretare, usando le proprie conoscenze. Ecco perché la riduzione dei materiali a uno solo è una forzatura gravissima: non è possibile che un solo materiale possa mettere in gioco tutte le competenze di un percorso che è formato da diverse discipline. Diversi materiali, invece, permetterebbero di mettere in gioco diverse competenze disciplinari. Nella norma, il riferimento alla “capacità di [...] di collegarle [=le discipline] per argomentare in maniera critica e personale” è subordinata a quella di “utilizzare le conoscenze acquisite”, cioè alle competenze. Inoltre, se si deve argomentare in maniera critica, i collegamenti devono essere sensati, non forzati e artificiosi. E l’unico modo per farlo è che i materiali di partenza siano diversi e, soprattutto, che tutti i commissari proseguano la loro parte di colloquio sempre con lo stesso metodo: sottoponendo dei materiali al candidato. Invece, dopo il documento iniziale, il candidato ripete a pappardella parti imparate dai manuali e i commissari fanno domande che servono solo ad avere questo tipo di risposta. Il tutto in un contesto di collegamenti artificiosi. Il peggio del nuovo unito al peggio del vecchio.
2b - Il rischio della superficialità e dell’improvvisazione
Questo ci porta all’aspetto didattico. La norma chiede di “verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline”. Dato questo presupposto, quello che conta, didatticamente, è che gli studenti abbiano acquisito i fondamentali delle diverse discipline, in termini di competenze. Questo è già un obbiettivo molto alto, molto difficile da raggiungere. Invece l’idea dei collegamenti “interdisciplinari” porta con sé inevitabilmente superficialità e approssimazione. Perché parte dall’idea che se conosci, in termini generali, due argomenti, li puoi collegare. Non è così. Se conosci a fondo un argomento, sai che non è isolabile, e che ha un contesto, afferente anche ad altre discipline, che lo rende comprensibile. Ma se conosci superficialmente due argomenti e li colleghi non stai acquisendo conoscenza e competenza, stai solo facendo chiacchiere da dopo cena. Ed è quello che succede in questi orali: si passa di palo in frasca, o sulla base di vieti luoghi comuni della scuola o della “cultura media” (tipo “Svevo-Freud”, o “Leopardi-Schopenhauer” ecc.), oppure sulla base di legami improbabili, basati solo su una parola o una suggestione (tipo “dalla luce nella fotosintesi alla luce negli impressionisti”). Tutto questo è il contrario della formazione culturale di una persona: è un cascame di approssimazione e sciatteria. Va spazzato via al più presto, prima che prenda piede.
Per salvare il colloquio
Concludo quindi con un appello a tutti i docenti, dirigenti scolastici, dirigenti tecnici, esperti di scuola e persone colte attente alla scuola che leggono questa rivista: cerchiamo di unire le nostre migliori forze per riflettere su questo nuovo colloquio, per correggerlo e farlo funzionare al meglio prima che diventi, nei prossimi anni, una farsa insensata. Facciamo da settembre un tavolo di lavoro che proponga degli aggiustamenti interpretativi in modo da ricondurre il colloquio al suo vero intento, la verifica delle competenze, e di sottrarlo al gioco suicida dei “collegamenti”.
Il rilancio dell’autonomia scolastica
In principio fu la “Bassanini”
Com’è noto, la legge 107/2015, “per affermare il ruolo centrale della scuola nella società della conoscenza e innalzare i livelli di istruzione e le competenze delle studentesse e degli studenti”, ha inteso dare “piena attuazione all’autonomia delle istituzioni scolastiche”. A tal fine, con il comma 14, riscrive profondamente l’articolo 3 del Regolamento, di cui al DPR 275/99. Si tratta di quell’articolo che introduceva il Piano dell’Offerta Formativa, sostituendolo al Progetto di Istituto, di cui alla Carta dei servizi scolastici, varata nel lontano 1995, in pieno clima di riorganizzazione dell’intera amministrazione pubblica.
Erano gli anni in cui con una serie di provvedimenti si passava – e non senza difficoltà – da uno Stato fortemente centralizzato, ereditato da almeno cento anni di storia patria, a uno Stato fondato, invece, sulle autonomie, quelle autonomie che ritornano spesso nella Carta costituzionale del 1947, ma che non ebbero mai una rapida attuazione per i motivi che tutti conosciamo: la faticosa uscita da una guerra, l’eredità di uno Stato fortemente accentratore e, soprattutto, il peso del ventennio della dittatura fascista.
La vicenda storica di quegli anni la conosciamo: si tratta della legge delega 59/97, altrimenti detta “legge Bassanini”, e in particolare di quell’articolo 21 che riguardava, appunto, il riassetto dell’intera organizzazione scolastica. In esso, tra l’altro, si diceva: “Ai fini della realizzazione della autonomia delle istituzioni scolastiche, le funzioni dell’Amministrazione centrale e periferica della pubblica istruzione in materia di gestione del servizio di istruzione, fermi restando i livelli unitari e nazionali di fruizione del diritto allo studio nonché gli elementi comuni all’intero sistema scolastico pubblico in materia di gestione e programmazione definiti dallo Stato, sono progressivamente attribuite alle istituzioni scolastiche”.
Le autonomie in Costituzione
Alla legge seguirono, nel 1999, il Regolamento attuativo dell’autonomia (il DPR 275/99) e, nel 2001, quelle modifiche all’intero Titolo V della Costituzione (legge Cost. 3), con cui vennero riscritti ex novo i rapporti tra Stato e Regioni e ripartiti i rispettivi poteri. Per quanto concerne l’istruzione statale e la formazione professionale regionale, allo Stato vennero attribuite la legislazione esclusiva sia in materia di “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” sia in materia di “norme generali sull’istruzione”.
Il che ribadì – e ribadisce – che le finalità e gli obiettivi generali dell’intero “Sistema nazionale di istruzione e formazione” (è la definizione che ritroviamo nella legge 107/2015 e che corregge quella di “Sistema educativo di istruzione e formazione”, di cui sia alla legge 30/2000, riforma Berlinguer, in seguito abrogata, che alla legge 53/2003, riforma Moratti) sono di competenza dello Stato.
Un bilancio critico dell’autonomia
Ora dobbiamo chiederci: a distanza di quasi vent’anni dal varo dell’autonomia scolastica, in ogni istituzione scolastica autonoma tutto ciò che è previsto dagli articoli clou del DPR 275/99 è stato veramente realizzato? Indubbiamente no, salvo particolari nonché significative situazioni. In effetti, le singole istituzioni hanno incontrato notevoli difficoltà soprattutto per quanto concerne ciò che è indicato dagli articoli 4, 5 e 6 del citato DPR: l’autonomia didattica; l’autonomia organizzativa; l’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo. Le ragioni sono tante e sarebbe difficile ripercorrerle in questo breve scritto; una ragione di fondo, comunque, va ricercata nella difficoltà – o, se si vuole, nella problematicità – che nasce tra la presenza di norme, pur sempre rigide che l’amministrazione non ha di fatto, e di diritto, modificato e, nel contempo, l’invito a superarle. In effetti, sembra che l’espressione di Berlinguer “ciò che non è vietato è lecito” non abbia avuto molto successo: spesso l’intreccio delle norme è tale che rende difficile una scelta, della quale poi il dirigente scolastico deve pur sempre rispondere.
Le rigidita’ dell’organizzazione scolastica
In effetti, l’attuazione dell’autonomia da parte delle istituzioni scolastiche non ha carattere assoluto, in quanto queste non sono autonome tout court, ma (è l’incipit del DPR) “sono espressioni di autonomia funzionale”. E, di fatto e di diritto, “funzionale” alla realizzazione delle finalità e degli obiettivi del Sistema educativo nazionale di Istruzione. In tal modo, da un lato si offre una grande apertura, dall’altro si raccomanda che tale apertura ha precisi limiti.
Il che, in effetti, non ha incoraggiato le istituzioni scolastiche ad avviarsi sulla strada dell’autonomia. Inoltre, alcune indicazioni operative rischiano di configgere con le norme vigenti. Alcuni esempi: è difficile attuare un’“articolazione modulare del monte ore annuale di ciascuna disciplina o attività” a fronte della rigidità del monte ore annuale dei docenti e delle discipline di insegnamento per classe; per non dire poi della rigidità degli orari (il tempo scuola scandito dal suono della campanella è eguale per tutti) e delle classi di età; o della difficoltà di aggregare discipline in aree e ambiti disciplinari, quando poi le lezioni e i voti sono pur sempre disciplinari. Ciò, tuttavia, non significa affatto che in molte realtà l’autonomia non abbia dato i frutti desiderati, ma, ovviamente, a livello nazionale quanto indicato dai citati articoli 4, 5 e 6 è stato largamente evaso.
Una riforma sul solco della continuità
Era ovvio, quindi, che, se l’autonomia delle singole istituzioni scolastiche deve costituire la chiave del rinnovamento, quello che conduca realmente a quel “successo formativo” che, stando all’articolo 1, comma 2 del DPR 275/1999, dovrebbe essere “garantito” a tutti gli alunni, non possiamo davvero dire che, a distanza di un quindicennio, questo atteso e auspicato rinnovamento si sia realizzato.
Era, quindi, atteso e auspicabile un provvedimento che permettesse di superare il difficile impasse in cui l’intero nostro sistema scolastico si è cacciato! O è stato cacciato? È difficile a dirsi! Resta comunque il fatto che, a distanza di quasi un ventennio, quel DPR che doveva sancire una svolta radicale nella conduzione delle istituzioni scolastiche rese autonome e un netto miglioramento dei processi di apprendimento dei nostri studenti – tra l’altro, a tutt’oggi ancora in coda al tutte le classifiche europee – è stato rimesso in discussione.
Con la legge 107/2015 si è inteso, quindi, “dare piena attuazione all’autonomia delle istituzioni scolastiche” e, con la riscrittura del citato articolo 3 del DPR 275/99, si vorrebbe dar vita a un’organizzazione diversa delle nostre istituzioni scolastiche.
Per quanto concerne il potenziamento dell’autonomia, fattori portanti dell’innovazione – anche se per certi versi discutibili e che tanta preoccupazione hanno suscitato in molti operatori scolastici – sono i seguenti:
a) il piano triennale dell’offerta formativa (se ne tratta in ben sei commi, dal 12 al 17), rivedibile annualmente, al fine di dare un respiro temporale più lungo alle scuole per maturare un’offerta più meditata e mirata nonché più legata alle istanze del territorio (culturali e professionalizzanti in primo luogo);
b) il potenziamento dell’offerta formativa sia in termini di personale insegnante, che di contenuti e orari di studio;
c) responsabilizzazione del dirigente scolastico per quanto riguarda “gli indirizzi per le attività della scuola e le scelte di gestione e di amministrazione”;
d) responsabilizzazione del dirigente scolastico per quanto riguarda l’individuazione del personale da assegnare ai posti dell’organico dell’autonomia (comma 18 e commi dal 79 all’83).
Le innovazioni della legge 107, comunque, non si limitano a quanto fin qui scritto! Ve ne sono altre, e numerose, che, com’è noto, hanno suscitato più critiche che consensi. Ormai, però, les jeux sont faits ed oggi siamo alle prese con i 212 commi della legge (alcuni, però, in via di disapplicazione) e con i decreti applicativi di aprile 2017 (alcuni in fase di riscrittura). E’ poi stato emanato il decreto interministeriale che ha riscritto il regolamento di contabilità delle istituzioni scolastiche.
Gli ordinamenti restano invariati
In effetti, la legge 107/2015 non mette in discussione gli attuali ordinamenti per gradi e ordini, del nostro sistema di istruzione. Com’è noto, erano in molti ad attendersi che il ciclo obbligatorio di istruzione decennale non si svolgesse più lungo i tre tradizionali “spezzoni scolastici” – eredità di leggi diverse che si sono avvicendate nei decenni – tra loro scarsamente dialoganti, la scuola primaria, la scuola media e il primo biennio del secondo ciclo.
Altri si attendevano che l’esame finale di Stato terminasse a 18 anni età – un auspicio che viene da lontano – con quella certificazione delle competenze culturali e di cittadinanza che i nostri giovani attendono e che l’Europa stessa ci chiede da tempo. Altri ancora attendevano che i tre ordini di sempre del secondo ciclo di istruzione venissero “riordinati” al fine di superare definitivamente l’ancestrale prosopopea che caratterizza i licei e dare ai professionali quella dignità che oggi, con il progressivo superamento del lavoro manuale, dovrebbe caratterizzare l’istruzione tecnica e quella professionale. Iniziative che andassero in tale direzione avrebbero veramente sconvolto una tradizione dura a morire e avrebbero provocato una rottura con una tradizione che con il varo della legge 107, sembra invece consolidarsi.
Per una nuova strategia comunicativa di INVALSI: il sito INVALSIopen
Un INVALSI più friendly?
Con una mail indirizzata a tutte le istituzioni scolastiche, nelle settimane scorse la Presidente INVALSI Anna Maria Ajello ha comunicato una importante notizia riguardante l’apertura del nuovo sito INVALSIopen (www.invalsiopen.it) a partire dalle ore 14 del 17 giugno.
L’iniziativa rappresenta una svolta epocale nella ‘politica’ dell’Istituto, soprattutto in questo periodo nel quale si susseguono a ritmo incalzante i rumores sul suo futuro. La dichiarazione da parte della Presidente che il sito INVALSIopen sia stato pensato come strumento comunicativo diretto a tutti gli stakeholders interessati alle tematiche della valutazione riafferma in modo esplicito l’esistenza di una linea di demarcazione chiaramente tracciata negli anni che non è possibile oltrepassare per evidenti ragioni di competenze specifiche dell’Istituto, ma anche di competenze acquisite ‘sul campo’ nel corso di un ventennio di intenso lavoro. Tutto ciò ha consentito, grazie alla costante attività di ricerca, lo sviluppo culturale nel settore della valutazione nel sistema scolastico italiano.
Per promuovere la cultura della valutazione
INVALSIopen, sebbene esplicitamente definito ‘satellite’ rispetto al sito ufficiale che continuerà la sua funzione ‘tecnica’, si propone di raggiungere ben sei obiettivi, tutti ambiziosi e di capitale importanza sia per INVALSI, sia per l’intero sistema della valutazione:
1. migliorare la comunicazione relativa alle prove INVALSI rendendola ancora più chiara;
2. mettere a disposizione lo ‘scrigno’ delle esperienze precedenti (prove, modalità di lettura, indagini, risultati)
3. ‘esporre le ragioni delle prove in modo chiaro e semplice, sia direttamente sia ospitando interventi esterni’;
4. promuovere la cultura della valutazione;
5. implementare le informazioni, anche per facilitare il dialogo con il mondo della Scuola;
6. far diventare le scuole protagoniste del processo di miglioramento e di valutazione attraverso la presentazione di buone pratiche derivate dagli esiti delle prove INVALSI.
Una visione positiva della valutazione
Dunque, il nuovo sito si configura, in prima battuta, come uno spazio di dialogo e di confronto tra attori diversi, ma è anche evidente la volontà di farlo diventare un importante repository di azioni e dati che, a loro volta, saranno oggetto di ricerca per contribuire a radicare nella scuola italiana, in tutti gli ordini e gradi, una visione positiva ed utile della valutazione.
Lo sforzo costante da parte di INVALSI, evidente in particolare negli ultimi anni attraverso la realizzazione di iniziative di ampio respiro e di altrettanto ampia partecipazione, volto a raggiungere un maggior livello di prossimità con le scuole e con l’utenza appare dunque coerente col bisogno di far percepire correttamente INVALSI come servizio pubblico ed anche come promotore del processo di miglioramento atteso per il sistema scuola in Italia.

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 art.16
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