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Timestamp: 2017-12-18 01:16:22+00:00

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Condominio: Corte di Cassazione Sentenza 603, 2011 | Federproprietà Abruzzo
Federproprietà AbruzzoPosto autoSentenze Cassazione Penale, Sezione Quinta, 18 novembre 2011 n. 603
Sentenze Cassazione Penale, Sezione Quinta, 18 novembre 2011 n. 603
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Può un parcheggio costituire reato? Se sì, quale fattispecie?
Dott. GRASSI Aldo Presidente del 18/11/2 – -
Dott. SAVANI Piero Consigliere SENTE – -
Dott. BRUNO Paolo A. Consigliere N. 2 – -
Dott. VESSICHELLI Maria rel. Consigliere REGISTRO GENER – -
Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo Consigliere N. 30869/2 – -
1)L.G.N.IL (OMISSIS); avverso la sentenza n. 258/2007 CORTE APPELLO di CATANIA, del 10/11/2010;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 18/11/2011 la relazione fatta dal Consigliere Dott. MARIA VESSICHELLI;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Fodaroni, che ha concluso per il rigetto.
Propone ricorso per cassazione L.G. avverso la sentenza della Corte di appello di Catania in data 10 novembre 2010 con la quale è stata confermata quella di primo grado di condanna per il reato di violenza privata. Al prevenuto è stato addebitato il suddetto reato per essersi rifiutato di rimuovere il proprio autoveicolo, parcheggiato in modo tale da impedire ad un condomino di entrare nel garage con la propria autovettura (fatto del (OMISSIS)). La Corte osservava che il comportamento commissivo capace di integrare il reato in esame era quello consistito nell’avere parcheggiato in modo tale da ostruire l’ingresso al garage e che il dolo era insorto quando l’imputato aveva perseverato nel detto comportamento, una volta che era stato richiesto di rimuovere l’auto.
All’imputato era stato infatti contestato soltanto un comportamento omissivo, quello consistito nel rifiutarsi di spostare l’auto per far passare quella del condomino. Invece tutta la vicenda anteatta e cioè la fase del parcheggio irregolare dell’auto era fuori dal capo di imputazione. Con la conseguenza che non potevano essere ravvisati, nel fatto descritto nella imputazione, un atto di violenza o di costrizione capaci di incidere sulla libertà di autodeterminazione della persona offesa. Si era trattato infatti di mera “non adesione” ad una richiesta altrui.
La Corte d’appello, invero, nel respingere tale rilievo, aveva evidenziato che a carico del prevenuto era ravvisabile un vero e proprio comportamento commissivo che era quello integrato dal parcheggiare l’auto in modo da ostruire il passaggio al garage:
soltanto il dolo era insorto in un momento successivo, quando l’imputato aveva perseverato nel detto comportamento rifiutando di spostare l’auto.
Ma – prosegue la difesa – la cronistoria dei fatti accertati evidenziava che al momento in cui si sarebbe verificato il comportamento commissivo capace, ad avviso della Corte di merito, di sostanziare l’elemento oggettivo del reato, in realtà l’imputato non aveva alcuna intenzione di coartare la persona offesa (peraltro assente) ed anzi aveva dato prova, subito dopo, di volere rimuovere l’autovettura quando era stato sollecitato a farlo.
Senonchè tale decisione non è utilmente evocata con riferimento alla fattispecie in esame posto che, diversamente dal caso esaminato in tale sentenza, in quello che ci occupa non può dirsi che il comportamento dell’agente sia consistito semplicemente nell’omettere (senza alcun’altra iniziativa materiale) di aderire a una richiesta altrui: se così fosse stato, infatti, si sarebbe ben potuto aderire alla conclusione della sentenza citata, raggiunta in una fattispecie nella quale il comportamento omissivo dell’imputato non era consistito nè in una modificazione della realtà esterna, nè in una modalità di comunicazione, tali, rispettivamente, da creare o prospettare una situazione “coartante”, ma si era risolto invece in una mera forma passiva di non cooperazione al conseguimento del risultato voluto dal richiedente. Il fatto è che il caso che ci occupa risulta diverso perchè la comunicazione, da parte del ricorrente, di non volere rimuovere l’auto parcheggiata in modo da ostruire il passaggio a quella della persona offesa, era stata preceduta da altro comportamento dello stesso imputato, esso si di natura commissiva e costituito dall’impiego di energia fisica su una cosa, atto a determinare una costrizione della volontà della persona offesa.
E proprio quel pregresso comportamento, per quanto posto in essere in origine senza il dolo della violenza privata e per questo non rifluito nella imputazione, vale a delineare in capo all’agente la responsabilità per il reato di cui all’art. 610 c.p. quando, alfine, si è saldato col dolo: il cambiamento dell’atteggiamento psicologico dell’agente, ha cioè visto, nel rifiuto di spostare l’auto, il momento della manifestazione esteriore della azione coartante dell’imputato materialmente già posta in essere, non essendo, quel rifiuto, un comportamento capace, da solo, di integrare il reato.
In conclusione, se è del tutto condivisibile che costituisca il reato in esame la condotta di chi effettui il parcheggio di un’autovettura in modo tale da impedire intenzionalmente a un’altra automobile di spostarsi per accedere alla pubblica via e accompagnato dal rifiuto reiterato alla richiesta della parte offesa di liberare l’accesso (Rv. 234458; Massime precedenti Conformi: N. 4093 del 1981 Rv. 148695, N. 2545 del 1985 Rv. 168350, N. 10834 del 1988 Rv.
179650, N. 40983 del 2005 Rv. 232459), sarebbe irragionevole non ritenere reato anche soltanto la seconda parte della condotta appena descritta nella quale la costrizione, con violenza, della altrui volontà è determinata dal mantenimento della vettura nella posizione irregolare in cui è stata messa dallo stesso agente:
mantenimento capace di determinare la costrizione psicologica della persona offesa nè più e nè meno dell’intenzionale parcheggio ostruttivo.
Così deciso in Roma, il 18 novembre 2011.
Depositato in Cancelleria il 12 gennaio 2012.
Cassazione Civile, Sezione V, Ordinanza 22 novembre 2011 n. 24645
Corte di Cassazione, Sezione 2 Civile, Sentenza 27 ottobre 2011, n. 22428
Cassazione Civile, Sezione II, Sentenza 19 luglio 2012 n. 12485
Cassazione Civile, Sezione VI, Sentenza 05 giugno 2012 n. 9090
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