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Timestamp: 2020-08-04 06:16:16+00:00

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Sez. II La nostra povertà (art.72-79) Sez. III La nostra castità (art.80-84)
PARTE SECONDA CAP.VI, II-III
IL PROGETTO DI VITA DEI SALESIANI DI DON BOSCO Guida alla lettura delle Costituzioni salesiane
00163 Roma, Bravetta
«Disse a lui Gesù: Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19,21).
Altre citazioni bibliche sono menzionate nel testo costituzionale: l´esempio prioritario di Gesù (2 Cor 8,9: Cost 72), la fiducia in Dio e non nelle cose (Mt 6,25ss: Cost 72), la beatitudine della povertà (Mt 5,3: Cost 75). Ma è in particolare il racconto cosidetto del «giovane ricco» che fa da motivo ispiratore, se non altro come ossequio alla bimillenaria tradizione cristiana che sempre vi ha letto il consiglio evangelico della povertà.
Del resto si tratta di un testo veramente trasparente nel dire in sintesi tutti gli elementi essenziali circa il genuino significato evangelico di povertà: la realizzazione piena della vita («se vuoi essere perfetto»); la rinuncia radicale alle cose («va, vendi quello che possiedi»); la destinazione di carità dei beni («dallo ai poveri»); la rilevanza escatologica quanto mai felice di tale rinuncia («avrai un tesoro nel cielo»); la totale subordinazione della rinuncia alla sequela (imitazione, condivisione del destino) di Cristo («vieni e seguimi»). Non ultimo, trattandosi della versione matteana, ricorderemo che è un giovane l´interlocutore di Cristo (19,20). Ancora una volta la scelta di povertà va interpretata e vissuta in rapporto alla causa di Cristo, il Regno messianico. Ma è anche vero che tale scelta si fa criterio di valutazione della veracità della medesima sequela.
Non dimenticheremo, sempre all´interno del racconto (Mt 19, 16-29), come emergano dubbi, perplessità, anzi rifiuti (così reagisce il giovane ricco: 19,22), insomma come non sia ovvia la scelta di povertà (cf. la domanda dei discepoli: chi si potrà dunque salvare? 19,25). Gesù non addolcisce per nulla la radicalità del suo Vangelo, ma indica come essa sia sostenuta dalla grazia «cui tutto è possibile» (19,26). Una grazia del resto già all´opera nella decisione di Pietro e degli altri che hanno «lasciato tutto» e hanno «seguito» Gesù. Gesù li elogia e ti benedice (19,27-29). E così facendo non solo ci consegna un´ardua teoria, ma l´esempio coraggioso e fattibile di una pratica.
Il richiamo sollecito a Don Bosco, che la povertà visse con uno sguardo a Cristo e uno ai giovani poveri (Cast 72. 73. 79), sigilla felicemente l´eredità biblica giunta ora nelle nostre mani.
ART. 72 SIGNIFICATO EVANGELICO DELLA NOSTRA POVERTÀ
Conosciamo la generosità del Signore nostro Gesù Cristo. da ricco che era, egli si fece povero, affinché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà.
Chiamati ad una vita intensamente evangelica, scegliamo di seguire «il Salvatore che nacque nella povertà, visse nella privazione di tutte le cose e morì nudo in croce?
Come gli Apostoli all´invito del Signore, ci liberiamo dalla preoccupazione e dall´affanno dei beni terreni 3 e, ponendo la nostra fiducia nella Provvidenza del Padre, ci doniamo al servizio del Vangelo.
1 cF. 2 Cor 8,9
2 Cosi 1875 (Introduzione), p. XXIV cf. Mi F,25ss
Come parlando del salesiano obbediente, si è anzitutto mostrato che egli è partecipe del mistero di Cristo che «redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza»,1 così anche la povertà volontaria del salesiano è immediatamente collegata alla sua sorgente evangelica e cioè all´esempio e all´insegnamento del nostro Salvatore e Maestro.
In verità, alla domanda: «perché il salesiano sceglie una vita di povertà?», la prima e fondamentale risposta non può che essere questa: perché Gesù ha voluto essere povero, ha preso la povertà come compagna della sua esistenza, ha scelto dei mezzi poveri per compiere la sua missione. La contemplazione della povertà del Cristo, in particolare del
PC, i
Cristo a Betlemme e sulla Croce, è l´unico vero motivo che spiega il mistero di salvezza nascosto nella povertà cristiana e che porta ad abbracciarla con amore: la povertà per il Regno è possibile ed amabile perché Gesù l´ha assunta e l´ha fatta strumento per rivelare l´amore di Dio per gli uomini.
L´art. 72 delle Costituzioni sviluppa questo pensiero, associando all´esempio di Gesù anche quello dei suoi Apostoli.
Seguire Cristo perfettamente povero.
Il decreto «Perfectae caritatis, volendo descrivere la povertà del religioso, incomincia con la semplice e profonda espressione. «la povertà volontariamente abbracciata per mettersi alla sequela di Cristo» 2 sottolinea così la risposta di fede data liberamente nel nome di Gesù. Per molta gente, infatti, la povertà non è che una situazione economica e sociale: essa viene subita, non scelta. La povertà del religioso, invece, è una scelta volontaria: essa non è fatta per motivi umani, ma solo per amore e imitazione del Cristo. Commentando la parola di san Pietro a Gesù: «Noi abbiamo lasciato tutto per seguire te» (Mc 10,28), san Girolamo spiega: «L´importante non è ´abbiamo lasciato tutto´, perché questo l´ha fatto anche il filosofo Cratete, e molti altri hanno saputo manifestare il disprezzo per le ricchezze. L´importante è ´per seguire Te´, il che è proprio degli Apostoli e dei credenti».
Le Costituzioni, per meglio spiegare questo significato cristiano della povertà nella vita e missione del salesiano, riportano rispettivamente nel primo e nel secondo capoverso dell´articolo che esaminiamo - due citazioni: una di san Paolo e l´altra del nostro Fondatore Don Bosco.
La citazione di san Paolo è la stessa proposta dal decreto «Perfectae caritatis»: «Conoscete la generosità del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, egli si fece povero, affinché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Paolo mette in luce il mistero dell´annientamento del Cristo che, essendo Dio, assume fino in fondo la
2 PC, 13
condizione di povertà dell´uomo (con altre parole viene espresso qui l´abisso di umiliazione di cui parla la lettera ai Filippesi); ma proprio da questo vertiginoso abbassamento, da questo totale impoverimento del Figlio di Dio nasce la possibilità per l´uomo di essere salvato, di essere cioè ammesso alla comunione con Dio, arricchito della stessa divinità. Alla luce di questo mistero possiamo scorgere che la povertà, abbracciata in compagnia di Gesù, non è solo uno spogliarsi di beni, ma è veramente arricchirsi della potenza salvifica del Cristo; per noi Salesiani essa diventa capacità, spendendo totalmente noi stessi, di arricchire i giovani della vita abbondante che Cristo ha portato.
Il motivo della «sequela Christi» come fondamento della povertà evangelica è ulteriormente ribadito dalla citazione della semplice espressione che Don Bosco poneva nella Introduzione alle Costituzioni: scegliamo di seguire «il Salvatore che nacque nella povertà, visse nella privazione di tutte le cose e morì nudo ìni croce». Tutta la vita di Cristo e i suoi misteri salvifici, soprattutto il mistero della Croce, sono presentati sotto il segno della privazione di ogni cosa; la stessa scelta proposta al discepolo è quella di rinunciare a tutto. Nella medesima Introduzione alle Costituzioni Don Bosco aggiungeva un´altra significativa citazione: «Chi non rinuncia a tutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33).
Il quadro evangelico della nostra scelta di povertà, descritto nella Regola, ci riporta alla vita di Don Bosco. In particolare ci sembra di sentir riecheggiare quelle parole dette da mamma Margherita a Giovanni, che furono per lui un programma: «...segui la tua vocazione, senza guardare ad alcuno... Dio è prima di tutto. Non prenderti fastidi per me. Ritieni bene: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà».3
Imitare gli Apostoli che hanno lasciato ogni cosa per il servizio del Vangelo.
Modelli concreti di povertà evangelica per i religiosi a servizio del Regno sono gli Apostoli, che dalla bocca stessa di Gesù hanno ricevuto
´ MB 1, 296
l´invito al distacco dai beni terreni e dalla stessa famiglia per seguirlo nella missione di annunciare la Buona Novella del Regno. «Seguitemi, e vi farò pescatori di uomini. Ed essi, subite, lasciate le reti, lo seguirono (Mt 4,19-20). Il riferimento alla risposta dei dodici che «hanno lasciato ogni cosa» (cf. Mt 19,27) per Gesù è tanto più importante per noi perché esso rimanda direttamente alla missione apostolica e quindi al ruolo che ha la povertà volontaria per l´efficacia dell´apostolato.
Partendo appunto dalla testimonianza resa dagli Apostoli, il testo delle Costituzioni sottolinea tre atteggiamenti che sono propri di tutti i discepoli che vogliono percorrere la strada del Maestro, vivendo nello spirito della beatitudine della povertà da Lui proclamata. Tali atteggiamenti sono stati incarnati, sia pure con tonalità diverse, dai Santi; essi fanno parte (come si vedrà meglio nell´articolo seguente) anche dell´esperienza spirituale del nostro Fondatore.
-- Anzitutto viene ricordato l´atteggiamento di libertà interiore di fronte ai beni terreni che è proprio di chi vive la povertà evangelica: lungi dal disprezzare i doni di Dio, il religioso accoglie la parola di Gesù che lo invita a non affannarsi per accumulare beni sulla terra (cf. Mt 6,25) e, con il suo distacco, testimonia agli uomini la preminenza del Regno di Dio: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato in aggiunta» (Mt 6,33).
- Questo atteggiamento di libertà e di distacco si fonda interamente sulla fiducia nella Provvidenza del Padre. la povertà religiosa è un atto esplicito di fede e una proclamazione vivente che Dio è l´unico e sommo Bene, il Creatore e Padre che ci ama infinitamente, la nostra più grande Ricchezza. Prendendo coscienza della condizione di innata povertà e quindi della totale dipendenza da Dio, il povero si affida totalmente all´Amore: la povertà evangelica diventa così espressione di amore. Vale la pena di ricordare come questo atteggiamento era profondamente radicato in Don Bosco. Santo intraprendente e attivo, egli aveva un´illimitata fiducia nella Provvidenza e invitava i suoi a tale fiducia, convinto che «l´assistenza anche miracolosa di Dio non manca rnai» 4
4 MB XV, 502
-- Gli atteggiamenti del distacco e del fiducioso abbandono alla Provvidenza del Padre portano a quella totale dedizione al servizio del Vangelo che fu al centro della vita missionaria di Gesù e degli Apostoli e che deve essere anche la nostra caratteristica. Al seguito di Gesù, che ha condiviso la sorte dei poveri e che ha predicato loro la buona novella della liberazione (cf. Le 17-21), impariamo ad amare e servire i poveri, portando ad essi il lieto messaggio dell´amore di Dio,´
Anche Maria è per noi un modello: come per Lei, il riconoscimento della nostra povertà ci rende capaci di dare la nostra piena collaborazione al disegno della salvezza e di essere servitoti e strumenti dell´Amore.
Questi atteggiamenti evangelici, che stanno alla base della nostra scelta di povertà evangelica, verranno ripresi e più ampiamente sviluppati negli articoli seguenti.
Tu, da ricco che eri, hai scelto di farti povero,
per arricchirci con la Tua immensa generosità. Intercedi presso il Padre per noi, che ti abbiamo seguito sulla via della povertà, perché come i Tuoi Apostoli e il nostro Fondatore, vivendo la nostra scelta con gioia, ci affidiamo in tutto alla Tua Provvidenza,
per essere liberi di dedicarci unicamente al Vangelo.
s Sulla povertà di Gesù, che vogliamo imitare, si veda CGS, 586-588.
ART. 73 POVERTA� E MISSIONE SALESIANA
Don Bosco visse la povertà come distacco del cuore e generoso servizio ai fratelli, con uno stile austero, industrioso e ricco di iniziative.
Sul suo esempio anche noi viviamo nel distacco da ogni bene terreno´ e partecipiaruo con intraprendenza alla missione della Chiesa, al suo sforzo per la giustizia e la pace, specialmente con l´educazione dei bisognosi.
L a testimonianza della nostra povertà, vissuta nella comunione dei beni, aiuta i giovani a superare l´istinto del possesso egoistico e li apre al senso cristiano del condividere.
´ cf. casi 1875, IV, 7
Dopo aver fondato solidamente la nostra povertà religiosa su Gesù Cristo e sul suo Vangelo, le Costituzioni presentano al salesiano un´altra fonte ispiratrice per la sua vita intessuta di spirito di povertà: questa fonte è l´esempio e l´insegnamento del Fondatore, che Dio stesso ha suscitato perché incarnasse e trasmettesse ai suoi figli un modo originale di seguire Cristo povero. L´esperienza di Don Bosco, che accetta per sé una vita realmente povera per impegnarsi interamente al servizio dei giovani, si inserisce nella testimonianza della Chiesa che, fedele al suo Signore, proclama il valore supremo dei beni acquistati con la morte e la risurrezione di Cristo e nel medesimo tempo accompagna con il suo servizio il cammino di progresso della comunità degli uomini.
L´art. 73 della Regola, sviluppando ciò che era stato accennato nell´articolo precedente, descrive in maniera più completa il legame della vita di povertà evangelica con la missione che il salesiano compie nella Chiesa per i giovani: il titolo stesso dell´articolo («povertà e missione salesiana») indica tale prospettiva.
Per spiegare il suddetto legame il testo costituzionale concentra la riflessione attorno a due «forme di incarnazione della povertà»,´ che furono caratteristiche in don Bosco e che devono distinguere il salesiano:
la testimonianza di vita povera e l´impegno nel servizio dei fratelli. Te-
´ CL CGS, 600
stimonianza e servizio, qui introdotti, saranno ampiamente ripresi negli articoli seguenti della Regola e sviluppati nei loro diversi aspetti.
Don Bosco: testimone della povertà evangelica per il servizio dei giovani poveri.
Guardando a Don Bosco, modello del salesiano (cf. Cost 21), e volendo scoprire in lui il modo di vivere la povertà, Part. 73 mette in luce, in modo sintetico e preciso, due atteggiamenti che si colgono con evidenza: da una parte egli visse veramente da povero, distaccato dai beni terreni e con una grande Fiducia nella Provvidenza; dall´altra amò concretamente i poveri, specialmente i giovani, spendendo la vita per il loro servizio, la loro elevazione materiale e morale.
Riguardo alla povertà praticata personalmente dal Fondatore, la Regola parla di una testimonianza di distacco che è segnata da «austerità». In verità, dalle parole che Giovanni dice agli eredi di Don Calosso: «Io amo meglio essere povero... Ho più caro il Paradiso che tutte le ricchezze e i danari del mondo» z fino alle parole rivolte a don Viglietti sul letto di morte: «Fammi il piacere di osservare nelle tasche dei miei abiti... Voglio morire in modo che si dica: Don Bosco è morto senza un soldo in tasca»,3 la vita di Don Bosco è segnata da una povertà di fatto, che lascia stupito chiunque guardi a ciò che con l´aiuto di Dio e di Maria egli realizzò. Leggiamo negli Atti del CGS: «Noi cogliamo i tratti caratteristici di questa povertà in un´incrollabile fiducia nella Divina Provvidenza, nella semplicità austera, nell´esemplare sobrietà, in un senso quasi sacro del risparmio e dell´economia, per cui considerava il danaro come dono e strumento di bene» .1
Lo stile di vita che Don Bosco ha vissuto e che ha dato in consegna alla sua Congregazione per essere strumento delle meraviglie di Dio per i giovani, è ben riassunto nel motto: «Lavoro e temperanza». Don Bosco potrà con ragione, guardando all´esperienza vissuta, assicurare alla Congregazione un lieto avvenire legato alla pratica della povertà:
2 MB 1, 217-218 ´ MB XVIII, 493 CGS, 596
«Amate la povertà... La nostra Congregazione ha davanti un lieto avvenire preparato dalla Divina Provvidenza... Quando cominceranno fra noi le comodità e le agiatezze, la nostra Congregazione ha finito il suo corso».$ «Finché ci »manterremo poveri, egli ripete, la Provvidenza non ci verrà meno».ó
Ma la testimonianza di vita povera in Don Bosco è strettamente
congiunta con l´eccezionale impegno di servizio per la gioventù: le Costituzioni qualificano tale impegno «industrioso e ricco di iniziative». È fin troppo facile, leggendo la vita del Santo, scoprire questa ricchezza di iniziative nell´intraprendere e portare avanti le più svariate e imponenti opere per la gioventù. Uomo di Dio, distaccato dal denaro, Don Bosco era però un industrioso operaio del Regno, che sapeva procurarsi e utilizzare i beni terreni per il servizio dei suoi giovani più poveri. Ma soprattutto egli sapeva mettere se stesso, le proprie doti ed energie, il proprio tempo e la sua stessa salute, al servizio dei giovani. Possiamo leggere anche in questa prospettiva l´espressione rivolta a chi gli diceva di risparmiarsi un po´: «Ho promesso a Dio che fin l´ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani».´
Il salesiano: un povero che partecipa alla missione di testimonianza
e di servizio della Chiesa.
L´esempio del Fondatore diventa regola di vita per ciascuno dei suoi figli: come Don Bosco ogni salesiano è chiamato a vivere nel distacco dai beni terreni per essere più disponibile al servizio dei giovani poveri. Le Costituzioni prendono spunto dal testo della Regola scritto dallo stesso Fondatore, che diceva: «Ciascuno abbia il cuore staccato da ogni cosa terrena»; s ma proprio partendo da tale atteggiamento spirituale il testo fa vedere che lo stile salesiano di vita povera si accorda con la missione della Chiesa e permette di inserirci in essa quasi naturalmente per recarvi il nostro contributo.
5 MB XVII, 271.272
F MB V, 671; cf. XII, 79
´ MB XVIII, 258; cI. Cost 1
e Costituzioni 1875, IV, 7 (cf. F. MOTTO, p. 105)
Nella missione della Chiesa, infatti, troviamo i due aspetti della testimonianza e del servizio precedentemente indicati. Da una parte la Chiesa, che è nel mondo, non è del mondo: essa annuncia la superiorità della risurrezione e della vita futura e si adopera affinché i valori terreni non siano assolutizzati. Leggiamo nella «Gaudium et spes»: «I cristiani, mentre svolgono le attività terrestri, conservino il retto ordine, rimanendo fedeli a Cristo e al suo Vangelo, cosicché tutta la loro vita, individuale e sociale, sia compenetrata dallo spirito delle beatitudini, specialmente dallo spirito di povertà».9
Ma, d´altra parte, la Chiesa è nel mondo e solidale col mondo. Messaggera di Colui che è venuto a salvare tutto l´uomo, animata dalla sua carità, essa partecipa allo sforzo degli uomini di buona volontà per lo sviluppo e il progresso della giustizia e della pace: il lieto annuncio di Cristo Salvatore è strettamente congiunto con l´impegno di realizzare un´umanità più fraterna e quindi più conforme al disegno di Dio.10
Noi Salesiani, mentre con il nostro spirito di distacco testimoniamo i valori della risurrezione, ci inseriamo decisamente e «con intraprendenza» in questa missione ecclesiale, specialmente attraverso la nostra competenza di educatori della gioventù più bisognosa. Viene qui messa in evidenza quella che si potrebbe chiamare la «dimensione sociale» della nostra povertà, direttamente legata al servizio della missione descritto nel cap. quarto delle Costituzioni (vedi, in particolare, gli articoli 26-30 e 31-33). Fatti poveri con Cristo nella sua Chiesa, vogliamo arricchire i nostri fratelli con il dono che noi stessi abbiamo ricevuto: I´amore inesauribile e salvatore dello stesso Cristo.
e GS, 72
° Nell´Esortazione apostolica Evwngelii nuntiandi leggiamo queste illuminanti espressioni sul legame tra annuncio del Vangelo e promozione dell´uomo: «Tra evangelizzazione e promozione umana - sviluppo, liberazione - ci sono dei legami profondi. Legarvi dì ordine antropologico, perché l´uomo da evangelizzare non è un essere astratto, ma è condizionato dalle questioni sociali ed economiche. Legami di ordine teologico, poiché non sì può dissociare il piano della creazione da quello della Redenzione che arriva fino alle situazioni molto concrete dell´ingiustizia da combattere e della giustizia da restaurare. Legami di ordine eminentemente evangelico, qual è quello della carità: come infatti proclamare il comandamento nuovo senza promuovere nella giustizia e nella pace la vera, l´autentica crescita dell´uomo?» (EN, 31).
Valore della testimonianza di povertà evangelica nel lavoro educativo.
L´ultimo capoverso, continuando a riflettere sui legami tra spirito di povertà e missione salesiana, approfondisce la speciale relazione che esiste tra la nostra condizione di poveri secondo il Vangelo e il nostro compito di educatori. La prospettiva è quella già accennata nell´art. 62, che parlava dei giovani del nostro tempo tentati dall´«idolatria del possesso»: essi vivono in un mondo che, sotto forme diverse, esalta I´«avere» più che l´«essere, il corpo a scapito dello spirito, i beni materiali escludendo ogni valore che va oltre la terra.
La nostra Regola, fondandosi sulla Parola di Dio, vuole mettere in risalto che la testimonianza della povertà nello spirito delle Beatitudini è molto efficace e può aiutare i giovani a maturare nella comprensione dei valori della vita: essa li può aiutare a capire il senso autentico dei beni terreni come mezzi per la crescita della persona e, facendo «superare l´istinto del possesso egoistico», li può condurre a comprendere la destinazione fraterna dei beni per la costruzione di una comunità fondata sulla giustizia e sull´amore. È una grande responsabilità che abbiamo di educare i giovani - col nostro esempio - a liberarsi dalla schiavitù delle cose, a riconoscere il valore dei beni spirituali e la preminenza dell´essere sull´avere, a formarsi alla capacità di condividere. Si osservi l´espressione che viene usata «senso cristiano del condividere», che si ispira alla parola di Gesù riportata negli Atti degli Apostoli: «C´è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35).
Q Signore, Ti ringraziamo
per averci dato in Don Bosco
un modello di povertà evangelica, distaccato dai beni terreni
generoso e ricco di iniziative nel servizio dei giovani più poveri.
Concedi a noi di imitarlo
nel distacco del cuore
e nell´impegno del servizio,
partecipando così alla missione della tua Chiesa
per l´avvento di un mondo
in cui dimorino la giustizia e la pace.
Sostienici con la tua grazia
affinché, con l´esempio di una vita povera e vissuta in comunione,
educhiamo i giovani
al vero senso cristiano dei beni.
ART. 74 ESIGENZE DEL VOTO DI POVERTÀ
Con il voto di povertà ci impegniamo a non usare e a non disporre dei beni materiali senza il consenso del legittimo superiore.
Ogni confratello conserva la proprietà del suo patrimonio e la capacità di ac. quistare altri beni; ma prima della sua professione dispone liberamente dell´uso e usufrutto di essi e cede ad altri la loro amministrazione.
Prima della professione perpetua redige il suo testamento conforme alle leggi del codice civile. Dopo seria riflessione, per esprimere il suo totale abbandono alla divina Provvidenza, può anche rinunciare definitivamente ai beni di cui ha conservato la proprietà, a norma del diritto universale e proprio.
Dopo aver proposto le motivazioni evangeliche e salesiane della nostra povertà, il testo della Regola passa a trattare della sua realizzazione pratica, incominciando dagli impegni personali che ciascuno assume liberamente, facendone voto davanti a Dio e alla Chiesa.
L´art. 74 presenta alcune norme concrete, che si ricollegano alle esigenze radicali del Vangelo, cui il Signore ci ha invitati a rispondere con generosità: «Se vuoi essere perfetto, va´, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mi 19,21).
Ci impegniamo a non usare e disporre dei beni in modo autonomo.
Il primo capoverso sintetizza in una breve formula la materia del nostro «voto» di povertà. La formulazione è chiaramente ispirata al Codice di diritto canonico� che dice. «Il consiglio evangelico della povertà... comporta la limitazione e la dipendenza nell´usare e disporre dei, beni, secondo il diritto proprio dei singoli Istituti».´ Per noi Salesiani tale norma fa parte della nostra tradizione e risale allo stesso testo scritto dal Fondatore. Leggiamo, infatti, nel cap. IV delle Costituzioni del 1875: «11 voto di povertà, di cui qui si parla, riguarda soltanto l´am
CIC, can. 600
ministrazione di qual si voglia cosa, non già il possesso; perciò quelli che hanno fatto i voti in questa Società, riterranno il dominio dei loro beni; ma ne è loro intieramente proibita l´amministrazione, come pure la distribuzione, e l´uso delle rendite».z
Si possono fare due osservazioni sul modo con cui il testo propone la materia del voto:
a) «Ci impegniamo...»: l´uso del verbo in forma attiva vuole sottolineare l´assunzione volontaria delle limitazioni imposte dalla povertà evangelica, come sacrificio offerto personalmente a Dio. Noi ci obblighiamo a praticare il voto di povertà solo perché l´abbiamo voluto gioiosamente in piena libertà (cf. anche Cost 72).
b) «... a non usare e a non disporre dei beni materiali senza il consenso del legittimo Superiore»: la formula evoca, come precedentemente si accennava, la radicalità delle parole evangeliche. Se di fatto usiamo o disponiamo di qualche bene, è con il consenso del Superiore e, come preciserà l´articolo seguente, nell´ambito della vita comunitaria e per il compimento della missione. Accettiamo la mediazione di «un altro» (il Superiore) per esprimere la nostra totale dipendenza da Dio, di cui proclamiamo, in una forma esplicita e pratica, l´assoluta Signoria e la provvida Paternità sull´intera nostra vita. Il problema, come si vedrà nell´ari. 75, sta nel non cedere alla tentazione di manipolare questa mediazione per sfuggire a Dio.
Amministrazione e uso dei beni.
Il secondo capoverso dell´articolo completa la descrizione delle esi genze imposte dal voto di povertà con alcune precisazioni canoniche. Secondo una consuetudine stabilitasi negli Istituti religiosi durante il secolo XIX e fatta propria dal nostro Fondatore (vedi l´articolo delle Costituzioni del 1875 già citato), la Regola afferma che il voto di po vertà non impedisce di conservare - davanti alla legge e nella società civile - la proprietà del proprio patrimonio 3 e la capacità di acquistare
2 Costituzioni 1875, IV, 1 (cfr F. MOTTO, p. 101)
´ La questione del voto di povertà dei religiosi di «voti semplici» in relazione coi «dominio radicale» dei beni era stata posta fin dal secolo XVIII. Essa aveva trovato una via di soluzione nel
nuovi beni; indica però gli adempimenti cui il religioso deve sottoporsi per una reale rinuncia all´amministrazione e all´uso dei beni stessi. Viene qui introdotta una distinzione fra il possesso radicale dei beni (capacità di acquisire e di possedere un patrimonio) e l´uso e disposizione di essi: il voto si riferisce direttamente e specificamente a questo secondo aspetto.
Le prescrizioni canoniche indicate in questo articolo delle Costituzioni (in particolare l´impegno di cedere l´uso e l´usufrutto nonché di disporre dell´amministrazione dei propri beni prima della professione, l´obbligo di fare testamento) sono ulteriormente precisate dagli art. 51-52 dei Regolamenti generali.
Possiamo rinunciare alla proprietà dei nostri beni.
L´elemento di maggiore novità, rispetto alla nostra tradizione, è portato dal terzo capoverso, il quale introduce - sotto certe condizioni -- la possibilità di rinunciare anche alla proprietà radicale dei propri beni. La norma è suggerita dallo stesso Concilio Vaticano 11, che nel decreto «Perfectae caritatis» dice: «Le Congregazioni religiose nelle loro Costituzioni possono permettere che i loro membri rinuncino ai beni patrimoniali acquistati o da acquistare» 4 Si tratta di una risposta più radicale all´invito di Gesù di lasciare tutto, che il CGS ha ritenuto di accogliere e di inserire nella nostra Regola di vita.
L´affermazione di principio è accompagnata da tre precisazioni proprie del nostro diritto particolare. Anzitutto la rinuncia definitiva ai beni patrimoniali è assolutamente libera e suppone nel professo una ispirazione della grazia, ma anche una «seria riflessione» (per questo
1839 ncile «Lettere apostoliche" con cui la Santa Sede aveva approvato la Regola dell´Istituto della Carità fondato dal Rosmini. Le ~Declara(iones´ pontificie del 1858, che fecero seguito al decreto a Super viola regularium» dell´anno precedente, resero praticamente normativo il principio che il voto dì povertà non toglieva la capacità di ritenere il dominio radicale dei beni. Don Bosco, fin dalla prima redazione dei testo costituzionale, si era inserito in questa linea. Tuttavia la formula, che Don Bosco aveva pensato: Ognuna nell´entrare in Congregazione non perderà il diritto civile ...~ (Costituzioni 1858, 11,2), dovette sopprimerla nonostante la sua supplica. Si veda, su questo argomento, F. MOTTO, «Constitutiortes Societatis S. Francisci Sakesii, Fonti Leuerarieu, in RSS n. 3, 1983, p. 367-369.
4PC,13
l´art. 53 dei Regolamenti dirà che può essere fatta solo dopo almeno dieci anni dalla professione perpetua). In secondo luogo da parte della Società richiede il consenso del Rettor Maggiore (cf. Reg 53). Ma soprattutto deve essere chiaro il suo significato: essa è compiuta nello spirito del distacco evangelico e vuole esprimere meglio la dipendenza di fronte a Dio e il totale abbandono alla sua Paternità. È una specie di spogliamento, che non avrebbe senso al di fuori di una povertà già profondamente vissuta in tutti i suoi aspetti.
Infondi in noi il Tuo Spirito, o Padre,
donaci un cuore generoso nel distacco
ardente nell´amore,
perché la pratica della nostra povertà
non si riduca mai a un´osservanza solo esteriore, ma, animata dalla ricerca di Te, unico Bene, divenga un abbandono fiducioso alla Tua Paternità,
ci renda liberi da ogni legame creato nel servizio dei fratelli.
ART. 75 IMPEGNO PERSONALE DI POVERTÀ
Ciascuno di noi è il primo responsabile della sua povertà, per cui quotidia
namente vive il distacco promesso con un tenore di vita povera.
Accetta di dipendere dal superiore e dalla comunità nell´uso dei beni tempo
rali, ma sa che il permesso ricevuto non lo dispensa dall´essere povero in realtà e nello spirito.´
Vigila per non cedere poco a poco al desiderio del benessere e alle comodità, che sono una minaccia diretta alla fedeltà e alla generosità apostolica.
E quando il suo stato di povertà gli è causa di qualche incomodo e cofferenza,2 si rallegra di poter partecipare alla beatitudine promessa dal Signore ai poveri in spirito.´
c[. PC, 13
´ Cosr 1875 (Introduzione), p. XXVI ´ ef. Me 5,3
Questo articolo completa e approfondisce il precedente: le determinazioni canoniche concernenti il «voto» devono infatti essere viste nel contesto più ampio della «virtù» e dello spirito della povertà evangelica.
I quattro brevi capoversi indicano quattro atteggiamenti di colui che ha risolto di seguire Cristo partecipando alla sua povertà. Li raggruppiamo in due gruppi di riflessioni.
Assumere personalmente la povertà.
Il primo e il secondo capoverso mettono l´accento sulla responsabilità personale nell´assumere e vivere effettivamente una vita da poveri. La povertà evangelica, come diceva l´art. 72, è un cammino di progressiva assimilazione a Cristo che ha scelto la povertà e ne ha accettate le estreme conseguenze («annientò se stesso, assumendo la condizione di servo»): essa non può essere acquisita semplicemente facendone voto, ma è necessario accettare concretamente e quotidianamente le sue conseguenze o, come diceva Don Bosco, «i compagni» della povertà.´
1 Scrive Don Bosco nell´Introduzione alle Costituzioni, citando san Bernardo: ~Vi sono di quelli che si gloriano d´esser chiamati poveri, ma non vogliono i compagni della povertà (Appedice alle Costituzioni 1984, p. 222).
Facendo la sua professione nella Congregazione, il salesiano (come, del resto, ogni religioso) entra in una struttura che gli garantisce una casa, il vitto, il vestito, una certa sicurezza economica... Ci può essere il rischio di vivere la povertà in una maniera quasi automatica, affidandosi in modo pacifico alla sicurezza della istituzione. Senza per nulla sminuire la vita comune come mezzo fondamentale per vivere la povertà (di cui si parlerà negli articoli seguenti), il salesiano viene qui avvertito che la povertà (come d´altronde tutte le altre virtù) non sarà vera se egli non l´assumerà personalmente come «sua». Le condizioni di vita, che gli vengono offerte dalla sua casa, sono spesso esigenti, stimolanti, ma sappiamo purtroppo che talora potrebbero non impedire un certo «imborghesimento». In ogni caso il religioso è chiamato a pensare personalmente alla sua povertà davanti a Gesù povero, a verificarla, a «vivere quotidianamente il distacco promesso» secondo le circostanze, le urgenze, gli appelli che il momento e il luogo possono lanciargli per un dono più totale e generoso di sé. La povertà evangelica non è un´abitudine, ma un amore vivo, incarnato nella esistenza di ciascuno di noi.
Viene esplicitamente richiamato quell´atteggiamento di fondo che Don Bosco additava nel testo delle Costituzioni: «L´osservanza del voto di povertà nella nostra Congregazione consiste essenzialmente nel distacco da ogni bene terreno... ».z
Nella stessa linea di pensiero le Costituzioni mettono in guardia il salesiano dal legalismo dei «permessi». L´art. 74 diceva che, col consenso del Superiore, egli può «usare» e «disporre» di certi beni, acquistare, vendere, amministrare. L´art. 75 sottolinea un ulteriore elemento importante, dicendo che egli accetta di dipendere, oltre che dal Superiore, anche dalla comunità: vivendo come in una famiglia, realmente egli è soggetto alle norme comunitarie e volentieri confronta la sua vita con quella della comunità. Questa duplice dipendenza nell´uso dei beni, dal Superiore e dalla comunità (sia pure con differenti modalità), mentre appartiene alla nostra tradizione di famiglia, mette in evidenza quel «carattere di dipendenza che è inerente o ogni forma di povertà».3
2 Costituzioni 1867, VI,I; cf. Costituzioni 1875, 1V,7 (cf. F. MOTTO, p. 100 e p. 105) 3 Er, 21
Ma il testo della Regola va oltre e afferma che tale dipendenza non è materialmente sufficiente: il Concilio stesso, citato dal nostro articolo, ce ne rende avvertiti, invitandoci ed essere «poveri in realtà e nello spirito».4 Paolo VI, riferendosi a questo argomento, scriveva: «I religiosi devono distinguersi per l´esempio di una vera povertà evangelica. Perciò è necessario che essi amino la povertà, che liberamente hanno abbracciato; e non è sufficiente che, circa l´uso dei beni, dipendano dai Superiori, ma gli stessi religiosi devono essere contenti delle cose necessarie per provvedere alla vita e devono fuggire le comodità e le agiatezze». s
Se Don Bosco invita a rivolgersi al Superiore con piena fiducia in ogni necessità,´ rimane vero che il religioso non può lasciare unicamente al Superiore la responsabilità di una decisione; egli stesso deve giudicare la necessità o la convenienza di ciò che chiede. Si domanda fiducia e insieme lealtà per una povertà di nome e di fatto! Il nostro Fondatore ci ripete: «La povertà bisogna averla nel cuore per praticarla».
Accettare coraggiosamente le durezze della povertà.
Professare di vivere in povertà secondo il Vangelo è accettare una vita dura, in cui non mancheranno rinunce e sacrifici: così fu per la vita di Gesù, che «non aveva dove posare il capo» (Lc 9,58); così è spesso anche per la vita del discepolo.
Don Bosco su questo punto è stato chiaro ed energico, «radicale», potremmo dire, come è stato Gesù. Basta che ricordiamo le parole che egli scrive nella Introduzione alle Costituzioni: «Tutto quello che eccede alimento e vestimenta per noi è superfluo, e contrario alla vocazione religiosa. È vero che talvolta dovremo tollerare qualche disagio nei viaggi, nei lavori, in tempo di sanità o di malattia; talora avremo vitto,
´ PC, 13
S Cf. Paolo VI, Discorso ai Superiori generali, 23 maggio 1964, AAS 96 (1964), p. 567
n Nel´ari 3 del cap. Lu delle Costituzioni 1875 leggiamo: aNiuno diari sollecitudine di domandare cosa alcune ne di ricusarla. Qualora conoscesse che una cosa gli è nocevole o necessaria, la esponga rispettosamente al Superiore, che si darà massima cura di provvedere a´ suoi bisogni» (cf. F. MOTTO, p. 97). Anche nella povertà come nell´ubbidienza la confidenza nel Superiore era una caratteristica della Casa di Don Bosco.
MB V, 670
vestito od altro che non sarà di nostro gusto; ma appunto in questi casi dobbiamo ricordarci che abbiamo fatto professione di povertà, e che se vogliamo averne merito e premio dobbiamo sopportarne le conse
guenze».a
L´articolo ricorda il dovere della vigilanza, a questo riguardo: il nostro egoismo, sempre in agguato, e il mondo in cui viviamo, dominato dal desiderio del possedere (la «concupiscenza degli occhi» di cui parla San Giovanni: 1 Gv 2,16) possono farci perdere di vista dov´è il vero nostro tesoro e insensibilmente inclinarci al benessere e alle comodità. Al di là dei motivi di fedeltà alla promessa fatta a Dio, il testo mette in risalto una ragione che ci riguarda direttamente come religiosi-apostoli: il cedimento sul fronte della povertà è «una minaccia diretta alla fedeltà e generosità apostolica». Infatti, il salesiano, che cerca una vita comoda, attaccandosi alle cose, sarà ancora disponibile per i giovani? Come sarà «pronto a sopportare il caldo e il freddo, le fatiche e il disprezzo...» (cf. Cost 18) per loro? Come testimonierà con la sua vita di «cercare prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia»?
Viene qui ripreso un tema già toccato precedentemente. L´art. 18 infatti parlava delle rinunce legate alla vita apostolica, come una caratteristica dello spirito salesiano: «la ricerca delle comodità e delle agiatezze, si diceva, saranno la morte della Congregazione». L´art. 61 poi descriveva in generale il legame della vita vissuta secondo i consigli con la missione apostolica con queste parole: «il salesiano veramente obbediente povero e casto è pronto ad amare e servire quelli a cui il Signore lo manda, soprattutto i giovani poveri».
L´articolo conclude indicando un ultimo atteggiamento che deve distinguere il salesiano nella sua vita di povero, anche nei momenti in cui questa «gli è causa di qualche incomodo o sofferenza»: è la gioia propria di chi ha scelto di essere amico di Gesù e servitore del suo Vangelo e di accettare la povertà come una condizione a cui Dio guarda con predilezione. Il testo si rifà chiaramente, anche qui, alle parole di Don Bosco nella sua Introduzione alle Costituzioni: «Se pertanto il nostro stato di povertà ci è cagione di qualche incomodo o sofferenza, rallegriamoci con San Paolo, che si dichiara nel colmo di allegrezza in
" D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Povertà; ef. Appendice Costituzioni 19S4, p. 222
ogni sua tribolazione. Oppure facciamo come gli Apostoli, che erano pieni di contentezza, quando ritornavano dal Sinedrio, perché colà erano stati fatti degni di patire disprezzi pel nome di Gesù. Egli è appunto a questo genere di povertà, cui il divin Redentore non solo promette, ma assicura il Paradiso, dicendo: «Beati i poveri di spirito, perché di questi è il Regno dei cieli».9 Molto bello questo richiamo di Don Bosco alla beatitudine della povertà, che è stato fatto proprio dalle Costituzioni: sta qui la spiegazione della letizia che Don Bosco dimostrava nelle privazioni e nelle sofferenze; deve essere questa la sorgente perenne della gioia del vero salesiano.10
Preghiamo con fiducia il Padre,
per il cui amore abbiamo professalo la santa povertà, perché ci doni di praticare il nostro voto con adesione spirituale
a tutto ciò che la sua osservanza richiede da noi come religiosi e come Salesiani.
Perché ciascuno di noi si senta personalmente responsabile nella pratica della povertà,
vivendo quotidianamente e generosamente
nel distacco da tutto ciò che è materiale,
con un tenore di vita veramente povero, preghiamo.
Perché la forza dell´amore di Dio e del prossimo ci faccia vedere nella dipendenza leale dal nostro Superiore e dalla comunità l´espressione e il mezzo per vivere integralmente
9 D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, l.c.
°° fl biografo di Don Bosco parla della fede che il nostro Fondatore dimostrava nelle strettezze e prove e aggiunge: aDì qui proveniva non solo la sua inalterabile tranquillità e la fiducia nell´avvenire, ma di più l´amore eroico per la povertà volontaria e l´allegrezza che provava toccandogli soffrire penuria di cose anche necessarie (MB V, 669; cf. V, 673). Don Caviglia, dopo aver fatto osservare che molti discorsi di Don Bosco ai confratelli sono sul lavoro, sulla temperanza e sulla povertà, soggiunge: austerità di vita, adunque, che parrebbe opposta alla letizia». Risponde a questo interrogativo, dando la spiegazione del salesiano aservirc Domino in laetitia», che non sì oppone ad una vita di sacrificio: nella casa di Don Bosco niente è fatto per forza, ma tutto per amore, spontaneamente, volentieri (`amorevolezza´); niente è subito come imposizione autoritaria, ma tutto è fatto per convinzione, per coscienza (`ragione´, ´religione´). (cf. A. CAVIGLIA, Don Bosco - Profilo storico, SEI Torino 1934, 2a- ed., p. 93).
la nostra dipendenza filiale
da Dio unico nostro vero Bene, preghiamo.
Perché sappiamo accettare insieme alla povertà le rinunce e i sacrifici che essa ci domanda, e aderiamo così alla beatitudine
di essere poveri per il Regno di Dio, preghiamo.
ART. 76 LA COMUNIONE DEI BENI
Sull´esempio dei primi cristiani mettiamo in comune i beni materiali:´ i frutti del nostro lavoro, i doni che riceviamo e quanto percepiamo da pensioni, sussidi e assicurazioni. Offriamo anche i nostri talenti e le nostre energie ed esperienze.
Nella comunità il bene di ciascuno diventa il bene di tutti.
Condividiamo fraternamente ciò che abbiamo con le comunità dell´ispettoria e siamo solidali con le necessità dell´intera Congregazione, della Chiesa e del mondo.
1 cf. Al 4,32
Con questo articolo le Costituzioni passano a descrivere la povertà nel suo aspetto comunitario; passano cioè dalla povertà intesa nella sua dimensione di «dipendenza» alla povertà vista come via alla comunione fraterna.
t un aspetto al quale Don Bosco è stato molto sensibile. Nei primi schemi delle Costituzioni egli aveva messo all´inizio del capitolo della povertà questa definizione: «L´osservanza del voto di povertà nella nostra Congregazione consiste essenzialmente nel distacco da ogni bene terreno, il che noi praticheremo colla vita comune riguardo al vitto e al vestito, non riserbando nulla a proprio uso senza speciale permesso del Superiore»; 1 tale articolo per esigenze canoniche passò alla fine del capitolo nel testo del 1875, approvato dalla Sede Apostolica, ma rimane una delle caratteristiche della povertà salesiana. Noi accettiamo di essere personalmente poveri per imitare Gesù Cristo nella sua povertà feconda, ma anche per formare comunità e amare neglio i nostri fratelli. P- anche il pensiero del nostro Patrono san Francesco di Sales: «Essere povero significa vivere in comunità».2
L´art. 76 sviluppa sostanzialmente due linee di pensiero, che approfondiremo successivamente: la comunione dei beni all´interno della comunità e la condivisione fraterna all´esterno di essa.
´ Costituzioni 1864, VI, i (cf. F. MOTTO, p. 100)
z Oeuvres de S1. FranFois de Sales, Ed. Annecy, voi IX, p. 229; cf- anche CGS, 606
Comunione di beni all´interno della comunità.
I primi due capoversi si riferiscono direttamente alla comunione dei beni all´interno della comunità locale, anche se non è esclusa l´applicazione dei principi enunciati alla comunità ispettoriale e mondiale.
Il punto di riferimento su cui viene fondata la riflessione è quello della prima comunità cristiana nata dalla Pasqua del Signore. Già nel capitolo della comunità fraterna e apostolica era stato citato il sommario degli Atti, che descrive la comunità dei discepoli con l´espressione cara a Don Bosco: «formavano un cuor solo e un´anima sola» (cf. Cost 50). Nel presente contesto viene ricordata una delle traduzioni concrete di questo «cor unum et anima una», che gli Atti descrivono così: «Nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa fra loro era comune» (At 4,32). La comunione dei beni diventa un segno e un mezzo per realizzare una comunità di amore sull´esempio di Gesù.
In tal modo viene messo in risalto il fondamento evangelico della compartecipazione fraterna, facendo vedere che essa è un aspetto di una più profonda comunione delle persone. Paolo VI, nella Esortazione apostolica «Evangelica testificatio», esprime bene questo pensiero, richiamandosi alla tradizione cristiana: «Secondo l´espressione della Didaké, ´se condividete tra voi i beni eterni, a più forte ragione dovete tra voi condividere i beni che periscono´, la povertà effettivamente vissuta mettendo in comune i beni, compreso il salario, attesterà la spirituale comunione che vi unisce».3
Fondandosi, dunque, sull´esempio dei primi cristiani, le Costituzioni affermano che «anche noi mettiamo in comune i beni materiali»; e perché risulti che si tratta di una compartecipazione reale, il testo enumera alcuni di questi beni che portiamo nella comunità: «i frutti del nostro lavoro», senza evidentemente far paragoni tra la maggiore o minore retribuzione delle diverse attività (capita talvolta che i compiti più duri non sono affatto retribuiti!); «i doni che riceviamo», che sentiamo dati a noi per il bene e la gioia anche dei nostri fratelli; «quanto percepiamo da pensioni, sussidi e assicurazioni», che sono un contributo per la vita della nostra famiglia.
´ ET, 21
Il bene di ciascuno diventa il bene di tutti.
Ma la condivisione dei beni va oltre e supera il dominio puramente temporale. Già a proposito dello spirito di famiglia, l´art. 16 diceva: «Nel clima di mutua confidenza e di quotidiano perdono si prova la gioia di condividere tutto». E l´art. 51 sui «rapporti di amicizia fraterna» precisava: «Ci comunichiamo gioie e dolori e condividiamo corresponsabilmente esperienze e progetti apostolici». Proprio in quest´ampia prospettiva di uno scambio e di una condivisione al livello più profondo il nostro articolo aggiunge: «Offriamo anche i nostri talenti e le nostre energie ed esperienze». Con felice espressione il CG21 commenta questo comportamento: «La povertà è piena comunicazione di tutto quello che si ha, di tutto quello che si è, di tutto quello che si fa» 4 La condivisione dei beni diventa espressione di un´esistenza condivisa.
La Regola, dunque, seguendo lo spirito del Vangelo, ci conduce dalla condivisione dei beni materiali alla compartecipazione dei beni personali più profondi e quindi al vertice della carità: come già si accennava la povertà evangelica diventa via alla carità.
Ciò è quanto viene detto nella breve e densa frase del secondo capoverso: «Nella comunità il bene di ciascuno diventa il bene di tutti».S Si può leggere qui una motivazione anche umana della povertà-comunione: essa è un arricchimento reciproco: ciascuno apporta i suoi beni, le sue risorse personali, il suo lavoro, facendoli servire al bene dei fratelli e arricchendo la comunità; d´altro canto ciascuno riceve secondo i suoi bisogni concreti ed è arricchito dalla comunità.
Ma è soprattutto nella luce della Pasqua che «il bene di ciascuno diventa il bene di tutti», perché ognuno, sentendosi riscattato da Cristo e membro della famiglia di Dio, diventa capace di comunicare pienamente con i fratelli le ricchezze che ha ricevute.
Nella nostra tradizione salesiana una povertà vissuta in questa forma si qualifica come una povertà vissuta «in spirito di famiglia» o, come sinteticamente scrive il CGS, una «povertà di famiglia».ó In essa la vita comune con le sue austerità (nel senso esigente inteso da Don
CG21, 40
· La frase si ispira a una espressione di Don Bosco: 41 bene di uno sia il bene di tutti» (cf.
MB XII, 630).
· CGS, 606
Bosco) fiorisce in fraternità, vissuta in letizia per il servizio dei giovani: vi contribuisce la paternità del Superiore, che è attento alle necessità di ciascuno, e la piena confidenza del confratello, che non teme di far presente ogni sua necessità.
È significativo ciò che scrive don Caviglia a proposito dell´austerità vissuta con letizia nella casa di Don Bosco: «l´austerità è nel costume, nella volontà di sacrificio, nel distacco, non nel tono della vita: si lavora, si tollera, si stenta allegramente, perché in tutto c´entra il cuore, e l´anima è così temprata ad alti ideali, è così disposta al superamento del non necessario che permette la massima disinvoltura di movimento e di spirito».7
Solidarietà fraterna con le altre comunità.
Un tratto dello spirito di famiglia, trasmessoci da Don Bosco, è la condivisione dei beni, oltre che nella comunità locale, nella comunità ispettoriale e nell´intera Congregazione. È ciò che viene indicato dal terzo capoverso dell´articolo, che si richiama palesemente anche ad un brano del Concilio: «Le Province e le Case si scambino tra di loro i beni temporali, in modo che le più fornite di mezzi aiutino le altre che soffrono la povertà» .$ Ma l´espressione del testo sembra avere una visuale più ampia: «Condividiamo fraternamente ciò che abbiamo con le comunità dell´Ispettoria e siamo solidali con le necessità dell´intera Congregazione»: è una condivisione che non riguarda solo i beni materiali (di cui parla esplicitamente l´art. 197 dei Regolamenti generali), ma anche i beni spirituali e le capacità apostoliche proprie di ciascuno. Non va dimenticata l´insistenza di Don Bosco sul fatto che la Congregazione forma un corpo solo, è una sola famiglia, stretta attorno al Rettor Maggiore, che ne è il padre e la guida: già l´art. 59 ne anticipava il concetto.
Si deve osservare, tuttavia, che l´art. 76 evidenzia in modo particolare la comunione all´interno della Ispettoria: richiamandosi all´art. 58, esso vuole sottolineare come l´aspetto comunitario della nostra povertà è importante per la promozione di una vera comunità ispettoriale.
A. CAVIGLIA, bon Bosco - Profilo storico, SEI Torino 1934, (2a. ed.), p. 93 9 PC, 13
A conclusione l´articolo costituzionale accenna anche a una solidarietà a livello più ampio: «con le necessità della Chiesa e del mondo». Anche qui siamo rinviati agli orientamenti conciliari; dice infatti il decreto «Perfectae caritatis»: «Gli istituti stessi... volentieri destinino qualche parte dei loro beni alle altre necessità della Chiesa e al sostentamento dei poveri ... ».9 Anche se direttamente il testo del Vaticano Il parla di testimonianza e di servizio dei più poveri, le Costituzioni hanno voluto inserire questo appello nel contesto della condivisione fraterna, sia per ricordare che facciamo parte di una famiglia più grande, sia per sottolineare un´importante finalità dei nostri beni messi in comune. È ciò che anche Paolo VI ricordava ai Superiori religiosi: «Coi beni temporali, che la divina Provvidenza vi ha elargito, soccorrete le vere necessità dei fratelli bisognosi, sia quelli a voi più vicini sia quelli sparsi nelle altre parti della terra».1°
In sintesi, l´articolo fa sentire chiaramente che i beni che possiamo avere non sono destinati né all´accumulo né a garantire una sicurezza economica: essi sono a disposizione dei fratelli, poiché la nostra povertà è a servizio della carità, tutto ciò che abbiamo è al servizio dei giovani poveri (cf. Cost 73. 79).
Dona a noi tuoi servi, o Dio nostro Padre,
di saper condividere con generosità nelle nostre comunità,
con la Chiesa e con i fratelli più poveri, i doni di natura e di grazia e tutti i beni spirituali e materiali che la Tua Provvidenza ci offre. Fa´ che la nostra povertà evangelica sia un mezzo efficace per formare tra noi una vera famiglia
e per essere nel mondo un segno anticipatore dell´avvento del Tuo Regno. Per Cristo nostro Signore.
PC, 13
10 PAOLO VI, Discorso ai Superiori generati, 23 maggio 1964
ART. 77 TESTIMONIANZA DI POVERTA NELLA COMUNITA E NELLE OPERE
Ogni comunità e attenta alle condizioni dell´ambiente in cui vive e testimo� nia la sua povertà con una vita semplice e frugale in abitazioni modeste.
Sull´esempio e nello spirito del Fondatore, accettiamo il possesso dei mezzi richiesti dal nostro lavoro e li amministriamo in modo che a tutti sia evidente la loro finalità di servizio.
La scelta delle attività e l´ubicazione delle opere rispondano alle necessità dei bisognosi; le strutture materiali si ispirino a criteri di semplicità e funzionalità.
Questo articolo continua il tema della povertà comunitaria, sviluppandone in particolare il valore di testimonianza di fronte ai giovani e al mondo. Come si accennava nel precedente articolo, il Concilio chiede ai religiosi «una testimonianza collettiva» di povertà:´ tale testimonianza è importante non soltanto in se stessa, ma per la missione apostolica, poiché - secondo quanto diceva l´art. 62 - la nostra vita più che le parole rende convincente l´annuncio del Vangelo. Rivolgendosi ai religiosi e religiose, Paolo VI ricordava questo compito loro proprio: «Mentre per molti è aumentato il pericolo di essere invischiati nella seducente sicurezza del possedere, del sapere e del potere, l´appello di Dio vi colloca al vertice della coscienza cristiana: ricordare cioè agli uomini che il loro progresso vero e totale consiste nel rispondere alla loro vocazione di partecipare come figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini».2 Il nostro CGS aggiunge che questa testimonianza di povertà è particolarmente leggibile quando è vissuta in comunità.3
Riferendosi alla dottrina del Concilio e alla tradizione salesiana, l´art. 77 tocca tre principali aree della testimonianza collettiva di povertà: lo stile di vita semplice e frugale, il modo di usare i mezzi necessari per il lavoro apostolico, la povertà nelle opere e nelle strutture. Vediamo singolarmente questi punti.
2 ET, 19
´ Cf. CGS, 606
Testimoniare con uno stile di vita semplice e frugale.
Nell´art. 76 è stato detto che un tratto caratteristico della povertà dei figli di Don Bosco è il vivere in una perfetta comunione dei beni materiali e spirituali. Ma occorre avvertire che, se è vero che il singolo religioso col mettere in comune i propri beni realizza una forma eminente di distacco personale e di generoso dono di sé, ciò può non essere sufficiente per una reale testimonianza collettiva di povertà. La storia, purtroppo, ci attesta che ci sono stati Istituti religiosi nei quali un leale distacco personale ha portato ad un accumulo e ad una ricchezza comunitaria. D´altra parte lo stesso Don Bosco ha messo in guardia la sua Congregazione dal rischio della ricerca delle agiatezze e comodità 4
Il primo capoverso dell´articolo vuole sottolineare appunto che la testimonianza del Regno di Dio e della sua trascendenza non è impegno soltanto del singolo; la professione di povertà chiama in causa anche la comunità, che deve dare una testimonianza credibile proprio in quanto comunità. D´altronde, non dimentichiamo, è difficile che possa dirsi povero un membro di una comunità ricca!
Come giungere a questa testimonianza comunitaria? «Con una vita semplice e frugale in abitazioni modeste», risponde la Regola. Gli Atti del CGS illustrano chiaramente tale impegno: «Austerità della vita in comune: nella frugalità del vitto, nel rifiuto del superfluo, nella funzionale semplicità degli edifici dobbiamo sentirci più vicini ai poveri».5 Un po´ più sopra lo stesso Capitolo aveva detto: «livello di vita semplice e austero, che rifiuta comforts e comodità di tipo borghese».b Le espressioni richiamano ciò che Don Bosco scriveva tra i ricordi ai primi missionari: «Fate che il mondo conosca che siete poveri negli abiti, nel vitto, nelle abitazioni e voi sarete ricchi in faccia a Dio e diverrete padroni del cuore degli uomini».´ E ancora: «11 mio ideale era una Con-
Cf, MB XVII, 271-272
´ CGS, 606
a CGS, 605
Ricordi ai missionari (n. 12), cf. Appendice Cost 1984, p. 254. Don Bosco ci ricorda: L´abitare volentieri in una camera incomoda o fornita di suppeliettiIi di poco rilievo, il portare abiti dimessi, l´usare cibi dozzinali onora grandemente chi ha fatto voto di povertà, perché lo rende simile a Gesù Criston (Introduzione alle Costituzioni´ cf. Appendice Con 1984, p. 222).
gregazione modello di frugalità e che tale avrei lasciato alla mia morte 8
E testo aggiunge una sfumatura che ha la sua importanza pratica: «Ogni comunità è attenta alle condizioni dell´ambiente in cui vive». L´idea e la formulazione derivano dal decreto conciliare «Pcrfectae caritatis»° già citato nell´articolo precedente. Esse vengono così spiegate negli Atti del CGS: «Si deve tener presente che l´immagine concreta dell´aspetto socio-economico della povertà del religioso e quindi la sua realtà di segno... varia secondo i diversi ambienti e paesi, le differenti culture e civiltà e le particolari situazioni. Per questo la pratica della povertà è soggetta al principio del pluralismo».` ° Praticamente, ogni comunità deve trovare il suo stile di semplicità e di austerità in funzione della sua precisa missione in un determinato territorio; in ogni caso, però, la norma suprema rimane la stessa: far vivere il Cristo e farlo «vedere» a coloro ai quali siamo mandati!
Testimoniare nell´uso dei mezzi necessari per la missione.
Il secondo capoverso dell´articolo affronta un problema strettamente legato allo svolgimento della nostra missione: quello dei mezzi necessari per il lavoro della comunità."
La Società che Don Bosco ha fondato è indirizzata all´educazione ed evangelizzazione della gioventù, specialmente la più povera, e all´elevazione delle classi popolari; ha una finalità educativa e promozionale, che necessita di mezzi adeguati e spesso costosi.
Don Bosco non ha avuto paura di cercare e di usare i mezzi più idonei per dare ai suoi giovani, insieme con il pane, l´istruzione di cui avevano bisogno. Può sembrare strano, per esempio, trovare in Don Bosco, che ha amato profondamente la povertà, un´espressione come
" MB IV, 192
° CGS, 609
" tl CGS esprime questo problema ponendo un interrogativo: come è compatibile una testimonianza che deve giungere fino alla piena solidarietà con il mondo dei poveri, con le necessità del servizio di educatori, che richiede mezzi funzionali e strutture adeguate? A possibile essere poveri in una istituzione che assume talvolta apparenze dì grandiosità?~ (CGS, 610).
questa: «La Congregazione fiorirà finché i salesiani sapranno apprezzare il danaro».12 Egli, pur così distaccato, non maledice il danaro: sa quanta fatica costa guadagnarlo alla povera gente e sa che per i suoi ragazzi è un mezzo per aiutarli a costruirsi un avvenire meno triste, è una possibilità per la loro formazione. Don Bosco, perciò, usa il danaro e tutti i mezzi, che con ogni industria riesce a procurarsi, per il servizio dei suoi ragazzi. Circa l´uso dei mezzi per l´educazione e la promozione è noto quanto egli ebbe a dire, riferendosi esplicitamente alla stampa: «In queste cose Don Bosco vuol essere all´avanguardia del progresso».13
È in questa prospettiva che si deve leggere il testo costituzionale: «Sull´esempio e nello spirito del Fondatore accettiamo il possesso dei mezzi richiesti dal nostro lavoro». Siamo consapevoli che la nostra missione richiede dei mezzi e quindi li usiamo. Ma sempre dobbiamo essere guidati unicamente dallo spirito di servizio disinteressato e visibile: «li amministriamo in modo che a tutti sia evidente la loro finalità di servizio». I nostri destinatari e la gente che ci osserva devono vedere chiaramente che i nostri beni comunitari sono effettivamente destinati agli scopi della missione (evangelizzazione, educazione e servizio dei giovani) e che i Salesiani vivono, individualmente e collettivamente, come semplici amministratori di questi beni.
Testimoniare nelle opere e nelle strutture.
Il discorso sui mezzi necessari alla missione sfocia in quello delle opere e attività e delle strutture necessarie per compierle. Anche queste debbono essere considerate nel contesto della testimonianza della povertà evangelica, che è indispensabile.
Il criterio generale, che deve guidare la comunità nella scelta delle attività e opere è simile a quello enunciato a riguardo dei mezzi e strumenti per il lavoro apostolico: esse sono anzitutto per il servizio dei giovani più bisognosi, e quindi devono nascere dalle loro urgenti necessità. Tale criterio era già stato indicato dagli art. 7 e 41, nel contesto delle
12 MB XVII, 486 13 MB XVI, 323
priorità apostoliche della nostra missione. L´art. 26, poi, parlando dei nostri «primi e principali destinatari», concludeva con una chiara scelta di campo: «lavoriamo quindi specialmente nei luoghi di più grande povertà». Tutto questo viene ora ripreso, indicando nella fedeltà al servizio richiesto dalla missione una via per una reale testimonianza di povertà evangelica.
Nel tema specifico delle strutture il testo delle Costituzioni aggiunge al criterio generale sopra enunciato un´ulteriore indicazione: «le strutture materiali si ispirino a criteri di semplicità e funzionalità». Se è necessario che le strutture siano funzionali per poter rendere un servizio davvero efficace, si richiama la cura di evitare tutto ciò che può essere sovrastruttura inutile o eccessiva e quindi occasione di controtestimonianza. L´art 59 dei Regolamenti generali precisa meglio questo aspetto: «In ogni caso si eviti qualsiasi controtestimonianza di povertà, tenendo presente che un servizio efficiente può spesso essere realizzato con strutture materiali molto semplici o in opere di cui non siamo proprietari».
Notiamo la profondità del discorso qui affrontato. Esso vuole portarci a comprendere il significato reale delle strutture, che sono solo un mezzo per realizzare il servizio ai giovani e per testimoniare il Vangelo: non soltanto non dobbiamo assolutizzarle, ma dobbiamo sempre essere disposti a modificarle, adattandole alle reali necessità dei destinatari. Saperci servire di strutture semplici e saperci facilmente adattare a nuove situazioni è un segno della nostra piena disponibilità e fiducia in Colui che ci manda e che solo salva. La vita di Don Bosco e le origini della nostra Società sono un modello che non dovremmo dimenticare!
In questo contesto rientra anche l´invito alla verifica periodica («scrutinium paupertatis») che i Regolamenti generali rivolgono alle comunità locali e ispettoriali (cf. Reg 65).
O Signore, Tu vuoi che ogni nostra comunità testimoni concretamente per i giovani la beatitudine della povertà:
- aiutaci a dare un segno credibile mediante la nostra vita frugale e sobria
e con la semplicità delle nostre abitazioni.
O Signore, nella tua bontà
e col generoso aiuto di tanti fratelli
ci hai dato case e mezzi per le necessità del nostro lavoro:
- fa´ che ci sentiamo amministratori di questi tuoi doni
e li usiamo come strumenti per il servizio dei nostri giovani.
O Signore, le attivitàà e le opere che intraprendiamo sono segni del Tuo amore per noi e per i giovani. - fa´ che non attacchiamo ad esse il nostro cuore,
ma le sappiamo sempre considerare nella loro finalità
al servizio delle persone dei nostri destinatari.
ART. 78 IL LAVORO
II lavoro assiduo e sacrificato è una caratteristica lasciataci da Don Bosco ed è espressione concreta della nostra povertà.
Nell´operosità di ogni giorno ci associamo ai poveri che vivono della propria fatica e testimoniamo il valore umano e cristiano del lavoro.´
cf. ET, 20
Gli ultimi due articoli della sezione si fermano a considerare due tratti caratteristici della maniera salesiana di praticare la povertà: la vita di lavoro e l´amore ai poveri. Sono comportamenti che si riferiscono sia alla testimonianza che al servizio e riguardano tanto l´impegno del singolo come quello della comunità.
Il lavoro apostolico espressione della nostra povertà.
Riguardo al lavoro nella vita dei figli di Don Bosco, l´art. 18 ne ha già parlato come di uno degli elementi che, insieme con la temperanza, fa parte dello spirito salesiano: «Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione». L´operosità instancabile è espressione della carità pastorale, frutto della mistica del «da mini animas, cetera tolte».
L´art. 78 riprende il tema del lavoro e lo presenta nel suo rapporto con la nostra povertà di religiosi-apostoli: avendo seguito Gesù come operai del Vangelo, lo imitiamo nel lavoro instancabile per il Regno di Dio, dedicandoci con tutte le forze alla salvezza dei nostri fratelli.
Per spiegare il nesso tra il lavoro del salesiano e la sua scelta di povertà, l´articolo sviluppa essenzialmente tre linee di pensiero: si richiama all´esempio di Don Bosco lavoratore, asserisce che il lavoro ci associa ai nostri fratelli che vivono di lavoro, e parla di una testimonianza efficace che possiamo dare agli uomini d´oggi, specialmente ai giovani.
Per capire fino a che punto Don Bosco ha speso la vita lavorando non c´è che da leggerne la biografia: le pagine delle «Memorie Biografi-
che» sono una testimonianza continua del lavoro «assiduo e sacrificato» (i due aggettivi sono stati scelti intenzionalmente) che il Santo ha svolto per i suoi poveri ragazzi. Sono note le parole del Prof. Fissore dell´Università di Torino: «Si è consumato per troppo lavoro! Non muore per malattia, ma è un lucignolo che si spegne per mancanza d´olio».´ Don Ceria, a sua volta, scrive: «Sarebbe difficile trovare un altro Santo che nella misura di Don Bosco abbia coniugato e fatto coniugare il verbo lavorare».2
Don Bosco ha lasciato ai suoi questo stile di lavoro come «preziosa eredità». Così scrivono gli Atti del CGS: «Sensibile al suo tempo che molto valorizzava la laboriosità e spinto dall´interiore zelo, Don Bosco volle una Congregazione fondata sul lavoro instancabile».´ Voleva i suoi Salesiani lieti, poveri, frugali, ma soprattutto laboriosi: «Lavoro, lavoro, lavoro! - ripeteva - Ecco quale dovrebbe essere l´obiettivo e la gloria dei preti. Non stancarsi mai di lavorare. Quante anime si salverebbero!».´ «Miei cari - diceva in altra occasione - non vi raccomando penitenze e discipline, ma lavoro, lavoro, lavoro?».5
Il lavoro apostolico (non un lavoro qualunque!) è dunque per noi Salesiani un prezioso patrimonio di famiglia, fa parte della nostra identità e quindi è un modo concreto di seguire Cristo, mettendoci totalmente a servizio della missione che Egli ci affida:. in tal senso il lavoro diventa espressione di povertà, perché segno del dono generoso di noi stessi a Dio e ai fratelli.
Il lavoro compiuto con amore ci accomuna ai poveri e diventa testimonianza.
Alla motivazione salesiana se ne aggiunge un´altra di ordine sociologico: il lavoro, dice la Regola, ci accomuna a tanti nostri fratelli che si guadagnano il pane con il sudore della fronte, giorno per giorno, nella fatica e nella speranza: giustamente questi sono chiamati poveri da
MB XVIII, 500
´ E. CERTA, Don Bosco con Dio, p. 262-263
a CGS, 597
a Cf. MB XVII. 383 s MB IV, 216
vanti a Dio. Questa motivazione che sostiene il nostro impegno di umile lavoro è tratta dallo stesso decreto conciliare «Perfectae caritatis», che dice: «I religiosi, ognuno nel proprio ufficio, sentano di obbedire alla comune legge del lavoro».6 A ragione si potrebbe affermare che questo è un modo attuale di praticare la povertà secondo il Vangelo.
C´è finalmente un terzo motivo che spiega la dédizione quotidiana del salesiano al lavoro, in uno stile di generosità e di gioia, pur nella immancabile fatica. Tale motivo, indicato nella frase finale dell´articolo, è ricavato dal bel testo della Esortazione apostolica «Evangelica testificatio», rivolto ai religiosi e religiose di questo nostro tempo: «Voi saprete capire il lamento di tante vite trascinate nel vortice implacabile del lavoro per il rendimento, del profitto per il godimento, del consumo che a sua volta costringe a una fatica a volte inumana. Un aspetto essenziale della vostra povertà sarà quello di attestare il senso umano del lavoro, svolto in libertà di spirito e restituito alla sua natura di mezzo di sostentamento e di servizio».´ II nostro lavoro, compiuto con amore e per amore, diventa testimonianza per gli uomini che incontriamo: si tratta di un aspetto «educativo» della nostra vita povera, che acquista un´importanza particolare per noi che siamo educatori della gioventù e dobbiamo saper formare le giovani generazioni al vero senso del lavoro nella costruzione della propria vita. A questo riguardo è significativa l´affermazione di don Caviglia: «La più vera benemerenza sociale di Don Bosco sta nella scoperta della legge dell´educare col lavoro e al lavoro».a )~ un impegno anche per noi!
il tempo è un grande dono del tuo Amore: concedici di impiegarlo sempre bene, come operai del Vangelo,
con un lavoro assiduo e sacrificato, facendo nostro l´esempio di Don Bosco, infaticabile apostolo della gioventù.
° PC, 13
´ ET, 20
$ A. CAVIGLIA Vita dì San Domenica Savio, SEI 1943, p. 75.
In tal moda condivideremo la sorte dei poveri che vivono della loro quotidiana fatica, e testimonieremo agli uomini d´oggi, specialmente ai nostri giovani, il senso umano e cristiano del lavoro. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
ART. 79 SOLIDARIETÀ CON I POVERI
Lo spirito di povertà ci porta ad essere solidali con i poveri e ad amarli in Cristo.´
Per questo ci sforziamo di essere vicini a loro, di sollevarne l´indigenza, facendo nostre le loro legittime aspirazioni ad una società più umana.
Nel chiedere e accettare aiuti per il servizio dei bisognosi imitiamo Don Bosco nello zelo e nella gratitudine e ci manteniamo, come lui, evangelicamente liberi. «Ricordatevi bene, egli ci dice, che quello che abbiamo non è nostro, madei poveri; guai a noi se non ne faremo buon uso».2
cF. PC, 13 ´ MB V. 682
L´articolo con cui si conclude la descrizione della nostra povertà alla scuola del Vangelo e sull´esempio di Don Bosco è molto significativo e si collega, in certo senso, alla fonte evangelica del primo articolo della sezione: esso presenta un´altra nota distintiva della povertà del salesiano, che dall´amore del Cristo povero (c£. Cost 72) deriva il suo amore per i poveri, nei quali si manifesta Cristo stesso.
Il testo delle Costituzioni si ispira con evidenza all´esperienza e all´insegnamento del nostro Fondatore, ma insieme si fonda su tutta la tradizione cristiana, che fin dalla prima comunità apostolica (cf. Atti degli Apostoli) ha sempre tenuto in grande onore i poveri come segno della presenza del Signore: tale impegno è stato confermato per i religiosi dal Concilio Vaticano Il e da successivi documenti del Magistero.´
Essere solidali con i poveri.
L´esempio di Don Bosco, come già si è accennato all´art. 73, traspare da tutta la sua vita e la sua opera. Nato da una famiglia povera e fattosi povero per amore, egli non solo stimò questa sua condizione (si
´ Cf. PC, 13; ET, 17ss.; cf. anche iI documento «Religiosi e promozione umana" pubblicato dalla
Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari nel 1980.
definiva «un povero figlio di contadini»),2 ma dimostrò concretamente di amare i poveri: l´intera sua opera è consacrata all´elevazione umana e cristiana della gioventù povera; 3 egli si preoccupò pure della gente del popolo (nel manoscritto delle Costituzioni del 1864 parla del «basso popolo») che sentiva più bisognoso di essere aiutato. L´animo di Don Bosco verso i poveri si può capire bene in questa sua espressione: «Nelle persone dei poveri, dei più abbandonati, è presente il Salvatore» .4 Ci piace anche ricordare la consegna lasciata ai suoi figli nel testamento spirituale: «Il mondo ci riceverà sempre con piacere fino a tanto che le nostre sollecitudini saranno dirette ai selvaggi, ai fanciulli più poveri, più pericolanti della società. Questa è per noi la vera agiatezza che niuno invidierà e niuno verrà a rapirci».´
Fedele a Don Bosco, il salesiano, che ha fatto la scelta di esser povero con Cristo, si impegna ad amare e servire i poveri. Le Costituzioni lo hanno già detto nel capitolo della missione dove è indicata la scelta preferenziale della Società per la «gioventù povera, abbandonata, pericolante» (cf. Cost 26) e la sua attenzione ai ceti popolari (cf. Cost 29). Anche nell´art. 73, nel contesto stesso della povertà, come vedemmo, è stato sottolineato l´impegno di servizio per i più bisognosi, mediante il quale il salesiano partecipa alla missione della Chiesa. Questo art. 79 riprende ora il tema sotto l´angolatura più stretta delle persone dei poveri e propone un insieme di atteggiamenti di fondo che il salesiano nutre per loro a motivo della sua vocazione.
L´articolo parla di «solidarietà con i poveri» (il titolo stesso lo dice). Già il CG XIX aveva tracciato questo importante compito: «Oggi più che mai Don Bosco e la Chiesa ci mandano di preferenza in mezzo ai poveri; noi dobbiamo essere poveri in solidarietà concreta con loro, per meglio amarli, meglio servire in essi il Cristo povero, e meglio condurli alle ricchezze di Cristo Signore».` Le Costituzioni fanno proprio questo appello alla solidarietà coi poveri. Ora noi sappiamo che essere solidali con una persona significa condividerne i sentimenti profondi, gli interessi e i problemi, come pure la vita e il destino. Ciò non è facile: occorre una virtù provata e un impegno costante.
2 Cf. MB X, 266
3 Castituzioni 1875, cap. I, art. 1. 3. 4 (ef. F. MOTTO, p. 73 e 75)
° MB XIII, 109
3 MB XVII, 272
6 CGXIX ACS n. 244, gennaio 1966, p. 81-82
Perciò la Regola segnala espressamente alcune manifestazioni della nostra solidarietà con i poveri, che dobbiamo sforzarci di coltivare:
amarli in Cristo»: l´amore è ciò che rende possibile la solidarietà e la solidarietà si traduce necessariamente in amore: Gesù Cristo è stato solidale con noi perché ci ha amati e la sua solidarietà ci ha salvati! Il testo cita esplicitamente, al riguardo, il decreto «Perfectae caritatis» (che letteralmente dice: «amarli nelle viscere di Cristo») e si fonda sulla persuasione di fede che fa scoprire nel fratello bisognoso il volto stesso del Signore: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare... Tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!» (Mt 25, 35.40)
Colui che si è fatto povero per amore del suo Signore è in grado di amare il Signore nei poveri, perché sa che essi ne sono l´abitazione privilegiata e certissima. Ciò significa, secondo la celebre espressione di san Giacomo, rendere concreto il nostro amore ai fratelli (cf. Gc 2, 15-16).
- «essere vicini a loro»: si tratta non solo di un´indispensabile vicinanza di pensiero e di cuore, ma anche di una vicinanza materiale nel servizio che prestiamo loro: come già più volte si è detto, è questa l´indicazione di priorità per la nostra missione dettata dalla Regola.
- «sollevarne l´indigenza»: l´espressione è ricavata da un commovente testo della Costituzione «Lumen gentium»: «la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dall´umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l´immagine del suo Fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l´indigenza e in loro intende servire Cristo».7 L´amore di colui che ha seguito Cristo povero rende limpido il suo occhio così che può vedere prontamente le miserie dei poveri, lasciarsi coinvolgere nelle loro difficoltà, piangere con loro nelle sofferenze, condividerne più facilmente le vicende. Egli è in grado di aiutare questi suoi fratelli, mettendosi al loro fianco. Ma soprattutto diviene capace di dire la Parola dell´Amore di Dio e portare la buona notizia di Gesù Salvatore: «Pauperes evangelizantur» (Le 7,22).
7 LG, 8
- «facendo nostre le loro legittime aspirazioni per una società più umana». viene qui ripreso, sotto una diversa angolatura, quanto è già stato affermato negli art. 7 e 33: si tratta di partecipare col cuore e con l´azione al grande compito di liberazione dei poveri. Don Luigi Rieceri, VI Successore di Don Bosco, parlava, a questo riguardo, di partecipazione all´impegno per lo sviluppo, che «appartiene all´essenza della Congregazione».e Le nostre Costituzioni vogliono evidenziare questo risvolto sociale della nostra opera e della nostra testimonianza.
Chiedere aiuti per i poveri con spirito di libertà evangelica.
Il terzo capoverso tratta di un problema che si ricollega, in certo modo, a quanto è stato già accennato all´art. 77: la ricerca di aiuti e di mezzi per sostenere le opere e venire in soccorso ai poveri.
Anche qui abbiamo davanti a noi l´esempio del Fondatore. Sommamente fiducioso nella Provvidenza («con l´abbandono nella Provvidenza Divina la Società prospererà», diceva),9 egli non esitava a farsi strumento della Provvidenza, domandando aiuti per la sua opera a chi ne aveva delle possibilità. Era suo convincimento che «la Provvidenza Divina vuol essere aiutata da immensi sforzi nostri»)° Quante fatiche (pensiamo, ad esempio, ai viaggi stressanti compiuti in Francia e in Spagna), quante umiliazioni gli costò lo stendere la mano per i suoi poveri ragazzi! II
Don Bosco non ha detto male dei ricchi, presi in blocco; ha avuto certamente parole forti contro quei ricchi che vivevano egoisticamente, attaccati ai loro beni, spesso alle spalle dei poveri; ma ha avuto parole di sincera riconoscenza per quelli che si dimostravano generosi nell´aiutare i bisognosi: scorrendo l´Epistolario, possiamo restare colpiti dalle numerose delicate espressioni di gratidudine del nostro Padre ai tanti benefattori di ogni ceto sociale!
Le Costituzioni ci dicono: «imitiamo Don Bosco nello zelo e nella gratitudine». Anche per noi rimane dunque valido l´impegno di far ri-
e Cf. ACS n. 261 (1970), p. 22-23 ´ Cf. MB X, 99
MB XI 55
" Cf. MB II, 259
corso all´aiuto dei benefattori per venire incontro alle necessità dei giovani poveri. Sentiamo gli amici e i benefattori (che spesso non sono affatto dei potenti di questo mondo, ma persone di condizione modesta) partecipi di un movimento di carità e quindi siamo loro sinceramente riconoscenti nel nome del Signore.
Il testo della Regola precisa però opportunamente che noi, pur stendendo la mano a tutti, restiamo «evangelicamente liberi»; restiamo cioè servitori del Vangelo, amici dei poveri, «liberi» di fronte a quelli che tentassero di strumentalizzarci con le loro elargizioni per coprire le loro ingiustizie.
A conclusione dell´articolo e dell´intera sezione della povertà, il testo riporta una frase di Don Bosco sommamente espressiva: «Ricorda
tevi bene che quello che abbiamo non è nostro, ma dei poveri; guai a noi se non ne faremo buon uso».12
C´è qui la sintesi di tutto ciò che è stato detto sulla nostra povertà vissuta come testimonianza e servizio. Abbiamo rinunciato a tutto per imitare Gesù e servire i fratelli: per questo ciò che abbiamo (i beni della nostra comunità) è un dono di Dio, che ci viene dato perché lo mettiamo a disposizione dei fratelli bisognosi. Siamo chiamati a testimoniare il distacco, ma anche a impegnarci a «far buon uso» di ciò che la Provvidenza ci manda per il servizio dei più poveri. Ci è di stimolo a questo impegno anche l´accorato appello che Paolo VI rivolgeva a tutti i religiosi: «Più incalzante che mai, voi sentite levarsi ´il grido dei poveri´ dalla loro indigenza personale e dalla loro miseria collettiva. Non è forse per rispondere al loro appello di creature privilegiate di Dio che è venuto il Cristo, giungendo addirittura a identificarsi con loro?»,"
z ME V, 682 ET, 17
che chiedendo di farci solidali con i più poveri,
ci hai aperto la via regale dell´imitazione di Cristo, anima la pratica della nostra povertà con la convinzione che quello che abbiamo non è nostro, ma dei poveri,
e rendici in mezzo a loro
segno della Tua Provvidenza amorosa. Per Cristo nostro Signore.
LA NOSTRA CASTITÀ
«lo sono persuaso che né morte né vita..- né presente né avvenire... né alcun´altra creatura potré mai separarci dall´amore di Dio in Gesù Cristo, nostro Signore» (Rm 8,38-39).
Al seguito degli orientamenti conciliari espressamente citati (Cost 80), la castità evangelicamente intesa viene risolutamente letta in chiave cristologica. Castità nel suo senso positivo è quell´aspetto dell´unica sequela di Gesù che riguarda la religione del cuore (Cast 86). Questa prospettiva fondamentale, a cui Don Bosco ha dato umana concretezza e saggezza operativa (Cast 81), trova legittimamente nella citazione dì Rm 8, 38-39 una delle ispirazioni tra le più alte di tutto il Nuovo Testamento.
Il cap. 8 della lettera ai Romani rappresenta il «Te Deum» della storia della salvezza. Superato il peso tragico del peccato, sovente espresso nella sfrenatezza della lussuria egoistica (Rom 1-3), l´uomo è «liberato in Cristo» dal peccato originale (cap 5), personale (cap 6), dall´impossibilità di osservare la legge (cap 7). Egli si trova in una fitta trama di amore e di servizio: con lo Spirito di Gesù anzitutto e perciò con Dio come Padre e quindi in una indissolubile fraternità con il Risorto (8,1-18); si trova collegato con la creazione chiamata essa pure a rivestire la gloria dei figli di Dio (8, 19-25). Sì trova, in sintesi, nell´inviolabile progetto salvifico eterno di Dio (8, 28-30).
«Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» (8,31). Qui Paolo innesca un´appassionata cascata dì interrogativi, la cui risposta vince ogni timore. Nessuna creatura può "separarci dall´amore di Dio in Gesù Cristo»: amore che è un tutt´uno, quello che anzitutto Dio ha verso Paolo, ma anche quello che Paolo ha verso Dio. Con ciò non vengono spente le creature, non viene smorzata la capacità umana del cuore di amare. Castità non è solitudine, tanto meno odio e aggressività, ma poter e saper amare stando sempre al centro dell´Amore, con la gioia, la libertà, quindi anche con l´attenzione, la generosità, la tenerezza, la delicatezza con cui ha amato il cuore umano di Cristo «nostro Signore».
La santa memoria di Don Bosco, casto e sorridente, capace di far reali sacrifici, ma insieme di spargere letizia nel cuore dei suoi ragazzi, diventa per noi testimonianza felice della castità evangelicamente vissuta.
ART. 80 SIGNIFICATO EVANGELICO DELLA NOSTRA
La castità consacrata per il Regno è un «dono prezioso della grazia divina dato dal Padre ad alcuni».´ In risposta di fede, noi Io accogliamo con gratitudine e ci impegniamo con voto, a vivere la continenza perfetta nel ce] ibato.2
Seguiamo da vicino Gesù Cristo, scegliendo un modo intensamente evangelico di amare Dio e i fratelli senza divisione del cuore .3
Ci inseriamo così con una vocazione specifica nel mistero della Chiesa, totalmente unita a Cristo e, partecipando alla sua fecondità, ci doniamo alla nostra missione.´
LG, 42
´ Cf- CIC, can- 599 ´ Cf. LG, 42
Cf- FT, 13-14; RD, 11
Questo articolo, con cui si apre la sezione riguardante la castità consacrata, è denso di dottrina. presenta infatti gli aspetti principali del «mistero» del celibato per il Regno, insieme con gli impegni che assumiamo con voto davanti a Dio. Si tratta di una presentazione che fin dall´inizio fa apparire questo aspetto della «sequela Christi» in tutta la sua luce sommamente positiva. Se è vero infatti che la castità comporta delle rinunce (un tempo vi si insisteva forse eccessivamente, ma sarebbe ingenuo dimenticarlo oggi), essa è anzitutto una realtà positiva, entro la quale la rinuncia è vissuta come inseparabile conseguenza di un dono più grande. La castità è «un modo intensamente evangelico di amare», mette cioè il religioso in una profonda e vitale relazione di
amore con Dio e con i fratelli i.1 L´orizzonte in cui va collocata la via del celibato evangelico è solo quello dell´Amore: si accetta la castità non per rinunciare ad amare, ma per amare di più.
Si può qui accennare ad una questione di «vocabolario» che è stata posta durante la revisione del testo delle Costituzioni.
Si sa che alla materia di questo voto sono legate sia la rinuncia al matrimonio per seguire Cristo e servire il Regno sia la pratica concreta della castità che corrisponde al celibato consacrato. È chiaro che entrambi gli aspetti devono essere tenuti presenti; ma volendo mettere in evidenza il primo, alcuni preferirebbero che si usasse abitualmente l´espressione «celibato consacrato» (o «celibato per il Regno»). Il CGS e ultimamente il CG22, in sintonia con i documenti del Magistero,2 hanno ritenuto il termine globale «castità» e ne hanno espresso il contenuto con espressioni diverse: «castità consacrata» (Cost 80. 83), «celibato per il Regno» (Cost 83), «continenza perfetta nel celibato» (Cast 80. 82). Si capisce che si tratta insieme del voto e della virtù.
I tre capoversi dell´articolo presentano successivamente tre aspetti del mistero della castità consacrata: l´aspetto carismatico, quello eristico e quello ecclesiale.
La castità, dono del Padre.
Il testo incomincia allo stesso modo dei documenti del Vaticano 11. Afferma subito l´origine divina della castità religiosa, l´assoluta gratuità, e riconosce che essa è un insigne dono: «prezioso dono della grazia divina dato dal Padre ad alcuni», come si esprime la Costituzione «Lumen Gentium».´ Si può osservare che anche il decreto «Perfectae caritatis» parla di «insigne dono della grazia»4 e l´espressione «prezioso
Cf. CGS, 562
a li Concilio parla della castità religiosa con formulazioni diverse: vverginitàv, vcontinenza perfetta» (LG, 42), ncastitd dedicata a Dio» (LG, 43), vcastitàà per i( Regno dei cieli (PC, 12), «seguire Cristo vergine (PC, 1). Si veda anche PC, 15 e OT, 10. Il can. 599 deI CIC si esprime in questa forma: «Il consiglio evangelico di castità assunto per il Regno dei cieli, che è segno della vita futura e fonte di una più ricca fecondità nel cuore indiviso, comporta l´obbligo della perfetta continenza nel celibato.
´ LG, 42
PC, 12
dono» ritorna nei decreti sui sacerdoti e sulla formazione sacerdotale.´
La dottrina della Chiesa su questo punto è chiarissima: la verginità non è un´attitudine umana o un esercizio ascetico che l´uomo assume di propria iniziativa; ma essa è una vocazione, una chiamata che proviene dall´iniziativa del Padre, cui l´uomo risponde mosso dalla grazia divina.
Questa convinzione di tutta la tradizione cristiana" affonda le sue radici nel Vangelo. Il Concilio infatti appoggia la sua affermazione su due riferimenti scritturistici: Mt 19, 11-12 e i Cor 7, 7. Paolo dichiara: «Ognuno ha da Dio il suo dono particolare, chi in un modo chi in un altro». La castità consacrata rientra appunto tra i doni particolari che Dio distribuisce liberamente a chi crede. Il testo di Matteo viene citato per sottolineare che occorre la grazia di Dio per comprendere tale dono, per assumerlo e viverlo pienamente. É la confidenza di Gesù ai suoi discepoli: «Ci sono di quelli che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli. Chi può comprendere capisca».
All´iniziativa di Dio fa seguito la nostra risposta. La Regola sottolinea che è una «risposta di fede» (è infatti comprensibile solo nella fede) ed è una risposta piena di gratitudine: data con riconoscenza e con gioia, essa non solo esprime il nostro amore, ma diventa anche una testimonianza credibile per i nostri fratelli.
Nella linea della risposta il testo precisa gli impegni che assumiamo con voto davanti a Dio; lo fa utilizzando la stessa formula del Codice di diritto canonico: «ci impegniamo con voto a vivere la continenza perfetta nel celibato».a
Si può concludere questa prima riflessione, che le Costituzioni propongono a fondamento della vita di castità del salesiano, con un´ultima osservazione. Frutto di un appello della grazia, la castità non può vivere che in un clima di grazia e nella permanenza del dialogo che l´ha susci-
s Cf. Po, 16; or, lo
e Nella «Evangelica tesrificatio» si afferma questa permanente tradizione ecclesiale: «Quanto a noi, la nostra convinzione deve restare ferma e sicura: iI valore e la fecondità della castità, osservata per amore di Dio nel celibato religioso, non trovano il loro fondamento se non nella Parola di Dio, negli insegnamenti di Cristo, nella vita della sua Madre vergine, come pure nella
tradizione apostolica, quale è stata incessantemente affermata dalla Chiesa» (ET, 15). Cf. LG, 42
" Cf. CJC, can, 599
tata. Come dirà esplicitamente l´art. 84, essa rimane umile e si nutre di fede e di grazia: «Signore, conservami nella tua grazia». Ci dice il Concilio: «Bisogna che i religiosi... credano alle parole del Signore e, fidando nell´aiuto divino, non presumano delle loro forze»?
La castità consacrata, scelta da Cristo, che noi seguiamo.
Dopo aver presentato la dimensione carismatica, le Costituzioni parlano della dimensione cristica: «seguiamo da vicino Gesù Cristo».
Anche qui il testo si fonda sul Vangelo, dove Gesù chiama i discepoli a «seguirLo», e sulla dottrina conciliare che - come già vedemmo all´art. 60 -- propone i tre consigli come altrettanti modi di «seguire Cristo più da vicino», di «conformarsi maggiormente al genere di vita verginale e povero che Cristo scelse per sé e che la Vergine Madre sua abbracciò».1° Il Concilio presenta il celibato per il Regno come una partecipazione ed un´espressione sacramentale della verginità di Cristo e di Maria, una reale configurazione a Cristo nella sua vita terrena e una manifestazione del Cristo glorioso, prefigurazione della condizione definitiva dell´umanità nel Regno celeste. Nella Esortazione apostolica «Evangelica testificatio» scrive Paolo VI: la castità «raggiunge, trasforma e penetra l´essere umano nel suo intimo, mediante una misteriosa somiglianza a Cristo»." A coloro che ci chiedono perché abbiamo scelto di vivere nel celibato noi rispondiamo: perché così ha fatto Gesù per compiere la sua missione e perché Lui ci ha chiamati a seguirLo!
La Regola ci dice che, seguendo Gesù sulla via della castità, noi giungeremo alla pienezza dell´amore, giungeremo cioè ad amare Dio - e in Lui i nostri fratelli - «senza divisione del cuore». L´espressione, ricavata ancora dalla «Lumen Gentium», si allaccia al tema paolino della prima lettera ai Corinti: l´uomo sposato «si trova diviso», come «distratto» per le molte preoccupazioni della sua vita, dice l´Apostolo, che augura ai cristiani di «attaccarsi al Signore senza divisione del cuore» (1 Cor 7, 34-35). In verità ogni cristiano, in qualsiasi situazione, deve
« PC, 12
LG, 46; cf. anche LG, 42; PC, 1. 5 ET, 13
amare il Signore «con tutto il suo cuore» (cf. Mt 22,37); ma colui che ha scelto di «seguire Cristo vergine», «più facilmente» 12 può offrire a Lui tutto il suo cuore e donare se stesso al servizio del Regno.
La verginità consacrata, superando la mediazione della creatura che è propria dell´amore coniugale,13 realizza per la potenza dello Spirito un´unione intima e immediata con Cristo e proclama la totale dedicazione ad amare «Dio solo». Da questo amore di Dio «sopra ogni cosa» procede l´amore per i fratelli nella luce di Dio e quindi la dedizione al loro servizio, come più diffusamente la Regola spiegherà in seguito. Riecheggia ancora la parola del Concilio: la castità «rende libero in modo speciale il cuore dell´uomo, così da accenderlo sempre più di carità verso Dio e verso tutti gli uomini; per conseguenza essa costituisce... un mezzo efficacissimo offerto ai religiosi per potere generosamente dedicarsi al servizio divino e alle opere di apostolato».14
Attraverso la castità consacrata ci inseriamo profondamente nel mistero della Chiesa.
L´ultimo capoverso esprime due conseguenze della pienezza d´amore vissuta con l´impegno della castità: l´inserimento profondo nel mistero della Chiesa e la disponibilità alla missione come partecipazione alla sua fecondità.
Il testo dice: «ci inseriamo con una vocazione specifica nella Chiesa, totalmente unita a Cristo». È condensata in questa piccola frase la dottrina propria di tutta la tradizione cristiana, che vede nella verginità consacrata (secondo uno specifico carisma) il vertice del rapporto di amore tra la creatura e il suo Signore, e quindi il segno più alto dell´unione fra Cristo e la Chiesa sua Sposa. È quanto afferma un bel passo della Esortazione apostolica «Evangelica testificatio»: «Decisamente positiva, la castità attesta l´amore preferenziale per il Signore e
´x Cf. LG, 42. Sì può osservare che il testo conciliare dice esattamente ~facilius indiviso corde,. Cf, anche LO, 46.
" Così si esprime la itvangeìica testificano: »Senza deprezzare in alcun modo l´amore umano e il matrimonio seconda la fede, non è essa immagine e partecipazione dell´unione di amore che unisce il Cristo e la Chiesa? -, la castità consacrata richiama questa unione in una maniera più immediata ed opera quel superamento, verso il quale dovrebbe tendere ogni amore umano (ET, 13).
´´ PC, 12
simboleggia, nella maniera più eminente e assoluta, il mistero dell´unione del Corpo mistico al suo Capo, della Sposa al suo eterno sposo»."
Noi sappiamo che, parlando dell´unione coniugale, l´Apostolo Paolo vede in essa il sacramento della misteriosa unione di Cristo con la sua Chiesa (cf. Ef 5,32); ma egli lascia intendere che la realtà delle nozze umane non è che una pallida immagine dell´intima comunione di vita e di amore che Cristo, con la sua Pasqua, ha inaugurato con l´umanità redenta. Nel matrimonio l´amore della Chiesa per Cristo passa attraverso la mediazione di un segno; ma quando, «passata la scena di questo mondo» (cf. 1 Cor 7,31) e tolte le mediazioni dei segni, si compirà definitivamente il Regno della risurrezione, allora l´unione della Chiesa con Cristo sarà perfetta e la Chiesa vivrà unicamente per il suo Signore. I religiosi che rispondono alla loro vocazione di castità testimoniano questa realtà del Regno della risurrezione, vivendo già su questa terra nella fede e nella speranza il loro esclusivo rapporto di amore con Cristo. Tutto ciò è mirabilmente espresso dal decreto «Perfectae caritatis»: «(essi) sono davanti a tutti i fedeli un richiamo di quel mirabile connubio operato da Dio e che si manifesterà pienamente nel secolo futuro, per cui la Chiesa ha Cristo come unico Sposo».16
C´è un ultimo aspetto di questo mistero messo in risalto dalle Costituzioni: l´unione di Cristo con la Chiesa, alla quale Egli comunica il suo Spirito, è fonte di una mirabile fecondità spirituale: la Chiesa «vergine e madre» genera i figli di Dio.
Senza dimenticare che anche il matrimonio cristiano partecipa a questa fecondità della Chiesa, si afferma qui che la verginità consacrata, inserendoci totalmente nel mistero di amore della Chiesa, ci rende in modo singolare partecipi della sua fecondità spirituale." In questa verità si trova un fondamento per la stessa dedizione alla missione apostolica. Scrive, a tal riguardo, un autore del IV secolo: «La verginità consacrata è elevata alla categoria della maternità spirituale. Essa ha un valore essenzialmente apostolico, poiché l´essenza dell´apo-
"ET,13
16 PC, 12. Su questo tema si veda l´approfondimento portato da Giovanni Paolo II nella Esortazione apostolica «Re_dempúonís don~ al n. 2. " Cf. ET. 14
stolato è di rigenerare gli uomini secondo Cristo, o formare Cristo negli uomini (Gal 4,19)»)s Il celibato per il Regno è stimolo alla carità, energia per un amore più profondo e più largo per i fratelli. 1 priore di Taizé afferma della castità religiosa: «Essa permette di tenere le braccia aperte, senza mai rinchiuderle su qualcuno solo per se stessi».19
In sintesi, questo articolo, assai ricco, pone la castità sotto il segno di un «dono» reciproco: «dono prezioso del Padre» e dono totale di noi stessi. Il salesiano potrà vivere casto soltanto se si manterrà in queste grandi prospettive della fede. Esse sono tali da far partecipare all´entusiasmo di Don Bosco per questa virtù e al ruolo che vi annetteva per la sua missione.
Dio Padre, Ti rendiamo grazie
per il dono prezioso che ci hai dato
chiamandoci a seguire da vicino il Tuo Figlio Gesù nella via del celibato per il Regno, scegliendo un modo intensamente evangelico di amare Te e i fratelli con cuore indiviso.
Concedici di rispondere al tuo Amore con fede e con gioia riconoscente, in modo da inserirci profondamente nel mistero della tua Chiesa,
totalmente unita al suo Signore,
e partecipare alla fecondità della sua missione.
" 5. Metodio, ´El Banguere´.
Cf. J. AUBRY, Teologia della vira religiosa, LDC Torino 1980, p. 113
ART. 81 CASTITA� E MISSIONE SALESIANA
Don Bosco visse la castità come amore senza limiti a Dio e ai giovani. Volle che essa fosse un segno distintivo della Società salesiana: «Chi spende la vita a pro dei giovani abbandonati deve certamente fare tutti gli sforzi per arricchirsi di ogni virtù. Ma la virtù che si deve sommamente coltivare... è la virtù della castità».´
La nostra tradizione ha sempre considerato la castità come una virtù irradiante, portatrice di uno speciale messaggio per l´educazione della gioventù. Essa ci fa testimoni della predilezione di Cristo per i giovani, ci consente di amarli schiettamente in modo che «conoscano di essere armati»,2 e ci rende capaci di educarli all´amore e alla purezza.
´ Cf- CVSI 1875, V,1
´ D. Bosco, Lettera da Roma 1884, MB XVII, 110
Dopo di aver fondato la nostra risposta di amore su Gesù Cristo che ci ha amati per primo e ci ha chiamati a seguirlo, guardiamo a Don Bosco, il quale ha vissuto la sua vocazione al celibato nel dono di sé ai giovani per amore di Dio.
L´art. 81 si propone di illustrare, alla luce dell´esperienza e degli insegnamenti di Don Bosco, il legame esistente fra la castità consacrata e la missione del salesiano.
La castità segno distintivo della nostra Società.
Volendo esprimere sinteticamente come Don Bosco ha compreso e vissuto il dono della castità, le Costituzioni usano la semplice espressione: «amore senza limiti a Dio e ai giovani». Questo testo riassume ciò che il CGS aveva scritto per indicare il significato più profondo della castità consacrata in Don Bosco e per spiegare come essa lo animò nella missione ricevuta: «Don Bosco scelse di vivere il celibato evangelico come espressione del suo grande amore a Dio e per la missione di padre e pastore della gioventù, alla quale lo sollecitava la sua vocazione sacerdotale. Il dono totale di sé alla Chiesa e in modo speciale ai giovani lo rese geniale e fecondo nelle iniziative e nelle opere; gli infuse ot-
timismo e gioia nel lavoro apostolico e conferì al suo zelo uno slancio instancabile».´
Conosciamo la stima che Don Bosco ebbe per la castità come virtù che è tra quelle basilari nell´edificio della vita cristiana; possiamo cogliere tale stima dal calore con cui parlava di questa virtù specialmente ai suoi ragazzi: «Fiore bellissimo di Paradiso... e giglio purissimo che col suo candore immacolato rende somiglianti agli angeli del cielo».2 «Oh, quanto è bella questa virtù! Vorrei impiegare delle giornate intere per parlarvi di questa virtù... È questa la virtù più vaga, più splendida e insieme più delicata di tutte».´ Certamente Don Bosco è convinto della preminenza della carità nella vita cristiana, ma è pure convinto che la castità accompagna la carità e ne è un´espressione. Egli dice: «La carità, l´umiltà e la castità sono tre regine che vanno sempre insieme: una non può esistere senza le altre».4 «Fintanto che uno è casto, ha sempre viva la fede, ferma speranza e ardente carità... ».5
Ai religiosi e ai sacerdoti, poi, Don Bosco raccomandava la castità come virtù fondamentale per rispondere pienamente alla propria vocazione. Scriveva: «Con la castità il religioso ottiene il suo scopo di essere tutto consacrato a Dio».11 «Quando un sacerdote vive puro e casto, diventa padrone dei cuori».´
Ma il nostro Fondatore non si è accontentato di esaltare la castità; egli stesso ha dato l´esempio di sacerdote che vive in pienezza il proprio celibato evangelico. La testimonianza più vera sta proprio nella sua vita spesa totalmente per il Signore e per la salvezza dei giovani, per i quali era disposto a sacrificare tutto: «da mini azirnas, cetera tulle!». Quel suo «Vi amo, cari giovani, e per voi sarei disposto a dare la vita», ripetuto tante volte e in tante forme diverse, è un segno dell´amore che operava in lui e che si traduceva in cuore di padre per i suoi figli. P - questo certamente l´aspetto più profondo della castità di Don Bosco, che si manifesta nel dono della «paternità spirituale»; ma non si può dimenticare che, per raggiungere tale traguardo di amore purissimo,
CGS, 572
MB IV, 478
MB XII, 564
MB IX, 706 s Ivi
6 MB XIII, 799
MB IX, 387
Don Bosco usava i mezzi dell´ascesi cristiana, costruendosi poco alla volta una personalità tutta del Signore. In questa luce si comprende la testimonianza di Don Cerruti: «A me pare di poter dire che nella grande purità di mente, di cuore e di corpo che egli osservò con una delicatezza più unica che rara, stia il segreto della sua grandezza cristiana. Il suo contegno, il suo sguardo, il suo stesso camminare, le sue parole, i suoi tratti non ebbero mai neppure ombra di cosa che potesse dirsi contraria alla bella virtù, come egli la chiamava»."
Da tutto ciò si può capire perché Don Bosco additi la testimonianza di castità come nota che deve caratterizzare la vita e la missione della Congregazione: «Ciò che deve distinguerci dagli altri, ciò che deve essere il carattere della Congregazione, è la virtù della castità... Essa deve essere il perno di tutte le nostre azioni... fa bisogno in noi di una modestia a tutta prova e di grande castità... sarà questo il trionfo della Congregazione».9
Il testo delle Costituzioni, che stiamo esaminando, riassume il pensiero del Fondatore, riproponendo la castità come «un segno distintivo della Società salesiana» e dicendo che il salesiano educatore la deve coltivare con predilezione per giungere alla pienezza della carità pastorale. Per questo viene riportato il testo scritto dallo stesso Don Bosco nelle Costituzioni del 1875: «Chi spende la vita a pro dei giovani abbandonati deve certamente fare tutti gli sforzi per arricchirsi d´ogni virtù. Ma la virtù che si deve sommamente coltivare... è la virtù della castità», t n
La castità nella missione educativa del salesiano.
Il secondo capoverso spiega più ampiamente le affermazioni della prima parte dell´articolo, facendo vedere meglio come la castità consacrata entri nella missione del salesiano e la qualifichi.
8 D CERRUTI, Testimonianza per il processo di beatificazione, «Su mmartum super virtuttbus,, p. 870
v Cf. MB XII, 224. E significativa anche quest´altra espressione di Don Bosco: «Ciò che deve distinguere la nostra Società è la castità, come la povertà distingue i figli di S. Francesco di Assisi e l´obbedienza i figli di 5. Ignaziou (MB X, 35).
10 Costituzioni 1875, V,1 (cf. F. MOTTO, p. 109)
La prima frase, anzitutto, esprime in sintesi ciò che abbiamo sentito dalle parole di Don Bosco: l´importanza straordinaria che Don Bosco annette alla castità per noi Salesiani proviene non soltanto dall´essere segno di amore a Dio, ma anche dallo strettissimo legame che essa ha con il nostro compito di educatori. Praticando la castità nel suo significato più autentico, diventiamo capaci di comportarci da educatori cristiani e salesiani. La castità, infatti, ci rende portatori ai giovani di uno speciale messaggio per una educazione secondo il progetto di Dio. Dice il VII Successore di Don Bosco: «Nello spirito di Don Bosco c´è un forte messaggio di purezza: la tradizione salesiana e la testimonianza delle origini lo confermano abbondantemente. Si tratta di uno speciale messaggio che possiamo chiamare la `simpatia per la purezza: un messaggio tipico per la gioventù».´ 1
Sotto questo punto di vista la castità del salesiano è detta «irradiante». Questo aggettivo, scelto intenzionalmente dal CGS, vuole indicare la capacità del salesiano casto di «irraggiare» attorno a sé il messaggio evangelico della purezza, di trasmettere cioè ai giovani la ricchezza e la bellezza dell´amore puro di cui lo Spirito gli fa dono. È evidente il richiamo allo «splendore» tutto particolare che Don Bosco osservò nel diamante del sogno.12 Era questa una caratteristica così evidente in Don Bosco, che molti attribuivano proprio allo splendore della castità gran parte del fascino che egli esercitava tra i giovani e la sua arte di condurli a Dio. Anche il salesiano con lo splendore della sua vita casta dovrebbe far innamorare i giovani di Dio.
Nel resto dell´articolo viene approfondito, sotto tre diversi punti di vista, come la castità consacrata ci consenta davvero di trasmettere un messaggio per l´educazione dei giovani.
- Si dice anzitutto che essa «ci fa testimoni della predilezione di Dio per i giovani». Queste parole rimandano immediatamente all´art. 2 delle Costituzioni, che presenta la natura profonda del progetto apostolico salesiano nella Chiesa: Gesù ci invia in mezzo ai giovani, doman
e E.VIGANC, Un progetto evangelico di vita attiva, LDC Torino 1982, p. 178
Nel segno dei dicci di diamanti, a riguardo del diamante della castità si legge A.o splendore di questo mandava una luce tutta speciale, e mirandolo traeva ed attaccava lo sguardo come la calamita tira il ferro" (4 sogni di Don Bosco - Edizione critica, Torino 1878); cf. ACS n. 300 (1981), p. 41
dandoci di portare loro il suo amore salvatore, di rivelare ad essi il volto paterno di Dio. È chiaro che questo compito è impossibile alle deboli forze del nostro amore umano; occorre che siamo talmente uniti a Cristo, che Egli si manifesti attraverso di noi, pur così poveri e imperfetti. La castità vissuta in pienezza nel celibato evangelico, configurandoci a Cristo e immergendoci totalmente nel suo Amore, ci dà un aiuto potente per realizzare questo compito.
Che questo si sia stupendamente realizzato in Don Bosco lo possiamo cogliere dalla bellissima testimonianza di don Albera: «Da ogni sua parola e atto emanava la santità dell´unione con Dio, che è carità perfetta. Egli ci attirava a sé per la pienezza dell´amore soprannaturale che gli divampava in cuore, e con le sue fiamme assorbiva, unificandole, le piccole scintille dello stesso amore, suscitate dalla mano di Dio nei nostri cuori. Eravamo suoi perché in ciascuno di noi era la certezza essere egli veramente l´uomo di Dio, `homo Dei´, nel senso più espressivo e comprensivo della parola. Da questa singolare attrazione scaturiva l´opera conquistatrice dei nostri cuori»."
- «Ci consente di amarli schiettamente, in modo che conoscano di essere amati». Citando una espressione usata dallo stesso Don Bosco nella sua Lettera da Roma del 1884, il testo vuol far vedere come la testimonianza di castità contribuisca a costruire quel rapporto personale tra educatore ed educando tipico del Sistema preventivo, che Don Bosco chiama «amorevolezza», e in cui si rivela il «cuore» dell´educatore.
Già l´art. 15, trattando dello spirito salesiano, collegava fra loro amorevolezza e castità, come due aspetti di un unico atteggiamento di vita. Si tratta di realizzare il paradosso di un amore vero, di un affetto profondo (quello di «un padre fratello e amico»), di un amore che si manifesta («conoscano di essere amati») e che è corrisposto (»farsi amare»); ma nello stesso tempo si tratta di rifuggire da ogni pressione per attirare a sé con un amore captativo o possessivo, da ogni preferenza di persone: amare il giovane soltanto per lui e per Dio!
Si tratta, ancora una volta, di incarnare la paternità di Dio. È evidente che la castità consacrata svolge un ruolo importante in questo: essa non è altro se non amore autentico e totale!
` D. ALBERA, Len. circolari, p. 374
- «Ci rende capaci di.educarli all´amore e alla purezza»: la Regola accenna al nostro messaggio di castità in vista dello stesso compito educativo.
Come educatore, il salesiano è chiamato ad aprire i giovani al senso della vera libertà, a formarli all´amore autentico e generoso, aiutarli a comprendere i misteri della vita, infondendo in loro un senso di delicatezza nei confronti della donna, prepararli alla futura missione di sposi, di padri o di consacrati a Dio. La testimonianza di amore vissuto nella castità è di grande aiuto all´educatore salesiano nell´accompagnare i giovani su questa strada: in lui i giovani potranno scoprire il significato dell´amore cristiano fedele ed oblativo.
Signore Gesù, concedi a noi,
sull´esempio del nostro Fondatore Don Bosco, una castità entusiasta e irradiante, sostenuta dalla tua grazia e dal nostro sforzo perseverante. Ci unisca intimamente a Te per renderci portatori del tuo Amore. Ci renda capaci di guidare i giovani sulla strada difficile della purezza.
Ci permetta di amarli con un affetto vero e schietto, tale da svegliarli alla loro vocazione di figli in Te del Padre.
Te la chiediamo con umiltà e fiducia.
ART. 82 CASTITA E MATURITA UMANA
Le esigenze educative e pastorali della nostra missione e il fatto che l´osser. vanza della perfetta continenza tocca inclinazioni tra le più profonde della natura umana´ richiedono dal salesiano equilibrio psicologico e maturità affettiva.
Don Bosco avvertiva: Chi non ha fondata speranza di poter conservare, col divino aiuto, la virtù della castità nelle parole, nelle opere e nei pensieri, non professi in questa Società, perché sovente si troverebbe in pericolo.´
´ cf. PC, 12
2 cf. Cast 1875, V,2
Questo articolo è strettamente legato al precedente, ne continua il tema e ne trae, in certo modo, le conseguenze: la castità, così importante per la nostra missione di educatori, ma anche così delicata per la debolezza delle nostre forze, ha bisogno per svilupparsi di personalità mature.
Le fonti del testo costituzionale sono facilmente riconoscibili: un testo dello stesso Don Bosco, già presente nelle Costituzioni del 1875,1 e un passo tratto dai documenti del Concilio Vaticano IL
La frase di Don Bosco mette in risalto l´importanza per il salesiano di una castità chiara e forte, maturata nel clima della grazia ma anche attraverso un´adeguata formazione umana, proprio in vista della specifica missione verso «la gioventù povera, abbandonata, pericolante». L´espressione riflette la preoccupazione di Don Bosco che venga a mancare nei suoi figli la sufficiente maturità umana e religiosa per poter vivere quella perfetta e irradiante castità, più che mai necessaria soprattutto quando ci si deve rivolgere a giovani che soffrono di maggiori carenze affettive, che talora hanno già fatto esperienze negative e che devono essere guidati nei momenti più delicati della loro crescita. Il «pericolo», di cui parla Don Bosco, era così spiegato da lui nel seguente articolo delle Costituzioni del 1875: «Le parole, gli sguardi, anche indifferenti, sono talvolta malamente interpretati dai giovani che sono già
´ Costùuzioni 1875, V, 2 (cf. F. MOTTO, p. 109)
stati vittima delle umane passioni».2 La prudenza serena è una virtù da educatori!
Si potrebbe domandare da dove può venire la «fondata speranza» di conservare la castità, di cui parla Don Bosco; quali sono, cioè, i segni di una sufficiente maturazione in vista della missione salesiana. Stando alla tradizione salesiana, i segni che fondano tale speranza si possono cogliere nella esperienza di una vita precedente irreprensibile, ma specialmente nel buon esito di una prova pratica di vita salesiana, nella formazione ad una vita di pietà robusta e nel giudizio di consiglieri sperimentati.´
Al primo motivo, basato sulle «esigenze educative e pastorali della nostra missione», se ne aggiunge un altro, desunto dal ruolo stesso della sessualità nello sviluppo della persona. La formulazione è ricavata quasi testualmente dal decreto conciliare «Perfectae caritatis» sulla vita religiosa che, riguardo alla castità, dice: «Poiché l´osservanza della perfetta continenza tocca inclinazioni tra le più profonde della natura umana, i candidati alla professione di castità non abbraccino questo stato, né vi siano ammessi, se non dopo una prova sufficiente e dopo che sia stata raggiunta una sufficiente maturità psicologica e affettiva» 4
Come spiega il CGS, riconoscendo la funzione che ha la sessualità nella crescita dell´uomo, viene sottolineata la necessità di un lavorio progressivo per maturare la persona -- in concomitanza col processo psicologico della sua crescita - in vista della scelta che il celibato evangelico comporta, per viverla con senso di totale donazione a Dio e consapevolezza umana.´ Si può ritenere molto appropriato anche per noi Salesiani quanto scrive Giovanni Paolo Il nell´Esortazione apostolica «Familiaris consortio» sulla necessità di, una chiara e cristiana educazione della sessualità: «Di fronte ad una cultura che ´banalizza´ in larga parte la sessualità umana, perché la interpreta e la vive in modo ridut-
2 1875, V, 3 (cf. F. MOTTO, ivi)
´ In ´Criteri e norme per il discernimento vocazionale salesiano (Roma 1985) sono indicati elementi di discernimento nei riguardi dell´equilibrio affettivo. Al positivo si elencano: la capacità di amare le persone con le quali si vive; l´atteggiamento sereno di fronte alla donna; un buon equilibrio psico-affettivo e una normale capacità di autocontrollo, che permettano la scelta di amore nel celibato (cf. n. 44). Al negativo si segnalano alcune controindicazioni di ordine psicologico-morale, che vanno tenute presenti (cf. nn. 47-49).
° PC, 12
s Cf. CGS, 562.563
tivo e impoverito, collegandola unicamente al corpo e al piacere egoi
stico, il servizio educativo (...) deve puntare su di una cultura sessuale
che sia veramente e pienamente personale: la sessualità, infatti, è una ricchezza di tutta la persona - corpo, sentimento e anima - e manifesta il suo intimo significato nel portare la persona al dono di sé nell´amore... IL del tutto irrinunciabile l´educazione alla castità, come virtù che sviluppa l´autentica maturità della persona e la rende capace di rispettare e promuovere il `significato sponsale´ del corpo, (mentre si discernono) i segni della chiamata di Dio per l´educazione alla verginità, come forma suprema di quel dono di sé che costituisce il senso stesso della sessualità umana».6
Si chiede quindi una formazione che conduca alla solidità interiore della persona, che ha integrato in se stessa e vive con serenità la propria realtà sessuale e che, riconoscendo tutto il valore dell´amore umano e del matrimonio cristiano, ha capito e accettato pienamente il celibato come autentico progetto di vita e come un bene prezioso per lo sviluppo della propria persona, capace di portarla verso «la misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13).
Tutto questo lavoro interiore, con l´aiuto di una guida spirituale e soprattutto con il sostegno potente dello Spirito Santo, porta a quell´equilibrio, per cui da una parte i bisogni e le reazioni affettive, liberamente percepiti senza inibizioni e difese interiori, sono coscientemente messi in relazione col proprio progetto di vita religioso salesiano, e dall´altra parte l´amore di Gesù Cristo potenzia le capacità di un vero amore personale, così caratteristico della missione educativa del salesiano.´ Tale equilibrio permette di superare le inevitabili prove (come dirà Part. 84) per testimoniare con gioia la bellezza di vivere totalmente per Gesù Cristo e per il suo Regno.
FC, 37; Sull´educazione alla castità si veda anche OT, 10 e il documento nOrientamentf educativi per la formazione al celibato sacerdotale, Roma 1974, nn. iSss, ´ Cf. FSDB 1985, nn. 92.93
0 Padre della luce,
che conosci di che cosa siamo fatti,
accresci in noi la forza e il fuoco del Tuo Spirito, perché, fondati soltanto sull´amore che ci lega a Te, possiamo percorrere il cammino della nostra vita nella donazione pura e totale
al bene della gioventù che ci hai affidala. Per Gesù Cristo Tuo Figlio e nostro Signore.
ART. 83 CASTITÀ E VITA DI COMUNITÀ
La castità consacrata, «segno e stimolo della carità»,´ libera e potenzia la nostra capacità di farci tutto a tutti. Sviluppa in noi il senso cristiano dei rapporti personali, favorisce vere amicizie e contribuisce a fare della comunità una famiglia.
A sua volta il clima fraterno della comunità ci aiuta a vivere nella gioia il celibato per il Regno e a superare, sostenuti dalla comprensione e dall´affetto, i momenti difficili.
Nell´art. 61 è stato detto che «la professione dei consigli ci aiuta a vivere la comunione con i fratelli della comunità religiosa». Ora questa verità viene riferita particolarmente alla castità consacrata, evidenziando anche l´aspetto correlativo del rapporto comunità-castità: non solo la castità contribuisce a costruire un´autentica comunità religiosa, ma la stessa vita di comunione fraterna è di grande aiuto per vivere con gioia il celibato evangelico.
Si può osservare che questo tema è nuovo rispetto al testo delle Costituzioni anteriori al 1972. La sua introduzione è dovuta all´approfondimento del significato della castità religiosa operato dal Concilio ed è frutto dell´esperienza, che dimostra come non poche crisi e abbandoni risentano della solitudine derivante dalla mancanza di un clima di carità concreta nella comunità.
La castità contribuisce a costruire la comunità.
Il testo dell´articolo inizia con una citazione della Costituzione «Lumen Gentium» che, parlando della castità consacrata, la chiama «segno e stimolo della carità».´ Questa espressione si collega con quella dell´art. 80 della nostra Regola, dove la scelta del celibato per il Regno è definita «un modo intensamente evangelico di amare Dio e i fratelli senza divisione del cuore». Il CGS, trattando della castità nella luce del
suo rapporto con la Pasqua di Cristo, spiega appunto che la castità religiosa, per il dinamismo che le proviene dalla inserzione nel mistero pasquale, tende alla perfezione della carità verso Dio e i fratelli. Non può isolarsi e chiudersi in se stessa, ma ha bisogno di espandersi e raggiungere i fratelli nella preghiera, nell´azione, nel servizio. È sacramento di carità, segno di fratellanza e di servizio .2 In questo senso, come dice il testo, essa «libera e potenzia la nostra capacità di farci tutto a tutti».
«Questo dinamismo - aggiunge il CGS -- manifesta apertamente la dimensione comunitaria della castità religiosa».3 Ogni salesiano, infatti, nella misura in cui, unendosi a Cristo, penetra nel Suo amore, viene sempre più pervaso dalla divina carità, e diventa capace di amare come Lui ama, con un amore totalmente oblativo. È questo amore, liberato e potenziato dallo Spirito, che genera, alimenta e costruisce la comunità fraterna. Esso aiuta a costruire quella comunione dove le persone si incontrano e si amano al livello più profondo in Cristo.
Il testo costituzionale precisa, quindi, alcuni aspetti di questo dinamismo di carità dell´amore verginale.
- Esso «sviluppa il senso cristiano dei rapporti personali», cioè informa le nostre relazioni personali con i confratelli impregnandole di delicata e sincera fraternità (amore di comunione) e facendo crescere lo spirito di servizio vicendevole (amore di donazione): si possono ricordare, a tal riguardo, gli atteggiamenti raccomandati dall´Apostolo Paolo e proposti dall´art. 51 della Regola.
- L´amore vissuto nella castità consacrata, inoltre, «suscita amicizie vere», quelle amicizie che non limitano o coartano, ma sviluppano la capacità di donarsi e sono un prezioso aiuto reciproco tra i fratelli perché ognuno diventi pienamente se stesso secondo il Signore. Si tratta di amicizie non sentimentali né chiuse, ma limpide e aperte al bene comune, capaci di creare un clima in cui ciascuno si sente valorizzato e amato con affetto sincero. Sappiamo come il nostro padre Don Bosco abbia coltivato delle amicizie profonde (ricordiamo l´amicizia con Luigi Comollo e con don Cafasso), che molto lo hanno aiutato a progredire nella virtù; d´altra parte diventare «amici di Don Bosco» era
Cf. CGS, 569 3 CGS, M
un invito che egli rivolgeva spesso ai suoi ragazzi. Questo è proprio il clima di fraterna amicizia che deve distinguere la comunità, di cui parla l´art. 51, attraverso il quale il Signore fa sentire viva la sua presenza .4
- È facile intuire il risultato di tutto ciò: la castità consacrata «contribuisce a fare della comunità una famiglia, cioè a far crescere quell´ambiente di famiglia (già ricordato parlando dello spirito salesiano e della comunità fraterna) dove ogni persona è accolta, stimata, amata nella sua originale diversità, e dove viene realizzata ogni sua capacità di dono.
La comunità aiuta a vivere nella gioia la castità.
Il secondo capoverso continua il tema castità-comunità, sviluppando l´aspetto complementare di quello sopra trattato: se è vero che la castità è generatrice di carità fraterna, è altrettanto vero che la carità fraterna sostiene e feconda la castità. Questa verità si rifà direttamente al Vaticano II, che ha segnalato l´importanza della fraternità per la custodia della castità: «Tutti sappiano, specialmente i Superiori, che la castità si potrà custodire più sicuramente se nella vita comune vige tra i membri un vero amore fraterno».5
A sua volta il testo della Regola dice che «il clima fraterno della comunità aiuta a vivere nella gioia i] celibato per il Regno». Il religioso con la sua professione si è donato totalmente a Dio e vive nell´amore e nel servizio del suo Signore. Ma egli ha bisogno di percepire sensibilmente questo amore di Dio manifestato nell´amore di quei fratelli, che il Signore gli ha messo accanto nella sua comunità. Quando scopre questo amore, gli diventa più facile affrontare le rinunce e superare le
° Sull´invito di Don Bosco ad essere suoi amici si veda MB III, 162. 205, VI, 383-385; VII, 642643; X, 20; XI, 234. Interessante la motivazione soprannaturale: essere amici e unirci insieme per amare Dio (cf. MB V, 538).
Sul tema dell´amicizia nella comunità fraterna il documento »Orienrarnenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale» (Congregazione per l´Educazione Cattolica 1974) così scrive: ~Il celibato ha senso in un contesto di ´relazione´: è vissuto in seno a una comunità fraterna che suppone lo scambio e che permette di raggiungere gli altri al di là del bisogno che se ne può avere: tirocinio della ´non-possessività´. Segno di un celibato bene assunto è la capacità di creare c mantenere relazioni interpersonali valide; è la presenza degli amici nella loro assenza, il rifiuto di imporsi loro, la prova di non avere troppo bisogno di essi (n. 49)PC, PC, 12
difficoltà che il celibato comporta. Grazie ai fratelli, trovandosi contento nella sua comunità, egli può vivere più facilmente «nella gioia» il suo celibato, dando così una testimonianza efficace ai giovani di una castità «vera», nella quale il senso del dono prevale su quello della rinuncia.
L´articolo si sofferma, da ultimo, sul particolare apporto che la comunione fraterna può dare nei «momenti difficili». Sono i momenti della tentazione, del dubbio, della prova, che non mancano mai (come vedremo nel prossimo articolo), ma che talvolta si fanno più forti. È proprio in questi momenti che la comprensione e l´affetto dei fratelli della comunità si rivela veramente importante. Si può dire allora che ognuno ha in qualche modo il compito di sostenere la lotta che si scatena nel cuore dei suoi confratelli.
La parola della Scrittura, cara al nostro Padre Don Bosco: «O quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum», quando si realizza nella comunità fraterna, è davvero un grande aiuto per gustare la gioia dell´amore consacrato nella castità.
0 Signore,
concedici di vivere con pienezza
la nostra castità consacrata,
come apertura totale e senza egoismi
a Te e ai nostri fratelli.
Fiorisca da essa nelle nostre comunità
lo spirito di famiglia
e la dedizione di vera e sincera amicizia,
che ci aiuti a camminare con gioia versa Te, sommo Bene, e ci conforti nel momento della prova.
ART. 84 ATTEGGIAMENTI E MEZZI PER CRESCERE NELLA CASTITÀ
La castità non è una conquista fatta una volta per sempre. Ha i suoi momenti di pace e i momenti di prova. È un dono che, a causa dell´umana debolezza, esige un quotidiano impegno di fedeltà.
Perciò il salesiano, fedele alle Costituzioni, vive nel lavoro e nella temperanza, pratica la mortificazione e la custodia dei sensi, fa uso discreto e prudente degli strumenti di comunicazione sociale e non trascura quei mezzi naturali che giovano alla salute fisica e mentale.
Soprattutto implora l´aiuto di Dio e vive alla sua presenza; alimenta l´amore per Cristo alla mensa della Parola e dell´Eucaristia e lo purifica umilmente nel sacramento della Riconciliazione; si affida con semplicità a una guida spirituale.
Ricorre con filiale fiducia a Maria Immacolata e Ausiliatrice, che lo aiuta ad amare come Don Bosco amava.
P- noto che Don Bosco, presentando la virtù della castità, mentre da una parte ne canta le lodi in tono ispirato, dall´altra moltiplica le raccomandazioni perché essa sia conservata, suggerendo i mezzi propri di una equilibrata ascesi e ispirati a una profonda vita spirituale. Questa impostazione si riscontra anche nel testo delle Costituzioni da lui scritte e nella Introduzione alle stesse Costituzioni, che ne rappresenta il commento autorevole e paterno.
Anche nel nostro testo agli «atteggiamenti e mezzi per crescere nella castità» è dato uno spazio significativo; il tema viene trattato con riferimento non solo alla nostra tradizione ma anche alla ricca dottrina conciliare e alla riflessione salesiana di oggi sul mistero della castità consacrata.
La castità è una realtà viva in continuo sviluppo.
Il primo capoverso dell´art. 84 contiene un´idea importante, che trova il suo fondamento in diverse affermazioni dei precedenti articoli, e che, in certo modo, supera una mentalità abbastanza diffusa nel passato.
La Regola, che chiedeva dal salesiano «equilibrio psicologico e maturità affettiva» (Cast 82), ci dice ora che «la castità non è una conquista fatta una volta per sempre». la castità cioè non è un tesoro conquistato una volta per sempre nel giorno della professione e che in seguito deve semplicemente essere «conservato» intatto. Spiega il CGS: «aprirsi al dono insigne del celibato significa assumere un compito mai finito».´ In verità la castità è un valore inscritto contemporaneamente dalla grazia di Dio e dalla libertà di una scelta, in una persona viva, legato quindi alla storia della persona e alla costruzione della sua piena maturità: è quindi un valore da riattualizzare continuamente nelle situazioni +. e nelle circostanze che cambiano. Questo è il senso dell´espressione: «compito mai finito», lungo cammino di crescita mai terminato.
In questo cammino la castità «ha i suoi momenti di pace e i momenti di prova». La stragrande maggioranza delle persone, anche delle persone consacrate, incontra le ore della difficoltà: pensiamo all´Apostolo Paolo che non si vergognava di confessare ai fratelli le sue tentazioni e le sue debolezze, su cui trionfava la grazia vittoriosa di Cristo (cf. 2 Cor 4,7-12; 12, 7-10); pensiamo allo stesso Don Bosco che non andò esente dalle molestie della carne e degli istinti, com´ebbe a confidare ai suoi intimi.´
. Comprendiamo i motivi di queste difficoltà. «Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4,7), dice san Paolo dei doni ricevuti da Dio. E Paolo VI, nell´Esortazione apostolica «Evangelica testificatio» afferma della castità che è «dono fragile e vulnerabile a causa dell´umana debolezza».3 E facile capire come possa sopraggiungere per tutti l´ora della difficoltà, pensando al fatto che il religioso, rimanendo un essere sessuato, deve condurre la vita secondo la curva normale dell´esistenza umana e secondo le circostanze concrete del tempo e del luogo in cui è chiamato a vivere. Ci possono essere momenti in cui si risveglia il desiderio coniugale o quello della paternità fisica; possono sopraggiungere
´ CGS, 564
z Abbiamo alcune testimonianze a riguardo di difficoltà manifestate da Don Bosco. Attesta Don Rua: «Riguardo alle tentazioni contrarie a questa virtù, penso che ne abbia sofferto, rilevandolo da qualche parola da lui udita allorché ci raccomandava la temperanza nel bere. Questa testimonianza concorda con quella di Don Lemoyne: «Che abbia avuto tentazioni contro la purità lo confidò una volta ai membri del Capitolo, tra cui io stesso ero presente, spiegando i motivi per cui preferiva i legumi alla carne (cf. P. BROCARDO, Don Bosco profondamente uomo, profondamente santo, LAS Roma 1985, p. 111.112).
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tempi nei quali si sente più forte la solitudine o si fa strada la tentazione.
Di conseguenza la castità «esige un quotidiano impegno di fedeltà»: «quotidiano» poiché ogni giorno il salesiano risponde in modo rinnovato alla chiamata del Signore e, sostenuto dalla grazia, adatta il suo sforzo alle difficoltà che le diverse circostanze fanno emergere. Così egli «cresce» nella sua risposta di amore.
I mezzi naturali e soprannaturali.
Parlando dei mezzi per conservare la castità, Don Bosco segnalava anzitutto la prudenza nelle relazioni con i giovani e con il mondo; 4 poi indicava i mezzi direttamente soprannaturali della preghiera e dei sacramenti.´ Quest´ordine è quello della saggezza e dell´esperienza: le preghiere più fervorose hanno poco effetto in colui che non ha insieme una certa austerità di vita personale e di mortificazione. Anche il testo del nostro articolo segue un simile ordinamento, rifacendosi palesemente agli orientamenti stessi del Concilio quando parla della castità religiosa: e i tre successivi capoversi presentano diversi mezzi, atti a mantenere vivo e a far crescere il dono della castità.
Per esprimere una prima serie di impegni che salvano e rendono più robusto il nostro amore casto, le Costituzioni oltre che al testo di Don Bosco - si ispirano al decreto «Perfectae caritatis», che afferma: «Bisogna che i religiosi... pratichino la mortificazione e la custodia dei sensi. E neppure trascurino i mezzi naturali che giovano alla sanità mentale e fisica».7
Circa la mortificazione conosciamo le raccomandazioni del nostro Fondatore: «Tenete a freno i sensi del corpo... Una speciale temperanza vi raccomando nel mangiare e nel bere ... ».1
° Cf. Costituzioni 1875, V, 4. 5 (cf. F. MOTTO, p. 111) s Cf. Costituzioni 1875, V, 6 (cE F. MOTTO, p. 112) PC, 12
s D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Castità, cE Appendice Costituzioni. 1984, p. 224
È certo che un buon equilibrio corporale aiuta a realizzare l´equilibrio affettivo, mentre invece l´affaticamento nervoso, che accompagna una vita sovraccarica, costantemente sotto pressione, sfocia presto o tardi in stati di depressione psichica o fisica che offrono un terreno privilegiato alla tentazione. Don Bosco ai primi missionari dava questo consiglio: «Abbiatevi cura speciale della sanità. Lavorate, ma solo quanto le proprie forze comportano»?
Ma aggiungeva: «Fuggite l´ozio».10 Pur avendo cura della propria salute, il lavoro è un grande mezzo per manifestare concretamente il dono di sé e per dominare gli istinti della sessualità. Ecco perché le Costituzioni ci ricordano l´importanza di vivere «nel lavoro e nella temperanza».
L´articolo fa cenno, in particolare, al buon uso, «discreto e prudente», degli strumenti della comunicazione sociale: sono finestre attraverso le quali può entrare quel mondo - - nel suo aspetto di peccato - al quale abbiamo rinunciato; l´art. 44 dei Regolamenti generali riprenderà questo argomento sotto l´aspetto della vita comunitaria.
In conclusione, possiamo dire che un mezzo riassume tutti questi:è la fedeltà alle Costituzioni. È sempre Don Bosco che ce lo ripete: «Trionfante di ogni vizio e fedele custode della castità è l´osservanza esatta delle nostre sante Regole, specialmente dei voti e delle pratiche di pietà»."
Il capoverso seguente inizia con l´avverbio «soprattutto»: è un´evidente indicazione di priorità e richiama quanto si diceva fin dall´art. 80, che cioè la castità, dono del Padre, può crescere solo in un clima di grazia e i nostri sforzi personali non porteranno frutto se non saranno sostenuti dalla grazia del Padre. La verginità può vivere soltanto se non si distacca dalla sua Sorgente: essendo essa una risposta alla chiamata dell´Amore, è chiaro che non potrà essere mantenuta e sviluppata che fissando lo sguardo sul volto di questo infinito Amore,
La Regola ricorda perciò come fondamentali una serie di mezzi che possono alimentare l´amore per Cristo, l´intimità con Colui che è
´ D. BOSCO, Ricordi ai primi missionari, cf. Appendice Costituzinni,1984, p. 253-254
° D. BOSCO, Ricordi ai primi missionari, Le.; cf. Cosrituzioni 1875, V, 6 (F. MOTTO, p. 112) "
D. BOSCO, 1niroduzione alle Costituzioni, Le.
l´unico e il sommo Bene, cui abbiamo consegnato noi stessi e la nostra vita: possiamo ancora una volta costatare che questi mezzi sono gli stessi che indicava il nostro Fondatore.
-- Si parla anzitutto della preghiera, che si prolunga nella vita vissuta alla presenza di Dio: colui che ha scelto di seguire Cristo vergine vive nell´incontro e nel dialogo vivo con Lui ogni momento della sua vita.
- In questo dialogo con il Signore hanno un ruolo privilegiato i Sacramenti della Riconciliazione e dell´Eucaristia: il nostro amore viene continuamente purificato nel sacramento del perdono e si nutre ogni giorno alla mensa del Corpo e del Sangue del Signore, attingendo forza e splendore.
- Tutti conosciamo poi l´importanza di una buona guida spirituale, che accompagni il nostro cammino, aiutandoci a scoprire e far luce dentro di noi per rispondere sempre meglio all´amore del Signore.
Alla conclusione l´articolo ci fa elevare lo sguardo a Maria Immacolata e Ausiliatrice, Colei che ha guidato Don Bosco e guiderà anche noi nella fedeltà alla nostra vocazione.
Fin/ alla più antica tradizione cristiana Maria è chiamata «la Vergine», «la SS. Vergine», «la Vergine delle vergini»: la verginità di Maria è nel cuore della sua vocazione e nel cuore del mistero dell´Incarnazione redentrice. In Maria, dopo Gesù, si ha la realizzazione più completa della verginità cristiana e religiosa: Essa è modello, tipico ed esemplare, e nello stesso tempo sostegno attivo della verginità della Chiesa: vergine anzitutto nello spirito per la totalità del suo dono al disegno del Padre e vergine nel corpo come segno e primizia, congiuntamente al suo Figlio, della nuova umanità verginale.
A Maria, perciò, ci rivolgiamo con fiducia e Le affidiamo il nostro amore, perché lo renda forte e generoso per Cristo e per i giovani: Ella - ci dice la Regola - ci insegnerà ad amare, come ha insegnato a Doti Busco.
Si può osservare che il richiamo a Maria in questo articolo che conclude l´intero capitolo VI sui consigli evangelici è un invito a guardare a Lei come modello di una risposta generosa e gioiosa in tutta la nostra vita nello spirito dei consigli: Essa è modello di obbedienza alla Parola del Signore («si faccia in me secondo la tua Parola»), modello di povertà nello spirito («ha guardato all´umiltà della sua serva»), mo-
dello di amore verginale («non conosco uomo»). Imitando Maria, potremo anche noi sperimentare le grandi cose che Dio opera nei suoi servi («ha fatto in me cose grandi colui che è potente»).
Il Signore ci ha chiamati a vivere nella fedeltà e nella fortezza, con fiduciosa letizia,
la donazione integrale di noi stessi
nel vincolo della castità perfetta.
Chiediamo a Lui il dono della perseveranza,
la difesa contro ogni pericolo.
Perché la coscienza della nostra fragile natura non ci induca alla paura e allo scoraggiamento, ma trovi rimedio nella fiduciosa certezza dell´assistenza dello Spirito Santo, preghiamo.
Perché ci sia dato giorno per giorno
di rinnovare il nostro impegno di fedeltà nella preghiera per noi e per i nostri fratelli
nella dedizione alla nostra missione educativa, preghiamo.
Perché possiamo essere fedeli e diligenti nell´applicazione dei mezzi suggeritici da Don Bosco per la custodia e la crescita della castità: la preghiera, la mortificazione,
il lavoro e la temperanza, preghiamo.
Perché il nostro amore a Dio e al prossimo trovi costante alimento
alla mensa della Parola di Dio e del Corpo e Sangue di Crsito,
sia continuamente purificato nel Sacramento del perdono, preghiamo.
O Padre, che ci hai consacrati al Tuo amore, chiamandoci al celibato per il Regno,
compi in noi interamente t1 Tuo disegno,
e con l´esempio e l´intercessione della Vergine Maria, di Don Bosco e dei nostri Fratelli glorificati, confermaci nel dono di noi stessi,
e conservaci gioiosamente casti ai Tuoi occhi fino a1 giorno di Gesù Cristo,

References: ART. 72

ART. 73

ART. 74
 art. 51

ART. 75
e contrario

ART. 76

ART. 77
 art. 7

ART. 78

ART. 79
 art. 79
 art. 1
 art. 7

ART. 80

ART. 81

ART. 82

ART. 83

ART. 84