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Timestamp: 2018-03-17 21:53:01+00:00

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Stressare l'inquilino è reato
Lo sai che? Stressare l’inquilino è reato
Lo sai che? Pubblicato il 1 giugno 2017
> Lo sai che? Pubblicato il 1 giugno 2017
Mobbing immobiliare: le pressioni del padrone di casa per mandare via l’inquilino possono integrare il reato di atti persecutori.
La condotta persecutoria del padrone di casa nei confronti dell’inquilino, al fine di mandarlo via dall’appartamento con pressioni psicologiche di vario genere, integra il reato di mobbing immobiliare. A dirlo è la Cassazione con una sentenza dello scorso mese di febbraio. La pronuncia è particolarmente interessante perché apre alla possibilità di applicare la fattispecie del mobbing anche al di fuori dei suoi tipici confini, quelli cioè dell’ambiente di lavoro. Il mobbing si sostanzia, infatti, in una serie di comportamenti ostili e persecutori, tutti illeciti se singolarmente presi, ma unificati da un medesimo intento: quello di vessare la vittima. È proprio questa finalità ulteriore rispetto a quella del singolo atto, ad aggravare la responsabilità del colpevole e a costringerlo a difendersi da un ulteriore reato, quello appunto di mobbing. Ma quando stressare l’inquilino è reato? Cerchiamo di comprenderlo con più chiarezza.
Immaginiamo che l’inquilino sia solito pagare l’affitto con cinque o sei giorni di ritardo rispetto alla scadenza. Ad ogni fine mese, il padrone di casa gli notifica un atto di citazione per convalida di sfratto per morosità, incurante della circostanza che detto sfratto può essere intimato solo a partire dal 20° giorno di ritardo. Il padrone di casa ha messo in conto di poter perdere la causa, ma per lui è più importante liberarsi dall’inquilino. Peraltro, gran parte di questi “processi” non si celebrano perché nessuno dei due soggetti si presenta in tribunale, stante l’intervenuta regolarizzazione nel pagamento del canone – sebbene in ritardo – da parte dell’affittuario. Ma dopo l’ennesima notifica dell’atto processuale l’inquilino decide di querelare il padrone di casa per via dello stress causatogli da tutte queste iniziative processuali. Dall’altro canto il locatore si difende sostenendo che è suo diritto adire il giudice e che, anche ammesso di non aver ragione, esiste la condanna alle spese per ripianare agli eventuali danni di una iniziativa processuale pretestuosa. L’inquilino invece sostiene di subire un danno ulteriore rispetto alla stessa citazione in giudizio che è l’angoscia e lo stress di dover puntualmente rivolgersi a un avvocato? Chi ha ragione tra i due?
La Cassazione ha deciso una fattispecie del tutto simile a quella dell’esempio che abbiamo appena fatto, sostenendo che una serie di iniziative giudiziarie nei confronti dell’affittuario, se pretestuose e infondate, costituisce un atteggiamento persecutorio; tanto basta a integrare il reato di mobbing immobiliare.
Ovviamente stressare l’inquilino è reato solo laddove le condotte mobbizzanti siano illecite se singolarmente prese. L’esercizio di un diritto riconosciuto dalla legge, invece, non può essere considerato persecutorio a meno che non venga ripetuto con tale ossessività solo allo scopo di creare disagio e mortificazione.
Un altro esempio farà al caso nostro. Immaginiamo che il padrone di casa, che avanza diverse mensilità arretrate dall’inquilino, gli chieda di far visionare l’immobile a potenziali interessati all’affitto che gli potrebbero subentrare alla scadenza del contratto. All’inquilino la cosa “puzza” perché la richiesta viene presentata circa due anni prima della predetta scadenza. L’episodio peraltro si ripete in continuazione, quasi due o tre volte a settimana.
Lo stesso padrone di casa più volte ricorda all’affittuario di pagargli l’affitto e gli spedisce un’email al giorno.
In tutti questi casi il comportamento, singolarmente preso, è sicuramente lecito, ma ad essere illecita è la modalità con cui esso viene realizzato, ossia con intento persecutorio perché ripetuto. Dunque, anche in questi casi lo stress procurato all’inquilino potrebbe configurare il reato di mobbing immobiliare.
[1] Cass. sent. n. 5044/2017
Cassazione sentenza n. 5044/2017 del 28.02.2017.
1.Con sentenza n. 24307/2012 il Tribunale di Roma dichiarava inammissibile l’opposizione tardiva proposta da (OMISSIS) avverso ordinanza di convalida di licenza per finita locazione emessa nei suoi confronti il 15 dicembre 2009 dal suddetto Tribunale su istanza della Fondazione (OMISSIS) e le ulteriori domande proposte dallo stesso nei confronti di controparte di condanna al pagamento di Euro 85.000 oltre Iva e accessori per lavori di miglioria svolti nell’appartamento oggetto del contratto locatizio o in subordine di sua condanna ex articolo 2041 c.c., nonche’ di sua ulteriore condanna al risarcimento di danno da mobbing immobiliare. Avendo il (OMISSIS) proposto appello, con sentenza ex articolo 281 sexies c.p.c. del 6 novembre 2014 la Corte d’appello di Roma lo ha integralmente rigettato.
2.Ha presentato ricorso il (OMISSIS) sulla base di otto motivi, argomentati anche in memoria ex articolo 378 c.p.c., e da cui si difende con controricorso la Fondazione (OMISSIS).
3.Il ricorso e’ parzialmente fondato.
Rigetta il ricorso quanto ai primi sette motivi, accoglie l’ottavo motivo e cassa in relazione con rinvio alla Corte d’appello di Roma anche per le spese del grado.

References: sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 2041
 sentenza 
 articolo 281
 articolo 378