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Timestamp: 2020-04-02 18:51:43+00:00

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Cassazione sentenza n. 25917 del 19 novembre 2013 - Comunicazione di licenziamento per raccomandata e copia illeggibile - Illegittimità - Studio Cerbone
Cassazione sentenza n. 25917 del 19 novembre 2013 – Comunicazione di licenziamento per raccomandata e copia illeggibile – Illegittimità
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 19 novembre 2013, n. 25917
Lavoro subordinato – Licenziamento – Comunicazione per raccomandata – Copia illeggibile – Illegittimità.
Il Tribunale di Firenze ha dichiarato illegittimo il licenziamento intimato dalla Conceria A. S.p.A. a S.A. con lettera del 24 ottobre 2006, ordinandone la reintegrazione nel posto di lavoro e condannando la società a corrispondergli, a titolo risarcitorio, le retribuzioni globali di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegra.
Proponeva impugnazione la società e la Corte d’Appello di Firenze, con sentenza del 2-7 luglio 2010, in parziale riforma della decisione anzidetta, limitava il risarcimento del danno al pagamento delle retribuzioni sino al 23 maggio 2007, data in cui il lavoratore aveva reperito altra occupazione.
Confermava nel resto l’impugnata sentenza.
Per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso la società sulla base di dieci motivi.
Il lavoratore ha resistito con controricorso.
1. Con il primo motivo la società ricorrente, denunziando violazione e falsa applicazione degli artt. 116, primo comma, cod. proc. civ. e 2700 cod. civ., deduce che la lettera raccomandata di contestazione degli addebiti è stata ricevuta dal lavoratore il 18 ottobre 2006, come risulta dall’avviso di ricevimento sottoscritto dal medesimo. La Corte d’Appello “invece si è soffermata sulla “attestazione delle Poste”….che in realtà non era affatto una attestazione bensì una c.d. ‘‘volanda” sul quale vi era apposto un orario di consegna H. 06,55 assolutamente inattendibile ed a ciò si aggiungeva che non vi era la firma o sottoscrizione del ricorrente”.
Rileva che, diversamente da quanto affermato nella sentenza impugnata, l’attestazione rilasciata dall’ufficio postale non costituiva prova idonea, trattandosi di una “volanda” priva di sottoscrizione del destinatario, sulla quale vi era un orario di consegna del tutto inattendibile (ore 06,55); che “la c.d. postilla a mano vergata sulla busta contenente la lettera” era di incerta provenienza, così come la “volanda”; che in data 18 ottobre 2006, prima della lettera del licenziamento, “il lavoratore formulò le proprie difese facendo pervenire al datore di lavoro il certificato medico e consegnandolo di persona fornendo le proprie giustificazioni al riguardo”; che il giudice di primo grado ha violato i principi in materia di onere della prova e di produzione documentale, disponendo l’acquisizione di documenti (certificazioni dell’ufficio postale) e consentendo al lavoratore la loro produzione nel corso del giudizio.
La Corte di merito, dopo aver affermato che l’avviso di ricevimento della lettera raccomandata con cui era stato intimato al lavoratore il licenziamento non era “agevolmente leggibile”, in quanto prodotto in fotocopia, e che la odierna ricorrente era stata più volte inutilmente invitata a produrre detto originale, ha aggiunto che la difesa del lavoratore si è fatto carico di ottenere dall’ufficio postale apposita certificazione al riguardo, dalla quale risultava che la lettera in questione venne effettivamente consegnata a S.A. il 19 ottobre 2006, E poiché, ha rilevato, il licenziamento è stato adottato con lettera del 24 ottobre 2006, prima della scadenza dei cinque giorni liberi previsti dall’art. 7, comma 5, St. lav. (“In ogni caso, i provvedimenti disciplinari più gravi del rimprovero verbale non possono essere applicati prima che siano decorsi cinque giorni dalla contestazione per iscritto del fatto che vi ha dato causa”), esso era illegittimo.
Senonchè, tali censure si risolvono sostanzialmente in una richiesta di riesaminare e valutare il merito della causa, e cioè in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento del giudice di merito, e perciò in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura e alla finalità del giudizio di cassazione.
Rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in € 100,00 per esborsi ed € 4.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge, con distrazione a favore del difensore del resistente, Avv. G.P..
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