Source: http://www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2015/maggio/1432827251080.html
Timestamp: 2017-06-23 01:43:09+00:00

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QPA - Caso Contrada, interessante sentenza della Corte Europea
La condanna per concorso esterno in associazione mafiosa viola l'art. 7 della Convenzione.
La Corte Europea è stata chiamata a stabilire se, all’epoca dei fatti ascritti a Bruno Contrada, la legge applicabile definisse chiaramente il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso e cioè se, a partire dal testo delle disposizioni pertinenti e con l’aiuto dell’interpretazione della legge fornita dai tribunali interni, il ricorrente potesse conoscere le conseguenze dei suoi atti sul piano penale.
Contrada è stato condannato a una pena di dieci anni di reclusioni per concorso in associazione di tipo mafioso con una sentenza emessa dal tribunale di Palermo 5 aprile 1996 riguardo a fatti compiuti tra il 1979 e il 1988. Nella parte in diritto della sentenza, tale concorso veniva definito «eventuale» o «esterno». La condanna del ricorrente, dapprima annullata da una sentenza della corte d’appello di Palermo, fu poi confermata da un’altra sezione di quest’ultima e, in via definitiva, da una sentenza della Corte di cassazione.
La CEDU ha affermato che solo a partire dalla sentenza Demitry, pronunciata dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione il 5 ottobre 1994, si è fornita per la prima volta una elaborazione della materia controversa, esponendo gli orientamenti che negano e quelli che riconoscono l’esistenza del reato in questione e, nell’intento di porre fine ai conflitti giurisprudenziali in materia, si è finalmente ammesso in maniera esplicita l’esistenza del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso nell’ordinamento italiano.
Perciò, all’epoca in cui sono stati commessi i fatti ascritti al ricorrente (1979-1988), il reato in questione non era sufficientemente chiaro e prevedibile per quest’ultimo. Il ricorrente non poteva dunque conoscere nella fattispecie la pena in cui incorreva per la responsabilità penale derivante dagli atti da lui compiuti.
La Corte ha ritenuto che questi elementi fossero sufficienti per concludere che vi è stata violazione dell’articolo 7 della Convenzione.
Si tratta, all'evidenza, di una sentenza destinata a suscitare commenti e dibattiti di notevole rilievo sia in dottrina sia in giurisprudenza.
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