Source: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=15810
Timestamp: 2018-06-22 17:04:21+00:00

Document:
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 14 maggio 2018, n.21286
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | VENERDÌ 22 GIUGNO AGGIORNATO ALLE 19:4
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 14 maggio 2018, n.21286MASSIMA
Un uomo proponeva ricorso in Cassazione avverso la sentenza di applicazione di pena ex art. 444 c.p.p. emessa nei suoi confronti dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Prato per il reato di cui all’art. 589-bis cod.pen., perché alla guida della sua auto aveva investito un pedone, morto dopo alcuni mesi dall’entrata in vigore della legge che ha introdotto l’omicidio stradale. Il ricorrente denunciava violazione di legge in riferimento al fatto che il reato ascrittogli ex art. 589-bis cod.pen. era stato introdotto nel nostro codice penale in epoca successiva alla condotta contestata; all’epoca in cui questa era stata posta in essere era in vigore una disposizione penale assai più mite, di tal che la norma applicata nella specie era sicuramente meno favorevole di quella vigente all’epoca della condotta, e la sua applicazione violava il principio di prevedibilità delle conseguenze penali della condotta.
Un uomo investe un pedone, che muove dopo vari mesi. Prima del verificarsi dell’evento morte entra in vigore la legge che inasprisce il trattamento sanzionatorio a carico dell’autore degli omicidi stradali: quale norma si applica in tal caso? Quella vigente al momento della commissione del reato o quella più sfavorevole vigente al momento del verificarsi dell’evento? Questa la questione analizzata dalla Suprema Corte nella sentenza in epigrafe, chiamata a individuare della legge penale applicabile nei casi in cui, tra la condotta e l’evento, intercorra un arco temporale durante il quale entri in vigore una norma penale che sanziona il medesimo reato in termini più sfavorevoli all’imputato rispetto alla norma previgente. Al riguardo si rinvengono due orientamento. Un primo indirizzo giurisprudenziale si richiama alla legge penale in vigore al momento di commissione, ovvero di consumazione, del reato, che per i reati di evento coincide con quello in cui l’evento si verifica, anche laddove ciò avvenga a distanza di tempo dal momento della condotta. In altri termini, tale orientamento, che segue la c.d. teoria dell’evento, riafferma il principio in base al quale, ai fini dell’applicazione della disciplina di cui all’art. 2, c.p., il tempus commissi delicti va collocato al momento della consumazione del reato e nei casi di reato a forma libera, tale momento coincide con il verificarsi dell’evento tipico. Secondo opposto indirizzo, nel solco del criterio c.d. della condotta, nel caso di successione di leggi penali che regolano la stessa materia, la legge da applicare è quella vigente al momento dell’esecuzione dell’attività del reo e non già quella del momento in cui si è verificato l’evento che determina la consumazione del reato. Infatti, una rigorosa adesione al primo orientamento implicherebbe che, anche in presenza di una condotta - istantanea, anziché "di durata" - posta in essere sotto il vigore di una disciplina legislativa più favorevole in punto di trattamento sanzionatorio, trovi applicazione la legge penale in vigore al momento dell’evento, intervenuto a distanza di tempo, pur quando essa preveda per il reato de quo conseguenze sanzionatorie più severe rispetto a quelle precedentemente vigenti. Inoltre, a fronte di un incidente stradale avvenuto nel vigore del più favorevole quadro normativo quoad poenam, il trattamento sanzionatorio che ne è seguito è dipeso in modo decisivo dal momento del decesso della vittima: se il pedone fosse morto sul colpo, la legge penale applicabile sarebbe stata quella ante l. n. 41/2016, contenente previsioni più miti; poiché invece la persona offesa è deceduta dopo che la legge n. 41/2016 è entrata in vigore, ragionando sulla base del c.d. criterio dell’evento dovrebbe applicarsi quest’ultima, benché più severa in punto di pena. E questo sebbene non fosse prevedibile, per il soggetto attivo, che il trattamento sanzionatorio a suo carico sarebbe stato sensibilmente peggiore in dipendenza della permanenza in vita della vittima per alcuni mesi dopo il sinistro. A fronte del sopra delineato contrasto di orientamenti giurisprudenziali, la Suprema Corte ravvisa le condizioni per devolvere la questione alle Sezioni Unite. Nella specie, il dictum del Consesso apicale potrà fornire indicazione, in relazione agli aspetti come sopra evidenziati, circa la soluzione da dare alla seguente questione: "se, a fronte di una condotta interamente posta in essere sotto il vigore di una legge penale più favorevole e di un evento intervenuto nella vigenza di una legge penale più sfavorevole, debba trovare applicazione il trattamento sanzionatorio vigente al momento della condotta, ovvero quello vigente al momento dell’evento".
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 14 maggio 2018, n.21286 - Pres. Fumu – est. Pavich
È noto che, secondo un’impostazione tradizionale risalente ai primi anni di operatività del codice di rito oggi vigente, si affermava che la sentenza che recepisce l’intesa raggiunta dalle parti sul quantum della pena da applicarsi in concreto è ricorribile per Cassazione, oltre che per errores in procedendo, per mancato proscioglimento - ricorrendone le condizioni - ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen. (Sez. F, n. 2692 del 14/09/1990, Lofti Ben T., Rv. 185716).
Basti qui ricordare la sentenza a Sezioni Unite Jazouli, che, con riferimento a un ricorso avverso sentenza di patteggiamento, ha affermato l’illegalità della pena determinata attraverso un procedimento di commisurazione che si sia basato, per le droghe cosiddette 'leggere', sui limiti edittali dell’art. 73 d.P.R. 309/1990 come modificato dalla legge n. 49 del 2006, in vigore al momento del fatto, ma dichiarato successivamente incostituzionale con sentenza n. 32 del 2014, anche nel caso in cui la pena concretamente inflitta sia compresa entro i limiti edittali previsti dall’originaria formulazione del medesimo articolo, prima della novella del 2006, rivissuto per effetto della stessa sentenza di incostituzionalità (Sez. U, n. 33040 del 26/02/2015, Jazouli, Rv. 264205 e 264206).
La richiamata sentenza Sandrucci, giova qui ricordare, riguardava imputazioni per omicidio colposo formulate nei confronti di due direttori di uno stabilimento per la produzione di lampadine e tubi fluorescenti - i quali avevano ricoperto il loro incarico in un arco temporale compreso fra il 1972 e il 1984 - in relazione a decessi di dipendenti intervenuti tra il 2005 e il 2009 per mesotelioma pleurico o per adenocarcinoma polmonare (patologie lungo-latenti riferibili all’esposizione ad amianto).
Nel caso in esame la condotta ascritta agli imputati si collocava per intero 'a monte' del duplice innalzamento dei limiti edittali della pena previsti per il reato di cui all’art. 589 cod.pen., sui quali il legislatore era intervenuto in epoca successiva a tale condotta, ossia dapprima con la L. 21 febbraio 2006, n. 102 (che aveva innalzato da cinque a sei anni il limite superiore previsto dal secondo comma in materia di infortuni sul lavoro), poi con il D.Lgs. 23 maggio 2008, n. 92, convertito con modificazioni dalla L. 24 luglio 2008 n. 125, che aveva innalzato di un anno il minimo edittale, portandolo a 2, e di un ulteriore anno il massimo edittale, portandolo a 7 anni, per il reato di cui all’art. 589 c.p., comma 2.
Nell’affrontare la questione del trattamento sanzionatorio applicabile, con particolare riguardo alla questione di legittimità costituzionale in allora sollevata dai ricorrenti (avuto riguardo ai parametri costituiti dagli artt. 3 e 27, comma 3, Cost.), la citata sentenza Sandrucci così si esprime testualmente: '(...) la pena applicata non risulta illegale perché è comunque ricompresa nei limiti edittali previsti dalla norma, da ritenere applicabile comunque osservato la correttezza della decisione del giudice di merito che ha ritenuto manifestamente infondata la questione di costituzionalità, evidenziando che per il trattamento sanzionatorio doveva comunque aversi riguardo a quello vigente al momento della consumazione del reato: cioè al momento dell’evento lesivo'.
'Non vi è quindi ragione di evocare l’art. 2 c.p., comma 4, per il rilievo assorbente che questo fa riferimento al tempo in cui è stato commesso il reato e cioè a quello in cui si è consumato. È cioè rispetto al momento della consumazione del reato che potrebbe porsi una questione di applicazione di una normativa in ipotesi più favorevole che sia sopravvenuta'.
'Quindi è al momento della consumazione che bisogna avere riguardo alla normativa applicabile e rispetto a tale momento può in ipotesi porsi una questione di applicazione di normativa sopravvenuta. Ciò che qui deve escludersi, con conseguente manifesta infondatezza in fatto della questione di costituzionalità'.
In realtà, va per l’esattezza osservato che i casi richiamati dalla sentenza Sandrucci (riferibili a reati abituali, o comunque caratterizzati da condotte protratte nel tempo) si riferiscono, nella quasi totalità, ad azioni poste in essere almeno in minima parte - 'a cavallo' fra le due diverse discipline del trattamento sanzionatorio. Solo il riferimento a Sez. 5^, 19/05/2011, L. riguarda un’ipotesi di atti persecutori consumatasi nella vigenza della norma incriminatrice, in cui la condotta materiale di minaccia e/o di molestia era stata posta in essere per intero prima dell’entrata in vigore della nuova norma incriminatrice.
Nella parte in diritto della sentenza in esame si legge: '(...) quando una condotta (concorsuale, nel caso di specie) inizia sotto il vigore di una norma incriminatrice o meramente sanzionatoria, ma si conclude sotto il vigore di una nuova norma della medesima specie, non può essere dubbio che debba trovare applicazione la seconda norma, anche se le conseguenze in tema di pena possano essere più severe. In tal caso non si ha alcuna violazione dell’art. 2 c.p., comma 4 perché, evidentemente, il tempus commissi delicti è quello in cui si perfeziona la condotta o si verifica l’evento. E se la condotta si è protratta nel tempo (anche eventualmente ad opera di più soggetti concorrenti) è il momento conclusivo quello che rileva'.
'Ciò è stato esplicitamente sostenuto per i delitti associativi (cfr., ad es., ASN 201040203-RV 248461), ma il principio deve trovare applicazione anche peri reati non permanenti, quando l’azione abbia avuto durata apprezzabile e si sia, comunque, conclusa (e dunque il reato abbia avuto consumazione) sotto la vigenza della nuova legge (...)'.
Qui la particolarità sta in ciò, che il reato permanente, o comunque caratterizzato da condotte protratte nel tempo, viene commesso almeno in parte (da alcuni fra i concorrenti) sotto il vigore della nuova e più severa previsione sanzionatoria; ma quest’ultima, oltre a doversi applicare ai compartecipi che pongano in essere condotte criminose anche nella vigenza di essa, trova applicazione - secondo la sentenza in esame - anche nei riguardi di colui il quale abbia fornito il proprio apporto concorsuale al reato limitatamente a condotte esauritesi, per intero, sotto il vigore del previgente e più favorevole quadro legislativo.
Invero, a ben vedere, una rigorosa adesione al ragionamento posto a base delle richiamate pronunzie (cui del resto si è uniformato il rappresentante della Procura generale nella sua requisitoria scritta) implicherebbe che, anche in presenza di una condotta - nella specie istantanea, anziché 'di durata' - posta in essere (oltretutto per colpa) sotto il vigore di una disciplina legislativa più favorevole in punto di trattamento sanzionatorio, trovi applicazione la legge penale in vigore al momento dell’evento, intervenuto a distanza di tempo, pur quando essa preveda per il reato de quo conseguenze sanzionatorie più severe rispetto a quelle precedentemente vigenti.
Dal canto suo, sempre in tema d’individuazione del tempus commissi delicti, la dottrina prevalente sembra aderire a quest’ultima opzione interpretativa (che per comodità viene comunemente definita 'criterio della condotta') in contrapposizione a quella precedentemente illustrata (denominata 'criterio dell’evento'). In generale si afferma che, applicando il criterio dell’evento, il soggetto non sarebbe in grado di adeguare la propria condotta alle mutate prescrizioni di legge. La legge successiva verrebbe così applicata retroattivamente a fatti commessi in un tempo in cui non era conoscibile.
Altro Autore, commentando la citata sentenza Sandrucci, evidenzia che il criterio in base al quale il tempus commissi delicti deve essere agganciato alla consumazione del reato (a sua volta corrispondente alla verificazione dell’evento tipico) si appalesa 'pericolosamente fuorviante, giacché conduce ad adottare un’interpretazione dell’art. 2 c.p. contraria al sistema di garanzie delineato dalla Costituzione e della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo'. Evocando una serie di principi costituzionali e sovranazionali e richiamando la nota sentenza della Corte Costituzionale n. 364/1988, lo stesso Autore evidenzia che 'l’esigenza sottesa al principio di irretroattività della norma sfavorevole è quella di tutelare le libere scelte dei consociati, e in definitiva la loro libertà di autodeterminazione, rendendo prevedibili le conseguenze giuridico-penali delle condotte: evitando cioè che taluno possa essere punito, o punito più severamente, in relazione a fatti che, al momento in cui furono commessi, o non costituivano reato, oppure, pur costituendo reato, erano soggetti ad un trattamento sanzionatorio più mite'.
Per questo non è condivisibile l’assunto secondo il quale, per stabilire la previsione sanzionatoria applicabile, occorre sempre e comunque avere riguardo al momento di consumazione del reato, anche quando - come nella specie - si tratti di reato (colposo) di evento a forma libera e l’evento (nella specie, la morte della vittima) si sia verificato a distanza di tempo dalla condotta, quando nel frattempo era entrata in vigore una più severa cornice edittale per lo stesso fatto.
I casi giurisprudenziali che si sono citati supra e che aderiscono, sostanzialmente, al c.d. criterio dell’evento si riferiscono, pervero, a fattispecie alquanto diverse da quella in esame, tutte riconducibili a reati 'di durata' (abituali o permanenti), alcune delle quali a ben vedere neppure sembrano potersi rapportare a detto criterio: infatti, laddove anche solo una parte della condotta riferibile al reato abituale o permanente sia stata posta in essere sotto il vigore della nuova legge penale meno favorevole, è di tutta evidenza che si versa in un’ipotesi pienamente riconducibile ai principi generali in materia di successione di leggi penali nel tempo, perché la condotta (riferita a reato non istantaneo) si protrae oltre il momento in cui la previsione sanzionatoria diviene più grave.
A fondamento del principio di legalità stanno, per l’appunto, la conoscibilità e la prevedibilità in concreto sia del precetto penale che della relativa sanzione ('nullum crimen, nulla poena').
A proposito della prevedibilità in concreto, infatti, essa costituisce com’è noto un criterio-guida per assicurare la tenuta costituzionale di una serie di istituti che, sotto il profilo della legalità penale, sono stati considerati 'problematici' o 'di confine': si pensi, solo per fare qualche esempio, al concorso anomalo (cfr. Sez. 5, n. 34036 del 18/06/2013, Malgeri e altri, Rv. 257251), al delitto di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto (art. 586 cod.pen.: cfr. Sez. U, n. 22676 del 22/01/2009, Ronci, Rv. 243381), ai delitti aggravati dall’evento (cfr. Sez. 5, n. 18490 del 14/11/2012 - dep. 2013, Acerbis, Rv. 256239) e così via.
Sotto il profilo dell’uniformità e della coerenza logica dell’ordinamento, va chiarito che i principi stabiliti dall’art. 2 cod.pen. rispondono a logiche e a finalità diverse rispetto ad altri istituti che chiamano in causa la commissione del reato: ad esempio, non possono evocarsi ai fini che qui interessano le previsioni in tema di decorrenza del termine di prescrizione (art. 158 cod.pen.), atteso che esse non coinvolgono la prevedibilità delle conseguenze penali della condotta (del resto, quando ciò accade, anche l’istituto della prescrizione, di diritto sostanziale, soggiace alle previsioni di cui all’art. 2 cod.pen.: cfr. ex multis Sez. 3, n. 3385 del 17/11/2016 - dep. 2017, A, Rv. 268805; Sez. 6, n. 31877 del 16/05/2017, B, Rv. 270629; Sez. 3, n. 47902 del 18/07/2017, Abrate, Rv. 271446); differenti sono anche le finalità della disciplina del locus commissi delicti di cui all’art. 6 cod.pen. e della disciplina della competenza per territorio di cui all’art. 8 cod.proc.pen.: con l’avvertenza, però, che in tali ambiti acquista rilievo anche la condotta in sé considerata; e che anzi il secondo comma dell’art. 8 cod.proc.pen. stabilisce che, se si tratta di fatto dal quale è derivata la morte di una o più persone, è competente il giudice del luogo in cui è avvenuta l’azione o l’omissione.
7. Si ritiene da ultimo opportuno evidenziare, in adesione ai rilievi critici della migliore dottrina, che l’adozione del c.d. criterio dell’evento - quanto meno, lo si ripete, in fattispecie del tipo di quella oggetto del presente giudizio - si pone in contrasto con una serie di principi fondamentali dell’ordinamento.
In terzo luogo, al principio di adesione dell’ordinamento ai vincoli derivanti dagli obblighi internazionali (art. 117, comma 1, Cost.), con particolare riguardo ai principi, enunciati dall’art. 7 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo e ribaditi a più riprese dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, di 'accessibilità' della norma penale per il destinatario (sia sotto il profilo del precetto, sia sotto il profilo della sanzione) e di 'prevedibilità' delle conseguenze della sua condotta in caso di trasgressione di precetti penali.
Nella specie, il dictum del Consesso apicale potrà fornire indicazione, in relazione agli aspetti come sopra evidenziati, circa la soluzione da dare alla seguente questione: 'se, a fronte di una condotta interamente posta in essere sotto il vigore di una legge penale più favorevole e di un evento intervenuto nella vigenza di una legge penale più sfavorevole, debba trovare applicazione il trattamento sanzionatorio vigente al momento della condotta, ovvero quello vigente al momento dell’evento'.

References: SENTENZA 
 SENTENZA 
 sentenza 
 art. 444
 art. 589
 sentenza 
 SENTENZA 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza