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A rischio sgombero l’Ex Colorificio di Pisa
Di FirstLinePress • 2 febbraio 2013 Italia, News dalla redazione
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Da un po’ di tempo, come gli stessi attivisti pisani ricordano nel sito Rebeldia, si sta assistendo a un attacco massiccio verso i luoghi che dopo esser stati lasciati all’abbandono per parecchio tempo sono diventati spazi sociali, veri e propri beni comuni per le città e i quartieri.
Così è stato per lo SCuP di Roma, che si è soltanto spostato, il Bartleby di Bologna e lo Ztl Wake Up di Treviso. A rischio, ora, si trova anche l’ex colorificio di Pisa. Contro lo sgombero è stata indetta tra le altre cose, un’assemblea per martedì 5 febbraio “per discutere e confrontarsi con tutta la città riguardo alla richiesta di sgombero fatta in questi giorni dalla multinazionale J Colors contro questa esperienza sociale, politica e culturale che in questi tre mesi ha restituito a Pisa un’immensa area da anni lasciata colpevolmente in stato di abbandono”. Contro lo sgombero è stato lanciato anche un appello che vi riportiamo di sotto e che è stato firmato anche da notevoli giuristi.
Per ulteriori informazioni sull’Ex Colorificio di Pisa cliccate qui.
Da oltre cinque anni un’area di 14.000 mq dove per quasi un secolo centinaia di lavoratori hanno prestato la loro manodopera è stata lasciata in stato di abbandono e degrado a poca distanza dalla Piazza dei Miracoli di Pisa.
La multinazionale J Colors non ha più alcun interesse in termini produttivi, come dimostra il fatto che dal 2010 questo immobile non è più a bilancio e dall’Aprile 2012 l’azienda ha comunicato ufficialmente la cessazione dell’unità operativa, sospesa già negli anni passati con il licenziamento degli ultimi operai da Gennaio 2009. La JColors all’oggi non solo non ha nessun interesse nella ripresa dell’attività produttiva dello stabile, ma già dal 1998 ha cercato più volte di vendere l’area senza riuscirvi. A dimostrazione ulteriore di questo obiettivo risultano le numerose richieste al Comune di Pisa da parte della multinazionale JColors per ottenere una variante urbanistica che mutasse la destinazione d’uso dell’area da produzione di beni e servizi a residenziale.
L’interesse meramente speculativo è confermato inoltre dal breve tempo intercorso tra l’acquisizione dell’area e del marchio da un secolo pisano del “Colorificio Toscano”, e la prima richiesta di variazione d’uso e collaterali trattative di vendita che è stato di soli venti giorni.
La storia dell’area degli ultimi quindicianni e la più recente cessazione dell’attività produttiva indicano senza ombra di dubbio come la proprietà non abbia alcuna progettualità o urgente necessità di utilizzo dell’area. Le uniche operazioni che la J Colors ha effettuato sono state alcuni trasferimenti di macchinari dalla sede pisana a quella di Verbania, operazioni che il Municipio dei Beni Comuni che dal 20 Ottobre svolge le proprie attività all’interno dell’ex-colorificio, ha sempre permesso in clima di totale collaborazione, assistendo con i propri occhi all’ulteriore abbandono da parte della proprietà dello stabile pisano.
Alla luce del colpevole abbandono, una vera derelictio delle utilità produttive tipiche della stessa, al Municipio dei Beni Comuni è apparso legittimo e sostenuto da più di un titolo costituzionale, sia di quelli sottocitati ma anche Art.1, Art. 2, Art. 3, Art. 4, Art. 9, Art. 11, Art. 18, Art. 21, riaprire l’area della fabbrica e renderla accessibile alla città iniziando al suo interno numerose attività rispondenti a necessità e bisogni più volte emersi dal territorio e dalla popolazione presente, sia residente che studentesca, come la Ciclofficina, la palestra popolare e la parete d’arrampicata, attività sociali e culturali sia di tipo musicale, come i vari festival hip hop, hardcore o reggae, che hanno dato risalto alla scena musicale pisana indipendente, o teatrale, come anche iniziative di approfondimento e discussione. L’ex-colorificio inoltre è stato protagonista di importanti giornate dedicate all’arte, in cui le mura lasciate al degrado e all’usura del tempo hanno ripreso vita attraverso importanti murales di giovani artisti locali, ma anche attraverso l’arte principiante di giovani artisti di quartieri pisani disagiati, fino a fare diventare l’ex-colorificio una vera e propria “opera d’arte”.
Ma la Progettualità che al suo interno si è delineata negli ultimi tre mesi è molto più varia, infatti è riuscita a dare risposte in termini di spazio a molte altre associazioni e a progetti di singoli cittadini e cittadine che fino ad oggi venivano ignorati. Attualmente la progettualità è ancora un work in progress che continuamente cresce e si arricchisce e che alleghiamo alla presente, a dimostrazione della necessità reale e urgente d’uso di questi locali da parte delle associazioni e dei collettivi.
La progettualità elaborata tiene conto di criteri fondamentali per lo sviluppo urbano e paesaggistico dell’area di viale delle Cascine, che infatti si inserisce nella attuale destinazione d’uso produttivo dell’area (corsi di formazione artigianale per giovani e messa in circolazione di saperi relativi ai vecchi mestieri), tutelando l’impiego dei lavoratori che operano nelle industrie presenti, ma anche rispetto alla sua vicinanza all’obiettivo turistico di Piazza dei Miracoli e l’area del Parco di San Rossore, cerca di inserire iniziative di intrattenimento e di accoglienza.
In ultimo ricordiamo l’importante avvenimento socio-culturale e politico di rilievo locale e nazionale che l’ex-colorificio ha ospitato nelle giornate del 25-26-27 gennaio “United Colors of Commons”, iniziativa che ha visto la partecipazione di centinaia di persone non solo pisane ma da tutta Italia, e che ha visto nella giornata di sabato la ripresa dell’ importante dibattito giuridico sulla funzione sociale della proprietà privata di cui all’ Art. 42 della Costituzione, sviluppatosi in precedenza in sede di redazione del Codice Civile e di Assemblea Costituente del ’48, e poi spentosi dalla fine degli anni settanta. Un dibattito riapertosi al Colorificio, con la partecipazione di cattedratici di varie università (Palermo, Torino, Perugia) e che verrà ampliato e ospitato, con la partecipazione attiva di Stefano Rodotà, su un prossimo numero della Rivista Critica di Diritto Privato da lui diretta.
La liberazione dell’ex-colorificio rappresenta senz’ altro un’azione di natura politica, non finalizzata al conseguimento di un profitto personale o di un interesse di natura patrimoniale (cfr. Trib. Roma, VII sez., 8 febbraio 2012);l’ex area industriale risulta da molti anni inutilizzata, con la conseguenza che ampi spazi di suolo destinabili alla collettività per scopi diversi risultano completamente abbandonati e degradati a causa del comportamento assenteista della proprietà.
I dimostranti hanno così recuperato l’immobile vacante attraverso pratiche di occupazione e di restituzione all’accessibilità pubblica e non certo di spoglio (inteso come privazione violenta o clandestina dell’altrui materiale possesso contrastabile ex 1168 Cod. Civ.), collocando consapevolmente la propria azione nel solco costituzionale dell’articolo 42 Cost. Questa norma, insieme a disposizioni come gli Art. 2, 3, 9 e 43 Carta fondamentale, tutela la personalità umana ed il suo svolgimento nell’ambito concreto delle pratiche politiche collettive qui poste in essere per il soddisfacimento di bisogni costituzionalmente garantiti. Il raggiungimento di questo scopo sociale passa attraverso la fruizione diretta di beni e servizi che sono appunto funzionali a perseguire e soddisfare interesse collettivi costituzionalmente rilevanti inclusi il lavoro (Art. 35), l’arte e la scienza (Art.33), e anche la salute (Art. 32).
La derelizione di utilità funzionalmente sociali qualifica la situazione attuale dell’ex-colorificio. Questo immobile invece di essere ufficialmente espropriato o confiscato per valorizzarlo, adempiendo un obbligo costituzionale della “Repubblica” in tutte le sue articolazioni istituzionali di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’ uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (Art. 3 Cost.) in un periodo in cui il bisogno di spazi pubblici è sempre più forte, è di fatto lasciato al progressivo degrado, in un quadro di sostanziale connivenza pubblica con il potere privato. L’abbandono dell’immobile e la sua sottrazione alla cittadinanza realizza una logica abusiva di esclusione, che contrasta altresì con le istanze di solidarietà sociale e del diritto all’ accesso alla proprietà di cui allo stesso Art. 42.
In questo contesto, se ciò che più conta è la funzione che tale bene può rivestire e gli interessi con cui esso è collegato, indipendentemente dalla titolarità pubblica o privata dello stesso, l’ex-colorificio rappresenta un bene comune, che la collettività può anzi deve valorizzare nell’ esercizio della cittadinanza attiva. Tale categoria giuridica trova un riconoscimento anche in giurisprudenza (cfr. SS.UU. sent. n. 3665/2011), dopo essere stata descritta in dottrina e aver trovato un pratico riscontro nella campagna referendaria “acqua bene comune” e nelle esperienze di occupazione del Cinema Palazzo e del Teatro Valle di Roma, del Teatro Marinoni di Venezia, Del Teatro Coppola di Catania, del Teatro Garibaldi di Palermo, al Pinelli di Messina al Teatro Rossi nella stessa Pisa, tutti luoghi riconosciuti come essenziali beni comuni, e recuperati per motivi morali e sociali alla fruizione collettiva. Si noti che tutte le suddette dimostrazioni di cittadinanza attiva sono state accettate da istituzioni del più diverso colore politico. Poiché la natura pubblica o privata del titolo formale ai beni comuni è da considerarsi teoreticamente irrilevante rispetto alla loro funzione costituzionalmente garantita (Vedi anche Commissione Ministero Giustizia Principi e Criteri Direttivi per la novellazione del Codice Civile, 14 giugno 2007) di fruizione collettiva e sociale (42 Cost.), l’ esercizio civilistico dello ius excludendi sull’ex-colorificio, a fronte di lunghi anni di abbandono, è da considerarsi emulativo ex art. 833 Codice Civile e dunque abusivo. Esso può essere in ogni caso unicamente esercitato nei limiti e nelle forme della tutela petitoria (Art. 948) in quanto sola procedura idonea a un approfondimento giurisdizionale delle questioni, anche costituzionali, inerenti il titolo. È evidente che il Municipio dei Beni Comuni è nato al fine di salvaguardare un bene altrimenti abbandonato, con lo scopo di conservarlo e, soprattutto, di valorizzarlo nell’ interesse di tutta la cittadinanza e che un interesse privato gravemente sospetto di essere abusivo emulativo e contrario a diritti fondamentali della persona non può certo servirsi delle forza pubblica per rientrare in un possesso inesistente in quanto non esercitato.
Per questo noi giuristi e docenti universitari esperti in materia proprietaria e costituzionale riteniamo del tutto inammissibile e potenzialmente produttivo di conseguenze politiche e giuridiche, che il Comune di Pisa invece di valorizzare e incoraggiare questa importante esperienza di uso generativo della proprietà privata, consenta lo sgombero del Municipio dei Beni Comuni dal Colorificio Liberato. Non ci par dubbio che debba ritenersi costituzionalmente prevalente l’azione di valorizzazione dell’immobile rispetto allo stato di abbandono e di degrado cui esso stesso è sottoposto, di per sé idoneo a configurare un’ipotesi di abuso del diritto di proprietà.
Nel ricordare al Prefetto e al Questore che solamente in modo gravemente lesivo delle proprie prerogative legali e costituzionali potrebbero procedere al di fuori dei limiti di legge e del controllo preventivo giurisdizionale ordinario, ci dichiariamo disponibili a collaborare nella ricerca di una soluzione giuridica che consenta la piena valorizzazione sociale e l’ accesso al bene comune contemperando le ragioni della produzione e generazione di beni comuni con quelle della proprietà.
Prof. Avv. Ugo Mattei, Ordinario di Diritto Civile Università di Torino
Prof. Avv. Luca Nivarra, Ordinario di Diritto Civile Università di Palermo
Prof. Avv. Maria Rosaria Marella, Ordinario di Diritto Privato Università di Perugia
Prof. Stefano Rodotà, Professore Emerito Diritto Civile
Prof. Salvatore Settis, Accademico dei Lincei
Prof. Alberto Lucarelli, Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico Università di Napoli Federico II
Prof. Umberto Breccia, Ordinario di Diritto Privato Università di Pisa
Prof. Elisabetta Grande, Ordinario di Diritto Comparato Università Piemonte Orientale
Prof. Giovanni Marini, Ordinario di Diritto Comparato Università di Perugia
Prof. Federica Giardini, ricercatrice Filosofia Politica Università Roma III
Prof. Paolo Maddalena, vicepresidente emerito Corte Costituzionale
Prof. Marilina Betrò, Ordinario presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’ Università di Pisa
Andrea Corti, Pers. Tec. Amm. presso il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’ Università di Pisa
Prof. Paolo Pezzino, Ordinario presso il Dipartimento di Civilta’ e Forme del Sapere dell’ Università di Pis
Prof. Anna Maria Rossi, Associato presso il Dipartimento di Biologia dell’ Università di Pisa
Prof. Giorgio Gallo, docente di Decisioni in situazioni di complessità e conflitto presso il corso di Laurea di Scienze per la Pace dell’ Università di Pisa
Prof. Gian Carlo Falco, Associato presso il Dipartimento di Civilta’ e Forme del Sapere dell’ Università di Pisa
Prof. Francesco Paolo Bonadonna, Associato presso Dipartimento di Scienze della Terra dell’ Università di Pisa
Prof. Maria Leonarda Loi, docente di Diritto della famiglia presso il dipartimento di Giurisprudenza, Università di Pisa
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References: Art.1
 Art. 2
 Art. 3
 Art. 4
 Art. 9
 Art. 11
 Art. 18
 Art. 21
 Art. 42
 Art. 2
 Art. 42
 art. 833
e contrario