Source: http://www.dirittolavoro.org/2012/01/mobbing-sentenza-tar-lazio-roma-sez-i.html
Timestamp: 2018-08-19 02:01:38+00:00

Document:
Diritto del lavoro: Mobbing - Sentenza T.A.R. Lazio Roma Sez. I ter, Sent., 30-06-2011, n. 5773
Mobbing - Sentenza T.A.R. Lazio Roma Sez. I ter, Sent., 30-06-2011, n. 5773
Sviolgimento del processo
Il ricorrente - che è un ex funzionario della P.S., collocato in quiescenza, per raggiunti limiti di età, il 1° marzo 2008 - assume di essere stato destinatario, da parte dell'amministrazione di appartenenza, di reiterati atti e comportamenti vessatori idonei a costituire "mobbing". Tale condotta, posta in essere dolosamente dai "vertici dell'Amministrazione" (così pag. 22 ricorso), è stata la causa del serio pregiudizio alla propria integrità psico fisica diagnosticatogli da consulente di parte (prof. M.) e del quale, col ricorso in epigrafe, ne invoca il risarcimento nella misura determinata dal C.t.u. da nominare a cura dell'adito Tribunale. Il dott. Pessot quantifica poi il danno da c.d. "demansionamento" in Euro300.000,00 e rimette alla liquidazione equitativa di questo Giudice la quantificazione del danno tanto professionale, quanto morale, subito.
Nella domanda di giustizia di cui trattasi, il Pessot ripercorre tutto il proprio iter professionale alle dipendenze del Ministero dell'Interno. Sottolinea così, a partire dal proprio ingresso in carriera, i frequenti, ed immotivati, trasferimenti cui è stato soggetto, le invidie e rancori maturati dai colleghi nei suoi confronti a causa del susseguirsi di brillanti operazioni che lo hanno visto protagonista, le accuse infamanti che lo hanno visto coinvolto, nonché le ingiuste sanzioni disciplinari subite (annullate in via giurisdizionale). Nella parte motiva del gravame, dopo aver delineato quelli che, in dottrina e giurisprudenza, sono comunemente individuati quali elementi qualificanti della condotta mobbizzante, pone l'accento sui "comportamenti persecutori" subiti presso le sedi lavorative di Perugia e di Nettuno.
L'amministrazione dell'Interno, costituitasi in giudizio per il tramite del Pubblico Patrocinio, ha, partitamente, contestato le deduzioni attoree avvalendosi, anche, di tre distinte relazioni (ciascuna con voluminoso corredo di documenti), rispettivamente della Questura di Roma (nella cui circoscrizione e alle cui dipendenze il Pessot ha lavorato dall'ingresso in carriera sino al 09.8.1991), della Questura di Perugia (dove il Pessot è stato trasferito il 10.9.1991 e vi ha operato sino al maggio 1995) e dell'Istituto per Sovrintendenti e Perfezionamento Ispettori di Nettuno (dove il funzionario, trasferito il 16.5.1995, ha lavorato sino al 30.9.2005).
Nel gravame (ved. pag.7), invero, senza approfonditamente specificare il tipo di azione proposta, parte ricorrente ricorda che il danno derivante da mobbing e da esso subito è fonte tanto di responsabilità extra contrattuale (a norma dell'art. 2043 del cod. civ). quanto di responsabilità contrattuale, tenuto conto dell'obbligo del datore di lavoro, riconducibile all'art. 2087 del cod. civ., di tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei datori di lavoro.
Tale essendo l'implementazione del gravame occorre ricordare, in primo luogo, che, anche con riguardo ai dipendenti cc.dd. non contrattualizzati (come nel caso di specie), la Corte regolatrice ha specificato che, ai fini del riparto di giurisdizione, assume valore determinante l'accertamento della natura giuridica dell'azione di responsabilità in concreto proposta in quanto solo l'azione per responsabilità contrattuale è ritenuta rientrante nella cognizione del Giudice amministrativo mentre deve ritenersi di competenza dell'A.g.o. l'azione proposta in via extracontrattuale (cfr. Cass. ss. uu. nn. 22101 e 2507 del 2006; e in analogo senso nella giurisprudenza amministrativa Cons.St. n. 2515 e 1739 del 2008; idem n.4825 del 2007).
Sennonché nel caso di specie, rispetto alle condotte evocate quali rappresentative del disegno unitario vessatorio e persecutorio (e quindi mobbizzante) della p.a., il rapporto di lavoro non rappresenta un mero presupposto estrinseco ed occasionale della tutela invocata (il che verrebbe a legittimare la richiesta risarcitoria a titolo di responsabilità extracontrattuale); invero qui la tutela attiene a diritti soggettivi (recte: interessi legittimi) derivanti direttamente dal medesimo rapporto, che si assumono lesi da comportamenti che rappresentano l'esercizio di tipici poteri datoriali, in violazione non solo del principio di protezione delle condizioni di lavoro, ma anche della tutela della professionalità prevista dall'art. 2103 cod. civ. La fattispecie di responsabilità va così ricondotta alla violazione degli obblighi contrattuali stabiliti dalle norme in materia di p.i., indipendentemente dalla natura dei danni subiti dei quali si chiede il ristoro e dai riflessi su situazioni soggettive (quale il diritto alla salute) che trovano la loro tutela specifica nell'ambito del rapporto obbligatorio. (cfr., per una fattispecie analoga, Cass.ss.uu. n. 8438 del 2004).
- tutte le volte che la valutazione complessiva dell'insieme delle circostanze addotte ed accertate nella loro materialità, pur se idonea a palesare singulatim elementi ed episodi di conflitto sul luogo di lavoro, non consenta di individuare, secondo un giudizio di verosimiglianza, il carattere unitariamente persecutorio e discriminatorio nei confronti del singolo dal complesso delle condotte poste in essere sul luogo di lavoro (cfr. Cons.St. nr. 4738 del 2008).
Rebus sic stantibus, una volta ricondotta la controversia risarcitoria in questione nell'alveo della responsabilità contrattuale ex art. 1218 cod. civ., la distribuzione dell'onere probatorio fra il prestatore (asseritamente) danneggiato ed il datore di lavoro deve essere operata in base al consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui grava sul lavoratore l'onere di provare la condotta illecita e il nesso causale tra questa e il danno patito, mentre incombe sul datore di lavoro - in base al principio di inversione dell'onus probandi di cui al richiamato art. 1218 cod. civ. - il solo onere di provare l'assenza di una colpa a se riferibile (in tal senso, ex plurimis: Cass. Civ., Sez. Lavoro, sent. 25 maggio 2006, n. 12445; id., Sezione Lav., sent. 8 maggio 2007, n. 10441). Ne consegue che laddove, quindi, il lavoratore ometta di fornire la prova anche solo, ad es., in ordine alla sussistenza dell'elemento materiale della fattispecie oggettiva (id est: della complessiva condotta mobbizzante asseritamente realizzata in proprio danno sul luogo di lavoro), difetterà in radice uno degli elementi costitutivi della fattispecie foriera di danno (e del conseguente obbligo risarcitorio), con l'evidente conseguenza che il risarcimento non sarà dovuto, irrilevante essendo, in tal caso, ogni ulteriore indagine in ordine alla sussistenza o meno del nesso eziologico fra la condotta e l'evento dannoso. (cfr., in tal senso, Cons. St. nr. 2045 del 2010 e nr. 4738 del 2008).
A tal riguardo va evidenziato che, sebbene nella parte motiva del gravame il ricorrente si soffermi esclusivamente, qualificandoli come "persecutori", sui comportamenti datoriali "subiti" nel decennio 19922001, e dunque in quella fase del suo percorso professionale che lo ha visto alle dipendenze della Questura di Perugia e della Scuola di Polizia di Nettuno, è, altresì, vero, che nella parte narrativa del ricorso il dott. Pessot evoca, a partire dal suo ingresso in carriera e sino al collocamento a riposo, l'idoneità offensiva di vari episodi discriminatori, prospettandoli (anche attraverso la consistente mole di atti allegata al gravame e le successive note difensive) tutti come unificati da un comune intento persecutorio ed ostile.
E' vero, come esso stesso rimarca, che è stato soggetto a svariati trasferimenti da un ufficio ad altro ma è altrettanto vero che:
- il ricorrente è stato assegnato dal 31.8.1982 al 15.11.1983 (quando ancora deteneva la qualifica di Commissario) al Commissariato "Casilino" (ordinariamente gestito da un V.Q. aggiunto) in qualità di dirigente dello stesso ove, come egli stesso rimarca in gravame, chiese ed attenne mezzi adeguati;
- il ricorrente, superando - come lui stesso precisa - le "resistenze iniziali" è stato destinato, nel 1984, a dirigere la Sezione Antiracket, Antiestorsione e Rapine della Squadra Mobile della Questura di Roma e, nel 1986, a dirigere, nell'ambito dell'Ufficio Stranieri della stessa Questura, la Sezione investigativa di nuova istituzione: Sezione da lui gradita ed alla cui direzione è stato nuovamente preposto (e nonostante il rapporto conflittuale creatosi col dirigente dell'Ufficio Stranieri) nell'estate del 1987 " a seguito dell'avvento di un nuovo Capo della Polizia che mostra particolare considerazione verso il Pessot" (così, pag. 5 gravame).
E', ancora, vero che questo primo percorso della carriera del ricorrente è costellato da una significativa serie di successi investigativi; ma è, ulteriormente, vero che - contrariamente a quanto riportato in gravame ove, a pag.4, si parla di "brillanti operazioni sistematicamente sminuite o criticate dalla dirigenza" - al dott. Pessot sono stati tributati, nello stesso periodo, vari attestati di benemerenza e/o compiacimento. In particolare:
A tali riconoscimenti si aggiungono poi quelli proposti dal Dirigente dell'Ufficio Stranieri il 29.2, il 9.3, il 20.5 e il 5.8.1988; e cioè da quello stesso dirigente che il 26.9.1986 aveva chiesto al Questore il trasferimento del Pessot ad altro Ufficio a causa dello scadente governo del personale, delle sue assenze (ritenute) immotivate e del (preteso) disordine amministrativo nella conduzione della Sezione Investigativa. Ed è questa una circostanza significativa che consente di collocare nella giusta dimensione il rapporto, anche non alieno da tratti di conflittualità, tra il ricorrente e tale dirigente favorendo l'emersione, in capo a quest'ultimo, di una personalità non aprioristicamente prevenuta nei confronti del primo ma capace sia di denunciarne le carenze che di valutarne i meriti.
E, sotto altro profilo, vale la pena di rammentare che, allorquando detto dirigente richiede nuovamente (il 23.9.1988) la destinazione del Pessot ad altro Ufficio, quest'ultimo il 24.9.1988 (ved. all. nr. 6 produzione ricorrente) scrive al Questore riferendo che...." A suo unico torto riconosce il possesso di un carattere autonomo e fantasioso che non trova, purtroppo, ahinoi, comprensione nel dirigente dell'Ufficio, per sua sfortuna tetragono e povero di spirito...".
Nel lodevole intento di dimostrare la propria assoluta innocenza, il Pessot ricorre, avverso la citata decisione, prima in appello e poi in Cassazione ma i ricorsi vengono respinti.
Durante il periodo di servizio presso la Questura perugina, il Pessot presta una fideiussione a favore di un architetto il quale ultimo non onora i suoi impegni di debitore primario e quindi coinvolge il Pessot in un'esposizione che, fra spese ed interessi di mora, lievita a 200 milioni di lire.
Tale situazione si aggrava anche con riguardo agli onorari richiestigli dagli avvocati che lo hanno assistito in sede penale per i reati sopra indicati; e così per liquidare le pendenze debitorie contratte con alcune banche il Pessot è costretto a contrarre nuovi prestiti con diversi istituti bancari operanti nella provincia di Perugia. Due di tali istituti procedono al pignoramento (fino al limite di 1/5) del suo stipendio ed il suo nominativo compare ripetutamente nell'elenco ufficiale dei protesti cambiari levati in provincia di Perugia. Si instaurano nei suoi confronti, sia presso la Pretura circondariale di Roma che presso quella di Perugia, vari procedimenti per emissione assegni a vuoto alcuni dei quali - come risulta dagli atti di causa (ved. nota del 21.8.1995 unita ai documenti sub allegato D28 di parte resistente) - esitati con decreto penale di condanna a multa ed altri anche col divieto temporaneo di emettere assegni e pubblicazione della decisione.
Tale delicata e complessa situazione genera anche conseguenze sotto il profilo disciplinare. E così il Pessot viene sanzionato:
Altra sanzione disciplinare viene inflitta al Pessot 13.12.1996. Anche in questo caso si tratta di una deplorazione ma per fatti (non collegati alla sua esposizione debitoria, bensì) connessi con gli accadimenti da cui originarono i procedimenti penali sopra ricordati. Nello specifico il funzionario è stato sanzionato per la superficialità e leggerezza che avrebbero caratterizzato la gestione dei reperti di reato custoditi, al tempo, presso l'Ufficio stranieri della Questura di Roma.
Risalta, poi, il ricorrente, la tendenza dei colleghi, anche nella sede perugina, ad amplificare tanto il suo contegno caratteriale quanto le vicende debitorie che lo riguardavano (in una lettera al Capo della Polizia del 31.3.1995, il Pessot addebita l'eco della propria vicenda debitoria "alla squallida, grezza montatura ordita ai miei danni" e si ritiene..."relegato a scaldare la sedia in un loculo della Questura di Perugia" ove "è costantemente stuzzicato con assurdi pretesti che non potendo basarsi su rilievi professionali si accontentano di stigmatizzare gli aspetti caratteriali dello stesso") ed evoca, quale ulteriore manifestazione della condotta persecutoria subita, la proposta del suo trasferimento ad altra sede avanzata dal Questore di Perugia con nota del 26.4.1995.
In ogni caso, il richiamo scritto del 1993 non risulta gravato, né con rimedio amministrativo né per via giurisdizionale, dal Pessot; mentre e con riguardo alla sanzione della deplorazione per la recidiva di tali comportamenti v'è da precisare che questo Tribunale (con decisione confermata, in parte qua, dal Giudice di appello) ha annullato detto provvedimento in quanto l'art.4 del d.P.R. nr. 737 del 1981, punisce col richiamo scritto (e non con la deplorazione) "la recidiva di una mancanza punibile col richiamo scritto". Dunque la pronuncia annullatoria della prima deplorazione è da correlarsi non al fatto che il ricorrente non dovesse essere sanzionato disciplinarmente ma al fatto che dovesse essere punito con una meno grave sanzione.
Del tutto diversa è poi la tematica relativa alla seconda deplorazione del 13.12.1996 (di cui sopra si è detto). Qui, si precisa, le sentenze dei primi due gradi di giudizio, pur mandando assolto l'imputato, hanno entrambe rilevato la " caotica e disinvolta gestione dei corpi di reato ("soprattutto denaro e monili d'oro") nell'ufficio diretto dall'imputato, avendo egli tenuto per vari anni, presso la Sezione investigativa dell'Ufficio stranieri, numerosi corpi di reato che ometteva di trasmettere al competente Tribunale, ed in alcuni casi tenuti in modo tale da rendere impossibile l'attribuibilità degli stessi ai soggetti cui erano stati sequestrati; alcune somme, poi, erano state custodite fuori dall'ufficio. Di tale "allegra gestione" il Pessot aveva sicuramente piena consapevolezza tanto che l'aveva attribuito ai funzionari che lo avevano preceduto...". Quanto virgolettato si legge nella sentenza della Cass. Penale riguardante il Pessot che:
- ha respinto il ricorso proposto dal Pessot e qualificato il fatto come peculato ex artt.art.81 cpv e 314 c.p.
E' vero che tale provvedimento è stato annullato da questo Tribunale con la sentenza sopra richiamata; ma è anche vero che detta pronuncia è stata, in parte qua, riformata in appello dal Cons. St. con sent. nr. 3617 del 2008: sentenza che ha ritenuto sufficientemente documentata la negligenza nella gestione dei corpi di reato ed inidonea la giustificazione addotta, al riguardo, dal funzionario.
Dunque i provvedimenti disciplinari di cui è stato destinatario il Pessot hanno una loro base logica e non possono essere intesi - contrariamente a quanto, sic et simpliciter, prospettato in gravame - quali espressivi di sistematici e reiterati comportamenti ostili volti a mortificare moralmente ovvero ad emarginare il dipendente. Né gli stessi assumono i contorni di forme di prevaricazione o persecuzione psicologica qualora analizzati congiuntamente all'ulteriore episodio (dato dalla citata proposta di trasferimento del Pessot dalla Questura perugina ad altra sede) menzionato dal ricorrente per delineare l'unitario disegno discriminatorio attuato nei suoi confronti. E difatti, è pur vero che tale proposta è stata avanzata dal Questore e che nella stessa si legge del distacco, progressivamente accentuatosi, fra il Pessot ed i colleghi funzionari in servizio nella stessa sede perugina; ma è, altresì, vero che:
- tale proposta muove dalla stessa Autorità che, poco tempo prima, aveva sollecitato la concessione di una lode al Pessot per una brillante operazione di p.g. compiuta il 12.4.1994 (si tratta della Lode poi formalmente conferita al dipendente con atto del Capo della Polizia del 17.11.2003: ved. all. nr.30 della produzione di parte ricorrente): il che rende, quantomeno, poco verosimile la ricostruzione, operata in gravame, che anche durante il percorso professionale nella Questura perugina il funzionario sia stato vittima di un unitario ed offensivo disegno mobbizzante;
- il dissenso generatosi con i colleghi funzionari (non solo a causa dell'esposizione debitoria del ricorrente ma anche, come si legge nella citata proposta di trasferimento, a causa del contegno del Pessot, distaccato nei confronti dei colleghi direttivi e volto a privilegiare i rapporti col personale subalterno) trova spiegazione (non in (inesistenti) carenze professionali del Pessot, ma) nella sua peculiare, ovvero quantomeno originale, personalità. Non si deve cioè sottovalutare l'ipotesi che l'insorgere di un clima di cattivi rapporti umani sia derivato, almeno in parte, anche da responsabilità dell'interessato, posto che, diversamente, non si spiegherebbe perché solo da parte sua sia stata percepita come ostile una situazione che invece tutti i suoi colleghi trovavano normale.
1) a prescindere dalla circostanza che il periodo nettunese è contrassegnato, secondo la ricostruzione operata in gravame, da una collocazione logistica inadeguata (nei locali della tipografia) e dall'assegnazione di compiti dequalificanti rispetto alla professionalità detenuta: valutazioni queste vivamente contestate dalla resistente che ha rappresentato: a) che il ricorrente, oltre a non aver mai fatto richiesta di assegnazione di altro locale di lavoro, è stato collocato, nel 2003, in altro ambiente prossimo alla stanza del Direttore della Scuola; e b) ha esibito l'elenco degli incarichi svolti dal Pessot evidenziando che la qualifica di Comm. capo da questi detenuta era inferiore a quella di altri sei funzionari, ivi assegnati quali Vice Questori aggiunti i quali non potevano che precederlo in relazione alla copertura di un incarico di dirigente di un Ufficio;
Ora poiché, come si è ampiamente chiarito, è necessaria, ai fini dell'accertamento del danno, una valutazione complessiva degli episodi lamentati dal lavoratore da vagliarsi unitariamente - e cioè poiché è necessario documentare l'unitarietà del disegno persecutorio che ha animato la condotta dell'amministrazione - l'acclarata insussistenza di una condotta datoriale di tal natura sia nella prima parte del percorso professionale del Pessot (e cioè fino a quanto è stato destinato alla Questura di Perugia) che, nella seconda parte (e cioè in relazione al periodo di servizio presso la Questura di Perugia), sconfessano l'assunto - su cui il gravame si impernia - di una unitaria trama mobizzante che avrebbe come arco di riferimento l'intera vita professionale del ricorrente ovvero quella fase del suo percorso professionale che comprende, congiuntamente ed omogeneamente, il servizio prestato a Perugia ed a Nettuno.

References: Sentenza 
 Sentenza 
 Cass. 
 art. 1218
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