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Timestamp: 2018-04-23 00:13:21+00:00

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Art. 29 codice penale: Casi nei quali alla condanna consegue l'interdizione dai pubblici uffici
Codice penale Art. 29 codice penale: Casi nei quali alla condanna consegue l’interdizione dai pubblici uffici
La condanna all’ergastolo [22] e la condanna alla reclusione [23] per un tempo non inferiore a cinque anni importano l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici; e la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni importa l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque.
La dichiarazione di abitualità [102-104] o di professionalità nel delitto [105], ovvero di tendenza a delinquere [108], importa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici [33] (1).
(1) Per determinare se la pena della reclusione sia inferiore a 5 o 3 anni (dovendo decidere per l’interdizione perpetua o temporanea) si deve tener conto — nel caso di più reati — delle pene singole ovvero della pena-base, inflitta per il reato più grave.
In tema di applicazione di misure accessorie nei reati tributari l'art. 12 comma 2, d.lg. n. 74 del 2000 e quindi le sanzioni in esso previste si presenta in rapporto di specialità rispetto all'art. 29 c.p. Ciò in quanto l'art. 12 è il frutto di un organico disegno del legislatore delegato inteso a rimodulare in modo autonomo, secondo una disciplina speciale, la regolamentazione delle pene accessorie conseguenti alla condanna per i reati tributari.
L'applicazione della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per i reati tributari di cui agli art. 2 e 3 d.lg. n. 74 del 2000 deve ritenersi regolata esclusivamente dall'art. 12 del citato decreto con la conseguenza che, qualora la Corte d'appello l'abbia erroneamente determinata sulla scorta dell'art. 29 c.p., spetti alla medesima corte, in sede di rinvio individuarne la durata, in base ai parametri di cui all'art. 133 c.p.
In tema di applicazione di misure accessorie nei reati tributari l'art. 12 comma 2 d.lg. n. 74 del 2000 e quindi le sanzioni in esso previste si presenta in rapporto di specialità rispetto all'art. 29 c.p. Ciò in quanto l'art. 12 è il frutto di un organico disegno del legislatore delegato inteso a rimodulare in modo autonomo, secondo una disciplina speciale, la regolamentazione delle pene accessorie conseguenti alla condanna per i reati tributari.
L'applicazione della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per i reati tributari di cui agli art. 2 e 3 d.lg. n. 74 del 2000 deve ritenersi regolata esclusivamente dall'art. 12 del citato d.lg. con la conseguenza che, qualora la Corte d'appello l'abbia erroneamente determinata sulla scorta dell'art. 29 del c.p., spetti alla medesima corte, in sede di rinvio individuarne la durata, in base ai parametri di cui all'art. 133 c.p.
Le pene accessorie conseguenti la condanna per reati tributari sono previste e regolate dal solo art. 12 d.lg. n. 74 del 2000, norma da considerarsi speciale rispetto all'art. 29 c.p. Annulla in parte con rinvio, App. Milano, 08/05/2013
La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, prevista per le ipotesi di condanna per uno dei delitti tributari indicati dall'art. 12 d.lg. n. 74 del 2000, va determinata dal giudice, in ossequio ai criteri di cui all'art. 133 c.p., entro i limiti minimi e massimi ivi indicati, indipendentemente dalla misura della pena principale irrogata con la sentenza di condanna (nella specie, è stata annullata la sentenza che aveva applicato la pena accessoria per la durata di cinque anni, ritenendo applicabile la disciplina dell'art. 29 c.p. per essere stato condannato l'imputato ad una pena superiore ai tre anni). Annulla App. Milano 8 maggio 2013
Non è affetta da nullità la sentenza il cui dispositivo, pur prevedendo la condanna all'interdizione temporanea dai pubblici uffici, non ne determini la durata, essendo quest'ultima predeterminata per legge, ex art. 29 c.p.
Cassazione penale sez. I 19 luglio 2012 n. 46254
La condanna all'ergastolo inflitta al ricorrente aveva comportato la sua interdizione perpetua dai pubblici uffici; aveva quindi perduto il diritto di elettorato, avendone la commissione elettorale del comune di Roma disposto la sua cancellazione dalle liste. Da qui il ricorso alla Corte europea dopo avere impugnato il provvedimento reiettivo della commissione elettorale, a sua volta respinto anche dalla corte di appello. Va segnalato, al riguardo, che la corte distrettuale aveva rigettato il ricorso assumendo che il richiamo fatto dall'istante alla sentenza della Corte europea nel caso Hirst c. Regno Unito era non pertinente, attesa la diversa latitudine dell'impatto su tale fondamentale diritto, che l'ordinamento italiano, a differenza di quello Oltremanica, riserva alle condanne per i reati più gravi; allo stesso modo aveva concluso la Corte di cassazione. Nelle more il ricorrente aveva adito la Corte europea con riferimento alla violazione degli art. 6 e 7 Cedu a seguito della condanna all'ergastolo inflitta a seguito di giudizio abbreviato e la Corte, con sentenza della Grande Camera del 17 settembre 2009, aveva concluso per la violazione. A tale accertamento aveva fatto seguito la decisione della Cassazione che, con sentenza depositata il 28 aprile 2010, aveva annullato la sentenza della Corte di assise di appello di Roma, sostituendo alla pena dell'ergastolo quella di anni trenta di reclusione. La Corte europea richiama la propria decisione nel caso Hirst c. Regno Unito per ricordare che il diritto di voto, riconosciuto nell'art. 3 del Prot. n. 1 non è assoluto e gli Stati hanno margini di apprezzamento al riguardo, anche in relazione all'evoluzione storica e alle diversità culturali e di pensiero politico nei vari Paesi. Tuttavia le relative limitazioni non possono arrivare al punto di vanificare del tutto tale diritto. Nel caso Hirst l'accertata violazione era stata riscontrata nella circostanza che, nel sistema inglese, la restrizione del diritto di voto prevista per qualsiasi detenuto era stabilita in modo indifferenziato, indipendentemente dalla durata della pena e dalla gravità del reato; sicché tale automaticità andava oltre un margine di apprezzamento accettabile e contrastava perciò con il Protocollo. In particolare in quella sentenza ha precisato che la decisione circa la privazione del diritto di voto deve essere adottata da un giudice e debitamente motivata. Ebbene tale automaticità è stata, nel caso Scoppola, ravvisata nella circostanza che la perdita del diritto di voto conseguiva automaticamente all'applicazione della pena principale e che ad essa non faceva espresso riferimento la sentenza di condanna pronunciata nei confronti del ricorrente, senza tenere conto della gravità del reato. Da qui la constatazione della violazione della normativa convenzionale.
Corte europea diritti dell'uomo sez. II 18 gennaio 2011 n. 126
L'art. 2, lett. d), d.P.R. 20 marzo 1967 n. 223 (testo unico sulla disciplina dell'elettorato attivo e sulla tenuta e revisione delle liste elettorali), secondo il quale non sono elettori, tra gli altri, i condannati a pena che importa la interdizione perpetua dai pubblici uffici, e gli art. 28 e 29 c.p., in base ai quali la condanna all'ergastolo e alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni importano l'interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici, e quest'ultima priva il condannato del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale e di ogni altro diritto politico, non sono difformi dal precetto dell'art. 3 del Protocollo addizionale alla convenzione Cedu - che include il diritto di voto tra le libertà fondamentali - nella interpretazione della norma offerta dalla Corte di Strasburgo (v. decisione 30 marzo 2004, in causa Hirst c/o Regno Unito), che ha dichiarato il contrasto con la convenzione della normativa della Gran Bretagna, per il fatto che essa prevede la privazione obbligatoria del diritto di voto, in applicazione di norme generiche che individuano categorie generali di pene, indipendentemente dalla effettiva gravità del reato commesso, dalle circostanze del caso concreto e senza che il giudice penale abbia la benché minima possibilità di graduare la privazione in relazione alla effettiva gravità del reato commesso. La normativa italiana, a differenza di quella britannica, non prevede, infatti, un siffatto automatismo, in quanto esclude da restrizioni o privazioni del diritto di voto tutti quei reati per i quali sia stata pronunciata una condanna alla reclusione per un tempo inferiore a tre anni, e, quindi, non solo le violazioni minori, ma anche quelle ipotesi in cui, pur essendo la pena edittale prevista in misura più elevata, il condannato venga considerato meritevole di attenuanti tali da determinare l'applicazione di una pena detentiva inferiore; ed inoltre, in caso di pena inferiore a cinque anni, la privazione del diritto di voto è solo temporanea, conseguendo alla interdizione dai pubblici uffici per un periodo di cinque anni. Ma, anche con riferimento alla interdizione perpetua dai pubblici uffici che consegue alla condanna ad almeno cinque anni o all'ergastolo, è da escludere il carattere generale e automatico della compressione del diritto di voto, dovendosi avere riguardo alla pena inflitta nel caso concreto, sulla base dei parametri di cui all'art. 133 c.p., e non alla fattispecie criminosa, e dovendosi comunque, anche a fronte della dichiarata definitività della interdizione dai pubblici uffici, tenere conto della possibilità di applicazione dell'istituto della riabilitazione, di cui all'art. 178 c.p. Né la esclusione del diritto di voto si pone in contrasto con l'art. 48 cost., il quale ne prevede limitazioni per effetto di sentenza penale irrevocabile, secondo presupposti e contenuti che, come ritenuto dalla Corte cost., rientrano nella discrezionalità del legislatore, vincolato solo all'osservanza del principio di razionalità normativa; e nemmeno con l'art. 27, comma 3, cost., in quanto sfugge al controllo di legittimità l'indagine sulla efficacia rieducativa della pena, mentre la possibilità di disporre a discrezione della pena accessoria in esame fino ad escluderla o graduarla per adeguarla al caso concreto in riferimento ai principi costituzionali postula l'intervento del legislatore (v. Corte cost., sentt. n. 286 del 1999, n. 532 del 2002 n. 158 del 2004).
Cassazione civile sez. I 17 gennaio 2006 n. 788

References: Art. 29
 art. 2
 art. 2
 art. 12
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 29
 sentenza 
 art. 6
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 28
 sentenza