Source: http://www.giustiziaquotidiana.it/dblog/storico.asp?s=&m=&pagina=433&ordinamento=asc
Timestamp: 2019-08-20 15:48:35+00:00

Document:
.. abete... di Lunadicarta
Adiantum e Associazione Matrimonialisti: telegramma in merito a molestie, clonazione e altro
Di Loredana Morandi (del 01/04/2011 @ 13:24:37, in Indagini, linkato 1945 volte)
ASS. ADIANTUM, ASS. MATRIMONIALISTI
VIA DEL RISORGIMENTO, 36
SEGUE TELEFONATA E 30 MESI ESPOSTO LEGGE STALKING PRESSO QUESTORE DI ROMA.
DIFFIDO IMMEDIATA CANCELLAZIONE 6 PAGINE FACEBOOK (nell'intero periodo circa 10 + clonazioni account) AI MIEI DANNI DI 330 (TRECENTOTRENTA oggi 343) + DOMINI (oggi 35 + blog) VOSTRO ILLECITO PUBBLICITARIO AMMINISTRATO GEOBOX.IT SRL FIRENZE, DISTRIBUTORE 9NET VOSTRO SITO WWW.GIUSTIZIAFAMILIARE.IT.
Telegramma N° 002/1P
del 22/03/2011 08:13
Parole 40 - Importo Euro 7,70
Con la presente si intima alle associazioni Adiantum e Matrimonialisti
l'immediata cancellazione del blog che clona il nome storico dal 2003 di questo sito, ovvero "Giustizia Quotidiana", all'indirizzo url:
Qualora le associazioni non ottemperassero, potranno mai dimostrare che la campagna pubblicitaria pro convegno sulla giustizia familiare non consta di:
343 PAGINE FACEBOOK (in aggiornamento)
32 + 3 DOMINI REGISTRATI ANCHE CLONATI (in aggiornamento)
DOZZINE DI BLOG ANCHE CLONATI (come il MIO)
DOZZINE DI ACCOUNT E PROFILI PERSONALI FACEBOOK CLONATI
DOZZINE DI PROFILI YOUTUBE...
... già dato a Questura di Roma.
Ma soprattutto, potranno le associazioni dimostrare che su quelle pagine e quei siti, che hanno già avuto ospiti illustri tra i pregiudicati finiti in carcere per reati di pedofilia e che sono amministrate da indagati in attesa di giudizio, non si faccia ...
ANCHE AI DANNI DI MINORI
Infine una domanda è lecita dopo il supremo insulto ricevuto:
di Diritto di Famiglia chi mai si deve occupare:
Bunga bunga o proprio i Pedofili?
MD e Psichiatria Democratica dal Seminario di Vico Equense del 26 marzo 2011
Di Loredana Morandi (del 01/04/2011 @ 18:04:27, in Magistratura, linkato 2512 volte)
Si è tenuto a Vico Equense-Napoli il 26 marzo scorso il Seminario congiunto di Magistratura Democratica e Psichiatria Democratica sul tema “Carcere e OPG – Disumanità della pena: quali alternative” con una partecipazione qualificata e numerosa.
Le relazioni introduttive di Emilio Lupo e Cesare Bondioli per PD e di Carlo Renoldi per MD, hanno fatto il punto sulla situazione di carcere e OPG che risulta ben più allarmante di quanto emerso anche recentemente sui media: sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie inaccettabili per un Paese civile, negazione dei diritti elementari delle persone recluse.
L'ipertrofia della dimensione carceraria è il risultato delle politiche securitarie perseguite dall'attuale Governo e del costante attacco al “welfare penale” attraverso la riduzione della possibilità di ricorso a misure alternative alla detenzione, la creazione di reati “artificiali” come quelli in materia di immigrazione, l’introduzione di un regime di draconiano rigore per i recidivi, la previsione di pene più severe per i reati in materia di droga: misure che pesantemente hanno contribuito al sovraffollamento carcerario, colpendo le fasce più deboli come gli stranieri e i tossicodipendenti ed in generale l’area della marginalità sociale.
A questa situazione si può porre rimedio solo riducendo l'area della penalità, rifiutando la logica simbolica dello strumento penale, favorendo le misure alternative e la flessibilità della pena.
Sugli OPG, MD e PD concordano sulla necessità di rilanciare l'applicazione del Decreto del Consiglio dei Ministri del 1.4.2008 che prevede “il graduale superamento degli attuali stabilimenti, attraverso articolati interventi a tutti i livelli: sulle Regioni perchè recepiscano il DPCM e le Linee Guida e deliberino gli strumenti attuativi; sulla commissione Parlamentare (Commissione Marino) perchè dia seguito alle sue denunce sulla invivibilità riscontrata in quasi tutti gli OPG; sui Dipartimenti di Salute Mentale perchè si facciano carico dei loro pazienti internati e provvedano alla dimissione di quelli immediatamente dimissibili (indicati dalla Commissione in oltre 300 persone); sulla conferenza Stato-Regioni perchè fissi un termine tassativo per la chiusura degli OPG prevedendo sanzioni per gli inadempienti; sui Ministeri e ancora sulle Regioni perchè assicurino risorse, non solo finanziarie, per supportare il processo di chiusura.
MD e PD concordano nel mantenere attiva la Commissione permanente su Carcere e OPG per seguire costantemente e implementare - con proposte concrete - il processo di chiusura degli OPG ed il miglioramento della situazione carceraria.
Vico-Equense 26 marzo 2011
AIMMF sulla Situazione Emergenziale dei Minori a Lampedusa
Di Loredana Morandi (del 01/04/2011 @ 18:14:52, in Magistratura, linkato 1646 volte)
AIMMF sulla situazione emergenziale
dei minori a Lampedusa
L’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia (AIMMF) esprime il proprio allarme per le condizioni di precarietà e di degrado in cui sono costretti a vivere moltissimi bambini e minori sbarcati a Lampedusa, anche privi di qualsiasi riferimento familiare.
La Convenzione sui diritti del fanciullo adottata a New York il 20 ottobre 1989, ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991 con la legge 176 del 27 maggio 1991, stabilisce che in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche e delle autorità amministrative, l’interesse superiore del fanciullo dev’essere tenuto in considerazione preminente (art. 3) e che i diritti dei fanciulli vanno garantiti senza distinzione di sorta “a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica …, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza” (art.2).
Tali principi sono contenuti anche nella normativa nazionale (artt.33 n.5 e 37 bis Legge 184/83) che impone l'obbligo da parte del pubblico ufficiale di segnalare all'autorità giudiziaria competente la presenza sul territorio italiano sia di minori in situazione di pregiudizio e di abbandono sia di minori privi di esercenti la potestà perché vengano adottati i necessari provvedimenti di tutela.
L’Associazione si appella al Governo affinché, nell’emergenza venutasi a creare, le condizioni e la sorte di questi minori siano considerate realmente prioritarie e vengano al più presto approntate le risorse necessarie per dare loro adeguata accoglienza.
Vi sono momenti nella storia nei quali si rende manifesto se la declamata condivisione dei valori di tutela dell’infanzia – e l’assunzione dei relativi obblighi internazionali – corrisponda o meno alle priorità e ai valori delle nazioni e dei governi.
E' in questi momenti che si misura la civiltà di una nazione.
Matrix e Padri Separati: Niente Parcondicio alla Fiera del Cattivo Gusto
Di Loredana Morandi (del 03/04/2011 @ 10:21:18, in Sindacato, linkato 2334 volte)
Matrix e Padri Separati:
Niente Parcondicio alla Fiera del Cattivo Gusto
Più volte la nuova conduzione di Matrix ci ha fatto rimpiangere la classe di Enrico Mentana, ma mai come nella puntata del 31 marzo scorso dedicata ai padri separati.
Matrix è prodotta dalle reti Mediaset così, stante l'essere embedded appartenga alla televisione come carattere genetico e le tv di proprietà di Berlusconi ne rappresentino l'eccellenza, anche per i Padri separati abbiamo avuto una lacrimevole puntata di cattivo gusto. La fiera del cattivo gusto.
Come in ogni fiera che si rispetti la piazza di Matrix si è popolata delle onnipresenti bancarelle. Alla guida dell'imbonitore conduttore sono apparsi in carrellata il venditore di libri Gianluca Schiavon, il piacione stagionato e cattivo Tiberio Timperi, il terziario fornitore di futuri servizi per la mediaconciliazione Gian Ettore Gassani e, più in là, le botteghe dedicate alle donne.
Cosa c'è da dire sulla trasmissione: in primo luogo "poveri figli", usati dai padri di volta in volta per stalkizzare le ex mogli e anche le ex suocere, nonché l'intero entourage del bambino dalla famiglia alla scuola: Poi, già oggetti di pesante ritorsione economica durante l'intera infanzia, i bambini di questi padri vengono coinvolti in episodi di aperta ribellione verso le istituzioni dello Stato. Quindi i padri, non contenti di essere stati una presenza inquietante e vessante nella vita del bambino o bambina, usano ancora i figli per pubblicazioni i cui contenuti sono soltanto quelli del peccato di "orgoglio".
Questa narrazione "colonnare", in assenza di alcuna parcondicio alla fiera del cattivo gusto, è per sommi capi la storia narrata a Matrix dal giornalista Gianluca Schiavon, autore di un libro altrettanto "colonnare" ed evidentemente penecentrico. Intuisco la sofferenza del ragazzo quando un giorno leggerà la storia narrata dal padre, ed il disprezzo di lui che sarà tanto grande quanto grande sarà l'esposizione di egoistico orgoglio del padre nei confronti di un se stesso bambino, costretto da uno stalker borderline a dare di se l'espressione adulta di chi a sette anni "segue le regole". Un futuro del quale il padre ha scritto il reato e anche la sentenza. Da parte mia prego per il perdono, ma solo per il bene del figlio che certo è sereno con la madre.
Televisivamente questo padre è apparso senza alcun sentimento che la magnificazione di se stesso, quasi che lo status di giornalista lo rendesse diverso o superiore ad un uomo normale, così, a parte le critiche non costruttive verso il sistema e questo o quel giudice civile o penale, probabilmente nel libro non v'è molto di più.
Il peggiore tra tutti gli uomini presenti è stato, naturalmente, Tiberio Timperi. Uno che, separandosi con numerosi procedimenti aperti per violenze in ambito penale, ha studiato sui banchi di "Falsi Abusi" e l'esperienza di dozzine di pregiudicati finiti in carcere per reati di pedofilia, e così conosce tutto sulla "Madre Malevola" di "Richard Gardner", sull'alienazione genitoriale e la P.A.S. (la teoria di pedofilo americano morto suicida inferendosi numerose coltellate al petto e al collo, disprezzato e tradito in morte proprio da suo "FIGLIO").
In merito alle esternazioni del Timperi sulla magistratura italiana e contro gli avvocati che difendono le vittime lancio alto l'appello: "Uniamoci", a tutti coloro che vedono la magistratura italiana e l'avvocatura delle vittime come una schiera di uomini e donne di buona volontà, cultura e alta professionalità dedita al servizio della Giustizia.
Dopo i due maschioni del giornalismo la conduzione di Matrix ha pensato che "lo spettacolo dovesse continuare", così in rappresentanza delle vere madri coraggio ha invitato Selvaggia Lucarelli. Evidentemente la conduzione di Matrix ha pensato che per contenere il lacrimoso maschionismo di certi personaggi fosse necessaria l'espressione di una femminilità commerciale. Selvaggia, vittima e carnefice del web noto e di tutto il gossip dei primi beceri blog vip italioti, ha ben giocato all'uopo. Perché MIRACOLO: Selvaggia Lucarelli reagisce, anche se non è preparata sull'argomento, e spara la naturale irritazione data dalle affermazioni sulla sindrome della "madre malevola", direttamente sulla faccia del vecchio piacione televisivo, chiamando in correità e in campo i "padri malevoli" e gli "avvocati malevoli".
Qui mi occorrono due brevi spiegazioni: la prima. La prima volta dopo almeno un decennio che sono entrata sul blog rosa confetto di Selvaggia Lucarelli è stato ieri sera. Giuro di non aver aperto il suo sito neppure quando la mia clonatrice barese "lady dossieraggio" ha dichiarato di "..non essere una opinionista del web, perché esiste già Selvaggia Lucarelli". Ciò per una profonda incompatibilità tra me e il gossip, così io vivo il web completamente immemore che esistano personaggi come Selvaggia, verso la quale non provo nulla, quindi non ho rimproveri.
La citazione della "Madre Malevola" pronunciata da un uomo, specie se come Timperi già indagato per violenze familiari, è nella fattispecie un vero e proprio "cazzotto" sullo stomaco intellettuale per tutte coloro che hanno una consapevolezza della maternità. La reazione nasce spontanea in ogni donna comune di qualsiasi età, mentre ne sono prive le frigide che si vendono agli uomini solo per soldi e le lobotomizzate. Le donne che hanno subito una isterectomia invece reagiscono per puro riflesso morale.
Il cazzotto "madre malevola" dato dal Timperi a Selvaggia ha colpito nel segno in trasmissione e lei ha reagito ottimamente d'istinto uterino, restituendo il colpo basso al professionista della lacrima e rilanciandolo al burattinaio occulto.
Molto televisivo, sì. E d'effetto. Ma se al posto di Selvaggia fosse stata una persona con la mia preparazione avrebbe agevolmente potuto attaccare una filippica sul contenuto vero della teoria gardneriana della "madre criminalizzata". Il perché è storia, infatti la teoria della "madre malevola" è mutuata direttamente dai contenuti culturali del patto osceno tra le comunità GLBT statunitensi e Nambla, la grande organizzazione americana dei pedofili. Criminalizzare la madre è esattamente la parcondicio culturale tra omosessuali e pedofili, i primi ne usano il concetto in termini di autogiustificazione, i secondi come superabile ostacolo di politiche solo predatorie. Gardner, da quel furbo manipolatore che era, 30 anni fa guadagnò un sacco di soldi utilizzando un prodotto già pronto e bell'e fatto sui Tribunali americani, per la difesa di soli padri pedofili. Woodi Allen compreso.
Dopo i due maschioni lacrimosi e la femme fatale, inoltrandosi lungo le viuzze del dibattito alla fiera del cattivo gusto televisivo, ecco sopraggiungere gli imbonitori delle botteghe del terziario e gli avvocati.
Per le donne, un avvocato donna, convinta della scarsa preparazione di ctu, magistrati e avvocati, nonché della tesi condivisibile che nel numero straripante degli avvocati italiani serpeggi anche il crimine e l'ostacolo alla giustizia, con la pratica delle denunce false o costruite. Mi spiace non ne rammento il nome, ma la iscriverei d'ufficio alla schiera dei falsiabusologi.
In ultimo Gian Ettore Gassani, chiamato in causa dalla Lucarelli con l'invocazione agli "avvocati malevoli", e presidente di una associazione di avvocati. L'associazione matrimonialisti recentemente e per gli accordi con le associazioni del circuito "Falsi Abusi" ha assunto in pieno il titolo dato dalla pratica dell'opera giudiziaria "al nero", come contestata dalla collega di cui sopra. La pedofilizzazione del nostro sistema giudiziario e l'atto di cancellare 200 anni di civiltà e le conquiste del diritto delle Donne, sostituendoli con l'introdurre le tesi di Gardner nel nostro ordinamento giudiziario solo per ottenere l'ennesimo strumento per argomentare in Tribunale, è prassi tutt'altro che virtuosa. Altresì non è pratica virtuosa l'espressione di un miracolismo "scientista", sostenuto dall'escamotage mediatico di una esterofilia populista ed un altrettanto falso filoamericanismo costruito sulle teorie del millantatore Richard Gardner.
E' bene qui ribadire ancora e ancora che Gardner non è mai stato professore del dipartimento di Psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza presso la Columbia University, bensì egli, che ha svolto in vita solo la professione di psichiatra forense, era un semplice volontario "non pagato". E ci mancherebbe altro! Infatti il costo di una seduta con Richard Gardner era (documentato) di ben 500 dollari l'ora.
Queste sono le verità Vere su Richard Gardner espresse post mortem da suo figlio Andrew, sabato 14 giugno 2003 come correzione ad un articolo del NY Times, lo scritto è attualmente reperibile nell'archivio online del NY Times con la chiave di ricerca "Richard Gardner".
Concludo dicendo che i luoghi della mediaconciliazione obbligatoria nelle mani del circuito allargato "Falsi Abusi" rischiano di divenire luoghi di tortura e vessazione. In merito è giusto ribadire che dopo la legge sullo stalking, voluta come adeguamento alla normativa europea, occorrerà regolamentare ogni possibile reato di tortura psicologica ai danni di donne e bambini, nonché ripristinare immediatamente il "reato di "plagio" nel nostro ordinamento giudiziario, attualmente sostituito dall'assoluta generalizzazione dei reati di "truffa" e di "intralcio alla giustizia". Niente di eccezionale, in fondo si tratterebbe di chiamare plagio e subornazione con il proprio nome.
La parcondicio? Quando a Matrix torna Mentana per acclamazione...
PERCHE’ LA MEDIA-CONCILIAZIONE E’ INCOSTITUZIONALE
Di Loredana Morandi (del 04/04/2011 @ 08:09:55, in Giuristi, linkato 1881 volte)
Più cose apprendo sulla media conciliazione più ne sono convinta, ma ciò che mi convince di più in assoluto è il comportamento sempre doloso di alcuni di coloro che se ne sono fatti portavoce al grande pubblico. Ad esempio sulla questione dei padri separati. La costituzione di organismi per la media conciliazione prevede anche la stipula di una assicurazione per un tetto massimo di 500 mila euro che, assicurativamente parlando, corrisponde al "caso morte". Vien così naturale domandarsi: "come faranno questi sprovveduti avvocati a liberarsi del sangue dalle loro scrivanie? L.M.
PERCHE’ LA MEDIA-CONCILIAZIONE
SETTE FONDATE QUESTIONI DI INCOSTITUZIONALITÀ DEL D.LG. 28/10 SULLA MEDIACONCILIAZIONE OBBLIGATORIA
1. Violazione degli artt. 76 e 77 Cost. La obbligatorietà della mediaconciliazione viola la Costituzione, tanto più perché collegata alla mancata previsione di necessità dell’assistenza dell’avvocato. Anzitutto va chiarito che il legislatore delegante – in conformità alla prescrizione impartita dalla Direttiva Europea – aveva stabilito che dovesse essere introdotto un meccanismo di conciliazione, ma non ne aveva affatto previsto la obbligatorietà, né aveva consentito che essa potesse essere considerata condizione dì procedibilità della domanda giudiziaria. Il d.lgs. 28/10 è, quindi, viziato per eccesso di delega, in quanto appare evidente che una condizione di procedibilità di una domanda giudiziaria, ex art. 24 Cost., può essere introdotta esclusivamente dal legislatore, e quindi il Governo avrebbe potuto farlo soltanto se ne fosse stato autorizzato dalla legge di delega. Si ha così la palese violazione degli artt. 76 e 77 Cost. per contrasto tra la legge delega e il decreto legislativo. Va, in proposito, osservato che l’art. 60 della legge 69/09 (legge delega) al terzo comma lett. a) prescrive che nell’esercizio della delega il Governo si attenga, tra gli altri, al seguente principio e criterio direttivo “ ... a) prevedere che la mediazione, finalizzata alla conciliazione, abbia per oggetto controversie su diritti disponibili, senza precludere l’accesso alla giustizia”. Orbene, in aperto contrasto con la prescrizione della legge delega, l’art. 5 del d.lgs. 28/10 configura il procedimento di mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale, di fatto precludendo l’immediato accesso alla giustizia. Il d.lgs. 28/10, concependo il procedimento di mediazione quale propedeutico alla domanda giudiziale, rischia di compromettere l’effettività della stessa tutela giudiziale. Non può argomentarsi, in senso contrario, che la mediazione di cui all’art. 5 del d.lgs. 28/10 non preclude l’accesso alla giustizia, poiché attivato il procedimento di mediazione e trascorsi i quattro mesi di cui all’art. 6, l’accesso alla giustizia è possibile, e la condizione di procedibilità della domanda è assolta. Ed infatti, che dopo il procedimento di mediazione la parte possa adire il giudice è circostanza del tutto evidente, e certamente non v’era bisogno che la legge ricordasse una ovvietà del genere, poiché nel nostro sistema è impensabile che, dopo una condizione di procedibilità, non si possa procedere, ovvero non si dia alla parte il diritto della tutela giurisdizionale. Pertanto, se l’art. 60 della l. 69/09 aveva stabilito che la mediazione doveva darsi “senza precludere l’accesso alla giustizia”, essa, evidentemente, non faceva riferimento alla possibilità della parte di adire il giudice dopo la mediazione, cosa scontata e ovvia, ma faceva riferimento alla necessità che la mediazione non condizionasse il diritto di azione, e quindi non fosse costruita come condizione di procedibilità. Né può argomentarsi che il problema non sussiste per la brevità del termine di quattro mesi, cosicché la condizione di procedibilità dell’art. 5 sarebbe compensata dal termine breve fissato nell’art. 6. Ciò, infatti, non può sostenersi perché il termine breve di quattro mesi era già stato fissato dalla legge delega, e precisamente nella lettera q) dell’art. 60, la quale, al tempo stesso, però, voleva che il procedimento di mediazione si desse comunque senza “precludere l’accesso alla giustizia”. Dunque, la legge delega voleva sia che il procedimento di mediazione non durasse più di quattro mesi, sia che il procedimento di mediazione non precludesse l’accesso alla giustizia. L’argomento della brevità del termine non può quindi essere utilizzato per escludere l’eccesso di delega, poiché, al contrario, il d.lgs. 28/10, mantenendo il termine già fissato nella lettera q) dell’art. 60 della l. 69/09, non ha però rispettato la medesima disposizione di legge nella parte in cui escludeva che il procedimento potesse costituire condizione di procedibilità della domanda, ovvero fosse in grado di precludere, per tutta la sua durata, l’accesso al giudice. Nel rispetto dell’art. 60 della legge delega 69/09, l’obbligatorietà del procedimento di mediazione in tutte le ipotesi dell’art. 5 del d.lgs. 28/10 non poteva dunque darsi. L’art. 5 del d.lgs. 28/10, in contrasto con l’art. 60 della l. 69/09, è pertanto incostituzionale per violazione degli artt. 76 e 77 Cost.
2. Violazione degli artt. 24, 76 e 77 Cost. Il d.lgs. 28/10, all’art. 16 e nell’intero capo terzo intitolato “organismi di mediazione”, disattende palesemente la previsione della delega. Non vi è, infatti, traccia, di qualsivoglia criterio o parametro volto a selezionare gli organismi deputati alla mediazione in base a criteri di professionalità ed indipendenza. L’art. 16, infatti, si limita a stabilire che qualunque ente pubblico o privato che dia garanzie di serietà ed efficienza sia abilitato a costituire un organismo di mediazione. Con ciò disattendendo la previsione della delega ove circoscrive lo svolgimento dell’attività di mediazione esclusivamente in capo ad organismi professionali ed indipendenti e dunque attuando, al di là delle previsioni della stessa legge delega, una sorta di liberalizzazione nella costituzione e abilitazione degli organismi di mediazione. Entrambe le previsioni del d.lgs. 28/10, tanto l’art. 5 quanto l’art. 16, si pongono, pertanto, in aperto contrasto con le previsioni della legge delega. Quando invece, alla stregua dell’univoco orientamento della giurisprudenza costituzionale, “il potere di riempimento dai legislatore delegato, per quanto ampio possa essere, non può mai assurgere a principio o a criterio direttivo, in quanto agli antipodi di una legislazione vincolata, quale è, per definizione, la legislazione su delega” (Corte Costituzionale 12 ottobre 2007 n. 340). Nel caso della mediaconciliazione, utilizzando i parametri di controllo della conformità della norma delegata alla norma delegante univocamente indicati dalla stessa giurisprudenza costituzionale (Corte Cost. 44/2008, 71/08, 98/08, 230/10) emerge, infatti, l’incoerenza delle previsioni degli artt. 5 e 16 del d.lgs. 28/10 con la previsione dell’art. 60 l. 69/09. Ad avviso della giurisprudenza costituzionale il contenuto della delega deve essere identificato tenendo conto del complessivo contesto normativo nel quale si inseriscono la legge delega ed i relativi principi e criteri direttivi, nonché delle finalità che la ispirano, che costituiscono non solo base e limite delle norme delegate, ma anche strumenti per l’interpretazione della loro portata. Orbene la previsione di cui all’art. 60 della l. 69/09, in aderenza agli impulsi dell’ordinamento comunitario ed in particolare alle previsioni della direttive 2008/52/CE, era orientata a garantire l’introduzione di sistemi alternativi e celeri di tutela delle posizioni giuridiche integranti “diritti disponibili” nonché la “qualità della mediazione” attraverso l’individuazione di organismi professionali ed indipendenti. Tutto ciò è ben lungi dall’essere realizzato ove si consideri la portata ed il tenore di previsioni, qual è quella dell’art. 5 del d.lgs. 28/10 volta ad appesantire il procedimento di tutela delle posizioni dei singoli, attraverso l’introduzione obbligatoria di un procedimento non alternativo e facoltativo, ma obbligatorio e propedeutico all’accesso alla giustizia; nonché quella dell’art. 16 del medesimo decreto volta ad escludere dai criteri di selezione degli organismi di mediazione qualsivoglia parametro di “professionalità” ed “indipendenza”, quali parametri invero indicati dalla legge delega. L’effetto di entrambe le previsioni è la violazione della delega e lo snaturamento della funzione che il legislatore delegante aveva attribuito al procedimento di mediazione ed agli organismi professionali ed indipendenti deputati alla mediazione. Tutto ciò in palese violazione dei principi costituzionali che sorreggono la disciplina della legislazione delegata ed ancor più, sul piano sostanziale, la violazione degli artt. 76 e 77 e del principio del diritto di difesa di cui all’art. 24 della Costituzione.
3. Violazione dell’art. 24 Cost. Si deve prendere atto che la mediazione di cui al d.lgs. 28/10 ha un costo, e lo ha anche nelle ipotesi di mediazione obbligatoria, visto che lo stesso art. 16, 40 comma del d.m. 10 ottobre 2010 n. 180 espressamente prevede che detto costo “deve essere ridotto di un terzo nelle materie di cui all’art. 5, comma 1, del d.lgs.”. Si eccepisce, al riguardo, che la mediazione può essere obbligatoria, oppure onerosa, ma non le due cose insieme, poiché se la mediazione, come nel nostro caso, è tanto obbligatoria quanto onerosa, allora è incostituzionale. Sembra evidente, infatti, che il legislatore possa prevedere la mediazione come scelta libera e cosciente della parte, e in questi casi, quindi, anche prevedere che, chi la scelga, debba pagare il servizio; oppure il legislatore può subordinare l’esercizio della funzione giurisdizionale ad un previo adempimento, se questo è razionale e funzionale ad un miglioramento del servizio giustizia, ed in questo senso, come è avvenuto con l’art. 410 c.p.c., può anche prevedere un tentativo obbligatorio di conciliazione, ma senza costi. Se viceversa il tentativo obbligatorio di conciliazione ha un costo, e questo costo non è meramente simbolico, come avviene con l’art. 16 d.m. 180/10, allora, nella sostanza, il sistema subordina l’esercizio della funzione giurisdizionale al pagamento di una somma di denaro. Il Governo, quindi, non si è limitato ad imporre una condizione di procedibilità che non era stata consentita, ma ha anche stabilito che i relativi costi dovessero cedere (quanto meno in via di anticipazione) a carico del cittadino, il quale vedrà così gravemente ostacolato quell’accesso alla Giustizia che la Costituzione garantisce a tutti. Chi di noi, al cospetto di una vertenza di entità economica modesta, non sarà costretto a rinunziarvi, per evitare di dover anticipare, nell’ordine: la indennità dovuta al conciliatore; il compenso all’ausiliare tecnico di quest’ultimo, se necessario; il contributo unificato. E poiché il nostro sistema non può subordinare l’accesso al giudice al pagamento di una somma di denaro, la media-conciliazione è in contrasto con i nostri valori costituzionali, e in violazione dell’ art. 24 Cost. Ciò è affermato anche alla luce degli orientamenti che la Corte costituzionale ha già avuto su questi temi. Sostanzialmente, il legislatore può pretendere versamenti per la funzione giurisdizionale civile solo se questi sono riconducibili a tributi giudiziari o a cauzioni volti a garantire l’adempimento dell’obbligazione dedotta in giudizio. In tutti gli altri casi, e fin da Corte costituzionale 29 novembre 1960 n. 67, lo Stato non può pretendere versamento di somme per adempiere al suo primo e fondamentale dovere di rendere giustizia. E l’imposizione del pagamento di una somma di denaro per l’esercizio di un diritto in sede giurisdizionale, quale oggi si realizza con la media-conciliazione in forza del combinato disposto dell’art. 5 d.lgs. 28/10 e art. 16 d.m. 180/10, si pone pertanto in contrasto con tutti i parametri di costituzionalità per come già definitivi in precedenti decisioni dalla Corte costituzionale, in quanto: a) si tratta di un esborso che non può essere ricondotto né al tributo giudiziario, né alla cauzione; b) si tratta di un esborso che non può considerarsi di modestissima, e nemmeno di modesta, entità; e) si tratta di un esborso che non va allo Stato, bensì ad un organismo, che potrebbe addirittura avere natura privata; d) e si tratta infine di un esborso che nemmeno può considerarsi “razionalmente collegato alla pretesa dedotta in giudizio, allo scopo di assicurare al processo uno svolgimento meglio conforme alla sua funzione”, poiché questi esborsi, di nuovo, sono da rinvenire solo nelle cauzioni e nei tributi giudiziari, non in altre cause di pagamento, e perché un esborso che non va allo Stato ma ad un organismo, anche di natura privata, non può mai avere queste caratteristiche.
4. Violazione art. 24 Cost. (Segue) Il legislatore delegante nulla aveva detto circa la necessità di una difesa tecnica nel corso del procedimento di mediazione; tuttavia, aveva avuto cura di evitare che il suo svolgimento potesse avere ripercussioni di sorta sulla decisione di merito del processo: nella legge di delega, il rifiuto della proposta formulata dal mediatore, e poi ritenuta equa dal Giudice, poteva influire sul governo delle spese, ma non mai sull’esito della lite. Nel fare uso del potere delegatogli, invece, il Governo, all’art. 8 del decreto legislativo 28/20 10, ha introdotto la previsione secondo cui dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio, ai sensi dell’art. 116 secondo comma del codice di procedura civile. In buona sostanza, una scelta che la parte potrà fare senza l’ausilio di un difensore – partecipare oppure no al procedimento di conciliazione – potrà condizionare in misura determinante l’esito del successivo processo; è noto, infatti, che il comportamento processuale o extraprocessuale delle parti può costituire, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., non solo elemento di valutazione delle risultanze acquisite, ma anche unica e sufficiente prova idonea a sorreggere la decisione del giudice di merito (così, tra le tante, Cass. 20 giugno 2007 n. 14748). Ne risulta evidente la violazione del diritto di difesa di cui all’art. 24 della Costituzione, diritto che, come è noto, è la potestà effettiva della assistenza tecnica e professionale in qualsiasi fase del processo e quindi anche in quelle fasi prodromiche dal cui svolgimento è possibile desumere argomenti di prova, nonché l’eccesso di delega ex art. 76 Cost. avendo il legislatore delegato introdotto una possibilità di acquisire elementi di prova pur in assenza di difesa tecnica che il Delegante non aveva permesso mai. La mancata previsione della obbligatorietà della presenza dei difensori rileva anche sotto un diverso – e forse addirittura più pregnante – profilo. Quell’assistenza tecnica, quale che sia il valore della controversia, non è obbligatoria, ma non è neppure vietata: è facoltativa. Il che sta a significare che, chi è in grado di pagarseli, potrà farsi rappresentare da fior di avvocati, consulenti di parte esperti, professionisti di grido, e chi è povero no: dovrà arrangiarsi da solo, perché, non essendo obbligatoria la presenza di un avvocato, non sarà possibile ricorrere al patrocinio a spese dello Stato. Una anziana pensionata ultraottantenne, e munita del diploma di licenza elementare, se non sarà in grado di anticipare (oltre a quelli per il mediatore) i compensi per un avvocato, potrà trovarsi di fronte un battaglione di agguerriti specialisti, ma dovrà discutere da sola una proposta di conciliazione in una controversia avente ad oggetto (citiamo a mò di esempio) i tango-bond, o un altro sofisticato prodotto finanziario.
5. Violazione degli artt. 24, 76 e 77 Cost. Un forte contrasto del d.lgs. 28/10 con la legge delega si ha per ciò che riguar¬da i riflessi del diniego all’accoglimento della proposta del mediatore, sul¬l’iter del successivo giudizio e segnatamente sulla disciplina delle spese di lite. Il fatto che alla parte vincitrice del giudizio che non abbia accettato una proposta conciliativa che sia venuta a coincidere con il contenuto della decisione giudiziaria, debbano essere accollate le spese di lite proprie e della controparte, oltre al pagamento di un impor¬to pari al contributo unificato e alle spese di mediazione, costituisce infat¬ti un evidente deterrente “forzato” dal ricorrere alla tutela giudiziaria ed accettare l’esito della mediazione. Ciò in quanto di fronte alla proposta del mediatore, la parte quasi sicuramente preferirà non rischiare, finendo per accettare ob torto collo la soluzione stragiudiziale segnalatagli, anche se non ne è convinta appieno ed anche se può ritenerla ingiusta, piuttosto che ricorrere alla tutela giudiziaria che avrebbe potuto offrirgli un risulta¬to anche migliore. È questo il punto su cui si giocano ulteriori dubbi di costituzionalità per ecces¬so di delega con riferimento alla già riferita lett. a) dell’art. 60 della l. n. 69 del 2009, che aveva posto come preciso criterio direttivo quello per cui l’attuazione della mediazione non dovesse in alcun caso precludere il ricor¬so alla tutela giudiziaria. Preclusione che invece può aversi nel caso della proposta conciliativa, che sfacciatamente dissuada psicologicamente la parte dal ricorso al giudizio al quale ha diritto e che potrebbe garantirgli anche un migliore risultato. Si noti che la parte potrà trovarsi di fronte anche a proposte che a causa di una possibile impreparazione tecnica del mediatore potranno rivelarsi erronee o squilibrate, anche inconsapevolmente, a favore di uno dei soggetti della lite. Eppure, pur nella probabile infondatezza di tali proposte, la parte di fronte allo spettro delle pesanti conseguenze sulle spese, può precludersi il ricorso a quella che è l’unica strada naturale e garantistica per la composizione delle liti, data appunto dalla tutela giuri¬sdizionale.
6. Violazione dell’art. 3 Cost. La media-conciliazione rompe altresì il trattamento paritario nel processo tra attore e convenuto. Ciò già avviene con il d.lgs. 28/10, che prevede la condizione di procedibilità ex art. 5 per la domanda principale e non per la domanda riconvenzionale, ma oggi, più gravemente, avviene con l’art. 16 d.m. 180/10, concernente i criteri di determinazione delle indennità. Tale disposizione, infatti, divide le indennità del procedimento di mediazione tra “spese di avvio del procedimento” e “spese di mediazione”. Le “spese di avvio del procedimento” sono dovute da “ciascuna parte” ma sono versate “dall’istante al momento del deposito della domanda” (2° comma). Parimenti “le spese di mediazione indicate sono dovute in solido da ciascuna parte che ha aderito al procedimento”. Dunque, il decreto ministeriale espressamente prevede che la parte convenuta possa non aderire al procedimento. Cosicché, ai sensi dell’art. 3 Cost.: a) o si ritiene che anche l’attore possa non aderire al procedimento, e quindi possa versare la sola spesa di avvio del procedimento ai fui dell’art. 5 del d.lgs. 28/10 con contestuale dichiarazione di non voler avvalersi del servizio; b) oppure il sistema è in violazione del principio d’eguaglianza, consentendo solo alla parte convenuta di non aderire al procedimento, ma non alla parte attrice, che si vedrebbe ob torto collo obbligata al procedimento di mediazione per poter far valere in giudizio un suo diritto. L’istituto della media-conciliazione di cui all’art. 5 del d.lgs. 28/10, in combinato disposto con l’art. 16 d.m. 180/10, in questi termini, non viola così solo l’art. 24 Cost. (per essere, al tempo stesso, obbligatoria e onerosa), ma viola anche l’art. 3 Cost., perché pone su piani diversi, e tratta diversamente, la parte attrice rispetto a quella convenuta. Né, contro questo argomento, si può sostenere che la diversità di trattamento dipende dalla diversità delle pretese, perché è l’attore che vuoi adire il giudice, non il convenuto. Un rilievo del genere può esser fatto solo da chi veda nell’attore un rompiscatole da arginare e non la parte che ha subito un torto e chiede giustizia. Adire il giudice è un diritto costituzionale, e chi intende farlo non deve subire pregiudizi rispetto alle altre parti processuali, che possono essere proprio quelle che hanno causato l’insorgere della lite per una violazione di legge. Altrimenti il sistema, oltre ad infrangere il trattamento paritario delle parti in giudizio, rischia altresì di compromettere seriamente l’elementare dovere del rispetto delle obbligazioni, con gravi ripercussioni non solo sul diritto, ma anche sull’economia.
7. Violazione degli artt. 24, 76 e 77 Cost. Un settimo aspetto di incostituzionalità attiene all’organizzazione interna degli organismi di conciliazione, anche per come definiti con l’art. 4 del d.m. 180/10. Ed infatti, nel momento in cui la procedura di mediazione è resa obbligatoria alfine di far valere in giudizio un diritto, e nel momento in cui le attività del mediatore interferiscono con l’esercizio della funzione giurisdizionale, in quanto i verbali di conciliazioni costituiscono titolo esecutivo (art. 12, d.lgs. 28/10), le proposte di conciliazione hanno conseguenze sulla liquidazione delle spese del giudizio (art. 13, d.lgs. 28/10), nonché la mancata partecipazione al procedimento di mediazione può rilevare ex art. 116, 2° comma c.p.c. (art. 8, d.lgs. 28/10), va da sé che il procedimento ha funzione pubblica, e deve pertanto rispondere ai requisiti di buon andamento e di imparzialità di cui all’art. 97 Cost., soprattutto quando l’organismo è ente pubblico. Ora, niente di questo si trova nell’art. 4 del d.m. 180/10, che usa talune espressione elastiche, e fissa blandi criteri di professionalità dei mediatori, ma niente più, senza prescrivere come doverose le condizioni minime di trasparenza, eguaglianza e imparzialità dovute all’esercizio di una funzione pubblica. In particolare il decreto ministeriale doveva prevedere criteri oggettivi circa l’assegnazione delle pratiche fra i vari mediatori dell’organismo, nonché criteri oggettivi circa il reclutamento degli aspiranti mediatori presso gli organismi costituiti da enti pubblici. Soprattutto, sotto il primo aspetto, l’assegnazione della pratica al singolo mediatore all’interno dell’organismo andava fissata con criteri oggettivi, analoghi, seppur in forma semplificata, a quelli che sussistono nei tribunali con il sistema c.d. tabellare, visto che, come detto, l’attività del mediatore interferisce con la giurisdizione. Il dm. 180/10 è rimasto viceversa silente sul punto, lasciando così la questione alla discrezionalità dell’organismo, che la regolerà in base al proprio statuto. In questo modo si potranno avere statuti che prevedranno l’assegnazione delle pratiche su designazione discrezionale del presidente, oppure di un garante, singolo o collegiale, o di altro soggetto, all’uopo istituito. L’art. 5 d.lgs. 28/10, in combinato disposto con l’art. 4 del d.m. 180/10, si pone pertanto in contrasto con l’art. 97 Cost., visto che l’assenza di un meccanismo oggettivo e predeterminato per l’assegnazione delle pratiche rischia di compromettere l’indipendenza e la terzietà del mediatore, attribuendo un potere gestionale inammissibile all’organismo. È la violazione dell’art. 97 Cost. si evidenzia come fondata ove solo si considera che l’attività del mediatore interferisce come detto con quella giurisdizionale, e quindi ha la necessità di essere esercitata alla luce di detti criteri di trasparenza, indipendenza e imparzialità.
Fonte: Oua http://www.oua.it/NotizieOUA/scheda_notizia.asp?ID=5348
Padri Separati, Maschi di genere e Cyberstalking, gli effetti della TV spazzatura e di una impietosa campagna commerciale
Di Loredana Morandi (del 04/04/2011 @ 08:44:40, in Osservatorio Famiglia, linkato 2542 volte)
Padri Separati, Maschi di genere e Cyberstalking
gli effetti della TV spazzatura e di una impietosa campagna commerciale
Oggi vi scrivo piena di speranze e, contestualmente, indignata e molto preoccupata. E giusto quindi descrivere per primi gli obiettivi, che inducono ad atti come quelli che tra brevissimo esporrò.
La Media-conciliazione obbligatoria spiegata ai non addetti ai lavori. Con l'entrata in vigore del Decreto Legislativo 28/10 ogni singolo fatto della vita umana, ovvero una controversia o un litigio che interessi l'ambito giudiziario civile, ricade nel regime della Media conciliazione. Le parti, siano esse il salumiere e la cliente insoddisfatta o una coppia in fase di separazione o divorzio, saranno costrette a partecipare ad un tentativo di conciliazione imposto da un organismo costituito ex novo dal Dlg in sede extragiudiziale, ovvero una sorta di anticipazione processuale, ma che non inficia il diritto ad avvalersi del giudice civile.
L'obbligatorietà costituisce però un vero e proprio pregiudizio per le parti, perché invita a partecipare alla mediaconciliazione anche senza l'ausilio di un avvocato di parte (il proprio avvocato), con tutti i rischi che ciò comporta. Inoltre il medesimo requisito di obbligatorietà costituirà subito un "pregiudizio" nei vostri confronti in quel caso in cui l'accordo non fosse raggiunto, oppure scegliate per la complessità del vostro caso o per le difficoltà oggettive (es. procedimenti penali in corso) di non assoggettarvi al procedimento.
Il pensiero magnifico del Legislatore era estremamente afflitto dalla necessità di impiegare l'enorme esubero degli avvocati in Italia, così con il Dlg 28/10 ha creato il "posto fisso". Il legislatore infatti ha così creato ex novo a mente liberticida un organismo simile in tutto ai vari "Forum" televisivi, le cui decisioni necessitano egualmente del giudice per la conferma e, come detto, costituiscono un pregiudizio per coloro che non vi si assoggettano. Perché gli avvocati seri parlano di scempio della Giustizia? Perché il vostro status così come descritto dal Dlg 28/10 è quello di "volontario" in ottemperanza al dettato di Legge dell'art. 5 del Dlg, quindi se non vi sottoponete al giudizio preventivo è tutta colpa vostra. Non parlo affatto del delirio delle notifiche ricevute e trasmesse, cui voi dovrete comunque rispondere tassativamente entro tre giorni e in base alle quali saranno scritti una miriade di pregiudizi "mediaconciliatori" per "contumacia", cioè in assenza delle parti, fossero anche quelle richiedenti, la cui richiesta di retribuzione vi giungerà comodamente a casa con ingiunzione al pagamento.
La nascita dell'organismo, pur prevedendo un regime di gratuità per i non abbienti, prevede l'imposizione immediata di un pagamento che si aggiungerà alle spese processuali vere e proprie. I costi ed i ricavi di tutti i procedimenti mediaconciliativi saranno amministrati dalla "Cassa" dell' "Ente" che, stando a quanto si evince dal testo del dlg, potrà essere anche gestito da Privati in possesso dei requisiti di legge. In ultimo: il mediaconciliatore potrà essere ricusato, ma a decidere della sua ricusazione sarà il presidente dell'Organismo mediaconciliatorio, cosa pericolosissima in mano a Privati perché potrebbe addirittura creare una nuova fattispecie di reato.
PADRI SEPARATI SIETE STATI TUTTI FREGATI
Vero. Senza se e senza ma. Perché nessuno vi risparmierà gli esborsi per tasse governative e compensi da retribuire per Legge all'Organismo mediaconciliatorio. Soprattutto non ve li risparmieranno le vostre care associazioni, perché dalla legge non sono previsti sconti e abbuoni per gli associati e così voi dovrete affrontare gli oneri economici della mediaconciliazione, e poi anche quelli del contributo unificato dei Tribunali. Infatti, la "conciliazione" così ottenuta, avrà bisogno di essere "omologata" con "istanza" del Presidente del Tribunale competente per la residenza dell'Organismo mediaconciliatorio.
LA FALSA CAMPAGNA
In previsione dell'introduzione di orpelli normativi di tal portata, ai quali è bene iscrivere anche la P.A.S. e il ddl 957 (affido condiviso bis) per la modifica della legge 8 febbraio 2006 nr. 54, alcune scaltre associazioni circa 2 anni fa diedero vita ad una virulenta campagna sedicente contro il femminismo e il genere femminile tutto, ivi descritto come predatorio contro i figli e soprattutto contro gli interessi dei poveri padri bistrattati. Niente di più falso o più pericoloso.
Intorno a queste associazioni, famigerate per il loro sostegno agli indagati per reati di pedofilia più famosi in Italia, si radunarono infatti per primi quegli uomini e quelle donne tra i già indagati, tra i pregiudicati condannati e tra tutti quegli uomini e donne portatori di un serio problema giudiziario per violenze familiari, stalking e abusi ai danni dei figli. Ovvero coloro ai quali erano stati sottratti i figli dalla Giustizia, per ragioni reali e documentabili all'istante. Inoltre è pubblico che uno dei presidenti fondatori di questa rete di associazioni sia in carcere per reati di pedofilia.
Nel tempo, strumenti come il socialnetwork hanno avvicinato tra loro persone normali a persone anche sottoposte a misure cautelari personali per reati tutti gravissimi. Allo stato attuale, ed in previsione degli effetti devastanti del ddl cd "Svuota Carceri", a queste schiere potranno associarsi tutti i carcerati ex novo ai domiciliari ad "1 anno dal termine della pena".
La rete capillare di associazioni, madri coraggio e singoli privati che sono consapevoli di tutto ciò, rappresentano il solo spartiacque.
Una attenta ricerca su web consente di scoprire molti fatti, l'intero carteggio giudiziario di un cyber pedofilo agli arresti domiciliari, per esempio. Ma anche il più famoso dei casi interamente costruiti con l'uso dei media e la paura del diverso, consolidato con la persecuzione giudiziaria di donne stalkizzate e di associazioni colpevoli solo di averle accolte e protette.
Una campagna mediatica non vive di soli comunicati stampa, abbisogna invero di un apparato di supporto. Qui entra in scena il web, con le sue mille e una possibilità gratuite, specialmente per quanto concerne i socialnetwork. Appartiene quindi al regno dell'ovvio il fatto che una rete di associazioni deleghi alle proprie pubbliche relazioni una società specialista in servizi web.
Così, oltre alle dozzine di siti web associativi "nominali", si aggiungeranno nell'arco di 2 anni circa oltre 40 siti web (più di 10 nel solo periodo marzo aprile 2011), 348 pagine facebook, decine di blog sulle piattaforme gratuite e una miriade di profili e account falsi su Facebook, Twitter, Youtube, ecc.. Per sincerarvi di quanto affermo TUTTI gli elenchi aggiornati sono QUI.
A questa organizzazione, fatta di facciate pubbliche ed altrettanto pubbliche manipolazioni, si aggiungono altri siti e forum, che radunano la medesima popolazione ed assolvono come le pagine Facebook una funzione di "lacrimatoio comune", fino a giungere a veri e propri eccessi anche frutto del bombardamento mediatico su mandato associativo. Al primigenio mandato si è aggiunta la peggior spazzatura spettacolo della storia della televisione, ove appaiono solo avvocati ed ex indagati famosi. Non è ancora Cogne e non rassomiglia ad Avetrana, ma il numero delle donne morte ammazzate è in vertiginoso aumento.
"Ammazzare la propria futura ex moglie costa meno", questa per riassunto è l'opinione espressa dal maschio di genere tipo, che coabita la community "Metromaschile" a noi tutti pervenuta ieri sera, mentre assistevamo alla chiusura su Facebook del gruppo "No alla violenza sulle donne", l'originale della associazione Nuovi Orizzonti di Torino, e a quella del suo brutto e popoloso clone, strumento e opera delle associazioni appena descritte. Niente paura, auspichiamo che i buoni rientrino in possesso del proprio lavoro di anni, mentre ai cattivi sta provvedendo in persona il Ministero dell'Interno, anche grazie al mio intervento, e a seguito delle numerose malefatte pseudo associative ai danni di Associazioni del volontariato e importanti Società nazionali.
In questo frangente ci giungeva nota in merito alle affermazioni di Cosmos1 (Marzo 28, 2011, 21:28:35), che forniva ai suoi iscritti un elenco di possibilità per eliminare la ex moglie: dallo "scioglierla nell'acido" al farsi passare "per pazzo", tanto prima o poi si "esce di galera". Parole di inaudita violenza, se date in ambiti in cui è fatto certo e assodato la presenza di personaggi dalla personalità psicotica capace di porre in essere una violenza suggerita. Fatto questo che travalica il pour parler o il mero facezio. Gli utenti risponderanno a lui a tono, fin rincarando la dose, tanto che l'utente numero 505 del forum dichiara testuale:
"Preferisci un'agonia lenta ed umiliante con una vita oramai rovinata avendo solo una pseudovita da vivere oppure una morte rapida e dignitosa con la possibilità di non morire affatto e di rifarti una vita degna dopo un certo periodo di tempo? Ciascuno si dia una risposta da solo!"
Altri utenti tenteranno invano di raddrizzare la conversazione del thread, ma il male è fatto. L'istigazione e l'apologia sono "usciti" e quelle pagine non sono più degne neppure di essere lette, perché rappresentano solo il luogo virtuale dove è permesso "abbrutirsi".
Il mio consiglio è attualissimo ed è quello che uso di solito per gli avvocati:
"Siate prima uomini, solo poi Avvocati / Maschi di genere".
Chi per primo vi metterà le mani in tasca non è la vostra ex partner, bensì qualcuno molto molto vicino a voi. Molto più vicino a voi di quanto pensiate e che sfrutta ogni vostro morale cedimento per i propri affari.
Processo Breve: lo speciale dal gruppo parlamentare del PD
Di Loredana Morandi (del 04/04/2011 @ 16:18:21, in Politica, linkato 1510 volte)
Il rinvio è una sonora sconfitta per il governo e la maggioranza
Il deplorevole shopping parlamentare portato avanti dal presidente del consiglio negli scorsi mesi non si è rivelato sufficiente a garantire la governabilità. Anzi, il proliferare di gruppi e sottogruppi di fantomatici responsabili ha aumentato i ricatti politici nei confronti del governo. In parlamento si vive una situazione di perenne instabilità; e se in aula la maggioranza può contare su poche decine di voti di vantaggio, nelle commissioni i margini sono molto risicati: ogni provvedimento nasconde in sé un probabile incidente parlamentare e questo non fa che alzare il prezzo che il governo deve pagare per restare in vita.
Siamo all'accanimento terapeutico, senza i numeri e senza forza politica e consenso sociale, le elezioni sarebbero lo sbocco naturale. Ma i problemi giudiziari del premier lo impediscono ed ecco allora che nel bel mezzo di un conflitto internazionale e di una crisi economica senza precedenti un intero esecutivo è inchiodato agli scranni parlamentari per approvare norme e cavilli che il collegio difensivo di Berlusconi dovrà poi utilizzare nei tribunali. Ma hanno fatto i conti senza l'oste: la maggioranza non è riuscita a portare a casa le norme sulla prescrizione breve che sacrificano centinaia di migliaia di processi per gettare al macero il processo Mills.
La nostra opposizione ha impedito l'approvazione di questo ennesimo intervento ad personam. La maggioranza è entrata nel pallone, il nervosismo è salito alle stelle e i ministri La Russa e Alfano si sono resi protagonisti di gesti maldestri e antidemocratici. Per non parlare dei gravi insulti che la maggioranza ha rivolto alla nostra deputata Ileana Argentin apostrofata con parole irripetibili. La prova muscolare è dunque fallita e il rinvio del processo breve a questa settimana è una sonora sconfitta dell'arroganza di questo governo e questa maggioranza.
01-04-2011 Dario Franceschini: non c'è maggioranza si vada al voto
31-03-2011 Donatella Ferranti: maggioranza violenta Odg Camera per soddisfare richieste Premier
30-03-2011 Alessandro Maran: "Immigrati usati per regalare a Berlusconi il processo breve"
30-03-2011 Raffaella Mariani: ripercussioni su procedimenti su strage Viareggio
30-03-2011 Francesco Boccia: La Russa dimostra di essere un fascista in servizio permanente
30-03-2011 Federica Mogherini: provocazione inaccettabile di La Russa
Gli effetti della prescrizione breve
Affido condiviso, l' Oua boccia il Ddl all'esame del Parlamento
Di Loredana Morandi (del 04/04/2011 @ 16:29:35, in Giuristi, linkato 2089 volte)
Grande Maurizio De Tilla e complimenti anche all'avv. Nicoletta Variati e allo staff dei giuristi dell'OUA! L.M.
Affido condiviso, l' Oua boccia
il Ddl all'esame del Parlamento
L'Organismo unitario dell'avvocatura ha approvato un documento (di seguito), redatto dalla Commissione Oua sulla famiglia coordinata da Nicoletta Variati, in cui si critica duramente il Ddl 957 all'esame del Parlamento (ora al Senato), che modifica l'art. 155 cod. civ., che riguarda e detta le norme a tutela dei figli nelle situazioni di crisi familiare. Per l’Oua le ricadute sui minori saranno gravi.
Per Maurizio de Tilla, presidente Oua, il provvedimento in discussione ha un'impostazione rigida ed è quindi controproducente rispetto agli scopi prefissati: «Un ddl sbagliato – spiega - che necessita di immediate e forti modifiche, questa è l'opinione di quanti sul campo seguono questa delicata materia. La Commissione Famiglia dell’OUA ha sottolineato che sono in gioco i diritti dei minori in situazioni spesso traumatiche come una rottura familiare. Per citare alcuni nodi: non si possono stabilire criteri rigidi come la ripartizione dell'affido tra i due genitori in due domicili con tempi paritetici. Oltretutto non si fa alcune distinzione tra fasce d'età diverse, come se fosse una ricetta buona per ogni situazione, con possibili gravi conseguenze in termini psicologici. Invece di stimolare così la collaborazione tra i genitori si rischia di costruire spazi separati e i minori si troveranno scaraventati come pacchi tra realtà in conflitto tra loro.
E non è realistica la proposta che il minore abbia la doppia residenza anche per ragioni pratiche (ad esempio: quale è la Azienda USL di competenza, il Tribunale, il medico, la scuola etc.), e per le conseguenze alla anagrafe e su tutta la normativa sulla residenza, minando così anche il principio di certezza del diritto, con la necessità di rimodulare il sistema informativo di tutti i Comuni italiani.
Non solo, andiamo incontro all’aumento esponenziale del conflitto familiare estendendolo anche alla famiglia di origine, con l’inserimento dell’intervento dei nonni nei giudizi di separazione»
Nel documento della Commissione OUA si denuncia inoltre la mancanza di un “approfondimento per quanto riguarda le situazioni legate alla sindrome di alienazione genitoriale e a comportamenti analoghi.
Inoltre, si compromette l'esercizio del potere ufficioso del giudice con la previsione dell’eliminazione del riferimento all'interesse morale e materiale dei figli.
Non basta: viene tagliata la possibilità di disporre indagini per individuare la capacità reddituale dei genitori, il che rappresenta "un regalo" per coloro che occultano redditi e patrimoni per sottrarsi agli obblighi nei confronti dei figli e si elimina anche ogni riferimento al tenore di vita goduto prima della separazione il che comporta la perdita del diritto del minore a continuare a vivere come prima.
Salta anche il godimento della casa familiare in caso di convivenza more uxorio ulteriore aspetto che ricade inevitabilmente sui minori stessi”.
Negative quindi le conclusioni della Commissione Famiglia Oua: “L'approvazione delle norme di cui al DDL 957 – si scrive - implicherà un aumento esponenziale, ingiustificato della conflittualità, circostanza dannosissima per i minori ed in netto contrasto con le finalità della legge sull'affidamento condiviso, ed è per tutte queste ragioni che l’OUA chiede che si ascoltino gli avvocati e che si apra un confronto nel merito”.
IL DOCUMENTO ANALITICO
La Commissione Famiglia O.U.A.
- considerato che la normativa proposta con il DDL 957 interviene a modificare l'art. 155 cod. civ., che riguarda e detta le norme a tutela dei figli nelle situazioni di crisi familiare;
- considerato che la formulazione del DDL 957 è indirizzata in senso nettamente contrario all'obiettivo prefissato invece dalla Legge sull'affidamento condiviso;
- considerato che il DDL prevede modifiche (quali, a mero titolo esemplificativo, "abolizione del collocamento del figlio presso un genitore e domicilio dello stesso presso entrambi i genitori con tempi e presenza presso ciascun genitore "paritetici"; legittimazione attiva dei nonni a proporre nel giudizio di separazione la domanda relativa al loro autonomo diritto di visita; mantenimento dei figli in forma diretta e per capitoli di spesa, perdita di efficacia ope legis dell'assegnazione della casa coniugale in caso di convivenza more uxorio etc".;
- ritenuto che la previsione dei tempi di permanenza del figlio presso entrambi i genitori comporterebbe una suddivisione della vita del figlio mettendo in secondo piano l'obiettivo della collaborazione dei genitori nella cura, crescita ed educazione dei figli previsto dalla L 54/2006 ;
- ritenuto che la previsione di tale norma, che impone una rigida divisione del tempo dei figli minori in misura eguale presso ogni genitore, senza alcuna distinzione dell'età del figlio, da 0 a 18 anni, non tiene in alcuna considerazione le esigenze di vita dei figli, sotto il profilo materiale e psicologico, e la specificità di ogni singolo caso. I tempi di vita dei minori e le loro esigenze sono diverse a seconda che si tratti di un bambino di pochi mesi, o di un minore in età preadolescenziale, o un adolescente o una persona pressocchè adulta. Per tale motivo occorre evitare che una rigida imposizione di tempi paritetici presso ciascun genitore possa comportare per i figli imposizione di tempi e modi di vita diversi, che possano nuocere anziché giovare alla loro crescita e al loro sviluppo psico-fisico;
- ritenuto che il DDL 957 , così come formulato, laddove prevede l'eliminazione del riferimento all'interesse morale e materiale dei figli, compromette fortemente l'esercizio del potere ufficioso del giudice;
- ritenuto che per quel che attiene alle situazioni riferibili alla sindrome di alienazione genitoriale e a comportamenti analoghi non individuati nel testo e non facilmente accertabili, meriterebbero un esame ben più approfondito, esame che nel testo manca totalmente;
- ritenuto che parimenti non può essere condivisa la proposta che il minore abbia la doppia residenza perché crea instabilità nella vita dei minori ed, altresì, anche per ragioni pratiche (ad esempio: quale è la Azienda USL di competenza, il Tribunale, il medico, la scuola etc.), senza voler parlare delle modifiche che questa norma comporterebbe alla anagrafe ed alla normativa sulla residenza, minando così anche il principio di certezza del diritto, con la necessità di rimodulare il sistema informativo di tutti i Comuni italiani;
- rilevato che la previsione di un intervento dei nonni nei giudizi di separazione aumenterebbe in maniera esponenziale il conflitto familiare, estendendolo anche alla famiglia di origine;
- rilevato cha la previsione della eliminazione del riferimento al tenore di vita goduto prima della separazione comporta la perdita del diritto del minore a continuare a vivere come prima;
- rilevato che l'eliminazione della possibilità di disporre indagini per individuare la capacità reddituale dei genitori rappresenta " un regalo " per coloro che occultano redditi e patrimoni per sottrarsi agli obblighi nei confronti dei figli;
- rilevato che la previsione della perdita del godimento della casa familiare in caso di convivenza more uxorio andrebbe a nuocere inevitabilmente i minori stessi;
- ritenuto infine che l'approvazione delle norme di cui al DDL 957 implicherebbe un aumento esponenziale , ingiustificato della conflittualità, circostanza dannosissima per i minori ed in netto contrasto con le finalità della Legge sull'affidamento condiviso;
Tutto quanto sopra precisato,
l'O.U.A. manifesta forte dissenso al DDL 957
in ogni sua previsione, nessuna esclusa e/o eccettuata, e rifiuta categoricamente una norma che ha come conseguenza l'aumento dei conflitti a danno dei minori e delle persone più deboli.
Sciopero Giudici di Pace: solidarietà dall'OUA
Di Loredana Morandi (del 04/04/2011 @ 16:36:54, in Giuristi, linkato 1944 volte)
GIUSTIZIA, L’OUA SOLIDALE CON
L’ASTENSIONE PROCLAMATA DAI GIUDICI DI PACE
E DAI MAGISTRATI ONORARI DAL 4 ALL’8 DI APRILE
L’Organismo Unitario dell’Avvocatura esprime solidarietà ed aderisce pienamente alle ragioni poste a fondamento dell’astensione dei giudici di pace e dei magistrati onorari di Tribunale fissata dal 4 all’8 aprile 2011.
Maurzio de Tilla, presidente Oua, ha dichiarato: «I giudici di pace non godono di alcuna tutela previdenziale (che era invece prevista per i giudici onorari aggregati) ed assistenziale: sono in buona sostanza lavoratori “in nero” dello Stato. L’attuale status dei magistrati di pace è in patente contrasto con la Carta costituzionale, le direttive comunitarie in materia di trattamenti riservati ai giudici onorari, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, la Carta di Strasburgo e con la raccomandazione del 17 novembre 2010 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa CM/Rec (2010)12».
«Per tutte queste ragioni l’Oua non solo condivide le ragioni della protesta – conclude de Tilla – ma ha anche formulato un progetto di riforma sul giudice laico, già trasmesso al Governo che risponde proprio alle esigenze poste a fondamento della proclamata astensione dei giudici di pace».
Benevento: Riforma della giustizia, il documento della Anm
Di Loredana Morandi (del 04/04/2011 @ 16:48:44, in Magistratura, linkato 1997 volte)
Riforma della giustizia, documento dell'Anm
"Ecco le ragioni della nostra contrarietà"
BENEVENTO - “Informare i cittadini sulla effettiva portata della riforma approvata di recente dal Consiglio dei ministri ed annunciata come riforma epocale della Giustizia”. E’ questo l’obiettivo del documento approvato dalla sottosezione di Benevento dell’Associazione nazionale magistrati al termine di un’assemblea convocata anche per il rinnovo delle cariche. Alla presidenza è stato riconfermato il giudice Simonetta Rotili, segretario il pubblico ministero Maria Aversano. Secondo l’Anm, “a garanzia di un pluralismo informativo s’impone il punto di vista della magistratura su questioni che incidono direttamente sui cardini di ogni Stato moderno: il principio della divisione dei poteri e quello di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La riforma non riguarda la amministrazione della giustizia ma solo l’ordinamento giudiziario, e in massima parte la magistratura penale. Nessuna norma di quelle delineate è destinata ad incidere sulle disfunzioni che i cittadini verificano quotidianamente sulla loro pelle come utenti del servizio giustizia: nessuna norma riguarda la celerità dei processi sia civili che penali; nessuna norma snellisce il carico degli uffici giudiziari; nessuna norma garantisce l’effettività delle decisioni della magistratura”.
Nella riforma – sostengono i magistrati - “non si rinviene nulla che potenzi personale e mezzi, che semplifichi le procedure, che sia funzionale a far fronte alla crescente domanda di giustizia”. Piuttosto, “l’analisi dell’articolato restituisce un disegno politico teso a indebolire l’azione della magistratura minandone l’indipendenza e l’autonomia ed affidando alla legge ordinaria,frutto delle mutevoli maggioranze parlamentari, il compito di definirne i poteri e i limiti, eliminando in radice le garanzie costituzionali”. In che modo? Quattro i punti che finiscono nel mirino delle critiche delle toghe. A cominciare dalla “separazione delle carriere: i giudici resteranno tutelati dalla Costituzione, ma i PM saranno tutelati solo dalla legge ordinaria, modificabile dal potere politico in qualsiasi momento (a differenza della Costituzione), che così potrà controllarli nell’esercizio della attività investigativa. E’ evidente la tentazione di addomesticarli”. Attenzione puntata, poi, sulla “previsione di due CSM ciascuno con aumento della componente politica pari alla metà di queI1a togata: altro che intervento teso a spoliticizzare la magistratura, e sulla sottrazione della polizia giudiziaria dalle dirette dipendenze della magistratura”. Ciò potrebbe comportare, a detta dell’Anm, “che il superiore gerarchico, nel dare direttive al singolo funzionario di polizia, per compiacere il potere politico, lo spinga a non indagare sul potente di turno. La PG, perdendo neI1’esercizio delle sue attività investigative, le garanzie di indipendenza ed autonomia che le derivano dal diretto controI1o e coordinamento di una magistratura indipendente, rimarrebbe assoggettata esclusivamente al potere esecutivo dal quale gerarchicamente dipende”. Ultima, ma non meno importante, “l’individuazione da parte del Parlamento dei reati che la magistratura annualmente avrebbe l’obbligo di perseguire. In tal modo il potere politico potrebbe evitare le indagini che più potrebbero coinvolgerlo lasciando prive di tutela le eventuali vittime degli illeciti esclusi daI1a lista”.
L’Associazione nazionale magistrati ritiene che “per comprendere il vero senso deI1a riforma, basterebbe citare proprio le parole del Presidente del Consiglio, secondo cui se queste norme fossero state in vigore non ci sarebbe mai stata la stagione di «mani pulite». Tale affermazione è quanto mai rispondente al vero: una quantità enorme di corrotti e corruttori sarebbero rimasti impuniti! Ecco dunque il vero scopo della riforma: assicurare l’impunità alle classi dirigenti, mediante il controllo dei meccanismi dell’azione penale, l’ampliamento della componente politica del Csm, la sottrazione al P.M. della polizia giudiziaria, la possibilità per il Parlamento di individuare quali reati perseguire con preferenza sugli altri e l’introduzione di meccanismi per responsabilizzare (ed intimidire) i giudici”. La conclusione: “Il punto è che i magistrati hanno colpito centri di potere considerati intoccabili mentre hanno agito avendo come unico obiettivo quello di affermare un principio fondamentale per ogni Stato democratico: quello secondo cui l’anonimo cittadino e l’influente uomo di potere sono uguali innanzi alla legge”.
http://www.ilsannioquotidiano.it/primo-piano/item/994-riforma-della-giustizia-documento-dellanm.html
20/08/2019 @ 17.48.33

References: art. 24
 art. 16
 art. 24
 art. 16
 art. 24
 Cass. 
 art. 76
 art. 5
 art. 116
e contrario