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Timestamp: 2020-03-29 11:38:42+00:00

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CIRCONVENZIONE D’INCAPACE: 4 ANNI E 3 MESI DI RECLUSIONE
DANNO ERARIALE: CORTE DEI CONTI CONDANNA UN’INFERMIERA A RISARCIRE DANNI PROVOCATI AD UN PAZIENTE
PS PISTOIA, RECISE PER ERRORE IL CAVO SALVAVITA: CONDANNATA L’INFERMIERA
Sentenza Tribunale Pordenone avverso ricorso Asl 5 Friuli Occidentale.
Ha circuito una paziente malata sottraendole con l’inganno circa 60mila euro. Un’infermiera professionale dell’Ausl, in servizio a Riccione, è stata condannata per circonvenzione d’incapace dal tribunale collegiale di Rimini a 4 anni e 3 mesi di reclusione. Ritenuto colpevole anche il figlio: per lui una pena di 2 anni e 9 mesi per riciclaggio di denaro.
Secondo l’accusa, l’infermiera (originaria della provincia di Potenza) dal 2011 al 2013 avrebbe lavorato ai fianchi la paziente, una riminese di 58 anni affetta da una malattia mentale e invalida civile, conquistando la sua fiducia e il suo affetto in modo da farsi consegnare tutti i soldi che aveva su un conto corrente postale, circa 60mila euro, provenienti dalla vendita di un piccolo appartamento ereditato.
La Corte dei Conti ha condannato un’infermiera a pagare alla Regione parte del risarcimento dato ad una paziente alla quale aveva provocato lesioni
FIRENZE — Un’infermiera in servizio presso l’ospedale di Piombino è stata condannata a risarcire la Regione Toscana della somma di 50mila euro per aver causato gravi lesioni ad una paziente durante una colonscopia. I fatti risalgono al 2010 e la donna in seguito alle gravi lesioni provocate dall’indagine eseguita non correttamente, come ha stabilito la sentenza della delle Corte dei Conti della Toscana, fu sottoposta ad un intervento urgente.
La donna aveva citato L’Asl Toscana nord ovest ottenere un risarcimento per i danni subiti dalla donna e l’Asl l’aveva risarcita con la cifra di 550mila euro nel 2015 sulla base della quantificazione del danno proposta dal Comitato regionale di Valutazione Sinistri. L’Asl poi aveva inviato alla Corte dei Conti, l’elenco dei sinistri risarciti per l’anno 2015 come avviene in questi casi.
Era così partito il procedimento da parte della procura della Corte dei Conti che si è concluso con la sentenza del 12 Dicembre scorso in cui è stato stabilito che l’infermiera dovrà pagare alla Regione Toscana la somma di 50mila euro -in base ad una serie di valutazioni fra le quali le sue possibilità economiche – e non all’Asl, dato che si tratta di risorse stanziate all’Asl con apposito fondo da parte della Regione. Altro dato emerso per la riduzione del risarcimento dovuto dall’infermiera consiste nel fatto che non era stata stipulata una polizza assicurativa da parte dell’azienda stessa.
https://www.quinewsvaldicornia.it/firenze-lesioni-durante-un-esame-infermiera-deve-pagare.htm
PISTOIA. Condannata l’infermiera del pronto soccorso dell’ospedale del Ceppo che il 20 marzo 2012, per un tragico errore, tagliò per errore il cavo di alimentazione del dispositivo che teneva in vita il cardiopatico R S, pistoiese, 69 anni.
All’esperta professionista R M, 62 anni, il tribunale di Pistoia (giudice monocratico A A) ha inflitto una pena di 6 mesi e ha riconosciuto una consistente provvisionale per le parti civili, cioè la moglie e i due figli di S. A rispondere “in solido” con l’infermiera sarà l’azienda sanitaria Asl, che all’inizio del processo si era costituita come responsabile civile.
Si è concluso con questo esito, venerdì 13 dicembre, il processo per il tragico incidente al pronto soccorso, la cui prima udienza si svolse nel dicembre 2014. Sette anni esatti per appurare – ovviamente secondo questa sentenza di primo grado – che R Si morì proprio per il taglio dell’alimentazione del suo dispositivo salvavita, un Vad (Ventricular Assessment Device) che gli era stato impiantato all’ospedale San Raffaele di Milano. Le sue condizioni fisiche non erano certo buone – il ricovero quel giorno venne disposto in codice rosso – ma le consulenze discusse durante il dibattimento hanno consentito di appurare che S non sarebbe morto se il suo Vad non si fosse arrestato.
RESPONSABILITÀ DELL’ASSOCIAZIONE SINDACALE NEI CONFRONTI DEI LAVORATORI PER L’ATTIVITÀ DI SUPPORTO NELLA FASE CONCILIATIVA
Con una recente sentenza del 22.11.2019, il Tribunale di Cagliari, accogliendo le domande risarcitorie proposte da un gruppo di lavoratori, ha condannato un’Associazione sindacale, il suo legale rappresentante e un professionista per la negligente attività di assistenza prestata in fase di conciliazione.
“Tale inadempimento – ha accertato il Giudice – “è rappresentato dall’avere proposto, in sede di assistenza sindacale, il mutamento del titolo del credito,” con l’effetto di impedire ai lavoratori di accedere al Fondo di Garanzia per recuperare il Trattamento di Fine rapporto e le ultime mensilità.
Tale attività di assistenza “è a contenuto libero, ma nel caso di specie non appare che in concreto sia stata assicurata un’efficace rappresentazione ai lavoratori del contenuto e delle conseguenze derivanti dagli atti compiuti”
«Ottenere la somministrazione del cosiddetto ‘metodo Di Bella a carico del servizio sanitario nazionale quando già nel 1998 l’‘Istituto superiore della Sanità’ rende nota l’assenza di risposte favorevoli in ordine alla verifica dell’attività antitumorale del trattamento?»
La Cassazione respinge la richiesta avanzata da una cittadina, ritenendo insignificante riferirsi ad una tutta da dimostrare efficacia della specifica terapia medico-farmacologica
(Cassazione, ordinanza n. 28451/19, sez. Lavoro, deposito del 5 Novembre 2019).
Un trattamento medico-farmacologico non può essere posto a carico della collettività in funzione di un “desiderata” terapeutico. Vale sempre l’evidenza scientifica dei benefici apportati alla salute dalla cura.
CONTRO A.A.S. n° 5 FRIULI OCCIDENTALE Rappresentata e difesa dall’avv. to V. C-, RESISTENTE,
Causa discussa e decisa all’udienza del 11/07/2019 sulle seguenti CONCLUSIONI
Nel merito: Voglia l’Ill.mo Tribunale:
1) accertare e dichiarare la sussistenza per i ricorrenti, infermieri professionali dipendenti dell’A.S.S. n. 5 Friuli Occidentale, dell’obbligo di iscrizione all’albo professionale, tenuto dal Collegio IPASVI;
2) accertare e dichiarare, in tal caso, che la relativa tassa di iscrizione gravi in capo al datore di lavoro A.S.S n. 5 Friuli Occidentale.
La Cassazione recepisce le obiezioni proposte dal legale del lavoratore centrate sul richiamo alla legge 104 che «menziona la sede e non l’unità produttiva», e «l’effettivo luogo di svolgimento del lavoro»
“”Il divieto di trasferimento del lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente opera ogni volta muti definitivamente il luogo geografico di esecuzione della prestazione, anche nell’ambito della medesima unità produttiva che comprenda uffici dislocati in luoghi diversi,in quanto il dato testuale contenuto nella norma fa riferimento alla sede di lavoro””
Non è automatico che il datore sia obbligato al lavaggio degli indumenti di lavoro senza funzione protettiva e senza poter quindi essere considerati dispositivi individuali di protezione.
La Suprema Corte di Cassazione con sentenza n. 21662/19, depositata il 23 agosto, respinte richieste risarcitorie di alcuni lavoratori.
In base alle risultanze di una consulenza tecnica d’ufficio, gli indumenti da lavoro forniti dal datore non avevano infatti una funzione di protezione da rischi suscettibili di minacciare la sicurezza e la salute durante il servizio prestato.
nb: richiamare nella sentenza l’art. 40 d.lgs. n. 626/1994, stride con il III millennio in corso d’opera….

References: Sentenza 
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