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Timestamp: 2020-04-06 23:50:37+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 1661 del 23/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1661 del 23/01/2017
Cassazione civile, sez. II, 23/01/2017, (ud. 21/10/2016, dep.23/01/2017), n. 1661
sul ricorso 27415-2012 proposto da:
S.I., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA A
FRIGGERI 111, presso lo studio dell’avvocato PAOLO MORGANTI, che la
C.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUIGI
BOCCHERINI 3-SC 2, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO DE
ANGELIS, rappresentato e difeso dagli avvocati RAFFAELLO GLINNI,
CARLO FRANCESCO GLINNI;
avverso la sentenza n. 4355/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 19/10/2011;
21/10/2016 dal Consigliere Dott. LINA MATERA;
udito l’Avvocato MORGANTI Paolo difensore della ricorrente che ha
Con citazione notificata in data 17-11-2000, S.I. conveniva davanti al Tribunale di Roma C.C., esponendo quanto segue: che sin dal 1964 aveva il possesso uti dominus del locale cantina di circa 6 metri quadrati sito in (OMISSIS), di proprietà di C.C.; che era l’unica ad accedervi e ad utilizzarlo per esigenze eslusivamente proprie e della propria famiglia. Tanto premesso, l’attrice chiedeva che fosse accertato il suo acquisto per usucapione di tale locale.
Si costituiva tardivamente in giudizio C.C., il quale chiedeva in via preliminare la remissione in termini e, in ogni caso, concludeva per il rigetto della domanda perchè infondata in fatto e in diritto.
All’esito dell’istruttoria espletata, il Tribunale adito accoglieva la domanda e, per l’effetto, dichiarava S.I. piena ed esclusiva proprietaria per usucapione del locale emarginato.
Avverso tale sentenza interponeva appello C.C..
Con sentenza in data 19-10-2011, la Corte di Appello di ROMA in riforma della sentenza impugnata, rigettava la domanda di usucapione rilevando che la relazione tra la S. e la cantina doveva essere ricondotta ad una situazione di detenzione e non di possesso, in ragione del contgratto di portierato concluso dal Condominio con l’attrice e della sua successiva assunzione quale addetta alle pulizie dei beni condominiali. Il gravame negava, inoltre, che vi fosse stato alcun atto di interversione della detenzione in possesso esternamente rilevante.
Avverso l’indicata sentenza della Corte d’Appello di Roma ha proposto ricorso per cassazione S.I., sulla base di due motivi.
C.C. ha resistito con controricorso.
1) Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1140, 1141 e 1158 c.c., artt. 112 e 115 c.p.c., nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per avere la Corte di merito escluso che la relazione di fatto instaurata dalla S. con il bene fosse riconducibile ad una situazione di possesso rilevante ad usucapionem.
Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1140 e 1141 c.c. e artt. 1158 e 1164 c.c. nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per avere la sentenza impugnata ritenuto necessario ai fini dell’usucapione, un atto di interversione del possesso, interversione che, invece, non è richiesta allorchè, come nel caso in esame, sin dall’origine il possesso si sia estrinsecato in un’attività corrispondente al diritto di proprietà.
2) Il primo motivo non è meritevole di accoglimento.
Costituisce principio acquisito in giurisprudenza quello secondo cui la prova del possesso idoneo all’usucapione, sia per quanto concerne l’elemento materiale sia per quanto attiene all’elemento subiettivo dell’animus, deve essere fornita dalla parte che chiede il riconoscimento in suo favore della dedotta fattispecie acquisitiva.
Nella specie, il giudice di appello, all’esito di una esauriente disamina delle risultanze processuali (e, in particolare, delle deposizioni testimoniali raccolte in corso di causa e della planimetria prodotta dall’appellante), ha escluso che l’attrice abbia dato prova di avere esercitato sul piccolo locale oggetto di causa un possesso avente le caratteristiche di una possessio ad usucapionem ed ha al contrario ritenuto che la relazione di fatto instaurata dalla odierna ricorrente con la cantina era sorretta da un mero titolo detentivo rappresentato dal contratto di portierato concluso tra la S. e il Condominio e successivamente da un rapporto lavorativo volto all’espletamento dei servizi di pulizia. Il tutto senza che, ad avviso della Corte territoriale, sia stata dimostrata dall’attrice la sussistenza di successivi atti di interversione del possesso.
Ciò posto, si rileva che non sussistono le dedotte violazioni di legge, avendo il giudice distrettuale legittimamente disatteso la domanda usucapione, una volta accertato che il rapporto di fatto tra l’attrice e il locale per cui è causa era sorto a titolo di detenzione, e che non risultava provato il successivo mutamento del titolo di detenzione in possesso.
Nè sussistono i dedotti vizi di motivazione, essendo la decissione impugnata sorretta da un impianto argomentativo immune da vizi logici, che ha preso in considerazione l’intero materiale probatorio acquisito.
Appare evidente, al contrario, che le censure mosse con il motivo in esame tendono sostanzialmente ad ottenere una valutazione delle emergenze processuali diversa rispetto a quella compiuta dalla Corte distrettuale in contrasto con i rigorosi limiti di cognizione connaturati al sindacato di legittimità.
Come è noto, infatti, la valutazione delle risultanze delle prove e il giudizio sull’attendibilità dei testi, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad una esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti (Cass. 7.1.2009 n. 42).
I vizi di motivazione denunciabili in cassazione, pertanto, non possono consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte, in quanto spetta solo a detto giudice individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge in cui un valore legale è assegnato alla prova (Cass. 28-7-2008 n. 20518; Cass. 11.11. 2005, n. 22901).
3) La rilevata infondatezza del primo motivo di ricorso comporta altresì il rigetto del secondo, che parte dal presupposto secondo cui la prova dell’interversione del possesso non sarebbe richiesta nel caso in cui la relazione di fatto con la cosa sia sorta ab initio a titolo di possesso:
ipotesi che non ricorre nel caso di specie, in cui, secondo l’incensurabile apprezzamento della Corte di Appello, il rapporto originariamente instauratosi tra la S. e il locale per cui è causa è qualificabile in termini di detenzione.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 200.00 per esborsi, oltre accessori di legge.

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 Cass.