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Timestamp: 2020-08-13 06:09:47+00:00

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SEN. DONATELLA PORETTI » Blog Archive » Processo breve. Emendamenti e pregiudiziali al ddl 1880
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Processo breve. Emendamenti e pregiudiziali al ddl 1880
A.S. 1880
All’art. 1, comma 1, la lettera b) è soppressa.
L’abrogazione dell’obbligo alla riparazione del danno non patrimoniale per l’irragionevole protrarsi del processo anche attraverso adeguate forme di pubblicità della dichiarazione dell’avvenuta violazione, cela l’intento di nascondere le disfunzioni del sistema giudiziario italiano e viola il diritto dei cittadini ad una corretta informazione.
All’art.1, comma 1, lettera c), capoverso comma “3-bis”, le parole “il processo penale si considera iniziato alla data di assunzione della qualità di imputato”, sono sostituite dalle seguenti: “Il processo penale si considera iniziato alla data di emissione dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415-bis del codice di procedura penale”.
L’individuazione dell’assunzione della qualità di imputato come inizio di decorrenza del termine previsto per la “ragionevole durata” del processo penale è in contrasto con l’art. 111 della Costituzione il quale ricomprende nel concetto di ”processo” anche la fase delle indagini, almeno dal momento in cui l’interessato ne abbia avuto la percezione dell’esistenza.
Sopprimere gli articoli 2, 3, 4, 5
L’introduzione del processo breve volto a disincentivare l’ingiustificata inerzia dell’autorità giudiziaria è un obiettivo di civiltà sul quale è difficile non trovarsi d’accordo.
Occorre però che questo risultato venga perseguito: a) attraverso l’uso di criteri razionali ed equi, tassativi ma anche elasticamente modellabili sul caso concreto; b) dopo aver riportato l’elefantiaco sistema penale alle sue dimensioni “minime” o almeno, nel breve periodo, dopo aver predisposto meccanismi trasparenti, controllabili e democratici di selezione delle iniziative accusatorie.
L’attuale disegno di legge invece fissa brutalmente dall’oggi al domani, sull’onda dell’ennesima emergenza strumentale, scansioni temporali totalmente irrealistiche se commisurate al numero di procedimenti pendenti, il che non può che aumentare il tasso di ingiustizia, di arbitrarietà e di antidemocraticità del processo penale, abbandonando definitivamente le vere scelte sui tempi agli incontrollabili particolarismi dei singoli uffici giudiziari o, peggio, ancora, dei singoli magistrati.
Al comma 1, capoverso art. 346-bis, al comma 1, premettere alla lettera a) la seguente:
“aa) dall’iscrizione del nominativo dell’indagato nel registro delle notizie di reato di cui all’art. 335 del codice di procedura penale sono decorsi più di due anni senza che il pubblico ministero abbia esercitato l’azione penale formulando l’imputazione ai sensi dell’art. 405 del codice di procedura penale o abbia richiesto l’archiviazione”
dopo l’art. 2 è aggiunto il seguente:
“2-bis (Responsabilità disciplinare del Pubblico Ministero).
L’estinzione del processo determina per le cause previste dall’art. 346-bis, comma 1, lettera aa) del codice di procedura penale, è fonte di responsabilità disciplinare per il Pubblico Ministero titolare delle indagini ed è valutata ai fini della progressione in carriera dello stesso.
Il meccanismo previsto dal DDL in esame risulta al tempo stesso irragionevole ed inefficace in quanto agisce esclusivamente sulla determinazione della durata massima delle singole fasi processuali senza sanzionare con analogo meccanismo la durata eccessiva della fase procedimentale delle indagini preliminari. Spesso infatti si verificano inammissibili ritardi nell’esercizio dell’azione penale con il conseguente determinarsi di lunghissimi tempi morti fra effettiva conclusione delle indagini ed esercizio dell’azione penale. L’emendamento in questione pertanto tende a sanzionare anche la durata eccessiva delle indagini preliminari prevedendo nel contempo l’introduzione di una norma che preveda la responsabilità disciplinare del P.M. titolare delle indagini nel caso si vernichi una eventualità del genere.
Al comma 1, capoverso art. 346-bis, al comma 1, la lettera a) è sostituita dalla seguente:
“a) dal provvedimento con cui il pubblico ministero esercita l’azione penale formulando l’imputazione ai sensi dell’art. 405 sono decorsi più di due anni senza che sia stata emessa la sentenza che definisce il giudizio di primo grado; qualora si proceda per reati per i quali è prevista l’udienza preliminare di cui al libro V, titolo IX del codice di procedura penale il termine complessivo per giungere all’emissione della sentenza di primo grado del giudizio è elevato a due anni e sei mesi”.
E’ opportuno prevedere un allungamento del termine di due anni nel caso di procedimenti che prevedono la celebrazione dell’udienza preliminare.
Al comma 1, capoverso art. 346-bis, comma 1, la lettera b) è sostituita dalla seguente:
“b) dal momento del deposito dell’atto di impugnazione avverso la sentenza di cui alla lettera a) sono decorsi più di diciotto mesi senza che sia stata pronunciata la sentenza che definisce il giudizio di appello”
Determinare una eguale durata di due anni, sia per la fase dibattimentale, che spesso implica una istruttoria complessa ed articolata, che per la fase dell’appello, che – salvo ipotesi di parziale rinnovazione ai sensi dell’art. 603 del codice di procedura penale -. Si risolve nella maggior parte dei casi in una sola udienza di discussione, risulta francamente incomprensibile. Pertanto con il presente emendamento la durata del giudizio di secondo grado viene ridotta da 24 a 18 mesi.
Inoltre appare più ragionevole far decorrere il termine riservato al giudizio d’appello non dalla redazione della sentenza emessa nel grado precedente, ma dal deposito dell’atto di impugnazione (ciò in modo che l periodi fisiologici necessari alla redazione della sentenza – che possono essere anche di novanta giorni – e quelli riservati all’esercizio del diritto di impugnazione – che possono arrivare fino a quarantacinque giorni e non sempre decorrenti dalla scadenza del termine anzidetto – non vengano computati ai fini della dichiarazione di estinzione del processo).
Al comma 1, capoverso art. 346-bis, comma 1, la lettera c) è sostituita dalla seguente:
“c) dal momento del deposito del ricorso avverso la sentenza di cui alla lettera b) sono decorsi più di diciotto mesi senza che sia stata pronunciata sentenza da parte della Corte di Cassazione”.
Analoghe considerazioni valgono per la fase successiva relativa al giudizio di legittimità per il quale neppure vale l’anzidetta possibile eventualità della rinnovazione istruttoria. Anche in questo caso dunque la previsione di una durata di fase di due anni appare del tutto irragionevole in sé e del tutto sproporzionata rispetto a quella prevista per la fase dibattimentale. Di qui la riduzione del termine da 24 a 18 mesi prevista anche da questo emendamento.
Inoltre, come per l’appello, appare più ragionevole far decorrere il termine riservato al giudizio di cassazione non dalla redazione della sentenza emessa nel grado precedente, ma dal deposito del ricorso (ciò in modo che i periodi fisiologici necessari alla redazione della sentenza e quelli riservati all’esercizio del diritto di impugnazione, non vengano computati ai fini della dichiarazione di estinzione del processo).
Al comma 1, capoverso art. 346-bis, comma 1, la lettera d) è sostituita dalla seguente: “dalla sentenza di cui alla lettera c) sono decorsi più di due anni senza che sia stata pronunciata sentenza da parte della Corte di Cassazione”.
Altrettanto incomprensibile risulta il termine previsto specificatamente alla lettera d) e relativo ai procedimenti di “rinvio a seguito di annullamento della Corte di Cassazione”. In questi casi infatti il DDL prevede un termine di un solo anno, per cui il giudice deve dichiarare estinto il processo se entro tale termine non è stata pronunciata “sentenza irrevocabile”: tenendo conto che le sentenze di rinvio sono comunque ricorribili per Cassazione, non si comprende come possa concentrarsi in tale esiguo termine il doppio grado di giudizio di rinvio/ricorso o se debba scattare un ulteriore termine di fase tutto da identificare. Con questo emendamento pertanto si intende prevedere un termine di fase più lungo (due anni) per ovviare ai predetti inconvenienti.
Al comma 1, capoverso <<art.346.bis>> sopprime il comma 5
L’ipotesi di sospensione sino a tre mesi nel caso di contestazioni ai sensi degli artt. 516, 517 e 518, potrebbe agevolmente indurre ad una utilizzazione strumentale della “nuova contestazione” al fine di lucrare una estensione del termine, con pericolose ricadute anche sul merito del processo.
Con questo emendamento pertanto si intende sopprimere la citata disposizione
Al comma 1, capoverso <<art.346.bis>> al comma 7 sopprimere le parole: “nei processi in cui l’imputato si trova nelle condizioni previste dall’art. 99, commi 2 e 4, del codice penale o è stato dichiarato delinquente abituale o professionale o per tendenza e” sono soppresse.
Applicare il processo breve solo ai soggetti che non si trovano nelle condizioni previste dall’art. 99, commi 2 e 4, del codice penale o che non sono stati dichiarati delinquente abituale o professionale o per tendenza, svela un inaccettabile aspetto autoritario che ancora una volta interpreta il processo penale esclusivamente come strumento di “difesa sociale” piuttosto che di un equo, condiviso e democratico complesso di norme, volto all’accertamento della responsabilità del singolo. Il diritto ad un processo breve, da concludersi entro termini ragionevoli, spetta a ciascun imputato, a prescindere dai suoi trascorsi giudiziari, trattandosi di una “garanzia oggettiva” insita nello stesso procedere giurisdizionale. Sarebbe incostituzionale prevedere il contrario.
Inoltre applicare le norme sul processo breve solo agli incensurati crea evidenti difficoltà e problemi applicativi nell’ambito dei processi “cumulativi” nei quali alcuni imputati incensurati dovrebbero godere del privilegio del processo breve, mentre altri imputati, a causa dei loro precedenti, dovrebbero esserne esclusi: si potrà quindi procedere ad una separazione dei giudizi? Come potrà altrimenti essere gestita, all’interno di un unico processo, la presenza di due diverse “qualità” di imputati? Potrà il medesimo processo subire un esito solo parzialmente estintivo?
Comunque, la decisione di applicare in tempi brevi gli imputati incensurati sembra difficilmente conciliabile con la scelta operata dal legislatore nell’estate del 2008 allorquando si decise di assegnare la priorità assoluta ai processi nei quali è stata contestata la recidiva (art. 132-bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale).
La speditezza processuale non è un premio da riservare all’incensurato, ma un diritto da assicurare a ogni imputato.
Al comma 1, capoverso <<art.346.bis>> comma 7 sopprimere le parole: “e nei processi relativi a uno dei seguenti delitti, consumati o tentati: a) delitto di associazione per delinquere di cui all’articolo 416 del codice penale; b) delitto di incendio di cui all’articolo 423 del codice penale; delitti di maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli, di cui all’art. 572 del codice penale; c) delitti di pornografia minorile di cui all’articolo 600-ter del codice penale; d) delitto di sequestro di persona di cui all’articolo 605 del codice penale;
e) delitto di atti persecutori di cui all’articolo 612-bis del codice penale; f) delitto di furto quando ricorre la circostanza aggravante prevista dall’articolo 4 della legge 8 agosto 1977, n. 533, e successive modificazioni, o taluna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 625 del codice penale; g) delitti di furto di cui all’articolo 624-bis del codice penale; h) delitto di circonvenzione di persone incapaci, di cui all’articolo 643 del codice penale; i) delitti di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater; l) delitti previsti dall’articolo 407, comma 2, lettera a); m) delitti commessi in violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro e delle norme in materia di circolazione stradale; n) delitti previsti nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286”, sono soppresse.
Non prevedere un termine di durata per i processi più gravi significa far passare questi procedimenti in coda e farli durare ancora di più con danno non solo per le parti offese ma anche per la sicurezza di tutti.
Al comma 1, capoverso <<art.346-bis>>, al comma 7, sopprimere la lettera b
All’interno dei reati rispetto ai quali non si applicano le disposizioni sul cosiddetto processo breve, non si riesce a cogliere un criterio che possa dirsi razionale, in quanto i singoli reati esclusi analiticamente dal novero delle fattispecie per le quali il meccanismo estintivo agisce, sembrano individuati con una logica del tutto casuale ed inorganica, ovvero sull’onda della adesione emotiva a modelli di comunicazione mediatica. Ad esempio, relativamente il reato di incendio previsto dalla lettera b), l’accertamento della responsabilità in sede processuale appare assai semplice e solitamente non implica attività dibattimentali complesse, ergo non si capisce per quali motivo alo stesso non si debbano applicare le disposizioni relative al processo breve.
Al comma 1, capoverso <<art.346-bis>>, al comma 7, sopprimere la lettera d
Anche per i delitti di pornografia vale quanto detto con riferimento al precedente emendamento.
Al comma 1, capoverso <<art.346-bis>>, al comma 7, sopprimere la lettera g e h)
Anche per i delitti di furto aggravato vale quanto detto con riferimento ai precedenti emendamenti.
Al comma 1, capoverso <<art.346-bis>>, al comma 7, sopprimere la lettera i )
Anche per il delitto di “circonvenzione di persone incapaci” vale quanto detto con riferimento ai precedenti emendamenti. Con l’aggiunta che nel caso di specie trattasi di un delitto di difficile collocazione sia quanto ad allarme sociale, sia quanto a gravità, sicché ancora più incomprensibile appare la sua esclusione dal novero delle fattispecie di reato per le quali si applica il processo breve
Al comma 1, capoverso <<art.346-bis>>, al comma 7, sopprimere la lettera o )
Anche per il delitto di clandestinità vale quanto detto con riferimento al precedente emendamento.
Al comma 1, capoverso <<art.346 bis>>, al comma 7, dopo la lettera p)aggiungere la seguente: delitti in materia di colpa professionale medica.
Se le disposizioni sul processo breve non vanno applicate a reati che comportano il coinvolgimento di interessi diffusi nella collettività e che richiedono un complesso accertamento dibattimentale delle singole responsabilità, stupisce l’esclusione dal termine relativamente ai reati “commessi in violazione delle norme in materia di circolazione stradale” e non invece delle ipotesi di “colpa professionale medica” che appaiono caratterizzate da identiche complesse modalità di accertamento e che appaiono avere identico impatto sociale
“2. Le disposizioni dell’articolo 2 si applicano ai procedimenti iscritti nel registro delle notizie di reato di cui all’art. 335 del codice di procedura penale successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge”.
La normativa transitoria contenuta nel DDL suscita perplessità in quanto – contrariamente al principio secondo cui le norme processuali non hanno effetto retroattivo, si stabilisce che le nuove disposizioni sono applicabili anche ai processi penali già iniziati in primo grado, escludendo solo quelli pendenti in appello e in cassazione. Ciò significa che il diritto alla celerità processuale viene irragionevolmente garantito ad una ristretta cerchia di imputati il cui dibattimento può essersi incardinato in un regime che non conosceva i termini di durata massima.
Con il presente emendamento pertanto si prevede che le nuove norme sul processo breve si applichino solo ai processi sorti dopo l’entrata in vigore della legge.
“2. Le disposizioni dell’articolo 2 si applicano ai processi in corso per i quali sia stata dichiarata l’apertura del dibattimento, ad eccezione di quelli che sono pendenti avanti alla Corte d’appello o alla Corte di Cassazione”.
La norma intertemporale di cui all’art. 5, comma 2 del DDL in esame intende applicare ai procedimenti in corso nel primo grado di giudizio i termini di prescrizione processuale previsti dall’art. 346-bis. Trattasi di scelta palesemente inaccettabile e che realizza una sorta di amnistia occulta per i reati oggetto di tali procedimenti, anche quando negli stessi si sia svolta una rilevante fetta dell’istruzione dibattimentale. Con questo emendamento si intende più ragionevolmente collocare la soglia di “retroattività” delle nuove regole perlomeno in corrispondenza con la dichiarazione di apertura del dibattimento.
“2. Le disposizioni dell’articolo 2 si applicano ai processi in corso per i quali non è stata ancora aperta l’istruzione dibattimentale, ad eccezione di quelli che sono pendenti avanti alla Corte d’appello o alla Corte di Cassazione”.
La norma intertemporale di cui all’art. 5, comma 2 del DDL in esame intende applicare ai procedimenti in corso nel primo grado di giudizio i termini di prescrizione processuale previsti dall’art. 346-bis. Trattasi di scelta palesemente inaccettabile e che realizza una sorta di amnistia occulta per i reati oggetto di tali procedimenti, anche quando negli stessi si sia svolta una rilevante fetta dell’istruzione dibattimentale. Con questo emendamento si intende più ragionevolmente collocare la soglia di “retroattività” delle nuove regole in una fase in cui non è stata ancora aperta l’istruzione dibattimentale, ciò al fine di non privare totalmente di efficacia tutta una serie di attività svolte quando ancora il precetto non era minimamente previsto dall’ordinamento (ciò vale solo nell’ipotesi in cui il precedente emendamento venisse respinto, ovviamente).
Al comma 2, sostituire le parole: “ad eccezione di quelli che sono pendenti avanti alla Corte d’Appello o alla Corte di Cassazione”.
La norma transitoria risulta irragionevole nella parte in cui prevede l’applicazione della nuova causa di improcedibilità ai soli processi pendenti in primo grado e non anche ai processi pendenti nelle fasi processuali successive (appello e cassazione).
Al comma 2, sostituire le parole: “ad eccezione di quelli che sono pendenti avanti alla Corte d’Appello o alla Corte di Cassazione”, sono sostituite dalle seguenti: “ad eccezione di quelli che sono pendenti nel grado di appello o di legittimità”.
Il presente emendamento prevede che il limite all’operatività della nuova disposizione sul processo breve dipenda non tanto dalla effettiva presentazione dell’atto di impugnazione e dalla formale incardinazione del procedimento “avanti” al giudice d’appello o a quello di legittimità, quanto dalla emissione della sentenza di primo o secondo grado, il che rende la norma transitoria più aderente alle scansioni della prescrizione processuale individuate dal DDL n. 1880.
Questione pregiudiziale di costituzionalità dell’art. 2, comma 1, capoverso art. 346-bis, comma 5, lettere a), b), b-bis), c), d), e), f), g), h), m), n), o), del disegno di legge n. 1880 in relazione all’art. 3 della Costituzione.
all’art. 2, comma 1, capoverso art. 346-bis, comma 5, lettere a), b), b-bis), c), d), e), f), g), h), m), n), o), il disegno di legge individua una serie di processi la cui irragionevole durata non è presidiata dall’inesorabile meccanismo estintivo;
le predette disposizioni sono inaccettabili perché costruite secondo criteri del tutto irrazionali;
ed invero del tutto arbitrario – almeno nella prospettiva costituzionale (art. 3) della calibrata assimilazione di situazioni simili – è il catalogo dei reati esclusi, la cui individuazione non appare animata da altro che da intenti propagandistici e demagogici;
da questo punto di vista appare significativo il passaggio della relazione del presente disegno di legge, secondo cui “quando […] il processo riguarda reati gravi o di allarme sociale la sua durata massima non può essere predeterminata per legge”, come se la gravità dell’imputazione o – peggio – l’allarme sociale collegato alle accuse rappresentino di per sé adeguata giustificazione della lunghezza di un processo e del conseguente affievolimento dei diritti individuali; senza considerare tra l’altro che la stessa delimitazione dei reati più gravi e di maggiore allarme risponde a logiche in buona parte imperscrutabili;
non può quindi che essere condivisa, sul punto, la valutazione di chi – come il Centro Studi Giuridici e Sociali “Aldo Marongiu” delle Unione Camere Penali Italiane – ha sottolineato che l’elenco dei reati esclusi dall’ambito di applicazione del disegno di legge in discussione “sia stato formato […] in ragione della visibilità mediatica dei reati e dunque per il solo motivo di prevenire reazioni polemiche da parte dell’opinione pubblica”; motivo per il quale, ad esempio, sono stati esclusi dall’ambito di applicazione del cosiddetto “processo breve” reati di nuovo conio (lo stalking), ovvero attualmente oggetto di campagne mediatiche (quali quelli connessi alla violazione delle leggi sulla circolazione stradale);
il predetto ragionamento è ancora più evidente laddove si consideri che il disegno di legge in esame esclude l’applicabilità della nuova normativa anche ai delitti previsti nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, cioè ad una serie di fattispecie delittuose il cui accertamento è, in molti casi, di semplicissima definizione;
di non procedere oltre nell’esame della proposta di legge n. 1880.
Questione pregiudiziale di costituzionalità dell’art. 2, comma 1, capoverso art. 346-bis, comma 5, primo periodo, del disegno di legge n. 1880 in relazione all’art. 27, comma 2 della Costituzione letto con riferimento al principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
all’art. 2, comma 1, capoverso art. 346-bis, comma 5, primo periodo, il disegno di legge in esame individua una serie di imputati ai quali – stante le loro qualità personali – non viene riconosciuto il pieno diritto ad un processo celere;
trattasi di tutti quegli imputati già condannati per delitto (ossia recidivi ex art. 99, commi 2 e 4, del codice penale) o dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza;
l’esclusione della prescrizione processuale per i processi a carico di chi abbia già riportato una condanna per delitto, oltre a discostarsi dal cosiddetto “diritto penale del fatto”, contrasta, come evidenziato anche dal Centro Studi Giuridici e Sociali “Aldo Marongiu” delle Unione Camere Penali Italiane, con la presunzione di innocenza di cui all’art. 27, comma 2, della Costituzione, in relazione con il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge;
è innegabile infatti che la soluzione prospettata introduca a carico dell’imputato già condannato una vera e propria presunzione di colpevolezza (e non di pericolosità sociale) o, al limite, di maggiore colpevolezza rispetto ad un incensurato: del resto il prosieguo del processo anche dopo il raggiungimento del termine prescrizionale (dunque il prevalere della necessità di portare a termine il giudizio su quella di garantirne la brevità) ha senso esclusivamente nell’ottica del conseguimento di un risultato (la condanna) diverso da quello altrimenti già raggiunto (il proscioglimento, salva la scelta dell’imputato, che aspiri fondatamente ad una assoluzione piena, di rinunciare alla prescrizione processuale), e dunque si basa sull’implicito presupposto che sia molto probabile che l’imputato sia colpevole. Tale assunto è a sua volta fondato su un elemento – i precedenti penali – chiaramente extraistruttorio, pertanto meramente presunto, con buona pace del dettato costituzionale (art. 27, comma 2, della Costituzione);
Poretti, Bonino,Perduca
Questione pregiudiziale di costituzionalità dell’art. 2, comma 1, capoverso art. 346-bis, comma 4, del disegno di legge A.S. 1880 in relazione all’art. 24 della Costituzione.
all’art. 2, comma 4, il disegno di legge in esame, attraverso un espresso rinvio all’art. 649 codice procedura penale, prevede che i fatti contestati nel processo dichiarato estinto per decorso dei termini massimi di fase non possano costituire oggetto di un secondo giudizio;
la predetta disposizione sembra fondarsi sul discutibile presupposto secondo cui “cristallizzare” il processo al momento della prescrizione processuale costituirebbe sempre un apprezzabile vantaggio per l’accusato. Ciò non sempre è vero, atteso che, nella prospettiva del diritto di difesa di cui all’art. 24 della Costituzione, la predetta limitazione non previene tutti gli inconvenienti possibili: si pensi, ad esempio, al caso di un imputato assolto in primo grado con formula amplissima e prosciolto in appello per intervenuta prescrizione sostanziale sulla base di una motivazione illogica e malamente motivata che ne affermi incidentalmente la responsabilità: in questo caso, se, proposto il ricorso per cassazione, il giudizio di legittimità non si conclude entro due anni o, eventualità ancora più probabile, non si concluda entro un anno il giudizio di rinvio a seguito di annullamento della Cassazione, l’imputato non potrà giovarsi dell’effetto totalmente preclusivo nei giudizi civili e amministrativi di danno; effetto altrimenti garantito, nel caso di pronuncia pienamente liberatoria, dall’art. 652 del codice di procedura penale;
come sottolineato anche dal Centro Studi Giuridici e Sociali “Aldo Marongiu” delle Unione Camere Penali Italiane nel documento datato 12 dicembre 2009, tutto ciò non fa altro che indebolire la garanzia costituzionale di cui all’art. 24 della Costituzione (diritto di difesa);
1 Risposta to “Processo breve. Emendamenti e pregiudiziali al ddl 1880”
Processo Breve. I Radicali presentano emendamenti e pregiudiziali di incostituzionalita'politicamentecorretto.com | politicamentecorretto.com Says:
maggio 13th, 2020 at 15:32
[…] Qui il testo degli emendamenti e delle pregiudiziali: http://blog.donatellaporetti.it/?p=1104 […]

References: art. 415
 art. 346
 art. 346
 sentenza 
 sentenza 
 art. 346
 sentenza 
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 art. 346
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 art. 346
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 art. 346
 art. 346
 art. 346
 art. 346
 art. 99
 art. 346