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Timestamp: 2018-09-22 04:23:56+00:00

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Bollo auto non pagato: in quanto si prescrive la cartella esattoriale?
Cartella esattoriale ricevuta nel 2015 per bollo auto non pagato nel 2009: data di notifica 2012, resa esecutiva nel 2014. Si è prescritta?
La legge stabilisce che la tassa automobilistica si prescrive decorso il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento. Nel caso in questione, quindi, l’ente creditore (la Regione) avrebbe dovuto notificare l’avviso di accertamento (per l’omesso pagamento della tassa automobilistica relativa al 2009) entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui il pagamento doveva essere effettuato. Ciò vuol dire che se il pagamento della tassa auto relativa al 2009 poteva avvenire da parte del lettore, considerate le scadenze previste dalla legge, entro il 31 dicembre 2009, la Regione poteva notificargli l’avviso di accertamento fino al 31 dicembre 2012, mentre se gli era consentito pagare fino al 31 gennaio 2010 (come è possibile fare per le scadenze della tassa fissate ad ogni dicembre), la Regione avrebbe avuto tempo fino al 31 dicembre 2013 per notificargli l’avviso di accertamento.
Da ciò che risulta dal quesito, l’avviso di accertamento risulta notificato il 13.09.2012, cioè nel pieno rispetto dei tempi previsti dalla legge. Da tale data, poi, cioè da 13.09.2012, ha cominciato a decorrere un nuovo termine di prescrizione entro cui la Regione, attraverso l’Agenzia delle Entrate, aveva tempo per procedere al recupero coattivo. Tale nuovo termine, secondo gli ultimi orientamenti della Cassazione [1] non è più di tre anni, ma si trasforma in un termine di prescrizione di addirittura dieci anni dato che l’avviso di accertamento (che non sia stato oggetto di opposizione da parte del cittadino) è assimilato ad una sentenza definitiva dalla quale (in base al codice civile [2]) cominciano a decorrere termini di prescrizione di dieci anni.
Ad ogni modo, nel caso del lettore, alla data in cui è pervenuta la cartella di pagamento (febbraio 2015) non erano nemmeno decorsi tre anni dalla data di notificazione dell’avviso di accertamento (cioè il 13.09.2012) per cui non sarebbe comunque possibile per lui eccepire la prescrizione.
[1] Cass. sent. n. 4388 del 24.02.2014.
sul ricorso 13973-2008 proposto da:
(OMISSIS) S.P.A. (c.f. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)
sul ricorso 17472-2008 proposto da:
(OMISSIS) (c.f. (OMISSIS)), (OMISSIS) (c.f. (OMISSIS)), (OMISSIS) (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del controricorso e ricorso incidentale condizionato;
avverso la sentenza n. 1771/2007 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 21/11/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/11/2013 dal Consigliere Dott. MAGDA CRISTIANO;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato (OMISSIS) che si riporta ai motivi;
udito, per i controricorrenti e ricorrenti incidentali, l’Avvocato (OMISSIS) che si riporta ai motivi;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SALVATO Luigi che ha concluso per il rigetto del ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale.
L’assemblea straordinaria della (OMISSIS) s.r.l. tenutasi il 29.9.04 delibero’, a maggioranza assoluta, di trasformare la societa’ da s.r.l. in s.p.a., con assunzione della nuova denominazione di (OMISSIS) e di approvare il nuovo statuto sociale, che prevedeva modifiche sostanziali degli articoli 6 ed 11, attraverso le quali, rispettivamente, si dettavano nuove regole per l’esercizio della prelazione nel caso di cessione della partecipazione di un socio e si rinviava alla disciplina di cui agli articoli 2368 e 2369 c.c. per la validita’ delle deliberazioni dell’assemblea straordinaria, per la quale era in precedenza richiesto il quorum di due terzi del capitale sociale.
L’impugnazione ex articolo 2377 c.c. proposta dai soci di minoranza dissenzienti, (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), per sentir dichiarare l’integrale invalidita’ della Delib. od, in subordine, l’invalidita’ della sola parte in cui essa aveva modificato gli articoli 6 ed 11 dello statuto, fu respinta dal Tribunale di Cuneo.
Il giudice di primo grado, pur convenendo con gli attori che il notaio aveva omesso di dare integrale lettura dello statuto allegato all’atto pubblico costitutivo della s.p.a. e che cio’ comportava nullita’ della deliberazione, rilevo’ che detta nullita’ concerneva i soli elementi essenziali dell’atto (ovvero quelli elencati all’articolo 2328 c.c., comma 1), che pero’ non erano stati impugnati, mentre non si estendeva alle clausole nn. 6 ed 11 dello statuto, oggetto effettivo di doglianza; escluse, inoltre, che fosse stato violato il diritto di informazione dei soci; affermo’, infine, che il disposto dell’articolo 223 bis disp. att. c.c., comma 2 (norma transitoria introdotta dal Decreto Legislativo n. 6 del 2003 di riforma del diritto societario, che sino al 30.9.04, consentiva alle s.r.l. di deliberare la loro trasformazione in s.p.a. col voto favorevole di una maggioranza rappresentante piu’ della meta’ del capitale sociale, anche in deroga alle eventualmente diverse previsioni dello statuto richiedenti maggioranze qualificate), non rendeva possibile distinguere fra modifiche statutarie rese necessarie dalla trasformazione (per adeguare lo statuto alle norme imperative dettate dal codice civile in tema di s.p.a.) e modifiche meramente connesse alla trasformazione (ovvero derivanti dal recepimento di norme derogabili), con la conseguenza che anche queste ultime potevano essere legittimamente deliberate dalla medesima maggioranza che aveva deciso la trasformazione.
La decisione, appellata in via principale dai soccombenti nonche’, in via incidentale condizionata, dalla (OMISSIS) al fine di contestare l’accertamento in fatto del primo giudice concernente l’omessa lettura dello statuto da parte del notaio, e’ stata parzialmente riformata dalla Corte d’appello di Torino, che ha accolto la domanda svolta in via subordinata dagli attori/appellanti.
La corte territoriale ha, in primo luogo, ritenuto infondato l’appello incidentale, rilevando che l’attestazione di lettura del rogito (apposta dal notaio in calce all’atto pubblico vero e proprio, senza menzione dell’allegato) provava l’omissione denunciata, cui non poteva sopperire la lettura della bozza di statuto, compiuta dal Presidente nel corso dell’assemblea al solo fine di stimolare la discussione fra i soci. Quindi, escluso che nella specie potesse operare l’articolo 2375 c.c., u.c., ha affermato che, contrariamente a quanto ritenuto dal tribunale, il vizio derivante dall’omissione incideva sull’intero atto, e non solo sugli elementi essenziali tassativamente previsti dall’articolo 2378 c.c., comma 1; ha tuttavia respinto il motivo d’appello con il quale i soci dissenzienti avevano insistito, sotto tale profilo, per la declaratoria di nullita’ della deliberazione, ritenendo che dovesse trovare applicazione, in deroga a quanto previsto dall’articolo 58, n. 6, della Legge notarile, il riformato articolo 2479 ter c.c., comma 3, secondo cui le delibere prese dall’assemblea dei soci di una s.r.l. possono essere dichiarate nulle solo se assunte “in assenza assoluta di informazioni” e non sono annullabili (ai sensi dell’articolo 2377 c.c., comma 5, n. 3, cui per il resto la disposizione rinvia) per incompletezze o inesattezze del verbale, salvo che impediscano l’accertamento del contenuto, degli effetti e della validita’ della deliberazione medesima, posto che, nella specie, il verbale dell’assemblea straordinaria, nei limiti in cui era stato letto dal notaio, si presentava sufficientemente completo ed idoneo a soddisfare i requisiti di sostanza richiesti dalla norma. La corte torinese ha poi condiviso l’assunto del primo giudice, secondo cui il testo dell’o.d.g. sottoposto ai soci convocati per la deliberazione, contenente la dizione “trasformazione in s.p.a.- delibere inerenti e conseguenti’, pur nella sua sinteticita’, era sufficientemente chiaro e specifico e pertanto idoneo a rendere adeguatamente edotti i soci delle materie che sarebbero state trattate e del tenore delle decisioni che avrebbero dovuto essere assunte: il che, del resto, trovava conferma nell’analitica lettera di rimostranze inviata da (OMISSIS) al socio di maggioranza in data anteriore a quella di convocazione dell’assemblea.
Il giudice d’appello e’ invece giunto a conclusioni diverse da quelle del tribunale in relazione all’ultima delle questioni sottoposte al suo esame.
Ha infatti ritenuto che il carattere eccezionale della norma di diritto transitorio di cui all’articolo 223 bis c.c., comma 2, non ne consentisse l’applicazione oltre lo stretto ambito delineato dalla sua ratio, (individuata nell’intento del legislatore di non vanificare la volonta’ dei soggetti che, avendo costituito una s.r.l. in data anteriore all’entrata in vigore della riforma del diritto societario, intendevano mantenerne il sostanziale assoggettamento alla vecchia disciplina, assimilabile a quella di una s.p.a., piuttosto che conformarla alla, assai diversa, nuova disciplina specificamente dettata per le s.r.l.), e quindi non legittimasse i soci detentori della maggioranza assoluta del capitale sociale ad apportare, in danno della minoranza, modifiche allo statuto non necessitate dalla trasformazione, cosi’ derogando alla previsione dello statuto stesso che richiedeva per tali modifiche una maggioranza qualificata. Tanto premesso in diritto, ha accertato in fatto che il testo degli articoli 6 ed 11 dello statuto della s.r.l. era del tutto compatibile (al di la’ della formale, necessaria sostituzione della parola “quote” con la parola “azioni”) con l’attuale disciplina delle s.p.a. ed ha, in particolare, escluso che l’articolo 2369 c.c., comma 4, che vieta la previsione statutaria di maggioranze piu’ elevate di quelle stabilite dalla legge per l’approvazione del bilancio e per la nomina e la revoca delle cariche sociali (materie di competenza dell’assemblea ordinaria) potesse riferirsi anche alla deliberazione con la quale l’assemblea straordinaria nomina il liquidatore.
La corte territoriale ha pure escluso che l’interpretazione da essa data al disposto dell’articolo 223 bis c.c., comma 2, si ponesse in contraddizione col dettato dell’articolo 2500 ter c.c., che richiede per la trasformazione di una societa’ di persone in societa’ di capitali la maggioranza semplice, in deroga al principio legale per cui, in tali tipi di societa’, le modifiche del contratto sociale richiedono unanimita’ di consensi, o col disposto del comma 3 della stessa norma transitoria, che consente l’adozione a maggioranza semplice di modifiche statutarie che escludano l’applicazione di nuove disposizioni di legge derogabili o si adattino a nuove disposizioni di legge cogenti. Ha infine affermato che, rispetto alle clausole nulle, non poteva ritenersi operante la speciale causa di sanatoria prevista dall’articolo 2500 bis c.c., che riguarda le sole invalidita’ da cui sia affetto l’atto di trasformazione e non anche le modifiche dello statuto non necessitate dalla trasformazione.
Ha pertanto dichiarato l’invalidita’ della Delib. impugnata limitatamente alla parte in cui ha modificato gli articoli 6 ed 11 dello statuto.
(OMISSIS) s.p.a. ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza, affidato a quattro motivi.
(OMISSIS) e (OMISSIS) ed (OMISSIS) hanno resistito con controricorso, col quale hanno proposto anche ricorso incidentale condizionato.
(OMISSIS) ha a sua volta replicato con controricorso contenente ricorso incidentale, cui gli (OMISSIS) e la (OMISSIS) hanno ancora resistito con controricorso.
I ricorsi, proposti contro la medesima sentenza, devono essere riuniti ai sensi dell’articolo 335 c.p.c..
1) Preliminarmente deve essere dichiarata l’inammissibilita’ del ricorso incidentale proposto da (OMISSIS).
Ai sensi dell’articolo 329 c.p.c., comma 2, l’impugnazione parziale importa, infatti, acquiescenza alle parti della sentenza non impugnate: il soggetto che impugna la sentenza in via principale esaurisce dunque, con tale atto, il relativo potere e non puo’ piu’ impugnare tardivamente, in via incidentale, ulteriori capi del medesimo provvedimento (cfr. Cass. nn. 7887/2000, 3938/91).
2) Sempre in via preliminare, va rilevato che i controricorrenti hanno eccepito l’inammissibilita’ del ricorso principale ai sensi dell’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 1, per omessa indicazione degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso stesso si fonda.
Le SS.UU. di questa Corte, con la sentenza n. 16887/013, hanno tuttavia precisato che la verifica dell’osservanza di quanto prescritto dalla predetta norma procedurale deve compiersi rispetto ad ogni singolo motivo di impugnazione e che la mancata, specifica indicazione (ed allegazione) degli atti e dei documenti sui quali un motivo si fonda puo’ comportarne la declaratoria di inammissibilita’ solo quando l’esame di quegli atti e di quei documenti risulti indispensabile per la comprensione delle ragioni di doglianza e dei presupposti fattuali sulle quali esse si basano, oltre che per la valutazione della loro decisivita’.
Cio’ precisato, puo’ subito dirsi che l’eccezione risulta manifestamente infondata avuto riguardo tanto al primo che al secondo motivo del ricorso: l’uno, infatti, riporta i testi integrali delle clausole statutarie in contestazione, sia nella versione anteriore che in quella posteriore alla loro modifica, e contiene la precisa indicazione della sede processuale nella quale sono stati prodotti i due statuti; l’altro, invece, investe una questione di mero diritto. Si puo’ pertanto procedere all’esame di tali motivi.
3) Con il primo mezzo di censura (OMISSIS), denunciando violazione dell’articolo 223 bis disp. att. e trans. c.c., comma 2, articolo 2369 c.c., comma 4 e articolo 2487 c.c., comma 1, nonche’ vizio di motivazione, lamenta che la corte territoriale abbia dichiarato la nullita’ degli articoli 6 ed 11 del nuovo statuto.
3.1) Sostiene, in primo luogo, che le modifiche erano necessarie per adattare lo statuto della s.r.l. alla disciplina delle s.p.a.; rileva, in particolare, che il vecchio testo dell’articolo 6 – che regolava il diritto di prelazione dei soci in caso di trasferimento delle partecipazioni – faceva riferimento a quote e non ad azioni e che il testo modificato dell’articolo 11 richiamava quanto previsto dagli attuali articoli 2368 e 2369 c.c. in tema di maggioranze assembleari, allo stesso modo in cui il precedente testo richiamava le previsioni della norma vigente in materia, per le s.r.l., sino al 31.12.2003 (articolo 2486 c.c.).
3.2) Osserva poi che l’assunto del giudice d’appello appare contraddittorio, perche’ finisce col trattare in maniera diversa situazioni identiche dal punto di vista sostanziale a seconda della formulazione della clausola statutaria: deduce in proposito che, seguendo l’impostazione della corte di merito, se l’articolo 11 dello statuto si fosse limitato a rinviare alla legge vigente non solo per le maggioranze richieste per le delibere dell’assemblea ordinaria, ma anche per quelle dell’assemblea straordinaria, anziche’ riprodurre su tale secondo punto il testo dell’articolo 2486 c.c. ante riforma, se ne sarebbe dovuto desumere non gia’ un obbligo negativo di non modificare l’articolo, ma addirittura un obbligo positivo di modificarlo introducendovi una norma che mantenesse fermo il quorum qualificato dei due terzi; osserva, ancora, che, per effetto della decisione censurata, il preesistente assetto di voto della societa’ risulta comunque mutato per cio’ che riguarda l’assemblea ordinaria, in quanto lo statuto della s.r.l., rinviando alla disposizione codicistica, prevedeva che le delibere dell’assemblea ordinaria dovessero essere assunte da soci rappresentanti la maggioranza assoluta (50% + 1) del capitale, mentre oggi, dovendosi ritenere il rinvio necessariamente riferito agli articoli 2368 e 2369 c.c., risulterebbe sufficiente all’approvazione la maggioranza assoluta dei soci partecipanti all’assemblea purche’ questi, nel loro insieme, rappresentino almeno il 50% del capitale.
3.3) (OMISSIS) assume, inoltre, che la modifica dell’articolo 11 era necessaria almeno in parte, posto che, ai sensi dell’articolo 2369 c.c., comma 4, lo statuto non puo’ richiedere maggioranze piu’ elevate di quelle previste dalla legge per l’approvazione delle delibere aventi ad oggetto la nomina e la revoca delle cariche sociali, fra le quali rientra certamente quella di liquidatore, la cui nomina compete all’assemblea straordinaria.
3.4) Rileva, sotto altro profilo, che, secondo quanto emerge dalla relazione illustrativa al Decreto Legislativo n. 6 del 2003, la ratio dell’articolo 223 bis disp. att. e trans c.c. risiede nel consentire ai soci di maggioranza di una “vecchia” s.r.l., avente maggiore affinita’ con la struttura della nuova s.p.a., di trasformarla in tale ultimo tipo societario anche contro il volere della minoranza, senza che la potesta’ di trasformazione (ed il conseguente potere di adottare il nuovo statuto organizzativo) incontrino limiti o vincoli derivanti dalla precedente disciplina delle s.r.l. e dal precedente statuto, dovendosi ritenere – atteso il favor accordato dal legislatore alla trasformazione – che l’unica tutela accordata al socio di minoranza dissenziente sia quella di poter esercitare il recesso sulla base del valore reale della quota. Sostiene a riguardo che la tesi interpretativa piu’ restrittiva adottata dalla corte territoriale, secondo cui il quorum agevolato previsto dalla norma in esame consentirebbe solo l’adozione delle clausole inderogabili del tipo s.p.a., non tiene conto del fatto che, ai sensi del successivo comma 3, il medesimo risultato e’ consentito – qualora non vi sia trasformazione – con deliberazione assunta dai soci a maggioranza semplice, qualunque sia la parte di capitale rappresentata in assemblea.
3.5) Ulteriore conforto all’insostenibilita’ della tesi secondo cui, in sede di trasformazione da s.r.l. ad s.p.a., la maggioranza assoluta dei soci non potrebbe emanciparsi dal precedente quorum deliberativo qualificato, si trarrebbe, infine, a dire della ricorrente, dall’articolo 2500 ter c.c., che prevede che la maggioranza dei soci di una societa’ di persone (per le modifiche dei cui patti sociali e’ necessaria, a norma dell’articolo 2252 c.c., unanimita’ dei consensi) possa deliberarne la trasformazione in societa’ di capitali e, conseguentemente, far venir meno (per incompatibilita’ col nuovo tipo societario) il precedente regime decisionale unanimistico.
4.1) Va intanto rilevato che, con riferimento alla clausola che regolava il diritto di prelazione dei soci in caso di trasferimento delle partecipazioni, l’unica ragione individuata da (OMISSIS) a conforto dell’assunto della necessita’ dell’operata sua modificazione risiede nell’obbligatorieta’ della sostituzione della parola “quote” con la parola “azioni”: pare evidente, tuttavia, che la doverosa introduzione nella clausola, in luogo del termine antecedente, di quello atto a definire le partecipazioni nel nuovo tipo societario costituiva adempimento di natura meramente formale e totalmente privo di conseguenze sul piano sostanziale, che dunque, di per se’, non poteva giustificare la radicale revisione della previgente disciplina della prelazione attuata col nuovo statuto.
Deve escludersi, poi, che il nuovo testo dell’articolo 11, secondo cui in prima e in seconda convocazione l’assemblea ordinaria e straordinaria sono regolarmente costituite e deliberano secondo le previsioni di cui agli articoli 2368 e 2369 c.c. costituisse semplice e necessario adattamento del vecchio testo per il solo fatto che quest’ultimo riproduceva la disciplina dell’articolo 2486 c.c. ante riforma.
Il richiamo, nell’ambito di una clausola statutaria, di determinate disposizioni codicistiche puo’ infatti ritenersi espressione di un rinvio “non recettizio” o “mobile” ovvero di un rinvio “recettizio” o “fisso”.
Solo nel primo caso le eventuali, sopravvenute modifiche legislative degli articoli richiamati comportano la necessita’ di adeguamento della clausola alla nuova disciplina legale.
Nel secondo caso, invece, il contenuto della normativa recepita diviene parte integrante dello statuto ed, avendo fra i soci il medesimo valore negoziale delle altre clausole statutarie direttamente formulate, non e’ inciso da successivi interventi legislativi di riforma (salva, ovviamente, la natura imperativa delle nuove norme). Stabilire se la clausola comporti o meno un rinvio recettizio e’ accertamento tipicamente riservato al giudice del merito (Cass. n. 2111/04). Nella specie la corte torinese, fornendo (per quanto fra breve si dira’) una duplice interpretazione dell’articolo 11 dello statuto della s.r.l. (il quale prevedeva che l’assemblea ordinaria Delib. sempre con le maggioranze previste dalle norme di legge, mentre l’assemblea straordinaria Delib. sempre col voto favorevole di almeno 2/3 del capitale sociale), ha ritenuto ricorrenti entrambe le ipotesi. Il giudice d’appello ha infatti rilevato che, nella sua prima parte, la clausola non intendeva derogare a norme di legge ma recepiva le stesse, comprese le eventuali modifiche sopravvenute: ha dunque (impropriamente) attribuito al verbo recepire un significato atecnico, di mero rinvio (non recettizio) alle disposizioni codicistiche in ogni tempo vigenti in tema di maggioranze richieste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria e da tale premessa ha correttamente tratto la conseguenza della piena validita’ della modifica statutaria – resa necessaria dalla trasformazione – operata sul punto attraverso la sostituzione dell’espressione “norme di legge” con la specifica indicazione degli articoli 2368 e 2369 c.c..
Ha, per contro, escluso che la trasformazione da s.r.l. in s.p.a. rendesse necessaria la modifica della seconda parte della clausola in base al convincimento, in precedenza espresso, che la trasformazione non puo’ dar luogo a modifiche statutarie non necessitate che incidano su pattuizioni a suo tempo accettate dai soci e conformi al loro intento negoziale: ad avviso del giudice d’appello, pertanto, la trasposizione integrale, nella clausola in esame, del testo dell’articolo 2486 c.c. relativo alle deliberazioni dell’assemblea straordinaria (per di piu’ rafforzata dall’avverbio “sempre”, che rendeva il quorum deliberativo qualificato necessario anche in seconda convocazione), non poteva essere considerata manifestazione della mera intenzione dei soci di adeguare, di volta in volta e in ragione di ogni possibile mutamento legislativo, le regole di funzionamento della predetta assemblea a quelle dettate dal codice civile, ma imponeva, piuttosto, di interpretare per tale parte la disposizione statutaria quale espressione della volonta’ dei soci medesimi di recepire pienamente nel contratto sociale la specifica normativa codicistica vigente in materia alla data della stipulazione, si’ da renderla suscettibile di applicazione in ogni tempo.
E’ appena il caso di rilevare che, a fronte di tale interpretazione – che trova sicuro fondamento nel principio generale di conservazione del contratto di cui all’articolo 1367 c.c. – la ricorrente non poteva limitarsi a dedurre, in via del tutto generica, che l’operata modificazione dell’articolo 11 dello statuto si era risolta nel semplice, doveroso adattamento del suo contenuto alla disciplina vigente per le s.p.a., ma avrebbe dovuto denunciare la violazione da parte della corte territoriale di specifiche regole di ermeneutica contrattuale e/o evidenziare i vizi logici che inficiavano il ragionamento del giudice.
Ne’, a tale ultimo proposito, puo’ condividersi l’argomento (riportato sub. 3.2) secondo il quale la corte d’appello avrebbe contraddittoriamente finito col giungere a soluzioni contrapposte in relazioni a situazioni sostanziali identiche, posto che la decisione e’ stata assunta non gia’ in base al mero rilievo della differente formulazione letterale della prima e della seconda parte della clausola, ma in ragione del fatto che proprio da tale divergenza emergeva il diverso intento negoziale, con l’una parte e con l’altra, perseguito dai soci.
4.2) Non puo’ essere condivisa neppure la tesi della necessita’ quantomeno parziale della modifica, al fine di adeguare il testo dell’articolo 11 dello statuto della s.r.l. concernente le deliberazioni dell’assemblea straordinaria al dettato dell’articolo 2369 c.c., comma 4.
La norma, che vieta la previsione statutaria di maggioranze piu’ elevate di quelle stabilite dalla legge per l’approvazione del bilancio e per la nomina e revoca delle cariche sociali, deve infatti intendersi riferita ai soli organi di amministrazione e di controllo nominati dall’assemblea ordinaria.
Come e’ stato correttamente rilevato dalla corte territoriale (che, contrariamente a quanto ritenuto dalla ricorrente, non ha mai affermato che il liquidatore non ricopre una carica sociale) depongono in tale direzione due argomenti: il primo, di carattere sistematico, e’ che la ratio della disposizione (desumibile anche dall’accostamento fra nomina e revoca delle cariche sociali e delibere di approvazione del bilancio) risiede nell’esigenza di evitare il rischio di paralisi dell’amministrazione della societa’, cui, nel corso della gestione ordinaria e corrente, non v’e’ modo di sopperire, e che e’ invece scongiurato, ove la societa’ sia posta in liquidazione, dalla possibilita’, contemplata dall’articolo 2487 c.c., comma 2, di ricorrere al tribunale perche’ provveda alla nomina del liquidatore “nel caso in cui l’assemblea (straordinaria) non si riunisca o non deliberi”; il secondo, che appare decisivo, e’ che l’articolo 2487 c.c., comma 1 prevede espressamente che sulla nomina dell’amministratore l’assemblea deliberi con le maggioranze previste per le modificazioni dell’atto costitutivo o dello statuto, ovvero con le medesime maggioranze stabilite dai soci per l’approvazione di ogni altra Delib. dell’assemblea straordinaria: ne consegue che, poiche’ tali maggioranze possono essere anche piu’ elevate di quelle richieste dalla legge, la norma non e’ compatibile col precetto di cui all’articolo 2369 c.c., comma 4.
4.3) Occorre, a questo punto, passare all’esame delle censure con le quali (OMISSIS) contesta l’interpretazione fornita dalla corte territoriale del disposto dell’articolo 223 bis disp. att. e trans. c.c., comma 2, e sostiene che la deroga in esso contemplata legittima la maggioranza dei soci ad apportare allo statuto non solo le modifiche rese necessarie, ma anche quelle meramente occasionate dalla trasformazione.
4.4) La prima, ma fondamentale, obiezione che puo’ muoversi alla tesi della ricorrente e’ che essa finisce con l’attribuire alla norma una funzione di vero e proprio strumento fornito alla maggioranza per agire con abuso dei propri poteri in danno della minoranza: seguendo sino in fondo tale tesi si dovrebbe concludere, infatti, che la disposizione transitoria sarebbe stata concepita per consentire, a dispetto del piu’ elevato quorum deliberativo contemplato dallo statuto, non solo il passaggio dall’uno all’altro tipo societario, ma la modifica di qualsivoglia regola di organizzazione dell’ente in precedenza voluta dai soci.
La considerazione sarebbe di per se’ sufficiente a condurre al rigetto della doglianza, non essendo ipotizzabile che il legislatore abbia inteso sostanzialmente abolire – sia pur per un tempo limitato ed al fine di favorire la trasformazione – ogni forma di tutela dei soci di minoranza (creando, come ben ha rilevato la corte territoriale, una sorta di periodo franco in cui questi ultimi sarebbero costretti a subire ogni eventuale colpo di mano della maggioranza).
Ne’ puo’ fondatamente sostenersi che la tutela del socio di minoranza dissenziente sarebbe assicurata dal suo diritto ad esercitare il recesso sulla base del valore reale della quota: invero, poiche’ l’articolo 2437 c.c. presuppone pur sempre che le deliberazioni che legittimano il recesso siano state validamente assunte dall’assemblea, l’argomento si rivela del tutto ininfluente ai fini della soluzione della questione, che consiste, per l’appunto, nello stabilire se siano o meno valide le delibere di modificazione dello statuto non necessitate dalla trasformazione, assunte dalla maggioranza in deroga al piu’ elevato quorum deliberativo richiesto dal contratto sociale.
L’assunto della ricorrente risulta, d’altro canto, in contrasto con la lettera della norma, che prevede la deroga solo per le decisioni di trasformazione e, in conseguenza, privo di coerenza sistematica, atteso che, se e’ vero che il potere di trasformare la societa’ da di regola il diritto a riscriverne lo statuto, deve a contrario ritenersi che, quando ad una determinata maggioranza sia stato dato il solo potere di decidere della trasformazione, detto potere non contempli anche quello di modificare le clausole statutarie del vecchio tipo compatibili con il nuovo.
4.5) La conclusione, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, trova conforto, e non smentita, nel comma 3 dell’articolo in esame, dal quale si ricava che il legislatore ha accordato ai soci la possibilita’ di modificare lo statuto in deroga alle maggioranze in esso stabilite solo quando occorre adattarlo a nuove norme imperative o quando l’intervenuta riforma di determinate disposizioni codicistiche dispositive, dalle quali i soci non avevano in precedenza ritenuto di doversi discostare, comporterebbe l’introduzione di regole diverse da quelle sulle quali gli stessi avevano originariamente fatto affidamento; e analoga considerazione va svolta (ove mai possa scorgersi un comune intento del legislatore sottostante all’introduzione di una norma transitoria dettata in tema di societa’ di capitali ed una norma non transitoria concernente le societa’ di persone) con riguardo all’articolo 2500 ter c.c., che, pur consentendo ai soci di un s.n.c. o di una s.a.s., in deroga al principio generale di cui all’articolo 2253 c.c., di deliberarne a maggioranza la trasformazione in societa’ di capitali, fa comunque salva la diversa disposizione del contratto sociale, nel rispetto della volonta’ manifestata dai contraenti.
4.6) La soluzione, inoltre, e’ coerente con la ratio della norma, che, come la stessa (OMISSIS) riconosce, era quella di agevolare la trasformazione (rendendo ovviamente possibili tutte le modifiche statutarie necessarie a tal fine) proprio in ragione dell’originario intento negoziale dei soci, che avevano costituito la s.r.l. allorche’ la sua disciplina legale era in massima parte mutuata da quella della s.p.a., e non certo di legittimare una completa riscrittura di tutti i patti sociali, ancorche’ compatibili con il nuovo tipo; essa, infine, appare anche la sola atta a realizzare un ragionevole bilanciamento fra l’interesse dei soci di maggioranza (alla trasformazione) e la tutela dei soci di minoranza, eventualmente contrari, che la subiscono.
5) Col secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione dell’articolo 2500 bis c.c., articolo 2369 c.c., comma 4 e articolo 2487 c.c., comma 1, oltre che vizio di motivazione, contesta la decisione impugnata nella parte in cui ha escluso che l’iscrizione della Delib. al registro delle imprese sia valsa a sanare le rilevate nullita’ delle modifiche statutarie, siccome non necessitate dalla trasformazione e da questa scindibili. Assume, per contro, che la distinzione operata dalla corte di merito non trova corrispondenza nella formulazione letterale dell’articolo 2500 bis c.c., il quale prevede che, una volta eseguita la pubblicita’ mediante l’iscrizione, non possa piu’ essere pronunciata l’invalidita’ dell’atto di trasformazione nel suo complesso, comprensivo dell’adozione (necessaria e conseguente alla trasformazione) del nuovo statuto. Deduce, inoltre, argomentando dalla norma parallela dettata dall’articolo 2504 ter c.c. in tema di fusione, che anche la dottrina favorevole all’ipotesi del permanere dell’invalidita’ parziale dell’atto iscritto, ritiene rilevabili i soli vizi distinti ed autonomi da quelli procedimentali che non pregiudichino di per se’ l’operazione. Anche questo motivo deve essere respinto.
Va ricordato che la norma di cui all’articolo 2500 bis c.c. costituisce eccezione alla regola della tutela reale, con la quale il legislatore – in analogia a quanto previsto dall’articolo 2504 ter in tema di fusione ed incorporazione – ha inteso tutelare il principio di effettivita’ dell’organizzazione societaria, garantendo stabilita’ agli effetti degli atti deliberativi che su questa incidono.
Va allora escluso che l’iscrizione possa avere efficacia sanante di deliberazioni di modifiche statutarie che non sono rese necessarie dalla trasformazione, ma che sono da questa meramente occasionate: non ricorre, infatti, alcuna esigenza di stabilizzazione degli effetti di tali modifiche, ininfluenti sull’organizzazione del nuovo tipo societario, con la conseguenza che esse non possono ritenersi comprese nella nozione di “atto di trasformazione” in senso stretto che l’articolo 2500 bis c.c. contempla. La conclusione, del resto, non appare in contrasto con la tesi dottrinaria citata dalla stessa ricorrente, dovendosi escludere che una Delib. assunta senza le dovute maggioranze sia affetta da un mero vizio procedimentale.
6) Il terzo ed il quarto motivo di ricorso, con i quali (OMISSIS), rispettivamente, contesta che potesse ritenersi accertato che il notaio non aveva dato lettura del nuovo testo dello statuto, e deduce violazione degli articoli 2479 bis, 2480, 2436, 2500, 2375, 2379, 2328 c.c. e articolo 51 Legge notarile, per avere il giudice d’appello ritenuto che il vizio derivante dalla predetta incidesse sull’intero atto, vanno dichiarati inammissibili. La corte territoriale non ha dichiarato l’invalidita’ dell’atto di trasformazione, ma ha anzi ritenuto le riscontrate nullita’ procedimentali sanate ai sensi del riformato articolo 2479 ter c.c., comma 3: la ricorrente e’ pertanto priva di interesse a censurare statuizioni prive di influenza sulla decisione, che, quand’anche viziate per le ragioni da essa esposte, non potrebbero comportare l’annullamento della sentenza impugnata.
La Corte riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale, dichiara assorbito il ricorso incidentale dei controricorrenti ed inammissibile il ricorso incidentale di (OMISSIS); condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in euro 6.200, di cui euro 200 per esborsi, oltre accessori di legge.

References: sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 articolo 2377
 articolo 2479
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 articolo 2369
 articolo 2487
 articolo 2369
 articolo 2487
 articolo 51
 articolo 2479
 sentenza