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Timestamp: 2018-02-19 00:21:33+00:00

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Con circolare n. 8/T del 20 giugno 2007, l’Agenzia del Territorio ha fornito dei chiarimenti in ordine all’opportunità o meno di procedere alla riassunzione di processi innanzi alle Commissioni tributarie regionali, a seguito di sentenze della Corte di Cassazione, riguardanti, principalmente, il contenzioso sulla determinazione della rendita catastale delle centrali elettriche.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
L’intervento si è reso necessario per i dubbi avanzati sull’applicabilità, al processo tributario, dell’art. 310, comma 2, del codice di procedura civile, che stabilisce espressamente il principio secondo cui “l’estinzione rende inefficaci gli atti compiuti, ma non le sentenze di merito [c.p.c. 277] pronunciate nel corso del processo e quelle che regolano la competenza [c.p.c. 49; disp. att. c.p.c. 129]”.
Il dettato normativo tributario
L’art. 63 del D.Lgs n. 546/92 così dispone:
L’analisi dell’Agenzia del Territorio prende le mosse dall’art. 392 del codice di procedura civile, secondo cui ” la riassunzione della causa davanti al giudice di rinvio [c.p.c. 50, 383, 389] può essere fatta da ciascuna delle parti non oltre un anno dalla pubblicazione della sentenza della Corte di cassazione”.
Nell’ambito del processo tributario, in particolare, “quando la Corte di Cassazione rinvia la causa alla Commissione tributaria provinciale o regionale la riassunzione deve essere fatta nei confronti di tutte le parti personalmente entro il termine perentorio di un anno dalla pubblicazione della sentenza nelle forme rispettivamente previste per i giudizi di primo e di secondo grado in quanto applicabili” (art. 63, comma 1, del D.Lgs. n. 546/1992).
Di conseguenza, la mancata o l’intempestiva riassunzione della causa – nel termine anzidetto e salvo chiaramente il computo della sospensione dei termini per il periodo feriale – determinano, ai sensi del comma 2 dell’art. 63 citato, l’estinzione dell’intero processo, nonché “ la conseguente caducazione di tutte le pronunce emesse nel corso dello stesso, eccettuate quelle già passate in giudicato e con salvezza dell’atto originariamente impugnato in primo grado; sia esso un avviso di accertamento o di impugnazione o comunque ogni altro atto autonomamente impugnabile ai sensi dell’art. 19 del D.Lgs. n. 546/1992. La stessa conseguenza si verifica laddove, iniziato il giudizio di rinvio, questo si estingua”.
La natura del giudizio di rinvio: gli indirizzi giurisprudenziali
Il principio secondo cui, nell’ipotesi di mancata riassunzione del giudizio o di estinzione del giudizio di rinvio, si determina l’estinzione dell’intero processo, discende dal fatto che il giudizio di rinvio (cosiddetto rinvio proprio) non costituisce rinnovazione o prosecuzione del processo di appello.
Sulla questione, la Corte di Cassazione con sentenza n. 1824 del 28 gennaio 2005 ha chiarito che “… il giudizio di rinvio conseguente alla cassazione della pronuncia di secondo grado per motivi di merito (giudizio di rinvio in senso proprio) non costituisce la prosecuzione della pregressa fase di merito e non è destinato a confermare o riformare la sentenza di primo grado, ma integra una nuova ed autonoma fase che, pur soggetta per ragioni di rito alla disciplina riguardante il corrispondente procedimento di primo o secondo grado, ha natura rescissoria (ovviamente nei limiti posti dalla pronuncia rescindente), ed è funzionale alla emanazione di una sentenza che, senza sostituirsi ad alcuna precedente pronuncia, riformandola o modificandola, statuisce direttamente sulle domande proposte dalle parti“.
La Suprema Corte, sul punto, ha ulteriormente osservato che per effetto di quanto disposto dall’art. 393 del codice di procedura civile “… l’estinzione del giudizio di rinvio per mancata riassunzione nel termine o per il verificarsi di una causa di estinzione non determina il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, ma la sua inefficacia, salvi gli effetti della sentenza della Corte di Cassazione ed eventualmente l’effetto della cosa giudicata acquisito dalle pronunce emanate nel corso del giudizio (così, tra le altre, Cass. n. 13833/2002; n. 6911/2002; n. 3475/2001; n. 14892/2000; n. 5901/1994)“.
Di conseguenza, afferma il Territorio, “ una volta cassata la sentenza di secondo grado non avrebbe senso ipotizzare la sopravvivenza della pronuncia di prime cure, dal momento che la sentenza di appello, di fatto, sostituisce la sentenza di primo grado assorbendone gli effetti”.
Le previsioni contenute nell’art.63 del D.Lgs. n. 546/1992 – che riproduce pressoché integralmente il disposto dell’art. 393 del codice di procedura civile (eccezion fatta per la parte di questa disposizione che fa salva comunque la sentenza della Suprema Corte) – costituiscono diretta applicazione del cosiddetto effetto sostitutivo della sentenza di secondo grado rispetto a quella di primo (da cui discende, altresì, la circostanza che per effetto della estinzione del processo sopravvivono soltanto le parti delle sentenze non oggetto di impugnazione, e quindi coperte da giudicato).
A tal proposito, il giudice di legittimità, con sentenza n. 465 del 18 gennaio 1983, ha affermato che qualora, in seguito alla cassazione della sentenza di appello che abbia dichiarato inammissibile il gravame, la causa non sia stata riassunta in sede di rinvio, o sia stata riassunta tardivamente, si verifica, a norma dell’art. 393 del codice di procedura civile, l’estinzione non solo della fase processuale nella quale è stata emessa la sentenza cassata, bensì dell’intero processo, con il conseguente venir meno della decisione di primo grado, poiché le uniche pronunce che resistono all’estinzione del giudizio di rinvio sono quelle già coperte da giudicato, in quanto non investite da appello o ricorso per cassazione, in base ai principi della formazione progressiva del giudicato.
Tale principio è stato ulteriormente confermato dalla sentenza n. 17372 del 6 dicembre 2002, nella quale è stato evidenziato che ” la mancata riassunzione non …” può “… determinare il passaggio in giudicato della sentenza riformata, ma ...” causa “… l’estinzione dell’intero giudizio, ai sensi degli artt. 392 e 393 del codice di procedura civile, che disciplinano specificamente il giudizio di rinvio. Non è, infatti, applicabile la norma dell’art. 338 del codice di procedura civile, dettata per la diversa ipotesi del procedimento di impugnazione“.
Gli effetti della estinzione del giudizio: valutazioni conclusive
Dalle osservazioni che precedono l’Agenzia del Territorio, nel documento di prassi appena pubblicato, ne desume il principio generale che nel processo tributario la mancata riassunzione del giudizio per inattività delle parti, conduce irreversibilmente all’estinzione dell’intero processo, cui peraltro, non si ritiene applicabile l’art. 310, comma 1, del codice di procedura civile (in virtù del quale “l’estinzione del processo non estingue l’azione”).
Su tale specifico profilo, lo scostamento con la disciplina applicabile al processo civile emerge soprattutto dalla circostanza che, con l’estinzione dell’intero processo tributario, l’atto da cui ha tratto origine il processo medesimo, successivamente estinto, acquisisce efficacia definitiva; sotto tale profilo, quindi, non può ipotizzarsi l’attivazione (rectius: incardinazione) di un nuovo processo sullo stesso atto impositivo che ha acquisito il carattere di definitività per effetto della intervenuta estinzione del processo.
Da ciò ne deriva che “ l’interesse a riassumere è ravvisabile in capo alla parte nei cui confronti l’atto stesso produce effetti, vale a dire, il contribuente-ricorrente, tenendo conto, tra l’altro, che lo stesso, nel giudizio tributario, è sempre parte attrice del primo grado (cosiddetto attore necessario)”.
In conclusione, se è vero che la riassunzione della causa in sede di rinvio può essere avanzata da una qualunque delle parti processuali, ciò non equivale a dire, necessariamente, che ciascuna delle parti vi sia obbligata.
Anche in questa fase, infatti, domina il principio generale dell’interesse ad agire, sancito dall’art. 100 del codice di procedura civile, “ cosicché la stessa riassunzione dovrebbe essere operata da chi effettivamente ha un interesse precipuo (e concreto) ad ottenere una pronuncia conclusiva (il contribuente), e non dal soggetto nei confronti del quale potrebbe risultare sostanzialmente vantaggiosa l’estinzione dell’intero processo (l’Amministrazione Finanziaria), in quanto prodromica alla definitività dell’atto impositivo”.
Sulla questione, peraltro, l’Agenzia del Territorio ha acquisito il preventivo parere dell’Avvocatura generale dello Stato – parere reso in data 30 maggio 2007, con nota n. 63883 – . L’organo legale, in sostanziale sintonia con gli orientamenti sin qui delineati, ha precisato che la soluzione della problematica prospettata sia “… offerta dalla norma dettata per il giudizio di rinvio e contenuta nel D.Lgs. n. 546/1992 (n.d.r., l’art. 63, comma 2)“.
Tale disposizione, infatti, stabilisce che ” se la riassunzione non avviene entro il termine di cui al comma precedente o si avvera successivamente ad essa una causa di estinzione del giudizio di rinvio l’intero processo si estingue“.
Sulla base del riferimento normativo appena citato, quindi, lo stesso organo legale, ha conclusivamente osservato che ” la chiara formulazione della norma, che prevede la estinzione dell’intero processo, la specialità della stessa, in combinato disposto con la regola contenuta nel comma 2 dell’art.1 del D.Lgs. n. 546/1992, portano a ritenere, per il caso di mancata riassunzione del giudizio di rinvio, ormai consolidato l’atto di accatastamento originariamente ex adverso impugnato“.
In altri termini, pur non potendosi escludere, in assoluto, che l’Agenzia possa avere l’interesse ad assumere tale iniziativa, in presenza di un’utilità concreta ed attuale, comunque connessa all’accoglimento del gravame da parte del giudice di rinvio o di una pronuncia conclusiva sulla controversia, l’eventuale interesse alla riassunzione del giudizio deve ritenersi di norma riferibile in capo al contribuente-ricorrente, tenuto conto che l’estinzione del processo comporta la definitività dell’atto originariamente impugnato.
La nostra analisi (1)
L’introduzione di quest’autonoma fase del processo tributario avviene mediante la riassunzione di esso dinanzi alla Commissione di pari grado rispetto a quella che ha pronunciato la sentenza cassata.
Pertanto, la parte che ha interesse alla prosecuzione del processo deve riassumerlo nei confronti di tutte le altre parti personalmente, ossia deve notificare l’atto di riassunzione presso la residenza delle controparti e non presso il procuratore costituito. A tale conclusione si perviene, innanzitutto dalla litterae legis che si esprime con il termine “personalmente”; in secondo luogo si ritiene, che debba essere notificata presso la residenza (o presso la sede, se trattasi di persona giuridica) sulla scorta della circostanza che in cassa­zione la parte deve essere assistita da un avvo­cato iscritto nell’apposito albo dei cassazionisti, e, conseguentemente, può essere venuta meno l’elezione di domicilio effettuata nel corso del giudizio di merito. Tale principio deve, necessariamente, trovare applicazione anche per l’amministrazione talchè la riassunzione andrà notificata direttamente all’amministrazione e non all’Avvocatura Generale dello Stato che ha patrocinato l’ente nel giudizio per Cassazione.
La riassunzione dinanzi al giudice indicato discrezionalmente dalla Corte, deve avvenire nel termine perentorio di un anno dalla pubblicazione della sentenza (fatto salvo il periodo di sospensione feriale ex articolo 1, L. 7 ottobre 1969, n. 742) e nelle forme rispettivamente previste per i giudizi che si sono conclusi con la sentenza cassata.
Come prevede il secondo comma dell’art.63 del D.Lgs. n.546/92 in commento, in caso di inosservanza del suddetto termine perentorio, l’intero giudizio si estingue. Ciò accade anche nel caso in cui, successivamente alla riassunzione, si avveri una causa di estinzione del giudizio di rinvio.
In ordine agli effetti dell’estinzione del giudizio appare necessario effettuare qualche opportuna considerazione.
In primo luogo, a mente delle disposizioni contenute nell’art. 63 del D. Lgs. n. 546/1992 l’amministrazione finanziaria può proporre la riassunzione in giudizio presso l’organo giurisdizionale di merito senza l’autorizzazione all’appello ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 52 del D. Lgs. 546/1992.
Il riferimento, contenuto nell’art. 63, all’osservanza delle norme che disciplinano il giudizio dinanzi al quale la controversia è stata rinviata, infatti, ha riguardo al contenuto dell’atto ed alla modalità di proposizione ma non anche alla richiesta di autorizzazione ad appellare, in quanto manca una esplicita disposizione legislativa in tal senso.
In secondo luogo la predetta autorizzazione non si rende necessaria in ragione del contenuto dell’art. 63, comma 4, del D. Lgs. n. 546/1992 laddove si dispone che “le parti conservano la stessa posizione processuale che avevano nel procedimento in cui è stata pronunciata la sentenza cassata”.
Ciò detto, se nel corso del giudizio cassato l’amministrazione rivestiva il ruolo di appellante, nel giudizio di rinvio assumerà la stessa veste giuridica.
In ordine all’individuazione dell’interesse alla riassunzione della controversia appare opportuno svolgere – come peraltro già fatto dal Territorio – una ricostruzione delle disposizioni contenute nell’art. 63, secondo comma, del D. Lgs. n. 546/1992 nella misura in cui si dispone che “se la riassunzione non avviene entro il termine di cui al comma precedente … l’intero processo si estingue”.
Avevamo già avuto modo di affermare (2) che la formulazione della norma, nel disporre l’estinzione dell’intero processo, sembra precludere l’applicazione al giudizio di rinvio in ambito processual-tributario delle disposizioni contenute nell’art. 310 c.p.c. nella parte in cui si dispone, a contrario, che “l’estinzione rende inefficaci gli atti compiuti, ma non le sentenze di merito pronunciate nel corso del processo”.
Alla luce delle considerazioni che precedono, stante la sostanziale diversità tra disciplina processual-tributaria e quella processual-civilistica, l’estinzione del giudizio travolge e rende inefficace ogni precedente pronuncia (l’intero processo si estingue recita l’art. 63 del D. Lgs. n. 546/1992) con l’unica eccezione di quelle coperte da giudicato perché non impugnate.
Ad analoga conclusione si perviene, peraltro, attraverso l’esame della natura del giudizio di appello. La giurisprudenza e la dottrina concordano sulla natura devolutiva del giudizio di appello e sull’effetto sostitutivo della sentenza resa in tale grado. Ragion per cui la sentenza di appello, resa nel merito, qualunque siano gli esiti ed, ovviamente nei limiti della domanda, si sostituisce alla sentenza del precedente grado di merito provocandone la caducazione.
Alla luce di quanto rilevato, appare evidente che l’estinzione dell’intero processo di cui all’art. 63 del D. Lgs. n. 546/1992 travolge tutti i giudizi sin lì celebratisi, con il connesso effetto di consolidare (definitività) gli effetti dell’atto impugnato che sopravvive all’estinzione.
Nell’instaurare il giudizio di rinvio, nel quale devono essere osservate le norme stabilite per il procedimento davanti al giudice a cui il processo è stato rinviato, la parte procedente – come precedentemente osservato – deve produrre copia autentica della sentenza di Cassazione a pena di inammissibilità .
Dalla lettura del quarto comma dell’art.63, emerge come il giudizio di rinvio appaia, sia pure con i dovuti accorgimenti e con esclusivo riferimento al merito, una rinnovazione del processo che aveva dato luogo alla sentenza cassata.
Le parti non possono formulare richieste (istruttorie o conclusive) diverse da quelle già avanzate nel procedimento, salvo che tale esigenza sorga in conseguenza del nuovo assetto giuridico dato al giudizio dalla Cassazione. Sono da ritenersi riproponibili le questioni che in sede di merito erano state assorbite e, come tali, non erano state oggetto di pronuncia esplicita.
E’ forse pleonastico ricordare che lo sbocco naturale del giudizio di rinvio è costituito da una sentenza, la quale, trovando origine in quella della Cassazione, deve coordinarsi con la stessa e non può tralasciarne, né eludere, alcuna indicazione.
La sentenza del giudice di rinvio, infatti, può essere censurata anche in merito al corretto esercizio dei poteri, per così dire, “delegati” dalla Corte al giudice di rinvio.
(1) Cfr. sul punto ANTICO-CONIGLIARO-FARINA, Il contenzioso tributario, Il Sole24ore, Milano, II edizione, 2007.
(2) ANTICO-CONIGLIARO-FARINA, Il contenzioso tributario, Il Sole24ore, Milano, II edizione, 2007.

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