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Timestamp: 2020-08-08 03:58:41+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 15069 del 21/07/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15069 del 21/07/2016
Cassazione civile sez. II, 21/07/2016, (ud. 18/05/2016, dep. 21/07/2016), n.15069
sul ricorso 1993-2012 proposto da:
T.F., (OMISSIS), T.M.C. (OMISSIS),
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA OTTAVIANO 42, presso lo
studio dell’avvocato FRANCESCO CARNUCCIO, che li rappresenta e
D.F., (OMISSIS), I.G. (OMISSIS),
V.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA P.ZZA CAVOUR
ANTONIO GERECITANO;
rappresentato e difeso dall’avvocato LUIGI BEATRICE;
D.F. (OMISSIS), I.G. (OMISSIS),
avverso la sentenza n. 105/2011 della CORTE D’APPELLO di REGGIO
CALABRIA, depositata il 01/06/2011;
udito l’Avvocato GERECITANO Antonio, difensore dei resistenti che
depositata 1 cartolina di ricevimento e chiede l’accoglimento delle
FUZIO Riccardo che ha concluso per l’accoglimento per quanto di
ragione in entrambi i ricorsi dei primi tre motivi e per
l’accoglimento del quarto motivo del ricorso principale.
Con sentenza in data 20-2-2001 il Tribunale di Locri, Sezione Distaccata di Siderno, accoglieva la domanda di danno temuto proposta da I.G., V.E. e D.F., i quali, con ricorso depositato il 10-10-1994, avevano lamentato il crollo di un muro retrostante al fabbricato di cui facevano parte gli appartamenti in loro possesso, nei confronti di T.F., T.M.C. e P.F.. Il Tribunale confermava l’ordinanza del Pretore di Locri del 14-11-1995. con la quale era stata ordinata l’esecuzione dei lavori suggeriti dal C.T.U. per la ricostruzione del muro e la sistemazione del terreno adiacente a T.F. e M.C., eredi di T.S., che aveva a suo tempo commissionato la realizzazione del muro, e a P.F., costruttore del manufatto e, insieme a T.S., comproprietario del suolo residuo.
I.G., V.E. e D.F. proponevano appello avverso la predetta decisione, lamentando che il Tribunale si era limitato a condannare i resistenti al pagamento delle spese processuali della fase cautelare e di quella di merito, omettendo di pronunciare in ordine agli esborsi da essi sostenuti per l’attuazione dell’ordinanza sommaria emessa dal Pretore, le cui modalità, a seguito di istanza da essi proposta, erano state determinate dallo stesso Pretore.
La medesima sentenza veniva impugnata con autonomo appello e con appello incidentale da P.F., il quale contestava l’affermazione della propria responsabilità ed attribuiva il crollo del muro alla realizzazione da parte di T.S. di svariati manufatti abusivi a monte del muro stesso e alla mancata realizzazione di adeguate opere di consolidamento.
Anche T.F. e M.C. proponevano appello incidentale, contestando la loro legittimazione passiva.
Con sentenza in data 1-6-2011 la Corte di Appello di Reggio Calabria, in parziale accoglimento dell’appello principale proposto da I.G., V.E. e D.F., liquidava, in relazione alle spese processuali della fase cautelare, la maggiore somma di Euro 76.567,94, di cui Euro 73.210,97 per esborsi; rigettava le altre impugnazioni e confermava nel resto la sentenza di primo grado. La Corte territoriale rilevava che, poichè, nel sistema del procedimento cautelare all’epoca vigente, l’attuazione dei provvedimenti cautelaci aventi ad oggetto obblighi di consegna, rilascio, fare o non fare avviene sotto il controllo del giudice che ha emanato il provvedimento cautelare, il quale ne determina le modalità di attuazione, la sede in cui far valere il diritto al rimborso delle spese sostenute o anticipate per l’attuazione coattiva del provvedimento cautelare è il giudizio di merito, e il provvedimento che statuisce su tale diritto è la sentenza che definisce il merito, accogliendo la relativa domanda. Osservava, conseguentemente, che il giudice di primo grado avrebbe dovuto liquidare, tra le spese poste a carico dei resistenti, anche quelle sostenute dai ricorrenti per l’attuazione del provvedimento cautelare, quantificate nella nota spese allegata alla comparsa conclusionale di primo grado in Lire 141.556.208. Disattendeva l’eccezione di tardività della domanda o della relativa documentazione, formatasi nell’ambito del subprocedimento svoltosi parallelamente al giudizio di merito; ed escludeva la necessità di una specifica domanda di rimborso, essendo sufficiente l’indicazione dei relativi esborsi nella nota spese con cui viene richiesto il ristoro dei costi sostenuti dalla parte per agire o resistere in giudizio.
Per la cassazione di tale sentenza hanno proposto ricorso T.F. e T.M.C., sulla base di quattro motivi.
P.F. ha depositato controricorso contenente ricorso incidentale, con il quale ha fatto propri i primi tre motivi di ricorso principale.
I.G., V.E. e D.F. hanno resistito ad entrambi i ricorsi con due distinti controricorsi.
1) Con il primo motivo i ricorrenti principali e il ricorrente incidentale denunciano: violazione del principio della domanda (art. 99 c.p.c.), violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato (art. 112 c.p.c.), violazione del principio del contraddittorio (art. 101 c.p.c.), violazione del divieto di nuove domande in appello (art. 345 c.p.c.), violazione dell’art. 91 c.p.c..
In particolare, deducono che:
A) la Corte di Appello ha erroneamente ritenuto che non sia necessaria un’apposita domanda di rimborso delle spese della fase di attuazione e che, a tal fine, sia sufficiente che gli importi relativi a tale fase siano indicati nella nota spese. Così statuendo, il giudice di appello ha violato i principi della domanda e del contraddittorio, nonchè del diritto di difesa e al giusto procedimento, non avendo gli odierni ricorrenti potuto interloquire su una specifica richiesta di rimborso delle spese materiali di attuazione;
B) la carenza di domanda risulta altresì evidente dalla lettura delle conclusioni rese dai resistenti all’udienza tenuta dal Tribunale il 22-11-2000, nelle quali è stato richiamato integralmente il contenuto di quelle rassegnate con l’atto di citazione del giudizio di merito notificato nel 1995, quando ancora non si era dato corso all’attuazione del provvedimento cautelare. Gli attori, inoltre, pur essendosi riservati, all’udienza del 5-5-1999, di depositare la nota delle spese anticipate per l’attuazione non appena fosse stata consegnata dall’Ufficiale Giudiziario e di chiedere la condanna dei convenuti alla rifusione di tutte le spese, nel prosieguo del giudizio di primo grado non hanno formulato la relativa domanda di rimborso; ed hanno, anzi, introdotto un autonomo giudizio, con cui hanno chiesto il rimborso delle spese attuative. La pronuncia impugnata, pertanto, è incorsa nella violazione del principio della domanda e di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.
Con il secondo motivo i ricorrenti principali e il ricorrente incidentale lamentano la violazione degli artt. 99, 101, 112 e 345 c.p.c., art. 115 c.p.c., artt. 74 e 87 disp. att. c.p.c., art. 345 c.p.c., comma 3, art. 111 Cost., art. 2697 c.c..
Deducono che:
A) la Corte di Appello, nel ritenere sufficiente la nota spese ai fini della dimostrazione dell’esistenza della domanda di rimborso delle spese di esecuzione delle opere edili in attuazione del provvedimento cautelare, non ha tenuto conto della diversità ontologica tra le spese di lite (strettamente afferenti alla difesa tecnica ex art. 91 c.p.c.) e gli esborsi in parola, nonchè della insufficienza della sola nota spese ad attestare tali esborsi, in assenza della documentazione giustificativa;
B) la Corte territoriale, peraltro, ha basato la sua decisione su un atto di parte mai ritualmente prodotto dal difensore con le formalità previste dalla legge e, quindi, non offerto al contraddittorio delle parti, mancando la nota spese soggiunta datata 10-1-2001 dell’attestazione di deposito da parte del Cancelliere in calce all’indice del documenti del fascicolo di parte e sullo stesso atto;
C) la documentazione relativa alla fase della esecuzione attuativa del provvedimento cautelare è stata depositata dagli appellanti solo in grado di appello, e pertanto, deve ritenersi tardiva e inammissibile, ex art. 345 c.p.c., ben potendo essere prodotta nel giudizio di primo grado, in quanto formatasi prima della udienza di precisazione delle conclusioni del 22-11-2000.
Con il terzo motivo di ricorso principale e incidentale viene dedotta la violazione dell’art. 342 c.p.c., per non avere la Corte territoriale rilevato la mancanza di specificità del motivo di appello afferente ala liquidazione delle spese di lite.
Con il quarto motivo i ricorrenti principali si dolgono della violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere la Corte territoriale omesso di pronunciare sul motivo di appello incidentale da essi proposto, con cui si sosteneva – sia pure subordinatamente alla questione afferente la carenza di legittimazione e/o titolarità passiva dei deducenti – che il giudice di primo grado avrebbe dovuto considerare la corresponsabilità degli originari attori, quali compossessori delle opere denunciate come dannose.
2) Il terzo motivo di ricorso principale e incidentale, da esaminare in via prioritaria per ragioni di ordine logico e giuridico, è infondato.
La lettura delle censure mosse sul punto dagli appellanti avverso la sentenza di primo grado, integralmente trascritte a pag. 19-21 del ricorso, infatti, rende evidente che vi è stata una specifica puntualizzazione delle ragioni per le quali si contestava la mancata liquidazione, da parte del giudice di primo grado, delle spese inerenti all’attuazione del provvedimento interinale.
Risulta, di conseguenza, pienamente soddisfatto il requisito della specificità dei motivi di appello, prescritto dall’art. 342 c.p.c..
3) Anche i primi due motivi di ricorso principale e incidentale, che per ragioni di connessione possono essere trattati congiuntamente, sono privi di fondamento.
Questa Corte ha avuto modo di precisare che, fuori dei casi di provvedimenti che hanno ad oggetto il pagamento di somme di denaro, l’attuazione dei provvedimenti cautelari non dà luogo ad un processo esecutivo e l’ordinanza che concede la cautela non può costituire titolo esecutivo per il recupero delle relative spese; ha aggiunto che il diritto al rimborso di queste spese va fatto valere nel giudizio di merito, come del resto accade per le spese processuali sostenute per chiedere, prima o dopo l’inizio del processo di merito, la misura cautelare, se questa è concessa (Cass. 15-1-2003 n. 481; Cass. 14-7-2003 n. 10994).
Con successiva sentenza n. 7922 del 30-3-2007, tali principi sono stati ritenuti fermi, almeno rispetto alla disciplina – appicabile ratione temporis nel presente giudizio – vigente sino alla modifica apportata all’art. 669 octies c.p.c., con l’introduzione del suo attuale comma 6, dal D.L. n. 35 del 2005 conv. in L. 14 maggio 2005, n. 80. La Corte ha osservato, in proposito, che il legislatore, con l’art. 669 septies c.p.c., ha previsto che il giudice della cautela possa pronunciare condanna alle spese del procedimento nel solo caso che la cautela sia chiesta prima dell’inizio della causa di merito e sia rifiutata; e questo in consonanza con la regola generale, per cui il provvedimento che definisce il processo deve contenere la condanna alle spese della parte soccombente. Secondo la disciplina del procedimento cautelare uniforme applicabile nel caso in esame, al contrario, al provvedimento che accorda la cautela, chiesto prima o dopo l’inizio della causa di merito, non si accompagna condanna alle spese, appunto per la ragione che non si tratta di provvedimento che chiude il procedimento cautelare, che è anzi destinato a necessaria prosecuzione nell’interesse del richiedente. Ed allora, se la concreta regolazione dell’onere delle spese processuali anticipate per ottenere la cautela è differita alla pronuncia che chiude il giudizio sulla domanda di merito, inerisce a questa scelta che allo stesso regime soggiaccia l’onere delle spese sopportate per l’attuazione della cautela, una volta che l’attuazione non dà luogo ad un distinto processo esecutivo, sorretto da un titolo, ma ad un’ulteriore fase dell’unico procedimento cautelare.
Poichè, dunque, l’attuazione delle misure cautelari dà luogo ad un’ulteriore fase dell’unico procedimento cautelare, e la regolamentazione delle relative spese non può che avvenire con la sentenza che definisce il giudizio di merito, non può che concludersi nel senso che tali spese partecipino del regime delle spese di cui all’art. 91 c.p.c., attenendo ai costi sostenuti dalla parte per agire o resistere in giudizio.
Ne consegue che, al fine di ottenere il rimborso di tali spese, come per tutte le altre spese processuali che si sostengono nel corso del processo, non è necessario proporre una specifica domanda, essendo sufficiente che le stesse risultino indicate nella nota prodotta dalla parte che le ha anticipate.
Si rivelano inconferenti, di conseguenza, le deduzioni svolte dai ricorrenti riguardo alla mancata proposizione di una specifica domanda di rimborso degli esborsi in questione, dovendo il giudice che definisce il giudizio di merito liquidare anche d’ufficio le spese di entrambe le fasi procedimentali (cautelare e di merito), ed avendo la Corte di Appello dato atto che le spese di attuazione della misura sono state incluse nella nota allegata dal difensore degli attori alla comparsa conclusionale di primo grado.
E, contrariamente a quanto dedotto dai ricorrenti, tale nota risulta ritualmente depositata nel giudizio di primo grado, come attestato dal timbro di Cancelleria (recante la data 22-1-2001) apposto, con la sigla dell’addetto, sulla “soggiunta comparsa conclusionale” alla quale detto documento è materialmente allegato; comparsa nella cui parte finale è scritto “con vittoria di spese, diritti ed onorari di giudizio, di cui alle note spese datate Bivongi 11-11-98 e alla nota che si allega alla presente”.
Poichè, dunque, la nota spese in parola è stata posta a disposizione delle controparti con la comparsa conclusionale comunicata nelle forme dell’art. 170 c.p.c., non appare lecito prospettare una lesione dei diritti di difesa degli odierni ricorrenti, i quali, infatti, come dedotto a pag. 21 del controricorso e dagli stessi non smentito, con memoria depositata in data 10-2-2001 hanno replicato “alle difese contenute nelle avversarie comparse conclusionali”, senza, tuttavia, nulla controdedurre riguardo alla quantificazione delle spese dell’attuazione del provvedimento cautelare, esposta nella nota allegata alla comparsa conclusionale “soggiunta”.
La fase attuativa della misura, d’altro canto, si è svolta nel contraddittorio delle parti, le quali, conseguentemente, sono state poste in condizioni di verificare la congruenza delle opere realizzate e delle spese anticipate dagli attori rispetto al provvedimento cautelare adottato dal giudice, attraverso l’esame della documentazione formata nell’ambito del subprocedimento svoltosi parallelamente al giudizio di merito.
Orbene, come è stato evidenziato nella sentenza impugnata, nella specie l’importo indicato nella nota spese degli attori, corrispondente alla somma dei costi sostenuti per l’attuazione del provvedimento pretorile, non ha costituito oggetto di alcuna specifica contestazione da parte dei convenuti nel corso del giudizio di merito.
Le considerazioni svolte tolgono altresì rilevanza alle deduzioni svolte dai ricorrenti riguardo alla tardiva produzione in appello della documentazione giustificativa degli esborsi in questione, trattandosi, come si è detto, di atti già presenti nel fascicolo della fase cautelare.
4) Deve essere disatteso, infine, anche il quarto motivo di ricorso principale.
Dalla lettura dello stesso ricorso non risulta che gli odierni ricorrenti abbiano chiesto, in primo grado, l’accertamento della corresponsabilità degli attori; sicchè i predetti non possono dolersi dell’omessa pronuncia su una domanda da essi proposta solo in appello.
Come è stato più volte affermato da questa Corte, infatti, non è configurabile il vizio di omessa pronuncia in relazione ad una domanda che il giudice di appello non sia tenuto a prendere in esame, in quanto proposta in violazione del divieto di nuove domande, sancito dall’art. 345 c.p.c., comma 1 (Cass. 17-8-2004 n. 16033; Cass. 20-3-2006 n. 6094; Cass. 7-5-2009 n. 10984; Cass. 313-2010 n. 7951).
Deve aggiungersi che, in sede di conclusioni definitive di appello, integralmente trascritte a pag. 3 della sentenza impugnata (la cui conformità con quelle effettivamente rassegnate non è stata contestata dai ricorrenti), i T. hanno concluso per il solo rigetto delle domande proposte nei loro confronti dagli attori, senza instare per l’accoglimento dell’appello incidentale.
Ciò posto, si rileva che, qualora l’appellato ed appellante incidentale, in sede di precisazione delle conclusioni definitive, si limiti a chiedere espressamente soltanto il rigetto del gravame avversario, si devono ritenere implicitamente abbandonate le istanze formulate con l’appello incidentale.
Anche sotto tale profilo, pertanto, deve escludersi la configurabilità del dedotto vizio di omessa pronuncia, non potendo il giudice del gravame – senza incorrere nella violazione dell’art. 112 c.p.c. per ultrapetizione – esaminare un motivo di appello abbandonato dalla parte interessata in sede di conclusioni.
5) Per le ragioni esposte entrambi i ricorsi devono essere rigettati, con conseguente condanna dei ricorrenti principali e del ricorrente incidentale, in solido, al pagamento delle spese sostenute dai resistenti nel presente giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.
La Corte rigetta entrambi i ricorsi e condanna i ricorrenti principali e il ricorrente incidentale, in solido, al pagamento delle spese, che liquida in Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

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 art. 115
 art. 345
 art. 111
 art. 2697
 art. 91
 art. 345
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