Source: http://www.familysmile.it/consulta-incostituzionale-lo-scioglimento-automatico-del-matrimonio-seguito-del-cambio-di-sesso-di-uno-dei-coniugi/
Timestamp: 2019-03-26 12:00:14+00:00

Document:
Matrimonio|Family Smile
post-template-default,single,single-post,postid-499,single-format-standard,qode-listing-1.0.1,qode-social-login-1.0,qode-news-1.0,qode-quick-links-1.0,qode-restaurant-1.0,ajax_fade,page_not_loaded,,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-12.0.1,qode-theme-bridge,bridge,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.2,vc_responsive
Consulta: Incostituzionale lo scioglimento automatico del matrimonio a seguito del cambio di sesso di uno dei coniugi
Home > News > Consulta: Incostituzionale lo scioglimento automatico del matrimonio a seguito del cambio di sesso di uno dei coniugi
13 Giu Consulta: Incostituzionale lo scioglimento automatico del matrimonio a seguito del cambio di sesso di uno dei coniugi
Posted at 19:39h in News	by	Family Smile 0 Comments
Incostituzionale l’articolo 4 della legge 164/1982 che prevedeva lo scioglimento automatico del vincolo del matrimonio a seguito della rettificazione del sesso di uno dei coniugi. Lo ha dichiarato la Corte costituzionale con la sentenza 170/2014. Contatta Family Smile per trovare una soluzione al tuo problema. Family Smile è raggiungibile telefonicamente al numero 06.3217380 oppure inviando una email a info@familysmile.it, o semplicemente cliccando sulla casella contatti
“Chi cambia sesso – e tale decisione provoca lo scioglimento del suo matrimonio – deve poter mantenere, nel caso in cui entrambi i coniugi lo richiedano, un rapporto di coppia giuridicamente regolato con un’altra forma di convivenza registrata, che tuteli adeguatamente i diritti ed obblighi della coppia medesima, con le modalità da statuirsi dal legislatore”. E’ quanto stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza 170/2014 pronunciata a seguito del rinvio operato dalla Cassazione, nel corso di un giudizio promosso da una coppia sposata per ottenere la cancellazione della annotazione di cessazione degli effetti del vincolo civile del matrimonio, che l’ufficiale di stato aveva apposta in calce all’atto di matrimonio, contestualmente all’annotazione, su ordine del Tribunale, della rettifica (da “maschile” a “femminile”) del sesso del marito, ai sensi dell’articolo 4 della legge 164/1982.
La Consulta è stata chiamata a decidere sulla questione relativa agli effetti della pronuncia di rettificazione di sesso su di un matrimonio preesistente, regolarmente contratto dal soggetto che ha inteso esercitare il diritto a cambiare identità di genere in corso di coniugio, nell’ipotesi in cui né quest’ultimo né l’altro coniuge abbiano intenzione di sciogliere il rapporto coniugale. La Cassazione rimettente dubitava, infatti, che la soluzione al riguardo imposta dall’articolo 4 della legge 164/82 (in materia di rettificazione di attribuzione di sesso) – di collegare alla sentenza di rettificazione di sesso del coniuge l’effetto automatico di scioglimento del matrimonio – realizzasse un bilanciamento adeguato tra l’interesse dello Stato a mantenere il modello eterosessuale del matrimonio ed i contrapposti diritti maturati dai due coniugi nel contesto della precedente vita di coppia.
Il cosiddetto “divorzio imposto” sconterebbe, infatti, ad avviso della Corte rimettente, “un deficit di tutela, corrispondente al sacrificio indiscriminato, in assenza di strumenti compensativi, del diritto di autodeterminarsi nelle scelte relative all’identità personale, di cui la sfera sessuale esprime un carattere costitutivo; del diritto alla conservazione della preesistente dimensione relazionale, quando essa assuma i caratteri della stabilità e continuità propri del vincolo coniugale; del diritto a non essere ingiustificatamente discriminati rispetto a tutte le altre coppie coniugate, alle quali è riconosciuta la possibilità di scelta in ordine al divorzio; del diritto dell’altro coniuge di scegliere se continuare la relazione coniugale”.
Il decisum della Corte costituzionale: una forma alternativa di matrimonio
La Corte costituzionale ha ritenuto che la situazione di due coniugi che, nonostante la rettificazione dell’attribuzione di sesso ottenuta da uno di essi, intendano non interrompere la loro vita di coppia – ancorché infrequente sul piano fattuale -, “si pone, evidentemente, fuori dal modello del matrimonio che, con il venir meno del requisito, per il nostro ordinamento essenziale, della eterosessualità, non può proseguire come tale, ma non è neppure semplicisticamente equiparabile ad una unione di soggetti dello stesso sesso, poiché ciò equivarrebbe a cancellare, sul piano giuridico, un pregresso vissuto, nel cui contesto quella coppia ha maturato reciproci diritti e doveri, anche di rilievo costituzionale, che, seppur non più declinabili all’interno del modello matrimoniale, non sono, per ciò solo, tutti necessariamente sacrificabili”.
Il parametro costituzionale di riferimento individuato dalla Corte per una corretta valutazione della peculiare fattispecie in esame, quindi, non è quello di cui all’articolo 29 Costituzione – invocato in via principale dal collegio rimettente -, poiché la nozione di matrimonio presupposta dal Costituente è quella stessa richiamata dal codice civile e che fa espresso riferimento alla diversità di sesso dei nubendi.
Nel richiamare il precedente di cui alla sentenza 138 del 2010, inoltre, la Consulta rileva come non sia pertinente neppure il riferimento agli articoli 8 (sul diritto al rispetto della vita familiare) e 12 (sul diritto di sposarsi e formare una famiglia) della CEDU, così come interpretati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo – nella nota sentenza Schalk and Kopf contro Austria del 22 novembre 2010 -, e invocati quali norme interposte, ai sensi della denunciata violazione degli articoli 10, primo comma, e 117, primo comma, Costituzione: “ciò perché, in assenza di un consenso tra i vari Stati nazionali sul tema delle unioni omosessuali, la Corte EDU, sul presupposto del margine di apprezzamento conseguentemente loro riconosciuto, afferma essere riservate alla discrezionalità del legislatore nazionale le eventuali forme di tutela per le coppie di soggetti appartenenti al medesimo sesso”.
I Giudici delle leggi, risolvono, quindi, la questione attraverso il richiamo alla nozione di “formazione sociale” di cui all’articolo 2 Costituzione, all’interno della quale “è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
La Consulta, di conseguenza, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 2 e 4 della legge 164/82, con riferimento all’articolo 2 Costituzione, nella parte in cui non prevedono che la sentenza di rettificazione dell’attribuzione di sesso di uno dei coniugi, che comporta lo scioglimento del matrimonio, consenta, comunque, ove entrambi lo richiedano, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata, che tuteli adeguatamente i diritti ed obblighi della coppia medesima, la cui disciplina rimane demandata alla discrezionalità di scelta del legislatore. Spetterà, infatti, a quest’ultimo intervenire “con la massima sollecitudine per superare la rilevata condizione di illegittimità della disciplina in esame per il profilo dell’attuale deficit di tutela dei diritti dei soggetti in essa coinvolti”.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza