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Timestamp: 2020-01-21 00:14:48+00:00

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Locazione: Corte di Cassazione Sentenza 1887 del 2013 | Federproprietà Abruzzo
Federproprietà AbruzzoRestituzione dell'ImmobileCorte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza 28 gennaio 2013, n.
atto formale, consegna delle chiavi, corte di cassazione, locazione, parti, restituzione dell'immobile
In cosa consiste la restituzione del bene locato al locatore? Quali sono le parti di questo atto?
sul ricorso 6014/2009 proposto da:
(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS) con studio in (OMISSIS) giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 137/2008 della CORTE D’APPELLO di SALERNO, depositata il 04/02/2008, R.G.N. 616/2007;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso, che ha concluso per l’inammissibilita’ in subordine rigetto.
Il 19 maggio 2006 il Tribunale di Salerno rigettava l’opposizione a decreto ingiuntivo dell’importo di lire 5.830.640, oltre interessi e spese, emesso a favore di (OMISSIS) proposta da (OMISSIS) a titolo di somme dovute per differenza canoni e spese di registrazione, e per mancato pagamento di canoni dall’agosto del 2000, data di convalida dello sfratto per morosita’ al febbraio 2001, data di rilascio dell’immobile.
Su gravame del (OMISSIS) la Corte di appello di Salerno il 4 febbraio 2008 ha confermato la sentenza di prime cure.
Avverso siffatta decisione propone ricorso per cassazione il (OMISSIS), affidandosi a quattro motivi, corredati dei prescritti quesiti.
All’udienza del 18 ottobre 2011 il Collegio rilevato il difetto di notifica dell’udienza al ricorrente rinviava la causa a nuovo ruolo.
1.-Con il primo motivo (omessa motivazione circa il fatto decisivo e controversi per il giudizio in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 5) il ricorrente lamenta che punto decisivo e controverso, su cui il giudice dell’appello non si sarebbe pronunciato, non sarebbe, come si legge in sentenza, la mancata effettuazione da parte sua dell’offerta per intimazione ex articolo 1216 c.c. ne’ l’astratta illegittimazione della moglie del locatore a ricevere in sua vece le chiavi, ma la verifica dell’effetto liberatorio di quella consegna alla luce delle circostanze di fatto e di diritto dedotte da esso attuale ricorrente (p. 8 ricorso).
Di vero, il giudice dell’appello, condividendo l’orientamento di questa Corte, che e’ il caso di ribadire, in linea di puro diritto ha osservato che “l’obbligo di riconsegnare la cosa locata al locatore (articolo 1570 c.c.) non si esaurisce in una semplice messa a disposizione delle chiavi ma richiede, per il suo esatto adempimento, una attivita’ consistente in una incondizionata restituzione del bene e, dunque, in una effettiva immissione dell’immobile nella sfera di concreta disponibilita’ del locatore.
Qualora non possa attuarsi la concreta (e comprovata) cooperazione di quest’ultimo si rende necessaria, ai fini della liberazione dagli obblighi connessi alla mancata restituzione, un’offerta fatta a norma dell’articolo 1216 c.c., con onere della prova circa lo svolgimento di detta legale attivita’, a carico del conduttore (Cass. n. 8616/06).
Del resto, questa Corte ha in modo costante affermato che la liberazione del conduttore dall’obbligo di riconsegnare la cosa locata si attua, essendo il rapporto di locazione un rapporto obbligatorio intuitu personae, solo con la consegna del bene, anche se nella modalita’ della consegna delle chiavi, al locatore in persona o ad altri soggetti che lo rappresentino in virtu’ di espressa sua volonta’ (v. Cass. n. 550/12; Cass. n. 5841/04).
Cio’ posto in rilievo il giudice dell’appello ha potuto accertare che non si era svolta “certamente” la attivita’ di cui all’articolo 1216 e, quindi, non si era verificata la effettiva immissione del bene locato nella sfera di disponibilita’. Peraltro, ma sembra ad abundantiam, il giudice a quo ha precisato che “la consegna delle chiavi, pur se avvenuta, non e’ stata effettuata nelle mani dell’unico legittimato a riceverla (il locatore)” (p. 5-6 sentenza impugnata).
La decisione sul punto e’, quindi, corretta sotto ogni profilo. Del resto, a corredo della censura il quesito di diritto, cosi’ come formulato (p. 8 ricorso), appare inconferente in quanto, come anche rileva il resistente, il denunciato vizio non concerne l’inquadramento di una fattispecie nell’una piuttosto che nell’altra fattispecie di diritto, bensi’ il percorso logico-giuridico seguito dal giudice.
Infatti, l’errore denunciato attiene ad un errore in procedendo (Cass. n. 29779/08), mentre il ricorrente con il quesito in effetti denuncia un errore in judicando, soffermandosi, peraltro, sulla prova orale espletata, che gia’ il giudice di prime cure aveva ritenuto inadeguata a dimostrare il suo assunto.
Ne consegue che gli altri due motivi (il secondo, sulla violazione dell’articolo 1590 c.c. e falsa applicazione dell’articolo 1216 c.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3 e il terzo, sulla falsa applicazione dell’articolo 1590 c.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), restano assorbiti, in quanto con essi si riproduce la doglianza, in estrema sintesi, sempre sotto il profilo della valutazione delle circostanze e delle prove acquisite al processo, in specie li’ dove i relativi quesiti sembrano tautologici e la redazione degli stessi non sembra rispettosa del precipitato normativo di cui all’articolo 366 c.p.c., in quanto il ricorrente si limita solo a dedurre che la fattispecie esaminata dal giudice dell’appello non era quella inquadrabile nell’articolo 1216 c.c..
2. – In merito al quarto motivo (violazione della Legge n. 431 del 1998, articolo 1, comma 4; falsa applicazione dell’articolo 1230 c.c. in relazione il tutto all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3), peraltro, corredato da corretto quesito, il ricorrente, in estrema sintesi, lamenta che il giudice dell’appello abbia fatta una “interpretazione capovolta” della normativa di cui alla Legge n. 431 del 1998, con evidente violazione anche dell’articolo 1230 c.c.. Al riguardo, si evince dalla sentenza impugnata che il giudice dell’appello ha individuato la esistenza di due contratti di cui il secondo, scritto e registrato, avrebbe annullato il precedente, confermando quanto gia’ il Tribunale ebbe ad affermare, ossia che la Legge n. 431 del 1998, articolo 13, non si attaglia al caso di specie, in cui il contratto col canone inferiore (lire 300 mila mensili) riporta la data del 30 aprile 1999 ed e’ quindi di epoca antecedente a quello, oggetto di causa, avente il canone maggiore (lire 500 mila al mese), che risulta registrato il 21 aprile 2000.
In merito a questa statuizione, condivisa, come detto, dal giudice dell’appello, il ricorrente assume che in difetto di prova contraria della sua natura simulata – prova che, certamente, non potrebbe farsi consistere nelle ricevute dei pagamenti per canoni di lire 500.000 – la nuova pattuizione intercorsa con riferimento al medesimo immobile, in quanto tale sarebbe idonea ad annullare la precedente (p. 11 ricorso).
La censura va respinta perche’, contrariamente all’assunto da cui parte il ricorrente, il giudice dell’appello ha ritenuto, alla luce della documentazione prodotta e del suo contenuto ivi espressi, sussistenti due diversi contratti, per cui non ricorre la ipotesi legale di cui all’articolo 13 della citata legge, che, invece, come e’ noto, riguarda la sola ipotesi tassativa di pattuizione tesa a disporre un importo del canone di locazione superiore a quello risultante dal contratto scritto e registrato.
Conclusivamente, il ricorso va respinto e le spese del presente giudizio di cassazione vanno liquidate come da dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in euro 2.100,00, di cui euro 200 per spese, oltre accessori come per legge.
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