Source: http://www.penale.it/stampa.asp?idpag=1215
Timestamp: 2018-07-21 06:03:55+00:00

Document:
- libero presente –
- libero assente –
Ciò premesso, il giudicante rileva, in primo luogo, che, nei confronti di F. P. S., è stata pronunciata da questo tribunale, per i medesimi fatti, la sentenza di non luogo a procedere n. 127/2014, divenuta irrevocabile il 17.3.2015. Pertanto, deve trovare applicazione, in relazione al predetto imputato, il principio enunciato dall’art. 649 c.p.p. (“La sentenza di non luogo a procedere emessa ex art. 425 cod. proc. pen., pur se non ricompresa fra quelle di cui agli artt 648 e 649 cod. proc. pen., formalmente preclusive di un secondo giudizio, impedisce ugualmente l'esercizio dell'azione penale per il medesimo fatto e contro la medesima persona ove in concreto manchino le condizioni per la sua revocabilità.”: Cass., Sez. 6, n. 459 del 08/11/1996 - dep. 24/01/1997, Privitera, Rv. 207728).
E, invero, il principio del ne bis in idem - che tende ad evitare che per lo stesso fatto-reato si svolgano più procedimenti e si emettano più provvedimenti, anche non irrevocabili ed uno differente dall'altro - ha portata generale ed opera in tutto l’ordinamento penale: esso infatti trova espressione nelle norme sui conflitti positivi di competenza (art. 28 e seguenti c.p.p.), nel divieto di un secondo giudizio (art. 649 c.p.p.) e nella disciplina della ipotesi in cui, per il medesimo fatto, siano state emesse più sentenze nei confronti della stessa persona (art. 669 c.p.p.) (cfr. Cass., Sez. 6, n. 512 del 11/02/1999 - dep. 12/03/1999, Siragusa M, Rv. 212864).
Orbene, non vi è dubbio che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca "facebook" integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone (in tal senso, cfr. Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015 - dep. 08/06/2015, Rv. 264007; da ultimo, Cass., sez. V, 1 marzo 2016, n. 8328). Tuttavia, occorre soffermarsi sulla posizione dell’amministratore di un gruppo istituito all’interno del social network (quale, nel caso di specie, il gruppo “OMISSIS”). Costui, difatti, non è in grado di operare un controllo preventivo sulle affermazioni che gli utenti immettono in rete.
In particolare, l’amministratore può rispondere di diffamazione solo allorché ricorra, sotto il profilo soggettivo, una responsabilità concorsuale, commissiva ovvero omissiva, di tipo morale, la cui prova deve essere rigorosamente fornita dall’ufficio di Procura. Difatti, in sede penale non è possibile ritenere che le offese degli utenti debbano darsi per condivise dal dominus del gruppo solo in quanto da questi approvate, in modo specifico (nel caso in cui abbia predisposto un sistema di filtri) ovvero in modo generico ed incondizionato (nel caso in cui non l’abbia predisposto).
E’ il caso di richiamare, in un contesto di elaborazione giurisprudenziale ancora non fittissimo, l’orientamento enunciato nella sentenza del Tribunale militare di Padova 1 marzo 2008, n. 5, (in Riv. pen., 2009, 982 ss.), in materia di responsabilità del c.d. webmaster, ovverosia del moderatore nei newsgroup, inteso come colui il quale “analizza i messaggi in arrivo e cancella gli interventi non in linea per forma o contenuto con i requisiti essenziali del gruppo…”, generalmente cristallizzati negli appositi codici di condotta resi noti a tutti i partecipanti ed in particolare nella c.d. netiquette. (cfr. Trib. Roma, Sez. I civ., 4 luglio 1998, in Dir. inf. e informatica, 1998, 811). In particolare, nella sentenza in questione è stato statuito che, al fine dell’affermazione della responsabilità del webmaster, non si può prescindere dalla verifica della sua effettiva e consapevole adesione alla condotta qualificante, e pertanto, tenuto conto dell’elevato numero di messaggi da gestire per la pubblicazione nel sito, a questi si può richiedere unicamente un controllo prima facie circa la presenza di espressioni immediatamente ed oggettivamente valutabili come diffamatorie. Corollario di tale orientamento è quello che, affinché l’elemento soggettivo del reato ex art. 595 c.p. possa ritenersi sussistente, è necessario che il moderatore abbia scientemente omesso di cancellare, anche a posteriori, le frasi diffamatorie. Ove, invece, egli si sia prontamente attivato in senso emendativo, allora la sua condotta non assumerà connotati illeciti. Al pari di quanto accade in una assemblea di persone fisiche, allorché il presidente dell’assise, nel dare la parola ad un astante, non è in grado di avere contezza, a priori, di cosa dirà quest’ultimo, e, proprio per tale motivo, sarà in grado di sottrarsi alle conseguenze penali delle locuzioni proferite da tale individuo ricorrendo ad una immediata e pubblica presa di distanza.
- dichiara non doversi procedere nei confronti degli imputati P. A. e D. L., in ordine al reato loro ascritto, perché il fatto non costituisce reato;
- dichiara non doversi procedere nei confronti dell’imputato S. F. P., in ordine al reato a lui ascritto, per ché l’azione penale non deve essere proseguita, essendo stato l’imputato già prosciolto, con sentenza divenuta irrevocabile, per il medesimo fatto;
- dichiara non doversi procedere nei confronti dell’imputato S. G., in ordine al reato a lui ascritto, perché l’azione penale non deve essere proseguita, dato che, per lo stesso fatto, è già pendente, nei confronti dell’imputato, altro processo;
- motivazione in giorni trenta.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 425
 sentenza 
 sentenza 
 art. 595
 sentenza