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Timestamp: 2020-04-04 15:51:42+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 12297 del 17/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12297 del 17/05/2017
Cassazione civile, sez. trib., 17/05/2017, (ud. 27/04/2017, dep.17/05/2017), n. 12297
sul ricorso 28415-2011 proposto da:
COMUNE DI VIESTE, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DELLA
lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARLO GAETANO
PUNTA LUNGA SRL, elettivamente domiciliato in ROMA VIA GUIDO D’AREZZO
28, presso lo studio dell’avvocato PAOLO CARBONE, rappresentato e
difeso dall’avvocato GIANPIERO BALENA;
avverso la sentenza n. 172/2011 della COMM.TRIB.REG.SEZ.DIST. di
FOGGIA, depositata l’08/07/2011;
che il Comune di Vieste propone ricorso, affidato a tre motivi, illustrati con memoria, per la cassazione della sentenza n. 172/26/11, depositata l’8/7/2011, della Commissione Tributaria Regionale della Puglia, s.r.l., che ha respinto l’appello proposto, nei confronti di Punta Lunga s.r.l., avverso la decisione di primo grado e condannato l’ente locale al pagamento delle spese di giudizio;
che il Giudice di appello, in particolare, ha rilevato che le rendite catastali rilevanti per la determinazione della base imponibile dell’ICI oggetto degli impugnati provvedimenti di diniego di rimborso (annualità d’imposta dal 1998 al 2008) e di annullamento in autotutela degli avvisi di accertamento (annualità d’imposta dal 2004 al 2006) notificati dal predetto Comune, non sono quelle attribuite dall’Agenzia del territorio in data 29/9/2004, ma le rendite definitivamente determinate dalla Commissione Tributaria Regionale della Puglia, Sezione distaccata di Foggia, con le sentenze n. 147/26/09 e n. 148/26/09, depositate il 6/4/2009, e che solo dal passaggio in giudicato di dette sentenze ha preso a decorrere il termine di cinque anni per la richiesta di rimborso, nella specie, tempestivamente presentata dalla contribuente;
che l’intimata società Punta Lunga resiste con controricorso.
che il ricorrente Comune con il primo motivo deduce la violazione del principio, stabilito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 2870/2009, secondo cui avverso l’atto con il quale l’Amministrazione manifesta il rifiuto di ritirare, in via di autotutela, un atto impositivo divenuto definitivo, non è esperibile una autonoma tutela giurisdizionale, sia per la discrezionalità propria, in questo caso, dell’attività di autotutela, sia perchè, diversamente opinando, si darebbe inammissibilmente ingresso ad una controversia sulla legittimità di un atto impositivo ormai definitivo;
che con il secondo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 2697 c.c., giacchè la CTR ha dato per assolti gli oneri probatori incombenti sulla contribuente la quale, per ottenere il rimborso di quanto asseritamente corrisposto in eccesso avrebbe dovuto dimostrare sia gli intervenuti pagamenti dell’ICI negli anni di riferimento, sia la corrispondenza degli importi a quelli risultanti dall’applicazione delle aliquote previste dal Comune di Vieste, secondo le rendite catastali rideterminate giudizialmente;
che con il terzo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 164, (Finanziaria 2007), giacchè la CTR non ha considerato che la contribuente aveva presentato la domanda in autotutela e non aveva chiesto l’accertamento giudiziale del diritto al rimborso e che, in ogni caso, la pretesa avrebbe dovuto essere rigettata per i pagamenti anteriori di cinque anni il deposito (27/4/2009) della domanda medesima;
che le suesposte censure non meritano accoglimento per le ragioni di seguito precisate;
che, secondo il principio più volte affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, avverso l’atto con il quale l’Amministrazione manifesta il rifiuto di ritirare, in via di autotutela, un atto impositivo divenuto definitivo, non è esperibile una autonoma tutela giurisdizionale, sia per la discrezionalità propria, in questo caso, dell’attività di autotutela, sia perchè altrimenti si darebbe ingresso – inammissibilmente – ad una controversia sulla legittimità di un atto impositivo ormai definitivo (Cass. S.U. n. 2870/2009; n. 3698/2009);
che, più in generale, è stato ribadito che il concreto ed effettivo esercizio, da parte dell’Amministrazione finanziaria, del potere di annullamento d’ufficio e/o di revoca dell’atto contestato, non costituisce un mezzo di tutela del contribuente sostitutivo dei rimedi giurisdizionali che non siano stati esperiti (Cass. S.U. n. 16097/2009);
che, dunque, la domanda volta ad ottenere l’annullamento di un provvedimento di diniego di autotutela, in relazione ad avvisi di accertamento divenuti definitivi, comporta che nel relativo giudizio, vertente sul mero rifiuto di esercizio dell’autotutela, può esercitarsi un sindacato – nelle forme ammesse sugli atti discrezionali – soltanto sulla legittimità del rifiuto medesimo e non anche sulla fondatezza della pretesa tributaria (Cass. S.U. n. 16097/2009);
che, tuttavia, la società Punta Lunga, con la istanza di autotutela, non ha chiesto l’annullamento dell’atto impositivo per vizi originari dello stesso, ma ha invocato eventi sopravvenuti (la caducazione delle rendite catastali attribuite dall’Agenzia del territorio il 29/9/2004, a seguito delle sentenze della CTR della Puglia, Sezione distaccata di Foggia, n. 147/26/09 e n. 148/26/09, depositate il 6/4/2009 e successivamente passate in giudicato), per cui infondatamente, con il primo motivo di ricorso, l’Ente impositore deduce violazione di legge per aver il giudice tributario esaminato atti impositivi in ordine ai quali erano ormai trascorsi in termini di impugnazione;
che, infatti, contribuente non ha impugnato gli avvisi di accertamento ma gli atti con cui sono state respinte istanze fondate su nuovi fatti nuovi, produttivi di effetti giuridici, retroattivamente, di cui invocava l’applicazione nei confronti del Comune;
che, quanto al secondo motivo di doglianza, che involge la questione della distribuzione dell’onere della prova, va richiamato il granitico orientamento di questa Corte secondo cui il contribuente il quale pretenda un rimborso riveste la qualità di attore in senso sostanziale, con la conseguenza che grava su di lui l’onere di allegare e provare i fatti a cui la legge ricollega il trattamento impositivo rivendicato nella domanda (ex multis, Cass. n. 21197/2014 e n. 15026/22014);
che, tuttavia, il Giudice di appello non si è affatto discostato dal principio secondo cui il contribuente può ripetere solo le somme a titolo di imposta indebitamente versate, fermo restando l’onere di provare i pagamenti non dovuti, in quanto si è limitato a vagliare la documentazione offerta dalla società Punta Lunga, ritenendola idonea a supportare la domanda di rimborso, e ciò in forza di una valutazione di merito sindacabile, in sede di legittimità, soltanto per vizi motivazionali della decisione, nella specie, neppure specificamente dedotti;
che, quanto al terzo motivo di ricorso, la società Punta Lunga si è fatta parte attiva ed ha presentato l’istanza di rimborso, in data 27/4/2009, ossia dopo la pronuncia delle richiamate sentenze n. 147/26/09 e n. 148/26/09 della CTR della Puglia, depositate il 6/4/2009, poi passate in giudicato per mancata impugnazione in cassazione, e correttamente il Giudice di appello ha ritenuto tale istanza tempestiva, in quanto rispettosa del termine di cinque anni decorrente dal giorno dell’accertamento del diritto alla restituzione di cui alla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 164, e dunque dal passaggio in giudicato della sentenza determinativa della rendita catastale;
che, infatti, la L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 164, dispone che “Il rimborso delle somme versate e non dovute deve essere richiesto dal contribuente entro il termine di cinque anni dal giorno del versamento, ovvero da quello in cui è stato accertato il diritto alla restituzione. L’ente locale provvede ad effettuare il rimborso entro centottanta giorni dalla data di presentazione dell’istanza”, mentre il successivo comma 173, ha abrogato del D.Lgs. n. 504 del 504, l’art. 13 che prevedeva l’originario termine triennale, nella specie non applicabile in base ai principi generali in tema di efficacia delle leggi nel tempo;
LA CORTE, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in Euro 5.000,00 oltre rimborso spese forfettarie nella misura del 15 per cento ed accessori di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 art. 1
 Cass. 
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