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Timestamp: 2020-02-22 10:38:03+00:00

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Pd | un filo rosso
Nonostante i chiarimenti dell’interessato che si affanna a dare altre e variegate interpretazioni della sua sciagurata decisione, l’ego ipertrofico di Renzi resta la prima – se non l’unica – spiegazione. Un ego che trasuda superbia e presunzione, l’ambire a essere costantemente, a torto o a ragione, protagonista.
Anni fa Trilussa aveva causticamente e sinteticamente così bollato quelli come lui.
Ch’era strisciata sopra a n’obbelisco
Tag:ego, Pd, Renzi, scissione, Trilussa
È il titolo di un film del 1977 di Mario Monicelli, molto applaudito e premiato, tratto da un libro di Vincenzo Cerami. Narra la storia di un modesto impiegato – uno straordinario Alberto Sordi – e della sua feroce vendetta contro il colpevole della morte del figlio. Come scrisse la critica dell’epoca, il film rappresentò «una pietra tombale sulla commedia all’italiana», «una commedia incarognita dal fatto di dover fare i conti con tempi in cui è sempre più difficile vivere».
Mi pare ci sia un parallelo con l’oggi: sulla scena c’è un altro borghese piccolo piccolo, meschino quanto cinico, arrogante quanto ambizioso.
Renzi ha cercato nella scissione dal Partito democratico la sua vendetta contro gli eventi che l’hanno condotto a un ruolo di comprimario, dimenticando che sono stati i suoi errori a ridurlo a rottamatore di sè stesso. La sua bulimia di protagonismo gli ha fatto intravedere un nuovo ruolo: quello di ago della bilancia del governo Conte, anteponendo il suo personale interesse al bene di quell’Italia che tanto spesso – a parole – ha detto di amare. E, dichiarando sfrontatamente che la scissione è fatta ‘per combattere Salvini’, cerca infantilmente un alibi; ma la verità è che anche lui ha cercato pieni poteri con una riscrittura della Costituzione che avrebbe condotto a una disastrosa deformazione della Carta e dello Stato democratico.
Renzi è vittima inconsapevole di tempi e momenti molto più grandi di lui. Se, invece di lasciarsi trascinare dal suo gigantesco ego, avesse l’umiltà di fermarsi un attimo a ragionare, capirebbe che questo è il momento dell’unità, della raccolta delle forze e delle intelligenze, di stare tutti spalla a spalla per respingere l’attacco brutale di una destra incolta, violenta, pericolosa. Ma non ne è capace e questo è il suo limite, quello che non ne fa un politico ma un politicante, solo un po’ più furbo di molti altri.
Tag:Pd, Renzi, scissione
Bisogna riconoscere che – sia pure in ritardo – con l’annunciata scissione Renzi ha mantenuto la parola.
Adesso cura i propri interessi.
Tag:Pd, Renzi, scissione, smetto di far politica
Una sentenza che non parla soltanto al Partito Democratico
È una storia senza precedenti ma poco conosciuta quella che ha visto il PD citato in Tribunale dai suoi stessi iscritti e condannato per violazione delle norme che ne regolano la vita interna. Vale la pena di ricapitolare il più brevemente possibile lo svolgersi della vicenda, durata oltre quattro anni, perché può contribuire validamente alle scelte di oggi, nell’attuale situazione politica.
Tutto ha inizio il 3 dicembre 2014, quando esplode l’inchiesta Mafia Capitale che coinvolge anche alcuni esponenti del Partito Democratico
romano. Il segretario cittadino Lionello Cosentino, pur eletto da pochi mesi, viene indotto alle dimissioni e il leader del PD, Matteo Renzi, decide di commissariare il partito cittadino e di affidarne la gestione a Matteo Orfini, in quel momento Presidente nazionale.
Non sono pochi quelli che si meravigliano della nomina: Orfini è uno dei notabili locali, capo della corrente dei Giovani turchi, e si teme che l’occasione sia favorevole per consentirgli di impadronirsi del partito romano. Diverse sono le voci che si levano per manifestare quanto meno perplessità per la decisione, tanto che un gruppo di iscritti e membri della Direzione e dell’Assemblea interpella la Commissione nazionale di Garanzia (CNG) perché venga fornito un autorevole parere sulle caratteristiche del mandato commissariale.
La risposta della CNG è chiara e inequivoca: la decisione assunta riguarda unicamente il commissariamento della segreteria cittadina, e non interviene sugli organismi assembleari – i cui componenti non sono stati neppure sfiorati dall’inchiesta – che mantengono pertanto inalterate tutte le prerogative previste dallo Statuto nazionale e dal Regolamento della Federazione romana. Il parere venne ulteriormente ribadito dal Presidente della CNG, on. Gianni Dal Moro, che l’11 maggio 2015 dichiara che “l’art. 17 dello Statuto non appare consentire l’attribuzione, anche al fine del compimento di un singolo atto, di poteri commissariali che esautorino organi politici-assembleari non aventi funzioni esecutive”. In altre parole, non è possibile evitare di passare dall’Assemblea cittadina per modificare le norme interne vigenti.
Nonostante ciò, tuttavia, Orfini interpretò a suo modo il ruolo e i poteri di Commissario. L’11 giugno 2015, con una propria delibera sottratta alla discussione e all’approvazione dell’Assemblea cittadina, come già detto unico organismo titolato ad esprimersi in merito, procedette a modificare radicalmente l’organizzazione territoriale del Partito romano. Per di più, tenendo in nessun conto la sua stessa figura di Presidente del Partito, fatto che avrebbe dovuto indurlo a un comportamento pienamente rispettoso delle norme interne del PD.
La delibera invece le infrangeva clamorosamente: ad esempio, la nomina di subcommissari municipali (che esautoravano i Circoli esistenti nei rispettivi territori e assumevano il controllo totale dell’attività del Partito nel municipio di competenza) violava quanto disposto dal Regolamento cittadino, dallo Statuto regionale e dallo Statuto nazionale secondo cui ogni modifica del ruolo dei Circoli deve avvenire nel rispetto della loro autonomia organizzativa, politica e patrimoniale. Inoltre, veniva del tutto ignorata la norma dello Statuto nazionale che dispone che nelle città con oltre 100.000 abitanti debba essere costituito almeno un circolo ogni 50.000 abitanti.
Le reazioni dei Circoli e degli iscritti furono anche vibranti ma lasciarono indifferente Orfini, cui della legittimità o meno delle proprie decisioni non importava evidentemente nulla, e altrettanto di cosa pensavano e proponevano gli iscritti avendolo affermato esplicitamente in più occasioni e giungendo perfino a chiamarli sfrontatamente in causa quasi fossero corresponsabili della situazione svelata dall’inchiesta giudiziaria.
D’altra parte, la cronaca dei modi con cui più avanti provvide disinvoltamente a gestire la deposizione del sindaco Marino, calpestando la volontà sovrana degli elettori, lo dimostra abbondantemente.
A questo punto non rimaneva che soggiacere alla prepotenza o reagire, e il gruppo iniziale, che nel frattempo si era ingrossato, decise per la resistenza. Con il conforto del parere degli avvocati Anna Falcone e Antonio Pellegrino Lise fu avviata una vertenza presso il Tribunale civile per ottenere l’annullamento della delibera, considerando quanto questa incidesse profondamente e negativamente sul ruolo dei circoli e sui diritti degli iscritti. Davide contro Golia.
Fu una decisione presa nella piena consapevolezza che rivolgersi alla magistratura per ottenere il rispetto delle regole interne di un partito è cosa quantomeno inusuale, ma anche che ne ricorressero tutte le ragioni. C’era la profonda convinzione che fosse politicamente giusto farlo per contrastare chi approfitta di una posizione di potere occupata pro tempore per esercitarla con arroganza, incurante della legittimità delle sue azioni. Un’organizzazione politica, qualunque essa sia, che non pratica la democrazia al suo interno e non rispetta le sue norme statutarie non ha titolo a presentarsi di fronte ai cittadini come strumento di allargamento degli spazi di partecipazione democratica e di miglioramento delle condizioni civili e sociali del Paese.
È così avvenuto che il Tribunale civile di Roma, con una sentenza che molto probabilmente farà scuola, ha accolto le argomentazioni circa le violazioni regolamentari e statutarie e, riconoscendo le menomazioni che ne conseguivano per i diritti di tutti gli iscritti, ha dichiarato l’illegittimità del comportamento del commissario Orfini, disponendo l’annullamento della delibera commissariale e condannando il PD Roma al pagamento delle spese processuali. Stesso esito ha avuto l’appello richiesto dal Pd, per giunta rigettato per irregolarità formali.
Fin qui la cronaca. Ma ci sono ancora tre considerazioni: la prima riguarda la magistratura che non guarda in faccia a nessuno e ancora una volta onora il suo ruolo. In momenti come l’attuale è un conforto non da poco.
La seconda riguarda la sentenza, che parla a tutte le forze politiche e al Parlamento intero. In realtà nei partiti è ancora del tutto presente, e largamente preponderante, una concezione del processo decisionale unicamente orientato dall’alto verso il basso, una concezione secondo cui, a tutti i livelli dell’organizzazione, ai vertici spetta il potere di decidere e agli iscritti resta soltanto di eseguire e finanziare.
Questa modalità contrasta con l’art. 49 della Costituzione, dove è disposto che “Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale”. I partiti sono quindi uno strumento al servizio dei cittadini che hanno diritto a partecipare da protagonisti alla vita politica del Paese.
In base a tutto ciò, si sta costituendo il “Comitato per l’articolo 49”, formato da giuristi, politici e cittadini, che intende proseguire nel percorso tracciato da questa storica sentenza e conseguentemente esigere che le forze politiche si diano finalmente un metodo democratico e compiano quelle scelte organizzative che rendano effettivo, trasparente e facilmente esercitabile questo diritto fondamentale.
L’ultima considerazione riguarda il PD: se il nuovo segretario Nicola Zingaretti vuole davvero aprire “una fase costituente per rinnovare e riformare il Partito Democratico” con un’organizzazione che rimetta al centro le persone, che dia loro il potere di decidere, se vuole davvero “costruire una forma-partito radicalmente democratica, capace di conciliare una forte leadership collegiale e decisioni dal basso” allora dovrà tenere conto, e molto prima degli altri, del valore e del significato di questa sentenza.
P.S. Se il Pd fosse un’azienda, questa potrebbe procedere con un’azione di responsabilità verso l’ex-commissario Orfini per rivalersi del danno economico e di immagine subito.
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Dovrete essere forti – Piero Filotico
Tag:Comitato art. 49, Costituzione art. 49, Orfini, Pd, Sentenza contro PD
Il 18 giugno c’ero anch’io al Brancaccio ad ascoltare l’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari. E ricordo il palpabile entusiasmo che si percepiva, dalla platea fino ai loggioni, si avvertiva la speranza che qualcosa di nuovo stesse prendendo piede. Oggi quell’appello è un progetto che sta assumendo forma e dimensioni, raccoglie sempre più consensi, accomuna giovani e anziani legati da quegli stessi ideali che si volevano superati, se non inutili, scomodi, addirittura divisivi. Invece non c’è nulla di divisivo nel Manifesto pubblicato ieri, tutt’altro. E siamo solo all’inizio.
Qui di seguito trovate l’articolo di Tomaso Montanari sull’Huff Post di oggi. Confesso: non ho potuto resistere e ho copiato il suo titolo. Ma è troppo bello.
Tag:Anna Falcone, Brancaccio, Centro-sinistra, elezioni siciliane, Pd, sinistra, Tomaso Montanari
Oggi l’Huffington Post pubblica quella che è la proposta della sinistra unita. La potete leggere più avanti.
All’indomani del responso siciliano con la vittoria delle destre e la sconfitta del Pd, artefice delle proprie disgrazie, le forze di sinistra accelerano quindi sul processo unitario. Sulla situazione oggi si è espresso anche Ezio Mauro su Repubblica. Condivido molto ma non la sua critica alla sinistra nella parte finale:
“All’inizio e alla fine di tutto, il problema irrisolto che raccoglie in sé tutti questi problemi e spiega gli errori: cos’è oggi la sinistra e qual è la sua idea di Paese.
In tutto l’Occidente, la divisione classica è tra la sinistra di governo, riformista, e quella di opposizione, radicale. Da noi l’eccezione: le sinistre riformiste sono almeno due, forse tre, anche se rischia di mancar loro il governo. Pisapia che si era proposto come ponte o rimorchiatore sembra aver ripiegato su un’idea di forza-cuscinetto insieme con Emma Bonino, caschi blu con buone intenzioni e pochi strumenti d’intervento. Sul campo restano le due parti rotte del Pd, incapaci di proporre una visione d’insieme e un vero progetto riformista, in cui si possano ritrovare le forze disperse che chiedono un progetto di cambiamento con una politica responsabile, europea, occidentale e moderna, accontentandosi di molto meno: Renzi di costruire un partito personale come macchina ubbidiente di conquista del potere (quasi che un secolo di storia della sinistra potesse ridursi a un obiettivo così misero) e Mdp di ostacolare tutto questo, proponendosi come organismo di puro veto al progetto renziano, come se la politica si esaurisse sulla piazza toscana di Rignano.”
La posizione di Mdp, SI, Possibile e dei promotori del Brancaccio, Falcone e Montanari non era e non è solo un ostacolo al progetto renziano di un partito personale. È molto, molto di più. È quello che in tanti aspettavamo, una proposta unitaria, solida e coerente con gli ideali e il patrimonio di esperienze della sinistra nel nostro Paese, che conferma “l‘attualità e la modernità del modello sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta Costituzionale.“ Eccola.
La nostra sfida ha un’ambizione alta: partire da un contesto sociale disgregato e diviso e proporci, attraverso le linee del nostro programma, un chiaro indirizzo di governo, coerente, trasparente e credibile. Sta qui il senso dell’utilità per il Paese del voto che chiediamo contro ogni trasformismo e ogni alleanza innaturale.
L’avanzata di forze regressive e xenofobe in molti Paesi europei può essere arrestata non da piccole o grandi coalizioni a difesa dell’establishment e di un ordine sociale ormai insostenibile, ma solo da una grande alleanza civica e di sinistra, che ristabilisca la centralità del valore universale dell’eguaglianza.
La lunga crisi, prodotta dai guasti del capitalismo finanziario e acuita in Europa da un processo di integrazione egemonizzato dal neoliberismo, ha enormemente accresciuto le diseguaglianze, ha svalutato il lavoro e compresso i suoi diritti, ha costretto alla chiusura di tante aziende e tante piccole e medie attività, ha condannato i giovani a una disoccupazione di massa e una precarietà endemica, ha piegato e svuotato l’istruzione, la sanità e la previdenza pubbliche, ha colpito il ceto medio e ha allargato l’area di povertà e insicurezza sociale.
Il progetto politico a cui vogliamo dar vita nasce per contrastare queste tendenze, riaffermando l’attualità e la modernità del modello sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta Costituzionale.
Non regge più il modello di sviluppo basato su alti livelli di inquinamento, su uno spreco insostenibile di materie prime e di consumo del territorio. Vogliamo con la nostra lista essere parte integrante di quel movimento ambientalista che in tutto il mondo si batte per avviare un’ambiziosa transizione verso una ”economia circolare”, per fermare i cambiamenti climatici riconvertire ecologicamente l’economia, liberarsi dalla dipendenza dei combustibili fossili, affermare nuovi modelli di consumo, raggiungere l’obiettivo di rifiuti zero, garantire la sicurezza alimentare e gli approvvigionamenti idrici.
Il lungo ciclo della precarizzazione, contrariamente alle promesse liberiste, ha bloccato la crescita della produttività, ha compresso i salari, ha accresciuto la disoccupazione, ha dequalificato una parte importante del nostro apparato produttivo. Oggi siamo il Paese con il lavoro più precario d’Europa, e con il più alto tasso di disoccupazione giovanile.
Per questo crediamo si debba cominciare restituendo ai lavoratori i diritti sottratti, con la legge sul Jobs Act, che va cancellata, e un’età di accesso al pensionamento in linea con quella dei paesi europei. E diversa secondo il grado di gravosità dei lavori.
La più grande ingiustizia che vogliamo debellare è la condizione di precarietà e di infelicità nella quale sono costretti a vivere milioni di nostri giovani. Non c’è un grande futuro per l’Italia se non si garantisce a loro una prospettiva radicalmente diversa di vita.
Non sono più tollerabili discriminazioni salariali che violano gravemente leggi e principi costituzionali. Ci batteremo per riaffermare un fondamentale principio di giustizia sociale negato in tante parti d’Italia: allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa contribuzione tra uomini e donne.
L’attacco all’autonomia e alla qualità della scuola e dell’università pubblica è parte dello stesso disegno di disgregazione delle condizioni di uguaglianza.
L’indebolimento dell’istruzione quale presidio dello spirito critico e fattore di mobilità sociale è stato infatti il corollario indispensabile delle ‘riforme’ volte a rendere il lavoro più precario, ricattabile e sottopagato, minandone la funzione costituzionale di fondamento della cittadinanza democratica.
Vogliamo mettere in campo una diversa idea di scuola, cominciando da un piano di rifinanziamento dell’istruzione pubblica che la porti finalmente ad avere risorse pari a quelle previste nei paesi più avanzati.
Vogliamo lanciare un grande piano di lavoro e investimenti pubblici, da cui far passare il rilancio del welfare e la messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case. Bisogna superare la logica delle Grandi Opere, del consumo di suolo e dello Sblocca Italia: l’unica grande opera utile è la messa in sicurezza del territorio.
Senza gli investimenti pubblici che l’Italia non è in grado di crescere più rapidamente e di creare occupazione stabile e di qualità.
E’ nel Sud che bisogna concentrare una quota nettamente più rilevante di investimenti pubblici e privati per fare ripartire l’Italia, conducendo una lotta senza quartiere a mafia e camorra.
L’obiettivo imprescindibile della piena occupazione dipende infatti anche dalla riattivazione di forme di intervento pubblico nell’economia, che mettano finalmente l’ambiente e il clima al centro della politica e del modello di sviluppo del Paese.
Tutto questo sarà possibile se sapremo ripristinare un sistema di reale equità e progressività fiscale (come previsto dall’articolo 53 della Costituzione), capace di spostare il prelievo dal lavoro alle rendite e ai grandi patrimoni, nonché avviare una lotta senza quartiere all’evasione di chi ha di più, a partire dalle grandi multinazionali ai paradisi fiscali: la custodia dell’ambiente diventa infatti il vero tratto distintivo di una rinnovata visione progressista.
Sentiamo il dovere imprescindibile di garantire un’accoglienza degna a chi cerca in Europa una vita migliore, sfuggendo a regimi sanguinari o alla disperazione della fame.
Il ripudio della guerra, il rilancio del multilateralismo e della cooperazione internazionale sono l’altro lato della medaglia e la bussola di un nuovo ruolo dell’Europa nel mondo globale, in un quadro ancora drammaticamente segnato da conflitti, terrorismo e grandi fenomeni migratori. Senza l’Europa i singoli stati nazionali sarebbero condannati ad una crescente irrilevanza nel nuovo scenario mondiale. L’Europa può svolgere un ruolo importante nel mondo e tornare ad essere fattore di sviluppo e benessere, solo se cambia radicalmente mettendo in soffitta odiose politiche di austerità, sorrette da una miope governance intergovernativa. Serve un’Europa pienamente in sintonia con i principi fondamentali della nostra Costituzione, più democratica, più sociale e meno condizionata dagli egoismi nazionali.
La piena affermazione a tutti i livelli della pari dignità individuale e sociale delle donne è un pilastro del nostro progetto di attuazione integrale della Costituzione repubblicana e del suo cuore pulsante, l’articolo 3.
Vogliamo, in definitiva, ricostruire lo Stato, avvicinare istituzioni e cittadini, restituire i comuni alla pienezza delle proprie funzioni di primo raccordo tra i bisogni delle comunità e i doveri di chi amministra il bene pubblico. Raccogliamo il grido d’allarme dei sindaci italiani che chiedono una svolta nelle politiche verso le città. Dobbiamo garantire sicurezza a tutti senza erigere muri. Occorre ritrovare una politica più responsabile, più progettuale, più sobria nei comportamenti e onesta anche intellettualmente.
Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale.
Tag:Brancaccio, Costituzione, elezioni siciliane, Falcone, Mdp, Montanari, Pd, Possibile, SI
Piero Ignazi su Repubblica risponde a questa domanda – che a molti apparirà banale se non retorica – con una chiarezza esemplare. Ovviamente lo fa con la consueta eleganza, a cominciare dal titolo. Inutile dire che concordo in pieno e, purtroppo, più di tutto con la (triste) conclusione.
PD, LA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA
È IN corso una mutazione “antropologica ” nel Pd? Il partito erede delle maggiori tradizioni politiche del Novecento ha innovato molto negli ultimi anni soprattutto — ma non solo — grazie al dinamismo del suo attuale segretario, Matteo Renzi. Ma un conto sono i cambiamenti di scelte politiche, alleanze, strategie; altro conto è quello stravolgimento dei connotati fondanti di un partito che comporta un vero e proprio cambio di identità. La definizione della “linea politica” rientra nella normalità della dialettica interna ai partiti, mentre l’interrogativo che grava sul Pd riguarda qualcosa di molto più profondo. Il partito democratico, come è stato scritto tante volte, non è nato con un profilo netto e preciso. Era un pastiche di varie componenti, una fusione a freddo di ex democristiani ed ex comunisti, e poco altro. Si è barcamenato per anni in questa indeterminatezza evitando di approfondire le ragioni del suo “esistere”.
La segreteria di Renzi ha portato alla ribalta una generazione di “nativi Pd”, liberi dalle scorie del passato e proiettati verso il futuro, senza zavorre ideologiche. Forte del sostegno di questa nuova componente, la leadership ha introdotto cambiamenti radicali. Il punto non riguarda però specifiche scelte di policy, come il Jobs Act o la Buona scuola, che possono essere indigeste per una componente socialdemocratica ma rimangono pur sempre all’interno di un perimetro riformista: semmai si tratta di un blairismo tardivo che rientra, pur con qualche forzatura, nella tradizione della sinistra e non intacca l’identità del partito. L’ elemento inedito, e distorsivo, emerso in tutta la sua forza negli ultimi mesi, riguarda piuttosto la connotazione sempre più populista e sempre meno istituzionale del Pd. Proprio su questo aspetto si misura una potenziale mutazione antropologica che può portare a una deflagrazione del partito percorso com’è da posizioni sempre più inconciliabili.
I segnali più recenti della torsione antipolitica della segreteria sono inequivoci: si va dalla campagna referendaria fondata sulla riduzione delle poltrone, al pasticcio della riforma/eliminazione dei vitalizi, dalle posture proto-nazionaliste in campo europeo alla disinvoltura istituzionale della mozione anti-Visco, laddove il parlamento non doveva intromettersi nella procedura di nomina di quella autorità indipendente. Il partito di Renzi non è più schierato sempre e comunque a sostegno e a difesa delle istituzioni; non è più quel partito serio, e al limite serioso, con un solido senso dello Stato, affidabile nei momenti critici e disposto a sacrificarsi per un bene collettivo; è trasmutato in un partito che punta a massimizzare i consensi a qualunque costo, anche picconando le proprie migliori tradizioni e svilendo la propria storia. Questo scivolamento verso un populismo meno becero nello stile rispetto ai 5 Stelle ma simile nelle posizioni assunte deriva da una visione plebiscitaria della politica ormai consustanziale al Pd, una visione dove il leader si appella al popolo, alla gente, persino alla nazione (sic) senza dover passare da filtri e mediazioni, pesi e contrappesi. L’irruzione renziana voleva spazzar via procedure complesse e, al limite, farraginose, per far entrare aria fresca nelle “grigie stanze” del potere, interno ed esterno al partito. Ottima intenzione. Solo che quell’aria era inquinata dal populismo. Il mito delle primarie ha portato con sé una cultura politica divisiva e plebiscitaria con il rischio, da un lato, di esasperare la conflittualità interna fino a un punto di non ritorno e, dall’altro, di far deperire il senso delle istituzioni e di piegarle alla lotta politica contingente. La logica della contrapposizione tra amici e nemici e l’appello alla legittimazione popolare diretta sono debordate dalle dinamiche interne per rovesciarsi sul sistema. Ed ora il Pd affianca i 5 Stelle in una competizione al rialzo su chi dissacra con maggior veemenza istituzioni, prassi e regole. Nell’inseguire le pulsioni peggiori dell’antipolitica il partito democratico abbandona la sua tradizione di affidabilità e serietà. Diventa una controfigura solo un po’ più civilizzata del grillismo. È questa perdita del senso dello Stato che attesta la mutazione antropologica in atto nel Pd.
Tag:5 stelle, antipolitica, Pd, populismo, Renzi, senso dello Stato
Giancarlo Ricci è un vero democratico con la schiena dritta, uno stimato anche da chi non la pensa come lui. Con altri militanti della stessa pasta l’anno scorso citò in giudizio il Pd romano – nella persona dell’allora commissario Matteo Orfini – per le arroganti delibere che calpestavano disinvoltamente regolamenti e statuto. Davide contro Golia.
Il Tribunale (c’è sempre un giudice a Berlino) ha dato ragione a Giancarlo e ai suoi, ma Orfini è ricorso in appello contro la sentenza.
Di qui l’appassionata lettera che Giancarlo ha scritto ad alcuni amici e compagni e che io riporto qui di seguito. La faccio breve: Giancarlo merita tutto il nostro rispetto e sostegno. Si è coraggiosamente battuto per tutti noi che crediamo nella democrazia e nel rispetto delle regole.
Se vi riconoscete i tra questi, raccogliete la sua richiesta d’aiuto (bisogna trovare circa 2.500€) e contribuite, indipendentemente da tessere e credo politico. È, come si suol dire, per il principio. Della legalità.
come sapete il PD Roma, mentre era ancora commissario Orfini, ha deciso di ricorrere in appello avverso la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto le nostre ragioni e condannato il PD al pagamento delle spese. Di conseguenza, doverosamente, anche noi dobbiamo costituirci in appello per riaffermare i principi di democrazia che ci hanno spinto ad avviare la vertenza e per chiedere la conferma del primo giudizio a noi favorevole.
Come ho già avuto modo di considerare, purtroppo i tempi della giustizia civile sono così lunghi da superare ampiamente l’evoluzione delle vicende politiche e i cambiamenti di fase della situazione politica cittadina e nazionale. Tuttavia le nostre motivazioni mantengono intatto il loro valore e trascendono la sfera del contingente e del personale.
Dobbiamo quindi perseverare, con la tenacia e la convinzione che abbiamo finora dimostrato, e che spero continueremo a dimostrare collettivamente. Vi chiedo quindi un ulteriore contributo economico, il massimo che potete ragionevolmente sostenere, sapendo che alla conclusione del giudizio tutte le somme corrisposte, di cui ho tenuto minuziosamente conto, vi saranno interamente restituite.
Di seguito potrete leggere la nota che è stata inviata dai nostri legali in cui verificare il dettaglio delle spese da sostenere e la somma che dobbiamo raccogliere. Come in precedenza vi chiedo di versare il vostro contributo con un bonifico sul conto corrente IBAN IT20Z0301503200000004040305 a me intestato. E’ il metodo più trasparente e più pratico, e consente in qualsiasi momento a ciascuno di voi di chieder conto di quanto versato in precedenza, e a me di dar sempre conto di quanto ricevuto e di quanto versato allo studio legale.
Come di consueto, sono sempre a vostra disposizione per ogni ulteriore informazione e per ogni chiarimento, e non appena avrò il testo con cui ci costituiremo in appello ve lo trasmetterò,
Un sentito grazie per la vostra collaborazione, e un affettuoso abbraccio.
Tag:Commissario Orfini, Pd, rispetto delle regole

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 art. 49
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