Source: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=14394
Timestamp: 2019-11-16 21:41:40+00:00

Document:
TAR CAMPANIA Napoli , SENTENZA 14 marzo 2017, n.1472
Vincolo paesaggistico ed autorizzazione paesaggistica
TAR CAMPANIA Napoli , SENTENZA 14 marzo 2017, n.1472RICOGNIZIONE
Il Tar Campania (Napoli) si pronuncia sulla necessità di previa acquisizione dell'autorizzazione paesaggistica in caso di trasformazione del territorio in area assoggettata a vincolo paesaggistico.
L'intervento attraverso il quale si realizzi una trasformazione del territorio in area assoggettata a vincolo paesaggistico richiede la previa acquisizione dell'autorizzazione paesaggistica; con la conseguenza che, quand'anche si ritengano le opere assentibili con mera D.I.A., l'applicazione della sanzione ripristinatoria è, comunque, doverosa ove non sia stata ottenuta alcuna autorizzazione paesistica. Invero, a prescindere dal titolo edilizio ritenuto più idoneo e corretto per realizzare l'intervento in zona vincolata (DIA o permesso di costruire), ciò che rileva è il fatto che lo stesso è stato posto in essere in assoluta carenza di titolo abilitativo.
TAR CAMPANIA Napoli , SENTENZA 14 marzo 2017, n.1472 - Pres. Passoni; Est. Palmarini
sul ricorso numero di registro generale 6694 del 2002, proposto da:
A.E., rappresentata e difesa, dagli avvocati Annibale Frizzato C.F. (...) e Patrizia Kivel Mazuy C.F. (...) con i quali elettivamente domicilia in Napoli al viale Gramsci n. 10;
Comune di Barano d'Ischia, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall'avvocato Ciriaco Rossetti C.F. (...) con il quale domicilia ai sensi dell'art. 25 c.p.a. in Napoli presso la segreteria del T.A.R.;
- dell'ordinanza n. 55 del 3 aprile 2002 con la quale il Comune di Barano d'Ischia ha ingiunto la sospensione dei lavori in corso e disposto il ripristino dello stato dei luoghi;
- di ogni altro atto presupposto, connesso e conseguente ove lesivo, ivi compreso il verbale di sequestro prot. n. (...) redatto dagli agenti del Corpo Forestale dello Stato in data 28 marzo 2002;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Barano D'Ischia;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 28 febbraio 2017 la dott.ssa Paola Palmarini e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Con il ricorso in epigrafe la ricorrente ha impugnato il provvedimento con il quale il Comune di Barano d'Ischia le ha ingiunto, ai sensi delle disposizioni di cui alla L. n. 47 del 1985 di sospendere i lavori in corso alla via Cretaio e di ripristinare lo stato dei luoghi in relazione all'abusivo "...sbancamento di una superficie di circa mq. 1000 ed estirpazione di ceppaie".
La ricorrente, premesso di aver ottenuto in data 1 febbraio 2002 l'autorizzazione da parte della Provincia di Napoli alla estirpazione delle ceppaie di castagno (piante affette da un'infezione) e al ripristino del preesistente vigneto, a sostegno del gravame deduce varie censure di violazione di legge ed eccesso di potere.
Si è costituito per resistere il Comune di Barano d'Ischia.
La domanda di tutela cautelare è stata in parte accolta con l'ordinanza n. 4529 del 9 ottobre 2002.
Con D.P. n. 3994 del 28 luglio 2016 è stato revocato il decreto di perenzione n. 4983/2013.
Alla pubblica udienza del 28 febbraio 2017 la causa è stata trattenuta in decisione.
Con il provvedimento impugnato il Comune di Barano d'Ischia ha contestato alla ricorrente di aver eseguito in assenza di alcun titolo, in area paesaggisticamente vincolata, dei lavori presso il fondo sito alla via Cretaia ingiungendo, quindi, il ripristino dello stato dei luoghi ai sensi delle L. n. 47 del 1985 e del D.Lgs. n. 490 del 1999 .
L'intervento edilizio consiste nello "...sbancamento di una superficie di circa mq. 1000 ed estirpazione di ceppaie".
La ricorrente deduce che l'intervento di estirpazione di ceppaie di castagno e di ripristino del preesistente vigneto sarebbe stato autorizzato dalla Provincia di Napoli; in ogni caso si sarebbe trattato di un intervento che non ha determinato una trasformazione del suolo e, comunque realizzabile con la sola DIA. Da quanto precede sarebbe illegittima la sanzione ripristinatoria.
Nessuna delle predette doglianze merita di essere accolta.
In primo luogo, deve osservarsi che l'autorizzazione della Provincia è stata espressamente rilasciata ai soli fini del vincolo idrogeologico lasciando ferma la necessità di acquisire "tutti gli altri nulla osta prescritti dalle leggi vigenti" (cfr. provvedimento del 1 febbraio 2002 , prot. 1219 in atti).
In secondo luogo risulta incontestato che l'area di intervento ricade nella zona a Protezione Integrale del PTP approvato con D.M. 8 febbraio 1999.
Come evidenziato dalla difesa comunale ai sensi dell'art. 11, punto 4 del richiamato PTP è vietato "...il taglio e l'espianto delle piante di alto fusto nonché il taglio e l'espianto della vegetazione arbustiva, tanto di essenze esotiche quanto di macchia mediterranea spontanea. Le essenze da espiantare a causa di affezione fitopatologiche devono essere sostituite con le stesse essenze..".
L'intervento realizzato dalla ricorrente confligge con le disposizioni appena citate (il bosco di castagni viene infatti sostituito da un vigneto) ed è stato eseguito in assenza di autorizzazione paesaggistica.
Al riguardo deve osservarsi che, contrariamente a quanto dedotto, attraverso l'intervento in questione si è realizzata una trasformazione del territorio in area assoggettata a vincolo paesaggistico e ciò avrebbe richiesto la previa acquisizione dell'autorizzazione paesaggistica; con la conseguenza che, quand'anche si ritenessero le opere assentibili con mera D.I.A., l'applicazione della sanzione ripristinatoria è, comunque, doverosa ove non sia stata ottenuta alcuna autorizzazione paesistica (questo Trib., sez. IV, 23 ottobre 2013, n. 4676). In argomento, il Consiglio di Stato ha affermato (cfr. sentenza sez. VI, 9 gennaio 2013, n. 62), che a prescindere dal titolo edilizio ritenuto più idoneo e corretto per realizzare l'intervento in zona vincolata (DIA o permesso di costruire), ciò che rileva è il fatto che lo stesso è stato posto in essere in assoluta carenza di titolo abilitativo.
Da quanto precede deriva che la sanzione ripristinatoria, in considerazione della visibile alterazione del paesaggio, era doverosa.
Parimenti infondate si rivelano, le ulteriori censure con cui parte ricorrente lamenta l'inadeguatezza dell'istruttoria condotta e l'insufficienza del corredo motivazionale dell'atto impugnato.
Vale, infatti, ribadire che a fronte delle descritte emergenze istruttorie (che non risultano contestate), la realizzazione delle opere in questione, in mancanza dei prescritti titoli abilitativi, di per se stessa, fondava la reazione repressiva dell'organo di vigilanza.
In altri termini, nel modello legale di riferimento non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l'esercizio del potere repressivo mediante applicazione della misura ripristinatoria costituisce atto dovuto: l'atto può ritenersi sufficientemente motivato per effetto della stessa descrizione dell'abuso accertato, presupposto giustificativo necessario e sufficiente a fondare la spedizione della misura sanzionatoria.
Priva di pregio risulta, infine, la censura incentrata sulla omissione della fase partecipativa al procedimento (violazione dell' art. 7 della L. n. 241 del 1990) in quanto i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi, non devono essere preceduti dalla comunicazione dell'avvio del procedimento (ex multis, T.A.R. Campania, Napoli, sez. IV 12 aprile 2005, n. 3780; 13 gennaio 2006, n. 651), perché trattasi di provvedimenti tipizzati e vincolati, che presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere non assentito delle medesime. Seppure si aderisse all'orientamento che ritiene necessaria tale comunicazione anche per gli ordini di demolizione, troverebbe comunque applicazione nel caso in esame l' art. 21 octies, comma 2 della L. n. 241 del 1990 (introdotto dalla L. n. 15 del 2005 ), nella parte in cui dispone che "non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento..qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato". Infatti, posto che l'ordine di demolizione è atto dovuto in presenza di opere realizzate in assenza del prescritto titolo abilitativo, nel caso in esame risulta palese che il contenuto dispositivo dell'impugnata ordinanza non avrebbe potuto essere diverso se fosse stata data alla ricorrente l'opportunità di interloquire con l'amministrazione.
Il Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sede di Napoli, sez. VI, definitivamente pronunciando sul ricorso di come in epigrafe proposto, lo respinge.
Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore dell'avvocato del Comune resistente dichiaratosi antistatario che si liquidano nella somma di Euro. 2.000,00 (duemila/00) oltre agli accessori di legge se dovuti.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 28 febbraio 2017 con l'intervento dei magistrati:

References: SENTENZA 
 SENTENZA 
 SENTENZA 
 sentenza 
 art. 7
 art. 21