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Timestamp: 2018-11-20 21:18:42+00:00

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La giurisprudenza della Corte costituzionale nelle materie di interesse delle Regioni; gennaio – febbraio 2012
Nel periodo gennaio – febbraio 2012 sono 10 le sentenze d’interesse per le Regioni a statuto ordinario e rappresentano esattamente un quarto del totale dei provvedimenti depositati nel medesimo periodo dalla Corte costituzionale.
Una sola sentenza è conseguente a ricorsi promossi dalle Regioni avverso normativa statale, in particolare nei confronti del c.d. “mille proroghe” del 2010, nel mentre i rimanenti 9 provvedimenti riguardano ricorsi promossi in via principale dal Presidente del Consiglio dei ministri avverso leggi regionali, in particolare delle Regioni Abruzzo e Sardegna, entrambe con 3 sentenze ciascuna,, Calabria con 2 sentenze,Molise 1.
Le materie interessate hanno riguardato: l’ambiente, l’ordinamento tributario, la disciplina per l’accesso al pubblico impiego, il commercio e la libera concorrenza, la protezione civile e l’organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali, l’ordine pubblico e sicurezza.
Di particolare interessante la sentenza n. 22/2012, con la quale la Corte costituzionale dichiara l’illegittimità di una norma introdotta dal Parlamento in sede di conversione di un decreto-legge, afferente materie di competenza regionale, per violazione dell’art. 77, comma secondo, della Costituzione. La Corte rileva che le leggi di conversione di decreti legge, disciplinate dal citato art. 77, sono caratterizzate da un particolare procedimento di approvazione, diverso da quello previsto per le leggi ordinarie; e non è pertanto consentito al legislatore introdurre, in sede di conversione, disposizioni del tutto estranee al testo del decreto legge da convertire, senza violare le disposizioni costituzionali disciplinanti l’iter formativo delle leggi.
Di altrettanto interesse la sentenza n. 20/2012, con la quale la Corte, nel sindacare della legittimità costituzionale di una legge della Regione Abruzzo, chiarisce che l’approvazione dei calendari venatori non può essere demandata alla legge regionale, ma la Regione vi deve provvedere, necessariamente, in via amministrativa, poiché così è stabilito dalla legge quadro statale, n. 157/1992, che disciplina la materia della caccia.
Sentenza 23 gennaio 2012, n. 14 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Abruzzo)
Materia: Ambiente (aree naturali protette)
– Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, della legge della Regione Abruzzo 22 dicembre 2010, n. 60, recante «Modifica all’art. 2 della L.R. 18 maggio 2000, n. 96 – Istituzione della Riserva Naturale di interesse provinciale “Pineta Dannunziana” e Istituzione del Parco regionale della Pace nella frazione di Pietransieri».
Pur essendo possibile per le Regioni, nell’esercizio di proprie competenze, procedere ad interventi legislativi ampliativi della sfera di tutela riservata allo Stato in materia di tutela dell’ambiente, non può, al contrario, considerarsi legittima l’adozione, da parte delle stesse Regioni, di modalità procedimentali che si discostino in peius dai principi fondamentali tracciati dalla legislazione statale e, in particolare, dalla legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette), incidendo sui diritti partecipativi che, in materia di aree protette, sono riconosciuti alle comunità locali.
Con queste motivazioni viene dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’intervento normativo della Regione Abruzzo, apportato con la legge regionale n. 60 del 2010, con il quale sono stati modificati i confini di una esistente riserva naturale, stabilendo un’estensione di 85 ettari a fronte dei 59 originari, senza coinvolgere gli enti locali del territorio interessato, in violazione dell’art. 22 della citata legge-quadro sulle aree protette, n. 394 del 1991, che prevede appunto che costituiscono, tra gli altri, principi fondamentali, per la disciplina delle aree naturali protette regionali “la partecipazione delle province, delle comunità montane e dei comuni al procedimento di istituzione dell’area naturale protetta”.
Sentenza 26 gennaio 2012, n. 16 (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Sardegna)
Materia: tutela dell’ambiente (caccia)
– Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 della legge della Regione autonoma Sardegna 21 gennaio 2011, n. 5 (Disposizioni integrative della legge regionale 29 luglio 1998, n. 23 – Norme per la protezione della fauna selvatica e per l’esercizio della caccia in Sardegna).
Nel disciplinare l’esercizio del potere, espressamente attribuito alle Regioni dall’art. 19-bis, comma 1, della legge 11 febbraio 1992, n. 157 “Norme per la protezione della fauna omeoterma e per il prelievo venatorio”, che consente, nei limiti previsti dalla normativa comunitaria e statale, deroghe al regime di divieto di prelievo venatorio, nulla vieta che i relativi provvedimenti regionali vengano adottati senza aver sentito l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), organismo statale succeduto nei compiti già dell’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (INFS), ma “sentito l’Istituto regionale per la fauna selvatica (IRFS)” ovvero, sino alla istituzione di questo, sentito un Comitato tecnico-scientifico ad hoc.
E’ quanto afferma la Corte costituzionale nel dichiarare non fondato il ricorso promosso dallo Stato nei confronti di una legge regionale con la quale si prevede che: “ai fini della disciplina del prelievo venatorio in deroga, l’assessore regionale della difesa dell’ambiente adotti – previa deliberazione della Giunta e d’intesa cogli assessori dell’agricoltura e riforma agraria e dell’igiene e sanità e dell’assistenza sociale – il provvedimento in deroga «sentito l’Istituto regionale per la fauna selvatica (IRFS) ovvero, se non ancora istituito, un comitato tecnico-scientifico» istituito, su proposta del medesimo assessore della difesa dell’ambiente, con deliberazione della Giunta regionale”.
Il giudice delle leggi osserva che è la stessa legge statale che consente che le deroghe al divieto di prelievo venatorio siano concesse sentito l’INFS (ora ISPRA), “o gli istituti riconosciuti a livello regionale”.
“È, pertanto, di tutta evidenza, come dimostrato dall’uso della particella disgiuntiva «o», che lo stesso legislatore statale abbia previsto, in occasione della concessione delle citate deroghe, la possibilità, per l’organo regionale di amministrazione attiva, di giovarsi, in alternativa, sia del parere reso dall’ISPRA che di quello reso da omologhi organismi riconosciuti in ambito regionale”.
Tale opzione rimane valida, secondo la Corte, anche nell’ipotesi in cui, come nel caso in esame, nelle more dell’istituzione dell’Istituto regionale, la Regione si avvalga del parere reso dal un Comitato tecnico-scientifico ad hoc, posto che si deve ritenere che “data la sua previsione a livello di legislazione primaria, anche questo sia un organismo «riconosciuto a livello regionale», del quale, giova sottolineare, non è affatto contestata dal ricorrente né la astratta qualificazione tecnica dei componenti, né le loro modalità di nomina, né la indipendente idoneità a svolgere funzioni consultive”.
Sentenza 7 febbraio 2012, n. 18 (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Sardegna)
Materia: commercio e libera concorrenza
– Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 15-bis, comma 4, della legge della Regione autonoma Sardegna 18 maggio 2006, n. 5 (Disciplina generale delle attività commerciali), introdotto dall’art. 3 della legge della Regione autonoma Sardegna 7 febbraio 2011, n. 6 recante «Modifiche all’art. 2 della legge regionale 21 maggio 2002, n. 9 (Agevolazioni contributive alle imprese nel comparto del commercio), interpretazione autentica dell’art. 15, comma 12 della legge regionale 18 maggio 2006, n. 5 (Disciplina generale delle attività commerciali) e norme sul trasferimento dell’attività», nella parte in cui prevede che la cessione dell’attività «non può essere effettuata, ad eccezione dei casi di cui al comma 5, prima che siano decorsi tre anni dalla data del rilascio del titolo abilitativo all’esercizio dell’attività stessa».
La Corte ribadisce che se anche la materia del commercio è riservata alla potestà legislativa residuale delle Regioni, ciò non è di per sé sufficiente ad escludere eventuali profili di illegittimità costituzionale di interventi legislativi regionali in detto ambito, atteso che, come già chiarito con sentenza 21 aprile 2011, n. 150 “è illegittima una disciplina che, se pure in astratto riconducibile alla materia commercio di competenza legislativa delle Regioni, produca, in concreto, effetti che ostacolino la concorrenza, introducendo nuovi o ulteriori limiti o barriere all’accesso al mercato e alla libera esplicazione della capacità imprenditoriale”.
Su queste premesse viene dichiarata l’illegittimità costituzionale di una disposizione della Regione Sardegna con la quale, nel disciplinare il trasferimento dell’attività commerciale su aree pubbliche, si prevede che la cessione dell’attività per atto tra vivi non può essere effettuata prima che siano decorsi tre anni dalla data del rilascio del titolo abilitativo all’esercizio dell’attività stessa.
Tale norma, imponendo una limitazione temporale alla cessione di attività commerciali, restringe la possibilità di accesso di nuovi operatori, con conseguente violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione che riserva alla competenza statale la materia della tutela della concorrenza.
Sentenza 9 febbraio 2012, n. 20 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Abruzzo)
Materia: tutela dell’ambiente (caccia – divieto approvazione calendario venatorio con legge regionale)
– Dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 della legge della Regione Abruzzo 10 agosto 2010, n. 39 (Norme per la definizione del calendario venatorio regionale per la stagione venatoria 2010/2011).
La Corte, ricordato che la giurisprudenza costituzionale successiva alla revisione della Parte II del Titolo V della Costituzione ritiene che legittimamente la legge dello Stato, nell’esercizio di una competenza che le è riservata in via esclusiva, può vietare che la funzione amministrativa regionale venga esercitata in via legislativa, dichiara, per la prima volta, l’illegittimità costituzionale di una legge-provvedimento con la quale una Regione ha approvato, con legge regionale, i contenuti del calendario venatorio per una determinata stagione venatoria.
Invero, ad avviso della giudice delle leggi, l’art. 18, comma 4, della legge 11 febbraio 1992, n. 157 “Norme per la protezione della fauna omeoterma e per il prelievo venatorio”, nella parte in cui prevede che la Regione approvi il calendario regionale e il regolamento relativi all’intera annata venatoria, intende con ciò prescriverne la forma di atto amministrativo, come suggerisce l’espressione letterale cui il legislatore statale ha voluto ricorrere.
Ciò in quanto “il passaggio dal provvedere in via amministrativa alla forma di legge è più consono alle ipotesi in cui la funzione amministrativa impatta su assetti della vita associata, per i quali viene avvertita una particolare esigenza di protezione di interessi primari «a fini di maggior tutela e garanzia dei diritti» (sentenza n. 143 del 1989); viceversa, nei casi in cui la legislazione statale, nelle materie di competenza esclusiva, conformi l’attività amministrativa all’osservanza di criteri tecnico-scientifici, lo slittamento della fattispecie verso una fonte primaria regionale fa emergere un sospetto di illegittimità”.
La Corte osserva, inoltre, che la scelta che si provveda con atto amministrativo si riconnette anche al regime di flessibilità di tale fonte regolatrice che consente di intervenire sul calendario stesso, mediante l’imposizione di specifici divieti, nel caso di sopravvenute particolari condizioni ambientali, stagionali o climatiche o per malattie o per altre calamità.
Ricorrere allo strumento legislativo può costituire un aggravio, in casi estremi tale da vanificare gli obiettivi di pronta regolazione dei casi di urgenza.
Infine, il giudice rileva che il passaggio dall’atto amministrativo alla legge implica un mutamento del regime di tutela giurisdizionale, tutela che dal giudice comune passa alla giustizia costituzionale, e pur essendo prevista la possibilità della sospensione dell’esecuzione della legge impugnata in via principale, ciò si verifica solo nell’ipotesi in cui il Governo abbia promosso la questione di legittimità costituzionale.
Sul punto viene ricordato, richiamando la sentenza 11 luglio 2008, n. 271, che“il legislatore statale può preferire lo strumento del ricorso giurisdizionale innanzi al giudice comune, e ciò in ragione sia della disponibilità del ricorso in capo alle parti private legittimate, sia dei tempi con cui il giudice può assicurare una pronta risposta di giustizia, sia della latitudine dei poteri cautelari di cui esso dispone, sia dell’ampiezza del contraddittorio che si può realizzare con i soggetti aventi titolo per intervenire, estranei invece, in linea di principio, al giudizio costituzionale sul riparto delle competenze legislative”.
Alla luce delle sopra indicate argomentazioni la Corte conclude nel senso che il legislatore statale abbia inteso realizzare un procedimento amministrativo, al termine del quale la Regione è tenuta a provvedere mediante approvazione del calendario venatorio con atto amministrativo e con divieto di impiegare, invece, la legge-provvedimento.
Sentenza 16 febbraio 2012, n. 22 – (giudizio promosso dalle Regioni Liguria, Basilicata, Puglia, Marche, Abruzzo e Toscana c/Stato)
Violazione art. 77, comma secondo, Cost. – emendamenti in sede di legge di conversione decreto-legge, procedimento legislativo viziato – violazione artt. 119, 23 e 123 Cost.
– Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 febbraio 2011, n. 10, nella parte in cui introduce i commi 5-quater e 5-quinquies, primo periodo, nell’art. 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225 (Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile).
L’importante sentenza in rassegna affronta la problematica del rapporto tra decretazione d’urgenza e i limiti alla competenza del legislatore statale, in sede di conversione dei decreti legge.
La questione viene all’esame della Corte a seguito di ricorsi promossi da alcune Regioni che, nel lamentare la lesione delle proprie prerogative costituzionalmente garantite, ad opera del decreto-legge n. 255 del 2010, c.d. “mille proroghe”, come risultante a seguito della legge di conversione, hanno contestato la violazione dell’art. 77, comma secondo della Costituzione.
In particolare, viene rilevato che le norme impugnate incidono su un ambito materiale di competenza legislativa concorrente quale la “protezione civile”, prevedendo che a seguito della dichiarazione dello stato di emergenza, il Presidente della Regione interessata da eventi calamitosi, qualora il bilancio della Regione non rechi le disponibilità finanziarie sufficienti per effettuare le spese conseguenti all’emergenza ovvero per la copertura degli oneri conseguenti alla stessa, è autorizzato a deliberare aumenti, sino al limite massimo consentito dalla vigente legislazione, dei tributi, delle addizionali, delle aliquote ovvero delle maggiorazioni di aliquote attribuite alla Regione, nonché ad elevare ulteriormente la misura dell’imposta regionale sulla benzina, fino a un massimo di cinque centesimi per litro, rispetto alla misura massima consentita, prevedendo inoltre che solo qualora tali misure vengano adottate e non siano sufficienti, può essere disposto l’utilizzo delle risorse del Fondo nazionale di protezione civile.
Il giudice delle leggi, dopo aver ricordato la giurisprudenza che ha ritenuto ammissibili le questioni di legittimità costituzionale prospettate dalle Regioni in riferimento a parametri diversi da quelli riguardanti il riparto delle competenze tra lo Stato e le Regioni stesse, ricostruisce l’iter legislativo che ha portato alla formulazione delle norme oggetto d’impugnazione, rilevando come gli articoli impugnati, introdotti solo in sede di conversione, siano del tutto slegati da contingenze particolari, ed estranei all’oggetto ed alle finalità del decreto-legge c.d. “mille proroghe”, “in quanto si tratta di un frammento, relativo ai rapporti finanziari, della disciplina generale e sistematica, tuttora mancante, del riparto delle funzioni e degli oneri tra Stato e Regioni in materia di protezione civile”.
Ad avviso della Corte, è da escludersi la possibilità di inserire, nella legge di conversione di un decreto-legge, emendamenti del tutto estranei all’oggetto ed alle finalità del testo originario poiché ciò risponde non soltanto ad esigenze di buona tecnica normativa, ma è imposto dallo stesso art. 77, secondo comma, della Costituzione, che istituisce un nesso di interrelazione funzionale tra decreto-legge, formato dal Governo ed emanato dal Presidente della Repubblica, e legge di conversione, caratterizzata da un procedimento di approvazione peculiare rispetto a quello ordinario.
In buona sostanza, nell’iter di conversione di un decreto-legge, le Camere ben possono apportare emendamenti al testo del decreto-legge stesso, a patto di non spezzare il legame essenziale tra decretazione d’urgenza e potere di conversione. “Se tale legame viene interrotto, la violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost., non deriva dalla mancanza dei presupposti di necessità e urgenza per le norme eterogenee aggiunte, che, proprio per essere estranee e inserite successivamente, non possono collegarsi a tali condizioni preliminari (sentenza n. 355 del 2010), ma per l’uso improprio, da parte del Parlamento, di un potere che la Costituzione gli attribuisce, con speciali modalità di procedura, allo scopo tipico di convertire, o non, in legge un decreto-legge”.
Tuttavia, rileva il giudice, l’ammissibilità della censura riferita alla violazione del citato art. 77, dipende dalla denunciata lesione, ad opera delle norme impugnate, di competenze costituzionalmente tutelate delle Regioni ricorrenti.
Poste queste premesse la Corte, proseguendo con lo scrutinio delle censure di merito, rileva che alcune delle questioni sollevate sono fondate.
In particolare risultano fondate le questioni sollevate con riferimento all’art. 119 della Costituzione, atteso che le norme impugnate, in quanto impongono alle Regioni di deliberare gli aumenti fiscali in esse indicati per poter accedere al Fondo nazionale della protezione civile, in presenza di un persistente accentramento statale del servizio, ledono l’autonomia di entrata delle stesse. Inoltre dette norme ledono l’autonomia di spesa, poiché obbligano le Regioni ad utilizzare le proprie entrate a favore di organismi statali (Servizio nazionale di protezione civile), per l’esercizio di compiti istituzionali di questi ultimi, corrispondenti a loro specifiche competenze fissate nella legislazione vigente.
L’art. 119 risulta essere violato anche sotto il profilo del legame necessario tra le entrate delle Regioni e le funzioni delle stesse, poiché lo Stato, pur trattenendo per sé le funzioni in materia di protezione civile, ne accolla i costi alle Regioni.
Da ultimo, viene rilevato come le norme impugnate, autorizzando il Presidente della Regione a deliberare gli aumenti fiscali, violano la riserva di legge in materia tributaria garantita dall’art. 23 della Carta fondamentale, e ledono l’autonomia statutaria regionale garantita dall’art. 123, individuando, con norma statale, l’organo della Regione titolare delle funzioni.
Sentenza 23 febbraio 2012, n. 30 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Sardegna)
Materie: tributi statali e crediti d’imposta; principio della natura comparativa ed aperta del pubblico concorso art. 97 Cost.
– Dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 3 e 7, commi 1, 2 e 3, della legge della Regione Sardegna 19 gennaio 2011, n. 1 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione – Legge finanziaria 2011) e in via conseguenziale, l’illegittimità costituzionale dell’art. 7, comma 3-bis, della medesima legge regionale n. 1 del 2011;
Allo stato della legislazione vigente, non è consentito prevedere, come ha fatto la Regione Sardegna, che, al fine di ridurre le diseconomie presenti nei Comuni di una determinata Regione, sia concesso, alle imprese aventi sede legale in uno di tali Comuni, un contributo, nella forma del “credito d’imposta”.
La Corte rileva infatti che un contributo alle imprese, concesso nella forma del “credito d’imposta”, è indubbiamente un beneficio sussumibile nella più ampia categoria delle agevolazioni fiscali.
Richiamando la propria decisione 26 marzo 2010, n. 123, il giudice rileva che, in base alla attuale normativa regionale, non risultano sussistere tributi regionali propri, istituiti e disciplinati dalla Regione, che possano essere considerati ai fini dell’agevolazione in questione e, quindi, deve ritenersi che detta agevolazione si riferisce a tributi erariali, compresi i tributi regionali cosiddetti derivati.
Ciò premesso, rilevato che un’agevolazione tributaria nella forma del credito di imposta applicabile a tributi erariali, costituisce un’integrazione della disciplina dei medesimi tributi erariali, ne consegue l’illegittimità costituzionale della disposizione impugnata per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione dato che, in assenza di specifica autorizzazione contenuta in una legge statale, detta normativa viene a violare la competenza accentrata in materia di “sistema tributario dello Stato”.
La sentenza dichiara inoltre l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni dirette a finanziare programmi pluriennali di stabilizzazione del personale precario delle amministrazioni locali che abbia svolto, alle dipendenze di esse, almeno trenta mesi di servizio, posto che dette disposizioni si pongono in contrasto con i vincoli legislativi derivanti dal rispetto dei principi di coordinamento della finanza pubblica, ed in particolare con l’art. 17, comma 10, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in tema di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, che consente alle amministrazioni pubbliche di bandire concorsi, per qualifiche non dirigenziali, nei quali sia prevista la riserva di posti in misura non superiore al 40%, in favore di chi abbia alcuni requisiti, tra i quali svolgere servizio nella pubblica amministrazione da almeno trentasei mesi.
La Corte osserva, in particolare, che la disposizione statale non prevede la stabilizzazione pura e semplice, ma esclusivamente l’assunzione a seguito dell’espletamento del pubblico concorso con riserva dei posti, per accedere al quale è necessaria un’anzianità di servizio non per la durata di trenta mesi, come previsto dalla legge della Regione Sardegna, ma per quella, più ampia, di trentasei mesi.
Considerato che la citata norma statale è espressione di un principio di coordinamento della finanza pubblica, volto al contenimento della spesa, e che la norma impugnata se ne discosta, ciò ne determina la conseguente dichiarazione d’illegittimità costituzionale.
Infine, la Corte dichiara fondate le censure sollevate con riferimento ad un’ulteriore disposizione, con la quale si prevede la stabilizzazione di personale regionale precario che abbia lavorato alle dipendenze dell’amministrazione regionale per trenta mesi nei cinque anni precedenti, prevedendo una riserva di posti nella misura del 40 %, e che il concorso sia espletato per titoli e colloquio, esentando i riservatari, da eventuali prove preselettive.
Nel merito la Corte dichiara l’illegittimità della norma regionale posto che l’ampia riserva di posti in favore di una determinata categoria di concorrenti, la valorizzazione dei titoli di servizio, sia, infine, la limitazione ai soli “titoli e colloquio” delle prove concorsuali con esenzione dei riservatari dall’espletamento di eventuali prove di preselezione, “fanno fondatamente escludere che lo svolgimento dei pubblici concorsi richiamati dalla disposizione censurata sia governato dal principio della par condicio fra i vari concorrenti, in assenza del quale la procedura di selezione dei migliori aspiranti è indubbiamente viziata e, in definitiva, non idonea ad assicurare la soddisfazione delle finalità sia di trasparenza che di efficienza dell’operato della Pubblica Amministrazione cui è ispirato l’art. 97 della Costituzione”.
La violazione dell’art. 97 della Costituzione viene riscontrata anche con riferimento ad un’ulteriore disposizione con la quale si sono previste progressioni di carriera per i dipendenti laureati dell’amministrazione, inquadrati nell’area C terzo livello ed assunti con pubblico concorso, nonché quelli di categoria C, anch’essi assunti con pubblico concorso, che abbiano superato selezioni interne verticali entro il 31 dicembre 2006 e che abbiano almeno trenta mesi di anzianità, disponendo che essi siano inquadrati nella categoria D primo livello a decorrere dal 1 gennaio 2011.
Viene inoltre rilevato che la violazione dell’art. 97, della Costituzione, non viene meno per il fatto che il legislatore regionale abbia previsto che il personale considerato per la progressione di carriera debba partecipare ad un corso-concorso di formazione professionale, da concludersi con una prova il cui mancato superamento comporta il venir meno della qualifica attribuita.
Infatti, lo svolgimento del corso-concorso, in assenza di una preliminare prova pubblica di selezione degli aspiranti, non è equiparabile ad un concorso pubblico. Per altro verso, dalla espressione utilizzata dal legislatore sardo “venir meno della qualifica attribuita”, la Corte deduce che il positivo esito del corso-concorso ha una funzione meramente confermativa di una progressione lavorativa già avvenuta, e non determinativa della stessa.
Sentenza 23 febbraio 2012, n. 32 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Abruzzo)
Materia: protezione civile; sistema tributario e contabile dello stato; ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali; coordinamento della finanza pubblica; violazione principio libertà di associazione di cui all’art. 18 Cost.
– Dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 11, 16, 75, relativamente alla disposizione di una riduzione della tariffa per i servizi di soccorso sanitario e non sanitario in favore dei residenti nella Regione Abruzzo ed alla copertura finanziaria del conseguente minor introito in quota parte delle risorse assegnate dal fondo sanitario per il funzionamento del SUEM 118, e l’art. 76, comma 1, della legge della Regione Abruzzo 10 gennaio 2011, n. 1 (Disposizioni finanziarie per la redazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Abruzzo – Legge Finanziaria Regionale 2011)
La Regione, nel disporre di risorse statali, non può intervenire con una propria disciplina in un ambito di competenza dello Stato. Essa certamente non può interferire in materie di esclusiva competenza statale, né può farlo, per le materie di legislazione concorrente, nella sfera, pure afferente allo Stato, dell’emanazione dei principi fondamentali. Ciò, indipendentemente dal contenuto della norma regionale emanata e, quindi, a fortiori, in caso di contrasto della stessa con i predetti principi fondamentali.
E’ quanto affermato dalla Corte costituzionale con riferimento ad una disposizione della Regione Abruzzo con la quale si prevedeva, nell’ambito dell’emergenza terremoto, l’erogazione di compensi per lavoro straordinario per il personale con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, appartenente alla Protezione Civile della Regione Abruzzo e agli Enti strumentali della Regione, da riconoscersi a carico delle risorse speciali previste per la gestione dell’emergenza post sisma, e quindi rimborsati alla Regione dalla Struttura per la Gestione dell’Emergenza.
La Corte rileva che detta disposizione viola, innanzitutto, l’art. 117, secondo comma, lettere e) e g), della Costituzione, perché dispone in maniera unilaterale a favore della Regione Abruzzo di somme già precedentemente attribuite per il perseguimento di determinate finalità ad un’autorità statale, qual è il Commissario delegato per la ricostruzione successiva al terremoto, incidendo, in tal modo, nel sistema contabile dello Stato e nella disciplina della dotazione di un organo della sua amministrazione.
Viene inoltre rilevato come la disposizione regionale censurata incida anche sui principi fondamentali in materia di protezione civile, poiché è evidente che il legislatore regionale, con la disposizione impugnata, ha sovrapposto la propria disciplina a quella dettata, secondo le regole, dalle ordinanze di protezione civile, in tal modo ledendo il principio fondamentale desumibile dall’art. 5, comma 2, della legge 24 febbraio 1992, n. 225 (Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile), secondo cui, per l’attuazione degli interventi di emergenza, si provvede con ordinanze di protezione civile, le quali disciplinano uno straordinario, seppur temporaneo, assetto sovrastrutturale di poteri, allo scopo di tutelare l’integrità della vita, dei beni e degli insediamenti.
La norma censurata, facendo gravare gli oneri finanziari dell’utilizzo straordinario del personale in regime di collaborazione coordinata e continuativa sui fondi statali specificamente destinati a fare fronte all’emergenza sismica, si discosta dalla normativa dettata dalle ordinanze di protezione civile in concreto adottate nell’ambito degli interventi diretti a fronteggiare l’evento emergenziale cha ha colpito il territorio dell’Abruzzo, che hanno posto tali oneri, in un primo momento a carico del bilancio regionale e, successivamente, a carico delle risorse del fondo speciale per il finanziamento delle spese impreviste.
Ne consegue, dunque, la lesione da parte della legge regionale del richiamato principio fondamentale in materia di protezione civile, atteso che la Regione, perdurando la situazione di emergenza, non può incidere sugli effetti prodotti dalle ordinanze emanate dal Commissario delegato.
Con la sentenza viene inoltre dichiarata l’illegittimità di una ulteriore disposizione, contenuta nella legge regionale impugnata, con la quale si invitava la Giunta regionale a predisporre un provvedimento legislativo per la revisione complessiva delle tasse, dei canoni e delle imposte regionali, prevedendo, in caso di inadempienza da parte della Giunta, un adeguamento su base ISTAT.
Il giudice delle leggi, accogliendo le censure sollevate dallo Stato, rilevato che non sussistono nell’ambito della Regione Abruzzo, tributi regionali “propri” (nel senso di tributi istituiti e disciplinati dalla Regione Abruzzo), che possano essere considerati ai fini della revisione richiesta dalla norma impugnata, ne deduce che la stessa non può che riferirsi ai tributi regionali c.d. “derivati”.
Ne consegue la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera e) della Costituzione, atteso che non è consentito al legislatore regionale, salvo diversa previsione statale, intervenire nell’ambito dei tributi esistenti istituiti e disciplinati da leggi statali.
Con il comma 3 dell’art. 75 della legge impugnata, la Regione Abruzzo ha previsto che la Giunta regionale, secondo un determinata procedura, integri e aggiorni il proprio tariffario per i servizi di soccorso sanitario e non sanitario, stabilendo che per i residenti nella Regione sia disposta una riduzione della tariffa, in misura da concordarsi tra la Regione e le Aziende sanitarie locali, e prevedendo che il minor introito sia coperto con una quota parte delle risorse assegnate dal fondo sanitario per il funzionamento del SUEM (Servizio di urgenza ed emergenza medica).
In merito a tale disposizione, la Corte rileva che la Regione Abruzzo è impegnata nel Piano di rientro di cui all’Accordo tra il Ministro della salute, il Ministro dell’economia e delle finanze e il Presidente della Regione in data 6 marzo 2007, in forza del quale la Regione non può erogare livelli di assistenza ulteriori rispetto a quelli essenziali.
Pertanto, la riduzione tariffaria prevista dalla norma impugnata, configurandosi come misura di assistenza supplementare, si pone in contrasto con l’obiettivo dichiarato del Piano di rientro, di riequilibrare il profilo erogativo dei livelli essenziali di assistenza e la gestione coerente per il perseguimento del pareggio economico nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza.
Ne consegue la dichiarazione di illegittimità costituzionale della prevista riduzione tariffaria, per violazione del principio fondamentale della materia del coordinamento della finanza pubblica di cui all’art. 117, terzo comma, della Costituzione, secondo quanto già affermato dalla stessa Corte costituzionale in altri analoghi casi di incoerenza della legislazione regionale rispetto agli obiettivi fissati dal Piano di rientro del deficit sanitario.
Infine, viene dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 76 della legge impugnata con il quale si prevede che “il SASA – CNSAS (Soccorso Alpino Speleologico Abruzzo del Corpo nazionale del Soccorso Alpino Speleologico) adotta sulle proprie divise di ordinanza e sui mezzi in dotazione il logo della Protezione Civile regionale”.
La Corte rileva che la norma regionale, prescrivendo l’adozione del logo della Protezione civile regionale, interferisce con la materia organizzativa degli apparati di pubblico servizio di rilevanza nazionale, di competenza esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera g, della Costituzione e, sotto l’aspetto funzionale, con l’ambito dei principi fondamentali in materia di protezione civile. “Inoltre, la natura volontaria del Corpo nazionale del soccorso alpino, titolare per sua libera scelta di un proprio logo, urta contro l’imposizione, in forza dell’impugnata disposizione regionale, di un nuovo segno di riconoscimento non espressamente concordato o assentito. Donde la ulteriore lesione dei principi costituzionali sulla libertà di associazione di cui all’art. 18 Cost.”.
Sentenza 23 febbraio 2012, n. 33 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Molise)
Materie: coordinamento finanza pubblica; sistema tributario e contabile dello Stato; art. 23 Cost. riserva di legge per imporre prestazioni personali o patrimoniali
– Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 13, lettera c), e comma 41, lettera o), della legge della Regione Molise 1 febbraio 2011, n. 2 (Legge finanziaria regionale 2011).
Per le Regioni sottoposte ai piani di rientro sanitario non è possibile prevedere, come ha fatto il Molise, una disposizione con la quale si stabilisca che “ai fini del controllo e della regolazione della spesa farmaceutica e dell’uso appropriato dei farmaci, la Regione promuove le attività di informazione scientifica indipendente attraverso l’utilizzo di profili professionali previsti dalla legislazione vigente”.
Una simile disposizione, infatti, contrasta con l’art. 117, terzo comma, della Costituzione, in materia di principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica perché, consentendo il reclutamento di nuove unità di personale sanitario, viola l’art. 2, comma 88, della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2010), il quale prevede che, per le Regioni già sottoposte ai piani di rientro e già commissariate, restano fermi l’assetto della gestione commissariale previgente per la prosecuzione del piano di rientro, secondo programmi operativi coerenti con gli obiettivi finanziari programmati predisposti dal commissario ad acta.
La Corte costituzionale, chiamata ad esprimersi sulla disposizione impugnata, osserva che la norma censurata non esclude la possibilità per le Regioni, in genere, di procedere a nuove assunzioni o all’instaurazione di nuovi rapporti di collaborazione, tuttavia, detta possibilità è da ritenersi esclusa per le Regioni, come il Molise, per le quali è stato nominato un commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro della spesa sanitaria.
Ne consegue, pertanto, la dichiarazione di illegittimità costituzionale della disposizione impugnata.
Viene inoltre dichiarata l’illegittimità di una ulteriore disposizione con la quale, nell’ambito della disciplina in materia di raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi freschi o conservati destinati al consumo, la Regione Molise, ai fini del rilascio e della convalida annuale del tesserino di idoneità per la raccolta dei tartufi, ha previsto che, unitamente alla tassa di concessione regionale annua pari a 100 euro, sia dovuto un contributo annuale, per gli interventi di sostenibilità ambientale regionale, pari a 3.000 euro; aggiungendo che esso può essere assolto da parte dei residenti nella Regione Molise mediante la fornitura, nel corso dell’anno solare di riferimento, di prestazioni di servizio, a finalità collettiva, rivolti al miglioramento dell’ambiente e del paesaggio, le cui modalità sono definite con deliberazione della Giunta regionale.
Come rilevato dal ricorrente, la norma impugnata si pone in contrasto con l’art. 17 della legge 16 dicembre 1985, n. 752 (Normativa quadro in materia di raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi freschi o conservati destinati al consumo), che autorizza le Regioni ad istituire una tassa di concessione regionale annuale per il rilascio del tesserino che abilita alla ricerca e alla raccolta del tartufo, senza prevedere la possibilità di ulteriori forme di imposizione.
Essa pertanto viola la competenza esclusiva statale in materia di sistema tributario e contabile dello Stato stabilita dall’art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione.
Inoltre, osserva la Corte, poiché la norma impugnata impone una prestazione patrimoniale (il contributo di 3.000 euro), ma contestualmente consente di evitarne il pagamento mediante l’esecuzione di altre prestazioni, da definire con provvedimento amministrativo da parte della Giunta regionale, senza dettare criteri direttivi idonei a restringere la discrezionalità dell’organo amministrativo, essa contrasta anche con l’art. 23 della Carta fondamentale, il quale impone che ogni prestazione personale o patrimoniale sia prevista per legge.
Sentenza 23 febbraio 2012, n. 34 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Calabria)
Materia: ordine pubblico e sicurezza
– Dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Calabria 7 marzo 2011, n. 7 (Istituzione dell’Agenzia regionale per i beni confiscati alle organizzazioni criminali in Calabria).
Il giudice delle leggi dichiara l’illegittimità costituzionale dell’intera legge n. 7, del 2011, della Regione Calabria con la quale è stata istituita un’Agenzia regionale, con il compito di gestire i beni confiscati alle organizzazioni criminali, vigilando sul loro corretto utilizzo, nonché a collaborare con gli appositi organismi istituzionali per prevenire il deterioramento dei beni tra la fase di sequestro e quella di confisca.
La Corte, nell’accogliere le censure sollevate dal ricorrente, rileva come l’Agenzia regionale si sovrapponga ai compiti dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, istituita con decreto-legge 4 febbraio 2010, n. 4, invadendo l’ambito di competenza esclusiva riservato allo Stato dall’art. 117, secondo comma, lettera h), della Costituzione, in materia di ordine pubblico e sicurezza.
Inoltre, la previsione della collaborazione con gli appositi organismi istituzionali per prevenire il deterioramento dei beni tra la fase di sequestro e quella di confisca, incide sulle competenze statali di cui all’art. 117, secondo comma, lettera g), della Costituzione, in materia di ordinamento e organizzazione amministrativa degli uffici statali, perché stabilisce unilateralmente forme di coordinamento che coinvolgono attribuzioni dello Stato.
Sentenza 23 febbraio 2012, n. 35 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Calabria)
– Dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Calabria 7 marzo 2011, n. 4 (Misure per garantire la legalità e la trasparenza dei finanziamenti erogati dalla Regione Calabria).
Alle Regioni non è consentito prevedere che, al fine di garantire la legalità, la trasparenza delle operazioni finanziarie ed amministrative della Regione e la tracciabilità dei flussi finanziari, tutti i beneficiari pubblici e privati che usufruiscono di finanziamenti regionali, devono utilizzare un conto corrente unico dedicato, per l’accredito ed utilizzo dei suddetti fondi, in conformità e secondo le procedure previste nella legge 13 agosto 2010, n. 136 (Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia),per importi di ammontare uguali o superiori ad una determinata soglia, stabilita dalla stessa legge regionale.
Infatti, rileva la Corte, una simile disposizione viola l’art. 117, secondo comma, lettera h) della Carta fondamentale, atteso che incide in una materia riconducibile alla competenza esclusiva statale in materia di ordine pubblico e sicurezza.
In particolare, viene rilevato come la legge calabra, impugnata dallo Stato, utilizzi i medesimi strumenti fatti propri dal legislatore nazionale con la legge n. 136 del 2010 con la quale, allo scopo di prevenire reati, in particolar modo nel settore degli appalti pubblici, è stata prescritta l’apertura di uno o più conti correnti bancari o postali dedicati, anche non in via esclusiva, alle commesse pubbliche.
La Corte precisa che non è in discussione il fatto che la promozione della legalità non è di pertinenza esclusiva dello Stato, potendo ben essere riconducibile a materie e funzioni di spettanza regionale, ovvero a interessi di rilievo regionale.
Tuttavia, è sempre necessario che eventuali interventi regionali siano riconducibili ad una competenza propria della Regione, come ad esempio potrebbe essere per le misure adottate nell’ambito dell’organizzazione degli uffici regionali, e sempre che ciò non costituisca strumento di politica criminale o possa generare interferenze, anche potenziali, con la disciplina statale di prevenzione e repressione dei reati.
Nel caso della legge censurata, la Corte rileva che sia la finalità, sia l’oggetto materiale su cui impatta, sia lo strumento normativo impiegato, sono riconducibili esclusivamente alla materia dell’ordine pubblico e della sicurezza. Inoltre viene osservato che la norma regionale si sovrappone a quella statale in maniera tale da creare un contrasto tra le due discipline, atteso che la legge statale non prevede un divieto ad utilizzare una pluralità di conti e, soprattutto, non prevede alcuna soglia al di sotto della quale non si determina l’obbligo del conto dedicato.
Ne consegue la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’intera legge regionale, poiché incidente in materia riservata allo Stato.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 77
 sentenza 

Sentenza 

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Sentenza 
 art. 77
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 art. 77
 art. 77

Sentenza 
 art. 97
 sentenza 

Sentenza 
 sentenza 

Sentenza 
 art. 23

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