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Timestamp: 2020-05-25 10:57:34+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 13476 del 30/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13476 del 30/06/2016
Cassazione civile sez. lav., 30/06/2016, (ud. 13/04/2016, dep. 30/06/2016), n.13476
sul ricorso 10455-2011 proposto da:
M.A., C.F. (OMISSIS) elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 59, presso lo studio dell’avvocato,
AMOS ANDREONI, che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;
REGIONE TOSCANA, C.F. (OMISSIS), in persona del Presidente pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA BARBERINI 12,
presso lo studio dell’avvocato MARCELLO CECCHETTI, rappresentato e
difeso dall’avvocato ENRICO BALDI, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1407/2010 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,
depositata il 29/11/2010 R.G.N. 172/2008;
CARMELO CELENTANO che ha concluso per il rigetto del ricorso.
1. La Corte d’Appello di Firenze, con la sentenza n. 1407 del 2010, depositata il 29 novembre 2010, pronunciando sull’appello proposto dalla Regione Toscana nei confronti del Ministero della salute e di M.A., e sull’appello incidentale proposto dal Ministero della salute, avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Arezzo, accoglieva l’appello principale proposto dalla Regione Toscana avverso la sentenza n. 372 del 29 giugno 2007 dal Tribunale di Arezzo, e per l’effetto dichiarava il difetto di legittimazione passiva della Regione Toscana.
2. Rigettava l’appello incidentale proposto dal Ministero della salute.
3. Il Tribunale aveva condannato entrambe le Amministrazioni a riconoscere e a corrispondere a M.A. l’indennizzo ex lege n. 210 del 1992.
4. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre il Ministero della salute prospettando tre motivi di ricorso.
5. Resistono con autonomi controricorsi sia M.A. che la Regione Toscana.
1. Con l’unico motivo di ricorso è dedotta violazione e falsa applicazione del D.P.C.M. 8 gennaio 2002, art. 3 e del D.P.C.M. 24 luglio 2003, art. 3 (in tema di rideterminazione delle risorse finanziarie da trasferire alle Regioni e agli enti locali per l’esercizio delle funzioni conferite dal D.Lgs. n. 112 del 1998, in materia di salute umana e sanità veterinaria), nonchè del D.P.C.M. 26 maggio 2000, artt. 2 e 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Assume il ricorrente che erroneamente la Corte d’Appello non aveva riconosciuto il difetto di legittimazione passiva del Ministero, sussistendo la legittimazione passiva della Regione. Il ricorrente sostiene il difetto di legittimazione passiva del Ministero della salute in quanto, per effetto dei D.P.C.M. 8 gennaio 2002 e D.P.C.M. 24 luglio 2003, sussiste ancora la legittimazione passiva del Ministero solo per le domande riguardanti l’indennizzo di cui alla L. n. 210 del 1992, le cui istanze siano state trasmesse dalle A.S.L. al competente ministero (allora della sanità, ora della salute) fino al 21 febbraio 2001, con la conseguente attribuzione della legittimazione passiva alla Regione per le domande trasmesse dopo tale data.
1. Il motivo non è fondato e deve essere rigettato.
1.1. Occorre rilevare che sulla questione della legittimazione passiva, oggetto di contrasto giurisprudenziale, sono intervenute le Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 12538 del 2011 (cui adde, Cass., ord. n. 29311 del 2011, sentenze n. 4591 del 2014 e n. 3725 del 2016), che hanno affermato come principio di diritto ex art. 384 c.p.c., comma 1, che nelle controversie aventi ad oggetto l’indennizzo previsto dalla L. 25 febbraio 1992, n. 210, in favore dei soggetti che hanno riportato danni irreversibili a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati e da questi ultimi proposte per l’accertamento del diritto al beneficio sussiste la legittimazione passiva del Ministero della salute.
2. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta violazione e falsa applicazione del D.L. 1 luglio 1996, n. 344, art. 5, comma 4, e della L. n. 641 del 1996, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.
Il ricorrente censura la sentenza nella parte in cui nel prendere in considerazione la L. n. 238 del 1997, con riguardo al termine di decadenza triennale, ha affermato che, essendosi l’infezione verificatasi prima dell’entrata in vigore di detta legge, nel caso di specie si doveva applicare l’ordinario termine di prescrizione decennale.
E’ conforme al diritto la decisione della Corte d’Appello, ma deve essere corretta la motivazione ai sensi dell’art. 384 c.p.c..
Questa Corte, a Sezioni Unite, ha affermato (Cass., S.U., n. 15352 del 2015) che il termine triennale di decadenza per il conseguimento dell’indennizzo in favore di soggetti danneggiati da emotrasfusioni, introdotto dalla L. 25 luglio 1997, n. 238, si applica anche in caso di epatite postrasfusionale contratta prima del 28 luglio 1997, data di entrata in vigore della detta legge, con decorrenza, però, da questa stessa data, dovendosi ritenere, conformemente ai principi generali dell’ordinamento in materia di termini, che, ove una modifica normativa introduca un termine di decadenza prima non previsto, la nuova disciplina operi anche per le situazioni soggettive già in essere, ma la decorrenza del termine resta fissata con riferimento all’entrata in vigore della modifica legislativa.
Dunque, la motivazione della Corte d’Appello deve essere corretta in ragione del suddetto principio di diritto, dovendosi applicare il termine di decadenza triennale, ma poichè, come espone lo stesso Ministero ricorrente, la domanda di indennizzo era stata presentata al Ministero in data 17 dicembre 1999, la decadenza non si è verificata.
3. Con il terzo motivo di ricorso è dedotto il vizio di violazione e falsa applicazione della L. n. 210 del 1992, art. 1, commi 1 e 3, art. 2, comma 1, e art. 4, comma 4, nonchè della tabella A allegata al D.P.R. n. 834 del 1981 e dell’art. 14 disp. gen. di cui al R.D. 16 marzo 1942, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.
3.1. La Corte d’Appello ha premesso che l’ascrivibilità della patologia, sia pure in via analogica, ad una delle categorie normativamente previste, la rende indennizzabile, potendosi dedurre che l’esistenza del danno sia presumibile per ciò stesso.
Ha affermato, quindi, che il CTU aveva concluso per l’esistenza di una HCV ascrivibile, in via analogica alla cat. 8^ della Tab. “A”, cit. Nella cat. 7^ è prevista “disfunzione epatica persistente”, annessa ad una colicistite cronica, mentre nella 8^ cat. E’ previsto il semplice “disepatismo” esito di colicistectomia, che è situazione sicuramente meno grave di quella precedente e caratterizzata dall’essere una generale offesa all’organo del fegato, senza un “significativo danno epatico che sia clinicamente manifesto”, ciò non di meno, dunque, egualmente indennizzabile. Categoria che risultava descrittiva proprio della situazione in cui versava il M., in dipendenza della quale è costretto ad particolarmente rigoroso regime igienico ed alimentare.
Concludeva la Corte d’Appello che questo ragionamento, cioè l’associabilità definitoria delle condizioni di salute del M. al disepatismo, non aveva ricevuto specifiche e tecniche note di critica.
3.2. Il ricorrente censura tale statuizione perchè dalla disciplina richiamata si rileva che il diritto all’indennizzo sorge solo sulla base di un’epatite che presenti il danno funzionale minimo, consistente nel riscontro (almeno) delle lesioni ed infermità di cui all’ottava categoria della tab. allegata al D.P.R. n. 834 del 1981.
Nel caso di specie, invece, si trattava di un’epatite silente, surrettiziamente ricondotta alla ottava categoria.
3.3. Il motivo è fondato e deve essere accolto, non avendo la Corte d’Appello fatta corretta applicazione dei principi enunciati in materia da questa Corte.
Le Sezioni Unite della Corte con le sentenze n. 8064 e n. 8065 del 2010, hanno affermato che la L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 1, comma 3, letto unitamente al successivo art. 4. comma 4, deve interpretarsi nel senso che prevede un indennizzo in favore di coloro che presentino danni irreversibili da epatiti post-trasfusionali sempre che tali danni possano inquadrarsi, pur alla stregua di un mero canone di equivalenza, e non già secondo un criterio di rigida corrispondenza tabellare, in una delle infermità classificate in una delle otto categorie di citi alla tabella B annessa al testo unico approvato con D.P.R. 23 dicembre 1978, n. 915, come sostituita dalla tabella A allegata al D.P.R. 30 dicembre 1981, n. 834, rientrando nella discrezionalità del legislatore, compatibile con il principio di solidarietà (art. 2 Cost.) e con il diritto a misure di assistenza sociale (art. 38 Cost.), la previsione di una soglia minima di indennizzabilità del danno permanente alla salute nel caso di trattamenti sani tari non prescritti dalla legge o da provvedimenti dell’autorità sanitaria.
3.4. Alla luce di tali principi, il motivo va accolto in quanto il giudice di secondo grado non ha vagliato la sussistenza di una soglia di danno irreversibile minimo al di sotto del quale non sorge il diritto all’indennizzo, dovendosi valutare la presenza di una malattia che sia inquadratale in alcuna delle categorie della tabella A), sia pure senza una rigida e formale nozione “tabellare” del danno irreversibile, ma tenendo conto proprio del criterio di mera equivalenza alle patologie e alle conseguenti menomazioni “tabellate”.
3.2. Il ricorso va accolto con riguardo al terzo motivo, rigettati il primo e secondo motivo. Cassa la sentenza impugnata in ordine al motivo accolto e rinvia anche per le spese del presente giudizio alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione.
La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso. Rigetta i primi due.
Cassa la sentenza impugnata in ordine al motivo accolto e rinvia anche per le spese del presente giudizio alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione.

References: Sentenza 
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 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 art. 3
 sentenza 
 art. 384
 art. 5
 sentenza 
 art. 1
 art. 2
 art. 4
 art. 1
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