Source: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2017/11/19/in-area-agricola-possono-essere-realizzate-solo-strutture-destinate-ad-attivita-agricola/
Timestamp: 2018-04-26 13:11:27+00:00

Document:
In area agricola possono essere realizzate solo strutture destinate ad attività agricola. | Gruppo d'Intervento Giuridico onlus
Home > acqua, biodiversità, difesa del territorio, paesaggio, pianificazione, società, sostenibilità ambientale	> In area agricola possono essere realizzate solo strutture destinate ad attività agricola.
novembre 19, 2017 gruppodinterventogiuridicoweb	Lascia un commento Go to comments
La Suprema Corte di cassazione ritorna su un tema di particolare interesse, l’edificazione in area agricola.
La linea giurisprudenziale dominante indica costantemente che in area agricola (zone “E” degli strumenti di pianificazione urbanistico-territoriale) possono essere realizzate soltanto strutture legate all’attività agricola o ad attività ad essa strettamente connesse (vds. per tutte Cass. pen., Sez. III, 9 marzo 2012, n. 9369)
Niente strutture residenziali o turistico-ricettive, tanto per capirci, anche quando vi sia una parvenza di produzione agricola, da accertare puntualmente in concreto (vds. Corte App. CA, Sez. II, 18 giugno 2014).
Con la sentenza Sez. III, 20 ottobre 2017, n. 48348, la Corte di cassazione ha affermato che
la destinazione del manufatto e la posizione soggettiva di chi lo realizza sono elementi rilevanti ai fini della rispondenza dell’opera da realizzare alle prescrizioni dello strumento urbanistico.
dalla Rivista telematica di diritto ambientale Lexambiente, 15 novembre 2017
Cass. Sez. III n. 48348 del 20 ottobre 2017 (Ud 29 set 2017)
Presidente: Fiale Estensore: Ramacci Imputato: PG in proc. Cappello ed altro
Urbanistica. Edificazione in zona agricola.
Per l’edificazione in zona agricola, la destinazione del manufatto e la posizione soggettiva di chi lo realizza sono elementi che assumono entrambi rilievo ai fini della rispondenza dell’opera alle prescrizioni dello strumento urbanistico.
La Corte di appello di Firenze, con sentenza del 20/12/2013 ha parzialmente riformato la decisione in data 23/11/2012 del Tribunale di Grosseto, tra l’altro confermando l’affermazione di responsabilità nei confronti dell’appellante Emanuela CAPPELLO, imputata del reato di cui all’art. 44, lett. b) d.P.R. 380/01 per la realizzazione, quale proprietaria committente, in zona agricola ed in assenza di valido titolo abilitativo, per essere illegittimi quelli rilasciati, di un manufatto ad uso residenziale in luogo di un annesso rurale, con aumento della volumetria originariamente prevista. La Corte di appello confermava anche l’assoluzione di Lorenzo RACCIOPPI, dirigente dell’ufficio tecnico comunale, per non aver commesso il fatto.2. Avverso tale pronuncia propongono ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte di appello relativamente alla pronuncia assolutoria nei confronti del RACCIOPPI ed Emanuela CAPPELLO tramite il proprio difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen.
3.1 Con un unico motivo si lamenta la violazione di legge ed il vizio di motivazione, osservando, richiamate le argomentazioni sviluppate nell’appello del Pubblico Ministero presso il Tribunale, che la Corte territoriale non avrebbe offerto idonea motivazione in relazione al corredo probatorio acquisito e, pur dando atto della sussistenza di elementi di “incuria ed imperizia” nel comportamento dell’imputato, avrebbe erroneamente escluso la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato nonostante gli evidenti elementi di colpa.
Entrambi i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili per le ragioni di seguito specificate.2. Occorre preliminarmente rilevare, con riferimento al ricorso del Procuratore Generale presso la Corte di appello, che lo stesso risulta articolato in fatto e, comunque, generico, perché sostanzialmente richiama le conclusioni del Pubblico Ministero nel giudizio di primo grado.
Si è poi precisato (ex pl. Sez. 3, n. 38136 del 25/9/2001, Triassi, Rv. 220351) che la cessazione dell’attività si ha con l’ultimazione dei lavori per completamento dell’opera, con la sospensione dei lavori volontaria o imposta (ad esempio mediante sequestro penale), con la sentenza di primo grado, se i lavori continuano dopo l’accertamento del reato e sino alla data del giudizio (v. anche Sez. 3, n. 29974 del 6/5/2014, P.M. in proc. Sullo, Rv. 260498).
Si è inoltre chiarito che l’ultimazione dei lavori coincide con la conclusione dei lavori di rifinitura interni ed esterni, quali gli intonaci e gli infissi (Sez. 3, n. 32969 del 8/7/2005, Amadori, non massimata sul punto ed altre prec. conf. nella stessa richiamate. V. anche Sez. 3, n. 48002 del 17/09/2014, Surano, Rv. 261153).
Deve trattarsi, in altre parole, di un edificio concretamente funzionale che possegga tutti i requisiti di agibilità o abitabilità, come si ricava dal disposto del primo comma dell’articolo 25 del TU, che fissa “entro quindici giorni dall’ultimazione dei lavori di finitura dell’intervento” il termine per la presentazione allo sportello unico della domanda di rilascio del certificato di agibilità. Le opere devono essere, inoltre, valutate nel loro complesso, non potendosi, in base al concetto unitario di costruzione, considerare separatamente i singoli componenti (Sez. 3, n. 4048 del 6/11/2002 (dep. 2003), Tucci, Rv. 223365; Sez. 3 n. 34876 del 23/6/2009, Anselmo, non massimata; Sez. 3, n. 5618 del 17/11/2011 (dep. 2012), Forte, Rv. 252125). Tali caratteristiche riguardano, inoltre, anche le parti che costituiscono annessi dell’abitazione (Sez. 3, n. 8172 del 27/1/2010, Vitali, Rv. 246221).
4. Ciò posto, deve osservarsi come nella sentenza impugnata venga dato atto della circostanza, accertata in fatto sulla base della documentazione fotografica, che le opere, al momento del sopralluogo del 19/1/2009, erano “ultimate al grezzo” e “quasi interamente completate, anche nelle finiture”, sicché del tutto correttamente i giudici del gravame hanno rilevato la consumazione ancora in atto del reato contestato ed escluso la prescrizione.
Tale affermazione, perfettamente aderente, come si è detto, ai richiamati principi giurisprudenziali, non si pone neppure in contraddizione con la differente conclusione cui la Corte territoriale è pervenuta con riferimento ad altri imputati, avendo in tali casi fatto riferimento alla cessazione della condotta posta in essere ed al concreto intervento eseguito sul manufatto in relazione alle opere commissionate, trattandosi, in un caso, dell’assuntore dei lavori e, nell’altro, del direttore dei lavori che aveva presentato formali dimissioni il 12/6/2008.
In particolare, dall’esame degli atti, che la natura processuale della questione dedotta consente a questa Corte di consultare, emerge chiaramente che la sentenza oggetto di impugnazione innanzi alla Corte territoriale è quella n.1352/12 del 23/11/2012 e chiaramente individuata nell’atto di appello, mentre il capo di imputazione riportato nella sentenza di appello è quello, evidentemente erroneamente riprodotto, di altra sentenza del Tribunale di Grosseto (n. 448/10 del 31/5/2010) pure presente in atti.
6. Va inoltre osservato che, proprio con riferimento ad un caso analogo, in cui la sentenza di secondo grado recava nell’intestazione, a causa di un refuso, un capo di imputazione relativo ad altro procedimento, mentre quello corretto e pertinente era riportato nella sentenza di primo grado, questa Corte ha avuto modo di affermare il principio, che va qui ribadito, secondo il quale tra gli elementi essenziali la cui mancanza o incompletezza determina la nullità della sentenza a norma dell’art. 546, terzo comma, cod. proc. pen., non è previsto il capo di imputazione, posto che l’enunciazione dei fatti e delle circostanze ascritte all’imputato ben possono desumersi dal complessivo contenuto della decisione, tenendo conto delle sentenze di primo e secondo grado, che si integrano a vicenda confluendo in un risultato organico ed inscindibile (Sez. 2, n. 5500 del 09/10/2013 – (dep. 2014), Cinel, Rv. 25819701. Conf. Sez. 3, n. 39894 del 28/5/2014, P.G. in proc. Bollini, Rv. 26038501). La mancata annotazione formale nella sentenza di secondo grado del capo di imputazione non costituisce causa di nullità della sentenza, stante la tassatività della previsione di cui all’art. 546, comma terzo, cod. proc. pen.. (Sez. 4, n. 4098 del 5/11/2008 – (dep.2009), Bodelmonte Cosuccia, Rv. 24282801 ed altre prec.).
L’art. 552, comma 1, lett. c) cod. proc. pen. richiede che il decreto di citazione a giudizio contenga l’enunciazione del fatto, in forma chiara e precisa, delle circostanze aggravanti e di quelle che possono comportare l’applicazione di misure di sicurezza, con l’indicazione dei relativi articoli di legge.
Si è anche precisato che ai fini della completezza dell’imputazione, è sufficiente che il fatto sia contestato in modo da consentire la difesa in relazione ad ogni elemento di accusa, con la conseguenza che è legittimo anche il ricorso al rinvio agli atti del fascicolo processuale, purché si tratti di atti intellegibili, non equivoci e conoscibili dall’imputato (Sez. 5, n. 10033 del 19/1/2017, Iogha’ e altro, Rv. 26945501)
Va a tale proposito ricordato che questa Corte ha recentemente precisato come, per l’edificazione in zona agricola, la destinazione del manufatto e la posizione soggettiva di chi lo realizza sono elementi che assumono entrambi rilievo ai fini della rispondenza dell’opera alle prescrizioni dello strumento urbanistico (Sez. 3, n. 7681 del 13/01/2017, Innamorati e altri, Rv. 26915901).
L’inammissibilità del ricorso per cassazione della CAPPELLO per manifesta infondatezza dei motivi non consente, inoltre, il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e, pertanto, preclude la possibilità di dichiarare le cause di non punibilità di cui all’art. 129 cod. proc. pen., ivi compresa la prescrizione intervenuta nelle more del procedimento di legittimità (cfr., da ultimo, Sez. 2, n. 28848 del 8/5/2013, Ciaffoni, Rv. 256463).
Dichiara inammissibile il ricorso di Emanuela CAPPELLO che condanna al pagamento delle spese del procedimento e della somma di euro 2.000,00 (duemila) in favore della Cassa delle ammende
novembre 19, 2017 alle 11:46 am
Ottimo. Spero che valga anche per il solare (mi pare non citato) anche se purtroppo in ritardo, anche se meglio tardi che mai.
La sentenza ribadisce un principio consolidato sia sotto il profilo legislativo sia sotto il profilo giurisprudenziale.Quindi, bene. Ma il problema,diffusissimo e persistente su tutto il territorio nazionale, è quello della elusione delle norme urbanistiche attraverso il rilascio di concessioni edilizie in zone agricole per la LEGITTIMA realizzazione di strutture e pertinenze agricole ,che,INVECE, mascherano edifici di tipo residenziale…Dopo alcuni anni, quando ormai il processo di urbanizzazione si è diffuso è consolidato in talune aree delle aree agricole,si procede all’aggiornamento del piano urbanistico comunale e quelle che all’origine erano state classificate AREE AGRICOLE vanno “a completamento” e riclassificate tra quelle urbanizzabili. E il gioco è fatto.La RESPONSABILITÀ è,quindi, dei SINDACI,che sui territori fanno il bello ed il cattivo tempo,MANCANDO IN PROPOSITO OGNI FORMA DI VERO ED EFFICACE CONTROLLO. La magistratura,quando presente, arriva solo a seguito di segnalazioni e ricorsi,perciò solo casualmente ed occasionalmente. A QUANDO L’ADOZIONE DI MISURE CAPACI DI DAR LUOGO AD UNA VERA ,SIGNIFICATIVA E DEFINITIVA INVERSIONE DI TENDENZA?
Chiaro, e purtroppo giustissimo!
novembre 20, 2017 alle 8:56 pm
Dal sito di Sardegna Geo portale, analizzando e comparando le foto aeree, è sconcertante quanto sia cambiato il paesaggio agricolo tra il 1977-78 e il 2013. È interessante vedere come in vicinanza dei centri urbani, nei piccoli appezzamenti di terra, utilizzati come orti o sottoposti ad arature a cavallo, oggi terre scomode per i moderni trattori, siano sorti come i funghi in autunno centinaia e centinaia di casette in forma più o meno lecita, spacciate per ricovero attrezzi ( con annesse verande). Analizzando la situazione economica, con un benessere economico piuttosto diffuso dei privati e dei relativi investimenti, derivante dal benessere; determinate politiche economiche degli anni 80′-90′ incentrate sull’economia del mattone e considerando le politiche agricole citate in precedenza è facile capire il perché di tutto ciò. Oggi a distanza di 30 anni ho visto il declino di queste aree. Alcune risultano abbandonate e fatiscente, altre lo diventeranno ben presto. Gli eredi di quella generazione, hanno a disposizione risorse economiche meno ingenti e l’avere in eredità un immobile in campagna, dove il padre trascorreva il fine settimana o aveva l’orticello e le galline, lontano dai paesi, su cui gravano però le tasse dello stabile è più una condanna che una fortuna. Considerando che sempre a causa della crisi, sono strutture difficili da piazzare sotto tanti punti di vista, oggi e nel prossimo futuro come risultato abbiamo migliaia di ettari di territorio agricole, sottratte alla propria destinazione d’uso, occupate da strutture fatiscenti.
Ben redatto e purtroppo giustissimo!
novembre 19, 2017 alle 5:42 pm
In area agricola possono essere realizzate solo strutture destinate ad attività agricola. – Fratello Albero
Oltre 1.500 partecipanti ai corsi e seminari di diritto ambientale. Basta con le devastazioni ambientali determinate dalle cave!

References: Cass. 
 sentenza 

Cass. Sez. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza