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Timestamp: 2020-04-10 12:51:37+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 19218 del 28/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19218 del 28/09/2016
Cassazione civile sez. II, 28/09/2016, (ud. 18/05/2016, dep. 28/09/2016), n.19218
sul ricorso 19378/2011 proposto da:
Z.M.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
MAGNETI MARELLI HOLDING SPA, ORA MAGNETI MARELLI SPA (OMISSIS),
MAGNETI MARELLI SISTEMI ELETTRONICI SPA, MAGNETI MARELLI POERTRAIN
SPA, MAGNETI MARELLI AFTER MARKET SPA IN LIQUIDAZIONE, elettivamente
domiciliati in ROMA, VIALE GIULIO CESARE 51/A, presso lo studio
dell’avvocato ANTONIO LA MARCA, rappresentati e difesi dall’avvocato
GUIDO BRIZZI;
MESA SPA;
avverso la sentenza n. 445/2010 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,
depositata il 01/06/2010;
udito l’Avvocato BRIZZI Guido, difensore dei resistenti che ha
Con ricorso ex art. 414 c.p.c. depositato il 2.3.1990 Z.M.M., pendente il suo fallimento dichiarato dal Tribunale di Pescara il (OMISSIS), conveniva in giudizio innanzi al Pretore del lavoro di Pescara la Magneti Marelli s.p.a., per sentirla condannare al pagamento della somma di Lire 350.371.048, oltre rivalutazione ed interessi legali, per provvigioni, indennità ed altri crediti derivanti dal suo rapporto di agenzia con detta società.
Riassunta la causa innanzi al Tribunale del medesimo capoluogo, essendosi il Pretore del lavoro dichiarato incompetente per materia e valore, data la mancanza del requisito della natura prevalentemente personale della prestazione svolta dall’agente, la società convenuta sollevava varie eccezioni, tra cui la carenza di legittimazione processuale dell’attrice e la litispendenza, essendo stata precedentemente promossa altra causa davanti al Tribunale di Milano per provvigioni derivanti dal medesimo rapporto d’agenzia. Nel merito, poi, contestava la pretesa.
Con sentenza n. 386/04, resa nei confronti della Magneti Marelli Holding s.p.a., Magneti Marelli Sistemi Elettronici s.p.a., Magneti Marelli Powertrain s.p.a., Magneti Marelli Afteer Market s.p.a. e Mesa s.p.a., società tutte risultanti dalla scissione della Magneti Marelli s.p.a., il Tribunale di Pescara, dichiarato illegittimo il recesso di quest’ultima società dal contratto d’agenzia condannava le ridette società al pagamento in favore dell’attrice della somma di Euro 449.891,26, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali da calcolarsi annualmente dalla data del (OMISSIS) a quella di pubblicazione della sentenza, compensando fino a concorrenza reciproca detto credito con quello riconosciuto in favore della preponente con sentenza della Corte d’appello di Milano del 24.1.2001.
Sull’appello principale delle società Magneti Marelli e incidentale di Z.M. la Corte distrettuale dell’Aquila nel riformare in parte la pronuncia di primo grado, rigettava la domanda di maggior danno da svalutazione monetaria del credito avanzata dall’attrice; accertava in Euro 62.554,07 oltre interessi il credito di lei; lo compensava fino a concorrenza reciproca col credito di Euro 58.885.43 della Magneti Marelli accertato dalla Corte d’appello di Milano; e, infine, dichiarava integralmente compensate le spese di entrambi i gradi di giudizio.
Limitatamente a quanto forma ancora oggetto di giudizio in questa sede di legittimità, la Certe d’appello aquilana riteneva che nonostante la natura patrimoniale dei diritti oggetto di domanda, l’attrice fosse munita di legittimazione processuale, di tipo concorrente o suppletivo, atteso che la curatela fallimentare non aveva espresso alcuna valutazione in merito alla pretesa, essendosi limitata ad agire unicamente per le provvigioni maturate anteriormente al (OMISSIS), senza assumere iniziative per quelle maturate successivamente. Nè una diversa volontà della curatela poteva ricavarsi dal fatto che questa avesse depositato nella causa civile innanzi all’autorità giudiziaria milanese l’intera documentazione relativa al rapporto.
Nel merito riteneva che non fosse dovuta la rivalutazione monetaria del credito dell’attrice, in quanto, derivando da un rapporto obbligatorio tra imprese, non era applicabile il disposto dell’art. 429 c.p.c. e art. 150 disp. att. c.p.c.. Era ben vero, osservava la Corte territoriale, che il credito di valuta dell’imprenditore non era incompatibile con il diritto al maggior danno da svalutazione monetaria ai sensi dell’art. 1224 cpv. c.c., ma i presupposti di tale diritto erano la deduzione di un maggio danno e la prova di aver dovuto far ricorso al credito bancario ovvero l’allegazione della maggior redditività del denaro impiegato nell’impresa stessa.
Osservava, ancora, la Corte distrettuale che era inammissibile il motivo di gravame col quale l’appellata aveva censurato la compensazione dei rispettivi crediti. Contrariamente a quanto dedotto da detta parte, i controcrediti della Magneti Marelli compensati con quelli della Z. erano stati recepiti nella sentenza appellata per effetto del giudicato esterno derivante dalla pronuncia della Corte d’appello di Milano, e non in base ad un autonomo accertamento dal parte del giudice pescarese. Infine, era fondato l’ultimo dei motivi dell’appello principale, limitatamente alle modalità di calcolo del capitale e degli interessi e di compensazione reciproca, nel senso che dovevano estinguersi primi gli interessi e poi il capitale.
Per la cassazione di tale sentenza Z.M. propone ricorso affidato a quattro motivi.
Resiste con controricorso la Magneti Marelli s.p.a. (già Magneti Marelli Holding sp.a.), anche quale avente causa dalla Magneti Marelli Sistemi Elettronici s.p.a. e dalla Magneti Marelli Powertrain s.p.a., per atto di fusione per incorporazione, che propone altresì ricorso incidentale affidato a tre motivi.
La Magneti Marelli Afteer Market s.p.a e la Mesa s.p.a. sono rimaste intimate.
1. Preliminarmente vanno esaminati insieme i primi due motivi del ricorso incidentale, perchè inerenti alla legittimazione processuale della Z.. Questione in relazione alla quale la società controricorrente censura la sentenza impugnata sia sotto il profilo del vizio motivazionale che sotto quello della violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, art. 118 disp. att. c.p.a., L. Fall., art. 43 e artt. 2697 e 2729 c.c.. Ciò in quanto, a) la ritenuta inerzia del curatore fallimentare, che si sarebbe limitato a domandare unicamente le provvigioni maturate anteriormente al 10 luglio 1981, non risponde alle risultanze documentali, da cui si evince che la domanda proposta nel giudizio innanzi al Tribunale di Milano riguardava tutte le provvigioni che risultassero dovute al momento della decisione; e in ogni caso, b) non ricorrono le condizioni per ritenere il fallito munito di legittimazione sostitutiva, posto che, secondo quanto dispone la L. Fall., art. 43, quest’ultima ricorre solo per le questioni da cui può dipendere a suo carico un’imputazione per bancarotta o quando l’intervento del fallito è previsto dalla legge.
2. – Entrambi i motivi sono infondati.
La perdita della capacità processuale del fallito conseguente alla dichiarazione di fallimento relativamente ai rapporti di pertinenza fallimentare, essendo posta a tutela della massa dei creditori, ha carattere relativo e può essere eccepita dal solo curatore, salvo che la curatela dimostri un proprio interesse alla lite, per cui la controparte non è legittimata a proporre l’eccezione nè il giudice può rilevare d’ufficio il difetto di capacità. (cfr. Cass. S.U. n. 7132/98 e nn. 5571/11, 6085/01 e 7200/98).
3. – Il primo motivo del ricorso principale deduce la violazione o falsa applicazione dell’art. 1224 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, quanto al disconosciuto diritto alla rivalutazione del credito pari alla differenza tra il tasso di rendimento medio netto dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi, e quello degli interessi legali. Sostiene parte ricorrente che la Corte territoriale avrebbe dovuto riconoscere la rivalutazione indipendentemente da una specifica allegazione probatoria al riguardo, quest’ultima essendo necessaria solo quando il creditore domandi a tale titolo
una somma superiore.
4. – Il motivo è infondato, perchè confonde il maggior danno da svalutazione monetaria relativa ai debiti di valuta, previsto dall’art. 1224 cpv. c.c. (cui si riferisce Cass. S.U. n. 19499/08, citata nel ricorso), che presuppone un’apposita domanda e una specifica prova, con la rivalutazione automatica del credito di valore. E poichè il credito derivante dal rapporto di agenzia per provvigioni e indennità è un caratteristico credito di valuta (cfr. Cass. n. 1335/68), diviene applicabile l’orientamento per cui il creditore di un’obbligazione di valuta, il quale intenda ottenere il ristoro del pregiudizio da svalutazione monetaria, ha l’onere di domandare il risarcimento del “maggior danno” ai sensi dell’art. 1224 c.c., comma 2 e non può limitarsi a domandare semplicemente la condanna del debitore al pagamento del capitale e della rivalutazione, non essendo quest’ultima una conseguenza automatica del ritardato adempimento delle obbligazioni di valuta (Cass. S.U. n. 5743/15; conforme, Cass. n. 22273/10).
5. – Il secondo motivo del ricorso principale lamenta la violazione o falsa applicazione di norme della L. Fall., art. 56 e art. 1241 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 3, per la disposta compensazione del credito della Z. con quello della società Magneti Marelli. Una volta dichiarato il fallimento, sostiene parte ricorrente, le domande d’accertamento del credito verso il debitore fallito devono essere esaminate con le forme e nei modi di cui alla L. Fall., artt. 93 e segg.; con la conseguenza che il solo giudice delegato al fallimento avrebbe potuto conoscere della compensazione legale del credito della curatela con quello della Magneti Marelli.
6. – Anche tale motivo non ha pregio.
E’ costante giurisprudenza di questo S.C. che nel giudizio proposto dalla curatela fallimentare per la condanna al pagamento di un debito di un terzo nei confronti del fallito, l’eccepibilità in compensazione di un credito dello stesso terzo verso il fallito non è condizionata alla preventiva verificazione di tale credito, purchè sia stata fatta valere come eccezione riconvenzionale; solo l’eventuale eccedenza del credito del terzo verso il fallito non può essere oggetto di sentenza di condanna nei confronti del fallimento, ma deve essere oggetto di autonomo procedimento di insinuazione al passivo (Cass. nn. 4223/85, 3337/86, 8053/96, 287/97, 18223/02, 14418/13 e 15562/11).
La soluzione ovviamente non muta allorchè, come nella specie, il credito sia stato fatto valere in giudizio direttamente dal fallito e non dalla curatela fallimentare, avvalendosi il primo della c.d. legittimazione suppletiva. Nell’un caso come nell’altro vale quanto sopra detto sull’ammissibilità della sola eccezione di compensazione.
6. – Il terzo motivo del ricorso principale, subordinato al secondo, espone la violazione o falsa applicazione dell’art. 1194 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Detta norma sostanziale, deduce parte ricorrente, si riferisce unicamente ai pagamenti volontari, per cui erroneamente la Corte di merito ha compensato i reciproci crediti delle parti a far data dalla coesistenza di essi per capitale ed interessi, estinguendo previamente i crediti per interessi e poi quelli per capitale.
7. – Il motivo è fondato.
L’art. 1194 c.c., disciplina (come l’articolo precedente) gli effetti dell’imputazione di pagamento, la quale altro non è che l’individuazione, volontaria o legale, del credito cui l’adempimento si riferisce. Ne deriva che detta norma in tanto può applicarsi in quanto vi sia stato l’adempimento dell’obbligazione, non anche allorchè quest’ultima sia stata estinta in diverso modo quale, appunto, la compensazione. E tale adempimento deve essere, per di più, volontario (infatti, secondo la giurisprudenza di questa Corte, l’art. 1194 c.c., che prescrive di imputare i pagamenti parziali prima agli interessi e quindi al capitale, si riferisce esclusivamente ai pagamenti volontari e non a quelli eseguiti coattivamente per ordine del giudice: Cass. nn. 20574/08 e 11014/91; il medesimo concetto è espresso, con riferimento all’applicazione dell’art. 1193 c.c., da Cass. n. 238/97).
8. – Ragioni speculari conducono a ritenere fondato anche il terzo motivo del ricorso incidentale, che lamenta la mancata compensazione tra il credito riconosciuto in favore di Z.M. e quello per le spese liquidate in favore della Magneti Marelli con sentenza della Corte d’appello di Milano.
9. – Il quarto motivo del ricorso principale denuncia la violazione o falsa applicazione dell’art. 1226 c.c., artt. 198 e 210 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. La Corte aquilana, si sostiene, nel respingere il secondo motivo dell’appello incidentale, ha ritenuto che la richiesta di pagamento delle fatture nn. (OMISSIS) non poteva ritenerci introdotta nel thema decidenudum e che era inidonea allo scopo la generica richiesta di condanna al pagamento di tutto quanto dovuto. Ciò in quanto la domanda, costituendo un momento logicamente anteriore a quello della prova del credito, non avrebbe potuto essere proposta in forma ipotetica o condizionata.
Per contro, prosegue parte ricorrente, sin dal ricorso introduttivo dinanzi al giudice del lavoro di Pescara Z.M. aveva chiesto al giudice di ordinare alla soc. preponente l’esibizione di tutti i documenti contabili che aveva omesso di inviare mensilmente all’agente, al fine di poter determinare le eventuali ulteriori somme che le erano dovute.
10. – Il motivo è fondato.
Pur nelle sue varie declinazioni, è fermo indirizzo di questa Corte che nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda, il giudice del merito, che non è in ciò condizionato dalla formula adottata dalla parte, ha il potere, ma anche il dovere, di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, quale risulta desumibile non solo dal tenore letterale degli atti, ma anche dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante e dalle eventuali precisazioni formulate nel corso del giudizio, nonchè di tener conto del provvedimento richiesto in concreto, con il solo limite impostogli dal rispetto del principio della corrispondenza della pronuncia alla richiesta e dalla esigenza di non sostituire d’ufficio una diversa azione a quella formalmente proposta. Ove tali principi siano violati e venga, quindi, denunziato un error in procedendo, quale la pronunzia su di una domanda che si afferma diversa da quella effettivamente proposta, il giudice di legittimità ha il potere – dovere di procedere direttamente all’esame e all’interpretazione degli atti processuali e, in particolare, delle istanze e delle deduzioni delle parti (Cass. n. 2908/01; analogamente, Cass. n. 19630/11, che sottolinea la necessità di ricostruire il contenuto e l’ampiezza della pretesa secondo criteri logici che permettano di rilevare l’effettiva volontà della parte in relazione alle finalità concretamente perseguite dalla stessa).
Le deduzioni istruttorie contenute già nell’ano introduttivo del giudizio, pertanto, costituiscono al tal fine un elemento di giudizio imprescindibile per valutare nella sua concreta ampiezza la pretesa azionata. La domanda, proprio perchè consiste essenzialmente nella postulazione di un diritto la cui esistenza è tutta ancora da dimostrare, ben può riassumersi in formule di rimando a quanto risulterà all’esito genericamente dell’istruzione probatoria o specificamente di un determinato mezzo di prova. Lo dimostra la giurisprudenza di questa Corte, che ritiene ammissibili formule di condanna al pagamento della “somma maggiore o minore che risulterà di giustizia” che manifesta la ragionevole incertezza della parte sull’ammontare del danno effettivamente da liquidarsi e ha lo scopo di consentire al giudice di provvedere alla giusta liquidazione del danno senza essere vincolato all’ammontare della somma determinata che venga indicata, in via esclusiva, nelle conclusioni specifiche (cfr. Cass. nn. 2641/06 e 4727/84).
Pertanto e nella specie, la richiesta di condanna di tutto quanto dovuto in virtù del pregresso rapporto di agenzia intercorso tra le parti è idonea a coprire l’intero arco dei crediti dell’agente, il quale non è tenuto a conoscerne e a indicarne il preciso ammontare già al momento dell’atto propulsivo del giudizio.
11. – Per le considerazioni svolte la sentenza impugnata va cassata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello dell’Aquila, che nel decidere il merito si atterrà ai principi di diritto sopra enunciati, provvedendo, altresì, sulle spese di cassazione.
La Corte accoglie il terzo e il quarto motivo del ricorso principale e il terzo motivo del ricorso incidentale, respinti tutti gli altri motivi, cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello dell’Aquila, che provvederà anche sulle spese di cassazione.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 18 maggio 2016.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 414
 sentenza 
 sentenza 
 art. 150
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 118
 art. 43
 art. 43
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 56
 art. 1241
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza