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Timestamp: 2019-05-22 07:57:14+00:00

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I problemi il mondo dell'informazione e gli scenari futuri; ordine professionale e accesso alla professione giornalistica; pubblicisti e professionisti; siti web, blog ed editoria on line; deontologia e libertà di informazione. Su Giustizia news on line un articolo del presidente nazionale del Gruppo Giornalisti Uffici Stampa, Gino Falleri, come contributo al dibattito attualmente in corso nel mondo giornalistico.
GLI SCENARI DELL'INFORMAZIONE FUTURA: GIORNALISTI E PUBBLICISTI, ORDINE PROFESSIONALE E DEONTOLOGIA
di Gino Falleri, presidente nazionale del Gruppo Giornalisti Uffici Stampa
Vecchi problemi, nuovi scenari. Siamo al tramonto del quotidiano?
Di problemi il mondo dell'informazione, che costituisce uno dei pilastri della società democratica, tanto che Thomas Jefferson affermava che preferiva i giornali per la loro funzione rispetto all'esistenza dello Stato, ne ha più di uno e non sempre risultano di facile soluzione. Il piatto delle doglianze, il chaier de doleance come dicono i nostri cugini francesi, è quanto mai consistente e si è colmato ancor di più alla vigilia di importanti appuntamenti, quali sono stati i recenti congressi regionali delle Associazioni della Stampa e il XXV congresso della Federazione nazionale della stampa italiana, celebratosi a Castellaneta Marina.
Un congresso, quest'ultimo, improntato su di un tema di grande attualità: Un sindacato più forte per la dignità dei giornalismi, per il diritto ai contratti e per la libertà di informazione. Di particolare interesse l'ultima parte: la libertà di informazione. Se questa esiste senza condizionamenti e cosa intendono per essa i giornalisti.
Alla loro vigilia le componenti, che costituiscono il sindacato unitario dei giornalisti, hanno fatto conoscere l'elenco delle loro richieste. I problemi che dovevano essere affrontati, esaminati e risolti per assicurare e mantenere gli acquisiti livelli occupazionali e di benessere, che tentennano. Soprattutto i primi, sia per la politica governativa sulle provvidenze all'editoria e sia per le ristrutturazioni redazionali, legate ai costi delle materie prime che lievitano. Nell'ultimo triennio, come è stato riferito dalla dirigenza nazionale del sindacato unitario dei giornalisti, le autorità sindacali sono intervenute in 84 vertenze collettive ed individuali, che hanno visto come controparte anche gruppi editoriali di non piccola dimensione. (1)
Quasi inesistenti, per converso, gli accenni ai non pochi problemi degli iscritti all'altro elenco dell'albo: i pubblicisti. La stessa mozione politica, le priorità programmatiche del prossimo triennio, approvata a maggioranza dal congresso, oltre ad essere priva di specifici riferimenti, è stata sottoscritta soltanto da due rappresentanti dei pubblicisti. Gli iscritti all'elenco pubblicisti, oltre a costituire il tessuto connettivo, l'ossatura, del nostro modello di informazione, forniscono all'ordine professionale i tre quarti delle risorse economiche. All'interno del sindacato hanno un rapporto di rappresentanza pari a 1 contro 3,64, che stride con l'articolo 3 della Costituzione. E questo è uno dei motivi che rallenta le adesioni al sindacato e si guarda altrove.
La minore attenzione può essere attribuita alla circostanza che il sindacato ha da tempo abbandonato la ripartizione fissata dal legislatore del 63. Ha scelto per i giornalisti aderenti alla Fnsi quella tra professionali e collaboratori. Alla fine del 2006 su 61.921 iscritti nell'elenco pubblicisti soltanto 8.130 erano entrati nelle file del sindacato. Una cifra che dovrebbe costituire materia di approfondimento.
Da qualche tempo, proprio per lo stato di precarietà in cui si muovono ed operano i cosiddetti collaboratori - al riguardo è interessante uno studio sulla situazione in Puglia realizzato da Laura Schinzano, vice presidente dell'Associazione della Stampa Pugliese (2), e presentato a Castellaneta Marina - si registra una particolare attenzione sulla riforma delle professioni intellettuali, con l'auspicio di poter essere loro stessi a rappresentare nelle competenti sedi i loro problemi e a indicare le possibili soluzioni. Tutto questo tramite una apposita associazione costituita per conseguire tali finalità. (3)
L'elenco delle richieste è lungo. Si va dal diritto d'autore al rispetto della privacy, che talvolta comprime il libero esercizio della professione di giornalista, dalla celeberrima legge 150/2000, per la parte relativa al profilo del giornalista delle istituzioni pubbliche e alla sua regolamentazione, all'Inpgi 2, dal tariffario delle prestazioni alle intercettazioni telefoniche, dalle scuole alla deontologia, dai precari ai freelance. Un elenco che da solo fornisce la dimensione e la fotografia della situazione, che non è soltanto italiana. Qualcosa di simile l'attraversano pure gli altri paesi del Mediterraneo, che fanno parte del modello teorizzato da Hallin e Mancini (4) e costituisce uno dei motivi per i quali è stata di recente organizzata, in tutte le capitali dell'Unione Europea su iniziativa della Federazione Europea ed Internazionale dei Giornalisti, la giornata della dignità del giornalismo.
Il dibattito congressuale, per quanto sia stato di alto livello e propositivo, non ha affrontato un tema di indiscusso valore, qual è appunto il futuro dell'industria della notizia, la cui definizione è stata coniata negli anni Ottanta dalla Fnsi. Ne segue un secondo relativo ai posti di lavoro che questa può offrire, rispetto alla domanda, e se infine il giornale cartaceo, come è oggi realizzato, ha un avvenire nell'era della tecnologia più sofisticata. Se non sarà invece costretto ad abdicare a favore dei giornali on line. Tre argomenti di indubbia caratura, utili per meglio delineare il prossimo futuro. Niente anche sulla multimedialità, che soltanto ora si affaccia timidamente in sede di Giunta e di Consiglio nazionale.
Gli interrogativi sui possibili scenari futuri, sebbene non ci sia stato un approfondimento, qualcuno se li pone. Se non altro alla luce dei segnali che circolano e auspica, di conseguenza, una risposta possibilmente adeguata. Dall'inizio del Terzo Millennio l'industria della notizia, riferita al giornale tradizionale, mostra di camminare non in maniera spedita, come invece si vorrebbe proprio per la sua alta funzione sociale e di garante delle istituzioni democratiche. Le vendite non attestano un trend in ascesa mentre aumenta la diffusione della free press, che è destinata a crescere ancora. All'inizio dell'ultimo trimestre del 2007, come ha di recente riportato il Free Daily Newspaper, aveva raggiunto il tetto di 40 milioni di copie diffuse (5), cifra ritoccata di altri 2 milioni con una successiva comunicazione. Non tutti concordano sul suo ulteriore sviluppo e la Metro International, il capostipite della free press, sta accusando delle battute d'arresto.
Lo stato di salute dell'editoria, e del numero dei posti che può assicurare meno comunque rispetto alla domanda, non sempre costituisce, come invece dovrebbe essere, il tema principale su cui le istituzioni della categoria pongono la loro attenzione. Nonostante l'impegno profuso sono prese da una miriade di problemi, a cominciare dalle vertenze e dalle possibili limature alla libertà di informare. Uno stato di salute, purtroppo non sempre ottimale, per un ventaglio di ragioni, che in teoria dovrebbe rispondere alle esigenze di oltre 90 mila iscritti all'albo e assicurare dignitosi compensi.
Anche sui possibili tagli ai finanziamenti per l'editoria, più per ragioni legate al bilancio dello Stato che per altri motivi, le reazioni non sono state quelle che la categoria pronosticava ed auspicava. C'è stata comunque una decisa presa di posizione del sindacato, che ha pure ventilato di indire qualche giorno di sciopero. Meno incisivo è stato il Consiglio nazionale dell'Ordine, occupato, come è, a fronteggiare i tentativi di abolizione dell'istituzione professionale, che a lungo andare potrebbe anche trovare idonei sostenitori.
Nel contempo le sue sollecitazioni e proposte, volte ad aggiornare e modificare la legge sull'Ordinamento della professione di giornalista, non hanno finora avuto alcun seguito. Sia quella approntata nel 1996 da Mario Petrina, allora presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine, che l'altra approvata nel luglio 2002, più comunemente conosciuta come il testo di Marco Politi, esponente di Autonomia e Solidarietà. Sempre in tema di riforma ci sono le recenti linee prospettate dal riconfermato presidente Lorenzo Del Boca e da Vittorio Roidi, consigliere segretario per due legislature, illustrate prima delle elezioni del maggio 2007 per il rinnovo dei Consigli.
Non è di certo un periodo oltremodo tranquillo e ricco di prospettive per il mondo dell'informazione e non si può nemmeno sostenere che le sue vicende non facciano notizia. Da tempo hanno ampio spazio su quotidiani e periodici. La fanno per una pluralità di ragioni, dirette ed indirette, e non si è molto lontani dal vero se si sostiene che rappresenta uno dei temi maggiormente gettonati di questo primo decennio del Terzo Millennio. Soprattutto per l'importanza che assume nella società civile democratica e pluralistica, ma anche perché il cittadino comune dalla stampa si aspetta un sostegno per la soluzione dei suoi problemi, che non sempre trova nella politica, presa con le sue alchimie, alle volte incomprensibili per i non addetti ai lavori.
Se la situazione al giorno d'oggi non appare ottimale, o non è come si vorrebbe che fosse, forse le linee programmatiche, che hanno guidato e guidano la Fnsi, possono essere state sottostimate o sopravalutate. Gli ultimi due congressi della Federazione nazionale della stampa italiana, tenuti a Montesilvano nell'anno 2001 e a Saint Vincent nel 2004 - il congresso costituisce il momento del confronto e della sintesi operativa - hanno confermato e ribadito che il sindacato unico, guidato da Autonomia e Solidarietà, si era posto innanzitutto il compito inderogabile di tutelare ogni forma di giornalismo. Nel senso che coloro che prestano la loro opera in strutture riconducibili al mondo dell'informazione, o che la loro prestazione sia a sua volta parificabile, hanno il diritto alle coperture contrattuali, che la Fnsi e le rappresentanze imprenditoriali dell'editoria hanno negoziato e sottoscritto. Anche il XXV, svoltosi nel novembre 2007 Castellaneta, ha puntato sui giornalismi, sostenendo che hanno una loro dignità, un valore sociale, e quindi debbono essere tutelati.
Un indirizzo recepito anche dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti attraverso la sua giurisprudenza, o le sue interpretazioni dell'articolo 34, e questa constatazione, trattandosi di una persona di diritto pubblico, ingenera qualche perplessità. E' vero che l'autorità inquirente e il Ministero della Giustizia non hanno sollevato alcuna obiezione al riguardo, pur tuttavia qualche dubbio di legittimità c'è, soprattutto alla luce di una lapalissiana considerazione: un ente pubblico è un agente e non un legislatore. Applica, non interpreta e non legifera.
Le due istituzioni della professione, una pubblica e l'altra privata, non hanno finora fornito nessuna indicazione in merito a cosa deve essere inteso per "giornalismi". E' vero che il legislatore del 1963 non ha ritenuto fosse suo compito di dover fornire una definizione del giornalismo, lacuna colmata dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione e dalla dottrina (6), ma una linea guida, per evitare una anarchia decisionale, sarebbe stata auspicabile. A un siffatto obiettivo potrebbero essere di ausilio alcuni indirizzi contenuti nel disegno di legge Levi, non da tutti condiviso ed in particolare dalla dirigenza dell'ordine professionale, che vede una limitazione alle sue prerogative.
La linea programmatica ed operativa della dirigenza federale che ha guidato il sindacato nell'ultimo triennio non ha raccolto unanimi consensi. Quarto Potere, una delle componenti che concorre a formare il sindacato unitario, durante la campagna elettorale per l'elezione dei delegati da inviare al XXV congresso di Castellaneta Marina, ha affermato che "in undici anni la Federazione non ha saputo esprimere un'idea moderna del giornalismo. Non ha mai affrontato le sfide dei nuovi media" (7). Uno dei nuovi media da tenere sotto osservazione è costituito dal "blog", utilizzato anche dai giornalisti, ma in particolare da migliaia di persone, che nulla hanno a che vedere con la Fnsi e con l'Ordine dei giornalisti. La National Union of Journalists, il sindacato britannico, ha di recente ammesso nelle sue fila un blogger e la Fnsi a maggio del 2006 aveva organizzato, insieme all'agenzia Lsdi, un incontro sul tema Tutti giornalisti? Il giornalismo professionale fra blog, news aggregator, citizen journalism e industria dei contenuti.
Sono i possibili futuri scenari, unitamente all'incremento esponenziale delle iscrizioni all'albo, alla qualità dell'informazione ed ai suoi limiti, nonché all'essenzialità della stessa, a costituire il tema preminente del dibattito extracongressuale. A porre la domanda dove va l'informazione e se l'obiettività costituisce ancora uno dei cardini del giornalismo contemporaneo. Se non sia il caso, come ha sottolineato Brent Cunningham, Managing editor della Columbia Journalism Review, di ripensare all'obiettività (8) o porre la dovuta attenzione sulla legittimazione della professione in Italia che "ha attraversato due stagioni principali, che si sono tra loro intrecciate" (9) ed una delle quali ricorda i modelli individuati a suo tempo da Hallin e Mancini.
Sugli scenari non tutti hanno la stessa opinione, come peraltro su Internet, che per molti dovrebbe costituire il futuro del giornalismo. Più di un segnale porterebbe a pronosticare che il futuro del giornale è nella rete, e questi vengono more solito dall'altra parte dell'Oceano. Il New York Times, che è considerato il quotidiano più prestigioso del mondo, nell'arco di 5 anni si trasformerà. Non sarà più in versione cartacea, ma solo web (10). Sulla stessa strada il Wall Street Journal, ora diretto da Marcus Brauchli, che punta ad edizioni on-line a pagamento (11). C'è da aggiungere che la Wordl Association of Newspaper ha di recente chiesto a 22 futurologi, accademici, manager industriali, pionieri di internet ed esperti, di immaginare il futuro del giornale (12). Dalle loro risposte è nato un rapporto dal titolo Envisioning the Newspaper 2020.
E' da qualche anno che l'editoria di fronte all'evoluzione delle tecnologie, e soprattutto dopo l'entrata in scena di Internet, qualche analisi prospettica l'ha messa in cantiere. Una l'ha sollecitata l'Ansa, la nostra prima agenzia di informazione, e l'ha presentata a Milano, qualche anno addietro, nel corso di un convegno sul tema L'informazione nell'era della multimedialità: scenari e nuove tendenze. Durante il convegno è stato illustrato uno studio della Gartner, una società inglese di sondaggi, che ha pronosticato che nel 2010 il web supererà i quotidiani. Un qualcosa di analogo era già stato preannunciato in un altro convegno organizzato dall'Università di Madrid all'inizio del Terzo Millennio.
Sempre sullo stesso argomento è da segnalare un libro di Philips Meyer, docente di giornalismo all'Università del North Caroline, uscito nel 2004, dal titolo Vanishing Newspaper: Saving Journalism in the Information Age. Il docente, prendendo lo spunto dalla diffusione dei quotidiani in tre grandi aeree geografiche, è giunto alla conclusione che nell'aprile del 2040 sarà in vendita l'ultima copia del quotidiano cartaceo. Le conclusioni e le riflessioni di Meyer sono state portate a conoscenza dei lettori italiani da Gianni Riotta con un articolo pubblicato sul Corriere della Sera (13). Sempre sullo stesso argomento sono usciti altri due articoli su The Economist - Chi ha ucciso i giornali? e Il futuro della stampa - riproposti da Internazionale nel settembre 2006.
Per completare non si può omettere di ricordare quanto ha affermato, sempre sulla possibile scomparsa del quotidiano, Josè Manuel Nobre Correia, che insegna Teoria dell'informazione giornalistica all'Università Librè di Bruxelles. A suo parere "l'evoluzione globale del sistema mediatico porta a credere a una crisi sempre più accentuata della concezione del giornalismo nato nel corso del XIX secolo, quasi questo sia entrato in una specie di coma irreversibile" (14).
Sarà come Nobre Correia e Meyer pronosticano? Non c'è alcun dubbio che il giornalismo dall'epoca della penny press abbia subito più di una trasformazione. E' sotto gli occhi di tutti, c'è una mutazione in corso. Dall'altra parte dell'oceano è iniziata una specie di rivoluzione. Meno redattori e una più accurata scelta degli argomenti da offrire al lettore. Al riguardo si può segnalare un articolo di Carl Sessions Stepp, redattore anziano dell'American Journalism Review, pubblicato nel numero di ottobre/novembre 2007 sul cambiamento dell'architettura del giornale. Articolo riproposto dall'agenzia settimanale Lsdi. Redazioni articolate in dipartimenti di produzione e di selezione oppure di attualità e di approfondimento. Organici in discesa.
Una mutazione esiste. Nello stesso tempo non è facile pronosticare se il giornale cartaceo vada in pensione nel 2040 e se nel 2015 sarà invece presente un nuovo tipo di quotidiano elettronico, dopo che gli editori avranno preso "confidenza con la trasmissione senza fili delle informazioni" (15). L'unica certezza, che potrebbero mutare le previsioni, è che Rupert Murdoch, il magnate dell'editoria, ha acquistato il Wall Street Journal ed essendo un imprenditore molto capace negli affari il giornale cartaceo dovrebbe andare ancora più avanti del 2040 (16).
Non si può omettere di segnalare, per meglio delineare la situazione attuale, che sono annoverati tra i giornalismi anche alcuni programmi televisivi ricchi di "servizi di cronaca rosa" e di conseguenza equiparati dall'Ordine ad una testata e le connesse decisioni. Qualche dubbio che sia così lo ingenerano, soprattutto se si tiene conto di alcune sentenze pronunciate dai giudici della Corte di Cassazione. Il giornalismo è raccolta, elaborazione o commento delle notizie ed il giornalista si pone come mediatore intellettuale. Si possono anche aggiungere le confusioni di ruoli fra giornalismo e spettacolo, che mettono in difficoltà il telespettatore (17).
Il mondo dell'informazione, pur con i suoi molteplici problemi, resta sempre il "guardiano" della democrazia, delle sue istituzioni democratiche, come diceva Joseph Pulitzer. Nel particolare non si può sostenere che da noi non esistano difficoltà a cominciare dal precariato. Da più parti, con l'intento di attenuare ed eliminare l'attuale stato di sofferenza occupazionale, ci si domanda se nel Terzo Millennio sia ancora produttivo per la tutela degli interessi dei singoli disporre di un sindacato unitario e se l'ordine professionale sia una istituzione pubblica da conservare. Le risposte le dovrebbero fornire le istituzioni della categoria, che hanno il termometro della situazione, e il Parlamento, che è il fulcro delle istanze della collettività ed ha i poteri legislativi per fornire i giusti indirizzi.
Ordine si, Ordine no.
Un simile interrogativo non è nuovo, tanto da essere stato presentato sulla fine degli anni Novanta, su iniziativa del Partito Radicale, anche sotto forma di referendum popolare. Si affaccia a periodi ricorrenti. Finora senza aver ottenuto alcuna risposta o sia stata intrapresa una qualsiasi iniziativa, che possa essersi conclusa in un senso o nell'altro. L'ultimo intervento, in ordine di tempo, è stato del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all'informazione e all'editoria, Ricardo Franco Levi, quando ha partecipato nell'estate del 2007 ad una delle giornate di Cortina Incontra, dedicata alla crisi dei giornali. Ha affermato che l'ordine dei giornalisti ha "bisogno di essere profondamente rivisto".
Qualche settimana prima di Levi era stato Gianfranco Fini, presidente di Alleanza Nazionale, in occasione della riunione tenuta a Roma da Liberalmedia, l'assemblea dei giornalisti non conformisti, ad esprimersi ancora una volta in maniera non favorevole (18). Sulla stessa linea si sono collocati nel tempo, a parte Paolo Murialdi, ora scomparso ed autorevole storico del giornalismo, sempre contrario alla sua istituzione, Eugenio Scalfari, Francesco Giavazzi, Sergio Romano, Massimo D'Alema e Daniele Capezzone.
Quest'ultimo la sua opposizione l'ha manifestata con la presentazione di una proposta di legge. L'iniziativa dell'allora segretario dei Radicali, ha subito innescato un acceso confronto, anche perché il Segretario generale della Fnsi del tempo, Paolo Serventi-Longhi, si era dimostrato favorevole a parlarne. Ad analizzare i pro e i contro, a sottolineare le ragioni dei giornalisti. La proposta avanzata da Capezzone, ha detto, "non può essere liquidata con un semplice no. Anzi, va valutata con estrema attenzione, anche perché può riaprire nelle istituzioni e nella categoria un serio dibattito sul ruolo dell'organo di autogoverno dei giornalisti" (19).
Qualche mese prima dell'iniziativa parlamentare dell'on. Capezzone, Enrico Boselli della Rosa in Pugno e Luigi Angeletti dell'Uil, durante una puntata di Ballarò, il programma settimanale di approfondimento politico della Terza Rete della Rai, avevano espresso la loro opinione non favorevole sull'istituto ordine in senso generale. E nelle ultime battute della campagna elettorale del 2006, per il rinnovo del Parlamento, era stato il Presidente di Alleanza Nazionale a sottolineare che con i nuovi ordinamenti in itinere l'Ordine dei Giornalisti poteva essere espunto, a cui faceva eco Antonio Catricalà, presidente dell'autorità Garante della Concorrenza e del mercato. Aveva sollecitato l'Unione, se avesse vinto le elezioni, di mettere mano nei primi cento giorni di governo alla riforma degli ordini. E questo per dare un seguito alla politica della libera concorrenza.
Sull'Ordine dei giornalisti, unico esempio nell'Unione Europea, si discute da più di 40 anni e nel contempo sono state anche ipotizzate delle soluzioni, che vanno dalla sua abolizione, la più drastica, agli aggiustamenti legislativi o a una radicale riscrittura dell'intera legge sull'Ordinamento della professione. L'interrogativo, da non minimizzare, è presente fin dal momento in cui il nuovo soggetto pubblico, auspicato con vigore nel corso del congresso del 1946 della ricostituita Fnsi, ha preso a funzionare e troverà, forse, una sua risposta soltanto tramite la riforma delle professioni intellettuali. E' sul tappeto da quasi un decennio (20). Nello stesso tempo i cupi scenari che si aprirebbero nell'ipotesi di una sua abolizione sono da valutare senza allarmismi. Il giornalismo è una professione intellettuale anomala. I giornalisti professionisti sono lavoratori subordinati. E questo è un dato incontrovertibile.
L'interrogativo ordine si, ordine no, sarà sciolto dal Parlamento. L'esistenza di un ordine professionale, persona giuridica pubblica, è legata ai superiori interessi della società, al ruolo che i suoi iscritti svolgono per tutelare la collettività e garantire le istituzioni democratiche, all'assoluto rispetto della legge e delle competenze che il legislatore gli ha affidato. Se così non fosse verrebbero meno i suoi fondamenti.
La domanda più pertinente, con più segmenti, sarebbe un'altra ed è quella che potrebbe porsi il Parlamento per la grande funzione che assolvono gli ordini, a cominciare da quello dei giornalisti. Se nell'esercizio delle sue funzioni abbia avuto come esclusivo punto di riferimento il dettato del legislatore, non abbia omesso di accertare il rispetto del requisito dell'esclusività per i giornalisti professionisti e dato seguito a quel precetto che almeno una volta all'anno si debba operare la revisione degli elenchi dell'albo. Nessuno escluso. Se nella giurisdizione sia sempre stato presente l'articolo 111 della Costituzione, senza interventi terzi, e se siano state applicate le sentenze della Corte di Cassazione, che, attraverso il tempo ed i casi sottoposti al suo giudizio, hanno fornito una diversa lettura delle norme in vigore. E infine se abbia informato l'autorità ministeriale delle difficoltà operative e quali risposte siano state fornite da questa. Il Consiglio nazionale lo ha fatto con le accennate due proposte di riforma, che non hanno avuto alcun seguito. Tutto è restato come prima.
Sull'ordine ci sono luci ed ombre. Le anomalie della legge 3 febbraio 1963, numero 69, sono state subito messe in risalto da chi la doveva applicare. Tanto è vero che il primo presidente del Consiglio nazionale dell'ordine, Guido Gonella, che aveva sostenuto non poco l'iniziativa della Fnsi e della Commissione unica per la tenuta dell'albo, nel settembre 1965, a due mesi dal primo insediamento dei Consigli, per fornire una risposta alle sollecitazioni, aveva dovuto istituire una commissione incaricata di proporre modifiche alla legge ed al regolamento (21).
Se da più parti, e a vari livelli, vengono formulati auspici, o sollecitazioni, per la sua abolizione, forse qualcosa può non aver funzionato a dovere rispetto alle aspettative. Un soggetto pubblico non crea, applica. L'Ordine dei Giornalisti talvolta per risolvere casi atipici, ma anche per adeguarsi alle linee sindacali, volte a tutelare tutti i giornalismi, ha travalicato le sue competenze. Ha utilizzato l'autonormazione, che è consentita solo per determinate situazioni. Ha interpretato la procedura ed ha pure innovato rispetto al dettato legislativo. E' il caso degli addetti stampa, prendendo a riferimento la legge 150/2000, che nulla consente.
Come tutti sanno è la Procura Generale della Repubblica, competente per territorio, ad avere il potere di impugnativa e non è demandato all'autorità ministeriale alcun controllo. La legge, all'articolo 24, ha conferito al "Ministro per la grazia e la giustizia l'alta vigilanza sui Consigli dell'Ordine". In pratica cosa vuole significare? E' intervenuto e quando? E' bene che sia così? Le opinioni sono divergenti, ma in uno stato di diritto, qual è l'Italia, è solo e soltanto la legge il punto di riferimento e la Cassazione il soggetto pubblico che nella giurisdizione fornisce l'indirizzo interpretativo sulle leggi.
Uno dei rilievi mossi all'istituzione riguarda la lievitazione del numero dei praticanti tramite le dichiarazioni di ufficio, dove assumono valore preminente i testimoni e non il direttore della testata, che è il titolare del potere di certificazione. Se omette il competente Consiglio dell'Ordine interviene in sua vece. Lo surroga. Numero che ha poi le sue ripercussioni a livello sindacale per le difficoltà di tutela ed occupazionali. Il Coordinamento nazionale dei giornalisti disoccupati ha inviato su questo aspetto una lettera al Ministro della Giustizia, in data 14 settembre 2006, con la quale ha denunciato che "l'Ordine dei giornalisti ha consentito un ampliamento delle possibilità previste per l'ammissione alla prova di idoneità professionale".
Anche la giurisprudenza del Consiglio nazionale talvolta è sotto osservazione. I Consigli mettono in essere atti amministrativi accertativi-costitutivi, l'organo di secondo grado, nell'ipotesi di impugnative, dovrebbe controllare la legittimità delle decisioni, come avviene nella giurisdizione amministrativa, che svolge un'opera di revisione. Assurge invece a giudice per una norma procedurale (art. 20ter), mentre all'art. 20 della legge si specifica che deve invece decidere soltanto in "via amministrativa".
Di interesse sull'argomento una tesi che appare significativa e giuridicamente condivisibile. Il procedimento disciplinare inizia per impulso dell'organo titolare dell'azione, e in questo caso è il Consiglio competente per territorio, per poi passare in caso di contenzioso alla revisione amministrativa dinnanzi al Consiglio nazionale e proseguire presso il giudice specializzato, abilitato ad assumere la decisione definitiva: annullare, modificare e revocare (22).
Senza lasciare spazio a chi vorrebbe l'abolizione dell'ordine - la decisione come già accennato è di competenza del Parlamento - la legge sull'Ordinamento della professione, per essere funzionale ai suoi compiti, necessita di essere aggiornata in alcune sue parti ed assicurare l'autonomia del giornalista (23). Nel suo aggiornamento, come ha auspicato il Coordinamento delle Associazioni regionali della stampa per un sindacato di servizio, la richiesta di una rappresentanza legata alla realtà del lavoro giornalistico. La proporzione tra professionisti e pubblicisti "ridisegnata a favore dei primi sul modello di quanto fatto dal sindacato" (24). Un rapporto a tutto vantaggio dei professionisti, mentre a carico dei pubblicisti l'erogazione delle risorse per le iniziative dei primi.
Nell'opera di riforma il legislatore, attraverso la collaborazione della Fnsi Consiglio nazionale dell'Ordine e Fieg, dovrebbe indicare cosa debba intendersi nel Terzo Millennio per giornalismo, specificandone le possibili tipologie e le loro caratteristiche. Ed al riguardo è stato già fatto riferimento ai blogger. Sempre che vi sia la volontà di conservarlo per i superiori interessi della collettività, dovrebbe soffermarsi sulla deontologia in maniera particolareggiata, senza lasciare autonomia, sulle conseguenti azioni disciplinari e sanzioni. Sciogliere, infine, l'interrogativo se le decisioni disciplinari siano immediatamente esecutive, soprattutto in considerazione dei gradi di appello e delle possibili azioni per il risarcimento del danno. I regolamenti di esecuzione non innovano e l'autorità ministeriale ha il suo potere di controllo quando le è stato demandato il potere di approvarli.
L'obiettivo è quello di assicurare ai due livelli un equo procedimento disciplinare, senza essere lasciato ad eventuali emozioni o preconcetti. Alle volte si è al cospetto di una disarmonica applicazione delle sanzioni e non solo di esse, non sfuggita all'attenzione del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, che ha cercato di fornire ai collegi giudicanti la raccolta della sua giurisprudenza (25). Le massime cui il giudice disciplinare regionale dovrebbe fare riferimento. Sui procedimenti disciplinari, per la violazione delle norme delle Carte dei doveri, si deve registrare qualche novità a livello di Esecutivo. Il Governo Prodi aveva mostrato di avere l'intenzione di affidare "la disciplina" ad una autorità terza. Super partes. Ed in questo senso si era mossa la Commissione Cheli.
L'amministrazione della giustizia intra moenia qualche perplessità la suscita. Non si può negare a priori che non possa verificarsi la non giusta aderenza al principio della terzietà, la non appropriata valutazione dei fatti, delle circostanze attenuanti e aggravanti. Se professionista, pubblicista e se si svolge un giornalismo redazionale. Lo stesso comportamento sanzionato in maniera non omogenea dallo stesso giudice disciplinare.
Il punto nodale di una riforma è il diploma di laurea per entrambi gli elenchi e l'attuale articolo 34. E' mancata la lungimiranza su una iniziativa parlamentare intrapresa dal sen. Learco Saporito per una sua integrazione. All'inizio degli anni Novanta, assieme ad altri otto senatori, era stato promotore di un disegno di legge, presentato il 15 settembre 1992, per integrare il citato articolo con nuove tipologie professionali.
Il disegno aveva lo scopo di consentire ai pubblicisti, con più di tre anni di iscrizione e in possesso del titolo di studio di scuola media superiore, di sostenere l'esame di idoneità professionale. Il requisito chiesto era che fossero titolari di un rapporto di lavoro dipendente, full time o part time, con una testata quotidiana o periodica o con un ufficio stampa di ente pubblico nazionale, di azienda pubblica nazionale e di ente territoriale. Avevano diritto di accedere all'esame anche coloro che potevano dimostrare che il 70 per cento del proprio reddito derivava dalla professione di giornalista e comunque non inferiore alla retribuzione annua del redattore di prima nomina.
Il Consiglio nazionale dell'epoca non ha ritenuto di dover esprimere parere favorevole e l'iniziativa, sollecitata dal gruppo Pubblicisti Unitari di Stampa Romana, è restata allo stadio di proposta. Se lo avesse formulato in senso positivo - per arrivare alla sua decisione ha atteso 18 mesi - talune recenti deliberazioni del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti su uffici stampa e freelance, avrebbero avuto la copertura legislativa e non sarebbero da considerare atti di straordinaria amministrazione. Per non asserire che sono atti con il vizio dell'incompetenza e dell'eccesso di potere.
La deontologia: precetti e sanzioni.
Senza scomodare Jeremy Bentham, autore di Deontology or science of the morality e propugnatore dell'Utilitarismo, i codici deontologici sono i pilastri su cui si reggono le professioni intellettuali. Il più antico di cui si ha notizia è quello di Ippocrate, ma la storiografia moderna lo considera più appropriatamente un giuramento. Anche i giornalisti hanno le loro Carte dei doveri, con le quali si tracciano i confini del fare e del non fare.
Il codice con maggiore anzianità è quello approvato dai giornalisti polacchi che data 1896 (26), mentre da noi è stato necessario attendere il 1988, circa un secolo dopo, a parte l'articolo 2 della legge sull'Ordinamento della professione di giornalista, per vedere sottoscritto un accordo sull'informazione e la pubblicità. Una lettera di intenti, di enunciazioni di principi, che, comunque, ha tracciato dei confini Ed è assurto a precursore dei successivi indirizzi e codici di comportamento. La sua ratio non solo in una Direttiva comunitaria, ma soprattutto nelle iniziative e pronunce dell'Ordine della Lombardia e sulle spinte del Gruppo di Fiesole e della Fnsi.
A questo accordo, tra 8 soggetti fra cui Ferpi Fnsi e Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, è seguita nel luglio 1990 la Carta dei doveri del giornalista del servizio radiotelevisivo pubblico, approvata dall'Usigrai, e nel dicembre dello stesso anno il Patto sui doveri dei giornalisti di Repubblica. Più tardi, l'8 luglio 1993, ha visto la luce la Carta dei doveri del giornalista, approntata e sottoscritta da Fnsi e Consiglio nazionale dell'Ordine, che viene presa a riferimento dai Consigli regionali, nella loro veste di giudici amministrativi disciplinari, per valutare i comportamenti in violazione alle regole dettate per assicurare il corretto e leale funzionamento della professione. L'ultima, in ordine di tempo, è la nuova Carta dei doveri dell'informazione economica, che data febbraio 2005. In cantiere la Carta dei doveri del giornalista degli uffici stampa.
La deontologia costituisce, e non a torto, uno dei pilastri su cui si appoggiano le argomentazioni di coloro che sostengono l'importanza dell'esistenza dell'Ordine dei Giornalisti, in quanto l'ordine ne sarebbe l'attento custode e senza la sua presenza sul territorio sarebbe alquanto arduo pretendere e garantire la qualità dell'informazione. La sua neutralità, la non manipolazione e la non distorsione dolosa della realtà.
Fin qui tutto bene. E' nel fare riferimento ai precetti e alle sanzioni, per una loro corretta applicazione ai casi di specie e alla posizione nel sistema informazione dei soggetti destinatari delle Carte, che qualcosa non calza bene, tanto da ingenerare dubbi e perplessità interpretative ed applicative. Anche rispetto alla consuetudine. Nel perseguire l'obiettivo che il giornalista sia ed appaia sempre corretto nell'esercizio della professione, proprio per il ruolo che assolve nella società, le Carte dovrebbero essere più specifiche. Soprattutto in considerazione che le regole deontologiche hanno natura giuridica, come ha sentenziato la Corte di Cassazione a Sezioni unite (6 giugno 2002, numero 8225). Il richiamo ad allegati in appendice non denota chiarezza e suscita possibili incomprensioni nei soggetti che hanno l'obbligo di rispettarle. Le regole non debbono lasciare adito ad alcuna incertezza.
Le Carte dei doveri si rivolgono genericamente ai giornalisti, pur essendo l'albo ripartito in due elenchi, i giornalisti professionisti e i pubblicisti, nonché di un registro, quello dei praticanti. Per avere cognizione a chi vogliono riferirsi con il citato sostantivo bisogna fare riferimento agli allegati indicati in calce e in particolare all'affermazione che la violazione delle "regole integranti lo spirito dell'art. 2 della Legge 3.2.1963 n.69 comporta l'applicazione delle norme contenute nel Titolo III della citata legge". Si rinvia all'articolo 48 della legge sull'Ordinamento della professione di giornalista, che specifica quali sono i soggetti cui i precetti della Carta si indirizzano. Nell'ordine i giornalisti professionisti, con l'obbligo dell'esclusività, i pubblicisti ed i praticanti. Due soggetti a tempo pieno ed uno a tempo parziale.
Sui pubblicisti sono note, nella quotidianità, le considerazioni e le valutazioni nei loro confronti; ritenuti dai giornalisti professionisti di ausilio, di rincalzo, e non i dominus alla pari della catena dell'informazione. Non determinanti per il prodotto giornale. E' inoltre conosciuto che il loro peso rappresentativo, all'interno delle istituzioni della categoria, è inferiore a quello dei professionisti. Uno a due per l'ordine mentre in seno al sindacato, come accennato in precedenza, il rapporto è più sbilanciato: 3,64 contro uno. Anche fuori delle istituzioni non in posizione paritetica con i giornalisti professionisti. Nei concorsi, a causa dell'esame di idoneità professionale, preferiti ai pubblicisti, sebbene questi debbono collaborare per due anni prima di poter chiedere l'iscrizione all'albo dei Giornalisti.
Le perplessità si accentuano soprattutto quando il giudice amministrativo disciplinare interviene sui comportamenti in violazione delle norme fissate dalla Carta dei doveri, nella parte dedicata alle incompatibilità. La più spinosa, e non sempre di agevole applicazione, quella in cui si afferma che il "giornalista non assume incarichi e responsabilità in contrasto con l'esercizio autonomo della professione, né può prestare il nome, la voce, l'immagine per iniziative incompatibili con la tutela dell'autonomia professionale". Il precetto prosegue stabilendo che "sono consentite invece, a titolo gratuito, analoghe prestazioni per iniziative pubblicitarie volte ai fini sociali, umanitari, culturali, religiosi, artistici, sindacali o comunque prive di carattere speculativo".
L'attenzione, in breve sintesi, sugli spot televisivi, sui passaggi pubblicitari, sulle telepromozioni, sulle apparizioni come testimonial e sulla commistione tra informazione e pubblicità. Il nome, la voce e l'immagine sono i tre elementi presi a riferimento per l'apertura dei procedimenti disciplinari ed è sottinteso che anche le giurisdizioni speciali devono seguire le regole del diritto, con l'equa applicazione delle aggravanti ed attenuanti, e possibilmente non quelle di Savonarola.
Essere testimoni o protagonisti di iniziative pubblicitarie radiotelevisive o no, con relativo compenso, costituisce una delle trasgressioni su cui è puntata la vigile attenzione dei Consigli regionali dell'Ordine per assicurare tutela e garanzia al fruitore dell'informazione. Sebbene non dovrebbe essere omesso di tenere nella dovuta considerazione, allorché si valuta una violazione, l'architettura del Protocollo d'intesa su Pubblicità ed Informazione, in cui si fissa il principio che "la firma di ciascun messaggio deve essere chiara e trasparente". Il cittadino "è il titolare del diritto ad una corretta informazione" e pertanto deve sapere quando si tratta di pubblicità. E questo costituisce una tutela dell'interesse generale.
Non si può tralasciare di ricordare quanto sia importante la pubblicità per il mondo dell'informazione. E' la voce di bilancio più significativa. La stessa Rai oltre al canone, obbligatorio per legge, ha un bel portafoglio pubblicitario. Anche Sky, la tv a pagamento, non lesina in pubblicità e il medesimo discorso vale per La7. Senza il suo apporto le iniziative editoriali andrebbero incontro a più di un problema. Non si possono reggere con la sola diffusione. E' pure noto che la pubblicità è una fonte di notizie orientate e "le frontiere tra messaggi pubblicitari e messaggi redazionali si fanno sempre più incerte e fluttuanti" (27). Quanto precede dovrebbe indurre, o auspicare, una differente considerazione del fatto e la posizione del giornalista valutata con una ottica diversa. Meno restrittiva. Anche se l'indipendenza e la coscienza costituiscono due argini di tutto rispetto, che il giornalista nella pratica quotidiana non dovrebbe omettere di rispettare.
L'amministrazione della giustizia intra moenia nel mondo giornalistico non è un compito assolto da un giudice disciplinare collegiale unico, ma da tanti giudici collegiali, autonomi nelle loro valutazioni, quanti sono allo stato attuale i Consigli dell'Ordine e con un giudice di secondo grado pletorico, con polivalenti culture scolastiche, che ha il potere di accettare o no le proposte della Commissione ricorsi. Di conseguenza l'ipotesi di sentenze difformi su una medesima fattispecie, sproporzionate talvolta nella determinazione delle sanzioni, o l'apertura di procedimenti disciplinari su presunte violazioni, non è infondata. Alla pubblicità deve collegarsi l'altro precetto, sempre all'interno del quadro delle incompatibilità, che vieta ai giornalisti di subordinare le informazioni economiche ai loro interessi e di accettare pagamenti, vacanze, trasferte, rimborsi spese, regali da parte di privati o enti pubblici.
Nel contempo, sempre in materia di pubblicità diretta ed indiretta, non si sono registrati, da parte delle istituzioni della categoria, interventi censori su alcune tipologie di informazione, che possono essere considerate promozionali o forme surrettizie o indirette di pubblicità. Al riguardo, per esemplificazione, si indicano l'informazione automobilistica, la moda, il cinema, il turismo e le interviste agli sportivi, realizzate davanti ad un pannello dove compaiono i nomi di sponsor. Solo l'Ordine della Lombardia, Abruzzo presidente, ha fatto un duplice richiamo sia alla moda che ai viaggi, mentre l'Ordine del Lazio ha manifestato un interesse alle interviste rilasciate al termine delle partite di calcio. Di recente è stata sotto osservazione la moda, dopo la puntata di Report, il programma della Rai curato da Milena Gabanelli.
Qualche ulteriore annotazione può essere utile. Sia in merito a quanto è stato finora detto e sia per sottolineare l'esigenza di garantire ai soggetti passivi dell'azione disciplinare certezza ed equità di giudizio, che deve tenere ben presente la loro collocazione ed il grado di influenza che possono avere nella formazione del prodotto giornale. In quale misura potrebbero manipolare l'informazione con le loro "iniziative incompatibili con la tutela dell'autonomia professionale". Per la Carta dei doveri del 1993, che doveva essere aggiornata periodicamente come era stato affermato dai proponenti, la pubblicità costituisce una attività incompatibile in quanto il giornalista potrebbe non essere imparziale in futuro. Condizionato.
La prima annotazione riguarda i soggetti che esercitano la professione ed il loro peso nel sistema informazione. Il prodotto "giornale", inteso in senso generale, è in prevalenza opera collettiva intellettuale dei giornalisti professionisti e dei praticanti, che sono organici alle testate e a tempo pieno, mentre i pubblicisti, esclusi gli ex articolo 36, sono presenti a tempo parziale e fuori delle redazioni in qualità di collaboratori o di corrispondenti dai centri minori. Una prestazione intellettuale consentita anche se svolgono altre attività retribuite, come appunto recita il terzo comma dell'articolo 1 della legge 69/63. "Nella ratio della legge - ha scritto sul numero di aprile-maggio 1988 di OGInformazione Carlo Gessa, presidente di Sezione del Consiglio di Stato, ora scomparso - il pubblicista è figura profondamente distinta e diversa dall'altra ed è quella di un collaboratore esterno alla struttura redazionale".
Pure la pubblicità, che è una attività lecita e soggetta di tanto in tanto ad interventi delle istituzioni comunitarie, che ne delimitano il campo o dettano nuove regole (28). Il lavoro è garantito dall'articolo 4 della Costituzione ed altrettanto l'iniziativa privata dal successivo articolo 41. Il nodo da sciogliere è questo, assieme all'interrogativo se una norma regolamentare interna ad una categoria professionale possa andare in contro tendenza ai principi costituzionali, che sono le fondamenta di uno stato democratico, e alla stessa legge che ha dato vita all'istituzione.
La Carta dei doveri, fonte regolamentare di secondo grado, si prefigge di censurare le attività incompatibili con la tutela dell'autonomia professionale e ne fissa il quadro di riferimento, per poi andare, tramite l'articolo 48 della legge ordinistica, ai fatti non conformi al decoro (la pubblicità costituirebbe un comportamento non atto a garantire il rispetto degli altri) e alla dignità professionale (il rispetto che l'uomo deve sentire nei confronti di se stesso e tradurre in un comportamento e un contegno adeguati), o ai fatti che compromettano la propria reputazione o la dignità dell'Ordine.
Decoro, dignità e reputazione sono i sostantivi, con i loro significati letterali, su cui poggia in generale l'azione disciplinare mentre per quanto si riferisce a quella legata al tema in esame sono il nome, la voce e l'immagine, a cui si aggiungono i tre citati sostantivi come se fossimo di fronte ad un reato di estrema gravità. La pubblicità è ritenuta dai Consigli dell'Ordine, quali appunto garanti della corretta professione, attività incompatibile "con la tutela dell'autonomia professionale".
E' una incompatibilità assoluta senza possibilità di esimenti o queste possono essere invocate? Si è dato il caso che per una telepromozione sia stata irrogata una sanzione di sei mesi di sospensione mentre per essere stati nei libri paga dei Servizi di Intelligence dodici mesi (29), ma si è pure verificato il caso di un nulla a procedere nei confronti di chi ha violato la regola relativa alla cooperazione fra giornalisti ed editori ed al patto di fedeltà in costanza di rapporto di lavoro.
Essere testimoni di messaggi pubblicitari compromette in sequenza il proprio decoro, la dignità e la reputazione, nonché il prestigio dell'Ordine? Se il messaggio è chiaro ed inequivocabile la risposta non può essere che negativa. Sono le attività sanzionate dall'ordinamento penale a compromettere. Sempre secondo la giurisprudenza ordinistica il tutto sarebbe in contrasto con l'autonomia della professione, intesa nel senso che chi ne è protagonista domani potrebbe non essere obiettivo. Accondiscendente con chi lo ha scelto per assolvere l'incarico. Posto che la pubblicità sia incompatibile, non ci dovrebbe essere una gradualità nella determinazione della sanzione se si ha l'obbligo dell'esclusività professionale rispetto a chi un tale obbligo non lo deve osservare? Infine le attenuanti hanno un valore nel procedimento disciplinare intra moenia?
Sono interrogativi che attendono una risposta, sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza, anche perché non si deve dimenticare che il giornalismo si trova nel mezzo di una profonda mutazione e la sua sopravvivenza, come accennato, passa in buona parte attraverso la pubblicità. Il giornalista, proprio per il ruolo che assolve nella società contemporanea, fatto salvo il principio che il fruitore dell'informazione deve sapere senza equivoci se si tratta o no di pubblicità, non potrebbe invece esserne un garante? Garante della correttezza del messaggio e quindi anche del prodotto. Non ingannevole.
Se la violazione della Carta dei doveri del 1993 per il non rispetto del precetto sulla pubblicità costituisce materia per l'apertura di procedimenti disciplinari, non si può omettere di rilevare che nell'esercizio della funzione giurisdizionale c'è un altro aspetto su cui i giudici disciplinari non hanno ancora pronunciato le loro sentenze. E se ci sono state è stato dimenticato di informare.
Il giornalista è il responsabile della corretta informazione e tale responsabilità non è subordinata agli interessi dell'editore, del governo e degli altri organi dello Stato, e dei terzi. La realtà quotidiana non sembra attestare che sia sempre stato così. Le richieste di rettifica ne sono un segnale. E' possibile sostenere che c'è stato l'assoluto rispetto dell'articolo 6 (essenzialità dell'informazione) del Codice deontologico sul trattamento dei dati personali? Gl'interventi del Garante della privacy sono di segno opposto e non ci sono elementi per fornire una appropriata risposta in merito a quanti procedimenti disciplinari siano stati aperti e soprattutto quante e quali le sanzioni irrogate.
La conclusione? L'articolo 1 della legge 3 febbraio 1963, numero 69, indica che i giornalisti professionisti hanno l'obbligo dell'esclusività e pertanto allo stato attuale non è loro consentito di fare pubblicità come attività lucrativa. Ad adiuvandum si richiama l'articolo 44 del cnlg (Rapporto tra informazione e pubblicità) antecedente alla Carta dei doveri del 1993. Contratto che regola i rapporti di lavoro dipendente tra i giornalisti professionisti e gli editori.
Diverso dovrebbe essere il discorso sui pubblicisti. Almeno come esercitazione di dottrina. Sono senz'altro parte del sistema, ma in una posizione esterna, e svolgono, nella quasi generalità, altre attività lavorative o professioni. Hanno una collocazione non prevalente, il loro prodotto intellettuale può essere rifiutato, ma per i giudici amministrativi disciplinari nelle "altre attività o professioni" non può trovare diritto di cittadinanza la pubblicità. O smettono o chiedono di essere cancellati dall'albo. Gli esempi non mancano. Per loro sono sullo stesso piano dei professionisti. Una eguaglianza, comunque, solo apparente e non trova riscontro all'esterno. In più di una occasione ai pubblicisti, se ci sono posti da mettere a concorso, sono preferiti i professionisti per via dell'esame di idoneità professionale. E la conclamata parità è solo nelle enunciazioni.
Un siffatto indirizzo giurisprudenziale è in armonia con l'articolo 4 della Costituzione (La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto) ed il successivo articolo 41 sulla libertà dell'iniziativa economica privata? La giurisprudenza non ha ancora fornito una risposta, soprattutto quella ordinistica. Su di un caso di specie nulla ha detto.
Infine si ricorda una recente sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni unite, pronunciata il 20 dicembre 2007 e che porta il numero 26810. I codici disciplinari possono essere interpretati dai supremi giudici e di conseguenza possono esprimersi anche sui soggetti protagonisti dei messaggi pubblicitari.
(1) Fnsi, Relazione della Giunta Esecutiva. XXV Congresso della Stampa Italiana. Bari-Castellaneta Marina, 26/30 novembre 2007.
(2) Schinzano L.: Tra disagi e aspettative. XXV congresso della Fnsi. Bari-Castellaneta Marina, 26/30 novembre 2007.
(3) Falleri G.: "Fnsi, la resa dei conti". L'Opinione-Media, 3 ottobre 2007.
(4) Hallin D. e Mancini P.: "Modelli di giornalismo". Editori Laterza, 2004.
(5) LsDi: Bollettino n.16/07 del 16 luglio 2007.
(6) Abruzzo F.: "Codice dell'informazione e della comunicazione". V edizione. Centro di documentazione giornalistica.
(7) Quarto Potere: Elezioni per i delegati al XXV Congresso della Fnsi, Castellaneta Marina, 26/30 ottobre 2007. Comunicati vari.
(8) Cunningham B.: "Ripensando l'obiettività". Problemi dell'informazione, a. XXVIII, numero 3, settembre 2003.
(9) Sorrentino C.: "Se il giornalismo crea scetticismo". Problemi dell'informazione, a. XXXII, numero 1, gennaio 2007.
(10) Sideri M.: "Addio alla carte e alle tipografie. Il New York Times solo web". Il Corriere della Sera, 9 febbraio 2007.
(11) LsDi: Bollettino numero 27/07 del 29 ottobre 2007.
(12) LsDi: Bollettino numero 27/07 del 29 ottobre 2007.
(13) Riotta G.: "Quali giornali nell'era del postgiornalismo?" - Corriere della Sera, 27 aprile 2005.
(14) Nobre-Correia J.M.: "La morte annunciata del giornalismo", Problemi dell'Informazione, anno XXX, numero 4, dicembre 2005.
(15) Fraissard G. e Santi O.: "Il giornale del 6 aprile 2015". Internazionale n. 635, 31 marzo 2006.
(16) Gaggi M.: "Da invasore a re della stampa. New York non teme più Murdoch". Corriere della sera, 9 ottobre 2007.
(17) Roidi V. "Tra giornalismo e spettacolo una barriera sempre più fragile". Giornalisti, anno V, numero 2, marzo-aprile 2006.
(18) Gravina A.: "Giornalisti liberi? Cominciamo con l'abolizione dell'Ordine". Il Secolo d'Italia, 6 luglio 2007.
(19) Riz. Co.: "Abolizione dell'ordine dei giornalisti? Parliamone?" La Stampa, 13 agosto 2006.
(20) Falleri G.: "La riforma delle professioni intellettuali: un nuovo modello per quella giornalistica". Opinioni e Confronti, numero 2, anno 2005. Edizioni Marsica Domani.
(21) Annuario dei Giornalisti 1971-1972: Attività del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti (dal giugno 1965 al giugno 1971) a cura di Nino Guglielmi, consigliere nazionale.
(22) Manservisi R.: "Non impugnabilità avanti all'AGO delle sanzioni disciplinari degli Ordini regionali dei giornalisti". Il diritto dell'informazione e dell'informatica. Anno XXI, numero 2, marzo-aprile 2006.
(23) Sansalone G.: "L'Ordine dei giornalisti va solo riformato". Il Secolo XIX, 26 ottobre 2007.
(24) Coordinamento delle Associazioni regionali della stampa per un sindacato di servizio: Il nostro profilo di chi dovrà gestire e riformare l'Ordine. Comunicato diramato il 5 marzo 2007 a firma del Portavoce Giovanni Giacomini.
(25) Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti: Massimario della giurisprudenza 2005/2006. Centro di Documentazione Giornalistica, Roma.
(26) I quaderni di Desk. "I codici deontologici dei comunicatori", a cura di Paolo Scandaletti. Edizioni Iusob Ucsi, anno 2003.
(27) Morello G.: "Informazione e pubblicità". Studiare da giornalista, I doveri. Centro di Documentazione Giornalistica 2003.
(28) Direttiva 2003/33/CE e Direttiva 2006/114/CE.
(29) Abruzzo F.: "La commistione informazione/pubblicità nella giurisprudenza ordinaria e disciplinare vista attraverso le sentenze dei Tribunali". Il diritto dell'informazione e dell'informatica, numero 4/5 luglio-ottobre 2007. A. Giuffrè Editore.

References: e contrario
 articolo 34
 articolo 36
 articolo 41
 articolo 41
 sentenza