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Timestamp: 2018-09-25 21:54:21+00:00

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Come gestire il ricovero dell'anziano se c'è disaccordo tra i figli
Come gestire il ricovero dell’anziano se c’è disaccordo tra i figli
10 febbraio 2017 | Autore: Maria Elena Casarano
Se l’anziano non ha autonomia sufficiente per fare scelte economiche e sulla propria salute, ciascun figlio può rivolgersi al giudice perché individui il soggetto più idoneo a tutelarne gli interessi.
Io e due dei miei fratelli vorremmo ricoverare nostro padre in una casa di riposo (i medici sono d’accordo), ma nostra sorella, che ha il conto cointestato con nostro padre (e quindi ne gestisce la pensione), preferisce soluzioni di assistenza che richiedono una turnazione dei familiari in casa: soluzione impraticabile a causa di problemi, di salute e lavorativi, degli altri. Vorremmo utilizzare quel denaro per pagare la retta della clinica. Come possiamo fare?
Il problema posto dal lettore può senz’altro trovare una soluzione in uno dei rimedi previsti dalla legge a tutela dei soggetti incapaci.
In linea generale, va detto che fino a quando l’anziano genitore verrà ritenuto capace di intendere e di volere (se pur nei limiti di età e salute) la stesso sarà anche libero di delegare chi meglio crede (persino un estraneo) nell’amministrazione del proprio denaro e del proprio patrimonio, anche tramite una procura notarile.
Esistono, tuttavia, delle soluzioni a questa situazione.
Dai dati forniti, sembra di comprendere che siamo di fronte ad un soggetto che, per quanto anziano e malato, non versa in stato di bisogno economico (tale da avere il diritto di fare domanda giudiziale al fine di ottenere gli alimenti dagli obbligati), bensì di persona che a causa di una incapacità fisica e/o psichica, non è in grado di attendere alle proprie cure e interessi (non solo economici).
In tal caso la legge attribuisce all’interessato (che, si badi, non deve essere necessariamente l’anziano) il diritto di rivolgersi al giudice per tutelare gli interessi del soggetto bisognoso.
Vediamo, dunque, in breve quali sono le diverse forme di tutela previste in favore delle persone incapaci, ciò al fine di individuare quale tra queste possa rivelarsi la meglio indicata nella situazione descritta dal lettore.
Si tratta in particolare di tre istituti.
1 Interdizione
2 Inabilitazione
3 Amministratore di sostegno
4 L’anziano deve essere ascoltato dal giudice
Essa può essere richiesta quando un soggetto affetto da un’ infermità di mente grave ed abituale viene dichiarato, con sentenza, incapace di provvedere ai propri interessi; sicché il giudice provvede alla nomina di un tutore (individuandolo tra uno dei familiari o in un soggetto estraneo alla famiglia) [1].
Tale infermità di mente non deve consistere, tuttavia, nella semplice incapacità di provvedere ai propri interessi determinata da mancanza di esperienza o di cultura, ma occorre che vi sia una vera e propria alterazione delle facoltà mentali.
Anche in presenza di tale condizione, tuttavia, la specifica forma di tutela è disposta dal giudice solo se ciò sia necessario ai fini dell’adeguata protezione dell’incapace; sicché il magistrato, nel corso del giudizio di interdizione, potrebbe anche ritenere più indicata l’applicazione di un diverso istituto (vd. dopo).
La sentenza di interdizione comporta l’incapacità totale di agire dell’interdetto in materia di negozi patrimoniali e familiari; tuttavia, nella stessa sentenza, il giudice può attribuire all’interdetto la capacità di compiere alcuni atti di ordinaria amministrazione senza l’intervento o con l’assistenza del tutore.
Tutti gli atti compiuti dall’interdetto dopo la sentenza di interdizione sono annullabili su istanza del tutore, dell’interdetto stesso, dei suoi eredi o aventi causa.
L’interdizione può essere revocata con sentenza dal tribunale oppure essere trasformata in inabilitazione (vd. dopo) quando il giudice ritenga l’interdetto non più gravemente infermo.
Questo istituto giuridico, che determina la nomina di un curatore in favore dell’incapace, trova applicazione nei casi in cui le particolari condizioni psico-fisiche del soggetto lo pongono in condizione di parziale incapacità dovuta a:
infermità abituale di mente non grave (e quindi non tale da giustificare l’interdizione);
prodigalità (ossia la attitudine a spendere denaro in modo smisurato rispetto alle proprie possibilità);
abuso di alcolici o stupefacenti, quando tali pratiche espongano il soggetto o la sua famiglia a grave pregiudizio economico;
menomazioni fisiche (come la cecità o sordità dalla nascita) non accompagnate da un’educazione correttiva in grado di garantire al soggetto una sufficiente autonomia psico-fisica.
La pronuncia di inabilitazione permette all’inabilitato di conservare una parziale capacità di agire (intesa in senso giuridico come capacità legale), potendo egli compiere:
da solo gli atti di ordinaria amministrazione e quelli di natura personale (ad es. il matrimonio);
gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione con l’autorizzazione del giudice tutelare e il consenso del curatore;
gli atti di disposizione (ad esempio la vendita di un bene) con l’autorizzazione del tribunale e l’assistenza del curatore.
Gli atti compiuti dall’inabilitato senza l’osservanza delle suddette formalità possono essere annullati su istanza dell’inabilitato o dei suoi eredi o aventi causa.
Risulta evidente, quindi, come l’interdizione implichi nella persona del tutore una vera e propria rappresentanza legale del soggetto debole, mentre l’inabilitazione porti il curatore ad avere maggiori funzioni di assistenza, in quanto egli non sostituisce ma integra la volontà dell’incapace per alcuni atti di esclusiva natura patrimoniale e cura dei beni (tra cui, sicuramente può farsi rientrare la gestione del denaro dell’inabilitato finalizzata al suo ricovero ospedaliero).
L’amministrazione di sostegno offre, a chi si trovi in condizioni di menomazione fisica o psichica intesa in senso ampio o nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi (come, appunto, le persone inferme), una misura di assistenza in grado di sacrificare il meno possibile la capacità di agire della persona non autonoma.
Tale misura, a differenza degli altri due istituti descritti, lascia al soggetto nei cui confronti è disposta la capacità legale di agire in relazione a tutti quegli atti che non richiedono la necessaria rappresentanza o assistenza dell’amministratore di sostegno (e che sono individuati dal giudice tutelare).
Ciò premesso, nella situazione descritta dal lettore, ritengo che la forma di tutela più adeguata per l’anziano possa essere rappresentata proprio dalla nomina di un amministratore di sostegno e posso anche dire che, solitamente, essa costituisce la forma di tutela maggiormente disposta dai giudici in casi come questo (rispetto anche alla stessa inabilitazione); ciò in quanto essa appare la meno limitativa per quelle persone che non siano qualificabili come «incapaci di intendere e di volere», in quanto (nonostante i problemi di età e di salute) si mostrino comunque orientate nel tempo e nello spazio e in grado di comprendere il significato di determinate scelte.
La domanda per la nomina di un amministratore di sostegno va presentata alla cancelleria della volontaria giurisdizione del tribunale del luogo di residenza della persona incapace da:
questa stessa o
dai familiari entro il quarto grado (e pertanto sarebbero legittimati i fratelli),
dal pubblico ministero o;
dai responsabili dei servizi sanitari e sociali direttamente impegnati nella cura e assistenza della persona: questi ultimi, se a conoscenza di fatti tali da rendere opportuna l’apertura del procedimento di amministrazione di sostegno, sono tenuti a presentare al giudice tutelare il ricorso per l’amministrazione o comunque a informare della situazione il pubblico ministero;
dal tutore o dal curatore, se la richiesta riguarda una persona già interdetta o inabilitata; in tal caso la domanda è presentata, congiuntamente all’istanza di revoca dell’interdizione o dell’inabilitazione.
La domanda non richiede necessariamente l’assistenza di un avvocato, ma questa è senz’altro consigliabile per poter meglio illustrare al giudice le ragioni alla base della richiesta, atteso che in essa occorre indicare, insieme ai dati relativi alle parti, anche:
i motivi per i quali si richiede la nomina dell’amministratore di sostegno: e quindi spiegare come, nel caso di specie, l’amministrando non è in grado di gestire in modo autonomo il proprio denaro e che il familiare (la figlia) che lo gestisce non sta curando i suoi interessi in modo adeguato (sarà bene, allo scopo, produrre certificati medici che consigliano il ricovero e attestare le ragioni per le quali risulterebbe impossibile per la famiglia gestire una situazione di ricovero domiciliare quale quella voluta dall’unica sorella);
gli atti da compiere per i quali si rende necessaria l’assistenza o la rappresentanza dell’amministratore di sostegno: tra questi sicuramente avrà un ruolo primario la questione del rapporto contrattuale con la clinica in cui la maggioranza dei figli intende ricoverare l’anziano padre, ma – naturalmente – potranno essere indicati tutta una serie di adempimenti burocratici che necessitino della presenza o della firma del genitore;
l’esposizione dei fatti alla base della domanda: spiegare quindi che si ritiene che l’attuale autonoma gestione del denaro dell’anziano da parte della figlia stia provocando un pregiudizio all’uomo, destinato a sortire effetti peggiorativi nel tempo.
L’anziano deve essere ascoltato dal giudice
Nell’ambito della procedura di nomina dell’amministratore di sostegno riveste particolare importanza il momento (irrinunciabile) dell’ascolto dell’incapace, al punto che il giudice, ove occorra (ad es., in caso di persona intrasportabile), è tenuto a recarsi nel luogo in cui la persona si trova), per sentirlo; si badi, non per interrogarlo, bensì per raccoglierne i bisogni di cui dovrà tener conto nella redazione del decreto di nomina. Il magistrato dovrà inoltre ascoltare i parenti (e quindi, nel caso di specie, tutti e quattro i figli) e comunque coloro che hanno presentato la domanda; di seguito potrà disporre, ove lo ritenga necessario, una consulenza tecnica medica d’ufficio.
Il giudice tutelare, una volta terminata l’istruttoria, deve scegliere la figura dell’amministratore di sostegno, preferibilmente individuata nella persona (del familiare o conoscente) nei cui confronti l’amministrato ripone piena fiducia, ma anche in soggetto diverso (se ravvisi la non idoneità di quest’ultimo a curare gli interessi dell’amministrando).
Anche se l’anziano, infatti, abbia espresso una preferenza, tale dichiarazione non è vincolante per il magistrato, il quale potrà disattendere la volontà espressa dal beneficiario con motivazione che ne illustri i (gravi) motivi.
In caso di accesi conflitti all’interno della famiglia, inoltre, il magistrato può decidere di nominare un amministratore di sostegno esterno al nucleo familiare onde evitare che la conflittualità tra i suoi membri ostacoli lo svolgimento di una corretta amministrazione.
Il giudice, peraltro, all’esito dell’istruttoria, potrà anche ritenere che l’inabilitazione rappresenti una forma di tutela più adeguata per l’anziano.
Così, nel caso esposto dal lettore, ad esempio, possiamo anche immaginare che il genitore, ascoltato dal giudice, rappresenti al magistrato la volontà che la figlia continui a gestire la sua pensione e che, al contempo, quest’ultima illustri al giudice di preferire la assistenza domiciliare per il padre. Al pari, i fratelli faranno presente al giudice gli impedimenti a porre in essere la soluzione voluta dalla sorella e l’attuale impossibilità di amministrare il denaro del padre al fine del pagamento della retta nella casa di cura.
In tal caso, potrà avere un peso importante l‘eventuale consulenza medica disposta dal giudice (come pure l’eventuale documentazione medica, e non solo, esibita) per convincere il magistrato della necessità del ricovero dell’uomo da un lato e dell’inadeguatezza di una cura domiciliare ai fini di una corretta assistenza dell’anziano.
Il provvedimento di nomina dell’amministratore delimiterà:
i poteri di quest’ultimo e la durata dell’incarico, indicando gli atti che l’uomo potrà compiere da solo o con l’assistenza dell’amministratore;
il limite di spesa a cui l’amministratore dovrà attenersi con il denaro dell’amministrando.
L’amministratore nominato, dovrà fornire al giudice un rendiconto periodico del proprio operato e ciò, naturalmente “costringe” a gestire il patrimonio (nel caso di specie la pensione) del beneficiario in maggior trasparenza.
Ove i fratelli non dovessero riuscire a trovare un accordo su chi e come debba gestire le cure e il denaro dell’anziano genitore, la forma di tutela più indicata per quest’ultimo potrebbe essere quella di far nominare un amministratore di sostegno (individuato in uno dei figli o anche in un terzo estraneo alla famiglia) affinché possa curare nel modo più corretto gli interessi dell’uomo. In tal caso, l’amministratore designato potrà senz’altro disporre della pensione dell’anziano limitatamente alle finalità indicate nel provvedimento del giudice, tra cui (ma non solo) il pagamento della retta di ricovero nella Casa di cura o di qualsivoglia altro genere di necessità che potrà rendersi di volta in volta necessaria.
[1] Art. 414 cod. civ.
[2] Art. 415 cod. civ.
[3] Art. 404 e ss. cod. civ.
11/07/2017 alle 21:15
Vi consiglio di mettervi d’accordo tra di voi. Mettersi in mano al tribunale tutelare, infatti, è una tragedia totale. Come minimo perderete qualsiasi privacy e dovrete pagare un avv, con tutti i fatti vs che andranno in giro per un gran numero di uffici, dove vi tratteranno tutti a pezze in faccia. Passerete la vita a fare la fila in cancelleria, senza ottenere mai niente. Ma, in caso di disaccordo, il giudice tutelare nomina un amministratore esterno, che poi è un avvocato di sua fiducia (che fa l’amministratore di anziani di mestiere… e magari in un’altra città fa il giudice tutelare onorario). A quel punto su vs padre, i suoi beni, la sua pensione, i suoi risparmi, non solo non avrete più parola, ma neanche informazione. Si gestiscono tutto il giudice, che di solito è un avv che va a fare gratuitamente il giudice, e l’amico avv, il quale, per legge, fa il lavoro gratuitamente. Ma in qualche modo dovrà pur guadagnare…
anonia ha detto:
01/08/2018 alle 13:05
appunto una cosa aassura che non sta ne’ in cileo nein terra. cioe in terra si , in questo momndo di ladri come diceva la nota canzone di Venditti, esteso in senso genrale, perche’ trovo che stiamo viveno un periodo buio in ci i ladri sono tnti, banche dottoori, avvocati ladri legalizzati a parte i ladri veri e propri che si accontenano anche dipochi spiccioli..

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Art. 414
 Art. 415
 Art. 404