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Timestamp: 2019-09-21 13:56:26+00:00

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Presidente: MANNA ANTONIO Relatore: DE GREGORIO FEDERICO Data pubblicazione: 06/03/2018
che non si pone alcun problema di responsabilità oggettiva, tenuto altresì che per effetto dell'anzidetto rapporto contrattuale (di certo non ancora cessato all'epoca tra le parti) la prova liberatoria pure in ordine all'elemento soggettivo andava fornita dalla utilizzatrice della prestazione ex art. 1218 c.c., dovendosi inoltre anche richiamare il principio affermato in materia dalla giurisprudenza di questa Corte (v. più recentemente Cass. lav. n. 9870 del 07/05/2014), secondo cui le norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro devono essere osservate non solo a tutela dei dipendenti, ma anche delle persone estranee, ivi compresi i soci della società, anche di fatto, datrice di lavoro, che occasionalmente si trovino sui luoghi di lavoro (in motivazione: <<Come ha correttamente rilevato la sentenza impugnata l'apparato normativo relativo alla tutela dei lavoratori e alla sicurezza degli ambienti di lavoro trova applicazione generalizzata a tutti i settori di attività pubblica e privata, tranne alcuni tassativamente esclusi, e si applica non solo ai lavoratori subordinati ma anche a tutti i soggetti ad essi equiparati, ivi compresi i soci di società, anche di fatto. Ed infatti il D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 2 accoglie una nozione ampia di datore di lavoro, non solo quale soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore ma anche e comunque come soggetto che secondo il tipo e l'organizzazione dell'impresa ha la responsabilità della medesima o di una sua unità produttiva. La individuazione dei destinatari degli obblighi posti dalle norme di prevenzione deve essere quindi valutata con riferimento alle funzioni concretamente esercitate. Parimenti ampia è la portata oggettiva degli obblighi di prevenzione e sicurezza nel senso che le norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro devono essere osservate non solo a tutela dei dipendenti, ma anche delle persone estranee che occasionalmente si trovino sui luoghi di lavoro. Nel caso di specie la società gestiva un'impresa in luogo aperto al pubblico, quale era una sala videogiochi e bar, sicché correttamente la sentenza impugnata ha considerato che soggetti tutelati dalla richiamata normativa sulla sicurezza dei luoghi di lavoro devono ritenersi essere anche i terzi che, utilizzando le strutture ed i macchinari, si trovino esposti ai rischi di quello specifico ambiente. ...». Cfr. in senso conforme anche Cass. III civ. n. 9200 del 30/08/1995, id. n. 2288 del 23/04/1979);
che, pertanto, va respinto il ricorso incidentale, mentre appare fondato quello principale, le cui doglianze devono essere esaminate congiuntamente, siccome tra loro evidentemente connesse, peraltro correttamente qualificabili in termini di error in judicando ex art. 360 co. 1 n. 4 c.p.c., per omessa pronuncia derivata da erronea applicazione dell'art. 437 c.p.c., visto che nella specie alla stregua di quanto dedotto da parte attrice con il ricorso introduttivo del giudizio non risultava alcuna limitazione dell'azionata pretesa risarcitoria, di guisa che non è ravvisabile il vizio di novità, ipotizzato dalla Corte distrettuale circa il rivendicato ristoro pure da lucro cessante con riferimento al danno patrimoniale, dedotto anch'esso con l'atto introduttivo del giudizio in relazione all'invalidità acclarata con l'espletata c.t.u., segnatamente poi con riferimento a quella temporanea, assoluta e parziale (cfr. Cass. III civ. n. 22987 del 07/12/2004: in tema di risarcimento dei danni da responsabilità1 civile, l'unitarietà del diritto al risarcimento ed il suo riflesso processuale dell'ordinaria infrazionabilità del giudizio di liquidazione comportano che, quando un soggetto agisce in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni cagionatigli da un determinato comportamento del convenuto, la domanda si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta; tuttavia, tale principio non può trovare applicazione quando l'attore "ab initio" o durante il corso del giudizio abbia esplicitamente escluso il riferimento della domanda a tutte le possibili voci di danno, dovendosi coordinare il principio di infrazionabilità della richiesta di risarcimento con il principio della domanda. Ne consegue che, qualora nell'atto di citazione siano indicate specifiche voci di danno e tra le stesse non sia indicata quella relativa ai danni materiali, l'eventuale domanda proposta in appello è inammissibile per novità, mentre deve intendersi abbandonata se precedentemente formulata e non riproposta nella precisazione delle conclusioni - <<... come questa Corte ha più volte ritenuto (Cass. 26.2.2003, n. 2869; Cass. 5.7.2001 n. 9090), l'unitarietà del diritto al risarcimento ed il suo riflesso processuale dell'ordinaria infrazionabilità del giudizio di liquidazione (scaturente dal rispetto dei canoni della concentrazione e della correttezza processuale) comportano che quando un soggetto agisce in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni allo stesso cagionati da un dato comportamento del convenuto, la domanda si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta. ...>>);
che nella specie l'attore nel chiedere la condanna della convenuta al risarcimento integrale del danno, per complessivi 444.492,oo euro, salvo somma maggiore o minore di giustizia, aveva fatto riferimento a tutte le poste indicate nello stesso atto al punto 16, tra cui sub lettera c), il danno patrimoniale ...prudentemente stimato in 32.176,oo euro, di guisa che appare del tutto erronea la novità ipotizzata dalla Corte territoriale, che ha omesso, quindi indebitamente, di pronunciarsi in merito;

References: art. 1218
 Cass. 
 sentenza 
 art. 2
 sentenza 
 Cass. 
 art. 360
 Cass. 
 Cass.