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Rassegna stampa 17 ottobre 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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di Alessia peilex|Pubblicato 17 Ottobre 2019
16/10/2019 14.10 – Quotidiano Enti Locali e Pa
F2i è pronto a muovere su Sorgenia. I tempi per il riassetto del gruppo energetico stringono – tra fine mese e inizio novembre si entra nella fase decisiva – e il fondo infrastrutturale starebbe definendo i dettagli della propria offerta, sulla quale non avrebbe comunque mosso ancora alcun passo formale. L’intervento di F2i, fino ad oggi rimasto defilato (quanto meno ufficialmente) sulla partita, potrebbe sparigliare le carte. Oltre ad alcuni private equity, risultano in lizza per Sorgenia il tandem A2A-Eph, Iren e Acea ma – è opinione diffusa – la discesa in campo del fondo lo renderebbe il favorito per svariati motivi, non foss’altro perché ciò sarebbe sinonimo di un allineamento istituzionale sul dossier. C’è chi fa notare, infatti, come su Sorgenia, oggi controllata dai principali gruppi bancari del Paese (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi e Banco Popolare), si giochi una partita più ampia, di sistema. I quattro impianti a gas del gruppo sono tra i più moderni d’Europa e saranno tra gli asset chiave per l’Italia nella transizione energetica insieme con le rinnovabili. Ecco perché riunire in un unico soggetto rilevante a livello Paese alcuni impianti verdi e un parco di cicli combinati super flessibili in grado di intervenire la sera o nelle fasi di picco della domanda di elettricità è un tema di crescente attualità. In questo contesto è nato, con un lavoro che prosegue sotto traccia da mesi, il piano di F2i per Sorgenia. Un progetto che cade peraltro in un momento particolare per la sgr guidata da Renato Ravanelli, manager caratterizzato peraltro da un lungo trascorso in A2A: le risorse del terzo fondo (3,6 miliardi) sono pressochè esaurite e un’eventuale quarta raccolta richiederebbe alcuni mesi. Ecco perché F2i – come riferito da Radiocor – si starebbe muovendo assieme al fondo Asterion Capital Partners, guidato e fondato dall’ex numero uno di Endesa Europa, Jesùs Olmos, destinato ad avere una quota di minoranza nel veicolo con cui entrare in Sorgenia. Asterion fornirebbe la componente cash nel contesto di un’offerta mista, in cui F2i metterebbe invece sul piatto due gruppi di asset rinnovabili, entrambi nel portofoglio del secondo fondo: i sette impianti eolici da 280 MW rilevati nel 2017 da Veronagest per circa 400 milioni di enterprise value e le cinque centrali a biomasse vegetali comprate un anno e mezzo fa da Enel per 335 milioni. Conferendo questi impianti, F2i conquisterebbe una maggioranza rotonda di Sorgenia mentre i capitali freschi di Asterion consentirebbero di liquidare almeno in parte le banche socie, in particolare quelle (vedi Unicredit e Mps) meno propense a restare nell’azionariato. Un aspetto, questo, particolarmente delicato e ancora oggetto di intenso lavoro. Il progetto potrebbe anche rivelarsi più ampio. Sorgenia, oltre ai cicli combinati per 3,17 GW, controlla anche il 50% della ex genco Enel Tirreno Power (tornata all’utile per 40 milioni nel 2018), a cui fanno capo altri impianti termoelettrici per 2,37 GW e idroelettrico per 75 MW: qui l’idea potrebbe essere quella di intavolare un negoziato con i francesi di Engie per rilevare l’altro 50% e incrementare così la scala del nuovo soggetto. La stessa Sorgenia, peraltro, ha avviato un piano di crescita da mezzo miliardo di euro per realizzare 500 MW di rinnovabili: investimenti importanti che, per quanto sia stato efficace il turnaround guidato dal Ceo Gianfilippo Mancini, necessitano di un socio dalle spalle forti come potrebbe essere F2i. Quest’ultimo, peraltro, ha già una posizione molto solida sulle rinnovabili visto che è il terzo operatore europeo nel solare e secondo italiano sull’eolico grazie alla joint venture con Edison. Certo, secondo alcuni osservatori, l’investimento in un produttore di energia elettrica potrebbe essere non del tutto coerente con la mission infrastrutturale di F2i ma è anche vero che la nuova regolamentazione sul capacity market (la remunerazione prevista per gli operatori energetici che mettono la capacità produttiva a disposizione del sistema) ha caratteristiche che permettono di assimilare impianti a gas come quelli di Sorgenia a un business regolato. Al tempo stesso i clienti full digital del gruppo energetico (proiettati verso quota 350mila) potrebbero essere ceduti, magari anche a uno degli altri soggetti oggi in gara.
17/10/2019 – Il Tempo
La lezione di Tononi alla Cdp Vincano merito e competenza
Cambiamento II 24 ottobre le dimissioni del presidente. In pole c’ è Giorno Tempini
/1 24 ottobre prossimo Massimo Tononi, presidente della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), rassegnerà, nella seduta del consiglio di amministrazione, le dimissioni, concludendo anticipatamente il mandato. Si sa, per le dimostrazioni date in altri incarichi pubblici, che To noni arriva a tali decisioni allorché il disagio istituzionale è tale che altra soluzione non c’ è, a suo giudizio, oppure c’ è ma potrebbe danneggiare l’ ente di appartenenza. Così accadde, per esempio, per le dimissioni dalla presidenza del Monte paschi contestualmente alla inopinata sostituzione voluta dal Governo Renzi dell’ amministratore delegato Fabrizio Viola, un manager di indubbie capacità ed esperienza. Come sempre avviene, si sta sviluppando il «toto nomine» per l’ individuazione del successore, la cui designazione spetta per statuto alle Fondazioni di origine bancaria, partecipanti al capitale della Cassa con circa il 16 per cento, ma fondamentali per la configurazione istituzionale della stessa e per la sua collocazione al di fuori del perimetro del debito pubblico. Gli appetiti della politica, che si manifesteranno più tenacemente sulle oltre 400 nomine pubbliche dipendenti direttamente o indirettamente dal Go verno da decidere nel prossimo anno in gangli fondamentali della presenza pubblica nell’ economia e della finanza, in questo caso trovano nel ruolo delle fondazioni normativamente riconosciuto un oggettivo impedimento al loro soddisfacimento. verosimile che a seguito della decisione di Tononi, un personaggio di grande competenza ed esperienza, soprattutto geloso della propria autonomia intellettuale, nonché di quella istituzionale e funzionale della Cdp, si porrà il problema della revisione della governance di quest’ ultima, in particolare dei rapporti tra Presidente e amministratore delegato, nonché il tema della più chiara definizione del mandato della Cassa, che per una parte consistente delle sue funzioni è classificata come intermediario finanziario non bancario in base all’ art.107 del Testo unico bancario con l’ aggiunta di alcune peculiarità: una definizione che appare nettamente inferiore alla portata dei compiti che svolge utilizzando la massa del risparmio dei depositi postali. Va ben calibrato il ruolo di «ente di promozione» e va posta grande attenzione alla salvaguardia dell’ accennata collocazione fuori dal perimetro del debito che potrebbe essere messa in discussione da Eurostat, molto attenta in questo campo, se si at tuassero operazioni che, di tanto in tanto, si progettano mirate a utilizzare la Cassa, da parte del Tesoro, per la raccolta di risorse, per esempio, attraver so la cessione ad essa di quote di partecipazioni in imprese pubbliche con passaggi che possono suscitare oggettivi rilievi. Sarebbe un clamoroso «boo merang». Va ricordato che Tononi si è sottratto all’ ipotesi di assumere, uscendo dalla Cdp, la carica di presidente di Tim: verosimilmente non ha inteso passare repentinamente dal «pubblico» al «privato», a maggiore ragione perché l’ ente che lascia è tra i partecipanti a Tim. Si tratta di una lezione anche per i casi che ora si profilano. La migliore definizione della «mission» della Cassa è materia che dovrebbe transitare per un confronto in sede parlamentare, a cominciare dal vigente Comitato di controllo sulla Cassa stessa. Quanto ai potenziali candidati che si diffondono per la presidenza, il più accreditato appare essere quello di Giovanni Giorno Tempini, che in passato ha svolto nella Cdp la funzione, molto apprezzata, di amministratore delegato allorché l’ ente si è riorganizzato e rilanciato con indubbio successo. L’ esigenza che si avverte, anche per quanto sopra accennato, è che in un processo di migliore definizione delle strategie e della governance, la competenza consolidata e l’ esperienza compiuta siano fondamentali. E fondamentale comunque che la scelta si fondi su di una rigorosa valutazione del merito comparativo.
17/10/2019 – MF
LA PRESIDENZA DI CDP E IL CAVALLO DI RITORNO CHIAMATO GORNO
Banca Intesa Sanpaolo sta accentuando il ruolo di istituto leader in campo nazionale. Tempestivamente si è smarcata dalle ipotesi di traslazione sulla propria clientela dei tassi passivi pagati per le riserve in eccesso depositate presso la Bce, sia pure con la forte attenuazione del tiering che sopravverrà a novembre. Avevamo auspicato su queste colonne che l’ infelice dichiarazione partita da Unicredit sul ribaltamento a carico dei depositanti dell’ onere in questione non avesse alcun seguito negli altri istituti. Intesa, anche per la linea da tempo sostenuta di non trascurare, accanto ai prioritari interessi aziendali, quelli generali, ha tempestivamente fatto sapere che non opererà alcuna traslazione. Quasi in contemporanea, verosimilmente per una rapida resipiscenza dopo l’ errore commesso, l’ Unicredit ha precisato che la traslazione sarà effettuata non più sui depositi a partire dai 100 mila euro, ma su quelli eccedenti il milione e anche in questo caso saranno previste modalità alternative di allocazione. Insomma una sia pure iniziale competizione ha funzionato. A questo punto sarebbe legittimo sperare che la questione del ribaltamento non abbia più alcun imitatore nel settore bancario. In questi mesi anche le dichiarazioni pubbliche dell’ a.d., Carlo Messina, hanno avuto una parte importante nel dibattito sulle politiche economiche e di finanza pubblica, con particolare riferimento al nervo scopertissimo del debito pubblico. Al mondo, in cui le due principali Fondazioni di origine bancaria si distinguono, ruotante intorno a Intesa viene, in queste ore, fatto riferimento pure per i suggerimenti sull’ individuazione del futuro presidente della Cassa Depositi e Prestiti, considerata la sopravvenuta conferma che Massimo Tononi rassegnerà le dimissioni dalla carica nel consiglio del prossimo 24 ottobre, terminando anticipatamente il mandato. Come si sa, le Fondazioni sono partecipanti di minoranza della Cassa, ma fondamentali per la configurazione della stessa. La decisione di Tononi, una personalità di indubbio valore e credibilità, rappresenta una grave sconfitta per la Cdp, sapendo bene, per i comportamenti di questo esponente osservati in passato, che egli, con grande coerenza e rigore, lascia gli incarichi quando le situazioni di disagio aumentano e non certo per la mera psicologia dello stesso esponente il quale, alla fine, sceglie di interrompere il mandato non essendovi altre soluzioni. Si pone, comunque, l’ esigenza, nella specifica vicenda, di affrontare, innanzitutto, il tema della governance della Cdp e, in particolare, lo schema dei rapporti tra il presidente e l’ amministratore delegato. In un ente del rilievo della Cassa, la figura di riferimento del Presidente, a maggiore ragione se si tratta di un personaggio la cui immagine, in Italia e all’ estero, torna a grande beneficio dell’ Istituto, deve essere dotata di maggiori poteri. E ciò si aggiunge alla necessità, più volte ribadita su queste colonne, di precisare adeguatamente, con tutte le inferenze, la mission di questa fondamentale istituzione, collocata fuori dal perimetro del debito pubblico. I nomi in ballo, in queste ore, per il vertice dell’ Istituto sono quelli di Andrea Beltratti e di Giovanni Gorno Tempini. Quest’ ultimo è un profondo conoscitore della Cassa per avervi lavorato come a.d. nel periodo del suo rinnovamento istituzionale e funzionale, nonché del rilancio: un’ opera da proseguire, anche con le revisioni alle quali si è testé accennato, in tema di mandato e di governance, che richiedono una solida competenza ed esperienza. In ogni caso, è fondamentale che la politica si mantenga estranea alla designazione dal momento che essa compete statutariamente alle Fondazioni. (riproduzione riservata)
17/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Hohmeister è il direttore commerciale del gruppo Lufthansa (Chief commercial officer network airlines) e componente dell’executive board del gruppo. Tedesco, nato nel 1964, è stato amministratore delegato di Swiss (nominato nel 2009), l’ex Swissair risanata da Lufthansa. Cosa può uscire dagli incontri di oggi con Lufthansa? Non ci sono aspettative di una svolta nell’operazione, dice al Sole 24 Ore una fonte qualificata.
Per formare il consorzio, la Newco che dovrà fare l’offerta, le Fs hanno posto come condizione che si sia un vettore forte come partner industriale e azionario. L’americana Delta si è resa disponibile ad entrare con il 10% nella Newco, con un investimento di 100 milioni di euro, su un capitale previsto di un miliardo. Lufthansa entrerebbe in alternativa a Delta, perché sono gruppi concorrenti e fanno parte di alleanze globali concorrenti, ma ha escluso un investimento azionario. Propone solo una “partnership commerciale”, l’integrazione di Alitalia nella rete di vendita e distribuzione del gruppo tedesco e delle compagnie controllate (Swiss, Austrian, Brussels, l’italiana Air Dolomiti), l’ingresso di Alitalia nelle joint venture transatlantica e verso l’Asia di Lufthansa.
L’ad di Fs, Gianfranco Battisti, ha risposto alla lettera dei tedeschi dicendo che una precondizione per una trattativa è che si dichiarino disposti a intervenire nell’equity, cioè a entrare nel capitale della Nuova Alitalia. Lufthansa non ha confermato questa richiesta, ma ha chiesto ugualmente un incontro che è stato accordato da Roma. In parallelo i tedeschi hanno fatto dei passi in ambienti politici e, secondo quanto risulta al Sole 24 Ore, anche presso il nuovo ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli.
In un video su Facebook la senatrice Giulia Lupo del M5S afferma di aver fatto nelle ultime settimane incontri “con tutti i soggetti che avevano avanzato le offerte non vincolanti per Alitalia” e precisa: “Nell’ultimo giro di incontri ho deciso di inserire anche Lufthansa. Ho fatto una controproposta, se fossero interessati a una solida aprtnership insieme a un ampio e vincente patto commerciale. Lufthansa ha messo per iscritto le mie richieste. Lufthansa ha scritto a Fs e Mise rendendosi disponibile e interessata ad un accordo ampio e paritario per Alitalia. Si sarebbe resa disponibile a parlare anche di flotta in trattativa”.
Scade domani il termine per l’offerta
Domani scade il termine per la presentazione ai tre commissari dell’offerta vincolante di acquisto delle attività di Alitalia. Le Fs, capofila del consorzio che si sta cercando di organizzare con Delta Airlines e Atlantia, più il Mef, non presenteranno un’offerta perché non c’è un accordo con Atlantia, l’altro potenziale grande socio della Newco Nuova Alitalia. Sia Fs sia Atlantia dovrebbero avere una quota del 35% o fino al 37,5%, Delta almeno il 10%, Mef quasi il 15 per cento. Rimane confermata la convocazione per domani dei cda di Fs e Atlantia.
Con una regia coordinata, domani i due gruppi approveranno una delibera che prevede la richiesta di proroga del termine per l’offerta su Alitalia, basata su una motivazione legale che consenta ai commissari di accordare una nuova proroga nella procedura, sarà la settima, evitando il peggio per Alitalia. L’alternativa sarebbe l’avvio della liquidazione della compagnia, un’ipotesi che uno dei commissari, l’avvocato Daniele Discepolo, aveva fatto balenare già nel marzo scorso qualora non fosse arrivata un’offerta vincolante dall’unico soggetto abilitato alla procedura, le Fs. La richiesta di nuova proroga sarà valutata dai commissari e dal Mise.
Nel frattempo le condizioni di Alitalia sono peggiorate. La compagnia continua a perdere soldi, viaggia con un rosso intorno ai 500 milioni di euro all’anno. La liquidità sta per esaurirsi. A fine settembre _ secondo Alitalia _ in cassa c’erano 310 milioni. Ma questa somma comprende anche gli anticipi incassati per i biglietti prepagati, per i voli futuri, dunque un debito della compagnia verso i clienti. Escludendo gli anticipi dei prepagati, stimabili in un valore di almeno 300 milioni (ma Alitalia non comunica la posizione finanziaria netta, cioè la cassa meno i debiti), la liquidità potrebbe già essere azzerata o sotto zero.
Di fatto i soldi dovrebbero esaurirsi del tutto in dicembre. Per questo il governo sta valutando di dare nelle prossime settimane altri soldi ad Alitalia, dopo i 900 milioni concessi due anni fa dal governo Gentiloni e ormai spesi. Un “prestito” che la compagnia non è in grado di restituire allo Stato. La questione è all’esame del Mef. Si stima che il nuovo intervento porebbe essere sui 300 milioni di euro. Da verificare cosa direbbe la Ue per il problema degli aiuti di Stato. Finora la Ue ha chiuso un occhio sui 900 milioni, in attesa di vedere se ci sarà la vendita di Alitalia.
Poiché si va a un rinvio del termine per le offerte, potrebbe esserci tempo per un eventuale ritorno in gara dei tedeschi se dovessero accettare le condizioni di Fs e Atlantia. Dall’altra parte va rilevato che le posizioni tra Atlantia e Delta rimangono distanti. La società dei Benetton ha chiesto un impegno maggiore a Delta sia per la quota di capitale sia perché apra di più l’accesso alle rotte nel Nord America ad Alitalia rispetto agli accordi che Delta ha già con Air France-Klm e Virgin. Secondo Atlantia questa è una condizione necessaria per fare un accordo. Le Fs hanno difeso il piano industriale elaborato con Delta dalle critiche di Atlantia.
Ma la società dei Benetton conferma le riserve e sembra più incline a considerare i tedeschi: almeno secondo le dichiarazioni di Luciano Benetton, che mentre Lufthansa aveva mandato la lettera a Roma ha elogiato la capacità dei tedeschi nel trasporto aereo. Una posizione tattica o è questa la loro reale intezione? Un’incognita pesante è anche la richiesta della società dei Benetton al governo che sia posta fine all’incertezza sulla concessione di Autostrade per l’Italia. Più viene rimandato il termine per l’offerta per Alitalia, più i Benetton guadagnano tempo per capire cosa può succedere su Autostrade. La partita è complessa e l’arrivo di Lufthansa, per ora, aumenta la confusione.
“Ci preoccupa un eventuale nuovo rinvio e soprattutto che, a due giorni dalla scadenza del 15, non sembra esserci ancora chiarezza da parte del Governo sul partner industriale”. Lo afferma il segretario nazionale della Filt Cgil Fabrizio Cuscito su Alitalia, spiegando che “è allarmante dopo tutto questo tempo ancora non aver scelto in quale grande alleanza mondiale stare perché sottintende una mancanza di visione strategica rispetto al futuro della compagnia”. Secondo il dirigente nazionale della Filt “rispetto a questo e al semplice investimento statale nella compagnia di bandiera, comunque un’iniziativa positiva, se volta alla crescita, la politica dovrebbe fare un ragionamento più strutturato e ad ampio raggio sul trasporto aereo in Italia”. “Il fatto – prosegue Cuscito – che il nostro Paese non abbia una partecipazione, seppur piccola, in nessuno dei consorzi che costruiscono aeromobili è un fattore che non ci permetterà mai di crescere al pari degli altri in campo aeronautico”. Riproduzione riservata ©
Atlantia, Gavio apre sul fronte Aspi. Oggi il via libera alla fusione Astm/Sias
Nel giorno del probabile via libera delle assemblee degli azionisti alla fusione Sias/Astm, Beniamino Gavio, presidente della holding di controllo, ha confermato in un’intervista le strategie già presentate, ma ha parlato anche della possibilità di un investimento in Autostrade per l’Italia (Aspi), controllata di Atlantia. Gavio non si è sbilanciato, ma ha aperto alla possibilità di diventare un partner industriale, nel caso arrivi una richiesta da parte del governo.
“Sul caso Aspi l’indicazione di Gavio ci pare interessante, anche se in controtendenza rispetto all’intenzione del gruppo di bilanciare l’esposizione italiana con la presenza estera”, hanno commentato stamani gli analisti di Equita, facendo presente che l’interesse per l’Italia è stato confermato, ma all’estero ci sono più possibilità di investimento, soprattutto considerando che la programmazione degli investimenti nel nostro Paese è molto complicata.
Astm vuol continuare a crescere in Brasile, ma anche negli Stati Uniti con Halmar. Anche Cile e Nord/Sud Europa sono aree di potenziale interesse. Su Ecorodovias la società è fiduciosa nelle trattative con gli Almeida, mentre sono attese nuove concessioni in Brasile nei prossimi mesi. “In caso di aggiudicazione, il Brasile arriverebbe a contare come l’Italia in termini di ebitda”, hanno previsto gli analisti di Equita.
“Crediamo che Sias/Astm abbia in mente di fornire un contributo industriale al governo, nella delicata fase apertasi dopo il crollo del ponte Morandi a Genova. Comunque l’interesse a entrare nel capitale di Aspi non pensiamo sia elevato”, ha precisato un altro esperto. Equita ha ribadito il rating buy e il target price a 34,5 euro su Astm che al momento in borsa scende dello 0,84% a quota 28,42 euro in attesa dell’esito delle assemblee di oggi.
Mentre Atlantia segna un -0,40% a 22,14 euro dopo che il cda ha deliberato la disponibilità a proseguire il confronto per arrivare a formulare un’offerta vincolante per il rilancio di Alitalia. Atlantia è disponibile a essere socio di minoranza della newco che verrà creata per evitare conflitti di interesse con il suo ruolo in Aeroporti di Roma e ha chiesto la partecipazione di un partner industriale con una quota significativa, oltre che la definizione di un piano industriale condiviso con il socio industriale.
Il cda ha anche chiesto che l’amministrazione straordinaria sia messa in condizione di gestire le complessità aziendali, anche attraverso idonei strumenti di mitigazione sociale. Una lettera dai contenuti analoghi è stata inviata ieri da Fs al ministero e ai commissari di Alitalia. Non c’è comunque alcun impegno esplicito. Pare che le società avrebbero richiesto altre otto settimane per definire la proposta di salvataggio con Delta ed, eventualmente, con Lufthansa che potrebbe entrare nella partita all’ultimo minuto. Il salvataggio di Alitalia dovrebbe permettere una normalizzazione dei rapporti di Atlantia con il governo e l’avvio di una fase di negoziazione sulla concessione di Aspi. (riproduzione riservata)
17/10/2019 – Dire
Appalti d’ opera con reverse charge
Il prestatore non dovrà possedere beni strumentali propri
Forte stretta fiscale sugli appalti d’ opera, che vengono inclusi nel reverse charge: lo prevede l’ articolo 4 del decreto legge approvato ieri con riserva dal Governo. L’ inversione contabile in materia di Iva viene quindi estesa alle prestazioni effettuate mediante contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati, che vengano svolti con il prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con l’ utilizzo di beni strumentali di proprietà del committente o ad esso riconducibili (articoli 1655 e 2222 del Codice civile). L’ introduzione del reverse charge per tutte queste prestazioni d’ opera è sottoposta al rilascio della autorizzazione di una misura di deroga da parte del Consiglio dell’ Unione europea. La norma aggiunge all’ articolo 17 del Dpr 633/72, comma 6, la lettera “A-quinques” in cui vengono inserite le prestazioni d’ opera, in aggiunta alle operazioni già preesistenti quali le prestazioni di pulizia, di demolizione, di installazione di impianti e di completamento degli edifici, oltre ai subappalti in edilizia, per i quali l’ inversione contabile era già in vigore. Ne consegue che le prestazioni d’ opera soggette a Iva verranno fatturate dalle imprese senza l’ applicazione dell’ Iva e di conseguenza il committente integrerà la fattura dell’ imposta secondo l’ aliquota prevista per la prestazione, imputandola a debito e quindi portandola in detrazione se spettante. In presenza della fatturazione elettronica la procedura può essere svolta dal committente trasmettendo una fattura a se stesso tramite lo Sdi o con l’ integrazione manuale della fattura ricevuta. Il legislatore in questo modo vuole impedire il fenomeno della evasione mediante omesso versamento dell’ Iva da parte delle società che effettuano le prestazioni d’ opera nei confronti di imprese industriali o agricole. Affinchè si applichi il reverse charge è necessario che il prestatore non abbia beni strumentali propri, ma utilizzi quelli del committente o quelli riconducibili al committente in qualunque forma; tale situazione si verifica quando il committente fornisce, mediante contratto di comodato o di affitto di ramo di azienda, le strutture necessarie per l’ opera. Il reverse charge si applicherà anche nei rapporti tra i consorziati prestatori e consorzio committente. La formulazione della norma secondo cui il prestatore deve essere privo di beni strumentali propri, creerà dubbi interpretativi come nel caso delle imprese che svolgono i servizi di macellazione (ipotesi citata, ad esempio, nella relazione tecnica), per i quali i prestatori d’ opera si portano coltelli e attrezzatura. In base al dato letterale in questo caso non si applicherebbe il reverse charge. In questi ultimi anni i contratti d’ appalto d’ opera con il solo apporto di lavoro venivano contestati dalla Amministrazione finanziaria e riqualificati come contratti di appalto “non genuini” essendo considerati rapporti di somministrazione di manodopera, non soggetti a Iva, negando quindi la detrazione alle imprese committenti. Paradossalmente l’ introduzione della nuova norma è di aiuto alle imprese in contenzioso in quanto, introducendo il reverse charge, il legislatore conferma che un appalto d’ opera senza l’ utilizzo di beni strumentali rientra nel campo di applicazione dell’ Iva. La norma prevede, infine, che l’ inversione contabile non si applica per le operazioni effettuate nei confronti della Pa e altri enti e società soggette al regime dello split payment, nonché alle agenzie per il lavoro disciplinate dal Dlgs 276/2003. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gian Paolo Tosoni
La responsabilità solidale si estende sui mancati versamenti al fisco Vietata la compensazione Vanno indicati i nomi dei lavoratori impiegati
Torna la responsabilità del committente per le ritenute fiscali operate ai dipendenti nella filiera di appalti e subappalti. Nata con il Dl 223/2006, abrogata dal Dl 175/2014 è oggi ripescata dal decreto fiscale con un grado di farraginosità più elevato. Le modifiche non toccano l’ articolo 29 del Dlgs 276/2003, in cui è disciplinata la responsabilità in solido del committente imprenditore con l’ appaltatore e i subappaltatori per le retribuzioni, i contributi previdenziali e i premi assicurativi; viene, tuttavia, introdotto, per queste somme, un divieto di compensazione integrale nei versamenti, per cui i codici tributo non accetteranno più, nell’ F24, alcuno scambio con altri crediti del contribuente. In deroga all’ articolo 17 del Dlgs 241/97, il nuovo articolo 17-bis prevede che in tutti i casi di affidamento di un’ opera o un servizio da parte di un sostituto d’ imposta residente (sono esclusi i privati, ma vi rientrano enti pubblici e i condomini), le ritenute sui redditi di lavoro dipendente e assimilato – comprese quelle per le addizionali regionali e comunali – operate dall’ impresa appaltatrice, affidataria o subappaltatrice nel corso della durata del contratto sono versate dal committente. L’ obbligo si riferisce alle somme riguardanti i soli «lavoratori direttamente impiegati nell’ esecuzione dell’ opera o del servizio» affidato, ma qui emerge una forte criticità. Infatti, lo stesso dipendente può aver lavorato per una pluralità di cantieri di pertinenza di committenti differenti. Per questo è previsto che committente e appaltatrice ricevano via Pec dalle imprese partecipanti all’ appalto l’ elenco nominativo dei dipendenti che hanno operato, con l’ indicazione delle ore lavorate in quell’ opera/servizio, e tutti i dati per riscontrare la correttezza del versamento e compilare l’ F24. Infatti, è previsto che l’ impresa che ha effettuato le ritenute versi al committente le somme necessarie almeno con 5 giorni lavorativi di anticipo rispetto alla scadenza. Il versamento avviene senza possibilità di operare compensazioni con crediti propri, indicando nell’ F24 il codice fiscale del soggetto per cui il versamento è eseguito. Se entro la data prevista per il bonifico, l’ impresa appaltatrice o affidataria vanta crediti per corrispettivi verso l’ impresa committente, alla comunicazione via Pec può allegare la richiesta di compensazione totale o parziale delle somme dovute (anche dalle subappaltatrici) con tali corrispettivi. Quindi, la responsabilità per le ritenute a carico delle imprese della filiera: è del committente se non versa quanto ricevuto nei termini, non comunica i dati del conto in cui ricevere le somme o esegue pagamenti alle imprese affidatarie senza trattenere gli importi da destinare al versamento delle ritenute; è delle imprese appaltatrici/subappaltatrici per la corretta determinazione ed esecuzione delle ritenute e in caso di mancato versamento al committente della provvista o di omissione dei dati necessari al versamento. In tutti i casi in cui il committente non è messo nelle condizioni di effettuare il versamento deve sospendere il pagamento dei corrispettivi (senza temere azioni esecutive), vincolando le somme al pagamento delle ritenute “di rivalsa” e dandone comunicazione alle Entrate entro 90 giorni. Entro tale termine, infatti, è previsto il ravvedimento operoso da parte del committente, su richiesta e con onere a carico dell’ appaltatrice/subappaltatrice inadempiente. Analoga comunicazione all’ Agenzia è prevista, a cura delle imprese della filiera, qualora la committente non comunichi, entro 5 giorni, mediante Pec, l’ avvenuto versamento delle ritenute nei termini. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Gavelli
17/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Appalti/1. De Micheli «smonta» la commissione costi-benefici e frena sui commissari
Le ultime novità programmatiche della ministra delle Infrastrutture riferite ieri alla commissione Trasporti della Camera. Contratto Rfi: «Conte ha firmato la delibera Cipe»
«Non credo che daremo corso alla commissione costi-benefici» sulla Tav. Poche parole della ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, per “seppellire” la commissione voluta dal suo predecessore Danilo Toninelli. De Micheli ha parlato ai deputati della IX Commissione della Camera nel corso di una ricca e densa audizione per illustrare le linee programmatiche del Mit in materia di Trasporti. Nella stessa occasione la ministra ha anche precisato la sua posizione sui commissari previsti dal decreto sblocca-cantieri, sui cui ha confessato il «dubbio» relativo all’applicazione del “modello Genova” ad altre opere, riservandosi di verificare se non sia possibile riaprire i cantieri con norme ordinarie.
Commissione costi-benefici, «non credo che daremo seguito»
La ministra, sollecitata dalle domande di alcuni parlamentari, ha dichiarato di non voler proseguire lungo la strada tracciata dal suo predecessore circa la commissione costi-benefici, che ha in particolare analizzato il caso della Tav.
Concessioni, «revisione non con obiettivi punitivi»
Sulle concessioni, la ministra ha confermato la volontà di un lavoro di revisione «delle concessioni», sottolineando il plurale e stando attenta a non pronunciare mai la parola revoca. La «partita della revisione delle concessioni – ha detto De Micheli – si apre dopo la delibera dell’Autorità dei Trasporti e va realizzata con obiettivi che non devono essere punitivi o di vantaggio nei confronti di qualcuno».
Verifica sulla necessità dei commissari sblocca-opere
Sui commissari previsti dal decreto sblocca-cantieri, la ministra ha prima segnalato una discontinuità manifestando l’intenzione di individuare le persone più adatte attraverso «atti di selezione pubblica sulla base di standard qualitativi dei curricula». Ma soprattutto ha manifestato un «dubbio». Sui commissariamenti legati al decreto sblocca-cantieri, «essendo stati una cosa simile a un evento importante come quello del commissario straordinario per Genova, credo che il tema dei poteri non sia banale». «Il che non vuol dire – ha proseguito – andare sul modello Genova che vede poteri molto speciali per quella vicenda ma è del tutto evidente che la tipologia del commissario e la possibilità di agire in alcune questioni estreme determinano risultati o meno rispetto ai commissariamenti». Più chiaramente, De Micheli, ha riferito di «voler verificare se alcune opere possano partire anche senza essere commissariate», annunciando che si prenderà «alcune settimane» per decidere, in ogni caso entro la fine dell’anno.
Roma-Latina, al lavoro per una «prospettiva finanziaria più chiara»
Infine De Micheli ha riferito – sempre sollecitata dalle domande dei parlamentari – che «si sta lavorando a definire una prospettiva finanziaria più chiara» per due opere stradali nel territorio del Lazio: la salaria («per lo sblocco delle risorse statali già stanziate e non utilizzate da Anas») e la Roma-Latina.
Codice appalti, modifiche per ottenere tempi certi sulle opere
Sul codice appalti la ministra, nel suo discorso iniziale ha riferito che «verranno messe in campo tutte le azioni necessarie per garantire appalti pubblici sostenibili, trasparenti e con tempi certi, anche intervenendo sul complesso delle disposizioni normative per introdurre, nel rispetto delle direttive comunitarie, strumenti di flessibilità che consentano la celerità delle procedure e la semplificazione documentale e integrazione di processi autorizzativi omologhi attualmente gestiti da enti differenti, rivedendo alcune disposizioni del codice degli appalti. Ciò al fine di ottenere un chiaro e semplificato quadro giuridico per gli amministratori e gli operatori economici, superando gli elementi di criticità ed incertezza, in particolare delineando un sistema puntuale e definito delle responsabilità degli amministratori».
Contratto Rfi, aggiornamento piano firmato dal premier
La ministra ha inoltre riferito che la delibera Cipe sull’aggiornamento del Contratto di Programma di Rfi 2017-2021 «è stato firmato ieri (martedì 15 ottobre, ndr) dal presidente del Consiglio ed è all’esame della Corte dei Conti». Più in generale, il ministro ha detto che «saranno prioritari gli investimenti sulla rete stradale previsti dall’aggiornamento del Contratto di programma 2016-2020 fra Mit e Anas e quelli sulla rete ferroviaria inclusi nell’aggiornamento del Contratto di Programma di Rfi 2017-2021». © RIPRODUZIONE RISERVATA
17/10/2019 – ANSA
Gli ospedali ‘green’ valgono 15 mld di investimenti privati
La rivoluzione verde degli ospedali italiani vale 15 miliardi di investimenti a carico dei privati, e almeno un miliardo di risparmio per la pubblica amministrazione: le cifre sono state diffuse al Forum sistema salute che si è chiuso sabato scorso a Firenze. Convertire gli ospedali italiani ad energie rinnovabili, hanno spiegato gli esperti in occasione del Forum,” è un leva potente per attivare investimenti privati e aprire cantieri in tutta Italia, garantire un forte impatto positivo sull’ambiente e offrire ai cittadini luoghi di cura puliti”.
Lo strumento normativo di riferimento, spiega una nota, è il decreto legislativo 102/2014 che obbliga al miglioramento dell’efficienza energetica degli immobili di proprietà pubblica: il decreto prevede che per ottenere questo obiettivo si possa far ricorso ai contratti di rendimento energetico, in base ai quali il privato si fa interamente carico dell’investimento necessario per convertire l’alimentazione degli edifici pubblici ad energie rinnovabili, in cambio del pagamento di un canone decennale. “Convertire ad energie ‘verdi’ le strutture ospedaliere italiane, secondo le nostre stime attiverebbe investimenti privati per un valore compreso fra 12 e 15 miliardi”, spiega Stefano Maestrelli, dirigente della Asl Toscana Nord Ovest che ha già bandito due gare per la riconversione di 11 strutture sanitarie dell’area costiera toscana.
Lavori stradali, riparte il mercato dell’asfalto (dopo dieci anni di blocco)
Produzione verso quota 30 milioni di tonnellate, livello mai raggiunto in 13 anni
La luce in fondo al tunnel. Il 2019 sta registrando una decisa ripresa dei lavori stradali, dopo 10 anni (2007-2016) di calo continuo e due successivi di galleggiamento su valori ampiamente sotto la soglia necessaria per rimettere in salute il nostro patrimonio stradale. La produzione di conglomerato bituminoso (asfalto), principale indicatore delle attività di costruzione e manutenzione delle strade, sta infatti facendo segnare quest’anno una significativa crescita (ad agosto +17%) e a fine anno toccherà quota 30 milioni di tonnellate, un livello mai raggiunto negli ultimi 13 anni, anche se ampiamente sotto gli standard pre-crisi (produzione stabile a 40 milioni di tonnellate fino al 2006). Questa importante inversione di tendenza è guidata principalmente dagli investimenti di Anas che, finalmente dopo un lungo periodo di stallo (causato anche dal riassetto interno), ha ricominciato a erogare i fondi a disposizione.
Restano invece aperte le criticità sulle arterie provinciali, in alcuni grandi Comuni come Roma e nei piccoli centri alle prese con forti problemi di bilancio. La fotografia emerge dall’analisi effettuata dall’associazione Siteb (strade italiane e bitumi) che verrà diffusa oggi nel corso del convegno “Strade a regola d’arte”, promosso dall’associazione in collaborazione con la Città metropolitana di Milano. «Auspichiamo che il governo – sottolinea il presidente Siteb, Michele Turrini – inserisca quanto prima nella propria agenda la necessità di un imponente piano per rendere più sicure le infrastrutture italiane, ponti, strade e cavalcavia, a garanzia di tutti coloro che viaggiano. Non vanno ripetuti gli errori del passato, spesso pagati a caro prezzo. Il dato positivo – continua Turrini – registrato quest’anno non deve far calare l’attenzione sulla necessità di manutenere correttamente le nostre strade. Negli ultimi dieci anni il mancato investimento di circa 10 miliardi di euro in manutenzione ha seriamente compromesso il nostro patrimonio stradale, provocandone il deterioramento».
Siteb evidenzia le criticità vissute dalle imprese del settore, che hanno visto deluse le aspettative generate negli ultimi mesi da provvedimenti come il nuovo Codice appalti e il decreto Sblocca cantieri; misure che nei fatti, a differenza di quanto annunciato, non hanno snellito le complesse procedure esistenti, ma complicato le attività di imprese e Pubbliche amministrazioni, producendo un ulteriore rallentamento nell’emissione dei bandi di lavori.Secondo l’asssociazione, restando sugli attuali livelli di produzione di asfalto (circa 30 milioni di tonnellate l’anno) ci vorranno 12-15 anni per rimettere in sicurezza tutte le strade e ne servirà il doppio per rifare completamente almeno una volta tutti i 600mila chilometri della rete stradale complessiva. Le arterie comunali e provinciali sono quelle più bisognose di interventi. «La ripresa delle attività di manutenzione sulla rete stradale – è l’appello del Siteb – deve essere tra le priorità del nuovo governo»
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