Source: http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista23.nsf/ServNavigE/14
Timestamp: 2013-05-18 13:11:11+00:00

Document:
Typical and atypical forms of conduct the distinction between receiving,recycling and reinvestment of illegal capital
To understand the exact distinction between recycling (Art. 648 bis Criminal Code) and reinvestment of illegal capital (Art. 648 ter. c.c.) and that between these specific crimes and the common one of receiving (Art. 648. C.c.) seems to be of fundamental importance for a better and vaster application of a sanctioning instrument which, today more than yesterday, is potentially more effective in striking at the criminality, particularly that of the organized ‘financial assets’, by removing and subtracting the resources gained from illegal activities, by preventing the laundering and re-use, either in further criminal activities or on the market, with injurious effects on the competition. For a reconstruction of this controversial question, we propose the regulatory framework of reference. (Foto Ansa )
Il riciclaggio Come � noto, con la norma sul riciclaggio (articolo 648 bis c.p.) si punisce, fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque “sostituisce” o “trasferisce” denaro, beni o altre utilit� provenienti da delitto non colposo (la specificazione “non colposo” �, in realt�, inutile, giacch� non � dato ravvisare delitti colposi da cui possa scaturire, in via immediata e diretta, il conseguimento di profitti illeciti che possano anche in astratto essere oggetto di condotte di riciclaggio), ovvero compie in relazione ad essi “altre operazioni”, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa.
� evidente l’ampiezza delle condotte sanzionate. Accanto a condotte “tipiche” di riciclaggio (sostituzione e trasferimento di denaro, beni o altre utilit� di provenienza delittuosa), il legislatore affianca, infatti, condotte “atipiche”, cio� non predeterminate dalla legge (altre operazioni in relazione ai medesimi beni di provenienza delittuosa). Tutte queste condotte, sia quelle tipiche che quelle atipiche, sono, peraltro, qualificate e ricondotte ad unit� attraverso la previsione di una finalit� comune: quella di essere volte ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni che ne costituiscono l’oggetto. In altri termini, la “dissimulazione” della provenienza delittuosa dei beni � la finalit� ultima che qualifica ed unifica tutte le condotte, sia tipiche che atipiche, prese in considerazione e sanzionate. Quindi, volendo ulteriormente chiarire, la fattispecie incriminatrice del riciclaggio si articola su due ipotesi fattuali.
Le condotte “tipiche” di riciclaggio La prima, specifica, consiste nella sostituzione o nel trasferimento di denaro, beni o altre utilit� provenienti da delitto non colposo: “sostituire” i capitali illeciti significa rimpiazzare il denaro o i valori “sporchi” con quelli “puliti” e trattasi di condotta che pu� essere realizzata nei modi pi� disparati: in particolare, nel modo pi� semplice, con il versamento presso banche di denaro o di assegni, con il successivo ritiro di denaro contante dell’importo corrispondente (1) ; il ”trasferire” i capitali illeciti evoca, invece, una qualsivoglia condotta che, senza mutare l’oggettivit� del bene, si limita a movimentarlo onde perseguire il medesimo risultato di occultamento della provenienza: si pensi, volendo esemplificare, allo spostamento delle provviste illecite in conti correnti o altri rapporti bancari diversi da quello originario in modo da impedire di risalire all’origine del compendio cos� movimentato.
Nella condotta di “sostituzione”, attesa la genericit� dell’espressione, devono farsi rientrare tutte le attivit� dirette ad incidere sul compendio criminoso recidendo ogni possibile collegamento, oggettivo e soggettivo, con il reato: pu� trattarsi di operazioni bancarie, finanziarie o valutarie, ma anche di operazioni commerciali, ovvero di attivit� meramente materiali, attraverso le quali si “cambiano”, si “mutano” le originarie utilit� economiche di illecita provenienza con altre apparentemente lecite e “pulite” perch� non pi� riconducibili, in via immediata e diretta, al reato di cui le prime hanno costituito il profitto o il provento: si pensi, per esempio, all’acquisizione da parte di un soggetto di un’ingente somma di denaro di provenienza illecita che viene fatta transitare sul proprio conto corrente “pulito” e successivamente consegnata all’effettivo destinatario o mediante prelevamento e successiva consegna di contanti o mediante il rilascio di assegni bancari e/o circolari; si pensi, pi� in generale, a tutte le pi� svariate forme di investimento di denaro di provenienza illecita in titoli di Stato, azioni societarie, gioielli, oro, oggetti preziosi, opere d’arte, ecc..
Mentre la condotta di “trasferimento”, non � altro che una species di quella di sostituzione, da cui differisce per il fatto che i valori di provenienza illecita non vengono “sostituiti” o “cambiati” con altri valori, di identica o diversa natura, ma semplicemente “trasferiti” o “spostati” da un soggetto ad un altro soggetto (se del caso, ma non necessariamente, anche da un luogo ad un altro luogo), in modo da fare perdere le tracce della loro provenienza (2) .
Vi rientrano, in sostanza, quelle condotte in forza delle quali un soggetto, ricevuta la disponibilit�, materiale o giuridica, del compendio criminoso lo ritrasferisce a terzi, nell’identica composizione quantitativa e qualitativa, ponendo in essere un artificioso passaggio volto ad ostacolare l’identificazione dell’effettiva provenienza illecita.
Si pensi, per esempio, all’acquisto di un immobile con proventi criminosi da parte di un soggetto apparentemente “pulito”, diverso da quello cui appartiene il denaro illecito utilizzato per l’acquisto, ed al successivo “ritrasferimento” del bene all’effettivo destinatario, che cos� non appare nella contrattazione originaria; si pensi, ancora, all’attivit� del soggetto che, senza essere concorso nel reato da cui derivano i profitti illeciti, si incarica di portare in un luogo sicuro (all’estero, ecc.) il compendio criminoso (oro, pietre preziose, ecc.), trasferendolo dal luogo ove pu� essere facilmente recuperato dalle Forze dell’ordine.
La seconda ipotesi di “riciclaggio”, di carattere residuale, operante come formula di chiusura, incrimina invece qualsiasi condotta - distinta dalla precedente tipizzata nelle condotte di sostituzione e di trasferimento - che sia tale da frapporre ostacoli all’accertamento dell’origine delittuosa della res (3) . Si verte, quindi, in questo caso, in un’ ipotesi di reato a forma libera rientrando tra le “operazioni” rilevanti tutte quelle diverse (“altre operazioni”) da quelle prese in considerazione dalla prima parte della norma incriminatrice, cio� le sostituzioni o i trasferimenti di denaro, beni o altre utilit�. Tale concetto di “operazioni”, va soggiunto, non richiede necessariamente una connotazione giuridico-economica o finanziaria, essendo unicamente richiesto che la condotta debba risolversi in ogni caso in un ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa (4) .A ben vedere, � senz’altro condivisibile la scelta del legislatore di attribuire rilievo, accanto alle sopra descritte condotte “tipiche”, anche a “condotte atipiche” di riciclaggio: cio� a qualsivoglia “altra operazione”, diversa dalla sostituzione e dal trasferimento, che si caratterizza sempre per la finalit� dell’ essere diretta ad “ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa” del denaro, dei beni o delle altre utilit� che ne costituiscono l’oggetto. In tale modo, il legislatore ha evidentemente inteso attribuire la massima estensione al delitto di riciclaggio, attraverso la possibilit� di punire tutte le concrete manifestazioni dello stesso.
La finalit� “dissimulatoria”
Ci� che comunque caratterizza e qualifica il riciclaggio � che si tratta di attivit�, sia quelle “tipiche” della sostituzione e del trasferimento, sia quella “atipica” del compimento di “altre operazioni”, dirette ad ostacolare l’identificazione dei beni di provenienza delittuosa. L’idoneit� ad ostacolare l’identificazione della provenienza del bene �, infatti, proprio l’elemento caratterizzante le condotte del reato di riciclaggio (5) .Questa finalit� “dissimulatoria”, va osservato per incidens, distingue la fattispecie specifica del riciclaggio rispetto a quella, generica, della ricettazione (articolo 648 c.p.), caratterizzata da una generica finalit� di profitto e non dalla specifica finalit� di far perdere le tracce dell’origine illecita del compendio criminoso acquistato o ricevuto (6) .E concorre a distinguere il riciclaggio dalla fattispecie, sussidiaria per espressa previsione normativa, del favoreggiamento reale (articolo 379 c.p.). Rispetto alla quale, peraltro, sussistono ulteriori differenze afferenti la condotta (il generico “aiuto”, nel favoreggiamento, in contrapposizione alle specifiche attivit� di “sostituzione, “trasferimento”, “altre operazioni finalizzate ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa”, nel riciclaggio) e l’oggetto materiale di questa (nel favoreggiamento pu� essere costituito da qualsiasi cosa proveniente da qualsiasi reato - sia delitto che contravvenzione -, mentre per il riciclaggio deve trattarsi di cosa proveniente specificamente da un delitto) (7) .
Il concorso nel “reato principale”Il delitto di riciclaggio pu� essere commesso da qualsiasi persona, ad eccezione di coloro che abbiano preso parte in qualit� di concorrenti al reato dal quale provengono il denaro, i beni o le altre utilit� oggetto della condotta: l’esclusione � espressamente contenuta nella “clausola di riserva” normativa, secondo cui la fattispecie di cui all’articolo 648 bis c.p. � applicabile “fuori dei casi di concorso nel reato”.In sostanza, allorch� la condotta tipica del riciclaggio (sostituzione o ostacolo all’identificazione) � posta in essere da uno dei compartecipi ad uno dei delitti “presupposti” da cui provengono i proventi illeciti oggetto di “ripulitura”, essa costituisce fatto successivo (post factum) non autonomamente punibile,in quanto rappresenta la naturale prosecuzione dell’originaria condotta criminosa, volta a ottenere e consolidare (appunro, previa “ripulitura”) il profitto da questa conseguente.� vero che, in presenza di un “accordo” per acquistare, ricevere e comunque sostituire il compendio criminoso derivante dal reato “principale”, non sempre � facile accertare con chiarezza se ci si trova in presenza di un’ipotesi di concorso nel reato presupposto ovvero se invece ricorrono i presupposti del riciclaggio.Poich�, peraltro, il riciclaggio, come la ricettazione (articolo 648 c.p.) ed il favoreggiamento reale (articolo 379 c.p.), ha come elemento costitutivo la sussistenza di un reato presupposto gi� consumato, un importante ausilio interpretativo pu� essere trovato verificando il momento in cui � intervenuto l’accordo: se questo si � verificato prima della consumazione del reato presupposto, ci si trova in presenza di concorso nel reato, quantomeno nella forma del concorso morale, sul rilievo che il preventivo accordo sulla collocazione del profitto del reato contribuisce a rafforzare l’originario proposito criminoso, dando sicurezza all’autore o agli autori del reato principale; nell’ipotesi inversa in cui l’accordo � avvenuto dopo la consumazione, nessuna influenza questo presenta sulla realizzazione del reato principale e ricorrono, invece, i presupposti del riciclaggio.Questo criterio temporale � idoneo, a nostro avviso, per risolvere la maggior parte delle situazioni di dubbio.Esso, peraltro, non va applicato in modo rigorosamente meccanico. Qualora, infatti, si accerti che l’eventuale accordo sul riciclaggio dei proventi del reato principale, pur intervenuto prima della realizzazione di questo, non abbia in alcun modo influito, neppure nella forma del concorso morale, sulla determinazione a commetterlo da parte degli autori di questo, dovr� escludersi la sussistenza del concorso e dovr� farsi applicazione del disposto dell’articolo 648 bis c.p.: si pensi,per esempio, ad un sequestro di persona a scopo di estorsione, gi� progettato nei suoi elementi essenziali (soggetto da sequestrare, modalit� del rapimento e della custodia della vittima, ripartizione dei ruoli tra i correi, ecc.), rispetto al quale un eventuale accordo con un terzo per la “ripulitura “ del denaro del riscatto non influisce in nulla rispetto alle modalit� oggettive e soggettive di realizzazione e, quindi, non consente di poter considerare il riciclatore come un concorrente (8) .
Se con il riciclaggio, come si � visto, si puniscono le condotte che mirano a “ripulire” i proventi illeciti, recidendo il loro collegamento all’attivit� criminosa [delittuosa] da cui sono derivati, onde impedire l’accertamento di tale provenienza, con la previsione sanzionatoria dell’articolo 648 ter c.p. si vuole reprimere, invece, residualmente, il reimpiego in attivit� economiche e finanziarie dei proventi illeciti, in precedenza “ripuliti”.Quanto alla condotta incriminata, la norma incriminatrice si esprime in termini generici, laddove punisce l’”impiego” del denaro, dei beni o delle altre utilit� provenienti da delitto in “attivit� economiche o finanziarie” (9) .Il termine “impiego” rimanda a nozioni volutamente non tecniche, dovendosi intendere per tale qualsiasi tipo e qualsiasi forma di “utilizzazione” e/o di “investimento” dei capitali illeciti, con l’unica specificazione e limitazione che si tratti di un impiego in attivit� economiche o finanziarie.� quindi da escludere, tanto per chiarire, che possa configurarsi il reato in parola in presenza di investimenti di capitali in attivit� ex se illecite (per esempio, nel finanziamento di un sequestro di persona, nell’acquisto di una partita di droga, nell’acquisto clandestino di armi, ecc.): in queste ipotesi, la condotta di investimento e/o di finanziamento non sarebbe punibile in via autonoma ex articolo 648 ter c.p., ma dovrebbe trovare la sua sanzione nelle norme penali che vietano la condotta illegale posta in essere, derivandone la punizione dell’investitore e/o del finanziatore a titolo di concorso nel reato principale.La norma, infatti, vuole chiaramente sanzionare [solo] l’introduzione nel mercato dei profitti illeciti, sia per impedirne il consolidamento in capo agli autori dei reati, sia per evitare le turbative sul piano della libera concorrenza che deriverebbero dall’ingresso di fonti di finanziamento illegali, di tale che le attivit� economiche o finanziarie che in questa sede rilevano non possono non essere che quelle lecite.
A ben vedere, la figura criminosa del reimpiego si pone come “norma di chiusura”, a completamento del sistema sanzionatorio delle attivit� lato sensu di riciclaggio, ed appare diretta a punire il momento del reinvestimento dei capitali illeciti, in precedenza “ripuliti”, in attivit� economiche apparentemente lecite.La rilevata residualit� emerge, a chiare lettere, proprio dalla clausola di riserva con cui si apre il testo della norma: l’articolo 648 ter c.p. si applica, infatti, non solo fuori dalle ipotesi di concorso nel reato, ma anche allorch� nei fatti non ricorrano i casi previsti dagli articoli 648 e 648 bis c.p..Proprio il significato della clausola di riserva � il tema controverso su cui vale la pena di soffermarsi per cogliere la valenza operativit� della norma incriminatrice dei “reimpiego” e i suoi rapporti con la ricettazione e il riciclaggio.
Come per il riciclaggio, i rapporti tra il reimpiego illecito e il concorso nel reato presupposto non presentano difficolt� interpretative particolari.Il delitto di reimpiego pu� essere commesso da qualsiasi persona, ad eccezione di coloro che abbiano preso parte in qualit� di concorrenti al reato dal quale provengono il denaro, i beni o le altre utilit� oggetto della condotta: l’esclusione � espressamente contenuta nella menzionata clausola di riserva, secondo cui la fattispecie in questione � applicabile “fuori dei casi di concorso nel reato” (10) . In sostanza, allorch� la condotta tipica del reimpiego (impiego in attivit� economiche o finanziarie) � posta in essere da uno dei compartecipi al delitto “presupposto”, essa costituisce fatto successivo (post factum) non autonomamente punibile,in quanto rappresenta la naturale prosecuzione dell’originaria condotta criminosa, volta a ottenere e consolidare il profitto da questa conseguente.In presenza di un accordo per il reimpiego del provento dell’attivit� delittuosa potrebbe per� non essere facile accertare con immediata chiarezza se ci si trovi in presenza di un’ipotesi di concorso nel reato presupposto ovvero se invece ricorrano i presupposti del reimpiego.Valgono mutatis mutandis le considerazioni gi� sviluppate supra relativamente al riciclaggio, dovendosi apprezzare il “momento” in cui interviene l’accordo finalizzato al reimpiego dei proventi illeciti, anche se, come si � visto, il criterio temporale non va applicato in modo rigorosamente meccanico.Qualora, infatti, si accerti che l’eventuale accordo sul reimpiego dei proventi del reato principale, pur intervenuto prima della realizzazione di questo, non abbia in alcun modo influito, neppure nella forma del concorso morale, sulla determinazione a commetterlo da parte degli autori di questo, dovr� escludersi la sussistenza del concorso e dovr� farsi applicazione del disposto dell’articolo 648 ter c.p..
L’elemento differenziale del reimpiego rispetto al riciclaggio � essenzialmente di ordine temporale: la condotta criminosa punita ex articolo 648 ter c.p. ha per oggetto capitali illeciti “gi�” in precedenza fatti oggetto di un’attivit� di “ripulitura”, tale da farli apparire di provenienza lecita e quindi, solo a questo punto, reinvestiti in operazioni economiche o finanziarie.In questa prospettiva, allorquando il reimpiego sia esso stesso strumento di “ripulitura” del bene di provenienza illecita, la clausola di riserva porter� ad applicare la sola norma incriminatrice del riciclaggio.� fin troppo evidente, peraltro, che l’assorbimento del reimpiego nel riciclaggio potr� realizzarsi solo allorquando la condotta sia “la stessa”, per identiche modalit� di realizzazione e per l’assenza di soluzioni di continuit� [pu� farsi l’ipotesi, per esemplificare, di chi “ripulisca” il denaro di provenienza illecita investendolo direttamente in un’attivit� finanziaria].Diverso discorso dovrebbe farsi allorquando si verta in ipotesi di condotte diverse, pur commesse dallo stesso soggetto: ci� che pu� verificarsi nel caso in cui questi, dapprima provveda alla “ripulitura” del provento illecito [ponendo in essere un delle condotte di sostituzione, di trasferimento o di ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa prese in considerazione dall’articolo 648 bis c.p.] e, poi, con successiva determinazione, provveda al reimpiego del provento cos� ripulito. In tale evenienza non potrebbe ammettersi l’“assorbimento” della seconda attivit� nella prima, diversa per modalit� anche temporali di realizzazione, imponendosi la concorrente applicabilit� di entrambe le fattispecie incriminatrici (11) .
Non dissimili considerazioni possono farsi per cogliere i rapporti tra il reimpiego e la comune ricettazione, che, come � noto, punisce la condotta di chi, al fine di profitto, acquista o comune riceve beni di provenienza delittuosa.Perch� si abbia reimpiego, sotto il profilo della condotta incriminata,occorre qualcosa di pi� rispetto alla mera ricezione che caratterizza la ricettazione: � necessario che i beni siano effettivamente reimpiegati in attivit� economiche o finanziarie. Diversamente, il fatto sar� punibile solo come ricettazione comune.A ci� dovendosi aggiungere, sotto il profilo soggettivo, che l’elemento soggettivo del reato di cui all’articolo 648 ter c.p. � integrato non solo dalla consapevolezza della provenienza illecita del denaro [che � comune alla ricettazione, laddove tale consapevolezza “entra” a comporre il dolo del reato, che � specifico perch� qualificato dal “fine di profitto”], ma anche dalla volontariet� di impiegare tale denaro in attivit� economiche o finanziarie (12) .In altri termini, la clausola di riserva “a favore” della ricettazione potr� operare solo allorquando la condotta di ricezione non si sia sostanziata nella coeva o successiva attivit� di reimpiego in attivit� economiche o finanziarie.� evidente e non controverso, infatti, che il generico impiego del provento della ricettazione rappresenta un post factum non punibile dell’attivit� incriminata, in quanto rappresenta a ben vedere una modalit� di soddisfazione concreta della finalit� di profitto che qualifica la condotta punita dall’articolo 648 c.p. Ma deve essere altrettanto evidente la portata specifica e specializzante del reato di reimpiego, che trova ragione nel fatto che ci� che qualifica la condotta � un impiego “specifico” del bene di provenienza illecita in una attivit� economica o finanziaria: proprio tale “specificit�” del reimpiego assume rilievo per il fondamento della incriminazione penale ex articolo 648 ter c.p..Detto altrimenti: la ricettazione e il reimpiego hanno in comune la ricezione di denaro o di altra utilit� di provenienza illecita, ma, mentre la ricettazione richiede una generica attivit� di profitto che giustifica l’impiego che del denaro o dell’altra utilit� l’agente abbia fatto, proprio per perseguire l’anzidetta finalit� di profitto [per l’effetto tale impiego costituirebbe un post factum non punibile], nel reimpiegol’elemento specializzante [e penalmente rilevante] � rappresentato dalla specificit� dell’impiego “in attivit� economiche o finanziarie” (13) .
L’impiego in attivit� economiche o finanziarie
Ed allora la vera chiave di lettura interpretativa per cogliere il proprium del reimpiego, e le differenze rispetto alla ricettazione comune, passa necessariamente attraverso il significato normativo da attribuire all’espressione “attivit� economiche o finanziarie”, che, nel difetto di esplicite indicazioni ricavabili dallo stesso articolo 648 ter c.p., si deve necessariamente trarre da altre norme, contenenti la relativa definizione, dalle quali possono trarsi significativi spunti interpretativi ai fini che qui interessano.Al riguardo, un’importante ausilio per poter dare concretezza al concetto di “attivit� economica” lo si trova nell’articolo 2082 del Codice civile che, nel definire la nozione giuridica di imprenditore,qualifica come tale colui che “esercita professionalmente un’attivit� economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”, e nei successivi articoli 2135 e 2195 dello stesso codice che, a loro volta, qualificano l’imprenditore agricolo e quello commerciale: � imprenditore agricolo chi esercita un’attivit� diretta alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all’allevamento del bestiame e attivit� connesse, cio� le attivit� dirette alla trasformazione o all’alienazione dei prodotti agricoli, quando rientrano nell’esercizio normale dell’agricoltura; � imprenditore commerciale, invece, chi esercita un’attivit� industriale diretta alla produzione di beni o di servizi o un’attivit� intermediaria nella circolazione dei beni o un’attivit� di trasporto per terra, per acqua o per aria o un’attivit� bancaria o assicurativa o, infine, un’attivit� ausiliaria alle precedenti. Perch� pertanto possa parlarsi di attivit� economica [anche ai fini sanzionatori del “reimpiego” illecito] occorre si sia in presenza di un’attivit� finalizzata alla “produzione” o allo “scambio” di beni o di servizi, dovendosi intendere per tale, comunque, non solo l’attivit� produttiva in senso stretto, ossia quella diretta a creare nuovi beni o servizi, ma anche l’attivit� di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, ed altres� ogni altra attivit� che possa rientrare in una di quelle elencate nelle surrichiamate norme del codice civile. In una tale ottica, in questo concetto di attivit� economica rientra anche l’attivit� di finanziamento (cio� l’attivit� in forza della quale un soggetto presta professionalmente denaro a chi lo richieda, mediante contratti di mutuo od altri contratti di credito), che � tipica attivit� attivit� di scambio, in quanto nel contratto di mutuo e, pi� in generale, nei contratti di credito la dazione del denaro � effettuata a titolo oneroso. Anche tale attivit� pu� rilevare ai fini del “reimpiego” illecito, giacch� � a questa che la norma incriminatrice si riferisce allorquando richiama la nozione di “attivit� finanziaria”. Nel difetto di indicazioni in senso contrario contenute nel testo dell’ articolo 648 ter c.p., perch� si possa parlare, ai fini che qui interessano, di impiego penalmente perseguibile in attivit� economiche e/o finanziarie non � neppure imposto un limite quantitativo minimo al valore dell’investimento: pu� configurare pertanto l’elemento oggettivo del reato anche il reimpiego di una modesta somma di denaro provento di una qualsiasi attivit� delittuosa.Un limite che deve ritenersi sussistente concerne, invece, le modalit� e la direzione dell’impiego.Se questo deve essere effettuato nell’ambito di “attivit�” economiche o finanziarie, occorre in sostanza che si sia in presenza di condotte professionali, caratterizzate dai requisiti della stabilit� e/o della non occasionalit�: non pu� cos� ritenersi sussistente il reato di cui all’articolo 648 ter c.p. nel comportamento di chi, occasionalmente, abbia speso in un esercizio commerciale una somma di denaro proveniente da delitto: tale soggetto sar� chiamato a rispondere normalmente di ricettazione, in relazione alla precedente condotta di ricezione della somma, ovvero di riciclaggio, laddove l’intento perseguito sia stato quello della “ripulitura” del compendio crimoinoso.Laddove l’investimento sia effettuato nell’ambito di “attivit�” economiche e/o finanziarie nel senso suindicato deve invece ribadirsi l’irrilevanza dei profili quantitativi dello stesso, che possono semmai essere tenuti in considerazione ai fini della determinazione della pena: ricorrer� quindi il reato di cui all’articolo 648 ter c.p. nel comportamento di chi investa i proventi illeciti (pur quantitativamente modesti) nell’ambito della propria attivit� imprenditoriale, organizzata e gestita professionalmente, mentre la pochezza quantitativa della somma reimpiegata potr� essere tenuto in conto ai fini del trattamento sanzionatorio e/o della concessione delle circostanze attenuanti generiche.
Queste considerazioni ci sembra risolvano ogni questione interpretative dei rapporti tra il reimpiego, da un lato, e il riciclaggio e la ricettazione, dall’altro, senza confinare l’ambito di operativit� del primo reato in termini oltremodo ristretti. I rapporti del reimpiego con il riciclaggio sono facilmente risolti, giusta quanto osservato, nel caso in cui l’attivit� di “reimpiego” abbia ad oggetto beni gi� [da altri] riciclati, ossia ripuliti.Mentre allorquando il reimpiego (ad opera del medesimo soggetto) sia esso stesso strumento di “ripulitura” del bene di provenienza illecita, la clausola di riserva porter� ad applicare la sola norma incriminatrice del riciclaggio.Va per� ribadito, con chiarezza, che l’assorbimento del reimpiego nel riciclaggio potr� realizzarsi solo allorquando la condotta sia “la stessa”, per identiche modalit� di realizzazione e per l’assenza di soluzioni di continuit�.Diverso discorso dovrebbe farsi allorquando si verta in ipotesi di condotte diverse (pur) commesse dallo stesso soggetto: ci� che pu� verificarsi nel caso in cui questi dapprima provveda alla “ripulitura” del provento illecito (ponendo in essere un delle condotte di sostituzione, di tradsferimento o di ostacolo all’identificazione dell provenienza delittuosa prese in considerazione dall’articolo 648 bis c.p.) e, poi, con successiva determinazione, provveda al reimpiego del provento cos� ripulito. In tale evenienza, non potrebbe discutersi di “assorbimento” della seconda attivit� nella prima, diversa per modalit� anche temporali di realizzazione, imponendosi la concorrente applicabilit� di entrambe le fattispecie incriminatrici.Quanto ai rapporti del reimpiego con la ricettazione, come si � argomentato, ci� che assorbentemente rileva � la modalit� di investimento del provento illecito: la specificit� dell’impiego in una attivit� economica o finanziaria renderebbe senz’altro applicabile la specifica disposizione incriminatrice dell’articolo 648 ter c.p., a prescindere dal momento in cui sia sorta la determinazione dell’investimento rispetto a quella della ricezione del compendio illecito; mentre (solo) gli impieghi di altra natura potranno rilevare (solo) come post factum non punibile rispetto alla condotta di ricettazione ovvero potranno importare la configurabilit� del riciclaggio laddove l’intento perseguito sia stato quello della “ripulitura” del compendio criminoso (e purch�, beninteso, la condotta materiale si sia sostanziata in una delle attivit� tipiche prese in considerazione dall’articolo 648 bis c.p.).
Perch� � importante distinguere esattamente tra il riciclaggio, il reimpiego e la ricettazione? Non solo, come � ovvio, per la corretta qualificazione del fatto dal punto di vista squisitamente sanzionatorio penalistico. Ma anche perch�, (solo) per il riciclaggio e il reimpiego, come opportuna (ulteriore) risposta sanzionatoria, di recente � stata introdotta, con l’articolo 648 quater c.p. (inserito dal decreto legislativo 21 novembre 2007 n. 231), la confisca “obbligatoria” dei beni che costituiscono il prodotto o il profitto del reato, con la ulteriore possibilit�, nel caso in cui risulti impossibile accertare la specifica provenienza delittuosa del bene, di procedere alla confisca “per equivalente”, ovvero attingendo dal patrimonio del trasgressore beni (qualsiasi bene, indipendentemente dalla accertata provenienza) per un “valore equivalente” al prodotto o al profitto del reato. Si tratta, come � ovvio, di uno strumentaro realmente efficiente per contrastare la criminalit� organizzata, cui in tal modo possono sottrarsi le risorse illecitamente acquisite e potenzialmente riutilizzabili.Solo per completezza di informazione, va poi ricordato un altro importante strumento sanzionatorio che l’ordinamento fornisce agli operatori. Sia per il riciclaggio ed il reimpiego, ma stavolta anche per la ricettazione, � prevista una ipotesi di responsabilit� amministrativa a carico dell’ente nel cui interesse o vantaggio tali reati siano stati commessi (cfr. articolo 25 octies del decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231, introdotto dal citato decreto legislativo n. 231 del 2007). Al processo penale a carico del trasgressore si affianca quindi un procedimento a carico dell’ente, in nome e nell’interesse del quale il trasgressore ha agito, che pu� concludersi con pesanti sanzioni pecuniarie o interdittive a carico dell’ente. � uno strumentario molto utile, specie relativamente al riciclaggio ed al reimpiego, giacch� tali reati, soprattutto se posti in essere nello svolgimento di attivit� professionali, lo sono attraverso l’utilizzazione dello schermo societario: grazie alla richiamata disciplina � cos� possibile colpire anche la societ� utilizzata per l’attivit� illecita, e non solo il reo in sede penale.
(1) cfr. Cassazione, Sezione IV, 30 gennaio 2007, Cazzella ed altri. (2) Per un’esemplificazione, Cassazione, Sezione I, 15 ottobre 1998, Daoudi.
(8) Per utili spunti, sulla non necessaria “esaustivit�” del criterio temporale dell’accordo, cfr. Cassazione, Sezione V, 10 gennaio 2007, Gualtieri.
(9) “Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648 e 648 bis c.p., impiega in attivit� economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilit� provenienti da delitto, � punito…”.
(10) Cfr., in generale, Cassazione, Sezione VI, 14 luglio 1994, Misto.
(11) Sotto questo profilo, non convincono appieno le conclusioni di segno diverso cui di recente � pervenuta la Cassazione, con la sentenza della Sezione II, 11 novembre 2009, Maldini ed altro, secondo la quale: in ragione della “clausola di sussidiariet�” prevista nell’articolo 648 ter c.p., la fattispecie incriminatrice del reimpiego illecito non sarebbe applicabile a coloro che abbiano gi� commesso il delitto di ricettazione o quello di riciclaggio e che, successivamente, con determinazione autonoma (al di fuori, cio�, della iniziale ricezione o sostituzione del denaro), abbiano poi impiegato ci� che era frutto gi� di delitti a loro addebitati: in tale evenienza, il reimpiego del denaro si atteggia, infatti, come post factum non rilevante. Per converso, secondo il giudice di legittimit�, la norma incriminatrice del reimpiego sarebbe invece applicabile a coloro che, con unicit� di determinazione teleologica originaria, abbiano ricevuto o sostituito denaro di provenienza illecita per impiegarlo in attivit� economiche o finanziarie: in tale evenienza nel reimpiego � “assorbita” la precedente attivit� di ricezione o di sostituzione. A nostro avviso, infatti, il voler patrocinare, nel caso di che trattasi, la soluzione diametralmente opposta dell’assorbimento del “successivo” reimpiego del provento in precedenza “ripulito” finirebbe con il trascurare dal punto di vista sanzionatorio un segmento importante della complessiva attivit� criminosa, qualificando come post factum non punibile un fatto autonomo, materialmente e temporalmente, rispetto a quello precedentemente consumato di [mera] ripulitura del profitto. In questa prospettiva, il richiamo alla “clausola di riserva” contenuta nell’articolo 648 ter c.p., come operato dalla Cassazione, non sembra corretto, laddove la “sussidiariet�” potrebbe essere utilmente invocata – a ben vedere – solo in presenza di un condotta unitaria.

References: articolo 648
 articolo 648
 articolo 648
 articolo 648
 articolo 648
 articolo 25
 sentenza