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﻿ Il reddito valutabile ai fini dell'ammissione al P.S.S. e dell'esenzione dal contributo unificato | ilpenalista.it
22 Luglio 2016 | Gianluca Bergamaschi Patrocinio a spese dello Stato
Abstract | L'orizzonte giurisprudenziale | I riflessi penali | Considerazioni critiche | In conclsuione |
La questione è cosa intendano l'art. 76, comma 1, (Condizioni per l'ammissione) e l'art. 9, comma 1-bis, (Contributo unificato), del d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115 (T.U. spese di giustizia), ove indicano il reddito imponibile ai fini dell'imposta personale sul reddito, risultante dall'ultima dichiarazione, quale fattore reddituale abilitante all'ammissione al P.S.S. o all'esenzione dal contributo unificato nei processi del lavoro, ossia se debbano computarsi o meno anche gli oneri deducibili, con i relativi riflessi sui reati p. e p. dall'art. 95 delT.U.S.G. e dall'art. 483 c.p..
L'orizzonte giurisprudenziale
Sul tema la giurisprudenza si è divisa in modo asimmetrico, con un orientamento di legittimità che appare maggioritario, anche di recente ribadito, ed un altro minoritario e più risalente nel tempo, ma sempre vivo, perché spesso preferito dalla giurisprudenza di merito.
Il primo orientamento (si vedano, ad esempio, la Cass. pen., Sez. IV, 15 aprile 2008, n. 22299; Cass. pen., Sez. IV, 16 febbraio 2011, n. 28802; Cass. pen., Sez. IV, 21 gennaio 2015, n. 19751), afferma che gli oneri deducibili debbono essere computati al fine di stabilire il livello reddituale utile per l'ammissione al P.S.S. e, di riflesso, all'esenzione dal contributo unificato, cosicché, in pratica, ciò che dove considerarsi è quello che la normativa fiscale definisce invece come reddito complessivo.
Tale orientamento, concentrandosi sulla ratio legis, non arretra né di fronte alla chiara e contraria lettera degliartt. 9 e 76 del T.U.S.G., né di fronte alla distonia semantica e concettuale che, così interpretando, si genera tra le norme considerate e la normativa fiscale di riferimento, ossia il d.P.R. 22 dicembre 1986 n. 917 (T.U. Imposta sui redditi), il quale pacificamente per reddito imponibile intende il reddito complessivo depurato degli oneri deducibili (artt. 3, 8, 9 e 10 d.P.R. 917/1986).
In effetti, tale giurisprudenza sostiene che la medesima semantica giuridica non implichi lo stesso significato normativo, laddove diversa sia la ratio.
Infatti, nello specifico, si distingue tra l'esigenza di individuare la base su cui calcolare l'imposta, ossia la ratio della disciplina fiscale e quella dell'individuazione della effettiva e completa capacità patrimoniale, propria delle norme del T.U.S.G. e, specificatamente, del patrocinio a spese dello Stato, la cui ratio è in tal senso indicata anche dalla Corte costituzionale.
In effetti, anche la Corte costituzionale (sent. 30 marzo 1992 n. 144) – pur non giudicando su questo specifico aspetto ma sul problema degli introiti di origine illecita ed avendo come riferimento la precedente normativa sul P.S.S. (artt. 3 e 5 della l. 30 luglio 1990 n. 217), all'oggi in parte non più riscontrata nel T.U.S.G. – ebbe a fornire una interpretazione secondo la quale, dovendosi rimanere aderenti al principio costituzionale della non abbienza per adire al beneficio, non sarebbe ragionevole limitare la considerazione a un cespite reddituale, escludendone altri, giacché è necessario ricostruire l'esatta situazione patrimoniale, ricomprendendo nel calcolo tutti i redditi, ossia a prescindere da quelli specificatamente considerati o considerabile ai fini fiscali, stante la differente ratio tra le due normative, che impone, quindi, di considerare anche redditi che non sono stati assoggettati ad imposta vuoi perché non rientranti nella base imponibile, vuoi perché esenti, vuoi perché di fatto non hanno subito alcuna imposizione. Quindi rilevano anche redditi da attività illecite – che, secondo una recente giurisprudenza (Cass. pen. 22 marzo 1991 n. 3242), non sono sottoposti a tassazione – ovvero redditi per i quali è stata elusa l'imposizione fiscale.
Di diverso avviso, come detto, è un'altra giurisprudenza di legittimità (Cass. pen., Sez. VI, 21 febbraio 1997, n. 728; Cass. pen., Sez. III, 28 aprile 2011, n. 16583), spesso seguita da quella di merito (tribunale di Campobasso 10 marzo 2015; Tribunale di Parma, Ufficio Gip, 15 giugno 2016, n. 838), la quale, in aderenza letterale con le norme considerate e in coerenza normativa e concettuale con la legislazione fiscale, reputa da considerarsi quale reddito imponibile solo il vero reddito imponibile, ossia il reddito complessivo tolti gli oneri deducibili.
Tale impostazione, oltre all'argomento letterale e sistematico, fa pure aggio sul fatto che nella modulistica fiscale tale distinzione è ribadita ed evidenziata, cosicché sarebbe iniquo ed equivoco differenziarsene per individuare gli aventi diritto all'ammissione al P.S.S. ed all'esenzione dal contributo unificato, ciò almeno per quanto riguarda i redditi regolarmente dichiarati; laddove, invece, per tutte le entrate non dichiarate e/o non dichiarabili, varrebbe la regola della considerazione patrimoniale complessiva, giacché: Questa Corte, con riferimento alla L. n. 217 del 1990, ha precisato che "in tema di patrocinio dei non abbienti, il criterio stabilito dal L. n. 217 del 1990, art. 3, secondo cui l'ammissione al gratuito patrocinio si basa sul reddito imponibile risultante dall'ultima dichiarazione dei redditi, si riferisce solo ai soggetti che abbiano effettuato una regolare dichiarazione dei redditi e non a chi abbia omesso ogni dichiarazione. In tale ultima ipotesi i redditi, ai fini della valutazione di ammissibilità al patrocinio, possono essere accertati facendo ricorso agli ordinari mezzi di prova ivi comprese le presunzioni semplici di cui all'art. 2729 c.c.. Tra le quali rientrano il tenore di vita dell'interessato e dei familiari conviventi e qualsiasi altro fatto indicativo della percezione di redditi leciti o illeciti" (cfr. Cass. pen. Sez. I n. 17430 del 25.1.2001 - Lucchese) (Cass. pen., Sez. III, 28 aprile 2011, n. 16583).
La questione non rileva solo in campo amministrativo e contabile, ossia per stabilire chi abbia o meno diritto ai benefici previsti dal T.U.S.G., ma pure nella sede più propriamente penale, correlandosi con la fattispecie dell'art. 483 c.p. (Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico) e con quella dell'art. 95 del T.U.S.G.(Sanzioni), che commina la reclusione da uno a cinque anni e la multa da euro 309,87 a euro 1.549,37, a chi si macchi di falsità od omissioni nella dichiarazione sostitutiva di certificazione, nelle dichiarazioni, nelle indicazioni e nelle comunicazioni previste dall'art. 79, comma 1, lettere b), c) e d), T.U.S.G ossia nell'abito dell'istanza di ammissione al P.S.S.
Tutto ciò in quanto, adottando il primo orientamento giurisprudenziale supra illustrato, si dovrà ritenere autore di un falso ideologico in atto pubblico, il privato cittadino che, per ottenere l'esenzione dal contributo unificato nella cause lavoristiche et similia ex art. 9, comma 1-bis, del T.U.S.G., abbia sottoscritto l'apposito atto autocertificativo, indicando, magari perché “ingannato” dal chiaro testo normativo, come proprio reddito ciò che nella dichiarazione dei redditi compaia qualificato come reddito imponibile, anziché quello indicato come reddito complessivo; alla stessa stregua, chi faccia la medesima cosa nella dichiarazione contenuta nell'istanza diretta ad ottenere l'ammissione al P.S.S., avrà commesso il reato previsto e punito dal citato art. 95 (Sanzioni) del T.U.S.G.
Ora, a prescindere da quanto si dirà appresso in chiave critica di tale orientamento, già solo il fatto che ciò vada ad incidere sul contenuto e, dunque, sulla sussistenza di norme penali, dovrebbe scoraggiare qualunque interpretazione troppo distonica con la lettera legislativa, pena la violazione sostanziale dei principi di tipicità e tassatività, irrinunciabili in campo penalistico, giacché il loro sacrificio finisce per travolgere, ad un tempo, la base dello stato di diritto e la stessa funzione educativa propria del diritto penale.
Ad ogni buon conto, anche a far proprio l'orientamento predetto, la questione dovrebbe, poi, risolversi, nella maggior parte dei casi, a livello di elemento psicologico, giacché il giudice di merito non potrà esimersi dal valutare l'effetto sulla rappresentazione e sul volere dell'agente, prodotto o producibile dalla sintonia semantica e concettuale tra quanto costui legga sulla sua dichiarazione dei redditi e quanto riscontri nella normativa extrapenale da considerare, ossia gli artt. 3, 8, 9 e 10 del D.P.R. 22 dicembre 1986 n. 917 (T.U. Imposta sui redditi) e gli artt. 9 e 76 del T.U.S.G.
In altre parole, non si potrà addivenire ad una condanna, se non laddove ricorrano chiari ed inequivocabili elementi di prova capaci di escludere al di là di ogni ragionevole dubbio un errore in buona fede.
In effetti, si è espressa sostanzialmente in tale senso anche la Cass. pen., Sez. IV, 21 aprile 2016, n. 21577, la quale – nel simile contesto fattuale di una dichiarazione contenuta nell'istanza di ammissione al P.S.S. e non corrispondete al vero se riferita al reddito indicato nella dichiarazione dell'Irpef ma rientrante nei limiti di legge circa il reddito attestato, invece, nel certificato ISEE rilasciato dal patronato – afferma: In tale situazione appare congruamente prospettato il dubbio in ordine alla sussistenza dell'elemento soggettivo del reato, quanto meno sotto il profilo del dolo eventuale che, come ritenuto dalle S.U., richiede, oltre alla previsione dell'evento, l'accertamento di "una presa di posizione volontaristica", di un "atteggiamento psichico che indichi una qualche adesione all'evento per il caso che esso si verifichi quale conseguenza non voluta della propria condotta". In altri termini, occorre "comprendere se l'agente, dopo avere tutto soppesato, dopo avere considerato il fine perseguito e l'eventuale prezzo da pagare, si sia consapevolmente determinato ad agire comunque, ad accettare l'eventualità della causazione dell'offesa", esprimendo così "una scelta razionale", il più possibile "assimilabile alla volontà" (cfr. SS.UU., sentenza n 38343 del 18/09/2014).
Resta inteso, infine, che laddove invece si aderisca all'altro orientamento giurisprudenziale che, per individuare la soglia di ammissione al P.S.S. ed all'esenzione dal contributo unificato, considera il reddito depurato degli oneri deducibili, i predetti reati non saranno neppure configurabili, perché il soggetto che, al netto di tali oneri, entri nel perimetro reddituale di ammissibilità, non avrà dichiarato nulla di falso, pur se il suo “reddito complessivo” sfori tale soglia, cosicché dovrà essere mandato assolto perché il fatto non sussiste.
è curioso, ma pure sconfortante, notare come, una volta tanto che il legislatore parla chiaro, sia la giurisprudenza a caricarsi dell'onere di fare confusione.
Ci si riferisce, ovviamente, all'indirizzo che, per definire il perimetro economico degli aventi diritto ai benefici del T.U.S.G., afferma la computabilità anche degli oneri deducibili.
Tale indirizzo trascura completamente sia il dato letterale sia quello sistematico, perché, in piena distonia con i corrispondenti concetti dettati dalla disciplina fiscale, fa aggio unicamente sulla ratio delle norme del T.U.S.G. considerate, che non risiede nella determinazione di una specifica imposta da pagare, ma nella individuazione delle concrete condizioni personali e famigliari e del tenore di vita dell'istante, come evincibile dall'art. 76 del T.U.S.G., che, al terzo comma, intende dare rilevanza al reddito allo stato lordo ed anche ai redditi non assoggettabili ad irpef.
A ben vedere, però, è vero che la chiara ed inequivocabile dizione letterale riferentesi ai redditi imponibili, ossia detratti gli oneri deducibili, effettivamente si collega razionalmente con il comma 3 dello stesso art. 76T.U.S.G. e proprio in funzione di determinare ulteriormente e definitivamente l'area reddituale considerabile ma, in quest'ottica, non si può non notare che la norma include espressamente nei cespiti da computare sia i redditi al lordo d'imposta (ossia senza considerare e detrarre l'imposta che dovrà essere pagata), sia i redditi esenti (ossia quelli su cui l'imposta non si paga per scelta politico-legislativa, come ad es. le pensioni di invalidità) ma tace del tutto circa gli oneri deducibili, come del resto è ovvio e coerente, altrimenti non avrebbe avuto senso parlare prima, al comma 1, di reddito imponibile.
Ciò vale a dire, insomma, che sia la lettera che la ratio legis appaiono chiarissime e convergenti nel non consentire di pervenire alle conclusioni cui arriva la giurisprudenza propugnatrice dell'applicabilità del reddito complessivo, giacché, se si vuole capire veramente la capacità economica e reddituale di una persona o di una famiglia, bisogna sì considerare il reddito lordo ed esente ma bisogna anche detrarre quegli esborsi che vanno ad incidere ab imis e spesso forzosamente sul reddito stesso, decurtandolo strutturalmente.
In effetti, ove si analizzi la relativa norma fiscale (art. 10 del d.P.R. 22 dicembre 1986 n. 917), si potrà agevolmente constatare che gli oneri deducibili sono essenzialmente riconducibili a spese o contribuzioni obbligatorie ovvero ad erogazioni liberali, che vengono incentivante dal legislatore proprio attraverso la possibilità di deduzione dal reddito, cosicché sarebbe poi contraddittorio ricomprenderle nel calcolo ai fini dell'ammissione ai benefici previsti dal T.U.S.G., giacché in sostanza, a differenza delle esenzioni e delle detrazioni fiscali, le deduzioni sono praticamente considerate come dei tagli del reddito, sia dalla disciplina fiscale che da quella del T.U.S.G..
Del resto, la voluntas legis emerge in tutta la sua portata sistematica dalla chiara e completa dizione utilizzata, giacché le norme considerate non si limitano a richiamare il concetto di reddito imponibile ma pure precisano ai fini dell'imposta personale sul reddito, risultante dall'ultima dichiarazione, con ciò stabilendo un diretto ed ineludibile rapporto testuale con il documento, la semantica e la normativa fiscale; per cui, delle due l'una, o si considera tale assetto distonico con il principio costituzionale della non abbienza, ed allora si dovrà sollevare la relativa questione davanti alla giudice delle leggi (per vedere, tra l'altro, cosa ne pensa oggi la Corte, con un assetto normativo dell'istituto non poco cambiato) ovvero si dovrà applicare la legge così com'è, senza avventurarsi in ermeneusi fantagiuridiche e danno dei più deboli, già sufficientemente penalizzati dai livelli reddituali normativamente richiesti per accedere al P.S.S., certamente più riconducibili alla nozione di indigenza (prevista come condizione per l'assistenza sanitaria gratuita dall'art. 32, comma 1, Cost.) che a quella di non abbienza (a fronte della quale lo Stato dovrebbe assicurare i mezzi economici per agire o difendersi in giudizio, a tenore dell'art. 24, comma 3, Cost.), con un evidente ribaltamento normativo e pratico della prospettiva costituzionale, che era ed è improntata all'elargizione dell'aiuto economico pubblico ad un numero, proporzionalmente, maggiore di soggetti bisognosi in ragione della necessità di difendersi in giudizio, rispetto a quanti possano beneficiare gratuitamente dell'assistenza sanitaria.
Tutto questo anche perché, se ben può accadere che gli uffici dell'Amministrazione finanziaria, nella loro veste e funzione di Autorità amministrativa portatrice di un ben preciso interesse dello Stato apparato, adottino tale indirizzo per far risparmiare qualche soldo all'Erario a danno di persone comunque in condizioni economiche precarie, la stessa cosa non può fare il giudice, soprattutto quello penale, perché, così facendo, finirebbe per edificare una giurisdizione un po' troppo “domestica” a favore dello Stato, mettendo a rischio la sua stessa terzietà.
In conclsuione
In definitiva, dunque, appare nettamente preferibile l'interpretazione di quella giurisprudenza che rimane più aderente al testo normativo e, così facendo, ne coglie meglio anche la ratio.
Per cui, ai fine dell'ammissione al P.S.S. e dell'esenzione dal pagamento del contributo unificato per le cause di lavoro e simili, dovrà guardarsi, per i redditi regolarmente dichiarati, al reddito imponibile, ossia al netto degli oneri deducibili, così come emergente nella relativa dichiarazione al fisco, mentre per gli altri cespiti reddituali non dichiarati o dichiarabili (ad esempio i proventi illeciti) si potrà fare emergere gli introiti ed accertarli facendo ricorso agli ordinari mezzi di prova.

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 3
 Cass. 
 art. 9
 art. 95
 Cass. 
 sentenza 
 art. 76