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Timestamp: 2017-04-28 12:02:16+00:00

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La diseredazione meramente negativa – Cass. civ. Sez. II, 25/05/2012, n. 8352 – Nuove Frontiere del Diritto
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Cass. civ. Sez. II, 25/05/2012, n. 8352 La diseredazione meramente negativa
Massima e Nota a cura della dott.ssa Maria Maltese
L’art. 587, primo comma, cod. civ., dispone che il negozio di ultima volontà ha la funzione di consentire al testatore di disporre di tutte le proprie sostanze, o di parte di esse, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, questa funzione si esplica anche attraverso la dichiarazione di una volontà meramente negativa, ablativa o destitutiva, la possibilità per il testatore di diseredare un erede legittimo è espressione della sua libertà e sovranità.
La disposizione con la quale il testatore escluda alcuno dalla propria successione è valida anche se non accompagnata da altra disposizione attributiva o istitutiva.
La diseredazione è la clausola, contenuta in un negozio mortis causa, con la quale il testatore esclude alcuno dalla propria successione.
Il codice vigente, così come il codice civile del 1865, non disciplinano l’istituto in parola, questo non ha impedito il sorgere di questioni, che hanno animato il dibattito.
In primo luogo quanto all’ambito soggettivo di applicazione dell’istituto. Non ha senso porsi il problema per quanto riguarda la diseredazione di estranei, in quanto la loro inclusione tra i successibili è frutto della sola volontà del testatore.
Il problema allo stato non sembra porsi nemmeno per i legittimari (anche se più avanti vedremo che non è così pacifico questo assunto), poiché, una disposizione siffatta, contrastando con i princìpi fondamentali del diritto positivo non è consentita al testatore, tanto da essere sanzionata con la radicale nullità.
L’ambito applicativo in parola va dunque soggettivamente circoscritto rispetto ai soli eredi legittimi, coloro ai quali la legge devolve, in mancanza di diversa volontà del testatore, l’eredità.
Chiarito l’ambito soggettivo di applicazione (anche se ci torneremo alla fine di questa riflessione), va chiarito in quale misura sia compatibile la disposizione negativa con i principi dell’ordinamento.
Secondo un parte della dottrina non è ammissibile una disposizione con la quale si escluda alcuno, seppur non legittimario, dalla propria successione (CICU, FERRI, ANDREOLI, CARIOTA-FERRARA), il testatore avrebbe il potere sì, di disporre liberamente dei suoi beni quando non lascia legittimari e può quindi escludere le persone designate dalla legge, ma lo strumento tecnico che l’ordinamento prevede e gli consente di adoperare perché egli possa raggiungere questo risultato è la disposizione positiva di tutti i suoi beni o di parte di essi, non essendo sufficiente la mera disposizione negativa, o, forse meglio, sotto l’aspetto tecnico, la designazione negativa, l’esclusione, la diseredazione di un successibile per legge.
Secondo altra parte della dottrina, invece, la diseredazione è disposizione ben ammissibile nel nostro ordinamento (TORRENTE), Come il testatore può disporre di tutto o in parte dei suoi beni escludendo così in tutto o in parte i successori legittimi (disposizione positiva dei suoi beni) così egli, esercitando il suo potere di autonomia, potrebbe escludere con un’espressa ed apposita dichiarazione uno o più dei suoi congiunti ai quali la successione sarebbe devoluta per legge (disposizione negativa).
Con qualche differenza di posizione, la validità della predetta clausola è subordinata alla presenza disposizioni positive e attributive, anche solo implicite (MESSINEO) (in giurisprudenza si veda Cass. Civ. n. 1217 del 1995, n. 1458 del 1967).
Secondo altra parte della dottrina un testamento a contenuto solo negativo sarebbe ben ammissibile (BIGLIAZZI GERI, DELLE MONACHE, SCHLESINGER), stante il principio di libertà di disporre dei propri beni, che si manifesti anche nel non voler disporre in favore di persone determinate.
La sentenza in commento per la prima volta riconosce la validità di un testamento olografo nel quale sia contenuta una disposizione meramente negativa, respingendo tutte le avverse tesi.
In particolare si respinge la tesi della implicita e contestuale volontà attributiva, rilevando la intrinseca contraddizione, tra una esplicita disposizione meramente negativa e la diretta e immediata (ma implicita) volontà attributiva del testatore.
La sentenza in parola offre, al di là della novità precettiva sopra esposta, lo spunto per affrontare il diverso problema, annunciato sopra, della ammissibilità di una disposizione che in via diretta ed immediata escluda un legittimario dalla successione.
L’argomento è da tempo sotto l’osservazione della dottrina, non soddisfa e non convince più la tesi di una disposizione con la quale si diseredi un legittimario.
La crisi della dogmatica giuridica ed il diverso modo di concepire la posizione dei legittimari, e la legittima oggi impongono una riflessione in questo senso.
Sembra, infatti che la comminatoria della nullità dipenda più dalla concezione paternalistica del diritto successorio e dal preconcetto, sempre meno solido, della sacralità della legittima.
Il legislatore non consente la via immediata della reintegra ma quella mediata dall’azione giudiziaria.
La lesione delle ragioni del legittimario viene tutelata con l’azione di riduzione, azione di impugnativa negoziale (la lesione ovvero la pretermissione del legittimario non violano alcuna norma di validità), che si prescrive nel termine decennale ordinario.
Il legittimario pretermesso, si osserva, non è neppure erede. Sicché, quando agisce con l’azione di riduzione, chiede che venga accertata la sua qualità di erede e, in forza di quella, che gli vengano attribuiti beni ereditari in misura sufficiente a integrare o costituire la sua quota di riserva.
Ancora, egli non è erede anche quando, nel rispetto dell’ordinamento, gli venga attribuito un legato in sostituzione di legittima (che ha sempre natura di attribuzione particolare e non universale).
Pertanto tecnicamente sembra essere più corretta la tesi per la quale la diseredazione del legittimario non sia nulla, ma valida ed efficace, salva la possibilità, per il legittimario diseredato di agire con l’azione di riduzione (BARBA, DI FABIO).
2. Con il primo motivo del ricorso, i ricorrenti principali deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 647 e 1362 cod. civ. e, in generale, delle norme che disciplinano la interpretazione del testamento; insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.
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