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Timestamp: 2019-11-20 12:07:10+00:00

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Sentenza 25 settembre 2003, n.2915 - Olir
Sentenza 25 settembre 2003, n.2915
Esonero dal pagamento dei contributi dovuti alla Cassa Unica Assegni Familiari per gli istituti, enti ed ospedali che eroghino prestazioni del servizio sanitario nazionale
Contributi, Onlus, Istruzione, Enti morali, Assistenza, Strutture sanitarie, Inps, Congregazioni religiose, Beneficienza, Case di cura, Fini di lucro, Opere di culto, Opere di religione
In base all'articolo 7 della legge 11 giugno 1974, n. 252, gli istituti, enti e ospedali che eroghino prestazioni del Servizio sanitario nazionale hanno diritto all'esonero dal pagamento dei contributi dovuti alla Cassa unica assegni familiari, purché non perseguano fini di lucro e assicurino ai dipendenti un trattamento per carichi di famiglia non inferiore a quello previsto per gli assegni familiari dal d.P.R. n. 797 del 1955. L'assenza del fine di lucro, quale requisito per l'esonero dal pagamento dei contributi dovuti alla Cassa Unica Assegni Familiari, ai sensi dell'art. 23 bis d.l. 30 dicembre 1979, n. 663, convertito in legge 29 febbraio 1980, n. 33, sussiste nel caso in cui un ente, pur esercitando attività di carattere imprenditoriale, destini gli eventuali profitti al conseguimento delle finalità istituzionali perseguite. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto sussistenti i requisiti per l'esonero in favore di una casa di cura di proprietà di una congregazione religiosa, avendo accertato che eventuali avanzi di gestione non venivano incamerati dall'ente quale profitto dell'attività di cura, ma venivano destinati dall'ente al miglior conseguimento delle proprie finalità istituzionali).
Corte di Cassazione. Sezione lavoro. Sentenza 25 settembre 2003, n. 2915: "Esonero dal pagamento dei contributi dovuti alla Cassa Unica Assegni Familiari per gli istituti, enti ed ospedali che eroghino prestazioni del servizio sanitario nazionale".
Dr. Alessandro De Renzis Consigliere
ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del Presidente e legale rappresentante pro – tempore prof. Massimo Paci, elettivamente domiciliato in Roma alla via della Frezza n. 17 – Avvocatura Centrale dell'Istituto medesimo-presso gli avv. Antonietta Coretti, Fabio Fonzo ed Antonino Sgroi, che lo
rappresentano e difendono, sia congiuntamente che disgiuntamente, in virtù di procura speciale in calce al ricorso, ricorrente;
Casa di Cura "Villa Tirrena" della Congregazione religiosa delle Suore Infermiere dell'Addolorata, ente ecclesiastico riconosciuto, in persona della legale rappresentante Suor Daniela Sabatino, rappresentata e difesa dall'avv. Ennio Cicconi del foro di Roma e domiciliata in Roma al viale Marco Polo n. 84 presso lo studio dell'avv. Linda Cipollone, giusta procura speciale a margine del
controricorso, controricorrente,
Con ricorso depositato in data 8 marzo 2000 la Casa di Cura "Villa Tirrena" della Congregazione Religiosa delle Suore Infermiere dell'Addolorata proponeva appello avverso la sentenza n. 567/1998, emessa dal Pretore del lavoro di Livorno in data 25.9.1998, con la quale erano state rigettate le opposizioni avverso due decreti ingiuntivi, con i quali l'appellante era stata condannata a corrispondere alla sede INPS di Livorno in un caso la somma di lire 992.673.544 e nell'altro caso quella di lire 36.588.588 a titolo di contributi omessi ed accessori.
I contributi e gli accessori oggetto dei ricorsi monitori riguardavano unicamente i contributi CUAF, cioè quelli dovuti alla Cassa Unica Assegni Familiari, dovuti in relazione al personale operante presso la Casa di Cura "Villa Tirrena" di Livorno.
Osservava la Corte del merito che la Congregazione appellante era un ente morale di diritto pontificio, cui lo Stato italiano aveva riconosciuto la personalità giuridica con d.P.R. 31.1.-1957 n. 141, e che, a norma dello statuto la Congregazione esercitava opere di religione e di culto e, senza fine di lucro, opere di istruzione, assistenza ospedaliera, assistenza sociale, opere di beneficenza; che la Congregazione perseguiva i suoi fini istituzionali attraverso la gestione di quattro case di cura – una delle quali era la casa Villa Tirrena di Livorno -, tre case di riposo per bisognosi ed anziani, due case missionarie – una in India e l'altra nelle Filippine -, con finalità sia sanitarie che assistenziali.
In particolare le case di cura – e tra esse la casa di cura Villa Tirrena – operavano in regime di convenzione con le AUSL ed applicavano per le prestazioni erogate tariffe stabilite dalla Regione. Il personale laico operante presso le singole strutture era retribuito secondo le previsioni del CCNL del comparto sanità, mentre il personale medico era compensato, dietro presentazione di fattura, secondo tariffari regionali.
Il c.t.u. non era stato in grado di ricostruire le destinazioni dei prelevamenti effettuati in ragione di mancanza della documentazione di supporto – vuoi perché riferita ad anni lontani, vuoi perché altre attività della congregazione non erano soggette ad obblighi di natura fiscale in forza di disposizioni di legge e di atti bilaterali tra Stato e Chiesa -.
Il c.t.u., correttamente, da un lato riconosceva che la gestione della casa di cura Villa Tirrena rispondeva a criteri lucrativi – come risultava dalle risultanze contabili e di bilancio -, e che questa doveva rispondere dei requisiti di "impresa" – operando in regime di concorrenza con altre strutture sanitarie -, dall'altro evidenziava che il lucro era sì essenziale, ma di per sé strumentale alle finalità istituzionali dell'ente.
Del resto, dagli accertamenti eseguiti dall'INPS (che riguardavano la sola casa di cura Villa Tirrena), ed anche dall'indagine peritale non erano emerse "deviazioni di sorta" dalle finalità istituzionali.
La Congregazione intimata per la casa di cura Villa Tirrena ha resistito con controricorso.
Riassunto l'iter argomentativo della sentenza impugnata, l'INPS deduce che la pronuncia non è condivisibile, in quanto frutto di palesi errori di giudizio. Secondo detto iter argomentativo la Corte del merito ha in particolare evidenziato che ciascuna casa di cura ha un "proprio bilancio" di gestione ed alcune – tra le quali la casa Villa Tirrena – erogano le prestazioni secondo un criterio di corrispettività, mentre altre operano secondo principi di solidarietà umana e sociale, e quindi in assenza di corrispettivo; che la casa di cura Villa Tirrena opera in regime di convenzione con le A.U.S.L., applicando per le prestazioni erogate le tariffe stabilite dalla Regione; che il bilancio di detta casa di cura nel decennio 1980-1990 (oggetto di causa) registrava un surplus attivo derivante dalla differenza favorevole fra uscite ed entrate a vantaggio di queste ultime; che il c.t.u., incaricato in corso di causa, non era stato in grado di ricostruire le destinazioni dei prelevamenti effettuati, per mancanza di documentazione di supporto, ma aveva riconosciuto che detta casa di cura rispondeva a criteri lucrativi; che, tuttavia, in considerazione del disposto dell'art. 20 dello Statuto della Congregazione, in base al quale verrebbe esclusa ogni finalità di lucro "e l'eventuale supero tra le entrate e le uscite non costituiscono mai profitto, ma avanzo di gestione da destinarsi al miglior conseguimento delle finalità costituzionali della Congregazione", l'"utile di gestione" delle case di cura costituiva – secondo i giudici di appello – non il fine della Congregazione, bensì "il mezzo per il conseguimento delle finalità istituzionali dell'ente, complessivamente considerato" e pertanto detta casa di cura aveva diritto all'esonero dal pagamento dei contributi CUAF, ai sensi dell'art. 23 bis del D.L. 30.12.1979 n. 663, conv. in legge n. 33/80.
Secondo l'INPS, il riconoscimento del beneficio predetto in favore di soggetti che erogano prestazioni assistenziali è condizionato esclusivamente all'assenza di fini di lucro da parte degli stessi destinatari del beneficio medesimo; i giudici di appello avevano illogicamente privilegiato lo scopo della Congregazione (citando l'art. 20 dello statuto della stessa Congregazione), anziché le caratteristiche imprenditoriali proprie della casa di cura Villa Tirrena, connotale dall'incontestabile esistenza di fini di lucro, di tal che avevano in modo logicamente incongruente affermato che anche l'attività di detta casa di cura dovesse essere considerata come attività imprenditoriale priva di fine lucrativo.
Tuttavia non si poteva non obiettare che la contribuzione in questione atteneva alla posizione assicurativa della casa di cura Villa Tirrena, gestita dalla Congregazione religiosa delle suore infermiere dell'Addolorata. Risultava pacifico in causa che tale casa di cura esercitava attività ospedaliera e di prestazioni assistenziali in convenzione A.S.L., con propri dipendenti, con una concreta organizzazione di capitale e lavoro volta alla produzione di servizi e che la gestione della società rispondeva "a criteri lucrativi" (così relazione del c.t.u.). Il fatto che la casa di cura de qua fosse un bene strumentale rispetto al raggiungimento, delle finalità religiose e di culto perseguite dalla Congregazione non poteva inficiare la natura imprenditoriale e lucrativa dell'attività svolta, essendo irrilevante la concreta destinazione degli utili medesimi per le finalità più generali della stessa Congregazione.
In altri termini, secondo l'Istituto ricorrente, la soluzione della controversia andava risolta accertando non se la Congregazione, in base al proprio Statuto e ad una parte delle attività svolte in Italia e nel mondo, dovesse considerarsi imprenditore commerciale piuttosto che Ente morale, ma unicamente se costituisse attività imprenditoriale esercitata a fine di lucro quella svolta presso la casa di cura Villa Tirrena di Livorno; non rilevava la destinazione ultima dell'attivo di gestione, ma – come correttamente statuito dal giudice di primo grado – l'oggettiva finalità di lucro, individuabile nelle modalità operative ed organizzative della casa di cura di cui trattasi.
Nel caso di specie era indubbio, secondo l'INPS, che la casa di cura Villa Tirrena aveva svolto la propria attività conseguendo dei profitti economici, quindi a fini di lucro, e tanto bastava per negare alla medesima il beneficio dell'esonero dal pagamento dei contributi CUAF, atteso che il riconoscimento dello stesso beneficio è condizionato esclusivamente all'assenza di fine di lucro ("… purché non abbiano fini di lucro…", art. 23 bis D.L. cit.).
Come risulta dalla narrativa e dai motivi di ricorso, l'INPS di Livorno esige dalla Casa di cura "Villa Tirrena" della Congregazione Religiosa delle Suore Infermiere dell'Addolorata le somme precedentemente indicate a titolo di contributi annessi ed accessori, e cioè i contributi C.U.A.F. (Cassa Unica Assegni Familiari) pretesi in relazione al personale laico dipendente operante in quella Casa di Cura, appartenente alla detta Congregazione Religiosa, e da questa gestita direttamente, servendosi di suore sue congregate, con l'ausilio di personale laico. L'INPS nega infatti che la Casa di Cura "Villa Tirrena", gestita dalla predetta congregazione religiosa, rientri tra i soggetti esenti dal contributo C.U.A.F., come indicati all'art. 23 bis del D.L. 30 dicembre 1979 n. 663, convertito in legge 29 febbraio 1980 n. 33.
Per quanto concerne l'altro requisito, che cioè l'ente non abbia fine di lucro, i predetti giudici hanno evidenziato la differenza tra "avanzi di gestione", che non costituiscono "profitto" (bensì eventuale supero tra le "entrate" e le "uscite"), dal "fine di lucro". Infatti, come è evidenziato nella sentenza impugnata, ai sensi dell'art. 20 dello statuto della congregazione, viene esclusa ogni finalità di lucro, e l'eventuale supero tra le entrate e le uscite non costituisce, come precisato, mai profitto, ma avanzo di gestione da destinarsi al miglior conseguimento delle finalità istituzionali dell'ente. La Congregazione persegue infatti – come indicato nella sentenza impugnata – i suoi fini istituzionali attraverso la gestione di quattro case di cura – una delle quali è la Casa "Villa Tirrena" di Livorno, oggetto dell'accertamento degli ispettori INPS -, tre case di riposo per bisognosi ed anziani, due case missionarie – una in India e l'altra nelle Filippine -, con finalità sia sanitarie che assistenziali. E ciascuna casa – come riferito, non smentita, dalla legale rappresentante della Congregazione – ha un "proprio bilancio" di gestione: gli eventuali "utili" – evidenzia la Corte d'appello – confluiscono nel più ampio bilancio della Congregazione e, mentre alcune di tali strutture erogano la loro prestazione secondo un criterio di corrispettività, altre – come le case missionarie – operano secondo principi di solidarietà umana e sociale e, quindi, in totale assenza di alcun corrispettivo. In particolare – evidenzia la Corte del merito – le case di cura – e, tra esse, la casa di cura "Villa Tirrena" – operano in regime di convenzione con le AUSL ed applicano per le prestazioni erogate tariffe stabilite dalla Regione e dunque, le strutture che erogano le prestazioni dietro corrispettivo, hanno evidentemente delle entrate, che vanno a comporre la parte attiva del bilancio prima della struttura e, quindi, della Congregazione; allorché pertanto si determinano degli avanzi di gestione, cioè degli "utili", questi, per la finalità non lucrativa della Congregazione, vengono destinati a coprire le perdite di gestione delle strutture che operano in totale assenza di corrispettivo – come le case missionarie -, oppure in parziale assenza di corrispettivo – come le case di riposo e per bisognosi oppure in opere di adeguamento delle strutture esistenti alle vigenti normative o di dotazione delle stese di macchinari diagnostici indispensabili etc..
Va dunque affermato con i giudici di appello che l'"utile di gestione" della casa di cura predetta costituisce non il fine della Congregazione, ma il mezzo per il conseguimento delle finalità istituzionali dell'ente, complessivamente considerato, che -a differenza del comune imprenditore, che è libero di destinare i profitti della sua attività economica a propria discrezione – deve necessariamente impiegare tali "profitti" gestionali delle sue strutture al soddisfacimento di quei fini assistenziali e di beneficenza perseguiti, libero soltanto di graduare le priorità di intervento in tale ambito istituzionale.
Ed è peraltro importante evidenziare che la Corte di appello ha ritenuto che dagli accertamenti eseguiti dall'INPS sulla predetta casa di cura "Villa Tirrena" ed anche dall'indagine peritale non sono emerse deviazioni di sorta dalle finalità istituzionali, che cioè non vi sono elementi in atti che possano far pensare che i "profitti" realizzati dalla casa di cura non siano stati impiegati nel rispetto dell'obbligo statutario di destinazione al perseguimento di fini istituzionali.

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