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Timestamp: 2018-11-19 17:23:26+00:00

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Impugnazioni - Appello - Atti preliminari al giudizio - Proscioglimento predibattimentale "de plano" - Ammissibilità - Esclusione - Concorso di causa di estinzione del reato e di nullità assoluta e insanabile
L’ordinanza in esame rimette alle Sezioni Unite la questione se la Corte di cassazione debba dichiarare la nullità della sentenza predibattimentale pronunciata in violazione del contraddittorio con cui si dichiara l’estinzione del reato per prescrizione o debba, invece, dare prevalenza alla causa estintiva del reato. Sulla questione si registra infatti nella giurisprudenza di legittimità un contrasto.
Secondo un primo indirizzo nel giudizio di appello non è consentita la pronuncia predibattimentale di proscioglimento ex art. 469 c.p.p., non prevedendo la disciplina dell’appello alcun rinvio implicito o esplicito a questo epilogo, né il proscioglimento de plano ex art. 129 c.p.p., in quanto l’obbligo di immediata declaratoria di cause di non punibilità presuppone un esercizio di giurisdizione effettiva con pienezza di contraddittorio (Cass., sez. II 4 maggio 2016, n. 33741; Cass. Sez., VI 24 novembre 2015, n. 50013; Cass., sez. II, 4 ottobre 2012, n. 42411). Di conseguenza la pronuncia della sentenza di proscioglimento, anche per intervenuta prescrizione, pronunciata de plano in sede d’appello, determinerebbe una lesione del diritto del contraddittorio e richiederebbe la regressione del procedimento alla fase di appello.
Un diverso orientamento ritiene prevalenti le esigenze di definizione del procedimento e, in caso di accertata nullità della sentenza pronunciata de plano, nega la regressione quando sia maturata la prescrizione: il principio di immediata declaratoria di cause di non punibilità impone infatti che nel giudizio di cassazione, qualora ricorrano contestualmente una causa estintiva del reato e una nullità processuale assoluta e insanabile, sia data prevalenza alla prima, salvo che la valutazione della causa estintiva presupponga accertamenti specifici riservati al giudice di merito (Cass. sez., III, 7 luglio 2015, n. 42703; Cass. sez. IV 13 giugno 2014, n. 36896).
Appello - riforma sentenza di assoluzione - diverso apprezzamento di prova dichiarativa decisiva - dichiarazione di perito e di consulente tecnico - rinnovazione dibattimentale – necessità – esclusione.
Secondo un consolidato orientamento, fondato sulla giurisprudenza della Corte dei diritti dell’uomo (Corte EDU, sez. III, 5 luglio 2011, Dan. C. Moldavia) il giudice di appello non può pervenire a condanna, a riforma della sentenza di assoluzione di primo grado, basandosi esclusivamente o in modo determinante su una diversa valutazione delle fonti dichiarative senza aver proceduto, anche d'ufficio, ai sensi dell'art. 603, c. 3 c.p.p., a rinnovare l'istruzione dibattimentale attraverso l'esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo, ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado. In particolare l’obbligo di disporre la rinnovazione delle prove dichiarative è stato affermato anche con riguardo all’esame dei periti e dei consulenti tecnici dalla corte di Cassazione secondo la quale la rivalutazione delle perizie e delle consulenze in atti deve essere preceduta dal riascolto del teste, in considerazione della funzione svolta dal perito nel processo e delle modalità di acquisizione dei risultati a cui l’esperto è giunto nello svolgimento dell’incarico peritale (Cass., sez. II, 12 agosto 2015, n. 34843).
Di segno opposto la sentenza in esame in cui si afferma che la dichiarazione resa dal perito o dal consulente tecnico non costituisce prova dichiarativa assimilabile a quella del testimone, in quanto la loro relazione forma parte integrante della deposizione e può essere disattesa dal giudice, che può discostarsi da essa purché argomenti congruamente la propria diversa opinione. Pertanto in tale caso il giudice di appello non ha l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento di essa.
Revisione - in genere - sentenza di estinzione del reato con conferma delle statuizioni civili - assoggettabilità a revisione - ammissibilità.
Fin dai primi anni di applicazione del nuovo codice di rito, la giurisprudenza di legittimità ha costantemente escluso l’ammissibilità di una revisione della sentenza di proscioglimento, ancorché pregiudizievole sotto il profilo civilistico, invocando il principio di tassatività di cui all’art. 568, co. 1 c.p.p., valevole anche per le impugnazioni straordinarie, e la lettera dell’art. 629 c.p.p. che richiama solo le sentenze di condanna e quelle di patteggiamento, oltre ai decreti penali (Cass., sez. II, 23 febbraio 2016, n. 8864; Cass., sez. III, 3 marzo 2011, n. 24155; Cass., sez. V, 2 dicembre 2010 n. 2393; Cass., sez. V, 24 febbraio 2004, n. 15973; Cass., sez. VI, 30 novembre 1992, n. 4231; Cass., sez. I, 15 maggio 1992, n. 1672). Tale orientamento consolidato e mai smentito, viene ora messo in discussione dalla sentenza in esame che ammette la richiesta di revisione della sentenza definitiva di proscioglimento quando non sia pienamente liberatoria, come nel caso in cui, rilevata l’estinzione del reato agli effetti penali, il giudice dell’impugnazione si pronunci o confermi le statuizioni civili adottate in primo grado. Pur riconoscendo la natura straordinaria della revisione e la operatività del principio di tassatività delle impugnazioni, la corte di Cassazione fornisce una lettura dell’art. 629 c.p.p. in un’ottica di sistema diretta a porre rimedio alle conseguenze pregiudizievoli, anche se di natura civilistica, che risulti necessario rimuovere, in tempi sopravvenuti al giudicato.
Cass. Sez. II, 11 aprile 2016, n. 14529
Impugnazioni - abolitio criminis- proscioglimento con la formula «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato» -pronuncia sull’azione civile
Opposti orientamenti della Corte di cassazione si registrano sul potere del giudice dell’impugnazione di decidere in merito alle statuizioni civili, nel caso in cui debba prosciogliere «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato», in attuazione del d. dlg. 15 gennaio 2016 n. 7 “Disposizioni in materia di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili”. Secondo una pronuncia, tenuto conto del principio generale secondo il quale il giudice penale può decidere sulla domanda di parte civile solo in quanto contestualmente pervenga alla condanna dell’imputato, il proscioglimento «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato», a seguito dell’abrogazione della norma incriminatrice, preclude l’esame delle statuizioni civili, ai fini dell’eventuale conferma, non ricorrendo in tale ipotesi i casi eccezionali contemplati dagli artt. 578 e 576 c.p.p. (Cass. Sez. V, 14 aprile 2016, n. 15634). Nella sentenza in esame, al contrario, si sostiene, in forza di articolate argomentazioni, che il giudice dell’impugnazione nel dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato, decide sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili (Cass. Sez. II, 11 aprile 2016, n. 14529)
Cass., Sez. IV, 7.9.2015, n. 36059
Giudizio in cassazione - tenuità del fatto – applicazione nei procedimenti in corso - condizioni
L’applicazione della nuova causa di estinzione del reato per tenuità del fatto anche ai procedimenti in corso, precedenti la novella, ed anche nel giudizio di Cassazione dipende dalla verifica - in tale ultima ipotesi - della sussistenza delle condizioni di applicabilità del predetto istituto ricavabili da quanto emerge dalle risultanze processuali e dalla motivazione della decisione impugnata. Tale verifica non può condurre a un risultato favorevole al ricorrente se lo stesso, non solo si è reso responsabile della più grave tra le ipotesi criminose di cui all'art. 186 c.d.s., ma risulta altresì che il giudice di primo grado non ha ravvisato alcun specifico profilo di particolare tenuità del fatto, all'imputato essendo state negate anche le attenuanti generiche, con valutazione motivatamente condivisa dal giudice di appello e pertanto incensurabile.
Cass. sez. V, 16 gennaio 2015, n.2291
Impugnazioni - parte civile - sentenza dichiarativa dell’estinzione del reato per intervenuto risarcimento dei danni pronunciata dal giudice di pace - legittimazione della parte civile alla proposizione dell'appello - limiti.
In tema di reati di competenza del giudice di pace, la giurisprudenza si è divisa sulla legittimazione della parte civile ad impugnare la sentenza dichiarativa dell'estinzione del reato per intervenuto risarcimento dei danni: in alcune pronunce si è ritenuto sussistente l’interesse della parte civile ad impugnare la sentenza emessa ai sensi dell’art. 35 d.lgs. n. 274 del 2000, atteso che detta pronuncia contiene valutazioni incidenti nel merito della pretesa civilistica e potenzialmente pregiudizievoli per gli interessi della parte (Cass. 14 maggio 2008, ord. n.23527; Cass. sez. V, 23 settembre 2009, n.40876); più di recente si escluso in capo alla parte civile l’interesse ad impugnare, anche ai soli fini civili, la sentenza dichiarativa dell'estinzione del reato per intervenuto risarcimento dei danni, in quanto la pronuncia, limitandosi ad accertare la congruità del risarcimento offerto ai soli fini dell'estinzione del reato, e non contenendo alcun capo concernente gli interessi civili sull'esistenza del danno e sulla sua entità, non produce alcun effetto pregiudizievole nei confronti della stessa (Cass. sez. IV, 15 gennaio 2015, 4610; Cass. sez. V, 26 giugno 2014, n. 30535; Cass. sez. IV 18 febbraio 2014, n. 46368). La soluzione del contrasto giurisprudenziale è stata rimessa alle Sezioni Unite dalla quinta sezione della Corte di cassazione con l’ordinanza in esame.
Cass. sez. I, 15 gennaio 2015, n. 1776
Impugnazioni - cassazione - ricorso - in genere - ricorso straordinario per errore di fatto - proposizione contro decisione relativa a revisione - ammissibilità
La Prima Sezione ha affermato che il ricorso straordinario per errore materiale o di fatto, di cui all’art. 625 bis cod. proc. pen., è azionabile anche contro decisioni della Corte di cassazione conclusive di un giudizio di revisione. La pronuncia si pone in contrasto con la linea interpretativa affermatasi fino ad ora nella giurisprudenza di legittimità, che esclude dall’ambito applicativo dell’art. 625 bis c.p.p. le sentenze della Corte di cassazione in tema di revisione, affermando che il ricorso straordinario può avere come oggetto soltanto una sentenza che rende definitiva la condanna dell'imputato e non anche provvedimenti di altra natura, seppure collegati in modo indiretto con la pronuncia definitiva di condanna (Cass. Sez. V, 13 settembre 2006, n.30373; Cass., sez. VI, 1 febbraio 2007, n. 4124; Cass. sez. III, 25 novembre 2011, n. 43697)
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References: sentenza 
 art. 469
 art. 129
 Cass. 
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 Cass. sez. 
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Cass. Sez. 
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