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Timestamp: 2019-08-23 14:37:15+00:00

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Art. 279 cod. proc. civile: Forma dei provvedimenti del collegio | La Legge per tutti
Il collegio pronuncia ordinanza quando provvede soltanto su questioni relative all’istruzione della causa, senza definire il giudizio, nonché quando decide soltanto questioni di competenza. In tal caso, se non definisce il giudizio, impartisce con la stessa ordinanza i provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa (1).
2) quando definisce il giudizio, decidendo questioni pregiudiziali attinenti al processo o questioni preliminari di merito (2);
4) quando, decidendo alcune delle questioni di cui ai numeri 1, 2 e 3, non definisce il giudizio e impartisce distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa (3);
5) quando, valendosi della facoltà di cui agli articoli 103, secondo comma, e 104, secondo comma, decide solo alcune delle cause fino a quel momento riunite, e con distinti provvedimenti dispone la separazione delle altre cause (4) e l’ulteriore istruzione riguardo alle medesime, ovvero la rimessione al giudice inferiore delle cause di sua competenza.
I provvedimenti del collegio, che hanno forma di ordinanza, comunque motivati, non possono mai pregiudicare la decisione della causa; salvo che la legge disponga altrimenti, essi sono modificabili e revocabili dallo stesso collegio (5), e non sono soggetti ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze. Le ordinanze del collegio sono sempre immediatamente esecutive. Tuttavia, quando sia stato proposto appello immediato contro una delle sentenze previste dal n. 4 del secondo comma, il giudice istruttore, su istanza concorde delle parti, qualora ritenga che i provvedimenti dell’ordinanza collegiale siano dipendenti da quelli contenuti nella sentenza impugnata, puo’ disporre con ordinanza non impugnabile che l’esecuzione o la prosecuzione dell’ulteriore istruttoria sia sospesa sino alla definizione del giudizio di appello.
Questioni di giurisdizione: sono le questioni relative alla sussistenza in capo al giudice adìto della giurisdizione (es.: non potrebbe il tribunale ordinario conoscere della lesione di un interesse legittimo, essendone devoluta la cognizione al giudice amministrativo). Il difetto di giurisdizione può essere rilevato dal giudice o eccepito dalle parti, nei modi e termini di cui all’art. 37.
Questioni pregiudiziali attinenti al processo: si tratta delle questioni pregiudiziali di rito attinenti a presupposti diversi dalla giurisdizione o competenza del giudice adìto.
(1) Per stabilire se il provvedimento emesso abbia natura di sentenza o di ordinanza, ai fini dell’assoggettabilità o meno ai mezzi di impugnazione, occorre verificare gli effetti giuridici che esso è destinato a produrre e non avere riguardo alla forma o alla qualifica attribuita dal giudice. Avrà il carattere dell’ordinanza il provvedimento che dispone circa l’attività consentita alle parti; avrà il carattere delle sentenze il provvedimento con il quale il giudice pronunzia sul merito della controversia o sui presupposti e condizioni processuali.
(2) Affinché la sentenza possa concludere il giudizio è necessario che le questioni di cui ai nn. 1 e 2 siano decise in senso ostativo all’esame del merito e cioè che il giudice accerti e dichiari il proprio difetto di giurisdizione, o, ad esempio, la carenza di una delle condizioni dell’azione (es.: la legittimazione ad agire).
(3) Si tratta di quella pronuncia con la quale l’organo giudicante, pur statuendo sulle questioni di cui ai nn. 1, 2 e 3 in senso non ostativo all’esame del merito, ritiene che la causa sia solo parzialmente matura per la decisione, per cui decide soltanto sulle domande in ordine alle quali siano stati acquisiti sufficienti elementi di giudizio, disponendo per le altre, con separata ordinanza, la prosecuzione dell’istruttoria. Tale pronuncia non va contrapposta a quella di cui all’art. 277: si tratta, infatti, della medesima pronuncia, avendo l’articolo in commento unicamente la funzione di conferirle la forma della sentenza non definitiva. Peraltro, le ipotesi nelle quali è consentito al giudice di frazionare la decisione della causa devono essere considerate tassative. Non potrebbe, infatti, l’organo giudicante, in difetto di espressa previsione legislativa, avvalersi di un siffatto meccanismo.
(4) Il provvedimento con il quale viene disposta la separazione ha natura ordinatoria e, in quanto tale, non è soggetto ai mezzi di impugnazione propri delle sentenze, neanche al ricorso per cassazione ex art. 111 Cost.
(5) L’ordinanza collegiale, pur quando esamini questioni processuali e di merito, non può mai considerarsi come un’anticipazione della sentenza definitiva e può essere sempre revocata o modificata dal collegio che l’ha emanata, salvo i casi in cui la legge disponga altrimenti. Ove il suo contenuto sia contrastante con quello della sentenza pronunciata nel medesimo grado di giudizio non si determina contraddittorietà della motivazione, dovendosi ritenere l’ordinanza, implicitamente, modificata o revocata dalla sentenza.
Criteri di distinzione e caratteristiche
Si definiscono sentenze, soggette agli ordinari mezzi di impugnazione e suscettibili, in mancanza, di passare in giudicato i provvedimenti che, in base all’art. 279 c.p.c., contengono una statuizione di natura decisoria, anche qualora non definiscono il giudizio.
Trib. Bologna, 14 febbraio 2012.
Al fine di stabilire se un provvedimento abbia natura di ordinanza o di sentenza, occorre aver riguardo, non già alla forma adottata, ma al suo contenuto (cosiddetto «principio di prevalenza della sostanza sulla forma»). Pertanto, siccome il provvedimento - impropriamente qualificato ordinanza - con cui il giudice monocratico affermi (decidendo la relativa questione senza definire il giudizio) la propria giurisdizione ha natura di sentenza non definitiva ai sensi dell’art. 279 c.p.c., secondo comma, numero 4, deve ritenersi preclusa, in mancanza di riserva di impugnazione (la cui omissione determina il passaggio in giudicato della relativa decisione), la riproposizione della questione di giurisdizione attraverso l’impugnazione della sentenza definitiva, non rilevando che, con quest’ultima, lo stesso giudice abbia poi ribadito la propria giurisdizione.
Cass., Sez. Un., 24 febbraio 2005, n. 3816.
Provvedimento sulla competenza
La statuizione sull'incompetenza, pur se resa con ordinanza dopo la modifica dell'art. 279 c.p.c. da parte della l. n. 69/2009, deve seguire un'udienza di precisazione delle conclusioni e postula comunque la statuizione sulle spese.
Tribunale Reggio Emilia sez. II 05 febbraio 2015
Al fine di stabilire se un provvedimento abbia natura di sentenza o di ordinanza, è decisiva non già la forma adottata ma il suo contenuto (cosiddetto principio della prevalenza della sostanza sulla forma), di modo che allorquando il giudice, ancorché con provvedimento avente veste formale di ordinanza, abbia, senza definire il giudizio, deciso una o più delle questioni di cui all’art. 279 c.p.c. - in particolare affermando la propria giurisdizione - a detto provvedimento va riconosciuta natura di sentenza non definitiva ai sensi dell’art. 279, comma 2, n. 4, c.p.c. (Cass. lav., 7 aprile 2006, n. 8174): con l’ulteriore conseguenza - riguardo alla sentenza del giudice di pace secondo equità - che, a norma dell’art. 361 c.p.c., avverso la stessa va fatta riserva di ricorso per cassazione o deve essere proposto ricorso immediato, determinandosi, in difetto, il passaggio in giudicato della decisione, senza che rilevi in contrario che, nella sentenza definitiva, lo stesso giudice abbia poi ribadito la propria giurisdizione.
Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2005, n. 20470.
Le decisioni sulla giurisdizione (o sulla competenza) sono definitive solo se negative, ossia ostative alla prosecuzione del processo; conseguentemente la sentenza con la quale sia affermata la giurisdizione dell’a.g.o. e siano date disposizioni per la prosecuzione del processo dinanzi ad altro giudice competente per territorio, rientra tra le sentenze non definitive di cui all’art. 279 n. 1 e 4 del codice di rito ed è assoggettabile alla riserva facoltativa di cui al successivo art. 340, riserva (nella specie poi sciolta con l’appello avverso la sentenza definitiva) che, non richiedendo particolari forme, può rinvenirsi nell’eccezione proposta nell’atto di costituzione in sede di riassunzione.
Cass., Sez. Un., 8 luglio 2005, n. 14330.
In caso di rimessione della causa a sentenza ai sensi dell’art. 187 del codice di procedura civile, per la decisione di una questione preliminare di merito o pregiudiziale di rito, il collegio è investito del potere di decisione dell’intera controversia ed, in mancanza di conclusioni istruttorie, deve decidere la causa allo stato delle emergenze istruttorie eventualmente esistenti.
Cass. 7 settembre 2004, n. 17992.
Allorquando il giudice dichiara la propria incompetenza, chiudendo il processo davanti a sé, è tenuto a provvedere sulle spese giudiziali, non potendo rimettere la relativa pronuncia al giudice dichiarato competente, atteso che tale dichiarazione chiude il processo avanti a detto giudice.
Cass. 20 ottobre 2006, n. 22541.
È inammissibile il ricorso per cassazione proposto - sull’assunto che il provvedimento abbia natura di sentenza parziale ai sensi del n. 4 del secondo comma dell’art. 279 c.p.c. - avverso l’ordinanza con cui in sede di giudizio di appello sia stata rigettata l’istanza di integrazione del contraddittorio ai sensi dell’art. 331 c.p.c., poiché la questione circa la ricorrenza dei presupposti per l’ordine di integrazione non costituisce né una questione preliminare di merito né una questione pregiudiziale attinente al processo ai sensi del suddetto secondo comma dell’art. 279, dato che le questioni alle quali fa riferimento tale norma sono soltanto quelle idonee - ove decise in un certo senso - a definire il giudizio, mentre la decisione sulla ricorrenza o meno di una situazione di integrazione del contraddittorio agli effetti dell’art. 331 c.p.c., tanto se positiva, quanto se negativa, non può mai di per sé porre fine al processo. C
ass. 12 gennaio 2007, n. 449.
Quando il giudice istruttore opera come giudice monocratico, il provvedimento, con cui dichiara che il processo si è estinto, non è soggetto a reclamo e, siccome determina la chiusura del processo in base alla decisione di una questione pregiudiziale attinente al processo, ha natura di sentenza, anche se emesso in forma di ordinanza, con la sua conseguente impugnabilità mediante appello, Analogamente, il provvedimento del giudice monocratico che dichiara estinto il giudizio di appello, così definendolo, può essere impugnato solo con ricorso per cassazione, senza che l’eventuale adozione della forma dell’ordinanza valga a modificare il decorso dei termini ordinari di impugnazione.
Cass. 3 luglio 2008, n. 18242.
La emanazione di una sentenza non definitiva, che ai sensi dell’art. 279 c.p.c., comma 2, n. 4, ha deciso questioni preliminari di merito, non chiude il giudizio; ne consegue che, se nella prosecuzione della causa muta il procuratore, a seguito della cancellazione dall’Albo del precedente difensore, è al nuovo procuratore (costituito al momento della notifica), e non alla parte personalmente, che, ai sensi dell’art. 330 c.p.c., primo comma, va notificato il ricorso per Cassazione avverso la sentenza non definitiva.
Cass. lav., 3 gennaio 2005, n. 48.
Comma 2 n. 4: ordinanza di prosecuzione del giudizio
Allorché la domanda di arricchimento senza causa, proposta per la prima volta dal creditore opposto nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, emesso con riguardo alla sua domanda di adempimento, sia stata respinta dal giudice del merito, senza che la relativa statuizione sia stata impugnata con ricorso incidentale da parte del preteso arricchito, unico soggetto interessato alla sua eventuale censurabilità, si forma il giudicato implicito sulla questione pregiudiziale relativa alla proponibilità della domanda ex art. 2041 c.c., in quanto la mancata impugnazione costituisce sintomo di un comportamento incompatibile con la volontà di far valere in sede di impugnazione la questione pregiudiziale (che dà luogo ad un capo autonomo della sentenza e non costituisce un mero passaggio interno della decisione di merito, come si desume dall’art. 279, secondo comma, n. 2 e 4, c.p.c.), in tal modo verificandosi il fenomeno dell’acquiescenza per incompatibilità, con le conseguenti preclusioni sancite dagli artt. 324 e 329, comma 2, c.p.c., in coerenza con i principi dell’economia processuale e della durata ragionevole del processo, di cui all’art. 111 Cost.
Cass., Sez. Un., 26 gennaio 2011, n. 1764.
Comma 2 n. 5: provvedimento di separazione cause riunite
Nel rapporto tra il giudizio di impugnazione di una sentenza parziale e quello che sia proseguito davanti al giudice che ha pronunciato detta sentenza, l’unica possibilità di sospensione di quest’ultimo giudizio è quella su richiesta concorde delle parti, ai sensi dell’art. 279, co. 4, c.p.c., restando esclusa sia la sospensione ai sensi dell’art. 295, c.p.c., sia la sospensione ai sensi del secondo comma dell’art. 337, c.p.c., per l’assorbente ragione che il giudizio è unico e che per tale ragione la sentenza resa in via definitiva è sempre soggetta alle conseguenze di una decisione incompatibile sulla statuizione oggetto della sentenza parziale.
App. Roma, 11 gennaio 2012.
La possibilità di emettere sentenza non definitiva per la decisione del merito della causa senza definire il giudizio, con la pronuncia di separata ordinanza contenente i provvedimenti per l’ulteriore istruzione, ai sensi dell’art. 279, secondo comma, n. 4, c.p.c., presuppone, nel caso di domanda di risarcimento del danno, che la prova di questo sia stata già acquisita e non debba essere formata per la prima volta, ma solo integrata nel prosieguo dell’istruttoria, secondo il giudizio insindacabile nel merito del giudice.
Cass. 23 settembre 2011, n. 19463.
Criteri di definizione e di accertamento
I provvedimenti che, ai sensi dell’art. 279 c.p.c., contengono una statuizione di natura decisoria (sulla giurisdizione, sulla competenza, ovvero su questioni pregiudiziali del processo o preliminari di merito) anche quando non definiscono il giudizio, ancorché qualificati ordinanza, vanno considerati sentenze non definitive, con la conseguenza che la statuizione ivi contenuta non può essere, neppure implicitamente, revocata o modificata dalla sentenza (definitiva), atteso che il frazionamento della decisione comporta l’esaurimento del potere giurisdizionale per la parte della controversia decisa con la sentenza interlocutoria, ancorché avente forma di ordinanza.
Cass. lav., 4 febbraio 2005, n. 2237.
La sentenza del tribunale superiore delle acque pubbliche che decida una questione di merito senza definire il giudizio è impugnabile soltanto con la sentenza definitiva a norma dell’art. 202 del t.u. sulle acque, che opera un rinvio recettizio al codice di procedura civile del 1865, sicché l’espressione «decisione interlocutoria» contenuta in quest’ultimo deve interpretarsi come corrispondente alla nozione di sentenza che, pur decidendo il merito, non definisce il giudizio e impartisce distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa, secondo le previsioni dell’art. 279, secondo comma, n. 4 c.p.c.; pertanto, il soccombente non ha l’onere di formulare riserva di ricorso per cassazione avverso la sentenza che decide sull’an del risarcimento del danno, che sarà impugnabile insieme a quella sul quantum.
Cass., Sez. Un., 5 aprile 2007, n. 8520.
Effetti della pronuncia non definitiva
Allorquando in una controversia nella quale si sia realizzato un cumulo soggettivo ed oggettivo di domande, il giudice proceda alla separazione di una o di alcune domande dalle altre e su di esse pronunci successivamente sentenza declinatoria sulla competenza, il contraddittorio nel giudizio di regolamento di competenza introdotto contro tale sentenza riguarda esclusivamente le parti del giudizio relativo alla domanda o alle domande su cui, a seguito della separazione, sia stata pronunciata la decisione relativa alla competenza e non si pone alcun problema di applicabilità del regime di cui agli artt. 331 e 332 c.p.c. nei riguardi delle parti delle cause non decise. Tale problema si pone, invece, allorquando il giudice provveda alla separazione in sede decisoria, ai sensi dell’art. 279, comma 2 n. 5, c.p.c., e cioè, nel procedere alla decisione della controversia in cui il cumulo si sia realizzato, declini la competenza soltanto su alcune delle cause e, con separato provvedimento ordinatorio, disponga la separazione delle altre cause e l’ulteriore prosieguo del giudizio su di esse (o le rimetta o ne rimetta alcune al giudice di competenza inferiore), atteso che in tale caso la sentenza sulla competenza, non essendo stata la decisione preceduta dalla separazione, si deve intendere pronunciata tra tutte le parti del giudizio cumulato, essendo ancora le cause riunite, con la conseguenza che occorre stabilire se fra le cause destinatarie di tali diversi provvedimenti vi fosse un nesso di scindibilità o di inscindibilità e, quindi, debba applicarsi al regolamento di competenza la disciplina dell’art. 331 o quella dell’art. 332 c.p.c.
Cass. 18 gennaio 2005, n. 898.
Il carattere parziale o non definitivo della sentenza di primo grado comporta che il gravame debba riguardare soltanto la questione affrontata da tale sentenza, con la conseguenza che, da un lato, l’appellante non è obbligato a riproporre le altre domande od eccezioni non esaminate in primo grado e, dall’altro, il giudice di secondo grado investito dell’appello avverso tale decisione ha il potere di cognizione limitatamente alla questione decisa dalla sentenza appellata, né può, riformando tale pronuncia, procedere all’esame di altre questioni, atteso che la sentenza di riforma resa dallo stesso giudice si inserisce immediatamente, con il suo contenuto decisorio parziale, nel processo eventualmente sospeso od ancora pendente davanti al giudice a quo.
Cass. 8 aprile 2003, n. 5456.
I vizi della sentenza non definitiva non si traducono, automaticamente, in vizi propri della sentenza definitiva e non possono, quindi, essere fatti valere in via autonoma contro quest’ultima. I motivi del ricorso per cassazione, infatti, devono ricollegarsi direttamente al contenuto (o alle omissioni) della sentenza impugnata. C
ass. 10 luglio 2003, n. 10860.
Istanza concorde delle parti
La sospensione dell’esecuzione o della prosecuzione della ulteriore istruttoria che il giudice istruttore può disporre, ai sensi dell’art. 279 c.p.c., nel caso in cui sia stata impugnata la sentenza non definitiva con la quale il collegio, decidendo su alcune questioni, abbia impartito distinti provvedimenti per il prosieguo della causa, presuppone oltre che un rapporto di dipendenza tra i fatti da accertare e quelli decisi - per cui appaia opportuna la sospensione di ogni attività istruttoria fino alla definizione del giudizio d’appello - anche la concorde istanza delle parti, con la conseguenza che la sospensione non può essere disposta d’ufficio.
Cass. 28 febbraio 1989, n. 1089.
Rapporto con l’art. 295
Non sussiste l’obbligo del giudice di sospendere il processo, proseguito dopo la pronuncia di sentenza non definitiva, a causa della intervenuta impugnazione di quest’ultima, non essendo configurabile il rapporto di pregiudizialità giuridica (tra il giudizio in fase di impugnazione e quello in fase di prosecuzione) richiesto dall’art. 295 c.p.c., sia perché tale norma prevede la sospensione del processo civile quando la decisione «dipenda» dalla definizione di altra (e non dalla stessa) causa (che prosegue sino alla sentenza definitiva), sia perché non può sussistere possibilità alcuna di conflitto tra i due giudicati, che costituisce, invece, la finalità della disposizione.
Cass. 2 febbraio 2004, n. 6491.
Modifiche apportate dalla riforma
La soppressione dell’inciso contenuto nel primo comma dell’art. 91 c.p.c. (“eguale provvedimento emette nella sua sentenza il giudice che regola la competenza”) dovuta all’art. 45, comma decimo, della legge 18 giugno 2009, n. 69, non ha determinato il venire meno del potere della Corte di cassazione di provvedere sulle spese del regolamento di competenza tanto se la decisione sia d’inammissibilità od improcedibilità, tanto se se abbia ad oggetto una statuizione sulla competenza o sulla sospensione del processo ai sensi dell’art. 295 c.p.c. Allo stesso modo la modifica normativa non ha inciso sull’analogo potere del giudice di merito di provvedere sulle spese di lite nel provvedimento con il quale abbia declinato la propria competenza, trattandosi di un’ordinanza (art. 279 c.p.c.) che ha valore di sentenza in senso sostanziale, in quanto idonea a chiudere il processo davanti al giudice che l’ha emessa.
Cass. 9 novembre 2011, n. 23359.

References: sentenza 
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 art. 111
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 sentenza 
 art. 340
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Cass. 

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 art. 2041
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