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Timestamp: 2020-03-29 17:55:37+00:00

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Diritto d'autore. Vietato citare negli articoli i nomi dei siti pirati - Editoria.tv
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Diritto d’autore. Vietato citare negli articoli i nomi dei siti pirati
Esplora il significato del termine: Dove finisce il diritto d’informare e dove inizia la tutela della proprietà intellettuale?Mentre il contestato regolamento dell’Agcom sul copyright online è ancora in fase di discussione pubblica, una recente sentenza fissa nuovi paletti, dando sempre meno spazio all’informazione e maggior tutela a chi vanta diritti d’esclusiva per lo sfruttamento commerciale di eventi sportivi. Il quotidiano on line “Il Post”, diretto da Luca Sofri, è stato recentemente condannato in via definitiva all’ammenda di 10.000 euro e all’onere della pubblicazione della sentenza (oltre al pagamento delle spese processuali), per aver informato i propri lettori sui portali che ospitano link attraverso i quali si possono vedere in diretta streaming le partite di calcio. Reti Televisive Italiane spa e Lega Calcio hanno infatti sostenuto davanti al giudice che la pubblicazione di notizie che danno indicazioni al pubblico sull’esistenza di siti “pirata” era lesiva dei propri interessi e violava la proprietà intellettuale. Lamenta “il Post” che nell’argomentare il proprio ricorso RTI abbia pure affermato che dare questo tipo di informazioni equivalesse a indicare ai lettori “i nomi, gli indirizzi e l’ora di ricevimento delle singole prostitute” o “i numeri telefonici degli spacciatori”. La diffida si chiudeva con la richiesta di “interrompere ogni attività informativa che contribuisca ad agevolare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti audiovisivi licenziati dalla Lega Calcio”. Pur riconoscendo che la testata non ha ottenuto alcun vantaggio economico “diretto” nel dare queste notizie, il giudice ha accolto tutte le richieste di RTI e Lega Calcio ingiungendo al Post di non dare più nessuna informazione sull’esistenza online di siti che trasmettano le partite senza averne i diritti. E di non linkare mai più, in nessuna altra pagina vecchia o nuova del suo quotidiano on line, l’articolo di approfondimento pubblicato sul Post il 10 febbraio 2012, in cui erano nominati i portali che raccolgono i siti di streaming. I giudici – dicono al Post – ammettono che quell’articolo è legittimo e correttamente informativo. Ma non è linkabile. Nell’ordinanza del Tribunale di Roma si afferma che la finalità della testata: “non è quella di porre il pubblico a conoscenza dell’illiceità di questo fenomeno, quanto piuttosto di offrire al pubblico medesimo uno strumento per l’immediata e facile individuazione dei siti pirata dove è possibile vedere gratuitamente l’evento”. Al Post viene contestato: “che lo scopo realmente perseguito sia quello di pubblicare informazioni che abbiano un contenuto di forte richiamo per i lettori e conseguentemente per gli inserzionisti pubblicitari”.
Detto che pubblicare notizie che abbiano “forte richiamo per i lettori” e attrarre investimenti pubblicitari è una prassi comune nel giornalismo e nell’editoria da più di due secoli, è evidente che RTI e Lega Calcio, che muovono interessi economici di miliardi di euro, siano ben poco interessati all’ammenda e ben più determinati a sancire un principio. E il Tribunale ha dato loro ragione, anche a rischio di comprimere in maniera significativa l’ambito del diritto all’informazione sancito dall’articolo 21 della Costituzione. Dura lex sed lex, dicevano i romani. Tuttavia questa sentenza pone molti dubbi giuridici. Esperti di diritto e tutela del copyright, commentando su Wired la sentenza, fanno notare che: “non è stata punita la violazione diretta del diritto d’autore quanto il contributo offerto, in via mediata, da Il Post nelle violazioni del diritto d’autore commesse dai fornitori di servizi di streaming illegali…” e si interrogano se le esigenze di protezione del copyright possano costituire un limite così forte alla libertà di espressione. Per puro esercizio giornalistico abbiamo infine provato a digitare sui principali motore di ricerca le parole: “guardare le partite on line gratis”. Ne sono uscite centinaia di pagine con link a siti di tutto il mondo da cui si può accedere tranquillamente ai servizi di streaming pirata (sovente localizzati in Cina o nei paesi dell’est Europa) e guardarsi una partita completamente gratis. Un’evidente asimmetria: una piccola testata giornalistica viene condannata per aver dato questa informazione mentre tutti i motori di ricerca globali (che fatturano miliardi) continuano liberamente a pubblicare i link, senza problemi, ogni giorno.Dove finisce il diritto d’informare e dove inizia la tutela della proprietà intellettuale?Mentre il contestato regolamento dell’Agcom sul copyright online è ancora in fase di discussione pubblica, una recente sentenza fissa nuovi paletti, dando sempre meno spazio all’informazione e maggior tutela a chi vanta diritti d’esclusiva per lo sfruttamento commerciale di eventi sportivi. Il quotidiano on line “Il Post”, diretto da Luca Sofri, è stato recentemente condannato in via definitiva all’ammenda di 10.000 euro e all’onere della pubblicazione della sentenza (oltre al pagamento delle spese processuali), per aver informato i propri lettori sui portali che ospitano link attraverso i quali si possono vedere in diretta streaming le partite di calcio. Reti Televisive Italiane spa e Lega Calcio hanno infatti sostenuto davanti al giudice che la pubblicazione di notizie che danno indicazioni al pubblico sull’esistenza di siti “pirata” era lesiva dei propri interessi e violava la proprietà intellettuale. Lamenta “il Post” che nell’argomentare il proprio ricorso RTI abbia pure affermato che dare questo tipo di informazioni equivalesse a indicare ai lettori “i nomi, gli indirizzi e l’ora di ricevimento delle singole prostitute” o “i numeri telefonici degli spacciatori”. La diffida si chiudeva con la richiesta di “interrompere ogni attività informativa che contribuisca ad agevolare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti audiovisivi licenziati dalla Lega Calcio”. Pur riconoscendo che la testata non ha ottenuto alcun vantaggio economico “diretto” nel dare queste notizie, il giudice ha accolto tutte le richieste di RTI e Lega Calcio ingiungendo al Post di non dare più nessuna informazione sull’esistenza online di siti che trasmettano le partite senza averne i diritti. E di non linkare mai più, in nessuna altra pagina vecchia o nuova del suo quotidiano on line, l’articolo di approfondimento pubblicato sul Post il 10 febbraio 2012, in cui erano nominati i portali che raccolgono i siti di streaming. I giudici – dicono al Post – ammettono che quell’articolo è legittimo e correttamente informativo. Ma non è linkabile. Nell’ordinanza del Tribunale di Roma si afferma che la finalità della testata: “non è quella di porre il pubblico a conoscenza dell’illiceità di questo fenomeno, quanto piuttosto di offrire al pubblico medesimo uno strumento per l’immediata e facile individuazione dei siti pirata dove è possibile vedere gratuitamente l’evento”.
Al Post viene contestato: “che lo scopo realmente perseguito sia quello di pubblicare informazioni che abbiano un contenuto di forte richiamo per i lettori e conseguentemente per gli inserzionisti pubblicitari”.
Detto che pubblicare notizie che abbiano “forte richiamo per i lettori” e attrarre investimenti pubblicitari è una prassi comune nel giornalismo e nell’editoria da più di due secoli, è evidente che RTI e Lega Calcio, che muovono interessi economici di miliardi di euro, siano ben poco interessati all’ammenda e ben più determinati a sancire un principio. E il Tribunale ha dato loro ragione, anche a rischio di comprimere in maniera significativa l’ambito del diritto all’informazione sancito dall’articolo 21 della Costituzione.
Dura lex sed lex, dicevano i romani. Tuttavia questa sentenza pone molti dubbi giuridici. Esperti di diritto e tutela del copyright, commentando su Wired la sentenza, fanno notare che: “non è stata punita la violazione diretta del diritto d’autore quanto il contributo offerto, in via mediata, da Il Post nelle violazioni del diritto d’autore commesse dai fornitori di servizi di streaming illegali…” e si interrogano se le esigenze di protezione del copyright possano costituire un limite così forte alla libertà di espressione.
Per puro esercizio giornalistico abbiamo infine provato a digitare sui principali motore di ricerca le parole: “guardare le partite on line gratis”. Ne sono uscite centinaia di pagine con link a siti di tutto il mondo da cui si può accedere tranquillamente ai servizi di streaming pirata (sovente localizzati in Cina o nei paesi dell’est Europa) e guardarsi una partita completamente gratis. Un’evidente asimmetria: una piccola testata giornalistica viene condannata per aver dato questa informazione mentre tutti i motori di ricerca globali (che fatturano miliardi) continuano liberamente a pubblicare i link, senza problemi, ogni giorno.
Fonte parz: www.corriere.it
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divieto citare siti pirati
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