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Timestamp: 2018-12-19 03:49:23+00:00

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Michelstaedter e le donne | Leussô - Associazione di Studi Umanistici
Michelstaedter e le donne
Il titolo dello scritto più noto di Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica[1], enuncia, con la semplicità e la radicalità di cui forse solo i giovani sono capaci, la dicotomia fondamentale che governa da sempre (insuperabilmente, forse) l’esistenza. Essa può affermarsi in modo autentico quando sappiamo essere permanentemente presenti a noi stessi, in un qui e ora che sembra farsi – per dirla al modo di Nietzsche – “attimo immenso”; oppure può negarsi, assumendo le forme variabili dell’inautentico, come tentativo, sempre di nuovo destinato al fallimento, di colmare la distanza tra l'individuo e le cose, tra l'io e il mondo, tra noi e gli altri. E, perché no, anche quella, drammaticamente incolmabile, tra l'uomo e la donna: «Non baci, non amplessi o quante altre dimostrazioni l'amore inventi li potranno compenetrare l'uno dell'altro: ma saranno sempre due, e ognuno solo e diverso di fronte all'altro» (PR, pp. 8-9).
Si tratta – provo a esprimere questa contrapposizione con un binomio che fu caro a Erich Fromm – di decidere se, per vivere in modo pienamente umano, sia necessario essere oppure sia sufficiente, per considerarsi uomini, il desiderio di avere[2]: intendiamo consistere nel presente, vivendo fino in fondo la nostra vita, oppure ci accontentiamo di mettere in atto un progetto che ci consenta di impadronirci, fagocitandoli, dei nostri simili e delle cose che ci circondano e delle quali, a torto o a ragione, riteniamo di avere bisogno? Siamo capaci di amare l'altro per ciò che è, oppure – ne siamo o meno consapevoli – quel che vogliamo davvero è sottometterlo al nostro dominio? Abbiamo la capacità di dare, oppure ci ostiniamo sempre di nuovo a chiedere?[3]Tutte domande che, a ben vedere, convergono in una sola: «Sei persuaso o no di ciò che fai?» (PR, p. 31), chiede Michelstaedter a ciascuno di noi, mettendoci con le spalle al muro e costringendoci a un faccia a faccia con noi stessi del quale solo pochi, tuttavia, sembrano essere davvero capaci e che i più, viceversa, eludono sempre di nuovo, ciascuno organizzando, nei mille modi diversi in cui è possibile organizzarla, la propria finzione di vita.
Nella breve “Prefazione” a La persuasione e la rettorica (una pagina folgorante, che è stata collocata per la prima volta nella posizione che le compete da Sergio Campailla, in occasione della pubblicazione della prima edizione critica dell'opera, che uscì presso Adelphi nel 1982[4]), Carlo Michelstaedter propone una sorta di vero e proprio “catalogo” di quei rari uomini i quali, con le loro parole, hanno costellato, tanto incisivamente quanto inutilmente, la storia dell'umanità, percorrendo, ciascuno a proprio modo, la via della persuasione. «I pochi che l'hanno percorsa con onestà – egli scrive –, si sono poi ritrovati allo stesso punto, e a chi li intende appaiono per diverse vie sulla stessa via luminosa» (PR, p. 62). Ma i più, su questa via, «si stancano» (PR, p. 53) e costruiscono una rete di relazioni fittizie che dia loro «l'illusione di camminare» (PR, p. 82).
Hanno parlato, i Persuasi, hanno pronunciato parole irrinunciabili e ineludibili, ma gli uomini non hanno saputo, voluto o potuto prestare ascolto al logos che si rifletteva, trovando voce ed espressione, nelle loro parole. L'ineludibile è stato sistematicamente eluso, e – Carlo ne è perfettamente consapevole – alla stessa sorte sono destinate anche le parole che egli stesso ha scritto, nonostante in esse egli abbia messo tutta intera la propria vita[5]:
Io lo so che parlo perché parlo ma che non persuaderò nessuno; e questa è disonestà […]. Eppure quanto io dico è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole (PR, p. 3).
La “Prefazione” alla Persuasione si apre con la denuncia dell'irrimediabile estromissione dell'orizzonte dell'umano da ogni possibilità di redenzione e di salvezza. Se volessimo provare a tradurre tutto questo nel linguaggio di Parmenide e di Eraclito, potremmo dire che, laddove i (rarissimi) Persuasi hanno saputo inoltrarsi lungo il Sentiero del giorno, i più, all'opposto, hanno percorso e continuano a percorrere il Sentiero della notte; per questo gli uni sono, mentre gli altri si consegnano nei fatti al non-essere[6]: la loro bocca «parla e si riempie di niente»[7], diversamente da quel che accade (o dovrebbe accadere) quando vengono pronunciate le parole della Persuasione, le uniche che abbiano la capacità di creare la vita e di dare voce all'essere, ossia di rendere ciascun un individuo pienamente umano, capace di parlare e di vivere assecondando la Verità. Perché Persuasione e Verità – Carlo lo apprende anzitutto da Parmenide – non sono separabili l'una dall'altra: «Peiqou'"ejsti kevleuqo"( jAlhqeivhi ga;r ojphvdei')»[8]: il sentiero della Persuasione si accompagna a Verità.
I nomi che compaiono nel “catalogo” dei Persuasi proposto da Michelstaedter[9] sono in effetti i più vari per provenienza storico-culturale e personalità individuale, tanto che sembra davvero difficile riuscire a individuare una caratteristica che li accomuni: si va da Parmenide ed Eraclito (significativamente accostati e non contrapposti l'uno all'altro, come spesso la vulgata storiografica vorrebbe: qui come altrove lo sguardo di Michelstaedter mostra di possedere una capacità di penetrazione interpretativa davvero non comune, non solo se commisurata alla sua giovanissima età) all'Ecclesiaste; da Empedocle a Cristo; da Sofocle a Petrarca; da Beethoven a Leopardi e a Ibsen.
La varietà delle figure che, nel tempo, hanno testimoniato, ciascuna a proprio modo, la parola della Persuasione (testimonianza inutile, la loro, perché, come si è detto, il mondo umano, incomprensibilmente, ha «continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole» intransigenti: qui come altrove si deve convenire con Qohélet quando sentenzia, impietoso, la vanità del tutto) è però sottesa da un primo, generalissimo, elemento di identità (apparentemente solo esteriore e, se vogliamo, persino banale) che le accomuna: le parole della Persuasione, così come vengono indicate nella “Prefazione” della tesi, sono tutte, senza eccezione, pronunciate al maschile. Il “catalogo” che Michelstaedter propone è cioè una rassegna di Persuasi e sembra sottintendere che la capacità di sottrarsi all’inautenticità della rettorica sia essenzialmente una prerogativa degli uomini, e che le donne ne siano invece del tutto prive: donne Persuase, almeno all'apparenza, agli occhi di Michelstaedter sembrano non essercene (o, se ve ne sono, sembra non meritino di essere menzionate). Eppure, contraddicendo, almeno a un primo sguardo, questo catalogo tutto al maschile, Michelstaedter, in una nota al capitolo primo della seconda parte della Persuasione, afferma senza mezzi termini che «le donne non hanno rettorica». Vale la pena leggere per intero quell'annotazione:
E se certuni dicono che le donne non hanno anima, dicono una verità che non sospettano, poiché – meno le neutre, che sono anche un bene del nostro tempo – infatti le donne non hanno rettorica; – ma sono sempre la stessa domanda d'un “uomo”; – e in ciò sono tradite dall'uomo prima di nascere. – (PR, p. 65, nota 3).
Il contesto nel quale si collocano queste affermazioni è costituito, in senso lato, da una riflessione complessiva intorno alla rettorica del sapere. Michelstaedter, in quelle pagine, sta spiegando come, là dove il sapere si afferma accanto o di contro alla vita e non è esso stesso vita concreta, gli uomini siano in effetti impegnati a costruirsi una persona fittizia, illudendosi di avere conquistato (o convincendosi di essere, più o meno ansiosamente, impegnati a conquistare) un’assolutezza e una consistenza che in effetti sono ben lontani dal possedere attualmente. A muoverli, mentre ricercano il sapere e l’assoluto, è, da ultimo, la paura, il qauma[10]:
Come il bambino nell’oscurità grida per farsi un segno della propria persona, che nell’infinita paura si sente mancare; così gli uomini, che nella solitudine del loro animo vuoto si sentono mancare, s’affermano inadeguatamente fingendosi il segno della persona che non hanno, “il sapere” come già in loro mano (PR, p. 58).
Evitano, gli uomini, di fissare lo sguardo sulla propria nullità, sulla loro inevitabile – Schopenhauer e Leopardi lo hanno insegnato, anche a Michelstaedter, meglio di chiunque altro – destinazione al dolore, alla noia, infine alla morte; e, per farlo (per illudersi di farlo), essi producono parole e sistemi più o meno complessi che tuttavia, a ben vedere, non significano nulla, e che hanno la funzione, essenziale alla sopravvivenza, di “distrarli” – Blaise Pascal docet–da quel pensiero insopportabile (fermo restando che, anche per Michelstaedter, “sopravvivere” non equivale in alcun modo a “vivere”, tanto meno a vivere secondo giustizia e verità).
Il pensiero di essere destinati, senza possibilità di salvezza, alla morte ci lascerebbe infatti sbigottiti e increduli; a tal punto che, se mantenessimo ferma la nostra attenzione su di esso, verremmo gettati nella disperazione più profonda, rimanendone come paralizzati. Anche perché contro la morte non c’è riparo che possa garantirci salvezza: rispetto alla morte – per dirla al modo di Epicuro – «abitiamo tutti una città senza mura»[11], e il gioco reiterato del desiderio è pur sempre qualcosa che ci impedisce di fissare l'attenzione sul male di tutti i mali, ossia sulla nostra destinazione all'annientamento: «Gli uomini, non avendo potuto sanare la morte, la miseria, l’ignoranza, per rendersi felici hanno escogitato di non pensarci», scrive Pascal[12]con parole che Michelstaedter, credo, potrebbe condividere. E, per non pensarci, è indispensabile che essi non rimangano inattivi: se non avesse qualcosa da fare, l'uomo sentirebbe «il suo nulla, la sua solitudine, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto», e cadrebbe inevitabilmente nello sconforto[13].
È per non percepire la propria nullità, per non cadere preda della disperazione che si accompagna alla promessa dell'annientamento, che l’uomo mette in atto tutte le possibili distrazioni, tutti quei “divertimenti” che distolgono la sua attenzione dal pensiero terribile e inaccettabile del proprio non-esserci-più: l'unico bene, per gli uomini, consiste nel non pensare alla propria condizione, distraendosi sempre di nuovo grazie a questa o quella occupazione: «Credono di cercare sinceramente la quiete, mentre in realtà cercano soltanto l'agitazione»[14]. Inseguono le prede più diverse, ma quel che vogliono davvero è la caccia[15]: sebbene per lo più non ne siano consapevoli, essi cercano in effetti di sfuggire a sé stessi per allontanare la coscienza della propria miseria e della contraddizione che abita la loro anima. Perché l'uomo – Pascal lo spiega con un'efficacia che è pari forse solo a quella di Dostoevskij e di Nietzsche – è una «mostruosità», un «caos» contraddittorio: «Giudice di tutte le cose, debole verme di terra, depositario del vero, cloaca d'incertezza e di errore, gloria e rifiuto dell'universo»[16]. Ma quel caos – a meno che non si chiami Dostoevskij o Nietzsche – l'uomo non è in grado di guardarlo in faccia senza uscire di senno: «Chi vede Iddio muore», come ci ricorda anche Michelstaedter (PR, p. 17). Meno male che «basta una cosa da nulla per distrarlo»[17]! Perché, così almeno credono i più tra gli uomini, «senza distrazione non vi è gioia, con la distrazione non vi è tristezza»[18].
Ma si tratta, per Pascal come per Michelstaedter, di una gioia fittizia, di un mero artifizio della rettorica: la distrazione (il divertissement) è infatti un che di meramente esteriore: «Viene da altrove e da fuori», e per ciò rende l'uomo «dipendente e quindi soggetto al disturbo di mille accidenti»[19]: la vera quiete e la vera gioia sono invece un'esistenza interiore e profonda, e sono tanto più solide e permanenti quanto più l'uomo le vive sottraendosi al «chiasso» e al «trambusto», rendendosi capace di quel «piacere della solitudine» che dai più non solo è sconosciuto, ma è temuto come il supplizio più terribile[20]. È per questo, inoltre, che il tempo con il quale abbiamo a che fare non è mai il presente, perché esso ci costringerebbe a fare finalmente i conti con noi stessi: il presente lo sfuggiamo come si fugge un appestato e riempiamo la mente di ricordi e aspettative. Viviamo sempre al passato o al futuro, mai al presente. Ma, così facendo, «non viviamo mai»; piuttosto «aspettiamo di vivere, e, preparandoci sempre a essere felici, inevitabilmente non lo siamo mai»[21]. Sono parole di Pascal, ma Michelstaedter, anche in questo caso, le potrebbe sottoscrivere: gli uomini, spiega, fingono di essere (si illudono di essere), anzitutto per non essere costretti a pensare a ciò che effettivamente sono:
Poiché niente hanno e niente possono dare, s’adagiano in parole che fingano la comunicazione; poiché non possono fare ognuno che il suo mondo sia il mondo degli altri, fingono parole che contengano il mondo assoluto, e di parole nutrono la loro noia, di parole si fanno un empiastro al dolore; con parole significano quanto non sanno e di cui hanno bisogno per lenire il dolore – o rendersi insensibili al dolore: ogni parola contiene il mistero – e in queste s'affidano, di parole essi tramano così un nuovo velo tacitamente convenuto all'oscurità (PR, p. 58).
Quanti, «per la paura dell'oscurità» (PR, p. 65), si mettono alla caccia di una verità capace di fingere «una vita assoluta», tradiscono la natura autentica dell'uomo e, in effetti, «hanno già tradito sé stessi»:
In questo modo l'uomo per la sua rettorica non solo non procede ma ridiscende la scala degli organismi e riduce la sua persona all'inorganico. Egli è meno vivo di qualunque animale. Ben felici le bestie che non hanno “anima immortale” che le getti nel caos dell'impotenza rettorica, ma si mantengono nel giro sano della loro qualunque potenza (PR, p. 65).
È a questo punto che Michelstaedter inserisce la nota sulla quale sto provando a richiamare l'attenzione, nella quale, come ho detto, spiega che «le donne non hanno rettorica». A partire da questa affermazione, apparentemente incidentale, mi sono chiesto come mai nel “catalogo” dei Persuasi Michelstaedter non proponga alcun esempio di parole persuase che siano state pronunciate al femminile. Non posso pensare che si tratti di una dimenticanza o di una trascuratezza. Può essere la conseguenza di una cultura fortemente, se non esclusivamente, dominata dal maschile? Può trattarsi di una rimozione psicologica? O di che altro? di «una forma di “maschilismo”, o androcentrismo, che condiziona la riflessione di Michelstaedter», come di recente ha ipotizzato, non senza qualche ragione, un mio allievo nella sua tesi di laurea?[22]. Per parte mia, ipotizzo che la donna, diversamente dall'uomo, non abbia bisogno di parole per affermare la propria Persuasione (ogni parola, nel momento stesso in cui viene pronunciata, è immediatamente catturata dalla rettorica), ma che siano invece capaci di viverla pienamente.
[1] Cfr. C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica – Appendici critiche, edizione critica a cura di S. Campailla, Milano, Adelphi, 1995 [d’ora in poi abbreviata, direttamente nel testo, come PR]. L'opera – una delle più anomale e geniali tesi di laurea che mai siano state scritte – venne pubblicata per la prima volta postuma, come la quasi totalità degli scritti di Michelstaedter, per le cure di Vladimiro Arangio-Ruiz presso l'editore Formiggini (Genova, 1913), priva peraltro delle importanti Appendici critiche, le quali videro la luce per la prima volta nell'edizione dell'opera curata da Emilio Michelstaedter (Firenze, Vallecchi, 1922).
[2] Mi riferisco, come è chiaro, ad Avere o essere? (trad. ital., Milano, Mondadori, 2001), uno degli scritti più celebri di Erich Fromm.
[3] «Tutto dare e niente chiedere – quest'è la via che conduce dij ejnergeivas ejs ajrgivan» (C. Michelstaedter, Epistolario, edizione critica a cura di S. Campailla, nuova edizione riveduta e ampliata, Milano, Adelphi, 2010, p. 444 [d’ora in poi abbreviato, direttamente nel testo, come EP2]). Sull'espressione greca – che si può tradurre attraverso l'attività alla quiete, ritornerò nel prosieguo.
[4] Gaetano Chiavacci, nella sua ancora oggi importante edizione delle Opere di Michelstaedter (Firenze, Sansoni, 1958) aveva in effetti già pubblicato quella pagina introduttiva, collocandola però al termine delle pagine che egli stesso aveva scritto come introduzione al volume e spiegando brevemente che «Michelstaedter aveva preparato una prefazione alla sua tesi, che poi non mise nella copia definitiva» (p. XVI).
[5] «Ci sono dentro molte gocce del mio “sangue incontaminato”, ma non so se agli altri non sembrerà acqua sporca o sudore (che è peggio)», scrive ad esempio a suo padre il 5 agosto 1910 (EP2, p. 468).
[6] Dei sentieri del Giorno e della Notte Parmenide parla, come è noto, nel Proemio del Poema sulla natura («Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno, / con ai due estremi un'architrave e una soglia di pietra; / e la porta, eretta nell'etere, è rinchiusa da grandi battenti»; fr. 1, vv. 11-13; trad. ital. in I Presocratici, a cura di G. Reale, Milano, Bompiani, 2006, p. 481). Che i più siano destinati a non comprendere la verità del logos, Eraclito lo afferma, ad esempio, nell'aforisma 17 del suo Perì physeos: «Non comprendono queste cose molti di coloro che si imbattono in esse, e neppure le capiscono dopo che le hanno apprese, anche se credono di capirle» (trad. ital., ivi, p. 347).
[7] C. Michelstaedter, Dialogo della salute, 12; in Dialogo della salute e altri scritti sul senso dell'esistenza, a cura di G. Brianese, Milano-Udine, Mimesis, 2009, p. 170 [d'ora in poi abbreviato, direttamente nel testo, come DSE].
[8] Parmenide, Poema sulla Natura, 2, 4.
[9] Un catalogo che, peraltro, potrebbe essere agevolmente integrato: mancano, per fare solo un paio di esempi, quelli di Leone Tolstoj e di Giovanni Battista Pergolesi, i quali avrebbero potuto legittimamente trovare posto in quel contesto. Quella di Tolstoj, scrive Carlo nel 1908, è «una giovinezza più durevole che ogni più reale giovinezza» (DSE, p. 181), e questa qualità rende “divina” – ossia, azzardo, persuasa – tutta la sua vita. Alla fine di un articolo scritto in occasione dell'ottantesimo compleanno di Tolstoj, che venne pubblicato sul «Corriere friulano» il 18 settembre 1908, Michelstaedter scrive: «Leone Tolstoi è vivo e ancora robusto: con gioia commossa noi miriamo il pensatore ottantenne nella sua solitudine laboriosa, e con l'animo sospeso aspettiamo da lui ancora la parola che c'infiammi contro tutto ciò che è falso e meschino. – Parla o “vegliardo divino”, parla la parola di pace e d'amore, “canta al mondo aspettante giustizia e libertà”» (DSE, p. 184). E Pergolesi, analogamente è per Michelstaedter il «giovane divino» la cui musica è passata sugli uomini «come un soffio rigeneratore» (C. Michelstaedter, La melodia del giovane divino, a cura di S. Campailla, Milano, Adelphi, 2010, p. 214; d'ora in poi, direttamente nel testo, MGD).
[10] Qauma, ha osservato Emanuele Severino, «non significa soltanto “cosa meravigliosa”, ma anche “cosa orrenda”» (E. Severino, Il giogo. Alle origini della ragione: Eschilo, Milano, Adelphi, 1989, p. 350).
[11]Epicuro, Sentenze Vaticane, 31; trad. ital. in Scritti morali, a cura di C. Diano, Milano, Rizzoli, 1987, p. 83.
[12]B. Pascal, Pensieri, § 166, trad. ital., con testo originale a fronte,a cura di C. Carena, Torino, Einaudi, 2004, p. 105.
[13]Ibidem, § 516, p. 403.
[14]Ibidem, § 168, p. 111.
[15]Cfr. Ibidem, § 168, p. 111.
[16]Ibidem, § 164, p. 101.
[17]Ibidem, § 168, p. 111.
[18]Ibidem, § 168, p. 113.
[19]Ibidem, § 165, p. 105.
[20]Ibidem, § 168, p. 109. Qualche considerazione sulle valenze filosofiche della solitudine l'ho proposta in Mi fa male il mondo. Figure filosofiche della solitudine (in AA. VV., Derive. Figure della soggettività, a cura di I. Adinolfi e M. Galzigna, Milano-Udine, Mimesis, 2010, pp. 275-293), al quale mi permetto di rinviare il lettore.
[21]B. Pascal, Pensieri, § 80, trad. ital. cit., pp. 45-47.
[22] Cfr. P. Brusa, Parlarti? E pria che tolta per la vita. I diversi volti del silenzio in Carlo Michelstaedter, tesi di laurea discussa presso l'Università di Ca' Foscari nell'anno accademico 2009-2010, p. 82.

References: § 166
 § 516
 § 168
 § 168
 § 164
 § 168
 § 168
 § 165
 § 168
 § 80