Source: http://www.judicium.it/sulla-competenza-territoriale-in-materia-di-controversie-tra-agente-sportivo-e-calciatore/
Timestamp: 2020-07-08 22:06:48+00:00

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Sulla competenza territoriale in materia di controversie tra agente sportivo e calciatore professionista - Judicium
Sulla competenza territoriale in materia di controversie tra agente sportivo e calciatore professionista
Sommario: 1. Premessa. – 2. La tutela dei diritti dell’agente sportivo in confronto dell’assistito. – 3. Osservazioni critiche e riflessioni a margine della giurisprudenza in materia di competenza territoriale nelle controversie tra agente sportivo e calciatore professionista. – 4. Ulteriori rilievi processuali in subiecta materia. – 5. Conclusioni.
Di Mario Pio Fuiano - 05 giugno 2020
La lettura dei repertori di giurisprudenza consente di affermare che la Corte di cassazione è stata, negli ultimi anni, sin troppo spesso chiamata ad esprimersi sull’applicabilità, nelle fattispecie più disparate, del cd. “foro del consumatore”.
Il segnale non è dei più rassicuranti, vuoi perché la ricorrente invocazione, da parte dei difensori, della violazione dell’art. 33, comma 2, lett. u), d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206 discende, con ogni evidenza, da un difettoso dettato normativo e si presta ad un uso (legittimo ma) distorto, traducendosi in un comodo espediente per consentire alla parte che sa di aver torto di allontanare nel tempo la sentenza di condanna; vuoi perché, pur dovendosi ammettere che la sottrazione al foro territorialmente competente incide sulla garanzia – accordata dall’art. 25 Cost. – del giudice naturale precostituito per legge, sarebbe auspicabile che la Suprema corte impiegasse le proprie energie, tutt’altro che illimitate, ad occuparsi di problemi processuali e sostanziali ben più gravi e di maggiore impatto sui diritti delle parti.
Le numerosissime pronunce in materia non hanno sollecitato più di tanto, salvo alcuni autorevoli contributi[1], l’interesse della dottrina processualcivilistica. Sicché, ad onta della molteplicità dei settori nei quali è stata accertata o meramente dedotta la competenza territoriale inderogabile del giudice del luogo di residenza o di domicilio del consumatore, il tema – in punto di rito – risulta ancora poco investigato.
Allo scopo di fornire spunti che possano utilmente contribuire all’ampliamento degli orizzonti del dibattito, in queste pagine s’intende riflettere sulla competenza territoriale in relazione alle controversie economiche tra il calciatore professionista e il proprio agente sportivo. La questione, giammai discussa nelle austere aule del «palazzaccio» di piazza Cavour, è giunta in diverse occasioni al vaglio dei giudici di merito i quali, come si evince dalle loro decisioni, non hanno ancora trovato sul punto un orientamento condiviso e stabile, a tutto danno dei cittadini che, avendo interesse a una sentenza di merito, hanno il diritto di sapere, con sufficienti margini di sicurezza, a quale giudice rivolgersi.
2. La tutela dei diritti dell’agente sportivo in confronto dell’assistito.
Cominciamo col dire che l’art. 1, comma 373, l. 27 dicembre 2017, n. 205 ha: i) istituito presso il CONI «il Registro nazionale degli agenti sportivi, al quale deve essere iscritto (…) il soggetto che, in forza di un incarico redatto in forma scritta, mette in relazione due o più soggetti operanti nell’ambito di una disciplina sportiva riconosciuta dal CONI ai fini della conclusione di un contratto di prestazione sportiva di natura professionistica, del trasferimento di tale prestazione o del tesseramento presso una federazione sportiva professionistica»; ii) previsto che possa «iscriversi al suddetto registro il cittadino italiano o di altro Stato membro dell’Unione europea, nel pieno godimento dei diritti civili, che non abbia riportato condanne per delitti non colposi nell’ultimo quinquennio, in possesso del diploma di istruzione secondaria di secondo grado o equipollente, che abbia superato una prova abilitativa diretta ad accertarne l’idoneità»; iii) stabilito che il Presidente del Consiglio dei ministri (sentito il CONI), con uno o più decreti, avrebbe definito «le modalità di svolgimento delle prove abilitative, la composizione e le funzioni delle commissioni giudicatrici, le modalità di tenuta e gli obblighi di aggiornamento del Registro, nonché i parametri per la determinazione dei compensi».
All’attuazione di quest’ultima disposizione, cui si è dato corso col d.P.C.M. 23 marzo 2018[2], ha fatto séguito il Regolamento degli agenti sportivi approvato dal Consiglio Nazionale del CONI con delib. n. 1596 del 10 luglio 2018 (R.A.S. CONI)[3] che ora disciplina, a livello esofederale, la figura dell’agente sportivo e che, in àmbito prettamente calcistico, è richiamato in chiusura del vigente Regolamento agenti sportivi della Federazione italiana giuoco calcio (R.A.S. FIGC)[4].
A mente dell’art. 22, comma 2, R.A.S. CONI, al Collegio di garanzia dello sport va devoluta qualsiasi controversia avente ad oggetto la validità, l’interpretazione e l’esecuzione del mandato stipulato tra l’agente sportivo e il proprio assistito (a nulla rilevando che quest’ultimo sia una società o un atleta) o inerente a questioni di carattere economico connesse al medesimo negozio giuridico. Tuttavia, le parti sono libere di manifestare – con dichiarazione contenuta nel corpo del contratto medesimo – la volontà di rivolgersi, in caso di lite, alla magistratura ordinaria, rinunciando ad avvalersi della giustizia sportiva.
Siffatta opzione non si configura come un privilegio per gli agenti sportivi ma è da correlare alla circostanza che essi, da sempre, sono considerati autonomi professionisti[5], assoggettati al potere disciplinare di una Commissione ad hoc istituita presso il CONI (artt. 9, 10 e 20 R.A.S. CONI). Si aggiunga che l’iscrizione nel Registro nazionale di cui al d.P.C.M. 23 marzo 2018 non è consentita: i) agli atleti professionisti; ii) agli agonisti tesserati in un campionato nazionale nel settore sportivo in cui abbiano conseguito il titolo abilitativo; iii) a chi ricopre cariche sociali, incarichi dirigenziali, responsabilità tecnico-sportive, rapporti di lavoro autonomo o subordinato con il CIO, il CONI, le federazioni sportive internazionali, le federazioni sportive nazionali, le discipline sportive associate, gli enti di promozione sportiva e comunque con associazioni o società sportive, italiane o estere, operanti nel settore sportivo di competenza; iv) a coloro i quali abbiano conseguito la nomina per qualsivoglia altra carica sociale o incarico rilevante per l’ordinamento sportivo (art. 18, comma 3, R.A.S. CONI).
Quindi, la clausola compromissoria prevista dai singoli ordinamenti federali (in forza dell’art. 8 dei Principi di giustizia sportiva varati con delib. n. 1616 resa dal Consiglio nazionale del CONI il 26 ottobre 2018), e alla quale sono assoggettati tutti gli affiliati e tesserati, giammai potrebbe riguardare gli agenti sportivi i quali, ieri come oggi, sono ipso iure sottratti alla giustizia sportiva, pur avendo eccezionalmente il diritto di accedervi[6].
3. Osservazioni critiche e riflessioni a margine della giurisprudenza in materia di competenza territoriale nelle controversie tra agente sportivo e calciatore professionista.
Appurato che l’agente, in caso di controversia col proprio assistito, ha il diritto di adìre l’a.g.o. senza esser preventivamente obbligato a domandare (e ottenere) l’autorizzazione del competente organo della federazione sportiva nazionale nel cui Registro risulta iscritto[7], possiamo entrare in medias res e verificare se, con riferimento a questi giudizi, la competenza territoriale vada individuata secondo i criteri stabiliti in via generale dagli art. 18-20 c.p.c. oppure ai sensi dell’art. 33, comma 2, lett. u), d.lgs. n. 206/2005.
Sulla questione, come accennato in apertura, la giurisprudenza è divisa.
I giudici di merito che hanno escluso l’operatività del foro del consumatore, hanno fatto leva principalmente sulla causa del rapporto sinallagmatico intercorrente tra il calciatore e il proprio agente, un rapporto nel quale il primo, operando come professionista nell’àmbito della propria attività lavorativa, affida al secondo (a fronte del pagamento di un corrispettivo) il compito di curare, in sua vece, i rapporti e le questioni economiche con il club di appartenenza nonché di prestargli consulenza nel corso delle trattative volte alla definizione della durata, del compenso e di ogni altra pattuizione legata al contratto di prestazione sportiva. In seconda battuta, hanno sottolineato che il mandato che sottoscrive l’atleta, lungi dall’esser predisposto dall’agente tramite moduli o formulari, è confezionato dalla federazione (nel caso di specie, la FIGC) a tutela di entrambe le parti. Sicché, fra di loro non esiste un contraente “debole”[8].
In senso diametralmente opposto si sono espressi altri tribunali i quali, nella convinzione che il calciatore – in quanto lavoratore subordinato della società per cui è tesserato – stipuli il contratto de quo per scopi estranei alla propria attività professionale, hanno affermato che, in caso di conflitto con l’agente, l’eventuale controversia è disciplinata dal codice del consumo e va perciò incardinata, ex art. 33, comma 2, lett. u), d.lgs. n. 206/2005, dinanzi al giudice competente per valore avente sede nel foro di residenza o domicilio dell’atleta[9].
Invero, le motivazioni poste a base dei riferiti orientamenti sono piuttosto scarne e offrono pochi punti di riferimento che, però, vale la pena approfondire.
È chiaro come il dissidio interpretativo ruoti attorno all’alternativa se riconoscere o no al mandante (nel caso di specie, calciatore professionista) la qualifica di consumatore. Tuttavia, credere che la soluzione al quesito risieda nella natura subordinata del lavoro prestato dall’atleta per la società di appartenenza è del tutto erroneo oltre che fuorviante.
Anzitutto, va detto che, per l’ordinamento statale, l’attività dello sportivo professionista – «svolta a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI» (art. 2 l. n. 23 marzo 1981, n. 91) – è soltanto tendenzialmente di carattere subordinato. Infatti, la medesima prestazione diviene oggetto di contratto di lavoro autonomo qualora sia eseguita «nell’ambito di una singola manifestazione sportiva o di più manifestazioni tra loro collegate in un breve periodo di tempo» o, «pur avendo carattere continuativo, non superi otto ore settimanali oppure cinque giorni ogni mese ovvero trenta giorni ogni anno» ovvero ancora quando «l’atleta non sia contrattualmente vincolato per ciò che riguarda la frequenza a sedute di preparazione od allenamento» (art. 3, comma 2, l. cit.)[10].
Dal precedente rilievo discende che il rapporto lavorativo degli atleti, degli allenatori, dei direttori tecnico-sportivi e dei preparatori atletici che operano nel mondo professionismo ha un inquadramento giuridico ibrido. Così, per esempio, è da considerare lavoratore subordinato il calciatore che partecipa con la propria squadra al torneo FIGC di serie A. Lo stesso atleta, però, ove convocato nella rappresentativa nazionale, agisce nella veste di lavoratore autonomo, almeno sino a quando fa rientro nel club di appartenenza e riassume la qualifica di dipendente della società. Pertanto, chi esercita «attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI» è legato alla parte datoriale da un rapporto di lavoro dalla natura potenzialmente mutevole, talvolta subordinata e talaltra autonoma[11].
Rebus sic stantibus, a meno che non si voglia ipotizzare che l’agente il quale intenda agire contro il proprio assistito sia tenuto – per identificare il giudice territorialmente competente a conoscere della causa – a informarsi, prima di notificare la domanda giudiziale, sul torneo cui sta prendendo parte il convenuto e sulla tipologia di lavoro (autonomo o subordinato) che quest’ultimo sta prestando, deve ritenersi che l’inquadramento giuridico della prestazione d’opera dello sportivo professionista, proprio perché non aprioristicamente definibile, giammai può esser utilizzato per sostenere, nei processi che lo vedono contrapposto al proprio agente, l’operatività del foro consumeristico.
Tuttavia, a prescindere da queste considerazioni, si fa davvero fatica a intuire la ragione per cui la connotazione giuridica del rapporto lavorativo intercorrente tra lo sportivo professionista e la società di appartenenza dovrebbe incidere sulla competenza territoriale dell’a.g.o. chiamata a statuire su questioni geneticamente riconducibili al mandato stipulato tra agente e cliente.
In linea generale, il nostro c.p.c. prescrive che: la competenza per valore e per materia si determina in base all’obbligazione dedotta in giudizio oppure al suo oggetto; la competenza per territorio dipende dalla residenza o dal domicilio di almeno una delle parti, dall’obbligazione azionata o dal suo oggetto; infine, eventuali modificazioni della competenza sono possibili soltanto per ragioni di connessione.
Ciò sta a significare che, dati due contratti fra loro autonomi (differenti per fonte, parti, causa ed oggetto), non è assolutamente possibile che l’uno interferisca sulla individuazione del giudice competente a pronunciarsi sull’altro. Di conseguenza, ed a fortiori, è fuori da ogni logica asserire che una domanda giudiziale la cui causa petendi sia costituita da un contratto stipulato tra attore e convenuto debba incardinarsi dinanzi a un certo giudice per via del rapporto contrattuale di lavoro che lega uno dei litiganti a un soggetto del tutto estraneo alla causa e privo di interesse ad intervenirvi. Diversamente opinando, si sarebbe costretti ad ammettere, per coerenza, che l’azione di risarcimento danni da sinistro stradale in confronto del responsabile vada proposta, nel caso in cui quest’ultimo sia un lavoratore, dinanzi al tribunale di cui all’art. 413 c.p.c. Che è conseguenza alla quale, se non ci s’inganna, nessuno pensa.
Accertato che lo sportivo professionista svolge un’attività atipica – in quanto non sussumibile nell’alveo delle categorie classiche del lavoro autonomo o in regime di dipendenza – e che, ad ogni modo, la natura dell’obbligazione che lo vincola al clubdi appartenenza non condiziona la sorte delle liti giudiziarie nascenti dal mandato che ha conferito al proprio agente, non resta che arrendersi all’idea che la eventuale esistenza di una giustificazione all’applicabilità del codice del consumo a queste controversie va ricercata altrove, e cioè nel rapporto tra mandante e mandatario.
La lettura delle norme di settore dettate dall’ordinamento sportivo fornisce, al riguardo, significative indicazioni.
Il Regolamento degli agenti sportivi approvato dal nostrano Comitato olimpico non si limita a stabilire i requisiti di forma (ad substantiam) del mandato, il suo contenuto minimo e i vizi che ne determinano la nullità, ma delega ciascuna federazione sportiva nazionale professionistica a: i) istituire un registro dei contratti di mandato (assicurandone la custodia e definendone il regime di pubblicità nei termini di legge); ii) disciplinare i compensi dell’agente, le vicende modificative ed estintive del rapporto; iii)specificare i diritti e gli obblighi delle parti nell’adempimento dell’obbligazione; iv) precisare le ulteriori le cause di invalidità e di inefficacia del contratto e le cautele da adottare quando il mandante sia un atleta infradiciottenne (artt. 18 e 21 R.A.S. CONI). Lo stesso articolato dispone che «il mandato deve essere accompagnato dal “modello riepilogativo” (executive summary) scaricabile dal sito ufficiale del CONI recante indicazione degli elementi essenziali del contratto. Il modello riepilogativo ha efficacia di trenta giorni dalla data di download sul sito ufficiale del CONI e deve essere firmato da tutte le parti contrattuali» (art. 21, comma 8, R.A.S. CONI).
Quindi, il CONI ha fissato le linee generali del rapporto di mandato ma ha lasciato alle federazioni una certa discrezionalità nel definirne gli aspetti specifici.
Nell’osservanza delle riferite indicazioni, la Federazione Italiana Giuoco Calcio ha varato un Regolamento ad hoc (di cui si è già fatto cenno)[12] che, allo scopo di tutelare agente ed assistito attraverso il bilanciamento dei rispettivi gli interessi, restringe non poco la libertà delle parti nella redazione del mandato. Si spiegano in questa prospettiva: i) la circoscrizione della portata della procura, conferibile ai soli fini «della conclusione, della risoluzione o del rinnovo di un contratto di prestazione sportiva professionistica», «della conclusione di un contratto di trasferimento di una prestazione sportiva professionistica» e «del tesseramento dei professionisti presso la FIGC»; ii) la fissazione della durata massima dell’incarico, biennale e non suscettibile di rinnovo tacito; iii) la necessaria redazione del mandato in triplice copia, una delle quali da consegnare al mandante; iv) l’obbligo a carico dell’agente sportivo che agisca nell’interesse di più parti, di «indicare chiaramente, mediante apposita dichiarazione, in ciascuno dei mandati l’esistenza del conflitto ed ottenere il consenso scritto di tutte le parti interessate prima dell’avvio di qualunque negoziazione»; v) la predeterminazione dei meccanismi di calcolo della remunerazione in favore del mandatario (cfr. disposizioni preliminari, artt. 5.4 e 5.8 R.A.S. FIGC).
La FIGC ha poi istituito presso di sé la Commissione Federale degli Agenti Sportivi (CFAS), formata da sette membri, col compito di: i) provvedere al reclutamento, all’iscrizione e alla cancellazione degli agenti sportivi dal registro federale; ii) curare la formazione continua e vigilare sulla liceità della condotta di ciascun agente; iii) conservare i singoli mandati (che devono, a pena di inefficacia, esserle trasmessi in copia dagli agenti entro venti giorni dalla stipula) e verificarne la legittimità e la validità (artt. 1.1, 1.3, 5.5 e 5.7 R.A.S. FIGC).
Ai fini di queste pagine, è fondamentale rimarcare che l’organo deputato alla nomina della CFAS – ossia il Consiglio della FIGC – ha una composizione mista ed eterogenea. Per la precisione, come stabilisce l’art. 26 dello Statuto FIGC, di quel consesso fanno parte (con diritto di voto), oltre al Presidente della FIGC, venti consiglieri «eletti in numero di: a) sei dalla Lega Nazionale Dilettanti, ivi compreso il Presidente della Lega; b) sette dalle Leghe professionistiche, ivi compresi i rispettivi Presidenti, ripartiti in numero di tre per la Lega Nazionale Professionisti Serie A, uno per la Lega Nazionale Professionisti Serie B, tre per la Lega Italiana Calcio Professionistico; c) quattro atleti e due tecnici. Fra i consiglieri federali della Lega Nazionale Dilettanti, deve essere assicurata la presenza di componenti di genere diverso da quello della maggioranza in misura non inferiore a due. Fra gli atleti Consiglieri federali devono essere compresi almeno un dilettante e un professionista e deve essere assicurata la presenza di componenti di genere diverso da quello della maggioranza in misura non inferiore ad uno; fra i tecnici devono essere rappresentate sia la categoria dilettantistica sia quella professionistica e deve essere assicurata la presenza di un componente di genere maschile e di un componente di genere femminile. In conformità all’art. 4, comma 2, del Regolamento FIFA sugli arbitri e ai Principi Fondamentali del CONI, il Presidente dell’AIA è membro di diritto del Consiglio federale. Sono membri di diritto del Consiglio Federale senza diritto di voti i membri italiani del Comitato esecutivo della FIFA e dell’UEFA».
Dunque, la CFAS è nominata da un organo in cui è concesso ampio spazio alle Leghe[13], è assicurato uno scranno al settore arbitrale e la platea dei potenziali clienti dei procuratori sportivi risulta rappresentata per quasi un terzo. Dal Consiglio della FIGC sono giustamente estromessi (in quanto non tesserati) gli agenti che, sia in àmbito federale, sia in seno al collegio chiamato a regolamentarne e verificarne l’attività, non hanno assolutamente voce in capitolo e vedono così la loro vita professionale condizionata (anche sotto il profilo remunerativo) per larga parte dai propri stessi assistiti.
Tirando le fila del discorso, non sembra affatto azzardato sostenere che, nel rapporto tra agente e calciatore, il contraente debole (ammesso che, in uno show business i cui attori sono remunerati con ingaggi annuali ad almeno sei cifre, se ne possa individuare uno) è proprio il primo che non può far altro che subire passivamente le scelte adottate dal CONI e (col preponderante contributo della categoria dei propri clienti) dalla federazione al cui registro è iscritto. Né è a dire che tale sbilanciamento di forze costituisca una novità, atteso che la disciplina a cui obbediscono gli agenti è stata (dalla nascita della professione di “procuratore”) sempre dettata dalle federazioni, tra le quali ha fatto da battistrada la FIGC al cui interno il fenomeno delle “procure” è sorto e si è evoluto su impulso principalmente dei calciatori[14].
Dovendosi allora recisamente negare che l’atleta e il tecnico professionista, allorquando conferiscono il mandato all’agente, patiscano «un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto» (art. 33, comma 1, d.lgs. n. 206/2005) o manifestino quella «debolezza strutturale» (tipica del consumatore) che ha ispirato la legislazione europea e interna[15], è pure evidente – se si volge lo sguardo alla causa del contratto concluso tra dette parti – che l’assistito si rivolge al procuratore per scopi tutt’altro che estranei alla propria attività lavorativa.
Come già segnalato in precedenza, il procuratore assiste lo sportivo ai fini della «conclusione, della risoluzione o del rinnovo di un contratto di prestazione sportiva professionistica», «della conclusione di un contratto di trasferimento di una prestazione sportiva professionistica» o «del tesseramento presso una federazione sportiva professionistica». E poiché al mandatario viene sostanzialmente richiesto di favorire e curare la carriera sportiva del mandante, procacciandogli le migliori opportunità lavorative presso i club più prestigiosi e ingaggi commisurati (se non superiori) al suo valore di mercato, è assolutamente fuor di dubbio che lo sportivo sottoscrive l’incarico esclusivamente in ragione della propria attività professionale, di talché non può esser annoverato nella categoria del “consumatore” descritto dall’art. 3, comma 1, lett. a), d.lgs. n. 206/2005, alla stregua di un quivis de populo che si rivolge all’intermediario finanziario per impiegare giudiziosamente i propri risparmi[16].
La correttezza della prospettata ricostruzione trova ampio riscontro nella giurisprudenza comunitaria ove, di recente, si è affermato in modo chiaro e secco (benché con riferimento all’interpretazione dell’art. 15, comma 1, Regolamento CE n. 44/2001 del 22 dicembre 2000, “concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale”)[17], che la «qualità di consumatore è sempre compiuta specificamente con riferimento a un dato contratto. Non si tratta di una valutazione astratta o globale dello status personale prevalente. (…) Ai fini della determinazione della qualità di consumatore occorre riferirsi al ruolo di tale persona in un contratto determinato, alla luce della natura e della finalità di quest’ultimo. (…) Di conseguenza, ciò che rileva è l’uso per il quale un contratto è stato concluso. È vero che, per quanto utile, tale criterio potrebbe non essere sempre chiaro. Possono esistere contratti con una “duplice finalità”, destinati a usi sia professionali che privati. La Corte ha avuto occasione di esaminare tale questione nella nota causa Gruber vertente sulla convenzione di Bruxelles. Dalla sentenza citata si desume che per i contratti aventi una duplice finalità, la qualità di consumatore è mantenuta soltanto se il nesso fra il contratto di cui trattasi e l’attività professionale dell’interessato è “talmente modesto da divenire marginale”, nel senso che ha avuto solo un ruolo trascurabile nel contesto in cui il contratto è stato concluso (considerato nella sua interezza)»[18].
4. Ulteriori rilievi processuali in subiecta materia.
Residuano taluni aspetti da considerare e che la giurisprudenza da cui abbiamo preso le mosse, forse perché poco stimolata (se non fuorviata) dalle difese articolate dai convenuti, ha quasi completamente trascurato.
Il d.lgs. n. 206/2005 stabilisce – riproducendo la lettera degli abrogati artt. 1469-bis, 1469-ter e 1469-quinquies c.c. – che «nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto» (art. 33, comma 1); che «si presumono vessatorie, sino a prova contraria, le clausole che hanno per oggetto, o per effetto, di (…) stabilire come sede del foro competente sulle controversie località diversa da quella di residenza o domicilio elettivo del consumatore» (art. 33, comma 2); che «la vessatorietà di una clausola è valutata tenendo conto della natura del bene o del servizio oggetto del contratto e facendo riferimento alle circostanze esistenti al momento della sua conclusione ed alle altre clausole del contratto medesimo o di un altro collegato o da cui dipende» (art. 34, comma 1); che la deroga al forum consumatoris è salva quando sia stata «oggetto di trattativa» (art. 36, comma 2).
Dal combinato disposto delle richiamate disposizioni emerge come il legislatore – pur fissando nella residenza (o nel domicilio elettivo) del consumatore il foro per le cause che vedono quest’ultimo in lite col professionista su diritti nascenti dal rapporto sinallagmatico che li vede legati – abbia consentito alle parti di derogare a tale criterio, a patto che l’accordo sia frutto di una scelta bilaterale, libera e consapevole: in quest’ipotesi, ferma la vessatorietà della clausola, ne vengono sterilizzati gli effetti attraverso l’inefficacia della “nullità di protezione” sancita dall’art. 36 d.lgs. n. 206/2005.
In mancanza poi di sostanziali mutamenti rispetto alla previgente normativa, è altresì possibile affermare (nella scia dell’orientamento professato agli inizi di questo secolo dalle Sezioni unite con riguardo all’art. 1469-bis c.c.)[19] che l’art. 33, comma 2, lett. u), d.lgs. cit. prescrive «una competenza territoriale esclusiva, destinata dunque “a sostituirsi, nel relativo campo di disciplina, a quelle del codice di procedura che individuano per le controversie nascenti da contratto altri criteri di collegamento” e a prevalere, conseguentemente, (anche) sui fori legali contemplati dagli artt. 18 e 20 c.p.c.»[20]: una competenza che si aggiunge a quelle contemplate dall’art. 28 c.p.c. ma che, in via del tutto eccezionale, è suscettibile di deroga per volontà delle parti[21]. Sicché, stante la natura schiettamente processuale della norma de qua[22] che configura un criterio di competenza esclusivo, l’interessato, nel sollevare la relativa eccezione, non ha l’onere di contestare specificamente l’applicabilità di ciascuno dei criteri indicati dagli artt. 18-20 c.p.c.[23] e l’incompetenza può esser rilevata officiosamente (ex art. 38, comma 3, c.p.c.), naturalmente non oltre l’udienza di prima comparizione.
Sotto altro profilo, dall’art. 34, comma 1, d.lgs. cit. si evince che, anche in difetto di preventiva intesa fra i contraenti, dalla imposizione di un foro diverso da quello consumeristico non discende affatto, ipso iure, l’inefficacia della clausola. E ciò non soltanto perché, «conformemente all’art. 4, comma 1, della direttiva 93/13, il giudice nazionale, per valutare il carattere eventualmente abusivo della clausola contrattuale su cui è basata la domanda di cui è investito, deve tener conto di tutte le altre clausole contrattuali»[24]; ma anche perché la presunzione (non già iuris et de iure, bensì iuris tantum) di vessatorietà di detta clausola è superata allorquando il professionista dimostri che essa, «tenuto conto della natura del bene o del servizio», non determina un significativo squilibrio a carico dell’avversario, laddove «la (semplice) maggiore onerosità per il consumatore, di una tutela che va domandata presso un foro diverso da quello domestico non è di per sé sufficiente a giustificare un giudizio affermativo di significativo squilibrio», atteso che, in caso contrario, «la presunzione di vessatorietà non potrebbe altrimenti essere mai superata»[25].
Orbene, trasponendo i precedenti rilievi al tema oggetto di queste pagine, pare chiaro che, quand’anche fosse lecito sostenere quel che più sopra si è radicalmente confutato (ossia, che la fonte di provenienza e l’estremo rigore della regolamentazione eso ed endofederale non assicurino al calciatore professionista la possibilità di contrattare il mandato in una posizione di assoluto equilibrio con l’agente e che lo stesso calciatore affidi a quest’ultimo la gestione della propria carriera agonistica per scopi estranei alla professione che svolge), per il difensore del mandatario dovrebbe risultare piuttosto agevole dimostrare la non vessatorietà di una clausola che deroghi al forum consumatoris. Non può revocarsi in dubbio, infatti, che per uno sportivo potenzialmente disponibile a trasferirsi in un club estero (sono ormai frequentissimi e noti i casi di calciatori e tecnici italiani ingaggiati da società europee, nordamericane e asiatiche) – il quale, per giunta, proprio grazie al mandato posto a base della controversia, percepisce compensi elevatissimi – difendere i propri diritti dinanzi a un giudice diverso da quello “domestico” non determina assolutamente un significativo squilibrio a suo carico né incide negativamente sul diritto, costituzionalmente garantito, di accesso alla tutela giudiziaria.
Per concludere, sembra inevitabile ritenere – sulla scorta di una pluralità di argomenti dedotti dal diritto positivo e dalla sua piana interpretazione – che la competenza territoriale delle controversie giudiziarie promosse dall’agente in confronto del calciatore (e, più in generale, dello sportivo professionista) assistito debba essere individuata non già utilizzando il foro del consumatore, bensì secondo gli ordinari criteri stabiliti dagli artt. 18-20 c.p.c. Anche perché, ove si concordi sulla non operatività nella fattispecie in esame dell’art. 33, comma 2, lett. u), d.lgs. n. 206/2005, allo sportivo sarebbe inibito invocare l’art. 66-bisd.lgs. cit. che sancisce la competenza territoriale inderogabile del giudice del luogo di residenza o di domicilio del consumatore nelle controversie civili di cui alle Sezioni da I a IV (artt. 39-67 d.lgs. cit.), tra le quali non è certamente contemplato il contratto di mandato.
[1] G. Balena, Il procedimento per la liquidazione degli onorari di avvocato: istruzioni per il non uso, in Giusto proc. civ., 2017, 1; G. Trisorio Liuzzi, Il foro del consumatore e il procedimento per la liquidazione degli onorari di avvocato, in Corr. giur., 2015, 684; E. Merlin, Foro esclusivo del consumatore-utente e controversie con i soggetti pubblici erogatori di servizi sanitari, in Riv. dir. proc., 2010, 665; E. Dalmotto, La residenza del consumatore e la competenza per le liti sul compenso degli avvocati, in Giur. it., 2015, 2635; G. Gioia, Della rinunciabilità del foro del consumatore, in Corr. giur., 2012, 1348.
[2] Il testo originario del decreto de quo è stato successivamente emendato con d.P.C.M. 10 agosto 2018, poi con d.P.C.M. del 27 giugno 2019 e ancora col recente d.P.C.M. 24 febbraio 2020. L’attuale (confusa) normativa statale e sportiva in materia pare destinata ad esser novellata in tempi brevi, atteso che l’art. 6 l. 8 agosto 2019, n. 86, ha delegato il Governo ad adottare, entro il 31 agosto 2020, «uno o più decreti legislativi per il riordino delle disposizioni in materia di rapporti di rappresentanza degli atleti e delle società sportive e di accesso ed esercizio della professione di agente sportivo».
[3] L’articolato, entrato in vigore il 10 luglio 2018, è stato modificato dal Consiglio Nazionale del CONI prima con la delib. n. 1630 del 26 febbraio 2019 e poi con delib. n. 1649 del 29 ottobre 2019.
[4] Il citato Regolamento, approvato dal Consiglio della FIGC e pubblicato col Comunicato ufficiale n. 102/A del 17 aprile 2019, è stato modificato dal medesimo organo federale con la delib. di cui al Comunicato ufficiale n. 116/A del 16 maggio 2019, cui è seguìto un ulteriore emendamento del Presidente federale a mezzo della delib. pubblicata con Comunicato ufficiale n. 137/A del 10 giugno 2019.
[5] Cfr. Corte Giustizia CE, sez. III, ord. 23 febbraio 2006 (causa C-171/05P), in https://curia.europa.eu; Tribunale di Prima Istanza CE, sez. IV, 26 gennaio 2005 (causa T-193/02), ibid., secondo cui l’agente sportivo esercita «an economic activity that is peripheral to the sporting activity»; TAR Lazio, sez. I-ter, 6 giugno 2017, n. 6624, in www.giustizia-amministrativa.it, che ha definito l’allora “procuratore sportivo” come «un libero professionista» siccome non affiliato né legato «da alcun rapporto associativo o di altra natura alla FIGC»; TAR Lazio, sez. III-ter, 11 novembre 2010, n. 33428, ibid., che sulla scorta della giurisprudenza comunitaria ebbe cura di segnalare che «l’agente di calciatori non è affiliato né è legato da alcun rapporto associativo o di altra natura alla FIGC ma, come dichiarato anche dall’art. 1 del Regolamento della suddetta Federazione, è un libero professionista che, avendo ricevuto, a titolo oneroso, l’incarico, cura e promuove i rapporti fra un calciatore e una società in vista della stipula di un contratto di prestazione sportiva ovvero fra due società per la conclusione del trasferimento o la cessione del contratto di un calciatore. Svolge quindi un’attività inquadrabile nella prestazione d’opera professionale (art. 2229 cod. civ.), che ha come presupposto l’avvenuto rilascio di un mandato senza rappresentanza e come oggetto un’obbligazione di mezzi, e non di risultato»; Trib. naz. arb. sport 4 giugno 2012 e 18 maggio 2012, in www.coni.it.
Sul tema, v. i saggi di P. Garraffa, Il mandato sportivo, tra «deregulation» dell’ordinamento sportivo, normativa statale e ordinamento comunitario, in Riv. dir. sportivo, 2017, 19 ss.; M. Lai, Dagli agenti di calciatori ai procuratori sportivi: la nuova disciplina in materia di intermediari nel calcio professionistico, in Riv. dir. ed economia sport, 2015, 1, 79 ss. Con riferimento alla normativa statale e regolamentare più recente, v. M.F. Serra, Considerazioni sulla figura dell’agente sportivo: dalla legge 27 dicembre 2017, n. 205, comma 373 alla legge 8 agosto 2019, n. 86, ivi, 2019, 2, 83 ss.; M. Lai, Il regolamento Figc (2019) sugli agenti sportivi nel calcio professionistico: inquadramento e analisi, ibid., 1, 57 ss.
[6] Ad ulteriore sostegno di quanto affermato, basti considerare che l’art. 30 dello Statuto FIGC estende l’efficacia del cd. vincolo di giustizia (sul quale, v., di recente, P. Sandulli, Ancora qualche riflessione sull’autonomia della giustizia sportiva e sul vincolo di giustizia, in Riv. dir. ed economia sport, 2017, 2, 23 ss.; Id.,Discutendo intorno ai limiti della giustizia sportiva ed al vincolo di giustizia, ibid., 1, 19 ss.; L. Vasselli, Arbitrato sportivo, clausola compromissoria e vincolo di giustizia: profili di sintesi, in Riv. dir. sportivo, 2016, 301 ss.) ai tesserati, alle società affiliate e a tutti i soggetti, organismi e loro componenti «che svolgono attività di carattere agonistico, tecnico, organizzativo, decisionale o comunque rilevanti per l’ordinamento federale». Ebbene, come stabilito da TAR Lazio, sez. I-ter, 6 giugno 2017, n. 6624, cit., «né gli agenti di calcio né tanto meno l’associazione che li rappresenta possono inquadrarsi nei soggetti suindicati, non potendo essi considerarsi come “soggetti comunque rilevanti per l’ordinamento sportivo” solo perché tenuti ad una serie di adempimenti nei confronti della FIGC per svolgere la loro attività e perché soggetti a sanzioni in caso di violazione di tali obblighi».
Inoltre, l’art. 1 R.A.S. FIGC, stabilisce espressamente che «gli Agenti sono liberi professionisti senza alcun vincolo associativo nei confronti della FIGC o di società di calcio affiliate alla FIGC, non potendo essere considerati ad alcun titolo tesserati della FIGC».
[7] Gli aspiranti agenti sportivi, dopo aver superato la prova generale svolta (ex art. 4 d.P.C.M. 23 marzo 2018) presso il CONI, sono tenuti a sostenere con esito positivo una “prova speciale” finalizzata al conseguimento del certificato di iscrizione al Registro della federazione nell’alveo della quale intendono operare. Giusta quanto stabilito dall’art. 4, comma 1, lett. l), R.A.S. CONI, soltanto dopo aver ottenuto l’iscrizione in un Registro federale, l’agente può accedere al Registro nazionale.
[8] Trib. Firenze, sez. III, 30 agosto 2019, n. 2468, Giud. E. D’Alfonso, inedita; e Trib. Terni, sez. I, 9 marzo 2018, n. 205, Giud. M. Olivieri, in IusExplrorer.
[9] Trib. Nola, sez. I, 17 maggio 2019, n. 1132, Giud. L. Paura, in DeJure; e Trib. Cosenza, sez. II, 12 settembre 2017, n. 1780, Giud. C. Misasi, segnalata da Trib. Terni, sez. I, 9 marzo 2018, n. 205, cit.
[10] Cfr. Cass., sez. lav., 25 luglio 2001, n. 10159, in Foro it., 2002, I, 118, con nota di L. Carbone, La previdenza degli sportivi professionisti; Cass. 14 giugno 1999, n. 5866, in Foro it. online; Cass., sez. lav., 17 gennaio 1996, n. 354, in ItalgiureWeb.
[11] In sostanza, la determinazione della tipologia (subordinata o autonoma) del rapporto di lavoro dello sportivo professionista è utile ed efficace sotto il profilo del trattamento, ai fini meramente fiscali e previdenziali, dei proventi dallo stesso percepiti in relazione a singole competizioni o momenti della stagione.
[12] V. supra, nt. 4.
[13] A mente dell’art. 9 dello Statuto FIGC, la Lega è un’associazione costituita dalle «società che si avvalgono delle prestazioni di atleti professionisti e che disputano i campionati nazionali professionistici» oppure dalle «società che si avvalgono esclusivamente delle prestazioni di atleti dilettanti e che disputano campionati dilettantistici».
[14] Cfr., ad esempio, il Regolamento per i servizi di procuratore sportivo, deliberato dal Consiglio della FIGC (Comunicato ufficiale n. 190/A del 26 marzo 2015); il Regolamento agenti di calciatori, approvato dal Consiglio della FIGC (Comunicato n. 100 dell’8 aprile 2010) e il Regolamento agenti, adottato da Commissario straordinario FIGC (Comunicato n. 48 del 28 dicembre 2006), nei quali, addirittura, era previsto che l’incarico al mandatario, «a pena di inefficacia» andava «redatto esclusivamente sui moduli predisposti dalla Commissione Agenti» (art. 16, comma 1, Reg. ag. calc. 2010, e art. 10, comma 1, Reg. ag. 2006). In proposito, v. Cass. 17 marzo 2015, n. 5216, in Foro it. online; Cass. 20 settembre 2012, n. 15934, in Foro it., 2013, I, 2941.
[15] Nella Relazione illustrativa al d.lgs. n. 206/2005 si legge che «la tutela del consumatore si caratterizza essenzialmente come disciplina civilistica dei rapporti tra le parti contraenti, sotto lo specifico profilo della relazione tra parti “non uguali”, come è quello tra “professionista” e “consumatore”, caratterizzato dalla “debolezza strutturale” di quest’ultimo» (§ 3); e che «la normativa di fonte comunitaria a tutela del consumatore ruota intorno ad un’esigenza di protezione speciale di questo soggetto, qualificato come “parte debole” del rapporto con l’interlocutore professionale, rispetto al quale si trova in una posizione di “asimmetria contrattuale”.
Di qui un approccio specifico, ignoto al Codice Civile del 1942, fondato invece su un concetto formale di eguaglianza, diretto a garantire una tutela sostanziale, attenta all’equilibrio effettivo – normativo ed economico – del contratto. Ciò trova conferma nella previsione di meccanismi di riequilibrio, basati su “nullità di protezione”, rilevabili, anche d’ufficio, ma solo a vantaggio del contraente debole. La stessa finalità è perseguita attraverso la scelta di affiancare alla difesa individuale strumenti di tutela processuale a carattere associativo, capaci di sopperire alla debolezza economica e professionale del consumatore, visto come individuo singolo» (§ 6).
[16] Cfr. Cass. 26 marzo 2019, n. 8419, ord., in Foro it. online, secondo cui, ai fini della identificazione del soggetto legittimato ad avvalersi della tutela di cui all’art. 33 d.lgs. n. 206/2005, «la qualifica di “consumatore” spetta solo alle persone fisiche e la stessa persona fisica che svolga attività imprenditoriale o professionale potrà essere considerata alla stregua del semplice “consumatore” soltanto allorché concluda un contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all’esercizio di dette attività; correlativamente deve essere considerato “professionista” tanto la persona fisica, quanto quella giuridica, sia pubblica che privata, che utilizzi il contratto non necessariamente nell’esercizio dell’attività propria dell’impresa o della professione, ma per uno scopo connesso all’esercizio dell’attività imprenditoriale o professionale». Nello stesso senso, la recentissima Cass. 16 gennaio 2020, n. 742, ord., ibid., che, ribaltando un precedente orientamento e ponendosi in linea con la giurisprudenza comunitaria (Corte giustizia UE, 19 novembre 2015, causa C-74/15, e 14 settembre 2016, causa C-534/15), ha stabilito – tracciando il solco nel quale si è inserita Cass. 24 gennaio 2020, n. 1666, ord., ibid. – che riveste la qualifica di consumatore «il fideiussore persona fisica che, pur svolgendo una propria attività professionale (o anche più attività professionali), stipuli il contratto di garanzia per finalità non inerenti allo svolgimento di tale attività, bensì estranee alla stessa, nel senso che si tratti di atto non espressivo di questa, né strettamente funzionale al suo svolgimento (c.d. atti strumentali in senso proprio)»; nonché Cass. 23 settembre 2013, n. 21763, ord., ibid.
[17] La disposizione de qua stabilisce che «salve le disposizioni degli artt. 4 e 5, comma 5, la competenza in materia di contratti conclusi da una persona, il consumatore, per un uso che possa essere considerato estraneo alla sua attività professionale è regolata dalla presente sezione: a) qualora si tratti di una vendita a rate di beni mobili materiali; b) qualora si tratti di un prestito con rimborso rateizzato o di un’altra operazione di credito, connessi con il finanziamento di una vendita di tali beni; c) in tutti gli altri casi, qualora il contratto sia stato concluso con una persona le cui attività commerciali o professionali si svolgono nello Stato membro in cui è domiciliato il consumatore o sono dirette, con qualsiasi mezzo, verso tale Stato membro o verso una pluralità di Stati che comprende tale Stato membro, purché il contratto rientri nell’ambito di dette attività».
[18] Così l’Avvocato Generale della Corte giustizia UE (M. Bobek), conclusioni 14 novembre 2017, causa C-498/16, §§ 30, 32 e 34, in https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A62016CC0498.
[19] Cass., sez. un., 1° ottobre 2003, n. 14669, in Foro it., 2003, I, 3298, con nota di A. Palmieri, In fuga dal codice di rito: i contratti del consumatore conquistano il foro esclusivo (ma derogabile in assenza di squilibrio).
[20] Così G. Balena, Il procedimento per la liquidazione degli onorari di avvocato, cit., 24 (corsivo nel testo).
[21] Nell’insegnamento di Cass., sez. un., 1° ottobre 2003, n. 14669, cit., il fatto che «nel caso, tale foro, bensì esclusivo, si presti a deroga, (…), è circostanza che si spiega con l’ampio spettro della disciplina in cui questa disposizione è venuta ad inserirsi».
[22] Cfr. Cass., sez. un., 1° ottobre 2003, n. 14669, cit., sempre con riferimento all’abrogato art. 1469-bis, comma 3, n. 19, c.c.
[23] Del tutto correttamente, Cass. 12 dicembre 2019, n. 32731, ord., in Foro it. online, ha statuito (in linea con Cass. 14 febbraio 2014, n. 3539, ord., ibid.) che «ove una domanda sia proposta invocando la sussistenza, dinanzi al giudice adito, del foro del consumatore, l’eccezione sulla competenza territoriale sollevata dal convenuto tesa a negare la qualificabilità e assoggettabilità della controversia – poiché non “di consumo” – a quel foro, implica, ove fondata, l’applicazione delle regole di competenza territoriale derogabile, con la conseguenza che la parte è tenuta a contestare la sussistenza, in capo al giudice adito, di tutti i possibili fori concorrenti per ragione di territorio derogabile, e ad indicare il diverso giudice competente secondo ognuno di essi, dovendo altrimenti ritenersi l’eccezione di incompetenza tamquam non esset, perché incompleta, e ciò anche quando il giudice adito ritenga che effettivamente la controversia non sia soggetta al foro del consumatore». Cfr., altresì, Cass. 24 gennaio 2019, n. 2105, ord., in ItalgiureWeb; Cass. 10 settembre 2018, n. 21941, ord., in Foro it. online. Contra, Trib. Terni, sez. I, 9 marzo 2018, n. 205, cit.
[24] Così Corte giustizia UE 11 marzo 2020, n. C-511/17, in https://curia.europa.eu/, ponendosi nella scia di Corte giustizia UE 21 febbraio 2013, n. C-472/11, ibid.
L’art. 4, comma 1, direttiva 93/13/CEE del Consiglio del 5 aprile 1993, “concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori”, stabilisce che «il carattere abusivo di una clausola contrattuale è valutato tenendo conto della natura dei beni o servizi oggetto del contratto e facendo riferimento, al momento della conclusione del contratto, a tutte le circostanze che accompagnano detta conclusione e a tutte le altre clausole del contratto o di un altro contratto da cui esso dipende».
[25] Così Cass. 1° giugno 2001, n. 7436, in Foro it., 2002, I, 146, con osserv. di A. Palmieri. Nello stesso senso, Cass., sez. un., 1° ottobre 2003, n. 14669, cit.; Cass. 20 marzo 2010, n. 6802, ord., in Foro it., 2010, I, 2442; Cass. 23 febbraio 2007, n. 4208, ivi, 2007, I, 2439.
Trib. Firenze 2019
Trib. Nola 2019
Trib. Terni 2018

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 art. 33
 sentenza 
 art. 38
 art. 4
 Cass. 
 art. 10
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1469
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.