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Timestamp: 2020-01-22 17:24:02+00:00

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E' legittimo il risarcimento dei danni agli eredi del lavoratore deceduto a causa dell'amianto per non avere il datore di lavoro adottato le dovute misure preventive (Infortuni sul lavoro) - 101Professionisti.it
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E' legittimo il risarcimento dei danni agli eredi del lavoratore deceduto a causa dell'amianto per non avere il datore di lavoro adottato le dovute misure preventive
E', infatti, giurisprudenza consolidata di questa Corte l'affermazione del principio secondo il quale la responsabilita' dell'imprenditore ex articolo 2087 c.c., pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l'omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l'integrita' psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio (Cass. 1 febbraio 2008 n. 2491-dove sulla base del richiamato principio questa Corte ha confermato la sentenza della Corte territoriale che, con completa e coerente motivazione, aveva affermato la responsabilita', ex articolo 2087 c.c., del datore di lavoro, esattamente considerando come noto al tempo dei fatti di causa - 1975/1995 - il rischio da inalazione di polveri di amianto e rilevando l'insufficienza di un torrino d'aspirazione predisposto dall'imprenditore nonche' ravvisando il danno biologico nel semplice pericolo cagionato da un'alterazione anatomica pur non avente attuale incidenza funzionale"; Cass. 17 luglio 2011 n.15156 e, sostanzialmente nello stesso senso, Cass. 14 gennaio 2005 n. 644). Per tale ragione è esente da vizi la sentenza della Corte d'Appello che una volta assodato che fin dagli inizi del 1900 vi era la consapevolezza della dannosità per la salute umana dell'amianto e la sua correlazione con le patologie tumorali non può ritenersi immune da responsabilità il datore di lavoro che non appronti tutte le cautele in chiave preventiva conosciute all'epoca di riferimento per il solo fatto che la patologia specifica (mesotelioma) non era stata ancora compiutamente correlata all'amianto perché, comunque, era conosciuta la pericolosità di detta sostanza indipendentemente dalla patologia che ne è derivata.
Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile, Sentenza 30 maggio 2012, n. 8655
sul ricorso 26361/2010 proposto da:
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS);
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell'avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall'avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;
- controicorrenti e ricorrenti incidentali -
avverso la sentenza n. 231/2009 della CORTE D'APPELLO di VENEZIA, depositata il 10/11/2009 R.G.N. 924/2006;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/04/2012 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VIOLA Alfredo Pompeo, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.
La Corte di Appello di Venezia, parzialmente riformando la sentenza di primo grado, accoglieva in parte la domanda degli aventi causa di (OMISSIS), ex dipendente della societa' (OMISSIS) deceduto per mesotelioma pleurico, avente ad oggetto il risarcimento jure hereditatis del danno biologico e morale sofferto in vita dal de cuius e tanto sul presupposto che il decesso era ascrivibile a responsabilita' del datore di lavoro che non aveva rispettato le prescrizioni generali di cui all'articolo 2087 c.c., e quelle specifiche poste dalla legislazione speciale. Con la predetta sentenza, inoltre, la Corte territoriale respingeva la domanda di manleva avanzata dalla societa' (OMISSIS) nei confronti terza chiamata (OMISSIS) S.p.A..
La Corte del merito, per quello che interessa in questa sede ed in via di estrema sintesi, rilevava, innanzitutto, che il giudice di primo grado aveva fondato la responsabilita' della societa', non sulla mancata eliminazione dell'amianto, bensi' sulla omessa adozione di tutte le misure all'epoca dei fatti conosciute per rispettare la legge antinfortunistica. Precisava, poi, la Corte territoriale che una volta assodata, alla stregua dei rilievi di cui alla sentenza di primo grado, la consapevolezza fin dagli inizi del 1900 della dannosita' per la salute umana dell'amianto e la sua correlazione con patologie tumorali non poteva ritenersi esente da responsabilita' il datore di lavoro che non aveva approntato le tutele in chiave preventiva conosciute all'epoca di riferimento per il solo fatto che la patologia specifica (mesotelioma) non era compiutamente correlata all'amianto perche', comunque, era conosciuta la pericolosita' di detta sostanza indipendentemente dalla patologia che ne derivava. Conseguentemente, rilevava la Corte di Appello, atteso che nella specie non risultava rispettata da parte datoriale la normativa -specificamente individuata - esistente all'epoca in termini di prevenzione rispetto alla patologia che aveva determinato la morte di (OMISSIS) ne derivava la responsabilita' della societa' anche se tali misure preventive avrebbero potuto solo ridurre il rischio di contrarre la patologia rivelatasi letale. Quanto alla criticata decisione del giudice di primo grado di aderire ad una teoria scientifica contrastante con le conclusioni del CTU, la Corte del merito, assumeva che detto giudice aveva adeguatamente motivato, nell'affrontare la teoria delle esposizioni successive o multistrato, la valutazione delle conclusioni del CTU e, quindi, ben poteva dalla stesse discostarsene. Rispetto, poi, alla riproposta questione del mancato superamento dei c.d. valori limiti la Corte territoriale, osservava che prima del Decreto Legislativo n. 277 del 1991 detti valori servivano per il pagamento del premio supplementare per asbestosi, ma non a far scattare l'obbligo di ottemperare a misure generali di prevenzione che riguardavano qualsiasi lavorazione a rischio polveri e, nella specie, era risultato che non erano state adottate nemmeno quelle misure minime richieste dalla legislazione all'epoca vigente.
Il rigetto della domanda di manleva, proposta dalla societa' (OMISSIS) nei confronti della societa' (OMISSIS), veniva, poi, confermato dalla Corte veneziana sul rilievo che la polizza - ed anche il relativo rinnovo- era riferibile solo a malattie manifestatesi successivamente alla stipula dell'originario contratto e, comunque, in conseguenza di fatti avvenuti durante il periodo di assicurazione. Pertanto, trattandosi di malattia insorta antecedentemente alla stipula della polizza e per fatti avvenuti prima, la domanda in parola non poteva essere accolta.
La Corte territoriale, infine, relativamente al quantum del risarcimento, rilevato che bisognava tener conto della durata della malattia sofferta dal de cuius e di un dato rapportabile a tutte le voci del danno non patrimoniale considerate unitariamente, riteneva equo di valutare come importo unitario di liquidazione del complessivo danno non patrimoniale la somma di euro 4.500,00 al mese in considerazione della estrema gravita e della afflittivita' della patologia e della consapevolezza del malato della ineludibile infausta conclusione della stessa.
Avverso questa sentenza la societa' (OMISSIS) ricorre in cassazione sulla base di otto motivi.
Resistono con controricorso gli aventi causa di (OMISSIS) i quali impugnano in via incidentale con un unica censura la predetta sentenza. Si oppone all'impugnazione incidentale la Societa' (OMISSIS) con controricorso. La societa' (OMISSIS) non svolge attivita' difensiva.
La societa' (OMISSIS) deposita memoria illustrativa.
Preliminarmente va respinta l'eccezione, sollevata dalla societa' (OMISSIS), d'improcedibilita'/inammissibilita' del controricorso per non essere stato depositato nella cancelleria e, comunque nel termine perentorio di 20 giorni dall'avvenuta notifica (avvenuta il 23.12.2010) prescritto dall'articolo 369 c.p.c..
Invero dal certificato a firma del Direttore della Cancelleria civile di questa Corte - Ufficio Depositi- agli atti e dal timbro del deposito apposto a margine del controricorso si evince che questo e' stato depositato presso la Cancelleria di questa Corte in data 11 gennaio 2011 e, quindi, nel termine di cui al richiamato articolo 369 c.p.c..
In ricorsi vanno riuniti riguardando l'impugnazione della stessa sentenza.
Con il primo motivo del ricorso principale si deduce la estinzione e/o la sospensione del giudizio in ragione della sovrapposizione tra azione civile ed azione penale. Evidenzia al riguardo la societa' che, successivamente alla introduzione della presente causa civile, gli attuali resistenti hanno presentato al Tribunale penale di Venezia una costituzione di parte civile nei confronti di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) che sono stati identificati nella sentenza del Tribunale ordinario di Venezia del 22 luglio 2008 per i rispettivi ruoli rivestiti, nei vari periodi, nell'ambito di essa societa' e che nel detto procedimento penale veniva citato anche il responsabile civile della (OMISSIS) che rimaneva pero' contumace. Il procedimento penale,prosegue la societa' ricorrente, e' arrivato alla declaratoria di condanna dei predetti imputati al risarcimento dei danni patiti dalle costituite parti civili liquidando altresi' un provvisionale relativa "tuttavia al diverso danno jure proprio", ed avverso la suddetta sentenza e' stato proposto appello.
Tanto comporta, secondo la societa' ricorrente, che esistendo, tra le domande proposte dagli eredi di (OMISSIS) nel presente processo e - quale parte civile - nell'ambito del processo penale, identita' di petitum e causa petendi, trova applicazione l'articolo 75 c.p.p., che impedisce il proseguimento del processo civile, ovvero l'articolo 211 disp. att. c.p.p., che impone la sospensione del processo civile fino alla definizione del processo penale, facendo, nel presente procedimento stato la sentenza penale di condanna o di assoluzione degli imputati ex dirigenti ed amministratori della (OMISSIS) ai sensi degli articoli 651 e 652 c.p.p.. La societa' deposita a conforto delle su esposte osservazioni: dichiarazione di costituzione di parte civile degli attori datata 24 maggio 2005; sentenza del Tribunale penale di Venezia n. 1196/2008; lettera 30.7.2008 e copia contabile bancaria attestante il pagamento della provvisionale del danno; atto di appello contenente impugnazione da parte di tutti gli imputati della sentenza n. 1196/2008; estratti ceni Dirigenti industria. La deduzione non e' accoglibile.
Invero la societa' ricorrente fonda il proprio assunto - svolto per la prima volta solo in questa sede di legittimita' - su documenti atti a comprovare la costituzione di parte civile degli attuali resistenti nel processo penale a carico degli indicati imputati (di cui prospetta per la carica di Dirigenti dagli stessi rivestita nel tempo la coincidenza con essa ricorrente), la pendenza del procedimento penale, l'identita' del petitum e della causa pretendi dell'azione civile esercitata in sede penale con quella nella presente sede, ecc. - che devono ritenersi, in assenza di diversa specificazione, prodotti per la prima volta in sede di ricorso per cassazione e come tali vanno considerati inammissibili.
Infatti secondo giurisprudenza consolidata di questa Corte non e' consentito produrre nel giudizio di Cassazione documenti che non riguardino l'ammissibilita' del ricorso o la nullita' in senso formale della sentenza impugnata e, quindi, neppure quei provvedimenti del giudice penale in data posteriore a tale sentenza, intesi a corroborare ex post, con l'esito di un giudizio penale o di una fase o di un grado dello stesso, tanto una censura attinente alla mancata sospensione del giudizio civile di merito, quanto una censura attinente ad un preteso error in iudicando della decisione che lo abbia definito (V. per tutte Cass. 15 giugno 1981 n. 3894, 5 gennaio 1980 n. 38 cui adde Cass. 21 aprile 1975 n. 1524 secondo cui la sospensione necessaria del giudizio per la pendenza di processo penale, di cui all'articolo 295 c.p.c. e articolo 3 c.p.p., non puo' essere invocata e disposta in sede di legittimita', ove la dimostrazione della pendenza del processo penale debba essere fornita con la produzione di nuovi documenti, essendo questa preclusa dall'articolo 372 c.p.c., salvo che per i documenti riguardanti la nullita' della sentenza impugnata e l'ammissibilita' del ricorso o del controricorso). Cio' naturalmente vale anche in ordine alla prospettazione concernente la pretesa estinzione del presente giudizio.
Con il secondo motivo del ricorso principale, denunciandosi illogicita' ed omissioni nella motivazione, si assume che la Corte del merito nell'aderire alla teoria della dose-indipendenza non ha tenuto conto dei chiarimenti forniti dal CTU su tale punto secondo il quale la vera prevenzione del mesotelioma puo' passare solo attraverso l'abolizione dell'amianto. Richiama la societa' ricorrente, altresi', la sentenza di questa Corte n. 20142 del 2010 e la circostanza secondo la quale la Corte del merito avrebbe dedotto la rilevanza della dose dalla legislazione in materia di benefici contributivi che subordina i medesimi ad una esposizione decennale.
Con la terza censura del ricorso principale, allegandosi violazione dell'articolo 421 c.p.c., articolo 420 c.p.c., comma 6, articolo 115 c.p.c. e articolo 97 disp. att. c.p.c., si assume che la Corte di appello ha errato nel non rilevare che l'autonomia del giudice di dissentire rispetto al parere del CTU e' limitata, per la salvaguardia del principio del contraddittorio, alla cultura medica espressa dal CTU o dalle parti.
Con il quarto motivo del ricorso principale, prospettandosi violazione degli articoli 1218, 1223, 1225, 2043, 2087 c.c., nonche' articoli 40 e 41 c.p.c., si critica la sentenza impugnata laddove "fa capire che la responsabilita' del datore di lavoro deriverebbe dalla semplice omissione di misura di cautela che avrebbe potuto ridurre il rischio" senza quantificare la riduzione del rischio come se la responsabilita' ex articolo 2087 c.c., fosse di natura oggettiva.
Con la quinta critica del ricorso principale, si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione sul nesso di causalita' e tanto sul presupposto che, come precisato dal CTU in sede di chiarimenti, l'abbattimento del rischio per il mesotelioma non e' importante e, quindi, non rileva ai fini della sussistenza del nesso di causalita' in mancanza anche di una indagine probabilistica. Con il sesto motivo del ricorso principale, si allega omessa motivazione in relazione all'asserita violazione di cautele rivolte alla riduzione della polverosita'.
Con la settima censura del ricorso principale, deducendosi violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 303 del 1956, articoli 21, 4, 9, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, articolo 387, articoli 2087, 1218, 2043, 125 e 1176 c.c., si assume l'erroneita' della sentenza impugnata in relazione all'affermazione della colpa a prescindere dai limiti soglia ed alla non prevedibilita' del rischio mesotelioma fino a tutto il 1960.
Le censure, che in quanto strettamente connesse dal punto di vista logico-giuridico vanno tratte unitariamente, sono infondate. Preliminarmente occorre rilevare che costituisce principio di diritto nella giurisprudenza di questa Corte l'affermazione secondo la quale le valutazioni espresse dal consulente tecnico d'ufficio non hanno efficacia vincolante per il giudice del merito il quale puo' legittimamente disattenderle sempreche' fornisca, in ogni caso, una adeguata motivazione del suo convincimento, rispondente ad una attenta valutazione di tutti gli elementi concreti sottoposti alla sua delibazione, indicando i criteri logici e giuridici che hanno determinato il suo giudizio (V. per tutte Cass. 6 luglio 2007 n. 15263, Cass. 17 dicembre 2010 n. 25569 e Cass. 3 marzo 2011 n. 5148) Nella specie la motivazione della sentenza della Corte di Appello, che condivide le osservazioni critiche svolte dal giudice di primo grado alla tesi scientifica sostenuta dall'ausiliare, e' congruamente e logicamente argomentata risultando indicati gli elementi di cui il Collegio si e' avvalso per ritenere non condivisibili alcuni degli argomenti sui quali il consulente si e' basato.
Del resto, e a confutazione di quanto sostenuto dalla societa' ricorrente secondo la quale il giudice di appello disattendendo le conclusioni del CTU avrebbe violato il principio del contraddittorio, mette conto annotare che, nella specie, la Corte del merito, nel dissentire da alcune teorie scientifiche esposte dal CTU, non elabora per cosi' dire una terza via, ma quella alternativa le cui basi' scientifiche sono tratte proprio, a contrario, dalle osservazioni tecniche dell'ausiliario e con riferimento a specifici autori della scienza medica.
D'altro canto lo stesso CTU, come ne da atto il Collegio di appello, non esclude del tutto la validita' e' l'incidenza, nel caso di specie, della teoria c.d. dose-indipendente. La Corte del merito, infatti, nel riportare quanto osservato sul punto dal giudice di primo grado, sottolinea che il CTU precisa che idonee misure preventive di tipo ambientale (aspiratori e separazione delle lavorazioni) e di tipo personale (dispositivi di protezione) sicuramente importanti per l'abbattimento del rischio soprattutto per le patologie fortemente dose dipendenti quali asbestosi e tumore polmonare, sono di qualche utilita' anche per evitare l'insorgenza del mesotelioma.
Ne' puo' in questa sede valutarsi la decisivita' dei chiarimenti del CTU essendosi la societa' ricorrente, in violazione del principio di autosufficienza, limitata a riportare di tali chiarimenti solo alcuni stralci che non consentono, come tali, un pieno sindacato di legittimita'.
Il richiamo, poi, alla sentenza della Cassazione n. 20142 del 2010 non e' dirimente in quanto in tale occasione questa Corte ha si' confermato la decisione di merito che aveva respinto la domanda di risarcimento del danno proposta dagli eredi di un lavoratore, gia' addetto alla lavorazione dell'amianto, deceduto per mesotelioma ed esposto al rischio tra il 1953 ed il 1962, ma tanto in ragione esclusivamente della ritenuta congruita' della motivazione posta a supporto del giudizio secondo il quale il rispetto delle limitate prescrizioni cautelative praticabili all'epoca dello svolgimento dell'attivita' lavorativa, non avrebbe impedito l'insorgere del mesotelioma in quanto malattia dose-dipendente.
Il riferimento, inoltre, contenuto nella sentenza di appello, alla normativa concernente i benefici contributivi e' meramente rafforzativo dell'argomentazione fondamentale posta a base della motivazione sul punto in questione, sicche' lo stesso non riveste un ruolo decisivo ai fini della valutazione della congruita' della motivazione della sentenza impugnata.
Neppure puo' fondatamente assumersi, contrariamente a quanto prospettato dalla societa' ricorrente, che la Corte del merito abbia fondato la propria decisione sull'affermazione, ex articolo 2087 c.c., di una responsabilita' oggettiva del datore di lavoro.
La Corte territoriale, invero, sul punto asserisce, con motivazione coerente ed adeguata, che una volta assodato che fin dagli inizi del 1900 vi era la consapevolezza della dannosita' per la salute umana dell'amianto e la sua correlazione con le patologie tumorali non puo' ritenersi immune da responsabilita' il datore di lavoro che non appronti tutte le cautele in chiave preventiva conosciute all'epoca di riferimento per il solo fatto che la patologia specifica (mesotelioma) non era stata ancora compiutamente correlata all'amianto perche', comunque, era conosciuta la pericolosita' di detta sostanza indipendentemente dalla patologia che ne e' derivata.
Su tale premessa la Corte del merito accertato che nella specie, come asserito dal giudice di primo grado, l'ambiente di lavoro in cui il (OMISSIS) aveva svolto la propria attivita' non aveva i caratteri della salubrita' necessari per garantire una piena tutela della salute ed accertato il mancato rispetto da parte datoriale della normativa -specificamente individuata- esistente all'epoca in termini di prevenzione rispetto alla patologia che aveva determinato la morte di (OMISSIS), ritiene, anche in considerazione di quanto asserito dal CTU secondo il quale - come visto in precedenza- idonee misure preventive di tipo ambientale (aspiratori e separazione delle lavorazioni) e di tipo personale (dispositivi di protezione) sono di qualche utilita' anche per evitare l'insorgenza del mesotelioma, la responsabilita' della societa' (OMISSIS).
Tanto da conto non solo della adeguatezza e coerenza della motivazione della sentenza impugnata, ma anche della sua correttezza giuridica. E', infatti, giurisprudenza consolidata di questa Corte l'affermazione del principio secondo il quale la responsabilita' dell'imprenditore ex articolo 2087 c.c., pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l'omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l'integrita' psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio (Cass. 1 febbraio 2008 n. 2491-dove sulla base del richiamato principio questa Corte ha confermato la sentenza della Corte territoriale che, con completa e coerente motivazione, aveva affermato la responsabilita', ex articolo 2087 c.c., del datore di lavoro, esattamente considerando come noto al tempo dei fatti di causa - 1975/1995 - il rischio da inalazione di polveri di amianto e rilevando l'insufficienza di un torrino d'aspirazione predisposto dall'imprenditore nonche' ravvisando il danno biologico nel semplice pericolo cagionato da un'alterazione anatomica pur non avente attuale incidenza funzionale"; Cass. 17 luglio 2011 n.15156 e, sostanzialmente nello stesso senso, Cass. 14 gennaio 2005 n. 644).
Ne' puo' non rilevarsi che tutte le altre diffuse argomentazioni della societa' ricorrente tendono ad ottenere da questa Corte di legittimita' una nuova, impossibile valutazione delle prove e dei fatti di causa.
Con l'ottavo motivo del ricorso principale, allegandosi violazione dell'articolo 1362 c.c., e segg., in relazione alle all'interpretazione del contratto di assicurazione nonche', sullo stesso punto, vizio di motivazione, si deduce, innanzitutto, che non e' logicamente compatibile con l'affermazione relativa alla dose dipendenza la motivazione della sentenza impugnata secondo la quale la polizza sarebbe inoperante avendo preso effetti diversi anni dopo l'inizio dell'esposizione del (OMISSIS). Si assume poi, che l'interpretazione fornita dalla Corte del merito della polizza e' contraddetto dalla lettera dell'11 maggio 1992 che genericamente fa riferimento a tutti i danni e le malattie verificatesi' antecedentemente alla riforma della polizza, senza limitazioni al periodo successivo al 1987.
La censura non e' scrutinabile.
Invero la societa' ricorrente pur deducendo che l'interpretazione fornita dalla Corte del merito della polizza e' contraddetta dalla lettera dell'11 maggio 1992, non trascrive, in violazione del principio di autosufficienza, nel ricorso il testo di tale missiva impedendo in tal modo qualsiasi sindacato di legittimita' al riguardo.
Ne' risultano riportato nel ricorso le clausole della polizza.
Con il ricorso incidentale, denunciandosi violazione degli articoli 2043, 2056, 1223 e 1226 c.c., si allega l'inadeguatezza del quantum liquidato dalla Corte del merito a titolo di risarcimento del danno sottolineandosi che in siffatta quantificazione non si e' tenuto conto della peculiarita' del caso concreto ed in particolarita' della gravita delle lesioni, degli eventuali postumi permanenti, dell'eta', dell'attivita' espletata e delle condizioni familiari e sociali del danneggiato. Si richiamano al riguardo le tabelle indicative del Tribunale di Venezia.
La Corte del merito,infatti, procedendo, alla stregua della sentenza Sezioni Unite civili di questa Corte dell'11 novembre 2008 n. 26972, alla liquidazione del danno non patrimoniale senza duplicare il risarcimento attraverso l'attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici, ha adottato il criterio equitativo puro (articolo 1226 c.c.) -ossia svincolato da tabelle standardizzate e criteri automatici -tenendo conto in particolare della estrema gravita ed afflittivita' della patologia e della consapevolezza da parte del malato della ineludibile conclusione infausta della stessa.
La sentenza della Corte del merito e', quindi, corretta in diritto essendo conforme alla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale il giudice, nella liquidazione del danno, deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dal punto di vista oggettivo e soggettivo ben potendo legittimamente far ricorso al richiamato criterio equitativo puro (cfr. per tutte Cass. 21 aprile 2011 n. 9238 e Cass. 14 settembre 2010 n. 19517).
La sostanziale soccombenza della societa' (OMISSIS) giustifica la sua condanna al pagamento in favore dei resistenti delle spese del giudizio di legittimita'.
Nulla deve disporsi in relazione alla societa' (OMISSIS) non avendo questa societa' svolto attivita' difensiva.
La Corte riuniti i ricorsi li rigetta e condanna la societa' (OMISSIS) al pagamento, in favore dei resistenti, delle spese del giudizio di legittimita' liquidate in euro 40,00 per esborsi ed euro 3.000,00 per onorario oltre I.V.A., C.P.A. e spese generali. Nulla per le spese nei confronti della societa' (OMISSIS).

References: articolo 2087
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 articolo 2087
 Cass. 
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 Sentenza 
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 articolo 369
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 articolo 3
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 articolo 420
 articolo 115
 articolo 97
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 articolo 2087
 articolo 387
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 articolo 2087
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 articolo 2087
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 articolo 2087
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