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Timestamp: 2018-05-27 19:47:47+00:00

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Giurisprudenza Costituzionale: marzo 2011
Ordinanza 105/2011
Ordinanza 104/2011
Ordinanza 103/2011
Ordinanza 102/2011
Ordinanza 101/2011
Ordinanza 100/2011
Ordinanza 99/2011
Sentenza 98/2011
Sentenza 97/2011
Ordinanza 95/2011
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Sentenza 91/2011
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Sentenza 81/2011
Sentenza 79/2011
Sentenza 78/2011
Sentenza 77/2011
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Ordinanza 75/2011
Ordinanza 74/2011
Ordinanza 73/2011
Ordinanza 72/2011
Sentenza 71/2011
Sentenza 70/2011
Sentenza 69/2011
Sentenza 68/2011
Sentenza 67/2011
Ordinanza 66/2011
Ordinanza 65/2011
Ordinanza 64/2011
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Sentenza 62/2011
Sentenza 61/2011
Sentenza 60/2011
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Ordinanza 51/2011
Ordinanza 50/2011
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Sentenza 48/2011
Sentenza 47/2011
Sentenza 46/2011
Sentenza 45/2011
Sentenza 43/2011
Sentenza 41/2011
Sentenza 40/2011
Ordinanza 39/2011
Ordinanza 38/2011
Sentenza 36/2011
Sentenza 35/2011
Camera di Consiglio del 09/03/2011 Decisione del 21/03/2011
Deposito del 25/03/2011 Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate: Ordinanza n. 20/2011 del 12-20 gennaio 2011.
Atti decisi: confl. enti 9/2009
ORDINANZA N. 105
nel giudizio per la correzione di errore materiale contenuto nell’ordinanza n. 20 del 12-20 gennaio 2011.
Udito nella camera di consiglio del 9 marzo 2011 il Giudice relatore Luigi Mazzella.
Considerato che, nella motivazione dell’ordinanza, al settimo capoverso, il legale rappresentante della Regione Campania, impropriamente, è stato indicato come Governatore, anziché come «Presidente pro-tempore della Giunta regionale»;
ravvisata la necessità di correggere l’errore materiale suddetto, nonostante si tratti di una mera ordinanza di estinzione del processo.
Visto l’art. 21 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.
dispone che nella ordinanza n. 20 del 12-20 gennaio 2011 sia corretto il seguente errore materiale: nel settimo capoverso, seconda riga, della motivazione, laddove si legge «Governatore» deve intendersi «Presidente pro-tempore della Giunta regionale».
Depositata in Cancelleria il 25 marzo 2011.
Presidente DE SIERVO - Redattore LATTANZI
Norme impugnate: Ammissibilità di conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato sorto a seguito di: - richiesta di rinvio a giudizio del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli del 11/05/2009, R.G.N.R. n. 8213/2009; - richiesta di rinvio a giudizio del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli del 02/02/2010, R.G.N.R. n. 5736/2010; - ordinanza del Tribunale di Napoli, Sezione G.I.P./G.U.P., del 20/10/2010.
Atti decisi: confl. pot. amm. 12/2010
nel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto in seguito all’apertura delle indagini da parte del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, alle successive richieste di rinvio a giudizio, dell’11 maggio 2009 (R.G.N.R. n. 8213/2009) e del 2 febbraio 2010 (R.G.N.R. n. 5736/2010), da parte del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli e all’ordinanza del Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli del 20 ottobre 2010, promosso dal Senato della Repubblica con ricorso depositato in cancelleria il 21 dicembre 2010 ed iscritto al n. 12 del registro conflitti tra poteri dello Stato 2010, fase di ammissibilità.
Udito nella camera di consiglio del 9 marzo 2011 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi.
Ritenuto che, con ricorso depositato il 21 dicembre 2010, il Senato della Repubblica ha sollevato un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli e del Giudice dell’udienza preliminare di quest’ultimo tribunale, chiedendo a questa Corte di dichiarare che non spettava a tali procuratori «esperire indagini a carico dell’on. Mario Clemente Mastella, Ministro all’epoca dei fatti contestati, omettendo di trasmettere, ai sensi dell’art. 6 della legge costituzionale n. 1 del 1989, gli atti al Collegio per i reati ministeriali di cui al successivo articolo 7» e che «non spettava al Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Napoli (…) rigettare con l’ordinanza del 20 ottobre 2010 l’eccezione di incompetenza funzionale del Tribunale di Napoli a giudicare il Ministro della giustizia on. Mario Clemente Mastella, e di procedere secondo il rito ordinario»;
che, in seguito alle indagini iniziate dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere e concluse da quella di Napoli e ad altre indagini di questa procura, senza che, in entrambi i casi, gli atti fossero stati trasmessi al tribunale dei ministri, sono state formulate due richieste di rinvio a giudizio a carico del Ministro Mastella (l’una dell’11 maggio 2009, nel procedimento penale di cui al R.G.N.R. n. 8213/09; l’altra, del 2 febbraio 2010, nel procedimento penale di cui al R.G.N.R. n. 5736/10);
che, con ordinanza del 20 ottobre 2010, il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli ha ritenuto che «i reati dall’accusa attribuiti a Mastella, pur se riferibili ad un periodo in cui questi era Ministro della giustizia, in nulla sono collegabili all’esercizio di quelle funzioni», ha rigettato l’eccezione di incompetenza funzionale e ha disposto «procedersi oltre»;
che, secondo il Senato, con tali omissioni e con tali atti, di cui si chiede l’annullamento, l’Autorità giudiziaria avrebbe menomato le attribuzioni costituzionali spettanti al ricorrente in base all’art. 96 della Costituzione, in forza delle quali la Camera competente a deliberare sull’autorizzazione ivi prevista dovrebbe venire informata della pendenza di qualsiasi procedimento penale, se relativo a fatti attribuiti a chi abbia rivestito, al tempo di essi, la qualità di ministro, e avrebbe titolo a pretendere che, in tali casi, gli atti siano trasmessi, in base all’art. 6 della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1 (Modifiche degli articoli 96, 134 e 135 della Costituzione e della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, e norme in materia di procedimenti per i reati di cui all’articolo 96 della Costituzione), al tribunale dei ministri, quale «unico organo giudiziario legittimato ad indagare sulla notizia di reato addebitato al Ministro ed a qualificare, all’esito delle indagini, la natura del reato»;
che, secondo il Senato, solo per tale via, infatti, il ramo competente del Parlamento sarebbe in grado di esprimere la propria valutazione sulla natura ministeriale o non ministeriale del reato, in relazione all’art. 96 Cost.;
che, nel caso di specie, viceversa, il Senato, ignaro della pendenza del procedimento, sarebbe stato «posto nella condizione inammissibile di dovere ricercare altrimenti le informazioni necessarie all’esercizio dei suoi poteri di prerogativa», dapprima, attivando il Ministro della giustizia pro tempore, in data 22 dicembre 2009 e 17 giugno 2010, affinché acquisisse ogni elemento conoscitivo utile; in seguito, in data 30 ottobre 2010, richiedendo la trasmissione degli atti direttamente al Presidente del Tribunale di Napoli, che, il 16 novembre 2010, avrebbe dato atto dell’intervenuta trasmissione, in data 2 novembre 2010, da parte del Procuratore della Repubblica al Ministro, a seguito di richiesta del secondo risalente al precedente 4 ottobre;
che, osserva il ricorrente, fin dalle origini l’ordinamento repubblicano, pur devolvendo alla Corte costituzionale il giudizio sui reati ministeriali, aveva avvertito la necessità di «una disciplina analitica dei rapporti fra la giurisdizione penale costituzionale e la giurisdizione penale comune», disposta sia con gli artt. da 10 a 14 della legge 25 gennaio 1962, n. 20 (Norme sui procedimenti e giudizi di accusa), sia con l’art. 8 della legge 10 maggio 1978, n. 170 (Nuove norme sui procedimenti d’accusa di cui alla legge 25 gennaio 1962, n. 20): in particolare, si era stabilito che, in caso di inizio dell’azione penale a carico di un ministro, il pubblico ministero fosse tenuto a darne notizia al Presidente della Camera, che ne informava la Commissione parlamentare inquirente; veniva poi demandata a questa Corte la risoluzione di eventuali conflitti tra Commissione e Autorità giudiziaria;
che, a seguito della revisione dell’art. 96 Cost., a parere del Senato, permane la medesima esigenza di coinvolgere in ogni caso la Camera competente, ove sia avviato un procedimento penale a carico di un ministro, come questa Corte avrebbe riconosciuto con la sentenza n. 241 del 2009, sulla base dell’art. 8 della legge costituzionale n. 1 del 1989;
che, per tale ragione e al fine di consentire l’eventuale esercizio del potere di autorizzazione previsto dall’art. 96 Cost., «il Collegio per i reati ministeriali costituisce il raccordo indefettibile per la regolazione dei rapporti dell’autorità giudiziaria con le Camere rappresentative»: esso, perciò, andrebbe investito ai sensi dell’art. 6 della legge costituzionale n. 1 del 1989 di ogni notizia di reato concernente un ministro, affinché eserciti la propria valutazione anche in ordine al carattere ministeriale del reato e attivi, in tal caso, la Camera competente, ovvero, qualora il reato sia ritenuto di natura comune, disponga la cosiddetta archiviazione anomala e ne informi, in base all’art. 8 della medesima legge, la Camera per consentirle l’esercizio delle proprie attribuzioni;
che dovrebbe viceversa escludersi, a parere del Senato, l’esistenza (secondo quanto avrebbe affermato, in particolare, il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli) di «una sorta di competenza esclusiva sulla competenza del potere parlamentare», esercitabile dall’Autorità giudiziaria: tale sarebbe la conclusione, invece, ove quest’ultima potesse procedere avverso un ministro nelle forme ordinarie, eludendo le attribuzioni del collegio per i reati ministeriali, e conseguentemente quelle, ad esse collegate da “un nesso strettissimo”, della Camera;
che ciò si sarebbe, invece, verificato nel caso di specie, da parte sia delle procure, sia del giudice dell’udienza preliminare, il quale avrebbe dovuto prendere atto di tale circostanza, al fine di «quanto meno (…) provvedere autonomamente» ad informare il Senato;
che, secondo il ricorrente, non sarebbe discutibile la propria legittimazione a sollevare il conflitto, in quanto il Senato della Repubblica è la Camera competente a concedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro Mastella, sia per la posizione di senatore dallo stesso rivestita all’epoca dei fatti, sia per la circostanza che quando l’azione penale è stata esercitata nei suoi confronti egli aveva cessato di appartenere al Parlamento; né sarebbe contestabile la legittimazione delle autorità giudiziarie coinvolte, nella specie il Tribunale di Napoli, Sezione Gip/Gup, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, a resistervi;
che ricorrerebbe, parimenti, il requisito oggettivo del conflitto, che riguarda la menomazione della sfera di attribuzioni direttamente conferite al Senato della Repubblica dalla Costituzione e dalla legge costituzionale n. 1 del 1989, determinata dalla condotta degli organi giudiziari predetti, che avrebbero omesso il compimento di adempimenti processuali, previsti a tutela delle prerogative del Senato, svolgendo le indagini e disponendo la prosecuzione del procedimento nelle “forme ordinarie”;
che, infine, il ricorrente osserva di avere interesse a proporre il ricorso, dal momento che l’illegittima procedura con cui l’Autorità giudiziaria ordinaria ha qualificato come non ministeriali i reati addebitati al Ministro Mastella lo avrebbe privato di ogni possibilità di partecipazione e di coinvolgimento nel procedimento, indispensabili per il compimento delle proprie valutazioni al riguardo.
Considerato che in questa fase del giudizio, a norma dell’art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), questa Corte è chiamata a delibare senza contraddittorio in ordine all’ammissibilità del conflitto di attribuzione, sotto il profilo della sussistenza della «materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza», restando impregiudicata ogni ulteriore e diversa valutazione, anche in punto di ammissibilità;
che, quanto alla sussistenza dei requisiti soggettivi, il Senato della Repubblica è legittimato a sollevare conflitto, al fine di difendere le attribuzioni che gli spettano ai sensi dell’art. 96 Cost. (sentenze n. 241 del 2009 e n. 403 del 1994; ordinanze n. 211 del 2010; n. 8 del 2008; n. 217 del 1994);
che la legittimazione a resistere nel presente conflitto va riconosciuta al Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli, in quanto organo competente a dichiarare definitivamente, nel procedimento di cui è investito, la volontà del potere cui appartiene, in ragione dell’esercizio di funzioni giurisdizionali svolte in posizione di piena indipendenza, costituzionalmente garantita (da ultimo, ordinanza n. 211 del 2010);
che, parimenti, sono legittimati a resistere nel conflitto i Procuratori della Repubblica presso i Tribunali di Santa Maria Capua Vetere e di Napoli, in quanto direttamente investiti delle funzioni previste dall’art. 112 Cost. e dunque gravati dall’obbligo non solo di esercitare l’azione penale, ma anche di svolgere le attività di indagine a questa finalizzate (ordinanze n. 276 del 2008; n. 73 del 2006; n. 404 del 2005);
che, con riguardo ai presupposti oggettivi, il ricorso è indirizzato a garanzia di una sfera di attribuzioni costituzionali, desumibili, secondo la prospettazione del Senato della Repubblica, dall’art. 96 Cost. e dalla legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1;
che, ai sensi dell’art. 37, quarto comma, della legge n. 87 del 1953, va disposta la notificazione del ricorso e della presente ordinanza anche alla Camera dei deputati, stante l’identità della posizione costituzionale dei due rami del Parlamento in relazione alle questioni di principio da trattare (sentenza n. 7 del 1996; ordinanze n. 211 del 2010; n. 8 del 2008; n. 102 del 2000; n. 470 del 1995).
dichiara ammissibile, ai sensi dell’art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87, il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato proposto dal Senato della Repubblica nei confronti del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli e del Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli, con il ricorso in epigrafe;
a) che la cancelleria della Corte dia immediata comunicazione della presente ordinanza al ricorrente Senato della Repubblica;
b) che, a cura del ricorrente, il ricorso e la presente ordinanza siano notificati al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli e al Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli, nonché alla Camera dei deputati, in persona del suo Presidente, entro il termine di sessanta giorni dalla comunicazione di cui al punto a), per essere successivamente depositati, con la prova dell’avvenuta notifica, nella cancelleria di questa Corte entro il termine di trenta giorni dall’ultima notificazione, a norma dell’art. 24, comma 3, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.
Presidente DE SIERVO - Redattore GROSSI
Deposito del 24/03/2011 Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate: Art. 6 ter del decreto legge 30/12/2008, n. 208, introdotto dalla legge di conversione 27/02/2009, n. 13.
Atti decisi: ord. 337/2010
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 6-ter del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 208 (Misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell’ambiente), introdotto dalla legge di conversione 27 febbraio 2009, n. 13, promosso dal Tribunale ordinario di Sondrio nel procedimento vertente tra Schenatti Elide ed altri e la F.A.B. Funivia Al “Bernina” s.p.a. con ordinanza dell’8 giugno 2010, iscritta al n. 337 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 44, prima serie speciale, dell’anno 2010.
udito nella camera di consiglio del 9 marzo 2011 il Giudice relatore Paolo Grossi.
Ritenuto che il Giudice unico del Tribunale ordinario di Sondrio – nel corso di una controversia proposta dai proprietari di un’abitazione per la eliminazione delle immissioni acustiche derivanti dalla gestione di un impianto di risalita ad uso turistico e per il risarcimento dei danni – con ordinanza emessa l’8 giugno 2010, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 32 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’articolo 6-ter del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 208 (Misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell’ambiente), introdotto dalla legge di conversione 27 febbraio 2009, n. 13, secondo il quale «nell’accertare la normale tollerabilità delle immissioni e delle emissioni acustiche, ai sensi dell’art. 844 del codice civile, sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti e la priorità di un determinato uso»;
che il rimettente premette che la convenuta ha chiesto il rigetto della domanda, invocando l’avvenuto rispetto delle prescrizioni di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 14 novembre 1997, il preuso dell’impianto e la destinazione turistico-sportiva della zona, e che l’espletata c.t.u. ha accertato «un significativo superamento del limite c. d. di normale tollerabilità di cui all’art. 844 c.c., secondo i parametri elaborati, nel corso degli anni, dalla giurisprudenza, mentre risultano pienamente rispettati i limiti dettati dal Regolamento Locale di igiene e dalle disposizioni disciplinanti la specifica sorgente»;
che, peraltro, secondo il giudice a quo «la norma non può essere interpretata altrimenti che come una deroga ed una limitazione allo stesso art. 844 cit., nel senso che il Giudice non potrà più, in presenza di specifiche discipline relative alla sorgente delle emissioni acustiche e di un preuso, valutare la normale tollerabilità alla luce dei parametri elaborati nel corso degli anni dalla giurisprudenza, ma dovrà limitarsi a rilevare l’eventuale violazione delle disposizioni – di fonte legislativa od anche regolamentare – relative alla sorgente stessa ed il preuso»;
che, pertanto, il rimettente – ritenuto che la domanda proposta dovrebbe essere rigettata, nonostante il superamento dei limiti di normale tollerabilità ricavabili dall’art. 844 cod. civ. – deduce che la norma censurata violerebbe gli evocati parametri, per il diverso trattamento degli atti di immissione e/o di emissione acustica rispetto a quelli di altra natura e per la lesione del diritto alla salute, sotto lo specifico aspetto del diritto al riposo ed alla tranquillità individuale, perché impedisce di applicare la norma primaria “in bianco” contenuta nell’art. 844 cod. civ. e perché impone di dare preminenza al preuso ed ai parametri determinati da norme di carattere integrativo, anche di rango secondario, che possono rendere mutevoli ed imprevedibili i livelli di salubrità del luogo;
che, in punto di rilevanza della questione, il rimettente osserva che – dichiarata incostituzionale la norma censurata – egli potrebbe passare al vaglio dell’effettiva operatività, nel caso specifico, della tutela contenuta nell’art. 844 cod. civ;
che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, eccependo in via pregiudiziale l’inammissibilità della sollevata questione in quanto il rimettente: a) omette di specificare se l’asserita intollerabilità delle immissioni comporti in concreto un danno per la salute degli attori; b) non esamina l’eccezione di preuso sollevata dalla convenuta; c) omette di indicare le norme regolamentari che fisserebbero parametri non compatibili con le esigenze di tutela garantite dall’art. 844 cod. civ.;
che, nel merito, la difesa erariale deduce la manifesta infondatezza della questione medesima, sia sotto il profilo della denunciata violazione del principio di uguaglianza, che non osta alla introduzione di una norma particolare per una sola specie di immissioni, sia sotto il profilo della dedotta violazione della tutela della salute, giacché – se è vero che la norma censurata ha la funzione di integrare il contenuto dispositivo della norma “in bianco” dell’art. 844 cod .civ. – ciò non significa affatto che in tal modo, nel nome di una incondizionata applicazione a qualsiasi norma di legge o regolamento che preveda particolari parametri di emissione, il giudice sia costretto a negare tutela al proprietario del fondo interessato da immissioni moleste, anche quando esse si traducano in un danno per la sua salute;
che, infatti – l’Avvocatura generale dello Stato rileva – il legislatore ha opportunamente affermato che il rispetto dei parametri legislativi e regolamentari fa presumere la normalità dell’esercizio dell’attività ed impone al proprietario di sopportare le molestie arrecate al fondo, in base ad un corretto contemperamento degli opposti interessi.
Considerato che il rimettente censura l’articolo 6-ter del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 208 (Misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell’ambiente), introdotto dalla legge di conversione 27 febbraio 2009, n. 13, secondo il quale «Nell’accertare la normale tollerabilità delle immissioni e delle emissioni acustiche, ai sensi dell’art. 844 del codice civile, sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti e la priorità di un determinato uso»;
che il rimettente deduce che la norma censurata violerebbe l’articolo 3 della Costituzione, in ragione del diverso trattamento degli atti di immissione e/o di emissione acustica rispetto a quelli di altra natura, nonché l’art. 32 Cost. per la lesione del diritto alla salute, sotto lo specifico aspetto del diritto al riposo ed alla tranquillità individuale, perché impedirebbe di applicare la norma primaria “in bianco” contenuta nell’art. 844 cod. civ., che vieta le immissioni non tollerabili, e perché imporrebbe di dare preminenza al preuso ed ai parametri determinati da norme di carattere integrativo, anche di rango secondario, che possono rendere mutevoli ed imprevedibili i livelli di salubrità del luogo;
che, con riferimento a tale secondo profilo di censura, va rilevato che il rimettente (come eccepito dalla difesa dello Stato) omette di specificare se il riscontrato superamento del limite di normale tollerabilità delle immissioni acustiche comporti nel caso concreto un effettivo danno per la salute fisio-psichica degli attori;
che la completa assenza di qualsiasi motivazione sul punto – atteso che l’esposizione ad immissioni sonore intollerabili non costituisce di per sé prova dell’esistenza di danno alla salute (Cassazione, terza sezione civile, 10 dicembre 2009, n. 25820), la cui risarcibilità non consegue automaticamente dal superamento dei limiti di cui all’art. 844 cod. civ. ma è subordinata all’accertamento dell’effettiva esistenza di una lesione fisica o psichica eventualmente azionabile ai sensi degli artt. 2043 e 2058 cod. civ. – vale a determinare l’inammissibilità della questione per insanabile astrattezza (ordinanza n. 5 del 2010), in quanto tale difetto di motivazione non consente alla Corte di valutarne la rilevanza ai fini della definizione del giudizio a quo (ordinanza n. 338 del 2010);
che, inoltre, il rimettente fonda i propri dubbi di incostituzionalità sulla asserita portata derogatoria della norma censurata rispetto alla disposizione codicistica, ed in particolare sulla sopravvenuta limitazione dell’ambito valutativo del giudicante che, a suo dire, «non potrà più, in presenza di specifiche discipline relative alla sorgente delle emissioni acustiche e di un preuso, valutare la normale tollerabilità alla luce dei parametri elaborati nel corso degli anni dalla giurisprudenza, ma dovrà limitarsi a rilevare l’eventuale violazione delle disposizioni – di fonte legislativa od anche regolamentare – relative alla sorgente stessa ed il preuso»;
che, tuttavia, (come ancora eccepito dalla Avvocatura generale dello Stato) il giudice a quo non indica quali (e di quale rango) siano le disposizioni pubblicistiche che disciplinerebbero nella fattispecie la specifica sorgente sonora degli impianti sciistici, né chiarisce se a suo avviso debba farsi riferimento ai limiti stabiliti dal D.P.C.M. 14 novembre 1997, evocato in giudizio dalla difesa della società convenuta, e/o a quelli (solo genericamente evocati nell’ordinanza di rimessione) dettati dal Regolamento Locale di igiene e dalle «disposizioni disciplinanti la specifica sorgente»;
che siffatta omissione si traduce in un vizio di carente descrizione della fattispecie che non permette alla Corte di verificare la rilevanza della sollevata questione;
che va, infine, rilevato che il rimettente si limita apoditticamente ad affermare detta asserita portata derogatoria e limitativa della disposizione censurata, senza tuttavia (in assenza peraltro, nello specifico, di univoci precedenti giurisprudenziali e, quindi, di diritto vivente), tentare di sperimentare diverse interpretazioni idonee a preservare la norma stessa dai sollevati profili di denunciata incostituzionalità, omettendo di motivare adeguatamente in ordine alla impossibilità di dare di essa una lettura idonea a superare tali dubbi (ordinanze n. 15 del 2011 e n. 322 del 2010);
che, sul piano ermeneutico, appare infatti completamente inesplorato il tentativo di fornire una identificazione del significato e dell’ambito della assai generica locuzione «sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti e la priorità di un determinato uso», contenuta nella norma in esame, cui il rimettente conferisce del tutto apoditticamente una portata derogatoria rispetto alla disciplina codicistica in tema di immissioni;
che, in particolare, il giudice a quo non adempie al dovere di chiarire quale sia la eventuale influenza di tale clausola di salvezza rispetto ai criteri civilistici di accertamento (riferiti eventualmente anche alla lesione del diritto alla salute) del limite della normale tollerabilità delle immissioni acustiche, che la norma medesima prevede che continuino ad essere applicati «ai sensi dell’art. 844 cod. civ.»;
che, peraltro, con riguardo a ciò, il rimettente trascura altresì di considerare che (nel pur variegato contesto giurisprudenziale di legittimità) è consolidato il principio che differenzia – quanto ad oggetto, finalità e sfera di applicazione – la disciplina contenuta nel codice civile dalla normativa di diritto pubblico: l’una posta a presidio del diritto di proprietà e volta a disciplinare i rapporti di natura patrimoniale tra i privati proprietari di fondi vicini; l’altra diretta – con riferimento ai rapporti tra i privati e la p.a. – alla tutela igienico-sanitaria delle persone o comunità esposte;
che, per tali motivi, la sollevata questione è manifestamente inammissibile.
dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 6-ter del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 208 (Misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell’ambiente), introdotto dalla legge di conversione 27 febbraio 2009, n. 13, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 32 della Costituzione, dal Giudice unico del Tribunale ordinario di Sondrio, con l’ordinanza indicata in epigrafe.
Norme impugnate: Art. 1, c. 1°, del regio decreto 16/03/1942, n. 267, nel testo sostituito dall?art. 1, c. 1°, del decreto legislativo 09/01/2006, n. 5 e dall?art. 1, c. 1°, del decreto legislativo 12/09/2007, n. 169.
Atti decisi: ord. 326/2010
Udienza Pubblica del 23/02/2011 Decisione del 21/03/2011
Norme impugnate: Art. 13, c. 1°, della legge 30/03/1971, n. 118.
Atti decisi: ord. 213/2010
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 1, della legge 30 marzo 1971, n. 118 (Conversione in legge del D.L. 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili), promosso dal Tribunale ordinario di Napoli nel procedimento vertente tra K. N. A. e l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) con ordinanza del 1° dicembre 2009, iscritta al n. 213 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 33, prima serie speciale, dell’anno 2010.
udito nell’udienza pubblica del 23 febbraio 2011 il Giudice relatore Paolo Grossi;
uditi l’avvocato Clementina Pulli per l’INPS e l’avvocato dello Stato Marina Russo per il Presidente del Consiglio dei ministri.
Ritenuto che il Giudice unico del Tribunale ordinario di Napoli, in funzione di giudice del lavoro – chiamato a pronunciarsi su una domanda (proposta con ricorso depositato il 30 novembre 2007) di riconoscimento dell’assegno di invalidità civile –, con ordinanza emessa il 1° dicembre 2009, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 38 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’articolo 13, comma 1, della legge 30 marzo 1971, n. 118 (Conversione in legge del D.L. 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili), come modificato dall’articolo 1, comma 35, della legge 24 dicembre 2007, n. 247 (Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale), «nella parte in cui condiziona la concessione dell’assegno mensile al mancato svolgimento di attività lavorativa da parte dell’invalido»;
che, in punto di rilevanza, il rimettente – premesso che la concessione della provvidenza economica in oggetto (spettante anche allo straniero extracomunitario titolare, come nella specie, di carta di soggiorno) è altresì subordinata alla disponibilità di redditi personali assoggettabili ad Irpef inferiori a limiti legalmente predeterminati (ex art. 14-septies del decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, recante «Finanziamento del Servizio sanitario nazionale nonché proroga dei contratti stipulati dalle pubbliche amministrazioni in base alla L. 1° giugno 1977, n. 285, sulla occupazione giovanile») – osserva che la ricorrente nel giudizio a quo, pur in possesso del requisito sanitario di legge («determinando le patologie certificate una riduzione della capacità lavorativa generica pari almeno al 74%»), e dei prescritti requisiti socio economici (in quanto titolare per l’anno 2007 di reddito annuo pari ad euro 2.000,00), risulta svolgere attività lavorativa, secondo quanto dalla stessa dichiarato in sede di libero interrogatorio; e ritiene altresì che la rilevanza della questione non possa essere esclusa da eventuali diverse prassi amministrative, tendenti ad attribuire l’assegno di invalidità civile in presenza dei soli requisiti sanitario ed economico, non assumendo le predette prassi valore vincolante per esso giudicante;
che, nel merito, il rimettente osserva che, in materia di prestazioni assistenziali, le scelte connesse alla individuazione della categoria dei beneficiari, pur se necessariamente da circoscrivere in ragione della limitatezza delle risorse finanziarie, devono essere operate sempre e comunque in ossequio al principio di ragionevolezza; viceversa, nello specifico, non parrebbe ragionevole diversificare, a parità di riduzione della capacità lavorativa ed a parità di capacità reddituale, la posizione dell’invalido a seconda che egli svolga o meno attività lavorativa. Infatti, per l’invalido che svolga attività lavorativa, e dalla stessa tragga redditi inferiori al limite legale, si pongono le stesse necessità di assistenza e mantenimento, positivamente considerate dal legislatore (ex art. 38 Cost.) per l’invalido il quale, pur non prestando attività lavorativa, sia titolare di redditi uguali (o in ipotesi anche superiori a quelli dell’invalido occupato);
che, quindi, la norma censurata finirebbe con l’assumere portata “premiante” nei confronti dell’invalido che, pur avendo conservato residua capacità lavorativa, non si attivi per la ricerca di altra occupazione, mentre avrebbe portata “penalizzante” nei confronti dell’invalido che abbia reperito altra occupazione, senza tuttavia trarre dalla stessa redditi adeguati al proprio mantenimento;
che si è costituito l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), chiedendo la declaratoria di inammissibilità o di non fondatezza della sollevata questione deducendo, da un lato, la carenza di esposizione completa dei fatti di causa, e rilevando, dall’altro lato, che il dubbio di legittimità non tiene conto del fatto che l’Istituto già opera nel senso di ritenere privo di rilievo lo svolgimento di attività lavorativa del richiedente quando il reddito annuale dello stesso non superi quello minimo personale escluso da imposizione fiscale;
che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l’infondatezza della questione, in quanto il requisito dello svolgimento dell’attività lavorativa assume giuridica rilevanza ai fini della concessione dell’assegno solo nella misura in cui dà luogo ad un reddito superiore al limite reddituale sancito dall’art. 14-septies del decreto-legge n. 663 del 1979; sicché, deve ritenersi che hanno diritto all’assegno mensile i percettori di un reddito annuo inferiore al predetto importo, sia nel caso in cui prestino attività lavorativa, sempre entro i limiti che non rilevano ai fini fiscali, sia nel caso in cui non lavorino;
che, in una memoria depositata nell’imminenza dell’udienza, la difesa dello Stato deduce anche l’inammissibilità della sollevata questione in ragione della mancata sperimentazione da parte del rimettente di una interpretazione costituzionalmente orientata della norma censurata, coerente con quella posta a base delle evocate prassi applicative seguite dall’INPS.
Considerato che il rimettente censura l’articolo 13, comma 1, della legge 30 marzo 1971, n. 118 (Conversione in legge del D.L. 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili), come modificato dall’articolo 1, comma 35, della legge 24 dicembre 2007, n. 247 (Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale), secondo cui «Agli invalidi civili di età compresa fra il diciottesimo e il sessantaquattresimo anno nei cui confronti sia accertata una riduzione della capacità lavorativa, nella misura pari o superiore al 74 per cento, che non svolgono attività lavorativa e per il tempo in cui tale condizione sussiste, è concesso, a carico dello Stato ed erogato dall’INPS, un assegno mensile di euro 242,84 per tredici mensilità, con le stesse condizioni e modalità previste per l’assegnazione della pensione di cui all’articolo 12»;
che, per il giudice a quo, la norma – «nella parte in cui condiziona la concessione dell’assegno mensile al mancato svolgimento di attività lavorativa da parte dell’invalido» – si porrebbe in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, in quanto, in materia di prestazioni assistenziali, non appare ragionevole diversificare, a parità di riduzione della capacità lavorativa ed a parità di capacità reddituale, la posizione dell’invalido a seconda che egli svolga o meno attività lavorativa; e con l’art. 38 Cost., giacché per l’invalido che svolga attività lavorativa, e dalla stessa tragga redditi inferiori al limite legale, si pongono le stesse necessità di assistenza e mantenimento, positivamente considerate dal legislatore per l’invalido il quale, pur non prestando attività lavorativa, sia titolare di redditi uguali (o in ipotesi anche superiori a quelli dell’invalido occupato);
che l’ordinanza di rimessione è affetta da diversi profili di inammissibilità;
che, in primo luogo, il rimettente – nel censurare l’art. 13, comma 1, della legge n. 118 del 1971, «come modificato» dall’art. 1, comma 35, della legge n. 247 del 2007 – non fornisce alcuna spiegazione sulle ragioni della applicabilità, per la definizione della controversia, della norma censurata, che è sopravvenuta rispetto alla instaurazione del giudizio a quo, la cui domanda è stata proposta con ricorso depositato il 30 novembre 2007, e quindi prima dell’entrata in vigore della norma medesima (ex art. 94 della medesima legge n. 247 del 2007), che ha sostituito il requisito della «incollocazione al lavoro» del richiedente, previsto dall’originario testo dell’art. 13, primo comma, con quello sottoposto al presente vaglio di costituzionalità;
che alla mancata argomentazione sul punto si aggiunge anche una carente descrizione della fattispecie concreta, giacché il rimettente non solo non esplicita – come eccepito dall’INPS – il motivo del mancato riconoscimento, nella fase amministrativa, della prestazione richiesta dalla ricorrente, ma, quanto al possesso da parte della ricorrente medesima del requisito sanitario di legge, si limita genericamente a dedurre che «le patologie certificate» determinerebbero «una riduzione della capacità lavorativa generica pari almeno al 74%», senza tuttavia specificare se la sua conclusione circa la concreta sussistenza di detto requisito sia derivata dalla rituale acquisizione e valutazione di prove avvenuta in corso di causa (eventualmente all’esito di consulenza tecnica medico-legale), ovvero si basi esclusivamente su una acritica adesione alle affermazioni di parte contenute nel ricorso introduttivo;
che tali carenze argomentative e descrittive si traducono in altrettanti vizi di carente motivazione sulla rilevanza della questione (sentenza n. 360 del 2010 ed ordinanza n. 306 del 2009) e di insufficiente descrizione della fattispecie concreta (ordinanze n. 363 e n. 338 del 2010), che impediscono a questa Corte di vagliare l’effettiva applicabilità della norma denunciata al caso dedotto in giudizio;
che, infine, sotto altro profilo, va anche rilevato che (come ulteriormente eccepito dall’INPS e dall’Avvocatura generale dello Stato) il giudice a quo – il quale pure fa mostra d’essere a conoscenza dell’esistenza di «diverse prassi amministrative tendenti ad attribuire l’assegno di invalidità civile in presenza dei soli requisiti sanitario ed economico» – si limita apoditticamente ad affermare l’assenza di valore vincolante di dette prassi per esso giudice, chiamato a verificare l’«effettiva ricorrenza della (intera) fattispecie costitutiva del diritto delineata dal legislatore»;
che, così argomentando, il rimettente si sottrae al dovere di sperimentare la praticabilità di diverse interpretazioni idonee a sottrarre la norma censurata dai sollevati dubbi di costituzionalità, omettendo altresì di motivare adeguatamente in ordine al motivo della ritenuta impossibilità di dare della norma medesima una lettura idonea a superare tali dubbi, pur in presenza di altra opzione ermeneutica su cui viene fondata l’applicabilità della disposizione stessa nel senso da lui auspicato (ordinanze n. 322 del 2010 e n. 257 del 2009);
che, pertanto, la sollevata questione è manifestamente inammissibile.
dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 13, comma 1, della legge 30 marzo 1971, n. 118 (Conversione in legge del D.L. 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili), come modificato dall’articolo 1, comma 35, della legge 24 dicembre 2007, n. 247 (Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale), sollevata – in riferimento agli articoli 3 e 38 della Costituzione – dal Giudice unico del Tribunale ordinario di Napoli, in funzione di giudice del lavoro, con l’ordinanza indicata in epigrafe.
Camera di Consiglio del 09/02/2011 Decisione del 21/03/2011
Atti decisi: ord. 229, 230, 231, 232, 233, 234, 235, 236, 237, 238, 239, 240 e 241/2010
nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), promossi dal Giudice di pace di Gallarate con quattro ordinanze del 4 febbraio 2010, una dell’11 marzo 2010, tre del 22 aprile 2010 e cinque dell’11 maggio 2010, rispettivamente iscritte ai nn. da 229 a 241 del registro ordinanze 2010 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 36, prima serie speciale, dell’anno 2010.
Udito nella camera di consiglio del 9 febbraio 2011 il Giudice relatore Paolo Maria Napolitano.
Ritenuto che, con tredici ordinanze, identiche nella parte motiva, emesse quattro il 4 febbraio 2010, una l’undici marzo 2010, tre il 22 aprile 2010 e cinque l’undici maggio 2010, nell’ambito di distinti procedimenti penali, il Giudice di pace di Gallarate ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), per violazione degli artt. 2, 3 e 25 della Costituzione;
che il rimettente, in tutte le ordinanze, premette in fatto di essere investito del processo penale nei confronti di cittadini extracomunitari, imputati del reato di ingresso o soggiorno illegale nel territorio dello Stato;
che, in particolare, l’art. 1, comma 16, della legge n. 94 del 2009 ha introdotto, nel d.lgs. n. 286 del 1998, l’art. 10-bis che prevede la nuova fattispecie criminosa dell’ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, sanzionando con l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro «lo straniero che fa ingresso ovvero si trattiene nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente testo unico, nonché di quelle di cui all’art. 1 della legge 28 maggio 2007 n. 68»;
che, ad avviso del Giudice di pace di Gallarate, la norma censurata violerebbe il principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. perché la scelta di far discendere una sanzione di tipo penale dalla condotta di chi si introduce o si intrattiene clandestinamente nel territorio nazionale mancherebbe di un fondamento giustificativo;
che, infatti, la finalità perseguita dal legislatore sarebbe da ricercarsi esclusivamente nell’allontanamento dello straniero irregolare, finalità del tutto irragionevole nella vigenza di una normativa quale quella relativa all’espulsione di cui all’art. 13, comma 4, del d.lgs. n. 286 del 1998, idonea a raggiungere il medesimo scopo;
che, pertanto, essendo l’ambito di applicazione della nuova figura contravvenzionale identico a quello della preesistente normativa sull’espulsione, per esser identici i soggetti destinatari e la ratio che ad entrambe le norme sottende, l’adozione dello strumento penale sarebbe del tutto privo di qualsivoglia giustificazione;
che l’irragionevolezza della nuova fattispecie penale emergerebbe anche sotto il profilo sanzionatorio, considerato nel suo complesso, comprensivo, quindi, non solo della pena dell’ammenda da 5.000 a 10.000 euro ma anche del divieto di applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena e della facoltà concessa al giudice di pace di sostituire la pena pecuniaria con una sanzione più grave, quale quella dell’espulsione dallo Stato per un periodo non inferiore a cinque anni (unico caso di misura sostitutiva più grave della sanzione principale sostituita);
che l’art. 3 Cost. risulterebbe violato sotto un altro specifico profilo, concernente la irragionevole disparità di trattamento tra la nuova fattispecie e quella di cui all’art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, che prevede la punibilità dello straniero inottemperante all’ordine di allontanamento del Questore solo quando lo stesso si trattenga nel territorio dello Stato oltre il termine stabilito e «senza giustificato motivo»;
che, secondo il rimettente, l’assenza delle due condizioni sopraindicate comporta che sia sufficiente il venir meno, per un qualche motivo, del permesso di soggiorno perché sia immediatamente e automaticamente integrata una ipotesi di trattenimento illecito, senza alcuna possibilità, per l’interessato, di addurre una qualche giustificazione o di usufruire di un termine per potersi allontanare;
che, in tal senso, il Giudice di pace di Gallarate richiama le motivazioni della sentenza di questa Corte n. 5 del 2004 che ha rigettato la questione di costituzionalità dell’art. 14, comma 5, d.lgs. n. 286 del 1998, in virtù dell’interpretazione costituzionalmente orientata della clausola «senza giustificato motivo» considerata, al pari di altre simili rinvenibili nell’ordinamento, una «valvola di sicurezza» del meccanismo repressivo atta ad evitare «che la sanzione penale scatti allorché – anche al di fuori della presenza di vere e proprie cause di giustificazione – l’osservanza del precetto appaia concretamente inesigibile» per i più svariati motivi riconducibili «a situazioni ostative di particolare pregnanza che incidano sulla stessa possibilità, soggettiva od oggettiva, di adempiere all’intimazione, escludendola ovvero rendendola difficoltosa o pericolosa»;
che il nuovo art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 sarebbe, secondo il rimettente, in contrasto con gli artt. 3 e 25, secondo comma, Cost., avuto riguardo alla configurazione di una fattispecie penale discriminatoria, perché fondata su particolari condizioni personali e sociali, anziché su fatti e comportamenti riconducibili alla volontà del soggetto attivo;
che ciò che la nuova fattispecie incriminatrice sanziona sarebbe solo apparentemente una condotta (l’azione dell’ingresso e l’omissione del mancato allontanamento), in realtà in sé e per sé del tutto neutra agli effetti penalistici, mentre il vero oggetto della incriminazione sarebbe la mera condizione personale dello straniero, costituita dal mancato possesso di un titolo abilitativo all’ingresso e alla successiva permanenza nel territorio dello Stato, condizione tipica del migrante economico e priva di una qualche significatività sotto il profilo della pericolosità sociale;
che, pertanto, la criminalizzazione del migrante economico sarebbe in contrasto sia con il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 Cost., che vieta ogni discriminazione fondata su condizioni personali e sociali, sia con la fondamentale garanzia costituzionale secondo cui si può essere puniti solo per fatti materiali (art. 25, secondo comma, Cost.);
che, anche in questo caso, il rimettente cita la sentenza della Corte costituzionale n. 78 del 2007, in tema di applicabilità delle misure alternative alla detenzione agli stranieri clandestini, nella parte in cui si afferma che «il mancato possesso di un titolo abilitativo alla permanenza nel territorio dello Stato» costituisce «una condizione soggettiva» «che, di per sé non è univocamente sintomatica [...] di una particolare pericolosità sociale» dal che consegue «l’impossibilità di individuare nella esigenza di rispetto delle regole in materia di ingresso e soggiorno in detto territorio una ragione giustificativa della radicale discriminazione dello straniero sul piano dell’accesso al percorso rieducativo, cui la concessione delle misure alternative è funzionale» perché, sanzionando penalmente la clandestinità dello straniero, essa collega a tale condizione un implicito, quanto ingiustificato e irrazionale, giudizio di pericolosità sociale che è di per sé incompatibile «con il perseguimento di un percorso riabilitativo attraverso qualsiasi misura alternativa»;
che la nuova fattispecie sarebbe, infine, in contrasto con l’art. 2 Cost., che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale;
che, ancora una volta, il rimettente richiama la sentenza della Corte costituzionale con la quale si è dichiarata l’illegittimità costituzionale del reato di mendicità di cui all’art. 670 del codice penale non potendosi ritenere necessitato il ricorso alla regola penale per sanzionare la mera mendicità non invasiva che, risolvendosi in una semplice richiesta di aiuto, non poteva dirsi porre seriamente in pericolo i beni giuridici della tranquillità pubblica e dell’ordine pubblico (sentenza n. 519 del 1995);
che tale motivazione sarebbe applicabile anche ai nuovi poveri di oggi, vale a dire agli stranieri migranti, in quanto lo spirito solidaristico di cui è impregnata la Carta costituzionale dovrebbe impedire l’adozione di misure puramente repressive per risolvere il problema dell’immigrazione e lo straniero migrante non dovrebbe essere considerato pericoloso per l’ordine e la tranquillità pubblica e colpevole per il solo fatto di esistere;
che in tutte le ordinanze il Giudice di pace di Gallarate conclude affermando che le questioni sono rilevanti nei rispettivi giudizi poiché se accolte, con la conseguente declaratoria di illegittimità delle norme denunciate, comporterebbero l’assoluzione degli imputati.
che il rimettente dubita, in riferimento a plurimi parametri, della legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), che punisce con l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro, salvo che il fatto costituisca più grave reato, lo straniero che fa ingresso o si trattiene illegalmente nel territorio dello Stato;
che tutte le ordinanze di rimessione presentano carenze in punto di descrizione della fattispecie concreta e di motivazione sulla rilevanza tali da precludere lo scrutinio nel merito delle questioni;
che, in particolare, in tutte le ordinanze il capo d’imputazione riportato nella parte introduttiva è formulato in modo talmente generico da essere lo stesso per ognuna di esse;
che la successiva descrizione del fatto, specifica per ognuna delle ordinanze, è, in tutti i casi, del tutto insufficiente a descrivere compiutamente la fattispecie, così da precludere alla Corte di valutare la rilevanza delle questioni sollevate;
che, in mancanza di una compiuta descrizione della fattispecie concreta che ha dato origine all’imputazione, resta inibita a questa Corte la necessaria verifica circa l’influenza della questione di legittimità sulla decisione che deve assumere il rimettente;
dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), sollevate, in riferimento agli artt. 2, 3 e 25 della Costituzione, dal Giudice di Pace di Gallarate con le ordinanze indicate in epigrafe.
Presidente DE SIERVO - Redattore MADDALENA
Norme impugnate: Artt. 2, c. 1°, e 3, c. 1°, del decreto del Presidente della Repubblica 29/12/1973, n. 1032; art. 9, c. 1°, del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 04/04/1947, n. 207.
Atti decisi: ord. 265/2010
ORDINANZA N. 99
nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 2, primo comma, e 3, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032 (Approvazione del testo unico delle norme sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti civili e militari dello Stato) e dell’articolo 9, primo comma, del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 4 aprile 1947, n. 207 (Trattamento giuridico ed economico del personale civile non di ruolo in servizio nelle Amministrazioni dello Stato), promosso dal Tribunale amministrativo regionale dell’Umbria nel procedimento vertente tra Renga Gabriella e l’I.N.P.D.A.P. ed altri con ordinanza del 25 maggio 2010 iscritta al n. 265 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39, prima serie speciale, dell’anno 2010.
udito nella camera di consiglio del 9 febbraio 2011 il Giudice relatore Paolo Maddalena.
Ritenuto che, con ordinanza del 25 maggio 2010, il Tribunale amministrativo regionale dell’Umbria ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 36 e 38 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale: dell’art. 2, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032 (Approvazione del testo unico delle norme sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti civili e militari dello Stato), «nella parte in cui nega il diritto alla buonuscita al “personale supplente delle scuole di istruzioni primarie e secondarie e degli istituti professionali di istruzione artistica”»; dell’art. 3, primo comma, dello stesso d.P.R. n. 1032 del 1973, «nella parte in cui richiede per la maturazione della buonuscita “almeno un anno di iscrizione al Fondo”»; dell’art. 9, primo comma, del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 4 aprile 1947, n. 207 (Trattamento giuridico ed economico del personale civile non di ruolo in servizio nelle Amministrazioni dello Stato), «nella parte in cui subordina il diritto all’indennità di fine rapporto ad “almeno un anno di servizio continuativo”»;
che il rimettente è chiamato a giudicare sul ricorso proposto da un’insegnante di musica ai fini dell’accertamento del diritto a conseguire l’indennità di buonuscita (ai sensi del d.P.R. n. 1032 del 1973) e l’indennità di fine rapporto (ai sensi del d.lgs.C.p.S. n. 207 del 1947), in relazione al periodo di insegnamento – di complessivi trentaquattro anni – non di ruolo, bensì svolto in forza di una serie di incarichi continuativi, non essendo stata la medesima mai inserita nei ruoli del personale statale;
che il giudice a quo esclude di poter accogliere l’eccezione di prescrizione quinquennale delle pretese azionate dalla ricorrente, avanzata dalle Amministrazioni convenute, non essendo ancora decorso detto termine prescrizionale in ragione della ritenuta cessazione del rapporto di lavoro nel 1998, cui è seguita la proposizione del ricorso giudiziario nel 1999, e ciò sul presupposto della unicità del rapporto lavorativo degli insegnanti “precari” statali, in quanto tra un contratto a termine ed il successivo si verrebbe ad instaurare un “nesso istituzionale”;
che, tuttavia, il rimettente sostiene che all’affermazione di unicità del rapporto lavorativo di specie, siccome riconosciuta in riferimento all’istituto della prescrizione, non possa del pari giungersi quanto alle pretese concernenti le indennità pretese dalla ricorrente, basandosi esse su norme – quelle impugnate – «di stretta interpretazione perché comportano oneri per la finanza pubblica»;
che, difatti, la formulazione sia dell’art. 3, primo comma, del d.P.R. n. 1032 del 1973, là dove prevede che il diritto alla indennità di buonuscita si consegue «dopo almeno un anno di iscrizione al Fondo», sia dell’art. 9, primo comma, del d.lgs.C.p.S. n. 207 del 1947, là dove dispone che l’indennità di fine rapporto competa al personale «avente almeno un anno di servizio continuativo», non consentirebbero spazio alcuno ad interpretazione diversa da «quella logico-letterale»;
che, inoltre, in riferimento alla buonuscita, la pretesa della ricorrente non potrebbe trovare accoglimento anche in ragione del fatto che l’art. 2, primo comma, del d.P.R. n. 1032 del 1973 (anch’esso «di stretta interpretazione») esclude espressamente dal diritto all’indennità il «personale supplente delle scuole di istruzioni primarie e secondarie e degli istituti professionali di istruzione artistica»; ed alla “supplenza” è da ricondursi il servizio svolto dalla ricorrente, essendo «stato effettuato su posti non coperti dal personale di ruolo, vuoi per impedimenti temporanei, vuoi per mancata assegnazione»;
che, tanto premesso, il giudice a quo sostiene che «le citate disposizioni contrastino all’evidenza con gli artt. 3, 36 e 38 della Costituzione, rispettivamente per la violazione dei principi di ragionevolezza, di proporzionalità della retribuzione e di disponibilità di mezzi adeguati alle esigenze della vecchiaia»;
che, pertanto, il rimettente ritiene «non manifestamente infondati i dubbi di costituzionalità degli artt. 3, primo comma, d.P.R. n. 1032/1973 e 9, primo comma, d.lgs. c.p.s. 4 aprile 1947, n. 207, prospettati dall’attenta difesa della ricorrente con riferimento agli artt. 3 e 36 Cost.»;
che, inoltre, viene sollevata «d’ufficio la questione di costituzionalità dell’art. 2, primo comma, d.P.R. n. 1032/1973, per contrasto con gli artt. 3, 36 e 38 Cost., rammentando come sia già stata giudicata fondata l’analoga questione attinente all’art. 18 d.lgs. c.p.s. n. 207/1947 (Corte cost. Sent. 17 dicembre 1987, n. 518)».
che, quanto alla rilevanza delle questioni, il giudice a quo osserva che le norme impugnate risultano ostative all’accoglimento delle pretese azionate dalla ricorrente e, peraltro, anche là dove non fosse condivisa la tesi sull’unicità del rapporto di lavoro ai fini del computo del termine di prescrizione, «residuerebbe comunque la rilevanza della questione concernente l’art. 9, primo comma, d.lgs. c.p.s. 4 aprile 1947, n. 207», non essendo prescritta la domanda di corresponsione delle indennità di fine rapporto;
che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l’inammissibilità o, comunque, l’infondatezza delle questioni proposte;
che la difesa dello Stato rileva, anzitutto, che il rimettente non chiarisce, in fatto, se gli incarichi di insegnamento svolti dalla ricorrente abbiano tutti avuto durata infrannuale, ciò ridondando sulla adeguatezza della motivazione in punto di rilevanza della questione;
che, inoltre, il giudice a quo non si sarebbe fatto carico di una lettura costituzionalmente orientata delle norme denunciate, posto che avrebbe escluso immotivatamente che l’unicità del rapporto possa valere non soltanto ai fini della prescrizione, ma anche per le indennità pretese dalla ricorrente;
che l’Avvocatura generale dello Stato osserva, poi, che le questioni sarebbero inammissibili non solo perché si richiede alla Corte di procedere ad una modifica complessiva del sistema in presenza di una gamma di soluzioni possibili, la cui scelta non potrebbe che spettare al legislatore, ma anche per l’assoluto difetto di motivazione dell’ordinanza di rimessione sulla non manifesta infondatezza, essendosi limitato il rimettente alla evocazione dei parametri che si reputano lesi dalle norme impugnate;
che, in ogni caso, ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri le questioni non sarebbero fondate, non essendo stato mai posto in discussione, né dalla sentenza n. 40 del 1973 di questa Corte, né dalla successiva sentenza n. 518 del 1987 (sull’incostituzionalità dell’art. 18 del d.lgs. C.p.S. n. 207 del 1947) «l’impianto della normativa oggi contestato dal TAR», quanto al possesso del requisito minimo di un periodo minimo di iscrizione al Fondo di previdenza ovvero di anzianità di servizio per il conseguimento dei benefici richiesti;
che, peraltro, proprio la previsione di un requisito specifico di anzianità contributiva «determina inevitabilmente il sorgere di situazioni differenziate nelle quali non per questo sono ravvisabili situazioni discriminatorie»;
che, inoltre, nessuna violazione dell’art. 36 Cost. potrebbe apprezzarsi ove non si consideri la retribuzione nella sua globalità e, dunque, «senza esaminare quanto è stato comunque erogato al lavoratore in ragione della (limitata) prestazione lavorativa svolta»;
che, conclude la difesa dello Stato, analogamente varrebbe per la dedotta lesione dell’art. 38 Cost., non potendosi reputare incostituzionale una disciplina che correla «la spettanza dei benefici ad una prestazione lavorativa connotata da minimi requisiti, ad esempio, di continuità», dovendosi anche tener conto della «discrezionalità legislativa nella determinazione della spettanza, dei tempi, modi e misura delle prestazioni sociali» in un bilanciamento con gli altri diritti costituzionalmente garantiti, «tra i quali anche, fondamentale, quello del buon andamento della finanza pubblica»;
che, in prossimità della camera di consiglio, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato memoria illustrativa con la quale, ribadendo e sviluppando le argomentazioni già spese con l’atto di intervento, insiste per l’inammissibilità o, comunque, per la manifesta infondatezza delle questioni.
Considerato che il Tribunale amministrativo regionale dell’Umbria ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 36 e 38 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale:
- dell’art. 2, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032 (Approvazione del testo unico delle norme sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti civili e militari dello Stato), «nella parte in cui nega il diritto alla buonuscita al “personale supplente delle scuole di istruzioni primarie e secondarie e degli istituti professionali di istruzione artistica”»;
- dell’art. 3, primo comma, dello stesso d.P.R. n. 1032 del 1973, «nella parte in cui richiede per la maturazione della buonuscita “almeno un anno di iscrizione al Fondo”»;
- dell’art. 9, primo comma, del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 4 aprile 1947, n. 207 (Trattamento giuridico ed economico del personale civile non di ruolo in servizio nelle Amministrazioni dello Stato), «nella parte in cui subordina il diritto all’indennità di fine rapporto ad “almeno un anno di servizio continuativo”»;
che, ad avviso del rimettente, le disposizioni denunciate violerebbero gli artt. 3, 36 e 38 Cost. e cioè, «all’evidenza», rispettivamente i principi «di ragionevolezza, di proporzionalità della retribuzione e di disponibilità di mezzi adeguati alle esigenze della vecchiaia»;
che, quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni sugli artt. 3, primo comma, d.P.R. n. 1032 del 1973 e 9, primo comma, d.lgs.C.p.S. n. 207 del 1947, essa è assunta in forza dei dubbi «prospettati dall’attenta difesa della ricorrente con riferimento agli artt. 3 e 36 Cost.»;
che, inoltre, la questione sull’art. 2, primo comma, d.P.R. n. 1032 del 1973 è sollevata d’ufficio «rammentando come sia già stata giudicata fondata l’analoga questione attinente all’art. 18 d.lgs. c.p.s. n. 207/1947 (Corte cost. Sent. 17 dicembre 1987, n. 518)»;
che, alla luce di quanto emerge dall’ordinanza di rimessione, il giudice a quo non si fa carico di allegare alcuna reale argomentazione a sostegno dei parametri evocati (di cui agli 3, 36 e 38 Cost.), rinviando, altresì, per quanto concerne la denuncia degli artt. 3, primo comma, del d.P.R. n. 1032/1973 e 9, primo comma, del d.lgs.C.p.S. n. 207/1947, ai dubbi «prospettati dall’attenta difesa della ricorrente con riferimento agli artt. 3 e 36 Cost.»;
che si tratta, dunque, di rinvio motivazionale non soltanto per relationem – e, come tale, suscettibile di determinare l’inammissibilità della questione (tra le più recenti, sentenza n. 143 del 2010) – ma, viepiù, privo dei contenuti relazionali ai quali ci si rivolge;
che, anche in riferimento alla denuncia dell’ulteriore disposizione, le ragioni della censura appaiono assenti, non potendo integrare una motivazione a tal fine sufficiente il mero assunto per cui è «già stata giudicata fondata l’analoga questione attinente all’art. 18 d.lgs. c.p.s. n. 207/1947 (Corte cost. Sent. 17 dicembre 1987, n. 518)»;
che, peraltro, occorre rilevare che, nell’occasione evocata dal rimettente, veniva in rilievo la prevista esclusione degli insegnati con “nomina annuale” dal riconoscimento del diritto a percepire l’indennità di fine rapporto, non ponendosi in alcun modo in discussione la diversa posizione (così considerata nello stesso contesto della motivazione della sentenza n. 518 del 1987) degli insegnanti con nomina infra-annuale (analogamente, si veda anche sentenza n. 40 del 1973);
che, pertanto, in ragione delle riscontrate carenze dell’atto di promovimento del presente giudizio di legittimità costituzionale, le questioni devono essere dichiarate manifestamente inammissibili.
dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale degli articoli 2, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032 (Approvazione del testo unico delle norme sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti civili e militari dello Stato), 3, primo comma, dello stesso d.P.R. n. 1032 del 1973, e 9, primo comma, del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 4 aprile 1947, n. 207 (Trattamento giuridico ed economico del personale civile non di ruolo in servizio nelle Amministrazioni dello Stato), sollevate, in riferimento agli articoli 3, 36 e 38 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale dell’Umbria con l’ordinanza in epigrafe.

References: Sentenza 

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