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Timestamp: 2018-12-19 12:45:51+00:00

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Avvocato docente: nell'albo solo se insegna materie giuridiche
Avvocato docente: nell’albo solo se insegna materie giuridiche
Escluso che l’avvocato possa fare l’insegnante di scuola elementare o di materie non legate all’ambito della giurisprudenza.
Cambio di interpretazione delle Sezioni Unite: con la nuova riforma forense, l’avvocato che voglia fare l’insegnante e, nello stesso tempo, rimanere iscritto all’albo professionale, deve occuparsi esclusivamente di materie giuridiche. Pertanto, l’insegnante elementare, anche se part time, non può iscriversi all’albo degli avvocati proprio perché non insegna materie giuridiche. Lo ha detto la Cassazione a Sezioni Unite con una sentenza di ieri [1]. La riforma forense del 2012, infatti, ha ulteriormente ristretto la precedente eccezione al divieto di esercizio della professione forense per i lavoratori subordinati, prevedendo che non tutti gli insegnanti ma soltanto quelli in materie collegate possano essere anche avvocati.
A dettare le regole è proprio la nuova riforma entrata in vigore tre anni fa [2] secondo la quale la professione di avvocato è incompatibile con qualsiasi attività di lavoro subordinato anche se con orario di lavoro limitato e l’attività di insegnante, seppur part-time in una scuola primaria statale, resta al di fuori delle esenzioni di legge. L’eccezione della norma sulla incompatibilità riguarda soltanto gli insegnanti di materie giuridiche.
La vecchia disciplina [3], nel prevedere l’incompatibilità tra la professione di avvocato e qualsivoglia impiego pubblico, stabiliva un’eccezione per “i professori e gli assistenti delle Università e degli altri istituti superiori ed i professori degli istituti secondari”. Successivamente, nel 2010, le Sezioni unite [4], in nome della “libertà di insegnamento”, avevano aperto anche ai docenti elementari, considerato che anch’essi dovevano essere in possesso della laurea. Ma tale interpretazione oggi si pone in contrato con la legge di riforma forense che limita espressamente l’eccezione all’insegnamento o alla ricerca in materie giuridiche.
La circostanza che l’istanza di iscrizione all’albo sia stata avanzata prima dell’entrata in vigore della nuova disciplina delle incompatibilità della professione forense, non cristallizza a tale data il quadro normativo applicabile. Il principio “tempus regit actum” impone infatti al Consiglio dell’ordine territoriale, chiamato a provvedere sull’istanza, di dare applicazione alle disposizioni che intervengono nel corso del procedimento amministrativo, malgrado l’atto di impulso di parte sia stato posto in essere in data anteriore al nuovo quadro normativo. La novella non può comunque applicarsi agli avvocati già iscritti agli albi prima della sua entrata in vigore.
[1] Cass. S.U. sent. n. 21949/2015 del 28.10.2015.
[2] Art. 19 della legge 247/12.
[3] Art. 3 del Rdl n. 1578/1933.
[4] Cass. S.U. sent. n. 22623/2010.
Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 20 – 28 ottobre 2015, n. 21949
Presidente Santacroce – Relatore Giusti
1. – La Dott.ssa B.M., dipendente del Ministero dell’istruzione quale insegnante di scuola primaria a tempo indeterminato part-time per 16 ore settimanali, in data 9 gennaio 2013 ha presentato richiesta di iscrizione all’albo degli avvocati di Milano, a seguito del prescritto periodo biennale di pratica professionale e del superamento dell’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense.
2. – Il Consiglio nazionale forense, con sentenza depositata il 12 marzo 2015, ha respinto il gravame della B..
3. – Per la cassazione della sentenza del CNF la B. ha proposto ricorso, con atto notificato l’8 maggio 2015, sulla base di un motivo.
1. – Con l’unico motivo, la ricorrente prospetta violazione di legge od errata applicazione dell’art. 19 della legge n. 247 del 2012, ed omessa applicazione dell’art. 3, quarto comma, lettera a), del regio decreto-legge n. 1578 del 1933. Deduce la ricorrente che, secondo il previgente ordinamento, nell’interpretazione ad esso data dalle Sezioni Unite con la sentenza 12 ottobre 2010, n. 22623, l’insegnamento in una scuola elementare non impediva l’iscrizione all’albo. Se il principio considerato da tutelare è quello della libertà di insegnamento, allora la specificazione “insegnamento o […] ricerca in materie giuridiche”, introdotta dalla nuova normativa, verrebbe a confliggere con tale principio. Di qui, ad avviso della ricorrente, l’errata applicazione dell’art. 19 della nuova legge professionale: la Dott.ssa B. , pur essendo maestra elementare e pur non insegnando certamente materie giuridiche, “ha comunque diritto a poter liberamente insegnare ed anche a esercitare la professione forense come avvocato”. Nella specie, in ogni caso, avrebbe dovuto trovare applicazione la previgente normativa, sia perché costituzionalmente orientata, sia perché la domanda di iscrizione era stata presentata prima della entrata in vigore della legge n. 247 del 2012.
2.1. – Nel vigore della precedente disciplina dell’ordinamento della professione di avvocato, l’art. 3 del regio decreto-legge n. 1578 del 1933, nel prevedere in via generale l’incompatibilità tra lo svolgimento della professione di avvocato e la sussistenza di un impiego pubblico, stabiliva anche un’eccezione (quarto comma, lettera a) per “i professori e gli assistenti delle Università e degli altri Istituti superiori ed i professori degli Istituti secondari”.
2.2. – L’art. 19 del nuovo ordinamento della professione forense, di cui alla legge n. 247 del 2012, avente ad oggetto la disciplina delle eccezioni alla norma sulla incompatibilità, ha un contenuto diverso, che non consente di ribadire l’interpretazione estensiva operata dalle Sezioni Unite con riferimento al quadro normativo precedente.
2.3. – Sfugge, d’altra parte, alla censura della ricorrente la statuizione del CNF di ritenere applicabile al rapporto controverso la più restrittiva disciplina dettata dalla legge n. 247 del 2012.
Questa soluzione è coerente sia con la natura costitutiva dell’iscrizione all’albo degli avvocati (cfr. Sez. lav., 28 novembre 1978, n. 5575; Sez. lav., 20 aprile 2006, n. 9232; Sez. I, 23 settembre 2009, n. 20436; Sez. II, 24 ottobre 2013, n. 24124); sia con il rilievo che la scadenza del termine fissato dalla legge per la deliberazione del Consiglio dell’ordine sulla domanda di iscrizione (v. art. 24 del regio decreto-legge n. 1578 del 1933, e, successivamente, art. 17 della legge n. 247 del 2012) si colloca nella specie dopo l’entrata in vigore della nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense; sia, infine, con la considerazione che – per espressa disposizione contenuta nella disposizione transitoria di cui all’art. 65 della legge n. 247 del 2012 – il citato art. 19 “non si applica agli avvocati già iscritti agli albi alla data di entrata in vigore della presente legge, per i quali restano ferme le disposizioni” precedenti, laddove la Dott.ssa B. , alla data di entrata in vigore della legge, non era ancora iscritta all’albo né era scaduto il termine per provvedere, da parte del Consiglio dell’ordine, sulla relativa richiesta.
4. – Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione integralmente rigettata.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 19
 Art. 3
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 24
 art. 17
 art. 19