Source: https://www.avvocato-penalista-bologna.it/avvocato-difesa-penale/spiare-con-skipe-l-amante-reato-corte-suprema-di-cassazione/
Timestamp: 2020-06-01 04:25:01+00:00

Document:
﻿ SPIARE CON SKIPE L’ AMANTE REATO CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
da Avv. Sergio Armaroli | Mag 5, 2020 | avvocato difesa penale, AVVOCATO PENALISTA AVVOCATO PENALE, News | 0 commenti
A ciò può aggiungersi il riferimento a fortiori al principio di diritto affermato da questa Corte secondo cui, in tema di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, non rileva la circostanza che le chiavi di accesso al sistema informatico protetto siano state comunicate all’autore del reato, in epoca antecedente rispetto all’accesso abusivo, dallo stesso titolare delle credenziali, qualora la condotta incriminata abbia portato ad un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante l’eventuale ambito autorizzatorio (Sez. 5, n. 2905 del 02/10/2018 – dep. 2019, Rv. 274596
Uditi in pubblica udienza il Sostituto Procuratore Generale della Repubblica presso questa Corte di cassazione, Dott.ssa De Masellis Mariella, che ha concluso per l’annullamento con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello;
per la parte civile, l’avv. CI, in sostituzione dell’avv. GG, che si è associato alle conclusioni del Procuratore Generale, depositando conclusioni e nota spese;
per l’imputato, l’avv. IM, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Nei confronti di G.S. veniva esercitata l’azione penale per i reati di accesso abusivo al profilo Skype di R.E. e di violazione di corrispondenza (art. 616 c.p., commi 1 e 3) per aver preso cognizione delle comunicazioni “in chat” avvenute sul profilo Skype della stessa R. con un terzo utente ed averle successivamente rivelate, senza giusta causa, mediante deposito della stampa delle stesse nel procedimento civile di separazione della medesima R..
Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Milano ha proposto ricorso per cassazione R.E., attraverso il difensore e procuratore speciale avv. Giovanni Garbagnati, articolando tre motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.
In data 02/05/2019, il difensore di G.S., avv. IM, ha depositato una memoria in merito ai motivi di ricorso.
Il primo motivo deve essere accolto, nei termini di seguito indicati.
L’ulteriore affermazione della sentenza di primo grado ripresa nella sentenza di appello secondo cui non può escludersi che la persona offesa avesse “registrato” la password per non doverla riscrivere in occasione di ogni accesso non esclude che il sistema informatico in questione fosse munito di misura di sicurezza a protezione dello ius excludendi.
A ciò può aggiungersi il riferimento a fortiori al principio di diritto affermato da questa Corte secondo cui, in tema di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, non rileva la circostanza che le chiavi di accesso al sistema informatico protetto siano state comunicate all’autore del reato, in epoca antecedente rispetto all’accesso abusivo, dallo stesso titolare delle credenziali, qualora la condotta incriminata abbia portato ad un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante l’eventuale ambito autorizzatorio (Sez. 5, n. 2905 del 02/10/2018 – dep. 2019, Rv. 274596).
Nè in senso contrario può argomentarsi, come propone la memoria nell’interesse di G., sulla base dell’ulteriore rilievo dei giudici di merito secondo cui la presenza della password è stata solamente allegata dalla querelante e non dimostrata: in primo luogo, la scarna indicazione del giudice di appello non lascia intendere se la mancata prova circa la “presenza” della password vada riferita solo al momento in cui l’imputato fece accesso al computer (ma, in questo caso, l’argomento coinciderebbe con quello appena esaminato della previa “registrazione” della password, sicchè è sufficiente rinviare a quanto già rilevato) ovvero, più in generale, alla carenza di misure di sicurezza nel sistema informatico in questione. In questa seconda ipotesi, tuttavia, mette conto richiamare quanto dedotto dal ricorso, ossia che “è pacifico e incontestato che l’accesso a Skype, mediante il quale si sono svolte le conversazioni tra l’odierna ricorrente e il suo presunto amante captate dall’odierno imputato, sia protetto da una misura di sicurezza ulteriore rispetto a quella che nel caso di specie consentiva la fruizione del computer” della parte civile.
In effetti, la sentenza di primo grado, alla quale diffusamente rinvia quella di appello, evidenziava, per un verso, che la querelante aveva affermato di “essere titolare di un profilo personale sulla piattaforma Skype, protetto da codice identificativo e da password” e, per altro verso, che lo stesso imputato aveva riferito di non essere “mai stato autorizzato ad entrare nel profilo personale” della moglie e che, come sottolinea la Corte distrettuale, il computer “era già aperto su Skype”.
Ora, quanto al primo riferimento, mette conto ribadire che, ai fini della decisione del giudizio abbreviato, la querela può essere utilizzata come mezzo di prova anche in relazione al suo contenuto, in quanto la scelta dell’imputato di procedere con tale rito alternativo rende utilizzabili tutti gli atti, legalmente compiuti o formati, che siano stati acquisiti al fascicolo del pubblico ministero(Sez. 5, n. 46473 del 22/04/2014, D’Amico, Rv. 261006), il che priva di consistenza l’affermazione dei giudici di merito circa la mera allegazione della misura di sicurezza; quanto agli ulteriori riferimenti, i giudici di merito non si sono puntualmente confrontati con la valenza ad essi associabile in punto esistenza o meno di misure di sicurezza a presidio del computer e/o del profilo Skype. Complessivamente valutata, la motivazione della sentenza impugnata sul punto risulta comunque priva dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza necessari a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. U, n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov, Rv. 239692).
Anche il secondo motivo deve essere accolto, nei termini di seguito indicati.
Pertanto, assorbito il terzo motivo, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, al quale va inoltre devoluto il regolamento delle spese sostenute nel presente giudizio di legittimità. L’inerenza della vicenda a rapporti familiari impone, in caso di diffusione della presente sentenza, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza