Source: https://canestrinilex.com/risorse/computer-sequestrato-sequestro-illegittimo-perche-sproporzionato-cass-485719/
Timestamp: 2020-02-24 20:53:30+00:00

Document:
sequestro privacy
È illegittimo, per violazione del principio di proporzionalità ed adeguatezza, il sequestro a fini probatori di un sistema informatico - quale è un personal computer -, che conduca, in difetto di specifiche ragioni, ad una indiscriminata apprensione di tutte le informazioni ivi contenute.
L’applicazione del principio di proporzionalità in materia di sequestri non solo risponde ad un’esigenza immanente al sistema processuale penale ed a criteri generali di ragionevolezza, ma trova riscontro specifico nella disposizione di cui all’art. 258 c.p.p., comma 4, che - nel prevedere il sequestro di documenti che fanno "parte di un volume o di un registro" - esclude che, di norma, possa procedersi a sequestri di masse indistinte di documenti senza una specifica ragione.
L'Autorità giudiziaria, al fine di esaminare un’ampia massa di dati potenzialmente rilevanti per le indagini, può disporre un sequestro dai contenuti molto estesi, provvedendo, tuttavia, nel rispetto del principio di proporzionalità ed adeguatezza, alla immediata restituzione delle cose sottoposte a vincolo non appena sia decorso il tempo ragionevolmente necessario per gli accertamenti; sicché, in caso di mancata tempestiva restituzione, l’interessato potrà presentare la relativa istanza e far valere le proprie ragioni, se necessario, anche mediante i rimedi impugnatori offerti dal sistema.
La proporzionalità non può non rapportarsi anche alla durata di permanenza del vincolo, da valutare secondo un criterio di ragionevolezza temporale.
Anche in caso di restituzione del supporto sequestrato di cui per sia stata fatta una copia non può escludersi una violazione dei principi di pertinenzialità e di proporzionalità in considerazione del mero rilievo che il computer e gli altri supporti siano trattenuti dall’A.G. ai soli fini dell’estrazione di copia dei dati in essi registrati, là dove l’interesse del privato azionato col ricorso non si correla soltanto alla restituzione materiale del supporto informatico, ma si connette anche al ripristino del diritto all’esclusiva disponibilità delle informazioni, alla reintegrazione della privacy o del diritto al segreto violati dal provvedimento ablativo. La mera reintegrazione nella disponibilità del supporto fisico di memorizzazione non elimina quindi il pregiudizio al "patrimonio informativo" del privato (indagato o terzo, poco rileva), che solo la rimozione dal materiale d’indagine dei contenuti informativi illegittimamente estratti in copia può realizzare.
Ai fini del sequestro probatorio, la verifica in ordine al fumus commissi delicti deve fermarsi alla valutazione della congruità degli elementi rappresentati, non già nella prospettiva di un giudizio di merito sulla fondatezza dell’accusa, ma con riferimento alla idoneità degli elementi su cui si fonda la notizia di reato a rendere utile l’espletamento di ulteriori indagini per acquisire prove certe o ulteriori del fatto, non altrimenti esperibili senza la sottrazione del bene all’indagato o il trasferimento di esso nella disponibilità dell’autorità giudiziaria.
La rilevanza probatoria costituisce conditio sine qua non dell’ablazione ex art. 253 c.p.p. qualunque sia il bene oggetto di aggressione e di essa il decreto di sequestro c.d. genetico deve dare adeguata contezza, a pena di nullità del provvedimento.
Nota: la sentenza costituisce applicazione del principio di proporzionalità al sequestro probatorio, che peraltro vale anche per le misure cautelari reali come da piangere recente giurisprudenza, che afferma che i principi dettati dall’art. 275 c.p.p. per le misure cautelari personali sono applicabili anche a quelle reali, tanto da dover costituire oggetto di valutazione preventiva e non eludibile da parte del giudice nell’applicazione delle cautele reali, al fine di evitare un’esasperata compressione del diritto di proprietà e di libera iniziativa economica privata (Cass. pen. sez. III, 8/04/2016, n. 30405; Cass. pen. sez. III, 7/05/2014, n. 21271). In particolare, si afferma che, nel disporre un sequestro, il giudice deve accertare la sussistenza dell’esigenza di impedire che la libera disponibilità della cosa possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato; detto accertamento, da compiere in concreto e caso per caso, comprende necessariamente la valutazione se l’aggravamento o la protrazione in questione abbiano un nesso di derivazione causale con la libera disponibilità della cosa da parte dell’avente diritto. Nell’iter logico dell’accertamento di tale nesso causale, di conseguenza, vengono in rilievo in re ipsa i profili della proporzionalità, adeguatezza e gradualità della misura, perché è necessario verificare:
a) se l’aggravamento o la protrazione delle conseguenze del reato possono essere evitati senza privare l’avente diritto della disponibilità della cosa;
b) se il sequestro preventivo è sufficiente a garantire tale risultato;
c) se tale risultato possa essere conseguito con misure meno invasive (Cass. pen. sez. III, 15/12/2011, n. 12500).
Secondo un’impostazione che porta a conclusioni ulteriori il principio espresso, il giudice deve offrire adeguata motivazione sull’impossibilità di conseguire il medesimo risultato della misura cautelare reale con un provvedimento meno invasivo o con una misura interdittiva (Cass. pen. sez. III, 15/12/2011, n. 12500; Cass. pen. sez. V, 21/01/2010, n. 8152; Cass. pen. sez. III, 7/10/2010, n. 38411). Quest’ultimo indirizzo recepisce l’esigenza di contenere la portata vessatoria del provvedimento cautelare, che si avverte in modo marcato quando il sequestro riguarda aziende. Purtuttavia, genera qualche perplessità, in modo specifico nella parte in cui non si limita ad affermare la necessità di circoscrivere al minimo la limitazione della proprietà, collegando il vincolo al periculum, ma si riferisce anche alle misure interdittive personali o a quelle che il d.lgs. n. 231 del 2001 prevede nei confronti degli enti.
La privazione della disponibilità del bene determinata dal sequestro, invero, si risolve nella proibizione di una certa attività. Analogo risultato è determinato dalle misure interdittive personali e specificamente da quella prevista dall’art. 290 c.p.p., che per giunta può essere calibrata dal giudice circoscrivendola solo ad alcune specifiche mansioni dell’indagato. La misura interdittiva personale, però, postula la ricorrenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico di soggetti specificamente determinati e non già del fumus commissi delicti.
Essa, presuppone altresì la gravità del reato che deve rientrare nella previsione dell’art. 287 c.p.p.
Ne consegue che il provvedimento previsto dall’art. 290 c.p.p., fondato su diversi presupposti, non rappresenta un’alternativa nella logica di una maggiore gradualità al sequestro preventivo del bene.
Analogamente, se le misure previste in tema di responsabilità amministrativa degli enti appaiono ispirati ad una logica di gradualità e proporzione, esse presuppongono che si proceda per uno dei reati contemplati negli art. 24 e ss. d.lgs. n. 231 del 2011. Non rappresentano, dunque, un modello da poter applicare in modo generalizzato in alternativa al sequestro del bene.
Numerosi, infine, sono i precedenti che applicano il principio di proporzionalità al sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente (Cass. pen. sez. II, 28/02/2018, n. 26340; Cass. pen. sez. II, 22/06/2017, n. 33090) ed appunto a quello probatorio (Cass. pen. sez. VI, 11/11/2016, n. 53168). A tal proposito, ad esempio, è stato affermato che il sequestro probatorio nei confronti di un giornalista avente ad oggetto atti e documenti relativi all'esercizio della sua attività professionale deve conformarsi con rigore al criterio di proporzionalità tra il contenuto del provvedimento ablativo e le esigenze di accertamento dei fatti oggetto delle indagini ex art. 200, comma 3 c.p.p. e art. 10 CEDU come interpretato dalla Corte EDU, evitando quanto più è possibile interventi invasivi nella sfera professionale (Cass. pen. sez. VI, 19/01/2018, n. 9989).
1.1. A giustificazione del provvedimento di rigetto del ricorso, il Collegio del gravame cautelare ha rilevato come il procedimento abbia preso avvio dall’esposto presentato, il 2 maggio 2018, dallo stesso S. , nel quale egli lamentava di aver ricevuto presso l’abitazione della propria madre una busta gialla, indirizzata al medesimo, contenente una chiavetta USB ed un foglio accompagnatorio, privo di sottoscrizione, nel quale i mittenti lo invitavano a gradire il "regalo" (così intendendo fare riferimento alla chiavetta), aggiungendo che "non scherzavano" e che se avesse comunicato con i giornalisti o se avesse sporto querela avrebbe "pianto la famiglia". Nella pen-drive erano contenuti atti processuali relativi ad alcune indagini in corso presso la Procura della Repubblica di Vicenza e, in particolare, quello concernente il procedimento per bancarotta fraudolenta collegato al fallimento della società "L. Arredo s.r.l.". Dallo sviluppo dei tabulati telefonici, emergevano contatti tra S.R. e la coppia di coniugi L.C. e T.L. ; tra questi ultimi ed il luogotenente A.E. (in servizio presso la sezione di polizia giudiziaria della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza) e fra A. ed un altro militare, Ta.Gi. , comandante della Stazione dei Carabinieri di Cittadella. Al fine di verificare le modalità di acquisizione e di propagazione dei documenti coperti da segreto investigativo, il pubblico ministero disponeva dunque la perquisizione orientata alla ricerca, presso l’abitazione del S. e di sua madre, di telefoni cellulari, tabiet, computer, chiavette USB, hard-disk esterni, in grado di evidenziare l’esistenza di rapporti tra i coniugi L. - T. e tra il militare Ta. e S. .
2. Nel ricorso a firma del patrono, S.R. chiede l’annullamento del provvedimento per violazione di legge penale e mancanza di motivazione in ordine ai presupposti dell’ablazione e conseguente abnormità del provvedimento. A sostegno del motivo, il ricorrente rileva: a) come non vi sia stata alcuna illecita diffusione di dati coperti da segreto; b) come il sequestro di tutti i supporti informatici e del loro contenuto nei confronti del S. - soggetto terzo rispetto al reato - sia "privo di ragionevolezza investigativa" e contrasti col principio di proporzionalità, non potendo - ad ogni modo - la chiavetta contenente il materiale investigativo coperto da segreto che essere stata formata all’interno della Procura della Repubblica; c) come il pubblico ministero avrebbe potuto e dovuto procedere alla ricerca dei "contatti digitali" presso il proprietario dell’Internet provider in uso alla Procura della Repubblica, così da verificare eventuali flussi informativi con gli account del S. ; d) come il ricorrente sia del tutto estraneo al fallimento della "L. Arredo s.r.l.".
Fotografare altrui abitazioni senza consenso non è reato se .. (Cass. 46158/19)
Invitato scatta foto in una abitazione altrui senza consenso del padrone di casa: non è reato.
interferenze illecite nella vita privata privacy videoregistrazioni

References: art. 253
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 24
 Cass. 
 art. 200
 art. 10