Source: http://milella.blogautore.repubblica.it/2012/12/01/oltre-i-limiti/
Timestamp: 2017-09-20 00:26:42+00:00

Document:
Oltre i limiti - Toghe - Blog - Repubblica.it
Ha ragione chi si chiede "ma cosa vuole Sallusti?" (invito a leggere il post di Nicola nel blog precedente). Anche io me lo chiedo. E mi stupisco, e prendo le distanze, dal suo comportamento. Che può essere definito in un solo modo: una provocazione. Sallusti, in linea con quanto il suo giornale ha fatto in questi anni, invoca per sé un diritto diverso da quello degli altri cittadini. Invoca la libertà di diffamare, senza riconoscere il diritto di rettifica. Chiede (ha chiesto) alla politica una legge ad personam per se stesso. In linea con quanto ha fatto l'ex premier Berlusconi. Non ammette l'errore, evidente nel caso dell'articolo del l'agente Betulla sul giudice Cocilovo. In modo sovversivo contesta una sentenza definitiva. Non basta. Contesta pure una decisione, a lui favorevole, presa dalla procura di Milano, dal procuratore Bruti Liberati in persona, e confermata dal magistrato di sorveglianza. Rifiuta i domiciliari e vuole il carcere come provocazione estrema. Se ogni cittadino facesse quello che sta facendo Sallusti sarebbe in pericolo l'ordine democratico di questo Paese. Ma probabilmente è questo ordine, sono le regole stringenti, che Sallusti rifiuta e vuole abbattere. Ma dev'essere evidente a tutti che il lavoro scrupoloso di documentazione di ogni cronista, la ricerca della verità, il confronto delle fonti nulla hanno a che fare con il giornalismo preconcetto che non cerca i fatti veri, ma vuole piegare i fatti presunti a una tesi precostituita. Giusto quello che è avvenuto nel caso di Sallusti, dell'ex agente Betulla e del giudice Cocilovo.
Gigas 3 dicembre 2012 alle 14:52
La propria reputazione non ha prezzo, non si è in vendita,a questo mondo tutto è mercificato.
La diffamazione è una violenza alla personalità di un individuo, personalità che chi diffama cerca di incrinare anche nelle formazioni sociali nella quale si svolge.
Le bugie rendono disumani, e quelle a mezzo stampa rendono disumane più persone, le quali finiscono per essere permeate da ciò.
Secondo quanto di seguito, il sig. Sallusti o chiunque altro, sarebbe finito ai domiciliari…o a pagare una multa, è stato creato un caso da 5000 euro. Cosa non farebbero con e per il denaro.
(4) La multa risulta così aumentata, da ultimo, ai sensi dell'art. 113, L. 24 novembre 1981, n. 689, che modifica il sistema penale. Al reato previsto in questo comma si applica, ora, la pena pecuniaria della multa da euro 258 a euro 2.582 o la pena della permanenza domiciliare da sei giorni a trenta giorni ovvero la pena del lavoro di pubblica utilità da dieci giorni a tre mesi, ai sensi di quanto disposto dall'articolo 52, comma 2, lettera a), D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274. (Tale disposizione si applica a decorrere dal 2 gennaio 2002, ai sensi di quanto disposto dall'art. 65 dello stesso D.Lgs. n. 274 del 2000, come modificato dall'art. 1, D.L. 2 aprile 2001, n. 91, convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, L. 3 maggio 2001, n. 163).
Domenico Corradini H. Broussard 3 dicembre 2012 alle 22:01
rino olivotti 2 dicembre 2012 alle 14:23
al suo quesito risponderò, forse con una lett-el privata, perché se non sbaglio e se «non mi sbilancio» in questo blog tira per il momento un’aria abbastanza difficile da respirare: molta malainformazione e poco dialogo democratico e argomentato.
L’ha detta bene Francesco Merlo, ieri domenica 2 dicembre 2012: «Questa malainformazione ha persino contagiato un certo giornalismo antiberlusconiano che è diventato a sua volta odioso nella polemica personale, nell'insulto ferocemente goliardico e gratuito, spaventoso al punto da fare oggi il tifo per la galera a Sallusti, con l'augurio di gettare via la chiave...».
Si sarà «sbilanciato» anche lui?
L’art. 127 cpp dispone sì al comma 6 che l’udienza in camera di consiglio si svolga senza la presenza del pubblico, ma non a pena di nullità, come invece per le disposizioni contenute nei commi 1 e 3 e 4 a norma del comma 5. È questione delicata, ne sono consapevole, tenendo pure conto di due fatti: (a) che il pubblico ministero e i difensori sono sentiti solo se compaiono, con la conseguenza di una possibile mancanza di contraddittorio in violazione dell’art. 111 della Costituzione; (b) che in alcuni tribunali è invalsa la prassi di ammettere i giornalisti nell’aula dove si procede alla convalida dell’arresto, ed è ovvio che parlo dei tribunali che conosco.
Che tutte le udienze debbano celebrarsi in pubblico si desume dall’art. 101 comma 1 della Costituzione: «La giustizia è amministrata in nome del popolo», come chiarito da Corte Cost. 24 luglio 1986 n. 212. E che tutte le udienze debbano celebrarsi in pubblico lo dice tra l’altro l’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali: «Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata […] pubblicamente».
Mi pare un principio assoluto, questo, che deroghe non tollera. Ma se ne potrà discutere in questo blog, quando ci sarà un altro post d’apertura che non mi faccia andare «fuori tema». E però, fin d’ora non riesco a immaginare come sia legittimo un dibattimento in assenza del giudice: se manca il giudice davanti a chi dibattono le parti processuali, davanti a un fantasma dibattono gli avvocati difensori e il pubblico ministero che non a torto Calamandrei chiamava giudice non imparziale e avvocato senza passione?
R. von Jhering, «Lo scopo nel diritto» [1872], a cura di M. Losano, Einaudi, Torino 1972, p. 282: «Non si può essere parte ed imparziale ad un tempo».
F. Nietzsche, «Aurora» [I ed. 1881; II ed. 1887], IV, 413 [«Gli accusatori privati e pubblici»], trad. di F. Masini, in «Opere», a cura di G. Colli e M. Montanari, V, I, «Aurora e frammenti postumi (1879-1881)», Adelphi, Milano 1964, p. 208: «Osserva bene chiunque accusa e inquisisce, – in questo egli rivela il “suo” carattere: e per la verità ha non di rado un carattere peggiore di quello della vittima, dietro al delitto della quale egli si trova. L’accusatore pensa in tutta innocenza che chi combatte un crimine e un malfattore debba già di per se stesso essere un carattere buono o esser considerato come tale, – e così si lascia andare, vale a dire dà fuori».
Gigas 4 dicembre 2012 alle 09:05
Dall’intervista della responsabile del blog, al giudice Cocilovo, si riesce a comprendere il perché, da una ammenda si è arrivati ad una pena da trascorrere ai domiciliari; perché il direttore giornalista si è rifiutato su richiesta della parte lesa di effettuare la rettifica. L’arroganza non va premiata, se mai ci sarà una nuova legge, io manterrei le pene alternative e rafforzerei l’obbligo di rettifica. Anche se non fosse scritto da nessuna parte che bisogna rettificare,per onestà intellettuale, qualsiasi persona responsabile, lo farebbe, non appena la verità è resa chiara, solo i prepotenti e gli arroganti,come tali disonesti intellettualmente, rifiutano la verità accertata e documentata, e cercano sempre ogni escamotage per farla franca.
Francesca 4 dicembre 2012 alle 11:52
PERCHE' IL DIRETTORE SALLUSTI VUOLE ANDARE IN CARCERE?
Se potessi farlo , rivolgerei questa domanda direttamente al direttore Sallusti che vuole andare in carcere a tutti i costi ed è diventato, per questa sua richiesta, l'eroe di turno. .So già che non verrà ascoltato.. Il carcere non sarà il miglior deterrente, però ha sbagliato ., sia per il ruolo che riveste che per il coinvolgimento di un giornalista radiato.Per giunta ha. mantenuto , nelle varie trasmissioni dove è intervenuto , un atteggiamento distaccato ed altezzoso, mentre avrebbe dovuto chiedere scusa pubblicamente, se non altro nel rispetto di quell'autorità non più meritata. Cordialmente Francesca
Mariano 4 dicembre 2012 alle 12:49
Per Agostino, di tre giorni fa... Non esiste una verità, una notizia falsa, una diffamazione di destra e una di sinistra. Chi diffama deve essere punito severamente, sia che scriva sulla Stampa, sul Giornale o sul Corriere dei Piccoli. Se non deve essere galera, che sia un'altra punizione, tipo la sospensione dal lavoro, o qualsiasi altra cosa. Non voglio credere che Sallusti sia stato 'punito' perchè dirige il quotidiano di Berlusconi, anche perchè, se non erro, aveva già dei precedenti in proposito. Ritengo che non gli sia stata concessa la sospensione della pena perchè recidivo. E non eccepisco su quanto ha fatto il giudice Cocilovo, con La Stampa prima e Il Giornale poi, sono problemi suoi. Certo è che si è ritenuto diffamato dall'articolo di Dreyfus, e che ha denunciato Il Giornale. Nè io nè lei possiamo sapere se con La Stampa ha chiarito...
Mariano 4 dicembre 2012 alle 13:13
Pongo riparo ad un mio errore. Sallusti era Direttore, o reggente, fa lo stesso, di Libero quando sono avvenuti i fatti. E invito quanti lo difendono ad andarsi a rileggere quanto ha scritto Farina / Dreyfus. E a pensare per un attimo di essere parente dei diffamati, di sapere di non avere compiuto i fatti che vengono addebitati ed essere stato comunque descritto in quel modo osceno. Proprio sicuri, voi che lo difendete, che non avreste denunciato articolista e Direttore responsabile?...
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 4 dicembre 2012 alle 15:20
Sempre nell’interesse dei lettori e sulla “PRESENZA DEI GIORNALISTI” durante la procedura in camera di consiglio (art. 127 c.p.p.).
La disciplina prevista dall’art. 127 c.p.p. è di assoluta chiarezza.
La legge NON prevede la presenza del pubblico.
Tale disposizione deve essere fatta osservare – rigorosamente – dall’autorità giudiziaria.
La presenza del pubblico – e quindi anche dei giornalisti – è, quindi, indiscutibilmente IRRITUALE.
In vent’anni di professione non ho mai visto i giornalisti assistere a un procedimento in camera di consiglio.
Naturalmente, la procedura in camera di consiglio è del tutto diversa da quella prevista per l’udienza dibattimentale.
Si tratta di due momenti diversi, con finalità ed esigenze processuali peculiari.
Lo stesso articolo di legge (art. 127 c.p.p.) indica alcune disposizioni – ai commi 1, 3 e 4 – a pena di nullità perchè esse riguardano, specificamente, la corretta partecipazione delle PARTI PROCESSUALI al rito.
Vale la pena di rimarcare che la presenza del PUBBLICO nel corso del procedimento penale NON è valore assoluto.
Infatti la legge prevede specifiche eccezioni, come quelle riguardanti la procedura in camera di consiglio (appunto), le fasi del dibattimento che possono svolgersi a “porte chiuse” (art. 472 c.p.p.), nonchè quelle indicate dall’art. 471 c.p.p.
Dalla lettura degli articoli di legge risultano evidenti le esigenza di tutela previste dalle norme che ho indicato.
Ho già scritto (il 2 dicembre, ore 19.15) che “in caso di dibattimento, il pubblico ministero (parte PUBBLICA), in assenza del giudice, esercita la disciplina dell’udienza, avvalendosi, se del caso, anche della forza pubblica” (art. 470 c.p.p.).
Ho scritto “DISCIPLINA” di udienza, e non altro.
La DISCIPLINA di udienza è cosa del tutto diversa dal “dibattere” delle parti.
E’ del tutto evidente, infatti, che le parti possono dibattere solo davanti al giudice, e non solo tra di loro.
Il tema era un altro, e riguardava l’assenza momentanea del giudice nella mancanza di alcuna attività processuale in aula di udienza.
Ad esempio, se il giudice è in camera di consiglio per decidere, oppure, per un motivo qualsiasi, egli non è presente in aula di udienza, la DISCIPLINA dell’udienza (affinche non ci siano situazioni di tensione, disordine o la presenza di soggetti non autorizzati) è esercitata dal pubblico ministero.
Gigas 4 dicembre 2012 alle 15:46
Art. 595 Codice Penale. Diffamazione
Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065
Sulla diffamazione a mezzo stampa, vedi il D.Lgs.C.P.S. 3 marzo 1947, n. 156, e l'art. 13, L. 8 febbraio 1948, n. 47. Vedi, inoltre, l'art. 11, D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, in materia postale, di bancoposta e di telecomunicazioni.
E non ultima la svuota carcere
Posto che sono questi gli articoli, perché mai si continua a parlare di carcere, quando in realtà non si è considerati in stato di detenzione ? O non si è considerati in stato di detenzione solo se i domiciliari durano 45 giorni ?
Se fosse come recita l’art 53, di fatto in Italia non c’è il carcere per la diffamazione. Se non si è considerati in stato di detenzione…
Non prendersi sul serio, magari fa sorgere un sorriso.
Alessandro 4 dicembre 2012 alle 19:12
Da quando esercito la professione di avvocato non ho mai visto celebrare un'udienza di convalida dell'arresto - sia essa "normale" o pertinente alla prima parte del rito direttissimo - con presenza di pubblico e/o giornalisti.
Se qualche volta qualcuno se ne stava "dimenticando" in un procedimento in cui ero parte, sono stato proprio io a "ricordarlo".
L'arrestato, al momento della convalida, è un cittadino che ancora non è stato sentito da un magistrato e contro il quale non sono state ancora mosse accuse precise; potrebbe non essere nemmeno convalidato, il suo arresto.
Trovo quantomai opportuna la scelta del legislatore che tale udienza si svolga a porte chiuse.
Ovviamente tale previsione non è sancita a pena di nullità, poiché l'eventuale presenza di pubblico non inficia la genuinità della decisione presa dal giudice, né l'esercizio dei diritti processuali previsti in favore delle parti.
Domenico Corradini H. Broussard 4 dicembre 2012 alle 21:06
Forse che l’udienza di convalida d'arresto non è un’udienza?
Il delicato problema riguarda la gerarchia delle fonti e l'eventuale incostituzionalità dell'art. 127 comma 6 cpp.
Non capisco cosa voglia dire la «corretta partecipazione delle PARTI», mi raccomando l’uso delle maiuscole, dato che il pubblico ministero e i difensori sono sentiti solo se compaiono, con la conseguenza di una possibile mancanza di contraddittorio in violazione dell’art. 111 della Costituzione.
C’è chi ama il dogmatismo, io no. E c’è chi invece ama il problematicismo, io sì.
L’Avv. Alessandro 4 dicembre 2012 alle 19:12 mi pare ragioni per problemi, viva dio: (a) nei procedimenti in cui era difensore ha dovuto «ricordare» la norma a quelli che la stavano «dimenticando»: dunque, in altri procedimenti la norma è possibile che non la si applichi; (b) tanto più che la norma «non è sancita a pena di nullità, poiché l’eventuale presenza di pubblico non inficia la genuinità della decisione presa dal giudice, né l’esercizio dei diritti processuali previsti in favore delle parti».
E qui mi fermo e chiudo, non essendo questo l’argomento del post d’apertura.
Até a próxima e boa noite a todos.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 4 dicembre 2012 alle 22:26
Attenersi alla disciplina della norma e interpretarla in modo sistematico, non è "dogmatismo". E', invece, aver rispetto della Legge, oltre che capacità di riflessione scientifica e di argomentazione giuridica.
Non mi risulta che la disciplina prevista dall'art. 127 comma 6 c.p.p. sia stata sottoposta all'attenzione della Corte Costituzionale in ordine alla mancata presenza del pubblico.
Ho già scritto - indicando anche le norme di legge - che il principio della pubblicità del procedimento penale prevede alcune eccezioni finalizzate alla tutela di altre esigenze peculiari.
Ineccepibili sono le considerazioni dell'avvocato "Alessandro: se la norma di legge prevede che, in determinate occasioni, il pubblico non sia presente, sbaglia chi NON applica quella norma.
Chi la applica fa il proprio dovere professionale.
Domenico Corradini H. Broussard 5 dicembre 2012 alle 07:34
Il fatto che il comma 6 dell’art. 127 cpp non sia stato sottoposto al vaglio della Corte costituzionale non vuol dire che non si possa dubitare della sua costituzionalità, dott. Messina.
Il dogmatismo sta nel non dubitare, dott. Messina.
E questa è una delle differenze fondamentali tra la dottrina, che dubita, e la giurisprudenza, che non dubita, dott. Messina.
Al solito, dott. Messina, lei si attribuisce «capacità di riflessione scientifica e di argomentazione giuridica» e per allusione questa «capacità» a me la nega.
Al solito, dott. Messina, lei si ferma alla legge ordinaria e delle fonti superiori alla legge ordinaria non tiene conto, e proprio così rinuncia a interpretare una norma o più norme «in modo sistematico».
Suvvia, dott. Messina, si doti di maggiore spirito critico e nel commentare non usi il linguaggio perentorio e assiomatico che molti giudici usano nello scrivere le loro sentenze, magari poi bocciate in Appello e in Cassazione.
Ma già, dimenticavo, dott. Messina: lei è quello che alla Lombroso affermò che tutti gli italiani hanno un’innata tendenza a delinquere e anche delegittimò la Cassazione con la storia che almeno qualche volta una sentenza di primo grado ha maggiore consistenza e spessore e profondità di una sentenza della Cassazione.
Buon lavoro e vita buona sempre,
Alessandro 5 dicembre 2012 alle 09:54
La ringrazio di avermi riconosciuto "problematicità" nell'approccio giuridico, ma rifuggo il dommatismo in ogni sede.
Concordo, tuttavia, col dott. Messina in ordine al fatto che, ove ci sia una legge, sbaglia chi non la applica.
Né, per questo, non sono disposto a convenire con Lei che esistono norme "superiori".
Il fatto è che ho sempre provato istintivo disagio per l'istituto della "disapplicazione": si presta all'arbitrio implicito nel concetto di "diritto del caso singolo" e finisce per violare quello della legge (univoca) preesistente al momento della sua applicazione.
Auspico sempre che un ordinamento giuridico risolva le antinomie in sede legislativa (propugno da anni la creazione di un osservatorio parlamentare della giurisprudenza, finalizzato a risolvere per normativamente i dubbi interpretativi, che, in ultimo, si sostanziano in disparità di trattamento), ma ritengo che, ove alcune di esse rimangano, esse siano risolte una volta e per sempre (ed erga omnes) dal Giudice superiore chiamato a farlo (Corte Costituzionale, Corte di Giustizia, etc.) e mai lasciate alla libera interpretazione dell'operatore nel caso singolo.
tisancul 5 dicembre 2012 alle 10:51
ITALIA PAESE ALLO SBANDO
CON LA PEGGIORE GIUSTIZIA
DEL MONDO ! ESPATRIARE !!!!!!!!!!!!!!!
Domenico Corradini H. Broussard 5 dicembre 2012 alle 16:16
Gentile Avvocato Alessandro,
tra non dogmatici ci s’intende.
Lei ha ben capito che io ho solo sollevato un problema di un’eventuale incostituzionalità del comma 6 dell’art. 127 cpp, senza certo incitare alla sua disapplicazione.
Contro la ««Freirechtschule» ebbi modo di scrivere in un mio libro del 1971 e ancora oggi temo che a volte il libero convincimento del giudice possa tradursi in arbitrio, come dimostrano i denunciati e documentati casi di mala giustizia da parte mia e da parte di commentatori migliori di me in questo blog, che da quando lo frequento quasi mai denuncia e documenta nei post d’apertura casi di mala giustizia e quasi sempre si schiera corpore et sanguine dalla parte dei magistrati e dell’Anm loro sindacato come se il Cnf presieduto dal collega Guido Alpa niente contasse e come se gli Avvocati fossero una massa indistinta d’imbroglioni patentati e legalizzati.
Mi associo alla sua proposta di un osservatorio parlamentare della giurisprudenza, che con le sue contraddittorie pronunce in Cassazione ha secondo me reso più incerto il diritto e ha preteso e pretende di innalzarsi a fonte del diritto e di trasformare il nostro sistema di Civil Law in un sistema di Common Law. E sarebbe anche bello e proficuo che alle antinomie e alle lacune del diritto provvedesse la legge, proprio per evitare quella disparità di trattamento di cui lei non a torto parla.
La vicenda Sallusti ne è la prova: lui alla detenzione domiciliare mentre un povero anonimo da noi assistito alla detenzione carceraria, lui un problema per la Severino e Napolitano, «grazia sì» o «grazia no», mentre quel nostro povero anonimo alla «grazia» forse è meglio che non pensi, e né noi né quel nostro povero assistito possiamo telefonare come Mancino a Napolitano.
Sempre beneaugurando,
dchb@libero.i
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 5 dicembre 2012 alle 17:23
In genere, io dialogo con i lettori più attenti che conoscono i miei scritti e, quindi, non mi curo delle interpretazioni senza fondamento che di essi fa qualche commentatore.
Negli ultimi miei commenti ho evidenziato - sempre nell'esclusivo interesse dei lettori più attenti - la disciplina SPECIFICA che regola l'UDIENZA di convalida dell'arresto, disciplina che NON prevede la presenza del pubblico e, quindi, dei giornalisti.
Mi pare anche importante aver offerto ai lettori i riscontri normativi non solo sul tema prima indicato, ma anche su quello riguardante la disciplina dell'udienza dibattimentale e l'autorità giudiziaria che la esercita.
Gigas 5 dicembre 2012 alle 17:45
Ero entrato in un blog, che aveva anche la capacità e la voglia di essere divulgativo. C’è qualcuno tra gli esperti in grado di delucidare , su quanto recita il 2 comma dell’articolo 53 in fatto di pene alternative al carcere ?
2. La durata della permanenza domiciliare non puo’ essere inferiore a sei giorni ne’ superiore a quarantacinque; il condannato non e’ considerato in stato di detenzione.
Perché mai si continua a parlare di carcere, quando in realtà non si è considerati in stato di detenzione ? O non si è considerati in stato di detenzione solo se i domiciliari durano 45 giorni ?
Domenico Corradini H. Broussard 5 dicembre 2012 alle 18:49
E su quei «riscontri normativi» forse che non si possono sollevare dubbi di costituzionalità, dott. Messina?
E forse che all’Università i suoi professori non sollevano mai dubbi di costituzionalità e la dottrina non continua a sollevarli, dott. Messina?
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 6 dicembre 2012 alle 00:02
Si possono aver dubbi di costituzionalità sull'art. 127, comma 6 c.p.p., così come possono aversi dubbi su tanti altri temi: sull'amore eterno; sul gol in fuorigioco di Turone in Juventus - Roma, campionato '80-'81; su quale sia il dolce migliore tra la cassata siciliana e la pastiera napoletana.
Se qualcuno ha (seri) dubbi di costituzionalità su una norma di legge (come, ad esempio, nel caso dell'art. 127, comma 6, c.p.p.) può fare una cosa molto semplce: sollevare la questione innanzi al giudice nelle forme previste dalla Legge.
E poi vedere che esito avrà la sua richiesta.
"Ictu oculi" 6 dicembre 2012 alle 01:40
Per i tre illustri giuristi. Al fine di scrollar di dosso il parlarsi addosso (e persino sopra) magari escludendo in parte una delle parti (e non è un gioco di parole) che concorre a "formare"... giurisprudenza, e del tutto quella parte che di fatto produce l'elemento, la materia del contendere che consente alle parti anzidette di esercitare le loro professioni, ben remunerate, con tutto l'apparato che sta dietro le quinte: perché di recitare si tratta o di assistere al "teatro della vita(d'altri) da spettatori privilegiati senza pagare (pegno) il biglietto", come ebbe a dire Woodcock, che - appunto - agli occhi di Malgioglio apparve come un "attore americano".
E di «riscontri normativi» vorrei parlare e di racconti veri, non romanzati, vorrei sviscerare. Se un GE mi convoca ed io -- seppur all'oscuro di tutto -- puntuale sono lì in aula (e prima in cancelleria)... e quando gli dico che io casco dalle nuvole lui sfoglia il fascicolo, con un sorrisetto beffardo, e poi lo chiude come per dire che "io le carte le ho...",
dopo di che gli dico: guardi, il problema è che io non ho nulla... e lui non mi mostra almeno il titolo/precetto [[era l'unica occasione, infatti ancor oggi, dal 2008, non li ho visti; e nemmeno dopo il 5° precetto (2 di certo mai notificati, eppure hanno prodotto 2 pignoramenti: uno mobiliare e uno immobiliare che non sono andati a buon fine; per quest'ultimo attendevo con ansia che -- ma pensate! -- depositasse i titoli, affinché li potessi mostrare al presidente -- che delle 10 pagine scritte non ha fatto cenno -- e dirgli che dal 2006 solo adesso li vedo) seguito da pignoramento ]]. Alle 12:00 mentre va via, afferma che occorre fissare un'altra udienza, gli chiedo di darmi la data e lui dice che non è possibile (è il 25 genn. 2008). Non avendo ricevuto altra notificazione, in giugno mi reco in cancelleria e chiedo dell'udienza. Sorpresa: mi dicono che l'udienza s'era tenuta il 3/04/08, mi riferiscono la data della successiva, il 24/10/08, che posso poi leggere dalla copia del "verbale", di 3/4 di rigo: "ud. del 25/01/08 IL G.E. nessuna delle parti è comparsa, visto l'art. 631 C.P.C. rinvia all'udienza del 3/4/08", laddove risulta comparso l'avv. avverso (sarà l'unica volta dal 2003, la seconda l'8/02/12, dove per la prima e unica volta ne vedo la faccia: ma ai giudici poco conta). Ed ora, "Iusto iure", vediamo i «riscontri normativi». 1) Per quanto (mi) è dato sapere -- "se sbaglio corriggetimi" -- l'art. 631 cpc non prevede un'altra notificazione? visto che per il g.e. ero inesistente non
solo alla prima ma anche alla terza e quarta udienza del 15/01/09, in cui "Nessuno è comparso" e si dichiara
"l'estinsione..." (il resto non si riesce a leggere!).
2) Insomma, per brevità, di sicuro so di non aver accettato solo il piego del 13/dic.2006 di cui ho solo la A/R (mod. cad, dal postino e non dall’uff. giud.?) datata 19/12/06 che avvisa del deposito di una racc. A.G. n. *1770-3 del 13/12/2006… il resto ("è noia"?), 2 o 3 o forse 4 notificazioni: l’Unep-poste chiede il N° delle racc.??; dalle cancellerie, niente; gli uff. giud. mi dirottano verso il G.E. che se la prende con le cancelliere, rovinandomi così l’ottimo rapporto che con queste avevo. Possibile che non si possa sapere che fine hanno fatto… non dico 3 delle “5? (se il precetto era messo col titolo nel piego, però, perché cita 2 date?) ma almeno le 2 delle 4 ?
Domenico Corradini H. Broussard 6 dicembre 2012 alle 09:35
Paragonare i dubbi di costituzionalità della dottrina ai dubbi sull’amore eterno o su un goal in fuorigioco o sulla superiorità della cassata siciliana o della pastiera napoletana, è un’ottima boutade, dott. Messina.
Grato per avermi fatto sorridere, dott. Messina.
Gli avvocati spesso sollevano in giudizio questioni di costituzionalità perché hanno letto la dottrina, dott. Messina.
E invece i magistrati spesso leggono solo le sentenze della Cassazione, dott. Messina, come se dai loro professori universitari niente avessero imparato.
La questione di legittimità costituzionale la può sollevare anche il giudice d’ufficio, dott. Messina.
Ed è fuorviante per i lettori la sua affermazione, dott. Messina: «Se qualcuno ha (seri) dubbi di costituzionalità su una norma di legge (come, ad esempio, nel caso dell’art. 127, comma 6, c.p.p.) può fare una cosa molto semplice: sollevare la questione innanzi al giudice nelle forme previste dalla Legge. E poi vedere che esito avrà la sua richiesta».
Mi sto «parlando addosso»? Non credo. Sto limitandomi a chiarire cosa sono il diritto e l’esperienza giuridica alla Capograssi e alla Calamandrei intesa e a quale duro «Beruf» o «compito» o «missione» la dottrina è chiamata, del monito di Max Weber memore.
Alessandro 6 dicembre 2012 alle 11:39
Lei confonde la permanenza domicilare (quella da Lei citata), prevista dlla normativa istituiva della competenza penale del Giudice di Pace, con la detenzione domiciliare, prevista dalle leggi sull'Ordinamento Penitenziario.
Per farla breve, il nostro diritto prevede:
1) gli arresti domiciliari, che sono una misura cautelare coercitiva personale;
2) la detenzione domiciliare, prevista dalle norme sull'Ordinamento Penitenziario (art. 47 ter Legge-354/1975);
3) la "detenzione presso il domicilio" prevista dall'art. 1 della legge 199 del 26 novembre 2010;
4) la permanenza domiciliare, da Lei richiamata.
Giusto per chiosa, la violazione delle permanenza domiciliare, seppure non configura il reato di evasione, è soggetta alle sanzioni penali di cui all'art. 56 della legge da Lei stesso citata.
Gigas 6 dicembre 2012 alle 15:13
Una direttiva è un atto pubblico.
Forse l’unico che poteva delucidare era Bruti Liberati, o forse gli esperti potevano di già scrivere quello che in parte è contenuto nella direttiva. Quando si fa polemica, non si fa divulgazione.
• Gigas 5 dicembre 2012 alle 17:45
Gigas 6 dicembre 2012 alle 18:17
Alessandro 6 dicembre 2012 alle 18:27
Non so se si riferisce a me con l'accenno alla polemica, ma non era assolutamente mia intenzione farne, anzi mi scuso se è questa l'impressione che ne ha tratto.
Volevo semplicemente segnalare l'errore in cui era involontariamente incorso e sottoporLe le varie tipologia di privazione della libertà presso il domicilio contemplate dal nostro ordinamento, anche in considerazione del fatto che le stesse vengono comunemente e continuamente confuse.
La "direttiva" del Procuratore Capo di Milano non la conoscevo e, comunque, nulla toglie o aggiunge a, bensì conferma, quanto da me fatto osservare.
In ogni caso, sempre e solo per amor di precisione, essa non è atto previsto dal codice di procedura penale, né un atto normativo, bensì un atto interno, di semplice indirizzo dell'azione dei componenti l'Uffcio di Procura.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 6 dicembre 2012 alle 20:15
A volte le questioni sono molto più semplici, senza che sia necessario ricorrere agli archetipi del pensiero mondiale.
Non ho intenzione di sollevare di ufficio la questione di legittimità costituzionale sull'art. 127, comma 6, c.p.p., con riferimento alla mancata presenza del pubblico, e ciò perchè non ne ravviso alcuna seria ragione giuridica.
Sul tema, le norme - anche attraverso una riflessione sistematica - sono di una chiarezza assoluta, così come la "ratio" che le giustifica.
Se un avvocato, un giorno, dovesse indicarmi - formalmente - una qualche ragione in merito, lo ascolterò e poi deciderò.
Ma ritengo tale evento altamente improbabile.
In ogni caso, se un avvocato dovesse mai farlo innanzi a un altro giudice, rifletterei sulla conseguente decisione.
Nella riflessione giuridica, la dottrina ha un ruolo importante, ma chi decide sulle questioni poste sono sempre i giudici.
E la capacità di riflessione della magistratura italiana non è, per definizione, culturalmente inferiore a quelle della dottrina.
Di conseguenza - ribadisco - se qualche avvocato avesse un dubbio sulla legittimità costituzionale (sull'art. 127, comma 6, c.p.p., con riferimento alla mancata presenza del pubblico), non ha che da porre la questione innanzi a un giudice della Repubblica Italiana. E poi attendere la sua decisione sulla quale - a sua volta - dovrà riflettere.
Ho letto - ancora una volta - che mi sono state addebitate significati di frase, MAI da me sostenuti, sugli italiani e sulla Corte di Cassazione. Sono interpretazioni che respingo con decisione.
Si tratta di modo di dialogare - quello non attaccare, esattamente, ciò che la controparte ha detto - che NON risponde ai noti criteri della corretta discussione critica (si tratta di una "fallacia" argomentativa che viene definita dagli esperti di comunicazione "fallacia del fantoccio").
E' importante ribadirlo, sempre nell'esclusivo interesse dei lettori e della stessa dott.ssa Milella.
Domenico Corradini H. Broussard 7 dicembre 2012 alle 06:21
E no, dott. Messina, nel suo precedente commento lei ha proprio disinformato i suoi lettori dimenticando che una questione di legittimità costituzionale la si può sollevare anche d’ufficio. E con imprecisione ha scritto: «Se qualcuno ha (seri) dubbi di costituzionalità su una norma di legge (come, ad esempio, nel caso dell’art. 127, comma 6, c.p.p.) può fare una cosa molto semplice: sollevare la questione innanzi al giudice nelle forme previste dalla Legge».
Lei non ha spiegato, dott. Messina, che il «qualcuno» non è un «qualcuno qualsiasi» ma è solo quel «qualcuno» che sta in giudizio, e non caso si parla di «giudice a quo». E così si è fatto un autogol, dott. Messina, clamoroso autogol, giusto per usare termini che lei conosce, addirittura conoscendo il «gol in fuorigioco di Turone in Juventus – Roma, campionato ’80-’81».
Che lei non abbia intenzione di sollevare d’ufficio una questione di legittimità sull’art. 127 comma 6 cpp, è un appunto da diario, dott. Messina, che non so a quanti possa interessare. Ci ha già raccontato autocelebrandosi buona parte della sua vita e del suo percorso di fede e delle festività religiose della sua città e della sua famigliola, non le resta che scrivere un romanzo, dott. Messina.
C’è l’«Eneide», dott. Messina. Un mio carissimo amico fraterno, che si chiama Ennio, dotato di senso dell’autoironia, dice che un giorno scriverà l’«Enneide». Lei, pur non dotato di senso dell’autoironia, potrebbe scrivere la Messineide. E nell’«incipit» mettere la dogmatica frase sua: «Nella riflessione giuridica, la dottrina ha un ruolo importante, ma chi decide sulle questioni poste sono sempre i giudici». E nell’«explicit» mettere l’altra dogmatica frase sua: «E la capacità di riflessione della magistratura italiana non è, per definizione, culturalmente inferiore a quelle della dottrina».
Chi ha spirito critico non parla «per definizione o per definizioni» e invece parla «per argomentazione o per argomentazioni», dott. Messina.
E va bene, vuole che si affermi che ci sono stati e ci sono magistrati all’altezza della cultura di un Carnelutti o di un Calamandrei o di un Cordero o di un Rodotà o dei due Cassese, dott. Messina? È una boutade e non costa niente affermarla, anzi ci si guadagna in allegrezza.
Per il suo «p.s.», si ripassi i suoi commenti e le repliche di Maddale Na, fine giurista, che più di una volta l’ha criticata e con ragione, dott. Messina. E non dimentichi che io non sono un «fantoccio», dott. Messina. Il dissenso volentieri lo accetto. L’insulto, no.
Gigas 7 dicembre 2012 alle 07:45
No, non era assolutamente riferito a Lei. Anzi come si evince dalla mia (• Gigas 6 dicembre 2012 alle 18:17
@gigas)
La ringraziavo per la delucidazione.
Anche se i due post , qui sotto, sono cronologicamente consequenziali, io il suo delle 11:39, non lo avevo ancora letto quando ho scritto il mio delle 15:13. Entrambi sono stati resi visibili a tutti, più o meno verso le 18:00, ed io alle 18:17, la ringraziavo. Come la ringrazio per il successivo, che mi consente di avere una visione di insieme, aderente alla realtà.
Non so se si riferisce a me con l’accenno alla polemica, ma non era assolutamente mia intenzione farne, anzi mi scuso se è questa l’impressione che ne ha tratto.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 7 dicembre 2012 alle 13:25
Sempre nell'interesse esclusivo dei lettori, evidenzio che l'espressione "fallacia del fantoccio" è stata utilizzata da Bice Mortara Garavelli, massima esperta della tecnica della comunicazione, per descrivere il mancato rispetto di una delle regole della corretta dialettica.
Il "fantoccio" - come è noto a chi conosce gli studi dell'Autrice e a chi ha letto con sufficiente attenzione il mio commento di ieri - non è assolutamente riferito a una persona ma al "bersaglio CONCETTUALE di comodo" che uno degli interlocutori si "costruisce" per demolirlo con facilità e tentare di prevalere nel dialogo.
Respingo, ancora una volta, con decisione il tentativo da parte di qualcuno di addebitarmi significati di frase MAI - ripeto, MAI - da me sostenuti sugli italiani e sulla Suprema Corte di Cassazione.
Sono convinto che la dott.ssa Milella garantirà le regole del corretto dialogo tra tutti i lettori.
Interverrò ogni qual volta riterrò di esprimere la mia opinione, basata su norme e interpretazioni giuridiche, per confutare le tesi senza alcun fondamento. Per una corretta formazione della conoscenza di ogni cittadino.
Domenico Corradini H. Broussard 7 dicembre 2012 alle 16:35
E lei respinga pure, dott. Messina, è nel suo diritto respingere. Ma siccome c’è l’archivio del blog, non è per niente detto che il suo diritto abbia per forza un fondamento nei fatti..
E intervenga quando vuole per esprimere la sua opinione, dott. Messina, ma non è per niente detto che la sua opinione abbia sempre un fondamento e quella degli altri sia sempre «senza fondamento».
Appartiene solo a lei, dott. Messina, il privilegio di una «corretta formazione della conoscenza di ogni cittadino»?
Con umiltà, rilegga ciò che ha scritto Ingroia nel suo nuovo blog sulla dottrina e sulla recente sentenza della Corte costituzionale in tema di conflitto d’attribuzione tra Napolitano e la procura di Palermo.
Molti suoi ex colleghi hanno abbandonato la magistratura per l’Università, da Giuseppe Pera e ad Alessandro Pizzorusso e a Luigi Ferrajoli, potrebbe provarci anche lei, dott. Messina, per le sue spiccate attitudini all’insegnamento.
Ma una delle doti dei cattolici non è l’umiltà, dott. Messina?
Gigas 7 dicembre 2012 alle 21:03
L'astio non è dialogo.
Domenico Corradini H. Broussard 7 dicembre 2012 alle 22:45
E questo è astio?
Misuri le parole, le conviene.
Gigas 8 dicembre 2012 alle 05:44
Una persona non in astio, avrebbe aggiunto qualcosa, senza rimarcare alcun che...
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 8 dicembre 2012 alle 13:51
È certo che, consultando l'archivio del blog, chiunque potrà leggere chi ha fatto affermazioni corrette, persuasive, convincenti, fornendo riscontri verificabili da tutti. E chi no.
A cominciare dalla nota questione filologica della parola "dolzore" (commento del 10 gennaio 2012, ore 15:13) e, soprattutto, delle conclusioni definitive fornitemi del prof. Tullio De Mauro.
L'archivio è uno strumento utilissimo per capire chi ha mostrato la cultura dell'umiltà.
Chi ha scritto in maniera chiara, leggibile e comprensibile. Anche sotto il profilo sintattico.
Una cultura che prevede le scuse al proprio interlocutore quando si sbaglia; e poi il ringraziamento verso chi aiuta a percorrere la strada della conoscenza.
Domenico Corradini H. Broussard 8 dicembre 2012 alle 13:58
Io non arrivo proprio a capirla. Me le scriva le sue moralistiche tirate al mio indirizzo di posta elettronica dchb@libero.it. E le risponderò.
E se le riesce, eviti di darmi dell’«astioso» e di «diffamarmi» perché a me pare che lei stia già nel relativo delitto previsto e punito dal codice penale.
Si dichiarerà ancora una vota «siddiatu»? Et hoc nihil est ad me neque pertinet hilum. Semmai, se ne occuperà l’autorità giudiziaria.
Un «troll» es un usuario de Usenet que publica articulos con el exclusivo proposito de provocar polemica y romper el funcionamiento normal de uno o mas newsgroups.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 8 dicembre 2012 alle 14:27
Intanto è importante evidenziare i risultati della discussione sulla possibilità da parte dei giornalisti di poter assistere all'udienza di convalida dell'arresto: NON È POSSIBILE in ossequio alla disciplina prevista dall'articolo 127, comma 6 c.p.p..
Gigas 8 dicembre 2012 alle 19:38
Tra un po' è natale, le auguro tutto il bene di questo mondo. Ma non dica che non vi è rancore nel suo modo di porsi.
Domenico Corradini H. Broussard 8 dicembre 2012 alle 20:00
Rilegga e con attenzione rilegga, dott. Messina.
Forse che l’udienza di convalida d’arresto non è un’udienza?
Il delicato problema riguarda la gerarchia delle fonti e l’eventuale incostituzionalità dell’art. 127 comma 6 cpp.
Come vede e come possono vedere tutti i lettori, io ho solo sollevato dubbi di costituzionalità sul comma 6 dell’art. 127 cpc.
E mi sembra ozioso questa sua precisazione, Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 8 dicembre 2012 alle 14:27: «Intanto è importante evidenziare i risultati della discussione sulla possibilità da parte dei giornalisti di poter assistere all’udienza di convalida dell’arresto: NON È POSSIBILE in ossequio alla disciplina prevista dall’articolo 127, comma 6 c.p.p.»
E ha fatto bene, dott. Messina, a consultare l’archivio del blog. Contro Maddale Na, fine giurista, lei di certo non ha scritto da umile. E per il «dolzore» riferito al Trecento, volentieri la invito a casa mia dove con testi alla mano potremo meglio dialogare: la mia biblioteca conta 29mila volumi circa. Non le offro solo il caffé, io, come lei lo offrì a Trani. E però mi faccia sapere se viene con tutta la sua famigliola, in modo che possa meglio organizzare l’ospitalità. No vorrà mica che faccia dormire lei e la sua famigliola tra i libri? La mia cultura antropologica della Magna Græcia non me lo permetterebbe.
Domenico Corradini H. Broussard 8 dicembre 2012 alle 20:09
Errore di digitazione: cpp.
io sono io e ... 9 dicembre 2012 alle 08:51
s. m. [prob. dal got. haifsts «lite»]. – Sentimento di malanimo e di rancore covato verso persona da cui si ritiene d’avere ricevuto gravi torti, o causato da invidia o gelosia: avere, concepire, nutrire, portare a. a qualcuno o verso qualcuno; parlare senza a.; D’a. dentro il fellon tutto si rode (T. Tasso).
Dove mai sarebbe la diffamazione nel termine astio ?
Domenico Corradini H. Broussard 9 dicembre 2012 alle 14:03
Non c’entra il sostantivo «astio».
Semmai, c’entra la locuzione «una persona non astiosa» che vuol dire «persona astiosa».
Con il che mi sembra che si leda l’altrui rispettabilità.
io sono io e... 9 dicembre 2012 alle 08:51
io sono io e... 9 dicembre 2012 alle 18:46
Misuri le parole, le conviene, è anche un linguaggio minaccioso,oltre che astioso.
Minacciare,non può entrare a far parte del lessico del dialogo.
Domenico Corradini H. Broussard9 dicembre 2012 alle 14:03
Domenico Corradini H. Broussard7 dicembre 2012 alle 22:45
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 9 dicembre 2012 alle 21:44
La Corte di Cassazione (Sent. n. 19509 del 2006 - Pres. Calabrese - est. Amato, in fattispecie nella quale l'imputato si era rivolto con la frase "fatti processare buffone ..." al Presidente del Consiglio all'epoca in carica) ha ribadito che "il diritto di critica si concreta nella espressione di un giudizio o di un'opinione che, come tale, non può essere rigorosamente obiettiva. Ove il giudice pervenga, attraverso l'esame globale del contesto espositivo, a qualificare quest'ultimo come prevalentemente valutativo, i limiti dell'esimente sono costituiti dalla rilevanza sociale dell'argomento e dalla correttezza di espressione.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 9 dicembre 2012 alle 22:06
Sempre nell'interesse dei lettori con riferimento al diritto di critica.
La Corte di Cassazione (sez. 5, sent. 15060 del 23.2.2011) ha affermato che il riconoscimento del diritto di critica tollera giudizi anche aspri sull'operato del destinatario delle espressioni, purché gli stessi colpiscano quest'ultimo con riguardo a modalità di condotta manifestate nelle circostanze a cui la critica si riferisce; ma non consente che, prendendo spunto da dette circostanze, si trascenda in attacchi a qualità o modi di essere della persona che finiscano per prescindere dalla vicenda concreta, assumendo le connotazioni di una valutazione di discredito in termini generali della persona criticata.
Domenico Corradini H. Broussard 10 dicembre 2012 alle 07:40
Chi sia il signor «io sono io e…», non è dato sapere. E lui ha diritto a che non si sappia chi sia. È anche possibile che il suo «nickname» sia un «second nickname» di un «first nickname» o un «nickname» di un commentatore che si firma con nome e cognome. La gentile dott.sa Liana Milella è in grado di saperlo, ma è vincolata al segreto professionale e non caso si limitò a un dubbio garbato quando il Capitano Salvatore Savona cambiò il suo «nickname». La polizia postale, se interessata nelle forme di legge, non è invece vincolata ad alcun segreto professionale.
Scrivere che all’occorrenza s’intende esercitare un diritto, qui il diritto processuale e potestativo di querela, non è certo una minaccia ex art. 612 cp. Dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere che non si ha «danno ingiusto», quando la presentazione di una querela è un mezzo per raggiungere un risultato alla querela non estraneo o dal contenuto della querela non diverso.
Confermo per il signor Mario Del Gaudio – Gigas dell’8 dicembre 2012 ore 5.44 che la locuzione «una persona non astiosa» significa «persona astiosa» e che nel contesto discorsivo in cui è usata mi sembra prenda spunto dall’esercizio del diritto di critica per trascendere in un attacco alla mia personale rispettabilità, come chiarito da Corte di cassazione 23 febbraio 2011 n. 15060 con precisione richiamata dal dott. Messina del 9 dicembre 2012 ore 22.06. E a mio giudizio ciò vale pure per il signor Mario Del Gaudio – Gigas dell’8 dicembre 2012 ore 19.38, che ancora una volta ha preso spunto dall’esercizio del diritto di critica per trascendere in un attacco alla mia personale rispettabilità: «Ma non dica che non vi è rancore nel suo modo di porsi».
Pure a lei, signor Mario Del Gaudio – Gigas, auguro nell’imminenza delle festività natalizie «tutto il bene di questo mondo» e di nuovo le lascio il mio indirizzo di posta elettronica in modo che il nostro dialogo su temi che poco o niente hanno a che fare con gli argomenti trattati nei post d’apertura di questo blog diventi un dialogo privato e spero costruttivo senza che i lettori ne siano infastiditi: dchb@libero.it.
Per il signor «io sono io e…» del 9 dicembre 2012 ore 18.46: «Un “troll” es un usuario de Usenet que publica articulos con el exclusivo proposito de provocar polemica y romper el funcionamiento normal de uno o mas newsgroups».
Gigas 10 dicembre 2012 alle 09:20
Io sono io e noi altri nobili, non amiamo minacce. In quanto a trool Lei ne è maestro. Che si sia attaccati perché cattolici …
Solo chi non accetta le critiche, omette di aver ricondotto alla qualità(…) un ragionamento su di una norma astratta, quale è un articolo di legge.
I polemisti, non sono dei bravi divulgatori, amano tutt’altro.
A quanto sembra, l’articolo in questione è stato di già sottoposto ad un giudizio di costituzionalità.
Gigas 10 dicembre 2012 alle 16:56
Giusto per chiarezza…
Chi pensa di querelare di certo non annuncia un bene.
minàccia s. f. [lat. minaciae -arum, der. di minax -acis «minaccioso», dal tema di minari «minacciare»] (pl. -ce). –
1.	L’atto di minacciare, le parole con cui si minaccia, e in genere il fatto di promettere o annunciare un male, un danno, un castigo e sim
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 10 dicembre 2012 alle 17:16
Effettivamente è un atteggiamento da apprezzare il saper accettare le critiche e le giuste considerazioni altrui; cosi come lo è il saper chiedere scusa quando si sbaglia; o il saper riconoscere i meriti dl proprio interlocutore anche quando rappresenta tesi contrarie alle nostre, ma dimostra che le sue sono migliori e più corrette.
L'eticità di tale atteggiamento mi fa venire in mente la prima lettera di San Paolo ai Corinzi in cui scrive sul valore della carità rispetto a tanti altri aspetti del vivere umano:
“se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo per essere arso, e non avessi la carità, non mi gioverebbe a nulla.
La carità è paziente; è benigna la carità; la carità non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, ma si compiace della VERITÀ. Tutto tollera, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
Naturalmente la carità non è debolezza o acritica assuefazione alle tesi altrui, ma condizione dell’animo per avvicinarsi alla verità. Con rigore normativo, giurisprudenziale, filologico, e sforzandosi di usare lessico e sintassi tali da risultare comprensibili a tutti.
Domenico Corradini H. Broussard 10 dicembre 2012 alle 18:34
Suvvia, signor Mario Del Gaudio – Gigas, non giochi con il diritto come si giocava da bambini con le scatole di cartone immaginando che fossero vagoni di un treno.
L’art. 127 cpc è stato sottoposto a un giudizio di costituzionalità, ma non per il comma 6.
Bene, se lei pensa che io l’abbia minacciata, mi quereli e però si aspetti da me una controquerela per calunnia.
Vedo che lei continua a diffamarmi.
Bene, vuole che provveda?
Che c’entrino i cattolici, non capisco proprio. Mi farò aiutare da qualche esperto.
Volentieri le restituisco il titolo di maestro di troll.
Giusto: il bravo divulgatore non è un polemista, ma rimane solo un divulgatore mentre il polemista può diventare un opinionista.
Se non sbaglio, lei è pugliese, meridionale comunque.
E allora Gaetano Salvemini? E allora Benedetto Croce?
Per le festività natalizie lei mi ha augurato «tutto il bene di questo mondo». Ricambio. E di nuovo le lascio il mio indirizzo di posta elettronica, in modo che il nostro dialogo su temi che poco o niente hanno a che fare con gli argomenti trattati nei post d’apertura di questo blog diventi un dialogo privato e spero costruttivo senza che i lettori ne siano infastiditi: dchb@libero.it.
Mi sembra d’aver capito che «io sono io e…» è il suo «second nickname».
Buona fortuna e vita lunga e serena.
[Scritto sotto dettatura].
10. Il verbale di udienza è redatto di regola in forma riassuntiva a norma dell’articolo 140 comma 2 (1).
(1) È costituzionalmente illegittimo l’ art. 127 c.p.p., comma 10, nella parte in cui dopo la parola “redatto” prevede “soltanto” anziché “di regola” (C. Cost. 28. 11- 03.12.1990 n. 529 G.U. S.S. 05.12.1990 n. 48).

References: sentenza 

Art. 595
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 612
 art. 127