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Timestamp: 2019-05-22 20:35:57+00:00

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LODATO: "LA SENTENZA TRATTATIVA? UN'OTTIMA BASE PER CERCARE LA VERITA' NON SOLO SU VIA D'AMELIO MA SU TUTTE"
Osservatorio Planetario Antimafia 2000 e 3° Millennio LODATO: "LA SENTENZA TRATTATIVA? UN'OTTIMA BASE PER CERCARE LA VERITA' NON SOLO SU VIA D'AMELIO MA SU TUTTE"
Giovedì 14 Febbraio 2019 20:26
“I giornali italiani non hanno dato una notizia e non hanno mai raccontato i fatti che stavano emergendo in quel processo. In un paese normale quegli stessi giornali avrebbero dovuto dedicare pagine di commenti alle 5mila pagine di motivazione e raccontato come si è arrivati alla colpevolezza di Subranni, Mori, De Donno, Marcello Dell’Utri e i boss. Ma siccome questo non è un Paese normale, è sufficiente che all’indomani della sentenza non si parli più dell’argomento”. A dirlo è il giornalista e scrittore Saverio Lodato presentando il libro "Il Patto Sporco" scritto assieme al pm Nino Di Matteo. Lodato ha detto che l’ottimismo oggi “viene dal fatto che l’opinione pubblica partecipa a questi dibattiti nella condizione che bisogna conoscere quello che è emerso”. Ma per poter far questo “abbiamo bisogno anche di uno sforzo supplementare di tutti i famigliari delle vittime di mafia che devono giungere alla consapevolezza che bisogna chiedere la verità su tutte le stragi e delitti perché non esistono stragi di serie A e B”. Riferendosi in particolare a quella di via D’Amelio, il giornalista ha detto che “quella di Borsellino è una strage apicale in quanto fa seguito a quella di Capaci e viene prima di quelle di Roma, Firenze e Milano” e che “se ci fosse una maggiore consapevolezza” si comprenderebbe che “non è vero che non si è fatto niente, ma che da questa sentenza si può ripartire per andare avanti e rivendicare l’accertamento della verità”.
Il giornalista ha poi concluso, ricordando le parole di Rita Borsellino a commento della sentenza sulla Trattativa Stato-Mafia: “Poco prima di morire disse che la sentenza della trattativa doveva diventare la base della lotta alla mafia. E io penso che le parole di Rita per noi possano essere un ottimo viatico, perché Rita non cercava la verità solo sulla strage di Via D’Amelio”
Lodato: “La sentenza trattativa ha svelato l’intreccio perverso tra la mafia e gli apparati deviati dello Stato”
“Domandatevi se questo documentario fosse trasmesso in TV quale impatto sugli italiani potrebbe avere. Perchè racconta la storia di un paese che non è normale. Di un Paese che dopo Portella della Ginestra fino ai giorni nostri è stato falciato da decine e centinaia di stragi e delitti politici”. E’ così che il giornalista Saverio Lodato, autore insieme al pm Nino Di Matteo de “Il Patto Sporco”, ha iniziato il suo intervento alla presentazione del libro all’Università di Catania.
Lodato ha ricordato come il documentario proiettato all’inzio dell’evento “racconta la storia di un paese anomalo” visto che è comunque capace di “arrivare alla verità dopo un quarto di secolo, come nel caso della sentenza sulla trattativa Stato-Mafia”. Per lo scrittore non è possibile che un “imputato-condannato in una sentenza di primo grado, generale dei carabinieri e rappresentante dei servizi segreti può andare in una scuola e partecipare a un dibattito di legalità”. Non solo questo. Ma che in quella circostanza “auguri la morte ai suoi nemici e che non si parli più dei fatti che riguardano la sentenza”.
Il giornalista ha poi detto a gran voce che “noi questa sera continueremo a parlare di questi fatti fin quando in questo Paese, dopo le stragi che ci sono state e una sentenza dopo 25 anni di ritardo, non accada più che un imputato, invitato dalla preside di una scuola che a sua volta è la sorella di un co-imputato condannato, vada in una scuola a parlare di legalità”. “Com'è possibile che telegiornali non ne hanno parlato o non è stata fatta un'interrogazione parlamentare?” si è chiesto lo scrittore. “In questo Paese - ha continuato - quando qualche vecchietto delle Brigate Rosse va nelle università italiane e giustamente ci si indigna se i cattivi maestri del terrorismo tornano in cattedra, ma poi nessuno dice niente se un condannato, seppur in primo grado, come Mori augura la morte ai suoi accusatori e parla di legalità nelle scuole”. Lodato si è chiesto “come è possibile che da circa 60 anni esiste una commissione parlamentare antimafia che indaga sul fenomeno da prima che crollasse il muro di Berlino?” e che da “sempre indaga e danno dati”. E riguardo a questo ha spiegato come “il maxiprocesso di Falcone e Borsellino durò meno di un anno e mezzo” e che “fino a quel momento, prima del pool antimafia, si negava l’esistenza della mafia”. Inoltre, il giornalista ha rammentato anche la durata del processo a Giulio Andreotti, che è durato 7 anni, e quello sulla Trattativa Stato-Mafia, durato più di 5 anni. Questo per dire che “quando si voleva apparentemente liquidare la mafia militare perchè il paese era stato messo in ginocchio con le stragi si poteva scegliere una strada sbrigativa”, ma nel momento in cui “i magistrati decisero di guardare ai rapporti tra mafia e potere allora a quel punto bisognava mettere parecchi guanti di vari colori”. “E’ con questi dati - ha poi proseguito - che oggi dicono che di questa sentenza non si vuole più parlare, perché ha svelato la fine di una favoletta. In Italia è esistito un potere criminale che si era fatto da solo ma che si è rapporto in un intreccio perverso con lo Stato e i suoi apparati deviati. Ecco perché la fine di quella favoletta, determina la fine della retorica che ci porta ogni anno per il ricordo della strage di Capaci ad avere tutte le tv che parlano di mafia con le navi della legalità, con finanziamenti a centri studi intitolati a vittime di mafia, ma in un contesto in cui la verità non si vuole raccontare”.
Lo scrittore ha poi concluso ricordando quei soggetti che in qualche maniera avevano scritto contro il processo mentre questo era ancora in pieno svolgimento. Da Giuliano Ferrara, a Giuseppe Sottile, passando per Giorgio Mulé, Enrico Deaglio, Pino Arlacchi, Marcelle Padovani ed Eugenio Scalfari.
Di Matteo: ''La magistratura non agisca secondo logiche diopportunità politica''
"La magistratura non deve mai valutare l'opportunità politica del proprio agire ma deve semplicemente valutare la doverosità dell'azione penale perché altrimenti noi stessi ci consegnamo alla volontà di tanta parte del potere politico, e non solo, che ci vuole far diventare un potere collaterale rispetto a quello esecutivo". A dirlo è il magistrato Nino Di Matteo, intervenendo alla presentazione a Catania del libro da lui scritto assieme a Saverio Lodato, "Il Patto Sporco", edito da Chiarelettere. Il sostituto Procuratore nazionale antimafia ha poi aggiunto: "Se il Csm scegliesse a chi dare gli incarichi degli uffici direttivi valutando i criteri di affidabilità significa che si tiene conto se uno si avventura o meno nel fare certe inchieste o se tiene conto degli equilibri politici del Paese. E se continua così non avremmo perso noi magistrati ma il Paese e, soprattutto, sarebbe a rischio non solo il principio di separazione dei poteri ma anche libertà e l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge".
Infine Di Matteo si è detto convinto che "questo processo abbia offerto gli elementi per compiere ulteriori passi in avanti per capire i motivi delle stragi e soprattutto delineare la strada da percorrere per dare un nome e un cognome a chi insieme a Cosa nostra ha voluto e organizzato le stragi del 1992 e del 1993".
Di Matteo: "Sulla sentenza trattativa si è alzato un muro di gomma"
"La vicenda della trattativa Stato mafia era, é e resterà una vicenda scabrosa e scomoda per il potere di ieri e di oggi. Una vicenda che fin dal momento in cui iniziammo le indagini è stata oggetto di una rappresentazione mediatica fatta di travisamenti, falsità e nascondimento dei fatti. E dopo la sentenza del 20 aprile dello scorso anno si è sollevato un vero e proprio muro di gomma". Così il sostituto Procuratore Nino Di Matteo, autore assieme a Saverio Lodato del libro "Il Patto Sporco" (ed Chiarelettere), ha iniziato il proprio intervento durante la presentazione presso l'Università di Catania. Di Matteo ha voluto specificare che "ogni indagine e processo può essere anche oggetto di critiche forti e feroci ma fino ad oggi non abbiamo assistito ad una critica serena. Non ci si vuole confrontare con i fatti che vengono ricostruiti in questa sentenza. A lungo si è detto che l'accusa era costruita sulle parole di un 'pataccaro', come fu definito un personaggio come Massimo Ciancimino, sicuramente complesso ma che ha avuto il merito di risvegliare la memoria di molti esponenti istituzionali che avevano vergognosamente taciuto. Oggi, nessuno lo dice, la sentenza è arrivata alla condanna non utilizzando le sue dichiarazioni". "Noi - ha proseguito il magistrato - siamo stati definiti eversori che volevano sovvertire l'ordine costituzionale attaccando il Presidente della Repubblica. E nessuno degli organi competenti ha mai speso una parola per difenderci". Di Matteo ha ricordato alcuni passaggi della sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia, ma anche quelle già passate in giudicato come quella del maxi processo "che per prima ha rotto il muro dell'impunità di cosa nostra", quella Andreotti "che afferma come il sette volte Presidente del Consiglio ed il 32 volte ministro nel 1979 e nel 1980, a cavallo dell'omicidio Mattarella, ha avuto incontri con i capimafia di allora". "Nonostante questo - ha evidenziato Di Matteo - la Presidente del Senato nel ricordo di Andreotti è riuscita a parlare di assoluzione anche quando quel che è emerso nella sentenza definitiva dice altro". E poi ancora il sostituto Procuratore nazionale antimafia ha ricordato la sentenza definitiva di condanna a Marcello Dell'Utri, per concorso esterno in associazione mafiosa: "In quella sentenza si dice chiaramente che dal 1974 al 1992 Dell'Utri, fondatore poi del partito Forza Italia, fu mediatore di un patto tra l'allora imprenditore Silvio Berlusconi e i capi delle famiglie mafiose. Un patto rispettato da entrambe le parti. Ma di questo non si parla. E non si parla neanche del processo trattativa Stato-mafia".
Di Matteo ha ricordato quindi come lo stesso Mori, per primo, parlò di trattativa durante il processo di Firenze o che, come dice la sentenza, non vi fu alcuna traccia di indagine e di investigazione dopo quel dialogo tra il Ros e Ciancimino, ma "anziché andare a parlare con i magistrati si preferì cercare i politici". Una trattativa "che accelerò la strage di via d'Amelio e che poi causò le stragi di Roma, Firenze e Milano nel 1993".
Secondo Di Matteo quel dialogo ricercato con Ciancimino "non nasceva dai rappresentanti delle istituzioni, anche se loro se ne fecero consapevolmente strumento, preferendo tacere le eventuali conoscenze delle responsabilità politiche più alte". "Si sceglie il silenzio su questa sentenza. Uno può anche dire che quanto scritto e ricostruito non sia reale ma non si vuole evidenziare che una sentenza scrive che l'ex Presidente del Consiglio Berlusconi aveva pagato la mafia mentre la mafia metteva le bombe".Galati e Benassai: “Questa non è una sentenza 'pesante'. È una sentenza 'storica'”
“Si diceva, infine, che lo Stato non avrebbe mai processato se stesso. Questo Stato – rappresentato dalla seconda Corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto – non solo il processo lo ha celebrato.
Ha avuto anche il coraggio, non da poco nell’Italia di oggi, di dire le parole più scomode che si potessero sentire sull’argomento: la verità su come andarono davvero le cose negli anni delle stragi; stragi in cui, ricordiamolo en passant, persero la vita, fra gli altri, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, per non parlare delle vittime civili di Roma, Firenze e Milano. Le pene sono «pesanti». Ma questa non è una sentenza «pesante». È una sentenza «storica», e non ci vuole molto a capire perché”. E’ questo un altro passo dell’articolo, riportato nel libro il “Patto Sporco”, di Saverio Lodato scritto il 20 aprile scorso nel giorno della lettura del dispositivo di sentenza sul processo trattativa Stato-Mafia.
Le letture sono proseguite sempre nel segno del ricordo di quel giorno da parte del sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo: “Ricordo solo una gran confusione attorno a me. Ma ricordo benissimo ciò che provai. Aspettai la fine della lettura e, mosso da un istinto che sin lì avevo controllato, strinsi a me, in un abbraccio liberatorio, i miei tre colleghi. Con Teresi, Tartaglia e Del Bene avevamo condiviso non un semplice processo ma un’avventura umana e professionale che aveva cementato la nostra amicizia. Voglio essere chiaro: non era la gioia di vedere condannati degli imputati. La sofferenza di un condannato non è motivo di gaudio per il suo accusatore”.
Le due voci hanno poi interpretato le parole del racconto dell’abbraccio tra i pm della pubblica accusa del processo, dopo la lettura della sentenza: “Era l’abbraccio di quattro magistrati che avevano creduto in un lavoro difficile e delicato che avrebbe potuto anche concludersi con un nulla di fatto. Uscendo dall’aula, avvertii un’altra sensazione molto confortante: la magistratura italiana è ancora in grado di esercitare sino in fondo tutta la sua autonomia senza timori reverenziali e calcoli di opportunità politica”.
Galati e Benassai: “Colpevoli, colpevoli, colpevoli”
“Colpevoli. Colpevoli per essere scesi a patti con Cosa Nostra. Colpevoli per aver trattato in nome di uno Stato che mai avrebbe dovuto trattare.Colpevoli per aver creduto che la divisa che indossavano, gli alamari, le mostrine, gli alti gradi di comando che rappresentavano, li esentassero dal dovere istituzionale di non scendere a compromesso con chi stava riducendo l’Italia a un mattatoio. Colpevoli di avere fatto pervenire a Silvio Berlusconi e al suo governo le richieste avanzate dalla mafia per porre fine allo stragismo. Colpevoli, in altre parole, di intelligenza con il nemico”. Hanno interpretato così gli attori Carmelo Galaeti e Paride Benassai le parole scritte dal giornalista Saverio Lodato in un articolo nel giorno della sentenza del 20 aprile scorso.
“Le prove, dunque, c’erano. - hanno continuato - Le prove erano state raccolte e portate in dibattimento da un ristretto gruppo di pm che non si sono rivelati né visionari, né persecutori incattiviti: Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia. E non dimentichiamolo Antonio Ingroia, il quale, per aver creduto per primo da pubblico ministero in quello che sembrava un teorema impossibile, vide le pene dell’inferno.Le prove hanno retto al vaglio di un dibattimento durato oltre cinque anni. E persino quando quelle prove erano ancora parziali, inizialmente, avevano convinto il gup di Palermo, Piergiorgio Morosini, ad azionare il disco verde affinché il processo si facesse. Sentenza choc, quella di Palermo. Sentenza che lascia impietriti gli imputati e le difese. Sentenza che lascia impietrito quel sistema politico istituzionale che sin quando ha potuto ha frenato, ostacolato, dileggiato questo processo. E la ragione del perché era chiara agli italiani. Dispositivo di sentenza, quello della seconda Corte d’assise di Palermo – presidente Alfredo Montalto, giudice a latere, Stefania Brambille, fiancheggiati dai giudici popolari –, che segna uno spartiacque nella storia della Repubblica italiana, segnata, sin dal 1947 dalla strage di Portella della Ginestra”.
I due attori hanno anche riprerso i passi che raccontano quel 20 aprile nella persona del magistrato Nino Di Matteo: “Entrammo nell’aula bunker del carcere Pagliarelli, a Palermo, un quarto d’ora prima delle 16. - ha recitato il ricordo del magistrato Nino Di Matteo del giorno della lettura del dispositivo di sentenza a Palermo il 20 aprile scorso, l’attrice Carlotta Natoli - Il cancelliere, infatti, come da prassi per camere di consiglio molto lunghe, aveva avvertito tutte le parti processuali che il dispositivo di sentenza sarebbe stato pronunciato intorno a quell’ora. Trovammo in aula decine e decine di giornalisti e telecamere che, duole ricordarlo, si erano visti con un pari spiegamento di forze solo all’udienza iniziale. Si percepiva la febbrile attesa di una sentenza che in ogni caso avrebbe rappresentato una pietra miliare nella storia della giustizia italiana. Avrebbe segnato il percorso futuro di quella magistratura che ancora si ostina a credere e a lottare, convinta che – come si legge ancora in certe aule di tribunale – «La Legge è Uguale per Tutti». Quando la Corte entrò calò un silenzio spettrale. Nei volti dei giudici si percepivano tensione e stanchezza. Il presidente iniziò la lettura, anche la sua voce tradiva emozione. Pochi attimi e capimmo com’era andata. Tutti gli imputati che rispondevano di quel reato furono riconosciuti colpevoli. E condannati a pene detentive adeguate alla gravità dei fatti accertati. La Trattativa c’era stata. La minaccia anche. Mentre correva il sangue delle stragi c’era chi, in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico. La lettura del dispositivo durò alcuni minuti. In aula risuonava solo la voce del presidente. Per ciascun imputato venne indicato il periodo nel quale era stato commesso il reato. Quando si arrivò al nome di Dell’Utri venne specificato che quel periodo era successivo al momento in cui Silvio Berlusconi, del quale venne fatto il nome, aveva assunto l’incarico, nel 1994, di presidente del Consiglio. Per la prima volta, una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano accostava il protagonismo della mafia a Berlusconi, considerato non più un semplice imprenditore, ma un politico con responsabilità di governo. Per la prima volta carabinieri di alto rango, Subranni, Mori e De Donno, venivano condannati per un reato così infamante. Condannato anche Massimo Ciancimino per la calunnia a Gianni De Gennaro, ex capo della polizia. Veniva assolto solo Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza”.Lima: "Nel processo trattativa chi cercava di fare il suo dovere per accertare la verità era assolutamente isolato"
"L'occasione di questo processo è stata l'occasione di un grande scandalo" ha detto così Felice Lima, magistrato distintosi negli anni 90' per le inchieste sui cavalieri del lavoro. Un'occasione, questa, che non è solamente dei fatti oggetto del processo trattativa stato-mafia ma "quella dell'atteggiamento del paese nei confronti del processo il quale - ha aggiunto il giudice - mi ha fatto pensare ad altri momenti di storia d'Italia in cui è risultato purtroppo evidente l'assoluta intrinsecità tra il bene e il male, lo Stato e la mafia". Felice Lima ha fatto riferimento a tutti quegli episodi caratterizzati da deligittimazioni e attacchi nei confronti di quelle indagini e inchieste scomode capaci di smascherare quei sistemi criminali che vogliono "fermare i magistrati come Nino Di Matteo", per ricordare le parole del direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni, intervenuto prima di Felice Lima alla presentazione del libro "Il Patto Sporco" ancora in corso nell'Università di Catania. "Momenti topici in cui si è visto che chi cercava di fare il suo dovere per accertare la verità era assolutamente isolato" ha sentenziato Lima. Isolato anche e soprattutto dagli organi di stampa come ha spiegato il magistrato. "Nel processo Trattativa emerge una situazione pietosa dell'Italia, giornalisti che dedicavano pagine a vicende inutili, a stupidaggini, invece di parlare di questo processo e, se ne parlavano, era per irriderlo". Ma in tutto questo Lima ha affermato che c'è "un'unica strada percorribile", quella del "riscatto" ovvero che "l'unico modo per cambiare le cose è cambiare se stessi". Per due motivi "perchè in primo lugo a volte cambiando noi stessi e facendo delle battaglie queste battaglie si vincono, il secondo è che ci si impegna perchè è bello farlo, facciamo ciò che appartiene, ciò che sentiamo di dover fare". "Nessun processo cambia il mondo - ha concluso il pm - non ci sono palingenesi possibili nella storia, la storia si muove per piccoli passi. E questo è stato un ottimo piccolo passo (quello del processo trattativa, ndr) che per chi lo vorrà costituirà un punto di riferimento storico nel percorso di consapevolezza di questo paese".Bongiovanni: ''Non c'è stata solo la trattativa, ma c'è uno Stato-mafia che vuole uccidere i magistrati come Di Matteo''
“Questo libro scritto dal magistrato Di Matteo e Lodato vuole dimostrare che c’è stato non solo la trattativa, ma anche uno stato mafia che vuole fermare quei magistrati che vogliono darci la verità su quelle stragi. Sono gli stessi poteri coinvolti che hanno organizzato anche la strage di Portella della Ginestra, Rapido 904, Italicus, Piazza Fontana e Bologna”. Sono queste le parole del direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni, alla presentazione di oggi all’Università di Catania del libro “Il Patto Sporco” scritto dal sostituto procuratore nazionale antimafia e il giornalista Saverio Lodato. Dopo vent’anni di attività di giornalismo nel seguire i maggiori processi sulla strage di Via D’Amelio, trattativa Stato Mafia e archiviazione sull’attentato a Di Matteo, il direttore ha spiegato che questi “sono sufficiente per affermare che la trattativa c’è stata” e “la strage di via d’Amelio non riguarda solo il depistaggio e la vicenda Scarantino, che è un incedente di percorso. Non si può dire che in 25 anni non si è cercata la verità, anzi siamo arrivati a un passo dalla verità”. Bongiovanni ha poi detto che “quei magistrati che si sono occupati di indagare sulle stragi di Capaci, Via D’Amelio e Trattativa, tra questi uno è presente e si chiama Nino Di Matteo insieme a Ingroia e Scarpinato, sono arrivati vicino alla verità”. Per il direttore non c’è dubbio: “Per questo motivo quei poteri criminali li vogliono uccidere servendosi dei bracci armati dello Stato, che da 150 anni si chiama mafia”. “Chi condanna a morte questi magistrati, come Di Matteo?” si è poi domandato Bongiovanni che poi ha proseguito: “Il capo della mafia in carcere, ma c’è anche un altro: Matteo Messina Denaro che fa arrivare un pizzono a Palermo o un grande boss di cosa nostra Biondino di cui il fratello è in carcere perché era l’autista di Riina ed era uno molto vicino ai servizi segreti”. “Sono quei sistemi criminali - ha concluso - che vogliono fermare i magistrati come Di Matteo ed è questo che dovremmo conoscere per fare in modo che stragi del genere non ce ne siano più”.Guarnera: "Su collaboratori di giustizia un calo di attenzione dello Stato"
"Per quanto riguarda l'impegno e la difesa dei collaboratori di giustizia avverto da alcuni anni un calo di attenzione e tensione da parte dello Stato". A sostenerlo è l'avvocato Enzo Guarnera intervenendo alla Presentazione del libro "Il Patto Sporco" (ed.Chiarelettere), scritto dal sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo e dallo scrittore e giornalista Saverio Lodato. "Nei confronti di chi collabora con la giustizia o dei testimoni nei processi per mafia vi sono problemi seri che non interessano alla classe politica. Mi riferisco alla riduzione degli stanziamenti nei confronti di questi soggetti e delle loro famiglie". Parlando del processo trattativa Stato-mafia Guarnera ha ricordato come "la stessa c'è sempre stata, al di là dalla valutazione tecnico giuridica sulla vicenda. Che vi sia stato un rapporto tra pezzi dello Stato e la criminalità organizzata è un fatto storico. La mafia esiste da alcuni secoli ed esiste perché essa non è solo quella che noi conosciamo normalmente ma è un sistema ampio, articolato e trasversale. Non possiamo trascurare l'esistenza della massoneria in questo Paese. Non possiamo dimenticare che Messina Denaro, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Nitto Santapaola sono stati latitanti per decenni. E loro comandano da questa terra, in Sicilia, perché è qui che hanno controllato il territorio e comandano in nome e per conto di un sistema più alto che è fatto da pezzi della politica, dell'economia, delle istituzioni e della magistratura. Un sistema che nega la sua stessa esistenza e che nega che vi sia stata una trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia che spara ed uccide. E la massoneria, su cui non si è indagato abbastanza, è il collante. E noi dobbiamo eliminare queste zone grigie".Galati e Benassai: "Mafia e Stato hanno camminato, per lunghi tratti, di pari passo"
"Mafia e Stato. Criminalità e apparati. Buoni e cattivi. È di questo che stiamo parlando. Di una partita complessa, nella quale tanti soggetti non sempre si affrontavano come avversari, schierati come erano dalla stessa parte". A leggere alcune righe contenute nel libro "Il Patto Sporco" del Sostituto Procuratore nazionale Nino Di Matteo e del giornalista Saverio Lodato, l'attore Paride Benassai, intervenuto durante la presentazione del volume ancora in corso presso l'università di Catania. Una partita, quella raccontata nelle pagine del libro, dove a "morire nelle barricate" vi erano tutti coloro "che si permisero di mettere in discussione la sostanziale convivenza, la spartizione occulta di una gestione del potere reale che a molti andava bene ma che calpestava i diritti di tutti. Magistrati, uomini politici, poliziotti e carabinieri, giornalisti e imprenditori, sacerdoti, che non accettavano, che non si piegavano, che mettevano in discussione la logica della mediazione, della coesistenza e del compromesso. E di fronte a uno scenario di queste dimensioni, non si può parlare di un merito della magistratura. Ma del demerito di chi ha volutamente ignorato che, per lunghi tratti di strada, Stato e mafia hanno camminato di pari passo".Galati e Benassai: “Ho la consapevolezza di essere sgradito a una parte consistente e importante del Potere”
“Il primo servizio di scorta lo ebbi nel dicembre 1993, alla procura di Caltanissetta. Ero alle prime armi. Mi avevano assegnato un processo che riguardava la guerra in corso in quegli anni fra Cosa Nostra e la Stidda, nel territorio di Gela”. E’ iniziata così la lettura del libro “Il Patto Sporco”, oggi presentato a Catania, scritto a quattro mani dal sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo e lo scrittore Saverio Lodato. Le parole dei due autori sono state interpretate dagli attori Carmelo Galati e Paride Benassai.
“Nel ’93 avevo trentadue anni e non ero ancora sposato. - hanno proseguito gli attori - All’inizio, e penso che sia un fatto umano, la protezione, in un certo senso, mi faceva anche piacere. Provavo un senso di maggiore sicurezza nel mio lavoro. E poi, perché no?, la scorta poteva essere vista come un riconoscimento dell’importanza del mio ruolo. Con il passare degli anni, però, questa situazione, invece di essere da me accettata, come sarebbe stato fisiologico, ha costituito un peso sempre maggiore”.
Gli attori hanno poi letto le pagine dove fuoriesce la consapevolezza del magistrato riguardo al potere: “Ho la consapevolezza di essere sgradito a una parte consistente e importante del Potere. Ma non a tutto il Potere. Peccherei di superficialità se pensassi una cosa del genere. Negli ultimi anni, quando il livello delle mie inchieste si è scontrato con settori importanti delle istituzioni, spesso, anche da quei settori, in mezzo a tanta ostilità, ho registrato attestati di stima e di appoggio”.
“Continuo a sperare, - hanno continuato a interpretare Galati e Benassai - prima o poi, in una vita più normale, a costo di assumermi la responsabilità di scelte difficili. Continuerò a provare infinita gratitudine e stima per chi rischia la vita per me. Ma non mi rassegno a pensare a livelli di protezione così alti come a una condizione che mi accompagnerà per sempre”.
Inoltre, gli attori siciliani hanno anche ripercorso quei passi in cui il magistrato ricorda l’incontro con Falcone e Borsellino: “Erano stati, fra gli altri, ma più degli altri, i miei punti di riferimento nella scelta di diventare magistrato. Finalmente avevo realizzato un sogno. Li avevo conosciuti. Ero orgoglioso di fare il tirocinio negli stessi uffici dove loro avevano lavorato e dove Paolo Borsellino continuava a lavorare. E in quegli stessi corridoi della procura di Palermo ho vissuto lo sgomento per gli attentati di Capaci e via D’Amelio”.
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