Source: http://www.antoninocappiello.it/public/index.php?option=com_content&view=article&catid=14&id=88
Timestamp: 2019-10-14 00:34:35+00:00

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Regista.) Ti è mai capitata una classe difficile? Se sì, come ti sei regolato?
Risposta.) Le scuole d’Italia e le elementari in particolare, ad occhio e croce, sono tutte le stesse. Sono situate in vecchi edifici, le aule ricavate da appartamenti mal funzionanti, perfino in coabitazione con altri inquilini. Mancano giardini, palestre, sale da giochi. Le suppellettili sono pressapoco indecenti, i sussidi didattici comunemente assenti. Il rumore caotico della strada mal concentra l’attenzione. Vedi Tuttoscuola, n° 250, i casi notevoli a livello nazionale. Tutto ciò, ed altro ancora, crea una tale insopportabile situazione di disagio, che gli allievi non riescono ad inserirsi nel pieno ritmo dell’apprendimento. I soggetti in bilico ne soffrono e si agitano più degli altri. Allora? Tra le varie classi parallele di quarta emergono 12, 14, o 18 scolari già qualificati svogliati, incompetenti, fannulloni, chiassoni, negli anni precedenti, e che hanno pure ripetuto. Voglio affermare che il gruppetto è formato di ragazzi sui 13-14 anni. Nessun insegnante di IV li promuove per non averli in quinta. Si riuniscono insieme, se ne forma una classe speciale, nella speranza che qualcuno accetti di tenerli in quinta per dare loro almeno la licenza. Sarà un caso, direte voi, sì, però è un caso che mi è capitato per tutti gli anni del mio insegnamento. Quella quinta, era destinata a me. Ora, riflettiamo insieme lungo tutto il percorso.
Perché dico questo? Per dolore, per rammarico, per astio? Niente di tutto questo. Lo racconto per dovere di cronaca, altrimenti non si comprende il seguito del discorso e non si afferra il metodo adottato. Ciononostante bisogna pur ricordare che il lavoro non è stato da poco. Io sono del parere che le circostanze della vita non devono avere ragione sulla mia esistenza, bensì è la mia ragione che deve orientarsi tra le circostanze della vita e da loro trarre vantaggio per un futuro migliore. E’ quello che in teologia si chiama “provvidenza” per guidarci alla santità. Volete conoscere i risultati? Vi tengo subito informati e vi avverto che si tratta di una delle quinte passate per le mie mani verso la fine del secondo millennio. Li ho introdotti tutti nel III millennio insieme con me, modestamente.
Per 4 anni, o 6 con le ripetenze, questi teenagers avevano avuto una miriade d’insegnanti, tra titolari, supplenti e sottosupplenti. Ma nessuno per lunga durata, perché erano alunni insopportabili. Per giunta, questi docenti, o erano isterici al punto da fargli nauseare la frequenza, o erano talmente “dolci” da non essere nemmeno tenuti in conto. Il risultato, in ogni modo, si rivelò sempre lo stesso: la più squallida ignoranza.
Questi trattamenti rendevano i ragazzi nervosi ed irrequieti, fino al punto da essere qualificati delinquenti.
Reg.) E tu, come te la sei cavata in una classe del genere?
Risp.) In quinta, quando li prendo io, non sanno scrivere, non sanno leggere, non sanno cosa sia l’aritmetica. Scarabocchiano per disegnare, l’igiene è una parente lontana, il tempo dell’attenzione è pressoché nullo. Parlando, usano il dialetto, l’italiano scritto è arabo. Sono in continuo movimento, litigano tra loro per ogni inezia, masticano gomma senza fine. A prima vista sembrano deficienti, lo sguardo freddo e sprezzante.
Dopo questi 5 minuti presso la porta dell’aula, accompagnato dalla bidella e dalle sue ultime raccomandazioni, mi accingo ad entrare in classe alquanto turbato. Decisione lampo! Da dove incomincio? Cosa devo dire? Che atteggiamento tenere? Come comportarmi? Pensai alle maniere forti e all’imposizione della disciplina, ma non mi convinsi. Mi balenò in mente di non curarmene e di lasciarli come sono, ma il mio carattere professionale non mi permise di dare ascolto a tale comportamento. In quei 3-4 decimi di secondi, mentre mi sto orientando ancora sull’atteggiamento da prendere, e percorro i pochi metri dalla porta alla cattedra, avviene un fatto insolito. Gli alunni si fermano un istante in silenzio, per osservare questo nuovo maestro, sbalorditi che non era una donna, per rendersi conto a loro volta che non fossero rimasti allucinati. E’ vero? E’ possibile? Credo che pensarono così. Prendo la palla al balzo e con lei la parola. Dico di fare dei lavori a piacere, disegni per esempio, perché tanto, non li avrei fatti studiare molto in considerazione della realtà che non erano abituati. In piedi, dietro la cattedra, con il braccio sinistro poggiato, il destro verso gli alunni, volto dritto con cipiglio serio, sentenzio: Insegnerò solo geografia. Un’ora il giorno. Ogni giorno. Tutti insieme, appassionatamente. Mi siedo e aspetto. La proposta piace. “Incominciamo ad intenderci”, dissi tra me. Saltiamo i particolari e procediamo, dico a voi che leggete.
Intanto i giorni si susseguono, sempre tutti presenti, ed io attraverso la geografia, faccio riferimenti storici, linguistici, matematici, fisici, geologici, antropologici, religiosi, sociologici, psicologici. La trovata ha fatto effetto. Si entusiasmano. Per parte mia, mi limito a dire Bravo!, freddamente, a tutti, senza pensare minimamente alle conseguenze. Quella parola però, scende nei loro cuori e li commuove. Non era mai stata pronunciata nei loro riguardi. Si sentono fieri, e ogni volta s’impegnano di più. Vogliono essere riconoscenti a me che li elogio. Per 4 o 6 anni si erano sentiti dire: Scaldasedie? – La scuola non è per voi! – Gentaglia! – Figli di povera gente! Solo adesso mi rendo conto di quanto affetto avessero bisogno questi ragazzi, e di quanta intelligenza fossero pieni. Ormai l’intesa è raggiunta. Dopo un mese ci sono tanti disegni, da fare una mostra, e il programma di geografia è terminato. Per fare la mostra però, la geografia non basta. Occorre imparare a cantare, bisogna conoscere qualche lingua straniera, si deve preparare la filodrammatica, è necessario imparare ad esprimersi in italiano. Insegno le basi delle lingue inglese, francese e spagnolo. I ragazzi si appassionano ed imparano presto, pronunciano perfettamente. Poi insegno alcuni canti, per coro, a solo, per solo e coro, in italiano e in francese. Io voglio anche la filodrammatica. E che scelgo? Mica cose dappoco. Prendo due articoli di Riccardo Pazzaglia dal giornale Il Mattino, e li adatto agli alunni. Uno comico, Chi lavora non mangia, del 31 ottobre 1976, pagina 3, e uno storico, Rosmunda aveva una tazza, del 7 novembre 1976, pagina 3. Per rendersi conto dell’effetto bisognerebbe assistere allo show.
Intanto mi viene l’idea d’iniziare un corso di greco. Insegno l’alfabeto e in una settimana lo imperano e lo scrivono. Poi insegno i numeri fino a 100 più il mille e il diecimila. Dopo un paio di settimane, in una lezione, spiego tutta la geometria piana e il SMD, sistema metrico decimale. In pratica, miei cari, fare scuola non è un problema, il problema è quello di non fare scuola. Quando s’insegna, gli alunni seguono, se non seguono è perché non s’insegna. Per darmi torto bisognerebbe dimostrare il contrario.
Reg.) Io so che bisogna attenersi ad un programma. Come hai svolto tu, il tuo programma?
Risp.) Indubbiamente vi sono mille modi per svolgere un programma. Quello che più ha interessato i miei alunni, è la novità che ho apportato dopo tanto provare e riprovare, e dopo le passate esperienze.
In pratica si tratta di un programma nuovo, fuori degli schemi tradizionali, più interessante, più aperto. Un programma, di cui l’alunno non deve subire l’imposizione, ma sentirsi lui stesso, partecipe e responsabile nel comporlo. Ed ecco il protocollo di lavoro in 6 articoli.
Art. 1: Lo studio non opprime, eleva.
Art. 2: Lo studio non costringe, rende liberi.
Art. 3: Lo studio non canalizza il pensiero, apre la mente.
Art. 4: Lo studio non distrugge la personalità, nobilita l’uomo.
Art. 5: Lo studio amalgama e crea l’equipe, non isola e mortifica.
Art. 6: Lo studio è ricerca, è vita, è progresso, è divenire,
è meditazione, è elevazione spirituale.
Lo studio purifica la mente, nobilita l’animo, rabbonisce il cuore.
Il Programma, lo posso sintetizzare così:
Geografia, Storia, Religione, Filosofia, Etica.
Greco e lingue. Espressione: grafica, pittorica, orale, scritta.
Igiene, sociologia, ecologia, zoologia.
Aritmetica, geometria, astronomia, chimica, botanica.
Musica, canto, filodrammatica.
Ginnastica, sport, escursioni.
Finezza, eleganza, semplicità, signorilità.
Tutto qui, e scusate se è poco.
La gioia, l’impegno e la collaborazione degli alunni, si sono dimostrati sempre superbi, come superbo può essere giudicato il programma esposto.
Per il qual è necessario un definitivo chiarimento. Sociologia, filosofia, astronomia, chimica, ad esempio: uso queste parole per indicare da quali campi attingo per il mio insegnamento, ma sono certo che nessuno capisce che svolgo quei quattro trattati. La filodrammatica, è importante non solo per la recitazione in sé, ma anche perché insegna il modo di esprimersi, la finezza del garbo, il muoversi in pubblico, e il tutto si riflette nell’esposizione delle lezioni. Con la filodrammatica si creano unità d’intenti, e si stimola la coordinazione del lavoro di gruppo. Un poco alla volta, gli alunni hanno creato essi stessi la loro filodrammatica, preparando addirittura lezioni si storia in filodrammatica, con cui hanno conferito. Secondo loro, avevano trovato il maestro che li lasciava giocare, ed essi si divertivano. La prova? Mai un’assenza, nessuno di loro. E nemmeno per me.
Reg.) Sei mai andato fuori della scuola con i tuoi alunni? Vorrei sapere come giudichi un’escursione con l’insegnante, e anche, cos’è per te l’escursione?
Risp.) L’escursione non è una gita, non è uno svago sfrenato, non è un’esibizione. L’escursione è andare a constatare nelle realtà quello che si è teoricamente studiato a tavolino. Ogni escursione è una ripetizione del programma svolto e un’anticipazione del programma da svolgere.
Reg.) Si evidenziano molto i problemi che suscita la programmazione. Dimmi, tu come hai fatto? E cos’è il programma?
Risp.) Che significa programma? Programma, sta per programmazione, per piano di lavoro, previsione, bilancio preventivo, organizzazione, sta per ricerca, per guida. Ogni tanto preparo agli alunni una fotocopia con le scadenze e gli adempimenti a 30 giorni. Per i ragazzi miei è importante sapere cosa c’è da fare per il prossimo vicino futuro. Per loro è un senso di sicurezza. Significa poi farli partecipi di un lavoro che si dovrà fare insieme. Il maestro lavora per loro, è un dovere impegnarsi. Mai e poi mai, programmare insieme agli alunni, come molti fanno, pensando di porsi all’avanguardia, ma programmare e mettere al corrente gli alunni. Così si fa capire loro cosa è necessario sapere in quel particolare periodo storico, tenuto conto dell’ambiente culturale, e dell’evoluzione mentale nel momento presente. Sono due cose diverse. Nel primo modo si comportano i politici e gli operatori pastorali, e il popolo fugge la politica e la religione. Inutile insistere, perché non capiscono. Torniamo a me. Con questo sistema il tempo della scuola è utilizzato al massimo. Durante le lezioni formali si ascolta in silenzio, senza distrazioni e senza interrompere. Solo alla fine, dico “Ho finito!”, con ordine e serietà mi rivolgono tutte le domande che vogliono riferite all’argomento trattato. Ogni domanda avrà la sua risposta. Nel rispondere non prendo mai in giro. Per i ragazzi ogni domanda è importante, e la risposta può essere decisiva per la loro vita. Nel rispondere affermo sempre la verità, con parole chiare e brevi periodi, senza tergiversazioni e senza inganni. Quando è posta la domanda, significa che l’alunno è giunto ad una maturazione tale da recepire una risposta adeguata e completa. Non è mai permesso ridere o prendere in giro il compagno che pone la domanda. Mai!
Sebbene raramente io mi avvalga dei castighi, quelle rare volte li ho usati solo con i reticenti in questo campo. Mi correggo, volevo dire quella rara volta, perché è bastata una sola volta e il caso non si è più ripetuto con me.
Reg.) In realtà questo tuo metodo è abbastanza rivoluzionario, ma in senso buono, e che ci vorrebbe veramente. Vuoi approfondire un poco meglio il concetto, per favore?
Risp.) E’ vero, hai ragione. Il sistema descritto si può chiamare rivoluzione, ma è una rivoluzione accettata, gradita, attesa, ammirata, contrariamente alle rivoluzioni che emarginano dalla società gli stessi contestatori, i quali non avendo seguito, non possono influire nella vita sociale per migliorarla. Tanto varrebbe la pena non farla, la loro rivoluzione. Ricordi Benedetto, Teresa d’Avila, Francesco d’Assisi, e via numerando? La società va vista, conosciuta, esaminata, nella sua esistenza locale e temporale, ed i rimedi devono essere proporzionati alla cultura di OGGI e per QUESTO ambiente.
Diversamente si è fuori, emarginati, e la nostra opera, di conseguenza, inutile. Dunque, io dico opera educativa aperta al sociale. E significa, formare negli allievi una coscienza delicata e attenta verso gli altri. La questione religiosa parte dalla pedagogia in quanto la “rivelazione” è molto di più. La confusione posta in essere, allontana dalla religione. Ma procediamo. Tutto ciò naturalmente, non fa parte di una programmazione fiscale, è una programmazione spontanea e dignitosa del singolo docente, e che si può impostare, secondo i casi, mirando a tre diversi momenti: lungo termine, medio termine, breve termine.
Gli alunni, da parte loro, pur rigidamente controllati e seguiti, in realtà hanno un largo margine di libertà, sia nella scelta delle lezioni, sia nei piani di studio individuali. Durante le ore di scuola non tutti fanno la stessa cosa. Un certo tipo di lavoro o di studio può essere svolto, ora singolarmente, ora in piccoli gruppi, ora tutti insieme. Solo quando parla il maestro tutti devono ascoltare con la massima attenzione.
Obiettivo di studio. Se la cultura rimanesse nel singolo sarebbe sterile egoismo, pertanto l’oggetto di studio diventa argomento di presentazione agli altri, primariamente sotto l’aspetto espositivo, ma anche sotto l’aspetto interpretativo.
Lavori di gruppo. La formazione del gruppo non è imposta, è per affinità, ma è sempre controllata e approvata.
Il gruppo sceglie il lavoro che intende portare a termine, lo elabora, ne abbozza le linee generali, ne determina i limiti, si assegnano le parti ai singoli, si sottopone il tutto alla critica del maestro, si discute, si migliora, e poi “via” al lavoro. Quando si tratta di un avvenimento come “la mostra”, allora partecipa tutta la classe, maestro compreso. In ogni caso e sempre, la preparazione dei lavori è lunga ed accurata.
Reg.) Mi sembra molto bella questa logica a ritroso, vuoi continuare a parlarne?
Risp.) Bene, ascolta come insegno a ragionare, cosa che ognuno dovrà ripetere “in faccia” alla classe. Affinché il lavoro dia, o porti frutto, ha bisogno di essere conosciuto. Di qui scaturisce la necessità dell’espressione orale e scritta. Il modo di esprimersi, le pause, il tono di voce, la gioia e la convinzione traspiranti dal volto e dagli occhi, l’uso appropriato dei termini, sono tra gli elementi essenziali perché si possa essere ascoltati, ammirati, seguiti. Spesso bisogna comunicare per iscritto. Di qui la necessità del periodare semplice ed elegante. La punteggiatura, la terminologia, lo stile, la grafia, l’impostazione regolamentare della lettera, ecc. sono essenziali all’uopo. Ma tutto ciò non sarebbe gradito, se la persona che lo presenta è rozza, goffa, mal vestita, arrogante, sporca, ecc. In questo caso gli insegnamenti essenziali sono i seguenti: igiene e cura della persona, pulizia delle unghie, lo stile nel vestire, i modi di parlare con eliminazione dell’accento locale, i modi di presentarsi, il saluto, lo stare seduti, il sorridere, ecc.
Infine, l’espressione pittorica. Mostra la maturità del giovane, le sue aspirazioni, il suo interpretare la realtà, i suoi traumi, se stesso, insomma. Credo che non sia il caso d’imporre un disegno, né l’ora del disegno.
Reg.) Andiamo più a fondo, e spiega cos’è in definitiva il rapporto maestro-scolaro, e com’ è vissuto nella pratica.
Risp.) La questione del rapporto maestro-scolaro è molto discussa dai competenti in campo pedagogico, psicologico, sociologico, e quant’altri. Ognuno espone le sue idee, ognuno propone i suoi piani, e sistematicamente altri competenti trovano da ridire portando ragioni ugualmente valide, minando i precedenti castelli per farli implodere. A tale proposito si scrivono libri, si organizzano tavole rotonde, si programmano convegni, s’indicono seminari. Tutti parlano nella speranza che altri agiscano.
Il rapporto maestro-scolaro è un rapporto da uomo ad uomo, e se la parola non suonasse ilarità, direi un rapporto padre-figlio. Gli alunni devono sentirsi voluti bene, ma non un bene a chiacchiere, un bene sentito, vero, un bene che nessuno può insegnare ad avere, e che deve far parte della costituzione stessa dell’educatore. Contemporaneamente, gli alunni si devono dominare, nel senso di trascinare, guidare, illuminare, si devono incoraggiare, e bisogna chiedere, è bene lanciarli, e non scandalizzarsi per le loro marachelle. In una lettera per me, Antonio scrisse: Siete un bravo maestro, perché prendete tutto alla leggera. Dove, “alla leggera”, intendeva dire: non ne fate una tragedia, siete comprensivo. Ciò chiarito, il passo seguente è quello di aprire la mente degli scolari verso nuovi orizzonti, mostrando il rapporto intimo scuola-vita. La scuola prepara ad inserirsi a testa alta nella vita, è la vita è uno stimolo a prepararsi meglio studiando di più. Ogni mese preparo un piano mensile di lavoro, che ha il vantaggio di:
Rendere gli alunni consapevoli e partecipi del lavoro da svolgersi.
Dare la possibilità per recuperare in altro tempo
quello che non hanno potuto preparare per il giorno stabilito.
Rendere la cultura un fatto personale,
individuale e responsabile.
Mantenere aggiornati i genitori sul lavoro
che i figli svolgono a scuola.
Dare al maestro maggiori possibilità di seguire gli alunni
individualmente per rendersi conto dell’impegno messo nello studio.
Concedere la possibilità di approfondire
qualche argomento ritenuto interessante.
Non costringere il maestro a rimproverare
se un giorno non si porta il compito eseguito.
Reg.) Cos’è per te la correzione dei compiti? Come agisci? Come ti regoli? Gli alunni hanno paura? Detto questo, possiamo anche terminare la lezione numero 17.
Risp.) Il momento della correzione è sacro. E’ il momento della massima attenzione. E’ ciò per cui bisogna essere più riconoscenti al maestro. Attraverso la correzione, i ragazzi si migliorano e si spingono verso le vette della perfezione. Segue il protocollo della correzione.
Art. 1: La correzione non è un rimprovero, è un gesto d’amore.
Art. 2: L’impegno che segue è un atto di volontà.
Art. 3: Da questa simbiosi amore mio – volontà tua, nasce il progresso.
Seguendo questo protocollo, non ci vuole molto ad apprendere l’italiano o qualsiasi altra disciplina. Un esempio di progresso nell’apprendimento della lingua italiana, secondo il metodo descritto, si può avere dalla lettura d’alcuni elaborati in classe da perte degli alunni.
Tema: C’è un segreto per diventare campioni? Esegue Giampaolo.
Io credo che diventare campioni, è la nascita dello studio che supera i confini della propria nazione, e si esprime nella ricerca storica per far sviluppare un uomo saggio come vi erano negli anni precedenti.
La nascita dello studio, io credo sia il comando dell’intelligenza naturale, ma non di quella soprannaturale, perché l’intelligenza naturale non ha limiti, ed è la nascita di un uomo o di un ragazzo che si sveglia dopo una lunga ignoranza. Invece, quella soprannaturale, è l’intelligenza che conduce un uomo o un ragazzo ignorante, nel particolare dell’intelligenza naturale.
Questo che ho scritto ve lo posso dimostrare, perché io che ho scritto questo tema mi sono svegliato, ed ho trovato davanti a me l’intelligenza naturale, grazie al mio professor Antonino Cappiello, che io reputo l’unico professore che ha innalzato la sua intelligenza, e che l’ha innalzata anche ai suoi alunni.
Io ho giustificato me stesso perché durante lo studio non ho trovato limiti. Per finire, credo che per diventare campioni non c’è un segreto perché dipende dall’intelligenza dell’uomo. Firmato, Giampaolino.
Tema: Cos’è la bontà? Esegue Tecla.
Secondo me la bontà è una cosa naturale che noi crediamo d’avere. Pochi hanno la bontà perché pochi amano, rispettano e soffrono per il prossimo. Solo allora noi possiamo dire veramente che abbiamo la bontà. In qualche colloquio non si capisce se è bontà o cattiveria, ed io voglio fare alcuni esempi. Quando un soggetto trova un quaderno e lo porta in giro per le classi allo scopo d’individuare il suo legittimo proprietario, e conosciuto il proprietario, iniziano le polemiche perché uno dice, “il quaderno lo dovevi tenere tu”, e l’altro “hai fatto bene, un bell’atto di bontà”.
Vorrei ricordare che in questo caso, bontà significa onestà verso il prossimo. Adesso torniamo a noi: io credo che nessuno riuscirà a capire cos’è perfettamente la bontà. Firmato, Tecla.
Tema: Si può sapere com’è fatto Dio? Esegue Eugenio.
Secondo me si può sapere, ma non qui sulla Terra, dove si può solo immaginare. Quando noi pensiamo a “spirito”, pensiamo sempre ad una cosa misteriosa, invece dovrebbe avere una forma che l’occhio umano non può distinguere. Dio avrà una ragione per non farsi vedere, però nessuno al Mondo sa rispondere. Tutti i cristiani credono che esiste, e anch’io credo che esiste, ma in un certo senso che ora vi spiego: Noi diciamo che esiste, giusto, e così si torna alla domanda di prima, “Perché Dio non si fa vedere?” Riguardo al titolo del tema: Si può sapere com’è fatto Dio? Io sono del parere che solo in Paradiso si può sapere. Firmato, Eugenio.
Tema: Che cos’è la fantasia? Esegue Maria.
La fantasia per me è una cosa che sta nella mente del bambino e lo aiuta a fantasticare una cosa che lo circonda, vale a dire inventare quel che può essere possibile e non possibile. La fantasia c’è solo nella mente degli umani, perché se ce l’avessero anche gli animali, il mondo sarebbe tutto fantasticato. Però quelli che fantasticano sempre, sono i ragazzi perché non hanno nulla da fare come i grandi. Alle volte fantastico pure io, e quella cosa cerco di farla importante. Questa è la fantasia, in altre parole inventare.
Firmato, Maria.
Fine della Lezione XVII.
Antonino Cappiello - Sorrento, mercoledì 5 dicembre 2007

References: Art. 1

Art. 2

Art. 3

Art. 4

Art. 5

Art. 6

Art. 1

Art. 2

Art. 3