Source: https://www.stampareggiana.it/2020/01/09/lintervista-parla-il-giudice-che-ha-scritto-aemilia/
Timestamp: 2020-07-15 19:01:01+00:00

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L’INTERVISTA Parla il giudice che ha scritto AEMILIA - Stampa Reggiana
L’INTERVISTA Parla il giudice che ha scritto AEMILIA
Campione italiano di nuoto a 11 anni, il magistrato oggi 42enne si racconta a Stampa Reggiana e svela inediti del suo lavoro e l’impegno nel maxi processo di ‘ndrangheta che si è celebrato a Reggio Emilia
di Isabella Trovato
Caruso, Beretti, Rat – I giudici protagonisti del Processo AEMILIA – Il 31 ottobre scorso a Reggio si respirava un’aria diversa rispetto agli altri giorni almeno tra quanti, esattamente un anno prima, si trovavano nell’aula bunker del nostro tribunale in cui la corte giudicante leggeva la sentenza di primo grado del processo Aemilia con la quale i tre giudici, Caruso Beretti e Rat, condannavano a complessivi 1225 anni di carcere 120 dei 147 imputati, a vario titolo, per il coinvolgimento nella più clamorosa inchiesta di ‘ndrangheta del nord Italia.
Stampa Reggiana nel tempo ha vissuto la storia e le atmosfere che gravitavano intorno a questo storico processo con una prima intervista al Presidente del collegio giudicante, l’allora presidente del tribunale di Reggio Emilia Francesco Maria Caruso. Il processo doveva ancora iniziare e il giudice Caruso raccontava del suo impegno perché esso si svolgesse nella nostra città, un impegno che portò alla realizzazione della famosa aula bunker. A distanza di tempo abbiamo intervistato il giudice Cristina Beretti che nel frattempo è stata nominata nuovo presidente del tribunale di Reggio, la prima donna giudice della nostra città a finire sotto scorta. E oggi, a oltre un anno ormai dalla lettura della sentenza di primo grado dell’ordinario e dell’abbreviato, abbiamo intervistato il giudice Andrea Rat, il terzo magistrato, relatore ed estensore unico di 3500 pagine di motivazioni della storica sentenza. Perché un processo come Aemilia ha significato moltissimo per una Reggio che all’improvviso, dal 2015, prende consapevolezza del fenomeno ‘ndranghetistico nel proprio tessuto economico e sociale e allo stesso tempo si interroga ancora sul prima e anche sul dopo.
Giovanissimo, ha solo 42 anni, il giudice Andrea Rat, appassionato di diritto, si è trovato nel giro di pochi anni a lavorare sul crimine organizzato, prima in termini di misure di prevenzione personali e patrimoniali, come i sequestri di beni mobili e immobili per quanto riguarda i patrimoni di presunti mafiosi o accertati tali. Poi nel 2016 in qualità di giudice del collegio giudicante di Aemilia. Un’esperienza fortissima che non lo ha abbandonato neanche al termine del processo perché ora vive sotto scorta. Su di lui incombe un pericolo che ha spinto gli organi deputati ad attribuirgli una scorta armata. Come è d’obbligo in questi casi, nessuno conosce le ragioni della disposizione, neppure lo stesso giudice. Noi possiamo solo provare a fare delle congetture o quanto meno partire da un dato oggettivo e cioè che la scorta arriva dopo la sentenza di Aemilia.
In questa lunga intervista il magistrato racconta la sua esperienza, cosa ha rappresentato per lui il processo, durante e dopo, quando ha scritto per otto mesi le motivazioni della sentenza. Ma siamo voluti andare oltre e ci siamo spinti a conoscerlo, a scoprirlo. E’ venuto fuori lo spaccato di un uomo dedito al suo servizio per lo Stato, deciso nelle scelte, appassionato di diritto, con valori per certi aspetti di altri tempi a cominciare dall’importanza che attribuisce alla famiglia e ci ha permesso di scoprire anche un passato da campione italiano di nuoto. E’ da qui che partiamo, prima di inoltrarci nella sua infinita attività in Aemilia.
Nato a Castelnuovo Monti il 7.7.1977, da madre montanara e padre di Carrara, e cresciuto a Reggio Emilia, il giudice Andrea Rat viene da una famiglia di servitori dello Stato e della gente. Il padre è stato lo storico segretario comunale di Cavriago e prima ancora di Castelnuovo Monti. Segretari comunali erano anche il nonno e lo zio.
“Questo è un aspetto che sottolineo spesso quando mi ritrovo a parlare della mia famiglia perché è come se avessi ricevuto un imprinting” ci confessa durante l’intervista. Campione di nuoto a soli 11 anni, ha da sempre desiderato occuparsi di criminalità organizzata ma non avrebbe mai immaginato che lo avrebbe fatto a Reggio Emilia. Come invece è stato.
Giudice Rat lei ha definito la sua famiglia ‘l’inizio di tutto’, perché?
Per parlare di me posso solo partire dai miei genitori, dalla mia famiglia, da mio padre, da mio nonno, perché è da loro che ho acquisito il senso del servizio e della dedizione allo Stato. Seguo il loro esempio e mi ripeto sempre che mi piacerebbe tanto arrivare ad essere quello che sono stati loro.
Perchè sono persone di una volta, capaci di affrontare sacrifici e di sacrificarsi. Persone piene di valori, con uno spiccato senso etico dello Stato e della famiglia. Per me Stato e famiglia sono il faro che illumina il percorso e quello verso cui tendere. Io e le mie sorelle siamo cresciuti immersi in questi valori.
C’è stato un momento particolare in cui da bambino ha fatto suo il concetto di servizio allo Stato?
L’ho sempre concepito. Ho sempre visto la dedizione di mio padre nel proprio lavoro, e non dimentico i racconti di chi lavorava con lui, dal ragioniere ai membri delle commissioni elettorali, mi incantavo ad ascoltare gli altri che mi raccontavano di come mio padre si dedicasse al servizio che svolgeva, perché tutto funzionasse, perché tutti stessero bene e perché tutto fosse conforme alle regole. Lo vedevo impegnato a lavorare anche a casa. Tutto ciò ovviamente con una grande madre di fianco, mia mamma Lorenza è stata sempre il collante della mia famiglia. Per me tutto inizia dai miei genitori. Questi valori ovviamente li respiri da bambino tutti i giorni in casa ma poi li elabori dopo, nel tempo. C’è un momento in cui da adulto ti chiedi cosa farai nella vita. Ed è li che inizi a capire…poi ti rendi conto che hai un’idea di quello che vorresti fare e quando ti domandi il perché della tua scelta realizzi che vuoi fare quello che senti di poter essere capace di fare, cioè metterti al servizio dello Stato e del bene della gente, studiando e applicando il diritto, cercando di seguire le orme di chi mi ha preceduto.
Quindi quando arriva l’idea di fare il magistrato?
E’ maturata piano piano, sia dalla famiglia che dallo sport. L’esperienza dello sport è stata fondamentale. Perché lo sport insegna a confrontarsi con l’impegno, il sacrificio, la fatica e anche un obiettivo da raggiungere. Ho iniziato a fare nuoto a sei anni. E da lì è stato un continuo: nuoto, scuola, studio, famiglia, a ripetizione continua. Dopo i primi due anni di ambientazione sono entrato nell’agonistica. Con tanta tanta fatica, fino ad arrivare a essere campione italiano a 11 anni nel 50 stile libero. Era il 1988. Mi allenavo alla piscina Melato, ed ero nella Reggiana Nuoto. Lì si sono fondate le mie grandi amicizie, basate sulla fatica e i valori dello sport, quei valori che non cambiano mai. Ho continuato a nuotare sempre con la Reggiana Nuoto fino ai 20 anni quando poi ho dovuto scegliere cosa volevo fare nella vita.
I trascorsi sportivi del Giudice Andrea Rat
Qual è stata la tabella di marcia della sua adolescenza?
Studio e nuoto. Si studiava anche il sabato e la domenica. Negli ultimi anni di attività sveglia alle 5 e fino alle 7 si nuotava. Poi si entrava a scuola. Nel pomeriggio si studiava. E alla sera altre tre ore in piscina. Questo accadeva tre volte alla settimana. Negli altri giorni invece tutte le sere ero in piscina a nuotare.
Quindi non ha avuto l’adolescenza tipica di tanti altri giovani, tra serate in discoteca e divertimento?
No. E’ stata una scelta diversa e ancora oggi sono contento di avere vissuto secondo quella tabella di marcia. In discoteca ci sono certamente andato ma non nella misura dell’immaginario collettivo. Ho fatto scelte diverse.
Quindi non c’era la ‘bella vita’ ma c’era l’impegno?
Esatto. Ed è quello che dico sempre ai miei tirocinanti, a loro ripeto continuamente di pensare al sacrificio dei propri genitori per consentire loro di studiare e crescere nella vita. Perché i genitori meritano un ritorno di soddisfazione dai propri figli, a prescindere dai risultati, l’impegno effettivo e reale deve esserci. Crescendo in questo modo le posso garantire che io la fatica non la sento. O almeno non ne sono vittima.
Questa sua dichiarazione ‘Non sento la fatica’ giudice è una frase che dice molto, mi fa pensare ad Aemilia considerando che lei ha scritto 3500 pagine di motivazioni dopo un processo durato 3 anni.
La fatica non mi fa paura, la sopporto, a volte anche incompreso, ma per me non c’è scissione con il resto della mia vita perché c’è passione in quello che faccio. Capisco che è difficile comprendere la scelta che ho fatto, quella del sacrificio, quella che mi può portare a stare chiuso in casa per studiare anche per giorni settimane e mesi. Ma è la vita che ho scelto, e mi piace così. Dovere, impegno sacrificio e passione sono i miei dogmi. Spesso vengo visto come un alieno, ma va bene così. Se non fossi in grado di sopportare la fatica non so come avrei potuto fare a scrivere le motivazioni della sentenza di primo grado del processo Aemilia. Se mi sforzassi di trovare le parole per descrivere questo concetto non le troverei. Ci sono situazioni che non si possono spiegare, trasumanar significar per verba non si poria (cit. Dante, Paradiso, I Canto, ndr)
Scrivere Aemilia da solo ha significato stare chiuso in casa per otto mesi, dalla mattina alla sera, sino anche a notte fonda, ore e ore di studio e scrittura, luce artificiale anche di giorno. Testimoni diretti i miei famigliari e la mia fidanzata, scorta compresa, nessuno mi vedeva uscire da casa. C’era da impazzire mi creda a scrivere tutto quello che ho scritto io. Io sento però di essere stato un privilegiato, in qualità di giudice, ad avere partecipato ad un processo del livello di Aemilia. Era assolutamente un mio dovere lavorare come ho lavorato, senza risparmiarmi.
Ha iniziato da giovanissimo a fare il magistrato.
Dopo il liceo classico ho studiato giurisprudenza, smettendo anche di fare nuoto, avevo un’unica certezza, volevo studiare legge. Avevo diverse opportunità, dall’avvocato al notaio alla magistratura. Un giorno sono state decisive le parole di mio padre che inaspettatamente mi ha incitato a credere in me stesso e nelle mie scelte. E’ mi sono formato alla scuola di Marco D’Orazi, noto magistrato di Bologna.
D’Orazi ci disse: “studierete così tanto da perdere diottrie e tutte le amicizie inutili perché per l’impegno a cui sarete chiamati vi resteranno intorno solo gli affetti più cari. E quando avrete finito e sarete diventati dei magistrati, percepirete la consapevolezza di avere scalato una montagna alta e tortuosa, respirerete un’aria pura che solo voi potrete respirare ma attenzione, non perché sarete dei fenomeni ma perché avrete l’ossigeno necessario per mettervi a disposizione della gente.” Per me questo suo discorso è stata la sintesi di tutto quello che fino a quel momento era stata la mia vita. Oggi che ho piena consapevolezza della scelta fatta aggiungo anche che non ho un’indole investigativa, sono un cultore del dubbio, il mio faro è l’articolo 530, comma 2 del codice di procedura penale, ‘in caso di ragionevole dubbio assolvi!’. Per me è fondamentale sentire sempre l’altra campana.
Come è arrivato nel collegio giudicante di Aemilia?
Ero nel collegio penale composto dai giudici Francesco Maria Caruso e Cristina Beretti. A questo collegio, già prima di Aemilia, erano state attribuite le prime misure di prevenzione antimafia, patrimoniali e personali. Alle mie spalle avevo tutta la formazione e l’esperienza civilistica, e quella del monocratico penale. Avevo esperienza dunque in tutti i settori. In base a determinati parametri tabellari, il collegio naturale per il processo è risultato essere il nostro, Caruso Beretti Rat.
Veniamo dunque al processo Aemilia, c’era questa enorme attenzione anche a livello mediatico. Come ha vissuto questo aspetto da giudice?
Il lavoro non mi spaventa, così come anche tutto ciò che è nuovo. Tutto quello che c’era intorno ad Aemilia non lo vedevo e non lo sentivo. Mi spiego meglio, non mi lascio influenzare da quanto posso leggere o sentire fuori dall’aula. Tanto per darle un’idea le dico questo, il primo giorno di Aemilia ero concentrato esclusivamente sulla verifica della regolarità delle notifiche. Non le nascondo invece che c’era curiosità anche da parte mia per l’aula, mi chiedevo se sarebbe stata piena, se le udienze sarebbero state partecipate. Il tutto è durato giusto il tempo dell’impatto; per me e per gli altri membri del Collegio c’era solo il lavoro, quello di ogni ora, la lettura dei capi di imputazione, la scoperta giorno dopo giorno, con la formazione delle prove, di quello che c’era all’interno di questi capi di imputazione. Ogni udienza rivelava qualcosa, ogni udienza era intensa, forte, il contorno di cui lei parla, inevitabilmente sfumava. Si viene schiacciati da un processo del genere, nel senso che si viene totalmente assorbiti. Tutto il resto non lo si vede. Quello che invece mi ha fatto molto più impatto è stato entrare e uscire dalla camera di consiglio in Questura.
In che senso giudice?
Quando siamo entrati in Questura per chiuderci in camera di consiglio, ho percepito quanto il momento fosse importante per la città tutta. Ho sentito il peso e l’onore della responsabilità che avevo nello svolgere il mio servizio allo Stato.
Al nostro ingresso in Questura c’era un plotone di telecamere e giornalisti ad immortalare il momento, più tutto il sistema di videosorveglianza intensificato intorno al palazzo di via Dante Alighieri. Ma soprattutto ripeto, c’era il pensiero che una città intera aspettava noi e la nostra sentenza. E’ stato lì che ho in qualche modo percepito il contorno di cui lei mi parlava prima.
E all’uscita?
Dopo 16 giorni di camera di consiglio, l’uscita dalla Questura di Reggio è stata incredibile ed indimenticabile. Le strade erano bloccate, tutto era militarizzato. Fino all’ingresso in aula, un’aula gremita, con la città; senti il peso della responsabilità che hai, hai la percezione palpabile di quello che è stato e di quello che sarà. Noi eravamo sfiniti dopo due settimane di camera di consiglio.
Come avete vissuto i giorni della camera di consiglio?
Quelle due settimane in Questura sono state le più belle e le più brutte di tutta la mia vita professionale. Era una sollecitazione costante del cervello a cercare il dettaglio per la decisione finale, perché fosse quella giusta. Non è mai stata abbassata un attimo la guardia sull’attenzione che riponevamo sul nostro lavoro.
Ci alzavamo alle 7 del mattino e lavoravamo fino a sera tardi. Ininterrottamente se non per staccare all’ora del pranzo e della cena. Avevamo le nostre tre camere ed una sala in comune in cui ci ritrovavamo per lavorare insieme. E la sera, quando ciascuno di noi si ritirava in camera, si tornava a studiare. L’unico svago è stato fare un pò di palestra alle 5 del mattino, nella sala adibita in Questura per l’allenamento fisico. Ci andavamo io e il Presidente Caruso.
Ci siamo trovati davanti ad una mole di lavoro vastissima. Basta guardare alcuni numeri. Le sole intercettazioni sono centomila pagine; oltre 30mila pagine di verbali, centinaia di migliaia di documenti, i fatti su cui erano concentrati i capi d’imputazione potevano essere letti in diversi modi e la prova si costruisce in aula. E poi c’era il tema delle pene, che sono altissime. E davanti a me c’era sempre il parametro di giudizio del famoso comma 2 dell’articolo 530 di procedura penale, in caso di ragionevole dubbio devi assolvere. E’ la Bibbia. Torniamo al discorso che si faceva all’inizio, non si può mai essere felice quando si emette una condanna perché vuol dire sempre che c’è stato qualcosa che non ha funzionato nella società.
Fino al giorno della sentenza.
Quel giorno in aula ho ammirato la forza del Presidente Caruso nel leggere l’interminabile dispositivo.
Dopo il lavoro non era finito. Bisognava scrivere le motivazioni di un processo durato tre anni. Sono stato relatore ed estensore unico della sentenza dell’ordinario e coestensore del rito abbreviato. Ma sono cresciuto tra sacrifici e fatica, sapevo che potevo farcela.
Mi sono chiuso in casa a scrivere. A ricostruire, a mettere insieme tutto. Per otto mesi. Ho iniziato a scrivere una settimana dopo la lettura del dispositivo, il tempo di recuperare un poco di energie. Ho scritto dal 10 novembre al 10 luglio dell’anno dopo, giorno in cui ho depositato le motivazioni. Otto mesi in cui nella mia vita non c’è stato altro. Perché c’è una sorta di immedesimazione psichica e fisica nelle azioni che descrivi e nei personaggi di cui scrivi; ogni volta sei quel personaggio, aguzzino o vittima, entri nel suo modo di sentire di pensare ed agire altrimenti diventa difficile scrivere. Mentre scrivi, ad esempio, pensi a mettere nero su bianco, in termini giuridici ed estrapolandolo dalle prove, la paura, il dolore, di un’estorsione silente. Si immagina la paura di un’intimidazione, di un’estorsione solo evocata? Come si fa a scrivere? devi immedesimarti, nella parte di chi subisce e anche nell’altra, a cui basta anche un solo gesto per far sentire il peso dell’intimidazione. Tutto ovviamente nell’ambito dei rigidi parametri normativi e dei principi che presiedono alla valutazione delle prove. Ma gli esempi potrebbero essere molti altri. Insomma bisogna prima di tutto capire, capire, e capire per poter poi scrivere. Devi avere uno studio gigantesco delle prove e del diritto. E poi contenere tutto, ho scritto 3500 pagine, cercando di essere anche al servizio dei destinatari (imputati, avvocati e colleghi dell’Appello) e dunque stando anche attento a fornire, al fine di un immediato controllo, l’indicazione della esatta collocazione delle singole prove all’interno del sistema informatico in cui sono state organizzate le decine di migliaia di prove, a carico e discarico, acquisite e prodotte nel corso del processo.
Come ha lavorato sulle intercettazioni?
Ho voluto anche ascoltarle oltre che leggere i faldoni trascritti. Ho praticamente imparato il dialetto calabrese a furia di sentire e risentire. E ci sono frasi che non dimenticherò mai, che restano nella mente, ‘la mia famiglia ti conosce’, questa una delle principali espressioni, la famiglia intesa come nucleo di appartenenza ad un sistema mafioso.
Cosa è per lei oggi la ‘ndrangheta?
La ‘ndrangheta è un sistema di antistato organizzato che è stato capace di insinuarsi subdolamente in tutto il mondo approfittando delle debolezze ma anche approfittando di settori interessati ad accumulazioni di ricchezza. E’ questo è terribile perché in questo modo allarga il suo bacino portandolo a pericolosi livelli di diffusività.
Gli studi scientifici che ho potuto sin qui studiare ed approfondire mettono in luce come la ‘ndrangheta sia in grado di arrivare a livelli altissimi di interesse ai quali si appoggia e che la sanno sfruttare. Non è un caso che ora si parli di un livello superiore. Credo che la ‘ndrangheta sia oggi, tra le organizzazioni mafiose, la più potente. Per fortuna a Reggio Emilia è stata intercettata e contrastata.
Quando è iniziato il processo immaginava che si sarebbe arrivati a tanto?
Assolutamente no, è stata una scoperta quotidiana. Oggi abbiamo tutti un’altra consapevolezza del fenomeno, compresi noi.
Come vive il rapporto con gli uomini della scorta?
La scorta mi è stata assegnata un anno fa. Tutti i miei spostamenti sono seguiti h24. E’ chiaro che è una limitazione alla libertà ma bisogna abituarsi.
Se va a mangiare al ristorante che accade?
Ci sono anche gli uomini della scorta con me. Si crea un rapporto anche di conoscenza e amicizia con chi ti protegge. Io rispetto molto le loro figure perché spesso penso che questi uomini potrebbero stare con le loro famiglie o a giocare con i loro figli invece sono lì con me a difendermi, se mai dovesse accadermi qualcosa in concreto. Godono del mio massimo rispetto. La loro presenza vicino a me dipende poi da situazione a situazione. Le faccio un esempio per farla entrare nel meccanismo della vita da scorta. Se la sera a cena sono con la fidanzata o con un collega con cui devo parlare di lavoro, magari loro sono al tavolo vicino per garantirmi la riservatezza ma in linea di massima, stanno sempre con me. E’ diventata una vita condivisa. Le confesso che la condivisione è anche un modo per sentire meno il peso di un vincolo.
Oggi i suoi genitori che dicono di lei?
Li sento molto vicini, con l’anima e il cuore. Non credo che abbiano paura per me, ne sento la vicinanza concreta, ne sento la soddisfazione perché, torniamo al discorso iniziale, loro per primi hanno affrontato dei sacrifici per me.
E le dico anche questo, per me sono un rifugio. Tutto parte e tutto torna dalla famiglia. Ne sono convinto.
Come ha vissuto, dopo tanto impegno, il ritorno alla vita di tutti i giorni?
Il processo Aemilia e la sentenza hanno completamente assorbito il mio tempo. Quando tutto è finito ho sentito il peso del vuoto, è stato devastante. Sembravo il rapito senza il rapitore, mi sentivo disorientato. Una fatica immane tornare a lavorare alla normalità dopo avere fatto mille maratone. Vivevo una sorta di senso di abbandono quando ho finito. Consideri che adesso, quando si tengono le udienze del processo d’Assise sugli omicidi del ’92, se ne ho la possibilità vado in aula a seguirle. Perché mi manca quel tipo di attività, il processo. Aemilia è stato un compagno di vita, mi ha fatto crescere sotto molteplici aspetti, professionali ed umani. Niente sarà mai più come prima dopo Aemilia. Professionalmente il perché è evidente, a livello umano per la passione che mi ha animato, ho vissuto da privilegiato, ripeto. E’ stata un’esperienza che mi ha trasformato e formato, a cominciare dall’innalzamento del livello della fatica e del sacrificio, del senso del servizio. E anche le mie scelte umane saranno condizionate da questo processo. Due colleghi con esperienza in tal senso, perché avevano vissuto un altro processo, mi avevano detto, “Andrea niente sarà mai più come prima dopo Aemilia”. Una collega ci chiamò prima del processo e ci disse che durante tutto il tempo ci saremmo potuti aiutare solo tra di noi, cioè io e gli altri due giudici. All’epoca, quando questa collega ci diede quei consigli, non potevamo immaginare, né noi né lei, che Aemilia sarebbe stato tanto più grande del processo che aveva vissuto lei.
Giudice Rat, ci ha parlato della famiglia, dello sport, della sua dedizione al lavoro. C’è qualche altra grande passione che la contraddistingue?
La musica. La musica perché riempie i silenzi della vita, la musica è gran parte della mia vita, mi accompagna in qualsiasi momento. Appena posso la ascolto, ho una passione pura per tutta la musica e, in particolare, per quella rock, hard rock, heavy metal; quest’ultimo genere in particolare è per me liberatorio.
Al mattino quando mi sveglio faccio partire un cd se non un vinile. In auto devo avere la musica, quando cammino spesso ho gli auricolari per ascoltare della musica, perché questo suo aspetto liberatorio mi aiuta anche a pensare, a riflettere. E poi la musica ha il privilegio di farti sentire sempre vivo. Anche un disco che hai sentito mille volte può ancora farti provare dei brividi. Quando posso mi concedo il piacere di andare a prendere un disco nuovo per provare l’emozione della scoperta del brano, delle note. Lo sport e la musica mi emozionano infinitamente, riescono a farmi provare dei brividi, a farmi piangere dall’emozione. E infatti adoro i live. Mi piace andare ai concerti. Recentemente sono stato a Milano a sentire Sting. Quest’anno ho visto molti altri concerti, i Cure, Eddie Vedder, i Metallica poi non so quante volte ormai, ho visto i Kiss, e ho già i biglietti per Nick Cave, Eric Clapton ed altri. Per me i concerti live sono un momento di liberazione pura e di condivisione di energia. Dopo avere partecipato ad un concerto torno a casa più sereno e sicuramente pronto a ripartire per affrontare gli impegni di tutti i giorni.
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