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Timestamp: 2019-06-25 10:02:46+00:00

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Il rapporto tra il requisito di interesse o vantaggio di cui all'art. 5 D. Lgs. 231/2001 e i reati colposi (Trib. Mi, sent. 15 ottobre 2015) | DPEI.IT - Diritto Penale Economia Impresa
Trib. di Milano, Sezione IX penale, 15 ottobre 2015 (dep. 28 ottobre 2015), n. 10647/15 bis
La sentenza in esame ha ritenuto sussistente la responsabilità amministrativa di una società che ha ricevuto in appalto lo svolgimento di talune lavorazioni all’interno degli edifici di proprietà della persona giuridica committente, in seguito ad un evento lesivo occorso ad un dipendente della prima che avveniva per effetto della caduta al suolo da un’altezza di sei metri, mentre l’infortunato si trovava su un trabattello montabile, ribaltatosi a causa del movimento di un carroponte – di proprietà dell’azienda committente – che lo colpiva.
L’ente, in particolare, è stato tratto a giudizio e ritenuto responsabile dell’illecito amministrativo di cui all'art. 25 septies D. Lgs. n. 231/2001 per avere – in assenza di un modello organizzativo – realizzato un vantaggio, dipendente dal mancato rispetto della disciplina vigente in materia di coordinamento tra più società coinvolte in una medesima attività, in vista di un più rapido adempimento del lavoro da svolgere.
La società imputata – esecutrice dell’appalto (l’altra, ovvero quella che ha commissionato i lavori, ha definito la propria posizione con sentenza di applicazione della pena), all’esito del giudizio abbreviato, è stata condannata alla sanzione amministrativa pecuniaria di euro 21.500,00, tenuto conto sia della riduzione accordata per il riconoscimento della sussistenza dell’attenuante di cui all’art. 12, co. 1, lett.a) D. Lgs. n. 231/2001, sia della diminuente per il rito.
Ritenuto provato il reato colposo presupposto ascritto al legale rappresentante della società, il Tribunale di Milano ritiene, altresì, accertata la responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi dell’art. 25 septies.
Inoltre, dopo aver precisato che si è in presenza di una responsabilità per fatto proprio della società, caratterizzata per di più da una forma inedita e peculiare di colpevolezza (una colpevolezza normativa, per omissione e gestionale, come affermato dalla Corte di cassazione: cass. pen. n.36083 del 09/07/2009), l’organo giudicante ha ritenuto sussistente la responsabilità della persona giuridica, in quanto il reato c.d. fonte della responsabilità amministrativa è stato posto in essere dal datore di lavoro nonché legale rappresentante dell’ente imputato, e la realizzazione della condotta è avvenuta nell’interesse o a vantaggio dell’ente stesso.
Stante la carenza, al momento del fatto, di un modello di organizzazione, gestione e controllo redatto ai sensi degli artt. 6 e 7 del D. Lgs. n. 231/2001, il Tribunale non ritiene necessario soffermarsi sul criterio soggettivo (rectius di colpevolezza) di ascrizione della responsabilità all’ente, dato evidentemente per acquisito, e focalizza la propria attenzione sul nesso di imputazione oggettivo tipizzato dall’art. 5 del D. Lgs. n. 231/2001, in considerazione della problematicità che tale criterio ha posto, sin dall’inizio, in relazione alla compatibilità logico-strutturale con i reati colposi d’evento.
A tale riguardo, il Giudice di Milano, in linea con la prevalente giurisprudenza di merito formatasi sul punto (tra le ultime edite si segnala la sentenza del Tribunale di Cagliari, del 4 luglio 2011), condivide l’orientamento secondo cui la nozione di interesse va in tesa in senso oggettivo, come qualità che caratterizza la condotta - e non il reato complessivamente inteso - nei termini di una idoneità della stessa a produrre effetti vantaggiosi per l’ente.
Nel caso di specie, ad avviso del Giudicante, l’interesse (ricostruito e definito ut supra) corrisponde ad una rapida realizzazione dell’opera, direttamente collegabile con l’accantonamento dei presidi di sicurezza, necessari ad una operatività idonea ad evitare eventi del tipo di quello qui in esame.
In particolare, parrebbe che la rapida esecuzione della lavorazione (o meglio la sua accelerazione) sia stata fatta dipendere dal mancato coordinamento prescritto e disciplinato dall’art. 26 del D. Lgs. n. 81/2008, mentre il risparmio di spesa sia stato fatto discendere dalle omissioni del datore di lavoro quanto alle prescrizioni relative alle modalità di utilizzo e di messa in sicurezza del trabattello.
Appare certamente encomiabile lo sforzo del Tribunale di Milano di rifuggire da logiche presuntive, peraltro sganciate dal dato normativo, finalizzate - come avvenuto in taluni casi - a ravvisare l’interesse o il vantaggio, non in relazione alla singola condotta causalmente connessa all’evento-infortunio, bensì in seno a macro-situazioni quali lo stesso ciclo produttivo/lavorativo ovvero anche la generale politica d’impresa adottata e volta alla svalutazione della gestione della sicurezza sul lavoro (valorizza il ciclo produttivo in relazione all’interesse dell’ente il Tribunale di Trani, sezione di Molfetta, 11/01/2010 – in corriere del merito 2010, 4, 409; valorizza invece la politica d’impresa sempre nell’ottica del perseguimento dell’interesse da parte dell’ente il Tribunale di Novara, 1/10/2010 - in corriere del merito 2011, 4, 403).
Tuttavia, va rilevato come tale pronuncia ben rappresenti lo stato di perdurante incertezza in cui versa l’ermeneutica intorno al requisito dell’interesse e/o del vantaggio.
Infatti, il Giudice di Milano, se da un lato dimostra di aderire formalmente all’impostazione esegetica in base alla quale l’interesse deve essere tenuto disgiunto dal vantaggio, avendo un’accezione più propriamente soggettiva (al contrario del vantaggio che evoca una struttura oggettiva), dall’altro, in concreto, attribuisce al primo termine una trama niente affatto soggettiva (obiettiva idoneità della condotta a produrre effetti vantaggiosi per la persona giuridica), così in definitiva vanificando la distinzione voluta dal legislatore tra le due articolazioni imputative di cui all’art. 5.
Inoltre, sebbene l’organo giudicante attribuisca al criterio dell’interesse una natura prettamente patrimoniale - in accordo con l’opinione dominante -, e sottolinei la necessità di verificare in concreto se la violazione di norme cautelari abbia determinato un beneficio economico in capo all’ente (sotto forma di risparmio di spese e/o contenimento dei costi di gestione), ciò non di meno tale ragionamento non viene sviluppato fino in fondo, non risultando dal provvedimento in commento che sia stata effettuata una valutazione compiuta sul preteso risultato utile perseguito/conseguito dalla società.
Non può essere, infatti, sottovalutato il dato per cui una condotta antidoverosa da parte del datore di lavoro non comporta sempre ed automaticamente un vantaggio economico ovvero un risultato utile percepibile per la società: ben potrebbe accadere che l’effetto della violazione cautelare sia indifferente, neutrale, se non addirittura svantaggioso per l’ente.
Diventa allora dirimente, ad avviso di chi scrive, con riferimento alla fattispecie di volta in volta in considerazione, accertare in termini (più) stringenti e rigorosi l’obiettivo di tipo economico perseguito dall’apicale, e sottrarre una valutazione così delicata a giudizi di buon senso se non semplificatori, avvalendosi, eventualmente, dei criteri di valutazione previsti dalla fattispecie tentata, di cui all’art. 56 c.p., secondo quanto suggerito da autorevole dottrina ( G. De Simone La responsabilità da reato degli enti: natura giuridica e criteri (oggettivi) d’imputazione, in DPC, 28 ottobre 2012, 37).
Del resto, in assenza di un simile sforzo probatorio e di giudizio, riesce alquanto difficile comprendere come i giudici possano orientarsi relativamente all’opzione se il profitto conseguito e/o raggiunto dall’ente sia di rilevante entità (art. 13 del D. Lgs. n. 231/2001), oppure il vantaggio ricavato sia minimo (art. 12 del D. Lgs. n. 231/2001), oppure ancora sia talmente esiguo da poter rientrare nella sfera applicativa della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all’art. 131 bis c.p., sempre che sia ritenuta ammissibile l’operatività di tale causa di non punibilità in relazione agli enti e alle società (circa una prima autorevole apertura a favore dell’applicabilità dell’istituto di recente conio nei confronti degli enti, si rinvia a Cass., 29 aprile 2015, n. 18073, citata e commentata da F. Curi, La responsabilità degli enti collettivi, in D. Castronuovo, F. Curi, S. Tordini Cagli, V. Torre, V. Valentini, Diritto penale della sicurezza sul lavoro, Bologna, 2016, 126-127).
La valorizzazione in chiave eminentemente oggettiva del requisito dell’interesse dell’ente nei termini sopra indicati, in uno con la concezione odierna della colpa individuale (specie in ambito lavorativo e produttivo), intesa sempre più come mera inosservanza di regole cautelari, offre spunti di riflessione circa il riconoscimento di una possibile valenza polifunzionale del modello di organizzazione, gestione e controllo.
Data l’incidenza che la responsabilità individuale colposa assume anche ai fini della correlata (ancorché autonoma) responsabilità dell’ente, viene da chiedersi, in particolare, se l’adozione del modello, voluto e approvato dal datore di lavoro incriminato (in quanto organo gestorio della società), unitamente agli altri requisiti richiesti dall’art. 6 del D. Lgs. n. 231/2001 (nomina dell’OdV in primis), non possa rappresentare già di per sé un costo sostenuto dall’ente; per di più, un costo idoneo a fungere da contraltare rispetto al risultato economico perseguito e/o conseguito a seguito della violazione della regola cautelare, direttamente collegabile con l’accantonamento dei presidi di sicurezza, necessari ad una operatività idonea ad evitare eventi del tipo di quello di volta in volta oggetto dell’accertamento processuale.
In sintesi, se ciò che si contesta all’autore del reato presupposto è di aver risparmiato delle spese o contenuto dei costi di gestione attraverso la violazione di apposite regole cautelari, si ritiene meritevole di riflessione la questione se l’adozione ed attuazione del modello 231, comprensivo, si intende, di un’apposita sezione dedicata alla sicurezza nei luoghi di lavoro, con gli oneri economici che tale adempimento notoriamente implica, possa esplicare una funzione - sostanziale e processuale - peculiare, inedita (probabilmente inattesa) di neutralizzazione dell’interesse/vantaggio perseguito e/o conseguito dalla persona giuridica, secondo quanto ipotizzato dalla Pubblica Accusa.
In tal senso, un precedente interessante in giurisprudenza si ritiene possa essere individuato nella sentenza di non luogo a procedere pronunciata dal GUP di Ancona - sempre in materia di responsabilità colposa dell’ente ai sensi dell’art. 25 septies - (sent. 9 febbraio 2016, n. 20, commentata da Chiara De Francisci, A proposito di idoneità dei modelli organizzativi: un caso di valutazione di adeguatezza del G.U.P di Ancona, in La resp. amm. soc. enti, 2016, n. 3, 167 e ss.). Tale provvedimento, se da un lato apprezza il modello 231, nonché la conformità del sistema di gestione della sicurezza al British Standard OHSAS 18001:2007 alla stregua dell’esimente di cui all’art. 6 del D. Lgs. n. 231/2001 (in combinato disposto con l’art. 30 del D. Lgs. 81/2008), dall’altro rimarca la non ravvisabilità in concreto di uno specifico interesse o vantaggio della società nella commissione del reato contestato.
Ciò che maggiormente interessa ai fini della presente esposizione è la circostanza che il Giudice di Ancona fonda tale affermazione sulla constatazione che l’ente imputato ha adottato ed efficacemente attuato il modello 231.
Osservando l’evoluzione giurisprudenziale sarà di estremo interesse – teorico e pratico – riscontrare se il modello 231, oltre a rilevare ai fini della colpa (rectius colpevolezza) di organizzazione dell’ente, assumerà rilievo, anche soltanto surrettiziamente, nella prospettiva segnalata, accentuando così una valenza polifunzionale del tutto inattesa, e operando, di fatto, una commistione tra criteri oggettivi e soggettivi d’imputazione.
Oltre che dalla giurisprudenza di merito, il tema dell’interesse e del vantaggio nei reati colposi è stato affrontato anche dalla corte di cassazione: cass. pen., sez. IV, 17 dicembre 2015-21 gennaio 2016, n. 2544; cass. S.U., 18 settembre 2014, n. 38343; più risalente nel tempo cass. pen., sez. II, 20 dicembre 2005 (dep. il 30.01.2006), n. 3615.
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