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Chi esegue opere per estrarre acque dal sottosuolo - Renato D'Isa
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Chi esegue opere per estrarre acque dal sottosuolo
Corte di Cassazione, sezione seconda civile, Ordinanza 4 aprile 2019, n. 9398.
Ordinanza 4 aprile 2019, n. 9398
Chi esegue opere per estrarre acque dal sottosuolo, oltre a rispettare la distanza di cui all’art. 889 c.c., deve osservare anche l’art. 911 c.c., diretto a tutelare il proprietario del fondo che già usi delle acque (non pubbliche) di falda, accordando protezione all’utilizzazione cronologicamente prioritaria che questi ne abbia fatto, mediante il divieto, imposto al proprietario del fondo vicino, di eseguire opere che determinino l’emungimento o la recisione della vena acquifera oggetto dello sfruttamento già in atto. Pertanto, l’opera del vicino può essere consentita solo allorché, pur insistendo sulla stessa vena, non rechi nocumento al precedente utente, ossia in quanto, per l’abbondanza dell’acqua di falda rispetto all’utilizzazione fattane dal medesimo, non arrechi pericolo di limitarla o di comprometterla. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la disciplina convenzionale con la quale i danti causa delle parti avevano regolamentato le modalità di utilizzo turnario dell’acqua di un pozzo a fini irrigui, contribuisse a comprovare il giudizio di contrarietà al disposto dell’art. 911 c.c. della condotta posta in essere da una di esse, consistita nella creazione di un altro pozzo che attingeva acqua dalla medesima sorgente, consentendole un prelievo di acqua eccedente rispetto a quanto, in proporzione, le sarebbe spettato in base all’originaria convenzione).
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) in virtu’ di procura a margine del ricorso;
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) in virtu’ di procura a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 3-76/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 29/01/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 23/01/2019 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;
viste le conclusioni del Pubblico Ministero nella persona del Sostituto Procuratore Generale, Dott. PATRONE IGNAZIO, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
1. Con atto di citazione del 19/12/1991 (OMISSIS) e (OMISSIS) convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di S. Angelo dei Lombardi (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), quali comproprietari (e la sola (OMISSIS) quale usufruttuaria) del terreno sul quale era stato escavato un nuovo pozzo, al fine di sentirli condannare ex articolo 911 c.c. alla chiusura del pozzo stesso.
Deducevano di essere proprietari di alcuni appezzamenti di terreno in (OMISSIS) e che per la coltivazione dei fondi si avvalevano delle acque estratte da un pozzo ubicato sulla particella n. (OMISSIS) di proprieta’ della (OMISSIS), secondo quanto stabilito nel titolo con il quale era stato disciplinato l’uso delle acque.
Tuttavia nell’agosto del 1990 venne a mancare del tutto la portata della sorgente a causa dell’emungimento e taglio della vena acquifera ad opera di (OMISSIS) e (OMISSIS) che avevano realizzato un pozzo all’interno del loro fondo, ubicato nella particella (OMISSIS), senza adottare gli accorgimenti necessari.
Resistevano i convenuti che deducevano che, allorquando avevano acquistato il loro fondo, avevano anche acquisito il diritto a beneficiare per due giornate e mezzo settimanali dell’acqua di irrigazione e del sussidio giornaliero per uso potabile e domestico, dell’acqua proveniente dalla sorgente ubicata nel terreno del venditore; questi adducevano altresi’ che, a causa delle precarie condizioni igieniche in cui versava il pozzo dell’attrice, erano stati costretti a crearne uno autonomo e che la carenza di acqua era stata solo temporanea, a causa del pompaggio forzato necessario allo spurgo del nuovo pozzo. Inoltre il depauperamento delle acque del pozzo originario era dovuto anche alla siccita’ ed all’attingimento straordinario da parte della (OMISSIS), ma che una volta cessate tale situazioni, il flusso di acqua era ritornato alla normalita’.
A seguito di impugnazione della (OMISSIS), la Corte d’Appello di Napoli con la sentenza n. 367 del 29 gennaio 2014 ha accolto l’appello condannando gli appellati alla chiusura del pozzo costruito nella loro proprieta’, rigettando tuttavia la domanda risarcitoria.
Dai titoli versati in atti risultava poi che tutte le parti, aventi causa da un unico originario proprietario, avevano per titolo il diritto di attingere acqua dal pozzo piu’ antico, secondo una disciplina che assicuri giornalmente l’acqua per fini domestici, e per determinati giorni quella per finalita’ irrigue.
Il Tribunale pur ritenendo applicabile alla fattispecie la previsione di cui all’articolo 911 c.c., che accorda tutela all’utilizzazione cronologicamente prioritaria, cosi’ che e’ dato intervenire sulla vena acquifera solo se cio’ non rechi nocumento ai precedenti utenti, aveva pero’ ritenuto che non fosse stata raggiunta la prova di tale nocumento.
Secondo la sentenza d’appello occorreva pero’ considerare l’incidenza nella vicenda della novella di cui alla L. n. 36 del 1994, quasi integralmente abrogata dal successivo Decreto Legislativo n. 152 del 2006, il cui articolo 144 (riprendendo pero’ quanto gia’ innovativamente disposto dalla L. n. 36 del 1994) dispone che tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorche’ non estratte dal suolo, appartengono al demanio dello Stato, essendo una risorsa che deve essere tutelata ed utilizzata secondo criteri di solidarieta’, al fine di assicurare la salvaguardia delle aspettative anche delle generazioni future.
Inoltre la disciplina degli usi delle acque e’ ispirata alla loro razionalizzazione, allo scopo di evitare gli sprechi e di favorire il rinnovo delle risorse.
In tale mutata prospettiva normativa, la norma di cui all’articolo 909 c.c., che attribuisce al proprietario del suolo il diritto di utilizzare le acque esistenti, deve essere intesa come limitata al solo utilizzo delle acque raccolte in invasi o cisterne, che pur appartenendo al demanio pubblico, sono pero’ suscettibili di libero uso da parte dei privati.
Le acque sotterranee possono ancora essere utilizzate dai privati, ma tale utilizzo deve ispirarsi al massimo al rispetto dei principi di solidarieta’ e di risparmio delle risorse idriche.
Questi ultimi, infatti, oltre a non avere rinunciato ai diritti derivanti dal loro titolo di provenienza, hanno fatto in modo da attingere acqua dalla medesima sorgente senza piu’ alcun controllo, fruendo in tal modo di un quantitativo di acqua del tutto esorbitante rispetto alle esigenze della loro proprieta’ (esigenze che anche la vecchia turnazione non pregiudicava) danneggiando al contempo gli altri fruitori della sorgente che ora vengono a godere di un quantitativo di acqua inferiore rispetto a quello prima assicurato secondo la turnazione pattiziamente concordata.
La decisione di appello disponeva quindi la chiusura del nuovo pozzo, rigettando pero’ la correlata domanda risarcitoria mancando la prova dei concreti danni patiti dalla (OMISSIS).
Per la cassazione di tale sentenza hanno proposto ricorso (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) articolato in due motivi. (OMISSIS) ha resistito con controricorso.
Gli altri intimati non hanno svolto attivita’ difensiva in questa fase.
2. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 11 preleggi, nonche’ dell’articolo 909 c.c. e del Regio Decreto n. 1775 del 1933, articolo 1.
Deduce parte ricorrente che la decisione dei giudici di appello si fonda sul presupposto che a seguito della novella di cui alla L. n. 36 del 1994, sostanzialmente confermata dal Decreto Legislativo n. 152 del 2006, le esigenze di solidarieta’ e di economia cui e’ ispirata la normativa impongono di ravvisare un’illegittimita’ nella condotta dei convenuti.
Pur dandosi atto della generale pubblicita’ delle acque quale effetto scaturente dagli interventi normativi succedutisi nel tempo, si evidenzia che il carattere demaniale oggi previsto per le acque non puo’ operare anche in via retroattiva.
Ne deriva che, stante il mancato inserimento delle acque oggetto di causa tra quelle pubbliche, in base al regime anteriore alla riforma del 1994, dovrebbe trovare ancora applicazione il disposto di cui all’articolo 909 c.c. che autorizza il proprietario del suolo all’utilizzo delle acque in esso esistenti.
La controversia verte sull’applicazione dell’articolo 911 c.c. che appunto disciplina l’ipotesi di apertura di nuove sorgenti e altre opere, al fine, per quanto qui interessa, di estrarre acque dal sottosuolo, prevedendo il legislatore la necessita’, oltre che del rispetto delle distanze di cui all’articolo 891 c.c., anche dell’esecuzione delle opere che siano necessarie per non recare pregiudizio alle sorgenti ovvero ai fondi altrui.
Tale norma e’ stata costantemente intesa dalla giurisprudenza di questa Corte nel senso che chi esegue opere per estrarre acque dal sottosuolo, oltre a rispettare la distanza di cui all’articolo 889 c.c., deve osservare il dettato della norma di cui all’articolo 911 c.c., la quale e’ diretta a tutelare il proprietario del fondo che gia’ usi delle acque (non pubbliche) di falda, accordando protezione all’utilizzazione cronologicamente prioritaria che quello ne abbia fatto, mediante il divieto, imposto al proprietario del fondo vicino, di eseguire opere che determinino l’emungimento o la recisione della vena acquifera oggetto dello sfruttamento gia’ in atto. Nel caso in cui l’opera del vicino insisti sulla medesima vena, la stessa non deve recare nocumento al precedente utente, ossia in quanto, per l’abbondanza dell’acqua di falda rispetto all’utilizzazione fattane dal medesimo, non arrechi pericolo di limitarla o di comprometterla (cosi’ Cass. n. 6928/1995; Cass. n. 7469/1997).
Anche nell’ottica della natura privata delle acque sottostanti fondi privati, si era poi precisato che dava luogo a danno ingiusto l’emungimento di una vena idrica che alimentava un pozzo, per effetto dell’escavazione di altro pozzo in un fondo vicino, eseguita senza l’osservanza delle cautele e distanze necessarie per evitarlo, ancorche’ il quantitativo superstite di acqua a disposizione di chi abbia subito l’emungimento raggiunga o, addirittura, ecceda quello di cui l’autorita’ amministrativa abbia contingentemente assentito l’eduzione e l’utilizzazione (cfr. Cass. n. 1219/1975).
La sentenza impugnata, facendo richiamo anche alla specifica disciplina convenzionale, in base alla quale i danti causa dei contendenti avevano inteso regolamentare le modalita’ di utilizzo turnarlo dell’acqua a fini irrigui, ed evidenziando che la creazione del pozzo da parte dei convenuti, che attingeva acqua dalla medesima sorgente che alimentava il pozzo preesistente, aveva determinato un prelievo di acqua da parte dei convenuti eccedente quanto in proporzione sarebbe spettato in base alla originaria convenzione (ai cui diritti peraltro gli stessi convenuti non avevano inteso rinunciare, malgrado la nuova opera), ha corroborato la valutazione di contrarieta’ della condotta dei convenuti al disposto di cui all’articolo 911 c.c., facendo richiamo alla novita’ introdotta dalla L. n. 36 del 1994 e dal successivo Decreto Legislativo n. 152 del 2006, che impone di leggere, alla luce della trasformazione in demaniali di tutte le acque sotterranee, la norma valutando il pregiudizio arrecato alle sorgenti, come appunto recita l’articolo 911 c.c., nel senso che debbano anzi tutto preservarsi i principi di solidarieta’ e di risparmio delle risorse idriche.
Ne derivava quindi che le opere realizzate dai convenuti, in assenza dell’allegazione di un’inidoneita’ della preesistente turnazione a garantire il soddisfacimento delle esigenze del fondo dei convenuti, portavano ad un prelievo di acqua eccedente rispetto a quanto, secondo gli accordi presi in passato, era in grado di salvaguardare le esigenze agricole del fondo, con la contemporanea riduzione della quantita’ di acqua che gli altri fondi avrebbero potuto trarre dalla sorgente.
La censura di parte ricorrente mira essenzialmente a contestare il presupposto da cui parte la sentenza gravata circa la natura ormai pubblica anche della sorgente oggetto di causa, ma trascura di sottoporre ad adeguata critica anche le ulteriori considerazioni mosse in sentenza che, partendo proprio dalla disciplina pattizia, adottata dalle parti quando ancora era pacifica la natura privata della sorgente, hanno evidenziato come la riduzione della portata della sorgente per la parte rimasta a servizio degli altri fondi, concretasse quel pregiudizio che l’articolo 911 c.c. mira a prevenire.
Ma anche avuto riguardo alla sola questione concernente l’incidenza sul regime giuridico delle acque della disciplina sopravvenuta, la critica dei ricorrenti e’ da disattendere.
Non ignora il Collegio come, anche a seguito dell’entrata in vigore della L. n. 36 del 1994, alcune pronunce di questa Corte abbiano optato per la tesi secondo cui la natura di acqua pubblica non poteva essere riconosciuta ad ogni tipo di acqua, bensi’ solo a quelle che avessero attitudine ad usi di pubblico generale interesse (cosi’ Cass. n. 9331/2011).
Tuttavia si ritiene di dover dare continuita’ a quanto autorevolmente affermato dalla Sezioni Unite che nella sentenza n. 18215/2015 hanno chiarito che tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche ai sensi della L. n. 36 del 1994, articolo 1 sicche’, tranne particolari categorie oggetto di disciplina speciale, esse rientrano nel demanio idrico e sono incommerciabili, a prescindere dalla loro attitudine a soddisfare un pubblico interesse.
Poiche’ l’articolo 1 di tale legge espressamente dispone che: “Tutte le acque superficiali sotterranee, ancorche’ non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che e’ salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarieta'”, non e’ quindi piu’ rilevante, ai fini della pubblicita’ di tali beni, una ricerca sull’esistenza della loro attitudine a soddisfare un pubblico interesse.
La distinzione tra acque pubbliche e private che prima della legge in questione, si fondava su di un giudizio sul pubblico uso al quale esse erano singolarmente destinate viene ormai meno. Mentre ai sensi del testo unico sulle acque del 1933 la riserva derivava dal controllo dei requisiti di idoneita’ al soddisfacimento del pubblico interesse, e da una valutazione della pubblica amministrazione, la nuova normativa disciplina una riserva che discende direttamente dalla legge, senza che sia necessario procedere alla verifica della sussistenza di ulteriori requisiti.
Trattasi di conclusione che va ribadita anche alla luce dell’orientamento espresso dalla Corte Costituzionale (10 luglio 1996, n. 259) che, nell’escludere profili di illegittimita’ della nuova normativa in tema di acque rilevo’ che “la pubblicita’ delle acque ha riguardo al regime dell’uso di un bene divenuto limitato, come risorsa comune, mentre il regime (pubblico o privato) della proprieta’ del suolo in cui esso e’ contenuto diviene indifferente… potendo formare oggetto di una questione di legittimita’ costituzionale solo in presenza di acquisizione coattiva di manufatti ed opere o terreni necessari per la captazione o l’utilizzo”.
Il riconoscimento della natura pubblica delle acque risulta quindi fondamentale per il raggiungimento dei fini perseguiti mediante l’articolo 117 Cost., ponendo in essere “come scelta non irragionevole operata dal legislatore, un modo di attuazione e salvaguardia di uno dei valori fondamentali dell’uomo”.
3. Il secondo motivo di ricorso lamenta la violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articolo 167, u.c. (gia’ L. n. 36 del 1994, articolo 28), nonche’ l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.
Si evidenzia che in base al menzionato articolo 167, l’utilizzo delle acque sotterranee per usi domestici, quali definiti dal testo unico di cui al Regio Decreto n. 1775 del 1933, articolo 93, comma 2 resta disciplinato dalla medesima disposizione, purche’ non comprometta l’equilibrio del bilancio idrico di cui all’articolo 145 cit. D.Lgs..
L’articolo 93 in questione prevede la facolta’ per il proprietario di poter estrarre ed utilizzare liberamente, anche con mezzi meccanici, le acque sotterranee, dovendosi intendere ricompresi negli usi domestici l’innaffiamento di giardini ed orti inservienti direttamente al proprietario ed alla sua famiglia e l’abbeveraggio del bestiame.
Si evidenzia che all’atto della costituzione in appello i ricorrenti avevano depositato anche il doc. n. 5 (di cui al foliario della produzione di appello) costituito dalla denuncia da parte di (OMISSIS) all’amministrazione provinciale della proprieta’ del pozzo oggetto di causa, con la specificazione dell’utilizzo delle acque per le finalita’ di cui al menzionato articolo 93.
Orbene alla fattispecie resterebbe sempre applicabile il Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articolo 167 con la conseguenza che la Corte d’Appello avrebbe omesso la disamina di tale documento che comproverebbe la legittimita’ della condotta dei ricorrenti.
In primo luogo va rilevato che della questione concernente la possibilita’ di invocare la previsione di cui al Regio Decreto n. 1775 del 1933, articolo 93 non vi e’ traccia nella sentenza impugnata, dovendosi quindi ritenere che la censura sottoponga alla Corte una questione nuova, risultando come tale inammissibile.
In tal senso si e’, infatti, ribadito che una questione giuridica deve ritenersi nuova, e come tale preclusa in sede di legittimita’ (cfr. Cass. n. 8206/2016), allorche’ implichi un accertamento di fatto – e non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata ne’ indicata nelle conclusioni ivi epigrafate – sicche’ il ricorrente che ponga tale questione in sede di legittimita’, al fine di evitare una statuizione di inammissibilita’ per novita’ della censura, deve non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche indicare in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicita’ di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa.
E’ evidente che la questione concernente la pretesa applicazione della norma di cui al citato articolo 93 impone accertamenti di fatto, essendo per l’appunto necessario verificare quale fosse la concreta destinazione delle acque estratte dal pozzo realizzato dai convenuti, al fine di riscontrare se la stessa fosse tutta destinata alle finalita’ previste dalla norma ovvero se il suo utilizzo eccedesse il limite legale (non potendosi attribuire efficacia probatoria privilegiata alla dichiarazione invocata dai ricorrenti, che essendo evidentemente pro se, non puo’ ritenersi che fornisca la dimostrazione della corrispondenza al vero dei fatti ivi affermati).
I ricorrenti, lungi dallo specificare in quale precedente scritto difensivo la questione de qua fosse stata posta in sede di merito, si sono invece limitati semplicemente a richiamare l’esistenza del documento di cui al motivo in esame, la cui sola produzione non comprova la proposizione in sede di merito della questione giuridica individuata in questa sede, ben potendo la prova documentale essere stata versata in atti per diverse finalita’ probatorie (si pensi al fine di dimostrare l’epoca di realizzazione del pozzo ovvero la conoscenza della sua esistenza da parte della P.A.).
A tali considerazioni che appaiono gia’ idonee a precludere la possibilita’ di accoglimento della censura, va poi aggiunto che la doglianza appare anche infondata nel merito.
La giurisprudenza di questa Corte ha, infatti, affermato che il Regio Decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, articolo 93 riconosce al proprietario del fondo la facolta’ di estrarre ed utilizzare liberamente per gli usi domestici le acque sotterranee del suo fondo, ma tale facolta’ presuppone che dette acque siano state scoperte e possedute dallo stesso proprietario e non gia’ da un terzo che le utilizzi in via esclusiva da qualche tempo (cosi’ Cass. n. 212/1969).
Nella fattispecie la circostanza pacifica che il pozzo realizzato dai convenuti attinga le acque dalla sorgente che era nel possesso dell’originaria parte attrice, sebbene con la previsione di una modalita’ di utilizzo turnario anche da parte di altri proprietari di fondi limitrofi, denota quindi come risulti preclusa la possibilita’ di invocare la previsione in oggetto.
A cio’ deve altresi’ aggiungersi che la norma di cui all’articolo 93 impone comunque il rispetto delle cautele previste dalla legge tra le quali devono annoverarsi anche quelle dettate dall’articolo 911 c.c. circa l’esigenza, sulla scorta sempre dei principi di solidarieta’ e risparmio, di evitare pregiudizi alla concorrente possibilita’ di utilizzo da parte degli altri fruitori della vena d’acqua.
Nulla a provvedere quanto invece agli intimati che non hanno svolto attivita’ difensiva in questa fase.
5. Poiche’ il ricorso e’ stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed e’ rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilita’ 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del testo unico di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti del contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

References: sentenza 
 articolo 911
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 144
 sentenza 
 articolo 1
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
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 Cass. 
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 articolo 1
 articolo 167
 articolo 28
 articolo 167
 articolo 93
 articolo 93
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 Cass. 
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 articolo 93
 articolo 93
 Cass. 
 articolo 1
 articolo 13
 articolo 13
 articolo 1
 articolo 13