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Timestamp: 2019-06-24 18:03:47+00:00

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Cass. Pen., Sez. III 03/08/2017 n. 38674 - Il proprietario incolpevole del terreno contaminato risponde dell’omessa comunicazione? - Tuttoambiente.it
Il proprietario incolpevole del terreno contaminato risponde dell’omessa comunicazione?
n. 38674
In caso di imminente minaccia di danno ambientale di un sito inquinato, il proprietario del terreno non rischia di rispondere del reato di mancata effettuazione della comunicazione inerente la contaminazione dei terreni, quando non abbia cagionato l'inquinamento del sito stesso. Questo perché non avendo provocato l’inquinamento, e quindi non essendo a conoscenza dello stesso, non gli si può, di conseguenza, addebitare il reato di omessa comunicazione.
1. S.S. e L.P. hanno proposto a mezzo dei propri difensori ricorso avverso la sentenza della Corte d'Appello di Firenze in data 12/05/2015 che, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Arezzo, ha dichiarato il primo colpevole dei reati di cui agli artt. 19, comma 1 e 19, comma 2, del d.lgs. n. 133 del 2005 (capi a) e b) dell'imputazione in relazione, quale legale rappresentante della C. S.p.a, all'incenerimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi in presenza di autorizzazione non valida in quanto priva di V.i.a.), e ha confermato la condanna sempre del primo per il reato, considerato unico, di cui agli artt. 242 e 257, comma 1, ultima ipotesi del d.lgs. n. 152 del 2006 (capi e) ed f) in relazione all'omessa comunicazione agli enti competenti della contaminazione di terreni agricoli), e 256, comma 5, del d.lgs. cit. (capo q) in relazione alla miscelazione di rifiuti pericolosi e non pericolosi destinati al recupero di metalli con rifiuti pericolosi e non pericolosi destinati allo smaltimento), e, in riforma della stessa sentenza, ha dichiarato il secondo colpevole del reato di cui all'art. 323 cod. pen. in relazione, quale responsabile del servizio di ecologia della Provincia di Arezzo, al rilascio alla C. S.p.a. di autorizzazioni allo smaltimento mediante incenerimento e di deroghe alle quantità in assenza della prescritta V.i.a.
2. Con un primo motivo S.S. lamenta la violazione degli artt. 19, commi 1 e 2, del d. Igs. n. 133 del 2005 e degli artt. 4 e 5 della legge n. 2248 del 1865 in relazione alla configurabilità dei reati di cui ai capi a) e b) dell'imputazione, nonché violazione dell'art. 5 cod. pen. e nullità della sentenza impugnata per violazione dell'art. 178, comma 1, lett. c), cod. proc. pen.; lamenta che la sentenza abbia ritenuto che l'autorizzazione per l'incenerimento dei rifiuti ottenuta nel 1998 dalla C. avrebbe dovuto essere preceduta da V.i.a. pur in presenza di mancato superamento dei limiti delle emissioni, rimasti sempre inalterati nelle varie autorizzazioni provvisorie a fronte comunque dell'aumento sistematico dei quantitativi trattati comunque idoneo a procurare effetti negativi sull'ambiente; infatti, confermati i limiti dalla A.i.a. del 2007, la delibera del 6/10/2009 di rilascio della V.i.a. era pervenuta alla conferma delle autorizzazioni ambientali esistenti relative ai livelli produttivi e di trattamento, sicché proprio il rilascio di detta V.i.a. aveva in definitiva dimostrato l'insussistenza dei reati, per mancanza di qualsiasi elemento di concreta offensività, quantomeno a partire dalla data di rilascio dell'A.i.a. del 2007; e tale era in definitiva stato il ragionamento assolutorio della sentenza di primo grado che aveva pertanto escluso che per un vizio di carattere puramente formale, a fronte di un'attività posta in conformità alle norme sostanziali, la A.i.a non preceduta da V.i.a potesse essere disapplicata. Aggiunge che le memorie difensive con cui, anche a fronte di una sentenza assolutoria di primo grado, erano state precisate le ragioni di inconfigurabilità dei reati, non sono state considerate dal giudice di appello, che ha sbrigativamente reputato infondata la tesi dell'impossibilità di disapplicare atti amministrativi che costituiscano diritti soggettivi, con conseguente nullità della decisione impugnata o comunque sussistenza di vizio motivazionale, tanto più a fronte della riforma operata in appello di una sentenza di assoluzione.
Sotto un secondo profilo lamenta poi come, a fronte dei numerosi elementi e circostanze, segnatamente indicati in ricorso, dimostrativi del convincimento formatosi in capo all'imputato, in tutto il periodo dal 1998 sino al 2010, della legittimità delle autorizzazioni rilasciate, la sentenza impugnata abbia immotivatamente, anche incorrendo in errori di diritto, escluso il difetto dell'elemento soggettivo dei reati in oggetto.
2. Con un secondo motivo lamenta la violazione degli artt. 19, commi 1 e 2 del d.lgs. n. 133 del 2005, e 129 cod. proc. pen. nonché contraddittorietà e carenza di motivazione quanto alla mancata declaratoria di prescrizione per i reati sub a) e b). In particolare, secondo la sentenza impugnata, i fatti si sarebbero protratti non sino al settembre 2009, come da imputazione, ma sino al 16/03/2010 quale data di emissione dell'A.i.a. che, diversamente dalla precedente, era stata correttamente preceduta dalla V.i.a. Al contrario, tuttavia, poiché è la stessa sentenza impugnata che ha identificato le condotte illecite contestate in quelle tenute dalla C. in attuazione dei provvedimenti dirigenziali con i quali la stessa C. è stata autorizzata volta per volta a trattare quantitativi di rifiuti eccedenti quelli previsti dall'autorizzazione provinciale del 2003, la sentenza avrebbe dovuto prendere atto che l'ultimo di tali provvedimenti è scaduto il 31/12/2007, concretandosi, dunque, in tale data, la cessazione della permanenza o comunque, al più, sino al settembre 2009 come da contestazione, essendo intervenuta nel 2008 la V.i.a. necessaria (e la cui mancanza è ragione degli illeciti contestati).
3. Con un terzo motivo lamenta la violazione degli artt. 521 e 522 cod. proc. pen. e la conseguente nullità della sentenza ove il giudice di appello, pur in difetto di contestazione, ha prolungato il periodo consumativo dei reati sino appunto al 16/03/2010 portandolo al di là del termine finale addebitato in contrasto con i principi affermati anche dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione.
4. Con un quarto motivo lamenta la violazione degli artt. 242 e 257, comma 1, ultima ipotesi, del d.lgs. n. 152 del 2006 nonché carenza e contraddittorietà di motivazione quanto alla conferma dell'affermazione di responsabilità per il reato sub e) ed f) e in particolare in relazione alle argomentazioni difensive con cui si era sottolineato, tra l'altro, che le contaminazioni, la cui omessa bonifica è stata contestata, si erano avute quando S. non era ancora legale rappresentante, subentrato infatti nella carica di amministratore unico a V. M. nel 1984, e che nessuna conoscenza della contaminazione egli aveva peraltro potuto avere per il semplice fatto che, secondo i giudici di merito, era all'epoca comunque direttore dello stabilimento e che pertanto, con ragionamento meramente presuntivo,doveva conoscere la destinazione dei fanghi; né, tra l'altro, è stata raggiunta alcuna certezza circa il fatto che i fanghi rinvenuti nei terreni del R. (quanto al capo f) dell'imputazione, in particolare) siano ricollegabili ai processi produttivi della C., essendo anzi tale certezza stata smentita dalla perizia effettuata nel corso del giudizio di primo grado, ritenuta, quanto a tutto il resto, pienamente attendibile dai giudici. E ciò senza considerare la possibilità, confutata con argomentazioni errate ed illogiche, che lo spandimento sia stato attuato dallo stesso R., all'epoca dipendente della C. (mettendosi poi in evidenza che è stato lo stesso R.,destinatario di ordine della pubblica autorità, ad effettuare la comunicazione ex art. 242, comma 3, e a sostenere i relativi costi di bonifica non indifferenti).
5. Con un quinto motivo lamenta la violazione degli artt. 242 e 257, comma 1, ultima ipotesi del d. Igs. n. 152 del 2006 nonché carenza e contraddittorietà della motivazione in relazione al rigetto dei motivi d'appello con riguardo all'intervenuta condanna per i capi e) ed f) dell'imputazione nonché nullità della sentenza per violazione degli artt. 521e 522 cod. proc. pen. nella parte in cui la stessa ha indebitamente unificato con effetti in malam partem le imputazioni distintamente formulate ai due capi d'imputazione. Ricorda che con l'appello si era sostenuto che le comunicazioni menzionate dalle imputazioni avrebbero dovuto essere due distinte e non una sola avuto riguardo alla necessità che l'obbligo di comunicazione sia legata al sito, essendosi nella specie in presenza di due siti diversi, e non alla eventuale unicità della fonte di inquinamento. A fronte di ciò la sentenza impugnata ha riproposto in maniera sbrigativa lo stesso errato assunto fatto proprio dalla sentenza di primo grado. Né la conclusione è favorevole all'imputato posto che in tal modo ragionando si è finiti per ritenere che la condotta relativa al reato di cui al capo e), nonostante la comunicazione concernente l'inquinamento storico dei terreni della Cthimet sia stata presentata nel 2008, sia tuttora perdurante giacché, appunto, la comunicazione del 2008 avrebbe dovuto ricomprendere anche l'inquinamento dei terreni di R.. Oltre a ciò, deduce che la sentenza ha indebitamente prolungato il periodo di consumazione del reato finendo per ritenere la condotta contestata perdurante (fino a quando la comunicazione non venga effettuata) al di là della stessa imputazione che invece aveva individuato la data di commissione del reato fissandola al 07/12/2010. Aggiunge come il reato contestato debba essere considerato come reato di natura istantanea dovendo la comunicazione essere effettuata immediatamente dopo la scoperta dell'evento inquinante, consumandosi dunque il reato nel momento in cui tale comunicazione venga omessa. Ne consegue dunque che, se si dovesse seguire l'impostazione accusatoria secondo cui l'imputato sarebbe il responsabile di processi inquinanti esauritisi nel 1988, si dovrebbe ritenere che il reato di cui al capo e) si sia prescritto tre anni dopo la scadenza del marzo 2001 entro il quale, a seguito dell'entrata in vigore del d.P.R. n. 22 del 97, si sarebbe dovuto dare la comunicazione dell'esistenza di contaminazioni storiche; a volere invece fissare l'insorgenza dell'obbligo di denuncia nella data del 20/02/2008 in coincidenza con l' ispezione disposta dal P.M., la stessa sentenza impugnata ha dato atto che la comunicazione dovuta fu comunque effettuata circa un mese dopo la suddetta ispezione e precisamente in data 19/03/2008, dovendo dunque in ogni caso ritenersi maturata la prescrizione in data 19/03/2013 prima della emissione della sentenza di primo grado. Anche con riguardo al reato di cui al capo f) si dovrebbe concludere che con la prescrizione sia intervenuta dopo tre anni la scadenza del marzo 2001 o che sia intervenuta dopo cinque anni dal 26/08/2008 quale data di esito delle analisi dei campioni prelevati dei terreni di R. che avevano evidenziato l'esistenza di elementi inquinanti. Ed in ogni caso anche a voler seguire l'errata considerazione della permanenza del reato, detta permanenza sarebbe cessata con l'intervenuta comunicazione all'autorità effettuata il 19/04/2010 dallo stesso A. R..
6. Con un sesto motivo lamenta la violazione dell'art. 187 del d. Igs. n. 152 del 2006 in relazione alla configurabilità oggettiva del reato di cui al capo q) dell'imputazione e la nullità della sentenza impugnata per mancata considerazione dei contenuti della memoria difensiva.
Infatti, a fronte delle argomentazioni con cui si era sostenuto che l'attività praticata nel settore E dell'azienda non potesse considerarsi di miscelazione in quanto essa costituiva una lavorazione e che miscelazione da un lato e lavorazione di un rifiuto dall'altro sono due concetti fra loro non compatibili posto che il divieto di miscelazione terminerebbe nel momento in cui il rifiuto viene immesso nell'impianto e subisce la lavorazione, la sentenza impugnata ha liquidato la questione in poche righe senza prendere posizione alcuna sulle argomentazioni della difesa.
7. Con un settimo motivo lamenta la violazione dell'art. 539 cod. proc. pen. nonché manifesta contraddittorietà della motivazione in relazione all'intervenuta condanna dell'imputato al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite. Contesta l'assunto dell'atto di appello presentato dal Ministero dell'ambiente che lamentava la circostanza che il Tribunale, pur avendo riconosciuto il ricorrente responsabile per i reati di cui ai capi q), e) ed f), non aveva condannato al risarcimento del danno ambientale osservando come tale condanna fosse invece conseguente al disposto dell'art. 539, comma 1, cod. proc. pen. Al contrario, osserva il ricorrente che da tale previsione normativa non può trarsi il principio in base al quale ogni volta che il giudice accerti la responsabilità dell'imputato, egli debba anche immancabilmente condannarlo al risarcimento dei danni in favore delle parti civili eventualmente costituite giacché, ove invece rilevi l'insussistenza di qualsiasi danno, dovrà evidentemente dichiararlo in sentenza; di qui, dunque, la correttezza della sentenza del Tribunale che, ritenendo insussistente qualsiasi danno anche solo potenziale a carico dell'ambiente, aveva rigettato la richiesta di risarcimento dei danni. Ma anche su questo punto la sentenza impugnata è incorsa in un vizio di totale carenza motivazionale essendosi riportata a quanto esposto nell' appello della parte civile senza puntualmente indicare sulla base di quali considerazioni le conclusioni della sentenza del Tribunale avrebbero dovuto essere disattese.
Lamenta altresì la contraddittoria motivazione della sentenza impugnata quanto al risarcimento del danno per i reati contestati ai capi a) e b), per i quali invece la sentenza di primo grado aveva ravvisato l'insussistenza di qualsiasi danno, non avendo per nulla contrastato gli esiti degli accertamenti condotti sulle matrici ambientali che in sede di primo grado avevano appunto consentito di escludere l'esistenza di qualsiasi danno ambientale tanto più avendo la sentenza impugnata riconosciuto che non era previsto né era stato rilevato un incremento dei flussi di massa in emissione rispetto al quadro emissivo attuale sicché la sussistenza del reato doveva cogliersi sul piano meramente formale atteso che comunque le autorizzazioni provvisorie rilasciate avrebbero dovuto essere precedute dal rilascio della V.i.a..
8. Infine, con un ultimo motivo, lamenta la violazione dell'art. 329 cod. proc. pen. in relazione all'intervenuta condanna dell'imputato al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite ma non appellanti, e in particolare delle parti civili del WWF, A.n.p.a.n.a., Comune di Civitella in val di Chiana, L.A., S.D., avverso la sentenza di primo grado che, pur condannando il ricorrente, aveva rigettato le domande risarcitorie di dette parti civili. E ciò, sulla base di orientamento della Corte di cassazione ritenuto maggiormente condivisibile alla luce del ruolo e degli specifici poteri di impugnazione riconosciuti alla parte civile costituita nel processo penale; in via subordinata insta affinché il ricorso venga eventualmente assegnato alle sezioni unite penali per dirimere il contrasto sul punto.
9. L.P. ha proposto un primo ricorso a mezzo dell'Avv. D'A.
Con un primo motivo lamenta la violazione degli artt. 521 e 522 cod. proc. pen. e la conseguente nullità della sentenza. Dopo avere premesso che, secondo la contestazione, il vantaggio patrimoniale era stato individuato nell'eliminazione dei maggiori costi di corretto smaltimento dei rifiuti in conformità alla legislazione vigente, secondo l'appello del P.M. invece nei maggiori guadagni derivanti dall'incenerimento di quantitativi doppi rispetto a quelli che avrebbero potuto essere autorizzati ed infine, secondo i giudici di secondo grado, non tanto nel prezzo pagato da chi conferisce il rifiuto da incenerire bensì nei maggiori quantitativi di materiale prezioso recuperato dagli scarti, deduce la intervenuta violazione del principio di correlazione fra imputazione contestata e sentenza, essendosi dato luogo a condanna per un fatto diverso da quello contestato.
10. Con un secondo motivo lamenta l'inosservanza dell'art. 157 cod. pen. deducendo che la sentenza impugnata ha fatto coincidere la consumazione del reato non già con il conseguimento del vantaggio patrimoniale che integra l'evento del reato di abuso d'ufficio ma con l'illegittimità della condotta; se dunque è vero, come affermato dalla sentenza impugnata, che il vantaggio patrimoniale sarebbe consistito nell'incenerimento di maggiori quantitativi in materiali preziosi recuperati dagli scarti, l'ultimo incenerimento di maggiori quantitativi risale allora al 27/08/2007 con conseguente prescrizione del reato.
11. Con un terzo motivo lamenta la violazione dell'art. 323 cod. pen. avendo i giudici fatto coincidere il requisito dell'ingiustizia con il vantaggio patrimoniale.
Secondo la sentenza impugnata, la realizzazione dell'ingiusto vantaggio patrimoniale sarebbe stata integrata risultando comunque ampliata la sfera delle situazioni soggettive facente capo ai destinatari dell'atto amministrativo; e tuttavia, detto ampliamento attiene non all'ingiustizia del vantaggio ma al vantaggio stesso mentre l'indagine sull' ingiustizia avrebbe dovuto investire il vero vantaggio patrimoniale, ovvero l' incenerimento di maggiori quantitativi di materiali preziosi recuperati dagli scarti; ma, sotto tale profilo, l' incenerimento non è stato posto in essere contra ius giacché la C. ha sempre rispettato i limiti previsti dall'autorizzazione rilasciata dalla Regione Toscana in data 20/05/2011; la stessa sentenza di primo grado infatti ha concluso che, nonostante la violazione dell'iter procedurale con cui sono state rilasciate le autorizzazioni, non è mai stato consentito alla società di svolgere un'attività di incenerimento in contrasto con la normativa sostanziale; inoltre la motivazione della sentenza appare contraddittoria laddove ha negato la presenza di un fatto, ovvero l'autorizzazione regionale, invece emerso pacificamente dall'analisi delle risultanze processuali. In definitiva, se è vero che la condotta sarebbe illegittima in quanto sarebbe stato consentito l'incenerimento di un quantitativo di rifiuti superiore all'autorizzazione, tuttavia il vantaggio patrimoniale consistente nell'incenerimento di un maggiore quantitativo non sarebbe ingiusto in quanto l'incenerimento e le conseguenti emissioni atmosferiche si sono sempre verificate nel rispetto dell'autorizzazione regionale.
12. Con un quarto motivo lamenta la violazione di legge laddove la sentenza ha individuato l'ingiusto vantaggio patrimoniale nei maggiori quantitativi di materiali preziosi recuperati dagli scarti. Non ha infatti considerato che le autorizzazioni temporanee oggetto di contestazione rilasciate dal 1999 al 2007 riguardavano l'incenerimento di rifiuti non contenenti materiali preziosi ma solo rifiuti pericolosi, non pericolosi e sanitari non destinati al recupero, come pacificamente emergente dell'autorizzazione regionale del 09/05/2001. In particolare emerge che tali rifiuti erano destinati all' incenerimento nel forno Tecnitalia, ovvero il forno interessato in tesi accusatoria dall'incenerimento dei rifiuti oggetto delle autorizzazioni temporanee illegittime, mentre i rifiuti contenenti materiali preziosi erano destinati all'incenerimento della linea 2. Sicché, in definitiva, le autorizzazioni temporanee non hanno mai riguardato i rifiuti contenenti materiali preziosi ma solo pericolosi, non pericolosi e sanitari.
13. Con un quinto motivo lamenta la mancanza e contraddittorietà della motivazione in relazione agli artt. 43 e 323 cod. pen..
La sentenza ha valorizzato quanto all'elemento del dolo, oltre alla evidenza della violazione di legge, la specifica competenza professionale, tuttavia trascurando di considerare che l'imputato è stato indotto a ritenere legittimo il rilascio delle autorizzazioni integrative in primo luogo dal decreto di archiviazione del 26/10/2001 e in secondo luogo dall'autorizzazione della Regione Toscana del 09/05/2001 da cui si evinceva che le modifiche al forno Tecnitalia non avevano determinato variazioni qualitative ovvero aumenti significativi delle emissioni inquinanti degli impianti e che l'installazione del nuovo forno a cilindro rotante non rappresentava una modifica sostanziale e perciò non ostava appunto al rilascio dell'autorizzazione. A ciò si devono poi aggiungere le considerazioni della conferenza provinciale per la gestione dei rifiuti del giugno 2003 che hanno ricollegato la natura di variante sostanziale al solo fatto che l'aumento dei rifiuti da trattare fosse stato autorizzato in via definitiva, cosa nella specie mai verificatasi perché sino al 2007 l'imputato ha rilasciato solo autorizzazioni provvisorie.
14. L.P. ha poi presentato altro ricorso a mezzo dell'avv. M. G.
15. Con un primo motivo ha lamentato la violazione degli artt. 6 della I. n. 349 del 1986, 1 del d.m. n. 377 del 1988, 27 del d.lgs. n. 22 del 1997, 4, 5 e 23 e 24 del d. Igs. n. 152 del 2006 e 2 della direttiva CE n. 337 del 1985 e 11 della I.r. n. 79 del 1998. Deduce in particolare che nessuna norma al momento della condotta contestata imponeva il previo rilascio della Via, con conseguente inconfigurabilità del reato tanto più tenuto conto del decreto di archiviazione intervenuto e di cui sopra e del fatto che le interpretazioni giurisprudenziali nel senso della necessità della V.i.a. sono tutte successive.
16. Con un secondo motivo lamenta la mancanza di motivazione non avendo la Corte territoriale considerato elementi decisivi contenuti nella sentenza di primo grado ed equivocandosi altri dati tra cui la Conferenza dei servizi del 2003 e la posizione del Ministero dell'ambiente del 2007 e ritenendosi erroneamente non motivati gli atti; non si è inoltre considerato l'affidamento ingenerato nell'imputato dalla mancanza di obiezioni da parte dell'Arpat e si è confusa, quanto al ritenuto recupero dei metalli preziosi, la linea C (unica oggetto del procedimento) con la linea E; non si è poi data importanza alla circostanza che sia il nuovo forno sia i provvedimenti sono tutti rientranti nel limite di emissione dettato dalla Regione Toscana con il provvedimento del 2001.
17. Con un terzo motivo lamenta ancora la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità di motivazione quanto alla ritenuta ravvisabilità del dolo intenzionale non essendo in particolare l'atto illegittimo da solo sufficiente ad attribuire rilevanza penale alla condotta dell'agente.
18. Infine, con memoria del 16/03/2017 a firma di entrambi i difensori sono state reiterate le doglianze già proposte.
1. Quanto al primo motivo del ricorso di S.S., va anzitutto premesso, quantunque il ricorrente non ne abbia fatto oggetto di rilievo, che il d .Igs. n. 133 del 2005 è stato abrogato dall'art. 34 del d.lgs. n. 46 del 2014 a far data dal 01/01/2016. Tuttavia, le condotte penalmente illecite di cui all'art. 19 della normativa abrogata, e nella specie contestate al ricorrente ai capi a) e b) dell'imputazione (in relazione all'incenerimento dei rifiuti rispettivamente pericolosi e non pericolosi), sono state riproposte nel nuovo art. 261 bis del d.lgs. n. 152 del 2006 come introdotto dall'art. 16 del medesimo d. Igs. n. 46 del 2014. Infatti, segnatamente i commi 1 e 2 dell'art. 261 bis cit. contemplano le medesime identiche condotte, sanzionate con le medesime pene, già previste dall'abrogato art.19 del d.lgs. n. 133 del 2005 sicché non può dubitarsi del fatto che tra la previgente e l'attuale disciplina sussista continuità normativa.
1.1. Ciò posto, il primo motivo non è fondato quanto anzitutto alle doglianze afferenti l'elemento oggettivo dei reati contestati ai capi a) e b).
E' in primo luogo incontestato che, come correttamente rilevato dalla sentenza impugnata sulla base dell'indirizzo interpretativo anche di questa Corte, secondo cui la verifica dell'impatto ambientale, non effettuata in sede di prima autorizzazione, deve necessariamente precedere anche il mero rinnovo della prima autorizzazione che sia successivo all'entrata in vigore del d.lgs. n. 22 del 1997 (Sez.3, n. 39453 del 16/05/2012, dep. 08/10/2012, Columella e altri, non massimata, sub § 33) l'autorizzazione n.110 del 30/12/1998, sulla cui base la C. ha potuto continuare ad operare, avrebbe dovuto essere preceduta da valutazione di impatto ambientale, con conseguente illegittimità sia di quell'originario provvedimento autorizzativo sia dei provvedimenti successivi nel 2003 e nel 2007.
E ciò tanto più in quanto, come posto in rilievo dalla sentenza impugnata, la modifica apportata nel 2000 al forno T. in relazione alla camera di combustione, passata da 45 metri cubi a 68, con variazione del carico termico nominale da 7.000.000 Kcal/h a 10.500.000 avrebbe aumentato del 50% circa la potenzialità dell'impianto rispetto a quello autorizzato.
Ma, se così è, appare infondata la prospettazione del ricorrente che, sulla base della sola circostanza che, con la delibera n. 535 del 06/10/2009 della Provincia di rilascio della V.i.a., sarebbero state confermate le autorizzazioni ambientali pregresse relativamente ai livelli produttivi e di trattamento dell'impianto, invoca la inconfigurabilità dei reati contestati finendo per obliterare la necessaria preesistenza della V.i.a. rispetto alle autorizzazioni, così facendo leva su un accertamento postumo derivante da una valutazione ambientale solo successiva.
Né può invocarsi la non offensività in concreto della condotta a fronte di un reato, come quello di specie, formale o di pericolo, che si configura per il solo fatto della mancanza di legittima autorizzazione senza che sia anche richiesta l'idoneità della condotta a ledere in concreto il bene giuridico tutelato atteso, tra l'altro, che il bene protetto è anche quello strumentale del controllo da parte della pubblica amministrazione (cfr., sia pure con riferimento ad altre fattispecie in materia di rifiuti, Sez. 3, n. 15560 del 14/03/2007, dep. 18/04/2007, Andreani, Rv. 236341; Sez. 3, n. 6256 del 02/02/2011, dep. 21/02/2011, Mariottini ed altro, Rv. 249577) tanto che la valutazione in ordine all'offesa al bene giuridico protetto va "retrocessa" al momento della condotta secondo un giudizio prognostico ex ante, essendo irrilevante l'assenza in concreto, successivamente riscontrata, di qualsivoglia lesione (Sez.3, n. 19439 del 17/01/2012, dep. 23/05/2012, Miotti, Rv. 252908).
Né, ancora, può legittimamente invocarsi il divieto di disapplicazione in malam partem dell'atto, secondo la prospettiva seguita nella specie dal Tribunale e nuovamente coltivata dal ricorrente: correttamente la Corte d'appello ha sul punto fatto leva in senso ostativo sul costante indirizzo di questa Corte adottato sin a decorrere dalla pronuncia di Sez. Un. n. 1163 del 12/11/1993, dep., 21/12/1993, Borgia, Rv. 195358 (da ultimo, Sez. fer. n. 33600 del 23/08/2012, dep. 03/09/2012, Lo Vullo e altro, Rv. 253426) nel senso della non assimilabilità ad una operazione di disapplicazione della valutazione circa la recessività della autorizzazione pur rilasciata rispetto allo statuto regolatore degli interessi tutelati della normativa (nella specie in particolare l'impatto ambientale determinato da un impianto di smaltimento).
1.2. Il primo motivo appare invece fondato quanto alle doglianze incentrate sull'elemento soggettivo dei reati.
La sentenza impugnata, nell'escludere la possibile sussistenza dell'affidamento dell'imputato nella legittimità dell'iter amministrativo che ebbe ad accompagnare l'attività dell'impianto, si è sostanzialmente limitata, dopo avere preso atto dell'assenza di elementi indicativi di una collusione criminosa tra S. e L. (tanto che al primo non è stato contestato alcun concorso nel reato di abuso d'ufficio attribuito al secondo), a porre in rilievo le circostanze della presenza, alle sedute della Conferenza provinciale , dei tecnici progettisti e dei consulenti dello S. senza chiarire perché le stesse avrebbero dovuto ritenersi di una tale pregnanza da obliterare una serie di dati fattuali, oggettivamente emergenti dalle stesse sentenze di merito e poste analiticamente in luce con il ricorso, convergenti nel senso della apparenza di regolarità dell'iter, in particolare con riguardo alla non necessità di una previa V.i.a., e tutti esterni rispetto al ruolo avuto nei vari procedimenti amministrativi dalla Conferenza provinciale suddetta, ovvero : il rilascio in data 30/12/1988, da parte della Provincia di Arezzo, dell'autorizzazione all'attività di smaltimento; l'integrazione, in data 22/12/1999, della suddetta autorizzazione; l'ulteriore integrazione in data 29/08/2001; il decreto in data 09/05/2001 della regione Toscana di autorizzazione della C. a continuare le emissioni derivanti dal reparto di trattamento termico dei rifiuti; la ravvisata necessità, da parte dell'Arpat, del rilascio di previa V.i.a. solo a seguito delle intervenute modifiche dell'impianto; il decreto di archiviazione emesso relativamente al procedimento penale originato dalla denuncia in proposito presentata dalla stessa Arpat con riferimento a tali modifiche; il rilascio delle ulteriori autorizzazioni sempre da parte della Provincia di Arezzo nonché dei provvedimenti dirigenziali in deroga; il rilascio, in data 06/12/2007, della A.i.a. anche a seguito del coinvolgimento della stessa Arpat; l'emanazione, in data 12/02/2010, della legge Regione Toscana n. 10 richiedente la previa procedura di V.i.a. quanto alle domande di rinnovo dell'autorizzazione significativamente esclusa, però, con riguardo alle attività soggette ad autorizzazione integrata ambientale.
In altri termini, la sentenza impugnata non ha spiegato se e come tali elementi, di cui alcuni provenienti dagli stessi enti competenti alla valutazione della regolarità dell'attività posta in essere, di cui anche la sentenza di primo grado aveva dato atto e richiamati dall'appellante, abbiano potuto incidere nel senso di indurre l'imputato a ritenere di operare in situazione di liceità tale da integrare una incolpevole ignoranza della legge penale ex art.5 cod. pen. come letto da Corte cost. n. 364 del 1988.
1.3. Va però anche preso atto che entrambi i reati di cui ai capi a) e b) si sono prescritti ancor prima della pronuncia della sentenza impugnata, a tal proposito essendo fondato il terzo motivo di ricorso con cui si è lamentata la violazione degli artt. 521 e 522 cod. proc. pen..
Va ribadito infatti che, nel caso di contestazione di un reato permanente nella forma cosiddetta "chiusa", ovvero con precisa indicazione della data di cessazione della condotta illecita, il giudice può tener conto dell'eventuale protrarsi della consumazione soltanto se ciò sia oggetto di un'ulteriore contestazione ad opera del pubblico ministero ex art. 516 cod. proc. pen. (tra le tante, sulla scia di Sez. U. n. 11930 del 11/11/1994, dep. 26/11/1994, P.M. in proc. Polizzi, Rv. 199171, da ultimo, Sez. 2, n. 20798 del 20/04/2016, dep. 19/05/2016, P.G. in proc. Zagaria e altri, Rv. 267085). Ne deriva che, nella specie, a prescindere dalla esattezza o meno delle ragioni per le quali la Corte distrettuale ha ritenuto di individuare nel 16/03/2010 la data di consumazione dei reati (che coinciderebbe, in tale prospettazione, con il momento nel quale venne finalmente concessa la A.i.a. corredata da preventiva V.i.a.), una tale indicazione non poteva essere fatta laddove l'imputazione aveva chiaramente circoscritto i fatti "fino al settembre 2009" senza che in giudizio nessuna modifica sul punto sia stata operata.
Ne deriva dunque che, considerata la sospensione occorsa in primo grado dal 23/02/2012 al 31/05/2012 in ragione della adesione dei difensori all'astensione dalle udienze, il termine di prescrizione, decorrente appunto dal 01/09/2009 (e, peraltro, non dal 31/12/2007 come invocato dal ricorrente con il secondo motivo, non fungendo da cesura temporale, per il destinatario del provvedimento, la mera formale scadenza dell'ultimo dei provvedimenti autorizzativi ove l'attività abbia a protrarsi), è maturato ancor prima della pronuncia della sentenza impugnata, ovvero in data 06/12/2014.
1.4. Venendo al quarto motivo, inerente le condotte di omessa comunicazione di cui ai capi e) ed f) peraltro ritenute dal Tribunale e dalla Corte fiorentina integrare un unico reato, lo stesso è anzitutto infondato laddove lamenta la carenza di motivazione circa il necessario presupposto del reato rappresentato dalla riconducibilità all'imputato delle contaminazioni dei terreni di proprietà C. cui avrebbe dovuto far seguito l'obbligo di comunicazione di cui all'art. 242 del d.lgs. n. 152 del 2006.
Va infatti rammentato che, come già chiarito da questa Corte, il reato di mancata effettuazione della comunicazione, prevista in caso di imminente minaccia di danno ambientale di un sito inquinato, non è configurabile nei confronti di colui che, quand'anche proprietario del terreno, non abbia cagionato l'inquinamento del sito stesso (Sez. 3, n. 18503 del 16/03/2011, dep. 11/05/2011, Burani, Rv. 250143). Nella specie, allora, e prendendo in esame anzitutto l'omessa comunicazione inerente la contaminazione dei terreni appartenenti alla C. di cui al capo e) (dovendo comunque necessariamente distinguersi, pur nella ritenuta unicità del reato, le due addebitate omissioni in ragione di quanto oltre si preciserà), la Corte territoriale, pur prendendo atto del fatto che la contaminazione ebbe ad intervenire negli anni 70/80, quando amministratore unico della C. era ancora il rag. V. M., e pur prendendo implicitamente atto, dunque, del fatto, che S. lo sarebbe diventato solo successivamente, ha ugualmente ritenuto provata la commissione dell'inquinamento ad opera dell'imputato personalmente ponendo correttamente in rilievo la posizione rivestita di direttore dello stabilimento (già evidenziata del resto dalla sentenza di primo grado con riferimento agli anni dal 1980 al 1982) tale, evidentemente, da consentirgli, quanto meno, di concorrere, nella specie, nelle decisioni relative alla destinazione dei fanghi sicuramente provenienti dalla C. stessa (sul ruolo e la responsabilità del direttore tecnico dello stabilimento vedansi Sez.3, n. 2485 del 09/10/2007, dep. 17/01/2008, Marchi, Rv.238594; Sez. 3, n. 11033 del 21/10/1993, dep.02/12/1993, Negro, Rv. Rv e, Sez. 3, n. 9776 del 30/04/1987, dep. 07/09/1987, Baruchello, Rv. 176638) tanto più avendo lo stesso imputato, in una nota datata 11/02/1981, riconosciuto lo spandimento come fertilizzante sui terreni a disposizione della società.
Quanto invece alla omessa comunicazione relativa alla contaminazione dei terreni di proprietà di R. A., dipendente della C., il ricorso appare fondato.
La sentenza impugnata ha infatti ricondotto i fanghi rossi rinvenuti sul terreno di R., che, secondo il ricorrente, non smentito in ciò dalla sentenza, distavano chilometri dallo stabilimento, all'attività di spandimento della C. sulla base del fatto che R. fosse dipendente della società e del fatto che la stessa Chinnet avrebbe avuto fanghi in quantità da smaltire, sì da doversi ritenere "irragionevole" l'ipotesi di una diversa provenienza.
Ora, anche a non volere considerare che nessuna risposta è stata data a quanto l'imputato aveva lamentato, con l'atto di appello e al fine di contrastare gli approdi della sentenza di primo grado che aveva valorizzato i risultati delle analisi dei consulenti del P.M., la omessa considerazione degli esiti, invece, della perizia, in linea con la consulenza di parte, da cui sarebbe emersa la mancanza di certezza scientifica rispetto alla riconducibilità dei fanghi ai processi produttivi della società in relazione altresì alla presenza nel territorio aretino di altre aziende effettuanti gli stessi processi industriali della C., nessuna ulteriore spiegazione, a differenza di quanto già visto relativamente allo spandimento sui terreni della società, risulta tuttavia data circa la evidentemente ritenuta implicita equivalenza tra spandimento di fanghi della C. e concorso decisionale in tale condotta da parte dell'imputato (con conseguente attribuzione della contaminazione a S.); spiegazione, invero, tanto più necessaria in quanto, come risultante dalla sentenza di primo grado, lo spandimento sarebbe avvenuto nell'anno 1978 (v. pag. 49), anno nel quale, tra l'altro, non risulta dalle sentenze di merito che l'imputato fosse già direttore dello stabilimento, mentre, sempre secondo la sentenza di primo grado, i fanghi rossi sarebbero stati utilizzati dalla C. nel periodo 1980 - 1982 (v. pag.45).
Né appare corretto l'ulteriore ragionamento svolto dalla sentenza laddove si afferma che "anche laddove S. avesse in precedenza ignorato che anche i terreni R. erano stati contaminati" egli avrebbe comunque dovuto, a fronte di richiesta di indicazione dettagliata della Provincia in data 20/03/2008, comunque attivarsi, dimenticandosi, con ciò, che la non responsabilità nella condotta di contaminazione, evidentemente presupposta in capo a chi non abbia conoscenza di un tale evento, è, per quanto già detto in limine, incompatibile con l'addebitabilità del reato di omessa comunicazione.
Ciò in definitiva comporta che la sentenza dovrebbe essere annullata con rinvio per nuova motivazione sul punto, conclusione, questa, tuttavia impedita dalla constatazione che è ormai maturato il termine di prescrizione.
Il reato de quo deve anzitutto essere configurato come reato di natura permanente, la cui cessazione è determinata dall'assolvimento anche tardivo dell'obbligo di legge, non potendo, nella specie, essere valorizzato l'indirizzo di questa Corte, richiamato in ricorso, secondo cui in caso di adempimento da porre in essere entro un termine perentorio, il reato assumerebbe le caratteristiche di reato istantaneo con effetti permanenti (v. Sez. 3, n. 21581 del 28/02/2007, dep. 01/06/2007 , Viti ed altro, Rv. 236718, peraltro riferito all'adempimento di ordine proveniente dalla pubblica autorità e non di una obbligo posto dalla legge), atteso che, nella specie, la decorrenza del termine per la comunicazione, peraltro posto in termini di generica immediatezza, è collegata ad un evento potenzialmente in grado di contaminare il sito o, in caso di contaminazioni storiche, al rischio di aggravamento della situazione di contaminazione.
Ciò posto, anche a non volere individuare come dies a quo quello del 19/04/2010 (invocato dal ricorrente con il quinto motivo) coincidente con la effettuata comunicazione della contaminazione storica da parte di R. A. (mentre, a ben vedere, la consumazione del reato sarebbe comunque stata interrotta da una comunicazione che, pur non proveniente dal responsabile della contaminazione, avrebbe comunque posto l'amministrazione competente a conoscenza dell'evento prodottosi, in tal modo ottenendosi il risultato cui la comunicazione ex art. 242 cit. è collegata : v., per analoghe situazioni, sia pure riferite ad altre fattispecie, Sez. 3, n. 2488 del 09/10/2007, dep. 17/01/2008, Staffilani, Rv. 238790, secondo cui il reato di omessa comunicazione perdura, in ogni caso, solo fintantoché lo svolgimento dell'attività soggetta a controllo rimanga ignota alla pubblica amministrazione, e Sez. 3, n. 28 del 08/11/1985, dep. 03/01/1986, Di Geronimo, Rv. 171492), bensì quello del 07/12/2010, quale data della comunicazione inviata successivamente da S. stesso, il termine sarebbe al più tardi maturato, tenuto sempre conto della sospensione, in data 12/03/2016.
Va in ogni caso chiarito che non appare invocabile al fine di individuare un diverso e più anticipato termine di prescrizione, addirittura decorrente dal marzo del 2001, il disposto dell'art.7 del d.m. n. 471 del 1999, in relazione all'obbligo di notifica del pericolo di inquinamento, non penalmente sanzionato, ferma restando, ovviamente, l'applicabilità degli artt. 242 e 257 anche alle condotte omissive protrattesi dopo l'entrata in vigore del d.lgs. n. 152 del 2006.
1.5. Deve invece ritenersi prescritto ancor prima della sentenza impugnata, con ciò apparendo fondato sul punto il quinto motivo di ricorso, il reato di omessa comunicazione relativamente alla contaminazione dei terreni della C. (che, a questo punto, come già anticipato, deve essere necessariamente tenuto distinto, a tali specifici fini, dalla condotta di omessa comunicazione della contaminazione del terreno di R.) non potendo obliterarsi, come invece fatto dalla sentenza impugnata sul presupposto di un assorbimento del primo obbligo di comunicazione nel secondo a fronte di una immotivata unica contestuale contaminazione, la circostanza che, con riguardo appunto ai terreni della C., la comunicazione di legge venne pacificamente effettuata da S. in data 19/03/2008 come dato atto anche in sentenza; di qui, dunque, la maturazione del termine, tenuto sempre conto della sospensione, in data 24/06/2013
1.6. Il sesto motivo è fondato.
La sentenza impugnata, pur dopo avere dato atto che il ricorrente aveva eccepito la inconferenza del disposto relativo al divieto di miscelazione contestato come violato rispetto all'attività di lavorazione dei rifiuti posta in essere (distinzione, questa, anche concettuale, sulla quale, in effetti si è lungamente soffermato l'atto di appello) ha poi sostanzialmente omesso, a pag. 61, di rispondere ribadendo, ma senza spiegarne la ragione, che una volta giunti a destinazione nell'impianto di recupero o smaltimento, ove dovevano essere sottoposti a trattamento, i rifiuti dovessero continuare a soggiacere al divieto di miscelazione, ciò che, però, appunto, veniva contestato dal ricorrente.
Anche in tal caso, tuttavia, deve prendersi atto della maturazione del termine di prescrizione, intervenuta, sempre tenendo conto della sospensione, in data 12/03/2016.
1.7. Quanto al settimo ed ottavo motivo, assorbito il primo dalla impossibilità di adottare in questa sede qualsivoglia decisione sul merito delle statuizioni civili attesi i difetti motivazionali rilevati (sì che, come si dirà oltre, va disposto sul punto l'annullamento con rinvio al competente giudice civile in grado d'appello ex art. 622 cod. proc. pen.), è invece infondato il secondo di essi, essenzialmente volto ad escludere ogni possibile risarcimento, quanto ai reati di cui ai capi a) e b) per i quali, in primo grado era intervenuta, come visto, sentenza di assoluzione, in favore delle parti civili non appellanti avverso tale decisione, ovvero, segnatamente, del WWF, A.n.p.a.n.a., Comune di Civitella in val di Chiana, L.A. e S.D.
Come già recentemente posto in evidenza da questa Sezione (Sez. 3, n. 15902 del 03/03/2016, dep. 18/04/2016, T., Rv. 266637), in particolare la pronuncia delle Sez. U., n.30327 del 10/07/2002, dep. 11/09/2002, Guadalupi, Rv. 222001, modificando l'orientamento che già era stato enunciato sempre dalle Sezioni Unite con decisione n. 5 del 25/11/1998, dep. 11/03/1999, Loparco, Rv. 212575, e venendo poi seguita da altre nel medesimo senso (tra le altre, da ultimo, Sez. 5, n. 20343 del 29/01/2015, dep. 15/05/2015, Trotta, Rv. 264076; Sez. 5, n. 12190 del 13/01/2015, dep. 23/03/2015, Rebella, Rv. 263457), ha proceduto a delineare, sulla base di specifiche norme del codice di rito (segnatamente gli artt. 576, 574, comma 4, e 587, comma 3) significative dello stretto collegamento tra azione penale e azione civile nei gradi di impugnazione, un sistema in cui la decisione nel giudizio di impugnazione sulla responsabilità penale si riflette sulla decisione relativa alla responsabilità civile automaticamente, ovvero anche in mancanza di impugnazione del capo concernente l'azione civile, che nei casi appena indicati forma oggetto di una devoluzione di diritto. La stessa pronuncia ha poi confutato il diverso percorso argomentativo della precedente pronuncia delle Sez. un. n. 5 del 25/11/1998, appena sopra ricordata (secondo cui, non impugnato il capo o punto relativo agli interessi civili, il giudice non potrebbe andare oltre il devoluto) rammentando come, nel caso di proscioglimento, la sentenza non contenga alcun capo relativo all'azione civile (come desumibile sia dall'art. 538, comma 1, che dall'art. 576, comma 1, cod. proc. pen.) e ponendo in rilievo il significativo aspetto della non conformità rispetto al sistema della formazione di un giudicato sull'azione civile che avvenga sulla base della sentenza di proscioglimento impugnata dal P.M. e non anche dalla parte civile; ove infatti si formasse agli effetti civili un giudicato rispetto ad un'assoluzione per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, il diritto al risarcimento dovrebbe considerarsi definitivamente escluso, senza considerare però, in contrasto con ciò, che se in seguito all'impugnazione del P.M. l'imputato venisse condannato, la sentenza, a norma dell'art. 651 cod. proc. pen., avrebbe invece efficacia di giudicato e quindi ben potrebbe essere posta a base di una domanda di risarcimento del danno. Ha quindi concluso nel senso, condiviso dunque anche da questo collegio, che poiché "la costituzione di parte civile produce i suoi effetti in ogni stato e grado del processo" (art. 76, comma 2, cod. proc. pen.), il giudice di appello è tenuto a citare la parte civile (art. 601, comma 4, cod. proc. pen.) e, ove l'appello è stato proposto dal P.M. contro una sentenza di proscioglimento, il giudice di appello può pronunciare condanna "e adottare ogni altro provvedimento imposto o consentito dalla legge" (art. 597, comma 2 lett. a e b), cod. proc. pen.), conseguentemente, "quando pronuncia sentenza di condanna", il giudice di appello deve decidere "sulla domanda per le restituzioni e il risarcimento del danno", anche se la parte civile non abbia proposto impugnazione.
Di qui, simmetricamente, la non fondatezza dell'assunto di contrario tenore (enunciato, oltre che da Sez. U. n. 5 del 25/11/1998, cit., da Sez. 5, n. 4356 del 16/11/2012, dep. 29/01/2013, Vigliotti ed altri, Rv. 254389, e da Sez. 6, n. 21443 del 08/04/2003, dep. 15/05/2003, Montesani ed altro, Rv. 226039) valorizzato dal ricorrente a fondamento della censura svolta.
Né tale orientamento potrebbe dirsi, come preteso dai difensori del ricorrente nella odierna discussione, indirettamente posto in crisi dalla sentenza di Sez. U., n. 53153 del 27/10/2016, dep. 15/12/2016, C.D., Rv. 268179 che, in ordine peraltro ad un diverso aspetto, ha affermato il principio secondo cui non viola il principio devolutivo né il divieto di "reformatio in peius" la sentenza di appello che accolga la richiesta di una provvisionale proposta per la prima volta in quel giudizio dalla parte civile non appellante. Anzi, proprio tale pronuncia, richiamando espressamente la sentenza delle Sez. U., n. 30327 del 10/07/2002 cit., ha ribadito testualmente, in base al medesimo percorso normativo appena sopra ricordato, il principio di "immanenza" della parte civile nel processo penale, consentendo, tra l'altro, di escludere ogni necessità di rimettere nuovamente, come richiesto dal ricorrente, la questione alle Sezioni Unite di questa Corte.
2. Venendo ai ricorsi presentati dai difensori di L.P., infondato il primo motivo del ricorso presentato dall'Avv. M. G. per le ragioni già evidenziate sopra sub §1.1. con riferimento al primo motivo del ricorso di S., appare invece fondato l'assunto, svolto con il terzo motivo del ricorso presentato dall'Avv. D'A., diretto a censurare la motivazione della sentenza in ordine alla sussistenza del requisito dell'ingiusto vantaggio patrimoniale : escluso anzitutto che, nella specie, la Corte territoriale potesse individuare ex officio, come ha inteso fare (v. pag. 53), un vantaggio ingiusto (ovvero quello consistente nei maggiori quantitativi di metalli preziosi) diverso da quello espressamente contestato in imputazione (ovvero quello della "eliminazione dei maggiori costi di corretto smaltimento dei rifiuti in conformità alla legislazione vigente") posto che, così facendo, la sentenza ha finito per ritenere sussistente un fatto diverso, quanto specificamente all'evento, da quello contestato in violazione degli artt. 521 e 522 cod. proc. pen., deve comunque ritenersi non corretto quanto poco oltre affermato sempre dalla sentenza (questa volta implicitamente assumendo come evento quello contestato in imputazione) circa la non rilevanza, ai fini della sussistenza del vantaggio patrimoniale ingiusto, del fatto che al conseguimento dell'autorizzazione sia seguito "in concreto" un incremento dei rifiuti inceneriti o il superamento dei limiti di emissione in atmosfera; in tal modo infatti la sentenza parrebbe avere affermato essere sufficiente ai fini della configurabilità del reato la sussistenza di un provvedimento di per sé idoneo a consentire il superamento predetto indipendentemente dal fatto che ciò sia poi avvenuto; e, tuttavia, va ribadito che la consumazione del reato di cui all'art. 323 cod. pen., come introdotto dalla I. n. 234 del 1997, coincide, per la sua natura di reato di evento, con l' avvenuto conseguimento dell'ingiusto vantaggio patrimoniale o con la produzione ad altri di un danno ingiusto (tra le tante, Sez. 6, n. 28117 del 26/03/2015, dep. 02/07/2015, R. ed altro, Rv. 263929; Sez.3, n. 30265 del 02/04/2014, dep. 10/07/2014, Lupi ed altro, Rv. 260236) posto che con la riformulazione ad opera della nuova normativa il reato, dapprima di pericolo, è stato trasformato in reato di danno (Sez. 6, n. 3381 del 22710/2002, dep. 23/01/2003, Fontanella, Rv. 224914).
E' poi quanto meno non manifestamente infondata (ciò bastando nella specie, non essendo state adottate statuizioni civili, a fronte, come oltre si dirà, della ormai maturata prescrizione) la censura, trattata nel terzo motivo del ricorso presentato dall'Avv. M. G., relativa alla mancanza motivazionale in ordine alla sussistenza del dolo intenzionale.
L'assetto argomentativo della sentenza impugnata, che ha riformato la sentenza di assoluzione di primo grado, si è, sul punto, essenzialmente soffermato, da un lato, sulla illegittimità, ritenuta "macroscopica", dei provvedimenti autorizzativi posti in essere (con conseguente sussistenza di un dolo intenzionale) e, […]
*parte di provvedimento mancante*
260236 già sopra citate), dovendo in tal senso leggersi la altrimenti non corretta indicazione, contenuta nel capo d'imputazione, di reato protrattosi "a tutt'oggi".
Ed allora, escluso che, come invece lamentato con il secondo motivo del ricorso presentato dall'Avv. D'A., la consumazione del reato possa essere specificamente individuata in data 27/08/2007 essendo tale data, indicata come corrispondente alli ultimo incenerimento dei maggiori quantitativi, meramente asserita, la consumazione non può essere certamente essersi protratta oltre il 31/12/2007 (posto che a pag. 115 della sentenza di primo grado l'ultima autorizzazione della Provincia di Arezzo consentiva il trattamento dei rifiuti sino appunto al 31/12/2007); di qui la intervenuta prescrizione del reato, tenuto conto della più volte menzionata sospensione, in data 06/09/2015.
3. In definitiva, quindi, la sentenza impugnata va globalmente annullata senza rinvio per essere i reati rispettivamente ascritti a S.S. e L. P. estinti per intervenuta prescrizione, dovendo, al contempo, in relazione alle statuizioni civili, disporsi il rinvio ex art. 622 cod. proc. pen. avanti al giudice civile competente per valore in grado d'appello attese le lacune motivazionali evidenziate che ostano alla decisione in questa sede in ordine alla conferma o meno delle stesse ex art. 578 cod. proc. pen. (da ultimo, Sez. n. 29627 del 21/04/2016, dep. 13/07/2016, Silva e altri, Rv. 267844; Sez. 5, n. 594 del 16/11/2011, dep. 12/01/2012, Perrone, Rv. 252665; Sez. 5, n. 15015 del 23/02/2012, dep. 18/04/2012, P.G. e p.c. in proc. Genovese, Rv. 252487) e non essendo tale ultima disposizione in ogni caso applicabile per quei reati per i quali, assolto S. in primo grado, la Corte d'appello avrebbe dovuto rilevare comunque la già intervenuta prescrizione, ovvero, come già visto, i reati di cui ai capi a) e b); questa Corte ha infatti già precisato che non sussistono i presupposti per l'operatività dell'art. 578 cod. proc. pen. - il quale presuppone una pronuncia di condanna - nel caso in cui il giudice di appello, in riforma della sentenza di primo grado di assoluzione debba pronunciare declaratoria di estinzione del reato per prescrizione (Sez. 5, n. 9638 del 24/01/2011, dep. 09/03/2011, Banchero e altro, Rv. 249713; Sez.2, n. 47356 del 06/11/2009, dep. 14/12/2009, Sordini, Rv. 246795; Sez.2, n. 5705 del 29/01/2009, dep. 10/02/2009, Somma e altro, Rv. 243290).

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 art. 242
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 art. 261
 art.19
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 § 33
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 §1
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 art. 622
 art. 578
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