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Timestamp: 2018-06-24 14:47:46+00:00

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Corte cost. 224/2013 su "vecchi part time pubblici" : OK a "revisione" se entro 180 giorni da...
La Corte costituzionale, con sentenza 224/2013 del 16 luglio 2013 (depositata il 19 luglio 2013) ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 16 della legge 4 novembre 2010, n. 183 ("Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro"), sollevata, in relazione agli articoli 10, 35, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Forlì.
Il Tribunale di Forlì assumeva violati gli artt. 10, 35, comma terzo, e 117, primo comma, della Costituzione, sia in relazione al decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61, art. 5, comma 1, sia in relazione all'accordo quadro sul lavoro a tempo parziale, art. 5, comma 2, allegato alla direttiva 97/81/CE del 15 dicembre 1997. La questione riguarda le disposizioni di legge in materia di rapporto di lavoro pubblico a tempo parziale che prevedono la possibilita', per la Pubblica Amministrazione, di rivedere, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore dell'art. 16 della l. 183/2010, senza il consenso del lavoratore ma nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede, i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale gia' adottati da anni.
La sentenza è importante per i c.d. "vecchi avvocati part time" in quanto avalla la fondatezza di ulteriori q.l.c. della l. 339/03 che essi chiedono di sollevare. Infatti, la sentenza della Corte cotituzionale 244/2013:
- 1) conferma che nel regime (precedente alla riforma introdotta dall'art. 73 del d.l. 112/2008) delineato dall’art. 1, comma 58, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, si riconosceva ai lavoratori pubblici un vero e proprio diritto potestativo alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, tranne nel caso in cui ricorresse un conflitto di interessi con la specifica attività di servizio del dipendente: in caso di conflitto di interessi l’amministrazione poteva e doveva rifiutare la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale (invece l''amministrazione poteva solo differire la detta trasformazione -per un periodo massimo semestrale- e giammai negarla, se non si era in presenza di un conflitto di interessi ma "soltanto" di un grave pregiudizio alla funzionalità dell’organizzazione pubblica).
CIO' IMPONE UN RIPENSAMENTO SULLA LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE DELLA L. 339/03. SI DOVRA' RITENERE CHE ESSA E' INCOSTITUZIONALE EX ART. 3 COST, GIA' SOLO PER IL FATTO CHE (COME IMPONE DI RICONSCERE LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE 244/2013) ESSA PONE UNA PRESUNZIONE ODIOSA DI INCOMPATIBILITA' CHE E' EVIDENTEMENTE IRRAGIONEVOLE A FRONTE DEL SEMPRE PRESENTE (ANCHE SE IMPLICITO) RICONOSCIMENTO, AD OPERA DEL DATORE DI LAVORO PUBBLICO, DELLA ASSENZA IN CONCRETO DI CONFLITTI DI INTERESSE. FONDAMENTALE E' IL FATTO CHE LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, PRIMA DI CONCEDERE AL PROPRIO DIPENDENTE LA TRASFORMAZIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO DA FULL TIME A PART TIME RIDOTTO PER FARE L'AVVOCATO (FINALITA' DELLA TRASFORMAZIONE CHE SEMPRE DOVEVA ESSERE PALESATA DALL'IMPIEGATO ALLA PROPRIA AMMINISTRAZIONE), ERA SEMPRE ONERATA DELLA VERIFICA IN CONCRETO CIRCA LA SUSSISTENZA DI CONFLITTI DI INTERESSI TRA LAVORO DA IMPIEGATO E LAVORO DA AVVOCATO CHE SI VOLEVA AVVIARE.
- 2) afferma che solo per un limitato periodo di 180 giorni dall'entrata in vigore dell'art. 16 della l. 183/2010 (in sede di prima applicazione dello stesso) è stato consentito (pur nella permanente assenza di conflitti di interesse in capo agli impiegati in part time e solo nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede) di rivalutare i provvedimenti di trasformazione del full time in part time alle pubbliche amministrazioni le quali, con le precedenti trasformazioni da full time a part time, già avevano escluso (almeno implicitamente) la sussistenza di conflitti di interesse tra le attività pubbliche deiloro impiegati e le ulteriori loro attività doverosamente dichiarate all'atto della trasformazione del full time in part time (e in seguito, ove mutate, tempestivamente comunicate). Al riguardo chiarisce (al paragrafo 3.1 del "considerato in diritto") che solo "con una cautela che vuole limitato nel tempo l'intervento" l'art. 16 allinea la posizione dei dipendenti pubblici che avevano ottenuto di passare da full time a part time ai sensi del dettato originario dell'art. 1, comma 58, della l. 662/96 con quella dei lavoratori a tempo pieno aspiranti ad un rapporto a tempo parziale alla stregua delle nuove regole introdotte dall'art. 73 del d.l. 112/2008. Con ciò esclude che il bilanciamento tra interesse delle amministrazioni alla migliore funzionalità organizzativa, da una parte, e l'affidamento consolidato nell'impiegato di una durata certa (a part time) del suo tempo di lavoro, dall'altra parte, possa esser trovato in una totale assimilazione -quanto alla soggezione al potere conformativo del tempo di lavoro da parte della P.A.- dei "vecchi part timer" agli aspiranti part timer e comunque a quegli impiegati i quali il part time sia stato concesso dopo l'entrata in vigore dell'art. 73 del d.l. 112/2008.
CIO' CONSENTE DI RIPROPORRE ANCHE IN ALTRI SETTORI LA QUESTIONE COSTITUZIONALE DELLA RAGIONEVOLEZZA DELLA SCELTA DI OMOLOGARE IL TRATTAMENTO DI SOGGETTI VARIAMENTE "AFFIDATI", IN ORDINE ALLA PERMANENZA "AD ESAURIMENTO" DI UNA CERTA REGOLAZIONE D'UN RAPPORTO DI DURATA O DI UNO STATUS CHE LI RIGUARDINO, ED IL TRATTAMENTO DI ALTRI SOGGETTI "APIRANTI" AL RICONOSCIMENTO DI QUEL RAPPORTO DI DURATA O STATUS.
ANCHE LA NECESSITA,' AFFERMATA DA CORTE COST. 166/2012, DI EVITARE REGIMI DI INCOMPATIBILITA' DIVERSI PER I "VECCHI" DIPENDENTI PUBBLICI A PART TIME RIDOTTO CHE SIANO ANCHE AVVOCATI E PER GLI ATTUALI ASPIRANTI "AVVOCATI PART TIME", POTRA' TORNARE IN DISCUSSIONE SE SI ACCERTERA' CHE SONO SOPRAVVENUTE RILEVANTI NOVITA' NORMATIVE E NELLA GIURISPRUDENZA DOPO IL 9 APRILE 2013 (DATA NELLA QUALE LE SEZIONI UNITE CIVILI DELLA CASSAZIONE DECISERO LE CAUSE PER CUI POI INTERVENNE IL DEPOSITO DELLA SENTENZA 11833/13 E SENTENZA "GEMELLE") .
- 3) riconosce il ruolo di parametro costituzionale quale norma interposta ai sensi dell'art. 117, comma 1, Cost. all' accordo quadro 6 giugno 1997 allegato alla direttiva del Consiglio delle Comunità europee 97/81 del 15 dicembre 1997 (Direttiva del Consiglio relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall''UNICE, dal CEEP e dalla CES), attuata in Italia con il decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61 (Attuazione della direttiva 97/81/CE relativa all’accordo-quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES).
RICHIAMANDO QUANTO DETTO, AL PUNTO 2, A PROPOSITO D'UN RIPENSAMENTO SULLA LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE DELLA L. 339/03, SI POTRA' RITENERE CHE GIA' IL RICONOSCIMENTO DEL POSSIBILE RUOLO DI PARAMETRO INTERPOSTO DI COSTITUZIONALITA' (EX ART. 117, COMMA 1, COST.) AL CITATO ACCORDO QUADRO COSTITUTUISCE FONDAMENTALE NOVITA' NELLA GIURISPRUDENZA COSTITUZIONALE. VA EVIDENZIATO, INFATTI, CHE L'ACCORDO QUADRO IN QUESTIONE IMPONE ANCHE ALLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONE DI INCENTIVARE IL PART TIME (e si rammenti che il part time nel pubblico impiego va incentivato in forza di una scelta regolatoria cogente che l'Italia ha già fatto per quanto disposto all'art.10 del D.Lgs. 61/00) E CON CIO' IMPEDISCE DI SBRIGATIVAMENTE RISOLVERE ATTRAVERSO UN RICHIAMO ALL' "AMPIA DISCREZIONALITA' DEL LEGISLATORE" LA Q.L.C. RELATIVA ALLA NATURA DISCRIMINATORIA DELLA L. 339/03.
Al riguardo è importante sottolineare quanto afferma Corte cost. 244/2013 al punto 2.2 del "considerato in diritto". Dimostra, infatti, che la cennata q.l.c. è ammissibile anche se si ritenga impossibile, da parte del giudice, disapplicare la legge 339/03 per contrasto con una direttiva comunitaria munita di efficacia diretta: per quanto insegna la Corte costituzoionale al punto 2.2 del "considerato in diritto", la legge 339/03 non è (anche se non disapplicabile) immune dal controllo di conformità al diritto comunitario, che spetta alla Corte costituzionale, davanti alla quale le SS.UU. della Cassazione possono sollevare questione di legittimità costituzionale, per violazione dell’art. 11 e anche dell’art. 117, primo comma, Cost. (ex plurimis, sentenze Corte cost. n. 170 del 1984, n. 317 del 1986, n. 284 del 2007, n. 28 del 2010).
LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE 244/2013 E L'ORDINANZA DI RIMESSIONE SULLA QUALE LA CORTE DELLE LEGGI HA DECISO ...
Presidente GALLO - Redattore MAZZELLA
Camera di Consiglio del 05/06/2013 Decisione del 16/07/2013
Deposito del 19/07/2013 Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate: Art. 16 della legge 04/11/2010, n. 183.
Atti decisi: ord. 14/2013
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 16 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro), promosso dal Tribunale ordinario di Forlì nel procedimento vertente tra F.N. ed altri e il Comune di Forlì ed altro, con ordinanza del 27 giugno 2012 iscritta al n. 14 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 7, prima serie speciale, dell'anno 2013.
1. – Il Tribunale di Forlì, in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza del 27 giugno 2012, iscritta al n. 14 del registro ordinanze dell’anno 2013, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 16 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro), con riferimento agli articoli 10, 35, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, nonchè all’art. 5, comma 2, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale allegato alla direttiva 97/81/CE del 15 dicembre 1997 (attuata con decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61),
Dissente sotto questo aspetto il rimettente da quell’indirizzo della giurisprudenza di merito che ha riconosciuto la compatibilità della norma interna sul presupposto che «la disposizione va […] intesa nel senso che qualora vi siano esigenze organizzative o tecniche o produttive che impongano la trasformazione del rapporto da tempo parziale a tempo pieno o viceversa, il datore, a fronte del rifiuto del lavoratore a dette trasformazioni, potrebbe procedere al licenziamento per ragioni risultanti da «necessità di funzionamento dello stabilimento» (assimilabili alla nozione di giustificato motivo oggettivo ex art. 3 della legge 15 luglio 1966, n. 604, recante «Norme sui licenziamenti individuali»). Con la conseguenza che se poi il lavoratore non acconsentisse alla trasformazione del rapporto da tempo parziale a tempo pieno e ciò integrasse un giustificato motivo oggettivo, si esporrebbe al rischio di esser licenziato. E ciò, con il conforto della migliore dottrina, che interpreta l’art. 5 del decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61 (Attuazione della direttiva 97/81/CE relativa all’accordo-quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES) – là dove ha recepito la norma comunitaria prescrivendo che «il rifiuto di un lavoratore di trasformare il proprio rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto a tempo parziale, o il proprio rapporto di lavoro a tempo parziale in rapporto a tempo pieno, non costituisce giustificato motivo di licenziamento» – nel senso che «vieta il licenziamento motivato di per sé (cioè, esclusivamente) dal rifiuto della trasformazione, ferma rimanendo la possibilità di pervenire ad un valido recesso in presenza di elementi che lo giustifichino per ragioni diverse, rispetto alle quali l'elemento della prestazione a tempo parziale rileva solo di riflesso» (è citata, in proposito, l’ordinanza del Tribunale di Trieste, 29 settembre 2011, in RG n. 632/11).
Altra sarebbe, però, la valenza giuridica del rifiuto del lavoratore, ad avviso del rimettente, a seconda che lo si consideri espressione di una facoltà del dipendente ovvero una sua inosservanza di disposizioni datoriali. Prima dell’emanazione della norma in esame, infatti, il lavoratore bene avrebbe potuto rifiutare una prestazione full-time, esponendosi virtualmente al rischio di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il quale avrebbe dovuto, però, presentare i requisiti di legittimità di questo tipo di recesso. Oggi, invece, soggiunge il giudice a quo, alla luce della predetta norma, se ritenuta legittima, il rifiuto del lavoratore sarebbe di per sé illegittimo, poiché inottemperante alla richiesta datoriale, e giustificherebbe il recesso datoriale per inadempimento, integrando però, di fatto, precisamente le condizioni vietate dalla norma comunitaria (recepita nell’ordinamento interno con il d.lgs. n. 61 del 2000, in particolare, per quanto qui rileva, all’art. 5, primo comma, prima parte). L’opposizione del dipendente alla trasformazione del rapporto finirebbe, infatti, per rappresentare, sia pure attraverso il veicolo disciplinare, la precisa e sola causa del licenziamento. Insomma, in questo secondo caso, proprio il rifiuto in sé, con le sue conseguenze disciplinari (rimesse al datore di lavoro e certamente sottratte alla disponibilità del dipendente), verrebbe ad integrare la causa del licenziamento, in contrasto con la ratio della norma comunitaria, della quale la norma nazionale risulterebbe, dunque, elusiva.
Neppure rileverebbe, nella valutazione della norma incidente sul diritto in esame, la diversa genesi di esso, sorto non già a seguito di contrattazione inter privatos, bensì sulla base di una disposizione di legge secondo cui «La trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale avviene automaticamente entro sessanta giorni dalla domanda, nella quale è indicata l'eventuale attività di lavoro subordinato o autonomo che il dipendente intende svolgere» (art. 1, comma 558, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, recante «Misure di razionalizzazione della finanza pubblica»), potendosi affermare che in entrambi i casi il diritto deve ritenersi acquisito al patrimonio del soggetto.
Tanto meno concorrenti ragioni di contenimento della spesa pubblica, pur invocabili a maggior ragione a seguito della costituzionalizzazione del principio del pareggio di bilancio, potrebbero prevalere sulla sistematica dell’ordinamento, per la possibilità che per il raggiungimento dei medesimi fini, vengano adottati strumenti diversi, come, rispetto al caso di specie, il recesso per giustificato motivo oggettivo. Peraltro, proprio la predicata «coerenza con l’ordinamento dell'Unione europea» dovrebbe essere intesa, nel complesso delle norme della Carta e in difetto di ulteriori specificazioni, in un’accezione ampia, nel senso che l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico siano assicurati in una complessiva armonizzazione con l’ordinamento dell’Unione europea, oltre i confini meramente economici suggeriti dalla terminologia della norma espressiva del principio anzidetto.
Né ritiene di poter ovviare alla contraddizione rilevata «in base al generale principio secondo il quale il giudice nazionale deve disapplicare la norma interna, qualora sia incompatibile col diritto comunitario, anche se contenuto in una direttiva rimasta inattuata» (Corte di cassazione, sezione lavoro, 14 ottobre 2004, n. 20275): non si tratterebbe, infatti, nella specie di disapplicare la norma per far rivivere quella comunitaria, poiché quest'ultima attiene al diverso aspetto della diretta correlazione tra recesso datoriale e rifiuto del lavoratore di trasformare il proprio rapporto, mentre nel caso di specie l’effetto sarebbe solo indiretto e mediato dalla previa soggezione del lavoratore alla «nuova valutazione» dei provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale già adottati.
Soltanto nel caso che si vertesse in ipotesi di licenziamento, osserva la difesa dello Stato, la questione potrebbe essere ritenuta rilevante, mentre, trovandocisi semplicemente nella fase di «nuova valutazione» prevista dal citato art. 16, il timore del licenziamento deriverebbe soltanto dall'interpretazione che il rimettente vuole dare della norma; sarebbe, cioè, solo eventuale e non attuale. E tra una interpretazione conforme alla Costituzione ed una contraria, il giudice sarebbe tenuto a dare la prevalenza alla prima.
2.2. – L’Avvocatura generale dello Stato sottolinea, inoltre, la singolarità del riferimento all’art. 35, terzo comma, Cost. (secondo cui la Repubblica «promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro»), perché l’Unione europea non è un'organizzazione internazionale diretta alla regolamentazione o affermazione del diritto del lavoro. L’unico collegamento della norma sospettata con l’art. 35 Cost. starebbe nel fatto che entrambi possano essere genericamente considerati come riguardanti il diritto del lavoro, ma il collegamento sarebbe, appunto, cosi generico che non si potrebbe configurare una violazione del secondo per via della prima.
2.3.2. – Sarebbe, inoltre, palesemente infondato il riferimento all’art. 5, punto 2, dell’accordo quadro allegato alla direttiva 97/81/CE e all’art. 117 Cost., in base ad un ragionamento più sistemico che, diversamente da quanto sostenuto dal giudice a quo, dovrebbe condurre a ritenere prevalente, in un'ottica di bilanciamento, l’interesse al contenimento della spesa pubblica.
Rileva, infine, la difesa dello Stato che la tutela del lavoro part-time non mira a proteggere questo tipo di contratto come tale, essendo, invece, diretta alla tutela del lavoro intesa come maggiore occupazione. E chiosa che «siccome in nessun caso, le analisi teoriche possono prescindere dal contesto storico di riferimento, considerare la possibilità di poter lavorare di più come un disvalore e addirittura come incostituzionale risulta alquanto singolare».
1. – Il Tribunale ordinario di Forlì dubita, in relazione agli artt. 10, 35, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell’art. 16 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro), che consente alle amministrazioni pubbliche, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della medesima legge, di rivalutare, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede, i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale già adottati nel regime previgente alla novella di cui all’art. 73 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.
Nel regime precedente alla riforma del 2008, l’art. 1, comma 58, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), riconosceva ai lavoratori pubblici un vero e proprio diritto potestativo alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. L’amministrazione non poteva rifiutarlo se non in caso di conflitto di interessi con la specifica attività di servizio del dipendente e, pur in presenza di grave pregiudizio alla funzionalità dell’organizzazione, poteva solo differirlo per un periodo massimo semestrale, giammai negarlo.
?, quindi, intervenuto l’art. 16 della legge n. 183 del 2010, che prevede la rivalutazione ad iniziativa delle pubbliche amministrazioni dei rapporti di lavoro già trasformati da full-time a part-time alla stregua del disposto originario dell’art. 1, comma 558, della legge n. 662 del 1996.
In particolare, il giudice a quo sospetta la norma in questione d’illegittimità per contrasto con il divieto di licenziamento del lavoratore che rifiuti la trasformazione del rapporto, divieto sancito dalla clausola 5, punto 2, dell’accordo quadro 6 giugno 1997 allegato alla direttiva del Consiglio delle Comunità europee 97/81 del 15 dicembre 1997 (Direttiva del Consiglio relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall''UNICE, dal CEEP e dalla CES), attuata in Italia con il decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61 (Attuazione della direttiva 97/81/CE relativa all’accordo-quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES), che ha recepito detta specifica clausola sub art. 5, comma 1.
Ad avviso del giudice rimettente, infatti, l’anzidetta clausola dev’essere intesa nel senso che la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno (o viceversa) non può mai avvenire senza il consenso del lavoratore. Donde l’inosservanza di essa da parte della disposizione interna censurata, che ciò consentirebbe, invece, anche contro la sua volontà.
A ben vedere, invece, la disposizione europea che vieta il licenziamento per il mero rifiuto della trasformazione del rapporto opposto dal lavoratore è invocata dal rimettente solo per dimostrare che tale trasformazione non possa essere attuata unilateralmente, ma con il consenso necessario del lavoratore stesso. Con la conseguenza che nell’ottica del giudice a quo una norma come quella in oggetto, permettendo al datore di lavoro pubblico d’imporre alla controparte l’orario pieno, sarebbe, già di per sé, contraria alla ratio sottesa alla regola di derivazione comunitaria.
Nondimeno, nella prospettazione del rimettente – che, come visto, è tutta imperniata sulla lesione del principio della modificazione consensuale del part-time desunto dalla clausola 5, punto 2, della direttiva 97/81/CE – essi fanno corpo con il dedotto contrasto con l’art. 117, primo comma, Cost. di cui sarebbe espressione la violazione della normativa europea costituente il nucleo unificante della questione proposta dal Tribunale di Forlì.
Ciò vuol dire che il licenziamento è vietato solo quando il rifiuto della trasformazione da parte del lavoratore costituisce la sua ragione esclusiva e mancano motivi ulteriori rispetto ai quali l’elemento della prestazione a tempo parziale venga in rilievo solo di riflesso. In presenza, infatti, di effettive esigenze organizzative, tecniche o produttive che impongano la trasformazione del rapporto, l’indisponibilità del lavoratore al mutamento risulta ingiustificata e può dare anche luogo, in casi estremi, al suo licenziamento.
In definitiva, il lavoratore non è assoggettato incondizionatamente alle determinazioni unilaterali del datore di lavoro pubblico ai fini della trasformazione del rapporto da part-time a full-time. L’iniziativa dell’amministrazione, infatti, dev’essere sorretta da serie ragioni organizzative e gestionali ed attuata nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede. In mancanza di tali presupposti, il dipendente può legittimamente rifiutare di passare al tempo pieno e, per ciò solo, non può mai essere licenziato. Così interpretata, la possibilità di “revisione” del part-time riconosciuta alle pubbliche amministrazioni dall’art. 16 della legge n. 183 del 2010 (oltre tutto contenuta entro limiti stringenti di tempo) è da ritenere perfettamente compatibile con i principi desumibili dall’invocata clausola 5, punto 2, della direttiva 97/81/CE, donde la non fondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata, con la interposizione di detta clausola, in relazione al rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 16 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro), sollevata, in relazione agli articoli 10, 35, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Forlì con l’ordinanza indicata in epigrafe.
N. 14 ORDINANZA (Atto di promovimento) 27 giugno 2012
Ordinanza del 27 giugno 2012 emessa dal Tribunale di Forli' nei procedimenti civili riuniti promossi da Nannini Fabiana ed altre contro il Comune di Forli' e Ministero della giustizia ((pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 7 del 13 febbraio 2013).
Lavoro e occupazione - Disposizioni in materia di rapporto di lavoro a tempo parziale - Prevista possibilita' per la Pubblica Amministrazione di rivedere i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale gia' adottati senza il consenso del lavoratore - Lesione di norme di diritto internazionale generalmente riconosciute - Violazione del principio di promozione degli accordi internazionali
intesi a regolare i diritti del lavoro - Violazione di obblighi internazionali derivanti dalla normativa comunitaria.
- Legge 4 novembre 2010, n. 183, art. 16.
- Costituzione, artt. 10, 35, comma terzo, e 117, primo comma; decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61, art. 5, comma 1; Accordo quadro sul lavoro a tempo parziale, art. 5, comma 2, allegato alla direttiva 97/81/CE del 15 dicembre 1997.
(GU n.7 del 13-2-2013 )
Esaminati gli atti dei procedimenti iscritti ai nn. 594, 608 e 609/2011 RGL, osserva:
Le tre cause qui riunite riguardano il controverso diritto delle cinque ricorrenti alla conservazione del rapporto part-time che le Pubbliche Amministrazioni qui convenute (Ministero di giustizia e Comune di Forli') hanno sottoposto a rivalutazione in forza dell'art. 16 legge n. 183/2010, a tenore del quale «in sede di prima applicazione delle disposizioni introdotte dall'articolo 73 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, le amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede, possono sottoporre a nuova valutazione i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale gia' adottati prima della data di entrata in vigore del citato decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008».
In tutti e cinque i casi sottoposti a giudizio, le ricorrenti hanno ricevuto comunicazioni dai rispettivi enti datori di lavoro (Ministero di giustizia per B., F., G. e V. e il Comune di Forli' per N.) che i rispettivi rapporti di lavoro erano stati sottoposti a revisione ai sensi del citato art. 16 ed alcuni (quelli di B., F., G. e V.), erano stati «ricostituiti a tempo pieno», altro (quello di N.) era stato trasformato da tempo parziale orizzontale con prestazione lavorativa al 50% in tempo parziale orizzontale con prestazione lavorativa al 66,67%.
Della legittimita' costituzionale della norma applicata dalle Pubbliche Amministrazioni convenute dubitano le ricorrenti.
La questione e' rilevante, ai fini di giudizio, poiche' concerne precisamente il «titolo» in forza del quale gli enti hanno agito:
laddove la norma fosse ritenuta costituzionalmente illegittima, infatti, essa non potrebbe incidere sulla regolamentazione del rapporto, come invece pretendono il Ministero ed il Comune resistenti; la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno (ovvero la sua modifica in senso comunque accrescitivo dell'entita' della prestazione lavorativa) e' avvenuta, infatti, contro il volere delle ricorrenti e precisamente in forza della disposizione sopra ricordata e la valutazione di legittimita' della pretesa datoriale presuppone necessariamente la validita' della norma dalla medesima applicata.
Le ricorrenti lamentano - tra l'altro - l'illegittimita' dell'atto perche' adottato sulla base di una norma confliggente con le disposizioni comunitarie ed in particolare con la direttiva 15 dicembre 1997, n. 97/81/CE, recepita in Italia con il d.lgs. 25 febbraio 2000, n. 61.
La questione non pare manifestamente infondata, per le ragioni di cui appresso.
La disposizione comunitaria che qui interessa dispone che «il rifiuto di un lavoratore di essere trasferito da un lavoro a tempo pieno ad uno a tempo parziale, o viceversa, non dovrebbe, in quanto tale, costituire motivo valido per il licenziamento, senza pregiudizio per la possibilita' di procedere, conformemente alle leggi, ai contratti collettivi e alle prassi nazionali, a licenziamenti per altre ragioni, come quelle che possono risultare da necessita' di funzionamento dello stabilimento considerato» (clausola 5, comma 2°, accordo recepito dalla direttiva CE cit.).
Se e' vero che la normativa comunitaria afferma espressamente - e forse inutilmente, per l'ovvieta' del principio - che non v'e' «pregiudizio per la possibilita' di procedere, conformemente alle leggi, ai contratti collettivi e alle prassi nazionali, a licenziamenti per altre ragioni, come quelle che possono risultare da necessita' di funzionamento dello stabilimento considerato», cio' non pare sterilizzare il pregiudizio della conversione autoritativa del rapporto.
Proprio su questo aspetto - cioe', ripetesi, sulla esplicita esclusione di un «pregiudizio per la possibilita' di procedere, conformemente alle leggi, ai contratti collettivi e alle prassi nazionali, a licenziamenti per altre ragioni» - si e' concentrata quella giurisprudenza di merito (non risulta che vi siano pronunce di legittimita') che ha riconosciuto la compatibilita' della norma interna nel presupposto che «la disposizione va infatti intesa nel senso che qualora vi siano esigenze organizzative o tecniche o produttive che impongano la trasformazione del rapporto da tempo parziale a tempo pieno o viceversa, il datore, a fronte del rifiuto del lavoratore a dette trasformazioni, potrebbe procedere al licenziamento per ragioni risultanti ''da necessita' di funzionamento dello stabilimento'' (le quali appaiono assimilabili alla nozione di giustificato motivo oggettivo ex art. 3, legge 15 giugno 1966, n. 604 costituito da ''ragioni inerenti all'attivita' produttiva, all'organizzazione del lavoro ed al regolare funzionamento di essa''). Quindi il lavoratore, se non acconsente alla trasformazione del rapporto da tempo parziale a tempo pieno e cio' integra un giustificato motivo oggettivo, si espone al rischio di esser licenziato. D'altra parte la migliore dottrina interpreta l'art. 5 d.lgs. n. 61/2000, (che ha recepito la norma comunitaria, prescrivendo che ''il rifiuto di un lavoratore di trasformare il proprio rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto a tempo parziale, o il proprio rapporto di lavoro a tempo parziale in rapporto a tempo pieno, non costituisce giustificato motivo di licenziamento'') nel senso che vieta il licenziamento motivato di per se' (cioe', esclusivamente) dal rifiuto della trasformazione, ferma rimanendo la possibilita' di pervenire ad un valido recesso in presenza di elementi che lo giustifichino per ragioni diverse, rispetto alle quali l'elemento della prestazione a tempo parziale rileva solo di riflesso» (cosi', tra gli altri, il Tribunale di
Trieste, ordinanza 29 settembre 2011 in RG n. 632/11).
L'assunto pare contenere un equivoco: esso assimila due ipotesi normative sulla base del mero riflesso «pratico» nella gestione del rapporto di lavoro, senza tenere conto della ben diversa valenza giuridica del rifiuto del lavoratore di trasformare il rapporto da tempo parziale a tempo pieno (ovvero di aumentare l'entita' della prestazione), a seconda che esso sia espressione di una facolta' del dipendente ovvero sua inosservanza di disposizioni datoriali.
In altre parole: prima dell'emanazione della norma qui in esame, il lavoratore bene avrebbe potuto rifiutare una prestazione full-time, esponendosi virtualmente al rischio di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il quale avrebbe dovuto, pero', presentare i requisiti di legittimita' di questo tipo di recesso.
Oggi, alla luce della predetta norma, se ritenuta legittima, il rifiuto del lavoratore sarebbe di per se' illegittimo, poiche' inottemperante alla richiesta datoriale, e giustificherebbe il
recesso datoriale per inadempimento, integrando pero', di fatto, precisamente le condizioni che la norma comunitaria (recepita nell'ordinamento con il d.lgs. n. 61/2000 ed in particolare, per quanto qui rileva, nell'art. 5, comma 1°, prima parte) vieta: il rifiuto del dipendente alla trasformazione del rapporto finirebbe infatti per rappresentare, sia pure attraverso il veicolo disciplinare, la precisa e sola causa del licenziamento.
La differenza non e' puramente qualificatoria, poiche' pare evidente che, nel secondo caso, sia proprio il rifiuto in se', con le sue conseguenze disciplinari (rimesse al datore di lavoro e certamente sottratte alla disponibilita' del dipendente), ad integrare la causa del licenziamento, in contrasto con la ratio della norma comunitaria, della quale la norma nazionale e' dunque elusiva.
La norma sembra pertanto confliggere con l'art. 10 Cost., nella parte in cui impegna lo Stato ad uniformarsi al diritto internazionale, con l'art. 35, comma III Cost., laddove si sancisce la promozione degli accordi internazionali intesi a regolare i diritti del lavoro, con l'art. 117 Cost., che impone il rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.
Ne' la natura transitoria della disposizione - valorizzata da altra giurisprudenza di merito (cfr. Tribunale Bologna, a quanto consta) - appare idonea a superare il vizio sopra ipotizzato, in mancanza di un riferimento normativo che consenta di sacrificare, per la transitorieta' della norma, la permanenza dei suoi effetti in danno dei diritti dalla medesima violati.
Neppure si ritiene che la diversa genesi del diritto qui in esame, sorto sulla base di una disposizione di legge (art. 1, comma 58, legge n. 662/1996 - «La trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale avviene automaticamente entro sessanta giorni dalla domanda, nella quale e' indicata l'eventuale attivita' di lavoro subordinato o autonomo che il dipendente intende svolgere») e non a seguito di contrattazione inter privatos, rilevi nella valutazione della norma che tale diritto compromette, potendosi affermare che in entrambi i casi il diritto deve ritenersi acquisito al patrimonio del soggetto.
Ancora, pare che concorrenti ragioni di contenimento della spesa pubblica - a maggior ragione a seguito della costituzionalizzazione del principio del pareggio di bilancio - non possano prevalere sulla sistematica dell'ordinamento, per la possibilita' che, per il raggiungimento dei medesimi fini, si adottino strumenti diversi. Nel caso di specie, il recesso per giustificato motivo oggettivo.
Peraltro, proprio con il principio di cui sopra, il legislatore costituzionale ha previsto che «le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea, assicurano l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilita' del debito pubblico»: la coerenza pare doversi intendere, nel complesso delle norme della Carta ed in difetto di ulteriori specificazioni, in un'accezione ampia, nel senso che l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilita' del debito pubblico siano assicurati in una complessiva armonizzazione con l'ordinamento dell'Unione europea, la cui portata eccede i confini meramente economici suggeriti dalla terminologia della norma medesima.
Non si ignorano esigenze contingenti che inducono a scelte normative di carattere temporaneo ed eccezionale, ma si reputa estranea alle competenze del giudice ordinario - per quanto qui rileva - una valutazione tanto pregnante delle priorita' politico-sociali ed economiche che sottostanno alla formazione.
Ne' peraltro pare possibile superare la contraddizione sopra evidenziata «in base al generale principio secondo il quale il giudice nazionale deve disapplicare la norma interna, qualora sia incompatibile col diritto comunitario, anche se contenuto in una direttiva rimasta inattuata» (Cass. civ. sez. lav. n. 20275 del 14 ottobre 2004): non si tratta qui, infatti, di disapplicare la norma, per far rivivere quella comunitaria, poiche' quest'ultima attiene al diverso aspetto della diretta correlazione tra recesso datoriale e rifiuto del lavoratore di trasformare il proprio rapporto, mentre nel caso di specie l'effetto e' solo indiretto e mediato dalla previa soggezione del lavoratore alla «nuova valutazione» dei provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale gia' adottati.
Un'ultima considerazione concerne la possibile incompatibilita' della norma a suo tempo istitutiva del diritto potestativo oggi in discussione con il principio generale del buon andamento della P.A.: pare tuttavia che solo la previa declaratoria di illegittimita' costituzionale di questa disposizione potesse consentire di regolamentare il rapporto di lavoro con le modalita' autoritative dell'art. 16, legge n. 183/2010.
In conclusione, si ravvisa la necessita' di sottoporre alla Corte costituzionale la norma contenuta nell'art. 16, legge n. 183/2010, laddove, nel consentire alla Pubblica Amministrazione di rivedere «i provvedimenti di concessione» della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale gia' adottati, si pone in contrasto con i diritti acquisiti dai dipendenti in forza della precedente disposizione e garantiti dalla direttiva 15 dicembre 1997, n. 97/81/CE, recepita in Italia con il d.lgs. 25 febbraio 2000, n. 61.
Vista la legge 11 marzo 1953, n. 87 nonche' gli articoli 3 e 24 Cost. e l'art. 16 legge n. 183/2010;
Dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimita' costituzionale dell'art. 16, legge n. 183/2010 in relazione all'art. 5, comma 2° dell'accordo quadro della direttiva 15 dicembre 1997, n. 97/81/CE nella parte in cui consente di trasformare un rapporto di lavoro a tempo parziale in rapporto di lavoro a tempo pieno ovvero di modificare l'entita' della prestazione lavorativa senza il consenso del lavoratore;
Ordina l'immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale;
Dispone che la Cancelleria provveda a notificare la presente ordinanza alle parti in causa ed al Presidente del Consiglio dei Ministri nonche' a comunicarla ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.
Forli', 27 giugno 2012
Il giudice: Angelini Chesi

References: sentenza 
 art. 5
 art. 5
 sentenza 
 sentenza 
 ART. 3
 SENTENZA 
 SENTENZA 
 SENTENZA 
 ART. 117
 SENTENZA 
 Art. 16
 art. 3
 art. 16
 art. 5
 art. 16
 art. 5
 art. 5
 art. 16
 art. 3