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Timestamp: 2013-06-19 07:34:19+00:00

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Storia gay - Processo a un libertino sodomita - Francesco Calcagno (Brescia 1550)
di storia gay > Processo a un libertino sodomita [1550] > Il
"ADORA PIÙ PRESTO UN PUTTO, CHE DOMENEDIO".
Il processo a un libertino omosessuale: Francesco Calcagno
[1550] [1]
Giovan Battista Moroni, Ritratto di sconosciuto 29enne [1567] - Accademia Carrara, Bergamo.
Una cerchia libertina a Brescia nel 1550
Le pagine che seguono sono state scritte per esemplificare con un caso concreto quanto ho discusso a livello solo teorico in un mio precedente saggio.
Fra i molti casi conservati dagli archivi italiani ho scelto quello di Francesco Calcagno, prete ventiduenne di Brescia condannato a morte per "luteranesimo" nel 1550. Ho scelto proprio Calcagno perché è un personaggio sorprendente, una sorta di "riassunto vivente" di idee libertine. Oltre ad essere omosessuale, questo va da sé.
Il suo processo inedito, da me pubblicato qui, offre uno squarcio prezioso sulle mentalità eterodosse esistenti in Italia sul nascere del fenomeno "libertino".
Prezioso perché Calcagno non è solo. Attorno a lui si muovono personaggi che esprimono opinioni non meno eterodosse delle sue. Lo denuncia lo stesso imputato, nel vano tentativo di mostrare che le sue affermazioni erano frutto di una specie di blasfema baraonda generale.
proprio torto non aveva, dato che l'archivio di Stato di Venezia, presso
cui sono depositati gli atti del suo processo, conserva la condanna
di almeno una delle persone che egli cita, "Ioannis
Antonius Presellium" da Brescia. A costui il 10 settembre 1550 (il
suo processo quindi coincide cronologicamente con quello di Calcagno)
fu comminato
un anno di prigione, oltre che sei anni di bando. Purtroppo
sui documenti d'archivio non è specificata la ragione della condanna
(la sentenza inizia con: "per quello che vi è stato letto e detto
decidete se...") [2].
Da notare pure
che un Andrea Ugoni da Brescia (che a giudicare dal cognome potrebbe
anche essere parente del prete Nicolò Ugoni citato nel verbale)
è processato nel 1552 per "luteranesimo" [3],
un'etichetta sotto cui si spacciava volentieri il libertinismo [4].
È interessante osservare come l'atteggiamento libertino di Calcagno sia stato, per ragioni di propaganda, classificato e trattato come "luteranesimo", ma punito più severamente che quello dei due luterani autentici assieme ai quali fu processato.
s'erano resi conto del fatto che questo tipo di contestazione era ben più
pericoloso dell'autentico luteranesimo. I luterani erano pur sempre
cristiani appartenenti a una Chiesa "sbagliata", che potevano essere "salvati"
obbligandoli ad entrare nella Chiesa "giusta". I libertini invece negavano
la liceità di qualsiasi Chiesa [5].
Secondo lo stesso
Calcagno, il suo amico Lauro Glisenti aveva affermato di "non credere
in cosa alcuna, se non in quel che si vedeva" e che San Paolo ed altri
santi condannavano la sodomia perché forse a loro piaceva più
che agli altri e la volevano tenere per sé. Come se non bastasse
Lauro aveva prestato a Calcagno una copia della Cazzarìa.[6].
Ancora: il già citato Nicolò Ugone (un altro prete, che porta il cognome della nobile famiglia bresciana Ugoni), aveva detto che credeva tanto alla sacra scrittura quanto alle favole di Esopo. E Giovanni Antonio da Preseglie (lo stesso di cui si è già detto) aveva aggiunto "che il calice ed ostia consacrata erano ciance"...
Non basta. Quando la congrega è riunita ragiona "di cose lascive" a casa di Giovanni Antonio da (Preseglie in) Val Sabbia; inoltre nella bottega di Pietro delle Grazie "se ne è dette tante che non me ne ricordo espressamente".
Tutto questo avviene nonostante lo scandalo e gli scrupoli (autentici od ostentati?) di Giovita Ballino (un altro prete ancora, diciannovenne, oggetto delle attenzioni erotiche del Calcagno) che colmo di giovanile zelo lo accusa di essere "una bestia", nonché di Pietro delle Grazie che una volta, scandalizzato, minaccia una denunzia, ma poi non ne fa niente.
Non si sa fino a che punto questi scrupoli siano veri o simulati ad uso dell'Inquisitore per "rifarsi l'immagine". Senza dubbio la minaccia d'una condanna era sempre ben presente ai nostri, come dimostrano i tentennamenti di Calcagno che secondo i testimoni a volte diceva di essere un ottimo cristiano, e a volte si faceva beffe in blocco del cristianesimo. E ciononostante aveva intenzione di rientrare in convento, e non rinunciava a celebrare messa!
Certo è però che Calcagno aveva chiesto spudoratamente a Pietro delle Grazie e Lauro Glisenti di procurargli qualche ragazzino, e che nessuno dei due l'aveva denunciato. Certo è che per anni la blasfema congrega aveva coltivato le sue riunioni ora a casa dell'uno, ora dell'altro, senza che succedesse nulla.
Se la storia dell'omosessualità fosse solo la storia di un'incessante repressione, non si spiegherebbe la svergognata ostentazione di Francesco Calcagno, che anche ai giorni nostri sarebbe motivo di non poche grane.
Effettivamente una denuncia, alla fine, arrivò (forse, io ritengo, per bloccare i maneggi di Calcagno con un "puttino" (ragazzino) figlio della ex "massara" del denunciante). E si trattò certamente d'un segno del nuovo clima portato dalla neonata Controriforma, dal concilio di Trento.
all'allegra brigata di Brescia (come a mille altri ignoti) constatare sulla
propria pelle la fine di un'epoca. Un nuovo atteggiamento più bacchettone
rendeva impossibile la spudorata sincerità del libertinismo delle
origini, e necessario il "nicodemismo" [9].
Conferma queste considerazioni la sentenza contro Calcagno, laddove specifica chiaramente di voler comminare pene "esemplari", che fungessero da monito per la cittadinanza.
Criteri di trascrizione e particolarità linguistiche
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Il testo del processo
Per leggere la trascrizione del processo fare clic qui.
I luoghi del supplizio di Calcagno, in una mappa del 1704. A sinistra, l'attuala Piazza della Loggia: al n. 2 il Broletto, n. 4 il carcere, n. 5 la Colonna di San Marco alla cui base avvenivano le escuzioni capitali, n. 9 il Duomo Nuovo (incompiuto, iniziato dopo la morte di Calcagno). (Foto di Mauro Terzi).
Il 16 agosto 1550 da Brescia è inviata al "Consiglio dei Dieci e Giunta" una lettera che riguarda tre eretici: due sono luterani autentici, il terzo è invece Francesco Calcagno. Nella lettera si fa riferimento alle "parti" (sentenze) del 21 giugno, 28 luglio e 13 agosto (che avocavano il caso a Venezia), e si comunica di avere accluso copia dei loro processi (si spiega così la presenza di un processo bresciano fra le carte dell'Inquisizione di Venezia).
si legge nella lettera [7]:
"il primo adonque retenuto fu p. Francesco Calcagno homo non solamente luterano ma sceleratissimo nemico del nostro signor Jesu Christo, <il> qual ha ditto parole e biasteme che quando le signorie vostre le aldirano [udranno] con le sue castissime orechie non potrà esser che non li facino grandissimo orrore, parole così neffande e turpissime del Nostro Signor e de San Zuàn Battista [sic: in realtà San Giovanni Apostolo] che mai né turco né hebreo <e> neancho j demoni non solamente non le hanno mai dite, <ma> neancho imaginate" (omissis).
Il 18 agosto 1550 un'altra lettera dai Rectores Brixiae (i governatori di Brescia nominati da Venezia: Giovanni Mocenìgo podestà di Brescia, e il marchese Michiél, capitano di Brescia), dicendo che prima che il cavallaro fosse espedito [cioè: "prima che il emssaggero fosse partito"], era arrivato il vicario episcopale della città, pregando fra l'altro di poter giudicare lui in persona il Calcagno.
È possibile che dietro questa richiesta si celassero pressioni dei famigliari o amici del Calcagno, che desideravano un giudice più "sensibile" alle pressioni locali di quanto non fossero le autorità veneziane, la cui severità nei confronti dei sodomiti era proverbiale.
Il 23 agosto, lettera ai Rectores Brixiae che non tiene in nessun conto la richiesta del vicario ed anzi ordina: "havemo visto il processo, e quanto ne scrivete contra pre Francesco Calcagno, et con il Consiglio nostro di Dieci et zonta, vi commettemo, che [incarichiamo affinché] sotto sicurissima custodia, debbiate subito mandar de qui il ditto pre Francesco, et li altri dui ritenuti, alli capi del ditto Consiglio.
Et de mo' sia preso [stabilito], che gionti <che> saranno qui, siano consignati al tribunal deputato sopra li heretici" (cioè all'Inquisizione).
Dopo fatta la sentenza, continua
la lettera, i quattro eretici (se ne era aggiunto uno catturato a Venezia)
siano rimandati a Brescia con la sentenza,
"acciò quei Rettori faccino far la executione nelli loci dove i preditti hanno seminato et fatto li errori, si che siano exemplo et terror alli altri".
Il 23 agosto Francesco Calcagno è effettivamente inviato al tribunale dell'Inquisizione di Venezia.
Il 29 agosto i Rectores inviano lettera "accompagnatoria" per gli estradati a Venezia.
Il 14 ottobre i Rectores accusano ricevuta della sentenza definitiva, e comunicano che i libri di Calcagno si trovano presso l'inquisitore di Brescia.
Calcagno è giudicato da una commissione di teologi e dottori. La sentenza è in latino, ma viene riassunta in italiano come segue: "Che el ditto pre Francesco apostata heretico, et era del biastematòr come di sopra, sia degradato in pergolo [tribuna rialzata] de S. Marco una matina a hora de terza in circa solennemente et con effetto, et che poi sotto sicurissima custodia el sia conduto [condotto] a Brescia et consignato alli clarissimi rettori de ditta cità secondo la deliberatione del excellentissimo consiglio dei Dieci et zonta, ad effetto che sue magnificencie lo faciano metter sopra uno solario [soppalco] in sul luogo publico de la giusticia, donde primo letto el tenor della presente nostra sentenza per [da] uno dei suopranominati alta et intelligibili voce astante populi moltitudine [ad alta e comprensibile voce, presente la moltitudine del popolo] per el ministro della giusticia [boia] gli sia tagliato via uno pezzo di lingua, et doppo sùbito troncata la testa via dal busto, et el suo corpo come membro putrido in quel medesimo loco sia brusato"
Piazza della Loggia a Brescia nel 1750. A destra, la colonna col leone di
san Marco alla cui base erano eseguite le condanne, oggi sostituita dal
monumento alle Cinque Giornate.
Il 30 dicembre 1550 i Rectores Brixiae scrivono agli inquisitori di Venezia:
"Clarissimi
inquisitores fratres [illustrissimi frati inquisitori], alli 23 dell'instante
in questa piazza di Brescia la sentenza fatta (...)
contra prete
Francesco Calcagno heretico, vicioso, et bestemiatore, fu letta
et publicata, et quella ponendo in esecutione, dal maestro di giusticia
è sta' tagliata la lingua ad esso prete Francesco, troncata la testa,
et il corpo suo arso et brugiato con ardentissimo fuoco sopra essa piazza
piena di moltitudine" [8].
[1] Da: "Sodoma" n. 5, primavera-estate 1993, pp. 43-55.
Archivio di Stato di Venezia (ASV), "Santo Uffizio", Processi, "busta" 8, "pezza" 28; sentenza nella "pezza" 29.
Quella che ho consultato è la copia notarile del processo originale, mandata dall'Inquisizione di quella città, allora sotto il dominio di Venezia, all'Inquisizione della capitale.
[2] ASV, "Consiglio dei Dieci", Miste, reg. 7, in data 10 sett. 1550. Va notato inoltre che sulla copia del verbale utilizzato dall' Inquisizione sono sottolineati (come accade di solito per i testimoni da convocare e i coimputati da cercare) parecchi nomi.
Dopo la pubblicazione del presente saggio cercai, all'Archivio di Stato di Brescia, tracce di questa cerchia libertina. Purtroppo però questo archivio era stato in gran parte mandato al macero (!) nell'Ottocento. Nelle briciole rimaste ho trovato la condanna come "monachino" (seduttore di monache), assieme a complici, di uno dei nomi citati nel processo a Calcagno. Non pensando che avrei avuto modo di ripubblicare mai più il presente saggio, anche per l'insignificanza della scoperta, fui abbastanza stupido (o scoraggiato) da non annotare il nome. Se non ricordo male, era proprio questo Giovanni Antonio da Preseglie.
[3] ASV, "Consiglio dei Dieci", Miste, busta 11, 102.
[4] Anche Giovanni Treccani degli Alfieri nella sua Storia di Brescia (Morcelliana, Brescia 1963, vol. 2) cita il caso di Francesco Calcagno affermando (p. 515, nota 9) che "fra i seguaci delle sette riformatrici era (...) un prete Calcagnino, bruciato a Brescia nel 1550".
Del resto all'archivio di Stato di Venezia la sentenza contro Calcagno si trova non nella "pezza" che lo riguarda, ma in quella del processo contro Gerolamo Allegretti da Spalato e Stefano Giusti da Cremona, processati entrambi per eresia luterana vera e propria (busta 8, pezza 29) e condannati all'abiura, a due anni di carcere, e a qualche anno di bando.
[5] Viceversa Giorgio Spini, nel suo Ritratto del protestante come libertino (in: Tullio Gregory et all., Ricerche su letteratura libertina e letteratura clandestina nel Seicento, La Nuova Italia, Firenze 1981, pp. 177-188) documenta l'attribuzione (da parte dei cattolici) dei tratti del libertino ai protestanti.
L'ostentata indifferenza con cui le fonti cattoliche confondono "libertinismo" e "protestantesimo" è indice della deliberata non-volontà di prendere in considerazione i tratti specifici degli avversari, a cui vengono attribuiti a forza lineamenti prefabbricati, e quindi perfettamente intercambiabili. Ciò dovrebbe metterci in guardia contro l'immagine tradizionale del libertino, che spesso non contiene nulla di autentico.
[6] Si tratta con ogni probabilità della Cazzarìa di Antonio Vignali de' Buonagiunti, composta nel 1525/1526, pubblicata fra il 1530 e il 1540. È stata riedita dalle Edizioni dell'elefante, Roma 1984.
[7] Tutte le lettere che seguono si trovano in: ASV, "Santo Offizio", busta 8, "pezza" 29.
[8] Cfr. anche Giovanni Treccani degli Alfieri, Op. cit., vol. 2, p. 449: "Il prete Calcagnini, riferisce il Caravaggi, venne barbaramente giustiziato: gli venne strappata la lingua, dopo di che fu decapitato e bruciato".
Originariamente edito, con lo stesso titolo, in "Sodoma" n. 5, primavera-estate 1993, pp. 43-55.
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