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Timestamp: 2018-07-22 10:49:58+00:00

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danno parentale: risarcibile solo in caso di convivenza...
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La Suprema Corte individua il presupposto della convivenza per la risarcibilità del danno parentale (danno patrimoniale e non patrimoniale derivante dalla perdita di un familiare)
Con la sentenza 16 marzo 2012 n. 4253, la Corte di Cassazione è ritornata ad occuparsi della questione del risarcimento del danno da lesione del rapporto parentale con riguardo a quei soggetti, quali i nonni, i nipoti, il genero o la nuora, estranei all’ambito del ristretto nucleo familiare.
In particolare, la Corte ha affermato che “affinché possa ritenersi leso il rapporto parentale di soggetti al di fuori di tale nucleo (nonni, nipoti, genero, nuora) è necessaria la convivenza, quale minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico”.
La questione rimessa all’attenzione della Corte è se, nel caso di morte della vittima dell’illecito, il riconoscimento del risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale, per quei soggetti estranei all’ambito del ristretto nucleo familiare, debba essere collegato al presupposto della convivenza oppure possa ritenersi sufficiente provare l’esistenza di costanti rapporti affettivi e di solidarietà reciproca con il familiare defunto.
Sul punto, la Cassazione ricorda due pronunce contrastanti tra loro, secondo le quali, in base ad un primo orientamento, risalente, oltre all’esistenza del rapporto di parentela e alla perdita di un effettivo sostegno morale, è necessario il presupposto della convivenza che riveli la perdita di un valido e concreto sostegno morale. Trattandosi di rapporto nonni-nipoti, non è ravvisabile un soggetto titolare di un vero e proprio diritto ad essere assistito anche moralmente dal nipote, pertanto, quest’ultimo, non trovandosi in una posizione qualificata, per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale, deve provare, “ (…) oltre il vincolo di stretta parentela, un presupposto (es. convivenza) che riveli la perdita appunto di un valido sostegno morale” (Cass. 23 giugno 1993, n. 6938; vedi anche Cass. 11 maggio 2007, n. 10823).
Di segno opposto rispetto all’orientamento poc’anzi ricordato, una pronuncia che ha ravvisato il fondamento del danno non patrimoniale per tutti i superstiti, “ (…) nella lesione di valori costituzionalmente protetti e di diritti umani inviolabili, perché la perdita dell’unità familiare è perdita di affetti e di solidarietà inerenti alla famiglia come società naturale”. Con la conseguenza che sul piano probatorio, elementi indiziari e presuntivi, opportunamente valutati secondo il criterio della normalità, possano essere posti a fondamento del libero convincimento del giudice.
In altre parole, la prova della sussistenza di normali rapporti con il familiare defunto, specie in assenza di coabitazione, “…lascia intendere come sia rimasto intatto, e come si sia rafforzato nel tempo, il legame affettivo e parentale tra prossimi congiunti.”(Cass. 15 luglio 2005 n. 15019).
La Corte, con la pronuncia in commento, ha ritenuto di dover dare continuità all’indirizzo risalente ribadendo la necessità della sussistenza della convivenza, “ quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico”. In questo modo, la comunità familiare come luogo in cui, quotidianamente, si esprime la personalità di ogni congiunto, attribuisce rilevanza giuridica a quel rapporto affettivo intenso ed estraneo all’ambito del ristretto nucleo familiare, consentendogli di usufruire dello stesso regime probatorio di presunzione ammesso per i parenti stretti della famiglia nucleare (Cass. 13 maggio 2011, n. 10527).
A conclusioni diverse, osserva la Corte, si sarebbe giunti se la questione avesse riguardato l’ipotesi di nonno-tutore o comunque di nonno di nipoti, minori, senza genitori, il cui conseguente rapporto avrebbe assunto rilevanza giuridica proprio in virtù di una esistente relazione diretta nonno-nipoti.
Il presupposto della convivenza richiesto per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale, deve ricorrere, precisa la Corte, anche nel caso di risarcimento del danno patrimoniale correlato al venir meno di prestazioni in denaro o altre provvidenze comportanti un’utilità economica.
Tale presupposto, oggi, si rende necessario per attribuire certezza a quelle sovvenzioni durevoli nel tempo praticate all’interno della famiglia allargata che, in passato, sebbene non riconducibili ad obblighi giuridici erano, tuttavia, ancorati a valori socialmente forti radicati in stili di vita di completa dedizione dei genitori/nonni nei confronti dei discendenti.
Il fatto illecito, costituito dalla uccisione del congiunto, da luogo a danno non patrimoniale, consistente nella perdita del rapporto parentale, quando colpisce soggetti legati da un vincolo parentale stretto, la cui estinzione lede il diritto all'intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la vita familiare nucleare. Mentre, affinché possa ritenersi leso il rapporto parentale di soggetti al di fuori di tale nucleo (nonni, nipoti, genero, nuora) è necessaria la convivenza, quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico. Solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno (in applicazione del suesposto principio, la Corte ha escluso il risarcimento del danno non patrimoniale in capo ai nipoti per la perdita del nonno avvenuta in un sinistro della strada).
1. In esito a un sinistro stradale nel quale perdeva la vita M. G. (di anni 71), i figli ( C.M. e L.), e i nipoti ( C.D. e P., figli di M.;
C.G., figlio di L.) agivano (nel 2006) per la condanna, in solido, della conducente ( A.G.) e del proprietario ( A.M.) dell'autovettura, nonchè della Assicurazione, al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali.
1.1. Il Tribunale di Ravenna riconosceva il danno non patrimoniale ai due figli, per la figlia anche a titolo di danno biologico (per un importo pari a Euro 50.000,00 per il figlio, e a Euro 78.000,00 per la figlia) e, agli stessi, il danno patrimoniale per spese funerarie, autoveicolo distrutto e suo recupero. Rigettava tutte le altre domande di danni, patrimoniali e non, chiesti dai figli e dai nipoti.
Li riteneva indimostrati e indimostrabili (artt. 1223 e 1226 cod. civ., richiamati dall'art. 2056 cod. civ.).
3. Avverso la suddetta sentenza tutti i congiunti della M. G. ricorrono per cassazione, con cinque motivi.
1. Con il primo motivo si prospetta la violazione degli artt. 1223, 1226, 2043, 2056, 2059 cod. civ., e artt. 2, 29, 30 e 32 Cost., nonchè dell'art. 112 cod. proc. civ., oltre a vizi motivazionali, in riferimento al limitato riconoscimento del danno non patrimoniale ai due figli (chiesto nella misura di circa 190 mila Euro per M. e di circa 135 mila Euro per L.).
1.2. Con il primo profilo, si censura la sentenza per insufficiente, addirittura apparente, motivazione nella quantificazione operata per il danno morale in senso stretto, avendo fatto generico riferimento alle tabelle in uso presso il tribunale di Ravenna e la Corte di appello di Bologna, senza indicare l'anno, senza indicare il massimo previsto, pur affermando che la sentenza del primo giudice aveva fatto applicazione di valore vicino al massimo. In generale, si deduce la mancanza di personalizzazione, pure emergente dalla consulenza tecnica, e, in ogni caso oggetto della prova testimoniale in primo grado, non ammessa, e riproposta in appello;
personalizzazione pure riconosciuta in astratto, con conseguente contraddittorietà sotto tale profilo della motivazione.
- Sono infondate le censure attinenti alla liquidazione, per ciascun figlio del danno non patrimoniale, come danno morale soggettivo, in 50 mila Euro ciascuno, criticate per il mero riferimento alle tabelle applicate in sede locale senza personalizzazione. L'applicazione delle tabelle locali è corretta e personalizzata, essendo stati applicati i valori massimi, nonostante l'età matura dei figli, con propria prole adulta, e la non convivenza con la defunta. I valori massimi, infatti, sono giustificati dalla personalità della defunta, dalla sua socievolezza e dalle condizioni di buona salute;
altrimenti, sulla base dell'età matura dei figli, con prole adulta, e della non convivenza, non sarebbe stato corretto discostarsi dai minimi, intorno ai 33 mila Euro ciascuno.
2. Con il secondo motivo si deduce la violazione degli artt. 1223, 1226, 2043, 2056, 2059 cod. civ., oltre a vizi motivazionali, in riferimento al mancato riconoscimento del danno non patrimoniale ai nipoti (chiesto nella misura di 60 mila Euro per D., 50 mila per P., 40 mila per G.).
2.3. Ritiene il Collegio che debba darsi continuità all'indirizzo più risalente. A favore di una posizione qualificata giuridicamente, affinchè possa essere configurato il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale per la morte del nonno o del nipote, militano: la configurazione della famiglia, emergente dalla Costituzione come famiglia nucleare; la posizione dei nonni nell'ordinamento giuridico; il bilanciamento, che il dato esterno e oggettivo della convivenza consente, tra l'esigenza di evitare il pericolo di una dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari e la necessità, costituzionalmente imposta dall'art. 2 Cost., di dare rilievo all'esplicarsi dei diritti della personalità nelle formazioni sociali e, quindi, nella famiglia dei conviventi, come proiezione sociale e dinamica della personalità dell'individuo.
2.3.2. D'altro canto, le disposizioni civilistiche che, specificamente, concernono i nonni, non sono tali da poter fondare un rapporto diretto, giuridicamente rilevante, tra nonni e nipoti, ma piuttosto individuano un rapporto mediato dai genitori-figli o di supplenza dei figli. Si consideri: l'art. 148 cod. civ., dove l'obbligo, peraltro economico, dei nonni, si configura, anche se a vantaggio dei nipoti, nei confronti dei genitori-figli in caso di mancanza di mezzi economici di questi ultimi; l'art. 336 cod. civ., dove ai nonni, insieme agli altri parenti, è data la possibilità di attivare gli strumenti giudiziali a favore dei nipoti, per il caso di cattivo esercizio della potestà genitoriale dei genitori-figli e, quindi, con funzione di vigilanza di questi ultimi; l'art. 348 cod. civ., dove gli ascendenti sono individuati tra i possibili tutori dei nipoti, nel caso di mancanza dei genitori e, quindi, ancora una volta, con funzione suppletiva. Nè ai nostri fini, può assumere rilievo l'art. 155 cod. civ., come novellato dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, relativa all'affido condiviso, dove la previsione del diritto del minore a conservare i rapporti, anche con i nonni oltre che con gli altri parenti, si pone sul diverso piano di favorire la continuità dei rapporti affettivi in un contesto di disgregazione e crisi della famiglia nucleare.
2.3.3. In tale quadro normativo, deve ritenersi che il fatto illecito, costituito dalla uccisione del congiunto, da luogo a danno non patrimoniale, consistente nella perdita del rapporto parentale, quando colpisce soggetti legati da un vincolo parentale stretto, la cui estinzione lede il diritto all'intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la vita familiare nucleare. Mentre, affinchè possa ritenersi leso il rapporto parentale di soggetti al di fuori di tale nucleo (nonni, nipoti, genero, nuora) è necessaria la convivenza, quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico. Solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno (art. 2 Cost.). La presenza di un dato esteriore certo, a fondamento costituzionale, che elimina le incertezze in termini di prevedibilità della prova caso per caso - della quale non può escludersi la compiacenza - di un rapporto affettivo intimo intenso, si sostituisce, così, al dato legalmente rilevante della parentela stretta all'interno della famiglia nucleare e, parificato a quest'ultimo, consente di usufruire dello stesso regime probatorio, per presunzione della particolare intensità degli affetti, che la giurisprudenza di legittimità ammette per i parenti stretti (da ultimo, Cass. 13 maggio 2011, n. 10527).
3. Con il terzo motivo si deduce la violazione degli artt. 1223, 1226, 2043 e 2056 cod. civ., oltre a vizi motivazionali, per il mancato riconoscimento del danno patrimoniale, sotto diversi profili.
3.1. Rispetto alla figlia M., il danno patrimoniale preteso è, sotto un primo profilo, rapportato all'obbligo di pagamento delle residue rate (poco oltre 84 mila Euro) del mutuo ipotecario, stipulato con la banca dalla madre, per l'acquisto della casa di abitazione. Contratto che la figlia avrebbe sottoscritto prestando garanzia (essendo la madre anziana), e al cui pagamento sarebbe tenuta sulla base dell'art. 9 del contratto, secondo il quale le obbligazioni sono solidali e indivisibili anche nei confronti degli eventuali successori e aventi causa della parte mutuataria, con conseguente esistenza del nesso di causalità ai sensi dell'art. 1223 cod. civ..
Come risulta dal contratto di mutuo (riprodotto nel ricorso per la parte che rileva e depositato unitamente ai ricorso), madre e figlia sono la "parte mutuataria" e non c'è alcuna assunzione di "garanzia" da parte della figlia. Si tratta, quindi, di due debitori per la medesima prestazione; debitori solidali ai sensi dell'art. 9 del contratto di mutuo ("le obbligazioni del presente contratto si intendono solidali") e, comunque, ai sensi dell'art. 1294 cod. civ. ("I condebitori sono tenuti in solido, se dalla legge o dal titolo non risulta diversamente"). Pertanto, ai sensi del contratto di mutuo, stipulato dalla madre e dalla figlia, quest'ultima è direttamente obbligata e, conseguentemente, non esiste alcun nesso di causalità tra la morte della madre e il suo autonomo obbligo solidale.
3.2. Sempre rispetto al danno patrimoniale, si lamenta il mancato riconoscimento: alla figlia M., dell'equivalente, per dieci anni, considerata l'età della defunta e la vita media delle donne, dell'aiuto prestato alla prima nelle incombenze domestiche, calcolato sulla retribuzione media di una collaboratrice domestica (pari a 25 mila e 500 Euro); al figlio L. e alla nipote D., delle provvidenze aggiuntive per il primo, pari a 6 mila 600 Euro, per la seconda, paria 5 mila Euro; tutti profili, rispetto ai quali era stata articolata prova testimoniale in primo grado, non ammessa, e riproposta in appello.
5.1. Secondo la Corte di merito, la compensazione delle spese processuali di primo grado trova fondamento nell'importo dell'offerta dell'Assicurazione prima del giudizio, di poco inferiore a quanto effettivamente riconosciuto, e nelle eccessive pretese dei danneggiati, che avrebbero frustrato qualunque proposta transattiva.
Il motivo deve rigettarsi, essendo la decisione sul punto congruamente e logicamente motivata.
Così deciso in Roma, il 22 febbraio 2012.
Depositato in Cancelleria il 16 marzo 2012
Dal 12/06/09 15605175

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 Cass. 
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 Cass.