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Timestamp: 2020-01-18 05:55:13+00:00

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RIFIUTI. Obbligo di rimozione, responsabile dell'abbandono e obbligati in solido: differenze. Cassazione Penale n. 39430/2018. - Studio Legale Zuco
21 settembre 2018 5 febbraio 2019 Avv. Alessandro ZucoGiurisprudenza
Cass. Pen., Sez. III, sent. n. 39430 del 3 settembre 2018 (ud. del 12 giu 2018)
Rifiuti. Obbligo di rimozione e responsabilità penale. Obbligati in solido.
L’obbligo di rimozione dei rifiuti sorge in capo al responsabile dell’abbandono come conseguenza della sua condotta e, nei confronti degli obbligati in solido, quando sia dimostrata la sussistenza del dolo o, almeno, della colpa, mentre i soggetti destinatari dell’ordinanza sindacale sono obbligati in quanto tali e, in caso di inosservanza del provvedimento, ne subiscono, per ciò solo, le conseguenze se non hanno provveduto ad impugnare l’ordinanza sindacale per ottenerne l’annullamento o non forniscono al giudice penale dati significativi valutabili ai fini di una eventuale disapplicazione del provvedimento impositivo dell’obbligo.
1. La Corte d’Appello di Trieste, con sentenza del 13 settembre 2017 ha confermato la decisione con la quale il Tribunale di Udine, in data 29 settembre 2016, aveva affermato la responsabilità penale di Fabio PAVAN per il reato di cui all’articolo 255 d.lgs. 152\2006, per non aver ottemperato all’ordinanza emessa dal sindaco del comune di Basiliano il 5 giugno 2012, con la quale si ordinava di provvedere alla rimozione ed allo smaltimento di rifiuti, con ripristino dello stato dei luoghi, in un immobile ubicato in quel comune, entro il termine di trenta giorni dalla data di notifica dell’ordinanza, notifica avvenuta il 18 giugno 2012 (fatto accertato in Basiliano, il 18 luglio 2012).
2. Con un primo motivo di ricorso deduce la violazione degli articoli 158 cod. pen. e 255 d.lgs. 152\2006, rilevando che la Corte territoriale avrebbe erroneamente individuato il momento consumativo del reato, non ritenendo conseguentemente prescritta la contravvenzione contestata.
Aggiunge che la Corte d’Appello avrebbe violato il principio dell’ “al di là di ogni ragionevole dubbio”, non avendo escluso, del tutto apoditticamente, qualsiasi ricostruzione alternativa più favorevole all’imputato.
2. Come è noto, l’articolo 192 d.lgs. 152\06 prevede un generale divieto di abbandono di rifiuti e tale condotta è sanzionata dagli articoli 255 e 256 del medesimo decreto, analogamente a quanto disposto, dal previgente d. lgs. 22\1997, negli artt. 14, 50 e 51.
Secondo le Sezioni Unite Civili di questa Corte, i destinatari delle disposizioni richiamate vanno individuati in qualunque soggetto che si trovi con l’area interessata in un rapporto, anche di mero fatto, tale da consentirgli – e per ciò stesso imporgli – di esercitare una funzione di protezione e custodia finalizzata ad evitare che l’area medesima possa essere adibita a discarica abusiva di rifiuti, nocivi per la salvaguardia dell’ambiente (Sez. U, Sentenza n. 4472 del 25/2/2009, Rv. 606599).
Presupposto per l’emanazione del provvedimento, secondo la giustizia amministrativa (Cons. Stato Sez. V, n. 5609, del 26/11/2013), è l’esistenza di un deposito incontrollato di rifiuti, a prescindere dalla loro potenzialità inquinante, poiché tale ulteriore dato fonda il diverso provvedimento consistente nell’ordine di bonifica dei terreni contaminati ex artt. 244 e 245 d. lgs. 152/2006.
L’emanazione dell’ordinanza e l’esecuzione in danno costituiscono un obbligo e non una semplice facoltà, al punto che si è sostenuto, in dottrina, che il sindaco deve comunque procedere alla rimozione o all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti stessi anche nel caso in cui i soggetti obbligati non siano noti o immediatamente identificabili, fatta salva la successiva rivalsa, nei loro confronti, per il recupero delle somme anticipate.
3. Va peraltro chiarito che le decisioni appena richiamate non si pongono tra loro in contrasto, poiché il principi originariamente stabiliti con la sentenza Viti sono stati sempre tenuti in considerazione ed opportunamente richiamati nella loro interezza, con riferimento, in particolare, anche agli oneri incombenti sui destinatari del provvedimento al fine di evitare l’affermazione di responsabilità (nelle sentenze Masci, Manca, Grispo), mentre in altre pronunce tale richiamo è assente (sentenze Armani, Lefevre), ma non smentisce, comunque, quanto originariamente affermato. Infine, nella più recente decisione (sentenza Elefante), il richiamo ai suddetti principi è comunque presente laddove, nel menzionare le sentenze Armani e Lefebre, si specifica che il ricorrente, nel caso specifico, non risultava aver impugnato in via giurisdizionale l’ordinanza del sindaco, né aveva indicato elementi in qualche modo valorizzabili dal giudice.
Invero, la sentenza Viti opportunamente distingue tra i destinatari del precetto di cui all’art. 14 del d. lgs. 22\1997 – ora sostanzialmente trasfuso nell’art. 192 d. lgs. 152\06, con l’ulteriore specificazione che la verifica della responsabilità di tali soggetti deve avvenire sulla base degli accertamenti effettuati, in contraddittorio con gli interessati, dai preposti al controllo – e quelli individuati dall’art. 50, comma 2 del d. lgs. 22\97 (ed ora dall’art. 255, comma 3 d. lgs. 152\06) il quale si riferisce a “chiunque non ottempera all’ordinanza del sindaco”, osservando, conseguentemente, che la prima disposizione richiamata è rivolta ai responsabili dell’abbandono di rifiuti e ai proprietari del terreno inquinato, mentre la seconda riguarda i destinatari formali dell’ordinanza sindacale.
Altrettanto correttamente la Corte territoriale ha individuato nella data della sentenza di primo grado il dies a quo per la decorrenza de termine di prescrizione, in considerazione del fatto che l’istruzione dibattimentale aveva consentito di verificare, sulla base di una dichiarazione testimoniale, che a quella data permaneva la inottemperanza dell’imputato.
I giudici del gravame, infatti, hanno chiarito che oggetto dell’imputazione era esclusivamente l’ordinanza emessa dal sindaco del comune di Basiliano con riferimento ai rifiuti oggetto di un’attività di raccolta non autorizzata effettuata nell’area ubicata all’indirizzo indicato nell’ordinanza, indirizzo presso il quale il ricorrente aveva anche la residenza anagrafica ed ove avveniva lo smembramento dei materiali raccolti, mentre il richiamo ad altro indirizzo, ubicato in un comune diverso, corrispondente al luogo in cui il medesimo ricorrente gestiva un deposito di materiali, costituiva mera circostanza di riscontro dell’attività di illecita gestione di rifiuti.
9. Parimenti infondato risulta, infine, il terzo motivo di ricorso, poiché, alla luce di quanto in precedenza chiarito, ciò che rilevava, ai fini dell’affermazione della responsabilità penale del prevenuto, era la sua posizione di destinatario dell’ordinanza sindacale e la conseguente inottemperanza all’ordine, in assenza di elementi positivi di valutazione che, in mancanza di un’impugnazione del provvedimento amministrativo, avrebbero potuto consentire al giudice del merito di disapplicare il provvedimento medesimo.
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Taggato ambiente, art. 192, art. 244, art. 245, art. 255, art. 256, cass. pen. n. 39430/2018, cassazione penale, colpa, cons. di stato n. 5609/2013, Consiglio di Stato, d. lgs. n. 152/2006, danno ambientale, deposito incontrollato, diritto ambientale, diritto amministrativo, dolo, obbligati in solido, ordinanza sindacale, recupero, responsabile dell'inquinamento, rifiuti, rimozione dei rifiuti, smaltimento

References: Cass. 
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 art. 192
 art. 244
 art. 245
 art. 255
 art. 256
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