Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-11939-del-12-05-2017
Timestamp: 2020-04-08 03:40:45+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 11939 del 12/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11939 del 12/05/2017
Cassazione civile, sez. VI, 12/05/2017, (ud. 11/04/2016, dep.12/05/2017), n. 11939
avverso il decreto della Corte d’appello di Perugia n. 874/2014,
depositato in data 11 giugno 2014;
Ritenuto che, con distinti ricorsi depositati presso la Corte d’appello di Perugia e poi riuniti, i ricorrenti in epigrafe indicati chiedevano la condanna del Ministero dell’economia e delle finanze al pagamento dei danni non patrimoniali derivati dalla irragionevole durata di un giudizio iniziato dinnanzi al TAR Lazio nell’aprile 2002 e poi deciso con sentenza depositata nel dicembre 2009; giudizio volto ad ottenere il computo nell’indennità di buonuscita dell’indennità integrativa speciale nella misura del 60% e non nella misura del 48% come aveva fatto l’INPDAP;
che, con decreto depositato in data 11 giugno 2014, la Corte d’appello rigettava la domanda, rilevando che nel triennio successivo alla presentazione della prima istanza di fissazione dell’udienza, i ricorrenti avevano avuto contezza della manifesta infondatezza della domanda, posto che il Consiglio di Stato a partire dal 2002 si era più volte pronunciato per la infondatezza di pretese analoghe a quelle azionate nel giudizio presupposto e che la stessa Corte costituzionale aveva escluso la illegittimità della normativa preclusiva dell’accoglimento della pretesa; con la precisazione che, trattandosi di controversia collettiva, chiaramente riconducibile a qualche organizzazione latu sensu sindacale, appariva pressochè certo che i ricorrenti fossero stati informati della insuscettibilità di accoglimento della domanda e che, quindi, per il periodo successivo dovesse ritenersi insussistente alcun paterna d’animo per il protrarsi del giudizio;
che con l’unico motivo di ricorso i ricorrenti denuncia violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, commi 1 e 2, e dell’art. 6, par. 1, della CEDU, dolendosi del fatto che la Corte d’appello abbia escluso la stessa configurabilità di un pregiudizio morale da irragionevole durata del processo sul rilievo della esistenza di precedenti giurisprudenziali sfavorevoli, in contrasto con il principio per cui il pregiudizio morale discende per le parti di un processo che si sia irragionevolmente protratto, a prescindere dal fatto che le parti siano risultate vittoriose o soccombenti, trovando tale principio deroga nei soli casi di lite temeraria o di abuso del processo, non ricorrenti nella specie;
che, pertanto, il giudice del procedimento ex lege n. 89 del 2001 può valutare – e poteva farlo anche nella previgente disciplina applicabile ratione temporis – anche ipotesi di temerarietà che per qualunque ragione nel processo presupposto non abbiano condotto ad una pronuncia di condanna ai sensi dell’art. 96 c.p.c.;
che, ancora, deve rilevarsi che questa Corte, in relazione a questione sostanzialmente sovrapponibile alla presente, affermato che, se una domanda viene proposta prospettando la illegittimità costituzionale della disciplina applicabile e tale prospettazione è poi disattesa dal giudice delle leggi, la valutazione del giudice di merito, secondo cui la protrazione del giudizio presupposto successivamente alla detta pronunzia non ha determinato un paterna d’animo suscettibile di indennizzo, appare plausibile e ragionevole e non contrastante con gli orientamenti espressi dalla giurisprudenza di questa Corte in ordine alla consapevolezza, da parte di chi agisce in equa riparazione, della infondatezza della propria pretesa nel giudizio presupposto (Cass. n. 19478 del 2014; Cass. n. 11828 del 2015);
che, nella specie, la Corte d’appello ha apprezzato come rilevante la circostanza che con sentenza n. 91 del 2004 la Corte costituzionale ha escluso che fosse contraria a Costituzione la normativa rilevante nel giudizio presupposto, la cui applicazione non consentiva l’accoglimento della domanda dei ricorrenti;
che, analogamente, deve ritenersi che il paterna d’animo derivante dalla situazione di incertezza per l’esito della causa va escluso anche nell’ipotesi di “temerarietà sopravvenuta”, ovvero quando la consapevolezza dell’infondatezza delle proprie pretese sia derivata, rispetto al momento di proposizione della domanda, da circostanze nuove che rendano manifesto il futuro esito negativo del giudizio prima che la sua durata abbia superato il termine di durata ragionevole: evenienza, questa, che si è appunto verificata nel caso di specie, nel quale la Corte d’appello ha rilevato che quando ancora non era decorso il termine di durata ragionevole del giudizio presupposto, si erano registrate numerose pronunce del giudice amministrativo contrarie alla pretesa dei ricorrenti;
che, in conclusione, il ricorso va rigettato, con conseguente condanna dei ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, come liquidate in dispositivo;
che, risultando dagli atti del giudizio che il procedimento in esame è considerato esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui al del testo unico approvato con il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.
La Corte rigetta il ricorso; condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 1.000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 Cass. 
 sentenza 
 art. 13
 art. 1