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Timestamp: 2020-08-14 20:45:20+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 1201 del 20/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1201 del 20/01/2011
Cassazione civile sez. trib., 20/01/2011, (ud. 15/10/2010, dep. 20/01/2011), n.1201
Dott. MAGNO Giuseppe Vito Antonio – rel. Consigliere –
sul ricorso n. 2209/06 R.G. proposto da:
BeC s.r.l., in persona del legale rappresentante p.t. Signora
B.E., elettivamente domiciliata in Roma, via Toscana, n. 1,
presso l’Avvocato Cerulli Irelli Giuseppe, che la rappresenta e
difende per procura speciale conferita con atto Notaio Domenico
Guastamacchia, rep. n, 242627 in data 19.3.2010;
p.t., e Agenzia delle entrate, Ufficio di Forlì, in persona del
Direttore p.t., domiciliati in Roma, via dei Portoghesi, n. 12,
presso l’Avvocatura Generale dello Stato che li rappresenta e difende
secondo la legge;
avverso la sentenza n. 31/2/05 della Commissione tributaria regionale
dell’Emilia e Romagna, depositata il 12.4.2005.
giorno 15.10.2010 dal relatore Cons. Giuseppe Vito Antonio Magno;
Udito, per la ricorrente, l’Avvocato Giuseppe Cerulli Irelli e, per i
controricorrenti, l’Avvocato dello Stato Maria Luisa Spina;
1.1.- La signora B.E., in qualità di legale rappresentante della ditta BeC s.r.l., ricorre con tre motivi, illustrati da memoria, per la cassazione della sentenza indicata in epigrafe, con cui la commissione tributaria regionale, accogliendo l’appello dell’ufficio, riforma la sentenza n. 113/01/2001 della commissione tributaria provinciale di Forlì, che aveva accolto il ricorso della contribuente avverso l’avviso di accertamento e rettifica emesso dal locale ufficio dell’agenzia delle entrate a seguito d’indagini della guardia di finanza, notificato il 3.5.2000, recante le somme di L. 76.590.000 per IRPEG e di L. 33.534.000 per ILOR, oltre sanzioni in Euro 37.717,00, in conseguenza dell’accertamento di un maggior reddito pari a L. 207.000.000 dipendente dall’esposizione di costi ritenuti fittizi, relativamente all’anno 1996.
1.2.- Il ministero dell’economia e delle finanze e l’agenzia delle entrate, intimati, resistono mediante controricorso.
2.1.1.- Le relative spese di giudizio debbono essere interamente compensate fra le parti, essendosi formata la giurisprudenza citata in epoca successiva alla proposizione del ricorso. 3.- Motivi del ricorso.
4.1.- I suesposti motivi di censura sono infondati o inammissibili, per te ragioni di seguito espresse, sicchè il ricorso deve essere rigettato. Le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo a favore dell’agenzia delle entrate, fanno carico alla ricorrente, per a soccombenza.
5.1.1.- La commissione regionale ha spiegato, con motivazione sufficiente e congrua, le ragioni per cui non ritiene di condividere le conclusioni del giudizio di primo grado, in ordine alla (in)sussistenza di sufficienti elementi presuntivi a sostegno della pretesa tributaria. Rileva, infatti, che il complesso dei rapporti commerciali fra le società indagate – una delle quali è l’odierna ricorrente – appariva “chiaramente finalizzato all’evasione fiscale”, com’era risultato dalle indagini della guardia di finanza ed era stato poi acclarato in sede penale, attraverso le deposizioni di dirigenti e legali rappresentanti di dette società, alcuni dei quali erano stati perciò condannati; dichiarazioni che avevano avuto conferma dall’esame incrociato delle scritture contabili delle ditte coinvolte, le quali effettivamente registravano la presenza di pagamenti in contanti che ben potevano essere servite ad operare ristorni di somme “in nero”, a conferma indiretta di sovrafatturazioni a carico della società contribuente, che quindi aveva esposto – per quanto interessa in questo giudizio – costi parzialmente inesistenti. Secondo la commissione regionale, l’atto impositivo in esame non era quindi unicamente fondato su dichiarazioni di terzi, ma si basava anche su riscontri documentali, costituiti da risultanze contabili, reperite nei registri delle società coinvolte nel giro d’affari illeciti scoperto dalla guardia di finanza; risultanze che indirettamente confermavano le concordi affermazioni di persone indagate penalmente.
Del resto, il processo penale a carico dell’amministratore unico della società intermediaria (BEA s.r.l.) – accusato di frode fiscale per avere, d’accordo con la ricorrente, emesso fatture artificiosamente maggiorate del 30% – si era concluso co riconoscimento della sua responsabilità penale e col patteggiamento della pena. Fermo restando, in ogni caso, che le dichiarazioni rese in sede penale, pur avendo solo portata indiziaria, ben possono assumere efficacia decisiva nel processo tributario, anche se non corroborate da riscontri documentali (Cass. n. 8772/2008), se così valutate dal giudice di merito con motivazione congrua e logica.
– che l’esito del processo penale, sfavorevole al terzo dichiarante, è stato giustamente utilizzato quale indizio a favore della tesi erariale, in quanto il terzo medesimo aveva confessato la sovrafatturazione e la restituzione per contanti alla contribuente di somme pari al 30% di quelle fatturate; il che porta a ritenere che le fatture di cui si tratta erano parzialmente fittizie; e che anche le eventuali indagini bancarie sarebbero state superflue ed inutili, versandosi nell’ipotesi – suffragata da ragionevoli presunzioni, secondo la commissione regionale – di gestione per contanti degli affari “in nero”;
5.1.3.- Diversamente da quanto deduce la ricorrente, il giudicante a quo ha quindi concluso per la sussistenza di sufficienti elementi presuntivi a favore della pretesa erariale non basandosi soltanto sulle dichiarazioni dei terzi, bensì analizzando questo indizio (Cass. nn. 9402/2007, 4269/2002; C. cost. n. 18/2000) nel contesto delle altre risultanze istruttorie, anche documentali. La ricorrente non lamenta, peraltro, la mancata considerazione di adeguate prove contrarie, che essa aveva l’onere di fornire (Cass. nn. 15299/2008, 2847/2008, 21953/2007).
5.2.2.- Nella specie, il giudicante a quo, nell’esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti (art. 116 c.p.c.), ha correttamente verificato ed ha escluso la rilevanza in questo processo del suddetto giudicato penale di assoluzione, in considerazione del fatto che la formula assolutoria dipendeva da una motivazione di inidoneità (non d’inesistenza) delle prove acquisite a carico dell’imputata; risulta infatti (ricorso, pag. 7) che a carico della legale rappresentante della ditta contribuente, imputata di reati fiscali connessi a questa vicenda, il giudice penale aveva ravvisato “un principio di prova… costituito dalle inequivoche e precise dichiarazioni… di C.G.”, ma che non aveva ritenuto “tale elemento sufficiente per giungere ad una pronuncia di condanna”.
5.2.3.- Sulla seconda parte della censura, si osserva che nessun passo della sentenza impugnata autorizza a ritenere che la commissione regionale abbia fatto “confusione” fra comma 1 e comma 2, art. 530 c.p.p., quanto all’interpretazione della formula assolutoria adottata dal giudice penale (asseritamente in senso restrittivo, come sostanzialmente dubitativa); o che abbia indebitamente evocato, ritenendola tale, la norma non più vigente che contemplava l’assoluzione per insufficienza di prove.
In realtà, il giudicante a quo si è attenuto alla regole vigenti, sopra richiamate, del carattere non vincolante del giudicato penale nel processo tributario e dell’autonoma valutazione, ai fini propri di questo processo, delle risultanze acquisite in sede penale che, essendo state ritenute inidonee per una condanna, sono state invece giudicate sufficienti a sostenere presuntivamente la pretesa fiscale (v. Cass. nn. 12041/2008, 1014/2008).
5.2.4.- La ricorrente intende peraltro, attraverso la denunziata (ma inesistente) violazione di legge, rimettere in discussione un giudizio di fatto; il che è inammissibile in sede di legittimità.
5.3.- Segue la decisione, nel senso indicato al par. 4.1.
6.- Dispositivo.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Quinta Civile – tributaria, il 15 ottobre 2010.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 530
 Cass.