Source: http://www.classicitaliani.it/petrarca/critica/fracassetti_ignoranza.htm
Timestamp: 2017-11-22 22:10:26+00:00

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Trattato di Francesco Petrarca
Della propria ed altrui ignoranza, trattato di Francesco Petrarca, con tre lettere dello stesso a Giovanni Boccaccio, traduzione di Giuseppe Fracassetti, con note, Venezia, presso G. Grimaldo tip. calc. ed. prem. della grande med. d’oro per le arti da s. m. i. r. a. 1858.
Giuseppe Fracassetti di Fermo è nome riverito e caro a quanti hanno in onore la fama e le opere di Francesco Petrarca. Perchè da oltre cinque non avuta riguardo a tempo, spese, fatiche, sta apparecchiando una edizione, per quanto può aversi compiuta, delle Lettere Familiari e Varie del celebrato cantore di Laura. Chi sa quanto sieno queste manchevoli e scorrette nelle stampe che ne abbiamo di Venezia, di Basilea, di Lione, potrà formarsi un giusto concetto di siffatto lavoro; onde, per accrescere il numero delle lettere inedite ed emendare gli errori delle già stampate, fu mestieri al Fracassetti di ricorrere alle biblioteche di Parigi, di Firenze e d’altre nostrali e forestiere città, di consultar dotti, d’istituire confronti. Nè contento a questo, egli ne condusse una traduzione accurata, fedele, italiana, e v’aggiunse note e prefazioni, piene di critica e d’erudizione. Il Lemonnier di Firenze sta per renderne il testo di comune diritto, che sarà in breve seguito dalla versione.
Ai cupidi amatori di cose nuove, parranno queste poco meno che scipitaggini o vecchiumi da lasciarsi là dove giacevan sepolti; ma, grazie al cielo, non è scarso fra noi il novero di coloro che apprezzano al giusto valore le opere della soda letteratura. Ed essi sentiranno obbligo al Fracassetti, perchè abbia tratto in luce tanta dovizia di filosofia e di morale, di dottrina e di storia patria, di notizie sì speciali che generali onde s’illustrano fatti e persone che, in Italia e fuori, appartennero al secolo XIV, durante il quale progredì sì innanzi la grande opera del Risorgimento.
In quanto poi al trattato Della propria ed altrui ignoranza ed alle tre lettere del Petrarca al Boccaccio, che il chiaro letterato di Fermo ci dà per la prima volta tradotte, ne rimettiamo il giudizio al savio lettore. Al quale parrà, e non a torto, crediamo, che il Petrarca, massime nel Trattato, si mostri troppo più che non converrebbe tenero dell’onor proprio e a volta scrittore faticoso e prolisso. Ma, oltrechè in questi suoi dettati abbondano altre parti meritevoli di piena lode, l’aperta confessione di fede cattolica che vi si legge pressochè ad ogni pagina, deve confortare ogni cuore cristiano. Poichè se egli, il Petrarca, che fu il più gran personaggio de’ tempi suoi, piegò l’alto intelletto in ossequio alla fede, se gli studii profondi e svariati in tante parti dell’umano sapere lo condussero a dichiarare solennemente che « filosofia è amore di sapienza, vera sapienza è amar Gesù Cristo» (epist. fam.); noi omicciattoli del secolo XIX ci vergogneremo di credere ciò che egli credette, stimeremo cose di poco o nessun conto le verità sì speculative che pratiche della religione, che quel sommo abbracciò, professò, seguitò senza umani riguardi [1]?
Sieno rese pertanto molte e sincere grazie all’egregio Fracassetti e al buono ed operoso tipografo Grimaldo, che si strinsero insieme per rendere palese una sì bella ed opportuna testimonianza a quella Fede
« Che durerà quanto il moto lontana. »
Zelarino di Mestre, il 16 luglio 1858.
G. C. PAROLARI.
Stanco dei suoi continui e lunghi viaggi, noiato forse di menare la vita alla corte de’ grandi, dei quali con una costanza di fortuna meglio singolare che rara fin dalla prima giovinezza ottenne il favore, impaurito dall’avvicinarsi delle grandi compagnie d’Inglesi e di Guasconi, che posta a ruba la Provenza e il contado, al soldo del marchese di Monferrato scendevano a devastare la Lombardia, e sopra tutto spaventato dalla peste che grandemente infieriva in Milano, e per la quale egli ebbe a piangere la morte del suo figliuolo Giovanni, sul finire della state del 1361, lasciò il Petrarca Milano, ove per otto anni dai signori Visconti era stato onorato di speciale protezione non solo, ma di particolare fiducia e di amichevole familiarità. E poichè già da molti anni aveva comperata una casa a Padova, e fin dal 1349 era canonico di quella Chiesa, ivi appunto si venne a stabilire, non pensando per avventura che presto di colà pure sarebbe stato costretto a tramutarsi. Imperocchè passata appena un anno, anche a Padova si diffuse il contagio, che da tanti anni andava desolando l’Italia: e come per esso nel 1348 aveva egli perduto le persone che al mondo tenesse più care, Laura e il Card. Giov. Colonna, così tra il 1361 ed il 1362 si vide rapire l’un dopo l’altro Socrate, Simonide, Barbato e l’amicissimo suo Azza di Correggio. Pieni di apprensione e di paura per la sua Vita, lo consigliavan gli amici a fuggire il pericolo di quel soggiorno: e avvegnachè egli affettasse una stoica fermezza contro il timor della morte, fece a senno loro, e lasciata Padova, nel giugno del 1362 riparò a Venezia, ove la peste non si era peranco introdotta. E ad uno degli amici che più caldamente lo stimolava a fuggire la morte, dopo aver risposto che questo ad uomo savio non si conveniva, soggiungeva che per tutt’altra ragione ne aveva posto in atto il consiglio, e che da Padova, ove già regnava la peste, era partito alla volta di Venezia, non per fuggir dalla morte, ma per veder modo di trovar riposo, se possibil gli fosse, in qualche luogo (Sen. Lib. 1. Ep. 7). Venezia egli già conosceva assai bene: non solo perchè da giovane l’avea visitata (Sen. X. 2), ma perchè nel 1353 eravi andato ambasciadore dei Visconti per trattare la pace tra quella e la Repubblica di Genova: ed è ben naturale il supporre che un uomo qual egli era di fama grandissima e per dottrina e per prudenza e per pratica esperto de’ più importanti negozi dell’età sua, ivi si fosse procacciati moltissimi estimatori ed amici. Parve egli volersi maggiormente ancora affezionare l’animo de’ Veneziani col donare ad essi quello che possedeva di più caro e di più prezioso: voglio dire i suoi libri, che con tanta cura e tanto dispendio nel corso già lungo della sua vita aveva raccolti. Perchè ne fece per iscritto l’offerta a S. Marco? chiedendo solo che la Repubblica gli assegnasse a vita una casa ove potesse abitare e custodire i libri di cui facevale dono. E il Senato, con decreto del 4 settembre 1362 accettata l’offerta (V. Cicogna, Iscriz. Venez. Vol. IV p. 338), gli assegnò il palazzo detto delle due torri, che fu già della famiglia Molin, ov’egli avrebbe forse passato il resto della sua vita, se di Venezia non lo avesse disgustato il fatto che dettegli causa a scrivere questa operetta.
Era la casa del Petrarca il convegno di tutti gli uomini per sapienza, per dignità, per pietà celebrati ed illustri, de’ quali se molti per avventura non ne vivevano stabilmente in Venezia, più per traffichi e per armi che non per lettere allora famosa, moltissimi però tutto giorno viaggiando vi convenivano ad ammirare una città vuoi per postura, vuoi per ricchezze, vuoi per autorità e per potenza unica al mondo. E chi rammenti come Francesco fin dai primi anni del viver suo si fosse trovato in mezzo ai più distinti e più chiari personaggi di quella età non solamente in Avignone, ove alla corte papale accorrevano da tutte le parti del mondo, ma in altri luoghi della Francia, e nella Germania e nelle primarie città d’Italia, di cui ciascuna in quel tempo aveva lo splendore di capitale, comprenderà di leggeri quanta dovesse essere la frequenza degli illustri amici, che tuttogiorno facevansi a visitarlo, e dei curiosi che di Venezia partir non volevano senza aver conosciuto di persona il favorito dai papi e dai monarchi, il filologo per eccellenza, il poeta laureato del Campidoglio.
Di fatto egli stesso, un anno appena dopo che aveva preso stanza in Venezia, scriveva all’amico Boccaccio che, venuto poco tempo innanzi a visitarlo in compagnia di Leonzio Pilato, erasi trattenuto nelle sue case per tre mesi, e tornato quindi a Firenze, perchè in questa città infieriva un’altra volta la peste, amorosamente pregandolo a fuggirne i pericoli ed a tornare in Venezia: “Vieni, gli diceva; ecco t’invita la più mite stagione dell’anno: non avrai cure che gioconde e piacevoli: saluberrima la casa, che non ti descrivo perchè tu ben la conosci, e in questa un’ottima compagnia, tale che credo non se ne poter desiderar la migliore. Quegli il cui nome risponde alle qualità della mente, il Benintendi, cancelliere di questa nobilissima città, poichè davvero tutto il giorno alle pubbliche bisogne, alle private amicizie ed agli umani studi fu bene inteso, in sul far della sera con lieto volto ed amico viene nella sua gondola a rinfrancarsi con piacevole conversare dalle diurne fatiche: e tu per prova or ora conoscesti quanto soavi e dolci riescano quelle notturne passeggiate sul mare e que’ sinceri e schietti colloqui con un uomo di quella fatta. E il nostro Donato Appenninigena, che dai Toscani colli già da lunghi anni abbandonati venne a fermarsi su questo lido dell’Adria; Donato, dico, che a noi si volle donare e che dell’antico Donato ereditò col nome la professione: dolce, schietto, amorevole a noi, e noto a te più ch’altri mai. Gli altri non vo’ ricordare, perchè bastano questi ec.” (Sen. Lib. III, Ep. 2), Intento dunque agli studi che mai non intermetteva, occupato nella epistolare corrispondenza con un grandissimo numero di conoscenti e di amici, onorato dal Doge a cui fu caro, e spesso adoperato ancora nelle pubbliche bisogne, riverito infine da tutti viveva in Venezia il Petrarca; ma, avvezzo com’era a non far mai in un luogo lungamente continuata dimora, soleva ogni anno partirne due volte. Nella quaresima andava a Padova per adempirvi gli uffici di canonico di quella Chiesa, e vi si tratteneva fin dopo le feste di Pasqua. I più caldi mesi poi della state e quelli dell’autunno passava a Pavia nelle case di Galeazzo Visconti, che seco ogni anno lo voleva ricolmandolo di benefici e di amorevolezza. Ed è perciò che dal 1361 al 1367 le sue lettere si veggono scritte ora da Venezia ora da Padova ed ora da Pavia, secondo che nell’una o nell’altra città faceva soggiorno. Nè è questo il luogo di parlare del viaggio che nel 1364 fece a Bologna per salutare il Card. Androino de la Roche legato del Papa: nè del tempo ch’egli passò a Milano presso Linterno ove fu visitato da Stefano Colonna, nè della domestica consolazione che v’ebbe dalla nascita di un bambinetto della sua figlia Francesca, rapitogli poi dalla morte ancor fanciullo, nè di mille altre svariate notizie, che al tempo si riferiscono in cui egli tenne aperta la sua casa, e, se non continua, abituale dimora nella città di Venezia. Solo è pregio dell’opera nostra il cercare le cagioni ed il tempo in cui egli se ne dipartisse. — E quanto al tempo, diremo non esserci venuto fatto di determinarlo con precisione. Ma poichè dallo scrupoloso esame del suo Epistolario non ci fu dato raccogliere alcuna sua lettera che scritta fosse da Venezia dopo il 1367, in sulla fine appunto di quell’anno noi lo crediamo partito da quella città, ove non si sa che più facesse ritorno a stabile dimora. Nè crediamo di andar lungi dal vero stimando che ad abbandonarne il soggiorno gli desse causa ciò che nell’anno precedente gli era avvenuto, siccome or ora diremo; premettendo alcune notizie necessarie ad intendere le ragioni del fatto.
Sa ognuno come, dopo il primo risorgere degli studi, fondamento principale di tutte le filosofiche discipline fossero i libri d’Aristotile, Surse però nello scorcio del Secolo XII a Cordova di Spagna un filosofo, che tutte traducendo e glossando le opere dello Stagirita, il nome ottenne di Commentatore per antonomasia, e a tanta altezza levossi nella stima de’ suoi contemporanei che, soppiantato quasi il Maestro di color che sanno, si fece egli ben presto capo e sovrano d’ogni filosofìa speculativa. Chiamossi egli Aben Roschd o Figlio di Roschd, e, per corruzione del nome nativo, generalmente fu conosciuto per Averroè. Nato, a quel che dicono, ebreo, e fattosi maomettano, non ebbe veramente religione di sorta: e si narra di lui che, d’ogni culto dispregiatore, solesse dire essere l’Ebraismo una religione da fanciulli, il Maomettanismo religione da ciacchi, e religione al tutto impossibile il Cristianesimo: ond’è che di nessuna di queste professandosi seguace, e menando vanto di sola e pura filosofia, abusava del noto testo di Balaam e formava il voto moriatur anima mea morte philosophorum. Non è quindi a meravigliare che nei libri di un filosofo cosiffatto si contenessero errori assai gravi, e alla purezza della cristiana e cattolica fede perniciosissimi: tra i quali il massimo, essere unica e sola negli uomini tutti l’anima loro: onde come necessarie conseguenze si deducevano e la mortalità dell’anima di ciascuno insieme col corpo, e la negazione dei premi e delle pene nell’altra vita.
Eppure, come poc’anzi dicevamo, altissimo grido levò di sè nelle scuole questo arabo filosofo, di cui è meraviglia a dirsi che in tanta stima venisse per aver tradotto e commentato Aristotile, ove si sappia che egli punto non si conobbe di Greco, e le opere di lui volse in latino non già dal testo originale, che non intendeva, ma solamente da una traduzione che se ne aveva in lingua arabica.
Il culto generalmente di quei tempi prestato ad Aristotile e lo studio che si poneva nella scolastica misero in credito le opere di
Averroè che il gran commento feo;
non sì però che i dotti e vigili maestri e custodi delle sane dottrine non s’avvedessero per tempo del veleno che si nascondeva sotto il manto di quelle peripatetiche disputazioni. E già S. Tommaso ed il B. Egidio Colonna avevano scritto in confutazione di quegli errori, e Raimondo Lullo sul cominciare del Secolo XIV aveva pubblicato alcuni suoi libri contro i medesimi, e fatta formale istanza al Concilio Generale di Vienna perchè le opere di Averroè fossero solennemente condannate dalla Chiesa. Venute queste intanto a cognizione degl’Italiani, prima per le frequenti citazioni che Pietro d’Abano ne fece nel suo Conciliatore, poscia pel commento che nel 1334 ne scrisse il Servita fra Urbano da Bologna, alta levossene fra noi la fama: e forse appunto il sapersi che l’acuto sguardo de’ cristiani filosofi aveva in quelle scoperto mal celati ed alla fede perniciosi principii, ne accese maggiormente il desiderio e la stima in coloro, dei quali in ogni tempo fu grande il numero, cui la corruttela del costume sprona a cercare nella falsa scienza ragioni che valgano a rompere il freno, onde i dettami di religione tengono imbrigliata la superbia della mente e le passioni del cuore. Cosa di fatto è che nel Secolo XIV gli Averroisti formavano una numerosissima setta simile a quella che a’ tempi nostri fu detta degli Spiriti forti: i seguaci della quale facevansi un merito di dispregiare le dottrine di Cristo e della Chiesa, nè credevano potersi avere in conto di dotto e di sapiente qualunque, che a quelle devoto, non porgesse omaggio e credenza agli empi dogmi dall’arabo commentatore, alle cui parole prestavasi nelle scuole tanta fede e riverenza quanta per avventura ne potevano meritare le sacre Scritture (M. Cano).
Or di cotesti pseudofilosofi brulicava Venezia nel tempo in cui vi aveva posta stanza il Petrarca: il quale, come quegli che alla fede de’ padri suoi era per intimo convincimento attaccato più ch’altri mai, non poteva portarne in pace la temeraria arroganza; e come a generoso cristiano far si conviene, se alcun di loro in sua presenza si lasciasse fuggir di bocca parole che offendessero la verità della religione e del dogma, con tutta l’autorità che gli dava il suo gran nome ei si faceva a ricacciargliele nella gola. Bello a rammentarsi è il fatto ch’ei narra al Boccaccio nella lettera che fra le Senili è la seconda del libro quinto:
«Venne non ha guari, ei gli dice, nella mia biblioteca un di costoro che han per vezzo di parlare alla moderna, ciò è a dire, che non si piacciono di se stessi se non quando alcuna ingiuria contro Cristo e contro la celeste dottrina di Lui han vomitato. Al quale avendo io citato non so qual passo delle divine Scritture, costui spumante di rabbia ed il viso per natura già deforme con atto di disprezzo e di sdegno facendo più brutto: “Tienti, disse, per te i dottorelli tuoi e della Chiesa: io so ben cui seguire: so ben io cui mi credo.„ “Usasti, gli dissi allora, le parole dell’Apostolo: voglia il cielo che tu n’abbia ancora la fede.„ Ed egli a me: “Cotesto Apostolo tuo fu seminator di parole ed un pazzo.„ ”Benissimo, o filosofo, io ripresi: delle due cose la prima a lui un giorno apposero altri filosofi: la seconda Festo preside che fu della Siria. E sì che di parole fu seminatore utilissimo: e noi vedemmo quanta messe di fede produsse quel seme coltivato dal vomere salutare de’ successori di lui e dal santo sangue de’ martiri irrigato.„ A tali detti schifiltoso quegli sorrise, e: “Resta pure, mi disse, tu buon cristiano: io di tutto codesto non credo un acca. Paolo, Agostino e tutti gli altri che tanto esalti io tengo in conto di cicaloni. Oh se potessi tu leggere in Averroè: vedresti allora quanto egli valga più che tutti codesti tuoi ciurmatori.„ Arsi, il confesso, di sdegno, nè so come mi tenni che non mettessi le mani addosso a quello svergognato bestemmiatore. “Anche altri eretici, gli risposi, mi mossero questione eguale a cotesta. Or vattene alla malora colla tua eresia, e fa di più non venirmi d’innanzi.„ E sì dicendo lo chiappai pel mantello, e in modo men cortese che al mio, non già al suo costume si convenisse, l’ebbi messo fuori di casa.„ E mille e mille v’ha di siffatti omiciattoli miserabili, che insultano alla maestà del nome cristiano, e alla santità di Cristo, cui devoti si prostrano gli angeli e reverenti: nè il timor del supplizio, nè le armi, nè la carcere, nè il rogo degli inquisitori della fede valgono a frenarne la ignoranza e la procace ereticale temerità ..... e tutto giorno ne cresce l’ ardire e il numero: nè più solo le scuole, ma le più vaste città ne son piene, ed affollate ne vedi le piazze e le strade: per guisa che meco stesso io mi sdegno di aver fatto lamento per gli anni or ora passati della celeste vendetta, quasi che vuoto temessi divenisse il mondo: lo che forse avvenne veramente de’ buoni; ma di uomini viziosi più piena di quello che adesso è, non credo la terra sia stata mai ec.„
E a rintuzzare la rabbia di questi filosofastri che sotto la bandiera dell’arabo commentatore aperta guerra movevano a Cristo, ben egli avrebbe voluto il Petrarca tutte adoperare le forze del suo ingegno. Ma sia che in materia teologica ei non si tenesse da tanto da poter combattere senza timore di lasciare il fianco scoperto all’inimico, sia che fra i tanti suoi studi glie ne venisse meno il tempo, cominciato il lavoro, lasciollo a mezzo, ed al padre Luigi Marsili agostiniano fiorentino nella lettera ch’è l’ultima dell’Epist. sine titulo scriveva: “Questo io ti chieggo, che ove ti venga fatto di giungere colà dove tendi, e spero ciò sarà presto, tutte tu volga le forze e i nervi del tuo ingegno contro quel rabbioso cane Averroè, che di mille e mille bestemmie d’ogni parte raccolte con nefando furore latrando fa oltraggio a Cristo e alla Cattolica fede. A questo io m’era accinto, lo sai; ma la immensa farragine delle mie occupazioni, le quali or sono anche cresciute, e, più che quella del tempo, la mancanza del necessario sapere mi trattenne la mano in mezzo all’opera. Or quello che tanti grandi ingegni empiamente trascurarono, fa di compierlo tu. Scrivi contro di lui un’operetta e a me la intitola o vivo o morto ch’io sia.„ Dalle quali parole ben si raccoglie quanto il Petrarca aborrisse dalle dottrine di Averroè e de’ suoi numerosi seguaci.
Or bene. Fra i molti che ad amichevole convegno in casa il Petrarca a Venezia si radunavano, "quattro vi furono di quella risma, i quali, vedendo come il buon vecchio più che ad Aristotile, o per meglio dire alle dottrine che ad Aristotile si attribuivano, prestasse fede e reverenza a Cristo e alla Chiesa, non contenti di motteggiarlo e di proverbiarlo, vollero con meditata solenne ingiuria al suo nome far villania. E ragunatisi (correva allora il 1366) in un luogo che scelsero pro tribunali, prese l’un d’essi la parte di accusatore, allacciossi un altro la giornèa di difensore, e tutti insieme dipoi, discussa e ventilata la questione, proferiron sentenza essere il Petrarca uomo dabbene, ma ignorante.
Convien dire che a cotal sceda quegli impudenti giovinastri dessero scandalosa pubblicità: poichè non solamente la riseppe il Petrarca, ma se ne sparse la notizia anche in luoghi lontani, e Giovanni da Certaldo amicissimo di lui ne fu informato a Firenze. Egli non meno che Donato, tenerissimi entrambi della fama e dell’onore di Francesco, ne sentirono sdegno grandissimo, e lo eccitarono a prendere del ricevuto oltraggio la condegna vendetta. Alle istanze de’ quali cedendo infine il Petrarca, scrisse questa operetta Della propria e della ignoranza di molti, e la volle intitolata a quel Donato medesimo, che primo a lui data avendo notizia della fattagli ingiuria, se ne dolse mentre ei ridendone la disprezzava, e gli fu intorno con assiduo stimolo perchè rivedesse le buccie ai suoi censori.
Avvegnachè più volte e in molti svariati modi ripeta il Petrarca in questo scritto che della ricevuta offesa ei non sentisse sdegno di sorta, e che anzi giusta e conforme al merito suo riputasse la sentenza da que’ quattro scioperati pronunziata, pure dall’insieme di questo trattato abbastanza chiaro si scorge che alla ingiuria fu sensibilissimo, e che nè stimò nè volle che alcuno credesse mai averla potuto egli meritare. Troppo però si pare il suo risentimento manifesto, e dalle querele che ne muove, e dal dispregio con cui ne tratta gli autori, accusandoli di aver ciò fatto solo per odio di lui e per avversione alla religione di Cristo, e dalla comparazione che di se stesso fa co’ più dotti e più famosi scrittori iniquamente giudicati dalla invidia e dalla ignoranza.
Nè mancò chi fin d’allora estimasse averne egli sentito sdegno grandissimo, siccome apparisce da una lettera che qualche anno più tardi scrisse al Boccaccio, ringraziandolo di un lavoro apologetico da lui pure composto a difesa della sua fama da que’ censori oltraggiata ( Sen., lib. XV, Ep. 8).
“Assai mi piacque, ei gli scrive, l’apologia che da nobile sdegno compreso contro i censori miei, dettar tu volesti, e del tuo stile, delle tue sentenze, dell’amor tuo presi diletto tragrande. E so bene che quelli quanto tu dici di loro ed anche più si meritarono. Ma non volere cotesto nobile ingegno tu riscaldare per siffatta causa: del tuo giudizio sono essi indegni e dell’ira tua. Lasciali al proprio costume, e attienti al tuo, nè te la loro stoltezza più offenda che me non offese da quella singolarmente preso di mira: avvegnachè se tu non ne soffrissi punto, per me stesso sofferto io non ne avrei. E tieni per fermo non essere punto vero quello che sul principio della tua lettera a me tu scrivi siccome detto da un cotal Lorenzo, che uomo dotto sarà come tu dici, ma che me non conosce e l’indole mia: ciò è a dire che udita appena la sentenza da loro profferita io montassi in furore, e presa la penna, mi mettessi a confutarla. Forse questo da taluno quel tuo Lorenzo ebbe udito: ma (sia detto in sua pace) chi a lui primo lo volle far credere o s’ingannava o lo voleva ingannare. A sdegno no non mi mosse, ma solo a riso di quei giudici la sentenza: che quantunque questa fosse vera, erano quelli da tenersi stoltissimi. Nè già subito, ma scorso già quasi un anno, io presi la penna a rispondere, mentre rimontando le acque del Po, vinto dalla noia, non aveva altro che fare: nè di farlo anche allora avrei pur pensato, se spinto non mi vi avessero l’implacabile sdegno, e le continue querele del nostro Donato.”
Dalla quale lettera del Petrarca ci è dato conoscere con certezza essere il 1366 l’anno in cui, come dicemmo, profferirono gli stolti giudici la sentenza della sua ignoranza. Imperocchè sentimmo da questa come alla risposta egli ponesse mano non subito, ma scorso già quasi un anno dall’iniquo giudizio. Ora del tempo in cui egli cominciò questo trattato non ci lascia pur menomamente dubitare quel ch’egli stesso ne dice laddove, parlando del suo soggiorno in Avignone, scrive: ’’Qui la Curia chiamata a torto romana si stette ferma cinquanta e più anni, e di qui or ora in quest’anno stesso partendosi, seguendo la guida e gli auspicii del Ss. Urbano V, all’alma Roma di Pietro sede santissima si ricondusse.„ Certo pertanto essendo per le istorie, che Papa Urbano V dopo la prima metà di maggio del 1367 partì da Avignone, e sul cadere di giugno arrivò a Roma, non può dubitarsi, siccome io diceva, che il giudizio de’ quattro giovani, avvenuto un anno prima ch’ei scrivesse il trattalo De sui et aliorum ignorantia, debba riportarsi all’ anno 1366.
Il Petrarca era a Venezia quando Urbano V dalla Francia fece a Roma ritorno: e ne è prova la lettera gratulatoria ch’egli scrisse al Pontefice (Sen., Lib. IX, Ep. 4), e che dice di dirigergli appunto da quella città. Ma poichè dopo questa altra non ne vediamo che porti ancora la data di Venezia, ragionevole cosa è il supporre che, partitone secondo il solito sul cominciar della state per andare a Pavia, e facendo sulle acque del Po quel viaggio, ivi cominciasse, siccome scrive al Boccaccio, la sua risposta, nè più tornasse a vivere stabilmente a Venezia; non tanto perchè la memoria il pungesse dell’oltraggio che in quella da quattro Veneziani eragli stato fatto, quanto perch’ei risapesse che la villania di que’ giovinastri, che ovunque fu nota destò lo sdegno dei buoni, non era stata in Venezia di giusto biasimo rimeritata. E a questo pare ch’egli accenni in quel luogo del trattato ove dice “che in qualunque luogo del mondo quella sentenza fu conosciuta, per giudizio di molti e de’ più cospicui personaggi a condanna dei giudici stessi venne ritorta, salvo che forse in quella città ove s’ardirono di pronunciarla: città ottima invero e nobilissima, ma da tanto grande e tanto svariata torba di genti abitata, che molti vi sono i quali senza scienza alcuna fanno da giudici e da filosofi;” e segue poi biasimando la troppa libertà del dire, che dalla opinione universale in Venezia era francheggiata, sì che ivi più che in altro luogo qualunque “gli uomini onesti dagli infami, i dotti dagli ignoranti, i forti dai vili, i buoni dai malvagi erano impunemente vituperati.”
Le quali amare parole, unite all’argomento che sopra traemmo del non trovarsi lettere in data di Venezia posteriori all’anno 1367, ci fan tenere per certo che di quel tempo appunto, per la memoria dell’oltraggio che v’avea ricevuto, egli ne abbandonasse il soggiorno. Ma sebbene cominciata nel 1367, incompleta rimase questa operetta fino al 1370. — E solo dopo che l’amore del riposo e della solitudine l’ebbe condotto in Arquà, egli le dette l’ultima mano, e la compì a’ 29 di giugno di quell’anno, siccome rilevasi dalla postilla che leggesi in fine di un codice della Vaticana (V. Baldelli, T. I., p. 235 e 318). Ne la mandò all’amico Donato prima del 4 di gennaio dell’anno seguente.
Bastano le cose fin qui dette a dar ragione dell’opera, del tempo e delle cause per le quali fu scritta. Di Donato cui fu diretta, e dei giudici che coll’iniqua sentenza le dettero origine, parleremo in altro luogo opportuno. Del merito letterario di questo trattato non altri dee giudicare che il savio lettore. Quanto a me parvemi peccare di leggerezza il giudizio dell’Ab. De Sade, cui tenne dietro, siccome suole, il nostro Levati; i quali sentenziarono, che quantunque quest’opera nel tempo in cui fu scritta parer si dovesse un miracolo di erudizione, oggi, abbia a tenersi per un lavoro di pedante, e indegno che altri vi spenda intorno il suo tempo. Lasciando di dire che l’erudizione, sebbene abbondantissima, mai non è pedantesca se s’adoperi per aggiungere alle ragioni il peso dell’autorità, e che a’ tempi nostri, in cui i letterarii lavori sono tanto leggeri quanto leggeri per lo più sono gli studi coi quali gli autori vi si apparecchiano, potrebbe tornar vantaggioso il vedere qual tesoro di dottrina avessero in serbo i padri nostri quando a sostener imprendevano alcuna tesi; lasciando, dissi, queste considerazioni da parte, sembra a me un duplice e non lieve vantaggio possa ritrarsi dalla lettura di questa operetta. Imperocchè da essa primieramente impareranno coloro che s’ebber in sorte di nascere in seno della Chiesa di Cristo come al sapiente si convenga non disprezzare soltanto, ma combattere chi di miscredenza e d’irreligione si dà vanto procace, ed anzichè tacersi per vite timore di essere da quelli contraddetto e proverbiato, opporre ai loro errori, ch’errori furono d’ogni tempo e d’ogni luogo, alta, aperta e non equivoca professione della fede santa di Cristo. E chiunque poco esperto della umana malizia credesse a sè fatta ingiuria, perchè molti di quella stima cui pensa di aver diritto non lo rimeritano, o in vece di quella lo fanno segno di biasimo e di vitupero, nell’esempio del Petrarca, che fu l’uomo dottissimo de’ tempi suoi, e che venne pure con solenne sentenza dichiarato ignorante, troverà un conforto contro colei
che non isfronda
Col suo soffio l’attor, ma lo feconda.
[1] Un’altra operetta, in cui si scorge interissima la fede e i cristiani sentimenti onererà compreso il Petrarca, è quella ohe s’intitola Del disprezzo del mondo. E ne fu pubblicata una traduzione recente nella Poliantea Cattolica, che il benemerito don. Listoni di Milano va pubblicando da qualche anno.
Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2007

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