Source: http://www.consigliolegale.it/2012/11/
Timestamp: 2019-05-26 03:56:54+00:00

Document:
novembre 2012 – Studio Legale Fasciani
IL RIFIUTO DELL’ESAME DEL DNA E’ SUFFICIENTE PER LA PRONUNCIA DI PATERNITA’
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 20235/2012 respingendo il ricorso di un cittadino di Trento contro la sentenza che ne dichiarava, su istanza della madre, la paternità naturale.
In particolare, l’uomo di era rifiutato di sottoporsi all’esame del DNA sostenendo che la sua “paternità” era pressoché impossibile a causa di una disfunzione erettile.
Tuttavia, i giudici della Cassazione non ha tenuto in conto delle disfunzioni del ricorrente in quanto non incidenti sulla capacità di generare, né ha ritenuto valide le ragioni di privacy addotte per non sottoporsi all’esame del Dna.
Non è dunque vero che il rifiuto della prova ematologica possa essere valutato come decisivo sole se sia stata provata l’esistenza di rapporti sessuali fra i due. All’opposto, il rifiuto di sottoporsi al test del DNA costituisce un comportamento valutabile dal giudice proprio in mancanza di altri riscontri soggettivi.
LA VENDITA DI SEMI DI CANNABIS NON E’ REATO
La vendita di semi di cannabis, in negozio e online, anche se accompagnata da indicazioni su coltivazione e resa, . Questa volta è una pronuncia a Sezioni Unite della Corte di Cassazione a stabilirlo in merito al caso di un negozio online reo, a dire dell’accusa, di aver commercializzato semi di cannabis, mettendo tra l’altro a disposizione dei frequentatori del sito anche delle dettagliate informazioni sulla coltivazione della pianta.
In presenza di un aperto contrasto giurisprudenziale su tali casi, la sentenza a Sezioni Unite sembra dunque definitivamente chiarire gli estremi per la configurazione del reato di istigazione all’uso di sostanze stupefacenti non sono rinvenibili in una attività di vendita dei semi, accompagnata da una pubblicità del prodotto che si limita all’illustrazione delle caratteristiche della pianta e alle istruzioni sulla coltivazione. La vendita di semi infatti è ritenuta attività meramente preparatoria rispetto all’attività vietata quale la coltivazione delle piante e il possesso dello stupefacente. E ciò perché dal possesso dei semi non è dato dedurre con certezza l’effettiva destinazione dei semi stessi.
Per un approfondimento potete consultare la sentenza direttamente da questo link:
GRATUITO PATROCINIO: LA SUOCERA “DI FATTO” FA REDDITO
La Cassazione nella sentenza 44121/2012, ha disposto la revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio nei confronti del richiedente che abitava insieme alla compagna e alla madre di lei, considerando legittima la decisione del Tribunale di Fasano, giugno 2005, che aveva ritenuto di dovere cumulare nel reddito – ai fini della revoca del gratuito patrocinio – anche quello della suocera acquisita, determinando il superamento del limite di reddito.
Non sono state prese in considerazione le difese del ricorrente volte a dimostrare che la suocera acquisita non poteva essere ritenuta un ‘familiare’ come la norma stabilisce. La Cassazione infatti ha respinto la tesi difensiva e ha sottolineato che “appare orientata costituzionalmente l’interpretazione che va data al termine ‘familiare’, riferibile non solo a coloro che sono legati all’istante da vincoli di consanguineità, o comunque, giuridici, ma anche a coloro che convivono con lui e contribuiscono al ‘menage’ familiare“.
Un concetto, ricorda la Cassazione, che vale ancora di più nel momento in cui ci si confronta “con le mutate concezioni che via via si sono affermate nella società moderna“.
Come dire, in certi casi la suocera è di troppo….
IL LAVORATORE PUO’ RECUPERARE ANCHE DAL COMMITTENTE LA RETRIBUZIONE E I CONTRIBUTI NON VERSATI DAL PROPRIO DATORE
Può accadere che i lavoratori dipendenti delle aziende appaltatrici non percepiscano dal proprio datore di lavoro la retribuzione o addirittura che questo non versi i contributi previdenziali e assicurativi dovuti in ragione del rapporto lavorativo; in tali casi la legge ha previsto un importante strumento di tutela, di cui spesso i lavoratori sono ignari: il beneficio della responsabilità solidale del committente oltre che del datore di lavoro appaltatore per il pagamento dei per il versamento dei crediti retributivi e previdenziali, compreso il TFR (segnatamente le quote maturate e non accantonate durante il periodo di durata dell’appalto).
Questo è quanto stabilito in origine dall’art. 1676 c.c. e successivamente anche dall’art. 29, 2° comma, D. Lgs. n. 276/2003, recentemente modificato dal del decreto legge n. 5/2012 (c.d. d.l. sulle semplificazioni).
Pensando di fare cosa utile riportiamo il testo riformato del citato art. 29 : “In caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento. Ove convenuto in giudizio per il pagamento unitamente all’appaltatore, il committente imprenditore o datore di lavoro può eccepire, nella prima difesa, il beneficio della preventiva escussione del patrimonio dell’appaltatore medesimo. In tal caso il giudice accerta la responsabilità solidale di entrambi gli obbligati, ma l’azione esecutiva può essere intentata nei confronti del committente imprenditore o datore di lavoro solo dopo l’infruttuosa escussione del patrimonio dell’appaltatore. L’eccezione può essere sollevata anche se l’appaltatore non è stato convenuto in giudizio, ma in tal caso il committente imprenditore o datore di lavoro deve indicare i beni del patrimonio dell’appaltatore sui quali il lavoratore può agevolmente soddisfarsi. Il committente imprenditore o datore di lavoro che ha eseguito il pagamento può esercitare l’azione di regresso nei confronti del coobbligato secondo le regole generali”.
A titolo puramente esemplificativo nel caso in cui vi sia un’azienda che appalta servizi di pulizia ad un’altra, i lavoratori dipendenti della ditta di pulizie potranno recuperare i crediti retributivi e previdenziali, anche dall’azienda appaltatrice, oltre che dal proprio datore di lavoro, naturalmente alle condizioni e nei limiti previsti dalla norma su indicata.
IL REATO DI CAPORALATO: QUANDO DALLA LOTTA COLLETTIVA NASCONO DIRITTI
Ivan Sagnet che ha capitanato la rivolta di Nardò
L’articolo 12 del Dl 13 agosto 2011 n. 138 (c.d. manovra di ferragosto) ha introdotto tra i delitti contro la persona nel codice penale, all’articolo 603-bis, il delitto di «Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro». Nel testo della norma si legge che “Salvo che il fatto costituisca più grave reato chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori, è punito con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato.”
Sebbene, non si tratti di una notizia recentissima, abbiamo voluto pubblicare questo breve post perché l’introduzione del reato di caporalato è avvenuta con modalità del tutto inaspettate: grazie alla rivolta di alcuni braccianti immigrati nei campi di pomodori a Nardò, capitanati da Ivan Sagnet, bracciante camerunense, studente di ingegneria al Politecnico di Torino.
E’ un elemento su cui riflettere che la lotta collettiva, per la conquista e la difesa dei diritti dei lavoratori, sia partita da un gruppo di braccianti immigrati che denunciando lo sfruttamento sono riusciti a portare all’attenzione delle istituzioni l’esigenza di tutelare la dignità del lavoro anche attraverso l’introduzione di una fattispecie criminosa.

References: sentenza 
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 sentenza 
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 art. 29