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Timestamp: 2018-07-17 07:52:46+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 12 maggio 2017, n. 11879 - Accertamenti bancari - Società - Indagini su conti correnti intestati a legale rappresentante e soci - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 12 maggio 2017, n. 11879 – Accertamenti bancari – Società – Indagini su conti correnti intestati a legale rappresentante e soci
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 12 maggio 2017, n. 11879
Tributi – Accertamenti bancari – Società – Indagini su conti correnti intestati a legale rappresentante e soci
2. Il secondo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. e 3 n. 4 c.p.c., violazione dell’art. 112 c.p.c, in quanto la Ctr non aveva deciso sulla eccezione della contribuente di difetto di motivazione dell’avviso di accertamento.
Il motivo è inammissibile. Nel caso di specie è applicabile, in relazione alla data di pubblicazione della sentenza, la norma dell’art. 54, comma 1, del d.l. n. 83 del 2012, convertito in I. n. 134 del 212, che ha modificato il n. 5 del primo comma dell’art. 360 c.p.c, prevedendo, quale motivo di ricorso, l'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti”.
b) ha ritenuto che la verifica non si era protratta oltre il dovuto, e ciò sulla base del rilievo che la norma dell’art. 12, comma 5 – secondo la quale “La permanenza degli operatori civili o militari dell’amministrazione finanziaria, dovuta a verifiche presso la sede del contribuente, non può superare i trenta giorni lavorativi, prorogabili per ulteriori trenta giorni nei casi di particolare complessità dell’indagine individuati e motivati dal dirigente dell’ufficio” – è riferibile ai giorni di permanenza presso a sede del contribuente e non all’intero periodo intercorrete tra il momento dell’accesso e quello della conclusione del controllo. Diversamente, secondo la contribuente, i trenta giorni previsti dalla norma debbono considerarsi lavorativi e consecutivi, per cui essa sarebbe violata ogni qual volta la permanenza dei verificatori presso la sede dell’impresa si sia protratta oltre trenta giorni consecutivi, con esclusione dal computo dei giorni festivi.
Il motivo è, nel suo insieme, inammissibile, perché, per l’anno di imposta oggetto del ricorso del contribuente, la ripresa non si fondava sulla verifica fiscale, ma su indagini bancarie, che è metodologia di accertamento che prescinde dell’accesso nei luoghi destinati all’esercizio dell’attività di impresa. Gli accertamenti bancari, anche se effettuati nel corso della verifica, sono da questa indipendenti, per cui la sola valutazione da farsi dovrebbe semmai riguardare l’autorizzazione per l’esecuzione di quelle stesse indagini, ex sensi dell’art. 51, comma secondo, n. 7) d.P.R. 633 del 1972 e 32, comma primo, n. 7), d.P.R. n. 600 del 1973 (la questione è sollevata con il sesto motivo).
La ricostruzione teorica proposta dalla ricorrente è sicuramente esatta; ciò non toglie che il motivo sia ugualmente infondato. A tale problematica la motivazione dedica due affermazione fra loro coordinate. La prima è quella su cui è fondato il motivo, che realmente potrebbe dare l’impressione che la Ctr abbia imposto al contribuente l’onere di provare che i conti e i rapporti altrui non gli fossero riferibili a prescindere dalla prova della riferibilità fornita dal Fisco. Ma a tale affermazione ne segue un’altra, introdotta con le parole “in altri termini”, che chiarisce il pensiero della Ctr su questo punto: l’Ufficio è autorizzato “a procedere all’accertamento fiscale anche attraverso indagini su conti correnti bancari formalmente intestati a terzi, ma che si ha motivo di ritenere connessi e inerenti al reddito del contribuente, ipotesi questa che i verificatori hanno corroborato nei limiti di cui di seguito. Invero a fronte delle consistenti e frequenti movimentazioni rilevate, compatibili con la dinamica aziendale, non risulta fornito […] alcun valido elemento che possa giustificare come non riconducibili alla società le operazioni a cui è stato effettuato riferimento”.
6. Il sesto motivo deduce, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 3 c.p.c., violazione dell’art. 32, comma primo, n. del d.P.R. n. 600 del 1973. Il punto della sentenza oggetto di censura è quello in cui si tratta dell’autorizzazione all’accesso alla documentazione bancaria, e ciò sotto un duplice profilo: la contribuente non discute della esistenza e della legittimità di tale autorizzazione, ma imputa alla Ctr di averne avallato l’utilizzazione per una verifica fiscale diversa rispetto a quella per la quale fu rilasciata.
Così ricostruito il senso della censura, se ne palesa la sua inammissibilità, non tanto perché la nozione di permanenza non va intesa come durata complessiva della verifica, che può subire ritardi o sospensione giustificate da varie esigenze, compresa quella per l’effettuazione di accertamenti bancari, che sono legati ai tempi di risposta da parte degli istituti di credito interessati. Ma principalmente perché gli accertamenti bancari, anche se effettuati nel corso della verifica, sono da questa indipendenti, per cui la sola valutazione da farsi dovrebbe semmai riguardare l’autorizzazione per l’esecuzione di quelle stesse indagini, ex dell’art. 51, comma secondo, n. 7) d.P.R. 633 del 1972 e 32, comma primo, n. 7), d.P.R. n. 600 del 1973. A questo aspetto è dedicata la seconda censura inserita nel motivo in esame, sempre per violazione delle stesse norme indicate nella rubrica, violazione ravvisata nel non avere la Ctr tratto le debite implicazioni da fatto che l’autorizzazione fu rilasciata per l’indagine nei conti della società, mentre furono acquisiti i dati bancari riguardanti soggetti diversi. La censura è infondata, perché essa postula che l’autorizzazione debba essere specifica per ogni singolo conto o rapporto di cui si chiede documentazione; al contrario l’autorizzazione è pur sempre riferita al contribuente sottoposto a verifica, che consente di acquisire anche i dati dei conti di terzi, fermo l’onere dell’Amministrazione finanziaria di provarne la riferibilità nei termini sopra chiariti (Cass. n. 26829/2014).
7. Il settimo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 3 e n. 4 c.p.c., violazione dell’art. 112 c.p.c, per non avere la Ctr deciso sulla eccezione con cui la contribuente aveva dedotto l’illegittimità dell’autorizzazione all’espletamento delle indagini finanziarie.
8. L’ottavo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 3 e n. 4 c.p.c., violazione dell’art. 112 c.p.c, per non avere la Ctr deciso sull’eccezione con cui fu richiesto, per l’ipotesi che fossero stati ritenuti fondati i rilievi indicati nell’avviso di accertamento, l’Amministrazione finanziaria avrebbe dovuto riconoscere una proporzionale quota dei costi inerenti ai maggiori ricavi accertati.
Il motivo è infondato. Mutatis mutandis vale quanto detto a proposito del precedente motivo. Dal riconoscimento di una percentuale di costi, ne sarebbe derivato la riduzione dell’imponibile, e quindi una ulteriore ragione di rigetto dell’appello dell’Ufficio, che invece su questo punto è stato accolto. Il che porta con sé l’implicito rigetto della stessa eccezione.
9. Il nono motivo, coordinato con il precedente, deduce, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 5 c.p.c. omesso esame di fatto decisivo, per non avere al corte chiarito le ragioni della mancato riconoscimento dei maggiori costi conseguenti all’accertamento del maggiore imponibile sulla scorta delle indagini bancarie.
Il motivo è inammissibile. Non deduce un vizio di motivazione, ma semmai una violazione di legge, che però non sussiste. Secondo la giurisprudenza di questa Suprema corte soltanto i caso di accertamento induttivo puro, ex art. 39, comma 2, del d.P.R. n. 600 del 1973, il Fisco deve riconoscere una deduzione in misura percentuale forfetaria dei costi di produzione, mentre in ipotesi di accertamento analitico o analitico presuntivo (come le indagini bancarie), è il contribuente che deve dimostrare, con onere probatorio a suo carico, l’esistenza dei presupposti per la deducibilità di costi afferenti ai maggiori ricavi o compensi, senza che l’Ufficio possa o debba procedere al riconoscimento forfetario di componenti negativi (Cass. n. 25317/2014; n. 20679/2014).
Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in € 5.200,00, oltre alle spese prenotate a debito.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della I. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dell’art. 1 -bis dello stesso articolo 13.

References: Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 39
 articolo 13