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Timestamp: 2020-01-28 16:32:53+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 16390 del 04/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16390 del 04/07/2017
Cassazione civile, sez. lav., 04/07/2017, (ud. 04/04/2017, dep.04/07/2017), n. 16390
sul ricorso 12916/2015 proposto da:
rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCESCA BUFALINI, giusta
MARCIANO S.R.L., IN CONCORDATO PREVENTIVO (già VITRUVIT S.P.A.) C.F.
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANASTASIO II 79, presso lo
studio dell’avvocato MARCO SABATINI, che la rappresenta e difende
avverso la sentenza n. 8559/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 10/11/2014 r.g.n. 1243/2011;
udito l’Avvocato FRANCESCA BUFALINI;
udito l’Avvocato GIULIANO NISI per delega verbale Avvocato MARCO
2. Il Tribunale aveva respinto la domanda proposta dal S., assunto in data 1 luglio 2008 tramite avviamento obbligatorio, volta ad accertare l’illegittimità del licenziamento intimato dalla ceramica Vitruvit spa, con lettera del 15 settembre 2008, per mancato superamento della prova, con condanna della società al pagamento della cd. indennità sostitutiva della reintegra pari a 15 mensilità.
Il capitolo di prova, quindi, emendato degli apprezzamenti, avrebbe assunto il carattere dell’ammissibilità. Non era poi necessario indicare i testi rispetto ai diversi capitoli di prova, nè che i capitoli fossero separati dalla narrativa enumerati, se le circostanze della narrativa erano articolate schematicamente in capitoli.
Occorre rilevare che nel caso in esame, la sentenza impugnata è stata pubblicata dopo l’11 settembre 2012. Trova dunque applicazione il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lettera b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, il quale prevede che la sentenza può essere impugnata per cassazione “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.
Con la sentenza del 7 aprile 2014 n. 8053, le Sezioni Unite hanno chiarito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.
Ciò non ricorre nel caso in esame atteso che va rilevato, da un lato la genericità della formulazione del motivo che non riporta, trascrivendoli, i capi di prova della cui mancata ammissione si duole (e che avrebbero dovuto offrire elementi per l’esercizio dei poteri officiosi del giudice), nè la relativa deduzione in appello (facendo riferimento alla prova di cui al capitolo 3 del ricorso introduttivo del giudizio), e contiene stralci dell’esito dell’interrogatorio formale che, in quanto frammentari, non consentono di apprezzare la rilevanza del complessivo esito dell’interrogatorio; dall’altro che la Corte d’Appello con motivato accertamento di merito ha valutato motivatamente le risultanze istruttorie, secondo le regole del riparto dell’onere della prova.
Nè il ricorso per cassazione introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale chiedere un riesame nel merito e far valere la prospettata mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti (S.U. n. 7931 del 2013 e Cass. n. 4293 del 2016).
Esulavano dal thema decidendum come delimitato dal ricorso l’esistenza di motivi illeciti o estranei patto di prova e l’inadeguatezza delle mansioni svolte durante il periodo di prova con il suo stato di invalidità, nonchè l’inadeguatezza del periodo di prova in relazione alle condizioni di invalidità.
Il giudice di appello, in relazione alle deduzioni effettuate con il ricorso, ha accertato che dalla prova per testi esperita in primo grado era emerso che il ricorrente doveva essere costantemente coadiuvato da altro addetto in quanto non in grado di svolgere in maniera idonea le mansioni assegnategli (“trovavo sempre errori” ha riferito il teste D.S.V.).
3.5. Questa Corte ha ribadito che il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, neppure in caso di contestazione in ordine alla valutazione della capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso, aggiungendo tuttavia che incombe sul lavoratore licenziato, che deduca in sede giurisdizionale la nullità di tale recesso, l’onere di provare, secondo la regola generale di cui all’art. 2697 c.c., sia il positivo superamento del periodo di prova, sia che il recesso è stato determinato da un motivo illecito e quindi, estraneo alla funzione del patto di prova (Cass. n. 21784 del 2009, n. 16224 del 2013). Risultandone quindi circoscritta la libertà di recesso nell’ambito della funzione cui il patto di prova è finalizzato. Ne consegue che la valutazione datoriale in ordine all’esito della prova è ampiamente discrezionale, sicchè la prova da parte del lavoratore dell’esito positivo dell’esperimento non è di per sè sufficiente ad invalidare il recesso, assumendo rilievo tale circostanza se ed in quanto manifesti che esso è stato determinato da motivi diversi (Cass., n. 1180 del 2017, n. 21784 del 2009).
Nell’ipotesi di avviamento di invalido per l’assunzione obbligatoria ai sensi della L. n. 482 del 1968, il contratto di lavoro può essere stipulato con patto di prova, a condizione che le mansioni affidate siano compatibili con la minorazione dell’invalido; nel caso di esito negativo dell’esperimento, è valido il recesso del datore di lavoro dal rapporto, purchè motivato con l’indicazione delle ragioni (serie ed obiettive) che non hanno consentito il superamento del periodo di prova, indipendentemente da qualsiasi valutazione della minorazione dell’invalido; con la conseguenza che, ove tali ragioni siano indicate, il recesso non è subordinato ad altri adempimenti od obblighi, incombendo al lavoratore che alleghi l’illegittimità del licenziamento di dedurre e provare rigorosamente eventuali motivi illeciti o discriminatori, ovvero elementi contrari a quelli dedotti dal datore di lavoro circa l’impossibilità di reperire all’interno dell’azienda, tenuto conto della sua struttura organica ed organizzativa, altro posto di lavoro più confacente alle attitudini del soggetto, nell’ambito della categoria e del livello di appartenenza (Cass., n. 5639 del 1998, n. 21965 del 2010).
Successivamente, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 10, (Norme sui licenziamenti individuali) e dell’art. 2096 c.c., ha statuito che l’infondatezza della questione sotto il profilo della presunta lesione del principio di eguaglianza rende evidente anche l’inconsistenza del richiamo agli artt. 2 e 35 della Carta fondamentale, poichè i principi generali di tutela della persona e del lavoro (ordinanza n. 254 del 1997) non si traducono nel diritto al conseguimento ed al mantenimento del posto (sentenza n. 390 del 1999), dovendosi piuttosto riconoscere garanzia costituzionale al solo diritto di non subire un licenziamento arbitrario.
6. Poichè il ricorrente in cassazione è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato, lo stesso non è tenuto al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (Cass. n. 18523 del 2014).

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 54
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 10
 art. 13