Source: http://mcorriere.altervista.org/news071116.html
Timestamp: 2017-07-28 16:46:06+00:00

Document:
Articoli del 7/11/2016:
Il Tribunale di Roma riconosce il risarcimento del danno da alienazione parentale
La tutela antidiscriminazione delle persone disabili
Sentenza rivoluzionaria della Corte di Cassazione in tema di alienazione genitoriale
Il Tribunale di Roma riconosce il risarcimento del danno da alienazione parentale:
Con una recentissima sentenza datata 18 settembre scorso la prima sezione del Tribunale di Roma, nella persona del Giudice Carmela Chiara Palermo, ha accolto la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale subito da un padre nei confronti della ex moglie che aveva impedito i rapporti della figlia con la figura genitoriale paterna, con una condotta ostruzionista, che aveva violato il suo diritto alla genitorialità . Era infatti emerso dagli atti processuali il nesso eziologico tra la condotta illecita della moglie nei confronti dell’ex coniuge con il danno subito da quest’ultimo. Già una ctu espletata nella fase di separazione giudiziale aveva accertato “la sindrome nota come alienazione parentale o genitoriale, nella quale un genitore attiva una sorta di programmatico allontanamento dei figli da e contro l’altro genitore, talvolta con il pieno coinvolgimento in tal senso dei figli stessi”, che inconsapevolmente vengono manipolati e rifiutano il genitore cosiddetto alienato , diventando vittime di un meccanismo che provocherà loro deprivazione affettiva e spesso anche problematiche psichiche.
Si assiste pertanto al comportamento di un genitore macchinatore, il cui fine è quello di annientare il rapporto del figlio con l’altro genitore. Si opera così l’indottrinamento da parte di uno dei due genitori, che mette in atto, con il contributo attivo del figlio, una sorta di lavaggio di cervello finalizzata alla denigrazione dell’altro genitore e che conduce il minore a distaccarsi dalla realtà, ad alienarsi dagli affetti e a provare astio e disprezzo immotivato e costante nei confronti del genitore preso di mira.
Nel caso in esame il Giudice afferma che “tutto ciò integra , senza alcun dubbio, la lesione del diritto personale dell’attore alla genitorialità”, che è un diritto garantito e tutelato dagli articoli 2 e 29 della nostra Costituzione e la cui privazione sicuramente gli ha provocato grande nocumento e sofferenza sia per non aver potuto assolvere – per causa imputabile solo alla condotta illecita della ex moglie – a quei doveri che scaturiscono dalla responsabilità genitoriale, sia per non aver potuto gioire della presenza e dell’affetto della figlia .
Il Tribunale fa rilevare pertanto come l’annullamento della funzione genitoriale provoca un grave danno morale ed esistenziale, poiché impedisce al genitore di poter assolvere ai propri doveri nei confronti della prole, bisognosa di cura, affetto, istruzione ed educazione da parte di entrambi i propri genitori.
Da qui la condanna della convenuta al risarcimento nei confronti dell’ex marito del danno non patrimoniale da alienazione parentale, liquidato in via equitativa in 20.000,00 euro.
Ricordiamo, come precedente in materia, la sentenza del Tribunale di Roma del 2012, che ha condannato la madre manipolatrice, che aveva ostacolato per molti anni l’ex coniuge nei rapporti genitoriali con la figlia, a risarcire all’ex marito 50.000,00 euro per danno esistenziale.
In questo caso, a seguito della separazione, l'ex moglie aveva intralciato in tutti i modi il rapporto genitoriale tra padre e figlia, giungendo persino a sporgere nei confronti del marito una calunniosa ed infamante denuncia di violenza sessuale verso la figlia. Anche in questo caso il Tribunale , riconoscendo il diritto al risarcimento del danno affermava che la condotta alienante materna aveva causato “una gravissima compromissione dei rapporti affettivi del padre verso la figlia minore, con conseguente lesione del diritto costituzionalmente garantito alla genitorialità”. Il risarcimento veniva poi ridotto dalla Corte di Appello di Roma nel quantum ad euro 15.000,00; seguiva pronuncia della Corte di Cassazione, che, chiamata a decidere in ultima istanza, con sentenza n.6790/2016 cassava tale decisione , rinviando ad altra sezione della Corte di Appello di Roma, nella sola parte in cui il giudice di secondo grado non dava affatto conto “ dell’iter logico seguito nella quantificazione del danno in via equitativa, ai sensi dell’art. 1226 c.c a favore del padre per lesione del diritto tutelato dagli artt. 2 e 29 della Costituzione in riferimento all’illecito aquiliano ascritto alla ex moglie”. Sostiene infatti la Suprema Corte che tale liquidazione , seppur “affidata ad apprezzamenti discrezionali del giudice di merito deve comunque essere sorretta dalla intellegibile indicazione dei criteri adottati a base del procedimento valutativo”.
È pertanto univoca la recente giurisprudenza sia di merito che di legittimità sulla risarcibilità del danno non patrimoniale subito dal genitore alienato ; ancora controverso è solo il quantum, che , essendo liquidato in via equitativa, deve essere sostenuto da un adeguato e congruo iter logico, che tenga nel dovuto conto la gravità dei fatti, la durata degli stessi , i rapporti tra le parti, la loro personalità e i le loro condizioni socio-economiche-culturali.
La tutela antidiscriminazione delle persone disabili:
La legge 67del 2006 è una legge di civiltà: sancisce infatti il diritto di chi vive una condizione di disabilità a non essere discriminato e prevede, altresì, che il tribunale competente per territorio possa ordinare la cessazione di un atto o di un comportamento che discrimina. È fondamentale l’ individuazione di ogni forma di discriminazione, che si ha quando una prassi, un provvedimento involontario o un comportamento in apparenza neutro mettono una persona disabile in una posizione di svantaggio rispetto agli altri. Con l’importante riferimento all’art. 3 della Costituzione, l’art.1 della normativa in esame intende garantire la “piena attuazione” della Legge 104/1992 , al cui articolo 3 viene definito disabile colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. La legge distingue tra discriminazione diretta ed indiretta: si ha discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in situazione analoga. Si ha invece discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone. Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti . Pertanto il disabile che ritiene di avere subito un atto discriminatorio sia dal privato che dalla pubblica amministrazione, può depositare il ricorso, anche personalmente, nella cancelleria del tribunale civile in composizione monocratica e può chiedere sia la cessazione del comportamento discriminatorio che il risarcimento del danno. Il Tribunale, omettendo qualsiasi formalità, procede agli atti di istruzione che ritiene necessari al fine del provvedimento richiesto e decide con ordinanza di rigetto o di accoglimento. In quest’ultimo caso, l’ordinanza è immediatamente esecutiva e la sua mancata osservanza fa scattare il procedimento penale di cui all’art. 388 primo comma del codice penale. Con il provvedimento che accoglie il ricorso il giudice, oltre a provvedere, se richiesto, al risarcimento del danno, anche non patrimoniale, ordina la cessazione del comportamento, della condotta o dell’atto discriminatorio, ove ancora sussistente, e adotta ogni altro provvedimento idoneo, secondo le circostanze, a rimuovere gli effetti della discriminazione, compresa l’adozione, entro il termine fissato nel provvedimento stesso, di un piano di rimozione delle discriminazioni accertate. Il giudice può ordinare, altresì, la pubblicazione del provvedimento a spese del convenuto, per una sola volta, su un quotidiano a tiratura nazionale, ovvero su uno dei quotidiani a maggiore diffusione nel territorio interessato Nei casi di urgenza, il Tribunale provvede con decreto motivato, assunte, ove occorre, sommarie informazioni. In tal caso fissa, con lo stesso decreto, l'udienza di comparizione delle parti davanti a sé entro un termine non superiore a quindici giorni, assegnando all'istante un termine non superiore a otto giorni per la notificazione del ricorso e del decreto. A tale udienza, il tribunale in composizione monocratica, con ordinanza, conferma, modifica o revoca i provvedimenti emanati nel decreto Competente per territorio è il Giudice del domicilio del ricorrente. Tale competenza è ritenuta inderogabile ex art. 28 c.p.c. e non può subire modifiche, neppure per ragioni di connessione. Il Tribunale può non solo rimuovere le ragioni o gli atti della discriminazione, ma anche condannare il resistente al risarcimento del danno, inteso come danno non patrimoniale nella sua categoria più ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore attinente alla persona Per quanto riguarda la rappresentanza processuale dei soggetti incapaci, valgono le regole comuni. Saranno legittimati i genitori dei disabili minorenni, i tutori e i curatori degli incapaci totali o parziali, nonché l’amministratore di sostegno, previa autorizzazione del Giudice Tutelare. Tali soggetti legittimati, in base alla previsione dell’art. 4 della Legge 67, possono, con atto pubblico o scrittura privata autenticata, delegare enti preposti e riconosciuti ad agire in loro vece. C’è da rilevare che tale normativa è ed è stata fondamentale anche per la tutela del diritto allo studio degli alunni portatori di handicap contro eventuali discriminazioni. La scrivente si è attivata con numerosi ricorsi antidiscriminazione per la tutela di tale diritto di minori disabili presso vari Tribunali, che hanno accolto le istanze dei genitori di questi alunni. In particolare si è trattato di alunni diversamente abili che, all’improvviso, si sono ritrovati le ore di sostegno notevolmente diminuite rispetto all’anno precedente. In tale modo gli alunni disabili venivano defraudati dalla presenza fondamentale del docente di sostegno, privandoli di diritti fondamentali costituzionalmente garantiti, quali , oltre al diritto allo studio , quello all’ integrazione e alla parità di trattamento nei confronti degli altri studenti. Ed infatti , in tali casi, la scelta dell’amministrazione scolastica concretava una illecita discriminazione dei minori portatori di handicap, ex art. 3 della legge 104 del 1992, che, in tal modo, avevano visto lesi i loro diritti costituzionalmente sanciti, essendo stato violato in particolare l’art. 3 della nostra Costituzione , che prevede per tutti parità di trattamento e la rimozione di quegli ostacoli che possono di fatto impedire quella parità ed uguaglianza tra tutti i soggetti. Pertanto , essendosi commessa una grave discriminazione ai danni di tali studenti si procedeva a promuovere ricorso antidiscriminazione ai sensi della legge 67 /2006, che prevede un assoluto divieto di discriminazioni in danno delle persone disabili onde favorirne il pieno godimento dei loro diritti. Nel caso particolare si aveva una discriminazione indiretta, giacché la riduzione delle ore di sostegno in precedenza garantite non trovava nessuna corrispondente contrazione di didattica per gli alunni non svantaggiati: l’esercizio del diritto allo studio non era stato parimenti ridotto per tutti gli studenti normodotati, provocando così una grave discriminazione indiretta solo per gli studenti disabili. Pertanto poiché la riduzione delle ore di sostegno agli alunni portatori di handicap aveva comportato una contrazione del loro diritto fondamentale all’istruzione, la scelta della pubblica amministrazione, finendo per incidere negativamente solo sulle situazioni giuridiche soggettive dei disabili, concretava una discriminazione indiretta ai loro danni e doveva essere rimossa. I Tribunali hanno accolto tali richieste e hanno ordinato al Ministero dell’Istruzione , Università e Ricerca la cessazione della condotta discriminatoria consistente nella riduzione delle ore di sostegno prestate in favore degli studenti disabili, condannandolo al loro ripristino, alle spese e ad un risarcimento danni valutato in via equitativa. Questa normativa deve essere sempre più diffusa e conosciuta, in quanto la sua applicazione è importante per la tutela dei diritti di chi non ha voce. Avv. Margherita Corriere
Sentenza rivoluzionaria della Corte di Cassazione in tema di alienazione genitoriale:
Con la sentenza n. 6919 /2016 la Corte di Cassazione dispone che non compete alla Corte dare giudizi sulla validità o invalidità delle teorie scientifiche sulla PAS ( Sindrome di alienazione parentale ), in quanto compito dei giudici è capire e adeguatamente motivare sulle ragioni dell’ostinato rifiuto di vedere il padre da parte della figlia minore, utilizzando i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia e anche le presunzioni , qualora un genitore denunci comportamenti ostativi dell’altro genitore affidatario o collocatario , che provocano l’allontanamento morale e materiale della prole da sé, condotte indicate come significative della presenza di una PAS. È essenziale infatti secondo la Suprema Corte tenere conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale ricopre una grande importanza la capacità di garantire la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore , onde tutelare in maniera effettiva e concreta il diritto del minore alla bigenitorialità e ad una sana crescita equilibrata ; infatti è fondamentale per la prole poter intrattenere rapporti costanti e significativi con entrambe le figure genitoriali , che sono importanti per un sereno e idoneo sviluppo della personalità in itinere.
Occorre a questo punto aprire una piccola parentesi per comprendere cosa sia la PAS. La separazione tra due coniugi è certo un evento traumatico sia per la coppia genitoriale che per la prole: è questo il momento in cui i genitori devono evitare di cadere nella trappola della conflittualità e aver cura dell’“interesse preminente dei propri figli”, proteggendoli da potenziali effetti laceranti, impegnandosi per il loro bene, mantenendo un equilibrato e sereno rapporto parentale.
Purtroppo non sempre è così; infatti ci sono casi nei quali uno dei due genitori, in fase di separazione o divorzio, mette in atto una forte conflittualità nei confronti dell’altro, utilizzando i figli come strumento di belligeranza, macchinando atipiche alleanze con loro ai danni dell’altro genitore, che “deve essere eliminato dalla loro vita”. In tali casi si aprono scenari molto pericolosi soprattutto per il benessere dei minori, che hanno bisogno di entrambe le figure genitoriali per una loro sana crescita psicofisica e che , costretti emotivamente ed affettivamente a rinunciare ad uno di loro , si troveranno deprivati di una importante figura di riferimento ; nei casi più gravi si parla di alienazione genitoriale, o PAS, che viene identificata pertanto come un “disturbo iurigeno”, consequenziale ad un contesto giudiziario molto conflittuale e controverso per l’affidamento della prole.
Nel caso trattato dalla sentenza della Cassazione il tutto trae origine dalla fine di una convivenza : la madre lasciava la residenza comune e portava via con sé la figlia nata dalla relazione con l’ex compagno, estraniandola sempre più dalla figura paterna.
Adito il Tribunale per i Minorenni di Milano , l’organo giudiziario con decreto del 27 marzo 2006 disponeva l’affidamento condiviso della minore ad entrambi i genitori, collocandola presso la madre e affidando ai servizi sociali il monitoraggio della situazione. Con successivo decreto del 18 novembre 2008 il Tribunale per i Minorenni prescriveva alla minore un trattamento psicoterapeutico, rilevato il suo atteggiamento di netto rifiuto della figura paterna. Ma in questa circostanza, in maniera inverosimile, la definizione concreta del trattamento veniva lasciata alla madre, incurante di rispettarla.
Con susseguente decreto del 10 dicembre 2011 il Tribunale per i Minori , rigettando le richieste del padre , che sosteneva che il rifiuto della figlia nei suoi confronti era causato da una PAS posta in essere dalla madre con la sua campagna di denigrazione verso la figura paterna, confermava il precedente decreto, attribuendo il disagio della ragazza nel rapportarsi con il padre a degli imprecisati e non provati comportamenti del padre. Il padre proponeva pertanto reclamo presso la sezione Minori della Corte di Appello di Milano, insistendo su nuove indagini peritali che accertassero le ragioni dell’ostilità della figlia nei suoi confronti e aiutassero la ripresa dei rapporti padre-figlia. Ma la Corte di Appello con decreto del 17 dicembre 2013 confermava l’affido condiviso ed il collocamento della minore presso la madre e la situazione purtroppo non mutava, mentre l’ostilità della figlia nei confronti del padre si aggravava.
In tale situazione al padre non rimaneva che proporre ricorso per Cassazione, con cui si denunciava, in primis, la violazione e falsa applicazione dell’art. 155 c.c. – sostituito dopo la riforma con l’art. 337 ter c.c. – vale a dire, la inosservanza del principio della bigenitorialità , cioè del diritto della figlia di poter crescere avendo accanto in maniera significativa entrambe le figure genitoriali , che si prendano cura di lei, la assistano, la mantengano e la educhino. Inoltre veniva contestato l’omesso esame di fatti decisivi , cioè del non aver preso il giudicante in seria ed adeguata considerazione la condotta della madre, che aveva contrastato in tutti i modi il rapporto della figlia con il padre e che, altresì, mai era intervenuta in maniera idonea quando la minore manifestava condotte aggressive e ostili nei confronti della figura paterna. Tale grave situazione pertanto andava a ledere il diritto alla vita familiare tutelato dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché in una situazione così delicata l’omesso l’espletamento di accertamenti specifici volti ad individuare l’esistenza di una PAS era sintomatico nel giudice di merito di una ingiustificata ed arbitraria posizione negazionista dell’alienazione genitoriale, che aveva l’ effetto preclusivo di tutelare in primis il diritto alla bigenitorialità della minore ed il diritto-dovere del padre in quanto tale. Denunciava lo stesso che in conseguenza di ciò la Corte di merito non aveva effettuato quelle opportune e doverose indagini sulle cause del rifiuto manifestato dalla figlia nei suoi confronti , attribuito , senza alcun fondamento ad ipotetici “comportamenti inadeguati “ tenuti dal padre nei confronti della figlia e, pertanto, non aveva adottato le idonee misure finalizzate a ristabilire i contatti della stessa con la figura genitoriale paterna, disponendo sic et simpliciter l’interruzione dei rapporti con il padre adducendo che la minore era “a rischio evolutivo”.
La Corte di Cassazione con la decisione in esame ha accolto il ricorso del genitore, osservando, in particolare che la Corte di Appello , nell’ ordinare l’interruzione della frequentazione padre-figlia , in ragione dell’avversione professata dalla stessa nei confronti del genitore , lo aveva in sostanza escluso dalla vita della minore solamente in base ad una acritica adesione del giudicante alla conclusioni finali del c.t.u. trascurando le specifiche censure avanzate dal padre. Ed infatti - sostiene la Corte di Cassazione – il giudice può aderire alle conclusioni del ctu senza essere onerato di una specifica motivazione ad eccezione che queste non formino oggetto di specifica censura, come nel caso di specie.
E sostiene ancora la Corte di Cassazione che in tema di affidamento di figli minori il giudizio prognostico deve essere effettuato nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, esaminando la capacità dei genitori di crescere ed educare i figli nella nuova situazione creatasi a seguito della disgregazione dell’unione . Pertanto afferma la Suprema Corte che trai requisiti di idoneità genitoriale , ai fini dell’affidamento o collocamento della prole, è rilevante accertare la capacità dei genitori di individuare i bisogni dei figli, tra i quali , in primis si evidenzia la capacità di riconoscere le loro esigenze affettive, che si identificano anche nella capacità di “preservargli la continuità delle relazioni parentali attraverso il mantenimento della trama familiare , al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa sull’altro genitore”.
Pertanto – conclude la Cassazione – non è compito del Giudice emettere giudizi sulla validità o invalidità delle teorie scientifiche della PAS, mentre compete ai giudici di merito motivare sulle ragioni del rifiuto del padre da parte della figlia e verificare in concreto l’esistenza dei comportamenti , denunciati da parte paterna , finalizzati all’allontanamento fisico e morale della figlia minore posti in essere dall’altro genitore: il giudice di merito, a tal fine,” è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti”, utilizzando i comuni mezzi di prova e anche le presunzioni ed a motivare adeguatamente , tenendo nel dovuto conto pertanto l’importanza rivestita tra i requisiti dell’idoneità genitoriale della capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore a tutela del diritto della figlia alla bigenitorialità e, di conseguenza, alla sua crescita equilibrata e serena. Quindi la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata dal padre con rinvio alla Corte di Appello di Milano, sez. Minorenni, in diversa composizione.
È una sentenza di grande interesse, perché evidenzia come finalità fondamentale delle pronunce sull’affidamento della prole è preservare il diritto alla bigenitorialità, inteso come esigenza primaria e del minore di ricevere affetto, cura, attenzione, educazione e istruzione da entrambi i genitori, che, anche in situazioni altamente conflittuali, devono attenzionare gli interessi primari dei loro figli, avendo costantemente la consapevolezza che genitori responsabili si dovrà essere per tutta la vita.

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 articolo 3
 art. 28
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