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Timestamp: 2019-08-24 06:04:46+00:00

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Sigarette: sì al risarcimento per il danno da fumo. Sentenza storica
25 Luglio 2014 | Autore: Angelo Greco
Cancro ai polmoni e altre malattie respiratorie: la relazione tra danni conseguenti alla nicotina e svariate patologie alla salute è evidente e provata; al danneggiato spetta il risarcimento.
È “sfuggita” (chissà quanto volontariamente) ai grandi media la notizia della sentenza emessa dal Tribunale di Milano qualche giorno [1] fa e apparsa solo ieri su qualche trafiletto di giornale: una sentenza che segna un importantissimo precedente a tutela del diritto alla salute, un punto a favore dei cittadini nei confronti dei grandi produttori di tabacco.
Finalmente, anche i tribunali italiani si adeguano a quello che, negli Stati Uniti, è stato un cavallo di battaglia non solo delle associazioni di tutela dei consumatori, ma anche della stessa opinione pubblica: la responsabilità delle multinazionali del tabacco per i danni alla salute provocati dal fumo.
Il catrame presente nelle sigarette provoca il cancro, almeno nei roditori da laboratorio. Ma non solo. Esso è l’agente che crea assuefazione e dipendenza ancor di più dello stesso tabacco. Secondo alcuni studi, le case produttrici di sigarette, resesi conto di ciò, avrebbero volontariamente incrementato, nelle sigarette, la dose di catrame, a discapito di quella del tabacco al fine di rendere ancor più schiavi del vizio i consumatori.
Ma veniamo in Italia. Dicevamo, un giudice del Tribunale di Milano ha condannato una casa produttrice di sigarette a poco meno di un milione di multa poiché, nel corso del processo, è stato inequivocabilmente provato il collegamento tra un tumore ai polmoni e la morte di un soggetto, “affetto” dal vizio del fumo. Gli eredi di quest’ultimo sono riusciti a dimostrare che il danneggiato arrivava a consumare in media un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno: e ciò proprio per via della predetta assuefazione.
La sentenza ritiene sussistente il nesso di causa-effetto fra l’attività di tabagista e la neoplasia polmonare. La produzione e la commercializzazione è un’attività pericolosa e la conoscenza dei rischi del fumo, da parte del consumatore, non esclude la responsabilità dell’azienda del settore.
La sentenza lascia, per alcuni versi, l’amaro in bocca: sembra quasi voglia condannare le aziende produttrici solo per il fatto di non aver correttamente informato il consumatore dei rischi connessi al fumo prima del 1991 (anno in cui è diventato obbligatorio scrivere sui pacchetti di sigarette “Attenzione: nuoce gravemente alla salute”).
Compete a chi esercita l’attività pericolosa, cioè a chi vende le sigarette, provare di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno. Solo nel 1991 sono comparse sui pacchetti le avvertenze sul carattere legale dell’assunzione del tabacco. Ma anche nella seconda metà degli anni Sessanta, erano ampiamente conosciuti gli effetti negativi sulla salute umana, osserva il giudice. E le informazioni sul rischio cancerogeno sono spesso contrastate da argomentazioni di segno opposto.
Ancora si legge in sentenza: “La durata di esposizione al fumo è il fattore più rilevante nel definire il rischio individuale di un carcinoma broncogeno”. La letteratura scientifica sui cui si sono basati i periti hanno portato il giudice a ritenere che, in relazione al rischio di sviluppare un tumore ai polmoni, in questo caso, “i 26-27 anni in cui” l’uomo “ebbe a fumare prima dell’entrata in vigore della norma sono molto più rilevanti dei 13-14 anni del periodo successivo” e, quindi, “che il ruolo dei primi 26-27 anni di esposizione (al fumo, nda) è circa 20 volte più rilevante rispetto a quello dei successivi 13-14 anni”.
Insomma: non può dubitarsi del rapporto causa-effetto fra l’attività di assunzione di tabacco messa in opera prima del 1991 e l’evento morte.
La sentenza riveste comunque un’importanza senza precedenti. Infatti, sebbene in passato la Cassazione avesse qualificato come “attività pericolosa” quella di commercializzazione e vendita delle sigarette [2], l’opinione non era condivisa da tutti i tribunali. Anzi. Sono rimasto letteralmente indignato dalla pronuncia della Corte di Appello di Roma, emessa a gennaio 2012: secondo tale decisione, la responsabilità per il cancro ai polmoni non è del produttore di sigarette, ma niente meno che del consumatore, il quale, pur consapevole dei rischi che corre, sceglierebbe coscientemente di procurarseli, decidendo di fumare. E con ciò, il collegio di secondo grado dimostra di ignorare completamente il “complotto” a danno dei consumatori, ordito dalle multinazionali del tabacco, complotto appunto rivolto ad aumentare, con agenti chimici artificiali, la dipendenza da fumo.
I presupposti su cui si fonda il diritto al risarcimento, sulla scorta di uno storico precedente del 2005 [3] sono:
– la prova del rapporto di causa-effetto tra il consumo di sigarette e la malattia: esso si valuta partendo dalle perizio dei consulenti del giudice e di parte;
– la prova, da parte del produttore, di aver adottato tutte le misure per evitare il danno, prova richiesta da una norma del codice civile [4] che riguarda i prodotti pericolosi: la giurisprudenza ritiene che le sigarette siano da classificare come tali. Le misure che il produttore deve adottare consistono nell’informare il consumatore dei rischi del fumo per la salute.
La giurisprudenza ritiene che l’informazione sia adeguata solo dal 1991, quando entrò in vigore l’obbligo di riportare con evidenza messaggi chiari e netti sui pacchetti: ecco perché ancora le pronunce dei nostri giudici in tema di danni da fumo restano limitate da paletti che riducono enormemente la possibilità del risarcimento.
[1] Trib. Milano sent. n. 9235/14 dell’11.07.2014.
[2] Cass. sent. n. 26516/09 secondo cui “l’attività di commercializzazione e produzione delle sigarette è pericolosa e la pretesa conoscenza del rischio connesso al fumo non esclude la configurabilità della responsabilità del produttore.
[3] C. App. Roma sent. n. 1015/2005.

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 Cass.