Source: http://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0454&tipo=atti_indirizzo_controllo&pag=allegato_b
Timestamp: 2019-03-24 23:54:35+00:00

Document:
con la proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva del Consiglio 92/85/CEE si recano disposizioni relative all'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento;
solo il 63 per cento delle donne dell'Unione europea lavora mentre la Strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e solidale (3 marzo 2010 (COM(2010)2020 Final) fissa l'obiettivo in materia di tasso di occupazione delle donne al 75 per cento;
il divario salariale tra gli uomini e le donne in seno all'Unione europea è pari al 16 per cento e che la pensione delle donne è in media inferiore del 39 per cento rispetto a quella degli uomini;
la Convenzione ILO n. 183 sulla protezione della maternità che prevede, all'articolo 4 comma 1-bis, un congedo di maternità di almeno 14 settimane;
l'estensione e l'armonizzazione delle disposizioni relative al congedo di maternità contribuiranno alla tutela delle donne sul mercato del lavoro, faciliteranno la realizzazione di un equilibrio tra lavoro e vita privata e favoriranno una migliore autonomia economica delle donne;
da un lato, le modifiche apportate alla legislazione europea in materia di congedo di maternità e, dall'altro lato, l'eliminazione delle disuguaglianze di genere sul mercato del lavoro, dovrebbero migliorare il tasso di occupazione delle donne e generare così una maggiore crescita economica negli Stati membri;
si assiste a una situazione di stallo in seno al Consiglio dell'Unione europea relativamente alla direttiva in questione;
a sostenere vigorosamente in seno al Consiglio dell'Unione europea la ripresa dei negoziati sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 3 ottobre 2008 recante modifica della direttiva 92/85/CEE del 19 ottobre 1992 o a promuovere il deposito di una nuova proposta legislativa;
ad adoperarsi affinché gli altri Stati membri riprendano i negoziati sulla proposta di direttiva precitata entro il termine fissato dalla Commissione per consentire, in fine, la sua adozione da parte del Consiglio dell'Unione europea, o per lo meno, per avviare una nuova iniziativa legislativa mirante a rivedere la direttiva 92/85/CEE del 19 ottobre 1992.
nel 1975 inizia l'esperienza della «Comune del Forteto», progetto basato su di una proposta di comunità agricola produttiva caratterizzata da una totale promiscuità sessuale fra i suoi partecipanti. A rivestire il ruolo di leader è Rodolfo Fiesoli, coadiuvato da Luigi Goffredi, entrambi coinvolti, sin dalla fine degli anni ’70, in un'inchiesta penale per supposti atti di zoofilia e pedofilia commessi all'interno della cooperativa;
il 1o giugno 1979 Fiesoli lascia il carcere per tornare alla comune del Forteto dove, lo stesso giorno, affidato dal tribunale dei minori, giunge il primo bambino down e il presidente del tribunale, Giampaolo Meucci, grande amico di don Milani, afferma di non credere nell'indagine del Giudice Casini e di ritenere il Forteto una comunità accogliente e idonea;
nel 1982 la cooperativa acquista una proprietà di circa cinquecento ettari nel Comune di Dicomano e vi si trasferisce. L'azienda continuerà a prosperare per diventare oggi un'azienda con un fatturato da 18-20 milioni di euro all'anno, con circa 130 occupati;
nella relazione finale della Commissione d'inchiesta della regione Toscana (15 gennaio 2013) vengono elencati i nominativi dei politici che a livello locale e nazionale, nonché magistrati e professionisti, avevano frequentazioni con la comunità del Forteto;
nella relazione della commissione d'Inchiesta della regione Toscana sull'affidamento dei minori sopra citata si legge quanto segue: «Per fornire un'idea di massima del fenomeno tentiamo di ricostruire dalle testimonianze ascoltate un elenco dei personaggi che, a vario titolo e con differenti modalità, passano al Forteto109: Edoardo Bruno, Piero Fassino, Vittoria Franco, Francesca Chiavacci, Susanna Camusso, Rosi Bindi, Livia Turco, Antonio Di Pietro, Tina Anselmi, Claudio Martini, Riccardo Nencini, Paolo Cocchi, Michele Gesualdi (Presidente Provincia di Firenze), Stefano Tagliaferri (Presidente Comunità Montana del Mugello), Alessandro Bolognesi (Sindaco di Vicchio), Livio Zoli (Sindaco di San Godenzo e Londa), Rolando Mensi (Sindaco di Barberino di Mugello). E poi i magistrati del Tribunale per i Minorenni di Firenze, a cominciare dai presidenti che si sono succeduti (Francesco Scarcella, Piero Tony, Gianfranco Casciano), dal sostituto procuratore Andrea Sodi, i giudici Francesca Ceroni e Antonio Di Matteo e il giudice onorario Mario Santini. Frequenta Il Forteto Liliana Cecchi, allora presidente dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, ma anche molti medici tra cui Roberto Leonetti (responsabile dell'Unità funzionale Salute Mentale Infanzia-Adolescenza per la zona Mugello). Non mancano i professionisti: volti noti come i giornalisti Rai Betty Barsantini e Sandro Vannucci, ma anche avvocati come Elena Zazzeri, presidente della Camera Minorile di Firenze.»;
dalla relazione della Commissione, emerge inoltre che la comunità ha ottenuto, dal 1997 al 2010, contributi per 1 milione e 200 mila euro mentre, in data 3 maggio 2013, l'europarlamentare Morganti avrebbe chiesto l'intervento della Commissione europea sul caso Forteto «perché sembrerebbe che questa comunità degli orrori abbia ricevuto finanziamenti provenienti da Fondi europei, sia perché ci troviamo di fronte ad una palese violazione dei diritti dei minori previsti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea»;
il quotidiano Il Giornale del 16 maggio 2013, all'interno di un articolo dedicato alla Comunità di cui sopra, riporta: «E l'omosessualità, la pedofilia, per bambini e bambine. Pratiche tollerate e incentivate: «Un percorso obbligato verso quella che veniva definita liberazione dalla materialità», in cui «i minori diventavano prede e ciò avveniva non solo con il consenso collettivo, ma anche con quello dei genitori affidatari presenti in comunità». È scritto nella relazione finale della Commissione d'inchiesta del consiglio regionale (presidente Stefano Mugnai, Pdl, vice Paolo Bambagioni, Pd) che ha fatto luce sul sistema di affidamento dei minori in Toscana.»;
in data 17 agosto 2013 il Ministero dello sviluppo economico ha redatto una relazione conclusiva sui profili amministrativo gestionali della cooperativa agricola il Forteto, chiedendo il commissariamento della stessa. Commissariamento ritenuto indispensabile a causa della pesante ed invasiva commistione tra la comunità di Rodolfo Fiesoli e la cooperativa Il Forteto laddove – indicano i commissari ministeriali tra cooperativa e comunità esiste «un legame imprescindibile» e una «tendenza a confondere le regole e i principi della «comunità» con il rapporto lavorativo e societario della cooperativa», rilevando altresì che tutto «viene delegato ai capi ed i soci vengono lasciati all'oscuro persino dei propri diritti»; con l’«inconsapevolezza riferita da alcuni soci interrogati di aver sottoscritto atti importanti, come ad esempio titoli obbligazionari o altri strumenti finanziari, nella completa ed acritica fiducia nei confronti dei proponenti, senza la reale conoscenza di ciò che stavano sottoscrivendo», concludendo con l'allarmante constatazione, secondo la quale la comunità Il Forteto «non appare dotata di strumenti normativi (...) che tutelino e/o garantiscano i diritti di eventuali «ospiti» disadattati e/o minori»;
ad attivare con urgenza tutte le procedure finalizzate all'eventuale commissariamento della cooperativa agricola al fine di separare nettamente la sua attività dalla precedente gestione e dall'Associazione e dalla Fondazione Il Forteto, di cui sono tuttora parte tutti i condannati e in generale il gruppo dei fondatori, al fine anche di pervenire al più presto al pagamento delle provvisionali a favore delle vittime.
(1-00936) «Cozzolino, Bonafede, Gagnarli, Nuti, Toninelli, Cecconi, Dadone, Dieni, D'Ambrosio, Ferraresi, Businarolo, Agostinelli, Colletti, Sarti».
secondo i dati forniti dall'Unione italiana vini e riferiti all'anno 2014, la superficie vitata nazionale si estende su 641.743 ettari circa, avendo perso, negli ultimi 14 anni, oltre 131.000 ettari; l'ammontare dei diritti di impianto non utilizzati è invece rimasto costante: 51.400 ettari, di cui 45.500 in possesso dei produttori ed il resto delle riserve regionali;
la nuova normativa comunitaria recante Organizzazione comune dei mercati agricoli di cui al Regolamento (UE) n. 1308/2013, dispone la cessazione dei diritti di impianto a partire dal 1 gennaio 2016 e la loro sostituzione con un sistema di autorizzazioni, gratuite ma non trasferibili, fino al 2020, con scadenza non oltre il 31 dicembre 2023;
come è noto, gli operatori del settore e le organizzazioni della filiera vitivinicola nazionale, manifestano da tempo preoccupazione per questo nuovo sistema considerato più rigido di quello attualmente in vigore, posto che le autorizzazioni, a differenza dei diritti, non potranno essere trasferite da un produttore ad un altro;
tale normativa difficilmente potrà contenere il declino delle superfici vitate nazionali: con una perdita di oltre 8.000 ettari di vigna all'anno, il sistema di autorizzazioni, che permetterà una crescita massima della superficie coltivata a vigna pari all'1 per cento, è assolutamente insufficiente a conservare il potenziale viticolo italiano;
se la facoltà di concedere autorizzazioni venisse attribuita alle regioni che, come noto, non prevedono di aumentare la propria superficie vitata nei prossimi anni e che in data 1o marzo 2015 avevano circa 3.823 diritti di impianto nelle proprie riserve, i titoli autorizzatori, non essendo trasferibili, non potrebbero essere rimessi in circolo e pertanto è auspicabile una attribuzione centralizzata del sistema di gestione del potenziale vitivinicolo;
è indispensabile, al fine di gestire al meglio la superficie potenzialmente disponibile, chiarire la durata dei diritti di reimpianto nel periodo transitorio, posto che in tale periodo, le autorizzazioni derivanti dalla conversione dei diritti in portafoglio hanno la stessa validità temporale dei diritti che le hanno generate,
nella predisposizione della normativa nazionale di attuazione del Regolamento Ue 1308/2013, relativamente al sistema di autorizzazioni per gli impianti viticoli, a tenere conto dei seguenti principi e criteri direttivi:
a) al fine di evitare una frammentazione del sistema tra le 21 regioni e quindi di scongiurare il pericolo di perdita di potenziale produttivo, attribuire la gestione del sistema delle autorizzazioni, da assegnare tramite emanazione di un bando unico annuale, al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali;
b) promuovere azioni a sostegno del settore con l'obiettivo di utilizzare annualmente l'intero plafond disponibile e, in caso contrario, ad aggiungere alla quota dell'anno successivo, le autorizzazioni non assegnate nell'anno precedente;
c) distribuire le autorizzazioni in maniera proporzionale tra tutti i richiedenti ammessi, secondo il criterio «pro rata», nel caso in cui le richieste annue superino la disponibilità dello Stato, ovvero 6.500 ettari;
d) intraprendere ogni utile iniziativa, anche presso le competenti sedi unionali, affinché si disponga che i diritti di impianto appartenenti alle riserve regionali siano automaticamente trasformati in autorizzazioni nel corso del primo anno di attuazione del nuovo sistema di gestione degli impianti viticoli;
e) per agevolare i produttori ai fini della conversione dei diritti in autorizzazioni e migliorare la gestione del potenziale di superficie vitata, sostenere, in accordo con le regioni, l'eliminazione, per il periodo transitorio, dei limiti temporali previsti per i diritti in portafoglio.
(7-00722) «Benedetti, Gallinella, Massimiliano Bernini, L'Abbate, Lupo, Parentela».
CATANOSO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
il 9 giugno 2015, una delegazione dell'Ugl Telecomunicazioni è stata convocata da Telecom Italia per informare il sindacato su tematiche relative al caring service;
gli avvenimenti i questi ultimi mesi vedono da una parte Telecom Italia protagonista con il piano industriale di una strategia «solitaria» sulla banda larga e dall'altra accadimenti che, a giudizio dell'interrogante e dell'Ugl Telecomunicazioni, sembrano voler rallentare questo progetto: «multe» dell'Agcom retroattive, accordo Metroweb con altri competitor, coinvolgimento di ENEL nella banda larga e mancato finanziamento dei contratti di solidarietà siano essi espansivi o intergenerazionali;
sul versante del caring service, Telecom Italia comunica il definitivo superamento della ipotesi del 18 dicembre 2014 il cui pilastro era il cloud delle competenze, un elemento nuovo ed importante che riporta le parti a concentrarsi su temi di carattere occupazionale con maggior determinazione e che rappresenta un segnale ancora più preoccupante della situazione aziendale in generale;
entro la fine di giugno 2015, nelle intenzioni di Telecom Italia, dovrebbe essere creata la «Newco.» dove far confluire i lavoratori dell'attuale divisione caring service, che dovrebbe concretizzarsi nel prossimo mese di ottobre;
tutto ciò certamente non sarebbe comunque sufficiente ad equilibrare un piano industriale basato soprattutto sul mix generazionale con le assunzioni prospettate a parità di occupazione (FTE totali);
il complicato arrivo di nuovi azionisti di riferimento, da Telefonica a Vivendi, potrebbe indurre a rivedere le scelte manageriali con una riorganizzazione dell'intera azienda ed eventuali e ulteriori dismissioni. Come ad ulteriori esternalizzazioni, ad oggi non ipotizzate nell'attuale piano industriale, al fine di far fronte al mancato rilancio e sotto la pressione di un debito sempre incombente;
il tavolo aziendale sembra aver esaurito il suo compito e la mancata riapertura, da UGL Telecomunicazioni e dall'interrogante sempre auspicata, in questi mesi della trattativa sul caring service ne rappresenta una oggettività evidente;
oggi, con scenari mutati così come le aspettative aziendali, palesate apertamente ai mercati già dal mese di febbraio, con i decreti attuativi del Jobs Act approvati definitivamente dal Consiglio dei ministri, sul definitivo riordino degli ammortizzatori sociali, giungono ulteriori segnali negativi dal Governo per quanto riguarda la tenuta occupazionale in Italia;
l'interrogante e la UGL Telecomunicazioni ritengono che debbano essere tentate tutte le vie istituzionali con l'apertura di un tavolo presso il Ministero dello sviluppo economico;
la Ugl telecomunicazioni ha già inviato una richiesta di incontro, per evitare una «societarizzazione» preludio di ulteriori scenari non certamente positivi per i lavoratori di Telecom Italia e per mettere in sicurezza l'intero gruppo, anche alla luce di possibili ulteriori esuberi che potrebbero essere a breve dichiarati da Telecom Italia;
è bene ricordare che ci sono precedenti che hanno portato la situazione «fuori dal guado» come nell'agosto del 2010, grazie anche all'intervento dei rappresentanti del Governo consapevoli dell'importanza strategica delle telecomunicazioni e di quello che Telecom Italia e i suoi dipendenti, con professionalità ed esperienza comprovate ed acquisite nel corso di tanti anni, rappresentano nel settore;
l'auspicio, come allora, è che si possa ritrovare una unità di intenti e sindacale per fare fonte comune presso le istituzioni ed evitare una societarizzazione che nessuno vorrebbe e riorganizzazioni aziendali che potrebbero intaccare tutto il perimetro occupazionale dell'azienda –:
quali iniziative intenda adottare il Governo per risolvere le problematiche esposte in premessa. (4-09693)
CATANOSO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
secondo le stime della Presidente della FNOMCEO Roberta Chersevani è prevedibile che, a legislazione costante nei prossimi 10 anni, 25 mila medici non avranno possibilità di sbocchi occupazionali nel servizio sanitario nazionale. Un dato, derivante dal saldo negativo annuo (-2000/2500 unità) tra laureati e posti disponibili nelle scuole di specializzazioni, che induce la presidente a chiedere una riduzione a 6.500 posti del numero di accessi alla facoltà di medicina;
un articolo di stampa scritto da Roberto Polillo e pubblicato su «Quotidianosanità.it» e l'interrogante non condividono la posizione del presidente della FNOMCEO. Una posizione difficilmente comprensibile se si tiene presente la situazione attuale della forza lavoro medica all'interno del servizio sanitario nazionale;
se, infatti, negli ultimi anni il saldo negativo tra medici ancora in servizio e pensionati non sostituiti è di circa 24 mila unità e se la stima delle uscite dai ranghi della medicina è di oltre 17.000, la soluzione da proporre dovrebbe andare esattamente nel segno contrario;
al fine di evitare una drammatica carenza di medici bisognerebbe puntare a un aumento del numero di posti disponibili sia nella facoltà di medicina che nelle scuole di specializzazione a meno che non si voglia incoraggiare quello shift di competenze dai medici ai professionisti sanitari che il comma 566 dell'articolo 1 della legge 190 del 2014;
a giudizio dell'interrogante e dell'estensore dell'articolo Roberto Polillo, quello che serve è un piano straordinario per il lavoro medico, perché in sanità la risorsa umana è il principale fattore produttivo da cui dipende in larga misura la qualità del servizio e per realizzare tale obiettivo bisognerebbe ripensare il modello di formazione post laurea dando più spazio agli ospedali pubblici anche attraverso la loro trasformazione in ospedali di insegnamento;
se il nostro servizio sanitario nazionale continuerà a depauperarsi di medici e di infermieri, danni saranno incalcolabili e i costi della medicina difensiva tenderanno ad aumentare perché lo scarso personale in servizio adotterà sempre di più comportamenti tesi a limitare i rischi della «malpractice» ricorrendo a prestazioni e accertamenti inutili;
le stime della presidente della FNOMCEO, invece, non nutrono alcuno dei timori legati alla futura scarsità di medici, come se di tale risorsa non ce ne fosse necessità o se ne potesse fare a meno;
il servizio sanitario ha pesantemente sofferto per i tagli sul fondo sanitario che hanno raggiunto la cifra di oltre 30 miliardi di euro, mentre il contributo all'efficientamento dei conti è stato realizzato quasi esclusivamente attraverso tagli lineari sul salario dei professionisti sanitari come autorevolmente rappresentato nella relazione della XII Commissione del Senato, sulla «sostenibilità della spesa sanitaria»;
anche la Corte dei Conti ha certificato che il contributo dato al risanamento da parte del personale tutto della pubblica amministrazione è stato nell'ordine dei 9 miliardi di euro e ha avvertito anche che questa situazione non può essere tollerata oltre onde non mettere a serio rischio la stessa tenuta del sistema;
i timidi segnali di ripresa dell'economia starebbero ad indicare una imminente uscita del nostro Paese dalla crisi e questo consente oggi di ripensare i sistemi di protezione puntando non al loro ridimensionamento ma al loro adeguamento alle mutate condizioni epidemiologiche del Paese;
il Governo deve trovare la forza di efficientare i conti della pubblica amministrazione e della sanità tagliando inefficienze e corruzioni che assorbono oltre il 7 per cento del fondo sanitario e non accanendosi sui lavoratori in servizio –:
quali iniziative intenda adottare il Governo per risolvere le problematiche esposte in premessa. (4-09694)
ZOLEZZI, TERZONI, BUSTO, DE ROSA, VIGNAROLI, DAGA, MICILLO e MANNINO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
come si legge nella risposta data alle interrogazioni al Parlamento europeo E-009582/11 ed E-009629/11, la direttiva 2008/98/CE non definisce quando le ceneri provenienti da incenerimento dei rifiuti siano da ritenere rifiuto pericoloso o non pericoloso, rimandando all'allegato III della medesima direttiva e all'articolo 2 della decisione 2000/532/CE che stabilisce le concentrazioni oltre le quali un determinato rifiuto debba considerarsi pericoloso;
dal 1o giugno 2015 è entrata in vigore la decisione 2014/995/CE relativa al nuovo elenco europeo dei rifiuti e che modifica la vecchia 2000/532/CE istitutiva del catalogo europeo rifiuti;
la predetta decisione non ha modificato la disciplina esistente per quanto concerne la gestione delle ceneri pesanti e leggere derivanti dall'incenerimento dei rifiuti, di conseguenza permane la discrezionalità sul loro utilizzo o meno come materia prima secondaria in ragione della concentrazione degli inquinanti in esse contenuti;
ove le ceneri non siano classificate come pericolose, ne è consentito l'utilizzo come materia prima, anche tramite la miscelazione con altre sostanze, per la realizzazione di sottofondi stradali e la fabbricazione di leganti e altri materiali per l'edilizia;
nel rapporto ISPRA 2014 sui rifiuti speciali si afferma che, a livello nazionale, i residui di combustione provenienti da attività di trattamento e smaltimento rifiuti, nei quali sono compresi i residui della depurazione dei fumi (ceneri leggere) e le scorie e ceneri dei processi termici di combustione (ceneri pesanti), ammontavano in totale nel 2012 a 7407 tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e 31477 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi;
nel rapporto dell'ARPA Emilia Romagna, le schede monografiche relative ai singoli impianti di incenerimento operanti nel 2011 nella sola regione di riferimento, indicano che il quantitativo di ceneri smaltite in discarica esclusivamente provenienti da inceneritori o coinceneritori di rifiuti (e quindi non riciclate come materia prima) ammontava a 223216 tonnellate, segno evidente di una sostanziale dissonanza fra i dati ISPRA e quelli ARPA-EMR;
da organi di stampa internazionale si apprende, che in vigenza della nuova legge ambientale del 2012 e tenuto conto del riconoscimento da parte degli stessi produttori della necessità di rispettare precauzioni specifiche, la Francia ha messo a punto un sistema di tracciabilità delle ceneri;
poiché i rifiuti solidi urbani sono una matrice estremamente disomogenea e a composizione variabile, e la pericolosità o meno delle ceneri di risulta dipende necessariamente dal materiale incenerito, non è dato conoscere a priori se le ceneri in questione siano pericolose o meno;
Danimarca, Germania, Francia, Regno Unito utilizzano massicciamente il clinker proveniente da incenerimento dei rifiuti per opere di ingegneria e nel campo dell'edilizia;
il recupero energetico da rifiuti è il penultimo step in ordine di sostenibilità della gestione dei rifiuti solidi urbani e, nonostante questo, è in aumento il ricorso a tale pratica in valore assoluto e relativo (dati ISPRA); i dati sono sconfortanti sia a livello ambientale che sanitario, unitamente ai dati economici dove appare un esborso enorme per incentivare la produzione di energia da impianti a minimo indice di ritorno energetico (EROEI) secondo l’Energy Information Administration degli USA; la gestione delle ceneri appare un ulteriore aggravio economico e ambientale con il rischio di illeciti nella gestione delle stesse –:
se il Ministro interrogato possa fornire dati in merito al costo della gestione per tonnellata della gestione totale delle ceneri da incenerimento di rifiuti;
a quanto ammonti effettivamente il dato di produzione delle ceneri pesanti e leggere provenienti dagli impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti, anche con recupero energetico, in Italia;
a quanto ammonti effettivamente a livello nazionale la quantità di ceneri riciclate e a quanto quella smaltita in discarica;
a quanto ammonti la quantità di ceneri esportata come rifiuto speciale e quali siano i maggiori Paesi di destinazione;
se il Ministro ritenga opportuno assumere iniziative per un sistema di tracciabilità dedicato per le ceneri pesanti e leggere, anche classificate come non pericolose, provenienti da incenerimento di matrici disomogenee e a composizione variabile quali i rifiuti solidi urbani;
se il Ministro ritenga opportuno assumere iniziative di competenza per la pubblicazione on line dei dati riguardanti le analisi chimiche delle ceneri in uscita da ciascuno degli impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti, prima che esse siano miscelate con altri materiali. (4-09696)
COLONNESE, PETRAROLI e SIBILIA. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
risulta agli interroganti che sono iniziati i lavori inerenti al progetto di valorizzazione del giardino e Casamento Torre, del giardino della Fruttiera di basso, della Fagianeria, della Capraia, della Porta di Mezzo, della chiesa di San Gennaro, del Cisternone, del Cellaio e dell'ex Eremo dei Cappuccini a Napoli del costo complessivo di 10.700.000,00 euro finanziato con i fondi comunitari POIn – «Attrattori culturali, naturali e turismo» del Fondo europeo di sviluppo regionale per gli anni 2007-2013 comprendenti la ristrutturazione e restauro dei alcuni immobili che termineranno nel 2015;
l'edificio Fagianeria fu adibito in passato adibito a «Polveriera», luogo in cui dovevano essere riposte le munizioni, la polvere da sparo e le diverse armi per i vari tipi di caccia. Fra fine Settecento e inizi Ottocento, l'edificio subì alcune modifiche e fu destinato al ricovero dei fagiani e conseguentemente ai grandi lavori di trasformazione del parco, assunse le fattezze di una finta rovina gotica. Prima della distruzione durante la prima guerra mondiale, era una costruzione molto allungata, in gran parte occupata dal locale per le gabbie dei fagiani e racchiusa ai lati da due piccoli corpi di fabbrica per i custodi. Diroccato per anni è stato ristrutturato negli anni novanta conservando dell'originaria costruzione solo un volume ad un piano;
il recente progetto di valorizzazione e restauro finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale «Attrattori culturali, naturali e turismo» prevede di ricostruire, nell'area di sedime originale con una struttura in muratura, il locale anticamente destinato alle gabbie per l'allevamento dei fagiani e di adibirlo a spazio per attività di ristoro, espositive, convegnistiche e di formazione. Sulla scorta di saggi che dimostrerebbero l'esatta collocazione delle antiche murature preesistenti, il progetto si prefigge lo scopo di ricalcare la planimetria agli atti d'ufficio e il prospetto storico conservato nell'Archivio del palazzo Reale di Caserta. Tuttavia, considerando il fatto che il Real Bosco non è soltanto un sito che conserva enormi potenzialità, ma soprattutto un patrimonio culturale che lo Stato ha il dovere di salvaguardare, gli interroganti credono che una costruzione in muratura di proporzioni così vaste rappresenti uno scempio paesaggistico che deturperebbe il sito di interesse storico e botanico di inestimabile valore per il nostro Paese –:
se sia al corrente di quanto in premessa;
se la planimetria dell'edificio del progetto risulti corrispondente alle dimensioni dell'antica costruzione contenuta negli atti d'ufficio e al prospetto storico conservato nell'Archivio del palazzo Reale di Caserta;
se la realizzazione di una costruzione di proporzioni così vaste nel Real Bosco di Capodimonte possa determinare effetti pregiudizievoli dal punto di vista paesaggistico;
ad assumere iniziative anche normative, al fine di tutelare e salvaguardare il patrimonio botanico e architettonico di inestimabile valore, evitando che siti di interesse storico siano utilizzati in modo che agli interroganti appare poco confacente alla natura degli stessi. (4-09695)
DALL'OSSO, RIZZO, BASILIO, CIPRINI e COMINARDI. — Al Ministro della difesa, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
la marina militare di Augusta dal 2000 ha esternalizzato i servizi di pulizia e di ristorazione;
dal 2008 sono stati operati una serie di tagli, da un budget di 180.000 euro mensili ad uno di soli 23.000 euro;
come ben espresso anche nell'interrogazione presentata dal collega deputato Rizzo n. 4-05857, vi è un documento della STAZIONE ELICOTTERI MM CATANIA a firma del Comandante in 2a C.F. FLORENTINO, n. 112 del 29 aprile 2014, con il quale si argomentano le nuove direttive sulla tenuta del «posto di rassetto e pulizia dei locali di vita e di lavoro» a seguito della netta riduzione dei volumi di servizi di pulizia dati in outsourcing a ditte appaltatrici;
i tagli operati vedono un impiego medio di orario lavorativo pari a 3 ore e mezzo al giorno;
vi è stata comunicazione di un implemento di risorse per la Marina Militare del Sud pari ad euro 140.000 da spalmarsi su 7 mesi a fronte di euro 500.0000 destinati al porto di La Spezia;
i tagli operati al Sud sono di circa l'80 per cento delle risorse;
ad avviso degli interroganti si sta affondando la dignità lavorativa del personale di questa base obbligando lo stesso a cercare un secondo lavoro vista l'irrisorietà della mansione principale –:
per quale motivazione le risorse destinate ai porti del Nord e Centro siano decisamente superiori a quelle destinate al Sud;
considerato che appare quanto mai penalizzante lo status quo descritto in premessa quali risoluzioni siano state pensate dall'Esecutivo al fine di uscire da questa impasse;
se non ritenga di ripristinare le attività di esternalizzazione dei compiti di pulizia attraverso strumenti come la «permuta» già utilizzata dalla marina militare su altri fronti. (3-01593)
BALDASSARRE. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
è stata pubblicata, in data 1 luglio 2015, sul sito internet di Cisl SLP una nota dove vengono evidenziati atti discriminatori da parte della società Poste italiane verso i figli dei dipendenti della stessa;
sembrerebbe che, i figli di dipendenti siano stati esclusi dalla selezione che agenzie specializzate nel reclutamento di lavoratori, stanno effettuando per conto di Poste Italiane, con la motivazione specifica che il committente (Poste) avrebbe dato indicazioni in tal senso;
parrebbe, altresì, che i figli di dipendenti in servizio come CTD non siano stati prorogati pur avendo svolto egregiamente il servizio di recapito, a differenza di altri CTD in servizio negli stessi territori –:
se i fatti descritti corrispondano al vero;
se, i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti sopra esposti, che, se non smentiti, rappresenterebbero un grave atto discriminatorio che certamente un'azienda pubblica non può perpetrare ed eventualmente quali iniziative intendano intraprendere. (4-09689)
PRODANI, ARTINI, BALDASSARRE, BARBANTI, BECHIS, MUCCI, RIZZETTO, SEGONI e TURCO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
il decreto-legge 28 giugno 2013 n. 76, convertito con modificazioni dalla legge 23 agosto 2013 n. 99, relativo ai «Primi interventi urgenti per la promozione dell'occupazione, in particolare giovanile, della coesione sociale, nonché in materia di imposta sul valore aggiunto (Iva) e altre misure finanziarie urgenti», ha introdotto, con l'articolo 11 comma 22, una serie di disposizioni relative alla regolamentazione della sigaretta elettronica (e-cigs) a partire dal 1 gennaio 2014; in particolare, ha assoggettato ad imposta di consumo (accisa), pari al 58,5 per cento del prezzo di vendita al pubblico, i prodotti contenenti nicotina o altre sostanze idonee a sostituire il consumo dei tabacchi lavorati, nonché i dispositivi meccanici ed elettronici, comprese le parti di ricambio, che ne consentono il consumo;
inoltre, la commercializzazione di tali prodotti è stata assoggettata alla preventiva autorizzazione da parte dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli sulla base degli stessi requisiti e delle stesse condizioni richieste per i depositari fiscali autorizzati;
dopo l'approvazione del predetto decreto-legge, il 26 agosto 2013, sul quotidiano Il Sole 24 Ore è stata pubblicata una parte della lettera aperta del Presidente dell'ANAFE (Associazione nazionale fumo elettronico) Confindustria, Massimiliano Mancini, inviata al Ministro dell'economia e delle finanze, Fabrizio Saccomanni, per evidenziare le gravi ricadute di tali disposizioni sul comparto e specificando che il settore, fin a quel momento con un fatturato di circa 350 milioni di euro, tremila punti vendita e un totale di circa quattromila persone impiegate (escluso l'indotto), nel 2014 avrebbe sicuramente avuto un calo;
il decreto legislativo 15 dicembre 2014, n. 188, recante «Disposizioni in materia di tassazione dei tabacchi lavorati, dei loro succedanei, nonché di fiammiferi, a norma dell'articolo 13 della legge 11 marzo 2014, n. 23», ha stabilito all'articolo 1 comma 10, lettera f) che: «I prodotti da inalazione senza combustione costituiti da sostanze liquide, contenenti o meno nicotina, esclusi quelli autorizzati all'immissione in commercio come medicinali ai sensi del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219, e successive modificazioni, sono assoggettati ad imposta di consumo in misura pari al cinquanta per cento dell'accisa gravante sull'equivalente quantitativo di sigarette»;
la recente determina n. 394 del 20 gennaio 2015 dell'Agenzia delle dogane e monopoli emanata successivamente al citato decreto legislativo, ha stabilito l'importo definitivo dell'imposta sul consumo dei liquidi per sigarette elettroniche a 3,73344 euro ogni 10 ml a fronte di un'imposta provvisoria di 3,33 già applicata;
Massimiliano Mancini in un comunicato del 21 gennaio 2015, pubblicato sul sito dell'ANAFE, ha espresso il proprio rammarico per l'ulteriore aumento della tassazione, ritenendo che: «Il provvedimento è stato emanato sulla base di discrezionali interpretazioni di norme tecniche, ed è fondato su discutibili protocolli — privi di basi scientifiche — di calcolo del consumo medio delle sigarette tradizionali e dei liquidi da inalazione. Protocolli che da mesi segnaliamo come inapplicabili, visto che mettono a confronto due prodotti di fatto del tutto diversi: le sigarette tradizionali, che si fumano, e le sigarette elettroniche»;
tale livello di imposizione fiscale ha registrato forti ripercussioni negative sugli operatori del settore ed in particolare sulle aziende produttrici di liquidi da inalazione, che hanno risentito di un calo delle vendite nazionali di oltre il 70 per cento nei primi 5 mesi dell'anno, e ha provocato l'aumento degli acquisti dei prodotti fuori dai confini nazionali. Tali prodotti, oltre a non essere controllabili ai fini della sicurezza e della salute dei consumatori, rappresentano un danno per le casse dello Stato in quanto non soggetti a nessuna tassazione locale;
il 15 maggio 2015, a seguito del ricorso presentato da ANAFE e FIESEL Confesercenti, la Corte costituzionale si è pronunciata con sentenza n. 82/15 dichiarando illegittima l'imposta di consumo 2014 sulle sigarette elettroniche e confermando che «la tassazione sulle e-cig è spropositata e peggiorativa nel contenuto ed addirittura rispetto al livello di tassazione del tabacco»;
tale sentenza della Corte, oltre a provocare la mancata entrata di 117 milioni per le casse dello Stato, comporta pesanti ripercussioni sia sul decreto legislativo 188 del 2014 sia sulla determina 394 del 2015 dell'Agenzia delle dogane e monopoli, che però continua a pretendere il pagamento delle accise; da un articolo della rivista on line AgiVape News del 12 giugno si apprende che siano stati pubblicati sulla rivista internazionale «Plos One» i dati del primo studio sull'efficacia e sulla sicurezza a lungo termine delle sigarette elettroniche, da cui si evince che tali prodotti non facilitino la cessazione o la riduzione del fumo da sigaretta tradizionale, ma sicuramente aiutino chi abbia smesso di fumare le sigarette classiche. Tale progetto, coordinato dal professor Lamberto Manzoli, è stato svolto in collaborazione con l'area Rapporti Università del Servizio aziendale professioni sanitarie Asl di Chieti, Agenzia sanitaria regionale dell'Abruzzo, Università di Torino, Catania, Parthenope di Napoli, Sapienza e Cattolica di Roma e Istituto di Ricerche Farmacologiche «Mario Negri» di Milano;
dall'articolo del 24 giugno pubblicato su AgiVape News si legge che l'Agenzia delle dogane e dei monopoli abbia inviato alle società registrate come deposito autorizzato una risposta ad una serie di quesiti legati al tema della tassabilità dei prodotti liquidi da inalazione «a basi neutre» ed «aromi», sostenendo che essi, potendo essere «inalati così come sono ceduti ai punti vendita e da questi ai consumatori, non vi è dubbio che sono assoggettati ad imposta»: affermazione, questa, contraria alla decisione della Consulta che sostiene la non tassabilità dei prodotti senza nicotina –:
come intenda intervenire per ridare ossigeno all'intero settore, già provato duramente dalla crisi economica, e rendere il mercato nazionale dei liquidi da inalazione competitivo a livello internazionale;
se non ritenga opportuno, a seguito della sentenza della Corte costituzionale, assumere iniziative per prevedere un'imposta di consumo parametrata sulla nicotina contenuta nel prodotto (Euro/mg), in quanto l'imposta di consumo sarebbe di facile applicazione e garantirebbe un maggiore controllo, ed, essendo una sostanza facilmente tracciabile dalle autorità competenti, abbatterebbe la possibilità di elusione dell'imposta. (4-09698)
il decreto legislativo n. 154 del 2013, novellando l'articolo 317-bis codice civile ha attribuito agli ascendenti la legittimazione a promuovere un giudizio in cui far valere il loro diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, nella stessa novella, è stato modificato anche l'articolo 38, primo comma, disposizione attuativa del codice civile, inserendo, nell'ambito della competenza del tribunale per i minorenni, anche il giudizio promosso ai sensi dell'articolo 317-bis del codice civile;
nel brevissimo tempo intercorso dalla sua entrata in vigore il decreto legislativo n. 154 del 2013 attuativo della legge n. 219 del 2012 di riforma della filiazione, è già stato sollevato il primo dubbio di costituzionalità di una norma;
i recenti interventi legislativi richiamati, hanno interamente riformulato l'articolo 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile, in merito al quale il tribunale per i minorenni di Bologna, con l'ordinanza del 5 maggio 2014, ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 38, comma I, nella parte in cui prevede che sono, altresì, di competenza del tribunale per i minorenni i procedimenti contemplati dall'articolo 317-bis del codice civile, per violazione degli articoli 76, 77, 3 e 111 della Costituzione;
il tribunale per i minorenni di Bologna, infatti, nell'ordinanza di rimessione sostiene che è ammissibile e rilevante la questione di legittimità costituzionale della norma di cui all'articolo 38 disposizione attuativa primo comma, per eccesso di delega legislativa e violazione degli articoli 76 e 77 della Costituzione, nella parte in cui attribuisce al tribunale per i minorenni la competenza funzionale ed inderogabile a trattare le controversie relative al diritto dei nonni di conservare rapporti significativi con i nipoti. Ciò comporterebbe la frantumazione della tutela, processuale che dovrebbe essere univoca, come era nello spirito della legge 219 del 2012, e creerebbe una proliferazione di processi che non tiene affatto conto dell'interesse preminente del minore. La previsione introdotta dal decreto legislativo 154 del 2013 si porrebbe anche in contrasto con gli articoli 3 e 111 Costituzione per irragionevolezza e rottura del principio di concentrazione processuale, poiché impedirebbe di trattare nello stesso giudizio la regolamentazione dei rapporti tra genitori, figli minori e nonni;
ciò che ha dato origine al provvedimento di sospensione del processo e di rimessione alla Corte costituzionale, è in merito ad un ricorso presentato dai nonni paterni di una minore (in forza del novellato articolo 317-bis codice civile e all'articolo 38, primo comma, disposizione attuativa del codice civile), in pendenza di un giudizio di separazione giudiziale tra il figlio e la nuora – ove quest'ultima manifestava nei loro confronti un'accentuata ostilità – per far accertare il loro diritto a mantenere rapporti assidui e significativi con la nipote minorenne, chiedendo di adottare i provvedimenti idonei ad assicurare l'esercizio effettivo del diritto, disciplinando i tempi e i modi di frequentazione della bambina da parte degli stessi;
infatti, l'articolo 2, comma 1, lettera p), della legge delega, legge n. 219 del 2012; ha conferito al legislatore delegato il compito di disciplinare «la legittimazione degli ascendenti a far valere il diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti»;
da un punto di vista del diritto sostanziale, l'attuazione di questo principio è avvenuta attraverso la riformulazione dell'articolo 317-bis codice civile che riconosce agli ascendenti il diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, e in caso di impedimento, attribuisce loro la facoltà di ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinché siano adottati i provvedimenti più idonei nell'esclusivo interesse del minore;
il legislatore delegato, tuttavia, ha introdotto anche una modifica di diritto processuale: aggiungendo alle già individuate competenze funzionali del tribunale per i minorenni, il giudizio promosso dai nonni e il giudizio per l'autorizzazione al riconoscimento di un figlio, di cui all'articolo 251 del codice civile;
secondo il ragionamento logico-giuridico adottato dal tribunale per i minorenni di Bologna, non sarebbe stato di competenza del legislatore delegato influire sulle norme processuali e quindi disporre anche sulla competenza, ed in tal senso la norma di cui all'articolo 38 disposizione attuativa è da ritenere viziata da illegittimità costituzionale per eccesso di delega legislativa per violazione degli articoli 76 e 77 della Costituzione. L'attribuzione di competenza — da quanto emerge dai lavori preparatori – sarebbe giustificata dal fatto che l'azione s'inquadra nell'ambito dei procedimenti di cui all'articolo 333 del codice civile (provvedimenti limitativi della responsabilità genitoriale);
tuttavia, tale qualificazione non è univoca ed in giurisprudenza è in atto un dibattito al riguardo. C’è chi riconduce tali controversie nell'articolo 333 del codice civile quali sarebbe competente il giudice minorile, ma secondo un'opposta opinione, si tratta di provvedimenti regolativi dei tempi di frequentazione della prole che coinvolgono anche i genitori e sono equiparate alle decisioni in tema di affidamento e di tempi di permanenza dei minori con i genitori e con gli altri parenti, ai sensi dell'articolo 337-ter del codice civile, di competenza del giudice ordinario (Cass. Civ., sez. I, sentenza 11 agosto 1011, n. 17191);
prima della riforma, la giurisprudenza di legittimità aveva negato ai nonni di intervenire nel giudizio di separazione o divorzio in cui si decideva circa l'affidamento del minore e le modalità di visita. Dal punto di vista tecnico-processuale non era consentito né un intervento principale né ad adiuvandum, ossia a supporto delle ragioni di un genitore, poiché la legge al momento non attribuiva ai nonni alcuna legittimazione in quanto non titolari di un diritto in via autonoma (Cassazione Civile n. 22081/2009 e Cassazione Civile n. 28902/2011);
sino alla novella, quindi, l'unica azione giudiziale percorribile per i nonni che avrebbero voluto frequentare i nipoti, era quella di rivolgersi al tribunale per i minorenni ai sensi dell'articolo 333 del codice civile, per far accertare la condotta pregiudizievole di uno o di entrambi i genitori nei confronti del minore, per aver ostacolato il rapporto con i nonni, in danno degli interessi del minore stesso;
tale interpretazione era consentita poiché la legge sull'affido condiviso del 2006, aveva riconosciuto ai minori il diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti, ma non era invece stato attribuito agli ascendenti un corrispondente diritto a conservare i rapporti con i nipoti minorenni, esercitabile in via autonoma;
invece oggi a seguito della novella del 2013, il quadro normativo è mutato radicalmente: gli ascendenti sono titolari di un autonomo diritto sia a livello sostanziale che processuale;
lo spirito della legge 219 del 2012, si legge nel provvedimento, è quello di concentrare in capo al tribunale ordinario la competenza a trattare tutte le controversie che non siano espressamente riservate al giudice minorile, già individuate dal riformato articolo 38;
la novella procedurale introdotta dal decreto legislativo 154 del 2013, che attribuisce una competenza funzionale inderogabile del Tribunale minorile, si porrebbe anche in contrasto con gli articoli 3 e 111 Costituzione, «per un'intrinseca irragionevolezza e una rottura del principio di concentrazione processuale»;
per il tribunale dei minori di Bologna, tale previsione comporterebbe una frantumazione della tutela processuale che dovrebbe, invece, essere univoca, creando, peraltro una proliferazione di processi che non tiene affatto conto dell'interesse preminente del minore, con possibile contrasto di giudicati tra il giudizio ordinario ed il giudizio minorile;
inoltre, si paleserebbe un'evidente contraddizione considerando che in base allo stesso articolo 38 disposizione attuativa, i procedimenti di cui all'articolo 333 del codice civile possono essere trattati anche dal tribunale ordinario in pendenza del procedimento di separazione, divorzio, o di affidamento di minori nati al di fuori del matrimonio;
un ulteriore aspetto d'irragionevolezza consisterebbe nel fatto che l'articolo 337-ter del codice civile attribuirebbe anche ai minori il diritto ad intrattenere regolari rapporti con gli ascendenti, pertanto, si realizza la situazione secondo cui dinanzi al tribunale per i minorenni, viene tutelata la situazione giuridica soggettiva degli ascendenti cioè il diritto a mantenere rapporti assidui e significativi con i discendenti, e dinanzi al tribunale ordinario, la situazione giuridica soggettiva dei nipoti a mantenere rapporti assidui e significativi con gli ascendenti;
in un siffatto quadro giuridico si ritiene che il recente intervento legislativo non abbia saputo offrire la necessaria chiarezza dal punto di vista procedurale ampliando la possibilità di eccessivo ricorso alla giustizia, astrattamente idoneo a creare un contrasto tra giudicati, una proliferazione di processi che non tiene affatto conto dell'interesse preminente del minore ed un conflitto di competenza tra il tribunale ordinario e quello minorile –:
se e quali iniziative, di carattere normativo abbia intenzione di adottare, nelle more della definizione del giudizio di legittimità costituzionale, al fine di definire precisamente i limiti di competenza funzionale, anche in merito alle norme procedurali, per l'esperimento dell'azione di cui all'articolo 317-bis del codice civile, di modo da garantire un maggior grado di chiarezza delle norme tale da ovviare al possibile caso di contrasti di competenza e di giudicati tra tribunali ordinari e minorili, ed assicurare così un reale diritto degli ascendenti a mantenere rapporti assidui e significativi con i discendenti in armonia con lo spirito della legge n. 219 del 2012. (5-05973)
FABBRI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
il comma 526 dell'articolo unico della legge di stabilità 2015, prevede che dal 1o settembre le spese i obbligatorie di funzionamento per gli uffici giudiziari, attualmente a carico del comune, e solo in parte rimborsate dallo Stato, saranno trasferite al Ministero della giustizia al fine di ridurre gli oneri finanziari a carico degli enti locali, anche nel più generale processo di razionalizzazione della spesa pubblica;
il trasferimento delle spese obbligatorie non scioglie i rapporti in corso e di cui è parte il comune per le spese obbligatorie, né modifica la titolarità delle posizioni di debito e di credito sussistenti al momento del trasferimento stesso. Il Ministero della giustizia subentra nei rapporti di cui al periodo precedente, fatta salva la facoltà di recesso. Anche successivamente al 1o settembre 2015 i locali demaniali adibiti ad uso di uffici giudiziari continuano a conservare tale destinazione;
il comma 529, articolo unico, della legge di Stabilità 2015 prevede che con decreto dei Ministri della giustizia e dell'economia e delle finanze sia determinato, per ciascun ufficio giudiziario, l'importo complessivo delle spese per il suo funzionamento, sulla base dei costi standard per categorie omogenee di beni e servizi, in rapporto al bacino di utenza ed all'indice delle sopravvenienze di ciascun ufficio. La metodologia di quantificazione dei costi standard è definita con decreto degli stessi Ministri, ma avente natura non regolamentare;
negli ultimi 5 anni, il comune di Bologna ha anticipato quasi 69 milioni di euro per le sedi degli uffici giudiziari e il Ministero della giustizia ne ha resi 22,7 in tutto, con un credito che, a oggi, è dunque di circa 46 milioni di euro e senza garanzie, nella stessa legge di stabilità 2015, di impegni per rientrare del 100 per cento delle somme;
in particolare, il Ministero ha rimborsato 11,4 milioni di euro nel 2010 (su 13,2), 6,7 milioni nel 2011 (su 13,7), 2,7 nel 2012 (su 14,5) e 3,1 milioni nel 2013 (su 13,7). Nessun anticipo o rimborso è stato effettuato per le spese sostenute dal comune nel 2014 (13,6 milioni);
per quanto riguarda il comune di Bologna, dal 1998 ad oggi, i mancati rimborsi dal parte dello Stato hanno rappresentato un aggravio di circa il 70 per cento sui bilanci comunali;
è apparso sulla stampa di questi giorni l'accorato appello del presidente del tribunale di Bologna, Francesco Scutellari, che ha paventato il rischio di chiusura o di riduzione della funzionalità dei tribunali al 31 di agosto, alla luce del passaggio, in quella data, della competenza per la manutenzione degli uffici giudiziari dai comuni al Ministero della giustizia e quindi della relativa scadenza dei contratti per vigilanza interna, pulizia, fornitura di acqua e luce, ma anche dell'avvio dei processi per infiltrazione mafiosa sul territorio emiliano-romagnolo;
in virtù di questo ultimo aspetto, a parere dell'interrogante, si rende necessario garantire il giusto funzionamento della macchina giudiziaria nonché delle adeguate misure di sicurezza per ospitare udienze con questi rischi;
proprio oggi si apprende da notizie di stampa che, a causa della mancanza di un'aula capace di contenere lo svolgimento dei processi succitati, c’è il rischio che detti processi vengano trasferiti a Firenze o a Milano –:
se sia in grado di fornire un quadro generale sui rimanenti rimborsi arretrati dei comuni, in particolare di quello di Bologna;
se possa dare rassicurazioni circa l'effettivo trasferimento delle spese ma anche delle competenze e dei relativi contratti in essere di prossima scadenza, evitando così interruzione dei servizi.
(5-05974)
TURCO, MUCCI, ARTINI, BALDASSARRE, BARBANTI, BECHIS, PRODANI, RIZZETTO e SEGONI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
alcuni recenti fatti di cronaca riportano all'attualità la tematica dei cosiddetti allontanamenti «facili» di figli minorenni dal nucleo genitoriale di origine ed il loro successivo collocamento presso le case-famiglia e/o strutture residenziali;
il fenomeno dell'allontanamento dei minori dalle famiglie viene all'attenzione dell'opinione pubblica dai mass media maggiormente accreditati, dalle manifestazioni spontanee di aderenti alle associazioni che si occupano di minori, dalle manifestazioni ed esternazioni, nonché dalle lamentele, espresse dai genitori che hanno subito l'allontanamento dei loro figli minori ed hanno riaperto il dibattito su questa realtà che presenta, tuttavia, delle notevoli zone d'ombra e criticità diffuse su tutto il territorio nazionale;
nell'anno 2010, in totale, in Italia, sono stati oltre 39 mila i bambini tolti alle loro famiglie dai tribunali dei minori, per presunte violenze, per indigenza dei genitori, e per altre cause, di questi circa 30 mila minori, sono stati affidati a case d'affido e comunità protette;
in alcuni casi si sono verificati gravi episodi di maltrattamenti a danno dei minori proprio nei luoghi deputati alla tutela dei minori stessi; recentemente, ad esempio, la procura di Brescia ha disposto il processo per i due figli del titolare della comunità di Berzo Demo per presunti atti sessuali che almeno 8 ragazze minori sarebbero state costrette a subire per entrare nella struttura residenziale, una sorta di rito di iniziazione sessuale imposto alle minori, ospiti della struttura d'accoglienza;
sotto altri aspetti non è chiaro se vi siano e quali siano le forme dei controlli specifici sulle situazioni che si vengono a creare all'interno delle case famiglia; se a ciò aggiungiamo la totale assenza di dati statistici aggiornati sul numero dei minori allontanati dalle famiglie ed informazioni sulle condizioni logistiche, educative ed assistenziali nelle quali gli stessi si trovano a vivere all'interno delle cosiddette case-famiglia, si evince uno scenario che poco ha di trasparente;
anche relativamente alle attività private svolte nella libera professione da parte dei giudici onorari minorili, non togati, che in alcuni casi svolgono mansioni direttive e/o di consulenza retribuite, nelle strutture residenziali, si profila un possibile conflitto d'interesse;
i giudici onorari operano all'interno dei tribunali per i minorenni (costituiti con regio decreto-legge 20 luglio 1934 n. 1404, dapprima solo con competenze in diritto penale, poi anche civile), un organo collegiale specializzato, avente composizione mista, formato sia da giudici professionali (togati) sia da cittadini esperti in scienze umane (giudici onorari); attualmente questi tribunali hanno competenza nella maggior parte dei procedimenti giurisdizionali in cui sono coinvolti gli interessi dei minori;
per essere nominato giudice onorario minorile, l'aspirante deve provare con adeguata documentazione di essere un cittadino «benemerito dell'assistenza sociale» e cultore di biologia, psichiatria, antropologia criminale, pedagogia e psicologia, nonché deve poter vantare una condotta incensurabile;
l'articolo 42 quater lettera d, dell'ordinamento giudiziario indica espressamente, tra le situazioni che impediscono l'esercizio delle funzioni di giudice onorario, quella dell'appartenenza ad associazioni, i cui vincoli siano incompatibili con l'esercizio indipendente della funzione giurisdizionale;
al di là di tali doverose prescrizioni relativamente all'incompatibilità con le cariche rappresentative di associazioni e strutture che operano nell'ambito dell'assistenza ai minori allontanati alle famiglie, si nota che non viene presa in considerazione l'eventualità che gli stessi giudici onorari minorili non trovino invece alcuna limitazione normativa o regolamentare, relativamente alle attività libero professionali che svolgono al di fuori dell'incarico istituzionale di giudice onorario minorile, cioè forme di consulenza retribuita prestata più o meno continuativamente, per le stesse associazioni ed organizzazioni verso le quali contribuiscono ad indirizzare i minori, allontanati dalle famiglie d'origine poiché sottoposti al loro giudizio nei tribunali minorili –:
se disponga di o se sia in grado, comunque, di fornire dati statistici aggiornati in relazione al numero complessivo ed alla durata media, degli affidamenti di minori disposti dall'autorità giudiziaria minorile in Italia e quanti per ciascuna sezione del tribunale dei minori, negli ultimi 5 anni;
se disponga di o se sia in grado, in ogni caso, di fornire dati statistici relativamente ai casi nei quali sia stata disposta la rimozione-revoca, ovvero sia stata eccepita l'incompatibilità, dall'incarico di giudice onorario a professionisti che ricoprivano cariche rappresentative di strutture di accoglienza di minori o che svolgevano parimenti attività retribuite presso strutture residenziali affidatarie di minori, in situazioni d'incompatibilità ovvero di conflitto d'interesse, negli ultimi 5 anni;
se ritenga di dover assumere iniziative normative che restringano la possibilità degli allontanamenti dei minori dalle famiglie di origine ai soli casi di strettissima necessità o in casi di rischio di maltrattamenti ovvero violenze familiari comprovate giudizialmente;
se e quali iniziative, anche normative, intenda eventualmente assumere per consentire la verifica del ruolo attivo dei giudici onorari minorili (non togati) che contemporaneamente, al di fuori dell'incarico istituzionale, svolgono attività libero professionali retribuite con mansioni direttive e/o di consulenza, e di qualsivoglia ruolo attivo, nei centri residenziali di accoglienza;
se ritenga di voler assumere iniziative per l'istituzione di un registro unico nazionale degli affidamenti in modo da poter consentire agevolmente la verifica, per ciascun anno, di quali e quanti siano i minori che sono stati affidati ed a quali istituti d'accoglienza, con l'indicazione della composizione del collegio giudicante del tribunale dei minori, territorialmente competente, che ha emesso il provvedimento in forza del quale si dispone l'affidamento dei minori. (5-05976)
se e quali provvedimenti intenda adottare affinché sia reintegrato il numero di operatori del personale amministrativo necessario all'efficiente esercizio delle funzioni giurisdizionali nel tribunale di Verona. (5-05978)
SARTI, D'UVA e FERRARESI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
l'articolo 2, comma 1, lettera q, del decreto legislativo n. 109 del 2006 prevede che «il reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti relativi all'esercizio delle funzioni» costituisca causa di responsabilità disciplinare precisando anche che «si presume non grave, salvo che non sia diversamente dimostrato, il ritardo che non eccede il triplo dei termini previsti dalla legge per il compimento dell'atto»;
il Ministero della giustizia che, insieme alle persone dei calunniati, riveste la qualifica di persona offesa dal reato, si è costituito peraltro parte civile in relazione a tutte le fattispecie di reato contestate sia come soggetto offeso dalle calunnie sia in quanto soggetto danneggiato per la strage di via D'Amelio nella quale venne ucciso il magistrato Paolo Borsellino –:
FRACCARO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
da notizie di stampa si apprende che, nel mese di giugno 2015, una prolungata protesta dei detenuti in alcune sezioni della casa circondariale di Spini di Gardolo (Trento) avrebbe messo a nudo la carenza di organico della struttura. I dati della carenza sono stati sottolineati dal segretario provinciale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Andrea Mazzese. Secondo le sue dichiarazioni il personale di polizia penitenziaria a disposizione sarebbe di sole 130 unità contro le 162 dichiarate sulla carta ma soprattutto contro le 214 unità previste dalla pianta organica. Tale situazione risulterebbe ulteriormente aggravata a seguito della recente apertura della sezione protetta «sex offender» destinata ai condannati per reati di natura sessuale come la pedofilia e la pedopornografia;
la mancanza di personale di polizia penitenziaria determinerebbe un rischio concreto per l'ordine e la sicurezza interna. Tale situazione ha indotto il direttore Valerio Pappalardo ad inoltrare una richiesta di integrazione del personale di 17 unità, 16 uomini e una donna, in aggiunta alle attuali 136 unità, che si traducono in 52 unità presenti giornalmente;
secondo quanto riportato dalla stampa, il provveditore dell'amministrazione penitenziaria per il Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige, Enrico Sbriglia, ha lamentato il problema della carenza di personale nella casa circondariale di Spini di Gardolo e ha segnalato al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia l'esigenza di rafforzare gli organici degli istituti di pena in tutto il Triveneto. Nel caso di specie della casa circondariale di Spini di Gardolo ha richiesto l'assegnazione di almeno 17 agenti da impiegare nei servizi ordinari e nel settore colloqui;
già il 21 novembre del 2014 con l'interrogazione 4-06976 e il 18 dicembre del 2014 con l'interrogazione 4-07333, alle quali peraltro il Governo non ha ancora risposto, era stata sollevata la necessità di un adeguamento della dotazione di personale di polizia penitenziaria al fine di rimediare al sottodimensionamento delle scorte degli agenti impiegati nel nucleo traduzioni e piantonamenti della casa circondariale di Trento e di assicurare un adeguato livello di sicurezza nelle traduzioni verso i luoghi di cura –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti indicati in premessa e quali siano i tempi entro i quali intenda assegnare il personale richiesto dal provveditorato, presso la casa circondariale di Spini di Gardolo, al fine di riportare la situazione sotto il livello di rischio sopra evidenziato. (4-09687)
ROMANINI e PATRIZIA MAESTRI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
da quanto viene riferito da alcuni organi di stampa, nelle prossime settimane sarebbe previsto il trasferimento di 15 detenuti dal carcere di Padova, appartenenti alla sezione AS1 (detenuti appartenenti alla criminalità organizzata di tipo mafioso), nella stessa sezione del Carcere di Parma;
lo scorso 17 giugno, con una lettera aperta inviata al Ministro della giustizia, capo dipartimento amministrazione penitenziaria, al provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, al direttore degli istituti penitenziari di Parma, ai parlamentari e alle associazioni di volontariato impegnate nel penitenziario di Parma, il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del comune di Parma, Roberto Cavalieri, ha espresso le proprie perplessità in merito a questa decisione che andrebbe a peggiorare le condizioni di vivibilità ed i percorsi rieducativi dei detenuti della sezione AS1 del carcere di Parma;
nel carcere di Parma, infatti, negli spazi non ampi della succitata sezione, si trovano attualmente 28 detenuti, 6 dei quali sembra che vivano in celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore a 3 metri quadrati. Il che comporterebbe la violazione dell'articolo 27 della Costituzione e della legge 26 luglio 1975, n. 354 –:
se corrisponda al vero la notizia dell'imminente chiusura della sezione AS1 del carcere di Padova ed il conseguente trasferimento dei detenuti nel carcere di Parma e se, anche alla luce delle considerazioni Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del comune di Parma nella lettera inviata il 17 giugno, il Ministro interrogato non ritenga di modificare questo intendimento. (4-09688)
SORIAL, COLONNESE, DELL'ORCO, CASO, NICOLA BIANCHI, CARINELLI, DE LORENZIS, LIUZZI, PAOLO NICOLÒ ROMANO, SPESSOTTO e COMINARDI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
Trenitalia ha aderito ad una partnership con Expo Milano 2015 rivolta ai cittadini con basso reddito e ad agosto propone biglietti a metà prezzo per chi andrà a visitare la Esposizione mondiale: la riduzione sarà applicabile sui viaggi di andata e ritorno, utilizzando le Frecce o i treni Intercity con destinazione Milano oppure Rho Fiera Expo Milano 2015;
è un'azienda partecipata al 100 per cento da Ferrovie dello Stato italiane, ed è la principale società italiana per la gestione del trasporto ferroviario di passeggeri e merci;
il contratto di servizio pubblico – si legge sul sito internet di Trenitalia – è un atto stipulato tra l'autorità pubblica (Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e Ministero dell'economia e delle finanze) e Trenitalia, allo scopo di garantire il diritto alla mobilità, tramite servizi di trasporto effettuati per soddisfare esigenze sociali, ambientali e di assetto del territorio, e per far fronte all'esigenza di garantire particolari condizioni e tariffe a specifiche categorie di passeggeri;
secondo il rapporto «Pendolaria 2014» di Legambiente, negli ultimi anni sono aumentati i costi dei biglietti e diminuiti i servizi a causa di politiche che stanno disincentivando il trasporto pubblico; ci sarebbero sempre meno treni, con carrozze vecchie e sovraffollate, o in ritardo, o soppressi all'ultimo: frutto dei tagli sistematici nel servizio ferroviario regionale che, dal 2010 ad oggi, si possono stimare pari al 6,5 per cento; mentre parallelamente e inspiegabilmente le tariffe aumentano;
la politica intrapresa, in questi anni, da Trenitalia, sembra connotarsi essenzialmente in una drastica operazione di contrazione delle risorse e conseguentemente dei servizi che interessano ogni giorno milioni di studenti e lavoratori producendo disservizi che riempiono le pagine di cronaca dei quotidiani locali: lunghi tempi di percorrenza; mancanza di puntualità; soppressione senza preavviso delle corse; carenza di informazione; mancata garanzia di partenza delle coincidenze; guasti tecnici; carrozze non adeguate e poco pulite; sovraffollamento dei convogli; condizioni precarie delle infrastrutture ferroviarie; aumenti delle tariffe non giustificati dalla bassa qualità e riduzione generalizzata dei servizi offerti;
un sistema di mobilità pubblica moderna ed efficiente rappresenta un obiettivo strategico per la realizzazione di politiche tese a promuovere sviluppo sostenibile e strategie di crescita economica e di progresso sociale –:
se i Ministri interrogati non intendano fare chiarezza sull'operazione descritta in premessa che mal si comprende, illustrando i contenuti della convenzione stipulata in merito a tale iniziativa e indicando quali siano i costi per la sua realizzazione;
se i Ministri interrogati non ritengano che risorse disponibili per promozioni come questa, non debbano piuttosto essere investite per l'efficientamento dei servizi erogati ai pendolari, per garantire un servizio pubblico adeguato e al passo con gli altri Paesi europei, nonché per promuovere la mobilità sostenibile in Italia. (4-09697)
TERZONI, CECCONI, GALLINELLA, CIPRINI, MICILLO, BUSTO, DAGA, DE ROSA, MANNINO, ZOLEZZI e VIGNAROLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
nelle regioni Marche e Umbria è in fase di realizzazione il progetto della Quadrilatero, opera viaria che è stata inserita nell'allegato infrastrutture collegato al documento di economia e finanza, approvato in data 10 aprile 2015, in quanto ritenuta «ponte indispensabile» per favorire il collegamento tra regioni, mari e corridoi europei;
il 12 aprile 2015 in base alle dichiarazioni di un operaio, che ha preferito mantenere l'anonimato, e che ha partecipato ai lavori della galleria «La Franca», nel tratto tra Foligno (Perugia) e Civitanova Marche (Macerata), rilasciate al programma tv di Rai3 «Report», sono emersi alcuni aspetti che destano non poche preoccupazioni;
i fatti sopra menzionati sono stati dettagliati nell'interrogazione a prima firma Terzoni n. 5-05328;
il Sottosegretario per le infrastrutture e dei trasporti Del Basso De Caro, in data 4 giugno 2015 ha risposto all'interrogazione sopracitata confermando le criticità sollevate;
a seguito di questi eventi la Società ANAS ha effettuato ulteriori controlli;
le gallerie della Quadrilatero s.p.a. sono finite al centro dell'inchiesta giornalistica di Report e su cui è stato aperto un fascicolo anche dalla procura della Repubblica di Spoleto;
in data 17 gennaio 2015 è stato inaugurato il tratto Colfiorito-Serravalle: Statale 77 della «Val di Chienti», circa 9 chilometri con 5 gallerie (3 naturali e 2 artificiali), la più lunga delle quali è quella di Varano che si allunga per circa 3.4 chilometri, e 2 svincoli per un investimento di 218 milioni di euro; l'investimento per l'intero tratto Foligno-Pontelatrave ammonta a 1.140 milioni di euro per 35 chilometri e allo stato attuale le lavorazioni hanno raggiunto uno stato d'avanzamento del 94 per cento; alla cerimonia inaugurale, di scena in prossimità della galleria Bavareto (Serravalle di Chienti, provincia di Macerata), avevano partecipato anche l'ex Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Maurizio Lupi, oltre naturalmente ai governatori dimissionari di Umbria e Marche, Catiuscia Marini Gian Mario Spacca, l'ex presidente dell'Anas Pietro Ciucci, quello della società Quadrilatero Guido Perosino e i presidenti delle province di Perugia e Macerata Nando Mismetti e Antonio Pettinari;
il Ministro pro tempore Lupi ha percorso in auto i 9 chilometri aperti al traffico: «Raccolgo il lavoro iniziato da altri, ma le opere servono a una comunità, ai cittadini alle imprese non a un Governo a o un altro ed è doveroso ricordare il valore delle cose, in questi momenti economicamente difficili servono più che mai i fatti, che dimostrano, l'utilità di queste opere, come ho potuto appurare percorrendo il tratto che oggi inauguriamo»;
in data 2 luglio 2015 si apprende in una nota della stessa società autostradale: «Nel quadro delle verifiche già disposte su tutte le opere d'arte della Quadrilatero Marche-Umbria, Anas ha disposto la chiusura al traffico del tratto compreso tra lo svincolo di Colfiorito e lo svincolo di Serravalle in entrambi i sensi di marcia. La chiusura consente l'esecuzione da parte di Anas dei controlli urgenti sui rivestimenti delle due gallerie Serravalle e Varano, comprese nel tratto. Il traffico viene deviato sulla Ss 77»;
sono state quindi chiuse per verifiche urgenti le gallerie Serravalle e Varano della Foligno-Civitanova, ubicate nel tratto aperto il 17 gennaio 2015 al pubblico e che quindi ha già visto il passaggio di migliaia di automobilisti;
dal sito www.cronachemaceratesi.it si legge «da prime indiscrezioni sarebbero arrivati anche i primi risultati delle Gallerie Serravalle e Varano e non sarebbero incoraggianti» –:
se il Ministro sia a conoscenza dei fatti sopra esposti, se intenda fare chiarezza sulla correttezza dei procedimenti e dei controlli previsti dalle normative vigenti e quali siano gli indirizzi del Governo in merito all'opera viaria Quadrilatero, alla luce di quanto emerso, prima della sua apertura al traffico automobilistico prevista per l'inizio del 2016;
se il Ministro non ritenga opportuno fornire elementi in merito ai risultati del report effettuato da ANAS s.p.a. su questa tratta;
se il Ministro non intenda effettuare ulteriori controlli, non solo per i tratti ancora in costruzione ma anche in tutte le altre tratte dell'opera viaria Quadrilatero già aperte al traffico, per garantire e tutelare la sicurezza degli automobilisti;
quali iniziative il Ministro intenda adottare, per quanto di competenza, per individuare eventuali responsabilità dei soggetti che hanno concorso alla non corretta esecuzione dei lavori e, nel caso, valutare l'opportunità che sia avviata un'azione per chiedere il risarcimento dei danni. (4-09699)
DURANTI, COSTANTINO, FERRARA, NICCHI, PALAZZOTTO, PANNARALE, PELLEGRINO, PIRAS e RICCIATTI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
a quanto si apprende da una agenzia di stampa «ANSA» del 1o luglio 2015, il signor Adiruo Bartholomew Onyinye, di anni 38, è trattenuto nel Cie di Bari;
l'uomo, nato in Nigeria ed in Italia da anni, racconta di essere cardiopatico e di avere uno stent, e per questo assume farmaci «salvavita»;
in seguito ad un controllo al policlinico di Bari, suddetta terapia è stata incrementata ed è stato suggerito all'uomo di ricorrere ad un intervento di «rivascolarizzazione»;
ad oggi, invece, risulta che il policlinico di Bari abbia deciso di non procedere all'intervento e, cosa ancor più grave abbia anche sospeso la terapia «salvavita» –:
se il Ministro intenda segnalare ai responsabili del CIE di Bari di monitorare con attenzione la condizione del signor Onyinye affinché, considerata la gravità del suo quadro clinico, sia garantito un tempestivo ed efficace coordinamento con l'autorità sanitaria in caso di eventi critici. (5-05980)
MOLTENI, GUIDESI e SALTAMARTINI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
in data 2 luglio 2015 segretario federale della Lega Nord, onorevole Matteo Salvini, si è presentato all'ingresso del centro di accoglienza per richiedenti asilo situato ad Isola Capo Rizzuto;
con l'onorevole Matteo Salvini vi era il segretario generale del Sindacato autonomo polizia, Gianni Tonelli;
mentre all'onorevole Matteo Salvini è stato permesso di accedere alla struttura, a Gianni Tonelli è stato impedito;
obiettivo dichiarato del segretario generale del Sap era quello di verificare le condizioni in cui il personale delle forze di polizia è costretto ad operare dentro i centri di accoglienza per richiedenti asilo –:
per quali ragioni non sia stato consentito al segretario generale del Sap, Gianni Tonelli, di entrare nel centro di accoglienza per richiedenti asilo di Isola Capo Rizzuto il 2 luglio 2015. (4-09691)
LATRONICO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
l'Istat ha comunicato a maggio 2015 che il tasso di disoccupazione giovanile è al 41,5 per cento il tasso medio di senza lavoro resta al 12,4 per cento invariato rispetto al mese di precedente, dopo il calo di aprile, mentre nella zona euro il tasso di disoccupazione a maggio si attesta all'11,1 per cento. Si tratta del tasso minimo registrato nell'Eurozona da marzo 2012, secondo i dati Eurostat. Nella UE-28 il numero dei senza lavoro arriva al 9,6 per cento il tasso più basso si registra in Germania (4,7 per cento), il più alto in Grecia (25,6 per cento, marzo 2015) e Spagna (22,5 per cento);
nel 2014 è stato attivato in Italia «Garanzia Giovani», il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile, che prevede investimenti a favore degli Stati membri dell'Unione europea con tassi di disoccupazione superiori al 25 per cento;
l'obiettivo del piano è quello di supportare iniziative, a livello nazionale e territoriale, volte a favorire l'occupazione giovanile e a offrire a coloro che non studiano, non lavorano e che non sono impegnati in attività di formazione (cosiddetti neet), opportunità di orientamento, formazione, apprendistato, tirocinio, autoimprenditorialità, mobilità professionale in Italia e all'estero, inserimento nel mercato del lavoro e nel servizio civile;
il «Piano italiano di attuazione della garanzia per i giovani» è stato predisposto dalla struttura di missione, istituita presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali composta dai rappresentanti del Ministero medesimo e delle sue agenzie tecniche – ISFOL e Italia Lavoro – del Ministero dell'istruzione, dell'università e delle ricerche, del Ministero dello sviluppo economico, del Ministero dell'economia e delle finanze, del dipartimento della gioventù, dell'INPS, delle regioni e delle province autonome, delle province e Unioncamere;
per il nostro Paese sono stati stanziati dall'Unione europea 1,5 miliardi di euro, mentre la regione Basilicata dispone della dotazione di 17.207.780 euro e gli importi assegnati alle misure offerte sono suddivisi: accoglienza, presa in carico, orientamento 2.000.600 euro; formazione 2.700.000 euro; accompagnamento al Lavoro 1.000.000 euro; apprendistato 300.000 euro; tirocinio extra curriculare, anche in mobilità geografica: 8.200.000 euro; servizio civile nazionale 1.180.000 euro; sostegno all'auto-impiego e all'auto-imprenditorialità: 700.000 euro; mobilità professionale transnazionale e territoriale: 500.000,00 euro e bonus occupazionale: 627.180 euro;
in Basilicata i primi tirocini sono stati attivati alla fine del 2014. Ai ragazzi che usufruiscono di Garanzia Giovani spettano 450 euro mensili lordi a cui l'azienda ospitante può aggiungere ulteriori benefit. L'erogazione avrebbe dovuto avvenire ogni due mesi, ma si sono verificati ritardi nei pagamenti da parte dell'INPS –:
quali siano le cause del ritardo nei pagamenti delle indennità e quali strumenti di natura normativa intenda mettere in campo affinché giovani che partecipano al programma non debbano subire ulteriori aggravi dovuti a ritardi nei rimborsi dei tirocini. (5-05975)
CAMPANA e MICCOLI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
Ericsson è una multinazionale specializzata in servizi di telecomunicazioni presente in Italia con stabilimenti produttivi a Roma, Napoli, Genova, Assago, Moncalieri, Pagani (Sa), Pisa;
lo scorso 20 maggio la società Ericsson spa ha illustrato un piano dei tagli del personale dovuti alla trasformazione delle reti e dei servizi;
si legge nel piano che «tutto ciò ha determinato una eccedenza strutturale di personale, oggetto di ripetuti confronti con le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali di Slc – Cigl, Fistel Cisl, Uilcom – Uil, Ugl telecomunicazioni e Rsu con le quali nel luglio 2013 è stato, sottoscritto un corpo inscindibile di Accordi relativi ad un piano di riduzione di 335 dipendenti comprensivi degli esuberi della forza lavoro che non era stato possibile gestire con il programma di incentivazione su base volontaria lanciato l'anno precedente. [..] Tuttavia le misure prescritte dai citati accordi non hanno portato al raggiungimento dell'obiettivo di riduzione stabilito rendendo necessario affrontare senza dilazioni rispetto ai termini di legge il pieno riequilibrio degli organici»;
per questo l'azienda ha annunciato che nel minor tempo possibile si trova costretta a procedere a 166 licenziamenti, di cui 16 dirigenti, 47 quadri, 103 impiegati, strutturalmente eccedenti rispetto alle esigenze aziendali;
spiega l'azienda che trattandosi di esuberi che nascono da un riposizionamento dell'azienda sul mercato che ha visto nel tempo mutare e trasformare le attività, non risultano applicabili gli ammortizzatori sociali previsti dalla legge, perché le eccedenze non derivano da fenomeni congiunturali ma strutturali e per questo motivo non trovano applicazione;
a quanto si apprende da L'Espresso del 29 maggio scorso si legge che l'azienda abbia rifiutato ogni incontro con i sindacati e che i dipendenti del gruppo, a rischio licenziamento, denunciano che l'azienda stia provvedendo, nonostante il piano licenziamenti, al ricorso di nuove consulenze e di risorse provenienti dalle sedi indiane della multinazionale –:
se il Ministro sia a conoscenza di quanto espresso in premessa;
quale sia la situazione dell'azienda e se sia già attivo un tavolo di concertazione a tutela dei posti di lavoro che salvaguardi i livelli occupazionali di personale altamente specializzato e se; sia possibile verificare la correttezza del ricorso a risorse esterne in concomitanza con il piano licenziamenti. (4-09690)
RICCIATTI, FERRARA, FRANCO BORDO, ZARATTI, PELLEGRINO, ZACCAGNINI, PIRAS, QUARANTA, SCOTTO, SANNICANDRO, MELILLA e DURANTI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
il 1o luglio 2015 il personale del Nucleo agroalimentare e forestale (NAF) del Corpo forestale di Pesaro-Urbino, insieme al Nucleo investigativo di polizia ambientale e forestale (NIPAF), ha eseguito il sequestro preventivo, autorizzato dal Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Pesaro, di oltre un milione di etichette di birre artigianali, destinate ad essere apposte fraudolentemente su birre industriali, in vendita su tutto il territorio nazionale e all'estero (Russia, Ucraina, Olanda);
secondo le indagini del Corpo forestale la grande distribuzione sarebbe estranea a tale attività fraudolenta;
la frode non riguarderebbe la qualità dei prodotti commercializzati, ma la condotta dei produttori e dei confezionatori delle etichette, che si configura come pubblicità ingannevole e concorrenza sleale, integrando anche il reato di frode nell'esercizio del commercio;
le etichette recavano, infatti, la dicitura «artigianale»; definizione non prevista dalla norma italiana, che prevede esclusivamente le denominazioni: birra analcolica, birra leggera o birra light, birra, birra speciale, birra doppio malto (legge 16 Agosto 1962 n. 1354, «Disciplina igienica della produzione e del commercio della birra»), e «birra agricola» o «agribirra» (decreto ministeriale 212/2010 MEF), utilizzabile per la tipologia di birra prodotta all'interno di un'azienda agricola, con l'impiego di una percentuale almeno pari al 51 per cento di orzo o altri cereali prodotto da coltivazione aziendale;
negli ultimi anni è possibile riscontrare una attenzione crescente, da parte dei consumatori, verso birre prodotte con metodi artigianali o da microbirrifici, tuttavia tale tipologia di prodotti non trova ad oggi adeguata valorizzazione dal punto di vista normativo –:
considerato che l'assenza di una normativa specifica in questo settore, insieme alla crescente domanda di mercato, costituisce fertile terreno per frodi come quella illustrata in premessa, quali iniziative intenda adottare il Ministro in indirizzo per rafforzare i controlli sulla autenticità della corrispondenza tra prodotti ed etichette;
se non intenda promuovere, anche con iniziative di carattere normativo, la tutela delle produzioni di birra artigianale. (5-05972)
BUSTO, DAGA, DE ROSA, MANNINO, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
l'impianto di termovalorizzazione di Vercelli, attivo dagli anni ’70 è chiuso nel 2014, è stato oggetto dell'interrogazione n. 5-00225 del 30 maggio 2013, presentata dal primo firmatario del presente atto ancora in attesa di risposta, per l'incapacità della struttura di garantire i livelli di sicurezza ambientale richiesti dalla normativa di settore;
i motivi di maggiore preoccupazione evidenziati nella succitata interrogazione riguardavano: la pratica dell'interramento delle ceneri da combustione, considerate rifiuti speciali da smaltire in discarica; i risultati, a seguito di un esposto, dell'inquinamento della falda superficiale e del canale Cavoretto, nonché delle aree occupate dai lavoratori, e la quantità dei residui di incenerimento di alcuni idrocarburi oltre 300 volte superiori ai limiti di legge per le aree industriali;
a distanza di due anni dalle sopraesposte segnalazioni, è recente la presentazione dei risultati del primo studio – facente parte di un progetto del ministero della salute, condotto dal, dipartimento di epidemiologia e salute ambientale dell'Arpa Piemonte insieme ad altri enti, sugli effetti dell'inceneritore sulla salute dei cittadini dei, comuni limitrofi (Vercelli e Asigliano);
l'indagine analizza i dati di mortalità e malattie dal 1997 al 2012, dividendo la popolazione tra «esposti» alla ricaduta delle emissioni dell'inceneritore e «non esposti», evidenziando, per i residenti, un tasso di mortalità maggiore del 20 per cento e un rischio di ammalarsi di tutti i tumori maligni più alto del 60 per cento;
in particolare, gli abitanti vicino all'inceneritore rischiano il 400 per cento, in più, rispetto agli altri, di ammalarsi di tumore al colon-retto e il 180 per cento per quello al polmone, mentre per la depressione il pericolo è di oltre l'80 per cento per l'ipertensione del 190 per cento, per le malattie al cuore del 90 per cento e per quelle del polmone negli uomini del 50 per cento;
lo studio ha preso in esame anche i ricoveri ospedalieri dovuti all'aumento di patologie e quindi correlate all'esposizione, presentando risultati preoccupanti anche su questo fronte. Si, registra, infatti, il 35 per cento di aumento dei rischi di ricovero per il tumore del colon-retto, il 10 per cento per la depressione, il 20 per cento per l'ipertensione, il 12 per cento per le bronco pneumopatie croniche ostruttive, il 10 per cento per il diabete, il 10-20 per cento per le malattie degenerative del sistema nervoso centrale e il 30 per cento per le patologie epatiche croniche e cirrosi;
i dati di questo studio sono coerenti, nell'ambito del progetto ministeriale, con i risultati di altri studi sugli inceneritori di vecchia generazione presenti anche in altre regioni;
diversamente da questi, però, l'area di Vercelli ha una particolarità ancora più allarmante, messa in risalto dalla stessa Arpa Piemonte – prossima a un altro studio sul caso –, secondo la quale alcune patologie, come la depressione e le malattie degenerative del sistema nervoso centrale, potrebbero dipendere dall'esposizione ai pesticidi dell'agricoltura, diffusamente usati nell'area di ricaduta delle emissioni dell'inceneritore;
risulta peraltro che nonostante le gravissime criticità ambientali nell'area questa è stata in passato esclusa dai siti prioritari da bonificare a seguito di un'istruttoria condotta dal Ministro dello sviluppo economico e dal Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare –:
se il Governo ritenga opportuno valutare se sussistano i presupposti per considerare l'area del termovalorizzatore di Vercelli tra i siti prioritari da bonificare assegnando in tal caso le opportune risorse;
se intendano assumere iniziative normative, per prevedere lo svolgimento di indagini epidemiologiche, in casi simili a quello esposto, come potenziale strumento d'intervento da applicare ai territori su cui afferiscono inceneritori o discariche o impianti di trattamento rifiuti, per conoscere la reale condizione di salute dei cittadini delle zone individuate come più rischiose e contaminate, in modo da permettere di avviare successivamente misure di prevenzione. (5-05977)
LACQUANITI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
la notte del 28 maggio 2015, moriva in circostanze anomale il giornalista Giuseppe Anfuso (detto Pino), nato a Messina il 31 luglio 1961, iscritto all'Ordine dei giornalisti della Calabria dal 14 ottobre 1993, telecineoperatore della testata giornalistica «Rai» della Calabria; al giornalista noto anche fuori della Calabria, erano riconosciute dai calabresi professionalità e correttezza;
dal venerdì precedente al decesso, il giornalista era ricoverato nel reparto di terapia intensiva degli Ospedali riuniti di Reggio Calabria a causa di un'embolia;
nei primi giorni di maggio, trovandosi a Genova per partecipare ad un matrimonio, a causa di una caduta aveva riportato la frattura composta del piatto tibiale. Era servito, quindi, il trasporto all'ospedale San Martino di Genova dove alcuni medici, dopo aver ricomposto la frattura, avevano applicato un tutore e prescritto, in via indicativa, un anticoagulante adatto a scongiurare il rischio embolia;
il giorno dopo Anfuso si è recato in farmacia e lì, non avendo il dosaggio indicato nella prescrizione, gli veniva somministrato lo stesso medicinale con dosaggio inferiore. Lo stesso dosaggio, 5 giorni dopo, gli veniva confermato dal medico dell'ospedale San Martino di Genova che lo aveva ricevuto per il controllo;
qualche settimana dopo l'incidente a Genova, rientrato a Reggio Calabria per riprendere servizio, Anfuso ha accusato un malore ed è stato immediatamente trasportato agli Ospedali Riuniti dall'ambulanza del 118. È stato, quindi, ricoverato nel reparto di terapia intensiva nel quale, fino al momento del decesso, è rimasto perfettamente cosciente;
per il decesso del giornalista la procura di Reggio Calabria ha emesso venti avvisi di garanzia per omicidio colposo, tra medici ed infermieri, 5 in servizio nell'ospedale San Martino di Genova e 15 in quello di Reggio Calabria –:
se e quali iniziative si intendano assumere, per quanto di competenza e nel pieno rispetto dell'autonoma attività degli organi inquirenti, al fine di chiarire la grave vicenda che ha procurato il decesso di un cittadino, anche per scongiurare il rischio che si possano ripetere analoghi episodi che potrebbero andare a implementare il triste fenomeno della «malasanità». (4-09692)
Il seguente documento è stato così trasformato su richiesta del presentatore: interrogazione a risposta scritta Dall'Osso e altri n. 4-09518 del 18 giugno 2015 in interrogazione a risposta orale n. 3-01593.

References: in fine
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