Source: http://riccardopallotta.postilla.it/2016/06/13/articolo-18-lequilibrismo-della-cassazione/
Timestamp: 2018-09-26 02:56:02+00:00

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Articolo 18: l'equilibrismo della Cassazione - Il Blog di Riccardo Pallotta
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Articolo 18: l’equilibrismo della Cassazione
Molto clamore ha destato – sui media – la sentenza n. 11868/16 della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, secondo la quale le modifiche apportate all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, tese a restringere il campo di applicazione della reintegra sul posto di lavoro quale sanzione contro i licenziamenti illegittimi, non troverebbe applicazione nel pubblico impiego.
Prescindo – in questa sede – da valutazioni di merito sulle scelte del legislatore in materia di articolo 18 e licenziamenti perché mi preme, invece, ragionare sulle discutibili motivazioni della sentenza che – peraltro – sono in controtendenza rispetto ad una pronuncia della medesima sezione del novembre scorso (n. 24157/15).
Per doverosa sintesi rinvio alla lettura della sentenza stessa per i dettagli argomentativi e mi limito a segnalare quelli che – a mio avviso – ne sono i punti di caduta, scusandomi sin d’ora per il conseguente effetto tranchant delle argomentazioni.
Il TU dei rapporti di lavoro con la PA (D. Lgs. 165/01) dispone espressamente, all’art. 51, che lo Statuto dei Lavoratori si applica ai dipendenti pubblici. Quindi, secondo la tecnica del c.d. “rinvio mobile”, ogni modifica dello Statuto si applica tanto ai dipendenti pubblici che a quelli privati.
Dopo le modifiche all’art. 18 operate dalla Legge Fornero, i più avveduti commentatori hanno pacificamente rilevato come il nuovo art. 18 dovesse – pertanto – trovare “automatica” applicazione anche nei rapporti di lavoro con la PA (e, in tal senso, si espressa anche la Cassazione con la sentenza del 2015 citata).
Oggi, invece, la Cassazione cambia idea sulla base dei seguenti elementi:
1) la specificità della normativa sui procedimenti disciplinari della PA;
2) il fatto che la Legge Fornero (92/12) prevede la necessità di adozione di successivi provvedimenti per l’armonizzazione delle proprie disposizioni nell’ambito del pubblico impiego;
3) il fatto che la L. Fornero terrebbe conto unicamente delle esigenze proprie dell’impresa.
La sentenza sviluppa anche ulteriori valutazioni che – tuttavia – sono corollari di quelle appena esposte e sulle quali, quindi, non mi dilungo.
Ebbene, mi chiedo e chiedo agli addetti ai lavori:
1) una norma – la legge Fornero – afferma esplicitamente “i commi da 1 a 6 dell’art. 18 sono sostituiti dai seguenti ….”. A fronte di cotanta chiarezza, come possono i giudici della Cassazione (non un quivis de populo) affermare che i commi sostituiti (e quindi abrogati) continuano a trovare applicazione per una specifica categoria di lavoratori dipendenti?
2) cosa c’entra la specificità delle norme sui procedimenti disciplinari della PA con le- diverse – norme preposte alla sanzione della violazione di qualsiasi norma disciplinare (di fonte normativa o contrattuale che sia)?
3) cosa c’entra il fatto che – per alcuni istituti e fattispecie – la legge Fornero preveda successive disposizioni di “armonizzazione per il pubblico impiego” dal momento che nel caso di specie non c’è nulla da armonizzare e si tratta di attuare una sanzione diversa (l’indennizzo in luogo della reintegra) in relazione a violazioni chiaramente normate?
4) Il fatto stesso che la Legge Fornero preveda la propria “applicazione armonizzata” anche al pubblico impiego dimostra che essa non è “pensata solo per l’impresa”.
Ma, per concludere, la gravità dell’errore in cui mi sembra essere incorsa la Corte di Cassazione risiede in una sorta di peccato originale:
essersi completamente e palesemente discostata dal chiaro ed autosufficiente dato normativo per sostenere una tesi, priva di riferimenti testuali nelle norme, argomentando, per giunta, tale tesi, attraverso affermazioni apodittiche, ove non palesemente e lessicalmente errate.
Come dicevo in premessa, la gravità del fatto non risiede tanto nella decisione assunta (che peraltro è anche il frutto della crescente insipienza dei soggetti preposti alla redazione delle norme), quanto nel dover rilevare come il supremo organo della giurisdizione italiana abbia emesso una sentenza completamente svincolata dalle norme che era stata chiamata ad applicare, creando, così, una “norma Frankenstein” in grado di sopravvivere a se stessa ed alla sua esplicita abrogazione: ma solo per qualcuno….
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