Source: https://www.laleggepertutti.it/188207_vincita-al-gioco-o-alle-scommesse-entra-in-comunione
Timestamp: 2018-04-26 00:16:40+00:00

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Vincita al gioco o alle scommesse: entra in comunione?
Lo sai che? Vincita al gioco o alle scommesse: entra in comunione?
Lotteria, totocalcio, gratta e vinci: le vincite al gioco vanno divise con il proprio coniuge?
Hai vinto una scommessa, al totocalcio o alla lotteria. Il gruzzoletto non trasformerà la tua vita in quella di un miliardario ma ti consentirà di cambiare l’auto e, magari, di toglierti qualche sfizio. Così, dopo aver incassato la somma, la depositi sul tuo conto corrente bancario in attesa di stabilire come meglio spenderla. Senonché si fa avanti il tuo coniuge (marito o moglie che sia) che vuole la metà della vincita; visto che siete sposati in comunione dei beni, sostiene che – al pari di tutti gli acquisti fatti dopo il matrimonio – gli spetta il 50% dei soldi. A te sembra assurdo: il biglietto lo hai pagato coi tuoi soldi – quelli del lavoro che, peraltro, non entrano in comunione – e, peraltro, non si tratta di un acquisto, ma di una somma di denaro. Insomma, a tuo dire, se la fortuna ha voluto baciare te è giusto che i soldi siano tutti tuoi. Chi dei due ha ragione? La vincita al gioco o alle scommesse entra in comunione?
La soluzione al quesito si può trovare solo leggendo le norme del codice civile che regolano appunto la comunione dei beni.
Il codice [1] elenca i beni che non rientrano nella comunione con il coniuge. Tra questi non figurano le vincite al gioco o alle scommesse. Stando quindi alla lettera della norma, entra in comunione la vincita con biglietto della lotteria acquistato durante il matrimonio.
Anche la Cassazione è dello stesso avviso: le vincite delle lotterie e dei giochi nazionali (totocalcio, superenalotto, gratta e vinci, ecc.) rientrano nella comunione legale dei coniugi anche se la “giocata” è stata effettuata con il denaro personale di uno solo. Questo principio ha una serie di ripercussioni pratiche.
Intanto, chi vince al gioco o alle scommesse deve sempre dividere il denaro con il proprio coniuge e, qualora dovesse spenderlo tutto per sé, sarebbe costretto a versare all’altro la metà del valore del denaro speso. Si tratta della cosiddetta «ricostituzione della comunione» che scatta tutte le volte in cui uno dei due coniugi sottrae beni o denaro senza il consenso dell’altro.
La seconda conseguenza pratica riguarda l’eventuale bene acquistato, con il consenso di entrambi i coniugi, con il denaro ottenuto dalla vincita: detto bene rientra nella comunione e quindi diventa di proprietà comune al 50%.
In questo scenario, le storie cinematografiche del coniuge che “prende i soldi e scappa”, lasciando la famiglia e andando a vivere in un’isola felice sono pura fantasia. Un’ipotesi del genere non solo sarebbe illegittima ma costituirebbe anche reato per aver sottratto alla famiglia i mezzi di sostentamento; senza contare che a ciò si aggiungerebbe l’abbandono del tetto coniugale.
Che succede, invece, se marito e moglie sono separati o divorziati e uno dei due vince alle scommesso o al totocalcio? Se il premio lo incassa chi paga il mantenimento ciò consente all’altro di chiedere un aumento dell’importo? E se invece a incassare la vincita è il coniuge mantenuto, l’altro può sospendere il pagamento?
Sul punto la Cassazione non ha fornito sempre la stessa risposta. Secondo una prima tesi il giudice può valutare i miglioramenti economici anche derivanti da situazioni occasionali come appunto una vincita al gioco [2]. La stessa Corte ha però offerto anche la soluzione opposta.
[2] Cass. sent. n. 3914/2012: Ai fini della quantificazione del diritto all’assegno divorzile, non è precluso al giudice di considerare i miglioramenti economici del coniuge obbligato, pur non costituenti naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta durante la convivenza, qualora essi vengano presi in esame non per individuare il tenore di vita dei coniugi cui ragguagliare l’assegno, ma per valutare se le condizioni patrimoniali dell’obbligato consentano di corrispondere l’assegno divorzile, determinato pur sempre in relazione al tenore di vita dai coniugi goduto durante il matrimonio. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto corretta la considerazione, operata dal giudice del merito, di una vincita al Superenalotto realizzata dal coniuge obbligato dopo la cessazione della convivenza).
Vedi Sfogliando il Massimario. In tema di assegno divorzile, ai fini della quantificazione dello stesso, non è precluso al giudice di considerare i miglioramenti economici del coniuge obbligato, pur non costituenti naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta durante la convivenza, qualora essi vengano presi in esame non per individuare il tenore di vita dei coniugi cui ragguagliare l’assegno, ma per valutare se le condizioni patrimoniali dell’obbligato consentano di corrispondere l’assegno divorzile, determinato pur sempre in relazione al tenore di vita dai coniugi goduto durante il matrimonio. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto corretta la considerazione, operata dal giudice del merito, di una vincita al Superenalotto realizzata dal coniuge obbligato dopo la cessazione della convivenza). Tale decisione sembra porsi in contrasto con l’orientamento secondo il quale non possono essere valutati i miglioramenti che scaturiscano da eventi autonomi, non collegati alla situazione di fatto e alle aspettative maturate nel corso del matrimonio ed aventi carattere di eccezionalità, in quanto connessi a circostanze ed eventi del tutto occasionali ed imprevedibili, con la conseguenza che non sono valutabili evoluzioni imprevedibili dell’attività lavorativa, come il passaggio da lavoratore dipendente a libero professionista, cfr. Cass. 26 settembre 2007 n. 20204.
In termini opposti, la giurisprudenza anteriore.
In particolare, nel senso che in tema di attribuzione dell’assegno di divorzio e di valutazione delle condizioni economiche del coniuge obbligato, deve prescindersi dalle disponibilità economiche di costui a seguito di successioni mortis causa apertesi successivamente alla separazione, Cass. 13 gennaio 2010 n. 398, in Guida al diritto, 2010, n. 13, p. 68.
Analogamente, nella determinazione dell’importo dell’assegno divorzile, occorre tenere conto degli eventuali miglioramenti della situazione economica del coniuge nei cui confronti si chieda l’assegno, qualora costituiscano sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta durante il matrimonio, mentre non possono essere valutati i miglioramenti che scaturiscano da eventi autonomi, non collegati alla situazione di fatto e alle aspettative maturate nel corso del matrimonio e aventi carattere di eccezionalità, in quanto connessi a circostanze ed eventi del tutto occasionali e imprevedibili, Cass. 6 ottobre 2005 n. 19446 (in Fam. dir., 2006, 621, con nota di Merello, Presupposti e criteri di valutazione dell’assegno di divorzio), che, in applicazione del riferito principio ha confermato la sentenza di merito, la quale aveva ritenuto computabili, ai fini della determinazione della situazione economica della famiglia al momento della cessazione della convivenza, i compensi percepiti per lavoro straordinario e i premi di presenza e di produttività.
Non diversamente, nella determinazione dell’importo dell’assegno divorzile, occorre tenere conto degli eventuali miglioramenti della situazione economica del coniuge nei cui confronti si chieda l’assegno, anche se successivi alla cessazione della convivenza, qualora costituiscano sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta durante il matrimonio e trovino radice nell’attività all’epoca svolta e/o nel tipo di qualificazione professionale e/o nella collocazione sociale dell’onerato, adeguatamente valutando se siano riferibili al tempo anteriore o successivo alla separazione, mentre non possono essere valutati i miglioramenti che scaturiscano da eventi autonomi, non collegati alla situazione di fatto e alle aspettative maturate nel corso del matrimonio, Cass. 28 gennaio 2004 n. 1487 (in Nuova giur. civ. comm., 2004, 743, con nota di Al Mureden, Assegno di divorzio ed incrementi reddituali del coniuge economicamente forte; in Fam. dir., 2004, 237, con nota di L iuzzi, Assegno di divorzio e incrementi reddituali), che ha cassato la sentenza di merito, la quale aveva ritenuto computabile l’indennità percepita per una carica elettiva assunta dal coniuge onerato successivamente alla separazione, senza motivare in ordine al ritenuto carattere di ordinarietà e prevedibilità dell’incremento economico.
Ricordate in motivazione, nella pronunzia in rassegna, sempre in un’ottica diversa, rispetto alla pronuncia in rassegna:
— nel senso che nella determinazione dell’importo dell’assegno divorzile, occorre tener conto degli eventuali miglioramenti della situazione economica del coniuge nei cui confronti si chieda l’assegno, qualora costituiscano sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta durante il matrimonio, mentre non possono essere valutati i miglioramenti che scaturiscano da eventi autonomi, non collegati alla situazione di fatto e alle aspettative maturate nel corso del matrimonio e aventi carattere di eccezionalità, in quanto connessi a circostanze ed eventi del tutto occasionali e imprevedibili, Cass. 26 settembre 2007 n. 20204 (in Foro it., 2007, I, 3385; in Guida al diritto, 2007, n. 43, p. 46, con nota di Gragnani, Non è ravvisabile uno sviluppo prevedibile nell’attività successiva alla fine dell’unione);
— per il rilievo che per determinare la misura dell’assegno è necessario individuare il tenore di vita goduto nel corso del matrimonio e stabilire la somma occorrente per mantenerlo, tenuto conto che la valutazione delle precedenti condizioni economiche va operata con riferimento al momento della pronuncia di divorzio, e che essa può avere riguardo anche agli incrementi delle condizioni patrimoniali del coniuge obbligato che costituiscano naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta durante il matrimonio; in relazione al tenore di vita così determinato deve operarsi la concreta commisurazione dell’assegno in ragione delle capacità economiche dell’istante e degli altri elementi di cui all’art. 5 l. n. 898, cit. e cioè condizioni dei coniugi, ragioni del divorzio, contributo alla vita familiare e al patrimonio comune o dell’altro coniuge, reddito di entrambi, durata del matrimonio, Cass. 29 aprile 1999 n. 4319.
Per altri riferimenti, al fine della determinazione dell’assegno divorzile, il giudice di merito deve determinare, sulla base delle prove offerte, la situazione economica familiare esistente al momento della cessazione della convivenza matrimoniale, raffrontandola con quella del coniuge richiedente al momento della pronuncia di divorzio, al fine di stabilire se quest’ultima sia tale da consentire al richiedente medesimo di mantenere un tenore di vita analogo a quello corrispondente alla indicata situazione economica della famiglia. Questa va valutata, peraltro, anche con riferimento ai miglioramenti reddituali dell’ex coniuge dovuti al prevedibile sviluppo di situazioni e aspettative già presenti durante la convivenza matrimoniale, in quanto collegati alla sua attività lavorativa, e non aventi carattere di eccezionalità, in quanto non connessi a circostanze ed eventi del tutto occasionali e imprevedibili, Cass. 8 febbraio 2000 n. 1379, che ha cassato la decisione della corte di merito, la quale aveva escluso che si potesse prendere in considerazione, ai fini della liquidazione dell’assegno divorzile, l’incremento reddituale dell’ex coniuge funzionario di banca, la cui promozione non era dovuta ad automatismi di carriera, ma alle sue personali capacità, senza fornire alcuna motivazione in ordine al ritenuto carattere eccezionale e imprevedibile della progressione di cui si trattava.
Sempre diversamente, rispetto alla pronuncia in rassegna, per i giudici di merito, App. Roma 12 febbraio 1990 (in Foro it., 1990, I, 1377; in Dir. fam., 1991, 161; con nota di Doria, Considerazioni sulla « revisione » dell’assegno di divorzio): la revisione dell’assegno di divorzio in seguito al deterioramento delle condizioni economiche del coniuge avente diritto non deve tener conto del miglioramento delle condizioni economiche dell’obbligato, intervenuto dopo la sentenza di divorzio e indipendentemente dalla pregressa vita coniugale (nella specie, il giudice ha accertato che il miglioramento era prevalentemente dovuto alla successione ereditaria paterna di cui il coniuge obbligato aveva beneficiato molti anni dopo lo scioglimento del matrimonio).
Con riferimento all’ipotesi reciproca, miglioramento delle condizioni della moglie, successivamente alla cessazione della convivenza, a seguito di successioni mortis causa apertesi in suo favore, cfr. Cass. 23 agosto 2006 n. 18367 (in questa Rivista, 2007, I, 1911, con note di P atruno, revisione dell’assegno divorzile e adeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge beneficiario. Il punto della giurisprudenza di legittimità, e di Gigliotti, Revisione dell’assegno postmatrimoniale « mezzi adeguati » e condizioni patrimoniali degli ex coniugi, p. 2807).
[3] Cass. sent. n. 20204/2007 n. 398/2010, n. 19446/2005.

References: Cass. 
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