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Timestamp: 2018-11-14 20:11:28+00:00

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Il giudizio del giudice di pace secondo equità
Profili normativi e giurisprudenziali del giudizio del giudice di pace secondo equità
Avv. Daniele Paolanti - Con il varo del d.l. 8 febbraio 2003 n.18, poi convertito con modificazioni dalla legge 7 aprile 2003 n. 63, recante "Disposizioni urgenti in materia di giudizio necessario secondo equità", il legislatore è intervenuto modificando il disposto dell'art. 113 comma 2 c.p.c. ai sensi del quale era consentito al giudice di pace di decidere secondo equità quelle cause il cui valore non eccedeva le due milioni di lire. L'attuale disposto dell'art. 113 c.p.c. così prevede: "Nel pronunciare sulla causa il giudice deve seguire le norme del diritto, salvo che la legge gli attribuisca il potere di decidere secondo equità [disp. att. 119]. Il giudice di pace decide secondo equità la causa il cui valore non eccede millecento euro, salvo quelle derivanti da rapporti giuridici relativi a contratti conclusi secondo le modalità di cui all'articolo 1342 del codice civile".
Profili applicativi della norma
Come si apprende dal tenore della norma di cui sopra è stato rimodulato il valore della somma che consente al Giudice di Pace di decidere secondo equità e la stessa è stata espressa in euro. Inoltre sono ricomprese tra le materie in cui il giudice può decidere secondo equità quelle relative ai contratti che sono stati conclusi nelle forme e con le modalità di cui all'art. 1342 c.c., ovvero quei contratti conclusi attraverso la compilazione di moduli e formulari. Giova rammentare inoltre, come taluni autori hanno egregiamente messo in rilievo, che con l'avvento del d.lgs. 30 dicembre 1999 n.507 il legislatore ha escluso dal novero delle materie in cui il giudice poteva decidere secondo equità l'opposizione ad ordinanza ingiunzione di cui alla legge 689/1981 (C. Punzi, Il processo civile – sistema e problematiche, vol. II, Giappichelli editore, Torino, 2010, p. 256). In dette controversie è infatti previsto che il giudice debba decidere sempre secondo diritto indipendentemente dal valore della controversia. La sentenza del Giudice di Pace di opposizione alla sanzione amministrativa è oggi appellabile ma rimane comunque inappellabile e solo ricorribile per Cassazione l'ordinanza che dichiara inammissibile il ricorso perché presentato tardivamente. Sull'art. 113 c.p.c. è intervenuta comunque una pronuncia della Corte Costituzionale che ha dichiarato l'incostituzionalità nella parte in cui non prevede che il Giudice di Pace debba seguire i principi informatori della materia (Corte Cost. 6 luglio 2004 n. 206). Con l'avvento del D.lgs. n.40 del 2006 il legislatore ha inoltre modificato il disposto dell'art. 339 comma 3° prevedendo che sono appellabili le sentenze del giudice di pace che sono pronunciate secondo equità ai sensi dell'art. 113 c.p.c. laddove le medesime siano viziate nel procedimento ovvero contengano una violazione di norme costituzionali o comunitarie, ovvero dei principi regolatori della materia. La norma così prevede "Le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità a norma dell'articolo 113, secondo comma, sono appellabili esclusivamente per violazione delle norme sul procedimento, per violazione di norme costituzionali o comunitarie ovvero dei principi regolatori della materia".
Il giudizio di equità a seguito della riforma del 2016
La recente riforma della magistratura onoraria, di cui alla legge n.57 del 2016, avente ad oggetto "Delega al Governo per la riforma organica della magistratura onoraria e altre disposizioni sui giudici di pace (16G00069) (GU n.99 del 29/4/2016)", prevede un'estensione delle competenze del predetto giudicante nell'ambito dei giudizi secondo equità. Per espressa previsione normativa la possibilità di decidere secondo equità sarà estesa a cause il cui valore non ecceda i 2.500,00 €. Dispone infatti la norma (art.1, co. 1, lett.p) che obiettivo della delega è finanche "ampliare, nel settore penale, la competenza dell'ufficio del giudice di pace, nonché ampliare, nel settore civile, la competenza del medesimo ufficio, per materia e per valore, ed estendere, per le cause il cui valore non ecceda euro 2.500, i casi di decisione secondo equità" (si rammenti che il precedente limite era 1.100,00 € ai sensi dell'art. 113 comma 2 c.p.c.) (per approfondimenti sulla riforma, leggi: "Giudici di pace: la riforma è legge").
Le pronunce che in questa sede si riportano a suffragio di quanto esposto nella pregressa normativa sono due. La sentenza n. 206 del 2004 della Corte Costituzionale e la sentenza 19871 del 2011 della Corte di Cassazione. La prima enuncia un importante principio di diritto, ovvero "La sola funzione che alla giurisdizione di equità può riconoscersi, in un sistema caratterizzato dal principio di legalità a sua volta ancorato al principio di costituzionalità, nel quale la legge è dunque lo strumento principale di attuazione dei principi costituzionali, è quella di individuare l'eventuale regola di giudizio non scritta che, con riferimento al caso concreto, consenta una soluzione della controversia più adeguata alle caratteristiche specifiche della fattispecie concreta, alla stregua tuttavia dei medesimi principi cui si ispira la disciplina positiva: principi che non potrebbero essere posti in discussione dal giudicante, pena lo sconfinamento nell'arbitrio, attraverso una contrapposizione con le proprie categorie soggettive di equità e ragionevolezza". La stessa sentenza riconosce l'illegittimità costituzionale dell'art. 113, secondo comma, del codice di procedura civile, nella parte in cui non prevede che il giudice di pace debba osservare i principi informatori della materia. Si riporta ora una pronuncia resa dalla Corte di Cassazione sezione civile che detta parametri precisi per l'impugnabilità delle sentenze pronunciate secondo equità. Si legge tra le righe della motivazione che "Le Sezioni Unite di questa Corte hanno tracciato, sin dalla sentenza 15 ottobre 1999, n. 716, i limiti del controllo esercitabile nei confronti delle sentenze pronunziate dal Giudice di Pace secondo equità […] A tal fine hanno enunciato il principio per cui il ricorso per cassazione avverso le suddette sentenze è ammissibile per violazione di norme processuali, ex art. 360 cod. proc. civ., comma 1, nn. 1, 2 e 4, ivi compresa l'ipotesi di inesistenza della motivazione, per radicale e insanabile contraddittorietà o mera apparenza della stessa, ai sensi del n. 5 della predetta norma, quando il vizio attenga a un punto decisivo della controversia, e, con riferimento agli errores in iudicando, per violazione di norme costituzionali, di norme comunitarie di rango superiore a quelle ordinarie, nonchè, a seguito della pronuncia della Corte costituzionale 6 luglio 2004, n. 206 (e con l'avvertenza che ci si riferisce alla situazione antecedente all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006 che ha, entro certi limiti, reintrodotto in parte qua, il rimedio dell'appello) per violazione dei principi informatori della materia" (Cassazione civile, sez. III, 29/09/2011, (ud. 21/06/2011, dep.29/09/2011), n. 19871).
Leggi anche: "Iter e requisiti per diventare magistrato onorario"
(07/12/2016 - Avv.Daniele Paolanti)

References: sentenza 
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 art. 360