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Timestamp: 2020-07-11 14:48:30+00:00

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Sui motivi di revocazione di cui all’art. 106 c.p.a.
Commento Cons. St., Ad. Plen., 27 luglio 2016, n. 21
La sentenza in epigrafe permette l’analisi di una rilevante questione processuale, su cui invero più volte la giurisprudenza è stata chiamata a pronunciarsi: la perimetrazione dei motivi del ricorso per revocazione. Giova anteporre a tale disamina una breve ricostruzione della vicenda, causa del pronunciamento de quo. A seguito di gara indetta per l’affidamento del servizio luce e dei servizi connessi per le Pubbliche Amministrazioni, il R.T.I. Alfa, classificatosi al primo posto, veniva escluso dalla procedura di aggiudicazione a seguito di irregolarità emerse in sede di verifiche di ufficio sulle dichiarazioni sostitutive rese in gara. Avverso tale esclusione, il R.T.I. proponeva ricorso innanzi al giudice amministrativo, sulla scorta del fatto che, per un verso, erroneamente due D.U.R.C. erano stati considerati irregolari, risultando al contrario ancora in corso di validità, e che, per atro verso, comunque sulla stazione appaltante, ai sensi dell’art. 31, co. 8, d.l. n. 69/2013, grava l’obbligo di invitare l’interessato a regolarizzare la propria posizione entro un termine non superiore a 15 giorni. Il T.A.R., tuttavia, nel respingere le doglianze della parte ricorrente, riteneva di dover affermare che “il concetto di definitività nell’ambito delle gare pubbliche dev’essere esaminato alla data di scadenza del termine di presentazione dell’offerta”, “non può valere quanto affermato da parte ricorrente circa l’obbligo dell’Istituto previdenziale di attivare la procedura di regolarizzazione prevista dall’art. 7, co. 3, d.m. 24 ottobre 2007, in quanto l’art. 38, co. 8, d.l. n. 69/2013 è entrato in vigore in data successiva rispetto a quella in cui le imprese del raggruppamento hanno reso le dichiarazioni e, comunque, in data successiva alla pubblicazione del bando di gara, per cui non è applicabile in virtù del principio tempusregitactum” ed infine che “in altri termini, il requisito di cui all’art. 38 del d.lgs. 163/2006 deve sussistere alla data in cui è resa la dichiarazione, non essendo possibile che lo stesso possa perfezionarsi in un momento successivo mediante l’invito alla regolarizzazione”. A seguito dell’appello proposto dal R.T.I. Alfa, la questione giungeva all’attenzione dei Giudici di Palazzo Spada, che, tuttavia, prendendo atto del contrasto in merito, rimettevano la problematica, concernente dunque la sussistenza o meno dell’obbligo degli Istituti previdenziali di invitare l’interessato alla regolarizzazione del D.U.R.C. (c.d. preavviso di D.U.R.C. negativo) anche nel caso in cui la richiesta provenga dalla stazione appaltante in sede di verifica della dichiarazione resa dall’impresa ai sensi dell’art. 38, co. 1, lett. i), d.lgs. n. 163/2006, all’Adunanza Plenaria. Il Collegio, con sentenza 29 febbraio 2016, n. 5, respingeva l’appello principale e accoglieva l’appello incidentale affermando in particolare che “anche dopo l’entrata in vigore dell’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l’impresa deve essere in regola con l’assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell’offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, restando dunque irrilevante, un eventuale adempimento tardivo dell’obbligazione contributiva. L’istituto dell’invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo), già previsto dall’art. 7, comma 3, del decreto ministeriale 24 ottobre 2007 e ora recepito a livello legislativo dall’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, può operare solo nei rapporti tra impresa ed Ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall’impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell’autodichiarazione resa ai sensi dell’art. 38, comma 1, lettera i) ai fini della partecipazione alla gara d’appalto”. Orbene, con successivo ricorso, il R.T.I. Alfa chiedeva, conseguentemente, la revocazione della suddetta sentenza, ritenendo che la medesima fosse inficiata da errore di fatto, consistente nell’omessa considerazione di una censura dedotta in primo e in secondo grado, chiedendo quindi l’accoglimento dell’appello. In particolare, sosteneva l’impresa ricorrente, il giudice avrebbe del tutto trascurato uno dei motivi di impugnazione, ritenuto invece, dalla ricorrente medesima, decisivo per la soluzione della controversia. Ed invero, prosegue il R.T.I. Alfa, quanto affermato dall’Adunanza Plenaria non esaurirebbe la problematica proposta: il giudice avrebbe infatti trascurato di affrontare la censura, proposta nel ricorso introduttivo e con il secondo motivo dei primi motivi aggiunti, con la quale era stato affermato che la regolarità della posizione della ricorrente e associati in ordine agli adempimenti contributivi non risultava solo dai D.U.R.C. acquisiti prima di formulare la dichiarazione necessaria per partecipare alla procedura, ma anche dai D.U.R.C. rilasciati successivamente alla data di sottoscrizione della propria dichiarazione impegnativa. Proprio questo, in sostanza, costituirebbe errore di fatto consistente nell’omessa lettura e discussione di un motivo di impugnazione, chiedendo quindi la revocazione della sentenza oggetto di gravame. L’Adunanza Plenaria, si anticipa, ha ritenuto invero di dover definire inammissibile il ricorso in questione; prima di analizzare le ragioni di tale decisone, deve essere innanzitutto ricordato che la revocazione, di cui agli artt. 106 e 107 c.p.a., disciplina che, tramite il rinvio contenuto nella prima norma citata, rimanda agli artt. 395 e 396 c.p.c., si suddivide in ordinaria, qualora il ricorso sia proposto avverso una sentenza non ancora passata in giudicato, e straordinaria, nel caso opposto. Nella prima ipotesi, l’evidenza che caratterizza il vizio dedotto, e dunque la sua immediata rilevabilità, non è – e non potrebbe del resto essere altrimenti – considerata preminente rispetto alla forza acquisita da una sentenza ormai passata in giudicato: si tratta in particolare dei motivi costituiti dall’errore di fatto e dalla contrarietà della sentenza rispetto ad altra precedente avente fra le parti autorità di cosa giudicata (art. 395, co. 1, nn. 4 e 5, c.p.c.) Al contrario, i motivi posti alla base della revocazione straordinaria sono connotati da una gravità tale da consentire finanche il travolgimento del giudicato: si tratta del dolo della parte, della falsità della prova, del rinvenimento di documenti decisivi ed infine del dolo del giudice (art. 395, co. 1, nn. 1, 2, 3 e 6). Orbene, focalizzando l’attenzione sul vizio attinente all’errore di fatto, motivo di revocazione dedotto dall’odierna parte ricorrente, va ricordato che, sul punto, i Giudici di Palazzo Spada hanno già da tempo preso posizione in ordine alla perimetrazione dell’errore de quo, ritenendo che il medesimo, per fondare una sentenza evocatoria, debba essere caratterizzato: a) dal derivare da una pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale abbia indotto l’organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto, facendo cioè ritenere un fatto documentalmente escluso ovvero inesistente un fatto documentalmente provato; b) dall’attenere ad un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato; c) dall’essere stato un elemento decisivo della decisione da revocare, necessitando perciò un rapporto di causalità tra l’erronea presupposizione e la pronuncia stessa; l’errore deve inoltre apparire con immediatezza ed essere di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche (Cons. St., Ad. Plen., 24 gennaio 2014, n. 5). Calando il discorso nella fattispecie in esame, si ricorda che la parte ricorrente si doleva dell’errore di fatto compiuto dal Giudice, errore ravvisabile nel non aver considerato tutti i motivi dalla stessa dedotti. Invero, a tal proposito, l’Adunanza Plenaria ha compiuto un ulteriore passo in avanti, precisando che, a dispetto di quanto affermato dal R.T.I. Alfa, non tutta l’argomentazione dalla medesima dedotta a supporto delle proprie convinzioni costituisce motivo di ricorso su cui il Giudice, per rispettare l’obbligo di corrispondere il chiesto al pronunciato, deve decidere. Anzi, è al contrario necessario operare una distinzione fra i motivi di ricorso veri e propri e le relative argomentazioni che dei primi costituiscono il fondamento. La censura, su cui il giudice deve pronunciare, è costituita solo dai primi, poiché le seconde, a ben vedere, non sono in grado né di ampliare né di restringerne la portata, non comportando dunque alcun elemento di novità rispetto alla censura in sé. È per tale ragione che in relazione ad esse non sussiste alcun obbligo di specifica pronuncia. Nel caso in esame, il motivo dedotto dalla ricorrente tende ad affermare che la dichiarazione resa dal partecipante ad una gara pubblica di contenuto conforme a un D.U.R.C. in suo possesso e in corso di validità consente la sua ammissione nonostante la stazione appaltante abbia acquisito d’ufficio un D.U.R.C. negativo; quest’ultimo impone solo la regolarizzazione della posizione contributiva, nei termini che fino a quel momento l’imprenditore legittimamente ignorava. In sostanza, la tesi propugnata dal R.T.U. Alfa si sostanzia nella convinzione che la partecipazione alla gara è legittimata dal D.U.R.C. in suo possesso, sulla cui base viene redatta l’autodichiarazione di regolarità contributiva; di conseguenza, nella logica dell’impugnazione costituisce al massimo un rafforzativo il richiamo alla presenza di D.U.R.C. successivi alla presentazione della domanda di partecipazione al procedimento amministrativo. Motivo per cui, in ultima analisi, quanto dedotto dalla ricorrente in revocazione non costituisce motivo di impugnazione. Queste le ragioni per cui i Giudici di Palazzo Spada hanno ritenuto opportuno affermare che”non costituisce motivo di revocazione per omessa pronuncia il fatto che il giudice, nell’esaminare la domanda di parte, non si sia espressamente pronunciato su tutte le argomentazioni poste dalla parte medesima a sostegno delle proprie conclusioni”, giungendo così, inevitabilmente, alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

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