Source: https://www.laleggepertutti.it/98516_youtube-e-skype-la-minaccia-di-pubblicazione-del-video-hard-e-reato
Timestamp: 2019-02-20 14:34:28+00:00

Document:
Youtube e Skype, la minaccia di pubblicazione del video hard è reato
Il ricatto di mettere online e poi postare su Facebook un video con una persona nuda costituisce violenza privata.
Youtube utilizzato sempre più come arma di ricatto per chi si spoglia dietro la telecamera della videoconferenza di Skype: le vittime non sono solo giovani, ma anche gli adulti, ingenui come (e forse più) dei bambini dinanzi alle minacce che arrivano dal web.
C’è chi lo fa per mestiere, di norma persone straniere che non parlano bene la lingua italiana e sono, perciò, facilmente riconoscibili. Il loro approccio inizia su Facebook, con un contatto e un invito a collegarsi, il giorno stesso, su Skype.
C’è chi, invece, lo fa per proprio piacere personale. Qui la minaccia diventa più concreta: perché, se nel primo caso, il malintenzionato ha tutta l’intenzione di sfruttare il “business” e far cadere nella propria rete quanta più gente possibile senza essere scoperto (evitando, quindi, possibili denunce e problemi con la giustizia), nel secondo caso la psiche del colpevole è più ingestibile. In questa ipotesi il colpevole potrebbe essere anche il vicino di casa o, comunque, un connazionale. Come nel caso che, recentemente deciso dalla Cassazione [1], ha visto un trentenne condannato per violenza privata per aver costretto una ragazza a spogliarsi davanti a lui, su Skype, dietro minaccia di pubblicare alcuni video che la ritraevano in pose provocanti.
L’imputato, in caso di blocco del contatto o di mancata risposta, aveva prospettato alla ragazza gravi danni all’immagine derivanti dalla pubblicazione del video sostenendo che dopo la pubblicazione del video “ne sparleranno tutti e ti macchierà per sempre”. Di fatto, poi, la pubblicazione su Youtube è avvenuta “con conseguente lesione del diritto alla riservatezza dell’immagine”.
Prima di parlarvi delle motivazioni con cui la Cassazione ha ritenuto illecito tale comportamento (circostanza, peraltro, abbastanza scontata), vi rinviamo alla lettura di queste due guide per potersi orientare in caso si cada nella minaccia dell’anonimo della rete: Spogliarsi su Skype ed essere ricattati e Da Facebook a Skype: l’invito a spogliarsi. Nelle nostre due guide troverete ampi consigli e casistica, nonché numerosi commenti di parecchi utenti già caduti nella trappola.
Tornando però alla sentenza in commento, la Suprema Corte chiarisce che il delitto di trattamento illecito dei dati personali rientra nella categoria dei reati di danno. Per ritenere integrato siffatto reato è necessario che dalla realizzazione della condotta criminosa derivi un nocumento per la vittima, da intendersi, a differenza del danno, come qualsiasi effetto pregiudizievole che possa scaturire dall’arbitrario comportamento invasivo dell’autore dell’azione delittuosa. Nel caso di specie, deve certamente ricondursi il nocumento derivante dall’azione invasiva dell’imputato alla lesione del diritto alla riservatezza delle immagini contenute nel video inserito su YouTube.
[1] Cass. sent. n. 40356/2015.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 10 settembre – 8 ottobre 2015, n. 40356
Con sentenza 18.3.2014 la Corte d’Appello di Reggio Calabria – per quanto ancora interessa in questa sede – ha confermato la colpevolezza di C.A. in ordine ai reati di trattamento illecito di dati personali (art. 167 D. Lvo n. 196/2003, contestato al capo B) e violenza privata continuata (artt. 81 e 610 cp, di cui al capo D), commessi in danno di S.S. .
1 Con un primo motivo denunzia ai sensi dell’art. 606 lett. b) ed e) cpp, l’inosservanza dell’art. 610 cp nonché la mancanza di motivazione sulla sussistenza degli elementi costitutivi del reato di violenza privata (che il primo giudice aveva ritenuto assorbito nell’ipotesi della violenza sessuale originariamente contestata al capo C, da cui invece era stato assolto in appello). Sostiene il ricorrente che la Corte territoriale non ha motivato sul condizionamento psicologico della vittima, avendo omesso di indicare gli elementi di indagine idonei a sostenere la tesi accusatoria. Ritiene insufficiente il mero stralcio di comunicazioni via mail ed evidenzia il comportamento tenuto dalla persona offesa che, lungi dal subire condizionamenti, lo fece addirittura venire allo scoperto contattandolo in rete su indicazione della Polizia Postale a cui lo aveva precedentemente denunciato.
La Corte d’Appello di Reggio Calabria nel caso di specie ha ravvisato gli estremi del reato dalla lettura delle mail allegate alla denunzia ed in particolare dal messaggio – di cui ha riportato il contenuto – con cui l’imputato, in caso di persistente blocco del contatto o di mancata risposta, prospettava alla ragazza gravi danni all’immagine derivanti dalla pubblicazione del video nell’ambiente ristretto di Reggio Calabria (“ne sparleranno tutti e ti macchierà per sempre“). L’atteggiamento minaccioso del C. , secondo la Corte d’Appello, consisteva nel costringere la ragazza ad intrattenere rapporti telematici, prospettandole la possibilità di divulgare il video in cui essa compariva con la gonna sollevata: in tal modo il C. , approfittando della disponibilità del video e minacciandone la divulgazione, aveva indotto la donna ad intrattenere le comunicazioni coartandone la capacità di autodeterminazione tenendola “sotto scacco” (v. pag. 11 sentenza impugnata).
2. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sé o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli artt. 17, 20 e 21, art. 22, commi 8 e artt. 11, 25, 26, 27 e 45, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da uno a tre anni“.

References: sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 22