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Timestamp: 2017-11-23 13:04:50+00:00

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A scuola di democrazia e responsabilità. I Convitti-Scuola della Rinascita – Prima parte | ANPI 25 APRILE MILANO
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27 aprile 2013 di anpi25aprile
Un operaio che aveva partecipato alla Resistenza nelle formazioni di Beltrami, intervistato nel 1956 da Edio Vallini per il suo libro “Operai del Nord”, (Bari, 1957, p. 110), rende questa testimonianza: “Ho visto che gli svizzeri erano dei veri farabutti con i garibaldini, li provocavano in tutti i modi, anche la popolazione che era stata aizzata contro i comunisti gli voleva male. Ogni tanto i garibaldini reagivano disarmando le guardie svizzere perché li facevano veramente morire di fame tanto che noi nei nostri campi organizzavamo delle collette per dar da mangiare ai garibaldini”.
E’ inverno, il freddo e la fame attanagliano i giovani partigiani nell’ozio forzato della prigionia: ma Nicola è un abile e appassionato insegnante, che ha già fatto anni di esperienza al liceo Zucchi di Monza. Con l’aiuto dei partigiani più interessati, a cominciare dal giovanissimo maestro Guido Petter, organizza gruppi di studio: letteratura italiana, lingue straniere iniziando dal tedesco degli aguzzini, e storia, parlando delle grandi rivoluzioni dell’epoca moderna, del Risorgimento e delle più recenti vicende italiane.
L’esperienza, per fortuna, dura poche settimane, e ai primi di gennaio del 1945 il gruppo di partigiani garibaldini è di nuovo in Ossola con le armi in pugno. A primavera con la Liberazione tutti scendono a Milano, e l’unità partigiana viene provvisoriamente acquartierata in una caserma. Nel tempo di guerra molti giovani hanno dovuto interrompere la scuola, molti – provenienti da famiglie povere – non l’avevano mai neppure frequentata oltre le elementari, ma nella lotta partigiana avevano dimostrato doti notevoli di intelligenza e di capacità. Perché accettare questa ingiustizia sociale e sprecare doti che potevano essere preziose per l’opera di ricostruzione del paese? Ci sono poi ragazzi mutilati, orfani dei caduti, famiglie rimaste senza tetto. “L’urgenza del problema – scrive Raimondi sulla rivista “Rinascita” nel 1955 – agisce come una molla sulla vecchia idea nata a Schwarz-See: gli ideali della Resistenza offrono tutto un patrimonio morale e culturale che può e deve servire di base alla nascita di una scuola nuova, popolare.”
La decisione prende corpo rapidamente: i partigiani hanno ancora zaini e coperte, in caserma sono disponibili letti a castello e riserve di scatolette, e si mettono in giro per la città alla ricerca di un edificio dove installare una scuola. Questa idea è diventata la loro stella polare, e – come diceva un grande – “non si volge chi a stella è fisso”. Trovano una sede ad Affori, nei locali di un antico collegio. Il comitato promotore è formato da tre professori, Luciano Raimondi, Claudia Maffioli e il filosofo Antonio Banfi, con tre studenti, Angelo Peroni, Vico Tulli e Guido Petter. Vi si uniscono subito altri insegnanti antifascisti, fra cui Luigi Pellegatta, Alba Dell’Acqua, Pasqualina Callegari, con l’aiuto entusiasta dei migliori partigiani della brigata, primo fra tutti Livio Livi, l’operaio padre del giovanissimo partigiano Amleto Livi, ucciso dai fascisti a Invorio a sedici anni, al cui nome è tuttora intitolata la scuola media di Milano.
Racconta Guido Petter, poi apprezzato docente di psicologia dell’età evolutiva all’Università di Padova e noto scrittore: “Cominciò così una splendida anche se durissima avventura: l’organizzazione di una comunità scolastica di giovani adulti, dove si studiava ma anche si lavorava, organizzati in varie commissioni per risolvere i problemi elementari del vitto, della pulizia, dei sovvenzionamenti, dei rapporti con l’esterno; e dove periodicamente si discuteva in un’assemblea che portava, talvolta fino alle ore notturne, dibattiti molto seri e appassionati sui vari aspetti della nostra vita”. All’assemblea della scuola – amava sottolineare Raimondi anni più tardi – partecipava anche la cuoca, cui competeva come a tutti gli altri il diritto-dovere della partecipazione.
Prosegue Petter: “Raimondi ci era di guida nell’elaborazione dei principi essenziali su cui quella esperienza si doveva fondare”. I principi si concretano in uno Statuto che viene fissato nel 1946 e anticipa orientamenti analoghi a quelli che saranno poi presenti nella Costituzione della Repubblica italiana, promulgata un anno e mezzo dopo:
Art. 1: Il Convitto-Scuola, nato dal movimento partigiano, ne mantiene vivo lo spirito di libertà e di lotta per la democrazia. Art. 2 : Scopo del Convitto-Scuola è quello di porre tutti i lavoratori e i figli dei lavoratori su un piano di effettiva libertà nel campo dello sviluppo morale e culturale. Art.3 : Il Convitto-Scuola è una Scuola della ricostruzione. Gli studenti informano la loro preparazione alle esigenze della ricostruzione economica, morale e politica del paese. Art. 4 : Lo studio è considerato come lavoro, con tutti i diritti ad esso inerenti: il Convitto-Scuola libera lo studente da ogni preoccupazione di carattere economico per sé e per le eventuali persone a carico. Art. 5 : I rapporti fra docente e discente sono su un piano di reciproca collaborazione: ciascun corso di studio è una commissione di lavoro e di ricerca personale degli allievi orientati dagli insegnanti. Art. 6 : La direzione e l’organizzazione del Convitto sono affidate agli allievi stessi. In quest’opera di collaborazione attiva e di corresponsabilità per mezzo della quale essi educano le loro coscienze all’autogoverno ed alla democrazia, gli allievi si avvalgono del consiglio dei docenti, e si impegnano così alla consultazione di coloro che hanno una maggiore esperienza umana e culturale. Art. 7 : La collaborazione nella soluzione dei problemi organizzativi e direttivi del Convitto-Scuola è considerata, al pari dello studio, un dovere per ogni convittore.
Questi principi statutari configurano una scuola del tutto nuova, quale speravano che dovesse diventare tutta la scuola italiana. Commenta Raimondi in un articolo del 1955: “La democrazia operante con l’aiuto di tutti non è mai degenerata in demagogia assembleare, ma si è sempre dimostrata il mezzo più efficace per risolvere, con l’apporto di tutti, i complicati problemi del Convitto-Scuola, dall’amministrazione all’organizzazione dei corsi, alla disciplina della convivenza. Tutti i problemi potevano essere dibattuti liberamente anche nei giornali murali che venivano elaborati ed esposti dai convittori”.
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