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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 22 dicembre 2016, n. 26746 – Definizione tombale di ritardati od imessi versamenti
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 22 dicembre 2016, n. 26746
Tributi – Condoni – Definizione tombale di ritardati od imessi versamenti – Art. 9-bis, Legge n. 289/2002 – Estinzione pendenze tributarie – Interessi maturati – Esclusione
Con ricorso presentato in data 11.4.08, la “S.M.” s.r.l. impugnò innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Bergamo una cartella di pagamento, relativa alla somma complessiva di euro 8.714,30, importo iscritto a ruolo a titolo di interessi, il cui calcolo era stato sospeso nel periodo dal 13.8.03 all’1.3.2005, dovuti in conseguenza della revoca del precedente atto di sospensione emesso l’8.1.04 (che aveva legittimato l’emissione di ulteriore cartella di pagamento a seguito del controllo ex art. 36 bis del d.p.r. 600/73, per il recupero di omessi versamenti d’imposta derivanti dalla liquidazione automatizzata, in ordine all’anno 1998).
Con sentenza emessa il 24.7.09, la CTP accolse il ricorso, argomentando che la società ricorrente aveva aderito al “condono tombale” – di cui all’art. 9 della legge n. 289/02 – definendo ogni posizione afferente alle imposte maturate prima del 2002, conseguendone la preclusione di ogni accertamento posteriore e relativo ad annualità di imposte coperte dal medesimo condono. Avverso la suddetta sentenza l’Agenzia delle Entrate propose appello, formulando vari motivi, quali: la violazione dell’art. 112 c.p.c., in quanto la società non aveva sollevato l’eccezione riguardante il “condono tombale”; l’infondatezza del richiamo allo stesso condono, in quanto gli interessi, oggetto della cartella impugnata, erano relativi ad un periodo distinto da quello oggetto del condono invocato – dal 13.8.03 all’1.3.05 – il cui perfezionamento aveva determinato l’estinzione delle sanzioni amministrative, limitatamente alle annualità d’imposta oggetto della sanatoria.
Con il primo motivo, è stata dedotta la violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360, 1° c., n. 3, c.p.c., nonché la nullità della sentenza o del procedimento, in relazione all’art. 360, 1° c., n. 4, c.p.c., argomentando che la “S.M.” s.r.l. non addusse il condono quale motivo del ricorso innanzi alla CTP.
Con il secondo motivo, parte ricorrente ha lamentato la violazione o falsa applicazione dell’art. 9 della legge n. 289/02, in relazione all’art. 360, 1° c., n. 4, c.p.c., in quanto la cartella impugnata non fu emessa sulla base di tale norma.
Con il terzo motivo, è stata addotta l’insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360, 1° c., n. 5, c.p.c., in ordine alla questione della debenza delle somme da pagare a titolo di interessi.
Il primo motivo non è fondato, in quanto nel ricorso di primo grado la società, nel formulare un motivo afferente alla violazione dell’art. 7 della legge 212/2000 (interamente riprodotto nel ricorso in esame), lamentando la non chiara motivazione della cartella impugnata, espose di aver presentato l’istanza di sgravio sulla base della pregressa richiesta di adesione alla procedura del “condono tombale”, in ordine ad omessi o carenti versamenti di cui all’art. 9-bis della legge n. 289/02. Pertanto, è da ritenere che la sentenza impugnata non abbia violato l’art. 112 c.p.c., in quanto la CTR, nel confermare sul punto la sentenza di primo grado, ha rilevato il carattere assorbente del perfezionato condono, che il contribuente aveva invocato a sostegno di uno specifico motivo di ricorso, rientrando appieno nell’ambito del “thema decidendum”.
Al riguardo, è giurisprudenza consolidata della Suprema Corte quella per cui il principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, fissato dall’art. 112 c.p.c., non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti o in applicazione di una norma giuridica diversa da quella invocata dall’istante, purché restino immutati il “petitum” e la “causa petendi” e la statuizione trovi corrispondenza nei fatti di causa e si basi su elementi di fatto ritualmente acquisiti in giudizio ed oggetto di contraddittorio (Cass., n. 2209/2016; n. 18249/09).
E’ stato altresì chiarito che la corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, che vincola il giudice ex art. 112 cod. proc. civ. riguarda il “petitum” che va determinato con riferimento a quello che viene domandato sia in via principale che in via subordinata, in relazione al bene della vita che l’attore intende conseguire, ed alle eccezioni che in proposito siano state sollevate dal convenuto. Tuttavia, tale principio, così come quello del “tantum devolutum quantum appellatum”, non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti, nonché in base alla qualificazione giuridica dei fatti medesimi e, in genere, all’applicazione di una norma giuridica, diversa da quella invocata dalla parte (Cass., n. 6757/2011).
La sentenza della CTR ha violato l’art. 9 della legge n. 289/02, il cui disposto non è stato correttamente applicato nella fattispecie.
Al riguardo, va confermato l’orientamento della Corte secondo cui il condono tombale di cui agli artt. 9 e 15 comma 3 bis legge 289/2002 riguarda solo l’atto di irrogazione delle sanzioni e non quello relativo agli interessi che pertanto potevano legittimamente essere richiesti dall’amministrazione, così come analogamente statuito da questa Corte in occasione del condono di cui all’art. 8, comma secondo, del d.l. n. 83 del 1991 (Cass., n. 16419/2008: “in tema di condono fiscale, l’art. 8, comma secondo, del d.l. 16 marzo 1991, n. 83, convertito con modificazioni dalla legge 15 maggio 1991, n. 154, nell’escludere l’applicabilità delle sanzioni amministrative previste dall’art. 44 del d.p.r. 26 ottobre 1972, n. 633, e dall’art. 92 del d.p.r. 29 settembre 1973, n. 602, ai contribuenti ed ai sostituti d’imposta che hanno provveduto al pagamento delle imposte o ritenute entro il 31 dicembre 1988, non fa cenno agli interessi che, pertanto, sono dovuti”).
Ne consegue che non è corretta, in quanto non conforme al contenuto dell’art. 9 suddetto, la motivazione espressa dalla CTR, nella parte in cui ha ritenuto che “l’origine del contenzioso in questione riguarda omessi versamenti d’imposta relativi all’anno 1998 e quindi rientranti temporalmente nella suddetta previsione normativa – in ordine all’art. 9 della legge n. 289/02 – così come le motivazioni dei primi giudici, i quali hanno giudicato assorbente la documentazione di istanza di definizione ex lege 289/2002 che riguarda tutte le pendenze in essere che, per effetto di trascinamento, non possono certo essere riproposte in epoca successiva”.
Per quanto esposto, non sussistendo la necessità di ulteriori atti istruttori, la Corte deve decidere nel merito, a norma dell’art. 384 bis, c.p.c., annullando la sentenza impugnata e rigettando il ricorso introduttivo della lite innanzi alla CTP.
Accoglie il secondo e terzo motivo del ricorso, respinto il primo, cassa la sentenza impugnata, e rigetta il ricorso presentato dalla “S.M.” s.r.l.
Condanna la “S.M.” s.r.l. al pagamento, in favore della parte ricorrente, delle spese del giudizio, che liquida nella somma di euro 2.500,00 oltre accessori come per legge.

References: Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Art. 9
 art. 36
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 112
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