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Timestamp: 2017-04-25 16:37:22+00:00

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PubblicatoPanfilo Zanella
Il segreto professionale e gli obblighi di denuncia e testimonianzaFULVIO FRATI Il segreto professionale e gli obblighi di denuncia e testimonianza nella legislazione e nella deontologia professionale degli Psicologi italiani
DATI PERSONALI Tutte le informazioni relative a persona fisica (o giuridica, ente od associazione) identificate o identificabili. (ad es., il nome, il cognome, l’indirizzo, i numeri telefonici, etc.) (cfr. L. 675/96) DATI SENSIBILI Sono i dati che devono essere maggiormente tutelati, e sono relativi a razza o etnia, ad eventuali adesioni a partiti, organizzazioni a carattere religioso, politico, associazioni di categoria, nonché dati personali idonei a ricavare lo stato di salute e la vita sessuale del singolo (cfr. L. 675/96)
CONSENSO INFORMATO Figura di consenso elaborata in relazione ai diritti, riconosciuti al paziente: Di conoscere i dati sanitari che lo riguardano Di esserne informato in modo completo In particolare riguardo La diagnosi La prognosi La natura delle eventuali problematiche evidenziatesi I benefici e i rischi delle procedure diagnostiche e terapeutiche Le possibili alternative e le conseguenze del rifiuto del trattamento
IL DIRITTO AL CONSENSO E’ PERSONALEprestare o negare il proprio consenso in relazione ai trattamenti sanitari che stiano per essere eseguiti o che siano prevedibili nello sviluppo della patologia in atto IL DIRITTO AL CONSENSO E’ PERSONALE O DELEGATO A CHI ESERCITA LA POTESTA’ SUL SOGGETTO DESTINATARIO DELLA PRESTAZIONE
Art. 622 Codice Penale - Rivelazione di segreto professionaleChiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da L a 1 milione (c.p.326). Il delitto è punibile a querela della persona offesa (c.p ). La pena è aggravata se il fatto è commesso da amministratori, direttori generali, sindaci o liquidatori o se è commesso da chi svolge la revisione contabile della società (comma aggiunto dall'articolo 2 del decreto legislativo n. 61 del 2002).
ART. 361 c.p.- OMESSA DENUNCIA DI REATO DA PARTE DI PUBBLICO UFFICIALE1. Il pubblico ufficiale (357 c.p.) il quale omette o ritarda di denunciare all'Autorità giudiziaria, o ad un'altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, un reato di cui ha avuto notizia nell'esercizio o a causa delle sue funzioni (331 c.p.p.; 221 disp. coord. c.p.p.) è punito con la multa da L a 1 milione. 2. La pena è della reclusione fino a un anno, se il colpevole è un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria (57 c.p.p.), che ha avuto comunque notizia di un reato del quale doveva fare rapporto (347 c.p.p.). 3. Le disposizioni precedenti non si applicano se si tratta di delitto punibile a querela della persona offesa.
ART. 362 c.p.- OMESSA DENUNCIA DA PARTE DI UN INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO1. L'incaricato di un pubblico servizio (358), che omette o ritarda di denunciare all'Autorità indicata nell'articolo precedente un reato del quale abbia avuto notizia nell'esercizio o a causa del servizio (331 c.p.p.; 221 disp. coord. c.p.p.), è punito con la multa fino a L 2. Tale disposizione non si applica se si tratta di un reato punibile a querela della persona offesa né si applica ai responsabili delle comunità terapeutiche socio-riabilitative per fatti commessi da persone tossicodipendenti affidate per l'esecuzione del programma definito da un servizio pubblico.
ART. 365 c.p.- OMISSIONE DI REFERTO1. Chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per il quale si debba procedere d’ufficio, omette o ritarda di riferirne all’Autorità indicata nell’articolo 361, è punito con la multa fino a lire duecentomila (384, comma 4 c.p.p.). 2. Questa disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale (384).
All’argomento della testimonianza riservano importanti spazi specifici, inoltre, sia il Codice di Procedura Penale che il Codice di Procedura Civile attualmente vigenti nel nostro Paese. In particolare sono da tenere ben presenti alcuni articoli compresi tra l’art. 194 c.p.p. (“Oggetto e limiti della testimonianza”) e l’art. 207 c.p.p. (“Testimoni sospettati di falsità o reticenza. Testimoni renitenti”) del nostro attuale Codice di Procedura Penale: in particolar modo, per ciò che qui interessa, l’art. 198 c.p.p. (“Obblighi del testimone”), l’art. 200 c.p.p. (“Segreto professionale”) e l’art. 201 c.p.p. (“Segreto di ufficio”) dello stesso.
RIASSUMENDO Alcune figure professionali, per la loro specifica natura sanitaria o per il fatto che svolgano una particolare “professione od arte” regolate da un apposito Albo e Codice Deontologico (tra le quali dovrebbe quindi ricadere anche quella di Psicologo “tout-court”), sono di norma tenute all’ “obbligo di segreto professionale”, anche se interrogate in qualità di testimoni. In caso contrario commettono un reato penale in violazione dell’art. 622 c.p. e 326 c.p. se esse sono “pubblici ufficiali” o “incaricati di pubblico servizio”.
IPOTESI DI TESTIMONIANZATribunale della Sacra Rota Corte Civile o Amministrativa Corte Penale
ESSERE AL SICURO RISPETTO AI PROVVEDIMENTI SEGNALATI IN PRECEDENZAIl primo “passo” è quello di ottenere il consenso informato alla testimonianza da parte degli assistiti ESSERE AL SICURO RISPETTO AI PROVVEDIMENTI SEGNALATI IN PRECEDENZA Senza aver ottenuto tale consenso allo Psicologo non è di norma possibile prestare alcun tipo di testimonianza, perché da un lato ciò infrangerebbe il rapporto di fiducia col proprio assistito, e dall’altro lo esporrebbe sia ad una concreta sanzione disciplinare da parte del proprio Ordine territoriale di appartenenza sia a non meno pesanti conseguenze da parte della Giustizia ordinaria.
Nel caso non si ottenesse il consenso informato…..E’ doveroso informare innanzitutto l’Autorità dei doveri imposti dal Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, e dal Codice Penale e delle ulteriori limitazioni dovute alla mancanza del consenso informato. quindi 2 possibilità: Tribunale Civile Tribunale Penale
TRIBUNALE CIVILE Se lo Psicologo ritiene di non potere (in quanto privo del necessario consenso informato) o di non dovere testimoniare (sulla base di quanto previsto a sua volta dall’ultimo periodo dell’art. 12 C.D.) al Giudice non resta che prendere atto di tale “giustificato motivo” esplicitamente previsto dal sopra riportato art. 256 C.P.C., e di rinunciare quindi ad acquisire la testimonianza dello Psicologo stesso senza alcuna conseguenza ulteriore per quest’ultimo.
1. Processo penale a carico di un soggetto tossicodipendentela legge attualmente vigente (art. 120 D.P.R. n.309 del 9/10/1990) riconosce allo Psicologo operante presso Servizi pubblici oppure presso Enti, Centri, Associazioni o Gruppi convenzionati con il Servizio pubblico per le tossicodipendenze il totale diritto di astenersi da qualunque tipo di testimonianza. “si privilegia qui la necessità terapeutica rispetto a quella giudiziaria”
2. Processo penale a carico di un soggetto minorennePer i soggetti minorenni sembra valere lo stesso principio, in quanto tutto lo spirito del D.P.R. n. 448 del 1988 (“Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”) appare orientato a tutelare prioritariamente la salute e l’adeguato sviluppo psicologico successivo di questi soggetti rispetto ad esigenze immediate di accertamento della verità attraverso procedure che potrebbero invece comprometterlo.
3. Processo penale a carico di un soggetto maggiorenne non- tossicodipendente L’art. 200 del Codice di Procedura Penale esonera dall’obbligo di “deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione” sia “i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria” (Comma 1 lettera c)
L’ATTIVITA’ DELLO PSICOLOGO E’ DEFINIBILE CON CERTEZZA COME“SANITARIA”? La legge a questo riguardo risponde NO
perché: Né la figura professionale dello Psicologo “tout court” né quelle più “specialistiche” dello Psicoterapeuta o dello Psicologo Clinico risultano in realtà inserite tra le “Professioni sanitarie” esplicitamente citate nell’art. 99 del “Testo Unico delle Leggi Sanitarie”. 2) Né la legge istitutiva della Professione di Psicologo (L. 56/89) né le sue successive modificazioni od integrazioni affermano all’interno del loro testo che tale figura professionale ha l’obbligo di segreto professionale.
Tuttavia……. è già presente, tra le Leggi in vigore nel nostro Paese, una norma che assegna ad operatori di varie professionalità, tra le quali può in taluni casi certamente ritrovarsi anche quella dello Psicologo, un chiaro “non obbligo di testimonianza” assolutamente identico a quello di tutte le altre Professioni per le quali si applica invece inequivocabilmente quanto previsto dall’art. 200 del Codice di Procedura Penale: comma 7 dell’art. 120 del D.P.R. 9 Ottobre 1990 n. 309 “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”
Per tutti gli altri casiAllo stato attuale, lo Psicologo è chiaramente obbligato a presentarsi di fronte al Giudice che lo ha chiamato a testimoniare. Un ultimo tentativo di difendere il proprio sistema etico potrebbe essere il seguente ragionamento basato su questi 3 punti:
1) Sebbene né la figura professionale dello Psicologo “tout court” né quelle più “specialistiche” dello Psicoterapeuta o dello Psicologo Clinico risultino in effetti inserite tra le “Professioni sanitarie” esplicitamente citate nell’art. 99 del “Testo Unico delle Leggi Sanitarie”, ciò è essenzialmente dovuto al fatto che tale Testo risale ad un epoca (e precisamente l’anno 1934) in cui “l’attività dello Psicologo era ai primordi e, possiamo dire, sconosciuta al legislatore”.
2) Varie altre norme giuridiche successive hanno comunque chiaramente caratterizzato in senso sanitario sia le attività specialistiche dello Psicoterapeuta e dello Psicologo Clinico (ad es. il Decreto 21 Gennaio 1994 “Prestazioni sanitarie rese da professionisti esenti dall’Imposta sul Valore Aggiunto”, pubblicato sulla G.U. del 2 Febbraio 1994, n.26) sia quella dello Psicologo genericamente definito come tale in varie normative riguardanti le figure professionali operanti all’interno del Servizio Sanitario Nazionale (ad es. il D.P.R. n. 761 del 20/12/1979).
3) La stessa Legge alla base di ogni altra norma giuridica dello Stato italiano, vale a dire la Costituzione della Repubblica, pone con il proprio art. 32 la salute come “fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività”, e di questo principio non solo lo Psicologo, ma anche lo stesso Giudice o Presidente del Tribunale deve tener conto nell’esercizio della propria attività professionale Pertanto, se anche la Costituzione stessa (e non solo il proprio Codice Deontologico) impone allo Psicologo di tener conto della tutela della salute dei cittadini, anche il Giudice nell’esercizio della sua funzione non può prescindere dal fatto che il diritto alla salute va tutelato almeno in misura equivalente al principio della corretta amministrazione della giustizia, e che nel procedimento penale in corso ambedue i suddetti principi devono concorrere in modo che la tutela della salute dei soggetti coinvolti non venga in alcun modo esposta ad alcun tipo di rischio.

References: Art. 622

ART. 361

ART. 362

ART. 365
 art. 256
 art. 32