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Timestamp: 2020-08-13 06:49:05+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7527 del 23/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7527 del 23/03/2017
Cassazione civile, sez. lav., 23/03/2017, (ud. 19/01/2017, dep.23/03/2017), n. 7527
sul ricorso 23944-2012 proposto da:
POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona de legale
ITALIANE, rappresentata e difesa dall’avvocato ANTONINO AMATO,
Z.L. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
PRINCIPE AMEDEO 221, presso Avvocato CONFSAL – COMUNICAZIONI
SEGRETERIA NAZIONALE, rappresentato e difeso dall’avvocato COGO
GIOVANNA, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 188/2012 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,
depositata il 20/04/2012 r.g.n. 493/2011;
19/01/2017 dal Consigliere Dott. MANNA ANTONIO;
udito l’Avvocato HYERACI LUCIO per delega verbale Avvocato ANTONINO
1. Con sentenza depositata il 20.4.12 la Corte d’appello di Brescia rigettava il gravame di Poste Italiane S.p.A. contro la sentenza n. 1081/11 del Tribunale della stessa sede che l’aveva condannata a pagare al dipendente Z.L. le retribuzioni maturate dal 20 aprile al 19 ottobre 2005, periodo durante il quale la società aveva interrotto il rapporto di lavoro a seguito della sentenza n. 419/04 della medesima Corte d’appello. Tale ultima pronuncia aveva riformato una precedente sentenza (la n. 129/2003 del Tribunale di Brescia) in forza della quale era stato riconosciuto il rapporto di lavoro a tempo indeterminato fra le parti previa declaratoria di nullità del termine originariamente appostovi. A sua volta la sentenza n. 419/04 della Corte bresciana era stata cassata da questa S.C. con sentenza n. 27878/08, che decidendo nel merito aveva poi confermato le statuizioni del primo giudice (contenute nella citata sentenza n. 129/2003 del Tribunale di Brescia).
2. Per la cassazione della sentenza ricorre Poste Italiane S.p.A. affidandosi a due motivi.
3. Z.L. resiste con controricorso.
1. Il primo motivo denuncia violazione dell’art. 2909 c.c. e artt. 324, 336 e 337 c.p.c., per avere la sentenza impugnata confuso gli aspetti del giudicato sostanziale con quelli del giudicato formale, atteso che – sostiene la ricorrente – l’art. 336 cpv. c.p.c., non comporta affatto che i provvedimenti e gli atti di esecuzione diventino per ciò solo illegittimi od illeciti; pertanto – prosegue il ricorso – il rifiuto datoriale di ricevere la prestazione lavorativa dell’odierno controricorrente, opposto in base ad un legittimo titolo (la sentenza n. 419/04 della Corte d’appello di Brescia) è stato altrettanto legittimo e non ha integrato illecito alcuno.
Il secondo motivo deduce violazione degli artt. 1206, 1207 e 1419 c.c., per avere la sentenza impugnata erroneamente addebitato un colpevole inadempimento negoziale alla società ricorrente, nonostante che la declaratoria di nullità della clausola non renda di per sè remunerabili prestazioni lavorative non eseguite (quelle oggetto della presente controversia, comprese tra il 20 aprile e il 19 ottobre 2005), visto il carattere sinallagmatico del rapporto di lavoro; nè – conclude il motivo – a tale riguardo può configurarsi mora accipiendi alcuna (e conseguente diritto al risarcimento sotto forma di retribuzioni non percepite), perchè essa suppone un rifiuto senza motivo legittimo dell’altrui prestazione, motivo legittimo che invece nel caso in discorso sussisteva e si identificava con una sentenza esecutiva d’appello (la già menzionata sentenza n. 419/04 della Corte bresciana).
2. I due motivi – da esaminarsi congiuntamente perchè connessi – sono infondati.
Come questa S.C. ha già avuto modo di statuire (cfr., e pluribus, Cass. n. 20316/08), la retribuzione spetta soltanto se la prestazione di lavoro viene eseguita, salvo che il datore di lavoro versi in una situazione di mora accipiendi nei confronti del dipendente.
E’ pur vero che per aversi mora accipiendi il rifiuto della prestazione da parte del creditore deve avvenire senza motivo legittimo (v. art. 1206 c.c.).
Ma, ancor prima di domandarsi se possa costituire motivo legittimo di rifiuto della prestazione l’esistenza d’una sentenza d’appello non ancora passata in giudicato che, poi, venga cassata, resta il dirimente rilievo che la citata sentenza n. 27878/08 di questa S.C., decidendo nel merito (ex art. 384 c.p.c., comma 2) in senso perfettamente conforme alla sentenza di primo grado emessa nel precedente giudizio fra le odierne parti (avente ad oggetto la nullità del termine apposto all’originario contratto di lavoro e alle relative conseguenze), ha accertato l’illegittimità dell’apposizione del termine al (primo) contratto stipulato il (OMISSIS) tra Z.L. e Poste Italiane S.p.A. e la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato fra loro.
Nel contempo, nel confermare espressamente “… le statuizioni tutte della sentenza di primo grado”, non ha fatto altro che confermare la summenzionata sentenza n. 129/2003 con cui il Tribunale di Brescia, accertata l’illegittimità dell’ apposizione del termine al (primo) contratto stipulato il (OMISSIS) tra le parti e la sussistenza d’un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, aveva dichiarato il diritto del lavoratore al ripristino del rapporto e al risarcimento del danno pari alle retribuzioni maturate dal 12.4.2002, data nella quale egli aveva offerto la propria la prestazione a Poste Italiane S.p.A., costituendola in mora, dedotto quanto eventualmente percepito in forza di altra attività lavorativa (ciò risulta sempre dal testo della citata sentenza n. 27878/08 di questa S.C.).
Si tratta di statuizioni passate, dunque, in cosa giudicata, sicchè ex art. 2909 c.c., non possono essere rimesse in discussione nel presente separato giudizio.
Dunque, sull’esistenza d’una mora accipiendi di Poste Italiane fin dal 12.4.2002 vi è ormai il giudicato, di guisa che è vano domandarsi se e in che limiti la sentenza n. 419/04 della Corte d’appello di Brescia potesse, nelle more del giudizio di cassazione, costituire motivo legittimo di rifiuto della prestazione lavorativa offerta dall’odierno controricorrente.
Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza ed ex art. 93 c.p.c., si distraggono in favore dell’avv. Cogo Giovanna, antistataria.
La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.200,00 di cui euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge, spese da distrarsi in favore dell’avv. Cogo Giovanna, antistataria.

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 Cass. 
 art. 1206
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 sentenza 
 art. 384
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 sentenza 
 sentenza 
 art. 2909
 sentenza 
 art. 93