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Timestamp: 2020-06-06 21:50:06+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 5016 del 01/03/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5016 del 01/03/2011
Cassazione civile sez. lav., 01/03/2011, (ud. 25/01/2011, dep. 01/03/2011), n.5016
Dott. FILABOZZI Antonio – rel. Consigliere –
sul ricorso 10531-2009 proposto da:
S.M., rappresentata e difesa dall’avvocato PATTI
GIOVANNI ROSARIO, elettivamente domiciliata in Roma, presso lo studio
MULARGIA MARIA CRISTINA, Via Pirro Ligorio n. 9, giusta delega in
INPS, ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del
rappresentato e difeso dagli avvocati PULLI CLEMENTINA, VALENTE
NICOLA, RICCIO ALESSANDRO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 876/2008 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,
depositata il 07/08/2008, R.G.N. 1338/07;
25/01/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO FILABOZZI;
Il Tribunale di Catania ha rigettato la domanda proposta da S.M. nei confronti dell’INPS e del Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’accertamento del proprio diritto ad ottenere, quale invalida civile, la pensione di inabilità e l’indennità di accompagnamento, ritenendo insussistenti il requisito reddituale necessario al riconoscimento del trattamento pensionistico nonchè i requisiti sanitari prescritti per l’erogazione della indennità di cui alla L. n. 18 del 1980.
Ha proposto appello la S. censurando esclusivamente l’erroneità del giudizio emesso dal primo giudice in ordine alla interpretazione del D.L. n. 663 del 1979, art. 14 septies, comma 4, (convertito nella L. n. 33 del 1980) e sostenendo che una corretta esegesi della norma doveva indurre ad escludere la cumulabilità del reddito personale dell’invalido con quello del coniuge ai fini dell’attribuzione della pensione prevista in favore degli inabili totali.
Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte d’appello di Catania ha respinto l’impugnazione ritenendo manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dall’appellante – sul rilievo che la pensione di inabilità e l’assegno mensile hanno una funzione diversa, prettamente assistenziale la prima e sostitutiva del reddito di lavoro dell’invalido nelle more del collocamento il secondo – e richiamando l’orientamento espressa al riguardo dalla S.C. con la sentenza n. 16363 del 2002, secondo cui la differenziazione in questione risulta conforme ai generali criteri del sistema di sicurezza sociale “che riconoscono alla solidarietà familiare una funzione sostitutiva dell’intervento assistenziale pubblico”, non potendo quindi trovare applicazione per la pensione di inabilità la regola stabilita dalla L. n. 33 del 1980, art. 14 septies solo per l’assegno mensile.
S.M. ricorre per la cassazione di questa sentenza con due motivi, illustrati con successiva memoria.
L’INPS ha depositato la procura speciale ai propri difensori che hanno poi partecipato all’udienza di discussione.
1.- Nel primo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione del combinato disposto della L. n. 118 del 1971, art. 12, L. n. 153 del 1969, art. 26 e L. n. 33 del 1980, art. 14 septies in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, si sostiene che è irragionevole e si presta a dubbi non infondati di illegittimità costituzionale l’interpretazione della normativa in materia suggerita dalla sentenza impugnata nel senso che, per la pensione di inabilità, continui a trovare applicazione la disciplina per cui il reddito personale dell’invalido si cumula con quello del coniuge.
La questione portata all’esame della Corte va risolta tenendo presente la vicenda legislativa delle due prestazioni di assistenza – pensione di inabilità e assegno mensile – che vengono in considerazione nella presente controversia.
Nel dettare una nuova disciplina delle provvidenze a favore dei mutilati e invalidi civili, la L. 30 marzo 1971, n. 118 previde la concessione – a carico dello Stato e a cura del Ministero dell’Interno – di una pensione di inabilità per i soggetti maggiori di 18 anni nei cui confronti fosse stata accertata una totale inabilità lavorativa (art. 12) e la corresponsione, per i periodi di incollocamento al lavoro, di un assegno mensile ai soggetti di età compresa fra il diciottesimo e il sessantaquattresimo anno, con capacità lavorativa ridotta in misura superiore a due terzi (art. 1 3). Le condizioni economiche richieste dalla legge per l’assegnazione di entrambe le descritte prestazioni erano le medesime: invero, l’art. 12, comma 2, fa riferimento a quelle stabilite dalla L. n. 153 del 1969, art. 26 e, a sua volta, l’art. 13, comma 1, prevede che l’assegno mensile è concesso “con le stesse condizioni e modalità previste per l’assegnazione della pensione di cui all’articolo precedente”). Pertanto, considerando quanto previsto dalla L. n. 153 del 1969, art. 26 (norma, quest’ultima, che stabilisce le condizioni economiche richieste per la pensione sociale), l’invalido, per aver diritto alla pensione di inabilità come pure all’assegno mensile, non doveva essere “titolare di redditi, a qualsiasi titolo, di importo pari o superiore a L. 156.000 annue” (così il testo originario dell’art. 26 della Legge citata).
Successivamente, il D.L. 2 marzo 1974, n. 30 (convertito nella L. 16 aprile 1974, n. 114), interviene per elevare l’importo annuo della pensione di inabilità e quello mensile dell’assegno (art. 7), ribadendo (art. 8) che le condizioni economiche per le provvidenze ai mutilati e invalidi civili – si tratti della pensione di inabilità ovvero dell’assegno mensile – “sono quelle previste nel precedente art. 3 per la concessione della pensione sociale” e, nel contempo, stabilendo (appunto nell’art. 3, dettato in parziale sostituzione della L. n. 153 del 1969 cit.) che le condizioni economiche necessarie per la concessione della pensione sociale consistono nel possesso di redditi propri per un ammontare non superiore a L. 336.050 annue, ovvero, in caso di soggetto coniugato, di un reddito, cumulato con quello del coniuge, non superiore a L. 1.320.000 annue.
Con il successivo intervento di cui all’articolo unico della L. 21 febbraio 1977, n. 29 (che ha convertito, con modificazioni, il D.L. 23 dicembre 1976, n. 850) i limiti di reddito di cui al D.L. n. 30 del 1974, art. 8 (che, come già detto, richiama quelli previsti dall’art. 3 dello stesso Decreto Legge per la concessione della pensione sociale, a loro volta aumentati, per effetto della L. 3 giugno 1975, n. 160, art. 3 a L. 1.560.000 per il reddito cumulato e a L. 505.050 per il reddito personale) sono elevati a L. 3.120.000 annui, ma esclusivamente (per quanto qui interessa) per la pensione di inabilità: testuale è, invero, il riferimento fatto dal legislatore “agli invalidi civili assoluti di cui alla L. 30 marzo 1971, n. 118, art. 12”, mentre nessuna menzione la norma contiene degli invalidi parziali di cui al successivo art. 13.
Per questi ultimi devono quindi, per il momento, ritenersi ancora vigenti i limiti reddituali previsti dal ripetuto D.L. n. 30 del 1974, art. 3 come modificati dalla L. n. 160 del 1975, art. 3. Nel contempo, in difetto di una qualsiasi esplicita previsione in tal senso, o, quantomeno, di un sia pure implicito riferimento al D.L. n. 30 del 1974, art. 3 non vi è neppure spazio per una interpretazione del testo normativo che possa indurre ad argomentare nel senso dell’esistenza di un intento del legislatore di modificare, per la pensione di inabilità, la disciplina previgente, adottando come parametro di verifica del superamento del limite reddituale il (solo) reddito personale dell’invalido assoluto, ancorchè coniugato. In definitiva, anche l’intervento legislativo in parola non incide sul principio di sistema, per cui il limite reddituale va determinato tenendosi conto del cumulo del reddito dei coniugi sia per la pensione che per l’assegno, mutando soltanto – ed esclusivamente per la pensione di inabilità – l’importo massimo da considerare ai fini della verifica del superamento (o meno) del suddetto limite.
Evidentemente resosi conto dei limiti di ragionevolezza di una scelta che portava a raddoppiare, per questa sola prestazione assistenziale, il limite di reddito da prendere a riferimento, il legislatore, nel convertire il D.L. 30 dicembre 1979, n. 663 con la L. 29 febbraio 1980, n. 33, ha aggiunto la disposizione dell’art. 14 septies, con la quale, nel mentre vengono ancor più elevati i limiti di reddito di cui al D.L. n. 30 del 1974, art. 8 – portati a L. 5.200.000 annui rivalutabili annualmente (comma 4) – contestualmente (comma 5), si stabilisce che, per l’assegno mensile in favore dei mutilati e invalidi civili di cui alla L. n. 118 del 1971, artt. 13 e 17 (l’art. 17, poi abrogato dalla L. 21 novembre 1988, n. 508, art. 6 disciplinava l’assegno di accompagnamento per gli invalidi minori di 18 anni), il limite di reddito da considerare è fissato nell’importo di L. 2.500.000 annue, anch’esso rivalutabile annualmente e “da calcolare con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte”.
Ritiene la Corte che la norma in parola non possa essere interpretata nei sensi di cui alle recenti pronunce n. 7259 del 2009 (citata anche nella memoria della odierna ricorrente), n. 20426 del 2010 e n. 18825 del 2008, nelle quali si è affermato che, dopo la introduzione dell’art. 14 septies citato, anche per la pensione di inabilità deve farsi esclusivo riferimento al reddito personale dell’assistito, ma debba, invece, condividersi il principio, espresso da un più risalente indirizzo (vedi, in particolare, Cass. n. 16363 del 2002, n. 16311 del 2002, n. 12266 del 2003, n. 14126 del 2006, n. 13261 del 2007), secondo cui “Ai fini dell’accertamento del requisito reddituale previsto per l’attribuzione della pensione di inabilità prevista dalla L. 30 marzo 1971, n. 118, art. 12, deve tenersi conto anche della posizione reddituale del coniuge dell’invalido, secondo quanto stabilito dalla L. 29 febbraio 1980, n. 33, art. 14 septies, comma 4, in conformità con i generali criteri del sistema di sicurezza sociale, che riconoscono alla solidarietà familiare una funzione integrativa dell’intervento assistenziale pubblico, non potendo invece trovare applicazione la regola – stabilita dal successivo comma 5 dello stesso art. 14 septies solo per l’assegno mensile di cui alla L. n. 118 del 1971 citata – della esclusione dal computo dei redditi percepiti da altri componenti del nucleo familiare dell’interessato”. Ciò per le seguenti ragioni.
Come sopra accennato, l’intervento attuato dal legislatore con l’art. 14 septies, comma 5 è chiaramente un intervento inteso a riequilibrare le posizioni dei mutilati e invalidi civili, a seguito dell’innalzamento del limite reddituale previsto – ma esclusivamente per gli invalidi civili assoluti – dalla L. n. 29 del 1977.
Significativo di tale intento è che per l’attribuzione dell’assegno è, bensì, preso a riferimento il solo reddito individuale dell’assistito, ma l’importo da non superare per la pensione di inabilità (comma 4) corrisponde a più del doppio di quello stabilito per l’assegno (L. 5.200.000 annue a fronte di L. 2.500.000 annue; attualmente la divaricazione si è notevolmente ampliata in quanto, secondo le tabelle INPS, il limite reddituale stabilito per la pensione agli invalidi civili totali è quasi tre volte superiore a quello indicato per l’assegno mensile agli invalidi civili parziali a parità di importo mensile della prestazione).
La norma, inoltre, rappresenta una deroga all’orientamento generale della legislazione in tema di pensioni di invalidità e di pensione sociale, in base al quale il limite reddituale va determinato tenendosi conto del cumulo del reddito dei coniugi (vedi Corte cost.
sent. n. 769 del 1988 e n. 75 del 1991; vedi anche Corte cost. n. 454 del 1992, in tema di insorgenza dello stato di invalidità dopo il compimento del 65 anno) e, di conseguenza, non esprime un principio generale con il quale dovrebbero essere coerenti disposizioni particolari. Del resto la sua stessa formulazione letterale, che fa menzione del solo assegno – fino a quel momento equiparato alla pensione di inabilità quanto alla regola del cumulo con i redditi del coniuge – non può che far concludere nel senso che la prestazione prevista per gli invalidi civili assoluti a questa regola sia rimasta assoggettata.
E difatti, anche successivamente, nella L. 30 dicembre 1991, n. 412, art. 12 (dal titolo “requisiti reddituali delle prestazioni ai minorati civili”) la distinzione tra le due prestazioni continua ad essere mantenuta, disponendo la norma che, con effetto dal 1 gennaio 1992, ai fini dell’accertamento, da parte del Ministero dell’Interno della condizione reddituale per la concessione delle pensioni assistenziali agli invalidi civili, si applica il limite di reddito individuale stabilito per la pensione sociale, con esclusione, tuttavia, degli invalidi totali.
Si aggiunga (così dovendosi ritenere manifestamente infondati i dubbi di legittimità costituzionale sollevati dalla odierna ricorrente) che il giudice delle leggi (cfr. in particolare le citate sent. n. 769/88, n. 75/91) ha, in più occasioni, affermato che il realizzare l’omogeneizzazione tra i livelli reddituali idonei ad individuare lo stato di bisogno di soggetti aventi diritto a prestazioni assistenziali a carico della collettività, così come il por mano all’opportuno adeguamento dei livelli di prestazione, appartiene alla discrezionalità del legislatore. Del pari, al paradigma del principio di uguaglianza non può farsi ricorso quando le disposizioni della legge ordinaria, dalle quali si pretende di trarre il tertium comparationis, si rivelino derogatorie rispetto alla regola desumibile dal sistema normativo e perciò insuscettibili di estensione ad altri casi, pena l’aggravamento, anzichè l’eliminazione, dei difetti di coerenza con esso. E, sempre sul piano del sistema costituzionale, mette conto rilevare come l’attribuzione al reddito del coniuge (e dei vari componenti il nucleo familiare tenuti all’assistenza dell’invalido) di un rilievo preclusivo dell’intervento di sostegno a carico della collettività discende dal riconoscimento, nel vigente sistema di sicurezza sociale, di meccanismi di solidarietà particolari, concorrenti con quello pubblico e ugualmente intesi alla tutela dell’uguaglianza e della libertà dal bisogno, in attuazione dell’art. 3, secondo comma, della Costituzione.
Nè possono considerarsi ostative alla suesposta interpretazione le affermazioni contenute nella motivazione di alcune sentenze della Corte costituzionale (vedi, in particolare Corte cost. n. 88 del 1992 e n. 400 del 1999 citate nelle sentenze di questa Corte più sopra indicate e qui non condivise), secondo le quali gli interventi legislativi succedutisi nel tempo avrebbero equiparato le condizioni reddituali richieste per la pensione di inabilità e per l’assegno mensile, eliminando, per entrambe, la capacità ostativa del reddito del coniuge (quale che ne fosse il livello); trattasi, infatti, di affermazioni fatte incidentalmente in sentenze riguardanti il requisito reddituale di accesso dell’ultrasessantacinquenne alla pensione sociale (ovvero all’assegno sociale sostitutivo della prima L. n. 335 del 1995, ex art. 3, comma 6), ossia una questione del tutto diversa da quella all’esame di questa Corte e che, d’altronde, presuppongono proprio il cumulo dei redditi, tanto da sollecitare il legislatore alla creazione (sempre per la pensione sociale) di un meccanismo differenziato in considerazione delle differenti esigenze di assistenza dell’invalido e della necessità, pertanto, di una valutazione differenziata del ragionevole punto di equilibrio circa il concorso tra la solidarietà coniugale e quella collettiva.
Infine, non può non rilevarsi che la L. n. 118 del 1971, art. 13 – che come sopra ricordato, disciplina l’assegno mensile di invalidità – è stato recentemente sostituito ad opera della L. 24 dicembre 2007, n. 247, art. 1, comma 35, (disposizione non tenuta presente nelle citate decisioni di questa Corte), il quale, testualmente, stabilisce che “agli invalidi civili di età compresa fra il diciottesimo e il sessantaquattresimo anno nei cui confronti sia accertata una riduzione della capacità lavorativa, nella misura pari o superiore al 74 per cento, che non svolgono attività lavorativa e per il tempo in cui tale condizione sussiste, è concesso a carico dello Stato ed erogato dall’INPS, un assegno mensile di euro 242,84 per tredici mensilità, con le stesse condizioni e modalità previste per l’assegnazione della pensione di cui all’art. 12”.
Si tratta, all’evidenza, di un intervento con il quale viene ripristinato il collegamento tra le due prestazioni assistenziali quanto alle “condizioni” (comprese, quindi, quelle economiche) richieste per la loro assegnazione. Ma il prendere a riferimento, a tal fine, le “condizioni” stabilite per l’assegnazione della “pensione di cui all’art. 12”, determinare cioè una equiparazione che si vuole modulata sulla disciplina propria della prestazione prevista per gli invalidi civili assoluti, è, di per sè, indicativo del fatto che tale disciplina – anche per quanto riguarda le condizioni reddituali rilevanti – è diversa da quella nel frattempo dettata (si ripete, con la L. n. 33 del 1980, art. 14 septies, comma 5) per l’assegno mensile, non avendo senso, invero, una simile formulazione normativa ove le condizioni reddituali richieste per la pensione di inabilità fossero le stesse previste per l’assegno e, dunque, si dovesse dar rilevo al solo reddito personale dell’invalido, ancorchè coniugato, piuttosto che al reddito di entrambi i coniugi.
3.- Deve, in conclusione, ritenersi giuridicamente corretta l’affermazione della sentenza impugnata, secondo cui, ai fini dell’accertamento della sussistenza del requisito reddituale per l’assegnazione della pensione di inabilità agli invalidi civili assoluti, di cui alla L. n. 118 del 1971, art. 12 assume rilievo non solamente il reddito personale dell’invalido ma anche quello (eventuale) del coniuge del medesimo, onde il beneficio va negato quando (come nella concreta fattispecie) l’importo di tali redditi, complessivamente considerati, superi il limite determinato con i criteri indicati dalla norma in parola.
4.- Il ricorso va, quindi, rigettato (restando evidentemente assorbita l’ulteriore doglianza della ricorrente in ordine alla statuizione con la quale la Corte territoriale ha disposto la compensazione delle spese di lite).
5.- Sussistono giusti motivi, desumibili anche dalle oscillazioni giurisprudenziali di cui si è dato conto in motivazione, per compensare interamente tra la ricorrente e l’Inps le spese del presente giudizio, mentre non deve provvedersi in ordine alle spese nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che non ha svolto attività difensiva.
La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese nei confronti dell’Inps; nulla sulle spese nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 14
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 art. 12
 art. 26
 art. 14
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 art. 26
 art. 26
 art. 3
 art. 8
 art. 3
 art. 12
 art. 13
 art. 3
 art. 3
 art. 3
 art. 8
 art. 6
 Cass. 
 art. 12
 art. 14
 art. 14
 art. 12
 art. 3
 art. 13
 art. 1
 art. 14
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 art. 12