Source: http://vajont.info/cronologiaCarloni.html
Timestamp: 2018-10-17 10:07:47+00:00

Document:
Cronologia processuale Vajont - Giulio Cesare Carloni
I PROTAGONISTI del PROCESSO "Vajont"
Ing. Carlo SEMENZA, progettista della diga e Direttore del Servizio Costruzioni Idrauliche della SADE. Muore il 30 ottobre 1961.
Ing. Alberico (Nino) BIADENE, succede all'ing. Carlo SEMENZA quale Direttore Generale del Servizio Costruzioni Idrauliche della SADE.
Prof. Giorgio DAL PIAZ, Ordinario di Geologia all'Università di Padova e consulente della SADE. Muore il 20 aprile 1962.
Dr. Leopold MÜLLER, geotecnico austriaco, consulente SADE.
Dr.i BROILI e PACKER, collaboratori del dr. L. MÜLLER.
Prof. Augusto GHETTI, Ordinario di Costruzioni Idrauliche all'Università di Padova.
Dr. Edoardo SEMENZA, geologo, collaboratore del prof. G. DAL PIAZ e figlio di Carlo Semenza.
Dr. Franco GIUDICI, geologo, collaboratore del dr. E. SEMENZA.
Prof. Pietro CALOI, Ordinario di Geofisica all'Università di Trieste e consulente della SADE.
Prof. Francesco PENTA, Ordinario di Geologia presso la facoltà d'Ingegneria dell'Università di Roma, consulente della SADE, membro del Consiglio Superiore dei LL.PP. e della Commissione di Collaudo.
Prof. L. GRECO, Presidente Generale del Consiglio Superiore dei LL.PP. e membro della Commissione di Collaudo.
Ing. PADOAN, sostituì il prof. Greco.
Prof. Pietro FROSINI, Presidente della IV Sezione del Consiglio Superiore dei LL.PP. e membro della Commissione di Collaudo.
Ing. Curzio BATINI, Presidente della IVa Sezione del Consiglio Superiore dei LL.PP., sostituì l'ing. Frosini nell'estate del '61.
Ing. Francesco SENSIDONI, Ispettore Generale del Genio Civile presso il Consiglio Superiore dei LL PP., Ingnegnere capo del Servizio Dighe e membro della Commissione di Collaudo.
Ing. Mario PANCINI, tecnico dell'ENEL-SADE e Direttore dei lavori del cantiere del Vajont.
Ing. CARUSO dell'ENEL. Sostituì al Vajont l'ing. Pancini (in ferie nell'ottobre '63 nei giorni della catastrofe).
Ing. Dino TONINI, Dirigente dell'Ufficio Studi della SADE.
Ing. Roberto MARIN, Direttore Generale della SADE, poi dell'ENEL.
Ing. BEGHELLI, capo del Genio Civile di Belluno, sostituito d'ufficio dal Ministero per aver esercitato il suo dovere nei confronti della SADE.
Ing. Almo VIOLIN, sostituisce l'ing. Beghelli quale Capo del Genio Civile di Belluno.
Ing. BERTOLISSI, assistente governativo.
Ing. BARONCINI Direttore Generale del Servizio Costruzioni ENEL.
Prof. Feliciano BENVENUTI, amministratore provvisorio ENEL.
Vittorio CINI, Presidente della SADE. Amico e sodale del fondatore della SADE Giuseppe Volpi.
Entrambi facoltosi ex ministri fascisti nel ventennio, fuggiti in Svizzera al crollo del regime e "graziati", prima dal CLN e poi dall'amnistia targata (purtroppo) Togliatti.
Periodo processuale 1964-1970
Il dr. MANDARINO, procuratore della Repubblica, dopo che nel mese di dicembre ebbe incaricato l'anziano geologo prof. M. GORTANI dei primi accertamenti sulla frana gli affiancò il prof. A. DESIO, ordinario di Geologia all'Università di Milano, il prof. J. CADISCH dell'Università di Berna, i prof.i C. MORELLI e F. RAMPONI dell'Università di Trieste, nonché il prof. D. CITRINI del Politecnico di Milano, per una perizia collegiale rivolta ad accertare l'influenza del bacino artificiale del Vajont sulla frana e gli effetti idraulici della frana stessa.
I quesiti che verranno sottoposti al Collegio dei periti il 7 marzo furono undici e riguardarono i precedenti geologici, il rapporto fra il bacino idroelettrico e gli invasi, le previsioni e le modalità di svolgimento della frana: il tempo loro concesso fu di tre mesi. Questi non saranno sufficienti ed occorreranno ben 18 mesi al Collegio peritale prima di giungere alle proprie conclusioni, poiché nel frattempo furono richiesti sondaggi nel corpo di frana, rilievi stratigrafici della frana e delle zone adiacenti, nonché un plastico alla scala 1:5000.
14 Febbraio 1964.
Dalla Procura gli atti vengono trasmessi al Giudice Istruttore Fabbri per il procedimento formale contro:
A. BIADENE, detto Nino, vicedirettore dell'ENEL-SADE;
M. PANCINI, direttore dell'Ufficio lavori Vajont dell'ENEL-SADE;
L. GRECO, Presidente generale del Consiglio superiore LL.PP. e componente della commissione di collaudo;
P. FROSINI, Presidente della IVa Sez. del Consiglio superiore dei LL.PP. e componente della Commissione di collaudo;
F. SENSIDONI, ispettore generale del Genio Civile presso il Consiglio superiore dei LL.PP. e componente della Commissione di collaudo;
F. PENTA, componente esperto del Consiglio superiore dei LL.PP. e componente della Commissione di collaudo;
C. BATINI, Presidente della IV Sez. del Consiglio superiore dei LL.PP.,
nonché contro le persone che in corso di istruttoria fossero risultate imputabili. I reati contestati furono: cooperazione in disastro colposo di frana, aggravata dalla previsione dell'evento; cooperazione in disastro colposo di inondazione; cooperazione in omicidio e lesioni colpose plurimi.
22 Maggio 1964.
Anche il Parlamento istituisce una Commissione di inchiesta sul disastro del Vajont, ma sia questa che la Commissione tecnica dell'ENEL giunsero a conclusioni che non si discostarono di molto da quelle della Commissione Ministeriale.
 CAPIRE (anche) IL VAJONT:
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Novembre 1965.
Il Collegio dei periti del tribunale, dopo oltre un anno e mezzo dalla sua costituzione, presentò al G.I. una relazione idraulico-geologica, che più che una perizia apparve una memoria difensiva nell'interesse degli imputati. Talché la stessa non solo riprendeva gran parte delle considerazioni fatte dalla Commissione ministeriale, ma tendeva ad enfatizzare, alcuni "fatti eccezionali" già evidenziati. Quali i tre più volte ricordati e precisamente: "la riduzione improvvisa delle resistenze alla base della massa in movimento, la conversione del lentissimo strisciamento in una caduta precipitosa con la velocità di un treno diretto e la compattezza del materiale franato".
A tal proposito c'è da osservare che il primo è talmente ovvio che sarebbe eccezionale, come qualcuno osservò, che fosse accaduto il contrario. Il cambiamento brusco di velocità si sarebbe potuto meglio stabilire, se si fosse proseguito meglio e più seriamente nell'indagine geologica sul piano di scivolamento e sulla formazione litoide nella quale si stava instaurando, come anche se fossero proseguiti gli esperimenti su modello secondo le istruzioni.
Il terzo era così poco imprevidibile da risultare un dato scontato nella lettera in cui il dr. INDRI istruiva il prof. GHETTI sui termini degli esperimenti: "A togliere la disparità fra gli eventi reali e quelli previsti non risulta a nostro giudizio che alcun mezzo umano potesse venir predisposto". Seguiva un passo che è sufficiente a qualificare il responso: sì, sarebbe stato prudente non riempire il bacino per la terza volta, ma "a questa conclusione veniamo con l'esperienza di poi".
Si andava sempre più delineando la cosiddetta imprevedibilità dell'evento, dietro alla quale si profilava la cancellazione di qualsiasi colpa e di ogni responsabilità, come anche la linea di difesa della SADE e dell'ENEL.
26 Luglio 1966.
Il Giudice Istruttore dr. Mario FABBRI, dopo aver ritenuto necessario procedere ad ulteriore perizia geologica "sulla natura, sulle cause, sulle modalità di manifestazione e caduta della frana del 9 ottobre 1963", nominò un nuovo Collegio di periti, costituito dai prof. Floriano CALVINO, incaricato di Geologia Applicata all'Università di Padova, fratello del famoso scrittore Italo, il prof. Henry GRIDEL, docente di Ingegneria idraulica a Parigi, il prof. Marcel ROUBAULT, Direttore della Scuola nazionale di Geologia Applicata dell'Università di Nancy, il prof. STUCKY, geologo svizzero di fama mondiale ed ex direttore del Politecnico di Losanna. Non fu facile per il Giudice Istruttore trovare esperti disponibili a fare i periti, vuoi perché alcuni avevano partecipato ad altre commissioni di inchiesta o di parte, vuoi perché altri erano legati a rapporti di consulenza con la SADE o con l'ENEL; di qui la necessità o costrizione di un Collegio di periti costituito da due francesi, uno svizzero ed un solo italiano, che pare abbia trovato successivamente difficoltà nella carriera universitaria per questa sua disponibilità.
I quesiti loro posti riguardarono i rapporti tra i movimenti franosi accertati e gli invasi e svasi del lago in relazione agli eventi che fossero da attendersi al Vajont. D'altronde la richiesta di una seconda perizia era venuta anche da parte dei difensori degli imputati, come testimoniano i processi verbali di istruttoria, che intravidero una insufficienza delle risposte fornite ai numerosi quesiti sia per gravi e determinanti errori, seppure involontari, di documentazione; sia per omissioni nella selezione degli elementi di fatto sui quali i periti dissertarono e conclusero, nonché una insufficienza di valutazioni complessive e di dimostrazioni delle affermazioni effettuate.
16 Aprile 1967.
Il settimanale «l'Espresso» uscì con un clamoroso servizio di Livio Zanetti dal titolo "Ecco i colpevoli del Vajont'', contenente documenti assai importanti sul caso, che costituirono le prove raccolte dal G.I. Mario FABBRI e che secondo il giornalista potrebbero essere viste come tre sequenze significative della colpevolezza, a mò di ciak cinematografici.
« La prima datata 15 novembre 1960, undici giorni dopo la prima frana di un certo volume, allorché il dr. MÜLLER dichiarò "assai pericolosi per la diga l'alzarsi dell'acqua ed il colpo dinamico della frana veloce" e dopo aver delineato le dimensioni della frana, che forma avrebbe assunto e come si sarebbe mossa, ribadì la necessità di abbassare il livello del bacino di invaso, per evitare che la pressione esercitata dalla massa liquida contro il versante del Toc, determinasse una accelerazione del moto franoso. Svasare subito, togliendo 2 cm al giorno per due giorni, poi fermarsi cinque giorni e ricominciare da capo, due centimetri ogni 24 ore fino a portare il livello a q. 620. Quel che c'era da sapere si conosce. Tutto fu messo a verbale, MÜLLER scrisse, disegnò e firmò per poi tornarsene a Salisburgo, mentre si cominciava a togliere acqua dal bacino. Ma per poco.
La seconda sequenza riguardava il modello di Nove, dove furono fatte le prove di simulazione dei movimenti del terreno, con diverse ipotesi di frana prima di 10, poi di 50 ed infine di 80 milioni di metri cubi. Il dr. MÜLLER aveva detto "se cade la frana sulla parte est, sarà un blocco di 250 milioni di mc". Ma i tecnici non ritennero di simulare nel modello un caso così disastroso, anzi provarono con una frana più piccola da 130 milioni di mc. Il mucchio di ghiaia che viene fatto cadere nella vasca (rotolando), provoca una tracimazione non enorme, ma sufficiente per abbattere la cabina di controllo, ubicata sopra la diga sul fianco destro e la cartiera che sorge più in basso, qualche centinaio di metri a valle della diga.
Se tale evento si fosse verificato, una quindicina di persone sarebbero morte, tante quanti erano gli addetti alla cabina ed alla cartiera. Ma era un esperimento di laboratorio, per di più in assenza del funzionario del Ministero, che sarebbe giunto poco dopo. Quando ripeterono la prova, lui presente, si evitò di vedere cosa sarebbe successo se si fosse staccata una frana di 80 milioni di mc. Questa prova non fu effettuata ed a verbale fu scritto: "La ghiaia che era stata ricaricata durante la prova precedente non è stata mossa durante la visita dell'ing. PADOAN per non mostrare onde eccessive".
Ora al Ministero sono più tranquilli, il collaudo viene rinviato, e trascorso un altro anno e mezzo è il momento di ricominciare a mettere acqua nel bacino. Subito il versante del Toc ricomincia a muoversi.
La terza sequenza à quella relativa alla giornata dell'8 ottobre 1963 ed ha per protagonista, si può dire unico, l'ing. BIADENE con la sua famosa lettera all'ing. PANCINI ed il post-scriptum "...che Iddio ce la mandi buona", (alla Commissione d'inchiesta parlamentare le copie di tale lettera furono consegnate senza il 'post-scriptum').
Nel suo articolo infine il giornalista Zanetti si domandava ironicamente se il Giudice Istruttore con la prova che la frana era stata prevista, che era stata tenuta nascosta, che non era stata annunciata in tempo neanche quando non c'era più il minimo dubbio "Se la terrà per ricordo?", sostenendo "che il processo quasi certamente non si sarebbe fatto, essendo già passati 4 anni".... "e le continue perizie per le più svariate ragioni: per accertare quanto era profonda la fessura, di che natura era il terreno, quanto erano larghe le fessure, prima e dopo e nel frattempo, eccetera eccetera. Come se il problema fosse quello di rifare la storia del monte Toc dalle origini alla caduta e non semplicemente di stabilire se alcuni uomini, conoscendo l'esistenza di un grave pericolo, abbiano fatto il possibile per evitare che il loro prossimo ne subisse gli effetti".
23 Giugno 1967.
Il secondo Collegio peritale consegnò al Tribunale di Belluno la nuova relazione che contestava e modificava sostanzialmente le conclusioni cui erano pervenuti i primi periti. Questa, articolata secondo i punti di vista dei singoli membri, consentì a ciascuno di esprimere liberamente il proprio pensiero, pur concordando unanimemente nelle conclusioni. Queste portarono il Tribunale ad individuare nella SADE la responsabilità della catastrofe, che poteva certamente essere evitata. È sufficiente ricordare che se nel 1957, quando iniziarono i getti di calcestruzzo della diga, era imprevedibile una frana delle dimensioni e del meccanismo di quella instauratasi il 9 Ottobre 1963, nonostante nel corso del primo invaso piccole frane fossero state osservate fino al primo scoscendimento di un certo rilievo del 4 novembre 1960, certamente dopo questo evento e dopo il primo invaso del gennaio 1961, "essendo aumentati gli spostamenti dei capisaldi, si doveva temere un sinistro di grandi proporzioni, quando, dopo un nuovo invaso, il livello del lago si sarebbe successivamente abbassato". A maggior ragione, dopo il secondo svaso nel marzo 1963, i dissesti provocati con la quota del lago passata dai 700 ai 650 m, avrebbero dovuto allarmare chi di dovere per un grande "sinistro", in caso di ripetizione di tale operazione. Durante la risalita del livello a 710 m circa, nel settembre, gli spostamenti dei capisaldi in lento e continuo aumento ormai preannunciavano "una catastrofe imminente, che non poteva fare a meno di prodursi coll'abbassarsi del livello del lago ".
24 Giugno 1967.
Il P.M. chiuse l'istruttoria con una sentenza di rinvio a giudizio e chiese la contestazione dei reati a suo tempo elevati agli imputati P. FROSINI, F. SENSIDONI, e C. BATINI. Tre giorni dopo la stessa richiesta fu avanzata per gli imputati A. BIADENE e M. PANCINI. Nel frattempo erano morti i prof.i GRECO e PENTA. Il mese successivo anche all'ing. A. VIOLIN vennero contestati i reati di omicidio e di lesioni colpose plurimi. Seguirono le citazioni dell'ing. R. MARIN ed dei prof.i D. TONINI ed A. GHETTI per cooperazione nei reati contestati all'ing. A. BIADENE.
Tutto lo staff tecnico-scientifico della SADE, dal Vicedirettore generale al capo dell'Ufficio studi, al consulente che seguì gli esperimenti su modello, furono coinvolti nel processo, unitamente al Capo del Servizio costruzioni ed al Direttore del cantiere del Vajont.
26 Novembre 1968.
Al Tribunale de L'Aquila, presieduto dal giudice Marcello Del Forno, si aprì il dibattimento di primo grado. Il giorno prima l'ing. M. PANCINI, il direttore del cantiere del Vajont, imputato nel processo, si tolse la vita col gas nella sua abitazione di Venezia. Era stato lui, secondo la testimonianza dell'allora sindaco di Longarone Terenzio Arduini, che di fronte alle sue apprensioni per l'incolumità pubblica, lo aveva rassicurato affermando che le proporzioni della frana non erano tali da giustificare l'allarme, e precisando inoltre che i tecnici avevano previsto l'epoca della caduta non prima del novembre 1963. Le dichiarazioni del sindaco durante il processo, forse misero in luce il motivo che spinse l'ing. PANCINI a togliersi la vita. Forse l'ingegnere sentì pesare sulla propria coscienza la responsabilità di non avere dato ascolto alle preoccupazioni della gente del Vajont e di avere accettato, sia pure in buona fede, le assicurazioni di coloro che prevedevano un evento tutt'altro che disastroso e di proporzioni limitate.
È da ricordare che il processo era stato spostato dalla sua sede naturale Belluno nella città abruzzese per motivi di "legittima suspicione", concretati in ragioni di ordine pubblico. Fino ad allora l'unico processo di grande rilevanza, che per motivi analoghi era stato trasferito dalla sua sede naturale, da Roma a Chieti, era quello degli anni Venti relativo al delitto di Giacomo Matteotti.
Qualche anno dopo sarà la volta del processo per la strage di Piazza Fontana o meglio della bomba esplosa nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano ad essere dirottato a Catanzaro sempre per "legittima suspicione" dovuta a motivi di ordine pubblico.
17 Dicembre 1969.
Nella tarda serata, dopo 144 giorni di udienza, venne emessa la sentenza che condannava alla pena di 6 anni di reclusione ciascuno, per omicidio colposo plorimo, gli ingegneri BIADENE, BATINI e VIOLIN, di cui due condonati, e soltanto per omicidio colposo, assolvendo gli stessi BIADENE e BATINI dalle imputazioni di frana e di inondazione aggravate dalla prevìsione dell'evento, nonché l'ing. F. SENSIDONI, il prof. P. FROSINI e gli ingegneri D. TONINI e R. MARIN da tutte le imputazioni, perché il fatto non costituisce reato. Assolveva il prof. A. GHETTI da tutte le imputazioni (omicidio colposo plurimo, disastro di frana e di inondazione aggravati dalla previsione dell'evento) per "non avere commesso il fatto".
La sentenza del Tribunale limitò le responsabilità ai tre giorni che precedettero la catastrofe e fece carico ai tre condannati del solo reato di omicidio colposo, per non avere provveduto allo sgombero tempestivo delle popolazioni a partire dal 6 ottobre 1963, quando i movimenti della frana subirono l'ultima e più drammatica accelerazione.
Il reato di frana venne escluso dalla dipendenza del preteso sgombero della popolazione nella zona della frana stessa. Questo fatto, secondo il Tribunale, aveva fatto venire meno l'evento giuridico proprio del reato, cioè del pericolo per la pubblica incolumità. Il reato di inondazione venne invece escluso per carenza dell'elemento soggettivo della colpa, attesa la sua pretesa imprevedibilità. Si ebbero immediatemente i ricorsi contro tale sentenza, sia da parte del P.M. presso il Tribunale dell'Aquila, sia da parte del Procuratore Generale presso la stessa Corte, sia infine da parte del Comune di Longarone, mentre l'opinione pubblica restò fortemente delusa. Ferruccio Parri, presidente del «Comitato di solidarietà» ebbe a dichiarare "una sentenza deludente, quando gli atroci definitivi dubbi non riescono a fermare il perseguimento inesorabile del profitto aziendale".
26 Luglio 1970.
Iniziò il processo di Appello alla Corte degli Abruzzi, sotto la presidenza del giudice Bruno Fracassi.
3 Ottobre 1970.
La sentenza di Appello, dopo la trattazione della causa protrattasi per tutta l'estate, si concluse presso la Corte dell'Aquila dichiarando ALBERICO BIADENE e FRANCESCO SENSIDONI colpevoli di tutti i reati loro ascritti (frana prevista, inondazione ed omicidio colposo plurimo) condannando complessivamente il primo alla pena di 6 anni di reclusione ed il secondo a 4 anni e mezzo, con il condono per entrambi di 3 anni. La Corte assolveva PIETRO FROSINI ed ALMO VIOLIN per insufficienza di prove; ROBERTO MARIN e DINO TONINI perché il fatto non costituisce reato ed AUGUSTO GHETTI per non aver commesso il fatto. La difesa ricorse subito in Cassazione.
15 Marzo 1971.
A Roma si riunì la Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Giovanni Rosso per dare luogo al giudizio di legittimità.
25 Marzo 1971.
Alle 5 del pomeriggio venne letta la sentenza.
La Corte annullava senza rinvio la sentenza in ordine al ritenuto concorso dei reati di frana e di inondazione, unificandoli nell'unico reato di disastro colposo, compresa la frana nell'inondazione, ferma restando la previsione dell'evento. Per cui la pena complessiva fu determinata per i responsabili: BIADENE in 5 anni (due per il disastro e tre per gli omicidi), di cui 3 condonati e SENSIDONI in 3 anni ed 8 mesi (1 anno ed 8 mesi per disastro, 2 per gli omicidi). La Corte respinse tutti gli altri ricorsi, accogliendo le richieste di TONINI e MARIN, trasformando la formula di assoluzione "perché il fatto non costituisce reato" nell'altra "per non aver commesso il fatto". Respinse l'istanza di VIOLIN al fine di ottenere una formula piena.
Mancavano quattordici giorni alla prescrizione dei reati. Gli ing.i BIADENE e SENSIDONI espiarono la 'penà erogata.
A conclusione di questa cronistoria si ripropongono gli interrogativi:
Perché è accaduto il disastro del Vajont?
Perché si è lasciato cinicamente che accadesse, nonostante tutti gli allarmi e gli indizi premonitori?
Perché non si è rinunciato ad invasare il bacino per qualche anno? Chi avrebbe dovuto prendere tale decisione, per accontentarsi almeno provvisoriamente di un lago di minori proporzioni?
La SADE prima e l'ENEL dopo vollero che la diga venisse messa alla prova. Ma conoscevano entrambe la gravità della situazione?
I geologi consulenti concordarono sulla certezza che altre frane si sarebbero instaurate sul versante del Toc, i loro pareri divergevano sui meccanismi, sulle velocità ed in parte sui volumi. Si sarebbe dovuto stare dalla "parte dei bottoni", come si suol dire, assumendo i pareri e le considerazioni più pessimistiche; La Commissione di collaudo, fu detto ed io concordo, avrebbe dovuto intervenire almeno sulla decisione di non superare la fatidica quota 700. Chiunque sarebbe stato in grado di capire che col lago a quote maggiori gli svasi sarebbero stati disastrosi.
Questa decisione nessuno la prese. Perché?
Il bacino del Vajont era in fase di collaudo e gli impianti idroelettrici connessi non avrebbero potuto essere trasferiti all'ENEL come funzionanti, per cui il cosiddetto "risarcimento", conseguente alla nazionalizzazione dell'energia elettrica, non sarebbe stato riscosso. Non solo, ma senza il collaudo c'era il rischio che lo Stato chiedesse la restituzione del contributo fino ad allora versato per la realizzazione dell'opera. Contributo di cui la SADE aveva incassato alcuni miliardi di quell'epoca, in contanti. La nazionalizzazione aveva messo a disposizione 200 miliardi di indennizzo e questi "facevano gola". Quindi l'impianto doveva figurare come perfettamente funzionante e perciò l'acqua doveva salire alla massima quota di progetto. Il pericolo della ingente frana? "Che Iddio ce la mandi buona" (!).
La volontà del "potere" SADE era di concludere il collaudo a qualunque costo e lo scopo fu perseguito con ogni mezzo lecito ed illecito.
Tornando alla decisione da adottare, molti si chiesero a chi spettasse. La SADE-ENEL poteva farlo e non lo fece di propria iniziativa o dietro consiglio della Direzione lavori, come neppure per ingiunzione delle Autorità preposte ai controlli. E qui ritorna in ballo l'aspetto del "controllato/controllore" ed il fatto che l'organizzazione del controllo dei lavori da parte dello Stato non abbia funzionato. Si parlò di "discrasia fra i vari Organi" nella Relazione della Commissione di inchiesta Ministeriale, di "lavoro in ordine sparso da parte di coloro che in un modo o nell'altro erano interessati alla cosa" nella seconda Relazione tecnica d'ufficio. C'è da ritenere che tra esecutori e controllori il rapporto di collaborazione sia stato imperfetto e piuttosto formale. Se coloro che dovevano sorvegliare avessero preteso dalla SADE-ENEL dei rapporti periodici sintetici e veritieri sulle osservazioni e le misure fatte, si sarebbe quasi senz'altro evidenziata la relazione stretta tra le accelerazioni dei capisaldi, i livelli del lago ed i movimenti del terreno. In tal modo si poteva, se non evitare la catastrofe, che nel 1963 non era più evitabile, almeno limitarne i danni. Come fu evidenziato concordemente dai secondi periti del Tribunale, "dal marzo 1963, dopo che il secondo svaso ebbe reso palese che l'abbassamento del livello del lago da q. 700 a q. 650 provocava gravi dissesti era lecito attendersi un grosso sinistro, in caso di ripetizione dell'operazione di svaso. Nel settembre 1963, quando il livello del serbatoio era risalito a q. 710 circa e gli spostamenti dei punti di controllo aumentavano rapidamente, la catastrofe, divenuta imminente, non poteva fare a meno di prodursi all'abbassarsi del livello del lago".
Troppi e molteplici erano gli interessi in ballo, si doveva procedere egualmente. Se qualcosa di grave fosse accaduto, il Vajont e l'impianto erano dell'ENEL e così tutti se la sarebbero presa con lo Stato. Furono i cosiddetti "pesci piccoli" a pagare, secondo l'opinione corrente; gli ingegneri andarono sul banco degli imputati e non i "padroni del vapore", i funzionari statali, i consulenti, i professori, non certamente quelli che oggi sono chiamati "manager" e che avevano il potere decisionale e politico. Semplicemente perché queste persone non furono o non vollero essere all'altezza dei compiti loro preposti, ma per assuefazione e per accondiscendenza, forse per una voluta apparente deresponsabilizzazione, chinarono la testa e non vollero rinunciare al loro protagonismo di tecnici rispettati.
A titolo di comparazione con la letteratura Vajont "trash": dietro al "libro-minchiata" di Corona Mauro "Quelli del dopo", si vede il libro da cui è stata tratta QUESTA PAGINA.
Per un importo inferiore, dal Carloni tutt'altro "contenuto", in termini di verità fattuale e di relativa "consapevolezza" del CRIMINE Vajont che ne ottiene il lettore.
Dopo che il Ministero ebbe allontanato immediatamente i prefetti di Belluno e di Udine, nonché i Direttori del Genio Civile ed ordinato una severa inchiesta, programmando la ricostruzione nelle località colpite, la Magistratura cominciò il suo decorso attraverso perizie, indagini ed inchieste con un iter travagliato, faticoso e lento. Forse senza la pressione dell'opinione pubblica la vicenda sarebbe arrivata in prescrizione di reato senza che si fosse giunti almeno a far pagare un omicidio quasi programmato ed attuato spietatamente, con un processo e delle benevoli condanne.
C'è da augurarsi che ciò non accada più.
Le due ultime considerazioni che farò riguardano lo Stato ed il Mondo scientifico. Il primo, a conclusione della vicenda, non solo NON si costituì parte lesa contro i responsabili della catastrofe, ma dopo avere subito danni per decine e decine di miliardi continuò a liquidare le rate dei contributi alla SADE-ENEL, in quanto costruttrici e titolari dell'impianto. La Scienza d'altro canto fece marcia indietro: non si era trovato infatti che la disponibilità del prof. Floriano CALVINO, fratello del più famoso Italo, il solo in Italia che osò mettersi contro gli autorevoli colleghi, così solleciti [e PRONI]verso la potente SADE, ad eccezione di qualche docente come nel caso del prof. Losacco, che si rese disponibile come perito di parte civile.
D'altronde non era stato così nei riguardi del potere fascista, quando si pretese il giuramento di fedeltà dei Docenti universitari, e soltanto 13 o 14 in Italia furono coloro che si opposero?
La tragedia del Vajont, con i suoi morti che scendevano lungo il corso del Piave, ha rappresentato qualcosa di terrificante, indipendentemente da qualsiasi valutazione di carattere scientifico e tecnico, perché accadde nei fatidici anni Sessanta, durante i quali il nostro Paese si caratterizzò per un benessere diffuso ed un boom economico senza precedenti. Finalmente era terminato il Dopoguerra e sembrava che gli Italiani dovessero accingersi a trascorrere un periodo fecondo senza più drammi e malanni.
Invece il Vajont fu un campanello di allarme, che soltanto oggi possiamo comprendere appieno.
Si può affermare con certezza che in quegli anni si era andato distorcendo un rapporto tra Potere pubblico e Poteri privati, prima, durante e dopo il tragico evento. D'altro canto anche la Magistratura, allorché fu coinvolta, nella sua piena autonomia avrebbe dovuto meglio e più approfonditamente indagare sugli Organismi amministrativi delle Società private e ricostruire - non sarebbe stato né impossibile né difficile - i collegamenti sommersi, i legami e le connivenze fra Tecnici ed Amministratori, Controllori e Controllati. Poiché si rivelarono tutti dei fini ad abili tessitori di quelle trame sottili, il cui unico scopo fu di scaricare sul nuovo Ente di Stato in via di costituzione ritardi, manchevolezze, disfunzioni e reticenze su quanto stava accadendo. Al momento della nazionalizzazione dell'Energia elettrica si volle passare allo Stato la "patata bollente" e le relative responsabilità di un progetto nato male e gestito peggio.
Così ebbe inizio l'azione devastante di un tarlo invisibile, che stava corrodendo la nostra Società, minandone le fondamenta. Una azione che oggi, ormai alle soglie del nuovo secolo, si è evidenziata in tutta la sua malvagità, identificandola nel tarlo del profitto fine a sé stesso, dell'interesse spregiudicato, della falsità, della corruzione diffusa, della speculazione fatta costume e del furto, che tutto e tutti ha contaminato [il «conflitto d'interessi»]. Il cittadino che ascolta radio e televisione, che legge giornali e periodici, spesso si trova di fronte ad una cronaca nerissima, che ha inglobato la politica in generale, sia nazionale che internazionale. La cronaca così detta "nera" ha dilatato a dismisura i suoi confini, anzi li ha rotti: mafia, camorra, stragi, criminalità comune, corruzione e quant'altro sono da tempo all'ordine del giorno. Non si sa più dove finisca il privato e dove cominci il pubblico, particolarmente in clima di "Tangentopoli", fino a che punto si estendano la delinquenza comune e quella ammantata da crimine politico. Una grande mafia, che ha sempre avuto nel suo seno commistioni con la politica e con la finanza e forse anche con la magistratura, sembra aver rattrappito il Paese in una ragnatela sempre più fitta ed intricata, e difficile da spazzare via. Tutto questo ha sotto gli occhi il cittadino. Certamente qualche cosa si è inserito negli organi dello Stato e vi è cresciuto come una metastasi.
I partiti tradizionali, coinvolti più o meno consapevolmente, hanno cercato di sopravvivere con operazioni trasformistiche, quando non sono del tutto scomparsi. Il fenomeno Lega è stato il primo segnale di ribellione al malcostume nel nord Italia, mentre al sud fa di tutto, per sopravvivere, la clientela politica.
I mezzi di informazione che si vantano giustamente di volersi nutrire quotidianamente di libertà e di anticonformismo verso tutti i poteri e tutti i movimenti politici hanno aiutato davvero a voltar pagina oppure, senza volerlo, affondano nello stagno di chi vuole gattopardescamente che nulla cambi? Lo scossone dell'operazione "Mani pulite" estesa a tutti i settori ha dato grinta a chi ha nelle mani i mezzi di informazione. Molti giornalisti forse sono diventati, se non proprio protagonisti, più partecipi e responsabili in prima persona, e se ne sono avvertiti l'importanza ed il peso.
E noi? Diciamoci la verità, non sente ognuno di noi di essere diventato più egoista, più isolato, meno disponibile verso il nostro prossimo? Quanti di noi sono capaci di interrogarsi prima di alzare la voce contro gli altri, se singolarmente ognuno di noi (non) assolve la propria parte? Chi usa i mezzi di informazione subisce gli stessi effetti. Allora la denunzia degli scandali diventa generica e si alza il polverone: "tutti colpevoli, nessuno colpevole!". Di qui deriva che i veri fautori degli scandali ritrovano il loro clima ed ambiente confuso ed ambiguo, dove si punta il dito contro tutti per non puntarlo su nessuno. I ladri ed i manovratori patentati sono felici di avere trovato alleati tra coloro che hanno ancora intenzione di combatterli.
In questo habitat il cittadino lettore della stampa non è che si armi di coraggio ed abbia le idee chiare. Dopo aver visto il telegiornale e scorso il quotidiano deve andare a lavorare, e continuare la sua vita. Come può svolgere le sue attività e proseguire sotto la pioggia di brutte notizie che gli sono cadute addosso? Per fortuna sua in fabbrica, in ufficio, in casa, a scuola, trova ogni giorno altre persone normali, che non rubano, non rapinano, non corrompono, non sono immerse negli scandali, ma considerano ancora giusto fare il proprio dovere. Soprattutto si rende conto che le persone oneste sono ancora la maggioranza ed allora si riprende, si prepara a resistere all'urto, ma tutta la tragicità degli eventi, che ritroverà puntualmente nei giornali e in televisione, certamente non gli sarà di stimolo per essere protagonista di una autentica riscossa morale e di un vero cambiamento. È in questa realtà che ritengo difficile ma necessario rinnovarsi e disfarsi di quel tarlo maledetto, se vogliamo ridare fiducia e sviluppo alle nuove generazioni ed al Paese che esse rappresentano.
Proprio per questo gli avvenimenti ed i temi di trent'anni fa da me trattati, trovano spazio e respiro negli insegnamenti di Geologia che da tempo tengo presso la facoltà di Ingegneria dell'Università di Bologna. Non solo, ma ad anni alterni, a complemento di una analisi accurata, organizzo escursioni didattiche con relative lezioni itineranti nell'area dolomitica, che hanno principalmente nella zona del Vajont e nei luoghi colpiti dalla tragedia il loro più importante punto focale. Tutto questo perché i Tecnici di domani, che sono anche e soprattutto Uomini responsabili, devono sapere e devono capire. Trent'anni dopo questo lavoro costituisce una occasione per ricordare, magari per riprendere una questione ancor'oggi attuale e riflettere sugli eventi di allora.
Giulio Cesare Carloni, Maggio 1995, Bologna
FONTE: «Il Vajont trent'anni dopo», CLUEB edizioni, Bologna
La frana del Vaiont è stata uno degli eventi più tragici del secondo dopoguerra in Italia. Prevedibile e prevista in quasi tutti i suoi aspetti, ancora oggi, a distanza di oltre trent'anni, viene ricordata per le immani conseguenze che colpirono le popolazioni di Longarone e della valle del Piave vittime di una speculazione selvaggia del loro territorio. Ricordare quegli avvenimenti attraverso la cronaca dell'esperienza vissuta da un giovane geologo costituisce una memoria storica per condurre le nuove generazioni sulle tracce di ciò che è stato. Questo pamphlet vuole essere anche un motivo di riflessione per tutti coloro che, confidando nelle proprie capacità tecniche e di controllo della natura, ignorano o fingono di conoscerne i molteplici aspetti evolutivi, assai spesso condizionati dalla presenza dell'Uomo.
Giulio Cesare Carloni, nato a Cingoli (Mc) nel 1935, è professore ordinario di Geologia applicata per la laurea in Ingegneria dell'Ambiente e del Territorio presso l'Università di Bologna. Ha compiuto ricerche geologiche nell'Appennino Centrale, in Sardegna, in Calabria e in Carnia (Friuli).
In particolare ha rilevato la frana del Vaiont e si occupa di problema pratici di Geologia Ambientale. Attualmente (1995) coordina la Commissione Erasmus-Tempus dell'Ateneo di Bologna ed è membro del Consiglio di Amministrazione dell'Azienda Comunale per il Diritto allo Studio Universitario.
Pagina provvisoria - puo' essere che qualche link sottostante non risulti efficiente. Devo ricaricare ogni cosa a mano (56k). Scusatemi.
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