Source: http://togherotte.ilcannocchiale.it/?yy=2009&mm=10
Timestamp: 2019-11-18 01:08:50+00:00

Document:
Pubblico qui di seguito il mio commento pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 9 ottobre, con le risposte di Barbara Spinelli (16 ottobre) e Sabina Guzzanti (21 ottobre). Buona lettura.
Berlusconi e l'album di famiglia
di Barbara Spinelli, 16 ottobre 2009
Il pericolo non viene dalle masse
di Sabina Guzzanti, 21 ottobre 2009
tags: sabina guzzanti bruno tinti barbara spinelli
E' l'ingiustizia la malattia italiana
Sul Fatto Quotidiano del 16 ottobre Barbara Spinelli (scrive sul nostro giornale: sono felice) prende spunto da un mio commento (che ha trovato interessante: sono ancora più felice) e ci invita, noi del Fatto, a discutere “della crisi non della democrazia ma dello Stato italiano”.
Cerco di proseguire il discorso e, con molta immodestia, propongo di partire da un’analisi del concetto di “Stato”. Per come la vedo io lo Stato è una “necessità”, uno strumento naturale per la conservazione della specie; come lo è il branco per i lupi o lo sciame per le sardine. Senza questi strumenti né lupi né sardine né uomini potrebbero sopravvivere: il branco è necessario ai lupi per cacciare, se non ci fosse morirebbero di fame e la specie si estinguerebbe; lo sciame serve alle sardine per minimizzare le perdite quando attaccate da predatori; senza lo sciame nemmeno le sardine sopravvivrebbero. E lo Stato serve agli uomini per garantire la collaborazione finalizzata alla convivenza: senza convivenza un singolo uomo o un piccolo gruppo non sopravvivrebbero; e senza Stato non vi sarebbe convivenza.
Se lo Stato è uno strumento della natura, la democrazia è uno dei metodi con cui lo Stato può essere realizzato; non il solo e forse nemmeno il migliore sotto il profilo dell’efficienza. Ma è quello che, statisticamente, si presta meno di altri agli abusi del potere: il suo pregio è tutto qui, nella possibilità per i cittadini di controllare coloro cui hanno affidato la gestione della collettività.
Se questa riflessione è valida, se lo Stato è una necessità e la democrazia un metodo di gestione di esso, dobbiamo essere consapevoli di una terribile eventualità: che, per qualche ragione, il metodo si riveli inadeguato; e che la necessità ne proponga altri: aristocrazia, oligarchia, tirannide. Se lo Stato è necessario e se la democrazia non è in grado di assicurarne l’esistenza, non sarà certo lo Stato a venir meno, si cambierà semplicemente metodo di gestione. Tutto ciò naturalmente, anche contro il volere dei cittadini, a loro dispetto. Ma Alcibiade aveva ragione, l’ananke, la necessità ha sempre l’ultima parola.
Barbara Spinelli ci suggerisce di valutare l’alternativa: è in crisi la democrazia o lo Stato italiano? Ecco, io credo che, se per “democrazia” si intende un metodo astratto di gestione dello Stato, non c’è dubbio, ad essere in crisi è lo Stato italiano; ho già detto che la democrazia, come metodo di governo ha l’irrinunciabile pregio di garantire più degli altri metodi la riduzione dell’abuso del potere. Ma, se per “democrazia” si intende il metodo di gestione dello Stato italiano, allora io non ho dubbi, è lei la malata. Provo a spiegare perché.
Anche prima di Berlusconi, se si fosse chiesto a un qualsiasi cittadino cosa è la democrazia, questi avrebbe certamente risposto: “ma è ovvio, un Paese è democratico quando il popolo può scegliere chi lo governa”. Da sempre i cittadini sono convinti che la democrazia coincide con le libere elezioni. Come ho detto, questa convinzione preesisteva a Berlusconi; e figuriamoci ora, con il quotidiano battage pubblicitario sulla legittimazione popolare del Presidente del Consiglio. Ha detto così bene Barbara Spinelli: “E’ una legittimazione non molto diversa dall’unzione divina, quando il monarca regnava per diritto di Dio. Il popolo ha sostituito Dio e questo dà facoltà al capo di ignorare altre fonti di legittimazione, altri poteri che istituzionalmente sono chiamati a vigilare sugli abusi di potere dell’esecutivo”. Ma, ovviamente (ma ci si pensa così in pochi), la democrazia non è solo consenso popolare; e qui vorrei tornare allo Stato e alla sua natura di strumento naturale per assicurare la convivenza. Come ogni strumento, anche lo Stato deve avere caratteristiche che lo rendano idoneo alla funzione per cui è progettato. Per esempio deve uniformarsi al fondamentale principio di uguaglianza tra tutti i cittadini. Noi siamo abituati a pensare che questo principio esiste perché così dice la nostra Costituzione; e, in un certo senso è così. Ma, ancora prima, il principio di uguaglianza esiste perché è indispensabile per la sopravvivenza stessa dello Stato, è una caratteristica indefettibile dello strumento: se i cittadini non fossero tutti uguali davanti alla legge, ne deriverebbero tensioni e lotte che, alla fine, porterebbero al disfacimento dello Stato. Così possiamo dire per la libertà religiosa (che oggi è, in realtà, messa frequentemente in discussione): se fosse legittimo impedire ai cittadini di avere convinzioni religiose della più varia natura (o non averne affatto) si finirebbe fatalmente per creare fazioni, alcune più favorite (la religione di Stato) e altre meno o affatto favorite; con le stesse conseguenze finali. Così possiamo dire per i principi etici fondamentali: il lavoro come legittimazione della qualifica di cittadino, l’obbligo di contribuire al benessere comune in ragione delle proprie sostanze, il diritto all’istruzione e alla salute e tutti gli altri principi affermati dalla nostra Carta Costituzionale. Se non fossero, questi principi, caratteristiche intrinseche allo Stato-strumento, esso non potrebbe assicurare il raggiungimento del fine per cui esiste: la convivenza civile.
La democrazia dunque è, prima ancora che facoltà di nominare governanti, certezza che questi utilizzino lo Stato-strumento, che gli è stato affidato dal consenso popolare, in maniera corretta. Che poi alla fine vuol dire nel rispetto del Diritto. C’è una quantità finita di violazioni al Diritto che lo Stato-strumento può tollerare; e che queste violazioni siano praticate con il consenso della maggioranza dei cittadini è del tutto irrilevante. Perché la collaborazione per convivere viene meno quando anche solo una parte di essi si convince che lo strumento, così com’è gestito, non garantisce un’accettabile convivenza. In Palestina, si dice nel 33 dopo Cristo, il popolo fu ben felice di legittimare l’uccisione di Cristo e la liberazione di Barabba. E noi oggi diciamo che quella sentenza, frutto del consenso popolare, fu un supremo atto di ingiustizia. Nel nostro Paese gran parte dei cittadini sembrano non accorgersi che i respingimenti in mare di persone in fuga dalla morte minano alle fondamenta i principi fondamentali dello Stato-strumento di convivenza; che l’intolleranza nei confronti di categorie non omologate (omosessuali, credenti in religioni diverse) è una porta aperta alla violenza; che la teorizzazione di limiti alla libertà di informazione è un mezzo per nascondere l’arbitrio e l’illegalità; che la delegittimazione della legge e degli organi incaricati di applicarla conduce al sopruso e all’anarchia. Ma, che i cittadini se ne rendano conto oppure no, alla fine la violazione delle caratteristiche intrinseche dello Stato-strumento ne rende impossibile la gestione: lo Stato si rivela impotente a governare la convivenza.
Quando questo succede, non è lo Stato a venir meno; semplicemente l’ananke, la necessità di avere uno Stato pur che sia, ricorre ad un metodo di gestione di esso diverso. E io non vorrei esserci quando questo accadesse.
(Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009)
tags: democrazia stato italiano barbara spinelli consenso popolare
Perché gridano al golpe
Quando facevo il pm i miei amici avvocati mi dicevano sempre: “Hai ragione tu, questo è colpevole; ma non ci sono problemi, lo tireremo fuori in procedura”. Intendevano dire che l’assoluzione nel merito era impossibile; ma che ci sono così tanti inghippi procedurali che l’insufficienza di prove (art. 530 secondo comma codice procedura penale) o la prescrizione sono garantite. E in effetti, quando l’imputato non era uno dei tanti disperati per cui la legge è brutalmente efficiente, finiva quasi sempre così. Motivo per cui adesso faccio un altro mestiere.
Come ho detto, finisce quasi sempre così; quasi. E infatti oggi Berlusconi si trova nei guai perché gli esecutori dei suoi ordini sono stati condannati e il giudice civile gli ha imposto di risarcire i danni alle parti offese dai reati che lui aveva commissionato.
Qui, con la procedura non riesce a tirarsene fuori. E la prescrizione, in questo processo civile, non è una soluzione possibile. Gli resta la menzogna, la disinformazione, l’intimidazione: “le sentenze preannunciano un golpe; italiani armatevi e resistete”.
Provo a spiegare perché si tratta di bufale solenni. Nel 2007 la Cassazione confermò la condanna di Previti, Acampora, Pacifico e Metta “perché… in concorso tra loro... promettevano e versavano somme di denaro a Metta - magistrato... - affinché violasse i propri doveri di imparzialità... allo scopo di favorire la famiglia Mondadori/Formenton (e in conseguenza Silvio Berlusconi) nel giudizio che la vedeva opposta… alla Cir di Carlo De Benedetti... e segnatamente Berlusconi (posizione definita con sentenza… di non doversi procedere per intervenuta prescrizione…), attraverso articolate operazioni finanziarie… utilizzando società e/o conti bancari riconducibili al comparto estero della Fininvest e allo scopo di metterle a disposizione di Metta, bonificava nel 1991 a favore del conto "Mercier" di Ginevra di Previti la somma di $ 2.732.862…”
Cosa avrebbe dovuto fare il giudice civile cui Cir (De Benedetti) aveva chiesto di condannare Fininvest (Berlusconi) al risarcimento dei danni derivanti da questo reato? Dire che non era vero niente? Che Berlusconi (assolto per prescrizione ma colpevole) era innocente? E, d’altra parte, che non potesse fare questo lo dice anche l’art. 651 del codice di procedura civile: “la sentenza penale definitiva fa stato nel processo civile”. Dunque sul fatto che Berlusconi aveva corrotto Metta ormai c’era niente da discutere. Qui, per la verità, bisognava tener conto di uno dei soliti ostacoli procedurali, perché nel processo civile c’era Fininvest e nel processo penale c’era Berlusconi (cioè due soggetti diversi; fa un po’ ridere ma in diritto è così); e in questi casi la legge dice che la sentenza penale non ha efficacia diretta nel processo civile e che tutto deve essere esaminato di nuovo, utilizzando però le carte del processo penale. Così il giudice civile si è studiato tutto il processo penale (per la verità ha fatto anche una corposa istruttoria, interrogando testi, esaminando nuovi documenti e sciroppandosi micidiali memorie difensive) e ha ovviamente deciso quello che, prima di lui, avevano deciso altri 11 giudici e 3 pm, in 3 gradi di giudizio (nonché un numero enorme di altri giudici e pm intervenuti su tutte le eccezioni sollevate nel corso dei processi): Fininvest ha ottenuto le azioni Mondadori a seguito di una sentenza che era frutto di corruzione; quindi Cir è stata privata di un suo diritto; ne consegue un risarcimento dei danni. Proprio come succede in qualsiasi processo, dove alle parti offese di un reato il giudice civile liquida somme di danaro proporzionate al danno subito. Dunque una sentenza ineccepibile.
Tanto ineccepibile che oggi Berlusconi e la sua fazione non discutono del merito. Cosa potrebbero dire ai cittadini: non è vero che ho corrotto Metta e quindi non è vero che debbo dei soldi a De Benedetti? Così agitano lo spettro del golpe. E poi si rifanno ad altri argomenti di pregio: il giudice che ha scritto la sentenza è solito indossare maglioni (?), è molto alto (dunque odia Berlusconi che, come si sa, è molto basso) e (ma non era un pregio? Quante volte è stato criticato il protagonismo dei giudici?) non è un giudice VIP, non è noto, ha sempre fatto silenziosamente il suo lavoro e nessuno lo conosce. Poi dicono anche che la sentenza è stata scritta da Cir perché lui, il giudice, non poteva capirci niente di numeri e tabelle; infatti le sentenze in materia di danno civile (che sono tutte di questo tipo) le scrivono sempre le parti offese che si auto liquidano il risarcimento: lo sanno tutti! Alla fine, se l’Appello confermerà la sentenza, scopriremo ancora una volta che, anche lì, i giudici erano di sinistra; anzi di estrema sinistra.
Un’ultima riflessione. Qui si parla di soldi, tanti, ma sempre soldi sono. Cosa ci sarebbe stato da ridire se la sentenza avesse riguardato un risarcimento danni per incidente stradale? Guidatore distratto che investe un pedone sulle strisce; il guidatore è Berlusconi; e un teste falso dice che non era lui che guidava; un processo penale accerta che il teste è falso…. Ah già, ma anche questo è già successo...
da Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2009
tags: cir de benedetti metta previti corruzione fininvest mondadori

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza