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Timestamp: 2020-07-07 01:56:39+00:00

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Profili critici e comparatistici dei sistemi salariali nello sport professionistico: due casi a confronto
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di Francesco Trafficante*
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Introduzione; – 1. Breve inquadramento normativo: l’importanza della L. 91/1981; – 2. Il sistema salariale nella Lega Serie A: accordo collettivo LNPA – AIC; – 2.1. Le parti sociali dell’accordo collettivo; – 2.2. Il trattamento economico dei calciatori; – 3. L’esperienza nord-americana: le leghe professionistiche statunitensi; – 4. Il sistema di Salary Cap e la sua introduzione; – 5. La disciplina del Salary Cap della NBA: il Collective Bargaining Agreement; – 5.1. Le parti del CBA; – 5.2. La disciplina del Salary Cap; – 6. I due sistemi a confronto: Salary Cap tra competitive balance ed implicazioni Antitrust; – 6.1. Brevi cenni all’Antitrust Law; – 6.1.1. Antitrust Law nel contesto sportivo USA; – 6.1.2. Nonstatutory Labor Exemption; – 6.2. La disciplina della concorrenza in ambito UEFA; – 6.3. (Segue): Il caso Meca/Medina ed il Wouters test; – 6.3.1. Gli “obiettivi legittimi”: incertezza dei risultati e stabilità finanziaria; – 7. Ipotesi e tentativi di riforma del sistema sportivo italiano ed europeo; – 7.1. L’indagine conoscitiva dell’AGCM ed il “tetto salariale” in Lega Serie B; – 7.2. Il Fair Play Finanziario UEFA; – 8. Il caso Albany: la specificità della contrattazione collettiva; – 9. Conclusioni. Una prospettiva de iure condendo: accordo collettivo UEFA?
I sistemi salariali nel professionismo sportivo costituiscono ormai da qualche decennio un elemento essenziale del fenomeno sportivo e le retribuzioni elargite agli atleti rappresentano la voce di spesa principale per le società. Il presente lavoro si concentra sull’analisi di due sistemi salariali, italiano e nord-americano, esaminandone caratteri e criticità. La disciplina dell’elargizione di compensi agli atleti professionisti è, in entrambi i casi, definita in massima parte dai rispettivi accordi collettivi, attraverso i quali le esigenze delle parti trovano un punto d’incontro adeguatamente concertato. In tal senso, dunque, si è pertanto resa necessaria una preliminare ricostruzione del quadro normativo di riferimento, con specifica attenzione ai due sistemi di contrattazione collettiva.
Già ad una prima sommaria ricognizione, infatti, è semplice rilevare come essi mostrino forti divergenze. In particolare, alcuni dei caratteri fondanti del sistema nord-americano appaiono quasi del tutto estranei al panorama sportivo europeo. Alcune delle maggiori leghe professionistiche statunitensi hanno infatti introdotto, per mezzo dell’accordo collettivo (Collective Bargaining Agreements), regolamentazioni che fissano un corposa restrizione alla libertà contrattuale e finanziaria dei team coinvolti, ponendo di fatto un limite quantitativo (e qualitativo) alla possibilità di elargizione dei salari. Un sistema tale, che trova il suo fulcro nella disciplina del salary cap, risponde a due distinte esigenze: tutelare l’equilibrio competitivo nella competizione e salvaguardare la stabilità finanziaria delle squadre che vi partecipano.
Se gli strumenti di normazione appena richiamati non trovano un corrispettivo a livello di accordo collettivo in territorio europeo, una considerazione differente va, invece, svolta per gli obiettivi ai quali tali strumenti tendono. Infatti, non solo le esigenze soprarichiamate sono quantomai attuali con riferimento al sistema sportivo comunitario ma, soprattutto, è da rilevare come soltanto da pochi anni siano stati predisposti in ambito europeo peculiari strumenti, le Financial Fair Play Rules, che rispondono agli stessi obiettivi di massima, con particolare riferimento alla salvaguardia della stabilità finanziaria dei club.
Gli strumenti soprarichiamati, salary cap e Financial Fair Play Rules, subiscono tuttavia forti implicazioni anticoncorrenziali, alla luce delle normative antitrust statunitensi e comunitarie.
Si tenterà, quindi, di illustrare come i meccanismi, di origine soprattutto giurisprudenziale, attraverso i quali dette criticità hanno trovato una soluzione in territorio statunitense possano, con i dovuti distinguo, trovare terreno fertile in territorio europeo. Pertanto, la trattazione si sviluppa facendo riferimento sia alle rispettive normative antitrust, sia alla ricognizione di importanti pronunce delle Federal Courts e della Corte di Giustizia Europea. In ultima analisi, si tenterà di sottolineare come soluzioni normative sviluppatesi in un differente contesto, se adeguatamente e saggiamente adattate, potrebbero determinare una significativa evoluzione del movimento sportivo continentale.
1. Breve inquadramento normativo: l’importanza della L. 91/1981.
Per una adeguata comprensione del sistema salariale nello sport professionistico italiano è necessario fare un breve cenno al rapporto di lavoro sportivo complessivamente inteso. La natura giuridica di tale rapporto è stata, negli anni, oggetto privilegiato di ampi dibattiti giurisprudenziali e dottrinali, alimentati dalla peculiare posizione che tale rapporto occupa all’interno del mondo del diritto. Risulta infatti già complesso inquadrare la disciplina giuslavorista sportiva nell’ambito del diritto pubblico o del diritto privato[1] . La peculiare eterogeneità delle sue fonti di normazione è prova della complessità della materia in esame che, da un lato, è stata oggetto di una disciplina statale, seppur secondo alcuni frammentata[2] e, dall’altro, è ampiamente regolamentata dagli enti dell’ordinamento sportivo nazionale. In ragione di queste peculiarità, può essere corretto conferire al diritto del lavoro sportivo, come al diritto del lavoro in generale, una sua “specialità”[3], giustificata dalla particolarità ed unitarietà dei principi sottesi all’intero sistema.
È ampiamente riconosciuto come la legge 91/1981 possa essere definita l’intervento normativo statale fondamentale per quanto attiene la disciplina del rapporto di lavoro in ambito sportivo. Tale legge, oggi come al momento della sua emanazione, non ha raccolto unanimi consensi[4] , tuttavia c’è chi ha riconosciuto a tale intervento normativo il merito di aver spento i dibattiti in tema di confini tra dilettantismo-professionismo e autonomia-subordinazione[5].
Definendo l’ambito di applicazione della legge in esame, il legislatore, con l’art. 2, ha infatti limitato la sua applicazione al professionismo sportivo, definendo sportivi professionisti “gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell'ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, […]”. Il legislatore, con questa disposizione, ha voluto ancorare la qualificazione di professionismo sportivo ad un criterio di onerosità e continuità della prestazione di lavoro ed assegnando un particolare potere alle Federazioni Sportive Nazionali nella qualificazione dei rapporti di lavoro dei soggetti di loro competenza[6] . Ad oggi, sono sei le Federazioni che hanno esercitato tale potere, attribuendo la qualifica di professionisti ai loro tesserati (calcio, golf, motociclismo, basket, boxe e ciclismo)[7].
L’art. 3 si occupa invece della riconduzione del rapporto di lavoro sportivo nell’ambito della subordinazione, ancorando così a tale rapporto la normativa del rapporto di lavoro subordinato, e stabilendo, secondo una dottrina consolidata, una “presunzione di subordinazione” assoluta per l’atleta[8] . L’affermazione della natura subordinata del rapporto di lavoro sportivo è stata da più parti criticata, in considerazione del fatto che molti sono gli esempi di lavoratori del mondo dello sport affatto deboli dal punto di vista economico[9]. C’è però da segnalare che il mero potere economico di un lavoratore sportivo non implica necessariamente un proporzionale potere contrattuale e di autodeterminazione nell’attività sportiva. Anzi, le società esercitano nei confronti degli sportivi, ed in particolare degli atleti, un potere penetrante di direzione e controllo. Basti ricordare tutti quegli obblighi, imposti agli atleti, che vincolano gli stessi ad un tenore di vita particolarmente disciplinato od alla necessità che mantengano un elevato standard di efficienza psico-fisica[10], come dimostrato dall’art. 9 co. 1 dell’attuale accordo collettivo LNPA – AIC. Opinione dibattuta in dottrina è se, in considerazione delle peculiarità del rapporto, si possa parlare di una “atipicità” del lavoro subordinato sportivo.[11]
Fondamentale importanza per la disciplina del trattamento economico dei calciatori è assegnata all’art. 4 della legge in esame. Esso, oltre a nobilitare l’attività delle Federazioni Sportive Nazionali e dei rappresentanti di categoria nella formazione del contratto tipo in seno alla formulazione dell’accordo collettivo, assegna alla stessa contrattazione collettiva un ruolo chiave nella predisposizione della concreta disciplina del rapporto di lavoro del professionista sportivo[12] . In particolare, viene fatto proprio dalla normativa del lavoro sportivo il principio di diritto sindacale secondo il quale le clausole concertate a livello collettivo sono inderogabili in peius dalla contrattazione individuale, prevedendo così solo deroghe migliorative per la posizione del lavoratore sportivo[13].
2. Il sistema salariale nella Lega Serie A: accordo collettivo LNPA – AIC.
Come anticipato in precedenza, nel momento in cui si deve affrontare il tema del sistema salariale sportivo in Italia è quasi naturale pensare all’accordo collettivo stipulato fra la Lega Nazionale Professionisti Serie A (massima serie calcistica italiana) e l’Associazione Italiana Calciatori, sia per l’importanza che il gioco del calcio ha assunto nell’ultimo secolo, non solo nel territorio italiano, sia per il grado di complessità ed evoluzione che ha raggiunto la materia, da sempre archetipo per l’intero settore della contrattazione sportiva in Italia.
Dall’emanazione della legge 91/1981, nel marzo del 1981, si sono susseguiti sei accordi collettivi, di durata e contenuto differente: luglio 1981, luglio 1984, luglio 1986, luglio 1989 (quest’ultimo scaduto nel 1992 ma prorogato tacitamente, perché previsto espressamente dall’accordo, fino al 2003) e luglio 2005[14] , fino ad arrivare all’ultima versione, datata 5 settembre 2011 e tuttora in vigore[15]. L’accordo collettivo del 2011 nasce anche dall’esigenza di colmare un vuoto normativo che si era venuto a creare alla scadenza del pregresso accordo, avvenuta nel giugno dell’anno precedente. La lettera dell’accordo datato 2005, infatti, diversamente dal precedente, non prevedeva né proroghe tacite né rinnovo automatico[16].
2.1. Le parti sociali dell’accordo collettivo.
Le fasi delle trattative, che precedono la stipula dell’accordo collettivo in ambito sportivo, costituiscono certamente un unicum nel panorama giuridico italiano. Infatti, oltre alle categorie interessate che tutelano gli interessi sindacali delle società e dei lavoratori sportivi, vi è la presenza di un terzo soggetto, la federazione di riferimento per ogni disciplina sportiva[17] .
Le trattative e la stipula dell’accordo collettivo che “disciplina il trattamento economico e normativo dei rapporti tra Calciatori professionisti e Società partecipanti al campionato nazionale di Serie A” (art. 1 co. 1)[18] , vedono quindi la presenza di tre soggetti distinti, tutti portatori di interessi peculiari e presenti alle trattative tramite le loro delegazioni, spesso capeggiate dai rispettivi Presidenti. In ruolo di rappresentanti delle c.d. categorie interessate, così come previsto dal co. 1 dell’art. 4 della legge 91/1981, vi sono l’AIC, l’associazione sindacale che tutela i diritti dei calciatori professionisti, e la Lega Calcio Serie A, che invece funge da rappresentante per tutte le società iscritte al campionato della massima serie. Il terzo soggetto, a cui prima si faceva riferimento, è invece costituito dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC).
2.2. Il trattamento economico dei calciatori.
Il carattere sinallagmatico connaturato al rapporto di lavoro si ritrova ovviamente anche nel settore sportivo. L’obbligazione che ha per oggetto la corresponsione al Calciatore di una retribuzione è senza dubbio il centro di gravità dell’intero insieme degli adempimenti del datore di lavoro (la società)[19] . La misura del compenso individuale per ciascun Calciatore è rimessa in toto alla volontà delle parti, in applicazione del macro-principio dell’autonomia contrattuale, ex art. 1322 C.c. Le uniche limitazioni imposte dall’Accordo attengono ai c.d. minimi salariali (in applicazione dell’art. 36 co. 1 cost.), previsti dall’art. 4 co. 7 ed indicate dalle tabelle allegate all’AC[20]
L’attuale formulazione dell’art. 4, che disciplina appunto il trattamento economico del prestatore di lavoro, consta di sette commi, rispetto ai nove della precedente formulazione. È scomparsa ad esempio la definizione di retribuzione[21] , e ciò ha portato a problemi di interpretazione della norma.[22]
È stata mantenuta l’innovazione portata dal precedente Accordo che riguardava la distinzione fra una parte di retribuzione fissa ed una variabile, quest’ultima legata a risultati sportivi individuali o di squadra. Sono però state inserite delle limitazioni circa la quantificazione della parte variabile, che non potrà in alcun modo eccedere il 100% di quella annua fissa, qualora quest’ultima sia inferiore a € 400.000,00 lordi. Il comma 2 si preoccupa di prescrivere che la retribuzione può essere espressa solo al lordo, impedendo così alle parti di fissare, oltre all’importo lordo, anche l’importo netto, eventualità che era invece concessa ai sensi del pregresso Accordo.[23]
Le parti sono poi libere di costituire intese aventi ad oggetto dei Premi Collettivi, legati al conseguimento di risultati sportivi di squadra. Intese di questo tipo vanno depositate presso la Lega Calcio entro 20 giorni dalla chiusura della c.d. finestra di mercato di gennaio (art. 4.4).[24]
Per quanto riguarda invece le scansioni temporali dettate per la corresponsione della retribuzione, l’art. 5 statuisce che quest’ultima, nella sua parte fissa, deve essere corrisposta non oltre il ventesimo giorno del mese “solare successivo in ratei mensili posticipati di uguale importo”. Mentre la parte variabile va corrisposta secondo le previsioni dettate dal contratto individuale o dalle Altre Scritture. Le rate mensili non sono suscettibili di riduzione o sospensione unilaterale, salvo specifiche disposizioni contrattuali. Per quanto riguarda invece le modalità di pagamento, il comma 3 specifica che questo può avvenire solo tramite bonifico, presso l’Istituto Bancario indicato dal Calciatore al momento della stipula del contratto individuale. È prevista poi la rivalutazione monetaria in base all’indice dei prezzi al consumo, qualora vi sia stata morosità della società nella corresponsione della retribuzione che si sia protratta per oltre un mese dalla sua scadenza naturale (art. 5.4).
Il primo comma dell’art. 5, oltre a sancire il principio dell’onnicomprensività delle somme corrisposte al Calciatore, statuisce che è fatta salva dalla somma che costituisce retribuzione la c.d. indennità di fine carriera. Quest’ultima è disciplinata dall’art. 20 dell’Accordo, il quale stabilisce che, in attuazione dell’art. 4 co. 7 della L. 91/1981[25] , le Società hanno la facoltà (ma non l’obbligo) di versare “al Fondo di accantonamento dell’indennità di fine carriera, acceso presso la FIGC”, un contributo quantificato percentualmente alla retribuzione annua lorda effettiva, nel limite massimale previsto dagli enti previdenziali competenti. Questa previsione, in quanto solo facoltativa, non osterebbe all’applicazione per il rapporto di lavoro sportivo dell’art. 2120 C.c. che disciplina il trattamento di fine rapporto. Tuttavia, l’art. 2123 C.c.[26] riconosce al datore di lavoro la facoltà di dedurre le somme dovute al prestatore a norma del TFR, se abbia compiuto volontariamente atti di previdenza in favore del lavoratore. L’indennità di cui si tratta all’art. 20 dell’Accordo, potrebbe essere proprio uno dei casi nel quale è da applicarsi l’art. 2123 C.c[27].
3. L’esperienza nord-americana: le leghe professionistiche statunitensi.
Lo sport professionistico americano, storicamente, si poggia su quattro “colonne”, quattro Leghe autonome ed indipendenti le une dalle altre e che gestiscono i massimi campionati dei quattro sport di squadra “maggiori” praticati nel nord-America. La National Football League (NFL), la Major League Baseball (MLB), la National Basketball Association (NBA) e la National Hockey League (NHL) costituiscono quell’insieme che viene gergalmente definito “Big Four”. Come già affermato, queste quattro Leghe maggiori non sono in alcun modo interconnesse, tuttavia condividono la gran parte delle strutture e dei principi[28] . Sostanzialmente, esse sono delle associazioni private e no-profit costituite dai vari club (franchise), i quali si obbligano contrattualmente a demandare una parte della gestione societaria alla Lega stessa ed a sottostare ai poteri di vigilanza e di controllo degli organi dell’associazione, secondo un sistema di self-governance and regulation[29]. Proprio questo carattere di autoregolamentazione ha condotto ogni singola Lega alla predisposizione di complesse discipline e funzionamento interno, soprattutto per opera delle c.d. Constitutions and By-Laws[30].
È utile poi ricordare come le maggiori Leghe sportive statunitensi siano votate al concetto di closed system[31] , in quanto, da un lato, non esistono retrocessioni in leghe minori (il numero delle franchigie per ogni Lega varia dalle 30 alle 32) e dall’altro è possibile che una stessa franchigia venga trasferita in un’altra sede soltanto tramite un procedimento denominato franchise relocation[32].
4. Il sistema di salary cap e la sua introduzione.
Quando lo sguardo di un osservatore continentale si posa sulla normativa salariale delle leghe professionistiche americane avverte immediatamente la sua sostanziale diversità. In particolare, ove la disciplina del trattamento economico dei calciatori di Serie A prevede, come abbiamo visto, dei minimi retributivi, il sistema nord-americano contempla, in molti casi, anche dei massimi retributivi. Infatti, la disciplina del cosiddetto salary cap, sistema contenuto negli accordi collettivi sportivi di stampo nord-americano (Collective Bargaining Agreement) cambia enormemente il panorama normativo attinente alla trattamento economico predisposto in favore degli atleti.
Per comprendere come, in territorio statunitense, si sia arrivati all’introduzione di tale complesso sistema appare d’obbligo far cenno ad alcuni dati di carattere storico-normativo, che attengono alla disciplina della mobilità dell’atleta ed alla sua autonomia contrattuale. L’esigenza di regolamentare la mobilità contrattuale degli sportivi professionisti nasce nella MLB, fino agli anni ‘70 informata ad un sistema di reserve. In accordo a quest’ultimo impianto regolamentare, le squadre avevano il diritto di “rifirmare” (attraverso l’apposita option), anno dopo anno, un certo numero di atleti in scadenza, legandoli di fatto in perpetuity[33] . Una decisione arbitrale del 1976, seguita da una pronuncia della Corte federale che la confermava[34], dichiarò l’illegittimità del sistema di reserve, con la conseguenza che, ove l’atleta non avesse acconsentito alla stipula della clausola di opzione per il secondo anno, sarebbe stato svincolato dal rapporto lavorativo con la franchigia[35]. Di conseguenza, l’atleta avrebbe avuto il diritto di accordarsi autonomamente con un nuovo team, diventando così un free agent[36].
La previsione di una maggiore libertà contrattuale in capo all’atleta ha comportato una conseguenza di notevole impatto nel corso di evoluzione del Collective Bargaining Agreement (CBA) e della lega stessa. Infatti, una volta affermata la possibilità per l’atleta di accordarsi in modo autonomo per un nuovo contratto, le squadre scatenavano un’asta al rialzo per poter assicurarsi le prestazioni degli atleti migliori, innalzando in pochissimo tempo la media salariale[37] e minando così la stabilità finanziaria delle franchigie[38]. È stata questa una delle cause principali che ha determinato la nascita di un sistema di salary cap, attraverso il quale la Lega pone un limite quantitativo alla somma dei salari elargiti agli atleti sotto contratto per ogni singola franchigia[39]. La prima lega a dotarsi di un sistema di salary cap è la NBA, attraverso il CBA entrato in vigore nel 1983, seguita poi dalla NFL nel 1993 e dalla NHL nel 2005. Premettendo che esamineremo dettagliatamente il funzionamento del suddetto sistema in un momento successivo, è utile anticipare come il sistema di salary cap possa essere distinto in due tipologie. La prima, della quale si avvale ad esempio la NBA prevede un c.d. soft cap, cioè un “tetto” agli stipendi che è possibile oltrepassare in alcune particolari ipotesi, dette exceptions[40]. Per converso, leghe come la NFL utilizzano un sistema caratterizzato da un hard cap, il quale non può essere in alcun modo valicato, quindi più rigido[41]. La disciplina del salary cap, in special modo nella sua variante soft, è caratterizzata da una rimarchevole complessità[42], sia in riferimento al calcolo quantitativo di tale “tetto” sia per quanto riguarda le sue exeptions.
5. La disciplina del Salary Cap della NBA: il Collective Bargaining Agreement.
Parallelamente alla preferenza accordata all’accordo LNPA – AIC al fine di analizzare il sistema salariale sportivo nell’ordinamento interno, la scelta ricade ora sul Collective Bargaining Agreement stipulato fra National Basketball Association e National Basketball Players Association, documento che non soltanto costituisce la base legale dei rapporti contrattuali fra proprietari ed atleti[43] , ma è anche il frutto di un complesso sistema che ne precede la sua redazione, il collective bargaining process, attraverso il quale si confrontano le posizioni dei rappresentanti delle due parti[44].
La ragione per la quale si è scelto in questa sede di analizzare il sistema retributivo nella pallacanestro professionistica, rispetto ad altri sport, è da ricondurre alla rimarchevole influenza che le normative salariali introdotte attraverso il CBA della massima competizione cestistica nord-Americana hanno avuto nell’evoluzione del panorama sportivo USA. In particolare, come abbiamo già avuto modo di ricordare, è nell’accordo collettivo NBA del 1983 che viene introdotto per la prima volta un sistema di salary cap, che verrà poi adoperato anche da NFL e NHL[45] .
5.1. Le parti del CBA.
Analizzando quindi il CBA della National Basketball Association, è utile far brevemente cenno al tema riguardante le parti “sociali” protagoniste del bargaining process. Individuare la parte (unit) rappresentativa dei diritti degli atleti in sede di contrattazione collettiva NBA è impresa piuttosto agevole: è infatti la National Basketball Players Association l’unica union alla quale è demandato questo compito. È lo stesso CBA, attraverso la c.d. recognition clause, a riconoscere la suddetta Player Association come unico interlocutore, rappresentativo della totalità degli atleti della Lega[46] .
Per converso, ricostruire le figure di rappresentanza del management non risulta altrettanto semplice. Una prima ipotesi potrebbe consistere nell’affidare questa competenza ad una non meglio specificata owners’ multiemployers bargaining unit[47] , e cioè ad una rappresentativa dei proprietari delle franchigie NBA che successivamente informerà il Board of Governors sullo stato delle trattative. Tuttavia tesi rischierebbe di risultare incompleta, difatti è da sottolineare la preminente funzione che, in questa sede, viene di prassi affidata al Commissioner, il quale, in sede di trattative, svolge un ruolo di rappresentanza attiva della parte datoriale (owners)[48], soprattutto nel caso specifico della NBA[49].
5.2. La disciplina del Salary Cap.
L’art. 7 del Collective Bargaining Agreement NBA, che predispone la particolareggiata disciplina del Salary Cap, è certamente uno dei più rilevanti e quello che probabilmente caratterizza e differenzia il sistema sportivo nord-Americano da quello di stampo europeo. Esso detta la normazione per il già citato sistema, attraverso il quale la Lega fissa un limite all’ammontare massimo dei salari che ogni team può elargire agli atleti tramite la stipula di un contratto individuale (Player Contract)[50] , approntando una regolamentazione di altissima complessità.
Per poter analizzare in maniera approfondita questo complesso sistema è necessario fare un preliminare riferimento al concetto di Basketball Related Income (BRI), alla definizione del quale il CBA dedica la prima Section dell’art. 7. Predisporre una definizione completa ed esaustiva del BRI è impresa non semplice (il CBA dedica 25 delle sue pagine a tale scopo), ma, operando un’estrema sintesi, si può definire come la somma in denaro che includa nel suo computo “qualsiasi profitto derivante da operazioni in ogni modo riguardanti il gioco della pallacanestro riscosso dalla National Basketball Association, dalla NBA Properties Inc.[51] , dalla NBA Media Ventures[52], e dalle altre consociate o società controllate”[53]. Il BRI è computato per ogni “Salary Cap Year”, definito dall’art. 1, lett. “iii” come il periodo compreso fra il primo di luglio ed il trenta di giugno dell’anno successivo[54]. La prima Section si preoccupa poi di specificare le varie voci di ricavo che costituiscono BRI; fra le tante, possiamo brevemente elencare i profitti derivanti da: diritti televisivi, vendite di biglietti per assistere alle gare della competizione, contratti pubblicitari e di sponsorship[55].
La definizione di BRI acquista importanza ai fini del sistema di Salary Cap; infatti il calcolo dell’ammontare di questo “tetto” è un prodotto diretto del c.d. revenue split, il procedimento attraverso il quale una parte del BRI viene assegnato agli owners mentre l’altra parte è destinata a coprire il pagamento dei salari degli atleti, e pertanto costituisce salary cap[56] . Il già citato lockout del 2011 è stato determinato proprio dalle diverse posizioni delle parti sociali in riferimento al revenue split[57].
Una volta calcolata la parte di BRI destinata ai salari degli atleti, la seconda Section appronta una serie di regole al fine di quantificare il tetto salariale per ogni Salary Cap Year, che ad esempio nella stagione 2013/14 ammontava a $58.679 milioni[58] . Peraltro, la seconda Section prevede altresì un Minimum Team Salary, e cioè un ammontare minimo dei salari elargiti agli atleti da ciascun team, calcolato in una somma uguale al 90% del salary cap per ogni salary cap year[59].
Il CBA, oltre a prevedere un minimo ed un massimo per la somma dei salari di ciascun team, provvede altresì all’individuazione della retribuzione minima (minimum player salary) e massima (maximum player salary) che può essere elargita ad ogni singolo atleta che stipuli uno UPC; in particolare, ai sensi dell’art. 2 § 6, la quantificazione del salario minimo è predisposta dalla tabella che costituisce l’Exhibit C. Per converso, l’individuazione del maximum player salary è determinata in base a complessi calcoli operati sulla base del salary cap, correlati in alcuni casi agli anni di “anzianità” di un atleta nella Lega (art. 2, § 7). Ad esempio, un cestista con almeno 7 anni di carriera NBA ma con meno di 10 ha diritto ad uno stipendio che non può eccedere il 30% del salary cap[60] .
La terza Section si occupa di individuare cosa debba essere definito salary, e pertanto quando un determinato emolumento debba essere conteggiato all’interno del cap. Una preliminare definizione di salary è contenuta nell’art. 1, lett (ggg), per il quale esso si definisce come la retribuzione elargita all’atleta per ogni stagione, e quindi per ogni salary cap year, in aggiunta ad altri emolumenti (any other amount) che constituiscano salary ai sensi dell’Accordo[61] . L’art. 7 si preoccupa quindi di stabilire in cosa consistano (o non consistano) questi “other amounts”.
La successiva Section (4) predispone poi delle regole per il computo del team salary, che viene definito come “la somma aggregata dei salaries di tutti gli atleti attivi, attribuibile ad un particolare salary cap year[62] , specificando poi alcune regole aggiuntive in relazione a specifiche ipotesi. Rilevante è, ad esempio, la regola dettata nel caso in cui un atleta soffra di un long-term injury. La lett. h della § 4 prevede infatti che se un atleta patisca una malattia od un infortunio che ne metta a termine la carriera e sempreché si configurino i requisiti previsti dall’articolo, il team può risolvere il contratto che lo legava al giocatore eliminando il suo salary dal computo del cap[63].
La § 5 predispone poi la Basic Rule, secondo la quale il team salary di ciascuna squadra non può eccedere il salary cap, a meno che la franchigia non faccia uso di una Excepion prevista dalla Section successiva[64] . È questa la previsione che determina la riconduzione del sistema salariale NBA sotto la già accennata definizione di soft cap. Nel caso specifico della stagione 13/14, ai team è fatto divieto oltrepassare il tetto di $58.679 milioni sommando i salari elargiti a ciascuno dei singoli atleti con i quali abbiano stipulato uno UPC, a meno che non sussistano alcune determinate ipotesi. Alla luce della regolamentazione fin qui richiamata, un team può stipulare un contratto con un atleta esclusivamente in due casi: 1. nell’ipotesi in cui l’ammontare del team salary sia al di sotto del cap; 2. nel caso in cui il team possa usufruire di una delle exeptions previste dalla § 6 dell’art. 7. In entrambi i casi, il team è nella condizione denominata “room”, e definita sia dall’art. 1, lett. fff[65] che dall’art. 4, § 5, lett. b.
Le Excepions che permettono lo “sforamento” del salary cap sono pertanto elencate dalla § 6. Dopo aver previsto alla lett. “a” che i Player Contracts già esistenti al momento di entrata in vigore del CBA sono disciplinati dal precedente Accordo, la Section prosegue elencando le varie ipotesi di Excepion, fra le altre[66] :
- Qualifying Veteran Free Agent Excepion: un team può “ri-firmare”(re-sign[67] ) un atleta in stato di free agency[68] ad un salary che, al primo anno, sia superiore al maximum player salary[69], sempreché l’atleta, prima di divenire free agent, abbia giocato per almeno tre anni consecutivi con il team che procede alla stipula[70];
- Early Qualifying Veteran Free Agent Excepion: un team può ri-firmare un atleta in stato di free agency ad un salary che, al primo anno, sia superiore del 175% rispetto all’ultimo stipendio corrisposto, sempreché l’atleta, prima di divenire free agent, abbia giocato per almeno due anni consecutivi con il team che procede alla stipula. Un contratto stipulato facendo ricorso alla suddetta Exception deve avere una durata di almeno 2 anni[71] ;
- Bi-annual Exception: un team può stipulare un Player Contract con uno o più atleti i cui stipendi, nel primo anno di contratto, eccedano in aggregato la somma di $2.016 milioni per la stagione 2013/14. Ciascuna squadra non può fare ricorso alla suddetta Exception in due anni consecutivi. I contratti stipulati utilizzando questa Exception non possono avere una durata maggiore di quattro anni[72] ;
- Non-Taxpayer Mid-Level Salary Exception: un team può stipulare un Player Contract con uno o più atleti i cui stipendi, nel primo anno di contratto, eccedano in aggregato la somma di $5.15 milioni per la stagione 2013/14. I contratti stipulati utilizzando questa Exception non possono avere una durata maggiore di quattro anni[73] ;
- Taxpayer Mid-Level Salary Exception: un team può stipulare un Player Contract con uno o più atleti i cui stipendi, nel primo anno di contratto, eccedano in aggregato la somma di $3.183 milioni per la stagione 2013/14. I contratti stipulati utilizzando questa Exception non possono avere una durata maggiore di tre anni[74] ;
- Minimum Salary Exception: un team può stipulare un Player Contract con un atleta il cui stipendio corrisponda al mininum player salary applicabile. Il contratto stipulato facendo ricorso a questa Exception deve avere una durata compresa fra uno e due anni[75] ;
- Disabled Player Exception: tale Exception implica che un atleta abbia subito un infortunio season-ending, ovverosia un infortunio di una durata tale che determini il rientro dell’atleta nella stagione successiva. Nella suddetta ipotesi, il team può sostituirlo stipulando un Player Contract con un altro atleta, il cui stipendio ecceda il salary del giocatore infortunato in misura non superiore al 50%[76] .
Dopo aver elencato le Exceptions al salary cap, l’art. 7 provvede, ai sensi della § 12, alla predisposizione di un Tax Level, cioè un ulteriore “tetto” al team salary, ecceduto il quale attraverso il ricorso alle predette Exception, il team è obbligato a versare nelle casse della Lega una determinata somma di denaro[77] . Il calcolo del Tax Level è ancora una volta basato sul BRI[78]. Nella stagione 2011/12 il Tax Level ammontava a $70.307 milioni[79] ed era previsto che l’ammontare della cifra che il team era obbligato a versare alla NBA sotto forma di tax fosse equivalente alla somma che eccedeva il Tax Level[80]. Dalla stagione 2013/14 il CBA prevede un nuovo sistema di calcolo delle “tasse”, per così dire, “a scaglioni progressivi” e chiamato in gergo luxury tax (tassa di lusso), predisposto per limitare la spesa dei team ed il ricorso alle Exception[81].
Il sistema di tassazione rileva ai fini di una ulteriore previsione: infatti, ai sensi della § 12 lett. (g), si prevede la destinazione dei proventi derivanti dal sistema di luxury tax che la NBA incamera. Si stabilisce che il 50% di questo denaro vada redistribuito in favore dei teams “virtuosi”, cioè di quelli che non abbiano ecceduto il tax level; è poi previsto che il restante 50% sia destinato per uno o più League Purposes selezionati dalla NBA[82] .
È necessario poi sottolineare come l’art. 7 del CBA completi la disciplina con la predisposizione di un limite massimo di denaro (cash limit) che può essere trasferito in relazione ad un trasferimento di un atleta (trade). Infatti, la § 8 dell’art. 7, sancisce la regola generale per cui nessun team può elargire o ricevere, durante un Salary Cap Year ed in connessione con una o più trades, una somma di denaro che, in aggregato, ecceda il cash limit indicato per ogni anno[83] . Ad esempio, l’annual cash limit per la stagione 2013/14 ammonta a $3.2 milioni.
In conclusione di paragrafo, è utile ricordare come il ferreo sistema di controllo e disciplina dei Player Contract, vale anche per il primo contratto che un atleta stipuli in NBA. È infatti previsto un sistema di Draft, ovvero la procedura tramite la quale un atleta, proveniente spesso dalle high school o dal college o ancora da campionati europei[84] , firma il suo primo contratto da professionista nella NBA (l’atleta che risponda a queste caratteristiche viene denominato rookie). Dopo aver previsto i requisiti per la c.d. elegibility, si stabiliscono le regolamentazioni della procedura denominata Draft, la quale prevede che ogni team abbia 2 scelte da poter utilizzare, una al “primo giro” (First Round Pick) ed una al “secondo giro” (Second Round Pick), per un numero totale di 60 scelte (2 per ciascuna delle 30 squadre)[85]; la priorità di scelta degli atleti, disciplinata dalla Section 7 delle By-Laws ed improntata ad un principio per cui le squadre meno attrezzate hanno diritto alla scelta prima di quelle che si siano piazzate più in alto in classifica nell’anno precedente, determina anche l’ammontare del salario del primo contratto, secondo un sistema di salari “a scalare” denominato appunto Rookie Scale e disciplinato dall’art. 8 e dalla relativa tabella di salaries contenuta nell’Exhibit B del CBA.
6. I due sistemi a confronto: Salary Cap tra competitive balance ed implicazioni antitrust.
Dopo aver analizzato i sistemi retributivi, possiamo tentare di operare una preliminare comparazione, focalizzando l’attenzione sulla diversità fra gli strumenti di retribuzione approntati a livello di contrattazione collettiva. Di certo, l’aspetto che determina la maggiore divergenza è la materia che ruota attorno al sistema di salary cap, di luxury tax e di conseguente redistribuzione dei proventi[86] , nonché alla procedura di Draft degli atleti[87]. Infatti, non solo questa disciplina ci è quasi[88] del tutto estranea, ma mancano anche ulteriori previsioni, in quanto esse costituiscono conseguenza diretta del sistema salariale nord-Americano. In particolare, la previsione di un annual cash limit[89], che limita le contropartite in denaro in relazione ai trasferimenti, suona all’orecchio di un addetto ai lavori del sistema europeo del tutto alieno[90]. Quel che rileva, ai fini della presente trattazione, è in primo luogo indagare le esigenze che hanno giustificato strumenti di tal fatta (salary cap, di luxury tax, e di annual cash limit).
Avendo queste esigenze significative implicazioni di scienza economica, che esulano quindi dagli obiettivi della presente trattazione, ci limiteremo a descriverne i contorni principali.
Anzitutto, la disciplina sopra richiamata è stata pensata nella sua prima formulazione per assicurare la stabilità finanziaria delle franchigie[91] . Come abbiamo già avuto modo di dire in precedenza[92], a cavallo fra gli anni ’70 e ‘80, la crescente popolarità del basket professionistico unita alle nuove discipline in materia di free agency, avevano prodotto un sostanziale incremento dei salari corrisposti agli atleti, con conseguente instabilità finanziaria dei membri della Lega. Si calcola che, nel 1981, 16 delle 32 squadre NBA mostrassero rilevanti perdite finanziarie[93]. Pertanto, il sistema di salary cap risponde anzitutto a questo bisogno.
Una seconda esigenza che viene soddisfatta inerisce al complesso e “fumoso”[94] tema del competitive balance. Questo principio, la cui formulazione ha richiesto tre decenni di pronunce giurisprudenziali[95], poggia su alcune idee cardine, attraverso le quali si riconosce la specificità del fenomeno sportivo rispetto ad altri settori economici. In primo luogo, la competizione fra le varie franchigie presuppone un’opera di coordinamento e cooperazione fra i vari concorrenti. In secondo luogo, in una Lega professionistica, i vari competitori non sono realmente interessati all’estromissione dei concorrenti dal mercato; infatti, perché possa esistere la competizione, è necessario che vi sia una pluralità di soggetti sportivi. In terzo luogo, detto principio genera l’idea di base per la quale più si tende all’equilibrio competitivo delle franchigie concorrenti ed all’incertezza del risultato (uncertain outcome hypothesis), più aumenta l’interesse del pubblico, e quindi il profitto economico (biglietti, merchanodising etc.)[96].
È comunque d’obbligo ricordare come la dottrina di competitive balance non incontri l’approvazione della totalità della dottrina e della giurisprudenza. Ma anzi è fermamente rigettata da alcuni autori che criticano questa impostazione affermando, in primo luogo, che essa non sia ben delimitata nei suoi confini[97] e, in secondo luogo, che non possa essere adoperata per giustificare discipline che, come vedremo in seguito, hanno forti implicazioni anti-concorrenziali[98].
Nonostante le forti critiche piovute da più parti, una pronuncia molto recente ha alimentato il dibattito, peraltro mai sopito del tutto. Infatti, nell’importante caso American Needle v. NFL[99], la Corte afferma che il competitive balance è “unquestionably an interest that may well justify a variety of collective decisions made by the team”[100].
Ora, le suddette esigenze di stabilità finanziaria e di competitive balance sono in realtà soltanto le basi fattuali sulle quali si è costruita una complessa struttura di categorie e concetti giuridici che abbracciano vari ambiti del diritto. Infatti, le previsioni del CBA si sono più volte intersecate con la disciplina antitrust. Vedremo come, per proteggere e preservare le esigenze sopra richiamate, si sia fatto uso negli anni di vari meccanismi di origine giurisprudenziale che hanno, da un lato, permesso di raggiungere gli obiettivi propri delle Leghe professionistiche e, dall’altro, avallato di fatto le discipline tipiche del diritto sportivo nord-Americano.
Pertanto, nel prosieguo della trattazione si tenterà di comprendere come la disciplina antitrust sia stata fondamentale per il raggiungimento di obiettivi ed esigenze sopra richiamati, soprattutto in tema di competitive balance e di stabilità finanziaria. Analizzeremo preliminarmente il sistema di Antitrust Law statunitense in ambito sportivo, per poi esaminare se ed in che misura le predette esigenze siano sentite anche in territorio europeo, analizzando in particolare le implicazioni che la disciplina comunitaria della concorrenza presenta nel contesto sportivo continentale.
6.1. Brevi cenni all’Antitrust Law.
Il sistema di Antitrust Law ha giocato, e continua a giocare, un ruolo fondamentale nella ricostruzione del settore sportivo USA. In particolare, è proprio sotto la lente del diritto antitrust che si è valutata la legittimità della maggior parte delle peculiari discipline che informano il sistema. Vedremo ora come il rapporto, per certi versi travagliato, fra Sports Law ed Antitrust Law sia divenuto con il passare del tempo enormemente significativo. Per operare questa ricognizione, è necessario in primo luogo individuare le normative antitrust che più hanno avuto influenza sul settore sportivo, spiegando successivamente come le decisioni delle Corti abbiano modulato questo rapporto.
Certamente l’Act che ha determinato una maggiore influenza sul sistema di Sports Law è anche il centro di gravità dell’intera disciplina della concorrenza negli Stati Uniti. Lo Sherman Act[101] , datato 1890, è il primo atto legislativo al mondo che si è occupato della disciplina della concorrenza. In particolare, la prima Section risulta fondamentale ai fini della presenta trattazione.
Questa Section si preoccupa di definire illegal ogni accordo od intesa che possa essere costituita in restraint of trade, cioè in limitazione del libero mercato concorrenziale[102] . Le Corti hanno successivamente avuto modo di specificare l’ipotesi disciplinata nella § 1, statuendo che la prova di una avvenuta violazione deve mostrare alcuni requisiti: 1. l’esistenza di un qualsiasi tipo di intesa o accordo fra due distinti soggetti od entità; 2. il suddetto accordo deve irragionevolmente (unreasonably) limitare la concorrenza del mercato; 3. l’accordo deve inerire al commercio sul territorio federale[103]. Fra i casi di scuola di intese in restrizione della concorrenza, possiamo ricordare quelle che hanno ad oggetto la fissazione dei prezzi (price fixing[104]) o ancora quelle finalizzate alla divisione di fette di mercato (horizontal market division[105])[106].
L’avverbio unreasonably è un discrimine molto importante nella ricognizione dell’istituto. Infatti, ove l’accordo sia ritenuto ragionevole, ad esso non si applica la disciplina contenuta nello Sherman Act. Le Corti hanno nel tempo sviluppato alcune particolari tecniche per determinare se una particolare intesa restringe unreasonably la concorrenza nel mercato. Fra le più importanti, la per se rule e la rule of reason sono quelle che hanno avuto un maggiore sviluppo giurisprudenziale[107] . In forza della per se rule, vi sono alcune specifiche ipotesi di intese che, appunto “per se”, sono definite illegal. Le già ricordate intese per il price fixing o di horizontal market division sono state spesso considerate intese vietate in automatico, senza quindi che vi sia la possibilità per il plaintiff di provarne l’eventuale ragionevolezza[108]. Un’altra tipologia di intesa che corrisponde ai requisiti per l’applicazione della per se rule, rileva in modo significativo ai fini del rapporto fra antitrust e settore sportivo; vedremo infatti come le intese group boy-cotts, quelle intese attraverso le quali il suddetto group rifiuta qualsiasi accordo con altri soggetti del mercato o induce altri ad estromettere un concorrente limitandone le relazioni commerciali[109], siano state oggetto di pronunce relative al settore sportivo[110].
Se possible, la rule of reason ha determinato una ancor più grande influenza nel sistema di Sports Law. In forza di tale rule, un intesa non può essere definita illegal aprioristicamente, ma deve essere sottoposta ad un test che ne verifichi la sua irragionevolezza[111] . Infatti, perché un’intesa sia considerata illegal non è sufficiente dimostrare che produca dei c.d. anticompetitive effects, poiché il defendant può sempre eccepire che l’accordo produca altresì dei procompetitive effects che possano essere posti a giustificazione delle limitazioni alla concorrenza. Un’intesa verrà vietata solo nel momento in cui i suoi anticompetitive effects non siano adeguatamente controbilanciati dai suoi procompetitive effects[112]. Dunque, il suddetto test si compone di tre fasi: in primo luogo si deve esaminare se l’accordo è posto in essere da due entità separate. Successivamente si deve verificare che l’intesa in questione abbia effetti anticompetitivi. Infine, si deve dimostrare che i predetti effetti eccedano i possibili benefici che l’intesa possa produrre all’interno del mercato[113].
Alla luce della disciplina appena richiamata risulta chiaro che una Lega professionistica strutturata in base al sistema di salary cap (con tutti i precipitati normativi che ne derivano) può astrattamente costituire una violazione della §1 dello Sherman Act. In particolare, suddetto sistema può configurare un’intesa anticoncorrenziale perché finalizzata al price fixing. Tuttavia, vedremo come, almeno in un primo momento, le Corti abbiano giustificato alcune di queste discipline alla luce dell’esigenza di competitive balance. Questo principio, infatti, è stato a volte richiamato in quanto esso può determinare un procompetitive effect, che quindi controbilancia gli effetti anticoncorrenziali.
6.1.1. Antitrust Law nel contesto sportivo USA.
I rapporti fra il settore sportivo e la disciplina della concorrenza hanno attraversato varie fasi ed hanno negli anni dato vita ad un gran numero di casi giurisprudenziali di significativa importanza. Il primo vero contatto fra i due settori avviene nel 1922, quando, nel caso Federal of Professional Club of Baltimore, Inc., v. National League of Baseball Clubs[114] , la Suprema Corte statuisce che il baseball professionistico non poteva essere considerato “a business involved in interstate commerce, and therefore was not in violation of the antitrust laws[115]”. La suddetta “non rilevanza” del fenomeno sportivo ai fini dell’applicazione della disciplina antitrust è servita alle Leghe professionistiche, nel corso degli anni successivi, per prevedere discipline che in astratto potevano essere considerate restrittive della concorrenza[116].
Tuttavia, dagli inizi degli anni ’50, le varie Player Association hanno incominciato a richiedere l’intervento delle Corti in relazione a specifiche previsioni imposte dalle Leghe professionistiche[117] . È però negli anni ’70 che vengono emanate due importanti pronunce: in Kapp v. NFL ed in Mackey v. NFL[118] le Corti stabiliscono che alcune specifiche discipline che limitavano la libertà contrattuale degli atleti della NFL costituivano restrizioni alla concorrenza[119]. Infatti le Corti, dopo aver posto a scrutinio le previsioni in oggetto alla luce della rule of reason, sanciscono che dette previsioni non possono essere definite reasonable restraint of trade, in quanto gli effetti anticompetitivi eccedono gli effetti procompetitivi[120]. In particolare, in Mackey v. NFL i procompetitive effects hanno avuto ad oggetto l’esigenza di competitive balance sopra richiamata. La Corte ha affermato che, nonostante gli effetti anticoncorrenziali si giustifichino in parte alla luce dell’esigenza di preservare l’equilibrio competitivo fra contenders[121], prevalgono comunque gli anticompetitive effects[122]
Nonostante il meccanismo di rule of reason sia stato più volte utilizzato, le Corti non si sono sempre serviti di tale rule per valutare eventuali regolamentazioni anticoncorrenziali ed hanno in vari casi verificato l’avvenuta violazione di norme antitrust. Nello specifico caso della NBA, grande importanza riveste la pronuncia emanata nel caso Denver Rockets v. All-Pro Management[123] . Nel 1971 la NBA fu chiamata a rispondere di una violazione antitrust che riguardava previsioni che regolamentavano la elegibility[124] degli atleti e che condizionavano quest’ultima alla verifica di alcuni requisiti, nel caso di specie un titolo di studio universitario[125]. La Corte, in applicazione della per se rule, stabilì che detti criteri di “eleggibilità” costituivano un caso di group boy-cott, e configuravano quindi una violazione della §1 dello Sherman Act, senza che la NBA avesse la possibilità di dimostrare una eventuale ragionevolezza della restrizione[126]. Alla stessa conclusione la Corte arrivò anche nel caso Robertson v. NBA[127], stabilendo che le regolamentazioni in materia di Draft[128] costituivano unreasonable restraint of trade[129].
Ad ogni modo, anche in casi in cui la Corte si è servita della rule of reason, non sempre la strenua difesa da parte degli owners delle esigenze di competitive balance è stata sufficiente per dimostrare una supremazia degli effetti procompetitivi, a dimostrazione del fatto che tale principio non si sia mai evoluto fino a fornire dei contorni certi. Un altro esempio è il caso Jackson v. NFL[130] , nel quale la Corte ha sancito la violazione delle norme antitrust, in riferimento alla disciplina denominata right of first refusal[131].
Ora, nonostante alcune specifiche discipline poste in essere in ambito sportivo vengano in questi anni ritenute illegal alla luce dell’Antitrust Law, vedremo nel successivo paragrafo perché la gran parte delle previsioni più discusse e discutibili che ineriscano alle limitazioni della concorrenza, soprattutto in sfavore degli atleti (i c.d. players restraint) continuino tuttora a sussistere.
6.1.2. Nonstatutory Labor Exemption.
Per tentare di ricostruire adeguatamente cosa si voglia intendere per nonstatutory labor exemption, che attiene al peculiare rapporto fra Antitrust Law e Labor Law, è necessario accennare ad un altro importante Act in materia di concorrenza. Infatti, il Clayton Act, emanato nel 1914[132] , dopo aver previsto alcune sanzioni in particolari ipotesi di comportamenti anticoncorrenziali, sancisce alla § 6 una fondamentale “esenzione” (exemption). In forza della c.d. statutory laborexemption, si prevede che le discipline in materia di concorrenza (e quindi anche quelle previste dallo Sherman Act di cui sopra) non si applicano in riferimento alle labor union. In particolare, viene fatta salva la possibilità per i membri di un settore del mercato di costituire delle multi-bargaining units di employees o di employers con la finalità di difesa collettiva dei loro ragionevoli interessi, anche di natura economica, senza che la formazione di queste units possa configurare un intesa in restraint of trade ai sensi della §1 dello Sherman Act[133].
Tuttavia, è necessario aggiungere che la statutory labor exemption si applica soltanto alle condotte unilateralmente poste in essere dalla union degli employers o da quella degli employees, ma non solleva dall’applicazione del diritto antitrust gli accordi concertati congiuntamente da parte di entrambi i soggetti[134] . Le Corti hanno così teorizzato, con la emanazione di alcune importanti pronunce, una non-statutory labor exemption. In forza di quest’ultima, si preclude alle parti la possibilità di eccepire discipline anticoncorrenziali quando esse siano il frutto di una contrattazione collettiva fra le union[135]. Appare ovvio che è proprio in forza di questo principio che si giustificano le particolari previsioni di cui si è discusso ampiamente in sede di analisi del Collective Bargaining Agreement della NBA. Per chiarezza espositiva, è utile elencare alcuni importanti casi giurisprudenziali, non soltanto in ambito sportivo, nei quali il meccanismo appena richiamato è servito alla Corte per dirimere la fattispecie concreta.
Anzitutto, la non-statutory labor exemption è il risultato di tre casi giurisprudenziali attraverso i quali è stata teorizzata e delimitata. In Allen Bradley Co. v. Local Union No. 3, International Brotherhood of Electrical Workers[136] , in Amalgamated Meat Cutters & Butcher Workmen of North America v. Jewel Tea Co.[137] ed in United Mine Workers v. Pennington[138] le Corti hanno statuito:
- che sono esentate dall’applicazione delle norme in materia di Antitrust Law le intese finalizzate alla stipula di contratti fra le bargaining units;
- che alle units è riconosciuta la possibilità di avanzare leggittime pretese in sede di stipula di un CBA, sempreché tali pretese non eccedano oltre quanto è necessario al raggiungimento di ragionevoli obbiettivi[139] ;
- che, per usufruire della exemption, le intese devono avere ad oggetto uno dei mandatory subject individuati dal NRLA[140] .
In più, nel già citato caso Mackey v. NFL la Corte propone un test adattato al caso di specie delle Leghe sportive professionistiche. Secondo questo test, perché una disciplina possa usufruire della nonstatutory labor exemption bisogna rispondere positivamente ai seguenti quesiti:
- L’accordo ha effetti diretti soltanto sulle parti che lo stipulano?
- L’accordo riguarda i mandatory subjects?
- L’accordo è un diretto prodotto di trattative svolte secondo i principi di good faith[141] e arm’s leght bargaining (quest’ultimo è un tipico istituto di Contract Law che sta a significare che le parti dell’accordo agiscono solo nel proprio e specifico interesse e che non hanno alcun collegamento che possa in qualche modo inficiare la loro reciproca autonomia ed indipendenza[142])?[143]
La exemption della quale si è discusso è stata sovente adoperata dagli owners delle Leghe sportive professionistiche come giustificazione principale dei peculiari contenuti del CBA, configurando una vera e propria nonstatutory labor exemption defence. Fra i casi più rilevanti ai fini della presente trattazione ricordiamo:
- in materia di salary cap: Wood v. NBA[144] . La Corte stabilisce che le previsioni contenute nel CBA in materia di salary cap, peraltro alla loro prima introduzione, non costituiscono restraint of trade, in quanto coperte della nonstatutory labor exemption; inoltre in una pronuncia di quattro anni successiva, Bridgeman v. NBA[145], la Corte afferma che sia il sistema di salary cap sia altre ipotesi di players restraint (draft, right of first refusal[146]) non sono sottoposte al vaglio dell’antitrust anche nell’ipotesi in cui il CBA sia scaduto, almeno fino a che la impasse non si sia conclusa e non sia possibile stipulare un nuovo CBA[147] e pertanto fino a quando la multi-employers bargaining unit operi in good faith[148];
- in materia di player conduct e poteri del Commissioner: Molinas v. NBA[149] . La controversia verteva su una squalifica a vita irrogata dal Commissioner nei confronti di un atleta che aveva violato la disciplina anti-gambling[150]. La Corte ha ritenuto che l’attore non potesse provare una effettiva conspiracy nei suoi confronti, aggiungendo che alla disciplina anti-gambling si applica la nonstatutory labor exemption;
- in materia di players mobility: Powell v. NFL[151] . La Corte statuisce che il meccanismo denominato right of first refusal, riguardante il sistema di free agency, è coperto dalla nonstatutory labor exemption[152] ;
- in materia di Draft ed elegibility rules: Clarett v. NFL[153] . La Corte, chiamata a decidere se le condizioni di eleggibilità di un atleta (in particolare la condizione per la quale si ritiene eleggibile un atleta se siano trascorsi almeno tre anni dalla graduation alla high-school) costituiscano un caso di group boy-cott, accoglie l’istanza dell’atleta, in quanto ritiene la regola eccessivamente restrittiva rispetto all’obbiettivo che si propone. La Court of Appeal ribalta la decisione in primo grado, stabilendo che le regole di elegibility sono giustificate da procompetitive effects[154].
Pertanto, casi nei quali ci sarebbe una chiara, seppur astratta, ipotesi di violazione della §1 dello Sherman Act vengono di fatto protetti nel “grembo” del Labor Law; in particolare, è proprio grazie alla specifica natura della contrattazione collettiva che viene preservata intatta la peculiare struttura delle Leghe sportive professionistiche nord-Americane.
I casi sopra richiamati, fra l’altro, sono soltanto alcuni degli esempi nei quali gli owners hanno positivamente fatto uso della nonstatutory labor exemption. Abbiamo precedentemente osservato come la exemption si applica soltanto agli accordi nei quali le eventuali restrizioni della concorrenza siano giustificate e proporzionate al raggiungimento di un legittimo obbiettivo: in una buona parte dei casi nei quali la exemption è stata con successo richiamata, soprattutto in caso di salary cap, gli owners hanno giustificato i casi di players restraint appellandosi proprio a finalità di competitive balance e di financial stability.
La differenza con i casi richiamati in precedenza[155] , nei quali il solo ricorso alla competitive balance defense non era sufficiente a dimostrare effetti procompetitivi in sede di rule of reason, sembra provenire proprio dall’ulteriore livello di protezione fornito dalla nonstatutory labor exemption. Pertanto, si può affermare come nel sistema sportivo statunitense la disciplina di Collective Bargaining Agreement rivesta una vitale importanza.
6.2. La disciplina della concorrenza in ambito UEFA.
In questa sede, inadeguata per una ricognizione completa delle molteplici interconnessioni fra diritto comunitario e normative sportive, si vogliono ripercorrere le tappe più importanti che hanno riguardato il rapporto fra le norme comunitarie antitrust e l’ordinamento sportivo, analizzando come proprio alla luce di questa materia siano avvenuti alcuni dei più aspri conflitti.
Anzitutto, ricordiamo come, in un primo momento, il fenomeno sportivo sia stato ritenuto assoggettabile al diritto comunitario solo nel momento in cui si configurava come attività economica[156] . È questo il principio espresso in alcune sentenze della Corte di giustizia negli anni ’70, precisamente Walrave, Donà[157] e Koch. Si consentiva quindi che talune regole restassero fuori dall’ambito di applicazione delle discipline comunitarie. Secondo questa ricostruzione, si distingueva quindi fra regole “puramente sportive”, in particolare quelle dettate da ragioni tecnico-sportive, e regole che, nonostante fossero emanate da istituzioni sportive ed avessero finalità inerenti a tale settore, avevano rilevanza economica ed erano quindi assoggettabili al diritto comunitario[158].
Senonché, come vedremo in seguito, alcune pronunce giurisprudenziali successive mettono in dubbio tale principio, affermando come anche le regole puramente sportive possano avere rilevanza per il diritto comunitario, segnatamente proprio in materia di concorrenza[159] .
A tal proposito, è utile riferire in questa sede il quadro normativo di riferimento. In particolare, la disciplina della concorrenza nel mercato comunitario era affidata agli artt. 81 e 82 del Trattato CE, ora trasposti negli artt. 101 e 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). L’art. 101, similarmente alla §1 dello Sherman Act, vieta le associazioni d’imprese, gli accordi fra imprese e le pratiche concordate nella misura in cui esse “possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all'interno del mercato interno”[160] . L’articolo poi prosegue elencando alcune ipotesi tipiche di intese in restrizione della concorrenza, come la ripartizione dei mercati, la fissazione dei prezzi o la previsione di condizioni di contratto dissimili per prestazioni equivalenti[161]. Per converso, l’art. 102 sancisce la fattispecie vietata definita in gergo “abuso di posizione dominante”, in forza della quale “è incompatibile con il mercato interno e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo”[162].
Entrambi gli articoli appena richiamati si applicano alle imprese, definite come “ogni ente che eserciti attività economica, a prescindere dalla natura giuridica e dalle sue fonti di funzionamento” [163] . L’attività economica può essere definita come qualsiasi attività che riguardi “l’offerta di beni e servizi sul mercato”[164]. In forza delle definizioni fornite dalla Corte e dalla Commissione, possiamo affermare come varie tipologie di soggetti dell’ordinamento sportivo possano essere definiti imprese che svolgono attività economica, almeno in alcune loro vesti. Infatti, sia gli atleti, che le società, che le associazioni/federazioni possono essere definiti tali. Si pensi ad esempio allo sfruttamento delle varie tipologie di diritti legati agli eventi sportivi[165].
Passando ora ad un excursus storico in tema di rapporto fra il fenomeno sportivo ed il diritto della concorrenza come definito in precedenza, possiamo ricordare come in un primo momento la Corte europea non abbia affrontato le controversie sportive da una prospettiva antitrust. Nella celebre sentenza Bosman[166] , ad esempio, nonostante i giudici nazionali avessero fatto riferimento agli artt. 101 e 102 in sede di rinvio pregiudiziale, la Corte non ha ritenuto di dover affrontare la questione di legittimità in riferimento alla disciplina antitrust, limitandosi ad applicare l’art. 48 del Trattato CE[167]. I giudici comunitari non avevano valutato l’opportunità di estendere l’applicazione delle normative comunitarie nemmeno nei successivi casi Deliège[168] e Lehtonen[169], ritenendo non assoggettabili al diritto comunitario, rispettivamente, le norme sulla selezione degli atleti e quelle che indicavano i periodi per i trasferimenti. Tali norme erano state valutate come “puramente sportive” e quindi immuni anche alle norme in materia di concorrenza[170].
Ancora, un importante stadio di questo processo interpretativo è da riferirsi al parere che la Commissione ebbe ad emettere in riferimento al c.d. caso Piau[171] . In particolare, il Sig. Piau eccepiva che le regolamentazioni imposte dalla FIFA ai fini dell’esercizio dell’attività d’agente potessero confliggere con le norme comunitarie in materia di concorrenza. La commissione rigettava il ricorso, ritenendo che, nonostante la FIFA potesse essere ritenuta una associazione di imprese ai senti dell’art. 81 CE (ora 101 TFUE), le regolamentazioni in materia non contrastavano con il diritto antitrust, in quanto si riconosceva la necessità di una supervisione dell’attività degli agenti[172]. Quest’ultima pronuncia delinea un paesaggio interpretativo che stava pian piano tramutando, nel quale le norme puramente sportive non rilevano in quanto sottratte aprioristicamente alla disciplina comunitaria, ma in quanto giustificate in considerazione della specificità del fenomeno sportivo, anche quando esso configuri un’attività economica[173].
6.3. (Segue): Il caso Meca/Medina ed il Wouters test.
Detto contesto interpretativo raggiunge un ulteriore ed importante livello evolutivo alla luce del caso Meca-Medina[174] . Riassumendo i fatti in causa, due nuotatori erano stati squalificati dalla FINA per quattro anni, poi ridotti a due dal TAS, perché risultati positivi ad un test anti-doping che aveva rilevato un’alta concentrazione di una sostanza anabolizzante[175]. Gli atleti sottoponevano una denuncia alla Commissione, lamentando l’incompatibilità alle disposizioni antitrust delle norme anti-doping, segnatamente definendo “pratica concordata” tra CONI e Federazioni la fissazione delle soglie di tolleranza per la sostanza. La Commissione, seguendo i criteri interpretativi descritti in precedenza, riteneva che le norme dell’ordinamento sportivo richiamate, nonostante configurassero una restrizione della concorrenza, venivano giustificate dall’esigenza di una adeguata organizzazione e di un corretto svolgimento delle attività sportive. La decisione della Commissione veniva impugnata dai ricorrenti davanti al Tribunale di primo grado dell’UE. Il Tribunale confermava la tesi interpretativa della Commissione, aggiungendo che le regolamentazioni in materia di anti-doping erano da definirsi “puramente sportive” e quindi immuni al diritto comunitario[176].
Gli atleti impugnavano la sentenza davanti alla Corte di Giustizia, che ribaltava l’assetto interpretativo fino a quel momento impiegato ed annullava la sentenza del Tribunale. In primo luogo, la Corte rigetta fermamente la distinzione fra norme dell’ordinamento sportivo che rilevano in considerazione della loro rilevanza economica e norme “puramente sportive”, notando come “[…] la sola circostanza che una norma abbia un carattere puramente sportivo non sottrae dall’ambito di applicazione del Trattato la persona che esercita l’attività disciplinata da tale norma o l’organo che l’ha emanata”[177] . La Corte ha inoltre sottolineato che l’eventuale incompatibilità di una regola sportiva con le norme comunitarie, segnatamente quelle antitrust, non può essere ancorata ad un mero distinguo fra norme “puramente sportive” e norme che non lo sono, ma tale incompatibilità deve essere valutata in ragione di altri criteri[178]. In particolare, “anche qualora si ritenga che la regolamentazione antidoping controversa vada considerata una decisione di associazioni di imprese che limita la libertà d’azione dei ricorrenti, essa non può, tuttavia, costituire necessariamente una restrizione di concorrenza incompatibile con il mercato comune ai sensi dell’art. 81 CE, perché è giustificata da un obiettivo legittimo”[179].
Con riferimento a tale indirizzo interpretativo, tutte le norme emanate dalle istituzioni sportive possono essere poste sotto il vaglio della tutela della concorrenza. La Corte propone un test per valutare l’eventuale incompatibilità di tali norme, attraverso il richiamo alla sentenza Wouters[180] . Il combinato disposto fra l’abbandono del distinguo fra norme “puramente sportive”/economicamente rilevanti e il richiamo alla sentenza Wouters ha prodotto un approccio interpretativo e valutativo, peraltro successivamente trasposto nel Libro Bianco[181], che si articola in alcune fasi:
- in primo luogo, si deve accertare se l’istituzione o l’ente che ha adottato la regola contestata possa considerarsi un’impresa od una associazione di imprese che svolga attività economica;
- in caso di risposta affermativa alla prima fase, bisogna poi verificare se la regola contestata restringa la concorrenza ai sensi dell’art. 101 TFUE ovvero costituisca un abuso di posizione dominante ai sensi dell’art. 102 TFUE. In particolare bisogna valutare se, nel contesto in cui la norma viene emanata, essa diverga dal perseguimento dei suoi legittimi obiettivi o se sia sproporzionata a quest’ultimi. La Corte prosegue affermando, in primo luogo, che “gli scopi legittimi che devono ispirare una regola sportiva attengono all’organizzazione ed alla condotta propria dell sport”[182] e, in secondo luogo, che la proporzionalità deve essere valutata caso per caso;
- in caso di risposta affermativa al quesito contenuto nella seconda fase, si dovrà valutare se la regola in questione sia in grado di determinare un pregiudizio al commercio fra gli Stati membri.
- solo in caso di risposta affermativa a tale ultimo quesito una norma afferente l’ordinamento sportivo potrà essere considerata illegittima ai sensi degli artt. 101 e 102 TFUE[183] .
Il complesso test, quindi, non mette a riparo nessuna norma dell’ordinamento sportivo, rendendo possibile, seppur soltanto in astratto, l’incompatibilità di qualsiasi norma, indipendentemente dalla sua natura[184] . Proprio l’abbandono del principio di specificità per mano della Corte è stato fonte di critiche da parte di autorevoli vertici dell’ordinamento sportivo[185].
Peraltro, è utile analizzare alcune criticità che tale test produce. Non desta particolare preoccupazione la verifica dell’effettivo svolgimento di una attività economica da parte di un soggetto dell’ordinamento sportivo che possa essere ricompreso nella definizione di impresa, anche in considerazione della sentenza della Corte di giustizia richiamata in precedenza[186] . Tuttavia, molte più perplessità desta la corretta interpretazione degli obiettivi legittimi che possono, in certi casi, porsi a giustificazione di una norma che, astrattamente, potrebbe configurare effetti anticoncorrenziali.
$16.3.1. Gli “obiettivi legittimi”: incertezza dei risultati e stabilità finanziaria.
Come dicevamo, più complessa, secondo alcuni autori[187] , è la corretta ricognizione della seconda fase del test, segnatamente nella parte in cui la Corte ritiene legittime le norme sportive che, se anche astrattamente possono configurare una fattispecie anticoncorrenziale, sono giustificate dalla legittimità degli obiettivi perseguiti e dalla proporzionalità fra quest’ultimi e le discipline adottate. A tal proposito, sia il Libro Bianco che una successiva (2011) Comunicazione della Commissione, intitolata Sviluppare la dimensione europea dello sport[188], si preoccupano di specificare con maggior chiarezza tali criteri interpretativi.
In primo luogo, il Libro Bianco afferma che “ci sono norme organizzative dello sport che - in ragione dei loro obiettivi legittimi - non sembrano violare le disposizioni antitrust del trattato CE, purché i loro eventuali effetti contrari alla concorrenza siano pertinenti e proporzionati agli obiettivi perseguiti. Esempi di tali norme sono le “regole del gioco” (ad es. regole che fissano la lunghezza delle partite o il numero di giocatori sul campo), le norme relative ai criteri di selezione per le competizioni sportive, sulle gare “in casa” e “fuori casa”, quelle che vietano il cumulo di proprietà di società, quelle sulla composizione delle squadre nazionali, sul doping e sui periodi di trasferimento.”[189] .
La Comunicazione della Commissione va oltre, affermando innanzitutto le peculiari specificità del fenomeno sportivo. Successivamente la Commissione redige un elenco esemplificativo di alcune ipotesi normative che, in ragione degli obiettivi perseguiti e sempreché vi sia proporzionalità fra quest’ultimi e le regolamentazioni adottate, “devono essere compatibili con la legislazione dell'UE. […] Gli obiettivi legittimi perseguiti dalle organizzazioni sportive possono riguardare, ad esempio, la correttezza delle competizioni sportive, l'incertezza dei risultati, la tutela della salute degli atleti, la promozione del reclutamento e della formazione di giovani atleti, la stabilità finanziaria delle squadre/dei club sportivi o la pratica uniforme e coerente di un dato sport (le "regole del gioco").[190] ”.
Di particolare interesse alla presente trattazione sono due degli specifici obiettivi individuati dalla Commissione: ci si vuole riferire all’obiettivo della preservazione dell’incertezza dei risultati ed a quello della tutela della stabilità finanziaria delle squadre/dei club sportivi. Questo richiamo della Commissione lascia intendere come alcune delle esigenze che sono alla base del sistema sportivo statunitense[191] siano sentite anche in territorio europeo.
Senonché, la prospettiva dalla quale viene valutata la legittimità delle norme sportive è nei due sistemi profondamente diversa. Se infatti nel sistema nord-Americano le c.d. on-field rules, le norme cioè che ineriscono soltanto alla predisposizione delle “regole del gioco”, vengono considerate compatibili con il diritto antitrust in “a twinkling of an eye”[192] , nel nostro ordinamento norme di oggetto non dissimile, nonostante si possano considerare norme “puramente sportive”, devono comunque passare sotto il vaglio del Wouters test, per verificare se la disciplina approntata sia proporzionata all’obiettivo perseguito, di per sé legittimo[193].
Peraltro, con specifico riferimento all’incertezza dei risultati, si fa riferimento ad una teoria, la già citata competitive balance che, come abbiamo osservato in precedenza[194] , è invisa perfino ad alcuni commentatori “di casa”. Inoltre, il riferimento a questo specifico obiettivo non può avere la stessa forza persuasiva che invece possiede in ambito di Sport Law. Le criticità in origine rinvenute in riferimento alla dottrina della competitive balance si moltiplicano nel nostro ordinamento, che mal si presta ad una simile ricostruzione teorica: basti pensare al diverso sèguito di pubblico che le squadre più blasonate possiedono rispetto alle “piccole” squadre o ancora e soprattutto alla diversa struttura delle competizioni nazionali, nelle quali sono contemplate sia la retrocessione che il raggiungimento di obiettivi intermedi come la qualificazione alle coppe europee. Una tale struttura delle competizioni, infatti, incrementa gli obiettivi che ogni squadra può raggiungere, tenendo desto l’interesse dei tifosi anche nei confronti di squadre che non possono puntare alla vittoria finale[195].
Il discorso cambia notevolmente se ci si riferisce al secondo obiettivo testé sottolineato. Infatti, l’esigenza che le squadre partecipanti alle competizioni sportive mantengano una stabilità finanziaria che consenta loro di limitare le perdite economiche è sentita, in ambito UEFA, in maniera molto maggiore. Prova ne è la predisposizione da parte della massima istituzione calcistica europea delle Financial Fair Play Rules, tese proprio all’obiettivo di tutelare la stabilità finanziaria delle società calcistiche europee e che saranno oggetto di analisi in un momento successivo.
7. Ipotesi e tentativi di riforma del sistema sportivo italiano ed europeo.
Come abbiamo visto, alcune esigenze fortemente avvertite al di là dell’Atlantico, e per le quali sono state predisposte regole certe, iniziano ad affacciarsi anche nel nostro sistema sportivo. Del resto, già nel 2007 una Risoluzione del Parlamento Europeo[196] aveva sottolineato come in ambito UEFA entrambe queste esigenze si avvertissero in maniera profonda. In primo luogo, il Parlamento afferma che “il calcio professionistico non funziona come un settore tipico dell'economia e che i club professionistici non possono operare alle stesse condizioni di mercato di altri settori economici, vista l'interdipendenza esistente tra gli avversari sportivi e visto l'equilibrio competitivo necessario per garantire l'incertezza dei risultati”. Nella Relazione si aggiunge: “(il Parlamento europeo) è fermamente convinto che l'introduzione di un sistema modulato di controllo dei costi possa essere un modo per migliorare la stabilità finanziaria e l'equilibrio competitivo tra squadre, […] operante in modo autoregolamentato, che sia compatibile con il modello calcistico europeo e con il diritto comunitario”.
A riprova di queste esigenze, discuteremo brevemente sia di alcune ipotesi e tentativi di riforma del sistema calcio in Italia (segnatamente tramite l’analisi dell’indagine conoscitiva dell’AGCM del 2006 e l’introduzione di un tetto salariale in Lega Serie B) sia delle regole del c.d. Fair Play Finanziario, predisposte dalla UEFA a partire dal 2009.
7.1. L’indagine conoscitiva dell’AGCM ed il “tetto salariale” in Lega Serie B.
Nel 2006 la Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha condotto nel 2006 un’indagine conoscitiva del “Settore Calcio Professionistico”[197] , evidenziandone alcune criticità ed ipotizzando alcune modifiche del sistema, finalizzate ad aumentarne la competitività e ad armonizzare tale settore alle regole di mercato. L’AGCM, nel suo testo conclusivo, spazia in innumerevoli campi d’indagine, che attengono sia al sistema calcio globalmente considerato che a specifichi argomenti, come il rapporto fra i Calciatori professionisti e le Società, l’attività di Agente dei Calciatori, la suddivisione dei proventi derivanti dalla vendita dei diritti televisivi o ancora la proprietà e la gestione degli stadi.
Quello che più interessa ai fini della presente trattazione riguarda alcune considerazioni trattate all’interno dell’indagine che attengono alla peculiare natura del fenomeno sportivo ed alle criticità che lo caratterizzano, sottolineando l’importanza di una riforma che tenga conto di tali questioni. In particolare, l’AGCM riprende delle osservazioni di cui si è già discusso, sottolineando come la principale specificità del settore sportivo, in riguardo alle regole della concorrenza, attenga al fatto che fra le squadre che partecipano ad una competizione vi sia una certo grado di interdipendenza, con la conseguenza che i soggetti che operano nel campo dello sport non sono interessati all’eliminazione dei propri concorrenti[198] .
L’Autorità continua rilevando che “un’ulteriore caratteristica del settore concerne l’esigenza di preservare l’incertezza dei risultati: se un campionato fosse palesemente dominato da una squadra, detta incertezza verrebbe a mancare e, in breve tempo, l’interesse degli spettatori scemerebbe”. L’AGCM, nonostante riconosca che il mantenimento dell’equilibrio possa comportare limitazioni alla libertà economica, sottolinea come “la necessità di garantire l’integrità delle competizioni sportive e l’incertezza dei risultati giustifica, talora, l’introduzione di regole per l’organizzazione ed il funzionamento degli avvenimenti sportivi suscettibili, in principio, di contrastare con le tradizionali regole del mercato.”[199]
Successivamente l’indagine dell’Autorità si sposta su un secondo tema, collegato al primo, della stabilità finanziaria delle società del calcio professionistico, dedicando un’intera sezione all’analisi economico-finanziaria. L’Autorità evidenzia come, dopo almeno un decennio di crescita (fra il 1993 ed il 2003), il settore calcio stia attaversando una fase di recessione, dovuta principalmente, secondo l’AGCM, “ad una errata valutazione circa la possibilità di crescita dei ricavi derivanti dai diritti televisivi”[200] .
L’Autorità continua la sua indagine accennando al sistema di salary cap adottato nei campionati professionistici americani, in particolare sottolinea come “tale meccanismo […] riduce la concreta possibilità che siano le sole società con maggior spessore finanziario ad acquisire i migliori giocatori presenti sul mercato, così incrementando l’equilibrio competitivo tra le società e contribuendo a ridurre le perdite finanziare di molte società sportive”.[201] Ad ogni modo, nonostante sia auspicata una riforma del settore calcio che prenda in considerazione tali esigenze, non si può nemmeno tacere delle grandi differenze che esistono fra il settore professionistico italiano e quello nord-Americano; infatti l’Autorità fa notare che il salary cap “costituirebbe uno strumento più difficilmente praticabile […]. In effetti, è evidente che lo strumento dei “salary cap”, ove adottato da una sola federazione calcistica all’interno di un contesto in cui i trasferimenti di calciatori avvengono ormai a livello internazionale, potrebbe con estrema probabilità indurre gli stessi calciatori a preferire club di federazioni che non prevedono tale meccanismo”[202].
Pertanto, pure nella consapevolezza che un sistema predisposto sul modello americano non possa produrre gli effetti sperati se adottato da una sola Federazione nazionale, l’indagine continua auspicando che fra le società si possa istituire almeno un sistema di mutualità, finalizzato “a favorire il raggiungimento di un equilibrio competitivo, nell’interesse di tutte le società di calcio”[203] .
Peraltro, un primo esperimento sul territorio italiano che risponde alle esigenze sopra citate, con specifico riferimento alla salvaguardia economico-finanziaria delle società, è costituito dall’introduzione nella Lega Serie B di due distinti “tetti salariali”. Un primo tetto, istituito nel marzo del 2013 e con effetti dalla stagione successiva, riguarda soltanto i contratti individuali. Si prevede infatti che i nuovi contratti individuali stipulati fra atleta e società “dovranno essere parametrati su una parte fissa e una parte variabile ciascuna non superiore ai 150.000 euro lordi”[204] . Tuttavia, l’introduzione del solo tetto salariale individuale ha da più parti provocato perplessità.
La misura ha infatti suscitato forti critiche da parte dell’AIC, che stigmatizzavano il meccanismo in considerazione del fatto che, tramite questo tetto individuale, si sarebbero scaricate sulle retribuzioni corrisposte agli atleti tutte “le ripercussioni economiche […], riducendo significativamente, per contro, gli oneri finanziari a carico delle società”[205] . Senonché la Lega Serie B corregge leggermente il tiro qualche mese dopo, quando approva l’introduzione di un ulteriore tetto, stavolta maggiormente assimilabile al meccanismo del salary cap, parametrato sul valore di produzione di una società, ovvero sull’ammontare del fatturato e dei prestiti senza plusvalenze[206]. In particolare, si stabilisce che il totale degli emolumenti del settore tecnico (comprensivo quindi di salari corrisposti ad atleti e staff tecnico) non possa superare il 60% del suddetto valore di produzione[207]. Si tratta in questo caso di un relative salary cap, che si contrappone al già citato absolute salary cap, poiché àncora il limite salariale al valore economico, accordando quindi alle società una libertà salariale proporzionale alla loro forza economica.
Da questa breve ricognizione dei punti salienti dell’indagine e dall’analisi meccanismo di tetto salariale recentemente introdotto nella Lega Serie B, è facile notare come le esigenze di cui si è prima discusso siano sentite anche in territorio italiano. Si sottolinea anche come la massima Autorità sulla concorrenza in territorio italiano abbia in ogni caso affermato come sistemi che astrattamente potrebbero configurare violazioni del diritto antitrust, si giustificano ampiamente in considerazione degli obiettivi perseguiti. Tuttavia, vi è altresì la consapevolezza che gli strumenti di limitazione della concorrenza, se adottati soltanto dal settore sportivo italiano, produrrebbero soltanto effetti deleteri, in considerazione della dimensione perlomeno continentale raggiunta ormai dallo sport professionistico. È proprio allo scopo di analizzare questa tematica che si rinvia al paragrafo seguente.
7.2. Il Fair Play Finanziario UEFA.
Lo strumento predisposto in ambito UEFA per soddisfare l’esigenza di tutelare la stabilità finanziaria del settore calcio prende il nome di Financial Fair Play[208] (FFP). Esso fa riferimento ad un insieme di regole, entrate in vigore nel 2012 per opera del Comitato Esecutivo UEFA e dei rappresentanti dei club, predisposte con l’obiettivo di tutelare la sostenibilità finanziaria del movimento calcistico europeo[209]. Il FPP nasce dunque dal bisogno di fronteggiare un problema, quello dell’indebitamento, che è diventato assolutamente attuale nel settore calcistico. Infatti, molte delle più blasonate squadre europee mostravano, al momento dell’entrata in vigore del FFP, significativi deficit di bilancio[210].
È utile accennare ai contorni principali della disciplina del FFP, per poi spostare l’attenzione su alcune criticità del sistema. Il piano di attuazione del FFP è distinto in tre fasi: nella prima, che fa riferimento al triennio 2012/2014, le società non devono evidenziare una perdita aggregata (in riferimento cioè ai tre anni) superiore alla somma di €45 milioni; nel successivo triennio 2015/2017 la perdita oltre la quale potranno essere irrogate sanzioni ammonta a €30 milioni; a partire dal 2018 inizierà ad avere effetto la c.d. break-even rule[211] , in forza della quale le società dovranno raggiungere il pareggio di bilancio; è comunque concessa alle società una quota di tolleranza nella ricognizione del deficit che ammonta a €5 milioni[212]. Le sanzioni previste, disciplinate dalle Procedural rules governing the UEFA Club Financial Control Body, potranno arrivare fino all’esclusione delle società competizioni europee[213].
È facile intuire come un sistema regolamentare di tal fatta ponga delle forti criticità sotto il profilo antitrust[214] . È stato infatti notato come regolamentazioni che possano produrre un controllo sui prezzi siano astrattamente vietate dall’art. 101 TFUE, che vieta a certe condizioni, come abbiamo avuto modo di riferire, la possibilità per le imprese di porre in essere intese in restrizione della concorrenza[215].
I vertici UEFA, consapevoli di dette problematiche, hanno richiesto a gran voce l’intervento della Commissione europea, affinché operasse un formale riconoscimento del sistema, al fine di ottenere una “protezione giuridica” a livello comunitario[216] . Tale “consacrazione[217]” arriva nel 2012, quando la Commissione e la UEFA emanano un comunicato congiunto nel quale, dopo aver elencato gli obiettivi ai quali tende il sistema di FFP, si afferma come tali obiettivi siano perseguiti “in a balanced and proportionated way”[218], cercando in questo modo di sottrarre il FFP da possibili implicazioni antitrust, alla luce della sentenza del caso Meca-Medina e del Wouters test. Si è infatti sottolineato come l’esigenza di porre un freno all’indebitamento delle squadre possa costituire un obiettivo legittimamente perseguibile, anche in considerazione del fatto che i suddetti problemi economici rischiavano di compromettere la tempestiva corresponsione degli stipendi ai dipendenti delle società (atleti e non solo)[219].
Ad ogni modo, non può si nascondere che alcune criticità permangono. Infatti, un sistema di tal fatta, che prevede il pareggio di bilancio per le società, non determina un vero e proprio limite alle disponibilità economiche dei singoli club. Anzi, nel lungo periodo esso potrebbe condurre verso l’ampliamento del divario economico fra le società più ricche e quelle più povere[220] , poiché per le grandi società sarebbe sempre possibile ripianare le perdite tramite aumenti di capitale. Inoltre, questo sistema accresce in modo significativo l’importanza dei profitti delle squadre, tramite i quali pareggiare le eventuali perdite; pertanto le società che, ad esempio, possano vantare una legislazione fiscale più favorevole o che riescano a stipulare contratti più ricchi per l’emissione televisiva delle gare hanno più possibilità di raggiungere l’obiettivo posto dalla break-even rule; se a questo si aggiunge il dato che molte società europee, anche di alto livello, non possono contare su uno stadio di proprietà, si può osservare come quest’ultime si potrebbero ritrovare con capitali nettamente inferiori da investire sul mercato[221].
Infatti, rispetto al predetto sistema di contenimento della spesa denominato salary cap, il sistema di FFP si differenzia nettamente: quest’ultimo si preoccupa soltanto di controllare la salubrità dei bilanci, senza effettivamente interessarsi della diversa disponibilità economica delle società sottoposte a controllo. Per questa ragione è possibile definire tale sistema come una sorta di relative salary cap (già incontrato in relazione al “tetto salariale” della Lega Serie B), contrapposto all’absolute salary cap, che prevede gli stessi limiti di spesa per tutti i membri[222] . Del resto, è chiaro come il FFP persegua soltanto l’obiettivo della stabilità finanziaria dei membri dell’Associazione, tralasciando per precisa scelta l’esigenza di competitive balance. Tuttavia, tale criticità è comunque da sottolineare, perché un conto è mantenere lo status quo, un altro conto è ampliare significativamente il divario di disponibilità economica fra le società. Come infatti ricorda la Commissione (nonché l’AGCM), l’esigenza di un equilibrio competitivo, nonostante non sia fortemente sentita nel nostro sistema, è comunque un obiettivo virtuoso da poter perseguire, perlomeno in qualche forma attenuata[223].
Infine, è utile ricordare come una considerevole parte delle regolamentazioni e degli atti richiamati in materia sportiva ed antitrust (le Comunicazioni, i Comunicati, le Relazioni) sia riconducibile al novero degli atti “atipici” e non contraddistinti dal carattere di vincolatività. Ciò non aiuta la certezza del diritto e lascia adito a possibili problematiche future, soprattutto in riferimento alla compatibilità delle predette regole al diritto antitrust[224] . Del resto, l’applicazione graduale di tali regolamentazioni, peraltro tuttora in corso, lascia spazio a possibili reazioni delle parti in causa (sia società che atleti) che potrebbero far tornare in auge la questione[225]. Questa eventualità è da tenere in forte considerazione, soprattutto se si considera come, nonostante sia ormai pacifico che le decisioni della Corte di giustizia europea relative a questioni pregiudiziali rispondano al principio dello stare decisis[226], la materia che inerisce al rapporto fra settore sportivo e diritto antitrust non possa ancora contare su una giurisprudenza consolidata ed univoca.
8. Il caso “Albany”: la specificità della contrattazione collettiva.
Alla luce di quanto detto lungo l’arco del terzo capitolo della presente trattazione, si potrà notare come, per quanto riguarda il rapporto fra settore sportivo USA e diritto antitrust, i riferimenti alla contrattazione collettiva siano fondamentali per avere un quadro completo della disciplina; la non-statutory labor exemption ha messo un punto pressoché definitivo alla questione della compatibilità delle norme sportive con l’Antitrust Law. Per converso, se la nostra attenzione si sposta sul diritto comunitario, possiamo notare come, in tutto il corso della ricognizione del suddetto argomento, non si è mai fatto riferimento a qualsivoglia forma di contrattazione collettiva.
Infatti, come abbiamo detto, le soluzioni para-normative spesso approntate per la risoluzione di criticità derivanti dal complesso rapporto fra antitrust e sport non riescono ad avere quella forza normativa e di certezza del diritto che sarebbe auspicabile. Abbiamo ad esempio visto come, dopo la sentenza Meca-Medina, ci si sia serviti di due documenti dalla dubbia vincolatività (il Libro Bianco e la Comunicazione della Commissione[227] ) per meglio definire ed interpretare i concetti espressi dalla Corte. Questo ovviamente a discapito della certezza del diritto in relazione ad esigenze dell’ordinamento sportivo, quantomeno quella della stabilità finanziaria delle società, che, con il passare degli anni, stanno diventando sempre più pressanti.
L’obiettivo di quest’ultima parte dell’analisi è appunto quello di ricercare una soluzione, peraltro già suggerita come vedremo da alcuni autorevoli commentatori, tesa a ridefinire in modo più netto i rapporti fra diritto antitrust ed ordinamento sportivo, in accordo alla realizzazione delle esigenze più volte richiamate.
La suddetta proposta parte dalla ricognizione storica di una sentenza della Corte di giustizia europea che ha aperto un significativo dibattito inerente ai rapporti fra la contrattazione collettiva ed il diritto antitrust comunitario. Nel 1999 la Corte ebbe ad emettere una sentenza in relazione alla causa Albany International BV v. Stichting Bedrijfspensioenfonds Textielindustrie[228] (da qui in poi Albany). La causa riguardava il caso di un’impresa tessile (la Albany International) che rifiutava di contribuire ad un fondo di previdenza integrativa istituito da un contratto collettivo reso efficace per tutte le imprese del settore, secondo l’ordinamento olandese[229]. In riferimento a tale disciplina contrattuale, l’impresa denunciava una violazione delle norme comunitarie in materia di concorrenza, affermando come la predisposizione di un regime assicurativo gestito da un unico ente potesse essere in contrasto con gli artt. 85 ed 86 CE (ora 101 e 102 TFUE). La questione pregiudiziale verteva proprio sull’interpretazione di tali norme alla luce del principio di libertà sindacale, presente nelle Costituzioni dei vari Stati Membri[230]. La Corte, a tal proposito, afferma: “vero è che taluni effetti restrittivi della concorrenza sono inerenti agli accordi collettivi stipulati tra organizzazioni rappresentative dei datori di lavoro e dei lavoratori. Tuttavia, gli obiettivi di politica sociale perseguiti da tali accordi sarebbero gravemente compromessi se le parti sociali fossero soggette all'art. 85, n. 1, del Trattato nella ricerca comune di misure volte a migliorare le condizioni di occupazione e di lavoro.”[231].
Pertanto la Corte riconosce in primo luogo come la contrattazione collettiva possa operare delle restrizioni al gioco della concorrenza, senza per questo configurare una violazione, sempreché tale restrizione sia preordinata al miglioramento del trattamento dei lavoratori. La Corte prosegue statuendo che “da un'interpretazione utile e coerente dell'insieme delle disposizioni del Trattato risulta quindi che gli accordi conclusi nell'ambito di trattative collettive tra parti sociali al fine di conseguire tali obiettivi debbono essere considerati, per la loro natura ed il loro oggetto, non rientranti nell'ambito di applicazione dell'art. 85, n. 1, del Trattato.”[232] .
Tale ricostruzione giurisprudenziale, è inutile negarlo, ha sicuramente comportato delle criticità, soprattutto se si pensa che la Corte si è ben guardata dallo specificare cosa si possa realmente intendere per “interesse dei lavoratori”, non chiarendo quale sia il limite oltre il quale le discipline volte a soddisfare questo legittimo interesse debbano lasciare il passo all’interesse dei consumatori del mercato[233] . È d’altro canto difficile contestare che la sentenza Albany abbia prodotto almeno due effetti positivi: anzitutto, l’aver riconosciuto a livello comunitario l’importanza della contrattazione collettiva, soprattutto nel momento in cui sia finalizzata al miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Inoltre detta sentenza ha il merito di aver sancito l’inapplicabilità delle norme antitrust, ove l’accordo sia indirizzato allo scopo sopra richiamato[234], tentando un primo approccio ad un problema di armonizzazione che, nonostante rimanga aperto[235], costituisce un inizio incoraggiante. Come peraltro testimoniato da due sentenze successive che riprendono la questione, confermandone la bontà teorica.
In chiusura, si può infatti affermare come, a fronte della scomparsa del principio di specificità in ambito sportivo alla luce del caso Meca-Medina e delle normative ad esso successive, la richiamata sentenza Albany abbia introdotto una sorta di specificità nell’alveo della disciplina relativa alla contrattazione collettiva.
9. Conclusioni. Una prospettiva de iure condendo: accordo collettivo UEFA?
Alla luce di questa evoluzione dettata dalla giurisprudenza della Corte, il diritto comunitario sembra aver imboccato una strada già percorsa decenni prima in territorio statunitense, quando, attraverso le due labor exemptions, si era predisposta un’efficace protezione giuridica da implicazioni antitrust in favore della contrattazione collettiva.
Peraltro, è stato già osservato come la predisposizione delle discipline del CBA NBA più (astrattamente) anti-competitive è stata in primo luogo originata da una situazione di grande instabilità finanziaria che rischiava di condurre al fallimento diverse franchigie[236] . Come detto in precedenza, è stata proprio la specifica natura dell’accordo collettivo a “salvare” discipline che, nonostante fossero state pensate in sfavore di entrambe le parti (i team potevano spendere meno e gli atleti potevano guadagnare meno) e nonostante i contrasti iniziali, sono state accolte con favore perché finalizzate al benessere collettivo di lungo termine della Lega[237].
Nell’odierno contesto del movimento calcistico europeo si intravedono molte somiglianze alla situazione dello sport professionistico statunitense dei primi anni ’80[238] , e sembra chiaro come la UEFA si stia attivando per trovare una soluzione duratura a problemi connaturati al fenomeno calcistico continentale. Infatti, come è vero che la struttura delle nostre competizioni sportive mal si presta, almeno per ora, all’esigenza di una più marcata competitive balance, è altrettanto vero che la necessità di porre un freno alla crescente instabilità finanziaria del movimento sia l’obiettivo primario da perseguire.
Pertanto, l’armonizzazione della disciplina di contrattazione sportiva collettiva sotto il coordinamento delle massime istituzioni calcistiche europee al fine di predisporre un “Accordo Collettivo UEFA” costituisce un obiettivo che risulta essere più che auspicabile, ampliando così le funzioni di enti di rappresentanza europei che, peraltro, già esistono. Infatti, la Fédération Internationale des Associations de Footballeurs Professionnels[239] (FIFPro) svolge ormai da decenni un’opera di coordinamento delle rappresentanze sindacali degli atleti sul tutto il territorio europeo[240]; dall’altra parte, la European Club Association (ECA), nata nel 2008 dalle ceneri del c.d. “G14”[241], potrebbe essere l’ente stipulante in rappresentanza dei club europei[242]. La UEFA, in sede di contrattazione potrebbe svolgere un ruolo del tutto similare a quello demandato alla FIGC in relazione all’Accordo Collettivo descritto in precedenza[243].
Nonostante sia complesso prevedere l’applicazione di un unico Accordo Collettivo sportivo che si applichi a Stati con una disciplina giuslavorista certamente differente, si potrebbe demandare un importante compito di armonizzazione alla UEFA, di accordo con l’Unione Europea, alla luce delle specifiche esigenze del fenomeno sportivo. Peraltro, le difficoltà di adeguamento delle discipline interne potrebbero essere in parte superate se si pensa alla funzione primaria che l’Unione Europa ha svolto e continua a svolgere, tendente alla armonizzazione prima di tutto economica[244] ; un sistema così predisposto soddisferebbe anzitutto la predetta esigenza inerente il campo economico-finanziario.
Successivamente, grazie alla crescente protezione accordata alla contrattazione collettiva rispetto a possibili implicazioni antitrust, si potrebbero approntare meccanismi di certo più incisivi al fine di rispondere alla suddetta esigenza. Peraltro, alcuni commentatori[245] d’oltreoceano hanno già proposto un’eventualità di questo tipo, arrivando ad affermare, forse con eccessiva audacia, come la UEFA “should try to implement the Salary Cap structure through Collective Bargaining”[246].
Eppure, bisogna ricordare che introdurre un sistema di Salary Cap non significa soltanto porre un tetto agli stipendi; tale concetto implica infatti tutto un novero di strumenti, come ad esempio l’annual cash limit[247] , che sembrano essere eccessivamente distanti dal nostro modo di intendere le competizioni sportive. Perciò, l’implementazione pedissequa di un sistema di tal fatta nel nostro ordinamento sembra quantomeno di difficile realizzazione, se non pura utopia.
È infatti d’obbligo tener conto delle specificità connaturate al nostro sistema di competizione sportiva. Tali esigenze potrebbero invece essere soddisfatte da un strumento che già esiste: si potrebbero infatti ancorare, attraverso la sottoscrizione di un Accordo Collettivo, strumenti di limitazione della competitività economica delle singole società al c.d. ranking UEFA, stabilendo delle “fasce di spesa” non bloccate, ma collegate al raggiungimento di risultati sia sportivi che di salubrità di bilancio ed introducendo un sistema di mutualità attraverso il quale redistribuire i profitti in favore dei club “virtuosi”, sulla falsa riga del sistema disciplinato dalla § 12 dell’art. 7 del CBA NBA. Si potrebbero così garantire, sia la stabilità finanziaria delle società, sia il mantenimento dello status quo, almeno per un primo momento, salvaguardando così i rapporti di forza fra i vari club europei, che tuttavia dovrebbero anche fare i conti con una programmazione della spesa più oculata per mantenere nel lungo periodo la supremazia tecnica.
Queste sono soltanto alcune idee di massima, di certo bisognose di specificazione ed approfondimento. Peraltro, queste ed altre considerazioni sull’opportunità di rispondere a tali esigenze potrebbero di certo cadere nel vuoto se non accompagnate dalla volontà di entrambe le “parti sociali” di rinunciare a qualcosa nella prospettiva di un interesse comune.
Quel che è certo è che la forza normativa connaturata al sistema di contrattazione collettiva potrebbe costituire un adeguato viatico nella direzione di arginare le criticità dell’ordinamento sportivo odierno.
*Dottore Magistrale in Giurisprudenza, Università degli studi di Palermo.
[1]M. T. Spadafora, Diritto del Lavoro Sportivo, Torino, 2012, pp. 51-52
[2]A. Lener, Una legge per lo sport, in Foro It., 1981, p. 297. Cfr.I. Marani Toro, Problematiche della legge 91/81, in Riv. Dir. Sport, 1983, p. 16; L. M. Dentici, Ordinamento Sportivo e Diritto del Lavoro, Catania, 2007, pp. 123 - 124
[3] La dottrina giuslavoristica definisce speciali quei rapporti che, in ragione della peculiarità dell’attività svolta, richiedono una disciplina anche solo in parte differenziata. M. T. Spadafora, cit., p. 52. Cfr L. Colantuoni, Diritto Sportivo, Torino, 2009, pp. 135 - 136
[4] M. Coccia ed altri, Diritto dello sport, Firenze, 2012, p. 210
[5] E. Crocetti Bernardi et. al., Il rapporto di lavoro dello sportivo, Forlì, 2007, p. 20
[6] L. Colantuoni, cit., pp. 127
[7]G. Liotta - L. Santoro, Lezioni di Diritto Sportivo, Milano, 2013, p. 119. Cfr. M. T. Spadafora, cit., p. 80; L. Colantuoni, cit., pp. 126 - 127; M. Coccia ed altri, cit., p. 211 e ss.
[8] L. Cantamessa ed altri, Lineamenti di Diritto Sportivo, Torino, 2008, p. 154. Cfr. M. T. Spadafora, cit., pp. 92 - 93; V. Frattarolo, Il Rapporto di Lavoro Sportivo, Milano, 2004, p. 29
[9]F. Costa, Peculiarità del rapporto di giocatori professionisti, in Dir. lav., 1988, I, p. 317
[10]M. T. Spadafora, cit., pp. 81 - 84
[11]M. Sanino, Diritto Sportivo, Padova, 2002, p. 280
[12]M. T. Spadafora, Il contratto di lavoro sportivo tra accordo sindacale e disciplina legale, in Mass. Giur. Lav., 2010, XI, p. 835
[13] Come esplicitamente disposto dal co. 3 dell’art. 4 della legge 91/1981. Cfr.E. Crocetti Bernardi ED ALTRI, cit., p. 103
[14]M. Sperduti, Il nuovo accordo collettivo per la Serie A di calcio, in Riv di Dir. ed Eco. Dello sport, Vol. VII, Fasc. 3, 2011, p. 50
[15] < http://www.assocalciatori.it/area-news/2014/accordo-collettivo-aiclega-serie-a/>
[16] Così recita l’art. 23 del vecchio accordo collettivo: “Il presente Accordo ha la durata dal 1 luglio 2005 al 30 giugno 2006 e non è tacitamente rinnovabile o prorogabile”. A questa scadenza, comunque, si erano susseguite alcune proroghe espresse, che avevano appunto postdatato la sua scadenza fino al 30 giugno 2010.
[17]M. T. Spadafora, Il contratto di lavoro sportivo tra accordo sindacale e disciplina legale, in Mass. Giur. Lav., 2010, XI, p. 838
[18] <http://www.assocalciatori.it/media/various/DOC030.PDF> [Accordo Collettivo AIC/LNPA 2011]
[19]M. T. Spadafora, cit., pp. 181
[20]V. Frattarolo, cit., p. 87
[21] Art. 4 co. 1 Accordo Collettivo del 2005: “Ai fini del presente accordo per retribuzione si intende il compenso convenuto tra il calciatore e la Società e indicato, a pena di nullità, nel Contratto e/o nelle altre scritture. I rimborsi spese non fanno parte della retribuzione”
[22]M. Sperduti, cit., p. 60
[23]M. Sperduti, ibidem. Cfr.P. Amato, S. Sartori, Gli effetti del nuovo AC sul rapporto di lavoro del calciatore professionista. Primi commenti e principali innovazioni rispetto al testo 1989/1992, in Riv, di Dir. ed Eco. dello Sport, Vol. 2, n. 1, 2006, p. 89
[24]M. T. Spadafora, cit., pp. 185
[25] Art. 4 co. 7 L. 91/1981: “Le federazioni sportive nazionali possono prevedere la costituzione di un fondo gestito da rappresentanti delle società e degli sportivi per la corresponsione della indennità di anzianità al termine dell'attività sportiva a norma dell'articolo 2123 del codice civile.”
[26] Art. 2123 C.c.: “Salvo patto contrario, l'imprenditore che ha compiuto volontariamente atti di previdenza può dedurre dalle somme da lui dovute a norma degli articoli 2110, 2111 e 2120 quanto il prestatore di lavoro ha diritto di percepire per effetto degli atti medesimi.”
[27]V. Frattarolo, cit., pp. 89 - 90. Cfr.M. T. Spadafora, cit., p. 186
[28]M. J. Mitten, Sport Law in the United States, 2011, p. 51
[29]M. J. Cozzillio ed altri, Sports Law: Cases and Materials, Durham, 2007, p. 10
[30]M. J. Cozzillio ed altri, ibidem
[31]J. A. R. Nafziger, A Comparison of the European and North American Models of Sports Organisation, Int. Sport L. J., 2008, p. 102
[32] Ad es. art. 7 delle NBA Constitution and By-Laws, rubricato “Relocation”. < http://goo.gl/NpmKcZ> [NBA Constitution and By-Laws]
[33]G. M. Wong, Essentials of Sports Law, 2010, p. 556
[34]Kansas City Royals Baseball Corp. v. Major League Baseball Players Association, 532 F.2d 615, 8th Cir., 1976
[35]S. A. Zorn, Couldna Done It without the Players: Depreciation of Professional Sports Player Contracts under the Internal Revenue Code, 4 Seton Hall J. Sport L. 337, 1994, p. 394
[36]P. K. Thornton, cit., p. 213
[37]M. J. Mitten, Sport Law in the United States, 2011, p. 108
[38] Ad esempio, si calcola che, nel 1981, 16 squadre su 23 della NBA mostrassero rilevanti perdite finanziarie. In proposito, P. K. Thornton, Sports Law, Sudbury, 2011, p. 213
[39]M. J. Cozzillio ed altri, cit., p. 706
[40]G. M. Wong, cit., pp. 561 - 562
[41]M. J. Mitten ed altri, Sports Law and Regulation, New York, 2009, p. 587
[42]M. J. Cozzillio ed altri, cit., pp. 707 - 708
[43]M. J. Mitten ed altri, cit., p. 586. Cfr. M. J. Mitten, Sport Law in the United States, 2011, p. 108
[44]W. T. Champion JR., Sports Law in a Nutshell, Seabrook, 2005, p. 44
[45]M. J. Mitten ed altri, cit., pp. 586 - 587
[46] Ad es.: art. 34 Collective Bargaining Agreement NBA, rubricato “Recognition Clause: “The NBA recognizes the Players Association as the exclusive collective bargaining representative of all persons who are employed by NBA Teams as professional basketball players […]”
[47]M. J. Mitten, Sport Law in the United States, 2011, p. 108
[48]M. J. Mitten, Sport Law in the United States, 2011, p. 53. Letteralmente: “[…] in some leagues, the commissioner is the lead negotiator on behalf of the owners.”
[49]M. J. Mitten ed altri, cit., p. 437. Letteralmente: “Such is the case today in the NBA and the NFL”
[50]L. Coon, CBA F.A.Q., Question n° 1, <http://www.cbafaq.com/salarycap.htm> [CBA FAQ]: “A salary cap is a limit on the amount teams can spend on player contracts […]”
[51] La società che controlla i diritti di licenza per nomi, loghi, foto, filmati, uniformi e contenuti editoriali che riguardino la National Basketball Association
[52] La società che si occupa della commercializzazione dei prodotti a marchio NBA
[53] Art. 7, § 1: “(1) “Basketball Related Income” (“BRI”) for a Salary Cap Year means the aggregate operating revenues […] received or to be received […] by the NBA, NBA Properties, Inc., including any of its subsidiaries whether now in existence or created in the future (hereinafter, “Properties”), NBA Media Ventures LLC (“Media Ventures”) […]”
[54] Art. 1, lett. (iii): ““Salary Cap Year” means the period from July 1 through the following June 30.”
[55]L. Coon, CBA F.A.Q., Question n° 12, <http://www.cbafaq.com/salarycap.htm> [CBA FAQ]
[56]L. Coon, CBA F.A.Q., Question n° 18, <http://www.cbafaq.com/salarycap.htm> [CBA FAQ]
[57] <http://sports.espn.go.com/nba/news/story?id=6723645> [CBA expires, NBA locks out its players, articolo della ESPN sul lockout, 1 luglio 2011]
[58] CBA 101, < http://mediacentral.nba.com/media/mediacentral/CBA101.pdf> [Versione ridotta del Collective Bargaining Agreement], art. 1, lett. B: “The Salary Cap for 2013-14 is $58.679 million […]”
[59] Es., nella stagione 2013/14 un singolo team non dovrà spendere più di $58.679 milioni per stipendi da elargire agli atleti, ma allo stesso tempo dovrà obbligatoriamente spenderne più di $52.811 milioni. Il 90% vale dalla stagione 2013/14. In proposito, art. 7, § 2, lett. b: “For each Salary Cap Year thereafter during the term of this Agreement, there shall be a Minimum Team Salary equal to ninety percent (90%) of the Salary Cap for such Salary Cap Year”
[60] Art. 2, § 7, lett. ii: “[…]for any player who has completed at least seven (7) but fewer than ten (10) Years of Service, the greater of (x) thirty percent (30%) of the Salary Cap […]”
[61] Art. 1, lett. ggg: ““Salary” means […] a player’s Compensation with respect to the Season covered by such Salary Cap Year, plus any other amount that is deemed to constitute Salary in accordance with the terms of this Agreement”
[62] Art. 7, § 4, lett. a: “the aggregate Salaries of all active players […] attributable to a particular Salary Cap Year”
[63] Art. 7, § 4, lett. h: “Any player who suffers a career-ending injury or illness, and whose contract is terminated by the Team in accordance with the NBA waiver procedure, will be excluded from his Team’s Team Salary […]”
[64] Art. 7, § 5, lett. a: “A Team’s Team Salary may not exceed the Salary Cap at any time unless the Team is using one of the Exceptions set forth in Section 6 below.”
[65] Art. 1, lett. fff: ““Room” means the extent to which: (i) a Team’s then-current Team Salary is less than the Salary Cap; or (ii) a Team is entitled to use one of the Salary Cap Exceptions […]”
[66] Per semplicità espositiva, alcune Exceptions saranno analizzate in riferimento alla stagione 2013/14.
[67] Per “re-sign” si intende che la Excepion può essere utilizzata esclusivamente per la conclusione di un Player Contract con un atleta che, nella stagione precedente alla stipula, faceva parte dello stesso team che procede alla conclusione del contratto individuale.
[68] Per la definizione di free agent, vedi par. 4
[69] Per la definizione di maximum player salary, vedi par. 4
[70] CBA 101, < http://mediacentral.nba.com/media/mediacentral/CBA101.pdf> [Versione ridotta del Collective Bargaining Agreement], art. 1, lett. E, punto 1
[71] CBA 101, art. 1, lett. E, punto 2
[72] CBA 101, art. 1, lett. E, punto 4
[73] CBA 101, art. 1, lett. E, punto 5
[74] CBA 101, art. 1, lett. E, punto 6
[75] CBA 101, art. 1, lett. E, punto 9
[76] CBA 101, art. 1, lett. E, punto 10. Per un’ulteriore analisi delle Exception, cfr.L. Coon, CBA F.A.Q., Question n° 25, <http://www.cbafaq.com/salarycap.htm> [CBA FAQ]
[77] Art. 7, § 12, lett. f: “Each Team whose Team Salary exceeds the Tax Level for any Salary Cap Year shall be required to pay a tax to the NBA”
[78]L. Coon, CBA F.A.Q., Question n° 21, <http://www.cbafaq.com/salarycap.htm> [CBA FAQ]
[79] Art. 7, § 12, lett. a, punto 17: “The Tax Level with respect to the 2011-12 Salary Cap Year shall be $70.307 million”
[80] Art. 7, § 12, lett. f: “For the 2011-12 and 2012-13 Salary Cap Years, the tax shall be equal to the amount by which the Team’s Team Salary exceeds the Tax Level.” Es. se il Tax Level ammonta a $70.307 milioni ed un team ha un team salary di $80.307 milioni, il team dovrà versare alla Lega la cifra di $10.000 milioni.
[81]L. Coon, CBA F.A.Q., Question n° 21, <http://www.cbafaq.com/salarycap.htm> [CBA FAQ]
[82] Art. 7, § 12, lett. (g): “The tax amounts remitted to the NBA by NBA Teams pursuant to Section 12(f) above for each Salary Cap Year shall be used and/or distributed as follows: (i) the NBA may elect to distribute up to fifty percent (50%) of such amounts to one (1) or more Teams based in whole or in part on the fact that such Team(s) did not owe a tax for such Salary Cap Year […]; and (ii) amounts not distributed in accordance with Section 12(g)(2)(i) above shall be used for one (1) or more “League purposes” […]”
[83] Art. 7, § 8, lett. a: “A Team shall not be permitted to pay or receive in connection with one (1) or more trades occurring during a Salary Cap Year, directly or indirectly, more than an aggregate of the amounts set forth below in cash across all such trades.”
[84] In quest’ultimo caso, l’art. 10 prevede una specifica regolamentazione per l’entrata nella Lega dei c.d. international players
[85] Art. 10, § 2
[86] Vedi par. 5.2.
[87] Vedi par. 5.2.
[88] Parleremo successivamente di alcune ipotesi specifiche di discipline continentali assimilabili al sistema di salary cap
[89] Vedi par. 5.2.
[90] È facile intuire la distanza fra i due sistemi, soprattutto se si pensa ai trasferimenti di calciatori di livello internazionale come Zidane, Cristiano Ronaldo o Bale.
[91]P. K. Thornton, cit., p. 213
[92] Vedi par. 4.
[93]P. K. Thornton, ibidem
[94]S. Bastianon, Sport, antitrust ed equilibrio competitivo nel diritto dell’Unione europea, in Il Diritto dell’Unione Europea, 2012, pp. 511 - 512
[95]S. K. Mehra - T. J. Zuecher, Striking out Competitive Balance in Sports, Antitrust, and Intellectual Property, 21 Berkeley Tech. L. J. 1499, 2006, p. 1545
[96]J. T. McKeown, The Economics of Competitive Balance: Sports Antitrust Claims After “American Needle”, 21 Marq. Sports L. Rev. 517, 2011, p. 522. Cfr.S. Bastianon, Scheda informativa N° 14, Lo Sport e il Diritto della Concorrenza nell’Ordinamento dell’Unione Europea, Osservatorio Permanente sull’Applicazione delle Regole di Concorrenza, Università degli Studi di Bergamo, 2013, pp. 2 - 3
[97]A. S. Zimbalist, Competitive Balace in Sports Leagues, 3 J. Sports Ec., 111, p. 111
[98]S. K. Mehra - T. J. Zuecher, cit., pp. 1541 - 1542
[99]American Needle v. NFL, 174 L. Ed 2d 575, 2009
[100]J. T. McKeown, The Economics of Competitive Balance: Sports Antitrust Claims After “American Needle”, 21 Marq. Sports L. Rev. 517, 2011, p. 517
[101]Sherman Antitrust Act, 15 USC, 1890
[102] § 1 Sherman Act: “Every contract, combination in the form of trust or otherwise, or conspiracy, in restraint of trade or commerce among the several States, or with foreign nations, is declared to be illegal. […]”
[103]G. M. Wong, cit., p. 453
[104]Arizona v. Maricopa Cty. Medical Soc’y, 457 US 332, 1982
[105]United States v. Topco Associates, Inc., 405 US 596, 1972
[106]M. J. Cozzillo ed altri, cit., p. 278
[107]W. T. Champion JR., cit., pp. 58 - 59
[108]G. M. Wong, ibidem
[109]W. T. Champion JR., cit., pp. 59 - 60
[110]Mackey v. National Football League, 543 F.2d 606, 1976
[111]M. J. Cozzillio ed altri, cit., p. 288
[112]P. K. Thornton, cit., p. 140
[113]M. J. Cozzillio ed altri, cit., p. 288
[114]Federal of Professional Club of Baltimore, Inc., v. National League of Baseball Clubs, 259 US 200, 1922
[115]G. M. Wong, cit., p. 458
[116]G. M. Wong, ibidem
[117]P. K. Thornton, cit., p. 144
[118]Mackey v. National Football League, 543 F.2d (8th Cir.), 1976
[119]M. J. Mitten, Sport Law in the United States, 2011, pp. 119 - 120
[120]G. M. Wong, cit., p. 462
[121] In particolare, la Corte riconosce che “the NFL has a strong and unique interest in mantaining competitive balace among its team”. Mackey v. National Football League, 543 F.2d (8th Cir.), 1976, p. 621
[122]J. T. McKeown, cit., p. 534
[123] Denver Rockets v. All-Pro Management, 325 F.Supp. 1049 (C.D. Cal.), 1971
[124] Per la definizione di elegibility, vedi par. 5.2.
[125]M. J. Cozzillio ed altri, cit., p. 292
[126]P. K. Thornton, cit., p. 154
[127]Robertson v. NBA, 389 F.Supp. 867 (S.D.N.Y.), 1975
[128] Vedi par. 5.2.
[129]G. M. Wong, cit., p. 465
[130]Jackson v. NFL , 802 F.Supp. 226 (D.Minn.), 1992
[131]G. M. Wong, cit., pp. 463, 493 - 494
[132]M. J. Cozzillo ed altri, cit., p. 275
[133]G. M. Wong, cit., p. 457 - 458. Cfr. M. J. Mitten, Sport Law in the United States, 2011, pp. 114 - 115
[134]M. J. Mitten, Sport Law in the United States, 2011, p. 115. Cfr.M. J. Cozzillio ed altri, cit., p. 301
[135]G. M. Wong, cit., p. 490
[136]Allen Bradley Co. v. Local Union No. 3, International Brotherhood of Electrical Workers, 325 U.S. 797, 1945
[137]Amalgamated Meat Cutters & Butcher Workmen of North America v. Jewel Tea Co., 381 U.S. 676, 1965
[138]United Mine Workers v. Pennington, 381 U.S. 657, 1965
[139]G. M. Wong, ibidem
[140]S. R. McAllister, The Nonstatutory Labor Exemption and Player Restraint in Professional Sports: the Promised Land or a Return to Bondage?, 4 Ent. & Sports L. J. 283, 1987, p. 299
[141] Possiamo dire che la violazione dell’obbligo di good faith è configurabile tutte le volte in cui una parte, in sede di trattativa per la stipula del CBA ponga in essere un “muro contro muro” che paralizzi la concertazione
[142]W. C. Newman, Legal Use of the “Arm’s Length” Concept, 11 U. Toronto L. J. 139, 1955, passim
[143] Per il “Mackey test”, vedi G. M. Wong, cit., pp. 491 - 492
[144]Wood v. NBA, 602 F.Supp. 525 (S.D.N.Y.), 1984
[145]Bridgeman v. NBA, 675 F.Supp. 960 (D.N.J.), 1987
[146] In forza di tale istituto, un team ha il diritto di essere preferito a chiunque altro nella stipula di un nuovo contratto con un atleta svincolato, sempreché vi sia parità di condizioni fra le due offerte contrattuali.
[147]K. M. Corcoran, When Does the Buzzer Sound?: the Nonstatutory Labor Exemption in Professional Sports, 94 Colum. L. Rev. 1045, 1994, pp. 1060 - 1061
[148]G. M. Wong, cit., p. 494
[149]Molinas v. NBA, 190 F.Supp. 241 (S.D.N.Y.), 1961
[150] Volta a sanzionare gli atleti sorpresi a scommettere sulle gare della competizione.
[151]Powell v. NFL, 678 F.Supp. 777 (D. Minn.), 1988
[152]G. M. Wong, ibidem
[153]Clarett v. NFL, 306 F.Supp.2d 379, (S.D.N.Y.), 2004
[154]M. J. Mitten, Sport Law in the United States, 2011, p. 116
[155] Ad. es. Denver Rockets v. All-Pro Management e Robertson v. NBA, vedi par. 6.1.1.
[156]B. Nascimbene - S. Bastianon, cit., p. 16
[157] Corte Giust., 12 dicembre 1974, causa 36/72, Walrave, in Raccolta, 1974, 1405 e 14 luglio 1976, causa 13/76, Donà, in Raccolta, 1976, 1333
[158]S. Bastianon, cit., p. 489
[159]D. Gullo, L’impatto del Diritto della Concorrenza sul mondo dello Sport, in Riv. Dir. Ec. Dello Sport, Vol. III, Fasc. 3, 2007, p. 14
[160] Art. 101, TFUE, < http://www.csm.it/Eurojust/CD/25.pdf> [Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea]
[161] Art. 101, TFUE
[162] Art. 102, TFUE
[163] CGCE, 23 aprile 1991, Klaus Höfner e Fritz Elser v. Macrotron GmbH, C/41 - 90
[164] Caso 118/85, Commissione v. Repubblica Italiana, ECR 1987 2599, par. 7
[165]D. Gullo, cit., p. 16
[166] Corte giust., 15 dicembre 1995, causa C-415/93, Bosman, in Raccolta, p. I-4921, e riprodotta oltre, p. 87
[167]B. Nascimbene - S. Bastianon, cit., p. 54
[168] Cort. Giust. 11 aprile 2000, cause riunite C-51/96 e C-191/97, Deliège, in Racc., p. I-2549
[169] Cort. Giust. 12 aprile 2000, causa C-176/96, Lehtonen, in Racc., p. II-3291
[170]S. Bastianon, cit., p. 490
[171] Commissione, 15 aprile 2002, Piau v. FIFA, COMP/37.124
[172]D. Gullo, cit., p. 14
[173]S. Bastianon, ibidem
[174] Corte Giust., 18 luglio 2006, Meca-Medina & Majcen v. Commissione, C-519/04 P
[175]M. Coccia ed altri, cit., p. 336
[176]M. Coccia ed altri, cit., p. 337 e ss.
[177] < http://www.rdes.it/RDES_2_06_meca_medina.pdf> [Meca-Medina], punto 27
[178]S. Bastianon, cit., p. 492 - 493
[179] < http://www.rdes.it/RDES_2_06_meca_medina.pdf> [Meca-Medina], punto 45
[180] Corte Giust. 19 febbraio 2002, causa C-309/99, J.C.J. Wouters, J.W. Savelbergh e Price Waterhouse Belastingadviseurs BV v. Algemene Raad van de Nederlandse Orde van Advocaten, in Racc., p. I-1577
[181]D. Gullo, cit., p. 18
[182]D. Gullo, cit., p. 18
[183] Per la ricognizione delle fasi del c.d. Wouters test, vedi S. Bastianon, cit., pp. 497 - 499. Cfr. D. Gullo, cit., pp. 18 - 19; S. Bastianon, Scheda informativa N° 14, Lo Sport e il Diritto della Concorrenza nell’Ordinamento dell’Unione Europea, Osservatorio Permanente sull’Applicazione delle Regole di Concorrenza, Università degli Studi di Bergamo, 2013, p. 4
[184]B. Nascimbene - S. Bastianon, cit., pp. 59 - 60
[185] Gianni Infantino, allora Direttore dell’Ufficio Legale UEFA, ha stigmatizzato la decisione della Corte definendola “un passo indietro per il modello sportivo europeo”. A tal proposito, G. INFANTINO, Meca-Medina: un passo indietro per il modello sportivo europeo e la specificità dello sport, 2006, consultabile al seguente indirizzo: < http://it.uefa.org/MultimediaFiles/Download/uefa/KeyTopics/480395_DOWNLOAD.pdf >
[186]S. Bastianon, cit., p. 489
[187] In particolare, S. Bastianon, cit., pp. 500 - 501
[188] Comunicazione della Commissione al Consiglio ed al Parlamento europeo, Sviluppare la dimensione europea dello sport, Bruxselles, 18 gennaio 2011, COM, 2011, p. 11. Consultabile all’indirizzo < http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52011DC0012&from=IT> [Comunicazione della Commissione]
[189] < http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2007:0391:FIN:it:PDF> [Libro Bianco sullo sport], Bruxelles, 18 gennaio 2011, COM 391, 2011, p. 14
[190] Comunicazione della Commissione al Consiglio ed al Parlamento europeo, Sviluppare la dimensione europea dello sport, Bruxselles, 18 gennaio 2011, COM, 2011
[191] Vedi in proposito par. 6
[192]J. T. McKeown, cit., p. 544
[193]S. Bastianon, cit., p. 494
[194] Vedi par. 6
[195]S. Bastianon, cit., pp. 503 - 508
[196] Relazione del Parlamento europeo, 13 febbraio 2007, sul futuro del calcio professionistico in Europa, (2006/2130(INI)). Visionabile al seguente indirizzo: < http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A6-2007-0036+0+DOC+XML+V0//IT> [Risoluzione Parlamento Europeo]
[197] Indagine conoscitiva “IC27 - Settore del Calcio Professionistico”, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, 21 dicembre 2006. Scaricabile al seguente indirizzo: < http://www.agcm.it/component/domino/open/C12564CE0049D161/602911F6EC387433C125725A003FEBBB.html> [IC27 - Settore del Calcio Professionistico]
[198] Punto 3, Indagine Conoscitiva AGCM 2006, p. 3
[199] Punto 4, Indagine Conoscitiva AGCM 2006, p. 4
[200] Punto 78, Indagine Conoscitiva AGCM 2006, p. 28
[201] Punto 99, Indagine Conoscitiva AGCM 2006, p. 35
[202] Punto 101, Indagine Conoscitiva AGCM 2006, p. 36
[203] Punto 84, Indagine Conoscitiva AGCM 2006, p. 30
[204] Comunicato Ufficiale n. 86, Lega Serie B, intitolato Tetto salariale e riduzione delle rose, la Lega Serie B approva misure per la tutela economica delle società Lega Professionisti Serie B, 25 marzo 2013. Visionabile al seguente indirizzo: < http://www.legaserieb.it/c/document_library/get_file?uuid=50481247-f2ea-45f5-9c0f-47e21de10901&groupId=115051>
[205]S. Rigazio, Salary Cap: ecco come cambia (forse) la Serie B, 2013. Visionabile al seguente indirizzo: http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=42834&catid=486
[206]S. Rigazio, ibidem
[207] Comunicato Ufficiale n. 104, Lega Serie B, intitolato Lega Serie B, l’Assemblea approva l’operatività del Salary Cap, 9 maggio 2013. Visionabile al seguente indirizzo: < http://www.legaserieb.it/c/document_library/get_file?uuid=3d765147-c18d-4661-b772-48e993f55fa9&groupId=115051>
[208] Più precisamente, UEFA Club Licensing and Financial Fair Play Regulations. Questa denominazione è giustificata dal fatto che questo insieme di regole va ad integrare e completare una discilpina già esistente, quella delle c.d. License UEFA
[209]L. Longhi, Il Fair Play Finanziario UEFA di fronte all’ordinamento giuridico comunitario, Riv. Dir. Ec. Sport, Vol. VIII, Fasc. 2, 2012, p. 13
[210] < http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-03-20/fair-play-bilanci-calcio-165108.shtml>Nel business del calcio la Germania batte l'Italia 3 a 0 [articolo del quotidiano on-line del Sole24ore], 21 marzo 2011
[211]S. Rigazio, UEFA Financial Fair Play Rules: prove per un sistema di Salary Cap?, 2012. Visionabile all’indirizzo < http://www.personaedanno.it/sport/u-e-f-a-financial-fair-play-rules-prove-per-un-sistema-di-salary-cap-sara-rigazio>
[212] Art. 61, UEFA Club Licensing and Financial Fair Play Regulation, visionabile al seguente indirizzo: < http://www.uefa.com/MultimediaFiles/Download/uefaorg/Clublicensing/01/50/09/12/1500912_DOWNLOAD.pdf >
[213]Procedural rules governing the UEFA Club Financial Control Body, visionabile al seguente indirizzo: < http://www.uefa.org/MultimediaFiles/Download/Tech/uefaorg/General/01/85/85/25/1858525_DOWNLOAD.pdf >
[214]L. Longhi, cit., p. 18
[215]J. Lindholm, The Problem With Salary Caps Under European Law: The Case Against Financial Fair Play, 12 Tex. Rev. Ent. & Sports L. 189, 2011, pp. 198 - 200
[216] C. R. LONG, Promoting Competition or Preventing It? A Competition Law Analysis of UEFA’s Financial Fair Play Rules, 23 Marq. Sports L. Rev. 75, 2013, pp. 83 - 84
[217]L. Longhi, cit., p. 14
[218] Comunicato Commissione europea/UEFA, visionabile all’indirizzo: < http://www.uefa.com/MultimediaFiles/Download/uefaorg/EuropeanUnion/01/77/21/58/1772158_DOWNLOAD.pdf>
[219]L. Longhi, cit., p. 19
[220]S. Rigazio, cit.
[221]L. Longhi, ibidem
[222]J. Lindholm, cit., 195. Cfr.S. Rigazio, cit.
[223] Vedi par. 6.3.1. e 7.1.
[224]J. Tognon - A. Stelitano, Sport, Unione Europea e diritti umani, Padova, 2011, p. 148
[225]S. Rigazio, cit.
[226] Così si esprime, ad esempio, T. Koopmans, Stare decisis in European Law, in Essays in European Law and Integration, 1982, passim. Cfr.V. Nucera, Sentenze pregiudiziali della Corte di Giustizia e ordinamento tributario interno, Università di Pisa, 2010, pp. 138 - 139
[227] Queste tipologie di atti rientrano nel novero di quelli che la dottrina chiama “atti atipici”. In riferimento ad esempio al Libro Bianco, la sua natura può essere ricostruita attorno alla volontà delle istituzioni comunitarie di affermare la propria volontà di perseguire insieme un’azione di particolare rilevanza. In tal senso si esprime F. Lauria, Manuale di Diritto delle Comunità Europee, Torino, 1990, p. 158 - 159. Nonostante il libro citato sia stato pubblicato precedentemente all’entrata in vigore del Libro Bianco, il discorso può valere senz’altro anche per quest’ultimo.
[228] Cort. Giust. 21 settembre 1999, causa C-67/96, visionabile al seguente indirizzo: http://www.lex.unict.it/eurolabor/ricerca/dossier/dossier6/cap1/albany.htm
[229] Per una ricognizione completa della fattispecie di fatto, A. ALLAMPRESE, Contratti collettivi di lavoro e diritto comunitario della concorrenza, Confederazione Generale italiana del Lavoro (CGIL)
[230]P. Ichino, Contrattazione Collettiva e Antitrust: un problema aperto, in Mercato concorrenza regole, 2000, 635, p. 1
[231]Albany, punto 59
[232]Albany, punto 60
[233]P. Ichino, ibidem
[234]J. Lindholm, cit., 193
[235]P. Ichino, ibidem
[236] In proposito alla situazione finanziaria pre-salary cap, P. D. Staudohar, Salary Caps in Professional Team Sports’, in C. Jeanrenaud - S. Kesenne, Competition Policy in Professional Sports: Europe After Bosman Case, 1999, passim
[237]B. Bodansky, Kicking the Penalty: Why the European Court of Justice Should Allow Salary Cap In UEFA, 36 Fordham Int’l L. J. 163, 2013, pp. 182 - 183
[238] Ricordiamo, http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-03-20/fair-play-bilanci-calcio-165108.shtml Nel business del calcio la Germania batte l'Italia 3 a 0 [articolo del quotidiano on-line del Sole24ore], 21 marzo 2011
[239] Per maggiori informazioni, visitare il sito http://www.fifpro.org/
[240]E. Crocetti Bernardi, cit., p. 99 - 100
[241]E. Crocetti Bernardi, ibidem
[242] Per maggiori informazioni, visitare il sito http://www.ecaeurope.com/
[243] Vedi par. 5 e ss, cap. I
[244] Ricordiamo che l’istituzione della “Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio”, nel 1951, fu fondamentale per l’evoluzione che ha condotto alla costituzione dell’Unione Europea
[245]J. Lindholm, ibidem. Cfr. B. Bodansky, cit., pp. 193 - 197
[246]B. Bodansky, cit., p. 193
[247] Per la definizione di annual cash limit, vedi par. 5.2. e par. 6.

References: art. 1322
 § 6
 § 7
 § 4
 § 5
 § 6
 § 5
 § 6
 § 12
 § 12
 § 8
 § 1
 §1
 §1
 § 6
 §1
 §1
 §1
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 sentenza 
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 § 12
 Art. 4
 Art. 4
 Art. 2123
 art. 7
 art. 34
 Art. 7
 § 1
 Art. 1
 art. 1
 art. 7
 § 2
 Art. 2
 § 7
 Art. 1
 Art. 7
 § 4
 Art. 7
 § 4
 Art. 7
 § 5
 Art. 1
 art. 1
 art. 1
 art. 1
 art. 1
 art. 1
 art. 1
 art. 1
 Art. 7
 § 12
 Art. 7
 § 12
 Art. 7
 § 12
 Art. 7
 § 12
 Art. 7
 § 8
 Art. 10
 § 2
 § 1
 Art. 101
 Art. 101
 Art. 102
 Art. 61