Source: https://www.laleggepertutti.it/153743_vittima-di-incidente-a-chi-spetta-il-risarcimento
Timestamp: 2019-01-24 03:31:18+00:00

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Vittima di incidente, a chi spetta il risarcimento?
Se la vittima di un incidente muore, il risarcimento del danno non patrimoniale spetta ai parenti conviventi o a quelli che vantano un legame affettivo saldo e duraturo.
In caso di decesso a seguito di incidente stradale, gli eredi hanno diritto al risarcimento del danno non patrimoniale per la morte del compianto parente. Ma non solo gli eredi possono vantare la lesione di un danno morale per la perdita affettiva. Nulla esclude, infatti, che altri parenti, sebbene privi di alcun diritto nella successione, abbiano patito per la perdita a seguito dell’incidente. Come fare a capire, allora, a chi spetta il risarcimento e a chi no? La giurisprudenza si fonda, a tal fine, sul rapporto di convivenza. Chi vive sotto lo stesso tetto, indubbiamente, soffre di più di chi è lontano per la morte del parente proprio per via del quotidiano rapporto con questi, il cui venir meno implica il danno da risarcire. Tuttavia, le Sezioni Unite della Cassazione [1], per evitare un rigido formalismo di tale interpretazione, hanno esteso il concetto anche a chiunque, pur non convivente, possa vantare un saldo e duraturo legame affettivo. Si pensi al caso della fidanzata o del fidanzato che, ancora non legato dal matrimonio, ma prossimo a salire sull’altare, viene leso intimamente dalla morte del futuro coniuge. Potrebbe essere anche il caso dei nonni e degli zii. Ma, in tutte queste ipotesi, dice la giurisprudenza, è necessaria una prova rigorosa dell’affezione. In altri termini, bisogna dimostrare al giudice che, tra la persona morta nell’incidente e chi rivendica il risarcimento, vi fosse un legame stabile, quotidiano, forte e durevole.
La questione si è posta con riferimento a una domanda di risarcimento avanzata dagli zii di un giovane morto in un sinistro automobilistico. I parenti, non convivendo con il ragazzo, avevano però cercato di dimostrare il forte attaccamento con quest’ultimo, attraverso i messaggi quotidiano scambiati su Facebook. Per la Cassazione invece, pronunciatasi proprio stamane sul punto [2], la domanda non può essere accolta.
Infatti, «a prescindere dalla loro utilizzabilità in causa, non possono essere certo dei messaggi sms o rapporti intrattenuti su Facebook a poter far dire provata la sussistenza di tale legame». È noto, del resto, che tutti gli iscritti su Facebook hanno centinaia di amici con alcuni dei quali poter vantare chilometriche chat, senza per questo condividerne un rapporto intimo e affettivo. Il contatto sul social network fa parte di «rapporti meramente virtuali che, evidentemente, nulla hanno a che vedere con i concetti di “amicizia” e di stabile rapporto affettivo».
Viene così confermata la linea interpretativa rigorosa: in caso di incidente stradale, per stabilire a chi spetta il risarcimento non si può prescindere «dalla dimostrazione dell’intensità della relazione esistente fra i congiunti e la vittima dell’illecito». È chiaro, quindi che resta «la convivenza il principale elemento di valutazione circa la sussistenza del diritto al ristoro da perdita parentale in capo a congiunti diversi da quelli appartenenti alla ristretta cerchia familiare».
[1] Cass. S.U. sent. n. 26972/2008.
[2] Cass. sent. n. 11428/17 del 9.03.2017.
1. La Corte di Appello di Torino, pronunciando nei c6nfronti di B.K. , con sentenza del 16.6.2016, in riforma della sentenza del GUP del Tribunale di Aosta del 19.11.2015 appellata dall’imputata, riconosciuta la circostanza attenuante di cui all’art. 62 n.6 cod. pen. e valutata detta attenuante e le già riconosciute circostanze attenuanti generiche come prevalenti sulla contestata aggravante, rideterminava la pena in mesi 5 di reclusione; eliminava le statuizioni in favore delle parti civili costituite S.S. e F.M.L. ; confermava nel resto la sentenza appellata.
La B. era stata sottoposta a giudizio per il reato di cui all’art. 589 commi 1 e 2 cod. pen. per avere cagionato, per colpa, la morte di S.N. . L’imputata, nel mentre stava percorrendo la Strada Statale n. XX, con direzione nord, a bordo della sua autovettura “Fiat multipla” targata (…), procedendo il motociclo “Suzuki GSX” targato (…), quando, all’altezza del km (…), in corrispondenza dell’incrocio con la strada di accesso alla s.r. n. XX, si accingeva a effettuare una svolta a sinistra, impegnando la corsia di sinistra nonostante la striscia longitudinale continua e durante tale manovra il S. , dopo aver superato un altro motociclista e un’autovettura, impattava contro la parte anteriore sinistra dell’autoveicolo condotto dalla B. dopo che questa aveva invaso per circa 75 cm la semicarreggiata sinistra, collidendo successivamente contro il guard rail e uscendo di strada. Alla stessa veniva mosso un addebito di colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia e inoltre nella violazione dell’art. 7 commi 1 e 14 d.lvo 30.4.1992, n. 285 per non avere rispettato le prescrizioni della segnaletica verticale violando il segnale di “direzione obbligatoria dritta” effettuando una svolta a sinistra, nella violazione dell’art. 40 d.lvo 285/1992 per non avere rispettato la segnaletica orizzontale effettuando una svolta a sinistra nonostante la presenza di linea di mezzeria bianca continua, nella violazione dell’art. 154, comma 1, d.lvo 285/1992 per avere eseguito una manovra di svolta a sinistra senza assicurarsi di poterlo fare in modo da non creare intralcio o pericolo per altri utenti della strada. Con l’aggravante di avere commesso il fatto con violazione delle norma in materia di disciplina della circolazione stradale. Commesso in (omissis) .
Ed invero, l’art. 74 cod. proc. pen., stabilisce che l’azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno, di cui all’art. 185 cod. pen., può essere esercitata nel processo penale nei confronti dell’imputato e del responsabile civile dal soggetto al quale il reato ha recato danno, ovvero dai suoi successori universali. Secondo quanto osservato dalla giurisprudenza di questa Corte, tale norma distingue il diritto al risarcimento “iure proprio”, che è il diritto del soggetto al quale il reato ha direttamente recato danno, dal diritto al risarcimento “iure successionis”, che spetta solo ai successori universali e che sorge quando si sia verificato un depauperamento del patrimonio della vittima in conseguenza dell’accadimento. Ne discende che i successibili, che non siano, in concreto, anche eredi, non possono agire “iure successionis”, non escludendosi però, per i successibili che siano prossimi congiunti della vittima, la legittimazione ad agire “iure proprio” per il ristoro dei danni patrimoniali e, soprattutto, non patrimoniali sofferti, (così Sez. 4 n. 38809 del 19/4/2005; Giuliano ed altri, Rv. 232413 in una fattispecie, relativa ad un procedimento penale per omicidio colposo conseguente ad un incidente stradale, la Cassazione ha ritenuto che legittimamente era stata ammessa la costituzione di parte civile delle nonne della vittima, poiché, queste, in applicazione dell’art. 569 cod. civ., non potevano annoverarsi tra gli eredi giacché la vittima aveva lasciato i genitori e la sorella, con la conseguenza che la successione legittima di tutti costoro escludeva la successione legittima degli ascendenti-, pur tuttavia le medesime potevano ben costituirsi “iure proprio”, per il ristoro dei danni patrimoniali e non patrimoniali sofferti a causa della morte del congiunto; conf. Sez. 1, n. 25323 del 29/4/2003, non massimata sul punto; Sez. 2 n. 14251 dell’11/4/2011, Corona ed altri, Rv. 250237, con cui si è riaffermato anche il principio secondo il quale i prossimi congiunti della vittima, indipendentemente dalla loro qualità di eredi, sono legittimati ad agire per il ristoro dei danni morali sofferti a causa della morte del congiunto, a nulla rilevando la convivenza o meno con la vittima, in presenza del vincolo di sangue che risente, sul piano affettivo, della1 morte, ancorché colposa, del congiunto).
Costituisce, dunque, ius receptum nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità il principio in base al quale ai prossimi congiunti della persona che ha subito lesioni, a causa del fatto illecito altrui, spetta anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato, in relazione ad una particolare situazione affettiva intercorrente con la vittima. In tal caso, il congiunto è legittimato ad agire “iure proprio” contro il responsabile (vedasi in tal senso le Sezioni Unite Civili di questa Corte n. 9556/2002).
Va rilevato, infatti che, a prescindere dalla loro utilizzabilità, come rileva la logica motivazione del provvedimento impugnato che ne sottolinea la “labilità” e “l’inconsistenza”, non possono essere certo dei messaggi sms o rapporti intrattenuti sul social forum Facebook a poter far dire provata la sussistenza di tale legame. È esperienza comune, infatti, che, soprattutto i giovani, hanno centinaia e centinaia di “amici” Facebook, con molti dei quali intrattengono rapporti meramente virtuali che, evidentemente, nulla hanno a che vedere con i concetti di “amicizia” e di stabile rapporto affettivo.
Questa Corte di legittimità ha più volte condivisibilmente affermato (vedasi, ex multis, questa Sez. 4, n. 46351 del 16/10/2014, Zurich Insurance PLC ed Hamed Sakav Joseph Haim, non mass.) che, affinché si configuri la lesione di un interesse a rilevanza costituzionale, la convivenza non deve intendersi necessariamente come coabitazione, quanto piuttosto come “stabile legame tra due persone”, connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti. E si è osservato che, in tale prospettiva, i riferimenti costituzionali non sono da cogliere negli artt. 29 e 30 Cost., così che detto legame debba essere necessariamente strutturato come un rapporto di coniugio, ed a questo debba somigliare, quanto piuttosto nell’art. 2 Cost., che attribuisce rilevanza costituzionale alla sfera relazionale della persona, in quanto tale (cfr. Cass. Sez. 3 civ., n. 7128 del 21/03/2013, Rv. 625496 e in motivazione).
4. Questa Corte ha di recente assunto una posizione che il Collegio ritiene condivisibile quasi in toto – con l’unico limite riguardante la diversa pregnanza che si ritiene di attribuire, come detto, alla prova di uno stabile rapporto affettivo che si connoti solo da rapporti virtuali- con la sentenza Sez. 3, n. 29735 del 4.6.2013, Ferroni, Rv. 255912, che pure è giunta ad una diversa conclusione rispetto al caso che ci occupa (in quel caso i nonni della vittima di un incidente stradale sono stati ritenuti legittimati “iure proprio” a costituirsi parte civile per il risarcimento dei danni patrimoniali e morali, a prescindere dall’esistenza di un rapporto di convivenza con la vittima medesima).
In quella sentenza si ricorda che la giurisprudenza civile di questa Corte ha recentemente riproposto un indirizzo risalente nel tempo, affermando che nell’ambito del danno non patrimoniale da perdita di congiunto, il rapporto reciproco tra nonni e nipoti (ma mutatis mutandis il discorso vale anche quello zii-nipoti, che è il caso che ci occupa), per essere giuridicamente qualificato e rilevante deve essere ancorato alla convivenza, escludendo che, in assenza di questo presupposto, possa provarsi in concreto l’esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da affetto reciproco e solidarietà con il familiare defunto (così Sez. 3 civ. n. 4253, 16 marzo 2012, che riprende Sez. 3 civ. n. 6938, 23 giugno 1993). Le ragioni sulle quali si fondano tali conclusioni – viene ancora ricordato nel precedente richiamato – vengono individuate: 1. nella configurazione “nucleare” della famiglia, incentrata su coniuge, genitori e figli, come emergente dalla Costituzione; 2. nella posizione (in quel caso dei nonni, ma, si ripete, analoga considerazione vale anche per gli zii) nell’ordinamento giuridico, in quanto le disposizioni civilistiche che, specificamente, li concernono non consentono di poter fondare un rapporto diretto, giuridicamente rilevante, evidenziando, invece, un rapporto mediato dai genitori o di supplenza; 3. nella necessità di bilanciare l’esigenza di evitare il pericolo di una dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati con quella di assicurare la tutela di valori costituzionalmente garantiti. Viene, dunque, individuata la convivenza come “connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico”, specificando che “solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno (art. 2 Cost.)”.
Altro e diverso indirizzo della giurisprudenza civile di questa Corte – viene ancora ricordato nella sentenza 29735/2013 – esclude che l’assenza di coabitazione possa essere considerata elemento decisivo di valutazione qualora la stessa sia imputabile a circostanze di vita che non escludono il permanere dei vincoli affettivi e la vicinanza psicologica con il congiunto deceduto. Si pone, in tal senso, l’accento sulla lesione di valori costituzionalmente protetti e di diritti umani inviolabili determinato dal decesso del congiunto e sulla conseguente perdita dell’unità familiare quale perdita di affetti e di solidarietà inerenti alla famiglia come società naturale (Sez. 3 civ. n. 15019 del 15/7/2005; Sez. 3 civ. n. 16716 del 7/11/2003; anche Sez. 4 n. 20231/2012 Rv. 252683).
Pare evidente, in tal senso, che la molteplicità di contatti telefonici o telematici, laddove sia giustificata dalla difficoltà del contatto fisico, si traduce in un intenso livello di comunicazione in tempo reale, che rende del tutto superflua la compresenza fisica nello stesso luogo per coltivare e consentire un reale rapporto parentale. E ciò vale, evidentemente, tanto per i nonni o gli zii verso i nipoti quanto – il che è assai comune oggi, senza peraltro, significativamente, porre in dubbio o in una posizione di deminutio la risarcibilità – per i genitori verso figli che lavorano o studiano in altra città o addirittura all’estero.
Permane sullo sfondo – come ricorda la recente giurisprudenza sopra citatala condivisibile esigenza di certezza del diritto vivente e l’obiettivo di scoraggiare pretese risarcitorie strumentali (o comunque dirette ad abusare del sistema assicurativo della responsabilità civile, specialmente laddove è obbligatorio) da parte di soggetti di fatto distanti dalla rete affettiva familiare è già adeguatamente garantita da una corretta gestione della causa in sede di merito per pervenire all’accertamento del diritto risarcitorio, cioè dall’adempimento completo dell’onere probatorio da parte del soggetto che chiede risarcimento – non sussistendo alcuna praesumptio a suo favore – che deve essere dal giudice attentamente verificato.
Né, come si è visto, sono stati portati elementi concreti, al di là dello scambio di sms e di “amicizia” su Facebook, atti a provare un legame affettivo e parentale solido e permanente tra la persona offesa e gli zii.

References: Cass. 
 Cass. 
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 Cass. Sez. 
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