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Timestamp: 2019-05-24 04:11:13+00:00

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Legge 104: i permessi fanno maturare le ferie?
Niente decurtazione dalle ferie dei giorni di permesso chiesti dal dipendente per assistere, ai sensi della legge 104, un familiare affetto da handicap.
Poiché assisti un familiare portatore di handicap e di lui ti prendi quotidianamente cura, sei riuscito ad ottenere le agevolazioni previste dalla legge in favore dei lavoratori dipendenti; pertanto, ogni mese, usufruisci di tre giorni di permessi retribuiti ai sensi della legge 104 del 1992. Alla fine dell’anno, però, il datore di lavoro pretende di riconoscere le ferie in misura inferiore ai tuoi colleghi che, invece, non hanno potuto giovarsi dei permessi. A detta sua, i permessi della legge 104 sono già una forma di “riposo” e, pertanto, non fanno maturare ulteriori ferie. Del resto, l’azienda si è già privata di te per ben tre giorni al mese e pretendere di assentarsi ancora è eccessivo. Di contrario avviso, ovviamente, sei tu: sai bene quanto possa pesare l’assistenza a un anziano e quanto questa, addirittura, possa essere più usurante del lavoro stesso. Ben faresti a meno dei permessi retribuiti se solo avessi il parente arzillo e agile. Ma tant’è: la tua non viene vista come una missione e i giorni di permesso non ti vengono conteggiati ai fini del calcolo delle ferie. Chi dei due ha ragione? Una recente ordinanza della Cassazione [1] dà una risposta, chiarimento se, in base alla legge 104, i permessi fanno maturare le ferie?
In materia di permessi 104, la Cassazione ha di recente spiegato che chi si prende cura del familiare disabile non ha l’obbligo di fornire un’assistenza continuativa; in più, non è necessario che l’assistenza coincida con gli orari del lavoro. L’importante è dedicare la parte prevalente della giornata al familiare disabile, ma ciò non toglie che si possa anche approfittare di per fare la spesa o – perché no – di sdraiarsi sul divano e riposarti. La ragione è presto detta: chi si prende in carico l’assistenza di un portatore di handicap è più “usurato” e impegnato dei colleghi di lavoro i quali, invece, dopo l’orario di servizio, possono dedicarsi ai loro svaghi. Ad avviso della Cassazione, l’assistenza al familiare disabile va inquadrata come un’attività pensate e onerosa, ma anche avente una funzione sociale che è quella della cura dei disabili, tutelata dalla stessa Costituzione. Così come tutelato dalla stessa Costituzione è il diritto alle ferie. Si parla quindi di due diritti sacrosanti che non possono essere calpestati. Proprio per tale ragione è giusto pretendere che anche i giorni di permesso ai sensi della legge 104 siano da considerare come normali giorni di lavoro e, come tali, computabili ai fini della maturazione delle ferie.
Non è quindi legittimo decurtare dalle ferie i giorni di permesso chiesti dal dipendente per assistere, ai sensi della legge “104”, un familiare affetto da handicap.
Resta ferma la non commutabilità dei permessi [3] quando debbano cumularsi effettivamente con il congedo parentale ordinario – che può determinare una significativa sospensione della prestazione lavorativa – e con il congedo per malattia del figlio, per i quali compete un’indennità inferiore alla retribuzione normale.
In sintesi, i permessi Legge 104 non incidono sulle ferie e non devono essere riproporzionati se nel mese si fruiscono dei giorni di ferie, come ha precisato il Ministero del Lavoro [4], in quanto sono distinte le finalità dei due istituti.
dal Dipartimento della Funzione Pubblica [5];
dal Consiglio di Stato, sulla base del Testo Unico Maternità Paternità;
dall’Inps ;
dal ministero del Lavoro [8].
[1] Cass. ord. n. 2466/18 del 31.01.2018.
[2] Cass. sent. n. 54712/16.
[3] La limitazione della computabilità dei permessi di cui all’art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, in forza del richiamo operato dal successivo comma 4 all’ultimo comma dell’art. 7 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (abrogato dal d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, che ne ha tuttavia recepito il contenuto negli artt. 34 e 51), opera soltanto nei casi in cui essi debbano cumularsi effettivamente con il congedo parentale ordinario – che può determinare una significativa sospensione della prestazione lavorativa – e con il congedo per malattia del figlio, per i quali compete un’indennità inferiore alla retribuzione normale (diversamente dall’indennità per i permessi ex lege n. 104 del 1992 commisurata all’intera retribuzione), risultando detta interpretazione idonea a evitare che l’incidenza sulla retribuzione possa essere di aggravio della situazione dei congiunti del portatore di handicap e disincentivare l’utilizzazione del permesso.
[4] Min. Lav. nota ad interpello n. 21/2011.
[5] Dip. Funz. Pubblica, Circ. n. 208/2005.
[6] C.S., parere n. 3389/2005.
[7] Inps Mess. n. 7014/2006.
[8] Min. Lav. nota ad interpello n. 14/2006.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 8 novembre 2017 – 31 gennaio 2018, n. 2466
Presidente Doronzo – Relatore Esposito
Che con sentenza del 26 febbraio 2016 la Corte di Appello di Roma ha confermato la decisione del giudice di primo grado che aveva accolto la domanda avanzata da F.R. e C.M. diretta al riconoscimento della illegittimità della decurtazione operata dal datore di lavoro AMA s.p.a. dei giorni di permesso fruiti ex art. 33 c. 3 l. 104/92 sulle ferie, con conseguente affermazione del diritto dei predetti ricorrenti alla cessazione immediata di tali comportamenti ed al pagamento dell’indennità sostitutiva delle ferie;
che avverso tale sentenza ha proposto ricorso AMA Azienda Municipale Ambiente S.p.a.
sulla base di un unico articolato motivo, al quale hanno opposto difese i lavoratori con controricorso;
che la decisione impugnata è conforme alla giurisprudenza di questa Corte che, nel decidere altre controversie (anche relative alle analoghe questioni della computabilità di detti permessi ai fini della tredicesima mensilità e delle ferie) ha ritenuto che “la limitazione della computabilità (….) dei permessi di cui all’art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, in forza del richiamo operato dal successivo comma 4 all’ultimo comma dell’art. 7 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (abrogato dal d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, che ne ha tuttavia recepito il contenuto negli artt. 34 e 51), opera soltanto nei casi in cui essi debbano cumularsi effettivamente con il congedo parentale ordinario – che può determinare una significativa sospensione della prestazione lavorativa – e con il congedo per malattia del figlio, per i quali compete un’indennità inferiore alla retribuzione normale (diversamente dall’indennità per i permessi ex lege n. 104 del 1992 commisurata all’intera retribuzione), risultando detta interpretazione idonea ad evitare che l’incidenza sulla retribuzione possa essere di aggravio della situazione dei congiunti del portatore di handicap e disincentivare l’utilizzazione del permesso” (cfr. Cass. 07/07/2014 n. 15345, Cass. n. 14187 del 07/06/2017);
che il giudice di appello, con argomentazioni conformi a quanto affermato da questa Corte, sulla scorta del rilievo costituzionale del diritto alle ferie, degli obiettivi di tutela e protezione per i disabili della l. 104/92 e del principio di non discriminazione, ha ritenuto che nel caso specifico i permessi, accordati per l’assistenza di un familiare portatore di handicap, concorressero nella determinazione dei giorni di ferie maturati dal lavoratore che ne ha beneficiato;
che in ordine al richiamo effettuato dall’art. 33 c. 4 l. 104/1992 all’art. 7 u.c. l. 1204/1971 questa Corte ha già chiarito (cfr. Cass. 15435/2014) che “l’adozione del criterio letterale imposta dall’art. 12 preleggi nell’interpretazione dell’inciso che si cumulano con quelli previsti alla citata L. n. 1204 del 1971, art. 7, non fornisce una soluzione univoca. Si deve infatti osservare, da un lato, che l’adozione del pronome relativo che – in luogo di qualora, nel caso che o simili – parrebbe introdurre la disciplina generale di tali permessi nel senso della loro cumulabilità con i congedi parentali, senza limitare l’operatività del richiamo alla L. n. 1204, art. 7, u.c.. È vero però in senso contrario che tale cumulabilità non richiedeva una previsione espressa – non essendo posta in dubbio da altre disposizioni e risultando senza margini di incertezza dai diversi (anche se sovrapponibili) presupposti legittimanti la fruizione nelle due ipotesi, ovvero l’età del bambino e la situazione di handicap grave – sicché il richiamo ai congedi parentali trova una giustificazione nel fine di individuare l’operatività della previsione limitativa dell’incidenza sulla tredicesima e sulle ferie”;
che questa Corte ha avuto modo di evidenziare (Cass. 14187/2017, citata) “che la Convenzione ONU prevede il sostegno e la protezione da parte della società e degli Stati non solo peri disabili, ma anche per le loro famiglie, ritenute strumento indispensabile per contribuire al pieno ed uguale godimento dei diritti delle persone con disabilità (v. in particolare il punto x del preambolo e l’art. 19, punto b, art. 23, comma 3, art. 28, comma 1 e comma 2, lett. c)”;
La Corte, rigetta il ricorso e condanna 4, ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 1.150,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge, con distrazione in favore del procuratore delle parti resistenti.
Giusy Santoro ha detto:
01/02/2018 @ 08:42
Leggeb104 non ci sono.controlli
Rispondi a Giusy Santoro Annulla risposta

References: Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 33
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 7
 art. 7
 art. 23
 art. 28