Source: https://www.laleggepertutti.it/164114_spedizione-pacco-che-succede-in-caso-di-rapina
Timestamp: 2018-08-14 07:06:42+00:00

Document:
Spedizione pacco: che succede in caso di rapina?
Contratto di trasporto: il vettore resta responsabile in caso di rapina della merce trasportata per conto di terzi.
Se il furgone che trasporta un pacco viene rapinato o la merce viene rubata, il vettore resta responsabile nei confronti del cliente che ha firmato un contratto di spedizione, anche se le condizioni generali escludono la colpa per tali ipotesi. La rapina o il furto, infatti, non possono essere considerati eventi talmente imprevedibili da escludere la responsabilità di chi è tenuto a svolgere una prestazione per conto di terzi come appunto il vettore professionale. È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Roma con una recente sentenza [1]. Dunque, in caso di spedizione di un pacco l’eventuale rapina o il furto avvenuto ai danni del trasportatore implica una responsabilità di quest’ultimo e l’obbligo di risarcimento del danno nei confronti del cliente.
È vero: in base al codice civile [2] solo il cosiddetto «caso fortuito» esonera chi è tenuto a svolgere una prestazione (e che, a tal scopo, ha ricevuto un compenso) dall’eventuale impossibilità sopravvenuta e dall’obbligo di risarcimento alla controparte per il danno da questa subìto. Tuttavia, come più volte chiarito anche dalla Cassazione [3], il vettore professionale con il quale si conclude un contratto di trasporto deve adottare le misure idonee e adeguate per evitare – o quantomeno ridurre al minimo – il rischio della perdita del carico. Precauzioni che devono essere prese anche contro furti e rapine. Tali reati, infatti, non possono essere considerati «caso fortuito» e non esimono da responsabilità il trasportatore. In ultima ipotesi il vettore che non sia in grado di adottare le misure idonee a escludere furti deve essere quantomeno assicurato. Quindi, della spedizione del pacco e della perdita resta responsabile solo e unicamente il vettore.
Se il contratto di trasporto prevede una clausola che esclude la responsabilità per ipotesi di rapina (qualificata come «caso fortuito» nella scrittura privata) tale clausola è nulla e il trasportatore è tenuto a risarcire i danni subiti dal cliente.
Quindi se le condizioni generali di contratto per il servizio di trasporto stabiliscono che l’eventuale rapina deve considerarsi un caso fortuito che esonera il vettore da ogni responsabilità, tali condizioni contrattuali vanno ritenute illegittime giacché la rapina non può considerarsi un evento che «normalmente, in relazione ai mezzi e alle condizioni del trasporto» dipende da caso fortuito. Come affermato dalla Suprema Corte, «in tema di contratto di trasporto, la rapina in sé stessa non integra il caso fortuito» a prescindere dalle circostanze del caso concreto e dall’adozione di ogni possibile misura idonea ad evitarla [4].
Da ciò discende che l’eventuale esclusione di responsabilità, da parte del vettore, per il caso di rapina o furto non è valida e, in caso di dispersione del pacco spedito, il trasportatore è tenuto a risarcire i danni del cliente.
[1] C. App. Roma, sent. n. 1604/17 dell’8.03.2017.
[2] Art. 1693 cod. civ.: Il vettore è responsabile della perdita e dell’avaria delle cose consegnategli per il trasporto, dal momento in cui le riceve a quello in cui le riconsegna al destinatario, se non prova che la perdita o l’avaria è derivata da caso fortuito, dalla natura o dai vizi delle cose stesse o del loro imballaggio, o dal fatto del mittente o da quello del destinatario.
Se il vettore accetta le cose da trasportare senza riserve, si presume che le cose stesse non presentino vizi apparenti d’imballaggio.
[3] Cass. sent. n. 17478/2007.
[4] «Per integrare l’esimente del caso fortuito prevista dall’art. 1693 cod. civ. non è sufficiente che un evento come la rapina appaia solo improbabile, ma occorre anche che esso sia imprevedibile, in base ad una prudente valutazione da effettuarsi, in caso di vettore professionale, con la diligenza qualificata di cui all’art. 1176. secondo comma, cod. civ., ed assolutamente inevitabile, tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto e delle possibili misure idonee ad elidere od attenuare il rischio della perdita del carico» (Cass. 13/5/2009, n. 11024).
Corte d’appello di Roma – Sezione II civile – Sentenza 8 marzo 2017 n. 1604
dott. Emilio Morelli – Presidente relatore
dott.ssa Cecilia De Syntis – Consigliere
dott. Alberto Tilocca – Consigliere
riunita in camera di consiglio ha pronunciato ai sensi dell’art. 281 – sexies c.p.c., la seguente
nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 6910 del registro generale degli affari contenziosi dell’anno 2016, passata in decisione all’udienza dell’8 marzo 2017, vertente tra
S.p.A. (…), in persona del suo legale rappresentante pro tempore, con sede legale in Pomezia (Rm) alla Via (…), rappresentata e difesa dall’avv. Gi.Bi. (…) del Foro di Roma ed elettivamente domiciliata presso il suo studio in Roma alla Via (…) giusta delega in calce all’atto di appello – APPELLANTE
eAC. LTD, in persona del legale rappresentante pro-tempore – APPELLATA
La. S.p.A. – con atto di citazione notificato in data 14-11-2016 ha proposto appello avverso la sentenza del Tribunale ordinario di Roma n. 17440/2016. pubblicata il 21/9/2016, non notificata, pronunciata all’esito del giudizio promosso da Ac. Ltd nei confronti dell’appellante. I fatti di causa – quali risultano dagli atti processuali – sono i seguenti.
Con contratto in data 1/3/2011, l’Istituto della En.Fo. S.p.A. commissionava un trasporto di merci a collettame (doc. all. 3 nel fascicolo di primo grado di parte convenuta) a La. S.p.A.: questa, a sua volta, commissionava il trasporto de quo alla IT. S.r.l. (doc. all. 4 nel fascicolo di primo grado di parte convenuta), con emissione di regolare borderò in data 17-6-2011 (doc. all. 5 nel fascicolo di primo grado di parte convenuta). IT. S.r.l. – incaricava del trasporto la SO A società consortile a r.l. la quale ne affidava l’esecuzione alla consorziata ST. soc. coop., tramite autoarticolato di proprietà della SOA, condotto dal sig. Ga.Ge. (socio lavoratore della ST.). Il giorno 18/6/2011 nelle prime ore del mattino, il Ga., alla guida del mezzo, da solo, partito da Pomezia, percorreva l’autostrada A16, usciva al casello di Canosa di Puglia, proseguiva sulla SS e si immetteva sulla SS (…), direzione Sud, diretto alla città di Noicattaro, ove avrebbe dovuto scaricare il collettame presso la ditta “Ra.”, Giunto all’altezza del comune di Bisceglie, il trasportatore si fermava in una piazzola di sosta per un impellente bisogno fisiologico, ma, appena risalito a bordo, prima di ripartire, veniva bloccato da un gruppo di rapinatori armati, i quali si impossessavano dell’autoarticolato e si allontanavano con esso, lasciando il camionista a piedi in aperta campagna. Avvisale le forze di polizia, l’autoarticolato, alle ore 9.15 circa del medesimo giorno, veniva rinvenuto fermo nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria di Candela, sulla S.P, Candela/Cerignola, svuotato di gran parte del carico, tra cui parte della merce appartenente all’Istituto Treccani.
A seguito della rapina, It., lo stesso giorno 18 giugno, comunicava a La. S.p.A., che il carico era stato parzialmente sottratto (doc. all. 6 nel fascicolo di primo grado di parte convenuta); La. S.p.A. a sua volta, informava dell’accaduto l’Istituto Tr., indicando analiticamente la merce mancante (doc. all. 10 nel fascicolo di primo grado di parte convenuta).
Con atto di citazione notificato in data 21/2/2014, Ac. Ltd conveniva in giudizio La. S.p.A. esponendo che aveva indennizzato il proprio assicurato Istituto Tr. per il danno derivato dalla rapina di cui innanzi, corrispondendo l’importo di Lire 69.857.58, pari al valore della merce andata perduta; chiedeva, perciò, la condanna della convenuta, ai sensi dell’art. 1916 c.c.. al pagamento, in suo favore, della somma di Euro 69.857.58 con rivalutazione monetaria c interessi dall’evento al saldo, ritenendo la stessa convenuta responsabile del danno ai sensi dell’art. 1593 c.c. La. S.p.A. costituitasi, resisteva alla domanda, eccependo: “l’inesistenza del diritto surrogatoti”, in ragione di quanto disposto nell’art. 5 del contratto stipulalo tra La. e Tr. (assicurata); il difetto di legittimazione attiva in ragione del disposto dell’art. 1689 c.c. per carenza di prova circa il fatto che il pregiudizio era stato direttamente subito dal mittente (assicurato) e non dal destinatario; la prescrizione del diritto per decorrenza del termine annuale, in quanto la riconsegna doveva avvenire nel giugno 2011 mentre la controparte aveva prodotto una messa in mora dell’agosto 2012: l’insussistenza del diritto risarcitorio in virtù della presenza di una causa di forza maggiore, desumibile sia dal fatto che vi era una previsione contrattuale di fortuito nell’ipotesi di rapina (ex art. 1694 c.c. nel combinato disposto con l’art. 12 del contratto stipulato tra La. e Tr. e comunque con l’art. 18 delle condizioni generali per servizi nazionali di trasporto merci a collettame) che non era stata superata dalla controparte con la prova specifica del dolo o della colpa del vettore, sia comunque dal fatto che le modalità dell’azione delittuosa erano state a tal punto abnormi da configurare l’imprevedibilità e l’inevitabilità tipiche della forza maggiore: in ogni caso, la necessità di applicare le modalità di calcolo dell’ammontare del risarcimento previste dall’art. 5 del contratto stipulato tra La. e Tr. e dall’art. 1696 c.c.” (così nell’atto di appello).
All’esito dell’istruttoria documentale, l’adito Tribunale pronunciava sentenza definiti va. con la quale così decideva: “a) accoglie la domanda e, per l’effetto, condanna LA. S.p.A. al pagamento in favore di AC. LTD della somma di Euro 69.854,58 oltre i.v.a., nonché interessi legali a decorrere dalla data della domanda sino al soddisfo; b) condanna LA. S.p.A. alla rifusione in favore AC. LTD delle spese processuali che si liquidano in Euro 4.015.00 per compenso ed Euro 776.00 per spese, oltre rimborso spese generali ex art. 2, comma 2, d.m. 10 marzo 2011, n. 55, oneri fiscali e contributivi”.
Avverso tale sentenza La. S.p.A., ha proposto appello, deducendo plurimi motivi di gravame e precisando le seguenti conclusioni: “in via principale: rigettare integrai in ente le domande ex ad verso avanzate da Ac. LTD, perché infondate in fatto e in diritto; in via subordinata: rideterminare la somma dovuta da La. S.p.A. ad Ac. LTD applicando i criteri di calcolo del danno previsti sia dal contratto stipulato tra La. S.p.A. e l’assicurato Istituto della Enciclopedia Italiana Fondata da Gi.Tr. S.p.A. sia comunque dall’art. 1696 c.c., senza maggiorazione di IVA sulla somma così determinata; in ogni caso: con vittoria di spese, competenze ed onorari del doppio grado di giudizio, oltre rimborso forfetario, IVA e CPA come per legge”.
L’appellata Ac. Lid. ritualmente costituitasi con comparsa di risposta depositata in data 7/3/2017, ha resistito all’impugnazione e ne ha chiesto il rigetto. All’odierna udienza dinanzi al Collegio sono comparsi i difensori delle parti, i quali si sono riportati alle rispettive conclusioni in atti e hanno discusso oralmente la causa. L’appello è solo in parte fondato.
Col primo motivo di gravame l’appellante lamenta che il primo giudice avrebbe errato nel ritenere inopponibile all’assicuratore Ac. Ltd i limiti di risarcibilità pattuiti nel contratto di trasporto (clausole art. 5 e art. 12), stipulato fra Istituto Tr. (mittente/assicurato) e La. S.p.A. (vettore principale), per essere la relativa scrittura priva di data certa. L’appellante obietta che l’art. 2704 c.c. “non si limita ad indicare criteri tassativi per conferire certezza alla data del documento, ma esprime un principio generale di possibilità di prova, con ogni mezzo, della data del contratto dal giorno in cui si verifica un altro fatto (circostanza oggettiva esterna) che stabilisce in modo egualmente certo l’anteriorità della formazione della scrittura”: e che “nel giudizio di primo grado, sono stati dedotti una pluralità di fatti dai quali il giudice avrebbe dovuto scaturire l’anteriorità del contratto di trasporto”. L’obiezione è priva di pregio. Premesso che, come affermato dalla S. C., “l’autore del danno può opporre all’assicuratore surrogatosi al danneggiato ai sensi dell’art. 1916 cod. civ. le eccezioni che avrebbe potuto opporre all’assicurato, sempre che siano fondate su situazioni già esistenti al momento della surrogazione e, se documentalmente provate, risultino da atti di data certa; e poiché, per le eccezioni relative a rapporti intercorsi tra assicurato e responsabile, l’assicuratore è terzo, la data certa va determinata ai sensi dell’art. 2704 cod. civ.” (Cass. 26/8/1976, n. 3056); si osserva che i fatti addotti a prova dell’anteriorità del contratto di trasporto possono dimostrare, appunto, la data del contratto (sicuramente anteriore all’esecuzione del trasporto ed alla perdita della merce), ma un anche della scrittura prodotta dall’appellante/vettore: in altri termini, se non v’è dubbio che il contratto di trasporto sta stato stipulato prima del 18/6/2011 (circostanza non contestata ne dall’una né dall’altra parte), i fatti addotti dall’appellante non escludono affatto che la relativa scrittura – recante la clausola contenerne i limiti di risarcibilità – possa essere stata redatta in data successiva al sinistro; invero, ai sensi dell’art. 2704 c.c., la data della scrittura privata non autenticata “non è certa e computabile riguardo ai terzi”, se non dal giorno “in cui si verifica un altro fatto che stabilisca in modo egualmente certo l’anteriorità della formazione del documento” (“l’anteriorità detta formazione del documento” non della stipulazione del contratto: le clausole in questione ben potrebbero essere state inserite in una scrittura redatta posteriormente al sinistro). Con il secondo motivo di gravame l’appellante censura l’appellata sentenza, per avere il primo giudice ritenuto comunque non opponibili all’assicuratore i limiti di risarcibili di cui alle clausole art. 5 e art. 12 del contratto di trasporto, per essere l’assicuratore terzo estraneo rispetto alle pattuizioni intercorse fra mittente/assicurato e vettore. La clausola art. 5 è del seguente letterale tenore: “LIMITE DI RISARCIBILITA’: Le parti contraenti concordano che le merci affidate allo spedizioniere saranno, a cura e spese del mittente, assicurate senza diritto di rivalsa sul trasportatore. Il committente m un leva comunque lo spedizioniere, salvo in caso di dolo, da ogni responsabilità per eventuali danni che dovessero subire le merci oggetto del presente contratto. Risarcibilità: ex D.Lgs. 286/2005 pari ad Euro 1.00 al kg lordo (…)”.
La clausola art. 12 recita: “Per quanto non disposto dalla presente convenzione, si intendono valide le CONDIZIONI GENERALI della FEDERAZIONE nazionale corrieri, depositate presso le C.I.A.A. nazionali”.
L’appellante obietta che “in ragione del fatto che l’assicuratore/attore (Aee) è subentrato nella stessa posizione del proprio assicurato (Tr.), deve ritenersi che La. (vettore/convenuto) abbia pienamente diritto di opporre all’assicuratore le eccezioni derivanti dalle dette clausole”.
Fermo restando il superiore rilievo circa la mancanza di data certa della scrittura contenente dette clausole, si osserva che è, si pertinente il richiamo alla giurisprudenza di legittimità, secondo cui “la surrogazione dell’assicuratore prevista dall’art. 1916 cod. civ. integra una successione a titolo particolare nel credito risarcitone tino alla concorrenza dell’ammontare dell’indennizzo, la quale si verifica nel momento in cui l’assicuratore fornisce notizia al terzo responsabile del pagamento effettuato all’assicurato, esprimendo la volontà di avvalersi della citata norma, ed implica l’opponibilità all’assicuratore delle eccezioni invocabili contro l’assicurato alla suddetta data, per effetto del subingresso dell’uno nella stessa posizione dell’altro” (Cass. 17/5/2007, n. 11457). Tuttavia, il diritto di surrogazione dell’assicurazione (quale diritto a sostituirsi al danneggiato/assicurato nel credito risarcitone verso il responsabile), diritto proprio dell’assicuratore, non è disponibile da parte del rassicurato e non può certo essere escluso da un accordo fra l’assicurato e il responsabile del sinistro (art. 1372, 2 comma, c.c.). Orbene, il pattuire, nel contratto di trasporto, che le merci “saranno, a cura e spese del mittente, assicurate senza diritto di rivalsa sul trasportatore” si risolverebbe proprio in un accordo in danno dell’assicuratore (terzo estraneo al contratto), mirante in sostanza ad impedirne la surrogazione, come tale senza effetto nei suoi riguardi.
Quanto alla pattuizione di “manleva, salvo in caso di dolo, da ogni responsabilità per eventuali danni che dovessero subire le merci”, si osserva che essa si riferisce soltanto a eventuali “danni”, ossia deterioramenti o “avarie” della merce (art. 1693 c.c.), non anche, come avvenuto nel caso di specie, alla “perdita” della merce (non deteriorata, ma sottratta dai rapinatori).
Quanto al limite di risarcibilità ex D.Lgs. n. 286/2005, pari a Euro 1,00 al kg. lordo, la clausola contrattuale non fa che richiamare la previsione legale dell’art. 1696 cc. comma 2 (introdotto dal citato D.Lgs. n. 285/2006), il cui comma 4 esclude che il vettore possa “avvalersi delta limitazione della responsabilità prevista a suo favore dal presente articolo ove sia fornita la prova che la perdita o l’avaria della merce sono stati determinali da dolo o colpa grave del vettore o dei suoi dipendenti e preposti, ovvero di ogni altro soggetto di cui egli si sia avvalso per l’esecuzione del trasporto, quando tali soggetti abbiano agito nell’esercizio delle loro funzioni”. Il punto è dedotto ad oggetto del sesto motivo di gravame e verrà, perciò, esaminato più avanti.
Quanto alla doglianza basata sulla clausola art. 12, anch’essa è dedotta ad oggetto di altro motivo di gravame (il quarto) e verrà, perciò, esaminata più avanti.
Con il terzo motivo di gravame l’appellante lamenta che il primo giudice abbia omesso di pronunciare sulla sua eccezione di difetto di legittimazione attiva dell’assicuratore/parte appellata) in riferimento all’art. 1689 c.c. La censura va disattesa. La norma richiamata prevede che “i diritti nascenti dal contratto di trasporto verso il vettore spettano al destinatario dal momento in cui, arrivate le cose a destinazione o scaduto il termine in cui sarebbero dovute arrivare, il destinatario ne richiede la riconsegna ai vettore”. Nel caso di specie è del tutto evidente che le cose trasportate non sono mai arrivate a destinazione, tant’è che la stessa appellante afferma che sono state sottratte nel corso di una rapina perpetrata durante l’esecuzione del trasporto. Sicché i diritti nascenti dal contratto, ivi compreso il credito risarcirono per la perdita della merce, non possono spettare che al mittente, al quale l’assicuratore si è surrogato ex art. 1916 c.c. così acquisendo la legittimazione ad agire per essi.
Con il quarto motivo di gravame l’appellante lamenta che il primo giudice avrebbe “errato nell’applicare al caso di specie la presunzione di responsabilità ex art. 1693 c.c. antiche la presunzione di fortuito derivante dal combinato disposto dell’art. 1694 c.c. con l’art. 18 delle condizioni generali di contratto per i servizi nazionali di merci a col Iettarne”.
L’art. 1694 c.c. detta che “sono valide le clausole che stabiliscono presunzioni di caso fortuito per eventi che normalmente, in relazione ai mezzi e alle condizioni del trasporto, dipendono da caso fortuito”).
L’art. 18 delle “condizioni generali” per i servizi nazionali di trasporto merci collettame, presume il caso fortuito in ipotesi di rapinai tali “condizioni generali” sono quelle richiamate dalla clausola art. 12 del contratto di trasporto de quo. La doglianza è priva di pregio, giacché la rapina non può considerarsi un evento che “normalmente, in relazione ai mezzi e alle condizioni del trasporto” dipende da caso fortuito. Come affermato dalla S. C., “in tema di contratto di trasporto, la rapina in sé stessa non integra il caso fortuito” (Cass. 9/8/2007, n. 17478); “per integrare l’esimente del caso fortuito prevista dall’art. (693 cod. civ. non è sufficiente che un evento come la rapina appaia solo improbabile, ma occorre anche che esso sia imprevedibile, in base ad una prudente valutazione da effettuarsi, in caso di vettore professionale, con la diligenza qualificata di cui all’art. 1176. secondo comma, cod. civ., ed assolutamente inevitabile, tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto e delle possibili misure idonee ad elidere od attenuare il rischio della perdita del carico” (Cass. 13/5/2009, n. 11024). Da ciò discende che la rapina, di per sé sola, a prescindere dalle circostanze del caso concreto e dall’adozione di ogni possibile misura idonea ad evitarla, non può essere oggetto di presunzione di fortuito ex art. 1694 c.c.; sicché la clausola che prevede simile presunzione non è Valida.
Con il quinto motivo di gravame l’appellante censura la sentenza impugnata per avere fatto discendere “la responsabilità del vettore da un’erronea applicazione anche del disposto dell’art. 1693 c.c., omettendo di motivare sul perché la rapina – per come effettuata nel caso concreto – dovesse ritenersi prevedibile e stabilendo l’evitabilità dell’evento senza indicare quali fossero le misure di prevenzione idonee a sventare quella specifica azione criminosa”.
La doglianza non ha pregio. La S. C. ha avuto occasione di affermare che “il caso fortuito. che, ai sensi dell’art. 1693 cod. civ., esonera il vettore da responsabilità per la perdita del carico, comprende soltanto gli eventi imprevedibili, e non anche quelli soltanto improbabili: pertanto, poiché la rapina di un autocarro ed il sequestro del conducente, specie in alcune zone dell’Italia centromeridionale. non possono essere considerati un evento “imprevedibile”, ne consegue che. anche nel caso di rapina, il vettore va esente da responsabilità soltanto ove dimostri di avere adottato tutte le misure atte a prevenirla, tenuto conto sia della natura professionale della prestazione da lui esigibile (ex art. 1176, comma secondo, cod. civ.); sia di tutte le altre circostanze del caso concreto (valore della merce, modalità del trasporto, modalità della rapina, ecc.)” (Cass. 21/12/1999, n. 14397).
Nella specie, l’appellante/vettore non ha affatto provato che, nel corso del trasporto (m una zona dell’Italia meridionale notoriamente ad alta densità criminale), furono effettivamente adottate tulle le misure idonee ad evitare la asserita rapina, misure che avrebbero dovuto essere indicate dalla stessa appellante/vettore, gravata dell’onere della prova e, quindi, anche della preventiva allegazione dei fatti, sui quali possa basarsi l’invocata esimente ex art. 1693 c.c.
Peraltro, non solo le concrete modalità della rapina non sono state provate (bensì solo affermate sulla base del racconto del camionista), ma le stesse circostanze di tempo e di luogo, in cui la rapina sarebbe avvenuta, come esposte dal (…), dimostrano la mancata adozione di ogni benché minima cautela: invero, il fatto che il trasportatore – secondo il suo stesso racconto – sia uscito dall’autostrada, nelle prime ore del mattino, e si sia immesso in Lina strada statale, senza alcuna plausibile giustificazione, e si sia, poi, fermato in una piazzola ili sosta incustodita, priva di servizi e non frequentata, in una zona notoriamente ad alto tasso delinquenziale, integra un comportamento di macroscopica imprudenza, tale da sostanziare una colpa grave,
Con il sesto motivo di gravame l’appellante lamenta che il primo giudice avrebbe erroneamente liquidato il danno, in violazione della disposizione dell’art. 1696, 1 comma, c.c. e senza motivare circa i criteri di liquidazione seguiti.
L’art. 1696, 1 comma, c.c. prevede che il danno derivante dalla perdita delle merci deve essere calcolato secondo il loro prezzo corrente nel luogo e nel tempo della riconsegna.
La sentenza appellata ha determinato il danno in misura pari all’importo dell’indennizzo corrisposto dall’assicuratore al rassicurato/mittente (come da doc. n. 8 del fascicolo di primo grado di parte attrice/appellata), importo corrispondente al prezzo di vendila delle merci trasportale quale risulta dalle fatture prodotte dall’appellata già in primo grado e non contestate da controparte, fatture su cui ben può basarsi una presunzione semplice, trattandosi di cose mobili (libri) commercializzate mediante cataloghi resi noti al pubblico. In proposito giova anche richiamare la giurisprudenza di legittimità, secondo cui “il valore della merce, in caso di perdita o di avaria bene può essere desunto – dal giudice – dalle fatture emesse dal mittente nei confronti del destinatario della merce stessa, stante la presunzione semplice che nei normali rapporti tra imprenditori commerciali venga praticato il prezzo di mercato” (Cass. 27/10/1998. n. 10692; Cass. 24/7/1986, n. 4732).
Quanto all’IVA, la doglianza dell’appellante è fondata: deve, invero, ritenersi che essa non sia dovuta, in quanto trattasi di corresponsione di indennizzo assicurativo rientrante tra le operazioni esenti dall’imposta, ai sensi dell’art. 10, n. 8, D.P.R. n. 633/1972 (“le prestazioni dipendenti da contratti di assicurazione e riassicurazione e di vitalizio e le prestazioni di intermediazione relative”; cfr. Cass. 31/3/2008, n. 8246).
Con il settimo motivo di gravame l’appellante censura l’appellata sentenza per avere il primo giudice omesso di applicare le disposizioni dei commi 2 e 4 dell’art. 1696 c.c. le quali prevedono:
“Il risarcimento dovuto dal vettore non può essere superiore a un Euro per ogni chilogrammo di peso lordo della merce perduta o avariata nei trasporti nazionali”, “Il vettore non può avvalersi della limitazione della responsabilità prevista il suo favore dal presente articolo ove sia fornita la prova che la perdita o l’avaria della merce sono stati determinati da dolo o colpa grave del vettore o dei suoi dipendenti e preposti, ovvero di ogni altro soggetto di cui egli si sia avvalso per l’esecuzione del trasporlo, quando tali soggetti abbiano agito nell’esercizio delle loro funzioni”. La censura va disattesa.
Circa le modalità della rapina che, a dire dell’appellante, sarebbe stata perpetrata “da un vero e proprio Gommando armato (“sedici rapinatori su quattro autovetture dotate di sofisticale apparecchiature ricetrasmittenti, lutti armati, travisati in volto e muniti di giubbotti antiproiettile”), che coglieva di sorpresa l’autista nel momento in cui si accingeva a ripartire e lo sottoponeva a violenza e sequestro di persona” – va osservato che, secondo la giurisprudenza di legittimità, “la denuncia in sede penale di determinati latti delittuosi non è sufficiente a far considerare l’effettivo svolgimento dei fatti così come denunciati assistito da presunzione di credibilità ai sensi degli arti. 2727 e 2729 cod. civ. ancorché in ordine ad essi vi sia stata sentenza istruttoria di non doversi procedere perché ignoti gli autori del reato” (Cass. 10/2/2003, n. 1935; conf. Cass. 7/9/1992, n. 10262). Nel caso di specie le descritte modalità dell’azione delittuosa risultando soltanto dal racconto del trasportatore, racconto che è rimasto privo di alcun riscontro probatorio e che. riguardo a dette modalità, appare del tutto inverosimile, essendo le stesse quelle proprie di un assalto ad un mezzo adibito al trasporto di un ingente carico di ben altro valore.
D’altro canto, dallo stesso racconto del trasportatore, recepito nelle allegazioni dell’appellante, emerge la colpa grave del medesimo trasportatore. Invero, come già osservato. il fatto che il trasportatore, viaggiando da solo, sia uscito dall’autostrada, nelle prime ore del mattino, e si sia immesso in una strada statale, senza alcuna plausibile giustificazione, e si sia, poi, fermato in una piazzola di sosta incustodita, priva di servizi e non frequentata, in una zona notoriamente ad alto tasso delinquenziale, integra un comportamento di macroscopica imprudenza, che ben può ritenersi abbia determinato la perdita del carico: se il trasportatore fosse rimasto in autostrada e si fosse fermato in un’area di servizio autostradale probabilmente la rapina non sarebbe avvenuta, essendo le autostrade, com’è notorio, più controllate dalle forze di polizia. Ciò posto, deve ritenersi che non abbia errato il primo giudice nel disapplicare la limitazione di responsabilità di cui all’art. 1696, 2 comma, c.c.
In conclusione, l’appello deve essere accollo solo limitatamente all’IVA e rigettato per il resto.
In considerazione del parziale accoglimento e della preponderante soccombenza dell’appellante, le spese del doppio grado di giudizio vanno compensate per un quinto, e poste per gli altri quattro quinti a carico dell’appellante, liquidate, per detta aliquota, come in dispositivo ai sensi del DM n. 55/2014 (valore dichiarato della causa: tra Euro 52.000.00 ed Euro 260.000,00, tabella 12, 5 scaglione, con esclusione, per il giudizio di appello, della fase istruttoria di fatto non espletata; per il primo grado non è stata impugnata la liquidazione fatta nell’appellata sentenza).
La Corte, definitivamente pronunciando sull’appello proposto da La. S.p.A., con atto di citazione notificato in data 14/11/2016, nei confronti di AC. contro la sentenza del Tribunale ordinario di Roma n. 17440/2016, pubblicala il 21/9/2016, così provvede:
a)- accoglie parzialmente l’appello c. in riforma dell’appellata sentenza, esclude l’IVA dalla somma dovuta dall’appellante all’appellata, confermando la condanna di La. S.p.A. al pagamento in favore di Ac. della somma di Euro 69.854.58, oltre agli interessi legali a decorrere dalla data della domanda (21/2/2014) sino al soddisfo;
b)- compensa per un quinto le spese processuali fra le parti; condanna La. S.p.A. a rimborsare alla controparte Ac. ltd i rimanenti quattro quinti, che liquida, per il primo grado, in Euro 3.832,80, di cui Euro 620,80 per esborsi (Euro 776.00 – 1/5) ed Euro 3.212.00 (Euro 4.015.00 – 1/5) per compensi, oltre a rimborso forfetario (15%), IVA e CPA nella misura di legge, e, per il secondo grado, in Euro 7.612.00 (Euro 9,515.00 – 1/5), oltre a rimborso forfetario (15%), IVA e CPA nella misura di legge.
Così deciso in Roma l’8 marzo 2017. Depositata in Cancelleria l’8 marzo 2017.

References: sentenza 
 Art. 1693
 Cass. 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 1694
 sentenza 
 art. 2
 sentenza 
 art. 5
 art. 12
 art. 5
 art. 12
 art. 5
 art. 12
 art. 12
 art. 1916
 art. 1693
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 art. 1694
 sentenza 
 art. 1176
 art. 1693
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
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 Cass. 
 sentenza