Source: https://www.laleggepertutti.it/257362_revoca-delle-dimissioni
Timestamp: 2018-12-17 01:52:14+00:00

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Il diritto di ripensamento dei sette giorni al lavoratore dipendente per rinunciare alle dimissioni e riottenere il proprio posto.
Una volta date le dimissioni si può tornare indietro? Se il dipendente che ha deciso di licenziarsi ha un ripensamento che possibilità ha di tornare sul posto di lavoro? Immagina di essere stato costretto a subire una serie di affronti e angherie dal tuo datore. In ultimo, in un periodo di forte conflittualità e stress, al culmine di un acceso litigio, gli hai detto che te ne vai per sempre. Subito dopo sei andato dal consulente del lavoro a ufficializzare la procedura online di dimissioni. Poi però, dopo neanche cinque giorni, ci hai ripensato: la tua famiglia ha bisogno di quello stipendio. Per non far mancare nulla ai tuoi figli decidi di mandare giù il boccone amaro e di tornare in azienda. Ma il tuo capo ti dice che ormai “sei fuori” e non puoi più ripensarci. È possibile la revoca delle dimissioni? In quali casi è ammesso il diritto al ripensamento?
Il problema è tutt’altro che isolato, tant’è vero che la giurisprudenza si è più volte pronunciata su questo delicato argomento. Da ultimo lo ha fatto la Cassazione con una sentenza di ieri [1]. Per noi è solo la scusa, al di là dello specifico caso trattato dalla Corte, per spiegare quando è possibile la revoca delle dimissioni ed, eventualmente, quanti giorni ci sono per tornare indietro e per cambiare idea.
Non resta quindi che analizzare tutte le possibili ipotesi in cui l’atto di dimissioni viene manifestato e verificare quali sono le conseguenze.
1 Dimissioni in tronco o con preavviso?
2 Le dimissioni firmate all’assunzione
3 Dimissioni o licenziamento orale?
4 Dimissioni sotto stress
5 Dimissioni in uno stato di incapacità psichica
6 Revoca delle dimissioni volontarie: spetta la riassunzione?
Dimissioni in tronco o con preavviso?
Prima di parlare della revoca delle dimissioni è bene ricordare che il dipendente non può abbandonare l’azienda dall’oggi al domani, ma deve pur sempre dare il cosiddetto preavviso. In pratica, dopo aver ufficializzato il proprio atto di addio, deve continuare a lavorare per alcuni mesi (a stabilire quanti è il rispettivo contratto collettivo) affinché il datore possa trovare, nel frattempo, un sostituto. Il dipendente che non dà preavviso e che non si presenta più al lavoro subisce una trattenuta sull’ultima busta paga o sul Tfr pari a un importo (anche questo definito nel contratto collettivo) chiamato “indennità sostitutiva del preavviso”.
Solo in casi eccezionali è possibile licenziarsi senza dare preavviso e senza subire la trattenuta: quando le dimissioni sono date per giusta causa. È l’ipotesi in cui le colpe della cessazione del rapporto – seppur formalmente interrotto dal lavoratore – sono del datore. Ad esempio, è il caso in cui quest’ultimo non paga lo stipendio, commette mobbing o discriminazioni, non attua le misure di sicurezza sul lavoro, impone un orario straordinario e non lo retribuisce, ecc. In questo modo il dipendente può anche percepire l’assegno di disoccupazione (a cui non avrebbe invece diritto se le dimissioni fossero spontanee).
Le dimissioni firmate all’assunzione
Non era difficile, un tempo, imbattersi nella deprecabile pratica dei datori di lavoro che, all’atto dell’assunzione, facevano già firmare ai propri futuri dipendenti un pezzo di carta contenente le proprie dimissioni, da compilare e datare eventualmente in futuro, all’occorrenza, in modo da far figurare il licenziamento come un volontario atto di recesso. Per ovviare a tale situazione, la legge ha imposto una procedura certificata e telematica di dimissioni online. Senza il rispetto di questa procedura, le dimissioni non hanno valore. Questo significa anche che, se il dipendente ha un ripensamento prima di aver formalizzato le dimissioni può sempre tornare in azienda.
Gli potrebbe però essere contestata l’eventuale assenza ingiustificata dal lavoro che, nei casi più gravi, può essere di per sé causa di licenziamento. Quindi, tanto più il ripensamento avviene nel breve periodo, tanto maggiori ci sono le condizioni per essere riammesso al lavoro.
Dimissioni o licenziamento orale?
Un altro caso abbastanza frequente è quello che potremmo definire dell’«equivoco». Un esempio renderà più chiara la situazione. Immagina un litigio tra datore di lavoro e dipendente. Quest’ultimo, provocato, dice al primo che non ha più intenzione di tornare in azienda. Il capo non fa opposizione e lo invita a non farsi più vedere. Il giorno dopo il dipendente non si presenza, mentre il secondo giorno si mette in malattia per altri tre giorni. Quando torna al lavoro il datore non vuole aprirgli: gli fa notare che ormai si è dimesso e non può tornare al suo posto. Il dipendente si difende sostenendo che la sua affermazione era stata solo la reazione a un momento di collera, ma non aveva alcuna intenzione di recidere il contratto di lavoro. Del resto, sostiene il dipendente, in assenza di una lettera ufficiale di licenziamento, il rapporto è ancora in vita. Chi dei due ha ragione?
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Secondo la Cassazione, poiché il licenziamento deve essere sempre scritto, spetterà al datore di lavoro dimostrare che il rapporto è cessato per via delle dimissioni orali del dipendente. Dimissioni peraltro che, se non ufficializzate con la procedura online, non hanno effetto. Ecco perché in un’ipotesi come quella rappresentata nell’esempio, prevale il dipendente.
Dimissioni sotto stress
Secondo la sentenza della Suprema Corte che abbiamo citato in apertura, è sempre possibile la revoca delle dimissioni date dal dipendente in stato di stress e di turbamento psicologico. Se quest’ultimo è vittima di mobbing o di altre condotte illecite da parte del capo o dei colleghi e, per reazione, si licenziarsi può sempre ripensarci. Ciò perché manca una vera e propria capacità di intendere e volere, seppure temporanea, che dia all’interessato la facoltà di comprendere il significato e le conseguenze del proprio gesto. Non a caso si dice “accecato dalla rabbia”: una situazione di conflittualità e di collera porta a scelte giustificate più dall’emotività che non da una effettiva volontà. Ecco perché, per la Cassazione, sono annullabili le dimissioni date dal dipendente (pubblico o privato), afflitto da stress lavorativo e da conseguenti malattie accertate, in un momento in cui, tra l’altro, era privo di alternative prospettive di lavoro e aveva una famiglia da mantenere.
In un contesto ambientale connotato da forti litigi ed insoddisfazione, possono sempre essere ritrattate le dimissioni del lavoratore esposto ad una condizione di notevole turbamento psichico che impedisca la formazione di una volontà cosciente e consapevole sulle effettive conseguenze che derivano dalla rinunzia al posto di lavoro.
Secondo la sentenza in commento, lo stato di temporanea alterazione dell’equilibrio psichico in cui versa il lavoratore è condizione sufficiente per l’annullamento dell’atto delle dimissioni, senza che a tal fine sia necessaria l’esistenza di un conclamato stato di incapacità di intendere e volere.
Dimissioni in uno stato di incapacità psichica
Se quanto detto è vero per il caso del dipendente che, pur capace di intendere e volere, si dimette in un momento di notevole turbamento psichico (tale da ridurre la capacità di percezione delle conseguenze la sua decisione può avere per la sé e la sua famiglia) lo stesso principio vale, a maggior ragione, se si dimostra una sua effettiva incapacità naturale. Si pensi al soggetto che versi in uno stato psichico di infermità certificato da relazioni mediche e dall’uso di farmaci contro la depressione. In questi casi la revoca delle dimissioni è ancora più legittima.
Revoca delle dimissioni volontarie: spetta la riassunzione?
Vediamo ora il caso in cui il dipendente dovesse semplicemente ripensare al proprio gesto e, intendendo esercitare una sorta di “diritto di ripensamento”, chiede di revocare le dimissioni. Un’ipotesi di questo tipo gli attribuisce la possibilità di riottenere, anche tramite il giudice, il proprio posto?
In realtà, le dimissioni, una volta formalizzate con la procedura online, sono irrevocabili.
Nel pubblico impiego, in verità, una legge [2] consente al lavoratore di chiedere la revoca delle dimissioni e la riassunzione. Ciò però è condizionato a una previa valutazione dell’amministrazione, chiamata a verificare se ancora sussistono ancora i presupposti per lo svolgimento delle mansioni e ci sono posti vacanti. Ad esempio, se il lavoratore dovesse essere stato già rimpiazzato da un altro non avrebbe possibilità di riprendersi la scrivani. In buona sostanza non siamo dinanzi a un vero e proprio diritto soggettivo ma a una facoltà subordinata al consenso dell’ente. È la cosiddetta riammissione in servizio che non dà luogo alla reviviscenza del precedente rapporto di lavoro ma alla costituzione di un nuovo rapporto. Pertanto, ai fini della progressione economica maturata dopo le dimissioni, va considerato come termine iniziale la data del provvedimento di riammissione in servizio, da cui decorre l’anzianità nella qualifica del dipendente riammesso [3].
Nel privato, invece, opera il decreto attuativo del Jobs Act [4], che prevede il diritto di ripensamento per chi presenta le dimissioni telematiche. In particolare, chi effettua le dimissioni online ha 7 giorni di tempo, a partire dalla data di inoltro, per revocarle.
[1] Cass. sent. n. 30126/2018.
[2] Art. 132 TU pubblico impiego: «“L’impiegato con qualifica inferiore a direttore generale, cessato dal servizio per dimissioni o per collocamento a riposo o per decadenza dall’impiego nei casi previsti dalle lettere b) e c) dell’art. 127, puo’ essere riammesso in servizio, sentito il parere del Consiglio di amministrazione. (56) Puo’ essere riammesso in servizio l’impiegata dichiarata decaduta ai sensi della, lettera a) dell’art. 127, quando la perdita della cittadinanza italiana si sia verificata a seguito di matrimonio contratto con cittadino straniero e l’impiegata abbia riacquistata la cittadinanza per effetto dell’annullamento o dello scioglimento del matrimonio. L’impiegato riammesso e’ collocato nel ruolo e nella qualifica cui apparteneva al momento della cessazione dal servizio, con decorrenza di anzianita’ nella qualifica stessa dalla data del provvedimento di riammissione. La riammissione in servizio è subordinata alla vacanza del posto e non puo’ aver luogo se la cessazione dal servizio avvenne in applicazione di disposizioni di carattere transitorio o speciale».
[3] Cass. SU sent. n. 26827/2009.
[4] Art.26 D.lgs. 151/2015.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 5 luglio – 21 novembre 2018, n. 30126
b) la decisione di rassegnare le dimissioni va valutata nel contesto lavorativo dell’epoca, fonte di stress e insoddisfazione per l’interessato e tenendo conto delle conseguenti patologie contratte e diagnosticate dai medici curanti nonché dei molteplici tentativi di cambiare l’ambiente lavorativo effettuati invano dal P. ;
f) infine, per quel che riguarda la denuncia di erroneità della valutazione sull’inapplicabilità al lavoro pubblico contrattualizzato della procedura di convalida delle dimissioni di cui alla legge n. 92 del 2012, va ricordato che, in base all’art. 1, commi 7 e 8 della legge n. 92 del 2012 le disposizioni della legge, per quanto da esse non espressamente previsto, costituiscono soltanto principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni” e l’armonizzazione della relativa disciplina a quella prevista dalla legge richiede iniziative anche di tipo normativo.
2. Il ricorso di P.D. domanda la cassazione della sentenza per tre motivi; resiste, con controricorso, il Comune di (omissis) .
3. Il ricorrente deposita anche memoria ex art. 378 cod. proc. civ., ma oltre il termine previsto da quest’ultima norma.
1.1. Con il primo motivo si denunciano, in relazione all’art. 360, n. 3 e n. 5, cod. proc. civ.: a) violazione e falsa applicazione degli artt. 428 cod. civ. e 115 e 116 cod. proc. civ. b) illogicità manifesta, contraddittorietà e incoerenza della motivazione della sentenza impugnata.
Si sostiene che la Corte d’appello,contraddittoriamente, dopo aver riconosciuto l’esistenza della patologia collegata all’ambiente di lavoro ne ha negato l’incidenza al momento delle dimissioni che ha considerato il frutto di una scelta consapevole, facendo riferimento alla necessità di uno stato di totale incapacità di intendere e volere mentre per la giurisprudenza di legittimità ai fini dell’art. 428 cod. civ. non è necessaria la totale esclusione della capacità psichica e volitiva essendo sufficiente un turbamento psichico che menomi la suddetta capacità e il CTU aveva concluso proprio nel senso della sussistenza di tale situazione.
1.2. Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 1, commi 7, 8 e dell’art. 4, comma 17, della legge n. 92 del 2012, sostenendosi che la procedura preordinata alla convalida delle dimissioni ivi prevista deve ritenersi applicabile anche al lavoro pubblico contrattualizzato, diversamente da quanto affermato dalla Corte territoriale.
Si aggiunge che la legge n. 92 del 2012 intendeva dettare principi comuni al lavoro privato e pubblico contrattualizzato sicché sarebbe del tutto illogico e privo di giustificazioni applicare ai due settori un diverso regime per le dimissioni, tanto più che la procedura di convalida è finalizzata a garantire la genuinità e autenticità delle dimissioni, sicché non estenderla ai dipendenti pubblici equivale ad indebolirne la posizione rispetto ai dipendenti privati, mentre la ritrosia ad accomunare le discipline muove dall’opposto presupposto.
1.3. Con il terzo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360, n. 3 e n. 5, cod. proc. civ. violazione e falsa applicazione degli artt. 2118 e 1328 cod. civ..
4. La fattispecie prevista dall’art. 428 cod. civ. è stata più volte presa in considerazione da questa Corte che ha elaborato,fra l’altro, i seguenti principi utilmente richiamabili come quadro di riferimento dello stato della giurisprudenza in materia:
a) ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere (quale prevista dall’art. 428 cod. civ.) costituente causa di annullamento del negozio (nella specie, dimissioni), non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’importanza dell’atto che sta per compiere (Cass. 22 maggio 1969 n. 1797; Cass. 15 gennaio 2004, n. 515; Cass. 28 marzo 2002 n. 4539; Cass. 1 settembre 2011, n. 17977);
e) ma in presenza di una malattia psichica, se sia stato accertata la totale incapacità di un soggetto in due determinati periodi, prossimi nel tempo, per il periodo intermedio la sussistenza dell’incapacità è assistita da presunzione “iuris tantum”, sicché, in concreto, si verifica l’inversione dell’onere della prova nel senso che, in siffatta ipotesi, deve essere dimostrato, da chi vi abbia interesse, che il soggetto abbia agito in una fase di lucido intervallo (Cass. 28 marzo 2002 n. 4539; Cass. 9 agosto 2011, n. 17130; Cass. 4 marzo 2016, n. 4316);
g) nella stessa ottica, si è precisato che quando esista una situazione di malattia mentale di carattere tendenzialmente permanente, o protraentesi per un rilevante periodo, è onere del soggetto che sostiene la validità dell’atto dare prova che esso fu posto in essere, in quel periodo, durante una fase di remissione della patologia, aggiungendosi che ove la malattia abbia caratteristiche “bipolari”, sia cioè caratterizzata dalla alternanza di fasi depressive e di fasi di eccitamento, nel quadro di un disturbo psico-affettivo, può non essere di per sé decisiva la circostanza che l’atto sia stato posto in essere nell’una o nell’altra fase, giacché in entrambe le ipotesi potrebbe essere esistita incapacità di intendere oppure di volere (Cass. 12 marzo 2004, n. 5159).
a) nel giudizio promosso dal lavoratore in cui si controverta sulle modalità di risoluzione del rapporto di lavoro l’indagine circa la sussistenza di dimissioni del lavoratore deve essere rigorosa, essendo in discussione beni giuridici primari, oggetto di particolare tutela da parte dell’ordinamento – attesa la natura di negozio giuridico unilaterale delle dimissioni, che è diretto alla rinunzia del posto di lavoro, bene protetto dagli artt. 4 e 36 Cost. – sicché occorre accertare che da parte del lavoratore sia stata manifestata in modo univoco l’incondizionata volontà di porre fine al rapporto stesso (vedi, per tutte: Cass. 9 aprile 2014, n. 8361; Cass. 3 marzo 2015, 4241; Cass. 11 novembre 2010, n. 22901; Cass. 27 agosto 2003, n. 12549);
b) in caso di dimissioni date dal lavoratore in stato di incapacità naturale, il diritto a riprendere il lavoro nasce con la sentenza di annullamento ex art. 428 cod. civ., i cui effetti retroagiscono al momento della domanda, stante il principio secondo cui la durata del processo non deve andare a detrimento della parte vincitrice; solo da quel momento nasce il diritto alla retribuzione, in quanto l’efficacia totalmente ripristinatoria dell’annullamento del negozio unilaterale risolutivo del rapporto di lavoro non si estende al diritto alla retribuzione, la quale di regola, salvo espressa eccezione di legge, non è dovuta in caso di mancanza di attività lavorativa (Cass. 14 aprile 2010, n. 8886);
c) poiché il lavoro pubblico contrattualizzato è regolato dalle norme del codice civile e dalle leggi civili sul lavoro, nonché dalle norme sul pubblico impiego, solo in quanto non espressamente abrogate e non incompatibili, le dimissioni del lavoratore pubblico costituiscono un negozio unilaterale recettizio, idoneo a determinare la risoluzione del rapporto di lavoro dal momento in cui vengano a conoscenza del datore di lavoro e indipendentemente dalla volontà di quest’ultimo di accettarle, sicché non necessitano più, per divenire efficaci, di un provvedimento di accettazione da parte della Pubblica Amministrazione, anche se tale principio va contemperato con le esigenze di natura organizzativa collegate al buon andamento dell’attività della Pubblica Amministrazione di cui si tratta (Cass. 7 gennaio 2009, n. 57; Cass. 5 marzo 2013, n. 5413; Cass. 12 febbraio 2015, n. 2795);
d) peraltro nel rapporto di lavoro alle dipendenze della PA, al dipendente dimissionario si applica l’istituto della riammissione in servizio, che non dà luogo alla reviviscenza del precedente rapporto di lavoro, ma alla costituzione di un nuovo rapporto, anche se disposizioni di legge (quale l’art. 132 del d.P.R. n. 3 del 1957) o di contratto collettivo prevedono la riammissione nel ruolo precedentemente ricoperto o l’attribuzione dell’anzianità pregressa; pertanto, ai fini della progressione economica maturata dopo le dimissioni, va considerato come termine iniziale la data del provvedimento di riammissione in servizio, da cui decorre l’anzianità nella qualifica del dipendente riammesso agli effetti sia giuridici che economici (Cass. 18 dicembre 2017, n. 30342; Cass. SU 21 dicembre 2009, n. 26827).
6. Ne consegue che la disciplina che regola le dimissioni nel lavoro pubblico non coincide del tutto con quella prevista per il lavoro privato, però anche ad essa va comunque applicato il principio generale della piena genuinità e dell’autenticità delle dimissioni, perché non estendere tale principio ai dipendenti pubblici equivarrebbe ad indebolirne la posizione rispetto ai dipendenti privati, mentre la ritrosia ad accomunare le discipline muove dall’opposto presupposto.
Del resto, proprio nel lavoro pubblico perché l’eventuale annullamento delle dimissioni non comporta l’automatico rientro del dipendente nel posto precedentemente occupato, è evidente che il rispetto del suddetto principio assume valore centrale.
b) la riconosciuta necessità di valutare la decisione di rassegnare le dimissioni nell’ambito del contesto lavorativo dell’epoca, fonte di stress e insoddisfazione per l’interessato e tenendo conto delle conseguenti patologie contratte e diagnosticate dai medici curanti nonché dei molteplici tentativi di cambiare l’ambiente lavorativo effettuati invano dal P. ;
c) la sussistenza di un serio pregiudizio sicuramente arrecato dalle dimissioni al P. , visto che egli all’epoca era privo di un’alternativa di lavoro e con una famiglia da mantenere.
È del tutto evidente che una simile conclusione si pone in contrasto con i principi dianzi riportati in primo luogo perché, come risulta dalla complessiva lettura della sentenza, in essa si muove dall’erronea premessa secondo cui il “notevole turbamento psichico”, oltretutto inserito in un quadro patologico diagnosticato, non è sufficiente ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere (quale prevista dall’art. 428 cod. civ.), essendo necessaria una totale esclusione della capacità psichica e volitiva.
Questa tesi è, di per sé, il frutto di una interpretazione dell’art. 428 cod. civ. non conforme a quella offerta dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte.
8.1. Né può essere giustificata dal tenore delle conclusioni del CTU secondo cui anche se il P. mostrava un notevole turbamento psichico pure nel momento delle dimissioni tuttavia egli non si trovava in quel momento in condizioni di totale esclusione della capacità psichica e volitiva “e quindi in condizioni di incapacità naturale”.
Infatti, in base ad un consolidato e condiviso indirizzo di questa Corte, la consulenza tecnica ha un limite intrinseco consistente nella sua funzionalità alla risoluzione di questioni di fatto presupponenti cognizioni di ordine tecnico e non giuridico, sicché così come i consulenti tecnici non possono essere incaricati di accertamenti e valutazioni circa la qualificazione giuridica di fatti e la conformità al diritto di comportamenti, analogamente se per ipotesi il consulente effettua simili valutazioni, in linea di massima, non se ne deve tenere conto (Cass. 29 agosto 2011, n. 17720; Cass. SU 6 maggio 2008, n. 11037; Cass. 4 febbraio 1999, n. 996).
Né la Corte territoriale ha, a tal fine, considerato la natura di negozio giuridico unilaterale delle dimissioni, posto in essere dal lavoratore e avente come conseguenza la rinunzia del posto di lavoro, bene protetto dagli artt. 4 e 36 Cost., che oltretutto nel caso concreto era foriero di un accertato sicuro pregiudizio per l’interessato e la sua famiglia.
1) “ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere (quale prevista dall’art. 428 cod. civ.) costituente causa di annullamento del negozio, non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’importanza dell’atto che sta per compiere. Peraltro, laddove si controverta della sussistenza di una simile situazione in riferimento alle dimissioni del lavoratore subordinato il relativo accertamento deve essere particolarmente rigoroso, in quanto le dimissioni, comportano la rinunzia del posto di lavoro – bene protetto dagli artt. 4 e 36 Cost. – sicché occorre accertare che da parte del lavoratore sia stata manifestata in modo univoco l’incondizionata e genuina volontà di porre fine al rapporto stesso”.
2) “la consulenza tecnica ha un limite intrinseco consistente nella sua funzionalità alla risoluzione di questioni di fatto presupponenti cognizioni di ordine tecnico e non giuridico, sicché così come i consulenti tecnici non possono essere incaricati di accertamenti e valutazioni circa la qualificazione giuridica di fatti e la conformità al diritto di comportamenti, analogamente se per ipotesi il consulente effettua, di propria iniziativa, simili valutazioni non se ne deve tenere conto, a meno che esse vengano vagliate criticamente e sottoposte al dibattito processuale delle parti”.

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