Source: http://www.pavonerisorse.it/buonascuola/diritto_studio.htm
Timestamp: 2018-12-12 06:01:21+00:00

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A proposito di un Decreto di cui non parla nessuno: sul diritto allo studio degli studenti.
Non sono sorpreso circa il fatto che nei siti e nei media tra i vari decreti usciti dal Governo in applicazione della Legge 107 nessuno, ma proprio nessuno, pare aver letto o commentato un Decreto per me importante: quello sul diritto allo studio per gli studenti.
Il fatto è che gli insegnanti leggono le cose loro, i presidi le loro, i ministeriali anche. I genitori con figli disabili leggono il sostegno e quelli con figli alle superiori l’esame di maturità.
E’ sconcertante che anche in questo caso la lettura di leggi e norme sulla scuola rimanga ristretta agli addetti ai lavori e non alla più vasta opinione pubblica. Ma degli studenti in carne ossa (e portafoglio) a chi importa qualcosa davvero?
Fa sorridere anche il fatto che finora sui giovani c’erano feroci critiche al governo Renzi per averli scordati, cosa forse vera ma non (guarda un po’) nella Legge 107 dove un pezzetto di welfare concreto per i giovani se studenti ci sarebbe, ed è una novità dopo anni di silenzio.
Io vedo invece con favore questo Decreto perfino come fatto di principio costituzionale, e perfino al di là dei limiti oggettivi che contiene e di alcune gravi assenze.
Dunque so già dall’inizio che questo mio commento sarà letto pochissimo. Sono altre le Grandi Questioni della scuola, si sente dire! Dunque al cireneo che avrà la pazienza di leggermi o a chi mi trova per affetto simpatico ringrazio sin da ora per aver compiuto una scelta fuori dal coro.
Importante comprendere fin dall’inizio che questo Decreto tocca direttamente le questioni economiche e sociali legate al successo scolastico degli studenti, in modo da favorire la scolarizzazione anche delle classi deboli sui due versanti dell’art. 34 che è qui salutare ricordare. Articolo (guarda un po’) che ci chiede di parlare dei “capaci e meritevoli anche se poveri:
E insieme dell’art. 3 comma 2 che è stato il nostro cavallo di battaglia da giovani insegnanti. Anche questo utile da ricordare:
Dunque, il Decreto non si occupa direttamente di quella pletora di iniziative (in gran parte finora deludenti) di “interventi scolastici contro la dispersione” di questi anni . Qui non ci sono soldi per le scuole contro la dispersione (sono presenti in altri commi della 107), ma riguarda l’economia e le condizioni sociali delle famiglie con studenti, quindi va direttamente alle persone proponendosi di garantire un welfare di base come “servizio alla persona”. Il Decreto avrebbe una specie di funzione da norma-quadro su tutte le provvidenze possibili ed esigibili . il Decreto giustamente non parla di dispersione, ma definisce almeno le condizioni economiche mirate e favorevoli all’inclusione scolastica di tutti . Per questo è importante ed una novità comunque anche con i suoi limiti, che ora approfondiremo.
Suggerisco ai pochi lettori rimasti a leggermi, di analizzare il Decreto pensando prima a cosa è stato nella sua vita scolastica il “diritto allo studio”. Uso me stesso come paradigma comparativo: io ero figlio di un tranviere e di una casalinga, proletari orgogliosi, non ho mai pagato nessuna tassa scolastica né libri fino alla laurea. Andavo bene a scuola (i “capaci e meritevoli anche se privi di mezzi…) e quindi avevo praticamente tutto gratis. Nella scuola elementare ricordo bene il Patronato scolastico che dava i quaderni belli delle regioni italiane e penne e colori. Non robacce di carità. Il maestro era bravo a consegnarceli non come un “dono caritatevole” ma come stimolo di responsabilità a “rispondere” con buoni apprendimenti. Ricordo anche le cioccolate e le merende del Patronato, che da goloso non andavo tanto per il sottile a prendere. Nella scuola media e superiore ho sempre avuto il “buono libri” che me li dava gratuitamente. Naturalmente quando ero alle superiori d’estate facevo il fruttivendolo (senza voucher e in nero) per migliorare le condizioni di vita della mia famiglia. Voglio dire con questo che negli anni 50-60 le forme di welfare anche materiali erano meno pietistiche di quanto poi nel ’68 pensavamo, vedendo in queste cose il “condizionamento ideologico della classe operaia” alla moda di Althusser.
Qui mi interessa approfondire bene la questione “aiuti economici e materiali” perché penso che in Italia questi aiuti sociali oltre che ad essere pochi e poco mirati, spesso pagano oggi una sorta di rassegnazione assistenziale che cronicizza il bisogno senza uno scambio di reciprocità sulle responsabilità. Aiutiamo a volte troppo i poveri a restare tali, cioè. E dilaghiamo in mecenatismo piagnone con gesti di carità in buona fede ma spesso un tanto a caso.
E’ con questi occhiali che analizzo il Decreto, per vedere se è capace di aiutare davvero i giovani toccando bisogni reali ma rispettando la loro dignità. E con gli occhi di capire se tocca, o almeno graffia, la redistribuzione dei redditi quanto meno redistribuendo le spese.
Articolo 1 e 2. Oggetto e finalità. I servizi degli enti locali. Il Decreto conferma e amplia le competenze dirette degli enti locali sul diritto allo studio dei giovani nella logica del welfare sociale sulle materie tradizionalmente dovute già prima: mensa, trasporti, libri di testo e strumenti didattici. E’ importante confermare e valorizzare questo ruolo dei comuni, nel tempo annacquato. In sostanza si sollecitano i comuni a tornare protagonisti di politiche attive a favore del diritto allo studio dei giovani, a partire da quelle economiche. Ma disgraziatamente non si cita La legge Quadro 328/2000 sull’integrazione territoriale dei servizi con i “piani di zona” , come invece fa positivamente il Decreto sull’inclusione disabili. Insomma, non si favorisce quanto basta tutte le risorse, non solo comunali, territoriali e non si favorisce una sussidiarietà orizzontale intelligente. Probabilmente è stato scritto da tecnici scolasticistici e i vari decreti non hanno avuto una regìa complessiva. E’ però tema centrale quello della governance orizzontale per la sfida ai diritti di cittadinanza sociale che viene banalmente snocciolata solo nella logica di spartizione amministrativa “questo tocca a te, questo tocca a me..”. Peccato, occasione perduta. Aver posto il diritto allo studio dentro la logica territoriale di tutti i servizi sarebbe stato un passo avanti vero. Qui è solo la conferma di un tradizionale divisione dei compiti. Doverosa da confermare ma insufficiente oggi.
Articolo 3. Beneficiari. I servizi di welfare sono rivolti a tutti con la previsione della gratuità o di contributi graduati. Si tratta quindi di provvedere in funzione sia democratica (per tutti) ma anche di selettività positiva per servizi con contributi delle famiglie graduati secondo l’ISEE. Quindi l’ISEE diventa, anche in questo caso come per tutti i servizi sociali, lo strumento regolatore dei contributi delle famiglie: chi ha meno paga meno o non paga. Welfare compensativo. Quindi perché non vederlo dentro la più vasta politica dei servizi sociali territoriali con la logica di piano? Mah!
Articolo 4. Tasse scolastiche. Sono abolite del tutto tasse di qualsiasi tipo dalle elementari alla terza superiore dal 2018 e poi man mano per tutti e cinque gli anni. Per queste voci la Legge prevede un finanziamento al MIUR per il Fondo detto della Buona Scuola di 10, 4 milioni di euro per l’anno prossimo e di 29,7 dal 2019 in poi. Denaro che sarà dedicato alla qualificazione del servizio scolastico. Molto bene, direi. Saranno poco costose le tasse, ma è comunque un primo risparmio di welfare in questo universale e non selettivo. Ricordo, al proposito, che riduzioni delle tasse agli studenti privi di mezzi erano già presenti prima. Ma ora la gratuità scolastica è per tutti fino alla fine delle superiori. Questo articolo ha anche valore simbolico non secondario: la scuola è aperta a tutti e gratuita nella frequenza.
Art. 5. Servizi di trasporto e forme agevolate della mobilità. L’articolo tratta la qualificazione dei servizi di trasporto sia con la garanzia della loro effettuazione da parte dei comuni sia della loro qualificazione dentro i piani di mobilità. E’ un articolo molto tecnico legato alle distanze scuola-casa e ad una mobilità sostenibile, utile sia per l’economia familiare ma anche per l’economia sociale più complessiva di un territorio. Per la verità, intravedo un’opacità gestionale, che tocca anche altre parti del Decreto: la competenza del servizio trasporto è un “obbligo”, potremmo dire una specie di LEA, o no? Francamente non è chiaro del tutto. Potremmo dunque avere sindaci che negano il trasporto o come il sindaco di Napoli De Magistris convinto ancora che il trasporto disabili è di competenza del MIUR. Qui la questione economica non è decisiva anche se ovviamente favorisce la riduzione delle spese:, ma se è il trasporto è un LEA è obbligo del Comune realizzarlo. Altrimenti resta solo una grida manzionana.
Art. 6 servizi di mensa. La mensa resta un servizio a domanda individuale di competenza comunale. Circa l’obbligatorietà dei Comuni a gestire la mensa nel caso l’organizzazione scolastica lo preveda, c’è purtroppo un: … gli enti locali “possono” piuttosto che un “devono” che rischia di ri-creare disparità territoriali. E’ tema simile al precedenti sui trasporti: la mensa è un LEA qualora la scuola preveda rientri pomeridiani o è solo una possibilità? Non era meglio almeno prevedere una “programmazione territoriale” della distribuzione delle mense in rapporto ai POTF delle scuole e la distribuzione del servizio nel territorio? Ecco la questione della governance locale riemergere. L’articolo è politicamente sbagliato e troppo timido. Posso capire alcune spinte ANCI, ma anche queste dovrebbero andare per favorire l’estensione del servizio mensa, non solo ad una bagarre sulla legge finanziaria.
Art. 7 Libri di testo e strumenti didattici. Qui si confermano le gratuità dei libri nella scuola primaria e le soglie di spesa per i libri della scuola media e superiore, già normati. Quindi fin qui niente di nuovo. Si prevede, però, la forma del comodato d’uso gratuito come prassi legittima da parte delle scuole per l’acquisto di libri. Lo considero positivamente anche come veicolo etico per gli studenti ad aver cura dei testi acquistati in massa dalla scuola e utilizzato in comodato. Non conosco le reazioni degli editori. Il comodato è una via importante anche sul piano civile oltre che economico.
Piuttosto osservo che mancano tutte le forme di detrazioni fiscali sulle spese dimostrabili che le famiglie sopportano, dai materiali didattici individuali fino ai “contributi volontari” alle scuole. Non capisco perchè io posso detrarre dalle tasse le spese sanitarie e perfino il contributo dato al partito cui sono iscritto e non un babbo e una mamma detrarre le spese dei materiali didattici o le attività didattiche svolte per i figli. Si poteva rischiare qui un quadro nuovo più avanzato rispetto alle attuali confuse norme sul tema, con soglie di accesso in rapporto al reddito complessivo. No, in questo Decreto la questione fiscale non riguarda il diritto allo studio.
Art. 8 scuole in ospedale e istruzione domiciliare. L’articolo conferma quanto già previsto. C’è però un finanziamento fisso (dunque a bilancio annuale e non casuale di anno in anno) di 2,5 milioni di euro. Forse poca cosa ma una cosa reale. Un po’ delicata è la questione dell’organico per le scuole in ospedale che va pescato dall’organico dell’autonomia. La cosa è ovvia, ma si eviti il rischio che le classi ospedaliere siano a decurtazione dell’organico complessivo della generosa scuola che offre questo servizio.
Art. 9. Borse di studio. E’ una novità interessante. Tocca naturalmente i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi (ce li eravamo un po’ scordati in questi anni…). Si istituisce un Fondo nazionale per il welfare dello studente che distribuirà borse di studio per libri, materiali, trasporti, ecc.. La somma lorda annua è pari a 10 milioni di euro. Facciamo due conti banali. 1.000 euro medi per borsa farebbe 10.000 studenti, 500 euro medi 20.000. Forse poca cosa, ma cosa nuova e soldi nuovi e non nella logica del Bonus. Soldi che mi auguro nel tempo ovviamente aumentino. C’è poi nell’articolo 13 sugli accordi locali la possibilità di implementare questi fondi con contributi locali sia pubblici che privati. E qui…apriti cielo: le donazioni private se dedicate al diritto allo studio delle famiglie deboli vanno accolte o no? Non creerebbero disparità tra zone ricche e povere del paese? A me sembrano fisime. E’ già evidente che gran parte del fondo andrà al sud visto i dati demografici sulla distribuzione della povertà. Ma io rivendico il diritto di poter dedicare, nel mio testamento, una certa cifra del mio (poco) patrimonio per creare borse di studio per singoli studenti e non per comprare paccottiglia didattica ad una scuola che così mi dedicherà un’auletta, soldi che lascerei appunto alla decisione degli accordi locali per evitare di distribuire male i miei fondi. E, ovviamente, eviterei quelle forme un po’ narcisistiche di intestare la borsa di studio al nome del morto (come i banchetti in chiesa), perché questa mia decisione rappresenta la giusta restituzione che ho il dovere di dare allo Stato per ritornare almeno una parte di quanto mi è stato favorito da giovane studente tanti anni fa e che mi ha permesso di laurearmi.
Sul tema del mecenatismo fioriscono demagogie senza fine. Con una corretta gestione che sia equa e mirata, il mecenatismo invece è fatto di democrazia e di riequilibrio economico delle ricchezze del paese.
Art. 10 La Carta dello studente. Non è solo uno strumento elettronico su cui far passare eventuali borse o benefici. E’ qualcosa di più. E’ cioè un contenitore aperto che potrebbe diventare la carta di identità europea di uno studente con accesso facilitato ed economico ad una miriade sterminata di servizi, sconti, opportunità. Dai musei ai biglietti ferroviari. Si tratta di favorire e stimolare opportunità d’uso ma anche economie familiari. Ricordo che in Europa esiste la student card come documento identificativo che permette ad esempio sconti o gratuità in tutti i musei. Per anni in Italia questa Carta era gestita…da una società privata di viaggi!
Ecco perché trovo interessante questa Carta, non solo per il suo utilizzo come para-bancomat ma anche come strumento che favorisce l’accesso a molti servizi e sconti, che dunque favorisce la voglia di usufruire di opportunità culturali e sociali. Ovviamente la Carta deve avere una struttura condivisa e rendere possibile anche l’implementazione a livello territoriale. Cosa che il Decreto prevede all’art. 13. La Carta comunque, inutile negarlo, favorisce chi ha di meno in famiglia.
Artt. 11/12 Conferenza nazionale per il diritto allo studio. È posta all’inizio di un capo detto “governance e accordi territoriali” e meno male che c’è, ma ha alcune debolezze che qui presenterò. In primis la Conferenza ha un difetto d’origine dato dal fatto autoreferenziale che è gestita e promossa...dal MIUR! Come se il diritto allo studio fosse un tema solo scolastico. Ad esempio è molto grave che sia del tutto assente il Ministero del welfare (e già questo la dice lunga) mentre ci sono quello dei Trasporti e della cultura. Vuol dire che gli autori del Decreto non hanno avuto il pensiero lungo di una visione sistemica della povertà, dei bisogni, dei benefici da vedere in modo integrato. Ci sono i soliti rituali partner: Conferenza Unificata, ANCI, UPI, associazioni studenti, genitori, ecc.. Il compito è quello tradizionale di proposta, monitoraggio, rapporto triennale, ecc… Ne vedo i soliti rischi che altre commissioni così hanno vissuto sotto il MIUR: la chiacchiera. Per esempio manca il volontariato, il sistema economico. Manca un compito di governance che non dia solo al “superiore ministero” dati e opinioni ma sappia essere “terza” nel suo valore di supporto all’intero paese.
Art. 13. Accordi Territoriale. Meno male che c’è almeno questo articolo, che sollecita i comuni, le singole scuole, e la società civile a partecipare in proprio a realizzare azioni locali sul tema del diritto allo studio in modo sinergico. Per esempio, questi accordi potrebbero implementare la Carta degli studenti di un certo territorio per avere ulteriori agevolazioni ed anche per implementare e sviluppare le borse di studio.
L’articolo è però un po’confuso e rischia di restare una pia intenzione che si realizzerà se in loco ci saranno soggetti di buona volontà. Qui, come ho già detto prima, andava citata la Legge quadro 328/2000 collocando il tema del diritto allo studio nei piani di zona, dunque come “impegno” e non come opzione. Un emendamento radicale è doveroso. Resta comunque il fatto che il terreno degli accordi locali apre a nuove interessanti opportunità.
In conclusione, riconosco che il Decreto resta complessivamente positivo quanto meno perché esiste e copre un’assenza clamorosa sui temi del diritto allo studio , sul quale in passato e anche oggi tanti chiacchieroni politici pontificano a vuoto sulle poche opportunità sociali presenti. E’ un testo però che ha un suo limite sia sulla visione poco integrata a livello territoriale sia sulla visione sistemica a livello nazionale. Troppo da tradizionale burocrazia MIUR, di cui diffidare. Il Decreto mi pare comunque dignitoso verso la singola persona, e più facilmente collocabile nello “scambio” tra beneficio pubblico ed impegno del singolo studente da corrispondere. Quindi c’è una sufficiente dignità data alla persona e non assistenzialismo tout court. La mancanza di una visione d’insieme rischia anche di non distribuire bene gli aiuti senza una visione sistemica che legga la condizione sociale reale di ogni singola famiglia.
Comunque questo Decreto, purtroppo letto da pochi, apre finalmente una strada nuova che merita percorrere per allargarla, migliorarla, svilupparla. Non certo contro-proponendo il solito benaltrismo di moda.

References: Articolo 1

Articolo 3

Articolo 4

Art. 5

Art. 6

Art. 7

Art. 8

Art. 9

Art. 10

Art. 13