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Timestamp: 2017-10-21 11:54:31+00:00

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Le nostre considerazioni trovano ora una riconferma tanto occasionale quanto significativa nelle due decisioni in tema di “dequalificazione” pubblicate in questa Rivista. Cioè a dire, rispettivamente, nella sentenza del Tribunale di Treviso ( sez. lav. 1 grado) del 13 ottobre 2000 (in questa Rivista 12/2000, p. 2324) e nella sentenza della Corte di Cassazione, sezione lavoro, del 6 novembre 2000 n. 14443 (ibidem 12/2000, p.2287) .
Nella sentenza n. 14443 del 6 novembre 2000 della sezione lavoro della Cassazione, risulta sanzionato invece il confinamento in “forzata inattività” di un lavoratore con qualifica di quadro, deliberatamente non utilizzato dall’azienda dopo l’ordine di reintegra giudiziale dichiarativo dell’illegittimità del precedente licenziamento. In buona sostanza, l’azienda, dopo aver riammesso formalmente in organico il lavoratore, lo aveva lasciato nella più completa inattività, dimostrando una indisponibilità sostanziale verso la decisione del magistrato e l’intendimento di sanzionare ritorsivamente questa reintroduzione coatta del lavoratore in azienda. Il lavoratore aveva adito il Pretore di Firenze (che aveva disposto una liquidazione equitativa del danno arrecato alla dignità e personalità morale del lavoratore, tramite la mancata utilizzazione professionale in concreto, utilizzando come parametro di base l'importo del t.f.r. percepito evidentemente a seguito di risoluzione del rapporto di lavoro cui il dipendete sgradito si era determinato non certo volontariamente!), poi la questione era passata al vaglio del Tribunale (che ne aveva riconfermato le statuizioni) ed infine giunta in Cassazione. Qui i giudici della S. corte riconfermano la correttezza delle conclusioni raggiunte nei precedenti gradi del giudizio ed affermano principi – sui quali ci intratterremo in prosieguo – di indubbia rilevanza, in linea con quanto già da noi sostenuto in due note (“Il carattere immanente del danno da dequalificazione”, nota a Cass., sez. lav., 18 ottobre 1999, n. 11727, in Lavoro e previdenza Oggi 12/1999, p. 2347 e in “Demansionamento per esproprio di competenze, aziendalmente legittimato”, nota a Pret. Roma 1 aprile 1999, ibidem , 6/2000, p. 1246). Ancora per comprensione del lettore riferiamo la massima (non ufficiale ma da noi elaborata) di Cass. n. 14443/2000 che così si esprime: “Il demansionamento professionale dà luogo ad una pluralità di pregiudizi, solo in parte incidenti sulla potenzialità economica del lavoratore. Non solo viola lo specifico divieto di cui all’art. 2103 c.c., ma costituisce offesa alla dignità professionale del prestatore intesa come esigenza umana di manifestare la propria utilità nel contesto lavorativo (in cui si sostanzia il danno alla dignità del lavoratore, bene immateriale per eccellenza) e quindi lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore nel luogo di lavoro, con la conseguenza che il pregiudizio conseguente incide sulla vita professionale e di relazione dell’interessato, con indubbia dimensione patrimoniale che lo rende suscettibile di risarcimento e di valutazione anche equitativa (Cass. 18.10.99, n. 11727). L’affermazione di un valore superiore della professionalità, direttamente collegato ad un diritto fondamentale del lavoratore e costituente sostanzialmente un bene a carattere immateriale, in qualche modo supera ed integra la precedente affermazione che la mortificazione della professionalità del lavoratore potesse dar luogo a risarcimento solo ove venisse fornita la prova dell’effettiva sussistenza di un danno patrimoniale (cfr. le sentenze 11.8.98,n 7905; 4.2.97, n. 1026 e 13.8.91, n. 8835).
Partendo da Cass. n. 13299 del 16 dicembre 1992 (1), ricollegandoci a Cass. n. 11727 del 18 ottobre 1999 (2) fino all’odierna decisione n. 14443 del 6 novembre 2000 (3) – e tenendo a mente i numerosi giudicati di merito (da ultimo Trib Treviso 13 ottobre 2000 (4) - si può dire che si sono raggiunte le seguenti certezze:
a) la dequalificazione (sia essa per lottizzazione, id est per far posto ad altri appartenenti ad aree politiche diverse o si realizzi per i più diversi motivi) che occasioni da parte datoriale il mancato rispetto delle obbligazioni assunte (da eseguire secondo correttezza e buona fede ex artt. 1175 e 1375 c.c.) e quindi la violazione del principio giuridico codificato nell’art. 2103 c.c. di assegnazione del lavoratore alle mansioni pattuite o ad altre professionalmente equivalenti, determina un vulnus alla dignità del lavoratore ed alla sua personalità morale, al suo diritto alla realizzazione delle proprie aspettative nell’ambito dell’attività lavorativa in funzione delle quali ha instaurato un rapporto di lavoro. Tale vulnus - immanente al danno da demansionamento, cioè a dire “ in re ipsa” e, come tale, non necessitante di prova di pregiudizio economico - occasiona responsabilità da inadempimento del debitore ex art. 1218 c.c., liquidabile dal giudice adito anche in via equitativa ex art. 1226 c.c. Il comportamento contra legem è lesivo dell’art. 2 Cost (che fissa il diritto al rispetto della personalità dell’uomo nella complessità ed unitarietà delle sue componenti e nelle varie sedi o formazioni sociali di svolgimento, concretante di per sé una posizione di diritto soggettivo, così Cass. 1° sez. civ., n. 3769/1985) nonché dell’art. 41, comma 2°, Cost (che vieta alla libertà di impresa di “recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”). Quando la dequalificazione è posta in essere per motivi “pravi” (lottizzazione, motivi antisindacali, discriminazioni di vario tipo) essa è anche lesiva dell’art. 1 Cost. – oltrechè dell’art. 15 Stat. lav. - che pone a base della convivenza civile nello Stato i “principi democratici e lavoristici”, in tal modo precludendo in linea di principio che la valutazione e l’apprezzamento professionale del lavoratore si dispieghi secondo criteri diversi da quelli costituiti dalle “qualità professionali e personali e dai meriti di lavoro” (così, Cass. n. 13299/1992, cit).
In tal senso, inequivocabilmente, Cass. n. 13299/1992 secondo cui: “ …il vulnus alla personalità ed alla libertà del lavoratore… contiene necessariamente, oltre che la potenzialità del danno, una inseparabile carica di effettività (senza che ciò significhi ricorso a presunzioni) per la diminuzione del patrimonio professionale, anche ai fini dell’ulteriore sviluppo di carriera, del lavoratore ingiustamente rimosso dalle mansioni corrispondenti alla sua qualifica”. Parimenti Cass. n. 11727/1999 che – nell’accogliere la tesi della difesa del lavoratore secondo cui il giudice di merito aveva generalizzato il principio dell’onere della prova a carico del lavoratore anche alle violazioni della professionalità mentre l’onere probatorio era da ritenersi ristretto alla fattispecie del danno biologico – ha asserito: “E’ illegittimo il disconoscimento del risarcimento del danno patrimoniale da accertata dequalificazione professionale, per non aver il lavoratore fornito la prova di un contenuto economicamente apprezzabile del danno medesimo o di elementi implicanti un vulnus alla sua personalità, alla sua vita di relazione, alla sua immagine professionale e sociale, alle sue aspettative di promozione e di carriera. Infatti il danno da demansionamento professionale si risolve (e si sostanzia di per sé) in un effettivo, concreto e inevitabile ridimensionamento dei vari aspetti della vita professionale del lavoratore, ridimensionamento che costituisce, a sua volta, un bagaglio peggiorativo diretto ad interferire negativamente nelle infinite espressioni future dell’attività lavorativa. La dequalificazione contiene necessariamente, oltre che la potenzialità del danno, una inseparabile carica di effettività (senza che ciò significhi ricorso a presunzioni) per la diminuzione del patrimonio professionale, anche ai fini dell’ulteriore sviluppo di carriera, del lavoratore ingiustamente rimosso dalle mansioni corrispondenti alla sua qualifica, danno che deve essere risarcito dietro valutazione del giudice che - ricorrendone le condizioni – potrà procedere anche con il criterio equitativo ex art. 1226 c.c.” Nello stesso senso Trib. Roma (sez. lav., 1° grado) del 4 aprile 2000 (est. Buonassisi, Bellumori c. Telecom SpA (5), secondo cui: “Il demansionamento, inteso quale privazione delle mansioni o svuotamento del loro contenuto, costituisce un danno in sé,… Gli stessi principi non possono essere estesi al danno biologico, o alla salute, rispetto ai quali è il lavoratore a dover provare in modo specifico il danno subito e il nesso causale con la condotta datoriale” (6). Nel senso dell’immanenza del danno da dequalificazione ancora Trib Treviso 13 ottobre 2000, cit., secondo cui: “Entrambe le prime due voci di danno (alla personalità morale e alla professionalità da demansionamento) sono intrinseche e conseguenziali al demansionamento secondo “l’id quod plerumque accidit” ed hanno una dimensione patrimoniale che le rende suscettibili di risarcimento e di valutazione anche equitativa (cfr. Cass. n. 11727/99)”.
E da ultimo Cass. n. 14443/2000 anch’essa espressasi per l’immanenza del danno da demansionamento, sulla base dell’argomentazione per cui: “L’affermazione di un valore superiore della professionalità, direttamente collegato ad un diritto fondamentale del lavoratore e costituente sostanzialmente un bene a carattere immateriale, in qualche modo supera ed integra la precedente affermazione che la mortificazione della professionalità del lavoratore potesse dar luogo a risarcimento solo ove venisse fornita la prova dell’effettiva sussistenza di un danno patrimoniale (cfr. le sentenze 11.8.98, n 7905; 4.2.97, n. 1026 e 13.8.91, n. 8835)”;
Questo intuitivo concetto viene significativamente espresso da Pret. Milano 21 gennaio 1992 (7), secondo il quale: “l'impossibilità di svolgere il lavoro per il quale si è idonei, comporta un decremento o, quanto meno, un mancato incremento della professionalità, intesa come l'insieme delle conoscenze teoriche e delle capacità pratiche che si acquisiscono da parte del lavoratore con il concreto esercizio della sua attività lavorativa. La tesi (della convenuta società, n.d.r.) circa l'inesistenza di un danno, nel caso specifico, poiché il ricorrente avrebbe potuto aggiornarsi nelle materie legali anche in mancanza di attività lavorativa, leggendo e studiando le pubblicazioni del settore...non può essere condivisa. E infatti la professionalità di un lavoratore intellettuale dipende ed è costituita non solo dalle nozioni teoriche ma dalle capacità applicative delle stesse nella prassi lavorativa; essa si forma nel rapporto con le esigenze tecniche poste dalla pratica quotidiana e non certo ipotizzabili in termini astratti e teorici e viene stimolata ed incrementata dall'attività di soluzione delle evenienze che di volta in volta si pongono. Consegue a ciò che l'assenza del lavoro priva il lavoratore della possibilità di utilizzare e valorizzare la sua professionalità, determinandone l'impoverimento; ed, al tempo stesso, ne impedisce la crescita. In tale prospettazione è evidente che la forzata inattività dal lavoro determina per il lavoratore un pregiudizio al suo bagaglio professionale, che si traduce in un danno patrimonialmente valutabile"(8). E che la professionalità in concreto sia danneggiata dal demansionamento e, pertanto, necessiti anch’essa di risarcimento lo si desume da Trib. Treviso 13 ottobre 2000, laddove il magistrato liquida tale danno secondo il parametro della retribuzione mensile (assunta nel 50% dell’importo) in congiunzione con il risarcimento del vulnus alla personalità morale (equitativamente fissato in £.500 mila al mese per ogni mese di demansionamento);
c) è anche pacifico orientamento giurisprudenziale quello secondo il quale “per la determinazione equitativa del danno alla professionalità si deve tener conto della retribuzione mensile e del protrarsi nel tempo della dequalificazione, poiché il danno cresce secondo una linea di sviluppo progressiva, correlata sostanzialmente al decorso del tempo…”(ex plurimis, Pret. Milano 9 aprile 1998 e Pret. Milano 26 gennaio 1999 (9). Con ciò si vuol dire che più a lungo si è protratta la dequalificazione, maggiore è il danno, così come maggiore è il danno da “non utilizzazione o forzata inattività” rispetto a quello da “sottoutilizzazione”, derivante dalla sottrazione solo di taluni compiti qualificanti ma senza confinamento nella totale, più avvilente e più professionalmente pregiudizievole inedia lavorativa.
Attenzione – anche se non condivisione, per cui si attende una addizionale riflessione della S. corte sul punto – merita il “distinguo” operato dal Cass. n. 14443 del 2000, laddove sostiene che il danno alla professionalità intesa in senso obiettivo (slegata cioè dal vulnus alla dignità umana e strutturata dagli addotti pregiudizi alle occasioni o chanches di migliore collocazione esterna o di progressione di carriera all’interno) deve essere, invece, provato nel suo pregiudizio patrimoniale dal lavoratore. Questo danno, secondo tale decisione, non sarebbe immanente ma soggetto all’onere probatorio ex art. 2697 c.c. Ora è intuitivo – e le precedenti decisioni n. 13299/1992 e n. 11727/1999 l’avevano detto espressamente – che il danno alla professionalità, sotto forma di decremento od obsolescenza del patrimonio professionale di nozioni ed esperienza acquista si riflette “automaticamente” in negativo sulle opportunità di reperimento di nuova occupazione all’esterno e di avanzamento di carriera all’interno. Ed anche questi pregiudizi sono immanenti secondo l’id quod plerumque accidit (per usare la dizione di Trib. Treviso 13 ottobre 2000, cit.). Ma evidentemente la S. corte, dopo aver compiuto il primo tragitto sul sentiero della “immanenza” al demansionamento del danno equitativamente risarcibile, non se l’è sentita di compierlo fino in fondo, estendendo il riconoscimento del danno “in re ipsa” anche agli addotti pregiudizi di carriera o di occasioni di lavoro all’esterno e ne ha, con un atteggiamento frenante e restrittivo, preteso la dimostrazione.
Può essere anche in un certo qual modo comprensibile che, di fronte all’affermazione del lavoratore che il danno alla professionalità per colpa datoriale abbia anche comportato una mancata progressione di carriera, la S. corte abbia ritenuto che sia onere (quando non concludentemente risaltante da fatti di indubbia significatività quali l’obiettiva ed incontestata evidenziazione o riscontro che i colleghi del pretermesso erano avanzati in carriera con ben altra accelerazione rispetto alla staticità o ibernazione o ai superiori tempi di avanzamento del demansionato) dimostrare da parte dello stesso, superando la realistica presunzione, che se non fosse stato oggetto del comportamento emarginante sarebbe progredito in carriera come gli altri (o più degli altri) colleghi. Così, nello stesso modo, si può anche comprendere che non si possa automaticamente accedere alla richiesta risarcitoria di mancate opportunità di nuove occasioni di lavoro esterno se non si è data in qualche modo la prova di averle sperimentate tentativamente: certo è che non bisogna giungere alla trasformazione di quest’onere in “probatio diabolica” per il lavoratore, quale potrebbe risultare quella di pretendere che un demansionato, per dimostrare la sua non ricollocabilità all’esterno, si debba far rilasciare da un’azienda (o una società di selezione) cui si è presentato per una nuova occupazione l’attestazione dell’essere stato scartato o ricusato per “obsolescenza” da demansionamento posto in essere dal pregresso datore di lavoro. Chi mai, quando mai, e perché mai un terzo estraneo dovrebbe rilasciare una attestazione o testimonianza similare?
Tutto quindi si giocherà sul buon senso, attraverso le misure che il magistrato dovrà utilizzare per “quantificare” il risarcimento del danno alla professionalità, alla dignità, alla personalità morale, all’immagine, alla reputazione del lavoratore demansionato, all’esterno e all’interno dell’azienda. Sarà pertanto il giudice – da una parte tenendo conto delle c.d. componenti immanenti del danno alla professionalità, dall’altro delle considerazioni e circostanze concludentemente probanti (anche se non in senso strettamente tecnico) per verosimiglianza, fondatezza e realismo – che dovrà calibrare la misura risarcitoria del danno, la cui quantificazione dovrà essere altresì intrinsecamente dotata di un sostanzioso e tangibile carattere di “deterrenza” o “dissuasività”, cioè di idoneità a scoraggiare la reiterazione del comportamento emarginante, lesivo e contra legem (allo scopo graduandolo caso per caso, tenendo anche opportunamente presente il principio codificato nell'art. 26, comma 2°, c.p. - già utilizzato nell'art. 38 Stat. lav. - in ordine alla presumibile inefficacia della (indiretta) sanzione pecuniaria in ragione della capacità di resistenza economica dell’azienda, desumibile dal capitale sociale o da indici similari di consistenza economica e significativa presenza sul mercato). I nostri giudici si devono allineare ai loro colleghi anglosassoni nel conferire la giusta valenza alle lesioni dei diritti fondamentali ed inviolabili della personalità , in modo tale da non consentire ulteriormente di imbattersi in cifre risarcitorie dell’ordine dei 10 milioni come si è letto nelle recenti ed isolate sentenze del Tribunale di Torino del 16 novembre 1999 (10) e del 30.12.1999 (Stomeo c. Ziliani Spa, inedita) in tema “anti mobbing”, perché non è certo questa la strada per realizzare l’obiettivo della dissuasione dei comportamenti vessatori, discriminatori ed emarginanti dei prestatori di lavoro ad essi (quasi impunemente) sottoposti nonchè per ristorare equitativamente il danno da perdita o abbandono (non certo volontario) del bene del posto di lavoro.
In tal senso sia la dottrina sia la giurisprudenza sono pacifiche, dopo l’abbandono del principio di preminenza dell’azione penale sulla civile, e per la legittimazione del giudice civile (del lavoro) all’autonomo riscontro del reato, si citano – in sede di legittimità ed in aggiunta a Cass. 14.2.2000, n. 1643 - in ordine cronologico, Cass. 6.2.1990, n. 817 (11), Cass. 7.5.1997 n. 3992 e 27.2. 1996 n. 1501 (12), Cass. 13.5.1997, n. 4179 (13), Cass. 20.4.1998, n. 4012 (14), Cass. 20.10.1998, n. 10405 (15) che con innegabile chiarezza ha anch’essa statuito: “Ai fini del risarcimento del danno morale, il giudice civile ha il potere di accertare autonomamente se il fatto dannoso, dal quale trae origine la pretesa risarcitoria, integri gli estremi di un reato, nonostante non sia stata promossa l’azione penale nei confronti dell’autore materiale di esso, ovvero il procedimento penale sia stato definito con una declaratoria di estinzione del reato ovvero sia stato emesso un provvedimento di archiviazione della notizia di reato o di proscioglimento istruttorio”.
(pubblicato in Lavoro e previdenza Oggi, n. 12/2000, p.2192)
(1) In Riv. crit. dir. lav. 1993, 315.
(2) In Lavoro e previdenza Oggi, 1999, 2342.
(3) Ibidem 2000, n. 12, p. 2287.
(4) Ibidem 2000, n. 12, p. 2324.
(5) In Guida al lavoro, n.21/2000, pag. 28.
(6) Nello stesso senso, per il riconoscimento che il danno da dequalificazione è “in re ipsa” si è espresso in maniera consolidata un anteriore orientamento di merito costituito da Pret. Milano 21 gennaio 1992, in Riv. crit. dir. lav 1992,417; Pret. Roma, 25 marzo 1988, in Riv. giur. lav. 1989,II,160; Trib. Roma 28 febbraio 1990, in Lav. 80 1990, 659; Pret. Milano 8 aprile 1993, in Riv. crit. dir. lav. 1993,659; Pret. Milano 28 marzo 1997, in Riv. crit.dir.lav. 1997, 791; Pret. Milano 9 aprile 1998, in Riv. crit. dir. lav. 1998, 704.
(7) In Riv. crit. dir. lav 1992, 417.
(8) Conf. Pret. Roma, 25 marzo 1988, in Riv. giur. lav. 1989,II,160; Trib. Roma 28 febbraio 1990, in Lav. 80 1990, 659; Pret. Milano 8 aprile 1993, in Riv. crit. dir. lav. 1993,659; Pret. Milano 28 marzo 1997, in Riv. crit.dir.lav. 1997, 791; Pret. Milano 9 aprile 1998, in Riv. crit. dir. lav. 1998, 704.
(9) Rispettivamente in Riv. crit. dir. lav. 1998, 704 e in Or. giur. lav. 1999, 77.
(10) Erriquez c. Ergom Materie Plastiche, in Lavoro e previdenza Oggi, 2000, p. 154
(11) In Riv. giur. lav. 1991, 3, III, 1444.
(12) In Foro it. 1997, I, 1758.
(13) Ibidem 1997, I, 1757, con nota di Trisorio Liuzzi.
(14) In Riv. it. dir. lav. 1999, II, 326 con nota di Mautone.
(15) Inedita, a quanto consta.

References: sentenza 
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 Cass. 
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 art. 1218
 art. 1226
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 art. 2697
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