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Timestamp: 2017-08-21 10:19:51+00:00

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Una phiale d’oro iscritta dall’entroterra di Himera
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Dalla Sicilia a New York, e ritorno
An inscribed golden phial from the hinterland of Hiera: from Sicily to New York and back
Pier Giovanni Guzzo, Francesca Spatafora et Stefano Vassallo
p. 451-477
Si presenta una phiale in oro, con iscrizione puntinata in lingua e caratteri greci. La phiale proviene da scavi clandestini in territorio di Caltavuturo (Palermo); esportata negli Stati Uniti, è stata giudicata pertinente all’Italia ed assegnata al Museo di Himera. Si studia la decorazione, costituita da girali, palmette, frutti di faggio, ghiande, api, raccogliendo i confronti pertinenti e situando l’oggetto nella classe di pertinenza, anche grazie alle fonti letterarie ed epigrafiche. L’iscrizione ricorda il nome proprio del dedicante, probabilmente completato dal patronimico; è inoltre registrato il peso. Quest’ultimo è segnato con il sistema acrofonico pseudo ascendente, che permette di assegnare con sicurezza la phiale ad ambito sicelioto, tra iv e iii secolo a.C.
A golden phial with an inscription etched in Greek: the phial comes from clandestine excavations in Caltavuturo (Palermo); exported to the United States it has been judged to be Italian property and assigned to the Museum of Himera. The fact that it is decorated with spirals palms, beech fruit, acorns, bees, not to mention the literary and epigraphic elements, means that it bears comparison with other objects and is therefore regarded as relevant. The inscription records the name of the dedicant probably completed by the patronimic; the weight is also recorded. This is marked with a pseudo ancestral acrophonic system which means it can safely be regarded as a phial from the Sicelioto region from between the 4th and 3rd centuries BC.
Vicende del ritrovamento
La phiale: descrizione
Denominazione e confronti
1. Solokha: deposta agli inizi del iv secolo
2. Koul-Oba (figg. 10, 11, 12): deposta entro il iv secolo
3. Panagyurishte (figg. 13, 14): deposta alla fine del iv secolo
4. Di origine incerta (fig. 15): New York, Metropolitan Museum of Arts
a) La formula onomastica
b) La notazione numerale
La ricostruzione del contesto di produzione, d’uso e di ritrovamento
1La storia del «recupero» della phiale è lunga e complessa; si tratta non soltanto della riscoperta di un eccezionale reperto archeologico ma, ancor prima, del frutto di un’importante e difficile inchiesta giudiziaria che ha segnato un rilevante traguardo dello Stato Italiano nella riacquisizione del proprio patrimonio storico-artistico illegalmente trasferito all’estero.
1 Manganaro 1989.
2La prima notizia sulla coppa appare nel 1989: Giacomo Manganaro dichiara, in un articolo pubblicato su Revue des études anciennes, di avere visto il reperto alcuni anni prima in una collezione privata siciliana; ne fornisce la documentazione fotografica e una prima descrizione e interpretazione1.
2 Una sintetica ricostruzione del recupero della phiale è in: Ferruzza 1998 e Ferruzza 2001. Vedi anc (...)
3Cinque anni dopo, la Procura di Termini Imerese, nella persona del sostituto procuratore Aldo De Negri, coadiuvato dal maresciallo dei Carabinieri Salvatore Messineo, avvia l’indagine sul trafugamento della phiale a partire da alcuni indizi recuperati nell’ambito di un’inchiesta su oggetti d’arte sottratti dal Museo di Termini Imerese. Si apprende così del rinvenimento casuale del reperto, probabilmente nel 1980, nel territorio di Caltavuturo, nel corso di lavori per la costruzione di un pilone della linea elettrica. Il «pezzo», in un primo tempo acquistato da un collezionista di Catania, Vincenzo Pappalardo, viene rivenduto per 30 milioni di lire a Vincenzo Cammarata, noto collezionista ennese che l’avrebbe successivamente ceduto, pare per 140 milioni di lire, al titolare, certo William Veres, di una società di commercio con sede a Zurigo2.
4Nel 1991, dunque, la phiale lascia clandestinamente la Sicilia e viene trasferita in Svizzera. Servendosi di un intermediario – Robert Haber, proprietario di una società che si occupa di arte antica, la Robert Haber & Company Ancient Art di New York – il Veres riesce a piazzare il reperto negli Stati Uniti, consegnandolo ad Haber a Lugano, città strategica per il passaggio di opere d’arte provenienti dall’Italia. La phiale viene dunque venduta al miliardario statunitense Michel Steinhardt per 1.200.000 dollari, falsificando i documenti doganali, nei quali viene indicata la Svizzera come paese d’origine del pezzo e dai quali risulta ridotto il valore rispetto al reale prezzo d’acquisto.
5A New York diversi esperti di metallurgia antica sottopongono la phiale ad approfondite analisi; in particolare da parte del Metropolitan Museum, già in possesso di un’altra phiale mesomphalos aurea acquistata anni prima senza documenti che ne attestassero la provenienza. Il risultato è a favore dell’autenticità, esito confermato da altre analisi tecniche che, come vedremo più avanti, saranno realizzate al suo rientro in Italia. Ovviamente, l’autenticità della coppa è un passaggio fondamentale a garanzia del nuovo acquirente, Michel Steinhardt. A questo proposito va ricordato che diversi anni dopo, il collezionista ennese Vincenzo Cammarata, protagonista in qualità di imputato nella lunga vicenda giudiziaria legata alla vendita della phiale, sosterrà strumentalmente, a propria difesa, che si tratta di un falso.
6La phiale entra così in possesso di Michel Steinhardt, uno dei più importanti benefattori del Metropolitan Museum, restando nella sua collezione, senza alcuna contestazione, fino all’apertura, nel 1995, dell’inchiesta giudiziaria. È la Procura di Termini Imerese che, muovendosi con abilità e districandosi nella complessa rete del diritto internazionale in materia di esportazione di opere d’arte, avanza richiesta di rogatoria internazionale alla competente autorità giudiziaria di New York, chiedendo la restituzione dell’oggetto e rivendicandone la legittima proprietà allo Stato Italiano. Le autorità americane non rimangono insensibili alla richiesta e, sempre nel 1995, dispongono il sequestro della phiale, che viene trasferita negli uffici del Custom Service di New York, per violazione delle leggi doganali.
3 Sulle problematiche connesse alla vicenda processuale americana e soprattutto al dibattito sulla le (...)
7Gli anni americani della phiale sono così caratterizzati da un primo periodo che comprende l’arrivo «fraudolento» del reperto a New York e il suo temporaneo possesso da parte dell’acquirente, e da una seconda movimentata fase di dura lotta giudiziaria, svoltasi non soltanto sul piano del diritto; il contenzioso «Steinhardt» aprì, infatti, un duro conflitto, tutto americano, sulla legittimità dell’acquisto di opere d’arte di provenienza sconosciuta da parte di musei e collezionisti3. Da un lato l’AAM (American Association of Museums) dall’altro l’AIA (Archaeological Institute of America), due importanti Istituti americani di cultura i quali, con incisivi documenti, assumono in merito alla vicenda opposte e contrastanti posizioni, ispirate a impostazioni del problema diametralmente divergenti. L’AAM, infatti, insieme ad altre associazioni legate ai Musei statunitensi, ponendo in secondo piano l’aspetto legato alle leggi di tutela dei paesi da cui provengono le opere d’arte, sostiene l’importante ruolo svolto dai musei – attraverso la conservazione, le pubblicazioni e l’educazione pubblica – nella valorizzazione del patrimonio artistico mondiale. Secondo l’AIA, invece, le opere vanno in primo luogo valutate nel loro contesto storico e geografico originale, nel rispetto delle diverse legislazioni nazionali a protezione del patrimonio archeologico di ciascun paese; non meno importante, sempre per l’AIA, è la considerazione del rapporto diretto che si viene ad instaurare tra i commerci illegali di materiali archeologici e il saccheggio dei siti da parte degli scavatori clandestini.
8Il primo coinvolgimento della Soprintendenza di Palermo si data al 1996, quando sull’eco delle notizie giornalistiche, da cui emerge il collegamento tra il luogo di rinvenimento della phiale e il territorio di Caltavuturo – in provincia di Palermo e quindi nell’ambito del territorio di competenza della Soprintendenza – viene fatta richiesta al Nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di potere conoscere maggiori dettagli sul luogo di rinvenimento, per eventuali iniziative ed interventi legati alla tutela della zona archeologica di Monte Riparato, un abitato di età ellenistica il cui nome era emerso nel corso dell’inchiesta come possibile sito di rinvenimento della coppa.
4 Sulle ricerche a Monte Riparato, con bibliografia precedente vedi: Pancucci 2002; Chiovaro 2009.
9Su Monte Riparato (fig. 1), infatti, la Soprintendenza di Palermo, in collaborazione con l’Università di Palermo, conduce fin dagli anni settanta del secolo scorso, indagini archeologiche nelle necropoli e nell’abitato4; le ricerche hanno permesso di definire alcuni interessanti aspetti di un abitato che godette tra iv e ii sec. a.C. di un discreto periodo di floridezza. Collocato su un rilievo naturalmente fortificato a controllo della media valle dell’Imera settentrionale (fig. 2), l’insediamento è stato ipoteticamente identificato con l’antica Ambica ricordata da Diodoro Siculo nell’ambito degli avvenimenti bellici del iv sec. a.C. L’abitato, occupato fin da età protostorica, ricadde certamente, in età arcaica, nell’area di influenza di Himera, a cui sopravvisse anche dopo la distruzione della colonia, riorganizzandosi sotto il profilo urbanistico e architettonico. A questa fase si collega la necropoli di località Santa Venere dove sono state riportate alla luce circa settanta sepolture: si tratta di tombe a inumazione o di sepolture a incinerazione segnalate dalla presenza di epitymbia, caratterizzate da ricchi corredi che documentano la prosperità dell’insediamento tra il iv ed il ii sec. a.C.
Fig. 1 – Il Monte Riparato visto da Sud.
Fig. 2 – L’area centro-settentrionale della Sicilia con i principali centri di prima età ellenistica.
5 Il carteggio relativo al coinvolgimento della Soprintendenza nei suoi rapporti istituzionali con le (...)
10Ritornando alle vicende della phiale, è opportuno ricordare che l’intervento della Soprintendenza, non limitandosi all’aspetto conoscitivo, investì anche quello giuridico, con la proposta, nel novembre del 1998, di costituzione di parte civile nell’ambito del procedimento giudiziario in corso, proprio in considerazione della probabile provenienza della phiale da scavi clandestini nelle campagne di Caltavuturo e, quindi, del danno perpetrato al patrimonio archeologico della giurisdizione provinciale5. L’Avvocatura dello Stato, interpellata, suggerì, tuttavia, l’opportunità che la costituzione di parte civile, nel processo di Termini Imerese contro Haber/Steinhardt e in quello contro Cammarata/Veres, avvenisse da parte del Ministero per i Beni Culturali.
6 Nota della Commissione Interministeriale per il Recupero delle Opere d’Arte del Ministero per i Ben (...)
11Pochi mesi dopo, il 12 luglio 1999, la Corte d’Appello di New York, conferma la precedente sentenza di primo grado emessa dalla Corte Distrettuale il 14 novembre 1997: con una sentenza per molti aspetti innovatrice, che segnerà un importante precedente ed una vigorosa svolta nell’azione di tutela del patrimonio culturale italiano, la Corte d’Appello respinge il ricorso di M. H. Steinhardt. Al di là del risultato, è interessante considerare le motivazioni che sono alla base della sentenza; la prima fa riferimento alla rilevanza delle false dichiarazioni sul formulario di importazione della phiale negli Stati Uniti; la seconda, ben più sostanziosa nei contenuti, chiarisce che la phiale è da considerarsi di provenienza furtiva («stolen») ai sensi del National Stolen Property Art (NSPA), dal momento che la legislazione italiana attribuisce allo Stato la proprietà degli oggetti di scavo. L’importazione del reperto è, pertanto, da considerarsi illegale, perché l’NSPA vieta l’importazione negli Stati Uniti di oggetti di provenienza furtiva6.
12La Commissione Interministeriale per il Recupero delle Opere d’Arte, nella nota con cui comunica al Ministero e alle altre Istituzioni interessate (la Procura di Termini Imerese e la Soprintendenza) la sentenza del 12 luglio 1999, sottolinea anche l’importanza di questo precedente per scoraggiare musei, mercanti e collezionisti dall’importazione illecita negli Stati Uniti di reperti archeologici italiani, e forse, come auspica l’Ambasciata in Washington, anche a favorire la soluzione di altri casi aperti.
13Da questo momento si apre un nuovo capitolo nella storia della phiale, intrecciandosi gli aspetti più strettamente giuridici collegati al rientro in Italia e alla conclusione dei procedimenti giudiziari in atto, con le potenziali prospettive legate alla valorizzazione di un oggetto prezioso non solo per il suo valore intrinseco e per la sua notevole importanza sotto il profilo storico-archeologico, ma anche, in qualche modo, per la valenza simbolica rispetto al tema della lotta che da decenni lo Stato Italiano conduce nel tentativo di arginare gli scavi abusivi ed il commercio illegale all’estero delle opere d’arte.
14Pochi giorni dopo la storica sentenza di New York, nell’imminenza del ritorno in Italia del reperto, la Soprintendenza di Palermo, basandosi sui dati noti dell’inchiesta, secondo cui il territorio di Caltavuturo, ed in particolare il sito di Monte Riparato, rimaneva il maggiore indiziato in relazione alla provenienza della phiale, ne chiede l’assegnazione finalizzata all’esposizione nell’Antiquarium di Himera.
15Tale assegnazione appariva, e appare tuttora, la più coerente dal punto di vista culturale. Una sezione del Museo, inaugurato nel 1984 e riaperto alla pubblica fruizione nel 2001, è riservata alle ricerche archeologiche condotte fin dal 1975, in collaborazione con l’Istituto d’Archeologia dell’Università di Palermo, nel sito di Monte Riparato. L’Antiquarium comprende, infatti, oltre al nucleo centrale destinato ad Himera, le collezioni relative alle esplorazioni archeologiche realizzate in diversi altri siti del territorio della Sicilia centro-settentrionale: Monte Riparato, Santa Venera, Terravecchia di Cuti, Cefalù e Brucato/Mura Pregne.
7 Nota della Segreteria del D.G.R.C. del Ministero degli Affari Esteri del 25 gennaio 2000, agli atti (...)
16Il 24 gennaio 2000 la Corte Suprema degli Stati Uniti, rende esecutiva la sentenza e anche il Ministero degli Esteri sottolinea come il dispositivo della sentenza riconosca «la titolarità dello Stato Italiano sugli oggetti di scavo, ai sensi della nostra legislazione di tutela, e pertanto essere la phiale oggetto di furto»7. Il 29 febbraio 2000 è il giorno della riconsegna della phiale aurea all’Italia, avvenuta nel corso di una significativa cerimonia svoltasi a Roma alla presenza del Ministro per i Beni Culturali, Giovanna Melandri, del Procuratore delle Repubblica di Termini Imerese, Francesco Messineo, dell’Assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia, On.le Salvatore Morinello e dell’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Thomas Foglietta.
17Poco dopo la phiale viene esposta per un solo giorno in Sicilia nella storica villa Whitaker di Palermo, in una prima, simbolica, presa di contatto con la terra di provenienza. Si avviano contemporaneamente, su incarico dell’autorità giudiziaria, accertamenti e studi di tipo tecnico per fugare ogni dubbio sulla autenticità del reperto. L’esecuzione di una perizia tecnico-scientifica da parte dei Proff.ri Nicola Bonacasa, Giuseppe Nenci ed Antonietta Brugnone, attesta il valore e l’originalità della coppa, confermate del resto anche da analisi di laboratorio disposte dalla Procura di Termini Imerese ed effettuate da esperti dell’Università di Siena e della Sapienza di Roma (E. Formigli e D. Ferro), che non rilevano alcuna prova a favore della tesi della falsificazione, riscontrando invece una serie di elementi che ne dimostrerebbero l’autenticità.
8 Spatafora, Vassallo 2002. Vedi anche: Spatafora 2006; Spatafora, Vassallo 2005; Vassallo 2005.
18Nelle vicende della coppa si apre un nuovo importante capitolo, quello della valorizzazione. Il 3 maggio 2002 il procuratore di Termini Imerese, Francesco Messineo, affida la phiale in giudiziale custodia al Soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo, Adele Mormino, facendo carico alla stessa di tutti gli oneri e responsabilità inerenti alla custodia, ma consentendo nello stesso tempo che «il custode nominato, sotto la propria responsabilità» abbia «facoltà di utilizzare il reperto per studi ed osservazioni scientifiche e per la esposizione in pubblico con tutte le cautele necessarie a prevenire qualsivoglia pregiudizio». A prescindere, dunque, dalla permanente esposizione nell’Antiquarium di Himera, a fianco dei coevi reperti provenienti dalla necropoli di Monte Riparato di Caltavuturo, la phiale, nel mese di giugno del 2002, viene inserita nel percorso espositivo della Mostra «Sicani, Elimi e Greci. Storie di contatti e terre di frontiera», allestita dalla Soprintendenza di Palermo nella sale di Palazzo Riso8 e nell’ottobre del 2003 esposta ad Assisi in occasione della mostra, voluta dalla presidenza della Regione Siciliana, «Luce. La cultura non è un’isola».
9 Spatafora, Vassallo 2004.
10 Spatafora, Vassallo 2006.
19A Zurigo, a partire dal 20 ottobre 2004 e fino al mese di febbraio del 2005, la phiale viene esposta nel Museo Archeologico dell’Università svizzera nell’ambito della mostra «Das Eigene und das Andere. Griechen, Sikaner und Elymer» organizzata dalla Soprintendenza di Palermo in collaborazione con l’Istituto di Archeologia della stessa Università9 e, dal 13 maggio al 20 agosto 2006, entra a far parte integrante del percorso espositivo «Des Grecs en Sicile» realizzato, ancora a cura della Soprintendenza e in collaborazione con il Centre Camille Jullien di Aix-en-Provence, nella prestigiosa sede del Musée d’Archéologie Méditerranéenne del Centre de la Vieille Charité di Marsiglia10. Significative, in Sicilia, le esposizioni al Palazzo Reale di Palermo, sede dell’Assemblea Regionale, una prima volta, il 23 settembre del 2006, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio e dal 15 giugno 2007 in occasione della mostra «Ars Siciliae» organizzata nell’ambito delle celebrazioni del 60o anniversario della costituzione dell’Assemblea Regionale.
11 Spatafora, Vassallo 2007.
12 Spatafora, Vassallo, in c.d.s.
20Infine, dal mese di ottobre 2007 la phiale ritorna ad essere contestualizzata nel suo territorio di provenienza e tra i materiali della stesa epoca rinvenuti in quel comprensorio territoriale, in occasione dell’esposizione «Memorie dalla terra. Insediamenti ellenistici nelle vallate della Sicilia centrosettentrionale», realizzata dalla Soprintendenza di Palermo nei locali del restaurato Convento di San Francesco a Caltavuturo11. E ancora, in ultimo, a rappresentare l’attività del Nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale nel recupero di opere d’arte dal mercato internazionale clandestino, il prezioso reperto è stato esposto, dal 30 ottobre del 2009, al Real Albergo dei Poveri di Palermo in occasione della Mostra «L’Arma per l’Arte. Sicilia»12.
21Phiale mesomphalos (fig. 3).
Diametro cm 22,75; altezza cm 3,7; peso gr. 982,40.
22La vasca, a profilo arrotondato, poggia sulla concavità dell’omphalos, con diametro di cm. 3,9. Il bordo, rialzato, ha il piano superiore lievemente inclinato all’interno, con spessore interno.
23La parete è decorata a sbalzo. Il bordo è liscio all’interno ed all’esterno. All’esterno è praticata una iscrizione puntinata in lettere dell’alfabeto greco.
Assemblaggio delle parie
Fig. 3 – Rilievo grafico della phiale.
24Interno (fig. 4): l’omphalos, con altezza di cm. 2,7, è a superficie liscia e profilo curvo. Alla base è circondato da una lamina a corona circolare (fig. 5), ornata a sbalzo da palmette le cui due foglie laterali hanno gli apici piegati verso la foglia centrale ritta verticalmente. Alle palmette sono alternati fiori di loto stilizzati.
13 Per le fasi tecniche di realizzazione cfr. Ferro, Formigli, Pacini, Tossini 2008, p. 66.
25La lamina è marginata da grosso filo godronato, saldato a mascherare l’applicazione della stessa alla parete della phiale13.
26All’esterno del filo godronato, sulla parete della phiale è incisa una serie di semicerchi, al cui interno sono motivi lineari, forse parte superiore di palmette.
Fig. 4 – Interno della phiale.
Fig. 5 – Particolare della lamina interna attorno all’omphalos.
27La parete della phiale è ornata a sbalzo da quattro corone concentriche, ognuna composta da 36 elementi, di altezza crescente verso l’esterno.
28La prima corona è alta cm 0,9.
La seconda corona è alta cm 1,2.
La terza corona è alta cm 1,7.
La quarta corona è alta cm 2,3.
29La prima corona è costituita da elementi ovoidali, con apice verso l’interno, a superficie solcata longitudinalmente. Sono contornati da linee, aperte e ingrossate all’estremità interna.
30Fra un elemento e l’altro, verso l’interno, sono linee con estremità esterna affinata ed interna ingrossata.
31La seconda corona è costituita da ghiande, con scudetto superiore finemente inciso a linee incrociate ed oblique, ed apice verso l’interno. Sono contornate da linee che, in maniera variata fra loro, sono distinte, oppure continue, rispetto a quelle che contornano gli elementi componenti la prima e la terza corona.
32La terza corona è costituita da ghiande, simili a quelle della seconda corona. Ai lati sono linee che variamente si continuano con quelle che marginano le ghiande costituenti la seconda corona. Esse sono incrociate fra loro, all’altezza del margine inferiore dello scudetto; la zona d’incrocio mostra tre linee orizzontali a formare un avvolgimento. In corrispondenza esterna del centro superiore delle ghiande che costituiscono la seconda corona sono linee con estremità esterna affinata ed interna ingrossata, analoghe a quelle presenti nella prima corona.
33La quarta corona è costituita da ghiande, analoghe a quelle che costituiscono le due corone immediatamente più interne.
34Fra queste ghiande sono api con il capo volto all’esterno. Su di esse è un cerchiello, con punto centrale, che regge un bocciolo formato da due ordini di foglie appuntite aperte laterali e tre petali arrotondati all’interno di esse.
35Esterno (fig. 6): la concavità dell’omphalos è circondata da una corona (fig. 7), che reca incisa una decorazione formata da foglie d’edera sorrette da steli curvilinei con corimbi (costituiti da una serie di cerchielli incisi con punto centrale) e ricci terminali. La composizione base è ripetuta sei volte, con piccole differenze, anche dimensionali.
Fig. 6 – Esterno della phiale.
Fig. 7 – Particolare della corona inferiore esterna.
36Dall’esterno di questa corona si hanno le quattro corone già descritte all’interno della phiale. Dalla sommità della quarta corona si alza il bordo liscio continuo, quasi verticale. Una parte di esso è occupata, per una lunghezza di cm. 15, da un’iscrizione puntinata (fig. 8):
37ΔAMAPXOYAXYPIOΣ XPYΣOI ΠΔΔ
38Altezza dei caratteri: cm. 1,2 max; 0,6 min.
Ampiezza dell’intervallo: cm. 3.
All’interno del labbro non si notano convessità in corrispondenza dell’iscrizione.
39All’esterno, tra bordo ed estremità superiore della quarta corona (fig. 9), si ha una profonda ammaccatura causata da un oggetto a punta arrotondata, che ha causato una piccola lacerazione della parete; accanto a questa se ne ha una seconda simile, ma meno profonda, posizionata più verso l’interno.
40A sinistra del Δ iniziale dell’iscrizione sono almeno due segni lineari incisi profondi, che hanno causato corrispondenti convessità all’interno del labbro.
14 Wolters 1913, p. 195-196; Richter – Milne 1973, p. 29-30; Luschey 1939, p. 10 nt. 4; Sparkes – Talc (...)
41La denominazione antica della forma attestata dal nostro recipiente è φιάλη: il termine φιάλα è inciso sul labbro di un recipiente in argento, rinvenuto a Cipro: così da assicurarci il nome che a questa forma veniva dato dagli Antichi14.
Fig. 8 – Sviluppo fotografico dell’iscrizione.
Fig. 9 – Particolare della quarta corona esterna.
15 Luschey 1939, p. 12; Valenza Mele. Nell’epigramma, conservato da Paus. 5, 10, 4, della dedica nel t (...)
16 Ath. 11, 501d: βαλανειoµφάλoς.
17 Pollux 6, 98; Luschey 1939, p. 13. Sostegni di questa forma sono sotto il bacile raffigurato nel mo (...)
18 Per altre denominazioni cfr. Luschey 1939, p. 21-22.
42Della storia del nome testimonia Ateneo (11, 501-502): già Omero utilizza il sostantivo, ma per indicare un recipiente in bronzo, sulla esatta conformazione del quale gli Antichi hanno emesso ipotesi diverse fra loro15. In epoca più recente, il sostantivo viene riferito a recipienti provvisti di omphalos e ornati a rilievo con elementi a forma di ghianda16. Il grammatico Polluce, di poco più recente di Ateneo, conserva una citazione di Saffo a proposito di phialai in oro, provviste di astragali17: al termine di una lacuna nella tradizione del testo di Ateneo (11, 502 b) è contenuta una simile descrizione, dalla quale risulta che tali astragali si trovavano sotto il fondo del recipiente, forse con funzione di sostegni. Ateneo, per il nome del recipiente, rimanda ad un passo di Cratino intessuto da giochi di parole, in quanto βάλανoς richiama l’altro sostantivo βάλανεĩoν. Ateneo ricorda come le phialai in argento e in oro fossero abitualmente definite solamente con riferimento al metallo impiegato (ἀργυσíς e χρυσίς, rispettivamente); che i Nassii dedicarono ad Apollo Delio una palma in bronzo e καρυώτας φιάλας; che gli Eoli chiamavano la forma ἀράκη18.
43Il passo insiste sulla decorazione delle phialai: forse anche perché ciò ha dato destro di ricordare il gioco di parole di Cratino.
19 Ed anche all’asticella costituente il fermo di una chiusura: cfr. Aristoph., Lys., v. 410. Per un s (...)
44Oltre alla rappresentazione di βάλανoί, le phialai, come quelle dedicate dai Nassii a Delo, possono essere καρυώται: cioè, decorate con καρυα. A questo sostantivo Ateneo dedica un paragrafo (2, 52 b), nel quale è riportata una citazione da Eubolos, che equipara φῆγoς alle κάρυα Καρὑστια. Φῆγος ha il significato di «ghianda», risultando così sinonimo di βάλανoς: il quale ultimo sostantivo assume tuttavia una sfera semantica molto più ampia, potendo riferirsi a frutti diversi, come ad esempio «dattero» o anche «castagna», di forma analoga19. Κάρυoν sembra assumere un significato più ristretto, riferendosi alla «noce», oppure alla «nocciola». Ma si è già accennato che in Eubolos, riportato da Ateneo (2, 52 b), le κάρυα dell’euboica Karystos paiono valere come sinonimi di φῆγοι: così come in altri scrittori attici.
45Non sembra, quindi, che i diversi sostantivi ricordati dagli Antichi possano avere significati univoci: anche se tutti rimandano a frutti di forma allungata e, più o meno, affusolata. L’identificazione con frutti reali sembra limitata alla sola attestazione della ricordata dedica dei Nassii a Delo: in quanto l’associazione delle phialai all’albero di palma può indirizzare verso un significato di «datteri» per gli elementi che ne decoravano la superficie.
20 Ferro-Formigli-Pacini-Tossini 2008, p. 65.
46Ma è da notare che, sia nella nostra phiale sia in quella conservata a New York (infra, n. 4) sono rappresentati elementi che rimandano ai frutti del faggio (Fagus silvatica L.) oppure alle nocciole20, che non sembrano essere ricordati dagli Autori antichi come elementi decorativi di phialai.
21 Vickers 1989.
47Gli inventari dell’Acropoli di Atene21, redatti nel corso del v secolo, registrano phialai, talvolta utilizzando il sostantivo χρυσíς, attestato come si è ricordato in Ateneo (11, 502), ma non sembra che si sia notato se le pareti dei recipienti fossero lisce oppure decorate a sbalzo.
22 E. van Hille, Tamiake epigraphe ex Akropoleos, in ArchEph, 1903, c. 139-150: c. 145, l. 93 I.
23 Cfr. ThesGrecaeLing, s. v. φιάλη.
24 Luschey 1939, p. 23.
25 Theophr., Hist. Plant. 3, 16.
48Alla metà del iv secolo risale un inventario22 nel quale si registra una φιάλη ὑπάργυρoς άκυλώτη: si tratta di un recipiente argentato, oppure in oro contenente argento23, decorato con la rappresentazione dei frutti del leccio (Quercus ilex L.)24. Gli Autori antichi distinguono questi frutti dalle ghiande, pur se ambedue sono utilizzati come alimentazione di animali: in quanto l’ἅκυλoς è di dimensioni minori della βάλανoς25. L’aggettivo utilizzato nell’epigrafe è, a quanto si conosce, apax: non so se a causa della rarità di una decorazione del genere, oppure per motivi differenti.
26 F. Durrbach, Inscriptions de Délos. Comptes des hiéropes (nn. 290-371), Parigi, 1926, in particolar (...)
27 Inscrip. Délos, n. 442 A, l. 156. Cfr. DictAntiq, s. v. phiala.
49Gli inventari di Delo26, successivi alla metà del iv secolo, ricordano phialai καρυώται, accanto ad altre λεῖαι, cioè a superficie liscia, iscritte come doni ad Apollo Delio ed alla dea Artemide. In un rendiconto sono registrati introiti ἔκ φιάλης: sono stati interpretati come derivanti dal canone di affitto di arredi cultuali, e specialmente di phialai, versato da quei fedeli economicamente non in grado di acquistarli27.
28 Gasparri 1970.
50La donazione che Seleuco Nicatore effettuò al Didymaion di Mileto all’inizio del iii secolo era composta anche da tre phialai in oro, tutte καρυώται, iscritte ad Agate Tyche, ad Osiride e a Latona rispettivamente28.
51Ovviamente, non è più possibile conoscere i modi della decorazione che ornava quei preziosi doni votivi: dai quali si deduce che la decorazione sbalzata a forma di frutti allungati è testimoniata per lungo tempo, con ciò verificandosi un aggancio alla citazione di Cratino, tramandataci da Ateneo, che può valere come termine cronologico post quem.
29 Il particolare si conserva nelle copie rinvenute nel canopo di Villa Adriana ed in quelle nel Foro (...)
30 Un’interpretazione anti persiana della rappresentazione di ghiande in queste phialai è argomentata (...)
52Da nobili opere di sculture a tutto tondo, come quelle delle Cariatidi poste sulla loggia meridionale dell’Eretteo, possiamo apprendere come le phialai tenute nella mano destra di queste fossero decorate da corone, concentriche all’omphalos, composte da ghiande29. Poiché, tuttavia, nessuna fonte letteraria a noi pervenuta descrive le phialai delle Cariatidi ateniesi, non siamo in grado di porre in relazione la documentazione archeologica con le definizioni che ad essa davano gli scrittori antichi. È possibile, comunque, che le phialai delle Cariatidi dell’Eretteo possano definirsi βάλανóται30.
31 P. Leveque, in un intervento in Dakar 1978, p. 191, suggerisce che la citazione figurata di Negri s (...)
32 In epoca recente si sono ritrovati solamente frammenti della base e del panneggio: Despinis 1970; D (...)
33 Si hanno attestazioni epigrafiche di ἔκτυπoι e ἀπoτύπoι, intese come decorate con figurazioni: Dict (...)
53Quanto leggiamo in Pausania (1, 33, 3) in riferimento alla statua tutta in marmo della Nemesi a Ramnunte, opera di Agoracrito da Paro (anche se molti Autori antichi la ritenevano invece opera di Fidia), attesta che la dea teneva nella mano destra una phiale decorata con Etiopi: alcuni interpreti antichi (ai quali il Periegeta non crede, esponendo dettagliate controdeduzioni nei paragrafi 4-6) ne giustificavano la presenza essendo essi abitanti delle terre poste lungo il fiume Oceano, ritenuto padre di Nemesi31. Della phiale che caratterizzava la scultura nulla ci è conservato, al contrario di quanto si verifica, grazie alle copie romane, per le phialai della Cariatidi poste sulla loggetta dell’Eretteo32. La descrizione di Pausania non autorizza nessuna deduzione a proposito della rappresentazione di Etiopi, se a figura intera oppure limitata alle protomi33.
34 Richter-Milne 1935, p. 30; Gericke 1970, p. 30-31; p. 100. Hesych., s. v. φιάλη la assimila ad una (...)
35 Veyne 1990, con discussione delle precedenti interpretazioni.
54L’uso della phiale è prevalente nella fase della libazione34, che introduce al sacrificio vero e proprio: così che l’apparente contraddizione costituita dalla raffigurazione di figure divine in atto di reggere una phiale (come la Nemesi a Ramnunte) assume il significato, invece, coerente di rafforzarne e simboleggiarne la natura sacra, in quanto è proprio tramite quel recipiente cultuale che l’uomo si introduce al culto35.
36 Luschey 1939, p. 22 nt. 13 elenca gli esemplari al suo tempo noti: quella da Michalkow è databile t (...)
55La documentazione archeologica nota, utile al nostro studio, è composta da phialai in oro36 variamente decorate a sbalzo: se ne può proporre il seguente elenco.
56Luschey 1939, p. 112; p. 138 n. 6 (a parete decorata); p. 142; Bothmer 1962-1863, p. 163; Or des Scythes 1975, Paris 1975, p. 152 n. 65.
Diam. 21,8 cm; alt. 3 cm; peso 698 gr.
57Concentriche all’omphalos sono tre corone, decorate a sbalzo con gruppi, simili fra loro, ripetuti più volte, raffiguranti, rispettivamente dall’interno: un leone che atterra un daino; due leoni che atterrano un cavallo; due leoni che si cibano di un cavallo abbattuto. Fra i gruppi, il fondo è liscio.
Fig. 10 – Phiale da Koul-Oba: particolare esterno.
Fig. 11 – Phiale da Koul-Oba: particolare esterno.
58Minns 1913, p. 204 fig. 99; Luschey 1939, p. 96 n. 11 (con bocciolo di foglie); p. 112; Bothmer 1962-1963, p. 162; Or des Scythes 1975, p. 163-164 n. 94.
Diam. 23 cm; peso 698,55 gr.
59Attorno all’omphalos è una fascia, delimitata all’interno da un filo godronato e all’esterno da un kyma a petali, con delfini a sbalzo, ai quali sono intercalati pesci di due forme differenti fra loro. All’esterno di questa fascia sono protomi di pantera, rivolte all’esterno. La parete è decorata radialmente da elementi a foglia appuntita, contornati all’interno da fascetta sinuosa a granuli. Ogni elemento ha sbalzato un gorgoneion orrido con serpenti attorti sul capo, dal quale si diparte verso l’esterno un motivo a girali con palmette frammiste. Fra questi elementi sono sbalzati altri gorgoneia, simili ai precedenti, dai quali si dipartono verso l’esterno motivi a girali, simili ai precedenti, ma di minori dimensioni. Al bordo sono sbalzate, fra le estremità degli elementi a foglia, protomi umane caratterizzate da un berretto a punta e da baffi spioventi e lunga barba; esse sono contornate da protomi animali (cinghiali?) ai lati delle quali sono api, con testa rivolta all’interno.
60Sul labbro sono applicati due anelli in filo d’oro.
Fig. 12 – Phiale da Koul-Oba: particolare esterno.
Fig. 13 – Phiale da Panagyurischte: esterno.
Fig. 14 – Phiale da Panagyurischte: particolare esterno.
61Svoboda – Concev 1956, p. 143-146; Tontschev 1959, p. 13-14; Venedikov 1961, p. 17; Griffith 1974, p. 42; G. von Bulow, Treasures of Thrace, New York, 1987, p. 123; Ancient Gold 1998, p. 148 n. 76; Die Thraker 2004, p. 225 n. 233 b.
Diam. 25 cm; alt. 3 cm; peso 845,7 gr.
62L’omphalos è marginato da una fascia liscia, all’esterno della quale è una serie di ghiande, all’estremità inferiori delle quali è alternato un elemento costituito da puntini sbalzati raccolti in una sorta di corimbo circolare. La parete è decorata da tre corone concentriche formate da protomi di Negri. Gli spazi fra le protomi delle due fasce più esterne sono riempiti da palmette contrapposte; quelli della fascia più interna da girali annodati.
37 Bothmer 1962, p. 166 riporta un’unica misura per il diametro in cm 22,7 e un’altezza di cm 3,6.
63Bothmer 1962-1963; Strong 1966, p. 97-99; Bothmer 1984, p. 50 n. 86; Vickers 1984, p. 50, tav. 3a, 4a; Vickers-Gill 1994, p. 43 nt. 80, fig. 2. 4.
Diam. 22,4/22,7 cm; alt. 3,7 cm37; peso 747 gr.
64L’omphalos è marginato da una fascia decorata con palmette a sbalzo, delimitato all’esterno con un grosso filo liscio. La parete è decorata con quattro corone concentriche: la più interna è composta da elementi ovoidali, con apice verso l’interno, a superficie solcata longitudinalmente, definiti frutti di faggio («beechnuts»). Le altre tre sono composte da ghiande con scudetto finemente inciso a linee incrociate oblique, di lunghezza crescente verso l’esterno. Tutti gli elementi delle tre corone più interne sono contornati da linee a sbalzo; le ghiande della corona più esterna sono intervallate da api con il capo all’esterno, dal quale si diparte un bocciolo. Sulla parete esterna, concentrica alla cavità dell’omphalos, si ha una fascia liscia, sulla quale sono incise due iscrizioni: una in caratteri greci, la seconda in caratteri punici.
Fig. 15 – Phiale di origine incerta, Metropolitan Museum di New York: esterno.
65Rientrano nel nostro argomento due ulteriori esemplari, ambedue parzialmente conservati:
I. Marion, tomba 92: Varsavia, Museo Nazionale.
38 Debbo la possibilità di conoscere questo riferimento alla cortesia della dr.ssa Maria Paola Guidoba (...)
66Ohnefalsch-Richter 1893, p. 480; tav. 198, 3; Froehner 1897, p. 18 n. 39, tav. 6, 25 (dai dintorni di Smirne); Luschey 1939, p. 61 n. 2a; p. 75; Bothmer 1962-1963, p. 159-160, fig. 8; Pacek 196338.
67Si conserva una parte della parete, completa di orlo, che permette di ricostruire un diametro superiore di circa 25 cm. La parete, più alta che nel nostro esemplare, è decorata a sbalzo con due corone concentriche di ghiande, con scudetto solcato obliquamente, fra le quali sono palmette. Più all’interno si conserva poca, ma riconoscibile, parte dello scudetto solcato di una terza corona di ghiande. L’orlo, liscio, è svasato: tra questo e le ghiande della corona esterna sono incise linee curve godronate, unite a due a due, con apice alla giunzione.
68I dati di contesto della sepoltura indicano una chiusura della tomba entro la fine del vi o l’inizio del v secolo.
II. Afghanistan: Shigarika, Miho Museum.
69Pichikyan 1997, p. 352-353, n. 31/197, fig. 16.
70Si conserva circa un terzo della parete di una phiale in argento, laminata in oro, decorata a sbalzo da tre corone concentriche costituite da elementi definiti «drop»; al centro interno è applicata una rosetta circolare. Le superfici sono pesantemente ricoperte dall’ossidazione del metallo mista a sabbia.
71Datata al periodo achemenide.
39 Dubbi sulla pertinenza al «tesoro dell’Oxus» conservato al British Museum di questo importante ritr (...)
72La stato di conservazione non permette di affermare con sicurezza che le «drops» siano in realtà ghiande: come induce ad ipotizzare, o almeno a suggerire, la forma affusolata di tali elementi39.
73Di stretta attinenza è un esemplare di phiale, a destinazione votiva, in terracotta:
74A. Locri Epizefiri, santuario della Mannella.
75Iacopi 1947, p. 3-8, figg. 1-2; Svoboda-Concev 1956, p. 144 nt. 61, tav. 9, 4; Bothmer 1962-1963, p. 162 fig. 17; Pacek 1963, p. 114 nt. 18, fig. 3-4; Arti di Efesto 2002, p. 199 n. 40.
Diam. 17,9 cm; alt. 4 cm.
76All’interno l’omphalos è marginato da una fascia decorata a rilievo da palmette e fiori di loto. Seguono tre corone concentriche: la più interna è composta da elementi di forma triangolare, con lati arrotondati, con scudetto a spicchi; la mediana da ghiande, con scudetto solcato da linee solo longitudinali; l’esterna da protomi di Negro.
77Gli esemplari di phialai in oro qui elencati presentano due sistemi sintattici della decorazione sbalzata, a prescindere dalla forma di quest’ultima.
78La phiale da Koul-Oba mostra una decorazione organizzata su linee radiali, ponendo l’omphalos come centro del recipiente.
40 Unterweg 1995, p. 139 fig. 134; p. 292 n. 258: da Pitschwari, tomba 110 della seconda metà del V se (...)
41 Silver 1977, p. 42 n. 12, forse dall’Acarnania, ma senza omphalos. La phiale in oro dal kurgan di B (...)
79Una sintassi del genere si trova in phialai con omphalos decorate a sbalzo con costole, datate in epoca arcaica o tardo arcaica40 ed anche in periodo più recente41.
42 Gericke 1970, p. 31 propone che il rapporto dimensionale tra altezza e diametro diminuisca con il p (...)
43 Bothmer 1984, p. 25 n. 18, di origine incerta, datata al iv secolo.
44 Traci 1989, p. 234 n. 183/13, da Lovocit, datata tra iv e iii secolo; Platz-Horster 2003, p. 224-23 (...)
45 Luschey 1939, p. 132-133.
80Organizzata in maniera simile può essere considerata la decorazione di ulteriori esemplari, di maggiore altezza42: le costole si riducono di lunghezza e si ampliano in lobi43, fino a divenire profonde cavità oblunghe, mentre i recipienti mostrano il bordo svasato all’esterno44, non a caso definite anche «coppe per uova»45.
46 Bothmer 1984, p. 24 nn. 16-17, di origine incerta.
81La phiale da Koul-Oba (supra, n. 2) accanto alla sintassi radiale degli elementi a foglia appuntita mostra anche attenzione ad un posizionamento concentrico dei gorgoneia dei due ordini e delle protomi barbate, poste all’orlo. Quest’ultimo elemento si può confrontare in una coppia di phialai, con orlo rialzato svasato46: le protomi sono a sbalzo sporgente e delimitano superiormente una zona decorata a foglie allungate, disposte radialmente.
47 Si osserva che in numerosi pinakes dal santuario della Mannella sono rappresentate phialai con deco (...)
82Le phialai da Solokha (supra, n. 1), da Panagyurishte (supra, n. 3), di origine incerta (supra, n. 4) e quelle da Marion e dall’Afghanistan (supra, I-II), come la nostra e l’esemplare in terracotta da Locri Epizefiri (supra, A), sono invece decorate con sintassi rigidamente concentrica, anche se i diversi elementi a sbalzo seguono un ordinamento radiale. La loro sintassi è organizzata come quella attestata nelle phialai delle Cariatidi dell’Eretteo47.
83Per quanto riguarda gli elementi a sbalzo che decorano le pareti di phialai, si è già accennato a quelli «a foglie» e «a costole»: modelli che assumono sia differenti forme sia modi differenti di comporsi fra loro.
84Gli elementi figurati presenti sulle phialai da Solokha e da Koul-Oba si distinguono da tutti gli altri conosciuti per la loro complessità.
85Nella phiale da Solokha i gruppi animalistici si possono collocare nella tradizione di analoghe figurazioni, attestate fra i prodotti, di varia tipologia e in differenti materiali, in uso fra gli Sciti, che si sono proposte essere derivazioni da modelli orientali.
48 V. supra, nt. 46.
49 Bothmer 1981, p. 196, fig. 1.
86Nella phiale da Koul-Oba, l’elemento principale è rappresentato dai gorgoneia, del tipo «orrido», con tratti arcaici sia nel volto sia nella conformazione dei serpenti del capo. È probabile una derivazione da un modello greco di epoca arcaica: ma per le protomi al bordo abbiamo già richiamato confronti48, assegnati a produzione lidia49.
50 Per un’indimostrabile interpretazione della presenza di Etiopi: Bourgeois 1978.
51 L’oro 1992, p. 171 n. 136; p. 266 n. 136.
87La phiale da Panagyurishte presenta protomi di Negri: che rimandano alla descrizione letteraria della decorazione della phiale sorretta dalla statua in marmo della Nemesi a Ramnunte50. Come tuttavia si è già accennato, non ricaviamo da Pausania se, nella statua, gli Etiopi fossero rappresentati a figura intera oppure solamente accennati con le protomi. Nella phiale in argento da Duvanli51 si hanno quattro gruppi, simili fra loro, raffiguranti un carro trainato da due cavalli al galoppo, sferzati da un guerriero armato. La rappresentazione è qui incisa e dorata, così da risaltare sulla parete in argento: nella statua a Ramnunte le figurazioni saranno state, si può ipotizzare, a rilievo, così da rendersi più evidenti, così come si vede nelle repliche romane della Cariatidi. Ma non si può escludere né che fossero ravvivate dal colore né che fossero state solamente dipinte.
52 Luschey 1939, p. 27.
53 Luschey 1939, p. 28.
88Che, però, l’elemento decorativo più frequente per le phialai sia costituito da elementi affusolati sembra potersi dedurre sia dalle phialai a New York, dalla nostra, dall’esemplare in ceramica da Locri Epizefiri, da quelle da Marion e dall’Afghanistan ed, inoltre, dalla ripetuta specificazione al proposito tramandati dalle fonti letterarie ed epigrafiche. Le fonti scritte, almeno per quanto si conosce, paiono concordi nell’indicare decorazioni del genere, salve le incertezze per intenderne il rapporto con specifici frutti reali, come già notato, mentre non ricordano decorazioni né «a foglie» o «a costole» radiali, registrate negli inventari epigrafici52, né, esplicitamente, a figure intere. Figurazioni, ma prevalentemente pro¥swpa sono invece registrate in inventari epigrafici53.
89La menzione di «astragali» manca, al momento, di riscontri archeologici (ma cfr. supra, nt. 17); mentre le «drops» dell’esemplare afgano non possono non rimandare alla forma delle ghiande.
54 Costa 1996.
90Per quanto riguarda il rapporto cronologico relativo che lega la documentazione archeologica nota, si osserva come essa sia pertinente ad una fase più recente rispetto alla datazione da assegnare alla tradizione letteraria. Saffo è attiva entro l’inizio del vi secolo; Cratino muore entro l’ultimo quarto del v secolo: di certo non ha visto la decorazione delle phialai tenute dalle Cariatidi dell’Eretteo, ma forse i loro modelli. Circa la data della Nemesi a Ramnunte non abbiamo informazioni precise: ma è di sicuro precedente a quella delle Cariatidi. Le deposizioni in tombe di Solokha e di Koul-Oba avvengono entro il iv secolo; la dedica dei Nassii a Delo non è determinata cronologicamente. Se il dono fosse stato effettuato dal tiranno Ligdami ci aspetteremmo che nella tradizione figurasse il suo nome; è incerta la data d’inizio del suo dominio, che sembra terminare antro il 52254; l’isola fu conquistata dai Persiani nel 490. Pertanto, si può proporre che la dedica sia stata votata tra la fine del vi secolo e l’inizio del successivo. D’altronde, non conosciamo la forma delle κάρυα di quelle phialai, anche se abbiamo ipotizzato avessero forma di datteri.
91I ritrovamenti archeologici sono, invece, grosso modo in fase con le attestazioni epigrafiche degli inventari di Delo e della donazione di Seleuco Nicatore: i quali, anch’essi, non specificano la forma delle decorazioni delle phialai, mentre quelli dell’Acropoli di Atene, tranne che in un caso, non ricordano l’eventuale decorazione delle phialai votate.
92Le phialai da Solokha e da Koul-Oba mostrano un repertorio decorativo del tutto proprio, e differente da quello documentato nelle restanti sopra elencate, compreso l’esemplare in terracotta, appunto da Locri. Se ne deduce che la produzione degli esemplari utilizzati dagli Sciti è avvenuta in ambienti diversi da quelli nei quali si sono prodotte le altre phialai, che non sembrano doversi assegnare ad una cronologia troppo distante, se non forse nel caso di quella da Solokha, che pare essere la più antica della classe. Le phialai scitiche si suppone siano state prodotte in ambito greco orientale, nel quale erano diffusi recipienti in metalli preziosi.
93È difficile sfuggire alla suggestione di collegare le phialai da Panagyurishte, quella a New York, la nostra e quella da Locri Epizefiri ad ambienti di produzione toreutica ai quali erano note sia le Cariatidi dell’Eretteo sia la Nemesi a Ramnunte.
94Ma occorre ricordare che la decorazione con βάλανoι di phialai era praticata anche in periodo precedente alla realizzazione di quelle sculture: lo attesta Cratino, specificando che si tratta di βάλανoι, cioè delle stesse ghiande che vediamo nelle phialai delle Cariatidi; e, se è nel reale la collocazione cronologica sopra proposta per il dono dei Nassii a Delo, abbiamo un secondo precedente, di poco più recente di quello da Marion. Cratino è di ambiente ateniese, mentre i Nassii del periodo arcaico partecipano di un diverso ambito culturale. Inoltre, la forma delle «drops» sbalzate sulla parete della phiale afghana (supra, II) rimanda, come anticipato, alla forma di ghiande: con ciò indicando come, pur su una forma sprovvista di omphalos, una decorazione del genere fosse prodotta da botteghe achemenidi del periodo arcaico.
95È forse un caso che le phialai delle Cariatidi siano state ornate con βάλανoι, mentre quella della Nemesi, opera del pario Agorakritos, con Etiopi: la rispettiva produzione deriva da tradizioni culturali differenti fra loro, per quanto formalmente armonizzate dalla lezione fidiaca.
96Si può, quindi, ipotizzare che non sia esistito un rapporto diretto di dipendenza tra le βάλανoι delle phialai delle Cariatidi e quelle delle phialai a New York e la nostra: essendo generico e diffuso in botteghe differenti fra loro l’elemento che le decora tutte. Ed altrettanto potrebbe valere per la phiale della Nemesi e quella da Panagyurishte, se la prima recava solamente protomi e non figure intere. L’esemplare in terracotta da Locri Epizefiri reca ambedue le forme: facendone dedurre che esse erano intercambiabili fra loro, valendo solamente la loro forma a decorare efficacemente la superficie costituita dalla parete del recipiente. La sua derivazione da una phiale in metallo appare evidente.
55 Cfr. supra, nt. 30. Se le «drops» della patera afghana (supra, II) fossero state ghiande, si perder (...)
97Come si è ricordato, è stata proposta una stimolante ipotesi per giustificare la presenza di βάλανoι nelle phialai delle Cariatidi55: ma, oltre a quanto controdedotto da Scholl, la stessa decorazione è documentata da Cratino, di certo prima che quelle statue fossero scolpite, così che l’ipotesi, per quanto ben argomentata, non può che rimanere tale.
98Circa la motivazione che ha condotto Agorakritos a rappresentare Etiopi nella phiale della Nemesi si è già accennato che Pausania non dà credito a quella mitologica, non prospettandone tuttavia una propria alternativa: così che il nostro giudizio al proposito non può che rimanere sospeso, limitandosi a quanto proposto poco sopra sulla base della documentazione archeologica locrese.
99Infine, è fin banale ricordare come la nostra conoscenza della realtà produttiva antica di recipienti in metalli preziosi (ma anche vili, seppure in minore proporzione) è talmente infinitesimale rispetto all’insieme originario di essa da permettere solamente una cautissima prudenza allo studioso moderno. A tale dato quantitativo si aggiunge, sempre con negativa valenza, la assai ridotta conoscenza dei luoghi nei quali si sono effettuati i ritrovamenti di oggetti del genere giunti fino a noi e, in misura ancora minore, delle rispettive situazioni di contesto. Così che tentarne una critica per cercare di conoscere luoghi ed epoche di produzione, le rispettive pertinenze culturali e i reciproci rapporti, influssi ed imprestiti, appare essere compito arduo, dai risultati incerti e, comunque, ipotetici.
56 Come accade in una coppa da Paternò: Platz-Horster 2003, p. 211 n. 2, tav. 41, Kat. 2.
100L’iscrizione è composta da caratteri puntinati, com’è frequente su supporti metallici, preziosi ma anche vili. Essa è stata praticata con cura, senza procurare rigonfiamenti all’interno in corrispondenza dei punti impressi; risulta ben allineata, senza essere stata graffita in precedenza56 e con regolare spaziatura fra le lettere. Queste ultime presentano le o di minori dimensioni rispetto alle altre, delle quali le ι, ρ, υ sono di maggiore altezza.
101Tra la formula onomastica iniziale e la notazione numerale si ha un intervallo di separazione.
102L’intera iscrizione, per la coerenza che mostrano le lettere che la compongono, appare essere stata incisa dalla stessa mano e in un unico momento: definibile dopo l’inizio del iii secolo.
103La prima parte dell’iscrizione contiene una formula onomastica al caso genitivo: se ne deduce che la phiale è stata proprietà, e quindi successivamente dono, del personaggio ricordato.
104È incerto se si ha ricordo di un nome proprio e di un patronimico, oppure di un solo antroponimo preceduto dalla menzione della magistratura ricoperta.
57 Lexikon 3 A, 1997, s. v. Δάµαρχoς.
58 Lexikon 3 B, 2000, s. v. Δάµαρχoς.
59 Lexikon 2, 1994; 3 B, 2000; 4, 2005, s. v. Δάµαρχoς.
105La prima parola che si distingue è Δάµαρχου (gen.): è intesa come antroponimo in Sicilia occidentale e Siracusa57; in Grecia centrale e in Tessaglia58. Alla ionica, è attestato ad Atene, Beozia, ancora in Tessaglia, nel Bosforo Cimmerio e in Macedonia59.
60 Così preferisce intendere Manganaro 1989, p. 302-304.
106D’altro canto, è ben nota la magistratura del δά/ήµαρχος60.
61 Lexikon 3 A, 1997, s. v. Aχύρις.
62 Manganaro 1989, p. 302-304.
63 Corpus Inscriptionum Iudaicarum 1, Città del Vaticano, 1936, n. 694; Lexikon 4, 2005, s. v. ’Aχύριo (...)
64 D. M. Lewis, Attic Manumissions, in Hesperia, 28, 1959, p. 208-238: p. 231, B l. 207; Manganaro 198 (...)
107La seconda parola è Ἁχύριoς (gen.): è incerto se il nominativo sia stato Ἀχύρις61, oppure ’Aχύριoς62. Quest’ultima forma è attestata in un’iscrizione dedicatoria di una sinagoga di Stobi, forse del 165 d.C.: è stato proposto essere adnomen, forse di origine ebraica, di Tιβέριος Πολυχάρµος, costruttore della sinagoga stessa63. Un Aχυριων è elencato come manomesso ad Atene64: il suo antroponimo è fatto derivare da ἄχυρον (= paglia).
108La rarità di questo antroponimo e l’incertezza circa la sua esatta conformazione rendono difficoltoso intendere appieno la formula onomastica iscritta sulla nostra phiale.
65 Segnano dubbio SEG 39, 1034; Lexikon 3 A, 1997, s. v. Δάµαρχoς.
109Fra le due parole che la compongono, solamente la seconda è di sicuro un antroponimo, per quanto raro; la prima non permette alcuna sicurezza d’interpretazione65.
66 Lazzarini 1976, p. 62.
67 Lazzarini 1976, p. 68-70.
110Per le formule delle iscrizioni di dedica del nostro periodo cronologico manca l’analisi critica compiuta per quelle del periodo arcaico: così che non si può valutare se le formulazioni, epigraficamente attestate, di epoca precedente possano considerarsi valide anche in prosieguo di tempo. Nelle dediche arcaiche menzioni del patronimico del dedicante si riscontrano «non di rado»66, mentre «non molto numerose» sono quelle relative alla «condizione politica»67 del dedicante stesso.
111Ammesso che il sistema formulare arcaico sia rimasto valido anche in tempo successivo, come appare probabile stante il conservatorismo dei testi di dedica, la documentazione epigrafica di epoca arcaica offrirebbe probabilità ad intendere la prima parola della nostra iscrizione come nome proprio di un individuo con il patronimico Ἀχύριος.
112I tre estremi caratteri a destra dell’iscrizione si intendono come notazione numerale: sono preceduti dal sostantivo χρυσoῖ, il significato del quale è in diretto collegamento con la materia con la quale è costituita la phiale. Si tornerà in seguito su questo sostantivo.
68 Lombardo 1982, p. 881-882; Nenci 1995.
113La notazione numerale segue il sistema acrofonico pseudoascendente68, proprio della Sicilia occidentale. La lettura che è stata finora proposta della notazione la intende equivalente al numero 115.
69 Sul quale cfr. Nenci 1995, p. 4-5.
114I due segni estremi a destra, con elemento tondeggiante in basso, possono essere ricondotti ad un Δ con apice rettilineo verticale superiore69; quello a sinistra di essi è chiaramente un Π.
70 Lombardo 1982, p. 884; Polis e Olympieion 1992, p. 269, tab. 20, l. 2.
115Un segno del tutto analogo ai due estremi di destra è presente in una tavola dell’archivio di Zeus Olimpio a Locri70, con il valore di 10.
71 Manganaro 1990, p. 404.
72 Zontschev 1959, p. 14; Griffiths 1974, tav. 1, b.
73 Lombardo 1982, p. 884.
116Il primo segno da destra è simile al secondo: salvo avere una sbarretta orizzontale nel settore circolare intesa con valore di moltiplicazione71. Analogo espediente per intendere multipli è utilizzato nella seconda lettera da sinistra dell’iscrizione ponderale incisa sulla phiale da Panagyurishte72: questa è una Π con linea obliqua superiore interna, che rende il significato di 50. Tuttavia, in documenti epigrafici sicelioti analoghe sbarrette non paiono attestate, se non nel caso della tabella V da Entella, reso dubbio dall’impossibilità di un controllo autoptico e comunque di incerto significato73.
117Stante la successione dei segni, le considerazioni fin qui espresse autorizzano a confermare il valore di 115 per la notazione numerale, già accettata nella bibliografia riferita alla nostra phiale.
74 Manganaro 1990 a, p. 412.
118Come di consueto, il numero è da riferirsi al peso della phiale sulla quale è inciso: e lo standard utilizzato è rappresentato dal sostantivo χρυσοῖ, con il quale si indicano stateri74.
119Sono noti stateri di pesi diversi fra loro: variabile, per di più, nella successione delle rispettive emissioni, come si rappresenta nella tabella 1.
75 Un esemplare con peso di gr 8,79 è ritenuto provenire da Morgantina: Manganaro 1990 a.
76 Healty 1986: indica un peso di gr 8,42 uguale a quello del darico persiano.
120L’oscillazione del peso delle emissioni, tutte comunque pressappoco corrispondenti fra loro, equivalente ai variati pareri espressi nella moderna bibliografia76, e la sicura, anche se non quantificabile, differenza tra il peso originale e quello attuale della nostra phiale sono elementi i quali, uniti alla ovvia disparità di efficienza tra la tecnologia di misurazione antica e quella moderna, rendono del tutto incerta l’identificazione dello standard adoperato.
121A puro scopo illustrativo, si propone la seguente tabella 2, con l’esplicitazione dei rapporti tra il peso attuale della phiale, corrispondente a gr 982,40 che risulta essere il maggiore fra tutti quelli finora noti, e quelli della tabella 1, così da far risultare quanti di quei diversi stateri vi potrebbero corrispondere.
77 Manganaro 1990, p. 404.
78 Vickers 1989, p. 254-255.
79 Vickers 1984.
80 Segrè 1928, p. 261.
81 Anche nell’iscrizione punica della phiale a New York sarebbe inciso un numero corrispondente al dop (...)
122È da aggiungere lo statere d’oro emesso da Tolomeo Sotere, noto come τρίχρυσον, di gr 17,8580: ove fosse stato usato questo standard, ne risulterebbero 55,03 unità, corrispondenti a poco meno della metà del numero inciso81.
82 Cfr. in particolare per una convincente identificazione del sistema metrologico ateniese nei pesi d (...)
123Come risulta dalla tabella 2, i valori sono quasi equivalenti fra loro e possono essere ritenuti tutti coerenti sia con l’indicazione incisa sia con il peso attuale della phiale, tenendo in conto le considera zioni limitative poco sopra avanzate. Ove non si tratti di numerologia fantasiosa, si può notare, una volta di più, come i diversi sistemi metrologici antichi permettevano valutazioni di conguaglio82.
124Appare, quindi, impossibile definire a quale ambito metrologico abbia fatto riferimento la bottega di toreuti che ha prodotto la nostra phiale, oppure il responsabile del «tesoro» votivo che l’ha inventariata, al di là di ritenerli, come è fin banale dire, partecipi della generale cultura produttiva del primo ellenismo mediterraneo.
83 Vickers 1984.
84 Vickers 1984, p. 50.
85 Venedikov 1961, p. 22 invece intende il peso come corrispondente a 100 stateri lampsaceni.
125Per quanto riguarda le altre phialai d’oro, Vickers ha compiuto studi al proposito, argomentando sulla citazione letteraria a proposito della phiale d’oro donata al padre dell’ateniese Demus dal Gran Re di Persia all’inizio del iv secolo83: ne ha proposto un valore di 100 darici dal peso di circa gr 8,40. Lo stesso standard di peso lo studioso inglese riconosce, in diversi multipli, per phialai d’oro registrate negli inventari di Delo84 e per quella da Panagyurishte85.
126Si può aggiungere che la phiale da Solokha, con peso di gr 865,80, corrisponde a 103,07 unità di gr 8,40: con ciò indiziando un valore medio diffuso per tal genere di recipienti in oro.
127Mentre quella da Koul-Oba, con peso di gr. 698, corrisponde solamente ad 83 unità di gr 8,40, ammesso che quest’ultimo valore sia stato usato come standard.
128La nostra phiale, in quanto rapportata ad un maggior numero di unità come registra l’iscrizione che vi è stata apposta, si differenzia dal modello di 100 standard proposto da Vickers.
86 Bothmer 1962, p. 155, 157: da tale ricostruzione, non motivata se non per verosimiglianza, l’A. ric (...)
87 Vickers 1984, p. 50 ricostruisce un peso originario di gr 756, corrispondente a 90 darici di gr 8,4 (...)
129Di peso minore è la phiale conservata a New York, per quanto quasi del tutto corrispondente alla nostra nella decorazione. Il suo attuale peso è di gr 747: sul fondo esterno il graffito in caratteri punici è stato inteso come indicazione del numero 18086, corrispondente quindi a 90 × 287.
88 Segrè 1928, p. 260.
130Se si fa riferimento alla dracma tolemaica di gr 4,2888 e se ne moltiplica il peso per 180 risultano gr 756,00: cioè il peso ricostruito come originario.
89 Lipinski 1993, p. 98.
131Ma il graffito punico è da leggersi, con maggiore sicurezza, con valore di 14089: in questo caso, l’unità alla base del peso attuale della phiale risulta di gr 5,33.
90 Vickers 1989; Lipinski 1993, p. 101.
91 Cfr. supra, nt. 81.
132Lipinski, come già Vickers e von Bothmer, ricostruisce un peso originario della phiale di gr 756: con tale valore, e avendo voluto intendere il sostantivo punico zuz, con significato di «mezzo siclo», dalla singola lettera zayn incisa, ne fa conseguire che il peso (ricostruito) della phiale corrisponde a 70 sicli di gr 10,8: tale standard appare ben attestato90. Ma rimane da capire il motivo per il quale è stato inciso un numero corrispondente al doppio degli standard utilizzati91.
133Il rapporto tra il peso della nostra phiale e quello della phiale a New York, tanto simili fra loro per decorazione, è di poco più di 1/10 di meno (per l’esattezza: 13%). Il rapporto tra quelle da Solokha e da Koul-Oba è di poco inferiore, corrispondendo al 12,40%: ma queste ultime mostrano evidenti differenze nella sintassi decorativa, come si è già accennato.
134La registrazione incisa del peso della phiale, oltre a quella della formula onomastica in caso genitivo, indica che il prezioso recipiente è stato votato, com’era diffuso costume, in un santuario, descrivendola dettagliatamente nel rispettivo inventario.
135L’analisi che si è fin qui proposta non ha fornito elementi sicuri per intendere l’ambiente nel quale la nostra phiale è stata prodotta entro la fine del iv o l’inizio del secolo successivo. L’iscrizione, oltre all’uso della parlata dorica e del sistema numerale acrofonico pseudoascendente, non offre altri indizi illuminanti: anche a causa sia dell’incertezza circa la prima parola sia della rarità dell’antroponimo Ἀχὐρις/ Ἀχὐριος.
136Se intendiamo la prima parola come nome proprio, la sua diffusione è molto ampia: così come lo è se, invece, preferiamo ricostruire che ’Aχὐρις/ ’Aχὐριος abbia ricoperto la demarchia.
92 Guzzo 2002, p. 31 e ntt. 44, 46.
137La parlata dorica permette una delimitazione all’interno del mondo greco: escludendo che l’incisore dell’iscrizione sia stato d’Asia Minore, ad esempio. Altrettanto vale per il sistema numerale adoperato, che si restringe ad alcune zone della Sicilia92. Ma, appunto, l’incisore, non il toreuta che ha prodotto la phiale: la quale può essere giunta in un ambiente dorico provenendo da tutt’altro ambiente.
138Anche per quanto riguarda il peso del recipiente non sembra che esso possa indicare in maniera univoca la zona di produzione, stanti la diffusione di standard analoghi fra loro e la sicura differenza tra il peso attuale della phiale e quello originario.
139A questo proposito appare del tutto ingiustificato proporre una ricostruzione del peso originario: si può facilmente intendere come gli Autori che hanno compiuto un tale esercizio aritmetico siano partiti dalla propria preferenza per un determinato standard, aggiungendo quell’integrazione, causata dall’usura dovuta al tempo ed all’impiego, al peso attuale necessaria per raggiungere un valore «tondo», che giustificasse la scelta, compiuta a monte, proprio di quello standard.
140Come per i nomi propri, o quello della magistratura, anche l’identificazione dell’unità di misura utilizzata per il peso della nostra phiale non permette indizi direzionati utili a delimitare l’ambito di produzione.
141La decorazione a sbalzo della nostra phiale trova un preciso e dettagliato riscontro in quella attualmente conservata a New York: non solamente per la presenza di ghiande e di altri elementi ovoidali (frutti di faggio), ma anche per quella di api, intervallate alle ghiande della corona più esterna, poste in uguale posizione. Quest’ultimo particolare potrebbe rafforzare l’ipotesi della pertinenza delle due phialai ad uno stesso ambiente produttivo, in quanto nella phiale da Koul-Oba le api, ugualmente intercalate alle protomi della corona più esterna, sono poste in direzione inversa.
142Tale ipotizzato ambiente era partecipe di una diffusa cultura decorativa, caratterizzata dall’uso di elementi affusolati a sbalzo come decorazioni delle pareti di phialai: decorazione che si è visto essere diffusa nello spazio e nel tempo.
93 Cfr. supra, nt. 46.
143A questa morfologia abituale e tradizionale Agorakritos (o Fidia) apportò una variante non tanto morfologica e figurativa, quanto contenutistica: forse, riprendendola dalla più antica presenza di protomi umane sbalzate sul bordo di coppe di produzione asianica93. Si è visto essere incerto, per noi, il motivo che portò lo scultore a raffigurare Etiopi, mentre la nostra attuale conoscenza, pur ridotta quantitativamente e non sufficiente a ricostruire un dettagliato sviluppo, diacronico e culturale, della produzione di phialai in metalli preziosi, sembra farci preferire l’interpretazione che quegli Etiopi fossero limitati alle protomi.
144Ad appoggio di questa interpretazione, più che la phiale da Panagyurishte, sembra essere quella fittile dal deposito votivo della Mannella di Locri Epizefiri: nella quale ghiande e protomi di Negri assolvono lo stesso compito, variando figurativamente fra loro, così come accade per le ghiande miste ai frutti di faggio nella nostra e nella phiale a New York.
145Purtroppo, la non scarsa menzione di phialai decorate a sbalzo nei diversi inventari templari non permette identificazioni delle rispettive decorazioni, oltre al sapere che esse erano state balano¥ toi: specificazione che reputiamo di significato generico, ad esempio tale da non permetterci di distinguere fra ghiande e frutti di faggio. Pur così, mancano, a quanto sembra di conoscere, menzioni (che ci attenderemmo, essendo registrati esemplari a superficie liscia) di figurazioni figurate, sia ridotte a protomi sia di gruppi, come nella phiale da Solokha.
146Tanto da proporre, sia pure con ogni cautela, che quest’ultima sia stata prodotta a seguito di una precisa commessa, originatasi in un ambiente culturale d’uso nel quale decorazioni del genere fossero preferite a quelle costituite solamente da βάλανοι in genere.
94 Minns 1913, p. 232 fig. 137; Tsetskhladze 1994: la phiale, datata al v secolo, è iscritta (cfr. Jef (...)
147E la varietà decorativa di phialai figurate in metalli preziosi è attestata: anche se la casualità della nostra attuale conoscenza sembra restringerla nelle zone periferiche orientali, come nel caso della phiale, ritrovata in contesto funerario nel kurgan Zubovskii, nel Caucaso settentrionale, in origine votata all’Apollo Hegemon di Fasi nella Colchide94. Questo recipiente si caratterizza, rispetto agli altri analoghi esemplari superstiti, per la separazione fra loro delle figurazioni sbalzate sulla parete, consistenti in protomi di cervidi, e per l’unicum, finora, costituito dalla rappresentazione di serpente avvolto all’omphalos. Anche se quest’ultimo particolare è facilmente spiegabile con l’originale scopo votivo, ad Apollo!, del recipiente rimane il fatto che il toreuta ha saputo variare lo schema più abituale, almeno per quanto noi oggi possiamo ritenere, specificandone gli elementi compositivi per renderli più coerenti alla destinazione del suo prodotto: in questo caso, chiaramente su commissione.
148Se quanto argomentato corrisponde alla realtà antica, possiamo credere che le phialai in metalli preziosi siano state realizzate su commesse. Le quali, tuttavia, possono essere divise in due ampie categorie: una composta da ordini specifici (come nel caso della phiale votiva di Fasi); una seconda più generica, ornata da κάρυα e βάλανοι.
95 Bothmer 1962, p. 158 fig. 5; Bothmer 1984, n. 86.
149Per ambedue le categorie possiamo ulteriormente ipotizzare che comprendessero, ovviamente, varianti: per la prima, rappresentazioni più generiche, come quelle della phiale da Solokha, e, forse, da Koul-Oba, coerenti alla più generale cultura figurativa dell’ambiente d’uso, e non invece specifico come nel caso di un voto ad Apollo; per la seconda, per quanto riguarda la forma degli elementi a sbalzo, sempre con analogo profilo affusolato, ma variabili sia all’interno di una comune pertinenza al regno vegetale sia invece raffiguranti protomi. Inoltre, si possono avere altri elementi aggiunti, come si verifica all’intorno dell’omphalos nella phiale a New York95.
96 Tutti più recenti paiono essere i ritrovamenti di gruppi costituiti da arnesi toreutici: Treister 2 (...)
150Per quanto riguarda gli ambienti di produzione non possediamo elementi sicuri di giudizio96. Le essenziali condizioni necessarie ad ospitare produzioni del genere consistono, oltre che nella tradizione toreutica, anche nella disponibilità del metallo prezioso e nella continuità di commesse.
97 Cfr. supra nt. 44. Già Creso avrebbe dedicato a Delfi una phiale d’oro: Plut., Sol. 4, 5. Cfr. anch (...)
98 Ad esempio, la phiale d’oro donata al padre dell’ateniese Demus dal Gran Re di Persia: cfr. Vickers (...)
99 Cfr. supra, nt. 94; per altri esempi: Kallipolits – Feytmans, 1948-1949; Nylander 1968; Rocco 1995; (...)
151Queste tre condizioni paiono concentrarsi in ambienti orientali e d’Asia Minore: nelle quali l’uso di recipienti in metalli preziosi, in specie oro, risale nel tempo e fa parte di un attestato cerimoniale della corte persiana97. La disponibilità economica necessaria per effettuare commesse del genere è propria, sia nella diacronia sia nella distribuzione geografica, di varie sedi: e a tale variabilità, si aggiungano, come ulteriori elementi di incertezza, sia i doni98 sia i bottini99: così che dall’analisi dei luoghi di ritrovamento finora noti non si può dedurre quelli di produzione, se non in forma mediata e largamente ipotetica.
100 Pfrommer 1982; Pfrommer 1983; Pfrommer 1987; Pfrommer 1990; Platz-Horster 2003, p. 235-237.
152Dalla fine del iv secolo la frammentazione politica dei regni dei Diadochi ha di certo portato ad aumentare gli ambienti di corte, e quindi le ipotizzabili potenzialità di produzione di recipienti in metalli preziosi di varie forme, oltre che di ornamenti personali, altrettanto preziosi: ma gli studi finora compiuti al riguardo hanno messo in evidenza le somiglianze reciproche dei prodotti noti, pur lasciando incerti sull’identificazione dell’ambiente nel quale specifici particolari siano stati elaborati, o addirittura inventati, e sulla direzione e la diacronia degli influssi e degli imprestiti100. Le corti tolemaica, seleucida, pergamena e quella macedone, anche per la rispettiva incidenza politica oltre che per il trapasso, o l’acquisizione, di precedenti tradizioni culturali e produttive, sembrano essere state le principali sedi propulsive di produzioni, utilitarie, votive, ad uso personale, oltrechè di rappresentanza, in metalli preziosi.
101 Lippolis 2002, 120-121. Il trionfo di Fabio Massimo su Taranto nel 209 fu magnificato anche per la (...)
102 È legittimo supporre che fra «gli ingenti tesori» (Plut., Marc. 19) che costituivano il bottino raz (...)
103 Guzzo 1998, 27-28.
153In questo quadro, il ruolo svolto dai centri principali di Magna Grecia e di Sicilia, come Taranto101 e Siracusa102, sembra essere stato collaterale a quello, che possiamo ritenere dominante, delle corti nate all’interno dell’impero di Alessandro. Anche in altre città di Magna Grecia sappiamo si avessero recipienti preziosi, di funzione cultuale: Neapolis si offrì di rimpinguare l’erario della Repubblica ai tempi di Canne con il dono di quaranta patere d’oro; altrettanto offrirono i coloni latini di Paestum103.
104 Guzzo 2002.
105 Platz-Horster 2003, p. 235.
106 De Simone 2003.
154L’iscrizione punica incisa sul fondo esterno della phiale a New York ne indica un uso, non sappiamo se ultimo nel tempo, entro un ambito culturale che comprende anche parte della Sicilia; il tesoro di argenteria con provenienza rivendicata a Morgantina, pur se composito nella sua consistenza104, documenta della frequenza, in diversi ambienti culturali dell’isola, dell’uso di recipienti ed arredi preziosi. Altrettanto variata nella sua composizione è l’argenteria sepolta entro il iii secolo a Paternò105, di successiva proprietà di personaggi italici106, che potrebbero esser stati mercenari. La totalità dei ritrovamenti finora effettuati nell’isola, per quanto sprovvisti di dati di contesto, sembra con verosimiglianza costituire insiemi composti da disparate acquisizioni e non da commesse unitarie e coerenti. Se ne deduce che gli oggetti non provengono nei luoghi di ritrovamento direttamente dagli ambienti di produzione, ma sono stati sottratti ai rispettivi, precedenti proprietari. Dove risiedessero, e chi fossero questi è fin ozioso chiederselo: considerando la fase storica durante la quale assistiamo alle più ampie mobilità di uomini e di cose, motivate nella maniera più varia.
155La notazione numerale acrofonica pseudoascendente sulla nostra phiale assicura che essa è stata incisa in Sicilia in un momento, non definibile, del suo uso.
107 Williams 1988.
156I modelli decorativi presenti in alcune phialai d’oro non sembrano permettere di restringere la ricerca della rispettiva localizzazione produttiva; in diversa categoria di prodotti preziosi si è solidamente argomentata la loro diffusione geografica d’uso: derivante da un artigiano itinerante107, oppure da comune riferimento agli stessi schemi da parte di botteghe differenti fra loro.
108 Pfrommer 1987, p. 152-153, tav. 16-17, KTK 13-15.
109 Pfrommer 1987, p. 160-167.
157Nella nostra phiale le palmette a rilievo sulla fascia interna contigua all’omphalos, come i girali incisi all’esterno, rientrano in schemi consueti e diffusi, dei quali è del tutto incerto, come si è anticipato, tentare di identificare il protos euretes. L’avvolgimento triplice che stringe le linee intercalate alle ghiande nella terza corona può rimandare ad analogo motivo documentato in phialai d’argento da Tuch el-Karamus108, di periodo achemenide pre-ellenistico. Ma la resa stilistica mostra una secchezza di tratto del tutto differente da quanto si vede nel nostro esemplare: anche se altri prodotti toreutici documentano di stretti rapporti fra Alessandria e Taranto109, tuttavia consistenti in importazioni dalla prima alla seconda, per essere in quest’ultima utilizzati come necessari arredi a servizio di culti di origine egiziana.
110 Bothmer 1962, p. 158 fig. 5.
158La fascia interna intorno all’omphalos della phiale a New York è decorata da palmette racchiuse in una linea semicircolare, con estremità inferiori ripiegate all’interno110; la fascia esterna all’omphalos è liscia. La forma delle palmette si può confrontare con quella analoga della phiale fittile dal deposito votivo della Mannella a Locri Epizefiri, non tuttavia marginata da alcun elemento rialzato.
159Ulteriore differenza in queste decorazioni accessorie fra questa phiale e la nostra è costituita dal fatto che il grosso filo che margina la fascia decorata interna è liscio, mentre quello della nostra è godronato.
160Analogo tra le due phialai in oro è il triplice avvolgimento che stringe le linee intercalate fra le ghiande nella terza corona: ma si è visto come esso sia attestato in prodotti alessandrini, e quindi può essere stato imitato da botteghe diverse fra loro.
161Oltre alle incertezze derivanti dall’analisi dei motivi decorativi, si è anticipato come il ridotto numero di recipienti preziosi coerenti con la nostra phiale renda del tutto inaffidabili associazioni produttive. Si crede sia soltanto giustificato quanto proposto poco più sopra circa i pochi collegamenti che si è stati in grado di cogliere: in quanto l’esemplare ceramico è da ritenersi calco di un recipiente metallico, per noi perduto.
162La produzione della nostra phiale può essere avvenuta in uno dei centri principali del mondo ellenistico, entro il iv secolo: forse lo stesso dal quale proviene la phiale ora a New York.
163Circa l’ambiente d’uso più recente, da assumersi corrispondente a quello di seppellimento, la nostra conoscenza si limita a quanto è risultato dalle indagini giudiziarie compiute: cioè all’identificazione del comune moderno, ma non a quella dei collegamenti del contesto antico.
164Tra la produzione ed il seppellimento, la phiale è stata (anche) di proprietà del dorico figlio di ’Aχύρις/ ’Aχύριος, all’interno di una società non più identificabile entro le zone occidentali e settentrionali della Sicilia.
111 Guzzo 2002, p. 31 e ntt. 45, 47 con bibl. prec.
112 Cfr. supra nt. 94.
165L’iscrizione, pur nella sua stringatezza, documenta della compilazione di un inventario: quasi sicuramente in un contesto templare, del quale però non è fornita alcuna indicazione circa la divinità titolare e la localizzazione: che possiamo tuttavia dedurre sia stata lì dove si utilizzava il sistema numerale acrofonico pseudoascendente111. L’accuratezza e la posizione evidente dell’iscrizione indicano che si desiderava che essa fosse ben leggibile: e, di conseguenza, rendere noto ai devoti il pio dono compiuto da Aήµαρχος, di certo personaggio dominante di quella società, anche se non necessariamente investito di una carica pubblica. La mancata conoscenza dei dati di ritrovamento ci impedisce di conoscere se la phiale è tornata alla luce all’interno del deposito votivo, o in diverso contesto, come pure è altrove documentato per doni votivi112. Ove sia reale quanto appena ipotizzato, Aήµαρχος è stato uno dei proprietari della phiale, e non necessariamente l’ultimo prima della divinità titolare del tesoro all’interno del quale è stata inventariata, come dimostra l’iscrizione.
166Che quest’ultima abbia avuto, come appena anticipato, un carattere «pubblico» si ricava e contrario dalla cursorietà e dalla posizione in settori non evidenti dei graffiti, ma anche delle notazioni puntinate, che registrano sia i proprietari sia i pesi di altri recipienti in metalli preziosi. Come si verifica nella phiale a New York: anch’essa sembra essere passata da una mano all’altra, a giudicare dalle diverse lingue che esprimono i graffiti su di essa incisi.
167Poiché il luogo di ritrovamento della nostra phiale è stato dalle indagini giudiziarie accertato essere il territorio di Caltavuturo, si è spinti ad ipotizzare che anche quella a New York, simile per costruzione generale pur se differente in particolari, provenga dalla stessa località oppure, genericamente, dalla Sicilia: nella quale è documentata la diffusione sia del greco sia del punico.
113 È alla generosità di Francesca Spatafora e di Stefano Vassallo che debbo l’opportunità di aver potu (...)
168Ma non sembra motivato spingersi oltre con le ipotesi: così che ci si limita a deprecare, ancora una volta, quanto comportamenti illegittimi, e conseguenti cinici commerci, danneggino, limitandola, la ricerca storica e la conoscenza dell’Antichità113.
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2 Una sintetica ricostruzione del recupero della phiale è in: Ferruzza 1998 e Ferruzza 2001. Vedi anche: Bonacasa 1998 e Isler 1999.
3 Sulle problematiche connesse alla vicenda processuale americana e soprattutto al dibattito sulla legittimità dell’acquisizione di reperti archeologici nei musei americani, vedi Lyons 1998, Gestenbleth, Lyons 1999, Lyons 2002, con bibliografia di riferimento. A queste tematiche sono dedicati anche gli atti di un convegno tenutosi all’università di Notre Dame (Stati Uniti) nel 2007; in particolare per la phiale di Caltavuturo Vassallo 2007.
5 Il carteggio relativo al coinvolgimento della Soprintendenza nei suoi rapporti istituzionali con le forze dell’ordine, la magistratura e il Ministero Beni Culturali è conservato nell’archivio della Soprintendenza di Palermo.
6 Nota della Commissione Interministeriale per il Recupero delle Opere d’Arte del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali del 19 luglio 1999, agli atti nell’archivio della Soprintendenza di Palermo.
7 Nota della Segreteria del D.G.R.C. del Ministero degli Affari Esteri del 25 gennaio 2000, agli atti della Soprintendenza di Palermo.
14 Wolters 1913, p. 195-196; Richter – Milne 1973, p. 29-30; Luschey 1939, p. 10 nt. 4; Sparkes – Talcott 1970, p. 105-106; Lazzarini 1973-1974, p. 374. Non paiono essere frequenti le iscrizioni, contenenti nomi di forme, su recipienti: a quelli raccolti da Rolfe 1891, si aggiungano quelli discussi da Burzachechi 1962, p. 28, 30-31 (a p. 32: su un aryballos in bronzo da Sparta è inciso: ἄγαλµα) e la «coppa di Nestore»: Buchner-Russo 1955. V. anche l’elenco redatto da Lazzarini 1973-1974 e da Hansen 1976, p. 30 e nt. 11. Per analoghe iscrizioni in etrusco e in lingue italiche: L. Agostiniani, Le «iscrizioni parlanti» dell’Italia antica, Firenze, 1982.
15 Luschey 1939, p. 12; Valenza Mele. Nell’epigramma, conservato da Paus. 5, 10, 4, della dedica nel tempio di Zeus a Olimpia di uno scudo dorato da parte degli Spartani dopo la battaglia di Tanagra del 457 a. C. è usato il sostantivo φιάλη come sinonimo, indotto dalla somiglianza della forma: cfr. Richter-Milne 1935, p. 29, con citazioni di Autori antichi al proposito. Per il donario e il confronto fra il testo letterario e quanto rimane di quello epigrafico: Clairmont 1982, spec. p. 80 per la metafora, esemplificata anche da Arist., Rhet. 3, 4; da ultimo: Nafissi 2007, p. 209-214. Per lo scudo come oggetto di dedica: Lazzarini 1976, p. 103, 167,
17 Pollux 6, 98; Luschey 1939, p. 13. Sostegni di questa forma sono sotto il bacile raffigurato nel mosaico con colombe da Villa Adriana.
19 Ed anche all’asticella costituente il fermo di una chiusura: cfr. Aristoph., Lys., v. 410. Per un significato generico del termine anche Luschey 1939, p. 26. Sulla genericità del termine e sulla difficoltà di identificazione delle rappresentazioni con i diversi tipi di ghiande noti in natura: Zancani Montuoro 1979; Kurz 2007, p. 82-84. Herzhoff 1990 la identifica nel frutto della Quercus troiana, propria di Dodona, del quale vede una rappresentazione, a tutto tondo, nella ghianda in argento con scudetto in bronzo, alta cm 3: Carapanos, 1878, p. 92 n. 3, tav. 49, 10, della quale funzionalità e cronologie non paiono definibili. Altrimenti Brosse 1998, p. 73 (Quercus Robur L.), il quale associa le api al tronco delle querce, nei quali avevano i propri alveari (p. 76).
26 F. Durrbach, Inscriptions de Délos. Comptes des hiéropes (nn. 290-371), Parigi, 1926, in particolare nn. 296, 298.
29 Il particolare si conserva nelle copie rinvenute nel canopo di Villa Adriana ed in quelle nel Foro di Augusto: Schmidt 1973, p. 19-27, tav. 20, a-b: VH 3-4 (da Villa Adriana); p. 13-14, fig. 7-8, 12-13: AF 9, 11 (dal Foro di Augusto). Gli esemplari da Villa Adriana sono ambedue copia della Cariatide D di Atene: Lauter 1976, p. 16 con fig. a p. 12; Scholl 1995, p. 200, fig. 14.
30 Un’interpretazione anti persiana della rappresentazione di ghiande in queste phialai è argomentata da Vickers 1985, p. 23. Vi si oppone Scholl 1995, p. 202, che ne rialza la datazione e intende le korai come partecipanti ad un rito funebre, compiuto con libazioni dalle phialai, in onore di Cecrope.
31 P. Leveque, in un intervento in Dakar 1978, p. 191, suggerisce che la citazione figurata di Negri sia analoga, per significato, a quella di Amazzoni: ambedue sarebbero simboli dell’incultura e della violenza alle quali si opposero vittoriosamente i Greci durante le invasioni persiane. Cfr. Anche Lissarague 1997.
32 In epoca recente si sono ritrovati solamente frammenti della base e del panneggio: Despinis 1970; Despinis 1979.
33 Si hanno attestazioni epigrafiche di ἔκτυπoι e ἀπoτύπoι, intese come decorate con figurazioni: DictAntiq, s. v. phiala; PW suppl. 7, s. v. φιάλη. Ma PW, s. v. φιάλη 1, le intende solamente decorate a rilievo. Cfr., però, infra nt. 41.
34 Richter-Milne 1935, p. 30; Gericke 1970, p. 30-31; p. 100. Hesych., s. v. φιάλη la assimila ad una ὶατρικέ πῦξις; phialai d’argento dal peso di 100 dracme, dedicate dagli schiavi manomessi nell’Atene del iv secolo, erano dette φιάλαι ἐξελευθερικαῖ: Guarducci 1974, p. 271-272.
36 Luschey 1939, p. 22 nt. 13 elenca gli esemplari al suo tempo noti: quella da Michalkow è databile tra l’età del Bronzo e quella del Ferro e mostra una forma del tutto diversa dalla nostra, come anche quella dal c.d. «Tesoro dell’Oxus»; e inoltre, a p. 89, quella dedicata dai Bacchiadi ad Olimpia, ora a Boston, entro la fine del VII secolo, con iscrizione (Jeffery, 1990, p. 131 n. 13).
38 Debbo la possibilità di conoscere questo riferimento alla cortesia della dr.ssa Maria Paola Guidobaldi.
39 Dubbi sulla pertinenza al «tesoro dell’Oxus» conservato al British Museum di questo importante ritrovamento casuale sono espressi da Curtis 2004, p. 333-334.
40 Unterweg 1995, p. 139 fig. 134; p. 292 n. 258: da Pitschwari, tomba 110 della seconda metà del V secolo; Bothmer 1984, p. 21 n. 12, di origine incerta; Silver 1977, p. 27 n. 3, di origine incerta; Traci 1989, p. 182 n. 142/2, da Stojanovo, datata alla metà del iv secolo: Summerer 2003, p. 21-22.
41 Silver 1977, p. 42 n. 12, forse dall’Acarnania, ma senza omphalos. La phiale in oro dal kurgan di Bratoljubovskij presso Oltino (Ucraina) è decorata a forte sbalzo con protomi di cavallo: Gold der Steppe 1991, p. 318 n. 120 e.
42 Gericke 1970, p. 31 propone che il rapporto dimensionale tra altezza e diametro diminuisca con il passare del tempo.
44 Traci 1989, p. 234 n. 183/13, da Lovocit, datata tra iv e iii secolo; Platz-Horster 2003, p. 224-232 n. 7, tavv. 30-32, datata entro la fine del iv secolo. Da identificarsi con la forma, usata dai Re persiani, detta ὤion in Athen. 11, 503 f? Ne è nota una produzione fittile dipinta da zona apula: De Palma 1989; adde: Riccardi 2008, p. 37 fig. 51.
47 Si osserva che in numerosi pinakes dal santuario della Mannella sono rappresentate phialai con decorazioni radiali: cfr., ad es., Orsi 1909, p. 413 fig. 6; p. 415 fig. 8; p. 419 fig. 14; p. 420 fig. 16.
55 Cfr. supra, nt. 30. Se le «drops» della patera afghana (supra, II) fossero state ghiande, si perderebbe uno degli appoggi sui quali Vickers ha argomentato la sua ipotesi.
63 Corpus Inscriptionum Iudaicarum 1, Città del Vaticano, 1936, n. 694; Lexikon 4, 2005, s. v. ’Aχύριoς.
64 D. M. Lewis, Attic Manumissions, in Hesperia, 28, 1959, p. 208-238: p. 231, B l. 207; Manganaro 1989, p. 302-304
81 Anche nell’iscrizione punica della phiale a New York sarebbe inciso un numero corrispondente al doppio degli standard utilizzati: cfr. infra ntt. 90-91.
82 Cfr. in particolare per una convincente identificazione del sistema metrologico ateniese nei pesi degli oggetti preziosi registrati negli inventari dell’Acropoli: Martinelli 1997; Martinelli 1999.
86 Bothmer 1962, p. 155, 157: da tale ricostruzione, non motivata se non per verosimiglianza, l’A. ricava uno standard di gr 4,2, come risultato della divisione dell’ipotizzato peso originario per 180.
87 Vickers 1984, p. 50 ricostruisce un peso originario di gr 756, corrispondente a 90 darici di gr 8,40.
94 Minns 1913, p. 232 fig. 137; Tsetskhladze 1994: la phiale, datata al v secolo, è iscritta (cfr. Jeffery 1990, p. 373 n. 72), così che è possibile ricostruire come essa fosse stata dedicata nel santuario di Apollo a Fasi, dal quale è stata successivamente asportata, in un’occasione bellica non determinabile, così da essere poi deposta nella tomba di i secolo nella quale è stata ritrovata; cfr. anche Treister 2005, p. 239-241. Per gli elementi figurati separati fra loro che decorano la superficie cfr. Ancient Gold 1998, p. 153 n. 81, phiale dal tesoro di Rogozen decorata con bucrani separati fra loro.
96 Tutti più recenti paiono essere i ritrovamenti di gruppi costituiti da arnesi toreutici: Treister 2001, p. 253-273 (Galjub); p. 274-279 (Herakleia di Lucania), p. 280-296 (antica Daors, odierna Osanici = Pfrommer 1990, p. 246, FK 86). Di epoca arcaica, invece, sono quelli da Berezan: Solovyov – Treister 2004, e quelli, senza precisa provenienza, dalla Lidia: Özgen-Özturk 1996, p. 211-230, nn. 188-219. Non è chiaro lo scopo della matrice in gesso di testa di Negro da Memphis: Cheshire 1996, p. 30-31 n. 4, figg. 15-16.
97 Cfr. supra nt. 44. Già Creso avrebbe dedicato a Delfi una phiale d’oro: Plut., Sol. 4, 5. Cfr. anche Hdt. 9, 80 circa la composizione del bottino conquistato dagli Spartani a danno dei Persiani dopo la battaglia di Platea.
98 Ad esempio, la phiale d’oro donata al padre dell’ateniese Demus dal Gran Re di Persia: cfr. Vickers 1984. Cfr. supra, nt. 83. Il «dono» di coppe in metallo prezioso è antica consuetudine orientale: Zaccagnini 1979.
99 Cfr. supra, nt. 94; per altri esempi: Kallipolits – Feytmans, 1948-1949; Nylander 1968; Rocco 1995; Guzzo 2002.
101 Lippolis 2002, 120-121. Il trionfo di Fabio Massimo su Taranto nel 209 fu magnificato anche per la grande quantità di vasellame prezioso conquistato: Liv. 27, 16, 7.
102 È legittimo supporre che fra «gli ingenti tesori» (Plut., Marc. 19) che costituivano il bottino razziato dopo la conquista della città da parte di Marcello nel 212 fossero anche recipienti di metallo prezioso. L’attività di una bottega toreutica si può dedurre dall’aneddoto relativo alla indagine compiuta da Archimede allo scopo di definire la proporzione di oro e di argento nella corona che Ierone di Siracusa aveva commissionato: Vitruv. 9, praef. 9.
113 È alla generosità di Francesca Spatafora e di Stefano Vassallo che debbo l’opportunità di aver potuto studiare questo reperto: a loro va tutta la mia gratitudine. Ringrazio Maria Giulia Amadasi, Annalisa Polosa, Serena Querzoli, Malcolm Bell, Carlo Gasparri e Nicola Parise per preziosi consigli e suggerimenti.
Sezione schematicaAssemblaggio delle parie
Note77Note78Note79
Pier Giovanni Guzzo, Francesca Spatafora et Stefano Vassallo, « Una phiale d’oro iscritta dall’entroterra di Himera », Mélanges de l'École française de Rome - Antiquité, 122-2 | 2010, 451-477.
Pier Giovanni Guzzo, Francesca Spatafora et Stefano Vassallo, « Una phiale d’oro iscritta dall’entroterra di Himera », Mélanges de l'École française de Rome - Antiquité [En ligne], 122-2 | 2010, mis en ligne le 11 septembre 2013, consulté le 21 août 2017. URL : http://mefra.revues.org/303 ; DOI : 10.4000/mefra.303
pietro.giovanni.guzzo@alice.it
Parco Archeologico di Himera, Palermo, francesca.spatafora@regione.sicilia.it
Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Palermo, vassallo.stefano@gmail.com
10.4000/mefra.303

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