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Timestamp: 2020-07-07 10:22:49+00:00

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Violazione Degli Obblighi - Cassazione Penale 08/01/2016 N° 535 - Legge semplice
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Violazione Degli Obblighi – Cassazione Penale 08/01/2016 N° 535
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Testo completo della Sentenza Violazione degli obblighi – Cassazione penale 08/01/2016 n° 535:
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 8 gennaio 2016, n.535 – Pres. Ippolito – est. Bassi
1. Con provvedimento del 25 settembre 2014, in parziale riforma dell’impugnata sentenza del Tribunale di Udine del 20 aprile 2011, la Corte d’appello di Trieste, concesse le circostanze attenuanti generiche, ha rideterminato la pena inflitta a M.A. in quella di mesi due di reclusione ed Euro 200 di multa, in ordine al reato di cui all’art. 570, comma 2, cod. pen. (in detti termini riqualificata già dal primo giudice l’originaria contestazione ex art. 12-sexies L. n.898/1970, sub capo 1) della rubrica), nel contempo sostituendo la pena detentiva inflitta per detto reato con quella pecuniaria di Euro 2280, e la pena detentiva per i reati di ingiuria e lesioni sub capi 2) e 3) con la pena pecuniaria di Euro 500 di multa.
2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso l’Avv. Denisa Pitton, difensore di fiducia del M. , e ne ha chiesto l’annullamento per i seguenti motivi:
2. È destituito di fondamento il primo motivo, con il quale il ricorrente si duole del fatto che la Corte d’appello abbia ritenuto legittima la riqualificazione giuridica, ad opera del primo giudice, del fatto di cui al capo 1) dall’ipotesi originariamente contestata di cui all’art. 12-sexies L. n. 898/1970 a quella di cui all’art. 570, secondo comma, cod. pen..
3. Ed invero, secondo l’insegnamento di questo Supremo Collegio, ai fini della valutazione della corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui all’art. 521 cod. proc. pen. si deve tenere conto, non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di esercitare le proprie difese sull’intero materiale probatorio, posto a fondamento della decisione (Cass. Sez. 3, 27/2/2008, Fontanesi, Rv. 239866; Sez. 6, n. 47527 del 13/11/2013 – dep. 29/11/2013, Di Guglielmi Rv. 257278). Se il ‘fatto’ va definito come l’accadimento di ordine naturale, dalle cui connotazioni e circostanze soggettive ed oggettive, di luogo e di tempo, poste in correlazione fra loro, vengono tratti gli elementi caratterizzanti la sua qualificazione giuridica, la violazione del principio di correlazione si realizza e si manifesta solo attraverso un’alterazione consistente ed una trasformazione radicale della fattispecie concreta, nei suoi elementi essenziali, che non consenta di rinvenire un nucleo comune, identificativo della condotta, con il risultato di un rapporto di incompatibilità ed eterogeneità, tra il fatto contestato e quello accertato, capace di creare un vero e proprio stravolgimento dei termini dell’accusa, a fronte del quale si verifica un pregiudizio, concreto e reale, dei diritti della difesa (Cass., Sez. 2, 45993/2007, Cuccia, Rv. 239320).
4. A fronte della riqualificazione giuridica del fatto, con la sentenza di primo grado, e della specifica contestazione mossa al riguardo nell’atto d’appello, la Corte territoriale ha escluso la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza, evidenziando come l’imputato, assistito dal difensore fiduciario, avesse accettato il contraddittorio instauratosi a seguito della escussione dibattimentale della moglie, nel corso della quale ella aveva appunto riferito che il marito aveva fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli, all’epoca, rispettivamente di 16 e 12 anni d’età.
5. Colgono di contro nel segno le censure con le quali il ricorrente deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta integrazione del reato di cui all’art. 570, comma secondo n. 2, cod. pen. Lamenta, in particolare, il ricorrente la mancata valutazione da parte della Corte territoriale delle circostanze dedotte in sede di appello concernenti la corresponsione alla coniuge di alcune rate dell’assegno e di diverse somme ai fini della copertura di parte delle spese per il mantenimento dei figli nonché la messa a disposizione dell’alloggio coniugale, facendo fronte al pagamento delle rate del mutuo ipotecario.
6. Mette conto porre in rilievo che, mentre ai fini della integrazione fattispecie di cui all’art. 12-sexies L. n. 898/1970 è sufficiente dimostrare la volontaria sottrazione all’obbligo di corresponsione dell’assegno determinato dal tribunale e non occorre, quindi (come riconosciuto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 472 del 1989), che dall’inadempimento consegua anche il ‘far mancare i mezzi di sussistenza’, tale elemento risulta invece necessario ed ineludibile ai fini della integrazione della figura criminosa prevista dall’art. 570 comma secondo, n. 2, cod. pen..
7. Di tali principi non ha adeguatamente tenuto conto il Collegio di merito, che ha omesso esplicitare, giusta le specifiche deduzioni difensive, le ragioni obbiettive sulla scorta delle quali abbia ritenuto provato che M. facesse mancare i ‘mezzi di sussistenza’ ai figli, da valutare in rapporto alle reali capacità economiche e al regime di vita personale del soggetto obbligato, ai fini del – sia pur contenuto – soddisfacimento del ‘minimo vitale’ e delle altre complementari esigenze della vita quotidiana (quali, ad es., abbigliamento, libri di istruzione per i figli minori, mezzi di trasporto, mezzi di comunicazione).
8. La motivazione del provvedimento è insoddisfacente anche sotto il profilo dell’elemento soggettivo, sul quale si era incentrato uno specifico motivo d’appello.
9. Sono fondate anche le censure che riguardano l’integrazione del reato di ingiuria.
9. Secondo i principi affermati da questa Corte regolatrice, al fine dell’accertamento dell’idoneità dell’espressione utilizzata a ledere il bene protetto dalla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 594 cod. pen., occorre fare riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alle personalità dell’offeso e dell’offensore nonché al contesto nel quale detta espressione sia pronunciata; nel contempo è necessario considerare che l’uso di un linguaggio meno corretto, più aggressivo e disinvolto di quello in uso in precedenza è accettato o sopportato dalla maggioranza dei cittadini determinando un mutamento della sensibilità e della coscienza sociale (Sez. 5, n. 50969 del 16/09/2014 – dep. 04/12/2014, F, Rv. 261310).
12. Nell’escludere la ravvisabilità nella specie dell’esimente della legittima difesa, anche in via putativa, la Corte ha valorizzato lo squilibrio di forze fra l’imputato e la vittima, il valore affettivo dell’ornamento che la donna intendeva recuperare e la natura della lesione a lei inferta dall’imputato, sostanziatasi in un morso ad una mano, e tuttavia non ha dato conto del contesto complessivo dell’azione nel quale si inseriva la condotta aggressiva ed, in particolare, della condotta in concreto serbata dalla vittima, sì da poter apprezzare la ravvisabilità della invocata scriminante. Ed invero, la circostanza – valorizzata dalla Corte – che la ex – moglie intendesse riappropriarsi di una collana d’oro che M. portava al collo, in quanto avente implicazioni sentimentali, rende ragione del movente del comportamento serbato dalla donna prima di essere colpita, ma non chiarisce quale sia stato in concreto detto comportamento ed, in particolare, se ella – ferma detta finalità dell’agire – abbia o meno posto in essere un’aggressione fisica in danno del M. e, se sì, di quale entità, là dove l’azione di strappare una collana dal collo ha riverberi non solo di natura economica, ma – contrariamente a quanto argomentato dalla Corte territoriale (a pagina 6 della sentenza) – anche sul piano della lesione alla propria incolumità personale, vista la delicatezza della parte interessata e le abrasioni o i tagli da violento sfregamento provocabili nell’operazione di strappo.
13. Né la causa di giustificazione di cui all’art. 52 cod. pen. può ritenersi correttamente denegata sul presupposto che ‘l’intendimento del M. era semplicemente quello di impedire alla ex-moglie di riappropriarsi della collana e, dunque, di difendere un bene di natura patrimoniale’.
14. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Trieste per nuovo giudizio.
parziale-omesso-versamento-dellassegno-di-mantenimento

References: sentenza 
 Sentenza 
 SENTENZA 
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 art. 12
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