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Timestamp: 2017-04-24 22:00:00+00:00

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La tutela penale delle vittime del MOBBING: un caso concreto -di Luci…
La tutela penale delle vittime del MOBBING: un caso concreto -di Lucilla Tassi Avv. Penalista-
Mobbing: tutto quello che c'è da sa...
La condotta mobbistica viene in rilievo solo qualora la condotta integri specifici reati:
art. 660 c.p. (molestie)
art. 609 bis c.p. (violenza sessuale)
art. 610 c.p. (violenza privata)
artt 594-595 c.p. (ingiuria-diffamazione)
art. 368 c.p. (calunnia)
art. 612 c.p. (minacce)
art. 572 c.p. (maltrattamenti): è questa la norma che più si attaglia al fenomeno
a) per connotato di abitualità, vessatorietà;
b) ambiente di lavoro-rapporto di autorità;
c) senso di mortificazione-avvilimento che caratterizza i rapporti tra vittima/autore.
La tutela penale delle vittime del MOBBING:
di Lucilla Tassi
Il mobbing è fenomeno sempre attuale e le donne statisticamente ne sono più frequentemente
vittima: è importante informare, creare canali di
informazione, osservatori in grado di intervenire
tempestivamente, aumentare e disciplinare i doveri
di attivazione al vertice aziendale, tipizzando le posizioni di garanzia.
Un caso di “mobbing” è attualmente all’attenzione
del Tribunale di Monza.
Il Collegio IPASVI, da tempo sensibile al tema della violenza sulle donne nelle professioni d’aiuto e
attivo nello studiare e contrastare il fenomeno, ha
sostenuto l’emersione e la tutela in sede giurisdizionale di un caso subito da una iscritta: il processo è in
fase dibattimentale.
La nozione di mobbing è stata elaborata dalla dottrina giuslavoristica e da studi di psicologia del lavoro sviluppatisi alla luce di un’ampia letteratura
nordeuropea; Heinz Leymann, psicologo svedese di
origine tedesca, introduce il termine nei primi anni
’80, mutuandolo da una branca dell’etologia.
Per mobbing (to mob = accerchiare) si intende attività di persecuzione, emarginazione che colpisce
una determinata vittima nell’ambiente di lavoro,
umiliandola, causandole disagi, sofferenze psichiche e fisiche.
Connotato caratteristico è la sistematicità.
La differenza con lo stalking è che in quest’ultimo
l’aggressore pone in essere una condotta persecutoria nell’ambito della vita privata, mentre il “mob-
ber” si muove nell’ambito del rapporto di lavoro.
Anche se gli effetti negativi del mobbing non sono
limitati alla sfera professionale, ma finiscono per
ripercuotersi nella vita sociale, familiare, personale
D’altra parte nell’ambito del rapporto di lavoro
possono manifestarsi condotte riconducibili allo
stalking (sgradevoli insistenti avances), cd stalking
Le condotte di mobbing sono varie e difficilmente
tipizzanti: comune denominatore è la creazione di
un “CLIMA”, l’interferenza con la qualità della vita, le
ripercussioni in ambito lavorativo-extralavorativo;
possono essere così enucleate:
a) rifiuto della comunicazione diretta
b) svalutazione / squalifica della personalità
c) discredito della persona
e) oppressione mediante angherie
f ) indirizzamento all’errore
La CIRCOLARE INAIL 17.12.2003 contiene un elenco
delle costrittività organizzative.
Si distingue un mobbing verticale (discendente o
ascendente), caratterizzato dal rapporto gerarchico,
in cui rientra il bossing, espressione di vera e propria
politica aziendale per indurre il lavoratore alle dimissioni e un mobbing orizzontale, attuato da uno o
più colleghi.
Statisticamente le donne sono più frequentemente
vittime del Mobbing, sia verticale che orizzontale,
favorito dalle condizioni di precarietà del lavoro.
La tutela della dignità ed il rispetto del lavoratore/
lavoratrice sul luogo di lavoro sono momenti qualificanti di civiltà, fondati su principi costituzionali
dettati dagli artt. 32 e 41 (divieto per l’iniziativa privata di svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in
modo da recare danno alla sicurezza, libertà, dignità
IO INFERMIERE - N.4/2011-1/2012 .
Va premesso che non è previsto nel nostro ordinamento un reato di mobbing, né alcuna fattispecie
incriminatrice che copra tutte le possibili manifestazioni del fenomeno.
La condotta mobbistica viene in rilievo solo qualora
la condotta integri specifici reati:
art. 572 c.p. (maltrattamenti): è questa la norma che
più si attaglia al fenomeno
Offese all’onore/decoro/reputazione
Compatibili con il mobbing orizzontale/verticale.
Non hanno rilevanza autonoma, isolata, ma si inseriscono in un quadro più complesso.
Ingiuria non solo verbale, ma con scritti, disegni,
gesti, manifestazioni di disprezzo.
Si veda Cass. sez. V 18 dicembre 2008 (critica del superiore gerarchico).
Diffamazione adattabile alle pratiche di mobbing:
crazione di un alone di discredito; risponde allo scopo di allontanamento, esclusione.
Simulazione a carico del lavoratore delle tracce di
un reato (es: sottrazione di documenti, subdolo presupposto per una contestazione disciplinare, con
conseguente minaccia di adire le vie legali).
Molestie/Violenza Sessuale
Molestie: interferenza disturbante/pressante nella
vita altrui - tipiche solo in luogo pubblico o aperto
al pubblico o col mezzo del telefono.
Molestie sessuali sono i corteggiamenti insistenti,
apprezzamenti volgari, battute a sfondo sessuale,
differenti dalla violenza sessuale, che comporta in-
32 . N.4/2011-1/2012 - IO INFERMIERE
vasione nella sfera sessuale altrui, mediante un sia
pur superficiale contatto fisico indesiderato, non
necessariamente limitato agli organi sessuali, ma
che può riguardare anche parti anatomiche “erogene”, normalmente e notoriamente oggetto di desiderio sessuale (palpeggiamenti, toccamenti, bacio
furtivo: Cass. pen., sez. III, 5.6.2008; Cass. pen., sez.
III, 13.2.2007; Cass. pen., sez. IV, 3.10.2007; Cass. pen.,
sez. III, 15.11.2005).
Minaccia Violenza Privata Estorsione
Minaccia è la prospettazione di un male futuro e ingiusto (anche larvata, indiretta), la cui verificazione
dipende dalla volontà del soggetto attivo; deve rivestire idoneità a intimorire, a turbare la tranquillità
del soggetto passivo.
La norma tutela la libertà psichica o morale (Ti rovino, ti caccio via, te la farò pagare).
Impiego di violenza-minaccia per coartare, annullare/ridurre la libertà di autodeterminazione.
La differenza è che mentre nella minaccia l’atto intimidatorio è fine a se stesso, nella violenza privata
l’evento non è di pericolo, ma di danno e corrisponde al comportamento coartato del soggetto passivo, dipendente dall’atto di violenza/intimidazione
Secondo Cass. sez. VI, 8 marzo 2006 è configurabile
violenza privata a carico dei datori di lavoro che costringano taluni dipendenti ad accettare la novazione del rapporto comportante minaccia di destinarli,
altrimenti, a forzata-umiliante inerzia in ambiente
fatiscente ed emarginato dal resto del contesto
aziendale, nella prospettiva di un susseguente licenziamento.
L’estorsione è un reato contro il patrimonio, richiede lo scopo di conseguire un ingiusto profitto (qualsiasi utilità, anche non patrimoniale) e l’altrui danno
(patrimoniale).
Si vedano Cass. sez. II, 18 marzo 1986 (fattispecie di
dipendenti costretti a lavori ingrati, senza retribuzione; rilevante la minaccia di una contestazione disciplinare ingiustificata, di un trasferimento illegittimo)
e Cass., sez. II, 21.9.2007 (fattispecie di lavoratori costretti, con la minaccia larvata di licenziamento, ad
accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e più in generale condizioni di lavoro
contrarie alle leggi).
Copre frequenti ipotesi di condotte mobbistiche,
espressione illecita del potere organizzativo dell’imprenditore.
Cass. sez. II, 16 gennaio 2003: “Anche la minaccia di
esercitare un diritto può costituire illegittima intimidazione idonea a integrare estorsione, quando finalizzata a un profitto ulteriore, non giuridicamente
tutelato”.
È lesione qualsiasi alterazione anatomico/funzionale dell’organismo che dia origine ad un processo patologico, sia essa localizzata o diffusa, investa il fisico
o la psiche.
La Circolare INAIL n. 71 del 17.12.2003 definisce
espressamente il disturbo psichico derivante da costrizione organizzativa come “malattia professionale”, definendola come sindrome da disadattamento
(stati emotivi e comportamentali clinicamente significativi in risposta a uno o più fattori stressanti,
identificabili, non estremi) oppure “sindrome post
traumatica da stress” (risposta ritardata o protratta
ad un evento fortemente stressante o ad una situazione di natura altamente minacciosa o catastrofica
in grado di provocare diffuso malessere in quasi tutte le persone).
La malattia professionale è multisintomatica, multifattoriale, caratterizzata da lesività diluita nel tempo,
dalla presenza di un intervallo rilevante tra evento
patogeno e manifestazione dei sintomi, con conseguenti problematiche inerenti alla ricostruzione
della condotta causativa - nesso causale, consumazione, prescrizione.
Di regola in caso di mobbing si configurano lesioni
gravi, con prognosi superiore a 40 giorni, difficilmente conseguenze insanabili (ma i disturbi ansioso-depresivi possono anche cronicizzarsi).
Patologie di tipo psicosomatico (cefalea, gastroenteralgie, dolori osteoarticolari), emozionale (ansia,
disturbi del sonno e dell’umore), comportamentale
(anoressia, bulimia, farmacodipendenza).
In caso di lesione-malattia si prospetta la problematica di accertamento del nesso causale e della rilevanza delle concause (art. 40-41 c.p.).
La Giurisprudenza sull’accertamento del nesso causale in materia di mobbing è rigorosa: “Il giudice dovrà accertare che la condotta esplichi i suoi effetti
sulla persona offesa in modo rilevante, elevato ra-
gionevole” (Cass. 8 gennaio 2000 n. 5491).
Necessità di perizia psichiatrica medico legale.
Maltrattamenti (art. 572 c.p.)
Il bene giuridico tutelato è l’integrità psico-fisica del
È la fattispecie che meglio si attaglia a coprire la manifestazione più classica e ricorrente di mobbing in
considerazione di:
- abitualità;
- ripetitività della condotta;
- non necessità che la singola condotta integri di
per sé estremi di reato;
- effetto psicologico di mortificazione.
Una recentissima pronuncia della Corte di Cassazione (Cass. pen, sez. VI, n. 26594 del 6.2.2009) ha
sostenuto una interpretazione pericolosamente restrittiva della fattispecie dell’art. 572 c.p.: pur dando
atto che nella nozione di “autorità” e “affidamento”
previsto dalla norma rientra anche il rapporto lavoratore-datore di lavoro, tale pronuncia ne circoscrive
la tutela solo ai rapporti caratterizzati da familiarità,
ossia da “relazioni abituali e intense, consuetudini di
vita tra i soggetti, fiducia riposta dal soggetto passivo nel soggetto attivo”.
La conclusione è che la fattispecie dell’art. 572 c.p.
troverebbe applicazione solo in peculiari rapporti
para-familiari (es: lavoro domestico), ad esclusione
di tutti i rapporti di lavoro propri di una organizzazione aziendale complessa, non implicanti stretta e
intensa relazione diretta tra lavoratore e datore di
In questo senso anche Cass. Sez. VI, 22 settembre
2010-13 gennaio 2011 n. 685.
La decisione ha incontrato la critica della dottrina
e pare comunque in contrasto con la prevalente e
recente interpretazione giurisprudenziale, che ravvisa il bene tutelato dalla norma nell’integrità psicofisica del soggetto passivo, il diritto al rispetto della
personalità in ogni ambito di svolgimento del rapporto interpersonale attesa la natura plurioffensiva
del reato di maltrattamenti, con piena rispondenza
della fattispecie alle condotte di mobbing.
Si rileva che l’art. 572 c.p. annovera un ampio catalogo di soggetti passivi, fra cui “chi sia sottoposto
all’autorità…per l’esercizio di una professione o di
un’arte”; il contrasto con un orientamento ermeneutico consolidato fin dal 2001 (Cass. 22.1.2001, Erba)
per cui “Il rapporto intersoggettivo e disciplinare
che la legge attribuisce al datore di lavoro nei confronti del lavoratore dipendente, pone quest’ultimo
nella condizione specificatamente prevista dall’art.
572 c.p., di persona sottoposta alla sua autorità che,
sussistendo gli altri elementi previsti dalla legge,
consente di configurare il reato di maltrattamenti in
danno del lavoratore dipendente”.
Infine l’interpretazione restrittiva pare criticabile
anche a fronte del dato fenomenologico restituito
dalle scienze sociali: le inchieste degli ultimi anni
confermano infatti il trend di una maggiore diffusione del fenomeno all’interno delle grandi organizzazioni, ad es. all’inteterno della pubblica amministrazione, annoverabile tra le poche organizzazioni
complesse del nostro paese.
L’interpretazione dominante pare condivisibile anche alla luce della lettura costituzionalmente orientata fornita dalle Sezioni Unite civili n. 26792/2008
all’art. 2059 c.c., soprattutto in ambito di rapporto di
lavoro, in tema di danno esistenziale.
Si segnalano sul tema le seguenti pronunce di
- Cass. pen., sez. VI, 22.1.2001, n. 10090: “Integra il delitto
di maltrattamenti previsto dall’art. 572 c.p. la condotta
del datore di lavoro e dei suoi preposti che, nell’ambito
del rapporto di lavoro subordinato, abbiano posto in
essere atti volontari, idonei a produrre uno stato di abituale sofferenza fisica e morale nei dipendenti, quando
la finalità perseguita dagli agenti non sia la loro punizione per episodi censurabili ma lo sfruttamento degli
stessi per motivi di lucro personale (Fattispecie relativa
a un datore di lavoro e al suo preposto che, in concorso fra loro, avevano sottoposto i propri subordinati a
varie vessazioni, accompagnate da minacce di licenziamento e di mancato pagamento delle retribuzioni
pattuite, corrisposte su libretti di risparmio intestati ai
lavori ma tenuti dal datore di lavoro, al fine di costringerli a sopportare ritmi di lavoro intensissimi)”;
- Cass. pen., sez. III, 5.6.2008, n. 27469: “Tra i soggetti passivi del delitto di maltrattamenti, di cui all’art.
572 c.p., rientrano anche coloro che sono sottoposti
all’autorità dell’agente o sono al medesimo affidati
per ragioni di istruzione o di educazione. Il rapporto di
autorità sussiste, in particolare, fra il datore di lavoro e
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il lavoratore dipendente, essendo, quest’ultimo, sottoposto al potere direttivo e disciplinare del primo. In tal
caso, per la configurabilità del reato non è necessaria
la convivenza, ma è sufficiente che tra i due sussista un
rapporto di tipo continuativo.”
e le seguenti pronunce di merito:
- Trib. Milano Gip Corte (sentenza di non luogo a procedere 7.2.2007) + richiesta archiviazione (caso): “Il rapporto intersoggettivo che si instaura tra datore di lavoro e lavoratore subordinato, essendo caratterizzato dal
potere direttivo e disciplinare che la legge attribuisce al
primo sul secondo, pone il lavoratore nella condizione
di persona sottoposta all’autorità del datore di lavoro
e consente di configurare nell’ambito di tale rapporto il
reato di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p..
Ai fini di ritenere integrato il reato di cui all’art. 572 c.p.,
per maltrattamento si deve intendere una condotta
aggressiva, vessatoria, diretta univocamente da una
parte verso l’altra, in modo che si instauri un rapporto
tra incube e succube, restando esclusi da tale nozione
le situazioni in cui il contrasto è bilaterale e reciproco”;
- Tribunale di Monza, 23 aprile 2007 (582-583): “L’aver
continuato nella condotta originariamente posta in
essere, dopo la conoscenza della insorgenza di una
malattia in capo a dipendente causata da una attività
di costante vessazione antisindacale concretizzante il
cd. mobbing, impone l’attribuzione in capo al soggetto
agente di una responsabilità non già a titolo di colpa o
dolo eventuale, bensì di dolo diretto.
Deve, infatti, essere ritenuta riferita ad una ipotesi di
responsabilità per dolo diretto la condotta assunta
dall’agente allorquando la rappresentazione dell’evento lesivo appaia non già possibile ma altamente probabile (Fattispecie in tema di sindrome ansioso depressiva sofferta da dipendente in relazione a situazioni e
condotte subite sul posto di lavoro).”
“Le reiterate contestazioni disciplinari, i solleciti e le
diffide per le restituzioni dei benefits – auto, computer,
telefonino – pur non costituendo atti di per sé illeciti
ovvero violazioni degli obblighi contrattuali, hanno
ingenerato una situazione di vera e propria vessazione
psicologica, che si è tradotta in una mortificazione sul
piano personale e professionale”.
In punto di accertamento del nesso causale: “ La storia clinica e lavorativa della lavoratrice , come risultata
agli atti, non contiene elementi che orientino verso la
presenza di disturbi psichici pregressi; disturbi regrediti
con le dimissioni”.
“Il giudizio di compatibilità ha investito la sintomatologia refertata- conforme agli schemi tipici elaborati
dagli studi scientifici della psicologia del lavoro; periodo comparsa dei sintomi (entro i tre mesi) durata della
patologia; regressione della stessa in epoca successiva
alla cessazione del fattore stressante”.
È stata esclusa la violenza privata in quanto l’obiettivo si è ritenuto conseguito o con mezzi leciti (visite
fiscali, contestazioni disciplinari) sia con mezzi illeciti
(privazione delle mansioni), ma non è stata raggiunta
la prova che i comportamenti vessatori abbiano integrato gli estremi di violenza e minaccia.
- Tribunale di Torino, 1 agosto 2002: “Il datore di lavoro che non si fa carico di salvaguardare la dignità, la
salute e la sicurezza del proprio dipendente, mortificando le sue aspettative e, omettendo di adeguare
l’organico aziendale alle effettive necessità, impone
un superlavoro con orari e turni che ledono quei diritti
fondamentali; contribuisce a produrre nel lavoratore
una progressiva sfiducia nelle proprie capacità, nonché stati di depressione che, in alcuni casi, possono
condurlo anche al pensiero di gesti anti conservativi
e si può rendere responsabile, con il proprio comportamento omissivo, di eventuali malattie professionali
che eventualmente ne scaturiscano.
E che consistono, come è stato evidenziato, in quelle
patologie che, a differenza degli infortuni, “dipendono
da un’azione lesiva operante non con rapidità, bensì
con gradualità”.
Né costituisce esclusione di responsabilità la naturale predisposizione del soggetto all’insorgenza della
patologia, giacché le particolari condizioni di svolgimento del lavoro possono influire sul determinismo di
particolari patologie occasionandone una evoluzione
peggiorativa e, perciò assumendo quest’ultime un ruolo di concausa necessaria e determinante dell’evento
(nella fattispecie, infarto miocardico, a causa di imposizione ad un dipendente, con un preesistente grado
di invalidità e con predisposizione congenita alla labilità psicologica, di superlavoro fonte di stress prima
e di ipertensione ed infarto miocardico poi, con invalidità permanente parziale, in conseguenza del quale l’imputato – presidente e direttore generale di una
società di vigilanza privata – è stato condannato a 6
mesi di reclusione per il reato di lesioni colpose ex art.
590 c.p.)”.
Valutazione di rilevanza penale
Il ruolo dell’avvocato si incentra nella valutazione della
configurabilità di specifica ipotesi di reato e delle prove a sostegno, con specifico riguardo alla problematica dell’accertamento del nesso causale; occorre sottrarre la persona offesa a un esito deludente, evitare
inutile aggravamento del trauma, connesso ad un iter
burocratico che vede l’interazione di diversi soggetti e
obbliga a ripercorrere un vissuto spiacevole, nei casi di
palese debolezza dell’accusa.
Non è ritenuta sufficiente la denuncia della persona
offesa: Cass. 8 gennaio 2000 n. 5491.
Va registrato sia in sede penale che lavoristica un attuale rigore giurisprudenziale anche a fronte di passate strumentalizzazioni, casi di presunto mobbing poi
rivelatisi fasulli. Fondamentale è il ruolo del consulente e la “tenuta” della consulenza sul piano della validità
scientifica dei criteri e dei metodi applicati dal perito.
Numerose nella presente e nelle passate legislature
sono state le proposte di legge introduttive di specifica fattispecie di reato. Ma già allo stato attuale della
normativa il datore di lavoro ha il dovere di adottare
tutte le misure a tutela della salute (integrità fisica e
psichica) del lavoratore, di valutazione-prevenzione
dei rischi; il preposto ha un obbligo di vigilanza, il
medico competente ha il dovere di collaborare con
il datore e SPP per attuare le misure a tutela dell’integrità psico-fisica del lavoratore; ha obbligo di referto
per i reati perseguibili d’ufficio (610, 572, lesioni con
malattia superiore ai 20 gg.); problematica non sorge
quando il dipendente ha comunicato la situazione
conflittuale, le patologie o i disagi lavorativi (richiesta
di trasferimenti, certificati medici), ma si presenta per
i disturbi e gli atti prodromici all’insorgere della malattia, non comunicata (situazione di mobbing in fieri):
qui si manifestano maggiori difficoltà di accertamento dell’elemento soggettivo.
Certo può servire un intervento organico diretto a potenziare gli interventi in chiave preventiva, attraverso
il monitoraggio dell’ambiente di lavoro e la maggiore
tipizzazione delle posizioni di garanzia in capo a soggetti titolari di posizioni di controllo.
La bibliografia è presente sul sito internet
www.ipasvimi.it nella sezione “IO INFERMIERE”.
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Mobbing: tutto quello che c'è da sapere su cosa fare e come difendersi

References: art. 660

art. 609

art. 610

art. 368

art. 612

art. 572

art. 572
 Cass. sez. 
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