Source: http://orizzonte48.blogspot.it/2015/06/
Timestamp: 2017-04-25 20:28:30+00:00

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TSIPRAS E LA DIMENTICANZA DELLA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE: DIRITTI DELL'UOMO E LEGGE SUPREMA Dopo 5 anni di "trattamento trojka", una disoccupazione passata, nel quinquennio, dall'11 a oltre il 25%, una distruzione di PIL concomitante del 27%, - tutte conseguenze inevitabili dell'adesione alla moneta unica ed alle "restrizioni" (vocabolo che vedremo non è usato a caso) della sovranità da essa derivate-, la Grecia sta come sta.
La "proposta" di nuovo accordo, per la restituzione di un debito pacificamente insolvibile, non farebbe che ripristinare la consueta recessione, con relativi errori, ormai dichiaratamente ammessi e altrettanto ignorati, di calcolo del moltiplicatore fiscale. Insomma, nuova recessione e ulteriore disoccupazione e caduta dei redditi.
Questo stesso governo, d'altra parte, potrebbe ANCHE direttamente sottoporre una votazione al Parlamento in cui enunciasse non solo il rigetto verso il nuovo accordo proprio per la sua palese contrarietà alla Costituzione, ma che ESTENDESSE tale valutazione a tutta la serie di vincoli assunti in nome dell'€uropa. Una votazione che, conseguentemente, fosse in grado di far emergere, davanti a tutto il popolo greco, quali forze politiche siano fedeli agli obblighi fondamentali della Costituzione e quali no.
Art. 2. – 1) Il rispetto e la protezione della
dignità della persona umana costituiscono l’obbligo fondamentale dello Stato. 2) La Grecia, conformandosi alle
regole universalmente riconosciute del diritto internazionale, persegue il
consolidamento della pace e della giustizia, nonché lo sviluppo delle relazioni
amichevoli tra i popoli e gli Stati
Art. 22. – 1) II lavoro costituisce un
diritto ed è posto sotto la
protezione dello Stato, che vigila per creare delle condizioni di piena
occupazione per tutti i cittadini e per il progresso morale e materiale della
popolazione attiva, rurale ed urbana...
Art. 28. – 1) Le regole del diritto internazionale
generalmente accettate, come pure i trattati internazionali dopo la loro
ratifica da parte della Camera e la loro entrata in vigore conformemente alle
disposizioni di ciascuno di loro, fanno parte integrante del diritto interno
greco e hanno un valore superiore alle eventuali disposizioni contrarie della
legge. L’applicazione delle regole del diritto internazionale generale e dei
trattati internazionali nei confronti degli stranieri è sempre sottoposta alla condizione della reciprocità. 2) Allo scopo di
servire un importante interesse nazionale e di promuovere la collaborazione con
altri Stati, è possibile attribuire,
per via di trattato o d’accordo internazionale, talune competenze previste
dalla costituzione ad organi di organizzazioni internazionali. Per la ratifica
del trattato o dell’accordo è richiesta
una legge votata dalla maggiorana dei tre quinti del numero complessivo dei
deputati. 3) La Grecia può liberamente
apportare, con una legge votata a maggioranza assoluta del numero complessivo
dei deputati, delle restrizioni all’esercizio della sovranità, nazionale,
purché tali restrizioni siano imposte da un interesse nazionale importante, non
ledano i diritti dell’uomo e i fondamenti del regime democratico e siano
compiute nel rispetto del principio di uguaglianza ed in condizioni di
reciprocità. Art. 100. - 1) È costituita una Corte
Suprema Speciale, alla quale spettano: a) i giudizi sui ricorsi previsti
nell’art. 58; b) la verifica della validità e dei risultati dei referendum tenuti conformemente all’art.
44 paragrafo 2); c) i giudizi sulle incompatibilità o la decadenza dei deputati
conformemente agli artt. 55 paragrafo
2), e 57; d) i giudizi sui conflitti
fra i tribunali e le autorità amministrative, o fra i tribunali amministrativi
ordinari, da una parte, ed i tribunali civili e penali, dall’altra parte, o,
infine, fra la Corte
dei Conti e gli altri tribunali; e) il giudizio relativo alle contestazioni
sull’incostituzionalità di una legge formale, ovvero sull’esatta
interpretazione delle disposizioni di una legge nei casi in cui il Consiglio di
Stato, la Corte
di Cassazione o la Corte
dei Conti abbiano emesso al riguardo delle decisioni fra loro contraddittorie;
f) il giudizio sulle controversie riguardanti la sussistenza della qualità di
«norma del diritto internazionale universalmente riconosciuto», secondo l’art. 28 paragrafo 1). Art. 110. – 1) Le disposizioni della Costituzione possono essere
sottoposte a revisione, tranne quelle che stabiliscono che la forma di governo
dev’essere quella della Repubblica parlamentare e quelle degli articoli 2
paragrafo 1), 4 paragrafi 1), 4) e 7), 5 paragrafi
1) e 3), 13 paragrafo 1) e 26. 2) La necessità della
revisione della Costituzione è accertata
con una decisione presa dalla Camera dei deputati, su proposta di almeno
cinquanta deputati ed a maggioranza di tre quinti del numero complessivo dei
membri della Camera, in due scrutini separati da un intervallo di almeno un
mese. Le disposizioni da revisionare sono specificatamente determinate da tale
decisione. 3) Quando sia stata decisa
con la menzionata delibera parlamentare la revisione costituzionale, la
successiva Camera dei deputati si pronuncia, nel corso della sua prima
sessione, sulle disposizioni da revisionare a maggioranza assoluta del numero
complessivo dei suoi membri. 4) Se la proposta di
Costituzione ottiene la maggioranza del numero complessivo
dei deputati, ma non quella dei tre quinti dello stesso numero, come è richiesto nel paragrafo 2) del presente
articolo, la Camera
dei deputati successiva può, nel corso della sua prima sessione, deliberare
sulle disposizioni da revisionare; la sua decisione dev’essere presa a
maggioranza di tre quinti del numero complessivo dei suoi membri. 5) Ogni revisione delle
disposizioni della Costituzione che sia stata votata viene pubblicata nella Gazzetta Ufficiale entro i dieci giorni
che seguono il voto da parte della Camera dei deputati ed entra in vigore con
una decisione speciale della stessa Camera. 6) Nessuna revisione
costituzionale è permessa prima della
scadenza di un termine di cinque anni dopo l’attuazione della revisione
precedente. Pubblicato da
Ma d'altra parte come poteva essere diversamente? La stessa fonte sopra linkata, infatti, ha buon gioco a metterla in questo modo:"Tutta l'opposizione greca critica aspramente Tsipras per la scelta di ricorrere al referendum sostenendo che questa mossa porterà il Paese fuori dall'Europa. Il Pasok chiede le dimissioni del premier. I centristi di Potami rimproverano a Tsipras di non aver combattuto la sua battaglia nel cuore delle istituzioni europee. Per i conservatori di Nea Dimokratia il premier è un irresponsabile che ha portato la Grecia al totale isolamento nell'Unione."
Ma l'errore di impostazione (stigmatizzare l'effetto senza informare sulle cause) prosegue anche in altre parti delle dichiarazioni di Tsipras: "Il premier ellenico ha detto di essere stato costretto a indire la consultazione perchè i partner dell'Eurogruppo hanno presentato un ultimatum alla Grecia che è contro i valori europei per cui "siamo obbligati a rispondere sentendo la volontà dei cittadini".
grande obiezione che muovo a questa insidiosa costruzione dialettico-ideologica, è che leggendo i trattati attuali (per semplicità; essi, infatti, riprendono Maastricht, rinsaldandone i mezzi "strategici"), ma sapendoli leggere veramente, si può, piuttosto, costruire questa interpretazione strutturale nonchè sistematica, di principi cogenti e caratterizzanti:
- i trattati sono intenzionalmente composti da una miriade di parole e di concetti, che nascondono una valenza normativo-positiva (cioè il "quid novi" che introducono nel mondo del diritto vigente), per
lo più, in chiave sistematica, pari a "zero", tranne che per alcune norme "scardinanti" (più che "cardine"), accuratamente selezionate e disseminate, in varie versioni e corollari, all'interno di questa pletorica costruzione pseudo-concettuale. - Una verbosità che, quando si viene al "dunque", della normazione positivamente applicabile conduce a individuare:
b) che ogni altro aspetto è subordinato e
ridotto a "intenzioni programmatiche" di cui conosciamo le procedure complesse ma i cui contenuti sono del tutto aleatori, se non addirittura
esplicitamente esclusi;
d) che in tal modo, la già "subordinata" tutela dei diritti fondamentali, necessariamente inclusivi dei diritti sociali (il detestato welfare), è lasciata alla cura degli Stati, che, contemporaneamente, in virtù delle suindicate grund-norm,
la cui applicazione incondizionatamente prevalente è assistita da tutto
il resto della costruzione fondata sui trattati (previsioni procedurali
e sanzionatorie, e atti di provenienza delle istituzioni, in testa i Consigli europei), sono posti nell'impossibilità di garantirli."
Un deserto dal quale la democrazia (in senso sostanziale e non idraulico) non può rinascere, ma solo deteriorarsi fino ad essere dimenticata nei suoi elementi essenziali. Pubblicato da
Naturalmente la Corte non avrà potuto non svolgere il suo ragionamento sulla base degli artt.36 e 39 Cost., il primo sulla retribuzione equa e sufficiente a garantire al lavoratore ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa e il secondo sulla libertà e legittimità della tutela sindacale, che trova la sua prima espressione nella contrattazione collettiva che la norma censurata aveva posto in sospensione reiterata; gli artt.36 e 39, tuttavia, secondo elementari e consolidati principi di interpretazione letterale, logica e sistematica della stessa Costituzione, costituiscono la naturale proiezione (o attuazione) degli artt. 1 e 4 sopra citati, come illustrano in lungo e in largo i lavori dell'Assemblea Costituente. Le cronache ci dicono che la Corte avrebbe prescelto di enfatizzare l'art.39 più che l'art.36; in sostanza, non sarebbero state tanto poste in pericolo la equità e l'adeguatezza della retribuzione, ma la incomprimibilità della libertà e della tutela sindacale. Su questa strada, poi, si sarebbe affermata la "sanabilità" del blocco 2010-2013, in quanto misura temporanea giustificata dalla crisi economica (come se la crisi fosse mai risolvibile tagliando il reddito dei lavoratori che costituisce parte essenziale del PIL, che era finito in segno negativo...proprio a seguito del calo dei redditi e della disoccupazione dilagante che, a sua volta, è determinata dalla flessione della domanda...connessa al calo dei redditi. Ma è inutile: la Corte questi problemi, tradizionalmente, non pare in grado di afferrarli e prosegue a fare affermazioni opposte rispetto a questi elementari e notori principi economici).
discrezionalità di questo tipo non riguarderebbe la, sempre possibile, incerta previsione sulla esatta interpretazione delle norme costituzionali nel caso concreto, cioè la naturale possibilità di scelta
interpretativa in funzione delle vicende socio-economiche in evoluzione
nel tempo, ma la fase successiva alla declaratoria di illegittimità costituzionale; quella conseguenziale "necessitata",- secondo l'art.136 Cost. e secondo il principio di rigidità dellaCostituzione (art.138) e persino di non revisionabilità della stessa (art.139)-, di reintegra del
diritto affermato e dunque "tecnico-finanziaria a valle". Parliamo
quindi delle conseguenze ripristinatorie che la Costituzione prevede come effetto necessario della tutela costituzionale già accordata (art.136 Cost.; ciò ovviamente concerne, spero sia chiaro, l'applicabilità delle norme dichiarate illegittime nei rapporti pendenti, certamente non esauriti, e controversi di fronte ai giudici "ordinari" che hanno rimesso la questione alla Corte). E'
chiaro che la stessa Corte, di fronte al sistematico riproporsi di questa esigenza tecnico-finanziaria, si troverebbe nell'alternativa, molto pratica:
o, (per evitare il protrarsi di questa prolungata incertezza sulla effettività dei principi costituzionali), di rinunciare progressivamente
a interpretare le norme costituzionali in senso incompatibile con la radice €uropea di questa linea di politica economico-fiscale, accettando
de facto la novazione del principio fondamentale unificante della Costituzione: il che significa una novazione da quello lavoristico
e quello della conservazione "ad ogni costo" della moneta unica, così come ratificato nel fiscal compact-pareggio di bilancio. Con ciò, però, rinuncerebbe al ruolo che la stessa Costituzione le ha assegnato, divenendo un giudice del tutto soggetto alla superiorità incondizionata dell'intero diritto europeo;
ii) ovvero, di prendere una posizione che ribadisca il filtro dell'art.11 e dell'art.139 Cost. - da lei stessa affermato in più pronunce- confermando il paradigma della Repubblica fondata sul lavoro (artt. 1, 3
e 4 della Costituzione); ma questo solo affrontando il "cuore del problema":
- livello del bilancio fiscale, ridotto col "consolidamento" (quantomeno
nelle intenzioni dichiarate, poichè i risultati, a causa dello strutturarsi di un elevato livello di disoccupazione, sono in pratica opposti o incongruenti, come prova l'aumento del rapporto debito su PIL e
il costante mancato verificarsi della riduzione del deficit annuale programmato nelle stesse manovre finanziarie);
- e disoccupazione-livello delle retribuzioni (e quindi anche del successivo trattamento pensionistico); ..."dovendo" chiarire, a se stessa e alla comunità sociale intera, coinvolta nella tutela costituzionale, il perchè si sia adottato il paradigma del pareggio di bilancio, e comunque (da decenni, in un crescendo, niente affatto casuale ed estraneo al meccanismo prevedibile della moneta unica) della riduzione/compressione del deficit pubblico; cioè una politica fiscale che non promuove certo la crescita, l'occupazione e la tutela reale del reddito da lavoro". 6. Dunque la Corte accetta la "novazione" del principio fondamentale unificante del modello socio-economico costituzionale. Inutile affaccendarsi eccessivamente: se la tutela reintegrativa non vale (più) per il diritto al lavoro - e ciò preannuncia anche il modo di futura evetuale lettura della Corte sul jobs act, qualora le fosse sottoposto-, ancor più non vale, implicitamente ma necessariamente, per ogni altro diritto di "minor forza" nell'ordito costituzionale.
Ma è questa una buona scelta nell'interesse della Nazione? Certamente no. Come abbiamo anticipato in precedenza: aderire alla superiorità rimodellatrice del pareggio di bilancio (o anche solo semplicemente della copertura in pareggio di bilancio di ogni spesa pubblica prevista dalle norme costituzionali), non è qualcosa che può giustificarsi come terapia ad uno stato di crisi e, quindi, come il rimedio ad una (molto presunta...contra facta concludentia) situazione transitoria, creata da strane congiunture astrali o metereologiche (come si credeva, rispetto alle crisi economiche cicliche, prima di quella del 1929 e dell'avvento dei modelli keynesiani basati sulla domanda aggregata); la crisi economica italiana, infatti, non è una casualità esogena alle politiche fiscali ed economiche imposte dall'adesione all'euro, da cui proprio il pareggio di bilancio ci tirerebbe fuori.
7. La Corte si è fatta evidentemente inibire dalle polemiche scaturite sul "costo" per le finanze pubbliche della sentenza sull'adeguamento pensionistico. In sede di giudizio si sono tirate fuori stime di un onere, a titolo di restituzione del non corrisposto ai pubblici impiegati a seguito del blocco, di 35 miliardi. A me pare che questa stima sia poco più di una "facezia". Basti dire che i giornaloni avevano diffuso che la perdita di soldi per gli stessi dipendenti ammontava a 5000 euro in media (da ritenere lordi, cioè anteriormente alla tassazione), a partire dal blocco iniziale, posto da Tremonti nel 2010 (e prorogato dal governo Letta nel 2013, alla scadenza del primo): cosa che, a essere pessimisti, avrebbe condotto a restituzioni, per tutto il periodo interessato, pari a circa 15-16 miliardi.
Il paradosso è che l'effetto di restituzione costituisce, per definizione, una spesa una tantum e quindi non "sfascerebbe" i conti dello Stato in modo definitivo anche in assenza di copertura: ed anche in sede europea, il carattere una tantum, se così spesso mal considerato sul lato delle entrate, cioè della politica "austera" e dei saldi conseguenti, non si capisce perchè (ma stiamo ironizzando), non dovrebbe altrettanto non essere considerato preoccupante sul lato delle uscite, appunto, non strutturali e, quindi, non rilevanti ai fini di un'eventuale procedura di infrazione al limite del deficit (come insegnano Francia, Spagna e, in realtà, ogni altro paese dell'eurozona che non sia l'Italia; almeno tra quelli con una posizione netta sull'estero negativa e con un rapporto debito/PIL in crescita; rammentiamo che Spagna e Francia, e non solo, hanno visto aggravarsi questo rapporto, in termini di variazione dall'inizio della crisi, in misura molto più ampia che l'Italia). Nel corrispondere queste somme, infatti, il nostro deficit nominalmente si sarebbe aggravato, grosso modo, di 1 punto di PIL. Secondo le stime attuali (che però, come tutti gli attestati "ufficiali" sulla contabilità pubblica, a cominciare dal DEF, vanno presi con beneficio di inventario), questa spesa una tantum, porterebbe (o avrebbe portato, più esattamente) il nostro deficit a 3,6 punti di PIL: sempre abbondantemente meglio di quanto registrato, nel 2014, - per tacere degli anni precedenti- da Spagna e Francia.
2. Il meccanismo è sotto gli occhi di tutti, come la parabola discendente di quello che dovrebbe essere il riscontro della competitività del prodotto calcistico nazionale (in sè): le varie nazionali di calcio. Si parte, infatti, da un cambio fisso (sì, alla fine, questo è il senso della moneta unica-marco, priva di governo e con una banca centrale che finge di essere per tutti...ma che è "per nessuno"), con una moneta dal corso troppo alto per il nostro livello inflattivo "naturale"; vincoli di deficit pubblico simultanei; da cui, prima caduta della domanda estera per vincolo monetario sul settore esportativo, poi conseguente continuo aumento della pressione fiscale (qui, p.4); e, dunque, ricaduta in un'ulteriore flessione della domanda interna per investimenti e consumi; fino al trend distruttivo che erode la stessa base industriale, smantelladola progressivamente (via via che l'euro si staglia come irrinunciabile e irrevesibile).
Il calcio, come settore industriale, risulta dunque affetto da perenne deficit delle "sue" specifiche partite correnti, per continua importazione di beni strumentali (atipici: i giocatori), inclusa la conseguente voce "redditi" (e registra un forte deficit anche come specifica posizione netta sull'estero). In modo eloquente, in conseguenza della crescita dei costi relativi rispetto al resto dell'€uropa, e dell'ambiente fiscale euro-imposto, subisce la contrazione della domanda interna (incassi per pubblico pagante, sponsor, diritti televisivi legati ad una pubblicità televisiva sempre più asfittica). Ergo, si deprezzano i valori patrimoniali delle società: le quali, poi, almeno quelle più competitive sul piano dell'avviamento e del marchio (a suo modo un ex orgoglio del made in Italy), o falliscono o finiscono in mano estera a prezzi (corsi azionari) molto convenienti...per gli investitori esteri. Questi, un tempo (quando non eravamo infognati nel...fogno dell'euro), non si sarebbero mai immaginati di venire "in salvataggio" di società che avevano non solo prospettive di crescita, ma potevano aspirare (e riuscivano) ad essere leader del rispettivo mercato.
E, infatti, della questione greca non coglie (Alice) la sua vera dimensione di riflesso in uno specchio (deformante), se non per qualche accanimento livoroso (autoriflettente)... Pubblicato da

References: Art. 2

Art. 22

Art. 28
 Art. 100
 Art. 110
 sentenza