Source: http://usiait.it/sentenze/2343-la-finta-malattia-del-dipendente.html
Timestamp: 2017-10-20 15:59:55+00:00

Document:
La finta malattia del dipendente
Sei qui:	Home Sentenze La finta malattia del dipendente
(Cassazione sez. Lavoro, Sentenza 16.08.2016 n. 17113 - Dott. Vincenzo Frandina)
In origine, con sentenza del 6 febbraio 2015 la Corte di Appello di Caltanissetta, in riforma della pronuncia di primo grado, rigettava la domanda proposta dal lavoratore, il quale impugnava il licenziamento, datato 13 gennaio 2014, intimato per giusta causa dalla società ACCA Spa per “simulazione fraudolenta dello stato di malattia”.
La Corte territoriale riteneva che, per mezzo del materiale probatorio acquisito dagli investigatori privati, anche attraverso filmati e fotografie nonché mediante testimonianza da parte dello stesso agente investigativo, risultasse accertato l’addebito e che dunque il lavoratore avesse compiuto tutta una serie di azioni e movimenti del tutto incompatibili con la sussistenza della malattia impeditiva lamentata; nel caso di specie una lombalgia.
D’altro canto, non è condannabile il datore di lavoro che si adopera per prendere conoscenza di determinati comportamenti del lavoratore, i quali, pur essendo estranei allo svolgimento dell’attività lavorativa, sono certamente rilevanti sotto il profilo del corretto adempimento delle obbligazioni scaturenti dal rapporto di lavoro. E’ sufficiente anche solo che vi sia il sospetto che tali condotte possano influenzare in maniera negativa l'adempimento della prestazione dedotta in contratto. Già nel 1987 la Cassazione, con la sentenza
n. 3704, affermava come fosse legittima la ricerca degli elementi atti a verificare l’attendibilità della certificazione medica inviata dal lavoratore compiuta da un’agenzia investigativa incaricata dal datore di lavoro.
Dunque, “pedinare” il dipendente assente per malattia è possibile anche se la commissione di atti illeciti o comunque irregolari è solo sospetta. Quanto alle agenzie investigative, queste operano lecitamente purché non sconfinino nella vigilanza dell'attività lavorativa vera e propria che l'articolo 3 dello Statuto dei Lavoratori riserva, in via esclusiva, al datore di lavoro e ai suoi collaboratori.
In base a quanto sopra esposto, è esente da censure la sentenza impugnata che ha ritenuto legittimo il controllo effettuato al di fuori dell’orario di lavoro ed in fase di sospensione dell’obbligazione poiché finalizzato esclusivamente all’accertamento dell’illecita simulazione della malattia (cfr. Corte di Cassazione, sentenza n. 4984 del 2014; più di recente Corte di Cassazione, sentenza n. 9749 del 2016).
Da ciò si deduce che, qualora la malattia dichiarata risultasse inesistente, il certificato medico sanitario non avrebbe valore probatorio alcuno.
Invero ha omesso di indicare specificamente i contenuti dell'atto processuale - nella specie l'appello della controparte – su cui fonda la doglianza di difetto di specificità dei motivi di impugnazione, Si limita a dedurre che la S. Spa "non ha mosso nessuna precisa e specifica censura all'ampia ed esauriente motivazione dell'ordinanza impugnata", senza consentire una valutazione compiuta dell'atto di appello per sindacarne l'asserita insufficienza in modo complessivo, impedendo così, in mancanza della descrizione del fatto processuale, di procedere alla preliminare verifica di ammissibilità del motivo di ricorso mediante accertamento della rilevanza e decisività del vizio denunciato rispetto alla pronuncia impugnata per cassazione. Proprio nel caso di censure che riguardino la denunciata inammissibilità dell’appello questa Corte ha ritenuto condizione di ammissibilità del ricorso la trascrizione per esteso del contenuto dell'atto di appello (Cass. n. 12664 del 2012) ovvero l'indicazione dell’impianto specifico dei motivi di appello formulati dalla controparte ed asseritamente affetti da nullità (Cass. n. 9734 del 2004; conforme: Cass. n. 86 del 2012). Tale ultima pronuncia ha chiarito che l’"esigenza di astensione del giudice di legittimità
dalla ricerca del testo completo degli atti processuali attinenti al vizio denunciato, non è giustificata da finalità sanzionatorie nei confronti della parte che costringa il giudice a tale ulteriore attività d’esame degli atti processuali, oltre quella devolutagli dalla legge; ma risulta, piuttosto, ispirata al principio secondo cui la responsabilità della redazione dell'atto introduttivo del giudizio fa carico esclusivamente al ricorrente ed il difetto di ottemperanza alla stessa non deve essere supplito dal giudice per evitare il rischio di un soggettivismo interpretativo da parte dello stesso nell'individuazione di quali atti o parti di essi siano rilevanti in relazione alla formulazione della censura".
Né può soccorrere alla parte ricorrente la qualificazione giuridica del vizio lamentato come errore in procedendo, in relazione al quale la Corte è anche "giudice dei fatto", con la possibilità di accedere direttamente all'esame degli atti processuali del fascicolo di merito. Invero le Sezioni unite della Cassazione hanno statuito che, nei casi di vizio che comporti la nullità del procedimento o della sentenza impugnata, il giudice di legittimità, pur non dovendo limitare la propria cognizione all'esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, "è investito del potere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, purché la censura sia stata proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito (ed oggi quindi, in particolare, in conformità alle prescrizioni dettate dall'art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4)" (Cass. SS. UU. n. 8077 del 2012). Dunque la parte ricorrente è tenuta ad indicare gli elementi individuanti e caratterizzanti il "fatto processuale" di cui richiede il riesame, affinché il corrispondente motivo sia ammissibile e contenga, per il principio di autosufficienza del ricorso, tutte le precisazioni e i riferimenti necessari a individuare la dedotta violazione processuale (Cass. n. 9734 del 2004; Cass. n. 6225 del 2005), senza limitarsi a rinviare all'atto di appello, dovendo riportarne il contenuto nella misura necessaria ad evidenziarne la pretesa nullità (cfr. Cass. n. 20405 del 2006; Cass, n. 23420 del 2011; Cass. n. 86 del 2012).
Questa Corte ha più volte affermato che l'intimazione del licenziamento disciplinare - al pari, più in generale, dell'irrogazione delle sanzioni disciplinari - deve essere connotata dal carattere di "tempestività", non diversamente dalla contestazione dell’addebito (tra le tante: Cass. n. 17058 del 2003). Il difetto di tale requisito è infatti significativo della volontà del datore di lavoro di accettare le eventuali giustificazioni del lavoratore, al quale l'addebito sia stato contestato, o comunque di valutare la condotta del lavoratore
stesso come non di gravità tale da legittimare il licenziamento.
Accoglie il quinto motivo di ricorso rigettati gli altri e, in relazione al motivo accolto cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Palermo, anche per la regolazione delle spese;
rigetta gli altri motivi di ricorso.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza

 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 369
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza