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Udienze Udienza del 16 marzo 2010 Corte d’Appello di Salerno Procedimento n. 1752/06 R.G.A. Imputata G.M.
Udienza del 22 marzo 2010 Tribunale di Salerno II Sezione Procedimento Penale n. 177/10 R.G. Imputato G.C.
(segue) Udienza del 17 luglio 2010 Tribunale di Salerno II Sezione Procedimento Penale n. 177/10R.G. Imputato G.C.
Udienza del 07 aprile 2010 Tribunale di Salerno Procedimento n. 40/09 R.G.A. Ricorrente G.F.
Udienza del 19 aprile 2010 Tribunale di Salerno I Sezione penale Procedimento Penale n. 439/08 R.G. Imputati D.M.P.L. e A.S.
(segue) Udienza del 17 maggio 2010 Tribunale di Salerno I Sezione penale Procedimento Penale n. 439/08 R.G.
Udienza del 17 giugno 2010 Tribunale di Salerno - I sezione civile Procedimento n.12292/09 Parti N.S./N.R.
Udienza del 12 luglio 2010 G.U.P. Dr.ssa Ascoli Procedimento Penale n. 1815/08 R.G. G.I.P. Imputato B. V.
ex art. 7 D.P.R. 101/90
Dr.ssa GIOVANNA GUARIGLIA
libretto di pratica n. 11290
On.le Consiglio dell'Ordine
La sottoscritta Dr.ssa Giovanna Guariglia, nata a Napoli il 21/10/1977, iscritta nel Registro Speciale dei Praticanti Avvocati tenuto da codesto Ordine con anzianità dal 23.10.2009, esibisce la seguente relazione annuale attestante l'esercizio della pratica forense presso lo studio professionale dell’Avv. Gassani Luigi, sito in Salerno, C.so Vittorio Emanuele, 203.
La relazione, così come prescritto dall’art. 7 del D.P.R. 101/90, ha ad oggetto le attività indicate nel libretto di pratica e consta della descrizione dell’attività svolta in un minimo di 10 udienze, dell’approfondimento di almeno di 5 atti e 5 questioni giuridiche, di cui una di deontologia forense, trattata nel corso del primo anno di pratica.
Salerno, lì 14 novembre 2010
Avv. Luigi Gassani
Udienza del 16 marzo 2010
Procedimento n. 1752/06 R.G.A.
Imputata G.M.
Con sentenza emessa in data 24.03.2006 dal Tribunale di Salerno, G.M. veniva condannata, per i delitti di cui agli artt. 485, 493 bis e 642, comma 1 c.p., unificati sotto il vincolo della continuazione e concesse le attenuanti generiche, alla pena di mesi cinque di reclusione ed € 500,00 di multa, oltre al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita da liquidarsi in separata sede. All’imputata era contestato che, in occasione della stipulazione di una polizza assicurativa R.C. auto con la società Reale Mutua, agenzia di Salerno, aveva prodotto un attestato di rischio, apparentemente rilasciato dalla società assicurativa Miele Aurora, nel quale risultava che il veicolo assicurato, di proprietà dell’imputata, era nella seconda classe di merito invece che nella 13° classe. Conseguentemente ella aveva lucrato vantaggio economico consistente nella differenza tra il dovuto ed il versato.
Con atto depositato il 19 luglio 2006 il difensore dell’imputata proponeva appello avverso detta sentenza chiedendo che fosse dichiarato, relativamente al delitto di falso, il difetto di procedibilità per non essere stata proposta querela dalla Miele Aurora assicurazioni. Chiedeva inoltre l’assoluzione nel merito in quanto agli atti non era stata acquisita alcuna prova della falsità dell’attestato di rischio non essendo stata disposta perizia per accertare l’autenticità del documento. In relazione al delitto di frode, eccepiva che l’attestato di rischio era genuino e che lo stesso era stato rilasciato dalla società assicuratrice che erroneamente aveva indicato una diversa classe di merito.
Alla udienza innanzi la Corte d’Appello di Salerno, cui presenziava la sottoscritta, contumace l’imputata, ritualmente citata, veniva effettuata la relazione sui fatti di causa ed all’esito il P.G. formulava richiesta di conferma della sentenza di primo grado mentre il difensore chiedeva in via principale l’assoluzione con formula ampia dai reati ascritti ed in via subordinata il proscioglimento dal reato di falsità in scrittura privata per mancanza di querela e la riduzione al minimo della pena inflitta con tutti i benefici di legge. Ritiratasi in Camera di Consiglio la Corte dava lettura del dispositivo in udienza ritenendo l’appello fondato e accogliendo la richiesta di declaratoria di non doversi procedere in ordine al reato di cui all’art. 485 c.p. per difetto di querela e assolvendo l’imputata dal reato per non aver commesso il fatto.
Udienza del 22 marzo 2010
Tribunale di Salerno II Sezione
Procedimento Penale n. 177/10 R.G.
Imputato G.C.
Con decreto penale di condanna n. 1106/09 il sig. G.C. veniva condannato alla pena pecuniaria di € 3.280,00 di ammenda per il reato p. e p. dall’art. 186, comma 2, lett.c) C.d.S. perché guidava l’autovettura Y10 in stato di ebbrezza alcolica accertata da personale della PG Polizia Sezione Volanti di Salerno, attraverso il comportamento del G.C. che evidenziava alito vinoso, linguaggio sconnesso e difficoltà dei movimenti, inoltre mediante alcoltest che evidenziava un tasso alcol emico, 1° test pari a 1,90 g/l e 2° test pari a 1,81 g/l, superiore al limite consentito. In data 02.10.2009 veniva proposta rituale opposizione e, per l’effetto, veniva disposto decreto di giudizio immediato ex art. 464, comma 1 c.p.p.. All’udienza del 22 marzo 2010, cui era presente la sottoscritta, presente l’imputato ed i suoi difensori, il Giudice dichiarava aperto il dibattimento e, data lettura del capo d’imputazione, invitava le parti a richiedere i rispettivi mezzi istruttori. Il P.M. chiedeva acquisirsi la prova dell’alcol test effettuata dai verbalizzanti nonché l’esame dei testi di lista. L’avvocato difensore dell’imputato chiedeva esame dei testi di lista, controesame dei testi addotti dal P.M. nonché l’esame dell’imputato stesso. L’avvocato chiedeva altresì acquisirsi documentazione relativa allo stato di salute dei genitori dell’imputato che venivano preventivamente mostrate al P.M. il quale ne contestava l’afferenza al giudizio in questione. Su richiesta del Giudice, l’avvocato brevemente chiariva che tale documentazione era necessaria per dimostrare lo stato di necessità nel quale si era, all’epoca dei fatti, trovato l’imputato essendo egli l’unico familiare automunito e quindi in grado di soccorrere i genitori. Il Giudice, ritenuta la rilevanza e la pertinenza dei mezzi di prova richiesti dalle parti li ammetteva facultando la difesa al controesame. Si procedeva a questo punto all’esame del teste D.M.S., ispettore della Polizia di Stato in servizio presso la questura di Salerno. Il teste riferiva che il suo intervento prendeva le mosse da una segnalazione al 113 di una persona che stava inseguendo, nei pressi di Piazza Della Concordia, un’autovettura modello Y10 con a bordo esclusivamente il conducente, poiché tale vettura poco prima gli aveva cagionato dei danni. L’ispettore riferiva che, intercettata tale vettura sul lungomare Colombo la fermava e, identificato il conducente, unica persona a bordo, immediatamente si rendeva conto che il soggetto era in evidente stato di agitazione e presentava la sintomatologia classica dell’assunzione di bevande alcoliche, circostanza questa suffragata dal successivo esame dell’etilometro. Riferiva altresì il teste che il G.C., sia pur confusamente, parlava di problemi familiari e della necessità di recarsi in ospedale.
Liberato il teste, il P.M. chiedeva di rinunciare all’escussione degli altri testi indicati nella lista, la difesa consentiva e il Tribunale autorizzava.
A questo punto il Tribunale rinviava il procedimento per l’escussione dei testi indicati nella lista della difesa e per l’esame dell’imputato all’udienza del 13.07.2010.
Udienza del 17 luglio 2010
Procedimento Penale n. 177/10R.G.
All’udienza in questione, presente l’imputato con i propri difensori, il Giudice disponeva procedersi all’esame dello stesso. Questi riferiva che la sera in cui veniva fermato alla guida della sua vettura in stato di ebbrezza era stato con un amico al bar e aveva ecceduto nell’assumere alcolici senza porsi problemi in quanto intenzionato a trascorrere la notte a casa del suo amico; tuttavia avendo ricevuto una telefonata dal padre, il quale allarmato gli riferiva di una malore della mamma, si era posto alla guida per recarsi a casa senza avvedersi della situazione di pericolo in cui incorreva. Veniva poi ascoltato il teste S.V., amico dell’imputato, il quale riferiva che la sera in questione il G.C. si era recato da lui, avevano lasciato l’auto a casa e raggiunto a piedi il vicino bar ove avevano trascorso la serata. Benché avessero concordato che il G.C. avrebbe trascorso la notte a casa del S.V., questi ad un certo punto della serata non aveva più visto l’amico e preoccupatosi aveva provato a raggiungerlo al cellulare riuscendoci però solo dopo alcune ore. In quell’occasione l’amico gli aveva detto di essere andato via di fretta e sconvolto per la notizia del malore materno.
Il giudice differiva il processo al 21.12.2010 per la discussione.
Udienza del 07 aprile 2010
Procedimento n. 40/09 R.G.A.
Ricorrente G.F.
In data 18.12.2009 sig. G. F., unitamente ai suoi difensori, ai quali conferiva specifico mandato per il procedimento in oggetto, proponeva istanza ai sensi dell'art. 314 e segg. c.p.p., per ottenere ripararazione per l’ingiusta detenzione sofferta nell’ambito del proc. pen. n. 4188/1994 R.G.N.R. e n. 4844/94 R.G. GIP, definito dalla Prima Sez. Pen. del Tribunale di Salerno con sentenza n. 41/08 irrevocabile a far tempo dal 27/06/08.
In particolare il sig. G.F. con tele sentenza veniva assolto dai reati di cui agli artt. 110, 317 c.p. perché il fatto non sussiste; nonché dai reati p. e p. dagli artt. 110, 61 n. 9 e n. 2, 411 secondo comma c.p., per non aver commesso i fatti; e, ai sensi dell’art. 531 c.p.p., in ordine ai reati di cui agli artt. artt 110, 317 c.p. per i fatti commessi nell’anno 1988 e del reato p. e p. dagli artt. 110, 317 c.p., interveniva dichiarazione di non doversi procedere, modificate le imputazione di concussione in quelle di cui all’art. 319 c.p. nonché, in ordine ai reati di cui ai agli artt. 110 c.p. 81 c.p. 476 c.p del decreto di rinvio a giudizio del 02/11/1999, veniva dichiarata estinzione per intervenuta prescrizione.
In data 18.02.1995 era stata disposta dal GIP del Tribunale di Salerno, Dott. Bochicchio, ordinanza di custodia cautelare in carcere in riferimento al suindicato procedimento penale n. 4188/94 R.G.N.R. (e n. 4844/94 R.G. GIP), pertanto il G.F. era sottoposto a custodia cautelare e detenuto nel carcere di Salerno dal 18/02/1995 al 07/04/1995 (per totali giorni 48 di detenzione) data in cui veniva disposta la scarcerazione a seguito di accoglimento dell’istanza e veniva applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari fino al giorno 15/06/1995, per la durata di giorni 68.
L'arresto e la custodia cautelare hanno generato per il G.F. senso di frustrazione e di impotenza, tale da arrecargli senza alcun dubbio un danno patrimoniale e morale che va ad influenzare negativamente la sua sfera morale e psichica: di tal che il relativo risarcimento costituisce il rimedio per compensarlo dalle sofferenze subite. La liquidazione dell'indennizzo previsto a titolo di riparazione per l’ingiusta detenzione va disancorata da criteri o parametri rigidi e deve, al riguardo, procedersi con equità valutandosi la durata della custodia cautelare e, non marginalmente, le conseguenze personali, familiari, patrimoniali, morali, dirette o mediate, che siano derivate dalla privazione della libertà., con apprezzamento di tutte le conseguenze pregiudizievoli che la durata della custodia cautelare ingiustamente subita ha determinato per l'interessato.(Cassazione penale , sez. IV, 21 giugno 2005, n. 30317).
Stante la difficoltà di determinare il preciso ammontare del danno non patrimoniale, con la proposta istanza, si chiedeva all’Ecc. ma Corte di provvedere alla liquidazione in via equitativa per somma quantomeno pari a complessivi € 30.000,00 per il danno patrimoniale e per quello non patrimoniale a causa dell’ingiusta detenzione patita prima e gli arresti domiciliari a cui è stato sottoposto poi.
All’udienza del 7 aprile 2010, cui la sottoscritta presenziava, il P.G. rilevava la mancanza agli atti del verbale di interrogatorio reso dal sig. G.F. innanzi al GIP, indubbiamente indispensabile per poter verificare se con la propria condotta processuale il G.F. non abbia dato causa a tale custodia o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave: in vero, il dolo o la colpa idonei ad escludere l’indennizzo si sostanziano in comportamenti specifici che abbiano dato o concorso a dare causa all’instaurazione dello stato privativo della libertà, sicché risulta necessario l’accertamento del rapporto tra tali condotte ed il provvedimento restrittivo della libertà personale, ancorato a dati certi e non congetturali (Cass., 12 aprile 2000). La Corte dovrà pertanto valutare se il comportamento processuale del G.F. sia stato sempre rivolto alla massima collaborazione con l’Autorità Giudiziaria competente.
Al fine di acquisire il suddetto verbale, veniva disposto rinvio all’udienza del 3 novembre 2010, onerando la cancelleria dell’acquisizione del medesimo.
Udienza del 19 aprile 2010
Tribunale di Salerno I Sezione penale
Procedimento Penale n. 439/08 R.G.
Imputati D.M.P.L. e A.S.
Con decreto di citazione a giudizio del giorno 11.01.08 i sig.ri D.M.P.L. e A.S. venivano rinviati a giudizio dinnanzi al Tribunale di Salerno, in composizione monocratica per rispondere, il primo, del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv. e 616 c.p., perché con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso sottraeva sia documentazione bancaria afferente conti e depositi, che corrispondenza contenente estratti conto e notifiche di operazioni bancarie, il tutto intestato ed indirizzato alla propria moglie V.C. al fine di utilizzarla nel procedimento di separazione in corso con la moglie stessa; il secondo del reato di cui agli artt. 110 e 621 c.p., perché in concorso con il D. M., quale materiale utilizzatore, gli forniva documentazione bancaria dei c/c e delle operazioni bancarie poste in essere presso la banca da cui dipendeva, effetuate da V.P. sui c/c a lei intestati. Veniva altresì contestata la recidiva infraquinquennale reiterata.
All’udienza dibattimentale in oggetto, cui la sottoscritta ha assistito, presente l’imputato D.M., contumace l’imputato A.S., presenti i difensori di fiducia di entrambi gli imputati e il difensore della parte civile; presente altresì il teste D.M.R.; su richiesta del difensore dell’imputato D.M. il Giudice esaminava l’imputato D.M. e, di poi procedeva all’esame del teste D.M.R..
L’imputato, nel corso dell’esame, riferiva che fino all’anno 1998 era stato cointestatario del c/c bancario oggi intestato alla sola moglie e che gran parte del denaro ivi custodito era di sua proprietà. Riferiva altresì che egli solo fittiziamente si era separato dalla consorte V.P. e non vi era mai stato un veto all’apertura della corrispondenza di entrambi i coniugi i quali, insieme, continuavano a svolgere le commissioni giornaliere e a vivere sotto lo stesso tetto fino all’anno 2004, allorquando la V.P. si allontanò dalla casa coniugale rendendosi irreperibile. L’imputato riferiva altresì che ragioni della fittizia separazione erano da collegarsi ad una circostanza di fatto avvenuta in La Spezia allorquando, a seguito di una rissa, la persona coinvolta era deceduta a distanza di due mesi e il D.M., su consiglio legale, dismise la titolarità del conto comune continuando pur sempre ad utilizzarlo con l’altro coniuge e essendo conseguentemente autorizzato da questi a prendere visione della relativa corrispondenza.
Aveva luogo poi l’esame del teste D.M.R. il quale, in qualità di direttore all’epoca dei fatti della agenzia BNL sita in Salerno alla via Baratta, dopo aver precisato che l’imputato A.S. era soggetto molto responsabile nel proprio lavoro nei cui confronti non erano mai stati presi provvedimenti disciplinari o sanzionatori, riferiva che, molto probabilmente, la trasmissione della documentazione bancaria pervenuta a mezzo posta al domicilio della coppia D.M. era avvenuta a seguito di richiesta telefonica e sempre all’ultimo domicilio dichiarato. Ciò era prassi consolidata visto che spesso la clientela, al fine di evitare lunghe attese allo sportello, preferiva che tale documentazione venisse recapitata al proprio domicilio. La stampa “hard copy” che fa lo stesso operatore veniva inserita in una busta ed inviata al destinatario; tutti gli operatori che disponevano di un terminale potevano stampare estratti conto e, a richiesta inviarli al cliente, rientrando ciò nella normale prassi bancaria.
Il Giudice differiva il processo all’udienza del giorno 17 maggio 2010, per la sola discussione.
Udienza del 17 maggio 2010
Il difensore di parte civile chiedeva ammettersi, ai sensi dell’art. 507 c. p. p., estratto di conto corrente intestato a V.P., della Banca Nazionale del Lavoro del 31.12.2004. Il Giudice, a scioglimento della riserva, ammetteva tale documentazione, ai sensi dell’art. 507 c. p. p. e, successivamente, dichiarata l’utilizzabilità degli atti acquisiti al fascicolo per il dibattimento, dichiarava chiusa la fase istruttoria ed invitava le parti a rassegnare la proprie conclusioni.
Il P.M. ed il difensore di parte civile chiedevano la condanna di entrambi gli imputati per i reati loro ascritti,
il difensore del D.M.P.L. evidenziava che nella fattispecie in esame andava ravvisata l’esimente della giusta causa prevista dal comma 2 dell’art. 616 c.p.; invero la nozione di giusta causa alla cui assenza l’art. 616 comma 1 c.p. subordina la punibilità della rivelazione del contenuto della corrispondenza, non è fornita dal legislatore ed è dunque affidata alla determinazione del Giudice con riguardo alla liceità, anche sotto il profilo etico-sociale dei motivi che hanno determinato il soggetto a tenere quel dato comportamento. Costituisce dato assolutamente pacifico che la corrispondenza violata fu prodotta dall’imputato in un giudizio di separazione personale quale mezzo di prova per contrastare l’altrui richiesta di mantenimento, fattispecie questa che la Suprema Corte ha ritenuto configurare giusta causa ex art. 616, comma 2 c.p.; chedeva dunque l’assoluzione dello stesso perché il fatto non costituisce reato.
Quanto ad A.S il difensore ne chiedeva l’assoluzione per non aver commesso il fatto evidenziando come nessuna censura potesse muoversi all’imputato per la condotta tenuta siccome risultato delle emergenze istruttorie.
Delibata la causa in Camera di Consiglio, il Giudice decideva con separato dispositivo che leggeva alle parti, disponendo l’assoluzione di entrambe perché il fatto non costituisce reato.
Udienza del 17 giugno 2010
Tribunale di Salerno - I sezione civile
Procedimento n.12292/09
Parti N.S./N.R.
Il sig. N.S. proponeva ricorso ex art. 712 c.p.c. innanzi al tribunale di Salerno per far dichiarare l’interdizione del fratello N.R., asserendo la totale incapacità di questi di provvedere a se stesso nonché di gestire autonomamente i propri averi.
Alla prima udienza, il 18 marzo 1020, veniva disposto rinvio non essendovi prova dell’avvenuta notifica del ricorso ai sig.ri C.S. e C.F.. All’udienza del 17 giugno 2010, cui era presente la sottoscritta, presente il P.M. nonché l’interdicendo col proprio difensore il quale si costituiva depositando comparsa costitutiva e riportandosi alla stessa nell’opporsi alla richiesta interdizione.
Presente altresì il ricorrente N.S. personalmente, il difensore faceva preliminarmente rilevare come la notifica alla sig.ra C.S. fosse avvenuta per compiuta giacenza all’ufficio postale con avviso di deposito dell’atto mentre allegava cartolina attestante il ricevimento dell’atto da parte del sig. C.F..
L’avvocato, nel riportarsi integralmente al proprio atto introduttivo, chiedeva al Giudice volersi espletare C.T.U. medica nei confronti di N.R., al fine di accertare lo stato di incapacità del medesimo; richiedeva inoltre esibizione alla sig.ra C.S. della documentazione medico sanitaria afferente la grave condizione di menomazione psico-fisica dell’interdicendo, come già richiesto nel ricorso introduttivo.
L’avvocato dell’interdicendo impugnava le deduzioni di controparte insistendo nelle proprie richieste. Faceva altresì presente che le sig.ra C.S., madre dell’interdicendo, era presente e disponibile ad essere sentita. Quanto ai documenti richiesti faceva presente che la madre dell’interdicendo non ha altro fuorché quello già prodotto.
Chiedeva quindi procedersi all’esame dell’interdicendo ed all’audizione della sig.ra C.S.
Il Giudice procedeva dunque all’esame dell’interdicendo, preliminarmente identificandolo mediante documento d’identità. Questi interrogato rispondeva declinando le proprie generalità ed il proprio domicilio. Riferiva altresì di interessarsi allo studio dell’utilizzo del computer, in maniera del tutto privata, presso la propria abitazione; nonché di provvedere da se alle sue spese. Interrogato dal Giudice sul valore medio di un’automobile, rispondeva che questo corrisponde a circa due o tre milioni di euro; tuttavia mostrategli alcune banconote, ne riconosceva il valore.
L’interdicendo a domanda rispondeva di vivere solo con la mamma, di trovarsi bene con lei e di essere d’accordo all’ipotesi che sia lei ad occuparsi di lui. Riferiva altresì di frequentare amici e dichiarava di opporsi all’interdizione in quanto in grado di svolgere le sue occupazioni quotidiane. Spontaneamente aggiungeva di non comprendere i motivi che avessero spinto il fratello a proporre domanda di interdizione.
Il Giudice procedeva poi all’audizione della mamma dell’interdicendo identificata dal proprio difensore. A domanda rispondeva che il figlio è assolutamente capace e non ha bisogno di nessuna assistenza, pertanto si opponeva alla dichiarazione di interdizione. Riferiva poi di non conoscere i motivi che avevano spinto il figlio N.S. a proporre l’istanza ma di dover supporre trattarsi di motivi economici avendo il N.R. ricevuto dal defunto padre l’intera disponibile. Faceva presente che il figlio N.R. ha solo difficoltà nel parlare dovute ad asfissia da parto.
A questo punto il Giudice disponeva sentirsi il sig. N.S. il quale, declinate le proprie generalità a domanda rispondeva che ha proposto domanda di interdizione per il germano N.R. per tutelare lo stesso da malintenzionati poiché questi non è in grado di attribuire il giusto valore alle cose ed al denaro e facilmente potrebbe essere indotto con l’inganno a disporre in modo sfavorevole dei suoi beni.
A questo punto il Giudice rilevata la necessità di consulenza medica sullo stato psico-fisico del N.R., disponeva rinvio all’udienza del 20 gennaio 2011 per il conferimento dell’incarico al C.T.U.
Udienza del 12 luglio 2010
G.U.P. Dr.ssa Ascoli
Procedimento Penale n. 1815/08 R.G. G.I.P.
Imputato B. V.
A seguito di richiesta di rinvio a giudizio formulata dal P. M. veniva fissata udienza in camera di consiglio per il giorno 1.7.2010 nei confronti di B. V., imputato del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv e 640 cpv n. 1 c.p. perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, con artifici e raggiri consistiti nell’esibire la delega della riscossione della pensione di D.P.L. e nel riscuotere due ratei di pensione, per un importo di € 1.261,00 ciascuno, nonostante la beneficiaria fosse deceduta in data anteriore alle riscossioni, induceva in errore l’ente erogante sulla esistenza in vita della D.P.L. e sul diritto di quest’ultima alla riscossione della pensione, così procurandosi ingiusto profitto ai danni dell’Inps, pari all’importo delle due rate di pensione illegittimamente riscosse; imputato altresì del reato di cui agli artt. 61 n. 2, 81 cpv e 483 c.p. perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, al fine di commettere il reato di cui al capo d’imputazione, quale delegato di D.P.L., titolare di pensione, attestava falsamente presso l’ufficio Postale di Salerno, l’esistenza in vita della beneficiaria, contrariamente al vero perché deceduta in data anteriore.
All’udienza del 12 luglio 2010, cui il G.U.P. rinviava e cui la scrivente presenziava, dichiarata la contumacia dell’imputato, il difensore e procuratore speciale , acquisito il consenso del P.M., chiedeva definirsi il procedimento ai sensi dell’art. 444 c.p.p.. Il giudice riteneva la richiesta meritevole di accoglimento ritenendo non sussistenti le condizioni per la declaratoria di proscioglimento, ex art.129 c.p.p., apparendo i fatti ascritti sussistenti, avuto riguardo alla documentazione acquisita al fascicolo e ritenendo corretta la qualificazione giuridica dei fatti corrispondendo la fattispecie concreta a quelle astrattamente previste dalle disposizioni normative richiamate nel capo d’imputazione.
Il calcolo della pena veniva così effettuato: pena base ex art. 640 comma 1 c.p. (reato più grave), previa concessione delle circostanze attenuanti di cui all’art.62 bis c.p. con giudizio di prevalenza sulla contestata aggravante, mesi 8 di reclusione ed € 600 di multa; aumentata ex art. 81 cpv c.p. a mesi 9 di reclusione ed € 900,00 di multa; ridotta per la scelta del rito a mesi sei di reclusione ed € 600,00 di multa; converita la pena detentiva, ai sensi dell’art. 53 l. n. 689/81, in € 6 840,00 (mesi sei di reclusione x € 38 al giorno); pena definitivamente determinata in € 7 440,00 di multa (€ 6 840,00 + 600,00).
Il G.U.P. riteneva di concedere le circostanze attenuanti generiche, avuto riguardo al comportamento processuale dell’imputato, alla sua personalità ed alla restituzione dell’intera somma indebitamente percepita; la conversione della pena detentiva in pecuniaria veniva operata in ragione della personalità dell’imputato, della natura della condotta contestata e dell’assenza di elementi ostativi; in presenza di una concorde richiesta delle parti ed in assenza di elementi ostativi, veniva disposta la sospensione condizionale per anni cinque della pena applicata.
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References: art. 7
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 464
 sentenza 
 sentenza 
 art. 616
 art. 712
 art.129
 art. 640
 art. 81