Source: http://www.desimonelawfirm.it/2016/11/
Timestamp: 2020-03-31 10:29:40+00:00

Document:
novembre | 2016 | De Simone Law Firm
De Simone Law Firm2016novembre
18 novembre 2016 | testlaw1 | 0 Comments | News
La cancellazione volontaria dal registro delle imprese di una società di capitali ne provoca l’estinzione e comporta la rinuncia all’esercizio di mere pretese, (azione di indebito bancario) ancorché azionate o azionabili in giudizio, e dei diritti di credito, controversi e/o illiquidi, la cui inclusione nel bilancio di liquidazione avrebbe necessitato di una ulteriore attività giudiziale e/o stragiudiziale da parte del liquidatore.
La trasmissione ai soci può riguardare solo i diritti ed i beni e non anche le mere pretese e/o i diritti di credito controversi ed illiquidi, e le domande proposte dalla società sono suscettibili di una pronuncia di cessazione della materia del contendere.
Questi i principi di diritto espressi dal Tribunale di Napoli, dott. Massimiliano Sacchi, con la sentenza pubblicata in data 30/09/2016.
In particolare è accaduto che una Società in liquidazione, ed i fideiussori, avevano convenuto in giudizio la Banca al fine di ottenere la restituzione di somme asseritamente corrisposte a titolo di anatocismo, commissioni di massimo scoperto, spese e interessi ultralegali non pattuiti per iscritto e superiori al tasso soglia, in relazione a rapporti di conto corrente intrattenuti dalla società con l’istituto di credito convenuto.
Si costituiva in giudizio la Banca, ed altresì un fideiussore, anche nella qualità di socio unico della società, il quale, sul presupposto dell’avvenuta estinzione di detta ultima, dichiarava di intervenire quale successore della stessa, per l’accoglimento delle domande di cui all’atto introduttivo.
La convenuta banca in particolare chiedeva, in via preliminare, dichiararsi l’interruzione del giudizio, stante la cancellazione della società attrice dal registro delle imprese in epoca successiva alla notifica dell’atto di citazione.
Il Tribunale, in ragione di tale evento, ha ritenuto doversi fare applicazione, nella specie, del principio secondo cui “ove una società si estingua a seguito di cancellazione dal registro delle imprese, i diritti e i beni si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o di comunione indivisa; la cancellazione implica, invece, rinuncia all’esercizio di mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, e dei diritti di credito, controversi o illiquidi, la cui inclusione nel bilancio di liquidazione avrebbe necessitato di una ulteriore attività giudiziale o stragiudiziale da parte del liquidatore” (cfr. Cass. civ. sez. un. nn. 6070, 6071 e 6072 del 2013).
In virtù di ciò, ha considerato preclusa ogni valutazione sulla fondatezza nel merito della pretesa azionata in giudizio dall’attrice, perché la stessa, cancellandosi volontariamente dal Registro delle imprese, in pendenza del processo, ha provato di non volerla ulteriormente coltivare.
Il Tribunale ha rilevato del resto che l’azione proposta dalla Società, poi cancellata, aveva ad oggetto non già diritti ma mere pretese “il cui accertamento necessitava di una complessa attività istruttoria, come, del resto, ha provato lo stesso iter del processo, nel quale era stata sollecitata ad opera degli attori una CTU contabile, al fine di quantificare i reciproci rapporti di dare avere”.
In questi stessi termini, risulta particolarmente significativo un precedente delle Sezioni Unite, secondo cui: “È ben possibile che la stessa scelta della società di cancellarsi dal registro senza tener conto di una pendenza non ancora definita, ma della quale il liquidatore aveva (o si può ragionevolmente presumere che avesse) contezza, sia da intendere come una tacita manifestazione di volontà di rinunciare alla relativa pretesa (si veda, ad esempio, la fattispecie esaminata da Cass. 16 luglio 2010, n. 16758); ma ciò può postularsi agevolmente quando si tratti, appunto, di mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, cui ancora non corrisponda la possibilità d’individuare con sicurezza nel patrimonio sociale un diritto o un bene definito, onde un tal diritto o un tal bene non avrebbero neppure perciò potuto ragionevolmente essere iscritti nell’attivo del bilancio finale di liquidazione”.
Né è stato ritenuto ipotizzabile un fenomeno successorio in capo al socio unico, perché la trasmissione ai soci può riguardare solo i diritti ed i beni e non anche le mere pretese o i diritti di credito controversi ed illiquidi, il cui accertamento necessita di ulteriori attività istruttorie, e l’evento estintivo può comportare la trasmissione ai soci dei soli diritti certi e dei beni che erano nella disponibilità della stessa.
Il Tribunale ha, quindi, dichiarato la cessazione della materia del contendere relativamente alle pretese avanzate dalla società cancellata rigettando, altresì, le domande proposte dai fideiussori condannandoli alla refusione delle spese processuali.
http://www.expartecreditoris.it/provvedimenti/societa-i-soci-non-possono-proporre-azione-di-indebito-dopo-la-cancellazione
http://www.expartecreditoris.it/provvedimenti/societa-cancellate-dal-registro-imprese-effetti-processuali
3 novembre 2016 | testlaw1 | 0 Comments | News | revocatoria fallimentare
In materia di revocatoria fallimentare, è onere di parte attrice provare i presupposti dell’azione.
I protesti ed i bilanci successivi alle rimesse oggetto di revocatoria, unitamente al fatto che il saldo del conto corrente sia stato oltre il limite del presunto affidamento, non integrano alcun elemento presuntivo.
Sono revocabili ex art. 67 comma 2 l. fall. le rimesse effettuate nel periodo previsto dalla legge, dal fallito o dal terzo, su conto del fallito scoperto, cioè che non sia assistito da apertura di credito e presenti un saldo passivo o se il correntista fallito abbia sconfinato dal fido accordatogli. Non sono revocabili le rimesse che non abbiano funzione solutoria, ma di semplice ripristino della provvista. Per stabilire il carattere delle rimesse occorre tenere conto del “saldo disponibile” (valutato, cioè in base al momento di effettiva esecuzione da parte della banca degli incassi e delle erogazioni) e non esclusivamente del “saldo contabile” (calcolato in base ad un riferimento puramente cronologico della registrazione delle operazioni) o del saldo “per valuta” (in cui le varie partite vengono iscritte nel conto, in base alla data di maturazione degli interessi).
In presenza di operazioni di fido, le singole rimesse effettuate sul conto dell’imprenditore poi fallito, nel periodo di cui all’art. 67 comma 2 l. fall., quando il conto sia “scoperto” (per il superamento del fido), sono revocabili per la parte relativa alla differenza tra lo scoperto ed il limite del fido
Questi i principi espressi dal Tribunale di Torre Annunziata, Dott. Fabio Di Lorenzo, con la sentenza del 04.10.2016 n. 2488 emessa in un procedimento sottoposto alla disciplina della vecchia revocatoria ex art. 67 lf con il regime ante 2005.
Nella causa in oggetto il Fallimento di una società conveniva in giudizio una Banca al fine di ottenere la declaratoria di inefficacia delle rimesse effettuate nell’anno anteriore al fallimento sul rapporto di conto corrente con la stessa intrattenuto.
Si costituiva l’Istituto di credito, chiedendo il rigetto della domanda attorea sostenendo la natura non solutoria, ma ripristinatoria delle rimesse in oggetto.
Autorizzata la chiamata dei fideiussori, veniva disposta Ctu, depositata la quale la causa è stata mandata in decisione.
Il giudice rilevava altresì che l’onere di provare i presupposti dell’azione gravava – e grava ancora oggi, secondo l’attuale disciplina – sul curatore.
Pacifica l’esistenza del contratto di conto corrente bancario, all’esito della Ctu è risultato che effettivamente nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento il correntista aveva effettuato rimesse.
Il giudicante, richiamando la giurisprudenza di legittimità, evidenziava che non sono suscettibili di revocatoria fallimentare le rimesse aventi natura ripristinatoria del rapporto di provvista, ma esclusivamente quelle aventi natura solutoria, in quanto lesive della par condicio creditorum. In particolare i trasferimenti effettuati dall’imprenditore, poi fallito (o da un terzo), sul proprio conto corrente bancario nel periodo indicato dalla legge sono revocabili soltanto se, all’atto della rimessa, il conto risulti “scoperto”; la “copertura” o meno del conto va accertata con esclusivo riferimento al “saldo disponibile”, da determinarsi in ragione delle epoche di effettiva esecuzione, da parte della banca, degli incassi e delle erogazioni; di conseguenza in presenza di operazioni di fido, le singole rimesse effettuate sul conto dell’imprenditore poi fallito, nel periodo indicato dalla legge quando il conto sia “scoperto” (per il superamento del fido), sono revocabili per la parte relativa alla differenza tra lo scoperto ed il limite del fido.
Nella fattispecie in oggetto era sufficientemente provato che il rapporto fosse affidato, ed il CTU rilevava l’esistenza di rimesse solutorie effettuate nel periodo gennaio-settembre 2003.
Riguardo il presupposto della conoscenza da parte della Banca dello stato di insolvenza in cui versava la società all’ epoca dei trasferimenti, parte attrice allegava la visura protesti, giudicata irrilevante dal giudice campano in quanto tali protesti risultano pubblicati successivamente al compimento delle operazioni contestate, ed il dossier Cerved, rispetto al quale parte convenuta eccepiva che dallo stesso non emergeva l’elemento più significativo, costituito dalle segnalazioni a sofferenza. Su tale specifico punto l’attore però non effettuava una specifica contestazione.
La curatela del Fallimento allegava poi un estratto della perizia del CTU dal quale si evinceva che nel periodo da luglio 2003 a giugno 2004 il saldo del conto corrente superava il limite dell’affidamento. Il dato tuttavia non è stato considerato dirimente dal giudicante, in quanto i versamenti contestati erano tutti – tranne due di modesta entità – antecedenti al luglio 2003
L’attore, infine, individuava quale elemento di conoscibilità dello stato di insolvenza i bilanci del 2001 e del 2002, sostenendo che essi mostrassero un crescente indebitamento. Tuttavia, in ordine al bilancio del 2001 parte convenuta replicava sostenendo l’irrilevanza dello stesso sulla base della considerazione che esso si chiudeva con un utile di esercizio; in ordine poi al bilancio del 2002, parte convenuta evidenziava che esso era stato depositato nel maggio 2003, e quindi dopo la maggior parte dei versamenti contestati.
Alla luce di quanto sopra, il Tribunale non rilevava la prova, neppure presuntiva, in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo della proposta azione, per cui rigettava la domanda attorea, dichiarando assorbita la domanda di manleva proposta dalla convenuta nei confronti dei terzi chiamati fideiussori, compensando le spese di lite e ponendo le spese di Ctu in via definitiva a carico dell’attore e della convenuta nella misura di metà ciascuno.
REVOCATORIA FALLIMENTARE: LE SEGNALAZIONI DI MERO “SCONFINO” NON INTEGRANO LA “SCIENTIA DECOCTIONIS”
IL CURATORE DEVE FORNIRE LA PROVA CONCRETA ED EFFETTIVA DELL’ELEMENTO SOGGETTIVO
Sentenza Tribunale di Tivoli, dott. Fernando Scolaro 10-02-2015 n.308
http://www.expartecreditoris.it/provvedimenti/revocatoria-fallimentare-le-segnalazioni-di-mero-sconfino-non-integrano-la-scientia-decoctionis.html

References: sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 67
 sentenza 
 art. 67

Sentenza