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Timestamp: 2019-04-24 04:18:15+00:00

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Quanto dura uno scoop? Il giornalismo è tutto un copia-copia, fortunatamente. Tutto sta come si copia
Il grande scoop odierno del Guardian sul controllo del traffico telefonico americano da parte dell'amministrazione Obama, si presta a qualche interessante riflessione. Il quotidiano con grande evidenza e giusta soddisfazione parla di "esclusiva", di scoop - appunto. Ma quando "dura" uno scoop se è veramente importante, cioè se riguarda una notizia di grande interesse generale?
Purtroppo il sito del Guardian non ha più il versioning dei pezzi, ma sappiamo dal New York Times che il servizio, accompagnato dall'originale dell'ordinanza segreta del tribunale, è stato messo in linea "mercoledì sera" - si suppone ora americana, quando cioè le prime copie del giornale erano già in vendita a Londra. (Aggiornamento 13:38: il versioning c'è - grazie Nicolaper la correzione nei commenti - il pezzo è stato pubblicato a mezzanotte ore britannica, le 19 ora di New York).
La prima edizione del giornale di New York - al quale il Guardian fa ora concorrenza diretta con il sito GuardianUS - non ha fatto in tempo a riprenderla, ma una prima versione compare nell'ultima edizione, quella cittadina, a pagina 16 della prima sezione e - naturalmente - sul web.
Qualche osservatore si è anche lamentato della lentezza con la quale il NYT ha messo la notizia sul sito, ma la cosa è interessante perché mostra come funziona in questi casi la grande stampa americana. Il NYT ha prima fatto i suoi controlli: le fonti ufficiali "non smentivano", ma "una persona a conoscenza dell'ordinanza ne confermava l'autenticità". A quel punto il NYT ha pubblicato. Ma ha precisasto che "l'ordinanza di quattro pagine era stata resa nota mercoledì sera dal giornale Guardian" - con tutta la frase linkata al sito del concorrente.
Idem il Washington Post ("L'ordinanza è stata pubblicata per primo sul sito web del giornale Guardian"), che non si è limitato a confermare la notizia, ma ha aggiunto un elemento importante grazie a un "esperto di questo genere di questioni legali" sentito dal giornale: l'ordinanza in questione è un atto che viene rinnovato semi-automaticamente di tre mesi in tre mesi, sin dal 2006.
La questione della "durata di uno scoop" risale all'inizio del giornalismo moderno. Sin dal 1918 la Corte suprema americana definì la cosiddetta "hot news doctrine" che condannava l'agenzia INS per aver utilizzato e riscritto le notizie della Associated Press dal fronte della Prima guerra mondiale. Punto interessante: la Corte non considerò applicabile la legislazione sulla proprietà intellettuale, ritenne piuttosto che la INS avesse svolto pratiche "anticoncorrenziali", ma affermò che il diritto dell'AP doveva essere molto limitato nel tempo, quello nel quale le "hot news" avevano un valore commerciale.
Al di là delle questioni giuridico-commerciali, il punto fondamentale ed ovvio - ma in quella sentenza la Corte suprema lo stabilì formalmente - è che i "fatti" non possono essere soggetti a copyright. D'altra parte tutto il giornalismo, da sempre, si costruisce su una parte di contenuti inediti (gli "scoop"), ma anche su una enorme quantità di contenuti di pubblico dominio (es.: comunicati, conferenze stampa, eventi...) e - specialmente - su una grande quantità di contenuti inediti altrui, sui quali i concorrenti costruiscono le informazioni successive, smentendo, confermando e integrando lo scoop iniziale. Esempio minimo di casa nostra: quando un giornale riprende la dichiarazione di un politico alla televisione, quando un TG riprende l'intervista di un politico a un quotidiano, quando i cronisti si affollano davanti a una sede di partito per ottenere un commento alla intervista o alla dichiarazione in questione, fanno esattamente questo: costruiscono nuova informazione sulla base di informazioni di altri.
L'informazione giornalistica si costruisce per accumulazione.
"Copiare", di per sé, non è un peccato - anzi può essere un dovere: quante volte, per esempio, ci si è lamentati che le inchieste di Report non fossero adeguatamente riprese da altre testate giornalistiche? Il problema non è "copiare", ma come si copia: prima di tutto occorre dichiarare che lo si sta facendo (citazione della fonte originale) e poi occorre tentare di portare qualche elemento in più. Tentare almeno, come ha fatto in questo caso la CNN, che ha cercato conferme, non le ha trovate e a questo punto ha deciso di fornire la notizia citando e linkando il Guardian e avvertendo al terzo paragrafo: "La CNN non è finora riuscita a verificare in modo indipendente l'autenticità del documento". Non vorrei essere nei panni di quel cronista che è "riuscito a verificare indipendentemente", ma viva la trasparenza.
PS.: Per quanto ne so, questo è il primo vero "colpo" giornalistico che GuardianUS è riuscito ad assestare ai concorrenti americani su un argomento di politica interna.
PPS.: Il testo intergrale dell'ordinanza è stato pubblicato dal Guardian su DocumentCloud, un sito che consente alle testate giornalistiche di pubblicare e mettere in comune documenti originali, con tanto di annotazioni.
Giornalisti spiati e controllati negli USA. E in Italia? Appello crowdsourcing
La stampa italiana continua, giustamente, a riferire delle polemiche americane sulle iniziative giudiziarie dell'amministrazione Obama che hanno coinvolto giornalisti in inchieste contro fughe di notizie. Come in altri campi, sembra tuttavia che si parli dell'America senza aver ben chiaro che cosa succede nel frattempo da noi. Questa è una proposta per raccogliere insieme informazioni (crowdsourcing...) intorno a casi simili in Italia.
Possiamo prendere le mosse da un editoriale del New York Times che ha fatto il punto sia sul caso dei tabulati telefonici dell'Associated Press [qui un post sul modo con il quale ne ha parlato la stampa italiana], sia sulla nuova vicenda di James Rosen, capo dell'ufficio di Washington di FoxNews. In un servizio del 2009 Rosen aveva usato alcune informazioni sui missili a testata nucleari della Corea del Nord che il governo riteneva coperte da segreto. Un'inchiesta per scoprire la fonte della fuga di notizie ha portato alla denuncia di un funzionario del Dipartimento di Stato. La cosa di solito si ferma qui, nota il New York Times, ma non è stato questo il caso: il governo ha ottenuto un mandato da un giudice per mettere sotto controllo la posta elettronica di Rosen perché aveva "ragioni probabili di ritenere" (probable cause) che il giornalista fosse "an aider and abettor and/or co-cospirator" (sostanzialmente un complice) della fuga di notizie. Nell'esposto al giudice, i procuratori federali spiegavano che Rosen aveva "adulato e utilizzato la vanità e l'ego" del funzionario per ottenere le informazioni. Aveva cioè, né più né meno, fatto ciò che un giornalista deve fare per ottenere delle informazioni.
Tutta la stampa americana sottolinea come una impostazione di questo genere sia molto pericolosa: se un giornalista può essere indagato per aver semplicemente fatto il suo lavoro, altri giornalisti - che magari lavorano in testate meno importanti - ci penseranno due volte prima di fare un'inchiesta pericolosa. Tutto questo accade nel Paese che rispetto a tutti gli altri offre maggiore garanzie per la libertà di espresssione, grazie al Primo emendamento della costituzione e alla giurisprudenza che ne è seguita. Che succede in un Paese come il nostro dove non esiste un'analoga cultura nei confronti della libertà di stampa e di espressione, anzi prevale una cultura di controllo, e c'è una tendenza ormai ultradecennale a considerare le intercettazioni in genere un bene?
Ho già ricordato che qualche anno fa fece notizia il fatto che alcuni magistrati erano stati intercettati — non il fatto che erano state messe sotto controllo le utenze di alcuni giornalisti con i quali essi parlavano. Era un caso molto simile a quello americano: si cercava la fonte di una fuga di notizie (anche se la materia non riguardava, neppure presuntivamente, la "sicurezza nazionale"). Vorrei sapere quanti altri casi del genere ci sono stati in Italia negli ultimi anni e chiedo aiuto. Commenti qui sotto, mail personali (indirizzo nella pagina "Chi sono"), tweets, quello che volete: proviamo a mappare il controllo delle attività dei giornalisti in Italia ed eventuali procedimenti giudiziari (es.: "ricettazione"...).
Si badi bene, quello che ha fatto l'ammistrazione Obama è tutto formalmente legale, i giornalisti americani stanno discutendo l'opportunità politico-costituzionale. Quindi anche nel caso italiano non vogliamo mappare solo i casi "illegali", anzi per valutare il fenomeno e la cultura che potrebbe sottenderlo sono molto più interessanti i casi perfettamente in linea con la lettera della legge e le prassi invalse.
Perché la stampa italiana parla di "intercettazioni" dei telefoni della Associated Press?
Questa mattina la stampa italiana, con una parziale eccezione, scrive che il governo americano ha "intercettato" o "registrato le chiamate" della Associated Press. Le cose non stanno così. Come avevamo sottolineato ieri, il ministero della Giustizia ha ottenuto i tabulati di 20 linee telefoniche della grande agenzia di stampa, nessuno ha mai sostenuto che abbia le abbia ascoltato le conversazioni o le abbia registrate. E tuttavia: La Stampa parla di "intercettazioni"; Il Fatto di "registrazioni delle chiamate"; La Repubblica di "trascrizioni delle telefonate" e di "intercettazioni"; Il Corriere della Sera di "intercettazione"; Libero di "registrazioni"; Il Giornale (in una breve) afferma che il governo ha "registrato le conversazioni". Tra le testate maggiori l'unico a scrivere correttamente che si trattava di "tabulati" è stato Il Messaggero, in una breve, che tuttavia nel titolo scrive "Giornalisti intercettati...".
La notizia, ovviamente, c'è tutta anche se si tratta "solo" di tabulati, ma chi osserva il giornalismo italiano e internazionale non può non chiedersi perché queste cose accadano, quali cortocircuiti mentali e professionali scattino, quali automatismi descrittivi. Temo non sia solo un problema di traduzione, anche perché le notizie trasmesse ieri dalle agenzie (ANSA, AGI, Adnkronos) indicavano quasi tutte con chiarezza che si trattava di "tabulati".
Aggiornamento 12:57 - Mi viene fatto notare che ieri sera l'ANSA ha trasmesso questa notizia, dove usa la parola "intercettazioni" e addirittura "nastri":
JIM COLE SCRIVE A AP, NON AVRETE INDIETRO I NASTRI (ANSA)
WASHINGTON, 14 MAG - Le intercettazioni sui telefoni della Ap sono state ''limitate'' e non sono state necessarie per controllare ''il contenuto delle chiamate''. Lo ha affermato il numero due del Dipartimento della Giustizia, JIM COLE, in un lettera inviata all'agenzia di stampa.
La cosa è ancora più incredibile, perché il redattore che l'ha scritta ha evidentemente ignorato ciò che i colleghi avevano scritto nel corso della giornata e non si accorge della contraddizione, visto che Cole esclude controlli del "contenuto delle chiamate". Ancora una volta: come è possibile, cosa scatta? Forse perché nell'immaginario della stampa italiana "intercettazioni" e "nastri" sono una cosa comune?
Aggiornamento 14:26 - Il Foglio parla di "intercettazioni" nel pezzo di cronaca da New York e di "tabulati" nel pezzo di contestualizzazione politico/giornalistica redatto in Italia.
Diritto alla riservatezza, inchiesta giornalistica e "mobbing mediatico": viva Serra! (Ma il Watergate non c'entra nulla)
Un doppio urrà e una seria obiezione per il pezzo che oggi Michele Serra dedica su Repubblica al "mobbing mediatico".
Gli urrà riguardano tutta la sostanza del suo intervento: non è scritto da nessuna parte che le persone siano obbligate a rispondere alle domande dei giornalisti e persino per i personaggi pubblici ciò è auspicabile e doveroso, ma non obbligatorio; non è ugualmente scritto da nessuna parte che sia giusto "rubare" dichiarazioni e, qualora capiti di entrarne in possesso, il loro uso deve essere attentamente valutato, il giornalista cioè deve valutare se il vantaggio prodotto per la cittadinanza dalla citazione sia maggiore dell'evidente danno che si procura alla persona che non sapeva di essere registrata.
Questo non vuol dire, naturalmente, che i giornalisti debbano limitarsi a reggere i microfoni e a passare i comunicati. I giornalisti devono attivamente ricercare le informazioni non ufficiali, ma nella consapevolezza che tra la legittima esigenza di riservatezza delle fonti e la legittima esigenza di cronaca dei giornalisti esiste una ineliminabile tensione che va gestita con saggezza e sul piano dei principi. D'altra parte così come non è giusto pensare che sia il personaggio pubblico a "controllare il messaggio", così non è possibile neppure teorizzare che l'unico in controllo del messaggio possa essere il giornalista. Il messaggio reale è quello che risulta dall'interazione dialettica tra le due forze e ciò che il lettore/utente destinatario del messaggio è in grado di decifrare.
Il problema non è esclusivamente italiano (in Inghilterra lo scandalo che ha portato alla chiusura del News of the World è scoppiato per il "furto" delle registrazioni di una segreteria telefonica), ma in Italia è connotato da due elementi particolari.
Primo. Abbiamo una vita politica che si basa sulle "dichiarazioni" e sulle "contro-dichiarazioni", da ben prima che Twitter o Facebook fossero stati inventati. Per anni i corrispondenti italiani all'estero (quando ce n'erano a sufficienza) sono stati terrorizzati dalla necessità di "coprire" una visita in loco del politico italiano perché temevano di non essere in grado di suscitare o cogliere la "battuta" che avrebbe dato il titolo sul giornale, ignorando completamente i contenuti della visita stessa. Dalla politica questa ricerca spasmodica della "battuta che ti dà il titolo" è transitata anche ai fatti di cronaca nera che dilagano dai pomeriggi televisivi, ai telegiornali, ai talk show, ai giornali e ai settimanali.
Secondo. Noi abbiamo ormai una storia televisiva che considera lecito, divertente e persino utile intercettare chiunque con telecamera e microfono. E' una tradizione che io credo risalga alle prime trasmissioni di Piero Chiambretti a RaiTre (ma chiedo aiuto ai più esperti) e che si declina ormai in ogni programma televisivo di fascia alta o fascia bassa, fino ad aver inventato - caso credo unico al mondo - il genere della "intervista al citofono". E' naturalmente legittimo cercare di farsi rispondere da personaggi che non ti vogliono parlare, ma è proprio sempre necessario rendere la "caccia" e la mancata risposta parte integrante del racconto?
Si tratta, ovviamente, di considerazioni che valgono sia per le imboscate ai presidenti emeriti della Corte costituzionale come Valerio Onida - da cui prende spunto il pezzo di Serra di oggi - sia per quelle alle matricole parlamentari come il neo-senatore del Movimento 5 Stelle Mario Giarrusso, o a chiunque altro.
Nel pezzo di Serra si affrontano anche questioni che riguardano la possibilità e la legittimità del "giornalismo sotto copertura". La regola per come l'avevano insegnata a me è che - di norma - il giornalista si identifica in quanto tale e che le eccezioni vanno valutate. Ancor più gravi sono i casi e più rare le relative eccezioni che prevedono una "falsificazione giornalistica a fin di bene", come quelli di giornalisti che assumono una identita diversa. Eccezioni che occorre soppesare rispetto al supposto "bene" comune che se ne potrebbe ottenere.
Serra però sbaglia di grosso dove dice:
Nelle democrazie anglosassoni il “no comment” è sacro. Solo occasioni eccezionali, storiche (vedi il Watergate) giustificano le registrazioni abusive e l’accanimento giornalistico.
Mi dispiace, ma nella lunga inchiesta sullo scandalo Watergate che per i giornalisti della generazione mia e di Serra è stato fonte di ispirazione professionale, Carl Bernstein e Bob Woodward non hanno fatto ricorso, per quanto mi ricordi, ad alcuna registrazione abusiva (in circa metà degli Stati americani è illegale fare qualunque intercettazione, anche privata, se l'interlocutore non è avvertito). Hanno parlato con le fonti di persona e al telefono, hanno scoperto documenti, hanno confrontato e verificato informazioni, hanno preso anche delle cantonate (in un paio di occasioni in due anni), ma non hanno mai registrato abusivamente alcunché. I nastri che da un certo punto in poi sono stati parte essenziale dello scandalo e che alla fine portarono alle dimissioni del presidente Richard Nixon erano sì stati illegalmente registrati, ma dal presidente stesso nello Studio Ovale ad insaputa dei suoi interlocutori. Furono questi, finalmente resi pubblici dopo un braccio di ferro con il potere giudiziario, che chiusero la partita.
Fu una classica inchiesta faticosa, nata da pochi elementi e portata avanti con costanza e senza cedere ai preconcetti politici (Woodward era di simpatie repubblicane). Un'inchiesta che ebbe clamorosi risultati perché si intrecciò, da un certo punto in poi, con le inchieste parallele che svolgevano giornalisti di altre testate (in particolare Seymour Hersch del New York Times), con l'azione delle comissioni parlamentari e con quella del giudice federale John Sirica. Un caso di scuola dell'interazione virtuosa tra libertà di stampa e poteri costituzionali che si controllano a vicenda.
Altro che "registrazioni abusive" o "accanimento giornalistico". Un errore che la dice lunga su quanto sia diffusa in Italia l'idea che non ci sia inchiesta o scoop possibile, se un giudice, un poliziotto o un giornalista non intercetta qualche presunto "cattivo".
Aggiornamento 17:40: Vedo ora il post di Alessandro Gilioli intitolato "Serra, Assange e Cruciani", che ovviamente ha una impostazione diversa dalla mia.
Alessandro teme sostanzialmente che argomenti come quelli di Serra in difesa della diritto alla riservatezza possano ridursi "ai comunicati ufficiali, alle verità di facciata". Io non credo che questo sia il problema - anche perché la collezione degli ultimi 20/30 anni della stampa italiana è lì a ricordarci che accanto alle notizie vere, ottenute a volte con mezzi deontologicamente discutibili, è sempre comunque pieno di "comunicati ufficiali" e "verità di facciata".
La conclusione di Alessandro è:
Con questo, non voglio dire che “non ci debbano essere limiti”. Certo che ci devono essere e in buona parte ci sono già: quelli legali, su cui Serra infatti vuole sorvolare. Deciderà il tribunale, ad esempio, se Cruciani ha commesso un reato o no.
Io credo che queste questioni non possano e non debbano essere ridotte tutte nell'ambito di leggi e codici (quelli che ci sono vanno abbastanza bene, io casomai ne toglierei un po'), ma anche discusse dai giornalisti e tra giornalisti, nelle redazioni, valutando di volta in volta l'opportunità e l'eventuale necessità del danno causato ad altri in nome di un più alto bene informativo pubblico. Vuol dire che no, non è vero che ogni mezzo giustifichi ogni fine. Ma non vuol neppure dire che si debbano invocare assurde nuove leggi e limiti ufficiali, ordini professionali che intervengono, magistrati che indagano, tribunali che condannano. Solo che i giornalisti dovrebbero esercitare nel loro mestiere la stessa trasparenza che viene richiesta ad altri mestieri di rilevanza pubblica, nella misura del possibile.
Quale sia questa misura non deve essere stabilito da nessun Parlamento, ma certo può essere discusso nelle redazioni. Arriverà un momento nel quale magari reputeremo necessario anche violare consapevolemente alcune norme di legge esistenti. Lo faremo allora a occhi aperti, pronti anche a pagarne eventuali conseguenze, come quando i giornalisti si rifiutano di fare il nome delle proprie fonti riservate anche davanti a un giudice, negli Stati dove questo non è lecito, e finiscono in prigione.
Qui non si chiede nessuna censura, né per i conduttori della Zanzara, né per i cronisti di Avetrana, né per il Gabibbo, ma si pensa che sia possibile, anzi necessario discutere tra di noi su ciò che è opportuno e ciò che non è opportuno fare.
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Leggi bavaglio, Corte europea diritti dell’uomo spiega che (per lo più) non si può. Ma spiega qualcosa anche alla stampa
Un Paese dell'Europa occidentale proibisce per legge la pubblicazione di atti giudiziari prima che sia stata emessa la sentenza di primo grado e condanna i giornalisti in sede penale se si azzardano a farlo. Suona familiare? Invece no, non è l'Italia della legislazione anti-intercettazione attuale o futura, si tratta del Portogallo, che la settimana scorsa è stato per questo messo in mora dalla Corte europea dei Diritti umani e dovrà pagare 4.000 euro di danni a una cronista giudizaria che la magistratura di quel Paese aveva invece condannato in via definitiva.
La storia della sentenza emessa il 28 giugno va raccontata [comunicato in inglese, comunicato in francese], perché offre diversi insegnamenti utili al dibattito in corso in Italia - sia per quanto riguarda le pretese politico-amministrative di controllo dell'informazione, sia per quanto riguarda le responsabilità dello stesso mondo dell'informazione.
La giornalista si chiama Sofia Pinto Coelho, nota cronista della rete televisiva nazionale SIC. E' l'autrice di un servizio andato in onda il 3 giugno 1999 sul capo della Polizia criminale che da poco era stato allontanato dall'incarico. Giravano voci che l'allontamento fosse dovuto al fatto che il dirigente aveva fatto filtrare particolari riservati di un'indagine giudiziaria su un'università privata. Pinto Coelho nel suo servizio confermò le voci mostrando le fotocopie dell'atto di incriminazione e il documento con il quale la procura apriva un'indagine a suo carico.
Pubblicare atti giudiziari prima di un'eventuale sentenza di primo grado in Portogallo è proibito. A quell'epoca - inoltre - il codice di procedura penale imponeva che il giornalista fosse perseguito automaticamente (ora la legge è parzialmente diversa: la proibizione resta, ma non si può agire in giudizio se non per decisione specifica del giudice istruttore, o del pubblico ministero, sotto il controllo del giudice istruttore). Di conseguenza la giornalista portoghese fu condannata nel 2006 per violazione del "segredo de justiça", sentenza confermata l'anno successivo in appello e dalla Corte costituzionale.
La giornalista ha fatto però ricorso alla Corte europea dei Diritti dell'uomo [organo del Consiglio d'Europa, che non ha nulla a che vedere con l'Unione europea - ne fanno parte, per esempio, anche Russia e Stati Uniti] sostenendo che la sua condanna violava l'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che garantisce la libertà di espressione. La corte ha ora stabilito che Sofia Pinto Coelho ha ragione.
La sua condanna "ha costituito una ingerenza sproporzionata nel suo diritto alla libertà di espressione", notano i giudici e in termini più ampi affermano che "una proibizione di pubblicare, generale e assoluta, che riguardi ogni tipo d'informazione mal si concilia con il diritto alla libertà di espressione". Nel caso specifico la questione principale, per quanto riguarda la Corte di Strasburgo, è proprio nell'automatismo della norma allora in vigore in Portogallo che impediva al giudice "di bilanciare [l'applicazione della norma] con gli interessi protetti dall'articolo 10 [della Convenzione]". I giudici portoghesi avrebbero dovuto tener conto del fatto che la persona oggetto del servizio giornalistico era un alto dirigente della polizia e che i documenti mostrati erano funzionali a sottolinare "la credibilità delle informazioni comunicate, dimostrando la loro esattezza e la loro autenticità".
La sentenza è stata adottata all'unanimità da una "Camera" di sette giudici, tra i quali l'italiano Guido Raimondi. Non è tuttavia definitiva, potendo le parti appellarsi al plenum della Corte.
I doveri della Stampa
La sentenza è un soffio di aria fresca per i sostenitori della libertà di stampa e di espressione nel dibattito politico-giuridico in corso attualmente in Italia: vi si sostiene che non è possibile introdurre una legislazione che proibisca tout court, senza eccezioni o valutazioni, la pubblicazione di atti giudiziari. Essa tuttavia è anche interessante per alcune notazioni che riguardano le responsabilità in questa materia dei giornalisti e della stampa in genere.
Nelle premesse alla decisione, infatti, la Corte "ricorda prima di tutto che se la Stampa ha il compito di comunicare informazioni e idee su tutte le questioni di interesse generale, essa deve tuttavia fare attenzione a non oltrepassare certi limiti, con particolare riguardo alla protezione della reputazione e dei diritti altrui o alla necessità di evitare la divulgazione di informazioni confidenziali. Nulla impedisce che essa prenda parte alla discussione su una questione in attesa di giudizio davanti ai tribunali, ma in questo caso essa deve astenersi dal pubblicare qualunque elemento che rischi di ridurre le possibilità di una persona di ottenere un equo processo o di minare la fiducia del pubblico nel ruolo dei tribunali".
C' è, mi sembra, di che riflettere. In molti sensi.
[Qui alcuni dei post precedenti dedicati da questo blog alle "leggi bavaglio", al problema delle intercettazioni, ecc.]
Contro la legge sulle intercettazioni questo blog tace - ma il mondo digitale esige altre forme di lotta
Questo blog venerdì 9 luglio 2010 non sarà aggiornato di proposito. Il soprascritto titolare aderisce decisamente alla giornata di mobilitazione contro la c.d. legge sulle intercettazioni che rappresenta un serio rischio per la libertà di espressione dei cittadini, prima ancora che per la libertà della "stampa".
Questo blog non ha dovuto aspettare tardivi appelli pubblici per contestare radicalmente il concetto espresso da parte dell'opinione pubblica che urla in piazza o scrive sui post-it "Intercettateci tutti": il mito della "casa di vetro", abbiamo scritto in tempi non sospetti, è un mito tecnicamente reazionario. Ma questo non toglie che la libertà di espressione vada difesa senza se e senza ma.
Questo blog non è stato mai tenero con le istituzioni professionali dei giornalisti italiani e anche in questo caso ha sperato da parte loro uno scarto, una iniziativa più fantasiosa ed efficace dello "sciopero" nazionale che tale non sarà. Ma questo è il momento di scegliere e qui si sceglie ufficialmente di "tacere", come è stato proposto, perché le questioni in ballo sono di troppo spessore per rischiare fraintendimenti.
Questo blog spera tuttavia che la dimezzata "giornata del silenzio" possa essere l'ultima, per una serie di ragioni che attengono all'efficacia delle azioni politico-sindacali di questo genere nel nuovo universo digitale, del quale gran parte dei giornalisti non sembrano consapevoli. Ecco qui perché:
Anche nel mondo analogico (i giornali in edicola) sono anni ormai che le "giornate di silenzio" non sono più tali. Da tempo il mondo del giornalismo italiano è spaccato secondo linee di faglia di schieramento e il risultato è che nelle edicole i giornali ci vanno -- ma solo quelli di un certo genere.
Per di più, le cose negli ultimi 14 anni sono cambiate: viviamo in un mondo, il mondo digitale, dove "silenziare" la comunicazione pubblica non è più - graziaddio - possibile. Anche se in questo caso "ci rimette" il sindacato, la cosa in sé è un bene ed è proprio per rafforzare questa libertà che ci battiamo in questi giorni.
Nell'universo digitale non c'è più netta distinzione tra comunicazione pubblica (un tempo: giornali, radio, tv..) e comunicazione privata (un tempo: chiacchiera al bar, telefonate, lettere...). Questi due ambiti sono ancora chiari, ma in mezzo c'è una immensa zona grigia dove non è così chiaro stabilire che cosa è comunicazione pubblica e che cosa comunicazione privata. E, quindi, che cosa si dovrebbe fare in caso di "silenzio" politico.
Per esempio: posto che il soprascritto aderisce alla "giornata del silenzio" facendo tacere per un giorno questo blog, che dovrebbe fare (almeno teoricamente) per le altre sue espressioni pubbliche? Dovrebbe smettere di postare aggiornamenti su Twitter e su Facebook? O dovrebbe bizzarramente distinguere tra i suoi post su FB che riguardano il suo lavoro (il giornalismo) e quelli che riguardano la sua vita privata? Ma se poi posta qualcosa su una drammatica riunione di un suo ipotetico condominio, starà facendo comunicazione privata o "cronaca iperlocale"? Che cosa dovrebbe "silenziare"?
E se per caso, camminando per Roma, s'imbattesse in una manifestazione di terremotati aquilani repressa dalla polizia, facesse due foto col telefonino e le mandasse via mail a un paio di amici, farebbe cronaca o si tratterebbe di corrispondenza privata? E se questi amici inoltrassero la mail ad altri amici e questi ad altri ancora, di che staremmo parlando?
C'è poi la extraterritorialità di fatto della rete. Proprio polemizzando con la legge sulle intercettazioni (Se il NYT violasse la legge sulle intercettazioni, ovvero: la giurisdizione non è più quella di un tempo) si è qui raccontato di quando (nel lontano 1999-2000) metà della redazione di CNNitalia.it, residente ad Atlanta e dipendente da una società americana, aggiornava legalmente e legittimamente il sito nei giorni di sciopero dei colleghi "italiani d'Italia". In questo caso sarà la stessa cosa. Per esempio gli amici di Agoravox.it, brillante sito di giornalismo partecipativo, lavorano a Parigi, sono dipendenti da una fondazione belga e domani "parleranno", anche se parleranno proprio dei pericoli di questa legge.
L'universo è cambiato, nel bene e nel male (molto nel bene, specie in questo campo), non possiamo condurre le battaglie politiche immaginando di trovarci in un mondo che non c'è più. Pena - ancora una volta - l'irrilevanza.
Tre arresti in Libano per critiche al presidente su FB: libertà di espressione e "di stampa" sono una cosa sola
Alla vigilia della "giornata del silenzio" indetta in Italia per protestare contro la legge sulle intercettazioni che limita la libertà di stampa, può non essere inutile rilanciare questa "piccola" notizia internazionale (grazie al benemerito lavoro di Global Voices): in Libano tre giovani sono stati arrestati nei giorni scorsi per aver espresso critiche su Facebook nei confronti del presidente Michel Sleiman(*). Si chiamano: Naim George Hanna, 27 anni, Antoine Youssef Ramya, 29, e Shebel Rajeh Qassab, 27.
La locale blogosfera (ma si può ancora dire?) ha reagito con forza e ora i tre sono stati liberati in attesa di processo.
Nel frattempo, il 2010 essendo il 2010, il presidente Suleiman o chi per lui sembra abbia risposto sulla sua pagina di FB (uso la versione inglese di Global Voices, migliore di quella automatica di Google): "C'è un'enorme differenza tra la libertà di espressione e la libertà di diffamare il nostro presidente". Che avevano scritto i tre ora sotto processo? Ancora la parola agli handlers del presidente:
Vanno dicendo che si sono limitati a dare al presidente dei consigli. Ma è un consiglio quando si dice di qualcuno (specialmente se egli è il presidente del nostro beneamato Paese, noto per la sua tolleranza, gentilezza e per non ripondere mai a quanti lo attaccano) "Non vali niente", "Sei una persona infima", "Sei un razzista" e "Sei come un serpente"?
Beh - a prescindere dalla gravità delle espressioni sotto accusa (!) - questa cosa che la libertà di espressione non è libertà di insultare mi sembra di ricordarla... E' tuttavia più importante notare, per l'ennesima una volta, come nel nuovo universo digitale la "libertà di stampa" non possa essere distinta dalla libertà di espressione in pubblico. Un diritto che non è dei "giornalisti" ma di tutti i cittadini. E' evidente, inoltre, che qui distinguere tra "giornali", "blog", siti web e - ora - social network non ha più senso: la battaglia è una e riguarda tutti.
(*): Il nome del presidente libanese è trascritto in caratteri latini dalla presidenza stessa in modo fonetico: "Sleiman", i testi in lingua inglese, come l'articolo di Global Voices, preferiscono la traslitterazione piena "Suleiman".

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