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Timestamp: 2019-04-19 17:07:48+00:00

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Paternità naturale in base al mero dato biologico e volontà contraria alla procreazione del presunto padre
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Corte di Cassazione, sezione prima civile, Ordinanza 13 dicembre 2018, n. 32308.
Ordinanza 13 dicembre 2018, n. 32308
In relazione all’art. 269 c.c., che attribuisce la paternità naturale in base al mero dato biologico, senza alcun riguardo alla volontà contraria alla procreazione del presunto padre, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all’art. 3 Cost., in ragione della disparità di trattamento che ne risulterebbe in danno dell’uomo rispetto alla donna, alla quale la l. n. 194 del attribuisce la responsabilità esclusiva di interrompere la gravidanza ove ne ricorrano le condizioni giustificative, e ciò in quanto le situazioni poste a confronto non sono comparabili, non potendo. l’interesse della donna alla interruzione della gravidanza, essere assimilato all’interesse di chi, rispetto alla avvenuta nascita del figlio fuori del matrimonio, pretenda di sottrarsi, negando la propria volontà diretta alla procreazione, alla responsabilità di genitore, in contrasto con la tutela che la Costituzione, all’art. 30, riconosce alla filiazione naturale.
(OMISSIS) nella qualita’ di erede di (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS) presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS) che lo rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;
avverso la sentenza n. 1527/2016 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 26/09/2016;
(OMISSIS) ha proposto appello avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Arezzo il 25.1.11 che accolse la domanda d’accertamento della paternita’ avanzata nei suoi confronti da (OMISSIS), che sosteneva di essere nata il (OMISSIS) da una relazione avuta dal (OMISSIS) con sua madre, (OMISSIS).
Al riguardo, l’appellante lamentava anche che: il Tribunale avesse ritenuto provata la sua paternita’ solo sulla base delle dichiarazioni rese dalla madre della (OMISSIS) e delle ulteriori prove testimoniali assunte, prove peraltro ammesse in violazione di legge; il Tribunale avesse ritenuto rilevante il suo rifiuto di sottoporsi agli accertamenti ematici nell’ambito della ctu genetica disposta dal Tribunale.
Si e’ costituita l’appellata.
La Corte d’appello di Firenze ha rigettato l’appello, argomentando: che le prove orali, richieste tempestivamente e regolarmente ammesse dal giudice istruttore in primo grado, erano state correttamente utilizzate dal Tribunale; che era stato correttamente applicato l’articolo 232 c.p.c., comma 1, – circa l’ingiustificata mancata comparizione dell’appellante ai fini dell’interrogatorio formale-, mentre dal rifiuto di sottoporsi agli accertamenti ematici erano stati tratti legittimi argomenti di prova.
Il (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi illustrati da memoria.
Va osservato che nel ricorso viene preliminarmente eccepita l’illegittimita’ costituzionale dell’articolo 269 c.c., per contrasto con l’articolo 3 Cost., sotto il profilo dell’ingiustificata disparita’ del regime giuridico relativo alla maternita’ e alla paternita’ naturali. Infatti, il ricorrente ha addotto che, mentre la donna puo’ scegliere di non essere madre abortendo il feto ai sensi della L. n. 194 del 1978, o esercitando, alla nascita del figlio, il proprio diritto di rimanere anonima ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 2000, articolo 30, l’uomo non ha diritto di scegliere di non essere padre, perche’ non ha la possibilita’ di rimanere anonimo e non puo’ sottrarsi all’azione di cui all’articolo 269 c.c..
L’eccezione deve essere disattesa per manifesta infondatezza, in condivisione con quanto espresso sul punto dalle pronunce di questa Corte n. 12350 del 18/11/1992, n. 3793 del 15/03/2002 e n. 13880 del 1/06/2017. Invero, le situazioni della madre e del padre, che secondo il ricorrente sarebbero normativamente discriminate con asserita violazione del principio di eguaglianza ex articolo 3 Cost., non sono paragonabili, perche’ l’interesse della donna a interrompere la gravidanza ai sensi della L. n. 194 del 1978, o a rimanere anonima ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 2000, non puo’ essere assimilato all’interesse di chi, negando la volonta’ diretta alla procreazione, pretenda di sottrarsi alla dichiarazione di paternita’ naturale. Non puo’ pertanto lamentarsi alcuna disparita’ di trattamento, attesa la ragionevolezza della scelta legislativa di regolare in maniera differenziata situazioni tra loro diverse.
In particolare, circa il riferimento alla normativa sull’interruzione della gravidanza, addotta dal ricorrente quale tertium comparationis, e’ stato altresi’ affermato che, in relazione all’articolo 269 c.c., che attribuisce la paternita’ naturale in base al mero dato biologico, senza alcun riguardo alla volonta’ contraria alla procreazione del presunto padre, e’ manifestamente infondata la questione di legittimita’ costituzionale sollevata in riferimento all’articolo 3 Cost., in ragione della disparita’ di trattamento che ne risulterebbe in danno dell’uomo rispetto alla donna, alla quale la L. 22 maggio 1978, n. 194, attribuisce la responsabilita’ esclusiva di interrompere la gravidanza ove ne ricorrano le condizioni giustificative, e cio’ in quanto le situazioni poste a confronto non sono comparabili, l’interesse della donna alla interruzione della gravidanza non potendo essere assimilato all’interesse di chi, rispetto alla avvenuta nascita del figlio fuori del matrimonio, pretenda di sottrarsi, negando la propria volonta’ diretta alla procreazione, alla responsabilita’ di genitore, in contrasto con la tutela che la Costituzione, all’articolo 30, riconosce alla filiazione naturale.
Con il primo motivo del ricorso e’ stata dedotta la nullita’ della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione degli articoli 177 e 189 c.p.c., in relazione all’articolo 360, n. 4, per aver la Corte d’appello ammesso le prove testimoniali della parte attrice all’udienza di precisazione delle conclusioni, erroneamente revocando l’ordinanza che aveva fissato la precisazione delle conclusioni, non ostante l’intervenuta decadenza dell’attrice dalle prove testimoniali.
Con il secondo motivo e’ stata dedotta la nullita’ della sentenza per violazione e falsa applicazione degli articoli 232, 183 e 188 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 4, in quanto il giudice istruttore aveva ritenuto che la mancata comparizione del (OMISSIS), all’udienza fissata per l’interrogatorio formale, avesse comportato l’ammissione dei fatti di causa e che tale mezzo di prova non avrebbe dovuto essere ammesso.
Con il terzo motivo e’ stata denunziata la nullita’ della sentenza per violazione e falsa applicazione degli articoli 118, 258 e 260 c.p.c., avendo la Corte d’appello disposto la prova genetica ed ematologica, erroneamente applicando le norme generali sulla ctu e non invece quelle che disciplinano l’ispezione corporale.
Il primo motivo e’ infondato alla luce del consolidato orientamento di questa Corte secondo cui nel regime processuale di cui alla L. 26 novembre 1990, n. 353, anche come modificato dalle L. 14 maggio 2005, n. 80, e L. 28 dicembre 2005, n. 263, il giudice, qualora a chiusura dell’udienza di trattazione, in difetto di deduzioni istruttorie, abbia rinviato ad altra udienza per la precisazione delle conclusioni, non puo’ revocare in tale ultima udienza l’ordinanza dapprima pronunciata, ammettendo le prove soltanto in questa sede richieste, in quanto il potere di revoca e modifica delle ordinanze, previsto dall’articolo 177 c.p.c., non e’ esercitabile al fine di rendere inoperante la preclusione istruttoria gia’ verificatasi, della quale neppure il giudice puo’ disporre (Cass., n. 14110/13; n. 16571/02).
Pertanto, nel caso concreto, poiche’ parte attrice risultava dai verbali di causa avere gia’ tempestivamente formulato le istanze istruttorie nei termini concessi dal giudice istruttore di primo grado, la Corte d’appello ha correttamente ritenuto legittima la revoca implicita del provvedimento di fissazione dell’udienza di precisazione delle conclusioni, attraverso l’ordinanza che ha ammesso i mezzi di prova reiterati.
Il secondo motivo e’ infondato in quanto, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, il giudice d’appello ha espressamente rilevato che il Tribunale aveva considerato che la mancata comparizione di (OMISSIS), senza giustificato motivo, a rendere l’interrogatorio formale, costituisse elemento di prova liberamente valutabile e non confessione della relazione e del concepimento. La Corte territoriale ha poi legittimamente confermato quella valutazione, irreprensibilmente valorizzandola, al pari del primo giudice, nel contesto della serie di dati probatori concorrenti emersi a carico del (OMISSIS) (prove testimoniali; omessa presentazione all’interrogatorio formale; rifiuto di sottoporsi agli accertamenti ematici).
Il terzo motivo e’ parimenti infondato. Il ricorrente si duole che la Corte abbia disposto l’esame genetico non con ispezione corporale ex articolo 118 c.p.c., ma con c.t.u., senza l’osservanza delle garanzie che le norme processuali pongono a tutela della persona sottoposta ad ispezione.
Va osservato che nei giudizi promossi per la dichiarazione giudiziale di paternita’ naturale l’esame genetico sul presunto padre si svolge mediante consulenza tecnica c.d. percipiente, ove il consulente nominato dal giudice non ha solo l’incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti, ma di accertare i fatti stessi. E’ necessario e sufficiente in tal caso che la parte deduca il fatto che pone a fondamento del suo diritto e che il giudice ritenga che l’accertamento richieda specifiche cognizioni tecniche, perche’ la consulenza costituisca essa stessa fonte oggettiva di prova (Cass. n. 6155 del 13/03/2009, n. 4792 del 26/02/2013, n. del 2017). Nei giudizi in questione tale mezzo istruttorio rappresenta, dati i progressi della scienza biomedica, lo strumento piu’ idoneo, avente margini di sicurezza elevatissimi, per l’acquisizione della conoscenza del rapporto di filiazione naturale, e con esso il giudice accerta l’esistenza o l’inesistenza di incompatibilita’ genetiche, ossia un fatto biologico di per se’ suscettibile di rilevazione solo con l’ausilio di competenze tecniche particolari (Cass. n. 14462 del 29/05/2008). Al contrario, gli articoli 118, 258 e 260 c.p.c., di cui il ricorrente asserisce la violazione, attengono all’ispezione corporale e sono pertanto estranei all’accertamento tecnico in questione, non costituendo il prelievo ematico (al pari del prelievo di saliva dalla mucosa buccale) un’ispezione corporale, ma un mezzo necessario per l’espletamento della consulenza genetica ed ematologica (Cass. n. 8733 del 09/04/2009; n. 13880/17).
Di conseguenza e’ infondata la censura di violazione di legge per aver la sentenza impugnata fatto applicazione dell’articolo 118 c.p.c., comma 2, in quanto la Corte territoriale, nell’accertare la paternita’ naturale del (OMISSIS), ha valorizzato il rifiuto di quest’ultimo di sottoporsi alla prova genetica. Invero, nel giudizio diretto ad ottenere la dichiarazione giudiziale della paternita’ (o maternita’) naturale, in tema di prova, se la volonta’ di sottoporsi al prelievo ematico per eseguire gli accertamenti sul DNA non e’ coercibile, nulla tuttavia impedisce al giudice di valutare, in caso di rifiuto, sia pur in se’ legittimo, ma privo di adeguata giustificazione, il comportamento della parte, ai sensi dell’articolo 116 c.p.c.. A tal riguardo e’ stata ritenuta manifestamente infondata la questione di legittimita’ costituzionale della disposizione di cui all’articolo 269 c.c., comma 2, secondo la quale la prova della paternita’ o maternita’ naturale puo’ essere data con ogni mezzo, alla luce di un preteso contrasto con l’articolo 30 Cost., comma 4, secondo il quale “La legge detta i limiti per la ricerca della paternita'” (Cass., n. 8059/97). E’ stato altresi’ affermato che nel giudizio di disconoscimento della paternita’ e’ valutabile, come elemento indiziario di convincimento, non solo il rifiuto della parte di sottoporsi alla disposta prova genetica ed ematologica (il quale e’ assimilabile al rifiuto di ottemperare all’ordine d’ispezione corporale di cui all’articolo 118 c.p.c., comma 2), ma anche la sistematica opposizione avverso l’istanza di detta prova, riconducibile nell’ambito del comportamento processuale di cui all’articolo 116 c.p.c., comma 2 (Cass., n. 3094/85; n. 6400/80).
La Corte rigetta il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimita’ che liquida nella somma di Euro 6200,00 di cui 200,00 per esborsi, oltre alla maggiorazione per il rimborso forfettario delle spese generali e accessori di legge.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

References: sentenza 
 sentenza 
 articolo 30
 articolo 3
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 118
 sentenza 
 articolo 13
 articolo 13