Source: https://www.studiolegalerubera.it/post/teoria-e-pratica-sull-indennizzo-per-ingiusta-detenzione-previsto-dalla-legge
Timestamp: 2020-07-13 17:55:32+00:00

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Non sono rari i casi di cronaca di persone incolpate di reati, sottoposte ad una misura custodiale in carcere, o agli arresti domiciliari. Ciò durante le indagini, o anche in pendenza di processo e successivamente prosciolte in esito all’accertamento del merito della vicenda che li ha visti coinvolti.
Tali periodi di detenzione possono essere non particolarmente lunghi o, magari, raggiungere la durata massima della durata delle misure cautelari e che possono riguardare anche soggetti già in passato (legittimamente) detenuti per altre cause. Comunque, è logico che, come dispone la costituzione all'art. 25 che nessuno può essere punito per un FATTO che la legge prevede come reato, accertato tramite un giusto processo conformemente al dettato dell'art. 111 della Costituzione. Anzi, la soppressione della libertà personale è un quid pluris afflittivo che si somma alla dolorosa esperienza di un'accusa ingiusta. Ciò come riconosciuta solo successivamente in sede di revisione del processo, ovvero nel caso di errore giudiziario solo dopo la sentenza definitiva di condanna opportunamente rettificata. Il nostro ordinamento tiene separate le due fattispecie: ingiusta detenzione errore giudiziario. Nel caso di errore giudiziario, ovvero di una sentenza di assoluzione in sede di revisione dopo una sentenza di condanna passata in giudicato) il risarcimento sarà integrale ed illimitato; nel caso, invece, d'ingiusta detenzione l’ordinamento prevede un tetto massimo dell’indennizzo pari ad € 516.456,89.
Secondo un primo orientamento giurisprudenziale, ormai superato, tale somma sarà comprensiva sia di quanto patito moralmente dal detenuto sia del suo c.d. “lucro cessante” ovvero il mancato guadagno a seguito della detenzione (ad esempio per la perdita del lavoro) sia delle eventuali spese vive e documentate (danno emergente). Il criterio aritmetico, di creazione giurisprudenziale, secondo cui la somma indennizzabile per ogni giorno di ingiusta detenzione è di euro 235,82 è meramente indicativo, dovendo il giudice tener conto di altre circostanze che possono giustificare un aumento o una diminuzione dell’indennizzo stesso. Tale criterio sarà utile per riconoscere un tetto minimo del risarcimento danno dovuto per l'ingiusta violazione della libertà personale. È dunque il criterio equitativo che deve trovare applicazione nel calcolo dell’indennizzo derivante da errore giudiziario, dovendo il giudice provvedere ad un “equa riparazione” che tenga in giusto conto oltre all’entità della pena patita, anche le sofferenze morali e psicologiche derivanti dalla detenzione, nonché le conseguenze che la detenzione stessa abbia cagionato ai congiunti conviventi con il detenuto (Cass. Pen., Sez. VI, n. 1167 del 08/04/1992 – dep. 14/10/1992, Rv. 192827). Naturalmente, colui che dovesse essere condannato per poi vedersi assolto solo in sede di revisione ed avesse nel frattempo ANCHE patito un periodo di carcerazione (in sede cautelare o a seguito della condanna definitiva poi superata dopo il giudizio di revisione), potrà far valere due voci di danno: l’una risarcitoria per l’errore giudiziario ed una a titolo di indennizzo per la privazione illegittima della libertà. Per il calcolo del quantum in materia di indennizzo da ingiusta detenzione è necessario ancorarsi alla valutazione in concreto delle sofferenze e non ad un rigido criterio matematico.
Occorre quindi esaminare i fattori documentati, afferenti: alla personalità; alla storia personale dell'imputato; al suo ruolo sociale professionale e sociale; alle conseguenze pregiudizievoli concretamente patite e tutti gli altri di cui sia riscontrata la rilevanza; alla connessione eziologia con l'ingiusta detenzione patita. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE VI PENALE Sentenza 13 maggio - 10 giugno 2008, n. 23119 **** In altre parole: – Poiché l’incolpato è risultato essere innocente, con conseguente emissione del decreto di archiviazione o della sentenza di assoluzione; – Poiché il provvedimento a seguito del quale l’incolpato era ridotto in vinculis era viziato e, quindi, illegittimo. Il nostro ordinamento all’art. 314 c.p.p (riparazione per ingiusta detenzione – presupposti e modalità della decisione) prevede una precisa e specifica disciplina per la quale lo Stato si fa carico dell’illegittimità della privazione della libertà patita da un cittadino riconoscendo (secondo modalità ed alle condizioni che vedremo) un indennizzo a colui che è stato ingiustamente detenuto. Il primo comma dell’articolo in parola recita: chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché: – il fatto non sussiste, – per non aver commesso il fatto, – perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, ha diritto ad un’equa riparazione per la custodia cautelare subita qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave.
Pertanto, solo valutando di volta in volta ed in concreto la condotta dell’accusato (alla luce della quale un Giudice ha creduto che lo stesso dovesse essere sottoposto alla custodia cautelare) nonché le scelte difensive dello stesso (evidentemente tali da non impedire la misura cautelare ma superate dalla decisione del Giudice del merito) sarà possibile valutare sussistente o meno la colpa grave di colui che chiede l’indennizzo per la detenzione subita illegittimamente. La Suprema Corte ha precisato che: ……In materia di riparazione per l’ingiusta detenzione, la condotta dell’indagato che, in sede di interrogatorio, si avvalga della facoltà di non rispondere, pur costituendo esercizio del diritto di difesa, può assumere rilievo ai fini dell’accertamento della sussistenza della condizione ostativa del dolo o della colpa grave qualora l’interessato non abbia riferito circostanze, ignote agli inquirenti, utili ad attribuire un diverso significato agli elementi posti a fondamento del provvedimento cautelare. Ciò valendo, a maggior ragione, ove si versi in ipotesi, non di esercizio del diritto al silenzio (sicura espressione del diritto di difesa e di garanzia per le dichiarazioni autoincriminanti), ma di dichiarazioni mendaci, posto che la non punibilità delle stesse non trasforma quella condotta in un fatto indifferente per l’ordinamento e meno ancora permette di configurarlo come esercizio di un corrispondente diritto. …….La nozione di “colpa grave” di cui all’articolo 314, comma l, del Cpp, ostativa del diritto alla riparazione dell’ingiusta detenzione, va individuata in quella condotta che, pur tesa ad altri risultati, ponga in essere, per evidente, macroscopica negligenza, imprudenza, trascuratezza, inosservanza di leggi, regolamenti o norme disciplinari, una situazione tale da costituire una non voluta, ma prevedibile ragione di intervento dell’autorità giudiziaria, che si sostanzi nell’adozione o nel mantenimento di un provvedimento restrittivo della liberta personale. ……In tema di riparazione per l’ingiusta detenzione, costituisce colpa grave, idonea a impedire il riconoscimento dell’equo indennizzo, l’utilizzo, nel corso di conversazioni telefoniche, da parte dell’indagato di frasi in “codice”, dal contenuto “criptico”, effettivamente destinate a occultare un’attività illecita, anche se diversa da quella oggetto dell’accusa e per la quale fu disposta la custodia cautelare. (Nella specie, il tenore delle conversazioni intercettate, con soggetti coinvolti in attività di traffico di sostanze stupefacenti, per l’utilizzo di espressioni “travisanti” aveva determinato l’emissione di una misura cautelare per il reato di detenzione illecita a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, essendo rimasta del tutto occultata anche agli stessi inquirenti la finalizzazione dell’acquisto di droga a un uso esclusivamente personale).
Chi è stato sottoposto a custodia cautelare e, successivamente, è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, se non ha concorso a darvi causa per dolo o colpa grave;chi é stato sottoposto a custodia cautelare e, successivamente, è stato prosciolto per qualsiasi causa quando con decisione irrevocabile risulti accertato che il provvedimento di custodia cautelare è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli articoli 273 e 280 del codice di procedura penale;chi è stato condannato e nel corso del processo sia stato sottoposto a custodia cautelare quando, con decisione irrevocabile, risulti accertato che il provvedimento di custodia cautelare è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280 del codice di procedura penale;chi è stato sottoposto a custodia cautelare e, successivamente, a suo favore sia stato pronunciato un provvedimento di archiviazione o una sentenza di non luogo a procedere;chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, per la detenzione subita a causa di arresto in flagranza o di fermo di indiziato di delitto, entro gli stessi limiti stabiliti per custodia cautelare;chi è stato prosciolto per qualsiasi causa o al condannato che nel corso del processo sia stato sottoposto ad arresto in flagranza o a fermo di indiziato di delitto quando, con decisione irrevocabile, siano risultate insussistenti le condizioni per la convalida.
il coniugei discendenti e gli ascendentii fratelli e le sorellegli affini entro il 1° gradole persone legate da vincoli di adozione con quella deceduta.
presso la Cancelleria della Corte d'Appello del distretto giudiziario in cui è stata pronunciata la sentenza o il provvedimento di archiviazione che ha definito il procedimento;nel caso di sentenza emessa dalla Corte di Cassazione, la domanda deve essere proposta presso la cancelleria della Corte d’Appello che ha emesso il provvedimento impugnato;personalmente dall'interessato oppure a mezzo di procuratore speciale;entro due anni dal giorno in cui la sentenza di proscioglimento o di condanna è divenuta irrevocabile, la sentenza di non luogo a procedere è divenuta inoppugnabile o il provvedimento di archiviazione è stato notificato alla persona nei cui confronti è stato pronunciato.
L'autorizzazione al pagamento è rilasciata dall’Ufficio IX della Direzione dei servizi del tesoro previa ricezione ed acquisizione della necessaria documentazione. L’Ufficio IX, prima di procedere al pagamento della somma dovuta, per i pagamenti superiori ad € 5.000,00, accerta lo stato di non inadempienza del beneficiario, mediante richiesta effettuata ai sensi dell’art. 48 bis del D.P.R. 602/73 e del D.M. 18 gennaio 2008 n. 40, in vigore dal 29 marzo 2008, come modificato, da ultimo, dall’art. 1, comma 986, della Legge 27 dicembre 2017, n. 205. Per autorizzare il pagamento, l'Ufficio deve ricevere dalla Corte di Appello competente:
copia autentica dell’ordinanza munita dell’attestazione di irrevocabilità, rilasciata dalla competente cancelleria della Corte d’Appello che liquida l’indennità pecuniaria;attestazione della registrazione delle spese prenotate a debito rilasciata dall’Agenzia delle Entrate,
fotocopia di un documento d’identità del creditore, in corso di validità;fotocopia del codice fiscale;comunicazione delle modalità di pagamento prescelte utilizzando apposito modello permesso di soggiorno, ove necessario.
La procedura di pagamento varia secondo l’importo dell’indennizzo e in base alla modalità di pagamento prescelta dall’interessato. Ulteriori modalità di pagamento sono previste nel caso in cui il creditore sia all’estero o si trovi in stato di detenzione per cause diverse da quelle che hanno originato la riparazione per ingiusta detenzione o per errore giudiziario. Specifica documentazione, infine, dovrà essere presentata dagli eredi del creditore. Il termine massimo di definizione del procedimento di autorizzazione è fissato in 120 giorni dalla data di conclusione dell’istruttoria o, se anteriore, dalla data di notifica dell’ordinanza, munita della formula esecutiva all’Ufficio erogatore
Per somme fino ad € 999,99 il pagamento può avvenire:
con accreditamento in conto corrente bancariocon accreditamento in conto corrente postale;in contante;mediante vaglia cambiario della Banca d'Italia, non trasferibile, intestato al creditore medesimo.
La modalità di pagamento prescelta deve essere comunicata all’Uff. IX – Direzione dei servizi del tesoro utilizzando il seguente modello (PDF, 41 KB).
Per le somme superiori ad € 999,99 il pagamento può avvenire:
con accreditamento in conto corrente bancario;con accreditamento in conto corrente postale;mediante vaglia cambiario della Banca d'Italia, non trasferibile, intestato al creditore medesimo.
La modalità di pagamento prescelta deve essere comunicata all'Ufficio utilizzando l'apposito modello (PDF, 41 KB).
commutazione del titolo di spesa in vaglia cambiario, non trasferibile, della Banca d'Italia, intestato al creditore indicando con esattezza l'indirizzo della Casa circondariale presso la quale è recluso(città, via, numero civico, cap.). Il vaglia cambiario verrà recapitato dalla locale sezione di Tesoreria provinciale dello Stato direttamente alla direzione della casa circondariale;accreditamento su conto corrente bancario;accreditamento in conto corrente postale.
la data e il luogo del decesso del creditore;gli estremi dell'ultimo testamento;che il testamento non sia stato impugnato;se vi siano anche eredi legittimi o riservatari, oltre agli eredi indicati nel testamento;le generalità complete di ciascun erede;il luogo di residenza di ogni erede ovvero l'elezione di domicilio presso terzi;il codice fiscale di ogni erede.
la data e il luogo del decesso del creditore;la non esistenza di alcun testamento;l'indicazione di tutti i soggetti cui è devoluta per legge la successione;le generalità complete di ciascun erede;il luogo di residenza di ogni erede ovvero l'elezione di domicilio presso terzi;il codice fiscale di ogni erede.
Qualora tra gli eredi ci sia il coniuge, nella dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà deve, inoltre, essere dichiarato:
che non è stata pronunciata sentenza di separazione personale per colpa;che non è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.
Qualora tra gli eredi vi siano minori di età o incapaci la dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà deve, inoltre, contenere: l'indicazione del legale rappresentante. In quisto caso deve essere, inoltre, presentata l'autorizzazione del giudice tutelare.

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