Source: https://www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-vi/capo-vi/sezione-vi/art230bis.html
Timestamp: 2019-10-14 16:02:07+00:00

Document:
Art. 230 bis codice civile - Impresa familiare - Brocardi.it
Tu sei qui: Fonti > Codice civile > LIBRO PRIMO - Delle persone e della famiglia > Titolo VI - Del matrimonio > Capo VI - Del regime patrimoniale della famiglia > Sezione VI - Dell'impresa familiare > Articolo 230 bis
(1) Salvo che sia configurabile un diverso rapporto [2094, 2251] (2), il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro (3) nella famiglia (4) o nell'impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato [36 Cost]. Le decisioni concernenti l'impiego degli utili e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell'impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano all'impresa stessa (5). I familiari partecipanti all'impresa che non hanno la piena capacità di agire (6) sono rappresentati nel voto da chi esercita la potestà su di essi [316].
Il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell'uomo [37 Cost.] (7).
Ai fini della disposizione di cui al primo comma si intende come familiare il coniuge (8), i parenti entro il terzo grado (9); gli affini [78] entro il secondo (10); per impresa familiare quella cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo.
Il diritto di partecipazione di cui al primo comma è intrasferibile, salvo che il trasferimento avvenga a favore di familiari indicati nel comma precedente col consenso di tutti i partecipi (11). Esso può essere liquidato in danaro alla cessazione, per qualsiasi causa, della prestazione del lavoro (12), ed altresì in caso di alienazione dell'azienda (13). Il pagamento può avvenire in più annualità, determinate, in difetto di accordo, dal giudice.
In caso di divisione ereditaria [713 ss. c.c.] o di trasferimento dell'azienda [2556] i partecipi di cui al primo comma hanno diritto di prelazione sull'azienda. Si applica, nei limiti in cui è compatibile, la disposizione dell'articolo 732.
Le comunioni tacite familiari nell'esercizio dell'agricoltura sono regolate dagli usi che non contrastino con le precedenti norme (14).
(1) L'articolo e la sezione VI sono stati inseriti dall'art. 89 della L. 19 maggio 1975 n. 151.
(2) Il diverso rapporto configurabile potrebbe essere rappresentato dal rapporto di lavoro subordinato (di cui all'art. 2214 del c.c.), dal contratto di società (di cui all'art. 2251 del c.c.) oppure dall'associazione in partecipazione (di cui all'art. 2549 del c.c.).
(3) L'attività di lavoro è ampia, e spazia dall'attività commerciale, a quella industriale, a quella agricola, ed escludendovi quelle assicurative e bancarie; le mansioni da svolgersi all'interno dell'impresa familiare potranno quindi consistere in attività manuali, intellettuali, di manodopera o gestorie, sino alle funzioni esecutive e decisionali (come la cessazione dell'impresa).
(4) Non sempre il lavoro domestico, svolto all'interno della famiglia, rileva per l'impresa familiare: esso deve effettivamente costituire un contributo per l'impresa, e tale contributo potrà ben essere l'assunzione in via esclusiva dei compiti familiari, tale da permettere al coniuge di dedicarsi totalmente all'accrescimento della produttività d'impresa (così Cass. 11007/1998).
(5) Le modalità di calcolo, non sussistendo quote, riguarderanno la volontà di ciascun partecipe espressa per capo, quindi a maggioranza di partecipanti aventi tutti il medesimo peso.
(6) Ci si riferisce ai casi di incapacità di agire, di minore età (art. 2 del c.c.) e di interdizione (art. 414 del c.c.).
(7) Relativamente all'attività di collaborazione domestica, esso non è ritenuto sufficiente a giustificare la partecipazione del coniuge all'impresa familiare, dovendosi configurare entrambi i requisiti della continuatività e dell'accrescimento della produttività dell'impresa; pertanto l'applicabilità del principio che si desume anche dall'art. 37 Cost. avviene qualora siano svolte le stesse mansioni.
(8) Certamente la cessazione del rapporto matrimoniale fa venire meno l'impresa familiare in ragione dell’inconfigurabilità di un persistente rapporto di coniugio (e del venir meno della stessa ratio); tale automatica conseguenza non potrà invece desumersi dalla mera separazione personale (legale e - a fortiori - di fatto), che non pone nel nulla il vincolo matrimoniale.
(9) Già prima partecipavano tutti i figli; con L. 219/2012 si è rafforzata tale parità tra figli legittimi, naturali ed adottivi, indipendentemente dal loro status. Si veda il novellato art. 315 del c.c., rubricato "Stato giuridico della filiazione" e che recita: "Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico".
(10) Il rapporto di parentela non è da intendersi solo con il coniuge-imprenditore, ma anche con il di lui coniuge.
(11) A pena di inefficacia.
(12) Il diritto di partecipazione potrà cessare a seguito del recesso del titolare (trattasi di diritto potestativo), per i fatti soggettivi connessi alla vita del familiare (ad es. la morte o l'età talmente avanzata da non consentirne un esercizio lavorativo), o per fatti strettamente attinenti all'attività imprenditoriale.
(13) Il familiare potrà cedere il diritto di partecipare, privilegiando però coloro che hanno operato nella stessa azienda e solo con il consenso unanime di tutti coloro che già partecipano all'impresa.
(14) Anche alla comunione tacita familiare si applicano le medesime norme or ora descritte per l'impresa familiare, oltre all'integrazione apportata dagli usi vigenti nel settore agricolo qualora compatibili, al fine di consentire l'estensione delle garanzie operanti per l'impresa familiare anche alla fattispecie qui emergente.
L'art. 230 bis è stato inserito nel codice civile dall'art. 69 della l. 19 maggio 1975, n. 151, di riforma del diritto di famiglia.
La norma ha introdotto nel nostro ordinamento un nuovo istituto: in precedenza, il lavoro dei familiari riceveva una tutela limitata, soprattutto nel settore agricolo. Generalemente, il lavoro prestato nell'ambito di un'impresa familiare veniva considerato come prestazione a titolo gratuito: l'esistenza di un rapporto di lavoro non era presunta, ma doveva essere provata al fine di dimostrare che esisteva un diritto alla retribuzione.
Vi sono due tesi sulla natura dell'impresa familiare: secondo alcuni si tratta di un'impresa collettiva (anche se priva di carattere societario); per altri, essa costituisce comunque un caso di impresa individuale (poiché le norme in essa contenute riguardano esclusivamente i rapporti interni fra i soggetti che collaborano all'attività) della quale sarebbe titolare dell'attività di impresa soltanto il coniuge imprenditore.
Le due opinioni dottrinali conducono ad esiti differenti anche per quanto riguarda il regime della responsabilità per le obbligazioni assunte nello svolgimento dell'attività. Secondo la prima teoria la responsabilità grava su tutti i contitolari dell'azienda, che devono rispondere con il loro patrimonio personale; la seconda impostazione, al contrario, esclude la responsabilità dei familiari per i debiti contratti nell'esercizio dell'impresa, poiché manca una vera e propria contitolarità sull'azienda.
Massime relative all'art. 230 bis Codice civile
Cass. civ. n. 10147/2017
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 10147 del 21 aprile 2017)
Cass. civ. n. 17639/2016
In tema di lavoro familiare, ai fini dell'individuazione del limite temporale del perdurare del diritto di prelazione e riscatto di cui al comma 5 dell'art. 230 bis c.c. deve aversi riguardo, in virtù del rinvio all'art. 732 c.c., al momento della liquidazione della quota, il quale coincide con il consolidarsi, alla cessazione del rapporto con l'impresa familiare, del diritto di credito del partecipe a percepire la quota di utili e di incrementi patrimoniali riferibili alla sua posizione, restando irrilevante la data del passaggio in giudicato della sentenza che su quel diritto ha statuito, in ragione del prodursi degli effetti della medesima alla data dello scioglimento del rapporto.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 17639 del 6 settembre 2016)
Cass. civ. n. 5224/2016
In tema di impresa familiare, la predeterminazione, ai sensi dell'art. 9 della l. n. 576 del 1975 e nella forma documentale prescritta, delle quote di partecipazione agli utili, sia essa oggetto di una mera dichiarazione di verità, come è sufficiente ai fini fiscali, o di un negozio giuridico, può risultare idonea, in difetto di prova contraria da parte del familiare imprenditore, ad assolvere mediante presunzioni l'onere - a carico del partecipante che agisca per ottenere gli utili - della dimostrazione sia della fattispecie costitutiva dell'impresa familiare che dell'entità della propria quota di partecipazione ai proventi in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato.
La partecipazione agli utili per la collaborazione nell'impresa familiare, ai sensi dell'art. 230 bis c.c., va determinata sulla base degli utili non ripartiti al momento della sua cessazione o di quella del singolo partecipante, nonché dell'accrescimento, a tale data, della produttività dell'impresa ("beni acquistati" con essi, "incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento") in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato ed è, quindi, condizionata dai risultati raggiunti dall'azienda, atteso che i proventi - in assenza di un patto di distribuzione periodica - non sono naturalmente destinati ad essere ripartiti ma al reimpiego nell'azienda o in acquisti di beni.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5224 del 16 marzo 2016)
Cass. civ. n. 23676/2014
L'esercizio dell'impresa familiare è incompatibile con la disciplina societaria attesa non solo l'assenza nell'art. 230 bis cod. civ. di ogni previsione in tal senso, ma, soprattutto, l'irriducibilità ad una qualsiasi tipologia societaria della specifica regolamentazione, patrimoniale, ivi prevista in ordine alla partecipazione del familiare agli utili ed ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell'azienda, che sono determinati in proporzione alla quantità ed alla qualità del lavoro prestato e non alla quota di partecipazione, ponendosi altresì il riconoscimento di diritti corporativi al familiare del socio in conflitto con le regole imperative del sistema societario. Tale soluzione, inoltre, è coerente con una interpretazione teleologica della norma - introdotta dalla riforma del diritto di famiglia con una norma di chiusura della disciplina dei rapporti patrimoniali (art. 89 della legge 19 maggio 1975, n. 151) - che, come si evince dall'"incipit" dell'art. 230 bis cod. civ. ("salvo sia configurabile un diverso rapporto"), prefigura l'istituto dell'impresa familiare come autonomo, di carattere speciale (ma non eccezionale) e di natura residuale rispetto ad ogni altro rapporto negoziale eventualmente configurabile.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 23676 del 6 novembre 2014)
Cass. civ. n. 20157/2005
Il carattere residuale dell'impresa familiare, quale risulta dall'incipit dell'art. 230 bis c.c., mira a coprire le situazioni di apporto lavorativo all'impresa del congiunto — parente entro il terzo grado o affine entro il secondo — che non rientrino nell'archetipo del rapporto di lavoro subordinato o per le quali non sia raggiunta la prova dei connotati tipici della subordinazione, con l'effetto di confinare in un'area limitata quella del lavoro familiare gratuito. Di conseguenza, ove un'attività lavorativa sia stata svolta nell'ambito dell'impresa ed un corrispettivo sia stato erogato dal titolare, il giudice di merito dovrà valutare le risultanze di causa per distinguere tra la fattispecie del lavoro subordinato e quella della compartecipazione all'impresa familiare, escludendo comunque la causa gratuita della prestazione lavorativa per ragioni di solidarietà familiare. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio. la sentenza di merito che aveva, contraddittoriamente, escluso il lavoro subordinato e individuato una causa gratuita dell'attività di collaborazione all'impresa a fronte di un corrispettivo periodico per l'attività di servizio ai tavoli svolta dalla nuora).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 20157 del 18 ottobre 2005)
Cass. civ. n. 15298/2005
Il bene immobile acquistato congiuntamente dai coniugi compartecipi di un'impresa familiare dopo l'inizio dell'impresa si presume sia stato acquistato con denaro proveniente dagli utili dell'attività comune, e pertanto ad esso si applicano le regole dettate dall'art. 230 bis c.c.; la presunzione può essere superata dalla prova di circostanze atte ad escludere tale provenienza. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito per difetto di motivazione, non avendo essa adeguatamente considerato nè l'anteriorità dell'impresa rispetto agli acquisti, nè il breve tempo intercorso tra la costituzione dell'impresa e gli acquisti stessi).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 15298 del 21 luglio 2005)
Cass. civ. n. 7223/2004
A differenza della impresa collettiva esercitata per mezzo di società semplice, la quale appartiene per quote, eguali o diverse, a più persone (artt. 2251 e ss. c.c.), l'impresa familiare di cui all'art. 230 bis c.c. appartiene solo al suo titolare, mentre i familiari partecipanti hanno solo diritto ad una quota degli utili; ne consegue che, in caso di morte del titolare, non è applicabile la disciplina dettata dall'art. 2284 c.c., che regola lo scioglimento del rapporto societario limitatamente ad un socio, e quindi la liquidazione della quota del socio uscente di società di persone, ma l'impresa familiare cessa ed i beni di cui è composta passano per intero nell'asse ereditario del de cuius, rispetto a tali beni i componenti dell'impresa familiare possono vantare solo un diritto di credito commisurato ad una quota dei beni o degli utili e degli incrementi e un diritto di prelazione sull'azienda.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 7223 del 15 aprile 2004)
Cass. civ. n. 9897/2003
A differenza della impresa collettiva esercitata per mezzo di società semplice, la quale appartiene per quote, eguali o diverse, a più persone (artt. 2251 e ss. c.c.), l'impresa familiare di cui all'art. 230 bis c.c. appartiene solo al suo titolare, mentre i familiari partecipanti hanno diritto ad una quota degli utili, e ciò anche nel caso in cui uno dei beni aziendali sia di proprietà di alcuno dei familiari. Ne consegue che, mentre nel caso di società semplice con due soli soci, l'esclusione di uno di loro è pronunciata dal tribunale su istanza dell'altro (art. 2287, comma terzo, c.c.), il diritto potestativo di recedere dall'impresa familiare spettante al titolare, e quello eventuale di determinarne la cessazione, è esercitabile attraverso una semplice manifestazione di volontà, salvo il diritto degli altri familiari alla liquidazione della loro quota e, in caso di recesso privo di giustificazione, al risarcimento del danno.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 9897 del 20 giugno 2003)
Cass. civ. n. 13849/2002
La continuità dell'apporto richiesto dall'art. 230 bis c.c. per la configurabilità della partecipazione all'impresa familiare non esige la continuità della presenza in azienda, richiedendo invece soltanto la continuità della presenza in azienda, richiedendo invece soltanto la continuità dell'apporto (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito nella parte in cui essa aveva ritenuto accertata la sussistenza di un apporto continuativo idoneo a configurare la partecipazione all'impresa familiare alla stregua della redazione giornaliera della contabilità, della tenuta dei rapporti con i fornitori, dell'aiuto, anche se non continuativo, all'esercizio dell'attività aziendale).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 13849 del 23 settembre 2002)
Cass. civ. n. 5603/2002
Ai fini del riconoscimento dell'istituto — residuale — della impresa familiare è necessario che concorrano due condizioni, e cioè, che sia fornita la prova sia dello svolgimento, da parte del partecipante, di un'attività di lavoro continuativa (nel senso di attività non saltuaria, ma regolare e costante anche se non necessariamente a tempo pieno), sia dell'accrescimento della produttività della impresa procurato dal lavoro del partecipante (necessaria per determinare la quota di partecipazione agli utili e agli incrementi).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5603 del 18 aprile 2002)
Cass. civ. n. 3520/2000
A prescindere dal problema più generale relativo alla natura in sè societaria o meno dell'impresa familiare, in ogni caso, quando il rapporto fra i componenti della stessa si strutturi all'esterno, come un rapporto societario, nell'ambito del quale i soci partecipino agli utili ed alle perdite, intrattengano rapporti con i terzi assumendo le conseguenti obbligazioni, spendano il nome della società, manifestando palesemente, nei rapporti esterni, l'affectio societatis, si costituisce fra i componenti stessi una società di fatto che si sovrappone al rapporto regolato dall'art. 230 bis, c.c., di talché tale rapporto perde di rilevanza esterna, con conseguente applicazione — ad esempio — in relazione alle procedure concorsuali, dei principi generali che regolamentano le società di fatto, tra i quali l'assoggettabilità al fallimento di tutti i soggetti che partecipano al rapporto societario.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3520 del 24 marzo 2000)
Cass. civ. n. 11689/1999
Nell'impresa familiare le decisioni concernenti l'impiego degli utili e degli incrementi sono adottate da tutti i familiari che partecipano all'impresa stessa, sicché da tanto è dato desumere che vi è una partecipazione paritetica di tutti i suoi componenti all'organizzazione ed all'esercizio della stessa.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 11689 del 16 ottobre 1999)
Cass. civ. n. 1917/1999
Ai fini della disciplina di diritto internazionale privato, nel regime anteriore alla riforma introdotta con la legge 31 maggio 1995 n. 218, è da escludere che l'impresa familiare di cui all'art. 230 bis c.c. sia riconducibile ai rapporti di famiglia (art. 17 preleggi), ma si tratta di un rapporto contrattuale (art. 25 preleggi), fonte di diritti ed obblighi tra le parti, atteso che la costituzione dell'impresa familiare non è automatica, ma richiede la manifestazione di volontà delle parti che può essere espressa anche per fatti concludenti.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1917 del 6 marzo 1999)
Cass. civ. n. 4171/1997
La volontà dei partecipanti alla comunione tacita familiare può essere manifestata anche attraverso un comportamento tacito concludente e non richiede uno specifico atto di conferimento di beni patrimoniali, essendo sufficiente lo svolgimento di attività lavorativa in comune, che è idonea di per sè anche all'espressione della volontà negoziale indirizzata al compartecipe.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4171 del 13 maggio 1997)
Cass. civ. n. 1304/1997
Qualora l'impresa familiare prevista dall'art. 230 bis c.c., sia stata costituita a seguito di negozio ritualmente formalizzato mediante atto scritto, chi intenda contestare la configurabilità in concreto di siffatta impresa per essere rimasto ineseguito l'accordo che vi ha dato origine, ha l'onere di dimostrare rigorosamente tale inesecuzione, provando che è in realtà mancata quella effettiva collaborazione che dell'impresa familiare costituisce elemento essenziale.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1304 del 12 febbraio 1997)
Cass. civ. n. 10412/1995
Il potere di gestione ordinaria dell'impresa familiare spetta ex art. 230 bis esclusivamente al titolare della stessa e l'eventuale esercizio di tale potere in violazione degli obblighi scaturenti dalla norma suddetta comporta non l'invalidità degli atti posti in essere ma unicamente l'obbligo di risarcire i danni provocati.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 10412 del 4 ottobre 1995)
Cass. civ. n. 2060/1995
La configurazione dell'impresa familiare — con la correlativa competenza del giudice del lavoro —, pur essendo «residuale» (nel senso che ricorre quando le parti non abbiano diversamente qualificato, neanche per facta concludentia, il loro rapporto), ha carattere imperativo e non può eludersene l'applicazione, senza che sia necessaria una formale dichiarazione negoziale al riguardo, quando difetti una diversa pattuizione regolatrice del rapporto.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2060 del 23 febbraio 1995)
Cass. civ. n. 11786/1993
L'istituto dell'impresa familiare ha carattere residuale, in quanto appresta una tutela minima ed inderogabile a quei rapporti di lavoro comune che si svolgono negli aggregati familiari, ricondotti in passato ad una causa affectionis vel benevolentiae, o ad un contratto innominato di lavoro gratuito, con la conseguenza che l'istituto, e la correlativa competenza del giudice del lavoro, non è configurabile quando i rapporti intervenuti tra i componenti della famiglia, estrinsecantesi in un'attività economica produttiva, trovino il loro fondamento in un diverso rapporto contrattuale, quale quello di società.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11786 del 29 novembre 1993)
Cass. civ. n. 697/1993
La configurabilità del rapporto d'impresa familiare dedotto nell'atto introduttivo del giudizio — con la conseguente devoluzione della relativa controversia alla competenza per materia del pretore in funzione di giudice del lavoro — non può essere esclusa per la mancanza di un atto scritto costitutivo dell'impresa disciplinata dall'art. 230 bis c.c., atteso che tale istituto, avente carattere residuale, non presuppone necessariamente una formale dichiarazione negoziale bensì una collaborazione (del familiare nell'impresa) non riconducibile ad una diversa pattuizione, la cui esistenza deve essere provata dalla parte che contesta la suindicata qualificazione del rapporto.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 697 del 20 gennaio 1993)
Cass. civ. n. 323/1990
La circostanza che i diversi membri della famiglia trattengano per sé i proventi dei fondi da ciascuno d'essi coltivati non è preclusiva della configurabilità d'una impresa familiare coltivatrice, né è per sé dimostrativa dell'avvenuto scioglimento della stessa, che si attua, invece, con il consenso delle parti mediante la divisione del patrimonio comune oppure, limitatamente ad alcuno dei componenti della famiglia, per effetto di recesso o di esclusione (a seguito di decisione della maggioranza) con conseguente liquidazione dei diritti degli uscenti.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 323 del 22 gennaio 1990)
relative all'articolo 230 bis Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 230 bis Codice civile - Impresa familiare | Quesito Q201513207
lunedì 18/05/2015 - Sicilia
“Il signor X ha fatto parte dal 1997 di una società familiare senza nessuna interruzione fino al 2014 data della cessazione; il signor X in questi anni ha ricevuto solo acconti utili gli verranno conteggiati gli ultimi 10 anni o dal 1997 al 2014?”
Il tema della prescrizione del diritto agli utili spettanti in virtù della collaborazione in una impresa familiare (art. 230 bis del c.c.) è stato oggetto di alcune pronunce della Corte di Cassazione, che ha chiarito la decennalità del termine prescrizionale, in virtù del fatto che tale rapporto lavorativo si concreta in una collaborazione continuativa e coordinata ai sensi dell'art. 409, n. 3 c.p.c. (rapporto parasubordinato), al quale vanno applicati, quindi, gli istituti giuridici non solo di diritto processuale, ma anche di diritto sostanziale che trovano applicazione nei casi di veri e propri rapporti di lavoro subordinato.
Con sentenza del 15 luglio 2009, n. 16477, la Suprema Corte ha sancito: "Il diritto agli utili dell'impresa familiare, previsto dall'art. 230 bis c.c., è condizionato dai risultati raggiunti dall'azienda, essendo poi gli stessi utili naturalmente destinati (salvo il caso di diverso accordo) non alla distribuzione tra i partecipanti ma al reimpiego nell'azienda o in acquisti di beni; la maturazione di tale diritto - dalla quale decorrono rivalutazione monetaria ed interessi ex art. 429 c.p.c., in relazione alla riconducibilità della collaborazione continuativa all'impresa familiare ad uno dei rapporti di cui all'art. 409 c.p.c., n. 3 - coincide di regola, in assenza di un patto di distribuzione periodica, con la cessazione dell'impresa familiare o della collaborazione del singolo partecipante (Cass. civ., 22.10.1999, n. 11921; Cass. civ., 23.12.2003, n. 19683), sicché la prescrizione applicabile - ordinaria decennale, salva l'ipotesi di detto patto - comincia a decorrere da uno dei due summenzionati eventi" (nello stesso senso vedi anche Cassazione, Sez, Lavoro, n. 20273 del 27 settembre 2010).
Pertanto, nel nostro caso, la prescrizione del diritto agli utili inizia a decorrere dalla cessazione dell'impresa familiare. Poiché la chiusura dell'impresa è avvenuta nel 2014, il collaboratore ha ancora diritto a chiedere tutti gli utili non percepiti fin dall'inizio del rapporto lavorativo.
Norma di riferimento: Articolo 230 bis Codice civile - Impresa familiare | Quesito Q201512999
martedì 28/04/2015 - Sicilia
“Un componente di una societa' familiare art. 230 bis cc non propietario della azienda per molti anni ha ricevuto solo acconto sugli utili; cessata la società chiede di regolarizzare il tutto; in un eventuale contenzioso si deve rivolgere al giudice del lavoro, al giudice societario o al giudice civile?”
Consulenza legale i 06/05/2015
In caso di controversia in merito ai diritti patrimoniali in tema di impresa familiare, la competenza è quella del giudice del lavoro.
Tale posizione è motivata in giurisprudenza attraverso la qualificazione del rapporto che si viene a instaurare tra l'imprenditore e i familiari - che prestano la loro attività lavorativa in modo continuativo - come lavoro parasubordinato.
Sul punto si vedano le più risalenti sentenze della Corte di Cassazione n. 5975/1997, n. 8033/1997 e n. 891/1988), ma anche la recente sentenza della sez. lavoro, 8.4.2015 n. 7007, che ha affermato: "La giurisprudenza di questa Corte ha infatti chiarito in proposito (Sez. 1, Sentenza n. 158 del 16/01/1990; Sez. 1, Sentenza n. 3411 del 10/05/1988; Sez. L, Sentenza n. 7460 del 12/12/1986; Sez. L, Sentenza n. 6069 del 23/11/1984) che, in tema d’impresa familiare, la cognizione del giudice del lavoro, ex art. 409 cod. proc. civ., non è circoscritta all’accertamento del diritto alla remunerazione dei soggetti indicati dall’art. 230 bis cod. civ., ma comprende la domanda con la quale un coniuge, previo accertamento della partecipazione all’impresa familiare con l’altro coniuge, chieda, ai sensi della disposizione citata, l’attribuzione di beni o di quote di beni, che assuma acquistati con i proventi dell’impresa stessa, posto che tali pretese trovano titolo nel rapporto di collaborazione personale, continuativa e coordinata, riconducibile nella previsione dell’art. 409 n. 3 cod. proc. civ., il quale non diversifica le controversie in ragione del fatto che sia stata proposta una domanda di accertamento ovvero di condanna".
La Suprema Corte a Sezioni Unite (sentenza n. 10906 del 30 ottobre 1998) aveva già affermato che in materia sussisteva la competenza del pretore giudice del lavoro: oggi la figura del pretore è stata soppressa, ma rimane il giudice del lavoro.
Norma di riferimento: Articolo 230 bis Codice civile - Impresa familiare | Quesito Q20114609
venerdì 23/09/2011 - Veneto
“Potrei avere informazioni riguardo la liquidazione di un figlio che ha lavorato come collaboratore ( 31% ) nell'impresa familiare del padre? Vi ringrazio e vi saluto”
Chi desidera uscire dall’impresa chiederà la liquidazione della propria quota. La liquidazione deve avvenire in denaro, salvo che gli interessati non concordino una liquidazione in natura.
Salvo diversa pattuizione, chi esce ha diritto a una liquidazione riferita all quota di utili e incrementi non distribuiti al momento della cessazione della collaborazione, tenuto conto anche dell'avviamento. Non si calcola il mantenimento goduto (che quindi non può essere sottratto dal conteggio). La liquidazione fa capo al titolare dell'impresa familiare.
Norma di riferimento: Articolo 230 bis Codice civile - Impresa familiare | Quesito Q20112194
“Deve essere denunciata all'INAIL la moglie, in una impresa familiare che si occupa di vendite di materiali edili con contratto di agenzia, che come attività prevalente risponde, da un telefono cellulare aziendale, da casa e non andando in ufficio, alle chiamate dei clienti ?”
Per gli agenti che svolgono attività in forma individuale non esiste un obbligo generalizzato di iscrizione all'INAlL, poiché non svolgono alcuna delle attività previste ed elencate all'articolo 1 del Testo Unico sugli infortuni n. 1124 del 1965 (manca il requisito della tutela per l’esercizio di un lavoro "pericoloso"); tuttavia, l'iscrizione è obbligatoria se nell'attività aziendale, oltre al titolare, vi sono dipendenti, soci, collaboratori familiari, collaboratori coordinati e continuativi. In tali casi occorre presen­tare domanda alla sede INAIL territorialmente competente.

References: Articolo 230
 Cass. 
 art. 315

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 art. 230
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 Articolo 230
 sentenza 
 art. 429
 Cass. 
 Articolo 230
 art. 230
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 art. 409
 Articolo 230
 Articolo 230