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Timestamp: 2020-08-13 05:59:32+00:00

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tratto da www.altalex.com
Cassazione , SS.UU. penali, sentenza 28.03.2006
Le Sezioni Unite Penali della Cassazione hanno sancito,in via definitiva, l’applicabilità delle misure alternative alla detenzione anche al cittadino extracomunitario stabilendo il principio di diritto che “in materia di esecuzione della pena detentiva, le misure alternative alla detenzione in carcere (nella specie, l’affidamento in prova al servizio sociale), sempre che ne sussistano i presupposti stabiliti dall’ordinamento penitenziario,possono essere applicate anche allo straniero extracomunitario che sia entrato illegalmente nel territorio dello Stato e sia privo del permesso di soggiorno".
In particolare,secondo la Suprema Corte,"laddove il Tribunale di sorveglianza abbia accertato rigorosamente l’oggettiva sussistenza dei presupposti stabiliti per la concessione, a favore dello straniero condannato che ne abbia fatto richiesta e che ne sia ’’meritevole’’, di una delle misure alternative alla detenzione in carcere previste dagli artt. 47 e segg. ord. penit., è destinata a dispiegarsi nella sua pienezza ed effettività, per il rilievo costituzionale che rivestono la forza precettiva dei principi in materia di pari dignità della persona umana e di funzione rieducativa della pena".
Secondo un primo orientamento espresso dalla Corte in alcune sentenze (v. Cass., Sez. I, 20/5/2003, Calderon, rv. 226134; Sez. I, 5/6/2003, Mema; Sez. I, 11/11/2004, P.G. in proc. Hadir,; Sez. I, 22/12/2004, P.G. in proc. Raufu Emiola Orolu) la condizione di clande stinità o di irregolarità dello straniero extracomunitario era ritenuta, di per sé, preclusiva all’appli cazione di misure alternative alla detenzione, perché, nel rigore della normativa dettata dal vigente testo unico sull’immigrazione,risultava oggettivamente impossibile instaurare l’interazione tra il condannato e il servizio sociale a causa dell’illegale permanenza nel territorio dello Stato, né poteva ammettersi che l’esecuzione della pena abbia luogo con modalità tali da comportare la violazione o l’elusione delle regole che configurano detta illegalità.
L’opposto orientamento (v. Cass. Sez. I 18 maggio 2005 n. 22161 ) aveva sostenuto, invece, che la condizione dello straniero clandestino o irregolare, pur se soggetto ad espulsione amministrativa da eseguire dopo l’espiazione della pena, non è di per sé ostativa alla concessione di misure extramurarie (vedi "Le misure alternative applicabili anche ai clandestini").
Ricorda la Corte che tale linea interpretativa,dapprima affermatasi in riferimento alla semilibertà (v. Cass., Sez. I, 14/12/2004, P.G. in proc. Sheqja), è stata ripresa e sviluppata,con dovizia e perspicuità di argomentazioni, da una successiva sentenza riguardante l’affidamento in prova al servizio sociale (v. Cass., Sez. I, 18/5/2005, Ben Dhafer Sami), cui hanno poi aderito altre decisioni della stessa Sezione (v. Cass. Sez. I, 18/10/2005, P.G. in proc. Tafa; Sez. I, 25/10/2005, P.G. in proc. Chafaoui; Sez. I, del 24/11/2005, P.G. in proc. Metalla).
A seguito della sentenza delle SS.UU.,in commento,gli stranieri privi di permesso di soggiorno e raggiunti da un provvedimento di espulsione non vanno solo per questo automaticamente esclusi dal regime delle misure alternative al carcere, se si trovano in prigione a scontare una condanna.
Tale interpretazione scaturirebbe,peraltro,dalla giurisprudenza di legittimità, che ha stabilito che le misure alternative alla detenzione in carcere, per la finalità rieducativa e risocializzatrice che ad esse è propria, devono essere applicate nei confronti di tutti coloro che si trovano ad espiare pene inflitte dal giudice italiano in istituti italiani, senza differenziazione di nazionalità, non esistendo alcuna incol patibilità tra l’espulsione da eseguire a pena espiata e le varie opportunità trattamentali che l’ordina mento offre, dirette a favorire il reinserimento del condannato nella società, posto che, in un’ottica transnazionale,’’ la risocializzazione non può assumere connotati nazionalistici, ma va rapportata alla collaborazione fra gli Stati nel settore della giurisdizione penale’’.
La Corte sottolinea,inoltre, come nel vigente ordinamento non esista una sorta di regime penitenziario ’’speciale’’ che, restando impermeabile ai principi costituzionali di uguaglianza e di finalità rieducativa della pena, comporti il divieto di applicazione delle misure alternative alla detenzione in carcere nei confronti degli stranieri extracomunitari condannati, i quali, versando in condizione di clandestinità o di irregolarità, siano soggetti ad espulsione dal territorio dello Stato a pena espiata.
La Corte ha chiarito che è proprio il provvedimento giurisdizionale del Tribunale di sorveglianza, che determina le forme alternative di espiazione della pena, a costituire ex lege il ’’titolo’’ idoneo a sospen dere l’esecuzione dell’espulsione amministrativa e a legittimare la permanenza dello straniero sul territorio nazionale, nonché l’eventuale svolgimento di un’attività lavorativa per il periodo indicato nel medesimo provvedimento, anche con modalità sostanzialmente derogatorie alla restrittiva disciplina dettata per tali soggetti in materia di accesso al lavoro.
Nondimeno, come affermano le Sezioni Unite, “dall’analisi logico-sistematica e da una lettura costi tuzionalmente orientata della normativa penitenziaria e di quella in materia di immigrazione sem bra dunque lecito desumere che, laddove il Tribunale di sorveglianza abbia accertato rigorosa mente l’oggettiva sussistenza dei presupposti stabiliti per la concessione, a favore dello stranie ro condannato che ne abbia fatto richiesta e che ne sia ’’meritevole’’, di una delle misure alterna tive alla detenzione in carcere previste dagli artt. 47 e segg. ord. penit., è destinata a dispiegarsi nella sua pienezza ed effettività, per il rilievo costituzionale che rivestono, la forza precettiva dei principi in materia di pari dignità della persona umana e di funzione rieducativa della pena”.
Altalex, 5 maggio 2006
Scarica il testo della Sentenza 28 marzo 2006-27 aprile 2006, n.7458

References: sentenza 
 Cass. Sez. 
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