Source: https://marcomassarotto.com/2013/09/09/le-10-tecniche-usate-per-far-durare-di-meno-i-nostri-telefoni-e-la-e-waste-limmondizia-digitale-che-producono/
Timestamp: 2020-06-01 08:03:08+00:00

Document:
Le 10 tecniche usate per far durare di meno i nostri telefoni. E la “E-Waste”: l’immondizia digitale che producono. | Marco Massarotto
Viviamo (e decisamente meglio) grazie agli smartphone. Sono strumenti talmente utili che li cambiamo ogni 12 mesi. Ma li cambiamo ogni 12 mesi perché il progresso corre così veloce o perché c’è qualcosa che non sappiamo?
C’è un fenomeno che si chiama Planned Obsolescence, obsolescenza programmata, invecchiamento programmato. È la scienza, o arte o pratica di programmare nuovi prodotti con un ciclo di vita più corto di quello che potrebbero avere per massimizzare il ricambio e i profitti. Esempi eclatanti: i computer e la telefonia, ma pare essere pratica comune anche tra i produttori di batterie di auto, di pneumatici per bici, scarpe, cuffie.
Come si fa? Ci sono molti trucchetti ben riassunti sulla pagina di Wikipedia sull’argomento.:
1) l’uso di materiali di (più) facile rottura, già nel 1924 un cartello di aziende stabilì di produrre lampadine che non durassero più di 1.000 ore
2) rendere i costi di riparo e manutenzione alti come quelli di acquisto di uno nuovo
3) impossibilità di cambiare le batterie, così il prodotto “dura quanto” la batteria
4) release di nuove versioni di software (volutamente) incompatibili con le versioni precedenti
5) accorciare o ridurre i programmi di assistenza
6) programmando nuovi design con lo scopo di far apparire “out of fashion” quelli precedenti, usando i cicli delle collezioni di moda
7) inviando notifiche dal vecchio telefono suggerendo che sia il momento di passare a uno nuovo
8) far smettere di funzionare il prodotto (per assurdo che possa sembrare ci sono stampanti con uno smart chip che le fa smettere di funzionare dopo un certo numero di pagine stampate!) o farlo funzionare meno/peggio come ha ammesso la stessa Apple nel 2017, dichiarando che fa durare intenzionalmente meno le batterie dei telefoni di edizioni passate.
9) combinare più prodotti assieme in modo che il primo che finisce obblighi alla sostituzione anche degli altri (es. cartucce delle stampanti di più colori unite, finito il grigio devi cambiarle tutte)
10) La programmazione e introduzione scadenziata di nuove tecnologie o feature.
È legittimo per ogni imprenditore ingegnerizzare i propri prodotti nel modo che preferisce e sta ai consumatori premiarlo o rivolgersi ad altri. Ci sono però due aspetti nei casi in questione che meritano un approfondimento:
– la consapevolezza, cioè la maturità del mercato di sapere che il prodotto che si pensa sia “superato” era stato programmato per apparire tale. Forse ci comporteremmo in modo diverso nelle scelte d’acquisto sapendolo.
– l’inquinamento. Spesso lo smaltimento di questi prodotti, specialmente quelli elettronici contententi batterie con sostanze chimiche pericolose, è complesso e la loro dispersione nell’ambiente o comunque il loro accumulo è pericoloso, se non dannoso, per l’ambiente. Gli smartphone, con le loro batterie, sono oggetti di difficile smaltimento. È stato fatto anche un Decreto Ministeriale per regolamentare tale smaltimento. Tale decreto prevede appositi raccoglitori (ne avete mai visti?) e impone il dovere di ritiro con però alcune assurde eccezioni.
Il problema degli smartphone abbandonati (pare che la maggior parte delle persone infatti ne disponga in modo insicuro per l’ambiente) sta assumendo dimensioni globali. Se ne è occupato anche il NY Times con una piccola inchiesta.
Il problema, sottolinea il NY Times, è a due vie: la crescente domanda di metalli per i nuovi smartphone e il problema del loro difficile smaltimento.
Provate a googlare “E Waste in Africa” e scoprirete un mondo. Quello dell’Electronic Waste. E dell’Africa che fa da discarica globale per gran parte dei 50 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno. Un mondo di ragazzini africani che vanno a rovistare tra discariche di rifiuti elettronici alla ricerca di qualche componente di valore. Sull’argomento molti paesi africani si sono già pronunciati, richiedendo regolamenti al riguardo.
Proprio perché gli smartphone sono strumenti di libertà, di conoscenza, di relazione sempre più importanti dobbiamo ridurre il rischio che essi stessi diventino una seria minaccia ambientale. Ci hanno provato gli olandesi della Waag Society con il progetto Fairphone (uno smartphone fatto con politiche di acquisto e produzione solidali e programmi di EWaste management integrati presentato al PicNic di Amsterdam nel 2012), ma è chiaro che si tratta di un prodotto di nicchia che ha appeal per frange di consumatori molto sensibili all’argomento.
Ben vengano quindi iniziative come quella che PARE stia pensando Apple, cioè di ritirare e offrire 200 USD per i vecchi iphone se se ne compra un nuovo. D’altronde Apple, in questo momento il produttore col maggiore “parco” di telefoni nuovi e dismessi, dovrà osservare rispetto per il suo fondatore, Steve Jobs, che ha disegnato un primo iPhone talmente equilibrato che sapeva invecchiare e che ha sintetizzato in modo mirabile l’ecologia del mezzo e la sua capacità di integrarsi con la nostra vita, dicendo in questo video: Il computer è la bicicletta per la mente, perché ne massimizza l’efficienza.
Come consumatori possiamo fare tre cose:
– smaltire i vecchi smartphone, computer etc etc secondo le regole e/o usando i programmi di riciclo dei produttori, ad esempio quello di Apple: http://www.apple.com/it/recycling/
– invitare i produttori ad assumere policy più stringenti per la produzione, l’obsolescenza e il ritiro/smaltimento: una quota del plusvalore generato dalla Planned Obsolescence dovrebbe andare a predisporre piani di smaltimento programmati
– tenere i propri prodotti sei mesi in più e stimolare i produttori a cicli di vita più lunghi
Questo articolo è stato pubblicato in Technology e taggato come ewaste, iphone, iphone5s, iphone6 il 09-09-2013 da marcomassarotto
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21 pensieri su “Le 10 tecniche usate per far durare di meno i nostri telefoni. E la “E-Waste”: l’immondizia digitale che producono.”
Diego Fontana 09-09-2013 alle 12:06 pm
a questo articolo molto completo mi permetto solo di aggiungere due argomenti:
1. L’obsolescenza programmata non riguarda solo la concretezza dei materiali, ma usa moltissimo anche un’arma più immateriale ma non meno potente: la rispettabilità sociale. Il sistema della moda ne è un esempio perfetto. Capi che durerebbero ancora per molti anni non sono più “di moda” cioè non sono più accettati in una determinata comunità di persone e quindi vengono accantonati, anche se perfettamente utilizzabili.
2. Purtroppo oltre al tema dei rifiuti, c’è anche quello della produzione. Basta digitare Coltran per accedere a informazioni che, se all’inizio sembrano argomenti per complottisti della peggior specie, ben presto lasciano trapelare un quadro orribile. Metto un link solo per comodità, ma è molto semplice cercare in rete:
Valerio Mariani 09-09-2013 alle 4:36 pm
Bellissimo post, ma si poteva evitare il riferimento a Apple che è stata la prima azienda a produrre un telefono con batteria NON sostituibile e che per anni è stata considerata la pecora nera delle aziende hi tech in termini di ecosostenibilità (si vedano le classifiche di Greenpeace di qualche anno fa).
Marco Massarotto Autore articolo 09-09-2013 alle 7:30 pm
Ciao Valerio, ho voluto evitare di riferirmi alle aziende, ma avendo usato l’immagine di apertura su Apple, mi sembrava giusto “bilanciarla” con un riferimento a una pratica (forse, finalmente…) migliorativa.
Marco Massarotto Autore articolo 09-09-2013 alle 7:35 pm
Grazie Diego, come non concordare? Volevo solo fare una riflessione ad alta voce sulla responsabilità che viene con la proliferazione dei “device”.
Lucio Bragagnolo (@loox) 10-09-2013 alle 1:00 am
I dieci trucchetti per l’obsolescenza programmata, applicati ai telefoni, mi sembrano un po’ fuori luogo. Marco mi perdonerà se li ho un po’ contestati su http://macintelligence.org/blog/2013/09/10/dieci-trucchetti-che-non-ho-capito/
Marco Massarotto Autore articolo 10-09-2013 alle 5:18 am
Ciao Lucio, come dicevo nel post, li ho semplicemente copiati da Wikipedia [http://en.wikipedia.org/wiki/Planned_obsolescence] 🙂 Il “cambiare telefono ogni 12 mesi è un caso estremo che serve come provocazione, ma la sostanza non cambia se sono 24 mesi e potrebbero invece essere 36 o 48… Cmq colgo il punto, sarebbe utile avere le medie nazionali.
Il “producono” significa che i “trucchi” (soggetto) aumentano il numero di telefoni in circolazione e quindi anche il numero di “immondizia digitale”.
Il discorso immondizia digitale che inquina meno di quella analogica lo prendo, come è, come una battuta. 🙂 I dispositivi elettronici, infatti, contengono moltissimi elementi chimici non smaltibili.
Per quel che riguarda la tua esperienza con i casi citati da Wikipedia, grazie mille, molto interessante. Credo quei 10 punti si riferiscano ai prodotti tecnologici in generale e non tutti solo all’iPhone. E, fammi dire, mi sembri un utente molto attento alla cura e conservazione del tuo amato prodotto. Ma non sono tutti come te. Il mondo è bello perché è vario.
Non voglio poi entrare nel merito di tutti i punti, ma solo a titolo di esempio di come le cose possano essere diverse da soggetto a soggetto:
– l’evoluzione del software e la retroattività, non è necessario che il nuovo OS “funzioni” sui vecchi device, ma dipende anche *come* funziona. Un telefono che diventa o appare “più lento” con un nuovo OS ti invoglia a cambiarlo
– il fattore “Moda” a volte coincide anche solo con il dire o mostrare di avere il modello nuovo come Status Symbol, basta quindi anche una piccola differenza
– la programmazione delle tecnologie: certo che esistono cose nuove, ma la tecnologia degli schermi “touch”, per fare un esempio, esiste ed è stata commercializzata dagli anni ’70, quindi c’è una chiara programmazione commerciale, questo è proprio un fatto
Grazie per il tuo contributo, che approfondisce l’argomento. Come ti dicevo, i 10 punti li ho citati da WIkipedia, sicuramente saranno incompleti o imprecisi e il tuo caso contribuisce ad approfondire un problema che sta occupando governi e ONG. Come consumatori di elettronica siamo tutti molto diversi (io, e tante aziende, cambio telefono in leasing ogni 12 mesi, sino a che ha un valore sul mercato, dopo 4 anni è invendibile…) e di fatto l’accumulo di tecnologia è destinato a crescere. Certo il mio “teniamo i prodotti sei mesi in più” che se moltiplicati per milioni di persone significa milioni di telefoni in meno era un ingenuo appello a fare quel poco che come consumatori si possa fare, è evidente che la soluzione sta in mano a leggi e regolamenti che rendano i prodotti tecnologici più sostenibili. C’è molto da fare e dire comunque. Lungi da me il voler definire la materia, se non aver solo lanciato il sasso.
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Lucio Bragagnolo (@loox) 10-09-2013 alle 11:31 am
Credo sempre nella responsabilità individuale. Devo ancora smaltire uno smartphone nella mia vita, ma quando verrà il momento ho la piattaforma ecologica a un quarto d’ora da casa e non sarà un problema (posto che poi le autorità riciclino veramente, altro punto critico…).
Il problema è chi lo butta. Poi le nazioni prive di civiltà che accettano di ridursi a discarica. E poi anche i leasing (scherzo! 🙂
Grazie per la risposta, buon lavoro!
Marco Massarotto Autore articolo 10-09-2013 alle 11:40 am
Anche io credo sia un problema in primis di sensibilità/responsabilità individuale in cui mi metto al PRIMO posto della lista 😀
giulio giuliani 10-09-2013 alle 1:25 pm
Ciao, Marco. Da non addetto ai lavori ho trovato illuminante il tuo post. Mi sono permesso di riproporre il ragionamento a modo mio:
http://piazzamaggiore.wordpress.com/2013/09/10/la-maledizione-colpisca-il-tuo-cellulare/
Marco Massarotto Autore articolo 10-09-2013 alle 1:37 pm
Ciao Giulio, credo che l’importante sia parlarne.
fivefix (@5fix) 11-09-2013 alle 9:09 am
Vero che i produttori studiano queste cose per vendere, ma noi consumatori non siamo da meno, cambiamo spesso device solo per il gusto di avere l’ultima novità, senza valutare se davvero le nuove funzionalità ci servono realmente, sempre che ce ne siano.
Riporto il mio caso, possessore di iPhone 4 con tasto home semi-funzionante e tasto power fuori uso; bene, con assistiveTouch mi porto avanti un device di almeno tre anni, che tolti i problemi hardware rimane pur sempre un ottimo smartphone che nulla ha da invidiare alle ultime novità presentate.
Non lamentiamoci se Apple fa pagare 600€ il suo iPhone “low cost” se poi cambiamo telefono ogni anno perché viene introdotto -per esempio- SIRI (per chiedergli poi di raccontarci delle barzellette) o un lettore di impronte digitali (a chi serve realmente?).
Marco Massarotto Autore articolo 11-09-2013 alle 9:16 am
Assolutamente d’accordo fivefix. Le responsabilità van condivise. Anche sullo smaltimento.
andrea incalza 11-09-2013 alle 9:46 am
marco anche io ho provato a interessarmi a questo argomento leggendomi un libro come quello di Latouche considerato il faro del movimento sulla decrescita felice. solo che dopo averlo letto mi sono posto alcune domande: siamo sicuri che sia sempre e solo colpa dei cattivi capitalisti (lo dico perché l’area culturale di appartenenza dello scrittore è palesemente di sinistra)? non metto in dubbio che in molti casi ci sia un “chiaro” intento dei produttori a creare le condizioni per un turn-over rapido che incentivi i consumi a favore dei loro profitti (anche il caso delle automobili insieme a quello delle lampadine è emblematico) ma trattare i consumatori sempre come degli idioti incapaci di ragionare con la propria testa mi fa sempre diffidare un po’ delle teorie in questione. ed è abbastanza tipico delle congetture degli intellettuali di sinistra pensare alla massa di individui come a un gregge di pecore idiote a cui solo loro possono indicare la strada verso uno scenario che però non è detto che a tale massa piaccia. perciò se è pur vero quanto hai elencato forse il vero sforzo da fare è quello di investire sui processi formativi che effettivamente facciano crescere la consapevolezza degli individui anche nei momenti in cui si trovano di fronte ad un acquisto in modo che abbiano tutte le informazioni per capire se gli convenga o meno. è successivamente regolamentare i processi di riciclo come dicevi tu per rendere i cicli di vita più virtuosi.
Marco Massarotto Autore articolo 11-09-2013 alle 2:34 pm
Esatto Andrea: consapevolezza (di tutti) e procedure di gestione. Io sono per la crescita consapevole, non per la decrescita felice. 😉
Andrea Incalza (@CustomerKing) 11-09-2013 alle 2:52 pm
fabrye 11-09-2013 alle 5:03 pm
Volevo segnalare l’iniziativa di un italiano a Londra (che peraltro collabora con Fairphone) per incentivare la riparazione dei device elettronici
ugomatic 12-09-2013 alle 1:08 pm
ciao, e grazie fabrye per la segnalazione – sono il co-fondatore di The Restart Project, e sono molto d’accordo con voi sull’importanza della responsabilità personale, di crescere come cittadini attivi invece che solo consumatori, e invito anche a diffidare dei programmi ufficiali di “riciclo” di smartphone e simili. Chiediamoci se davvero abbiamo bisogno della nuova versione, oppure se il device può essere reso più performante/veloce ripulendolo, cancellando dati che non ci servono, magari installando una versione alternativa del sistema operativo…
Il formato dei “Restart Parties” che abbiamo elaborato a Londra funziona perchè permette alle persone di imparare divertendosi. Se avete voglia di far partire un Restart Party nella vostra zona, avete la nostra benedizione! Info sul sito, fateci sapere se interessa! Tra l’altro saremo alla Maker Faire di Roma, se passate di li’ ci si vede 🙂
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