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Timestamp: 2020-02-27 19:32:14+00:00

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P. M. Accogliersi IL ricorso e dichiararsi l’interdizione di Boscolo Riccardo “Meo” indice
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CONCLUSIONI PARTI: Ricorrente
MOTIVI DELLA DECISIONE IN DIRITTO
N. 4848/2004 R.G.
N. 66/04 R.I.
Il Tribunale Ordinario di Venezia, sezione III^ civile nella seguente composizione:
Dott. Roberto Simone Giudice
Nel procedimento n. 171/2004 promosso con ricorso depositato il 12 gennaio 2004
Boscolo Olivo “Meo” e Natola Isabella
(avvocato Fulvia Fois)
Boscolo Riccardo “Meo” – (contumace)
(Causa decisa dal Collegio in Camera di Consiglio il 21.12.2005)
CONCLUSIONI PARTI:
dichiararsi l’interdizione di Boscolo Riccardo “Meo” con ogni conseguenza di legge e conferma nomina a tutore di Natola Isabella, non ritenendo utile la trasformazione ex art. 418 CC. nel caso di specie
Accogliersi il ricorso e dichiararsi l’interdizione di Boscolo Riccardo “Meo”
Svolgimento del processo e fatto pag. 4
Motivi della decisione pag. 5
L’art. 414 C.C. nel sistema della legge 6/2004 pag. 5
La protezione attiva del non autonomo e il progetto di sostegno pag. 6
Insufficienza del giudizio di incapacità di agire ai fini della declaratoria di interdizione/inabi-litazione pag. 11
La possibilità di agire della persona non autonoma e la valorizzazione delle sue richieste e aspirazioni. Interpretazione applicativa ed interpretazione conservativa-abrogante. Strumentalità delle misure di protezione. pag. 13
La sussidiarietà funzionale dell’interdizione-inabilitazione rispetto all’amministrazione di sostegno. L’estensibilità e la totale modulabilità dell’A.d.S. e l’eccezionalità dell’interdizione. pag. 17
L’amministrazione di sostegno a favore di beneficiario psichiatrico o totalmente impossibi-litato a relazionarsi. Il prodigo pag. 20
La trasmissione degli atti al G.T. per il procedimento di A.d.S. e la revoca dell’interdizione/inabilitazione. - Gli accertamenti e i mezzi istruttori nel procedimento di interdi-zione/inabilitazione e nel procedimento di amministrazione di sostegno. Rapporti tra procedimenti. pag. 24
Natura giurisdizionale, contenziosa e accertativa dei procedimenti di interdizione e revoca dell’interdizione e necessità della difesa tecnica. Natura amministrativa, additiva e solidaristico-partecipativa del procedimento di amministrazione di sostegno. Ruolo coordinatorio e solidaristico del G.T. Non necessità della difesa tecnica nel procedimento di A.d.S. pag. 33
Sintesi giuridica. pag. 47
Applicazione del diritto al procedimento pag. 50
Dispositivo pag. 51
A seguito del ricorso presentato dai genitori di Boscolo Riccardo “Meo” per l’interdizione dello stesso, si procedeva al suo esame presso l’abitazione di Chioggia; l’interdicendo, particolarmente agitato, manifestava le sue condizioni di emotività lamentandosi continuamente, baciando i genitori e non rispondendo ad alcuna domanda.
I genitori facevano presente che, come risulta da “sintesi psicopedagogica” redatta il 11/06/2003 da responsabile sanitario, coordinatrice residenziale e referente educativo della fondazione “Candida Stefani e fratelli” di Noventa Vicentina, il ragazzo è inserito presso tale struttura residenziale ed evidenzia un costante bisogno di attenzione, alternato a momenti di estraneamento difensivo con vocalizzi bisillabici alternati, a probabile carattere autorassicurativo; anche nell’assunzione del cibo e nell’igiene personale ha bisogno di aiuto e costante controllo, così come nella deambulazione insicura ed incerta e apparentemente priva di adeguate risposte a fronte di situazioni di potenziale pericolo.
Nominata tutrice provvisoria la mamma, con trasmissione del verbale al GT di Chioggia per quanto di competenza in ordine alla tutela, in successiva udienza le parti precisavano le conclusioni come in epigrafe, evidenziandosi a verbale dall’avvocato dei ricorrenti anche come la famiglia sia estremamente provata dalla situazione, apparentemente irreversibile, del figlio e come eventuali divergenze interpretative sull’applicabilità dell’amministrazione di sostegno con il GT di Chioggia, competente per territorio, possano rendere più pesante la situazione personale dei ricorrenti.
Osserva il Tribunale che appare indispensabile, per decidere il presente procedimento, pur nei limiti di una sentenza, una completa rilettura, alla luce della nuova normativa dettata dalla legge 6/2004, dell’articolo 414 C.C. e dei principi tutti previsti in materia di capacità-incapacità di agire e delle nuove possibilità di intervento a favore di ogni persona non autonoma. Tale necessità è collegata sia alla radicalità della riforma, che ha adeguato ai principi costituzionali degli art. 2, 3 e 32 della Costituzione, e in particolare a quelli del personalismo e del solidarismo, le disposizioni già dettate dal Codice Civile in relazione all’infermità mentale abituale, inserendole in un unitario contesto di possibilità di protezione attiva e passiva a favore di ogni persona per qualsiasi causa non autonoma; sia per i contrasti dottrinari e giurisprudenziali che si sono già verificati in relazione alla applicazione della nuova normativa, sicuramente facilitati da una lettura non teleologica e non sistematica delle diverse disposizioni.
Vanno pertanto sottolineate alcune essenziali linee di lettura, senza la cui comprensione ogni interpretazione delle singole disposizioni rischia di essere, oltrechè meramente letterale ed illogica, contraddittoria, asistematica e continuamente foriera di dubbi e lacune, quando non basata esclusivamente su di una lettura meramente grammaticale delle singole espressioni usate.
1) L’art. 414 C.C. nel sistema della legge 6/2004
L’art. 414 C.C. non consente più, nella formulazione novellata, di dichiarare l’interdizione (e, attraverso il richiamo dell’art. 415 C.C., neanche l’inabilitazione per i casi meno gravi) di persone maggiorenni che “si trovano in condizione di abituale infermità di mente che li rende incapaci di provvedere ai propri interessi”, se non “quando ciò è necessario per assicurare la loro adeguata protezione”.
Già dall’univoco dato testuale dell’art. 414 C.C. risulta pertanto che l’applicabilità dell’interdizione/inabilitazione è limitata ai casi in cui il ricorso a tali istituti si rilevi indispensabile per assicurare l’adeguata protezione dell’infermo di mente.
Ma questa limitazione funzionale dell’uso degli strumenti dell’interdizione/inabilitazione si inserisce in una legge (la legge 6/2004) che ha totalmente modificato le vecchie norme dell’interdizione e dell’inabilitazione, inserendole come ultima possibilità di protezione del non autonomo nell’ambito del nuovo titolo del C.C. relativo alle “misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia”.
Va sottolineato come la legge 6/2004 si prefigga proprio la “finalità di tutelare con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente” (art. 1).
E’ evidente così che uno degli scopi principali della riforma appare quello di ridurre al minimo indispensabile il ricorso a strumenti preventivi, generali, astratti e rigidi di incapacizzazione (interdizione/inabilitazione) che compromettono “definitivamente” gli stessi diritti inviolabili e la dignità di ogni essere umano, dichiarandolo in via generale e preventiva “incapace di agire” nel consorzio sociale; anzi, attraverso la legge 6/2004 si vuole attuare una autentica protezione della persona in maniera attiva, elastica, modificabile, inserendo la “protezione” stessa nell’ambito di un progetto di sostegno (“mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente” – art. 1 della legge) che non annulli le possibilità di autonomia, anzi valorizzandole per quanto possibile.
Così è comprensibile non solo la “discrezionalità limitata e limitante” (persone che possono essere interdette) prevista dall’art. 414 C.C. per addivenire ad un giudizio di interdizione, ma anche la previsione della normale possibilità di attuare la protezione di qualsiasi non autonomo (“ogni persona che, per effetto di infermità ovvero di menomazione fisica o psichica si trova nella impossibilità anche parziale o temporanea di provvedere ai propri interessi”) – art. 404 C.C. – attraverso il ricorso alla amministrazione di sostegno; è cancellata dall’art. 404 C.C., come dall’art. 1 legge 6/2004, ogni ghettizzazione generale dell’infermo di mente (e pertanto anche del malato psichico o psichiatrico), anch’egli normalmente possibile protagonista del progetto di sostegno e non mero oggetto di totalizzante annullamento della capacità di agire. Infatti è assolutamente pacifico ed evidente che le “condizioni di abituale infermità di mente che rende incapaci di provvedere ai propri interessi” (art. 414 C.C.) rientrano, come ipotesi speciale, tra le “infermità” ovvero “menomazioni fisiche o psichiche” che possono determinare “impossibilità, anche parziale o temporanea” (e pertanto anche permanente e/o abituale) di provvedere ai propri interessi.
2) La protezione attiva del non autonomo e il progetto di sostegno
E’ già da quando sopra evidente che la legge, nella nuova formulazione finalmente aderente ai principi costituzionali del personalismo e del solidarismo, è totalmente incentrata sulla possibilità di “protezione attiva” (progetto di sostegno per le funzioni della vita quotidiana e non solo sostituzione necessaria di un rappresentante al non autonomo per gli atti giuridico-economici) di ogni categoria di persone non autonome per malattia e/o infermità fisica o psichica, tanto che si tratti di una situazione temporanea che permanente; ogni esclusione pregiudiziale di categorie di persone (anche i cosidetti infermi di mente per patologie psichiche o psichiatriche; o le persone non più in grado di relazionarsi in modo comprensibile con gli altri – per esempio le persone in coma -) da tale possibilità di protezione non solo violerebbe il principio costituzionale di eguaglianza ma anche tutti i principi della legge 6/2004; oltrechè essere positivamente vietata dall’art. 414 stesso che rende ancora attualizzabile l’interdizione per gli infermi di mente, ma solo quando ciò sia necessario per assicurare la loro adeguata protezione (ritenuta nel caso concreto, per le sue specifiche caratteristiche, impossibile attraverso l’amministrazione di sostegno).
Ogni persona che, anche per infermità psichica, possa trovarsi nelle condizioni di impossibilità di provvedere ai suoi interessi ha diritto ad essere inserita in un progetto solidaristico di sostegno nel cui ambito il decreto di cui all’art. 405 C.C. prevederà i provvedimenti indispensabili per la “cura della persona interessata”, determinando oggetto dell’incarico e durata, possibilità di sostituzione dell’A.d.S. al beneficiario per singoli atti giuridici o per una serie di essi o anche per tutti gli atti stessi, eventuale “esclusività” della sostituzione (art. 409, 1 comma C.C.), limiti di utilizzabilità delle risorse economiche da parte del beneficiario e/o dell’A.d.S., modalità dell’impiego del patrimonio e della sua conservazione a favore del beneficiario. Addirittura potrà essere previsto nel progetto di sostegno/decreto del G.T. che, nell’interesse del beneficiario (e di quello tutelato dalle disposizioni che si riferiscono all’interdetto o all’inabilitato) si estendano al beneficiario dell’A.d.S. determinati effetti, limitazioni o decadenze previsti per l’interdetto o l’inabilitato (art. 411, 3 comma C.C.).
E’ evidente che su queste premesse risulta inutile ogni discussione sulla ammissibilità di provvedimenti di sostituzione anche esclusiva del beneficiario per singoli atti o per una generalità di atti giuridico-economici, essendo evidente che il provvedimento personalizzato potrà estendersi fino ai limiti massimi per cui risulti utile nell’interesse del beneficiario in relazione a tutti, ad alcuni, a categorie di atti giuridici (art. 405, 5 comma n. 3); e mai superare i limiti stessi, in un rapporto di sussidiarietà solidale che dovrà valorizzare per quanto possibile i bisogni e le aspirazioni del beneficiario, le sue richieste, le sue scelte, i suoi dissensi, compatibilmente con gli interessi e le esigenze oggettive di protezione dello stesso (artt. 410 e 407 C.C.).
Si sottolinea preliminarmente l’esigenza che il G.T. non si senta oppresso da un compito (quello della “personalizzazione” del provvedimento) che può sembrare impossibile o difficilissimo con le forze di cui il G.T. può disporre (si ricorda comunque il potere, di cui all’art. 344, 2° c. C.C., di chiedere l’assistenza degli organi della P.A. e di tutti gli altri enti i cui scopi corrispondono alle funzioni del G.T.): né dalla volontà di emettere un provvedimento assolutamente specifico e specificante, o “perfetto”. Sulla scorta dell’esperienza di oltre un anno e mezzo di applicazione della legge nel Tribunale di Venezia e di centinaia e centinaia di casi trattati, si può constatare che anche un provvedimento in tutto o in parte “generico” può essere opportuno in molte situazioni; in particolare potrà esser previsto un decreto a carattere generale in relazione agli atti giuridici da compiere attraverso il rappresentante e potranno essere riservate ulteriori specificazioni personalizzanti in relazione alla presentazione entro un termine prefissato da parte dell’A.d.S. di un progetto articolato sulla base delle linee- quadro del provvedimento di nomina (applicazione del principio di sussidiarietà).
Va valorizzata a tal proposito l’esplicita previsione dell’art. 407, 4° c. che consente al G.T. di modificare e integrare in qualsiasi momento e modo, anche d’ufficio (oltreché su segnalazioni/richieste dei soggetti legittimati), il proprio provvedimento, perfino ad eventuale correzione di inesattezze, genericità od errori dello stesso G.T. (fisiologici in una situazione di rilevante complessità quale quella di un provvedimento “non burocratizzato” ex art. 405, 5° C.C.); oltre che l’obbligo costante, durante la vigenza dell’A.d.S., di tener conto di circostanze, esigenze e situazioni non evidenziate all’epoca del provvedimento o sopravvenute allo stesso, in relazione all’evoluzione delle condizioni socio-personali del beneficiario o all’attività dell’A.d.S. (vol. art. 410 C.C.).
Al centro del provvedimento del G.T. sono i diritti esistenziali della persona, e l’aiuto/sostegno alla stessa per superare le sue carenze di autonomia “nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana” (art. 1 L. 6/2004) e, in quanto parte dei suoi diritti esistenziali, i suoi diritti patrimoniali. Anche al di là dell’interpretazione della normativa alla luce dei principi costituzionali (art. 2 e 3), dati testuali univoci si rinvengono ancora nel 4° c. art. 405, con la previsione dell’adozione da parte del G.T. di provvedimenti urgenti “per la cura della persona interessata”; nel n. 6 del 5° c. art. 405 (necessità della valutazione da parte del G.T. della relazione periodica circa l’attività svolta e “le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario”); nella previsione della legittimazione al ricorso (cui possono essere addirittura “tenuti”, cioè obbligati) anche dei “responsabili dei servizi sanitari e sociali direttamente impegnati nella cura e assistenza della persone” (3° c. art. 406); nella valorizzazione dei “bisogni” e delle “aspirazioni” del beneficiario, operata ad esempio dall’art. 410 C.C.; insomma, tutta l’attività dell’A.d.S., prevista nel decreto di nomina, deve essere funzionale a realizzare “interventi di sostegno temporanei o permanenti” che si inseriscano nel quadro di una protezione attiva della persona “priva in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana” (art. 1 L. 6/2004).
Alla luce di quanto sopra é evidente che “l’oggetto dell’incarico”, in cui si sostanzia il nucleo essenziale del decreto del G.T. (art. 405, 5° c. n. 2) si estende (o può estendersi) ai diritti esistenziali tutti della persona e non solo ai suoi diritti patrimoniali.
Tra i diritti esistenziali rientrano in primis quelli alla “cura” e all’assistenza che l’A.d.S. ha il compito di assicurare secondo le linee programmatiche del decreto del G.T. che, come detto, può anche direttamente dare disposizioni, anche a carattere d’urgenza, sul punto (a prescindere dai compiti conferiti all’A.d.S.).
Appare opportuno in questa sede utile ricordare comunque che mai il provvedimento del G.T., o la volontà dell’A.d.S. potrà sostituirsi, nella “cura della persona”, alla volontà (“non viziata” dalla patologia in atto o da altra patologia psichica) del beneficiario stesso. Se ad esempio questi esprimerà una volontà contraria all’effettuazione di una terapia particolare e se questa volontà non risulti (art. 407 5° c. C.C.) viziata da una impossibilità o inadeguatezza di comprensione e volontà, la terapia stessa, pur se adeguata, idonea e a rischio ridotto o proporzionato, non potrà esser effettuata per lo stesso principio di libertà desumibile dal 2° c. dell’art. 32 Cost. (“nessuno può esser obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”).
Ciò, all’evidenza, non esclude che possa esser tentata dall’A.d.S. (e dallo stesso G.T. e/o da suoi ausiliari tecnici) una corretta opera di informazione e convincimento per indurre il beneficiario a superare tabù, paure o titubanze ingiustificate; ma va escluso che il provvedimento del G.T. o la decisione dell’A.d.S. possano scavalcare una permanente, libera e non viziata espressione di contraria volontà da parte del beneficiario, realizzando così un sostanziale trattamento sanitario obbligatorio in casi in cui non é imposto (o previsto) dalla legge.
Diversa è l’ipotesi in cui la volontà del beneficiario non sia stata espressa e/o non sia esprimibile; e anche quella in cui la volontà del beneficiario, pur apparentemente contraria alla effettuazione dell’intervento o terapia, sia essa stessa viziata (potrà essere opportuna per tale valutazione la nomina di C.T.U. o la valorizzazione delle cosiddette funzioni peritali dei servizi medici delle strutture sanitarie) da patologia incidente sulle possibilità di comprensione e/o volizione (ipotesi “qualificata” di “contrasto” e “dissenso” espressamente prevista dall’art. 410, 2° c. C.C.); in questi casi, anche al di là delle possibilità di operare dei principi del cosiddetto soccorso di necessità, l’A.d.S. potrà ricorrere al G.T. perché “adotti”, con decreto motivato, gli opportuni provvedimenti (art. 410, 2° c. C.C.); o essere lui stesso autorizzato a rappresentare la volontà del beneficiario e/o a disporre in luogo del beneficiario e nel suo esclusivo interesse.
Si ritiene opportuna (anche per la previsione e la concreta necessità di applicazione, in diversi casi, da parte dello stesso giudice dell’interdizione e/o dell’inabilitazione ex art. 418 ultimo comma C.C. di provvedimento provvisorio di nomina di A.d.S. con l’individuazione delle necessità più urgenti di immediata protezione), una breve trattazione in questa sede anche dei provvedimenti di urgenza previsti dall’art. 405, 4° comma C.C, di cui si tratterà sinteticamente anche nel capitolo riguardante le caratteristiche non giurisdizionali del procedimento di A.d.S. in relazione ai poteri d’ufficio del G.T.
Essi potranno essere adottati da parte del G.T. in ogni momento: eccezionalmente anche prima (o contestualmente) allo stesso inizio del procedimento, con conseguente apertura d’ufficio del procedimento; ma normalmente durante il procedimento di cui all’art. 407 C.C., nelle sue varie fasi, prima o dopo l’audizione del beneficiario. Provvedimenti d’urgenza saranno poi possibili durante il corso dell’A.d.S., anche in sede di modifica o integrazione (art. 407, 4° c. C.C.) o a fronte di contrasti e dissensi beneficiario - A.d.S. ex art. 410 C.C.; e perfino in sede di dichiarazione di cessazione dell’A.d.S. per sopravvenuta inidoneità (art. 413, 4° c. C.C.), con informativa al P.M. perché promuova giudizio di interdizione (inabilitazione).
Va infine sottolineato che, nel sistema, al provvedimento d’urgenza (se non dato dopo l’audizione da parte del G.T. del beneficiario), deve fisiologicamente seguire l’audizione del beneficiario (e, normalmente, dell’A.d.S.) per confermare in via ordinaria il provvedimento stesso e/o integrarlo, modificarlo, revisionarlo; comunque per superarlo.
In ordine al contenuto del provvedimento stesso, la legge sottolinea particolarmente attraverso di esso la “strumentalità” dell’A.d.S., potendo il G.T., come previsto dal 4° c. dell’art. 405, adottare specifici provvedimenti “per la cura della persona interessata” e “per la conservazione e l’amministrazione del suo patrimonio” anche senza procedere alla nomina di A.d.S. provvisorio; che normalmente avverrà proprio anche per realizzare i provvedimenti urgenti ritenuti dal G.T. necessari a favore del beneficiario.
È opportuno limitare, per quanto possibile, il ricorso ai provvedimenti d’urgenza, per il loro stesso intrinseco carattere provvisorio, a casi di effettiva necessità in cui é necessario evitare che il beneficiario rimanga senza “sostegno” per il tempo necessario per giungere (all’esito del proc. di cui all’art. 407 C.C.) al provvedimento ordinario di cui all’art. 405, 5° c.
Proprio per il loro carattere provvisorio i provvedimenti d’urgenza potranno essere estremamente specifici (ad esempio limitandosi a disporre per una singola operazione) ma anche estremamente ampi e generici, laddove ancora non sia possibile una adeguata “personalizzazione” ma urgano necessità ampie di protezione del beneficiario.
Così, ad esempio, avverrà normalmente ove il Tribunale disponga ex art. 418 C.C. la trasmissione del procedimento al competente G.T.; ma adotti contemporaneamente, per assicurare protezione al beneficiario che ne sia privo (anche a seguito della revoca della nomina di tutore provvisorio conseguente alla sentenza di rigetto), provvedimento urgente (ex art. 418 e 405, 4° C.C.) di nomina di A.d.S. provvisorio con compiti generici e generalizzati di cura/assistenza del beneficiario e di conservazione/amministrazione del suo patrimonio.
Tornando alla decisione ex art. 405, 5° comma C.C., va sottolineato che, nell’ambito del progetto, devono essere previsti controlli periodici sulle condizioni di vita personale e sociale del beneficiario (art. 405, 5 comma n. 6 C.C.); oltrechè (e prima che) sulla situazione economica e patrimoniale dello stesso e sull’attività economicamente rilevante dell’A.d.S. a favore del beneficiario (art. 411, 1 comma C.C.).
3) Insufficienza del giudizio di incapacità di agire ai fini della declaratoria di interdizione/inabilitazione
Risulta evidente che nell’ambito della nuova disciplina non può essere da solo decisivo il fatto che una patologia pur qualificabile come “infermità di mente” determini uno stato di “incapacità di agire” abituale (rilevante a tal punto da escludere anche totalmente la capacità del soggetto di provvedere ai propri interessi) per impedire l’applicabilità dell’A.d.S. e rendere inevitabilmente applicabile il giudizio di interdizione (art. 414 C.C.); tale situazione dovrà infatti essere valutata alla luce della possibilità o della impossibilità di proteggere adeguatamente, attraverso un idoneo e sempre modificabile progetto di sostegno (che pur preveda generali possibilità/necessità di sostituzione del beneficiario negli atti giuridici da parte del rappresentante – A.d.S.) il soggetto-beneficiario; riservandosi necessariamente l’utilizzazione del rigido ed astratto giudizio di interdizione (aprioristico, “definitivo” e totalizzante nonostante la nuova previsione del 1 comma dell’art. 427 C.C.) ai casi di inevitabilmente prevista o constata (art. 413 ultimo comma C.C.) impossibilità di protezione dell’interessato attraverso un idoneo, modificabile, specificabile, adeguabile, integrabile provvedimento ex artt. 405, 4 e 5 comma - 407, 4 comma – 410, 2 comma C.C., dettato nell’ambito di un concreto e specifico progetto di sostegno.
Viene anzi superata dalla nuova normativa, come inquadrata nei principi costituzionali, la logica stessa dell’incapacità d’agire che ha informato l’istituto dell’interdizione (interdire = vietare = protezione totale, rigida e fissa dell’incapace e della società - principalmente dal punto di vista patrimoniale - “togliendogli” ogni spazio di autonomia ed ogni responsabilità): si crea uno strumento - l’A.d.S. - attraverso cui, pur mantenendosi la tutela (peraltro totalmente diversificata) del soggetto dal punto di vista patrimoniale (cfr. artt. 405, 5° c. nn. 3-4-6, 411, 3° c. C.C.), si tende a valorizzare ogni spazio di autonomia dello stesso (art. 409, 2° c. C.C. - il beneficiario può in ogni caso compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana), per estenderlo ed incrementarlo (progetto/programma personalizzato, contenuto del provvedimento elastico e flessibile del Giudice Tutelare cfr. art. 405 C.C.) in ogni momento; e comunque modificarlo - 407 4° c., 410, 2° c., 413 C.C. - in relazione all’evoluzione della personalità del soggetto; tenendo presente la situazione del soggetto non solo dal punto di vista patrimoniale, ma soprattutto dal punto di vista dei suoi diritti esistenziali (cura della persona), in cui si inseriscono anche quelli patrimoniali.
Tutta la normativa, come modificata dalla L. 6/2004 anche nel millenario istituto giuridico della capacità di agire, evidenzia come il giudizio assoluto e totalizzante di capacità (o incapacità) di agire a fronte della condizione esistenziale di una persona che per malattia fisica o psichica abbia carenze di autonomia (e perciò difficoltà di relazione con gli altri) debba esser il più possibile sostituito dal principio, sempre relativo e mutevole, della possibilità di agire, che esige il coinvolgimento nella posizione del soggetto per un progetto di aiuto volto al superamento, per quanto possibile, delle sue condizioni di disagio (gli interventi di sostegno temporaneo o permanente di cui all’art. 1 della legge) .
L’ottica è totalmente cambiata: non più quella di un giudizio esterno e freddo, generale ed astratto che può giungere all’annullamento della possibilità per la persona di instaurare relazioni giuridicamente rilevanti (interdizione = divieto, annullamento della relazionalità); ma il prendersi a cuore, in un percorso giuridicamente rilevante, dei problemi di una persona che già soffre di menomazioni fisiche o psichiche o di infermità parziali o temporanee e che pertanto, per la sua situazione esistenziale, di fatto, in quel momento non è autonomo e non è in grado di “provvedere ai propri interessi” da solo, per giungere al superamento delle condizioni di non autonomia; o comunque per attutire le conseguenze dannose della situazione patologica nella vita del beneficiario.
Da questo nuovo punto di vista non c’è bisogno di alcun “giudizio” sulla capacità di agire della persona. La giurisdizione in senso proprio può e deve arrestarsi per esser vantaggiosamente sostituita dalle categorie esistenziali della comprensione e del coinvolgimento. In conseguenza di questa partecipazione è possibile tracciare le linee di un sostegno non affidato solo alla sensibilità di chi è accanto alla persona che soffre limitazioni della sua autonomia; attraverso i provvedimenti del G.T., (e anche attraverso quelli urgenti e provvisori emessi dal Tribunale in sede di trasmissione atti al G.T. ex artt. 418 ultimo comma e 405, 4° comma C.C.) può esser chiesto (anche ex art. 344 2° c. C.C. oltre che ex art. 406, 3° comma C.C.) il supporto coordinato degli enti e dei servizi che operano per lo stesso fine; è così possibile far acquistare al progetto dignità giuridica, evidenziare compiti, diritti e doveri, “vincolare” gli stessi operatori con disposizioni giuridicamente rilevanti, adatte ai singoli casi concreti; il progetto di sostegno è costantemente controllabile e modificabile nella sua esecuzione, anche alla luce dell’evoluzione delle condizioni personali e sociali del beneficiario (artt. 405, 5° comma n. 6 – 407, 4° comma – 410 – 413 C.C.).
Le caratteristiche e gli scopi di questo procedimento inducono a ritenere fuori luogo le preoccupazioni di coloro che temono vengano imposte limitazioni giuridiche attraverso un procedimento anomalo e ritenuto non sufficientemente garantito. Il procedimento di cui all’art. 407 C.C. è infatti volto a dare e non a togliere; a superare e non a limitare; ad accrescere e non a ridurre l’autonomia e le possibilità del beneficiario.
E’ in definitiva un procedimento volto a recuperare per quanto possibile gli spazi di autodeterminazione del beneficiario, che tali spazi ha già perduto o compromesso; o comunque ad estenderne nella misura più ampia possibile le potenzialità, migliorandone le condizioni esistenziali. Se in quest’ottica il beneficiario deve essere necessariamente sostituito nel compimento di alcuni o perfino di tutti gli atti giuridicamente rilevanti, anche questo può essere legittimato a fare l’A.d.S.. Recuperandosi il concetto esistenziale dell’agire umano, connesso alla condizione di ogni persona, il provvedimento del G.T. (e del Tribunale ex artt. 418 ultimo comma e 405, 4° comma C.C.) si umanizza nella previsione di quello che è utile al beneficiario; con esso si recupera il carattere strumentale anche degli atti giuridici ed economici, che possono essere inseriti nel percorso del progetto di sostegno della persona in difficoltà.
Così letto il quadro normativo totalmente rinnovato dalla legge 6/2004, non ottemperare l’indicazione esplicita dell’art. 414 C.C. che rende legittimo il ricorso all’interdizione solo come ultima possibilità a fronte di un’accertata o sicuramente prevista impossibilità di adeguata protezione anche dell’infermo di mente abituale (pur quando sia accertata la sua “incapacità di provvedere ai propri interessi”) attraverso l’amministrazione di sostegno, non appare solo andare contro l’espresso dettato normativo ma disapplicare un’intera riforma di civiltà (quella realizzata con la legge 6/2004) attuativa dei più fondamentali diritti inviolabili dell’uomo (artt. 2, 3 e 32 della Costituzione), che la Repubblica, ha solo il compito di riconoscere e, su questa base, di garantire (art. 2: la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale).

References: art. 418
 art. 2
 art. 1
 art. 404
 art. 405
 art. 410
 art. 405
 art. 405
 art. 406
 art. 418
 art. 410
 art. 418
 sentenza 
 art. 418
 art. 405
 art. 405
 art. 344
 art. 406