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Timestamp: 2020-04-10 13:23:51+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 19777 del 04/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19777 del 04/10/2016
Cassazione civile sez. lav., 04/10/2016, (ud. 08/06/2016, dep. 04/10/2016), n.19777
L.A.M. C.F. (OMISSIS), M.M. C.F.
(OMISSIS), S.B. C.E. (OMISSIS), elettivamente
domiciliati in ROMA, VIA GRAMSCI 20, presso lo studio dell’avvocato
MAURIZIO RIOMMI, che li rappresenta e difende unitamente
AVVOCATURA GENERALE STATO, in persona dell’Avvocato Generale pro
tempore, PRESIDENZA CONSIGLIO MINISTRI in persona del Presidente del
Consiglio pro tempore, MINISTERO ECONOMIA FINANZE, in persona del
Ministro pro tempore, domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,
avverso la sentenza n. 48/2010 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,
depositata il 22/11/2010 R.G.N. 1077/2006;
08/06/2016 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;
1.- La sentenza attualmente impugnata (depositata il 22 novembre 2010), in accoglimento dell’appello del Ministero dell’Economia e delle Finanze (d’ora in poi: MEF) avverso la sentenza del Tribunale di Bologna del 10 maggio 2006, rigetta le domande proposte, con un unico ricorso, da S.B., M.M. e L.A.M. – tutti ex dipendenti dell’Ente Poste Italiane poi comandati presso altra Amministrazione pubblica e poi trasferiti ad una ulteriore Amministrazione pubblica – ad al fine di ottenere l’accertamento: a) i primi due del rispettivo diritto all’inquadramento, invece che nella posizione economica B1, in quella B2 – sempre dell’area B – del CCNL Comparto Ministeri a decorrere dalla data del trasferimento dal Dipartimento provinciale del Tesoro di Bologna al MEF (lo S.)’ e dalla Commissione Medica di verifica di (OMISSIS) del MEF al MEF (il M.); b) la L. del proprio diritto all’inquadramento, invece che nella posizione economica B2, in quella B3 – sempre dell’area B nel medesimo CCNL – a decorrere dalla data del trasferimento dalla Avvocatura distrettuale di Bologna alla Avvocatura generale dello Stato.
a) l’atto di assegnazione dei dipendenti iscritti negli elenchi del personale in disponibilità, di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 34 bis, rientra tra gli atti di gestione del rapporto, previsti dal medesimo D.Lgs. n. 165, art. 5, e non implica l’esercizio di alcun potere pubblico nè di discrezionalità amministrativa, atteso che l’Amministrazione preposta all’individuazione del dipendente da ricollocare deve soltanto verificare la congruenza tra il profilo professionale richiesto dall’Amministrazione che intende coprire il posto vacante mediante concorso pubblico e quello dei dipendenti iscritti negli elenchi del personale in disponibilità, a partire da quello con maggiore anzianità di iscrizione (vedi: Cass. SU 13 marzo 2009, n. 6062);
b) nella specie, i lavoratori sono stati inquadrati nelle rispettive qualifiche di provenienza ed hanno ricevuto l’attribuzione del corrispondente profilo in base alla previsione contrattuale ratione temporis applicata dalle Poste;
c) è da escludere che le Amministrazioni di destinazione dovessero fare riferimento a differenti fasce lavorative, essendo esse tenute soltanto ad operare la pedissequa corrispondenza tra gli inquadramenti di provenienza e quelli di destinazione;
d) nè gli interessati hanno dimostrato che non risponde al vero la loro pedissequa accettazione, prima del distacco e dopo, dell’assegnazione definitiva attribuita loro, nè hanno sostenuto di avere svolto mansioni no corrispondenti alla qualifica di assegnazione;
2.- Il ricorso di S.B., M.M. e L.A.M. domanda la cassazione della sentenza per due motivi; resistono, con un unico controricorso, l’Avvocatura generale dello Stato, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Ministero dell’Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall’Avvocatura generale dello Stato.
1.1.- Con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione della L. n. 449 del 1997, art. 53, comma 10, del D.L. 12 maggio 1995, n. 163, art. 4, convertito, con modificazioni, dalla L. 11 luglio 1995, n. 273, nonchè dei DPCM del 4 dicembre 2000 e del 2 ottobre 2001.
Si rileva che la Corte d’appello ha fondato la propria decisione sulla disposizione di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 34 bis, che disciplina la mobilità del personale in esubero, ipotesi che non ricorre nel caso in esame, mentre non ha preso in considerazione la L. n. 449 del 1997, art. 53, comma 10, che è la norma che regola la presente fattispecie, unitamente alle altre norme ad esso collegate.
Da tutto l’indicato complesso normativo si desume che in tutte le procedure di trasferimento, volontario o concordato, dei dipendenti pubblici da una Amministrazione ad un’altra non si può mai prescindere da una equiparazione sostanziale dei profili professionali dell’ente di provenienza con quelli dell’ente di destinazione.
E, sulla base di tale raffrontò, non si può non pervenire al risultato che per il titolo di studio posseduto e per le mansioni svolte, su cui non vi è mai stata contestazione, allo S. e al M. andava riconosciuta la posizione economica 82, mentre alla L. era da riconoscere la posizione economica B3, come correttamente affermato dal Giudice di primo grado.
1.2.- Con il secondo motivo si denunciano: a) in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione del D.L. n. 163 del 1995 cit., art. 4, comma 2; b) in relazione all’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., omessa, contraddittoria, illogica e insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia.
Si sottolinea che, sempre facendo riferimento all’ipotesi disciplinata dall’art. 34 bis cit., la Corte territoriale ha qualificato atto di gestione l’atto di assegnazione dei dipendenti iscritti negli elenchi del personale In disponibilità, mentre nella specie vengono in considerazione i suindicati DPCM, emanati sulla base del D.L. n. 163 del 1995 cit., art. 4, comma 2, che sono da come veri e propri atto amministrativi, emesso da una autorità esterna al rapporto di lavoro.
Ciò è stato affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte dl cassazione nella sentenza n. 503 del 2011, ove – proprio con riferimento al trasferimento dei lavoratori dipendenti dell’Ente Poste Italiane ad altri Enti o Amministrazioni pubbliche – è stato escluso che sull’esatto inquadramento e sulla concreta disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti trasferiti possa operare autoritativamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri, precisandosi che tali questioni sono di competenza dell’ente di destinazione e che il giudice del merito è tenuto a verificare la correttezza dell’inquadramento spettante al lavoratore, sulla base dell’individuazione – nel quadro della disciplina legale e contrattuale applicabile nell’Amministrazione di destinazione – della qualifica maggiormente corrispondente a quelle di inquadramento prima del trasferimento.
3.- L’esame congiunto dei due motivi di ricorso – reso opportuno dalla loro intima connessione – porta al loro accoglimento, per le ragioni di seguito esposte.
4.- Come affermato dai ricorrenti, la sentenza attualmente impugnata risulta fondata sull’erroneo presupposto dell’applicabilità nella specie del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 34 bis, che – oltre ad essere in vigore soltanto dal 2 aprile 2005 – disciplina, unitamente con i precedenti artt. 33 e 34, il procedimento di mobilità collettiva del personale in esubero (con una normativa che, diversamente da quella propria della fattispecie di cui si tratta nel presente giudizio, riecheggia quella della L. n. 223 del 1991, artt. 4, 5 e 24, in tema di collocamento in disponibilità e licenziamenti collettivi, come affermato da questa Corte, a partire da Cass. SU 13 marzo 2009, n. 6062). Si tratta, con tutta evidenza, di una fattispecie differente da quella che viene in esame nel presente giudizio che – come afferma anche l’Avvocatura dello Stato controricorrente – è una ipotesi particolare in cui, con una normativa specifica ed eccezionale, sono state estese al passaggio diretto di dipendenti privati (di Poste Italiane s.p.a.) che si trovavano in posizione di comando al 30 settembre 1998 presso Amministrazioni pubbliche le norme sulla mobilità nel lavoro pubblico, onde consentirne l’inquadramento nei ruoli dell’Amministrazione pubblica di destinazione.
Per effetto di questo errore di fondo la Corte bolognese ha incentrato la propria decisione principalmente sul riferimento alla menzionata sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte n. 6062 del 2009 – che ha esaminato una fattispècie in cui veniva propriamente in considerazione l’applicazione dell’art. 34-bis citato – e così si è trovata (visto che non lo mai neppure richiamato) a configurare in modo del tutto “originale” – e completamente diverso da come lo ha da sempre qualificato la consolidata giurisprudenza di questa Corte – il DPCM con il quale, nella specie, è stato disciplinato il trasferimento in oggetto e sono stati attribuiti gli inquadramenti contestati, come è pacifico e viene qui ribadito a p. 5 del controricorso.
5.- Questo significa che la Corte territoriale non ha tenuto conto della normativa dettata per disciplinare la peculiare situazione di cui si tratta nel presente giudizio – a partire dalla L. n. 449 del 1997, art. 53, comma 10, e dal D.L. n. 163 del 1995, art. 4, convertito dalla L. n. 273 del 1995 – e che, quindi, ha ignorato l’ormai consolidato, orientamento di questa Corte manifestatosi a partire dalla sentenza 12 gennaio 2011, n. 503 delle Sezioni Unite, secondo cui:
a) la L. n. 449 del 1997, suddetto art. 53, comma 10, nel prevedere l’applicabilità delle disposizioni sulla mobilità volontaria o concordata tra Pubbliche Amministrazioni alla particolare ipotesi del personale dell’Ente Poste italiane (ente pubblico economico, in quanto tale equiparato ai datori di lavoro privati, poi divenuto Poste Italiane s.p.a.) in posizione di comando o fuori ruolo presso Pubbliche Amministrazioni, ha inteso valorizzare ai fini in esame la precedente posizione di dipendenti da una Pubblica Amministrazione dei lavoratori postali in questione, configurando una sorta di transitoria ultrattività di tale posizione (vedi anche Cass. SU 10 novembre 2010, n. 22800);
b) è da escludere che su tali questioni possa operare autoritativamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri con DPCM, atto avente natura amministrativa (in quanto proveniente da una autorità esterna al rapporto di lavoro) che non può assolvere la funzione di determinare la concreta disciplina del rapporto di lavoro (mancando un fondamento normativo all’esercizio di tale potere), avendo invece l’unico scopo di dare attuazione alla disciplina di cui al D.L. n. 163 del 1995, art. 4 (che ha attributo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il solo compito di operare il trasferimento);
c) pertanto, è anche da escludere ogni automatismo in materia, sia con riferimento al DPCM di inquadramento, non avendo l’equiparazione ivi contenuta efficacia vincolante – visto che il suddetto atto amministrativo non assolve alla funzione di determinare la disciplina del rapporto di lavoro, ma solamente a quella di dare attuazione alla mobilità (volontaria) tra Pubbliche Amministrazioni – sia con riferimento alla trasposizione orizzontale nelle posizioni economiche del CCNL comparto Ministeri (ex qualifiche funzionali);
d) in sintesi, con riferimento al trasferimento del lavoratore dipendente dell’Ente Poste Italiane, effettuato ai sensi del citato D.L. n. 163 del 1995, art. 4, comma 2, cit., verificandosi solo un fenomeno di modificazione soggettiva del rapporto medesimo assimilabile alla cessione del contratto, compete all’Ente di destinazione l’esatto inquadramento e la concreta disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti trasferiti e il giudice del merito è chiamato ad effettuare la verifica sulla correttezza dell’inquadramento spettante al lavoratore, in base all’individuazione, nel quadro della disciplina legale e contrattuale applicabile nell’Amministrazione di destinazione, della qualifica maggiormente corrispondente a quella di inquadramento prima del trasferimento.
6.- Il suddetto complessivo indirizzo è stato unanimemente seguito dalla successiva giurisprudenza ed è quindi assurto al rango di “diritto vivente” (vedi, fra le tante: Cass. 18 maggio 2011, n. 10933; Cass. 20 maggio 2011, n. 11189; Cass. 10 luglio 2013, n. 17117; Cass. 7 agosto 2014, n. 17764; Cass. 27 agosto 2014, n. 18416; Cass. 4 giugno 2015, n. 11556).
7.- Sempre per effetto del medesimo errore, la Corte bolognese ha altresì ritenuto che l’assenso dei ricorrenti, al passaggio nella Amministrazione di destinazione, comportasse anche un incondizionato e preventivo consenso all’inquadramento poi attribuito, mentre questa conclusione è antitetica rispetto ai suddetti principi – che sono un’applicazione dei principi generali che regolano il diritto del lavoro – perchè è evidente che, a fronte di un inquadramento disposto, senza base normativa, con un atto autoritativo del Presidente del Consiglio dei Ministri, il successivo contratto individuale non poteva certamente configurarsi, in assenza di specifiche allegazioni e prove da parte dell’Amministrazione, come un atto di rinuncia e transazione – che solo avrebbe potuto avere rilievo ex art. 2113 c.c. – e quindi la sua sottoscrizione non poteva, di per sè, comportare l’accettazione di un’erronea collocazione professionale, stante il diritto dei lavoratori ad essere assunti in un inquadramento equivalente a quello di provenienza e l’obbligo delle Amministrazioni di destinazione risultante anche dal contratto individuale – di procedere all’assunzione nelle corrispondenti qualifiche.
Nessuno specifico accordo risulta essere intercorso tra le parti al suddetto riguardo, per cui non poteva affatto ritenersi che i lavoratori avessero prestato acquiescenza all’inquadramento disposto dalla Pubblica amministrazione, visto che non risulta essere emersa nessuna manifestazione esplicita o implicita in tali sensi (vedi, per tutte: Cass. SU n. 503 del 2011 cit. nonchè Cass. SU 24 ottobre 2007, n. 22268).
8.- Il ricorso deve essere accolto e la sentenza impugnata va, quindi, cassata, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di Bologna, in diversa composizione, che si atterrà, nell’ulteriore esame del merito della controversia, a tutti i principi su affermati e, quindi, anche ai seguenti:
1) “il trasferimento a domanda del lavoratore già dipendente dell’Amministrazione delle Poste e delle Telecomunicazioni (poi trasformata in ente pubblico economico e poi in S.p.A.) ad una diversa Amministrazione, presso la quale il medesimo prestava attività in posizione di fuori ruolo o di comando al momento della trasformazione, determina la continuazione del rapporto di lavoro con l’Amministrazione di destinazione, verificandosi un fenomeno di mera modificazione soggettiva nel lato datoriale del rapporto medesimo. Pertanto, l’inquadramento del dipendente deve essere effettuato sulla base della posizione già posseduta nella precedente fase del rapporto e va individuato in quello maggiormente corrispondente, nell’ambito della disciplina legale e contrattuale applicabile nell’ente “ad quem”, all’inquadramento in essere presso l’ente di provenienza”;
2) “nell’anzidetta situazione compete all’ente di destinazione l’esatto inquadramento e la concreta disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti trasferiti, senza che su tali profili possa operare autoritativamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri con propri decreti. Ne consegue che le equiparazioni della qualifiche funzionali dell’Ente Poste Italiane alle posizioni economiche previste nel CCNL da applicare, contenute in DPCM, non hanno efficacia vincolante. Pertanto, si deve ritenere giuridicamente giustificata la verifica compiuta dal giudice del merito sulla correttezza dell’inquadramento spettante in concreto al lavoratore, all’esito della relativa individuazione, effettuata in base al suddetto metodo”;
3) “nell’ipotesi di trasferimento dei lavoratori dipendenti dell’Ente Poste Italiane (ente pubblico economico, in quanto tale equiparato ai datori di lavoro privati, poi divenuto Poste Italiane s.p.a.) ad altri Enti o Amministrazioni pubbliche, è da escludere che, in assenza di un fondamento normativo attributivo del relativo potere, la Presidenza del Consiglio dei Ministri autorità esterna al rapporto di lavoro – possa operare autoritativamente nell’ambito della concreta disciplina del rapporto stesso con DPCM, atti aventi natura amministrativa il cui unico scopo nella specie è quello di dare attuazione alla disciplina di cui al D.L. n. 163 del 1995, art. 4, convertito dalla L. n. 273 del 1995, il quale ha attributo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il solo compito di operare il trasferimento in oggetto. Pertanto, laddove con DPCM sia stato, di autorità, disposto l’inquadramento nell’ente “ad quem”, il successivo contratto individuale non può certamente configurarsi, in assenza di specifiche allegazioni e prove da parte dell’Amministrazione, come un atto di rinuncia e transazione – che soltanto potrebbe avere rilievo ex art. 2113 c.c. – e quindi la sua sottoscrizione non può, di per sè, comportare l’accettazione di un’erronea collocazione professionale, stante il suddetto diritto dei lavoratori ad essere assunti in un inquadramento equivalente a quello di provenienza e l’obbligo delle Amministrazioni di destinazione – risultante anche dal contratto individuale – di procedere all’assunzione nelle corrispondenti qualifiche”.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di Bologna, in diversa composizione.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Lavoro, il 8 giugno 2016.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 34
 art. 5
 Cass. 
 sentenza 
 art. 53
 art. 4
 art. 34
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 art. 4
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2113
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