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Rassegna stampa 24 giugno 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da Alessia peilex|Pubblicato 24 giugno 2019
21/06/2019 12.38 – quotidiano energia
Idrogeno, parte il tavolo al Mise
Sono partiti i lavori del tavolo sull’idrogeno presieduto dal sottosegretario al Mise, Davide Crippa. Alla prima riunione, tenutasi ieri al ministero, hanno preso parte Alstom Italia, Enea, Eni, Environment Park, Fincantieri, Fondazione Bruno Kessler, Gruppo Esseco, Hydrogen Park, l’Istituto per l’innovazione tecnologica di Bolzano, Industrie De Nora, Sapio, Snam, Solid Power e Rse.
“È stato avviato un percorso che permetterà la definizione di priorità, indirizzi e valutazioni di competitività nel settore delle tecnologie dell’idrogeno”, spiega in una nota il Mise, “con l’obiettivo di contribuire efficacemente alle future scelte che verranno assunte per adempiere agli impegni presi in ambito internazionale”, come il protocollo sottoscritto da Crippa lo scorso ottobre all’Hydrogen Energy Meeting di Tokyo.
“Ho colto con grande soddisfazione l’interesse sul tema dell’idrogeno da parte dei partecipanti”, sottolinea il sottosegretario, “si rafforza la nostra convinzione che sono già presenti in Italia tutte le risorse necessarie per puntare all’idrogeno da fonti rinnovabili, anche grazie all’esperienza maturata a livello internazionale da alcune delle società e degli enti coinvolti”.
Tra le sfide tecnologiche previste dall’iniziativa “Mission Innovation” (nata in occasione della Cop 21 di Parigi), ricorda il Mise, una è dedicata proprio all’idrogeno, e anche la Commissione Ue a settembre ha ribadito l’importanza dell’integrazione dell’idrogeno nel sistema delle rinnovabili.
“Sia nel Pniec che nel Piano Triennale 2019-2021 della Ricerca di Sistema elettrico”, rimarca Crippa, “abbiamo riservato all’idrogeno e alla sua filiera un interesse significativo nella prospettiva di progressiva de carbonizzazione”. Del resto, aggiunge, “anche durante la mia recente missione in Giappone ho avuto modo di constatare che a livello internazionale si sta puntando decisamente sull’idrogeno”.
Per questo motivo il sottosegretario rileva di aver chiesto ai partecipanti al tavolo di “lavorare, anche in sinergia tra loro, su progetti e idee progettuali da mettere in campo, che possano permetterci la definizione dei criteri di valutazione dei progetti, e di come questi progetti abbiano una ricaduta sui territori”.
Il prossimo incontro è previsto nel corso del mese di luglio.
24/06/2019 – Corriere della Sera – Economia
Hera, tutta mia la città (circolare)
Biometano dai rifiuti, depurazione delle acque, reti resilienti e digitali. L’ impegno della multiutility sul territorio
La città del futuro è smart e circolare. Per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici e invertire un trend di cui sono in larga misura responsabili, le città sono chiamate a cambiare pelle, puntando sulla sostenibilità dei modelli di sviluppo e sulla resilienza dei sistemi urbani, con il contributo di attori pubblici e privati. Su questi due pilastri, sostenibilità e resilienza, s’ impernia il modello di Circular Smart City perseguito dalla multiutility bolognese Hera, che opera in 265 Comuni del Centro-Nord, tra Emilia-Romagna, Marche, Toscana, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. «Serviamo oltre quattro milioni di cittadini e le città sono al centro delle nostre strategie», rileva il presidente Tomaso Tommasi di Vignano. Nel 2050 il 70% della popolazione vivrà nei centri urbani, avremo 27 mega città con più di dieci milioni di abitanti, più della metà della crescita sarà in aree urbane che oggi ospitano meno di 500 mila persone. È chiaro che metropoli e megalopoli non saranno le stesse di oggi. «Con il modello della Circular Smart City noi intendiamo proporre la via per una città resiliente, rigenerativa, inclusiva e salubre, capace di cambiare davvero il trend, coniugando sviluppo tecnologico e sostenibilità ambientale -, spiega Stefano Venier, amministratore delegato di Hera -. Nei territori in cui operiamo ci stiamo già lavorando, e data la natura dei nostri business siamo impegnati soprattutto sul fronte “circolare”». Gli esempi sono concreti. «Con la produzione di biometano a partire dai rifiuti organici, ad esempio, alimentiamo bus, taxi e mezzi privati, nonché una percentuale sempre più importante della nostra stessa flotta aziendale», fa notare Venier. La produzione si svolge nel nuovo impianto di Sant’ Agata Bolognese, che trasforma i rifiuti organici in biometano e compost: un fiore all’ occhiello per la strategia della multiutility, frutto di un investimento di 37 milioni di euro. Il biometano di Sant’ Agata è alla base di un progetto di mobilità sostenibile che coinvolge tutta la cittadinanza di Bologna. L’ impianto può trattare 135 mila tonnellate di rifiuti organici, dalle quali è in grado di ottenere 7,5 milioni di metri cubi di biometano. Su un altro fronte, non meno rilevante, «di recente abbiamo acquisito Aliplast, la principale realtà italiana attiva nel riciclo e nella rigenerazione della plastica -, ricorda Tommasi -. Con questa azienda possiamo chiudere il cerchio in una filiera particolarmente decisiva per gli equilibri ambientali del nostro tempo». Poi c’ è l’ acqua, un’ altra risorsa di primaria importanza: in ambito idrico, Hera ha diversi progetti interessanti legati alla depurazione e al riuso, a partire da quello che utilizza le acque in uscita dal depuratore di Bologna per garantire, anche in estate, la portata e la capacità irrigua di due canali del territorio. Siamo uno dei pochi territori in Italia senza infrazioni comunitarie nella depurazione e più in generale pianifichiamo forti investimenti per garantire la resilienza e l’ efficienza delle reti», spiega Tommasi. A questi si aggiungono i progetti per l’ efficienza energetica e l’ illuminazione pubblica. Al di là dei singoli esempi, il rinnovamento delle città passa soprattutto attraverso una nuova consapevolezza di tutti i soggetti in campo. «Se una smart city può essere sviluppata semplicemente installando applicativi a disposizione degli utenti, che ne sono i meri destinatari, la dimensione circular esige la partecipazione attiva e profonda delle persone -, sostiene Venier -. Una sensibilità non è qualcosa che si possa installare ma deve semmai maturare, essere coltivata, affinarsi», ribadisce. Ecco perché Hera è molto impegnata anche in programmi di educazione ambientale, che coinvolgono ogni anno circa centomila studenti di scuole di ogni ordine e grado.
24/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Doppia interpretazione per le procedure semplificate sotto-soglia
La nuova disciplina delle procedure di affidamento per l’ acquisizione di beni e servizi di valore inferiore alle soglie Ue può essere interpretata in due modi, mettendo in difficoltà le stazioni appaltanti. La nuova formulazione dell’ articolo 36, comma 2, lettera b) del codice dei contratti pubblici, dettata dalla legge 55/2019, estende ai lavori nella fascia tra i 40mila e i 150mila euro l’ affidamento diretto, facendolo precedere dalla valutazione di tre preventivi. Ma il testo della norma non è altrettanto chiaro per la definizione dei percorsi relativi all’ affidamento di appalti di forniture e di servizi, determinando rilevanti difficoltà operative per le amministrazioni. La nuova norma stabilisce che per affidamenti di importo pari o superiore a 40mila euro, e inferiore a 150mila euro per i lavori o alle soglie dell’ articolo 35 del Codice per le forniture e i servizi, le stazioni appaltanti procedono mediante affidamento diretto previa valutazione di tre preventivi, ove esistenti, per i lavori; per i servizi e le forniture, la valutazione deve riguardare almeno cinque imprese individuate sulla base di indagini di mercato o tramite elenchi di operatori economici, nel rispetto di un criterio di rotazione degli inviti. L’ ultimo periodo della lettera b) riformulata conserva peraltro la vecchia disposizione, per cui l’ avviso sui risultati della procedura di affidamento contiene l’ indicazione anche dei soggetti invitati. La prima interpretazione (riscontrabile anche nel dossier della Camera sulla legge di conversione del Dl 32/2019) estende l’ utilizzo dell’ affidamento diretto anche agli affidamenti di beni e servizi, differenziandoli dalla disciplina dei lavori per il maggior numero degli operatori economici da coinvolgere (cinque) nella consultazione e per le modalità della loro individuazione, in quanto devono essere selezionati con un’ indagine di mercato (sollecitabile con avviso pubblico) o estratti da elenchi già formati. A sostegno di questa tesi potrebbe porsi anche la modifica dell’ articolo 32, comma 2 del Codice, che ora stabilisce la possibilità di formalizzare l’ affidamento diretto con un atto unico (con sintesi del percorso) esplicitando il riferimento sia alla lettera a) sia alla lettera b) dell’ articolo 36, comma 2. Una simile interpretazione amplierebbe moltissimo lo spazio operativo in cui le stazioni appaltanti possono concretizzare gli affidamenti senza vere e proprie procedure di confronto competitivo, perché più volte la giurisprudenza ha chiarito che la richiesta di preventivi comporta l’ attivazione di varie trattative parallele, ma non una comparazione coordinata in base all’ applicazione di un criterio di valutazione specifico. Ma una seconda interpretazione della nuova norma si lega alla distinzione tra la frase che connette l’ affidamento diretto agli appalti di lavori e quella che invece regola i percorsi per il coinvolgimento degli operatori economici nell’ acquisizione di beni e servizi, che sarebbe retta solo dalle parole che esplicitano l’ obbligo di valutazione dei cinque soggetti. Questa ipotesi configurerebbe la valutazione come una procedura di confronto competitivo, sostenuta dalla precisazione che all’ affidamento di forniture e servizi si applica il principio di rotazione degli inviti, richiedendo quindi una formalizzazione della competizione degli operatori economici. A questa mini-gara la stazione appaltante applicherebbe il criterio del minor prezzo o dell’ offerta economicamente più vantaggiosa, secondo la nuova prefigurazione per il sottosoglia data dal comma 9-bis dell’ articolo 36. L’ incertezza del nuovo quadro normativo richiede un intervento interpretativo urgente, che consenta alle stazioni appaltanti di avere elementi certi per sviluppare le procedure di acquisto di beni e servizi nella fascia compresa tra i 40mila euro e le soglie Ue (221mila euro per beni e servizi vari, 750mila euro per servizi sociali e altri servizi compresi nell’ allegato IX), e ai gestori di mercati telematici di adeguare le piattaforme (attualmente strutturate in questa fascia come confronti competitivi in forma di gara). © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero
24/06/2019 – Italia Oggi Sette
Addio soft law dell’ Anac, si torna al regolamento
Ritorno al regolamento unico al posto della soft law Anac e dei decreti ministeriali per dare certezza agli operatori, ma c’ è l’ incognita sul rispetto dei tempi (14 ottobre 2019); rimangono in vigore linee guida e decreti fino all’ uscita del regolamento. È questo il percorso delineato dal dl 32/2019, nel testo uscito dopo due mesi con la legge di conversione (n. 55/2019), che incide su uno degli assi portanti del codice del 2016: la cosiddetta soft law, flessibile a facilmente aggiornabile da parte di Anac. Tutto cancellato, dopo una consultazione pubblica online svolta un anno fa da cui uscì netta la richiesta di ripristinare il regolamento attuativo del codice. Il decreto prevede quindi che sia adottato entro180 giorni dall’ emanazione del decreto-legge (quindi entro il 18 ottobre 2019, ma il termine non è perentorio). Dovrà disciplinare molte materie e sarà inevitabile il «ripescaggio» del precedente regolamento (spr 20772010) per disciplinare: nomina, ruolo e compiti del responsabile del procedimento; progettazione di lavori, servizi e forniture, e verifica del progetto; sistema di qualificazione e requisiti degli esecutori di lavori e dei contraenti generali; procedure di affidamento e realizzazione dei contratti di lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie comunitarie; direzione dei lavori e dell’ esecuzione; esecuzione dei contratti di lavori, servizi e forniture, contabilità, sospensioni e penali; collaudo e verifica di conformità; affidamento dei servizi attinenti all’ architettura e all’ ingegneria e relativi requisiti degli operatori economici; lavori riguardanti i beni culturali. Dopo l’ entrata in vigore del regolamento (che potrebbe essere anche ben oltre i 180 gg. previsti dalla legge di conversione) cesseranno di avere efficacia sia le linee guida, sia gli altri provvedimenti emanati in attuazione del decreto 50/2016 nelle materie oggetto del regolamento. Nei 180 giorni previsti per la redazione del regolamento (sul quale, prima della registrazione della Corte dei conti, si dovranno esprimere: Consiglio di Stato, Anac, commissioni parlamentari, conferenza unificata), la legge stabilisce che comunque rimangano in vigore le linee guida e i decreti ministeriali adottati dal 2016 ad oggi, con la possibilità per l’ Anac e per il Mit «ai soli fini dell’ archiviazione delle procedure di infrazioni citate (2017/2090 e 2018/2273 sui ritardati pagamenti, sul subappalto, sulle cause di esclusione e sull’ avvalimento, ndr)» potranno modificare linee guida e decreti ministeriali. A regime, quindi, il regolamento sostituirà tutta la disciplina adottata in questi ultimi tre anni che regola la redazione dei progetti, la direzione dei lavori e la direzione dell’ esecuzione l’ affidamento dei servizi di ingegneria e architettura, i requisiti dei progettisti e delle società di ingegneria (dm 263/2016) e le modalità di effettuazione delle verifiche dei progetti gli interventi nel settore dei beni culturali. Travolte anche le linee guida Anac sugli affidamenti sotto soglia Ue, quelle sulla nomina del Rup e sui suoi compiti, ma anche la linea guida sull’ applicazione dell’ offerta economicamente più vantaggiosa. © Riproduzione riservata.
Dai subappalti alle varianti, parola d’ ordine flessibilità
Le principali misure della legge n. 55/19 sui contratti pubblici pubblicata in Gazzetta
L’ appaltatore non sarà più tenuto a comunicare al committente a chi affiderà in subappalto i lavori, nel caso il subappalto sia ammesso: stop, dunque, fino a tutto il 2020, all’ obbligo di indicare nell’ offerta i nominativi dei tre subaffidatari. È una delle novità contenute nella legge n. 55/2019, che ha convertito il dl n. 32/19 cosiddetto «Sblocca cantieri», pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 140 del 17 giugno scorso. La legge consente fino a tutto il 2020, a titolo «sperimentale», di affidare lavori di manutenzione senza progetto esecutivo; ammesso il subappalto di lavori a discrezione della stazione appaltante; sarà la stessa stazione appaltante a dare il via libera a varianti su progetti approvati dal Cipe ma entro un massimo del 50% dell’ importo del progetto. Un primo punto rilevante per le imprese, che puntavano ad una riduzione del numero delle stazioni appaltanti per ridurre la disomogeneità degli atti di gara, è l’ inversione di rotta sull’ obbligo di ricorrere alle centrali di committenza per i comuni non capoluoghi di provincia. Il codice del 2016 puntava molto su un principio generale: la discrezionalità delle stazioni appaltanti che venivano fortemente responsabilizzate. A questo principio doveva fare fronte un importante bilanciamento costituito dall’ obbligo di nominare commissari di gara esterni alla stazione appaltante, visto che l’ utilizzo molto spinto del criterio dell’ aggiudicazione con il criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa (Oepv) avrebbe potuto determinare una forte discrezionalità che doveva essere in qualche modo sottratta alla «gestione» diretta della stazione appaltante. Anche in questo caso si fa marcia indietro: l’ articolo 77 sospende l’ obbligo di nomina dei commissari scelti dall’ elenco tenuto dall’ Anac. Da verificare sarà l’ impatto della nuova norma che prevede la sospensione dell’ obbligo di indicazione della terna dei subappaltatori, disposizione che il presidente Anac, Raffaele Cantone, ha ritenuto fortemente indiziata di riaprire le porte a fenomeni di opacità gestibili dalle organizzazioni criminali. Dovrebbe snellire la partenza delle gare la norma che consente fino a fine 2020 di avviare le procedure di affidamento, anche se il finanziamento è limitato alla sola progettazione. Molto richiesta dal settore delle imprese la disposizione che consente di affidare sulla base del progetto definitivo, potendo anche prescindere dalla redazione del progetto esecutivo, i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, ad esclusione degli interventi di manutenzione straordinaria che prevedono il rinnovo o la sostituzione di parti strutturali delle opere o di impianti. In questi casi il progetto definitivo deve essere costituito da «almeno da una relazione generale, dall’ elenco dei prezzi unitari delle lavorazioni previste, dal computo metrico-estimativo, dal piano di sicurezza e di coordinamento con l’ individuazione analitica dei costi della sicurezza da non assoggettare a ribasso». Sul fronte del subappalto fino a tutto il 2020 saranno le stazioni appaltanti a indicare il tetto del subappalto di lavori negli atti di gara: non c’ è un diritto dell’ impresa a organizzarsi i fattori della produzione ricorrendo al subappalto ma se la stazione appaltante lo ammetterà potrà consentirlo fino al limite del 40% del totale dell’ importo dei lavori. Mancato l’ obiettivo di consentire alle imprese di formulare riserve sui progetti validati ex articolo 26 del codice: il richiamo all’ art. 25 riferisce la norma, anch’ essa auspicata dalle imprese, alla verifica preventiva dell’ interesse archeologico. Tutt’ altra cosa. Fino a tutto il 2020, per le varianti da apportare al progetto definitivo approvato dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), sia in sede di redazione del progetto esecutivo sia in fase di realizzazione delle opere, si ammette che siano approvate esclusivamente da parte soggetto aggiudicatore qualora non superino del 50% il valore del progetto approvato. Si sperimenterà anche la norma che prevede che il Consiglio superiore dei lavori pubblici di renda il parere obbligatorio per progetti di lavori oltre i 75 (non più oltre i 50) milioni, esprimendo anche valutazioni di congruità economica. In questo modo si dovrebbe alleggerire l’ iter approvativo dei progetti anche se si parla di poche decine di opere ogni anno. Per l’ appalto integrato si stabilisce la sospensione fino a tutto il 2020 della disposizione che fa divieto di ricorrere «all’ affidamento congiunto della progettazione e dell’ esecuzione di lavori ad esclusione dei casi di affidamento a contraente generale», nonché dei vari «Ppp». Si tratta dell’ ultimo periodo del primo comma dell’ art. 59 del codice appalti. La norma però lascia in piedi l’ altra disposizione che impone di assegnare le gare su progetto esecutivo, fatto salvo il caso di opere ad alto tasso di tecnologia o di innovazione, oltre a quella che richiede la previa motivazione nel caso di ricorso all’ appalto integrato. Da qui l’ effetto depotenziato dell’ intervento sull’ appalto integrato. © Riproduzione riservata. PAGINE A CURA DI ANDREA MASCOLINI
Più garanzie per i progettisti
Alcune delle novità per i servizi professionali introdotte dalle norme sblocca cantieri
Più garanzie per i progettisti con il pagamento diretto negli appalti integrati; anticipazione contrattuale anche nel settore delle forniture e dei servizi; più semplice operare con i consorzi stabili; incentivo sul 2% ai tecnici delle pubbliche amministrazioni non applicabile alla progettazione. Sono queste alcune delle novità introdotte per il settore dei servizi professionali dal decreto «sblocca cantieri» convertito dalla legge 55/2019. Molto tormentata è stata la «partita» giocata in sede parlamentare sull’ estensione alla fase progettuale della normativa che consente ai tecnici delle pubbliche amministrazioni di ricevere un incentivo pari al 2% dell’ importo complessivo dell’ opera per una serie di attività connesse alla programmazione dei lavori, alla funzione di responsabile unico del procedimento, ma anche alla verifica dei progetti, alla direzione lavori, al collaudo. Nel testo del decreto varato dal governo era prevista l’ applicazione dell’ incentivo anche alla fase della progettazione, ma nel corso dei lavori parlamentari la norma è stata espunta. Importante, per i progettisti, la disciplina introdotta nell’ ambito dell’ affidamento dei lavori attraverso contratti di progettazione esecutiva e costruzione (il c.d. «appalto integrato»), sia sui requisiti progettuali e sia sul pagamento diretto del progettista. Viene inserito come modifica a regime del codice un comma 1-bis all’ art. 59 del vigente codice prevedendo che i requisiti minimi per lo svolgimento della progettazione oggetto del contratto devono essere indicati nei documenti di gara (e definiti in base al regolamento unico). I requisiti dovranno essere «posseduti dalle imprese attestate per prestazioni di sola costruzione attraverso un progettista raggruppato o indicato in sede di offerta, in grado di dimostrarli, scelto tra i soggetti di cui all’ articolo 46, comma 1 (professionisti, studi associati, società tra professionisti, società di ingegneria, raggruppamenti di progettisti e consorzi stabili). Invece le imprese attestate per prestazioni di progettazione e costruzione dovranno documentare i requisiti per lo svolgimento della progettazione esecutiva laddove i predetti requisiti non siano dimostrati dal proprio staff di progettazione». Per quanto riguarda invece il pagamento diretto del progettista con il comma 1-ter si stabilisce che, se una impresa di costruzioni utilizza un progettista qualificato alla realizzazione del progetto, «la stazione appaltante indica nei documenti di gara le modalità per la corresponsione diretta al progettista della quota del compenso corrispondente agli oneri di progettazione indicati espressamente in sede di offerta, al netto del ribasso d’ asta, previa approvazione del progetto e previa presentazione dei relativi documenti fiscali del progettista indicato o raggruppato». Farà quindi fede l’ indicazione delle spese di progettazione indicate nell’ offerta per l’ aggiudicazione dell’ appalto integrato. Un’ altra importante novità è poi rappresentata dalla previsione dell’ anticipazione contrattuale del 20% anche negli appalti di forniture e di servizi: modificando il comma 18 dell’ articolo 35 del vigente codice viene estesa anche a forniture e servizi l’ applicazione dell’ istituto dell’ anticipazione contrattuale oggi prevista soltanto per i lavori, nella misura del 20% dell’ importo della prestazione. Occorrerà sempre, come oggi per i lavori, la previa costituzione di una garanzia fideiussoria bancaria o assicurativa di importo pari all’ anticipazione. Per quel che concerne la disciplina dei consorzi stabili si prevede che la sussistenza in capo ai consorzi stabili dei requisiti richiesti nel bando di gara per l’ affidamento di servizi e forniture sia valutata, a seguito della verifica della effettiva esistenza dei predetti requisiti in capo ai singoli consorziati. Inoltre si prevede che in caso di scioglimento del consorzio stabile per servizi e forniture, ai consorziati siano attribuiti pro quota i requisiti economico-finanziari e tecnico-organizzativi maturati a favore del consorzio e non assegnati in esecuzione ai consorziati. Le quote di assegnazione dovranno essere proporzionali all’ apporto reso dai singoli consorziati nell’ esecuzione delle prestazioni nel quinquennio antecedente. Con una modifica all’ articolo 24, comma 7 del codice viene poi permesso all’ affidatario di incarichi di progettazione posti a base di gara di essere anche affidatario di concessioni di lavori pubblici. L’ incompatibilità scatta invece soltanto per gli appalti di lavori, laddove non si dimostri che l’ esperienza acquisita nella redazione del progetto non falsa la concorrenza. Meno spazio per i professionisti nel settore delle verifiche, visto che la legge permetterà alle amministrazioni aggiudicatrici di effettuare verifiche di progetti per opere di importo fino a 20 milioni di euro nel caso in cui dispongano di un sistema di controllo interno della qualità. © Riproduzione riservata.
24/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Speciale Sblocca-cantieri/6. In soffitta anche le linee guida Anac sul Bim
Con il ritorno del regolamento unico l’Autorità Anticorruzone ferma i motori sui provvedimenti di attuazione e interpretazione del codice
Non prenderà corpo l’idea dell’Anac di varare una linea guida sulle nuove soluzioni Bim obbligatorie per appaltare le opere pubbliche. È l’effetto della sostanziale cancellazione del potere regolatorio dell’Autorità Anticorruzione arrivato con l’entrata in vigore del decreto Sblocca-cantieri. A confermarlo è stato il consigliere dell’Anac con delega agli appalti Michele Corradino, intervendo al forum annuale sul Bim organizzato dall’Oice ieri a Roma. L’idea di produrre delle linee guida sull’applicazione del Building information modeling (Bim) ai lavori pubblici, annunciata qualche mese fa, era nata con l’obiettivo di offrire una bussola alle stazioni appaltanti alle prese con l’obbligo di chiedere la progettazione in Bim per le opere oltre 100 milioni già da gennaio di quest’anno.
Tra sei mesi – dal primo gennaio 2020 – l’uso delle tecnologie di modellazione informatica diventerà obbligatorio anche per la realizzazione delle opere pubbliche di importo superiore a 50 milioni. Dal primo gennaio 2021 si scenderà a quota 15 milioni. Questo significa che, tra meno di due anni, in base ai dati Cresme l’obbligo comincerà a riguardare centinaia di appalti ogni anno (sono 273 i bandi oltre 15 milioni pubblicati nel 2018). La rivoluzione si completerà nel 2023 quando – dopo il passaggio che nel 2022 imporrà l’uso del Bim per tutti gli appalti oltre la soglia Ue di 5,5 milioni – si arriverà a progettare e realizzare in Bim anche le opere più piccole, quelle di importo superiore al milione di euro.
Di qui l’obiettivo di tracciare la rotta con un manuale Anac ad hoc. Progetto destinato a cadere, ha chiarito Corradino. «Non credo che alla luce dello Sblocca-cantieri l’Anac abbia ancora potestà regolatorie – ha detto -. Ma anche qualora le avesse con l’entrata in campo del regolamento unico sarebbe difficile giustificare una scelta di questo tipo».
Proprio sul regolamento arriva una delle perplessità maggiori. «Il decreto dice che bisogna farlo in 180 giorni – ha aggiunto il consigliere dell’Autorità -. Mi pare una scadenza più che ottimistica. ma bisogna fare in fretta perché i provvedimenti attuativi in vigore non sono modificabili e fanno riferimento a un quadro normativo che non esiste più». Dunque non sono più utili per indirizzare le scelte delle amministrazioni. Allora, «si rischia di frenare gli il mercato, invece che acceleralo, proprio ora che i bandi di gara avevano dato evidenti segnali di ripresa».
Quanto al fatto che gli obblighi del decreto Bim (Dm 560/2017) possano essere messi a rischio dai dubbi di illegittimità avanzati dal Consiglio di Stato sul Dm, il Provveditore alle opere pubbliche della Lombardia (ex presidente della Commissione che ha lavorato al decreto) Pietro Baratono ha minimizzato. «L’unico problema che vedo – ha detto – è che possa nascere un ricorso nel caso in cui qualche stazione appaltante “dimentichi” di richiamare la progettazione Bim in un bando che invece in futuro dovrebbe prevederla. Ma mi pare un rischio marginale». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Speciale Sblocca-cantieri/2. Giallo riserve, per errore sono possibili sull’archeologia invece che sulla validazione
Dopo l’appalto integrato un altro inciampo normativo: accordo bonario esteso ai temi trattati dall’articolo 25 del codice invece che all’articolo 26
Dopo i divieti dell’appalto integrato cancellati solo in parte, il decreto Sblocca-cantieri incorre in un altro inciampo normativo. Questa volta l’equivoco riguarda il richiamo di un articolo del codice appalti (articolo 25) invece di un altro (articolo 26) che avrebbe consentito un’interpretazione corretta della novità apportata durante il passaggio parlamentare. Il punto riguarda la validazione dei progetti e l’estensione del raggio d’azione dell’accordo bonario per risolvere i conflitti sulle riserve.
Andiamo con ordine. Tra le norme introdotte dal decreto c’è anche quella (articolo 1 comma 20, lettera c) che consente alle Pa si svolgere internamente la validazione dei progetti delle opere comprese tra 5,5 milioni e 20 milioni nel caso in cui la stazione appaltante sia dotata «di un sistema interno di controllo della qualità». Una semplificazione per le amministrazioni che, in questi casi, dunque, potranno svolgere le verifiche in casa, senza rivolgersi a professionisti esterni.
La novità riguarda opere di un certo rilievo. E non è detto che il possesso di un “bollino” di qualità basti a blindare la verifica condotta internamente dai funzionari pubblici. Da qui dovrebbe dunque discendere l’idea che ha indotto governo e parlamento a inserire una norma “sperimentale” che – fino a fine 2020 – consente di estendere il raggio di azione delle riserve e la conseguente applicazione dell’accordo bonario per risolvere i conflitti tra imprese e Pa (articolo 1, comma 10 del decreto).
Come dire: visto che da ora in avanti è possibile svolgere la validazione in casa di opere importanti è giusto permettere alle imprese la possibilità di sollevare obiezioni anche sugli aspetti oggetto di verifica, cancellando il divieto espresso di utilizzare l’accordo bonario per gli aspetti oggetto di validazione. Questo divieto è previsto all’articolo 205 del codice che dispone chiaramente che «non possono essere oggetto di riserva gli aspetti progettuali che sono stati oggetto di verifica ai sensi dell’articolo 26». L’articolo 26 è appunto quello che disciplina l’attività di validazione dei progetti, ora aperta agli uffici interni della Pa per le opere tra 5,5 e 20 milioni.
Dove sta l’inciampo? Nella norma che consente l’estensione sperimentale delle riserve e dell’accordo bonario. In quel passaggio (articolo 1, comma 10) il decreto sblocca-cantieri invece di citare l’articolo 26 che consentirebbe di chiudere la catena, cita l’articolo 25 del codice che invece disciplina le attività di «archeologia preventiva» di cui l’articolo 205 sull’accordo bonario non si occupa minimamente. Si tratta evidentemente di un errore materiale, non rilevato neppure dai tecnici del Parlamento. Tanto che nelle relazioni e nei dossier preparati dai vari uffici studi si parla di estensione della possibilità di avanzare delle riserve sugli aspetti relativi alle verifiche archeologiche. Disposizione che però non sembra avere molto senso.
Conseguenza? Di sicuro le stazioni appaltanti potranno svolgere internamente le verifiche sui progetti per opere comprese tra 5,5 e 20 milioni. Mentre, a meno di una correzione capace di sciogliere l’equivoco sul richiamo normativo, le imprese non potranno avanzare riserve su quegli aspetti trattati nel corso della verifica del progetto.
21/06/2019 – Diritto 24
BonelliErede e Grimaldi nella partnership Hera – Ascopiave da 1 miliardo di euro
I consigli di amministrazione di Ascopiave e Hera, assistite rispettivamente da BonelliErede e Grimaldi Studio Legale, hanno approvato la sottoscrizione di un term sheet vincolante per lo sviluppo di una realtà primaria nei territori del Nord-est, che potrà contare su oltre un milione di clienti energy, nonché contestualmente un riassetto delle rispettive attività di distribuzione gas.
In particolare, l’accordo nell’area commercializzazione clienti gas e energia elettrica prevede la creazione di un unico operatore per le rispettive attività commerciali nelle regioni del Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia, attraverso EstEnergy. Questa nuova realtà, che vedrà Hera al 52% ed Ascopiave al 48%, avrà un valore complessivo di 864,5 milioni con un ebitda di 69 milioni. D’altro lato, l’accordo nell’area della distribuzione del gas prevede la crescita di Ascopiave mediante l’acquisizione di 188.000 PDR.
Il Gruppo Ascopiave – leader italiano nel settore del gas naturale per ampiezza del bacino di clientela e per quantitativi di gas venduto – con questa operazione dà corso al piano di riposizionamento strategico, rafforzando la propria presenza nel core business della distribuzione gas, diventando il primo operatore nel Nord-Est con 775.000 PDR gestiti e un Ebitda aggiunto di 15,9 milioni. Gli aspetti legali dell’operazione sono stati seguiti, lato Ascopiave, da un team in house coordinato dal general counsel Federica Stevanin. BonelliErede ha agito al fianco di Ascopiave con un team coordinato dal partner Mario Roli e dalla managing associate Livia Cocca, rispettivamente leader e membro del Focus Team Energia Reti e Infrastrutture, e dall’associate Merilina Lima Brito. Il partner Massimo Merola e il managing associate Omar Diaz hanno seguito i profili antitrust dell’operazione e il partner Luca Perfetti e il senior counsel Alessandro Rosi gli aspetti di diritto amministrativo.
Il Gruppo Hera, per parte sua, attraverso gli accordi con Ascopiave anticipa il raggiungimento dell’obiettivo dei 3 milioni di clienti nelle attività commerciali energy fissato nel piano industriale al 2022 e dà seguito al percorso di crescita che negli ultimi 10 anni ha consentito al Gruppo di raddoppiare la propria base clienti energy. Gli aspetti legali dell’operazione sono stati seguiti, lato Hera, da Grimaldi Studio Legale con un team composto da Francesco Sciaudone, Adriano Pala Ciurlo, Elena Sacco, Daniela Fioretti e Flavio Iacovone.
18/06/2019 – Corriere della Sera Partnership Hera-Ascopiave da 865 milioni EstEnergy Alla fine l’ ha spuntata Hera, che così supera i 3 […]
04/06/2019 – Alto Adige Alperia, concorso per soluzioni innovative La società energetica. Scelti i due progetti delle startup FieldBox e Beedata bolzano. […]
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