Source: http://www.ricercalegis.it/motuproprio.htm
Timestamp: 2017-04-27 20:35:14+00:00

Document:
Summorum Pontificum": il motu proprio di Benedetto XVI sulla messa in latino
Il Motu proprio, atteso e preceduto da polemiche e considerazioni, indiscrezioni e commenti, è stato pubblicato.
Il primo elemento proviene dalla lettera di accompagnamento del Motu Proprio stesso. La lettera parla di "riconciliazione". Una parola riferita, dal Papa, alle grandi lacerazioni che hanno colpito nel passato la Chiesa. La lettera colloca perciò il Motu Proprio del Papa nel solco del "lavoro per l'unità". Non uno scritto di "divisione", ma un segnale di "unità", è quello che il papa vuole dare.
Scrive il papa nella lettera: “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in questa unità o di ritrovarla nuovamente” .In questo solco si pone il Motu Proprio che intende così strumento di riconciliazione, tra diverse sensibilità.
Ma vediamo cosa dice il Motu Proprio.
Prima di tutto esso non entrerà subito in vigore, bensì il 14 settembre, giorno dell'Esaltazione della Santa Croce.
La prima cosa ribadita dal Motu proprio, è che il Messale Romano, promulgato da Paolo VI nel 1970 è l’espressione ordinaria della lex orandi della Chiesa cattolica di rito latino. Il Messale promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal Beato Giovanni XXIII deve essere perciò considerato come forma straordinaria
I due messali, e quindi i due riti, costituiscono due usi dello stesso Rito Romano.
Sempre nell'articolo 1 del Motu Proprio, Benedetto XVI stabilisce così che sia lecito, quindi, celebrare la Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano del 1962. A tal fine, il Motu Proprio di Benedetto XVI, indicando nuove regole che sostituiscono quelle stabilite dai documenti anteriori, stabilisce che nelle Messe celebrate senza popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, possa, senza bisogno di alcun permesso, usare il Messale del 1962 o quello promulgato da Paolo VI. E ciò in qualsiasi giorno, “eccettuato il Triduo Sacro”. Cade perciò il "problema" e la polemica suscitata nei giorni scorsi delle frasi interpretate contro gli Ebrei, che erano contenute in forma già epurata dalle esagerazioni e dai riferimenti alla "perfidia", dall'edizione di Giovanni XXIII, e che comunque sono inserite nelle celebrazioni del Venerdì Santo, all'interno del Triduo Pasquale. Ancora, si dispone che le comunità degli Istituti di Vita Consacrata e delle Società di Vita Apostolica possano celebrare la Santa Messa, nei propri oratori, secondo l’edizione del Messale del 1962. A tali celebrazioni sono ammessi anche i fedeli che lo desiderassero
Ma il punto cardine del Motu Propio, non è difficile immaginarlo, è quello delle parrocchie, alle quali viene dedicato l'articolo 5.
Il Motu Proprio, stabilisce che laddove esista “stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri
le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa”, secondo il rito del Messale del 1962. Il parroco dovrà provvedere, affinché “il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del vescovo”, tutto ciò “evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa”.
Questa celebrazione - sempre comunque straordinaria - “può aver luogo nei giorni feriali, nelle domeniche e nelle festività”. Può essere permessa inoltre in circostanze particolari come matrimoni, esequie e pellegrinaggi. Ma veniamo ad uno dei problemi...ovvero quello della comprensibilità delle letture.
Secondo quanto indicato dal Motu Proprio, nelle Messe celebrate con il popolo, secondo il Messale del 1962, le letture potranno essere proclamate anche nella lingua vernacola. Ma cosa succede se il parroco non celebra secondo i desideri di questo "gruppo stabile di fedeli"?
Se un gruppo di fedeli laici “non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco”, l’art. 7 stabilisce che di ciò venga informato il vescovo diocesano, che “è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio”. Qualora non potesse, la questione va riferita
alla Commissione Pontificia “Ecclesia Dei” eretta da Giovanni Paolo II nel 1988. Questa comunicazione sembra possa essere fatta dai fedeli stessi.
Lo stesso il vescovo dovrà fare altrettanta comunicazione, laddove fosse ostacolato nel rispondere alle richieste dei fedeli laici. All’art. 9 si dispone che il parroco possa concedere la licenza di usare il rituale più antico nell’amministrazione dei Sacramenti del Battesimo, Matrimonio, Penitenza e Unzione degli Infermi. Agli Ordinari viene anche concessa la facoltà di celebrare il Sacramento della Confermazione e, qualora sia ritenuto opportuno, di erigere una parrocchia personale o nominare un cappellano, per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano. Negli ultimi articoli del documento, si conferma che la Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, continua ad esercitare il suo compito. Oltre alle facoltà di cui gode, tale Commissione eserciterà l’autorità della Santa Sede, vigilando sull’osservanza e applicazione delle disposizioni del Motu Proprio.
( Fonte di ricerca: Passi nel deserto del 7.7.2007)
Inter Ritus romani libros liturgicos patet eminere Missale Romanum, quod in romana urbe succrevit, atque succedentibus saeculis gradatim formas assumpsit, quae cum illa in generationibus recentioribus vigente magnam habent similitudinem. «Quod idem omnino propositum tempore progrediente Pontifices Romani sunt persecuti, cum novas ad aetates accommodaverunt aut ritus librosque liturgicos determinaverunt, ac deinde cum ineunte hoc nostro saeculo ampliorem iam complexi sunt redintegrationem»[2].
Sic vero egerunt Decessores nostri Clemens VIII, Urbanus VIII, sanctus Pius X[3], Benedictus XV, Pius XII et beatus Ioannes XXIII.
§ 5. In ecclesiis, quae non sunt nec paroeciales nec conventuales, Rectoris ecclesiae est concedere licentiam de qua supra. Art. 6. In Missis iuxta Missale B. Ioannis XXIII celebratis cum populo, Lectiones proclamari possunt etiam lingua vernacula, utendo editionibus ab Apostolica Sede recognitis. Art. 7. Ubi aliquis coetus fidelium laicorum, de quo in art. 5 § 1 petita a parocho non obtinuerit, de re certiorem faciat Episcopum dioecesanum. Episcopus enixe rogatur ut eorum optatum exaudiat. Si ille ad huiusmodi celebrationem providere non potest res ad Pontificiam Commissionem “Ecclesia Dei” referatur.
Art. 11. Pontificia Commissio “Ecclesia Dei” a Ioanne Paulo II anno 1988 erecta[5], munus suum adimplere pergit. Quae Commissio formam, officia et normas agendi habeat, quae Romanus Pontifex ipsi attribuere voluerit. Art. 12. Eadem Commissio, ultra facultates quibus iam gaudet, auctoritatem Sanctae Sedis exercebit, vigilando de observantia et applicatione harum dispositionum. Quaecumque vero a Nobis hisce Litteris Apostolicis Motu proprio datis decreta sunt, ea omnia firma ac rata esse et a die decima quarta Septembris huius anni, in festo Exaltationis Sanctae Crucis, servari iubemus, contrariis quibuslibet rebus non obstantibus.
Fonte di ricerca: www.vatican.va

References: § 5
 Art. 6
 Art. 7
 art. 5
 § 1

Art. 11
 Art. 12