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Timestamp: 2018-06-24 09:19:05+00:00

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Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 28 aprile 2014, n. 17801. In tema di colpa medica, il 'rifiuto di cure mediche' consiste nel consapevole e volontario comportamento del paziente, il quale manifesti in forma espressa, senza possibilità di fraintendimenti, la deliberata ed informata scelta di sottrarsi al trattamento medico. Consapevolezza che può ritenersi sussistente solo ove le sue condizioni di salute gli siano state rappresentate per quel che effettivamente sono, quanto meno sotto il profilo della loro gravità. - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 28 aprile 2014, n. 17801. In tema di colpa medica, il ‘rifiuto di cure mediche’ consiste nel consapevole e volontario comportamento del paziente, il quale manifesti in forma espressa, senza possibilità di fraintendimenti, la deliberata ed informata scelta di sottrarsi al trattamento medico. Consapevolezza che può ritenersi sussistente solo ove le sue condizioni di salute gli siano state rappresentate per quel che effettivamente sono, quanto meno sotto il profilo della loro gravità.
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sentenza 28 aprile 2014, n. 17801
2.2. Una particolare attenzione è stata portata dai giudici territoriali alla tesi difensiva del rifiuto delle cure da parte della M.; tesi per la quale nelle ultime settimane di vita la donna avrebbe volontariamente evitato qualunque terapia. La Corte di Appello ha ritenuto infondata la prospettazione, giudicando che dalle diverse testimonianze acquisite al processo, consonanti alla documentazione disponibile, emerge che la M. aveva appreso dal C. che le proprie condizioni di salute non avevano base organica e “confidava nella sostanziale esattezza della valutazione del dr. C. e riteneva inutile andare da altri specialisti”. Di rifiuto di cure – ha continuato la Corte di Appello – può parlarsi quando il medico ha fatto una corretta ipotesi diagnostica e ciò nonostante il paziente si è sottratto alla prescrizione degli accertamenti e delle terapie. Nel caso di specie la patologia non era mai stata diagnosticata. La Corte distrettuale ha poi escluso che sulla base dei materiali di prova acquisiti potesse essere affermato che la M. si era rivolta ad ulteriori medici; mentre alcuna omissione a valenza interruttiva del nesso causale poteva essere attribuita ai familiari della donna, eventualmente profilandosi una mera colpa concorrente.
4.1. L’esponente enuncia un vizio di omessa motivazione, a suo avviso non avendo la Corte di Appello preso in considerazione – nell’escludere che la morte della M. fosse stata dovuta al rifiuto delle cure da parte della stessa, quale fattore di assorbente efficienza causale – il “gravissimo quadro clinico che si instaura successivamente all’ultima visita cui la donna si sottopose, ed ingravescente sino all’exitus, accompagnato da una persistente inattività o areattività …”. La lettura della sentenza impugnata – di contro – pone in evidenza l’attenzione che la Corte di Appello ha prestato all’intero periodo in considerazione, e pertanto anche alla fase conclusiva della tragica vicenda.
Dopo aver ricordato che la difesa sosteneva che “soprattutto nelle ultime settimane prima del decesso F. avrebbe volontariamente evitato qualunque terapia, pur trovandosi in condizione fisica oramai estremamente debilitata…”; la Corte di Appello ha evidenziato che la M. era convinta che la sintomatologia che la affliggeva non avesse una “base organica”, reputando esatta la valutazione del caso fatto dal C., che ripetutamente le aveva dato indicazioni della derivazione psicologica delle sue condizioni; che la donna aveva manifestato di non voler assumere i farmaci antidepressivi prescrittigli dal C., ma anche di aver mantenuto ferma la fiducia nello stesso, motivo per il quale non si era rivolta ad altri medici. Pertanto, ha concluso il Collegio territoriale, nessun rifiuto di cure da parte della donna, che piuttosto, sulla scorta di quanto rappresentatole dal C., si era convinta che “era ben possibile semplicemente attendere ovvero tutt’al più limitarsi ai farmaci indicati dal dr. C.”.
Nel pervenire alle sue conclusioni, elaborate – lo si ripete – previa considerazione anche delle ultime settimane di vita della M., la Corte di Appello ha espresso il principio secondo il quale “di un ‘rifiuto’ si potrebbe parlare se da parte del medico vi fosse stata una corretta ipotesi diagnostica e ciò nonostante la persona offesa avesse continuato a sottrarsi alla prescrizione di accertamenti e a non assumere le terapie prescritte” (18).
La Cassazione civile, nel prendere in esame il diritto del paziente di rifiutare le cure mediche che gli vengono somministrate, anche quando tale rifiuto possa causarne la morte, ha precisato che il dissenso alle cure mediche, per essere valido ed esonerare così il medico dal potere-dovere di intervenire, deve essere espresso, inequivoco ed attuale. Nella specie si è quindi giudicato non sufficiente una generica manifestazione di dissenso formulata “ex ante” ed in un momento in cui il paziente non era in pericolo di vita, essendo necessario che il dissenso sia manifestato ex post, ovvero dopo che il paziente sia stato pienamente informato sulla gravità della propria situazione e sui rischi derivanti dal rifiuto delle cure (Sez. 3, Sentenza n. 23676 del 15/09/2008, Rv. 604907; nel senso che il rifiuto delle cure deve essere espresso, libero e consapevole anche Cass. pen. Sez. 1, n. 26446 del 29/05/2002 – dep. 11/07/2002, PG in proc. Volterrani, Rv. 222581).
Il principio così posto merita senz’altro di essere condiviso, ed anzi riformulato ai fini che qui occupano nel modo che segue: “in tema di colpa medica, il ‘rifiuto di cure mediche’ consiste nel consapevole e volontario comportamento del paziente, il quale manifesti in forma espressa, senza possibilità di fraintendimenti, la deliberata ed informata scelta di sottrarsi al trattamento medico. Consapevolezza che può ritenersi sussistente solo ove le sue condizioni di salute gli siano state rappresentate per quel che effettivamente sono, quanto meno sotto il profilo della loro gravità”.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2014-04-29T18:59:58+00:00	29 aprile 2014|Cassazione penale 2014, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti

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