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Timestamp: 2020-02-22 09:06:21+00:00

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RESPONSABILITÀ CIVILE - Studio Legale Ripoli Matera
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Area di competenza Responsabilità Civile
Categoria Responsabilità Civile
L a responsabilità civile, in diritto, rientra nella categoria più ampia delle responsabilità giuridiche; in particolare essa concerne l’intero istituto composto dalle norme cui spetta il compito di individuare il soggetto tenuto a sopportare il costo della lesione dell’interesse altrui;
in senso stretto, si parla di responsabile civile per indicare il soggetto che è tenuto al risarcimento del danno cagionato ad un altro soggetto; al di fuori delle ipotesi inerenti la c.d. “responsabilità oggettiva”, normalmente per l’imputazione della responsabilità è necessario l’elemento subiettivo del dolo o della colpa. La presente panoramica avrà quindi riguardo alle tre forme nelle quali si articola la responsabilità civile, ovvero quella contrattuale, precontrattuale ed extracontrattuale, per poi fornire alcuni accenni in merito al risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale.
A rtt. 2043 e ss. c.c. (Responsabilità extracontrattuale); artt. 1218 e ss. c.c. (Responsabilità contrattuale) ed art. 1176 c.c. (Diligenza nell’adempimento); artt. 1337 e 1338 (Responsabilità precontrattuale); artt. 1223, 1226 e 2056 c.c. (Danno patrimoniale); art. 2059 c.c. (Danno non patrimoniale).
Nozioni Generali: Si è detto come l’istituto generale della responsabilità civile si atteggi nelle tre specie della responsabilità extracontrattuale, contrattuale e precontrattuale; la responsabilità extracontrattuale, c.d. “responsabilità aquiliana”, attiene alla violazione non già di un dovere specifico imposto al soggetto da un preesistente rapporto obbligatorio, bensì riguarda la contrarietà a quel dovere generico riassunto con il brocardo latino del “neminem laedere” , ovvero “non offendere nessuno”: difatti, ex art. 2043 c.c. qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno; dal dettato letterale della norma emergono gli elementi costitutivi della specie di responsabilità in oggetto, che sono: il fatto illecito, il danno ingiusto, il nesso di causalità fra evento e danno, la colpevolezza dell’agente e l’imputabilità, nei suoi confronti, del fatto lesivo. Il fatto illecito concerne qualunque condotta dolosa (ovvero attuata con l’intenzione di nuocere agli altri) o colposa (cioè commessa per imprudenza, imperizia, negligenza o per l’inosservanza di leggi, regolamenti e discipline) idonea a cagionare ad altri un danno ingiusto; rientrano in tale ipotesi sia le condotte commissive che quelle omissive, spettando al giudice di valutare di volta in volta se un determinato atto o fatto può considerarsi giuridicamente idoneo ad arrecare un pregiudizio ad altri (c.d. “atipicità dell’illecito”, contraria rispetto all’ordinamento penale laddove invece l’illecito deve essere espressamente previsto dalla legge come tale). Il danno ingiusto, invece, ricomprende qualsiasi condotta colpevole di aver determinato un pregiudizio ingiusto ad una posizione di interesse giuridicamente apprezzabile e meritevole di tutela da parte dell’ordinamento, sia sotto il profilo del danno patrimoniale che rispetto a quello non patrimoniale; l’ingiustizia ha quindi riguardo sia al danno prodotto in assenza di cause giustificative (ad es. lo “stato di necessità”, art. 2045 c.c. o la legittima difesa, art. 2044 c.c.) che a quello contrario alla legge, ovvero che intacca una posizione giuridica protetta dalla legge. Tuttavia, affinchè sorga l’obbligo risarcitorio in capo al soggetto sarà necessario l’accertamento del nesso di causalità fra la condotta ed il danno cagionato di tal che quest’ultimo deve porsi in un rapporto di causa-effetto rispetto al primo: l’evento deve essere “collegato” alla condotta illecita sia dal punto di vista materiale che da quello giuridico. Quanto all’ulteriore requisito della colpevolezza, espressamente previsto dall’art. 2043, il Codice Civile non contiene una definizione di dolo o colpa dovendosi allora fare riferimento alla disciplina penalistica (art. 43 c.p.) secondo la quale l’evento doloso è quello previsto e voluto dal soggetto come conseguenza della propria azione o omissione; l’evento colposo è quello non voluto dall’agente, anche se previsto, che si verifica per negligenza, imprudenza e imperizia (c.d. colpa generica) ovvero per violazione di leggi, regolamenti e discipline (c.d. colpa specifica); ipotesi particolare è quella della c.d. “responsabilità oggettiva” che si caratterizza per il fatto che le conseguenze dannose di un determinato evento lesivo vengono poste a carico di un determinato soggetto esclusivamente sulla base del nesso eziologico con la condotta dell’agente, prescindendo da qualsiasi indagine in ordine al profilo della colpevolezza. Ultimo requisito previsto in tema di responsabilità extracontrattuale è quello dell’imputabilità per cui, ex art. 2046 c.c. “non risponde delle conseguenze del fatto dannoso chi non aveva la capacità di intendere e di volere al momento in cui lo ha commesso, a meno che lo stato di incapacità non derivi da sua colpa”; a differenza delle ipotesi penali, nel diritto civile i casi di incapacità non sono espressamente previsti dalla normativa sicchè sarà il giudice a dover valutare rispetto al singolo caso concreto la sussistenza di detto requisito. Infine, quanto all’onere della prova in giudizio, deve evidenziarsi come, a differenza dell’ipotesi di responsabilità contrattuale, sarà onere dell’attore-danneggiato quello di provare i fatti costitutivi della propria pretesa risarcitoria e la riconducibilità degli stessi alla condotta del convenuto; il diritto al risarcimento è soggetto alla prescrizione breve di cui all’art. 2947 c.c., ovvero cinque anni dal momento in cui si è verificato il fatto illecito. La disciplina della Responsabilità Precontrattuale rimanda agli artt. 1337 e 1338 c.c. per i quali, rispettivamente, Le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede e, La parte che, conoscendo o dovendo conoscere l’esistenza di una causa di invalidità del contratto, non ne ha dato notizia all’altra parte è tenuta a risarcire il danno da questa risentito per avere confidato, senza sua colpa, nella validità del contratto; la buona fede cui si fa riferimento è quella c.d. “oggettiva” che impone un generale dovere di cooperazione, informazione e lealtà, al convergente fine di stipulazione del contratto, che andrà valutato rispetto alla fattispecie particolare. Responsabilità Contrattuale: norma cardine è l’art. 1218 c.c., per cui “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento o il suo ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”; il principio va quindi immediatamente coordinato con l’altro di cui all’art. 1176 c.c. che definisce le modalità dell’adempimento stabilendo che nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia. Nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata. A differenza di quanto osservato rispetto alla specie della responsabilità extracontrattuale, in questo caso si verifica l’inversione dell’onere della prova per cui, in ragione della presunzione di colpa vigente sul tema, all’attore-danneggiato spetterà solo di provare l’inadempimento e l’entità del danno, rimanendo a carico della controparte dimostrare l’impossibilità sopravvenuta di adempiere alla prestazione per cause ad egli non imputabili; il risarcimento del danno è regolato dall’art. 1223 c.c. per il quale esse dovrà comprendere sia la perdita subita dal creditore (danno emergente) che il mancato guadagno (lucro cessante), in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta (nesso di causalità tra l’inadempimento e il danno); il diritto all’azione risarcitoria si prescrive in dieci anni (salvo disposizioni particolari vigenti per talune tipologie di contratti).
Per quanto attiene l’aspetto prettamente risarcitorio, deve anzitutto rammentarsi la distinzione fra danno patrimoniale (artt. 1223, 1226 e 2056 c.c.) e danno non patrimoniale (art. 2059 c.c.): il primo, che attiene alle ripercussioni negative sul patrimonio subite dal soggetto a causa della condotta antigiuridica, si suddivide nelle due voci di danno emergente, ovvero quello immediatamente quantificabile in ragione dell’attualità della diminuzione patrimoniale, e lucro cessante, che invece si manifesta non nell’immediato ma nel futuro attraverso il mancato guadagno o la perdita di chance lavorative; il secondo invece viene comunemente identificato con le c.d. “sentenze gemelle” delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione dell’anno 2008 (nn. 26972, 26973, 26974 e 26975) che hanno definitivamente fatto chiarezza sul punto sancendo come “La categoria del danno non patrimoniale attiene ad ipotesi di lesione di interessi inerenti alla persona, non connotati da rilevanza economica o da valore di scambio ed aventi natura composita, articolandosi in una serie di aspetti (o voci) con funzione meramente descrittiva (danno alla vita di relazione, danno esistenziale, danno biologico, ecc.); ove essi ricorrano cumulativamente occorre, quindi, tenerne conto, in sede di liquidazione del danno, in modo unitario, al fine di evitare duplicazioni risarcitorie fermo restando l’obbligo del giudice di considerare tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, mediante la personalizzazione della liquidazione. Tale danno, in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., costituisce una categoria ampia, comprensiva non solo del c.d. danno morale soggettivo, ma anche di ogni ipotesi in cui si verifichi un’ingiusta lesione di un valore inerente alla persona, dalla quale consegua un pregiudizio non suscettibile di valutazione economica, purché la lesione dell’interesse superi una soglia minima di tollerabilità e purché il danno non sia futile e, cioè, non consista in meri disagi o fastidi”. Il danno non patrimoniale è quindi da ricondursi ad una categoria unitaria che ha riguardo alla lesione di interessi attinenti la persona, non suscettibili di valutazione economica, articolata in una serie di aspetti (o voci), che concorrono alla quantificazione del pregiudizio, quali: a) Danno Biologico, consistente nella lesione all’integrità fisica, costituzionalmente garantita, della persona; si articola in danno biologico permanente (qualora derivino postumi invalidanti irreversibili) e temporaneo (ovvero oggetto di guarigione clinica) e viene quantificato sulla base delle Tabelle predisposte dai Tribunali, in particolare quelle del Tribunale di Milano; b) Danno Esistenziale o Alla Vita di Relazione, che concerne le significative e gravi alterazioni delle condizioni di vita quotidiane, lo sconvolgimento dell’esistenza e/o nell’alterazione della personalità del soggetto; viene liquidato equitativamente dal giudice ex art. 1226 c.c.; c) Danno Morale, ovvero la sofferenza psichica ed interiore patita dal danneggiato; d) Danno da perdita parentale, conseguente alla perdita di un prossimo congiunto. Transitando al profilo della quantificazione del danno, quanto a quello patrimoniale avremo la situazione per cui il danno emergente sarà, proprio in quanto tale, immediatamente quantificabile ad opera del giudicante mentre la quantificazione del lucro cessante è subordinata ad una rigorosa prova della riduzione della capacità lavorativa specifica, dovendosi successivamente tenere in considerazione elementi quali: le possibili attività che il danneggiato avrebbe potuto svolgere, l’età, l’esperienza e le capacità lavorative nonché, infine, il reddito, la cui riduzione è prevista quale elemento indefettibile per potersi procedere al risarcimento. Circa il danno non patrimoniale occorre distinguere tra il risarcimento del danno biologico che avviene giusta i parametri di cui all’art. 139, comma II, Codice delle Assicurazioni per le lesioni di lieve entità (ovvero quelle non superiori al 9% di invalidità), mentre per le macrolesioni verranno utilizzati i valori di cui alle c.d. “Tabelle del Tribunale di Milano”: in caso di lesioni riportate a seguito di un sinistro stradale il risarcimento conseguente può essere aumentato del 30% rispetto ai valori standard; le ulteriori voci che compongono il danno non patrimoniale -danno morale e danno esistenziale- sfuggono per loro natura ad una quantificazione fondata su parametri certi dovendo il giudice procedere alla valutazione equitativa ex art. 1226 c.c.: fondamentale sarà, allora, la c.d. “personalizzazione del danno”, applicabile tanto al danno patrimoniale quanto a quello non patrimoniale, la quale, sulla base del principio per cui il risarcimento del danno deve essere integrale essendo compito del giudice quello di accertare la effettiva consistenza del pregiudizio, mira a consentire la maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento anche attraverso la personalizzazione; si tratterà, allora, di prendere in considerazione tutti quegli aspetti peculiari della singola fattispecie al fine di garantire un ristoro omnicomprensivo di tutte le sofferenze patite dal soggetto leso.

References: art. 1176
 art. 2059
 art. 2043
 art. 2045
 art. 2044
 art. 2046
 art. 1226
 art. 1226