Source: https://www.sdb.org/it/RM_Risorse/Progetti/Progetto_di_vita/Sez__III_Criteri_di_azione_Salesiana__art_40_43__br_Sez_IV_I
Timestamp: 2020-08-04 06:21:35+00:00

Document:
Sez. III Criteri di azione Salesiana (art.40-43)
Sez.IV I corresponsabili della missione (art.44-48)
PARTE SECONDA CAP.IV, III-IV
Casella Postale 9092
00163 Roma Aurelio
Pur essendo libero da tutti, mi son fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero... Mi son fatto debole coi deboli, per guadagnare i deboli; mi son fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,19-22)
È un altro tratto autobiografico di Paolo, appartenente a un contesto (1 Cor 8-10) che mette in luce il senso della libertà cristiana come disponibilità incondizionata alla causa del Vangelo verso tutti, a partire dai più deboli.
Per sé le due affermazioni paoline citate possiedono sufficiente chiarezza di significato, tanto più se viste alla luce dell´esempio di Gesù, amico dei piccoli e dei poveri. Però l´attenzione alla situazione concreta in cui si pone il cap. 9 della prima lettera ai Corinti aiuta ad evidenziare più intensamente l´affermato connubio tra libertà e servizio. A Corinto vi sono certuni che contestano Paolo: egli usa la libertà di non farsi mantenere dalla comunità perché in fondo, dicono, non è un apostolo vero (9,1). Paolo reagisce appassionatamente per tutto il cap. 9, chiarificando il senso della sua libertà: è quella di un apostolo, anzitutto, totalmente posseduto dal Vangelo di Cristo (9,12); che come tale ha perciò il diritto dì peculiari legami economici (9,4-12); eppure rinuncia a tali legami, perché il servizio dell´Evangelo sia ancor più trasparente, universale, comprensivo, e dunque libero (9,12-18).
Assai più che un´affermazione orgogliosa di principio, Paolo offre l´esempio di una libertà messa talmente a servizio di tutti, da diventare scelta evangelica dì «schiavo» di tutti: con i giudei, con i pagani, con quanti contano poco o sono religiosamente fragili e timorosi (deboli) (9,19-22). Qualunquismo, opportunismo? In realtà vi è un punto fermo che fa da verticale in questa dilatazione senza confini: «Tutto questo io faccio per il Vangelo- (9,23). Paolo, come Cristo, assume tutte le condizioni umane per far germogliare al loro interno genuine esperienze di fede.
Fare della libertà un servizio, rinunciando a diritti pur legittimi, e quindi operare in regime di assoluta gratuità, con una incondizionata de
dizione agli altri, per una fedeltà al Vangelo inteso come bene assoluto dell´uomo, fino ad esclamare: «guai a me se non predicassi il Vangelo!´ (9,16): ecco una criteriologia apostolica che Don Bosco (riletto nella sua esperienza storica, l´»esperienza di Valdocco»: Cost 40), ha bene attuato e ci ha consegnato in eredità.
ART. 40 L´ORATORIO DI DON BOSCO CRITERIO PERMANENTE
Nel compiere oggi la nostra missione, l´esperienza di Valdocco rimane criterio permanente di discernimento e rinnovamento di ogni attività e opera.
Tutti i testi costituzionali, dai primi manoscritti di Don Bosco in poi, presentano una breve descrizione delle opere. Non lo fanno invece - almeno in dettaglio - le attuali Costituzioni. Il fatto che la prassi pastorale salesiana si sia concretizzata in determinati tipi di opere, che costituiscono ancora oggi una fondamentale presenza della Congregazione, ha portato a conservarne la descrizione nei Regolamenti generali. Ma non poteva mancare una qualche indicazione nel testo costituzionale: la diversità di contesti in cui operiamo e il sorgere continuo di nuovi bisogni hanno suggerito di offrire in questa sezione (Cost 40-43) i criteri che devono ispirare l´attuazione concreta della nostra missione nelle diverse attività e opere.
La sezione infatti è intitolata Criteri di azione salesiana».
In essa troviamo il modello di riferimento ideale, e cioè «una tipica esperienza pastorale» di Don Bosco, realizzata nell´Oratorio di Valdocco, presentato come criterio generale per il discernimento e il rinnovamento (Cost 40). Vengono poi indicati tre criteri ispiratori per la
realizzazione delle nostre opere e attività con le relative principali conseguenze (Cost 4f). Infine sono delineate le tre aree di azione o vie maestre, in cui si attua l´azione salesiana: l´educazione, l´evangelizzazione, la comunicazione (Cast 42 e 43).
Una tipica esperienza pastorale.
L´Oratorio riempie letteralmente l´esistenza di Don Bosco. Ha le sue prime espressioni nei giochi e nelle adunanze domenicali sui prati dei Becchi e nella «Società dell´allegria». Si sviluppa poi nei primi anni del suo sacerdozio, dall´incontro con Bartolomeo Garelli all´allargamento della comunità giovanile nella povera casa Pinardi e nell´organizzazione stabile della vita e delle attività. A Valdocco l´Oratorio fiorisce nella molteplicità delle proposte: fa da culla alla nascita di Congregazioni e Associazioni religiose fino a giungere alla maturità, alla morte di Don Bosco.
Quando il nostro Padre volle consegnare per iscritto le sue confidenze, intendendo lasciare appositamente «una norma per superare le difficoltà future prendendo lezioni dal passato»,´ affinché i suoi fossero stimolati a continuare la sua opera in fedeltà creatrice, scrisse le «Memorie dell´Oratorio di S. Francesco di Sales».5
Rileggendo alla luce della fede il cammino pastorale di Don Bosco, si scopre che nell´incontro con i giovani dell´Oratorio sono state gettate le fondamenta di un progetto, sono cresciute le imprese, è maturato uno stile (cf. Cast 20).
Per questo le iniziative di Don Bosco ebbero all´inizio la denominazione di «Opera degli Oratori»; e la casa madre, anche dopo le successive trasformazioni, conservò il nome di «Oratorio di Valdocco».
Ma in che casa consiste la tipicità di questa esperienza pastorale?
Un´elementare conoscenza storica ci dice che gli Oratori formavano parte della tradizione e della prassi di alcune Chiese lombarde.
í MO, p. 16
3 Le Memorie dell´Oratorio di S. Francesco dì Sa1esu furono pubblicate nel 1946 (Ed. SEI Torino) e successivamente furono curate delle ristampe anastatiche da parte della Direzione Generale Salesiana. Nella Introduzione, a cura di don E. CERTA, si spiega il motivo della pubblicazione, nonostante Ia proibizione di Don Bosco (cf. MO, p. 1-12)
Erano un ambiente in cui prevaleva l´insegnamento catechistico per i ragazzi della Parrocchia, stimolato dall´offerta di giochi e trattenimenti. Don Bosco, ed è questo ciò che esprime l´articolo, lo ripensò secondo le esigenze dei suoi ragazzi poveri. L´Oratorio fu per lui «casa, chiesa, scuola, cortile»: un programma completo di soccorso materiale e di sostegno familiare, di evangelizzazione, cultura e socialità. Don Bosco lo trasformò per lo più da struttura parrocchiale in opera aperta e missionaria per poter raggiungere coloro che non venivano curati dalle normali istituzioni. L´attività domenicale si prolungò in «feriale», poiché anche durante la settimana egli continuava la sua opera di assistenza ai giovani; lo fece diventare una comunità giovanile al cui centro c´era «lui» con la sua capacità di rapporto e di animazione: una comunità «per incontrarsi da amici e vivere in allegria».
Il CG21, rifacendosi al cammino storico di Valcocco e rievocando l´intuizione originale di Don Bosco, tratteggia le caratteristiche fondamentali che delineano il volto dell´ambiente oratoriano. Sono: «il rapporto personale di `amicizia´ del salesiano con il ragazzo, e la ´presenza´ fraterna dell´educatore tra i ragazzi; la creazione di un ambiente che faciliti l´incontro; l´offerta di svariate attività per il tempo libero; il senso missionario delle ´porte aperte´ a tutti i ragazzi che vogliono entrare; l´apertura alla massa, con attenzione alla persona e al gruppo; la formazione progressiva di tutta la comunità giovanile attraverso la pedagogia della festa, la catechesi vocazionale e sistematica, l´impegno di solidarietà, la vita di gruppo.., al fine di condurre alla formazione di una forte personalità umana e cristiana».3
In Don Bosco all´Oratorio, più che il gestore brillante di una struttura, scorgiamo la genialità creativa che sa leggere situazioni e rispondervi, mosso dalla carità pastorale. Egli è tenacemente attaccato alla sua missione tra i giovani. Per questo è fedele e dinamico, docile e creativo, fermo e flessibile ad un tempo.´
Profondamente convinto di essere chiamato da Dio al ministero di pastore dei giovani ´4 si sente quindi ispirato e guidato da Lui. Al tempo stesso però egli, sensibilissimo ai richiami contingenti della storia («Bisogna che cerchiamo di conoscere i nostri tempi e di adattarvici»),5 è attento alla situazione concreta dei suoi giovani.
a CG2J, 124
" Mb, p. 22 ss. 5 MB XVI, 416
La graduale evoluzione storica dell´Oratorio di Valdocco nelle sue più diverse e molteplici vicende ne è una testimonianza esemplare.
Il criterio permanente.
La «tipica esperienza pastorale» di Valdocco viene proposta dal l´articolo come modello e criterio fondamentale per discernere e rinno vare, in fedeltà dinamica, tutte le attività e le opere salesiane. Il CGS lo aveva chiaramente indicato nel documento intitolato «Don Bosco nel l´Oratorio criterio permanente di rinnovamento dell´azione sale siana».6 Come ben si comprende, non si tratta qui di guardare al primo Oratorio, inteso solo opera concreta, bensì di considerarlo «come la matrice, come la sintesi, come la cifra riassuntiva delle geniali creazioni apostoliche del santo Fondatore: il frutto maturo di tutti i suoi sfarzi».7 Occorre fare riferimento all´Oratorio, dando a questa parola pie nezza di significato nel fascino dei primi tempi. L´Oratorio infatti rap presenta il paradigma di ogni nostra opera, che aspira ad essere «una casa per quelli che non l´hanno, una parrocchia per chi non conosce parrocchia, una scuola accessibile a chi altrove troverebbe difficoltà»,$ un cortile dove ci si ritrova in gioia e amicizia. Sono termini questi di grande pregnanza salesiana, sono immagini evocative che richiamano sensibilità, atteggiamenti, convincimenti, programmi, stili di presenza. È sintomatico che Don Bosco, nella circolare ai Salesiani sulla dif fusione dei buoni libri, scritta nella festa di S. Giuseppe del 1885, ri corra a queste stesse categorie pastorali, pur riferendosi ad una realtà materialmente distinta dall´Oratorio. Afferma infatti: «Colle `Letture Cattoliche´ avevo di mira di entrar nelle case. Col `Giovane Provve duto´ ebbi in mira di condurli in chiesa (parrocchia!). Colla `Storia d´I-
s Cf. CGS, Documento 2, nn. 192-273.
In questo documento, che può considerarsi la fonte principale del t´art. 40, il CGS insiste sulla »fedeltà dinamica» a Don Bosco, che comporta flessibilità di fronte alle esigenze sempre nuove del nostro tempo e creatività di risposte valide con »nuove presenze»; non solo con salti quantitativi", coprendo spazi vuoti, ossia ambienti giovanili non ancora raggiunti, ma anche con
salti qualitativi», quando sono in gioco «autentici valori di un mondo nuovo», rispondendo così a nuove problematiche non note ai tempi di Don Bosco, sviluppando i germi già presenti nell´opera personale del Fondatore, con l´oratorio di Valdocco come punto di riferimento costante (cf. CGS, 227 ss. 249 ss. 259 ss).
7 CGS, 195
a CGS, 216
talia volli assidermi al loro fianco nella scuola. Con una serie di libri ameni bramavo come una volta essere loro compagno nelle ore della ricreazione. Finalmente col `Bollettino Salesiano´ volli tener vivo nei giovanetti ritornati nelle loro famiglie l´amore allo spirito di S. Francesco di Sales e alle sue massime e di loro stessi fare i salvatori di altri giovinetti».,
Il «Don Bosco dell´Oratorio» emerge come il criterio ideale dell´azione salesiana per realizzare nella concretezza del servizio la nostra missione. Quindi più che un invito a rieditare quanto Don Bosco mise in atto, questo criterio è un appello ad agire come lui nella comprensione profonda dei suoi gesti e delle sue realizzazioni a servizio della gioventù e della gente del popolo.`
Ogni casa salesiana, per essere pienamente tale, deve poter riproporre la stessa tipica esperienza pastorale che fu di Don Bosco e presentarsi come realizzazione nell´oggi di quell´originale emblema che fu l´Oratorio.
Ciò concretamente si applica in due direzioni: nel discernimento e nel rinnovamento.
Rinnovare, alla luce del criterio oratoriano, significa sottoporre a costante verifica le attività e le opere che oggi conduciamo per esaminare se e fino a che punto esse siano una fedele continuazione della missione di Don Bosco, come capacità di risposta e come stile di presenza. La disposizione al rinnovamento continuo accompagna la nostra azione e richiede un adeguamento permanente delle nostre opere e attività alla condizione giovanile e alle trasformazioni culturali. A questo ci richiama il primo articolo dei Regolamenti generali: «Ogni Ispettoria studi la condizione giovanile e popolare tenendo conto del contesto sociale in cui opera. Verifichi periodicamente se le sue attività e opere sono al servizio dei giovani poveri» (Reg 1).
Riferirsi poi al criterio indicato per discernere vuol dire porsi in prospettiva di sviluppo. Il campo d´azione è grande e immensa è la patria giovanile. Le nuove domande urgono. La risposta non può mancare. Ma più che alla quantità di opere, si richiama qui soprattutto
e Epistolario, voi [V, p. 320
S° Cf. CGS, 197: Nell´Oratorio Don Bosco ci offre un magnifica esempio di docilità alla volontà del Signore e dì fedeltà dinamica alla missione ricevuta per i´educazìone della gioventù.
ad uno spirito e ad uno stile da salvaguardare. L´inventiva non può certo realizzarsi a qualsiasi costo e in qualunque modo. Dobbiamo essere capaci di discernimento con l´intelligenza delle situazioni e con il coraggio del cuore. È necessario infatti ricercare quelle vie concrete e quelle attuazioni pratiche che più corrispondono alla missione salesiana e al suo progetto apostolico."
Rinnovare e discernere: sono due parole d´ordine nello spirito di Valdocco!
Anche se non esplicitata nel testo, sullo sfondo del criterio oratoriano c´è la sollecitudine di Don Bosco per i giovani, «soprattutto i poveri, abbandonati e pericolanti», quella «predilezione» di cui parlava l´art. 14.
Il fervore delle iniziative scaturisce nel salesiano dall´amore che lo spinge a ricercare le vie, anche le più innovative, per portare la salvezza ai giovani.
L´Oratorio di Valdocco è l´emblema di questa ricerca appassionata. Anzi possiamo affermare che Don Bosco ha la chiara coscienza di dare nell´Oratorio la sua piena risposta alla chiamata di Dio, realizzando in esso lo scopo della sua vita.
perché ci hai dato Don Bosco, Padre e Maestro,
� lo hai guidato nell´esperienza dell´Oratorio di Vaidocco perché fosse un modello concreto
della nostra vita e azione apostolica.
Fa´ che, ispirandoci a lui,
� rendendolo presente nella nostra azione, facciamo di ciascuna nostra opera un autentico «Oratorio» salesiano,
«casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi
· vivere in allegria».
Per Cristo nostro Pastore che vive e regna
" Cf. CGS, 230
ART. 41 CRITERI ISPIRATORI PER LE NOSTRE ATTIVITÀ E OPERE
La nostra azione apostolica si realizza con pluralità di forme, determinate in primo luogo dalle esigenze di coloro a cui ci dedichiamo.
Attuiamo la carità salvifica di Cristo, organizzando attività e opere a scopo educativo pastorale, attenti ai bisogni dell´ambiente e della Chiesa. Sensibili ai segni dei tempi, con spirito di iniziativa e costante duttilità le verifichiamo e rinnoviamo e ne creiamo di nuove.
L´educazione e l´evangelizzazione di molti giovani, soprattutto fra i più poveri, ci muovono a raggiungerli nel loro ambiente e a incontrarli nel loro stile di vita con adeguate forme di servizio.
Dopo aver proposto il modello fondamentale, con questo articolo le Costituzioni intendono enumerare nel loro insieme e nella vicendevole interdipendenza i criteri che devono guidare la realizzazione nel tempo di attività e opere, che a quel modello si ispirano.
Don Bosco, vivendo in modo dinamico la fedeltà alla missione ricevuta, creò e realizzò con un continuo discernimento quelle iniziative che la carità richiedeva. Però non procedette a caso. Seguì punti di riferimento precisi che fecero da guida nella traduzione concreta della sua azione. L´elenco delle opere delle prime Costituzioni dimostra con evidenza un programma orientato di sviluppo.
A noi è affidato oggi un compito di fedeltà, nello sviluppo della missione salesiana. Interpretarlo come una ripetizione acritica delle iniziative del Fondatore sarebbe un grave errore. Piuttosto esso richiede sintonia con le sue prospettive di impegno e consonanza con gli autentici intendimenti della sua azione, svolta nello stile tipico del Sistema preventivo.
Ma noi ci chiediamo, al di là della prospettiva indicata, quali siano i criteri fondamentali che possiamo trarre dal testo della Regola? Ne facciamo una lettura analitica e ragionata.
Per dare alle nostre opere e attività la fisionomia impressa da Don Bosco, l´art. 41 segnala tre criteri di base: le nostre opere devono essere «determinate in primo luogo dalle esigenze di coloro a cui ci dedichiamo»; devono esser organizzate «a scopo educativo pastorale» nello
stile salesiano; devono rispondere «ai bisogni dell´ambiente e della Chiesa».
Attenzione alle esigenze di coloro a cui ci dedichiamo.
Con il primo criterio si intende affermare con forza la priorità delle persone sulle strutture e l´attenzione ai bisogni dell´ambiente umano.
Ciò che interessa, più che le opere, sono le persone, coloro cioè ai quali siamo inviati con le loro esigenze. A questa istanza fondamentale dobbiamo rispondere. Le attività e le opere sono da pensare e ripensare costantemente in rapporto ai destinatari e in relazione ai loro bisogni. Nessuna opera ha in se stessa un valore assoluto. E ogni opera riconosciuta adatta al perseguimento degli scopi e conforme allo spirito di Don Bosco è da ritenersi valida e adeguata per noi. La nostra azione infatti è un servizio offerto ai giovani negli ambienti popolari: i giovani sono i nostri padroni,´ amava ripetere Don Bosco, sottolineando con questa frase il grande rispetto per la persona del giovane, di fronte al quale egli si poneva sempre in atteggiamento di autentico servitore. Le vicende e lo sviluppo dell´Oratorio pellegrinante sono una prova dell´attenzione ai destinatari che aveva Don Bosco.´
I Salesiani oggi si trovano nel mondo in situazioni le più disparate e sono chiamati a rispondere alle sfide che i diversi ambienti pongono e alle urgenze suscitate dalle sempre nuove situazioni sociali e culturali.
Le condizioni esistenziali di famiglia, di cultura, di lavoro, di relazioni sociali, di vita religiosa, di convivenza umana orientano pertanto il nostro concreto servizio.
Ciò richiede grande capacità di cogliere le sensibilità e le attese giovanili, abilità nell´enucleare i bisogni reali e nel dare risposta agli idoli emergenti che immiseriscono i giovani nella alienazione dello spirito, dedizione nel promuovere umanamente e cristianamente la gioventù, soprattutto quella ai margini della società e della Chiesa.
´ Cf. Epistolario, vol II, 361-362 = Cf CGS 349
Questo criterio interpella i Salesiani a verificare il funzionamento delle opere e delle attività, perché siano sempre nella realtà una presenza significativa che dia risposte adeguate alle domande giovanili e crei spazio ai giovani, alla loro partecipazione nel cammino educativo e alla loro crescita.
La nostra identità pastorale.
Lo «scopo educativo pastorale dell´opera è il secondo criterio discriminante indicato dall´articolo costituzionale.
Come Salesiani intraprendiamo molte attività e opere diverse (scuole, parrocchie, centri giovanili e attività di tempo libero, di animazione culturale...), per rispondere alle esigenze della condizione giovanile e degli ambienti popolari. Noi diamo grande importanza a tutte queste attività in quanto contribuiscono alla promozione integrale delle persone. Dobbiamo però chiederci se sono impostate come voleva Don Bosco e se riescono a raggiungere fattivamente lo scopo desiderato.
Ogni opera e attività trova la sua giustificazione «nell´educazione e nell´evangelizzazione di molti giovani». L´educazione è il nostro campo privilegiato e il nostro modo tipico di evangelizzare. D´altro canto l´evangelizzazione è la ragion d´essere, la motivazione radicale della nostra arte educativa. Questa identità originaria rappresenta la nota più qualificante dell´azione salesiana. Senza di essa qualsiasi struttura fallisce il suo scopo! In ogni nostra opera, cioè, deve trovare senso la nostra qualificazione di «missionari dei giovani», portatori del Vangelo alla gioventù di oggi.
Questa idea si trova magnificamente riflessa nella disponibilità di Don Bosco, che si dichiarava pronto a qualsiasi cosa, persino a «levarsi il cappello davanti al diavolo», pur di salvare le anime dei suoi giovani .3
I termini «educare ed evangelizzare», il binomio «onesto cittadino e buon cristiano» contengono la ricchezza di questo criterio ispiratore, senza di cui non è neppure pensabile ipotizzare un´opera salesiana.
´ Cf. MB XIII, 415
Il CGS esprime con forza questa esigenza di identità quando afferma che «il principale criterio perché un´opera rimanga aperta o chiusa è la possibilità o meno in essa di autentica azione pastorale» 4
Strettamente collegata con gli obiettivi educativi e pastorali della nostra azione vi è l´indispensabilità di una nostra presenza comunitaria. L´azione di una comunità educatrice ed evangelizzatrice rappresenta un requisito di base per discernere la validità di una nostra presenza tra le diverse opportunità offerte.
Sensibilità verso i bisogni della Chiesa.
Il terzo criterio chiede che le opere siano rispondenti ai bisogni dell´ambiente e della Chiesa. «Sensibili ai segni dei tempi... verifichiamo, rinnoviamo, creiamo» presenze salesiane. L´attenzione alle esigenze della Chiesa è radicata nella coscienza di Don Bosco e lo deve essere anche nella nostra.
La Chiesa è il soggetto della pastorale. Perciò un contributo particolare risulta efficace nella misura in cui si colloca nell´insieme dell´azione ecclesiale. Nella Chiesa trovano unità organica i diversi carismi e le iniziative pastorali. I bisogni specifici delle singole Chiese son differenti. E ciò dipende dalla situazione socioculturale in cui vivono, dal livello di evangelizzazione dell´ambiente e dalle stesse risorse della Chiesa. D´altra parte la ricchezza del nostro carisma offre la possibilità di originali e svariati apporti.
Vi sono Chiese che ci chiedono un servizio catechistico specializzato, altre che ci affidano l´educazione nella scuola e l´animazione giovanile, altre ancora che ci vogliono sul fronte dell´emarginazione e infine altre che ci stimolano alla cura degli ambienti popolari o sollecitano un aiuto per fondare nuove comunità.
Quanti e quali di questi servizi scegliere non deve dipendere soltanto dalle nostre competenze né dai nostri singoli gusti, ma da un esame dei bisogni della Chiesa e da un confronto con essa, nel quadro degli impegni di un´Ispettoria.
° CGS, 398
Il CGS ribadisce sovente questa attenzione alla Chiesa universale e particolare. A conferma riportiamo un testo: «Per le scelte operative di ogni Ispettoria e di ogni casa vi sia una priorità di considerazione per il nostro inserimento nella Chiesa locale in forma sempre più completa e generosa. La nostra esenzione va considerata come un servizio più che come un privilegio: così da renderci disponibili nella linea della nostra missione».5 D´altra parte non era diversa la sensibilità di Don Bosco, sempre disponibile a venire incontro alle attese e alle richieste dei Pastori. La Chiesa, infatti, ha bisogno di molteplici forme e canali per mettersi in dialogo con tutto l´uomo e con tutti gli uomini e per rivelare il disegno globale di salvezza.
Certo occorre notare che il contributo pastorale che i Salesiani sono chiamati ad offrire deve rispondere al carisma per cui lo Spirito li ha suscitati nella Chiesa: in una pastorale organica si chiede loro non di fare qualsiasi cosa, di cui ci sia bisogno, ma di portare l´originalità della propria identità (cf. Cost 48).
È questo un principio di efficacia, una norma di partecipazione e una esigenza di fedeltà della Congregazione chiamata a contribuire alla costruzione della Chiesa, manifestando «la multiforme sapienza di Dio».6 D´altra parte l´indole propria, l´originalità pastorale va interpretata secondo un criterio di adattamento ai bisogni delle singole Chiese.
Il Concilio Vaticano II esprime questi criteri secondo due linee di raccomandazione. La prima è rivolta ai religiosi, invitati a mantenere e sviluppare l´indole propria: «Vi sono nella Chiesa moltissimi istituti, clericali o laicali, dediti alle varie opere di apostolato che hanno differenti doni secondo la grazia che è stata loro data: chi ha il dono del ministero, chi insegna, chi esorta, chi dispensa con liberalità, chi fa opere di misericordia...».´ «Molteplici sono le forme di vita religiosa consacrata alle opere di apostolato... È necessario che l´aggiornamento tenga conto di questa diversità».B
La seconda linea di insistenza è rivolta ai Pastori, affinché aiutino gli Istituti a conservare l´indole propria non soltanto per ciò che si rife-
5 CGS, 438 c PC, 1
PC. 8 a Ivi
risce alla vita comunitaria e al regime interno, ma anche e soprattutto in relazione alla specifica missione apostolica. «La gerarchia, il cui ufficio è pascere il popolo di Dio, viene in aiuto agli Istituti dovunque eretti per l´edificazione del Corpo di Cristo, perché abbiano a crescere e fiorire secondo lo spirito dei Fondatori».9
Se ai religiosi si domanda dunque disponibilità ai bisogni pastorali, ai Vescovi e Pastori si chiede discernimento dei carismi per fare spazio nella propria pastorale ai doni che lo Spirito Santo ha suscitato per l´edificazione della Chiesa. Il documento «Mutuae relationes» sottolinea esplicitamente questa preoccupazione: «Sia riconosciuta e conferita agli Istituti una missione tipicamente propria...; siano loro affidati secondo le circostanze compiti e mandati specifici».´°
Procedendo in questo modo si delineano spontaneamente le diverse fisionomie di ciascuna Ispettoria che, collocata in un determinato territorio, incarna creativamente il carisma salesiano nella cultura della zona e nella realtà della Chiesa.
Il testo dell´articolo presenta, oltre ai criteri ispiratori, alcune conseguenze che è bene evidenziare, anche se in breve.
L´attenzione alle persone ed al contesto socio-ambientale, la dinamica dell´azione educativa pastorale, la risposta alle esigenze ecclesiali comportano inderogabilmente la necessità di accettare come logica conseguenza un legittimo pluralismo.
L´articolo parla infatti di realizzazione «con pluralità di forme», di «adeguate forme di servizio», di rinnovare le presenze e di crearne delle «nuove».
Questa prospettiva è d´obbligo, nella molteplicità delle situazioni che ci interpellano.
Anzi Don Bosco ci insegna a scoprire attivamente e continuamente forme rinnovate o inedite pur di renderci accessibili alla gioventù.
´ LG, 45 lo MR. 8
Nell´articolo viene anche richiamato un´atteggiamento di fondo che è conseguenziale alla criteriologia presentata. La casa salesiana è caratterizzata da «spirito di iniziativa e costante duttilità». Ciò è tipico dello spirito salesiano (Cost 19). Lo zelo ardente e coraggioso trova la sua espressione in questa modalità di comportamento che spinge ad intervenire attivamente sul reale e a persistervi con apertura d´animo e intelligenza per adattare la situazione alla vita e al suo ritmo.
Infine è bene sottolineare l´accenno dell´ultimo capoverso alla presenza salesiana negli ambienti naturali di vita dei giovani, specialmente i più poveri. Si tratta di un tipo di servizio, che potrebbe chiamarsi «fuori delle strutture» e che deriva dal fatto che talora le abituali strutture educative e pastorali non raggiungono un certo numero di giovani. Nel mondo d´oggi, infatti, così come al tempo di Don Bosco, ci sono giovani in situazione sociale e psicologica, che li tiene lontani dalle istituzioni ecclesiali: sappiamo bene quante persone, soprattutto negli ambienti di miseria, ignorano la Chiesa o ne conoscono solo un volto deformato!
P- naturale, perciò, che, accanto ai Salesiani che si occupano dell´educazione dei giovani negli oratori e nelle scuole, ci siano alcuni che vanno a raggiungere i più lontani «nel loro ambiente», incontrandoli «nel loro stile di vita», con «adeguate forme di servizio» per la loro «educazione ed evangelizzazione». In molti casi dovranno essere trovate forme nuove di presenza e di evangelizzazione, con quella duttilità e creatività pastorale che è caratteristica del nostro spirito (cf. Cost 19).
I Salesiani, chiamati a queste forme di servizio missionario, dovranno sempre ricordare l´esigenza della vita comunitaria, conservando una profonda comunione con i fratelli della loro comunità e dell´Ispettoria, e la necessità di far crescere sempre più un intenso spirito evangelico e salesiano, nell´unione intima con Cristo Apostolo e nello spirito del «da mihi animas» del nostro Padre Don Bosco."
" Sulle nuove presence~ salesiane si veda, in particolare, CG21, 154.161: Una nuova presenza salesiana per l´evangelizzazione.
Chiediamo a Cristo, buon Pastore,
di essere ispirati e guidati in tutto da autentica carità,
concretizzata, sopra ogni altra cosa, nell´attenzione premurosa verso le persone.
Perché la nostra attività
sia sempre una risposta
alle necessità dei giovani ai quali ci rivolgiamo, preghiamo.
Perché le nostre opere
abbiano costantemente come primo scopo il servizio dei giovani e del popolo,
ispirato agli insegnamenti di Cristo Signore, preghiamo.
Perché, al di sopra di ogni altro fine particolare, la nostra mèta sia sempre
l´educazione evangelizzatrice
propostaci come ideale da Don Bosco, preghiamo.
Concedi a noi, o Signore,
che in ogni nostro pensiero e azione siamo sempre animati dalla carità salvatrice di Gesù Cristo nostro Signore.
ART. 42 ATTIVITA E OPERE
Realizziamo la nostra missione principalmente attraverso attività e opere in cui ci è possibile promuovere l´educazione umana e cristiana dei giovani, come l´oratorio e il centro giovanile, la scuola e i centri professionali, i convitti e le case per giovani in difficoltà.
Ci dedichiamo inoltre ad ogni altra opera che abbia di mira la salvezza della gioventù.
Le tre aree di azione.
Negli articoli 42 e 43 si fa riferimento ad attività e opere raggruppate secondo le aree d´azione della nostra missione: l´educazione, l´evangelizzazione e la comunicazione. All´interno di queste vie maestre vengono fatte esemplificazioni di attività e opere significative che si troveranno poi descritte con le loro caratteristiche nei Regolamenti generali.
In questo modo si è voluto chiaramente evitare un´elencazione, per sé difficile, di ciò che noi realizziamo. La presentazione a gruppi delle principali strutture esistenti mette in rilievo la somiglianza di fisionomia delle diverse attività e opere, dandone una tipica caratterizzazione. La ricerca di eventuali strutture inedite o l´iniziativa per rinnovare quelle esistenti non sono precluse dal senso del testo, che deve essere letto nell´insieme della sezione.
Un´ulteriore annotazione è indispensabile per non correre il rischio di fraintendere il contenuto dei due articoli che hanno per altro un´impostazione assai diversificata. Le vie maestre dell´educazione, dell´evangelizzazione e della comunicazione, secondo cui sono raggruppate le strutture operative, non sono da intendersi come aree d´azione separate ed escludenti. Una scuola ad esempio si caratterizza come strut
tura educativa, ma non esclude l´importanza della comunicazione sociale in essa e tantomeno dell´azione pastorale. Così la parrocchia, pur essendo una tipica opera di evangelizzazione, non è realmente salesiana se non realizza la dimensione educativa e comunicativa. Del resto, se vogliamo completare l´esemplificazione, un´editrice, pur essendo una struttura di comunicazione sociale, non assolverebbe al suo scopo per noi Salesiani se non venisse orientata educativamente e pastoralmente.
Le aree di azione sono realmente distinte nella realtà dei fatti, perché ogni attività ed opera conserva una sua tipica fisionomia di base che la caratterizza. Queste però non devono esser considerate singolarmente in modo chiuso, bensì in maniera aperta, intercomunicante, come aree di azione reciprocamente complementari.
Area dell´educazione giovanile.
L´art. 42 si limita ad indicare schematicamente le prime due vie, richiamandosi assai sobriamente ad alcuni elementi descrittivi della singola area d´azione e facendo seguire l´enumerazione delle principali strutture.
Nella prima area vengono raggruppate le opere che possono essere qualificate come «educative» e «giovanili»: si parla infatti di «educazione umana e cristiana dei giovani». Questa dimensione essenziale della nostra azione trova una sua attuazione concreta in opere tipiche in cui è accentuato l´aspetto educativo-giovanile. In simili opere è possibile svolgere un programma di educazione integrale secondo il nostro progetto pastorale ed è indispensabile impostare un´azione totalmente attenta e concretamente preferenziale al mondo dei giovani.
I Regolamenti generali si diffondono nella descrizione delle singole opere e delle loro specifiche caratteristiche.
- L´Oratorio e il Centro giovanile (Reg 11-12) sono visti come «un ambiente educativo» carico di «slancio missionario». Organizzati come un servizio comunitario, hanno di mira l´evangelizzazione offerta nella pluralità di attività ricreative, educative e apostoliche.
- L´elemento caratteristico indicato per la scuola salesiana (Reg 13-14) consiste nello sviluppo integrale della persona, raggiunto nella
mediazione critica della cultura e nella proposta religiosa. Questo processo tipicamente educativo viene fondato su solidi valori culturali ed è attento alle dinamiche giovanili. La nota popolare delinea il volto sociale della scuola salesiana, ma ne tratteggia anche la prospettiva culturale e l´indirizzo professionale.
- Il convitto e il pensionato (Reg 15) sono un servizio che, tendendo a costituire un ambiente di vita originale, permette al giovane di fare una esperienza vitale. In essi si respira un´atmosfera di famiglia che facilita le relazioni, promuove la responsabilità, favorisce la vita di convivenza.
- Anche le strutture a servizio della promozione vocazionale (Reg 16-17) si rifanno alla tipica fisionomia dei nostri ambienti giovanili. Esse sono fondamentalmente centri di accoglienza dei giovani in ricerca e di accompagnamento di chi si sente chiamato ad un impegno ecclesiale.
La sequenza di queste e di altre opere, al di là di un elenco che può apparire incompleto, conferma il nostro impegno di animazione nel campo giovanile e sottolinea la fisionomia educativa della Congregazione.
Area dell´evangelizzazione popolare.
Il secondo gruppo raccoglie opere strettamente a carattere «pastorale» e «popolare».
Si dice che, attraverso queste opere, contribuiamo «alla diffusione del Vangelo e alla promozione del popolo». L´evangelizzazione degli ambienti popolari e missionari è la loro caratteristica specifica. La nota «popolare» delinea il volto di quest´area di azione e dice anche lo stile di presenza nelle relative strutture. La sollecitudine preferenziale verso la gioventù rimane sempre, anche per queste opere, l´espressione della nostra vocazione specifica e il contributo singolare alla pastorale della Chiesa particolare.
- In quest´area viene ricordato anzitutto il nostro impegno in campo missionario, che già gli art. 6 e 30 avevano indicato tra le priorità apostoliche della missione salesiana. Alla luce dell´articolo regola
mentare sulle «Missioni» (Reg 21) possiamo individuare un aspetto particolare della presenza missionaria salesiana. In un´epoca in cui si è sempre meno attenti nella concretezza esistenziale ai problemi di sviluppo globale dei paesi emergenti, è interessante che venga affermata la necessità di creare «le condizioni per un libero cammino di conversione alla fede nel rispetto dei valori culturali e religiosi propri dell´ambiente». Viene così posta in evidenza la dimensione evangelizzatrice popolare di ogni nostra opera missionaria.
- Quanto alle parrocchie l´art. 26 del Regolamenti delinea con chiarezza la loro fisionomia salesiana. Esse si dintinguono per il carattere popolare e giovanile. Il loro centro animatore è la comunità salesiana, che considera parte integrante del suo progetto pastorale l´oratorio-centro giovanile, valorizza la catechesi e l´annuncio ai lontani, cura l´integrazione tra l´evangelizzazione e la promozione umana, favorisce lo sviluppo della vocazione di ogni persona.
---- L´articolo delle Costituzioni fa cenno anche ad un compito particolare dei Salesiani: il servizio pedagogico e catechistico in centri specializzati. É un contributo qualificato che i Salesiani sono chiamati ad offrire per una più efficace e approfondita formazione e animazione dei giovani attraverso educatori preparati e competenti.
- Infine viene messo in risalto il servizio reso dalle case per incontri, rigiri, esercizi spirituali: è un prezioso contributo alla crescita della spiritualità dei gruppi, specialmente giovanili, alla scuola di Don Bosco e della sua santità. Il CG21 sottolinea esplicitamente il ruolo speciale che queste case possono svolgere come «luogo di orientamento vocazionale».1
Come si è detto, si tratta di un´esemplificazione, pur significativa. Il campo delle attività e delle opere dei Salesiani rimane sempre aperto all´inventiva, pur di raggiungere la gioventù. I Salesiani infatti «si dedicano -- conclude l´articolo - ad ogni altra opera che abbia di mira la salvezza della gioventù».2
Cf. CG21, 118
a Cf. Cosrituzioni 1875, 1,1 (F MOTTO, p. 73)
In conclusione ci si potrà forse chiedere come mai si è voluto mettere nelle Costituzioni un articolo in cui si offre semplicemente e sostanzialmente un elenco di opere. Era proprio indispensabile?
Il rilievo dato al tipo delle opere, per quanto non debba essere assolutizzato, non è secondario nella tradizione salesiana. Don Bosco infatti ha sempre annesso grande importanza all´istituzione di opere «organizzate». Erano le «case» salesiane. Esse rispondono meglio alla complessità della proposta educativa pastorale salesiana e all´esigenza di conduzione comunitaria tipica del nostro sistema educativo. L´opera organizzata del resto non è di per sé da pensare irrimediabilmente come struttura rigida. La prospettiva ideale, costantemente richiamata, della «famiglia» è un appello permanente alla flessibilità nelle strutture.
L´istituzione di un´opera rimane un´esigenza di progetto; è come mettere una casa e una comunità a disposizione dei giovani.
0 Padre, che nella molteplicità delle tue opere realizzi l´unico scopo di condurre gli uomini a Te, dona anche a noi la capacità
di perseguire sempre il fine supremo della salvezza nella molteplice varietà della nostra presenza in mezzo ai fratelli.
Il Tuo Spirito ci guidi
a vivere in ogni situazione
il carisma del nostro Fondatore,
a bene soprattutto dei giovani poveri e delle popolazioni più bisognose, nella carità di Cristo,
ART.43 LA COMUNICAZIONE SOCIALE
Operiamo nel settore della comunicazione sociale. t, un campo di azione significativo´ che rientra tra le priorità apostoliche della missione salesiana.
li nostro Fondatore intuì il valore di questa scuola di massa, che crea cultura e diffonde modelli di vita, e s´impegnò in imprese apostoliche originali per difendere e sostenere la fede del popolo.
Sul suo esempio valorizziamo come doni di Dio le grandi possibilità che la comunicazione sociale ci offre per l´educazione e l´evangelizzazione.
´ CI. IM. 1
La terza via per l´attuazione della nostra azione è la comunicazione sociale, «un campo di azione significativo che rientra tra le priorità apostoliche della missione salesiana».
La comunicazione non deve essere intesa semplicemente come un «insieme di strumenti», ma come una realtà complessa e dinamica che coinvolge tutta la nostra azione. Non deve esser considerata soltanto come una particolare attività o un ambito determinato di lavoro apostolico, bensì anche come una via maestra da percorrere per realizzare con pienezza il nostro compito di educatori-pastori-comunicatori.
La comunicazione sociale, oggi.
In una società in cui la realtà della comunicazione sta investendo e coinvolgendo ambiti impensati e zone inesplgrate, il contenuto dell´articolo suona profetico. La prospettiva di sviluppo non è più ormai la società industriale o postindustriale, ma la società della comunicazione che sta avanzando a grandi passi. «La comunicazione sociale diventa sempre più una presenza educativa di massa, plasmatrice di mentalità e creatrice di cultura. Attraverso di essa vengono elaborate e diffuse le evidenze collettive che stanno alla base dei nuovi modelli di vita e dei nuovi criteri di giudizio», afferma il CG21.´
´ CG21, 148
Attualmente la comunicazione sociale, a motivo dell´azione incisiva che viene prodotta dall´uso combinato di strumenti tecnici molto raffinati e dalle più sofisticate forme di linguaggio delle immagini, ha assunto ed esercita un ruolo decisivo nella dialettica culturale, nella vita sociale e nel costume.
La Chiesa ne ha colto la grande rilevanza, anzi l´indispensabilità per la comunicazione del messaggio evangelico. «Nel nostro secolo, contrassegnato dai mass-media o strumenti di comunicazione sociale, il primo annuncio, la catechesi o l´approfondimento ulteriore della fede non possono fare a meno di questi mezzi... La Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi, che l´intelligenza umana rende ogni giorno più perfezionati; servendosi di essi la Chiesa predica sui tetti il messaggio di cui è depositaria; in loro essa trova una versione moderna ed efficace del pulpito. Grazie ad essi riesce a parlare alle moltitudini».2
L´esempio del Fondatore.
Don Bosco intuì la rilevante portata di questo fenomeno per la massa dei giovani e della gente. «Al suo tempo considerò la stampa e la diffusione dei buoni libri, delle riviste, delle opere teatrali per la gioventù, della musica e del canto, non solo come strumento a servizio di specifiche opere apostoliche ed educative, ma come ´imprese apostoliche originali´ in se stesse, ordinate alla realizzazione della missione giovanile a lui affidata dalla Divina Provvidenza.´
Sembra evidente che il nostro Fondatore abbia considerato in pratica la comunicazione sociale come un´autentica scuola di massa, una scuola parallela di grande efficacia e incisività. Oggi noi riascoltiamo con nuovo interesse i suoi appelli al riguardo: «Vi prego e vi scongiuro di non lcurare questa parte importantissima della nostra missione»; 4 «la stampa fu una delle principali imprese che mi affidò la Divina Provvidenza».s «Non esito a chiamare divino questo mezzo, poiché Dio
2 EN, 45
3 CG2I, 149
´ Epistolario, vol N, p. 321 ´ M, p. 319
stesso se ne giovò a rigenerazione dell´uomo».ó Del resto Don Bosco lasciò scritto che la buona stampa è «uno dei fini principali della Congregazione».´
Il testo più antico delle Costituzioni in lingua italiana si presenta assai interessante per l´ampiezza delle prospettive in questo campo, tenuto conto della provvisorietà dei mezzi d´allora: «... i congregati si adopreranno di dettare esercizi spirituali, diffondere buoni libri, adoperarsi con tutti quei mezzi che suggerirà la carità industriosa, affinché o con la voce o con gli scritti si ponga un argine all´empietà e all´eresia che in tante guise tenta di insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti; ciò al presente si fa con la publicazione delle letture cattoliche»8
Il nostro Padre si rendeva perfettamente conto della grande potenza diffusiva e della smisurata capacità di persuasione dei massmedia, tanto da sollecitare l´uso di «tutti quei mezzi che la carità cristiana ispira» per promuovere la fede.9
Egli guardava in avanti impegnandosi anche «in imprese apostoliche originali per difendere e sostenere la fede del popolo».
L´impegno dei Salesiani nella comunicazione.
Il richiamo che il testo costituzionale fa al «suo esempio» è per i Salesiani di oggi il motivo più forte per continuare sulla strada indicata da Don Bosco.
Il campo è vasto; la tecnica dei moltiplicatori di messaggi è sempre nuova. Non ci deve mancare il coraggio del nostro Fondatore che ha valorizzato come «doni di Dio» le grande possibilità offerte da questo fenomeno.
Oui il salesiano è invitato a pensare in termini rinnovati e ad esprimersi con creatività comunicativa. Si tratta di sviluppare il nostro impegno nell´utilizzazione matura e feconda della comunicazione sociale intesa come un «insieme di strumenti» e di introdurre nell´azione educativa e pastorale» il linguaggio totale della comunicazione».
° Ivi, p. 318
Ivi, p. 320
e Costituzioni 1858, 1,5 (cf. F. MOTTO, p. 78) ° Costituzioni 1875, 1,7 (cf. F. MOTTO, p. 79)
Il salesiano è un comunicatore che si ispira al «perfetto Comunicatore»,1D causa esemplare di ogni espressione, di ogni immagine e di ogni tecnica. Non considera la creatività espressiva e l´uso dei ´media´ come occasioni educative semplicemente sussidiarie e puramente occasionali. È invece convinto che queste attività espressive sono nel loro insieme un autentico nuovo modo di comunicare, un vero linguaggio che non può essere sottovalutato soprattutto nel dialogo educativo con le nuove generazioni. Per questo egli fa uso anche di ogni strumento di comunicazione nelle situazioni in cui si trova: utilizza con intelligenza e competenza i mass-media come il cinema, la radio-TV locale, ecc. e ancor più i mezzi cosidetti leggeri, quali l´audovisivo, il teatro, la musica, l´espressione corporale, ecc."
E appunto «per sensibilizzare i diversi ambienti alla novità del linguaggio e al cambio di mentalità» il CG21 invita a programmare e realizzare addirittura «corsi sistematici di formazione» alla recezione critica dei programmi e all´uso dei mass-media come mezzi ordinari di comunicazione educativa.t2
Notiamo che l´articolo indica pure con chiarezza lo scopo cui dobbiamo mirare come qualificati comunicatori: «per l´educazione e l´evangelizzazione».
Il primo spazio d´azione è l´educazione. Il CGS parla, al riguardo, di un triplice compito: di liberazione, di corresponsabilità e di creatività.13 L´influsso della comunicazione sociale sui giovani e sulla gente comune è enorme: si legge carta stampata, si ascoltano trasmissioni, si affollano le sale di cinema-teatro. Spesso valori fondamentali vengono però misconosciuti o addirittura vilipesi nella valanga di messaggi che si ricevono ogni giorno.
Ne consegue un compito specifico che richiede di impostare un´azione liberatoria da tutti i condizionamenti e di abilitare ad una recezione critica di fronte alla violenza della persuasione occulta.
Ma non basta. Occorre educare ad un atteggiamento costruttivo di
u CP, 11
" Sul salesiano «comunicatore popo(areH si veda il discorso conclusivo del Rettor Maggiore al CG22: Documenti CG22, 73.
CG21, 152. Nella ´Ratio´ salesiana lo studio della comunicazione sociale è inserito in tutte le tappe della formazione iniziale (cf. FSDB, passim).
13 CGS, 456-458
corresponsabilità, ossia all´intervento attivo e propositivo. Si tratta allora di sviluppare nei giovani recettori il senso critico sia estetico che morale per avviarli ad una «personale e libera scelta».14
il giovane deve essere avviato alla comprensione del linguaggio, alla lettura critica del messaggio, spesso espressione di una ideologia o mentalità, al dialogo mediante le diverse forme di confronto e di discussione. L´educatore si deve proporre inoltre di stimolare la fantasia creativa in questo campo: il suo infatti è l´intervento propositivo e alternativo di chi non solo sa leggere la realtà, ma cerca di influire e di intervenire su di essa.
La seconda finalità è l´evangelizzazione.
Ogni forma di comunicazione sociale è un valore da coltivare in sé, perché espressione di una parola umana ancorata alla Parola divina, il Verbo. La comunicazione sociale però può essere messa anche a servizio specifico della diffusione del messaggio evangelico, «a servizio del Vangelo», per «estendere quasi all´infinito il campo di ascolto della Parola di Dio e per far giungere la Buona Novella a milioni di persone».15
L´esperienza del resto dimostra che l´uso dei nuovi linguaggi si rivela fecondo ed efficace non solo sul piano strettamente educativo, ma anche nell´animazione liturgica e catechistica, nella formazione alla preghiera, nel vivere l´incontro con il Signore nei Sacramenti.
A conclusione richiamiamo quanto il Rettor Maggiore affermava nella sua lettera circolare «La comunicazione sociale ci interpella». Dopo averne evidenziata la dimensione salesiana, egli scriveva: «La comunicazione sociale è novità di presenza».16 Ci sia di sprone a ciò l´atteggiamento aperto e coraggioso che Don Bosco assunse già nel secolo scorso.
«Don Bosco, portato dal suo innato fiuto del futuro, aveva intuito il peso sempre maggiore cha la comunicazione sociale stava assumendo. Si buttò a lavorare in questo campo fin dagli inizi del suo apostolato, e proprio della stampa disse: ´In queste cose Don Bosco vuole essere all´avanguardia del progresso´. Seppe essere santamente audace»."
´ IM 9
" £N. 45
10 Cf. ACS n. 302 (1981), p. 6.8 ´ Ivi, p. 29
che per salvare gli uomini di tutti i tempi fornisce ad ogni epoca mezzi provvidenziali di comunicazione del suo Vangelo, affidandoli alle mani dei suoi discepoli.
Per la nostra Congregazione,
perché sappia comunicare il messaggio di salvezza esprimendolo in ogni lingua
e inserendolo in ogni cultura,
ti preghiamo, Signore.
Perché tutti coloro che con noi e come noi
sono chiamati a diffondere nel mondo la fede sappiano ricavare dagli ambienti in cui vivono
strumenti adatti a trasmettere con efficacia il Tuo Vangelo, fondendo in armoniosa unità la fede e le varie culture, ti preghiamo, Signore.
Concedi, Signore, a noi figli di Don Bosco
e a tutti i nostri collaboratori nell´opera educativa l´audacia e l´inventiva del nostro Fondatore,
con la capacità di accogliere e impiegare per il Tuo Regno la ricchezza dei mezzi di comunicazione che la nostra epoca ci fornisce, per essere autentici «comunicatori popolari» a lode della Tua gloria e per la salvezza del mondo.
«Non c´è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo intatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di pio, edificio di Dio» (1 Cor 3,8-9),
Nella comunità di Corinto sono nati i partiti: «lo sono di Paolo, io di Apollo, io di Cefa, io di Cristo» (1 Cor 1,12). La sapienza mondana, estranea alla logica della croce, non sa riconoscere, al di dentro delle molteplici espressioni ministeriali, l´unità del dono della fede da parte di Dio in Gesù Cristo. «Siete ancora carnali... vi dimostrate semplicemente uomini» (1 Cor 3,3-4), incalza Paolo, precisando nei vv. 5-9 il senso e il ruolo dei predicatori, dei maestri, in una parola dei ministri all´interno dell´unica Chiesa.
Al centro sta Dio in Cristo, protagonista assoluto della salvezza dell´uomo o, per dirla in termini evangelici, della venuta del Regno. Nelle parabole Gesù usa l´immagine del campo per indicare l´umanità come luogo del Regno (Mt 13; ma vedi pure il collegamento tra popolo e vigna, Is 5, piantagione, Ez 17,7); i ministri sono collaboratori («synergoi») tanto indispensabili per scelta divina, quanto servitori di tale scelta. A questo livello, le diverse azioni di intervento nel campo di Dio (piantare, irrigare) sono secondarie e subalterne all´unità del progetto; semmai la differenza apparirà dal senso di responsabilità e purezza con cui ogni ministro avrà fatto ciò che gli era stato donato di fare (1 Cor 3,10-17). Con vivacità può ammonire Paolo: «Voi siete il campo di Dio, edificio di Dio», E il monito ricade sui ministri, come a dire: nel vostro diversificato servizio all´unico campo di Dio, ricordate che esso è la comunità in cui lavorate, che è la gente che evangelizzate, e soprattutto non dimenticate che Dio è la sua ragion d´essere e il suo principio di appartenenza.
Il testo paolino è assai più che una asserzione dì principio: è un monito severo che nasce dalla concretezza dei fatti, da cose che capitano e che rimanda all´esito finale dì un giusto giudizio sulla validità del proprio servizio. Ma più ancora è un invito stimolante di crescere alla statura di uomini spirituali riconoscendo la comune uguaglianza, pur nella diversità dei ruoli, nei confronti dell´unico Dio che è Padre di tutti e opera in tutti.
Le Costituzioni attualizzano questo insegnamento di Paolo all´interno della Congregazione e della Famiglia salesiana. Ritorna indimenticabile il ricordo di Don Bosco che tutto unificava nel «Da mihi animas», e insieme tanto faceva perché i suoi collaboratori percepissero l´unità nella fraternità, lavorando con compiti diversi per la salvezza dei giovani.
ART. 44 MISSIONE COMUNITARIA
Il mandato apostolico, che la Chiesa ci affida, viene assunto e attuato in primo luogo dalle comunità ispettoriali e locali i cui membri hanno funzioni complementari con compiti tutti importanti. Essi ne prendono coscienza: la coesione e la corresponsabilità fraterna permettono di raggiungere gli obiettivi pastorali.
L´ispettore e il direttore, come animatori del dialogo e della partecipazione, guidano il discernimento pastorale della comunità, affinché essa proceda unita e fedele nell´attuazione del progetto apostolico.
La comunità soggetto della missione.
Il titolo scelto per questa sezione rivela immediatamente la prospettiva di lettura degli articoli che la compongono (Cost 44-48). Si tratta di definire chi è il soggetto della missione, ossia a chi è affidato il mandato apostolico. La risposta è chiara: alla comunità.
La comunità assume e attua il mandato apostolico ricevuto dalla Chiesa. La missione salesiana non è un fatto affidato a singole persone responsabili, ma è una realtà che coinvolge un insieme di persone «corresponsabili».
Tra i Salesiani non c´è, così, spazio e giustificazione per nessun individualismo apostolico. Ciascun salesiano porta evidentemente i suoi doni e la sua parte di responsabilità personale nel compimento della missione (cf. Cost 22). Ma questo compito personale indispensabile si
inserisce in un impegno comunitario. Qui «in primo luogo» c´è l´affermazione decisiva per noi della dimensione comunitaria, che dà l´impronta di fondo al nostro lavoro apostolico ed al nostro stile educativo. Non si tratta certo di asserire un comunitarismo generico, ma di prendere chiara coscienza che la comunità assume nel suo insieme ed attua coralmente la missione ricevuta.
Titolari della missione sono, quindi, a livello operativo territoriale le «comunità ispettoriali e locali».
La «comunità ispettoriale» ha un particolare rilievo nella responsabilità del lavoro apostolico. Essa costituisce infatti «l´unità istituzionale salesiana che corrisponde meglio alla Chiesa locale».´
Come più esplicitamente diranno in seguito le stesse Costituzioni (cf. Cast 58 e 157), l´lspettoria non deve esser considerata come una semplice entità amministrativa, ma come «comunione di comunità locali» che avvertono con consapevolezza la responsabilità di condividere la missione salesiana in una determinata regione.
Questo consente di offrire un servizio specifico e diversificato alla Chiesa particolare, rendendo così manifesta la vita e la missione multiforme della Congregazione.
La «comunità locale» porta la responsabilità a livello più ristretto e concretamente definito nel territorio in cui si trova, attuando i suoi compiti apostolici specifici.
Ne consegue che ogni salesiano e ogni comunità locale, mentre svolge una determinata attività, agisce nella consapevolezza di essere «membro solidale» per il compimento di una missione comune più vasta.
Coesione e corresponsabilità.
Nella comunità responsabile della missione «i membri hanno funzioni complementari con compiti tutti importanti», come organi viventi di un solo corpo. Questa immagine, cara a Don Bosco,2 rende as-
CGS, 84
z Si veda la conferenza di Don Bosco ai Salesiani tenuta l´11 marzo 1869: cf. MB IX, 572-576.
sai bene da una parte l´idea che la missione per essere compiuta suppone delle funzioni differenziate tra loro e, d´altra parte, che ogni funzione non si può comprendere se viene isolata dalle altre funzioni e dalla totalità dell´organismo.
Secondo la legge della diversità arricchente e della complementarità vicendevole troviamo nella comunità salesiana dei confratelli con compiti diversi, con svariate capacità, differenti doti e qualificazioni.
Ciascuno, secondo quanto già affermava l´art. 22, deve sentirsi in definitiva correlativo agli altri membri della comunità.
Ma «per raggiungere gli obiettivi pastorali» non è sufficiente un´articolazione strutturale di compiti e di ruoli. Assai più importante è che i membri prendano coscienza della loro situazione di interdipendenza e ne accettino le leggi e le relative conseguenze. È quanto afferma il testo usando i due termini: «coesione e corresponsabilità».
La parola «coesione» esprime particolarmente la situazione oggettiva di unità operativa e il senso di vicendevole appartenenza.
«Corresponsabilità» invece esprime propriamente l´atteggiamento soggettivo della coscienza dei diversi membri, ciascuno dei quali condivide la responsabilità dei suoi confratelli ed è pronto a rispondere del proprio compito, che viene assolto con la preoccupazione di fare unità e di operare concordemente.
Le Costituzioni riprenderanno questi concetti nel capitolo della comunità fraterna (cap. V), nella trattazione sulla comunità obbediente alla volontà del Signore, come pure nel servizio dell´autorità (cf., in particolare, Cost 66 e 123).
La guida pastorale.
La seconda parte dell´articolo è strettamente legata alla prima.
La legge dell´azione di comunità è l´unità dei membri nella diversità dei compiti. Ma ciò esige una guida nel discernimento pastorale per procedere uniti e fedeli all´attuazione del progetto apostolico.
Chi è la guida prevista di questi apostoli corresponsabili, radunati in comunità? L´Ispettore nella comunità ispettoriale e il Direttore nella
comunità locale, risponde la Regola.
La corresponsabilità però richiede che i membri non solo aspettino o ricevano disposizioni, ma procedano assieme nella lettura delle situazioni e nello studio delle scelte. I Superiori sono dunque considerati «animatori del dialogo e della partecipazione».
Non dobbiamo guardare a queste figure semplicemente come a conduttori di un´opera, ma prendere atto che essi sono chiamati a guidare una comunità apostolica perché essa proceda unita e fedele nella specifica missione salesiana, senza di cui non sarebbe possibile realizzare il progetto apostolico ideato da Don Bosco.
Viene qui delineato un tratto centrale della fisionomia del Superiore salesiano, che sarà completato da altri aspetti indicati successivamente dalla Regola (cf. Cost 55. 121. 161. 176). Chi presiede, proprio in quanto Superiore salesiano e coordinatore della vita religiosa della comunità, è essenzialmente l´orientatore degli impegni educativi e pastorali. In lui l´autorità religiosa contiene ed esige il ruolo di guida pastorale e viceversa. Nel progetto di Don Bosco, la guida della comunità salesiana è l´educatore apostolico e spirituale del gruppo degli educatori-pastori, è il coordinatore dell´insieme degli sforzi di ciascuno, è colui che fa sintesi del cammino per vivere in fedeltà, è l´animatore dello spirito che orienta l´azione missionaria considerata nella sua interezza.
Il CG21, delineando il ruolo del Direttore, afferma che egli è «guida pastorale della missione salesiana, che attua il triplice ministero di maestro della Parola, di santificatore attraverso i sacramenti e di coordinatore dell´attività apostolica. E primo responsabile della missione giovanile e popolare affidata alla sua comunità, custode e rinnovatore della fedeltà dei confratelli al criterio pastorale del Sistema preventivo, collaboratore del Vescovo con il suo presbiterio per una pastorale d´insieme nella Chiesa locale».3
Si tratta di un servizio ecclesiale qualificato richiesto dalla realtà stessa della comunità salesiana, che nella missione ricevuta dalla Chiesa trova il «tono concreto» e la modalità specifica della sua stessa vita (cf. Cost 3).
3 CG21, 52
O Padre, risveglia e sviluppa in noi la coscienza della missione
che, attraverso la Chiesa e la nostra Società,
ci hai affidato da compiere nella comunità locale e ispettoriale. Il tuo Spirito ci aiuti a conoscerci, a comprenderci, ad aiutarci nella collaborazione vicendevole. Rendici felici di avere tanti fratelli accanto a noi, fa´ che siamo solidali nei propositi e negli sforzi,
desiderosi di promuovere una vera unità attorno ai Superiori per la realizzazione del Tuo disegno di amore. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.
ART. 45 RESPONSABLITA COMUNI E COMPLEMENTARI
Ciascuno di noi è responsabile della missione comune e vi partecipa con la ricchezza dei suoi doni e delle caratteristiche Laicale e sacerdotale dell´unica vocazione salesiana.
Il salesiano presbitero o diacono apporta al comune lavoro di promozione e di educazione alla fede la specificità del suo ministero, che lo rende segno di Cristo Pastore, particolarmente con la predicazione del Vangelo e l´azione sacramentale.
L´ari. 44 diceva che l´unica missione, affidata alla comunità, è compiuta da soci che «hanno funzioni complementari con compiti tutti importanti».
Questo art. 45 vuole presentare brevemente le figure dei soci che compongono la comunità e lavorano per la medesima missione. Esso esprime in sintesi:
- l´unità vocazionale;
- la specificità delle figure del salesiano coadiutore (o «laico») e del salesiano presbitero o diacono (o «chierico»);
la loro essenziale reciprocità.
L´unità vocazionale.
Il prete o diacono e il coadiutore vengono presentati in primo luogo nella loro uguaglianza fondamentale: la vocazione salesiana, dice la Regola, è unica. Le due figure di soci vengono denominate «salesiano coadiutore» e «salesiano presbitero»: ciò che è fondamentale e comune in essi è l´essere «salesiano», termine che precede con valore di sostantivo, esprimendo così la sostanziale uguaglianza. La maniera di vivere questa comune vocazione salesiana viene precisata invece con
la specificazione che caratterizza, come prete o coadiutore, la particolare condizione e i rispettivi compiti conseguenti.
In apertura di articolo, riprendendo la tematica dell´art. 44, si afferma che ciascuno è responsabile della missione comune e vi partecipa con la ricchezza della sua tipicità. Quel «ciascuno» è qui inteso in senso collettivo: il coadiutore, il prete- t questo un altro modo di evidenziare la fondamentale responsabilità comune, cui segue l´accenno al contributo originale che ciascuna delle due figure apporta. L´unica consacrazione religiosa, l´identica missione apostolica e la partecipazione alla vita comunitaria fondano l´uguaglianza fra coadiutore e sacerdote.
Don Rinaldi si esprimeva così nel 1927: «Quando Don Bosco cominciò a pensare alla fondazione di una Società religiosa, volle che tutti i membri, sacerdoti, chierici e laici, godessero degli stessi diritti e privilegi... I coadiutori... sono... Salesiani obbligati alla medesima perfezione e ad esercitare l´identico apostolato che forma l´essenza della Società salesiana».´ Le parole di don Rinaldi riflettono quelle stesse di Don Bosco che, parlando della Congregazione salesiana ai giovani artigiani, affermava: «È un´associazione di sacerdoti, chierici e laici, specialmente artigiani, che desiderano vivere uniti per procurare di volersi bene gli uni gli altri e di far del bene ad altri... Tra i soci della Congregazione non ci sono distinzioni: noi ci consideriamo tutti fratelli.-.».z
Le Costituzioni mettono dunque in rilievo l´unità della vocazione salesiana, ma anche la necessità delle due figure di soci per l´adempimento della missione originale della Congregazione.
«I figli di San Giovanni Bosco, scrive don Ricaldone, hanno bisogno di affiancarsi, di completarsi, di procedere fraternamente uniti nella attuazione delle identiche finalità della loro missione.,- Essi non sono elementi separati o divergenti, ma gli eredi, gli strumenti, gli esecutori di uno stesso divino programma», 1
Questa compresenza di laici e di chierici e la loro indispensabilità per la missione non è arbitraria, ma attinge le sue ragioni nell´identità medesima della Congregazione.
ACS n. 40, 24 luglio 1927, p. 574
´ MB XII, 151
´ ACS n. 93, maggio-giugno 1939, p, 180
Scrive il Rcttor Maggiore D. E. Viganà; «Troviamo nell´unità vocazionale della Congregazione le due dimensioni fondamentali: quella di tipo `sacerdotale´ e quella di tipo `laicale´. Non si tratta semplicemente di questo o di quel socio che,.. abbia un gusto personale più o meno ministeriale o profano; si tratta della comunità salesiana nella sua vitalità organica, ossia della Congregazione in quanto tale, che ha come componente essenziale della sua fisionomia un peculiare e simultaneo senso della consacrazione dell´Ordine e della condizione laicale, permeantisi in una sintesi originale di vita comune».4
Specificità delle due figure.
Ma l´unità di vocazione non misconosce la specificità delle due figure: nel secondo e terzo capoverso l´articolo costituzionale si ferma a descrivere alcuni tratti caratteristici di ciascuna di esse.
1. li salesiano coadiutore.
D salesiano coadiutore è presentato in primo luogo dalla Regola nella sua vocaziona salesiana originale, quale «geniale creazione del gran cuore di Don Bosco, ispirato dall´Ausiliatrice», come si esprimeva con squisita sensibilità il Servo di Dio don Filippo Rinaldi.s
Il VII Successore di Don Bosco mette in evidenza l´alto significato ecclesiale di questa vocazione, confrontandola con quella del sacerdozio ministeriale: «Alla radice delle differenze non c´è una negazione o una carenza di qualificazione ecclesiale, bensì una scelta differente: il coadiutore ha optato per un ideale cristiano positivo che non è definito dal sacramento dell´Ordine, ma è costituito da un insieme di valori che formano in se stessi un vero obiettivo vocazionale di alta qualità. Il CG21 sottolinea l´identità di tale scelta, qualificandola come ´vocazione´ che è in se stessa `concreta´ (con una propria fisionomia), ´com-
E. VIGANO, La componente laicale della comunità salesiana, AC; n. 29S (1980), p. 14 s ACS n. 40, 24 luglio 1927, p. 574
pleta´ (senza carenze), ´originale´ (frutto della genialità del Fondatore), ´significativa´ (di particolare attualità)».6
Come salesiano il coadiutore è anzitutto un «educatore», votato alla promozione integrale della gioventù e della gente del popolo. Egli assolve compiti di ordine culturale, professionale, sociale ed economico, come pure di ordine catechistico, liturgico e missionario; insomma è impegnato «in tutti i campi educativi e pastorali». Poiché come religioso non opera a nome proprio, ma riceve la sua missione dalla Chiesa, egli partecipa profondamente al ministero pastorale, dando al suo sacerdozio battesimale una particolare espressione.
Ma questi compiti il salesiano coadiutore li svolge dando alla comunità un suo tipico apporto: le Costituzioni rilevano che tale apporto deriva precisamente dalla sua condizione laicale. «Vi sono cose - affermava Don Bosco che i preti e i chierici non possono fare e le farete voi... »;´ sono appunto quelle che la condizione di religioso «laico» abilita a compiere.
Dopo di avere, perciò, evidenziato l´autentica e fondamentale vocazione religiosa salesiana e la dimensione comunitaria, il testo della Regola si ferma a considerare la specifica forma «laicale» con cui il coadiutore la vive. È quanto affermava con chiarezza il CG21: «La dimensione laicale è la forma concreta con cui il salesiano coadiutore vive e agisce come religioso salesiano».5 L´articolo costituzionale dice, in modo equivalente: il coadiutore «porta il valore proprio della sua laicità». Si può osservare che proprio per questa tipica modalità di presenza, accanto al nome storico di «salesiano coadiutore», le Costituzioni e i Regolamenti utilizzano in varie circostanze la denominazione di «salesiano laico».
Possiamo chiederci: in che cosa consiste questo «valore proprio» della laicità del salesiano coadiutore, certamente distinta dalla laicità
ACS n. 298 (1980), p. 10; cf. CG21, 173ss
MB XVI, 313
a CG21, 178
9 È utile aver presente il significato di termini frequentemente usati. rcLaico,, secondo l´accezione dei documenti ecclesiali (vedi in particolare Lumen gentium cap. [V e Apostnlicarn actuoatratem), è colui che mediante il Battesimo è incorporato a Cristo e costituito membro del Popolo di Dio: secondo la propria misura è partecipe dell´ufficio sacerdotale, profetico e regale
vissuta dai secolari?´
Ecco come il CGS delinea tale valore: «Egli vive con le caratteristiche proprie della vita religiosa la sua vocazione di laico che cerca il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio; esercita il sacerdozio battesimale, la sua funzione cultuale, profetica e di testimonianza e il suo servizio regale, in modo da partecipare veramente alla vita e alla missione di Cristo nella Chiesa; realizza con l´intensità che deriva dalla sua specifica consacrazione e per `mandato´ della Chiesa, non in persona propria come semplice secolare, la missione di evangelizzazione e santificazione non sacramentale; svolge la sua azione di carità con maggiore dedizione all´interno di una Congregazione che si dedica all´educazione integrale dei giovani particolarmente bisognosi; infine, come religioso, anima cristianamente l´ordine temporale, avendo egli rinunciato alla secolarità, con un apostolato efficacissimo, educando i giovani all´animazione cristiana del lavoro e degli altri valori umani».1D
Il salesiano coadiutore è chiamato a vivere la sua laicità secondo il carisma salesiano e nel contesto della sua comunità." La realtà laicale non è cancellata dalla professione religiosa, anzi investe di una partico
di Cristo e, per la propria parte, compie, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano (cf. LG, 31). Nei documenti del Concilio e neI Codice di diritto canonico il Laico è considerato, dal punto di vista della vocazione, distinto dai chierici, che sono stati istituiti nell´ordine sacro (cf. LG, 31; CIC, can. 207). La stato religioso è uno stato che ha peculiari caratteristiche nella Chiesa, legate a un carisma dello Spirito; i documenti conciliare affermano esplicitamente che ad esso possono accedere fedeli sia dalla condizione clericale come da quella laicale (cf. LG, 43; CIC, can. 588).
Nei documenti del Magistero si parla frequentemente dei compiti secolari, come tipicamente propri dei laici (cf, ad es. LG, 31: l´indole secolare è propria e peculiare dei laici´). Con il termine "secolare´ (e il corrispettivo «secolarità´) ci si riferisce all´ambito di impegno che riguarda le realtà «secolari´, cioè tutte le realtà temporali, proprie del «secolo´ (in parallelismo con le realtà che concernono direttamente il fine ultimo). Ora per sé la Chiesa intera, in quanto pellegrinante, ha un suo carattere secolare, e quindi tutti i suoi membri sono in vari modi vincolati con le realtà secolari. È tuttavia specifico dei laici di essere piú direttamente inseriti in tali realtà e di infondere in esse il fermento evangelico con il contributo della loro professionalità.
È opportuno fare una distinzione-, mentre i Laici del secolo promuovono ed elevano cristianamente le realtà secolari, agendo dall´interno di esse con l´esercizio del proprio ufficio e secondo le leggi loro proprie, l Laici «religiosi´ (e qui pensiamo al salesiano coadiutore) operano in determinati settori delle realtà secolari in forza della loro stessa consacrazione, secondo lo spirito del Fondatore (cf. ACS n. 298, p. 24 ss.), apportando ad esse con la propria competenza professionale la solerzia della carità della Chiesa e offrendo una viva testimonianza che «il mondo non può essere trasfigurato e offerto al Padre senza lo spirito delle Beatitudini´ (cf. LG, 31).
10 CGS, 149
" Cf. ACS n. 298 (1980), p. 28-29
lare configurazione tutti gli aspetti della vita del confratello: la missione salesiana, la vita di comunità, l´azione apostolica, la professione dei consigli, la preghiera e la vita spirituale.
Ciò fa assumere anche alla comunità salesiana un suo aspetto tipico voluto da Don Bosco: arricchita del valore laicale, essa diventa capace di accostarsi al mondo in maniera apostolicamente più valida.
Il testo non accenna direttamente agli svariati ruoli del salesiano coadiutore, ma sottolinea come la sua condizione laicale e la sua esperienza, unita al cuore profondamente salesiano, lo rendono particolarmente «vicino ai giovani e alle realtà del lavoro». La storia attesta che negli Oratori, nelle scuole professionali o tecniche, nelle missioni, i coadiutori hanno esercitato un apostolato ricchissimo e un´influenza efficacissima!
Ed è pensabile che in un mondo sempre più secolarizzato come il
nostro la presenza del salesiano coadiutore divenga più preziosa e urgente. 12
Osserviamo, in conclusione, come tutto il testo delle Costituzioni rivela l´atteggiamento interiore che sta alla base della caratteristica vocazionale del coadiutore, per cui il suo cuore salesiano è ancorato alla trascendenza vissuta nelle realtà temporali, in cui egli immette la forza della radicalità evangelica. Questo gli consente di muoversi negli ambiti
secolari con mentalità allo stesso tempo tecnica e pastorale: è questa una grande ricchezza per la comunità!
2. Il salesiano presbitero o diacono.
Il «salesiano presbitero o diacono» è il segno di Cristo Pastore, il
sacramento del suo ministero come Capq della Chiesa.
I presbiteri, secondo la dottrina del Concilio, «esercitano la funzione di Cristo Capo e Pastore per la parte di autorità che spetta loro».´ a Infatti, sono stati «segnati, in virtù dello Spirito Santo, da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome e nella persona di Cristo Capou.14
´= Cf. ACS n. 298 (1980), p. 46-48: Il Rettor Maggiore presenta due autorevoli appelli rifacendosi
alle parole di don Albera e di don Rinaldi.
i3 PO, 6 P0 4 2
Tra sacerdozio «ministeriale» (derivante dal sacramento dell´Ordine) e sacerdozio «comune» (derivante dal sacramento del Battesimo) c´è mutua complementarità.´-1 Dal punto di vista della finalità della vita cristiana, in quanto liturgia alla gloria del Padre, il primato spetta al sacerdozio comune: «tutti i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio, offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio, rendano dovunque testimonianza di Cristo, e, a chi lo richieda, rendano ragione della speranza che è in loro della vita eterna».´ 6
Ma dal punto di vista dell´efficacia sacramentale di inserzione nel sacrificio di Cristo, il sacerdozio ministeriale ha un ruolo essenziale per la «sacra potestà» di cui è portatore: i presbiteri, infatti, partecipando secondo il grado del loro ministero «alla funzione dell´unico mediatore Cristo, agiscono nell´assemblea eucaristica in persona di Cristo ed esercitano (per la loro parte di autorità) l´ufficio di Cristo Pastore e Capo»."
In definitiva il servizio del sacerdozio ministeriale rende efficace nella Chiesa lo stesso sacedozio comune di tutti. I presbiteri, poi, se di fatto esercitano un ruolo di presidenza, dovranno, in conformità con il monito della prima lettera di Pietro, evitare di «agire come da padroni tra i fedeli loro affidati, ma (comportarsi) come sinceri modelli del gregge» (1 Pt 5,3): e dovranno sapersi mostrare contemporaneamente come «guide e membri»; «veramente padri, ma anche fratelli; maestri nella fede, ma principalmente condiscepoli davanti a Cristo; perfezionatori sì dei fratelli, ma anche veri testimoni della loro personale santificazione».ls
Sulla base di questa dottrina conciliare, le Costituzioni chiedono, anzitutto, ai salesiani presbiteri di essere pienamente tali.
È bello e significativo ricordare quanto Don Bosco dichiarava al ministro Ricasoli che l´aveva invitato a Palazzo Pitti a Firenze il 12 dicembre 1866: «Eccellenza! Sappia che Don Bosco è prete all´altare, prete in confessionale, prete in mezzo ai suoi giovani, e come´è prete in
13 Ce. L.c, 10
16 z,i
L.G 28 d MR, 9
Torino, così è prete a Firenze, prete nella casa del povero, prete nel palazzo del re e dei ministri».19
È una magnifica testimonianza di identità personale e di unità di vita in Don Bosco. «Così -� afferma ancora il Concilio - rappresentando il buon Pastore, nello stesso esercizio della carità pastorale troveranno il vincolo della perfezione sacerdotale che ricondurrà all´unità la loro vita e attività».20
Il salesiano prete nutre il suo cuore di carità pastorale, che non può venire se non da Cristo Pastore. Questo atteggiamento di fondo lo spinge a cercare costantemente attraverso ogni gesto, come possa essere autentico pastore con lo stesso cuore di Cristo. È questo il suo primo e principale compito!
Richiamandosi al decreto «Presbyterorum ordinis», il CGS si esprime così: «Il sacerdote è l´uomo spirituale che deve sempre avere dinanzi agli occhi l´immagine di Cristo, servo e pastore. Il suo ministero è un servizio di virtù attiva, propriamente escatologica, i cui segni visibili sono, benché a titolo diverso, la predicazione evangelica e le azioni sacramentali. Egli, per ufficio e pubblicamente, annuncia il Cristo Salvatore in questo mondo, raccoglie insieme la fraternità cristiana, la raduna nel sacrificio di Cristo e, come guida, attraverso Cristo, nello Spirito, la conduce al Padre».21
Ma le Costituzioni vogliono sottolineare che il salesiano prete è chiamato a esercitare il suo ministero secondo il carisma salesiano nel contesto della sua comunità. Il suo modello è Don Bosco, che Pio XI citava nella Enciclica sul Sacerdozio, accanto a Giovanni Maria Vianney e a Giuseppe Cottolengo, come «stella di prima grandezza» e «vero gigante della santità». Il salesiano prete è sacerdote secondo lo spirito e gli orientamenti apostolici con cui il nostro Padre è stato sacramento di Cristo per i giovani e per il popolo.
Lo stesso Concilio ha notato che nell´ambito dell´unico presbiterio si trovano mansioni differenti: «Tutti i presbiteri lavorano per la stessa causa, cioè per la edificazione del Corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi».22
19 MB VIII, 534
so PCI, 14
z´ CGS, 142
Z2PO´ 8
Esistono dunque differenti possibilità di esercizio dell´unico ministero presbiterale.
I compiti che attendono il salesiano prete sono molteplici: responsabile di un centro giovanile, predicatore e catechista, educatoreprofessore, parroco, cappellano, animatore di gruppi, missionario, superiore di comunità...
Il denominatore comune è di assolvere il proprio compito con cuore sacerdotale, essere annunciatore della Parola, santificatore e animatore di comunità. Il testo esprime la presenza di queste intenzioni e compiti con l´avverbio «particolarmente».
Il ministero sacerdotale salesiano non è isolato e non viene esercitato individualmente. È invece svolto in comunione di obiettivi pastorali per una educazione cristiana completa dei giovani, cui concorrono altri contributi ugualmente indispensabili.
Il testo sottolinea tuttavia un orientamento di fondo. Fra tutti questi compiti i salesiani sacerdoti privilegiano quelli tipici del loro ministero, perché «i presbiteri hanno come loro primo dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio» 23 e sono ministri dei Sacramenti, in particolare dell´Eucaristia e della Penitenza. Dunque il Vangelo, l´altare e il confessionale restano i luoghi privilegiati di ministero di ogni salesiano sacerdote.
Coessenziale reciprocità.
Nell´ultimo capoverso dell´articolo viene affermata la coessenziale reciprocità tra il salesiano laico e il salesiano presbitero nella comunità, perché questa assuma la sua completa fisionomia apostolica. Ciò vuol dire che nel prete salesiano troviamo anche alcuni aspetti che si rivelano in forma eminente nella vocazione del coadiutore e viceversa. A tal punto che il sacerdozio non è salesianamente significativo se non è visto in correlazione con il contributo e la figura dei confratelli laici.
D´altra parte il carattere religioso-laicale del coadiutore non si invera senza un riferimento interno al ministero e all´essere sacerdotale
23 PO 4
dei confratelli presbiteri: il coadiutore vive e lavora con loro in comunione spirituale e pastorale.
L´articolo conclude dicendo che «la presenza significativa e complementare di salesiani chierici e laici nella comunità costituisce un elemento essenziale della sua fisionomia e completezza apostolica».
Viene così ribadita la volontà esplicita di Don Bosco circa la «forma» della Società salesiana (cf. Cost 4): la Congregazione salesiana non sarebbe più se stessa se venisse a mancare in essa la presenza di una delle sue componenti; in ogni comunità ispettoriale e locale la presenza di chierici e laici insieme fa parte della «completezza apostolica».
Le dimensioni sacerdotale e laicale si richiamano vicendevolmente, si compenetrano in una originale spiritualià di azione apostolica. L´una è in stretto rapporto di integrazione con l´altra, tanto da divenire reciprocità coessenziale. Nella comunità salesiana preti e laici si interscambiano vitalmente la ricchezza delle loro differenze e si correlazionano in un vincolo intrinseco per svolgere la missione comune.
Diceva il Rettor Maggiore alla conclusione del CG22: «Ogni socio, chierico´ o ´laico´, se ha vera coscienza di essere ´membro´, si sente corresponsabile del `tutto´, apportando il dono di sé e della sua tipica vocazione. La componente ´sacerdotale´ e quella ´laicale´ non comportano un´addizione estrinseca di due dimensioni affidate ognuna a categorie di confratelli in sé differenti che comunicano parallelamente e sommano forze separate, bensì a una comunità che è il soggetto vero della missione salesiana. Ciò esige una formazione originale della personalità di ogni socio, per cui il cuore del salesiano-chierico si sente intimamente attirato e coinvolto nella dimensione laicale della comunità, e il cuore del salesiano-laico si sente, a sua volta, intimamente attirato e coinvolto in quella sacerdotale. È la comunità salesiana, in ognuno dei suoi membri, che testimonia delle sensibilità e realizza degli impegni che sono simultaneamente sacerdotali e laicali» .24
Da tutto questo si comprende perché le Costituzioni indicano la «presenza significativa e complementare» di chierici e laici come «elemento essenziale» per la «completezza apostolica» della comunità sale-
24 CG22 Documenti, 80; cf. anche CGII, 194-195
siana. E si comprende anche l´importanza di una pastorale vocazionate, che presenti adeguatamente e testimoni le due figure di soci salesiani, con le loro specifiche ricchezze per la comune missione giovanile e popolare.
O Padre, Tu distribuisci con varietà i tuoi doni,
e tutti insieme li dirigi all´unica comune salvezza; fa´ che nelle nostre comunità
le ricchezze comuni e i doni diversi concessi ai fratelli chierici e laici siano da ciascuno accolti e valorizzati per l´edificazione concorde del Tuo Regno, soprattutto in mezzo ai nostri giovani. Per Cristo nostro Signore.
ART. 46 I GIOVANI SALESIANI
Lo spirito di famiglia e il dinamismo caratteristico della nostra missione rendono particolarmente valido il contributo apostolico dei giovani salesiani.
Questo articolo assegna una funzione particolare ai giovani salesiani, chierici e giovani coadiutori, nella realizzazione della missione salesiana. Essi sono intensamente coinvolti nella responsabilità apostolica, pur essendo ancora in periodo di formazione. Don Bosco dimostrò una grande capacità «di correspdnsabilizzare anche i più giovani dei suoi collaboratori... di trovare ad ognuno un lavoro congeniale all´indole, all´impegno, alla formazione in modo che ognuno si trovasse a suo agio».´
L´esempio di Don Bosco ci riporta ai due nuclei del presente articolo: il contributo apostolico dei giovani confratelli e l´atteggiamento della comunità nei loro confronti.
Il valido contributo dei giovani.
È innegabile la stragrande importanza che la Chiesa oggi e Don Bosco ieri attribuiscono all´età della giovinezza. Essa è rilevante nell´esistenza dei singoli e nel divenire dell´umanità, è un bene per tutti, è un bene dell´umanità stessa.
«Giovinezza» significa infatti «un patrimonio di valori e di possibilità per la persona, per la società e per la Chiesa. Essa è un tesoro in se stessa per ciò che è e per ciò che dà: per la ricchezza del suo essere e la fecondità del suo dare... La giovinezza comporta una potenza di sco-
´ CGS, 498
penta, di prospettiva, di realtà, di programmazione, di assunzione in proprio di feconde decisioni. Certo tutto questo è `possibilità´ che non necessariamente si realizza, ma è possibilità oggettiva, soprattutto se si tiene in conto quel sovrappiù di energia e di vita che proviene dall´Uomo nuovo risorto attraverso il Battesimo» 2
Queste considerazioni valgono ancor più per i nostri giovani confratelli e spiegano bene il significato della loro presenza nelle nostre comunità. Essi rappresentano un´offerta di fresche possibilità, una semente di futuro, una primavera di ideali, un fiorire di vita.
Non si tratta di alimentare visioni idilliache. Sappiamo che nel loro cuore si trova la vera misura di ciò che sono; ma il desiderio appassionato e la freschezza dell´inizio hanno il loro significativo peso in comunità. L´articolo delle Costituzioni lo mette in evidenza, senza peraltro lasciarsi andare a facili entusiasmi,
Il testo richiama due tipici aspetti del nostro spirito e della nostra missione per spiegare ciò che rende particolarmente valido il contributo apostolico dei giovani salesiani.
Ogni comunità è impegnata a costruire «famiglia»: tutti possono dare il proprio apporto efficace. Ma è evidente che i giovani confratelli per la loro gioia e il loro entusiasmo, per la loro espansività e spontaneità, per la loro generosità rappresentano l´elemento più vivace delle nostre comunità: sono essi che le aiutano a mantenersi in quello «spirito» che le rende attraenti e familiari.
L´altra ragione di validità del contributo dei giovani confratelli si riferisce all´azione apostolica. Il dinamismo è un tratto tipico dei Salesiani: per il fatto stesso che la nostra missione è «giovanile», deve necessariamente essere compiuta con spirito di iniziativa e con slancio rinnovato. L´art. 10 delle Costituzioni afferma del resto che il centro e la sintesi dello spirito salesiano è «la carità pastorale, caratterizzata dal dinamismo giovanile». Ora i giovani confratelli sono nella migliore condizione per mantenere e accrescere lo stile «giovane» della nostra azione apostolica.
La ricchezza del loro contributo viene espressa con tre tratti caratteristici.
2 E. VIGANO, ACG n. 314 (1985), p. 6.7
In primo luogo la Regola dice che i giovani confratelli sono «pia vicini alle nuove generazioni». Sappiamo quanto sia oggi importante, e nello stesso tempo difficile, per un educatore mantenersi sensibile alle nuove generazioni. Un atteggiamento di fondo è d´obbligo per il salesiano: «la simpatia e la volontà di contatto con i giovani», per essere in grado di comprendere e condividere (Cost 39).
I giovani confratelli, per la congenialità generazionale e per gli stessi gusti giovanili, realizzano questo spontaneamente, quasi senza difficoltà. Aiutano dunque la comunità a rimanere in contatto con la gioventù: sono quasi un ponte naturale tra gli educatori più adulti e i giovani.
Il testo aggiunge poi un secondo tratto: essi sono «capaci di animazione ed entusiamo». A questo contribuisce la novità della prima esperienza pastorale, il desiderio di rispondere con tutte le forze alla chiamata del Signore e la fresca creatività propria dell´età.
Infine, dice l´articolo, essi sono «disponibili per soluzioni nuove». La continuità è una buona cosa nel lavoro apostolico, non però l´abitudinarietà. Il dialogo tra anziani e giovani aiuta a scoprire soluzioni adeguate che sono allo stesso tempo radicate nell´esperienza, ma anche aperte a novità di gesti e di iniziative.
Non bisogna dimenticare che la nostra Congregazione è stata fondata con i giovani, e che l´audacia missionaria delle prime generazioni fu realizzata da giovani salesiani!
L´accoglienza da parte della comunità.
La comunità accoglie i giovani confratelli e li coinvolge come membri corresponsabili. Ad essa tocca non disperdere, ma potenziare queste energie date da Dio alla Congregazione. Deve quindi favorire la loro maturazione religiosa e la loro crescita apostolica, perché non sia vanificato il loro prezioso apporto.
Per raggiungere questo scopo i confratelli incoraggiano la generosità dei giovani confratelli, li aiutano cioè a superare le loro incertezze, appoggiano le loro iniziative, anche di fronte a limiti passeggeri, accolgono volentieri suggerimenti e nuove idee, e danno loro spazio anche nella progettazione e nella programmazione.
È bello e pertinente riportare qui un celebre passo della Regola Benedettina: «...Se abbiamo detto che al consiglio siamo chiamati tutti, è perché spesso ad uno più giovane il Signore rivela la decisione migliore».3
Lo stile di Don Bosco non era diverso. Afferma il suo biografo: «Don Bosco adunque, date a´ suoi chierici certe norme generali, lasciandoli in libertà di cercare i mezzi per raggiungere il fine proposto, assuefacevali a fare da sé, pronto egli però sempre a porger loro efficace aiuto».¢
Oltre a stimolare l´azione, la comunità è chiamata anche ad orientare le energie giovanili. L´attività apostolica esige alcune attenzioni e comporta qualche rischio: l´individualismo che stacca dalla comunità, l´attivismo che porta alla superficialità, il frammentarismo che impedisce la crescita dell´unità interiore.
L´esperienza pastorale di cui la comunità è depositaria dovrebbe aiutare a rafforzare le condizioni favorevoli e controbilanciare i rischi con l´esempio, il consiglio, ma soprattutto con l´inserimento nel vivo di un´azione pastorale progettata e profonda.
Queste considerazioni fanno trasparire l´urgenza di un reale spirito di famiglia tra i Salesiani di diverse età. )~ il caso di ricordare una felice formula: gli anziani si ricordino che la Congregazione non finisce con loro, e i giovani non dimentichino che essa non comincia con loro!
Q Padre, che nell´età giovanile
poni un seme e un segno di speranza, benedici i nostri giovani confratelli,
guidali nelle loro scelte e sostienili nelle difficoltà, perché siano generosi nel loro dono,
e nel loro contatto più diretto con le giovani generazioni siano mediatori efficaci del Vangelo
e suscitatori tra noi di sempre nuovo entusiasmo, nello spirito e con lo stile di Don Bosco. Per Cristo nostro Signore.
´ Regola di SAN BENEDETTO, tap. III, ~Ia convocazione dei Fratelli a consigIio~
4 MB V, 39
ART. 47 LA COMUNITA EDUCATIVA ED I LAICI ASSOCIATI AL NOSTRO LAVORO
Realizziamo nelle nostre opere la comunità educativa e pastorale. Essa coinvolge, in clima di famiglia, giovani e adulti, genitori ed educatori, fino a poter diventare un´esperienza di Chiesa, rivelatrice del disegno di Dio.
In questa comunità i laici, associati al nostro lavoro, portano il contributo originale della loro esperienza e dei loro modello di vita.
Favoriamo la crescita spirituale di ognuno e proponiamo, a chi vi sia chiamato, di condividere più strettamente la nostra missione nella Famiglia salesiana.
La comunità educativo-pastorale.
L´articolo si apre con una dichiarazione assai semplice: «realizziamo nelle nostre opere la comunità educativa e pastorale». Questa assume un rilievo particolare nell´attuazione del progetto educativo, contribuendo a raggiungere gli obiettivi della nostra azione apostolica.
Perciò la comunità salesiana non si chiude nel gruppo religioso, anzi espande la sua comunione a cerchi concentrici sempre più ampi.
Don Bosco non ha usato la terminologia che oggi è nostra; ma ha realizzato l´idea della comunità educativa circondandosi di collaboratori e coinvolgendo i giovani in un ambiente intensamente educativo. La comunità educativa perciò è un´esigenza caratteristica del nostro Sistema, che richiede un intenso ambiente di partecipazione e di relazioni costruttive e associa tutti, educatori e giovani, in un´unica esperienza dinamica.´ Ogni azione educativa pastorale invoca inevitabilmente una struttura comunitaria, non solo per la molteplicità e per la necessaria convergenza dei contributi richiesti, ma specialmente perché comporta un intreccio di rapporti e un coinvolgimento attivo da parte di tutti gli interessati.
I CF. CG21, 102
La comunità educativa è, altresì, un´istanza decisiva per l´evangelizzazione. Lo sforzo di unità, vissuto nello spirito evangelico, è già di per sé testimonianza viva oltre che forma efficace di annuncio. Una comunità evangelizzata evangelizza.2
Infine, come traguardo di un cammino, la comunità educativa è una manifestazione di Chiesa, che è realtà di comunione. Per questo nella realizzazione concreta di tale comunità si tiene davanti l´ideale, perché essa diventi una vera «esperienza di Chiesa».
Come notano le Costituzioni, la comunità educativa, più che per l´organizzazione di ruoli e di strutture (che non devono mancare), si caratterizza per lo spirito che la anima e per il clima di famiglia. La capacità di incontro, la collaborazione cordiale, lo stile di spontaneità, di semplicità... tutto deve essere posto sotto il segno della bontà familiare. Ma ciò a cui si tende soprattutto è la comunità di fede, dove Dio si fa presente e si comunica, dove c´è capacità di annuncio e forza di testimonianza, dove si fa autentica esperienza di Chiesa come luogo di comunione e partecipazione, affinché i giovani possano sperimentare i valori della comunione umana e cristiana con Dio e con i fratelli.
Per questo si deve guardare alla comunità come ad una realtà sempre in crescita, che si forma e progredisce.
Chi sono i membri di questa comunità in crescita?
Il testo costituzionale risponde: «giovani e adulti, genitori ed educatori», in una parola tutti gli interessati al fatto educativo e pastorale. Questi devono essere coinvolti e lasciarsi coinvolgere, devono partecipare e collaborare.
Ben poco servirebbe un elenco più dettagliato. I Salesiani si trovano di fronte ad un grande compito: per educare bisogna essere in molti e tutti sono chiamati a dare il proprio contributo, anche se a livelli diversi e con differenti ruoli. Si tratta di unire gli sforzi per la realizzazione del progetto comune a favore della gioventù.
Per attuare questa istanza è necessario mantenere la chiarezza dei progetto nella sua ispirazione, organicità e coerenza e il suo influsso reale sulla programmazione concreta delle diverse iniziative.3 Occorre
2 Cf. CG21, 62 3 Cf. CG21, 68
sviluppare la coscienza della missione comune, riconoscere la corresponsabilità di tutti coloro che partecipano al progetto dell´opera incoraggiando la collaborazione di ciascuno secondo le competenze e le possibilità di realizzazioni personali e la condivisione di esperienze.
Una forza preziosa e indispensabile nella vita della comunità educativa pastorale sono «i laici associati al nostro lavoro». L´articolo ne parla specificamente mettendo in risalto il loro contributo originale.
Molte ragioni spingono a considerare attentamente la loro presenza: il numero notevole sia nelle strutture educative che in quelle pastorali; il contributo importante della loro professionalità; la disponibilità alla collaborazione nel trasmettere il messaggio educativo.
Emerge su tutte una ragione ecclesiale. Il Concilio Vaticano II offre un ricchissimo patrimonio dottrinale, spirituale e pastorale sul tema dei laici. Essi sono l´elemento base del popolo di Dio,´ chiamati al ministero profetico, sacerdotale e regale, che esercitano animando cristianamente l´ordine temporale. Il decreto «Apostolicam actuositatem» ne indica la partecipazione attiva e responsabile alla missione della Chiesa, come ad essi propria e assolutamente necessaria; s il decreto «Ad gentes» rivela l´importanza anzi I´insostituibilità dei laici nell´attività missionaria della Chiesa; e la Costituzione «Gaudium et spes» colloca l´impegno dei laici come momento significativo e decisivo nel rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. Infatti senza la loro presenza i molteplici ambiti secolari non potrebbero godere della testimonianza e dell´azione cristiana. In particolare il Magistero della Chiesa ha chiarito abbondantemente il ruolo del laico nelle strutture educative.´
È da notare che il termine «laico» nell´uso corrente (almeno in taluni ambienti) può assumere un significato ambiguo. Noi useremo laico nell´accezione conciliare di «membro del popolo di Dio». Si veda, al riguardo, la lettera dei Rettor Maggiore, su ~La promozione del laico nella Famiglia salesiana, in ACG n. 317 (1986).
´ Cf. AA, 2-3; cf. anche LG, 31
Cf. AG, 41
Vedi il documento Kl1laico tesi imone della fede nella scuola, Congregazione per l´educazione cattolica, Roma 1982
Queste autorevoli indicazioni hanno contribuito a delineare la figura del laico e a riconoscerne la funzione specifica.
L´articolo delle nostre Costituzioni non intende certo riassumere la dottrina conciliare sul laico, ma vuol porre in netta evidenza che la sua presenza nell´opera salesiana non è strumentale." Egli è presente per un´esigenza intrinseca della nostra Famiglia: Don Bosco ci ha trasmesso l´urgenza di «unire le forze dei buoni per giovarsi vicendevolmente nel fare il bene».´ 1 laico, dunque, è attivamente presente nella comunità educativa e pastorale salesiana e vi occupa uno specifico ruolo per quel «contributo originate» che solo lui può portare. La sua esperienza, la professionalità e il tipico modello di vita che rappresenta sono una ricchezza insostituibile nell´opera educativa e pastorale. La sua figura mette i giovani di fronte a una gamma più completa di modelli di vita cristiana, permette un dialogo più vasto e aggiornato con i problemi della famiglia e della professione, offre maggiore opportunità ai Salesiani di dedicarsi al loro specifico campo di animazione, esercita un ruolo educativo proprio, diverso e integrabile con il nostro.
Le Costituzioni si riferiscono qui anzitutto ai laici che partecipano pienamente alla missione della Famiglia salesiana, ma si rivolgono anche a tutti quei laici che, pur non appartenendo alla Famiglia, condividono con noi la responsabilità dell´attuazione del progetto. I laici possono essere validi e necessari collaboratori che integrano efficacemente la nostra opera educativa, pastorale, evangelizzatrice. Nel lavoro comune ognuno mantiene la sua identità, proprio perché da essa scaturisce la ricchezza educativa e pastorale. Ma è pure indispensabile coltivare la mutua comunione per un arricchimento reciproco. Come scrive il Rettor Maggiore: «È necessario saper intessere tra laici e consacrati una vera comunione ecclesiale di vocazioni complementari, fondata su Cristo, mossa dal suo Spirito, alimentata da convinzioni di fede, da mutua testimonianza, da una concreta e operativa opzione di impegni; ossia si tratta di una comunione in profondità nella medesima spiritualità apostolica».10
8 Scrive il Rettor Maggiore: «II fatto che ci siano dei laici in missione con noi, e di noi con loro,
non è semplicemente una somma quantitativa di forze e tanto meno una forzata supplenza
per compensare le nostre perdite e le assenze» (ACG n. 317, 1986, p. 13; cf. anche CG21, 66). e D. BOSCO, Regolamento dei Cooperatori Salesiani 1876, 1
´´ ACC n. 317 (1986), p. 13
Il ruolo animatore dei Salesiani.
La comunità salesiana ha un compito particolare nei confronti dell´insieme della comunità educativa e di ciascuno dei suoi membri.
Il progetto apostolico affidato alla comunità richiede ai Salesiani di farsi carico del ruolo animatore di tutte le forze che collaborano. Lo dice esplicitamente l´art. 5 dei Regolamenti generali, che definisce la comunità religiosa salesiana «nucleo animatore della comunità educativa.
Il testo costituzionale presenta tre impegni specifici per questo compito di animazione: il coinvolgimento di tutti i collaboratori, la loro formazione e la proposta della vocazione salesiana.
- La comunità dei Salesiani si impegna in primo luogo ad accogliere e suscitare la collaborazione. Di fronte al laico associato al lavoro della comunità, il salesiano è chiamato ad assumere un atteggiamento positivo di accoglienza, in spirito di famiglia, per il contributo che egli dà all´attuazione del progetto educativo. Ma non basta. L´autentica accoglienza e il senso di appartenenza di un gruppo umano si misurano dalla partecipazione. Questa per altro è oggi un´esigenza di tutte le associazioni e comporta uno stile di coinvolgimento nelle programmazioni e nelle verifiche. Si chiede dunque al salesiano un atteggiamento propositivo, ossia capace di sollecitare convinta adesione e di aprire spazi e possibilità di partecipazione attiva.
- Ma la partecipazione non è un puro calcolo quantitativo di convergenze. Comporta un quadro di riferimento comune, costantemente maturato ed esige mete condivise. Altrimenti può sfociare in dannosa conflittualità. Subentra allora la seconda raccomandazione: dar la possibilità di conoscere il Sistema preventivo e favorire la crescita spirituale di ciascuno.
Lo spirito salesiano e il Sistema preventivo sono i cardini della condivisione educativa e pastorale. Non si può pensare ad efficacia di intervento se non rifacendosi ad uno schema di riferimento valido per tutti e ad un comune sistema di valori da proporre ai giovani. Il Sistema preventivo invoca un´azione comune ed unità di intenti; lo spirito salesiano crea sintonia di cuori ed armonia di sentimenti.
- L´ultimo capoverso dell´articolo estende l´attenzione formativa
al campo vocazionale. I nostri laici non sono solo educatori con noi; sono dei cristiani che necessitano di continua crescita spirituale e di cura della loro maturazione vocazionale. Come Salesiani, portatori di un carisma che vuole far crescere le persone fino alla piena maturità in Cristo, sentiamo la responsabilità di partecipare le ricchezze di tale carisma prima di tutto a quelli che collaborano con noi nell´opera educativa e pastorale: i laici hanno il diritto di aspettarsi da noi l´incoraggiamento e l´esempio della santità.
In particolare il testo della Regola sottolinea la logica conseguenza del cammino che i collaboratori laici compiono insieme con i Salesiani:
la condivisione più stretta della missione e dello spirito di Don Bosco nella Famiglia salesiana. Se i laici si trovano accolti in un ambiente di famiglia, se sono formati ai valori del Sistema preventivo e dello spirito salesiano, se si sentono coinvolti nei grandi obiettivi dell´educazione ed evangelizzazione dei giovani, è naturale che accettino volentieri di far parte di quelle Associazioni laicali, che Don Bosco stesso ideò per unire quanti desiderano condividere la sua missione. Rimane la responsabilità dei Salesiani di favorire questo cammino e di proporre la vocazione salesiana,
suscita nelle nostre comunità
cristiani laici competenti e generosi.
Il tuo Spirito li ispiri e li guidi nel compito di educare con noi i giovani
e di far avanzare il Tuo Regno nei loro cuori.
Aiuta i genitori a prendere viva coscienza della loro responsabilità di primi educatori dei loro figli.
La fede e la carità ispirino le nostre relazioni, perché insieme possiamo realizzare
1 Circa il significato dell´Associazione dci Cooperatori salesiani per i laici che sono in missione con noi si veda ACC n. 317 (1986), p. 18-19.
ART. 48 SOLIDALI CON LA CHIESA PARTICOLARE
La Chiesa particolare è il luogo in cui la comunità vive ed esprime il suo impegno apostolico. Ci inseriamo nella sua pastorale che ha nel Vescovo il primo responsabile´ e nelle direttive delle Conferenze episcopali un principio di azione a più largo raggio.
Offriamo ad essa il contributo dell´opera e della pedagogia salesiana e ne riceviamo orientamenti e sostegno.
Siamo pronti a cooperare con gli organismi civili di educazione e di promozione sociale.
´ CIC, can. 678,1
Già negli articoli 6, 31 e 44 le Costituzioni hanno messo in luce la nostra partecipazione alla missione della Chiesa. Questo articolo evidenzia, in modo speciale, la collocazione del nostro servizio apostolico nella Chiesa particolare.
L´affermazione introduttiva sottolinea tutta la ricchezza teologica del tema. L´Esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» dichiarava con vigore: «Così il Signore ha voluto la sua Chiesa: universale, grande albero fra i cui rami si annidano gli uccelli del cielo, rete che raccoglie ogni sorta di pesci, gregge portato al pascolo da un solo pastore. Chiesa universale senza confini né frontiere...».´ «Tuttavia questa Chiesa universale s´incarna di fatto nelle Chiese particolari, costituite a loro volta dall´una o dall´altra concreta porzione di umanità, che parlano una data lingua, che sono tributarie di un loro retaggio culturale, di un determinato sostrato umano».2
L appunto in questa prospettiva che l´articolo asserisce, quasi come premessa al discorso successivo, che la comunità salesiana vive
EN, 61 ´ EN, 62
ed esprime il suo impegno apostolico nella Chiesa particolare, facendo così eco al documento «Mutuae relationes»: «La Chiesa particolare costituisce lo spazio storico, nel quale una vocazione si esprime nella realtà ed effettua il suo impegno apostolico; lì, infatti, dentro i confini di una determinata cultura, si annuncia e viene accolto il Vangelo».3
La nostra vocazione di religiosi salesiani conserva sempre un carattere universale. Del resto dice ancora l´«Evangelii nuntiandi»: «... Le Chiese particolari si conservino profondamente aperte verso la Chiesa universale. Bisogna ben rilevare che i cristiani più semplici, più fedeli al Vangelo, più aperti al senso vero della Chiesa, hanno una spontanea sensibilità circa questa dimensione universale» .4
«D´altra parte, la Chiesa `toto orbe diffusa´ diventerebbe un´astrazione se non prendesse corpo e vita precisamente attraverso le Chiese particolari. Solo una permanente attenzione ai due poli della Chiesa ci consentirà di percepire la ricchezza di questo rapporto fra Chiesa universale e Chiese particolari».5
Alla luce di queste considerazioni, noi accettiamo il riferimento al Vescovo come primo responsabile e le direttive delle Conferenze episcopali come orientamento indispensabile nella nostra azione apostolica. Infatti: «I singoli Vescovi sono il visibile principio e fondamento dell´unità nelle loro Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale» .1 Perciò il Concilio Vaticano Il raccomanda ai religiosi di «collaborare nei vari ministeri pastorali, tenute tuttavia presenti le caratteristiche di ciascun Istituto».´
Il testo costituzionale concretizza queste esortazioni conciliaci in due istanze orientative per noi Salesiani: per essere fedeli al nostro carisma «offriamo il contributo dell´opera e della pedagogia salesiana»; e per essere attenti alla Chiesa «riceviamo orientamenti e sostegni»,
La prima istanza sottolinea la ricchezza che i Salesiani sono tenuti a portare nella Chiesa particolare: l´azione pastorale tipica di Don Bosco e il suo Sistema preventivo.
3 MR, 23 4 EN, 64 s EN, 62
LC. 23 CD, 35
L´altra invece sollecita ad accogliere gli orientamenti dei Pastori per poter camminare coerentemente in una pastorale d´insieme e ricevere il sostegno di tutta la Chiesa nel nostro lavoro.
In comunione con i gruppi della Famiglia salesiana e con i diversi Istituti religiosi.
All´interno della Chiesa particolare, le Costituzioni sottolineano che la coerenza del nostro servizio pastorale richiede un organico collegamento con due realtà: la Famiglia salesiana e la vita religiosa nel suo insieme.
---- I vari gruppi della Famiglia salesiana sono al servizio delle Chiese locali come lo siamo noi. Così, ad esempio, Don Bosco si esprimeva circa i Cooperatori: «L´Associazione avrà assoluta dipendenza dal Sommo Pontefice, dai Vescovi, dai Parroci, in tutte le cose che si riferiscono alla religione».8
Il carisma di Don Bosco è una realtà unitaria e si deve presentare come tale nella Chiesa: la sua visibile manifestazione è la Famiglia salesiana, che dovrà essere sempre più presente nella Chiesa come gruppo unito. È dunque importante il collegamento e il coordinamento tra i diversi gruppi per favorire un migliore inserimento e un più efficace servizio salesiano: è questo ciò che già l´art. 5 ha suggerito.
- Quanto al collegamento con gli altri Istituti di vita religiosa, è la stessa normativa della Chiesa che ne indica la strada, che consiste nel condividere, attraverso gli organismi previsti, iniziative comuni per l´incremento della vita religiosa nella Chiesa.´ Per noi questa è anche una preziosa eredità lasciataci dal Fondatore, sempre attento a tutti i carismi che lo Spirito del Signore suscita per il bene della sua Chiesa (cf. Cast 13).
Con questo testo costituzionale la Congregazione intende fare esplicitamente sua la dottrina del Vaticano II sulla grandezza mistica
8 D. BOSCO, Regolamento dei Cooperatori salesiani 1876, V, 2
Si veda ciò che il Concilio dice delle «Conferenze dei Superiori maggiori in PC, 23. Si veda anche MR, 48. 61.
della Chiesa particolare e sulla sua realtà pastorale, e ne indica concretamente le conseguenze pratiche.
Ogni progettazione e organizzazione pastorale avviene a due livelli: - a livello diocesano in quanto la Chiesa trova il suo fondamento di
unità nel Vescovo;
- a livello nazionale o regionale con un gruppo di diocesi che hanno affinità socio-culturali e tradizioni comuni di ordine linguistico, teologico, spirituale: le Conferenze episcopali ne sono l´organismo più qualificato che esprime la sollecitudine pastorale comune per una popolazione nazionale (o regionale sovradiocesana).
Una legge fondamentale di azione pastorale è la collaborazione, fondata sulla saggezza e sull´umiltà.
Noi non abbiamo la pretesa di risolvere da soli i problemi della gioventù, né l´ingenuità di dissociare questi problemi dall´insieme della problematica generale. Sappiamo che esistono attorno a noi organismi, movimenti, persone che manifestano altrettanto zelo per la promozione integrale della gioventù. Nell´articolo, l´orizzonte della cooperazione si allarga perciò in un crescendo. Ogni comunità salesiana considera suo compito apostolico collaborare con tutte le forze vive, presenti nella società.
L´art. 57 dirà che la comunità salesiana è «attenta al contesto culturale in cui svolge la sua azione apostolica, solidale con il gruppo umano in mezzo a cui vive» e che essa «coltiva buone relazioni con tutti». Mettendo accanto a questa annotazione la breve indicazione operativa dell´articolo che commentiamo, di cooperare con gli organismi civili di educazione e promozione sociale, ne esce un´immagine di comunità apostolica inserita vivacemente nel territorio, in attiva interazione con le istanze dinamiche che ne curano lo sviluppo. Essa è chiamata ad essere un centro di porte aperte, pronta a cogliere le ripercussioni collettive della propria azione, impegnata non a rifugiarsi nel privato, ma a partecipare alla vita della comunità umana, dando e ricevendo.
Gli organismi civili di educazione e di promozione sociale sono la sede adatta per offrire la nostra cooperazione a servizio di una politica
giovanile e popolare. Il Rettor Maggiore affermava, nella sua Relazione al CG22 sullo stato della Congregazione: «Non è umiltà il non aver peso nazionale e internazionale nei problemi giovaniliu.to
0 Padre, che in forza della missione apostolica
inserisci ogni nostra comunità in una Chiesa particolare, concedi a noi di lavorare con dedizione e lealtà alla sua crescita, sotto la guida del Vescovo e in collaborazione con le altre forze ecclesiali. Donaci grazia di fede e ardore di carità, distacco da noi stessi e zelo per la Tua Volontà. Fa´ che abbiamo il discernimento del vero e del bene, per cooperare con le diverse comunità umane all´educazione e alla promozione della gioventù. Soprattutto rendici generosi nella comunione con i gruppi della nostra Famiglia, perché in tutti i modi e in tutte le direzioni contribuiamo a costruire nell´unità la Chiesa, Corpo mistico del Tuo Figlio, che con Te vive e regna nei secoli dei secoli.
°0 CC22 RRM 1978.1983, n. 337.
Sull´inserimento della comunità salesiana nel territorio si veda l´opuscolo a Comunità salesiana nel territorio" del Dicastero della Pastorale giovanile, Roma 1986.

References: ART. 40

ART. 41

ART. 42
 art. 6

ART.43

ART. 44

ART. 45
 art. 45

ART. 46

ART. 47

ART. 48