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Romania: delle intercettazioni possono violare i diritti di un magistrato corrotto?Diritti Europa
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Posted by: Roberto Federico Proto in Categorie Violazioni CEDU, I diritti in Europa, In evidenza, Notizie, Vita privata e familiare 29 giugno 2013
Diritto al rispetto della vita privata – Sentenza Valentino acatrinei v. Romania, 25 Giugno 2013
Come ben sappiamo le intercettazioni telefoniche sono uno dei mezzi di ricerca della prova più efficaci che la Procura ha a disposizione per portar avanti, e a buon esito, indagini delicate. Ma tale strumento è tanto efficace quanto incide profondamente sulla sfera privata dei cittadini, a volte violandone anche i diritti fondamentali.
Il 25 Giugno 2013 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza (Sentenza Valentino acatrinei v. Romania), che si sofferma su questo tema.
Il ricorrente era, all’epoca dei fatti, un giudice presso la Corte d’Appello di Bucarest; nel Settembre 2001 il dipartimento anticorruzione della Procura della Repubblica presso la Corte Suprema di Giustizia, dopo una segnalazione del Servizio di intelligence romena (“RIS”), iniziò ad indagare su un avvocato, il sig. LP, sospettato di aver dato tangenti a diversi giudici – tra cui emerse il nome del ricorrente – al fine di ottenere decisioni favorevoli per i suoi clienti.
L’intercettazioni telefoniche vennero avviate perché un cliente dell’avvocato LP era sospettato di crimini contro la sicurezza nazionale, uno dei casi previsti dalla National Security Act in cui poter eseguire l’attività di sorveglianza. In forza del materiale analizzato venne avviato un procedimento penale in cui il magistrato, insieme ad altri imputati, era accusato di traffico di influenza (trafic de influenţă), di favoreggiamento nel dare tangenti (complicitate la Darea De Mita) e nella commissione di reati.
Durante il processo vennero messe in discussione la legalità dell’ intercettazioni, poiché il pubblico ministero aveva omesso di richiedere l’autorizzazione necessaria per intercettare le conversazioni dei magistrati, e la loro autenticità, sospetto confermato dal referto di due esperti. Ma il 6 Novembre 2002 la Corte suprema di giustizia ha condannato a cinque anni di carcere il magistrato rumeno e gli altri imputati.
Successivamente venne proposto un ricorso alla sentenza di primo grado, in cui il ricorrente si lamentò dell’illegalità dell’intercettazioni poiché non erano state autorizzate prima dell’indagini e dell’inosservanza dei requisiti più stringenti per eseguire l’intercettazioni sui magistrati. Ma dopo un analitica trattazione delle censure proposte, un collegio di nove giudici in seno alla Corte Suprema ha confermato il verdetto di primo grado. Pertanto il ricorrente iniziò a scontare la pena; la sua vicenda giudiziaria del magistrato rumeno venne arricchita anche dalla concessione del perdono individuale da parte Presidente della Romania, decisione ampiamente criticata, e pertanto successivamente revocata. Ma, inseguito ad un ricorso, il Tribunale della contea di Bucarest ha rilevato che la detenzione del ricorrente era illegale, poiché il perdono individuale era stato incondizionato e quindi il decreto non era più revocabile.
Conclusa questa intricata vicenda giudiziaria l’ex magistrato rumeno decise di presentare un ricorso contro la Romania presso la Corte Edu, lamentando di aver subito un processo non conforme alle garanzie processuali previste dal’articolo 6 della Convenzione (Diritto ad un equo processo) e di aver subito un’ingerenza sproporzionata da parte dello Stato mediante un utilizzo illegale dell’intercettazioni che avrebbero violato la sua sfera privata, e pertanto – a detta del ricorrente – violanto l’art 8 Cedu (Diritto al rispetto della vita privata e familiare).
Nel verdetto della sentenza del 25 giugno 2012 la Corte, osservando che le conversazioni telefoniche sono coperte dalle nozioni di “vita privata” e “corrispondenza” ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione, ribadisce che il sistema in vigore in Romania per le intercettazioni telefoniche per motivi di sicurezza nazionale – questione già esaminata nella sentenza Dumitru Popescu v. Romania e sentenza Calmanovici v. Romania – manca di opportune garanzie nella misura in cui, nella National Security Act , (1) il pubblico ministero autorizza la sorveglianza non garantendo l’indipendenza dal potere esecutivo (2) la decisione del pubblico ministero di intercettare le comunicazioni telefoniche non è soggetta a controllo giurisdizionale prima di essere eseguita (3) non consente al soggetto intercettato di contestare il contenuto dell’intercettazione in giudizio (4) non vi è alcuna menzione delle circostanze in cui le trascrizioni possono essere distrutte.
Alla luce della sua giurisprudenza, la Corte equiparando il suddetto caso ai precedenti, non si discosta dal suo orientamento, e accerta pertanto la violazione dell’art 8 Cedu, respingendo le altre censure sollevate. Infine condanna lo Stato convenuto a corrispondere un risarcimento di 4.500 euro a titolo di danno non patrimoniale.
In questa vicenda possiamo notare come la confusa e carente normativa rumena in materia d’intercettazione, non prevedendo adeguate garanzie procedurali e d’indipendenza, abbia consentito – nuovamente, tenendo conto dei precedenti rilevanti della Corte Edu – che nell’utilizzo di questo prezioso strumento d’indagine si ledessero i diritti basici e s’invadesse la sfera privata di un cittadino illegittimamente.
Art 8 CEDU Josep Casadevall Romania Terza Sezione	2013-06-29
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