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Timestamp: 2019-07-16 10:07:29+00:00

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Il giornalismo sannita è istituzionale? Forse Policastro non ha tutti i torti – Benevento-la Libera Voce del Sannio
24 Aprile 2019 29 Aprile 2019 Redazione	0 Commenti
Che il giornalismo sannita fosse servile, o quanto meno poco indipendente, salve poche eccezioni, al potere costituito, lo avevamo scoperto da tempo. Ora siamo confortati dalle dichiarazioni rese dal Questore, Giuseppe Bellassai, già passato a dirigere la Questura di Taranto, e dal Procuratore della Repubblica, Aldo Policastro, nel corso dei loro interventi, tenuti al seminario di aggiornamento professionale per giornalisti, organizzato da Formedia, in collaborazione con il sindacato unitario giornalisti della Campania. Il seminario, che ha visto anche la partecipazione del presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, (FNSI), e di Massimo Perrotti, consigliere della Corte di Cassazione, ha avuto luogo il 15 aprile, in contrada Piano Cappelle, nella sede di Futuridea, la struttura di cui è presidente Carmine Nardone, noto per essere stato, dal 1987 in poi, deputato del Pci-Pds-Ds, per quattro Legislature, e, successivamente, Presidente della Provincia di Benevento. Nardone, sostenuto da una coalizione di centro sinistra, che comprendeva anche l’Udeur di Mastella, è stato chiamato a ricoprire questa carica nelle elezioni del dicembre 2008, venendo riconfermato, dalla stessa coalizione, nelle elezioni dell’aprile 2003..
Chi scrive non ha partecipato al seminario, incentrato su “Giustizia e Informazione”. Ma, a leggerne un resoconto, soft e ovattato, sul Mattino, ha pensato ad uno dei tanti incontri di routine. Solo nel vedere il comunicato del presidente dell’Assostampa Sannita, Giovanni Fuccio, diffuso il 20 aprile, per riprendere le dichiarazioni di Bellassai e di Policastro, pubblicate dal giornale online Il Vaglio e non dal Mattino, ha potuto capire, chi scrive, la portata di quel seminario.
Il giudizio di Bellassai
Bellassai ha lamentato – leggiamo nella nota di Carlo Panella, direttore de Il Vaglio – l’assenza di un giornalismo d’inchiesta, la capacità propria, autonoma, degli operatori dell’informazione di trovare notizie senza attenderle dalle forze dell’ordine, le quali si dolgono quando non le ritengono doviziose, come la mancata rivelazione delle generalità delle persone coinvolte o limitate alle sole iniziali di nome e cognome. Un giornale cartaceo, come Il Mattino, ridotto a vendere, anche per effetto della concorrenza dei giornali online che danno la notizia in tempo reale, duemila copie rispetto alle seimila di una volta, si preoccupa probabilmente del fatto che possa prendere in odio il giornale, e quindi non esserne più lettore, la persona di cui è stato pubblicato il nome e il cognome in una vicenda di cronaca nera. Ma capita anche, sistematicamente, che di un caso di “nera”, come per esempio un incidente stradale, non venga raccontata, per sommi capi, la rispettiva dinamica, perché il lettore possa farsi una idea su cause e circostanze che hanno determinato l’evento. Ma anche qui, forse, chi racconta la notizia si pone il problema di non far prendere in odio il giornale.
…e la constatazione di Policastro
Policastro, più che di giornalismo servile, ricorrendo ad una espressione eufemistica, ha parlato di giornalismo “istituzionale”, ricordando – leggiamo nella nota di Carlo Panella, direttore de Il Vaglio – che le critiche a chi esercita il potere istituzionale “possono servire a farci operare meglio”. Quindi, includendo anche il suo Ufficio, tra i poteri istituzionali suscettibili di critiche, ha auspicato – scrive sempre Carlo Panella – uno scatto in avanti, per rendere più ampia la compagnia a “qualche voce critica che qui nel Sannio pure c’è”. Una voce che è certamente assente in quelle testate colluse con persone poste alla guida di entità istituzionali, per aver ricevuto consistenti favori, in cambio del sostegno offerto in campagne elettorali.
E’ accaduto, poi, che qualche voce critica sia stata estromessa dal giornale cui dava gratuitamente il proprio contributo, una sorte, questa, che non è mai toccata a chi scrive, poiché il direttore di “Benevento” è una bandiera di libertà e di democrazia.
Lo strano è che la stampa locale, non tutta (è bene precisarlo ancora), nel fare da cassa di risonanza in sostegno di chi è ai vertici di una istituzione, elettiva o di sottogoverno che sia, si senta anche infastidita, al punto da ergersi a scudo nei confronti del reggitore di una istituzione, se qualcuno cerca di additare in lui responsabilità che egli invece vuole scaricare su altri, per coprire le proprie vere finalità politiche.
Si ostacola la espressione delle voci libere per non disturbare il manovratore
E’ divenuta ormai una norma il fatto che chi scrive non riesca a porre domande scomode al sindaco di Benevento nel corso delle sue conferenze stampa. Che nell’azione di contrasto si offra l’addetto stampa del Comune, che tuttavia non fa parte dello staff del sindaco, e che si offra qualche esponente del gentil sesso, alle prime armi nel campo giornalistico, può anche passare; ma è assurdo che si esponga il presidente dell’Assostampa, come è avvenuto nel corso dell’ultima conferenza stampa di fine anno del sindaco, quando, piuttosto di consentire a chi scrive di costruire la sua domanda, come avviene nei talk show, al fine di incastrare l’interlocutore rispetto alle proprie responsabilità, gli ha impedito di terminare il suo dire.
Cosa è accaduto? Tutti sanno che il sindaco Mastella, da quando si è assiso a Palazzo Mosti, individua nell’amministrazione di centrosinistra, verso cui chi scrive peraltro non ha mai fatto sconti, la responsabilità del mostro di piazza Duomo, quella della Galleria Malies e quella, soprattutto, del fallimento dell’Amts, l’azienda del trasporto pubblico urbano.
Dunque, il mostro di piazza Duomo risale al 1999, quando era ancora sindaco Pasquale Viespoli, mentre la Galleria Malies risale al 2005, quando era sindaco D’Alessandro, come pure al 2005, con un iniziale progetto di finanza, risale l’affidamento, ad una associazione temporanea di imprese, dei lavori relativi alla realizzazione del parcheggio di Porta Rufina, una vicenda, quest’ultima, che ha determinato il fallimento dell’Amts.
Mastella attribuisce le suddette responsabilità a chi lo ha preceduto, e quindi al Pd, perché lì vi sono i suoi avversari. Non se la può prendere con chi ha, invece, la vera responsabilità di quanto da lui denunciato, poiché, tra i soggetti politici di centro destra che hanno avuto la guida della città dal 1993 al 2006, vi era Forza Italia, di cui lui, dopo la nomina della moglie a senatrice azzurra, ha assunto il controllo, così come vi erano Udc e Cdu, le cui residue espressioni si sono poste sotto le sue ali protettive. Di A.N., il partito maggiore, che ha espresso i sindaci in quell’epoca (Viespoli e D’Alessandro), lui ha fagocitato una certa parte, mentre pochi altri, quelli che invece di ritirarsi a vita privata hanno preferito rimanere nell’agone politico, hanno trovato rifugio in Fratelli d’Italia, il partito in nome del quale reclamano la loro fetta di potere, poiché dicono di aver appoggiato Mastella, anche in occasione della elezione del Presidente della Provincia e del Consiglio provinciale, pur non avendo, pare, consiglieri-elettori
Ora, poiché Mastella diceva, e dice ancora, che il centro sinistra ha fatto fallire l’Amts, in quella conferenza stampa bisognava costruire una domanda che non gli consentisse scappatoie.
Questa è la domanda che viene riproposta per chi non l’ha letta a suo tempo:
“Nel 2005, il sindaco D’Alessandro, del cui esecutivo facevano parte l’attuale presidente del Consiglio comunale e l’attuale assessore ai LL.PP., affida con un progetto di finanza ad un’associazione temporanea di imprese, di cui fa parte anche l’Amts, la costruzione del parcheggio di Porta Rufina. Questo significa che le imprese, caricate del costo per la costruzione del parcheggio, lo avrebbero dovuto gestire per un certo numero di anni. Successivamente, però, il sindaco D’Alessandro, con una scrittura privata, trasforma il progetto di finanza, relativo alla costruzione del parcheggio, in un appalto dei lavori alle suddette imprese associate, sicché il comune viene caricato del costo di un milione e mezzo di euro.
Fausto Pepe, succeduto a D’Alessandro, nella conferenza stampa del 3 ottobre 2018, ribadisce che la sua amministrazione non avrebbe mai potuto effettuare un pagamento che ancora oggi è sub iudice e che viene fuori da un macroscopico errore del sindaco D’Alessandro. Tuttavia, di fronte all’istanza di fallimento dell’Amts, l’amministrazione Pepe propone il concordato preventivo. E quando il debito si era ridotto, il Tribunale dichiara, il 27 gennaio 2016, il fallimento dell’Amts, nonostante le imprese avessero accettato il concordato preventivo.
L’amministrazione Pepe fa ricorso alla Corte di Appello, che con sentenza del 17 agosto 2016, ribalta la dichiarazione di fallimento del Tribunale di Benevento, riconoscendo validi tutti gli atti posti in essere dall’amministrazione Pepe. Contro la sentenza di secondo grado, i tre curatori fallimentari fanno ricorso in Cassazione, vanificando l’esecutività della sentenza della Corte di Appello. Lei, sindaco, senza dare una spiegazione del suo comportamento, non si costituisce in Cassazione contro tale ricorso, ma nel novembre 2016, con delibera 221, dichiara fallita l’Amts, senza chiedere, forte della sentenza della Corte di Appello, proroghe per la prosecuzione del servizio pubblico da parte dell’Amts, cosa che invece aveva fatto Fausto Pepe, in presenza di una sentenza di fallimento.
Nel mese di febbraio 2017, lei, sindaco, affida la gestione del servizio ad un privato, che crea problemi di carattere retributivo e normativo ai lavoratori, i quali, mentre sono potuti transitare da un’azienda pubblica in un’azienda privata, ora non possono più transitare nell’azienda pubblica, dopo che la Cassazione, respinto il ricorso dei curatori nel settembre 2018, ha confermato la sentenza della Corte di Appello. Costoro, i curatori, però, avrebbero riscosso o dovrebbero riscuotere, per il servizio svolto, 350.000 euro a cranio, secondo quanto mi ha dichiarato Mirko Francesca, che con l’ex CdA dell’Amts, aveva resistito, presso la Cassazione, contro il ricorso dei curatori. Domanda: sindaco, è ancora il caso, dato questo assunto, dire che la precedente amministrazione ha fatto fallire l’Amts?”.
Mastella non ha risposto a questa ricostruzione dei fatti, finché è stato possibile esporglieli. Ma questa è solo la conferma di quanto affermato da Policastro, il quale, anche se i fatti risalgono a prima che lui assumesse la guida della Procura di Benevento, avrà sicuramente preso atto, stanti anche le denunce della stampa coraggiosa, di come il Tribunale sia pervenuto ad una dichiarazione di fallimento dell’Amts, pur in presenta dell’accettazione, da parte dei creditori, del concordato preventivo proposto dal Comune.
I casi che depongono in favore dell’esistenza di una stampa istituzionale a Benevento sono molti. Saremmo curiosi di sapere, infatti, quanti giornalisti, di quelli ritenuti accreditati da Mastella, abbiano fatto rilevare al sindaco di aver detto, tra le tante promesse fatte in campagna elettorale e non mantenute, di essere favorevole all’acqua pubblica, salvo poi a considerare inamovibile l’Acea, al punto da negare lo svolgimento di un referendum finalizzato a non rendere l’acqua fonte di profitto.
Ma potremmo anche domandarci, per prendere ad esempio qualcosa verificatasi pochi giorni fa, come mai Ottopagine non abbia avuto nulla da replicare alla signora Alessandrina Lonardo, dopo aver ospitato una dichiarazione nella quale la senatrice di Forza Italia dice che si dovrebbe dimettere la Raggi, per aver (ma questo lo riposta chi scrive) imposto a Bagnacani, l’ad dell’Ama destituito da lei nel febbraio scorso, di non mettere nel bilancio crediti certi, liquidi ed esigibili, al fine di presentare un documento contabile in rosso, mentre Armando Siri, il sottosegretario legista che avrebbe preso una tangente da Paolo Arata, consigliere del vice premier Salvini, per favorire Vito Nicastro, “re” dell’eolico in Sicilia, un uomo ritenuto vicino al latitante di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, dovrebbe tener duro, come ha tenuto duro lei, senza dimettersi da consigliera regionale, quando è rimasta impigliata nelle maglie della giustizia, per aver detto all’indirizzo del dg dell’ospedale di Caserta “quello per me è un uomo morto”.
Ottopagine, anche se i fatti risalgono a più di 10 anni fa, quando, pare, tale organo non veniva ancora pubblicato a Benevento, avrebbe potuto, timidamente, osservare che non soltanto per quella frase la signora Lonardo ha subito un processo presso la quarta sezione penale del Tribunale di Napoli, processo rispetto al quale, nell’udienza del 7 marzo 2018, la Pm chiese la prescrizione.
Ottopagine, invece, si è affannato a sostenere le ragioni del sindaco Mastella, secondo le quali, per rendere agibili gli immobili di contrada Olivola (capannoni e palazzina), affidati al Comune di Benevento, dopo essere stati confiscati a Giuseppe Ciotta, affiliato al clan di Pagnozzi, si sarebbero dovuti spendere due milioni di euro, dal momento che erano stati, a suo dire, gravemente danneggiati. Un danneggiamento che avrebbe indotto l’allora vice sindaca di turno, Maria Carmela Serluca, il primo di giugno 2018, in un incontro della Provincia, alla Rocca dei Rettori, con la Cairepro di Reggio Emilia, ad affermare “ha vinto la camorra”, suscitando la reazione di Libera, del Pd, della Cgil, dell’Azione Cattolica e ancora di altre organizzazioni, mentre Policastro, secondo cui “La mafia non ha vinto”, ha invitato allora il Comune a fare di tutto per utilizzare i beni confiscati, anche per dare ai cittadini un messaggio di fiducia. E’ indubbio poi che la Serluca, con quell’affermazione, abbia avuto una caduta di stile, perché ha dato, agli ospiti emiliani, una cattiva immagine della nostra città e della nostra provincia.
Sta di fatto che, se i capannoni presentavano dei danni, non nella misura denunciata dal sindaco e dalla sua vice, la palazzina, rimasta indenne, poteva essere utilizzata per trasferirvi gli uffici dell’Asia dalle sedi di via Ponticelli e di Via delle Puglie. Invece, Mastella preferisce trasferire l’Asia nel capannone della Laser Italia srl, nelle adiacenze della ex proprietà Ciotta. Il Tar, però, ha restituito alla Laser il capannone, anche se il Comune ne era venuto in possesso sin dai tempi dell’amministrazione D’Alessandro, per effetto della concessione, da parte dell’ente, del suolo a basso costo, senza che l’attività imprenditoriale avesse preso avvio.
Il coraggio di Altrabenevento
Chi fa inchieste a Benevento, e denuncia tutto ciò che c’è da denunciare, dimostrando così quella indipendenza che, secondo Policastro, manca alla stampa sannita, è Altrabenevento, l’associazione contro il malaffare, presieduta, guarda caso, da un dipendente del Comune di Benevento, vessato dalle amministrazioni di centro destra e, ripetutamente, da Mastella.
Ad avviso di chi scrive, il giudizio del Procuratore della Repubblica è stato fin troppo tenero, come tenero è stato quello del Vescovo Accrocca, nel ritenere timida la stampa sannita. Il presidente dell’Assostampa, Giovanni Fuccio, se ne poteva, quindi risparmiare la difesa d’ufficio, soprattutto nel dire: “L’aver voluto (il Procuratore – ndr) ricordare che “per il giornalismo l’indipendenza è condizione indispensabile” lascia intendere che egli teme in qualche modo che ci sia qui nel Sannio una sorta di soggezione generalizzata dei giornalisti al potere politico o a chissà quale altro potere”.
E, nel tentativo di assolvere la stampa sannita, poteva risparmiarsi anche di invitare il Procuratore a leggere la Storia della Stampa Sannita, scritta dal più istituzionale dei giornalisti.
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