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Timestamp: 2020-07-12 05:16:21+00:00

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Compatibilità fra gratuito patrocinio e distrazione delle spese | Studio Legale Cimino
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ALLE SEZIONI UNITE LA COMPATIBILITÀ TRA GRATUITO PATROCINIO E DISTRAZIONE DELLE SPESE
Posted by Gelsomina Cimino
in Diritto Civile
LA CORTE DI CASSAZIONE SI ORIENTA VERSO UNA SOLUZIONE DEFINITIVA DELLA QUESTIONE CIRCA LA COMPATIBILITÀ FRA IL GRATUITO PATROCINIO E LA DISTRAZIONE DELLE SPESE. LA SECONDA SEZIONE CIVILE CON L’ORDINANZA N. 1988 DEL 29.01.2020 HA INFATTI RIMESSO IL PROCEDIMENTO AL PRIMO PRESIDENTE DELLA CORTE PER L’EVENTUALE RIMESSIONE ALLE SEZIONI UNITE CIVILI.
La vicenda trae origine dal rigetto, ad opera del Tribunale di Napoli, della richiesta presentata da un avvocato di vedersi liquidare il proprio compenso ai sensi dell’articolo 82 del d.p.r. 115/ 2002 allorquando aveva già ottenuto, in fase di incardinamento dell’azione giudiziaria, l’ammissione provvisoria, per il proprio assistito, al beneficio del patrocinio a spese dello Stato. Sicché il Tribunale, con la medesima pronuncia con la quale rigettava la richiesta di distrazione delle spese, revocava altresì l’ammissione provvisoria al beneficio del patrocinio gratuito.
LA RATIO DEI DUE ISTITUTI
Con l’ammissione al patrocinio, sono assunte dallo Stato, attraverso il meccanismo della anticipazione e della prenotazione a debito, tutte le spese elencate all’articolo 131 del d.p.r. 115/2002 che comprendono non solo le spese e gli onorari del difensore, ma la generalità dei costi del processo, compresi quelli relativi agli ausiliari del giudice e consulenti tecnici di parte, e questo indipendentemente dall’esito della lite (secondo l’articolo 85 del d.p.r. citato, “il difensore, l’ausiliario del magistrato e il consulente tecnico di parte non possono chiedere e percepire dal proprio assistito compensi o rimborsi a qualunque titolo”).
L’istituto della distrazione delle spese, già disciplinato dal codice di rito del 1865 (l’articolo 373 disponeva che “i procuratori possono domandare che la condanna al pagamento delle spese sia pronunciata al loro favore, per quella parte che dichiareranno di avere anticipato”), a sua volta ispirato all’articolo 133 del codice napoleonico del 1806, prevede invece che ”il difensore con procura può chiedere al giudice che, nella stessa sentenza in cui condanna alle spese, distragga in suo favore e degli altri difensori, gli onorari non riscossi e le spese che dichiara di aver anticipate” (articolo 93 c.p.c.).
L’ORIENTAMENTO DELLA GIURISPRUDENZA
Il prevalente orientamento giurisprudenziale è stato nel senso che “l’eventuale richiesta di distrazione, essendo diretta a far valere una situazione nella quale la parte ha già trovato chi anticipa per essa le spese e non pretende l’onorario, costituisce una rinuncia implicita al patrocinio a spese dello Stato e preclude la possibilità di fruire di tale assistenza, senza che sia rilevante l’anteriorità o meno del decreto sull’ammissione a siffatto patrocinio” (Cass. Lav 3901/1983; 257/1984)
In un’altra più recente pronuncia, la Cassazione ha affermato che “l’ammissione al gratuito patrocinio esclude ogni rapporto di incarico professionale tra le parti e il difensore sia in caso di vittoria sia in caso di soccombenza, in quanto il rapporto si costituisce esclusivamente tra il difensore nominato e lo Stato, con la conseguenza della incompatibilità fra detto rapporto e quello di mandato professionale” cosicché, laddove il difensore richieda la distrazione di spese ed onorari in suo favore, l’ammissione al gratuito patrocinio deve intendersi implicitamente revocata (Cass. 5232/2018).
Anche il Consiglio Nazionale Forense con due pronunce del 2018 ha affermato la sanzionabilità del comportamento dell’avvocato che si sia dichiarato distrattario a fronte dell’avvenuta ammissione al patrocinio statale del proprio cliente, instaurando “a proprio favore un doppio canale di liquidazione proporzionalmente idoneo a pregiudicare la parte assistita”
LA RILEVANZA DELLA QUESTIONE
A monte della questione portata all’attenzione del Primo Presidente della Corte di Cassazione, vi è la considerazione per cui tra i due istituti, per quanto assimilabili sotto il profilo di voler favorire l’accesso alla giustizia da parte di tutti i cittadini indipendentemente dalla loro disponibilità finanziaria, essi si differenziano per il loro diverso raggio di azione:
L’istituto della distrazione è limitato alle spese che il difensore abbia anticipato – senza che necessariamente tra spese anticipate e tutte le spese necessarie vi sia coincidenza – e agli onorari non riscossi;
La parte assistita può avvantaggiarsi della distrazione delle spese solo laddove risulti vittoriosa mentre, in caso di soccombenza o comunque in caso di compensazione delle spese, il difensore chiederà le spese e gli onorari al proprio assistito;
La distrazione delle spese infine, si basa sulla semplice dichiarazione del difensore che, pertanto, non potrà formare oggetto di contestazione da parte del cliente né da parte avversaria nè ancora, da parte del giudice, trovando la sua giustificazione nella funzione cui il difensore assolve.
D’altro canto, se in caso di vittoria, la contemporanea richiesta di distrazione delle spese e patrocinio gratuito, non lascerebbe comunque l’avvocato a mani vuote, pur laddove venga revocata l’originaria ammissione al patrocinio gratuito; in caso di soccombenza, la revoca del patrocinio, lascerebbe il difensore totalmente insoddisfatto e con le spese interamente a suo carico;
Dal lato della parte assistita, parimenti, in caso di soccombenza e pur versando nelle condizioni di ammissione al gratuito patrocinio, sarebbe costretta a farsi carico quanto meno delle spese anticipate dal difensore oltre alle spese liquidate dal Giudice in favore della parte vittoriosa.
Una presa di posizione, coerente con i principi costituzionali di difesa e accesso alla giustizia, ad opera delle Sezioni Unite, appare, in definitiva, come altamente auspicabile.
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PERQUISIZIONE PRESSO STUDIO LEGALE: LE GUARENTIGIE DELL’AVVOCATO DIFENSORE
IL REATO DI MANCATO PAGAMENTO DEGLI ALIMENTI PERMANE ANCHE IN CASO DI PROVVEDIMENTO NULLO
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Modifica delle condizioni di separazione e divorzio
La modifica delle condizioni di separazione può essere chiesta, in ogni tempo, qualora intervengano nuove circostanze di fatto e di diritto che la giustifichino. I provvedimenti adottati dal Giudice in sede di separazione non hanno infatti carattere decisorio e per loro natura sono sempre modificabili. È possibile modificare tanto le statuizioni relative all’assegno di mantenimento, quanto quelle relative alla prole o all’assegnazione della casa familiare. Il coniuge che chiede la revisione dei provvedimenti adottati in sede di separazione è tenuto a provare che vi è stato un mutamento nelle condizioni personali o patrimoniali dei coniugi (ad es. un peggioramento delle proprie condizioni economiche oppure un miglioramento di quelle dell’altro).
Le novità legislative in materia
Agli stessi risultati pratici, si può addivenire grazie alle novità introdotte dal “Decreto Giustizia” anche attraverso la negoziazione assistita, dove l’accordo raggiunto dai coniugi, con la sola assistenza degli Avvocati è equiparata ai provvedimenti giudiziali che definiscono gli analoghi procedimenti in materia.
Nella stessa ottica di deflazione del carico giudiziario è stato introdotto, nel nostro ordinamento, il cd. “Divorzio Breve” che prevede semplificazioni procedimentali in tema di separazione, cessazione degli effetti civili e scioglimento del vincolo matrimoniale oltre alla possibilità di sciogliere il matrimonio con un semplice accordo davanti all’ufficiale dello Stato Civile.
Affidamento e diritto di visita
La legge n. 54/2006 ha introdotto il principio della bigenitorialità e dell’affidamento condiviso dei figli. I figli hanno il diritto di intrattenere rapporti con entrambi i genitori a prescindere da quali siano i rapporti personali fra gli stessi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun genitore. L’affidamento esclusivo all’uno o all’altro dei genitori è dunque l’eccezione che deve essere giustificata da gravi e validi motivi nell’esclusivo interesse dei figli.
Il diritto di visita regola le modalità con il quale ciascuno dei genitori separati può incontrare il figlio. Il Diritto di visita stabilisce i giorni e i momenti che i figli trascorreranno con mamma o con papà dopo la loro separazione. Sempre più spesso, nell’esercizio della propria professione, l’Avvocato si trova ad affrontare i problemi riguardanti il mancato rispetto del diritto di visita ai figli minori da parte del genitore non collocatario. Sono di fondamentale importanza gli accordi presi in sede di separazione volti a regolamentare gli incontri, sia con riferimento alle modalità sia in relazione ai tempi di permanenza presso l’uno o l’altro coniuge.
MANCATO RISPETTO DIRITTO DI VISITA
Come si deve comportare un genitore quando l’altro frequentemente non rispetta le modalità ed i tempi di visita stabiliti?
Innanzitutto, colui che si vede limitato negli incontri con il minore, salvo che non si tratti di episodi isolati, potrà rivolgersi al Giudice facendo presente il comportamento ostativo dell’ex partner e chiedendo, nel contempo, che vengano riviste le condizioni di separazione. In tale sede, l’Autorità Giudiziaria potrà anche modificare il regime di affidamento ed eventualmente dichiarare, nei casi più estremi, laddove ne ricorrano i presupposti, la decadenza dalla potestà genitoriale. La medesima possibilità è prevista anche nell’ipotesi opposta, vale a dire quando persiste il disinteresse del genitore non collocatario a coltivare il rapporto con i figli.
Contributo al mantenimento dei figli legittimi e naturali
La separazione personale tra i coniugi non deve mai avere effetti pregiudizievoli sui figli, non debbono mai ledere interessi e diritti degli stessi. I figli non hanno alcuna responsabilità della crisi tra i propri genitori, anzi ne sono sicuramente vittime, dato che sentono perdere i loro punti fissi di riferimento, vedono svanire il rapporto tra i propri genitori a cui sono sempre abituati. In modo chiaramente esemplificativo, infatti, la dottrina si esprime in questi termini: «il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare la prole non muta il suo contenuto a seconda che si versi nella fase patologica piuttosto che nella fase fisiologica della vita familiare: esso deriva dall’atto stesso della procreazione, si perpetua fino al raggiungimento, da parte dei figli, della piena autosufficienza economica». Generalmente, dunque, nei provvedimenti dei giudici viene sempre disposto un assegno periodico a carico di un genitore, quale contributo al mantenimento della prole, destinato o a sostituire integralmente il regime di mantenimento diretto, soprattutto nei casi eccezionali di affidamento esclusivo, o solo ad integrare lo stesso per garantire il rispetto del principio di proporzionalità, richiamato dallo stesso art. 155 c.c. oltre che dall’art. 148 c.c.
L’assegno di mantenimento tiene conto di:
attuali esigenze dei figli;
tenore di vita dei figli durante il matrimonio;
tempi di permanenza presso ciascun genitore;
risorse economiche di entrambi i genitori. Nel caso in cui, le informazioni economiche fornite dai genitori siano insufficienti, il Giudice può disporre un accertamento della situazione patrimoniale dei redditi e beni immobiliari intestati ai genitori;
misura dell’assegno di mantenimento dei figli, automaticamente adeguato agli indici ISTAT.
L’assegno di mantenimento dei figli maggiorenni, è obbligatorio nel caso in cui il figlio non sia ancora economicamente autosufficiente: sarà lo stesso giudice, a deciderne la misura tenendo conto dei presupposti sopra citati, nel caso invece di figli maggiorenni portatori di gravi handicap, si applica interamente la disciplina prevista per i figli minori.
Mancato pagamento assegno cosa fare?
L’obbligo dell’assegno di mantenimento del figlio è sancito dal codice civile e dal nuovo ambito normativo introdotto con la legge 54/2006, invece, l’art. 570 del codice penale prevede le sanzioni per il coniuge obbligato che non provvede a versare l’assegno.
Le sanzioni per il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento del figlio, vanno dalla reclusione fino ad un anno o una multa da 103 euro a 1.032 euro, per il coniuge che non adempie agli obblighi di assistenza familiare.
Per cui l’assegno di mantenimento dei figli va sempre versato, poiché tutela e garantisce la sopravvivenza dei figli, la loro istruzione ed educazione, per questo motivo, il genitore presso il quale dimora abitualmente il figlio, ha diritto a ricevere mensilmente l’assegno anche quando il figlio passa un periodo di vacanza con l’altro genitore non affidatario, come ad esempio durante le vacanze scolastiche.
Assegno di mantenimento: non versato per licenziamento, disoccupazione o mancanza di soldi ex coniuge
L’obbligo di pagare l’assegno di mantenimento dei figli, vige anche qualora l’ex coniuge non abbia un reddito stabile a causa di un licenziamento o disoccupazione.
Pertanto, se l’ex coniuge a causa del licenziamento, disoccupazione o mancanza di soldi, evita di pagare l’assegno periodico, commette una violazione che può essere punita fino alla reclusione, questo è quanto stabilito da una recente sentenza della Suprema Corte, che ha di fatto sottolineato come uno stato di disoccupazione, non può esimere l’ex coniuge, dal sostenere le spese di mantenimento dei figli che devono essere eventualmente coperte utilizzando il Tfr, l’indennità di disoccupazione o mediante il sostegno economico dei nonni.
Riconoscimento del minore
E’ l’atto con il quale uno od entrambi i genitori si attribuiscono la paternità o maternità di una data persona creando un rapporto giuridico con il figlio riconosciuto. Il riconoscimento trasforma un fatto puramente naturale, come la procreazione, in una fonte di rapporti giuridici. Se, infatti, manca il riconoscimento non sorgeranno rapporti giuridici tra il figlio ed i suoi genitori a meno che non si agisca giudizialmente per far dichiarare la paternità o la maternità. È evidente che ha un senso parlare di riconoscimento solo per i figli nati al di fuori del matrimonio e non per quelli legittimi che, acquistano questo loro status automaticamente in presenza delle condizioni previste dalla legge. Il riconoscimento, invece, non è vicenda che si verifica automaticamente, ma si produce solo alle condizioni previste dal codice civile.
Legittimati ad effettuare il riconoscimento
Il figlio nato fuori del matrimonio può essere riconosciuto (nei modi previsti dall’articolo 254 del Codice Civile), dalla madre e dal padre, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento. Il riconoscimento del figlio che non ha compiuto 14 anni non può essere fatto senza consenso dall’altro genitore che lo abbia già effettuato.
Esercizio e limitazione della potestà genitoriale o decadenza della medesima
La Legge n. 219/2012 ha ampliato le competenze del Giudice Ordinario solo con riguardo alle “limitazioni” della potestà ex art. 333 c.c., lasciando inalterata la competenza del Tribunale per i Minorenni per le pronunce di decadenza ex art. 330 c.c., anche se pendente un giudizio di separazione o divorzio.
Ciò in quanto la questione riguarda un giudizio in cui al centro dell’azione c’è il Pubblico Ministero minorile, organo estraneo all’apparato giudiziario del Tribunale Ordinario, mentre la novella della Legge n. 219/12 ha istituito, in capo al Tribunale Ordinario, una competenza cd. per attrazione, nel senso di ricondurre al Giudice Ordinario la cognizione anche dei profili inerenti alla limitazione della responsabilità genitoriale, che in via generale sono attribuiti alla competenza del Tribunale minorile, in presenza di una precedente pendenza di un procedimento c.d. ordinario.
Il procedimento di potestà è disciplinato dalla procedura della giurisdizione volontaria e rappresenta il modello del procedimento civile minorile per eccellenza. Il Tribunale pei Minorenni può porre dei limiti all’esercizio della potestà genitoriale emanando prescrizioni ai genitori del minore ed attivando l’intervento dei servizi socio sanitari per sostenere e controllare le condizioni di vita del minore in famiglia.
Può, inoltre, allontanare il minore dalla casa familiare ed affidarlo, temporaneamente, ad altra famiglia o istituto o anche a persone singole e può anche disporre l’allontanamento del genitore maltrattante o abusante.
Limitazione della Potestà Genitoriale
Fuori dalla regola generale per cui la potestà genitoriale è in capo ad entrambi i genitori, possono esservi dei casi per cui la stessa può essere esercitata da uno solo di questi, tale limitazione avviene per:
Un provvedimento di affido del minore a seguito di separazione tra coniugi o tra conviventi (rispettivamente del Tribunale Ordinario o del Tribunale per i Minorenni);
Motivi di protezione dei minori, anche con il consenso dei genitori, secondo dispositivi dell’Autorità Giudiziaria (artt. 330 e 333 c.c.) o dell’Autorità pubblica (art. 403 c.c.)
Separazione dei coniugi
La separazione dei coniugi, cd. crisi irreversibile anche psicologica, non pone fine al rapporto matrimoniale, ma ne sospende gli effetti in attesa di un’eventuale riconciliazione o del divorzio. Si tratta, quindi, di una situazione temporanea in cui gli sposi mantengono la qualità di coniugi, ma cessano i doveri di coabitazione e di fedeltà.
La separazione si distingue in giudiziale (contenziosa) e consensuale: ha valore di legge quando riconosciuta dal giudice e da essa può derivare l’addebito a carico del coniuge che abbia causato l’intollerabilità della convivenza.
Il divorzio permette lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio quando tra i coniugi è venuta meno la comunione spirituale e materiale di vita. Si parla di scioglimento qualora sia stato contratto matrimonio con rito civile, di cessazione degli effetti civili qualora sia stato celebrato matrimonio concordatario.
Anche il procedimento di divorzio può seguire due percorsi alternativi, a seconda che vi sia o meno consenso tra i coniugi:
divorzio congiunto, quando c’è accordo dei coniugi su tutte le condizioni da adottare (in questo caso il ricorso è presentato congiuntamente da entrambi i coniugi)
divorzio giudiziale, quando non c’è accordo sulle condizioni (in questo caso il ricorso può essere presentato anche da un solo coniuge)
Scioglimento della convivenza more uxorio
In caso di scioglimento della convivenza more uxorio, se dall’unione nascono dei figli la loro posizione giuridica è la medesima di quella applicata ai figli legittimi: di conseguenza il figlio naturale riconosciuto potrà essere affidato ad entrambi i genitori (affido condiviso), con collocamento prevalente presso uno dei genitori (nella maggior parte dei casi la madre) al quale potrà essere assegnata la casa familiare anche se di proprietà esclusiva dell’altro genitore. Ciò perchè in ogni decisione dei giudici di legittimità prevale sempre l’interesse della prole più che l’interesse patrimoniale/economico dei genitori che pongono fine alla convivenza. Si può ritenere quindi che è prioritario impedire ai figli di subire (oltre al dispiacere per la fine dell’unione fra i genitori) un’ulteriore perdita delle loro abitudini di vita con il distacco affettivo dalla propria casa della quale hanno disposto insieme ai genitori solo perchè essa è di proprietà dell’altro genitore non assegnatario.
Rapporti patrimoniali tra coniugi o conviventi
Il regime patrimoniale coniugale di comunione dei beni è il regime che opera nel caso in cui non sia diversamente stabilito dagli sposi (tramite convenzione matrimoniale). La separazione legale produce molteplici e rilevanti effetti. La prima conseguenza della separazione, sia di tipo giudiziale che di tipo consensuale, è lo scioglimento del regime di comunione legale dei beni (sempre che i coniugi non abbiano già optato per il regime di separazione dei beni, al momento della celebrazione del matrimonio oppure in qualunque momento successivo), con rilevanti ricadute, ad esempio, sulla garanzia reale su cui fanno affidamento gli eventuali creditori di ciascuno dei coniugi.
Procedimenti disciplinari e impugnazione di sanzioni
Il potere disciplinare del datore di lavoro ha lo scopo di tutelare l’organizzazione aziendale ed il rispetto degli obblighi contrattuali da parte del lavoratore, si fonda sul principio di subordinazione del prestatore di lavoro e si traduce nella comminazione di sanzioni disciplinari nei confronti del lavoratore inadempiente. Il potere disciplinare del datore di lavoro, non è “LIBERO”, ma frutto di una reazione sinallagmatica pattiziamente concordata tra datore e lavoratore.
La sanzione disciplinare non è che l’ultimo atto di una procedura (procedimento disciplinare) i cui termini e fasi sono precisamente sanciti dalla legge e dai contratti di lavoro.
E’ importante considerare che, in gran parte dei casi, il mancato rispetto della procedura rende nulla la sanzione.
L’affissione nei locali aziendali del Codice Disciplinare costituisce l’indefettibile requisito di legittimità della sanzione e, perseguendo essa lo scopo sia di dichiarare quale sia il Codice Disciplinare applicabile sia di assicurare un’agevole conoscibilità, è necessario che la suddetta affissione sia in atto al momento del fatto, che concreta la mancanza disciplinare, nonché in quello della contestazione dell’addebito e dell’irrogazione della sanzione, mentre è inidonea la conoscenza del Codice da parte dei dipendenti per una precedente e temporanea forma di affissione o per l’avvenuta consegna di copia del codice medesimo.
Malattie, infortuni sul lavoro e risarcimento del danno patrimoniale
La malattia costituisce una delle più importanti cause di sospensione del rapporto di lavoro per sopravvenuta impossibilità della prestazione di lavoro, in quanto l’alterazione dello stato di salute impedisce al lavoratore di effettuare la prestazione. In caso di malattia il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto di lavoro per un certo periodo di tempo, generalmente lungo, denominato periodo di comporto, la cui durata è fissata dai contratti collettivi. Decorso tale termine e perdurando l’assenza per malattia, il datore di lavoro può procedere al licenziamento riconoscendo al lavoratore l’indennità sostitutiva del preavviso.
Durante tale periodo non si interrompe l’anzianità di servizio e il lavoratore ha diritto alla retribuzione o ad un’indennità nella misura e per il tempo determinati dalle leggi speciali, dalla contrattazione collettiva, dagli usi o secondo equità (art. 2110 c.c.).
La malattia ha, inoltre, l’effetto di rendere giustificata l’assenza del lavoratore.
Gli infortuni sul lavoro purtroppo sono all’ordine del giorno, anche perché esistono particolari professioni che portano chi le svolge a rischiare quotidianamente, proprio nella loro sede lavorativa. In Italia si intende infortunio sul lavoro anche qualsiasi tipo di incidente intercorso nel tragitto da casa al lavoro, o tra più sedi lavorative. Nel caso in cui un’azienda non disponga di appositi locali mensa, anche il rientro a casa in pausa pranzo è coperto dall’assicurazione contro gli infortuni. Si occupa di queste questioni l’INAIL, Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro. Nel caso in cui una persona subisca un danno che porta a non poter lavorare per più di 3 giorni, il datore di lavoro deve comunicare il fatto all’INAIL.
L’INAIL paga un indennizzo per chiunque sia soggetto ad un infortunio sul lavoro (che porti ad un’infermità superiore ai 3 giorni di durata) o a una malattia professionale. L’indennizzo è commisurato al grado di invalidità causato dalla problematica in questione. Tutti i lavoratori sono coperti da assicurazione professionale, anche chi lavora in casa.
Licenziamenti individuali e impugnazione
«Grazie, arrivederci». «E’ stato un piacere». Magari tutti i rapporti di lavoro potessero risolversi con queste due battute. Il licenziamento è l’atto con cui il datore di lavoro risolve il rapporto di lavoro. Esistono diverse motivazioni che possono dare origine al licenziamento e alla sua impugnativa:
giustificato motivo soggettivo
giustificato motivo oggettivo
licenziamento orale (o verbale)
licenziamento in maternità o in conseguenza del matrimonio
I tipi di licenziamento da impugnare
La procedura per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è stata introdotta dalla riforma Fornero e riguarda la chiusura (forzata) di un rapporto di lavoro per motivi economici dell’azienda: il posto di lavoro non c’è più oppure la società non è più in grado di pagare quello stipendio.
Diverso il licenziamento per giustificato motivo soggettivo. In questo caso, la chiusura del rapporto di lavoro avviene per un azione disciplinarmente rilevante commessa dal lavoratore, ma non così grave da motivare un licenziamento per giusta causa. Il giustificato motivo soggettivo comprende, ad esempio, lo scarso rendimento o la negligenza del dipendente, la provocazione di una rissa sul posto di lavoro, la minaccia verso un collega o un superiore.
C’è, infine, il licenziamento per giusta causa. Viene motivato da un’azione commessa dal dipendente di gravità tale da non consentire una normale prosecuzione del rapporto di lavoro: insubordinazione, sottrazione di beni dell’azienda, svolgimento di un’attività concorrenziale rispetto a quella dell’azienda, ecc.
Rivendicazione qualifiche superiori e differenze retributive
Lo svolgimento delle mansioni superiori per il periodo previsto dal contratto collettivo comporta il diritto del lavoratore all’attribuzione del relativo livello di inquadramento e all’erogazione del trattamento retributivo spettante in base al superiore inquadramento che è stato definitivamente raggiunto.
Il lavoratore che agisce per ottenere l’inquadramento in un livello superiore ha l’onere di allegare e di provare gli elementi posti a base della sua domanda, ed in particolare di specificare il contenuto delle mansioni da lui svolte in concreto, raffrontandole con i profili caratterizzanti da un lato le mansioni della superiore qualifica rivendicata, e dall’altro lato della qualifica inferiore riconosciutagli dal datore.
Il dipendente, assegnato dal proprio dirigente allo svolgimento di mansioni superiori, ha diritto a vedersi corrispondere non solo la differenza stipendiale, ma anche tutti gli altri emolumenti accessori, comprese le indennità «di risultato». E, ciò va riconosciuto senza limiti temporali.
Discriminazione e mobbing
Sono considerate discriminazioni le molestie, ovvero quei comportamenti indesiderati «aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante ed offensivo», e quindi anche i comportamenti cosiddetti mobbizzanti, tuttavia connotati finalisticamente e teleologicamente in ragione della religione professata dal soggetto leso, ovvero delle sue convinzioni personali, dell’handicap, dell’età e dell’orientamento sessuale.
Da quanto sopra discende che per potersi configurare la violazione delle norme è necessario che il lavoratore risulti vittima di comportamenti vessatori e prevaricatori (anche non autonomamente sanzionabili) da parte di colleghi e superiori, ripetuti in maniera frequente e duratura, al fine di danneggiarlo.
Anche il mobbing rientra nel concetto di discriminazione. Esso viene normalmente definito una violenza psicologica nell’ambito del rapporto di lavoro caratterizzata da reiterazione e da intento persecutorio, esercitata dal datore di lavoro direttamente, o indirettamente per il tramite di persone terze anche non dipendenti”, con l’intento lesivo di distruggerlo, allontanarlo, degradarlo.
La condotta del datore di lavoro finisce quindi con il ledere un interesse tutelato non solo nello specifico rapporto di lavoro ma anche in una norma quale l’art. 2043 c.c. che si rivolge alla totalità dei consociati.
Infatti, il datore di lavoro, ai sensi dell’art. 2087 c.c., deve fare tutto quanto è in suo potere per prevenire situazioni di possibile nocumento morale dei lavoratori e, se tali situazioni si presentano, attivarsi per farle cessare il prima possibile, ripristinare lo stato salutare e risarcire l’eventuale danno cagionato.
Mutamento di mansioni
In via generale, il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto, cioè quelle che sono state concordate fra le parti nel contratto di lavoro. Il 25 giugno 2015 è entrato in vigore uno dei decreti attuativi del c.d. Jobs Act (D.Lgs. 81/2015) che ha modificato l’art. 2103 c.c. e introdotto una nuova disciplina delle mansioni dei lavoratori subordinati.
Il nuovo testo dell’articolo 2103 c.c. introdotto dall’articolo 3 del decreto legislativo n. 81/2015, attuativo del Jobs Act, disciplina il potere del datore di lavoro di mutare le mansioni a cui è adibito il lavoratore (jus variandi) graduandone la portata a seconda delle diverse situazioni:
il datore di lavoro può decidere unilateralmente la variazione rimanendo però entro i limiti del livello e della categoria legale di inquadramento delle mansioni precedentemente svolte;
le nuove mansioni possono essere ricondotte ad un livello inferiore, ma nell’ambito della medesima categoria legale a seguito di modifica di assetti organizzativi aziendali che incidono sulla posizione del lavoratore o se ciò è previsto dalla contrattazione collettiva;
possono essere stipulati accordi individuali “assistiti” di modifica delle mansioni anche con variazione della categoria legale, del livello nonché della retribuzione.
Trasferimento del Lavoratore
Il datore di lavoro può disporre il trasferimento del lavoratore da una unità produttiva ad un’altra per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Per trasferimento deve intendersi il mutamento definitivo del luogo di esecuzione della prestazione lavorativa.
Le “ragioni tecniche, organizzative e produttive” devono sussistere al momento del trasferimento; mentre spetta al giudice accertare se tale potere è stato esercitato o meno in relazione alle esigenze oggettive dell’impresa senza tuttavia alcuna possibilità di sindacare l’opportunità del trasferimento.
L’opposizione del lavoratore al trasferimento
Se il trasferimento è legittimo (sussistono cioè le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive) In caso di rifiuto del lavoratore non motivato da valide ragioni, il datore di lavoro può disporre il licenziamento per giustificato motivo soggettivo.
Se il trasferimento è illegittimo (non sussistono, cioè, le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive) – è valido il rifiuto del lavoratore – in caso di licenziamento, il lavoratore ha diritto alla retribuzione per tutto il tempo in cui, rifiutando il trasferimento, sia rimasto a disposizione del datore di lavoro senza essere riammesso in servizio presso la sede originaria.
Il trasferimento di una lavoratrice in gravidanza è sempre illegittimo.
Tutela della donna e rapporti di lavoro
Nonostante, le donne siano sempre più presenti in ogni ambito lavorativo e raggiungano posizioni di rilievo in molti settori, tali cambiamenti non sono stati considerati in maniera sistematica nell’organizzazione del lavoro in azienda. Permangono infatti, forti squilibri rappresentati dall’ancora scarsa presenza delle donne ai livelli alti d’inquadramento e dalla loro quasi assenza ai livelli di vertice.
Questa situazione di fatto è generata da molti fattori, tra cui il verificarsi di discriminazioni basate sul genere all’interno delle aziende.
Le discriminazioni da parte delle aziende sono dovute principalmente alla maternità delle donne ed alla loro maggior dedizione nella cura della famiglia. Le donne infatti, si trovano ad affrontare una molteplicità di compiti che complicano particolarmente l’accesso o lo sviluppo delle opportunità lavorative, rispetto ai “colleghi” uomini.
Qualora il datore di lavoro adotti comportamenti discriminatori, la legge prevede che la lavoratrice – o le organizzazioni sindacali o, il consigliere di parità, su delega della stessa – possano proporre ricorso al Tribunale in funzione di Giudice del Lavoro del luogo ove è avvenuto il comportamento denunciato.
Rapporto con gli enti previdenziali
Il rapporto di lavoro, così come viene costituito, ha anche un suo corso e infine una sua estinzione. Durante queste fasi vengono richiesti numerosi adempimenti amministrativi e contabili riguardanti il rapporto dell’azienda col lavoratore e con gli enti previdenziali, la cosiddetta “contabilità del personale”.
Gli enti previdenziali svolgono la funzione ‘assistenziale’ da parte dello Stato, intervenendo in casi particolari della vita dei cittadini. Attraverso la gestione delle proprie casse sostengono economicamente: lavoratori disoccupati o in pensione, lavoratrici durante il periodo di maternità, lavoratori in malattia o in cassa integrazione, ecc..
La fattispecie di assicurazione sociale va infatti scomposta in due rapporti, tra loro autonomi: quello previdenziale, intercorrente fra il lavoratore e l’ente pubblico, e quello contributivo, che lega quest’ultimo al datore di lavoro. Vi è poi il sottostante rapporto tra lavoratore e datore di lavoro, che ha ad oggetto l’obbligo di costituire la provvista, ossia di pagare i contributi agli enti previdenziali. “Il datore di lavoro è responsabile del pagamento dei contributi anche per la parte a carico del lavoratore; qualunque patto in contrario è nullo. Il contributo a carico del lavoratore è trattenuto dal datore di lavoro sulla retribuzione corrisposta al lavoratore stesso alla scadenza del periodo di paga cui il contributo si riferisce”.
Reati Patrimoniali
I reati contro il patrimonio sono quelli commessi ai danni della proprietà (possesso) di un soggetto da parte di un altro soggetto. Sono considerati devianti e si qualificano come reati perché puniti con sanzioni prescritte dal Codice penale. Sono compresi quei reati che offendono gli interessi patrimoniali delle persone fisiche e/o giuridiche.
Di seguito i reati maggiormente trattati dallo Studio Legale Cimino:
Taccheggio
Reati Personali
I delitti contro la persona sono disciplinati dal Codice Penale. In esso sono compresi tutti quei fatti gravi che ledono o comunque mettono in pericolo i beni fondamentali dell’individuo (vita, integrità, onore, libertà ecc.). Si tenga presente che in diritto per “persona” s’intende non solo quella fisica ma anche quella giuridica.
Reati contro l’infanzia
Diffamazioni a mezzo stampa
Possesso illegale di armi
Il titolo II del libro II del codice penale disciplina i delitti contro la Pubblica amministrazione, intesa quale insieme degli organi e delle attività preordinati al perseguimento degli scopi di pubblico interesse.
In tale titolo sono compresi tutti quei fatti che impediscono, ostacolano o turbano il regolare svolgimento dell’attività amministrativa, legislativa e giudiziaria dello Stato, nonché dell’attività amministrativa degli Enti Pubblici.
Oggetto giuridico della tutela penale in tale delitti è, pertanto, il regolare funzionamento ed il prestigio degli Enti Pubblici nonché dei soggetti che li rappresentano.
Il legislatore, quindi, ha distinto i delitti in questione in due grandi categorie:
quelli commessi dai Pubblici Ufficiali, in cui l’offesa agli interessi pubblici proviene dall’interno della Pubblica Amministrazione;
quelli commessi dai privati, in cui l’offesa proviene dall’esterno.
Per effetto della L.86/1990, i reati in esame sono stati per la gran parte ridisegnati ed adeguati alla realtà dei nostri giorni. Più in particolare, la riforma, da un lato, ha potenziato la risposta punitiva dello Stato di fronte alle condotte illecite compiute dai Pubblici Ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni, dall’altro ha eliminato ogni arbitrario sindacato da parte del giudice penale sul merito delle scelte amministrative.
Si segnala, infine, che tale “famiglia” di reati è stata oggetto di ulteriori correttivi ad opera della L.6 novembre 2012, n°190, con cui fra l’altro, si sono ridisegnati i margini disciplinari dei delitti di corruzione, concussione e delle relative disposizioni complementari.
Affidarsi per questo specifico campo, allo Studio Legale Cimino, signifcia garantirsi la migliore e più attenta assistenza tecnica che prende le mosse da una visione integrata del mondo e dello specifico contesto sociale, evitando di trincerarsi nel tempio della legalità.
Occupazione di suolo pubblico
Violazione dei sigilli
Assenza di licenze e autorizzazioni amministrative
Esercizio abusivo di una professione
Resistenza – Oltraggio -Violenza – Minaccia ad un pubblico ufficiale
La revoca dell’Amministratore
In caso di revoca senza giusta causa, l’amministratore ha diritto di ottenere il risarcimento dei danni.
Lo Studio Legale Cimino offre l’assistenza più qualificata per la risarcibilità del danno patrimoniale per lucro cessante, per l’importo corrispondente ai compensi non percepiti nel periodo in cui l’amministratore avrebbe conservato il suo ufficio, se non fosse intervenuta la revoca.
In tema di revoca dell’amministratore di Società, la giusta causa può essere sia soggettiva che oggettiva, purchè si tratti di circostanze o fatti sopravvenuti, idonei ad influire negativamente sulla prosecuzione del rapporto; nel secondo caso essa consiste in situazioni estranee alla persona dell’amministratore.
Per la revoca giudiziale dell’amministratore, occorre obbligatoriamente l’assistenza di un avvocato. La revoca, infatti, può essere richiesta a mezzo di ricorso in volontaria giurisdizione che, per sua natura, non ha carattere contenzioso.
Scioglimento e liquidazione
Lo Studio Legale Cimino assicura le adeguate competenze professionali finalizzate al raggiungimento del MIGLIOR OBIETTIVO assistendoti in tutte le fasi della procedura di Liquidazione volontaria della Società.
L’art. 2484 c.c. stabilisce che le società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata si sciolgono per le seguenti cause:
Decorso del termine;
Conseguimento dell’oggetto sociale o sopravvenuta impossibilità di conseguirlo, salvo che l’assemblea, appositamente convocata senza indugio, non deliberi le opportune modifiche statutarie;
Impossibilità di funzionamento o continuata inattività dell’assemblea;
Riduzione del capitale al di sotto del minimo legale se non si è provveduto alla sua reintegrazione;
Nelle ipotesi previste dagli artt. 2437 quater e 2473 c.c.;
Deliberazione dell’assemblea;
Altre cause previste dall’atto costitutivo.
L’accertamento del verificarsi di una causa di scioglimento è di competenza dell’organo amministrativo.
La messa in liquidazione con la nomina dei liquidatori è di competenza dell’assemblea dei soci.
La data di effetto della liquidazione nei confronti dei terzi è rappresentata dall’iscrizione della causa di liquidazione nel Registro delle imprese. Gli amministratori devono procedere senza indugio all’iscrizione della causa di scioglimento presso il registro della imprese; in caso di ritardo o di omissione dell’iscrizione gli amministratori sono personalmente e solidalmente responsabili, ex art. 2485 comma 1, cod. civ., per gli eventuali danni cagionati alla società, ai soci, ai creditori sociali e ai terzi.
Mediante la Liquidazione vengono messe in atto diverse operazioni volte a convertire in denaro l’attivo esistente, ad estinguere i debiti sociali ed a ripartire l’eventuale residuo fra soci.
Fallimento della Società
Lo Studio Legale Cimino offre assistenza professionale per tutte le procedure concorsuali e amministrative straordinarie, ponendo l’attenzione a tutte le linee evolutive della normativa fallimentare, mettendo a frutto l’esperienza dello Studio.
In particolare, ha organizzato al suo interno, un gruppo di lavoro multidisciplinare che coinvolge esperti di diritto societario e commerciale, bancario e finanziario, del lavoro, penale, fiscale e contenzioso, al fine di offrire al cliente una assistenza completa, assicurando un costante aggiornamento ai clienti in base alle novità normative e alla prassi.
I fallimenti societari sono procedure concorsuali liquidatorie che hanno come soggetti gli imprenditori commerciali, i loro patrimoni e i creditori e si attivano nel momento in cui il proprietario di una società non assolve le obbligazioni contratte nell’esercizio dell’impresa. Il fallimento è finalizzato alla soddisfazione dei creditori, seguendo il principio della par condicio creditorum, tenendo conto della loro posizione prelazionaria. Esso è disciplinato dalla legge fallimentare che stabilisce i criteri da rispettare per poter dichiarare fallito un soggetto: l’impresa deve essere commerciale (sono esclusi gli Enti Pubblici e i piccoli imprenditori); nei tre esercizi anteriori alla dichiarazione di fallimento deve aver avuto un attivo annuo inferiore a 300.000,00 euro; i debiti non devono essere superiori a cinquecentomila euro e non inferiori a ventimila. Il presupposto oggettivo affinché avvenga una dichiarazione di fallimento è lo stato di insolvenza in cui non si è in grado in maniera permanente di soddisfare le obbligazioni contratte.
Il tribunale fallimentare è l’organo principale che avvia la procedura fallimentare e con decreti stabilisce l’indirizzo che l’impresa deve seguire. Viene nominato un giudice delegato che controlla la regolarità della procedura. Dopo la sentenza di fallimento del Tribunale, viene nominato un Curatore fallimentare che riveste la figura di pubblico ufficiale.
Il curatore amministra la società sotto il controllo del Giudice delegato e dei creditori. Inoltre entro 60 giorni dalla dichiarazione di fallimento deve presentare una relazione che specifica quali sono le responsabilità dell’imprenditore, le sue colpe e le sue mancanze.
Lo Studio Legale Cimino si occupa di Bancarotta e Reati fallimentari ed assiste imprenditori, amministratori di fatto e di diritto, consiglieri di amministrazione, sindaci, direttori generali, liquidatori nei casi di:
Bancarotta fraudolenta patrimoniale propria
Bancarotta fraudolenta documentale propria
Bancarotta fraudolenta preferenziale propria
Bancarotta semplice propria
Bancarotta fraudolenta societaria o impropria
Bancarotta semplice documentale
Bancarotta semplice patrimoniale
Ricorso abusivo al credito
Denuncia di creditori inesistenti ed altre inosservanze da parte del fallito
Domande di ammissione di crediti simulati o distrazione senza concorso del fallito
La Bancarotta è il reato fallimentare per antonomasia ed essa può essere distinta in Bancarotta Propria, ossia che riguarda la persona fisica, o Impropria (Bancarotta societaria) che riguarda tutti quei soggetti come amministratori, sindaci ecc. che non operano su beni propri ma di soggetti giuridici diversi come ad esempio una società.
Il reato di Bancarotta fraudolenta è tra i più gravi nell’ambito dei reati fallimentari.
Esso si concretizza quando un imprenditore:
distoglie, occulta, maschera, elimina o disperde in tutto o in parte i suoi beni così recando per l’effetto pregiudizio ai creditori (in questo caso si parla di Bancarotta fraudolenta per distrazione);
sottrae, distrugge o falsifica, in tutto o in parte i suoi beni in modo tale da causare a sé o ad altri un illegittimo profitto;
allo scopo di recare pregiudizio ai creditori mostra passività inesistenti (in questo caso si parla di Bancarotta fraudolenta patrimoniale);
allo scopo di recare pregiudizio ai creditori occulta i libri o le altre scritture contabili o li tiene in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari (in questo caso si parla di Bancarotta fraudolenta documentale);
allo scopo di favorire alcuni creditori rispetto ad altri compie pagamenti o simula titoli di prelazione (in questo caso si parla di Bancarotta fraudolenta preferenziale).
Il Piano Regolatore Generale comunale, è lo strumento di regolazione a priori delle trasformazioni fisiche e funzionali e di valorizzazione delle proprietà fondiarie.
Il PRG è un insieme diparti disegnate (tavole di analisi e di progetto) e di parti scritte (norme e relazione)
Il regolamento edilizio, unitamente alle norme regolamentari disciplina l’attività edilizia in ordine: – alle modalità costruttive, al decoro pubblico, ai requisiti igienico-sanitari, di sicurezza e vivibilità degli immobili e delle pertinenze degli stessi, anche con riferimento al superamento delle barriere architettoniche; – alla tutela, valorizzazione e/o riqualificazione del patrimonio edilizio presente nelle aree urbane ed extraurbane, nonché alla conservazione dei valori paesaggistici e delle risorse ambientali del territorio; – agli adempimenti procedimentali correlati alla gestione delle attività edilizie; – all’attività sanzionatoria e di vigilanza.
Lo Studio Legale Cimino potrà aiutarti nella realizzazione di opere di ristrutturazione e nuova costruzione nell’ambito della tua proprietà.
Requisiti per la Progettazione, Documentazione, Istanze e controlli
Il progetto da depositare ai fini dell’acquisizione del titolo edilizio (permesso di costruire e SCIA) deve verificare:
il rispetto dei vincoli insistenti sull’immobile per le relative finalità, e pertanto il preventivo ottenimento delle autorizzazioni e nulla osta prescritti dalle relative norme di legge, quali a titolo esemplificativo: – vincoli di bene culturale, paesaggistico o archeologico; – vincolo di rispetto di varia natura (ferroviario, cimiteriale, autostradale e altri); – vincoli idrogeologico, di ambito fluviale ed idraulico.
la conformità alla disciplina urbanistico-edilizia di livello nazionale e regionale, nei diversi settori afferenti alla tutela idraulica, geologica e sismica, alla sicurezza statica ed antincendio delle costruzioni, alle distanze minime dai confini e tra le costruzioni, alle dotazioni di parcheggi prescritti, all’accessibilità anche da parte dei soggetti diversamente abili, all’igiene e salubrità delle costruzioni, alla protezione contro il rumore il contenimento dei consumi energetici.
la conformità allo strumento urbanistico comunale ed al regolamento edilizio, verificando in particolare: – la disciplina di tutela idraulica, geologica e sismica definita dallo strumento urbanistico; – la disciplina generale e particolare definita dallo strumento urbanistico ed i relativi requisiti in termini di dotazioni riferite ai diversi usi; – la disciplina igienico-sanitaria delle costruzioni e dei locali definita dal presente regolamento ed i relativi requisiti generali e particolari (distanze minime dai confini e tra le costruzioni, dotazioni generali di impianti e servizi, dimensionamento, posizionamento, areazione ed illuminazione dei locali); – la disciplina di decoro e tutela dell’immagine urbana definita dal presente regolamento.
Mancate comunicazioni all’Ente
La mancata comunicazione dell’inizio dei lavori ovvero la mancata trasmissione della relazione tecnica (nel caso di interventi di manutenzione straordinaria) comportano l’applicazione di una Sanzione Pecuniaria.
Qualora sia trascorso un notevole periodo di tempo dal momento in cui l’abuso è stato commesso a quello in cui esso viene accertato, la P.A. non potrà emettere il provvedimento di demolizione in modo automatico ma dovrà tenere in debita considerazione, indicandole espressamente, sia le ragioni di interesse pubblico che giustificano la demolizione del fabbricato sia gli interessi privati nel frattempo maturati.
Quando non si ravvisano interessi pubblici di particolare rilievo che giustificano il provvedimento di demolizione, il decorso del lungo periodo di tempo potrebbe legittimare l’applicazione di una sanzione pecuniaria in luogo della demolizione.
Infatti, qualora la P.A. dovesse ritenere non necessario procedere con l’ordine di demolizione, disporrebbe in alternativa il pagamento di una sanzione pecuniaria.
Sia la sanzione che l’ordine di demolizione, sono provvedimenti impugnabili e lo Studio Legale Cimino potrà garantirti la migliore assistenza.
La sanatoria
Nei casi in cui gli interventi edilizi abusivi siano stati realizzati in assenza o in difformità del permesso di costruire, il responsabile dell’abuso, o l’attuale proprietario dell’immobile, possono ottenere il permesso di costruire in sanatoria, a condizione che l’intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione del medesimo, sia alla data di presentazione della domanda.
Condotta illecita
Quali sono le sanzioni penali?
Sotto il profilo penale, la condotta consistente nel realizzare un intervento edilizio illecito è punita ai sensi dell’art. 44 del D.P.R. n. 380/2001.
Questo articolo prevede tre diverse ipotesi stabilendo rispettivamente:
l’ammenda per l’inosservanza delle norme, delle prescrizioni e delle modalità esecutive dei lavori previste dal Decreto nonché dai regolamenti edilizi, dagli strumenti urbanistici e dal permesso di costruire;
l’arresto fino a due anni e l’ammenda nei casi di esecuzione dei lavori in totale difformità o assenza del permesso o di prosecuzione degli stessi nonostante l’ordine di sospensione;
l’arresto fino a due anni e l’ammenda nel caso di lottizzazione abusiva di terreni a scopo edilizio. La stessa pena si applica anche nel caso di interventi edilizi nelle zone sottoposte a vincolo storico, artistico, archeologico, paesistico, ambientale, in variazione essenziale, in totale difformità o in assenza del permesso.
In tutti i casi lo Studio Legale Cimino potrà valutare l’esistenza di eventuali esimenti e assicurare la più completa difesa tecnica.
L'agibilità
E’ una certificazione che viene rilasciata quando un edificio rispetta tutti i requisiti di legge necessari per garantire alle persone di vivere in tutta sicurezza e in pieno comfort nei locali
L’Agibilità attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati, valutate secondo quanto dispone la normativa vigente.
L’agibilità è subordinata al rispetto di tutte le norme e le leggi relative alla costruzione (sia che si siano eseguite opere di nuova costruzione o di ristrutturazione edilizia), e per ottenerla è necessario presentare all’Ufficio tecnico del comune:
la domanda di iscrizione in catasto;
la certificazione di corretta esecuzione degli impianti in base alla legge vigente;
il certificato di collaudo delle strutture, che attesta che il tutto è stato realizzato secondo il progetto depositato;
Se è tutto in ordine, il rilascio del certificato è un atto d’obbligo al quale il comune non può opporsi.
Il certificato può essere revocato in diversi casi:
nel caso in cui il fabbricato abbia subito dei danni strutturali, per esempio dopo un terremoto o un incidente, tali da compromettere la stabilità dell’edificio e, quindi, la sicurezza delle persone. In questo caso la competenza è dei Vigili del Fuoco.
nel caso in cui siano stati fatti degli interventi edilizi abusivi che abbiano infranto anche una sola delle norme tecniche in vigore (non si può revocare l’agibilità se si costruisce abusivamente una veranda sul terrazzo né se si allarga una finestra – si commettono altri tipi di reato – mentre se si ristruttura l’impianto elettrico senza averlo certificato allora si rischia la revoca).
Quando viene modificata una norma tecnica, molto spesso i fabbricati costruiti con la norma precedente diventano automaticamente fuori norma. Ma l’agibilità non può essere revocata, perché la struttura è stata realizzata seguendo le norme in vigore all’atto della presentazione del progetto al comune, ed è pertanto regolare. Se si dovesse fare richiesta per dei lavori da eseguire su un edificio che non rispetta alcune norme tecniche aggiornate, può essere richiesto dal comune, pena la negazione dell’autorizzazione, di eseguire quelle opere che renderebbero a norma la struttura (se si ristruttura un appartamento con impianto elettrico non a norma, si è obbligati comunque a modificare l’impianto – anche se non servisse per i lavori – per portarlo in sicurezza).
L’interpretazione del contratto
Nella applicazione delle regole contenute in un contratto spesso possono sorgere dubbi circa la loro interpretazione e se rimane il disaccordo circa il contenuto dell’atto, sarà necessario ricorrere alle norme del codice per dirimere la questione. Lo Studio Legale Cimino assicura la corretta e regolare applicazione delle regole ermeneutiche dettate dal Codice per l’esatta interpretazione del contratto.
“Il contratto deve essere interpretato ricercando la comune intenzione delle parti che appare dall’atto, senza limitarsi al significato letterale delle parole”.
L’inadempimento
Si parla di risoluzione per inadempimento quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, venendo meno alla regola giuridica di antica memoria “pacta sunt servanda”. Condizione per richiedere la risoluzione per inadempimento è quindi il mancato o inesatto o tardivo adempimento della prestazione imputabile al debitore.
Il legislatore disciplina due figure:
La risoluzione giudiziale, che scioglie il contratto a seguito di una sentenza costitutiva;
La risoluzione di diritto, che scioglie il contratto automaticamente al verificarsi dei presupposti stabiliti dal legislatore negli articoli 1454 c.c. (diffida ad adempiere), 1456 c.c. (clausola risolutiva espressa) e 1457 c.c. (termine essenziale).
Perciò, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l’altro potrà scegliere tra due possibilità pratiche:
Chiedere l’adempimento del contratto in maniera coattiva;
Chiedere la risoluzione del contratto (per inadempimento) fatto salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno (art. 1453, 1° comma, c.c.).
Responsabilità contrattuale ed extracontrattuale
Lo Studio Legale Cimino si occupa di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale nella piena tutela dei diritti dei clienti, siano essi privati, aziende o professionisti controversie civili e commerciali. La responsabilità contrattuale è la responsabilità che deriva dall’inadempimento, dall’inesatto adempimento e dall’adempimento tardivo di una preesistente obbligazione qualunque sia la fonte e si distingue dalla responsabilità extracontrattuale che deriva dalla violazione del generico obbligo di non ledere alcuno senza che prima della violazione sia possibile l’individuazione di una obbligazione. Nell’adempimento dell’obbligazione il debitore deve mantenere un comportamento conforme alla diligenza del buon padre di famiglia, in modo da non incorrere in responsabilità contrattuale.
Se l’obbligato ha un comportamento negligente sarà di sicuro colpevole dell’eventuale inadempimento, inesatto adempimento o adempimento tardivo e dovrà risarcire i danni causati alla parte attiva. Se l’obbligazione riguarda l’attività professionale del soggetto nell’esecuzione della prestazione oggetto del vincolo non dovrà utilizzare la diligenza media, quella del buon padre di famiglia, ma dovrà avere un comportamento professionale e una diligenza superiore rispetto a quella richiesta nei rapporti obbligatori ordinari.
Il risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta. Il nostro ordinamento giuridico stabilisce come deve essere determinato il danno risarcibile in caso di inadempimento.
Il creditore ha diritto al risarcimento dell’intero danno subito ma occorre che vi sia una causalità tra inadempimento (o ritardo) e pregiudizio: quest’ultimo, infatti, deve essere ascrivibile al debitore.
La Corte Suprema di Cassazione è al vertice della giurisdizione ordinaria italiana. Tra le principali funzioni vi è quella di assicurare “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni”.
Una delle caratteristiche fondamentali della sua missione essenzialmente nomofilattica ed unificatrice, finalizzata ad assicurare la certezza nell’interpretazione della legge (oltre ad emettere sentenze di terzo grado) è costituita dal fatto che, in linea di principio, le disposizioni in vigore non consentono alla Corte di Cassazione di conoscere dei fatti di una causa salvo quando essi risultino dagli atti già acquisiti nel procedimento nelle fasi che precedono il processo e soltanto nella misura in cui sia necessario conoscerli per valutare i rimedi che la legge permette di utilizzare per motivare un ricorso presso la Corte stessa.
Il ricorso in Cassazione può essere presentato avverso i provvedimenti emessi dai giudici ordinari nel grado di appello o nel grado unico: i motivi esposti per sostenere il ricorso possono essere, in materia civile, la violazione del diritto materiale (errores in iudicando) o procedurale (errores in procedendo), i vizi della motivazione (mancanza, insufficienza o contraddizione) della sentenza impugnata; o, ancora, i motivi relativi alla giurisdizione. Un regime simile è previsto per il ricorso in Cassazione in materia penale.
Quando la Corte rileva uno dei vizi summenzionati, ha il potere-dovere non soltanto di cassare la decisione del giudice del grado inferiore, ma anche di enunciare il principio di diritto che il provvedimento impugnato dovrà osservare: principio cui anche il giudice del rinvio non potrà fare a meno di conformarsi quando procederà al riesame dei fatti relativi alla causa.
Gli Organi della Giustizia Amministrativa
Sono organi della giustizia amministrativa, in primo grado, i tribunali amministrativi regionali (TAR) e, in secondo grado, il Consiglio di Stato nei confronti delle pronunce del TAR della regione Sicilia, funge da giudice in secondo grado il Consiglio di giustizia amministrativa per la regione siciliana.
Il TAR “Tribunale Amministrativo Regionale”
Il TAR è competente a giudicare sui ricorsi, proposti contro atti amministrativi, da privati che si ritengano lesi (in maniera non conforme all’ordinamento giuridico) in un proprio interesse legittimo. Si tratta di giudici amministrativi di primo grado, le cui sentenze sono appellabili dinanzi al Consiglio di Stato. Per il medesimo motivo, è l’unico tipo di magistratura speciale a prevedere solo due gradi di giudizio.
In generale, la giurisdizione dei TAR concerne la legittimità di atti lesivi di interessi legittimi, ma in casi eccezionali attiene anche al merito (vale a dire a valutazioni di opportunità dell’azione amministrativa). In alcune materie (la più importante è costituita dal pubblico impiego, nei limitati casi ancora oggi previsti dalla legge) tale giurisdizione, oltre che agli interessi legittimi (posizioni dei singoli, tutelate dall’ordinamento in quanto coincidenti con un interesse pubblico generale), si estende ai diritti soggettivi (posizioni garantite in modo diretto nei confronti di altri soggetti, ai quali incombe un obbligo volto ad assicurare in via immediata il godimento del diritto stesso), la cui cognizione è normalmente sottratta al giudice amministrativo e riservata al giudice ordinario (tribunale, ecc.).
La proposizione del ricorso non sospende gli effetti del provvedimento (così che l’amministrazione potrà portare a esecuzione, anche coattivamente, le pretese che ne derivino: per esempio, procedere all’occupazione di un bene immobile, suolo pubblico o a eseguire direttamente, a spese dell’interessato, prestazioni ordinate a quest’ultimo); tuttavia, qualora l’esecuzione sia idonea a causare danni gravi e irrecuperabili (ossia non risarcibili), il TAR, su istanza del ricorrente, può disporre sollecitamente la sospensione.
Il Consiglio di Stato ha una doppia natura, una amministrativa e una giurisdizionale.
Quale organo amministrativo, il Consiglio di Stato è il supremo organo di consulenza giuridico-amministrativa del Governo, delle Camere e delle Regioni mentre come organo di giurisdizione amministrativa è preposto alla tutela degli interessi legittimi ed in particolari materie indicate dalla legge anche dei diritti soggettivi dei privati nei confronti della pubblica amministrazione italiana.
Nell’espletamento della sua funzione consultiva, il Consiglio di Stato fornisce pareri circa la regolarità e la legittimità, il merito e la convenienza degli atti amministrativi dei singoli ministeri, del Governo come organo collegiale o delle Regioni.
In sede giurisdizionale il Consiglio di Stato ha solo funzione di tutela nei confronti degli atti della pubblica amministrazione. In particolare il Consiglio di Stato è il Giudice di secondo grado della giustizia amministrativa, ossia il Giudice d’appello avverso le decisioni dei TAR (Tribunale Amministrativo Regionale).
In ogni ordinamento democratico è previsto che la gestione delle risorse pubbliche sia sottoposta ad un controllo il cui scopo è quello di “perseguire l’utilizzo appropriato ed efficace dei fondi pubblici, la ricerca di una gestione finanziaria rigorosa, la regolarità dell’azione amministrativa e l’informazione dei poteri pubblici e della popolazione tramite la pubblicazione di relazioni obiettive”. Nell’ordinamento italiano detta funzione fondamentale è attribuita alla Corte dei conti.
La Corte dei conti costituisce, insieme al Consiglio di Stato e al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, uno di quegli organi di rilievo costituzionale che la Costituzione qualifica come «organi ausiliari»
E’ l’Organo fondamentale dell’amministrazione di controllo e, per alcune sue funzioni giurisdizionali in materia contabile, uno dei tribunali amministrativi speciali.
In seguito, la Corte dei conti ha visto accrescere, in virtù di numerosi interventi normativi le sue competenze e la sua importanza, tanto da essere definita dalla giurisprudenza costituzionale come il garante imparziale dell’equilibrio economico-finanziario del settore pubblico, e, in particolare, della corretta gestione delle risorse collettive.
La Corte dei Conti ha competenza nei giudizi in materia di contabilità pubblica ed in particolare di responsabilità amministrativa dei pubblici funzionari i quali vengono chiamati a rispondere del loro operato in caso di danni patrimoniali all’amministrazione per comportamento doloso o colposo.
Tale forma di responsabilità è stata di recente estesa agli amministratori e funzionari delle società di capitali controllate dallo Stato e/o da altro ente pubblico.
Tutela del minore
“I diritti dei minori sono parte integrante dei diritti dell’uomo”.
I minori hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere. In ambito giudiziario essi possono esprimere liberamente la propria opinione; questa viene presa in considerazione sulle questioni che li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità, di norma dopo il raggiungimento del 14° anno di età.
L’interesse superiore del minore deve essere considerato preminente.
Ogni minore ha diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò sia contrario al suo interesse, nonché con la famiglia d’origine di entrambi.
La tutela del minore riguarda la protezione dei minori di età, per i quali sia venuta meno la potestà dei genitori per diverse cause, che dipendono, nella maggior parte dei casi, da morte, assenza, scomparsa accertata giudizialmente, decadenza, sospensione, impedimenti effettivi o altre circostanze speciali.
La sua peculiarità è insita nella sua incapacità e vulnerabilità, caratteristiche che si concretizzano in bisogni particolari, nell’inconsapevolezza delle sue necessità, nell’impossibilità di far valere i suoi diritti: per aiutare il fanciullo a crescere e diventare adulto è necessario prevedere una protezione particolare, attraverso il rafforzamento dei diritti umani tradizionali e l’affermazione di diritti specifici e propri del suo status, cosi come d’altronde riconosciuti, a livello internazionale dalla carta dei diritti del fanciullo.
Lo Studio Legale Cimino a tutela del superiore interesse del minore, offre assistenza in tutte le fasi che lo riguardano, analizzando le dinamiche conflittuali e le conseguenze sui minori.
Successione in favore di minore
L’apertura di una successione a favore di un minore comporta l’adempimento di alcuni obblighi di legge entro determinati termini. Quando si apre una successione e un minore diventa erede si ritiene comunemente che le pratiche a carico di quest’ultimo per entrare in possesso dei beni ereditari si complichino a dismisura. Ciò perché, per divenire erede, il minore non può semplicemente impadronirsi dei beni del defunto comportandosi, di fatto, come se fossero diventati suoi a tutti gli effetti, ma deve per forza compiere un atto espresso di accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario o di rinunciare nel caso in cui le passività siano tali da rendere l’eredità non conveniente.
Per poter accettare l’eredità, il minore ha bisogno di essere specificamente autorizzato dal Giudice Tutelare presso il Tribunale del proprio domicilio. Pertanto i suoi genitori dovranno presentare a quest’ultimo un apposito ricorso in cui esporre la circostanza della successione e della possibilità per il minore di diventare erede, nonché gli eventuali vantaggi, anche patrimoniali, che deriverebbero a quest’ultimo dall’acquisto dell’eredità.
Lo Studio Legale Cimino fornisce assistenza legale con l’obiettivo di consentire al cliente di acquisire piena contezza delle variabili normative che incidono sulle scelte, offrendo assistenza di primario livello, garantendo competenza, riservatezza e impegno.
Fallimento: effetti per il fallito
Lo Studio Legale Cimino si occupa di Procedure e Reati fallimentari, assiste persone fisiche, imprenditori, amministratori di fatto e di diritto, consiglieri di amministrazione, sindaci, direttori generali e liquidatori in tutte le fasi e ogni grado della procedura concorsuale.
La sentenza dichiarativa del fallimento determina per il fallito, sia esso una persona fisica o una società, effetti giuridici, economici, personali e processuali i quali decorrono dalla data di pubblicazione della sentenza coincidente con il deposito in cancelleria della stessa.
In primo luogo il fallito perde automaticamente la capacità di amministrare e disporre dei propri beni esistenti al momento della dichiarazione del fallimento, gli atti da lui compiuti e i pagamenti effettuati e ricevuti divengono da tale momento inefficaci nei confronti dei creditori, così come le formalità necessarie per rendere opponibili ai terzi gli atti compiuti prima del fallimento che siano compiute dopo la dichiarazione dello stesso.
Vengono sottratti al fallimento i beni di natura personale quali gli assegni aventi carattere alimentare, stipendi, pensioni, salari e ciò che il fallito guadagna con la sua attività entro i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia, i frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi, salvo quanto è disposto dall’articolo 170 del codice civile, i beni definiti per legge impignorabili. Nelle società di persone, e limitatamente a queste, sono sottratti al fallimento i beni strumentali all’esercizio dell’attività lavorativa dei soci quando all’interno della società la loro attività personale risulta prevalente rispetto al fattore capitale.
Si definiscono reati, i comportamenti illeciti di particolare gravità, puntualmente descritti dalla Legge come “reati finanziari”. Il mercato finanziario come ogni altra attività è soggetto a leggi previste dal codice civile e dal codice penale. Colui che agisce al di fuori di queste regole imposte dal legislatore compie un reato punibile con sanzioni penali e amministrative. I reati finanziari più gravi sono l’aggiottaggio, l’abuso di informazioni privilegiate ovvero l’insider trading e l’anatocismo. E’ incisiva nel nostro ordinamento giuridico, la repressione di condotte volte alla commissione di reati economici, a tutela dell’amministrazione della giustizia, nonché dell’ordine pubblico e/o economico, attribuendo sanzioni più severe.
Esercizio abusivo di Attività Finanziaria
False comunicazioni sociali
Reati Fiscali
L’evasione fiscale è un reato in capo al contribuente che si sottrae in tutto o in parte all’obbligo tributario previsto dalla legge. Per l’evasione fiscale si viene di norma puniti con sanzioni che possono essere di tipo amministrativo o penale, in proporzione alla gravità del reato commesso. La corte di Cassazione ha stabilito che in alcuni casi si può essere “perdonati”. Insomma, ci sono situazioni per le quali il mancato pagamento di tasse e imposte non è evasione.
Lo Studio Legale Cimino, assiste persone fisiche, imprenditori, amministratori di fatto e di diritto, consiglieri di amministrazione, sindaci, direttori generali e liquidatori in tutte le fasi e ogni grado del procedimento Giudiziario di carattere amministrativo o Penale.
Dichiarazione Omessa
Dichiarazione Fraudolenta
Dichiarazione Infedele
Omesso versamento I.V.A
Omesso versamento di ritenute
Emissioni di fatture false
Occultamento o distruzione di documenti contabili
Indebita compensazione di crediti non spettanti o inesistenti
L’istituto della riabilitazione penale, previsto dall’art. 178 del codice penale, consiste in una procedura che consente a chi sia stato condannato con sentenza passata in giudicato o con decreto di condanna non opposto, di chiedere e ottenere, se in possesso dei requisiti, la cancellazione dei reati dal casellario giudiziario, e di conseguenza, l’estinzione degli stessi.
La riabilitazione permette alla persona che abbia subito una condanna, e che abbia manifestato segni di ravvedimento, di ottenere l’estinzione delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della condanna stessa ed è annotata sul certificato penale a cura della cancelleria del giudice che l’ha emessa.
Lo Studio Legale Cimino fornisce assistenza legale specifica tale da garantire il raggiungimento degli obiettivi prefissati nel rispetto delle normative e dalle tempistiche imposte dalla legge.
Esclusione e Revoca del socio
I casi di esclusione indicati nell’atto costitutivo devono essere “specifici” e avvenire per “giusta causa”. Deve trattarsi di situazioni che non consentono la prosecuzione della partecipazione del socio alla società, quali gravi violazioni dei doveri sociali o della sopravvenuta impossibilità di conseguire gli stessi. Così potrà essere escluso il socio che distragga fondi della società per finalità personali, il socio che subisce condanne penali di un certo tipo o di una certa gravità, il socio fallito, il socio dichiarato interdetto o inabilitato. Potrà essere parimenti escluso il socio d’opera che non sia più in grado di prestare l’attività lavorativa, o colui che ha conferito un bene in godimento in caso di perimento della cosa. L’esclusione va debitamente motivata ed è opportuno che la stessa sia efficace decorso un dato lasso di tempo indicato nell’atto costitutivo.
Lo Studio Legale Cimino ti offre l’assistenza più qualificata per assisterti nel procedimento di esclusione a tutela degli interessi sociali.
La Giustizia Amministrativa
La giustizia amministrativa è il complesso dei mezzi di tutela amministrativa e giurisdizionale cui qualsiasi soggetto, privato o pubblico, può ricorrere per tutelare la propria posizione giuridica nei confronti della pubblica amministrazione, laddove questa assuma una posizione di supremazia nello svolgimento della sua attività, e ottenere quindi una pronuncia oggettiva e imparziale in merito alla controversia.
La Costituzione italiana stabilisce un sistema di tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi basato su due tipi di giurisdizione, una giurisdizione ordinaria e una giurisdizione amministrativa
La ragione di tale ripartizione deriva da un’esigenza avvertita negli ordinamenti nell’ambito dei quali la pubblica amministrazione, quando agisce in veste autoritativa, si pone in una posizione differente rispetto a quella degli altri soggetti dell’ordinamento, per cui anche la tutela giurisdizionale deve essere attribuita a un giudice diverso da quello ordinario.
I criteri di riparto di giurisdizione
Il criterio di riparto tra la giurisdizione ordinaria e la giurisdizione amministrativa stabilito dalla Carta costituzionale è basato principalmente sulla natura delle situazioni giuridiche soggettive vantate dai privati nei confronti della pubblica amministrazione. Al giudice ordinario spetta la cognizione delle controversie che hanno a oggetto i diritti soggettivi, mentre al giudice amministrativo spetta la cognizione delle controversie riguardanti gli interessi legittimi.
Nel caso in cui sorgano conflitti tra la giurisdizione ordinaria e la giurisdizione amministrativa, la soluzione deve essere demandata alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, eventualmente nelle forme del regolamento preventivo di giurisdizione, ovvero attraverso il particolare mezzo di impugnazione del ricorso per cassazione.

References: sentenza 
 art. 155
 sentenza 
 art. 333
 art. 330
 art. 2485
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