Source: https://issuu.com/uncem/docs/piemonti_012012
Timestamp: 2017-02-28 11:32:51+00:00

Document:
PieMonti - gennaio-febbraio 2011 by Uncem Piemonte - issuu
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tra reinsediamenti e nuova economia
Via ai primi 10
progetti di piccole
“Il nostro impegno
delle Terre Alte”
Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 nº 46) art. 1, comma 1, DCB/CN - Registrazione Tribunale di Torino n. 5500 del 18.04.2001
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PERIODICO D’INFORMAZIONE DELLA DELEGAZIONE PIEMONTESE UNCEM
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Terre Alte quale cambiamento
Il mondo dei vinti 35 anni dopo
Rinnovabili: montagna piemontese protagonista
Nasce a Torino PieMonti Risorse
Biomasse: primi impianti in Piemonte
Jpe2010: la nostra energia vale di più
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Superossola: come dare scacco al potere
Quando la montagna è sinonimo di integrazione
No forestali? E chi difende il territorio?
Lo strano caso delle indennità
Montagne a rischio idrogeologico
Prende quota la Tv delle Alpi
Happy drink con Rivoira
Fornitura ed installazione di moduli solari fotovoltaici 34
L’ARCA Assicuriamo la montagna
La scommessa di Daniele (e tanti altri)
Il Premio Spadolini al Gal Mongioie e a Venaria
Tracce di invasioni
Alp-Water-Scarce presentazione dei risultati
Progetto Re-Turn
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rimo P
di Lido Riba
Lido Riba,
presidente dell’Uncem Piemonte
Al via un nuovo
(il terzo in 12 anni!)
costi e benefici della
di Comunità in
Unioni, evitando
e assicurando
e cause del ritardo economico
e sociale della valli piemontesi
(la stessa situazione riguarda le valli
lombarde) non sono di carattere
oggettivo, bensì politico. Ci vuole poco
per convincersi: basta confrontare
lo stato delle nostre montagne con
quelle del versante francese, svizzero,
austriaco – per non dire del Trentino e
della Valle d’Aosta – dove le condizioni
geoeconomiche e ambientali sono
simili alle nostre ma lo sviluppo è di
carattere esponenziale rispetto al
nostro. Per ragioni, appunto, connesse e
conseguenti alle diverse scelte politiche
adottate nel nostro caso e negli altri.
Oggi che si discute di una nuova riforma
(la terza in 12 anni!), questa situazione
deve essere la premessa di ogni
proposta e di ogni strategia.
Non ripercorriamo, per non deprimerci,
la storia dell’emigrazione coatta degli
anni ‘50 e ‘60 e del furto di risorse
che tuttora prosegue e si aggrava,
soprattutto nelle valli alpine.
Veniamo, invece, alle questioni di questi
giorni, che vedono in primo piano
l’iniziativa della Regione Piemonte
per la trasformazione delle Comunità
montane in Unioni montane: una
questione apparentemente semantica
ma in realtà di grande portata rispetto
alla configurazione dell’impianto
istituzionale-associativo che dovrà
governare la montagna nei prossimi
I nostri “però” sono questi:
a) nel 1999 si fece una buona legge
sulla montagna con un riordino
delle Comunità e l’indicazione
chiara delle competenze e delle
fonti di finanziamento: 20% della
tassa regionale sul metano. Però le
competenze non furono mai attribuite e
i finanziamenti furono progressivamente
dirottati a favore di altri settori;
b) nel 2008 si fece una riforma
“politica” da noi come nelle altre
Regioni, imposta dal Governo per
il “coordinamento della finanza
pubblica” (cioè per ragioni di bilancio).
A fronte del quarantotto causato dagli
accorpamenti ancora una volta le
competenze, cioè il diritto/dovere per la
promozione dello sviluppo locale, sono
rimaste lettera morta, per non toccare
altre “sensibilità istituzionali”;
c) nel 2011 la Regione ha aumentato
da 15.750.000,00 a 29.480.000,00
euro la tassa sulla produzione di energia
idroelettrica (che si produce grazie
all’uso dei beni comuni montani come
acqua e forza di gravità). Però non solo
quell’aumento non è andato nemmeno
in parte ai nostri territori, ma il fondo
regionale per la montagna è sceso
dai 19.961.807,00 euro del 2010 ad
appena 12.717.372,00 del 2011!
Se non si fa un po’ di chiarezza su
questi aspetti la riforma in programma
rischia di esaurirsi in un rituale di
propaganda politica con conseguenze
ulteriormente dissestanti per le nostre
Sarebbe, per la montagna (dove si
colgono alcuni concreti e non isolati
segnali di ripresa) un danno che non
ci possiamo permettere. Una riforma
senza contenuti in termini di risorse e di
sostegno allo sviluppo, in coerenza con
l’articolo 44 della Costituzione – che
impone allo Stato (ora alla Regione) un
adeguato sostegno alla montagna –
fatta solo per trasformare le Comunità
montane in Unioni (lo sono già ai sensi
del Dpr 267/2000) ...sarebbe soltanto
un balletto politico. E lo dico, non
perché credo che la Regione voglia
questo. Ma perché bisogna ancora
lavorare molto sui testi in discussione
dove questa parte è sostanzialmente
omessa. Tra l’altro una riforma di questa
portata dovrebbe essere accompagnata
da una relazione economica che metta
in evidenza il rapporto tra costi e
benefici dell’operazione.
Alla base della riforma ci deve essere un
patto tra le Regioni e i territori montani.
Il patto è questo: i Comuni si
impegnano a trasformare le Comunità
montane in Unioni montane di Comuni
capaci di provvedere adeguatamente
alla gestione in forma associata delle
funzioni indicate dallo Stato. A quelle
Unioni la Regione riconosce i mezzi e le
competenze necessarie per assicurare
sviluppo e competitività alle proprie
valli. Un’ultima annotazione. I Comuni
sono liberi di decidere la trasformazione
della propria Comunità in una sola
o più Unioni. Con un’attenzione
a fare in modo che le costituende
Unioni abbiano la dimensione e le
caratteristiche occorrenti per sostenere il
ruolo propulsivo a cui sono tenute verso
Se riusciremo a superare le difficoltà e le
insidie del percorso con reciproca fiducia
fra tutti gli interlocutori del processo
e se sapremo superare positivamente
la precarietà in atto allora riusciremo a
dare alle vallate un assetto associativo
sostenibile e durevole, premessa questa
indispensabile per programmare e
realizzare quella nuova fase di ripresa
e di crescita di cui la montagna ha
bisogno, quanto e forse molto più
dell’intero Paese. Va considerato,
infine, che il lavoro finora svolto ha
consentito di fare alcuni passi avanti
rispetto all’idea di partenza che parlava
di soppressione e liquidazione delle
Comunità. Ora si accetta l’impostazione
della trasformazione che deve essere
“senza soluzione di continuità” tra le
Comunità e le Unioni montane, ma
questo serve a risolvere un problema
che non c’era e nasce da questa nuova
puntata di “riforma continua”. Sarà
invece estremamente importante che
l’operazione sia accompagnata dalle
garanzie dei fondi, almeno per le spese
I presidenti delle Comunità montane piemontesi con il presidente del Consiglio regionale Valerio Cattaneo
Arriveranno nell’aula del Consiglio regionale del Piemonte i due disegni di legge che
prevedono il riordino delle Comunità montane (e la nascita delle Unioni montane dei
Comuni). Molti i punti al centro del dibattito. Per un percorso che deve vedere il territorio
a seconda riforma in tre anni è già
partita. Guai a parlare di montagna
immobile, immutevole, chiusa nel suo
passato. Lo è stata forse nel secolo
scorso. Già, perché il terzo millennio si
è aperto con grandi cambiamenti nella
governance delle Terre Alte piemontesi,
che hanno costretto a mettere da
parte concetti quali crescita e sviluppo
economico. Poco importa se appena
tre anni fa, nel 2009 si completava una
riforma “storica” per il territorio, dopo
quella altrettanto storica del 1999,
anno della legge 16, testo preso come
esempio da molte altre regioni italiane.
Oggi il frullatore è tornato a girare.
E dentro sono finiti territori e
amministratori, cittadini e dipendenti.
Di quelle Comunità montane con
quarant’anni di storia oggi messe
all’indice (senza perché). A nulla è valsa
la difesa concreta dell’Uncem e dei
sindacati dei dipendenti, scesi in piazza
il 16 dicembre. La Giunta regionale ha
dato via libera al suo disegno di legge
di riordino, che all’articolo 3 cancella
le Comunità montane e nei successivi
articoli le ricostituisce come Unioni
più piccole, sulla base delle esigenze
dei sindaci. Era novembre, quando la
Giunta regionale approvava il “Ddl
Maccanti”. Era novembre, quando a
ruota, in Consiglio, veniva depositata
la proposta di legge “alternativa”
elaborata dal Partito Democratico. E
oggi, a febbraio, tra il parere del Cal e
le audizioni in Commissione, i testi sono
pronti ad andare in Consiglio regionale
per il dibattito in aula.
“Le Comunità montane piemontesi
I vertici di Uncem e Anci Piemonte nel corso di una riunione con il presidente della Regione
Piemonte Roberto Cota
potranno trasformarsi in Unioni
montane di Comuni, secondo
un’indicazione data anche dalla
Carta delle Autonomie, sulla quale
ripartirà il dibattito in Senato –
prosegue Riba –. La Regione dovrà
guidare questo processo e i sindaci,
riuniti oggi nelle Assemblee delle
Comunità, esprimeranno le necessità
di trasformazione di ciascun territorio.
Il sistema attuale non va distrutto e
frantumato”. Da alcune Comunità,
potranno nascere una o più unioni.
In questi mesi, è stato importantissimo
il dialogo e il confronto con Anci e
Legautonomie. “Con loro – evidenzia
Riba – abbiamo individuato due
limiti per le Unioni montane: 5.000
abitanti minimi e almeno 10 Comuni
contermini, con la possibilità di
motivate deroghe. Non ci saranno limite
demografico o di Comuni nel caso in
cui la Comunità si trasformi in una sola
Unione montana. Certamente, alle
nuove unioni dovranno essere trasferiti
direttamente personale e funzioni”.
Punto fondamentale, quello del
finanziamento agli enti sovraccomunali:
“La Regione si è dotata nel 1999 di
una legge-montagna, la legge 16,
che garantisce alle Comunità il 20
per cento delle accise sul metano. Si
tratta di una legge tutt’ora in vigore
che va tenuta fermamente presente
oggi, mentre il Consiglio regionale
si appresta ad analizzare e a inserire
le cifre nel bilancio – evidenzia il
presidente dell’Uncem –. Sono 20
milioni di euro che permettono di
pagare 435 dipendenti delle Comunità
e di garantirne il funzionamento. I
presidenti degli enti hanno più volte
avuto modo di presentare le attività che
da quarant’anni stanno svolgendo per
lo sviluppo delle Terre Alte, garantendo
complessivamente 80 milioni di euro di
investimenti e progetti, anche con fondi
comunitari, ma soprattutto dando al
territorio 1.500 posti di lavoro, tra quelli
diretti e quelli dell’indotto. Pilastri della
montagna, area determinante per la
crescita del Piemonte”.
Questi sono alcuni cardini della
riforma, punti indispensabili secondo
l’Uncem. E non solo. D’accordo con
gli emendamenti Uncem, presentati
a febbraio alla prima Commissione
del Consiglio regionale, ci sono la
Cgil, con il rappresentante FP Luca
Quagliotti, e molti esponenti politici
e Consiglieri regionali, come Aldo
Reschigna, capogruppo del Partito
Democratico. “Noi partiamo da questa
considerazione – afferma – vogliamo
rendere più forte il sistema e non
distruggerlo. L’assessore Maccanti,
invece, vuole fare piazza pulita di
tutto ciò che esiste, immaginando
che dalle ceneri rinasca una nuova
stagione. Sono convinto, al contrario,
Se Monti parla di montagna…
‘’Da anni, in Italia, non si assisteva
più a un Presidente del Consiglio
che in un discorso ufficiale facesse
esplicito riferimento alla montagna,
al suo territorio e alla sua popolazione. E il fatto che lo abbia voluto
fare in un passaggio in cui enumerava le qualità italiane è particolarmente significativo’’. Così Enrico
Borghi, Sindaco di Vogogna e presidente nazionale dell’Uncem esprime la sua soddisfazione per le parole del Presidente Mario Monti che,
nel suo discorso tenuto il 7 gennaio a Reggio Emilia nell’ambito dei
festeggiamenti del 215° anniversario della bandiera italiana, ha fatto
riferimento alle montagne italiane
affermando che “abbiamo un territorio presidiato in ogni punto del
Paese, nonostante il 54% di esso sia
montano e raccolga solo il 20% della popolazione’’. “Certamente – rileva Borghi
– il fatto che il territorio italiano oggi sia presidiato nonostante la sua complessità è grazie al lavoro e all’abnegazione di tanti italiani, e grazie alla presenza
capillare di tanti piccoli Comuni montani, nei quali lo spirito di sussidiarietà di
migliaia di amministratori volontari consente di colmare il gap infrastrutturale
e gli handicap geomorfologici permanenti’’. “Questi Comuni montani negli anni
si sono aggregati in Comunità montane, e oggi sono pronti alla trasformazione
nelle nuove Unioni montane dei Comuni per essere al passo con la modernizzazione e la trasformazione istituzionale del Paese, e necessitano di politiche specifiche che ci auguriamo dopo le importanti parole del Presidente del Consiglio
possano tornare nell’agenda del Governo”.
che dalle ceneri rinascerà un’esperienza
di gestione associata più debole e
parcellizzata. Noi chiediamo che le
Comunità montane si trasformino e
diventino protagoniste di un grande
obiettivo perché avere dei poteri locali
più forti ed efficienti significa avere
sistemi territoriali più forti ed efficienti”.
Di diverso avviso l’assessore regionale
agli Enti Locali Elena Maccanti:
“Il disegno di legge – precisa – si
pone come necessaria conseguenza
dell’entrata in vigore di alcune norme
statali, ma non è da interpretare
come un acritico adeguamento alla
normativa. È stato invece pensato
come un’opportunità per ridisegnare
la geografia amministrativa del
Piemonte proprio sulla base delle
sue caratteristiche, tra tutte la
concentrazione straordinaria di
Comuni sotto i 5 mila abitanti (1077
su 1206, di cui quasi 600 sotto i
1000), e per rispettare, quale principio
costituzionale da salvaguardare,
l’autonomia organizzativa dei nostri
Comuni”. “Sono convinta – prosegue
Maccanti in un’intervista rilasciata
sul giornalino della FP Cgil – che
l’esperienza delle Comunità montane
sia molto preziosa. Ricordo che mi
sono battuta in prima persona, insieme
all’assessore Ravello, per garantire i
finanziamenti sia nel 2010 che nel
2011. Fuori da ipocrisie e demagogia,
però, dobbiamo anche dirci che la
fine delle Comunità montane così
come strutturate oggi è stata di fatto
sancita dalla legge di accorpamento
varata dalla Giunta Bresso nel 2008,
quando sono stati calati dall’alto confini
troppo ampi e spesso disomogenei e,
soprattutto, con una governance che
in molti casi ha tagliato fuori i Comuni
dalle decisioni più importanti. Oggi è
necessario creare forme associative che
in montagna garantiscano lo sviluppo,
ma che consentano anche ai Comuni
di poter svolgere in forma associata
le funzioni”. E ancora: “Nel disegno
di legge prevediamo che le Comunità
montane si trasformino in una o più
unioni di Comuni, con confini decisi dai
Comuni e una governance più snella,
che svolgano le funzioni fondamentali
e le funzioni tipicamente montane. Le
Comunità montane che funzionano
potranno replicare il medesimo
modello, acquisendo più competenze
rispetto a prima”.
di Beatrice Verri e Maria Laura Mandrilli
Sta crescendo una
nuova “coscienza
di territorio” tra la
Molti i segnali di
vitalità e di sviluppo.
dello storico libro
di Nuto Revelli, la
e l’Uncem Piemonte
2012, per aprire
nella storia delle
a ragione Nuto Revelli. Abbiamo
ammazzato la montagna
ed ora non ci resta che il mondo dei
vinti”. Basterebbe questo commento
di Alessandro Galante Garrone per
descrivere la potenza narrativa dell’amico
Nuto, classe 1919, partigiano cuneese
e scrittore. Sembra ancora di vederlo,
tra le baite di Paraloup, frazione di
Rittana in Valle Stura, a organizzare la
Resistenza partigiana assieme a Dante
Livio Bianco e Duccio Galimberti, in
quella culla di libertà, esempio per
l’Italia. Sono passati 35 anni dall’uscita
di uno dei suoi capolavori letterari, nei
quali ha raccontato le sue vallate, la
sua gente. La fame, il lavoro infantile,
l’emigrazione, le guerre insensate, la
convivenza tra partigiani e nazifascisti.
E poi l’abbandono delle montagne,
l’avvento di un nuovo mondo: l’industria,
i grandi allevamenti, il turismo che
sfigura il paesaggio. Nei racconti dei
270 intervistati
da Revelli in Il
Einaudi nel
1977) –
i contadini e
i montanari delle valli cuneesi, i
vinti di sempre – scorre una linfa poetica
che affiora negli scatti della memoria,
con immagini e parole capaci di lasciare
il segno. A volte cariche di dolore per
le sofferenze e la durezza delle vite
passate, a volte cariche di ingenuità.
Il ritratto della condizione umana di
una minoranza costretta a lasciare il
proprio ambiente e i propri modelli di
vita diventa lo specchio di una società
malata, la denuncia dell’incapacità di
ordinare in modo civile trasformazioni
epocali che hanno assunto dimensioni
E a distanza di 35 anni cosa è cambiato?
La rinascita di Paraloup, borgata di Rittana, è un esempio di ritorno alla montagna
e di quelle Terre Alte che sanno ancora vincere
Cosa è successo nella montagna del
Piemonte? Dove si possono intravedere i
segnali della ripresa dopo il drammatico
spopolamento degli anni Cinquanta e
Sessanta? Su cosa si può poggiare una
rinascita economica della montagna
del Piemonte? Quali sono i segnali del
“ritorno” ai piccoli borghi delle Terre
Alte? Le risposte potranno emergere
dalle riflessioni all’interno del convegno
“Il mondo dei vinti 35 anni dopo”
che si terrà a Cuneo, nello Spazio
Incontri della Fondazione CRC (via
Roma 15) sabato 31 marzo (dalle
9,30 alle 13). A organizzare l’evento, la
Fondazione Nuto Revelli Onlus e l’Uncem
Piemonte con il sostegno della stessa
Fondazione CRC. Assieme a Marco
Revelli e a Lido Riba, interverrà il
presidente nazionale dell’Uncem Enrico
Borghi e Mario Cordero, presidente
regionale Icom-Italia. Invitati anche
tutti gli amministratori dei Comuni e
delle Comunità montane piemontesi, i
rappresentanti delle istituzioni, docenti
e studenti delle scuole secondarie,
appassionati di cultura e di montagna,
imprenditori e aziende che guardano
alle Terre Alte per i loro insediamenti.
Contribuendo a trasformare quel
“mondo dei vinti” descritto da Revelli.
Nel corso del convegno verrà presentata
in anteprima la mostra multimediale “Il
popolo che manca”, a cura di Diego
Mometti, Andrea Fenoglio e Giorgina
Bertolino di A-Titolo. La mostra è
tratta dal film e dall’omonima serie
documentaria realizzata dai due autori
in cinque anni di ricerca e di lavoro sul
campo. Il “campo” è l’ampio territorio
del Cuneese; i temi, i luoghi e i materiali
del film e della mostra sono ispirati e
ricavati dalle testimonianze raccolte in
Il mondo dei vinti e L’anello forte. A
decenni di distanza, Mometti e Fenoglio
si sono rimessi sulle tracce del “popolo
che manca”, il popolo contadino.
Hanno ripreso e riascoltato le bobine
registrate con il magnetofono oggi
conservate dalla Fondazione Nuto Revelli,
recuperando i toni delle voci e il senso
dei racconti di quei narratori, testimoni
impotenti dell’estinzione del mondo
contadino, messo a dura prova prima
dalle guerre e poi travolto dalla massiccia
industrializzazione degli anni Sessanta e
Settanta. I due autori hanno riassociato a
quelle voci i luoghi – pascoli e borgate di
Paraloup, il miracolo del ritorno
Paraloup vuol dire “difesa dai lupi”. È il nome della più alta borgata (1360 mt)
del Comune di Rittana, in Valle Stura. Tra l’autunno del 1943 e il 1944 è stata
la sede della prima banda partigiana di “Giustizia e Libertà”. Vi militarono in
qualità di comandanti, fra gli altri, Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco e, più
tardi, Nuto Revelli. Con loro, 149 giovani e giovanissimi: 86 operai, 26 studenti,
18 contadini, 6 professionisti, 5 impiegati, 4 tra commercianti e artigiani, 3 ufficiali, 1 industriale. Uomini che avevano deciso di fare la guerra ai tedeschi, di
contribuire con le armi in pugno a liberare l’Italia dal fascismo.
La Fondazione Nuto Revelli vuole fare di Paraloup il luogo di una doppia memoria: quella della guerra partigiana e quella della vita contadina che si svolgeva
qui prima dell’abbandono. Si sono ricostruite le case della borgata con un progetto architettonico innovativo, armonicamente inserito nel paesaggio per farne
un luogo di memoria viva, un esempio di sviluppo sostenibile. Paraloup, il cui
primo lotto di baite, a destinazione culturale, è stato inaugurato nel luglio 2010,
è tornata a vivere perché resa nuovamente abitabile e animata da importanti iniziative di incontro come il Festival del ritorno ai luoghi abbandonati dell’estate
2011. Per tutte le informazioni e gli aggiornamenti su Paraloup si può visitare
il sito www.paraloup.it e seguire la pagina Facebook “Paraloup Community”.
montagna, paesi tra le colline, fabbriche
e cascine di pianura – hanno ritrovato
alcuni testimoni o i loro discendenti, ne
hanno incontrati di nuovi, riscrivendo
nel presente vicende del passato e
mostrandone gli effetti di lunga durata.
Il loro approccio, programmaticamente
svincolato dalla metodologia scientifica,
trova spazio d’espressione nella
progettualità artistica: il materiale
documentario è assunto quale occasione
per suscitare nuove relazioni e riflessioni
inedite; l’archivio viene reinterpretato
e da spazio preposto allo studio e alla
conservazione, diviene motore di una
dinamica aperta al complesso rapporto
tra storia e attualità. Vincitore del Premio
Speciale della Giuria al Torino Film
Festival del 2010 e del Premio Emmer
al Trento Film Festival 2011, Il popolo
che manca troverà una nuova versione
e un’inedita articolazione spaziale nelle
sale espositive della Borgata Paraloup, in
Valle Stura, dove sarà allestita nel mese di
giugno l’omonima mostra multimediale.
Alla tradizionale visione frontale, la
mostra sostituisce un percorso che
pone l’accento sulle voci e sui dialoghi,
invitando il visitatore a un cammino
insieme fisico e narrativo e offrendogli
la possibilità di costruire gli intrecci di un
proprio personale racconto. La mostra
sarà presentata in anteprima durante
il convegno “Il mondo dei vinti, 35
anni dopo” dagli stessi autori: saranno
proiettati e commentati alcuni spezzoni
del film e sarà possibile visitare un nucleo
espositivo allestito per l’occasione.
Lavorare per le Terre
Alte, con l’orgoglio di
contribuire a rendere
accogliente, adatto
per il turismo, per fare
impresa, per vivere.
È ciò che fanno, ogni
giorno, 435 uomini
e donne delle nostre
La sede della Comunità montana Valsesia a Varallo Sesia
ono 435 i dipendenti delle 22
Comunità montane piemontesi:
tecnici (174), amministrativi (168)
oppure dedicati a curare il delicato
settore dei servizi socio-assistenziali
(93). Tutto al lavoro per lo sviluppo e i
servizi di 800 mila residenti e i milioni
di turisti che ogni anno scelgono
le montagne piemontesi (oltre un
terzo del territorio della Regione).
In prima persona, questi dipendenti
vivono una situazione di incertezza e
difficoltà, alle prese con le proposte
che si susseguono per cancellare o
trasformate le Comunità montane.
Ma la situazione contingente sembra
motivarli ancora di più: “passione”
è la parola più usata quando devono
parlare del proprio mestiere. Sanno che
le Comunità montane sono capaci di
intercettare quali sono i bisogno dei
Comuni e delle Terre alte, coordinare
queste esigenze e renderle concrete,
oltre ad accedere ai bandi per ottenere
finanziamenti da Unione europea,
Stato, Regione, Provincie, Fondazioni
bancarie, associazioni. Le Comunità
hanno poi una forma stabile e
funzionale data la loro lunga esperienza,
mentre le generiche “convenzioni”
prospettate dal legislatore sono più
aleatorie. Ossia: basta il disaccordo
di qualche partecipante per mettere
in crisi il sistema e far saltare tutto.
“Con le Comunità montane e la loro
rappresentatività, per il bene di tutti, si
superano i malumori del singoli”.
Il “malessere” di tanti dipendenti
è legato anche ai tanti attacchi
subiti in questi anni: sui libri, da altri
amministratori e politici. C’è chi nota:
“Spesso gli stessi Comuni capitava
che trascurassero la loro Comunità
montana, ma adesso è tornata la voglia
di farsi sentire tutti insieme. Perché gli
stessi Comuni sanno che in 30 anni di
Comunità montana ogni lira o euro
utilizzati sono stati investiti sul territorio,
per i residenti”.
Simona Bellezza, dipendete della
Comunità montana delle valli di Lanzo,
dove è funzionario di segreteria e
vicesegretario, dice: “C’è scoramento
tra tanti colleghi, ma soltanto per il
momento di confusione generale:
non si sa se passeremo ai Comuni
o alle Province, dalla Regione tutti
tacciono. Resta però l’interrogativo più
importante: quello che facevamo noi,
chi lo farà? Un esempio relativo alla
mia professione: mi occupo di gare
e appalti, guardo i bandi su servizi,
forniture e questa Comunità si occupa
anche dei servizi sociali, quindi bisogna
interessarsi di tutele, amministrazioni
di sostegno per gli anziani o i disabili.
Il riscontro del nostro lavoro è
immediato, effettivo. L’acquedotto
generale delle valli di Lanzo l’ha fatto
anni fa la Comunità montana, ma si
pensi anche ad agricoltura, turismo,
funzioni associate e fornite a tutti i
Comuni indistintamente. La Comunità
montana è un ente in grado di
operare oltre il singolo piccolo centro,
mettendo insieme interessi diversi.
Un ente sovra-comunale non perché
comanda, ma perché unisce le volontà
e fa convergere le idee”. Bellezza
dice ancora: “Ho iniziato a lavorare
qui dopo una chiamata dall’ufficio
di collocamento: con la laurea in
Giurisprudenza facevo pratica da un
avvocato, ma vivendo a Mezzenile,
che ha meno di mille abitanti, la
Comunità era un’opportunità unica,
con la consapevolezza di lavorare per il
territorio: e lo fai bene perché è ‘casa
tua’”.
La stessa domanda (“Chi farà il
nostro lavoro dopo di noi?”) la pone
polemicamente Davide Musso, 41
anni, funzionario della Comunità
montana delle valli Grana e Maira:
“Ho lavorato per i Comuni di Fossano,
Mondovì, Costigliole Saluzzo. E da
10 anni sono qui: perché il mestiere è
bello, sempre diverso. Ci occupiamo
di turismo e produzione, è stato
realizzato il caseificio cooperativo del
Castelmagno, abbiamo lavorato per
creare un albergo diffuso e il magazzino
di prodotti biologici raggruppando
i produttori. A Caraglio abbiamo
trovato negli anni, partecipando a
ogni bando possibile e mandando le
richieste di contributo anche a notte
fonda, 400 mila euro per trasformare
la vecchia chiesa sconsacrata di San
Paolo in un centro polivalente con
scavi archeologici. Poi campeggi,
centraline idroelettriche, la scuola di
valle, la palestra, abbiamo realizzato
un sistema informativo per tutta la
valle e un rete dei diversi sottoservizi.
La Comunità montana si è battuta
quando c’erano problemi con il digitale
terrestre. Voglio vedere come faranno
dopo di noi: sappiano a cosa rinunciano
cancellandoci”.
I dipendenti evidenziano come la sfida
Gualtiero Fasana
(vinta, a tutti gli effetti) delle Comunità
montane era aiutare territori e zone
del Piemonte con limitati servizi. Come
spiega Gualtiero Fasana, direttore
della Comunità montana Valli Orco e
Soana: “Ho 52 anni, sono qui dal 1988
dopo la laurea in Scienze politiche e la
selezione con concorso pubblico. Avevo
vinto anche quello da commissario
di polizia. Perché ho scelto questo
mestiere? La soddisfazione, passando
per le strade di Pont Canavese dove vivi
o nei centri vicini, di aver contribuito a
quell’opera o a quell’intervento. Non
siamo semplici passacarte, abbiamo
un ruolo attivo e riconosciuto”.
Sull’umore di colleghi di lavoro,
aggiunge: “L’incertezza è percepita
da tutti, ma c’è la grande convinzione
di far vedere quello che possono dare
gli enti locali al territorio. Parliamo del
futuro, ma siamo convinti che non
si può lasciare un territorio montano
come il nostro senza un’organizzazione
stabile che intersechi tutti i bisogni con
una gestione associata. Un esempio
delle nostre capacità? La nostra
Comunità montana, pochi mesi fa, ha
vinto il premio qualità della Pubblica
amministrazione dell’allora ministro
Brunetta. Dietro di noi c’era il Comune
di Milano. E siamo stati anche gli unici
premiati in Piemonte”. Uno degli
esempi di come le virtuosità venga da
enti che da qualcuno, a torto, sono
considerati poco utili. Non solo: la stessa
ha preparato mesi fa una brochure
dal titolo “Dalla bonifica montana alla
banda larga”. È stata consegnata a
casa alle famiglie residenti e campeggia
sul sito web della Comunità: un modo
per raccontare cosa è stato fatto solo
negli ultimi 10 anni, con 32 milioni di
euro investiti, di cui 22 per sviluppo
socio-economico, passando dalla
ristrutturazione di edifici per il turismo
religioso, al metanodotto di 40 km che
Giampiero Rubino
rifornisce mille famiglie. Ancora Fasana:
“La prova di un ente che si sbatte,
il documento è oggettivo e ognuno
giudichi: un modo per lasciare detto
cosa rimane del nostro lavoro, cosa è
stato fatto, cosa perderebbero senza
Comunità montane”.
“Nelle metropoli, dalla Regione,
spesso vedono le Terre alte come un
mondo di paesani, magari neanche
troppo intelligenti: ma le Comunità
montane sono uno dei punti di forza
delle alpi piemontesi. Dai Comuni
raramente c’è innovazione, perché sono
obbligati a correre dietro all’ordinaria
amministrazione, con poco tempo
e risorse, mentre dalla Comunità
montana, anche se a fasi alterne,
arrivano idee, proposte, soluzioni
innovative”. È il pensiero di Marilena
Panziera, 44 anni, funzionario
apicale con deleghe ad Agricoltura e
sviluppo nella Comunità montana Valli
dell’Ossola. Lavora nell’ente dal 1995
e dice: “All’epoca lavoravo in una
scuola agraria di Novara: supplenze
annuali in attesa di passare di ruolo.
Mi piaceva, anche se abitavo a Crodo,
1200 residenti in val Formazza, la mia
vita era impostata sulla città. Poi un
giorno mia cugina che vive in valle mi
chiama e mi dice: “Qui cercano un
tecnico, finanziato dalla Regione. E
tutti gli intervistati non sono idonei”.
Mi ha dato forza mio marito, all’epoca
eravamo solo fidanzati: “Tu ci devi
andare, nella scuola non farai mai
carriera” sono state le sue parole. E
ora viviamo in montagna con nostro
figlio di 7 anni, che qui ci sta benissimo:
desidera ardentemente vivere in
montagna”. Panziera aggiunge:
“Questo non è un lavoro come gli altri,
assorbe tanta energia, non è ripetitivo.
Nel mio ufficio per le politiche territoriali
ci occupiamo di turismo, agricoltura,
sviluppo del territorio. Ma la Comunità
montana in questi anni ha lavorato
anche per Adsl, acquedotto, centrali
elettriche. I Comuni non avrebbero
potuto proporre idee e progetti su
questi ambiti. La Comunità montana
sa essere più dinamica perché fa un
tipo di lavoro rivolto allo sviluppo. Poi
siamo specializzati anche sui bandi
europei: ad esempio nell’ultimo Psr,
per le misure volte alla filiera della
foresta, stiamo lavorando per ottenere
fondi che altrimenti non sarebbero
stati “intercettati”. Qui e nelle altre
21 Comunità montane piemontesi ci
sono le professionalità per cogliere
questo tipo di opportunità. Il momento
non è felice per noi, ma sono fiera
che in tanti stiano lottando e c’è chi,
come me, non si da per vinto e non
ha gettato la spugna”. Altro dirigente
è Giampiero Rubino, direttore della
Comunità montana Alto Tanaro Cebano
Monregalese. Dice: “Ho 58 anni, sono
entrato qui con un concorso pubblico
nel 1980. Continuiamo a svolgere il
nostro lavoro nel migliore dei modi,
credendo in quello che facciamo e nel
futuro, anche se sappiamo bene che il
momento è di incertezza generalizzata.
Le nostre richieste? Semplici, vogliamo
essere messi in condizioni di lavorare.
La sede della Comunità montana Valli di Lanzo,
Ceronda e Casternone a Ceres.
In alto, una manifestazione di dipendenti delle
Comunità montane in via Alfieri a Torino,
Da 20 anni dirigo una Comunità
montana: offriamo una serie infinita di
servizi associati, dal socio-assistenziale
al servizio tecnico, dalle manutenzioni
al turismo, fino all’albo pretorio online
per tutti i Comuni. La mia Comunità
montana è l’unica in tutta Italia che
ha curato il censimento decennale
dell’Istat su popolazione e abitazione.
Abbiamo sempre cercato la massima
collaborazione con i Comuni: sanno
bene che ci sono dei progetti che
non possono essere fatti dai singoli.
Abbiamo messo in questi anni in
condizione anche i piccoli centri di
poter concorrere e trovare fondi che
difficilmente si sarebbero reperiti
altrimenti. Tutti adesso ci danno per
spacciati, ma, per fare un esempio, in
queste settimana abbiamo in corso un
finanziamento europeo Interreg, cioè
per la cooperazione transfrontaliera,
per un valore di 2 milioni di euro per
la celebre strada di Monesi. Ma non
facciamo piagnistei, siamo qui per
resistere, lottare, stare vicino al territorio
come abbiamo sempre fatto”.
Paolo Tosi, della Comunità montana
del Verbano, ha 57 anni, si occupa di
turismo e cultura: “Lavoro qui da 28
anni, sono entrato con un concorso
pubblico dopo 2 anni da insegnante.
Vivo a Rizzano, due mila anime: in
altri settori non c’era modo di restare
a vivere in paese. A quel tempo
noi avevamo i concorsi, adesso per
mio figlio, che ha 25 anni, non c’è
nulla. Un’opportunità che ho scelto
rinunciando ad altro, come classico
“posto in banca”. Per il mio lavoro,
adesso, il mio interlocutore principale
sono le associazioni di volontariato:
piccoli musei, pro loco e scuole i
soggetti con cui ho contatti e email tutti
i giorni. Magari ci incontriamo a casa,
con una bibita davanti, ma parlando
sempre di lavoro. Perché il Comune cura
l’ordinaria amministrazione, le Comunità
montane devono preoccuparsi di servizi
associati. Il compito di un ente locale
non si esaurisce con la pulizia strade
e trasporto alunni, ovvero i servizi
essenziali e primari. In una zona come la
nostra il turismo è l’unico e importante
settore trainante. Siamo a 20 chilometri
dalla Svizzera, le industrie hanno chiuso
o stanno chiudendo. Fare la rete di
piste per le mountain bike, organizzare
stagioni teatrali e concerti: tutte cose
diventate essenziali per aumentare
l’offerta turistica e il benessere generale
nella valle. Le ricadute occupazionali
ci sono: non lo dico io, ma sono i dati
della Camera di commercio. Il turismo
è l’unico settore che ha aumentato
l’occupazione nel Verbano-CusioOssola, fortunato per avere laghi,
C’è chi nota: a Torino di queste capacità
ci si rende ancora poco conto. Tosi
aggiunge: “C’è voglia di dimostrare che
quello che facciamo è utile. Abbiamo
sopportato, di recente, attacchi dall’ex
ministro Brunetta e dalla stessa Regione.
Ci sono state critiche incrociate che
ci hanno fatto male: anni fa Rizzo e
Stella, con il loro best seller “La Casta”
iniziavano proprio nella prima pagina
parlando della Comunità montane
sul mare: una cattiva pubblicità a
sproposito per il Piemonte. Il nostro è un
lavoro utile, lo dimostriamo facendolo
con passione. Uso la parola passione
spesso e volentieri: è la dimostrazione
che siamo qui con obiettivi e con voglia
ssessore Giordano, quale
sarà il ruolo del Piemonte
nel raggiungimento del 20 20 20
del Paese? Come raggiungere gli
obiettivi europei?
Come emerge dallo schema di decreto
“Burden Sharing” in via di approvazione,
previa espressione dell’intesa delle
Regioni, il contributo che il Piemonte
sarà chiamato a dare allo sviluppo delle
fonti energetiche rinnovabili sul proprio
territorio è pari al 15,1%, un obiettivo
da raggiungere sia con la crescita della
produzione elettrica e termica dalle
fonti rinnovabili, sia attraverso una
progressiva riduzione dei consumi finali
del sistema piemontese, mediante
il consolidamento dell’azione già
avviata di miglioramento dell’efficienza
energetica nei settori civile, produttivo,
agricolo, terziario e dei trasporti. Dalle
simulazioni che stiamo facendo si può
conseguire l’obiettivo di produzione da
rinnovabili pari a circa 1.700 ktep entro
il 2020, il 42% da parte elettrica ed il
58% da quella termica.
La montagna è una straordinaria
fonte di materie prime per lo
sviluppo della green economy,
acqua e legno in particolare; come
valorizzare al meglio le risorse che
provengono dai territori montani?
La montagna piemontese ha
storicamente svolto una funzione
essenziale come fonte di materia prima
nel settore della sostenibilità ambientale
e delle energie rinnovabili. Basta pensare
al fatto che la produzione di energia da
regionale all’Energia
Massimo Giordano:
“Essenziale il ruolo
delle Terre Alte nella
L’assessore Giordano e il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota
fonte rinnovabile, in Piemonte, è stata
pressoché sinonimo di combustione
di biomassa (in particolare, per il
riscaldamento delle famiglie residenti
nella zona alpina e prealpina) e di
idroelettricità (generata sfruttando i salti
dei torrenti di montagna). Anche se negli
ultimi anni si è iniziato a sfruttare altre
risorse rinnovabili, come ad esempio
il sole, il ruolo della montagna resta
essenziale nell’ambito della green
economy locale. Il ruolo delle Terre alte
piemontesi dovrà, a nostro avviso, essere
ulteriormente potenziato, in particolare
meglio legando l’utilizzo delle risorse
locali con gli effetti socio-economici
diretti sul territorio, valorizzando la
partecipazione delle comunità alpine.
Limitandoci all’esempio della biomassa,
riteniamo che gli impianti che sfruttano
tale risorsa dovranno essere al centro di
una filiera forestale che sia in grado di
assicurare occupazione e garantire una
fonte di reddito in ambito locale.
Nello sviluppo delle biomasse, è
fondamentale la filiera del legno,
con le biomasse forestali. Secondo
alcuni calcoli, nei prossimi anni si
potrebbero creare duemila posti
di lavoro veri nel settore, lungo
La cifra destinata al risparmio energetico degli
edifici tramite un apposito bando regionale
La quota piemontese per il raggiungimento
dello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili
tutta la filiera, a partire dal bosco.
Sostenibilità, si direbbe. Eppure
molti progetti di centrali non hanno
tenuto (e non tengono) conto
della filiera locale, preferendo
rivolgersi in altre regioni o all’estero
garantendo un prezzo per ogni
tonnellata molto più basso rispetto
alla biomassa forestale. Come vede
questo processo e cosa sta facendo
la Regione Piemonte per evitare
che i progetti nascano senza i
numeri economici che permettono
loro di stare in piedi o senza
considerare volutamente le filiere di
approvvigionamento locale?
Tenuto conto dell’elevato livello di
utilizzo ormai raggiunto per la risorsa
acqua, e dei limitati apporti che possono
apportare altre risorse rinnovabili quali
sole e vento, la biomassa è sicuramente
la fonte più promettente per
incrementare la presenza delle rinnovabili
nel consumo energetico regionale e
l’utilizzo della risorsa locale può garantire
un importante sostegno all’economia
delle valli alpine, assicurando la
possibilità di creare occupazione e
reddito in zone di alta montagna. A
questo fine, la Regione Piemonte si è
sempre attivata per far sì che l’utilizzo
a fini energetici della biomassa sia
accompagnato da una filiera locale
di gestione della risorsa forestale. Si
possono ricordare, ad esempio, i bandi
destinati prioritariamente ad incentivare
la gestione delle foreste e che vedevano,
solo come ultimo gradino del processo
gestionale, la trasformazione degli scarti
in energia termica. Nel documento
attualmente in preparazione che definirà
le linee guida per l’autorizzazione degli
impianti elettrici a fonte rinnovabile
in Piemonte, volendo ulteriormente
rafforzare il legame tra lo sfruttamento
a fini energetici della biomassa e
la gestione della risorsa forestale
piemontese, si è ritenuto di prestare
particolare attenzione al legame filieraimpianto.
Su quali linee guida si muoverà il
nuovo Piano Energetico regionale, in
fase di costruzione?
Il nuovo Piano energetico ambientale
regionale in via di predisposizione
intende offrire al sistema degli Enti locali
piemontesi e agli operatori del mercato
un compendio in grado di stabilire un
quadro programmatico certo e duraturo
nella definizione degli obiettivi strategici
e specifici per il conseguimento degli
obiettivi di riduzione del consumo di
energia e delle emissioni di CO2, di
crescita della produzione energetica da
FER, nonché di adeguato sviluppo delle
necessarie infrastrutture di rete, la cui
importanza è sempre più evidente nel
garantire la presenza di condizioni di
concorrenza e competitività nel sistema
Risparmio. Qualità. Ecostenibilità.
Oggi la Regione Piemonte aiuta
chi costruisce immobili seguendo
determinati standard. Quali sono i
cardini di questo impegno?
La legge regionale 23/2002 prevede
che la Regione Piemonte sostenga la
realizzazione di progetti dimostrativi e
di progetti ritenuti strategici, anche ai
fini della sperimentazione di tecnologie
innovative in campo energetico. Va
segnalato che la nostra Regione, negli
anni, ha destinato in misura significativa
risorse finanziarie alla realizzazione di
proposti nell’ambito di bandi diretti
a sostenere progetti “dimostrativi”.
Al riguardo, poi, va ricordato che nel
2011 la Giunta regionale ha approvato
criteri e modalità di concessione ed
erogazione di contributi a fondo
perduto, per interventi diretti alla
realizzazione di “edifici a energia quasi
zero”. La Regione, con l’apertura di uno
specifico bando, ha voluto destinare più
di 2 milioni di euro a tale iniziativa. In
particolare, con tali incentivi la Regione
vuole sostenere quegli edifici che sono
progettati e realizzati in modo da essere
caratterizzati da fabbisogni di energia
termica estremamente contenuti sia
per il riscaldamento invernale, sia per il
raffrescamento estivo.
Una grande sfida, proposta da molti
addetti ai lavori: creare una rete
tra organizzazioni e aziende che si
occupano di rinnovabili. Pensa possa
essere una buona idea?
Sicuramente si tratta di una buona
idea. Per affrontare la complessità e
le sfide del mondo odierno, infatti,
Nuovi incentivi statali:
l’Uncem scrive a Clini
Una lettera al ministro dell’Ambiente Corrado Clini per
chiedere una maggiore attenzione alle specificità delle aree montane nei decreti nazionali che andranno a
regolare i nuovi incentivi per lo sviluppo delle energie
rinnovabili, dal 2013. L’Uncem Piemonte, con il presidente Lido Riba, si unisce all’appello dell’Uncem nazionale e dell’Anci – lanciato dai presidenti Graziano
Delrio ed Enrico Borghi – evidenziando il grande ruolo che l’area montana
italiana – e piemontese in particolare – giocheranno nello sviluppo della green
economy e nel raggiungimento degli obiettivi nazionali al 2020, secondo quanto
previsto dal protocollo di Kyoto. «Le Terre Alte – sottolinea Lido Riba – possono
giocare un ruolo fondamentale nella crescita economica del Paese e nel generare maggiore energia “verde”, da fonti rinnovabili, riducendo inquinamento e
impatto ambientale. Da anni l’Uncem sta lavorando in questa direzione, affinché
chi vive e opera nelle Terre Alte possa poter utilizzare al meglio, ai fini energetici, risorse come acqua e legno, senza che queste vengano espropriate, senza un
adeguato compenso, da imprese che hanno come unico obiettivo il business. Non
possiamo più permettere a un sistema economico “coloniale” di determinare la
“morte economica” dei territori montani». Nella lettera al ministro, l’Uncem si
sofferma in particolare sulle biomasse. Se nel decreto rinnovabili, gli incentivi
non verranno mantenuti sui parametri attuali (sino al 31 dicembre 2012, 280 euro
al megawatt elettrico prodotto da biomasse, per quindici anni dalla data di collegamento dell’impianto alla rete), sarà impossibile remunerare adeguatamente
le biomasse forestali, quelle cioè collegate al territorio montano, dove sono presenti il 90 per cento degli 800mila ettari di bosco del Piemonte. Le cifre degli incentivi finora ipotizzate sarebbero compatibili solo con le produzioni secondarie,
come biomasse agricole, cimali di pioppo, coltivazioni energetiche o paglie, ma
non adeguate alla realtà forestale. Allo stesso tempo, nel decreto viene richiesto
l’utilizzo di cippato di legno certificato, tracciato, pagato adeguatamente ai proprietari dei boschi: tutti aspetti fondamentali, secondo l’Uncem, che però devono
essere considerati quando si definiscono le cifre degli incentivi. Se non verranno
garantiti 300/320 euro al megawatt prodotto dagli impianti cogenerativi (capaci
di produrre energia elettrica e termica), per vent’anni, si mette a rischio la filiera
legno delle aree montane, di fatto spingendo chi realizza gli impianti a importare
cippato dall’estero. «Questo meccanismo è stato drammaticamente perseguito
negli anni scorsi – aggiunge il presidente dell’Uncem – con troppi progetti grandi
impianti a biomasse, nati senza alcuna garanzia di approvvigionamento locale,
senza costruire un piano collegato al territorio, in grado di dare vantaggi a tutti
gli anelli della filiera, dai proprietari dei boschi, alle imprese specializzate nel taglio in foresta e nella cippatura. Non possiamo non guardare con preoccupazione
a questa condizione e chiediamo al ministro Clini, prima di firmare i decreti, di
ripensare le cifre degli incentivi, guardando al territorio montano, dove si possono “portare alla biomassa” piccoli impianti cogenerativi, garantendo centinaia di
posti di lavoro. Facciamo appello agli assessori regionali competenti in materia,
ai tecnici della Regione Piemonte e ai Parlamentari che credono nello sviluppo
del territorio montano, affinché si facciano interpreti delle richieste dell’Uncem
ai tavoli di confronto che il ministero dell’Ambiente e il ministero dello Sviluppo
economico promuoveranno nei prossimi giorni».
assume importanza sempre maggiore la
capacità di saper condividere ed unire le
diverse esperienze. In ambito energetico,
materia che coinvolge settori disparati,
da quelli più prettamente tecnologici a
quelli più legati al mondo della gestione
e della sostenibilità ambientale, la
creazione di reti ed aggregazioni che
sappiano valorizzare le competenze
settoriali si rivelerà senza dubbio una
delle chiavi che permetteranno al
territorio piemontese di affrontare
i futuri sviluppi del settore a livello
Pie onti Risorse
La nuova società che mette al centro del suo lavoro lo sviluppo delle Terre Alte
avoriamo per un solo obiettivo: lo
sviluppo della montagna. Se lo sono
ripetuti spesso, tra amici, amministratori
e funzionari di diverse imprese sparse
sul territorio piemontese. Metter mano
al patrimonio economico dimenticato
delle Terre Alte per garantire valore
aggiunto al territorio, agli enti locali e
a chi ha scelto di vivere in montagna. A
sentirlo ripetere, verrebbe la tentazione
di crederci. Un processo possibile, si
sono detti, da costruire con capacità
manageriali, scelte che passano tra una
buona dose di marketing e la finanza
(quella vera), sempre da concertare con
chi è lì da decenni, non è fuggito, e
in montagna ha scelto di restare. Con
quelli cioè che storcono il naso di fronte
a chi vorrebbe le località delle Alpi e
degli Appennini come parco giochi
delle città. La loro area ludica, dove fare
sport d’inverno e d’estate, senza farsi
troppe domande. Invertire una tendenza
dannosa. Sembra la solita filosofia,
con la voglia di dare un volto nuovo a
un territorio che volto oggi non ha, o
quantomeno è sbiadito.
Un sogno? Sarà, ma quando quei
professionisti, quei dirigenti, quegli
operatori della comunicazione, quei
consulenti aziendali e quei docenti
universitari hanno deciso di unirsi per
fare qualcosa, di certo non hanno
lasciato nulla al caso. E così, da un
ragionamento condiviso per molto
tempo, elaborato e rielaborato, è nata
PieMonti Risorse. Una società che
deve declinare in investimenti, numeri,
posti di lavoro, crescita economica, quel
sogno. Lo sviluppo della montagna. Ha
sede a Torino in via Verdi, avrà presto un
sito internet (per ora è contattabile al
numero 340 2316716) e si muoverà sul
territorio piemontese (montano e non
Obiettivi ambiziosi, come sono quelli
di tutte le nuove imprese, concentrati
attorno all’unico processo di crescita
e lobbying (non è un mistero che
ce ne sia bisogno) delle Terre Alte.
I fronti del lavoro? Prima di tutto
la realizzazione di servizi ed attività
connesse alla valorizzazione, tutela
e utilizzo del patrimonio naturale ed
ambientale del territorio montano;
ma anche la realizzazione di servizi e
attività connesse al settore delle energie
rinnovabili, compresa la ricerca, lo
studio e la diffusione di metodologie
tecniche. Forte l’attenzione all’attività di
formazione e di servizi di consulenza per
gli enti locali e le imprese che operano in
ambito economico, e alla realizzazione
di progetti di recupero e valorizzazione
del patrimonio edilizio ed architettonico
montano. Aperto il fronte turistico
con la gestione di progetti e interventi
finalizzati alla valorizzazione turistica
dei territori. Spazio alla cultura per la
storico e umano. Piemonti risorse si
occuperà anche di comunicazione,
per gli enti e le imprese, curando
l’organizzazione di convegni, fiere,
attività editoriali, promozione su media
e internet. Per una montagna che sappia
orientarsi anche all’Unione Europea
(Werner Batzing aveva opportunamente
guardato lontano quando parlò delle
Alpi, come “regione unica al centro
dell’Europa). Indispensabile quindi la
progettazione, lo sviluppo di attività
connesse a progetti proposti dall’UE e ai
programmi finanziati da altri organismi
regionali, nazionali e internazionali.
Cardini sui quali inizia un grande lavoro
di programmazione e messa in moto dei
progetti. Per dimostrare che lo sviluppo
della montagna non è un’utopia
Biomasse: primi
Filiera corta e
tecnologie di ultima
dei 900mila ettari di
boschi del Piemonte.
Duemila i posti di
lavoro attivabili
grazie alle piccole
centrali, a impatto
ambientale zero e
capaci di rilanciare
ogogna, Borgosesia, Andorno
Micca, Zubiena, Paesana, Demonte,
Chiusa di Pesio. Ma anche Carmagnola,
Dronero, Villafranca Piemonte,
Buttigliera Alta, Frassinetto, Sparone.
Tredici Comuni che si pongono in prima
linea nel rilancio dell’economia della
montagna, grazie alla filiera legnoenergia. In questi Comuni nasceranno
le prime piccole centrali che utilizzano
cippato di legno per produrre elettricità
e calore. Dopo i primi impianti di Cuneo
(Roata Rossi) e Villanova Mondovì, i
nuovi gassificatori daranno una svolta
importante al rilancio del settore
forestale del Piemonte, dove vi sono
900mila ettari di bosco dai quali si
producono, con una corretta gestione,
20milioni di quintali di legno l’anno,
za intaccare
prelevabile e utilizzabile senza
il patrimonio storico. Migliori tecnologie
per gli impianti, filiera corta (meno di
50 chilometri per l’approvvigionamento
d legno), alta efficienza,
prezzi della materia
prima in grado
decollo di un
sistema finora
Un dato deve essere chiaro: si può
creare un posto di lavoro nella
filiera legno per ogni 40 chilowatt
di potenza installati nelle centrali
cogenerative a biomasse (che usano
la tecnologia delle gassificazione). E le
biomasse forestali sono sicuramente
uno dei fronti principali ai quali la
Regione dovrà lavorare (anche in
vista dell’approvazione del nuovo
Piano Energetico Regionale), per il
utilizzo di fonti rinnovabili, secondo le
regole nazionali ed europee. I numeri
potenziali della filiera legno-energia in
Piemonte sono imponenti. Giudicate
voi: 150-170 milioni di euro all’anno
connessi alla vendita di energia elettrica;
un valore potenziale di energia termica
stimabile in ulteriori 30 milioni di euro;
nuovi investimenti per 350-500 milioni
di euro; circa 2.000 nuovi posti di lavoro
sul territorio per le attività di filiera.
Quale legno, quali foreste
Parlare di foreste significa parlare di
montagna e quindi di biodiversità,
di molteplicità economica delle fasce
altimetriche e di multifunzionalità del
territorio. In Piemonte, l’economia
forestale è fra le più grandi potenzialità
– quasi inespressa – della montagna.
Le foreste, nella loro multifunzionalità,
possono essere un vettore economico
molto interessante per le popolazioni
residenti sul territorio montano e, se
vviste come anello iniziale di una filiera
ccompleta e ben organizzata, possono
rappresentare un importante vettore di
integrazione e valorizzazione dell’intera
economia montana. “Obiettivo
prioritario è dunque la valorizzazione
delle biomasse di scarto delle
utilizzazioni e degli interventi forestali –
puntualizza Giorgio Dalmasso dell’Ipla
tutelando il suolo e il territorio e
I partner dell’Uncem
coinvolgendo proprietari e imprese
locali in attività economicamente
sostenibili. L’ingente presenza sul
territorio montano della risorsa legno,
per ragioni economiche oggi ancora
in gran parte inutilizzata, deve essere
in grado di sviluppare un’economia
locale basata sulla gestione dei boschi,
promuovendo l’occupazione nelle
diverse fasi della filiera”. Due gli aspetti
sui quali focalizzare l’attenzione: la
necessità di mettere a patrimonio
comune le risorse boschive all’interno di
strutture come i consorzi e le difficoltà
operative di accesso alle foreste,
prevalentemente montane, che rendono
i costi di gestione dei boschi italiani
Quale energia,
quale tecnologia
Negli ultimi anni è stata registrata
una positiva richiesta di biomassa
per riscaldamento da parte del
mercato locale: grazie all’introduzione
progressiva di sistemi termici a sempre
maggiore efficienza, in particolare
nei territori provinciali, il consumo
domestico di legna come fonte di
energia termica è risultato nel nostro
Paese gradualmente ma costantemente
in aumento a partire dagli anni ‘90, e
con un forte incremento negli ultimi
5 anni, connesso soprattutto alla
diffusione del pellet.
“Peccato che il materiale impiegato,
così come quello trattato nel settore
tradizionale delle segherie, in Piemonte
come nelle altre regioni, sia quasi
tutto di importazione”, sottolinea
Giuseppe Tresso, tra i massimi esperti
in Piemonte di energia rinnovabile da
biomasse. Le nuove tecnologie che
utilizzano biomassa per la produzione
di energia termica ed elettrica sono
in grado di valorizzare al massimo
anche le biomasse di scarto che, con
gli altri prodotti delle utilizzazioni o
degli interventi selvicolturali, rendono
economicamente sostenibile l’intera
filiera del legno, remunerando
congruamente tutte le componenti.
L’impresa che realizza e gestisce la
centrale può pagare il legno 80 euro
la tonnellata (prezzo indicizzato per 15
anni, quanto durano gli incentivi statali).
L’Uncem Piemonte ha predisposto
Nasce il “club della gassificazione”
Dall’1 al 3 marzo si terrà a Tortona
(presso il Parco Scientifico e Tecnologico di Rivalta Scrivia) la Mostra Convegno Agroenergia, punto
di riflessione per l’intero comparto delle agroenergie. L’evento è
infatti l’occasione per un dibattito
di alto profilo sulle prospettive e
sui mercati, proprio in un momento in cui le rinnovabili corrono e
le importanti modifiche legislative attese da un anno sono in forte
ritardo. La mostra convegno sarà
l’appuntamento per presentare
ufficialmente il Club della Gassificazione, che nasce per iniziativa
del Polibre, il Polo di Innovazione
Energie Rinnovabili e Biocombustibili di Tortona, EnermHy il Polo d’Innovazione
della Regione Piemonte e di EnergEtica – Distretto Agroenergetico Italia Nord
Ovest e di Uncem Piemonte, con l’obiettivo di “riabilitare” la tecnologia della
gassificazione che ha creato molte aspettative e anche delusioni. Il Club della
Gassificazione si propone come “operazione verità”, con la finalità di tutelare
gli investitori attraverso
una informazione quanto più possibile obiettiva sulle prestazioni degli impianti e, di conseguenza, dare credibilità
all’intero settore, in un
momento delicato, dove
la tecnologia sta passando dalla fase di sviluppo
alla piena operatività
Per informazioni, visitare il sito internet www.
agroenergia.eu.
l’inserimento di diverse nuove centrali
cogenerative a biomassa sul territorio
piemontese. All’individuazione dei siti
dove realizzare gli impianti, l’Uncem
ha affiancato la promozione in
ambito istituzionale delle iniziative, il
coinvolgimento degli operatori di filiera
locale, la promozione dell’iniziativa
presso potenziali finanziatori. Terni
Gree, Pirox, Romana Maceri Centro
Italia, Birdys, Aeg Reti Distribuzione,
Jpe2010, Romeo Energy, Cooperativa
Cellini, Syntechnology, Ecorel Power,
Geasiste, Rvo, Comat, sono solo alcune
delle società con le quali Uncem sta
lavorando per lo sviluppo degli impianti
Fondamentale, portare gli impianti
alle biomasse. “L’impostazione
dell’attività – spiegano Lido Riba
e Giuseppe Tresso – si basa
essenzialmente sull’affermazione
territoriale di due differenti modalità
di intervento collegate alle filiere di
approvvigionamento locale, in modo
da beneficiare per quindici anni (se
l’impianto viene collegato alla rete entro
il 2012) della tariffa onnicomprensiva
di 0,28 eurocent al chilowatt elettrico
prodotto, massimizzando la ricaduta
economica sul territorio”. La prima
modalità è relativa all’inserimento
di impianti a gassificazione di media
potenza (850-1000 chilowatt elettrici)
nell’ambito di contesti peculiari di
impiego dell’energia termica. Come
ospedali, scuole, case di riposto, estese
reti di teleriscaldamento. Il secondo
modello di intervento si basa su impianti
di piccola taglia (100-200 chilowatt
elettrici) da inserire in corrispondenza
e a servizio di piccole utenze termiche
locali. Ciascuno di questi impianti
è supportato da una “piattaforma
logistica” della filiera forestale che sarà
gestita in modo da garantire la fornitura
di cippato e, allo stesso tempo,
remunerare al meglio circa il 30% del
legname pregiato esboscato (10%
rispettivamente tronchetti, paleria,
opera). La piattaforma garantisce quindi
un ulteriore reddito all’operazione nel
Quanto legno
per una centrale
Da una valutazione di uno dei casi pilota
in provincia di Cuneo, 13.249 metri cubi
di cippato, pari a 10.573 tonnellate,
sono la quantità di legna adeguata per
alimentare un impianto di 1 megawatt
elettrico. I posti di lavoro che genera
sono notevoli: 22 risorse umane per
megawatt installato. Una centrale a
biomassa che venga alimentata con
materiale locale, mantiene quindi la
totalità del valore generato sul territorio:
la gestione della centrale e della
piattaforma logistica per il materiale di
maggior pregio, grazie all’attivazione
di filiere per l’alimentazione, consentirà
Mombracco Energy,
calore ed energia elettrica ad Envie
Moderna, collegata alla filiera corta per l’uso di biomassa
locale e con zero impatto ambientale. Sono i tre cardini della centrale a biomasse di Envie, costruita nel 2011. L’impianto della Società Agricola Mombracco Energy è una centrale
di cogenerazione alimentata a biomassa legnosa (cippato di
legna), finalizzata alla
elettrica e all’utilizzo
del calore residuo per
scopi prevalentemente industriali. Il calore
viene infatti utilizzato
in parte per incrementare l’efficienza del
processo di produzione di energia elettrica
stessa (essiccando il
combustibile), in parte per alimentare una
rete di teleriscaldamento a servizio dei
fabbricati della borgata che sorge nei pressi della centrale
e del Comune di Envie, e per altri scopi industriali e civili.
La centrale è realizzata con tecnologia Orc (Organic Rankine
Cycle). Si tratta, cioè, di un impianto studiato per massimizzare la resa energetica, l’affidabilità e conseguentemente
ridurre al minimo le fermate per la manutenzione ordinaria.
Ha una potenza di 999 chilowatt elettrici, funziona 8.000
ore l’anno, consuma 35 tonnellate di cippato secco di legna vergine al giorno, darà vita a otto posti di lavoro in
Il combustibile è rappresentato da biomassa legnosa reperita nel comprensorio del Saluzzese, in un raggio massimo
di soli venti chilometri dalla centrale, non contiene residui
di colle e vernici ed è costituito da potature e espianti dei
frutteti, scarti della manutenzione e potatura del verde urbano e privato, scarti della gestione e manutenzione del
patrimonio boschivo, scarti provenienti da segherie e dalla
lavorazione meccanica del legno, privi di residui di qualsiasi
di aumentare l’occupazione locale
favorendo la creazione e la formazione
di squadre di boscaioli, incrementando
e potenziando la manodopera locale.
“Il Piemonte, con i suoi 900mila ettari
di foreste, è la Regione italiana che
potrà delineare il migliore percorso
nello sviluppo della filiera legnoenergia. Il programma avviato per la
valorizzazione del legno delle vallate
alpine e appenniniche è sicuramente
un modello per tutto il territorio
nazionale”, evidenzia Lido Riba.
trattamento, prodotti della selvicoltura a turno breve (short
rotation forestry). L’impianto è dotato di sofisticati ed efficaci sistemi di abbattimento e monitoraggio delle emissioni
in atmosfera. Tra questi, i sistemi di abbattimento di polveri e ossidi di azoto, grazie ai quali il livello di emissione è
pari a soli 8 mg/Nm³
per le polveri e 80
mg/Nm³ per gli ossidi azoto; ciò consente
all’impianto di rispettare non solo i limiti
nazionali (30 mg/Nm³
per le polveri e 500
mg/Nm³ per gli ossidi
di azoto), ma anche
gli ancor più stringenti limiti imposti
dalla Provincia di Cuneo (10 mg/Nm³ per
le polveri e 150 mg/
Nm³ per gli ossidi di
azoto). Una caldaia a legna domestica di potenza 30 chilowatt, per il riscaldamento di un’abitazione di media dimensione, che funzioni 14 ore al giorno per 182 giorni, produce
in un anno, circa 137 kg di polveri. Quindi, già solo sostituendo il calore prodotto da sei caldaie a legna tradizionali con il calore prodotto dalla Centrale Mombracco Energy,
si ottiene una riduzione globale delle emissioni di polveri.
La Società Agricola Mombracco Energy ha investito anche
in tecnologia meccanica, per fornire agli agricoltori e frutticoltori locali un servizio rapido ed efficiente. Ha commissionato a Pezzolato Spa, azienda di Envie, la realizzazione di
una cesoia, da applicare alla parte frontale del trattore, con
cui espiantare i frutteti datati. Mombracco Energy si serve
anche di un cippatore a tamburo Pezzolato, appositamente concepito per lavorare nei frutteti. Il mezzo consente di
cippare in zone difficilmente raggiungibili dai camion. Per le
informazioni sulla centrale di Envie, visitare il sito internet
www.mombraccoenergy.it.
Produrre calore ed energia elettrica
dal legno attraverso la tecnologia della
pirogassificazione rappresenta un
modello sperimentato con successo in
numerose centrali in Austria, Germania
e altri Paesi europei, pronto a essere
replicato anche nelle Terre Alte del
Piemonte. “I quindici progetti di piccole
centrali che l’Uncem sta seguendo –
spiega Riba – con le Comunità montane
e i Comuni, con le aziende private e con
gli operatori forestali che si dovranno
occupare dell’approvvigionamento
della biomasse, sono tutti anelli che
nella catena della filiera devono essere
uniti, come richiesto dalla Regione
Piemonte e dalle Province, i soggetti
autorizzativi”. La montagna acquisisce
oggi un nuovo ruolo in quanto
produttore di risorse e anima della
nuova green economy. “Solo così –
puntualizza Riba – si valorizzano i beni
naturali, i beni collettivi descritti dal
Premio Nobel per l’Economia Elinor
Ostrom. Con la Giunta e il Consiglio
della Regione Piemonte continuiamo
un dialogo proficuo attorno a queste
grandi opportunità di sviluppo che
sapremo valorizzare nel modo migliore
a vantaggio dell’intera collettività”.
Jpe2010:
Fulvio Faletti
la montagna, la
Regione Piemonte e
le grandi sfide della
green economy. Il
punto con i vertici
di Jpe2010, Fulvio
Faletti e Antonio
ulvio Faletti e Antonio Vrenna,
come nasce e quali sono i
principali obiettivi di Jpe2010?
Jpe2010 nasce a Torino dallo stimolo
dato dalla Regione Piemonte durante il
meeting annuale di Uniamo le Energie
del 2009 dove l’allora presidente
Mercedes Bresso accusava il mondo
imprenditoriale piemontese di essere
assente dal business verde. Abbiamo
dunque fatto un esame di coscienza
tra amici imprenditori e, dopo aver
analizzato il mercato e verificato che
effettivamente tutti gli investimenti sia
privati che pubblici stavano andando
principalmente a beneficiare fornitori
esteri, abbiamo deciso di fare qualcosa
per cambiare tale situazione. Abbiamo
pensato, con mentalità da imprenditori
privati, a come aiutare sia le Pmi del
territorio regionale a crescere sia le
Pmi con capacità tecniche e tecnologie
affini ai settori alla green economy
a convertirsi in parte o totalmente
verso questo settore trainante. Si è
voluto pensare a qualcosa di nuovo,
una squadra composta da vari attori
ognuno con le proprie competenze e
capacità per essere insieme vincenti
e per proporsi ai potenziali clienti in
modo serio, costruttivo e assolutamente
competitivo, ma soprattutto proponendo
prodotti e servizi delle aziende del
territorio Piemontese. Jpe2010 è infatti
una società consortile che ha come
principale obiettivo lo sviluppo della
filiera produttiva di imprese Piemontesi
nei settori della green economy.
I campi di intervento sono molteplici,
siamo partiti dall’argomento più
sentito nell’immediato dal mercato,
ovvero allo sviluppo di impianti
fotovoltaici su tetti di edifici industriali
e commerciali, proseguendo per la
riconversione ed i nuovi insediamenti
produttivi, lo sviluppo di impianti a
bomassa, minieolico, miniidroelettrico,
geotermia... e soprattutto l’efficienza ed
Qual è il valore aggiunto della
vostra azione, per le imprese e per
gli enti locali?
La nostra idea è stata quella di realizzare
una “filiera corta” permettendo a
“chi sa fare” di ottenere il massimo
beneficio eliminando i passaggi
puramente commerciali. La nostra
azione infatti permette al cliente di
beneficiare direttamente di forniture
che arrivano dal produttore eliminando
drasticamente i mark up commerciali
che non creano lavoro e assicurando
comunque al committente un unico
interlocutore che in questo caso è il
Consorzio. I prezzi proposti inoltre sono
il risultato dei volumi complessivi degli
acquisti, agiamo infatti da centrale
acquisti ottenendo prezzi interessanti
di cui beneficia direttamente il cliente. I
fornitori sono accuratamente selezionati
e accettano condizioni di qualità e di
garanzia che il consorzio impone loro,
pena l’esclusione dalla squadra, a fronte
di opportunità di lavoro che lo stesso gli
Non siete dunque una società
Esatto. Jpe2010 non è una società
commerciale e non è né legata ad
un particolare prodotto e nemmeno
ha il must di dover assolutamente
vendere un servizio od un impianto al
cliente. Spesso agiamo come sportello
confortando clienti dubbiosi su
scelte fatte o in fase di definizione. I
clienti, che normalmente oggi restano
disorientati di fronte ad una varietà
sia tecnica che economica, trovano
in noi una guida che li aiuta a capire
e scegliere la soluzione migliore.
L’importanza di avere interlocutori vicini
sia mentalmente che geograficamente
al committente riteniamo pertanto sia
un valore aggiunto non trascurabile.
Le imprese clienti e fornitrici trovano in
noi un modo diverso di lavorare, una
squadra che condivide obiettivi con il
must, questo sì, adottato da un codice
etico e morale e che insieme supera più
facilmente le difficoltà e che li segue
E gli enti locali?
Gli enti locali trovano in noi un partner
affidabile che condivide con le imprese
del territorio le soluzioni ai problemi
legati all’energia e ne promuove lo
sviluppo. La sensibilità degli enti locali a
tale approccio innovativo è dimostrata
dal fatto che, quindici giorni dopo la
costituzione del Consorzio, è stato
firmato un protocollo d’intesa tra
Jpe2010 e la Regione Piemonte proprio
volto alla collaborazione per lo sviluppo
Come è nata l’interazione con
Uncem e quali immaginate possano
essere gli sviluppi dell’azione?
Antonio Vrenna presenta le strategie di Jpe2010
Approcciando fin dalla sua nascita
il mondo della green economy con
l’obiettivo di sviluppare la filiera locale
con il traino del business green, ma
con la guida dell’etica e del territorio,
non potevamo non incrociare la
nostra strada con quella di Uncem.
Abbiamo letto il bando emesso da
Uncem in cui si cercava un partner in
grado di realizzare le idee di sviluppo
pensate per le Comunità montane e
legate all’opportunità del mondo delle
rinnovabili. Appena ci siamo incontrati
abbiamo capito subito che stavamo
parlando lo stesso linguaggio e che
la diversa natura delle due strutture,
sindacale e rappresentativa la prima
e industriale e operativa la seconda,
potevano essere il giusto abbinamento
per realizzare concretamente idee e
progetti. La visione lungimirante di
Lido Riba e dei suoi collaboratori ci è
piaciuta, capire che la gestione delle
aree agroforestali è un’opportunità che
il mondo delle energie rinnovabili può
utilizzare per portare benefici trasversali
a tutte le comunità interessate è la
Come consorzio non abbiamo mai
apprezzato l’utilizzo di opportunità
messe a disposizione dalla green
economy per interventi puramente
speculativi anche se le norme presenti
lo hanno permesso, forse per una
non chiara visione degli sviluppi di
questo settore. Il mondo delle energie
rinnovabili rappresenta un’opportunità
unica di slegarsi dai poteri forti
collegati al petrolio ed è quindi corretto
distribuire la produzione da fonti
rinnovabili sul territorio. Siamo partiti
dai risultati frutto del grande lavoro
fatto da Uncem e lo abbiamo tradotto
in un piano Industriale.
La realizzazione del progetto che
prevede ad esempio lo sviluppo di
diversi impianti a biomassa collocati
direttamente dove le biomasse sono
disponibili, prevedendo anche la
creazione di attività di filiera atte a
rifornire l’impianto ed a valorizzare
i prodotti legnosi più pregiati che
verranno separati dalla massa utilizzata
come combustibile per creare attività
artigianali o piccole medie imprese
sarà l’opportunità di dare un futuro ad
aree che negli ultimi decenni hanno
prevalentemente visto un continuo
declino. La parte di investimento
finanziario delle operazioni più
importanti è declinata ad una società
Esco (Energy Service Company) in
fase di costituzione che si avvarrà del
supporto e collaborazione di grossi
partner industriali e bancari/finanziari
che già hanno dimostrato l’interesse a
tale progetto. Il 2012 vedrà la partenza
di questo progetto strategico a livello
Regionale che vedrà coinvolti i Comuni
montani del Piemonte, le imprese
del territorio e i cittadini, sia come
potenziali lavoratori negli impianti
sviluppati o nelle filiere di forniture,
sia come utilizzatori e beneficiari di
interventi di riqualificazione energetica e
di utilizzatori di energia verde.
Superossola:
“L’Ossola non è più disposta a svendere le sue risorse,
senza che nulla resti sul territorio...“
n Ossola iniziano ad andare a
scadenza le concessioni per lo
sfruttamento di bacini e corsi d’acqua
a scopo energetico, tramite centrali
idroelettriche più o meno importanti,
oggi in mano alcune a privati, altre
a società, a capitale privato o misto,
come l’Enel. Per legge, dal 31 dicembre
2012 gli impianti non potranno più
essere gestiti da società di proprietà
comunale, in caso di Comuni sotto
i 30mila abitanti. Si capisce che gli
enti amministrativi dell’Ossola, il
cui capoluogo, Domodossola, non
raggiunge i 20mila, sarebbero esclusi a
priori dalla gara d’appalto, e dovrebbero
lasciare, obtorto collo, lo sfruttamento
delle acque in gestione a terzi, perlopiù
non residenti sul territorio, in cambio di
benefici ridicoli, come una pista ciclabile
o un parcheggio.
Infatti intorno all’oro blu delle Alpi
girano cifre non da poco: solo l’Ossola
produce energia idroelettrica per 270
milioni di euro l’anno, e per questo il
1º dicembre 2011, su impulso della
giunta e del suo presidente Giovanni
Francini, la Comunità montana delle
Valli dell’Ossola ha preso il coraggio a
quattro mani e ha sparigliato le carte dei
poteri centrali economici e politici, che
decidono il futuro delle piccole comunità
ai confini dell’impero, costituendo
Superossola srl: una società a capitale
al 100% della Cm, giuridicamente
autorizzata a partecipare ai bandi di
gara per le concessioni idroelettriche.
“A fine 2012 – precisa l’assessore della
Cm Filippo Cigala Fulgosi – scadranno
alcune concessioni idroelettriche, che
si calcola portino un utile di circa 20
milioni l’anno, e per altre centinaia di
milioni nei prossimi decenni. La nostra
società, partecipando ai bandi di gara,
potrebbe assicurarsi introiti rilevanti. I
Comuni di Beura e di Druogno hanno
già dato disponibilità a sfruttare i loro
acquedotti, e solo da questi due enti
proverrebbero 450mila euro. Se tutti
i Comuni aderiranno al progetto,
sarebbe l’autonomia economica per
l’Ossola, con un giro medio di 6-7
milioni l’anno. La società potrebbe poi
essere complementare con il “Distretto
dell’energia”, che la Provincia vuole
portare avanti. L’impatto ambientale
dello sfruttamento degli acquedotti è
quasi zero; l’unico problema sono le
concessioni, che vanno attivate entro
il 31 dicembre 2012 per godere dei
benefici fiscali”.
L’assessore inoltre informa che al 24
gennaio il consiglio d’amministrazione
si era già insediato e lavorava sul
versante politico per raccogliere
adesioni: “Esamineremo la prima bozza
di business plan, che chiarirà l’impegno
economico per la costruzione delle
nuove centrali. Poi inizierà la parte
gravosa: reperire le risorse, anche presso
le banche e i privati”.
“Noi non accettiamo più – afferma con
determinazione Francini – che società
esterne al territorio, o finanche privati,
eminenze grigie dietro a società di
comodo con sede solo nominalmente
sul territorio, sfruttino le nostre acque,
guadagnando milioni che poi portano
via da qui, e chiudendo le fabbriche
che danno da mangiare alle nostre
“È la politica del divide et impera che
non ci va più bene – dice in sostanza
Francini –. Tante piccole Unioni dei
Comuni non servono: ci frammentano
soltanto, facilitando la colonizzazione
da parte di privati e società, che
vogliono sfruttare l’immensa ricchezza
della nostra gente in cambio di uno
specchietto e due piume colorate.
Invece dobbiamo restare uniti, compatti,
tutti e 38 i Comuni; allora sì che avremo
il peso sufficiente per sederci ai tavoli
contrattuali, qualunque sia lo scenario
che si profilerà nelle prossime manovre
di ridimensionamento degli enti locali”.
Infatti il lavoro di Superossola consisterà
anche nel costruire un ente (si chiami
Comunità montana, Unione dei Comuni
o in altro modo) che, raggruppando i
38 Comuni dell’alta Provincia, superi
quei 50mila abitanti, indicati da
vari studi come necessari per avere
sufficiente importanza politica sia in un
contesto regionale, sia in un’eventuale
maxiprovincia di quadrante (dove dopo
il capoluogo potrebbe rappresentare
l’area di maggior peso), sia a fortiori
se rimanesse la provincia del Vco, dove
potrebbe nutrire ambizioni proporzionali
alla sua vastità.
Ma l’idea di Francini non si ferma
all’aspetto meramente economico:
messi al sicuro gli introiti dell’oro
blu, la società potrà pensare anche
amministrativamente al territorio,
usando i fondi per i servizi sanitari,
scolastici, sociali, turistici, infrastrutturali.
L’Ossola potrebbe così mantenere
impianti di risalita, rifugi in quota,
trasporti pubblici, servizi associati
intercomunali, case di riposo, scuole
minori, mense, uffici giudiziari e
altro ancora, indipendentemente dai
“Il denaro investito per la costituzione
di questa società – precisa Francini – è
già stato recuperato dal fatto che alle
prossime gare d’appalto parteciperanno
anche gli Ossolani attraverso
Superossola srl. Gli introiti proverranno
dalle azioni seguenti. La Cm ha già
stanziato 250mila euro per gli studi
di fattibilità di dodici microcentraline,
da costruirsi su altrettanti acquedotti
comunali: se i progetti risultano
economicamente vantaggiosi, partiamo
coi lavori. Stiamo anche progettando
tre centrali idroelettriche superiori ai 30
Mw, nei Comuni di Macugnaga, Bannio
Anzino e Premia. Infine potremo aiutare
i Comuni sotto i 30mila abitanti, che
possiedono piccole società per produrre
elettricità dalle loro acque, e che entro
il 2013 dovranno per legge rinunciarvi:
Superossola srl assumerà la gestione
delle loro centraline, lasciandone la
proprietà ai Comuni, e poi, dedotte le
spese, darà gli utili ai Comuni”.
Dulcis in fundo, Francini ha in mente
anche un’operazione sociale: “Compito
degli amministratori è anche legare
la gente al proprio territorio. Per
questo stiamo studiando la forma
giuridica che ci permetta di cedere il
40% di Superossola srl alle famiglie
ossolane, attraverso azioni distribuite
nominalmente, tipo una per famiglia,
evitando così il rischio dei prestanome
L’interno della centrale Portaluppo. In alto, la centrale Enel di Varzo
che possano concentrarle nelle mani
di pochi. Non renderanno molto,
ma il messaggio che vogliamo passi
è l’importanza della partecipazione
popolare al processo di produzione della
ricchezza in loco, e di conseguenza
l’amore per il territorio”.
La strada sarà certo costellata di fatiche,
la prima delle quali è già in atto. Il
ricorso, presentato da undici Comuni
(Montecrestese, Druogno, Vogogna,
Beura Cardezza, Crevoladossola,
Calasca Castiglione, Macugnaga,
Bannio Anzino, Trasquera, Ornavasso
e Re), dalla Cm e dalla società Stagalo
con sede a Ornavasso, contro la
decisione della Provincia del Vco, che ha
riassegnato per altri 30 anni alla società
vicentina “Idroelettriche Riunite”, del
gruppo Beltrame (quello che possedeva
la fabbrica di Villadossola ex Sisma,
poi SiderScal con 80 dipendenti,
chiusa definitivamente nel 2010),
la concessione per lo sfruttamento
degli impianti sul torrente Isorno e
sui rii Nocca e Gillino, nel Comune di
Montecrestese, senza bandire la gara
d’appalto prevista dalla legge. Dagli anni
Trenta fino a due anni fa, questi impianti
producevano energia per lo stabilimento
di Villadossola: 100 Gw annui, che oggi,
a fucine chiuse, sono venduti a Enel.
“È una decisione arbitraria – sottolinea
Francini –. Senza gara, ogni altra
impresa, fra cui Superossola srl, è
esclusa dalla possibilità di usufruire della
concessione, in palese contrasto con la
normativa vigente. Ma oggi l’Ossola non
è più disposta a svendere le sue risorse,
senza che nulla resti sul territorio...“.
Mutatis mutandis, la scintilla della
resistenza borghese allo strapotere dei
forti ancora una volta scocca in Ossola.
Speriamo che le comunità di montagna
abbiano la forza e il coraggio di tenere
accesa la fiaccola...
Lemie, piccolo centro delle Valli di
Lanzo con appena un centinaio di
abitanti, la scorsa estate sono arrivati
37 profughi provenienti da ogni
parte dell’Africa, più precisamente da
Camerun, Ghana, Mali e Nigeria. Sono
tassisti, meccanici, geometri, persino
due calciatori. Ma anche tanti bambini:
da settembre sei di loro frequentano la
scuola materna, uno invece le medie.
E nel frattempo, in Val di Viù, sono
nati altri tre bimbi, due femmine ed un
maschio, che saranno battezzati sabato
18 febbraio nella chiesa parrocchiale del
paese. «Nel giro di pochi mesi la nostra
popolazione è aumentata – scherza il
sindaco Giacomo Lisa – e anche l’età
media si è notevolmente abbassata».
di Lemie che ha saputo
accogliere nel migliore
dei modi 37 profughi
che, lasciata la propria
casa, cercano di rifarsi
una vita nel nostro
Da più di sei mesi i rifugiati politici
vivono a Villa Buzzi, dove oggi sono
rimasti i “single”, e il Cottolengo, dove
si sono trasferite invece le famiglie
che oggi possono usufruire dell’ala
ristrutturata dell’ex casa di riposo. In
questi giorni i profughi potrebbero
finalmente veder regolarizzata la propria
posizione e, quindi, anche essere
impiegati nel mondo del lavoro. Anche
se, al momento, non c’è ancora nulla
di concreto. Nel frattempo, alcuni di
loro hanno aiutato a risistemare alcuni
volumi nella biblioteca storica, una
delle più antiche di tutto il Piemonte.
E si sono rimboccati le maniche per
preparare le aule per le lezioni di lingua
italiana e informatica nella casa del
fondo. Tutto questo in attesa di un
lavoro e, soprattutto, di uno stipendio.
«Nei mesi scorsi, insieme a Giuseppe
Davy, consigliere comunale ed ex
dirigente Fiat, abbiamo avuto lunghi
colloqui con tutti loro – prosegue il
sindaco – stilando una serie di schede
con attitudini professionali e personali
dei rifugiati, che abbiamo mandato
agli artigiani e alle aziende delle Valli di
Lanzo e del Ciriacese, con la speranza
che qualcuno di questi ragazzi potesse
essere assunto, anche con un contratto
a tempo determinato. Abbiamo voluto
parlare anche con le donne, alle quali
abbiamo domandato quali fossero le
loro abilità e le aspettative: qualcuna
di loro oggi dà una mano nelle pulizie
sia dell’ex Cottolengo che di Villa
Buzzi e, nelle prossime settimane,
potrebbero anche occuparsi della
cucina. Sarebbe bello se qualcuno di
loro decidesse di fermarsi in montagna:
Il 18 febbraio, 12 bambini della comunità
che risiede a Lemie, hanno ricevuto insieme
il Battesimo. Tra i padrini, anche il sindaco
e alcuni residenti del paese delle Valli di Lanzo
abbiamo bisogno di forze nuove per
non far morire quei mestieri che qui
nessuno più vuole fare». Il processo
di integrazione prosegue e sembra
funzionare. Soprattutto grazie ai più
piccoli, che da mesi frequentano le
lezioni nell’istituto comprensivo di Viù
e partecipano alla vita sociale della
vallata. Come in occasione della festa
dell’Epifania, ma non solo. «Prima erano
gli assistenti sociali ad accompagnare i
bambini con lo scuolabus – afferma Lisa
– oggi invece, a turno, sono i loro stessi
genitori che li portano a Viù. In questo
modo possono conoscere gli altri adulti
e gli insegnanti, osservando da vicino la
realtà in cui ormai risiedono dalla scorsa
estate». Persino lo sport può aiutare
a stringere i legami: vista la passione
di alcuni giovani africani, in estate il
Comune ha rimesso in sesto il campetto
da calcio ed ha organizzato anche
una partita tra una rappresentativa
africana e una valligiana. E c’è chi, come
Innocent o Azaj, vorrebbe giocare
in una squadra della zona, magari
in Seconda o in Terza categoria. «La
montagna è sempre stata ospitale nei
confronti di chi è in difficoltà – evidenzia
la presidente della Comunità montana
Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone,
Celestina Olivetti – e, anche in questo
caso, lo ha dimostrato. La comunità di
Lemie ha saputo accogliere nel migliore
dei modi queste persone che hanno
lasciato la propria casa per cercare di
rifarsi una vita nel nostro Paese. Certo,
sarebbe bello che i rifugiati avessero
anche la possibilità di poter lavorare e
potersi integrare, ancora di più, con chi
vive nel territorio».
Ad assistere i profughi, giorno e
notte, ci sono otto operatori della
cooperativa sociale che gestisce i due
centri. «Abbiamo avviato un corso
di italiano per gli adulti – spiega
Daniele Di Gioia, uno dei giovani
che quotidianamente segue da vicino
i profughi di Lemie – con due lezioni
a settimana. Ma proprio in questi
giorni sono arrivati i finanziamenti
per un progetto, realizzato insieme
all’istituto comprensivo, per dare la
possibilità ai più grandi di approfondire
la conoscenza della nostra lingua,
sia parlata che scritta». I profughi
sono seguiti ogni settimana da uno
psicologo, da una dottoressa, da
alcune infermiere e anche da un
pediatra, visto il gran numero di
bambini presenti in Val di Lanzo. «Si
stanno integrando perfettamente
con la realtà del posto – continua Di
Gioia – e sono stati accolti a braccia
aperte dalla popolazione e soprattutto
dall’Amministrazione comunale, che
ha messo loro a disposizione le due
strutture dove risiedono. Il nostro
augurio è che le pratiche burocratiche
possano venire sbrigate nel più breve
tempo possibile: questi ragazzi hanno
voglia di lavorare e di rendersi utili alla
collettività e lo hanno dimostrato in più
di un’occasione».
No forestali?
E chi difende il territorio?
Mobilitazione dei quattrocento uomini che da quindici anni si occupano della manutenzione
dei boschi: secco “no” al taglio dei fondi per i part-time e gli stagionali
di Maria Laura Mandrilli
anutenzione del territorio, attività
vivaistica, ingegneria forestale,
attività di conservazione dei boschi. Tre
attività importantissime per il territorio
piemontese che potrebbero venire
meno nel giro di pochi mesi. Preoccupa
infatti il futuro dei lavoratori forestali
piemontesi. In un incontro avvenuto
martedì 17 gennaio 2012 presso la sede
dell’Assessorato Agricoltura e Foreste
della Regione Piemonte, l’assessore
Claudio Sacchetto ha informato le parti
sindacali che nel bilancio regionale vi
sarà un taglio di più del 50 per cento
delle risorse destinate agli operai
La decisione, se confermata, avrà
come conseguenza l’impossibilità di
riassumere 272 operai forestali nella
Regione Piemonte, di cui la metà nella
“Lo stipendio di questi lavoratori –
fa notare Alessandro Ballauri, già
assessore della Comunità montana Valli
di Lanzo, Ceronda e Casternone – è
spesso l’unica fonte di reddito per le
famiglie che vivono in alta montagna,
prive di ogni possibilità di trovare altra
collocazione lavorativa. Hanno scelto di
rimanere a presidio del territorio nelle
valli montane contando su un rapporto
di lavoro, anche se a tempo determinato,
che fino ad ora la Regione Piemonte ha
sempre confermato di anno in anno”.
L’Uncem si unisce alla forte
preoccupazione espressa dai sindacati,
che hanno guidato la mobilitazione
per informare gli enti locali e tutte le
forze politiche della Regione Piemonte
di quanto “pericolosa sia la decisione”
dell’assessorato, ma soprattutto
quanto gravi saranno “le ricadute sulla
collettività in seguito alla mancanza di
presidio e tutela ambientale anche alla
luce della recenti alluvioni che hanno
coinvolto regioni a noi vicine”.
“Ci sono centinaia di famiglie nel
Piemonte che rischiano di trovarsi
senza reddito – spiega il presidente
dell’Uncem, Enrico Borghi –. Gli operai
forestali stagionali non hanno infatti
sostentamento o ammortizzatori sociali:
Il loro lavoro nel territorio montano è
essenziale, perché contribuisce a evitare
il dissesto idrogeologico, mantenendo i
sentieri percorribili. In questo momento
di crisi sarebbe meglio tagliare sul
superfluo e non lasciare senza lavoro
famiglie che già devono convivere con i
disagi delle zone montane”.
Sulla vicenda, si sono mossi a fine
gennaio anche alcuni consiglieri
regionali. “L’annuncio dell’assessore
Sacchetto è particolarmente grave –
affermano Mino Taricco e Wilmer
Ronzani. – Da un lato è preoccupante
la situazione personale di questi
lavoratori che si ritroveranno con le
loro famiglie da un giorno all’altro
senza un introito economico in un
momento già particolarmente difficile
per l’occupazione e l’intera economia
piemontese”. “Dall’altro lato –
proseguono – è gravissimo il fatto che
tutta l’attività che questi lavoratori
svolgevano fino ad oggi a difesa
dell’assetto idrogeologico delle zone
montane e collinari del Piemonte da loro
non verrà più svolta. Stiamo parlando
di almeno la metà degli operai forestali
addetti a queste buone pratiche, la loro
assenza peserà pesantemente”.
l presidente di un Parco piemontese
percepisce un compenso di 17.906,52
euro lordi annui, il vicepresidente
4.476,63 euro lordi l’anno, il consigliere
3.133,64 euro lordi l’anno, pari a
31.784,07 euro lordi l’anno (così come
previsto dalla Delibera della Giunta
Regionale del 19 settembre 2011) per
l’intero Cda.
La domanda è spontanea: perché
l’attuale amministrazione regionale, che
ha accettato l’abolizione delle indennità
degli amministratori delle Comunità
montane, non ha avuto il coraggio di
azzerare, di conseguenza, anche le
indennità degli amministratori dei Parchi?
“Per la sola Provincia di Cuneo – fa
notare Ugo Boccacci, presidente della
Comunità montana Alpi del Mare – il
costo degli amministratori dei tre Parchi
naturali è pari a 95.352,21 euro e il costo
degli amministratori delle sei Comunità
montane cuneesi, invece, è pari a 0,00
euro. Mi pare che le scelte operate dalla
Regione Piemonte non siano molto
corrette: da una parte vengono tolte del
tutto le indennità, mentre dall’altra parte
vengono confermate”.
I tagli già effettuati dalla Giunta regionale
di centro sinistra con la legge 19 del
2008 – in armonia con i principi stabili
dalla Legge Finanziaria 244 del 2007
– avevano stabilito che le indennità di
funzione a carico dei presidenti delle
Comunità montane venissero fissate
in 1.394,43 euro lordi mensili (pari ad
16.733,16 euro annui, da dimezzare
in caso di lavoratori dipendenti). La
Finanziaria 2010 ha poi eliminato, per
presidenti e amministratori di Comunità
montana, ogni indennità.
L’art. 5 comma 7, del decreto legge
78 del 31 maggio 2010, letteralmente
riprodotto dall’art. 5, comma 7,
della Legge 122 del 30 luglio 2010,
con le misure urgenti in materia
Sulle indennità,
e Parchi regionali
sono separati da un
abisso. Da una parte
presidenti e assessori
Dall’altra, cifre
importanti che fanno
gola a molti. E i giochi
politici per le poltrone
di stabilizzazione finanziaria e di
competitività economica” prevedeva:
“Art. 5. Economie negli organi
costituzionali, di governo e negli apparati
politici. Agli amministratori di Comunità
montane e di unioni di comuni e
comunque di forme associative di enti
locali, aventi per oggetto la gestione di
servizi e funzioni pubbliche non possono
essere attribuite retribuzioni, gettoni,
o indennità o emolumenti in qualsiasi
forma siano essi percepiti”.
Tutti d’accordo. O quasi. Tant’è che la
norma è stata applicata. Da un anno e
mezzo, i presidenti e gli amministratori
di Comunità montana del Piemonte
non percepiscono compenso. Lavorano
gratis. Chiamatelo “volontariato”, rivolto
a 800mila persone. E perché invece i
presidenti di Circoscrizione e gli stessi
presidenti (più vice, ecc...) di parchi
regionali continuano a ricevere la loro
indennità? Qualcosa non funziona. E i
conti non tornano. Necessario tenere
presente che le responsabilità connesse
alle cariche sono ben diverse! E i
presidenti dei parchi non sono eletti, ma
nominati. Senza contare – dato ancor più
importante di questa assurda disparità di
trattamento tra chi amministra parchi e
Comunità montane – che la Regione non
ha ancora previsto i fondi a bilancio per
pagare i 435 dipendenti delle Comunità
montane nel 2012. Servono 20 milioni di
euro (25 euro pro capite per gli 800mila
abitanti delle aree montane piemontesi)
che permettano il funzionamento delle
Comunità montane. Le quali continuano
a svolgere il loro lavoro, per lo sviluppo
delle aree montane e per l’organizzazione
dei servizi in forma associata tra i
anni, investiti 300
la tutela dell’assetto
idrogeologico del
territorio. Tutti gli
montane. L’appello
dell’Uncem: ora lo
Stato deve prevedere
che il 10 per cento
potabile torni alla
montagna, dove vi
sono le fonti idriche
e i bacini di oro blu
n fondo regionale di 50 milioni di
euro per la realizzazione di opere
che prevengano la disgregazione della
montagna sulla pianura. Un’operazione
che il Piemonte e l’Italia possono fare
subito, garantendo alle Comunità
montane maggiori risorse per la
tutela dell’assetto idrogeologico del
territorio. È quanto è stato chiesto nella
mattinata di venerdì 11 novembre, nella
conferenza stampa organizzata a Torino
dall’Uncem alla quale hanno preso
parte i 22 presidenti delle Comunità
montane piemontesi. Se la montagna
frana, la frana si abbatte sulla città.
Con le ultime forti precipitazioni di
metà novembre, questo non è successo
grazie al lavoro di prevenzione svolto
dalle Comunità montane, d’intesa
con la Regione Piemonte, i Comuni
e le Province. Negli ultimi dieci anni,
le Comunità hanno investito quasi
300 milioni di euro in centinaia di
opere, concretizzando gli obiettivi di
“bonifica del territorio”, competenza
assegnata loro sin dal 1975 e ribadita
negli ultimi provvedimenti normativi
sulla montagna. Contenimento di rii,
difese spondali di torrenti, protezione
dei versanti, distacco programmato di
frante, sistemazioni idraulico-forestali:
sono solo alcune delle opere nel lungo
elenco delle 22 Comunità. Ma oggi,
guardando alle Terre Alte che sono il
naturale serbatoio d’acqua del Piemonte
e dell’Italia, è necessario aumentare
questo fondo. Basterebbe raddoppiare,
con una norma nazionale, la quota di
tariffa dell’acqua potabile, che tutti
paghiamo, destinata al mantenimento
delle fonti idriche e alle opere per la
difesa dell’assetto idrogeologico del
territorio. In Piemonte, è in media
del cinque per cento, decisa dalle
Province. Alcune non hanno mai pagato
e gli interventi non sono stati fatti.
Il fondo regionale oggi è di circa 15
milioni di euro, ai quali vanno aggiunti
finanziamenti previsti da altre leggi
piemontesi, come la 16 del 1999.
Trenta milioni di euro complessivi, che
vengono “restituiti” dai piemontesi alla
montagna. L’acqua è realmente un bene
collettivo, ma la forza di gravità che
spinge l’oro blu in tutte le case, è una
risorsa solo della montagna. Una base
della prevenzione, sulla quale, a livello
nazionale si può agire per fare di più.
“Non chiediamo ‘assistenza’, ma anche
in questo caso, il diritto allo ‘sviluppo’
e alla tutela del territorio, nell’interesse
di tutto il Piemonte, non solo di chi vive
nei 553 Comuni montani”, evidenzia
Lido Riba. Un’esigenza confermata da
Domenico Tropeano, già presidente
del Cnr, geologo, da Carlo Manacorda,
all’Università di Torino, e da Marco
Balagna, assessore alla Montagna
della Provincia di Torino. “Proprio nel
momento in cui la Regione sta correndo
per togliere le Comunità montane –
afferma Balagna – evidenziare gli
interventi per la prevenzione del rischio
idrogeologico, è fondamentale. Penso
anche al lavoro fatto in molte Comunità
montane con i gruppi intercomunali
di protezione civile e la necessità di
un coordinamento tra i Comuni per le
opere che prevengono i disastri”.
I numeri raccontano il grande impegno
delle Comunità montane per i lavori sul
territorio: 56 milioni investiti negli ultimi
dieci anni dalla Comunità montana
Valle di Susa e Val Sangone (e prima del
2010 dalle tre Comunità montane), i 30
milioni della Comunità montana Valle
Orco e Soana, i 411 interventi della
Comunità montana Valli dell’Ossola,
eseguiti nell’ultimo decennio con 15
milioni di euro (disponibili i dati di
ciascuna delle 22 Comunità montane
con gli interventi realizzati: si possono
in arrivo dal Ministero
“Esprimiamo il nostro apprezzamento per l’impegno che il Ministro Clini ha dimostrato nel reperire i fondi necessari a copertura degli Accordi di programma
per la mitigazione del rischio idrogeologico sottoscritti con le regioni. Il reperimento di 750 milioni di euro, infatti, rappresenta un tassello fondamentale, la
conditio sine qua non per poter procedere con la realizzazione degli interventi
urgenti e prioritari per la messa in sicurezza del territorio e della popolazione”.
Così l’Assessore regionale all’Ambiente e Difesa del Suolo Roberto Ravello, il
10 gennaio, in merito alle dichiarazioni del Ministro Clini sul reperimento dei
fondi per far fronte al dissesto idrogeologico. “Si tratta di un impegno di primaria importanza per il Piemonte – prosegue Ravello. – In base all’Accordo sottoscritto con il Ministero dell’Ambiente, infatti, nella nostra regione sono previsti
217 interventi ritenuti prioritari ed urgenti, per un totale di circa 66 milioni di
euro. Come è noto, le condizioni generali di rischio idrogeologico sul territorio
si sono ulteriormente aggravate a seguito degli eventi di marzo e novembre.
Anche per questi motivi, nelle scorse settimane, abbiamo sollecitato il Ministero
affinché desse risposte concrete alle richieste che provengono dal territorio: è
per questo motivo che l’impegno del Ministro Clini, costituisce un segnale positivo che speriamo possa concretizzarsi al più presto, permettendoci, così, di
realizzare le opere necessarie per far fronte ad una grave e diffusa fragilità”.
richiedere all’Uncem). “Solo oggi
– evidenzia il presidente Giovanni
Francini, che è anche vicepresidente
dell’Uncem Piemonte – stanno partendo
35 interventi per un totale di sei milioni
di euro investiti. La situazione è molto
chiara: per fare prevenzione bisogna
partire dall’alto, dalle sorgenti dei nostri
torrenti, per poi scendere a valle. Solo
così, con questa programmazione, la
montagna non frana sulla città”.
“Se non avessimo fatto gli investimenti
necessari – spiega Danilo Crosasso –
avremmo rivissuto anche nell’autunno
2011 l’incubo di dieci anni fa o degli
eventi alluvionali degli anni novanta,
con danni enormi. Togliere il ‘fondo
Ato’, con la percentuale sull’acqua
potabile destinata alle Comunità
montane, sarebbe assurdo. Non
ci sto a essere guardato come un
parassita. Smantellare le Comunità
e togliere loro le risorse per le opere
che contribuiscono a evitare i dissesti
idrogeologici, è un attacco alla
montagna. Non lo permetteremo”.
Anche Ugo Boccacci, nella Comunità
montana Alpi del Mare, progetti alla
mano, ha coordinato investimenti per
50 milioni di euro nell’ultimo decennio.
I relatori e i partecipanti alla conferenza stampa Uncem dell’11 novembre 2011, sui problemi relativi all’assetto idrogeologico del territorio montano
Roberto Cota con il direttore del settore regionale
Montagna e Protezione Civile Vincenzo Coccolo
“Lo Stato ci permetta almeno di estrarre
e vendere il materiale litoide dai torrenti,
come era possibile anni fa. Il gettito lo
potremmo reinvestire tutto in opere
per la prevenzione”, propone Marina
Carlevato, presidente della Comunità
montana Val Chiusella, Sacra, Dora
Baltea Canavesana. Enrico Borghi,
presidente nazionale dell’Uncem, è
certo che vi sia “bisogno di un lavoro
silenzioso e oscuro di manutenzione e
costante cura, e non gli effetti speciali
che produce il ponte sullo stretto di
Messina. L’Italia riscopre amaramente
quello che aveva dimenticato: che è una
nazione montana, in cui la relazione tra
montagna e città deve essere costruita
perché una montagna abbandonata
frana a valle. Bisogna però cambiare, e
sul serio. Abbandonare la politica delle
Dal 1801 al 2010 il Piemonte è stato colpito da un centinaio di eventi alluvionali
principali, con frequenza di uno ogni 18-24 mesi; dal 1993 al 2010 gli eventi con
effetti gravi sono stati 10. Dal 2002 al 2004, il progetto nazionale Iffi (Inventario Fenomeni Franosi in Italia) ha censito solo in Piemonte oltre 34mila frane o
zone soggette a movimenti franosi. Con il Programma di interventi di sistemazione e manutenzione montana, in accordo con le Autorità d’Ambito, vengono
uniformate su tutto il territorio montano piemontese (553 Comuni, per il 52 per
cento della superficie del Piemonte) le attività di pianificazione e programmazione, con un coordinamento di finanziamenti che ottimizza le risorse disponibili.
Le Comunità montane piemontesi oggi hanno un finanziamento di 25 milioni
di euro l’anno previsto dalla legge 13 del 1997. La legge piemontese vigente
stabilisce infatti che venga assegnata alle Comunità montane una quota della
tariffa dell’acqua potabile, in misura non inferiore al 3 per cento (stabilita dalle
Province). Fondi vincolati alle opere per il mantenimento dell’assetto idrogeologico, per la prevenzione di eventi calamitosi come alluvioni e frane, per la difesa
delle fonti idriche. A questi si aggiungono le risorse finanziarie previste da altre
leggi specifiche sulla materia, destinate in particolare alle Comunità montane.
Sistemazioni con briglie e argini sul rio Manet e sul rio Fenils: due esempi di protezione e difesa del territorio
lacrime di coccodrillo, e credere nella
manutenzione e nella salvaguardia
dei versanti. E per farlo occorre avere
fiducia nel territorio montano, nel
sistema degli enti oggi esistenti e negli
amministratori, che sono la medicina e
non il problema”.
L’azione di tutela del territorio da
parte delle Comunità montane ne
riafferma il ruolo e mette d’accordo
molti esponenti politici piemontesi.
“È profetica l’azione dell’Uncem in
questo campo – afferma il deputato
Giorgio Merlo –. La Regione Piemonte
non deve togliere risorse e non deve
spazzare via le 22 Comunità montane.
L’azione per la tutela del territorio
e per la prevenzione ne dimostra
l’estrema necessità. Consiglio dunque
di evitare il progetto di eliminazione
delle Comunità montane per ricostruire
delle unioni di Comuni, delle quali non
si precisa ruolo, forma, compentenze e
impegno degli attuali delle Comunità
montane”. A chiedere spazi e tempo
per la riflessione, è anche il consigliere
regionale Mino Taricco. “Solo se si ha
chiaro il disegno futuro, si può riformare
la rete di enti locali che abbiamo in
Piemonte, forte di quarant’anni di
storia. Fare le riforme è importante,
anche del sistema degli enti locali,
ma le grandi occasioni che uno ha di
fronte devono muoversi attorno a un
dall’Ato3 torinese
Ammonta a 17 milioni 275mila euro il contributo che l’Autorità d’Ambito 3 “Torinese” ha stanziato a inizio dicembre 2011 alle sei Comunità montane della
provincia. Si tratta del 5 per cento della tariffa idrica che la legge regionale 13
del 1997 ha previsto venga destinata alla tutela delle fonti idriche in montagna
e alle opere per la difesa dell’assetto idrogeologico del territorio. Contenimento
di rii, difese spondali di torrenti, protezione dei versanti, distacco programmato
di frane, sistemazioni idrauliche-forestali. Il contributo, deliberato dalla Commissione Permanente, comprende la seconda tranche del 2009 (5.207.758 euro)
e la quota totale del 2010 (12.067.424 euro). “L’Ato 3 – afferma Lido Riba – ha
da sempre risposto con particolare efficacia alla legge 13, dove è stato inserito
un fondo per la tutela del territorio, in misura non inferiore al 3 per cento della
tariffa dell’acqua potabile. Le opere realizzate nell’ultimo decennio, con quasi
300 milioni di euro investiti in tutto il Piemonte, sono state fondamentali affinché la montagna non franasse sulla pianura. Altre Autorità d’Ambito piemontesi, negli ultimi anni, non hanno ripartito il “fondo Ato” alle Comunità montane,
pregiudicando l’azione di protezione e di tutela dell’assetto idrogeologico delle
Terre Alte. Prendano esempio dall’Ato del Torinese, particolarmente sensibile alla
difesa del territorio e al lavoro svolto dalle Comunità montane grazie ai piani
stilati con la direzione Opere Pubbliche, Difesa del Suolo, Economia Montana e
Foreste della Regione Piemonte”.
obiettivo generale, del quale efficienza
e risparmio sono i cardini. È evidente a
tutti quanto hanno fatto le Comunità
montane, chiamate dal legislatore
regionale a essere unioni di Comuni
per la gestione associata dei servizi,
enti di bonifica del territorio e agenzia
di sviluppo che valorizza le risorse del
territorio per far crescere la rete sociale
ed economica. Distruggere è assurdo.
Migliorare invece, è una grande priorità
del Piemonte”.
A Vogogna, Borghi pulisce il Toce
Nessun intervento di Aipo? Allora nel letto del Toce, scendiamo
noi. Non ci ha pensato due volte il sindaco di Vogogna Enrico
Borghi, presidente nazionale dell’Uncem. Dopo oltre dieci giorni
dall’emanazione dell’ordinanza con la quale intimava all’Agenzia
la pulizia e la manutenzione dell’alveo del fiume Toce nel territorio comunale, fortemente compromesso dalla presenza di alberi e
ghiaia, Borghi il 22 novembre 2011 ha mobilitato tutto il paese.
E ha disposto l’affidamento a una ditta di effettuare la pulizia ed
il taglio delle piante nel Toce. Le spese saranno caricate ad Aipo.
“Non accettiamo di restare inermi, vengano da Parma a dire che
stiamo sbagliando, ce lo dimostrino – ha tuonato il sindaco Enrico Borghi in un’improvvisata conferenza stampa svoltasi a pochi
metri dal letto del fiume – non abbiamo avuto risposta dall’Aipo
in merito allo stato di conservazione del fiume Toce, il fiume è
pericoloso in questo tratto, abbiamo sollecitato gli organi competenti, nessuno si è mosso per effettuare la pulizia del materiale di riporto nell’area limitrofa al ponte della Masone, punto
preoccupante per l’incolumità delle persone, siamo nella strozzatura del bacino orografico del Toce, è come una clessidra a
monte ed a valle, e qui siamo esattamente nel mezzo. Il sedimento di ghiaia depositato negli ultimi dieci anni può causare
danni alle persone”. Il Comune di Vogogna ha emesso un’ordinanza per la pulizia dell’alveo del Toce nei tratti pericolosi: “Al
sindaco compete anche la prevenzione – spiega Borghi – e quindi riteniamo che Aipo debba intervenire seguendo quanto
richiesto. Ci sono poi competenze differenti, la Regione sui rii affluenti ed Aipo sul Toce, e quindi nessuno si muove. Abbiamo
accompagnato lunedì il Prefetto per spiegargli il problema direttamente dalla sponda del fiume”.
la Tv delle Alpi
Da quest’anno, Alp Channel è presente sull’intero
Arco Alpino e nell’Appennino settentrionale
l canale televisivo, nato a ridosso dei
2006 con l’idea che le montagne non
dovessero essere soltanto uno scenario
suggestivo, ma importanti protagoniste
nella ricerca di nuovi equilibri tra risorse,
qualità della vita e rapporti sociali, è
oggi il terreno ideale per promuovere
un territorio con caratteristiche uniche
al mondo, dare voce a chi vive nelle
Alte Terre e diffondere la pratica degli
sport nella natura. Alp Channel propone
programmi bilingue sin dal 2010,
grazie alla collaborazione con il canale
televisivo francese TV8 Mont Blanc. Una
peculiarità inizialmente resa possibile
dall’assegnazione di un finanziamento
europeo “Alcotra”, diventata oggi un
vero e proprio percorso di sviluppo che
intende includere progressivamente tutte
le lingue delle Alpi. Senza dimenticare
l’inglese, perché le Alpi sono, in tutto
il mondo, il territorio montano per
antonomasia, con le sue pareti ripide,
le sue discese innevate capaci di attirare
appassionati da tutti i continenti e le
sue affascinanti culture. Una meta
ambiziosa, ma molto importante per
La grande partecipazione di pubblico
alla presentazione di Alp Channel
nella sede Cai di Torino
tutti i partner che hanno completato
la presenza di ALP channel sull’arco
alpino e nell’Appennino settentrionale:
Emmedue Videoproduction a Trento e
Milano, Videoest a Trieste e Imago Orbis
a Bologna. Lomar s.a.s. collabora, invece,
con la redazione lombarda per progetti
culturali legati alla montagna.
Sul fronte occidentale si è già sviluppata
un’inedita rete di collaborazioni tra
canali televisivi, il cui primo risultato
è la trasmissione intitolata “Transalp,
l’Europa, la montagna, gli uomini”,
coprodotta e diffusa da Telecupole e Alp
channel in Italia, da TV 8 Mont Blanc e
Télé Grenoble nel Rhône-Alpes, e da TLPTélé Locale Provence nella regione Paca.
«La partecipazione degli altri Paesi alpini,
dalla Svizzera, all’Austria, alla Slovenia,
verrà poco per volta – assicurano i vertici
di Alp Channel –. Siamo certi che avremo
il sostegno di tanti amici capaci di credere
e investire nei sogni ambiziosi».
Intanto, Alp channel si concentra
sullo sviluppo tecnologico della
comunicazione, per conquistarsi un
ruolo da protagonista anche sul web.
«Alp channel è una web Tv che accosta
al palinsesto di stampo televisivo la
possibilità di fruizione on demand,
perché ognuno trovi rapidamente i
contenuti di suo interesse – continuano
– alle produzioni di notiziari, reportage
e rubriche in video, la Web Tv somma
un’ampia sezione per l’interattività,
aperta alla partecipazione e ai contributi
più diversi». Con Alp channel si fa largo,
insomma, un modello di Tv da usare e
non soltanto da guardare passivamente.
Una Tv che, invece di bersagliare gli
spettatori con l’alternanza tra le brutte
notizie e i lustrini, parli con loro, di
loro e per loro, in virtù di un mondo
di straordinaria ricchezza, tutto da
scoprire. In particolare, Alp channel si
mette al servizio di chi abita le Terre Alte,
degli enti locali, delle organizzazioni
professionali, delle imprese e di tutti
quelli che amano la montagna. Esplora i
territori alpini, parla dei problemi comuni,
confronta le opinioni e le soluzioni,
racconta le iniziative, promuove le località
meno conosciute e apre nuovi orizzonti
su quelle più note. Allo stesso tempo
accende i riflettori sui prodotti di qualità,
l’uso attento delle risorse, il rispetto della
natura e il senso della comunità, valori
della cultura alpina che è importante
reinterpretare in un’ottica di sviluppo e
innovazione. A tutto questo si aggiunge
una grande attenzione per lo sport, a
tutti i livelli: agonismo e divertimento,
cura della salute e piacere condiviso
dell’avventura. Il risultato è un canale
di assoluta autorevolezza, che può
contare sulla professionalità di giornalisti
profondamente legati alla montagna e
su un’ampia rete di collaborazioni con
i quotidiani, i periodici delle valli alpine
e i principali enti rappresentativi degli
interessi delle Terre alte, per garantire
un flusso continuo di notizie e opinioni
direttamente dalle Alpi.
per l’acqua liscia e gasata in tutti i Comuni
idurre gli imballaggi di plastica,
valorizzare l’acqua pubblica e far
risparmiare i cittadini. Sono questi i
presupposti del successo riscontrato
negli ultimi anni dalle “fontanelle” e dai
“chioschi” dell’acqua, le installazioni di
strutture e apparecchiature tecnologiche
che attingendo dalla rete di acquedotto
mettono a disposizione dei cittadini
l’acqua pubblica liscia o gasata con
l’aggiunta di anidride carbonica. I
cittadini possono così rifornirsi di acqua
refrigerata presso i punti di erogazione
al pubblico riempiendo le proprie
bottiglie, dopo aver scelto fra liscia e
gasata. Così, al notevole risparmio per
i cittadini e le famiglie, si aggiunge la
sostenibilità ambientale: riduzione della
produzione dei rifiuti plastici costituiti
dalle bottiglie dell’acqua minerale,
per la loro realizzazione e riduzione
dell’inquinamento determinato dal
trasporto delle acque imbottigliate dal
luogo di produzione a quello di vendita.
In questa nuova modalità di erogazione
dell’acqua, l’Uncem Piemonte ha
avviato una partnership da inizio
2011 con l’azienda Rivoira, leader
della fornitura di anidride carbonica
alimentare E290 – unico ingrediente
oltre all’acqua di rete – garantendo i
più alti standard di sicurezza sia tecnica
sia alimentare. Rivoira, con i suoi
rappresentanti sul territorio
piemontese, ha predisposto
opportunità per i
Per contattare l’azienda,
è possibile visitare il sito
www.rivoiragas.it, inviare
un’e-mail a crm_rivoira@praxair.com,
telefonare allo 199.133.133
piccoli Comuni delle Terre Alte e per le
Qualità, esperienza, assistenza e
competenza consentono a Rivoira di
proporsi quale partner ideale nello
sviluppo di soluzioni innovative,
tecnologicamente avanzate, a
elevata competitività. Rivoira fornisce
l’anidride carbonica e l’impianto di
distribuzione, garantendo servizi
all’avanguardia che permettono
un’erogazione costante e ininterrotta
del gas al sistema di distribuzione
dell’acqua attraverso appositi stoccaggi,
la purezza e la qualità dell’acqua
gasata che avrà sempre le bollicine,
sicurezza dell’impianto rispetto a quelli
tradizionali. Il servizio dell’azienda
torinese permette alle municipalità di
mettere a disposizione – con impegni
economici estremamente ridotti – il
servizio delle fontanelle in pochi
mesi dalla richiesta. Anche questa è
un’interessante occasione di sviluppo
dei nostri territori, dove è possibile
valorizzare l’acqua e aumentare i servizi
a beneficio di chi vive e opera nelle Terre
ei comuni della Valle di Susa si prevede
l’installazione di 61 impianti solari fotovoltaici per
complessivi 1.815 Kwp.
I comuni interessati dall’intervento sono i seguenti:
Almese, Avigliana, Bardonecchia, Bruzolo, Bussoleno,
Caprie, Chianocco, Mompantero, Sant’Ambrogio,
Sant’Antonino, San Giorio, Salbertrand, Sauze
d’Oulx e Susa. I lavori di realizzazione degli impianti
fotovoltaici relativi ai comuni di Avigliana e Bruzolo
sono stati eseguiti nei mesi da ottobre a dicembre ed al
31/12/2011 tutti gli impianti di questi due comuni sono
stati allacciati alla rete elettrica nazionale.
Il termine dei lavori ed il relativo allacciamento
alla rete nazionale per tutti gli altri impianti
fotovoltaici è previsto entro giugno 2012.
Sono inoltre in corso le progettazioni per la realizzazione
di nuovi impianti fotovoltaici per i Comuni di Borgone,
Claviere, Gravere e Villardora e Buttigliera Alta.
Comune di Avigliana – Scuola materna
Comune di Avigliana – Scuola elementare
Comune di Avigliana – Scuola media
Municipio di Bruzolo
Palestra di Bruzolo
Tel. 011/9342978 – Fax 011/9399213
E-mail: segreteria@acselspa.it
alle specificità delle
realtà più piccole
I piccoli Comuni montani e le Comunità montane spesso si trovano
in difficoltà per i loro programmi
• per il limitato interesse da parte
degli operatori del settore;
• perché le loro statistiche individuali di sinistri possono essere
inattendibili a causa dell’insufficienza del campione di dati;
• perché spesso non hanno in organico le professionalità in grado di valutare le condizioni generali adeguate alle loro realtà.
Per rispondere alle loro difficoltà,
l’U.N.C.E.M. Piemonte ha siglato
con L’ARCA Consulenza Assicurativa Srl una specifica Convenzione
a favore dei Comuni montani.
a presente Convenzione si prefigge lo
scopo di dare possibilità agli Associati
di stipulare delle coperture assicurative
specifiche per gli Enti Pubblici montani
a condizioni e premi particolarmente
vantaggiosi che singolarmente sarebbe
molto difficile ottenere. Oltre a tutte
le polizze che necessitano ad una P.A.
il nostro settore “Enti pubblici” ha
studiato una soluzione per assicurare la
“Responsabilità Civile Patrimoniale di
ogni singolo organismo della Pubblica
Amministrazione” e contro i rischi
derivanti dalla loro attività, per i singoli
Amministratori e singoli dipendenti dei
Comuni e delle Comunità montane
Il servizio verrà integrato con specifici
momenti formativi a favore del
personale dell’Ente riguardo alle
metodologie della gestione dei contratti
(pagamento premi, comunicazioni varie,
modifiche) e dei sinistri.
I prodotti verranno commercializzati con
il tramite del Broker di assicurazione
L’ARCA Consulenza assicurativa S.r.l.
e dal suo settore “Enti pubblici”
• Luciano Ronchietto Risk manager
luciano.ronchietto@larcasrl.it
cell. 3456202507
• Claudio CODA Broker
Claudio.coda@larcasrl.it
cell. 3356455432
• Franco Giorgio
Giorgiofr.broker@gmail.com
cell. 3468811672
Le condizioni di polizza applicate
saranno visibili e scaricabili sul sito della
Soc. L’ARCA Consulenza Assicurativa
S.r.l.: ww.larcasrl.it
E DIPENDENTI DELLA P.A.
Nel numero precedente (n. 5 del
settembre/ottobre 2011) è stata
presentata la convenzione che
con L’ARCA Consulenza Assicurativa
S.r.l. a favore dei Comuni montani. A
partire dal numero di oggi entreremo
nel merito di alcuni aspetti tecnico/
assicurativi. Partiamo con “La
responsabilità di Amministratori
e Dipendenti”.
In conformità al principio dettato
dall’art. 28 Cost. e alla disposizione di
cui all’art. 97 Cost. (escluso il profilo
della responsabilità penale che riveste
carattere personale non assicurabile), i
funzionari pubblici rispondono dei danni
prodotti con il loro comportamento
nell’esercizio delle proprie attribuzioni:
• Direttamente verso i terzi
(responsabilità civile extracontrattuale).
• Verso l’Amministrazione di
appartenenza e la p.a. in genere
(responsabilità patrimoniale
amministrativa e contabile).
La Responsabilità Civile verso terzi è
disciplinata dagli artt. 22 e seguenti
del T.U. 10 gennaio 1957, n. 3, i quali
limitano detta responsabilità, sotto
il profilo dell’elemento psicologico,
alle ipotesi di dolo o colpa grave.
L’elemento dell’antigiuridicità può
consistere non solo nella violazione
di norme imperative di leggi e/o di
norme di comune diligenza o prudenza,
ma anche nell’inerzia e cioè nel fatto
che l’impiegato si rifiuti o ritardi
ingiustificatamente atti o operazioni, al
cui compimento egli sia tenuto. Inoltre
esiste una responsabilità solidale del
funzionamento e dell’amministrazione
nel caso di danno nei confronti del
cittadino (art. 28 Cost.) che può
scegliere chi escutere. La P.A. potrà
eventualmente avvalersi verso il
Per il danno invece arrecato
all’amministrazione pubblica (danno
diretto, ossia il pregiudizio economico
cagionato all’ente pubblico fin
dall’origine indipendentemente dal
fatto che vi siano terzi interessati)
o che questa debba risarcire i
privati (danno indiretto, ossia patito
dall’amministrazione che sia obbligata a
risarcire i terzi – per accordo transattivi
o sentenza di condanna – i danni
cagionati dal dipendente art. 22
comma 2 T.U. n. 57), il funzionario è
chiamato a rispondere per responsabilità
patrimoniale innanzi alla Corte dei Conti
(art. 1 comma 1 legge n. 20/94).
Pertanto la responsabilità patrimoniale
dei funzionari pubblici verso la P.A. può
assumere due forme:
• Responsabilità amministrativa:
incombe sui funzionari che abbiano
prodotto un danno patrimoniale
• Responsabilità contabile: propria
degli agenti contabili, cioè dei
dipendenti che maneggiano denaro
o hanno in custodia bene e/o valori
I principali elementi costitutivi della
responsabilità amministrativa sono:
– la violazione dei doveri di ufficio
(rapporto di impiego, di servizio);
– il danno erariale (qualsiasi pregiudizio
degli interessi fondamentali della
collettività sempreché suscettibili di
valutazione economica, compreso il
danno non patrimoniale all’immagine
della P.A.);
– l’elemento soggettivo, il
comportamento doloso o colposo
(COLPA GRAVE);
– il nesso di causalità tra detto
comportamento e il danno.
La legislazione limita, come detto,
la responsabilità amministrativa dei
soggetti sottoposti alla giurisdizione
della Corte dei Conti ai fatti e alle
omissioni commessi con dolo o colpa
grave, ferma restando l’insindacabilità
nel merito delle scelte discrezionali.
Le conseguenze di una condotta
lievemente colposa accertata in giudizio
restano, dunque, sempre a carico della
pubblica amministrazione e dunque del
bilancio pubblico (art.3, comma 1, legge
639/96).
nella P.A. ha assunto particolare
importanza soprattutto dopo che, in
seguito alle aperture della sentenza
delle sezioni unite della Corte di
Cassazione del 22 luglio 1999, n.
500 e alle disposizioni di cui alla
legge n. 205/2000, è pienamente
riconosciuto il diritto del cittadino
al risarcimento dei danni derivanti
dalla lesione di interessi legittimi da
parte della pubblica amministrazione,
riproponendo in primo piano la
questione della diretta responsabilità
degli amministratori e dei dipendenti
della pubblica amministrazione che quei
danni possono cagionare con il loro
In altre parole, oggi, ogni profilo di
azione amministrativa è potenzialmente
fonte di danno e conseguenzialmente
di richiesta di risarcimento. Il profilo
assicurativo individuale su cui operare
contrattualmente nei confronti dei
pubblici agenti è rappresentato – per
quanto riguarda la responsabilità civile –
dalla colpa cosiddetta grave.
LA RESPONSABILITÀ DEGLI
AMMINISTRATORI degli Enti
pubblici evidenziamo che:
L’art. 93 del T.U. delle leggi
sull’ordinamento degli Enti locali cita
testualmente: “Per l’amministratore
e per il personale degli Enti locali si
osservano le disposizioni vigenti in
materia di responsabilità degli impiegati
civili dello stato”.
Perché, quindi, gli amministratori
e i dipendenti pubblici si devono
assicurare?
• Perché la protezione del proprio
patrimonio da richieste di risarcimento
è un atto dovuto per salvaguardare sia il
terzo sia la Pubblica Amministrazione.
• In quanto le dispute legali sono
spesso lunghe, costose e traumatiche;
pertanto una copertura assicurativa per
la Responsabilità Civile è un requisito
necessario per la tutela di tutte le parti
• A chi è rivolta? A ogni ente la cui
attività sia soggetta alla giurisdizione
1) L’organismo della Pubblica
Amministrazione contraente della
2) ogni persona indicata in polizza che
abbia con il Contraente un rapporto di
servizio o un mandato o che partecipi
La Responsabilità Civile derivante
all’assicurato per Perdite Patrimoniali
cagionate a terzi in conseguenza
di atti od omissioni commessi da
amministratori e dipendenti indicati
in polizza, per cui l’Ente Assicurato/
Contraente sia civilmente responsabile
per legge, compresi i fatti dolosi e
colposi commessi da persona di cui
l’assicurato stesso debba rispondere ai
sensi della legge.
Con la stipula di questa polizza,
che viene emessa nel pieno rispetto
della norma prevista dalla Finanziaria
2008, si estende la possibilità ad ogni
singolo di dotarsi di specifica copertura
assicurativa alla COLPA GRAVE degli
amministratori e dipendenti il cui premio
resta a carico di ognuno di essi ai sensi
dell’art. 2043 del c.c. e dell’art. 28 della
Costituzione giusta sentenza Corte dei
Conti sez. 1, 29/11/1990 n. 254.
Ciò premesso, possiamo affermare che
l’incremento del controllo da parte dalla
Corte dei Conti è divenuto negli ultimi
anni un fenomeno di enorme interesse
per gli amministratori e impiegati
pubblici perché, data la vastità della
materia da affrontare, l’atto illecito,
ossia qualsiasi azione od omissione
colposa compiuta nello svolgimento
della propria mansione/funzione presso
l’Ente che cagioni ad altri una perdita
patrimoniale, diventa quasi un errore
Per i motivi innanzi specificati ci
permettiamo di consigliare agli
amministratori e ai dipendenti di
assicurare, per la Responsabilità
patrimoniale, il Comune, quale Ente
esercente attività amministrativa, e
di assicurarsi loro stessi in quanto
una corretta gestione assicurativa
della propria attività solleva dalla
preoccupazione di poter pregiudicare,
magari con un unico errore, anni di
impegno e di sacrifici e di affrontare con
più tranquillità gli impegni quotidiani.
Atre precauzioni non esistono.
n alpeggio, sui nostri monti,
incontriamo sempre più pastori che
giungono da terre lontane: Macedonia,
Albania, Marocco…
Pastore, agricoltore, mestieri in
estinzione? Per fortuna non ancora.
Andrea Maffeo, nel Biellese, ha
fatto la coraggiosa scelta di vita di
essere pastore e un libro e un video
raccontano la sua determinazione. La
sua storia non è affatto isolata. A Serre
di San Damiano Macra altri giovani
hanno deciso di seguire
strrada. E accade in tanti altri luoghi
ricchi di storia e d
dii memoria delle
ostre montagne.
Non cadranno lee case degli antich
villlaggi” sembra eessere
ssere l’impulso ch
villaggi”
richiama al reinsediamento
reinsediamento.
Si ritrovano così
che si sta disegnando
il futuro delle nostre
Terre alte, che
ritrovano tanti
giovani disposti
ad accettare la sfida,
il loro futuro, con
attività troppo affrettatamente
abbandonate, per un malcelato
desiderio di affrancarsi dagli umili
legami che ci vincolano, comunque,
alla terra; le si riscopre naturalmente.
Capita, allora, che sia loro riconosciuta
la possibilità di conferire un senso
alto al progetto di vita che ognuno di
noi ha. È soprattutto in questo spirito
che si sta disegnando il futuro delle
nostre Terre alte, che ritrovano persone
disposte ad accettare la sfida, a mettere
il loro futuro, con speranza
o Susa,
Sulle montagne che sovrastano
hianocco, Daniele
tra Bruzolo e Ch
nne, ha scelto
Cibrario, ventenne,
di continuare la tradizionale
attività di famiglia per
condurre due
alpeggi: “La Gardinera” e “Cruino”,
tra i 1500 e 2000 metri di altitudine.
Conseguito il diploma di perito
meccanico, ha deciso seguire la
passione e dedicarsi ai lavori della
campagna che ha condiviso con i
genitori, sin da bambino, insieme
alla sorella minore Monica, che
studia ragioneria e in prospettiva
sarà l’amministratrice dell’azienda.
Un progetto di vita: «Sono convinto
della mia scelta. Il futuro avrà sempre
bisogno dell’agricoltura; ma è evidente
che la dobbiamo interpretare in
maniera moderna e innovativa». Già
ora l’anagrafe dei capi allevati, le nuove
nascite e le qualità organolettiche del
latte viaggiano in rete.
Il settore agricolo resta indispensabile
ancorché si tenda, troppo spesso,
a considerarlo marginale. E di
conseguenza a ritenere socialmente
subalterni coloro che vi si dedicano.
Non è un caso che il settore
agroalimentare sia chiamato “settore
primario”: è comparto produttivo
indispensabile per la vita di ognuno.
Daniele ha fatto la scelta: prendersi
cura della terra e pascolare gli animali
alle alte quote dove occorre adattarsi
a condizioni di vita non sempre
confortevoli. Un onere non indifferente,
un impegno che assorbe l’intera
giornata e tutte le giornate dell’anno,
feste e domeniche incluse. Daniele
conduce, con i genitori, un’azienda
con una cinquantina di vacche da latte,
una ventina di manze, due tori e una
ventina di vitelli. Il latte prodotto, con
ciclo completamente meccanizzato, è
conferito a un’azienda del Torinese.
In estate la salita agli alpeggi, dove gli
animali restano da giugno a settembre.
La sua attività non gli impedisce di
studiare e informarsi sulle innovazioni
nei settori dell’allevamento,
dell’alpicoltura, della meccanizzazione
agricola ed è in grado di intervenire
sulle macchine agrarie, con
padronanza, qualsiasi guasto si
verifichi, grazie agli studi che ne
hanno accompagnato la naturale
predisposizione verso gli aspetti
tecnologici. A differenza dei pastori
e contadini di un tempo, costretti a
proseguire le attività dei padri, Daniele
ha compiuto una scelta di vita libera e
Lo ha fatto in continuità con i genitori,
Angelo e Cecilia che si sono conosciuti
sulle Terre alte degli alpeggi, tra
Valle di Susa e di Lanzo, per unire
i loro destini da cui è nata una
moderna impresa: stalla progettata
per garantire comfort agli animali e
massima igiene; attrezzatura per la
mungitura meccanica con ciclo del
latte completamente automatizzato
a garanzia di sterilità e salubrità
del prodotto. Un’azienda al passo
con i tempi, capace di affrontare il
futuro, nella quale Daniele porterà
le conoscenze apprese con lo studio
introducendo tutte le innovazioni
Ha idee chiare sul futuro e la sua
scommessa è convinta. Agricoltura
e montagna necessitano di figure
come la sua, persone che hanno
consapevolmente deciso di mettersi
in gioco per cogliere le opportunità
che le politiche europee e l’affermarsi
della qualità offrono sul piatto della
Una sfida cui l’Italia deve rispondere
ricorrendo a risorse giovani ed
entusiaste come lui che, tuttavia, vanno
incoraggiate e sostenute con puntuali
scelte di politica economica. La terra
e i frutti che sa dare sono troppo
importanti per essere dimenticati o
anche solo lasciati ai margini dello
sviluppo economico. Ma per continuare
a darli, trasformando miracolosamente
la luce del sole, l’anidride carbonica
e i sali minerali in prodotti organici,
ha bisogno di donne e uomini che se
ne facciano carico e che dobbiamo
sostenere. Come Daniele.
al Gal Mongioie e a Venaria
Il Gal Mongioie è stato premiato come miglior progetto
di valorizzazione del patrimonio paesaggistico e culturale italiano
Il sindaco Catania riceve il premio
per la Città di Venaria Reale
l riconoscimento è giunto lo scorso 12
novembre, in occasione della prima
edizione del “Premio Eco and the
City Giovanni Spadolini”. Il progetto,
promosso dalla Fondazione Spadolini
Nuova Antologia e dal periodico Energeo
Magazine, nasce per promuovere la
sostenibilità ambientale, la tutela del
territorio, la salvaguardia del paesaggio
e lo sviluppo delle buone pratiche in
senso lato. «Il Premio Eco and the City
Giovanni Spadolini – spiega Cosimo
Ceccuti, presidente della Fondazione
Spadolini Nuova Antologia – si richiama
al ricordo vivo di Giovanni Spadolini, del
suo impegno culturale, politico e civile in
una dimensione italiana ed europea, per
tenere viva la memoria e i valori ai quali
sempre si ispirò lo statista fiorentino,
fondatore del Ministero per i beni culturali
e ambientali, nonché storico insigne
dell’epopea risorgimentale». 1600 le
candidature arrivate da tutta Italia,
grazie a Comuni “virtuosi” guidati da
sindaci pragmatici e lungimiranti, pronti
a guardare ben oltre il protocollo di
Kyoto. Quattro le sezioni, e le medaglie,
previste dal Premio: “politiche integrate
e sostenibili”, “valorizzazione
del patrimonio paesaggistico e
culturale”, “riqualificazione dei
territori agricoli” e “settore privato
e imprese virtuose”. A queste si
aggiungono le sezioni speciali per le
“località della memoria dell’Unità d’Italia
nell’Epopea Garibaldina” e “Comuni
che beneficiano della presenza di un sito
Unesco sul proprio territorio e nelle aree
confinanti”. Ottimo il posizionamento
del Piemonte in tutte le categorie. Non
solo la medaglia del Gal Mongioie, che
con i suoi 49 comuni certificati Emas
in provincia di Cuneo, ha vinto come
miglior progetto di valorizzazione del
ma anche l’attenzione riscossa dalle
proposte dell’Agriturismo Ca Bella di
Pernice (Al), nella sezione che individua i
progetti di riqualificazione delle imprese
agricole, del Comune di Buttigliera Alta
nel Torinese, inserito nella sezione che
riguarda le politiche territoriali integrate
e sostenibili, e del Gruppo Intesa San
Paolo, nella sezione dedicata al settore
privato e imprese virtuose con il progetto
“Ambientiamo”. Menzione speciale anche
per la città di Venaria Reale, vincitrice
fuori concorso della Medaglia Spadolini,
per essere testimone dell’opera meritoria
di Giovanni Spadolini, che iniziò la sua
attività di ministro per i Beni culturali
e ambientali proprio con un progetto
di recupero della Reggia Sabauda. Per
il presidente Lido Riba, in giuria in
rappresentanza di tutte le Comunità
montane italiane: «Questa prima edizione
del Premio, che ha consegnato la sua
prima medaglia alla memoria di Angelo
Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso
dalla malavita per aver difeso il territorio
dalle speculazioni edilizie, testimonia
che la responsabilità di salvaguardia
e di tutela dell’immenso patrimonio
territoriale italiano è spesso affidata agli
amministratori locali e ricorda a tutti in
che misura essi rappresentino una forza
imprescindibile per la promozione dello
sviluppo sostenibile nel nostro Paese».
Il consigliere Roberto Gerbo, rappresentante
del Comune di Buttigliera Alta, finalista nella
prima sezione, riceve il riconoscimento
Il Premio Spadolini al presidente del Gal
Mongioie, Beppe Ballauri
el nostro excursus cronologico sui
toponimi montani dovremmo a
questo punto cimentarci con il lascito del
latino. Ma siccome i vocaboli tramandati,
tramite le parlate romanze (occitano,
franco-provenzale, piemontese) sono
centinaia e rappresentano il grosso del
nostro patrimonio linguistico, facciamo
un salto in avanti, in modo da sgombrare
il terreno dagli apporti di altra origine, e
poterci poi concentrare con comodo sulla
gran massa dei toponimi. Ora le cosiddette
invasioni barbariche hanno lasciato traccia
nella misura in cui non sono stati dei
meri raids (Saraceni, Ungari), ma sono
stati accompagnati da un insediamento
più o meno duraturo. Il riferimento è ai
cinquant’anni di dominazione ostrogota e
ai due secoli di dominazione longobarda.
A queste due fasi storiche risalgono i
germanismi presenti sul nostro territorio.
Altro discorso è invece quello relativo ai
Walser: non si tratta di una invasione,
bensì di una pacifica migrazione di
montanari arrivati dal Vallese in epoca
posteriore al 1000, la cui parlata e i cui usi,
in un numero ristretto di comuni fra la val
Sesia e la val d’Aosta, sono oggi oggetto
di studio e di, forse tardiva, riscoperta e
tutela. Al di fuori delle invasioni si colloca
anche la questione dei vocaboli franchi
penetrati in Italia a partire dalla conquista
di Carlomagno (774 d.C.). I Franchi a
quella data erano ampiamente romanizzati
e quindi, come per gran parte del lessico
feudale, varrebbe la pena parlare di prestiti
francesi piuttosto che frànconi.
Distinguere fra vocaboli di origine gotica
e vocaboli di origine longobarda non è
sempre agevole. L’elemento discriminante
dovrebbe essere la cosiddetta seconda
rotazione consonantica (secondo lo
schema tenui> aspirate >sonore >tenui)
che i Longobardi hanno conosciuto
pienamente come tutti i popoli germanici
meridionali, mentre altri ne sono stati
coinvolti parzialmente (Germania centrale)
o per nulla (Anglosassoni della Britannia).
In italiano abbiamo coppie di parole
come grinta e grinza, banca e panca,
recare e ricco, in cui il primo vocabolo è
di origine gotica, il secondo longobardo.
La distinzione non è evidentemente
possibile per parole che non contengano
consonanti occlusive oppure consonanti
occlusive sottoposte a doppia rotazione
in tutte le lingue germaniche continentali.
Senza scomodare altri criteri (ad es. il
confronto con lo spagnolo consente
Ornamenti di donne longobarde.
Sopra: Lamina aurea con immagine
(al centro) di Agilulfo
di rintracciare vocaboli usati dal ramo
occidentale dei Goti), diciamo che sono di
dubbia attribuzione il suffisso -engo, che
indica appartenenza, e il termine Guardia
(guarnigione) diffuso in tutta la penisola
italiana. Sicuramente Guardia Lombardi in
provincia di Avellino avrà a che fare con i
Longobardi (ducato di Benevento), Guardia
Piemontese in Calabria è stata invece
fondata da un gruppo di Valdesi in fuga
dalla val Pellice al tempo delle persecuzioni
Lo stesso si può dire di Olgia vicino
a Domodossola (medioevale Augia,
tedesco Au, “isoletta in un fiume”). In
Binda (“striscia di bosco”), presso Stresa,
Valperga, composto dal romanzo val e da
berg, monte, e Lanzo è presente la seconda
rotazione consonantica. Bardonecchia,
Bardonisca, non vuol dire altro che città dei
Bardi, forma abbreviata del nome etnico.
Per indicare i loro insediamenti i
Longobardi usavano tre vocaboli: sala,
fara e braida. Il secondo ha lasciato molte
tracce nell’Italia centrale, il terzo riguarda
tenute agrarie di pianura (Bra, Brera,
pensiamo agli aggettivi inglese broad e
tedesco breit, largo). Sala, fattoria con
residenza del capo guerriero (magari una
grande capanna con un’unica sala in
muratura) è diffuso in tutta la penisola.
In Piemonte ritroviamo Sale Langhe, Sale
nell’alessandrino, Sala Biellese, c’è una
Sala sulla strada che da Giaveno porta
al colle Braida. Siamo a 1000 metri fra
val Sangone e val di Susa, ma si tratta
pur sempre di una radura. Meno sicura
è l’etimologia di Saluzzo spiegata come
Sala di Uzzo (nome personale longobardo
come Lanzo). Nel Saluzzese il re Desiderio
fondò un’abbazia dei monaci di San
Colombano ed è molto diffuso il nomecognome di chi scrive, di chiara origine
germanica. Ma in realtà, come si è visto,
la gran parte dei toponimi longobardi
riguarda il Torinese. L’archeologia (grandi
ritrovamenti al Lingotto, a Testona di
Moncalieri e Collegno) conferma la
centralità dell’insediamento longobardo
nella civitas che forse da allora cominciò ad
emergere nel panorama regionale. Torino
portò fortuna ad Arioaldo, a Ragimperto
e al più noto Agilulfo, duchi della città
eletti re di tutti i Longobardi. Ma la val
di Susa fu fatale ai loro ultimi successori.
Astolfo fu piegato due volte alle Chiuse
da Pipino, re dei Franchi, chiamato in Italia
da papa Stefano II, e infine Adelchi venne
sconfitto da Carlomagno suppergiù negli
stessi luoghi. Quest’ultima battaglia, con la
successiva espugnazione di Pavia, segnò la
fine del dominio longobardo in Italia.
“In” Politica
Localismo strategico:
il Comune cuore del nuovo Stato
Giancarlo Buffo e il Gruppo di Rivara sono un gruppo di cittadini
(Giancarlo Buffo, Emanuele Davide Ruffino, Alessia Cerchia, Marco
Capolongo, Oscar Giacoletto, Mauro Marchiando) animati dalla
passione per la politica, con esperienze professionali nei settori
economici, giuridici, della finanza, della pubblica amministrazione
e dell’impresa. Il loro libro è un meritevole contributo al ritorno dei
cittadini “In” politica.
l saggio cerca di fornire alcune risposte e soluzioni operative ai problemi che
affliggono quotidianamente i cittadini e chi si occupa oggi della “Cosa pubblica”.
Partendo dal presupposto che sia necessario un nuovo patto sociale che sappia
interpretare il cambiamento, attraverso la riorganizzazione dello Stato, delle
Istituzioni e dei partiti, il libro sostiene la necessità di ricreare le condizioni per
l’accesso attivo alla politica da parte della cittadinanza, fornendo anche un piccolo
kit di intervento dell’amministratore-innovatore, visto come artigiano al servizio della
Giancarlo Buffo e il Gruppo di Rivara, “In” Politica – Localismo strategico: il Comune cuore del
nuovo Stato, 2011, Liberodiscrivere Editore, pagine 320
Ribelli in montagna Altrove
Alessandro Orsi si occupa da oltre un ventennio
d’istruzione, storia e turismo. Collabora con
riviste, movimenti e associazioni a favore del
territorio valsesiano, degli ideali progressisti,
dell’educazione scolastica e della solidarietà.
l volume propone 25 itinerari sulle tracce dei ribelli di
montagna: dolciniani, partigiani garibaldini, patrioti,
operai sessantottini. L’autore descrive ogni tracciato
soffermandosi su paesaggi, architetture e tradizioni
locali della Valsesia e della
Valsessera,
even storici e di personaggi
che hanno segnato i luoghi
attraverso la loro
tanto per motivi
quanto per ragioni
Orsi, Ribelli in
, 2011, Istituto per
la storia della resistenza e
nelle province di Biella e
Vercelli, pagine 255
Erich Giordano è laureato
in Scienze linguistiche.
Collabora da diversi anni
Valle Stura, per la quale
si occupa del Centro
di Documentazione di
Lorenzo Delfino è
in una scuola media.
Unisce la passione per la
fotografia e l’antropologia
all’amore per la montagna.
n saggio appassionato che, con interviste-colloqui a un
campione tipologico di residenti in alta montagna, invita
i lettori a ridimensionare la portata di concetti come identità,
autenticità e naturalità. Categorie queste che appaiono
ambigue e problematiche, all’interno di un percorso che porta
a considerare la montagna non più come una proprietà o
un’immagine speculare di sé, ma come un Altrove che chiama
alla responsabilità al di là dell’appartenenza. Il libro comprende
anche un saggio di Enrico Camanni e uno di Valentina
Erich Giordano e Lorenzo Delfino, Altrove, 2009, Priuli & Verlucca,
Silvana Castelli ha redatto
un’utile strumento per assistere
le professionalità nelle fasi di
dell’impianto, produzione,
a fonte energetica per i Paesi in via di
sviluppo, la biomassa sta assumendo
particolare importanza anche nei Paesi
industrializzati, che stanno scoprendo
nuove applicazioni e nuovi sistemi colturali
per sfruttarne le potenzialità nella
produzione di energia e biocarburanti.
Nel volume vengono trattati tutti
i principali argomenti riguardanti la
pianificazione e realizzazione delle filiere energetiche e
l’utilizzo delle migliori metodiche sino ad oggi elaborate per
un efficiente impiego dei vari tipi di biomassa.
Il testo offre una ampia trattazione dei fattori critici in tema
di programmazione degli approvvigionamenti, sistemi di
conversione, dimensionamento degli impianti, unitamente
ai problemi inerenti la produzione, raccolta, conservazione,
caratterizzazione chimico fisica delle biomasse. Vengono
inoltre analizzate le problematiche riguardanti la
produzione dei bio-carburanti come olio vegetale, biodiesel
e bioetanolo. Particolare spazio è dato alla filiera del
biogas, perché è quella che presenta le
maggiori possibilità di sviluppo nel nostro
PPaese, data la sua forte compatibilità
ccon il sistema agricolo. Infine vengono
presentati alcuni casi-studio come esempio
concreto degli aspetti teorici. Il volume
risponde all’esigenza di avere una fonte di
consultazione che comprenda, nella loro
multidisciplinarietà, tutti i vari aspetti teorici
pratici relativi all’impiego delle biomasse
Silvana Castelli, ricercatrice presso l’istituto
Biologia e Biotecnologia Agraria del Cnr
Milano, dal 2006 si occupa di energie
rinnovabili da biomassa. Nel 2007 istituisce
il “M
“Master in Gestione delle biomasse e dei
processi per la produzione di energia”, che
prepara professionisti operanti nel settore della
gestione delle filiere energetiche. Il Master, attualmente
alla sua quarta edizione, è divenuto punto d’incontro tra
ricerca, sperimentazione tecnica e mondo agricolo. In
passato si è occupata di micropropagazione delle piante
di interesse agrario presso l’Invalsa (Cnr) di Firenze.
Successivamente trasferitasi all’attuale Istituto di Biologia
e Biotecnologia Agraria, si è occupata di biologia cellulare,
studiando in particolare i problemi delle proteine di riserva
del seme. È autrice di diverse pubblicazioni su riviste
Giuseppe Dematteis ha dedicato la sua vita di studioso alla promozione
dell’educazione geografica. Oggi è professore emerito del Politecnico di
Torino e presidente dell’Associazione Dislivelli – Ricerca e comunicazione
uesta ricerca, condotta su quattro territori-campione della montagna piemontese
(Valchiusella, alta e bassa valle di Susa, alta Langa), offre un quadro descrittivo
e interpretativo di come si abita e si lavora oggi in montagna. L’indagine si basa su
rilevazioni statistiche presso le anagrafi comunali e su interviste ai nuovi residenti,
volte a evidenziare pregiudizi comuni da superare e verità confermate, indagando i
rapporti che essi hanno con i contesti locali, i fattori territoriali specifici che entrano in
tali rapporti, le visioni, le motivazioni, le aspettative, le esigenze dei nuovi abitanti e le
difficoltà che essi incontrano comunemente.
Giuseppe Dematteis (a cura di), Montanari per scelta. Indizi di rinascita nella montagna
piemontese, 2011, Terre Alte-Dislivelli, Franco Angeli editore, pagine 112
di Emanuela Dutto, Erich Giordano
opo tre anni di attività il progetto
europeo Alp-Water-Scarce, che
ha visto l’Uncem Piemonte partecipare
insieme ad altri 16 partner provenienti
da tutto l’arco alpino, è giunto al
termine ed è arrivato il momento di
stilare dei bilanci e presentare i risultati.
Un primo incontro di restituzione ha
avuto come destinatari gli studenti delle
Prime e delle Seconde dell’ITIS “S. Lirelli”
di Borgosesia. La scelta non è stata
casuale per diverse ragioni: infatti l’area
pilota scelta dall’Uncem per il progetto
è stata proprio la Valle Sesia e si è
pensato che coinvolgere una scuola del
territorio per illustrare le attività svolte e
i possibili sviluppi vada nella direzione di
una partecipazione sempre maggiore da
parte degli abitanti delle zone montane
nei processi di gestione e sviluppo locale.
Il risultato principale del progetto, per
quanto riguarda l’Uncem, è senza
dubbio l’elaborazione di un’“Analisi
multi criteri finalizzata alla formazione
di graduatoria delle proposte progettuali
inerenti la realizzazione di nuovi impianti
idroelettrici nel bacino del fiume Sesia”,
curata dal Prof. Ing. Maurizio Rosso del
L’analisi si propone come un vero e
proprio piano strategico che consente,
attraverso l’elaborazione di una
matrice, di valutare l’opportunità e la
possibile localizzazione di nuovi impianti
idroelettrici in un bacino caratterizzato
da una buona portata idrica e da un
dislivello significativo per tale scopo.
L’Uncem Piemonte da tempo collabora
con enti locali e privati nel settore
energetico per incentivare e sviluppare
la green economy in aree montane
ricche di risorse naturali e di potenzialità
in questo campo. Per questa ragione,
la scelta di puntare all’interno del
progetto Alp-Water-Scarce a elaborare
un documento finale che va proprio in
questa direzione è stata presa nell’ottica
di sfruttare al meglio le opportunità di
collaborazione con prestigiosi istituti
italiani ed europei per sviluppare un
discorso così centrale nel modo più
professionale e approfondito possibile.
Tenendo in considerazione il parere di
esperti a livello internazionale, un miglior
utilizzo della risorsa idrica può diventare
un volano di sviluppo economico per
i territori montani, sempre nell’ottica
della conservazione dell’ambiente e delle
egli ultimi anni, in seguito
all’apertura del mercato europeo
del lavoro, circa 3 milioni di cittadini
europei hanno lasciato il loro Paese
d’origine per trasferirsi all’estero. Dopo
un’esperienza di alcuni anni, molti di
essi intenderebbero ritornare, ma spesso
incontrano grandi problemi nella ricerca
di un lavoro adeguato alle loro esigenze
o nel confronto con difficoltà di carattere
In questa fase le attività del progetto
iniziano a interessare direttamente le aree
pilota scelte dai 12 partner provenienti
da 7 Paesi europei differenti, con lo
scopo di creare condizioni migliori per
attrarre capitale umano, contrastare la
fuga dei cervelli e supportare lo sviluppo
economico delle Regioni.
Il primo importante passo consiste
nell’invito rivolto agli emigranti a
partecipare a un’indagine online
attraverso la quale possono fornire
preziose informazioni per comprendere
meglio le condizioni e le aspettative di
coloro che intendono ritornare. L’indagine
si rivolge anche a coloro che già sono
stati protagonisti di un ritorno e che
possono condividere le loro esperienze e
le eventuali difficoltà incontrate.
I partner del progetto intendono
ottenere in questo modo informazioni
per preparare le attività pilota e nuove
iniziative per i migranti di ritorno,
partendo da un’immagine quanto più
possibile rappresentativa delle loro
necessità e delle loro competenze.
Le questioni affrontate sono cruciali e
possono essere raggruppate in tre grandi
1) Quali politiche di sistema dovrebbero
essere adottate per reintegrare in
modo effettivo coloro che ritornano, a
di Emanuela Dutto, Nuria Mignone
beneficio dello sviluppo economico?
2) Come incentivare i migranti di ritorno
a investire sul territorio d’origine e
sviluppare attività di lunga durata?
3) Quali sono le esigenze (in termini di
formazione, supporto generale, ecc.)
dei migranti di ritorno necessarie a
valorizzare nel modo più opportuno
le loro conoscenze, capacità e
disponibilità economiche a vantaggio
del loro Paese d’origine?
Altri temi importanti sono i seguenti:
– In che modo le capacità acquisite
all’estero possono essere utilizzate nel
– Quanto possono essere sviluppate tali
capacità in seguito al ritorno?
L’indagine ha l’obiettivo di fotografare
adeguatamente la situazione corrente,
evidenziando in particolare i limiti e le
differenze tra i diversi Paesi europei nei
processi e nelle politiche attuati.
Il punto di forza principale
dell’indagine è che, per la prima
volta, una ricerca di questo tipo viene
eseguita contemporaneamente in aree
molto diverse fra loro, ma accomunate
dal desiderio di valorizzare al
meglio il potenziale delle risorse
umane emigrate all’estero. Emigrati,
migranti di ritorno e altri interessati
all’argomento sono invitati a
compilare il questionario, disponibile
in lingua italiana on-line all’indirizzo
http://return.ifl-leipzig.de. La
compilazione richiede circa 20 minuti e
permette di partecipare all’estrazione
di buoni per l’acquisto di libri per un
valore complessivo di € 300.
L’Uncem Piemonte gestisce le attività di comunicazione nel progetto
Re-Turn e cura il sito ufficiale
www.re-migrants.eu.
All’interno del sito sono presentati
nel dettaglio gli obiettivi del progetto, le aree pilota, i partner e una sezione di news permette di rimanere
aggiornati sulle attività che vengono via via effettuate.
intendono ritornare
al Paese d’origine,
Re-Turn, finanziato con
i fondi del Programma
Costi di mobilità come fattore per una buona
scelta di insediamenti residenziali sostenibili
Uncem Piemonte partecipa,
nell’ambito del Programma Alpine
Space 2007-2013, al progetto MORECO
– Costi di mobilità come fattore per una
buona scelta di insediamenti residenziali
sostenibili, che vede coinvolti in tutto
10 partner provenienti da Austria,
Slovenia, Francia e Italia guidati dal SIR –
Istituto per la pianificazione regionale di
Il progetto affronta le dinamiche
economiche e demografiche
nello Spazio Alpino, partendo dal
presupposto che si assiste in maniera
crescente allo sviluppo di aree periurbane, alla frammentazione del
territorio e dei servizi pubblici e a un
incremento sostenuto nell’utilizzo
di mezzi di trasporto privati. Questa
situazione porta a numerosi problemi,
come l’aumento del pendolarismo
soprattutto individuale, la crescita delle
emissioni di CO2 e dell’inquinamento,
il congestionamento del traffico e in
generale una riduzione della qualità
della vita che in parte dipende anche
dagli alti costi sostenuti in termini di
mobilità e tempo perso.
In futuro, l’effetto dei costi acquisterà
maggiore influenza sulle decisioni
di insediamento, a causa della
diminuzione di risorse pubbliche
e private. In quest’ottica, la sfida
principale del progetto MORECO
è quella di supportare il trasporto
pubblico influenzando la pianificazione
territoriale da un livello locale a un
livello trans-nazionale attraverso:
– nuove forme di collaborazione tra
enti pubblici con il compito della
pianificazione e società di trasporto
– strumenti adeguati per i pianificatori
e gli amministratori per valutare i costi
a lungo termine delle diverse scelte
– nuovi strumenti che mostrino agli
attori del trasporto potenzialità non
ancora sfruttate;
– maggiore consapevolezza da parte
dei cittadini, degli imprenditori e degli
– la promozione di uno sviluppo
spaziale sostenibile e policentrico;
– l’incoraggiamento di una mobilità
amica dell’ambiente (insediamenti
compatti, distanze brevi).
Per maggiori informazioni, si invita a
visitare il sito ufficiale http://www.
moreco-project.eu, che l’Uncem
Piemonte cura nell’ambito del progetto.
Marialaura Mandrilli
su Cavour a Bruxelles
n pezzo di Piemonte, a Bruxelles. Nel mese di novembre, la mostra sull’Unità
d’Italia è volata al Consiglio d’Europa, grazie alla delegazione italiana del
Congresso dei poteri locali, presieduta dal Segretario generale aggiunto dell’Aiccre
Emilio Verrengia. La mostra è stata organizzata dalla Provincia di Padova, presieduta
da Barbara Degani. All’evento hanno collaborato anche l’Associazione Amici di
Cavour e le Province di Catanzaro; hanno collaborato il Comune di Sangano e
il Comune di Castel Maggiore. La mostra è stata inaugurata dal Presidente della
Delegazione Emilio Verrengia, dell’Ambasciatore Sergio Busetto, dal Presidente del
Congresso, dal vicesindaco di Sangano (e consigliere Uncem) Agnese Ugues, da
Gino Anchisi dell’Associazione Amici di Cavour, da Manuela Buzio di Turismo Torino
e Provinvia, e dal Vicepresidente della Lorena Jean Pier Liouville, da Lorigiola che ha
presentato la mostra della Provincia di Padova sul Risorgimento.
Il 6 dicembre, Agnese Ugues, consigliere dell’Uncem Piemonte e dell’Uncem
nazionale, ha inoltre ricevuto l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica
Italiana dal Prefetto di Torino Alberto Di Pace.
Consultate il sito www.stihl.it e cercate il Rivenditore Specializzato più vicino,
troverete consulenza, assitenza tecnica e ricambi originali STIHL
Plessi scolastici,
via alla gestione associata
raccontati in un fascicolo edito
“...P
l Consiglio della Comunità montana Valle Stura ha
approvato all’unanimità dei consiglieri presenti (11 di
maggioranza e 3 di minoranza) la convenzione, con i
comuni di Demonte e di Vignolo, per la gestione associata
dei plessi scolastici dei due comuni, compresa la scuola
Media di Valle. La convenzione garantisce in questo modo
l’adempimento della normativa
che prevede lo svolgimento in
forma associata di due funzioni
compresa tra i 1000 ed i 3000
abitanti. Il presidente Varrone
ha evidenziato la sensibilità
del Consiglio Comunitario
nell’aver votato all’unanimità
un atto politico-amministrativo
che riconosce nella Comunità
montana l’ambito più vicino
alle esigenze dei Comuni e del
astori e boscaioli sono
gente paziente incapace
di far sciopero, ma la montagna si
è rotta le scatole, travolge gli argini,
alluviona le pianure e spinge le
ortiche fin nelle piazze di Milano...”.
Dalla lettera di Mario Rigoni Stern
inviata nel 2002 ad un altro grande
vecchio, l’ex Presidente Ciampi,
quando venne deciso di tagliare del
38,5% il fondo per la montagna. Il
Presidente Ciampi scrisse al Governo
caldeggiando un ripensamento che
rese possibile il reintegro dei fondi.
Oggi, purtroppo, non c’è più un altro Mario Rigoni Stern.
Si apre con queste parole, scritte da Gualtiero Fasana e da
Danilo Crosasso, il fascicolo che la Comunità montana Valli
Orco e Soana ha redatto per riepilogare 40 anni della propria
storia. “Comunità montana Valli Orco e Soana. Dalla bonifica
montana alla banda larga” il titolo del volume scaricabile
anche dal sito internet www.cm-valliorcosoana.to.it.
COMUNITÀ MONTANA CEBANO, MONREGALESE
Territorio e cultura a tavola
a Comunità montana
organizza, nell’ambito
di un progetto culturale
Piemonte, la rassegna
“Territorio e cultura a
tavola” per promuovere
sia la cucina e i prodotti
tipici, sia gli aspetti
turistico-culturali del
territorio. Sono previsti
quindici appuntamenti
il venerdì sera presso
che propongono una
cena tipica. Si tratta di
ristoranti, trattorie o
che hanno predisposto
un menù tipico con
la supervisione degli
insegnanti dell’Istituto
Alberghiero Giovanni
Giolitti di Mondovì. A
ogni serata è abbinato
un “momento culturale”,
per approfondire la
ad esempio visitare la
biblioteca di Vicoforte,
la Confraternita di San
Bernardo a Torre Mondovì
o la Torre medioevale
a Castellino Tanaro,
effettuare un’escursione
in grotta o assistere
alla dimostrazione sulla
da parte di un artigiano.
L’ultima serata sarà
dell’Istituto Baruffi di
Ceva i quali, coordinati
dal professor Aldo
Intagliata, proporranno
festa romana con cibi,
balletti, combattimenti
fra gladiatori, scenette
rifacendosi alla classica
“Mostellaria”; la serata
una cena romana. Gli
invece vedranno la
piatti tipici della cucina
piemontese, presentati
secondo le antiche ricette
o rivisitati in chiave
moderna. Nei menù
verranno largamente
utilizzati i prodotti
tutelati dai Consorzi
locali: Consorzio per
la valorizzazione e la
dell’Alta Val Tanaro,
Consorzio le valli del Re
per la valorizzazione e la
tutela della patata e dei
Marittime, dell’Alpet e
della Navonera, Consorzio
delle paste di meliga del
Monregalese, Consorzio
per la valorizzazione e
la tutela del formaggio
Raschera, Associazione
di valorizzazione e
tutela del cece di
Nucetto, Associazione
dei produttori del
Monregalesi, Società
Gustanatura.
0174 705602.
L’Uncem sui social network
ontinua a crescere il
numero di “fans” sulla
pagina Facebook Uncem
Piemonte. Molte le foto,
i link a siti internet, i video
montano piemontese. Su
Facebook è nata anche la
pagina Re-Turn dedicata
al progetto europeo di cui
Uncem Piemonte è partner,
che partirà nei prossimi mesi.
Senza dimenticare il gruppo
A scuola di montagna!,
con le proposte relative
al catalogo del turismo
scolastico, e il gruppo
Amici della montagna.
Ad agosto, mentre gli
amministratori scendevano in
piazza contro la Finanziaria
varata dal Governo, su
Facebook è nata la pagina
NO all’eliminazione dei
piccoli Comuni. In aumento
Vini di montagna-Uncem
(collegata al sito internet
www.vinidimontagna.it)
Uncem, nata a gennaio nella
sede dell’Unione a Roma.
Anche il nuovo sito internet
dell’Uncem www.uncem.
piemonte.it, sarà on line
e arricchito di nuovi spazi
multimediali e interattivi. Il
portale della Delegazione
piemontese è collegato
con Twitter (twitter.com/
uncempiemonte), su cui
sono presenti le notizie della
Delegazione, e con YouTube,
il più grande portale video
della rete, dove è presente
un canale specifico. Le
foto più belle dell’Uncem
– tra convegni, progetti,
– sono anche sulla galleria
fotografica Flickr. Frontiere
del Web 2.0 – l’insieme di
tutte quelle applicazioni
online che permettono uno
spiccato livello di interazione
tra il sito e l’utente – da
percorrere e da scoprire,
innovative e coinvolgenti,
capaci di richiamare
l’attenzione del “popolo
della rete” sulle politiche di
crescita e rilancio delle Terre
Terre Alte per gli studenti,
per le famiglie, per gli adulti
ICO D’I
empo di gite scolastiche per gli studenti. E tempo di viaggi d’istruzione
in montagna, da scegliere tra quelli raccolti dall’Uncem Piemonte nel
catalogo “A scuola di montagna”. 108 proposte di viaggi d’istruzione in
22 Comunità montane e in 553 Comuni montani, da uno a tre giorni,
con un costo medio di 13 euro a persona al giorno. Toccano tutto il
territorio regionale: 40 itinerari in Provincia di Torino, 33 in Provincia di
Cuneo, 8 nelle Province di Asti e Alessandria, 8 nella Provincia di Biella,
15 nelle Province di Verbania e Novara, 4 nella Provincia di Vercelli. “Il
generale inverno!”, “Il sentiero delle Anime”, “I segreti del bosco”, “Sul
filo della lana”, “Dall’acqua all’energia”, “Sentiero del ritorno”, “La pietra
e l’acqua”, “Due giorni di fantasia” sono alcuni dei titoli dei percorsi
contenuti in “A scuola di montagna”. Entro la metà di febbraio, l’Uncem
Piemonte presenterà anche il nuovo catalogo di proposte di soggiorno
di una settimana e di week-end per gli adulti e per la terza età. Offerte a
prezzi contenuti, con pacchetti composti da giugno a settembre, negli hotel
delle Terre Alte del Piemonte.
ontii n. 4 / 2011
te Italianne S.p.A
. - Sped. in
Abb. Post.t.
D 353/2
3 (conv
(co . in L.
nº 46)
art. 1, comm
a 1, DCB/CN
- Registrazio
azionnee Tribun
d Torino n.
5500 del 18.0
Tavolo regionale per l’emergenza neve
i è insediato il 16
gennaio a Torino, il
Tavolo crisi sull’emergenza
neve, istituito dalla Regione
Piemonte a fronte delle
scarse nevicate di dicembre
e gennaio che hanno messo
in grave difficoltà l’intero
sistema turistico invernale
piemontese. Ne fanno
parte, insieme alla Regione
e Finpiemonte, le Province
dei territori interessati dai
comprensori sciistici, le
Camere di commercio in
rappresentanza di tutto il
mondo produttivo, Arpiet
e Cuneoneve e gli altri
rappresentanti dei gestori
degli impianti di risalita,
Anci, Anpci, Uncem e Cai,
il Collegio dei Maestri di sci,
le Guide alpine e i consorzi
turistici. “Le nostre azioni –
spiega l’assessore regionale
allo Sport e al Turismo
Alberto Cirio – non sono
rivolte solo ai gestori degli
impianti, ma a tutto l’indotto
della ristorazione, del
commercio e dei lavoratori
di questo comparto, che
vivono oggi una situazione
drammatica. Non sono le
nevicate di inizio febbraio a
poter sanare una crisi che ha
ormai compromesso il 50 per
cento del fatturato dell’intera
stagione e di queste
aziende, impedendo loro di
lavorare normalmente nei
mesi turisticamente più
intensi, ovvero dicembre
e gennaio. Mi rafforza
l’atteggiamento del
Regionale Cattaneo, che
trasversale sta lavorando
per modificare la Legge 2
che regola il sistema neve,
individuando strumenti
in via d’urgenza nel
caso situazioni analoghe
dovessero ripresentarsi in
Tgr Montagne, l’impegno per una nuova informazione in RAI
a Rai, con il Centro di
Produzione di via Verdi
a Torino, si prepara a dare
nuovo spazio alla montagna.
Tgr Montagne, trasmissione
coordinata da Battista
Gardoncini in onda tutti i
venerdì alle 9,10 su Raidue,
è pronta a crescere. «La
montagna in Rai deve avere
uno spazio più forte e più
incisivo – spiega Giorgio Merlo, deputato, vicepresidente
della Commissione di Vigilanza Rai –. La trasmissione “Tgr
Montagne” prodotta e realizzata dalla redazione Rai di Torino
Servizio di trasporto sociale attivo dal 1 febbraio 2012
a Comunità montana organizza per conto dei comuni
di Cesana Torinese, Chiomonte, Claviere, Exilles,
Giaglione, Gravere, Meana di Susa, Moncensio, Oulx,
Sestriere, Salbertrand, Sauze di Cesana, Sauze d’Oulx e
del Consorzio Socio Assistenziale Valle di Susa (Conisa), il
servizio di trasporto a favore di persone anziane o disabili
o in situazioni di particolare necessità. Tutte le informazioni
sul sito internet www.cmvss.it.
non può continuare a essere confinata in una collocazione
oraria non corrispondente all’interesse che i temi legati alla
montagna suscitano nella pubblica opinione. È necessario non
solo trovare un nuovo spazio nel palinsesto Rai più funzionale
alle esigenze di ascolto dei cittadini, ma è indispensabile
dar vita ad un progetto capace di raccogliere le istanze
provenienti dagli abitanti dei comuni montani». Merlo,
d’intesa con l’Uncem Piemonte, a gennaio ha sottoposto alla
Direzione Generale della Rai una proposta per valorizzare
i temi della montagna nella programmazione del servizio
pubblico. «“Tgr Montagne” – spiega Lido Riba – contribuisce
in modo significativo a valorizzare i territori montani,
evidenziandone problematiche, sfide, potenzialità. Con i suoi
servizi e gli approfondimenti, divulga cultura, storia, tradizioni,
innovazione; promuove località e paesi, tra attività sportive,
turismo, economia e imprese, ambiente, corretto utilizzo
delle risorse naturali, necessità di servizi migliori nelle aree a
“domanda debole”. Ha saputo unire le esigenze del territorio
alle voci di tanti protagonisti, come gli amministratori, le
associazioni, i gruppi che hanno come fulcro della loro azione
lo sviluppo e la promozione delle Terre Alte». «I numeri della
montagna italiana – sottolineano gli amministratori delle 22
Comunità montane piemontesi, dove vivono 800mila persone
– dimostrano la necessità di un adeguato e capillare impegno
di comunicazione che possa unire quanti vivono nel territorio
dell’arco alpino e nell’Appennino, oltre che presentare storie
e valori del territorio montano a quanti vivono in città e
nelle aree urbane, ma anche ai molti turisti che scelgono la
montagna per sport, svago, divertimento, relax. Per questo
è necessario migliorarne la collocazione oraria, valorizzando
la produzione nel Centro Rai di Torino, città “capitale delle
Alpi”».
Montebore, l’eccellenza del territorio
l formaggio più raro del mondo”:
una qualifica decisamente
impegnativa, ma c’è chi può assumersi
una responsabilità così importante
senza alcun tipo di problema. È
il Montèbore, prodotto prelibato
dell’Alessandrino. Fatto con latte
crudo vaccino al 70 per cento, latte
crudo ovino al 30 per cento, caglio
naturale di vitello, sale e fermenti
lattici, il Montèbore si presenta con una
forma “a torta nuziale”, che si ottiene
sovrapponendo, dopo la salatura, tre
robiolini con diametro decrescente da
15 centimetri in basso a 9 centimetri
in alto, con scalzo totale variabile da
6 a 8 centimetri. La crosta è di colore
da giallo paglierino al nocciola scuro secondo la stagionatura,
la pasta leggermente occhiata, di colore avorio. La pezzatura
è variabile, da 600 a 850 grammi. La stagionatura da 20 a
120 giorni. La zona di produzione è quella dei trenta Comuni
della Comunità montana Terre del Giarolo (Alessandria). La
frazione Montebore del comune di
Dernice è situata nella zona a cavallo
tra le Valli Grue, Curone e Borbera.
In questo piccolo centro appenninico
della Provincia di Alessandria, ma anche
nei comuni limitrofi, fino a qualche
decennio fa veniva prodotto questo
formaggio caratteristico conosciuto
e apprezzato nella zona. Dagli anni
Ottanta, però, si era completamente
esaurita la produzione.
Con l’obiettivo di recuperare il prodotto
è nato, nel 1999, il Presidio Slow Food
sostenuto dalle Comunità montane
Valli Borbera e Spinti e Valli Curone
Grue e Ossona. È stato redatto quindi
un disciplinare di produzione con
l’ausilio dell’Istituto lattiero caseario di Moretta (Cuneo) e si
è definita come area di produzione del Montèbore tutto il
territorio dei comuni delle Valli dell’Appennino nel sud-est del
Piemonte. Oggi, è una delle grandi eccellenze del territorio, da
esportare in Italia e nel mondo.
Dalla Regione, contributi per i sentieri
a Regione Piemonte ha
destinato 1.900.000
euro al sistema sentieristico
Si tratta di risorse dedicate
all’escursionismo dalla
Unione Europea attraverso
2007-2013, misura 313
azione 1. La misura, che
per questa fase ha una
dotazione finanziaria di
7.000.000 euro, consente
piemontese per la
realizzazione di itinerari
escursionistici fruibili a piedi,
in bicicletta e a cavallo.
Nella Granda sono stati
programmati interventi:
“Dalle vigne alle Alpi” della
Tanaro Cebano Monregalese
(300.000 euro), “Trekking
nelle valli Occitane” della
Comunità montana Valli
Grana e Maira (300.000
euro), “Tra Alpi Liguri e
Marittime” della Comunità
montana Alpi del Mare
(245.500 euro), “Rocche a
360°” dell’Ecomuseo delle
Rocche del Roero (171.500
euro), “Lou Viage” della
Comunità montana Valle
Stura di Demonte (300.000
euro), “Camminando per
le valli del Monviso” della
del Monviso (113.000
euro), “Dai noccioleti agli
uliveti” della Comunità
montana Alta Langa
(180.300 euro), “Bar to
bar” Unione Colline di
Langa e del Barolo (115.700
euro). “In un momento
di grave congiuntura
economica – commenta
alla Montagna Roberto
Ravello – queste risorse
costituiscono un importante
aiuto all’economia locale
delle aree montane e
collinari. Alla fase di
realizzazione sentieristica
seguirà l’utilizzo a fini
turistici di una risorsa
ambientale e paesaggistica
che è universalmente
riconosciuta al nostro
anche per il futuro periodo
di programmazione dei
fondi europei 2014-2020”.
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PieMonti - gennaio-febbraio 2011

References: art. 1
 art. 1
 sentenza 
 art. 22
 sentenza

 sentenza 

art. 1