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Timestamp: 2016-10-28 08:24:32+00:00

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Art. 738 cod. proc. civile: Procedimento
RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	Il presidente nomina tra i componenti del collegio un relatore, che riferisce in camera di consiglio.
Giurisprudenza annotataProcedimento.
Poteri del collegio; 1.2. Poteri del giudice delegato; 2. Intervento del pubblico ministero; 2.1. rilevazione della nullità; 3. Intervento di terzi 4. Attività istruttoria; 4.1. Principio del contraddittorio; 4.1.1. Assunzione di informazioni; 4.1.2. Termini per l’acquisizione dei mezzi di prova; 5. Deliberazione della decisione; 6. Spese; 7. Appello incidentale.
Poteri del collegio.
Nei procedimenti in camera di consiglio è riservata al collegio ogni valutazione sulla ammissibilità e rilevanza delle prove, la cui assunzione può essere delegata ad uno dei suoi componenti; conseguentemente, non è viziato il provvedimento con cui il giudice delegato, dopo aver ammesso la prova testimoniale dedotta dalle parti, all’udienza fissata per l’assunzione non vi proceda e rimetta le parti innanzi al collegio; infatti, tale provvedimento non si sostanzia in una irrituale revoca dell’ordinanza istruttoria per motivi attinenti alla rilevanza e ammissibilità della prova, ma pone rimedio ad un precedente errore, consentendo il pieno esercizio dei poteri istruttori al giudice collegiale, cui sono attribuiti in via esclusiva e che può pertanto anche ritenere superflue le prove dedotte e in precedenza irritualmente ammesse. Cass. 25 settembre 1999, n. 10615.
Il principio generale, secondo cui un giudice può essere delegato dal collegio alla raccolta di elementi probatori da sottoporre, successivamente, alla piena valutazione dell’organo collegiale, in difetto di esplicite norme contrarie trova applicazione anche nelle ipotesi di procedimento camerale applicato a diritti soggettivi (nella specie, procedimento per la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale di minori) per quelle ragioni di celerità e sommarietà delle indagini, cui tale particolare tipo di procedimento è ispirato, tenuto anche conto del fatto che la delega comunque non concerne l’ammissione delle prove, demandata al giudice collegiale, il quale soltanto può valutarne l’ammissibilità e la rilevanza, bensì la loro mera assunzione. Cass., Sez. Un., 19 giugno 1996, n. 5629.
1.2. Poteri del giudice delegato.
Il procedimento finalizzato alla ammissibilità dell’azione di riconoscimento di paternità o maternità naturale è caratterizzata da requisiti di sommarietà e speditezza, che lo differiscono dal successivo giudizio di merito e da semplicità di forme, con la conseguenza, che l’attribuzione ad uno dei membri del collegio delle funzioni di relatore abilita quest’ultimo a assumere sommarie informazioni anche senza la preventiva delega dal collegio. Cass. 20 ottobre 2000, n. 13892.
Nel procedimento camerale concernente diritti o status (riguardante, nella fattispecie, la dichiarazione giudiziale di paternità di minore) non è ravvisabile, nell’attività svolta dal giudice delegato dal collegio, alcuna espropriazione dei poteri riservati a quest’ultimo, né alcuna compromissione del diritto di difesa e del contraddittorio allorché i difensori delle parti non siano stati sentiti direttamente dal collegio, quando essi abbiano avuto la possibilità di depositare memorie scritte, atteso che il principio del contraddittorio non implica necessariamente oralità, ma può esplicarsi con pienezza anche attraverso la forma scritta. Cass. 17 giugno 2004, n. 11351.
Intervento del pubblico ministero.
Il principio che quando la legge prevede l’intervento obbligatorio del P.M., è sufficiente che lo stesso sia informato del procedimento e posto in grado di parteciparvi, trova applicazione anche nel procedimento di ammissibilità dell’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o di maternità naturale, con la conseguenza che l’anzidetta esigenza è osservata quando al P.M. sia stata data comunicazione del ricorso introduttivo e del decreto presidenziale di fissazione dell’udienza ancorché lo stesso non intervenga alle udienze e non formuli conclusioni. Né al riguardo osta il disposto dell’art. 738, secondo comma, c.p.c., il quale prevede che venga statuito il P.M. (per cui il parere del P.M. è un atto doveroso che non può essere omesso), in quanto quest’ultima disposizione (al pari di quella del successivo art. 740) pur essendo compresa fra quelle comuni ai procedimenti camerali, riguarda soltanto la giurisdizione volontaria e no il procedimento camerale previsto dall’art. 274 che ha natura contenziosa. Cass. 27 aprile 1985, n. 2742.
Nelle controversie relative alla modifica delle condizioni patrimoniali imposte con sentenza di divorzio, con riferimento al mantenimento dei figli minori, che rientrano tra quelle per le quali è previsto l’intervento obbligatorio del P.M., ai sensi dell’art. 9 della legge n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 13 della legge n. 74 del 1987, è sufficiente, al fine di assicurare l’osservanza di detto precetto normativo, che l’ufficio del P.M. venga ufficialmente informato del procedimento, affinché il suo rappresentante sia posto in grado di intervenire e di esercitare i poteri attribuitigli dalla legge, restando irrilevante che in concreto egli non partecipi alle udienze e non formuli conclusioni. Cass. 3 marzo 2000, n. 2381; conforme Cass. 20 dicembre 1994, n. 10951.
2.1. Rilevazione della nullità.
Ritenuto che la sentenza resa dal Trib. min. in forma collegiale, qualora non sottoscritta dall’estensore, deve ritenersi affetta da nullità assoluta ed insanabile, che può essere fatta valere, ai sensi dell’art. 161, comma 2, c.p.c., in ogni tempo e con ogni mezzo, la nullità “de qua” può essere dichiarata dallo stesso Tribunale che l’ha emessa, a seguito di richiesta in tal senso del p.m., e con conseguente continuazione del procedimento. Trib. min. L’Aquila, 1 febbraio 2008.
Intervento di terzi.
Se di regola si deve ritenere inammissibile, nei procedimenti camerali di volontaria giurisdizione, l’intervento di terzi, proprio perché il provvedimento non è di per sé destinato a produrre giudicato, né è idoneo ad esplicare effetti nei confronti di soggetti diversi dai titolari delle situazioni giuridiche già presenti nel giudizio, tale intervento può eccezionalmente ammettersi ove sia spiegato, in caso di fattispecie a legittimazione plurima (nella fattispecie, la revoca di amministratore condominiale), da soggetto che sarebbe altrimenti legittimato a proporre quel medesimo ricorso, con il solo limite che l’interventore non formuli una domanda autonoma e diversa da quella che ha dato origine al procedimento camerale. Trib. Salerno, 20 giugno 2006.
Attività istruttoria.
In tema di equa riparazione per durata irragionevole del processo, la formulazione dell’art. 3, comma 5, l. 24 novembre 2001 n. 89 non esclude che i mezzi di prova attraverso i quali ricostruire i fatti rilevanti ai fini del decidere siano quelli tipici di ogni procedimento il quale, pur articolandosi nelle forme della camera di consiglio, non realizzi un’espressione di volontaria giurisdizione; onde le parti e la corte d’appello (quest’ultima nell’esercizio dei suoi poteri officiosi) possono attingere senza limitazioni particolari dal catalogo dei mezzi di prova delineato dagli artt. 2699 ss. c.c. e dagli artt. 191 ss. c.p.c., ivi comprendendosi, quindi, la prova testimoniale. Cass. 4 ottobre 2005, n. 19354.
L’acquisizione ex officio di mezzi istruttori non è incompatibile col rito camerale; essa, tuttavia, non può mai essere disposta per esonerare una delle parti dall’onere probatorio su essa incombente. Ne consegue che, là dove una delle parti chieda al giudice di disporre un ordine di ispezione, deve fornire almeno la traccia del fatto che la cosa ricercata si trovi nella disponibilità della controparte. Cass. 25 giugno 2004, n. 11864.
4.1. Principio del contraddittorio.
Nel procedimento camerale ex art. 737 c.p.c. - con cui si svolge l’opposizione al decreto prefettizio di espulsione dello straniero - affinché il principio del contraddittorio possa dirsi rispettato è necessario, ma nel contempo sufficiente, che gli scritti e i documenti prodotti da una delle parti, ed acquisiti al fascicolo d’ufficio, siano posti a disposizione della controparte e che, in relazione al contenuto di essi, a quest’ultima venga offerta la possibilità di approntare le sue difese. Ne deriva che, perché sia configurabile una violazione del principio del contraddittorio in conseguenza della produzione documentale effettuata all’udienza nella quale il giudice si è riservato di provvedere sull’espulsione, è necessario che la parte formuli una richiesta esplicita di rinvio dell’udienza al fine di esaminare la documentazione prodotta dalla controparte. Cass. 25 ottobre 2005, n. 20670.
Nei procedimenti in camera di consiglio devono essere assicurati l’esercizio del diritto di difesa e la garanzia del contraddittorio specialmente nella formazione della prova, in quanto detto principio generale è stato enunciato dall’art. 111 Cost. nella nuova formulazione introdotta con la legge Cost. n. 2 del 1999, sia pure con espresso riferimento al processo penale. Più in particolare, la natura esemplificativa delle disposizioni contenute nei commi 2, 3 e 4 consente di affermare che la nuova disciplina costituzionale nel processo ha valore generale e come tale è suscettibile di applicazione anche al processo civile, con particolare riguardo alla regola secondo cui le parti hanno facoltà di interrogare o di fare interrogare le persone che rendono dichiarazioni a loro carico. (Fattispecie in tema di procedimento di ammissibilità dell’azione di dichiarazione giudiziale di paternità ex art. 274 c.c.). Cass. 21 giugno 2002, n. 9084.
Nel rito camerale non sono applicabili i rigidi schemi del processo civile ordinario, ma basta che venga assicurato il contraddittorio con affidamento alle direttive del giudice, sicché pure l’inesistenza e la tardività del reclamo nella procedura fallimentare è sanabile dalla costituzione della controparte, seppur volta esclusivamente a far valere la nullità dell’atto. Cass. 7 marzo 2007, n. 5220.
Nei procedimenti di natura contenziosa che si svolgono con il rito camerale (quale il giudizio di appello in materia di divorzio, ai sensi dell’art. 4, comma 12, l. 1 dicembre 1970, n. 898, e succ. modif.), deve essere assicurato il diritto di difesa e, quindi, realizzato il principio del contraddittorio; tuttavia, trattandosi di procedimenti caratterizzati da particolare celerità e semplicità di forme, ad essi non sono applicabili le disposizioni proprie del processo di cognizione ordinaria e, segnatamente, quelle di cui agli art. 189 (Rimessione al collegio) e 190 (Comparse conclusionali e memorie) c.p.c. Cass. 12 gennaio 2007, n. 565.
4.1.1. Assunzione di informazioni.
Nel giudizio di divorzio in appello - che si svolge secondo il rito camerale, ai sensi dell’art. 4, comma 12, l. 1° dicembre 1970, n. 898 (nel testo sostituito ad opera dell’art. 8, l. 6 marzo 1987, n. 74) - l’acquisizione dei mezzi di prova, e segnatamente dei documenti, è ammissibile sino all’udienza di discussione in camera di consiglio, sempre che sulla produzione si possa considerare instaurato un pieno e completo contraddittorio, che costituisce esigenza irrinunziabile anche nei procedimenti camerali. (Nella specie, la Corte di cassazione ha ritenuto la nullità, per violazione del principio del contraddittorio, della sentenza d’appello, essendo stato il diniego di assegno divorzile espressamente fondato su fatti nuovi evidenziati dal coniuge mediante il deposito di documenti oltre il termine all’uopo assegnato dal giudice, in presenza di tempestiva eccezione di inammissibilità della produzione tardiva svolta dalla difesa dell’altro coniuge, e ciò senza che all’udienza camerale lo stesso giudice avesse in proposito consentito l’esplicarsi del contraddittorio mediante il rinvio dell’udienza medesima). Cass. 27 maggio 2005, n. 11319.
In tema di giudizio camerale, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 738 c.p.c. (secondo cui «il giudice può assumere informazioni»), il giudice, senza che sia necessario il ricorso alle fonti di prova disciplinate dal codice di rito, risulta di fatto svincolato dalle iniziative istruttorie delle parti e procede con i più ampi poteri inquisitori, i quali si estrinsecano attraverso l’assunzione di informazioni che, espressamente consentita dalla menzionata disposizione, non resta subordinata all’istanza di parte. Tale assunzione, però, palesandosi oggetto di una mera facoltà, non implica alcun obbligo per il giudice, sicché la mancata estensione dell’indagine non determina l’inosservanza delle norme disciplinanti il procedimento camerale e risulta incensurabile in cassazione, sotto il profilo della violazione di legge, in ordine al mancato esercizio della predetta facoltà, soprattutto quando la decisione si fondi sopra elementi istruttori raccolti aliunde rispetto alle informazioni dell’art. 738 c.p.c. e dei quali il giudice, attraverso la motivazione, abbia dato esauriente conto. Cass. 8 marzo 1999, n. 1947.
Il giudizio per la dichiarazione di paternità (e di maternità) naturale di minori davanti al tribunale per i minorenni è soggetto, a norma dell’art. 38 disp. att. c.c., al rito camerale (e non al rito contenzioso ordinario), nel rispetto tuttavia del principio del contraddittorio, stante la natura contenziosa del procedimento, e nella sostanziale equiparazione dell’attività istruttoria a quella propria dell’ordinario giudizio di cognizione, restando fermo, anche in tale ambito, il normale esercizio della facoltà di prova e l’onere di allegazioni e deduzioni, secondo il principio dispositivo. E sebbene l’art. 738, ultimo comma, c.p.c. consenta di assumere informazioni d’ufficio e, quindi, di decidere senza necessità di ricorre ad altre fonti di prova, ove il giudice ritenga, nel suo prudente apprezzamento, insufficienti, ai fini probatori, le informazioni assunte, e necessario ricorrere alle fonti di prova disciplinate dal codice di rito, egli non può sostituirsi alla parte nell’esercizio dei poteri di allegazione, di deduzione ed eccezione ad essa spettanti. Cass. 28 luglio 2004, n. 14200.
Nel procedimento di opposizione al decreto di espulsione amministrativa dello straniero, al giudice è attribuito dall’art. 738 c.p.c., cui rinvia l’art. 13, comma 2, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, come modificato dall’art. 3, D.Lgs. 13 aprile 1999, n. 113 (applicabile ratione temporis alla specie), il potere di assumere informazioni, oltre che quello di acquisire specifiche informazioni dalla p.a. ai sensi dell’art. 213 c.p.c. Ne consegue che qualora il prefetto, che oltre ad essere parte nel giudizio «rimane» amministrazione pubblica, trasmetta prima dell’udienza, a mezzo fax, documentazione poi valutata dal giudice, tale documentazione, ritualmente acquisita al fascicolo e liberamente esaminabile dall’opponente, ben può essere assunta dal tribunale a fonte del proprio convincimento. Cass. 12 maggio 2004, n. 8983.
In tema di riparazione per ingiusta detenzione, pur essendo onere dell’interessato, secondo i principi civilistici, dimostrare i fatti posti a base della domanda, e cioè la sofferta custodia cautelare e la sopravvenuta assoluzione, deve tuttavia ritenersi, avuto anche riguardo al fondamento solidaristico dell’istituto in questione, che il giudice adito sia tenuto ad avvalersi, se necessario, della possibilità, prevista dagli artt. 213 e 738, comma terzo, c.p.c., di chiedere anche d’ufficio alla P.A. (ivi compresa, quindi, quella della giustizia) informazioni scritte su atti e documenti di cui essa sia in possesso. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha annullato con rinvio l’ordinanza con la quale la corte d’appello aveva dichiarato l’inammissibilità di una richiesta di riparazione a sostegno della quale l’interessato aveva prodotto una copia della sentenza assolutoria non munita di attestazione dell’avvenuto passaggio in giudicato, non provvedendo poi neppure ad integrare detta produzione nonostante l’invito che a tal fine gli era stato rivolto). Cass. pen., 12 marzo 2008, n. 21060.
In tema di riparazione per ingiusta detenzione, pur essendo onere dell’interessato, secondo i principi civilistici, dimostrare i fatti posti a base della domanda, e cioè la sofferta custodia cautelare e la sopravvenuta assoluzione, deve tuttavia ritenersi, avuto anche riguardo al fondamento solidaristico dell’istituto in questione, che il giudice sia tenuto ad avvalersi, se necessario, della possibilità, prevista dagli artt. 213 e 738, comma terzo, c.p.c., di chiedere anche d’ufficio alla P.A. (ivi compresa, quindi, quella della giustizia) informazioni scritte su atti e documenti di cui essa sia in possesso. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha annullato con rinvio il provvedimento con la quale la Corte d’appello aveva dichiarato l’inammissibilità di una richiesta di riparazione per il fatto che l’interessato, contravvenendo ad ordine della stessa Corte, non aveva prodotto copia dell’atto con il quale era stata disposta nei suoi confronti la custodia cautelare ed il successivo annullamento da parte del Tribunale del Riesame). Cass. pen., 26 maggio 2011, n. 2743.
Nel procedimento disciplinato dall’art. 3 della l. 24 marzo 2001, n. 89, la Corte d’appello, anche in virtù del potere officioso di assumere informazioni, stabilito nell’ultimo comma dell’art. 738 c.p.c., a fronte di una formale richiesta di acquisizione del fascicolo del processo presupposto, formulata ai sensi del comma 5 del citato art. 3, non può respingere la domanda sulla base di carenze probatorie documentali superabili con l’esercizio di tale potere di acquisizione, senza giustificare con congrua motivazione il mancato accoglimento dell’istanza. Cass. 27 aprile 2011, n. 9381.
4.1.2. Termini per l’acquisizione dei mezzi di prova.
Deliberazione della decisione.
Nel procedimento camerale regolato dagli artt. 737 ss. c.p.c., applicabile ai norma dell’art. 3, l. 24 marzo 2001, n. 89, ai giudizi per l’equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo, la decisione non è presa in esito a pubblica udienza, previa relazione sui fatti rilevanti e successiva discussione orale, ma è adottata in camera di consiglio, con tutela delle facoltà difensive e del contraddittorio, di regola affidata a documenti scritti, ed anche l’audizione delle parti e dei difensori che ne facciano richiesta - prevista, in particolare, dall’art. 3, comma 5, della legge n. 89 del 2001 - si svolge in camera di consiglio e non apre un pubblico dibattito. Ne consegue che il compito del relatore di «riferire in camera di consiglio», ai sensi dell’art. 738, comma 1, c.p.c., non è assimilabile a quello inerente alla relazione in udienza, non deve precedere detta audizione, e va assolto nella riservatezza della camera di consiglio. Cass. 24 ottobre 2003, n. 16053.
Il principio della immutabilità del giudice, pur applicabile ai procedimenti in camera di consiglio destinati a concludersi con un provvedimento di natura decisoria, opera con esclusivo riferimento al momento di inizio della discussione e non vieta, pertanto, né che quest’ultima si svolga dinanzi ad un collegio dalla composizione diversa rispetto a quella delle precedenti udienze (destinate alla raccolta degli elementi da valutare, successivamente, ai fini della decisione o della mera trattazione del procedimento), né che il collegio, dopo una prima discussione, presenzi poi, in diversa composizione, ad una nuova discussione, assumendo definitivamente la causa in decisione. Cass. 17 gennaio 1998, n. 361.
Al rito camerale previsto dagli artt. 737 ss. c.p.c. non sono applicabili le disposizioni proprie del procedimento di cognizione ordinaria e, in particolare, quelle di cui agli artt. 189 e 190 c.p.c. Cass. 14 novembre 2001, n. 14163.
In materia di spese processuali il principio della soccombenza è inapplicabile solo a quei procedimenti camerali che, secondo un apprezzamento di fatto devoluto all’esclusiva cognizione del giudice di merito, abbiano il carattere di giurisdizione inter volentes, scevra da una percepibile contrapposizione di interessi in conflitto; in base all’effettivo atteggiarsi delle singole vicende processuali, pertanto, anche un procedimento di nomina o di revoca dell’amministratore di condominio può acquisire, in concreto, carattere contenzioso legittimando l’applicazione dell’art. 91 c.p.c. App. Milano, 15 dicembre 2004.
Nei procedimenti camerali, il carico delle spese può essere addossato ad una delle parti solo laddove si possa effettuare un giudizio di soccombenza processuale nel contrasto tra due posizioni soggettive. Pertanto, nel procedimento per correzione di errore materiale non possono essere liquidate a vantaggio del ricorrente le spese di procedura, sulla base del solo fatto che la controparte, non costituendosi nella procedura, non abbia aderito alla domanda. Trib. Lanciano, 9 novembre 2004.
Il provvedimento che pur in forma di decreto ai sensi degli artt. 737 ss. c.p.c. definisce decisoriamente il procedimento camerale a carattere contenzioso (nella specie, in sede di reclamo, in tema di contestazione avanti al giudice ordinario del rifiutato rinnovo del permesso di soggiorno richiesto da straniero extracomunitario) ha sostanza di sentenza e deve statuire sulle spese processuali, in applicazione degli artt. 91 ss. c.p.c. (nella specie, il soccombente Ministero interni è stato condannato alle spese processuali). App. Firenze, 11 aprile 2001.
Il provvedimento contenente il regolamento delle spese processuali, emesso in sede di volontaria giurisdizione e sull’erroneo presupposto della sussistenza di una controversia su diritti, ha contenuto sostanzialmente decisorio e, di conseguenza, non è reclamabile secondo le norme proprie del rito camerale, ma ricorribile in cassazione ex art. 111 Cost. Cass. 28 aprile 1994, n. 4030.
Il rito camerale, previsto per l’appello avverso le sentenze di divorzio e di separazione personale come, da un lato, non preclude la proponibilità dell’appello incidentale, anche indipendentemente dalla scadenza del termine per l’esperimento del gravame in via principale, così - risultando caratterizzato dalla sommarietà della cognizione e dalla semplicità delle forme - esclude la piena applicabilità delle norme che regolano il processo ordinario e, in particolare, del termine perentorio fissato, per la relativa proposizione, dall’art. 343, comma 1, c.p.c. Cass. 20 gennaio 2006, n. 1179.
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