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Timestamp: 2020-08-06 20:07:46+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 320 del 10/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 320 del 10/01/2017
Cassazione civile, sez. VI, 10/01/2017, (ud. 26/09/2016, dep.10/01/2017), n. 320
sul ricorso 16469/2014 proposto da:
G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G.
PISANELLI 2, presso lo studio dell’avvocato DANIELE CIUTI, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIORGIO TREVES, giusta
F.M.A., G.E., G.C.,
G.A.A., G.G.;
avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il
04/02/2014;
26/09/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MARIA ACIERNO.
In ordine al procedimento civile iscritto al R.G. 16469 del 2014 è stata depositata la seguente relazione:
“Con decreto del 26.11.2012 il Giudice Tutelare presso il Tribunale di Novara nominava, nei confronti di G.A., un amministratore di sostegno, specificando gli atti da compiersi in rappresentanza o in assistenza del beneficiario.
Avverso tale provvedimento proponeva reclamo dinanzi la Corte di appello di Torino il beneficiario, chiedendone la parziale modifica.
Richiedeva, nello specifico, che venisse revocata l’autorizzazione concessa all’amministratore di sostegno a compiere “gli atti e le operazioni tese all’affievolimento della sua posizione all’interno della s.a.s. G., da socio accomandatario a socio accomandante”.
La Corte respingeva il reclamo argomentando come segue:
– il reclamante ha impugnato il provvedimento nei soli capi relativi alla limitazione di poteri previsti in materia societaria; ne consegue che al di là dell’appena richiamato profilo societario non è contestabile che il G. presenti una compromissione tale da non consentire al medesimo di gestire attività molto complesse e comunque tale da giustificare una misura di protezione ex art. 404 c.c.;
– l’organizzazione societaria facente capo all’imprenditore G., è caratterizzata da intuitu personae che rende tale attività non fungibile da un amministratore;
– il G.T., nel provvedimento di nomina dell’Ads, non può imporre soluzioni non previste dalla normativa in vigore ed è vincolato dai provvedimenti assunti dal Giudice civile competente che, nella specie, ha revocato in capo al socio G.A., la carica di amministratore della G. Holding s.a.s.;
– “con riferimento ai poteri dell’amministratore di sostegno relativamente agli aspetti societari, il provvedimento impugnato ha rilevato come il sig. G.A. non sia in grado di operare, in tale ambito, con l’autonomia che sarebbe necessaria e ha escluso la praticabilità, con motivazione assolutamente condivisibile, dell’attribuzione al sig. G. della facoltà di amministrare una società con l’assistenza dell’amministratore di sostegno. Tale soluzione, che comporterebbe il conferimento di poteri gestori della s.a.s. ad un soggetto estraneo alla compagine sociale si pone in contrasto con il disposto dell’art. 2318 c.c. e determinerebbe un’inaccettabile scissione tra l’esercizio dei poteri di amministrazione e la responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali che allo stesso consegue;
esporrebbe l’amministratore di sostegno a responsabilità illimitata qualora lo stesso fosse considerato alla stregua di un accomandatario di fatto”;
– correttamente il G.T. “ha autorizzato l’Ads ad assistere il beneficiario nel provvedere alla sola gestione delle quote societarie ivi compresi l’esercizio del diritto di voto, ma con le limitazioni conseguenti alla revoca della facoltà di amministrare, intervenute nel frattempo, con l’incarico di porre in essere atti e operazioni tese al mero affievolimento della sua posizione all’interno della s.a.s. da socio accomandatario a socio accomandante”.
Avverso il decreto della Corte di appello di Torino ha proposto ricorso per cassazione G.A. affidandosi ai seguenti motivi:
1. Violazione ed errata applicazione di norme di diritto: art. 2318 c.c., in relazione agli artt. 405 e 411 c.c.. Premette il ricorrente come il decreto della Corte di appello aderisca in modo acritico alle valutazioni del Giudice di prime cure e che abbia errato il Collegio nel ritenere i poteri del G.T. vincolati dalle determinazioni assunte in sede civilistica – cautelare – in punto di revoca della carica di amministratore.
Prosegue, sottolineando come la legge non preveda che, per amministrare una società di persone, il socio illimitatamente responsabile debba essere interamente capace di agire. Tale necessità è prevista espressamente per le sole società di capitali peraltro con espresso riferimento all’interdetto e all’inabilitato – la cui disciplina non può essere estesa al caso di specie. La normativa in materia (art. 2286 c.c. e art. 208 disp. att. c.c.) prevede, invero, la sola ipotesi di esclusione volontaria (decisa dai soci e non disposta de iure) del socio divenuto incapace.
Censura, inoltre, le argomentazioni del Giudice di secondo grado circa l’incompatibilità del mantenimento della carica di amministratore con l’assistenza dell’Ads con il disposto dell’art. 2318 c.c., posto che quest’ultimo non si sostituirebbe al beneficiario nelle scelte di natura gestoria ma offrirebbe un mero supporto e che la G. s.a.s. non svolge una vera e propria attività di impresa.
Sottolinea, da ultimo, come l’invito all’Ads a compiere operazioni tese all’affievolimento della posizione del G. all’interno della s.a.s. non sia supportato da alcuna prescrizione normativa e sia irrealizzabile da un punto di vista operativo posto che non rientra tra le facoltà del socio accomandatario assumere, a richiesta, la veste di socio accomandante e che sarebbe, invero, necessaria una modifica dell’atto costitutivo della società ovvero il trasferimento incrociato di quote tra soci.
2. Violazione ed errata applicazione di norme di diritto: art. 208 disp. att. c.c., in relazione agli artt. 405 e 411 c.c., per avere il Collegio fatto riferimento ad una norma relativa all’ipotesi di socio accomandatario “incapace”, ovverosia privo della capacità di agire e sottoposto ad una misura più incisiva di quella prevista agli artt. 404 e segg.. Ripropone, infine, le argomentazioni relative alle caratteristiche dell’attività svolta dalla s.a.s. sotto il profilo dell’errato apprezzamento da parte del Giudice tutelare, in relazione al caso concreto, della possibilità per il beneficiario di esercitare attivitàd’impresa.
Si ritiene, in via preliminare ed assorbente, l’inammissibilità del ricorso de quo. Secondo un consolidato orientamento di questa Corte, la norma prevista dall’art. 720 bis c.p.c., u.c., va interpretata nel senso di una limitazione della facoltà di proporre ricorso per cassazione avverso i soli decreti del giudice tutelare di apertura ovverochiusura della misura di protezione, con esclusione di tutti quei provvedimenti aventi carattere meramente ordinatorio ed amministrativo.
Alla luce di questa interpretazione è stata esclusa la ricorríbilità dei decreti di nomina, revoca o sostituzione dell’amministratore di sostegno. Orbene, il ricorso in esame verte sul contenuto del provvedimento di nomina dell’amministratore di sostegno ed in particolare sulle disposizioni assunte dal Giudice tutelare circa i poteri di quest’ultimo. Ne deriva l’inammissibilità del ricorso poichè relativo ad un provvedimento privo del carattere della decisorietà, sempre revocabile e modificabile in caso di sopravvenienze e, più nello specifico, al contenuto meramente gestorio del medesimo (v. Cass. 13747 del 2011).
Si propone pertanto la declaratoria d’inammissibilità del ricorso, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 1″.
Il Collegio rileva che è stata depositata il 6/7/2016 un’istanza di rinuncia al ricorso per cassazione, formulata dai legali dell’amministrato, sul rilievo dell’intervenuto decesso.
Tale evento, documentato con certificato di morte, induce il Collegio, alla luce della costante giurisprudenza di legittimità sviluppatasi in tema d’interdizione (Cass. 3570 del 2006) che ha trovato conferma anche nella diversa ipotesi del beneficiario dell’amministratore di sostegno (Cass. 12737 del 2011) deve dichiararsi la cessazione della materia del contendere con travolgimento dell’intero giudizio e dell’apertura dell’amministrazione trattandosi di procedimento di tutela che si estingue con la morte del beneficiario. Le spese dei giudizi di merito così come quelle di questo procedimento devono essere integralmente compensate in considerazione della soccombenza reciproca nel giudizio di merito e nella mancanza di parti resistenti nel giudizio di legittimità.
Dichiara cessata la materia del contendere e compensa interamente le spese processuali del giudizio di merito e del presente.

References: Sentenza 
 art. 404
 art. 2318
 art. 208
 art. 208
 Cass.