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[Argomento] - Cassazione Penale 10/01/2017 N° 808 - Legge semplice
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[Argomento] – Cassazione Penale 10/01/2017 N° 808
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Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 10/01/2017 n° 808:
Sentenza 2 febbraio 2016 – 10 gennaio 2017, n. 808
Dott. MAZZEI Antonella Patrizia – Consigliere –
Z.D.A.A., nato in (OMISSIS);
avverso la sentenza del 13/11/2014 della Corte di appello di Roma;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. LOY Maria Francesca, che ha concluso per l’annullamento della sentenza impugnata senza rinvio limitatamente all’aggravante di cui all’art. 577 c.p. , comma 2, e con rinvio per la determinazione della pena.
1. Con sentenza del 13 novembre 2014 la Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza del 5 febbraio 2014 del G.u.p. del Tribunale di Roma, che, all’esito del giudizio abbreviato, aveva dichiarato Z.D.A.A. colpevole del reato di tentato omicidio in danno di R.R.M.C., con lui convivente, e del reato di maltrattamenti in famiglia, e lo aveva condannato, unificati i reati dal vincolo della continuazione, concesse le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate per il più grave reato di tentato omicidio e operata la riduzione per la scelta del rito, alla pena di anni sei e mesi sei di reclusione.
2. La vicenda giunta al controllo di legittimità, relativa alle predette imputazioni, è stata ampiamente ricostruita dal primo Giudice sulla base delle richiamate risultanze processuali, costituite dalle dichiarazioni della persona offesa e da quelle del padre R.G.O.A. e della sorella R.R.D.C.
2.1. Il (OMISSIS) si era presentata presso la stazione dei Carabinieri di (OMISSIS), accompagnata dal padre, la persona offesa, che era in stato confusionale, aveva gli abiti sporchi di sangue e presentava evidenti ferite sul corpo.
La stessa, che aveva indicato nell’imputato l’autore delle ferite, aveva rappresentato di convivere con lo stesso e di avere avuto, durante la convivenza, una figlia, che aveva con sè, nata il precedente (OMISSIS); aveva riferito in merito al carattere violento e irascibile espresso, dopo la nascita della figlia, dal convivente, che, uscendo tutte le sere con gli amici, era solito rientrare a tarda ora della notte in stato di ubriachezza e sottoporla ad atti di violenza fisica, dalla cui denuncia aveva desistito per essere lo stesso comunque padre della figlia; aveva descritto quanto verificatosi nella notte tra i precedenti sabato e domenica, rappresentando che il predetto, rientrato in totale stato di ubriachezza, aveva reagito alla sua richiesta di spiegazioni su dove fosse stato e con chi, e l’aveva aggredita, cingendole il collo con forza con il braccio destro, colpendola al viso e sulle braccia, nonostante avesse la figlia tra le braccia, e colpendo anche quest’ultima con un pugno al capo, e aggiungendo che lo stesso aveva continuato a colpirla, dopo che lei aveva poggiato la bambina sul letto, con il casco da motociclista sulle braccia, sulle gambe e sulle ginocchia e, impugnato un coltello in cucina, l’aveva ferita al ginocchio destro e alle braccia, senza riuscire a colpire i reni perchè si era riparata con un cuscino.
3. La Corte di appello, presupposta tale ricostruzione dei fatti non contestata dall’appellante, illustrava le ragioni di doglianza della difesa sviluppate con i sei motivi di appello, e, nel rimarcarne la infondatezza, rappresentava, in particolare, che: – quanto alla qualificazione del fatto, ostavano alla reclamata configurabilità del meno grave reato di lesioni volontarie, le potenzialità lesive dell’arma, le risultanze del sequestro, le certificazioni mediche e le dichiarazioni assunte, poichè era risultato che l’appellante aveva utilizzato nell’occasione un’arma bianca con temibili caratteristiche offensive, rinvenuta nel lavandino della cucina con tracce ematiche, e il cuscino, indicato dalla persona offesa come suo mezzo di difesa dai colpi, presentava tracce di sangue e un taglio “di ragguardevoli dimensioni”, che confermava il racconto della stessa e rendeva palese che era stato il cuscino a impedire l’evento letale. Confermavano la volontà omicidiaria diretta l’escalation di violenza cui l’imputato aveva sottoposto la persona offesa, la direzione dei plurimi colpi di coltello, le zone corporee avute di mira (volto e reni), il taglio del cuscino, la dinamica dei fatti, le ferite della persona offesa riscontrate dal referto medico, l’ostacolo all’azione derivato solo dall’intervento attivo di un terzo, e quindi indipendentemente dalla volontà dell’appellante;
– quanto alle circostanze del reato di tentato omicidio, andava confermata l’aggravante di cui all’art. 577 c.p. , comma 2, pur in mancanza di una equiparazione formale tra il coniuge e il convivente more uxorio, in conformità alla evoluzione giurisprudenziale, dottrinale e del costume sociale; non poteva riconoscersi l’attenuante della provocazione in difetto di adeguatezza, e quindi di causalità, tra l’azione della persona offesa che aveva rimproverato l’imputato perchè tornato a casa tardi, e l’offesa, e doveva, anzi, confermarsi l’aggravante dei futili motivi per essere stata la determinazione delittuosa causata da uno stimolo esterno così lieve, banale e sproporzionato da apparire del tutto insufficiente a provocare l’azione delittuosa;
– quanto alla pena, la gravità del fatto e la pericolosità dell’imputato erano state ritenute fondatamente ostative alla determinazione della pena nel minimo edittale in coerenza con i parametri di cui all’art. 133 c.p. , e alla funzione attribuita alla pena dall’art. 27 Cost. , e la stessa gravità del reato era giustificativa dell’aumento di pena a titolo di continuazione nella misura considerata.
La situazione è degenerata la mattina del (OMISSIS), quando, rientrato a casa del tutto ubriaco, la persona offesa lo ha affrontato, si è lamentata e gli ha sottratto il suo cellulare, ed egli, sentendosi provocato, adirato e fuori controllo, ha iniziato a picchiarla senza avere mai pensato di ucciderla, nè avere agito intenzionalmente a tale fine, nè avere compiuto gesti tali da provocarne la morte, mentre la ricostruzione della vicenda fatta dalla persona offesa, la cui attendibilità non è messa in dubbio, desta perplessità poichè già l’aver stretto il collo con il braccio è un gesto che dimostra che se egli avesse voluto uccidere avrebbe potuto farlo già alla prima azione.
Nè è risultata alcuna sua reazione verso la persona intervenuta a dimostrazione dell’assenza del suo scopo omicidiario, ulteriormente evidenziata dall’essere rimasto presso l’abitazione dove è stato trovato alcune ore dopo dagli agenti.
4.2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia inosservanza o erronea applicazione di legge con riguardo all’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 577 c.p. , comma 2.
4.4. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia inosservanza o erronea applicazione di legge con riguardo alla non disposta esclusione dell’aggravante di cui all’art. 61 c.p. , n. 1, in relazione al contesto familiare in cui si è svolta l’azione e alla sua condizione psicofisica, oltre alla sua incompatibilità con la chiesta attenuante della provocazione.
2. Le doglianze sviluppate con il primo motivo attengono, nel contesto della dedotta nullità della sentenza per vizio di motivazione, alla contestata qualificazione del reato, ascritto al capo a), in termini di tentato omicidio, invece che di lesioni personali 2.1. Si rileva in diritto che, per aversi il reato tentato, l’art. 56 c.p. , richiede la commissione di atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un reato. E’, quindi, elemento strutturale oggettivo del tentativo, insieme alla direzione non equivoca degli atti, l’idoneità degli stessi, dovendosi intendere per tali quelli dotati di una effettiva e concreta potenzialità lesiva per il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice, alla luce di una valutazione prognostica compiuta ex post (e quindi postuma), con riferimento alla situazione così come presentatasi al colpevole al momento dell’azione in base alle condizioni umanamente prevedibili del caso particolare, che non può essere condizionata dagli effetti realmente raggiunti (tra le altre, Sez. 1, n. 3185 del 10/02/2000, Stabile, Rv. 215511; Sez. 1, n. 39293 del 23/09/2008, Di Salvo, Rv. 241339; Sez. 1, n. 32851 del 10/06/2013, Ciancio Cateno, Rv. 256991), e, quindi, tenendosi conto con giudizio ex ante, nella prospettiva del bene protetto, delle circostanze in cui ha operato l’agente e delle modalità dell’azione (tra le altre, Sez. 6, n. 27323 del 20/05/2008, P., Rv. 240736; Sez. 1, n. 19511 del 15/01/2010, Basco, Rv. 247197; Sez. 1, n. 27918 del 04/03/2010, Resa, Rv. 248305).
2.1.2. Con riferimento particolare all’elemento psicologico del dolo, riguardo al reato di tentato omicidio, è costante l’orientamento alla cui stregua la figura di reato prevista dall’art. 56 c.p. , che ha come suo presupposto il compimento di atti finalizzati (“diretti in modo non equivoco”) alla commissione di un delitto, non ricomprende quelle condotte rispetto alle quali un evento delittuoso si prospetta come accadimento possibile o probabile non preso in diretta considerazione dall’agente, che accetta il rischio del suo verificarsi (c.d. dolo eventuale) (tra le altre, Sez. 1, n. 25114 del 31/03/2010, Vismara, Rv. 247707; Sez. 6, n. 14342 del 20/03/2012, R., Rv. 252565), ricomprendendo invece gli atti rispetto ai quali l’evento specificamente richiesto per la realizzazione della fattispecie delittuosa di riferimento si pone come inequivoco epilogo della direzione della condotta, accettato dall’agente che prevede e vuole, con scelta sostanzialmente equipollente, l’uno o l’altro degli eventi causalmente ricollegabili alla sua condotta cosciente e volontaria (c.d. dolo diretto alternativo), o specificamente voluto come mezzo necessario per raggiungere uno scopo finale o perseguito come scopo finale (c.d. dolo diretto intenzionale) (tra le altre, Sez. U, n. 748 del 12/10/1993, dep. 1994, Cassata, Rv. 195804; Sez. 1, n. 10431 del 30/10/1997, Angelini, Rv. 208932; Sez. 1, n. 27620 del 24/05/2007, Mastrovito, Rv. 237022; Sez. 1, n. 12594 del 29/01/2008, Li, Rv. 240275; Sez. 1, n. 11521 del 25/02/2009, D’Alessandro, Rv. 243487).
2.2. La Corte di merito, in coerenza con tali condivisi principi, ha dato esaustivo conto delle ragioni giustificative della conferma delle valutazioni svolte dal primo Giudice, che aveva già posto in debito risalto i dati probatori acquisiti (sintetizzati sub 2 e relativi sottoparagrafi del “ritenuto in fatto”) e ritenuto dimostrata l’imputazione ascritta al capo a).
Facendo richiami non incongrui ai dati fattuali esaminati, tratti dalla svolta ricostruzione della vicenda e dalla ripercorsa analisi delle modalità della condotta, in particolare la Corte di appello, con ragionevole apprezzamento ex ante, ha ritenuto dimostrativa della sussistenza del tentato omicidio e della responsabilità dell’imputato, sì come sintetizzato sub 3 del “ritenuto in fatto”, la natura del mezzo usato, consistito in un coltello da cucina, apprezzato per le sue temibili caratteristiche e potenzialità lesive, attestate, oltre che dalle riscontrate tracce ematiche rimaste anche dopo la sua ripulitura, dal “taglio di ragguardevoli dimensioni” rilevato, insieme a tracce di sangue, sul cuscino sequestrato, con il quale la persona offesa aveva dichiarato di essersi difesa.
Nè la Corte ha prescisso dal rilevare che non deponeva per l’assenza della volontà omicida la circostanza che un intervento imprevedibile di un terzo avesse impedito l’evento letale, ragionevolmente inferendo dallo stesso, oltre che dalla frapposizione del già detto cuscino, e non dalla volontà dell’imputato, la mancata consumazione della condotta delittuosa.
Il ricorrente, invero, adottando una tecnica espositiva consistita in ampi richiami al corrispondente motivo di appello e nella incidentale rappresentazione della omessa confutazione delle svolte doglianze, dopo una premessa volta a rappresentare in termini generali il vizio di motivazione deducibile come censura di legittimità e il limite del sindacato di questa Corte, ha riproposto argomenti difensivi già oggetto di congruente, e ignorata, disamina, reclamando nella sostanza una rivisitazione degli elementi probatori disponibili, non consentita ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 3.
3. Deve essere, invece, accolto il secondo motivo del ricorso, che riguarda, sotto il profilo della incorsa violazione di legge, la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 577 c.p.p. , comma 2, che la Corte di appello ha considerato correttamente contestata nella imputazione e ritenuta in sentenza per la sua applicabilità anche in un contesto, quale quello in oggetto, in cui intercorra tra l’imputato e la persona offesa un rapporto di convivenza more uxorio.
3.1.1. Questa Corte, che ha affermato con risalente decisione che l’aggravante del rapporto di coniugio riposa sul valore morale, sociale e giuridico della qualità di coniuge per la quantità dei doveri che comporta (Sez. 1, n. 1622 del 20/10/1971, dep. 1972, Baracco, Rv. 120536), ha successivamente rimarcato la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 577 c.p. , comma 2, nella parte in cui prevede come aggravante la commissione del fatto contro il coniuge, sollevata sotto il profilo della disparità di trattamento rispetto all’ex-coniuge e al convivente more uxorio, ritenendo non irrazionale il diverso trattamento normativo nei confronti del coniuge, tenuto conto della sussistenza del rapporto di coniugio e del carattere di tendenziale stabilità e riconoscibilità del vincolo coniugale (Sez. 1, n. 6037 del 22/02/1988, Ranco, Rv. 178415).
Anche la Corte costituzionale, sebbene in relazione a una causa di non punibilità (ex art. 649 c.p. ), ha del pari evidenziato che non è irragionevole o arbitrario che “il legislatore adotti soluzioni diversificate per la famiglia fondata sul matrimonio, contemplata nell’art. 29 della Costituzione , e per la convivenza more uxorio, venendo in rilievo, con riferimento alla prima, a differenza che rispetto alla seconda, non soltanto esigenze di tutela delle relazioni affettive individuali, ma anche quella della protezione della ‘istituzione familiare, basata sulla stabilità dei rapporti, di fronte alla quale soltanto si giustifica l’affievolimento della tutela del singolo componente” (senta n. 352 del 2000 Corte cost.).
3.1.2. In coerenza con tale linea interpretativa si è anche esclusa la sussistenza di alcuna incompatibilità tra la circostanza aggravante generale prevista dall’art. 61 c.p. , n. 11, e quella specifica del rapporto di coniugio di cui all’art. 577 dello stesso codice, dati il diverso fondamento oggettivo e la diversa ratio che caratterizzano le due fattispecie circostanziali, osservandosi che, mentre l’aggravante prevista dall’art. 61 c.p. , n. 11, ha natura oggettiva e consiste in una relazione di fatto tra l’imputato e la parte offesa che agevola la commissione del delitto, il rapporto di coniugio è una circostanza speciale, di natura soggettiva, che ha il suo fondamento nel vincolo coniugale, unicamente preso in considerazione dal comma secondo dell’art. 577 c.p. , al di fuori della ulteriore circostanza della eventuale coabitazione (Sez. 1, n. 5378 del 15/02/1990, Iarossi, Rv. 184023).
Con ulteriore intervento, riferito alla competenza del giudice di pace per il reato di lesioni personali ( art. 582 c.p. , comma 2), ritenuto o meno aggravato ai sensi dell’art. 577 c.p. , comma 2, in esso richiamato, si è ribadito che tale circostanza non può, tuttavia, ritenersi integrata qualora la persona offesa sia convivente more uxorio (Sez. 5, n. 8121 del 14/02/2007, Asquino, Rv. 236525), e sotto concorrente profilo si è, in seguito, ritenuta sussistente l’indicata aggravante quando la condotta omicidiaria sia commessa “contro il coniuge non di nazionalità italiana, nella ipotesi in cui questi sia unito in matrimonio con l’imputato, anch’egli di nazionalità straniera, in forza di vincolo contratto all’estero e nel rispetto di discipline matrimoniali diverse da quelle italiane” (Sez. 1, n. 29709 del 03/07/2012, Nouni, in motivazione).
3.1.3. In senso conforme, confermandosi precedente arresto (Sez. 1, n. 53 del 09/01/1985, AA, Rv. 168181), si è anche puntualizzato che, ai fini della aggravante del rapporto di coniugio, prevista dall’art. 577, comma secondo, cod. pen. , è irrilevante l’intervenuta separazione legale tra i coniugi, in quanto detto status non determina lo scioglimento del matrimonio (Sez. 1, n. 42462 del 19/12/2006, Stasi, Rv. 235339; Sez. 1, n. 7198 del 01/02/2011, Mandolini, Rv. 249230).
6. In conseguenza dell’indicato annullamento della sentenza limitatamente alla esclusa sussistenza della circostanza aggravante di cui all’art. 577 c.p. , comma 2, si deve procedere alla rideterminazione della pena nella competente sede del merito, rimanendo per l’effetto assorbite, ma non precluse, le censure pertinenti al trattamento sanzionatorio, e segnatamente, quelle relative alla dosimetria della pena, all’aumento per la continuazione e al giudizio di comparazione tra le circostanze.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla circostanza aggravante di cui all’art. 577 c.p., comma 2, che elimina;

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 art. 649
 art. 582
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