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Timestamp: 2019-08-26 09:07:37+00:00

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Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 12 gennaio 2015, n. 262. Nel caso di trasformazione, in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, di più contratti a termine succedutisi fra le stesse parti, per effetto dell'illegittimità dell'apposizione del termine, l'indennità risarcitoria, dovuta ai sensi dell'art. 32, comma 5, della legge 4 novembre 2010, n. 183, ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprendendo tutti i danni retributivi e contributivi causati dalla perdita del lavoro a causa dell'illegittima apposizione del termine, con riferimento agli intervalli non lavorati fra l'uno e l'altro rapporto a termine; al contrario, i "periodi lavorati", non solo nel primo, ma anche nei successivi contratti del periodo intermedio, una volta inseriti nell'unico rapporto a tempo indeterminato, fanno parte dell'anzianità retributiva e devono essere considerati ai fini della quantificazione degli aumenti periodici di anzianità - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 12 gennaio 2015, n. 262. Nel caso di trasformazione, in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, di più contratti a termine succedutisi fra le stesse parti, per effetto dell'illegittimità dell'apposizione del termine, l'indennità risarcitoria, dovuta ai sensi dell'art. 32, comma 5, della legge 4 novembre 2010, n. 183, ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprendendo tutti i danni retributivi e contributivi causati dalla perdita del lavoro a causa dell'illegittima apposizione del termine, con riferimento agli intervalli non lavorati fra l'uno e l'altro rapporto a termine; al contrario, i "periodi lavorati", non solo nel primo, ma anche nei successivi contratti del periodo intermedio, una volta inseriti nell'unico rapporto a tempo indeterminato, fanno parte dell'anzianità retributiva e devono essere considerati ai fini della quantificazione degli aumenti periodici di anzianità
Nella specie, dal motivo di appello, come risultante dal ricorso per cassazione (pag. 23), si evince che il ricorrente si era lamentato della “incongruita'” della liquidazione delle spese opponendo un preteso importo complessivo di diritti ed onorari redatto con la considerazione dei valori “medi” dello scaglione di riferimento (indicato in quello di valore compreso tra euro 51.700,00 ed euro 103.300,00). Non risulta, pero’, che l’appellante avesse precisato nel ricorso al giudice del gravame le voci singolarmente determinanti il suddetto importo complessivo ne’ invero risulta se e quando la relativa nota spese fosse stata sottoposta al giudice di primo grado. Neppure, invero, era stata espressamente dedotta, in sede di appello, una liquidazione degli onorari in misura inferiore ai minimi delle tariffe professionali cosi’ come innanzi al giudice di appello non era stata specificamente censurata la determinazione quantitativa dei diritti e degli onorari con riferimento a tutti i parametri tariffati rilevanti. Il devolutum, dunque, era stato circoscritto alla sola “incongruita'” della liquidazione (tanto dei diritti quanto degli onorari) senza che il giudice di appello fosse messo in condizione di rilevare l’eventuale specifico errore. Anche in questa sede di legittimita’ (ove per la prima volta la ricorrente si duole di una liquidazione al di sotto dei minimi di cui alla tariffe professionali ratione temporis vigenti) e’ mancato ogni elemento per valutare l’espletamento di determinate attivita’ difensive svolte a favore della parte, nonche’ per l’individuazione dell’esatto scaglione tariffario di riferimento in ragione del valore complessivo della lite sulla base del contenuto effettivo della decisione (criterio del “decisum”). Tali considerazioni, unitamente al rilievo che la determinazione degli onorari di avvocato costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice che, se contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa, non richiede specifica motivazione e non puo’ formare oggetto di sindacato in sede di legittimita’, se non quando l’interessato specifichi le singole voci della tariffa che assume essere state violate (cfr. in tal senso Cass. 23 maggio 2002, n. 7527; Cass. 22 giugno 2004, n. 11583; Cass. 11 gennaio 2006, n. 270), precludono a questa Corte una positiva delibazione della doglianza.
4. In conclusione, va accolto il primo motivo di ricorso e rigettato il secondo; la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto con rinvio, anche per le spese del presente giudizio di legittimita’, alla Corte di appello di Cagliari che decidera’ la causa attenendosi al seguente principio di diritto: “Nel caso di trasformazione, in unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, di piu’ contratti a termine succedutisi fra le stesse parti, per effetto dell’illegittimita’ dell’apposizione del termine, l’indennita’ risarcitoria, dovuta ai sensi della Legge 4 novembre 2010, n. 183, articolo 32, comma 5, ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprendendo tutti i danni – retributivi e contributivi – causati dalla perdita del lavoro a causa dell’illegittima apposizione del termine, con riferimento agli “intervalli non lavorati” fra l’uno e l’altro rapporto a termine; al contrario, i “periodi lavorati”, non solo nel primo, ma anche nei successivi contratti del periodo intermedio, una volta inseriti nell’unico rapporto a tempo indeterminato, fanno parte della anzianita’ lavorativa e retributiva e devono essere considerati ai fini della quantificazione degli aumenti periodici di anzianita'”.
Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 2 ottobre 2015, n. 19735....

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