Source: http://dirittoamministrativoconcentofanti.blogspot.it/2012/06/
Timestamp: 2018-04-22 00:52:33+00:00

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dirittoamministrativoconcentofanti: giugno 2012
Processo amministrativo. Silenzio dell’amministrazione. Termine maturato nel corso del giudizio Legittimità.
Quando sussiste un comportamento inadempiente dell’ente è configurabile un’azione tesa ad ottenere un provvedimento che può essere positivo o negativo; ad essa può essere dato inizio in ogni momento per tutta la durata del comportamento inadempiente dell’amministrazione.
Il silenzio che dà luogo alla possibilità di azionare il ricorso è quello denominato silenzio adempimento. A detto silenzio non viene riconosciuto alcun significato o valore provvedimentale; non si tratta né del silenzio accoglimento né del silenzio diniego. A. CORRADO, Tempi dimezzati per il deposito dei ricorsi. L’accesso apre il capitolo dei riti speciali, in Giuda Dir. , 2010, n. 33, 50.
Formatosi il silenzio rifiuto, inizia a decorrere il termine, previsto a pena di decadenza, entro il quale è necessario presentare il ricorso al T.A.R.
Il termine per proporre il ricorso decorre dalla scadenza del termine di conclusione del procedimento e cessa, comunque, trascorso un anno da detta scadenza.
L’art. 31 e l’art. 117, D.L.vo 2 luglio 2010, n.104, cod. proc. amm., ripropongono i principi fissati da ultimo dall’art. 7, L. 69/2009, affermando che decorsi i termini per la conclusione del procedimento amministrativo, chi vi ha interesse può chiedere l'accertamento dell'obbligo dell'amministrazione di provvedere.
L'azione può essere proposta fintanto che perdura l'inadempimento e, comunque, non oltre un anno dalla scadenza del termine di conclusione del procedimento .
Una importante precisazione è intervenuta da parte della giurisprudenza che ha affermato che, nella pendenza di un giudizio attivato prematuramente contro il silenzio serbato dalla Pubblica amministrazione, il provvedimento richiesto interviene in tempo utile il giudice deve limitarsi a una pronuncia reiettiva per mancanza di un'indefettibile condizione dell'azione, dovendosi scoraggiare ogni forma di abuso dello strumento processuale a fini preventivi o sollecitatori; se però nel corso nel giudizio emerge l'esistenza di un termine più lungo di quello inizialmente ipotizzato, non v'è ragione per negare la richiesta tutela ove nel frattempo il diverso termine sia comunque spirato senza che l'Amministrazione abbia provveduto, atteso che l'inadempimento è oggettivamente esistente al momento della decisione ed al contempo risulta soddisfatta la condizione dell'azione inizialmente carente.
Il punto nodale della controversia concerne la possibilità, per il giudice, di considerare e valutare la sopravvenienza della scadenza del termine, nell'ambito di un giudizio sul silenzio che sia stato prematuramente instaurato.
L'art. 31 Cpa dispone in proposito che "decorsi i termini per la conclusione del procedimento amministrativo, chi vi ha interesse può chiedere l'accertamento dell'obbligo dell'amministrazione di provvedere".
Non può negarsi che il tenore letterale della norma autorizzi, tra le opzioni esegetiche possibili, una interpretazione, come quella perorata dall'appellante, che connetta il decorso del termine finale del procedimento alla stessa ammissibilità dell'azione. In tal senso potrebbe sostenersi che il maturare del termine abbia la stessa valenza della vecchia diffida a provvedere e che, quindi, l'amministrazione possa ragionevolmente confidare nell'improponibilità di azioni giudiziarie durante lo spatium deliberandi che precede lo scadere del termine, in questo caso ex lege fissato. La stessa celerità del rito costituirebbe argomento a sostegno dell'inammissibilità nella misura in cui esso avrebbe necessariamente ad oggetto l'evento storico della scadenza del termine, e solo eventualmente la cognizione dell'esatta regolazione della sostanza del rapporto, in guisa che, se l'evento non si sia prodotto al tempo della domanda, il decisum non possa che essere reiettivo.
Le considerazioni, pur sostenibili alla luce della lettera del dettato normativo, non possono tuttavia condividersi, se riferite all'impianto sistematico del codice del processo ed ai principi della tutela processualcivilistica che dichiaratamente lo ispirano.
Sul primo versante può osservarsi che la tutela in sede giurisdizionale amministrativa ha ormai acquisito una valenza sostanziale imposta dagli imperativi di efficacia e satisfattività, i quali hanno indotto una disciplina processuale improntata alla tutela del bene della vita esposto all'azione dell'amministrazione, piuttosto che all'analisi degli atti che da quest'ultima promanano.
La dottrina ha sempre evidenziato, riprendendo l'iniziale impostazione "chiovendiana", la differenza logico giuridica tra presupposti e condizioni dell'azione, i primi necessari per l'accesso al processo, i secondi necessari per ottenere una pronuncia sulla pretesa dedotta in giudizio.
Il binomio presupposti del processo - condizioni dell'azione, come visto ampiamente valorizzato dalla giurisprudenza civile, ben può adoperarsi per la risoluzione delle questioni relative all'azione sul silenzio nel processo amministrativo, per giungere ad affermare che anche in questo caso, come in quelli, la scadenza del termine costituisca una condizione dell'azione, che è sufficiente sussista al momento della decisione.
Chiarito, infatti, che trattasi di un'azione tesa ad ottenere la condanna all'adempimento di un facere pubblicistico generico (ossia il provvedere) e, in determinati casi, di quello specifico (ossia l'emanazione del provvedimento che attribuisce l'utilità cui il privato aspira), essa ben può inquadrarsi nella categoria processualistica generale dell'azione di esatto adempimento (in tal senso, nettamente, Ad. Plen. n. 15/2011), con conseguente impossibilità di considerare lo scadere del termine quale mero presupposto processuale, secondo una logica attizia e formale, non più compatibile con l'impianto del codice.
La dottrina non condivide questa impostazione sulla scorta del dettato dell’art. 34 comma 2, d lgs. 104/2010che afferma come in nessun caso il giudice può pronunciare con riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati. Caputo O. M. , Azione avverso il silenzio: una sentenza troppo realista, Urb. App. , 784
Pubblicato da nicola centofanti a 09:32
Conferenza di servizi. Conformità urbanistica. Deliberazione degli organi rappresentativi. Mancanza illegittimità.
Le norme sulla conferenza dei servizi non possono essere applicate al procedimento di localizzazione delle opere pubbliche statali in deroga agli strumenti urbanistici di cui all’art. 81, d.p.r. n. 616 del 1977, ed al d.p.r. n. 383 del 1994.
La conferenza deve sempre muoversi nel rispetto della normativa vigente non essendo ad essa conferito alcun potere di deroga rispetto ad atti amministrativi generali efficaci. M. Santini, Conferenza di servizi e strumenti di governo del territorio, ossia una difficile semplificazione, in Urb. App. 2012, 775.
La proposta di variante dello strumento urbanistico, formulata ai sensi dell’art. 5, d.p.r. 20.10.1998, n. 447, dalla conferenza dei servizi al fine di favorire e semplificare la realizzazione di una struttura commerciale in zona tipizzata come agricola non è vincolante per il consiglio comunale, il quale deve autonomamente valutare se aderire o meno alla stessa; inoltre, qualora l’esito della conferenza dei servizi sia in qualunque modo sfavorevole al privato richiedente e dunque si risolva nel diniego di approvazione del proposto progetto in variante allo strumento urbanistico, tale esito assume valore ostativo alla prosecuzione del procedimento amministrativo, mancando in tale ipotesi l’atto di impulso, strumentale alle determinazioni di competenza del consiglio comunale. (Cons. St., sez. IV, 14.4.2006, n. 2170, FACS, 2006, 4, 1150).
Lo spazio all’interno del quale si muove la conferenza non è quello della deroga, ma quello della composizione delle discrezionalità amministrative e dei poteri spettanti alle amministrazioni partecipanti, ponendosi come momento di confluenza delle volontà delle singole amministrazioni, nel rispetto dell’ordinamento normativo e amministrativo vigente. N. Centofanti, P. Centofanti e M. Favagrossa, Diritto urbanistico, 2012, 15.
L’art. 3 del d.P.R. 18 aprile 1994, n. 383, che, disciplinando le modalità di formazione dell’intesa ex art. 81 d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616, stabilisce espressamente che: “Alla conferenza di servizi partecipano la regione e, previa deliberazione degli organi rappresentativi (corsivo dell’estensore), il comune o i comuni interessati, nonché le altre amministrazioni dello Stato e gli enti comunque tenuti ad adottare atti di intesa, o a rilasciare pareri, autorizzazioni, approvazioni, nulla osta, previsti dalle leggi statali e regionali”.
La disposizione, richiedendo espressamente che la partecipazione delle amministrazioni comunali sia preceduta da “deliberazione degli organi rappresentativi”, impone che sul progetto di opera pubblica in deroga (variante) ai relativi strumenti urbanistici si esprimano in via diretta i consigli comunali.
Nel caso di specie la partecipazione del rappresentante del Comune alla seduta della conferenza di servizi non è stata preceduta da alcun atto deliberativo consiliare, posto che, in quella sede, il medesimo rappresentante espresse “…parere favorevole riservandosi di trasmettere delibera di Consiglio Comunale”.
Non risulta però che tale deliberazione sia stata poi emanata.
Né, a fronte di una precipua disposizione che per le conferenze di servizi ai fini delle intese sulla conformità urbanistica ex art. 81 d.P.R. n. 616/1977 richiede l’acquisizione delle specifiche deliberazioni degli organi consiliari, potrebbe ritenersi operante la generale previsione di cui all’art. 14 comma terzi della legge 7 agosto 1990, n. 241, nel testo applicabile ratione temporis, che considerava acquisito l’assenso dell’amministrazione qualora, non avendo partecipato alla conferenza o avendovi partecipato “…tramite rappresentanti privi della competenza ad esprimerne definitivamente la volontà”, non comunicasse il “…proprio motivato dissenso entro venti giorni dalla conferenza stessa ovvero dalla data di ricevimento della comunicazione delle determinazioni adottate, qualora queste ultime abbiano contenuto sostanzialmente diverso da quelle originariamente previste”.
Non può, da ultimo, ritenersi -in riferimento ai rilievi svolti nelle relazioni trasmesse in adempimento dell’incombente istruttorio- che la mancanza di una deliberazione consiliare intesa ad esprimere consenso all’approvazione del progetto in variante allo strumento urbanistico comunale, quantomeno a ratifica del parere espresso dal rappresentante dell’amministrazione nella conferenza di servizi, possa essere surrogata da precedente deliberazione
La illegittimità delle determinazioni della conferenza di servizi, viziate per la carente acquisizione dell’atto deliberativo comunale di assenso all’approvazione del progetto in variante allo strumento urbanistico generale, si riflette sui successivi atti della procedura ablatoria. Cons. St., sez. IV, 28.2.2012, n. 1130.
Telecomunicazioni. Concessioni a trasmettere . Ritardo contrastante con le direttive europee. Risarcimento.
il ''Centro Europa 7'', con sede a Roma, ha ottenuto dalle autorità italiane la concessione a trasmettere attraverso tre frequenze, per la copertura dell'80% del territorio nazionale.
La licenza è del 1999, Europa 7, si poteva ragionevolmente aspettare di poter trasmettere entro massimo due anni.
La Corte sottolinea che, invece, le autorità hanno interferito con i suoi legittimi diritti, con la continua introduzione di leggi che hanno via via esteso il periodo in cui, le televisioni che già trasmettevano, potevano mantenere la titolarità di più frequenze".
L’emittente ha avuto l’effettiva possibilità di iniziare a trasmettere solo nel 2009 e su una sola frequenza.
Le norme transitorie hanno consentito il prolungamento dell'uso di frequenze da parte di emittenti già esistenti.
Per contrasto con gli articoli 10 (libertà di espressione e informazione) e 14 (interdizione della discriminazione) della Convenzione europea, la Corte europea Grande Chambre. ha condannato l'Italia per non avere concesso per 10 anni le frequenze all'emittente televisiva Europa 7 e ha riconosciuto alla società 10 milioni di euro di risarcimento per danni materiali e morali e 100 mila euro di spese legali.
La corte sottolinea che le autorità italiane non hanno rispettato l'obbligo prescritto dalla Convenzione europea dei diritti umani di mettere in atto un quadro legislativo e amministrativo per garantire l'effettivo pluralismo dei media" si legge nel pronunciamento. L'Italia è stata quindi condannata per aver violato il diritto alla libertà d'espressione e d'informazione (articolo 10 della Convenzione) e la tutela della proprietà (articolo 1 del protocollo 1). Corte europea Grande Chambre 7.6.2012 ric. 38433/09.
C’è danno erariale?
Gli atti impugnati alla giustizia amministrativa sono prevedimenti amministrativi e come tali ricadono nella responsabilità contabile del dirigente responsabile del procedimento che li ha emanati e dell’organo politico che ha dato questi indirizzi così contrastanti con le norme europee(sic!) .
SI resta in attesa delle determinazioni del giudice contabile
Il principio del cosiddetto avvalimento di derivazione comunitaria è generalizzato ed esteso a tutti i pubblici appalti dalla direttiva unificata 31.3.2004, n. 18.
Le amministrazioni devono consentire all’impresa che partecipa alla gara di potersi avvalere di un requisito – di cui è priva – posseduto da un soggetto terzo.
Detto sistema prevede il prestito dei requisiti di qualificazione per far partecipare ad una gara chi ne è sprovvisto.
L’avvalimento è recepito puntualmente dall'art. 49, d. lg. 163 del 2006; esso consente all'operatore economico o ad un raggruppamento di operatori economici, se del caso e per un determinato appalto, di fare affidamento sulle capacità di altri soggetti, a prescindere dalla natura giuridica dei suoi legami con questi ultimi, al fine della prova della capacità economica e finanziaria. In tal caso il concorrente deve dimostrare all'amministrazione aggiudicatrice che dispone dei mezzi necessari, ad esempio mediante presentazione dell'impegno a tal fine di questi soggetti. (T.A.R. Lazio Roma, sez. III, 1.8.2008, n. 7804).
Per la dottrina la prima vittima eccellente dell’avvalimento è stata la disciplina nazionale del subappalto visto il divieto originario dell’impresa ausiliaria di assumere il ruolo di subappaltatore (Martinelli 2005, 633).
Il concorrente può avvalersi di una sola impresa ausiliaria per ciascuna categoria di qualificazione. Il bando di gara può ammettere l’avvalimento di più imprese ausiliarie in ragione dell’importo dell’appalto o della peculiarità delle prestazioni, fermo restando il divieto di utilizzo frazionato per il concorrente dei singoli requisiti economico-finanziari e tecnico-organizzativi.
Il contratto di avvalimento è contratto atipico assimilabile al mandato, per mezzo del quale - e nell'ambito dell'autonomia contrattuale che il nostro ordinamento garantisce alle parti, a sensi dell'art. 1322 c.c. - l'impresa ausiliaria pone a disposizione dell'impresa partecipante alla gara la propria azienda, intesa notoriamente quale complesso di beni organizzato per l'esercizio delle attività di impresa, ex art. 2555 c.c.
Il contratto concluso in tal senso dalle parti ben può quindi essere configurato quale contratto unilaterale con obbligazioni assunte da una sola delle parti e nel quale la presunzione di onerosità può essere superata da una prova contraria ovvero dalla prassi.
Va opportunamente soggiunto che l'assodata atipicità del contratto in esame non determina alcun limite o vincolo in ordine alla causa del negozio e alla previsione di un corrispettivo e che - per l'appunto - la riconducibilità del contratto stesso allo schema generale del mandato rende ex se irrilevante ai fini della validità del vincolo inter partes l'avvenuta assunzione, da parte del mandante, dell'obbligo di corrispondere un compenso al mandatario per l'attività da lui svolta: obbligo che, come è ben noto, è soltanto presunto, a sensi dell'art. 1709 c.c.
L'art. 49, comma 2, lett. d) del d. lg. 163 del 2006, prevede soltanto che il concorrente alleghi un contratto con il quale l'impresa ausiliaria si obbliga nei confronti del concorrente a fornirgli i requisiti e a mettergli a disposizione le risorse necessarie, essendo gli obblighi interni tra l'avvalente e l'avvalso del tutto irrilevanti ai fini della partecipazione e dell'aggiudicazione della gara.
Rileva - per contro - ai fini della corretta aggiudicazione del contratto, che l'amministrazione appaltante abbia piena conoscenza della disponibilità dei requisiti tecnici e organizzativi ed economico-finanziari apportati al concorrente mediante l'avvalimento.
Tale notizia indubitabilmente sussiste proprio in quanto comprovata dalla titolarità della categoria richiesta da parte dall'impresa ausiliaria.
La fattispecie è relativa ad una procedura negoziata previa gara informale per l'aggiudicazione di lavori di straordinaria manutenzione e restauro della facciata sul Canal Grande di Cà Vendramin Calergi a Venezia, nella quale un partecipante alla procedura dichiarava di non possedere la qualificazione per la categoria OS2, e di avvalersi del titolo SOA di OS2 posseduto al riguardo da altra società, producendo pure un contratto di avvalimento stipulato con quest'ultima (T.A.R. Veneto Venezia, sez. I, 6.11.2008, n. 3451).
La dottrina si è posta il problema dei rapporti fra avvalimento e subappalto dopo che è stato eliminato il divieto all’impresa ausiliaria di assumere il ruolo di subappaltatore..
Essa rileva che nella disciplina dell’appalto non vi è praticamente alcun divieto di subappalto o di affidare a cottimo ad uno o più soggetti- sia pure col limite del 30% dell’importo contrattuale – tutte le prestazione a qualsiasi categoria appartengano.
L’avvalante in tale maniera può ampliare il suo raggio di intervento nell’ambito dell’appalto.
La preventiva autorizzazione al subappalto, nell’ambito di tale processo di trasformazione dell’ausiliario in subappaltatore è considerata implicita.
Essa è una forma di legittimazione successiva subordinata agli accertamenti di legge, mentre per altri è reputata essenziale.
L’autorizzazione al subappalto è da considerare un atto preliminare formalmente imprescindibile da
esternare nelle forme e nei modi rituali, cioè a prescindere dal fatto che l’assunzione del ruolo di subappaltatore ha luogo in maniera sopravvenuta, cioè cronologicamente successiva rispetto al momento preso in considerazione nella generalità dei casi e di fatto fuori delle previsioni contenute nell’art. 118, d. lg. 163/2006. N. Centofanti, M. Favagrossa e P. Centofanti, Il subappalto, 2012, 71. Cedam.
Per effetto dell’art. 49, 8° co., d. ,lg. 163/2006, inoltre, non è consentito, in relazione a ciascuna gara a pena di esclusione, che della stessa impresa ausiliaria si avvalga più di un concorrente, e che partecipino sia l'impresa ausiliaria che quella che si avvale dei requisiti.
In tal caso la trasformazione in subappalto consente , invece la presenza di più subappaltatori sempre nei limiti del 30% dell’importo dell’appalto.
Pubblicato da nicola centofanti a 08:17
Nel processo per reati ambientali la giurisprudenza riconosce che le associazioni ambientaliste sono legittimate alla costituzione di parte civile "iure proprio" nel processo riguardante reati che abbiano cagionato pregiudizi all'ambiente, per il risarcimento non del danno all'ambiente come interesse pubblico, bensì dei danni direttamente subiti, quali danni ulteriori e diversi da quello, di natura pubblica, della lesione dell'ambiente come bene pubblico e diritto fondamentale di rilievo costituzionale, la cui tutela è di esclusiva pertinenza statale.
Detto risarcimento non deve peraltro intendersi limitato al solo ambito patrimoniale, estendendosi anche, in forza della previsione dell'art. 2059 c.c., al danno di natura non patrimoniale. Cassazione penale sez. III, 17 gennaio 2012, n. 19437.
La giurisprudenza ha ritenuto di accogliere la richiesta di costituzione di parte civile anche di privati cittadini soci di società sportive che hanno avuto un pregiudizio dal reato ambientale contestato ai dirigenti di una società.
Detti soggetti, infatti, si trovano in prossimità del luogo che ha visto il sorgere del fenomeno giudicato pericoloso sulla base del capo di imputazione.
Analogamente è stata accolta la richiesta di costituzione di parte civile della società sportiva che ha dovuto procedere ad una attività di disinquinamento.
Il giudice ha ritenuto che l’accordo effettuato dall’amministrazione comunale che ha redatto un accordo operativo per il ripristino dello stato dei luoghi e della loro bonifica non preclude la possibilità di costituirsi parte civile sia da parte del comune che da parte dei singoli cittadini che si ritengano danneggiati. GUP Cremona 20.6.2012
DIRITTO AMMINISTRATIVO ELEMENTI
L’ATTO AMMINISTRATIVO. VIZI.
BENI PATRIMONIO ARTISTICO E DI INTERESSE PAESAGGISTICO.
30 SICUREZZA
47 CAPITOLO
1. Le fonti del diritto amministrativo
2. I principi dell’ordinamento comunitario.
3. L’adeguamento alla normativa nazionale dei principi comunitari.
4. L’adeguamento della normativa regionale.
5. La disapplicazione delle norme contrastanti col diritto comunitario.
6. Il sistema di tutela. Ricorsi alla Corte di giustizia avverso gli atti della Comunità Europea.
7. Avverso gli atti degli Stati membri.
8. Ricorsi alla Commissione.
9. La Commissione europea per i diritti dell’uomo.
10. La riforma della L. 89/2001.
Il diritto amministrativo ha per oggetto l’organizzazione, i mezzi e l’attività della pubblica amministrazione ed i conseguenti rapporti giuridici fra la medesima ed altri soggetti pubblici o privati.
Il soggetto attivo nei rapporti regolati dal diritto amministrativo è sempre una pubblica amministrazione quanto meno un soggetto che agisce per fini pubblici.
L’attività dei soggetti pubblici è regolata dalla legge che determina le modalità di svolgimento dell’attività legislativa mentre quando l’amministrazione agisce come un soggetto privato i suoi rapporti sono regolati da norme privatistiche.
La costituzione fissa i principi cardine che regolano l’attività amministrativa: essi non possono esser disattesi dalla legge ordinaria.
L’azione amministrativa per il principio di legalità deve sempre essere conforme alla legge e seguire gli schemi di procedimento da essa indicati.
La costituzione garantisce la tutela contro gli atti della pubblica amministrazione che ledono le aspettative dei destinatari nel loro interesse legittimo ad una corretta azione amministrativa, art. 24 cost.
La giurisdizione sulla tutela dell'interesse legittimo spetta, in linea di principio, al giudice amministrativo sia quando il privato invochi la tutela di annullamento, sia quando richieda quella risarcitoria, in forma specifica o per equivalente, atteso che dette misure non possono essere oggetto di separata e distinta considerazione ai fini della giurisdizione, integrando esse uno strumento di tutela ulteriore rispetto a quello classico demolitorio (e/o conformativo), da utilizzare per rendere giustizia al cittadino nei confronti della Pubblica Amministrazione T.A.R. Basilicata Potenza, sez. I, 5 luglio 2008, n. 366.
L’art. 113 cost., afferma che contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa.
La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme nella parte in cui prevedono che sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto "gli atti, i provvedimenti e i comportamenti", anziché "gli atti e i provvedimenti" delle p.a. e dei soggetti alle stesse equiparati, in materia urbanistica ed edilizia. Corte cost., 6 luglio 2004, n. 204, in Foro it., 2004, I,2594.
L’art. 7, comma 3, D.L.vo 2 luglio 2010, n.104, ha recepito le indicazioni della Corte affermando che sono attribuite alla giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo le controversie relative ad atti, provvedimenti o omissioni delle pubbliche amministrazioni, comprese quelle relative al risarcimento del danno per lesione di interessi legittimi e degli altri diritti patrimoniali consequenziali, pure se introdotte in via autonoma.
Il principio costituzionale di buon andamento ed imparzialità dell’Amministrazione è rivolto all’apparato amministrativo che deve applicare le leggi secondo criteri di economicità, rapidità ed efficienza, art. 97 cost. Nell’organizzazione dei pubblici uffici le amministrazioni possono valutare discrezionalmente se risponde al loro interesse, in quel determinato momento storico, far luogo alla copertura del posto in pianta organica a mezzo di nuova assunzione : La decisione non è scevra da conseguenze sul piano finanziario, ed è oggi peraltro condizionata, a seguito della introduzione del cd. blocco delle assunzioni, da un procedimento di programmazione delle assunzioni e da un meccanismo di previa autorizzazione. Una volta che la decisione di assumere è stata assunta, l’Amministrazione è vincolata ad attingere alla graduatoria concorsuale ancora valida ed efficace, non potendo indire nuova tornata concorsuale (sempre che, si badi, vi sia piena corrispondenza tra profili professionali e non soccorrano particolari ragioni da esplicitare nella determinazione di indire comunque un nuovo concorso). Cons. St., sez. VI, 10 febbraio 2010, n. 668
Il principio della imparzialità afferma anche l’indipendenza e al neutralità dell’azione amministrativa nei confronti di tutti i suoi destinatari.
Non sono ammessi comportamenti discriminatori tesi a favorire qualcuno in particolare: Gli atti devono essere motivati ed obbedire a criteri generali preordinati dalla legge. Il principio di imparzialità amministrativa è violato quando le funzioni amministrative di esecuzione dell’indirizzo politico non sono affidate a funzionari neutrali, tenuti ad agire al servizio esclusivo della Nazione, ma a soggetti cui si richiede una specifica appartenenza politica, ovvero un rapporto personale di consentaneità con il titolare dell’organo politico. Corte cost., 5 febbraio 2010, n. 34.
L’art. 98 cost.I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione.
La Corte di Giustizia della Comunità Europea ha fissato dei principi generali che danno omogeneità al diritto comunitario.
Alcuni sono desunti dagli ordinamenti giuridici dei singoli stati e sono stati recepiti dall’ordinamento comunitario, altri sono principi originari che provengono direttamente dalle fonti comunitarie. CENTOFANTI N., CENTOFANTI P. e FAVAGROSSA M. , Formulario del diritto amministrativo 2012, 385.
Fanno parte dei principi degli ordinamenti degli stati aderenti il principio di legalità, il principio in materia di contraddittorio, di tutela del diritto di certezza del diritto, di non retroattività degli atti amministrativi e di proporzionalità della sanzione.
Fanno parte dei principi originari del diritto comunitario il principio dell’esecuzione degli obblighi comunitari, di responsabilità dello stato per violazioni alle prescrizioni comunitarie, di responsabilità degli atti amministrativi, di libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali, Cons. St., sez. VI, 31 maggio 2006, n. 3321, in Foro amm. CDS, 2006, 5, 1584.
Sono da aggiungere i principi derivanti delle fonti internazionali assunti dallo Stato come quello della protezione della proprietà fissato dalla Convenzione Europea per i diritti dell’uomo. Corte cost., 24 ottobre 2007, n. 349.
Con l’adesione ai trattati istitutivi della Comunità Europea l'Italia ha accettato la limitazione della propria sovranità in determinate materie con il trasferimento dei relativi poteri agli organismi comunitari.
Il fondamento costituzionale di tale limitazione di sovranità trova fondamento nell'art. 11, cost. che consente la limitazione di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni.
Gli atti emanati dagli organi comunitari si distinguono in regolamenti, decisioni e direttive, ai sensi dell’art. 249 (ex art. 189) del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea, ora denominata Comunità Europea (C.E.), ratificato con L. 14 ottobre 1957, n. 1203, sostituito dal Trattato di Nizza, ratificato con L. 11 maggio 2002, n. 102. F. CARINGELLA, Corso di diritto amministrativo, 2004, I, 41.
La numerazione degli articoli portata nel testo è stata introdotta dall’art. 12, L. 16 giugno 1998, n. 209.
Le norme poste dai regolamenti sono direttamente obbligatorie per i soggetti della comunità che sono gli stati membri, senza che l'ordinamento di questi si debba adattare al loro contenuto con apposito atto.
Le decisioni sono atti la cui natura è amministrativa, non normativa, avente contenuto obbligatorio per i destinatari da essa designati.
Le direttive sono atti aventi contenuto normativo che vincolano lo stato membro a raggiungere l'obiettivo fissato lasciando nella facoltà dello stato la forma ed i mezzi per raggiungerlo.
L’art. 9, L. 16 aprile 1987, n. 183, detta legge La Pergola, attribuisce alle regioni a statuto speciale la facoltà di dare attuazione alle raccomandazioni e direttive comunitarie nelle materie di loro competenza esclusiva.
La Corte cost. ha ritenuto ammissibile la questione di legittimità costituzionale, sollevata in via principale, su una delibera legislativa regionale, non ancora entrata in vigore, per contrasto con un regolamento comunitario, che comporta una violazione indiretta degli artt. 11 e 117 cost.
Ferma restando l'inammissibilità delle questioni che coinvolgono ipotesi di conflitto tra norme comunitarie direttamente applicabili e norme interne - statali e regionali - già in vigore nell'ordinamento, la questione che abbia ad oggetto una delibera legislativa regionale in contrasto con la normativa comunitaria configura una questione di legittimità costituzionale di competenza della Corte cost., dato che le competenze regionali sono suscettibili di operare solo ove non contrastino con i limiti imposti dalla normativa comunitaria.
D'altra parte è contrario agli obblighi comunitari, come esplicitati dalla Corte di giustizia, nonché alla certezza del diritto, consentire che siano immesse nell'ordinamento norme contrarie al diritto comunitario che devono comunque essere disapplicate dai giudici e dalla p.a.
Lo Stato è responsabile di fronte alla comunità europea dell'introduzione nell'ordinamento di norme che violino il diritto comunitario, anche quando queste derivino dall'esercizio della potestà legislativa di una regione; pertanto, è ammissibile l'impugnativa del governo di una legge regionale, non ancora entrata in vigore, che si sospetti in contrasto con la normativa comunitaria.
Nel caso di specie è stato ritenuto che la legge regionale Umbria, riapprovata il 31 marzo 1994, che consente la regolarizzazione di preesistenti impianti vitivinicoli è costituzionalmente illegittima perché in contrasto con gli artt. 6 e 7 del regolamento Cee n. 822 del 1987, violando, con la disciplina della sanatoria, il principio che il rimpianto dei vigneti è consentito previa compensazione per estirpazione, data la necessità di contenere le eccedenze nel settore vitivinicolo. Corte cost., 10 novembre 1994, n. 384.
Successivamente con la legge comunitaria 24 aprile 1998, n. 128, art. 9, tale potere è esteso sia alle regioni a statuto speciale che ordinario e riguarda sia le materie di competenza esclusiva sia quelle di competenza concorrente. F. CARINGELLA, Corso di diritto amministrativo, 2004, I, 43.
La Corte costituzionale è stata in un primo tempo orientata ad escludere la prevalenza del diritto comunitario sul diritto nazionale ritenendo che le norme interne siano sullo stesso piano di quelle comunitarie. Corte cost. 14/1964.
La Corte costituzionale solo successivamente ha affermato la supremazia del dritto comunitario sul diritto interno.
E’ cambiata l’interpretazione data all’art. 11 cost. che attribuisce alle norme internazionali recepimento immediato nel nostro sistema giuridico. F. CARINGELLA, Corso di diritto amministrativo, 2004, I, 51.
La Corte consente di attribuire rango costituzionale anche alle norme comunitarie senza la necessità di una norma costituzionale di adeguamento, parificandole alle norme internazionali. Corte cost. 183/1973.
Successivamente la Corte conferma che le disposizioni della CEE sono immediatamente applicabili; esse entrano e permangono in vigore nel territorio italiano, senza che la sfera della loro efficacia possa essere intaccata dalla legge ordinaria dello Stato che fa parte di un ordinamento giuridico distinto.
L'effetto connesso con la loro vigenza è quello di impedire che la norma interna incompatibile venga in rilievo per la definizione della controversia innanzi al giudice nazionale.
Il giudice italiano, accertato che la normativa scaturente dalla fonte comunitaria regola il caso sottoposto al suo esame, deve applicarla con esclusivo riferimento al sistema dell'ente sovranazionale.
Le confliggenti statuizioni della legge interna non possono costituire ostacolo al riconoscimento della "forza e valore" che il trattato di Roma conferisce al regolamento comunitario nel configurarlo come atto produttivo di regole immediatamente applicabili.
Poiché il regolamento comunitario fissa la disciplina della specie, da ciò discende che l'effetto connesso con la sua vigenza è quello non già di caducare, nell'accezione propria del termine, la norma interna incompatibile, bensì di impedire che tale norma venga in rilievo per la definizione della controversia innanzi al giudice nazionale. Corte cost., 8 giugno 1984, n. 170.
Il testo dell'art. 117, primo comma, cost., mod. art. 2 della L. cost. 18 ottobre 2001, n. 3, in armonia con le Costituzioni di altri Paesi europei, si collega al quadro dei princìpi che espressamente garantiscono a livello primario l'osservanza dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali assunti dallo Stato.
La norma comporta l'obbligo del legislatore ordinario di rispettare dette norme, con la conseguenza che la norma nazionale incompatibile con la norma della CEDU e dunque con gli obblighi internazionali viola per ciò stesso tale parametro costituzionale.
Con l'art. 117, primo comma, si è realizzato, in definitiva, un rinvio mobile alla norma convenzionale di volta in volta conferente, la quale dà vita e contenuto a quegli obblighi internazionali genericamente evocati.
Ne consegue che al giudice comune spetta interpretare la norma interna in modo conforme alla disposizione internazionale, entro i limiti in cui ciò sia permesso dai testi delle norme.
Qualora ciò non sia possibile, ovvero lo stesso giudice dubiti della compatibilità della norma interna con la disposizione convenzionale interposta, egli deve investire la Corte della relativa questione di legittimità costituzionale rispetto al parametro dell'art. 117, primo comma. Corte cost., 24 ottobre 2007, n. 349.
Le persone fisiche e giuridiche possono impugnare i regolamenti e le decisioni di cui sono destinatarie presso la Corte di Giustizia della Comunità, ai sensi dell'art. 230 (ex art. 173) Trattato ratificato in Italia con L. 14 ottobre 1957, n. 1203 e mod.
Qualora il ricorso risulti fondato la Corte, con sentenza, dichiara nullo o pronuncia l'annullamento dell'atto ed impone all'organo in questione di adottare i provvedimenti atti a ripristinare la situazione preesistente all’emanazione dell'atto, ai sensi dell'art. 233 (ex art. 176).
Principio quest'ultimo di portata dirompente se attuato completamente nel sistema italiano degli atti amministrativi.
Nel caso di contrasto delle norme della legislazione nazionale con la legislazione comunitaria ,questo può essere fatto rilevare dal cittadino di uno degli stati membri ricorrendo direttamente alla Corte di Giustizia della Comunità per ottenere una sentenza interpretativa che vincoli il giudice nazionale ,ai sensi dell'art.177.
Il ricorrente può porre la questione direttamente al giuridice ordinario o amministrativo competente e proporre a quest'ultimo di ricorrere al procedimento pregiudiziale .
Il giudice ,qualora ritenga sussistente il contrasto fra le norme della legislazione nazionale con le norme del diritto comunitario, sospende il processo e chiede un parere sulla questione alla Corte di Giustizia della Comunità, che decide con sentenza .
Il giudice nazionale deve conformarsi alle decisioni della Corte , ai sensi dell'art.192.
In particolare la giurisprudenza della Corte ha affermato che nel caso di direttive comunitarie che appaiono dal punto di vista del contenuto sufficientemente precise,ma che non sono state recepite nel diritto nazionale o siano state recepite in modo adeguato ,i singoli possono farle valere direttamente dinanzi ai giudici nazionali chiedendone l'applicazone .
La magistratura nazionale può quindi applicare direttamente al caso concreto quanto fissato dalla direttiva ancora prima che il legislatore nazionale abbia provveduto al recepimento.
Corte Lussennburgo 22-6-1989 n.103 ,in Riv.Giur.Ed.1990,201,in tema di direttive sull'esclusione da gare di appalto di offerte anormalmente basse.
Il contrasto fra la legislazione dello stato membro e norme comunitarie può essere fatto valere tramite ricorso alla commissione .
Questa non è un organo giurisdizionale, ma esecutivo,che ha peraltro la possibilità di intervenire presso lo stato membro affinchè elimini il contrasto .
In caso di mancata adesione dello stato interessato la stessa Commissione può adire direttamente alla Corte di Giustizia, ai sensi dell'art.169.
Il ricorso può essere presentato da chiunque, purchè sia redatto per iscritto ,riguardi una disposizione di diritto comunitario, indichi lo stato membro e l'ente o l'impresa che operi in detto stato che non hanno rispettato il diritto comunitario,specifichi i rimedi amministrativi o giurisdizionali già esperiti, presenti i documenti giustificativi o produca i mezzi di prova a sostegno del ricorso ,richieda specificatamente il tipo di intervento che si desidera ottenere.
Sostanzialmente si tratta di un ricorso amministrativo, poichè diretto ad una autorità amministrativa e non giurisdizionale, teso a sollecitare il potere di vigilanza della Commissione sull'osservanza del diritto comunitario.
Esso si esplica attraverso l'intervento della stessa Commissione presso lo stato membro per ottenere la eliminazione del contrasto.
Non vi è alcun dovere della Commissione di emettere un provvedimento espresso ,anche se è prevista l'informazione al ricorrente sulle varie fasi del ricorso e sulle eventuali azioni intraprese fino all'eventuale ricorso che la stessa Commissione può promuovere presso la Corte di Giustizia.
La convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ratificata dalla L. 848/1955, introduce a tutela dei cittadini degli stati che l’hanno ratificata un organo di giurisdizione che è la Commissione europea per i diritti dell’uomo, che ha sede presso il Consiglio d’Europa BP-431-R6-F67008 Strasburgo. Francia.
La Commissione può essere adita dopo l’esaurimento delle vie del ricorso interno ed entro un periodo di sei mesi a partire dalla data della decisione interna definitiva, come precisa l’art. 26 della legge di ratifica.
Qualora la Corte accerti che le vie del ricorso interne non siano esaurite ovvero il ricorrente non abbia sollevato esplicitamente o anche solamente nella sostanza le doglianze presentate di fronte alla Corte, ex art. 35, l. 848/1955, il ricorso è dichiarato irricevibile.
La decisione è definitiva e non può essere oggetto di ricorsi davanti alla Corte, compresa la Grande Camera, o ad altri organi.
Il ricorso, che è presentato secondo formulari predisposti dalla stessa Commissione (vedi par. 5) e senza il patrocinio legale, ha il compito di verificare i tempi impiegati dallo Stato membro per amministrare la giustizia.
Non potendo sostituirsi nell’amministrazione della giustizia, la Commissione valuta i tempi e, se gli stessi sono ritenuti lesivi del diritto riconosciuto all’amministrazione della giustizia, lo Stato può essere condannato a pagare un risarcimento dei danni per l’attesa, qualora i tempi siano superiori di quattro anni.
La L. 89/2001 - la così detta Legge Pinto - disciplina la previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’art. 375 del c.p.c.
Tale normativa ha decretato la possibilità di essere tutelati nell’ambito della magistratura interna.
Il cittadino che ha subito un danno, patrimoniale o non patrimoniale, a causa della violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in riferimento al mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6, par. 1 della Convenzione, ha diritto a un’equa riparazione, art. 2, L. 24 marzo 2001, n. 89.
In caso di un eccessivo protrarsi del processo, oltre il così detto termine ragionevole, con l’entrata in vigore della L. 89/2001 gli interessati possono richiedere l’accertamento e la condanna al risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, nei confronti del Ministro della Giustizia per quanto riguarda i processi che spettano alla giurisdizione del giudice ordinario, che la norma individua nella Corte d’appello, art. 3, L. 24 marzo 2001, n. 89.
La Corte deve formulare la propria decisione applicando la procedura camerale, con decreto immediatamente esecutivo, impugnabile in Cassazione.
Fino all’emanazione di questa legge, invece, lo Stato italiano, per l’impegno assunto con la Convenzione della tutela dei diritti dell’uomo, presentava le proprie istanze inerenti la violazione dell’art. 6, par. 1 della Convenzione stessa presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, in quanto mancava nell’ordinamento italiano un diritto di azione in funzione di accertare in sede giurisdizionale la tutela alla ragionevole durata del procedimento.
A differenza della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, definita nell’ambito del Consiglio d’Europa nel 1950, comporta obblighi fra Stati e, in caso di denuncia di violazioni della stessa Convenzione, mette in funzione un meccanismo di controllo della condotta dello Stato implicato.
Se all’interno del singolo Stato non esisteva una normativa riguardante rimedi interni, come accadeva per l’Italia prima della Legge Pinto, si poteva ricorrere in via sussidiaria alla Corte europea.
L'art. 2, L. 89/2001, detta legge Pinto, nel prevedere l'obbligo dello Stato di corrispondere un’equa riparazione in favore di chi ha subito un danno per effetto di una violazione dell'art. 6 della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo contiene una relatio perfecta all'art. 6 della citata convenzione.
Ne consegue che, per accertare se vi sia stata o meno violazione della suddetta convenzione, il giudice italiano deve applicare i principi elaborati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Cass. civ., Sez. Un., 26 gennaio 2004, n. 1339, in Dir. e Giust., 2004, f. 7, 12.
La giurisprudenza ha ritenuto che il danno, da qualificarsi come esistenziale, derivante da una irragionevole durata di una procedura fallimentare va valutato con criterio equitativo, tenuto conto della diminuita qualità della vita conseguente al permanere oltre il termine ragionevole dello status di fallito. Corte App., L'Aquila, 28 ottobre 2003.
1) 1....................... Gli enti territoriali. Le funzioni statali. Le funzioni regionali. Le funzioni degli enti locali.
2) 2.................................................................................................................. L’ordinamento regionale.
3) 3..................................................................................................... Il controllo sugli atti della regione.
4) 4............................................................................................................ Ordinamento degli enti locali.
5) 5........................................................................................................................... Funzioni ed organi.
6) 6.............................................................................................. Il sindaco. Il presidente della provincia.
7) 7......................................................................................................................................... I dirigenti.
8) 8..................................................................................................................... Le aree metropolitane.
9) 9......................................... Le modifiche al sistema di controllo sugli atti del comune e della provincia.
10) 10.................................................................................................................... Il controllo sugli organi.
11) 11.......................................................... Gli altri enti pubblici. Le autorità amministrative indipendenti.
12) 12............................................................ Classificazione. Le autorità trasversali. Le autorità di settore.
1. Gli enti territoriali. Le funzioni statali. Le funzioni regionali. Le funzioni degli enti locali.
Il testo dell’art. 117, cost., come modificato dall’art. 3, L. Cost. 18 ottobre 2001, n. 3, nel ripartire la potestà legislativa fra Stato e Regioni, distingue tre principali categorie di materie: quelle riservate in via esclusiva allo Stato, quelle di legislazione concorrente - per le quali la normativa di dettaglio è attribuita alle regioni mentre spetta allo Stato la determinazione dei principi fondamentali - e quelle di legislazione esclusiva regionale, che hanno portata residuale.
sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie;
L’art. 177, 3 comma, cost. definisce le materie a legislazione concorrente ove la potestà legislativa spetta alle regioni, salvo per la determinazione dei criteri fondamentali riservata alla legislazione dello Stato.
Fra dette materie a legislazione concorrente è compreso il governo del territorio.
La dottrina si pone, ad esempio, il problema se tutti gli articoli del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 380, contengano principi fondamentali non derogabili dal legislatore regionale o se quest’ultimo possa approvare una legislazione di dettaglio contrastante con le norme anzidette.
Sembra infatti che l’affermazione dei principi autonomistici espressa nella carta costituzionale possa essere compromessa da una legislazione di dettaglio che, di fatto, nega l’attribuzione di una potestà legislativa concorrente regionale.
Spetta alle Regioni la potestà legislativa esclusiva in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato.
3. Il controllo sugli atti della regione.
4. Ordinamento degli enti locali.
5. Funzioni ed organi.
6. Il sindaco. Il presidente della provincia.
7. I dirigenti.
8. Le aree metropolitane.
9. Le modifiche al sistema di controllo sugli atti del comune e della provincia.
Il controllo di legittimità sugli atti delle regioni e degli enti locali è stato eliminato in via di principio con La legge costituzionale 3/2001. T. ROMEI, Il Comitato Regionale di Controllo e la fase transitoria a seguito della legge costituzionale n. 3/2001, in Nuova Rass., 2001, n.22, 2269.
10. Il controllo sugli organi.
11. Gli altri enti pubblici. Le autorità amministrative indipendenti.
12. Classificazione. Le autorità trasversali. Le autorità di settore.

References: sentenza 
 art. 81
 art. 81
 art. 2555
 art. 24
 art. 97
 art. 189
 art. 9
 art. 2
 art. 173
 art. 176
 sentenza 
 sentenza 
 art. 35
 art. 2
 art. 3
 Cass.