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Timestamp: 2020-08-15 02:50:03+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 445 del 11/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 445 del 11/01/2011
Cassazione civile sez. III, 11/01/2011, (ud. 03/12/2010, dep. 11/01/2011), n.445
sul ricorso 34767-2006 proposto da:
A.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in
rappresentata e difesa dall’avvocato BRUSADIN SERGIO con studio in
36061 BASSANO DEL GRAPPA, VIA MARINALI 85, giusta delega a margine
S.O. (OMISSIS), considerato domiciliato “ex
rappresentato e difeso dagli avvocati LEONE ARTURO, TERZIARI
GABRIELLA giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 973/2006 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, 4^
SEZIONE CIVILE, emessa il 14/6/2006, depositata il 07/09/2006, R.G.N.
1597/2004;
udito l’Avvocato SERGIO BRUSADIN;
Con atto (OMISSIS) S.O., esposto di avere concesso in locazione – in data (OMISSIS) – a A. S. un locale a uso abitativo in (OMISSIS) e di avere disdettato il rapporto per la scadenza del (OMISSIS), avendo necessità di destinare l’immobile a uso familiare, ha intimato a A.S. sfratto per finita locazione, convenendola, contestualmente, innanzi al tribunale di Bassano del Grappa, per la convalida.
Costituitasi in giudizio l’intimata si è opposta alla domanda assumendo, da un lato, che trattandosi di contratto stipulato ai sensi della L. n. 359 del 1992, art. 11, comma 2, controparte doveva fornire la prova della invocata necessità abitativa, dall’ altro, di avere corrisposto – nel corso del rapporto – un canone superiore a quello di legge e chiedendo, pertanto, in via riconvenzionale, che – accertata la misura dell’equo canone dovuto per l’immobile oggetto di controversia – l’attore fosse condannato alla restituzione delle somme versate in eccesso.
Disposto il mutamento di rito l’attore con la memoria di cui all’art. 426 c.p.c. ha specificato che la esigenza familiare indicata in disdetta era costituita dalla necessità di adibire l’immobile a abitazione della figlia M., mentre la convenuta ha ribadito la richiesta di accertamento dell’equo canone dovuto e di condanna dell’attore alla restituzione dei canoni ricevuti in eccesso.
Svoltasi la istruttoria del caso l’adito tribunale ha accertato che la locazione era cessata il (OMISSIS), disponendo la separazione della causa, relativamente alla domanda inerente l’accertamento dell’equo canone e domande consequenziali.
Gravata tale pronunzia dalla soccombente A., nel contraddittorio del S. che, costituitosi in giudizio, ha chiesto il rigetto della avversa impugnazione, la Corte di appello di Venezia, con sentenza 14 giugno – 7 settembre 2006 ha rigettato l’appello, con condanna di parte appellante al pagamento delle spese del grado.
Per la cassazione di tale ultima pronunzia, notificata il 1 ottobre 2006, ha proposto ricorso A.S., affidato a due motivi e illustrato da memoria.
Resiste, con controricorso S.O..
1. Come accennato parte espositiva i giudici del merito hanno accertato:
– da un lato, che in primo grado la conduttrice si era opposta alla declaratoria di cessazione del rapporto inter partes alla data del (OMISSIS) assumendo che era onere del locatore – trattandosi di contratto stipulato ai sensi della L. n. 359 del 1992, art. 11, comma 2 – dimostrare l’esigenza familiare indicata in disdetta e che, pertanto, integrava domanda nuova quella secondo cui il rapporto locatizio oggetto di controversia era sorto in forza del contratto (OMISSIS);
– dall’altro, che in realtà il locatore non ha mai sostenuto di avere concluso con la A. un contratto in deroga – ai sensi della L. n. 359 del 1992, art. 11, comma 2, – e che essendo stato accertato, dal primo giudice, con statuizione coperta da giudicato, che il rapporto in discussione non era in deroga esattamente era stato escluso che fosse onere del locatore, nell’ intimare, la disdetta alla prima scadenza, motivare le ragioni della disdetta stessa (senza che rilevi che il locatore – senza che ve ne fosse necessità, nel comunicare la richiesta di rilascio per la scadenza contrattuale avesse indicato la necessità di destinare l’immobile a uso familiare, tenuto presente che da tale circostanza non può dedursi una modifica del tipo di contratto, originariamente concluso e sottoposto alla L. n. 392 del 1978).
2. La ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte de qua denunziando:
– da un lato, omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360, n. 5) primo motivo, prima parte;
– dall’altro, violazione art. 112 c.p.c., art. 420 c.p.c., comma 2, art. 426 c.p.c., L. n. 392 del 1978, art. 29 e L. n. 359 del 1992, art. 11, comma 2, primo motivo, seconda parte.
In ordine a questo ultimo profilo la ricorrente formula, ai sensi dell’art. 366-bis c.p.c. il seguente quesito di diritto: se può il giudice di merito di fronte alla richiesta del locatore di rilascio del bene locato con patto in deroga L. n. 352 del 1992, ex art. 11, comma 2, alla prima scadenza, di fronte alla fallita prova da parte del locatore della necessità familiare addotta, ritenuta alla fine della causa la sottoponibilità del rapporto esclusivamente alla normativa dell’equo canone, disporre d’ufficio la cessazione del rapporto e il rilascio del bene locato secondo la normativa dell’equo canone, non avendo mai il locatore richiesto il rilascio secondo detta normativa dell’equo canone, cambiando così, d’ufficio la causa petendi.
3.1. Il D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6 – che ha introdotto, con decorrenza dal 2 marzo 2006, l’art. 366-bis c.p.c. ancorchè abrogato con decorrenza dal 4 luglio 2009 dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47 è applicabile ai ricorsi proposti avverso le sentenze pubblicate tra il 3 marzo 2006 e il 4 luglio 2009 (cfr. L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5).
Certo che la sentenza ora oggetto di ricorso per cassazione è stata pubblicata il 1 settembre 2006 è palese, in limine, la soggezione del presente ricorso alla disciplina del ricordato art. 366-bis c.p.c..
3.2. Come noto, dispone la norma da ultimo richiamata, che nei casi previsti dall’art. 360, comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4 l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena di inammissibilità con formulazione di un quesito diritto. Nel caso previsto dall’art. 360, comma 1, n. 5 l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.
3.3. Pacifico quanto precede si osserva che il ricorso non rispetta le prescrizione di cui al ricordato art. 366 bis c.p.c. e deve – di conseguenza – essere dichiarato inammissibile.
3.3.1. Con riguardo al primo profilo della censura (con il quale si prospetta omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio) si osserva – come del resto già ricordato sopra – che giusta la testuale previsione dell’art. 366-bis c.p.c., mentre nei casi previsti dall’art. 360, comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4 l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena di inammissibilità con formulazione di un quesito diritto, nel caso previsto dall’art. 360, comma 1, n. 5 l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.
Questa Corte regolatrice – alla stregua della stessa letterale formulazione dell’art. 366 bis c.p.c. – è fermissima nel ritenere che a seguito della novella del 2006 nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5 allorchè, cioè, il ricorrente denunzi la sentenza impugnata lamentando un vizio della motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione.
Conclusivamente, allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dall’art. 366-bis c.p.c., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma formulando, al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (In termini, ad esempio, Cass. 7 aprile 2008, n. 8897. Sempre in questo senso, altresì, Cass. 4 novembre 2010, n. 22502; Cass. 7 maggio 2010, n. 11236).
Facendo applicazione dei riferiti principi al caso di specie è agevole osservare che quanto al denunziato vizio di motivazione della sentenza impugnata, il ricorso è totalmente carente di una parte dedicate alla chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.
E’ di palmare evidenza, pertanto, sotto il profilo in questione – come anticipato – la inammissibilità del motivo.
Il tutto a prescindere dal considerare che il motivo di ricorso per cassazione con il quale alle sentenza impugnata venga mossa censura per vizi di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 deve essere inteso a far valere carenze o lacune nelle argomentazioni, ovvero illogicità nella attribuzione agli elementi di giudizio di un significato fuori dal senso comune, o ancora, mancanza di coerenza tra le varie ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi, mentre non può, invece, essere inteso – come ora pretende la ricorrente – a far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, non si può proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti (cfr. Cass. 14 giugno 2010, n. 14200; Cass. 3 maggio 2010, n. 10657; Cass. 27 ottobre 2006, n. 23087).
3.3.2. Quanto al secondo profilo di censura e ai vizi asseritamente prospettati sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, la censura è inammissibile almeno sotto tre – concorrenti – profili.
3.3.2. In primis si osserva che denunziandosi – almeno nella rubrica del motivo – la violazione di molteplici disposizioni del codice di rito, la relativa censura doveva – a pena di inammissibilità della stessa – essere prospettata sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, ossia quale nullità della sentenza o del procedimento e non – certamente – invocando violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3.
3.3.2. In secondo luogo, anche a prescindere da quanto precede, si osserva che il quesito formulato dalla ricorrente al termine del motivo in cui si articola il ricorso non pare conforme al modello delineato dall’art. 366-bis c.p.c. con conseguente inammissibilità del ricorso.
Il quesito di diritto previsto dall’art. 366-bis c.p.c. (nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4) – infatti – deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte di cassazione in condizione di rispondere a esso con la enunciazione di una regula iuris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.
Non può, inoltre, ritenersi sufficiente – perchè possa dirsi osservato il precetto di cui all’art. 366-bis – la circostanza che il quesito di diritto possa implicitamente desumersi dalla esposizione del motivo di ricorso nè che esso possa consistere o ricavarsi dalla formulazione del principio di diritto che il ricorrente ritiene corretto applicarsi alla specie.
In tal modo il legislatore si propone l’obiettivo di garantire meglio l’aderenza dei motivi di ricorso (per violazione di legge o per vizi del procedimento) allo schema legale cui essi debbono corrispondere, giacchè la formulazione del quesito di diritto risponde all’esigenza di verificare la corrispondenza delle ragioni del ricorso ai canoni indefettibili del giudizio di legittimità, inteso come giudizio d’impugnazione a motivi limitati (Cass. 25 novembre 2008 nn. 28145 e 28143).
Conclusivamente, poichè a norma dell’art. 366-bis c.p.c. la formulazione dei quesiti in relazione a ciascun motivo del ricorso deve consentire in primo luogo la individuazione della regula iuris adottata dal provvedimento impugnato e, poi, la indicazione del diverso principio di diritto che il ricorrente assume come corretto e che si sarebbe dovuto applicare, in sostituzione del primo, è palese che la mancanza anche di una sola delle due predette indicazioni rende inammissibile il motivo di ricorso.
Da ultimo, concludendo sul punto, non può tacersi che la censura è inammissibile anche sotto l’ulteriore profilo che non censura in alcun modo quella che la ratio decidendi della sentenza impugnata.
Questa ultima, come osservato sopra, ha accertato:
– da un lato, essere coperta da giudicato, l’affermazione contenuta nella sentenza del primo giudice, che il contratto inter partes è soggetto esclusivamente alla disciplina di cui alla L. 27 luglio 1978, n. 392, non integrando un contratto in deroga, ai sensi della L. n. 353 del 1992;
– dall’altro, che la circostanza che il locatore abbia indicato, in occasione della disdetta anche la propria intenzione – una volta avuta la disponibilità dell’immobile – di adibire a proprio uso familiare l’immobile oggetto di controversia, è irrilevante al fine del decidere e non giustifica la soggezione del rapporto stesso (e della sua conclusione) a una disciplina diversa da quella di cui alla L. n. 392 del 1978.
Non censurandosi, in alcun modo, tali affermazioni, da parte del ricorrente è palese – come anticipato – anche sotto tale ulteriore profilo la inammissibilità del primo motivo.
4. Con il secondo motivo la ricorrente censura la ingiustificata compensazione delle spese di causa di primo grado e di condanna alle spese di appello (art. 91 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3).
5. Il motivo è inammissibile vuoi perchè privo del quesito di diritto di cui all’art. 366 bis c.p.c., vuoi perchè – comunque – privo di una parte espositiva ex art. 360 c.p.c., n. 4 (non essendo indicate in alcun modo le ragioni del dissenso della ricorrente rispetto gialle pronunce sulle spese adottate dal primo e dal secondo giudice, se non sotto il profilo che la cassazione della sentenza impugnata … comporta una diversa regolamentazione delle spese a favore della A.) e tenuto presente, infine, che la dichiarata inammissibilità del primo motivo di ricorso non può che condurre alla conferma della sentenza impugnata.
6. Alla dichiarata inammissibilità del ricorso segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese di lite di questo giudizi odi cassazione, liquidate come in dispositivo.
condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite di questo giudizio di cassazione liquidate in Euro 200,00 oltre Euro 2.000,00 per onorari e oltre spese generali e accessori come per legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 11
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 art. 11
 art. 11
 sentenza 
 art. 112
 art. 420
 art. 426
 art. 29
 art. 11
 art. 11
 art. 6
 art. 47
 art. 58
 sentenza 
 art. 366
 art. 366
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