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Timestamp: 2019-09-21 00:33:27+00:00

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Sentenza 06 novembre 1996 - Olir
Sentenza 06 novembre 1996
Bestemmia contro la Madonna
Data: 06 novembre 1996
Tutela penale, Bestemmia
Italia, Tutela penale
Bestemmia, Libertà dei culti, Offese alla Madonna
Il fatto di aver bestemmiato in pubblico contro la Madonna non è più previsto dalla legge come reato dopo la modificazione dell’art. 724, primo comma, del codice penale da parte della Corte costituzionale con la sentenza n. 440 del 1995; perciò, l’imputato deve essere assolto con la formula secondo la quale “il fatto non è previsto dalla legge come reato”, non potendo tale offesa empia rientrare nel reato di turpiloquio (art. 726 del codice penale) in quanto il disvalore penale di siffatta condotta rientra esclusivamente nell’ambito del modificato art. 724.
Pretura circondariale di Avezzano, Sentenza 6 novembre 1996: “Bestemmia contro la Madonna”
1 A seguito di opposizione a decreto penale di condanna n. 367 del 1994, per la cui proposizione l’imputato era stato ritualmente restituito nel termine, C.M. era tratto a giudizio di questo Pretore per rispondere dei reati in epigrafe indicati.
3 Al capo b) della rubrica si contesta all’imputato di aver “bestemmiato in pubblico il nome di Dio e della Madonna”.
Il reato (p. e p. dall’art. 724 del codice penale) è estinto per prescrizione. Esso, punito con la sola ammenda, risulta infatti, dall’imputazione, commesso il 12 agosto 1993 e da allora è decorso il complessivo termine triennale di cui agli artt. 157 n. 6 e 160, ultimo comma, ultima parte del codice penale. Va pertanto immediatamente pronunciata la relativa declaratoria, limitatamente peraltro alla bestemmia nei confronti di Dio.
In relazione alla bestemmia nei confronti della Madonna va, invece, preso atto che la Corte costituzionale, con sentenza 18 ottobre 1995 n. 440, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per contrasto con l’art. 3 della Costituzione (che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge senza discriminazioni di religione) e con l’art. 8 della Costituzione (che sancisce l’uguale libertà di tutti i culti), dell’art. 724, primo comma, del codice penale, limitatamente alle parole “o i simboli o le persone venerati nella religione di Stato”, sul presupposto che siffatta parte della norma, nell’assicurare protezione penale alla sola religione cattolica (differentemente dalla prima parte, riferibile alla Divinità senza ulteriori specificazioni, indipendentemente quindi dalla sua riconducibilità a questa o a quella religione), differenzia irrazionalmente la tutela penale del sentimento religioso a seconda della fede professata. Per effetto di tale pronuncia, poiché la Madonna è per la religione cattolica “ persona venerata, strettamente collegata alla divinità come madre di Dio, ma non confondibile con essa, l’offesa empia nei suoi riguardi non integra più nel nostro ordinamento la contravvenzione de qua. Da quest’ultima, per siffatta offesa, l’imputato va assolto perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, formula che prevale su quella di prescrizione a norma dell’art. 129, comma 2, del codice di procedura penale.
A seguito della declaratoria di illegittimità costituzionale parziale di cui sopra e della ristretta configurazione del reato di bestemmia che ne discende, è peraltro lecito ora interrogarsi sull’ambito di operatività dell’art. 726, comma 2, del codice penale che sanziona penalmente chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, usi un linguaggio contrario alla pubblica decenza.
In proposito deve osservarsi che tra le due fattispecie non esisteva (e non esiste) rapporto di specialità in senso logico-formale che postula l’esatta continenza degli elementi della figura normativa speciale (nell’ipotesi la bestemmia) nella figura generale (nell’ipotesi il turpiloquio). Che siffatta necessaria continenza in astratto non possa ravvisarsi è reso palese dall’esegesi storica. Il codice penale Zanardelli non prevedeva il reato di bestemmia, e il relativo fatto era ritenuto, in dottrina e giurisprudenza, non punibile (fino all’avvento del T.U. di pubblica sicurezza 6 novembre 1926 n. 1848, che all’art. 232 ne reintrodusse nell’ordinamento generale l’incriminazione) se non nei casi in cui esso integrasse il turpiloquio (sanzionato dall’art. 490 di quel testo normativo), casi rimasti peraltro isolati nell’applicazione pratica. Autorevole dottrina, coeva al codice vigente, ammette addirittura il concorso di reati, ancorché nell’unico fatto, tra bestemmia e turpiloquio, osservando che per bestemmiare non è necessario offendere anche la pubblica decenza (concorso la cui ipotizzata configurabilità che peraltro non tiene conto del principio dell’assorbimento quale criterio risolutore del conflitto tra le due norme, vale comunque ad escludere la specialità tra le medesime). A ciò si aggiunga il dato testuale per cui l’incriminazione della bestemmia, sia pure sotto un profilo marginale, si presenta contenutisticamente più estesa di quella sul turpiloquio, abbracciando la prima le condotte commesse “pubblicamente”, ossia in ambiti più ampi (cfr. art. 266, ultimo comma del codice penale) rispetto al “luogo pubblico o aperto al pubblico” entro cui è confinato il reato di turpiloquio.
Ciò detto, è da ritenersi che, in concreto, nell’attuale contesto storico-sociale dell’Italia, la massima parte delle offese empie, già riconducibili alla parte caducata dell’art. 724 del codice penale, saranno sussumibili, quali manifestazioni verbali di inciviltà tali da menomare i principi minimi della costumatezza, della pudicizia e del decoro come avvertiti attualmente dalla popolazione, nella sfera di applicazione dell’art. 726 del codice penale.
L’indagine concreta di cui sopra – necessaria in quanto in rubrica, contrariamente agli insegnamenti della giurisprudenza di legittimità, non erano specificate le parole oltraggiose adoperate, né si offrivano elementi per ricostruirle o individuarle – non era possibile nel presente giudizio, ove ogni attività istruttoria è risultata preclusa per l’intervento della causa istintiva.
A ben guardare, peraltro, nel caso di specie, quand’anche tale indagine fosse stata effettuata, non sarebbero residuati margini per l’operatività dell’art. 726 del codice penale, norma che, rispetto alla bestemmia, dopo Corte cost. n. 440 del 1995, può venire a svolgere un ruolo sussidiario (servendo a completare ed integrare l’altra, reprimendo fatti affini che in questo ormai più non rientrano), ma non certo concorrere, in omaggio al già richiamato principio di assorbimento, con quella; con la conseguenza che, ogni qualvolta un’unica condotta sia connotata da offese empie dirette (anche e non solo) verso la Divinità, il disvalore penale di quella condotta sarà esclusivamente contrassegnato dall’art. 724 del codice penale.
« Sentenza 24 marzo 1979 » Sentenza 29 dicembre 1988

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 724
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 266
 Sentenza 
 Sentenza