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Timestamp: 2018-12-16 21:15:39+00:00

Document:
lunedì 30 dicembre 2013 07:15
Nessuno scorrimento della graduatoria se per la copertura del posto vacante in organico l’ente procede alla riassegnazione e distribuzione del personale interno tra le varie strutture
Se l'Ente ha escluso la possibilità di nuove assunzioni, il diritto allo scorrimento della graduatoria, malgrado la vacanza di posto in organico, non può trovare tutela, prevalendo su di esso le diverse scelte di macrorganizzazione dell’ente. Questo e' il principio sancito dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato chiamata a pronunciarsi sulla controversia nella quale l’appellante, inserito, in quanto idoneo, nella graduatoria di merito di un concorso espletato dall’amministrazione, rivendica il proprio diritto pieno all’assunzione ove si verifichi nella vigenza di efficacia della graduatoria la vacanza di un posto di pari profilo professionale. Il Collegio ha evidenziato come l’operatività dell’istituto dello scorrimento della graduatoria e, di converso il diritto del soggetto in essa utilmente collocato all’assunzione, non sorge per effetto automatico della vacanza di un posto in organico di pari qualifica, ma è condizionato alla decisione dell’ente di coprire il posto attingendo alla graduatoria. Ne consegue che, laddove, come nel caso in esame, l’ente abbia escluso la possibilità di nuove assunzioni (con la delibera n. 74 del 4 ottobre 2012 e n. 81 del 12 ottobre 2012, il Comune di Palmi approvava il piano occupazionale 2012 – 2014 senza nuove assunzioni), il diritto allo scorrimento della graduatoria, malgrado la vacanza di posto in organico, non può trovare tutela, prevalendo su di esso le diverse scelte di macrorganizzazione dell’ente. In tal senso sono le conclusioni cui perviene l’Adunanza Plenaria n. 14 del 28 luglio 2011, che subordina in sostanza l’operatività dell’istituto dello scorrimento della graduatoria all’ipotesi di disponibilità dei posti al momento dell’approvazione della graduatoria per il caso in cui i posti messi a concorso restino vacanti per rinuncia o decadenza dei vincitori, mantenendo ferma la facoltà dell’amministrazione di non procedere a nuove assunzioni sopperendo alle esigenze dell’ufficio con personale interno. Nel caso di specie, l’amministrazione ha proceduto alla riorganizzazione degli uffici e alla riassegnazione e distribuzione del personale interno tra le varie strutture dell’ente, sicché mancano i presupposti per l’operatività dell’istituto dello scorrimento della graduatoria, che presuppone la volontà dell’amministrazione di coprire il posto vacante attingendo all’esterno. A fronte di tale legittima scelta dell’amministrazione, non rileva che al soggetto collocato in graduatoria il legislatore abbia attribuito una posizione privilegiata e tutelata all’utilizzazione della graduatoria ai fini della copertura del posto vacante in organico. Tale tutela opera, infatti, laddove l’ente, pur disponendo di graduatoria valida ed efficace, intenda procedere alla copertura del posto resosi vacante attingendo all’esterno e non già quando intenda coprire il posto mediante redistribuzione del personale già in servizio, ovvero a costo zero per l’amministrazione. Per la lettura integrale della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Se l'Ente ha escluso la possibilità di nuove assunzioni, il diritto allo scorrimento della graduatoria, malgrado la vacanza di posto in organico, non può trovare tutela, prevalendo su di esso le diverse scelte di macrorganizzazione dell’ente. Questo e' il principio sancito dalla Quinta Sezione del ... Continua a leggere
giovedì 26 dicembre 2013 09:18
Servizi pubblici per l’Impiego: pubblicato il 1° Rapporto di monitoraggio del Ministero del Lavoro
segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennesi del comunicato del Ministero del Lavoro
È stata pubblicata, dal Ministero del Lavoro, la prima indagine sui servizi per l’impiego 2013. Lo scopo è quello di conoscere, dettagliatamente, l’organizzazione e le risorse umane dei servizi pubblici per l’impiego al fine anche di rendere il loro funzionamento più efficiente ed efficace, ed assicurando, al contempo, la trasparenza sugli standard comuni inerenti la fornitura dei servizi stessi offerti alla collettività. Tale monitoraggio verrà costantemente aggiornato, quale base conoscitiva, in collaborazione con le Regioni e gli Enti territoriali. Questo primo rapporto si è basato sulle “comunicazioni obbligatorie” termometro della domanda di lavoro pervenuta a ciascuno dei 556 Centri per l’Impiego presenti in Italia, creando di fatto un “osservatorio” specifico sui mercati di lavoro locali.
È stata pubblicata, dal Ministero del Lavoro, la prima indagine sui servizi per l’impiego 2013. Lo scopo è quello di conoscere, dettagliatamente, l’organizzazione e le risorse umane dei servizi pubblici per l’impiego al fine anche di rendere il loro funzionamento più efficiente ed efficace, ed assi ... Continua a leggere
lunedì 16 dicembre 2013 21:40
Forze di Polizia: il lavoratore ha diritto alla monetizzazione del congedo ordinario non fruito a causa di un'aspettativa per motivi di salute alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio
Il lavoratore ha diritto alla monetizzazione del congedo ordinario non fruito a causa di un'aspettativa per motivi di salute alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio Nella sentenza in esame la Terza Sezione del Consiglio di Stato ha precisato come questione riguardante il diritto al compenso per la monetizzazione del congedo ordinario non fruito a causa di una aspettativa per motivi di salute, alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio, è stata affrontata più volte dal Consiglio di Stato, che ha ritenuto spettante tale monetizzazione (fra le tante: Sezione VI, n. 2663 del 7 maggio 2010; n. 2727 del 9 maggio 2011). Aggiunge il Collegio che, nel corso del periodo di aspettativa per infermità, alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio, il lavoratore ha maturato comunque il diritto al congedo ordinario e quindi alla sua monetizzazione in applicazione della previsione di cui all’art. 18 dell’accordo nazionale di lavoro, approvato con D.P.R. 16 marzo 1999 n. 254 (recante il recepimento dell'accordo sindacale per le Forze di Polizia ad ordinamento civile relativo al quadriennio normativo 1998-2001 e al biennio economico 1998-1999), correttamente nella fattispecie richiamato dal T.A.R. Tale disposizione, infatti, ha chiaramente previsto che «al pagamento sostitutivo del congedo ordinario si procede, oltre che nei casi previsti dall'articolo 14, comma 14, del decreto del Presidente della Repubblica n. 395 del 1995, anche quando lo stesso non sia stato fruito per decesso, per cessazione dal servizio per infermità o per dispensa dal servizio del dipendente disposta dopo il collocamento in aspettativa per infermità». Del resto, il mancato godimento delle ferie è, nella fattispecie, determinato da cause non imputabili all'interessato.
Il lavoratore ha diritto alla monetizzazione del congedo ordinario non fruito a causa di un'aspettativa per motivi di salute alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio Nella sentenza in esame la Terza Sezione del Consiglio di Stato ha precisato come questione riguardante il diritto al co ... Continua a leggere
domenica 15 dicembre 2013 08:43
L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 11 del 12 luglio 2011, ha affermato - “sulla base della situazione giuridica protetta, della natura dell’attività esercitata dall’Amministrazione e dall’assenza nella fattispecie di una procedura concorsuale in senso stretto ” - che sulla materia di cui è causa (relativa alla giusta posizione o collocazione in una graduatoria ad esaurimento) deve essere affermata la giurisdizione del giudice ordinario in quanto si verte in tema di accertamento di diritti di soggetti già iscritti in graduatorie e si tratta di atti gestori del datore di lavoro pubblico non inquadrabili in una procedura concorsuale diretta all’assunzione di pubblici impieghi “per la quale sola vale la regola residuale e (speciale) della giurisdizione del giudice amministrativo”. Ne deriva che i decreti ministeriali che disciplinano le graduatorie per il conferimento d’incarichi a tempo determinato ed indeterminato non rivestono il carattere di atti di diritto pubblico, espressione del potere organizzatorio - autoritativo della P.A. ma di determinazioni assunte dall’amministrazione con le capacità ed i poteri simili a quelli del datore di lavoro privato dalle quali non possono che scaturire, nei confronti degli interessati, diritti soggettivi volti ad ottenere la conformità alla legge degli atti di gestione delle graduatorie per il conferimento d’incarichi (Cons. di Stato, Sez. VI, 11 gennaio 2012, n. 113). Osserva, inoltre, il Collegio che da quanto precede consegue, come peraltro confermato anche in questo caso dall’orientamento giurisprudenziale di questo Consiglio di Stato, che nella materia di cui è causa “il giudice amministrativo non ha giurisdizione ….in quanto al di là del petitum formale, la pretesa fatta valere si configura come situazione giuridica intrinseca al rapporto di lavoro, rispetto alla quale l’Amministrazione esercita poteri negoziali e non poteri amministrativi” (Cons. di Stato, Sez. VI, 11 gennaio 2012, n. 113 e 15 febbraio 2012, n. 774). Rileva, infine, il Collegio che anche le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno in più occasioni precisato che “la gestione delle suddette graduatorie (ad esaurimento) operata dall’amministrazione esorbita dalla competenza del giudice amministrativo per la sua estraneità alle procedure concorsuali e rientra pertanto nella giurisdizione del giudice ordinario. “ E ciò anche in considerazione del fatto che la controversia in esame, avendo ad oggetto la possibilità o meno di modificare determinate graduatorie ad esaurimento mediante l’attribuzione di punteggi aggiuntivi dagli stessi interessati maturati, riguarda in sostanza “l’accertamento del diritto al collocamento nella graduatoria con precedenza rispetto ad altri soggetti” e cioè una pretesa che, come già detto, ha “ad oggetto la conformità a legge degli atti di gestione della graduatoria stessa” (Cass. Civile, Sez. Unite, 10 novembre 2010, n. 22805 e 28 luglio 2009, n. 17466). Da quanto precede deriva, dunque, che correttamente il giudice di prime cure ha ritenuto che la giurisdizione sia sulla materia di cui è causa sia sulla consequenziale azione risarcitoria richiesta dalla signora, dovesse essere attribuita al giudice ordinario senza con ciò violare, come da quest’ultima affermato, neanche in termini sostanziali, le norme ed i principi in materia di giurisdizione amministrativa di cui all’art.7 del cod. proc. amm. .3.1. Quanto precede, tuttavia, non esime il Collegio dall’esprimere condivisione alla censura rivolta dall’appellante alla decisione assunta dal giudice di prime cure di non sollevare d’ufficio, ai sensi dell’art. 59, comma 3 della legge18 giugno 2009, n. 69, la questione di giurisdizione di fronte alle Sezioni unite della Corte di Cassazione, al fine di stabilire a quale giurisdizione dovesse essere devoluto l’esame della causa, in considerazione del fatto che il Tribunale di Rieti, con la sentenza del 17 maggio 2007, n. 1303, passata in giudicato, aveva a sua volta negato la propria giurisdizione nella materia di cui è causa. A giudizio del Collegio, infatti, a fronte di una situazione come quella appena descritta il giudice di primo grado avrebbe dovuto, soprattutto in relazione alla circostanza che il proprio convincimento era confortato dai consolidati orientamenti giurisprudenziali sia della Corte di Cassazione sia del Consiglio di Stato, sollevare, ai sensi dell’art. 59, comma 3 della legge 18 giugno 2009, n. 69 la questione di giurisdizione dinnanzi alle SS.UU., anche al fine di garantire all’appellante una valida decisione in tempi ragionevoli. Quanto precede, tuttavia, può trovare applicazione anche nella presente fattispecie poiché se è vero che il succitato articolo non ha “coperto l’intero arco delle situazioni processuali provocate da una dichiarazione di difetto di giurisdizione (tanto da non aver determinato l’abrogazione dell’art. 362 c.p.c.)” è anche vero che, come ripetutamente affermato dalla Corte di Cassazione, “nel caso in cui il giudice adito all’esito di una pronuncia declinatoria della giurisdizione dichiari, a sua volta il proprio difetto di giurisdizione, mancando di sottoporre la relativa questione alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, resta ferma la possibilità di far valere in ogni tempo, il conflitto reale negativo di giurisdizione ai sensi dell’art. 362, comma 2, numero 1) c.p.c.” “con atto soggetto agli stessi requisiti formali del ricorso per cassazione, .…. indipendentemente dalla circostanza che una delle due pronunzie in contrasto sia passata in giudicato, atteso che il passaggio in giudicato della sentenza sulla giurisdizione serve agli effetti di cui al comma 2 dell’art. 59 l. 18 giugno 2009, n. 69, ma non condiziona il potere del giudice dichiarato competente di sollevare d’ufficio la questione davanti alle medesime sezioni unite della Corte di Cassazione” (Cass. Civile, Sez. Unite, 20 giugno 2012, n. 10139 e 5 luglio 2013, n. 16883). Da quanto precede deriva, dunque, che la causa deve essere rinviata al giudice di primo grado, al quale spetta, ai sensi dell’art. 59, comma 3 della legge 18 giugno 2009, n. 69, di sollevare, fino alla prima udienza fissata per la trattazione del merito, la questione di giurisdizione davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Tale “incidente” processuale, in base all’inequivoco dato normativo, non può direttamente essere promosso dal giudice d’appello, non investito, nella presente sede di un rito speciale delimitato alla questione di giurisdizione, di alcun potere di “trattazione del merito” della controversia sottoposta alla sua cognizione (appunto delimitata, dal legislatore, al profilo della giurisdizione).
L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 11 del 12 luglio 2011, ha affermato - “sulla base della situazione giuridica protetta, della natura dell’attività esercitata dall’Amministrazione e dall’assenza nella fattispecie di una procedura concorsuale in senso stretto ” - che sul ... Continua a leggere
domenica 15 dicembre 2013 08:18
La ratio dell’art. 35, comma 1, lett. e), del d.lgs, n. 165 del 2001 è di evitare che siano componenti delle commissioni di concorso soggetti investiti di cariche comportanti il pericolo della deviazione del giudizio tecnico verso interessi di parte o comunque diversi da quelli propri del concorso. Al riguardo il Consiglio di Stato ha sottolineato che: - l’interpretazione di questa normativa comporta la ponderazione dei due principi dell’imparzialità dell’azione amministrativa e della possibilità di accesso per tutti i cittadini agli uffici pubblici essendo necessario, perché il primo principio sia garantito senza sacrificio ingiustificato del secondo, il ricorso a criteri puntuali per l’applicazione dei divieti di partecipazione alle commissioni di concorso (Sez. VI, 1 giugno 2010, n. 3461; Sez. V, 27 luglio 2002, n. 4056); - occorre, di conseguenza, che ricorra un “qualche elemento di possibile incidenza fra l’attività esercitabile da colui che ricopre cariche, politiche, sindacali o professionali e l’attività dell’ente che indice il concorso, altrimenti la disposizione verrebbe a generalizzare in modo eccessivo e senza adeguata giustificazione il sospetto di imparzialità anche nei confronti di soggetti che non gestiscano alcun potere rilevante e perciò non siano comunque idonei, sia pure da un punto di vista astratto, a condizionare la vita dell’ente che indice la selezione ” (Sez. V, 21 ottobre 2003, n. 6526). In questo quadro la norma in esame presuppone che tale incidenza non sussiste per i soggetti “che non siano” titolari delle cariche incompatibili affermandosi con ciò, anzitutto, la necessità che tale titolarità sia in atto, cioè “con la piena attribuzione delle relative funzioni….poiché soltanto con tale effettività diviene possibile l’incidenza sull’attività concorsuale delle funzioni rivestite, essendo la volontà o l’effetto di condizionamento assistiti dalla concretezza dei poteri azionabili.” (Sez. VI, n. 3461 del 2010, citata). La particolarità del caso in esame consiste nel fatto che dalla documentazione in atti emerge che il componente ha svolto funzioni di rappresentanza sindacale in periodo antecedente la sua nomina nella commissione di concorso ma, altresì, che tali funzioni erano cessate all’atto di questa nomina. Il componente infatti, che aveva partecipato ai tavoli di contrattazione per la stesura dei contratti integrativi regionali dal 2002 “in qualità di iscritta” (come da sua dichiarazione in atti del 4 maggio 2012; documento allegato all’appello n. 407 del 2013), ha poi sottoscritto gli atti contrattuali “in nome e per conto della UIL Scuola Molise, fin quando la UIL Scuola ha goduto della rappresentatività dell’area V. Successivamente, revocata l’iscrizione della UIL Scuola, ha partecipato ai tavoli di contrattazione/informazione regionale in rappresentanza della FLC-CGIL” (doc. n. 5 della parte appellata nell’appello n. 9106 del 2012, a firma del Segretario regionale della UIL Scuola Molise del 12 giugno 2012), comparendo formalmente come componente della delegazione sindacale e come firmataria degli atti da parte sindacale nel verbale della contrattazione in data 20 ottobre 2008 e nei contratti stipulati il 23 novembre e il 16 dicembre del 2010 per gli anni 2009 - 2010 e 2010 – 2011 (doc. n. 6, n. 8 e n. 10 della parte appellata nell’appello n. 9106 del 2012). Non risulta però che il commissario abbia esercitato tale funzione di rappresentanza dopo la citata stipula contrattuale del 16 dicembre 2010. Non sono dati quindi elementi di prova che, oltre la data del 16 dicembre 2010, il componente in questione abbia continuato a svolgere funzioni di rappresentanza sindacale o ne sia stata investita, emergendo che tali funzioni sono state esercitate da altri soggetti per i contratti integrativi in atti stipulati dopo, neppure rilevando che i contratti in questione riguardino la materia della formazione professionale e non quella retributiva, cui è riferito il contratto del 16 dicembre 2010, a fronte del dato oggettivo dell’assenza per il componente di ogni titolarità o forma di rappresentanza dopo quella assolta nove mesi prima della sua nomina nella commissione. Per giungere allora all’accertamento dell’incompatibilità della dott.ssa sarebbe necessario dimostrare la sua possibilità di incidere sul neutrale svolgimento del concorso non a causa della formale attribuzione o dell’esercizio in atto di un incarico di rappresentanza sindacale ma per il solo effetto della provata proiezione all’attualità dei rapporti costituiti in precedenza o della continuità delle funzioni di rappresentanza pur in assenza di indici formali. Ciò non risulta per i seguenti motivi: -a) quanto alla possibile proiezione all’attualità: - l’articolo art. 35, comma 1, lett. e), del d.lgs, n. 165 del 2001 non stabilisce un periodo di cessazione dalla titolarità della rappresentanza sindacale soltanto dopo il cui decorso l’interessato può essere nominato componente di commissioni di concorso; - essendo basato su una tale logica, ad esempio, l’art. 53, comma 1-bis, del medesimo d.lgs. n. 165 del 2001 (introdotto dall'art. 52, comma 1, lett. a), d.lgs. 27 ottobre 2009, n. 150), per il quale “Non possono essere conferiti incarichi di direzione di strutture deputate alla gestione del personale a soggetti che rivestano o abbiano rivestito negli ultimi due anni cariche in partiti politici o in organizzazioni sindacali o che abbiano avuto negli ultimi due anni rapporti continuativi di collaborazione o di consulenza con le predette organizzazioni”; - per cui, nella specie, non vi è ragione di ritenere che il periodo di nove mesi, intercorso tra la firma del contratto il 16 dicembre 2010 da parte della dott.ssa e la sua nomina nella commissione di concorso, sia insufficiente ad evitare la proiezione all’attualità di una possibile capacità di incidenza dell’interessata potendosi ritenere, al contrario, che tale arco di tempo sia lungo abbastanza per inibire ogni attuale efficacia del ruolo dismesso; - essendo comunque opinabile ogni tesi al riguardo, data la mancanza di una prescrizione normativa sulla durata del previo periodo di cessazione dalle funzioni o, per altro verso, della prova effettiva di una indebita influenza, per la quale non appare sufficiente il richiamo, fatto nella memoria difensiva degli appellati, della partecipazione al concorso di un rappresentante dell’organizzazione sindacale di cui si tratta, di per sé non vietata; -b) quanto alla continuità delle funzioni pur in mancanza di indici formali, si osserva che: - la citata disposizione dell’art. 35 non fornisce alcuna definizione o strumento interpretativo della nozione di “rappresentanza sindacale” cui riferire il divieto, a fronte della possibile individuazione di tale funzione variabile in concreto sulla base dello statuto ovvero dell’incarico conferito di volta in volta o permanente per settori o con altre forme ancora; - cosicché la prova della continuità delle funzioni di rappresentanza deve risultare certa, per atti formali o fatti concludenti, che nella specie non risultano, potendosi di conseguenza ritenere che la dott.ssa fosse soltanto iscritta all’organizzazione sindacale all’atto della nomina nella commissione, ciò che non è di per sé preclusivo dovendo valere a tale fine, secondo la norma, non la posizione di iscritto in forza dell’eventualità del conferimento delle funzioni di rappresentanza ma l’effettività di queste, pena altrimenti la lesione della libertà di associazione sindacale (Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007, n. 5572); -c) non è quindi superabile, nel caso in esame, la prescrizione della norma per cui soltanto la piena attribuzione in atto, (“statutaria” ovvero, come nel caso, in base ad investitura per acta “concludenti”, adottati volta per volta, e conseguente ad una prassi dell’organizzazione), delle funzioni incompatibili, impedisce la nomina nelle commissioni di concorso, alla luce di un criterio di applicazione necessariamente puntuale dei divieti posti, come anche richiesto dalla giurisprudenza.
L’art. 18 del d.l. 67/1997 dispone che “Le spese legali relative a giudizi per responsabilità civile, penale e amministrativa, promossi nei confronti di dipendenti di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l'espletamento del servizio o con l'assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o provvedimento che escluda la loro responsabilità, sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza nei limiti riconosciuti congrui dall'Avvocatura dello Stato”. Si tratta – si è osservato - di una forma di tutela che si giustifica nel fatto, e sul presupposto, che il dipendente pubblico, che viene convenuto in giudizio in tale sua veste, non è portatore di un interesse suo proprio ma della pubblica amministrazione per la quale ha agito. Di conseguenza, nella misura in cui il dipendente sia portatore di un interesse altruistico, a beneficio della collettività di cui l’amministrazione è espressione, ovvero “al servizio esclusivo della Nazione”, per riprendere l’impegnativa formula dell’art. 98 Cost., si pone l’esigenza che la P.A. (e per essa la comunità degli amministrati) tenga indenne il dipendente stesso per le spese legali che dovrebbe sostenere o che ha realmente sostenuto ogni qualvolta è chiamato a rispondere del suo operato pubblico in sede penale, civile ed amministrativa. In una logica più privatistica del rapporto, si è fatto anche richiamo al modello del mandato di diritto civile e alla previsione di cui all’art. 1720 c.c. - secondo cui “il mandante deve rimborsare al mandatario le anticipazioni….. dal giorno in cui sono state fatte, e deve pagargli il compenso che gli spetta. Il mandante deve, inoltre, risarcire i danni che il mandatario ha subito a causa dell’incarico” - per affermare l’esistenza di un principio generale, immanente nel sistema, e di un limite, non meno generale, dato dal fatto che il mandatario abbia pur sempre agito in vantaggio e non in danno del mandante (v. Cons. St., V, n. 6113/2009). La tutela legale, sia in generale che nell’ipotesi specifica dell’art. 18 d.l. 67/1997 che si riferisce ai soli dipendenti di amministrazioni statali, postula una serie di condizioni, ossia che: -1) il giudizio (in questo caso, penale) sia promosso nei confronti del (e non dal) dipendente pubblico; -2) il soggetto abbia la qualifica di dipendente pubblico (nel caso in esame, di dipendente dell’amministrazione dello Stato); -3) vi sia una connessione dei fatti contestati con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali; -4) una sentenza o un provvedimento ne abbia escluso la responsabilità; -5) le spese siano state ritenute congrue dall’Avvocatura dello Stato.
martedì 10 dicembre 2013 21:06
Precariato: pubblicata la circolare della Funzione Pubblica sugli indirizzi per favorire il superamento del precariato
La Corte di Conti ha registrato in data 4.12.2013 la circolare n° 5 del 21 novembre 2013, firmata dal ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione Gianpiero D'Alia, che fornisce i primi indirizzi alle pubbliche amministrazioni sulle misure volte a favorire il superamento del precariato, contenute nel nuovo decreto legge 101/2013 sul pubblico impiego divenuto legge. La circolare, disponibile sul sito del Dipartimento della Funzione Pubblica, fornisce indicazioni e chiarimenti sulle procedure di reclutamento di personale nelle Pa. "Il decreto - si legge nella premessa della circolare - si colloca nell'ambito delle misure necessarie e urgenti del Governo". Gli obiettivi - spiega il testo - sono "razionalizzare e ottimizzare i meccanismi assunzionali", "garantire gli standard operativi e i livelli di efficienza ed efficacia dell'attività svolta dalle amministrazioni pubbliche, valorizzando anche l'esperienza professionale maturata con contratti a tempo determinato" e "favorire la mobilità del personale in eccedenza". "Pur non potendo fornire una piena soluzione al problema, vista la difficile situazione della finanza pubblica e le conseguenti limitazioni in materia di assunzioni a tempo indeterminato - conclude la premessa - le previsioni normative forniscono efficaci strumenti d'intervento". Per accedere alla lettura della circolare cliccare su "Accedi al Provvedimento".
La Corte di Conti ha registrato in data 4.12.2013 la circolare n° 5 del 21 novembre 2013, firmata dal ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione Gianpiero D'Alia, che fornisce i primi indirizzi alle pubbliche amministrazioni sulle misure volte a favorire il superamento del precar ... Continua a leggere
martedì 10 dicembre 2013 19:52
Procedure concorsuali: l’assimilazione al servizio di ruolo di quello pre-ruolo è possibile soltanto se sia prevista espressamente dal bando
In base alla giurisprudenza l’assimilazione al servizio di ruolo di quello pre-ruolo in sede di procedura concorsuale è possibile soltanto laddove sia prevista in modo espresso (così Consiglio di Stato, VI, 19 ottobre 2009, n. 6384). La finalità per cui si richiede il requisito del servizio “effettivo di ruolo” per l’ammissione ad una procedura concorsuale è specifica e distinta da quella propria del riconoscimento del servizio pre-ruolo per la ridefinizione dello status giuridico ed economico del dipendente. Nella procedura concorsuale si persegue infatti lo scopo di stabilire i requisiti dei partecipanti, atti a garantirne la esperienza giudicata necessaria per il servizio che sono chiamati a svolgere ove vincitori, e se uno di questi requisiti è individuato nella prestazione di un periodo di servizio di ruolo è perché si intende impiegare personale che abbia acquisito tutte le qualificazioni richieste per il servizio di ruolo ed operato con la continuità e pienezza di impiego proprio di tale tipo di servizio. Del tutto distinto è invece lo scopo del riconoscimento del servizio pre-ruolo per la ricostruzione della carriera, che è fatto in sede e fasi diverse da quelle del procedimento concorsuale per l’accesso alla carriera, ex post nel corso di essa, al fine di assicurare che quel servizio non sia considerato inesistente nella definizione della anzianità giuridica ed economica del dipendente, essendo stato effettivamente prestato pur se non in posizione di ruolo. La regola del bando prevedeva soltanto (genericamente, senza alcuna altra specificazione o aggiunta) l’attribuzione di punti 1,5 per ciascun anno di servizio maturato in B3 e punti 1 per ciascun anno di servizio maturato in B2 e B1. In tale quadro ne consegue che l’assimilazione al servizio di ruolo di quello pre-ruolo quale requisito per l’ammissione a procedure concorsuali è possibile soltanto se prevista espressamente. Allo stesso modo, la assimilazione anche ai fini del punteggio da attribuire in sede di valutazione – oltre che ai fini dell’ammissione - è possibile solo se prevista espressamente; al contrario, nella specie, la regola fissata dal comunicato n. 5 del 29 marzo 2006 è che “i servizi non continuativi con il servizio a tempo indeterminato non sono valutabili”; il comunicato del 18 febbraio 2004 stabilisce che “la valutabilità della anzianità di servizio non di ruolo prestato è limitata all’ultimo periodo”. Da tale insieme di regole non si può evincere una valutabilità del servizio pre-ruolo – definito non valutabile ai fini della anzianità – ai soli fini della esperienza professionale acquisita, come pretenderebbe l’appello sulla base dei ragionamenti sopra riportati, non essendovi alcuna regola espressa e specifica in tal senso, che, essa sola, riuscirebbe a supportare le pretese di parte appellante.
In base alla giurisprudenza l’assimilazione al servizio di ruolo di quello pre-ruolo in sede di procedura concorsuale è possibile soltanto laddove sia prevista in modo espresso (così Consiglio di Stato, VI, 19 ottobre 2009, n. 6384). La finalità per cui si richiede il requisito del servizio “effet ... Continua a leggere
martedì 10 dicembre 2013 19:35
Il Consiglio di Stato chiarisce le modalità di riammissione in servizio del dipendente pubblico sospeso obbligatoriamente in conseguenza della misura cautelare restrittiva della libertà personale e fissa le condizioni necessarie per la sospensione cautelare facoltativa prima del rinvio a giudizio del dipendente
La controversia sottoposta all’esame del Consiglio di Stato riguarda la questione se l’Amministrazione, di fronte alla cessazione degli effetti di una misura interdittiva disposta dal Giudice penale, abbia l’obbligo di riammettere in servizio il dipendente immediatamente ed automaticamente, dal momento stesso della cessazione degli effetti di tale misura o se invece abbia la facoltà di decidere diversamente sia in ordine all’an che al quando. Al riguardo, occorre premettere che la giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. Cons. St., sez. VI, 3 luglio 2006, n. 4244) ritiene che: - nel campo del pubblico impiego, la sospensione cautelare obbligatoria dal servizio è un atto dovuto da parte dell’amministrazione, in conseguenza di una misura cautelare restrittiva della libertà personale, che impedisce la prestazione dell’attività lavorativa e dunque interrompe il sinallagma; tale sospensione cautelare obbligatoria non cessa automaticamente quando cessa la misura cautelare penale, occorrendo un provvedimento di revoca (cfr. Cons. St., sez. VI, 30 aprile 2002, n. 2327; id., 24 maggio 1996, n. 732; id., 15 aprile 1996, n. 551; sez. IV, 18 gennaio 1996, n. 53; sez. IV, 15 maggio 1995, n. 335); ciò in quanto l’amministrazione non è in grado di conoscere la data della cessazione della misura cautelare penale, essendo pertanto onere del dipendente che aspiri ad essere riammesso in servizio, cooperare con l’amministrazione, notiziandola del venir meno dell’impedimento alla riattivazione del rapporto di lavoro (cfr. Cons. St., sez. VI, 30 aprile 2002, n. 2327); - l’amministrazione è tenuta a revocare la sospensione cautelare obbligatoria disposta nei confronti di un dipendente con decorrenza dalla data in cui ha notizia della cessazione della misura cautelare penale, e dunque del venire meno dell’impedimento allo svolgimento del sinallagma; dalla data di conoscenza della cessazione della misura cautelare penale, decorre anche il termine entro cui l’amministrazione deve valutare se riammettere il dipendente in servizio, ovvero applicare la sospensione cautelare facoltativa (cfr. Cons. St., sez. VI, 30 aprile 2002, n. 2327, secondo cui l’amministrazione ha la facoltà, a seguito della revoca della sospensione cautelare obbligatoria, di valutare se debba disporsi la sospensione cautelare facoltativa, ove siano ritenute sussistenti ragioni di pubblico interesse, ostative alla ripresa del servizio); - per disporre la sospensione cautelare facoltativa del dipendente pubblico in pendenza di indagini penali, non è necessario che vi sia stato il rinvio a giudizio del dipendente medesimo, essendo sufficiente che siano in corso le indagini penali preliminari, e che il dipendente sia stato già sottoposto a misura cautelare restrittiva della libertà personale, successivamente cessata (cfr. Cons. St., sez. V, 16 giugno 2005, n. 3165; Cons. St., sez. VI, 27 gennaio 2003, n. 398; id., 17 marzo 2000, n. 1439; id., 10 marzo 1999, n. 249; Cons. St., sez. IV, 18 giugno 1998, n. 959; id., 18 giugno 1998, n. 953; C.G.A.R.S., 8 maggio 1997, n. 88; Cons. St., sez. II, 17 gennaio 1996, n. 878; Cons. St., sez. VI, 5 giugno 1995, n. 419; id., 29 luglio 1995, n. 579; id., 23 giugno 1995, n. 617); - le condizioni necessarie per la sospensione cautelare facoltativa prima del rinvio a giudizio del dipendente sono: a) che siano pendenti indagini penali preliminari; b) che il dipendente sia stato già sottoposto a misura cautelare restrittiva della libertà personale, poi cessata; c) che i fatti su cui pendono le indagini penali preliminari siano direttamente attinenti al rapporto di lavoro o siano tali da comportare, se accertati, l’applicazione della sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso; - la valutazione dell’amministrazione, in materia di sospensione cautelare facoltativa del dipendente pubblico, costituisce una tipica manifestazione del suo potere discrezionale, sindacabile dal giudice amministrativo solo ove risulti manifestamente irragionevole e non comporta la necessità di esporre le ragioni per le quali i fatti contestati al dipendente devono considerarsi particolarmente gravi, potendo tale giudizio essere implicito nella gravità del reato a lui imputato, nella posizione d’impiego rivestita dal dipendente, nella commissione del reato in occasione o a causa del servizio, con la conseguente impossibilità di consentirne la prosecuzione (cfr. Cons. St., sez. IV, n. 334/2001; C.G.A.R.S., 7 dicembre 2000, n. 487; Cons. St., sez. IV, n. 3157/2000; id., n. 953/1998; id., n. 959/1998 e sez. V, n. 579/1995). Tanto premesso, nella specie il ricorrente, sospeso obbligatoriamente dal servizio dal 21.11.1993 al 22.12.1993, e nuovamente sospeso, per effetto di misura interdittiva disposta dal giudice penale, dal 22.12.1993 al 22.2.1994, e dal 21.3.1994 al 21.5.1994, ha reclamato il trattamento economico per i due periodi (dal 23.2.1994 al 20.3.1994 e dal 24.5.1994 al 19.1.1995) non coperti dai provvedimenti di sospensione dal servizio. Ciò in quanto detti periodi si collocano, il primo tra la data di presentazione dell’istanza di riammissione in servizio e quella di applicazione della misura interdittiva disposta dal G.I.P., il secondo tra la data di presentazione della nuova istanza di riammissione e il giorno precedente a quello di riassunzione in servizio. Il decreto ministeriale 30 novembre 1994 n. 66235 (annullato dal T.A.R.), considerato che il ricorre te non ha assunto la veste di imputato e ritenuto di dover procedere alla riammissione in servizio, ha revocato la sospensione obbligatoria dal servizio disposta con i DD.MM. n. 71770 e n. 50603 rispettivamente del 23.11.1993 e 5.5.1994 ed ha disposto la corresponsione del trattamento economico - con conseguente revoca dell’assegno alimentare - a decorrere dalla data di riammissione in servizio, mentre non ha disposto alcunché in relazione ai due periodi che si collocano al di fuori dell’efficacia temporale dei provvedimenti di sospensione dal servizio. Alla luce dei principi esposti dalla summenzionata giurisprudenza deve ritenersi, da un lato, che il diritto alla percezione dell’intero trattamento economico è correlato all’effettivo ripristino del sinallagma e, cioè, può essere configurato solo a decorrere dall’effettiva ripresa del servizio, e, dall’altro, che al dipendente può spettare un risarcimento per la tardiva ripresa del servizio solo nel caso in cui il ritardo sia colpevolmente ascrivibile alla condotta dell’amministrazione.
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martedì 10 dicembre 2013 17:53
Pubblico impiego: gli elementi rilevatori dell’esistenza di un rapporto di lavoro dipendente per la giurisprudenza amministrativa
La giurisprudenza del Consiglio di Stato è constante nel ritenere che «in tema di qualificazione di un rapporto di lavoro come subordinato o autonomo, gli indici sostanziali che possono considerarsi rivelatori di un vero e proprio rapporto di pubblico impiego consistono nella natura pubblica dell’ente datore di lavoro, nella diretta correlazione dell’attività lavorativa prestata con i fini istituzionali perseguiti, nell’effettivo inserimento del lavoratore nell’organizzazione dell’ente, nell’orario predeterminato e assoggettato a controllo, nella retribuzione prefissata e a cadenza mensile, nel carattere continuativo, professionale e in via prevalente, se non esclusiva, delle prestazioni lavorative effettuate» (tra gli altri, Cons. Stato, sez. V, 5 novembre 2012, n. 5594; id.,18 aprile 2012, n. 2249). La stessa giurisprudenza ha affermato che «in relazione agli indici rivelatori del rapporto di pubblico impiego incombe su chi ne invoca la sussistenza l’onere di dimostrare i relativi principi di prova» (Cons. Stato, sez. V, n. 5594 del 2012, cit.; id., sez. VI, 6 giugno 2008, n. 2718). Nella fattispecie in esame tale prova non è stata fornita, in quanto l’appellante, come risulta dalla stessa lettura dei motivi di gravame, si è limitato a generiche asserzioni, con richiami indeterminati a dichiarazioni rese dalle parti. Ma anche qualora si volesse ritenere che l’appellante, mediante il materiale probatorio acquisito al processo, abbia assolto all’onere di provare i fatti dedotti, ugualmente la domanda sarebbe infondata per inidoneità dei fatti stessi addotti ad assurgere al rango di elementi rilevatori dell’esistenza di un rapporto di lavoro dipendente. Ciò in quanto: a) con riferimento al potere disciplinare, i fatti rilevanti sono quelli in grado di dimostrare l’esistenza di un controllo del datore lavoro «del tutto equivalente a quello esercitato sui propri dipendenti (es.: timbratura, strumenti di rilevazione dell’orario» e non, come nella specie, quelli riferibili a forme generiche di controllo; b) con riferimento agli orari di lavoro, gli stessi devono essere predeterminati e fissi e non, come nella specie, di natura variabile; c) con riferimento alla retribuzione, la stessa deve essere predefinita e a cadenza mensile e non, come nella specie, dipendente dal lavoro effettivamente prestato e corrisposto non dall’amministrazione ma direttamente dagli assistiti (la simulazione delle modalità di pagamento non è stata anch’essa provata). Nessuna censura è stata rivolta nei confronti del capo della sentenza che ha ritenuto non provata l’esclusività del rapporto di lavoro.
La giurisprudenza del Consiglio di Stato è constante nel ritenere che «in tema di qualificazione di un rapporto di lavoro come subordinato o autonomo, gli indici sostanziali che possono considerarsi rivelatori di un vero e proprio rapporto di pubblico impiego consistono nella natura pubblica dell’e ... Continua a leggere
martedì 10 dicembre 2013 10:05
Il verbale redatto dagli ispettori del lavoro ai sensi del d.lgs. n. 758 del 1994 non è un atto amministrativo e non può essere impugnato davanti al giudice amministrativo
Osserva il Consiglio di Stato nella sentenza in esame che in base ad un orientamento giurisprudenziale “l'atto con cui il funzionario ispettivo, nella sua qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, accerta, ai sensi dell'art. 20 del d.lgs. n. 758 del 1994, la fattispecie contravvenzionale e contestualmente dispone prescrizioni all'impresa datrice di lavoro, fissando un termine per l'eliminazione delle irregolarità, non è annoverabile tra i provvedimenti amministrativi, dovendosi ad esso attribuire, invece, natura di atto di polizia giudiziaria, rispetto al quale il giudice amministrativo difetta di giurisdizione” (Cons. di Stato, Sez. VI, 31 ottobre 2011, n. 5821). Inoltre identico orientamento giurisprudenziale è stato assunto - in materia di sicurezza ed igiene del lavoro - anche dalla Corte di Cassazione che, recentemente, ha statuito che “ la prescrizione di regolarizzazione impartita dall'organo di vigilanza ex art. 20 del d.lgs. n. 758 del 1994, richiamato dall'art. 15 del d.lgs. n. 124 del 2004, non è un provvedimento amministrativo, ma un atto tipico di polizia giudiziaria, non connotato da alcuna discrezionalità, neppure tecnica, ed emesso sotto la direzione funzionale dell'autorità giudiziaria ex art. 55 c.p.p.. Ne consegue che il relativo verbale non può essere impugnato davanti al giudice amministrativo, restando ogni questione devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario penale, presso il quale ogni doglianza può essere fatta valere nel procedimento conseguente all'eventuale inottemperanza della prescrizione” (Cass. Civ. Sez. Unite, 9 marzo 2012, n. 3694). Da quanto precede deriva, dunque, che il provvedimento impugnato nel presente giudizio, emanato ai sensi dell'art. 15 del d.lgs. n. 124 del 2004 che richiama l'art 20 del d.lgs. n. 758 del 1994, non può essere qualificato come atto amministrativo, in quanto adottato dall’ispettore del lavoro nella sua funzione di ufficiale di polizia giudiziaria nel corso degli accertamenti dal medesimo effettuati dai quali sono emerse fattispecie configuranti ipotesi di reato, la cui fondatezza dovrà essere successivamente verificata dalla competente autorità giudiziaria.
Osserva il Consiglio di Stato nella sentenza in esame che in base ad un orientamento giurisprudenziale “l'atto con cui il funzionario ispettivo, nella sua qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, accerta, ai sensi dell'art. 20 del d.lgs. n. 758 del 1994, la fattispecie contravvenzionale e conte ... Continua a leggere
lunedì 9 dicembre 2013 23:12
Lavoratori socialmente utili: l'art. 45, comma 8, della legge n. 144 del 1999 non garantisce l'automatica "stabilizzazione" dei lavoratori socialmente utili, ma solo un percorso riservato per l’accesso al pubblico impiego
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame dichiara di condividere quanto affermato dal primo giudice sulla insussistenza del diritto dei lavoratori socialmente utili all’assunzione nelle pubbliche amministrazioni di cui si tratta, essendo prevista la riserva dei posti a loro favore al fine della partecipazione ad un avviamento a selezione, come peraltro già chiarito in giurisprudenza affermandosi che “E’ vero in diritto…che i ricorrenti, lavoratori socialmente utili, avevano diritto, L. 17 maggio 1999, n. 144, ex art. 45, comma 8, all’avviamento a selezione L. 28 febbraio 1987, n. 56, ex art. 16 per la quota riservata (30% dei posti). Il cit. art. 45, comma 8, prevede infatti che, in favore dei lavoratori impegnati in lavori socialmente utili assoggettati alla disciplina di cui al D.Lgs. 1 dicembre 1997, n. 468, art. 12 e’ riservata una quota del 30 per cento dei posti da ricoprire mediante avviamenti a selezione di cui all’art. 16 cit.. Questo è sì un diritto soggettivo, ma ha ad oggetto non già direttamente l’assunzione, bensì la partecipazione ad un "avviamento a selezione" con chiamata nominativa in vista di un inquadramento nei livelli retributivo - funzionali per i quali non e’ richiesto il titolo di studio superiore a quello della scuola dell’obbligo. Quindi in generale i lavoratori socialmente utili hanno diritto ad essere richiesti dalle amministrazioni pubbliche con chiamata nominativa, nel rispetto dell’art. 16 cit. (e in particolare della graduatoria circoscrizionale), per essere sottoposti a selezione (tale e’ appunto l’avviamento a selezione) al fine di verificare, tra l’altro, il possesso dei requisiti per l’accesso al pubblico impiego; e ciò anche se in ipotesi i lavoratori socialmente utili iscritti nell’elenco della circoscrizione fossero in numero inferiore ai posti riservati. Insomma l’art. 45, comma 8, non garantisce la automatica "stabilizzazione" dei lavoratori socialmente utili, ma solo un percorso riservato per l’accesso al pubblico impiego. Ove la pubblica amministrazione, obbligata alla chiamata, frapponga ostacoli - come nella specie non facendo la chiamata a selezione ex art. 16 per i posti riservati ma mettendoli tutti a concorso - i lavoratori socialmente utili non hanno diritto per cio’ solo alla costituzione del rapporto di pubblico impiego.” (Cass. civ. 25 novembre 2010, n. 23928). Così come è da condividere, in coerenza con tale quadro, l’ulteriore asserzione del primo giudice per cui nella normativa di disciplina della fattispecie risulta posta la sussistenza di vacanze in organico quale condizione preliminare per l’attivazione del procedimento di applicazione della riserva, tramite l’avvio a selezione della prevista quota del 30 per cento, essendo riferita la quota ai “posti da ricoprire” (art. 45, comma 8, della legge n. 144 del 1999), sussistendo inoltre la condizione anche prevista dal citato art. 587 del d.lgs. n. 297 del 1994.
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame dichiara di condividere quanto affermato dal primo giudice sulla insussistenza del diritto dei lavoratori socialmente utili all’assunzione nelle pubbliche amministrazioni di cui si tratta, essendo prevista la riserva dei posti a loro favore al fine dell ... Continua a leggere
sabato 7 dicembre 2013 13:05
Pubblico impiego: gli atti di micro – organizzazione, direttamente ed unicamente incidenti sulla concreta gestione del rapporto di lavoro, rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario
Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, ai fini del riparto di giurisdizione nelle controversie in materia di pubblico impiego occorre distinguere tra gli atti di macro – organizzazione (concernenti le linee fondamentali di organizzazione degli uffici ed i modi di conferimento degli incarichi dirigenziali), assoggettati a principi e regole pubblicistiche, e atti di micro – organizzazione, che si collocano al di sotto della soglia di configurazione degli uffici pubblici, con cui si dispone l’organizzazione dei singoli uffici, regolati dalla disciplina privatistica (ex multis, C.d.S., sez. V, 16 gennaio 2012, n. 138; 20 dicembre 2011, n. 6705; 15 febbraio 2010, n. 816): appartengono alla giurisdizione del giudice amministrativo le controversie concernenti i primi (atti di macro – organizzazione), nei cui confronti, quali atti presupposti rispetto a quelli di organizzazione e gestione dei singoli rapporti di lavoro, sono astrattamente configurabili posizioni di interesse legittimo (potendo essi produrre effetti immediatamente pregiudizievoli per il dipendente ed essendo peraltro irrilevante – ai fini della giurisdizione – la loro incidenza riflessa sullo stesso rapporto di lavoro); mentre gli atti di micro – organizzazione, direttamente ed unicamente incidenti sulla concreta gestione del rapporto di lavoro, rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario (Cass. SS.UU., 3 novembre 2011, n. 22733; 5 novembre 2005, n. 21592; 9 febbraio 2009, n. 3052; 1° dicembre 2009, n. 25254); Sulla base di tali principi il Consiglio di Stato ha affermato che nel caso di specie la controversia non concerne la legittimità di un atto di macro – organizzazione nel senso delineato dalla ricordata giurisprudenza, bensì un atto negoziale di gestione del rapporto di lavoro degli avvocati dipendenti dell’amministrazione regionale, concernente in particolare le concrete modalità di rilevazione delle presenze giornaliere, modalità, ad avviso degli interessati, estemporanee, non concordate, sproporzionate, irragionevoli e contrastanti con le loro peculiari prestazioni lavorative e, come tali, anche lesive della loro autonomia professionale; né è utilmente invocabile il precedente reso dalle sezione (n. 730 del 2012) in quanto relativo ad un atto di vera e propria macro – organizzazione dell’intera area della dirigenza della Provincia di Salerno. L'appello e' stato, quindi respinto, appartenendo la controversia de qua alla giurisdizione del giudice ordinaria.
Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, ai fini del riparto di giurisdizione nelle controversie in materia di pubblico impiego occorre distinguere tra gli atti di macro – organizzazione (concernenti le linee fondamentali di organizzazione degli uffici ed i modi di conferimento degli inc ... Continua a leggere
sabato 7 dicembre 2013 12:53
Occupazione al Sud: firmato protocollo d'intesa per il rilancio dell'occupazione e dell'autoimprenditorialità tra Ministero del Lavoro e le Regioni del Sud
Il protocollo firmato dal Ministro del Lavoro e dalle quattro regioni meridionali, Sicilia-Calabria-Puglia-Campania, si prefigge di stimolare e rilanciare l'occupazione e promuovere altresì i processi di autoimprenditorialità, per aiutare concretamente i giovani ad inserirsi nel mercato del lavoro, nell'ottica del fondamentale raccordo con i territori, con l'utilizzo degli strumenti che si hanno già a disposizione nonchè con le risorse europee e nazionali che potranno disporsi a decorrere dal 1° gennaio 2014 e riconducibili al piano "garanzia giovani". Obiettivo primario è quindi quello di aumentare l'occupazione giovanile perseguendo il rafforzamento delle politiche attive del lavoro avvalendosi anche di una reale cooperazione tra pubblico e privato. Non di meno risulta determinante, al riguardo, intervenire urgentemente per rendere i Centri per l'Impiego pubblici maggiormente efficienti, monitorando e valutando costantemente performance e risultati raggiunti. Il coordinamento dell'attività scaturente da detto protocollo viene affidato ad una struttura di governance operativa attraverso Italia Lavoro che avrà sede presso il Ministero del Lavoro. Per maggiori informazioni cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Il protocollo firmato dal Ministro del Lavoro e dalle quattro regioni meridionali, Sicilia-Calabria-Puglia-Campania, si prefigge di stimolare e rilanciare l'occupazione e promuovere altresì i processi di autoimprenditorialità, per aiutare concretamente i giovani ad inserirsi nel mercato del lavoro, ... Continua a leggere
martedì 3 dicembre 2013 16:57
Pubblico Impiego: la validazione della Relazione sulla performance è condizione inderogabile per l’accesso agli strumenti per premiare il merito
L'Autorità Nazionale Anticorruzione con apposito comunicato evidenzia come l’art. 14, c. 6, del d.lgs. n. 150/2009 stabilisce che la validazione delle Relazione sulla performance è condizione inderogabile per l’accesso agli strumenti per premiare il merito di cui al Titolo III dello stesso decreto. Quanto alle modalità ed ai tempi per la validazione della Relazione sulla performance da parte dell’OIV, l'Autorità rinvia a quanto stabilito nella propria delibera n. 6/2012.
L'Autorità Nazionale Anticorruzione con apposito comunicato evidenzia come l’art. 14, c. 6, del d.lgs. n. 150/2009 stabilisce che la validazione delle Relazione sulla performance è condizione inderogabile per l’accesso agli strumenti per premiare il merito di cui al Titolo III dello stesso decreto. ... Continua a leggere
lunedì 2 dicembre 2013 13:18
Occupazione giovanile: nuovo strumento del contest on-line per diffondere le iniziative sul programma Garanzia-Giovani
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, coadiuvato dall’Agenzia Tecnica Italia Lavoro, promuove una “gara sul web” per l’ideazione di strumenti da implementare nella “campagna di comunicazione” che accompagnerà l’attuazione del “programma Garanzia Giovani” (Youth Guarantee). Lo scopo della campagna straordinaria, sul Web, è quello di informare i giovani sulle misure che verranno attivate a sostegno dell’occupazione, tali da ispirare le categorie sociali interessate, per poter sfruttare le opportunità previste dal Piano Nazionale per la Garanzia Giovani, all’interno del contesto Europeo, che si concretizzerà a partire dal gennaio 2014, con lo scopo primario di favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Tale attività verrà realizzata con l’ausilio della piattaforma telematica “Zooppa. com”, quale strart-up italiana che promuove la diffusione di sistemi di “intelligenza creativa collettiva”, che fornirà lo spazio virtuale necessario alla partecipazione del più ampio numero possibile di giovani, per un progetto a loro rivolto e teso a diffondere idee e proposte creative. Per maggiori informazioni sulla gara di idee, i messaggi da esternare, le attività richieste e i premi, cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, coadiuvato dall’Agenzia Tecnica Italia Lavoro, promuove una “gara sul web” per l’ideazione di strumenti da implementare nella “campagna di comunicazione” che accompagnerà l’attuazione del “programma Garanzia Giovani” (Youth Guarantee). Lo scopo del ... Continua a leggere
Secondo giurisprudenza pacifica, alla quale può farsi riferimento per i fini di cui all’art. 74 del codice del processo amministrativo (C. di S., VI, 27 luglio 2010, n. 4880; da ultimo C. di S., III, 15 dicembre 2011, n. 6576, che anzi dichiara l’inammissibilità della pretesa di inquadramento fondata sulle mansioni superiori svolte se svincolata dall’impugnazione dell’atto di conferimento della qualifica), nell'ambito del pubblico impiego lo svolgimento di fatto di mansioni superiori a quelle dovute in base all'atto di inquadramento è del tutto irrilevante ai fini sia economici che di progressione in carriera, salvo che una norma non disponga diversamente, a causa dell'inapplicabilità al pubblico impiego dell'art. 13 della legge 20 maggio 1970, n. 300, dell'art. 2103 cod. civ. e dell'art. 36 Cost., l'operatività di quest'ultimo trovando un limite invalicabile nel successivo art. 97. Quanto alla pretesa alle differenze stipendiali, deve essere rilevato come sia pacifica in giurisprudenza anche l’affermazione secondo la quale “nell'ambito del pubblico impiego lo svolgimento di fatto da parte del dipendente di mansioni superiori a quelle dovute in base all'inquadramento è del tutto irrilevante, sia ai fini economici, sia ai fini della progressione di carriera, salva l'esistenza di un'espressa disposizione che disponga diversamente; né la domanda del dipendente, tesa ad ottenere la retribuzione superiore a quella riconosciuta dalla normativa applicabile, per effetto dello svolgimento delle mansioni superiori, può fondarsi sull'art. 36 cost. in quanto il principio della corrispondenza della retribuzione dei lavoratori alla qualità e alla quantità del lavoro prestato non trova incondizionata applicazione nel rapporto di pubblico impiego, concorrendo con altri principi di pari rilievo costituzionale, quali quelli di cui agli art. 97 e 98; ovvero sugli art. 2126 c.c., concernente solo l'ipotesi della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato, e 2041 c.c. stante, per un verso, la natura sussidiaria dell'azione di arricchimento senza causa e, per altro verso, la circostanza che l'ingiustificato arricchimento postula un correlativo depauperamento del dipendente, non riscontrabile e dimostrabile nel caso del pubblico dipendente che, come nel caso di specie, ha comunque percepito la retribuzione prevista per la qualifica rivestita; comunque, nel pubblico impiego, presupposto indefettibile per la stessa configurabilità dell'esercizio di mansioni superiori è anche l'esistenza di un posto vacante in pianta organica, al quale corrispondano le mansioni effettivamente svolte, oltre che un atto formale d'incarico o investitura di dette funzioni, proveniente dall'organo amministrativo a tanto legittimato, non potendo l'attribuzione delle mansioni e il relativo trattamento economico essere oggetto di libere determinazioni dei funzionari amministrativi” (da ultimo C. di S., V, 19 novembre 2012, n. 5852). C. di S., IV, 24 aprile 2009, n. 2626 ha poi precisato che “fino all'entrata in vigore del d.lgs. 29 ottobre 1998 n. 387, che con l'art. 15 ha reso anticipatamente operativa la disciplina dell'art. 56, d.lg. 3 febbraio 1993 n. 29, la retribuibilità delle mansioni superiori svolte dal dipendente pubblico non trovava base normativa in alcuna norma o principio generale desumibile dall'ordinamento e, quindi, non nell'art. 2126 c.c., che concerne solo l'ipotesi della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato, né nell'applicazione diretta dell'art. 36 cost., la cui incondizionata applicazione al pubblico impiego è impedita dalle contrastanti previsioni degli artt. 97 e 98 cost. né, infine, nell'art. 2041 c.c., in ragione della sussidiarietà dell'azione di arricchimento senza causa”. Sulla base di tale ricostruzione il Collegio condividendo l’orientamento sopra riportato ha rilevato come nel caso di specie le mansioni superiori vantate dall’appellante sarebbero state svolte in un periodo precedente l’entrata in vigore del d. lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, con la conseguenza che la pretesa risulta in contrasto con la normativa appena richiamata. L’appellante sostiene peraltro che la stessa normativa, in particolare l’art. 15 del d. lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, non è conforme agli articoli 3 e 36 della costituzione, chiedendo quindi che venga sollevato incidente di costituzionalità. La questione deve essere dichiarata manifestamente infondata, per un ordine di ragioni assimilabile a quello che ha condotto alle conclusioni sopra riportate. C. di S., VI, 22 gennaio 2001, n. 177, condivisa dal Collegio, ha affermato che l'art. 36 Cost. non costituisce fonte diretta di integrazione del rapporto di pubblico impiego, per quanto concerne la determinazione dei compensi da corrispondere al dipendente, ma un criterio di valutazione della legittimità degli atti autoritativi adottati dall'Amministrazione; pertanto, la norma de qua non può essere invocata al fine di ottenere un trattamento economico differenziato in caso di svolgimento delle funzioni di qualifica superiore. Inoltre, i requisiti costituzionali di proporzionalità e di sufficienza della retribuzione devono essere valutati, secondo la costante giurisprudenza della Corte costituzionale, « non già in relazione ai singoli elementi che compongono il trattamento economico, ma considerando la retribuzione nel suo complesso », sicché non può essere considerata sproporzionata o insufficiente la retribuzione prevista da una norma per il pubblico dipendente in possesso di una certa qualifica, se questi svolga mansioni il cui esercizio è consentito solo sulla base del previo superamento del concorso. La sentenza richiamata quindi ha rilevato che il solo svolgimento di mansioni superiori non è sufficiente a fondare il diritto a percepire un trattamento retributivo più favorevole in quanto tale elemento deve essere collocato nella più ampia logica del trattamento stipendiale globalmente inteso; inoltre, l’attribuzione di un trattamento economico più favorevole sulla base di una mera situazione di fatto è in contrasto con l’art. 97 della Costituzione. Tale premessa consente di affermare che rientra nella discrezionalità del legislatore individuare le concrete situazioni nelle quali lo svolgimento di mansioni superiori dà titolo a benefici di contenuto economico o giuridico. In altri termini, solo l’apprezzamento compiuto dal legislatore consente di superare il principio secondo il quale soltanto chi supera il prescritto concorso può ricevere un determinato beneficio economico, superiore a quello spettante in base alla qualifica in suo possesso.
lunedì 2 dicembre 2013 06:31
domenica 24 novembre 2013 16:03
La Quarta Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza in esame evidenzia come ha già avuto modo di chiarire che, ai fini del diritto alla retrodatazione della decorrenza economica del rapporto di pubblico impiego occorre distinguere tra illegittima interruzione del rapporto in atto, ed illegittima mancata costituzione ex novo del rapporto stesso, potendosi, solo nella prima ipotesi riconoscere una piena reintegrazione giuridica ed economica del dipendente. Per l’ipotesi di ritardata costituzione del rapporto di lavoro, invece, la fictio iuris della retrodatazione giuridica, non può far considerare come avvenuta la prestazione del servizio cui l'ordinamento ricollega il diritto alla retribuzione, ma può porsi eventualmente solo come presupposto per una azione risarcitoria (Cfr., da ultimo, Consiglio di Stato, sez. V, 23/03/2009, n. 1752). Nel caso di specie la domanda di risarcimento per equivalente è stata respinta per insussistenza del requisito soggettivo della colpa: segnatamente nella decisione si da atto che “dinanzi all’obiettiva incertezza esegetica del quadro normativo (avuto riguardo, come sopra accennato, all’omogeneità del rapporto lavorativo da instaurare e di quello pregresso da far valere ai fini dell’innalzamento del limite), l’amministrazione ha dapprima adottato un atto sulla base di non implausibile opzione ermeneutica, ha poi tenuto un comportamento teso ad elidere le conseguenze dannose per il ricorrente ammettendo con riserva l’istante, infine arrestandosi nella procedura di arruolamento solo dinanzi ad una pronuncia giudiziaria che ha impresso un sigillo di legittimità alla sua azione”; se ne ricava conclusivamente che “la scusabilità dell’errore in cui l’amministrazione è incorsa vale ad escludere la risarcibilità del danno da provvedimento amministrativo, secondo un principio costantemente ribadito dalla Sezione (da ultimo, Consiglio di Stato sez. IV, 31 Gennaio 2012, n. 482)”.
domenica 24 novembre 2013 09:10
L'Amministrazione se vuole derogare al principio sancito dalla normativa secondo il quale la tempestiva consegna della raccomandata all’ufficio postale comporta il rispetto del termine stabilito dal bando di concorso, deve inserirlo univocamente nella “lex specialis” che, in caso di dubbio, dovrà essere interpretata in senso conforme alla normativa applicabile. E' questo il principio sancito dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato che e' stata investita, appunto, di una controversia riguardante la tempestività della presentazione, da parte dell'appellante, della domanda di partecipazione al concorso, riservato ai dipendenti degli enti della formazione professionale della Regione Calabria per l’inquadramento nel livello VII di cui alla legge regionale 19 aprile 1990, n. 15, nella cui graduatoria egli si era collocato in posizione utile per l’assunzione in ruolo. L’appellante è stato escluso in quanto la raccomandata con avviso di ricevimento con la quale è stata trasmessa la domanda è stata certamente consegnata all’ufficio postale in data utile ma è pervenuta all’Amministrazione in data successiva alla scadenza del termine, previsto dal bando. Le parti concordano sul fatto che, ordinariamente, la tempestiva consegna della raccomandata all’ufficio postale impone di considerare la medesima tempestiva; l’Amministrazione, il cui ragionamento è stato seguito dal primo giudice, ritiene peraltro che, nel caso concreto, la “lex specialis” imponesse, come consentito, di far pervenire le domande all’Amministrazione entro il termine di scadenza. La tesi, criticata dall’appellante, non può essere condivisa. Deve in primo luogo essere osservato che il principio secondo il quale la tempestiva consegna della raccomandata all’ufficio postale comporta il rispetto del termine stabilito dal bando di concorso è espressamente statuito dalla normativa vigente (art. 4, secondo comma, d.P.R. 9 maggio 1994, n. 487) ed è stato più volte affermato dalla giurisprudenza (C. di S., VI, 16 agosto 2001, n. 4409). Di conseguenza, la volontà, dell’Amministrazione, di derogare al suddetto principio (C. di S., IV, 1 giugno 2010, n. 3473) deve risultare univocamente dalla “lex specialis” che, in caso di dubbio, dovrà essere interpretata in senso conforme alla normativa applicabile. Deve essere condivisa l’osservazione dell’appellante il quale rileva come la clausola del bando di cui ora si tratta non enuncia affatto, quanto meno univocamente, tale volontà. Il primo giudice ha ritenuto decisivo il fatto che mentre la legge regionale 19 aprile 1990, n. 15, ai sensi della quale è stata indetta la procedura di cui si tratta, dispone che ogni concorrente nel termine di decadenza ivi previsto “deve inoltrare” la domanda di partecipazione il bando di concorso prevede che entro lo stesso termine i candidati “devono avere presentato” la domanda. Ad avviso del primo giudice, la differenza dei due enunciati deve essere valorizzati attribuendo al primo un significato conforme al disposto dell’art. 4, secondo comma, del d.P.R. 9 maggio 1994, n. 487, mentre il secondo avrebbe il diverso significato di imporre ai candidati non solo di spedire ma di far pervenire all’Amministrazione la domanda entro il termine di decadenza. Atteso che, nonostante la differenza con il disposto della legge regionale, il bando non è stato impugnato, il ricorso è stato ritenuto infondato e respinto. L’impostazione del primo giudice non può essere condivisa. Ai sensi dell’art. 1367 del codice civile il contratto, ma il principio vale per qualsiasi atto giuridico, deve essere interpretato nel senso in cui può avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne avrebbe alcuno: principio del “magis valeat quam non valeat” (in termini C. di S., V, 31 ottobre 2012, n. 5564). Applicando tale regola al caso di specie deve essere osservato come anche nell’impostazione del primo giudice la disposizione del bando, letta in senso restrittivo, non è conforme alla volontà espressa dal legislatore regionale, tanto da affermare che la mancata impugnazione del bando impone il rigetto della censura. Peraltro, il bando non esprime affatto una volontà univoca di derogare alla regola generale secondo la quale la tempestiva spedizione della raccomandata comporta il rispetto del termine. La frase “devono avere presentato” significa che entro la data stabilita i candidati devono avere completato le formalità di presentazione della domanda di partecipazione al concorso, ma non significa affatto che queste comprendano la ricezione delle stesse da parte dell’Amministrazione. Afferma, in conclusione, il Collegio che nel caso di specie la normativa del procedimento conformemente alla legge regionale da attuare non conteneva alcuna disposizione derogatoria dell’art. 4, secondo comma, del d.P.R. 9 maggio 1994, n. 487.
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domenica 24 novembre 2013 08:51
Per costante giurisprudenza la graduatoria costituisce atto inscindibile, come di recente ribaditosi nella decisione di questa Sezione Quarta del Consiglio di Stato recante n. 01994/2012. Il principio non è nuovo, essendosi in passato posto in luce che (Cons. Stato Sez. VI Sent., 25-01-2008, n. 209 )”costituisce preciso obbligo dell'Amministrazione, una volta esclusi, per difetto di requisiti, alcuni soggetti da una graduatoria, ed annullata la nomina di incarico conferita, procedere allo scorrimento, ora per allora, della graduatoria degli incarichi, con conseguente interpello di tutti gli aspiranti a suo tempo non nominati e divenuti nominabili successivamente a causa dell'intervenuto depennamento e revoca. Pertanto, l'Amministrazione, nel procedere al dovuto scorrimento, non può prescindere dalla situazione che emerge dalla graduatoria in relazione agli aspiranti che precedono il soggetto che è stato l'unico, a suo tempo, a contestare la graduatoria stessa in sede giurisdizionale. Infatti, nell'ipotesi di impugnazione di una graduatoria, che è atto amministrativo inscindibile, il giudicato relativo a tale atto inscindibile conseguito da uno dei destinatari dello stesso, giova anche agli altri, ancorché non abbiano proposto impugnazione; e ciò a maggior ragione qualora siano stati contestati criteri e valutazioni attinenti la formazione della graduatoria medesima.” Lo specifico principio finora esposto, si inquadra armonicamente con il più generale orientamento giurisprudenziale secondo il quale (Cons. Stato Sez. III, 20-04-2012, n. 2350 ) “la decisione giurisdizionale di annullamento di un provvedimento amministrativo - che per i limiti soggettivi del giudicato esplica in via ordinaria effetti soltanto fra le parti in causa - acquista efficacia erga omnes solo nei casi in cui gli atti impugnati siano a contenuto generale inscindibile, ovvero a contenuto normativo, nei quali gli effetti dell’annullamento non sono circoscrivibili ai soli ricorrenti, essendosi in presenza di un atto sostanzialmente e strutturalmente unitario, il quale non può esistere per taluni e non esistere per altri “ (si veda anche Cons. Stato Sez. IV, 07-11-2000, n. 5972 e Cons. Stato Sez. V , 17-09-2008, n. 4390:“si deve ritenere che il principio di efficacia erga omnes delle pronunce del Giudice amministrativo trovi applicazione solo nelle ipotesi in cui si tratti dell'annullamento di atti normativi secondari o amministrativi generali, ossia atti rivolti a destinatari indeterminati ed indeterminabili a priori; soltanto in tali casi, infatti, l'efficacia delle decisioni giurisdizionali si sottrae ai limiti soggettivi del giudicato amministrativo” ). Alla stregua dei superiori, condivisibili principi, conclude il Collegio che i riuniti appelli devono essere dichiarati improcedibili, atteso che l’amministrazione impugnante non ha più alcun interesse alla loro decisione, posto che gli atti originariamente gravati in primo grado avevano certamente natura inscindibile; essi sono stati annullati per motivi identici a quelli contenuti nei mezzi di primo grado in ordine ai quali sono state rese le impugnate decisione; dalla inscindibilità degli atti gravati discende che l’annullamento regiudicato pronunciato dal Tar riveste portata erga omnes, di guisa che nessun effetto utile potrebbe sortire per l’Amministrazione l’eventuale accoglimento degli odierni appelli che devono essere, pertanto, dichiarati improcedibili.

References: sentenza 
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 art. 35
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 art. 20
 art. 55
 sentenza 
 sentenza 
 art. 45
 art. 16
 art. 45
 art. 12
 art. 16
 art. 587
 sentenza 
 art. 97
 art. 97
 art. 2126
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