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Timestamp: 2018-12-16 23:34:15+00:00

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25 Dicembre 2016 | Autore: Carlos Arija Garcia
> Donna e famiglia Pubblicato il 25 Dicembre 2016
Separazione: niente assegno in automatico alla donna se è in grado di lavorare. E deve provare di non avere i mezzi per mantenere lo stesso tenore di vita.
Qual è il sogno impossibile di milioni di italiani? Che i politici perdano il vitalizio. Qual è il sogno di centinaia di migliaia di uomini separati? Che anche la loro ex moglie perda il vitalizio, cioè il diritto al mantenimento. Un sogno per nulla impossibile, specialmente quando la donna è ancora in età di mantenersi da sola, cioè di lavorare, e di perdere il vizio di porgere alla fine di ogni mese la mano in attesa che arrivi l’assegno di mantenimento pur potendo farcela da sola. Cioè, se ha le facoltà fisiche e mentali per riuscire a badare a se stessa, come, del resto, deve fare anche l’ex marito. Altro discorso è quando questa possibilità non ce l’ha. Ed ecco perché i giudici, nello specifico quelli della Cassazione, sono intervenuti in materia fissando dei paletti ben precisi [1].
Primo paletto: se la donna è in grado di mantenersi da sola, non c’è modo di obbligare l’uomo a mantenere la donna. Basta che lei abbia un’attività saltuaria per rivedere le condizioni del mantenimento e dire addio all’assegno.
Secondo paletto: se la donna è in grado di proseguire da sola lo stesso tenore di vita che aveva quando viveva con il marito non ha diritto al mantenimento. Anche se, durante l’unione, svolgeva mansioni di casalinga.
Quali criteri sostengono questi due paletti? Per la Cassazione, l’obiettivo principale dell’assegno di mantenimento è che la donna conservi lo stesso tenore di vita che aveva prima della separazione. Obiettivo da raggiungere, però, se l’ex marito se lo può permettere: chi deve trovarsi una nuova casa e va incontro a nuove spese non sempre ha a disposizione i soldi per mantenere un’ex moglie in grado di cavarsela da sola. Insomma, non c’è scritto da nessuna parte che a fare i salti mortali debba essere sempre e per forza lui.
Non solo. Il giudice che deve decidere se portare avanti o meno quello che abbiamo ironicamente chiamato “il vitalizio” può mettere sul piatto altri argomenti. Ad esempio, la durata della convivenza prematrimoniale, oltre che del matrimonio stesso prima che volassero per l’ultima volta i piatti in casa. Ma anche quello che ciascuno dei coniugi ha apportato alla vita matrimoniale in termini economici e la capacità di reddito del coniuge che chiede il mantenimento. Se, come detto, quest’ultimo ce la può fare da solo, ha l’età giusta e le capacità per rifarsi una vita anche lavorativa (ammesso che già non ce l’abbia), non avrà diritto al mantenimento.
1 Se la casa familiare è assegnata all’ex moglie
2 La donna casalinga che può lavorare perde il diritto al mantenimento
3 La donna deve provare le proprie difficoltà
4 Diritto al mantenimento: la giurisprudenza
5 Come si calcola l’assegno di mantenimento
Se la casa familiare è assegnata all’ex moglie
Altro motivo per cui l’ex moglie può perdere il diritto al mantenimento (lo abbiamo accennato prima): che lei resti nella casa in cui ha vissuto con l’ex marito mentre lui sia costretto a cercarsi una nuova abitazione, pagando un affitto o chiedendo un mutuo per acquistarla, e, in più, a mantenere moglie e figli e a pagare i costi della casa in cui vive lei con la prole. Secondo il Tribunale di Roma [2], l’aumento delle spese per l’uomo, conseguenti alla separazione, fanno sì che lui – a meno che non abbia un reddito particolarmente alto – sia esentato dal versare anche l’assegno di mantenimento.
Oltretutto – ricorda sempre la stessa sentenza – l’assegnazione della casa coniugale in favore della moglie viene meno nel caso in cui la donna abbandoni l’immobile per andare a vivere altrove o presso i propri genitori.
La donna casalinga che può lavorare perde il diritto al mantenimento
Casalinga disperata, casalinga mantenuta? Non è detto. La condizione di casalinga non equivale a quella di mantenuta dall’ex marito se la donna è ancora in grado di trovarsi un lavoro per ricominciare e mantenersi da sola. Lo stabilisce, nella sentenza già citata, la Cassazione [1], secondo cui ha diritto al mantenimento chi è in situazione di effettivo bisogno. La Suprema Corte tiene a ribadire che, almeno quando ciò è possibile, i due ex coniugi devono tentare di badare a se stessi da soli, senza costituire un peso per l’altro. Quindi, laddove venga constatata nella donna casalinga la completa inattività all’obbligo sociale di cercare un lavoro, il diritto all’assegno di mantenimento può essere ridotto o azzerato.
La donna deve provare le proprie difficoltà
Questa sentenza della Cassazione pone un elemento particolarmente interessante nel momento in cui rigetta la domanda di mantenimento di una casalinga, perché la donna non è stata in grado di fornire alcuna prova dell’oggettiva impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per conseguire un tenore di vita analogo a quello mantenuto durante il matrimonio. In altre parole, l’importanza del principio affermato in sentenza è quello secondo cui la dimostrazione della “difficoltà economica” e della “impossibilità a procurarsi un reddito”, cioè l’onere della prova, spetta alla donna. L’assegno, insomma, non scatta più in automatico per il solo fatto della separazione tra i due coniugi, come accaduto spesso in passato.
Diritto al mantenimento: la giurisprudenza
La Cassazione si è pronunciata in passato con pareri più rigidi, se non addirittura opposti. Nel 1994, ad esempio [3], i giudici avevano sostenuto che, in tema di divorzio, il coniuge che richiede il diritto al mantenimento può limitarsi a dedurre di non avere i mezzi adeguati, trasferendo così sulla controparte l’onere probatorio della contraria verità.
Dieci anni più tardi l’orientamento è diventato più rigido. Nel 2004, infatti [4], la Corte ha sostenuto che il coniuge richiedente il mantenimento deve dimostrare, con idonei mezzi di prova, quale fosse tale tenore di vita e quale deterioramento ne sia conseguito per effetto del divorzio, oltre a tutte le circostanze suscettibili di essere valutate dal giudice alla luce dei criteri legislativi per la determinazione dell’assegno.
Ancora dieci anni dopo, nel 2014, il Tribunale di Milano [5] ha insistito sull’importanza di valutare la capacità lavorativa del coniuge che richiede il diritto al mantenimento. Per verificare i presupposti dell’attribuzione dell’assegno a seguito di separazione personale – si legge nella sentenza –, si deve prioritariamente valutare il tenore di vita della famiglia per poi considerare se i mezzi economici del coniuge richiedente siano tali da consentire il mantenimento di tale tenore di vita, indipendentemente dall’erogazione di un assegno, e se sussista una disparità economica tra i due coniugi. Si deve, poi, avere riguardo alle potenzialità economiche complessive dei coniugi (come emerse durante il matrimonio), tenendo conto della durata dell’unione e dell’apporto dato da un coniuge alla formazione del patrimonio dell’altro. Nella valutazione delle potenzialità economiche complessive, infine, deve anche considerarsi l’attitudine al lavoro proficuo quale potenziale capacità di guadagno e quale attitudine concreta allo svolgimento di un lavoro retribuito, tenuto conto dei fattori individuali ed ambientali.
Secondo la Corte, l’accertamento del diritto all’assegno di mantenimento si articola in due fasi:
la prima: il giudice verifica l’esistenza del diritto di chi chiede il mantenimento. Accerta, cioè, l’eventuale inadeguatezza dei suoi mezzi economici per garantirsi il tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio. Il parametro di riferimento, però, non è solo il reddito della famiglia quando ancora era unita, ma anche quello che sarebbe presumibilmente proseguito se non ci fosse stata la separazione. In questo modo, se una coppia ha fatto dei grossi sacrifici solo per far decollare un’attività o la carriera di uno dei due, ma ciò avviene solo a matrimonio finito, di tale utile potrà partecipare anche l’altro coniuge, come ricompensa ai precedenti sforzi fatti;
la seconda: il giudice procede alla determinazione in concreto dell’ammontare dell’assegno. Si tiene conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi. Il tutto, anche in rapporto alla durata del matrimonio.
[2] Trib. Roma, sent. n. 19764/15 del 31.05.2016.
[3] Cass. sent. n. 2982/1994.
[4] Cass. sent. n. 21080/2004.
[5] Trib. Milano, sent. n. 14269/2014.

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 Cass. 
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