Source: https://www.laleggepertutti.it/193029_curarsi-allestero-cosa-bisogna-fare
Timestamp: 2018-04-27 04:39:05+00:00

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Curarsi all'estero: cosa bisogna fare?
Lo sai che? Curarsi all’estero: cosa bisogna fare?
Rimborso delle spese mediche sostenute all’estero: oltre all’urgenza ed all’indigenza il trattamento non deve essere ottenibile in centri del Servizio Sanitario Nazionale.
Hai un problema di salute per il quale – ti è stato detto – esiste un ospedale specializzato che opera attraverso una terapia moderna e sicura, capace di guarirti e di risolvere definitivamente il tuo problema. L’unico problema è che questo centro si trova all’estero. Non esistono, almeno in Italia, altre cliniche o strutture tanto all’avanguardia e attrezzate nella cura della tua particolare patologia. Così hai deciso di recarti fuori dall’Italia e farti assistere da chi, più dei medici della tua zona, è specializzato in questo specifico campo della medicina. Poiché però non vuoi spendere un capitale e vorresti sapere in anticipo quali saranno le spese che, oltre al viaggio, andrai ad affrontare, ti chiedi innanzitutto cosa bisogna fare per curarsi all’estero. Vorresti cioè sapere quali pratiche e – se ve ne sono – quali autorizzazioni bisogna ottenere, se c’è da chiedere un’impegnativa al medico curante o una certificazione dall’Azienda sanitaria e, insomma, tutti i passi da seguire per questa apparentemente articolata vicenda. Ed ancora, ti chiedi giustamente: in caso di trasferimento all’estero, l’assistenza sanitaria è a mio carico? In questo articolo tenteremo di darti tutte le risposte che cerchi, capiremo come e quando farsi curare all’estero, su chi gravano le spese e come ottenere l’assistenza medica che il Ssn non può fornirti. Trarremo, a tal fine, spunto da una sentenza della Cassazione che è stata pubblicata proprio qualche giorno fa [1] e che ha analizzato una vicenda simile alla tua (nel caso di specie, però, il malato si trovava già all’estero per un viaggio di piacere, seppur questa circostanza non influisce ai fini della soluzione al problema).
Ma procediamo con ordine e vediamo dunque cosa bisogna fare per farsi curare all’estero.
1 Condizioni per farsi curare all’estero
2 Farsi curare all’estero: l’autorizzazione dell’Asl
3 La prestazione deve essere urgente e inclusa nei Lea
4 In quali Paesi ci si può fare curare gratis?
5 Paesi con specifici accordi internazionali
6 Tutti gli altri Paesi per i quali non vi sono accordi specifici
7 Se vado all’estero cosa succede se ho bisogno di assistenza medica?
8 Cosa portare con te all’estero
9 Farsi curare all’estero con diritto al rimborso delle spese
10 I chiarimenti della Cassazione
11 Come ottenere il rimborso?
12 Quali spese sono rimborsabili?
13 Quali spese non vengono rimborsate?
14 Procedura per farsi curare all’estero
Condizioni per farsi curare all’estero
A ogni cittadino italiano è consentito il diritto di fari curare all’estero a proprie spese. Nessuno può quindi impedirti di recarti in un ospedale o una clinica straniera (privata o pubblica) e di essere assistito, ricoverato o operato. Tuttavia, a te sicuramente interessa come farsi curare all’estero gratuitamente oppure con rimborso delle spese mediche da parte del nostro Servizio Sanitario nazionale. In altre parole vuoi sapere se l’assistenza sanitaria è a tuo carico o meno. Ebbene, a determinate condizioni è possibile farsi curare all’estero senza pagare. Fermo quanto andremo a chiarire meglio nel corso di questo articolo, potremmo così sintetizzare le condizioni per farsi curare all’estero in modo gratuito o con rimborso delle spese mediche:
innanzitutto si deve tratta di una prestazione non ottenibile tempestivamente in Italia: in pratica, per la situazione di urgenza o di particolarità della malattia, il trattamento non deve essere conseguibile in una struttura del nostro Servizio sanitario nazionale;
vi deve essere una situazione di urgenza del malato;
tale prestazione deve rientrare nei Lea, ossia nei livelli essenziali di assistenza sanitaria riconosciuti in Italia secondo la nostra legge;
il paziente si deve trovare in una situazione di indigenza;
si deve ottenere l’autorizzazione dell’Asl.
Vedremo meglio qui di seguito come farsi curare all’estero.
Farsi curare all’estero: l’autorizzazione dell’Asl
La prima cosa che bisogna sapere per farsi curare all’estero è che il diritto riconosciuto a ogni malato italiano dal nostro Servizio Sanitario nazionale è quello dell’assistenza sanitaria all’estero solo se c’è una preventiva autorizzazione da parte dell’Asl di residenza.
La prestazione deve essere urgente e inclusa nei Lea
I cittadini italiani possono pertanto ricevere in forma diretta e gratuita le prestazioni sanitarie incluse nei Livelli essenziali di assistenza qualora queste non possano essere erogate in Italia in un lasso di tempo accettabile, in relazione ai bisogni assistenziali del cittadino.
In quali Paesi ci si può fare curare gratis?
Innanzitutto chi chiede di farsi curare all’estero può sceglie uno dei Paesi dell’UE ossia:
Ci si può far curare anche in uno dei Paesi dell’area Efta:
Al fine di poter usufruire dell’assistenza sanitaria, è necessario che l’assistito presenti alla struttura sanitaria o all’istituzione competente un formulario che attesti il suo diritto a godere delle prestazioni sanitarie. Tale attestato viene rilasciato dall’istituzione del luogo ove l’assistito è assicurato, in Italia, generalmente, dalla ASL di residenza. L’attestato di diritto permette al suo titolare di ricevere le prestazioni sanitarie in forma diretta alle stesse condizioni degli assistiti di quello Stato e nulla è dovuto se non l’eventuale partecipazione alle spese (che è sempre a carico dell’assistito e non rimborsabile). Inoltre a seconda dell’attestato e quindi della situazione protetta, e a secondo di quanto previsto dalla singola convenzione, si ha una copertura sanitaria completa o limitata a determinate prestazioni.
Paesi con specifici accordi internazionali
Ci si può far curare anche in uno dei Paesi con cui l’Italia ha stabilito precisi accordi:
Per conoscere il contenuto di tali accordi e convenzioni clicca sulla pagina del ministero al seguente indirizzo.
Tutti gli altri Paesi per i quali non vi sono accordi specifici
In tutti gli altri Paesi per cui non ci sono accordi specifici in materia sanitaria è possibile ottenere il rimborso delle spese sanitarie solo seguendo una particolare procedura.
La domanda di rimborso deve essere presentata al Ministero della Salute Direzione Generale della Programmazione Sanitaria – Ufficio 8, tramite Ambasciata o Consolato territorialmente competente, entro tre mesi dalla data di effettuazione dell’ultima spesa correlata ad un singolo evento morboso, allegando la seguente documentazione:
domanda di rimborso redatta dal titolare dell’assistenza con l’apposizione della data di presentazione e del timbro e della firma da parte della Rappresentanza ai fini dell’accertamento dei termini di decadenza
copia dell’attestato ex art. 15 del D.P.R. 31 luglio 1980, n. 618
modalità di rimborso: domicilio o c/c bancario del titolare in Italia, con i relativi codici ABI/CAB e IBAN. Per i contrattisti, beneficiari dell’assistenza, che non sono titolari di conto corrente in essere presso un istituto bancario in Italia, è possibile effettuare il rimborso delle spese sanitarie mediante accreditamento sul conto corrente della Rappresentanza diplomatica o consolare sede di servizio
Se vado all’estero cosa succede se ho bisogno di assistenza medica?
Esiste un’ottima guida del Ministero che ti consente di compilare alcuni campi indicando il Paese dove ti rechi e le ragioni del trasferimento (studio, lavoro, ecc.). Il sistema ti spiega che tipo di convenzioni ci sono con quel particolare Stato e cosa devi fare per ottenere la cura medica.
Qui puoi trovare il link.
Cosa portare con te all’estero
Ricorda che prima di partire per uno dei Paesi dell’Europa devi portare con te la Team ossia la tessera europea di assicurazione malattia.
In Italia la Team si trova sul retro della Tessera Sanitaria Nazionale e dovrai esibirla al prestatore di cura (struttura sanitaria o professionista sia pubblico sia in convenzione).
L’eventuale ticket che ti verrà richiesto non è rimborsabile.
Nel caso dovessi pagare le prestazioni perché la tessera non viene accettata o perché l’hai dimenticata, potrai richiedere il rimborso alla tua ASL al rientro in Italia (ricordati che le ricevute e la documentazione medica devono essere presentate alla ASL in originale).
Per ulteriori informazioni visita il sito del Ministero della salute nell’area dedicata all’Assistenza all’estero dove potrai consultare la guida interattiva “Se parto per…” o scarica l’app dedicata con i suoi contenuti aggiuntivi.
Farsi curare all’estero con diritto al rimborso delle spese
Al contrario, secondo il D.M. del 3 Novembre 1989. l’assistenza sanitaria è fornita in forma indiretta, cioè rimborsata in un secondo momento, nel caso in cui un cittadino italiano volesse rivolgersi a un Paese estero per avere «cure di altissima specializzazione non ottenibili in Italia in strutture pubbliche o private accreditate, in maniera tempestiva o in forma adeguata al caso specifico». Anche in questo caso, sarà necessario ottenere l’autorizzazione dell’Asl, che darà parere favorevole solo qualora la prestazione sia riconducibile alle aree di attività dei Lea.
Cerchiamo di comprendere cosa si intende con «prestazione non ottenibile in forma adeguata alla particolarità del caso clinico». Si tratta di tutte quelle prestazioni che richiedono specifiche professionalità, cioè procedure tecniche o curative ritenute dalla letteratura scientifica internazionale di efficacia superiore alle procedure praticate in Italia, quindi realizzate mediante attrezzature più idonee di quelle presenti nelle strutture italiane pubbliche o private accreditate.
Vediamo invece cosa si intende con il termine «altissima specializzazione»: si tratta della struttura estera, nota e riconosciuta in Italia come idonea a erogare prestazioni agli assistiti a carico del Servizio sanitario nazionale, che sia in grado di assicurare prestazioni sanitarie di altissima specializzazione con caratteristiche superiori agli standard.
Il requisito della «prestazione non ottenibile tempestivamente in Italia» è richiesto dal d.m. 3/11/1989 [2] e risponde allo scopo di colmare eventuali disfunzioni strutturali del Sistema Sanitario Nazionale. Anche la giurisprudenza ha affermato che i parametri su cui valutare il diritto al rimborso delle spese mediche sostenute all’estero devono essere quelli relativi all’urgenza e all’impossibilità di ottenere il medesimo trattamento in centri italiani [3]. In tale contesto devono infatti trovare contemperamento il diritto alla salute, da un lato, e le esigenze di finanza pubblica, dall’altro.
Per ottenere il rimborso, è necessario presentare alla propria Asl di residenza le fatture in originale delle spese sostenute e la documentazione clinica certificata dal Consolato italiano, che dovrà specificare la natura dell’ospedale (se pubblico o privato accreditato) e la natura delle tariffe applicate.
Le spese sanitarie rimborsabili riguardano i costi relativi agli onorari professionali, alle prestazioni sanitarie erogate in regime di degenza (esclusi i servizi di confort alberghiero), agli esami strumentali o di laboratorio ai fini diagnostici, ai farmaci e alle protesi. Più precisamente, tali spese saranno rimborsate al netto dei ticket previsti nel paese di soggiorno:
all’80% quando sono state sostenute presso centri pubblici o privati senza scopo di lucro, che abbiano tariffe approvate e controllate dalle autorità sanitarie locali;
all’80%, quando sono state sostenute presso centri privati. In questo caso però, il rimborso non sarà superiore a quanto l’assistito avrebbe ricevuto se si fosse recato in una struttura pubblica o privata senza scopo di lucro di quel paese;
al 40%, quando riguardano spese per prestazioni libero professionali comprese quelle fornite durante un ricovero ospedaliero.
Sono inoltre riconosciute come spese di carattere sanitario le spese di trasporto o di viaggio:
sostenute dall’assistito e rimborsabili all’80% della tariffa di trasporto più economica, con mezzo preventivamente autorizzato dal Centro regionale di riferimento;
sostenute dall’eventuale accompagnatore quando il paziente è minore di 18 anni o è maggiorenne non autosufficiente, rimborsabili all’80% della tariffa di trasporto più economica con mezzo preventivamente autorizzato.
Quali spese non vengono rimborsate?
Non sono invece rimborsabili le spese di soggiorno (vitto e alloggio).
Procedura per farsi curare all’estero
Se decidi di farti curare all’estero, prima di partire ti consiglio di seguire questa procedura:
presenta all’Asl di residenza una domanda di cure all’estero con un’esauriente relazione medica fatta da un medico specialista pubblico o privato che motivi la richiesta e contenga anche l’indicazione del centro estero al quale ci si vuole rivolgere;
attendi che l’Asl invii la richiesta al Centro regionale di riferimento. Quest’ultimo emette in caso parere positivo e, nei 30 giorni successivi, rilascia l’autorizzazione dandone comunicazione scritta e motivata all’interessato. Il termine di 30 giorni è ridotto a 15 giorni nei casi di particolare urgenza, che deve essere adeguatamente motivata nella domanda;
l’Asl, oltre a comunicati il parere positivo del Centro regionale al cittadino, ti indicherà il costo della prestazione ammesso al rimborso.
Se però l’Azienda sanitaria dà un parere negativo, il Ministero della salute dà le seguenti indicazioni:
in caso di rigetto della domanda di autorizzazione a recarsi all’estero per farsi curare, si può presentare ricorso in progressione: al Direttore generale dell’Azienda sanitaria di appartenenza, al Tribunale amministrativo regionale (Tar) e al Consiglio di Stato in sede di appello; infine al Presidente della Repubblica con ricorso straordinario, anche questo deciso dal Consiglio di Stato;
in caso di rigetto della domanda di rimborso di eventuali spese sostenute l’interessato può ricorrere: alla magistratura ordinaria (giudizio di I grado), alla magistratura ordinaria di appello (giudizio di II grado), alla magistratura di Cassazione (giudizio di III grado).
Il cittadino può anche rivolgersi alla Corte di giustizia della Ue che, con una serie di sentenze, ha riconosciuto in passato che le cure mediche ricevute in un altro Stato membro devono, a determinate condizioni, essere poste a carico del sistema sanitario del paese di provenienza del paziente.
[1] Cass. sent. n. 1391/18 del 19.01.2018.
[2] Approvato in attuazione della delega di cui alla l. n. 595/1985, recante «Norme per la programmazione sanitaria e per il paino sanitario triennale 1986-88»
[3] Cass. sent. n. 17134/16, n. 6461/09.
[4] Art. 37 l. n. 833/1978.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 3 ottobre 2017 – 19 gennaio 2018, n. 1391
Presidente Mammone – Relatore Boghetich
Con sentenza depositata il 23.1.2012, la Corte di appello di Palermo, confermando la pronuncia del Tribunale della medesima sede, ha accolto la domanda di B.A. di assistenza sanitaria indiretta ricevuta durante un viaggio, effettuato per motivi di turismo, in Cina ed ha condannato l’Assessorato Sanità della Regione Siciliana (gestione stralcio ex USL n. XX) al rimborso delle spese sanitarie sostenute pari a Euro 7.230,40 oltre accessori.
La Corte distrettuale, pur rilevando l’assenza di una situazione di indigenza del B. , e sottolineando la natura di altissima specializzazione della struttura (sull’implicito rilievo della natura specialistica dell’intervento subito a seguito di infarto ed a fronte di mancata contestazione sul punto), ha ritenuto che la gravità delle condizioni di salute e l’urgenza dell’intervento sanitario consentivano la disapplicazione di ogni disposizione che imponeva adempimenti amministrativi per ottenere il rimborso delle spese sanitaria affrontate all’estero.
Avverso tale sentenza l’Assessorato ha proposto ricorso per cassazione, affidandolo a un motivo; il B. ha resistito con controricorso illustrato da memoria.
1. Con l’unico motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 3, comma 5 della legge n. 595 del 1985, 2 e 7, comma 2 del d.m. 3.11.1989, 2 del d.m. 30.8.1991 (in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c.), avendo, la Corte distrettuale, erroneamente riconosciuto il rimborso delle spese sanitarie all’estero in carenza dei presupposti legislativi ossia fuori da casi di residenza per lavoro o studio o di espatrio oppure di indigenza. Invero, risulta pacificamente accertato che il B. non era indigente e si trovava all’estero per turismo, mentre la normativa in oggetto consente un’assistenza indiretta ai cittadini che per una oggettiva incapacità del sistema sanitario nazionale siano costretti a recarsi all’estero.
La legge 23.10.1985 n. 595 (intitolata “Norme per la programmazione sanitaria e per il piano sanitario triennale 1986-88) prevede all’art. 3, comma 5: “Con decreto del Ministro della sanità, sentito il Consiglio sanitario nazionale, previo parere del Consiglio superiore di sanità, sono previsti i criteri di fruizione, in forma indiretta, di prestazioni assistenziali presso centri di altissima specializzazione all’estero in favore di cittadini italiani residenti in Italia, per prestazioni che non siano ottenibili nel nostro Paese tempestivamente o in forma adeguata alla particolarità del caso clinico. Con lo stesso decreto sono stabiliti i limiti e le modalità per il concorso nella spesa relativa a carico dei bilanci delle singole unità sanitarie locali. Non può far carico al fondo sanitario nazionale la concessione di concorsi nelle spese di carattere non strettamente sanitario”.
Il d.m. 3.11.1989, adottato in esecuzione della delega, fissa (art. 2) le tipologie di prestazioni erogabili, precisando che devono possedere “specifiche professionalità del personale, non comuni procedure tecniche o curative o attrezzature ad avanzata tecnologia” e non debbono essere “ottenibili tempestivamente o adeguatamente presso i presidi e i servizi di alta specialità italiani” e specificando che “è considerata prestazione non ottenibile tempestivamente in Italia la prestazione per la cui erogazione le strutture pubbliche o convenzionate con il servizio sanitario nazionale richiedono un periodo di attesa incompatibile con l’esigenza di assicurare con immediatezza la prestazione stessa, ossia quando il periodo di attesa comprometterebbe gravemente lo stato di salute dell’assistito ovvero precluderebbe la possibilità dell’intervento o delle cure”; fornisce (art. 5) la definizione di “centro di altissima specializzazione” che consiste nella “struttura estera, notoriamente riconosciuta in Italia, che sia in grado di assicurare prestazioni sanitarie di altissima specializzazione e che possegga caratteristiche superiori paragonate a standard, criteri e definizioni propri dell’ordinamento sanitario italiano”; dispone anche, all’art. 7 (integrato dall’art. 2 del d.m. 30.8.1991), che si può prescindere dalla preventiva autorizzazione – ai fini del rimborso – in presenza di prestazioni di comprovata eccezionale gravità ed urgenza, ivi comprese quelle usufruite dai cittadini che già si trovino all’estero, “ferma restando la sussistenza dei presupposti e delle condizioni di cui all’art. 2” ossia, come precisato dall’art. 2 del d.m. 30.8.1991, “dimostrazione di essere in lista d’attesa, presso almeno due strutture pubbliche o convenzionate con il servizio sanitario nazionale, da un periodo di tempo superiore a quello massimo previsto dal decreto ministeriale 24.1.1990 e successive modificazioni”.
Ebbene, la Corte distrettuale – sottolineato che il B. non versava in condizioni di indigenza, che si trovava all’estero per motivi di turismo e che la struttura ove era stato effettuato l’intervento doveva ritenersi di “alta specializzazione” – ha incentrato i motivi della decisione sul profilo dell’urgenza dell’intervento subito e sulla tutela del diritto primario e fondamentale della salute.
La Corte distrettuale ha, peraltro, omesso ogni considerazione circa la ricorrenza dei requisiti previsti dall’art. 2 del d.m. 3.11.1989 con particolare riguardo alla necessità che si tratti di “prestazione non ottenibile tempestivamente in Italia” nell’accezione chiarita dallo stesso decreto ministeriale ossia che si tratti di cura erogata in Italia con periodi di attesa incompatibili con lo stato di salute dell’assistito. Il suddetto requisito dimostra chiaramente che la normativa è diretta a sopperire ad ipotesi di disfunzioni strutturali del Sistema sanitario nazionale, garantendo in tali casi ai cittadini il ricorso a centri di alta specializzazione all’estero e il rimborso delle spese affrontate.
Invero, il requisito della possibilità di ricorrere a centri sanitari posti sul territorio italiano è specificamente previsto dall’art. 3, comma 5, della legge n. 595 del 1985 ai fini del rimborso delle spese sanitarie affrontate all’estero e – come già esaminato dalla Corte Costituzionale – deve ritenersi conforme alle previsioni legislative che regolano il Servizio Sanitario Nazionale (in particolare, gli artt. 19 e 25 della legge n. 833 del 1978, secondo cui le prestazioni vengono erogate ai cittadini direttamente mediante strutture pubbliche organizzate nel territorio oppure da soggetti con i quali le pubbliche amministrazioni stipulano convenzioni), disposizione che realizzano un ragionevole bilanciamento tra diritti costituzionalmente protetti, ossia il diritto alla salute, da una parte, e le esigenze dello Stato di natura finanziaria e, più in generale, organizzativa, dall’altra (cfr. sentenza n. 354/2008: la Corte Costituzionale ha esaminato, nel caso di specie, il caso di un cittadino italiano recatosi all’estero per turismo e ricoverato urgentemente perché colpito da grave patologia).
Va segnalato che anche la più recente giurisprudenza ha avuto modo di confermare che gli unici parametri, sulla base dei quali è legittimo valutare il diritto al rimborso delle spese mediche, siano quelli relativi alla urgenza e alla impossibilità di ottenere il medesimo trattamento presso centri italiani (cfr. in particolare, Cass. n. 17134/2016; cfr., inoltre, Cass. n. 6461/2009 avente ad oggetto un caso simile a quello in esame di un cittadino italiano in soggiorno turistico all’estero colpito da grave ed urgente patologia; cfr., inoltre, le sentenze nn. 17309/2016, 27448/2013, 9969/2012, 26609/2011, 12918/2011 che hanno trattato casi diversi dal presente, tutti accomunati dal presupposto che si trattava sempre di cittadini che espatriavano per affrontare delle cure mediche, e non di cittadini che si trovavano in soggiorno turistico all’estero).
In ordine al diritto alla tutela della salute, la Corte Costituzionale ha, da un lato, rilevato che la tutela del diritto alla salute nel suo aspetto di pretesa all’erogazione di prestazioni “non può non subire i condizionamenti che lo stesso legislatore incontra nel distribuire le risorse finanziarie delle quali dispone” (sentenze nn. 354/2008 e 309/1999); dall’altro, che le “esigenze della finanza pubblica non possono assumere, nel bilanciamento del legislatore, un peso talmente preponderante da comprimere il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana” (in questo senso, oltre alle citate sentenze, ex plurimis: sentenze n. 455/1990; n. 267/1998; n. 509/2000; n. 252/2001; n. 432/2005).
Ora, come risulta dall’art. 37 della legge n. 833 del 1978, l’assistenza sanitaria agli italiani all’estero costituisce oggetto di una disciplina specifica rispetto a quella che regola l’assistenza a favore di coloro che si trovano nel territorio dello Stato. Specificità che deriva dal fatto che il servizio sanitario, come in genere i servizi pubblici, incontra di norma i limiti territoriali propri dello Stato, sicché le prestazioni vengono erogate direttamente mediante strutture pubbliche organizzate nel territorio oppure da soggetti con i quali le pubbliche amministrazioni stipulano convenzioni (si vedano, in particolare, gli artt. 19 e 25 della legge n. 833 del 1978).
Ciò, sottolinea la Corte Costituzionale nella sentenza n. 354 del 2008, non può non riflettersi sulla disciplina delle condizioni alla cui sussistenza è subordinato il diritto alle prestazioni e sul tipo, entità e modalità della loro erogazione e, quindi, anche sui criteri cui ci si attiene nell’operare il bilanciamento di cui si è detto tra tutela del diritto alla salute ed esigenze dello Stato di natura finanziaria e, più in generale, organizzativa.
L’intervento d’urgenza subito dal B. all’estero non può ritenersi ricompreso tra le prestazioni sanitarie rimborsabili ai cittadini in quanto carente del requisito richiesto dal combinato disposto degli artt. 3, comma 5 della legge n. 595 del 1985, 2 e 7 del d.m. 3.11.1989 consistente nella inclusione in lista di attesa presso strutture del Servizio sanitario nazionale.
3. In conclusione, il ricorso va accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata; non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito, con il rigetto della domanda introduttiva del giudizio.
4. Le spese di lite sono integralmente compensate tra le parti in considerazione della particolarità della questione.
La Corte accoglie il ricorso e rigetta la domanda. Compensa tra le parti le spese di lite.
Agente di turismo dentale Croazia ha detto:

References: sentenza 
 art. 15
 Cass. 
 Cass. 
 Art. 37
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 Cass. 
 Cass. 
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