Source: https://www.laleggepertutti.it/150690_conto-in-banca-prelievi-non-autorizzati-e-truffe-online
Timestamp: 2018-09-19 00:30:20+00:00

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Conto in banca, prelievi non autorizzati e truffe online
Come chiedere alla banca la restituzione dei soldi prelevati da pirati informatici: che fare se qualcuno riesce ad entrare nell’account di home banking e a prelevare delle somme dal conto corrente online.
Sono sempre numerosi i casi di «furti informatici» dal conto corrente online: grazie a tecniche ogni giorno più evolute – che fanno principalmente leva sulla sprovvedutezza dell’utente, a cui vengono inviate email con link contenenti malware – la criminalità riesce a ottenere le credenziali di accesso all’altrui account di home banking; in tal modo vengono prelevate somme di denaro (a volte si tratta di piccoli importi per non insospettire o scoraggiare le denunce) per poi trasferirle su altri conti correnti.
Chiaramente il problema si pone solo per chi ha un account di home banking. Chi, invece, non dispone di un sistema di accesso al conto corrente online e gestisce tutto secondo tradizione, ossia con operazioni allo sportello, non ha nulla da temere.
La giurisprudenza, a riguardo, ha ormai sposato una linea interpretativa di tutela del correntista, consentendo a quest’ultimo di chiedere, alla banca, la restituzione dei soldi illegittimamente prelevati dagli estranei. La responsabilità dell’istituto di credito si fonda sul presupposto secondo cui spetta a quest’ultimo – e non al cliente – adottare tutte le misure tecniche per evitare il rischio di illegittime intrusioni o, quantomeno, attivare gli strumenti di allarme per evitare il ripetersi delle truffe. Questo, da un punto di vista processuale, si sostanzia in ciò che comunemente si chiama «inversione dell’onere della prova»: in termini pratici significa che al cliente basta dimostrare di aver subito un prelievo dal conto online non autorizzato, mentre spetta alla banca il compito – improbo – di provare di aver fatto di tutto per evitare il crimine.
Detto ciò, si comprende come, per ottenere la restituzione dei soldi trafugati dal conto corrente, è spesso sufficiente presentare un’istanza di rimborso alla banca, inviata con raccomandata a.r. (o posta elettronica certificata). La banca dovrebbe rispondere in tempi brevi, ma, in caso contrario o di rifiuto, piuttosto che andare dal giudice e attendere i lunghi tempi di una causa, è altresì possibile procedere attraverso un organismo di mediazione. La strada più spesso percorsa è quella del ricorso all’Abf, ossia all’Arbitro Bancario Finanziario, un procedimento estremamente economico (poche decine di euro a titolo di diritti) e che può essere condotto senza bisogno dell’avvocato o di un altro difensore (leggi qui come fare). Dalle sentenze pubblicate dall’Abf, risulta che, nella gran parte dei casi, l’utente ottiene sempre ragione e la restituzione dei soldi che gli sono stati prelevati dal conto.
Su questa stessa linea è la Cassazione. Il che costituisce un conforto per chi, non avendo ottenuto tutela nelle precedenti fasi, dovesse decidere di ricorrere al giudice. Con una recente sentenza la Suprema Corte ha condannato Poste Italiane [1] al risarcimento del danno derivante da due operazioni sul conto corrente di un cliente, eseguite da un soggetto non autorizzato.
Secondo la Corte, in tema di ripartizione dell’onere della prova, al correntista abilitato a svolgere operazioni on line che agisca per l’abusiva utilizzazione delle sue credenziali informatiche, spetta soltanto la prova del danno come riferibile al trattamento del suo dato personale, mentre la banca risponde, quale titolare del trattamento, dei danni conseguenti al fatto di non aver impedito a terzi di introdursi illecitamente nel sistema telematico mediante la captazione dei codici d’accesso del correntista: se la banca vuole evitare la condanna deve dimostrare che il furto non le sia imputabile perché discendente da trascuratezza, errore o frode del correntista o da forza maggiore. In buona sostanza deve dare prova che è stato il correntista a non conservare, in modo diligente, le credenziali di accesso al proprio sistema di home banking.
Tale ricostruzione è coerente, peraltro, anche con gli obblighi previsti in capo al prestatore del servizio di pagamento in base ai quali, se l’utente nega di aver autorizzato un’operazione, l’onere di provarne la genuinità ricade essenzialmente sul prestatore medesimo. E nel contempo obbliga quest’ultimo a rifondere con sostanziale immediatezza il correntista in caso di operazione disconosciuta, tranne laddove vi sia un motivato sospetto di frode e salva la possibilità di dimostrare che l’operazione di pagamento era stata autorizzata, con il diritto di chiedere e ottenere dall’utilizzatore la restituzione dell’importo rimborsato.
[1] Cass. sent. n. 2950/17 del 3.02.2017.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 4 ottobre 2016 – 3 febbraio 2017, n. 2950
Presidente Nappi – Relatore De Marzo
Per quanto ancora rileva, con sentenza depositata in data 8 marzo 2011 la Corte d’appello di Trento: a) ha rigettato l’appello principale proposto da D.A. avverso la decisione di primo grado, che aveva respinto la domanda intesa ad ottenere la condanna di Poste Italiane s.p.a. a risarcire il danno derivante da due operazioni (una di giroconto e l’altra di bonifico), eseguite in assenza di sue disposizioni e di cessione a terzi dei codici personali di accesso al sistema che consentiva le operazioni on line; b) ha dichiarato inammissibile l’appello incidentale tardivo proposto da Poste Italiane s.p.a. avverso il capo della sentenza di primo grado, che l’aveva condannata al pagamento delle spese nei confronti di G.S. , chiamato in giudizio, unitamente ad D.B.A. , quale beneficiario delle operazioni, e ritualmente costituitosi.
La Corte territoriale ha ritenuto: a) che, a tacere dell’assenza di prova certa, quanto all’estraneità del D. rispetto al bonifico disposto in favore del D.B. , comunque, secondo l’accertamento del giudice di primo grado, le misure di sicurezza on line di Bancoposta, caratterizzate dall’utilizzo di un sistema di crittografia dei dati di riconoscimento del cliente, erano tali da escludere che l’accesso alle funzioni fosse consentito a chi non era conoscenza delle chiavi di accesso; c) che pertanto le operazioni in questione erano state rese possibili dalla mancata custodia o comunque da un incauto comportamento del correntista, tale da consentire la sottrazione dei codici mediante tecniche fraudolente; d) che l’appello incidentale non poteva essere proposto nel termine previsto dall’ad. 334 cod. proc. pen., dal momento che l’impugnazione proposta da Poste Italiane s.p.a. si correlava ad una domanda di garanzia impropria, autonoma, per soggetti e titolo, rispetto a quella formulata dall’attore in via principale.
Avverso tale sentenza, il D. propone ricorso per cassazione affidato a due motivi. Resistono con controricorso Poste Italiane s.p.a. e il G. ; il D.B. non ha svolto attività difensiva. Nell’interesse del D. e di Poste Italiane s.p.a sono state depositate memorie ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..
Con il primo motivo si lamentano violazione o falsa applicazione degli artt. 1218 e 2697 cod. civ., nonché vizi motivazionali, per avere la Corte territoriale omesso di applicare le regole in tema di ripartizione dell’onere probatorio. Nel caso di specie, era stata rigettata la domanda con la quale l’attore aveva denunciato un inadempimento contrattuale della controparte, nonostante la mancanza di dimostrazione che le operazioni contestate fossero state eseguite attraverso i codici di accesso del ricorrente.
Con il secondo motivo si lamentano violazione o falsa applicazione degli artt. 1218, 2697, 1710, 1768, 1856, 2050 cod. civ., nonché vizi motivazionali, per avere la Corte territoriale ritenuto, in assenza di prova da parte di Poste Italiane s.p.a., l’idoneità del sistema di sicurezza adottato, nonostante l’attore avesse documentato le numerose frodi informatiche subite dai clienti di Bancoposta.
I due motivi, esaminabili congiuntamente per la loro stretta connessione logica, sono fondati.
È indiscusso che, nel nostro ordinamento, il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno o per l’adempimento deve provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi poi ad allegare la circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre al debitore convenuto spetta la prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento (v., ad es., Cass. 20 gennaio 2015, n. 826) ovvero dell’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile. Tale generale principio ha trovato una sua specificazione, con riguardo all’utilizzazione di servizi e strumenti con funzione di pagamento, che si avvalgono di mezzi meccanici o elettronici, in quanto si è ritenuto che “non può essere omessa (…) la verifica dell’adozione da parte dell’istituto bancario delle misure idonee a garantire la sicurezza del servizio (…); infatti, la diligenza posta a carico del professionista ha natura tecnica e deve essere valutata tenendo conto dei rischi tipici della sfera professionale di riferimento ed assumendo quindi come parametro la figura dell’accorto banchiere” (Cass. 12 giugno 2007, n. 13777; v. anche Cass. 19 gennaio 2016, n. 806).
In tale cornice di riferimento, si osserva: a) per un verso, che la sentenza impugnata erroneamente attribuisce rilievo, per una delle due operazioni delle quali si discute, all’assenza di prova certa dell’estraneità del ricorrente, laddove era piuttosto necessario accertare in positivo la riconducibilità dell’operazione a quest’ultimo; b) per altro verso, che la possibilità della sottrazione dei codici del correntista, attraverso tecniche fraudolente, rientra nell’area del rischio di impresa, destinato ad essere fronteggiato attraverso l’adozione di misure che consentano di verificare, prima di dare corso all’operazione, se essa sia effettivamente attribuibile al cliente; c) che, pertanto, ai fini del rigetto della domanda risarcitoria, non era sufficiente dare rilievo al – peraltro presuntivamente affermato – incauto comportamento del D. , che avrebbe consentito la sottrazione dei codici.
Va aggiunto che, sebbene alla vicenda non sia applicabile ratione temporis (le operazioni delle quali si discute risalgono infatti al settembre 2005) la direttiva 2007/64/CE del Parlamento Europeo e del consiglio del 13 novembre 2007, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, cui è stata data attuazione con il d. lgs. 27 gennaio 2010, n. 11 (v., in particolare, artt. 10 e ss.), il punto di equilibrio divisato da tale disciplina risulta essere sostanzialmente in linea con le regole generali relative alla ripartizione della prova in tema di inadempimento contrattuale e di verifica della diligenza dell’agente professionale.
Infatti, l’impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile al soggetto obbligato (art. 1218 cod. civ.) richiede la dimostrazione di eventi che si collochino al di là dello sforzo diligente richiesto al debitore.
In conclusione, il ricorso principale va accolto, con conseguente cassazione della sentenza e rinvio, anche per la regolamentazione delle spese, alla Corte d’appello di Trento in diversa composizione.

References: sentenza 
 Cass. 
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