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Timestamp: 2019-02-18 06:24:02+00:00

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Newsletter 6 febbraio 2017 | Alberto Pagani
Newsletter 6 febbraio 2017
da AlbertoPagani | 6 Feb, 2017 | Newsletter
Dopo la sentenza della Consulta del 25 gennaio, che analizzo in una notizia di questa newsletter, la politica è entrata in fibrillazione: si susseguono appelli al voto e i retroscenisti non mancano un giorno nel raccontarci le strategie di “pro” e “contro”. Senza dubbio il tema delle elezioni anticipate è prepotentemente entrato nell'agenda dei partiti, tra cui il nostro che la prossima settimana si riunirà in una Direzione nazionale. Ma, come spero di aver dimostrato in questi anni anche attraverso questo notiziario informativo, mi piace entrare nel merito delle cose senza inseguire annunci o illazioni. Quel che penso è che, ineluttabilmente, a partire dalle dimissioni di Renzi (dunque all'indomani del referendum costituzionale) si sia consumata di fatto una frattura politica. Una frattura che si può curare in più di un modo, a patto però che sia chiaro l'obiettivo che si persegue. A mio avviso l'obiettivo resta fare il meglio possibile per il nostro Paese, non trascurando affatto l'unità del nostro Partito.
L'Italia da metà dicembre ha un nuovo Governo, sostenuto dal Pd, guidato da Paolo Gentiloni, titolato a fare il proprio mestiere che significa dare attuazione a precedenti deliberazioni ma pure affrontare drammatiche situazioni, come quella del sisma in centro Italia, e rimettere mano a norme che non funzionano bene, come la revisione dei voucher da lavoro su cui il ministro Poletti si è espresso positivamente. Il Governo deve anche negoziare con l'Unione europea un mini-intervento di rientro finanziario richiesto da Bruxelles (in maniera a mio parere impropria, vista l'emergenza causata dal terremoto). In secondo luogo, poi, oggi il nostro sistema politico ha due modalità di elezione per la Camera e per il Senato emerse da due verdetti della Corte costituzionale: come cercherò di spiegare a breve, due sentenze non per forza fanno una buona legge elettorale. Dunque, se vogliamo essere responsabili, dobbiamo almeno cercare di realizzare un miglior sistema di voto. A me non interessa se andremo a votare a maggio/giugno o dopo: non sono pregiudizialmente contrario o favorevole. Sono consapevole che, dopo la fine del governo Renzi, siamo entrati in una fase diversa, di certo meno propulsiva dal punto di vista delle riforme e della legislazione, che sottolinea la necessità di un nuovo rapporto tra la sfera politica e la cittadinanza. Ma sono ugualmente consapevole che da questa fase non si può uscire se non affrontando a viso aperto le questioni sul tavolo, a partire dalla legge elettorale, per non consegnare il Paese a una fluttuazione politica pericolosa. Il problema, quindi, non è se andare o meno al voto anticipato, ma come e perché ci arriviamo. Se non si agirà in maniera avveduta, oltre all'Italia, sarà il nostro Partito a rischiare di uscirne malamente. Consiglierei di riflettere, insomma, e di agire in maniera saggia.
Dopo la sentenza della Consulta ripartirà alla Camera la discussione sulla legge elettorale
Oggi abbiamo due sistemi, uno per Montecitorio e uno per il Senato, di stampo proporzionale ma animati da intenti assai diversi: bisogna sciogliere i nodi su cui rischieremo di inciampare
Come noto il 25 gennaio la Corte costituzionale ha emesso il proprio verdetto sulla legge elettorale valida per la Camera, l'Italicum, togliendo il ballottaggio dunque il secondo turno e rivedendo le modalità di attribuzione dei seggi per le candidature plurime (i capilista bloccati non potranno più scegliere secondo discrezionalità il collegio di elezione, che secondo la sentenza sarà stabilito con un sorteggio). Restano tali e quali il premio di maggioranza per la lista che ottiene il 40% dei voti (in caso nessuno arrivi a questo risultato i seggi sono attribuiti secondo il sistema proporzionale) e i 100 capilista bloccati per le 100 circoscrizioni in cui viene suddiviso il territorio nazionale. Le motivazioni della decisione della Consulta saranno rese note a giorni: dunque, per prima cosa, non mi arrischio (e trovo assurdo farlo) nell'avventurarmi in congetture sulle ragioni che hanno portato a questo dispositivo. Sarà il supremo organo di garanzia della nostra Costituzione a chiarirle nel modo migliore. Quel che invece posso fare è un punto sulla situazione oggettiva in cui ci troviamo in seguito al verdetto.
Ricapitolando: la legge elettorale per l'elezione della Camera dei deputati non è la stessa valida per l'elezione del Senato (che è invece l'esito di un'altra sentenza della Consulta, quella sulla riforma Calderoli), ma dopo lo stralcio del ballottaggio dall'Italicum abbiamo comunque due sistemi di voto a turno unico. Nel caso della Camera i seggi sono attribuiti ai partiti in maniera proporzionale ma c'è, come detto, l'eventualità del premio di maggioranza se un partito raggiunge il 40%; il Paese viene diviso in 100 collegi, più uno per gli italiani all'estero, che eleggono ciascuno dai 3 ai 9 deputati a seconda delle dimensioni; ci saranno 100 capilista bloccati, scelti dai partiti, mentre tutti gli altri deputati saranno scelti dai cittadini attraverso il sistema delle preferenze (se ne possono esprimere 2); un candidato può essere capolista in più collegi contemporaneamente, fino a un massimo di 10 ma, se eletto in più di un collegio, non sarà lui a scegliere quello di elezione che verrà determinato con un sorteggio; per la Camera c'è infine una soglia di sbarramento al 3% sotto la quale un partito non ottiene alcun seggio. Per quanto riguarda il Senato i collegi sono su base regionale (uno per ogni Regione, più il collegio per l'estero) come vuole la nostra Costituzione all'articolo 57; non ci sono liste bloccate e gli elettori devono esprimere una preferenza per il candidato che desiderano mandare a Palazzo Madama; il sistema è un proporzionale puro e non è previsto alcun premio di maggioranza; diverse anche le soglie di sbarramento che sono all'8%, a livello regionale, per le liste che scelgono di correre da sole, mentre la soglia scende al 3% per ogni lista che si presenti alleata ad altre in una coalizione, ma solo se la coalizione complessivamente raggiunge il 20% e sempre su base regionale. I due sistemi, per quanto non alieni l'uno dall'altro essendo di base di stampo proporzionale, non garantiscono – specie se combinati – la governabilità e certamente non indicano preventivamente maggioranze chiare, ossia “chi vince” la tornata delle politiche. In caso in cui nessuna lista raggiungesse il 40% alla Camera, all'indomani del voto si dovrebbero creare infatti coalizioni di governo, e i due rami parlamentari potrebbero dare esiti anche disomogenei tra loro (basti pensare alle diversità con cui sono concepite le soglie di sbarramento). Ma persino nel caso in cui un partito ricevesse il premio di maggioranza alla Camera non vi è alcun automatismo sul fatto che possa governare da solo. Oltre al fatto che, per la differenza tra le modalità di attribuzione dei seggi, non è detto che il risultato della Camera si possa riprodurre allo stesso modo in Senato, anche nel caso in cui un partito raggiungesse il 40% a Palazzo Madama, non essendoci qui il premio, quel partito di ampia maggioranza dovrebbe comunque trovare un alleato per comporre l'Esecutivo. Alla Camera sussiste un premio di maggioranza alla lista, che incentiva i partiti a non unirsi in coalizioni; in Senato non sussiste questo premio, le alte soglie di sbarramento spingono i partiti minori a unirsi e quelli maggiori a dover creare alleanze in vista del “dopo voto”. Se è vero dunque che ci troviamo davanti a due modalità proporzionali, esse sono in realtà animate da intenti assai differenti. Questi diversi intenti vanno ricondotti intanto a un'unica “ratio”.
È evidente che il Parlamento si deve occupare di rendere armoniche le due leggi ricevute dalla Corte costituzionale attraverso due sentenze. Positivo quindi che la riunione dei capigruppo della Camera abbia convenuto di calendarizzare la discussione sulla legge elettorale per fine febbraio: saranno note le motivazioni della Consulta e i partiti potranno confrontarsi sul sistema di voto avendo tutti gli elementi a loro disposizione. A mio avviso il ritorno al “Mattarellum” (cioè la legge che abbiamo usato dal 1994 fino al 2005) sarebbe un'ottima soluzione e un buon compromesso tra proporzionale e maggioritario (la legge configurava un sistema maggioritario “corretto” con una quota proporzionale destinata a un quarto dei seggi di ciascuna Camera). Ma non si sta andando in questa direzione e al momento sono altre le proposte sul tavolo. Quel che auspico, in ogni caso, è che le Camere apportino correzioni alle leggi oggi vigenti al fine di aiutare il processo di formazione di una maggioranza capace di governare. Persino all'interno di uno schema proporzionale si possono fornire elementi migliorativi, che aiutino ad aggregare: per esempio un sistema con piccoli collegi uninominali, come erano quelli delle Province, associato a un premio di governabilità di qualche punto, gioverebbe a rendere più stabile la vita di un esecutivo di coalizione. Un proporzionale puro (con un premio di maggioranza ottenibile solo a fronte di un risultato che difficilmente un singolo partito raggiungerà) all’interno di un sistema tripolare (come è oggi il sistema politico italiano) renderebbe invece molto difficile ipotizzare una maggioranza chiara. Oltre ad armonizzare le due leggi oggi in vigore, occorre dunque anche innestare elementi che garantiscano il più possibile la governabilità del Paese. Se non vogliamo ritrovarci, all'indomani delle elezioni (anticipate o meno, non è questo il punto), in preda a una situazione che rischia di essere molto molto caotica.
La Camera vota la Delega per la riforma della disciplina delle crisi d’impresa e di insolvenza
Le misure della legge finalizzate ad aiutare le attività produttive in difficoltà, agevolando le procedure non giudiziali e semplificando quelle giudiziali per difendere aziende e posti di lavoro
Il 2 febbraio la Camera ha approvato in prima lettura la legge che delega il Governo a riformare la disciplina delle crisi di impresa e dell’insolvenza, finalizzata a fare il possibile per rimettere in sesto le aziende in difficoltà evitandone il fallimento. Il provvedimento rivede infatti organicamente le procedure, giudiziarie e non, destinate alle aziende in tali situazioni e oggi caratterizzate da un approccio emergenziale e poco sistemico: le norme originarie che regolano la materia risalgono al 1942 e su di esse si sono innestate molte modifiche normative, che hanno prodotto nel tempo un intrico talvolta di difficile decifrazione. Il riordino è importante anche perché i maggiori Paesi del mondo hanno adottato una nuova filosofia sulle crisi: l’allineamento, in un regime di reciprocità tra Stati, consente dunque il riconoscimento dei provvedimenti emessi nei rispettivi Paesi. Tra i profili innovativi è rilevante che, nel generale quadro di incentivazione degli strumenti di composizione extragiudiziale dei conflitti messo in campo in questa Legislatura, venga introdotta una fase preventiva di “allerta” volta all’emersione precoce della crisi d’impresa. Questo può permettere una risoluzione assistita, prima che “sia troppo tardi”, analizzando le cause del malessere economico e finanziario, facilitando l’accesso a piani di risanamento e accordi di ristrutturazione dei debiti. Lo strumento può essere attivato volontariamente dal debitore o dall’ufficio del tribunale, allertato dal creditore: in caso di mancata collaborazione dell’imprenditore si procede alla dichiarazione di crisi. In alternativa ci sono sei mesi per trattare una soluzione concordata con i creditori tramite la mediazione di un esperto, iscritto ad apposito albo ministeriale. La procedura di “allerta” non si applica alle società quotate.
Vengono semplificate poi le regole processuali, con la riduzione delle incertezze interpretative di natura giurisprudenziale che nuocciono oggi alla rapidità dei tempi. In caso di sbocco giudiziario è previsto, in particolare, un unico modello per l’accertamento dello stato di crisi o dello stato di insolvenza (cui saranno assoggettate tutte le categorie di debitori, con la sola esclusione degli enti pubblici). Dopo la prima fase comune la procedura potrà differenziarsi (a seconda dei casi) tra conservativa o liquidatoria e, sempre, dovrà differenziarsi a seconda delle dimensioni aziendali dunque delle caratteristiche oggettive dei debitori. Ad esempio, al piccolo imprenditore verrà applicata la disciplina per i debitori civili e il caso sarà trattato dal tribunale circondariale, mentre per le grandi aziende si farà ricorso al livello distrettuale di Corte d’Appello. Si darà poi priorità alla trattazione di proposte che assicurino la continuità aziendale, considerando la liquidazione giudiziale come ultima opzione: la Delega ha inoltre tra i propri principi il dovere di armonizzare le procedure con la tutela dell’occupazione e del reddito dei lavoratori. Se non si tratta di una impresa, ma di un gruppo di imprese, si propone che, se più di una delle imprese del gruppo sono in stato di crisi, vi sia la possibilità di presentare una sola domanda con cui pervenire a un accordo unitario di ristrutturazione dei debiti, concordato preventivo o liquidazione. Presupposto per il ricorso unico è che si tratti comunque di imprese con sede legale in Italia. La riforma rivisita anche la normativa sul concordato preventivo, lo strumento più usato tra quelli attualmente vigenti, al fine di chiarire le competenze dell’amministratore provvisorio (che durante la crisi assume i poteri dei soci dell’impresa) e rendere più celeri le sue azioni. Si sostituisce poi la procedura fallimentare con la liquidazione giudiziale, in cui si potenziano le facoltà del “curatore” della liquidazione: potrà accedere alle banche dati delle Pa, decidere in merito alla struttura organizzativa e finanziaria della società, promuovere azioni contro soci che hanno intenzionalmente compiuto atti dannosi e altre cose ancora che, oggi, il curatore non è titolato a fare. La soluzione liquidatoria avviene invece sempre se la crisi deriva da malafede, frode o colpa grave del debitore. La legge rivede anche il sistema delle garanzie, cioè i pegni a garanzia del credito e ridimensiona la liquidazione coatta amministrativa, che resta come possibile sbocco solo dei procedimenti volti alla sanzione di gravi irregolarità gestionali. Infine, segnalo che la normativa ha assorbito una proposta di legge che avevo presentato assieme ai miei colleghi Marilena Fabbri e Daniele Montroni, sul diritto alla piena informazione per l’imprenditore insolvente prevedendo che – fatte salve le eventuali limitazioni motivate dal giudice – gli sia comunque sempre assicurata la corretta conoscenza sull’andamento della procedura. La nostra proposta era motivata dalla constatazione che molte imprese sono fallite in questi anni non tanto per mala gestione, ma soprattutto per la crisi economica (o per concause a essa legate): è a maggior ragione ingiusto trattare con onta il debitore, pur nel pieno rispetto dei legittimi diritti del creditore. Dunque è bene che anche l’insolvente abbia note le procedure messe in atto dai curatori, prendendo visione dei documenti e seguendo passo a passo la situazione.
La legge qui approvata vuole aiutare le attività produttive in difficoltà, chiarendo le procedure non giudiziali e semplificando quelle giudiziali, per difendere aziende e posti di lavoro, modernizzando la disciplina di risoluzione delle crisi. Il provvedimento passa ora al Senato, che auspico lo discuta al più presto: è importante che la riforma vada in porto in via definitiva prima della scadenza (naturale o meno) della Legislatura. È oggi cruciale che il “bicameralismo paritario” che abbiamo tenuto in piedi sia veramente perfetto. O si rischia di non rendere operative le leggi votate in questi mesi.
Sisma: nuovo Decreto per la ricostruzione; in Senato il riordino della Protezione civile
Dopo le ennesime scosse il Governo vara un provvedimento che snellisce la burocrazia per velocizzare le procedure; il ministro Delrio conferisce alla Camera sulle emergenze di gennaio
Il 31 gennaio il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Graziano Delrio, ha conferito alla Camera sugli sviluppi dell'emergenza in centro Italia, facendo il punto sui terribili avvenimenti delle scorse settimane. Il 2 febbraio, invece, il Governo ha varato un nuovo Decreto che si occupa prioritariamente di velocizzare le procedure per la ricostruzione. Parto da qualche dato fornito da Delrio sulle vicende di metà gennaio.
Il 18 gennaio, a distanza di alcune ore da un nuovo sciame sismico che ha superato più volte i 5 gradi, una valanga ha devastato l'hotel Rigopiano di Friandola (Pescara), che è diventato una tomba di ghiaccio per 29 persone, tutte morte sul colpo o in pochi minuti a causa della slavina, come ha accertato la recente autopsia. Per giorni i soccorritori hanno scavato in modo inesausto, estraendo vive 11 persone. Il 24 gennaio, invece, proprio un elicottero del 118 che si apprestava ad aiutare a un ferito isolato su una pista da sci, è caduto a causa del maltempo a Campo Felice, non lontano da L'Aquila, uccidendo le 6 persone che erano a bordo. Due di loro erano tra i soccorritori dell'hotel Rigopiano. Se il sisma questa volta non aveva causato vittime, il maltempo non ha risparmiato sciagure. A seguito della slavina che ha travolto l'albergo non sono poi mancate le polemiche sulla gestione di una situazione che non è minimamente errato definire eccezionale: si sono uniti infatti un nuovo terremoto, una nevicata senza precedenti, una valanga. Fenomeni naturali del tutto straordinari che hanno reso complicatissimi i soccorsi (in poco più di due giorni alcune aree – tra cui quella dell'hotel – sono state ricoperte da 2,4 metri di neve). In ogni caso, il 17 gennaio le forze di soccorso contavano sul campo oltre 4mila unità e, in meno di 12 ore dagli eventi sismici sono arrivate altre 3mila persone. Il 25 gennaio nelle zone colpite c'erano oltre 11mila soccorritori della Protezione civile e dei Vigili del fuoco. A questi numeri va aggiunto il personale delle amministrazioni e delle associazioni di volontariato regionale e locale. Al netto delle polemiche, ma soprattutto delle eventuali responsabilità nella “filiera” delle comunicazioni per quanto riguarda la vicenda Rigopiano (su cui è aperta un'indagine), in quei giorni è stato fatto un lavoro eccezionale, da parte delle agenzie preposte, per raggiungere le frazioni isolate, nonostante le bufere abbiano fermato per un giorno persino la mobilità aerea. Nei giorni peggiori sono arrivate alla Protezione civile segnalazioni e richieste di intervento in oltre 200 Comuni delle 4 Regioni colpite dai sismi di questi mesi. Sono state evacuate persone, consegnati viveri, carburante, medicinali a tutti coloro che non hanno voluto abbandonare i territori. Le persone in assistenza nei centri coordinati dalla Protezione civile sono passate da 10mila (il 17 gennaio) a quasi 15mila (il 24 gennaio). Nel picco della crisi meteorologica 117mila utenze elettriche sono andate fuori servizio: le criticità si sono risolte nel giro di alcuni giorni grazie al lavoro di oltre 200 tecnici che hanno rimesso in operatività le reti danneggiate. Le nevicate, oltre alla rete di alta tensione, hanno danneggiato anche 210 linee di distribuzione a causa della formazione di manicotti di ghiaccio e della caduta di alberi. A questo si sono aggiunte le difficoltà nel raggiungere i siti in cui sono posizionate le cabine elettriche. Per quanto riguarda il ripristino della viabilità, lo sforzo ha visto impegnate 146 turbine e 250 mezzi antineve. Per soccorrere le persone in difficoltà ci sono stati 3.581 interventi via terra, mentre 32 elicotteri hanno effettuato oltre 300 missioni. Questi i dati di quei giorni difficilissimi.
Per quanto riguarda la situazione delle zone terremotate nel complesso, più di 10.600 persone sono oggi ospitate in alberghi: 3.100 sul proprio territorio e 7.500 lungo la costa adriatica o sul lago Trasimeno. Circa 700 sono invece le persone che vivono nei propri Comuni in container, moduli abitativi rurali e camper allestiti dalla Protezione Civile, mentre 2.700 sono i cittadini assistiti nelle case realizzate per i terremoti del passato in Umbria, Marche e Abruzzo. Il mese scorso sono state attribuite le prime casette provvisorie per gli sfollati e molto è stato fatto per la rimozione delle macerie (si può capire quanto siano ingenti) e per il ripristino degli edifici scolastici, ma moltissimo è da fare. La lentezza delle procedure burocratiche, unito alla persistenza di fenomeni meteorologici tanto impattanti e al nuovo sisma, ha pertanto condotto il Governo a varare, il 2 febbraio, un nuovo Decreto dopo i due di fine agosto e di inizio novembre. Il provvedimento non solo stanzia risorse aggiuntive per oltre 100 milioni, ma soprattutto si occupa di favorire la ricostituzione accelerando anche sulle questioni burocratiche, al fine di rendere più veloci le procedure. Finora il nostro Paese ha messo in bilancio circa 5 miliardi, ma ora l'obiettivo è snellire i processi di attribuzione e allocazione dei fondi (per i rimborsi ai cittadini, il sostegno agli allevatori, la ripresa delle attività produttive, il ripristino degli edifici scolastici). Su questi fronti le competenze sono articolate: le Regioni coinvolte sono 4, moltissimi i Comuni, senza considerare i tempi di rilascio dei pareri dell'Anac (l'Autorità anticorruzione) che monitora appalti e assegnazioni. Con il nuovo Decreto il Governo ha cercato dunque di trovare un punto di equilibrio tra l'urgenza di ricostruire e le garanzie di assegnazioni trasparenti. I Comuni potranno d'ora in poi ricorrere a procedure semplificate per l'affidamento diretto degli incarichi tecnici volti alla realizzazione degli studi di microzonazione sismica, propedeutici a progetti dettagliati di ricostruzione. Ugualmente sono previste disposizioni acceleratorie per l'affidamento, da parte delle Regioni interessate, delle opere di urbanizzazione connesse alla realizzazione delle strutture di emergenza. Per garantire il corretto avvio del prossimo anno scolastico, vengono semplificate le procedure di affidamento degli appalti per i lavori di messa in sicurezza e il Commissario straordinario Vasco Errani potrà adottare specifici piani per la ricostruzione delle scuole facendo ricorso alla procedura negoziata, con l'invito a 5 operatori economici già iscritti all'anagrafe Antimafia. Per quanto riguarda l'emergenza alloggiativa, le regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria vengono autorizzate ad acquistare nuovo patrimonio residenziale pubblico (si prevede la possibilità, in seguito, di cedere gli immobili comprati agli enti locali per altre forme di emergenza abitativa). Viene affidata poi alle singole Regioni la competenza per il trasporto e il trattamento delle macerie. Tutte queste decisioni dovrebbero rendere più celeri le operazioni necessarie, risolvendo alcuni rallentamenti, perché si definiscono in maniera più agile i compiti in capo agli enti. Per quanto riguarda le persone, viene prorogata fino alla fine dell'anno la cassa integrazione ai lavoratori occupati nelle imprese danneggiate; si riconosce poi, per tutto il 2017, una specifica misura di sostegno a tutti i residenti dei 134 Comuni del cratere sismico che versino in disagio economico (reddito Isee inferiore ai 6mila euro); tutti i dipendenti residenti nel cratere potranno beneficiare della sospensione del pagamento Irpef fino a settembre e sempre fino a settembre vengono sospesi i termini per la notifica di pagamento di cartelle esattoriali pregresse (comprese quelle degli enti locali e delle Regioni). Una norma consente a Regioni, Province e Comuni di assumere temporaneamente nuovo personale per far fronte alle esigenze.
Da tutto ciò, mi pare evidente che le istituzioni e gli enti titolati stiano facendo ogni sforzo possibile (organizzativo, tecnico, economico) per reagire a questa immane tragedia: la nostra Protezione civile è efficiente, la struttura commissariale sta lavorando alacremente, il Governo non si sta tirando indietro e ha messo in piedi un nuovo dispositivo ampiamente concertato con chi si occupa della questione sul campo. I ritardi e le responsabilità su singoli episodi vanno senza dubbio chiariti, in particolare ovviamente per la vicenda Rigopiano (su cui indaga la Procura, e su questo non voglio entrare). Ma questo non deve portare ad avvelenare i pozzi, a non analizzare il livello di impegno o a sottostimare l'eccezionalità degli eventi. Bene, oltre al Decreto, anche che il Senato abbia portato alla discussione dell'Aula (dopo un anno e mezzo dall'approvazione della Camera) la legge di riordino della Protezione civile che detta procedure non solo per la prima emergenza ma per le ricostruzioni e il ripristino della normalità per tutti i territori colpiti da calamità naturali. Spero sia la volta buona e che il Ddl venga votato presto: al di là del dibattito sulla legge elettorale, ci sono fatti urgenti di cui la politica deve occuparsi prioritariamente.
La Camera vota una risoluzione per la desecretazione totale degli atti riguardanti il “caso Moro”
Il 24 e 25 gennaio la Camera ha esaminato la relazione della Commissione d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro: a quasi 40 anni dalla sua scomparsa l’attività di indagine non è conclusa e il lavoro della Commissione lo dimostra. Il rapimento Moro, lo sappiamo bene, è una delle grandi ferite della nostra storia ed è ancora, almeno parzialmente, un mistero per i poteri che si sono mossi nell’ombra e per i legami tra loro. L'approfondimento della Commissione ha infatti evidenziato incongruenze nelle ricostruzioni, individuando nuovi elementi conoscitivi. Bene dunque che la Camera abbia votato convintamente la risoluzione, proposta dalla Commissione, per la completa desecretazione di tutte le informazioni relative al “caso Moro”, sia quelle provenienti dai servizi di intelligence stranieri (attivando le necessarie intese), sia quelle disperse tra molteplici archivi e sedi di conservazione di vari Enti italiani. Il voto unanime dell'Aula rafforza la determinazione alla ricerca di una piena verità: se molti atti restano coperti dal segreto, perché coinvolgono altri Paesi, chiediamo che il Governo spinga alla totale declassificazione di tali documenti, che neppure studiosi, storici o giornalisti hanno mai potuto consultare. Il relatore della Commissione, l'On. Gero Grassi, ha infatti esposto alla Camera alcune evidenze meritorie di approfondimenti. Tra queste il fatto che il primo appartamento in cui fu segregato Moro non fu quello di via Montalcini, ma un altro (in un'altra zona di Roma) in cui aveva sede una società di copertura della Cia; ma pure che in via Fani, il luogo dell'agguato e della strage, c'erano persone appartenenti al commando che parlavano in tedesco. Pare dunque acclarato che, oltre alle Br, ci fu un fitto coinvolgimento da parte di Paesi terzi e dei loro servizi. Per saperne di più, rimando alla relazione integrale 2016 della Commissione, voluta dal Pd, che mi pare abbia prodotto risultati interessanti per avvicinarci una verità molto complessa. Probabilmente più di quanto finora accertato.
Il Governo licenzia finalmente la legge delega per il riordino delle concessioni marittime
Il consiglio dei Ministri del 27 gennaio ha finalmente messo a punto la legge delega (invocata più volte con iniziative che ho sottoscritto ampiamente) per la revisione e il riordino della normativa relativa alle concessioni demaniali e marittime a uso turistico ricreativo. L'esigenza di rimettere mano alla disciplina si era resa ancora più urgente all'indomani della sentenza della Corte di Giustizia europea, che in luglio aveva bocciato la nostra disciplina di rinnovo automatico delle concessioni balneari. Sentenza, oltre tutto, anticipata a fine febbraio 2016 dal parere dell'avvocatura generale della Corte, che ammoniva severamente il nostro Paese per la proroga al 2020, decisa dal Governo Monti, delle concessioni in essere. Da tempo sapevamo che occorreva ripensare la norma, contraria alla direttiva Bolkestein del 2006 che impone il rilascio delle licenze solo in seguito a bandi di gara. Bene dunque che si sia iniziato il percorso per farlo. Il testo della Delega, che poi arriverà alle Camere, stabilisce criteri e modalità di affidamento delle concessioni prevedendo un congruo periodo transitorio per la tutela degli investimenti effettuati dagli operatori e del valore commerciale delle attività. Viene dunque valorizzata la professionalità acquisita nell'esercizio pregresso e vengono rideterminati i canoni concessori con valori tabellari più appropriati rispetto all'attuale sistema. Mi occuperò più diffusamente della materia quando il testo di legge verrà esaminato dalle Commissioni. In ogni caso, dopo molte sollecitazioni, bene che il governo Gentiloni abbia licenziato l'atteso provvedimento.
La Camera vota la proposta per realizzare ferrovie turistiche con il reimpiego di tratte dismesse
La Camera ha approvato la proposta di legge di iniziativa parlamentare, discussa in commissione Trasporti, che reca disposizioni per realizzare ferrovie turistiche mediante il reimpiego di linee in disuso o in corso di dismissione, situate in aree di particolare pregio naturalistico o archeologico. Finalità della norma, che ora passa al Senato, è di valorizzare le tratte di rilievo culturale, paesaggistico e turistico, che saranno individuate su proposta delle Regioni e a condizione che sia assicurato il finanziamento dei relativi oneri nell'ambito del contratto di programma tra Rete ferroviaria italiana (di Ferrovie dello Stato) e il Ministero, ovvero nell'ambito delle risorse destinate da ciascuna Regione agli investimenti. Oltre ai tracciati ferroviari individuati, anche le stazioni potranno essere utilizzate come manufatti di pregio, nel rispetto del Codice dei beni culturali e del paesaggio; sulle linee circoleranno rotabili storici e turistici, che verranno immatricolati in un'apposita sezione (si rimette a un decreto del ministero dei Trasporti la determinazione dei requisiti di idoneità alla circolazione per i rotabili). Le tratte restano proprietà di Rfi o dei soggetti concessionari, che sono responsabili di esercizio, manutenzione e sicurezza; per quanto riguarda la gestione del servizio, essa può essere in capo esclusivamente ai soggetti proprietari delle infrastrutture (cioè Rfi) o dei concessionari. Al contrario, la gestione delle attività commerciali connesse al servizio di trasporto (per esempio l'allestimento di spazi museali o iniziative di promozione turistica sia a bordo dei convogli che nelle stazioni) può essere esercitata da altri soggetti, pubblici o privati previa bando di gara se l'appalto supera i 40mila euro, altrimenti basta la procedura semplificata. Le associazioni e le organizzazioni di volontariato, sulla base di apposite convenzioni con gli affidatari delle attività commerciali, possono essere coinvolte nella gestione dei servizi accessori di valorizzazione e promozione del territorio.
I vitalizi sono stati aboliti: sbagliato far leva su informazioni errate per invocare le urne
Il segretario del Partito Democratico, l’ex premier Matteo Renzi, ha posto di recente il tema dei “vitalizi” come una delle ragioni per andare al voto entro giugno. A parte il fatto che i vitalizi sono stati aboliti nel 2011 (e nessuno che è entrato in Parlamento in questa Legislatura ne sarà beneficiario), immagino che Renzi si riferisse alla possibilità di maturare la pensione: se si superasse settembre, infatti, i tanti parlamentari di prima nomina presenti (io sono uno di quelli) maturerebbero il diritto a ricevere una pensione una volta raggiunti i 65 anni di età. Segnalo intanto che sono state depositate molte proposte di legge, di cui una anche a mia firma, per rivedere questo meccanismo: la norma che ho firmato, in particolare, equipara pienamente i requisiti pensionistici dei parlamentari a quelli di tutti i cittadini, prevedendo che deputati e senatori versino i contributi nella cassa di provenienza del loro lavoro, o nella gestione separata Inps se non erano occupati, e che i requisiti per ricevere la pensione siano quelli concepiti per la generalità dei lavoratori. Oltre a questa proposta ne sono state presentate altre, ma in questi anni non sono mai state calendarizzate per la discussione in Aula. Segnalo poi soprattutto che per risolvere la questione basta poco: assieme ad altri colleghi del mio partito ho perciò sollecitato il nostro capogruppo a convocare l’Ufficio di Presidenza della Camera, che si occupa dei regolamenti interni e anche delle pensioni dei deputati. Con un nuovo regolamento si può infatti rivedere la possibilità di maturare una pensione attraverso i contributi versati nel mero esercizio della funzione parlamentare una volta superati i 54 mesi di servizio. Basterebbe il via libera dell’Ufficio di Presidenza che, prendendo atto della maggioranza trasversale della richiesta, può accordarlo nel giro di un paio di giorni. Abolendo la possibilità di maturare la pensione a 65 anni, e con 54 mesi di mandato parlamentare, riceveremmo indietro i versamenti di questi 4 anni e li conferiremmo a un’altra cassa di previdenza per la nostra pensione futura. Maturata, come tutti i cittadini, con i contributi accumulati. Non è certo sbagliato, e a testimoniarlo ci sono le proposte per pervenire a tale risultato. Se si ritiene che questa sia una stortura, però, per correggerla non è necessario convocare circa 50 milioni di persone al voto politico: le elezioni anticipate, come ho cercato di scrivere qui a più riprese, possono essere un’opzione percorribile, ma non con motivazioni di questo genere. Mi dispiace sinceramente si dicano certe cose: non fa bene a nessuno, ma soprattutto al discorso pubblico italiano. A prescindere da questo tema credo poi che il Pd, che è al Governo del Paese, abbia il compito di farlo con responsabilità e fino all’ultimo minuto utile prima del voto.

References: sentenza 
e contrario
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