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Timestamp: 2017-11-25 01:43:37+00:00

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REMISSIONE DI QUERELA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
REMISSIONE DI QUERELA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA
Art. 339. Rinuncia alla querela.
La rinuncia sottoposta a termini o a condizioni non produce effetti.
Con la stessa dichiarazione può essere fatta rinuncia anche all’azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno.
Art. 340. Remissione della querela.
La remissione della querela è fatta e accettata personalmente o a mezzo di procuratore speciale, con dichiarazione ricevuta dall’autorità procedente o da un ufficiale di polizia giudiziaria che deve trasmetterla immediatamente alla predetta autorità.
La dichiarazione di remissione e quella di accettazione sono fatte con le forme previste per la rinuncia espressa alla querela.
Il curatore speciale previsto dall’articolo 155 comma 4 del codice penale è nominato a norma dell’articolo 338.
Le spese del procedimento sono a carico del querelato, salvo che nell’atto di remissione sia stato diversamente convenuto.
Si e’ affermato, infatti, che nel procedimento davanti al Giudice di Pace instaurato a seguito di citazione disposta dal Pubblico Ministero, ex articolo 20 Decreto Legislativo n. 274 del 2000, la mancata comparizione del querelante – pur previamente avvisato che la sua assenza sarebbe stata ritenuta concludente nel senso della remissione tacita della querela – non costituisce fatto incompatibile con la volonta’ di persistere nella stessa, si’ da integrare la remissione tacita, ai sensi dell’articolo 152 c.p., comma 2, (Sez. U, n. 46088 del 30/10/2008, P.M. in proc. Viele, Rv. 241357; massime precedenti conformi: n. 8372 del 2000 Rv. 217075; n. 12861 del 2005 Rv. 231688; n. 6771 del 2006 Rv. 234000; n. 28573 del 2007 Rv. 237100; massime precedenti difformi: n. 31963 del 2001 Rv. 219714; n. 14063 del 2008 Rv. 239439; n. 20018 del 2008 Rv. 240167).
Spunti di riflessione ulteriori sono stati forniti dalla recente decisione delle Sezioni Unite, secondo la quale, nel procedimento davanti al Giudice di Pace, dopo l’esercizio dell’azione penale, la mancata comparizione in udienza della persona offesa, ritualmente citata ancorche’ irreperibile, non e’ di per se’ di ostacolo alla dichiarazione di particolare tenuita’ del fatto, in quanto l’opposizione, prevista come condizione ostativa dal Decreto Legislativo 28 agosto 2000, n. 274, articolo 34, comma 3, deve essere necessariamente espressa e non puo’ essere desunta da atti o comportamenti che non abbiano il carattere di una formale ed inequivoca manifestazione di volonta’ in tal senso (Sez. U, n. 43264 del 16/07/2015, P.G. in proc. Steger, Rv. 264547).
In tale pronunzia, nell’escludere che il principio di diritto appena riportato possa “collidere con quanto affermato da Sez. U, n. 46088 del 2008, Viele, cit.”, si e’ detto che l’interpretazione cui e’ approdata questa sentenza appare improntata “a estremo rigore nella definizione della nozione di remissione extraprocessuale della querela, in una ipotesi di esplicito avvertimento del giudice circa le conseguenze di una mancata partecipazione al dibattimento”.
3. Ritiene allora questo Collegio di dover ribadire quanto rilevato dalla giurisprudenza secondo la quale la mancata comparizione del querelante – previamente ed espressamente avvisato che l’eventuale successiva assenza sara’ interpretata come remissione tacita della querela – integra gli estremi della remissione tacita, sempre che egli abbia personalmente ricevuto detto avviso, non sussistano manifestazioni di segno opposto e nulla induca a dubitare che si tratti di perdurante assenza dovuta a libera e consapevole scelta (in tal senso, tra le tante, Sez. 5, n. 14063 del 19/03/2008, P.G. in proc. Calza, Rv. 239439; Sez. 5, n. 31963 del 25/06/2001, PG in proc. Pompei A., Rv. 219714).
E la convinta adesione a tale orientamento non puo’ che partire da una riflessione sulle caratteristiche del processo penale dinanzi al Giudice di Pace, come evincibili dal principio generale sancito nel Decreto Legislativo n. 274 del 2000, articolo 2, comma 2, improntato al c.d. favor conciliativo tra le parti: “Nel corso del procedimento il giudice di pace deve favorire, per quanto possibile, la conciliazione delle parti”.
Tale principio generale trova la sua ulteriore consacrazione nell’articolo 29, comma 4, (norma dedicata all’udienza di comparizione), che, quando il reato e’ perseguibile a querela, prevede che il Giudice di Pace debba promuovere la conciliazione tra le parti, finalizzata proprio alla remissione di querela e alla relativa accettazione, contemplate nel comma quinto della stessa norma.
D’altronde tutto l’impianto normativo del processo dinanzi al giudice di pace e’ caratterizzato da istituti deflativi, come quelli previsti dal Decreto Legislativo n. 274 del 2000, articoli 34 e 35.
E’ del tutto evidente, allora, come sia legittimo riconoscere al Giudice di Pace la possibilita’ di verificare la sussistenza di una volonta’ conciliativa anche derivante dall’inattivita’ della persona offesa nel coltivare l’intento di persistere nell’istanza punitiva, che puo’ trovare conferma nella mancata comparizione proprio nell’udienza fissata per esperire il tentativo di conciliazione ai sensi della citata norma di cui all’articolo 29.
E in tal senso va registrata una recente decisione di questa Corte, che ha ritenuto qualificabili come remissione tacita della querela condotte assolutamente incompatibili con la volonta’ di persistere nell’istanza punitiva, le quali “possono trovare solo conferma nella mancata comparizione in udienza della persona offesa”, in un caso in cui quest’ultima aveva negoziato l’assegno consegnatole a titolo di risarcimento del danno e si era resa irreperibile, cosi’ da mostrare il suo disinteresse al prosieguo del processo, non presentandosi alle udienze, benche’ avvertita che la sua mancata presentazione sarebbe stata considerata remissione tacita di querela (Sez. 4, n. 4059 del 12/12/2013, P.G. in proc. Lussana, Rv. 258437).
Peraltro, gia’ prima della sentenza delle Sezioni Unite n. 46088/2008 si era efficacemente sostenuto che nel procedimento dinanzi al Giudice di Pace deve ritenersi tacitamente rimessa la querela qualora la persona offesa non compaia all’udienza fissata per l’esperimento del tentativo di conciliazione, dopo essere stata previamente e specificamente avvisata che la sua assenza sarebbe stata interpretata in tal senso (Sez. 4, n. 20018 del 02/04/2008, P.G. in proc. Aleci ed altro, Rv. 240167).
Si era, infatti, affermato che “l’omissione, al pari del silenzio, puo’ anche essere qualcosa di diverso dall’indistinto e dal neutro. Cio’ accade quando tale condotta si colloca all’interno di una sequenza nella quale essa e’ prevista ed assume un significato predefinito. Una situazione di tale genere e’ prevista dalla disciplina del procedimento davanti al Giudice di pace: quando la citazione a giudizio avviene su ricorso della persona offesa, la sua mancata presentazione all’udienza equivale a remissione della querela, tranne che essa dimostri che tale condotta e’ stata dovuta a caso fortuito o a forza maggiore (articoli 27, 28, 30 e 31). In tale ambito, dunque, l’omissione (la mancata presentazione in udienza) costituisce un fatto da cui la legge desume, con presunzione iuris et de iure, la remissione della querela. Si tratta di una procedura estremamente rigida e rigorosa, ispirata senza dubbio da pressanti, evidenti esigenze di economia processuale. E’ chiaro che uno strumento tanto intransigente non potrebbe essere applicato analogicamente al di fuori dell’ambito in cui e’ previsto. Tuttavia occorre chiedersi se la condotta omissiva non possa essere altrimenti procedimentalizzata in modo da dar luogo, infine, ad una manifestazione di volonta’ che riguardi il permanere o meno della volonta’ di dar corso al processo. Una indagine volta alla ricognizione della attuale volonta’ della persona offesa, a ben vedere, si compie frequentemente nei giudizi di merito afferenti a reati perseguibili a querela: il giudice, infatti, all’avvio del giudizio, interroga al riguardo l’interessato. La stessa indagine, tuttavia, non puo’ ritenersi preclusa nel caso in cui il querelante non compaia. In tale frequente situazione non e’ irrazionale che il giudice esprima nell’atto di citazione la domanda di cui si parla, con l’avvertenza che l’ingiustificata mancata presentazione in udienza sara’ considerata come manifestazione della volonta’ di rimettere la querela. A tale ultimo riguardo, occorre in primo luogo rimarcare che nella situazione descritta, per le ragioni che si sono prima accennate, non si e’ in presenza di una mera anodina omissione, da qualificare induttivamente, indiziariamente, come manifestazione extraprocessuale tacita di volonta’; ma, al contrario, di una condotta che si colloca entro una definita sequenza procedimentale e che dunque manifesta in modo predefinito ed esplicito l’intento dell’interessato. Questi e’ preventivamente informato delle conseguenze del comportamento omissivo e si trova quindi nella condizione di scegliere ed eventualmente di giustificare la mancata presentazione. Tale procedura e’ senza dubbio piu’ elastica di quella radicale prevista nel giudizio davanti al giudice di pace; poiche’ la persona offesa e’ informata del significato che si desumera’ dalla sua condotta. La procedura indicata corrisponde a vistose esigenze di razionalita’ ed economia processuale che, del resto, hanno ispirato la distinta disciplina prevista nel giudizio davanti al giudice di pace. Ne’ sembra di scorgere ostacoli di tipo normativo alla sua utilizzazione. Infatti, escluso che si sia in presenza di una mera manifestazione tacita di volonta’, e rimarcato ulteriormente che qui la manifestazione dell’intento e’ esplicita e procedimentalizzata, si scorge nella procedura ridetta semplicemente un modo atipico di manifestazione dell’intento di remissione della querela, non incompatibile con la procedura prevista dall’articolo 340 c.p.p.. Ne’ vi sono ragioni per ritenere che la remissione di cui si parla debba essere di necessita’ compiuta in modo sacramentale. Al contrario, cio’ che sembra decisivo e’ che la volonta’ sia manifestata in modo che non lasci spazio a dubbi. A tal fine occorre solo che l’avvertimento espresso dal giudice nell’atto di citazione sia formulato con la massima chiarezza. Tale soluzione interpretativa corrisponde anche al carattere negoziale dell’istituto della querela; e, come si e’ accennato, favorisce la doverosa verifica in ordine all’attualita’ della volonta’ di perseguire la punizione dell’illecito” (cosi’ in motivazione la citata sentenza Sez. 4, n. 20018 del 02/04/2008, P.G. in proc. Aleci ed altro, Rv. 240167).
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