Source: http://pressingweb.altervista.org/2016/11/stop-carcere-querele-temerarie-24-novembre-piazza-fnsi-articolo-21usigrai/
Timestamp: 2019-07-16 16:56:51+00:00

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#STOP CARCERE #STOP QUERELE TEMERARIE #STOP MULTE-BAVAGLIO / Il 24 novembre in piazza Cinque Lune (ore 10) con Fnsi, Articolo 21,Usigrai | RETE #NOBAVAGLIO
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#STOP CARCERE #STOP QUERELE TEMERARIE #STOP MULTE-BAVAGLIO / Il 24 novembre in piazza Cinque Lune (ore 10) con Fnsi, Articolo 21,Usigrai
17 Novembre 2016 7 Gennaio 2017 #PRESSing
GIORNALISTI #StopCARCERE #StopQUERELEtemerarie #StopMULTEbavaglio
In piazza (Cinque Lune ore 10) davanti a palazzo Madama per protestare non solo contro il carcere che doveva essere abolito dalla nuova legge sulla diffamazione ( ferma al Senato) ma anche per chiedere deterrenti per contrastare le querele temerarie e sollecitare la revisione dell’attuale testo che prevede invece multe (fino a 50mila euro) nei confronti dei giornalisti: sanzioni pecuniarie pesanti che mettono fortemente a rischio la libertà di stampa in un momento in cui molti giornalisti precari lavorano sottopagati e senza tutele. Le “multe-bavaglio” devono essere oggetto di ripensamento: il sistema-informazione subisce già il condizionamento di una crisi strutturale che ne minaccia sempre di più l’indipendenza e non può sopportare altro. (marino bisso)
NON SOLO CARCERE, COME INTIMIDIRE I GIORNALISTI…
Il modo più semplice per intimidire un giornalista è querelarlo.
Querela per diffamazione. Anche quando non c’è materialmente alcun appiglio per promuoverla. I potentati non devono neanche scomodarsi troppo: basta far entrare in azione l’ufficio legale aziendale, tanto a pagare sono i cittadini come nel caso di enti della pubblica amministrazione.
In Italia l’85% delle querele per diffamazione a mezzo stampa viene ogni anno archiviato. Ad archiviare sono, dopo un lungo percorso, i Gip. Quel lungo percorso, che consiste nel tempo richiesto per l’istruttoria del Pubblico Ministero, resta comunque a carico del giornalista che se non è coperto da un editore deve pagare di tasca propria il legale con cui si è difeso. Il giornalista (o l’editore, quando il giornalista è assunto) pagano anche se la querela nei loro confronti viene archiviata perché infondata. In Italia manca l’istituto della querela temeraria, che in paesi più civili del nostro garantisce che chi ha promosso un’azione di querela che si rivela e viene liquidata come infondata deve poi pagare.
In compenso però in Italia, dove la querela temeraria non viene colpita, ci sono propositi di multare i giornalisti con sanzioni stratosferiche come i 50.000 euro previsti nella riforma della legge sulla diffamazione: un’enormità che solo una visione ipocrita e farisaica della situazione dei media in Italia può concepire, se è vero che la maggioranza dei giornalisti attivi non è garantita da adeguati contratti editoriali ed è spesso costretta a lavorare per pochi euro ad articolo formando così un esercito di potenziali vittime di fronte a ultragarantiti intimidatori.
Occorre riequilibrare questa situazione, se si vuole una stampa libera e non asservita, in grado di svolgere la sua funzione di puntello della democrazia e di difesa dei diritti di tutti.
Il Parlamento allontani ogni vocazione a stordire la libera stampa con misure restrittive ed economicamente paradossali, cercando al tempo stesso di liberare la magistratura e i giornalisti dal ricatto dell’azione temeraria portata avanti con querele prive di fondamento. Questo è il succo di una vera riforma dell’istituto della querela per diffamazione a mezzo stampa.
Giovedì 24 novembre (ore 10 piazza Cinque Lune) la Rete #NOBAVAGLIO #PRESSing in piazza con Fnsi, Articolo 21,Usigrai
Dal sito della Fnsi http://www.fnsi.it/
Giovedì 24 novembre, dalle 10 alle 11.30, la Fnsi sarà in piazza delle Cinque Lune, a Roma, insieme ai giornalisti minacciati per chiedere l’approvazione del provvedimento che abroga il carcere per i cronisti e di una norma che ponga un argine alle querele temerarie. Amalia De Simone: «Ecco perché ci sarò».
Giovedì 24 novembre Giornata di mobilitazione contro carcere per i giornalisti e querele temerarie
Chi ha paura del giornalistmo d’inchiesta?
DA LEGGERE I DUE ARTICOLI di Ossigeno e di Articolo 21
Diffamazione. Che fine ha fatto il disegno di legge per abolire il carcere?
di: Ossigeno per l’Informazionedi Giuseppe Federico Mennella
E’ in Parlamento dal 2013. Da ottobre 2014 è al Senato in Commissione Giustizia. E ora la depenalizzazione dell’ingiuria allungherà i tempi
Ci sembra opportuno fare il punto sull’iter del disegno di legge sulla diffamazione a mezzo stampa presentato a maggio del 2013, del quale da tempo non si hanno notizie.
Quel disegno di legge non è stato ancora approvato. Eppure era nato per abolire in quattro e quattr’otto la pena del carcere, che rende scandalosa la situazione italiana e ha costretto più volte i Presidenti della Repubblica a concedere la grazia ai condannati, per salvare così l’onore dell’Italia dai paragoni con i paesi autoritari.
Da tempo il progetto di legge si trascina stancamente fra un ramo e l’altro del Parlamento. E intanto la legge e le sentenze che applicano la pena della reclusione fanno inesorabilmente il loro corso: sono almeno 18 i giornalisti condannati a pene detentive fra ottobre 2011 e giugno 2015, per complessivi 30 anni di carcere, come ha segnalato a luglio del 2015 un dossier di Ossigeno . Ce lo ha ricordato, da ultimo, il 21 gennaio 2016, la sentenza del Tribunale di Trapani che ha comminato un anno di carcere a un giornalista.
A ottobre del 2014, il disegno di legge fu modificato, in seconda lettura, dalla Camera dei Deputati e trasmesso al Senato. A Palazzo Madama l’esame ha avuto inizio a giugno del 2015. Il 9 settembre 2015 la senatrice Rosanna Filippin ha svolto la relazione sul testo modificato dalla Camera. Dopo di allora non è accaduto più nulla ed è sceso il silenzio.
Intanto, giovedì 21 gennaio 2015 è cambiato il presidente della Commissione Giustizia di Palazzo Madama. Il senatore Nitto Palma (Forza Italia) è stato sostituito dal senatore Nico D’Ascola, centrista. Non si sa quale linea il nuovo presidente vorrà adottare, anche relativamente alla nuova disciplina della diffamazione e dell’ingiuria, quest’ultima soggetta a una recente innovazione legislativa che renderà comunque obbligatorio il ritorno del disegno di legge alla Camera (sarà la quarta lettura).
L’innovazione è la seguente. Il 15 gennaio 2015 il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva un decreto legislativo che ha opportunamente depenalizzato e trasformato in illeciti civili una serie di reati. Fra questi, il reato di ingiuria, previsto dall’articolo 594 del Codice Penale. L’ingiuria dunque non sarà più un reato. Ma per il reato di ingiuria il disegno di legge all’esame del Senato prevede, fra l’altro, l’abrogazione della pena detentiva e l’introduzione di una multa fino a 5000 euro. Prevede che la pena sia aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato o se è stata commessa in presenza di più persone. Dunque, il testo dovrà essere corretto e questa correzione dovrà essere sottoposta anche alla Camera. Ciò, dunque, spinge il traguardo ancora più avanti e apre la strada a ulteriori correzioni. Ma dà anche l’idea di un modo disordinato di procedere.
Ci poniamo una semplice domanda: perché il governo ha depenalizzato l’ingiuria e non anche la diffamazione, come sollecitano da tempo le istituzioni internazionali? Sono entrambi reati contro la persona: l’ingiuria contro l’onore, la diffamazione contro la reputazione. L’elemento che distingue le due fattispecie è che nel caso dell’ingiuria l’offesa è recata in presenza della persona offesa, nel caso della diffamazione in sua assenza.
Era dunque una buona occasione per procedere alla depenalizzazione della diffamazione (di quella semplice e di quella a mezzo stampa), così come chiedono da anni le organizzazioni e le istituzioni europee e internazionali. E’ chiaro che ciò non è frutto di una distrazione o di una dimenticanza, ma di una precisa scelta politica nella regolazione del rapporto tra informazione e poteri.
Il messaggio è chiaro: si preferisce lasciar pendere una spada di Damocle sul giornalismo. Il cronista che tratta notizie delicate e controverse deve sapere che se sbaglia rischia l’incriminazione per un reato punito con estrema severità. Anche se alla fine abolirà il carcere, la legge attualmente all’esame del Parlamento consentirà di applicare pene pecuniarie molto pesanti, al punto da provocare la chiusura di una testata medio-piccola, come dimostra il caso rivelatore della Voce delle Voci . Rimarrebbero livelli di risarcimento che non tengono conto delle capacità economiche dei giornalisti e degli editori colpevoli, nonostante la Corte europea dei diritti umani abbia ripetutamente chiesto di evitarlo per prevenire un effetto negativo sulla libertà di stampa, sulla raccolta e sulla diffusione delle informazioni, in definitiva sul diritto di informare e di essere informati, sul pluralismo reale delle fonti di informazione.
Quando si comincerà a discutere di queste cose tenendo nel giusto conto tutti i diritti in gioco?
DIFFAMAZIONE: Giulietti (Art.21) e Della Volpe (Libera Informazione):
“Le multe di 50mila euro possono condizionare la libertà
di stampa”
“Il testo della legge sulla diffamazione licenziato oggi dal Senato non corrisponde alle attese e alle proposte di modifica che erano state avanzate non solo dalle organizzazioni dei cronisti e dei giornalisti italiani, ma anche dalle associazioni e da quanti si battono per trovare la giusta sintesi tra il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini a veder tutelata la propria dignità. L’abrogazione del carcere corrisponde ad una richiesta più volte avanzata dalle stesse istituzioni europee,ed è quindi da salutare come un fatto positive”. Lo scrivono in una nota il direttore di Libera Informazione Santo della Volpe e il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti.
“Ma aver sostituito il carcere con multe sino a 50mila euro per tutti, compreso i blog ed i siti internet ,può configurare una forma di condizionamento della libertà di stampa, soprattutto per i piccoli giornali,televisioni, radio e siti internet di informazione: Mentre quello che continua a mancare é l’istituzione del Giurì per la lealtà della informazione ed una adeguata normativa per contenere le cosiddette ” Querele temerarie”: non basta aver introdotto il concetto di “lite temeraria”; andava introdotta una forma seria e quantificata di deterrenza contro le querele temerarie. In questo senso andava l’emendamento presentato dal senatore Casson relativo alla definizione della sanzione a carico del querelante temerario che non è passato nel voto del Senato. Si aggiunga a questo che i tetti delle multe saranno insopportabili per le realtà editoriali minori e che le modalità di rettifica sono lesive del diritto di cronaca perché impediscono, di fatto, la replica del giornalista a chiunque voglia pretendere di rettificare le notizie, anche quelle vere e documentate. Inoltre le rettifiche così come configurate da questa legge saranno quasi inapplicabili per i siti on line. Ci auguriamo che la Camera dei deputati voglia ulteriormente cambiare il testo, altrimenti sarebbe preferibile mantenere la vecchia legge del 1948 e limitarsi alla abrogazione del carcere per i giornalisti”.
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