Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2009/08/remissione-al-giudice-del-lavoro-delle-liti-sul-cd-sommerso-in-carenza-di-giurisdizione-delle-commissioni-tributarie.html
Timestamp: 2018-02-19 13:58:26+00:00

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Remissione al giudice del lavoro delle liti sul cd. sommerso in carenza di giurisdizione delle Commissioni Tributarie
La Corte Costituzionale con sentenza 14 maggio 2008 n. 130 ha dichiarato la “illegittimità costituzionale del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, (…), nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria”. Di conseguenza, per effetto di tale declaratoria, deve affermarsi che la giurisdizione a conoscere delle “controversie”, “relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari” appartiene al giudice ordinario, e non già a quello tributario, perché quelle sanzioni conseguono “alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria”.
Per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 130/2008 le Commissioni Tributarie risultano carenti di giurisdizione in ordine all’irrogazione delle sanzioni previste dal D.L. n. 12 del 2002, art. 3, comma 3”, per cui la sentenza della ct regionale emessa è “nulla in quanto pronunciata da giudice carente di giurisdizione”; sussiste, a tal riguardo, l’obbligo del giudice di legittimità in caso di pronuncia sulla giurisdizione di rimettere le parti innanzi al giudice territorialmente competente in applicazione del principio della traslatio iudicii dal giudice ordinario al giudice speciale e viceversa.
Tali importanti principi sono stati statuiti dalle sezioni unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 15846 del 7 luglio 2009.
La Suprema Corte(Cass., Sez. Unite, 15846/2009 dep. 07/07/2009) si è conformata al decisum della Consulta, rilevando che “la giurisdizione a conoscere delle “controversie” quale quella in esame,relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari” appartiene al giudice ordinario, e non già a quello tributario, perché quelle sanzioni conseguono “alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria”Per i giudizi instaurati prima del decorso degli effetti della pronuncia della Consulta n. 130/2008, la declaratoria di difetto di giurisdizione dei Giudici Tributari determinerà la c.d. translatio iudicii. La pronuncia della Suprema Corte n. 4109/2007 e della Consulta n. 77/2007 hanno infatti affermato il principio secondo cui la translatio può operare anche fra Giudici di ordini giurisdizionali diversi.In sostanza è possibile salvare gli effetti processuali e sostanziali della domanda già proposta davanti al Giudice Tributario, nella fase successiva alla riassunzione davanti al Giudice Ordinario.
Questione controversa è quella relativa alla forma dell’atto di riassunzione davanti al Giudice Ordinario;infatti la riassunzione può essere proposta mediante:
A. atto di citazione;
B. ricorso;
C. comparsa di costituzione ex art. 125 disp. att. cod. proc. civ.
Alla luce delle peculiarità del giudizio ex L. 689/1981 e del chiaro disposto dell’art. 125 disp. att. cod. proc. civ., richiamato nella circolare n. 56/E del 2008 la forma di riassunzione mediante la comparsa di costituzione sembra la forma preferibile. Tuttavia la giurisprudenza della Suprema Corte ammette l’utilizzo dell’atto di citazione senza che ciò determini alcun vizio suscettibile di incidere sul giudizio successivo alla riassunzione.
Va ricordato che la circolare n. 56/E del 24 settembre 2008 dell’Agenzia delle entrate aveva fornito le seguenti indicazioni, in linea a quanto precisato dalla citata e successiva sentenza n. 15846/2009 delle sezioni unite. Per i giudizi pendenti innanzi alle Commissioni tributarie, instaurati antecedentemente alla data da cui decorrono gli effetti della sentenza n. 130/2008 della Consulta (vale a dire i giudizi instaurati anteriormente al 22 maggio 2008), in forza dell’efficacia retroattiva della sentenza della Corte costituzionale n. 130 del 2008, va esclusa l’operatività della c.d. perpetuato jurisdictionis prevista dall’articolo 5 del codice di procedura civile, pertanto, nelle controversie di cui si tratta risulta applicabile la c.d. translatio iudicii, ciò comporta che – a seguito della declaratoria di difetto di giurisdizione pronunciata dalla Commissione tributaria presso cui pende il giudizio instaurato prima della pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale n. 130 del 2008 – il processo può essere riassunto innanzi al Tribunale del luogo in cui è stata commessa la violazione entro il termine indicato dal Giudice a quo o, in mancanza, entro il termine di sei mesi di cui al primo comma dell’art. 50 del codice di procedura civile. Se la riassunzione non avviene nei termini predetti, il processo si estingue (artt. 50, secondo comma e 307, terzo comma del codice di procedura civile).
Successivamente alla statuizione del Giudice tributario sul difetto di giurisdizione il giudizio può essere riassunto innanzi al Tribunale del luogo in cui è stata commessa la violazione ovvero al diverso Tribunale indicato dal Giudice, con conservazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda introduttiva del giudizio tributario. Pertanto, in applicazione dei criteri enunciati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 77 del 2007, nel giudizio di riassunzione non possono essere formulate domande ulteriori rispetto a quelle sollevate nel giudizio originariamente instaurato innanzi al Giudice tributario. La mancata riassunzione determina l’estinzione dell’intero processo, con il venir meno delle sentenze emesse nel corso di lui e la conseguente definitività dell’atto di irrogazione originariamente impugnato (cfr. Cass. n. 3040 dell’8 febbraio 2008).
Nell’ipotesi di riassunzione effettuata a cura di controparte, gli Uffici devono primariamente verificare il rispetto del termine indicato dal Giudice a quo ovvero, in mancanza, del termine di sei mesi previsto dall’art. 50 del codice di procedura civile. In considerazione dell’ammissibilità del giuramento e della prova testimoniale nel giudizio è possibile avvalersi innanzi al Giudice di tali strumenti probatori, esclusi dall’ambito del giudizio tributario.
Nel giudizio di riassunzione innanzi al Tribunale, pur essendo ammessa la possibilità di avvalersi della prova testimoniale – non ammessa nel processo tributario -, i fatti oggetto della prova sono pur sempre e solo quelli già ritualmente introdotti nel giudizio tributario, considerato che non si tratta di un nuovo giudizio, ma della prosecuzione di quello già instaurato, senza possibilità di modifica della domanda e dei fatti posti a fondamento della stessa. Più specificamente, la mancata allegazione in sede amministrativa o processual-tributaria di dichiarazioni rese da terzi si ritiene che escluda la possibilità di utilizzare validamente la prova per testi nell’ambito del giudizio di riassunzione.
Nelle controversie tra giudici di diverso ordine risulta applicabile la c.d. translatio iudicii, come statuito dall’innovativo orientamento della giurisprudenza di legittimità e, successivamente, della giurisprudenza costituzionale, che si sono entrambe espresse a favore dell’operatività di detti principi anche tra giudici di diverso ordine.
Sulla applicabilità della translatio iudicii tra Giudici di ordine diverso è intervenuta la Corte costituzionale con sentenza n. 77 del 12 marzo 2007, concernente la dichiarazione di illegittimità costituzionale – per contrasto con gli artt.24 e 111 della Costituzione – dell’art. 30 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, “nella parte in cui non prevede che gli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda proposta a giudice privo di giurisdizione si conservino, a seguito di declinatoria di giurisdizione, nel processo proseguito davanti al giudice munito di giurisdizione”.
I principi specificati dalla Consulta con la sentenza n. 77/2007, che è successiva alla pronuncia della Corte di cassazione, SS.UU. n. 4109/2007, entrambe favorevoli (anche se con un iter logico-giuridico diverso) all’introduzione nel nostro sistema della translatio iudicii nei rapporti tra giurisdizioni diverse, anziché tra diversi giudici di una stessa giurisdizione, evitano le prescrizioni e le decadenze interrotte dalla tempestiva proposizione del ricorso iniziale presso il giudice carente di giurisdizione; in buona sostanza, tali principi assicurano il rispetto del principio del giusto processo: l’applicazione della translatio iudicii rappresenta, infatti, un’adeguata tutela del cittadino che deve avere la possibilità di ricorrere alle garanzie apprestate dall’ordinamento sul piano giurisdizionale attraverso un percorso lineare e privo di “trappole formali”, senza che tuttavia le esigenze di semplificazione e celerità del processo si convertano in una violazione dei limiti costituzionali.
L’art. 59 della legge 18 giugno 2009, n. 69 stabilisce, in proposito, che il giudice che dichiari il proprio difetto di giurisdizione, dovrà indicare, con sentenza, il giudice munito di giurisdizione. La pronuncia, qualora resa dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione, è vincolante per ogni giudice e per le parti. Entro tre mesi dal passaggio in giudicato della suddetta sentenza, la parte interessata dovrà riproporre la domanda inanzi al giudice indicato, facendo così salvi gli effetti sostanziali e processuali che la domanda avrebbe prodotto se il giudice di cui è stata dichiarata la giurisdizione fosse stato adito fin dall’instaurazione del primo giudizio, ferme restando le eventuali preclusioni e decadenze intervenute. Se le sezioni unite del giudice di legittimità non si sono già pronunciate sulla questione di giurisdizione, il giudice adito successivamente potrà sollevare d’ufficio il proprio difetto di giurisdizione dinanzi alla medesima Corte di cassazione. L’eventuale mancato rispetto dei termini fissati per la riassunzione o per la prosecuzione del giudizio comporterà l’estinzione del processo. Infine, la legge n. 69/2009 stabilisce, che le prove raccolte dal giudice privo di giurisdizione potranno essere utilizzate come “argomenti di prova” dal giudice dinanzi al quale si ripropone la domanda.
Sent. n. 15846 del 7 luglio 2009 (ud. del 26 maggio 2009) della Corte Cass., SS.UU. Civ.
Svolgimento del processo – Con ricorso notificato all’Ufficio di Rimini dell’Agenzia delle Entrate il 25 luglio 2008 (depositato, a mezzo del servizio postale, con plico spedito il 14 agosto 2008), la s.a.s. “L.B.” di R.V. & C. – premesso di avere impugnato il provvedimento notificato l’undici dicembre 2004 da detto Ufficio, di irrogazione delle “sanzioni di cui al D.L. n. 12 del 2002, art. 3, comma 3, convertito con L. n. 73 del 2002.., in relazione a preteso rapporto di lavoro irregolare” per due lavoratrici -, in forza di TRE motivi, chiedeva di cassare (con refusione delle “spese dei tre gradi dei giudizio”) la sentenza n. 41/02/07 depositata il giorno 1.1 giugno 2007 con cui la Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna aveva rigettato il suo appello avverso la decisione (77/01/06) della Commissione Tributaria Provinciale di Rimini che, in parziale accoglimento del suo ricorso, aveva dichiarato doversi commisurare la sanzione della solo al periodo dal primo maggio al 20 luglio 2003.
L’intimato Ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate non svolgeva attività difensiva.
Motivi della decisione – 1. Con la sentenza gravata, la Commissione Tributaria Regionale ha disatteso l’appello della società affermando:
– “in mancanza di una prova diversa fornita dal datore di lavoro”, “bene” ha fatto il giudice di primo grado, “data la stagionalità dell’attività del bar”, a “ritenere plausibile” la durata del rapporto di lavoro dal primo maggio al 28 luglio 2003;
– “nessun rilievo assumono in sede tributaria le dichiarazioni fatte dai lavoratori … non valendo nel campo tributario la prova testimoniale”.
2. Con il primo motivo di ricorso la s.n.c. “L.B. di R.V. s C.” – ricordato che: a essa aveva sollevato “eccezione di illegittimità costituzionale” del D.L. n. 12 del 2003, art. 3, comma 3, in primo grado, “per violazione dogli artt. 3, 25 e 27 Cost.”, e, in appello, anche per violazione dell’art. 102 Cost.; (b) la Corte Costituzionale (sentenza n. 64 del 14 marzo 2008: recte, 14 maggio 2008 n. 130) aveva dichiarato “l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nella L. 30 dicembre 1991, n. 413, art. 30), nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria” – chiede la cassazione della decisione impugnata.
1) adducendo che “per difetto della suddetta sentenza della Corte Costituzionale le Commissioni Tributarie risultano carenti di giurisdizione in ordine all’irrogazione delle sanzioni previste dal D.L. n. 12 del 2002, art. 3, comma 3”, per cui la sentenza impugnata è “nulla e/o di nessun effetto giuridico in quanto pronunciata da giudice carente di giurisdizione”, e 2) formulando il seguente quesito di diritto:
“vero che in conseguenza della dichiarazione di incostituzionalità del D.L. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, nella parte in cui attribuisce lla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria, la sentenza pronunciata dal giudice tributario in merito ad una controversia avente ad oggetto l’irrogazione di sanzione prevista dal D.L. n. 12 del
2002, art. 3, comma 3, sia nulla e/o inefficace”.
3. Il motivo deve essere accolto perchè fondato.
A. In via preliminare va evidenziata l’ammissibilità della questione di carenza di giurisdizione del giudice tributario a conoscere della presente controversia – avente ad oggetto l’impugnazione del provvedimento, emesso dal competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate, di irrogazione di sanzioni per “l’impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture o altra documentazione obbligatorie” previste dal D.L. 22 febbraio 2002, n. 12, art. 3, comma 3, introdotto dalla L. 23 aprile 2002, n. 73, di conversione -, sollevata con il primo motivo di ricorso, atteso che, come si evince univocamente dalla lettura dei conferenti atti (ricorso di primo grado e atto di appello) della società – il cui diretto esame è consentito a questa Corte dalla natura del vizio – la società ha sempre contestato detta giurisdizione avendo sottoposto ad entrambi i giudici tributari di merito le ragioni di non manifesta infondatezza della norma per assunto contrasto della stessa, in particolare (nell’atto di appello), (a) con l’art. 25 Cost., sub speda di “sottrazione” della controversia al giudice naturale “precostituito per legge”, individuato nel tribunale in funzione di giudice del lavoro, e (b) con l’art. 102 Cost., per avere “il legislatore… allargato la giurisdizione” del “giudice speciale” (id est, tributario) “oltre i limiti intrinseci della originaria giurisdizione, tributaria appunto, demandandogli la cognizione di controversie che nulla hanno a che fare con il sistema tributario”.
Per effetto di tali prospettate illegittimità costituzionali – siccome tese, nella sostanza, a far rilevare la carenza di giurisdizione del giudice tributario e ad affermare quella del giudice ordinario (segnatamente del tribunale in funzione di giudice del lavoro, come per le ordinarie controversie in materia di previdenza obbligatoria) -, quindi, non si è verificato quel giudicato implicito in ordine alla propria giurisdizione – sostanzialmente affermata dalla Commissione Tributaria Regionale laddove ha negato ingresso alle eccezioni di incostituzionalità delineate dalla parte privata – da considerare, altrimenti (cfr., Cass., un.: 9 ottobre 2008 n. 24803; 2 dicembre 2008 n. 28545; 30 marzo 2009 n. 7581), ostativo alla deducibilità, innanzi a questo giudice di legittimità, della carenza di giurisdizione del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.
B. Nel merito, la questione relativa a tale carenza si rivela fondata perché la Corte Costituzionale – preso atto della interpretazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, (come sostituito dalla L. 28 dicembre 2001, n. 448, art. 12, comma 2), per il quale “appartengono alla giurisdizione tributaria tutte le controversie aventi ad oggetto…le sanzioni amministrative, comunque irrogata da uffici finanziari…”, adottata da queste sezioni unite (ordinanze 10 febbraio 2006 n. 2888 e 11 febbraio 2008 n. 3144), secondo cui excerpta dalla prima), pur non potendosi “certamente” riconoscersi “natura tributaria” alla “disposizione in tema di registrazione dei lavoratori occupati” (“e ciò in considerazione delle più generali finalità perseguite con i provvedimenti volti a favorire l’emersione del lavoro irregolare, cui l’obbligo di registrazione dei lavoratori impiegati e legato da rapporto di strumentalità” ), “la sanzione amministrativa” di cui al D.L. n. 12 del 2002, art. 3, comma 3, (convertito in L. n. 73 del 2002), “sebbene non correlata al mancato pagamento o all’inosservanza di un obbligo tributario”, “si aggiunge al sistema sanzionatorio contenuto nel D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471, D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, e D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 473″, e pertanto “in relazione a tale sanzione sussiste la giurisdizione delle commissioni tributarie, dal momento che, ai sensi del D.L. n. 12, art. 3, comma 4, sopra riportato, competente, ad irrogare la sanzione è l’Agenzia delle entrate e viene perciò in considerazione la specifica previsione di competenza del giudice tributario per le sanzioni amministrative, comunque irrogate da uffici finanziari, come recata dal D.Lgs. n. 546 del 1992, novellato art. 12″, – con sentenza 14 maggio 2008 n. 130 ha dichiarato la “illegittimità costituzionale del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, (…), nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria”.
Di conseguenza, per effetto di tale declaratoria, deve affermarsi che la giurisdizione a conoscere delle “controversie”, quale quella in esame, “relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari” appartiene al giudice ordinario, e non già a quello tributario, perché quelle sanzioni conseguono “alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria”.
C. L’accoglimento del primo motivo di ricorso per l’accertato difetto di giurisdizione del giudice tributario a conoscere della controversia importa la necessaria automatica caducazione di tutte le statuizioni in essa contenute e, quindi, l’assorbimento (per carenza di oggetto) delle doglianze – 1) “assoluta omessa motivazione circa il punto decisivo della controversia relativo alla nullità dell’atto impugnato per difetto di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, nonché all’art. 360 c.p.c., n. 4″, compendiata nei seguenti quesiti di diritto: (a) “vero che la mancata indicazione in un atto dell’amministrazione finanziaria delle modalità di calcolo per la determinazione della sanzione irrogata comporta la violazione della L. n. 241 del 1990, art. 3, e dell’art. 7 statuto del contribuente e da tale violazione consegue la nullità dell’atto medesimo”; b) “vero che la mancata motivazione da parte del giudice adito in ordine ad uno specifico motivo di appello (… mancata indicazione in un atto dell’amministrazione finanziaria delle sanzioni irrogate) comporta omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia con conseguente nullità della sentenza impugnata”; 2) “violazione e falsa applicazione dell’artt. 2697, 2700, 2727 e 2129 c.c., anche con riferimento all’art. 24 Cost., comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3″, sintetizzata nel quesito: “vero che gli accertamenti contenuti in un verbale ispettivo … da considerarsi atto pubblico, anche qualora siano fondati solo sulle dichiarazioni rese dai lavoratori, costituiscono piena prova, o comunque costituiscono presunzioni gravi, precise e concordanti, e lo sono o per l’intero accertamento, o non lo sono per nulla, ed a maggior ragione devono essere quando il datore di lavoro abbia fatto acquiescenza senza riserve, rendendo pertanto il verbale inoppugnabile” – svolte dalla ricorrente contro quelle statuizioni negli altri due motivi di gravame.
D. L’accertata carenza di giurisdizione del giudice tributario che la ha pronunciata determina la necessità di cassare la decisione impugnata e – in applicazione del principio affermato da queste sezioni unite nella sentenza 22 febbraio 2007 n. 4109 (ribadito da Cass., un., 4 giugno 2007 n. 13048) secondo cui, ricavandosi dalla “chiara enunciazione della norma dell’art. 382 c.p.c., comma 3,… univocamente…che la pronuncia di cassazione senza rinvio non deve avvenire in tutte le ipotesi in cui questo giudice di legittimità stabilisce che la sentenza impugnata è stata emessa da un giudice sfornito di giurisdizione, ma solo in quei casi in cui, affermando che né il giudice che detta sentenza ha emesso né alcun altro giudice è fornito di giurisdizione” (quindi, in “ipotesi di improponibilità assoluta della domanda sia innanzi al giudice ordinario che al giudice speciale”), “è stato dato ingresso nell’ordinamento processuale al principio della traslatio iudicii dal giudice ordinario al giudice speciale, e viceversa, in caso di pronuncia sulla giurisdizione” – di rimettere le parti innanzi al giudice ordinario territorialmente competente.
4. La sopravvenienza, rispetto alla sentenza impugnata, della declaratoria di incostituzionalità della norma regolatrice della giurisdizione in base alla quale è stata decisa la controversia consiglia la totale compensazione tra le parti delle spese processuali dell’intero giudizio ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2.
P.Q.M. – La Corte accoglie il primo motivo di ricorso; dichiara assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e dichiara la giurisdizione del giudice ordinario, innanzi al quale rimette le parti; compensa integralmente tra le parti le spese dell’intero giudizio.

References: sentenza 
 art. 2
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 art. 125
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
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 sentenza 
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 art. 2
 art. 30
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 art. 2
 sentenza 
 art. 3
 art. 3
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 art. 2
 art. 12
 art. 3
 art. 3
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 art. 2
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