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Timestamp: 2017-10-18 09:00:49+00:00

Document:
Complotto Istituzionale (il “Caso Pazienza”) | Angolo del Gigio
Lettera del 26/07/04 di Pazienza a Cirignotta
sul COMPLOTTO ISTITUZIONALE
Francesco Pazienza ha interrotto lo sciopero della fame il 28 luglio 2004
Dal detenuto Dr. Francesco Pazienza Donato
Esimio Dr. Salvatore Cirignotta,
Le invio copia della denuncia penale che La riguarda, ed inoltrata in data 19 luglio 2004 alla Procura della Repubblica di Roma.
Mi permetto di suggerirLe di contro querelarmi ex art. 368 c.p. (calunnia).
Come noto la Procura capitolina è oberata da fascicoli inevasi e probabilmente non riterrà il mio cahier des doléances prioritario mentre, se Lei decidesse di adire a vie legali, sicuramente la dovuta attenzione sarà sollecitamente prestata al Suo atto. Potrei comunque dimostrare l’assoluta fondatezza di quanto da me sostenuto come indagato e non più come parte offesa.
Mi è già accaduto due volte nel passato dinanzi all’A.G. di Firenze che mi ha assolto con formula pienamente liberatoria per quanto da me asseverato.
Come si dice in termini matematici, cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia…
Tutto ciò premesso credo doveroso aggiungere alcune considerazioni.
Sicuramente Lei non si sarebbe mai atteso che la mia difesa legale potesse ottenere quel discutibile (eufemismo) documento c.d. E.I.V. da Lei ideato, formato e firmato in data 28/05/1999 e su cui aveva posto la perentoria stampigliatura qualificante l’atto come “INACCESSIBILE”.
Prova provata della Sua carente predisposizione alla scrupolosità nell’enunciazione della realtà e della verità dei fatti.
Non solo. La prova ulteriore di un Suo comportamento non improntato a quella equità, imparzialità ed obiettività che un alto responsabile del Ministero della Giustizia, peraltro anche Magistrato, avrebbe dovuto avere nei miei confronti di detenuto è costituita da alcune ulteriori Sue missive; quella, addirittura, del lontano 17/12/1996 (nr. 73018/468983) ai S.P. di Napoli Melillo, Mancuso e Miller; quella del 29/05/1999 (nr. 19199/346215) in cui sollecitava apoditticamente l’applicazione del regime custodiale ex art. 41 bis II co. O.P. con il risibile ed inqualificabile pretesto di un mio onirico grave reato costituito dall’aver asseritamente fatto uscire irregolarmente dal carcere alessandrino alcune mie missive ed infine quella del 2/06/1999 (nr. 19688/345432 ter) in cui Lei ‘strillava’ come l’odierno indagato, e pro tempore guardasigilli, Diliberto fosse comunque ansioso di sottopormi a carcere duro. Come dire: al diavolo la legge se così desidera il Sovrano!
Siamo riusciti ad acquisire anche questi documenti.
Per Sua curiosità Le segnalo che nessuna lettera è mai fuoriuscita irregolarmente da nessun istituto di pena di talché, in data 12/12/2002, mi sono stati concessi i benefici della liberazione anticipata ed integralmente, per irreprensibile comportamento intramurario. In caso contrario ciò non sarebbe avvenuto, come Lei perfettamente conosce.
Eppoi, anche se ciò fosse stato vero, Le pare normale relegare un detenuto in carcere duro alla stregua dei capi promotori del crimine organizzato? Perché Lei, che è un insigne giurista, sapeva bene che tale regime custodiale è permesso solo in caso di comma 2 dell’art. 416 bis c.p. O mi sbaglio?
Lei mi ha inoltre affidato alle ‘amorevoli’ cure di un signore cui aveva impartito personalmente precise disposizioni anche telefoniche e reiteratamente.
Mi riferisco al sig. Silvio Di Gregorio, quel Suo fidato giovanotto direttore reggente del carcere di Parma che non aveva i requisiti amministrativi per fare il direttore non essendo un Primo Dirigente ma, vero miracolato, ha potuto continuare a farlo per anni non si sa come e perché, e, quindi, pronto a qualsiasi nefandezza per captatio benevolentiae.
Costui, proprio perché si sentiva coperto ed autorizzato da Lei, tanto da non farne mistero con la locale Polizia Penitenziaria, ha messo in atto una serie di inverecondi e vessatori comportamenti antigiuridici, nonché anticostituzionali, degni di un gulag sovietico.
Anche lui è un odierno indagato per falso ideologico ed omissione in atti d’ufficio.
Una delle omissioni, fra le tante, si riferisce a quel lungo rapporto concernentemi del 17 giugno 2000 in cui il direttore sanitario del carcere di Parma concludeva asseverando che “oggi in un carcere che mi è coevo mi sono ritrovato nel Medioevo” (la sottolineatura è nell’originale).
Rapporto che Lei conosce perfettamente e che il Di Gregorio ha cercato per anni di obliterare ed occultare sottraendolo alla conoscenza dell’organo giurisdizionale cui era destinato.
Non c’è riuscito grazie solo alla mia tenacia ed al deontologico rifiuto del sanitario di farlo sparire come dal Di Gregorio auspicato.
La Magistratura di Sorveglianza di Reggio Emilia riusciva ad acquisirlo solo a febbraio 2002 e solamente per mia cura (sic).
Lei ha disposto che fossi tenuto per anni (ripeto: per anni) nel più totale e feroce isolamento senza poter vedere e parlare con nessuno e con l’unico intento se non quello di farmi uscire di senno o indurmi a qualche gesto inconsulto.
Lei, Dr. Cirignotta, si è attribuito prerogative che l’art. 72 c.p. attribuisce solo ed esclusivamente al giudice della cognizione o dell’esecuzione. Essendo Lei Magistrato sa bene di cosa parlo. Il tutto è stato mascherato, al fine di una risibile giustificazione, come attuato a fine del mio bene. Per mia amorevole protezione. Non solo. In data 8 agosto 2000 il Di Gregorio Le inviava una comunicazione personale in cui falsamente affermava fossi stato io a scegliere l’isolamento totale. Documento su cui, tra l’altro, appare anche la firma del dirigente sanitario. Ma in quella data il dirigente sanitario era in ferie… Non conosco, inoltre, se il volenteroso Di Gregorio La abbia preventivamente informata del documento falso da lui formato in data 4/05/2000 allorché nella Racc. NR. 12728 3.1. Mod. IP1 inviata all’A.G. di Bologna comunicava fraudolentemente che fossi un detenuto definitivo per associazione mafiosa ex art. 416 bis (sic). D’altronde come poteva il valente direttore reggente e miracolato giustificare la presenza di un detenuto che nulla aveva a che vedere con il regime ex art. 41 bis O.P. se non inventandosi una condanna per associazione mafiosa? Anche questo documento, ovviamente, non ci si attendeva che terminasse nella mia disponibilità.
Io devo ringraziare la Polizia Penitenziaria che nei momenti più terrificanti mi ha sostenuto moralmente essendo letteralmente nauseata per quanto mi veniva fatto e su Sue asserite disposizioni.
Se non fosse per degli umili agenti probabilmente non avrei retto la prova cui sono stato spietatamente sottoposto.
Tutto sommato Le sono riconoscente, Dr. Cirignotta, perché Lei mi ha fatto scoprire di essere molto più forte di quanto pensassi.
Concludo augurandomi vivamente che Lei, nel Suo nuovo incarico politico amministrativo della Regione Lazio, dimostri di avere più sensibilità istituzionale ed umana nell’attuare quelle attività di politica sociale e sanitaria, cui è deputato dal Presidente Storace, di quanto ne abbia dimostrato come gestore di uno sventurato dietro le sbarre alla mercé delle Sue assai discutibili iniziative.
“Absit iniura verbis”, Dr. Cirignotta, questa è solo la verità, anzi una esigua parte di essa.
1. Procura della Repubblica di Roma
2. Procura della Repubblica di Parma
3. Sig. Ministro della Giustizia
4. Sig. Presidente della Regione Lazio
5. Avv. Renato Borzone – Roma
[dal carcere di] Livorno, 26 luglio 2004 – Raccomandata A.R.
IL COMPLOTTO ISTITUZIONALE CHE HA PORTATO AL PROCESSO E LA CONDANNA Ex. Artt. 314, 378 C.P. CON SENTENZA Nr. 19/86 DEL 14 MARZO 1986 EMESSA DALLA CORTE DI APPELLO DI ROMA
PREMESSA: Quanto ivi descritto e documentato è stato qualificato come indegno di un Paese europeo durante una pubblica udienza e come tale verbalizzato dal Presidente di una Corte d’Assise (23 marzo 2000 – Proc. 1/96 – Corte Assise Bologna – Pres. Dr. Maurizio Millo). In data 14 aprile 2003 altro organo giurisdizionale (G.I.P. Roma proc. nr. 2325/98 rgnr; nr. 9679/98 RG GIP; P.O. F. Pazienza) ha asseverato in un’ordinanza che Francesco Pazienza è stato vittima di un vero e proprio complotto ordito da persone appartenenti alle istituzioni. In data 8 aprile 1987 la Seconda Sez. Giurisdizionale della Corte dei Conti statuiva in sentenza Nr. 100/87 che Francesco Pazienza era stato processato e condannato ex Art. 314 c.p. (peculato) illegittimamente in quanto mai stato né pubblico ufficiale né incaricato di pubblico servizio. In data 13 agosto 1994 il G.I. di Roma al termine della inchiesta penale Nr. 114/87 A. G.I. – Sez- I° stralcio – stabiliva che Francesco Pazienza non era responsabile del reato di favoreggiamento ex art. 378 c.p. per cui era stato processato e condannato.
Francesco Pazienza rientrava in Italia dopo dieci anni trascorsi all’estero all’inizio del 1980. Lo certificano due rapporti del 24/11/1981 e 31/10/1984. Il primo stilato dal Comandante General della G.d.F. ed il secondo dalla Digos di Roma(1) (All. 1 e 2). In questi rapporti le attività lavorative svolte dal Pazienza vengono descritte e sottolineate. Trattansi di attività di consulenza finanziaria ad alto livello per holdings internazionali.
A maggio 1981 Pazienza conosceva il Dr. Domenico Sica, pro tempore S.P. della Repubblica di Roma, che gli chiedeva di intervenire a suo favore aiutandolo ad ottenere la nomina a direttore del S.I.S.D.E. (All. 3).
Il 2 agosto 1982 il Dr. Sica faceva chiedere al Pazienza di testimoniare contro un suo collega. Pazienza rifiutava perché quanto chiestogli non corrispondeva alla conoscenza dei fatti da parte sua. In buona sostanza avrebbe dovuto deporre asseverando fatti non veritieri.
I rapporti tra Sica ed il Pazienza si deterioravano irrimediabilmente.
Il Pazienza avrebbe rinfacciato al Dr. Sica questo episodio in maniera ufficiale in una lettera inviatagli da New York in data 29 ottobre 1984 (All. 4). Come iniziale ritorsione per questo gran rifiuto, agli inizi del 1983 il Dr. Sica apriva un fascicolo penale rubricato con Nr. 17270/83 A, in istruttoria sommaria contro il Pazienza. La base di partenza era l’ipotesi di vari reati asseritamente commessi dal Pazienza in qualità di consulente del servizio segreto S.I.S.M.I.
Attività svolta tra gli inizi del 1980 e marzo 1981. In questo contesto il Dr. Sica si faceva espressamente preparare una informativa falsa dal S.I.S.M.I. (All. 5) secondo cui il Pazienza, trasferitosi a New York alla fine del 1982, colà operava come riciclatore ad alto livello della criminalità organizzata internazionale. Ciò in violazione della legge Nr. 801/1977 che vieta rapporti diretti tra la magistratura e i servizi segreti non mediati dalla P.G. Il Sica inviava tale informativa al F.B.I. americano per il tramite dell’ambasciata U.S.A. a Roma. In data 19/12/1983 l’FBI rispondeva che, esperite le indagini sul suolo americano, quanto asseverato nella informativa doveva ritenersi privo di ogni fondamento (All. 6).
Il Sica, ovviamente, si asteneva dall’incriminare per calunnia e falso ideologico gli estensori di quella informativa spazzatura da lui stesso sollecitata al servizio segreto.
Pur essendo, inoltre, perfettamente al corrente che il Pazienza fosse un estero residente il Dr. Sica procedeva contro di lui come irreperibile. Tale comportamento non solo era irrituale ma addirittura da considerarsi come violazione degli artt. 3 – 10 – 24 della Costituzione secondo sentenza della Corte Costituzionale nr. 177/1974.
Il procedimento nr. 17270/83 A sarebbe rimasto sempre in istruttoria sommaria senza essere mai formalizzato secondo vecchio rito. Venivano emessi due mandati di cattura in data 1/12/1983 e 18/10/1984 per varie ipotesi di reato senza che il Pazienza fosse mai interrogato (ex artt. 314, 416, 378, 261 c.p.). Le prove costruite e manipolate dal servizio segreto SISMI ed ambienti ad esso collegati. Con il direttore del SISMI, Amm. Fulvio Martini, il Sica era in tali stretti rapporti di amicizia da essere successivamente testimone dello sposo nelle tardive nozze dell’ammiraglio.
L’irrituale iniziale irreperibilità veniva trasformata in latitanza grazie a due verbali di vane ricerche totalmente non veritieri che il pro tempore dirigente della O° Sez. Reparto Operativo CC di Roma, Ten. Col. Mario Mori, facilitava al Dr. Sica. Il Ten. Col. Mori ricercava speciosamente il Pazienza in Italia ad un indirizzo inesistente nella città di La Spezia allorché lo stesso era ufficialmente un estero residente registrato come tale all’anagrafe dell’ultimo luogo di domicilio italiano in Roma, nonché all’AIRE del Ministero degli Esteri (Anagrafe Italiani Residenti Estero) sino dal 23 gennaio 1983 (All. 7-8-9).
La pratica relativa era stata avviata presso il Comune di Roma nel novembre 1982.
Per poter avere le mani libere il Dr. Sica era giunto persino ad ignorare una comunicazione ufficiale della Polizia di Stato che in data 9/1/1984 gli aveva trasmesso anche l’indirizzo abitativo personale del Pazienza nella città di New York (All. 10). Non solo. Mentre procedeva nei confronti dell’indagato considerandolo irreperibile egli aveva tentato inutilmente, unitamente al pro tempore G.I. di Roma Dr. Francesco Misiani, di far estradare il Pazienza proprio dagli Stati Uniti per una ipotesi di reato in cui i due magistrati romani non erano competenti né per materia né per territorio (All. 11).
Dopo il vano tentativo effettuato dal Dr. Sica con l’FBI di far passare il Pazienza come un colluso con la criminalità organizzata internazionale entrava in azione il Dr. Francesco Misiani che convocava a Roma una delegazione di polizia giudiziaria federale statunitense (Custom’s Service) accompagnata da un sostituto procuratore federale.
La delegazione incontrava il pro tempore G.I. in Roma in data 18 giugno 1984. Quanto discusso in quell’incontro sarebbe emerso in un rapporto della succitata polizia americana da questa inviato al Dr. Giovanni Falcone e da questi allegato il 14/1/1987 al proc. pen. Nr. 1817/85 Procura di Palermo. Ecco quanto asseveravano (Rapp. ‘US Custom’s Service’ NY05PR320015): “In data 16 giugno 1984 l’agente speciale Thomas Galligan, l’assistente procuratore federale Reena Raggi ed io abbiamo viaggiato in Italia per continuare questa indagine. In data 18 giugno 1984 abbiamo incontrato il giudice Misiani che stava indagando Francesco Pazienza. Misiani ha dichiarato essere a sua conoscenza che il Pazienza e Domenico Lombino hanno riciclato 2,1 miliardi di dollari negli Stati Uniti per via aerea. Quando abbiamo chiesto una prova documentale il giudice ha alluso che al momento non poteva svelare le prove a causa della legge italiana (sul segreto istruttorio)”. (All. 12)
Il Dr. Francesco Misiani aveva semplicemente mentito perché non aveva alcuna indagine a riguardo mentre il nome di Lombino era stato fatto per aiutare il SISMI a scaricarsi di alcune inconfessabili responsabilità allorché aveva usato questo latitante negli Stati Uniti, ex appartenente alla famigerata milanese ‘Banda Turatello’, per cercare di fare depositare dei narcotici nell’abitazione di Francesco Pazienza al fine di farlo arrestare dalla polizia americana. In contemporanea a questo episodio il Dr. Domenico Sica e l’Amm. Fulvio Martini, direttore del SISMI, si accordavano affinché quest’ultimo viaggiasse a Washington per incontrare il direttore della CIA e chiedere che fosse l’agenzia spionistica americana ad occuparsi del Pazienza e della sua estradizione. Altre inconfessabili cose sarebbero emerse successivamente. Lo rivela senza alcuna vergogna lo stesso Martini nel suo libro di memorie (Pagg. 178-179 “Nome in Codice Ulisse”, Rizzoli 1998) (All. 13).
Il 4 marzo 1985 Francesco Pazienza veniva arrestato nella sua città di residenza (New York) su richiesta estradizionale della Repubblica Italiana.
A questo punto continuare a considerarlo come irreperibile era ovviamente divenuto impossibile. I magistrati Sica e Misiani decidevano di recarsi negli Stati Uniti. Dichiaravano ufficialmente alla stampa che essi stavano per partire al fine di interrogare il Pazienza (All. 14). Si facevano rilasciare una dichiarazione dal pro tempore difensore sull’accettazione da parte dell’estradando di un interrogatorio per rogatoria (All. 15) pretendendo anche un telegramma di conferma dello stesso Pazienza che pervenne loro dal ‘Metropolitan Correctional Center’ di New York, ove l’estradando era ristretto, in data 22 marzo 1985. In realtà lo scopo della trasferta era ben altro. Con i fondi finanziari e l’autorizzazione dell’Ufficio II Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia e del pro tempore ministro della Giustizia On. Mino Martinazzoli essi partivano per gli Stati Uniti alla fine del mese di marzo 1985. Una volta giunti in America non interrogavano il Pazienza ma si adoperavano solo al fine che all’estradando fosse negata la garanzia giurisdizionale e le autorità statunitensi non presentassero alla magistratura locale la documentazione relativa alle ipotesi di reati di cui erano competenti il solo Sica (Nr. 17270/83 A Istr. Somm.) ed il Sica con Misiani in un altro procedimento originato dal medesimo Sica e che era stato invece formalizzato (nr. 5447/83 A G.I.). (All. 16).
Va debitamente sottolineato che il pubblico ufficiale che utilizza fondi dello Stato per finalità diverse da quelle per cui erano stati stanziati commette il reato di peculato. Gli effetti del precedente viaggio del Martini presso la CIA si facevano notare positivamente (si fa per dire) visto che nel Dipartimento di Giustizia americano veniva incaricato di seguire l’estradizione di Francesco Pazienza il Sig. Stephen Trott uomo di fiducia dell’agenzia spionistica in quel dipartimento.
Rientrato in Italia senza aver incontrato l’estradando il Dr. Domenico Sica si adoperava affinché il Pazienza fosse definitivamente processato come ‘contumace e latitante’.
In buona sostanza l’imputato veniva considerato latitante mentre si trovava in un carcere federale americano e colà terminato solo ed esclusivamente per la volontà di quel Paese che contemporaneamente lo considerava non reperibile e/o localizzabile. Il processo di primo grado terminò in data 29/7/1985 e quello di secondo grado in data 14/3/1986. In data 11 febbraio 1986 uno dei difensori del Pazienza scriveva al già citato Sig. Trott del Dipartimento di Giustizia protestando per le violazioni dei diritti della difesa che gli ‘italiani’ avevano messo in essere processandolo come latitante mentre si trovava ristretto in un carcere americano (All. 17).
I due processi di merito si celebrarono mentre l’imputato si trovava in un carcere americano senza alcuna possibilità di difendersi ed alla fine condannato ad anni 3 e 2 mesi di reclusione per i reati di peculato e favoreggiamento.
Per evitare un secondo processo come latitante e contumace e relativo alla parte formalizzata del procedimento inizialmente avviato dal Sica con G.I. il Dr. Misiani, il Pazienza chiedeva di essere rimpatriato in Italia rinunciando a proseguire l’iter estradizionale formale per l’unico caso approdato di fronte alla magistratura statunitense, quello relativo al dissesto del Banco Ambrosiano.
Nel corso di un’udienza estradizionale un agente federale testimoniò, il 15 luglio 1985, che i servizi segreti italiani avevano complottato per l’assassinio di Francesco Pazienza. Quanto riportato dall’agente fu pubblicato sulla prima pagina del quotidiano ‘Wall Street Journal’ in data 7 agosto 1985 (All. 18). In realtà lo stesso Pazienza era stato messo in allerta proprio dall’ufficio del Procuratore Federale di Manhattan che esisteva tale complotto tant’è che in data 4 maggio 1985 il quotidiano in lingua italiana di New York ‘Il Progresso’ pubblicava che il sostituto del Procuratore Rudolph Giuliani, David Denton, aveva confermato loro l’esistenza del complotto. (All. 19). Francesco Pazienza rientrava in Italia dopo più di due mesi di attesa dalla data di richiesta di rimpatrio il 19 giugno 1986 e rinchiuso nel carcere ‘Le Nuove’ di Torino. La minuta stenografata dell’udienza del 15 luglio 1985 ed in cui l’agente federale aveva testimoniato sul complotto omicidiario dei servizi segreti italiani sarebbe stata fatta falsificare dalla CIA per non imbarazzare il SISMI italiano facendo attribuire l’origine del complotto alla ‘criminalità internazionale’.
In previsione del rientro in Italia del Pazienza, in data 12 giugno 1986, l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma scriveva una lettera definita come ‘non ufficiale’ ed in cui si consigliava il Ministero della Giustizia italiana come fare per ottenere l’estradizione di Francesco Pazienza senza vaglio della magistratura americana e senza la garanzia giurisdizionale (All. 20).
Allorché la Prof.ssa Tiziana Trevisson Lupacchini, docente di diritto internazionale presso la III Università di Roma, chiese per motivi di studio di consultare il fascicolo estradizionale di Francesco Pazienza al pro tempore Guardasigilli Martinazzoli, questi negò tale accesso richiedendo che lo stesso fascicolo fosse sottoposto a Segreto di Stato.
L’autorizzazione all’applicazione della pena fu concessa per via amministrativa dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti solo nel 1992, mantenuta in un cassetto del Ministero di Giustizia per anni e notificata a Francesco Pazienza solo in data 27 novembre 1995.
Come accennato nel prologo tre organi giurisdizionali avrebbero definito quanto subito da Francesco Pazienza come assolutamente abnorme (All. 21 – 22 – 23).
A novembre 1988 il Dr. Domenico Sica chiedeva ad un avvocato del Foro di Roma di poter agire da intermediario per una riconciliazione con il Pazienza. Questo incontro avvenne in data 10 dicembre 1988 (All. 24).
Il procedimento n. 17270/83 A e relativi processi si sono sviluppati in violazione degli artt. 3, 10, 24 della Costituzione della Repubblica Italiana. I più elementari diritti della difesa annientati con violazione dell’Art. 177 bis c.p.p. del vecchio rito e corrispondente all’art. 169 c.p.p. codice vigente. Vari reati penali sono stati commessi nel corso delle indagini da inquirente e polizia giudiziaria (peculato, falso ideologico, abuso d’ufficio). Basti pensare, tra i tanti accadimenti, ai verbali di vane ricerche del tutto fraudolenti ed alla trasferta negli Stati Uniti giustificata come rogatoria internazionale e estrinsecatasi per motivi esattamente opposti, all’utilizzazione, da parte dell’inquirente, della ex xompagna del Pazienza come teste d’accusa e con cui il magistrato aveva allacciato una relazione extraconiugale.
Gli atti inquinati dalla collusione del magistrato inquirente con i servizi segreti furono trasmessi all’A.G. di Bologna e questa in data 21 ottobre 1984 avrebbe spiccato mandato di cattura contro Francesco Pazienza per il reato di calunnia a fini depistatori. Francesco Pazienza sarebbe stato condannato ad anni dieci di reclusione.
In data 7 maggio 2002 la III Corte d’Appello di Milano avrebbe scritto in un’articolata ordinanza che la condanna del Pazienza era da considerarsi completamente priva di un valido supporto probatorio essendo gli atti in suo possesso assolutamente in contrapposizione con quanto stabilito dai giudici bolognesi (All. 25).
(1) Atti presenti nel proc. Nr. 17270/83 A
1. Rapporto su F. Pazienza stilato dal Gen. N. Chiari comandante Generale della G.D.F. in data 24/11/1981;
2. Rapporto su F. Pazienza stilato dalla DIGOS Roma del 31/10/1984;
3. Dichiarazione ufficiale del presidente della Democrazia Cristiana On. F. Piccoli del 12/04/1985;
4. Lettera ufficiale di F. Pazienza al Dr. Domenico Sica del 29/10/1984;
5. Informativa falsa fatta preparare dal Dr. Domenico Sica al SISMI nella prima metà del 1983;
6. Risposta dell’ambasciata USA in Italia al Dr. Sica in data 19/12/1983;
7. Certificato del Comune di Roma attestante come F. Pazienza alla data del 23/01/83 fosse ufficialmente residente in New York;
8. Falso verbale di vane ricerche di F. Pazienza del 14/12/1983 inviato dal Ten. Col. Mori al Dr. Sica;
9. Falso verbale di vane ricerche di F. Pazienza del 5/11/1984 inviato dal Ten. Col. Mori al Dr. Sica;
10. Comunicazione ufficiale della Polizia di Stato al Dr. D. Sica in
data 9/01/84.
11. Comunicazione dell’Ufficio II Affari Penali del Ministero di Grazia
e Giustizia al Dr. Sica ed al Dr. F. Misiani in data 23/01/1984;
12. Estratto del rapporto della Polizia doganale statunitense Custom’s Service Nr. NY05PR320015;
13. Estratto del libro di memorie dell’Amm. Martini;
14. Articoli giornalistici del 19/03/1985;
15. Dichiarazione del pro tempore legale difensore di F. Pazienza al Dr. Sica ed al Dr. Misiani in data 25/03/1985;
16. Affidavit dell’avvocato americano Edward Morrison in data 5/02/1996;
17. Lettera di protesta dell’avv. Edward Morrison al Sig. Stephen Trott presso il Dipartimento di Giustizia americano in data 11/02/86;
18. Copia dell’articolo pubblicato in prima pagina dal Wall Street Journal in data 7/08/1985;
19. Copia dell’articolo pubblicato dal quotidiano Il Progresso in data 4/05/86;
20. Lettera non ufficiale dell’ambasciata USA in Roma al Ministero di Grazia e Giustizia in data 12/06/86;
21. Estratto del verbale d’udienza del 23/03/00 con le dichiarazioni del Presidente della Corte d’Assise di Bologna Dr. Maurizio Millo;
22. Sentenza della Corte dei Conti nr. 100/87 del giorno 8/04/1987;
23. Prima pagina dell’ordinanza di rinvio a giudizio stilata in data 13/08/1994 dal G.I. di Roma Otello Lupacchini. Il documento è di 500 pagine ed in esso si legge come F. Pazienza non abbia commesso il reato di favoreggiamento;
24. Ordinanza del GIP di Roma Dr. Giovanni De Donato in data 14/04/03;
25. Ordinanza della III Sez. Corte d’Appello di Milano del 7/05/02. Tramite Mod. IP1 Carcere di Livorno, 5 dicembre 2003. Nr. d’ordine 33.
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References: art. 368
 art. 41
 art. 416
 art. 41
 SENTENZA 
 sentenza 
 Art. 314
 art. 378
 sentenza 
 Sentenza