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Timestamp: 2017-08-22 07:04:39+00:00

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PRATICA : ____________
Consiglio di stato , sez. IV, 26 aprile 2006, n. 2320
Il Consiglio di Stato in sede  giurisdizionale  (Sezione  Quarta)  ha
sul ricorso  in  appello  n.  8948  del  1999,  proposto  da  Maccari
Federico, legalmente rappresentato dai genitori Alessandro Maccari  e
Marina Rismondo de Smecchia Maccari,  rappresentati  e  difesi  dagli
avv. ti Angelo Pasino e Luciana Rostelli,  elettivamente  domiciliati
presso lo studio della seconda in Roma, Via Arenula, n. 41.
Ministero della giustizia,  rappresentato  e  difeso  dall'Avvocatura
generale dello Stato, presso la stessa domiciliato ex lege  in  Roma,
della sentenza del  Tribunale  Amministrativo  Regionale  del  Friuli
Venezia - Giulia 7 giugno 1999, n. 812.
Visto  l'atto  di  costituzione  in  giudizio    dell'amministrazione
appellata.
Relatore alla pubblica udienza del 7  febbraio  2006  il  Consigliere
Costantino Salvatore.
Uditi l'avv. Zaccagnini su delega dell'avv. Rostelli per l'appellante
e l'avv. dello Stato Giannuzzi per il Ministero appellato.
Con l'impugnata decisione il Tribunale amministrativo regionale del Friuli Venezia - Giulia ha respinto il ricorso proposto dai signori Alessandro Maccari e Marina Rismondo de Smecchia Maccari, nell'interesse del loro figlio Federico Maccari, avverso il diniego di aggiunta, al proprio, del cognome del nonno materno "de Smecchia".
In particolare, il T.A.R. ha ritenuto che il diniego, diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, fosse sorretto da motivazione esauriente e corretta, avendo il Ministero esplicitamente chiarito che l'istanza poteva essere favorevolmente definita se l'aggiunta avesse interessato l'intero cognome materno "Rismondo de Mecchia" e non solo una parte di esso, vale a dire "de Smecchia".
Tenuto conto che l'ordinamento giuridico tutela l'identità personale in se e per se considerata, sarebbe errata, ad avviso del primo giudice, la tesi del ricorrente, secondo cui l'amministrazione, una volta espressasi favorevolmente per l'aggiunta dell'intero cognome materno, non poteva poi denegare l'aggiunta di una parte di tale cognome, atteso che "nel più è compreso il meno".
Avverso tale sentenza l'interessato ha proposto il presente appello, chiedendone l'integrale riforma.
Il Ministero si è costituito anche in questo grado del giudizio.
L'appello è stato trattenuto in decisione alla pubblica udienza del 7 febbraio 2006.
1. 1. Il giudice di primo grado ha premesso che l'ordinamento giuridico tutela, l'interesse di ogni persona alla protezione della propria identità sul piano sociale, valutando come "bene" la stessa identità personale in sé e per sé considerata, indipendentemente dal grado sociale o dalla virtù della singola persona.
Da qui l'erroneità della tesi del ricorrente, secondo cui l'Amministrazione, pur riconoscendo la possibilità dell'aggiunta integrale del doppio cognome materno, avrebbe, poi, del tutto illogicamente e contraddittoriamente, respinto l'istanza volta ad ottenere l'aggiunta di solo una parte del cognome materno, dal momento che "nel più è compreso il meno".
Ad avviso del TAR, invece, l'aggiunta di una parte del cognome materno non potrebbe assolvere alla funzione identificativa dell'intero cognome, essendo evidente che l'identificazione sociale non risiede tutta nel cognome "de Smecchia" (la parte "illustre"), bensì nel binomio "Rismondo de Smecchia", ritenuto inscindibile e di pari dignità sociale.
Nessun difetto di motivazione sarebbe, pertanto, riscontrabile nel provvedimento impugnato, posto che nella specie non occorreva procedere alla ponderazione degli interessi una volta chiarito che il primario interesse sociale della funzione identificativa risulterebbe senz'altro compromesso dall'utilizzo meramente parziale del cognome materno. D'altra parte, l'utilizzo parziale sarebbe escluso dallo stesso legislatore il quale, consentendo l'aggiunta del cognome materno, ha inteso riferirsi all'intero cognome e cioè all'elemento che garantisce l'identificazione della famiglia materna.
Nel caso di specie, al contrario, l'aggiunta di parte del cognome materno comporterebbe la creazione di un cognome totalmente nuovo e diverso da quello risultante dall'aggiunta del cognome materno a quello paterno.
2. Le conclusioni del giudice di primo grado non possono essere condivise e l'appello deve essere accolto nei limiti di seguito precisati.
2. 1. Secondo la pacifica giurisprudenza di questo Consiglio di Stato (cfr., da ultimo, Sez. IV, 27 aprile 2004, n. 2752; 26 giugno 2002, n. 3533), il diniego ministeriale di autorizzazione al mutamento di nome, ai sensi degli artt. 153 e seguenti del R.D. 9 luglio 1939 n. 1238, costituisce, come costantemente affermato da questo Consiglio di Stato, provvedimento eminentemente discrezionale, in cui la salvaguardia dell'interesse pubblico alla tendenziale stabilità del nome, connesso ai profili pubblicistici dello stesso come mezzo di identificazione dell'individuo nella comunità sociale, può venire contemperata con gli interessi di coloro che quel nome intendano mutare o modificare nonché di coloro che a quel mutamento intendano opporsi.
Dalla natura discrezionale dell'impugnato provvedimento di diniego discende - come logico corollario - che il sindacato giurisdizionale dello stesso può essere condotto, quanto al vizio intrinseco dello sviamento, sotto il limitato profilo della manifesta irragionevolezza delle argomentazioni amministrative o del difetto di motivazione.
In tale contesto interpretativo, l'illegittimità di un provvedimento di diniego è stato riconosciuto anche allorché esso non risulti sufficientemente motivato in ordine al dissenso dagli atti istruttori, favorevoli alla richiesta dell'interessato.
Nella fattispecie, il Ministero di grazia e giustizia non ha indicato le ragioni di opposizione rispetto al favorevole parere espresso dal Procuratore generale. Né questa circostanza può essere superata, come ritenuto dal TAR, con la considerazione che tale parere, avente natura di atto interno, era comunque immotivato e come tale non richiedeva una esplicita confutazione.
Al contrario, posto che il parere favorevole del Procuratore generale è stato espresso con riferimento alle ragioni esplicitate dal richiedente nella propria istanza, in condivisione delle stesse, l'Amministrazione, trattandosi di provvedimento discrezionale, aveva l'onere di rendere note le ragioni di esercizio del proprio potere in dissenso rispetto a detto parere.
Già sotto questo profilo, la censura dedotta con il ricorso originario meritava di essere accolta.
2. 2. A tale rilievo vanno, però, aggiunte ulteriori considerazioni che, ad avviso del Collegio, militano nel senso che il diniego opposto non sia stato sufficientemente motivato.
A questo proposito, va precisato, in punto di fatto, che la domanda era intesa ad ottenere l'autorizzazione all'aggiunta di parte del cognome del nonno materno (de Smecchia) e che la richiesta era motivata sia con ragioni affettive e morali nei confronti del nonno sia, soprattutto, con ragioni storico-sociali, in quanto, ad avviso dei richiedenti, il nonno materno sarebbe l'ultimo discendente maschio dell'antica casata veneziana "de Smecchia", onorata - per le alte ed antiche benemerenze dei suoi membri Capitani Pietro, Vincenzo e Cristoforo a favore della Repubblica veneziana - con diploma dogale dd. 14 dicembre 1748.
Ciò premesso, si deve osservare che - come sottolineato di recente (cfr., CdS, Sez. 1, 17 marzo 2004, n. 515/04 - il sistema normativo delineato dal R.D. 9 luglio 1939, n. 1238 e confermato dalla disciplina vigente di cui al DPR 3 novembre 2000, n. 396, prevede, non solo la possibilità di aggiunta di altro cognome al proprio, ma anche un ampio riconoscimento della facoltà di cambiare il proprio cognome, a fronte del quale la sfera di discrezionalità riservata alla Pubblica amministrazione deve intendersi circoscritta alla individuazione di puntuali ragioni di pubblico interesse che giustifichino il sacrificio dell'interesse privato del soggetto al cambiamento del proprio cognome, ritenuto anch'esso meritevole di tutela dell'ordinamento.
Appare allora evidente come, in tale quadro normativo ed interpretativo, l'istanza tendente ad ottenere l'aggiunta al proprio cognome solo di una parte del cognome del nonno materno, non può considerarsi preclusa dall'ordinamento e, da questo punto di vista, non può condividersi l'affermazione del primo giudice, secondo la quale il legislatore prevede solo l'aggiunta di un cognome intero e non pure di una sola parte di esso.
La mancanza di una preclusione in astratto di tale tipo di istanza imponeva all'amministrazione di vagliare approfonditamente le ragioni che ne erano alla base, senza trincerarsi nella tesi che, così facendo, si sarebbe creata un inammissibile confusione nell'identificazione del minore, che verrebbe a portare, sia pure in aggiunta, non il cognome materno (rectius del nonno materno), ma in realtà un cognome totalmente nuovo.
Alla stregua delle considerazioni che precedono, il denunciato vizio di insufficiente motivazione è fondato e l'appello va accolto, entro questi limiti; per l'effetto, in riforma della sentenza appellata, deve essere accolto il ricorso di primo grado con conseguente annullamento del provvedimento impugnato. Restano ovviamente salve le ulteriori determinazioni dell'amministrazione anche per quanto attiene ad eventuale approfondimento istruttorio.
A questo proposito, è da escludere che il Collegio possa sostituirsi all'amministrazione, imponendole di autorizzare l'aggiunta del cognome, giacché, per quanto ampio sia il riferimento normativo alla volontà del richiedente, ciò non è sufficiente a configurare in capo al medesimo l'esistenza di un diritto soggettivo incondizionato ad ottenere la modifica del proprio cognome.
3. In conclusione l'appello va accolto e, per l'effetto, in riforma della sentenza appellata, va accolto il ricorso di primo grado ed annullato il provvedimento impugnato, salve restando le ulteriori determinazioni dell'amministrazione.
Le spese del doppio grado possono essere compensate sussistendo giusti motivi.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sez. IV), definitivamente pronunciando sull'appello indicato in epigrafe, in riforma della sentenza appellata, accoglie il ricorso di primo grado e annulla il provvedimento impugnato, salve le ulteriori determinazioni dell'amministrazione.
Così deciso in Roma, il 7 febbraio 2006 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale ( Sez. IV), riunito in Camera di Consiglio con l'intervento dei Signori:
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 26 APR. 2006.
LS 9 luglio 1939 n. 1238 R.D.
LS 9 luglio 1939 n. 1238 art. 153 R.D.
LS 3 novembre 2000 n. 396 D.P.R.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 153