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Timestamp: 2020-08-11 13:51:02+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 13804 del 06/07/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13804 del 06/07/2016
Cassazione civile sez. VI, 06/07/2016, (ud. 25/05/2016, dep. 06/07/2016), n.13804
sul ricorso 15914/2014 proposto da:
C.A., elettivamente domiciliata in Roma Piazza Cavour
GIUSEPPE DI PRIMA, giusta procura speciale in calce al ricorso;
AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZ PROV. AGRIGENTO;
avverso la sentenza n. 73/30/2013 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE di PALERMO del 19/03/13, depositata il 19/04/2013;
La CTR di Palermo ha respinto il ricorso proposto da C. A. – contro la sentenza n. 326/01/2009 della CTP di Agrigento che aveva già respinto il ricorso della parte contribuente – ed ha perciò confermato l’avviso di accertamento per IVA-IRPEF-IRAP relativa all’anno 2002, pretesa dall’Agenzia sulla scorta di un PVC dal quale si desumeva che l’attività esercitata dalla C. (allevamento di animali) non potesse considerarsi “agricola”, con conseguente recupero a tassazione ordinaria dei redditi ricostruiti induttivamente.
La predetta CTR – dopo avere dato atto del fatto che la contribuente aveva contestato il metodo dell’accertamento siccome fondato sulle medie statistiche, ed in particolare con applicazione di dati provenienti da studi di settore inadatti a rendere il senso della peculiarità di una ditta gestita personalmente – ha motivato la decisione evidenziando anzitutto l’irregolarità della tenuta della contabilità della ditta contribuente (siccome non era stato esibito il registro cronologico di carico e scarico, ai fini della determinazione del reddito di impresa) ed evidenziando ancora che la ricostruzione da parte dell’Ufficio era avvenuta sulla base dei dati contenuti nel registro di stalla, che avevano consentito di risalire in via presuntiva alla consistenza del latte venduto ed al numero di agnelli venduti. A questi ultimi fini si era tenuto conto dei criteri metodologici e dei dati rilevati dalla Associazione Allevatori di Sicilia, trattandosi di allevamento del tutto scollegato dallo sfruttamento diretto di un fondo agricolo. Ne era risultato che il limite di 1/4 tra il rapporto dei capi allevati e quelli allevabili con mangimi producibili sul fondo era stato abbondantemente superato, sicchè il reddito doveva considerarsi prodotto da impresa commerciale. Nè poteva convenirsi con l’eccezione secondo cui non era stato allegato in forma integrale il PVC a cui l’avviso di accertamento faceva riferimento, sia perchè la contribuente (che se ne era avvalsa per la sua articolata difesa) lo aveva controfirmato per ricevuta.
Infatti, con il primo motivo di impugnazione (improntato al vizio di omessa motivazione, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5), la ricorrente si duole della pretermessa indicazione degli elementi dai quali il giudicante aveva tratto il proprio convincimento, sicchè la motivazione risultava apodittica ed insufficiente.
Il motivo appare inammissibilmente proposto, poichè improntato alla tipologia di vizio impugnatorio non più contemplato dalla formula dell’art. 360, comma 1, n. 5, in vigore al momento in cui è stata adottata la pronuncia che qui si impugna, perciò applicabile alla specie di causa. Il vizio prospettabile sulla scorta della nuova formula eventualmente valorizzabile in questa sede (l’omessa considerazione di un fatto decisivo e controverso) non è stato neppure in concreto invocato dalla parte ricorrente, che si è limitata a censurare l’inidoneità della motivazione della pronuncia impugnata, perciò improntando la doglianza ad un archetipo non più valorizzabile ai fini dell’impugnazione.
Con il secondo motivo di impugnazione (centrato sulla violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 e degli artt. 2727 e 2729 c.c.) la parte ricorrente – premesso che a carico della ditta accertata, diversamente da quanto asserito dal giudice di appello, non risultavano violazioni formali tali da rendere inattendibile la contabilità, siccome dal PVC risultava che “la parte ha inoltre esibito il registro aziendale di carico e scarico (ovini e caprini) relativo al periodo 25.3.19726.09.2004” – si è doluta del fatto che il giudicante avesse ritenuto la sussistenza di presunzioni di evasione, per quanto la ricostruzione dei ricavi si fondasse esclusivamente su una ricostruzione statistica non corroborata da ulteriori indizi e – perciò stesso – inidonea a costituire la prova ai fini della fondatezza della ripresa fiscale. L’Ufficio aveva quindi fallito l’onere di prova posto a suo carico. Anche il motivo di impugnazione ora in esame si presenta inammissibilmente formulato.
La parte ricorrente si duole infatti della concreta valutazione –
complessiva e correlata – che il giudicante ha fatto delle fonti di prova poste alla sua attenzione, concludendo per l’erroneità della conclusione del giudicante medesimo a riguardo della significatività e concludenza delle presunzioni valorizzate.
In tal modo, però, la parte ricorrente non prospetta affatto un vizio di violazione di legge ma formula un vero e proprio gravame a riguardo dell’esercizio dei poteri che sono riservati al giudice del merito con riferimento alla selezione ed alla valutazione delle fonti del suo convincimento. Sul punto, merita rammentare che: “In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi –
violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa” (Cass. Sez. L, Sentenza n. 16698 del 16/07/2010).
Non resta che concludere per l’inammissibilità della formulazione del motivo, siccome effetto dell’inidoneità dell’archetipo prescelto.
Con il terzo motivo di impugnazione (centrato sulla “violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto – art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – art. 2697 c.c.”) la parte ricorrente si duole del fatto che –
essendo l’avviso di accertamento motivato per relationem al PVC e non essendo stato detto PVC prodotto in giudizio in copia integrale – non si fosse rilevato il mancato assolvimento dell’onere probatorio posto in capo all’Agenzia. Sul punto, la pronuncia della CTR doveva considerarsi illegittima, avendo affermato – contrariamente al vero –
che “agli atti del fascicolo figura in forma integrale il processo verbale di constatazione dell’1.10.2004, nonchè tutti gli allegati all’avviso di accertamento”.
Il motivo in rassegna appare manifestamente infondato.
La parte ricorrente si duole infatti non già di violazione dei principi che presiedono alla motivazione dell’avviso (in specie con riguardo all’onere di allegazione dei documenti in esso avviso richiamati) ma bensì dell’omesso assolvimento da parte dell’ufficio dell’onere di prova che su quest’ultimo incombe. E tuttavia (senza neppure che si entri qui nel merito dell’onere di autosufficienza della parte ricorrente, a proposito dell’omesso dettaglio delle circostanze sulle quali nell’avviso di accertamento è fondato sia il presupposto dell’esercizio della potestà impositiva sia il metodo di ricostruzione della base imponibile), basta a questo proposito rilevare che il convincimento del giudicante si è radicato su dati di fatto che quello ha desunto dalle fonti di prova in suo possesso, sicchè non si vede la ragione per la quale dovrebbe convenirsi con la tesi di parte ricorrente secondo cui la pura e semplice (asserita) omessa produzione del PVC equivarrebbe all’omesso assolvimento dell’onere di prova. Quand’anche la produzione del PVC fosse stata effettivamente omessa, la ricostruzione dei fatti di causa risulta “per tabular” surrogata dalle altre fonti che il giudicante ha avuto a sua disposizione.
Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in Camera di consiglio per inammissibilità ovvero manifesta infondatezza dei motivi di impugnazione.
Roma, 8 febbraio 2016.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente a rifondere le spese di lite di questo giudizio, liquidate in Euro 2.000,00 oltre spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 39
 Sentenza 
 art. 360
 art. 2697