Source: https://www.laleggepertutti.it/244882_non-si-possono-vendere-panini-per-strada
Timestamp: 2020-07-12 11:00:11+00:00

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Non si possono vendere panini per strada
Bancarelle ambulanti e commercio di prodotti alimentari per strada: se non ci sono protezioni è reato.
È caccia ai venditori ambulanti, almeno a quelli di generi alimentari. La strada è un ricettacolo di malattie: ci sono i gas di scarico delle auto e lo smog delle nostre città non risparmia neanche i piccoli centri. Così chi vende cassette di frutta e verdura o le caramelle gommose alle fiere deve predisporre delle protezioni per difendere gli alimenti dai batteri e dall’inquinamento ambientale. Parola di Cassazione. Rendiamo grazie ai giudici e ai poliziotti che sequestrano la “merce” prima che finisca nelle nostre pance e vi liberi le sostanze nocive assorbite dall’aria. Non fa eccezione il pane. È sempre la Suprema Corte a dirlo, questa volta con una sentenza depositata ieri: non si possono vendere panini per strada [1]; non almeno se non ci sono teli di sopra. Ma procediamo con ordine.
Solo l’anno scorso la giurisprudenza si era scagliata contro i venditori di pomodori, mele e altri prodotti del mondo vegetale. Il reato di «vendita di prodotti in cattivo stato di conservazione» non risparmia il fruttivendolo che vende i frutti dell’orto sul ciglio della strada (peraltro occupando il suolo pubblico), esponendo i generi alimentari alle esalazioni dei tubi di scarico delle macchine e degli altri agenti inquinanti. Esporre frutta e verdura sul banco all’aperto è dunque un illecito penale. Il caratteristico carrettino sarà anche poetico e memoria di un’epoca ormai andata, ma fa male alla nostra salute.
La legge che punisce tale comportamento è del 1962 [2], un’epoca peraltro in cui le emissioni di CO2 non erano certo quelle di oggi. La norma in commento sancisce che «è vietato, nella preparazione degli alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo, sostanze alimentari: […] b) in cattivo stato di conservazione».
Secondo i giudici della Suprema Corte, la sola esposizione all’aperto può condizionare lo stato di conservazione degli alimenti, in violazione della disciplina dettata dalla normativa. Secondo la Corte, infatti, «l’accertamento dello stato di conservazione di alimenti detenuti per la vendita, non richiede né un’analisi di laboratorio né una perizia, in quanto il giudice di merito può ugualmente pervenire a tale risultato attraverso altri elementi di prova, quali le testimonianze di soggetti addetti alla vigilanza, quando lo stato di cattiva conservazione sia palese e quindi rilevabile da una semplice ispezione» [3].
Potremmo ripetere l’esempio con le caramelle gelatinose di quelle che si vedono sulle bancarelle in prossimità delle giostre, delle sagre paesane e delle fiere: tutto all’aria senza protezioni dalle mosche e dagli altri insetti. Ma oggi la Cassazione si scaglia contro chi vende i panini per strada. Anche in questo caso viene sposata la linea dura. Riflettori puntati, in particolare, sul cattivo stato di conservazione dei prodotti. Nel caso di specie i poliziotti avevano trovato diversi chili di pane privi di protezione ed esposti ad inquinamento ambientale. Scontata la condanna per vendita di prodotti in cattivo stato di conservazione sotto il profilo igienico-sanitario. La punizione non sarà questa volta il carcere ma una semplice ammenda, che tuttavia può risultare salata per chi vive di commercio ambulante.
I giudici della Suprema Corte sottolineano che «lo stato di cattiva conservazione riguarda quelle situazioni in cui le sostanze alimentari, pur potendo essere ancora genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate, confezionate o messe in vendita senza l’osservanza delle prescrizioni dirette a prevenire il pericolo di una loro precoce degradazione o contaminazione» o, comunque, di «una alterazione del prodotto». Ciò significa che a inchiodare il commerciante, in questa vicenda, è «l’inosservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie volte a garantire la buona conservazione» del pane, e a prescindere dalla sua «genuinità».
[1] Cass. sent. n. 45274/18 del 9.10.2018.
[2] Art. 5 lett. b) della legge 283/1962.
[3] Cass. sent. n. 35234/2007; n. 14250/2006; n. 7521/1990.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 18 luglio – 9 ottobre 2018, n. 45274
Presidente Sarno – Relatore Gai
1. Con sentenza in data 12 giugno 2015, il Tribunale di Napoli ha condannato Sa. Ca., alla pena di Euro 206,00 di ammenda, con il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, per il reato di cui agli artt. 5 lett. b) e 6 della legge n. 283 del 1962 perché, in forma ambulante, deteneva per la vendita Kg 10 di pane in cattivo stato di conservazione sotto il profilo igienico-sanitario, in quanto privo di protezione ed esposto ad inquinamento ambientale.
2. Ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del difensore, e ha chiesto l’annullamento, deducendo, con un unico motivo, la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen. in relazione all’erronea applicazione della legge penale e il correlato vizio di motivazione.
Il Tribunale avrebbe errato nel ritenere responsabile l’imputato per il reato contestato e ciò in quanto la condotta di questi integrerebbe una condotta di cattive modalità di conservazione e non di cattivo stato di conservazione come prescrive la legge.
Secondo la giurisprudenza, il cattivo stato di conservazione farebbe riferimento ad un momento antecedente la messa in vendita e, dunque, farebbe riferimento alla qualità intrinseca del prodotto, mentre la cattiva modalità di conservazione farebbe riferimento alle qualità estrinseche e non configurerebbe l’elemento oggettivo del reato. L’apparato argomentativo sarebbe così viziato da erronea applicazione della legge penale e illogicità della motivazione.
Va osservato che costituisce orientamento consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui, ai fini della configurabilità della contravvenzione prevista dall’art. 5, lett. b, della legge 30 aprile 1962 n. 283, che vieta l’impiego nella produzione di alimenti, la vendita, la detenzione per la vendita, la somministrazione, o comunque la distribuzione per il consumo, di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, non è necessario che quest’ultimo si riferisca alle caratteristiche intrinseche di dette sostanze, ma è sufficiente che esso concerna le modalità estrinseche con cui si realizza, le quali devono uniformarsi alle prescrizioni normative, se sussistenti, ovvero, in caso contrario, a regole di comune esperienza (Sez. U, n. 443 del 19/12/2001, Butti, Rv. 220716; Sez. 3, n. 44927 del 14/06/2016, Ballico, Rv. 268715; Sez. 3, n. 15094 del 11/03/2010, Greco, Rv. 246970).
In questo senso, lo stato di cattiva conservazione riguarda quelle situazioni in cui le sostanze alimentari, pur potendo essere ancora genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate, confezionate o messe in vendita senza l’osservanza delle prescrizioni dirette a prevenire il pericolo di una loro precoce degradazione, contaminazione o comunque alterazione del prodotto (Sez. 3, n. 33313 del 28/11/2012, Maretto, Rv. 257130; Sez. 3, n. 35234 del 28/06/2007, Lepori, Rv. 237519). In particolare, secondo l’arresto delle S.U. Butti il termine “stato di conservazione”, seppur ambiguo, nella maggior parte delle ipotesi indica l’insieme della attività volte al mantenimento delle caratteristiche originarie di una cosa.
Si è poi sottolineato che a sostegno di questa ricostruzione milita anche un altro aspetto di carattere sistematico: diversamente ragionando nessuno spazio di operatività avrebbe la disposizione di cui all’art. 5 lett. b, a fronte delle lett. a, c, d, le quali, nell’arco che va dalla privazione degli elementi nutritivi all’alterazione degli stessi, abbracciano tutti gli aspetti oggettivamente rilevabili di degenerazione delle caratteristiche intrinseche degli alimenti. Da qui la conclusione che il cattivo stato di conservazione della lett. b riguarda quelle situazioni in cui le sostanze alimentari, pur potendo essere ancora perfettamente genuine e sane, si presentano mal conservate e cioè preparate o confezionate o messe in vendita senza l’osservanza di quelle prescrizioni di leggi, regolamenti o atti amministrativi generali che sono dettate a garanzia della buona conservazione al fine di prevenire il pericolo di una loro precoce degradazione, contaminazione o comunque alterazione (scatolame bombato, arrugginito, involucri forati, intaccati, unti, bagnati, esposizione prolungata ai raggi solari di vino e olio, latte lasciato a temperature inadeguate, alimenti collocati in prossimità di insetti e simili). Dunque, ai fini dell’integrazione della contravvenzione in esame si deve ritenere sufficiente l’inosservanza delle prescrizioni igienico sanitarie volte a garantire la buona conservazione del prodotto.
5. Tale è il caso della messa in vendita di pane non confezionato sulla pubblica via esposto, perciò, agli agenti atmosferici in grado di alternarne le proprietà intrinseche.
Il Tribunale ha fatto buon governo dei principi qui rammentati e con motivazione congrua e tutt’altro che illogica, oltre che corretta in diritto, ha confermato la responsabilità dell’imputato per il reato contestato.
11/10/2018 alle 02:02
Perchè le frutterie hanno il permesso di esporre sul marciapiede ,in strade super affollate di auto, frutta e verdura?? Anche in questo caso ci vorrebbe maggior tutela per la salute pubblica.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 5
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