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Timestamp: 2020-07-12 04:30:27+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 1687 del 23/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1687 del 23/01/2017
Cassazione civile, sez. VI, 23/01/2017, (ud. 14/12/2016, dep.23/01/2017), n. 1687
sul ricorso 9552-2015 proposto da:
GERMANICO 184, presso lo studio dell’avvocato ENRICO ZACCARETTI,
rappresentata e difesa dall’avvocato PIERLUIGI MARIA TENAGLIA giusta
procura speciale a margine del ricorso e giusta Delib. 31 ottobre
2014, n. 1209;
D.B.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BERGAMO
43, presso lo studio dell’avvocato ROSAMARIA CIANCAGLINI,
LUCIANO CARINCI e GUGLIELMO MARCHIONNO giusta procura speciale a
avverso la sentenza n. 785/2014 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,
emessa il 2/10/2014 e depositata il 6/10/2014;
udito l’Avvocato PIERLUIGI MARIA TENAGLIA, per la ricorrente, che si
udito l’Avvocato LUCIANO CARINCI, per la controricorrente, che si
riporta ai motivi del controricorso.
“Con sentenza n. 785/2014, depositata in data 6 ottobre 2014, la Corte di appello di L’Aquila, pronunciando sull’impugnazione proposta da D.B.C. nei confronti della Azienda U.S.L. di Pescara, in riforma della decisione del Tribunale di Pescara, accertata la nullità del termine apposto ai contratti stipulati tra le parti, da quello iniziale relativo al periodo 21/9/2004-20/3/2005, più volte prorogato e rinnovato fino al 20/9/2007, condannava la ASL al risarcimento del danno in favore dell’appellante nella misura di 20 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori. Riteneva la Corte territoriale che tanto il primo contratto quanto i successivi rinnovi e proroghe presentassero profili di illegittimità (sia sotto l’aspetto formale sia sotto l’aspetto sostanziale) mancando ogni specificazione e prova della temporaneità delle esigenze organizzative aziendali che avevano giustificato l’assunzione a termine e rilevava che gli stessi erano stati utilizzati per sopperire ad ordinarie esigenze necessità del datore di lavoro, correnti, nel tempo immutate. Esclusa, poi, la possibilità di conversione del rapporto, quantificava il risarcimento del danno in applicazione del meccanismo riparatorio di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 secondo il quale il danno non può che essere inquadrato quale pregiudizio derivante dalla perdita di un posto di lavoro assistito da tutela reale e così a termini della L. n. 300 del 1970, art. 18, commi 4 e 5, (cinque mensilità valore minimo – comma 4 più quindici mensilità quale misura sostitutiva della reintegra – comma 5 -).
D.B.C. resiste con controricorso.
Sono innanzitutto inammissibili il rilievi con i quali la ricorrente, nella sostanza, ad onta dei richiami a norme di diritto che si leggono nel primo mezzo, in realtà sollecita soltanto) un generale nuovo apprezzamento in punto di fatto della vicenda. Invero neppure risultano enucleati i passaggi motivazionali nei quali sarebbero integrate le denunciate violazioni di legge ovvero in qualche modo isolata la questione di diritto dalle critiche rivolte alla motivazione in fatto. Ed infatti la ricorrente si limita ad esporre le ragioni della pretesa legittimità (ed in particolare ad insistere sulla avvenuta indicazione, anche per relationem, delle ragioni a base dell’apposizione del termine) prospettando una propria lettura degli atti di causa (preclusa in sede di legittimità) senza intercettare il decisum con il quale la Corte territoriale ha ritenuto che i contratti di lavoro subordinato a tempo determinato succedutisi nel tempo per una durata di tre anni…. si pongono in palese contrasto con la clausola n. 5 dell’accordo quadro su lavoro a tempo determinato stipulato il 18 marzo 1999, recepito nella Direttiva del Consiglio dell’Unione Europea 1999/70/CE del 28 giugno 1999 ed in particolare che la durata e la reiterazione delle plurime assunzioni a termine per cui è causa, tutte attuate mediante formule generiche e stereotipate, prive di ogni specificazione delle ragioni dell’assunzione…. in assenza di qualsiasi obiettiva temporaneità dell’esigenza lavorativa soddisfatta con l’instaurazione dei singoli rapporti lavorativi a termine dimostrano che, all’opposto, gli stessi sono stati costituiti per soddisfare una esigenza lavorativa ordinaria.
La medesima pronuncia ha richiamato la decisone della Corte costituzionale (sent. 27 marzo 2003, n. 89) che ha escluso ogni contrasto con gli artt. 3 e 97 Cost. del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 nella parte in cui tale ultima norma non consente, a differenza di quanto accade nel rapporto di lavoro privato, che la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori possa dar luogo a rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le pubbliche amministrazioni. 1 infatti, giustificata la scelta del legislatore di ricollegare alla violazione di quelle disposizioni conseguenze di carattere esclusivamente risarcitorio, dato che il principio dell’accesso mediante concorso – enunciato dall’art. 97 Cost., a presidio delle esigenze di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione – rende non omogeneo il rapporto di impiego alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni rispetto al rapporto alle dipendenze di datori privati. In particolare nella cit. pronuncia la Corte ha enunciato, come criterio generale, che “(…) il principio fondamentale in materia di instaurazione del rapporto di impiego alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni è quello (…) dell’accesso mediante concorso, enunciato dall’art. 97 Cost., comma 3”. Ed ha sottolineato che “L’esistenza di tale principio, posto a presidio delle esigenze di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione, di cui allo stesso art. 97 Cost., comma 1 di per sè rende palese la non omogeneità – sotto l’aspetto considerato – delle situazioni poste a confronto dal rimettente e giustifica la scelta del legislatore di ricollegare alla violazione di norme imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego dei lavoratori da parte delle amministrazioni pubbliche conseguenze di carattere esclusivamente risarcitorio, in luogo della conversione (in rapporto) a tempo indeterminato prevista per i lavoratori privati”. In termini inequivocabili la Corte ha quindi escluso, sotto questo profilo, l’esigenza di uniformità di trattamento rispetto alla disciplina dell’impiego privato, cui il principio del concorso è del tutto estraneo. Anche la successiva giurisprudenza costituzionale ha ribadito il principio del pubblico concorso, quale mezzo ordinario e generale di reclutamento del personale delle pubbliche amministrazioni, principio che risponde alla finalità di assicurare “il buon andamento e l’efficacia dell’Amministrazione”, valori presidiati dall’art. 97 Cost., commi 1 e 3 (sentenze n. 190 del 2005, n. 205 e n. 34 del 2004 e n. 1 del 1999).
Sempre nella suddetta decisione a sezioni unite è stato anche evidenziato che la Corte di giustizia, nell’ordinanza 12 dicembre 2013, Papalia, C- 50/13, che richiama precedenti enunciati della stessa Corte (cfr. sentenze del 4 luglio 2006 Adeneler e a., C-212/04; del 7 settembre 2006, Marrosu e Sardino, C-53/04; Vassallo, C-180/04, e del 23 aprile 2009, Angelidaki e a., (2-378/07; nonchè ordinanze del 12 giugno 2008, Vassilakis e a.,(2-364107; del 24 aprile 2009, Koukou, C-519/08; del 23 novembre 2009, Lagoudakis e a., da C-162108, e del 1 ottobre 2010, A ffatato, C-3/10), ha ribadito che la clausola 5 dell’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70CE (Direttiva del Consiglio relativa all’accordo quadro CES UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato) non stabilisce un obbligo generale degli Stati membri di prevedere la trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei contratti di lavoro a tempo determinato. La direttiva del 1999 non contempla alcuna ipotesi di trasformazione del contratto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato così “lasciando agli Stati membri un certo margine di discrezionalità in materia”. Neppure la direttiva contiene una disciplina generale del contratto a tempo determinato, ma pone principi specifici che, per gli ordinamenti giuridici degli Stati membri, valgono come obiettivi da raggiungere ed attuare, tra cui appunto il principio di contrasto dell’abuso) del datore di lavoro, privato o pubblico, nella successione di contratti a tempo determinato (clausola 5). Questa è la portata dell’accordo quadro e segnatamente della sua clausola 5; precisa infatti la Corte di giustizia (7 settembre 2006, Marrosu e Sardino, (2-53/04, cit.) che “l’obiettivo di quest’ultimo è quello di creare un quadro normativo per la prevenzione degli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato”.
Il lavoratore, che abbia reso una prestazione lavorativa a termine in una situazione di ipotizzata illegrittimità della clausola di apposizione del termine al contratto di lavoro o, più in generale, di abuso del ricorso a tale fattispecie contrattuale, essenzialmente in ipotesi di proroga, rinnovo O ripetuta reiterazione contra legem, subisce gli effetti pregiudizievoli che, come danno patrimoniale, possono variamente configurarsi.
Si può ipotizzare una perdita di chance (qualora le energie lavorative del dipendente sarebbero potute essere liberato verso altri impieghi possibili ed in ipotesi verso un impiego alternativo a tempo indeterminato); ma neppure può escludersi che una prolungata precarizzazione per anni possa aver inflitto al lavoratore un pregiudizio che va anche al di là della mera perdita di chance di un’occupazione migliore.
E’ stato così conclusivamente affermato che: “Il lavoratore pubblico – e non già il lavoratore privato – ha diritto a tutto il risarcimento del danno e, per essere agevolato nella prova (perchè ciò richiede l’interpretazione comunitariamente Orientata), ha intanto diritto, senza necessità di prova alcuna per essere egli, in questa misura, sollevato dall’onere probatorio, all’indennità risarcitoria ex art. 32, comma 5. Ma non gli è precluso di provare che le chance di lavoro che ha perso perchè impiegato in reiterati contratti a termine in violazione di legge si traducano in un danno patrimoniale più elevato”.
2 – La ASL, ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.
3 – Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla giurisprudenza di legittimità in materia e non scalfite dalla memoria ex art. 380 bis c.p.c. depositata dalla ricorrente con la quale quest’ultima insiste nel prospettare la legittimità della condotta contrattuale adottata dall’Azienda sanitaria e nel sottolineare che la lavoratrice non ha addotto alcuna specifica circostanza da cui desumere l’esistenza di un danno ulteriore rispetto alla mancata conversione dei contratti a temine, questioni ampiamente esaminate nella relazione sopra riportata.
4 – In conclusione vanno accolti, in parte qua, il primo e il secondo motivo di ricorso; la sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti con rinvio, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Roma.
La Corte accoglie, in parte qua, il primo ed il secondo motivo di ricorso; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Roma.

References: Sentenza 
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 sentenza 
 art. 36
 art. 18
 art. 36
 art. 97
 art. 32
 art. 380
 art. 380
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