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Timestamp: 2020-07-13 01:15:34+00:00

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Avvocato Lorenzo Tornielli, studio legale in Melegnano (Milano): Il testo integrale della sentenza che ha assolto il premier dall'accusa di corruzione.Tangenti Gdf, nessuna prova contro Berlusconi.(Cassazione 39452/2001).
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l testo integrale della sentenza che ha assolto il premier dall'accusa di corruzione
Tangenti Gdf, nessuna prova contro Berlusconi
(Cassazione 39452/2001)
Non vi sono prove dirette, né orali, né documentali, contro Silvio Berlusconi nella vicenda delle tangenti alla Guardia di Finanza. Lo ha stabilito la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione rendendo note le motivazioni della sentenza con la quale ha assolto, "per non aver commesso il fatto", il Presidente del Consiglio in carica dall'accusa di corruzione. La Cassazione ha rilevato "una carenza di prove idonee" a carico dell'imputato che emergerebbero dalla stessa sentenza di appello, nella quale gli stessi giudici della Corte di appello di Milano avevano ammesso di non poter stabilire in quali modi e tempi sia stata data da Berlusconi l'autorizzazione ai pagamenti illeciti. I Giudici di Legittimità hanno inoltre criticato la parte della motivazione della sentenza di appello che farebbe discendere dalla contitolarità dei fratelli Berlusconi sul gruppo Fininvest, una volta escluso il coinvolgimento di Paolo, la responsabilità del fratello Silvio. La Suprema Corte - che per il resto ha confermato le condanne agli altri imputati - ha infine respinto il ricorso del Procuratore Generale contro l'assoluzione relativa ad un capo di imputazione, ritenendo che questa assoluzione sia logicamente motivata dai giudici di merito: è giusto ritenere che la presunta posizione di "dominus" effettivo dell’imputato non costituisse prova della sua responsabilità.
LA CORTE SUPREMA DI CASASZIONE
Udienza pubblica del 19.10.2001 (depositata in Cancelleria il 7 novembre 2001).
(Ricorsi proposti avverso la sentenza emessa il giorno 9.5.2000 dalla Corte di Appello di Milano).
Con sentenza del 07.07.1998 il Tribunale di Milano dichiarava tra l'altro responsabili: Berlusconi Silvio, Sciascia Salvatore e Zuccotti Alfredo, quali, rispettivamente, soggetto controllante di fatto le attività delle società del gruppo Fininvest, direttore centrale degli affari fiscali dello stesso gruppo e direttore centrale dell'amministrazione Fininvest:
A) del delitto ex artt.110, 319 e 321 c.p., per avere promesso e versato la somma di L.100.000.000 a vari militari della Guardia di Finanza in servizio presso il Nucleo Regionale della Polizia Tributaria di Milano, che accettavano, in relazione alla verifica fiscale operata nel 1992 nei confronti della Mediolanum Vita SpA (facente parte del gruppo Fininvest), al fine di omettere atti d'ufficio o compiere atti contrari ai doveri d'ufficio, in modo da favorire la società stessa;
Berlusconi Silvio e Sciascia Salvatore, nelle qualità dette, altresì:
B) del delitto ex artt.110, 319 e 321 c.p., per avere promesso e versato la somma di L.130.000.000 a vari militari della Guardia di Finanza in servizio presso il Nucleo Regionale della Polizia Tributaria di Milano, che accettavano, in relazione alla verifica fiscale operata nel 1991 nei confronti della Arnoldo Mondadori SpA (facente parte del gruppo Fininvest), al fine di omettere atti d'ufficio o compiere atti contrari ai doveri d'ufficio, in modo da favorire la società stessa;
C) del delitto ex artt.110, 319 e 321 c.p., per avere promesso e versato la somma di L.100.000.000 a vari militari della Guardia di Finanza in servizio presso il Nucleo Regionale della Polizia Tributaria di Milano, che accettavano, in relazione alla verifica fiscale operata nel 1989 nei confronti della Video Time SpA (facente parte del gruppo Fininvest), al fine di omettere atti d'ufficio o compiere atti contrari ai doveri d'ufficio, in modo da favorire la società stessa;
Berruti Massimo Maria:
D) del delitto ex artt.110 e 378 c.p., per avere, quale legale del gruppo Finivest, in concorso con Corrado Alberto, promesso al Tenente Colonnello Tanca Angelo una tangibile riconoscenza da parte della Arnoldo Mondadori SpA in cambio del suo silenzio alla autorità giudiziaria inquirente in merito all'episodio di corruzione di cui al capo B);
Berlusconi Silvio, Sciascia Salvatore, Capone Giuseppe, Nanocchio Francesco:
E) del delitto ex artt.110, 319 e 321 c.p., per avere i primi due promesso e versato al Capone, che in parte distribuiva ad altri tra cui il Nanocchio, somme di denaro perché il Capone e il Nanocchio, appartenenti alla Guardia di Finanza e incaricati di accertamenti in ordine alla compagine societaria e all'attività economica della società Telepiù, disposti dalla Procura della Repubblica di Roma e dal Garante per l'editoria, omettessero atti d'ufficio o compissero atti contrari ai doveri d'ufficio.
Hanno proposto ricorso i predetti imputati e il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Milano.
Sciascia Salvatore deduce:
1) vizio di motivazione in ordine alla ritenuta responsabilità per la corruzione relativa a Telepiù, siccome basata sulle dichiarazioni mutevoli, "de relato" e prive di riscontro di Nanocchio Francesco e collidente con i corretti argomenti sviluppati dalla Corte di merito per assolvere dallo stesso reato il Berlusconi;
2) erronea qualificazione dei fatto contestati, per non avere la Corte d'appello considerato la sostanziale natura concussoria del comportamento tenuto dai pubblici ufficiali negli specifici confronti di esso Sciascia.
Con successiva memoria il prevenuto ha sostenuto che il reato di cui al capo E), in relazione all'epoca della presunta dazione a mani del Capone (al massimo, inizio di aprile 1994) e all'avvenuta concessione delle attenuanti generiche, si è ormai estinto per prescrizione.
Berruti Massimo Maria deduce:
1) incompetenza per materia del giudice di primo grado, rientrando il reato ascrittogli nella cognizione del Pretore e non potendosi, per la diversità degli imputati, ritenere operante la connessione di cui all'art.12, lett. c), c.p.p.;
2) irritualità del sequestro di un "passi" per Palazzo Chigi, siccome operato dal P.M. autonomamente nell'ambito di documentazione asportata "al buio" dallo studio legale di esso imputato, sulla quale doveva procedersi ad apposita cernita nel rispetto del prescritto contraddittorio;
3) inutilizzabilità dei tabulati telefonici, in quanto acquisiti (peraltro non in originale) mediante decreto immotivato del P.M.;
4) omessa rinnovazione del dibattimento attraverso l'audizione di Fazzi Giuseppe, necessaria in relazione al complessivo (e carente) quadro probatorio emerso;
5) vizio di motivazione, in relazione alle dichiarazioni accusatorie del Corrado, ritenute probatoriamente efficaci, nonostante i riscontri negativi in ordine ad aspetti decisivi;
6) assenza di motivazione in ordine al preteso nesso causale tra il silenzio del Tanca e la presunta sollecitazione del Berruti;
7) inconfigurabilità del reato in relazione al mero suggerimento di esercitare una facoltà legittima;
8) configurabilità in ogni caso del delitto tentato, e non consumato;
9) ritenuta applicabilità analogica della causa di non punibilità di cui all'art.376 c.p.;
10) illegittimità costituzionale dell'art.378 c.p., in riferimento al'art.25 Cost., per indeterminatezza della fattispecie criminosa;
11) assenza di motivazioni in ordine agli argomenti addotti a sostegno del richiesto contenimento della pena nei limiti del già espiato e comunque in quelli della convertibilità.
Con successiva memoria il Berruti, facendo presente che allo stato il Corrado, che si è sempre sottratto all'esame dibattimentale, si trova nella condizione di imputato testimone di cui all'art.197 bis c.p.p., quale introdotto dalla L.63/2001, ha invocato l'annullamento con rinvio dell'impugnata sentenza perché si proceda all'assunzione dello stesso ai sensi della norma codicistica citata, posto che in tale ipotesi, costituente fatto nuovo, non potrebbe valere lo sbarramento di cui al disposto del comma 5 dell'art.26 della L.63/2001, il quale dovrebbe, altrimenti, essere considerato incostituzionale per contrasto con i principi di cui al novellato art.111 Cost.
Nanocchio Francesco deduce:
1) che nel corso del giudizio di appello egli si trovò in stato di detenzione noto alla Corte e, pur avendo manifestato l'intenzione di partecipare al dibattimento, non fu messo in condizione di farlo, con conseguente nullità di ordine generale ex art.178, lett. c), c.p.p.;
2) che non vi è prova in atti che le somme versate dallo Sciascia attengano alla verifica Telepiù e che egli abbia comunque avuto qualunque parte ad atti contrari ai doveri d'ufficio relativamente a tale verifica;
3) che illegittimamente gli è stata negata l'attenuante ex art.114 c.p., in relazione alla sua minima partecipazione all'episodio delittuoso.
Capone Giuseppe deduce:
1) vizio di motivazione, in relazione alla valutazione delle dichiarazioni accusatorie del Nanocchio, ritenute probatoriamente efficaci, nonostante i molteplici elementi di sospetto e contraddizione che le inficiano, specificamente denunciati nei motivi di appello e disinvoltamente superati o ignorati dalla Corte territoriale;
2) erronea qualificazione del fatto come corruzione propria, nonostante l'assenza di qualunque atto contrario ai doveri d'ufficio;
3) illegittimità del diniego di concessione delle attenuanti generiche, siccome basato esclusivamente sulla rilevazione dei precedenti penali, e mancata considerazione dell'avvenuto risarcimento del danno.
Zuccotti Alfredo deduce:
1) vizio di motivazione e inosservanza delle norme di cui agli artt.191 e 513 c.p.p., in relazione alla rilevata prescrizione del reato senza un analitico e approfondito vaglio della portata e validità delle risultanze probatorie, che avrebbe senz'altro consentito un'assoluzione nel merito;
2) mancanza di motivazione in ordine all'elemento soggettivo del reato.
Berlusconi Silvio deduce:
1) vizio di motivazione in ordine al ritenuto concorso morale nei reati di cui ai capi A), B) e C) della rubrica - con conseguente obbligo di declaratoria di assoluzione ex art.129 c.p.p. per non aver commesso il fatto - , avendo la Corte di merito:
basato le sue conclusioni su rilievi di mera probabilità e verosimiglianza (giustamente considerati insufficienti a sorreggere un'affermazione di colpevolezza nella vicenda Telepiù) e sull'indimostrato assunto che, dovendo l'autorizzazione agli illeciti pagamenti far capo ai vertici proprietari del gruppo Fininvest, rappresentati da Paolo e Silvio Berlusconi, la stessa, una volta esclusa la responsabilità del primo, non potesse che essere attribuita al secondo;
lasciato inammissibilmente incerto il punto decisivo sulle modalità di rilascio (in via generale o di volta in volta) di tale presunta autorizzazione;
ricostruito in modo contraddittorio e approssimativo la provenienza delle provviste occorse per gli illeciti pagamenti;
2) erronea qualificazione dei fatti, in relazione ai molteplici elementi chiaramente indicativi, per tutte e tre le vicende criminose, di un quadro di concussione ambientale, escluso dalla sentenza impugnata per una impropria sottovalutazione dei suddetti elementi e un'incongrua valorizzazione dei rapporti esistenti e delle trattative intercorse tra il gruppo Fininvest e la Guardia di Finanza.
Il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di appello di Milano ricorre avverso l'assoluzione del Berlusconi dal reato di cui al capo E) e la concessione al medesimo delle attenuanti generiche, con conseguente prescrizione dei reati di cui ai capi A), B) e C). Deduce:
1) carenza di motivazione in ordine alla identificazione del reale controllore di Telepiù;
2) - 3) - 4) contraddittorietà e illogicità della motivazione, per avere la Corte di merito ritenuto insufficienti nel caso di Telepiù, in conseguenza anche della valorizzazione di differenze meramente apparenti e della arbitraria prospettazione di spiegazioni alternative, i medesimi molteplici elementi indiziari correttamente considerati decisivi per gli episodi di cui ai capi A), B) e C);
5) illogicità della motivazione sulla concessione delle attenuanti generiche, siccome basata sull'incensuratezza dell'imputato, sulla remota datazione degli episodi e sul contesto di diffusa illegalità in cui si svolsero, senza adeguatamente tenere conto della gravità dei fatti e del ruolo decisivo del prevenuto, della pendenza a suo carico di altri procedimenti penali anche per fatti successivi e del fatto che il contesto di diffusa illegalità costituisce, in relazione a chi occupa posizione di preminenza nella società, un elemento di aggravamento e non di attenuazione della responsabilità.
La difesa del Berlusconi ha prodotto una memoria in opposizione al ricorso del P.G., deducendo:
quanto alla vicenda Telepiù:
1) l'inutilizzabilità delle dichiarazioni del Nanocchio, in quanto acquisite dalla Corte di appello (dopo una prima illegittima acquisizione da parte del Tribunale) con il meccanismo di cui all'art.513 c.p.p., come modificato dalla sentenza n.361/98 della Corte Costituzionale, in un'epoca (29.01.2000) in cui, per effetto dell'art.1 del D.L. 07.01.2000, n.2, conv. in L.25.02.2000, n.35, contenete le norme di attuazione del giusto processo di cui al novellato art.111 Cost., detto meccanismo doveva considerarsi ormai abrogato;
2) l'illegittima valutazione delle dichiarazioni del Nanocchio, ritenute probatoriamente efficaci, benché non confermate, giusta il disatteso disposto dell'art.1 del D.L. 07.01.2000, n.2, conv. in L.25.02.2000, n.35, da elementi di prova assunti o formati con diverse modalità, e prive altresì dei requisiti normalmente ritenuti indicativi della attendibilità intrinseca;
3) l'assenza di qualunque vizio di motivazione nella ritenuta esclusione del concorso morale del Berlusconi nel delitto attinente alla vicenda Telepiù;
4) l'assenza di qualunque vizio di motivazione nella concessione delle attenuanti generiche.
Eccezione di incompetenza sollevata dal Berruti
Berruti Massimo Maria ha dedotto l'eccezione di incompetenza per materia del giudice di primo grado, rientrando, a suo avviso, il reato ascrittogli nella cognizione del Pretore e non potendosi, per la diversità degli imputati, ritenere operante la connessione di cui all'art.12, lett. c), c.p.p..
Per l'operatività della connessione di cui alla lettera c) dell'art.12 c.p.p., infatti, contrariamente a quanto statuito per la ipotesi di cui alla precedente lettera b) dello stesso articolo, non è richiesto che i reati siano ascritti allo stesso imputato (cfr. Cass.10.07.1998, Pomicino; Cass.sent.10041/98; Cass.sent.n.5363 cc. 24.10.1995).
Eccezione di nullità del giudizio di appello sollevata dal Nanocchio.
Nanocchio Francesco ha dedotto che nel corso del giudizio di appello egli si trovò in stato di detenzione noto alla Corte e, pur avendo manifestato l'intenzione di partecipare al dibattimento, non fu messo in condizione di farlo, con conseguente nullità di ordine generale ex art.178, lett. c), c.p.p.
La sollevata eccezione non può essere accolta, in quanto è basata sulla copia semplice, allegata al ricorso, di un telegramma che sarebbe stato inviato dall'imputato alla Corte territoriale, del quale non è traccia in atti.
Qualificazione di fatti di pagamento delle tangenti.
È noto il travaglio di dottrina e giurisprudenza in ordine ad una precisa definizione del criterio in base al quale distinguere, nei casi di confine, la concussione dalla concussione propria.
Abbandonati il criterio dell'iniziativa (potendo, ormai anche per previsione normativa - v. art.322, comma 3 e 4, c.p. - la stessa far capo all'agente pubblico anche nella corruzione) e quello della presenza di un vantaggio illecito per il privato (ritenuto possibile anche nella concussione: v. tra le altre Cass.11.12.1997, Sammarco), si è generalmente approdati (v. tra le più recenti, Cass.13.01.2000, Lattanzio) a quello del rapporto tra le volontà dei soggetti, precisandosi che nella corruzione questo è paritario ed implica la libera convergenza delle medesime verso un comune obiettivo illecito (abuso come frutto dell'accordo derogatorio), ai danni della P.A., mentre nella concussione il pubblico agente esprime una volontà costrittiva o induttiva che condiziona il libero esplicarsi di quella del privato, il quale, per evitare maggiori pregiudizi, deve sottostare alle ingiuste pretese del primo (abuso diretto a ottenere l'erogazione).
Elemento necessariamente comune alle due figure è l'esistenza di una indebita erogazione del privato al pubblico agente.
Elemento eventualmente comune (e necessario solo nella corruzione propria) è un esercizio antigiuridico dei propri compiti da parte del pubblico agente.
Al riguardo deve essere chiarito che , poiché la condotta illecita dell'operatore pubblico nella corruzione propria (antecedente) è solo un elemento finalistico di correlazione con l'offerta di utilità, la sua individuazione, ai fini della configurabilità del reato, non richiede un livello di specificazione superiore a quello sufficiente a stabilire la detta correlazione (Cass.05.02.1998, Lombardi; 15.02.1999, Di Pinto e, con specifico riferimento alle verifiche fiscali della Guardia di Finanza, Cass.25.06.1998, Zuin; 03.11.1998, Giovannelli; 28.03.2001, Sarritzu).
Elemento, infine, discriminante tra le due figure è la presenza, nella concussione ( e l'assenza, nella corruzione), di una volontà prevaricatrice e condizionante da parte del pubblico agente.
Da tanto consegue che, in presenza dei primi due elementi, il mancato accertamento del terzo conduce necessariamente ad escludere che il fatto oggetto di valutazione possa essere considerato come concussione.
Circa l'identificazione del detto terzo elemento, è evidente che la stessa assume aspetti maggiormente problematici in relazione alla concussione per induzione e, in modo particolare, in quella forma che va sotto il nome di "concussione ambientale".
Con l'opportuna premessa che, per definire l' "induzione" integrativa della concussione, non si può prescindere dal rilievo della unicità della pena prevista dall'art.317 c.p. (cfr. Cass.01.12.1995, Russo) e che la stessa non può essere comunque integrata dalla mera richiesta di utilità da parte dell'operatore pubblico, posto che tale condotta è assunta come elemento della istigazione alla corruzione dai commi 3 e 4 dell'art.322 c.p. (cfr. Cass.13.01.2000, Lattanzio), va sottolineato, sulla scorta della più attenta giurisprudenza espressasi sul punto, che la c.d. concussione ambientale può rilevare sia come cornice storico - fattuale idonea a rendere meno formale il comportamento condizionante dell'operatore pubblico, che deve comunque sussistere ai fini della configurabilità del delitto di cui all'art.317 c.p. (Cass.13.04.2000, Pivetti; 13.07.1998, Salvi; 19.01.1998, Pancheri), sia come sistema di mercanteggiamento dei pubblici poteri in cui il privato liberamente si inserisca per trarne, mediante corruzione, illecito vantaggio (Cass.30.03.1998, Pareglio; 13.04.2000, Pivetti; 05.07.2000, Bonina).
Ferma la definizione, in astratto, degli illustrati criteri discretivi, va infine chiarito che la indagine e la valutazione sugli elementi che ne condizionano in concreto l'applicazione ai casi di specie, non può che costituire un accertamento di fatto, demandato al giudice di merito, e sindacabile solo per manifesta illogicità della motivazione, per il quale potranno essere utilizzati vari indicatori "sintomatici", quali, tra l'altro:
l'assunzione dell'iniziativa;
l'andamento dei contatti ed i rapporti di forza tra le parti;
le modalità dell'erogazione;
le condotte antecedenti e susseguenti delle parti;
la distribuzione dei vantaggi;
la natura degli atti posti in essere dall'agente pubblico.
Ciò chiarito, rilevasi che, in presenza delle opposte versioni rese sul punto dai finanzieri e da Sciascia, l'impugnata sentenza, con espresso richiamo anche a quanto ampiamente acclarato dal Tribunale, ha escluso che nei fatti di cui ai capi A), B) e C) possa ravvisarsi l'abuso prevaricatorio tipico della concussione ed ha optato per la corruzione propria, ritenendo in sostanza che Sciascia, che certamente operava per il gruppo e non a titolo personale (onde non appare pertinente la dimensione "individualistica" in cui pretende di circoscrivere l'interpretazione dei fatti nel suo ricorso), non agì sotto la pressione condizionante dei pubblici ufficiali ma, utilizzandone scientemente e liberamente la presumibile disponibilità correlata ad una nota prassi di malcostume (su cui ha particolarmente insistito, nel suo secondo motivo di ricorso, la difesa di Berlusconi), interloquì paritariamente con loro, per l'illecito vantaggio del gruppo. A tanto la Corte di merito è pervenuta, in modo non manifestamente illogico, sulla base dei seguenti pertinenti elementi:
dichiarazioni di Giovannelli ed altre risultanze circa il carattere illecitamente vantaggioso per la parte privata delle verifiche operate, in relazione alla deliberata sommarietà e compiacenza delle medesime, costituente il "corrispettivo" delle concordate consistenti dazioni;
molteplici e reiterati rapporti di collaborazione e favori reciproci tra il gruppo Fininvest e la Guardia di Finanza, confermati anche da scambi di documentazione e incontri conviviali tra Sciascia e i finanzieri;
potenza anche politica del gruppo Fininvest e sua proclamata capacità di resistenza avverso pretese concussive;
predisposizione della Fininvest a gestire in modo programmato le situazioni oggetto di causa, anche con la formazione di fondi per pagamenti extra bilancio e la designazione di uno specifico soggetto delegato a tenere gli opportuni contatti;
conforme qualificazione giuridica data agli stessi fatti da questa Corte nella sentenza n.1703 del 28.11.1997 che ha deciso i ricorsi di Gilardino e altri;
ininfluenza, a fronte di quanto sopra, della lungaggine delle verifiche, anche perché ben spiegabile con le notevoli dimensioni delle aziende verificate e con la presumibile necessità di dare l'apparenza dell'accuratezza e della scrupolosità degli accertamenti.
In riferimento alle singole vicende, la Corte di merito ha ulteriormente sottolineato:
quanto alla verifica Mondadori:
le ammissioni del Tanca sulle generali modalità di svolgimento delle verifiche;
l'episodio dell'esercizio pubblico di Via Pisani, in cui Sciascia mostra un atteggiamento di "vivace" negoziatore, e non di concusso;
quanto alla verifica Video Time:
le dichiarazioni del Sicuro e del Licheri sulle modalità delle verifiche;
i rapporti di amicizia e di cordialità tra Licheri e Sciascia;
quanto alla verifica Mediolanum:
la mancata prospettazione, da parte dello stesso Sciascia, di qualsiasi condotta prevaricatrice tenuta dal pubblico ufficiale.
Per quanto concerne la vicenda Telepiù, la sicura qualificazione del fatto in termini di corruzione propria è logicamente desunta dai giudici di merito dalle precise dichiarazioni del Nanocchio e dall'episodio del litigio tra Capone e Nanocchio (secondo quanto meglio si vedrà in sede di esame delle posizioni coinvolte nel capo E).
Posizioni Sciascia, Capone e Nanocchio sul capo E (vicenda Telepiù)
Sulla vicenda Telepiù e le relative responsabilità di Sciascia, Capone e Nanocchio i ricorsi dagli stessi proposti sono infondati, in quanto l'impugnata sentenza ha reso al riguardo una motivazione congrua e logica, evidenziando:
come, dopo le prime reticenti e non veritiere versioni (delle quali è stata data una ragionevole spiegazione), le dichiarazioni confessorie e accusatorie di Nanocchio si siano precisate e stabilizzate, senza più smentite (anche dopo la cessazione dell'emergenza inerente allo "status libertatis"), o dimostrabili intenti calunniatori, con specifico riferimento agli accertamenti su Telepiù, svolti dal Nanocchio (fino a quando ne fu estromesso) unitamente al Capone, destinatari entrambi della "tangente", concordata preventivamente con lo Sciascia (che ne assunse l'iniziativa), per uno svolgimento "morbido" e amichevole delle indagini;
che le dichiarazioni stesse hanno trovato ampio e significativo riscontro: a) nell'accertato litigio tra Capone e Nanocchio e nella frase riportata da Carugno come pronunciata all'indirizzo del Nanocchio, indicativi, unitamente all'allontanamento del Nanocchio dalle indagini, e secondo la ragionevole spiegazione di quest'ultimo, di problemi insorti proprio riguardo alla conduzione "addomesticata" delle medesime; b) nella vicinanza temporale della dazione con gli accertamenti su Telepiù; c) nell'incontestata partecipazione di Nanocchio, Capone, Rizzi o Carugno e Sciascia ad un pranzo offerto da quest'ultimo, in ordine alla quale non è stata fornita una credibile versione alternativa a quella data, in coerenza con le accuse, dal Nanocchio; d) nel c.d. appunto Montanari, consistente nell'annotazione, fatta dall'Ufficiale, nella propria agenda, nella pagina del giorno successivo all'arresto del Nanocchio, dei nominativi di Sciascia - Rizzi - Carugno e Capone collegati tra loro e con il numero del centralino Fininvest, in ordine alla quale non sono state fornite spiegazioni attendibili idonee a smentirne l'oggettiva valenza di indizio collimante con l'articolata ricostruzione della vicenda offerta dal Nanocchio.
Per quanto concerne in particolare l'utilizzabilità delle dichiarazioni del Nanocchio, nessuna preclusione può al riguardo derivare dal fatto che le stesse furono acquisite dalla Corte di appello (dopo una prima illegittima acquisizione da parte del Tribunale) con il meccanismo di cui all'art.513 c.p.p. come modificato dalla sentenza n.361/98 della Corte Costituzionale, in un'epoca (29.01.2000) in cui, per effetto dell'art.1 del D.L. 07.01.2000, n.2, conv. in L.25.02.2000, n.35, contenete le norme di attuazione del giusto processo di cui al novellato art.111 Cost., detto meccanismo doveva considerarsi ormai abrogato.
Occorre infatti tenere presente che la Corte d'Appello procedette all'acquisizione delle dichiarazioni predibattimentali del Nanocchio (e lo stesso discorso vale per quelle del Corrado, rilevanti per la posizione Berruti) ai sensi dell'art.513 c.p.p., come modificato dalla sentenza n.361/98 della Corte Costituzionale, alla udienza del 29.01.2000, quando era in vigore l'art.1 del D.L. 07.01.2000, n.2, ancora non convertito, che, nel dare una prima attuazione ai principi del giusto processo inseriti nell'art.111 Cost. dalla Legge costituzionale 23.11.1999, n.2, e in ossequio alla specifica previsione dell'art.2 di tale legge, statuiva: al comma 2, che nei procedimenti penali in cui si era già aperto il dibattimento alla data di entrata in vigore della L. Cost.n.2/99, la colpevolezza dell'imputato non poteva essere provata esclusivamente sulla base di dichiarazioni rese da chi si era sempre sottratto all'esame da parte dell'imputato o del suo difensore. Per effetto di tale situazione, è evidente sia che rimanevano utilizzabili nel giudizio, nei limiti detti, le dichiarazioni predibattimentali già ritualmente acquisite prima della data suindicata, sia che a tale acquisizione poteva ancora procedersi, nelle forme all'epoca prescritte (art.513 c.p.p., quale modificato dalla sentenza n.361/98 della Corte Costituzionale), salvo il limite di utilizzo della non esclusività probatoria.
Quando poi in sede di conversione del D.L. 2/2000, si è stabilito, con la L.25.02.2000, n.35, che le dichiarazioni predibattimentali, ove già acquisite al dibattimento, fossero valutate solo se la loro attendibilità era confermata da altri elementi di prova assunti o formati con diverse modalità, si è ovviamente determinato un divieto, "ex nunc" (ed è a tale situazione che si riferisce la pronuncia 439/2000 della Corte Cost.), di nuove acquisizioni (salvo il caso di sottrazioni all'esame coartate o comprate), ma facendosi salve quelle già compiute, anche se nelle more della conversione, nelle forme prescritte, da valutare nel modo anzidetto.
Alla stregua di tanto può concludersi che correttamente la Corte di merito provvide all'acquisizione, nel modo allora consentito, delle dichiarazioni predibattimentali del Nanocchio e del Corrado, le quali erano, di conseguenza, utilizzabili, considerato il tempo della decisione (09.05.2000), secondo la illustrata regola di cui al comma 2 dell'art.1 del D.L.2/2000, quale modificato dalla legge di conversione: regola che resta valida anche nella presente sede, in forza del comma 5 dell'art.26 della legge 01.03.2001, n.63.
Eccezione di prescrizione sollevata da Sciascia
Nella sua memoria aggiunta Sciascia Salvatore ha sostenuto che il reato di cui al capo E), in relazione all'epoca della presunta dazione a mani del Capone (al massimo, inizio di aprile 1994) e all'avvenuta concessione delle attenuanti generiche, si è ormai estinto per prescrizione.
L'eccezione, suscettibile di giovare anche al Nanocchio, è infondata.
Premesso, invero, che nel delitto di corruzione, ove alla promessa segua la dazione, è con l'ultima ricezione di utilità da parte dell'agente pubblico, che si determina la definitiva consumazione del reato (Cass.19.03.1997, Carabba), da cui comincia a decorrere il termine di prescrizione, si osserva, con riferimento alla fattispecie, che, alla stregua di quanto accertato in sede di merito, se, da un lato, la dazione da Sciascia a Capone può effettivamente essere fatta risalire (in presunzione favorevole agli imputati) fino a un'epoca prossima al 31 marzo 1994, dall'altro l'accordo corruttivo intercorse tra Sciascia da una parte e Capone e Nanocchio dall'altra. La dazione che Sciascia eseguì in adempimento della promessa aveva dunque come predesignati destinatari entrambi i pubblici ufficiali predetti. La consegna a Capone non poteva di conseguenza esaurire la dazione- ricezione oggetto dell'accordo, ricomprendendo questa necessariamente, nell'ottica accettata dallo stesso Sciascia, anche il momento della consegna - percezione riguardante il Nanocchio, e i relativi tempi e modalità di attuazione.
Poiché risulta in atti che la ricezione del denaro da parte del Nanocchio (su consegna del Capone) avvenne due o tre giorni prima della dazione effettuata da Nanocchio a Di Giovanni, databile con certezza al 26 aprile 1994, ne consegue che la definitiva consumazione del reato si è verificata tra il 22 ed il 24 aprile 1994, onde il relativo termine di prescrizione - della durata, per Sciascia e Nanocchio, beneficiari delle attenuanti generiche, di sette anni e mezzo - , decorrente da tale epoca, non è, alla data odierna, ancora maturato.
Altri motivi dei ricorsi Nanocchio e Capone
Il Nanocchio ha dedotto che illegittimamente gli è stata negata l'attenuante ex art.114 c.p., in relazione alla sua minima partecipazione all'episodio delittuoso.
L'impugnata sentenza ha, invero, correttamente osservato sul punto che il Nanocchio, con la sua piena e consapevole adesione all'accordo corruttivo (e la successiva ricezione della sua parte di tangente), ha concorso al delitto, indipendentemente dalla sua ridotta partecipazione allo svolgimento delle indagini ( e conseguente esclusione dalla redazione dei relativi verbali), in un modo che non può assolutamente considerarsi marginale e trascurabile, sì da consentire, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale al riguardo, il riconoscimento dell'attenuante "de qua".
Capone Giuseppe ha dedotto l'illegittimità del diniego di concessione delle attenuanti generiche, siccome basato esclusivamente sulla rilevazione dei precedenti penali, e la mancata considerazione dell'avvenuto risarcimento del danno.
Trattasi di rilievi infondati.
Del tutto corretto è, invero, il diniego delle attenuanti generiche basato sui precedenti penali.
Quanto al dedotto risarcimento del danno, la sussistenza dei presupposti per la riconoscibilità dell'invocata attenuante ex art.62 n.6 c.p. non può che essere esclusa, alla stregua della natura del reato e tenuto conto dell'epoca della avvenuta presunta riparazione.
Conclusioni sulle posizioni Sciascia, Capone e Nanocchio
Risultando infondate tutte le deduzioni ed eccezioni concernenti i prevenuti Sciascia, Capone e Nanocchio, i loro ricorsi devono essere rigettati.
Posizione Berruti (capo D)
Il ricorso di Berruti Massimo Maria è infondato.
Esaminando partitamente i motivi dallo stesso proposti, si osserva quanto segue.
L'eccezione di irritualità del sequestro del "passi" per Palazzo Chigi, già respinta dalla impugnata sentenza (pp.104 ss.) con articolata motivazione (ove si richiamano l'autorizzazione del GIP in data 11.08.1994, il sequestro emesso in data 20.09.1994 relativo ad alcune agende e logicamente comprensivo del "passi" rinvenuto all'interno di una di esse, e l'irrilevanza del mancato rispetto, da parte del P.M., degli artt.261 c.p.p. e 82 disp.att. c.p.p.), è priva di qualsiasi rilievo processuale, per effetto dell'ammissione, da parte del Berruti, della visita da lui fatta in quell'epoca a Palazzo Chigi.
L'eccezione di inutilizzabilità dei tabulati telefonici, in quanto acquisiti (peraltro non in originale) mediante decreto immotivato del P.M., è fondata, alla stregua della sent.Cass.SS.UU.08.05.2000, D'Amuri. La conseguente inutilizzabilità dei tabulati non influisce peraltro sulla pregnante valenza accusatoria del restante quadro probatorio (v. pp. 219 ss. sent.), quale sarà illustrato in prosieguo.
Del tutto generica, e inidonea a superare i pertinenti rilievi svolti sul punto nell'impugnata sentenza (p. 118 ss.), è la deduzione relativa alla omessa rinnovazione del dibattimento attraverso l'audizione di Fazzi Giuseppe, necessaria in relazione al complessivo (e carente) quadro probatorio emerso.
Circa il vizio di motivazione, denunciato in relazione alle dichiarazioni accusatorie del Corrado, ritenute probatoriamente efficaci, nonostante i riscontri negativi in ordine ad aspetti decisivi, rilevasi che il vizio "de quo" non sussiste.
L'impugnata sentenza ha, invero, reso, in ordine alla responsabilità del Berruti, una motivazione congrua e logica, che fa leva:
sulle precise dichiarazioni accusatorie predibattimentali del Corrado (pienamente utilizzabili, secondo quanto già precisato per le dichiarazioni del Nanocchio), consiedarte intrinsecamente attendibili alla stregua dei collaudati parametri dell'autoaccusatorietà, della immediatezza, della spontaneità, del disinteresse della costanza;
sulle dichiarazioni del Tanca (rese a dibattimento e, quindi, pienamente utilizzabili in riscontro di quelle del Corrado, giusta il disposto del comma 2 dell'art.1 del D.L.2/2000 conv. nella L.35/2000), confermative dei passaggi essenziali del racconto del Corrado, salva solo una versione (non negatoria ma) più sfumata (logicamente spiegata con il comprensibile intento di circoscrivere il proprio coinvolgimento nella vicenda e la valenza accusatoria delle proprie affermazioni), sui punti relativi alla esplicita rivelazione, da parte del Corrado, del nome del suo mandante, e al contenuto della risposta data dal Tanca stesso alla sollecitazione ricevuta;
sulla annotazione nel registro DIA, confermativa dell'incontro avvenuto tra Tanca e Corrado;
sulla conferma dei rapporti e delle telefonate intercorsi tra Corrado e Berruti, risultante dalle ammissioni dello stesso Berruti e dalla deposizione del teste Tatano;
sulle significative ammissioni del Berruti circa la discussione con il Corrado sull'argomento della verifica Mondadori e sulla possibilità di contattare Tanca.
Neppure sussiste il denunciato vizio di assenza di motivazione in ordine al preteso nesso causale tra il silenzio del Tanca e la presunta sollecitazione del Berruti.
L'impugnata sentenza ha, invero, motivato in modo logico e compiuto (così confutando in modo efficace anche il rilievo sulla natura tentata, e non consumata, del reato) sul positivo effetto sortito dalla sollecitazione del Corrado sulla condotta del Tanca, rimasto silente per oltre un mese sulla vicenda Mondadori, pur dopo l'ammissione di aver percepito somme di denaro in occasione di numerose verifiche, e resosi addirittura parte attiva nella sollecitazione al silenzio nei confronti del coimputato Ballerini.
Infondato è il rilievo sull'inconfigurabilità del reato in relazione al mero suggerimento di esercitare una facoltà legittima.
Il reato di favoreggiamento personale è, infatti, un reato a forma libera, che può essere integrato da qualunque comportamento teso ad intralciare il corso della giustizia (v. tra le tante Cass.21.10.1998, Di Renzo; 28.11.1986, Amato) e, quindi, anche dalla pressione esercitata su un terzo, indipendentemente dalla posizione dallo stesso rivestita nel procedimento (e salvo naturalmente il caso, non ricorrente nella specie, del legittimo esercizio del proprio mandato difensivo), affinché taccia, per favorire altri, la conoscenza di fatti a lui noti (Cass.08.04.1986, Amato; 03.03.1983, Giacometti; 31.05.1990, Caruso).
Non pertinente in causa è il rilievo circa la ritenuta applicabilità analogica della causa di non punibilità di cui all'art.376 c.p., posto che nella specie l' "aiuto" non consiste in una dichiarazione falsa o reticente del Berruti, bensì nell'induzione al silenzio di altro soggetto, la cui eventuale ritrattazione non può ovviamente riverberarsi a vantaggio dell'inducente (come già correttamente sottolineato nella impugnata sentenza a p.236).
Manifestamente infondata è la questione di legittimità costituzionale dell'art.378 c.p., in riferimento all'art.25 Cost., per indeterminatezza della fattispecie criminosa.
Premesso, infatti, che tutti i comandi giuridici sono per loro natura di carattere generale ed astratto e che, nell'indicare i fatti tipici costituenti reato, la legge a volte fa una descrizione minuta di essi ma spesso si limita a dare un'ampia nozione del fatto, senza scendere a particolari di esecuzione, rilevasi che il concetto di "aiuto" di cui all'art.378 c.p. ha un'obiettività ben definita in quanto riceve una sufficiente specificazione dai contenuti che deve in concreto assumere (elusione delle investigazioni dell'Autorità o sottrazione alle ricerche di questa) per acquisire rilevanza penale.
Infondato, infine, è il motivo sull'assenza di motivazioni in ordine agli argomenti addotti a sostegno del richiesto contenimento della pena nei limiti del già espiato e comunque in quelli della convertibilità.
L'impugnata sentenza, infatti, in reiezione delle relative pretese dell'imputato, reca una congrua spiegazione del perché il contenimento della pena non è potuto andare al di sotto degli otto mesi di reclusione, facendo riferimento alla oggettiva gravità del fatto, diretto ad influire sullo svolgimento di indagini afferenti ad un grave episodio di mercimonio delle pubbliche funzioni.
Quanto alla pretesa, fatta valere dal Berruti nella memoria aggiunta, di ritornare davanti al giudice di merito per sentire il Corrado ai sensi dell'art.197 bis c.p.p., come introdotto dalla L.63/2001, la stessa è destituita di giuridico fondamento, in relazione all'epoca di entrata in vigore della norma invocata ed al dettagliato regime transitorio contenuto nell'art.26 della legge 63/2001, che, in particolare, prevede, al comma 5, che alle dichiarazioni acquisite al fascicolo del dibattimento e già valutate ai fini della decisione si applicano nel giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione le disposizioni vigenti in materia di valutazione della prova al momento delle decisioni stesse.
Né appare esente da manifesta infondatezza la questione di legittimità costituzionale di tale ultima deposizione in riferimento ai principi di cui al novellato art.111 Cost., posto che, da un lato, è la stessa legge costituzionale n.2/1999, innovativa del citato art.111 Cost., che, all'art.2, ha demandato al legislatore ordinario di regolare l'applicazione dei principi in essa contenuti ai procedimenti penali in corso e, dall'altro, la disciplina transitoria recata prima dal D.L.2/2000 conv. nella L.35/2000, e poi dalla L.63/2001, ha equamente contemperato l'esigenza di una rapida applicazione dei nuovi principi ai procedimenti pendenti con quelle, ritenute specificamente meritevoli di tutela dal legislatore costituente a fronte delle rilevanti innovazioni introdotte, della non dispersione delle prove e dell'accertamento della verità come finalità del processo.
Posizione Zuccotti
Il ricorso di Zuccotti Alfredo è infondato.
Nell'impugnata sentenza, infatti, le risultanza processuali che hanno impedito, in presenza di una causa estintiva del reato, una pronuncia di assoluzione nel merito del prevenuto, sono state con precisione identificate: a) nell'acclarata circostanza che egli accompagnò lo Spazzoli a ritirare la busta contenente il denaro destinato ai finanzieri, nonché all'incontro con questi ultimi, e presenziò allo scambio della stessa busta; b) nelle modalità del fatto, rivelatrici, unitamente alla logica inspiegabilità di un suo coinvolgimento "all'oscuro" nell'operazione, della sua consapevolezza del contenuto della busta e della causale della illecita dazione; c) nell'assenza di qualunque elemento che potesse indurlo a credere ad una vicenda di tipo concussivo.
Nel suo ricorso lo Zuccotti sottopone a censura la ricostruzione e la lettura del materiale probatorio - quali operate dalla Corte di appello - con rilievi di ordine logico - valutativo e, in parte, di legittimità, comportanti, ove fondati, per il loro stesso tenore, un rinvio al giudice di merito (incompatibile, come noto, con l'obbligo di immediata declaratoria delle cause di estinzione), e inidonei, per sé soli, a supportare direttamente, con il carattere dell'evidenza, una pronuncia di non colpevolezza nel merito.
Il primo motivo del ricorso proposto da Berlusconi è fondato.
La stessa Corte di appello premette, nella sua motivazione, che non esistono, a carico di Berlusconi, prove dirette, né orali né documentali, e che la sua responsabilità non può essere affermata unicamente in ragione della sua posizione di vertice in seno alla Fininvest.
nella consegna del denaro ai militari della Guardia di Finanza da parte di Sciascia;
nella provenienza del denaro da una provvista Fininvest;
nella riferibilità dell'autorizzazione ai pagamenti ai vertici del Gruppo, costituiti da Paolo e Silvio Berlusconi;
nell'inattendibilità della confessione di Paolo nella parte (del tutto collimante, peraltro, con la versione di Sciascia) in cui ha dichiarato di essere stato lui, e da solo, a dare le dette autorizzazioni e a fornire le dette provviste, prelevandoli da fondi neri di provenienza Edilnord;
nella conseguente necessaria attribuzione delle autorizzazioni in questione all'altro soggetto del vertice del Gruppo, e cioè a Silvio Berlusconi.
nella disponibilità, all'epoca dei fatti, da parte di Silvio Berlusconi e della sua famiglia, di una ingente quantità di denaro, depositata su libretti di risparmio al portatore, e movimentata, per finalità mai disvelate, a mezzo soprattutto di Giuseppino Scabino, persona indicata da Sciascia come quella che, in più occasioni, provvide materialmente a fornirgli la provvista per il pagamento delle tangenti;
nella concomitanza temporale di due sospesi di cassa con le due dazioni Videotime;
nella riunione svoltasi ad Arcore, nell'abitazione di Silvio Berlusconi, nel corso della quale il legale di Sciascia - assente Paolo Berlusconi - lo informò della ordinanza custodiale emessa a carico del proprio assistito;
negli stretti rapporti intercorsi, all'epoca dei fatti, tra Silvio Berlusconi e Sciascia, sovente destinatario di munifiche e non chiarire elargizioni di denaro da parte del primo, e nell'assenza di analoghi rapporti tra Sciascia e Paolo Berlusconi;
nel diretto interesse di Silvio Berlusconi ad un controllo superficiale ed addomesticato da parte della Guardia di Finanza.
La validità degli elementi indiziari indicati e la conseguenzialità logica delle conclusioni ricavatene trovano una decisiva smentita nella stessa sentenza impugnata, consentendo e imponendo, stante la definitività del materiale istruttorio acquisito ed esposto, di rilevare in questa sede, agli effetti degli artt.530 cpv. e 129 c.p.p., la pelese inadeguatezza del medesimo ai fini dell'affermazione di responsabilità dell'imputato.
Il primo rilievo da fare è, invero, che il ragionamento sillogistico operato dalla Corte milanese si basa su una premessa essenziale - attribuzione al vertice proprietario del gruppo Fininvest, costituito da Paolo e Silvio Berlusconi, della competenza nelle "materie" in questione - desunta da una interpretazione delle dichiarazioni rese da Paolo Berlusconi che ne travalica il reale tenore (quale risultante dalla stessa sentenza).
Paolo Berlusconi - che ha posto ai vertici del gruppo Fininvest prima il fratello Silvio (cui ha attribuito la strategia globale dell'impresa) e poi se stesso (competente per l'aspetto tattico strategico) - ha infatti precisato, in ordine alle questioni di pagamento di tangenti, che "era bene che facesse carico direttamente" a lui "in quanto rappresentante della proprietà, questa incombenza". Da tali dichiarazioni risulta solo un collegamento, in termini di opportunità ("era bene"), tra l' "incombenza" in questione e la persona di Paolo Berlusconi, quale "rappresentante della proprietà", e non è quindi possibile leggervi, come ha arbitrariamente fatto il giudice di merito, quell'imprescindibile ed oggettiva attribuzione dell'incombenza stessa al vertice proprietario del gruppo nella sua composizione comprensiva di entrambi i fratelli Berlusconi, dalla quale si è poi fatta derivare, una volta escluso il coinvolgimento di Paolo, la responsabilità di Silvio.
Tale inattendibilità è stata, invero, basata in modo particolare sul duplice rilievo che l'indicazione, fatta da Paolo Berlusconi, dei fondi neri Edilnord quale fonte della provvista del denaro, sarebbe smentita dalle risultanze processuali, e che, di converso, è emersa l'esistenza di elevatissime quantità di contanti e di fondi "non contabilizzati" nell'ambito del gruppo, gestiti su disposizione di Silvio Berlusconi, attraverso un meccanismo di erogazioni di cassa effettuata da Istifi S.p.A. (che operava come una vera banca del gruppo) a favore delle varie società e di successivi ripianamenti delle partite con assegni prelevati da libretti al portatore.
Ora, da un lato, la Corte d'appello, dopo aver correttamente, in contrasto con il Tribunale, riconosciuto l'esistenza e la destinazione a finalità illecite dei fondi neri Edilnord, ne ha escluso lo specifico utilizzo:
per le tangenti Mondadori (dicembre 1991) e Mediolanum (aprile 1992), in base all'arbitraria considerazione che Paolo Berlusconi, ricevuto nel gennaio '90 il saldo di detti fondi (ammontante ad un importo di 300 - 400 milioni, perfettamente "capiente", quindi, per le dette tangenti), non avrebbe potuto preservarne la separata identità, indispensabile per la sicura attribuzione delle imputazioni riferite;
per le tangenti Videotime (giugno e settembre 1989), in base ad una lettura delle dichiarazioni di Pellegrini e Roncucci che non tiene in alcun conto il dato, riportato nella stessa sentenza (p. 144), secondo cui il Pellegrini, dai fondi extracontabili accumulati nella misura di 700 - 800 milioni l'anno, consegnò di volta in volta, fino al 1987, a Paolo Berlusconi tutto quanto questi gli richiedeva, così evidentemente mettendo ilmedesimo nella condizione di disporne a suo libito per le esigenze e nei tempi che ritenesse.
Dall'altro lato, quanto alla disponibilità da parte di Silvio Berlusconi di ingenti somme di denaro depositate su libretti di risparmio al portatore e alle anomale movimentazioni di tali importi, è la stessa Corte milanese (p. 153 della sentenza) ad attribuire a tali circostanze una "rilevanza assolutamente marginale", escludendo che possano costituire prova di una diretta derivazione del denaro utilizzato per il pagamento delle tangenti alla Guardia di Finanza. E tale conclusione è del tutto ovvia, se si considera il volume degli importi movimentati (intorno ai 130 miliardi: v. p. 50 della sentenza di primo grado), in raffronto all'entità delle tangenti di cui si parla.
Del tutto neutro ai fini dell'argomento in discorso è anche il fatto, impropriamente valorizzato dalla Corte di appello, che il denaro venisse normalmente consegnato a Sciascia, secondo quanto ammesso da quest'ultimo, dallo Scabini, cassiere centrale della cassa del gruppo Finivest, Istifi, direttamente e sistematicamente coinvolto nelle anomale movimentazioni di cui si è detto, posto che lo stesso Paolo Berlusconi, nell'individuare la provvista per le tangenti nei fondi neri Edilnord, ha precisato che il denaro che procurava a Sciascia gli veniva messo a disposizione attraverso la cassa centrale del gruppo, Istifi (v. sentenza di primo grado, p.43).
Ricorso del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di appello di Milano
Il ricorso proposto dal P.G. di Milano è infondato.
Quanto, invero, alla contestata assoluzione di Berlusconi dal capo E), si osserva che la motivazione della sentenza impugnata appare sul punto logica e compiuta, siccome correttamente basata sulla ritenuta inadeguatezza, ai fini della prova della responsabilità di Berlusconi, della sua mera presunta posizione di "dominus" effettivo della società e del suo connesso interesse alla superficialità delle indagini connesse alla G.d.F. dalla Procura di Roma.
A fronte di tanto, e tenuto conto di quanto già osservato sulla insufficienza probatoria, nei confronti di Berlusconi, del materiale indiziario utilizzato dalla Corte di appello a proposito delle vicende Mondadori, Videotime e Mediolanum, si appalesano chiaramente irrilevanti le censure proposte dal P.G. ricorrente in ordine alla differente valutazione dello stesso materiale operata nel caso della vicenda Telepiù, al mancato accertamento dell'effettivo controllore di Telepiù, alla dedotta illogicità del ritenuto possibile interessamento anche di altri soci.
visti gli artt.615, 616 e 620 c.p.p.,
rigetta il ricorso del P.G..;
rigetta i ricorsi di Zuccotti Alfredo, Sciascia Salvatore, Nanocchio Francesco, Capone Giuseppe e Berruti Massimo Maria, che condanna insolido al pagamento delle spese processuali;
annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Berlusconi Silvio limitatamente ai reati di cui ai capi A), B) e C) per non aver commesso il fatto.
Così deciso in Roma il giorno 19 ottobre2001.
Depositata in Cancelleria il 7 novembre 2001.

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 art.178
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