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Timestamp: 2020-07-12 16:02:21+00:00

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Art. 133 codice penale - Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 133 Codice penale
Nell'esercizio del potere discrezionale indicato nell'articolo precedente [164, 169, 175, 203], il giudice deve tener conto della gravità del reato(1), desunta:
1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall'oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell'azione(2);
2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato(3);
3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa(4).
Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere(5) del colpevole [103, 105, 108; c.p.p. 220], desunta:
1) dai motivi a delinquere(6) e dal carattere del reo(7);
2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato(8);
3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato(9);
(1) Nell'esercizio del suo potere discrezionale il giudice deve tenere cono di due diversi parametri: la gravità del reato (comma 1) e la capacità a delinquere (comma 2), che devo no essere desunti dagli indici riportati specificatamente dalla norma in esame.
(2) Il primo indice atto a valutare la gravità del reato attiene al disvalore dell'azione criminosa, che può desumersi, ad esempio, dalla natura, dalla specie del reato in esame e/o dai mezzi utilizzati. Si pensi quindi, per chiarire, al ruolo della durata della condotta tipica nei reati permanenti, ovvero alle particolari condizioni di clandestinità dell'arma nel caso di porto illegale.
(3) Relativamente a tale indice dovrà guardarsi al bene giuridico leso (ad esempio la vita nel caso di omicidio).
(4) Non è però solo il contributo oggettivo che rileva, ma anche quello soggettivo. Di conseguenza, il giudice è tenuto a valutare l'intensità del dolo, in virtù del grado di adesione volontaristica dell'agente al fatto criminoso (distinguendosi, in tal caso, tra dolo intenzionale e dolo eventuale (art. 43), della complessità del processo deliberativo (che permette di distinguere tra dolo d'impeto, nel quale la decisione di commettere il reato sorge improvvisa e viene immediatamente eseguita, e dolo di proposito, nel quale un consistente lasso temporale intercorre tra la formulazione del proposito e la sua attuazione, e dolo di premeditazione, che figura come circostanza aggravante nell'omicidio e nelle lesioni personali (art. 577), nonché del grado di consapevolezza del disvalore penale del fatto.
Per quanto attiene al grado della colpa, rilevano il livello di previsione (colpa cosciente) o di prevedibilità (colpa incosciente) dell'evento criminoso (art. 43) e il grado di esigibilità del modello comportamentale dovuto dall'agente.
(5) Non è pacifico cosa debba intendersi per capacità a delinquere. Chi sostiene la funzione retributiva della pena, la considera come l'attitudine al crimine commesso, in grado di esprimere i livello di morale partecipazione, e dunque di responsabilità. Altri, invece, propendono a considerarla l'attitudine a commettere nuovi reati, ritenendo centrale la funzione rieducativa della pena (secondo quanto previsto dall'articolo 27, c. 3, Cost.).
(6) La disposizione richiama i c.d. motivi a delinquere. Tali sarebbero quegli impulsi di natura psichica che determinano l'agire dell'uomo, e proprio questa loro caratterizzazione, ovvero l'attinenza alla sfera della psiche, porta alcuni autori a criticare il loro inserimento nella norma in esame, in quanto il giudice non avrebbe le competenze necessarie a emettere giudizi su pulsioni non manifeste.
(7) L'espressione carattere del reo ha un ampio ambito di applicazione, in quanto attiene alle diverse componenti della personalità umana, siano esse biologiche, etiche o psichiche. Tuttavia una parte della dottrina ritiene che, in tale sede, dovrebbero rilevare solo i profili innati della personalità.
(8) La valutazione diretta alla quantificazione della pena da irrogare può quindi prende in considerazione condotte e situazioni diverse da quelle strettamente inerenti al reato. Per chiarire, si fa riferimento alle generiche manifestazioni di devianza (come l'alcolismo), i precedenti giudiziari (come provvedimenti di interdizione o inabilitazione, dichiarazioni di fallimento), eventuali precedenti penali (rimane però controversa la rilevanza delle sentenze di proscioglimento per amnistia propria).
(9) Per esemplificare il riferimento è qui, ad esempio ad una lunga esitazione prima del delitto quale indice di una minor riprovevolezza dell'agire criminoso, o ad un atteggiamento particolarmente cinico nella perpetrazione di un delitto contro la persona, o alla successiva collaborazione processuale del reo.
La norma ha un'importanza fondamentale, in quanto ha la funzione di indirizzare il giudice nell'esercizio del potere discrezionale, sulla base di parametri oggettivi, legati alla gravità del reato, e soggettivi, relativi invece alla capacità a delinquere del reo. Tuttavia, nonostante l'analitica descrizione degli indici fattuali di commisurazione della pena, secondo alcuni autori la norma manca di indicare i criteri finalistici sottesi, nel senso che non è chiaro se la gravità del fatto e la capacità a delinquere vadano interpretate in chiave retributiva ovvero specialpreventiva. Si tratta di uno snodo dottrinale rilevante, stante la polivalenza dei termini utilizzati, ancora fortemente dibattuto. Secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata, la soluzione starebbe nei binomi retribuzione-gravità del reato e specialprevenzione-capacità criminale.
Spiegazione dell'art. 133 Codice penale
L'articolo in esame è complementare a quanto disposto dal precedente (art. 132) in tema di potere discrezionale conferito al giudice nell'applicazione e nella determinazione della pena.
La prima parte parte della norma disciplina la valutazione circa la gravità del reato e le modalità tramite le quali si è estrinsecato.
Il giudice deve quindi procedere all'analisi della natura, della specie, dei mezzi, dell'oggetto, del tempo e dal luogo del reato, unitamente ad ogni altra modalità dell'azione.
In secondo luogo il giudice deve valutare attentamente l'attitudine del soggetto a commettere reati, desumendola dai motivi a delinquere e dal carattere del reo, dalla condotta di vita del reo e dai suoi eventuali precedenti penali, dalla condotta del colpevole, anche susseguente al reato, nonché dalle condizioni familiari e sociali del reo.
Come si intuisce dalla moltitudine di parametri elencati, tale norma si rivela di fondamentale importanza ai fini dell'esercizio del potere discrezionale da parte del giudice.
Massime relative all'art. 133 Codice penale
Cass. pen. n. 10995/2018
Ritenuta la continuazione tra più reati, il giudice può riconoscere le attenuanti generiche secondo i parametri "oggettivi" o "soggettivi" previsti dall'art. 133 cod. pen., sicché se la concessione richiama elementi di fatto di natura oggettiva l'applicazione sarà riferita allo specifico fatto reato senza estensione del beneficio a tutti i reati avvinti dal vincolo della continuazione, mentre se gli elementi circostanziali siano riferibili all'imputato, sulla base di elementi di fatto di natura soggettiva, l'applicazione deve essere riferita indistintamente a tutti i reati uniti dal vincolo della continuazione.(In applicazione del principio la Corte ha annullato la sentenza che aveva riconosciuto le circostanze attenuanti generiche venivano riconosciute sulla base del "comportamento processuale tenuto dagli imputati, ma le aveva applicate al solo reato satellite e non alla pena base).
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 10995 del 12 marzo 2018)
Cass. pen. n. 43631/2017
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 43631 del 21 settembre 2017)
Cass. pen. n. 26557/2016
In tema di stupefacenti, il giudice dell'esecuzione che procede alla rideterminazione della pena in applicazione della disciplina più favorevole determinatasi per le c.d. "droghe leggere" per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 2014, non può revocare la sanzione accessoria del ritiro della patente di guida inflitta ai sensi dell'art. 85 d.P.R. 309 del 1990, disposizione attualmente in vigore nella sua originaria formulazione, né può modificare la suddetta sanzione accessoria qualora nella sentenza di condanna il giudice della cognizione abbia adeguatamente motivato il proprio convincimento in ordine alla specie e alla durata della sanzione accessoria e questa sia, in relazione alla pena principale rideterminata, conforme al parametro legale.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 26557 del 24 giugno 2016)
Cass. pen. n. 3155/2014
Deve ritenersi adempiuto l'obbligo di motivazione del giudice di merito sulla determinazione in concreto della misura della pena, allorchè siano indicati nella sentenza gli elementi ritenuti rilevanti o determinanti nell'ambito della complessiva dichiarata applicazione di tutti i criteri di cui all'art. 133 cod. pen.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3155 del 23 gennaio 2014)
Cass. pen. n. 27959/2013
L'irrogazione della pena in una misura prossima al massimo edittale rende necessaria una specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena irrogata, non essendo sufficienti a dare conto dell'impiego dei criteri di cui all'art. 133 cod. pen. le espressioni del tipo: "pena congrua", "pena equa" o "congruo aumento", come pure il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato la pronuncia di condanna ad una pena prossima al massimo edittale per aver definito la sanzione in motivazione come "equa e proporzionata" e tale da mantenere un rapporto di "congruità" con la "gravità della condotta").
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 27959 del 26 giugno 2013)
Cass. pen. n. 24213/2013
In tema di determinazione della pena, quanto più il giudice intenda discostarsi dal minimo edittale, tanto più ha il dovere di dare ragione del corretto esercizio del proprio potere discrezionale, indicando specificamente, fra i criteri oggettivi e soggettivi enunciati dall'art. 133 c.p., quelli ritenuti rilevanti ai fini di tale giudizio. (Fattispecie in cui la Corte di Appello aveva confermato la pena irrogata dal primo giudice, assumendo il massimo edittale quale parametro per il computo della diminuente del rito abbreviato, senza dare risposta ai rilievi contenuti nei motivi di appello).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 24213 del 4 giugno 2013)
Cass. pen. n. 21294/2013
La determinazione della pena tra il minimo ed il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito ed è insindacabile nei casi in cui la pena sia applicata in misura media e, ancor più, se prossima al minimo, anche nel caso il cui il giudicante si sia limitato a richiamare criteri di adeguatezza, di equità e simili, nei quali sono impliciti gli elementi di cui all'art. 133 cod. pen.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 21294 del 17 maggio 2013)
Cass. pen. n. 3609/2011
Ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall'art. 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicché anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole o all'entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente in tal senso.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 3609 del 1 febbraio 2011)
Cass. pen. n. 24476/2010
La sostituzione della pena detentiva con quella pecuniaria è consentita anche in relazione a condanna inflitta a persona in condizioni economiche disagiate, in quanto la prognosi di inadempimento, ostativa alla sostituzione in forza dell'art. 58, secondo comma, L. 24 novembre 1981 n. 689 ("Modifiche al sistema penale"), si riferisce soltanto alle pene sostitutive di quella detentiva accompagnate da prescrizioni, ossia alla semidetenzione e alla libertà controllata, e non alla pena pecuniaria sostitutiva, che non prevede alcuna particolare prescrizione. (Nell'enunciare tale principio, la Corte ha affermato che, nell'esercitare il potere discrezionale di sostituire le pene detentive brevi con le pene pecuniarie corrispondenti, il giudice deve tenere conto dei criteri indicati nell'art. 133 c.p., tra i quali è compreso quello delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale dell'imputato, ma non quello delle sue condizioni economiche).
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 24476 del 30 giugno 2010)
Cass. pen. n. 11920/2010
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11920 del 26 marzo 2010)
Cass. pen. n. 36245/2009
La specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena irrogata, specie in relazione alle diminuzioni o aumenti per circostanze, è necessaria soltanto se la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di quella edittale, potendo altrimenti essere sufficienti a dare conto dell'impiego dei criteri di cui all'art. 133 c.p. le espressioni del tipo: "pena congrua", "pena equa" o "congruo aumento", come pure il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 36245 del 18 settembre 2009)
Cass. pen. n. 1786/2009
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 1786 del 16 gennaio 2009)
Cass. pen. n. 22632/2008
Il grado della colpa, che rileva ex artt. 43, 61, comma primo, n. 3 e 133 c.p. ai fini della personalizzazione del rimprovero che può essere mosso all'agente, e quindi della sua colpevolezza, va determinato considerando: 1 ) la gravità della violazione della regola cautelare ; 2 ) la misura della prevedibilità ed evitabilità dell'evento; 3 ) la condizione personale dell'agente; 4 ) il possesso di qualità personali utili a fronteggiare la situazione pericolosa ; 5 ) le motivazioni della condotta. Nel caso in cui coesistano fattori differenti e di segno contrario, il giudice dovrà valutarli comparativamente.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 22632 del 5 giugno 2008)
Cass. pen. n. 3288/2005
Ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche basta che il giudice del merito prenda in esame quello tra gli elementi indicati nell'articolo 133 c.p. che ritiene prevalente e atto a consigliare o meno la concessione del beneficio; anche un solo elemento che attiene alla personalità del colpevole o all'entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente per negare o concedere le attenuanti stesse.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 3288 del 1 febbraio 2005)
Cass. pen. n. 36382/2003
La concessione o meno delle attenuanti generiche è un giudizio di fatto lasciato alla discrezionalità del giudice, sottratto al controllo di legittimità, e può ben essere motivato implicitamente attraverso l'esame esplicito di tutti i criteri di cui all'art. 133 c.p.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 36382 del 22 settembre 2003)
Cass. pen. n. 9681/2003
Ai fini dell'applicabilità della circostanza attenuante di cui all'art. 62 bis c.p., è necessario che il giudice, qualora la riconosca in relazione ad uno dei parametri indicati nell'art. 133 c.p., quale ad esempio la mancanza di precedenti penali, effettui una valutazione comparativa con gli altri parametri e indichi le ragioni che ne riconoscano il valore preminente.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9681 del 3 marzo 2003)
Cass. pen. n. 22650/2001
Nell'ipotesi di condanna per reati punibili con pena detentiva congiunta a quella pecuniaria, la diminuzione della pena per l'applicazione di circostanze attenuanti (nella specie, generiche) deve riferirsi a entrambe le pene congiunte, ma bene può adottarsi una diversa misura di aumento o di diminuzione in relazione alla pena base pecuniaria e a quella detentiva.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 22650 del 1 giugno 2001)
Cass. pen. n. 1384/2000
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 1384 del 4 maggio 2000)
La pericolosità sociale dell'indagato, valutata ai sensi dell'art. 133 c.p., si pone come presupposto positivo per la appliazione della misura cautelare restrittiva ed impedisce la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena. Pertanto, poiché ogni provvedimento cautelare deve essere proporzionato alla entità del fatto ed alla pena che potrebbe essere irrogata, da un lato, è fatto divieto al giudice di disporre la custodia cautelare qualora ritenga possibile la applicazione del beneficio della sospensione condizionale, dall'altro, la ritenuta sussistenza delle esigenze di cui alla lett. c) dell'art. 274 c.p.c. (la necessità di contrastare, appunto, la pericolosità sociale dell'indagato) impedisce qualsiasi prognosi favorevole in ordine al futuro comportamento dello stesso ed esclude la possibilità di concessione del predetto beneficio.
Cass. pen. n. 5583/1999
In materia di sostituzione delle pene detentive brevi, e con riferimento ai criteri di cui agli artt. 132 e 133 c.p., il giudice non può includere nel criterio di scelta l'eventuale «convenienza», prospettata dalla parte, di vedersi infliggere la pena detentiva, intrinsecamente più grave (nella specie, l'arresto), invece di quella pecuniaria (nella specie, l'ammenda); e ciò in funzione dell'applicabilità del meccanismo di sostituzione ai sensi dell'art. 53 della legge 689/81. Ne deriva che non può configurarsi, nella fattispecie, come «carenza di motivazione» il silenzio della sentenza impugnata in ordine all'anomala richiesta avanzata, in via subordinata, dal difensore, poiché la implicita ma inequivoca risposta negativa a detta istanza si evince, dal corretto riferimento del giudice ai menzionati criteri di cui all'art. 133 c.p., e segnatamente, alla «vita anteatta del reo»: riferimento manifestamente correlato alla funzione rieducativa inerente al genere di sanzione in concreto irrogata.
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 5583 del 4 maggio 1999)
Cass. pen. n. 150/1999
Nel determinare la pena, il giudice è tenuto a valutare tutti gli elementi previsti dall'art. 133 c.p., ma ciò non comporta che il relativo apprezzamento debba convergere in un'unica direzione, giacché è possibile che alcuno di tali elementi sia ritenuto di valenza tale da sopravanzare quelli di segno opposto pur verificati.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 150 del 8 gennaio 1999)
Cass. pen. n. 9120/1998
Deve ritenersi adempiuto l'obbligo di motivazione del giudice di merito sulla determinazione in concreto della misura della pena allorché siano indicati nella sentenza gli elementi ritenuti rilevnti o determinanti nell'ambito della complessiva dichiarata applicazione di tutti i criteri di cui all'art. 133 c.p.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9120 del 4 agosto 1998)
Cass. pen. n. 9116/1998
La riabilitazione estingue le pene accessorie e ogni altro effetto penale della condanna ma non preclude la valutazione dei precedenti penali e giudiziari del riabilitato, e, in genere, della sua condotta e della sua vita, antecedenti al reato, valutazione che l'art. 133, secondo comma, n. 2, rimette al giudice, al fine dell'accertamento della capacità a delinquere del colpevole.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9116 del 4 agosto 1998)
Cass. pen. n. 707/1998
Ai fini dell'applicabilità delle circostanze attenuanti generiche di cui all'art. 62 bis c.p., il giudice deve riferirsi ai parametri di cui all'art. 133 c.p., ma non è necessario, a tale fine, che li esamini tutti, essendo sufficiente che specifichi a quale di esso ha inteso fare riferimento. Ne consegue che il riferimento, da parte del giudice di appello, ai precedenti penali dell'imputato, indice concreto della sua personalità — in mancanza di specifiche censure o richieste della parte interessata, in sede di impugnazione, in ordine all'esame di altre circostanze di fatto inerenti ai suddetti parametri — adempie all'obbligo di motivare sul punto.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 707 del 21 febbraio 1998)
Cass. pen. n. 1455/1998
Ai sensi degli artt. 53, 56 e 58 legge 24 novembre 1981, n. 689, la conversione della pena detentiva e la scelta della sanzione sostitutiva sono rimesse al potere discrezionale del giudice del merito, il quale deve valutare i presupposti legittimanti — idoneità della sostituzione al fine del reinserimento sociale del condannato e prognosi positiva circa l'adempimento delle prescrizioni applicabili — con gli stessi criteri direttivi dettati, in via generale, dall'art. 133 c.p. In tale ambito, lo status di straniero e di disoccupato del condannato non è, di norma, valutabile, potendo essere valorizzato, in via atipica ed eccezionale, soltanto nei limiti di un negativo giudizio prognostico e, quindi, al solo fine di apprezzare il divieto normativo di conversione nell'ipotesi di presunzione di inadempimento delle prescrizioni applicabili.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1455 del 6 febbraio 1998)
Cass. pen. n. 978/1997
La determinazione della pena non va rapportata, in relazione al criterio indicato nell'art. 133 c.p., alla quantità del contributo causale della condotta dell'imputato nella produzione dell'evento, bensì al grado della colpa. Infatti, l'entità dell'apporto causale costituisce un aspetto che prescinde, non essendo omogeneo, dal grado della colpa nel suo complesso.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 978 del 5 febbraio 1997)
Cass. pen. n. 4884/1997
Nell'ipotesi di patteggiamento, incidente sull'applicazione di una pena pecuniaria, non sussiste violazione della legge penale — denunziata con riferimento all'applicazione della pena in misura superiore al massimo edittale, ma comunque in conformità al consenso raggiunto tra le parti — qualora non risulti la non operatività dell'art. 133 bis c.p. (valutazione delle condizioni economiche del reo) che consenta l'aumento fino al triplo della pena pecuniaria.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4884 del 14 gennaio 1997)
Cass. pen. n. 2439/1996
In tema di esigenze cautelari per l'adozione di misure coercitive personali, la prognosi idonea a fondare il giudizio di probabile reiterazione della condotta criminosa risulta correttamente formulata quando il giudice abbia dato rilievo sia alla particolare significazione di dati sintomatici di natura oggettiva, sia alla personalità dell'indagato, enucleando, dalla condotta complessiva dello stesso e da tutti gli altri parametri enunciati nell'art. 133 c.p. rilevanti nel caso specifico, gli elementi concreti di valutazione da porre a fondamento dell'ordinanza che dispone la misura.
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 2439 del 4 luglio 1996)
Cass. pen. n. 8156/1996
In tema di commisurazione della pena, quando questa venga compresa tra il minimo e il medio edittale, la motivazione non deve necessariamente svilupparsi in un esame dei singoli criteri elencati nell'art. 133 c.p., essendo sufficiente il riferimento alla necessità di adeguamento al caso concreto.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8156 del 3 giugno 1996)
Cass. pen. n. 4606/1996
La concessione della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale è subordinata unicamente alla valutazione positiva delle circostanze indicate nell'art. 133 c.p., restando precluso ogni altro diverso criterio di giudizio. Pertanto, è illegittimo il rifiuto del beneficio detto basato sulla considerazione che la pubblicità insita nella menzione della condanna può costituire un monito per l'imputato, sconsigliandolo in futuro dal commettere ulteriori reati.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 4606 del 4 maggio 1996)
Cass. pen. n. 4959/1995
In sede di esecuzione il giudice è tenuto — ai fini dell'applicazione e della revoca del condono in caso di reato continuato — ad individuare il reato più grave, allorché ciò non sia stato fatto in sede di cognizione. Tale individuazione va compiuta sulla base di criteri previsti dall'art. 133 c.p., tra i quali rientra quello della gravità del danno. (Fattispecie in tema di richiesta di revoca di condono concesso ai sensi del D.P.R. n. 394 del 1990. Affermando il principio la Corte di cassazione ha annullato l'ordinanza della corte di appello, in funzione di giudice dell'esecuzione, che aveva ritenuto di non poter individuare — tra i meri reati di ricettazione uniti dal vincolo della continuazione — quello più grave, e di dovere pertanto, in forza del principio del favor rei stabilire che la pena detentiva base si riferisce a uno dei reati di ricettazione commesso prima del 24 dicembre 1990).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4959 del 9 novembre 1995)
Cass. pen. n. 9781/1995
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 9781 del 22 settembre 1995)
Cass. pen. n. 6034/1995
Il giudice di merito — per adempiere all'obbligo della motivazione nel determinare la misura della diminuzione della pena in conseguenza dell'applicazione di circostanze attenuanti — esercita una tipica facoltà discrezionale e perciò non è tenuto ad una analitica enunciazione di tutti gli elementi presi in considerazione, ma può limitarsi alla sola enunciazione dell'elemento o degli elementi resisi determinanti per la soluzione adottata. Conseguentemente, anche l'uso di espressioni come «pena congrua», «pena equa», «congrua riduzione», «congruo aumento» o il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere dell'imputato sono sufficienti a far ritenere che il giudice abbia tenuto presente, sia pure globalmente, i criteri dettati dall'art. 133 c.p. per il corretto esercizio del potere discrezionale conferitogli dalla norma in ordine al quantum della pena.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6034 del 25 maggio 1995)
Cass. pen. n. 560/1995
Il giudizio sulla concedibilità del beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale è subordinato esclusivamente alla valutazione delle circostanze di cui all'art. 133 c.p., sicché resta precluso ogni altro criterio di valutazione. In particolare, non è giustificato il diniego in base alla considerazione che l'iscrizione può costituire una remora per il compimento di altri reati da parte del colpevole. Tale motivazione, infatti, è erronea perché l'annotazione della condanna non costituisce un fattore dissuasivo da illeciti futuri, mentre la norma dell'art. 175 c.p. è diretta proprio al raggiungimento dell'effetto opposto, che è quello di favorire il ravvedimento del condannato mediante l'eliminazione di talune conseguenze del reato, che possano compromettere o intralciare la sua possibilità di lavoro.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 560 del 20 gennaio 1995)
Ai sensi del comma 2 dell'art. 133 c.p. i precedenti penali e giudiziari del reo rilevano ai fini della determinazione della capacità a delinquere del colpevole e possono essere presi in considerazione per la commisurazione della pena, nel senso che la condotta di vita pregressa, indenne da condanne, si proietta in modo favorevole sulla personalità del soggetto ed orienta in senso positivo, per il colpevole stesso, il potere discrezionale del giudice nella determinazione in concreto della sanzione penale.
Cass. pen. n. 9924/1994
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9924 del 14 settembre 1994)
Cass. pen. n. 2692/1994
Quando è remoto nel tempo il fatto delittuoso per il quale viene disposta la misura de libertate, la motivazione del provvedimento cautelare dev'essere svolta anche con riferimento ai criteri di cui all'art. 133 c.p., valutando la condotta tenuta dall'indagato fra il momento della consumazione del reato e quello dell'adozione del provvedimento stesso, sia ai fini delle esigenze cautelari che della misura da applicare in concreto.
(Cassazione penale, Sez. II, ordinanza n. 2692 del 15 luglio 1994)
Cass. pen. n. 6329/1994
Il riconoscimento di una o più circostanze attenuanti non comporta la diminuzione della pena nella misura massima possibile, potendo e dovendo il giudice determinare la pena in concreto (compresa la misura della diminuzione per effetto delle attenuanti) secondo i criteri stabiliti nell'art. 133 c.p.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6329 del 30 maggio 1994)
Cass. pen. n. 549/1994
In mancanza di elementi macroscopicamente rivelatori di incongruità, per eccesso o per difetto, il giudizio in ordine alla ritenuta congruità della pena patteggiata nei limiti di cui all'art. 27 terzo comma della Costituzione può dirsi adeguatamente motivato, quando il giudice si limiti ad esplicitare la propria valutazione in tal senso, allorché risulti dal contesto dell'intera decisione che, nella valutazione complessiva, egli ha tenuto presenti quegli elementi che possono assumere rilevanza determinante, come le circostanze del reato e la condizione personale dell'imputato.
(Cassazione penale, Sez. VI, ordinanza n. 549 del 23 marzo 1994)
Cass. pen. n. 1305/1994
Allorquando la determinazione della pena da infliggere al condannato è quantificata a livelli che si discostano dai minimi edittali, sia per la quantificazione della pena per il reato base, che per quella per l'aumento per continuazione, in presenza di unificazione dei fatti di reato ex art. 81 c.p., il giudice deve specificare dettagliatamente le ragioni che lo hanno indotto a tale decisione, al fine di rendere possibile il controllo della motivazione sottesa alla deliberazione sul punto.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1305 del 4 febbraio 1994)
Cass. pen. n. 1121/1993
Il giudizio sulla congruità della pena richiesta dalle parti va riferito alle peculiarità oggettive e soggettive della fattispecie contestata, in base ai criteri indicati dagli artt. 133 e 133 bis c.p., e non già alla gravità, in astratto, del reato contestato, la cui valutazione è rimessa al legislatore e alla disciplina sanzionatoria, minima e massima, da questi ritenuta adeguata.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 1121 del 16 dicembre 1993)
Cass. pen. n. 5787/1993
Il giudice non è tenuto a dar conto di tutti gli elementi di cui all'art. 133 c.p. nell'ambito della valutazione della fattispecie criminosa sottoposta al suo esame, al fine del giudizio di valenza tra attenuanti ed aggravanti e della gradazione della pena, bensì unicamente di quelli, tra essi, cui specificamente si riferisce.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 5787 del 9 giugno 1993)
Ai fini della determinazione dei criteri di irrogazione della pena, non occorre nella motivazione una «parte spaziale autonoma» essendo sufficiente che i relativi criteri siano indicati nell'intero corpo della decisione.
Tra i criteri direttivi per la determinazione della pena il giudice deve tener conto della necessità della rieducazione: è quindi necessario valutare la personalità dell'imputato e le sue inclinazioni soggettive con riferimento alla capacità a delinquere, intesa come l'attitudine del soggetto a commettere nuovi reati (definizione prognostica).
Ai fini del puntuale adempimento dell'obbligo di motivazione, anche in ordine alla scelta e al dosaggio della sanzione, non è sufficiente il mero richiamo all'art. 133 c.p., senza l'indicazione degli elementi giustificativi, con particolare riguardo a quello psicologico e alla condotta, durante e dopo la commissione del reato, la cui valutazione è essenziale per l'equa commisurazione della pena al caso concreto, in conformità all'art. 3 della Costituzione. (Fattispecie in tema di incauto acquisto: la Suprema Corte ha ritenuto viziata da illogicità e contraddittorietà la sentenza con la quale il pretore, pur avendo riconosciuto la gravità del fatto e la pericolosità dell'imputato, e malgrado la richiesta del pubblico ministero di infliggere la sanzione detentiva, aveva applicato la pena pecuniaria, senza motivare adeguatamente il trattamento sanzionatorio particolarmente lieve).
Cass. pen. n. 2501/1992
Qualora il giudice, esercitando il potere discrezionale riconosciutogli dalla legge, ritenga di dover apportare alla pena fissata per il reato più grave un notevole aumento a titolo di continuazione, nel caso in cui all'imputato siano state concesse le attenuanti generiche in riferimento all'art. 133 c.p., è necessaria una specifica motivazione sul punto.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 2501 del 9 marzo 1992)
Cass. pen. n. 2240/1991
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 2240 del 18 febbraio 1991)
Cass. pen. n. 15811/1990
Ai fini della determinazione della pena il giudice deve procedere ad una valutazione complessiva del fatto e della personalità dell'autore, categorie di elementi che, se pure sono indicate in due parti separate della stessa disposizione, (art. 133 c.p.), molto spesso si integrano. Nell'ipotesi in cui gli elementi negativi di valutazione siano particolarmente rilevanti è superfluo procedere ad un esame dettagliato di quelli positivi, specialmente quando taluni di questi presentino scarso significato.
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 15811 del 29 novembre 1990)
Cass. pen. n. 2696/1990
(Cassazione penale, Sez. Feriale, sentenza n. 2696 del 12 novembre 1990)
Cass. pen. n. 14414/1990
La regola per cui non può tenersi conto due volte dello stesso elemento a favore o contro il colpevole non si applica quando tale elemento non è l'unico rilevabile dagli atti oppure non sia ritenuto dal giudice il solo prevalente e lecito e venga in considerazione per fini diversi, come, ad esempio, al fine di determinare la pena base e di stabilire se concedere o negare una circostanza attenuante. Legittimamente, pertanto, il giudice può valutare gli stessi elementi (nella specie gravità del fatto e precedenti penali dell'imputato) una prima volta per negare le attenuanti generiche e una seconda volta per determinare la misura della pena.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 14414 del 2 novembre 1990)
Cass. pen. n. 12488/1990
Nella determinazione del trattamento sanzionatorio il giudice gode di una discrezionalità vincolata, per cui deve dar ragione dei criteri legali che sono sintetizzabili nella retribuzione (gravità complessiva del fatto) e nella prevenzione sociale (capacità a delinquere in termine di attitudine del reo a commettere crimini). (Nella fattispecie il giudice del merito ai fini della quantificazione della pena teneva conto soltanto della gravità del fatto, senza valutare gli elementi soggettivi che concorrono alla valutazione della capacità a delinquere in riferimento all'esigenza di difesa della società. La S.C. in applicazione del detto principio annullava per vizio di motivazione).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 12488 del 17 settembre 1990)
Cass. pen. n. 11402/1990
La valutazione della sussistenza dei presupposti per l'adozione di una misura sostitutiva è legata agli stessi criteri già previsti dalla legge per la determinazione della pena e cioè non può prescindere da quelli individuati dall'art. 133 c.p., dai quali va tratto il giudizio prognostico positivo cui la legge subordina la stessa possibilità della sostituzione. Ne consegue che è legittimo il diniego, operato dal giudice del merito, di sostituire la pena detentiva con quella pecuniaria della specie corrispondente, a colui che per le condizioni soggettive, quali i precedenti penali, non ne è ritenuto meritevole dal predetto giudice.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 11402 del 11 agosto 1990)
Cass. pen. n. 6790/1990
Per condotta successiva al reato, rilevante ai fini dell'art. 133 c.p., va considerato qualcosa di ulteriore e diverso rispetto alla mera cessazione della continuazione, che può essere dipesa anche da cause diverse dalla ridotta pericolosità del soggetto.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6790 del 10 maggio 1990)
Cass. civ. n. 1546/1990
In tema di sanzioni amministrative, i criteri di determinazione della sanzione, stabiliti dall'art. 11 della L. 24 novembre 1981 n. 689, pur non identificandosi interamente con quelli previsti dall'art. 133 c.p., rispecchiano, tuttavia, anch'essi la natura essenzialmente punitiva della sanzione stessa e sono, quindi, affidati, nell'applicazione ai casi singoli, alla valutazione discrezionale dell'autorità amministrativa, ancorché soggetta al controllo del giudice (art. 23 legge cit.). Nell'esercizio di tale potere di controllo, il giudice può fare riferimento — in mancanza di elementi tali da determinare un giudizio particolarmente favorevole per il trasgressore — al criterio adottato dall'art. 16 legge cit. (che prevede il pagamento in misura ridotta pari alla terza parte del massimo della sanzione prevista per la violazione commessa o, se più favorevole, al doppio del minimo della sanzione edittale), che può essere legittimamente utilizzato ove l'infrazione non abbia caratterizzazioni specifiche che possano indurre ad apprezzarla con maggior o minor rigore.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1546 del 1 marzo 1990)
Cass. pen. n. 2218/1990
In tema di determinazione della pena, il giudice, in osservanza al disposto di cui all'art. 133 c.p., trae elementi di valutazione anche dalla considerazione della personalità del giudicabile, quale si manifesta nel tempo posteriore alla consumazione del reato e durante il processo. Ne consegue che, se l'imputato non ha il dovere di rispondere alle domande postegli e di confessarsi autore del reato contestatogli, pure l'esercizio di tale diritto non può risolversi in un divieto per il giudice di trarre conclusioni da quell'atteggiamento, sia al fine della quantificazione della pena (base), che a quello della (eventuale) concessione delle attenuanti generiche; le quali, come possono essere accordate per ravvedimento del reo, allo stesso modo possono essere negate a causa del comportamento processuale del giudicabile, che manifesti una personalità negativa.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2218 del 17 febbraio 1990)
Cass. pen. n. 10276/1989
Nel determinare l'entità della pena si deve tener conto della capacità a delinquere del colpevole, desunta dai precedenti penali e giudiziari, e della condotta del reo antecedente, contemporanea e susseguente al reato. Pertanto, qualunque sentenza di condanna, anche relativa ad un fatto successivo rispetto a quello in decisione, è idonea a qualificare la personalità e la pericolosità del soggetto, rivelandone la sua persistenza nel delitto.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10276 del 12 luglio 1989)
Cass. pen. n. 56/1989
In tema di determinazione della misura della pena, il giudice del merito, con la enunciazione, anche sintetica, della eseguita valutazione di uno (o più) dei criteri indicati nell'art. 133 c.p., assolve adeguatamente all'obbligo della motivazione, infatti, tale valutazione rientra nella sua discrezionalità e non postula un'analitica esposizione dei criteri adottati per addivenirvi in concreto.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 56 del 5 gennaio 1989)
Atti sessuali con minorenne e ingravidamento - 22/11/2016

References: Articolo 133

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