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Timestamp: 2020-08-08 20:39:13+00:00

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Utilizzo della certificazione antimafia anche nei casi di autorizzazioni e licenze da parte delle pubbliche amministrazioni - Avviso Pubblico
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Il parere del Consiglio di Stato del 2015. Il Ministero dell’Interno ha investito formalmente il Consiglio di Stato in merito alla questione dell’applicabilità in generale dell’art. 89-bis del decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159 con riferimento ai provvedimenti di natura meramente autorizzatoria delle pubbliche amministrazioni, come le licenze e le autorizzazioni, che non presuppongono rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione né danno luogo all’erogazione di contributi pubblici: il diniego da parte dell’Amministrazione determina però l’esclusione dell’impresa dalla specifica attività economica per la quale è stata richiesta l’autorizzazione. Si segnala a tale riguardo che l’art. 67 del codice antimafia prevede che l’irrogazione di una misura di prevenzione (o ad una condanna per alcune tipologie di reato) determina non solo l’impossibilità di contrarre con la pubblica amministrazione e di accedere a contributi pubblici, ma anche l’espulsione da ogni forma di attività economica.
Più di recente, il Tar Liguria ha respinto il ricorso su un provvedimento di revoca dell’autorizzazione all’esercizio di attività di autocarrozzeria del comune di Arenzano (e sulla conseguente cancellazione dell’iscrizione al registro delle imprese disposta dalla Camera di commercio di Genova), sottolineando l’applicabilità della disciplina del codice antimafia anche ad atti privati (come la scia, la dia o la cila), i cui effetti acquistano valenza autorizzatoria e che possono essere annullati dall’amministrazione pubblica avvalendosi delle norme sull’autotutela: anche in questo caso il giudice amministrativo sottolinea la finalità della normativa, volta a contrastare l’influsso distorsivo sull’economia italiana determinato dall’ingresso dei capitali e dei metodi mafiosi (sentenza n. 1085 del 2016, confermata dal Consiglio di Stato con sentenza n. 672 del 2017, riportata in allegato 1).
Analogamente, è stato respinto dal Tar di Bari il ricorso nei confronti del provvedimento adottato dal comune di Modugno di revoca dell’autorizzazione per lo svolgimento di attività di spettacolo viaggiante (sentenza n. 1337 del 2016). Ed il Tar di Reggio Calabria ha confermato la legittimità del ritiro di alcune SCIA ed autorizzazioni, rilasciate negli anni precedenti, per lo svolgimento di alcune attività di natura commerciale privata, relative a sala giochi, noleggio auto, commercio elettronico, autorimessa: il giudice amministrativo sottolinea che l’esistenza di un’interdittiva antimafia concretizza quei “motivi imperativi di interesse generale” previsti dalla normativa comunitaria a giustificazione dei limiti al principio del libero svolgimento di attività private e della libertà di stabilimento (sentenza n. 1220 del 2016; nello stesso senso anche la successiva sentenza del medesimo Tar n. 115 del 2017, riguardante una SCIA per l’apertura di un esercizio di attività di tinto – lavanderia, confermata dal Consiglio di Stato con sentenza n. 544 del 2018). Ed il Consiglio di Stato (sentenza n. 5509 del 2016) ha confermato la decisione del Tar di Reggio Calabria in merito alla revoca della licenza di pascolo di un’impresa individuale da parte del comune di Sarno, sciolto nel 1993 per infiltrazioni della criminalità organizzata proprio a causa di tali licenze rilasciate a favore di soggetti contigui alla criminalità organizzata.
Da citare anche l’ordinanza di revoca della SCIA per il trasferimento della titolarità di un esercizio pubblico adottata dal Sindaco del comune di Borgia, con divieto di prosecuzione dell’attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, giudicata legittima dal giudice amministrativo (sentenza del Tar Catanzaro n. 309 del 2017). Siamo tra l’altro in presenza di un caso di applicazione dell’obbligo da parte del comune sciolto per infiltrazioni della criminalità organizzata, ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. n. 267 del 2000, di “acquisire, nei cinque anni successivi allo scioglimento, l’informazione antimafia precedentemente alla stipulazione, all’approvazione o all’autorizzazione di qualsiasi contratto o subcontratto, ovvero precedentemente al rilascio di qualsiasi concessione o erogazione indicati nell’articolo 67 indipendentemente dal valore economico degli stessi” (art. 100 del codice antimafia). Sulla legittimità della revoca, da parte del comune di Reggio Calabria, delle autorizzazioni per la somministrazione di alimenti e bevande e la gestione di uno stabilimento balneare, leggi questa scheda. Nello stesso senso si esprime il Tar Calabria (sentenza n. 241 del 2017, confermata dal Consiglio di Stato con sentenza n. 831 del 2018) con riferimento alla revoca della licenza di taxi disposta dal comune di Reggio Calabria: la richiesta alla prefettura dell’informativa antimafia era stata effettuata nel periodo successivo allo scioglimento ex art. 143 t.u enti locali. In questo caso il ricorrente ha motivato l’illegittimità del provvedimento di revoca anche in riferimento alle caratteristiche dell’attività svolta, considerata “intrinsecamente insuscettibile di permeabilità e/o assoggettamento” ad infiltrazioni di tipo mafioso. Il giudice amministrativo -modificando il precedente orientamento (sentenza n. 1065 del 2016) – sottolinea invece che il Codice antimafia deve applicarsi anche alle imprese individuali (vedi sul punto anche la sentenza del Consiglio di Stato n. 1638 del 2017 e la sentenza del Tar Milano n. 888 del 2017) e che finalità della norma è proprio quella di “precludere a soggetti rivelanti evidenze di infiltrazione e/o ingerenza mafiosa l’acquisizione di risorse veicolata dal rilascio di provvedimenti (autorizzatori o concessori) da parte dell’Amministrazione Pubblica”: e questo aldilà dell’esistenza di vincoli e/o rapporti aventi rapporto di strumentalità con l’esercizio dell’attività in questione. Nella sentenza il giudice amministrativo sottolinea altresì la molteplicità di autorizzazioni taxi rilasciate ad appartenenti ad una medesima famiglia che evidenziava l’influenza mafiosa sull’Amministrazione. Nel caso in esame il giudice amministrativo sottolinea altresì la molteplicità di autorizzazioni taxi rilasciate a familiari facenti parte della medesima cosca, condannati per gravi reati, che evidenziava l’influenza mafiosa sull’Amministrazione. La Corte costituzionale ha d’altronde precisato che il campo di applicazione dell’informazione antimafia può legittimamente estendersi – come nel caso in questione – ai rapporti già in essere con la pubblica amministrazione.
In senso contrario si era invece espresso il Tar Catanzaro (sentenza n. 367 del 2015); e poi il Tar Parma (sentenza n. 123 del 2016), con riferimento al mancato rilascio dell’Autorizzazione Unica Ambientale (AUA) della provincia di La Spezia, motivato dal precedente diniego di iscrizione alla White List da parte della prefettura: peraltro il Consiglio di Stato (sentenza n. 565 del 2017) ha accolto il ricorso della Provincia sottolineando che vada superata la rigida distinzione tra comunicazioni antimafia (applicabili alle autorizzazioni) e informazioni antimafia (applicabili ad appalti, concessioni, contributi ed elargizioni), in quanto, di fronte al fenomeno delle infiltrazioni criminali nell’economia occorre estendere l’attività di controllo ed interdizione ad “ambiti economici nei quali, più frequentemente, la mafia si fa, direttamente o indirettamente, imprenditrice ed espleta la propria attività economica. L’esperienza ha mostrato, infatti, che in molti di tali settori, strategici per l’economia nazionale (l’edilizia, le grandi opere pubbliche, lo sfruttamento di nuove fonti energetiche, gli scarichi delle sostanze reflue industriali, come appunto nel caso di specie, relativo all’AUA, e persino la ricostruzione dopo i gravi eventi sismici che funestano il territorio italiano), le associazioni di stampo mafioso hanno impiegato, diretto o controllato ingenti capitali e risorse umane per investimenti particolarmente redditizi finalizzati non solo ad ottenere pubbliche commesse o sovvenzioni, ma in generale a colonizzare l’intero mercato secondo un disegno, di più vasto respiro, del quale l’aggiudicazione degli appalti o il conseguimento di concessioni ed elargizioni costituisce una parte certo cospicua, ma non esclusiva né satisfattiva per le mire egemoniche della criminalità; disegno, quello mafioso, talvolta agevolato dall’omertà, se non persino dalla collusione o dalla corruzione, dei pubblici amministratori”.
Nel settore del gioco d’azzardo, va citata l’interdittiva antimafia che ha colpito il titolare di un esercizio per il gioco d’azzardo e le scommesse; il Tar Puglia (sentenze nn. 301 e 303 del 2018) ha giudicato legittima l’applicazione dell’interdittiva anche a tutti gli operatori della filiera, che necessitano comunque dell’autorizzazione ex art. 88 del TULPS: in tale ambito deve essere valutata, da parte della prefettura, che un’attività ad alto rischio di inquinamento mafioso venga da svolta da soggetti nei cui confronti non vi sia fondato sospetto di permeabilità mafiosa.
L’esperienza del Comune di Corleone. Molto interessanti sono le misure adottate dal comune di Corleone, dopo lo scioglimento per mafia del 2016, al fine di contrastare le infiltrazioni mafiose nell’economia, attraverso un utilizzo estensivo della certificazione antimafia e la previsione di ulteriori misure di legalità, da affiancare a quelle normativamente previste, per rafforzare la trasparenza e la legalità e responsabilizzare i soggetti che entrano in rapporto con l’Amministrazione. A questa esperienza è dedicata un’apposita scheda.
La questione di legittimità costituzionale dell’art. 89 bis. La Corte Costituzionale (sentenza n. 4 del 2018, riportata in allegato 2), chiamata a pronunciarsi dal Tar Sicilia sull’art. 89-bis del d. lgs. n. 159 del 2011 (ordinanza n. 2337 del 2016), ha giudicato non fondata la questione di costituzionalità con riguardo sia al presunto eccesso di delega ai sensi degli artt. 76 e 77, primo comma, sia all’art. 3 della Costituzione, convalidando l’orientamento espresso dalla giurisprudenza amministrativa, sulla quale vedi in particolare le riflessioni contenute nella sentenza del Consiglio di Stato n. 565 del 2017, sopra citata (riportata in allegato alla scheda generale). In particolare, la Corte costituzionale osserva che a fronte di una situazione di particolare pericolo di inquinamento dell’economia legale non è manifestamente irragionevole che ”il legislatore, rispetto agli elementi di allarme desunti dalla consultazione della banca dati, reagisca attraverso l’inibizione, sia delle attività contrattuali con la pubblica amministrazione, sia di quelle in senso lato autorizzatorie, prevedendo l’adozione di un’informazione antimafia interdittiva che produce gli effetti anche della comunicazione antimafia”. Conseguentemente risulta legittima la decisione del comune di Messina di revocare l’autorizzazione alla vendita al dettaglio di prodotti relativi al settore alimentare a seguito alla verifica, da parte della prefettura, dell’esistenza a carico della azienda interessata di un’informazione interdittiva ancora in vigore, come risultante dalla consultazione della banca dati nazionale unica della documentazione antimafia.
All.to 1: sentenza del Consiglio di Stato n. 672 del 2017
All.to 2: sentenza della Corte costituzionale n. 4 del 2018
(ultimo aggiornamento settembre 018)

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 143
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 88
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza