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Timestamp: 2020-04-01 14:57:55+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 25509 del 10/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25509 del 10/10/2019
Cassazione civile sez. trib., 10/10/2019, (ud. 27/05/2019, dep. 10/10/2019), n.25509
sul ricorso 14454-2012 proposto da:
I.U., elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI GRACCHI
209, presso lo studio dell’avvocato DARIO DE BLASIIS, rappresentato
e difeso dall’avvocato LODOVICO DI BRITA giusta delega a margine;
AGENZIA DELLE ENTRATE, SEDE CENTRALE, in persona del Direttore pro
AGENZIA DELLE ENTRATE, UFFICIO TERRITORIALE DI ACROPOLI;
avverso la sentenza n. 1972011 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di
SALERNO, depositata il 15/04/2011;
27/05/2019 dal Consigliere Dott. PAOLO BERNAZZANI;
IJBERTO DE AUGUSTINIS che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito per il ricorrente l’Avvocato DI ERITA che ha chiesto
Il contribuente I.U. ricorre nei confronti dell’Agenzia delle entrate per la cassazione della sentenza n. 197/04/11, pronunciata in data 4.4.2011 e depositata il 15.4.2011, con la quale la CTR della Campania, sez. distaccata di Salerno, ha accolto l’appello dell’Ufficio, riformando la decisione di prime cure favorevole al contribuente, in controversia concernente l’impugnazione di avviso di accertamento ai fini Irpef in relazione all’anno 2005, mediante il quale l’Agenzia aveva recuperato a tassazione l’importo di Euro 92.338,00 quale compenso percepito dal contribuente in qualità di amministratore della società VI.RU.DA. s.r.l..
La CTR, in particolare, ha ritenuto che la somma in esame dovesse essere effettivamente considerata come corresponsione di un compenso all’ I., quale amministratore della società, sulla base della movimentazione di somme in uscita dal conto cassa registrata nella contabilità della predetta compagine sociale. Nel contempo, ha disatteso la contrapposta tesi, patrocinata dal contribuente, secondo la quale l’ I. non aveva percepito alcun compenso dalla società, ma aveva, all’opposto, finanziato quest’ultima (originariamente. denominata I. s.r.l. e successivamente VI.RU.DA. s.r.l.), di cui all’epoca erano socie le figlie; successivamente, come risultante dalla movimentazione contabile indicata quale “giro per cessione quote” per Euro 74.338,02, il debito della società verso il contribuente era stato “accollato dai nuovi soci sigg.ri P.M. e P.G.”; dal che era conseguito che il predetto debito era stato “completamente liquidato” (così la sintesi espositiva del contenuto delle controdeduzioni del contribuente, di cui al ricorso per cassazione). In altri termini, a seguito di tale cessione di quote, la società non era più debitrice nei confronti dell’ I. ma nei confronti dei nuovi soci; l’operazione non aveva comportato alcuna erogazione di denaro da parte della VI.RU.DA. s.r.l. in favore del contribuente.
Il ricorso è affidato a tre motivi. Si è costituita l’A.d.e. con controricorso.
1. Con il primo motivo di gravame, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53 e dell’art. 342 c.p.c., in relazione all’art. 360 cod. cit., comma 1, n. 3.
Lamenta, in particolare, la carenza di specificità dei motivi di ricorso in appello dell’Agenzia delle entrate, essendosi l’Ufficio limitato a riproporre le deduzioni difensive esposte nel primo grado di giudizio, senza confrontarsi con la sentenza impugnata.
1.1. Il motivo appare, innanzitutto, inammissibile in quanto non riproduce il contenuto dell’atto di appello censurato e non dà conto, con puntuali e specifici richiami testuali – non essendo, all’evidenza, sufficiente una mera rielaborazione sintetica -, della dedotta sovrapponibilità dei motivi del gravame rispetto alle deduzioni formulate in primo grado, limitandosi ad ò affermare, in modo sostanzialmente apodittico, che l’Agenzia non avrebbe contestato specificamente i motivi esposti nella decisione della CTP, limitandosi a reiterare gli argomenti sostenuti nel primo grado del giudizio.
1.2. In ogni caso, per ragioni di completezza espositiva, mette conto rilevare come il motivo è, comunque, manifestamente infondato alla luce del principio, al quale il Collegio intende dare continuità, secondo cui “nel processo tributario, ove l’Amministrazione finanziaria si limiti a ribadire e riproporre in appello le stesse ragioni e argomentazioni poste a sostegno della legittimità del proprio operato, come già dedotto in primo grado, in quanto considerate dalla stessa idonee a sostenere la legittimità dell’avviso di accertamento annullato, è da ritenersi assolto l’onere d’impugnazione specifica previsto dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 53, secondo il quale il ricorso in appello deve contenere “i motivi specifici dell’impugnazione” e non già “nuovi motivi”, atteso il carattere devolutivo pieno dell’appello, che è un mezzo di impugnazione non limitato al controllo di vizi specifici della sentenza di primo grado, ma rivolto ad ottenere il riesame della causa nel merito”. (Sez. 5, n. 3064 del 29/02/2012 Rv. 621983 – 01; conf. Sez. 6 – 5, n. 24641 del 05/10/2018 Rv. 650818 – 01; Sez. 5, n. 32954 del 20/12/2018, Rv. 652142 – 01).
2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., della L. 18 giugno 2009, n. 69 e del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Lamenta, in particolare, il contribuente che, essendo il processo tributario fondato sul principio dispositivo, sia pure temperato dal potere acquisitivo del giudice in funzione meramente integrativa e non sostitutiva, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 7, l’A.F. aveva l’onere ex art. 2697 c.c. di provare i presupposti della pretesa impositiva, con particolare riferimento alla dimostrazione della materiale erogazione da parte della società della somma contestata e della sua correlativa percezione da parte del contribuente; prova che il ricorrente deduce non essere stata fornita, non risultando alcuna delibera assembleare di corresponsione del compenso all’amministratore nè alcun altro elemento attestante l’erogazione in via di fatto dello stesso. Del resto, osserva il ricorrente, l’amministrazione finanziaria non potrebbe fondare la propria pretesa su una presunzione, inconferente in presenza di un diritto disponibile, quale quello dell’amministratore al compenso da parte della società.
3. Con il terzo motivo, si deduce omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, rappresentato dall’effettiva erogazione di un compenso al contribuente nella sua qualità di amministratore.
Pur in assenza di specifica indicazione nella rubrica, nella trattazione del terzo motivo, il ricorrente lamenta anche il vizio di ultrapetizione, in quanto la CTR si sarebbe soffermata sull’analisi del negozio di cessione delle partecipazioni sociali da parte di soggetti terzi (le figlie del contribuente) ai fratelli P., estraneo all’oggetto del contendere.
Lo svolgimento del terzo motivo richiama, infine, l’ulteriore doglianza riferita all’omessa pronuncia da parte della CTR in ordine all’eccezione di inammissibilità dell’appello, in quanto privo dell’enunciazione dei motivi di impugnazione (rectius, di motivi specifici di impugnazione, come si evince anche dall’espresso richiamo a quanto dedotto nel primo motivo di ricorso).
4. I predetti motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto fra loro connessi, risultano, nel loro complesso, inammissibili.
4.1. Va evidenziato, in via preliminare, che nel secondo motivo non viene esplicitato in alcun modo quale sia la violazione riferibile alla L. n. 69 del 2009, peraltro citata in via del tutto generica.
4.2. Quanto alla censura che si appunta sulla decisione della CTR laddove la stessa ha ritenuto fondata la pretesa impositiva – decisione ritenuta contrastante con le norme in tema di onere della prova e, altresì, affetta da vizio di motivazione -, va osservato che il contribuente ha affermato di non aver mai ricevuto compensi quale amministratore da parte della VI.RU.DA. s.r.l., ma di avere, invece, finanziato tale società, della quale erano socie le figlie, aggiungendo che, quando si era verificata la cessione delle quote sociali dalle stesse ai fratelli P., questi ultimi si erano accollati il debito sociale verso il terzo finanziatore, liquidandolo e subentrando nella veste di creditori verso la società.
Ciò posto, la CTR ha motivatamente argomentato che la tesi dell’Agenzia risultava “maggiormente credibile” rispetto alla tesi prospettata del contribuente, secondo cui l’importo di cui si discute sarebbe stato “rappresentativo della cessione delle quote”: in tale prospettiva, la CTR ha attribuito rilievo al fatto che la cessione di quote avrebbe dovuto essere effettuata mediante atto pubblico, nella specie non documentato, e che, per giunta, la supposta data di tale cessione, indicata dal contribuente nel 23.6.2005, contrastava con quella indicata nel libro giornale (1.8.2005).
La CTR ha, inoltre, rimarcato che, anche a voler ritenere credibile l’esistenza di un negozio di cessione di quote, le risultanze documentali desumibili dalle scritture sociali evidenziavano pur sempre una scritturazione contabile (la sentenza fa espresso riferimento ai dati desunti dalle “scritture di giornale”) che non poteva rappresentare altro se non un’uscita dalle casse della società in favore del ricorrente, con il contrapposto conto (nella specie) di debito estinto, atteso che le annotazioni inserite in contabilità non potevano riferirsi che ad un’entrata o ad un’uscita di liquidità, con la corrispondente annotazione sui conti di debito o credito, non potendo essere “giammai rappresentativi di una cessione di quote”.
Di conseguenza, occorre rilevare che la CTR ha valutato la prova documentale derivante dalle annotazioni inserite nelle scritture sociali ed ha ritenuto che sussistessero presunzioni gravi, precise e concordanti atte a fondare la legittimità dell’accertamento.
In tal senso, non coglie nel segno l’obiezione formulata dal ricorrente in ordine alla non percorribilità del ragionamento presuntivo, posto che la CTR (e tanto meno l’Ufficio nel proprio accertamento) non ha affatto individuato il fondamento della pretesa impositiva nella astratta e sola presunzione derivante dall’esistenza di un diritto al compenso da parte dell’amministratore di una società, presunzione in sè non sufficiente, trattandosi di un diritto disponibile; all’opposto, la sentenza impugnata si è fondata non soltanto sull’esistenza di tale diritto, ma, anche e soprattutto, sul convergente dato probatorio rappresentato dalla documentazione contabile di un pagamento effettuato dalla società in favore dell’odierno ricorrente, il cui unico rapporto con la società, non rivestendo la qualità di socio, non poteva che essere ricondotto alla sua posizione di amministratore, onde l’uscita di cassa doveva logicamente rimandare alla corresponsione di somme a titolo di compenso (tassabile) per l’amministratore.
Sulla base di tale quadro ricostruttivo, il ragionamento probatorio condotto dalla CTR non incorre nella violazione della norma di cui all’art. 2697 c.c., nè risulta prospettabile alcun vizio motivazionale censurabile nel giudizio di legittimità, risolvendosi, piuttosto, le doglianze del ricorrente nel patrocinare una ricostruzione diversa ed alternativa delle risultanze di causa e nel sollecitare, in modo inammissibile, la formulazione di un giudizio di merito da parte della Corte.
4.3. Il terzo motivo è ulteriormente inammissibile, infine, nella parte in cui lamenta il vizio di ultrapetizione in relazione all’art. 112 c.p.c., unitamente a quello di omessa pronuncia, posto che gli stessi vizi avrebbero dovuto essere ricondotti al paradigma contemplato dal n. 4 e non a quello di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 e, soprattutto, in quanto avrebbe dovuto essere espressamente dedotta la nullità della sentenza; deduzione che, invece, manca del tutto.
Va osservato, al riguardo, che, secondo un consolidato e condivisibile orientamento, la deduzione di un error in procedendo integrante la violazione dell’art. 112 c.p.c. deve essere fatta valere dinanzi alla Corte di cassazione ai sensi del paradigma normativo costituito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, non già con la denuncia della violazione di una norma di diritto sostanziale nè del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, giacchè queste ultime censure presuppongono che il giudice del merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta in modo giuridicamente scorretto ovvero senza giustificare o non giustificando adeguatamente la decisione resa (cfr. Cass. Sez. 6 L, n. 329 del 12.1.2016, Rv. 638341 – 01).
Ciò posto, occorre fare, altresì, riferimento al principio espresso dalle Sezioni Unite, con la sentenza 24.7.2013, n. 17931, Rv.627268 -01, secondo cui “il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, con riguardo all’art. 112 c.p.c., purchè il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorchè sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge”.
Nella specie, risulta che, oltre all’impropria formulazione della rubrica del motivo, la violazione dell’art. 112 c.p.c. sotto il profilo dell’ultrapetizione e dell’omessa pronuncia non è stata correlata alla deduzione della “nullità della sentenza”, così determinando l’inammissibilità del motivo sotto il profilo in esame.
4.4. Con riferimento, inoltre, alla deduzione di omessa pronuncia sull’eccezione di inammissibilità del gravame dell’Ufficio per mancanza di specificità dei motivi ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 53, il motivo è inammissibile anche in virtù del rilievo che, sempre secondo il consolidato orientamento di questa Corte, il vizio di omessa pronunzia è configurabile solo nel caso di mancato esame di questioni di merito, e non anche di eccezioni pregiudiziali di rito (cfr., ex multis, Sez. 2, n. 1876 del 25/01/2018, Rv. 647132 – 01; Sez. 3, n. 25154 del 11/10/2018, Rv. 651158 – 01; Sez. 6 – 2, n. 6174 del 14/03/2018, Rv. 648218 – 02).
5. Il ricorso deve essere, conclusivamente, dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento, in favore dell’Agenzia delle entrate, delle spese del giudizio, che si liquidano in Euro 5.300,00, oltre spese prenotate a debito.
la Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore dell’Agenzia delle entrate, delle spese del giudizio, che si liquidano in Euro 5.300,00, oltre spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 53
 sentenza 
 art. 53
 sentenza 
 art. 7
 art. 2697
 art. 360
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 Cass. Sez. 
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 art. 53