Source: http://www.iurisprudentia.it/la-tutela-della-pubblica-fede-personale-nel-diritto-dei-concorsi-pubblici-la-legge-19-aprile-1925-n-475-tra-vecchi-e-nuovi-orizzonti-applicativi/
Timestamp: 2019-02-18 01:46:36+00:00

Document:
La tutela della “pubblica fede personale” nel diritto dei concorsi pubblici: la Legge 19 aprile 1925 n. 475 tra vecchi e nuovi orizzonti applicativi – Iurisprudentia
ANNO IV, Febbraio 2019
Danno da ritardo e procedimenti officiosi gennaio 28, 2019
Contratto di Locazione e registrazione tardiva con effetto sanante gennaio 22, 2019
La tutela della “pubblica fede personale” nel diritto dei concorsi pubblici: la Legge 19 a...
La storia del diritto dei pubblici concorsi è da sempre oscillata tra due poli: l’esigenza di garantire la trasparenza e l’imparzialità dell’attività delle commissioni di concorso e quella di assicurare che ciascun candidato concorra con gli altri alle medesime condizioni e con le stesse possibilità di successo. La Legge 19 aprile 1925, n. 475 (Gazzetta Uff. 29 aprile 1925, n. 99) ha rivestito un ruolo “focale” nel sistema di tutele concernenti il buon andamento delle selezioni pubbliche. Essa è composta da un testo breve (soli cinque articoli), il cui fondamento penale sembra rappresentato dall’esigenza di reprimere quelle condotte idonee a falsare le valutazioni delle commissioni di concorso; condotte consistenti nell’accreditare come propri lavori altrui, al fine di conseguire immeritatamente determinati titoli (scolastici, accademici, onorifici o abilitativi, etc.). L’art. 1 della Legge 475/1925 recita infatti: «Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito».
Oltre alla sanzione penale è prevista anche un’ulteriore misura accessoria, demandata al giudice ai sensi dell’art. 5 co. 1 della medesima legge[1], a norma del quale «nei procedimenti relativi ai reati previsti dalla legge, qualora il fatto sia accertato, deve essere dichiarata nella sentenza la esistenza di esso anche se, per qualsiasi motivo, non si debba procedere o non possa essere pronunciata condanna. La sentenza di condanna o quella che dichiara che il fatto sussiste, ordina la cancellazione del provvedimento che ne sia derivato. La cancellazione si effettua secondo le norme contenute nei capoversi secondo e seguenti dell’articolo 576 del codice di procedura penale, in quanto siano applicabili. La sentenza di condanna è affissa in tutte le università del regno, quando trattasi di esami universitari». Per definire il bene giuridico tutelato dalla disciplina in commento, la giurisprudenza di legittimità non di rado discorre di “pubblica fede personale”, intesa come interesse alla genuinità degli elaborati presentati da ciascun candidato in occasione di esami o concorsi pubblici[2]. Sulla validità dogmatica di tale espressione tuttavia è lecito nutrire qualche dubbio, atteso che la pubblicità degli interessi tutelati dai delitti contro la pubblica fede si attesta su un piano diverso e, scilicet, ultroneo rispetto a quello della genuinità degli elaborati concorsuali, i quali peraltro non hanno funzione certificativa stricto sensu (a differenza di tutti gli atti pubblici) ma sono – o dovrebbero essere! – espressione delle abilità richieste al concorrente per il conseguimento di un determinato titolo, (questo sì) dotato di pubblica fede. In altri termini gli elaborati concorsuali sarebbero, secondo tale impostazione, atti non pubblici in senso stretto bensì a rilevanza pubblica, in quanto propedeutici e strumentali alla formazione di atti pubblici propriamente detti[3]. Ciò posto, occorre analizzare la fattispecie delittuosa, individuandone gli elementi costitutivi. La condotta incriminata consiste nel presentare come propri, in sede d’esame, lavori che siano frutto dell’opera di altri. La fattispecie rientra tra i c.d. reati (propri) di mera condotta «seppur finalizzata (in tal caso) alla produzione di un evento antigiuridico che assume il ruolo di circostanza aggravante»[4].
Secondo la stessa giurisprudenza per «opera di altri» deve intendersi non soltanto il lavoro realizzato da un soggetto diverso da quello che si presenta come autore, quanto il fatto che «il lavoro non sia proprio, cioè non sia frutto del proprio pensiero, svolto anche in forma riepilogativa od espositiva, ma che esprime tuttavia quello sforzo di ripensamento di problematiche altrui che si richiede per saggiare le qualità espositive di un candidato»[5]. Anche le pronunzie giurisprudenziali, non solo quindi le opere di carattere scientifico, possono ascriversi al concetto di «opera di altri» ai fini e per gli effetti della norma in commento. Ciò in quanto anche le decisioni giurisdizionali sono frutto dell’elaborazione di altri, suscettibile, in alcuni casi, di essere impiegata a proprio vantaggio da chi la presenti come opera propria in sede d’esame[6]. Quanto all’analisi dell’elemento soggettivo, il delitto è doloso, ma è richiesta una particolare finalità: voler superare un esame concorsuale od abilitativo al fine di ottenere un determinato titolo, grado o dignità accademica. Trattasi prima facie di dolo specifico. A ben vedere tuttavia, è possibile ravvisare una speciale ipotesi di dolo specifico. Ed invero si potrebbe discorrere di c.d. dolo specifico di offesa, in difetto del quale non è configurabile la fattispecie delittuosa in esame, posto che l’intento di voler conseguire un determinato titolo (di studio, abilitativo, accademico, etc.) conferisce anche offensività alla condotta delittuosa, traguardandola oltre la soglia di rilevanza penale. Ne consegue che siffatta tipologia di dolo risulta particolarmente connotata da un carattere “proteiforme”: soggettivo rispetto al titolo della responsabilità, ma nel contempo espressivo del significato offensivo della fattispecie e dunque afferente alla sfera della tipicità del delitto[7]. Quanto al fine perseguito dall’agente, la norma di cui all’art. 1 è integrata dal successivo art. 3 della Legge 475/1925, che ne amplia la portata estendendo di riflesso l’incriminazione ivi contenuta.
Ciò emerge nitidamente dall’art. 3 della Legge 475/1925, il quale infatti stabilisce che «le disposizioni dei precedenti articoli si applicano anche nel caso in cui trattasi del conferimento di pubblici uffici, impieghi, titoli, dignità, qualità od insegne onorifiche, sia o non richiesto l’esame o il concorso». Sulla base delle coordinate ermeneutiche sinora indicate, ci si potrebbe chiedere se è possibile applicare la disciplina in commento ai concorsi universitari relativi al conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale, i quali presuppongono proprio la valutazione della “bontà e genuinità scientifica” delle pubblicazioni dei candidati. Al quesito si risponde agevolmente in maniera affermativa, ove il candidato presenti come propri lavori scientifici di altri, al fine di conseguire il relativo titolo abilitativo all’insegnamento accademico[8].
D’altronde giova in sede applicativa proprio il combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Legge 475/1925, la cui ampia portata semantica sembra ricomprendere ogni ipotesi in esame da sostenere a fini abilitativi, incluso quello relativo all’insegnamento in ambito universitario. Ciò premesso, una volta delineati i tratti essenziali della responsabilità del candidato occorre esaminare quelli pertinenti ad altri soggetti in sede concorsuale; in particolare ci si soffermerà sulla posizione dei componenti della commissione onde valutare se, in linea teorica, nel corso dello svolgimento degli esami e/o nelle successive operazioni di correzione, è astrattamente configurabile un’eventuale responsabilità del commissario, che consenta al candidato il superamento dell’esame, nonostante l’assenza di genuinità dei suoi elaborati. All’uopo occorre distinguere a seconda del tipo di condotta posta in essere dallo stesso, anche in considerazione di altre possibili ipotesi criminose. Ed invero è punito in modo specifico ed a titolo monosoggettivo, ai sensi dell’art. 2 della legge in esame, il soggetto (anche non facente parte della commissione esaminatrice) che cooperi materialmente con il candidato, procurando a quest’ultimo il materiale necessario allo svolgimento della prova onde consentire la falsa attribuzione del lavoro altrui. La disposizione recita infatti: «Chiunque esegue o procura dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici, e in genere lavori per gli scopi di cui all’articolo precedente, è punito a norma della prima parte dello articolo stesso. È punito a termine del capoverso del detto articolo se l’aspirante consegua l’intento. In ogni caso la pena è aumentata da un terzo alla metà se concorra il fine di lucro; e se concorra anche l’abitualità, la pena è della reclusione da uno a tre anni». Al di fuori di tale ipotesi di condotta commissiva (consistente nel procurare il materiale per fornirlo al candidato), allorquando invece il commissario si avveda durante lo svolgimento dell’esame della illecita condotta dell’esaminando e ciò nonostante ometta di adottare scientemente e deliberatamente gli opportuni provvedimenti di esclusione (integranti i c.d. poteri giuridici di impedire l’evento), pur rivestendo una posizione di garanzia posta a tutela dell’imparzialità e del buon andamento delle selezioni pubbliche (art. 97 Cost.), occorre chiedersi se possa imputarsi allo stesso una responsabilità concorsuale per concorso omissivo nell’altrui reato commissivo, per aver omesso volontariamente di impedire il verificarsi dell’evento[9], consistente nella condotta del candidato, pur essendo già consapevole della falsità dell’attribuzione degli elaborati presentati come propri durante lo svolgimento della prova. Ebbene, potrebbe in tal caso ricorrere astrattamente anche in capo al commissario/complice l’anzidetto elemento soggettivo in una con il contributo agevolatore (in forma omissiva); idonei entrambi a fondare una responsabilità di tipo concorsuale a carico dello stesso commissario, rivestendo il quale una posizione di garanzia accompagnata da adeguati poteri giuridici impeditivi e di controllo in relazione al corretto svolgimento delle prove d’esame (ex artt. 40 e, alternativamente, 110 o 117 c.p.)[10].
A conclusione diversa si perviene quando il commissario si accorga della falsa attribuzione nella fase della correzione dell’elaborato, illecitamente accreditato come proprio dal candidato durante la prova. Tale segmento si colloca sotto il profilo materiale in una fase successiva alla consumazione del delitto di cui all’art. 1 della legge in commento, rilevando, rispetto alla responsabilità ascrivibile a carico del commissario, al più quale autonoma fattispecie di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.), sempre che sussistano tutti i presupposti richiesti dalla norma incriminatrice.
Ed invero, il commissario che non abbia, nella fase di correzione, impedito volontariamente la consumazione del reato, può giudicare inidoneo il lavoro svolto dal candidato in sede d’esame e (è tenuto altresì a) segnalarne la condotta alla competente Autorità Giudiziaria, al fine di un eventuale rimprovero anche in sede penale. In altri termini il reato si è ormai consumato, ma è possibile, mediante una condotta tenuta dal commissario posteriormente, impedire che il reo consegua l’agognato titolo, cioè che si aggravino le conseguenze del reato e che si verifichi la circostanza di cui all’art. 1 co. 2 della Legge 475/1925.
Sicché riepilogando: al di fuori della condotta delineata dall’art. 2 della legge in esame, si potrebbe ipotizzare un’area applicativa dell’art. 1 in combinato disposto con le clausole estensive della punibilità (artt. 40, 110 ovvero, secondo altra impostazione 117 c.p.)[11], essendo ogni altro segmento suscettibile di rimprovero penale a titolo monosoggettivo, vuoi ai sensi dell’art. 2 della Legge 475/1925, vuoi ex art. 323 c.p. Discorso diverso rispetto all’ipotesi in cui il commissario impedisca la promozione del candidato “furbastro” (ad esempio “bocciandolo”), ma non ne denunci volontariamente la condotta delittuosa all’A.G. In tal caso potrebbe astrattamente trovare applicazione l’art. 361 c.p. (che punisce il delitto di «omessa denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale»), posto che, come anticipato, il suddetto commissario, rivestendo la qualità di pubblico ufficiale è pertanto tenuto a segnalare alla suddetta A.G. eventuali notitiae criminis, di cui venga a conoscenza nello svolgimento delle proprie funzioni. Al contrario di quanto sinora asserito, non sembrerebbe rilevare, sul piano penale, la condotta del commissario che, né durante le prove né in sede di valutazione degli elaborati, per colpa non si avveda dell’avvenuta violazione delle normativa inerente alla tutela della genuinità degli elaborati concorsuali (art. 1 Legge 475/1925). Ciò in quanto non pare configurabile in tal caso un concorso colposo in un delitto doloso, essendo punite le condotte in esame solo a titolo di dolo, anche alla luce delle alternative punitive innanzi prospettate, ossia: a titolo di dolo generico, ma non di concorso nel caso di omessa denuncia dell’illecito (ex art. 361 c.p.); a titolo di dolo specifico stricto sensu in caso di omissione, nella fase valutativa, specificamente diretta a favorire il candidato (art. 323 c.p.); e infine a titolo di dolo specifico (se si vuole di offesa) in base all’art. 1 della legge in commento, laddove l’omissione contribuisca causalmente, anche in forma agevolatoria, alla realizzazione del delitto punito dalla disciplina in esame.
Residua infine, anche in difetto dell’elemento soggettivo doloso, una responsabilità del commissario (e del personale ausiliario) di natura amministrativa, da far valere nelle opportune sedi come ad esempio innanzi alla Corte dei Conti, sempre che si configuri un pregiudizio a carico della P.A. giustiziabile[12]. Ma allorquando la condotta del commissario, come anticipato, non sia in ipotesi dolosa, è necessario che ricorra a titolo soggettivo quantomeno la c.d. colpa grave (art. 3 della Legge 20 dicembre 1996 n. 639 e succ. modifiche ed integrazioni); cioè si assuma essere concretamente esigibile un controllo totale e capillare durante la correzione di tutti gli elaborati alla luce dello “scibile” afferente ai vari settori di competenza, nei quali esaminatori ed esaminati si trovino ad operare. Controllo spesso arduo, atteso l’elevato numero di elaborati, il quale a sua volta si somma in via esponenziale alla sterminata mole di pubblicazioni scientifiche esistenti, alla cui stregua valutare la genuinità degli elaborati stessi anche in vista di eventuali responsabilità derivanti dalla violazione della normativa in esame.
Esaminati i profili problematici concernenti la struttura del reato, anche in riferimento all’eventuale estensione della punibilità a terzi, occorre soffermarsi sulle possibili interferenze applicative tra i delitti previsti a tutela della pubblica fede stricto sensu e la fattispecie regolata della legge in commento, a presidio, se si preferisce, della c.d. pubblica fede personale (secondo l’espressione utilizzata dalla giurisprudenza di legittimità più volte citata). In altre parole, occorre chiedersi se le norme contenute nella Legge 475/1925 siano speciali rispetto a quelle che incriminano i reati di falso commesse da pubblici ufficiali (art. 479 c.p.) o se possa sussistere in via di principio un concorso di reati (eventualmente con il vincolo della continuazione, ex art. 81 c.p.). La risposta al quesito muta a seconda del criterio eletto per la risoluzione dei problemi ermeneutici in materi di conflitto tra norma penali[13]. Come è noto, la disciplina dei delitto contro la pubblica fede è contenuta nel libro VII del c.p., diviso in quattro capi, ciascuno dei quali pertinente ai diversi oggetti materiali della condotta falsificatoria. Il fondamento della disciplina si ravvisa comunemente nella tutela della “pubblica fede”, ossia nel valore legale che l’ordinamento conferisce a taluni documenti pubblici in ordine alle attestazioni in essi contenute[14], ovvero «la fiducia usuale che lo stesso ordinamento dei rapporti sociali, e l’attuazione pratica di essi, determinano tra i singoli, o tra la pubblica Autorità e i soggetti, relativamente alla emissione e alla circolazione monetaria, ai mezzi simbolici di pubblica autenticazione o circolazione, ai documenti, e all’identità o alle qualità delle persone»[15]. Secondo la più recente dottrina e giurisprudenza tuttavia, oltre all’esigenza di carattere generale testè delineata, rilevano, ai fini dell’esatta individuazione dei beni giuridici tutelati, anche interessi particolari ed individuali, correlati alla specifica genuinità e veridicità dei mezzi di prova, con la conseguenza che è possibile riconoscere ai delitti in esame un carattere plurioffensivo[16].
Si rammenta inoltre in questa sede che ai fini della sussistenza del delitto di falso non è sufficiente la mera realizzazione di una condotta volta a falsificare e a trarre in inganno i destinatari dell’atto ideologicamente o materialmente falso, bensì è necessario che detta falsità sia giuridicamente rilevante, ossia idonea a ledere gli interessi tutelati dalla disciplina penalistica[17]. Ciò premesso, rispetto ai rapporti tra i delitti in esame e la fattispecie regolata dall’art. 1 della Legge 475/1925 è possibile prospettare soluzioni diverse a seconda del criterio impiegato dall’interprete al fine di dirimere eventuali conflitti tra norme. Infatti, secondo il criterio dell’assorbimento e sulla base delle c.d. oggettività giuridiche tutelate, il delitto di falso ideologico (art. 479 c.p.) relativo alla formazione del titolo e, ancor prima, ai verbali d’esame, alla cui realizzazione viene indotto per errore dal candidato che presenti come proprio un lavoro che è frutto dell’opera di altri, non assorbirebbe il rimprovero mosso allo stesso a titolo di falsa attribuzione a sé di lavori altrui. Ciò in quanto il reo induce mediante detta falsa attribuzione il p.u. al rilascio di un titolo che attesti falsamente il possesso di requisiti ed abilità tecniche, che in realtà gli derivano proprio dall’aver presentato come proprio un’opera altrui, con la conseguente affermazione di un concorso di reati (ai sensi degli artt. 48, 81 e 479 c.p. ed art. 1 della Legge 475/1925; nonchè in caso di tentativo anche ex art. 56 c.p.). Ciò, come anticipato, anche in considerazione del fatto che le norme in esame tutelano beni giuridici differenti: l’una (la Legge 475/1925) la genuinità degli elaborati, la c.d. “pubblica fede personale”, l’altra (l’art. 479 c.p.) concernente invece la pubblica fede in senso stretto, ossia caratteristica di quegli atti che fanno piena prova (c.d. fede privilegiata) fino a querela di falso della provenienza del documento da parte del p.u. che lo ha formato, delle dichiarazioni ivi riportate e dei fatti che detto p.u. attesta essere avvenuti in sua presenza o che siano stati dallo stesso compiuti[18]. Al quesito è possibile rispondere diversamente, ove si abbandonino i criteri anzidetti dell’assorbimento e dell’oggettività giuridica tutelata, e si privilegi invece quello della specialità tra le fattispecie (art. 15 c.p.). Invero, il conseguimento di un titolo falso si pone come aggravante della condotta (art. 1 co. 2 Legge 475/1925) e, come tale, risulta costituire elemento accessorio della fattispecie incriminata dagli artt. 1 e 2 della legge in commento.
Pertanto rispetto alla realizzazione del reato di falso, la normativa in esame risulta speciale; non potendo la condotta del reo essere punita due volte (giusta il noto principio del ne bis in idem)[19]: una volta quale aggravante della falsa attribuzione (art. 1 co. 2 Legge 475/1925), un’altra quale condotta (consumata o tentata) idonea a trarre in inganno il p.u., in ordine al superamento degli esami e al conseguimento del titolo, affetto da falsità ideologica[20]. Pertanto «le ipotesi criminose previste dagli artt. 1 e 2 della Legge 19 aprile 1925 n. 475, quando la condotta si esaurisca nella presentazione (e nella predisposizione) dei lavori non propri sono da ritenersi speciali rispetto alle ipotesi di falso ideologico per induzione attinenti alla formazione dei successivi atti pubblici, posto che i delitti in questione prevedono, come ipotesi aggravata, che l’aspirante consegua l’intento (del superamento dell’esame o del concorso)»[21].
Orbene, esaminate alcune delle principali problematiche applicative, occorre chiedersi se l’attuale assetto normativo possa in qualche modo risultare “esorbitante” rispetto alle istanze di tutela dei nostri tempi. In altri termini, le esigenze punitive che furono alla base della introduzione della disciplina sembrano aver perso quell’attualità che le caratterizzava al momento dell’entrata in vigore della stessa. Ed invero, l’interesse alla genuinità degli elaborati concorsuali sembra poter essere tutelato meglio da altre misure sanzionatorie, avuto riguardo agli esiti nefasti che occorrono allorquando, a distanza di anni dalla (eventuale) celebrazione del giudizio penale, si accerti l’illecito conseguimento del titolo abilitativo o di altre qualifiche professionali; a tacere dell’elevato standard probatorio richiesto in sede di accertamento della responsabilità penale, nonché dell’elevato carico di procedimenti che impegnano l’amministrazione della giustizia, che pertengono molto spesso ad interessi destanti un maggior allarme sociale. A ciò aggiungasi l’ipertrofia complessiva del sistema penale e la frequente lentezza della giustizia penale, che costituiscono un ostacolo alla garanzia della certezza dei rapporti giuridici derivanti dall’esercizio di una professione e dal compimento di atti con efficacia verso terzi[22].
In altri termini sembrerebbe più opportuno rafforzare le misure di prevenzione del conseguimento illecito di titoli o qualifiche quanto quelle di repressione, che peraltro non evitano l’insorgere di serie e gravi incertezze giuridiche sugli atti destinati a spiegare la propria efficacia verso terzi in buona fede. Tale convinzione sembra essere confermata anche da un’analisi storica del contesto in cui fu approvata la disciplina in commento, caratterizzato da un elevato ricorso alla sanzione penale (atteso il rapporto autoritario tra Stato e cittadini), la norma penale è intesa come strumento di governo sociale, a presidio della supremazia del potere sulla libertà del singolo[23]. Si comprende dunque la ragione per la quale il diritto penale nel corso del tempo si è gradualmente “ammalato di ipertrofia legislativa”, perdendo quella congruenza e proporzione tra entità dell’offesa e risposta punitiva. Ebbene, tale stato moroso ha determinato una sempre maggiore istanza di depenalizzazione, che ha altresì interessato sul piano storico anche la normativa in esame nell’ottica di un più ampio intervento legislativo.
Ciò è attestato in primo luogo dalla depenalizzazione dell’illecito previsto e punito dall’art. 4 della Legge 475/1925. Prima della emanazione del D. Lgs. 30 dicembre 1999 n. 507, era infatti punita la condotta del soggetto che si adoperava con qualsiasi mezzo per offrire di procurare od eseguire dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici, e in genere, lavori agli scopi di cui agli articoli 1 e 3 «per il semplice fatto dell’offerta» (art. 4 Legge 475/1925)[24]. A seguito dell’introduzione della novella sopra citata, la sanzione penale ha lasciato il posto a quella amministrativa, con la conseguente disparità di trattamento tra chi contribuisce, anche materialmente, alla realizzazione del medesimo delitto (e che oggi non è più penalmente punibile) e il soggetto che beneficia di tale contributo, al fine di accreditare come proprio un lavoro (che sia) opera di altri. Anche in sede legislativa si è tentato, benché senza grande successo, di intervenire in modo integrale sulla disciplina in commento, nell’ottica di un intervento di depenalizzazione di più ampio respiro. Ciò emerge dalla relazione al D.L. n. 1897, comunicato alla Presidenza del Senato il 19 dicembre 2002, che all’art. 17 introduceva una sanzione pecuniaria di carattere amministrativo a modifica dell’art. 1 della legge in commento ed abrogava l’art. 5 della stessa[25].
Ivi dunque si legge: «… Il risultato di quello studio porta oggi a presentare un disegno di legge di depenalizzazione che, come prima tappa del progetto di riforma del codice penale e delle sue leggi collegate, elaborato per volere del Ministero della giustizia nel corso di questa legislatura, prevede un primo incisivo intervento normativo finalizzato alla depenalizzazione di alcune leggi speciali collegate al codice penale … Tale nuovo progetto di depenalizzazione – di cui il presente disegno di legge costituisce la prima attuazione – si inserisce, dunque, nel più ampio quadro di riforma del codice penale ed, in generale, del sistema sanzionatorio penale ed ha come finalità quella di perseguire l’obiettivo di ricondurre il nostro ordinamento giuridico ai principi della sussidiarietà e dell’extrema ratio del diritto penale, nonché ai principi della certezza e della tassatività delle fattispecie penali e delle relative sanzioni, oggi minati – tali principi – dalla proliferazione e frammentazione di norme incriminatrici penali speciali e delle conseguenti previsioni sanzionatorie. Per perseguire tali obiettivi, unico valido, perché senz’altro efficace, strumento di intervento non può che essere una generalizzata opera di depenalizzazione destinata a coinvolgere quelle fattispecie di reato che mirano a tutelare “beni della vita” che oggi debbono, tuttavia, considerarsi – alla luce dell’odierno comune sentire dei cittadini – adeguatamente e sufficientemente sanzionate con sanzioni amministrative pecuniarie e, questo, per il minor grado di riprovevolezza sociale che, ormai, le infrazioni con esse integrate suscitano e che rende, di fatto, le sanzioni penali (sempre che non si incorra in meccanismi, di fatto, integranti comunque una depenalizzazione – e, quindi, vanificazione della sanzione – come, ad esempio, accade con l’istituto dell’oblazione) sproporzionate alle offese con esse perpetrate …».
Sulla base delle considerazioni svolte sinora, si intuisce dunque la necessità di intervenire nel sistema penale per ridurne gli spazi, assicurando comunque la necessaria tutela agli interessi collettivi, nel caso di specie al buon andamento delle selezioni pubbliche (art. 97 cit.). Appare quindi auspicabile de iure condendo un intervento volto a mitigare la risposta sanzionatoria, limitandola al solo piano amministrativo, o al limite, avuto riguardo agli interessi in giuoco, sarebbe preferibile una trasformazione del reato in disamina da fattispecie delittuosa a contravvenzionale: e ciò al fine di rafforzare gli strumenti di prevenzione più che di repressione penale dell’illecito in discorso, onde garantire maggiore stabilità e certezza agli esiti di esami, concorsi e procedure di selezioni pubbliche.
Ed invero, proprio attraverso più efficaci sistemi di selezione, garantiti da controlli preventivi e misure di repressione confinate ad un piano di natura esclusivamente amministrativa (o, se si preferisce) contravvenzionale, sembra trovare maggiore e più efficace tutela quella “pubblica fede personale”, che rappresenta ancora oggi, nonostante il trascorrere di quasi un secolo di storia (soprattutto a causa dell’elevata domanda di lavoro derivante a sua volta da una grave e perdurante crisi economica), un interesse sociale attuale, vero e proprio architrave della disciplina in commento nonché criterio generale di orientamento (in sede interpretativa e legislativa) tra i “vecchi e nuovi orizzonti applicativi” del diritto contemporaneo dei concorsi pubblici.
[1] La norma si ispira all’esigenza di espungere dal sistema giuridico atti riconosciuti falsi all’esito del giudizio penale. Il rinvio all’art. 576 del codice di rito penale allora vigente deve essere oggi riferito agli artt. 425 ultimo comma e 537 c.p.p. (al quale il primo rinvia). In tal senso: Cass. sez. V pen. 4 settembre 1989, n. 626; Cass. sez. III pen. 12 maggio 2011, n. 18826. In generale, per l’obbligatorietà della statuizione ex art. 537 c.p.p. ex multis: Cass. sez. III pen. 9 luglio 2013, n. 42162; Cass. sez. III pen. 23 febbraio 2015, n. 7902; Cass. sez. V pen. 21 gennaio 2014, n.7477; Cass. sez. V pen. 1 aprile 2014, n. 20744.
[2] L’espressione ricorre in diverse pronunzie, tra cui si segnalano: Cass. sent. n. 626/1989 cit. e Cass. sent. n. 18826/2011 cit.
[3] Ciò può desumersi dal concetto di “pubblica fede” , circa la quale cfr.: la Relazione al progetto definitivo del codice penale, in I lavori preparatori del codice penale e del codice di procedura penale, VII, Roma, 1929, 242; Cristiani, s.v. «Fede pubblica», in Dig. Disc. pen., V, Torino, 1991, 185 e ss.; Malinverni, s.v. «Fede pubblica», in ED., XVII, Milano, 1968, 69-90; De Marsico, s.v. «Falsità in atti», in ED., XVI, Milano, 1967, 561 ss., secondo cui la pubblica fede è strumento di tutela della fiducia nei traffici giuridici, cioè «… fiducia in certe forme determinate, che imponendo di ritenere rispondenti al vero certe situazioni, condizionano od agevolano lo svolgersi della vita economica e giuridica fra i consociati …». Si comprende dunque che la condotta incriminata dalla disciplina in commento riguarda una fase prodromica della formazione del titolo (scolastico, accademico, etc.) da conseguire, il quale sì ha natura di atto pubblico con funzione certificativa.
[4] In tal senso sono conformi ex multis: Cass. sez. III pen. 6 novembre 1984, n. 9673; Cass. sez. III pen. 1 marzo 1979, n. 2139 e Cass. 29 marzo 1985, n. 2921; Cass. sez. VI pen. 8 settembre 1995, n. 9489; Cass. sez. V pen. 2 novembre 1993, n. 9906; Cass. sez. V pen. 23 febbraio 2002, n. 2165; Cass. sez. II pen. 5 settembre 2008, n. 34726; Cass. sent. n. 18826/11 cit.
[5] Testualmente in motivazione: Cass. sent. n. 18826/11 cit. e Cass. sent. n. 9763/84 cit.
[6] Con riferimento alla casistica relativa agli esami di abilitazione per la professione forense si segnala: Cass. sez. VI pen. 21 giugno 2010, n. 32368 (relativa alla condanna di una candidata all’esame suddetto per aver copiato una sentenza del Tar nel suo elaborato, presentandolo come frutto di elaborazione propria).
[7] Sul c.d. dolo specifico di offesa cfr. Mantovani, Diritto penale. Parte generale8, Padova, 2013, 221; Mazzacuva, Il disvalore di evento nell’illecito penale: l’illecito commissivo doloso e colposo, Milano, 1983, 219 e ss. Per l’impostazione che propende per l’unitarietà strutturale del dolo specifico cfr.: Fiandaca-Musco, Diritto penale. Parte generale6, Bologna, 2009, 371 e s.; Picotti, Il dolo specifico, Milano, 1993; Gelardi, Il dolo specifico, Padova, 1996. Per l’orientamento che nega persino l’autonomia dogmatica del dolo specifico cfr.: Musotto, Il problema del dolo specifico, in Studi in onore di F. Antolisei, II, Milano, 1996, 366 e ss.
[8] L’introduzione dell’esame di abilitazione scientifica nazionale è avvenuto in base all’ articolo 16 della Legge 30 Dicembre 2010, n. 240. In precedenza, l’acquisizione dei titoli di abilitazione all’insegnamento accademico avveniva all’esito di procedure concorsuali che si svolgevano presso le Università (a livello locale). In ambo i casi, a norma degli artt. 1 e 3 della legge in commento, sembra potersi concludere nel senso dell’applicabilità della disciplina in commento senza soluzione di continuità, atteso il tenore e l’ampia portata semantica delle disposizioni citate. La normativa di riferimento è menzionata sul sito del M.I.U.R., al link: http://abilitazione.miur.it/public/normativa.php?sersel=1&
[9] Per una panoramica più estesa sul concetto di evento e sul dibattito concernente la sua natura giuridica (da alcuni autori intesa soltanto in senso naturalistico) cfr.: Antolisei, Manuale di diritto penale. Parte generale, Milano, 1963, 166.; Mazzacuva, s.v. «Evento», in Dig. disc. pen., IV, Torino, 1990, 445; Grispigni, L’evento come elemento costitutivo del reato, in Annali dir. e proc. pen., V, Torino, 1934, 857; Santamaria, s.v. «Evento», in ED., XVI, Milano, 1967, 118 e ss.; Stella, La descrizione dell’evento, Milano, 1970; Caraccioli, s.v. «Evento», in EG., XIII, Roma, 1989, 1 e ss. Per la tesi intermedia, non esente da qualche criticità, che attribuisce un duplice significato al termine “evento” impiegato dal codice penale: da intendersi cioè in senso naturalistico ove rilevi il problema della causalità, in senso giuridico se riferito al titolo della responsabilità o ad un c.d. evento-reato (come ad es. se si considera il disposto dell’art. 43 c.p.) cfr.: Mantovani, Diritto penale cit., 138-139, 533-537.
[10] In generale sul tema del concorso di persone in un reato commissivo mediante omissione cfr.: Delogu, La partecipazione negativa al reato secondo il nuovo codice penale, in Annali dir. e proc. pen., VIII, Torino, 1935, 279 e ss.; Vinciguerra, Sulla partecipazione atipica mediante omissione a reato proprio, in Riv. It., 2, 1967, 307; Semeraro, Il concorso mediante omissione, in In. pen., 2, 2006, 557; Mantovani, Diritto penale cit., 533 e ss.; Fiandaca-Musco, Diritto penale cit., 629 e ss. Sulla posizione di garanzia, che è presupposto anche del concorso in forma omissiva: Fiandaca, L’obbligo di impedire l’evento, Padova, 1975; Id., Il reato commissivo mediante omissione, Milano, 1979; Id., s.v. «Omissione», in Dig. disc. pen., VIII, Torino, 1994, 546; Antolisei, L’obbligo di impedire l’evento, in Riv. It. Dir. Pen., 7, 1934, poi in Scritti di diritto penale, Milano, 1955, 133; Leoncini, Obbligo di attivarsi, obbligo di garanzia e obbligo di sorveglianza, Torino, 1999.
[11] Il delitto in esame è un reato proprio, perché presuppone la qualifica di concorsista od esaminando, in funzione del rilascio di titoli scolastici o accademici, etc. (art. 1 Legge 475/1925). Ai soli fini dell’astratta applicabilità dell’art. 117 c.p. alla fattispecie in esame quale reato proprio, si segnala: Moro, Sul fondamento della responsabilità giuridica dell’estraneo che partecipa a reati propri, in Giur. it., 4, 1948, 25; Pelissero, Il concorso nel reato proprio, Milano, 2004. Secondo altra impostazione, nel caso di specie, non sembra applicabile l’art. 117 c.p., bensì esclusivamente l’art. 110 (in una con l’art. 40 c.p.), venendo in rilievo la consapevolezza da parte del commissario della qualità rivestita dal candidato sulla base dei principi generali in materia di concorso di persone nel reato. In tal senso: Fiandaca-Musco, Diritto penale cit., 526 e s.; Latagliata, I principi del concorso di persone nel reato, Napoli, 1962, 214; Pellissero, Consapevolezza della qualifica dell’ intraneus e dominio finalistico sul fatto nella disciplina del mutamento del titolo di reato, in Riv. It. Dir. Proc. pen., 10, 1996, 328.
[12] Sul tema che viene in rilievo si segnala: Mirabella, La responsabilità nella pubblica amministrazione e la giurisdizione contabile, Milano, 2003; Schlitzer, L’evoluzione della responsabilità amministrativa, Milano, 2002; Mercati, Responsabilità amministrativa e principio di efficienza, Torino, 2002; Cimini, La responsabilità amministrativa e contabile. Introduzione al tema ad un decennio dalla riforma, Milano, 2003. Per i profili giusprocessualistici cfr.: Bax, La corte dei conti. Le funzioni giurisdizionali e di controllo, Napoli, 2004; Sciascia, Manuale di diritto processuale contabile, Milano, 2003, 29 e ss.
[13] Per un’ampia panoramica sul tema cfr.: Frosali, Concorso di norme e concorso di reati, Città di Castello, 1937; Id., s.v. «Concorso di reati», in NDI., III, Torino, 1959, 1046; Moro, Unità e pluralità di reati, Padova, 1951; Pagliaro, I reati connessi, Palermo, 1956; Id., s.v. «Concorso di reati», in ED., VIII, Torino, 1961, 660; Prosdocimi, Contributo alla teoria del concorso fondamentale di reati, Padova, 1984; Id., s.v. «Concorso di reati e di pene», in Dig. disc. pen., II, Torino, 1988, 592; Muscatiello, Pluralità e unità di reati, Padova, 200; Antolisei, Concorso formale di reati e conflitto apparente di norme, in Giust. pen., 2, 1942, 209; Conti, s.v. «Concorso di norme e concorso di reati», in NNDI., III, Torino, 1958, 1007 e ss.; Mantovani, Concorso e conflitto di norme nel diritto penale, Bologna, 1966; Id., Manuale di diritto penale cit., 138 e ss.; De Francesco, s.v. «Concorso apparente di norme», in Dig. disc. pen., II, Torino, 1998, 416-437; Id., Lex specialis, specialità ed interferenza nel concorso di norme penali, Milano, 1980.
[14] Antolisei, Manuale di diritto penale. Parte speciale11, II, Milano, 1995, 56 e ss.
[15] Manzini, Trattato di diritto penale italiano, VI, Torino, 1983, 501 e ss.
[16] Fiandaca-Musco, Diritto penale. Parte speciale5, I, Bologna, 2012, 584 e ss.; in senso conforme anche la giurisprudenza di legittimità secondo cui «in tema di oggettività giuridica nei delitti contro la fede pubblica deve riconoscersi, oltre a un’offesa alla fiducia collettiva in determinati atti, simboli o documenti – bene oggetto di primaria tutela – anche un’ulteriore attitudine offensiva degli atti stessi in riguardo alla concreta incidenza che esercita nella sfera giuridica del singolo privato, con la conseguenza che il soggetto denunciante-danneggiato è legittimato a proporre l’opposizione contro la richiesta di archiviazione del p.m., spettandogli i diritti e le facoltà previsti per la parte offesa» (Cass. S. U. 25 ottobre 2007, n. 46982, in Guid. dir., 5, 2008, 65).
[17] Si annoverano tra i c.d. delitti di falso inoffensivi (e dunque insuscettibili di rimprovero in sede penale): “il falso grossolano”, ossia la falsità che per il modo in cui viene compiuta non è in grado di trarre alcuno in inganno (es. la banconota di carta non filigranata, facilmente riconoscibile come falsa); “il falso innocuo”, cioè quella falsità che seppur materialmente idonea ad ingannare non può arrecare alcun pregiudizio (es.: il caso del notaio che, avendo dimenticato di far apporre una firma ad uno dei testimoni al momento del rogito, gliela fa apporre successivamente); ed infine “il falso inutile”, relativo ad un documento inesistente sotto il profilo giuridico e pertanto privo di un oggetto reale.
[18] Per la definizione legislativa di atto pubblico qui riportata cfr. art. 2700 c.c.
[19] Per i rapporti tra concorso apparente e principio del ne bis in idem in discorso cfr.: Lozzi, Profili d’indagine sui rapporti fra “ne bis in idem” e concorso formale di reati, Milano, 1974.
[20] In senso conforme ex multis: Cass. sez. V pen. 15 aprile 1986, n. 4726; Cass. sez. VI pen. 11 luglio 2014, n. 37240; Cass. sez. V pen. 20 gennaio 2017, n. 2739; Cass. sez. V pen. 26 gennaio 2017, n. 3871; Cass. sez. V pen. 26 maggio 2017, n. 26438. Sul falso del commissario di concorso che non dichiara la causa di astensione e ciò nonostante partecipi allo svolgimento dello stesso si segnala: Cass. sez. V pen. 11 luglio 2016, n. 856.
[21] Testualmente in motivazione: Cass. sent. n. 2739/2017 cit.
[22] Si consideri per esempio la sorte degli atti compiuti nell’esercizio della professione notarile, forense, o degli atti adottati in ambito accademico o giurisdizionale da parte di chi abbia conseguito il relativo titolo professionale (o superato il relativo concorso) in violazione della normativa in commento. In via di principio, essi dovrebbero risultare invalidi, con conseguenze nefaste per quanti abbiano confidato senza colpa nella efficacia giuridica degli stessi, posto che l’accertamento dell’invalidità spiega di norma effetti retroattivi (peraltro non modulabili in sede di giudizio penale, avuto riguardo alla normativa sopra citata).
[23] In particolare cfr.: Sbriccoli, Caratteri originali e tratti permanenti del sistema penale italiano (1860-1990), in Storia d’Italia. Annali, XIV, Torino, 1998, 458-451; Id., Diritto e giustizia penale nel periodo fascista, in Penale giustizia potere. Ricerche, storiografie. Per ricordare M. Sbriccoli, a cura di L. Lacchè, C. Latini, P. Marchetti, M. Meccarelli, Macerata, 2007, 341 e ss.; Violante, La criminalità, in Storia d’Italia. Annali, XIV, Torino, 1998, 489 e ss. (ove l’Autore discorre di vero e proprio «dualismo nelle regole e nelle pratiche repressive», cifra distintiva della politica criminale «anche pre- e post-fascista»); Neppi Modona-Pelissero, La politica criminale durante il fascismo, in Storia d’Italia. Annali, XII, Torino, 1997, 759-847. Per un quadro storico più ampio, al solo fine di contestualizzare il dato giuridico cfr. Salvadori, Storia dell’ età moderna e contemporanea, II, Torino, 1990.
[24] Il testo dell’articolo citato dopo la modifica recita infatti: «Chiunque con qualsiasi mezzo, offre di procurare od eseguire dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici, e in genere, lavori agli scopi di cui agli articoli 1 e 3 è punito per il semplice fatto dell’offerta, con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire 400.000 a 2.400.000. Qualora l’offerta sia fatta a mezzo stampa, ovvero sia fatta in modo abituale, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da lire 800.000 a 4.800.000. Nella prima ipotesi, il tipografo, se non è concorso nell’illecito, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire 150.000 a 900.000».
[25] Il testo della relazione è consultabile sul sito del Senato al seguente link: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=14&id=00065174&part=doc_dc-relpres_r&parse=no&aj=no
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La Plenaria chiude la querelle sul conferimento, a cittadini di altri Stati membri dell’UE, degli incarichi dirigenziali relativi ai poli museali

References: sentenza 
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 art. 3
 art. 323
 art. 361
 art. 81
 art. 1
 art. 56
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 art. 537
 Cass. sez. 
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 Cass. 
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 articolo 16
 art. 2700
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