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Timestamp: 2020-06-01 17:02:12+00:00

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Stenografico Assemblea - Sed. n. 94 di giovedì 18 gennaio 2007 - 15^ Legislatura
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(Nomina del presidente della Commissione straordinaria di liquidazione del comune di Taranto - n. 2-00226)
PRESIDENTE. L'onorevole Franzoso ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00226 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 1).
PIETRO FRANZOSO. Signor Presidente, intendo illustrare sinteticamente la mia interpellanza, anche perché credo che essa abbia in sé tutte le motivazioni per cui è stata presentata con urgenza. Non mi resta pertanto che stigmatizzare gli effetti di tale urgenza, atteso che, ancora prima che venisse nominato il commissario straordinario liquidatore del comune di Taranto, noi presentavamo istanza, il 9 novembre 2006, e siamo ridotti, a nomina avvenuta e dopo che è trascorso un notevole lasso di tempo, ad illustrare questa interpellanza, che ancora oggi conferma inPag. 47sé tutte le motivazioni poste alla sua base. Con questa interpellanza esponevamo i nostri dubbi sulle motivazioni e sull'opportunità che il dottor Boccia fosse nominato a capo della commissione di liquidazione del comune di Taranto, atteso che per lo stesso comune di Taranto è stato accertato - con atto del commissario, dottor Blonda, n. 234 del 17 ottobre 2006 - il dissesto finanziario.
Prima di ascoltare la risposta del Governo alle questioni poste nell'interpellanza, ricordo al ministro dell'interno che noi abbiamo presentato, in data 8 novembre 2006, una denuncia (sottoscritta da me unitamente al collega senatore Nessa), oltre che alla Corte dei conti, alla procura della Repubblica di Taranto ed allo stesso ministro dell'interno sulle motivazioni addotte dal commissario, dottor Blonda, per dichiarare il dissesto di Taranto. Siamo pertanto in attesa, sia in forma scritta, sia in via gerarchica o come si riterrà meglio opportuno, di una risposta da parte dello stesso ministro.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per l'interno, Francesco Bonato, ha facoltà di rispondere.
FRANCESCO BONATO, Sottosegretario di Stato per l'interno. Signor Presidente, risponderò a breve nel merito. Rispetto alle stigmatizzazioni fatte dall'onorevole Franzoso, voglio sottolineare che da parte nostra, quando ci è stata comunicata la presentazione dell'interpellanza posta all'ordine del giorno, la nostra disponibilità è stata totale. A noi risulta che il suo svolgimento è stato più volte rinviato nel tempo su richiesta dell'interpellante. Ribadisco, quindi, che, quando l'interpellanza in esame era stata iscritta all'ordine del giorno dell'Assemblea, noi eravamo disponibili a dare da subito la risposta.
Rispondo ora nel merito all'interpellanza urgente dell'onorevole Franzoso sulla nomina del professor Boccia a presidente della commissione straordinaria di liquidazione del comune di Taranto. Le modalità di funzionamento dell'organo straordinario di liquidazione, sia nella forma monocratica, sia in quella collegiale, sono - come lei ben sa, onorevole Franzoso - tassativamente previste dagli articoli 252 e seguenti del Testo unico sull'ordinamento degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. In particolare, la disposizione disciplina la composizione della commissione straordinaria di liquidazione, prevedendo, a tal fine, anche la procedura da seguire per la presidenza dell'organismo.
Sotto il profilo della competenza, l'organo straordinario di liquidazione è chiamato a pronunciarsi relativamente a fatti e ad atti di gestione che consistono nella rilevazione della massa passiva, nell'acquisizione e gestione dei mezzi finanziari disponibili ai fini del risanamento, anche mediante l'alienazione dei beni patrimoniali, e nella liquidazione e pagamento della massa passiva. Altro adempimento assegnato all'organo straordinario di liquidazione è, infine, quello della denuncia alla procura regionale presso la Corte dei conti, nell'ipotesi in cui vengano accertati danni all'ente locale o all'erario.
Dall'impianto complessivo delle norme sopra citate, emerge che il legislatore ha inteso separare nettamente la gestione dell'ente locale in risanamento dalle funzioni di carattere strettamente tecnico-operativo, demandate all'organo straordinario di liquidazione, la cui attività, in nessun caso, si sovrappone a quella degli organi comunali, ancorché commissariati, svolgendo, nel contempo, funzioni essenziali di supporto e collaborazione al fine di promuovere, attraverso la più efficace gestione delle risorse acquisite, il reale risanamento dell'ente.
Ora, date la difficoltà di qualsivoglia risanamento di un ente in dissesto e la particolarità dei problemi che la situazione di Taranto presentava, l'orientamento che ha guidato l'azione del Ministero dell'interno è stata tutta rivolta alla ricerca di persone dotate di tecnicalità, esperienza e capacità tali da garantire l'assolvimento di un compito così gravoso, in cui le alte capacità professionali rappresentavano un requisito fondamentale e indispensabile. Un compito, tra l'altro, inPag. 48cui il rispetto delle procedure e delle disposizioni normative è fortemente cogente e lascia poco spazio, se non nulla, alla discrezione. L'attività dell'organo straordinario di liquidazione è, infatti, sottoposta, tra l'altro, alla vigilanza del Ministero dell'interno, attraverso la commissione centrale per la finanza locale. Quello che più importa, però, è che questo è un compito strettamente e sostanzialmente tecnico-amministrativo, in cui si tratta di accertare i requisiti di ammissibilità dei crediti verso l'ente e di recuperare le risorse da destinare alla liquidazione di tali debiti. Le caratteristiche prettamente tecnico-operative della commissione giustificano, dunque, la previsione normativa, secondo cui i componenti della stessa siano in possesso degli indispensabili requisiti di natura professionale, a fronte delle funzioni che sono chiamati a svolgere.
Ricordo che, su proposta del Ministero dell'interno, è stata nominata, con decreto del Presidente della Repubblica del 10 novembre 2006, la commissione straordinaria di liquidazione composta dal professor Francesco Boccia, capo del dipartimento per lo sviluppo delle economie territoriali della Presidenza del Consiglio dei ministri, dal dottor Mario Agostino Pazzaglia, segretario generale a riposo, e dal dottor Giuseppe Caricati, direttore amministrativo contabile presso la prefettura di Potenza. In conformità all'articolo 252 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, il presidente viene eletto dalla commissione stessa poiché, come nella maggior parte degli organi collegiali, la scelta del presidente rientra nella libera determinazione dell'organo stesso che provvede ad eleggere, nel suo seno, il presidente.
Venendo ora, in modo specifico, ai rilievi mossi dagli onorevoli interpellanti, va precisato che il professor Francesco Boccia, oltre a rivestire le funzioni di dirigente statale di livello apicale, è professore associato universitario in discipline economiche, è stato ricercatore presso la London School of Economics and Political Science ed ha svolto significative esperienze di gestione negli enti locali.
Per quanto attiene ai profili di incompatibilità, ricordo che il comma 3 dell'articolo 2152 prevede espressamente che, ai componenti della commissione, si applichi la stessa disciplina delle incompatibilità prevista dall'articolo 236 del decreto legislativo n. 267 del 2000 per la nomina dei revisori dei conti. Non può quindi far parte dell'organo di liquidazione straordinaria chi, nei due anni precedenti alla nomina, abbia rivestito l'incarico di componente degli organi dell'ente locale. Non risulta questa la situazione del professor Boccia, avendo ricoperto l'incarico di assessore presso il comune di Bari, in una realtà territoriale, quindi, diversa dall'ente locale cui è chiamato ad operare nell'ambito della commissione straordinaria di liquidazione.
La libera scelta operata dalla commissione stessa con il verbale n. 1 del 23 novembre 2006 (è stato nominato all'unanimità, come presidente, il professor Boccia) non è sindacabile, ricadendo nella libera espressione della volontà dell'organo, ma è condivisibile, essendo il professor Boccia, come precedentemente riferito, docente universitario di materie economiche e persona di riconosciuta ed apprezzata competenza.
PRESIDENTE. Il deputato Franzoso ha facoltà di replicare.
PIETRO FRANZOSO. Signor Presidente, sarebbe inopportuno considerarmi soddisfatto della risposta data dal sottosegretario, atteso che l'interpellanza urgente non verteva sull'incompatibilità ma sull'inopportunità di nominare il dottor Boccia, prescindendo dai requisiti e dal fatto che sia stato nominato dalla commissione. In quel periodo, tutti gli organi di stampa hanno preannunciato la nomina del professor Boccia a presidente della commissione liquidatoria per il dissesto finanziario di Taranto, e poi ciò si è avverato. La formalità della commissione che lo ha nominato è emblematica.Pag. 49
Conosciamo un po' tutti, poi, le funzioni demandate all'organo, cioè alla commissione, ai sensi dell'articolo 252 del decreto legislativo n. 267 del 2000. Il problema è proprio nella funzione che deve svolgere, che si rimarca ancora più rispetto al momento in cui è stata presentata l'interpellanza, quando ancora il professore non si era insediato, alla luce degli accadimenti seguiti all'insediamento. Ricordo, onorevole sottosegretario, che la tardività della risposta non può essere ascrivibile ad un rinvio avvenuto durante le feste di Natale, atteso che il dottor Boccia si è insediato una decina di giorni dopo la formulazione dell'interpellanza urgente.
Proprio nelle competenze sta l'inopportunità di avere indicato il professor Boccia, vista la specificità delle denunce della Corte dei conti in merito alla necessità di non sovrapporsi agli organi comunali, infatti, di fatto esercita una funzione demandata in una situazione ordinaria agli organi comunali, la vendita dei beni. La motivazione alla base della denuncia fatta dal sottoscritto alla Corte dei conti, al Ministero dell'interno ed alla procura della Repubblica verte sull'inopportunità di dichiarare il dissesto, che pesa negativamente sulla testa della società, proprio quella società che richiedeva trasparenza e legalità da parte di tutti e non solo di una parte.
Tale funzione avrebbe dovuto consigliare al Governo di evitare di nominare il professor Boccia, atteso che egli non è stato il candidato del comune di Canicattì o di una frazione, ma ha partecipato alla competizione riguardante le primarie per il governo regionale, nel 2005, con l'attuale presidente della regione, atteso che il professor Boccia è stato in carica, fino a poco tempo fa, come assessore al comune di Bari (per la verità, non con grandi meriti, visti i risultati, stando a quanto letto sui giornali che hanno riportato le considerazioni della stessa Corte dei conti) ed atteso che era pienamente occupato nelle funzioni svolte come consigliere presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.
A tutto ciò si aggiunge che in questo periodo il professor Boccia, con tutte le conferenze stampa che sta svolgendo sul territorio, sta esercitando una funzione politica.
Vi è di più, caro sottosegretario, e lo constaterebbe ancora oggi! Se lei leggesse le notizie relative alla Puglia pubblicate sui giornali di ieri, scoprirebbe che vi è una diatriba tutta interna alla maggioranza, in particolare nel gruppo consiliare della Margherita della regione Puglia. Quel gruppo, infatti, si è spaccato verticalmente: cinque consiglieri regionali hanno chiesto le dimissioni dei propri assessori in giunta ed hanno affermato di riferirsi alla corrente del professor Boccia! Ciò significa che il professor Boccia svolge, in Puglia, una funzione politica, essendo addirittura capocorrente di un partito della maggioranza!
Se non sono queste le considerazioni che avrebbero dovuto portare quantomeno a considerare la inopportunità di nominare Francesco Boccia a capo della commissione straordinaria di liquidazione per effetto del dissesto del comune di Taranto, credo che dovremmo evidentemente convincerci di ciò che ho sempre detto e che continuo a sostenere. Ho sempre affermato, infatti, che questa maggioranza tende solo ad occupare tutte le poltrone possibili, in barba alla trasparenza e, se mi è consentito, data la mancanza di trasparenza, forse anche in barba all'opportunità ed alla legalità degli atti stessi, che andremo a verificare successivamente (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia)!
(Iniziative per escludere le casse peota dal novero degli operatori finanziari di cui all'articolo 155 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia - n. 2-00246)
PRESIDENTE. L'onorevole Martinello ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00246 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 2).
LEONARDO MARTINELLO. Signor Presidente, il contenuto dell'interpellanzaPag. 50urgente che ho presentato risulta chiaro. Infatti, il decreto legislativo n. 385 del 1993, testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, contiene l'elenco generale degli intermediatori operanti nel settore finanziario. Tra questi, vi sono anche le casse peota, che possono svolgere la loro attività secondo quanto stabilito dalla delibera 9 febbraio 2000 del comitato interministeriale per il credito e il risparmio. Tale deliberazione prevede un numero limitato di soci e stabilisce un importo massimo per la raccolta dei fondi.
Il problema che intendo evidenziare deriva dal provvedimento del 22 dicembre 2005 del direttore dell'Agenzia delle entrate, il quale obbliga tali casse peota ad utilizzare la casella di posta elettronica certificata: pertanto, sussisteva l'obbligo di attivare tale strumento di posta elettronica entro il 31 dicembre 2006; in caso contrario, sarebbero state comminate gravi sanzioni.
Vorrei segnalare che, ad oggi, numerose casse peota (soprattutto nella regione Veneto, come riportato nel testo della stessa interpellanza) non hanno ottemperato a tale disposizione, a causa sia della gravità e della complessità delle procedure, sia dei significativi oneri finanziari da esse comportati.
Voglio ricordare che le casse peota sono enti non costituiti in forma societaria, diffusi soprattutto nella regione Veneto, che svolgono attività di raccolta di fondi tra gli associati ed erogano finanziamenti nei confronti degli stessi, ispirandosi ai principi della mutualità. Segnalo che sono formate, per lo più, da persone anziane che quindi non hanno una notevole dimestichezza con i mezzi informatici, soprattutto con la posta elettronica certificata.
Con la presente interpellanza si chiede, quindi, di escludere le casse peota dai citati adempimenti, a causa dell'atipicità della loro forma societaria. Si domanda, inoltre, di disporre un'eventuale proroga dei termini di adempimento, al fine di evitare l'irrogazione di gravi sanzioni, come previsto dal citato provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate.
Si chiede, infine (anche se ciò mi sembra difficile), se sia possibile eliminare i limiti relativi al numero di associati e all'importo massimo di raccolta fondi per associato. Si tratta di realtà molto particolari e quindi mi sembra effettivamente eccessivo parificare le casse peota agli istituti bancari e creditizi o simili. Non mi pare opportuno porre a carico di tali enti ulteriori oneri ed obblighi, soprattutto amministrativi, per lo svolgimento della loro attività; diversamente, essi dovrebbero chiudere.
NICOLA SARTOR, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, nell'interpellanza in esame, le signorie loro onorevoli chiedono di eliminare l'obbligo, per le casse peota del Veneto, di fornirsi di un sistema di posta elettronica certificata per la trasmissione telematica delle richieste degli uffici finanziari, di cui all'articolo 32 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 (poteri degli uffici) ed all'articolo 51 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633 (attribuzioni e poteri degli uffici dell'imposta sul valore aggiunto), le cui modalità di attuazione sono state disposte dal provvedimento n. 188870 del 22 dicembre 2005 del direttore dell'Agenzia delle entrate, nonché di prorogare il termine per l'adozione di tale sistema di posta al 30 giugno 2007.
Al riguardo, l'Agenzia delle entrate ha osservato che, alla luce della normativa vigente, le casse peote sono soggette alle disposizioni di cui agli articoli 106 e seguenti del decreto legislativo 1o settembre 1993, n. 385 (testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), nonché all'iscrizione nell'apposito elenco degli intermediari finanziari tenuto dall'Ufficio italiano cambi, nella sezione loro riservata dall'articolo 155, comma 6, del predetto testo unico.
Ne consegue che i soggetti in argomento sono stati inseriti nell'elenco degli operatoriPag. 51finanziari di cui all'allegato 3 del provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate del 22 dicembre 2005, contenente le disposizioni relative alle modalità di trasmissione telematica delle richieste e delle risposte, nonché dei dati, delle notizie e dei documenti in esse contenuti, ai sensi dell'articolo 32, terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973 e dell'articolo 51, quarto comma, del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972.
Per quanto riguarda, dunque, la prima delle richieste formulate dagli onorevoli interpellanti, l'esclusione dei soggetti dall'elenco degli intermediari finanziari può avvenire solo tramite una modifica normativa, in considerazione delle fonti che li hanno inclusi (testo unico bancario e delibera del Comitato interministeriale del credito e risparmio), anche se può convenirsi sulla scarsa rilevanza fiscale ai fini delle indagini finanziarie degli operatori in oggetto.
L'Agenzia delle entrate ha precisato che, ad oggi, circa quaranta soggetti appartenenti alle casse peote hanno comunicato l'indirizzo di posta certificata. Occorre sottolineare, inoltre, che, ad avviso dell'Agenzia, la procedura non è né complessa né particolarmente onerosa.
Quanto alla richiesta di proroga del termine previsto per l'adozione del sistema di posta elettronica certificata, l'Agenzia delle entrate ha evidenziato che il nuovo sistema di colloquio è stato introdotto con gradualità ed avviato definitivamente dal 1o settembre del 2006, a seguito di proroghe disposte con i successivi provvedimenti del direttore dell'Agenzia del 24 febbraio 2006 e del 28 aprile 2006, anche per consentire le necessarie modifiche tecniche a tutti gli operatori finanziari.
Desidero, inoltre, precisare che recentemente (in data 16 gennaio 2007) l'Agenzia delle entrate ha inviato a tutti gli operatori finanziari una lettera con la quale si dà un ulteriore termine di 30 giorni per adeguarsi ai termini già due volte prorogati.
PRESIDENTE. L'onorevole Martinello ha facoltà di replicare.
LEONARDO MARTINELLO. Signor Presidente, sono parzialmente soddisfatto, in quanto, se si dà atto che le casse peote hanno effettivamente una tematicità molto diversa da quella di altri intermediari bancari, è inopportuno inserire questo obbligo. Mi fa piacere, invece, che il direttore delle entrate abbia deciso la proroga e che non sia così fiscale nel perseguire o sanzionare meglio le casse peote nella loro attività, nel caso in cui si certifichi qualche mancanza in merito a questa comunicazione via telematica.
(Trattamento giuridico ed economico dei docenti civili di materie non militari delle scuole sottufficiali della Marina militare di Taranto e della Maddalena - n. 2-00265)
PRESIDENTE. L'onorevole Satta ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00265 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 3).
ANTONIO SATTA. Signor Presidente, provo un po' di disagio nell'illustrare questa interpellanza che tocca una categoria, quella dei docenti civili di materie non militari nelle scuole sottufficiali della Marina militare di Taranto e della Maddalena, legata all'amministrazione della difesa, senza soluzione di continuità da tantissimi anni, per mezzo di convenzioni previste dai decreti ministeriali del 20 dicembre 1971 e del 13 gennaio 1995, n. 165, emanati dal Ministero della difesa.
In più occasioni il gruppo dei Popolari-Udeur ha posto con forza questo problema, perché, nonostante i tantissimi anni di servizio alle dipendenze della suddetta amministrazione, questi insegnanti (per alcuni si parla addirittura di più di trent'anni) hanno sempre vissuto in uno stato di precarietà storica che non trova uguali in nessun'altra categoria di dipendenti dello Stato.Pag. 52
A questa condizione di incertezza del lavoro, si è aggiunto il disagio economico derivante dal fatto che gli stessi non hanno maturato alcuna anzianità di servizio, per cui sono sempre stati retribuiti alla stregua degli insegnanti della pubblica istruzione di prima nomina, senza mai nessuno scatto di anzianità o di progressione di carriera.
Con il recepimento da parte del Governo della direttiva europea sul lavoro a tempo determinato si è sperato in una possibilità di conversione delle convenzioni a termine in rapporti a tempo indeterminato, cosa che non si è verificata; pertanto, la tanto attesa stabilizzazione del rapporto di lavoro è rimasta una mera illusione. Inoltre, l'amministrazione ha assunto la decisione, per far fronte alle nuove e mutate esigenze didattiche, di affidare gli incarichi di insegnamento a docenti appartenenti a scuole private che, attraverso gare di appalto, si sono aggiudicate la possibilità di svolgere attività di insegnamento all'interno degli istituti militari. Si tratta di un altro autentico schiaffo.
Lo scorso anno i rispettivi comandanti delle scuole sottoufficiali di Taranto e de La Maddalena hanno comunicato che, a causa della riduzione degli stanziamenti, ad un numero cospicuo di insegnanti (15 su 39 a Taranto e 5 su 17 a La Maddalena) non sarebbe stata rinnovata la convenzione, per cui avrebbero perso il posto di lavoro. Gli insegnanti hanno intrapreso, quindi, alcune iniziative volte ad evitare il licenziamento, ma con conseguente riduzione delle retribuzioni pari ad un terzo dello stipendio, poiché le convenzioni sono state rinnovate per tutti ma a 12 ore, contro le normali 18 ore di lezione settimanali. Attualmente, questi insegnanti percepiscono uno stipendio che si aggira intorno agli 800 euro, che, come si può ben capire, sono assolutamente insufficienti a provvedere al fabbisogno di qualsiasi famiglia.
Il disagio in cui vivono questi insegnanti è gravissimo, per quanto attiene sia alla sfera della dignità personale e professionale, sia a quella puramente economica.
A La Maddalena il comandante ha preso immediatamente in esame la possibilità di distribuire i carichi didattici in maniera equa tra gli incaricati, attivando la direzione degli studi; a Taranto, invece, grazie all'iniziativa congiunta degli insegnanti e di alcune organizzazioni sindacali, si è giunti alla stipula di un accordo con i rappresentanti dell'ente difesa, sottoscritto dalle organizzazioni sindacali e dal comandante delle scuole sottoufficiali di Taranto, in cui, in via del tutto temporanea, si procedeva al rinnovo delle convenzioni a tutti i docenti alle condizioni sopra indicate (12 ore settimanali).
Nel corso della precedente legislatura, per sanare tale situazione di precariato pluriennale è stata approvata la legge 20 febbraio 2006, n. 79, che prevede l'immissione negli organici del personale civile della difesa di detti insegnanti, ma finora non è accaduto nulla.
Pertanto, come gruppo Popolari-Udeur ed interpretando anche il pensiero dell'onorevole Sgobio e dei suoi colleghi di gruppo, intendiamo porre con forza la seguente domanda. Chiediamo al sottosegretario presente se il Governo intenda assumere l'impegno affinché sia promosso un intervento forte e decisivo per risolvere definitivamente il problema della precarietà. Nella legge finanziaria sono stati compiuti sforzi enormi per sistemare migliaia e migliaia di lavoratori precari, ma non si riesce a trovare la soluzione per collocare 50-60 lavoratori che da trent'anni svolgono seriamente il loro lavoro necessario all'interno delle scuole dei sottufficiali della marina, sia a La Maddalena che a Taranto.
Nella legge finanziaria i gruppi dei Popolari-Udeur e dei Comunisti Italiani hanno presentato un emendamento per permettere tale stabilizzazione. Questa proposta emendativa è stata esclusa dal maxiemendamento presentato in prima lettura alla Camera. L'ordine del giorno relativo è stato accolto, anche se comePag. 53raccomandazione, dal Governo. Egualmente, durante la seconda lettura al Senato l'emendamento è stato escluso dal maxiemendamento. Nei giorni scorsi lo abbiamo ripresentato l'interno del cosiddetto provvedimento «mille proroghe». Ebbene, esso è stato già respinto dal Governo e quindi lo riprenderemo in Assemblea.
Signor sottosegretario, chiediamo se sia davvero così difficile trovare una soluzione per questi insegnanti. Ci domandiamo anche se essi non abbiano avuto il torto di servire fedelmente lo Stato con un'attività che non viene ripagata neppure in base alle normali tariffe sindacali previste per i docenti. Pertanto, chiediamo al Governo, in occasione della presentazione di questo emendamento, di assumere l'impegno di accoglierlo ed approvarlo. È vero che le risorse finanziarie sono sempre più esigue, ma non credo che si mandi in rovina lo Stato se, dopo quanto è stato fatto nella legge finanziaria per sistemare migliaia e migliaia di dipendenti precari di tutte le amministrazioni pubbliche, si compia uno sforzo davvero quasi insignificante per stabilizzare questi insegnanti che - ripeto ancora una volta - da trent'anni servono lo Stato gratis et amore Dei.
MARCO VERZASCHI, Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, il conferimento degli incarichi a docenti civili per l'insegnamento di materie non militari presso scuole, istituti ed enti della Marina e dell'Aeronautica è stato disciplinato con la legge n. 1023 del 1969. I predetti docenti, incaricati dell'insegnamento, sono scelti tra gli insegnanti di ruolo e non di ruolo abilitati di istituti e di scuole statali, previo nulla osta del Ministero della pubblica istruzione, mediante convenzioni annuali. I criteri e le modalità per la scelta di tali docenti e per la determinazione dei compensi da attribuire in relazione al livello didattico dei corsi di insegnamento sono stabiliti con decreto del ministro della difesa, da emanare di concerto con il ministro dell'economia e delle finanze e con il ministro della pubblica istruzione.
In virtù di tali previsioni, le scuole sottufficiali di Taranto e de La Maddalena si avvalgono, da tempo, della collaborazione di docenti civili per l'insegnamento di materie non militari, in forza di contratti annuali stipulati sulla base della normativa in vigore e del contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto scuola.
Nel corso degli anni, il relativo rapporto negoziale è stato periodicamente rinnovato. Allo scadere del 2005, gli istituti di formazione hanno dovuto esaminare con cura l'esigenza dei presupposti per la conferma dei contratti di cui trattasi alla luce sia della prevista riduzione degli afflussi di personale non direttivo, cioè i volontari in ferma prefissata quadriennale, sia di contingenti restrizioni di natura finanziaria al bilancio dell'amministrazione della difesa. Le riduzioni di stanziamento operate al bilancio della difesa negli anni 2004-2006 - come ampiamente illustrato dal ministro della difesa in sede di audizione sulle linee programmatiche del dicastero, presso le Commissioni difesa riunite di Senato e Camera, nel luglio scorso - hanno avuto ed avranno conseguenze, nel breve e medio termine, sui capitoli di spesa relativi al reclutamento, alla formazione ed all'alloggiamento del personale militare, con possibili riflessi, in prospettiva, anche sulle capacità operative dello strumento militare.
In tale quadro, allo scopo di adeguare la struttura didattica ai nuovi limiti organici e finanziari, i comandi delle scuole hanno avviato una azione di revisione dei piani didattici stessi, prevedendo il ricorso alla docenza civile nella misura consentita, secondo i criteri di cui al citato decreto interministeriale. La scelta del Governo, finalizzata al contenimento della spesa pubblica, implica un'azione amministrativa indirizzata ad ottimizzare il rapporto tra risorse e sviluppo dello strumento militare. In tale contesto, l'amministrazione militare è pienamente consapevolePag. 54della notevole rilevanza che le attività dei docenti civili rivestono per il proprio funzionamento ma, soprattutto, della necessità di produrre il massimo sforzo consentito, al fine di garantirne la continuità. È proprio sulla base di tale consapevolezza che la difesa porrà la massima attenzione nel valutare le possibili azioni da intraprendere per mitigare, compatibilmente con le risorse che la legge finanziaria per il 2007 ha assegnato al bilancio della difesa, i riflessi che le riduzioni di stanziamento degli anni passati hanno prodotto sull'attività di docenza civile nelle scuole militari e per soddisfare, nel contempo, sia le esigenze proprie, sia le aspettative di quanti perseguono la via del legittimo riconoscimento di un rapporto stabile e duraturo di impiego.
Quindi, per quanto riguarda l'ultima sollecitazione rivolta dall'onorevole Satta, è chiaro che vi è una grande attenzione da parte del Ministero della difesa affinché si possa giungere rapidamente ad una stabilizzazione e si possa accettare la proposta che è stata formulata. Tuttavia, essa dovrà essere compendiata nell'ambito della proposta di bilancio che sarà presentata alle Camere.
ANTONIO SATTA. Signor Presidente, mi soffermo sulla parte finale della risposta del sottosegretario, dato che la prima parte è ineccepibile, in quanto ricostruisce perfettamente la storia di quanto è avvenuto. Come ripeto, è la parte finale quella che ci riguarda.
Prendo atto dell'impegno del sottosegretario e dell'intero Governo a risolvere definitivamente questo problema attraverso una norma che reperisca le risorse necessarie per assicurare giustizia. Si tratta infatti di una questione di giustizia sociale, di riconoscimento nei confronti di persone che hanno svolto il proprio dovere in una situazione difficile e non riconosciuta.
In ogni caso, ripresenteremo la questione in Assemblea, in occasione della discussione del provvedimento cosiddetto «mille proroghe» e ci proponiamo anche di presentare in Commissione difesa una risoluzione che impegni il Governo in tal senso.
Quello che chiediamo è uno sforzo forte, in quanto si tratta di docenti civili che hanno svolto un ruolo fondamentale nella formazione dei sottufficiali della Marina a La Maddalena e a Taranto. Alcuni addirittura sono andati via, non avendo più alcuna speranza di risolvere la propria situazione lavorativa.
Ringrazio il sottosegretario per questo impegno, che mi auguro sia presto tradotto in una norma che assicuri finalmente giustizia ai lavoratori che hanno atteso trent'anni per ottenere il riconoscimento del lavoro svolto.
(Progetto di ampliamento delle infrastrutture militari statunitensi in provincia di Vicenza - n. 2-00311)
PRESIDENTE. Il deputato Burgio ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00311 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 4).
ALBERTO BURGIO. Signor Presidente, la nostra interpellanza affronta vicende e pone questioni gravi, che sono diventate ben più gravi dopo le ultime dichiarazioni rese alla stampa dal Presidente Prodi da Bucarest. Non esito a definire tali dichiarazioni alquanto sorprendenti. Esse chiamano in causa nodi cruciali che attengono alla responsabilità politica del Governo e, persino, alla stessa concezione della sua legittimità nei rapporti con gli esecutivi precedenti; che, peraltro, presentano aspetti non pienamente congruenti rispetto ad affermazioni rese da autorevoli membri del Governo.
Proverò ad andare con ordine, esaminando la prima questione rilevante; mi riferisco alla sequenza dei fatti con cui il paese ha a che fare.
Il primo fatto risale a circa due anni fa, quando le autorità militari statunitensi hanno avviato le procedure per realizzarePag. 55la nuova base di Vicenza, nella cui caserma Ederle è già di stanza la 173o brigata Airborne.
Come vedremo, la decisione di dar vita a lavori di ampliamento e di potenziamento consegue ad un fatto che non è esclusivamente tecnico, ma strategico e quindi squisitamente politico. È dunque un fatto che coinvolge responsabilità politiche del nostro Governo in relazione al ruolo che i singoli Stati assumono nel sistema di guerra preventiva, permanente e globale, posto in essere e in attività dall'attuale amministrazione statunitense.
Ma, riprendiamo la nostra storia. Fin dalla primavera del 2005 le autorità militari statunitensi, peraltro con l'assistenza di tecnici del V reparto infrastrutture di Padova, avviano la progettazione esecutiva degli edifici e delle installazioni che dovrebbero ospitare le nuove unità all'interno della zona aeroportuale Dal Molin di Vicenza. Nello stesso periodo, lo stato maggiore dell'Aeronautica militare italiana dispone la chiusura o il trasferimento di tutti gli enti dislocati nel citato aeroporto, al fine di rendere libera l'area da ogni attività militare italiana.
Su questo punto si pone la prima domanda: perché queste decisioni? Sulla base di quali fondamenti si sono mosse le autorità militari e politiche americane in questi due anni? Su questo, signor Presidente, le risposte del Governo divergono e segnalano una gestione non totalmente trasparente della vicenda. Il Presidente Prodi, infatti, giustifica oggi la decisione affermando, tra l'altro, che essa era obbligata da precedenti scelte del Governo Berlusconi, soggiungendo che quando si va al governo si devono assumere attivi e passivi della gestione precedente.
Dunque, il Presidente fa riferimento a decisioni del Governo di centrodestra, che oggi non sarebbe stato possibile smentire; il che naturalmente pone, come dicevo all'inizio, questioni anche rilevanti dal punto di vista costituzionale. Signor Presidente, il punto è - e qui mi fermo nell'illustrazione della interpellanza, riservandomi in sede di replica di trattare gli altri aspetti - che oggi, proprio su tale questione, cioè sul fatto che vi siano o meno decisioni lasciate in eredità dal precedente esecutivo, registriamo interpretazioni del tutto difformi da parte di altri autorevoli ministri. Mi riferisco al vicepresidente Rutelli, al vicepresidente e ministro degli esteri D'Alema, al ministro della difesa Parisi.
Il primo di essi, in verità, fin dal maggio del 2006, rispondendo ad una interrogazione parlamentare rivoltagli dal collega Fabris, riferendosi agli atti del Governo Berlusconi aveva parlato di una mera ipotesi e di una disponibilità di massima, peraltro condizionata all'assunzione di un preciso piano di transizione sulla tempistica, che, signor sottosegretario, veniva considerato dal vicepresidente Rutelli come necessario «perché l'attività deve coinvolgere tutti i livelli, innanzitutto gli enti territoriali, perché ne sia informata ovviamente la popolazione locale».
Ad oggi, ed esattamente l'altro ieri, il vicepresidente e ministro degli esteri D'Alema ha chiarito che non esiste alcun atto ufficiale del Governo Berlusconi e che l'unico documento reperito è una lettera informativa scritta dal capo di stato maggiore delle Forze armate; da ultimo, proprio ieri, il ministro Parisi, per non smentire se stesso perché aveva già detto queste cose nei mesi scorsi, ha affermato che il Governo Berlusconi non aveva sottoscritto alcun impegno con Washington, ma aveva solo manifestato una disponibilità a considerare il progetto e questo aveva generato delle aspettative negli americani.
Allora, la questione è capire come stiano le cose: se si trattava o meno di decisioni impegnative e vincolanti; e se oggi consideriamo impegnative e vincolanti, paradossalmente, le «aspettative» degli americani (il che sarebbe davvero alquanto imbarazzante) oppure, semplicemente, se si tratta di una decisione sovrana assunta dall'Esecutivo, che tuttavia intende ridurne la rilevanza e la portata, forse anche perché tale decisione stride, piaccia o non piaccia, con gli impegni enunciati nel programma dell'Unione. Ricordo, infatti, che in tale programma si sostiene la necessità di «ridefinire le servitùPag. 56militari attraverso una conferenza nazionale», della quale non si è ancora vista la pallida ombra.
Insomma, qui abbiamo dei lavori che sono cominciati già tanto tempo fa!
Lo scorso 26 luglio, il ministro della difesa disse che il Governo intendeva riconsiderare il progetto della nuova base di Vicenza ma - ahimè! - il 6 luglio, cioè venti giorni prima, aveva già dato il via ai lavori di carotaggio, sulla base di un incontro tra autorità italiane e americane.
Mi fermo qui, ma questo è un primo aspetto. Vi sono altri temi che emergono nella nostra interpellanza, sui quali gradirei dei chiarimenti dal sottosegretario, che ringrazio.
MARCO VERZASCHI, Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, vista l'importanza della questione sollevata dall'onorevole Burgio e soprattutto vista anche l'eco che la stessa decisione ha sollevato, sia nell'aula del Parlamento, sia al di fuori, nei mass media, su giornali e televisioni, a fronte anche della richiesta che c'è stata da parte di alcuni parlamentari di una informativa molto puntuale e precisa da parte del Governo su questa vicenda, l'esecutivo nella persona del ministro si riserva di venire in Assemblea entro la prossima settimana, a rispondere a questa interpellanza e alle altre questioni che verranno sollevate. Si chiede quindi, se possibile, il rinvio della risposta all'interpellanza.
PRESIDENTE. Deputato Burgio, se vuole, ha facoltà di dichiarare se accede alla richiesta di rinvio avanzata dal sottosegretario Verzaschi, anche in considerazione del fatto che ieri è stata chiesta una informativa urgente sul medesimo argomento. Quindi lei, se lo ritiene, può anche dichiarare la sua disponibilità al rinvio dello svolgimento della sua interpellanza, così come proposto dal sottosegretario.
ALBERTO BURGIO. Non ho capito, signor Presidente: si tratta di un rinvio dello svolgimento dell'interpellanza oppure di un ritiro dell'interpellanza in considerazione della preannunziata informativa?
PRESIDENTE. Chiedo al sottosegretario Verzaschi di chiarire se proponga un rinvio dello svolgimento dell'interpellanza oppure se abbia inteso comunicare all'Assemblea che la questione sollevata con l'interpellanza Burgio sarà invece trattata dal Governo, nella persona del ministro - mi è parso di capire la settimana prossima - sulla base di accordi che dovranno intercorrere con la Presidenza.
MARCO VERZASCHI, Sottosegretario di Stato per la difesa. Il ministro vorrebbe rispondere di persona all'interpellanza dell'onorevole Burgio, anche in considerazione del fatto che sulla vicenda sollevata altri parlamentari hanno chiesto una esaustiva illustrazione. Credo quindi che, vista l'importanza e il rilievo della vicenda, essa necessiti di essere discussa in maniera molto più approfondita.
PRESIDENTE. Se mi consentite, vorrei provare a chiarire la questione. Ieri, è stata chiesta da diversi deputati una informativa urgente del Governo sull'orientamento dell'Esecutivo rispetto alla questione della base di Vicenza e a ciò che da quella vicenda si può dedurre in quanto ad orientamento politico del Governo stesso, in tema di politica estera, di difesa e così via.
Quindi, se ho capito bene, facendo riferimento a queste richieste e alla disponibilità che il Governo ha manifestato (già ieri tramite il sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento) a svolgere un'informativa in merito con una rappresentanza dell'Esecutivo ai massimi livelli già la settimana prossima (la Presidenza della Camera deve ancora concordare le modalità), la risposta alle questioni sollevate nell'interpellanza Burgio verrà fornita nell'ambito di una discussione più articolata.
In ogni caso, sottosegretario Verzaschi, se ho capito bene, ciò non significa che ilPag. 57ministro verrà a rispondere all'interpellanza urgente presentata dal deputato Burgio, bensì si pronuncerà riguardo alle varie sollecitazioni.
ALBERTO BURGIO. Signor Presidente, per un principio di economia dei tempi, suggerirei, se lei me lo permette, la seguente soluzione: io replicherei adesso al sottosegretario, dopodiché, proprio perché attraverso la mia risposta intendevo completare il ragionamento, preciserò altre domande. Successivamente, verificheremo la disponibilità di fatto del ministro a rispondere alle domande che prendono forma proprio dall'illustrazione e dalla replica originate dalla mia interpellanza urgente.
PRESIDENTE. Va benissimo, onorevole Burgio.
ALBERTO BURGIO. Se poi egli si riferisca a me, o meno rileva poco: ciò che conta è la non dispersione di queste domande nell'ambito della generica risposta o informativa del Governo.
Io intendevo porre brevemente in evidenza altre due questioni, oltre a quella già illustrata. La prima, forse di gran lunga la più essenziale, attiene alla sostanza politica di ciò di cui stiamo discutendo. Infatti, in realtà, si è voluto presentare questo potenziamento, questo raddoppiamento della base di Vicenza come una decisione meramente tecnica, addirittura derubricandola a questione urbanistico-territoriale.
Credo che non dobbiamo perdere di vista - anche su questo punto desidererei che il Governo si pronunciasse - il vero atto politico e strategico che l'autorità militare americana ha deciso di compiere mutando la natura della brigata Airborne, che diviene squadra di combattimento secondo un'informativa resa dal comandante delle forze americane di stanza in Europa, generale Jones, già il 7 marzo 2006. In questo modo si trasformano le forze stanziate a Ederle e nella nuova base nell'unica unità aviotrasportata e nell'unica forza di risposta rapida alle dipendenze del comando europeo in tutta Europa: altro che decisione di natura urbanistica! Si tratta di dare semaforo verde allo stanziamento di una unità che sarebbe destinata ad interventi di proiezione aggressiva in tutta l'area di competenza del comando europeo: stiamo parlando di 91 paesi compresi tra la regione caspica, il Caucaso, tutto il Medio Oriente ed il continente africano.
Consiste in questo - la domanda è retorica - il dialogo euromediterraneo inserito nel programma dell'Unione?
L'Italia rischia di essere trasformata in un unico e fondamentale trampolino di lancio per una forza di aggressione puntata su tutte le aree citate in precedenza; ciò accade - non possiamo nasconderci dietro un dito - nel momento in cui l'amministrazione americana punta sulla guerra per consolidare un sistema internazionale di potenza pianificando l'escalation in Iraq, prevedendo la durevole occupazione militare dell'Afghanistan, decidendo in totale autonomia (scontentando anche questo Governo) i bombardamenti sul Corno d'Africa e non escludendo interventi nucleari in Iraq.
Vogliamo che questo paese diventi il nodo strategico fondamentale del sistema di guerra americano? Non credo che noi si debba scantonare. Sappiamo anche che in Italia vi sono otto basi e che tre di queste (Camp Derby, Sigonella e quelle di Aviano, tristemente famosa per la vicenda di Abu Omar) sono già state incrementate negli scorsi mesi, mentre ora si vuole incrementare anche quella di Vicenza.
Chiudo questa metaforica replica facendo riferimento all'ultimo accenno - invero, alquanto misterioso - del Presidente Prodi, il quale, criticando giustamente i passi compiuti dal precedente Governo, lamentava un mancato coinvolgimento dell'opinione pubblica nelle trattative informali con gli americani. Ma io domando se adesso forse l'opinione pubblica viene coinvolta o considerata. StiamoPag. 58ai fatti. Da una parte abbiamo il comune di Vicenza, che a maggioranza delibera a favore di questo sviluppo e addirittura prevede uno stanziamento di circa 40 milioni di euro! È bene infatti che i cittadini italiani sappiano che il 41 per cento delle spese di mantenimento della forza americana è a carico della fiscalità generale di questo paese, cioè a carico del cittadino italiano. È bene che questo lo si sappia. Da una parte, quindi, abbiamo questa decisione del comune di Vicenza, dall'altra abbiamo tutti i sondaggi, tutte le inchieste giornalistiche e tutte le rilevazioni, che attestano una ferma avversione della popolazione vicentina e dell'intera popolazione italiana a questa decisione.
Mi limito a citare un dato che era oggi sui giornali: il 58 per cento degli elettori dell'Unione è contrario alla decisione annunciata dal Presidente Prodi e, viceversa, il 52 per cento degli elettori del centrodestra è favorevole. Anche questo è un fatto politico, mi pare. Una sorta di cambio della base sociale ed elettorale del Governo, che riflette il connotato politico di questa decisione e la gravità dei problemi di una scelta, che cade all'indomani di una finanziaria che incrementa dell'11,7 per cento gli stanziamenti per la difesa e, in generale, la spesa militare, peraltro alla vigilia di una discussione sulla missione in Afghanistan che non si annuncia propriamente serena, anche considerando il fatto che nessuno degli impegni assunti allora dal Governo in relazione alla missione afghana è stato mantenuto, a cominciare da quel comitato di monitoraggio, che fu presentato come il segno più importante di questa presunta discontinuità.
In conclusione affermo che noi siamo fermamente contrari a questa decisione, che pensiamo e speriamo possa essere revocata, non essendo ancora stata formalizzata. Ci pensi bene il Governo. Noi non possiamo accettare che si continui a profanare - uso un termine consapevolmente forte - la nostra Costituzione: da una parte si discorre di missioni di pace, dall'altra parte si fa del paese lo snodo strategico cruciale in un sistema di guerra. Non siamo d'accordo. Ripeto, non siamo d'accordo. Chiediamo al Governo di ripensarci. Chiediamo che rispetti la volontà della popolazione vicentina ed italiana, venga in Parlamento a riferire e a rispondere a queste e ad altre domande incresciose, che la nostra popolazione e il popolo della pace - con i voti del quale questo Governo ha potuto insediarsi alla guida del paese - pone; che, infine, risponda adeguatamente.
(Iniziative per la conservazione dei documenti processuali relativi alla strage di Piazza Fontana - n. 2-00271)
PRESIDENTE. Il deputato Burgio ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00271 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 5).
ALBERTO BURGIO. Vorrei illustrare l'interpellanza, questa volta molto brevemente ed anche meno drammaticamente, anche se i fatti di cui essa tratta sono altrettanto tragici per la storia del nostro paese. Molto schematicamente, la situazione, della quale è ben a conoscenza anche il guardasigilli, che ha avuto modo di pronunciarsi a questo riguardo, è incresciosa. Praticamente l'intero fondo processuale connesso alla strage di Piazza Fontana - si tratta di circa mezzo milione di documenti - è in uno stato di tale deperimento, che rischia di essere totalmente inutilizzabile, non fruibile dal punto di vista della rilevanza civile e della utilità ai fini della ricostruzione storica. Rischia quindi di essere perduto sul terreno di un'azione politica di ricostruzione della memoria storica e persino di essere perso ai fini di un'ulteriore azione giudiziaria, che dovrebbe poter essere sempre esercitabile.
Non dimentichiamo che l'insieme unitario delle vicende connesse alla strategia della tensione attende in larga misura ancora l'individuazione dei responsabili. È uno stato di cose increscioso in relazione al quale i familiari delle vittime della strage si rivolsero, nel maggio 2005, all'allora Presidente della Repubblica, affermandoPag. 59il loro sgomento per questo stato di cose e sostenendo che la perdita anche di un solo tassello di quella storia significherebbe «vedere i nostri morti innocenti morire una seconda volta».
Ricordo molto brevemente, perché tutti qui ne siamo consapevoli, che Piazza Fontana fu non solo l'incipit, ma in qualche misura l'emblema di quella strategia della tensione che oggi gli storici riconoscono nella sua unitarietà e nella sua coerenza di ordito eversivo, che vide coinvolto in primo luogo il terrorismo neofascista, ma anche apparati legali deviati, come si suole dire, dello Stato, delle Forze armate e dei servizi. Visto che la storia ha buona memoria - noi, al contrario, non sempre - già rintracciamo anche in questa vicenda elementi che poi troviamo in quella di cui ci siamo occupati poc'anzi, perché anche nella strategia della tensione troviamo una traccia americana non flebile. La CIA, come gli storici hanno appurato e come fu peraltro documentato già nel 1975 nel rapporto della commissione Rockefeller, diede vita nel 1967, dunque due anni prima della strage di Piazza Fontana, all'operazione Kaos, pilotando l'infiltrazione di propri elementi nelle associazioni della sinistra che allora si definiva extraparlamentare.
Questo stato di cose è grave. Perdere un ingente patrimonio documentale sarebbe davvero una sciagura, perché impedirebbe la costruzione e la salvaguardia di una memoria storica di quei giovani, che oggi già tendono a non sapere. Recentemente leggevamo in qualche giornale che il 18 per cento dei giovani non sa nulla della strage. Sono tantissimi. La cosa è ancora più inquietante se consideriamo che nel 2000, appena sei anni fa, erano solo il 3 per cento.
Secondo un altro sondaggio il 43 per cento degli intervistati ritiene le Brigate rosse responsabili della strage di Piazza Fontana. È, dunque, urgente e necessario assicurare la conservazione di questo materiale. Nell'interpellanza ricordiamo che vi sono significativi precedenti positivi: a Brescia, dove è stata costruita una casa della memoria, che tutela e ordina i materiali di Piazza della Loggia; a Bologna, dove analoga iniziativa concerne la vicenda di Ustica.
Noi chiediamo quindi al ministro, che si è dichiarato consapevole e sensibile nei confronti di questo problema, quali misure intenda assumere per sottrarre all'attuale stato di deperimento e di rischio gli atti processuali relativi alla strage di Piazza Fontana.
LUIGI LI GOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, onorevole Burgio, il presidente del tribunale di Catanzaro ha precisato che il materiale giudiziario afferente alla strage di Piazza Fontana è costituito da un unico procedimento composto da centinaia di faldoni che vedono la confluenza di quattro inchieste, con tutto il complesso iter giudiziario che ne è seguito in appello e in cassazione: Roma, Milano, Treviso e Catanzaro. Tutti gli atti sono di natura cartacea, in massima parte si tratta di fogli dattiloscritti quasi sbiaditi per il lungo tempo trascorso.
Gli stessi indici processuali sono parziali e spesso sul frontespizio dei singoli faldoni, contenente ognuno centinaia di pagine, neanche è indicato il contenuto. Tutto l'incartamento, che è di oltre 500 mila pagine, ha subito numerose trasferte tra diverse sedi giudiziarie e, quindi, c'è stato anche un «maltrattamento» del materiale cartaceo dovuto a questi continui spostamenti. Il presidente del tribunale di Catanzaro ha comunque chiarito che, attualmente, tutto il materiale si trova ben custodito, sia pure mal ridotto, negli archivi del tribunale di Catanzaro, ubicati nel nuovo palazzo di giustizia Francesco Ferlaino, in ambiente conforme alle prescrizioni. Quindi, intanto si è evitato quello che stava avvenendo, ossia l'ulteriore deperimento e depauperamento del materiale.
Il Ministero - il ministro in prima persona - è impegnato in questa battagliaPag. 60culturale e di civiltà, volta alla salvaguardia di questo immenso materiale storico e giudiziario. Un intervento in tal senso è già stato fatto, sperimentato positivamente, per gli atti relativi al gravissimo attentato di Piazza della Loggia a Brescia. In quel caso, è stata costituita la banca dati elettronica degli atti e dei documenti processuali. Sicché, partendo da questa esperienza, si è pensato di estendere la classificazione e l'informatizzazione di tutti i processi di terrorismo che hanno funestato il nostro paese dagli anni '60 ai primi anni '80. Ovviamente, il processo di Piazza Fontana costituisce il primo e il più importante e drammatico documento storico e giudiziario - assolutamente necessario per capire la storia del nostro paese e per essere fonte di conoscenza, che, diversamente, andrebbe dispersa - che non può essere sottratto alla conoscenza degli studiosi, delle università, del mondo scientifico e di tutti i cittadini. Personalmente, ho vissuto sei anni della mia vita soltanto trattando il processo di Catanzaro e, fortunatamente, penseremo anche al completamento dei fascicoli, qualora fossero andati sbiaditi, con l'apporto di tutti gli avvocati che hanno partecipato al processo - con i quali abbiamo preso già contatti - perché mettano a disposizione le loro copie per poter ricostruire la fascicolazione e, una volta attuato tutto ciò, si passerà alla digitalizzazione degli stessi.
A questo fine il ministro della giustizia ha dato queste disposizioni: individuare in maniera puntuale e completa l'intera base documentale del procedimento e, poi, salvare e conservare in modo elettronico tutti gli atti e i documenti (in questo modo si può individuare una modalità di fruizione del materiale da parte degli addetti ai lavori, mettendolo poi a disposizione del mondo scientifico, dell'università e dei cittadini); inoltre, utilizzare l'esperienza già sperimentata per l'informatizzazione del processo relativo alla strage di Piazza della Loggia anche per gli altri processi di terrorismo; di conseguenza, utilizzare la convenzione del progetto cosiddetto «lotta agli sprechi», che è cofinanziato dal Ministero per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, con un progetto che veda coinvolto anche quest'altro dicastero.
Sono state richieste, in questo senso, precise informazioni alle corti di appello di Catanzaro e di Milano, che sono i due centri in cui sono stati celebrati processi nelle diverse fasi, l'ultima e quella precedente (quella storica), per individuare, proprio nella sua completezza, la quantità del materiale. Quando gli uffici giudiziari avranno fornito i chiarimenti da noi richiesti, potremo quantificare in dettaglio l'impegno economico, perché è necessario avere una base di partenza per poter affrontare economicamente la questione e, quindi, provvedere ai necessari stanziamenti, che avranno priorità assoluta; quindi, si attiveranno tutte le procedure amministrative, anche potenziando il sito internet istituzionale del Ministero, in modo da consentire anche la consultazione degli atti. Contemporaneamente, verrà avviato dal Dicastero il lavoro per l'informatizzazione dei processi per la strage di Bologna del 2 agosto del 1980, per il disastro aereo del DC9 Itavia nei cieli di Ustica, del 27 giugno 1980, per gli attentati al treno n. 904, del 23 dicembre 1984 e al treno Italicus, del 4 agosto 1974. Questo è il programma che si è stabilito al Dicastero.
ALBERTO BURGIO. Signor Presidente, mi dichiaro soddisfatto per la risposta, con una piccolissima glossa: trovo che quanto ci ha testé detto il sottosegretario, che ringrazio, a proposito dello stato, se non altro di arresto, del processo di deperimento, è positivo. Naturalmente, bisogna considerare che anche nella migliore delle sedi, nella più acconcia, il deperimento va avanti per ragioni materiche, perché gli inchiostri perdono visibilità e le carte perdono in consistenza. Per cui, non basta ben conservare e, comunque, anche ove avessimo raggiunto la certezza che i documenti non vadano persi, rimane - come diceva, da ultimo, il sottosegretario - il problema della fruizione dei documentiPag. 61stessi. Infatti, se i documenti non sono fruibili è come se non esistessero; sarebbero morti, a dispetto della loro conservazione. Apprendiamo, dunque, con soddisfazione, i propositi del ministro, rispetto ai quali avremmo gradito una più impegnativa tempistica. A tal riguardo, ci attendiamo ulteriori informazioni e, d'altra parte, seguiremo con attenzione costante questa vicenda.
Aggiungo solo un punto: credo che - tale era lo spirito della nostra interpellanza - sia vitale determinare, a valle di tale processo di conservazione, l'unità dell'intero corpus documentale che riguarda la vicenda della strategia della tensione, unità anche solo informatica, non necessariamente fisica; non stiamo pensando necessariamente ad una concentrazione, che sarebbe anche problematica dal punto di vista del reperimento dei luoghi, ma alla possibilità di unificare sul terreno informatico questo materiale. La strategia della tensione, infatti, costituisce un insieme complessivo e dalla possibilità di incrociare i summenzionati dati, potrebbero derivare - questa è convinzione di quanti se ne sono occupati e, quindi, probabilmente essa è condivisa anche dal signor sottosegretario - nuovi elementi significativi sul terreno giudiziario o sul terreno storiografico.
Tutto ciò presuppone il riordino, la schedatura, la trascrizione di tutti i documenti e per tali attività (ci eravamo permessi anche di segnalare ciò nell'interpellanza) sappiamo esistere forze ingenti nel paese, nei dipartimenti di storia, negli enti di ricerca, negli istituti per la storia del movimento di liberazione. Vi sono moltissimi giovani specialisti, laureati, dottori di ricerca in storia contemporanea, guidati da storici specialisti, che potrebbero mettere al servizio di questa iniziativa le loro forze e le loro competenze. La ringrazio, signor Presidente.
(Progetto di realizzazione di insediamenti abitativi nell'area del Chianti in Toscana - n. 2-00240)
PRESIDENTE. Il deputato Barani ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00240 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 6).
LUCIO BARANI. Signor Presidente, questa interpellanza, che riguarda problemi urbanistici territoriali, è poca cosa rispetto al tema affrontato poc'anzi dal collega Burgio, che, non le sarà sfuggito - e credo che dovrà comunicarlo al Presidente della Camera - ha, di fatto, aperto una crisi parlamentare di non mantenimento di fiducia a questo Governo, con riferimento all'articolo 11 della Costituzione.
La mia interpellanza richiama l'articolo 9 della Carta costituzionale, che si riferisce alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione e ha ad oggetto quella bellissima zona del Chianti, nel territorio del comune di Greve in Chianti, che ha dato i natali anche a Verrazzano, esploratore e navigatore, cui gli americani hanno intitolato un ponte, quello da cui parte la famosa maratona di New York.
Ebbene, l'amministrazione comunale ha deciso, in queste terre famosissime in Italia e nel mondo, insediamenti abitativi per oltre 50 mila metri cubi, con un giro di affari di quasi 100 milioni di euro. La lottizzazione più importante di questo scempio è quella di Palaia nella frazione Chiocchio: una previsione del piano di fabbricazione del 1971 che il comune di Greve in Chianti ha tenuto in serbo per quasi quarant'anni e che ora consente di costruire una spianata di cemento di oltre 29-30 mila metri cubi. Sono circa 250, in totale, i nuovi appartamenti che vengono costruiti in un contesto ambientale e culturale che crediamo vada rispettato.
Si chiede, quindi, al Governo come mai tutto questo cemento in uno dei luoghi più belli della campagna toscana e come mai proprio ora. Inoltre, chiediamo quali sono le iniziative da avviare per scongiurare lo scempio urbanistico e territoriale prospettato. Fra l'altro, ricordo che, oltre a questi argomenti che riguardano la Toscana e la zona dei Liguri apuani, dove abito, ho presentato un'interrogazione che riguarda le Cinque Terre, anch'esso uno dei luoghiPag. 62più belli d'Italia, reso famoso da Lord Byron, come da poeti e pittori, cui il Governo non dà risposta.
Ritengo che l'attuale Governo stia estremizzando questi problemi urbanistici e territoriali e che, in tali casi, si possa parlare di violazione dell'articolo 9 della Costituzione. Non concordo, invece, con il collega che mi ha preceduto in relazione alla violazione dell'articolo 11, cui il Governo sicuramente ottempera. Mi trovo, quindi, in tal caso, dalla parte del Governo e non dalla parte di chi, prima di me, ha voluto addirittura aprire una crisi.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali, Danielle Mazzonis, ha facoltà di rispondere.
DANIELLE MAZZONIS, Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali. Signor Presidente, vorrei anzitutto premettere che l'area in oggetto non è attualmente sottoposta a tutela paesaggistica seppure, già nel 2002, la sovrintendenza territoriale ha pensato di proporla alla regione Toscana. La procedura era in corso, quando è subentrato il codice dei beni culturali e paesaggistici nel 2004, rimettendo in causa alcune procedure che riguardavano le tutele.
Il problema è perdurato. È stato affrontato in varie sedi e riunioni collettive, però soltanto qualche mese fa la direzione regionale Toscana per i beni culturali e paesaggistici, proprio per le difficoltà di collegamento ed il numero degli attori coinvolti (è noto che si sta studiando come modificare il codice su alcuni aspetti, per trovare soluzioni più congrue e più rapide, dato che la natura delle norme genera difficoltà sugli accordi in merito alle questioni paesaggistiche) ha proposto una riunione con i soprintendenti, l'amministrazione comunale di Greve, la regione Toscana e la provincia di Firenze per trovare una soluzione a questa situazione, che anche la nostra soprintendenza considera un problema.
Si è cercato di capire se fosse possibile intervenire con un vincolo sostitutivo ministeriale o, in applicazione del codice, se bisognasse aspettare le commissioni regionali, in fase di nomina. In un modo o nell'altro si sta pensando di intervenire.
Vorrei dettagliare l'incontro per far capire che la questione non è sorta poco tempo fa, ma che si tratta di una storia (riassunta in una riunione di cui esiste un verbale dettagliato dallo stesso architetto del comune di Greve, a cui è stata richiesto non solo di riassumere la riunione ma anche di fornire la documentazione in suo possesso) che vale la pena riprendere.
La storia ha inizio nel 1974, quando è presentata la richiesta di un programma di fabbricazione. In risposta alla richiesta, sono emessi tre decreti di tutela. Votano a favore tutti, tranne il sindaco di Greve. Nel 1991, è presentato un progetto di lottizzazione, seppure nel rispetto paesaggistico, con un programma di fabbricazione. Il comune non approva il progetto in commissione urbanistica. La proprietà ricorre al TAR della Toscana contro il rifiuto e vince il ricorso.
Nel 1994, il comune di Greve approva una variante al piano regolatore per mettere in salvaguardia l'area. Nel 1999, rivede il piano strutturale approfittando del fatto che era stato autorizzato con legge regionale un processo di stralcio sulle previsioni urbanistiche non attuate. Pertanto, si riduce la capacità di costruzione nell'area di Palaia da 39 mila metri quadri a 29 mila. La proprietà presenta un nuovo ricorso e, per la seconda volta, nel 1999, vince.
L'amministrazione comunale, a questo punto, ha due possibilità: presentare ricorso al Consiglio di Stato (fatto che, in genere, avendo due sentenze contrarie, non porta a grandi risultati) o cercare di trovare un accordo per porre fine al contenzioso. Il 14 aprile 2001 si arriva ad una soluzione e nell'atto si decide che, invece dei 70 mila metri cubi previsti, se ne possano costruire 29 mila, e che la superficie su cui si può insistere passi da 140 mila a 70 mila, con una forte riduzione rispetto alla proposta. Oltre alla riduzione delle volumetrie, il lottizzante doveva garantire tutte le opere pubbliche collegate, il depuratore per la frazione diPag. 63Palaia, il passaggio pedonale lungo la strada regionale e l'ampliamento del deposito dell'acquedotto.
A seguito di tale accordo, il comune ha corretto il piano strutturale e si è impegnato a pubblicare nuovamente lo strumento urbanistico. Si possono ancora formulare osservazioni a questo piano urbanistico fino alla fine del gennaio 2007.
A questo punto, nel corso della recente riunione di cui ho parlato prima di cominciare questa lunga storia, si è comunque deciso che il valore paesaggistico dell'area deve essere riconosciuto in ogni caso, che bisogna proteggere le visuali panoramiche e che occorre favorire soluzioni architettoniche che corrispondano al carattere ambientale dell'area. Tutto ciò sarà contenuto nelle osservazioni al piano di lottizzazione.
La lottizzazione, inoltre, dovrà tener conto della vulnerabilità del luogo e, pertanto, dovrà rispettare le curve di livello dell'area, nonché le visuali dei crinali dei versanti degradanti della strada. Come alcuni di voi ricorderanno, si tratta di un punto (la questione delle curve e della visione paesaggistica) che non fu tenuto presente nella famosa lottizzazione di Monticchiello. In questo caso, invece, verrà inserito proprio nei termini delle osservazioni.
L'architetto Capelli del comune attende tali osservazioni, che comunque introdurrà anch'egli nella questione. La sovrintendenza, da parte sua, si incaricherà comunque di avanzarle, in modo formale, nel suo parere.
Inoltre, si chiede alla regione Toscana di accelerare al massimo la procedura della nomina delle commissioni regionali, in modo che questi stessi uffici possano nuovamente sottoporre l'area a tutela paesaggistica (come, ormai, sembrano orientati a fare). In ogni caso, se ciò non dovesse avvenire, il nostro Ministero - ed il ministro Rutelli si è impegnato in tal senso con il sindaco di Greve in Chianti, in un incontro svolto qualche giorno fa - procederà comunque ad esercitare il ruolo sostitutivo che gli compete.
LUCIO BARANI. Signor Presidente, innanzitutto, visto che stiamo parlando di Chianti, ricordo che il vino buono sta nelle botti piccole: quindi, per quanto riguarda l'altezza, non me ne vorrà l'onorevole Verzaschi, ma in questo campo apprezziamo sicuramente di più lei, sottosegretario Mazzonis!
La fortuna (o la sfortuna, a seconda dei punti di vista) è che sono sindaco da più di un decennio, e dunque si tratta di problemi che conosco. L'amministrazione di Greve in Chianti vuole cementificare e l'amministrazione provinciale non fa nulla per impedirlo perché, comunque, qualsiasi lottizzazione deve essere accettata e deve corrispondere al piano territoriale di coordinamento (PTC) predisposto dalla stessa provincia. Se l'amministrazione provinciale non inserisce quell'area all'interno del PTC, allora non si potrà costruire! Quindi, la provincia di Firenze ha delle responsabilità in questa vicenda.
Ricordo, inoltre, che la regione attua il piano di investimenti territoriale (PIT), e tale area deve essere compresa anche in questo piano. Pertanto, se non si verifica, in sede di conferenza dei servizi prevista dalla legge regionale n. 1 del 2005, una convergenza tecnica e politica tra il comune di Greve in Chianti, l'amministrazione provinciale e la regione Toscana, non sarà possibile costruire in quella zona. Credo, quindi, che, se non vi saranno cambiamenti, vi sia la volontà di realizzare gli appartamenti, perché fino ad adesso nessuno l'ha impedito.
L'evento nuovo è rappresentato dalla visita compiuta dal ministro Rutelli in quelle zone. Io stesso ho ascoltato che gli è stato detto che si tratta di uno dei paesaggi più belli, in senso assoluto, della nostra bella Italia. Queste parole sono apparse sulla stampa ed è per tale motivo che, attraverso la presentazione della mia interpellanza, ho voluto sollecitarlo. Non può aver fatto solamente una passeggiata: le sue parole non possono restare tali, ma devono tramutarsi in fatti!Pag. 64
Il fatto che a Palaia, negli ultimi cinquant'anni, non sia stato posato un solo mattone significa che, per tutto quel periodo, le amministrazioni locali hanno voluto preservare, per la loro bellezza, quell'area da qualsiasi tipo di manipolazione urbanistica.
Mi associo alle parole del ministro Rutelli. Ancorché vi siano ricorsi, questi vengono meno quando si cambiano i piani; in qualsiasi momento, l'amministrazione comunale può modificare il sul piano, d'intesa con l'amministrazione provinciale e regionale. È questione solamente di buona volontà.
Ovviamente, prendo per positivo quello che lei è venuto a dirci, ossia che se ciò non si verificasse, il Ministero interverrebbe fortemente per impedire questo scempio. È la risposta ad una parte dell'interpellanza che mi trova abbastanza d'accordo.
Un'ultima riflessione. C'è un vecchio proverbio che dice che il diavolo si nasconde nei dettagli. In questo caso, credo che, parafrasando il titolo del famoso film Il diavolo veste Prada, il diavolo non vesta Rutelli, ma il ministro Pecoraro Scanio! Più che al ministro Rutelli, penso che quell'intervento interessi l'altro ministro, quello dell'ambiente.
Per questo motivo, non riesco a capire tutti i suoi appelli in materia ambientale, per poi «scivolare», con l'assessorato all'ambiente della regione Toscana, sulla cementificazione di un'area come questa.
(Iniziative per l'istituzione di un consolato italiano in Moldavia - n. 2-00255)
PRESIDENTE. L'onorevole Venier ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00255 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 7).
IACOPO VENIER. Signor Presidente, l'interpellanza in oggetto riguarda le decine di migliaia di moldavi che lavorano nel nostro paese in modo regolare e che, sino al 31 dicembre di quest'anno, per ottenere il visto di ingresso in Italia potevano recarsi a Bucarest, perché tra Moldavia e Repubblica rumena esisteva un accordo bilaterale che consentiva ai cittadini moldavi di ottenere un ingresso quasi automatico e, quindi, di chiedere il visto all'ambasciata italiana in Bucarest, che svolgeva anche la rappresentanza consolare per la Repubblica di Moldova.
Questa situazione, Presidente, è cambiata radicalmente dal 1o gennaio di quest'anno, perché, con l'ingresso della Romania nell'Unione europea, questo paese è stato costretto ad applicare una delle normative comunitarie che impone ai cittadini della Moldavia il visto per l'ingresso negli Stati aderenti all'Unione europea.
Quindi, oggi, in Moldova, esiste una situazione terribile per decine di migliaia di lavoratori che vogliono venire in Italia (ma non solo) e che sono costretti a chiedere il visto di ingresso alla Romania per poter accedere all'ambasciata italiana e chiedere quindi la regolarizzazione del processo di ingresso nel nostro paese. Questo ci rimanda alla responsabilità che abbiamo come paese nella definizione degli strumenti per un corretto ingresso dei cittadini extracomunitari al mercato del lavoro nel nostro paese e in Europa.
Vi è la necessità di una rimodulazione della rete consolare italiana che, storicamente, si è articolata sulla definizione della sua proiezione internazionale, legata più all'insediamento delle nostre comunità di italiani all'estero, che ai processi di immigrazione verso il nostro paese; vi è dunque la necessità di governare questi processi.
Quando, come paese, dobbiamo affrontare il tema della regolarizzazione e della diffusione dei diritti dei cittadini extracomunitari che vengono nel nostro paese per lavorare, dobbiamo offrire a queste persone gli strumenti per accedere al percorso regolare, in modo dignitoso, senza dover passare le notti all'addiaccio in Moldova, davanti all'ambasciata rumena, per chiedere i visti e senza doversi inventare procedure che, spesso, spingono alcuni di loro a scegliere forme irregolari di ingresso nel nostro paese.Pag. 65
Inoltre, c'è un problema parallelo, costituito dal fatto che la Moldova sta diventando un partner economico e commerciale importante per il nostro paese e, quindi, c'è la necessità di sviluppare la nostra rete in Moldova per il sostegno della proiezione del nostro paese in quel territorio, che proprio il processo di allargamento dell'Unione ha reso molto importante per alcuni nostri imprenditori.
Per questo motivo, è molto grave il fatto che oggi, in Moldova, non esistano un'ambasciata né un consolato del nostro paese. Abbiamo sottolineato questo problema al nostro Governo con l'interpellanza in oggetto e riteniamo che, alla luce di ciò che è avvenuto dopo il 1o gennaio di quest'anno e degli impegni assunti in incontri importanti tra le autorità moldave e il nostro Governo, il Ministero degli affari esteri debba affrontare questo tema al più presto, insieme al Parlamento, per trovare gli strumenti per farvi fronte.
Ciò ci viene chiesto anche dall'associazionismo e dall'organizzazione delle comunità di lavoratori moldavi in Italia, che costituiscono anche un mezzo importante di autotutela e di costruzione dell'idea di cittadinanza e, quindi, di relazione con il nostro paese, in un percorso che vede i cittadini moldavi protagonisti nella società italiana. Tale aspetto costituisce un segnale in se stesso dell'importanza di consolidare questo tipo di relazioni e di evitare, per problemi legati alla nostra incapacità di riformulazione e di rimodulazione della rete consolare e diplomatica, difficoltà di relazioni con una comunità molto presente e attiva nel nostro paese.
Questo è il senso della nostra interpellanza e, quindi, ci rivolgiamo al Governo per conoscere quali iniziative su questo terreno intenda assumere per risolvere la questione della presenza diplomatica italiana nella Repubblica moldava.
PRESIDENTE. Il viceministro degli affari esteri, Patrizia Sentinelli, ha facoltà di rispondere.
PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Signor Presidente, ringrazio l'onorevole Venier.
Com'è noto, i visti di ingresso in favore dei cittadini della Repubblica di Moldova sono rilasciati dall'ambasciata d'Italia a Bucarest.
Nel 2005 sono stati emessi complessivamente 7.848 visti a favore di cittadini moldavi, soprattutto per le tipologie di lavoro subordinato e ricongiungimento familiare, che rappresentano, rispettivamente, il 45,5 per cento e il 42,3 per cento del totale.
Nei primi dieci mesi del 2006, sono stati rilasciati 6.964 visti, rispetto ai 6.287 emessi nello stesso periodo del 2005, con una tendenza alla crescita del 10,78 per cento, peraltro, senza tenere conto dell'incremento atteso delle richieste di visto con il perfezionamento del secondo «decreto flussi» per il 2006, che prevede, complessivamente, 350 mila ingressi in Italia.
Per quanto riguarda le facilitazioni al rilascio dei visti di ingresso a cittadini moldavi, sul piano bilaterale, si è recentemente concretizzata la richiesta, formulata dalle autorità moldave, nel corso dell'incontro per consultazioni bilaterali in materia consolare, che si è tenuto a Chisinau nell'aprile 2006, per la concessione di visti di ingresso multipli a cento personalità della Repubblica moldava.
Le autorità locali hanno presentato alla nostra ambasciata a Bucarest, che è stata autorizzata al rilascio dei predetti visti, la relativa lista in cui figurano altresì le tre più alte cariche istituzionali: il Capo dello Stato, il Presidente del Parlamento, il Primo ministro e i rispettivi familiari, coniuge e figli conviventi di quest'ultimo.
Sul piano multilaterale, invece, l'Italia sostiene con convinzione la conclusione dell'accordo di facilitazione per il rilascio dei visti tra Moldova e Unione europea. Il nostro paese conferma altresì il proprio orientamento positivo per la costituzione di un common application center per i visti, proposto dall'Ungheria, tenuto conto del fatto che dal 1o gennaio il confine rumeno con la Moldova è diventato la frontiera estrema dell'Unione europea.
Riteniamo infatti necessario approfondire ulteriormente con i partner dell'Unione europea le modalità operative delPag. 66predetto centro e anche di fissare tutta la nostra rete consolare che, come veniva ricordato, deve essere anche riorganizzata.
PRESIDENTE. Il deputato Venier, ha facoltà di replicare.
IACOPO VENIER. Mi consentirà, viceministro Sentinelli, di dirmi parzialmente soddisfatto: lo sono molto riguardo la prima parte della sua risposta, che significa un impegno del nostro Governo ad individuare possibili forme per facilitare il rilascio dei visti e per la regolarizzazione dei processi di ingresso dei cittadini della Moldova. Questi ultimi, come si vede anche dai dati che sono stati riportati, sono in crescita e, pertanto, dobbiamo trovare il modo di far sì che il rilascio del visto non porti alle umiliazioni che oggi i moldavi subiscono. I visti sono stati concessi ad alcune personalità, ma, a partire dal 1o gennaio, i lavoratori moldavi potrebbero essere soggetti alla falsificazione di documenti prodotta da organizzazioni criminali.
Quindi, ben vengano tutte le azioni che possono portare al più presto ad una modifica delle decisioni anche in sede comunitaria e al coordinamento delle azioni di più paesi per la definizione delle procedure di rilascio dei visti in Moldova.
La questione su cui insisto e sulla quale torneremo è quella dell'apertura della nostra ambasciata a Chisinau. Infatti, essa diventa un elemento importante nella rete diplomatica italiana in quell'area per la questione dei visti, ma io credo anche per la proiezione del nostro paese in una zona di cui la Moldavia sta diventando un motore importante ed un soggetto attivo.
Dunque, mi reputo solo parzialmente soddisfatto, perchè quello su cui intendiamo lavorare - e solleciteremo ancora il Ministero degli affari esteri sul punto - è il progetto di definizione della rete consolare, al fine di trovare una forma di presenza stabile del nostro paese nella città di Chisinau.
Infine, voglio dire che questa vicenda ci riporta all'urgenza di una riflessione più generale sulle procedure di ingresso regolare dei lavoratori nel nostro paese. Per noi è urgentissimo che si affronti il tema del permesso di soggiorno per chi è alla ricerca di lavoro.
Credo che nei progetti del Governo questa debba essere una priorità di questo semestre. Approfitto di questa occasione per dire che, da parte nostra, questo è un elemento di qualificazione fondamentale di una diversa politica sul tema dell'immigrazione che consenta di sconfiggere la prima delle piaghe, vale a dire quella della clandestinità. Ringrazio il Presidente e il viceministro Sentinelli.
(Esito del deferimento alla Corte di giustizia europea in merito all'affidamento del megainceneritore in Sicilia - n. 2-00261)
PRESIDENTE. Il deputato Raiti ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00261 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 8).
SALVATORE RAITI. Onorevole Presidente, onorevole viceministro, onorevoli colleghi, la sudetta interpellanza riguarda una questione particolarmente annosa ed importante, relativa allo smaltimento dei rifiuti in Sicilia. La regione siciliana ha provveduto, tramite il presidente della regione, nella sua qualità di commissario straordinario per l'emergenza rifiuti e delegato dal Presidente del Consiglio dei ministri con poteri di protezione civile, ad avviare il procedimento per l'assegnazione dei lavori di realizzazione di alcuni termovalorizzatori che non soltanto hanno creato, e creano tuttora, allarme nelle popolazioni, ma presentano anche profili di illegittimità dal punto di vista ambientale, tant'è che il ministro dell'ambiente ha dichiarato espressamente in quest'aula che avrebbe avviato - e lo sta facendo - le procedure per l'eliminazione degli atti illegittimi posti in essere dal presidente della regione nella qualità.
La procedura di assegnazione dei lavori di esecuzione dei termovalorizzatori presenta profili di irregolarità che integrano un'infrazione dello Stato italiano nei confrontiPag. 67dell'Unione europea. Per questo motivo ho presentato l'interpellanza in esame, nella quale richiamo un parere motivato della Commissione europea del 7 luglio 2004 (del commissario Bolkestein). Il testo del parere motivato, emesso ai sensi dell'articolo 226, primo comma, del Trattato che istituisce la Comunità europea, è il seguente: «Avendo la Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per la protezione civile, ufficio del commissario delegato per l'emergenza rifiuti e la tutela delle acque nella regione siciliana, indetto la procedura per la stipula delle convenzioni per l'utilizzo della frazione residua dei rifiuti urbani, al netto della raccolta differenziata prodotta nei comuni della regione siciliana, ed avendo concluso le predette convenzioni senza applicare» - questo dice la Commissione europea - «le procedure previste dalla direttiva 92/50/CEE e, in particolare, senza pubblicazione dell'apposito bando di gara nella Gazzetta ufficiale delle Comunità europee la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi imposti dalla suddetta direttiva e, in particolare, dagli articoli 11, 15 e 17. In applicazione dell'articolo 226, primo comma, del Trattato che istituisce la Comunità europea, la Commissione invita la Repubblica italiana a prendere le disposizioni necessarie per conformarsi al presente parere motivato entro due mesi dal ricevimento del medesimo». Nell'interpellanza faccio anche riferimento ad un provvedimento di deferimento dell'Italia alla Corte di giustizia.
A questo punto, ritengo sia opportuno chiarire, ove vi siano le condizioni, le seguenti questioni. A seguito del provvedimento del 7 luglio 2004, il Governo ha provveduto a notificare il parere alla regione siciliana e ad invitarla a conformarvisi? Nel caso in cui, come sembrerebbe ovvio, dal momento che l'Italia è stata deferita alla Corte di giustizia, ciò non fosse avvenuto, la procedura innescata dal bando sub iudice (affidamento, approvazione dei progetti, inizio dei lavori) può ritenersi valida? Qual è, ad oggi, lo stato della situazione presso la Corte di giustizia? La domanda che poniamo per ultima - e credo che la risposta ad essa sia fondamentale anche sotto il profilo di un eventuale danno all'erario - è la seguente: qualora, a seguito della procedura di infrazione, lo Stato italiano fosse condannato, ciò implicherebbe la messa in discussione di tutto l'iter seguito dalla regione siciliana? E quali sanzioni comporterebbe?
Chiediamo al viceministro, nella sua qualità di responsabile degli affari esteri, di fornire risposte che riguardano argomenti di particolare rilevanza: vengono in rilievo, infatti, la realizzazione di termovalorizzatori per quasi due miliardi di euro e, inoltre, la previsione di smaltimento dei rifiuti per i prossimi vent'anni. Grazie.
Il viceministro degli affari esteri, Patrizia Sentinelli, ha facoltà di rispondere.
PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevole Raiti, con l'interpellanza in esame si chiede di sapere quale sia stato l'esito della procedura di infrazione, relativa alla realizzazione di termovalorizzatori in Sicilia, avviata dalla Commissione europea nell'ottobre del 2003.
Risponderò, per così dire, in punto di diritto, illustrando gli sviluppi intervenuti nella vicenda a livello comunitario.
Nell'ottobre 2003 la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione relativa alla decisione dell'ufficio del Commissario delegato per l'emergenza rifiuti e la tutela delle acque in Sicilia di indire una procedura per la stipula delle convenzioni per l'utilizzo della frazione residua dei rifiuti urbani dei comuni della regione siciliana.
Vorrei subito premettere che oggetto del contendere non erano tanto i profili ambientali relativi all'utilizzo di questi rifiuti urbani, quanto piuttosto il rispetto della normativa comunitaria in materia di concorrenza.
La Commissione riteneva, infatti, criticabile la decisione di concludere le predette convenzioni senza applicare le procedurePag. 68previste dalla direttiva 92/50/CEE del Consiglio, del 18 giugno 1992, che coordina le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di servizi, in particolare senza la pubblicazione dell'apposito bando di gara sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea.
In proposito, l'ufficio del Commissario delegato ha sostenuto che il bando riguardava una concessione di pubblici servizi (relativi cioè alla produzione di energia elettrica) piuttosto che un appalto pubblico di servizi (incenerimento di rifiuti). Conseguentemente, ad esso si sarebbero dovute applicare, come in effetti è stato fatto, le procedure previste per la concessione di pubblici servizi e non le procedure previste per gli appalti pubblici: l'Esecutivo comunitario non ha ritenuto di condividere questa tesi.
Al termine della procedura precontenziosa, la Commissione ha quindi deferito l'Italia alla Corte di giustizia delle Comunità europee, chiedendo di constatare che l'Italia ha violato gli obblighi imposti dalla predetta direttiva. È stata aperta la causa C-382/05, che è tuttora in corso.
Da ultimo, l'Italia, dopo aver presentato la propria controreplica al ricorso della Commissione, ha richiesto la trattazione orale della causa il 26 giugno scorso, ma non è stata ancora fissata una data per tale udienza. La causa dovrebbe arrivare a conclusione nel corso del 2007.
Non è possibile evidentemente prevedere quali saranno le conclusioni della Corte. Si possono comunque prevedere due scenari alternativi.
Qualora la Corte riconoscesse la correttezza della procedura seguita dall'ufficio del Commissario delegato per l'emergenza rifiuti e la tutela delle acque in Sicilia, il caso potrebbe dirsi, per così dire, chiuso.
Qualora invece la Corte decidesse di condannare l'Italia, occorrerebbe adottare sul piano interno le misure necessarie ad eliminare gli aspetti giudicati incompatibili con il diritto comunitario. Sul piano interno ne discenderebbe l'invalidità delle procedure in parola.
Vorrei ricordare che, in questa fase, la Corte può disporre le misure da adottare, ma non comminare le sanzioni di carattere finanziario. Queste sanzioni possono tuttavia intervenire in un secondo momento, a seguito di una nuova procedura di infrazione, qualora lo Stato condannato non provveda sollecitamente ad adempiere a quanto disposto da una sentenza.
PRESIDENTE. Il deputato Raiti ha facoltà di replicare.
SALVATORE RAITI. Onorevole Presidente, onorevole viceministro, sono moderatamente soddisfatto della risposta, perché il lavoro svolto dai suoi uffici inquadra perfettamente la vicenda e ci dice che, in sede di definizione della causa che si terrà nel corso di questo anno, noi verremo ad essere portati a conoscenza del verdetto della Comunità europea.
Vi sono due possibilità: vi potrà essere una sentenza di proscioglimento, e quindi ciò comporterà la presa d'atto che le procedure adottate dalla regione siciliana sono corrette (e quindi tutto va bene e continuerà regolarmente, e non vi sarà procedura di infrazione dell'Unione europea nei confronti del nostro paese) oppure, nel caso contrario, nell'ipotesi di condanna (il che, secondo il mio punto di vista, è l'ipotesi più plausibile), ne possono scaturire eventualmente due tipi di sanzioni: la eventuale rimessa in ripristino dei lavori eseguiti irregolarmente e forse anche una sanzione pecuniaria nei confronti dello Stato, con conseguente danno per l'erario.
Il quadro quindi è delineato in maniera assolutamente precisa e perfetta, e di questo ringrazio l'esposizione del ministro.
Mi chiedo però, e chiedo al Governo, della cui maggioranza io faccio parte, di verificare se non sia necessario, se non sia giusto e se non sia utile, al fine di evitare un potenziale danno all'erario, di mettere in mora la regione siciliana, per fare in modo che non si eseguano lavori fino a quando la materia è sub iudice.
Si tratterebbe quindi di tergiversare, attendere alcuni mesi, fino a quando nonPag. 69interverrà la sentenza della Corte di giustizia europea, in maniera tale da evitare un danno, o il rischio di un potenziale danno allo Stato. Nel caso in cui la procedura venisse dichiarata corretta, nulla osta ai fini della stretta regolarità giuridica delle procedure.
Nel caso in cui invece la sentenza dovesse essere negativa, se vi sarà un'azione del nostro Governo nella direzione che ho proposto, certamente noi potremmo evitare oggi un danno cospicuo non solo all'ambiente, non solo ai lavoratori che verrebbero assunti per lavorare nei cantieri aperti, e poi verrebbero licenziati in tronco, ma credo anche un ulteriore danno all'erario, alle casse dello Stato.
Per tale motivo, nel dichiararmi, ripeto, soddisfatto per la parte di risposta che ho appena menzionato, avuta dal rappresentante del Governo, invito il medesimo rappresentante a fare in modo di porre in essere gli atti conseguenziali, perché le paventate ipotesi di danno possano essere eliminate e quindi si possa attendere con serenità il giudizio della Corte di giustizia europea. Grazie.
(Offerta formativa delle scuole paritarie - n. 2-00303)
PRESIDENTE. L'onorevole Rusconi ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00303 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 9).
ANTONIO RUSCONI. Signor Presidente, la legge n. 62 del 2000, ha di fatto riconosciuto le scuole paritarie, il loro ruolo di pubblico servizio, come parte fondamentale del sistema pubblico scolastico.
In particolare, le scuole dell'infanzia paritarie sono le uniche in numerosi piccoli comuni a proporre alle famiglie la possibilità di una prima indispensabile attività educativa. Non sempre gli enti locali ritengono (quindi danno questa interpretazione) che la normativa statale consenta di fornire a questi enti gli elenchi anagrafici, per una effettiva generalizzazione dell'offerta formativa.
Si chiede quindi al ministro, qui rappresentato dal sottosegretario, come si intende permettere a queste scuole di svolgere pienamente la propria azione educativa.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la pubblica istruzione, Maria Letizia De Torre, ha facoltà di rispondere.
MARIA LETIZIA DE TORRE, Sottosegretario di Stato per la pubblica istruzione. Grazie, Presidente. L'onorevole Rusconi ritiene che l'obiettivo dell'espansione dell'offerta formativa e della conseguente generalizzazione della domanda di istruzione non potrebbe essere compiutamente perseguito dalle scuole paritarie se non attraverso la collaborazione delle amministrazioni interessate, in specie degli enti locali che possiedono gli elenchi anagrafici dei residenti. Anche la conoscenza di tali elenchi rappresenta, a suo avviso, uno strumento necessario in funzione della generalizzazione della domanda di istruzione, dall'infanzia lungo tutto l'arco della vita, obiettivo questo al cui raggiungimento concorrono tutte le scuole della Repubblica, sia statali che non statali, istituite da privati o dagli enti locali, che costituiscono, insieme alle prime, il sistema nazionale di istruzione.
L'onorevole interpellante chiede quindi iniziative presso le competenti amministrazioni affinché le scuole paritarie siano poste nelle condizioni di svolgere adeguatamente la loro azione educativa.
A questo proposito, va anzitutto richiamato il quadro giuridico di riferimento.
Circa gli elenchi degli iscritti nell'anagrafe della popolazione residente, il regolamento anagrafico della popolazione, approvato con decreto del Presidente della Repubblica n. 223 del 30 maggio 1989, all'articolo 34 stabilisce che «Alle amministrazioni pubbliche che ne facciano richiesta, per esclusivo uso di pubblica utilità, l'ufficiale di anagrafe rilascia, anche periodicamente, elenchi degli iscritti nell'anagrafe della popolazione residente».Pag. 70
Questa disposizione è ribadita dall'articolo 177 del codice in materia di protezione dei dati personali, emanato con il decreto legislativo n. 196 del 30 giugno 2003, in base al quale il comune può utilizzare i suddetti elenchi per esclusivo uso di pubblica utilità anche in caso di applicazione della disciplina di comunicazione istituzionale.
Lo stesso decreto legislativo, tra l'altro, indica i principi applicabili al trattamento dei dati diversi da quelli sensibili e giudiziari da parte di soggetti pubblici e stabilisce in particolare che il trattamento dei dati personali da parte delle pubbliche amministrazioni è consentito solo quando sia necessario allo svolgimento delle funzioni istituzionali, rispettando gli eventuali altri presupposti e limiti stabiliti dal codice nonché dalla legge e dai regolamenti.
Per quanto riguarda specificamente la legislazione scolastica, l'invio da parte dei comuni ai competenti dirigenti scolastici degli elenchi degli iscritti all'anagrafe è espressamente previsto soltanto in relazione alla vigilanza sull'osservanza dell'obbligo scolastico dall'articolo 114 del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado, emanato con il decreto legislativo n. 297 del 16 aprile 1994.
È poi intervenuto il decreto legislativo n. 76 del 15 aprile 2005 che, all'articolo 5, ha individuato quali responsabili della vigilanza sull'assolvimento dell'obbligo il comune ove hanno residenza i giovani soggetti all'obbligo stesso, il dirigente dell'istituzione scolastica o il responsabile dell'istituzione formativa presso la quale gli obbligati sono iscritti, la provincia (attraverso i servizi per l'impiego) e, infine, i soggetti che assumono i giovani con contratto di apprendistato.
Dal suddetto quadro normativo si ricava in primo luogo che la competenza circa la gestione degli elenchi anagrafici è indubbiamente attribuita ai comuni quali responsabili della tenuta, conservazione e aggiornamento delle anagrafi locali; inoltre, le disposizioni in materia di utilizzazione degli stessi elenchi si riferiscono alle pubbliche amministrazioni e solo per motivi di pubblica utilità.
Ora, come già detto, non vi è dubbio che, come evidenziato anche nell'interpellanza, a norma della legge n. 62 del 10 marzo 2000, le scuole paritarie private svolgano un servizio pubblico nell'ambito del sistema nazionale di istruzione e concorrano, insieme alle scuole gestite dallo Stato e a quelle gestite dagli enti locali, al perseguimento dell'obiettivo prioritario posto dalla legge: l'espansione dell'offerta formativa e la conseguente generalizzazione della domanda di istruzione a cominciare dalla scuola dell'infanzia, obiettivo prioritario che il legislatore riferisce non solo alla scuola dell'obbligo, ma anche alle scuole di ogni ordine e grado nonché al sistema dell'educazione permanente.
Si è avuta, quindi, una progressiva evoluzione del quadro normativo; l'ordinamento si è aperto ad un respiro più ampio, che va oltre l'obbligo scolastico, ponendosi nella prospettiva della generalizzazione della domanda di istruzione «dall'infanzia lungo tutto l'arco della vita».
In vista di questo obiettivo ed in considerazione del servizio pubblico reso dalle scuole paritarie gestite da privati, merita dunque attenzione quanto rappresentato nell'interpellanza circa l'esigenza di poter acquisire dalle amministrazioni interessate i dati necessari per il perseguimento dell'obiettivo stesso, ivi compresi gli elenchi anagrafici detenuti dai comuni; ciò al fine di rappresentare puntualmente alle famiglie la propria offerta educativa nell'esercizio della loro autonomia organizzativa e nell'esplicazione della libertà di orientamento culturale e di indirizzo pedagogico-didattico riconosciuta dall'ordinamento.
In considerazione di quanto esposto, tenuto conto del quadro normativo prima richiamato, è opportuno avviare un approfondimento della materia oggetto dell'interpellanza con il Ministero dell'interno, cui spetta la vigilanza e il controllo sulle anagrafi della popolazione, nonchéPag. 71con il garante della privacy, per acquisirne l'avviso in ordine alle esigenze rappresentate.
In relazione all'esito dell'approfondimento con il Ministero dell'interno e con il garante della privacy, saranno valutate eventuali iniziative che sarà possibile promuovere.
PRESIDENTE. Il deputato Rusconi ha facoltà di replicare.
ANTONIO RUSCONI. Direi che sono soddisfatto, in attesa del chiarimento e di quell'approfondimento che la sottosegretaria Maria Letizia De Torre ha chiesto al Ministero dell'interno. Prendo atto con piacere del riconoscimento pieno della funzione pubblica delle scuole paritarie, in base alla legge n. 62 del 2000. Soprattutto è chiara ormai la differenza - penso sia chiara a tutto il Parlamento; recentemente ho avuto l'occasione di essere relatore sul provvedimento relativo al nuovo esame di Stato - tra le scuole paritarie, che hanno un evidente funzione pubblica all'interno del sistema pubblico dell'istruzione, e i cosiddetti «diplomifici», che invece nulla hanno a che fare con questo sistema pubblico e che per questo sono stati penalizzati dalla recente normativa sull'esame di Stato.
Voglio ribadire in particolare il ruolo fondamentale delle scuole paritarie nella scuola dell'infanzia, per due motivi. Il primo motivo è che noi parliamo di una percentuale che va dal 40 al 50 per cento; quindi non possiamo parlare di una percentuale che riguarda le scuole d'élite o che riguarda le scuole solo in alcuni comuni particolari. Chiaramente è un servizio pubblico.
Il secondo motivo è che la scuola dell'infanzia non è ancora scuola dell'obbligo, pur avendo ormai una frequenza che supera ampiamente il 90 per cento. Quindi, in quei comuni dove la scuola paritaria nella scuola dell'infanzia è l'unica, cioè nei piccoli comuni, il non avere magari gli elenchi anagrafici impedisce di sollecitare e di informare tutte le famiglie, con il rischio che poi non si iscrivano e non frequentino proprio quei bambini, magari delle famiglie più disagiate, che avrebbero maggiore bisogno, da un punto di vista non solo educativo ma anche socio-educativo e sociale, di una frequenza della scuola dell'infanzia.
(Rinvio interpellanza urgente Mario Ricci - n. 2-00286)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta del presentatore, sulla quale ha convenuto il Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Mario Ricci n. 2-00286 è rinviato ad altra seduta.
La seduta, sospesa alle 17.10, è ripresa alle 17.15.
(Subingresso della società Porto di Lavagna SpA nella concessione attribuita alla Cala dei genovesi SpA relativa ad una zona di arenile nel comune di Lavagna (GE) - n. 2-00304) .
PRESIDENTE. Il deputato Camillo Piazza ha facoltà di illustrare l'interpellanza Lion n. 2-00304 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 10), di cui è cofirmatario.
CAMILLO PIAZZA. Signor Presidente, questa interpellanza a firma di molti parlamentari dell'Ulivo riguarda il porto di Lavagna, il maggior porto commerciale presente nel Mediterraneo. Nella presentazione dell'interpellanza mi corre l'obbligo di leggere alcuni articoli della legge n. 327 del 1942.
L'articolo 46, ai commi primo e secondo, sul subingresso nella concessione dispone: quando il concessionario intende sostituire altri nel godimento della concessione deve chiedere l'autorizzazione dell'autorità concedente. In caso di vendita o di esecuzione forzata, l'acquirente o l'aggiudicatario di opere o impianti costruiti dal concessionario su beni demanialiPag. 72non può subentrare nella concessione senza l'autorizzazione dell'autorità concedente.
L'articolo 47 reca norme sulla decadenza dalla concessione, prevedendo in quali casi l'amministrazione può dichiarare la concessione del concessionario. Il successivo articolo 48, sull'autorità competente a dichiarare la revoca e la decadenza, dispone che la revoca e la decadenza della concessione siano dichiarate, con le formalità stabilite dal regolamento, dall'autorità che ha fatto la concessione.
È del tutto evidente che gli atti citati da parte degli interpellanti non costituiscono certamente un sistema perfetto nella concessione demaniale dell'area del porto di Lavagna. In merito alla citata autorizzazione al subingresso bisognerebbe evidenziare molteplici profili problematici, se non addirittura di nullità, perlomeno di vizi gravi. Di questo argomento si stanno occupando anche altri ministeri, perché sempre la concessionaria ha autorizzato in questo caso una discarica abusiva nel territorio e la magistratura, ormai dal 2003, è intervenuta in maniera forte e concreta in riferimento alla situazione in essere.
Per questo motivo gli interpellanti chiedono se il Ministero dei trasporti, che noi riteniamo quello in possesso della competenza specifica di questa materia, sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se non ritenga necessario ed urgente disporre un'inchiesta ministeriale volta ad accertare eventuali o presunti atti irregolari o nulli o abusi da parte di funzionari del ministero in ordine alle avvenute autorizzazioni al sub ingresso nella concessione demaniale marittima in favore della società Porto di Lavagna SpA. In secondo luogo, chiediamo se non intenda valutare la necessità di provvedere a far annullare, secondo le procedure allo scopo previste, l'autorizzazione al sub ingresso nella concessione demaniale marittima da parte della Porto di Lavagna SpA, in ragione dei riscontri che già può effettuare tramite i pertinenti documenti che detengono sia il Ministero dei trasporti sia la capitaneria di porto di Genova.
CESARE DE PICCOLI, Viceministro dei trasporti. Signor Presidente, in relazione a quanto prospettato con l'interpellanza in argomento si fa presente quanto segue. Con decreto ministeriale del 13 luglio 1974 venne approvato l'atto n. 1680 del 22 giugno 1974, stipulato presso la capitaneria di porto di Genova, con il quale venivano concessi alla Cala dei genovesi SpA per cinquanta anni, fino al 12 luglio 2024, un'area demaniale marittima di metri quadri 23 mila ed uno specchio acqueo di 290 mila metri quadrati nel comune di Lavagna per la realizzazione e la gestione del locale porto turistico.
Con sentenza del tribunale di Milano n. 291 del 3 aprile 1998 la società concessionaria è stata dichiarata fallita ed il rapporto concessorio è proseguito senza interruzione in capo al curatore fallimentare, il quale ha provveduto alla gestione della struttura affidandosi proprio alla Lavagna sviluppo Srl e poi alla Porto di Lavagna SpA, sempre previa autorizzazione di questa amministrazione, ex articolo 45-bis del codice di navigazione. Con sentenza n. 4376 del 6 aprile del 2000 il tribunale di Milano omologava il concordato fallimentare, disponendo il trasferimento all'assuntore di tutto l'attivo della procedura, una delle cui condizioni è il passaggio in proprietà alla Porto di Lavagna Spa dei beni della Cala dei genovesi Spa, ivi compresi quelli che, realizzati in forza della concessione demaniale marittima, verranno acquisiti allo Stato alla scadenza della concessione, ai sensi dell'articolo 49 del codice della navigazione. Stanti tali premesse, il curatore fallimentare (nella qualità di interlocutore dell'amministrazione e di garante dell'esecuzione del concordato) e la Porto di Lavagna Spa hanno presentato a questa amministrazione istanza per ottenere a favore della società il subingresso nella concessione, ex articolo 46, secondo comma, del codice della navigazione. Il trasferimento dei beni disposto con la sentenza di omologa delPag. 73concordato può infatti a buon diritto essere equiparato alla fattispecie della vendita o dell'esecuzione forzata (in mancanza di concordato i beni sarebbero stati posti in vendita all'incanto), di cui alla citata disposizione.
Detta istanza è stata sottoposta a rituale istruttoria, tesa ad accertare le capacità gestionali del richiedente, nel corso della quale sono state utilizzate anche le informazioni acquisite ai fini delle già concessa autorizzazione ex articolo 45-bis del codice della navigazione. In data 13 ottobre 2000 la scrivente amministrazione, con decreto ministeriale 2o/2399 (allegato 1), autorizzava il subingresso della Porto di Lavagna Spa nella concessione già assentita alla Cala dei genovesi Spa, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del codice della navigazione. Con sentenza n. 511 del 14 febbraio 2002 la Corte costituzionale, all'esito di giudizio per conflitto di attribuzione, annullava la suddetta autorizzazione, dichiarando l'incompetenza del Ministero dei trasporti. Con nota protocollo n. 2A-0079 del 16 gennaio 2003, cessate le proprie competenze in materia di esercizio delle funzioni amministrative sul demanio marittimo nel territorio della regione Liguria, la scrivente amministrazione ha provveduto a trasmettere, al comune di Lavagna, tutti gli atti relativi alla concessione demaniale in esame, ad eccezione di quelli relativi al contenzioso.
Nei residuali atti relativi al contenzioso risulta quanto segue.
La società Porto di Lavagna Spa presentava quindi al comune di Lavagna nuova istanza di autorizzazione al subingresso, ai sensi del citato articolo 46, comma 2, del codice della navigazione, riscontrata positivamente con la determinazione dirigenziale n. 19060 del 7 agosto 2003, con la quale è stato disposto il subingresso nella concessione demaniale generale del porto turistico di Lavagna in favore della Porto di Lavagna Spa.
Avverso le determinazioni del comune di Lavagna la Cala dei genovesi Spa ha presentato ricorso giurisdizionale dinanzi al TAR della Liguria e, a seguito della dichiarata inammissibilità del ricorso proposto, ha successivamente proposto appello al Consiglio di Stato.
Il Consiglio di Stato, sezione VI, con decisione n. 6370 del 2005 (allegato 2), ha respinto l'appello proposto, condividendo la gravata declaratoria di inammissibilità del ricorso di prime cure, in quanto «(...) il soggetto che abbia conseguito in sede di concordato la proprietà delle opere interessate dalla concessione è legittimata a chiedere l'autorizzazione al subingresso senza necessità di acquisizione del consenso della originaria concedente; consenso da reputarsi peraltro sotteso al negozio di trasferimento dell'intera massa attiva che, pur non potendo produrre effetto traslativo opponibile all'amministrazione in ordine al titolo pubblicistico, implica, anche alla stregua dei canoni civilistici di buona fede e tutela dell'affidamento, l'impegno a non ostacolare il conseguimento della legittimazione amministrativa idonea a conferire reale vitalità economica al passaggio di proprietà dei beni materiali».
Ne deriva il difetto di legittimazione del concedente a contestare l'autorizzazione al subingresso, alla luce del dettato dell'articolo 30, comma 2, del regolamento, ove, con disposizione anche in questo caso analogicamente applicabile al fallimento e sorretta, sul piano della ratio, dalla ricordata inscindibilità funzionale tra titolo ed opere, si statuisce che «qualora l'amministrazione, in caso di vendita o di esecuzione forzata, non intenda autorizzare il subingresso dell'acquirente o dell'aggiudicatario nella concessione, si applicano in caso di vendita le disposizioni sulla decadenza o, in caso di esecuzione forzata, le disposizioni sulla revoca». Il mancato intervento dell'autorizzazione non comporta, in definitiva, la reviviscenza o la persistenza del titolo concessorio, ma la sua caducazione obbligatoria, in guisa a rendere palese il difetto di interesse alla coltivazione di un ricorso volto ad un risultato: l'annullamento dell'autorizzazione al subingresso, che non consentirebbePag. 74all'odierna appellante di conseguire il bene della vita che sostiene il ricorso sul piano dell'interesse.
Tutto ciò premesso, si assume, quindi, che a seguito della sentenza n. 511, del 14 febbraio 2002, della Corte costituzionale, questa amministrazione - il Ministero dei trasporti - non è più competente in materia di esercizio delle funzioni amministrative sul demanio marittimo nel territorio della regione Liguria, in ordine al provvedimento in data 13 ottobre 2000, con il quale questa amministrazione ha autorizzato il subingresso della Porto di Lavagna Spa nella concessione già assentita alla Cala dei Genovesi Spa, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del codice della navigazione e si ritiene che il provvedimento sia stato correttamente adottato, in considerazione del fatto che il provvedimento stesso è stato annullato non per questioni di merito, ma unicamente per difetto di poteri; il provvedimento è stato successivamente reiterato dal comune di Lavagna, subentrato nell'esercizio delle funzioni sul demanio marittimo, sulla base dell'istruttoria svolta da questa amministrazione; il Consiglio di Stato, con la decisione n. 6370/2005, ha sostanzialmente confermato la legittimità dei provvedimenti subingresso adottati, prima, da questa amministrazione prima e, poi, dal comune di Lavagna.
In relazione ai fatti sopra esposti non sembra, quindi, sussistere alcun presupposto affinché questa amministrazione predisponga un atto di adempimento volto ad accertare irregolarità in merito al procedimento adottato per il subingresso della Porto di Lavagna Spa nella concessione in trattazione, fatto che non impedisce che ciò avvenga in altra sede.
PRESIDENTE. Il deputato Camillo Piazza ha facoltà di replicare.
CAMILLO PIAZZA. Signor Presidente, prendo atto della risposta del Governo alla nostra interpellanza. È del tutto evidente che non siamo soddisfatti completamente di tale risposta, perché alcune parti citate dal Governo riguardano contenziosi tra due soggetti privati, Cala dei Genovesi e Porto di Lavagna Spa, contenziosi cui gli interpellanti, ovviamente, non hanno un grande interesse. Il nostro interesse è capire (considerate anche le sentenze da parte della magistratura e gli interventi da parte di altri ministeri rispetto ad un dato di fatto, ossia che tale Porto è gestito in maniera pessima, con alcune difficoltà anche rispetto all'organizzazione del territorio) se il Ministero dei trasporti intenda procedere istituendo commissioni di inchiesta, constatato che la capitaneria di porto ha un ruolo preciso, forte e determinato anche rispetto al regio decreto n. 327 del 1942.
È del tutto evidente che gli interpellanti dell'Unione andranno avanti su questo argomento nel chiedere al ministro dei trasporti di far valere le proprie competenze, ossia di verificare nel concreto se, in questi anni, dal rilascio dell'autorizzazione cinquantennale, con il subentro, autorizzato e, poi, in qualche modo, sospeso da parte degli organi della magistratura, la capitaneria di porto abbia il ruolo e la funzione di verificare, anche nel merito, se i fatti da noi denunciati siano veri.
Se le infrazioni che abbiamo denunciato e sottoscritto fossero vere, riterrei giusto che il Ministero dei trasporti intervenisse anche utilizzando i propri poteri ispettivi.
Concludo chiedendo al Governo di non fermarsi alla risposta data in questa Assemblea e di verificare se, sempre con riguardo alle situazioni in questione, sia possibile attivare anche poteri diversi al fine di verificare tali rilevanti vicende ed i disastri che si stanno compiendo sui versanti ambientale e della gestione di questo enorme porto di 300 mila metri quadrati (il più grande porto turistico del Mediterraneo). Riteniamo altresì che, da parte del Governo, occorra maggiore fermezza verso i soggetti che hanno chiesto l'autorizzazione per subentrare in una concessione della durata di cinquant'anni, della quale i concessionari sono titolari su questo territorio.
A tale riguardo, ritengo che sia opportuno invitare il Ministero dei trasporti - e,Pag. 75naturalmente, da parte nostra inviteremo analogamente anche altri ministeri ed approfondire le altre vicende - a proseguire su tale punto, verificando se vi sia la possibilità di revocare una concessione che sta creando sul territorio gravi problemi.
Le forze politiche di tutti i partiti di Lavagna hanno chiesto a gran voce di intervenire su questo versante. Ovviamente, non condividiamo la risposta secondo la quale non esisterebbe la competenza del Governo al riguardo; noi riteniamo infatti che la competenza del Governo vi sia e richieda che si vada fino in fondo per verificare se chi ha autorizzato tale nuova concessione ha fatto tutto ciò che era nelle sue competenze.
(Misure per il potenziamento dell'aeroporto di Pescara - 2-00296)
PRESIDENTE. La deputata Fasciani ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00296 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 11).
GIUSEPPINA FASCIANI. Signor Presidente, nella sostanza l'interpellanza tende a porre il problema della messa in sicurezza dell'aeroporto di Pescara e delle risorse necessarie per il raggiungimento di tale obiettivo.
Voglio ricordare alcuni elementi fondamentali; l'aeroporto di Pescara sta conoscendo una grande fase di sviluppo con aumento di voli e destinazioni ed ha triplicato in pochi anni il traffico passeggeri. Per tale crescente traffico, si è reso necessario porre in essere tutti i lavori di messa in sicurezza dello scalo, con l'adeguamento della pista, dei parcheggi e delle strutture logistiche.
Lo svolgimento poi dei giochi del Mediterraneo del 2009, che si terranno a Pescara, manifestazione riconosciuta dalla Presidenza del Consiglio quale «grande evento», richiede con urgenza l'adeguamento ed il completamento della messa in sicurezza della struttura, comportando adeguati sostegni finanziari.
La stessa conferenza Stato-regioni si è impegnata, con atti e deliberazioni, a sostenere il potenziamento della struttura.
L'Ente nazionale dell'aviazione civile (ENAC), per tali motivi, aveva destinato 5 milioni di euro ma abbiamo saputo che tali risorse sono state invece finalizzate ad altri scali aeroportuali. Ciò ha suscitato molta preoccupazione da parte non solo delle istituzioni locali ma anche di numerosi operatori economici.
Ora, i tendenziali di crescita dell'aeroporto di Pescara, non solo per la previsione del «grande evento» dei giochi del Mediterraneo, ma anche per una politica del turismo e di commercio rivolta ai paesi dei Balcani, richiede una attenzione particolare. Pertanto, noi, preoccupati della situazione, chiediamo al ministro come intenda recuperare questa decurtazione dei finanziamenti.
ANDREA ANNUNZIATA, Sottosegretario di Stato per i trasporti. Signor Presidente, l'articolo 1, comma 582, della legge n. 266 del 2005 (legge finanziaria 2006) ha autorizzato l'ENAC ad utilizzare le risorse di parte corrente derivanti da trasferimenti statali relativi agli anni 2004 e 2005 disponibili nel proprio bilancio per far fronte a spese di investimento per le infrastrutture aeroportuali individuate con decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. A tale proposito, il Ministero dei trasporti ha proposto all'ENAC di finanziare opere infrastrutturali sugli scali aeroportuali di seguito elencati. Bologna: lavori di prolungamento e riqualificazione della pista di volo (euro 22.154.965,69); Torino: lavori di realizzazione del sistema automatico di smistamento dei bagagli e degli impianti di sicurezza per il controllo del 100 per cento dei bagagli da stiva (euro 20.621.987,00); Pescara: lavori di messa in sicurezza dell'aeroporto, per i quali il ministro pro tempore aveva messo a disposizione la somma di 5 milioni di euro; Roma Fiumicino: realizzazione del molo CPag. 76(euro 36.151.983,00); per tali lavori si fa presente che Aeroporti di Roma Spa ha già provveduto all'espletamento della gara d'appalto ed alla successiva aggiudicazione.
L'ENAC ha condiviso tale proposta e quantificato in complessivi 35 milioni di euro le risorse disponibili.
In conseguenza di ciò, il Ministero ha dovuto considerare prioritari i finanziamenti per gli interventi infrastrutturali già realizzati negli scali aeroportuali di Bologna e Torino, per i quali le società di gestione aeroportuali hanno presentato ricorso. In particolare, euro 22.154.965,69, per il rimborso totale alla SAB Spa per i lavori già effettuati di prolungamento e riqualificazione della pista di volo e opere connesse dell'aeroporto di Bologna; per la restituzione di tale somma la stessa società di gestione ha presentato ricorso al TAR per l'Emilia Romagna.
Euro 12.845.034,31, quale parziale rimborso (62 per cento) alla SAGAT Spa, in relazione ai lavori di realizzazione del sistema automatico di smistamento dei bagagli e degli impianti di sicurezza per il controllo del 100 per cento dei bagagli da stiva nell'aeroporto di Torino; per la restituzione della somma complessiva dell'opera la stessa società di gestione ha presentato apposito atto di diffida.
Detti lavori sono stati eseguiti in occasione dei XX giochi olimpici invernali di Torino 2006.
Al fine di consentire il completo rimborso a favore della SAGAT Spa e la realizzazione dei lavori sull'aeroporto di Pescara, che non potranno iniziare prima della fine del 2007, considerato che solo in data 12 ottobre 2006 si è conclusa la conferenza dei servizi che ha approvato il piano di sviluppo dell'aeroporto, nonché la realizzazione del molo C di Fiumicino, è stata inserita una norma, articolo 6, comma 6, del decreto-legge n. 300 del 2006, attualmente in corso di conversione, che consente all'Ente nazionale per l'aviazione civile di utilizzare le risorse di parte corrente derivanti da finanziamenti statali, relativi all'anno 2006 e disponibili sul bilancio dell'ente per far fronte a spese di investimenti negli aeroporti.
Ciò consentirà di completare il programma di finanziamenti delle opere infrastrutturali sopra citate, per le quali non solo erano stati emanati atti di diffida, ma proposti ricorsi amministrativi (si era nella condizione di mora e, pertanto, vi era l'obbligo di pagamento).
Quello era il budget dell'ENAC; è evidente che, con riferimento ai tempi previsti per la realizzazione di ulteriori lavori dell'aeroporto di Pescara, stabilendo il termine della fine del 2007, si è recuperato sui lavori oggetto di diffida e, pertanto, dovremmo essere pronti a stanziare questi finanziamenti quando Pescara sarà pronta per i lavori.
PRESIDENTE. La deputata Fasciani ha facoltà di replicare.
GIUSEPPINA FASCIANI. Signor Presidente, prendo atto della risposta fornita dal sottosegretario; quindi, do per buono l'impegno che lei si è assunto per il futuro, sottosegretario Annunziata.
Mi auguro che tale assunzione di responsabilità del Governo si concretizzi, nel corso dei prossimi mesi, in atti formali. So che si sono svolte alcune riunioni con l'assessore regionale competente e che il sindaco di Pescara ha sollecitato un incontro. Seguiremo con molta attenzione, dunque, il concretizzarsi di tale impegno, per far in modo che i citati 5 milioni di euro tornino ad essere destinati allo scalo aeroportuale di Pescara.
(Normativa in materia di smaltimento dei residui della lavorazione della pietra - n. 2-00295)
PRESIDENTE. Il deputato Peretti ha facoltà di illustrare l'interpellanza Volontè n. 2-00295 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 12) di cui è cofirmatario.
ETTORE PERETTI. Signor Presidente, la presentazione della mia interpellanzaPag. 77urgente trae origine da una sollecitazione del sindaco di Grezzana (un grande comune della cintura veronese interessato molto da vicino, ed in maniera significativa, dall'industria del marmo), nonché da una presa di posizione assunta dall'intero consiglio comunale.
Vorrei segnalare che l'industria del marmo è un'attività molto importante presente non solo nel territorio veronese, ma anche in altre parti del paese, e crea un indotto molto importante a favore non solo del settore industriale, ma anche del commercio e dei servizi.
Lo smaltimento dei residui della lavorazione del marmo ha sempre rappresentato un problema molto grave per tale attività e la legislazione ad essa relativa è mutata nel tempo. Una volta, infatti, la normativa prevedeva che questi fossero assimilati ai rifiuti. Successivamente, con l'entrata in vigore del decreto legislativo n. 152 del 2006, i residui della lavorazione del marmo sono stati assimilati alle terre ed alle rocce di scavo, prevedendo, quindi, un procedimento di smaltimento più semplice. Pertanto, erano consentiti i reinterri, i riempimenti, i rilevati, i macinati, poiché la normativa, giustamente, non considerava tali residui dei rifiuti.
Il nuovo Governo ha cambiato la legislazione previgente, presentando uno schema di decreto legislativo di modifica al citato decreto legislativo n. 152 del 2006 che deve acquisire il parere delle Commissioni parlamentari competenti. In tal modo, si è tornati indietro, e quindi i residui della lavorazione del marmo non sono più assimilati alle terre di scavo, ma vengono considerati dei rifiuti veri e propri.
Pertanto, vogliamo interpellare il Governo per ottenere chiarimenti in ordine a tale questione. Crediamo si tratti di una normativa sbagliata, e quindi intendiamo rappresentare la necessità di ritornare alla legislazione previgente. Riteniamo che la modifica legislativa predisposta dal Governo sia del tutto ingiustificata, nonché inutilmente vessatoria nei confronti di un settore che, in passato, ha sempre attraversato grandi difficoltà, ma rappresenta comunque un comparto importante per la nostra economia. In particolare, vogliamo evidenziare come non esistano basi scientifiche per considerare «rifiuti» i residui della lavorazione della pietra.
LAURA MARCHETTI, Sottosegretario di Stato per l'ambiente e la tutela del territorio e del mare. Signor Presidente, in merito a quanto richiesto nell'interpellanza presentata dagli onorevoli Volontè e Peretti, che rilevano che lo schema di revisione del decreto legislativo n. 152 del 2006 ha escluso i residui della lavorazione della pietra dalla disciplina di cui all'articolo 186 dello stesso decreto e che chiedono un ripensamento in merito alle modifiche introdotte, lasciando immutata l'attuale previsione normativa che assimila detto materiale alle terre ed alle rocce da scavo (sottraendole, quindi, agli adempimenti ed alle prescrizioni disposte in materia di rifiuti), si rappresenta quanto segue.
Com'è noto, ai sensi dell'articolo 186 del decreto n. 152, le terre e rocce da scavo e i residui della lavorazione della pietra non costituiscono rifiuti e sono pertanto esclusi dal campo di applicazione delle disposizioni di cui alla parte IV del decreto, quando siano utilizzati per reinterri o riempimenti, senza trasformazioni preliminari e purché, anche contaminanti, non presentino una concentrazione di inquinanti superiori ai limiti massimi previsti per legge.
Il tema delle terre e delle rocce da scavo costituisce una questione che, negli ultimi anni, ha impegnato il legislatore, la dottrina e la giurisprudenza in un dibattito tutt'oggi aperto, incentrato principalmente sulla possibilità o meno di inquadrare come rifiuto questo materiale di risulta, frutto di processi di escavazione, così da poterlo includere nel campo di applicazione della normativa sui rifiuti,Pag. 78sottoponendolo a tutte le forme di gestione e di controllo finalizzate alla tutela ambientale.
Al riguardo, si fa presente che l'esclusione dall'ambito di applicazione della disciplina sui rifiuti di alcuni materiali, come le terre e le rocce da scavo, non è in linea con quanto disposto in materia dal diritto comunitario e ciò ha comportato per lo Stato italiano l'avvio di un contenzioso comunitario, tuttora in corso.
Al fine di risolvere detto contenzioso, si sono dovute introdurre alcune modifiche alla disposizione del decreto n. 152, in modo da conformare il diritto interno al dettato comunitario.
In questa prospettiva, è apparso necessario non solo escludere i residui della lavorazione della pietra dalla disciplina di cui all'articolo 186 del decreto suddetto, ma anche operare una rigorosa restrizione della possibilità di escludere le stesse terre e rocce da scavo dal campo di applicazione della disciplina sui rifiuti.
La nuova formulazione dell'articolo, infatti, sottrae alla predetta normativa solo le terre e rocce da scavo destinate, con certezza e senza necessità di trattamenti preventivi, all'effettivo utilizzo per reinterri o riempimenti rilevati nell'ambito di un progetto sottoposto a valutazione ambientale o di un progetto specifico approvato dall'autorità competente. Ciò a condizione che il relativo progetto contenga il riferimento analitico ai dati tecnici, che consentano di verificare che il materiale da utilizzare non superi i valori limiti di concentrazione di inquinanti normativamente disposti, nonché la compatibilità di detto materiale con il sito di destinazione, con specifico riferimento alle attività attuali e pregresse, realmente svolte sull'area interessata dall'attività di scavo.
Al riguardo, deve osservarsi come le modifiche al testo del citato articolo 186, approvate dal Governo, finalizzate ad evitare la sottrazione dal regime giuridico dei rifiuti di sostanze che, invece, devono esservi ricomprese, così come ribadito dalla Commissione europea e dalla Corte di giustizia, si inseriscono in un contesto più ampio, volto a garantire meglio una piena ed efficace tutela ambientale.
In quest'ottica, quindi, nella normativa in corso di emanazione, è previsto, innanzitutto, la revisione della definizione di rifiuto alla quale consegue, necessariamente, l'adeguamento di tutte le disposizioni ad essa connesse.
PRESIDENTE. Il deputato Peretti ha facoltà di replicare.
ETTORE PERETTI. Signor Presidente, ringrazio il viceministro per essere venuto in aula celermente a rispondere a questa interpellanza.
Prendo atto delle sue dichiarazioni, però non mi ritengo soddisfatto, perché è vero che, come ha detto, la modifica trae origine da un dettato extra italiano, quindi, da una normativa dell'Unione europea, ma mi sarei aspettato dal viceministro non un'accettazione supina di questa normativa, perché riteniamo (credo che questo non sia stato dimostrato nella risposta a questa interpellanza) che vi siano fondamenti scientifici per questo tipo di atteggiamento.
Crediamo, invece, che ciò sia sbagliato, proprio perché il fondamento scientifico dell'assimilazione dei residui della lavorazione della pietra ai rifiuti non esiste. Se ciò fosse dimostrato, saremmo i primi a riconoscere che la tutela dell'ambiente è importante e che, quindi, è prioritaria rispetto all'aspetto economico. Capiremmo questa impostazione, ma questo fondamento scientifico non viene riconosciuto.
Inoltre, riteniamo che sia sbagliato modificare continuamente la legislazione. In generale è sbagliato farlo, ma, in particolare, lo è per quanto riguarda gli aspetti ambientali, perché si mantiene il settore in una condizione di incertezza e di fibrillazione, perché c'è la necessità di adeguare la gestione dal punto di vista amministrativo. Infatti, se si tornasse alla normativa precedente, vi sarebbe la necessità di individuare le discariche e, quindi, di predisporre un piano amministrativo.
Ciò determina per il settore un aumento di costi e lo si sottopone, in unPag. 79momento di grande difficoltà dal punto di vista della competitività internazionale, ad una grande crisi, anche considerando che non è dimostrata la scientificità di tale impostazione.
Noi riteniamo che vi possa essere spazio per modificare questo atteggiamento. Non so se, in seno al Consiglio dei ministri, il ministro dello sviluppo economico Bersani abbia accettato una modifica in maniera supina, ma crediamo ci sia la possibilità, attraverso il parere delle Commissioni parlamentari competenti, di indicare al Governo una strada che dia a questo settore una certezza normativa, scientificamente provata.
(Rinvio interpellanza urgente Cassola - n. 2-00306)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta del presentatore, sulla quale ha convenuto il Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Cassola n. 2-00306 è rinviato ad altra seduta.
[Lavori di ammodernamento della strada statale n. 36 (superstrada Monza-Cinisello) - n. 2-00310]
PRESIDENTE. Il deputato Grimoldi ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00310 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 13).
PAOLO GRIMOLDI. Signor Presidente, intervengo molto velocemente, vista l'ora.
L'annosa faccenda di viale Lombardia a Monza, ossia la strada statale n. 36, che collega la prima e la terza città della Lombardia e che serve da collegamento per le città di Desio, Lissone e Seregno, collegando il nord della Lombardia con il capoluogo regionale, da undici anni (quasi 12), aspetta una soluzione. Si formano, infatti, lunghe code in corrispondenza dei semafori del centro di Monza. Sembrava ci fosse uno spiraglio, perché il 20 dicembre è stato emesso un comunicato stampa da parte dell'ANAS, in cui si affermava che i lavori per la costruzione della galleria della strada statale n. 36, in corrispondenza del comune di Monza, si sarebbero svolti dividendo l'appalto in due stralci: il primo dell'importo di 61 milioni di euro circa, entro la fine dell'anno; il secondo per l'estate 2007.
Il problema è che il primo appalto, che prevedeva la realizzazione dello svincolo di Cinisello con l'autostrada A4, la cosiddetta «tangenzialina di Muggiò» e lo svincolo con la A52, per 61 milioni di euro, è stato appaltato, invece, per 35 milioni circa. Quindi, questa non è la cifra che è stata promessa.
Quel che più ci preoccupa è che questi lavori sono essenziali e vitali per procedere all'appalto per la costruzione della galleria vera e propria.
Il progetto non prevede il passaggio su queste opere preliminari sulle quali poi verrà deviato il traffico di viale Lombardia. Quello che ci preoccupa è che la situazione di rallentamento dei lavori porti ad eludere le promesse che i monzesi, i brianzoli e i lombardi si sentono raccontare ormai da dodici anni.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per le infrastrutture, Luigi Meduri, ha facoltà di rispondere.
LUIGI GIUSEPPE MEDURI, Sottosegretario di Stato per le infrastrutture. Signor Presidente, in riferimento alle problematiche evidenziate con l'atto ispettivo cui si risponde, l'ANAS conferma anzitutto che il progetto per la realizzazione dei lavori della superstrada Monza-Cinisello Balsamo prevede un investimento complessivo di euro 61.718.719,97 di cui euro 35.195.881,33 per lavori a base d'appalto ed euro 26.522.838,62 per somme a disposizione.
Il progetto, approvato il 20 dicembre scorso dal consiglio di amministrazione dell'ANAS - che ha stabilito una immediata pubblicazione del bando di gara -, comprende il primo stralcio funzionale relativo alle sole opere all'aperto che ricadono nel comune di Cinisello Balsamo e prevede inoltre un tracciato dellaPag. 80sezione complessiva di 1,845 chilometri, caratterizzato fondamentalmente dall'adeguamento dell'asse stradale esistente.
Il progetto riguarda in particolare l'adeguamento della strada statale n. 36 dal chilometro 8+555 al chilometro 10+400 che interessa il viale Brianza nel comune Cinisello Balsamo sino alla rotatoria di San Fruttuoso. Lo stesso comprende inoltre lo svincolo con l'autostrada A4, la riqualifica della viabilità in comune di Cinisello Balsamo, nonché la bretella di Muggiò, con connessione all'autostrada A52, tangenziale nord di Milano.
L'opera, che era già inserita nel piano triennale ANAS 1997-1999 e confermata nei successivi strumenti programmatori, ha formato oggetto di specifico impegno preso con le autorità locali all'atto della firma della convenzione integrativa del 27 novembre 2006. Tale atto che accede alla convenzione sottoscritta il 21 novembre 2000 prevede la realizzazione in cofinanziamento dell'opera da parte del ministero delle infrastrutture, ANAS, regione Lombardia, provincia di Milano, comune di Monza, comune di Cinisello Balsamo, consorzio Alto Lambro - oggi ALSI Spa - e autostrade Serravalle-Milano-Ponte Chiasso.
Nel progetto sono inoltre inserite le opere di sistemazione dello svincolo di Cinisello con l'autostrada A4 e con la tangenziale nord di Milano, che rappresentano i due nodi progettuali più complessi lungo l'asse principale. Il progetto è stato integrato e modificato per risolvere criticità legate ai ricorsi promossi dai privati per espropri eseguiti in accessi privati, nonché a precise richieste degli enti locali.
L'ANAS fa infine sapere che la redazione del progetto esecutivo del secondo lotto concerne opere in sotterraneo, relative alla galleria artificiale di viale Lombardia, lunga 2,427 chilometri. Il progetto, pronto entro il 31 dicembre 2007, verrà conseguentemente messo in appalto, così come stabilito nella convenzione integrativa.
PAOLO GRIMOLDI. Signor Presidente, non sono soddisfatto, ma pregherei il sottosegretario di ascoltarmi con attenzione, in quanto vorrei sottolineare un paio di questioni. Il comunicato ANAS che è uscito ieri lo conosciamo tutti benissimo. Il sottoscritto - credo anche a differenza del sottosegretario - è andato a vedersi lo storico dei comunicati ANAS. Ebbene, negli ultimi dodici anni non ve n'è stato uno solo che poi sia corrisposto al vero.
Seconda considerazione: deduco che il sottosegretario non ha letto il bando di gara vero e proprio.
Il bando di gara per l'appalto del primo lotto (protocollo n. DGMI/74/06), pubblicato da ANAS Spa il 27 dicembre scorso, sezione 2, relativa all'oggetto dell'appalto, punto 1, capoverso 6, descrive l'intervento nel modo seguente: affidamento dei lavori di realizzazione della connessione tra la strada statale 36 del lago di Como e dello Spluga ed il sistema autostradale di Milano dal chilometro 8+555 al chilometro 10+400.
Si tratta, quindi, soltanto dell'ampliamento dello svincolo di Cinisello con la A4 e dell'adeguamento di un breve tratto di strada, dove - guarda caso (a pensar male si farà peccato, ma ci si azzecca...) - è in costruzione quel centro commerciale che sarà il più grande d'Europa. Non sono inclusi nell'oggetto del primo stralcio della gara d'appalto né il nuovo svincolo con la tangenziale nord, la A52, e la strada provinciale n. 151 (da viale De Amicis di Cinisello) né la viabilità di cantiere nei territori di Monza e Muggiò (la cosiddetta tangenzialina Muggiò), vale a dire proprio quelle opere che, come dicevo, sono indispensabili per appaltare il secondo lotto, relativo all'avvio degli scavi per la realizzazione del tunnel.
Signor sottosegretario, non è necessario essere tecnici del settore, ma basta saper leggere e scrivere: se nel bando di gara - la invito a leggerlo - è scritto che luogo di prestazione del servizio è soltantoPag. 81il comune di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, ciò significa che nel bando di gara non si cita la «tangenzialina», che è nel comune di Muggiò e che passa per il comune di Monza e lo svincolo della A52 (che riguarda un altro comune). Questo è scritto nel bando di gara! Quindi, mettetevi d'accordo, perché o il ministro Di Pietro o l'ANAS ci racconta barzellette! Evidentemente, c'è qualcosa che non funziona.
Inoltre, le faccio notare, signor sottosegretario, che c'è poca chiarezza. È elusivo, infatti, affermare che lo svincolo di Cinisello è stato appaltato per un importo di 35 milioni di euro circa anziché 61, perché ci sono gli espropri, i sottoservizi, e via dicendo. Il sindaco di Monza ha addirittura ipotizzato che non fosse stata conteggiata l'IVA. Insomma, c'è poca chiarezza. Mi insospettisce, in particolare, un fatto. Abbiamo chiesto di vedere il progetto. Abbiamo detto: in base al bando di gara avete torto, fateci vedere il progetto! Provi lei ad averlo, signor sottosegretario, perché noi non siamo riusciti a reperirlo: il progetto non c'è!
Signor sottosegretario, la invito a verificare la situazione reale dando una lettura al bando di gara. C'è un problema reale che riguarda 100 mila persone che percorrono quella strada tutti i santi giorni per recarsi al lavoro: una città che, da sola, versa 2 mila miliardi allo Stato centrale, aspetta da dodici anni i 200 milioni di euro che sono necessari per realizzare questo benedetto tunnel! Grazie.

References: provvedimento n. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 48
 sentenza 
 articolo 45
 sentenza 
 articolo 46
 sentenza 
 articolo 45
 sentenza 
 articolo 46
 sentenza 
 articolo 6
 articolo 186