Source: https://www.velvetgoldmine.it/gli-speciali/station-to-station-speciale/
Timestamp: 2019-05-20 07:45:50+00:00

Document:
Station to Station: Cartoline dall'Inferno | Velvetgoldmine.it
Home / Gli Speciali / Station to Station: Cartoline dall’Inferno
Station to Station: Cartoline dall’Inferno
Il 2016 segna il quarantesimo anniversario dalla pubblicazione di Station to Station, nel 1976. Walter Bianco, amministratore del gruppo Facebook “David Bowie Fans Italia” e nostro collaboratore, ci racconta e approfondisce uno degli album più affascinanti di Bowie.
“David Bowie se ne sta in piedi, nelle ombre indistinte dei Cherokee Studios.
E’ una tarda sera dell’autunno del 1975. Un’unica luce gialla brilla in alto. Con le mani in tasca, Bowie chiede di ascoltare la traccia ancora incompleta su cui sta lavorando. Wild is the wind riempie la stanza col suo suono.
Espressivo e desolato, il brano è quasi completo. Lui prende una chitarra acustica e strimpella una parte ritmica. Ora è inginocchiato, proprio sotto la luce gialla. L’effetto è potentemente cinematografico, un’unione di suono e visione. Molti in una control room se ne starebbero lì a fare chiacchiere senza senso, conversazioni tecniche o semplici chiacchierate. Non qui. Qui è tutto silenzioso. Il produttore Harry Maslin osserva senza far rumore, catturato dalla scena. Un’altra pietra angolare dell’album è quasi completa.
“In che mese siamo?” Chiede Bowie qualche minuto dopo
“In settembre” risponde prontamente Corinne Schwab, la sua assistente.
“In che giorno?”
“Il 25”
“25 Settembre, una data propizia per le idee”…
il celebre giornalista Cameron Crowe così iniziava il suo racconto delle registrazioni di Station to Station, decimo album di studio di David Bowie, nell’introduzione all’edizione deluxe dell’album, pubblicata del 2010.
Station to Station, pubblicato il 23 Gennaio del 1976, è un album anomalo; un ibrido musicale frutto di una fase di transizione, sotto il profilo artistico, e di grande sofferenza e contraddizioni, sotto il profilo umano, da parte del suo autore.
Bowie aveva finalmente catturato il successo negli States, inseguito con determinazione nel biennio precedente senza mai riuscire veramente a sfondare. Young Americans, ed il primo posto in classifica di Fame, regalandogli i primi veri successi di classifica oltreoceano, gli avevano aperto le porte dello show biz, trasformandolo in un personaggio noto e celebrato anche in USA.
Il “salotto sintetico” di Los Angeles, dove si trasferì nel Maggio del 75, ben presto però si rivelò una trappola, diventando la culla in cui far crescere le ossessioni, le paranoie, il senso di isolamento tipiche della star.
In Bowie, immerso nelle droghe e nelle sue stesse allucinazioni, in parte frutto degli abusi chimici, in parte prodotto dei suoi interessi per l’occulto, l’esoterismo, la spiritualità nelle sue forme più oscure, in parte conseguenza del progressivo deteriorarsi del matrimonio con Angie e della relazione instaurata con Ava Cherry, si fece ben presto strada il bisogno di evadere da quel mondo dorato, eppure denso di ombre e di ossessioni, e rinascere altrove, forse nel cuore dell’Europa e della sua cultura.
Musicalmente, Bowie stava raccogliendo i frutti della sua virata verso la musica nera, il r’n’b, il soul; ma al tempo stesso l’ascolto dei grandi gruppi sperimentali ed innovativi della scena elettronica tedesca, come i Can, i Neu! ed i Kraftwerk, così come l’attenzione verso la ricerca sonora di una sua vecchia conoscenza, Brian Eno, avevano instillano in lui il desiderio di sperimentare nuove sonorità, nuovi orizzonti musicali, più eterei, algidi, distaccati e sperimentali: il rock’n’roll in quanto tale non lo interessava più. Ciò che accendeva la sua fantasia era superare i rigidi schemi tra generi e trovare in ciò la chiave di un nuovo linguaggio musicale.
Ma Berlino sarebbe arrivata solo un anno dopo, e Los Angeles, con i suoi occultisti, le grupie, gli spacciatori, i sostenitori di strane religioni e fedi disparate, i produttori e le showgirl, lo teneva ancora legato ad un approccio più americano, per lo meno sotto il profilo strettamente musicale, sebbene la creatività di Bowie scalpitasse alla ricerca di quel qualcosa di nuovo che ancora non riusciva a definire.
In questa tempesta di suggestioni, emozioni, paure, ossessioni, desideri, nasce Station to Station: un album in movimento, in transizione, sin dal titolo scelto dall’autore. Ancora decisamente piantato coi piedi nel soul, nel funky e nel r’n’b, ma con la testa ed il cuore rivolti verso i ritmi meccanici della musica “motorik” dei Neu! e dei Kraftwerk; ricco di groove e di ritmiche capaci di conquistare, forse in maniera ancor più decisa, il mercato americano, ma denso di liriche in cui emerge in maniera prepotente il senso di smarrimento esistenziale e spirituale dell’artista.
E qui risiede il fascino unico di questo album, il suo stagliarsi in un punto equidistante tra le mille luci di una Los Angeles in preda alla follia ed alla cocaina ed il grigio fascino decadente della Berlino verso cui l’artista si rivolgerà di lì a poco; il suo essere musicalmente indefinibile, funky e rock al tempo stesso, ma niente di tutti e due per definizione. Brioso ed oscuro. Lucente, ma di una luce inquietante.
Raccontare la genesi di Station to Station è raccontare un viaggio, durato sei mesi, nel tunnel del periodo più oscuro e critico vissuto della carriera di David Bowie. Un viaggio che vale la pena ripercorrere, di stazione in stazione.
§ 1. “Flashing no colour, lost in my circle”: Bowie nel 1975
Quando David Bowie entrò nei Cherokee Studios di Los Angeles, il 21 Settembre del 1975, non registrava una nota dai primi giorni di gennaio dello stesso anno, o giù di lì: per i ritmi frenetici che avevano caratterizzato la produzione musicale dell’artista nei precedenti cinque anni, era un lasso di tempo enorme.
I mesi estivi del 75 erano stati assorbiti dall’impegno cinematografico per L’Uomo Che Cadde Sulla Terra diretto da Nicholas Roeg: il regista aveva avvisato che, data la naturale affinità tra Bowie ed il carattere del protagonista, creato dallo scrittore Walter Tevis, Thomas Jerome Newton, questi gli sarebbe rimasto “attaccato” per parecchio tempo.
In effetti accadde proprio questo: l’artista sembrava non essere uscito dalla parte del malinconico, ed enigmatico alieno, al punto di continuare ad indossarne i panni ed il “look”.
Nel mese di Maggio di quell’anno, Bowie – che fino a quel momento non aveva avuto una residenza stabile negli Stati Uniti – prese in affitto una villa al 637 di North Donehy Drive, a Bel Air, L.A., caratterizzata da strane decorazioni egiziane.
La decisione di trasferirsi a Los Angeles, tuttavia, si sarebbe ben presto rivelata – sotto il profilo dell’equilibrio interiore dell’artista – un grave errore: la metropoli californiana, infatti, negli anni 70 molto più che adesso, era una sorta di folle circo in cui cocaina, sesso, lusso, fanatismi misticheggianti ed oscuri erano all’ordine del giorno, soprattutto nell’ambiente dello show biz.
Le nere ombre del ricordo della strage di Charles Manson; la passione per l’occultismo e l’esoterismo; la diffusione esasperata ed esasperante della cocaina, soprattutto negli ambienti del mondo dello spettacolo e della musica, ne facevano un luogo separato dal mondo reale, in cui era quanto mai facile smarrirsi.
L’artista, che durante le riprese del film si era tenuto lontano da droghe ed alcool, riacquistando un aspetto più sano e tonico rispetto alle disastrose condizioni psico-fisiche del philly dogs tour, alla fine del 74, si immerse totalmente nell’atmosfera deragliata e folle della città, ripiombando totalmente in uno stile di vita autodistruttivo: consumo di dosi massicce di cocaina, perdita di peso, orari ed abitudini di vita disordinati.
Ad aggravare la situazione vi era la concomitanza della fine della relazione con Ava Cherry e del progressivo disfacimento del matrimonio con Angie.
Era quasi inevitabile che una personalità dalla fervida fantasia e creatività come quella di Bowie, in un contesto del genere, finisse per cadere preda delle proprie elucubrazioni più oscure, perdendosi in un labirinto inestricabile fatto di occultismo, letture esoteriche, deliri da abuso di stupefacenti. Tanto più in considerazione del fatto che gli aspetti più elitari ed oscuri di un certo approccio alla spiritualità lo avevano affascinato sin dalla fine degli anni 60.
Per quanto i racconti riportati dalla stampa – celebre l’articolo-intervista scritto da un sedicenne Cameron Crowe per Rolling Stone – possano essere stati esagerati dallo stesso protagonista, volutamente o meno, non v’è dubbio che Bowie si trovasse su una china pericolosissima.
Tant’è che in un primo momento ne risentì anche l’attività musicale: la sua lontananza per circa nove mesi dagli studi di registrazione ed un fallito tentativo di collaborazione con Iggy Pop, a sua volta bruciato dall’abuso di eroina, ne sono la conferma.
È incredibile che, con queste premesse, Bowie abbia saputo trovare la strada per realizzare un capolavoro come Station to Station, ma questo è uno di quei casi in cui dalla sofferenza estrema si riesce ad emergere trasformandola in stimolo per la creatività.
§ 2: Le sessioni di registrazione: “It’s (Not) The Side Effects Of The Cocaine”
Quando decise di metter mano al suo nuovo album, Bowie non aveva quasi nulla di pronto.
Racconta Earl Slick che c’erano solo un paio di pezzi abbozzati in maniera molto approssimativa, che furono rimaneggiati in maniera così profonda nel corso delle registrazioni da essere irriconoscibili.
Alla control room Bowie volle Harry Maslin, il tecnico del suono che aveva curato le registrazioni agli Electric Lady Studios di New York insieme a John Lennon per Fame ed Across The Universe. Tony Visconti questa volta era fuori.
Sebbene nessuno ne abbia mai parlato apertamente, non deve essere stato facile per Visconti digerire il drastico cambio di direzione dato da Bowie a Young Americans, a sua insaputa. Con grande signorilità, il produttore afferma che in quel periodo era lontanissimo ed impegnato in altre produzioni. Fatto sta che questa volta Visconti non produsse l’album.
Un altro nome illustre che fu “defenestrato” senza troppi complimenti, fu Mike Garson, il quale non fu chiamato per le registrazioni e sarebbe tornato a lavorare con Bowie solo 19 anni dopo: per le parti al piano ed alle tastiere, questi preferì rivolgersi a Roy Bittan, tastierista della E-Street Band dallo stile inconfondibile e molto “americano”.
Alla chitarra solista fu chiamato Earl Slick, che aveva già partecipato al Diamond Dogs Tour, ed il cui stile chitarristico, all’epoca un perfetto equilibrio tra lancinanti suoni rock e groove funky, ben si adattava all’ibrido sonoro tipico di Station to Station.
La sezione ritmica vide per la prima volta riuniti in studio i tre nomi che avrebbero caratterizzato l’ossatura del Bowie-sound per la restante parte degli anni 70: Carlos Alomar alla chitarra, George Murray al basso e Dennis Davis alla batteria. Sebbene inizialmente non accreditato nell’album, Geoffrey Mc Cormack, a.k.a. “Warren Peace” collaborò ai cori.
Bowie, oltre alla voce ed ai cori, ha suonato la chitarra, il sax ed alcune parti al sintetizzatore.
Sebbene, in un primo tempo, sia stato raccontato che le sessioni furono brevi ed intense, addirittura solo “dieci giorni di lavoro febbrile”, come racconta Charles Shaar Murray, in realtà le cose non andarono così, ed anzi, rispetto ai tempi abituali, ed a quelli che avrebbero caratterizzato i lavori del periodo cosiddetto berlinese, furono sessioni più lunghe del solito, due mesi di lavorazione, dal 21 Settembre fino alla fine di Novembre del 75.
Durante le sedute di registrazione, Bowie – aiutato dall’uso massiccio di cocaina – registrava per ore ed ore, arrivando al record di una sessione durata 24 ore di seguito, e proseguita presso i vicini Record Plant Studios, allorché arrivò l’ora di lasciare la sala di registrazione dei Cherokee ad un’altra band.
Per un verso, tutti raccontano di sessioni molto stimolanti dal punto di vista artistico: il fatto di non avere “legami” col passato recente, e di essere partiti quasi da zero, senza demo ben definiti su cui lavorare, faceva sentire tutti molto liberi di sperimentare.
Carlos Alomar parla espressamente dell’album come la “vetta della nostra sperimentazione. E’ stato l’album più glorioso che abbia mai fatto (…) abbiamo sperimentato tantissimo”.
Lo stesso Bowie chiedeva ai suoi musicisti di osare. Ad esempio, per la title track, chiese ad Earl Slick di tenere una nota per la durata di tutto l’intro strumentale, lungo oltre tre minuti, allineando una serie di amplificatori per moltiplicare l’effetto feedback.
Per altro verso, la possibilità di utilizzare un mixer a 24 tracce alimentò una quasi malsana smania per i dettagli, consentendo all’artista di aggiungere, sia pur in maniera assolutamente equilibrata, strati e strati di suoni: non a caso le sessioni di Station to Station si rivelarono essere, per l’appunto, tra le più lunghe, se paragonate ai tempi di registrazione abituali per Bowie, all’epoca.
Intervistato più volte sulla genesi di Station to Station, Bowie ha candidamente ammesso di ricordare poco o nulla, a causa dello stato confusionale, o più esattamente di alterata creatività, che caratterizzò quelle sessioni. Bisogna cercare nelle interviste dei suoi collaboratori per avere maggiori dettagli.
Con Station to Station fu impostato un modus operandi che avrebbe caratterizzato il modo di Bowie di lavorare in studio per i quattro album successivi: la sezione ritmica predisponeva la base ritmica, eventualmente sulla traccia di un demo portato in studio. Poi si procedeva alle sovra incisioni della chitarra, dei sintetizzatori, del pianoforte, del sax e gli altri abbellimenti. Infine, per ultimo, Bowie realizzava la linea vocale e la melodia portante.
In sede di mixaggio, Maslin – per incentivare il potenziale commerciale dell’album – volle che i suoni avessero più riverbero, e conferì al tutto un’aria più patinata. Tempo dopo, Bowie manifestò il proprio rammarico nell’aver ceduto su quell’aspetto della registrazione, dal momento che il suo desiderio sarebbe stato quello di avere un suono più secco ed asciutto, per sottolineare il suo progressivo distacco dal patinato sound americano; tuttavia egli si fece convincere dal produttore sul maggiore appeal commerciale di un mixaggio più morbido.
Il titolo provvisorio dell’album era Golden Years, dal titolo della canzone che fu completata per prima e che divenne il primo singolo tratto dall’album. Poiché però il brano in realtà era meno rappresentativo dello spirito dell’album di quanto potesse sembrare all’inizio della sua lavorazione, si optò dapprima per The Return Of The Thin White Duke, ed infine per Station to Station, titolo dello splendido brano di apertura, una delle perle assolute della carriera Bowieana.
§ 3 L’Album brano per brano: “one magical movement from Kether to Malkuth”
Station to Station è uno degli album più brevi mai composti da David Bowie, circa 39 minuti di musica. Ciò non di meno è uno dei più intensi e significativi della sua carriera.
Le canzoni sono solo sei, di cui una cover. Inoltre, caso più unico che raro, non esistono outtake: ad oggi non si conoscono brani registrati nelle sessioni di Station to Station e non utilizzati. Queste circostanze indurrebbero a pensare che qualcosa, nella spinta creativa e nell’ispirazione dell’artista, non stesse più funzionando come negli ultimi cinque anni.
In realtà così non è: Station to Station col tempo si è affermato come uno dei lavori chiave dell’intera carriera dell’artista, e quei sei brani, tirati fuori con tanta sofferenza dalla sua creatività, messa a dura prova da processo auto-distruttivo da lui stesso posto in essere, si stagliano come alcuni tra i capolavori indiscussi dell’artista.
Uno sferragliante suono di un treno, che attraversa l’intero orizzonte sonoro, introduce ad un lancinante suono di chitarra e ad una ritmica metronomica, scandita dal pianoforte, da una chitarra pizzicata, dal basso e dalle percussioni, in una esplicita citazione-omaggio ai Kraftwerk, una delle band tedesche alle quali Bowie si appassionò, tra il 74 ed il 75. Quasi un’affermazione programmatica: il ritorno verso il cuore gelido eppur vitale dell’Europa inizia qui, negli oltre tre minuti di uno straordinario intro strumentale, in cui gli strumenti si intrecciano, si sovrappongono, dialogano, a creare una melodia implacabile, sinistra, oscura, affascinante. Tre minuti e diciotto secondi che trascinano l’ascoltatore nel vortice sonoro del brano e preparano ad uno degli incipit più memorabili di tutta la carriera di Bowie: “The return of the Thin White Duke, throwing darts in lovers eyes”…e non c’è dubbio che sia lui, quell’Esile duca bianco che lancia dardi negli occhi degli amanti: un elegante, distaccato dandy viscontiano, dallo sguardo gelido e malinconico, che si staglia da protagonista assoluto nei primi versi della canzone, con un effetto potentemente cinematografico, per esprimere al meglio quel senso di austera solitudine che pervade tutto l’album.
La voce di Bowie è straordinariamente limpida e versatile, le tracce sonore raddoppiate contribuiscono ad un gioco di tonalità che arricchisce ancor di più la melodia.
Il testo è enigmatico, allusivo, allegorico: vengono alla mente suggestioni esoteriche e cabalistiche: “Here Are We, One Magical Movement from Kether to Malkuth”, “dredging the ocean lost in my circle”; immagini di desolante ed affascinante isolamento “Here am I, flashing no colour, tall in this room overlooking the ocean”.
I riferimenti alla Cabbala ed all’esoterismo, che facevano già parte del bagaglio culturale di Bowie, diventando però un’ossessione durante la sua permanenza a L.A., emergono nei versi del brano, ed il movimento di Stazione in Stazione, a cui fa riferimento nei primi versi, non è un movimento “fisico”, ma un percorso “spirituale” attraverso le stazioni della via crucis, o come la discesa attraverso i rami del cabalistico Albero della Vita, che porta da Kether, La Corona, lo stato più sublime e recondito dello spirito, a Malkuth, il Regno, la sephirah della vita terrena.
Improvvisamente però, al minuto 5.19, viene introdotto un secondo tema musicale, questa volta mid-tempo, in cui Bowie tratteggia versi di disincantato rimpianto del passato, e di inesaurita ricerca di amore e di salvezza, per poi passare, attraverso i celebri versi “it’s not the side effects of the cocaine, I’m thinking that it must be love”, alla terza ed ultima parte del brano, più frenetica, con un ritmo quasi-disco, in cui, con fredda veemenza Bowie canta “è troppo tardi per essere grati, è troppo tardi per essere di nuovo in ritardo, è troppo tardi per provare rancore, il Canone Europeo è Qui”, mentre la chitarra di Earl Slick si scatena, sostenuta dal brioso piano di Roy Bittan.
Station to Station nasce dalla unione di due abbozzi di brani, uno dei quali aveva per titolo per l’appunto “It’s too late”: la loro sintesi diventa un percorso oscuro, inquietante e al tempo stesso esaltante attraverso i simboli, le allegorie, le immagini che delineano i tratti di un animo profondamente turbato ed in cerca di un equilibrio spirituale perduto, dando vita ad uno dei pezzi più intensi, evocativi e significativi dell’intera carriera di colui che, da allora in poi, fu soprannominato il “duca bianco”.
Qui il testo con la traduzione a fronte: link
Il primo brano realizzato durante le registrazioni dell’album, è anche quello che più si avvicina alle atmosfere di Young Americans, che qui però sono declinate nella direzione di un morbido funky elegante e patinato, tra liquide chitarre, languidi cori e schioccare di dita.
Il brano fu registrato in dieci giorni e, come ricorda Harry Maslin, la sua realizzazione non fu affatto complessa: la costruzione del pezzo avvenne con una fluidità ed una spontaneità incredibili.
Anche il testo della canzone non presenta quell’atmosfera di inquietudine, di solitudine, di paranoia che emerge dagli altri pezzi dell’album. Bowie, con tono da crooner elegante e disincantato, con voce morbida e sinuosa, sembra dare consigli ad una giovane amante su come affrontare la vita.
Considerato l’ormai avanzata dissoluzione del suo matrimonio con Angela, appare quanto mai improbabile che Bowie abbia scritto questo brano pensando a lei; e la sola presenza della parola “angel” tra i versi del pezzo è un indizio davvero troppo labile per poter pensare il contrario.
Per dare ai cori un’atmosfera “vintage” fu utilizzato un vecchio microfono della RCA, dal suono particolarmente “datato”.
La leggenda vuole che Bowie avesse scritto questa canzone con l’intenzione di proporla ad Elvis Presley, ma – sebbene tra i due vi sia stato uno scambio di messaggi di apprezzamento reciproco – in realtà non c’è alcuna conferma di questa che rimane ad oggi solo una diceria.
Ciò che invece è certo è che Golden Years si è rivelato uno straordinario pezzo pop, dalle venature soul e funky, elegante, ballabile ed accattivante. Non a caso, pubblicato come singolo, in una versione leggermente più breve, nel Novembre del 1975 raggiunse la ragguardevole 10ma posizione nella classifica americana dei singoli, rafforzando ancora di più il “momento magico” di popolarità dell’artista negli States, mentre in patria raggiunse un discreto ottavo posto in classifica.
Il 4 Novembre del 75, Bowie presentò Golden Years, insieme a Fame, alla trasmissione specializzata nella black music, dal titolo Soul Train fu un evento particolarmente importante, considerato che Bowie fu il primo artista bianco ad esibirsi nella trasmissione. Fu lui stesso a raccontare che, per combattere la tensione, prima di salire sul palco si ubriacò, come si può facilmente intuire dalla performance in play-back tutt’altro che esente da errori e dalle frasi sconnesse con cui rispose alle domande del pubblico, con grande disappunto del conduttore, che fuori onda gli fece notare che altri avrebbero fatto follie per avere il privilegio di esibirsi a Soul Train.
“Il 1975 ed il 1976, e l’ultima parte del 74, e le prime settimane del 77, sono stati alcuni dei giorni più oscuri della mia vita” racconta Bowie, con un velo di ironia, nel concerto-conversazione realizzato per il programma Storytellers, nel 99; “e fu un periodo così orribile che ricordarlo mi è quasi impossibile e sicuramente doloroso (…) questa canzone era un sintomo di sofferenza interiore ed una richiesta di aiuto”.
Le parole di Bowie sintetizzano meglio di ogni altro commento il senso di uno dei brani più intensi, dolorosi ed evocativi dell’intero album, e dell’intera carriera dell’artista: nel pieno dello smarrimento esistenziale in cui si era venuto a trovare, perso tra i suoi deliri occultistici e la mancanza di punti fermi a cui ancorarsi, Bowie, con questo brano, si rivolge direttamente a Dio, in un’invocazione intensa, accorata ma priva di qualsiasi retorica.
“In quest’epoca di grandi illusioni, sei entrato nella mia vita uscendo dai miei sogni (…) dolce nome, io sono rinato di nuovo per te”, e ancora “Signore, mi inginocchio e ti offro le mie parole alate, e sto tentando disperatamente di adattarmi al tuo schema delle cose”.
Mai, fino a quel momento, e rarissimamente in seguito, Bowie è stato così diretto, così drammaticamente presente nei versi di una sua canzone, in un’invocazione di aiuto che trasporta e commuove, benché lui stesso ponga dei freni alla sua stessa apertura verso la fede, quando canta “solo perché credo non significa che non pensi anche e che non metta in discussione ogni cosa, in Paradiso o all’inferno”.
La canzone ha una struttura molto particolare: su una ritmica semplice, si innesta la luminosa e tranquilla linea di pianoforte, accompagnato dal suono di percussioni, che non farebbero immaginare un brano così pregno di messaggi intensi ed impegnativi. La voce di Bowie, dapprima intima e sommessa, nel corso del brano si dispiega in tutta la sua estensione, con un cantato dalle venature “mediterranee”, che – strofa dopo strofa – cresce di tonalità e di “pathos”, a creare una sorta di “canto devozionale”, privo di retorica, che si conclude con quello che, ad un primo ascolto sembra un coro chiesastico, ed invece è il suono del Chamberlin, un sintetizzatore in voga negli anni 70, una sorta di predecessore del mellotron.
Un brano spiazzante, una preghiera in musica, da parte di chi, alcuni anni dopo disse: “è proprio vero quello che disse qualcuno, la Fede è per chi crede nell’Inferno. La spiritualità è per chi c’è stato”.
Il lato “B” di Station to Station si apre con un brillante suono di pianoforte, nel più classico stile di Roy Bittan, accompagnato da un coretto apparentemente gioioso e canzonatorio, sul quale si abbattono poi le chitarre con stridente violenza. La melodia si ripete in maniera pressoché costante lungo tutto il brano, intervallata solo dall’attacco di pianoforte e dal bridge costruito sul gioco di parole “transition/transmission”. Sul finale, Bowie imbraccia il sax, per arricchire il già carico suono sulla lunga coda strumentale.
Bowie, nel presentare il brano dal vivo, lo descriveva come “a love story between a girl and a television set” (una storia d’amore tra una ragazza ed un televisore) e pare che lo spunto gli sia pervenuto da un racconto di Iggy Pop.
Nella delirante immagine del protagonista che invoca il televisore di restituirgli la sua ragazza, smarritasi nel mondo fittizio della tv, per poi sognare di “saltare in quell’arcobaleno” per trascorrere del tempo con la sua amica, non può sfuggire l’eco distorta di una delle sequenze più celebri de L’Uomo che cadde sulla Terra, in cui il protagonista, ipnotizzato dalla parete di televisori che vociano e trasmettono contemporaneamente stazioni diverse, finisce per esserne come sommerso e risucchiato dentro, implorando di lasciarlo andare.
Il brano, pubblicato come secondo singolo tratto dall’album nel Maggio del 1976, in una versione decisamente accorciata anche con poca grazia, non ebbe successo, raggiungendo solo il 33mo posto in Gran Bretagna.
Sebbene da molti sia considerato l’anello debole dell’album, TVC15, col suo andamento sostenuto e la sua allucinata ironia, concorre a dare all’album una sfumatura sarcastica che manca negli altri brani.
Un semplice e geniale riff offerto dalla chitarra ritmica di Carlos Alomar e l’implacabile ritmica della batteria e delle percussioni di Dennis Davis, fanno di Stay il pezzo più indiscutibilmente funky dell’album.
La parte vocale di Bowie è deliziosamente distaccata e tagliente, e descrive, con poche immagini, un quadro di solitudine e di ricerca vana di calore umano: “Questa settimana si è trascinata così lentamente/ I giorni sono caduti in ginocchio/ Forse prenderò qualcosa per aiutarmi/ Spero che qualcuno mi stia accanto”, completando quel quadro di dorato isolamento, privazione emotiva e aristocratico distacco che emerge quasi da ogni pezzo dell’album.
A portare la canzone in una direzione totalmente diversa dal territorio puramente funky del suo incipit, ci pensa Earl Slick, con una delle migliori parti per chitarra da lui mai realizzate per un disco di Bowie: straniante, lancinante, contorta, eppure fluida, la coda strumentale vede sovrapporsi ed annodarsi chitarra elettrica e ritmica, in un’esplosione di “disperata vitalità” che affascina e cattura.
Racconta Earl Slick:“ero decisamente sballato quella note. Quella parte di chitarra fu registrata tipo alle cinque del mattino. Ero stato in attesa per ore, bevendo un sacco di birra…quella fu decisamente una “canzone da birra”. E non solo birra, a sentire Carlos Alomar, il quale racconta: “Eravamo nel pieno della nostra frenesia da cocaina”.
Presentato al Dinah Shore Show il 3 Gennaio del 76 in tutta la potenza funky che lo caratterizza, questo brano fu poi relegato, incomprensibilmente, come B-Side di un singolo che aveva sul lato A Suffragette City, ormai vecchia di quattro anni.
Una versione assolutamente imperdibile è quella interpretata dal vivo nel Live at Nassau Coliseum, in cui, oltre ad un saggio sulla compattezza della sezione ritmica della band, e ad un’ottima prestazione del chitarrista Stacey Heydon, spicca la voce di Bowie, che verso la fine del brano si lascia andare ad un falsetto limpido e spericolato, colpevolmente cancellato nel mixaggio della pubblicazione ufficiale del live, contenuta nell’edizione deluxe di Station to Station pubblicata nel 2010.
Qui il testo con traduzione a fronte: link
Nell’estate del 75 David Bowie incontrò in un’occasione mondana la grandissima cantante jazz Nina Simone. Tra i due vi fu un grande apprezzamento reciproco al punto di ipotizzare una possibile collaborazione, poi mai verificatasi.
Come forma di omaggio a Nina Simone, Bowie volle concludere l’album Station to Station con la cover di un brano, la cui interpretazione offertane dalla cantante nera, è diventata celebre, per intensità e profondità: Wild is The Wind.
Il brano, scritto da Dimitri Tiomkin con i testi di Ned Washington, nell’interpretazione di Johnny Mathis nel 1956 ricevette la nomination agli Oscar come tema musicale dell’omonimo film, interpretato tra gli altri da Anna Magnani.
Si tratta di una struggente ballata d’amore, che nella versione di Nina Simone diventava ombrosa e drammatica.
Bowie, da un punto di vista musicale, ne da una versione più dinamica, sostenuta dalla chitarra acustica e da un singolare accompagnamento di percussioni, sui quali si appoggia una sinuosa e liquida linea di chitarra elettrica.
Su questa base, la sua voce ha modo di spaziare in una delle più belle, intense e melodrammatiche interpretazioni vocali mai realizzate dal “duca bianco”, che fanno di questo brano una delle sue migliori interpretazioni di un brano altrui.
In studio furono registrate sette “take” della parte vocale, ma alla fine Maslin e Bowie optarono per la prima, per la spontaneità e l’intensità dell’interpretazione.
Nel Novembre del 1981 il brano uscì come singolo, in versione nettamente abbreviata, come accompagnamento alla pubblicazione dell’antologia ChangesTwoBowie.
Wild is The Wind conclude l’album in un’atmosfera di struggente romanticismo, che si addice alla perfezione al personaggio incarnato da Bowie in quel periodo, impeccabile conclusione di un album eccezionale.
§ 4. L’ARTWORK: “The European Canon Is Here”
Come ha dimostrato la recente trionfante mostra “David Bowie Is”, Bowie non ha mai lasciato nulla al caso, nella definizione dei dettagli artistici dei suoi lavori. Men che meno se si tratta della copertina dell’album, che nell’epoca del trionfo del vinile, era il “biglietto da visita” con cui l’artista si presentava al pubblico.
Sotto questo punto di vista, Station to Station non potrebbe rappresentare un distacco più netto rispetto al suo immediato predecessore: se in Young Americans Bowie optò per una foto di copertina dai colori pastello, dalle luci morbide, che illuminavano il suo viso in un’espressione languida ed ammiccante, pe Station to Station l’atmosfera e le sensazioni trasmesse dalla veste grafica sono diametralmente opposte:
Il titolo dell’album ed il nome dell’artista, scritti in rosso su campo bianco, a caratteri cubitali e senza spaziatura tra le parole, conferiscono immediatamente un aspetto austero e “teutonico” al disco, perfettamente in linea con la semplicità e la distaccata eleganza del personaggio dell’Esile Duca Bianco, il nuovo personaggio creato da Bowie.
La foto, realizzata da Steve Schapiro, uno scatto di scena tratta da L’Uomo che cadde sulla Terra, stampata in bianco e nero, ribadisce il legame quanto mai profondo tra l’artista ed il personaggio di Thomas Jerome Newton da lui impersonato nel film.
La scelta dell’immagine, lui che entra in una camera anecoica (che nel film era un’improbabile navicella spaziale), a ben vedere suggerisce una metafora nemmeno troppo complessa del senso di volontario e spaventoso isolamento nel quale l’artista si era calato negli ultimi mesi.
La RCA, per “ammorbidirne” l’impatto, in un primo momento aveva previsto che la foto fosse a colori e prendesse l’intero spazio della copertina, analogamente a quanto fatto per la riedizione da parte della Ryko Disc, ma poi l’artista ebbe la meglio, e l’album uscì con l’artwork voluto da Bowie, e che rimane uno dei più semplici ed eleganti di tutta la sua carriera.
§ 5. L’accoglienza del pubblico e della critica
Con la sua natura “ibrida” e contraddittoria, a metà strada tra il funky ed il rock, tra il bianco ed il nero, tra l’America e l’Europa, Station to Station poteva correre il rischio di scontentare sia il pubblico americano, che sperava in un secondo capitolo dell’ubriacatura black di Young Americans, sia quello europeo, pronto a lanciare strali contro l’ex beniamino del glam, “vendutosi” al suono americano per fare successo oltreoceano.
Invece, merito del perfetto equilibrio e del fascino indefinibile dell’album, accadde esattamente il contrario: negli USA, preannunciato dal successo di Golden Years come singolo, Station to Station ottenne il 3° posto in classifica, risultando come il suo più grande successo commerciale oltreoceano, nel periodo “classico” degli anni 70. In Inghilterra ottenne un’ottima quinta posizione, ed inoltre riuscì a conquistare la top ten in diversi Paesi europei.
Anche la critica mostrò di gradire l’album, sebbene per motivi diametralmente opposti: mentre gli americani lo accolsero come “un album di disco-dance” (Billboard), che seguiva la vena fortunata aperta da Fame, sebbene risultassero un po’ disturbati dalla “title track di dieci minuti” perché “annoia” (SIC!), i commentatori europei lo accolsero in maniera generalmente positiva per il suo guardare oltre la semplice rielaborazione degli stilemi della black music, alla ricerca di una fusione tra generi diversi: Il Melody Maker lo descriveva come “non solo la più importante affermazione in musica mai fatta da Bowie, ma anche uno dei dischi più significativi pubblicati negli ultimi cinque anni” (Allan Jones, Melody Maker, 24.1.76), caratterizzato da un “vortice musicale strano e sconcertante dove nulla è ciò che sembra” (N.M.E., Gennaio 1976). Anche in Italia, dopo la svolta soul e funky di Bowie fu considerata un tradimento in nome del successo di cassetta, Station to Station ebbe un’accoglienza cautamente positiva: “un nuovo tipo di sintesi musicale” scriveva Manuel Insolera su Ciao 2001, “molto meglio riuscita di quanto non lo fosse il precedenteYoung Americans” (M. Insolera – Ciao 2001 – feb. 1976).
In ogni caso, l’importanza di Station to Station nell’evoluzione artistica di Bowie è apparsa ancora più evidente col passare del tempo, quando il suo essere un ponte tra i generi e le culture musicali è emerso in tutta la sua forza allorché l’artista, tornato in Europa, è stato capace di far tesoro dell’impronta ritmica del funky nella creazione di un linguaggio musicale innovativo caratterizzato dagli algidi panorami sonori dell’esperienza mitteleuropea.
§ 6. Ristampe ed edizioni speciali
La versione originale di Station to Station, pubblicata in vinile dalla RCA nel Gennaio del 1976, era caratterizzata da una straordinaria pulizia e dinamicità del suono, come può sperimentare chiunque sia ancora in possesso del vinile originale ed abbia un buon impianto stereo.
Nel 1984 la RCA, che ancora deteneva i diritti sul catalogo di Bowie, realizzò la prima versione su CD, digitalizzando i master analogici originari, con risultati discreti. Nel CD non erano comprese bonus tracks.
Nel 1991 invece, nell’ambito della pubblicazione del catalogo bowieano da parte della EMI in collaborazione con la Ryko Disc, ai brani dell’album furono aggiunte, quali bonus tracks, Word on a Wing e Stay nella bellissima interpretazione dal vivo immortalata in uno dei bootleg migliori e più amati dai fan, il “live al Nassau Coliseum” registrato ad Uniondale, NY, durante l’ISOLAR Tour del 1976.
L’album fu nuovamente ristampato nel 99, essendo diventate introvabili le ristampe della Ryko-Disc, mentre, nel Settembre del 2010, sempre la EMI curò la pubblicazione di una ristampa de-luxe, in cd ed in vinile, che, oltre a contenere l’album nel “master originale analogico”, comprendeva anche, per la prima volta in versione ufficiale, l’intero concerto al Nassau Coliseum, completo delle parti mancanti nel bootleg, vale a dire il medley tra Life on Mars? e Five Years, ma decurtato brutalmente nell’assolo di batteria di Dennis Davis in Panic in Detroit, drasticamente ridotto di svariati minuti. Il DVD allegato conteneva invece la versione in Dolby Surround 5.1, curata da Harry Maslin, la quale non solo non aggiunge nulla alla bellezza della registrazione originale, ma al contrario è decisamente inferiore nella qualità rispetto all’originale.
E’ stato da poco pubblicato infine il cofanetto Who Can I Be Now? che comprende tutti i lavori in studio e dal vivo del periodo 74-76, tra cui ovviamente sia Station to Station che il Live al Nassau Coliseum, ancora una volta proposto sia in cd che in vinile.
§ 7. I Videoclip
Station to Station appartiene ad un’epoca precedente all’arrivo dei primi videoclip musicali, espressione e complemento della canzone, nella quale ancora una volta Bowie si sarebbe gettato senza riserve, nello spirito pionieristico che lo ha sempre caratterizzato.
Tuttavia, per la canzone Wild Is The Wind, nella sua versione breve, pubblicata – come si è detto – come 45 giri nel 1981, per accompagnare l’uscita della seconda “antologia” ufficiale di Bowie, CHANGESTWO, fu realizzato un videoclip, diretto da David Mallet.
Il video, molto sobrio, semplice ed elegante, vede semplicemente Bowie intento a cantare il brano, seduto su uno sgabello e circondato da una band, in realtà impersonata da musicisti diversi da quelli che hanno effettivamente suonato nel pezzo. Curiosamente, alla chitarra acustica si intravede Corinne Schwab, caso più unico che raro in cui la riservatissima e fedelissima assistente personale di Bowie sia comparsa – sia pure di spalle e di sfuggita – in un suo video.
Qui potrete vedere il video: link
Outro – L’eredità di Station to Station
Il valore e l’importanza di questo album, sebbene già evidenziati da molti critici all’epoca della sua pubblicazione, è emerso sempre più evidente nel corso del tempo.
Station to Station si staglia con un suo spazio unico e peculiare nella discografia bowieana: sebbene non abbia né la rivoluzionaria carica innovativa dei due album successivi, Low e “Heroes”, né l’accattivante ruffianeria black del suo predecessore, Young Americans, esso ne rappresenta il trait d’union fondamentale, senza il quale non si comprenderebbe come si sia potuti passare da Fascination a Warszawa nell’arco di appena due anni: nei sei brani che lo compongono si realizza un equilibrio perfetto, ancorché precario, tra ritmiche funky e spinte rock, tra accenni motorik ed implacabili pulsioni disco, tra ballad dalle sfumature soul ed implacabili chitarre bianche, a creare un pastiche sonoro che miracolosamente è percorso e sostenuto da una coerenza interna tale da renderlo credibile e godibile.
Inoltre, con i suoi testi enigmatici, le sue atmosfere intrise di distaccata solitudine ed algido disincanto, di disperato desiderio di redenzione ed oscuri richiami alle ossessioni private del suo autore, è un viaggio affascinante nello spirito tormentato dell’artista e nel suo faticoso percorso di emersione dalle tenebre.
E’ singolare, ma comprensibile, che Bowie, col suo ultimo album, Blackstar, e con il musical Lazarus, messo in scena dapprima in USA e poi in Gran Bretagna, ed ispirato al protagonista de L’Uomo che cadde sulla Terra, si sia riallacciato, se non in termini musicali, sicuramente sotto il profilo dell’approccio poetico e dell’attitudine di spirito, proprio a quel difficile periodo della sua vita, trascorso a Los Angeles: allora, come adesso, l’artista, invece di autodistruggersi – come hanno fatto tanti suoi colleghi – in un irreparabile spreco di talento, ha saputo mettere la sua sofferenza al servizio della spinta creativa, facendo emergere, dalle tenebre in cui si dibatteva, un gioiello che si staglia nella sua discografia e più in generale nella discografia del rock degli anni 70, come una delle sue pagine più singolari ed affascinanti, ed uno dei suoi capolavori indiscussi.
David Buckley – Strange Fascination
Cameron Crowe – introduction to Station to Station Special De Luxe Edition
David Buckley and Danny Ecclestone – That Old Black And White Magic – Mojo – sept. 2016
Manuel Insolera – Ciao 2001, Feb. 1976
Allan Jones – Melody Maker, 24.1.76
Neil Spencer – Station to Station in The Ultimate Bowie Guide – Uncut Ultimate Music Guide n° 7

References: § 1

§ 2

§ 3

§ 4

§ 5

§ 6

§ 7