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Timestamp: 2020-07-10 03:07:47+00:00

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Cassazione – Sezione quinta penale – sentenza 25 febbraio-2 aprile 2004, n. 15589 - testo integrale Sentenza
Cassazione – Sezione quinta penale – sentenza 25 febbraio-2 aprile 2004, n. 15589
Offese all'avvocato di controparte - provocazione Fonte: www.foroeuropeo.it
Svolgimento in fatto e diritto
L’impugnata sentenza della Corte d’appello di Torino, in riforma della sentenza del Tribunale di Asti 17 gennaio 2001, assolveva Txxxxxxx Marisa dall’imputazione di cui all’agli articoli 81 cpv, 594 e 595 Cp (per aver offeso l’onore ed il decoro di Demetrio Pxxxx in due missive inviate al medesimo nonché all’Ordine degli Avvocati di Asti, al dott. Corbo e al Procuratore della Repubblica di Asti), riconoscendo l’esimente della provocazione.
Le due lettere erano state scritte, dopo una causa durata oltre 5 anni, all’avvocato del coniuge e contenevano innumerevoli offese, in risposta ai patimenti sofferti a causa delle difese ingiuriose, a tutela del proprio cliente, inferte all’imputata dall’avvocato Demetrio.
Il ricorrente avvocato Demetrio Pxxxxx, parte civile, chiede l’annullamento dell’impugnata sentenza, allegando i seguenti motivi.
1. Inosservanza ed erronea applicazione di legge penale nonché manifesta illogicità della motivazione su provocazione putativa, in punto di fatto ingiusto, dato che i comportamenti offensivi, valutati come provocatori, erano funzionali all’esigenza di difesa del proprio assistito nella causa di separazione personale, e perciò scriminanti ex articolo 598 Cp.
L’imputata avrebbe commesso errore non sul fatto, bensì di diritto ex articolo 5 Cp.
2. Inosservanza di legge penale e manifesta illogicità di motivazione, in ordine alla sussistenza dello stato d’ira.
3. Violazione di legge e mancanza/manifesta illogicità di motivazione, in relazione all’immediatezza dello stato d’ira rispetto al fatto ingiusto (e non alla conoscenza di tale fatto, come invece avviene nel termine per la querela). Ritiene, comunque non scriminata la seconda missiva.
4. La provocazione non è stata provata neppure in parte, onde non poteva trovare applicazione l’articolo 530 comma 3 Cpp.
Ritiene questa Corte che il ricorso della parte civile sia infondato. Il primo motivo, attinente al primo presupposto dell’esimente, ritiene in sostanza che le parole offensive rivolte all’imputata ed i comportamenti immorali a lei addebitati dalla po non sarebbero ingiusti siccome contenuti in scritti difensivi e pertanto scriminanti ai sensi dell’articolo 598 comma 1 Cp.
L’impugnata sentenza rileverebbe, poi, la putatività della provocazione (articolo 599 comma 2 in relazione all’articolo 60 comma 2 Cpp), ma l’erronea supposizione non riguarderebbe un fatto, bensì un errore di diritto, non scusante (articolo 5 Cp) siccome riferibile alla mancata conoscenza di una causa di giustificazione.
La tesi difensiva è infondata.
Invero, va decisamente affermato che il fatto viene assunto come ingiusto nell’articolo 599 Cp con riferimento al sentire del soggetto che lo subisce; tale profilo fattuale è posto ben in rilievo nella motivazione dell’impugnata sentenza.
Nessuna rilevanza può, invece, assumere la mancanza di punibilità riferita all’ingiuria/diffamazione commessa dalla po nella qualità di difensore. Essa, infatti, siccome agisce solo sulla punibilità, non esclude l’antigiuridicità in sé, cioè la lesione ad onore e decoro della persona presa di mira, configurante l’ingiustizia del fatto ai sensi dell’articolo 599 Cp.
In definitiva, il fatto ingiusto, scriminato per il difensore ex articolo 598 Cp, non cessa di operare – in presenza degli altri elementi – quale fatto provocatorio.
Il richiamo all’errore di diritto non è, nella specie, pertinente. Quanto allo stato d’ira (secondo motivo), caratterizzato da improvviso impulso irrefrenabile dinanzi ad un accadimento esterno, la sua distinzione dai differenti sentimenti di rancore covato – frustrazione – odio – insofferenza va colta nel caso concreto, in una valutazione propria del giudice di merito ed insindacabile in questa sede di legittimità se basata su motivazione congiura.
Nella specie, la sentenza impugnata non esclude affatto l’ira (pur usando anche altri termini) pure repressa sino allo scoppio finale.
Costituisce massima di esperienza comunemente accettata che lo stato d’ira può rimanere latente o controllato per esplodere ancora in concomitanza a fattori rievocativi del fatto ingiusto subito.
Sul rapporto di adiacenza temporale di fatto ingiusto e stato d’ira, argomento che il ricorrente affronta nel terzo motivo, occorre precisare che rimane poco appropriato il raffronto tra provocazione querela, con riferimento alla rilevanza della conoscenza del fatto esclusa nel primo caso, sicché l’immediatezza dovrebbe essere configurata in rapporto al fatto in sé prescindendo dalla sua conoscenza concreta.
Intanto provocazione e querela sono istituti operanti su pianti completamente diversi, con differenti presupposti e finalità, talché ogni accostamento perde di valenza dimostrativa.
Ritenere che l’immediatezza della relazione vada individuata in relazione all’accadimento provocatorio in sé, prescindendo dalla sua reale conoscenza, significa accogliere – in tema di provocazione – un concetto puramente naturalistico di fatto che interrompe proprio il nesso percettivo assolutamente indispensabile al raccordo con lo stato psichico rilevante.
Non ci può essere stato d’ira se si vuole prescindere dalla conoscenza della causa esterna scatenante. La consapevolezza diventa elemento essenziale nella relazione tra comportamenti posti a confronto. Non può essere configurata una reazione senza che sia nota l’azione.
Ne consegue che proprio al momento della conoscenza del fatto occorre fare riferimento per accertare l’immediatezza dello stato d’ira che ne è derivato.
Correttamente, pertanto, l’impugnata sentenza ricollega – sia pure in chiave dubitativa – la piena conoscenza alla consegna degli atti, una volta conclusa la causa di separazione, almeno come momento scatenante la reazione. Nella globale logica della motivazione, anche la discontinuità temporale tra le due lettere perde il significato.
Cade la conclusione riassuntiva (ultima censura) circa l’inapplicabilità dell’articolo 530 comma 3 Cpp, poiché in verità la Corte di merito motiva congruamente quando individua l’unico dubbio sull’esistenza dell’esimente con riferimento al rapporto di immediatezza.
Al rigetto globale del ricorso deve conseguire la condanna del ricorrente, parte civile, al pagamento delle spese del procedimento.

References: sentenza 
 Sentenza

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 articolo 598
 articolo 5
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