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Timestamp: 2020-05-26 18:31:11+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 22664 del 27/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22664 del 27/09/2017
Cassazione civile, sez. II, 27/09/2017, (ud. 21/06/2017, dep.27/09/2017), n. 22664
sul ricorso 1545-2014 proposto da:
S.F., ((OMISSIS)), S.S. ((OMISSIS)),
R.G. ((OMISSIS)), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA SIRIA
20, presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO CERZA, che li rappresenta
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, (c.f. (OMISSIS)) in persona
D.C., + ALTRI OMESSI
avverso la sentenza n. 240/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,
F. e S.S. e R.G. propongono ricorso per cassazione, con tre motivi, avverso la sentenza della Corte d’Appello di Catania n. 240/13 pubblicata il 5 febbraio 2013 con la quale è stato dichiarato inammissibile l’appello incidentale da essi proposto avverso la sentenza del Tribunale di Catania per tardività dello stesso.
La Corte territoriale,per quanto in questa sede ancora rileva, ha dichiarato la tardività dell’appello incidentale proposto dagli odierni ricorrenti, F. e S.S. e R.G., quali eredi di S.R., in quanto proposto con comparsa depositata il giorno stesso dell’udienza fissata per la loro comparizione e non anche nel termine di cui all’art. 343 c.p.c., vale a dire in virtù del richiamo all’art. 166 c.p.c., almeno venti giorni prima della data dell’udienza fissata per la loro comparizione.
Il Ministero dell’Economia e delle finanze, citato in giudizio quale erede di G.G. ex art. 586 c.c., si è costituito al solo fine di partecipare all’udienza di discussione.
Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 299,303 e 331 c.p.c. lamentando che la Corte d’appello di Catania, abbia erroneamente dichiarato l’interruzione del processo per essere il dante causa degli odierni ricorrenti, S.R., deceduto prima della costituzione in giudizio, invece che disporre, come richiesto dall’appellante principale l’integrazione del contraddittorio, applicando erroneamente al caso di specie l’art. 299 c.p.c. relativo alla diversa ipotesi di decesso del dante causa successivo alla notificazione dell’atto introduttivo del giudizio.
Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione degli artt. 334 e 331 c.p.c., nonchè dell’art. 125 Disp. Att. c.p.c., lamentando che sia stato ad essi notificato un atto di riassunzione privo dei requisiti minimi di cui all’art. 342 c.p.c., ed in particolare privo dell’avvertimento di cui all’art. 163 c.p.c., comma 3, n. 7).
Con il terzo motivo denunciano la violazione degli artt. 343,302,303 c.p.c. e dell’art. 125 Disp. Att., anche in relazione all’art. 111 Cost., lamentando che la Corte territoriale abbia omesso di rilevare la nullità dell’atto di riassunzione privo dei requisiti di cui all’art. 125 disp. att. c.p.c., notificato agli eredi in conseguenza di morte della parte.
I motivi, che, in ragione della intima connessione, vanno unitariamente esaminati, sono destituiti di fondamento.
Conviene premettere che nel caso di specie nessun pregiudizio risulta essere derivato a carico degli eredi del signor S.R., in conseguenza della pronuncia di interruzione del processo e successiva riassunzione nei loro confronti, piuttosto che all’esito di atto di integrazione del contraddittorio come chiesto dagli appellanti principali alla prima udienza di comparizione.
Ed invero, secondo l’arreso di questa Corte citato dagli stessi ricorrenti, in caso di morte della parte, l’atto di riassunzione nei confronti degli eredi, ove pure non contenga i requisiti indicati e richiesti dall’art. 125 disp. att. c.p.c. è affetto da nullità sanabile per effetto della costituzione in giudizio degli eredi medesimi (Cass.13736/2005; 7465/2015).
Nel caso di specie gli eredi di S.R. si costituirono con ciò sanando l’eventuale nullità dell’atto di riassunzione per omessa o carente indicazione dell’oggetto della domanda e delle ragioni della stessa, o del mancato richiamo dell’atto introduttivo del giudizio. dovendo dunque ritenersi che l’atto abbia comunque instaurato il rapporto processuale nei loro confronti, con raggiungimento dello scopo.
Avuto riguardo, in particolare, alla mancata previsione, nell’atto di riassunzione notificato, dell’avvertimento di cui all’art. 163 c.p.c., comma 3, n. 7), si osserva che, secondo il recente arresto delle sezioni unite di questa Corte l’art. 342 c.p.c. – che, nel testo (applicabile “ratione temporis”) quale sostituito dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, art. 50 e prima dell’ulteriore modifica di cui al D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. a, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, prevede che l’appello si propone con citazione contenente l’esposizione sommaria dei fatti ed i motivi specifici dell’impugnazione, “nonchè le indicazioni prescritte nell’art. 163 c.p.c.” – non richiede altresì, che, in ragione del richiamo di tale ultima disposizione, l’atto di appello contenga anche lo specifico avvertimento, prescritto dall’art. 163 c.p.c., comma 3, n. 7, che la costituzione oltre i termini di legge implica le decadenze di cui agli artt. 38 e 167 c.p.c..
Esse si riferiscono infatti solo al regime delle decadenze nel giudizio di primo grado e non è possibile, in mancanza di un’espressa previsione di legge, estendere la prescrizione di tale avvertimento alle decadenze che in appello comporta la mancata tempestiva costituzione della parte appellata (Cass.Ss.Uu. n.9407/2013).
Il ricorso va dunque respinto e, poichè gli intimati non hanno svolto, nel presente giudizio, attività difensiva non deve provvedersi sulle spese. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 586
 art. 50
 art. 54
 art. 13
 art. 13