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Timestamp: 2020-08-04 10:43:01+00:00

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Cassazione penale, sez. IV, 12 febbraio 2019, n. 30626
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1. Con sentenza emessa in data 2 luglio 2015 il Tribunale di Monza dichiarava A.A.V. e P.P., medici del reparto di chirurgia dell’Ospedale Policlinico di Monza, con gli incarichi rispettivamente di primario e di aiuto anziano, responsabili del reato di omicidio colposo in danno di R.I., deceduta a causa di: una “Multi Organ Failure da polmonite a focolai confluente dal lobo inferiore del polmone destro e ad estensione del lobo superiore del polmone sinistro con stato settico; una grave insufficienza circolatoria per shock emorragico da sanguinamento intraepatico; una insufficienza epatica con ittero severo; una insufficienza renale acuta in paziente operata per colecistite cronica colesterolosica e calcolosa e più volte rioperata per complicanze locoregionali ed addominali con ematoma sottocapsulare del fegato interessante i segmenti VI, VII e VIII e infarto ischemico del lobo destro del fegato in esiti di flogosi peritonitica con diffusa situazione aderenziale prevalente a livello della loggia sovramesocolica, perforazione coperta della parete anteriore del duodeno poco distale alla papilla pregressa sede di tubo duodenostomico di Petzer.
- ad A.A.V. e a P.M.E.P., quali medici incaricati di eseguire l’intervento di colecistectomia laparoscopica effettuato in data 19 dicembre 2011, di avere omesso, per negligenza, imprudenza ed imperizia, di eseguire un controllo pre - operatorio con esofagastroduodenoscopia in presenza di pregressa gastrite emorragica da farmaci e malattie del tubo digerente (ulcera - gastrite) e per avere determinato, nel corso delle manovre di isolamento della colecisti e della lisi aderenziale, una discontinuazione della parete duodenale con conseguente peritonite da perforazione duodenale avvenuta tra il 20 e il 21 dicembre 2011 (capo a);
- ad A.A.V., P.P. e a P.M.E.P. di avere determinato, per negligenza, imprudenza ed imperizia, l’insorgenza di un ematoma epatico con importante espansione nel corso dell’intervento effettuato il 2 gennaio 2012 a causa della presenza di una grave insufficienza epatica e compromissione generale multi - organo conseguente alla peritonite, alla sepsi prolungata e ai ripetuti interventi chirurgici, nel posizionamento dei divaricatori, delle spatole laparotomiche, nelle trazioni e manipolazioni chirurgiche sul fegato dirette e indirette.
1.2. Il giudice di primo grado assolveva A.A.V. (aiuto anziano) e P. Matteo Edoardo Pietro (aiuto - giovane e primo operatore) dalle accuse elevate in relazione all’intervento del 19 dicembre 2011 di rimozione della colicisti che veniva ritenuto adeguato alle patologie sofferte dalla R. ed eseguito secondo una prassi corretta mentre la complicanza verificatasi nel corso delle manovre di adesiolisi delle aderenze (perforazione duodenale) e dovuta all’uso dell’elettrobisturi (nel caso di specie del diatermocauterio) era ritenuta una possibile conseguenza fisiologica, non necessariamente dovuta ad errori esecutivi, e rimediabile in quanto non avente di per sè prognosi infausta.
Il Tribunale di Monza sottolineava che le risultanze processuali comprovavano la ancor più marcata inadeguatezza dell’intervento d’urgenza del 28 dicembre 2011 della sutura di una nuova perforazione duodenale su una lesione deiscente con rafia in laparascopia, convertita in laparotomia, in quanto si sarebbe dovuto provvedere, sin dal 27 dicembre 2011, all’intervento c.d. “salvavita” che è stato poi tardivamente eseguito il 2 gennaio 2012 (gastro - entero anastomosi con sezione antro - pilorica per fistola biliare recidiva).
2. La Corte di appello di Milano, con la sentenza del 14 giugno 2018, ha confermato la pronuncia impugnata puntualizzando che i profili di colpa a carico di P.P. e di A.A.V. andavano circoscritti al terzo e al quarto intervento eseguiti il 28 dicembre 2011 e il 2 gennaio 2012. Veniva specificata la erroneità della scelta da parte di P.P. e di A.A.V. di non praticare il 28 dicembre 2011 l’escissione dei margini del duodeno e di non procedere già a quella data alla sezione del duodeno e alla gastro - entero - anastomosi procedendo, invece, alla ripetizione della rafia già posta nel corso dell’intervento precedente del 21 dicembre e rivelatasi fallimentare. Quanto alla posizione dell’ A., si escludeva che avesse avuto un ruolo marginale nella decisione di effettuare l’intervento conservativo di sutura dei tessuti della paziente anziché procedere ad un intervento di gastro entero anastomatosi anche perché P.P. aveva affermato che le scelte assunte erano state da lui condivise.
Veniva altresì specificato che la pronuncia assolutoria formulata dal giudice di primo grado nei confronti di P.M. in ragione del suo ruolo marginale non faceva che rafforzare la responsabilità non solo del padre, P.P., ma anche dell’aiuto anziano A.A.V..
3.1. Con il primo motivo denuncia il vizio motivazionale per la mancata verifica sull’operato concreto dei singoli sanitari al fine della individuazione delle responsabilità individuali di ciascun sanitario tanto più alla stregua degli elementi probatori acquisiti tra cui le dichiarazioni rese dallo stesso primario P.P. che venivano travisate posto che il predetto aveva affermato di avere riservato a sè sia le scelte operatorie che l’esecuzione materiale degli interventi.
3.3. Con il terzo motivo lamenta l’inosservanza e/o erronea applicazione di legge in relazione agli artt. 40 e 41 c.p. ovvero al rapporto causale tra la condotta posta in essere dall’ A. e il decesso della R. in quanto non vi è alcuna prova di una sua condotta atta a cagionare il trauma epatico.
4. Con la memoria depositata in data 24 gennaio 2019 A.A.V. ha depositato motivi nuovi con i quali deduce il vizio motivazionale in quanto la sentenza impugnata non motiva sulla conformità o meno delle condotte tenute dall’ A. alle linee guida di settore, questione che riveste fondamentale importanza ai fini della valutazione della eventuale sussistenza di una colpa lieve del sanitari secondo il disposto della L. n. 189 del 2012, art. 3.
3. Colgono nel segno le doglianze formulate da A.A.V. sul ruolo da lui effettivamente svolto nell’ambito dell’equipe medica, riguardo alla preminente responsabilità del capo - equipe, individuato nella persona del primario P.P., alla stregua delle emergenze probatorie segnalate nel ricorso ed in particolare delle dichiarazioni rese da quest’ultimo nel corso del dibattimento di primo grado che non sono state valutate nel loro complesso ma solo parzialmente.
È opportuno rammentare che, secondo la Suprema Corte, (Sez. 4, n. 7346 dell’08/07/2014 - dep. 2015 - Rv. 262244) in tali casi l’accertamento del nesso causale rispetto all’evento verificatosi deve essere compiuto con riguardo alla condotta ed al ruolo di ciascuno, non potendosi configurare una responsabilità di gruppo in base ad un ragionamento aprioristico. (In applicazione del principio, la Corte ha annullato la sentenza di condanna nei confronti di due medici componenti la più ampia “equipe” chirurgica, rinviando al giudice di merito i dovuti accertamenti sulla sussistenza del nesso causale con le lesioni patite dalla vittima, in ragione del ruolo non preminente in concreto da loro svolto nell’ambito dell’”equipe”).
Inoltre (Sez. 4, n. 27314 del 20/04/2017, Rv. 270189) in tema di colpa professionale, in caso di intervento chirurgico in “equipe”, il principio per cui ogni sanitario è tenuto a vigilare sulla correttezza dell’attività altrui, se del caso ponendo rimedio ad errori che siano evidenti e non settoriali, rilevabili ed emendabili con l’ausilio delle comuni conoscenza scientifiche del professionista medio, non opera in relazione alle fasi dell’intervento in cui i ruoli e i compiti di ciascun operatore sono distinti, dovendo trovare applicazione il diverso principio dell’affidamento per cui può rispondere dell’errore o dell’omissione solo colui che abbia in quel momento la direzione dell’intervento o che abbia commesso un errore riferibile alla sua specifica competenza medica, non potendosi trasformare l’onere di vigilanza in un obbligo generalizzato di costante raccomandazione al rispetto delle regole cautelari e di invasione negli spazi di competenza altrui.
3.1. La sentenza impugnata omette altresì di appurare se e in quale misura la condotta dell’ A. si sia discostata dalle linee guida di settore o dalle buone pratiche clinico-assistenziali (Sez. 4, n. 37794 del 22/06/2018, Rv. 27346).
Perspectio.

References: sentenza 
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 sentenza 
 art. 3
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