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Timestamp: 2020-01-27 17:48:12+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 14114 del 07/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14114 del 07/06/2017
Cassazione civile, sez. trib., 07/06/2017, (ud. 24/05/2017, dep.07/06/2017), n. 14114
sul ricorso 23107-2012 proposto da:
D.N. & FIGLIO SPA, elettivamente domiciliato, in ROMA VIA
rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANDREA MORA;
17, presso lo studio dell’avvocato EDOARDO POLACCO, rappresentato e
difeso dagli avvocati CRISTIANA CONSALVI e ROBERTA ZIRELLI;
avverso la sentenza n. 90/2011 della COMM.TRIB.REG. di MILANO,
1. Con sentenza emessa in data 27.06.2011, depositata in data 06.05.2011, la Commissione tributaria regionale della Lombardia respingeva l’appello proposto dalla contribuente D.N. &amp; FIGLI S.p.A., confermando la sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Mantova, liquidando in favore dell’Ente impositore le spese processuali del grado di giudizio. La controversia ha ad oggetto gli avvisi di accertamento e di liquidazione ICI per l’anno 2000, gli avvisi di liquidazione per gli anni 2001 e 2002 per il recupero ICI, tutti emessi dal Comune di Marmirolo nei confronti della società contribuente; il Comune, in particolare, aveva disconosciuto la natura pertinenziale dell’area ricompresa nel mappale (OMISSIS) del catasto urbano, segnatamente disconoscendo il Comune che l’intera area di mq. 23.580 potesse essere considerata come asservita allo stabilimento industriale ivi esistente, ritenendo invece del tutto autonoma e tassabile in quanto fabbricabile una porzione individuata di mq. 12.060.
2. La CTP originariamente adita aveva rigettato il ricorso, osservando che l’area di mq 12.060, per la sua consistenza e in mancanza di specifiche idonee caratteristiche, attualmente destinato, a prato e senza alcuna opera che giustifichi che il terreno sia funzionale al fabbricato, non poteva essere considerato pertinenza dell’immobile.
3. La CTR adita a seguito di appello proposto dalla società contribuente, condivideva integralmente la decisione di prime cure, rigettando l’appello ed escludendo quindi la fondatezza della tesi dell’appellante circa la natura pertinenziale del terreno circostanze il fabbricato.
5. Ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c. sia il Comune di Marmirolo (insistendo perchè vengano dichiarate inammissibili o infondate le argomentazioni svolte in sede di ricorso dalla società contribuente, richiamandosi agli argomenti già sviluppati in sede di controricorso), sia la società contribuente (che, richiamando quanto dedotto in sede di controdeduzioni, evidenzia come il P.G. abbia concluso per l’accoglimento del primo motivo di ricorso in quanto fondato).
7.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione e falsa applicazione del combinato disposto del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 2, comma 1, lett. a), D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, commi 1 e 2, ed art. 817c.c..
In sintesi, la censura attinge l’impugnata sentenza in quanto, sostiene la società contribuente, l’area in questione facendo parte, unitamente all’edificio del mappale (OMISSIS), così come accatastata – trattandosi di fatto non contestato -, ai fini della tassazione Ici non può che essere ricompresa nella tassazione del predetto mappale di cui è parte.
In altri termini, la Commissione tributaria regionale non avrebbe fatto corretta applicazione del combinato disposto del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 2, comma 1, lett. a e art. 5, commi 1 e 2 nonchè dell’art. 817 c.c., comma 1; l’ICI del mappale in questione, composto dall’opificio industriale e dal terreno circostante, deve essere calcolata moltiplicando la rendita catastale dell’edificio per i moltiplicatori previsti per legge. Ne consegue, dunque, che a seguito dell’accatastamento in un unico mappale, è del tutto irrilevante accertare se nel caso di specie ricorrano i presupposti di cui all’art. 817 c.c. per valutare l’effettiva sussistenza di un vincolo pertinenziale del terreno circostante l’edificio rispetto all’edificio stesso, e ciò per l’evidente ragione che non può parlarsi di pertinenza, trattandosi di beni figuranti in un solo mappale, costituendo un unicum giuridico; tale indagine avrebbe dovuto essere svolta esclusivamente dall’Agenzia del territorio in sede di attribuzione o di modifica della rendita catastale, oppure dal giudice tributario nell’ipotesi di impugnazione dell’atto di attribuzione o di modifica della predetta rendita; la società richiama peraltro, a sostegno della propria tesi, giurisprudenza di questa Corte, operando anche un riferimento dottrinario per ribadire l’obbligo per gli enti locali di attenersi alle risultanze dei registri dell’Agenzia del territorio.
Infine, conclusivamente, osserva la società contribuente, il valore della superficie di 12.000 mq. circa, circostante il fabbricato, è concorso a determinare la rendita catastale attribuita al (OMISSIS): pertanto, laddove si pervenisse a diverse conclusioni, si porrebbe una inaccettabile parziale duplicazione dell’imposta. Quanto sopra, in sostanza, milita nel senso che non vi è alcuna norma che legittimi i Comuni a disattendere le risultanze catastali ai fini dell’accertamento Ici.
7.3. Infine, insta la ricorrente affinchè sia disposta la riunione, essendovi connessione, tra la presente controversia e quella pendente tra le medesime parti, recante il n. 28156/2011 R.G.
Si tratta di giudizio instaurato dal Comune di Marmirolo riguardante questioni del tutto identiche, benchè riferite all’ICI per i periodi di imposta 2005 e 2006, giudizio originato dall’impugnazione della sentenza della CTR della Lombardia, sez. staccata di Brescia, che, in data 27.06.2011 ha invece accolto gli appelli della società contribuente, riconoscendo la natura pertinenziale dell’area di cui si discute.
8. Il Comune di Marmirolo, in sede di controricorso, deducendo sul primo motivo, lo ritiene infondato in quanto basato sull’erronea convinzione della società contribuente, trattandosi di aree fabbricabili e non di fabbricati, che nel caso di specie l’attribuzione della rendita catastale costituisca l’unico presupposto rilevante ai fini ICI. Troverebbe, invece, applicazione, secondo il Comune, il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, lett. b, secondo cui l’identificazione di un’area fabbricabile è demandata agli strumenti urbanistici o attuativi e non alle risultanze catastali; ciò sarebbe confermato dal successivo comma quinto, che consentirebbe al Comune, nel calcolo dell’imposta, di non essere obbligato ad attenersi alle risultanze catastali. Non sarebbe poi corretta l’affermazione della società ricorrente secondo cui la stessa avrebbe dichiarato espressamente il vincolo pertinenziale, non risultando nè in sede di denuncia iniziale nè in sede di variazione. Quanto, infine, alla presunta duplicazione dell’imposta, si sostiene che, trattandosi di rendita autoattribuita con sistema DOCFA, il Comune si sarebbe sempre reso disponibile a rideterminare la valorizzazione indicata negli avvisi di accertamento, nel caso la società ricorrente avesse fornito i conteggi utilizzati per la valorizzazione del terreno fatta in sede di accatastamento. Su tale punto, la società contribuente non avrebbe mai fornito quanto richiesto, salvo a svolgere le valutazioni in ricorso, per la prima volta dedotte in una memoria depositata nel corso del giudizio di appello, dunque tardive ed inammissibili. Il Comune, infine, richiama giurisprudenza di questa Corte che ritiene applicabile l’ICI alle aree fabbricabili e che ha ritenuto essersi in presenza di un abuso di diritto ove la società qualifichi arbitrariamente come pertinenza un’area di un determinato immobile, stabilendone il regime fiscale.
E’ preliminarmente da rilevare che (v. Cass. n. 13334 del 2006) “il regime dell’ICI e delle relative esenzioni non può essere ricavato dalla disciplina normativa regolante l’imposizione diretta, e quindi essenzialmente dal D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (T.U.I.R.), bensì dalle disposizioni specificamente inerenti alla stessa imposta comunale sugli immobili”. E’ inoltre da rilevare che l’Imposta Comunale sugli Immobili – istituita (con decorrenza “dall’anno 1993”) dal D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504 -, per le sue caratteristiche strutturali, in base alle tradizionali classificazioni dottrinarie, può essere definita come un’imposta territoriale (in considerazione della identica natura dell’ente pubblico impositore “ciascun comune”), diretta (perchè colpisce una immediata manifestazione di capacità contributiva) e reale siccome considera, come “base imponibile”, il valore in sè del bene immobile, a prescindere, in linea generale, da qualsivoglia condizione personale del titolare del diritto reale sullo stesso considerato dalle afferenti norme (salvo, ex articolo 7, che ai fini dell'”esenzione”).
“Presupposto” dell’imposta, come stabilito dell’art. 1, comma 2 D.Lgs. istitutivo, è il “possesso” (a) di “fabbricati”, (b) di “aree fabbricabili”, (e) di “terreni agricoli”, siti nel territorio dello Stato, “a qualsiasi uso destinati, ivi compresi quelli strumentali o alla cui produzione o scambio è diretta l’attività dell’impresa”.
Per il n. 1 del successivo art. 2, poi, per “fabbricato” si intende l'”unità immobiliare iscritta o che deve essere iscritta nel catasto edilizio urbano…”. Ogni “unità immobiliare” già iscritta o che, per le sue caratteristiche, deve essere iscritta nel catasto edilizio urbano, quindi, costituisce, per definizione della legge in esame, “fabbricato” assoggettato all’imposta, con la conseguenza che il “possesso” di una “unità immobiliare” da considerare come “fabbricato” (perchè’ iscritta o da iscrivere nel catasto detto) fa sorgere in capo al “soggetto passivo” (articolo 3) l’obbligo di corrispondere l’ICI afferente.
“Per i fabbricati iscritti in catasto”, prosegue l’articolo 5, il “valore” costituente la “base imponibile” è determinato “applicando all’ammontare delle rendite risultanti in catasto, vigenti al 1 gennaio dell’anno di imposizione, i moltiplicatori determinati con i criteri e le modalità previsti dall’art. 52, u.c., primo periodo citato testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro, approvato con D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131”.
12. Dalle norme richiamate si evince la stretta ed imprescindibile relazione, da esse posta ai fini della individuazione della “base imponibile” – necessaria per la successiva determinazione (con l’applicazione dell’aderente “aliquota vigente” art. 6, comma 3 D.Lgs.) del quantum dell’imposta dovuta -, tra iscrizione (o necessaria iscrivibilità) in catasto di una “unità immobiliare” (con il connesso necessario riferimento alla nozione catastale di “unità immobiliare”) e rendita catastale “vigente al primo gennaio dell’anno di imposizione” (art. 5, comma 2).
14. Nel caso esaminato, l’area in questione costituita da mq. 12.060 di cui la società contribuente invoca la natura pertinenziale risulta catastalmente asservita all’opificio soggetto ad ICI, ancora prima dell’acquisto da parte della stessa società contribuente – dato incontestato -, ed il disconoscimento del vincolo funzionale, come evidenziato dal P.G., risulta essere stato frutto di un’iniziativa dell’Ente locale che ha ritenuto di doversi discostare dalle risultanze catastali.
Nè, si osserva, può essere seguita la tesi dell’Ente impositore che ritiene prevalente il carattere dell’edificabilità dell’area su quello della sua accessorietà. Ed invero, sul punto, questa Corte ha già avuto modo di affermare che in tema di imposta comunale sugli immobili (ICI), il D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, art. 2, comma 1, lett. a), fornendo, ai fini dell’imposta, la nozione di fabbricato ed escludendo l’autonoma tassabilità della relativa area pertinenziale, assoggettata al regime del bene principale, presuppone l’accezione di pertinenza di cui all’art. 817 c.c., rendendo irrilevante il regime di edificabilità che lo strumento urbanistico a quell’area attribuisca, di guisa che, quando nella medesima porzione immobiliare coesistano accessorietà ed edificabilità, l’effetto attrattivo che discende dal vincolo di asservimento rende ininfluente l’altra “destinazione”, siccome attinente a fini estranei al rapporto con la cosa principale considerata dalla norma tributaria (Sez. 5, Sentenza n. 6501 del 25/03/2005, Rv. 581501; Sez. 5, Sentenza n. 19638 del 11/09/2009, Rv. 609768; Sez. 5, Sentenza n. 14809 del 18/06/2010, Rv. 613582). Tale principio è stato, anche di recente, ribadito da questa stessa Corte, che ha infatti affermato che in tema di ICI, è esclusa l’autonoma tassabilità di area pertinenziale ad un fabbricato ove ricorrano i presupposti oggettivi e soggettivi di cui all’art. 817 c.c., restando irrilevante il regime di edificabilità attribuito dallo strumento urbanistico all’area pertinenziale nella ricorrenza di un effettivo asservimento della stessa all’immobile principale (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 1390 del 26/01/2016, Rv. 638623).
15. La sentenza impugnata, conclusivamente, merita censura, laddove non ha ritenuto il rapporto di accessorietà fissato D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 2, comma 1, lett. a), proprio alla luce dell’unicità del complesso comprendente il fabbricato ed il terreno in questione, non potendosi pretendere da parte dell’Ente impositore di poter ascrivere autonomamente a quest’ultimo un diverso valore sulla base dell’astratta edificabilità. Deve, quindi, essere riaffermato il principio secondo cui in tema di imposta comunale sugli immobili (ICI), la base imponibile è individuata dal D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, art. 5, comma 2, mediante una stretta ed imprescindibile relazione tra iscrizione (o necessaria iscrivibilità) in catasto di una unità immobiliare e rendita vigente al primo gennaio dell’anno di imposizione, con la conseguenza che i dati catastali del singolo fabbricato, quali risultanti dal catasto, costituiscono un fatto oggettivo, ai fini dell’assoggettamento all’imposta e della determinazione del “quantum” dovuto, non contestabile, neppure in via incidentale, da nessuna delle parti (Comune e contribuente) del rapporto obbligatorio concernente l’imposta, fermo restando che tale incontestabilità, siccome limitata a tale rapporto, non esclude, nè limita, la facoltà del contribuente di chiedere la modifica (eventualmente in via di autotutela), ovvero di impugnare (in sede giurisdizionale) l’atto di accatastamento e/o di attribuzione delle rendita, con naturale ripercussione (ed effetto vincolante per le parti del rapporto ICI) del provvedimento definitivo (Sez. 5, Sentenza n. 22124 del 29/10/2010, Rv. 614738).

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 sentenza 
 art. 378
 art. 2
 art. 5
 art. 817
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 art. 2
 art. 5
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 art. 5
 Cass. 
 articolo 7
 art. 2
 art. 6
 art. 2
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 art. 2
 art. 5
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