Source: http://www.forgionegianluca.it/CIVILE_PROCCIVILE_COMMERCIALE/CIVILE/ABUSO_DEL_DIRITTO/ABUSO_DEL_DIRITTO.php
Timestamp: 2018-12-14 02:44:22+00:00

Document:
﻿ ABUSO DEL DIRITTO
Cass. n. 1248 del 25/1/2016 RAPPORTO DI PUBBLICO IMPIEGO "PRIVATIZZATO" – DIRITTO DI ACCESSO – ABUSO DEGLI ISTITUTI A TUTELA DEL LAVORATORE
Corte di Cassazione n. 16591 del 2012 Abuso del diritto e utilizzo del contratto preliminare nelle ipotesi di edilizia popolare
Cassazione Civile, Sezione III, 31 maggio 2010, n. 13208. Buona fede oggettiva e abuso del diritto nei rapporti di locazione
Cass. III Civile, 18 settembre 2009, n. 20106 Il recesso dal contratto non può assolutamente essere arbitrario.
L'abuso del diritto. Significato e valore di una tecnica argomentativa nei diversi settori dell'ordinamento (1^ giornata - RADIO RADICALE -)
L'abuso del diritto. Significato e valore di una tecnica argomentativa nei diversi settori dell'ordinamento (2a ed ultima giornatA - RADIO RADICALE)
"IL GOVERNO GIUDIZIARIO DELL'AUTONOMIA CONTRATTUALE" Lezione tenuta il 19 ottobre 2009, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Napoli Federico II
Nozione di abuso del diritto.
c) disposizioni di maggiore ampiezza, considerate valide per intere categorie di diritti (art. 833, che, pur relativo al diritto di proprietà, è stato utilizzato come norma di repressione dell’abuso dei diritti reali in genere ; artt. 1175 e 1375 che, attraverso la clausola della buona fede, hanno consentito in tempi recenti alla giurisprudenza, su suggerimento della dottrina più avvertita, di sanzionare, in termini di illecito contrattuale, l’abuso di diritti relativi o di credito).
Inizialmente, si è discusso, in giurisprudenza e in dottrina, di abuso del diritto con riguardo pressocchè esclusivo al campo dei diritti reali, coniando la definizione che potremmo definire classica di ‘abuso del diritto’, secondo la quale questo è ritenuto sussistente “ogniqualvolta un diritto attribuito dalla legge venga utilizzato dal suo titolare in modo non confacente alla funzione economico-sociale per la quale esso è stato protetto, allorchè quindi esso sia esercitato per realizzare finalità diverse da quelle per le quali il diritto è stato riconosciuto e contrastanti con valori protetti dall’ordinamento”. In questa tendenza ricostruttiva il parametro normativo di riferimento è stato prevalentemente l’art. 833 c.c. e la sanzione comminata per l’esercizio accertato abusivo del diritto si è esaurita nel riconoscimento della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c..
La Corte di Cassazione con sentenza 20106 del 2009 (Cass. III Civile, 18 settembre 2009, n. 20106) introduce la figura dell’abuso del diritto, criterio rivelatore della violazione dell’obbligo di buona fede oggettiva. La questione relativa all’abuso del diritto evoca,dunque, una violazione non di tipo formale: disporre di un potere non è condizione sufficiente di un suo legittimo esercizio. In questa prospettiva la clausola generale della buona fede è stata utilizzata proprio per scongiurare tali abusi:
1) si sfata il mito per cui il giudice non ha alcuna possibilità di controllo sull’autonomia privata, poiché come è facilmente intellegibile rebus sic stantibus ciò che viene tutelato è non già l’interesse del contraente debole (con una, questa sì illecita, intromissione nell’autonomia privata), bensì un interesse metaindividuale dell’ordinamento.
2) il giudice di merito riconosce la impossibilità di considerare come obbligazioni sostanziali ed autonome gli obblighi di buona fede e correttezza mentre la Corte di Cassazione supera questo orientamento ritenendo tali obbligazioni integrate ipso iure dall’ordinamento in un negozio giuridico e la loro violazione può essere fonte anche di risarcimento del danno.
La conclusione della Cassazione è che ormai anche l’abuso del diritto è divenuto un criterio per valutare i rapporti negoziali, e che la buona fede con cui il giudice dovrà interpretare il contratto (art.1366 c.c.) impone a quest’ultimo nel caso in cui il negozio «evolva in chiave patologica» di riequilibrare gli interessi in gioco, passando al vaglio dei principi di ragionevolezza e proporzionalità il contratto, formalmente inteso, e la sua concreta esecuzione.
La Cassazione, negli anni sessanta (sent. 15/11/1960 n. 3040), aveva rinvenuto nell’art. 833 l’espressione di un principio generale di divieto dell’abuso del diritto di proprietà e, più in generale, di qualsiasi diritto.
Si era, infatti, ammesso che “il proprietario potesse commettere un illecito anche se dal suo contegno poteva ritrarre utilità, quante volte egli perseguisse scopi non rispondenti a quelli per i quali il diritto di proprietà è protetto dall’ordinamento positivo”
Il passo in avanti compiuto dalla Suprema Corte stava nel superamento del principio ‘qui iure suo utitur neminem laedit’ : il danneggiante risponde per fatto illecito anche se ha agito ‘iure’, nell’esercizio del proprio diritto, se di questo egli ha abusato. La proprietà era ‘ius utendi’, non ‘ius abutendi’ ; si poteva, allora, coniare un nuovo brocardo : ‘qui iure suo abutitur alterum laedit’
Il compimento di atti emulativi non è diretto a soddisfare alcun interesse meritevole di tutela ed in particolare quell'interesse economico in vista del quale il diritto di proprietà è riconosciuto, in quanto posto in essere non al fine di trarre una qualche utilità dal bene, ma semplicemente allo scopo di nuocere ad altri.
Il descritto indirizzo è stato portato alle estreme conseguenze da una pronuncia della Suprema Corte, sul finire degli anni novanta (Cass. sez. II civ. 20/10/1997 n. 10250), in cui si è ritenuta non emulativa la mancata potatura di piante ad alto fusto, che impedisce al proprietario del fondo vicino il godimento del panorama. I supremi giudici, discostandosi dal lontano precedente del ’60, escludono, innanzitutto, dal novero degli atti emulativi i comportamenti meramente omissivi, posto che il termine ‘atti’, che figura nell’art. 833, non potrebbe che intendersi riferito alle sole condotte positive.
Il citato orientamento, che ha inferto il “colpo di grazia ad una norma già agonizzante”, è aspramente criticato in dottrina, perché finisce col porre nel nulla l’ambito di applicazione dell’art. 833 e la possibilità, da esso consentita, di reprimere abusi del proprietario : se, infatti, anche un atto negativo, un semplice non facere comporta un’utilità per il proprietario, a maggior ragione sarà utile per costui un atto positivo.
La dottrina in particolare, ritiene che per evitare i risultati aberranti della giurisprudenza si debbano diversamente ricostruire i presupposti applicativi dell’art. 833 c.c.. Precisamente, quanto all’elemento oggettivo, per la qualifica dell’atto come emulativo basta una oggettiva sproporzione tra il pregiudizio altrui e l’utilità del proprietario. Quanto all’elemento soggettivo, si osserva come l’art. 833 c.c., nel suo tenore letterale, non attribuisca rilevanza alcuna all’animus nocendi, in quanto lo “scopo” di cui la norma parla indica chiaramente la finalità oggettiva dell’atto. Si ammette, quindi, la configurabilità dell’atto emulativo anche quando l’atto è stato compiuto non solo senza l’intenzione di nuocere, ma per errore (ammettendosi, però, così una sorta di responsabilità oggettiva del proprietario per i danni che siano derivati a terzi dal suo contegno abusivo).
Più sensibile alle istanze della dottrina si è, invece, mostrata la giurisprudenza di merito, la quale ha talora fatto proprio il secondo citato percorso interpretativo dell’art. 833.
2. 2.a Il caso della doppia alienazione immobiliare
2. 2.b abusivo sviamento delle altrui trattative.
2. 2.c Altro fondamento dell'abuso del diritto è stato rinvenuto nell'abuso di dipendenza economica ex art. 9 l. 192/98 che incide sull'autonomia contrattuale e sembra, alla stregua di una clausola generale, riguardare tutte le ipotesi rapporti verticali tra imprese
Si è però osservato che siffatta disposizione non si presta ad una generalizzazione in grado di rappresentare una sistemazione della materia. Ne consegue che il dato testuale più prossimo resta quello costituito dalle norme sulla buona fede.
Ed invero il divieto di abuso del diritto non costituisce un'autonoma clausola generale, ma esprime una delle finalità della buona fede in senso oggettivo. Abuso del diritto e contrarietà a buona fede sono due principi che si integrano a vicenda, costituendo la buona fede un canone cui ancorare la condotta delle parti, anche di un rapporto privatistico e l'interpretazione dell'atto giuridico di autonomia privata e, prospettando l'abuso, la necessità di una correlazione tra i poteri conferiti e lo scopo per i quali essi sono conferiti. Qualora la finalità perseguita non sia quella consentita dall'ordinamento, si avrà abuso.
Da tempo già la dottrina era concorde nel ravvisare nella responsabilità precontrattuale ex art. 1337 c.c. la sanzione per il comportamento abusivo della parte che avesse receduto ingiustificatamente dalle trattative: si trattava di una palese violazione del principio che vieta di ‘venire contra factum proprium’.
Proseguendo su tale linea, i giudici appaiono ora propensi ad utilizzare, ai fini di cui trattasi, altresì la buona fede nell’esecuzione del contratto (art. 1375 cc) . In particolare, intesa quest’ultima come oggetto di un obbligo che entra nel contratto integrandone il contenuto - specificandosi nel dovere (negativo) di non abusare della propria posizione al fine di non aggravare ingiustificatamente la condizione della controparte, nonché, si ritiene, nel dovere (positivo) di attivarsi per salvaguardare l’utilità della controparte nei limiti in cui ciò non comporti un apprezzabile sacrificio delle proprie ragioni - si è visto nella violazione della buona fede un indice sintomatico di abuso del diritto, sanzionato nelle forme tipiche della responsabilità contrattuale o, talora, attraverso rimedi che potremmo definire di ‘esecuzione in forma specifica’.
►►► ►►► Celebre il caso Fiuggi: il Comune di Fiuggi aveva concesso ad una società la gestione delle sorgenti, prevedendo che il canone fosse rapportato al prezzo di vendita delle bottiglie di acqua minerale. Tuttavia, la società concessionaria era riuscita nel tempo a mantenere fisso tale prezzo nonostante l’inflazione galoppante, curando di vendere le bottiglie ad una società controllata, deputata a rivenderle a maggior prezzo. L’ “astuto accorgimento”, che evitava alla società concessionaria di subire aumenti del canone di concessione, fu giudicato quale violazione del canone di cui all’art. 1375 e, conseguentemente, quale inadempimento contrattuale, idoneo a giustificare la risoluzione del contratto. Il nesso con l’abuso del diritto era evidente : “all’eccezione ‘feci, sed iure feci’, opposta dalla società concessionaria, poteva essere dal concedente vittoriosamente replicato che dei propri diritti (del diritto di fissare liberamente il prezzo di vendita dell’acqua minerale, tanto da parte sua quanto da parte della controllata) essa aveva abusato, giacchè li aveva esercitati in modo da pregiudicare l’interesse della controparte contrattuale”
►►► ►►► Così, in materia di contratto di agenzia, la Cassazione (18/12/85 n. 6475) ha ritenuto che il diritto del preponente di rifiutare le proposte dell’agente va esercitato conformemente al principio di buona fede nell’esecuzione del contratto ; conseguentemente, il rifiuto pregiudiziale di dare corso alle proposte dell’agente (cosiddetto rifiuto sistematico), violando il predetto principio, è fonte di risarcimento del danno.
►►► ►►► Più di recente, la giurisprudenza di legittimità ha ravvisato abuso del diritto nel comportamento della banca che receda in modo imprevisto ed arbitrario dal contratto di apertura di credito a tempo indeterminato ovvero a tempo determinato, ma in cui il recesso sia pattiziamente consentito anche in difetto di giusta causa, esigendo l’immediato rientro. La Cassazione (21/5/97 n. 4538) ha, infatti, osservato che, se è vero che nel quadro della disciplina dettata dal codice civile è consentito alla banca (così come al cliente) di recedere in qualsiasi momento da un rapporto di apertura di credito a tempo indeterminato, con il solo obbligo di darne preavviso alla controparte, ex art. 1845, ult. cpv., così come è consentita la recedibilità ad nutum con riferimento ad ipotesi di apertura di credito a tempo determinato, in cui le parti, ex art. 1845, commi 1 e 2, abbiano previsto la deroga alla necessità della giusta causa ai fini dell’esercizio del recesso prima della scadenza, ciò, tuttavia, non implica la totale insindacabilità del modo di esercizio del diritto potestativo di recesso da parte della banca. Il diritto potestativo di recesso ad nutum deve, infatti, considerarsi illegittimo, quando, alla stregua di una valutazione secondo buona fede, appaia del tutto privo di ragione giustificatrice e ciò risulti provato dall’altra parte.
In una successiva pronuncia (Cass., sez. I civ. 29/10/99 – 14/7/2000 n. 9321), i giudici di legittimità hanno esteso i superiori principi - id est, sindacato giudiziale della legittimità del recesso della banca, secondo il parametro di cui all’art. 1375 c.c., che ne misuri l’eventuale carattere imprevisto ed arbitrario - all’ipotesi di rapporto di apertura di credito a tempo determinato, in cui il recesso sia consentito in presenza di una giusta causa tipizzata dalle parti.
►►► ►►► Infine, sono state ravvisate ipotesi di esercizio abusivo del diritto di voto nell’ambito delle assemblee di società di capitali.
Abuso, innanzitutto, da parte della maggioranza assembleare, che approvi una deliberazione ispirata esclusivamente ad proprio interesse extrasociale. L’annullabilità di siffatte delibere viene fondata, dal Supremo Collegio (Cass. 26/10/95 n. 11151), non più sul parapubblicistico eccesso di potere della maggioranza, bensì, appunto, sull’abuso del diritto di voto. I supremi giudici muovono dalla premessa che, “con l’esercizio del diritto di voto, il socio dà esecuzione al contratto di società, sicchè il diritto di voto deve, a norma dell’art. 1375 c.c., essere esercitato secondo buona fede ; la conclusione è che il voto espresso per realizzare un interesse extrasociale, con danno per la minoranza, integra gli estremi dell’abuso del diritto”
La giurisprudenza di merito ha altresì ricostruito ipotesi di abuso del diritto da parte della minoranza assembleare. I soci che rappresentano almeno un quinto del capitale sociale hanno, infatti, il diritto di chiedere ed ottenere la convocazione dell’assemblea. Secondo i giudici, gli amministratori, lungi dal dover valutare esclusivamente i requisiti formali di cui all’art. 2367, comma 1, c.c., hanno il potere-dovere di respingere la richiesta della minoranza, laddove essa appaia illogica, immotivata, determinata da un velleitario spirito di ‘chicane’, ovvero dall’intento di ostacolare sistematicamente il regolare svolgimento dell’attività societaria.
3. Abuso del diritto e responsabilità extracontrattuale. .
Di recente, il contrasto giurisprudenziale è stato risolto dalle Sezioni Unite (sent. 5/11/99 – 10/4/2000 n. 108), le quali hanno fatto proprio l’opposto orientamento che si pronunciava per la legittimità del frazionamento della pretesa creditoria in più azioni giudiziarie.
Sotto il primo profilo, il ricorso ad un giudice inferiore, più celere nella definizione delle controversie e innanzi al quale la lite costa di meno, anche se la sua conclusione non è interamente satisfattiva della pretesa, viene considerato rispondente ad un apprezzabile interesse del creditore, il quale può anche, attraverso questo mezzo, sperare in un adempimento spontaneo da parte del debitore del debito residuo ed, eventualmente, nell’accertamento con effetto di giudicato della sussistenza del rapporto da cui il debito deriva, con indubbio vantaggio - pienamente legittimo - per le ulteriori azioni.
Sotto il secondo profilo, il debitore può adeguatamente tutelarsi, provvedendo a mettere in mora il creditore, offrendogli il pagamento dell’intera somma dovuta ovvero, laddove contesti nella sua interezza il proprio debito, può chiedere, con efficacia di giudicato, l’accertamento negativo circa il rapporto da cui si pretende sorto il debito, con devoluzione dell’intera controversia al giudice superiore ai sensi dell’art. 34 c.p.c. (anche qui, vedi al riguardo considerazioni correttive di cui a nota n. 2).
Assunto il dovere di buona fede ex artt. 1175 e 1375 c.c. come integrativo del contenuto stesso del contratto, la violazione di esso concreta un inadempimento contrattuale, con conseguente applicazione dei rimedi legislativamente previsti per reagire a quest’ultimo (quindi, oltre che 1218 c.c., anche 1453 - ris del c. per inadempiemnto - o 1460 c.c. - eccez. di inadempimento -). Si spiega allora come nel caso Fiuggi si sia pervenuti alla risoluzione del contratto eseguito mala fide, accordando alla parte lesa una più adeguata (rispetto a quella costituita dal mero risarcimento) protezione, consistente nella possibilità di rinegoziare il risolto contratto a più accorte condizioni.
Si comprende, dunque, in questa prospettiva come
l’adozione di una delibera da parte di una maggioranza assembleare, che abbia esercitato il proprio di diritto di voto ex art. 2351 c.c. per realizzare un interesse extrasociale, sia sanzionata dall’annullamento di siffatta deliberazione ;
come il rimedio contro una richiesta di convocazione dell’assemblea, avanzata dalla minoranza assembleare per puro spirito di chicane, sia rappresentato dalla reiezione di una tale richiesta o dall’inefficacia della convocazione così - abusivamente - effettuata ;
come la conseguenza dell’esercizio arbitrario ed improvviso del diritto di recesso ad nutum della banca dal contratto di apertura di credito a tempo indeterminato sia la paralisi dell’effettorisolutivo del recesso medesimo.
Di ciò si ravvisa una previsione legislativa espressa nell’art. 1359 c.c., in rapporto con l’art. 1358, che impone alle parti di comportarsi secondo buona fede in pendenza della condizione. L’art. 1359, infatti, fingendo avverata la condizione mancata per causa imputabile a chi aveva interesse contrario al suo avveramento, fa scaturire dall’abuso del diritto così realizzato, non già la generica obbligazione di risarcire il danno, ma l’efficacia del contratto.
Appartengono al secondo modello norme come l’art. 330 c.c., che sanziona l’abuso della potestà genitoriale sui figli con la decadenza della potestà medesima, ovvero come l’art. 1015 c.c., che prevede la cessazione del diritto di usufrutto per il titolare che ne abbia abusato.
Un possibile rimedio, individuato dalla giurisprudenza, contro l'abuso del diritto è l'exceptio doli generalis, istituto di matrice romanistica che, secondo l'opinione dominante, trova riscontro nel diritto civile odierno in quanto espressione del principio di correttezza e di buona fede.
In particolare, l'exceptio doli può definirsi come un rimedio generale diretto a precludere l'esercizio fraudolento e sleale dei diritti di volta in volta attribuiti dall'ordinamento.
Pertanto l'istituto è diretto a provocare la reiezione dell’altrui pretesa o eccezione che si manifesti doloso esercizio di un diritto.
Per il diritto romano l’exceptio doli era rimedio generale, in grado di sventare ogni forma di abuso del diritto.
Sue moderne applicazioni sono:
►►► in materia di titoli di credito, gli artt. 1993, comma 2, c.c., 21 e 65 l. camb., 25 e 57 l. ass.. Tali norme, infatti, pur escludendo l’opponibilità al terzo possessore del titolo delle eccezioni personali ai precedenti possessori, la ammettono ove il possessore medesimo abbia agito intenzionalmente (o scientemente) a danno del debitore. E’, allora, possibile la c.d. exceptio doli generalis, essendosi in presenza di un abuso del diritto, posto che l’esercizio del diritto in questione (diritto di credito, connotato dal requisito dell’autonomia rispetto al rapporto fondamentale) travalica la finalità oggettiva della norma che ad esso accorda tutela (salvaguardia della sicurezza dei traffici e dell’affidamento dei terzi);
►►► in materia di contratto autonomo di garanzia, in quanto si riconosce al garante la possibilità di opporre tale eccezione nei confronti del beneficiario che escuta la garanzia senza avere alcun diritto in base al rapporto principale o comunque per un vantaggio ingiusto. Com’è noto, il contratto autonomo di garanzia è un contratto atipico che crea una garanzia personale, come la fideiussione, del tutto svincolata, però, dal rapporto garantito. L’interesse tutelato con la garanzia autonoma è quello all’esecuzione sicura e tempestiva della prestazione, non ritardata da contestazioni sul diritto garantito. Se, tuttavia, le contestazioni risultano già sicuramente fondate (in quanto esistono prove certe ed evidenti circa l’inesistenza o l’estinzione del credito garantito), il creditore che ciononostante si avvale della garanzia, realizza non più l’interesse all’adempimento sicuro e non ritardato, bensì quello (non meritevole di tutela) di appropriarsi di una prestazione non dovutagli.Si pensi ad esempio al caso in cui l'obbligazione sia già stata adempiuta o sia nulla per contrarietà a norme imperative. In questa ipotesi il giudice interviene sull'equilibrio contrattuale per ricondurlo ad equità. Allineandosi alla giurisprudenza francese, la giurisprudenza italiana di merito non è rimasta insensibile all’esigenza di tutela del garante contro un uso distorto della garanzia autonoma, riconoscendo al garante - pur nella inopponibilità delle eccezioni relative al rapporto tra debitore garantito e creditore - la possibilità di opporre l’exceptio doli nei confronti del beneficiario che escuta la garanzia senza averne alcun diritto in base al rapporto principale o, comunque, per un vantaggio ingiusto. Tuttavia, si afferma che il garante possa, anzi debba rifiutare il pagamento esclusivamente in presenza di una prova documentale o, comunque, di una prova certa, evidente e incontestabile dell’inesistenza del debito garantito ; si ammette anche che il garante possa richiedere al giudice la tutela d’urgenza ex art. 700 c.p.c. nella forma dell’inibitoria dell’escussione della garanzia, ossia attraverso la sospensione temporanea del pagamento.
►►► in ambito processuale, ove la Corte di Cassazione ha stabilito che il frazionamento di un credito unitario in una pluralità di giudizi è contrario alla regola generale di correttezza e di buona fede e si risolve in abuso del processo, ostativo all'esame della domanda.
►►►in materia di società, nell’art. 2384, comma 2, c.c., che prevede l’inopponibilità ai terzi delle limitazioni al potere di rappresentanza degli amministratori risultanti dall’atto costitutivo o dallo statuto, anche se pubblicate, salva la prova che i terzi abbiano intenzionalmente agito a danno della società
L'abuso del diritto nei trattati di Nizza e Lisbona e nella giurisprudenza comunitaria

References: Cass. 

Cass. 
 art. 2043
 sentenza 
 art. 9
 art. 1337
 art. 1845
 art. 1845
 art. 2351
e contrario
 art. 700