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Timestamp: 2020-06-04 23:25:20+00:00

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Nuove contestazioni ex art. 516 c.p.p. e sospensione del procedimento con messa alla prova: una pronuncia di incostituzionalità
(C. cost., sent. 11 febbraio 2020, n. 14)
Con la sentenza in esame, la Consulta ha ritenuto fondate le questioni di legittimità costituzionale avanzate dal Tribunale ordinario di Grosseto aventi ad oggetto l’art. 516 c.p.p., ritenuto contrastante con gli artt. 3 e 24 della Costituzione. Nello specifico, la disposizione de qua è stata censurata nella parte in cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento la sospensione del procedimento con messa alla prova in caso di contestazione di un fatto diverso.
In particolare, nell’ipotesi considerata, l’imputato era stato accusato di un fatto qualificato originariamente dal pubblico ministero come ricettazione di oggetti provenienti da un furto commesso in una chiesa, ex art. 648 c.p. Tuttavia, nel corso dell’istruttoria dibattimentale era emerso che era stato lo stesso accusato a sottrarre gli oggetti, ciò che induceva conseguentemente il pubblico ministero a modificare l’imputazione ai sensi dell’art. 516, comma 1, c.p.p., riqualificando il fatto nella fattispecie di furto in abitazione ex art. 624-bis c.p.
In virtù di ciò, il prevenuto chiedeva di essere ammesso alla sospensione del procedimento con messa alla prova ai sensi dell’art. 168-bis c.p.
Il Giudice rimettente, non potendo accogliere tale richiesta - che, ai sensi dell’art. 464-bis, comma 2, c.p.p., avrebbe potuto essere avanzata fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento - trasmetteva gli atti al Giudice delle leggi, sostenendo nell’ordinanza di rimessione che i principi affermati nella pronuncia costituzionale n. 141 del 2018 avrebbero potuto estendersi anche al caso in esame.
Tale decisione, infatti, aveva dichiarato l’incostituzionalità, per contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., dell’art. 517 c.p.p., laddove non prevedeva la facoltà dell’imputato di richiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova anche in seguito alla nuova contestazione di una circostanza aggravante.
La scelta del rito alternativo - sottolineava nella menzionata declaratoria la Consulta - costituisce, invero, una delle fondamentali manifestazioni del diritto di difesa ex art. 24 Cost., ciò che ha giustificato le plurime declaratorie di incostituzionalità degli artt. 516 e 517 c.p.p. nella parte in cui non prevedevano la facoltà dell’imputato, nel corso del dibattimento, di essere ammesso a un rito speciale in caso di emersione di un fatto diverso ovvero di una circostanza aggravante non contestati originariamente.
Inoltre, la Corte, richiamando la sentenza n. 265 del 1994, ribadiva che le preclusioni in discorso rappresentavano una discriminazione nei confronti dell’imputato quanto ad accesso ai riti speciali, dipendendo in definitiva dalla esattezza o meno della valutazione del pubblico ministero, e costituendo, perciò, una lesione del principio di eguaglianza.
I Giudici costituzionali, con la pronuncia in commento, hanno ritenuto che i principi affermati con riferimento all’art. 517 c.p.p. dovessero essere estesi anche all’ipotesi disciplinata dall’art. 516 c.p.p., norma, quest’ultima, che è stata, pertanto, dichiarata costituzionalmente illegittima nella parte in cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova in caso di modifica dell’originaria imputazione.
La detenzione domiciliare speciale può essere concessa anche alle condannate madri di figli affetti da disabilità grave
(C. cost., sent. 14 febbraio 2020, n. 18)
La questione sottoposta all’esame della Consulta riguardava la disciplina della detenzione domiciliare speciale contenuta nell’art. 47-quinquies, comma 1, l. 26 luglio 1975, n. 354 («Norme sull’ordi­na­mento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà»), censurata nella parte in cui prevede la concessione della detenzione domiciliare speciale nei confronti della condannata madre di figli minori di anni dieci e non anche nei confronti della condannata madre di prole affetta da handicap totalmente invalidante.
Investita del ricorso avverso un provvedimento con cui il Tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria rigettava un’istanza di detenzione domiciliare speciale proposta da una detenuta madre di una ragazza di età superiore ai dieci anni affetta da grave disabilità, la Corte di cassazione sollevava questione di legittimità costituzionale della menzionata disposizione, ritenuta lesiva di diversi parametri costituzionali.
Più esattamente, ad avviso dei Giudici di legittimità, un sistema rigidamente legato all’età della prole ed insensibile ad altre situazioni omologabili in cui pur si palesa la medesima necessità di assicurare ai figli l’effettiva presenza ed il pregnante sostegno del genitore è da ritenere in contrasto con l’art. 3, comma 1, Cost. per l’intrinseca irragionevolezza, come peraltro già riconosciuto dalla Consulta con la sentenza n. 350 del 2003. Profili di attrito si registrerebbero anche con i parametri di cui agli artt. 3, comma 2, e 31, comma 2, Cost., in quanto l’irragionevole restrizione degli spazi applicativi della disciplina in questione sarebbe di ostacolo alla piena realizzazione della personalità del disabile, e dunque, si porrebbe in contraddizione con il canone di promozione della personalità umana consacrato nella nostra Carta fondamentale.
A ciò, poi, si aggiunga - quale ulteriore elemento orientativo - l’ormai avvenuta equiparazione della situazione del figlio minore di anni dieci a quella del figlio portatore di handicap realizzata da alcune recenti modifiche legislative intervenute sempre in materia di ordinamento penitenziario (l. 16 aprile 2015, n. 47).
Con la pronuncia in commento, la Corte costituzionale ha innanzitutto richiamato il dictum della precedente sentenza n. 350 del 2003, che ha esteso la possibilità di concedere la detenzione domiciliare ordinaria ex art. 47-ter ord. pen. alla condannata madre di prole di età superiore a dieci anni affetta da disabilità totalmente invalidante, evidenziando come lo scopo della misura de qua sia favorire «le esigenze di sviluppo o formazione del bambino il cui soddisfacimento potrebbe essere gravemente pregiudicato dall’assenza della figura genitoriale».
Sulla base di considerazioni analoghe la Consulta è, quindi, giunta alla declaratoria di incostituzionalità anche della disciplina della detenzione domiciliare speciale.
Le due misure, infatti, condividono la medesima finalità - consentire la cura dei figli e preservare il rapporto con la madre, in modo da tutelare il soggetto più debole - esigenza, questa, quanto mai avvertita per coloro che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità fisica e psichica, e che perciò necessitano di assistenza indipendentemente dall’età anagrafica.
Di qui, la declaratoria di incostituzionalità dell’art. 47-quinquies ord. pen. nella parte in cui non prevede l’applicabilità della detenzione domiciliare speciale anche nei confronti delle condannate madri di prole di età superiore ai dieci anni affetta da disabilità gravemente invalidante, costituendo tale preclusione una violazione dell’art. 3, commi 1 e 2, Cost., nonché dell’art. 31, comma 2, Cost.
Decreto di giudizio immediato e sospensione del procedimento con messa alla prova: incostituzionale l’omissione dell’avviso all’imputato
(C. cost., sent. 14 febbraio 2020, n. 19)
Il Tribunale militare di Roma, sezione seconda, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 456, comma 2, c.p.p., ex artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui non prevede che il decreto di giudizio immediato debba contenere l’avviso della facoltà dell’imputato di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova.
Disciplina, questa, ritenuta dal giudice a quo lesiva dell’art. 3 Cost. per l’irragionevole disparità di trattamento rispetto alla facoltà dell’imputato di chiedere il giudizio abbreviato o l’applicazione della pena ex art. 444 c.p.p., di cui deve essere dato avviso a pena di nullità nel decreto di giudizio immediato: irragionevolezza fondata sulla considerazione che, in tutti questi casi, sarebbe in gioco il diritto del­l’imputato di chiedere di essere ammesso a procedimenti speciali con effetti premiali, alternativi all’or­dinario giudizio dibattimentale.
Dall’omesso obbligo di avviso, nel decreto di giudizio immediato, dell’ulteriore facoltà dell’impu­ta­to di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova, deriverebbe altresì la violazione del diritto di difesa, in ragione del rischio per l’imputato di incorrere nei termini di decadenza derivanti dal combinato disposto degli artt. 464-bis, comma 2, e 458, comma 1, c.p.p. - rischio, peraltro, avveratosi nel giudizio a quo -, con la conseguente perdita irrimediabile della facoltà di richiedere un rito alternativo.
La Consulta ha riconosciuto la fondatezza della censura sollevata ex art. 24 Cost.
Alla luce del combinato disposto degli artt. 464-bis, comma 2, e 458, comma 1, c.p.p., in caso di giudizio immediato, la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova può essere avanzata dall’imputato, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, entro quindici giorni dalla notifica del relativo decreto; in caso di mancata presentazione dell’istanza entro tale termine, l’imputato decade dalla relativa facoltà.
Ricordando la pregressa giurisprudenza costituzionale costante nell’affermare che la richiesta di riti alternativi «costituisce anch’essa una modalità, tra le più qualificanti (sentenza n. 148 del 2004), di esercizio del diritto di difesa» (ex plurimis, sentenze n. 201 del 2016; n. 237 del 2012; n. 219 del 2004; n. 497 del 1995), la Corte ha affermato che «quando il termine entro cui chiedere i riti alternativi è anticipato rispetto alla fase dibattimentale, sicché la mancanza o l’insufficienza del relativo avvertimento può determinare la perdita irrimediabile della facoltà di accedervi, “[l]a violazione della regola processuale che impone di dare all’imputato (esatto) avviso della sua facoltà comporta [...] la violazione del diritto di difesa” (sentenza n. 148 del 2004)» (sentenza n. 201 del 2016).
Conclusione da ribadire, ad avviso dei Giudici costituzionali, con riferimento alla questione oggetto di giudizio.
Nel rito immediato, infatti, il termine entro cui chiedere i procedimenti alternativi a contenuto premiale è anticipato rispetto al dibattimento: l’eventuale omissione del relativo avviso può, dunque, «determinare un pregiudizio irreparabile, come quello verificatosi nel giudizio a quo, in cui l’imputato […], non essendo stato avvisato, ha formulato la richiesta in questione solo nel corso dell’udienza dibattimentale, e quindi tardivamente» (sentenza n. 201 del 2016).
Di qui la conclusione dell’illegittimità costituzionale dell’art. art. 456, comma 2, c.p.p., nella parte in cui non prevede che il decreto che dispone il giudizio immediato contenga l’avviso della facoltà del­l’imputato di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova.
Ne discende che l’omissione dell’avviso considerato non può che integrare una nullità di ordine generale ai sensi dell’art. 178, comma 1, lett. c), c.p.p.
Ordinamento penitenziario e legge c.d. “spazzacorrotti”: incostituzionale la retroattività del regime ostativo ex art. 4-bis ord. pen. per i reati contro la P.A.
(C. cost., sent. 26 febbraio 2020, n. 32)
Con la sentenza in esame, la Corte costituzionale si è pronunciata sull’applicabilità retroattiva del­l’art. 4-bis ord. pen. anche ai condannati per un reato commesso prima dell’entrata in vigore della l. 9 gennaio 2019, n. 3 (c.d. “spazzacorrotti”).
La Consulta ha riunito undici ordinanze di rimessione ai fini della decisione sulle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 6, lett. b), della legge citata, disposizione che inserisce nell’e­len­co dei delitti previsti dall’art. 4-bis, comma 1, l. 26 luglio 1975, n. 354 i delitti contro la pubblica amministrazione di cui agli artt. 314, comma 1, 317, 318, 319, 319-bis, 319-ter, 319-quater, comma 1, 320, 321, 322, e 322-bis c.p.
La sottoposizione dei condannati per delitti contro la pubblica amministrazione al regime dell’art. 4-bis ord. pen. comporta che i benefici penitenziari e le misure alternative alla detenzione possano essere concessi ai condannati soltanto nel caso in cui collaborino con la giustizia.
A parere dei rimettenti, la norma censurata - in assenza di una disciplina transitoria - sarebbe costituzionalmente illegittima nella parte in cui non prevede che le modifiche apportate all’art. 4-bis, comma 1, ord. pen. si applichino soltanto ai condannati per fatti commessi successivamente all’entrata in vigore della legge.
Nello specifico, alcune delle ordinanze di rimessione sono state pronunciate da Tribunali di sorveglianza chiamati a decidere su istanze di concessione di benefici o misure alternative alla detenzione da parte di condannati per reati commessi prima dell’entrata in vigore della norma e che, quindi, si sono trovati con condizioni più gravose per accedere ai suddetti istituti premiali rispetto a quelle esistenti al momento della commissione del fatto.
In sintesi, da quanto esposto dai giudici rimettenti, la norma in esame risulterebbe di controversa compatibilità con:
- l’art. 25, comma 2, e con l’art. 117, comma 1, Cost. in relazione all’art. 7 della CEDU, sotto il profilo del principio di legalità e non retroattività della pena, in quanto il divieto di applicazione retroattiva delle modifiche che aggravano la pena comprenderebbe anche le modifiche normative che restringono presupposti e condizioni di accesso a benefici penitenziari e misure alternative alla detenzione, come nel caso della norma in esame;
- l’art. 24, comma 2, Cost. per violazione del diritto di difesa dal momento che quanto disposto dalla norma censurata avrebbe frustrato le eventuali strategie processuali degli imputati, i quali potrebbero aver fatto scelte diverse e optato, ad esempio, per un rito alternativo;
- gli artt. 3 e art. 27, comma 3, Cost. in relazione al principio di ragionevolezza e alla funzione rieducativa della pena, in quanto il percorso rieducativo dei condannati sarebbe improvvisamente condizionato dalle sopravvenute preclusioni all’accesso a benefici penitenziari e a misure alternative alla detenzione;
- l’art. 3 Cost. in quanto la norma avrebbe creato un’irragionevole disparità di trattamento rispetto ai condannati che hanno commesso gli stessi delitti ma sono sottoposti ad un regime diverso, che dipende unicamente dal momento in cui la magistratura di sorveglianza ha esaminato l’istanza di concessione, oltre che un’irragionevole disparità di trattamento tra autori di medesimi reati, ma commessi prima e dopo l’entrata in vigore della disposizione censurata, poiché solo i primi potrebbero accedere ad un regime extramurario.
Tutte le ordinanze di rimessione partivano dal presupposto che, secondo il diritto vivente, le modifiche alla disciplina dell’esecuzione della pena non sarebbero soggette al principio di irretroattività della legge penale ex art. 25 Cost.; ciononostante, i rimettenti consideravano che i benefici penitenziari e le misure alternative alla detenzione non potessero essere considerate mere modalità di esecuzione della pena.
La giurisprudenza costituzionale in materia - come osservato dalla Consulta nella pronuncia in commento - non offre un quadro netto, bensì pieno di sfumature, con dichiarazioni alternate di fondatezza e infondatezza.
D’altra parte, il Giudice delle leggi segnala che la giurisprudenza di legittimità sembrerebbe invece univoca poiché ritiene le norme sull’esecuzione della pena non riconducibili all’art. 25, comma 2, Cost., e, quindi, pacifica l’applicabilità di modifiche normative peggiorative anche ai condannati che abbiano commesso il reato prima dell’entrata in vigore della legge.
Concretamente, questa interpretazione, secondo la quale le disposizioni in esame non hanno carattere di norme sostanziali e sottostanno - in assenza di una specifica norma transitoria - al principio tempus regit actum, è stata sostenuta nella sentenza della Cassazione a Sezioni Unite del 17 luglio 2006, n. 24561, e poi stabilmente confermata dalla giurisprudenza successiva.
I giudici costituzionali hanno evidenziato e ritenuto non casuale il fatto che - contrariamente a quanto affermato dalle Sezioni Unite - in diverse occasioni lo stesso legislatore ha limitato espressamente l’applicabilità di norme incidenti sul regime di esecuzione della pena soltanto alle condanne pronunciate per fatti commessi dopo la loro entrata in vigore.
Invece, nella norma censurata, non è stata prevista alcuna disposizione transitoria che ne escluda l’applicabilità ai condannati per fatti pregressi, provocando difficoltà interpretative nella giurisprudenza di merito con riguardo alla sua compatibilità costituzionale.
D’altronde, tutti i Giudici a quibus segnalavano la recente giurisprudenza della Corte EDU sull’esten­sione della garanzia dell’art. 7 CEDU alle modifiche peggiorative in materia di esecuzione della pena che, a parere della Consulta, l’ordinamento italiano dovrebbe tenere in considerazione.
In particolare, la pronuncia considerata in tutte le ordinanze di rimessione è stata la sentenza della Grande Camera Del Rio Prada contro Spagna del 2013, la quale, in sostanza, ha ribadito la non soggezione al divieto di applicazione retroattiva ex art. 7 CEDU delle modifiche alle norme sull’esecuzione della pena ad eccezione di quelle che determinino una «ridefinizione o modificazione della portata applicativa della pena imposta dal giudice, altrimenti, gli Stati sarebbero liberi di adottare misure che retroattivamente ridefiniscano la portata della pena imposta, in senso sfavorevole per l’interessato».
Quanto concluso dalla Corte EDU era già stato precedentemente affermato dalla giurisprudenza di altre Corti e dalla legislazione straniera, come quella di Stati Uniti e Francia.
Le ordinanze di rimessione, inoltre, hanno posto l’accento sulla possibile violazione dell’art. 24 Cost. in quanto il mutamento del quadro normativo sull’esecuzione della pena, successivamente alle indagini e al processo, avrebbe, in realtà, provocato degli effetti imprevisti e imprevedibili sulle scelte difensive precedenti.
Sul punto, la Consulta ha precisato che una modifica normativa dell’ordinamento penitenziario che abbia degli effetti peggiorativi e agisca retroattivamente sui processi in corso potrebbe potenzialmente frustare le legittime aspettative poste a fondamento delle scelte difensive dell’imputato, esponendolo a delle conseguenze esecutive della pena completamente impreviste e imprevedibili al momento dell’e­sercizio di una scelta processuale.
In realtà, la Corte ha segnalato che la ratio del divieto di retroattività dell’art. 25, comma 2, Cost. ha un doppio senso: da un lato, garantire al destinatario della norma una ragionevole prevedibilità delle conseguenze cui si esporrà trasgredendo un determinato precetto penale; dall’altro, tutelare l’individuo contro possibili abusi da parte del potere legislativo, operando come uno dei limiti al legittimo esercizio del potere politico, entrambi fondamenti del concetto di “Stato di diritto”. Tuttavia, come ribadito dalla costante giurisprudenza, il principio di irretroattività non è, generalmente, applicabile alle norme esecutive della pena.
Al contrario, vero è che - ha evidenziato la Consulta - un divieto generalizzato di applicazione retroattiva di qualsiasi modifica in materia di esecuzione della pena non apparirebbe viabile poiché finirebbe per creare una pluralità di regimi esecutivi paralleli in un medesimo istituto penitenziario, ognuno collegato alla data di commissione del reato.
Pertanto, a parere della Corte, la regola in esame dovrebbe subire un’eccezione quando la normativa sopravvenuta non comporti una mera modifica delle modalità esecutive della sanzione ma implichi una trasformazione della natura della pena prevista dalla legge al momento del reato e, di conseguenza, incida sulla libertà personale del condannato.
Alla luce delle su esposte considerazioni, la Corte costituzionale ha ritenuto che le modifiche della norma in esame alla disciplina dei meri benefici penitenziari, cioè, dei permessi premio e del lavoro al­l’esterno, non determinino una trasformazione della natura della pena da eseguire e che, pertanto, il divieto di retroattività della norma ai sensi dell’art. 25, comma 2, Cost. non è applicabile.
La Consulta è arrivata alla conclusione opposta, invece, per quanto riguarda le modifiche del regime di accesso alle misure alternative alla detenzione, in particolare, all’affidamento in prova al servizio sociale, alla detenzione domiciliare nelle sue varie forme e alla semilibertà.
In queste ipotesi, infatti, si è in presenza di «misure di natura sostanziale che incidono sulla qualità e quantità della pena […] e che per ciò stesso modificano il grado di privazione della libertà personale imposto al detenuto» costituendo vere e proprie pene alternative alla detenzione. A parere della Corte, inoltre, si impone la medesima conclusione per quanto concerne la liberazione condizionale - poiché funzionalmente analoga alle misure alternative alla detenzione - e la sospensione dell’ordine di esecuzione, per effetto di trasformazione della pena inflitta.
La Consulta ha ritenuto, quindi, fondate le questioni con riferimento alla violazione dell’art. 25, com­ma 2, Cost. atteso che, di regola, le pene detentive devono essere eseguite in base alla legge vigente al momento dell’esecuzione, salvo, però, che comporti una trasformazione della natura della pena e della sua incidenza sulla libertà personale. In questo caso, l’applicazione retroattiva è incompatibile con l’art. 25, comma 2, Cost.
Conseguentemente, con la sentenza in esame è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 6, lett. b), l. 9 gennaio 2019, n. 3, limitatamente ai casi in cui le modificazioni dell’art. 4-bis, comma 1, l. 26 luglio 1975, n. 354 si applichino anche ai condannati che abbiano commesso il fatto anteriormente all’entrata in vigore della norma in questione, ciò in riferimento alla disciplina delle misure alternative alla detenzione, della liberazione condizionale e il divieto di sospensione dell’ordine di esecuzione. Con riferimento al beneficio del permesso premio, la disposizione è stata ritenuta illegittima nella parte in cui non prevede che lo stesso possa essere concesso ai condannati che - prima dell’entrata in vigore della legge in questione - abbiano già raggiunto in concreto un grado di rieducazione adeguato alla concessione del beneficio stesso.
La limitazione del potere di gravame del pubblico ministero è compatibile con il principio di parità delle parti processuali
(C. cost., sent. 26 febbraio 2020, n. 34)
La Corte costituzionale è stata chiamata ad esprimersi sul nuovo regime di appellabilità delle sentenze da parte del pubblico ministero, introdotto dal d.lgs. 6 febbraio 2018, n. 11.
Le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte d’appello di Messina avevano, infatti, ad oggetto il novellato art. 593 c.p.p., sospettato di incostituzionalità per contrasto con gli artt. 3, 27, 97 e 111 Cost., nella parte in cui prevede che il pubblico ministero può impugnare le sentenze di condanna «solo quando modificano il titolo del reato o escludono la sussistenza di una circostanza aggravante ad effetto speciale o stabiliscono una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato».
In particolare, ad avviso del rimettente, tale previsione striderebbe con il principio di parità delle parti processuali contemplato negli artt. 3 e 111 Cost., in quanto il potere di impugnazione dell’organo dell’accusa - che non può contestare pene manifestamente inadeguate rispetto alla gravità del fatto e alla personalità dell’imputato - verrebbe menomato rispetto al potere dell’imputato, in grado di impugnare qualunque sentenza non satisfattiva dei suoi interessi.
Inoltre, risulterebbe violato anche l’art. 97 Cost. poiché la riduzione del numero di appelli della pubblica accusa non renderebbe più efficiente l’amministrazione della giustizia, atteso che gli stessi rappresentano una minima percentuale del totale delle impugnazioni proposte.
Infine, la disposizione in esame sarebbe in contrasto con l’art. 27 Cost. dal momento che, escludendo qualsiasi possibilità di contestazione della sanzione inflitta in primo grado, comprometterebbe la finalità rieducativa della pena.
La Consulta, tuttavia, ha ritenuto infondate le censure prospettate.
In primo luogo, non ha, infatti, ravvisato la violazione del principio di parità delle parti processuali, che trova il suo immediato fondamento nell’art. 111, comma 2, Cost., poiché, come affermato da costante giurisprudenza costituzionale, tale canone non comporta necessariamente la assoluta coincidenza tra i poteri processuali delle parti, «potendo una disparità di trattamento risultare giustificata, nei limiti della ragionevolezza, sia dalla peculiare posizione istituzionale del pubblico ministero, sia dalla funzione allo stesso affidata, sia da esigenze connesse alla corretta amministrazione della giustizia».
Il Giudice delle leggi ha, quindi, precisato che la asimmetria strutturale fra le parti caratterizza proprio il processo penale e le differenze fra le rispettive posizioni sono compatibili con il principio di parità ad una duplice condizione: che le medesime trovino un’adeguata ratio giustificatrice e che risultino comunque contenute entro i limiti della ragionevolezza.
Con riguardo alle impugnazioni, i Giudici costituzionali hanno evidenziato che lo specifico diritto di far riesaminare la decisione da una giurisdizione superiore, o di seconda istanza, è posto dalle fonti sovranazionali soltanto per la persona condannata, senza far menzione del pubblico ministero.
Sul punto, la Corte ha ribadito che l’obiettivo fondamentale del d.lgs. n. 11 del 2018 (riforma della disciplina dei giudizi di impugnazione) è la deflazione e semplificazione dei processi attraverso la riduzione del carico di lavoro delle Corti d’appello, nella prospettiva di poter garantire la ragionevole durata del processo. Tra le misure che perseguono tale finalità si annovera, appunto, la limitazione del­l’area oggettiva di fruibilità del gravame.
Rientra, d’altra parte, nella discrezionalità del legislatore introdurre limiti all’esercizio della funzione giurisdizionale nell’ottica di assicurare la ragionevole durata dei processi e l’efficienza del sistema punitivo, rinunciando a un controllo di merito sul quantum della sanzione irrogata.
In ordine al rapporto tra le parti processuali, la Corte ha riconosciuto che la disposizione censurata genera una “dissimmetria”: invero, l’imputato conserverebbe il potere di appellare le sentenze di proscioglimento con la sola eccezione delle sentenze di assoluzione perché il fatto non sussiste o perché l’imputato non lo ha commesso; invece, la parte pubblica si vede sottratto il potere di formulare impugnazioni di merito attinenti al trattamento sanzionatorio, estendendosi, in sostanza, il limite già previsto per il giudizio abbreviato al giudizio ordinario. Conseguentemente, i limiti al potere di impugnazione dell’imputato risultano meno significativi di quelli che riguardano il pubblico ministero.
Tuttavia, la Corte costituzionale ha ribadito che le dissimmetrie generate dalla norma censurata non fuoriescono dall’alveo della compatibilità con il principio di parità delle parti processuali e, quindi, il fatto che la disposizione gravi solo sul pubblico ministero - senza una limitazione anche per l’imputato - rientra nella logica della diversa attribuzione costituzionale del potere di impugnazione delle due parti del processo. D’altra parte, giova sottolineare come l’imputato sia meno suscettibile di subire interventi limitativi del potere di gravame, in quanto tutelato dalla previsione di cui all’art. 24 Cost.; d’altro canto, è pure vero che in altre fasi del procedimento, quali ad esempio le indagini preliminari, è il pubblico ministero a fruire di una posizione di indubbio vantaggio.
Infine, la Consulta, nella prospettiva di rassicurare dal timore che la disposizione in esame possa impedire al pubblico ministero di contestare l’irrogazione di pene manifestamente inadeguate o incongruenti, ha rammentato che l’accusa rimane sempre abilitata ad attivare il controllo della Corte di cassazione sulla «mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione».
La Corte ha ritenuto infondata anche la questione di costituzionalità inerente alla violazione del principio del buon andamento della P.A. ai sensi dell’art. 97 Cost. Tale norma, invero - si è evidenziato - fa riferimento all’amministrazione della giustizia unicamente per quanto attiene all’organizzazione e al funzionamento degli uffici giudiziari e non all’attività giurisdizionale, come più volte ribadito dalla stessa Corte costituzionale.
Infine, è stata reputata infondata anche l’eccezione relativa alla vanificazione della funzione rieducativa della pena ex art. 27 Cost., in quanto non pertinente alla tematica della limitazione dei poteri di appello dell’accusa.

References: art. 516
 sentenza 
 art. 648
 art. 624
 art. 24
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 47
 art. 444
 art. 24
 art. 456
 art. 4
 sentenza 
 art. 27
 art. 25
 sentenza 
 sentenza 
 art. 7
 sentenza 
 art. 593
 sentenza 
 art. 27