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Timestamp: 2019-06-19 05:03:18+00:00

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§. 1. Delle pene del purgatorio.
3. Parlando poi delle pene del purgatorio, la massima pena di quelle anime amanti, che in quella prigione di santi amano Dio con tutte le loro forze, è l'esser lontane dal loro sposo, e prive di vederlo da faccia a faccia. Le altre pene poi che patiscono sono grandi, ma tutte son nulla a confronto della privazione della vista di Dio; si contenterebbero di soffrir raddoppiate mille e mille volte tutte le altre pene, se fossero ammesse a vedere il loro Dio.
4. In quanto a queste altre pene scrive s. Tommaso18, che ogni pena corporale del purgatorio excedit maximam poenam huius vitae. E s. Agostino19 dice che il fuoco del purgatorio è più doloroso di ogni pena che può patirsi in questa terra. S. Bonaventura nonperò20 nega che ogni pena del purgatorio è maggiore d'ogni pena di questa vita, poiché, sebbene colà vi è la privazione di Dio sommo bene, questa pena però si mitiga colla certezza di acquistarlo tra breve; e siccome si avvicina
il tempo di andarlo a vedere, così la pena si fa meno aspra.
5. Si dubita poi da molti, se nel purgatorio vi sia la pena del fuoco. L'afferma il cardinal Gotti1, ed adduce il testo di s. Paolo, ove si dice: Uniuscuiuscumque opus quale sit, ignis probabit. I. Cor. 3. 13. E nel v. 15 aggiungesi: Si cuius opus asserit, detrimentum patietur; ipse autem salvus erit, sic tamen quasi per ignem. Con questo testo par che sia certo esservi nel purgatorio la pena del fuoco. I greci nondimeno interpretavano per fuoco con s. Grisostomo un luogo oscuro pieno di mestizia; e nel concilio fiorentino sostennero questa opinione. Ma scrive il cardinal Gotti nel luogo citato, che la sentenza de' latini è comune, e certamente è più vera; e dice che da questa non dobbiamo partirci; perché sebbene nel purgatorio vi sia anche oscurità e mestizia, nondimeno non dobbiamo lasciare la naturale spiegazione di fuoco, come lo chiama s. Paolo, e come l'intendono s. Agostino, s. Gregorio, s. Bernardo ed altri; e secondo la regola generale non dobbiamo scostarci dal senso letterale senza necessità. Bellarmino2 prova, che questa è la sentenza comune de' teologi. Estio3 asserisce che questa è la sentenza costante; e perciò dice che la chiesa nel canone implora refrigerio a quell'anime contra ardorem ignis.
6. Si aggiunge poi che gli stessi greci nel concilio fiorentino, alla fine della sess. 25 del purgatorio, ammisero la sentenza de' latini, dicendo: Quod vero de igne purgatorio dicitis, hoc etiam suscipimus. E scrive un dotto autore in un libro intitolato4, Animadversiones contra Ant. Ienuens., che oggi i greci per la maggior parte in ciò convengono coi latini, come può vedersi in Allacio, e ne' lor rituali, dove pregano, ut animae a purgatoriis ignibus liberentur.
7. Dice poi s. Tommaso5, che i demonj assisteranno a quelle anime sante per loro tormento, ma non le crucieranno, mentre non è giusto, che avendo elle trionfato del loro nemico, sieno di poi da quello tormentate, siccome permise Dio che Giobbe fosse dal medesimo tormentato in questa vita, ch'è luogo di pugna; ma il purgatorio non è più luogo di pugna.
8. Domenico Soto dice che la divina clemenza non soffre che quelle anime sue amiche Dio le tenga da sé lontane più di dieci anni: ma questa opinione non è seguita dagli altri; anzi da Alessandro VII. fu condannata la proposizione 43, che diceva: Annum legatum pro anima relictum non durat plus quam per decem annos. Lo stesso tiene Estio6 con altri; e dice, esser più credibile che le pene si stendano a molti anni di più de' dieci: e riferisce s. Agostino, il quale sente7. che alcuni non riceveranno la piena remissione de' peccati prima del giorno finale del giudizio. Crede poi il cardinal Gotti, che siccome si accosterà la fine della pena, così anderà mancando la tristezza di quelle anime in vedersi lontane da Dio; ed in quanto alla pena del senso, scrive s. Bernardo nella vita di s. Malachia, che il santo, cominciando a pregare per la sua sorella, vide, che ogni giorno la pena andava mancando, e finalmente la vide unita a Dio.
9. Del resto è vero che quelle s. prigioniere patiscono gran pene, ma patiscono tutto con somma pazienza, rassegnazione e pace: dormiunt in somno pacis (come si dice nel canone della messa); ed ivi amano Dio attualmente con tutte le loro forze, con continui, anzi, per meglio dire, con un continuo atto d'amore, che è intensissimo, come dice s. Tommaso; poiché avendo le medesime acquistato già il tesoro della perfetta carità, quella non può restare oziosa in un'anima separata dal corpo, il quale solo potrebbe ritardarla a produrre quegli atti di amore. Né l'asprezza de' tormenti può impedire l'anima con alterare gli organi del corpo, essendo da quelli già divisa.
10. In quanto al luogo del purgatorio dice Estio8 con s. Tommaso, esser comune la sentenza de' dottori (alla quale soggiunge, non est temere resistendum), che questo luogo sia nelle viscere della terra e lontano dalle porte dell'inferno, ma non in tanta distanza, che nulla possiamo congetturare quanta sia; e soggiunge che questa è la sentenza di s. Gregorio9 con tutti gli scolastici.
11. Taluni poi sono stati di opinione, che alcune anime nel purgatorio sono assorbite da pene così gravi, che si credono dannate; ma ciò affatto non può esser vero, perché l'anime dannate tengono sentimenti assai diversi dalle anime che già son salve. Altri dicono che certe altre anime almeno restano dubbie della sentenza che loro è toccata, finché non sieno perfettamente purgate; e questa sentenza è di Lutero. Gran cosa! Lutero vuole che
il cristiano in vita colla fede si fa certo di sua salute, e poi le anime purganti le vuole della loro salute incerte! Ma questa sua opinione fu condannata tra le sue proposizioni dal papa Leone X. nella proposizione 38.
12. La verità si è che tutte le anime del purgatorio sono certe e sicure della loro eterna salute, poiché essendo uscite da questa vita in grazia, nel giudizio sono state già assicurate della vita eterna: così l'accertano s. Cipriano1 e s. Agostino2: e dicono, esser questa sentenza di fede cattolica. Oltrecché tal certezza quelle anime la sperimentano dalla stessa loro coscienza tranquilla, che le accerta della salute per mezzo della rassegnazione e pace con cui soffrono quelle pene. Lo stesso amore che hanno verso Dio le assicura del regno eterno, e le rallegra colla certa speranza di andarlo a vedere; ben sapendo che i dannati non possono amare più Dio, né più sperare di vederlo. Perciò nel canone della messa dicesi: Memento, Domine, famulorum tuorum, qui nos praecesserunt cum signo fidei, et dormiunt in somno pacis; il che non potrebbe dirsi, se quelle anime fossero della loro salute incerte.
18 In 4. dist. 21. quaest. 3. a. 1.
19 In psalm. 37.
20 In 4. dist. 20.
1 Theol. t. 3. q. 3. de. purg. dub. 2.
2 De purg. c. 11.
3 L. 4. d. 21. 4.
4 Auctor animadv. in gen. anim. 38. p. 322.
5 Loc. cit. in 4. dist. 21. q. 20.
6 Loc. cit. l. 4. d. 21. §. 5.
7 L. 20. de civ. Dei c. 25.
8 L. 4. dist. 21. §. 3.
9 L. 4. dial. c. 48.
1 L. de mor.
2 De praedest. ss. c. 14.

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