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Timestamp: 2020-01-22 11:42:21+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 15591 del 22/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15591 del 22/06/2017
Cassazione civile, sez. VI, 22/06/2017, (ud. 10/05/2017, dep.22/06/2017), n. 15591
sul ricorso 16332/2015 proposto da:
IREN S.P.A. – C.F. e P.I. (OMISSIS), in persona dell’Amministratore
avverso la sentenza n. 522/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,
1. la Corte d’appello di Genova confermava le sentenza del Tribunale della stessa sede che avevano rigettato l’opposizione proposta da Iren S.p.A. avverso gli avvisi di addebito con i quali l’Inps le aveva intimato il versamento contribuzione cigo, cigs e mobilità, e relative sanzioni civili, per il periodo da giugno 2011 a marzo 2012 e giugno 2012.
2. Per la cassazione della sentenza Iren S.p.A. ha proposto ricorso affidato a quattro motivi, illustrati anche con memoria ex art. 380 bis c.p.c., cui ha resistito con controricorso l’Inps – SCCI S.p.A. Equitalia Centro s.p.a. è rimasta intimata.
1. con il primo motivo la società ricorrente, deducendo plurime violazioni di norme di diritto nonchè vizio di motivazione, ha censurato la decisione per avere ritenuto dovuti i contributi per cigs e cigo. Ricostruita l’evoluzione normativa in tema di modalità di gestione dei servizi pubblici da parte degli enti locali, rilevato che in base al disposto della L. n. 448 del 2001, art. 35 detti enti, per la gestione di servizi, reti, impianti e beni sono tenuti ad avvalersi di soggetti allo scopo costituiti nella forma di società di capitali con la partecipazione maggioritaria degli enti locali, anche associati, ha sostenuto che la partecipazione di soggetti pubblici al capitale sociale comportava che essa ricorrente dovesse essere annoverata nell’ambito delle imprese industriali degli enti pubblici, anche municipalizzate, esonerate, in base al disposto del D.C.P.S. n. 869 del 1947, art. 3, dall’applicazione delle norme sull’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria. Ha quindi dedotto il vizio di motivazione della decisione impugnata con riferimento alle allegate caratteristiche della società che, in ragione del peculiare oggetto, della presenza di capitale pubblico, della “assoluta dominanza” dell’ente pubblico, dell’assoggettamento al regime di concessione pubblica ed al controllo della Corte dei Conti, non si presta ad essere inquadrate, come invece ha fatto la decisione impugnata, nell’ambito delle normali società per azioni di diritto comune.
2. Con il secondo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 16, commi 1 e 2, nonchè vizio di motivazione, ha censurato la decisione per avere affermato la sussistenza dell’obbligo al pagamento del contributo per mobilità. Ha richiamato le argomentazioni svolte a sostegno del primo motivo, per sostenere che essa ricorrente non rientrava nel campo di applicazione della disciplina dell’intervento di integrazione salariale di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 14, ed era pertanto sottratta anche alla contribuzione per mobilità.
4. Nell’ultimo arresto richiamato si è anche risolta la questione sollevata dalla ricorrente nella memoria ex art. 380 bis c.p.c., chiarendosi che la soluzione non risulta inficiata dall’entrata in vigore del D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 148, recante disposizioni per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali.
Rileva la ricorrente che, nel disciplinare il campo di applicazione della disciplina dell’integrazioni salariali ordinarie e dei relativi contributi, il D.Lgs. dispone che essa si applichi anche alle “imprese industriali degli enti pubblici, salvo il caso in cui il capitale sia interamente di proprietà pubblica” (art. 10, comma 1, lett. I). Nel contempo, l’art. 46 del D.Lgs. citato, contempla tra le abrogazioni espresse il D.Lgs.C.P.S. 12 agosto 1947, n. 869 (comma 1, lett. b) e dispone altresì l’abrogazione di ogni altra disposizione contraria o incompatibile con il decreto. Assume la ricorrente che la norma dell’art. 10 avrebbe, in base ad una scelta discrezionale del legislatore, disposto solo per l’avvenire, nel senso che solo a far tempo dalla sua entrata in vigore (24 settembre 2015) potrebbe dirsi sorto l’obbligo contributivo per la cassa integrazione ordinaria per le imprese industriali degli enti pubblici il cui capitale non sia interamente di proprietà pubblica. In precedenza la formulazione ampia e generica dell’art. 3 (“imprese industriali degli enti pubblici”) non consentiva una tale interpretazione. Ulteriore conferma di tale interpretazione si trarrebbe dalla L. 29 dicembre 2015, n. 208, con la quale il legislatore, intervenendo proprio sull’art. 46, ha previsto che l’abrogazione (già disposta alla lett. b) non opera con riguardo al D.Lgs.C.P.S. n. 869 del 1947, art. 3, con ciò confermando di aver voluto “sia escludere che il D.Lgs. n. 148 del 2015, costituisca un quid novi et ex nunc rispetto all’antecedente D.Lgs.C.P.S. n. 869 del 1947, art. 3, sia che le, dette normative debbano reciprocamente integrarsi”.
Dirimente in proposito è il rilievo, svolto nella sentenza n. 8704 sopra richiamata, che, in ogni caso, abbia o meno natura innovativa il disposto del D.Lgs. n. 148 del 2015, art. 10 – asserzione quest’ultima già confutata da precedenti decisioni di questa Corte, v. Cass. ord. 12 maggio 2016, n. 9816; Cass. 31 dicembre 2015, n. 26202; Cass., 29 dicembre 2015, n. 26016, e numerose altre – l’intervento successivo operato dal legislatore con la legge di stabilità del 2015 abbia comunque ripristinato il D.Lgs.C.P.S. n. 869 del 1947, art. 3, espressamente escluso dalla disposizione abrogatrice contenuta nell’art. 46.
5. Con il terzo motivo, Iren s.p.a. ha dedotto la violazione e falsa applicazione della L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 8, lett. a) e commi 10 e 15.
La società in via subordinata deduce che, atteso il contrasto interpretativo in giurisprudenza ed in sede amministrativa, verificatosi nella materia, sussistevano i presupposti per l’applicazione delle sanzioni in misura ridotta ai sensi dell’art. 116 cit., commi 10 e 15.
Nè smentisce la ratio decidendi della Corte d’appello la deduzione secondo la quale Iren avrebbe eseguito il pagamento della contribuzione nel corso del giudizio di primo grado: non risulta in primo luogo che tale fatto sia stato prospettato al giudice di merito, sicchè la relativa deduzione formulata per la prima volta in Cassazione risulta inammissibile; inoltre, l’assunto non è comunque idoneo a dimostrare che si sia verificato l’integrale pagamento nel termine fissato dagli enti impositori.
7. Il quarto motivo, con il quale la ricorrente censura la sentenza gravata laddove l’ha condannata al pagamento delle spese processuali per difetto di motivazione e violazione dell’art. 91 c.p.c., è del tutto infondato, considerato che solo la compensazione delle spese dev’essere sorretta da motivazione, e non già l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato (v. ex plirimis Cass. 23/02/2012 n. 2730).
8. Il ricorso, manifestamente infondato ex art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5, deve quindi essere rigettato con ordinanza in Camera di consiglio, così confermandosi la proposta formulata dal relatore ex art. 380 bis c.p.c..
9. La regolamentazione delle spese processuali in favore del controricorrente, liquidate come da dispositivo, segue la soccombenza. Nulla per le spese nei confronti della parte rimasta intimata.
rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore dell’Inps, che liquida in Euro 8.000,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, rimborso spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 380
 art. 35
 art. 3
 art. 16
 art. 14
 art. 380
 art. 3
 art. 3
 sentenza 
 art. 10
 Cass. 
 Cass. 
 art. 3
 art. 116
 sentenza 
 Cass. 
 art. 375
 art. 380