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Timestamp: 2017-12-12 02:28:42+00:00

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﻿ CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 22 giugno 2017, n. 15590 - Licenziamento per grave insubordinazione ai superiori - Espressioni gravemente ingiuriose - Gravità del comportamento del lavoratore - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 22 giugno 2017, n. 15590 – Licenziamento per grave insubordinazione ai superiori – Espressioni gravemente ingiuriose – Gravità del comportamento del lavoratore
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CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 22 giugno 2017, n. 15590
Licenziamento – Grave insubordinazione ai superiori – Espressioni gravemente ingiuriose – Gravità del comportamento del lavoratore
che, con sentenza del 3.12.2015, la Corte di appello di Napoli respingeva il gravame proposto da C.L. avverso la decisione con la quale era stata respinta l’opposizione avverso l’ordinanza resa dallo stesso Tribunale ai sensi dell’art. 1 legge 92/12 che aveva rigettato il ricorso di impugnativa del licenziamento intimato al predetto il 21.10.2013 per grave insubordinazione ai superiori;
che di tale sentenza il C. chiede la cassazione sulla base di unico motivo, al quale ha opposto difese la società, con controricorso;
che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in prossimità della quale è stata depositata comparsa di costituzione di nuovo difensore della controricorrente, a seguito di rinuncia al mandato di quello costituito;
2. che il ricorrente si duole della violazione o falsa applicazione degli artt. 2106 e 2118 c. c. e dell’art. 48 del contratto collettivo nazionale di lavoro, rilevando che il giudizio di proporzionalità non è precluso dalla previsione della norma collettiva e sostenendo che ha errato il giudice del gravame nell’affermare che il giudizio di proporzionalità sia precluso dall’art. 48 ccnl, che annovera tra le ipotesi di licenziamento per giusta causa la fattispecie della grave insubordinazione ai superiori;
osserva che anche nel sistema normativo introdotto dalla legge 92/12 sussiste la possibilità per il giudice di valutare circostanze esimenti che attenuano la responsabilità disciplinare ove la sanzione si riveli sproporzionata rispetto alla vicenda complessivamente considerata;
3.1. che va premesso che, in relazione a quanto previsto dall’art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall’art. 1, comma 42, della legge 28 giugno 2012, n. 92, l’area del fatto contestato non può estendersi sino a ricomprendervi la gravità del comportamento di rilievo disciplinare, ostandovi il tenore testuale del comma 4 dell’art. 18, che fa rientrare il difetto di proporzionalità tra “le altre ipotesi” di insussistenza della giusta causa (o del giustificato motivo soggettivo) per le quali è prevista dall’art. 18, comma 5 0 , la tutela indennitaria (cfr. Cass. 12/5/2016 n. 10019 nonché 20/09/2016 n. 18418 e Cass. 6/11/2014 lì. 23669);
3.2. che il Collegio ritiene inammissibile il ricorso, perché la sentenza impugnata rileva, confermandone il percorso argomentativo, come il Tribunale abbia ritenuto non solo che il comportamento addebitato al C. integrasse la previsione di cui alla norma collettiva richiamata, ma altresì la giusta causa di licenziamento ex art. 2119 c. c. in relazione ad un’analitica disamina delle risultanze processuali e di ogni altro aspetto del caso concreto, sia sotto l’aspetto soggettivo che oggettivo;
3.4. che è poi principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello alla cui stregua il giudizio di proporzionalità tra licenziamento disciplinare e addebito contestato è devoluto al giudice di merito, la cui valutazione non è censurabile in sede di legittimità, ove sorretta da motivazione sufficiente e non contraddittoria (ex pluribus: Cass. n. 8293 del 2012; Cass. n. 7948 del 2011; Cass. n. 24349 del 2006; Cass. n. 3944 del 2005; Cass. n. 444 del 2003);
che, invece, il C. si limita a valorizzare taluni elementi che non sarebbero stati correttamente valutati dai giudici territoriali in luogo di altri, ma alcuno di detti fatti può ritenersi autonomamente decisivo nel senso sopra specificato, sicché le doglianze in proposito nella sostanza prospettano una generica rivisitazione del merito, evidentemente non consentita in questa sede, perché questa Corte può sindacare ma non sostituire il giudizio di fatto correttamente espresso dai giudici al cui dominio è istituzionalmente riservato (cfr., in tali termini, Cass. 9.12.2016 n. 25263);
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in euro 200,00 per esborsi, euro 3000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonché al rimborso delle spese forfetarie in misura del 15%.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art.13, comma Ibis, del citato D.P.R.

References: sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 2119
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 13