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Timestamp: 2018-10-16 17:20:08+00:00

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Assegno di mantenimento: il coniuge non affidatario non ha diritto ad un rendiconto delle spese effettivamente sostenute.
(Corte di Cassazione Civile, sez. I, sentenza 18.06.2015, n. 12645)
Il coniuge non affidatario non ha diritto ad un rendiconto delle spese effettivamente sostenute per il mantenimento salvo qualora si deducano e dimostrino fatti che rivelino la distrazione delle somme conseguite rispetto alla finalità di cura della prole il giudice potrà disporre la revisione delle disposizioni emesse.
Contestata la decisione della Corte territoriale che aveva respinto la richiesta di un uomo di rendiconto in ordine alle somme versate per il mantenimento della figlia minore affidata alla madre, stante il mancato pagamento deli oneri condominiali relativi al godimento della casa coniugale, che aveva comportato il compimento di atti espropriativi in relazione a detto immobile.
La Suprema Corte conferma la sentenza della Corte di Appello e seguendo un condiviso orientamento, stabilisce che quando, in sede di separazione personale dei coniugi, i figli siano stati affidati, con provvedimento presidenziale o con sentenza definitiva, ad uno dei coniugi, l’assegno posto a carico del coniuge non affidatario, quale suo concorso agli oneri economici derivanti dal mantenimento della prole, è determinato in misura forfettariamente proporzionata alle sostanze dei genitori, al numero ed alle esigenze dei figli. Il coniuge non affidatario non ha, quindi, diritto ad un rendiconto delle spese effettivamente sostenute per il suddetto mantenimento, salvo a far valere ogni rilevante circostanza in sede di revisione dell’entità dell’assegno.
Con specifico riferimento alle questioni economiche, la sentenza impugnata ha rilevato che la riduzione dell’originario assegno disposto dal Presidente in sede di comparizione non trovasse fondamento in un importante mutamento delle condizioni reddituali delle parti, precisando che la crisi nazionale e la congiuntura internazionale invocati dal R. , oltre ad incidere in termini meno significativi sui beni di lusso e, quindi, sulla redditività della gioielleria dell’uomo, finivano con il ricadere anche sulla P. e sulla minore, in quanto consumatori.
La sentenza ha quindi riconosciuto una somma di Euro 250,00 come rimborso forfetario delle spese non imprevedibili relative alla minore e ha fatto decorrere l’importo così come aumentato dalla data della domanda.
3. Avverso tale sentenza il R. propone ricorso per cassazione affidato a cinque motivi. La P. resiste con controricorso.
Nell’interesse del ricorrente e della resistente sono state depositate memorie ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..
Le censure sono, nel loro complesso, infondate, dal momento:
a) che il primo mezzo istruttorio, cui il ricorrente intenderebbe affidare la dimostrazione della perdita di clientela, è assolutamente privo di decisività, in assenza di ogni specificazione, sia pure sul piano delle mere deduzioni, del concreto apporto che i clienti, asseritamente allontanatisi dalla gioielleria avevano fornito alla redditività dell’attività;
b) che, del pari, con riferimento alla seconda richiesta, il ricorrente non illustra la rilevanza dei dati emergenti dai bilanci alla luce degli apporti patrimoniali di sicuro rilievo, valorizzati dalla sentenza impugnata, con particolare riguardo alla nuda proprietà di beni, liquidata in corso di causa, realizzando un’entrata di oltre 800.000,00 Euro.
Come chiarito dalle Sezioni Unite di questa Corte, l’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., così come novellato, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).
Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass., Sez. Un., sentenza 7 aprile 2014, n. 8053).
Il motivo è infondato, dovendosi, al riguardo, ribadire il condiviso orientamento già espresso da questa Corte, secondo cui quando, in sede di separazione personale dei coniugi, i figli siano stati affidati, con provvedimento presidenziale o con sentenza definitiva, ad uno dei coniugi, l’assegno posto a carico del coniuge non affidatario, quale suo concorso agli oneri economici derivanti dal mantenimento della prole, è determinato in misura forfettariamente proporzionata alle sostanze dei genitori, al numero ed alle esigenze dei figli.
Il coniuge non affidatario non ha, quindi, diritto ad un rendiconto delle spese effettivamente sostenute per il suddetto mantenimento, slavo a far valere ogni rilevante circostanza in sede di revisione dell’entità dell’assegno (Cass., sez. 1, sentenza del 15 novembre 1974, n. 3618).
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater d.P.R. n. 115 del 2002, si da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente principale dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
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