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A. PROFILI SOSTANZIALI 1. Quadro normativo di riferimento
2. La giurisdizione della Corte dei Conti dal punto di vista dell’Ente danneggiato
LA RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA E CONTABILE ALLA LUCE DEGLI ULTIMI APPRODI DELLA GIURISPRUDENZA.
SOMMARIO: A. PROFILI SOSTANZIALI: 1. Quadro normativo di riferimento. – 2. La giurisdizione della Corte dei Conti dal punto di vista dell’Ente danneggiato. – 3. La responsabilità contabile in senso stretto. – 4. La responsabilità amministrativa. – 5. Intrasmissibilità dell’obbligazione risarcitoria. – 6. Natura della responsabilità. – 7. I due presupposti della giurisdizione nell’ottica del soggetto agente. – 8. Gli elementi strutturali dell’illecito. – 9. L’insindacabilità nel merito delle scelte discrezionali. – 10. Condotta e parziarietà dell’obbligazione risarcitoria. – 11. Il danno in generale e particolari fattispecie di nocumento. – 12. Compensazione del vantaggio con il danno. – 13. Esimente politica. – 14. Danno indiretto. – 15. Nesso causale. – 16. L’elemento soggettivo. – 17. La prescrizione. – 18. La costituzione in mora del presunto responsabile. – 19. L’obbligo di denuncia del danno. – 20. La ritenuta cautelare ed il fermo amministrativo. B. PROFILI PROCESSUALI: 1. Potere sindacatorio. – 2. Rapporti con altri giudizi. – 3. La competenza territoriale. – 4. Istruttoria del Pubblico Ministero contabile. – 5. Invito a dedurre. – 6. Procedimento monitorio. – 7. Il giudizio dibattimentale e la decisione. – 8. La sospensione, l’interruzione, l’estinzione e l’abbandono del processo. – 9. L’intervento. – 10. Potere riduttivo. – 11. Sequestro conservativo. – 12. Azione revocatoria. – 13. I rimedi giurisdizionali contro le pronunce della Corte dei Conti. – 14. Patteggiamento contabile. – 15. Rimborso delle spese legali. – 16. Esecuzione delle Sentenze di condanna.
La responsabilità amministrativa e la responsabilità contabile si collocano nell’ambito del “genus” della responsabilità patrimoniale dei pubblici dipendenti e dei soggetti legati all’Ente pubblico dal rapporto di servizio, che comprende anche il profilo attinente alla responsabilità civile degli agenti pubblici verso i terzi, la quale si riverbera in modo automatico, tuttavia, sulla responsabilità amministrativa nell’ottica del danno indiretto; alcuni autori utilizzano, al fine di definire la predetta categoria generale, il termine di responsabilità gestoria, altri di responsabilità erariale, ma indubbiamente la definizione più accreditata e storicamente consolidata risulta essere quella di responsabilità patrimoniale.
La responsabilità amministrativa e quella contabile trovano la loro unitaria e fondamentale disciplina, sostanziale e processuale, nel R.D. nr. 2440 del 1923, Legge di contabilità generale dello Stato (articoli 81 e seguenti), nel relativo Regolamento, approvato con R.D. nr. 827 del 1924, nel T.U. delle Leggi sulla Corte dei Conti, di cui al R.D. nr. 1214 del 1934 (articoli 44 e seguenti), nel Regolamento sui giudizi dinanzi alla Corte dei Conti, di cui al R.D. nr. 1038 del 1933, nel T.U. delle disposizioni concernenti lo Statuto degli impiegati civili dello Stato, approvato con D.P.R. nr. 3 del 1957 (articoli 18 e seguenti), le cui previsioni in tema di responsabilità patrimoniale dei pubblici dipendenti sono state mantenute ferme, anche dopo la contrattualizzazione del rapporto di lavoro, dall’articolo 55 del Decreto Legislativo nr. 165 del 2001, nonché nel D.L. nr. 453 del 1993, convertito dalla Legge nr. 19 del 1994 e nella Legge nr. 20 del 1994, come modificati dal D.L. nr. 543 del 1996, convertito dalla Legge nr. 639 del 1996. L’articolo 93 del T.U. sugli Enti locali di cui al Decreto Legislativo nr. 267 del 2000 e l’articolo 33 del Decreto Legislativo nr. 76 del 2000, dichiarano applicabile la predetta disciplina attinente ai dipendenti delle Amministrazioni statali, rispettivamente, al personale degli Enti locali e delle Regioni; le medesime disposizioni riguardano anche i dipendenti degli Enti pubblici istituzionali e degli altri Enti pubblici, con il precipitato che attualmente tutti i dipendenti delle diverse categorie di Amministrazioni ed Enti pubblici sono sottoposti alla stessa normativa.
Occorre, tuttavia, considerare che il primo e più immediato referente normativo della giurisdizione della Corte dei Conti è rappresentato dalla Costituzione, il cui articolo 103, comma 2, riconosce alla stessa Corte una competenza generale in tutte “le materie di contabilità pubblica”.
Relativamente alla portata della menzionata fonte di rango costituzionale, nel contesto della rilevante questione inerente al riparto di giurisdizione sul versante del soggetto danneggiato, le stesse Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, sin dalle Sentenze nr. 2616 del 1968 e nr. 363 del 1969, hanno riconosciuto costantemente la giurisdizione della Corte dei Conti in materia di responsabilità degli amministratori e dipendenti di Enti pubblici non economici, ancorandola alla immediata efficacia precettiva del suddetto articolo 103, comma 2, della Costituzione, nonché alla compresenza di due elementi, qualificanti la nozione di contabilità pubblica: uno soggettivo, che attiene alla natura pubblica del soggetto al quale l’agente sia legato da un rapporto di impiego o di servizio; l’altro oggettivo, che riflette la qualificazione pubblica del denaro o del bene oggetto della gestione nell’ambito della quale si è verificato l’evento, fonte di responsabilità.
Quanto agli Enti pubblici economici, le stesse Sezioni Unite in seno alla Corte di legittimità, a partire dalla nota Ordinanza nr. 19667 del 2003, hanno espresso il principio secondo il quale la Corte dei Conti ha giurisdizione nei confronti di amministratori e dipendenti degli Enti in parola, anche per i danni cagionati nell’esercizio di attività privatistica di natura imprenditoriale, superando, in tal modo, il proprio precedente indirizzo risalente alla pronuncia nr. 1282 del 1982 e basato sulla regola del cosiddetto “doppio binario”, incentrata sulla netta distinzione tra atti, in concreto molto limitati, riconducibili a funzioni di rilievo pubblicistico di autorganizzazione o svolgimento di poteri autoritativi in sostituzione di Enti pubblici non economici, demandati alla cognizione, ai fini del correlato giudizio di responsabilità, della Corte dei Conti, ed atti concernenti l’attività di gestione attuata attraverso moduli procedimentali di matrice civilistica, di competenza del Giudice ordinario; la giurisdizione della Corte dei Conti in merito alla condotta di amministratori e dipendenti di Enti pubblici economici, di conseguenza, per i fatti commessi dopo l’entrata in vigore dell’articolo 1, ultimo comma, della Legge nr. 20 del 1994, si presenta attualmente piena ed esclusiva, estesa a tutte le tipologie di atti, imprenditoriali o di rilievo pubblicistico, ove rappresentino fonte di pregiudizio erariale, posti in essere da tali soggetti nell’esercizio della propria attività. Siffatta conclusione appare intimamente connessa con il presupposto da cui prende l’abbrivo l’iter motivazionale della Cassazione, ossia la constatazione, avallata in precedenza anche dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (Decisione nr. 4 del 1999), che nell’attuale quadro normativo l’Amministrazione svolge attività amministrativa non solo quando esercita pubbliche funzioni e poteri autoritativi, ma anche quando, nei limiti consentiti dall’ordinamento, persegue le proprie finalità istituzionali mediante un’attività disciplinata in tutto od in parte dal diritto privato. La giurisdizione piena della Corte dei Conti nei confronti di amministratori e dipendenti di Enti pubblici economici è stata confermata, in epoca più recente, dalle Sezioni Unite della Cassazione nell’Ordinanza nr. 10973 del 2005 e nella Sentenza nr. 15458 del 2007, in cui è stato ribadito il principio che individua l’elemento discretivo tra giurisdizione ordinaria e quella contabile unicamente nella qualità del soggetto passivo e, quindi, nella natura pubblica delle risorse finanziarie utilizzate, e, pertanto, è l’evento verificatosi in danno di un Ente pubblico il dato essenziale dal quale scaturisce la giurisdizione contabile e non il quadro di riferimento, diritto pubblico o privato, nel quale si colloca la condotta produttiva del danno stesso.
Alcune recenti pronunce delle Sezioni Giurisdizionali Centrali e Regionali della Corte dei Conti, infine, ripercorrendo l’impianto motivazionale delle mentovate Ordinanze adottate dalla Suprema Corte, hanno statuito in ordine alla sussistenza della giurisdizione del Giudice contabile anche nei confronti di amministratori e dipendenti di società in mano pubblica (Sezione I Centrale, Sentenza nr. 356 del 2005, Sezione Giurisdizionale Lombardia, Ordinanza nr. 32 del 2005 e Sentenza nr. 114 del 2006, Sezione Giurisdizionale Marche, Sentenza nr. 492 del 2005, Sezione Giurisdizionale Abruzzo, Sentenza nr. 67 del 2005, Sezione Giurisdizionale Trentino Alto Adige, Trento, Sentenza nr. 58 del 2006, Sezione Giurisdizionale Campania, Sentenza nr. 722 del 2006, Sezione Giurisdizionale Lombardia, Sentenza nr. 448 del 2007, Sezione Giurisdizionale Piemonte, Sentenza nr. 11 del 2008), qualora possano essere qualificate come organismi di diritto pubblico, per i danni dagli stessi cagionati, con il proprio comportamento doloso o gravemente colposo, al patrimonio della compagine societaria, in base alla regola affermata dalle Sezioni Unite della Cassazione nella Sentenza nr. 14101 del 2006, ovvero, secondo un diverso orientamento, al patrimonio dell’Ente pubblico controllante; elementi significativi e sintomatici, nella prospettiva di ampliamento della giurisdizione della Corte dei Conti per quanto riguarda le società in mano pubblica, si rinvengono nelle Sentenze della Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, nr. 3899 del 2004, sebbene la stessa abbia risolto la citata questione, nella fattispecie concreta, alla luce del tradizionale criterio del rapporto di servizio instauratosi tra il Comune e la società controllata dallo stesso Ente civico, e nr. 9096 del 2005, che ha qualificato, in una vicenda non attinente alla responsabilità patrimoniale, una società per azioni interamente partecipata dall’Ente locale come istituzione pubblica, trattandosi di Ente strumentale per la gestione di un servizio pubblico finanziato con entrate di natura pubblicistica. Sul medesimo crinale si pone anche la Sentenza della Corte Costituzionale nr. 29 del 2006, in cui la Consulta, tra l’altro, ha propugnato il canone, con riferimento ad una questione in tema di assunzione di personale di società a capitale interamente pubblico, secondo il quale le predette società, ancorché formalmente private, possono essere assimilate, in relazione al regime giuridico, ad Enti pubblici, confermando in tal modo argomentazioni e principi ispirati ad una valutazione di tipo sostanziale, già espressi in precedenza nelle pronunce nr. 35 del 1992, nr. 466 del 1993 e nr. 363 del 2003, in linea con la normativa comunitaria. Anche il Giudice amministrativo, del resto, ha rinvenuto una qualificazione sostanzialmente pubblica in ordine a società formalmente private, laddove le stesse svolgano attività di natura funzionale rispetto al conseguimento di finalità pubblicistiche e non siano dotate di una reale ed effettiva autonomia gestionale, divenendo, in definitiva, strumento per l’esercizio in concreto di poteri pubblicistici (ex multis Consiglio di Stato, VI Sezione, Decisione nr. 4711 del 2002, IV Sezione, Decisione nr. 308 del 2006). Al riguardo, sono stati enfatizzati i profili della titolarità pubblica del capitale azionario e della specialità del regime giuridico, rispetto alla disciplina societaria comune, allo scopo di creare una categoria autonoma definita come “società pubblica”, attratta nella sfera pubblica; secondo l’orientamento prevalente che riecheggia nell’ambito della giurisprudenza del Giudice amministrativo (ex multis Consiglio di Stato, VI Sezione, Decisione nr. 1303 del 2002), una società è da considerarsi pubblica quando sussistano regole di organizzazione e di funzionamento che, oltre a costituire una consistente alterazione del modello societario tipico, comportando una significativa compressione dell’autonomia funzionale e statutaria degli organismi societari, rivelino, al tempo stesso, la completa attrazione nell’orbita pubblicistica degli Enti in parola. La descritta configurazione, tuttavia, è destinata certamente ad una prossima revisione per effetto della Sentenza della Corte di Giustizia del 06.12.2007, relativa ai procedimenti C-463/04 e C-464/04, nella quale la Corte, in linea con la propria giurisprudenza, ha dichiarato che l’articolo 2449 del Codice Civile, secondo cui lo statuto di una s.p.a. può conferire allo Stato o ad un Ente pubblico che hanno partecipazioni nel capitale sociale, la facoltà di nominare direttamente uno o più amministratori, è contrario all’articolo 56 del Trattato, in quanto attribuisce agli stessi un potere di controllo sproporzionato in relazione alla loro partecipazione nel capitale della compagine societaria. Al riguardo, una prima risposta del legislatore nazionale alle osservazioni della Corte di Giustizia è stata offerta, di recente, con l’articolo 13 della Legge nr. 34 del 2008 (Legge comunitaria 2007), il quale ha sostituito il predetto articolo 2449 del Codice Civile.
Sul piano normativo occorre evidenziare che l’articolo 16 bis del D.L. nr. 248 del 2007, convertito dalla Legge nr. 31 del 2008, ha stabilito che per le società con azioni quotate in mercati regolamentati, con partecipazione anche indiretta dello Stato o di altre Amministrazioni o di Enti pubblici, inferiore al 50 per cento, nonché per le loro controllate, la responsabilità degli amministratori e dei dipendenti è regolata dalle norme del Diritto Civile e le relative controversie sono devolute esclusivamente alla giurisdizione del Giudice ordinario; la fonte in parola ha precisato che le disposizioni di cui sopra non si applicano ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore della Legge di conversione del citato Decreto. L’intervento del legislatore in materia, che ha lo scopo di escludere la giurisdizione della Corte dei Conti, peraltro solo in prospettiva futura, nei confronti di amministratori e dipendenti delle pochissime società attualmente rispondenti alle suddette particolari condizioni, appare di notevole portata, sul rilievo che consacra in modo definitivo la giurisdizione del Giudice contabile con riferimento a tutte le altre società in mano pubblica, avvalorando un assunto che sino a questo momento non era mai stato espressamente e direttamente affermato dalla Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le quali si erano limitate a sviluppare ed integrare, nelle specifiche fattispecie esaminate, il tradizionale criterio fondato sul rapporto di servizio.
L’innovativo principio ravvisato per gli Enti pubblici economici e per le società in mano pubblica, ispirato alla considerazione preminente della pubblicità delle risorse e delle finalità di interesse generale perseguite dal soggetto, qualunque sia la sua veste giuridica, affinché lo si possa ritenere incluso nel perimetro soggettivo della giurisdizione della Corte dei Conti dal punto di vista del soggetto danneggiato, ha trovato applicazione anche in fattispecie diverse, come quella relativa ad un’Associazione non riconosciuta priva di personalità giuridica pubblica quale l’Unione delle Province del Friuli Venezia Giulia, esaminata dalla Sezione Giurisdizionale della medesima Regione nella Sentenza nr. 417 del 2006; in tale pronuncia, il Collegio, dopo aver provveduto alla ricostruzione della vicenda che, in sede legislativa e giurisprudenziale, ha portato all’affermazione della concezione “sostanzialista” dell’Ente pubblico che può essere soggetto attivo del diritto al risarcimento, ha concluso la propria disamina esprimendo il canone secondo il quale la giurisdizione della Corte dei Conti sussiste ogni qual volta vengano utilizzati beni e denaro pubblici per la cura di pubblici interessi. Con queste parole dal significato univoco, può ritenersi terminata l’articolata indagine sull’estensione soggettiva della responsabilità amministrativa con riferimento al soggetto danneggiato. Dalla iniziale limitazione alle Amministrazioni dello Stato, si è giunti successivamente agli Enti pubblici territoriali e non economici, e più di recente agli Enti pubblici economici; il salto di qualità è poi avvenuto con il progressivo ampliamento del citato ambito soggettivo alle società in mano pubblica, per approdare, infine, all’attuale nozione “sostanzialista”, che prescinde dalla qualità formale del soggetto, ammettendo che l’azione di responsabilità possa essere esercitata dalla Procura Regionale della Corte dei Conti in favore di qualunque soggetto che persegua finalità di rilievo pubblicistico con l’impiego di risorse pubbliche, affermazione che incarna l’ultima frontiera della secolare evoluzione al riguardo. Merita evidenziare, tuttavia, che i due menzionati requisiti devono necessariamente coesistere, atteso che il solo perseguimento di finalità pubbliche non attribuirebbe al soggetto anche la tutela giurisdizionale pubblica davanti alla Corte dei Conti: un’estensione della giurisdizione contabile così ampia, che legittimasse l’iniziativa della parte pubblica a tutela di qualunque soggetto che persegua, con fondi propri, finalità di pubblico interesse, si porrebbe al di fuori del naturale settore di intervento della Corte dei Conti, istituita a presidio e garanzia del pubblico erario; ma, d’altra parte, nemmeno sarebbe sufficiente la sola provenienza pubblica dei mezzi finanziari, dovendosi riscontrare anche il vincolo di scopo di natura pubblica per poter inserire, alla luce dell’orientamento più accreditato, l’Ente destinatario nel novero dei soggetti aventi titolo al risarcimento del danno attraverso l’istituto della responsabilità amministrativa.
Nella stessa ottica, giova sottolineare che le Sezioni Unite della Cassazione, con la Sentenza nr. 13702 del 2004, hanno stabilito che il Sindaco di un Comune, in presenza di atti dannosi di cattiva gestione di una società per azioni a capitale pubblico, ha l’obbligo di proporre l’azione sociale di responsabilità, ai sensi dell’articolo 2393 del Codice Civile, nei confronti degli amministratori della società ritenuti responsabili di tali atti, e ciò in adempimento di rigorosi doveri di tutela del patrimonio dell’Ente civico; in altri termini, il menzionato orientamento chiarisce che l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità costituisce per l’amministratore pubblico un obbligo giuridico inderogabile, avendo la Corte di legittimità statuito che tale omesso adempimento non può evidentemente rientrare nel contesto delle attività discrezionali dell’Amministrazione, rimesse a valutazioni di merito, ma consiste in una palese violazione di precisi obblighi di salvaguardia del patrimonio comunale, conseguenti al prescelto modulo organizzativo dell’attività, ossia la società di diritto commerciale a capitale pubblico. In considerazione della circostanza che sempre più spesso le Amministrazioni locali ricorrono, prevalentemente per l’esercizio di servizi pubblici, ma anche per talune attività istituzionali, a strumenti connotati dall’utilizzo di moduli organizzativi di conio privatistico, appare utile ribadire che la scelta di siffatti moduli impone agli amministratori, in ogni caso, pregnanti doveri di vigilanza e di tutela del patrimonio dell’Ente locale, del quale ovviamente fanno parte azioni e quote sociali. In tale direzione si colloca anche la recente Ordinanza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nr. 5083 del 2008, in cui la Corte di legittimità ha precisato che è configurabile la responsabilità amministrativa, con conseguente giurisdizione della Corte dei Conti, per i comportamenti dell’Assessore regionale all’agricoltura, quale rappresentante della Regione azionista di maggioranza della locale società del latte, consistenti nell’imporre alla compagine societaria indirizzi incompatibili con il perseguimento di un risultato positivo di esercizio e nel non aver adottato, ricorrendone i presupposti, utili iniziative volte ad impedire le perdite della partecipata.
Sempre rimanendo nell’alveo della tematica relativa alla giurisdizione della Corte dei Conti, merita richiamare, per l’assoluta novità della fattispecie scrutinata, la Sentenza della Sezione Giurisdizionale Lombardia nr. 528 del 2004, nella quale è stato sostenuto che sussiste la giurisdizione del Giudice contabile, in base all’articolo 1, comma 4, della Legge nr. 20 del 1994, che riguarda il danno arrecato ad Amministrazione diversa da quella di appartenenza, ed all’articolo 280 del Trattato della Comunità Europea, che sancisce il canone dell’assimilazione, in caso di pregiudizio cagionato da un amministratore di Ente locale alla Comunità Europea per la percezione di finanziamenti comunitari da parte di un Comune, a fronte della mancanza di alcuni requisiti formali per poterne beneficiare; la novità della questione affrontata dalla citata Sezione territoriale, rispetto ai numerosi precedenti giurisprudenziali che avevano affermato la giurisdizione della Corte dei Conti nelle ipotesi di cattivo utilizzo da parte di Enti pubblici di risorse di provenienza comunitaria, risiede nella considerazione che, nel caso di specie, non si dibatteva di un danno patito dall’Ente pubblico il quale, introitati i finanziamenti comunitari, li avesse mal gestiti, ma di una ben diversa evenienza, ovvero dell’indebita erogazione ad un Comune di fondi comunitari che non dovevano essere erogati dal finanziatore per violazioni contrattuali commesse dal beneficiario: in altre parole, nell’ipotesi in commento il soggetto pubblico danneggiato non è, come nei cennati precedenti giurisprudenziali, il Comune preposto all’attuazione del progetto finanziato dall’Unione Europea, ma la stessa Unione Europea finanziatrice del programma. Di fronte alla descritta fattispecie, imperniata su un danno cagionato direttamente al patrimonio dell’Unione Europea, la Sezione territoriale ha concluso la propria disamina in via interpretativa propugnando la giurisdizione della Corte dei Conti per due ordini di motivi: da una parte, la formulazione del prefato articolo 1, comma 4, della Legge nr. 20 del 1994, che consente testualmente di annoverare nella nozione di “Amministrazioni o Enti pubblici diversi da quelli di appartenenza” anche l’Unione Europea, dall’altra, il precetto fissato dal menzionato articolo 280 del Trattato, il quale dispone che gli Stati membri adottano, per combattere le frodi che minano gli interessi finanziari della Comunità, le stesse misure emanate per contrastare le frodi che ledono i loro interessi finanziari. L’argomento interno, rappresentato dalla suddetta disposizione della Legge nr. 20 del 1994, ed il richiamo al predetto principio di assimilazione di matrice comunitaria, in definitiva, costituiscono due elementi decisivi che militano, secondo la pronuncia in questione della Sezione Giurisdizionale Lombardia, a favore della giurisdizione della Corte dei Conti, anche nel caso in cui il nocumento sia arrecato direttamente al patrimonio dell’Unione Europea.
In merito alla tematica inerente alla giurisdizione della Corte dei Conti, infine, degna di menzione si appalesa la riassegnazione al Giudice contabile, per effetto dell’intervento diretto del legislatore, della cognizione delle fattispecie di danno ambientale. A tal proposito, deve essere precisato che il danno ambientale non è da confondere con il pregiudizio arrecato a singoli e ben determinati beni ambientali, come un tratto di spiaggia deturpato, un fiume inquinato o una foresta abbattuta: il danno ai singoli beni cui si è accennato, costituente nocumento patrimoniale in relazione alla spesa necessaria per risanare il bene oggetto di aggressione, è sempre rientrato nella tradizionale giurisdizione della Corte dei Conti; il danno ambientale, invece, inteso come un di più, rappresentato dallo scadimento del valore naturalistico ed ambientale del luogo, connotato da particolari e specifiche qualità naturali, paesaggistiche, architettoniche, storiche od artistiche, come tale unitariamente tutelato dall’ordinamento, dopo essere stato in certo qual modo “scoperto” e coltivato dal Giudice contabile, era stato attribuito dall’articolo 18 della Legge nr. 349 del 1986 alla cognizione del Giudice ordinario. Orbene, con l’articolo 318, comma 2, lettera a) del Decreto Legislativo nr. 152 del 2006, cosiddetto Codice dell’ambiente, siffatta disposizione è stata abrogata, mentre con l’articolo 313, comma 6, del citato Decreto Legislativo, è stato fissato il principio in base al quale il Ministro dell’ambiente, nel caso di danno provocato da soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei Conti, anziché ingiungere, con propria Ordinanza immediatamente esecutiva, ai sensi dell’articolo 313, commi 1 e 2, del prefato Codice dell’ambiente, il ripristino ambientale a titolo di risarcimento in forma specifica ovvero il pagamento del risarcimento per equivalente patrimoniale, invia rapporto all’Ufficio della Procura Regionale presso la Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti competente per territorio.
Ciò premesso sul piano della cornice normativa di settore, e delle connesse questioni di giurisdizione, preme evidenziare che le due Leggi citate del 1994 hanno apportato significative innovazioni alla materia, nonché al funzionamento del Giudice competente a conoscere di siffatte azioni, ovvero la Corte dei Conti; in dettaglio, tale normativa ha unificato il differenziato regime sostanziale del menzionato comparto, che in precedenza era caratterizzato dalla presenza di fonti contenute in testi distinti e da regole parzialmente diverse, a seconda dell’appartenenza dei soggetti responsabili del nocumento patrimoniale alle varie Amministrazioni pubbliche, con particolare riferimento ai dipendenti degli Enti locali, ai quali, sino all’avvento della riforma del 1994-1996, si applicavano disposizioni proprie e peculiari, esplicitate dapprima nel T.U. della Legge comunale e provinciale, approvato con R.D. nr. 383 del 1934, e successivamente nell’abrogata Legge nr. 142 del 1990.

References: articolo 103
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 articolo 2449
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 articolo 1
 articolo 280