Source: https://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=1102
Timestamp: 2019-06-20 15:33:35+00:00

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PROFESSIONI – Colto un primo successo significativo, ma rimane “torbido e pesante” il clima attorno alla nuova disciplina regolamentare dell’esame di Stato di 21 Ordini e Collegi. Pubblicato (era ora!) il “dlgs La Loggia”: spianata la strada a una rapida approvazione del “dpr Siliquini” sul nuovo esame di Stato. Frattanto la legge 27/2006 chiede la laurea agli enologi e agli infermieri. La sentenza 40/2006 della Consulta: “Spetta soltanto allo Stato decidere sulle professioni intellettuali” intervento di Franco Abruzzo presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e docente a contratto di Diritto dell’Informazione presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e presso l’Università Iulm di Milano
PROFESSIONI – Colto un primo successo significativo, ma rimane “torbido e pesante” il clima attorno alla nuova disciplina regolamentare dell’esame di Stato di 21 Ordini e Collegi.
Pubblicato (era ora!) il “dlgs La Loggia”:
spianata la strada a una rapida
approvazione del “dpr Siliquini”
sul nuovo esame di Stato.
Frattanto la legge 27/2006 chiede
la laurea agli enologi e agli infermieri.
La sentenza 40/2006 della Consulta:
“Spetta soltanto allo Stato
decidere sulle professioni intellettuali”
presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e docente a contratto di Diritto dell’Informazione presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e presso l’Università Iulm di Milano
1. Premessa. Clima “torbido e pesante” attorno al “dlgs La Loggia” e al “Dpr Siliquini” sulle professioni. Frattanto è scattato l’obbligo della laurea triennale per enologi ed infermieri della prevenzione. La Corte costituzionale con la sentenza 40/2006 ribadisce che spetta allo Stato l'individuazione delle figure professionali con i relativi profili ed ordinamenti didattici e l'istituzione di nuovi albi”
2. Analisi del “Dlgs La Loggia”: l’esame di Stato allo....Stato. Il comma 2 dell’articolo 4 afferma poi che “la legge statale definisce i requisiti tecnico-professionali e i titoli professionali necessari per l'esercizio delle attività professionali che richiedono una specifica preparazione a garanzia di interessi pubblici generali la cui tutela compete allo Stato”.
3. Il comma 18 dell’articolo 1 della legge 4/1999 fissa un nuovo principio giuridico: lo Stato, tenendo conto degli ordinamenti didattici dell’Università, ha il potere di modificare i requisiti per l’ammissione all’esame di Stato e le relative prove.
4. La relazione dell’Ufficio legislativo del Ministero dell’Istruzione/Università al nuovo regolamento (”decreto Siliquini”) che disciplina l’esame di Stato di 21 professioni intellettuali (tra le quali quella di giornalista).
5. Il parere interlocutorio della Sezione Atti Normativi del Consiglio di Stato. Errori giuridici, dimenticanze e regola del due pesi e due misure. L’Ue, con la direttiva 89/48/Ce (recepita dal dlgs 115/1992), vuole che i professionisti (e i giornalisti sono tali per legge) siano in possesso almeno di una laurea triennale.
7. Gli attacchi al “Dpr Siliquini”. Potentati economici (Confindustria e Fieg), Regioni guidate dalla sinistra e spezzoni della sinistra in prima linea. La posizione dei due relatori/estensori del parere interlocutorio (23 gennaio 2006) del Consiglio di Stato.
In coda i pareri 2228/2002 e 50/2006 del Consiglio di Stato nonché il saggio “L’inserimento delle professioni nel Titolo V della Costituzione” del prof. Vincenzo Caianiello e il testo del Dlgs 2 febbraio 2006 n. 30 (“La Loggia”), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 32 dell’8 febbraio 2006. In coda gli indirizzi elettronici dei dlgs 115/1992; 319/1994 e 277/2003; della direttiva 2005/36/Ce.
1. Premessa. Clima “torbido e pesante” attorno al “dlgs La Loggia” e al “decreto Siliquini” sulle professioni. Frattanto è scattato l’obbligo della laurea triennale per enologi ed infermieri della prevenzione. La Corte costituzionale con la sentenza 40/2006 ribadisce che spetta “allo Stato l'individuazione delle figure professionali con i relativi profili ed ordinamenti didattici e l'istituzione di nuovi albi”
E’ stato pubblicato nella “Gazzetta Ufficiale” dell’8 febbraio 2006 il Dlgs 2 febbraio 2006 (“La Loggia”) n. 30, varato il 2 dicembre 2005 dal Consiglio dei Ministri. Il “dlgs La Loggia”, che è una “ricognizione dei principi fondamentali in tema di professioni”, attua l’articolo 1 della legge 131/2003 e fa chiarezza sulle competenze di Stato e Regioni in tema di professioni intellettuali nel senso che spetta allo Stato disciplinare le professioni intellettuali di cui parla l’articolo 33 (V comma) della Costituzione. Questo dlgs rompe in maniera definitiva l’assedio di alcune forze economiche e politiche (Confindustria, Fieg, potentati editoriali rappresentati da Repubblica e Corriere della Sera, una certa sinistra liberista impersonata da Amato, D’Alema e Bersani) alle professioni intellettuali. Il clima nelle settimane precedenti era apparso “torbido e pesante”. Era in atto un nuovo scontro tra Governo Berlusconi e opposizioni. Le opposizioni volevano bloccare il “dlgs la Loggia” (che, rispettando 5 sentenze della Consulta, assegna allo Stato la competenza sulle professioni) per tagliare la strada al “dpr Siliquini”, che disciplina l’esame di Stato di 21 professioni intellettuali (tre le quali quella di giornalista) così come impone l’articolo 1 (comma 18) della legge 4/1999 (varata dal Governo D’Alema). Il “decreto Siliquini” in sostanza è un regolamento (figlio di una legge) che “disciplina i requisiti per l’ammissione all’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio professionale, le prove relative e il loro svolgimento”. Il Consiglio di Stato ha discusso il 23 gennaio la richiesta del Ministero dell’Università/Istruzione di pronunciarsi con parere sul nuovo regolamento. Poi non ha atteso la firma di Ciampi sul “dlgs la Loggia” e il 3 febbraio ha notificato il parere interlocutorio, che ha questa conclusione: “La Sezione ritiene pertanto opportuno che il Ministero riferente, di intesa con il Ministero della giustizia, riesamini il testo proposto alla luce delle considerazioni svolte ed anche sulla base della eventuale emanazione del decreto legislativo che individua i principi fondamentali in materia di professioni, sospendendo nel frattempo l’espressione del parere, che si riserva di formulare in termini definitivi e compiuti sul testo che sarà trasmesso all’esito del suddetto riesame”. Il dlgs ora c’è, non è più “eventuale”. Nelle stesse ore la “Gazzetta Ufficiale” ha pubblicato il testo della legge 3 febbraio 2006 n. 27, che, all’articolo 1-undecies (Accesso alla professione di enologo), afferma: “1. Il «1. Il titolo di enologo spetta a coloro che abbiano conseguito un diploma universitario di 1° livello, previsto dalla legge 19 novembre 1990, n. 341, relativo al settore vitivinicolo. La laurea triennale di primo livello relativa al settore vitivinicolo, rilasciata ai sensi del regolamento di cui al decreto del Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509, è equipollente a tutti gli effetti di legge al diploma universitario di 1° livello previsto dalla legge 19 novembre 1990, n. 341, relativo al medesimo settore»”. L’articolo 4-quater (Disposizioni urgenti in materia di accesso alle professioni sanitarie) della stessa legge, invece, afferma: “1. Ai sensi dell'articolo 6, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni, la formazione per l'accesso alle professioni sanitarie infermieristiche e tecniche della riabilitazione e della prevenzione è esclusivamente di livello universitario”. Che dire? Vogliamo prevedere per i giornalisti professionisti almeno lo stesso livello di studi universitari degli enologi e degli infermieri?
La Corte costituzionale, con la sentenza 40/2006, depositata l’8 febbraio 2006, ha ribadito che “spetta allo Stato l'individuazione delle figure professionali con i relativi profili ed ordinamenti didattici e l'istituzione di nuovi albi”. Con questa sentenza, la Consulta ha dichiarato incostituzionale una legge della Liguria, che dettava “Norme regionali sulle discipline bionaturali per il benessere”, istituendo “il relativo Elenco regionale dei singoli operatori e delle organizzazioni con finalità didattiche, delle associazioni e delle scuole di formazione”. La legge, inoltre, “disciplinava requisiti e modalità d'iscrizione e istituiva un Comitato regionale con funzioni di indirizzo sulla materia nel territorio regionale e poteri disciplinari”. Nella sentenza si legge: “Pertanto anche la presente questione deve essere risolta alla stregua dei principi affermati in materia da questa Corte (sentenze n. 424, n. 355 e n. 319 del 2005 e n. 353 del 2003). In termini generali, è sufficiente ribadire che – spettando allo Stato la determinazione dei principi fondamentali nelle materie di competenza concorrente previste dall'art. 117, terzo comma, Cost. – qualora non ne siano stati formulati di nuovi, la legislazione regionale deve svolgersi (ai sensi dell'art. 1, comma 3, della legge 5 giugno 2003, n. 131) nel rispetto di quelli comunque risultanti anche dalla normativa statale già in vigore. E da essa non si trae alcuno spunto che possa consentire iniziative legislative regionali nell'ambito cui si riferisce la legge impugnata (sentenza n. 424 del 2005). Parimenti, va riaffermato che la potestà legislativa regionale nella materia concorrente delle «professioni» deve rispettare il principio secondo cui l'individuazione delle figure professionali, con i relativi profili ed ordinamenti didattici, e l'istituzione di nuovi albi (sentenza n. 355 del 2005) è riservata allo Stato. Tale principio, al di là della particolare attuazione ad opera di singoli precetti normativi, si configura infatti quale limite di ordine generale, invalicabile dalla legge regionale (sentenze n. 424 e n. 319 del 2005)”.
La Consulta cita espressamente la legge 131/2003 (”Disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001 n. 3”), che ha generato il dlgs 2 febbraio 2006 n. 30 (“Ricognizione dei principi fondamentali in materia di professioni a norma dell'articolo 1 della legge 5 giugno 2003 n. 131”), pubblicato l’8 febbraio 2006 nella Gazzetta Ufficiale n. 32. La data dell’8 febbraio 2006, quindi, accomuna il deposito di una sentenza importante della Consulta e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di un dlgs, che fa chiarezza, come la sentenza, sui poteri esclusivi dello Stato in tema di professioni.
2. Analisi del “Dlgs La Loggia”: l’esame di Stato allo....Stato. Il comma 2 dell’articolo 4 afferma che “la legge statale definisce i requisiti tecnico-professionali e i titoli professionali necessari per l'esercizio delle attività professionali che richiedono una specifica preparazione a garanzia di interessi pubblici generali la cui tutela compete allo Stato”.
Il “dlgs La Loggia” “individua i principi fondamentali in materia di professioni, di cui all'articolo 117, terzo comma, della Costituzione, che si desumono dalle leggi vigenti ai sensi dell'articolo 1, comma 4, della legge 5 giugno 2003, n. 131, e successive modificazioni”.
Il comma 2 dell’articolo 4 afferma poi che “la legge statale definisce i requisiti tecnico-professionali e i titoli professionali necessari per l'esercizio delle attività professionali che richiedono una specifica preparazione a garanzia di interessi pubblici generali la cui tutela compete allo Stato”. Ha scritto la sezione Atti Normativi del Consiglio di Stato: “La prima e principale questione posta dallo schema di regolamento in esame riguarda il fondamento costituzionale della potestà regolamentare esercitata e la sua idoneità a disciplinare la materia che ne costituisce l’oggetto alla luce del testo vigente dell’articolo 117 della Costituzione, che disciplina il riparto delle competenze legislative tra Stato e Regioni”. Il comma 2 dell’articolo 4 del “dlgs La Loggia” è la risposta ai dubbi espressi dalla Sezione Atti Normativi del CdS, mentre un’altra risposta autorevole è la sentenza 40/2006 della Corte costituzionale: “Parimenti, va riaffermato che la potestà legislativa regionale nella materia concorrente delle «professioni» deve rispettare il principio secondo cui l'individuazione delle figure professionali, con i relativi profili ed ordinamenti didattici, e l'istituzione di nuovi albi (sentenza n. 355 del 2005) è riservata allo Stato. Tale principio, al di là della particolare attuazione ad opera di singoli precetti normativi, si configura infatti quale limite di ordine generale, invalicabile dalla legge regionale (sentenze n. 424 e n. 319 del 2005)”.
In sostanza il “dlgs La Loggia” afferma che il Governo ha mantenuto, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, i poteri di disciplinare le professioni, come riconosciuto ripetutamente, dopo l’entrata in vigore nel 2001 del nuovo Titolo V della Costituzione, dalla Corte costituzionale con le sentenze 353/2003, 319/2005, 355/2005, 405/2005, 424/2005 e 40/2006. Va detto che l’articolo 33 (quinto comma) della Costituzione conferisce il potere esclusivo allo Stato di legiferare in tema di “esame di Stato” per l’accesso alle professioni intellettuali: “....Innanzitutto dobbiamo leggere la Costituzione nel suo complesso, dove c'è ancora la norma che dice che per l'esercizio dell'attività professionale occorre l'esame di Stato (art. 33 Cost.): "E' prescritto un esame di Stato... per l'abilitazione all'esercizio professionale". Quindi tutto ciò che attiene allo status del professionista e delle libere professioni è riconducibile all’articolo 33 della Costituzione, il quale parla di esame di Stato... una volta recuperato l'art. 33 che in effetti vuol dire che lo status delle professioni continua a rimanere nelle mani dello Stato, la devoluzione della materia "professione" alle Regioni può avere il significato di affidare alle Regioni la disciplina delle specificità delle professioni nelle realtà locali” (intervento conclusivo del prof. Vincenzo Caianiello-presidente emerito della Corte costituzionale, ”L’inserimento delle professioni nel titolo V della Costituzione”, in Atti del Convegno nazionale “Quale federalismo per le professioni” del 18 marzo 2002 in Codroipo-Ud, promosso dal Cup del Friuli Venezia Giulia). Vincenzo Caianiello, con lungimiranza, ha anticipato le sei sentenze della Corte costituzionale, che dal 2003 ad oggi hanno affermato, con grande coerenza, la competenza esclusiva dello Stato sulle professioni intellettuali.
Il Consiglio di Stato non può oggi ignorare le clausole del “dlgs la Loggia”. E per quanto riguarda i giornalisti non potrà non rispettare il parere 2228/2002 della II sezione consultiva, che richiama la direttiva 89/48/Cee (dlgs 115/1992). Sono in ballo la sua coerenza e anche la sua credibilità. La Sezione Atti Normativi ha mostrato limiti culturali, comunitari e costituzionali; e attaccando soltanto i giornalisti ha mostrato di essere in (strana) sintonia soprattutto con Massimo D’Alema (che nel dicembre 2005 ha attaccato l’Ordine dei Giornalisti), con Eugenio Scalfari e Francesco Giavazzi (Repubblica e Corriere della Sera), mentre la Fieg cerca di distruggere il Contratto di lavoro giornalistico costruito dalla categoria dal 1911 in poi. Un’alleanza di ferro (oggettiva) tra taluni consiglieri di Stato (con un passato di collaborazione strettissima con personaggi istituzionalmente molto influenti e schierati a sinistra) e potentati economici con l’obiettivo possibile di limitare fortemente la libertà, l’autorevolezza, la crescita culturale e l’autonomia di una categoria essenziale nella connotazione democratica della Repubblica.
In attuazione di tale disposizione è stato emanato (con il parere favorevole 7 maggio 2001 della sezione Atti Normativi del Consiglio di Stato) il Dpr 5 giugno 2001 n. 328, “recante modifiche e integrazioni della disciplina dei requisiti per l’ammissione all’esame di Stato e delle relative prove per l’esercizio di alcune professioni, nonché della disciplina dei relativi ordinamenti”. Con questo provvedimento si sono istituite le sezioni A e B degli albi professionali dei dottori agronomi e forestali, degli architetti, pianificatori paesaggisti e conservatori, degli assistenti sociali, degli attuari, dei biologi, dei chimici, dei geologi e degli ingegneri, prevedendo l’iscrizione alle stesse, rispettivamente, dei laureati specialistici e triennali, che abbiano superato l’apposito esame di abilitazione, precisando le relative competenze professionali e stabilendo altresì i requisiti di ammissione all’esame di Stato e le relative prove. La “Commissione Rossi”, incaricata dal ministro Zecchino, di preparare il testo del Dpr, aveva escluso dal dpr la professione di giornalista, sostenendo che la “prova di idoneità professionale” (art. 32 della l. 69/1963) non è l’esame di Stato di cui all’articolo 33 (comma 5) della Costituzione, decisione poi travolta e fulminata dal parere 2228/2002 della II sezione consultiva del Consiglio di Stato nel quale si legge che “la prova di idoneità è l’esame di Stato richiesto dalla Costituzione” e che “non sussistono motivi ostativi alla riforma dell’ordinamento professionale dei giornalisti”. Si legge ancora in quel parere del 2002: “La natura pubblicistica dell’Ordine dei giornalisti vale poi a smentire l’ulteriore argomentazione del Ministero di Giustizia, laddove si tende a negare il carattere specialistico della professione giornalistica, ciò che giustificherebbe la mancanza di un titolo di studio e, correlativamente, la natura selettiva della prova d’idoneità. Oltre a quanto già detto circa il contenuto prettamente specialistico e mirato delle materie oggetto di prove d’idoneità, la creazione di un ente pubblico preposto istituzionalmente al governo di una data professione sta a dimostrare, al contrario, la particolare complessità della professione sul piano dei contenuti e, correlativamente, la necessità di una valutazione preventiva e di un controllo continuo sulle capacità di svolgere la professione stessa, a tutela degli iscritti e dei cittadini destinatari di essa….Al quesito posto dall’amministrazione deve dunque darsi la seguente risposta: non sussistono motivi ostativi alla riforma dell’ordinamento professionale dei giornalisti, come prevista dall’art. 1, comma 18, della legge n. 4 del 1999, citato all’inizio delle presenti considerazioni”.
Nella Costituzione il termine “professioni” ricorre in varie disposizioni: in particolare nell’art. 33, quinto comma (che prescrive un esame di Stato per l’abilitazione professionale), e nell’art. 35 (che affida alla Repubblica la tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni e la cura della formazione professionale), nonché negli articoli 104, settimo comma, e 135, sesto comma, che, nello stabilire determinate incompatibilità, fanno riferimento rispettivamente agli iscritti negli albi professionali e alla professione di avvocato. Nella legislazione ordinaria occorre fare riferimento al codice civile, il cui libro V “Del lavoro” si apre con un titolo dedicato alle attività professionali.
Il Consiglio di Stato, chiamato a dare il parere di legge sul “decreto Siliquini” (approvato dal Governo il 22 dicembre 2005), come già riferito, ha, concludendo, ritenuto “pertanto opportuno che il Ministero riferente (Università/Istruzione, ndr), di intesa con il Ministero della Giustizia, riesamini il testo proposto alla luce delle considerazioni svolte ed anche sulla base della eventuale emanazione del decreto legislativo che individua i principi fondamentali in materia di professioni, sospendendo nel frattempo l’espressione del parere, che si riserva di formulare in termini definitivi e compiuti sul testo che sarà trasmesso all’esito del suddetto riesame”. Il “dlgs la Loggia” non è più “eventuale”, ma norma che ha trovato la sua consacrazione con la pubblicazione l’8 febbraio 2006 nella “Gazzetta Ufficiale”.
Il Consiglio di Stato ha scritto (autentica bestemmia giuridica!!!) che il nuovo Dpr non può “riguardare le professioni per le quali tale titolo di studio (la laurea, ndr) non è richiesto dalle norme legislative vigenti, tanto meno modificando tale requisito, come è invece previsto dallo schema di regolamento in esame per varie professioni tra le quali quella di giornalista”. La sezione Atti Normativi del Consiglio di Stato ha dimenticato che l’Ue, con la direttiva 89/48/Ce (recepita dal dlgs 115/1992), vuole che i professionisti (e i giornalisti sono tali per legge) siano in possesso almeno di una laurea triennale. La direttiva 89/48/Cee ha introdotto (con l’articolo 2/bis del dlgs 115/1992) la definizione di professione "regolamentata". Si definisce formazione regolamentata “qualsiasi formazione direttamente orientata all'esercizio di una determinata professione e consistente in un ciclo di studi post-secondari di durata minima di tre anni oppure di durata equivalente a tempo parziale in un'università o in un altro istituto di livello di formazione equivalente e, se del caso, nella formazione professionale, nel tirocinio o nella pratica professionale richiesti oltre il ciclo di studi post-secondari: la struttura e il livello di formazione professionale, del tirocinio o della pratica professionale devono essere stabiliti dalle disposizioni legislative, regolamentari o amministrative dello Stato membro interessato o soggetti al controllo o all'autorizzazione dell'autorità designata a tal fine”. La direttiva (recepita nel dlgs 115/1992) in conclusione ha fissato il principio per cui l’esercizio delle professioni presuppone il superamento di un ciclo di studi postsecondari di una durata minima di tre anni o di durata equivalente a tempo parziale, in una università o in un istituto di istruzione superiore o in altro istituto dello stesso livello di formazione. I principi fissati dalla direttiva 89/48/CEE sono stati realizzati dalla Repubblica Italiana con la Riforma universitaria 1999/2000/2005 e con il contestuale collegamento (tramite il comma 18 dell’articolo 1 della legge 4/1999) delle lauree (triennali) e delle lauree biennali specialistiche (o magistrali) alle professioni regolamentate organizzate con l’Ordine (o con il Collegio) e con l’esame di Stato. Tra le professioni regolamentate rientra quella di giornalista (ex legge n. 69/1963, sentenze nn. 11 e 98/1968; 2/1971; 71/1991; 505/1995 e 38/1997 della Corte Costituzionale) alla quale si accede tramite esame di Stato al pari delle altre.
Sono mutati i requisiti culturali per l’esercizio delle professioni nell’ambito dei Paesi Ue e, quindi, gli aspiranti giornalisti professionisti italiani non possono essere discriminati (con violazione dell’art. 3 Cost.) rispetto agli altri aspiranti professionisti italiani e a quelli europei sotto il profilo della preparazione universitaria minima di tre anni, principio al quale devono attenersi (ex Dpr 328/2001) anche alcune professioni un tempo collegate (al pari di quella giornalistica) a un diploma di scuola media superiore (geometri, ragionieri, periti agrari e periti industriali). “Il titolo di studio precede la maturazione professionale” (Corte Cost., 27 luglio 1995, n. 412, a proposito della professione di psicologo).
Le difficoltà vengono ora create in maniera artificiosa da una sezione del Consiglio di Stato, che ignora sul piano operativo e concreto il parere di un’altra sezione consultiva del CdS (II), una direttiva comunitaria (89/48/Cee) e le sentenze univoche della Consulta in materia, pur scrivendo: “In conclusione, in tutti i casi portati al suo esame la Corte costituzionale da un lato ha ribadito che, nel vigore della riforma del titolo V, parte seconda, della Costituzione, la materia delle professioni deve ritenersi attribuita alla legislazione concorrente dello Stato e delle Regioni, e dall’altro ha affermato che continua a spettare allo Stato, in sede di determinazione dei principi fondamentali, la individuazione delle figure professionali, con i relativi profili ed ordinamenti didattici e l’istituzione di nuovi albi, dovendo invece ritenersi rientrare nella materia “ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali”, riservata alla competenza esclusiva dello Stato dall’articolo 117, secondo comma lettera g), l’istituzione e l’organizzazione di appositi enti pubblici ad appartenenza necessaria, cui affidare il compito di curare la tenuta degli albi e garantire il corretto esercizio delle professioni a tutela dell’affidamento della collettività”.
La legge 4/99 non opera distinzioni tra “vecchie” professioni intellettuali con laurea e senza laurea. Non è vero, come si legge nel parere interlocutorio, che per la professione di giornalista non sia previsto il titolo di laurea, anzi quel titolo è richiesto da una direttiva comunitaria che prevale sulla legge interna (n. 69/1963). La sezione Atti Normativi del CdS, ripeto, non ha tenuto in nessun conto (nemmeno una citazione di confutazione!): a) il parere 2228/2002 della II sezione consultiva, parere che vuole i giornalisti in possesso della laurea triennale; b) la direttiva 89/48/Cee che impone ai professionisti regolamentati (come i giornalisti) l’obbligo di munirsi di una laurea almeno “triennale”.
La professione di giornalista è stata “aggiunta” nel novero delle professioni italiane (di cui al dlgs n. 115/1992) dal Dlgs 319/1994 così come modificato dal dlgs 277/2003 (Allegato II, già allegato C). La sezione consultiva per gli atti normativi del Cds conosce perfettamente la portata del Dlgs n. 277/2003 in quanto, nel parere interlocutorio 16 maggio 2005 (n. 2284/05) scrive testualmente: “Il dlgs n. 277 del 2003, successivo all’entrata in vigore della legge costituzionale 18.10.2001, n. 3, ha peraltro continuato a riconoscere al Ministero della giustizia il potere regolamentare nella materia anzidetta, sicché, allo stato, l’esercizio del relativo potere sembrerebbe trovare fondamento in una apposita norma primaria”. Quel parere interlocutorio riguarda la richiesta 26 aprile 2005 del Ministero della Giustizia di emettere un parere su uno “Schema di decreto ministeriale recante ‘Regolamento di cui all’art. 11 del decreto legislativo 2 maggio 1994, n. 19, in materia di misure compensative per l’esercizio della professione di giornalista professionista’”. Quante dimenticanze!
Le decisioni radicalmente difformi tra la II sezione consultiva (parere 2228/2002) e la Sezione Atti normativi (atto interlocutorio 50/2006) sulla professione di giornalista dovrebbero spingere il presidente del Consiglio di Stato a sottoporre l’intero “decreto Siliquini” all’adunanza generale del Consiglio di Stato. La questione è “di massima di particolare importanza”. Anche i ministri Moratti e Castelli possono chiedere che il Consiglio di Stato esprima il parere in adunanza generale (art. 23 del Rd 1054/1924).
Il nuovo Dpr/328 si muove nel solco dei lavori parlamentari del 1962/1963 che portarono al varo della legge professionale 69/1963, che non individuò un titolo di studio predeterminato per l’accesso alla professione di giornalista. La nuova normativa stabilisce che è indispensabile una “laurea” (che oggi è soltanto triennale), ma non dice che è quella in “Scienze della comunicazione”. Tutte le lauree possono costituire la base per svolgere il praticantato abbinato alla laurea specialistica in giornalismo, a un master biennale in giornalismo o a un corso biennale presso uno degli Istituti di formazione al Giornalismo riconosciuti dal Consiglio nazionale dell’Ordine. In sostanza, come ha scritto il Consiglio di Stato (parere 2228/2002), sono “molteplici le forme ed i percorsi culturali attraverso i quali si prepara la capacità del giornalista, la quale, oltretutto, è di tipo e contenuti non solo astratti, ma anche e essenzialmente pragmatici “ e ciò affiora dal nuovo testo del Dpr/328 (articolo 32). La mancanza, da parte del legislatore dell’individuazione, di un titolo universitario predeterminato per l’ammissione al praticantato si spiega anche “con il valore costituzionale del diritto attivo all’informazione ed alla manifestazione del proprio pensiero, nonché della libertà di stampa” nonché con la circostanza che i giornalisti si occupano soprattutto di “argomenti di attualità” sui quali poi sostengono la prova scritta dell’esame di Stato (art. 32 sia della legge 69/1969 sia del nuovo Dpr/328). Capire l’attualità significa avere una preparazione vasta, aperta alla gran parte dei saperi universitari.
7. Gli attacchi al “Dpr Siliquini”. Potentati economici (Confindustria e Fieg), Regioni guidate dalla sinistra e spezzoni della sinistra in prima linea. La posizione dei due relatori/estensori del parere interlocutorio (23 gennaio 2006) del Consiglio di Statto (Sezione Atti Normativi).
Gli attacchi al “Dpr Siliquini” non sono venuti soltanto dalla Fieg (struttura di Confindustria) e da Massimo D’Alema. La Conferenza delle Regioni il 20 dicembre 2005 ha scritto al Consiglio di Stato “forte” di un presunto diritto di intervento in tema di professioni. La maggioranza delle Regioni (16 su 20) sono amministrate da giunte di sinistra. Le due manovre a tenaglia (Fieg e Regioni) sono state contrastate dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Milano, che ha trasmesso alla suprema magistratura amministrativa e anche al Quirinale una memoria documentata con la quale, come ha scritto la Corte costituzionale in 5 sentenze tra il 2003 e il 2005, ha rivendicato allo Stato il diritto di disciplinare l’esame di Stato e l’aggancio dell’esame alle lauree della riforma universitaria.
Un capitolo a parte merita la posizione del dott. Paolo De Joanna e quella del dott. Donato Marra, consiglieri relatori ed estensori del parere interlocutorio 50/2006 sul “regolamento governativo recante disciplina dei requisiti per l’ammissione all’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio professionale, delle prove relative e del loro svolgimento”. Paolo De Joanna ha svolto le funzioni altissime di segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri all’epoca del Governo D’Alema (ottobre 1998-aprile 2000), mentre Donato Marra ha svolto le funzioni altissime (fino al 1992) di segretario generale della Camera dei deputati (a fianco del presidente Nilde Jotti) e poi quelle di sottosegretario alla Giustizia nel Governo Dini (1995/1996).
In data 6 febbraio, il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha indirizzato una istanza motivata al Presidente del Consiglio di Stato, che qui viene riportata integralmente:
“Ill.mi Signori, ieri sera, navigando in internet, ho scoperto un comunicato del Quirinale del 20 gennaio 2000, che riporto integralmente:
C O M U N I C A T O (in:
http://www.quirinale.it/comunicati/comunicato.asp?id=4031)
Il Presidente Ciampi ha ricevuto il Presidente del Consiglio D'Alema, Il Sottosegretario alla Presidenza, Micheli, e il Segretario Generale De Joanna
ROMA - Paolo De Ioanna, attuale capo di Gabinetto di Carlo Azeglio Ciampi, sarà con ogni probabilità il nuovo Segretario generale della presidenza del Consiglio. La formalizzazione della nomina potrebbe avvenire già oggi da parte del presidente del Consiglio, Massimo D'Alema. De Ioanna, che ha avuto la meglio rispetto all'altra candidatura "forte" di Donato Marra, ex segretario generale della Camera, sostituisce Alessandro Pajno (di area cattolica), che è stato segretario generale con Prodi, e che probabilmente sarà il nuovo capo di Gabinetto del vicepresidente del Consiglio, Sergio Mattarella. A pochi giorni dalla formazione del nuovo Governo, si mette così in moto il rituale valzer delle poltrone eccellenti. É stata del resto proprio la legge di riforma della Presidenza (la legge 400 del 1988) ad attribuire al segretario generale una molteplicità di funzioni che ne fanno a ben vedere il principale collaboratore del Presidente. Per questo, la stessa legge ha previsto che i decreti di nomina del segretario e vicesegretario generale cessino di avere efficacia <dalla data del giuramento del nuovo Governo>, legando così direttamente la figura del responsabile della "macchina organizzativa" di Palazzo Chigi al premier. De Ioanna è un tecnico stimato e dalla lunga esperienza dei meccanismi e delle procedure parlamentari, oltre a essere uno dei massimi esperti di finanza pubblica. Prima di essere nominato capo di Gabinetto da Ciampi, ha infatti ricoperto per anni l'incarico di responsabile del Servizio del Bilancio del Senato. (D.Pes.).
Nessuno mette in dubbio le qualità tecniche e professionali dei consiglieri De Joanna e Marra. Gli stessi, però, sono stati contaminati dalla politica e possono anche apparire avversari del Governo Berlusconi, che attribuisce grande valore e valuta un successo la riforma dell’esame di Stato delle professioni intellettuale varato il 22 dicembre 2005 dal Consiglio dei Ministri. I giudici devono essere e anche apparire indipendenti.
Il parere interlocutorio, a mio modesto avviso, contiene troppi errori e svariate distrazioni su passaggi qualificanti, come dimostro nello studio allegato (pubblicato oggi nella home page del portale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia-www.odg.mi.it). Nessuno ha capito la fretta di depositare il parere il 3 febbraio, quando si sapeva che la sera prima il Presidente della Repubblica aveva apposto la sua firma sul “dlgs la Loggia”, che assegna allo Stato le competenze sulle professioni nel rispetto di 5 sentenze della Corte costituzionale (in particolare le sentenze nn. 353 del 2003; 319, 355, 404 e 424 del 2005). Come è possibile che due valorosi consiglieri di Stato, pur avendo ricevuto una memoria a mia firma, ignorino che la direttiva 89/48/Cee vuole che i professionisti (e i giornalisti sono tali) abbiano alla spalle almeno una laurea triennale? Come è possibile accantonare (e mai citare) il parere 2228/2002 della seconda sezione consultiva che vuole la professione di giornalista tra quelle comprese nel Dpr 328/2001? La II sezione consultiva del Cds, con il parere 2228/2002, chiesto da Giuliano Amato (nella veste di ministro ad interim dell’Istruzione/Università), ha concluso scrivendo: ”Al quesito posto dall’amministrazione deve dunque darsi la seguente risposta: non sussistono motivi ostativi alla riforma dell’ordinamento professionale dei giornalisti, come prevista dall’art. 1, comma 18, della legge n. 4 del 1999, citato all’inizio delle presenti considerazioni”.
Le decisioni radicalmente difformi tra la II sezione consultiva (parere 2228/2002) e la Sezione Atti normativi (atto interlocutorio 50/2006) sulla professione di giornalista dotrebbero spingere il presidente del Consiglio di Stato a sottoporre, in tempi ragionevolmente veloci, l’intero “decreto Siliquini” all’adunanza generale. La questione è “di massima di particolare importanza”. Bisogna fugare ombre e perplessità. La Sezione Atti Normativi ha mostrato incredibili limiti culturali e costituzionali; e attaccando soltanto i giornalisti (l’unica categoria nominata in chiave negativa) ha mostrato di essere in (strana) sintonia soprattutto con Eugenio Scalfari e Francesco Giavazzi (Repubblica e Corriere della Sera) nonché con Massimo D’Alema.
Ill.mi Signori, mi fermo. La mia sofferenza è grande, è la sofferenza di una persona educata ad avere fiducia nell’imparzialità e nella trasparenza dell’amministrazione. Vi chiedo la cortesia di leggere la memoria allegata e di fare in modo che non si perda altro tempo. Il parere interlocutorio rappresenta anche una manovra dilatoria rispetto alla data del 9 aprile 2006. Pauca intelligenti”.
Parere 2228 del 7 maggio 2002 della II sezione consultiva:
Parere 50 del 3 febbraio 2006 della Sezione consultiva Atti Normativi:
Decreto Legislativo (“La Loggia”) 2 febbraio 2006 n. 30. Ricognizione dei principi fondamentali in materia di professioni a norma dell'articolo 1 della legge 5 giugno 2003 n. 131. (Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’8 febbraio 2006 n. 32 ). (In: www.odg.mi.it/docview.asp?DID=2333).
Intervento conclusivo del prof. Vincenzo Caianiello, “L’inserimento delle professioni nel Titolo V della Costituzione”, in Atti del Convegno nazionale “Quale federalismo per le professioni” del 18 marzo 2002 in Codroipo-Ud, promosso dal Cup del Friuli Venezia Giulia. (in: www.odg.mi.it/docview.asp?DID=2331).

References: sentenza 
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