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Timestamp: 2017-09-26 05:23:09+00:00

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Avvocato Sasso / Limiti dell'agente provocatore - Avvocato Sasso
La cronaca giudiziaria ha evidenziato, negli ultimi tempi, l’uso sempre più frequente, soprattutto per indagini particolari, dell’agente provocatore [1] ossia di chi fingendosi d’accordo con i delinquenti, agisce al fine di farli scoprire mentre stanno commettendo un reato.
Tale figura sorta in origine come ipotesi di concorso morale di persone nel reato nel corso del tempo si è ampliata. Con tale nozione oggi, infatti, s’indica la figura dell’infiltrato, vale a dire di colui che si inserisce in una struttura criminale con lo scopo di scoprirne i partecipanti, la struttura e le attività, ma l’agente provocatore può anche rivestire la qualifica di soggetto passivo del reato, quali ad esempio, il falsus emptor nell’ambito dei reati – contratto (si pensi all’ipotesi della truffa) o il finto soggetto passivo operante in determinate categorie di reati, quali, ad esempio, quelli contro la P.A. (si pensi ad esempio alla concussione).
A partire dai primi anni 90 il legislatore, spinto dall’esigenza di contrastare il crimine nei settori più delicati, ha disciplinato la figura dell’agente provocatore.
Il primo intervento legislativo si è avuto in materia di contrasto del traffico degli stupefacenti. La norma (art. 97 del D.P.R. 309/1990) nel disciplinare l’acquisto simulato di droga prevede, ai fini dell’applicazione della speciale causa di giustificazione, che:
l’ ufficiale di polizia giudiziaria appartenga alle apposite unità antidroga [2] ed operi su disposizione dei propri superiori gerarchici (ossia alle dipendenze di una delle sezioni indicate espressamente dalla norma);
la sua condotta sia immune da iniziative individuali;
fornisca dettagliate informazioni circa il proprio operato alla direzione centrale antidroga e all’A.G.
Analoga causa speciale di giustificazione dell’agente provocatore è stata introdotta dall’art. 12 quater [3] D.L. n. 306/1992, conv. nella L. 356/92, che ha previsto l’uso dell’infiltrato nei delitti di riciclaggio di denaro sporco, impiego simulati, ricettazione di armi. La norma richiede che l’infiltrato:
rivesta la qualifica di ufficiale di P.G. della DIA o dei servizi centrali ed interprovinciali;
finalizzi la propria condotta esclusivamente all’acquisizione di elementi di prova in ordine ai delitti di riciclaggio ovvero di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita e consiste nella ricezione, nell’occultamento o nella sostituzione di denaro, beni o altre utilità dai delitti predetti o in un’attività idonea ad ostacolarne l’identificazione della provenienza illecita ovvero a consentirne l’impiego in attività economiche e finanziarie.
L’ultimo intervento è stato in materia di sfruttamento della prostituzione, della pornografia e del turismo sessuale in danno di minori. Il legislatore, con l’art. 14 della legge n. 269/98, ha previsto una nuova ipotesi di non punibilità dell’agente provocatore che richiede:
sul piano soggettivo che l’agente provocatore rivesta la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria dipendenti da nuclei specializzati;
sul piano oggettivo, che egli, previa autorizzazione dell’A.G.[4] ed al solo fine di acquisire elementi di prova in ordine ai delitti di pornografia minorile ed iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile, proceda all’acquisto simulato di materiale pornografico o partecipi a viaggi organizzati finalizzati allo sfruttamento dei minori.
Profili sostanziali della figura dell’agente provocatore
Non presentando una propria autonomia strutturale intorno alla tematica dell’ agente provocatore si è aperto un ampio dibattito sia in dottrina che in giurisprudenza che si svolge essenzialmente lungo tre direttrici.
1) Da un lato si ci è chiesti se ed in quali termini l’agente provocatore possa essere chiamato a rispondere penalmente, a titolo concorsuale, in caso di effettiva commissione o anche solo di tentativo dei reati oggetto della sua istigazione;
2) da altro verso si è posto il problema della responsabilità del provocato qualora il reato stimolato non si realizzi;
3) sotto il profilo processuale si discute in ordine ai limiti della testimonianza resa dall’infiltrato.
In relazione alla questione della punibilità dell’agente provocatore diverse sono le posizioni assunte dalla dottrina ed attualmente sembra prevalere l’opinione dogmatica che esclude la punibilità dell’agente per difetto di dolo in quanto egli agirebbe con lo scopo di assicurare alla giustizia i responsabili comunque prima della consumazione del reato. Ne consegue che qualora la condotta antigiuridica posta in essere dal provocato raggiunga la soglia minima del tentativo punibile la responsabilità penale dell’agente vada esclusa poichè il dolo caratterizzante il tentativo è un dolo di consumazione che difetterebbe nell’infiltrato. Nell’ipotesi invece in cui il provocato realizza la condotta antigiuridica, la punibilità dell’agente provocatore andrà escluso solo nell’ipotesi in cui la sua condotta non si ponga in termini di efficienza causale diretta rispetto all’evento delittuoso. Non meno proseliti riscuote l’opinione di coloro che ritengono scriminata la condotta dall’adempimento di un di un dovere, fondando tale scriminante sull’art. 55 c.p.p. tale causa di giustificazione potrà essere invocata esclusivamente dagli appartenenti alla P.G.
Sul punto la giurisprudenza è orientata ad escludere la responsabilità penale dell’agente provocatore, funzionario di polizia che agisce in adempimento del dovere di prendere notizia dei reati o d’impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, in presenza dell’esimenti di cui all’ art. 51 c.p. Qualora l’infiltrato sia un cittadino privato, per operare la causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p., occorre che il suo intervento sia giustificato da un ordine legittimo della Pubblica Autorità e che egli adempia
fedelmente all’ordine ricevuto per tutto il tempo in cui si protrae l’azione criminosa [5] al contrario, detta causa di giustificazione non può trovare applicazione ove il proposito criminoso sia suscitato o determinato da provocatore al solo fine di vendetta o di lucro ovvero nella prospettiva della fruizione di un bene [6].
Data la particolarità di tale figura la giurisprudenza ha statuito in maniera decisa che l’intervento indiretto e marginale dell’agente provocatore, funzionario di polizia o cittadino privato, deve consistere in un’attività di osservazione, controllo e contenimento delle azioni illecite altrui [7]
Per quanto attiene la responsabilità del provocato la soglia minima di punibilità si configura in termini di atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere il delitto.
Inutilizzabilità delle dichiarazioni testimoniali rese dagli agenti provocatori per violazione degli artt. 62, 63, comma secondo, 195, comma quarto, c.p.p.
Sotto il profilo processuale la testimonianza dell’agente provocatore nell’ambito del processo è stata oggetto di un vivo dibattito.
In ordine alla iscrizione dell’infiltrato nel registro degli indagati diversi sono gli orientamenti:
1) l’agente sotto copertura deve essere iscritto, a sua garanzia, nel registro degli indagati e una volta terminata l’operazione, se tutta l’ attività si è svolta secondo i criteri dettati dal legislatore e il suo operato non è penalmente rilevante, la sua posizione sarà archiviata;
2) L’agente provocatore deve essere iscritto nel registro degli indagati solo nell’ipotesi in cui il suo operato supera i limiti dell’azione preventivamente concordata con l’A.G.;
3) L’agente provocatore non deve essere iscritto nel registro degli indagati anche se questa consista soltanto in una iscrizione di garanzia.
Sotto il profilo processuale l’adesione all’ipotesi sub 1) il E’ evidente la ripercussione processuale.
q La giurisprudenza di legittimità ha anche affermato la inutilizzabilità della testimonianza, resa dall’agente sotto copertura sulle dichiarazioni dallo stesso ‘provocate’, in virtù dei limiti stabiliti dall’art. 62 e dei divieti previsti dall’art. 63 c.p.p.
Sul punto si rinvengono, in particolare, due pronunce.
Nella sentenza della Cass. sez. VI, 28 apr. 1997 n. 1732, Console (in CP, 1998, 1628) viene affrontato il problema della inutilizzabilità delle dichiarazioni rese all’agente provocatore sia in relazione all’art. 63, secondo comma, c.p.p. che in relazione all’art. 62 c.p.p. Con riferimento al divieto previsto dalla prima norma, la Corte ritiene che esso sia inapplicabile perché le dichiarazioni all’agente provocatore non possono considerarsi rese nè in sede di assunzione di informazioni ( art. 362 c.p.p.) né in sede di sommarie informazioni (art. 351 c.p.p.), nel cui esclusivo ambito opera il limite previsto dal secondo comma dell’art. 63 c.p.p.. Tali ambiti, ad avviso della Corte, vengono tuttavia superati dalla più ampia portata del divieto previsto dall’art. 62 c.p.p. che “ non fa riferimento ad atti specifici del procedimento, dato che la norma prende in considerazione le dichiarazioni ‘comunque rese’ e pertanto è sufficiente che le dichiarazioni siano rese nel corso del procedimento “.
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Una volta ritenuta sussistente tale condizione nella fattispecie esaminata nella pronuncia in parola, la S.C. ne fa scaturire l’applicazione del divieto ( “ l’attività di acquisizione della notizia di reato e quelle successivamente svolte dalla polizia giudiziaria ricadono nel procedimento con la conseguenza che gli agenti provocatori non possono testimoniare sulle dichiarazioni comunque rese da colui che, con l’acquisizione della notizia di reato diviene indagato per facta concludentia ”). Tuttavia, ad avviso della Corte, “ tale divieto concerne soltanto le dichiarazioni rappresentative di precedenti fatti e non anche le condotte e le dichiarazioni che accompagnano tali condotte, chiarendone il significato, ovvero le dichiarazioni programmatiche di future condotte”. In altre parole, il divieto di testimonianza ( e, se ricorrono i presupposti previsti dall’art. 362 e 350 c.p.p., anche le garanzie previste dall’art. 63, c. II, c.p.p. ) opera, nei confronti dell’agente provocatore, solo per quegli enunciati assertivi ( narrativi o informativi ) dallo stesso captati, ma non per le condotte verbali che si inseriscono in un contesto commissivo.
Secondo il Tribunale, infatti, tutte le dichiarazioni apprese dall’Ufficiale di P.G. e poi testimoniate in dibattimento non sarebbero rappresentative di precedenti fatti ma accompagnerebbero le condotte o comunque conterrebbero solo la descrizione programmatica di future condotte.
In effetti, il Tribunale non si è avveduto che la massima della Cassazione non può attagliarsi alla figura del reato permanente. Ne ha dato contezza proprio il Tribunale della Libertà remittente che, nell’abbozzare l’indirizzo poi seguito dalla S.C., aveva modificato la decisione con cui il GIP di Catanzaro aveva rigettato la richiesta custodiale del P.M. (sia in relazione al reato di detenzione continuata di stupefacenti ai fini dello spaccio sia in relazione all’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata allo spaccio) limitandosi ad accoglierla in relazione al primo reato, proprio perché la prova del delitto associativo risultava inutilizzabile essendosi esaurita inevitabilmente nelle dichiarazioni, su fatti pregressi, rese, dall’indagato, all’agente provocatore [8].
In ogni caso, la S.C., successivamente alla pronuncia di cui sopra, ha meglio specificato quali caratteristiche devono rivestire le dichiarazioni per non essere rivelatrici di pregressi accadimenti ma limitarsi ad accompagnare le condotte. Secondo Cass. sez. II, ud. 31 marzo 1998, Parreca, in CP2000, 602, “ … non può viceversa invocarsi la sanzione di inutilizzabilità con riferimento agli elementi che l’operatore di polizia giudiziaria infiltrato abbia potuto osservare e conoscere senza provocare le dichiarazioni di alcuno, senza cioè svolgere, sotto mentite spoglie e senza garanzie difensive, un’attività analoga a quella che, se palese, tali garanzie avrebbe richiesto. Nel caso di specie – continua la Corte – risulta utilizzabile la dichiarazione dell’agente infiltrato laddove si è limitato a riferire la presenza dell’esattore negli uffici dell’azienda vittima dell’estorsione e della finalità di tale presenza; mentre non è utilizzabile il colloquio intercorso tra l’esattore e l’ufficiale di P.G.” [9]. In questo più recente solco ( più attento alle garanzie individuali) si pongono peraltro le stesse SS.UU. che con sent. 20 dic. 2001 (u.p. 19 dic. 2001), n. 37, Ranieri, in DPP n. 2/2002 p. 196, hanno ritenuto sussistente il divieto di testimonianza sulle dichiarazioni rese dall’imputato perfino quando queste siano state raccolte da un ispettore del lavoro nel corso di una indagine amministrativa in quanto “l’osservanza delle disposizioni del codice“ – che l’art. 220 disp. att. c.p.p. riconosce all’indagine amministrativa qualora emergano indizi di reato – scattano già in presenza di “semplici dati indicativi di un fatto apprezzabile sotto il profilo penale” (dovendosi intendere in tale senso lato, e non in quello strettamente tecnico, la nozione di indizio).
In ultima analisi comunque, non può sfuggire un ulteriore profilo di operatività, rispettivamente, dei limiti previsti dall’art. 63, comma II, c.p.p. e del divieto contenuto nell’art. 62 c.p.p.
– Ed infatti, le garanzie previste dall’art. 63, c. II, c.p.p., – nel caso in cui risultasse provato che l’agente provocatore ha esorbitato dal proprio mandato, come sostiene la difesa, v. ultra – sarebbero chiamate ad operare a tutela dell’Ufficiale sotto copertura e, per tale via, si estenderebbero agli imputati [10]. I divieti di cui all’art. 62 c.p.p., infine, operano senz’altro – come già detto – in virtù di quanto previsto dalla nuova disposizione dettata dall’art. 195, comma quarto, c.p.p.
– Il divieto di testimonianza indiretta – reintrodotto dall’art. 4 della L. 63/2001 dopo la scelta ‘inquisitoria’ compiuta dalla sentenza della Corte Cost. n. 24 del 31 genn. 1992 – opera, infatti, in relazione a tutti gli atti tipici (disciplinati nelle forme di espletamento e documentazione) tra i quali non può non rientrare l’attività effettuata dall’agente provocatore finalizzata proprio a carpire, ai fini investigativi, le dichiarazioni dei soggetti contattati. L’ufficiale sottocopertura, infatti, è obbligato a verbalizzare la propria attività con conseguente divieto di testimonianza in merito alla stessa.
– Né è consentibile che l’agente di P.G. (per non incorrere nel divieto di testimonianza indiretta ) ometta di documentare l’atto ricorrendo alla sua registrazione meccanica: in tal caso la redazione del verbale non potrebbe ritenersi surrogato dalla registrazione meccanica che, peraltro, assolvendo, per tale via, ad una funzione documentativa di un atto anzicchè rappresentativa di un fatto, non sarebbe più qualificabile quale prova documentale ex art. 234 c.p.p.[11].
In conseguenza del divieto di testimonianza sulle conversazioni tenute con gli indagati non possono essere acquisite le relative registrazioni di tali incontri. Diversamente si aggirerebbe il divieto previsto dall’art. 62 c.p.p. che, per un verso, intende salvaguardare la genuinità delle dichiarazioni provenienti dall’indagato ( prescrivendo forme tassative per la loro utilizzabilità) [12], dall’altro, vuole affermare – in ultima analisi – il principio secondo cui nemo tenetur se detegere. Ed infatti, con la norma in parola si “vuole evitare che, attraverso il duplice meccanismo delle dichiarazioni spontanee e della testimonianza de auditu, venga aggirato il diritto al silenzio dell’ inquisito “ (Rel. al Prog. Prel. C.p.p., pag. 32). Ciò è pacificamente sostenuto sia dalla giurisprudenza che dalla dottrina [13].
[1] Con la nozione di agente provocatore s’intende l’ufficiale di PG o il privato cittadino che fingendosi d’accordo con altra persona la induce a commettere un reato allo scopo di fare scoprire il provocato da parte dell’Autorità giudiziaria. Tale figura, storicamente sorta durante la rivoluzione francese, quando compito precipuo del funzionario infiltrato era di acquisire prove a carico di soggetti che cospirassero contro il nuovo ordine statale, è stata mutuata dall’esperienza investigativa dei paesi anglosassoni.
[2] Secondo una parte della dottrina l’infiltrato agirebbe nell’ambito dell’adempimento del dovere di cui all’art. 51 c.p., ma il tenore letterale dell’ art. 97 induce a ritenere che l’agente provocatore non è punibile ove abbia comunque limitato la sua attività ad un mero controllo di osservazione e contenimento della condotta illecita altrui senza che la sua condotta abbia avuta una valenza causale rispetto all’evento realizzato da provocato.
[3] “Fermo quanto disposto dall’articolo 51 del codice penale, non sono punibili gli ufficiali di polizia giudiziaria della Direzione investigativa antimafia o dei servizi centrali e interprovinciali di cui all’articolo 12 del D.L. 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla L. 12 luglio 1991, n. 203, i quali, al solo fine di acquisire elementi di prova in ordine ai delitti di cui agli artt. 648-bis e 648-ter del codice penale, procedono alla sostituzione di denaro, beni o altre utilità provenienti da taluno dei delitti indicati nei suddetti articoli, o altrimenti procedono in modo da ostacolarne l’identificazione della provenienza ovvero in modo da consentirne l’impiego. Fermo quanto disposto dall’articolo 51 del codice penale, non sono altresì punibili gli ufficiali di polizia giudiziaria della Direzione investigativa antimafia o dei servizi centrali e interprovinciali di cui all’art. 12 del L. 13 maggio 1991 n. 152, convertito, con modificazioni, dalla L. 12 Luglio 1991, n. 203, i quali, al solo fine di acquisire elementi di prova in ordine a delitti concernenti armi, munizioni od esplosivi, acquistano o ricevono od occultano o comunque si intromettono nel fare acquisire, ricevere od occultare le armi, le munizioni o gli esplosivi medesimi. Delle operazioni indicate nei commi 1 e 2 è data immediata notizia all’autorità giudiziaria; questa, se richiesta dagli ufficiali di polizia giudiziaria procedenti, può, con decreto motivato, differire il sequestro del denaro, dei beni o delle altre utilità, ovvero delle armi, delle munizioni o degli esplosivi fino alla conclusione delle indagini disponendo se necessario specifiche prescrizioni per la conservazione. L’esecuzione delle operazioni indicate nei commi 1 e 2 è disposta dal capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza, dal comandante generale dell’Arma dei carabinieri ovvero della Guardia di finanza a seconda che si tratti di servizio appartenente all’una o all’altra forza di polizia; è disposta dall’Alto commissario per il coordinamento della lotta alla delinquenza di tipo mafioso quando ad essa procedono ufficiali di polizia giudiziaria della Direzione investigativa antimafia”.
[4] In mancanza della quale tutta l’attività è inutilizzabile ( così Cass. III sez., 3 dic. 2001 – 11 feb. 2002 n. 5397, D.M. in Diritto Penale.it ) “ ai sensi dell’art. 191 c.p.p. deriva la inutilizzabilità, rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento, delle prove acquisite illegittimamente in violazione del divieto stabilito dall’art. 14 della l. 269/98”.
[5] Sul punto la Corte di legittimità ha chiarito che “ in tema di adempimento di un dovere il privato, il cui intervento come agente provocatore è giustificato da un ordine della polizia, non è punibile ai sensi dell’art. 51 c.p” ( Cass. , sez. I, n. 6302 del 19 maggio 1999).
[6]E’ assolutamente pacifico che “ l’attività dell’agente provocatore il quale, d’accordo con la polizia giudiziaria, ricerca uno spacciatore e gli propone la compravendita di droga , ossia lo determina a commettere il reato di cessione di droga, al fine di farlo arrestare, è del tutto fuori della sfera della sfera di operatività dell’art. 51 c.p., ossia dell’adempimento di un dovere di polizia giudiziaria. Non può infatti farsi discendere dall’obbligo della polizia giudiziaria di ricercare le prove dei reati e di assicurare i colpevoli alla giustizia l’esclusione, ex art. 51 c.p., della responsabilità del c.d. ‘ agente provocatore’ di polizia giudiziaria, giacchè è adempimento di un dovere perseguire i reati commessi, non già di suscitare azioni criminose al fine di arrestarne gli autori” ( Cass. Sez. IV, 17 aprile 1994 , Curatola).
[7]E’ opinione costante che l’infiltrato “ non è punibile ex art. 51 c.p. quando il suo intervento è indiretto e marginale nell’ideazione ed esecuzione del fatto e si concretizza prevalentemente in un’attività di controllo, di osservazione e di contenimento dell’altrui illecita condotta” ( Cass., sez. IV, n. 12347 del 30 ottobre 1999).
[8]Volendo dunque mutuare l’indirizzo del Tribunale della Libertà di Catanzaro ( condiviso e fatto proprio dalla S.C.) , dovremmo concludere che le dichiarazioni dell’agente provocatore sarebbero utilizzabili limitatamente al reato ( qui contestato ) di tentata estorsione ma sarebbero inutilizzabili in relazione ai ( pure contestati ) reati associativi.
[9] Prima di ciò la sentenza recita : “ non è consentito alla polizia giudiziaria, in un sistema rigorosamente ispirato al principio di legalità, scostarsi dalle previsioni legislative per compiere atti atipici i quali, permettendo di conseguire risultati identici o analoghi a quelli conseguibili con gli atti tipici, eludano tuttavia le garanzie difensive dettate dalla legge per questi ultimi. Siffatta elusione indubbiamente si verifica allorchè l’operatore di polizia giudiziaria, non palesandosi come tale, miri ad ottenere dalla persona già colpita da indizi di un reato dichiarazioni che possano servire alla prova di questo e della relativa responsabilità; ne consegue che di tali dichiarazioni non può tenersi conto non solo nei confronti di chi le ha rilasciate, ma anche nei confronti degli indagati per il medesimo fatto ovvero per fatti connessi o collegati, secondo quanto dispone l’art. 63, c. II, c.p.p. come interpretato da SS.UU. 9 ott. 1996, Carpinelli, n. 206846, dalle cui conclusioni non vi è motivo per discostarsi” .
[10] Il caso è stato esaminato da Cass. Sez. VI, 17 apr. 1994, Curatola (in CP, 1995, 506) che – una volta ritenuto che l’attività dell’agente provocatore si era posta “ fuori dalla sfera di operatività dell’art. 51 c.p. ossia dell’adempimento di un dovere di polizia giudiziaria “ – ha ravvisato la necessità che le dichiarazioni dallo stesso rese rispettassero le garanzie previste dall’art. 63, comma secondo, c.p.p., la cui violazione rende quelle dichiarazioni inutilizzabili tanto nei confronti del dichiarante ( teste ) quanto nei confronti di terzi ( v. Sez. I, n. 620 del 1991, Bruno e Rel. Prel. c.p.p. ). “ Tale inutilizzabilità” – prosegue la sentenza – “ è rilevabile di ufficio in ogni stato e grado del procedimento”.
[11] Sul punto v. commento a Cass. Pen., III, sent. n. 28376 del 13 giugno 2001, Vanacore ( in CP 2002, 810 ).
[12] La Relazione al progetto preliminare chiarisce che di ogni dichiarazione resa dall’inquisito “ faccia fede solo la documentazione scritta, da redigersi e da utilizzarsi con le forme ed entro i limiti previsti per le varie fasi del procedimento” ( pag. 32). Tale precisazione – secondo la dottrina – bandisce ogni forma di documentazione delle dichiarazioni provenienti dall’inquisito diversa dalla verbalizzazione degli atti tipici ( sommarie informazioni ex art. 350 c.p.p., interrogatorio nelle indagini preliminari e nell’udienza preliminare, esame e confronto nell’incidente probatorio e nel dibattimento) .
[13] Dall’inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche consegue necessariamente l’impossibilità di acquisire il contenuto delle stesse attraverso l’esame testimoniale delle persone che hanno provveduto al loro ascolto” (Cass. Sez. VI, 8 feb., 1996, 4136, P.M. in proc. Sindoni).“ Non solo la testimonianza dell’ufficiale di p.g. e dell’agente segreto sul contenuto del colloquio … è preclusa , ma anche la registrazione di tale dialogo è processualmente inutilizzabile” Leonardo Filippi, L’intercettazione di comunicazioni, Giuffrè 1997).
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References: art. 51
 sentenza 
 Cass. sez. 
 art. 362
 Cass. sez. 
 sentenza 
 art. 234
 art. 97
 Cass. 
 Cass. 
 art. 51
 Cass. Sez. 
 art. 51
 sentenza 
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 350