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La Cassazione disse che…
Biagio Mazzeo - 20-08-2017 / Arma corta, Arma lunga, Armi, collezionismo, legge
La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha sempre riscosso molto interesse da parte di detentori, collezionisti e utilizzatori di armi, probabilmente perché l’autorevolezza della fonte consente talvolta di mettersi a riparo da interpretazioni errate o arbitrarie degli uffici territoriali delle forze di polizia.
In realtà, nella specifica materia, la Suprema Corte non è esente da errori o da interpretazioni criticabili, considerato che i giudici che la compongono hanno una profonda conoscenza del diritto ma quasi mai conoscono gli aspetti tecnici delle armi e delle munizioni, e che non è previsto, nella trattazione delle cause, che ricorrano allo strumento della perizia tecnica. Da questo numero cominciamo a offrire una selezione di decisioni recenti della Corte di Cassazione, accompagnate da un breve commento, soprattutto per spiegare la ricaduta pratica di tali decisioni. Proseguiremo con cadenza periodica, esaminando di volta in volta le massime più interessanti.
Sezione V, sentenza 54148 del 6 giugno 2016
In tema di lesioni personali volontarie, ricorre la circostanza aggravante del fatto commesso con armi quando il soggetto agente utilizzi un manico di scopa, trattandosi di arma impropria, ai sensi dell’articolo 4, comma secondo, legge numero 110 del 1975, per il quale rientra in questa categoria qualsiasi strumento, che, nelle circostanze di tempo e di luogo in cui sia portato, sia potenzialmente utilizzabile per l’offesa della persona (fattispecie in cui la contestazione in fatto dell’aggravante ha determinato la procedibilità di ufficio del reato e l’esclusione della competenza del giudice di pace). Il codice penale considera come armi non soltanto quelle da sparo o quelle da punta e da taglio ma anche quelle che, pur avendo una diversa funzione, possono essere utilizzate occasionalmente per l’offesa alla persona. Nel caso specifico, un manico di scopa è stato equiparato a un’arma al fine di ritenere la sussistenza dell’aggravante nel reato di lesioni personali.
Sezione V, sentenza 49615 del 12 ottobre 2016
La causa di giustificazione della legittima difesa (articolo 52 Codice Penale) è applicabile anche nell’ipotesi di detenzione abusiva di armi, sussistendone i presupposti di operatività e cioè previo accertamento che, al momento in cui fu conseguita la disponibilità dell’arma, fosse sussistente ed attuale un pericolo grave ed imminente e che pertanto, attese le circostanze ed il contesto, la detenzione dell’arma potesse ritenersi giustificata (fattispecie di omicidio commesso per eccesso colposo nell’esercizio della legittima difesa, nella quale la Suprema Corte ha ritenuto illegittimo il riconoscimento della scriminante per il delitto di cui agli articoli 10, 12, 14 legge numero 497 del 1974, non avendo il giudice di merito verificato se l’imputato avesse conseguito la detenzione dell’arma nella immediatezza della sua utilizzazione o già da epoca precedente e, nel secondo caso, se tale detenzione fosse ricollegabile ad una situazione di pericolo coeva al conseguimento della disponibilità dell’arma e protrattasi per tutto il periodo di detenzione della stessa, ovvero fosse sostanzialmente riconducibile all’inserimento dell’imputato in un contesto di tipo delinquenziale). Pur nel tecnicismo della massima, si comprende agevolmente come i giudici abbiano ritenuto applicabile la legittima difesa anche in una situazione in cui l’arma risultava detenuta illegalmente. Anzi, hanno addirittura chiesto ai giudici di merito di pronunciarsi sulla questione, verificando se anche il reato di detenzione abusiva potesse trovare giustificazione.
Sezione III, sentenza 55302 del 22 settembre 2016
In tema di delitto circostanziato, ai fini della configurabilità dell’aggravante dell’arma, è necessario che il reo sia palesemente armato, ma non che l’arma sia addirittura impugnata per minacciare, essendo sufficiente che essa sia portata in modo da poter intimidire, cioè in modo da lasciare ragionevolmente prevedere e temere un suo impiego quale mezzo di violenza o minaccia per costringere il soggetto passivo a subire quanto intimatogli (fattispecie di violenza sessuale e rapina, nella quale la Suprema Corte ha ravvisato l’aggravante in oggetto nella condotta dell’imputato consistita nell’aver appoggiato al torace della persona offesa uno strumento duro ed appuntito e nell’averla costretta, mantenendo tale strumento accostato al collo della stessa, a recarsi in una zona isolata dove i predetti reati sarebbero stati poi consumati). La sentenza dice semplicemente che l’aggravante dell’uso di un’arma sussiste anche quando questa non viene impugnata se comunque il colpevole la tiene sulla sua persona in modo tale che la vittima ne subisca l’effetto intimidatorio.
Sezione II, sentenza 49325 del 25 ottobre 2016
Il dissuasore elettrico o Taser, ha natura di arma comune da sparo, trattandosi di dispositivo che ha il funzionamento tipico di tali armi e che, lanciando piccoli dardi che a contatto con l’offeso scaricano energia elettrica, è sicuramente idoneo a recare danno alla persona. La decisione riguarda il dispositivo denominato Taser, il dissuasore e incapacitatore elettrico mai introdotto legalmente in Italia neppure per uso di polizia, il cui funzionamento è per l’appunto quello descritto nella massima. I giudici di legittimità qualificano questo strumento come arma comune da sparo, sebbene il suo funzionamento sia ben diverso da quello delle armi da fuoco e delle armi ad aria compressa. La sua capacità di provocare lesioni o, almeno, di mettere temporaneamente “fuori combattimento” la persona colpita non deriva dall’energia del proiettile sparato ma dal fatto che tale proiettile è in grado di trasmettere una scarica elettrica ad altissima tensione (teoricamente innocua). In ogni caso, si tratta di un’arma propria, la cui detenzione e il cui porto sono vietati in Italia.
Sezione I, sentenza 44419 del 1° ottobre 2015
L’autorizzazione al porto di un’arma per un uso sportivo non rende legittimo il porto della stessa ove effettuato per finalità diverse da quella consentita dal provvedimento amministrativo (fattispecie di minaccia della persona offesa mediante l’utilizzo di pistola da parte del titolare della licenza di porto dell’arma per uso sportivo). Pronunzia sicuramente errata da parte della Cassazione, probabilmente indotta in errore dalla decisione della corte territoriale. Anzitutto, la legge non contempla affatto una autorizzazione al porto di arma per uso sportivo. Attualmente sono infatti previsti i seguenti titoli di porto d’armi: 1. licenza di porto di fucile per uso di caccia; 2. licenza di porto di fucile per difesa personale; 3. licenza di porto di fucile per il tiro a volo; 4. licenza di porto di pistola o rivoltella per difesa personale. Pertanto, non occorreva occuparsi delle finalità del porto di pistola, dato che l’imputato – come si evince dalla motivazione estesa della sentenza – era in possesso di licenza di porto di fucile per l’esercizio del tiro a volo e certamente non aveva il diritto di portare una pistola (in quel caso, una rivoltella Smith & Wesson modello 60). Peraltro, sulla questione di principio – se cioè il titolare di licenza di porto d’armi commetta il reato di porto abusivo se la finalità del porto è diversa da quella per cui la licenza è stata rilasciata o, addirittura, illecita – esiste una copiosa giurisprudenza in senso contrario. Per esempio: L’autorizzazione al porto di fucile rilasciata per l’esercizio venatorio o per lo sport del tiro a volo rende legittimo il porto di detta arma, quantunque quest’ultima venga usata per fini diversi, anche se illeciti, ferma restando la sanzionabilità in via amministrativa dell’eventuale abuso accertato, cui possono conseguire provvedimenti sospensivi o ablativi dell’autorizzazione (nella specie il fucile era stato utilizzato per minacciare una persona) (Sezione I, sentenza 16790 del 26 marzo 2004).
Sezione V, sentenza 8640 del 20 gennaio 2016
In tema di lesioni personali volontarie, ricorre la circostanza aggravante dell’uso di uno strumento atto ad offendere di cui all’articolo 585, comma secondo, n. 2, Codice Penale, laddove la condotta lesiva sia in concreto realizzata adoperando qualsiasi oggetto, anche di uso comune e privo di apparente idoneità all’offesa. Ne consegue che anche un pezzo di legno, se usato in un contesto aggressivo (nella specie, scagliato contro la persona offesa), costituisce arma impropria ai fini dell’applicazione dell’aggravante in esame, da ciò derivando la procedibilità d’ufficio del reato. Ancora una decisione che considera “arma” ai fini penali un oggetto di uso comune, che all’occorrenza è stato usato per l’offesa alla persona.
Sezione I, sentenza 27985 del 15 aprile 2016
In tema di reati concernenti le armi, configura il reato di cui all’articolo 38 R.D. 18 giugno 1931 numero 773 (T.U.L.P.S.), sanzionato ai sensi dell’articolo 17 T.U.L.P.S., il trasferimento di un’arma da un luogo ad un altro, ancorché eseguito nell’ambito della circoscrizione territoriale del medesimo ufficio locale di P.S., senza provvedere a ripetere la denuncia, in quanto è necessario che la competente autorità abbia in qualsiasi momento certezza del luogo in cui l’arma è detenuta, al fine di effettuare eventuali necessari controlli (in motivazione la Corte ha precisato che, a seguito della modifica dell’articolo 38, comma quinto, da parte dell’articolo 3, comma primo, lett. e, decreto legislativo numero 204 del 2010, la violazione al predetto obbligo non può più ritenersi sanzionata né ai sensi degli articoli 58, R.D. 6 maggio 1940 numero 635 e 221 T.U.L.P.S, né, nel caso di armi comuni da sparo, ai sensi degli articoli 2 e 7 legge numero 895 del 1967). La decisione che precede conferma l’illiceità, penalmente sanzionata, dell’omessa denuncia di trasferimento delle armi, anche quando il luogo in cui sono state trasferite è compreso all’interno del territorio di competenza dello stesso commissariato di polizia o della stessa stazione dei carabinieri. La ragione logica è, per l’appunto, quella di rendere possibile in ogni momento da parte dell’autorità di Pubblica Sicurezza l’identificazione del luogo in cui le armi sono detenute.
Sezione I, sentenza 32409 del 15 gennaio 2016
Le armi dismesse dagli armamenti di un esercito devono ancora ritenersi armi da guerra, ove conservino le caratteristiche di spiccata potenzialità offensiva desunte dal calibro, dal grado di automatismo, dalla gittata e dal peso dei proiettili. In concreto si trattava della detenzione di un caricatore e di alcune munizioni calibro 7,5×55 mm relativi al fucile d’assalto elvetico SIG, modello Stgw 1957. La difesa aveva sostenuto trattarsi di arma ormai dismessa dall’esercito svizzero. Al riguardo la Corte di Cassazione ha affermato l’irrilevanza di tale dismissione e quindi la sussistenza dei reati di detenzione di parti di arma da guerra e di munizioni da guerra. Evidentemente, nessuno aveva reso edotti i giudici, sia di merito sia di legittimità, del fatto che il fucile a funzionamento semiautomatico SIG modello 57, calibro 7,5×55 mm, risulta inserito nel Catalogo nazionale delle armi comuni da sparo al numero 11940 ed è quindi da considerare, senza possibilità di errore, arma comune da sparo; parimenti, il relativo serbatoio caricatore e le relative munizioni non possono che essere qualificate “comuni”.
Sezione I, sentenza 33982 del 6 aprile 2016
La confisca prevista dall’articolo 6, legge 22 maggio 1975, numero 152, è obbligatoria per tutti i delitti e le contravvenzioni concernenti le armi anche in caso di declaratoria di estinzione del reato per oblazione, restando esclusa solo nelle ipotesi di assoluzione nel merito o di appartenenza dell’arma a persona estranea al reato medesimo (in motivazione, la Corte ha osservato che, ai fini della applicabilità della predetta confisca, non rilevano i princìpi affermati dalla Corte EDU nella sentenza del 29 ottobre 2013, Varvara c. Italia, trattandosi di ablazione obbligatoria avente finalità essenzialmente preventiva e non sanzionatoria, posto che la circolazione non autorizzata delle armi è, in sé, vietata in ragione delle intrinseche caratteristiche di pericolosità della cosa). La decisione in commento conferma l’indirizzo costante della Cassazione relativamente all’obbligo di confisca delle armi, sempre e comunque, quando si tratta di “delitti e contravvenzioni concernenti le armi”.
Sezione II, sentenza 27619 del 22 marzo 2016
In tema di rapina, è configurabile l’aggravante della minaccia commessa con armi, prevista dall’articolo 628, comma terzo, numero 1, Codice Penale, nel caso in cui venga utilizzata una siringa con ago innestato per minacciare la vittima (in motivazione la Corte ha affermato la natura di arma impropria di una siringa completa di ago, presentando essa evidenti caratteristiche che, in un contesto aggressivo, la rendono utilizzabile per l’offesa alla persona). Giusta decisione che equipara la siringa a un’arma ai fini della qualificazione del fatto come rapina.
Sezione I, sentenza 20508 del 12 aprile 2016
La misura di sicurezza patrimoniale della confisca è imposta per tutti i reati concernenti le armi ed è obbligatoria anche in caso di archiviazione del procedimento, ove non venga ritenuta l’insussistenza del fatto (fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittimamente confiscate dal Giudice delle Indagini Preliminari, con il decreto di archiviazione, le armi e munizioni in sequestro, detenute da persone diverse dall’indagato rimaste ignote). Si veda quando detto sopra a proposito della confisca obbligatoria delle armi.
Sezione III, sentenza 14749 del 20 gennaio 2016
L’autorizzazione al porto di fucile rilasciata per l’esercizio della caccia rende legittimo il porto di detta arma, anche se esso è attuato per esercitare, illecitamente, l’attività venatoria in periodo di divieto generale, ferma restando la sanzionabilità dell’eventuale abuso accertato nei confronti del titolare, che può essere colpito da provvedimenti sospensivi o ablativi dell’autorizzazione.
In questo caso la Corte afferma il contrario di quanto stabilito in relazione alla massima sopra citata riguardante il porto d’arma per fini illeciti. Ribadendo l’indirizzo certamente prevalente, viene chiarito che chi è in possesso di licenza può portare l’arma indipendentemente dalle finalità perseguite. Se, pertanto, porta il fucile per andare a caccia in periodo di divieto, può essere sanzionato in base alle norme sulla caccia e può andare incontro alla revoca del porto d’armi o ad altri provvedimenti di tipo amministrativo, ma non risponde del reato di porto d’armi abusivo.
Sezione III, sentenza 7861 del 12 gennaio 2016
Il reato di uccellagione previsto dall’articolo 30, comma primo, lett. e), della legge 11 febbraio 1992 numero 157, è configurato come fattispecie di pericolo a consumazione anticipata, per la cui integrazione è sufficiente qualsiasi atto diretto alla cattura di uccelli con mezzi diversi dalle armi da sparo e con potenzialità offensiva indeterminata, non essendo invece richiesta l’effettiva apprensione dei volatili. La Cassazione afferma semplicemente che si risponde del reato di uccellagione anche senza aver catturato alcun volatile, essendo sufficiente la predisposizione di reti o di altri mezzi finalizzati alla cattura.
Sezione I, sentenza 14807 del 7 gennaio 2016
Il porto in luogo pubblico di una bomboletta contenente “spray” urticante a base di “oleoresin capsicum”, principio estratto dalle piante di peperoncino, integra gli estremi della contravvenzione di porto abusivo di armi di cui all’articolo 699 Codice Penale, e non, invece, del delitto previsto dall’articolo 4 della legge 2 ottobre 1967, numero 895, e successive modificazioni, trattandosi di oggetto non ricompreso né tra le armi da guerra o tipo guerra, né tra le armi comuni da sparo. Premesso che sono sul mercato alcuni modelli di spray al peperoncino autorizzati dal Ministero dell’Interno, la Corte di Cassazione si è pronunciata più volte sul porto di questi dispositivi (evidentemente, con riferimento a dispositivi di tipo non autorizzato). Le decisioni spaziano dalla qualificazione come “aggressivo chimico” alla non punibilità del fatto, con alcune decisioni che hanno considerato lo spray addirittura “arma comune da sparo” (come se fosse una rivoltella o una pistola). Nel caso di specie, la decisione si pone in una posizione intermedia, definendo lo strumento come “arma propria non da sparo”, con la conseguenza che il porto sarebbe punito ai sensi dell’articolo 699 del Codice Penale.
Sezione I, sentenza 49873 del 28 ottobre 2015
La detenzione di parti di armi comporta l’obbligo di denuncia pur quando esse, nel loro insieme, non sono sufficienti a ricomporre un’arma intera (fattispecie relativa alla detenzione di un fucile da caccia calibro 12 privo di canna, ma idoneo all’impiego con l’inserimento della parte mancante). La Cassazione sembra aver smarrito memoria della ragione della punibilità della detenzione di parti di armi, che è finalizzata a evitare la scomposizione e ricomposizione programmate (così si esprimeva negli anni Settanta-Ottanta la Corte stessa). Ora invece sembra che la previsione sia fine a se stessa, tanto che la sanzione è destinata a colpire anche la detenzione di parti, che non sono ricomponibili in alcun modo. Inutile dire che si tratta di un indirizzo giurisprudenziale non condivisibile ma che, purtroppo, pare destinato a consolidarsi.
Sezione III, sentenza 46526 del 28 ottobre 2015
In tema di armi da caccia, l’articolo 13, comma primo, della legge 11 febbraio 1992, numero 157, secondo cui l’attività venatoria è consentita con l’uso di un fucile con canna ad anima liscia fino a due colpi, a ripetizione e semiautomatico, con caricatore contenente non più di due cartucce, va intesa nel senso che il caricatore deve essere predisposto per contenere non più di due cartucce e non nel senso che il numero delle cartucce dentro il caricatore non deve essere in concreto superiore a due (fattispecie relativa a fucile scarico, il cui serbatoio, predisposto ad incamerare tre cartucce, era privo dell’asta di riduzione, in quanto posta nello zaino del detentore). Massima chiarissima: non si può andare a caccia senza riduttore!
Nella nozione di esercizio venatorio non rientrano esclusivamente la cattura e l’uccisione della selvaggina, ma anche l’attività preliminare e la predisposizione dei mezzi ed ogni altro atto diretto alla cattura e all’abbattimento in tal senso qualificabile dal complesso delle circostanze di tempo e di luogo in cui esso viene posto in essere (nella specie, in cui il ricorrente era munito di fucile e cartucce ed era in compagnia di un cane, la Suprema Corte ha ritenuto irrilevante il fatto che, all’atto del controllo, l’arma fosse appoggiata ad un albero). Decisione che individua come “atteggiamento di caccia” (punibile se avviene in luoghi o in periodi di divieto) anche la semplice predisposizione di mezzi, pur se la persona non viene colta nell’atto di impugnare il fucile per cacciare la selvaggina.
Sezione I, sentenza 50233 del 22 ottobre 2015
In tema di detenzione di munizioni per armi comuni da sparo, configura la contravvenzione di cui all’articolo 697 Codice Penale l’omessa denuncia anche di una sola cartuccia a palla unica. Le munizioni a palla singola devono essere sempre denunciate!
Sezione III, sentenza numero 45151 del 14 ottobre 2015
Il caricatore di un’arma va considerato, anche dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo 26 ottobre 2010, numero 204, parte di arma, con la conseguenza che la vendita, la detenzione ed il porto di esso sono punibili ai sensi della legge 2 ottobre 1967, numero 895. La massima non pare condivisibile (purtroppo, la sentenza integrale non è al momento disponibile). Infatti, a seguito del decreto legge 121/2013 sono soggetti a denuncia solo i caricatori con più di cinque colpi, se si tratta di arma lunga, o di quindici colpi, se si tratta di arma corta.
Sezione I, sentenza 45548 del 23 settembre 2015
Il porto di un coltello a scatto (c.d. “molletta”) integra la fattispecie autonoma di reato di cui all’articolo 699, comma secondo, Codice Penale, trattandosi di arma “bianca” propria di cui è vietato il porto in modo assoluto, non essendo ammessa licenza da parte delle leggi di Pubblica Sicurezza. Si consolida l’orientamento giurisprudenziale, ormai risalente nel tempo, per cui il coltello dotato di apertura a molla della lama deve considerarsi arma bianca, il cui porto è sempre vietato.
La Cassazione disse che… ultima modifica: 9:18 pm by Biagio Mazzeo
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