Source: http://cristo-re.eu/FORMAZ%20ARG%20STAMPA%20CONSIGLIO%20DI%20STATO%20VIA%20LIBERA%20AL%20MAIS%20OGM.htm
Timestamp: 2018-11-17 17:41:02+00:00

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Decisione del Consiglio di Stato. Zaia: resto contrario.
Petrini: meglio un referendum
Con la modifica del mais e di altri prodotti base dell'agricoltura si sta attuando un crimine verso l'Umanità.
Non tanto per le piccole modifiche tese a modificarne alcune catratteristiche di resistenza agli agenti atmosferici, quanto per il fatto di impedirne la riproduzione naturale, per consentire alle multinazionali dell'Alimentazione di riscuotere le RoyaltY gravose tramite l'imposizione delle proprie sementi.
Di questo passo, estendendo tale prassi a tutti i prodotti commerciali, si corre il rischio che l'umanità possa correre il rischio dell'estinzione, venendo a mancare la base del processo riproduttivo naturale.
E quasi sicuramente il processo si estenderà automaticamente al mondo animale, essendo essi alimentati da questi cibi sterili, fino ad interessare l'Uomo.
Che l'ONU ponga un limite a questa devastante pratica.
Che si indica un referendum in Italia.
Solo la settimana scorsa, il 21 gennaio, la Conferenza Stato-Regioni aveva deciso di rinviare l’approvazione delle "linee guida per la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate". Nessuno ancora sapeva che due giorni prima, il 19 gennaio, i giudici avevano accolto il ricorso di Silvano Dalla Libera, agricoltore e vice presidente di Futuragra, un’associazione di 500 proprietari terrieri pro Ogm. A questo punto il quadro giuridico rischia di diventare, se è possibile, ancora più confuso. Da una parte il dispositivo del Consiglio di Stato è chiaro: il ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ha novanta giorni di tempo per concedere a Silvano Dalla Libera (e poi a tutti quelli che vorranno) l’autorizzazione a seminare i terreni, scegliendo tra le sementi di mais (e sono decine) già approvate dall’Unione europea.
Dall’altra parte Luca Zaia, titolare del suddetto ministero, afferma in una nota che "il procedimento in questione è connesso a un iter normato dal decreto legislativo 212/2001 che stabilisce il previo parere di una Commissione tecnica la quale, non avendo a disposizione le prescrizioni tecniche sulla modalità di coltivazione delle colture Ogm ancora in corso di definizione, difficilmente esprimerà un parere positivo". Semplificando il ministro fa sapere che farà il possibile per vanificare la sentenza. Anche l’ex ministro Gianni Alemanno, oggi sindaco di Roma, autore della circolare alla base del contenzioso giudiziario, sostiene che "Zaia è in grado di produrre un nuovo atto" e dunque il Consiglio di Stato "non aprirà la strada agli Ogm".
Sull’altro fronte si vive l’atmosfera di una grande rivincita. Negli ultimi mesi i l bloccobiotech (con Confagricoltura in testa) è apparso piuttosto isolato di fronte a un vasto schieramento che va da Coldiretti alle associazione dei consumatori. La sentenza è già una bandiera per Futuragra. E il personaggio del giorno, il vicepresidente Dalla Libera, sta già preparando i trattori per trasformare parte dei suoi 25 ettari a Vivaro (Pordenone) in piantagioni di mais Ogm. "Abbiamo cominciato questa battaglia tre anni fa, con una richiesta collettiva firmata da circa 400 agricoltori, dal Friuli al Piemonte — dice Dalla Libera —. Tutti i ministri ci hanno detto di no, da Pecoraro Scanio ad Alemanno. E allora ho deciso di andare avanti con un ricorso individuale, prima al Tar del Lazio e poi al Consiglio di Stato. Ci hanno dato ragione e adesso sono pronto. Aprile è il mese giusto per seminare ed è il termine entro il quale ci dovranno dare l’autorizzazione".
Il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, legge la sentenza anche in chiave politica: "Si sblocca così l’impasse che caratterizza la vicenda del nostro Paese. Sono anni, infatti, che non si provvede a disciplinare la materia rinviando il problema. Con un ostracismo ideologico che richiama quel "no" al nucleare che tanto è costato al sistema Paese". Il blocco anti-Ogm risponde sullo stesso piano.
La Coldiretti guidata da Sergio Marini prospetta addirittura la promozione di un referendum, "per difendere il sacrosanto diritto della stragrande maggioranza dei cittadini e degli agricoltori di mantenere i propri territori liberi dagli organismi geneticamente modificati". Un’idea che piace anche a Carlo Petrini, presidente di Slow Food Internazionale: "Questa sentenza è un altro tassello di una politica dei fatti compiuti. Ma non ci sono ancora sufficienti certezze per introdurre sul territorio italiano la coesistenza tra le colture biologiche e quelle biotech. Se le cose non cambiano si può anche pensare a costruire un comitato per un referendum". Le associazioni sono in allerta. La Vas (Verdi ambiente e Società) propone un ricorso in Cassazione. Mario Capanna, presidente della Fondazione Diritti Genetici, chiede, come Alemanno, l’intervento di Zaia: "Basta un semplice pronunciamento del ministro per chiudere questa brutta pagina".
Il ministero delle Politiche agricole dovrà autorizzare entro 90 giorni l'avvio delle coltivazioni Ogm anche in assenza di norme specifiche da parte delle Regioni. La sentenza del Consiglio di Stato (numero 183 del 19 gennaio 2010) è destinata a lasciare il segno nella spinosa vicenda delle biotecnologie che continua a spaccare il paese tra favorevoli e contrari.
La causa ha inizio nel 2006 quando il maiscoltore friulano, Silvano Dalla Libera, vicepresidente di Futuragra insieme ad altri 400 agricoltori, rompe gli indugi e mette in mora l'Italia "perché vieta di seminare mais Ogm regolarmente iscritto nel catalogo europeo". Al primo round, presso il Tar, gli agricoltori perdono. I giudici, infatti, fanno propria una nota del ministero delle Politiche agricole in base alla quale l'autorizzazione alle coltivazione Ogm è successiva al varo delle norme da parte delle regioni che devono assicurare la coesistenza tra varietà geneticamente modificate, tradizionali e biologiche.
Nuovo ricorso da parte degli agricoltori e la sentenza del consiglio di Stato che chiarisce: le regioni non intervengono in alcun modo nel procedimento di autorizzazione che è di competenza esclusivamente statale; l'iscrizione di una semente transgenica nel catalogo europeo, dunque verificati i requisiti di sicurezza, ha efficacia in tutti i Paesi membri; in attesa dei piani di coesistenza regionali non viene meno l'obbligo di autorizzare la coltivazione di Ogm. E sulla base di questi presupposti i giudici fissano un termine di 90 giorni per il rilascio dell'autorizzazione da parte del ministero delle Politiche agricole.
"La sentenza è inequivocabile – afferma Duilio Campagnolo, presidente di Futuragra – seminare Ogm è un diritto degli agricoltori e le linee guida sulla coesistenza non sono e non potranno essere un ostacolo all'innovazione". Per il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, "si mette fine al paradosso italiano che prevede l'import e l'uso derivati di mais e soia transgenici e il divieto imposto ai produttori di accedere a tali innovazioni con un ostracismo ideologico che richiama quel no al nucleare che tanto è costato negli ultimi anni al sistema paese".
I principali produttori di biotech sono Stati Uniti, Argentina e Brasile con oltre 98 milioni di ettari coltivati su 125 milioni registrati nel 2008 da cui l'Italia importa il 90% di soia destinato alla filiera zootecnica. Dal prossimo maggio, dunque, scatteranno le prime semine di mais Ogm? Per il ministro Zaia non sarà così. "Continueremo a difendere cittadini e agricoltori. La sentenza segue il dettato delle leggi e dei codici, ma contravviene in modo palese alla volontà della stragrande maggioranza dei cittadini e delle regioni italiane che non vogliono Ogm nei loro campi". Insomma, al ministro appare "impossibile" la coltivazione di Ogm se non in presenza di un piano di coesistenza, piano che può essere realizzato soltanto in accordo con le regioni. Dunque, "difficilmente arriverà un parere favorevole".
E se anche dovesse arrivare il via libera, il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, annuncia che ricorrerà a un referendum "per difendere il sacrosanto diritto dei cittadini e degli agricoltori di mantenere i propri territori liberi dagli organismi geneticamente modificati". Per il presidente della Cia, Giuseppe Politi, la decisione del Consiglio di Stato "appare frettolosa e soprattutto in controtendenza con quanto e presso dagli stessi cittadini italiani, che in più di un'occasione si sono dichiarati contrari al cibo-biotech. Su un argomento del genere ci vuole riflessione e confronto fra tutte le parti interessate, a cominciare dai produttori agricoli".
Le regioni, tagliate fuori dal Consiglio di Stato, rivendicano il proprio ruolo. Per l'assessore all'Agricoltura dell'Emilia Romagna, Tiberio Rabboni, è necessario varare al più presto uno "scudo anti-Ogm" e in questo senso sollecita l'approvazione del documento di indirizzo già messo a punto dalle regioni. "Questa sentenza – spiega il coordinatore degli assessori agricoli regionali, Dario Stefàno – ci costringe a prendere una decisione". Se ne parlerà nella riunione tecnica della Conferenza Stato-Regioni la prossima settimana. "Occorre evitare posizioni di retroguardia – sottolinea il responsabile agricolo della Lombardia, Luca Daniel Ferrazzi – ma nello stesso tempo occorre garantire da eventuali inquinamenti le filiere di qualità che contraddistinguono il made in Italy".

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