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Timestamp: 2020-02-19 04:04:28+00:00

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2 - La credibilità soggettiva - www.korallion.it
Sei qui: Home ** CAPITOLO VI LA POSIZIONE DI MAGGI ** CAPITOLO VII LE DICHIARAZIONI ACCUSATORIE DI CARLO DIGILIO ** 2 - La credibilità soggettiva
E‟ bene ricordare, apparendo non sempre corretto, nelle sentenze di Brescia, l‟inquadramento degli aspetti che rilevano sotto il profilo in esame, che i parametri da cui desumere, per giurisprudenza ormai consolidata della Cassazione, anche a Sezioni Unite (V., ex plurimis, S. U. 21.10.1992, Marino e, più recentemente, Sez. 1, 5.2.2014, n. 22633.), la credibilità soggettiva del dichiarante sono: la personalità dello stesso, le sue condizioni socio-economiche, il suo passato, i suoi rapporti col chiamato, la genesi remota e prossima delle ragioni che lo hanno indotto all‟accusa.
Indubbiamente, i trascorsi del Digilio non valgono a tratteggiarne la personalità in termini positivi, ma non è compito del giudice formulare giudizi morali, e neppure utilizzare il solo metro dello spessore criminale di un dichiarante per valutarne la personalità ai fini che qui interessano.
E‟, comunque, indiscutibile l‟intraneità dello stesso al medesimo ambiente criminale nel quale operavano i fautori della strategia eversiva di destra nel periodo storico in cui si collocano i fatti in esame.
L‟appartenenza organica di Digilio ad Ordine Nuovo veneto fin dagli anni ‟60 è stata, peraltro, accertata giudizialmente dai giudici veneziani nelle sentenze che lo hanno condannato, insieme a Maggi per ricostituzione del partito fascista.
Alla stregua di quelle sentenze risulta infondata l‟osservazione difensiva secondo cui Digilio non aveva interesse per la politica. In realtà egli condivideva appieno l‟ideologia e la strategia del gruppo ordinovista veneto, alla cui attuazione ha prestato fattiva collaborazione, svolgendo le funzioni di armiere. Ed è in ragione di tale specifico e delicatissimo ruolo – di vitale importanza per la realizzazione della strategia eversiva di Ordine Nuovo – che, come si legge nelle sentenze della Corte d„Assise e della Corte d‟Assise d‟Appello di Venezia, già menzionate, egli figurava nell‟organigramma del gruppo veneto come “quadro occulto”. Si spiega in tal modo – e non già con l‟asserito scarso interesse dello stesso per la politica – la sua limitata partecipazione a riunioni ed iniziative del gruppo, riferita da più testimoni. Ciò è tanto vero che, nel procedimento veneziano, egli è stato ritenuto addirittura responsabile del reato associativo ascrittogli in qualità di organizzatore, sia pure a partire dal 1980.
Lo spessore criminale del dichiarante, la sua straordinaria competenza in materia di armi ed esplosivi, la sua dimestichezza con questi ultimi, il suo ruolo di “armiere” all‟interno di Ordine Nuovo, oltre ad emergere da una molteplicità di fonti testimoniali (Basti richiamare le dichiarazioni di Siciliano, Napoli, Vinciguerra, Bressa, Vianello, Calore, Novella, Aleandri, Maggiore, Battiston, Cavallini, Izzo, Fiorvanti.) che lo hanno individuato nel fantomatico “zio Otto”, hanno costituito oggetto di diffusa trattazione nelle sentenze della Corte d‟Assise di Milano del 30.6.2001 e della Corte d‟Assise d‟Appello del 12.3.2004, relative alla strage di piazza Fontana.
Del pari è provato da più testimonianze – fra cui si richiamano quelle di Siciliano, Battiston, Raho e Persic – che Digilio disponeva, a Venezia, di un laboratorio in cui provvedeva a modificare armi ed a predisporre ordigni esplosivi per conto dell‟organizzazione.
Come dichiarato da Vianello e Siciliano, nonché ammesso dallo stesso Digilio, fu lui a confezionare gli ordigni poi impiegati negli attentati ai treni dell‟agosto 1969, nonchè alla Scuola Slovena di Trieste ed al cippo di confine di Gorizia. E fu sempre lui, per sua ammissione, a controllare, in Canal Salso, l‟esplosivo utilizzato per la strage di piazza Fontana.
E‟, altresì, pacifico lo stretto e risalente legame, politico e personale, che Digilio aveva con Maggi, col quale aveva condiviso la vicenda processuale del Poligono di Venezia, i traffici di armi, gli attentati al cippo di confine di Gorizia ed alla Scuola Slovena di Trieste, il progetto di ricostituzione del partito fascista; circostanze, tutte, acclarate con sentenze definitive (V. sentenza Corte Ass. App. Venezia 8.11.1991).
E‟, pertanto, pienamente plausibile la conoscenza dei fatti riferiti, di gran parte dei quali lo stesso collaboratore è stato protagonista, e dell‟operato dei soggetti coinvolti.
Quanto alla genesi della scelta collaborativa del Digilio, è innegabile che il complessivo atteggiarsi dello stesso nell‟arco di circa un decennio renda difficile individuarla in un qualche senso di resipiscenza. Ne è prova l‟atteggiamento autodifensivo che il collaboratore ha assunto fin dall‟inizio e che ha accompagnato fino alla fine il suo narrato.
La circostanza è, tuttavia, insufficiente ad escludere la credibilità soggettiva dello stesso, essendo, tale atteggiamento, un tratto comune alla gran parte dei collaboratori.
Resta, peraltro, il dato obiettivo che Digilio si è comunque autoaccusato di una pluralità di fatti delittuosi non certo di minimale importanza (come i traffici d‟armi e gli attentati ai treni dell‟agosto 1969), e che, in ragione delle sue stesse dichiarazioni, è stato imputato della strage di piazza Fontana, beneficiando della prescrizione a seguito del riconoscimento delle attenuanti generiche.
In realtà, Digilio, lungi dal pentirsi del suo operato, ha effettuato una scelta utilitaristica, apparendogli, questa, come l‟unica via d‟uscita alla sua pesante situazione processuale ed all‟esigenza di ricongiungersi col suo nucleo familiare, in quel di Santo Domingo.
E‟ lui stesso ad affermarlo nel corso del colloquio avuto con Maggi in Questura, allorquando illustra a quest‟ultimo i vantaggi della collaborazione e cerca di convincerlo a seguire la sua strada.
Scelta, questa, che può essere ritenuta poco edificante sul piano etico, ma che processualmente non vale ad inficiare, a priori, la credibilità del suo narrato, non implicando il perseguimento di un obiettivo premiale, di per sé, la costruzione di false accuse.
Tale principio è stato più volte ribadito dalla Corte di Cassazione, che anche in pronunce recenti ha affermato che “il generico interesse a fruire dei benefici premiali non intacca la credibilità delle dichiarazioni rese dai collaboranti perché l‟interesse a collaborare in vista dei benefici di legge non va confuso con l‟interesse concreto a rendere dichiarazioni accusatorie nei confronti di terzi” (Cass. Sez. 2, 8.10.2010; conf. : Sez. 3, 26.11.2009 n. 8161; Sez. 4, 14.5.2004, n. 32924; Sez. I, 15.3.1998, n. 5270.), evidenziando come siano inammissibili regole più restrittive di quelle generali per i collaboratori che siano motivati dalla prospettiva di fruire di benefici di legge.
Peraltro, Digilio, beneficiava già di un programma di protezione e - come appare addirittura ovvio - l‟interesse a mantenerlo avrebbe, semmai, dovuto spingerlo a rivelare fatti e circostanze idonee ad accreditare la sua collaborazione, dunque verificabili e vere.
In tal senso si è espressa, proprio sullo specifico punto, la stessa Cassazione, che, nella sentenza di annullamento con rinvio emessa in data 11.7.2003 nel procedimento per la strage della Questura, ha ritenuto viziate le argomentazioni della Corte di merito in punto credibilità del Digilio, evidenziando come la fruizione, già in atto, dei benefici economici legati al programma di protezione esponesse il collaboratore, avendo egli accettato di rendere altre dichiarazioni, al rischio di perdere tali benefici, qualora i fatti riferiti si fossero rivelati inveritieri. (V. fg. 78 sentenza Corte Ass. App. Milano del 1.12.2004.)
La Corte d‟Assise d‟Appello di Brescia, pur dando atto della credibilità soggettiva intrinseca di Digilio sotto il profilo, sopraevidenziato, dell‟intraneità all‟ambiente di appartenenza degli accusati e della possibilità di operare una valutazione frazionata del suo narrato, ha conclusivamente ritenuto la stessa “apprezzabilmente compromessa” dalle negative valutazioni formulate dalle Corti milanesi di secondo grado nei giudizi per le stragi di piazza Fontana e di via Fatebenefratelli.
Osserva, in merito, questa Corte:
a) che le Corti milanesi di primo grado erano giunte a conclusioni diverse all‟esito di un‟approfondita, puntuale e critica disamina dell‟enorme materiale probatorio, peraltro, senza trascurare alcuna zona d‟ombra, ma motivandone dettagliatamente la non decisività ai fini della valutazione complessiva della credibilità del collaboratore;
b) che la stessa Cassazione, nella sentenza di rinvio a questa Corte (P. 56, fgg. 74-75), richiama l‟attenzione sul fatto che “Digilio era stato ritenuto significativamente credibile dai giudici di primo grado (per la strage di piazza Fontana e di via Fatebenefratelli), cioè da quei giudici che avevano avuto la possibilità di conoscerlo e interrogarlo (pagina 111 della sentenza), e che la sua valutazione è stata puntualmente ribaltata in secondo grado, senza che egli sia stato risentito; tutto ciò non può non lasciare perplessi alla luce della recente giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, pur non richiamata da alcuno dei ricorrenti”;
c) che, a maggior ragione, il ribaltamento delle decisioni in secondo grado non comporta l‟azzeramento del valore di quelle argomentazioni, ove si consideri che il giudizio delle Corti d‟Assise d‟Appello milanesi non promana da una radicale sconfessione della diversa valutazione dei giudici di primo grado, della quale, anzi, viene, almeno in parte, riconosciuta la fondatezza, quanto, per alcuni profili, dalla mancanza di riscontri e solo per alcuni altri dall‟infondatezza delle dichiarazioni rese dal collaboratore;
d) che quei giudizi, oltre ad attenere a fatti diversi, oggetto di parti distinte ed autonome dell‟infinito narrato di Digilio, sono ancorati, soprattutto con riguardo ai riscontri esterni, alle risultanze emerse in quei procedimenti, affatto coincidenti con quelle a disposizione in questa sede.
In realtà, la rilevanza che può essere riconosciuta a quelle valutazioni negative, qui ed oggi, dopo un‟attività investigativa che ha scandagliato ogni più recondito aspetto della vicenda in esame ed un‟istruttoria dibattimentale non meno accurata, per giunta integrata dalla Corte d‟Assise d‟Appello bresciana e da questa stessa Corte con nuove e non marginali acquisizioni probatorie, va necessariamente rivista.
Se, infatti, la credibilità soggettiva di Digilio può non subire significativi mutamenti a seconda del procedimento in cui le sue dichiarazioni si inseriscono, stante l‟omogeneità del contesto – storico, ambientale, politico – nel quale si collocano i fatti che ne sono oggetto e l‟identità di gran parte dei protagonisti, non altrettanto può dirsi della fondatezza di ciascuno di quei diversi fatti, necessariamente ancorata allo specifico compendio probatorio di ciascun procedimento.
In questa ottica vanno valorizzati, da un lato, i diversi e significativi elementi che integrano il quadro probatorio in questo processo, e, dall‟altro, le nuove acquisizioni probatorie conseguite alla rinnovazione parziale dell‟istruttoria dibattimentale, gli uni e le altre incidenti in misura rilevante sulla credibilità, soggettiva ed oggettiva, di Digilio.
L‟incremento quali-quantitativo dei riscontri esterni, che è dato cogliere in questo processo rispetto a quelli milanesi non può, pertanto, non spostare l‟ago della bilancia in senso favorevole alla credibilità soggettiva di Digilio.
La Corte d‟Assise d‟Appello di Milano, nella sentenza del 12.3.2004 (V. fg. 425) (sulla strage di piazza Fontana), ha ritenuto “arduo condividere il giudizio complessivo della Corte di Assise in ordine al narrato di Digilio Carlo in merito alla vicenda di Paese” (Secondo la Corte d‟Assise “ Gli accessi al casolare di Paese rappresentano l‟episodio più lineare tra quelli descritti da Digilio, nonostante la complessità delle circostanze dallo stesso introdotte nel ricostruire la vicenda e tenuto anche conto della sua rilevanza accusatoria…. Aggiungendo che “ la vicenda di Paese rappresenta la descrizione puntuale delle attività che il gruppo eversivo veneziano-mestrino e padovano realizzarono in quei mesi, in preparazione degli attentati dell‟agosto 1969, ma anche in diretto collegamento logico con quanto Freda e Ventura sperimentarono, con la collaborazione dell‟elettricista Fabris”.), ravvisando nel mancato reperimento del casolare di Paese una grave mancanza di coerenza esterna delle dichiarazioni di Digilio.
Ebbene, oggi tale “grave” incoerenza si è rivelata inesistente.
Le testimonianze di Aldo Bon, dell‟avv. Sbaiz e, principalmente, dell‟isp. Cacioppo, nonché la documentazione dallo stesso prodotta (Tale documentazione è stata acquisita agli atti dibattimentali, all‟ud. del 23.6.2015, col consenso di tutte le parti (fatta eccezione per i difensori degli imputati, limitatamente alle parti valutative – e non di quelle meramente descrittive - contenute nelle annotazioni di servizio).) dimostrano inequivocabilmente - come già si è detto nel riportare le nuove acquisizioni probatorie – che il rustico nella disponibilità di Giovanni Ventura, in epoca compatibile con il narrato di Digilio, non solo non è un‟invenzione di quest‟ultimo, ma si identifica in una delle pertinenze della villa di proprietà della famiglia Bon, appunto in territorio del Comune di Paese.
La consistente trasformazione dei luoghi riconducibile al processo di urbanizzazione ed alla radicale ristrutturazione dell‟immobile giustificano il disorientamento del collaboratore, che, nel corso del sopralluogo effettuato con personale della D.I.G.O.S. di Venezia il 4.3.1994, non è stato in grado di individuare il casolare. (V. dichiarazioni rese sul punto dall‟isp. Emireni, all‟udienza del 11 marzo 2010, e la relativa documentazione acquisita.) Così come spiegano l‟esito infruttuoso delle successive ricerche effettuate dai Carabinieri nel 1997 (275V. in tal senso le dichiarazioni rese dal m.llo Santilli all’udienza del 15 aprile 2010 e la relativa documentazione acquisita.).
L‟avvenuta verifica positiva dell‟esistenza di tale casolare non è circostanza marginale, sia perchè Digilio lo ha indicato come deposito di armi ed esplosivi nella disponibilità di Giovanni Ventura, ove aveva incontrato Zorzi e Pozzan ed aveva visionato, su richiesta del primo, un meccanismo di accensione per congegni esplosivi, basato sull‟impiego di una alimentatore elettrico, una resistenza, un orologio ed un fiammifero; sia perché le rivelazioni che lo hanno avuto ad oggetto si sono sviluppate coerentemente con l‟evolversi della scelta collaborativa del dichiarante, giunto ad ammettere solo nell‟interrogatorio del 16 maggio 1997 di avere contribuito, in quel luogo, alla predisposizione degli ordigni impiegati negli attentati ai treni del 8-9 agosto 1969.
Senza dire che la Corte d‟Assise di Milano, nella sentenza del 30.6.2001, aveva posto in evidenza come dalle testimonianze di Guido Lorenzon, Livio Iuculano, Giampaolo Stimamiglio, Franco Freda, Ruggero Pan, Franco Comacchio e Giancarlo Marchesin, nonché dall‟interrogatorio reso da Delfo Zorzi in altra sede (nell‟interrogatorio del 17.11.1968, conseguito al suo arresto per detenzione illecita di una pistola) emergessero elementi di riscontro alle dichiarazioni di Digilio sull‟esistenza di un deposito di armi ed esplosivi nella disponibilità di Freda e Ventura e come i primi tre testi avessero fatto specifico riferimento al Comune di Paese come luogo di collocazione di tale deposito.
La Corte di secondo grado – con una valutazione che appare oggi discutibile, se non superata, quanto meno nella parte in cui si fonda sull‟inattendibilità “a monte” del collaboratore, in ragione anche dell‟incoerenza esterna riguardo all‟esistenza del casolare di Paese, non più ravvisabile - ha ritenuto che non fossero “riscontri degni di questo nome”.
A minare il giudizio negativo espresso dalla Corte di Assise di Appello di Milano e, conseguentemente, di quella bresciana, concorre, poi – come posto in evidenza dal P.M. appellante nella memoria del 2 aprile 2012 - un ulteriore, importante elemento di riscontro delle dichiarazioni di Digilio, che, non è stato considerato né nella sentenza di quella Corte, né in quelle delle Corti di Brescia, ma che si impone all‟attenzione di questa Corte, tanto più alla luce della documentazione bancaria reperita dall‟isp. Cacioppo ed acquisita agli atti all‟udienza del 23 giugno 2015.
Trattasi delle annotazioni presenti nell‟agenda di Giovanni Ventura relativa all‟anno 1969 (L’agenda, smarrita dal Ventura, era stata poi consegnata dal suo difensore al G.I. di Milano il 20 dicembre 1972.), che riportano - in date comprese fra il 9 gennaio ed il 3 giugno - cinque appuntamenti con Digilio ed altri due riferimenti, di natura economica, allo stesso. (Precisamente: 9 gennaio: “17: Digilio”; 6 gennaio: “Digilio”; 6 febbraio: “Banca Cattolica: sconto Digilio telefonata Swich”; 22 aprile: “ ore 14: telefonare Digilio” – “ore 20,30 Mestre Hotel Sirio”; 6 maggio: “Digilio (£ 15.000); 21 maggio: “13: Digilio Mestre Stazione”; 3 giugno: “ ore 13: Carlo Digilio”- “ ore 17: Loredan”.)
Tali annotazioni confermano non solo la conoscenza tra Digilio e Ventura – da quest‟ultimo negata in modo assoluto -, quanto la sussistenza di rapporti, anche economico-finanziari, fra gli stessi nel primo semestre del 1969, ovvero in epoca coincidente con quella (primavera-estate 1969) in cui il collaboratore – tardivamente, ma spiegabilmente perché circostanza autoaccusatoria - ha collocato il suo terzo accesso al casolare di Paese per il confezionamento dei congegni esplosivi poi utilizzati per gli attentati ai treni (ben dieci) del 8 e 9 agosto di quell‟anno, dei quali Digilio si è riconosciuto responsabile.
Peraltro, l‟agenda di Ventura offre altri significativi riscontri al narrato di Digilio, quali:
 i riferimenti – presenti alle date del 20 e del 23 febbraio – al “Dr. Franco”, nominativo che evoca quello dell‟omonimo prof. Franco, più volte menzionato da Digilio come iniziale tramite fra lui e Ventura
 i riferimenti – figuranti sotto le date del 8 maggio, del 26 maggio e del 4 giugno - all‟avv. Sbaiz, per giunta in collegamento, nel secondo caso, con “Paese”, circostanza, quest‟ultima, che si è rivelata determinante ai fini dell‟individuazione del legale e del conseguente accertamento della disponibilità che Ventura aveva, all‟epoca, del rustico di proprietà di Sergio Bon, cliente dello stesso avvocato;
 i riferimenti, in associazione al nominativo del Digilio, a rapporti bancari e in denaro, di cui si è trovata piena conferma nella documentazione acquisita a seguito del nuovo esame dell‟isp. Cacioppo.
Ed allora, la valutazione negativa della credibilità soggettiva di Digilio, espressa dalla Corte d‟Assise d‟Appello di Milano nella sentenza del 12.3.2004 non può essere assunta a fondamento di un analogo giudizio in questo processo, come, invece ha ritenuto la Corte bresciana.
Quanto alla sentenza della Corte d‟Assise d‟Appello di Milano del 1.12.2004, non può sottacersi che la credibilità intrinseca di Digilio non è stata affatto esclusa del tutto.
I giudici del rinvio si sono, invero, adeguati al dictum della sentenza di annullamento, la quale, in accoglimento del ricorso del Procuratore Generale, aveva censurato la valutazione della Corte di merito in punto attendibilità di Digilio. Più in particolare – come si legge a fg. 78 della predetta sentenza della Corte milanese – sull‟attendibilità intrinseca dello stesso la Cassazione aveva osservato “che, in base al principio di frazionabilità delle dichiarazioni, alcune parti delle dichiarazioni di Carlo Digilio possono riteneresi attendibili e adeguatamente riscontrate: 1) può ritenersi certo che Digilio ben conoscesse la casa di via Stella a Verona e sapeva che il gruppo di O.N. del Veneto la utilizzava come base per attività di vario genere; 2) l‟appartenenza al gruppo degli odierni imputati, con i rapporti gerarchici indicati e la loro dedizione all‟attività eversiva; 3) i rapporti di conoscenza fra Bertoli ed alcuni esponenti di Ordine Nuovo”.
Su altri punti, invece, le dichiarazioni di Digilio – non collegate necessariamente con le precedenti – sono apparse ai giudici di legittimità censurabili sotto i profili della precisione, della coerenza, della costanza ed altresì prive di riscontri esterni.
Una siffatta valutazione non può, ad avviso di questa Corte, fondatamente essere intesa come un disconoscimento assoluto della credibilità intrinseca di Digilio e neppure come preclusiva di una diversa valutazione del suo narrato con specifico riguardo a fatti del tutto autonomi e come tali scindibili da quelli esaminati nelle sentenze di merito e di legittimità relative alla strage della Questura.
Quanto all‟incidenza delle condizioni di salute di Digilio – colpito da ictus il 10.5.1995 - sulla sua intrinseca credibilità, si rileva che già la Corte d‟Assise d‟Appello di Brescia ha ritenuto erronee le conclusioni dei giudici di primo grado, affermando – anche in questo caso, con motivazione non censurata dalla Cassazione – che le condizioni emerse dagli accertamenti peritali, “pur potendo concorrere ad integrare quella condizione di debolezza psichica apprezzabile in punto di spontaneità delle dichiarazioni rese (come tale rilevante ai fini dell‟attendibilità oggettiva intrinseca, di cui immediatamente si tratterà), non risultano integrare quel pre-requisito essenziale idoneo ad escludere in partenza e in radice la credibilità soggettiva del collaborante”.
La valutazione anzidetta è condivisibile nell‟iter argomentativo e sicuramente nell‟affermazione conclusiva per due ordini di ragioni.
Il primo è legato all‟esito dell‟accertamento peritale demandato dalla Corte d‟Assise di Milano il 5.11.1998, nell‟ambito del processo per la strage di via Fatebenefratelli, ai proff. Giordano Invernizzi, Mario Portigliatti Barbos e Giuseppe Viale. I tre esperti – come è noto – nell‟elaborato scritto del 22.2.1999, nel dare risposta positiva in ordine alla sussistenza della capacità processuale del Digilio, sottolineavano come lo stesso conservasse la memoria di fissazione, di rievocazione e di collocazione nel tempo dei ricordi.
Gli stessi esperti, incaricati dal P.M. di Brescia di verificare, anche attraverso l‟ascolto delle registrazioni degli interrogatori di Digilio successivi al precedente accertamento, se le condizioni dello stesso avessero subito un peggioramento, concludevano in senso negativo, datando all‟ottobre 1995 il recupero delle capacità cognitive. In particolare, precisavano che, a quell‟epoca, Digilio mostrava di possedere “vigilanza, orientamento, memoria, efficienza intellettiva, adeguatezza di risposte, valutazione critica delle prese di posizione, padronanza di informazione tecnica, conservazione di iniziativa, finalismo di volontà, coscienza della propria posizione processuale, identificazione del ruolo dell‟inquirente, fluidità di eloquio, ecc., che hanno consentito di affermare che il periziando era in grado di far fronte adeguatamente all‟interrogatorio, riconoscendo il ruolo delle figure processuali ed avendo coscienza dei propri diritti legali” (Relazione di consulenza tecnica acquisita all‟ud. 16.9.2010.).
Vero è che i periti nominati dal G.I.P. di Milano il 31 marzo 1998 nell‟ambito del procedimento per la strage di piazza Fontana, dott.ri Paolo Bianchi e Marco Scaglione, erano pervenuti a conclusioni diverse – poi sostanzialmente confermate in dibattimento - in ordine alla capacità di testimoniare del Digilio, quanto meno dal verificarsi dell‟ictus, “essendo emersi elementi oggettivi ed incontrovertibili di deterioramento cerebrale, sia anatomico che funzionale, tale da alterarne le capacità cognitive in modo sensibile”, “quanto meno a far tempo dall‟ictus patito nel 1993” (rectius, nel 1995).
Ritiene la Corte che la contrapposizione delle valutazioni dei due Collegi peritali sia un artefatto difensivo, che, purtroppo, ha condizionato pesantemente il giudizio della Corte bresciana, e non solo.
Soltanto una frettolosa lettura degli atti processuali può, invero, spiegare la conclusione cui è pervenuta la Corte di Assise di Appello di Milano nella sentenza del 12 marzo 2004 su piazza Fontana, riconoscendo al Digilio la capacità processuale e nel contempo formulando un giudizio negativo delle “capacità intellettive, ovvero mnemoniche, rappresentative e critiche in specie” dello stesso. Quella Corte, infatti, fondando per un verso il suo giudizio, sul dato oggettivo dell‟ictus e dei ricoveri successivi, ma senza farne oggetto di valutazione alla luce delle risultanze peritali, , e, per altro verso, sulla ritenuta e presunta distanza temporale dell‟operato dei “ secondi periti ”, ha omesso la necessaria contestualizzazione degli eventi, della successione e della diversa ampiezza dei due accertamenti peritali.
L‟esame approfondito della successione cronologica degli eventi clinici, degli interventi terapeutici e delle operazioni peritali appare, al contrario, illuminante e significativo degli argomenti in base ai quali - fermo restando che il giudice è peritus peritorum -, i risultati della perizia collegiale Portigliatti-Invernizzi-Viale devono ritenersi più fondati scientificamente rispetto alle conclusioni della perizia Bianchi-Scaglione. E dimostrano il dato oggettivo e “stupefacente”, eccezionale rispetto agli standard di decorso dell‟ictus, che il Digilio in breve tempo e progressivamente ha recuperato le funzioni cognitive e mnemoniche.
Ed invero :
- il 10 maggio 1995 è stato colpito da ictus per cui è stato ricoverato e trattato chirurgicamente all‟Ospedale di Verona, ma …
- il 10 giugno 1995 è stato dimesso essendo le sue condizioni migliorate già dopo pochi giorni, tanto che…
- il 18 ottobre 1995 ha sostenuto l‟interrogatorio registrato, poi valutato, insieme agli altri con la relazione peritale di gennaio 2000 (Collegio Invernizzi- Portigliatti Barbos-Viale), sintomatico di memoria ed efficienza. Vero è che il Digilio fu ricoverato poi nel 1997 e nel 1998, ma in un contesto di stabilizzazione “ stupefacente”, tanto che …
- sostiene altri interrogatori registrati e valutati come normali dai periti Invernizzi-Portigliatti Barbos- Viale il 6 e 10 novembre 1995 ed il il 21 dicembre 1995,
- in gennaio 1996 “ inaspettatamente” le sue condizioni erano buone, come evidenziato a pag. 200 della relazione Invernizzi-Portigliatti Viale, che evidenzia le certificazioni dei medici curanti ed in particolare, quella della d.ssa Benedetti.
- Il 4, 5, 13, 20, 21, 31 gennaio 1996, sostiene altri interrogatori, e cosi…
- Il 24, 25 febbraio 1996.
- Il 16 aprile 1996 sostiene l‟interrogatorio a seguito del quale mostra timori per la perdita della protezione.
- Il 19 aprile 1996,
- il 4, 5 maggio 1996
- il 12, 15 maggio 1996
- il 10 gennaio 1997. Tutti interrogatori registrati e vagliati, come rituale esame psichiatrico indiretto, dal collegio peritale Invernizzi- Portigliatti- Viale.
- Il 31 marzo 1998 vengono nominati dalla dott.ssa Forleo i periti Bianchi e Scaglione.
- Il 20 aprile 1998 viene depositata la prima relazione interlocutoria al GIP ed …
- Il 13 giugno 1998 la seconda relazione dei periti Bianchi e Scaglione che presenta lacune per interruzione del test di Weiss e si connota per opposizione del Digilio al dr. Bianchi.
- Il 10 luglio 1998, il Digilio dimostra con la sua condotta in udienza quale era effettivamente la sua condizione di salute mentale, allorquando, dopo aver letto in precedenza – e del che si era dato carico - la relazione conclusiva dei periti Bianchi e Scaglione, illustra con esemplare lucidità i motivi del suo dissenso.
- Il 5 novembre 1998 viene nominato il collegio peritale interdisciplinare composto dai proff. Portigliatti, Invernizzi e Viale che, come meglio si dirà in seguito, conclude, in gennaio 1999, in relazione ad un soggetto stabilizzato in buone condizioni.
- Il 22 febbraio 1999 viene depositata la relazione conclusiva di un supplemento di perizia dello stesso collegio, effettuato, secondo il mandato ricevuto dalla Corte d‟Assise, sulla base della documentazione sanitaria acquisita, del colloquio clinico, sulla valutazione di ogni altro accertamento peritale precedente e della valutazione delle registrazioni di tutti gli interrogatori indicati.
Anche tale più complesso elaborato è favorevole in relazione alla capacità di Digilio di rendere validamente dichiarazioni.
- Il 17 giugno 1999 altro supplemento di perizia del collegio Invernizzi- Portigliatti-Viale.
- Il 14 gennaio 2000 viene depositata la relazione conclusiva caratterizzata dall‟ampiezza del quesito, in quanto questo non solo attiene alla valutazione degli accertamenti medico- legali effettuati da altri periti ed alle risultanze dell‟ascolto delle cassette di registrazione degli interrogatori, ma - ben oltre, e ritualmente - investe tutta la situazione clinica del Digilio a partire dal giorno dell‟ictus.
Allora, appare appena il caso di prendere atto, innanzitutto, che le relazioni peritali Bianchi- Scaglione si possono qualificare conclusive, ma solo in senso formale, essendo al fondo viziate dalla parzialità tipica del mancato utilizzo conclusivo strumentale.
In secondo luogo, non appare corretto sul piano metodologico comparare i due diversi orientamenti peritali, non solo per il carattere interdisciplinare della composizione del collegio peritale Invernizzi-Portigliatti Barbos-Viale e l‟ampiezza dei quesiti allo stesso posti, ma anche perché l‟attività svolta da tale collegio ha assunto carattere progressivo e assorbente rispetto a quella del collegio Bianchi-Scaglione.
E, d‟altra parte, nessuna seria obiezione è stata mossa da tali periti – riesaminati nel dibattimento di primo grado ad istanza della Difesa - alle conclusioni dell‟altro collegio. Ed anzi il dott. Bianchi ha dato atto della ricorrenza di “un quadro sfumato, in cui alcuni elementi danno un senso di patologia, altri invece sono del tutto sfumati”, concludendo che “una persona con questo tipo di disturbo può tranquillamente dire delle cose vere e delle cose assolutamente inventate”.
A fronte delle considerazioni svolte e della mancata rilevazione di anomalie psichiche del Digilio da parte delle tante Autorità giudiziarie che lo hanno ripetutamene e a lungo interrogato o esaminato dopo il verificarsi dell‟ictus, non può non stupire che solo il difensore di Maggi abbia avuto la capacità di apprezzare nel collaboratore la presenza di una grave patologia psichiatrica, enucleata nella qualifica di “psicopatico megalomane bugiardo”, attribuita allo stesso durante la discussione (V. fg. 111 verb. ud. 15 luglio 2015.).
Il secondo ordine di motivi che rafforza il convincimento di questa Corte si fonda sui principi giurisprudenziali – mai contraddetti - che escludono ogni automatismo fra vizi di mente e credibilità soggettiva del dichiarante, sia egli testimone ovvero chiamante in correità (Cass. Sez. I, 7.10.1986, n. 3859, conf. Sez. 3, 16.12.2010, n. 11955; Cass. Sez. 1, 27.2.1998, n. 4224.).
Affermano i giudici di legittimità, con più specifica attinenza alla fattispecie concreta in esame, che “ In tema di valutazione probatoria delle dichiarazioni rese da un chiamante in correità, l'eventuale seminfermità di quest'ultimo non ha rilievo allorquando vi è la possibilità di effettuare un controllo, attraverso altre fonti processuali, della veridicità delle sue dichiarazioni; in tal caso, infatti, il problema della sua attendibilità intrinseca perde qualsiasi rilevanza, non potendosi in assoluto escludere che anche un seminfermo di mente, nel narrare un avvenimento accaduto sotto i suoi occhi, dica la verità, ed assumere come un dato ineliminabile che egli sia portato, sempre ed in qualsiasi caso, a stravolgere i fatti: si tratterà, eventualmente, di sottoporre la sua versione ad una verifica più rigorosa e puntuale” (Cass. I, 27.2.1998, cit.).
E dunque, a maggior ragione, a fronte di un quadro clinico oggettivamente lontano dall‟integrare una semiinfermità mentale (ed ancor meno un vizio totale di mente), la credibilità del Digilio non può essere esclusa in modo aprioristico, comportando, le sue condizioni, solo un più rigoroso vaglio critico delle dichiarazioni rese alla luce delle altre risultanze processuali.
D‟altra parte è la stessa Cassazione a fissare, a fg. 73 della sentenza di annullamento, i corretti limiti della rilevanza delle condizioni di salute di Digilio, assegnando alle stesse, nel ragionamento probatorio che le implica, non già la funzione di preclusione a monte della credibilità del collaboratore, quanto quella di più logica chiave di lettura – in uno col tempo trascorso – delle discrasie fra le varie versioni rese, rispetto a quella data dalla Corte di merito bresciana.
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 Cass. Sez. 
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