Source: http://www.giurcost.org/decisioni/1984/0237s-84.html
Timestamp: 2018-07-23 04:00:44+00:00

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CONSULTA ONLINE - Sentenza n 237 del 1984
Dopo aver rilevato che la legge n. 103 del 1975, sulla scorta dei principi posti dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 225 del 1974, ha introdotto il regime della concessione per gli impianti di diffusione radiotelevisiva via etere in ambito locale (c.d. radio libere) e quello della autorizzazione per gli impianti ripetitori, e che il primo regime é stato caducato per effetto della successiva sentenza della Corte n. 202 del 1976, il pretore osservava che in tale situazione risulta del tutto libera un'attività prima sottoposta a regole più rigide, e per contro assoggettata ad obblighi (necessità di preventiva autorizzazione, pagamento di tasse e canoni) penalmente sanzionati un'attività analoga che sin dal primo esame era sembrata non creare pericoli di monopolio od oligopolio.
Finora l'auspicabile intervento del legislatore non si é concretizzato, sicché allo stato, le attività ora dette godono di un anomalo regime transitorio di libertà.
D'altra parte, se la ricordata giurisprudenza postulasse la necessità di assoggettare le diverse attività ad analogo regime autorizzatorio, ne discenderebbe non già l'ingiustificatezza della disciplina cui sono assoggettati gli impianti ripetitori, per i quali é appunto richiesta l'autorizzazione, bensì del regime transitorio di libertà del quale provvisoriamente godono le emittenti private locali.
Quanto al contrasto tra un regime di autorizzazione e la libertà di manifestazione del pensiero (artt. 21 Cost. e 10 Convenzione Europea), sostenuto dal pretore di Putignano, esso ésecondo l'Avvocatura, smentito dalle sentenze della Corte già ricordate (nn. 225 e 226 del 1974, 202 del 1976), tutte concordi nel ritenere necessaria una disciplina autorizzatoria.
Il pretore rilevava innanzitutto: che per i servizi radioelettrici, disciplinati dal Titolo IV della legge 29 marzo 1973 n. 156, vige, in generale e per la totalità dei casi, il principio del "regime vincolato"; che, in particolare, sono esercitate in regime di concessione (art. 183) le trasmissioni e comunicazioni via etere a mezzo di ricetrasmittenti, anche quando si tratti di apparecchi radioelettrici di debole potenza (art. 334) installati in ausilio a servizi di imprese industriali (comma primo, n. 2 del medesimo articolo); che in mancanza di concessione l'art. 195 d.P.R. cit. commina la pena dell'arresto da 3 a 6 mesi e dell'ammenda da L. 200.000 a 2.000.000. Tale regime é, ad avviso del pretore, del tutto ingiusticato ove lo si raffronti con quello relativo alle trasmissioni via etere su scala locale che, a seguito della sentenza n. 202 del 1976 della Corte Costituzionale, sono esercitate di fatto dai privati senza alcuna concessione o autorizzazione, in regime di totale carenza legislativa (e quindi anche di sanzione penale): e ciò, nonostante che si tratti di attività di eccezionale importanza che coinvolge interessi economici e sociali rilevanti, rispetto alla quale le trasmissioni radioelettriche con apparecchi portatili di debole potenza sono certamente un minus. Né potrebbe obiettarsi che tale vuoto legislativo non é stato voluto dalla Corte, che ha anzi postulato la necessità di disciplinare la materia: in attesa di questa si é comunque venuta oggettivamente a creare - nell'ambito di una stessa fattispecie tecnico-giuridica di trasmissione via etere - una disparità di trattamento tra un'attività meno grave e una più grave, che può essere eliminata solo rendendo non sanzionabile la fattispecie meno grave.
6. - L'Avvocatura dello Stato é intervenuta con memorie di tenore sostanzialmente analogo nei giudizi instaurati con le ordinanze nn. 78 e 347/80, 291, 512, 698 e 705/81, 460 e 916/82, 40/83. In tali memorie, essa ripeteva i rilievi già svolti in ordine sia alla necessità di sottoporre a regime autorizzatorio le stazioni di radiotelediffusione via etere di portata locale, sia all'inapplicabilità a tali ipotesi, nell'attuale situazione di carenza di disciplina, delle sanzioni penali previste per ipotesi diverse anche se analoghe. Rilevava peraltro che proprio la riconosciuta esigenza dell'autorizzazione statale impedisce che tale situazione possa essere assunta come parametro al quale rapportare situazioni simili onde verificarne la conformità al principio di uguaglianza. All'uopo potrebbe invece valere la disciplina prevista per i ripetitori di programmi esteri e per le reti via cavo a raggio locale dalle stesse norme impugnate, che - applicando i principi fissati nelle sentenze della Corte nn. 225 e 226 del 1974 - sanzionano penalmente l'esercizio senza autorizzazione di tali attività.
Ritenendo tale differenza di trattamento sanzionatorio non rispondente a criteri di ragionevolezza, il pretore, con ordinanza dell'1 dicembre 1982 (r.o. 33/83), dichiarava "rilevante e non manifestamente infondata, con riferimento all'art. 3 della Costituzione, la questione di illegittimità costituzionale dell'art. 195 d.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, modificato dall'art. 45 legge 14 aprile 1975, n. 103, nella parte in cui prevede la pena dell'arresto e dell'ammenda per chi esercita senza autorizzazione un impianto radioelettrico ricetrasmittente di tipo portatile, per il quale non é possibile alcuna autorizzazione a causa delle sue caratteristiche, e non prevede alcuna pena per chi produce, importa, commercia e detiene analoghi apparecchi".
Ciò premesso, l'Avvocatura rilevava che rispetto a tale normativa, finalizzata alla tutela dei principi sull'omologazione delle apparecchiature, é indifferente che l'esercizio dell'apparecchio radioelettrico sia stato o meno autorizzato, così come é indifferente, ai fini dell'integrazione della contravvenzione di cui all'art. 195 cod. postale, che gli apparecchi radioelettrici utilizzati siano o meno conformi alle speciali prescrizioni dettate per la prevenzione e la eliminazione dei disturbi alle radiocomunicazioni (v. in tal senso, sent. n. 47 del 1979).
Nelle tre ordinanze qui considerate manca, peraltro, qualsiasi motivazione in punto di rilevanza ed il benché minimo accenno alle fattispecie dedotte nei rispettivi giudizi, così che non é verificabile la pregiudizialità della questione sollevata. Per quanto, poi, attiene alla non manifesta infondatezza della questione stessa, i giudici a quibus si limitano a scrivere che ritengono di "condividere pienamente le motivazioni di cui all'ordinanza 30 novembre 1979 del pretore di Torino da ritenersi (qui) integralmente riprodotta (G. U. n. 92 in data 2 aprile 1980)".
É sopravvenuta, infine, la sentenza n. 202 del 1976 con la quale questa Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale degli artt. 1, 2 e 45 della legge 14 aprile 1975 n. 103 (nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva) "nella parte in cui non sono consentiti, previa autorizzazione statale e nei sensi di cui in motivazione, l'installazione e l'esercizio di impianti di diffusione radiofonica e televisiva via etere di portata non eccedente l'ambito locale". Con la medesima sentenza la Corte, a norma dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953 n. 87, ha dichiarato altresì "l'illegittimità costituzionale dell'art. 14 della citata legge n. 103 del 1975 nella parte in cui prevede la possibilità che mediante le realizzazioni di impianti da parte della società concessionaria siano esaurite le disponibilità consentite dalle frequenze assegnate all'Italia dagli accordi internazionali per i servizi di radiodiffusione".
Tale esplicito invito al legislatore, perché intervenisse nella materia de qua, adeguandosi ad una serie di indicazioni specifiche (intervento presupposto anche nel dispositivo della sentenza) é rimasto, però, sin qui inascoltato.
Riassumendo e parafrasando quanto esattamente rilevato dal pretore di Torino (r.o. n. 86/1980) il d.P.R. n. 156 del 1973 e la legge n. 103 del 1975 regolano la materia delle trasmissioni radiofoniche e televisive in regime o di monopolio o di concessione o di autorizzazione, mentre per quanto riguarda i servizi radioelettrici di telecomunicazioni vige il principio del "regime vincolato". Per le trasmissioni via etere a mezzo di ricetrasmittenti (anche quando si tratti di apparecchi di debole potenza installati in ausilio a servizi di imprese industriali, commerciali, artigiane ed agrarie (art. 334 n. 2 del T. U.) occorre cioé la concessione governativa (art. 322 del T. U.).
Dalla normativa qui considerata emerge, dunque, una regola generale, in forza della quale l'installazione, lo stabilimento e l'esercizio di impianti di telecomunicazioni sono subordinati al previo ottenimento dell'autorizzazione o della concessione governativa, mentre la trasmissione via etere su scala locale, esercitata dai privati, per effetto della citata sent. n. 202 del 1976, é assolutamente libera nel senso che si svolge, "in regime di totale carenza legislativa".
Si é determinata in tal modo la situazione indubbiamente anomala e squilibrata, dalla quale prendono le mosse la maggior parte dei giudici rimettenti.
4. - Comune alle dodici ordinanze, qui considerate é la questione di legittimità costituzionale dell'art. 195 del d.P.R n. 156 del 1973, nel testo sostituito dall'art. 45 della legge n. 103 del 1975.
Il pretore di Modena, a sua volta, (ord. n. 838 del 1980) dubita della legittimità costituzionale degli artt. 183, 195, 334 d.P.R. 29 marzo 1973 n. 156, modificato dall'art. 45 legge 14 aprile 1975 n. 103, nella parte in cui prevedono la pena dell'ammenda e dell'arresto per chi esercita senza concessione un impianto radio- elettrico di debole potenza in ausilio delle attività professionali sanitarie, e non prevedono alcuna pena per chi esercita senza concessione o autorizzazione trasmissioni radiotelevisive via etere, in ambito locale. In termini anche letteralmente identici la questione é posta dal pretore di Torino (reg. ord. n. 291 del 1981, in riferimento ad un impianto radioelettrico ricetrasmittente di tipo portatile), dal pretore di Susa (r.o. n. 512 e n. 698 del 1981, in riferimento ad un impianto radioelettrico di debole potenza in ausilio ad attività sportive), dal pretore di Saluzzo (r.o. n. 916 del 1982 in riferimento ad un impianto radioelettrico ricetrasmittente di debole potenza) e dal pretore di Terralba (r.o. n. 40 del 1983 in relazione ad un impianto radioelettrico ricetrasmittente di debole potenza in ausilio a servizi di imprese industriali e agrarie).
5. - La questione da decidere (salve le precisazioni seguenti in questo stesso paragrafo) é essenzialmente quella avente ad oggetto l'art. 195 del T. U. del 1973, nel testo novellato.
Così posta, la questione é chiaramente infondata. Ciò non tanto in base al rilievo che potrebbe essere giudicato formale per cui la fattispecie contravvenzionale di cui all'art. 195 in esame presuppone l'obbligo del preventivo ottenimento della concessione o della licenza per l'esercizio delle attività ivi considerate, mentre un tale obbligo allo stato non sussiste nelle situazioni poste a confronto, per le quali quindi é del tutto gratuito parlare di esercizio senza concessione o autorizzazione. L'infondatezza della questione nasce dal più sostanziale rilievo che il principio di uguaglianza viene invocato dai giudici a quibus in senso inverso a quello naturale, assumendo la situazione anomala (e, ci si augura, temporanea) determinata dall'inerzia del legislatore dopo la sentenza n. 202 del 1976 di questa Corte come metro di legittimità della regola generale, di cui alla normativa denunziata, che vuole l'installazione e l'esercizio degli impianti di telecomunicazioni subordinati alla concessione o all'autorizzazione governativa.
Vero é, del resto, che con la normativa della quale si discute, il legislatore ha perseguito il fine, più che legittimo, doveroso per lo Stato democratico, di garantire la funzionalità di servizi essenziali per la vita del Paese, di impedire il disordine e la sopraffazione nel campo considerato e di assicurare le condizioni per il rispetto del principio di uguaglianza.
Per concludere sul punto, é bene aggiungere che le argomentazioni sin qui svolte e la conclusione raggiunta non cambierebbero quand'anche si dovesse ritenere che i giudici a quibus (con l'eccezione del pretore di Firenze) abbiano inteso coinvolgere negli incidenti di costituzionalità non le sole disposizioni sanzionatorie, ma l'intera, sebbene "incompleta" fattispecie contravvenzionale di cui all'art. 195 del T.U. del 1973, nel testo novellato, integrandone il precetto con i disposti di altri articoli del T. U. medesimo.
Ancora una volta, presupposto della censura é la comparazione delle due situazioni delle quali si é sin qui discorso.
La questione così proposta é però inammissibile perché l'invocato art. 27, terzo comma, Cost. "si riferisce propriamente alla esecuzione della pena in senso stretto" (sent. n. 167/73; cfr. anche sent. n. 104 del 1982), mentre sfugge al controllo di legittimità l'indagine sulla efficacia rieducativa della pena edittale, la cui determinazione é rimessa alla valutazione discrezionale del legislatore (cfr. sent. n. 22 del 1971 e n. 107 del 1980).
7. - Il Pretore di Bologna (r.o. n. 33/1983) dubita anche egli della legittimità costituzionale dell'art. 195 del T. U. del 1973, nel testo novellato, in riferimento all'art. 3, primo comma, Cost.. Diversamente da quanto dedotto nelle ordinanze più sopra esaminate (nn. 4 e 5) il giudice a quo lamenta la disparità di trattamento, a suo avviso ingiustificato, tra la situazione di chi installa ed esercita senza autorizzazione - quando l'autorizzazione non sia concedibile a causa delle caratteristiche dell'impianto - un apparecchio radioelettrico ricetrasmittente di tipo portatile, che per questo fatto é punito con pena pecuniaria e detentiva, da un lato, e la situazione di chi produce, importa, commercia e detiene gli stessi apparecchi ed é per questo soggetto a sanzione amministrativa, dall'altro.
Come giustamente eccepisce l'Avvocatura dello Stato, anche questa questione é inammissibile.
Invero, il fatto della produzione, dell'importazione, del commercio e della detenzione degli apparecchi in esame "non utilizzabili per le caratteristiche relative alla frequenza" (come rileva il giudice a quo) era punito con l'ammenda, à sensi dell'art. 402, in relazione all'art. 399 del T. U. del 1973. La fattispecie contravvenzionale é stata depenalizzata con la legge 24 dicembre 1975 n. 706, modificata ed integrata con la legge 22 maggio 1980 n. 209.
L'incidente di costituzionalità é stato proposto dal pretore di Putignano sulla base soltanto della citata richiesta della Direzione compartimentale PP.TT. di Bari, prima ancora di aver inviato all'indiziato comunicazione giudiziaria per una specifica ipotesi di reato e prima di aver compiuto una qualsiasi, sia pure sommaria, indagine.
Può allora dubitarsi che la questione sia stata sollevata nel corso di un giudizio, come esige l'art. 23 della legge 11 marzo 1953 n. 87, ma anche a negare fondatezza ad un tale dubbio, si deve riconoscere che la questione medesima é irrilevante.
Invero, dal "sistema normativo risultante dall'art. 1 della legge costituzionale n. 1 del 1948 e dall'art. 23 della legge n. 87 del 1953 si deduce che la pregiudizialità necessaria della questione di costituzionalità rispetto alla decisione del giudizio a quo va intesa considerando tale decisione come conclusiva di un itinerario logico, ciascuno dei cui passaggi necessari può dar luogo ad un incidente di costituzionalità, ogniqualvolta il giudice dubita della legittimità costituzionale delle disposizioni normative che, in quel momento, é chiamato ad applicare per la prosecuzione e/o la definizione del giudizio" (sent. n. 53 del 1982).
L'incidente di costituzionalità é stato, dunque, proposto intempestivamente dal giudice a quo che, in quel momento, non era chiamato ad applicare la norma denunziata bensì a compiere atti di istruzione probatoria, in applicazione di norme del codice processuale penale. Ne consegue che le questioni proposte dal pretore di Putignano vanno dichiarate inammissibili.
9. - Per finire, il pretore di Torino (r.o. n. 291 del 1981) solleva questione di legittimità costituzionale degli artt. 184 e 195 del T. U. del 1973, nel testo novellato, oltre che in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 27, terzo comma (del che ci si é occupati sub 5 e sub 6), anche in riferimento all'art. 21 Cost.
Peraltro la denunzia, formulata nei termini sopra descritti sub 4, investe, per come si é detto, la norma sanzionatoria e non anche la norma precettiva.
Antonino DE STEFANO - Guglielmo ROEHRSSEN - Oronzo REALE - Brunetto BUCCIARELLI DUCCI – Alberto MALAGUGINI - Livio PALADIN - Arnaldo MACCARONE - Antonio LAPERGOLA - Virgilio ANDRIOLI - Giuseppe FERRARI - Francesco SAJA - Giovanni CONSO - Ettore GALLO - Aldo CORASANITI
Depositata in cancelleria il 30 luglio 1984.

References: Sentenza 
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 art. 27