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Timestamp: 2019-02-20 16:37:50+00:00

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aprile | 2017 | Studio Legale Gennaro Orlando
In caso di fallimento la banca risponde in solido con gli amministratori per i risarcimenti in caso di abusiva concessione del credito. Legittima l’azione del curatore ex artt. 146 l. fall. e 2393 c.c. (sentenza n. 9983 del 20 aprile 2017). La Corte ribadisce che il curatore fallimentare non è legittimato a proporre nei confronti dell’istituto finanziatore «l’azione da illecito aquiliano per il risarcimento dei danni causati ai creditori dall’abusiva concessione di credito diretta a mantenere artificiosamente in vita una impresa decotta». Nel sistema della legge fallimentare, una tal legittimazione ad agire in rappresentanza dei creditori è limitata alle azioni cd. di massa. Legittimato ad agire nei confronti dell’istituto è invece il curatore ai sensi dell’art. 146 della legge fall. in correlazione con l’art. 2393 cod. civ., «ove la posizione della banca sia di terzo responsabile solidale del danno cagionato alla società fallita per effetto dell’abusivo ricorso al credito da parte dell’amministratore della predetta società». La banca, nella sua attività di ente erogatore di credito, deve seguire i principi di sana e prudente gestione valutando (art. 5 del T.u.b.) il merito di credito in base a informazioni adeguate. Quindi, «se il ricorso abusivo al credito va oltre i confini dell’accorta gestione imprenditoriale quanto all’amministratore della società finanziata, la stessa erogazione del credito, ove (come dedotto nella specie) sia stata accertata la perdita del capitale di quella società, integra un concorrente illecito della banca». L’avventata richiesta di credito da parte degli amministratori di una società che ha interamente perduto il capitale e l’imprudente comportamento della banca che concede il credito, sono le due facce di un comportamento illecito dove non può non ravvisarsi un concorso di entrambi i soggetti. Tale comportamento è concorrente ed è caratterizzato da «intrinseca efficacia causale, posto che il fatto dannoso si identifica nel ritardo nell’emersione del dissesto e nel conseguente suo aggravamento prima dell’apertura della procedura concorsuale». Ciò integra un danno per la società in sé, oltre che per i creditori anteriori, e determina l’insorgere dell’obbligazione risarcitoria solidale, giacché «gli elementi costitutivi della fattispecie di responsabilità sono correlabili alla mala gestio degli amministratori di cui le banche si siano rese compartecipi per il tramite dell’erogazione di quei medesimi finanziamenti, nonostante una condizione economica tale da non giustificarli». Dopo aver accertato quindi che la società ha subito un danno in conseguenza della cattiva gestione degli amministratori che, nonostante la causa di scioglimento, avevano chiesto e ottenuto finanziamenti dalle banche, la relativa azione di responsabilità, tanto nei confronti degli amministratori quanto delle banche, spetta al curatore fallimentare.
Il Garante per la privacy ha elaborato una prima Guida all’applicazione del Regolamento Ue 2016/679 in materia di protezione dei dati personali. La Guida, informa una nota, traccia un quadro generale delle principali innovazioni introdotte dalla normativa e fornisce indicazioni utili sulle prassi da seguire e gli adempimenti da attuare per dare corretta applicazione alla normativa, già in vigore dal 24 maggio 2016 e che sarà pienamente efficace dal 25 maggio 2018. L’obiettivo della Guida è duplice: da una parte offrire un primo ‘strumento’ di ausilio ai soggetti pubblici e alle imprese che stanno affrontando il passaggio alla nuova normativa privacy; dall’altro far crescere la consapevolezza sulle garanzie rafforzate e sui nuovi importanti diritti che il Regolamento riconosce alle persone. Il testo della Guida è articolato in 6 sezioni tematiche: Fondamenti di liceità del trattamento; Informativa; Diritti degli interessati; Titolare, responsabile, incaricato del trattamento; Approccio basato sul rischio del trattamento e misure di accountability di titolari e responsabili; Trasferimenti internazionali di dati. Ogni sezione illustra in modo semplice e diretto cosa cambierà e cosa rimarrà immutato rispetto all’attuale disciplina del trattamento dei dati personali, aggiungendo preziose raccomandazioni pratiche per una corretta implementazione delle nuove disposizioni introdotte dal Regolamento. La guida è disponibile sul sito del Garante www.garanteprivacy.it in formato ipertestuale navigabile. Il testo potrà subire modifiche e integrazioni, allo scopo di offrire sempre nuovi contenuti e garantire un adeguamento costante all’evoluzione della prassi interpretativa e applicativa della normativa.
Invalidità Civile: La casa non è più reddito
La casa di abitazione non potrà più essere considerata reddito, nella concessione delle prestazioni di invalidità civile, sordità e cecità: lo ha stabilito la circolare n.74 del 21 aprile 2017, modificando il criterio per la concessione delle prestazioni stesse, “alla luce del consolidato orientamento giurisprudenziale”. Così si legge nella circolare: “Facendo leva sul combinato disposto degli articoli 12 della legge 30 marzo 1971 n. 118 e 26 della legge 30 aprile 1969 n. 153, la Corte di Cassazione ha stabilito che il reddito della casa di abitazione debba considerarsi non influente ai fini del riconoscimento del diritto alle prestazioni di invalidità civile, cecità civile e sordità”. E fornisce, l’Istituto, le istruzioni necessarie ai cittadini e alle sedi Inps, affinché siano rese operative queste nuove disposizioni. Nel dettaglio, “dal computo del reddito ai fini del riconoscimento delle prestazioni di invalidità civile, cecità e sordità deve essere escluso quello della casa di abitazione. Con decorrenza 1° gennaio 2017, il reddito da casa di abitazione è pertanto da considerarsi escluso ai fini del diritto alle prestazioni d’invalidità civile, cecità e sordità sia in fase di prima liquidazione che di ricostituzione di prestazione già esistente. Gli arretrati saranno riconosciuti con decorrenza dalla medesima data”.
Il Favor Rei “in favore” della colpa medica.
Non è passato neppure un mese dall’entrata in vigore della l. n. 24/2017, meglio conosciuta come Legge Gelli, e la Cassazione non tarda a riportare in vita, in virtù di un classico del diritto penale, la Legge Balduzzi. È il principio del favor rei a trovare applicazione nella controversia sottoposta al vaglio del giudizio di legittimità in cui gli Ermellini sanciscono, nell’ambito della colpa medica, l’applicazione della vecchia e più favorevole previsione della l. n. 189/2012 ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore della nuova legge. La Corte di Cassazione, nell’esaminare la questione relativa all’art. 5, l. n. 24/2017 recante «Buone pratiche clinico-assistenziali e raccomandazioni previste dalle linee guida» che introduce un nuovo statuto disciplinare delle prestazioni sanitarie, governato dalle raccomandazioni espresse delle linee guida accreditate, si concentra sull’art. 590-sexies c.p. introdotto dall’art. 6 della medesima legge. Gli Ermellini rilevano la particolare novità del quadro disciplinare di cui all’art. 590-sexies, soprattutto avuto riguardo del rilievo che quest’ultimo ha ai fini della valutazione della colpa del professionista sanitario in riferimento alle fattispecie di cui agli artt. 589 e 590 c.p. recanti «Omicidio colposo» e «Lesioni personali colpose». In virtù di tale novità il Collegio di legittimità sancisce che tale articolo trova applicazione solo per «i fatti commessi successivamente all’entrata in vigore della novella». Per contro, ai fatti commessi anteriormente, in ordine al principio del diritto penale del favor rei trova ancora applicazione la disposizione di cui all’abrogato art. 3, comma 1, l. n. 189/2012, il quale esclude, nei contesti regolati da linee guida e buone pratiche accreditate, la rilevanza penale delle condotte lesive connotate da colpa lieve poste in essere dal medico.
Contratti bancari, la responsabilità solidale dei cointestatari del conto corrente
Nel caso di cointestazione disgiunta del conto corrente l’atto di disposizione del singolo correntista vincola gli altri, dovendosi ritenere attuato col consenso di questi: è stabilito infatti che ogni contitolare del rapporto sia solidalmente responsabile nei confronti della banca per il saldo passivo. La previsione di solidarietà posta dall’articolo1854 c.c. concerne tutte le operazioni bancarie regolate in conto corrente, compresa l’apertura di credito, e comporta l’assunzione del debito da parte di tutti i correntisti in presenza di una disciplina convenzionale di cointestazione disgiunta del conto.
• Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 7 aprile 2017 n. 9063
La cointestazione di un conto corrente tra coniugi attribuisce agli stessi, ex articolo 1854 c.c., la qualità di creditori o debitori solidali dei saldi del conto, sia nei confronti dei terzi che nei rapporti interni, e fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto; tale presunzione dà luogo ad una inversione dell’onere probatorio che può essere superata attraverso presunzioni semplici – purché gravi, precise e concordanti – dalla parte che deduca una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione stessa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva desunto la prova dell’esclusiva provenienza del denaro dall’attività professionale di uno dei coniugi, dalla circostanza che l’altro coniuge, legalmente separato, fosse titolare di un conto corrente personale utilizzato per l’accredito dello stipendio ed il pagamento delle utenze).
• Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 23 settembre 2015 n. 18777
• Corte di Cassazione, sezione II sentenza 30 maggio 2013 n. 13614
La cointestazione di un conto corrente, attribuendo agli intestatari la qualità di creditori o debitori solidali dei saldi del conto (articolo 1854 cod. civ.) sia nei confronti dei terzi, che nei rapporti interni, fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto (articolo 1298, secondo comma, cod. civ.), ma tale presunzione dà luogo soltanto all’inversione dell’onere probatorio, e può essere superata attraverso presunzioni semplici – purché gravi, precise e concordanti – dalla parte che deduca una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione stessa. (Nella specie la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto detta presunzione di contitolarità superata dalla prova documentale dell’esclusiva provenienza del denaro da uno solo dei contestatari del conto).
• Corte di Cassazione, sezione I sentenza 5 dicembre 2008 n. 28839
Il saldo di conto corrente bancario cointestato, con facoltà di disposizione disgiunta di ciascuno dei contitolari, non può costituire credito “contratto nell’interesse esclusivo” di alcuno dei contitolari del credito stesso, ai sensi del primo comma dell’articolo 1298 cod. civ., perché ciò contrasterebbe con la funzione del contratto “de quo”, finalizzato all’espletamento del servizio di cassa in favore (e dunque nell’interesse) di tutti i contitolari, i quali possono liberamente disporre del saldo attivo.
• Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 8 settembre 2006 n. 19305
La dizione dell’articolo 1854 c.c. in tema di conto corrente bancario cointestato a più persone, nel prevedere anche la facoltà, per i singoli titolari, di operare anche separatamente sul conto, implica che tale eventualità sia subordinata alla condizione che tale facoltà sia espressamente menzionata nel contratto attraverso il rispetto di rigorosi requisiti formali, e non rende ammissibile che essa facoltà venga desunta, in via interpretativa, dall’analisi del tenore complessivo della convenzione.
• Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 5 luglio 2000 n. 8961
La legge n. 47/2017 del 7 aprile in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati è in Gazzetta Ufficiale n. 93/2017 del 21 aprile. È questa la legge che fa il punto sulla condizione dei minori stranieri non accompagnati che giungono sul territorio italiano, creando finalmente una disciplina unitaria di tale problematica. Così la l. n. 47/2017 del 7 aprile recante “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati. In virtù della loro condizione di maggiore vulnerabilità, i minori stranieri non accompagnati godranno dei diritti in materia di protezione minorile a parità di trattamento con i minori di cittadinanza italiana o dell’Unione Europea. La legge dà una definizione di minore straniero non accompagnato sancendo che per esso si intende «il minorenne non avente cittadinanza italiana o europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da arte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano». Affinché venga garantita protezione al minore non accompagnato la legge sancisce il divieto di respingimento, l’accoglienza in strutture di prima assistenza, l’identificazione dei minori con indagini familiari annesse, qualora possibile è previsto anche il rimpatrio assistito e volontario. Non mancano, poi, le previsioni in tali condizioni del diritto alla salute e all’istruzione, del diritto all’ascolto nei procedimenti e dell’assistenza legale.
Annullata la sentenza per vizio di motivazione poiché, in un caso di responsabilità medica, il giudice estensore“non ha affatto delineato il comportamento alternativo doveroso che nella specie avrebbe avuto efficacia salvifica” (Cass. Pen. 18781/2017). La vicenda prendeva le mosse dalla morte di un paziente, verificatasi nel 2006, presso un ospedale pugliese. In relazione a suddetto decesso venivano tratti a giudizio i sanitari che, in servizio presso il nosocomio, si erano avvicendati nella prestazione di attività sanitaria terapeutica in favore dell’uomo durante la sua degenza. Ai medici veniva contestato di aver cagionato il decesso del paziente “per colpa consistita in imprudenza, imperizia, negligenza e inosservanza delle regole dell’arte sanitaria“; in particolare per non avere posto in essere un adeguato approfondimento clinico e strumentale pur in presenza di segni clinici obiettivi presentati dal paziente durante il ricovero. In ragione di ciò i sanitari avevano tardato nell’individuazione della corretta diagnosi di trombosi venosa profonda, da cui era affetto l’uomo, omettendo di intervenire prontamente con terapie che avrebbero evitato l’aggravamento e la conseguente morte dell’uomo. Avverso la condanna in appello al risarcimento dei danni a favore delle parti civili, gli imputati proponevano ricorso per Cassazione. I Giudici della Suprema Corte evidenziano come nella trama motivazionale della sentenza d’appello impugnata, l’accertamento del nesso causale tra la condotta dei sanitari curanti ed il decesso del paziente risulta essere affidato esclusivamente a presunzioni che non integrano una congrua motivazione, sulla base delle leggi scientifiche disponibili, in ordine alla capacità impeditiva del comportamento alternativo doveroso. In altri termini, i giudici dell’Appello hanno omesso di individuare il percorso salvifico che i sanitari avrebbero dovuto mettere in atto nella fattispecie. Sul punto la Cassazione precisa che la valutazione contro-fattuale, demandata al giudice di merito, deve avvenire rispetto al “singolo comportamento storico“, alla “singola situazione storica“, alla “singola conseguenza storica” (Cass. Pen. n. 30469 del 13/06/2014). In altri termini, come già chiarito da importanti pronunce della Suprema Corte (S.U. Franzese, 2002; S U. Espenhanh, 2014) nell’ambito della causalità omissiva vale la regola di giudizio della ragionevole, umana certezza; tale apprezzamento va compiuto tenendo conto da un lato delle informazioni di carattere generalizzante afferenti al coefficiente probabilistico che assiste il carattere salvifico delle misure doverose appropriate, e dall’altro delle contingenze del caso concreto. Annullata, dunque, la sentenza di condanna emessa a carico degli imputati poiché il giudice estensore, invece di fondare la colpevolezza su mere presunzioni, avrebbe dovuto farsi carico di considerare tutte le particolarità del caso concreto e, quindi, non soltanto l’età ed il sesso del paziente, ma anche le di lui specifiche condizioni di salute, la compresenza di ulteriori patologie e la gravità di queste; a fronte del compromesso stato di salute del paziente, avrebbe, poi, dovuto delineare il comportamento alternativo doveroso che nella specie avrebbe avuto efficacia salvifica.
L’Ape volontaria partirà certamente in ritardo rispetto a quanto preventivato nella riforma delle pensioni. Il decreto attuativo, infatti, non è ancora stato firmato ed è difficile pensare che entro l’inizio di settimana prossima si possa essere pronti per accogliere le domande di Anticipo pensionistico. Secondo Il Sole 24 Ore, tuttavia, il provvedimento del Governo dovrebbe introdurre una sorta di clausola di garanzia nel caso in cui nel 2019 ci sia un innalzamento dei requisiti pensionistici dovuto all’aumento dell’aspettativa di vita: verrebbe infatti allungato il tempo di percezione dell’Ape, in modo da non lasciare il pensionando senza alcun tipo di sostentamento economico in attesa di entrare effettivamente in pensione. Ma quanto ci vorrà per il decreto attuativo? Secondo Repubblica, non arriverà prima di metà maggio. Mentre, scrive il quotidiano romano, già in settimana, a meno di clamorose sorprese, il Consiglio di Stato dovrebbe far pervenire il suo parere riguardo l’Ape social, in modo che si possa poi procedere alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei provvedimenti adottati dal Governo. L’Inps sarebbe inoltre già pronta con le circolari esplicative, in modo da far partire al più presto la procedura di accoglimento delle domande. Del resto chi la presenterà dopo il 30 giugno ed entro il 30 novembre entrerà in una sorta di lista d’attesa dove avranno la precedenza coloro che sono più vicini al pensionamento. I quali potrebbero dover aspettare l’inizio del 2018 per avere l’assegno Ape. Dunque ci sarà quasi certamente una “corsa” a presentare le domande entro fine giugno, così da poter sfruttare la prima finestra utile per l’Ape social, anche perché le risorse stanziate sono limitate. Lo schema del decreto attuativo permette già di calcolare i costi e quindi l’appetibilità per i lavoratori dell’Anticipo pensionistico. Il prestito previdenziale di accompagnamento alla pensione verrà calcolato in base all’importo della pensione maturata alla data in cui viene presentata la domanda di riconoscimento del diritto. In quest’importo non viene aggiunta l’Irpef che è dovuta solo al reddito da pensione e viene applicata la detrazione fiscale che spetta al momento della certificazione del diritto da parte dell’Inps. Con riferimento al calcolo della quota contributiva della pensione che parte dal 1996 per chi aveva meno di 18 anni di contributi alla fine del 1995, o dal 2012 per chi aveva almeno 18 anni di contributi entro il 1995, questa verrà calcolata tenendo conto dei coefficienti di trasformazione validi al momento della domanda, contrariamente a quanto si evinceva dalle schede dell’Inps dove era scritto che l’importo sarebbe stato equivalente a quello della futura pensione. Ecco, dunque, quali saranno i principali costi legati al prestito-Ape: una commissione di accesso al fondo di garanzia, pari all’1,60% dell’importo del finanziamento; Tan (tasso annuo nominale) del 2,8%; Taeg del 3,25%; costo dell’assicurazione contro i rischi di premorienza pari al 32%. La restituzione dell’Ape, nei 20 anni successivi al pensionamento, potrà tuttavia beneficiare della detrazione del 50% per quanto riguarda i costi di interessi e assicurazione.
L’INPS, con messaggio n. 1487/2017 si è occupato dei casi di perfezionamento del requisito socio-economico dopo la reiezione, revoca o sospensione della domanda di invalidità civile, cecità o sordità. Reiezione nel caso in cui la domanda di prestazione economica di invalidità civile, cecità o sordità sia stata respinta per insussistenza del requisito socio-economico e, successivamente, l’interessato ritenga che esso si sia perfezionato, potrà presentare un’istanza di riesame tramite l’invio del modello AP93, allegando il verbale sanitario in corso di validità già in suo possesso. Qualora sussistano tutti i requisiti socio-economici, la domanda sarà accolta, con decorrenza dal mese successivo alla data di presentazione del modello. Qualora, invece, la prestazione economica sia stata revocata e successivamente l’interessato ritenga di essere tornato titolare dei requisiti socio-economici che consentono l’erogazione della prestazione, dovrà presentare una domanda di ripristino della prestazione economica tramite l’invio del modello AP93, al quale dovrà allegare il verbale sanitario in corso di validità già in suo possesso. Anche in questo caso, qualora sussistano tutti i requisiti socio-economici, la domanda sarà accolta con decorrenza dal mese successivo alla data di presentazione del modello. Sospensione Nel caso in cui la prestazione economica sia stata sospesa per la perdita temporanea dei requisiti socio-economici prescritti, l’interessato, qualora ritenga che i suddetti requisiti si siano nuovamente perfezionati, potrà presentare una domanda di ricostituzione. Modello AP93 telematico Con messaggio n. 1487/2017, l’INPS ha, inoltre, reso noto che sarà successivamente data comunicazione della messa in linea del modello AP93 telematico.
E’ legittimo l’obbligo di vaccinazione introdotto dal Comune di Trieste per l’accesso ai servizi educativi comunali da 0 a 6 anni (nido, scuola materna, spazi gioco, servizi integrativi, sperimentali e ricreativi). Si è pronunciato così il Consiglio di Stato, in sede cautelare, con l’ordinanza n.1662, decidendo sul ricorso di alcuni genitori, che contestavano la legittimità di tale obbligo sulla base del cosiddetto principio di precauzione, non avendo avuto dalle autorità sanitarie una completa informazione sul rapporto costi/benefici delle vaccinazioni (inclusa la possibilità di eseguire preventivi accertamenti sanitari per poter escludere il rischio di reazioni avverse). Il Consiglio di Stato ha rigettato dunque la domanda cautelare dei ricorrenti, confermando la decisione assunta dal Tar Friuli Venezia Giulia, ed evidenziando come “l’obbligo di vaccinazione, oltre a essere coerente con il sistema normativo generale in materia sanitaria e con le esigenze di profilassi imposte dai cambiamenti in atto (minore copertura vaccinale in Europa e aumento dell’esposizione al contatto con soggetti provenienti da Paesi in cui anche malattie debellate in Europa sono ancora presenti), non si ponga in conflitto con i principi di precauzione e proporzionalità”. In particolare, nell’ordinanza si rileva come “il principio di precauzione – secondo cui in presenza di un’alternativa che presenti un rischio per la salute umana non dimostrato ma neppure smentito dal sapere scientifico, il decisore pubblico deve optare per la soluzione che neutralizzi o minimizzi il rischio – in questo caso, opera a tutela della salute pubblica e in particolare della comunità in età prescolare, prevalendo sulle prerogative sottese alla responsabilità genitoriale”.

References: art. 3
 sentenza 
 articolo 1854
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