Source: http://www.studiolegalegennaroorlando.it/category/eccessiva-durata-del-processo/
Timestamp: 2019-02-20 16:36:50+00:00

Document:
Eccessiva Durata del Processo | Studio Legale Gennaro Orlando
Home / Archive by category "Eccessiva Durata del Processo"
Category Archives: Eccessiva Durata del Processo
Importanza della Negoziazione Assistita
Da molto tempo, una delle preoccupazioni più avvertite da parte del legislatore è quella di ridurre il contenzioso civile al fine di assicurare l’attuazione del precetto costituzionale della ragionevole durata del processo che, purtroppo, è inconciliabile con i tempi biblici che al tempo attuale ogni cittadino è costretto a subire per ottenere “giustizia”. La eccessiva durata del processo è veramente una emergenza nazionale per cui, come è notorio, lo Stato italiano spesso è chiamato a rispondere dei danni cagionati dal ritardo e costretto a mettere mano alla cassa per far fronte al relativo risarcimento. Per questo, plurimi sono stati, in questi ultimi anni, gli interventi legislativi messi in campo per raggiungere detto obiettivo tra cui un ruolo importante va assegnato alle misure urgenti di degiurisdizionalizzazione introdotte per la prima volta nel nostro Ordinamento con il DL 12/09/2014 n° 132 convertito nella Legge 10/11/2014 n° 162. Il riferimento è quello della c.d. negoziazione assistita da uno o più avvocati che, affidandosi ad un istituto simile, quale la mediazione di cui alla Legge 28/2010 e successive modifiche ed integrazioni, si ispira chiaramente alla prassi del c.d. diritto collaborativo presente nella esperienza giuridica nordamericana e, per citare un paese a noi più vicino, a quella francese che dal 2012 ha introdotto nella propria legislazione la c.d. procedura partecipativa di negoziazione assistita da un avvocato. Sintetizzando, si può dire che due sono le tipologie di negoziazione assistita: quella facoltativa, rimessa alla libera volontà delle parti, e quella obbligatoria, strutturata come condizione di procedibilità della domanda giudiziaria, prevista in due materie, particolarmente foriere di contenzioso, ossia nelle controversie per risarcimento del danno derivante da circolazione di veicoli e natanti e in quelle relative alla richiesta di pagamento somma a qualsiasi titolo, escluse quelle riguardanti diritti indisponibili o crediti di lavoro, entro il limite di 50 mila euro. A seguito della legge di stabilità del 2015, anche le controversie in materia di contratti di trasporto e sub-trasporto debbono essere precedute dalla negoziazione de qua. Va brevemente ricordato che nella prima tipologia vengono fatte rientrare anche quelle controversie in materia di famiglia e segnatamente quelle caratterizzate da una convenzione di negoziazione assistita da uno o più legali attraverso cui i coniugi possono raggiungere una soluzione consensuale per la loro separazione personale o per il divorzio nonché per la modifica delle relative condizioni precedentemente stabilite. La procedura è applicabile sia in assenza che in presenza di figli minori o di figli maggiorenni incapaci, portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti. La negoziazione assistita sotto pena di improcedibilità non si applica (art. 3, co. 3 DL 132/2014): ai procedimenti per ingiunzione, incluse le opposizioni, nei procedimenti di consulenza tecnica preventiva di cui all’art. 696 bis c.p.c. (esclusione ovvia dato la funzione preminentemente conciliativa dell’istituto); nei procedimenti di opposizione o incidentali di cognizione relativi alla esecuzione forzata; nei procedimenti in Camera di Consiglio; nella azione civile esercitata nel processo penale. Dunque stabilisce l’art. 2 del DL 132/2014 che la negoziazione assistita consiste nell’accordo (c.d. convenzione di negoziazione) tramite il quale le parti convengono di “cooperare in buona fede e lealtà, al fine di risolvere in via amichevole una controversia, tramite l’assistenza di avvocati, regolarmente iscritti all’albo, ovvero facenti parte dell’Avvocatura per le Pubbliche Amministrazioni.
Risarcimento Processo lungo
Il nostro ordinamento prevede rimedi specifici qualora il processo – sia esso penale, civile o amministrativo – comporti un dispendio di tempo talmente elevato da vanificare, in concreto, le aspettative di giustizia dei ricorrenti e leda, in tal modo, il principio di effettività della tutela giurisdizionale. In particolare, la L. 89/2001, cosiddetta Legge Pinto, prevede il rimedio dell’equa riparazione in caso di irragionevole durata del giudizio. La Corte di cassazione, con la recente sentenza n. 14607 del 12 giugno 2017, è stata chiamata a pronunciarsi sul caso di alcuni ricorrenti che proponevano domanda di equa riparazione per violazione dell’art. 6 della C.E.D.U. per un giudizio amministrativo del 1995 (in materia di pubblico impiego), definito nel 2006, volto all’ottenimento dall’INPDAP – per il calcolo dell’indennità di buonuscita – dell’indennità integrativa speciale in misura del 60% (e non, come effettuato dall’Istituto, per la quota dell’80% del 60% della stessa indennità). La Corte d’appello aveva già precedentemente respinto con decreto il ricorso, motivando il rigetto della domanda di equa riparazione sotto il profilo della temerarietà della lite azionata dai ricorrenti. Accertava anzitutto che il giudizio era stato introdotto nel 1999 e considerava non sussistente il danno non patrimoniale da irragionevole durata del processo, alla luce della “presumibile consapevolezza circa la infondatezza della pretesa azionata nel giudizio presupposto, in base all’univoco orientamento giurisprudenziale affermatosi nella Corte di Cassazione dal 2000 e scrutinato anche dal Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale”. Tale orientamento sanciva che il computo da farsi per il calcolo della suddetta indennità fosse quello dell’applicazione del 60% dell’80% della quota di indennità goduta in corso di rapporto, come applicato infatti dall’Inpdap. Presentato ricorso in Cassazione, i ricorrenti illustravano con un unico motivo (violazione art. 2, commi 1 e 2, della legge n. 89 del 2001, artt. 6 par. 1 e 53 CEDU, art. 111 Cost.) come l’esclusione del danno non patrimoniale, basata sulla mancanza ab origine dell’interesse al ricorso, fosse stata argomentata su alcuni precedenti giurisprudenziali senza tenere in considerazione le ulteriori valutazioni di merito, effettuate dallo stesso Tar Lazio, di altre numerose pronunce. La Corte di cassazione ha respinto le istanze dei ricorrenti, rigettando il ricorso con condanna alle spese e condividendo l’impianto prospettato dalla Corte d’Appello. Secondo la ricostruzione dei giudici di legittimità nel caso di specie, infatti, trovano applicazione i costanti precedenti in materia (Cass. n. 255095 del 2008; Cass. n. 21088 del 2005), valevoli nei casi in cui “l’ansia e la sofferenza, che normalmente insorgono nella persona quali conseguenze psicologiche del perdurare dell’incertezza sull’assetto delle posizioni coinvolte dal dibattito processuale e nelle quali si sostanzia il danno non patrimoniale per l’eccessivo prolungarsi del giudizio, restano in radice escluse in presenza di una originaria consapevolezza della inconsistenza delle proprie istanze, dato che, in questo caso, difettando una condizione soggettiva di incertezza, viene meno il presupposto del determinarsi di uno stato di disagio”. L’esito sfavorevole ottenuto in sede giudiziale, pertanto, e i successivi danni non patrimoniali dovuti alla lunghezza del processo, sono in sostanza responsabilità dei ricorrenti, a fronte del fatto che essi hanno volontariamente scelto di insistere col procedimento “nella consapevolezza della infondatezza della loro pretesa, che costituiva un chiaro tentativo di forzare il dettato normativo”.
Causa di poco conto: Basso Indennizzo
Irragionevole durata del processo: il giudice può discostarsi dagli ordinari criteri di determinazione dell’indennizzo quando l’oggetto della controversia non sia di particolare rilevanza. Dopo 15 anni di inutili lungaggini giudiziarie la Corte di Appello di Napoli ha determinato, trattandosi di una causa di poco conto, in 600 euro annuali l’ammontare dell’indennizzo spettante ai sensi della legge 89 del 2001. Lapidario il giudice partenopeo: pur riconoscendo che “il giudizio presupposto non presentava particolari profili di complessità, sicché lo stesso avrebbe dovuto essere definito in un triennio anziché in quindici anni”, ritiene che l’ammontare del risarcimento debba comunque parametrarsi alla causa a cui si riferisce e pertanto la liquidazione di 600 euro annui sarebbe conforme “alle usuali liquidazioni di questa Corte ed ai parametri della Corte europea”. Impugnata la decisione in Cassazione, il ricorrente ha contestato la conformità dell’ importo liquidato tanto rispetto ai parametri determinati dalla Corte europea, che si attestano tra 1000 e 1500 euro, quanto alle liquidazioni della stessa Corte d’appello, che si attestano sui 1000 euro. La Cassazione, con la sentenza n. 10261/2014, ha bocciato la contestazione, confermando quanto stabilito dalla corte d’appello. Secondo la Suprema Corte dal provvedimento impugnato si desume che la Corte d’appello abbia ritenuto di potersi discostare dagli ordinari criteri di determinazione dell’indennizzo in quanto, tenuto conto dell’oggetto della controversia, concernente la rimozione di un cancello, ha implicitamente ravvisato la non particolare rilevanza della posta in gioco. L’uomo ha proposto ricorso per revocazione contro la sentenza della Cassazione, ai sensi dell’art. 395, comma 4, codice procedura civile. Secondo il ricorrente i giudici hanno errato nel ritenere l’indennizzo equo in base alla non particolare rilevanza della posta in gioco. Infatti la Corte di appello ha motivato affermando che l’indennizzo fosse conforme ai parametri della C.E.D.U. e della stessa Corte d’appello, senza fare riferimento alla causa di poco conto. Secondo il ricorrente la Cassazione sarebbe in questo modo incorsa in un errore, tale da giustificare la richiesta di revoca della sentenza. La Cassazione, con ordinanza n. 10887/2017, ha però ritenuto inammissibile il ricorso. La corte motiva affermando che nel decreto della Corte d’appello si desume implicitamente che l’indennizzo sia ritenuto adeguato per la non particolare rilevanza della posta in gioco. Di conseguenza ha rigettato il ricorso.
Con la sentenza n. 7185/2017, pubblicata in data 21 marzo 2017, la Corte di Cassazione si è pronunciata sulla decorrenza del termine dei trenta giorni previsto dall’art. 5 della legge 89/01, meglio conosciuta come Legge Pinto, per la notifica del ricorso e del decreto di liquidazione dell’equa riparazione al Ministero della Giustizia. Secondo i Giudici di Legittimità il suddetto termine, considerato perentorio dalla stessa Corte di Cassazione con la sentenza n. 2656 del 1 febbraio 2017, decorre dalla comunicazione del decreto a mezzo pec da parte della Corte di Appello al ricorrente. Un cittadino, vittima delle lungaggini della giustizia, aveva richiesto ed ottenuto dalla Corte d’Appello il decreto di ingiunzione nei confronti del Ministero della Giustizia a titolo di equa riparazione per l’eccessiva durata di un processo. Avverso il suddetto decreto proponeva opposizione il Ministero della Giustizia eccependo la tardività della notifica in quanto eseguita oltre il termine dei trenta giorni dalla emissione. La Corte d’Appello accoglieva l’opposizione e dichiarava l’inefficacia del decreto di liquidazione dell’equa riparazione. Avverso il provvedimento della Corte di Appello che ha accolto l’opposizione del Ministero, il creditore proponeva ricorso per Cassazione sulla scorta di due motivi che i Giudici di Legittimità hanno ritenuto di esaminare congiuntamente in quanto entrambi diretti ad affermare l’esistenza di un onere di comunicazione del decreto di liquidazione da parte della Cancelleria. La Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto fondati i motivi dell’impugnazione, ha accolto il ricorso e cassato il decreto impugnato con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità. Con la sentenza in commento, gli Ermellini hanno osservato che:1. anche se l’articolo 5, comma 2 della legge 89/01 prevede che il decreto diventi inefficace qualora la notificazione non venga eseguita nel termine di trenta giorni dal deposito in Cancelleria del provvedimento, si deve ritenere che il suddetto termine decorre dalla comunicazione del decreto stesso alla parte ricorrente; 2. ciò si desume sia dal quarto comma dell’art. 5, comma 2 della legge 89/01, secondo il quale il decreto che accoglie la domanda è altresì comunicato al procuratore generale della Corte dei Conti e ai titolari dell’azione disciplinare, sia dalla sostanziale continuità normativa rispetto al precedente testo dello stesso articolo 5, il quale prima delle modifiche apportate dal decreto legge n. 83/12 espressamente prevedeva la comunicazione del decreto oltre che alle parti anche alle suddette autorità;3. tale interpretazione è avvalorata anche dal fatto che se il decreto ingiuntivo non viene notificato nel termine di sessanta giorni dall’emissione, così come previsto dall’art. 644 c.p.c., diventa inefficace ma può essere ripresentato, non altrettanto avviene nel caso del decreto di accoglimento della domanda per il riconoscimento dell’equa riparazione, in quanto ai sensi del secondo comma dell’art. 5 della legge Pinto non può essere ripresentato.
Compatibilità legge Pinto con normativa UE
Il TAR Piemonte, Sez. I, con l’ordinanza n. 418 del 28 marzo 2017, ha rimesso alla Corte di giustizia U.E. alcune questioni concernenti la compatibilità della c.d. legge Pinto con la normativa comunitaria, alla luce dell’emanazione della legge n. 208 del 2015 (“legge di stabilità 2016”). E’ stata rimessa alla Corte di giustizia U.E. la seguente questione interpretativa: “Se il principio secondo il quale ogni persona ha diritto a che la sua causa, sia esaminata da un giudice imparziale entro un termine ragionevole, sancito dall’art. 47, comma 2, della Carta dei diritti fondamentali della Unione Europea e dall’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e del cittadino, principio reso eurounitario dall’art. 6, terzo comma, TFUE, in combinato disposto con il principio rinveniente dall’articolo 67 TFUE, secondo cui l’Unione si fonda su uno spazio comune di giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali, nonché con il principio desumibile dagli articoli 81 e 82 TFUE, secondo cui l’Unione, nelle materie di diritto civile e penale che hanno implicazioni transazionali, sviluppa una cooperazione giudiziaria fondata sul principio del riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie ed extragiudiziali, ostino ad una normativa nazionale, quale quella italiana contenuta nell’art. 5 sexies della L. n. 89/2001 (introdotto dalla legge n. 208 del 2015 – legge di stabilità 2016: n.d.r.), la quale impone ai soggetti che sono già stati riconosciuti creditori, nei confronti dello Stato italiano, di somme dovute a titolo di “equa riparazione” per irragionevole durata di procedimenti giurisdizionali, di porre in essere una serie di adempimenti al fine di ottenerne il pagamento, nonché di attendere il decorso del termine indicato nel citato art. 5 sexies comma 5 L. 89/2001, senza poter nel frattempo intraprendere alcuna azione esecutiva giudiziaria e senza poter successivamente reclamare il danno connesso al tardato pagamento, e ciò anche nei casi in cui l’“equa riparazione” sia stata riconosciuta in relazione alla irragionevole durata di un procedimento civile con implicazioni transazionali, o comunque in materia che rientra nelle competenze della Unione Europea e/o in materia per la quale l’Unione Europea preveda il reciproco riconoscimento del titoli giudiziari”.
Uso distorto od incauto della richiesta di equa riparazione? Il conto da pagare va da euro 1.000 a 10.000. Gli Ermellini confermano la generale legittimità delle sanzioni stabilite dal legislatore volte a reprimere l’uso colposo del mezzo processuale: la scelta garantisce l’effettività della tutela giurisdizionale. Corte di Cassazione, sez. VI Civile, sentenza n. 6865/17 depositata il 16 Marzo

References: sentenza 
 art. 2
 art. 111
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 5
 art. 5
 sentenza