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Timestamp: 2018-06-19 15:48:37+00:00

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Con questa sentenza n.4127/2013, gli ermellini hanno ribadito il principio di diritto che conferma la colpevolezza del genitore che omissivamente non impedisce l'evento lesivo ai danni del figlio.
Sentenza 11 dicembre 2012 - 28 gennaio 2013, n. 4127
1. Con sentenza 10.1.2012 la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la pronuncia di colpevolezza del Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Locri nei confronti di S.F. e F.R., ritenuti responsabili:
- il primo, dei reati di cui agli artt. 81 cpv, 609 bis comma 2, 61 n. 5, 56, 610 e 61 n. 2 c.p. per avere compiuto ripetutamente in danno della infraquattordicenne R.C. atti sessuali consistiti in baci su tutto il corpo, palpeggiamenti vari, toccamenti di genitali e atti di masturbazione (con l’aggravante delle circostanze di tempo e di luogo tali da ostacolare la privata difesa) e per avere tentato di costringerla con minacce a non riferire fatti al fine di conseguirne l’impunità;
- la seconda, del reato di cui agli artt. 40 cpv, 110, 609 bis comma 2 e 61 n. 5 c.p. per non avere impedito il protrarsi delle suddette condotte, essendo presente alle violenze ed avendo l’obbligo giuridico di impedire l’evento quale genitore convivente della minore.
2. Gli imputati con separati ricorsi domandano l’annullamento della sentenza deducendo violazioni di legge e vizi motivazionali.
1. Ricorso F.
2. Ricorso S.
Col quarto motivo si deduce infine il vizio di motivazione in relazione al diniego delle attenuanti generiche
rilevandosi che i fatti erano stati ridimensionati in dibattimento previo il riconoscimento del tentativo in ordine al reato di cui al capo b (violenza privata in danno della minore) ed esclusa l’ipotesi di cui all’art. 609 ter in origine contestata all’imputato.
Resta pertanto la valutazione del rispetto della norma sotto il profilo del vizio di motivazione, di cui si dirà appresso. Venendo al nucleo della critica (cioè all’efficacia probatoria delle dichiarazioni rese dalla parte offesa), va osservato che le regole dettate dall’art. 192 comma terzo cod. proc. pen. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sede a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso ristretto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (cfr. da ultima, Sez. U, Sentenza n. 41461 del 19/07/2012 Ud. dep. 24/10/2012).
3. In conclusione, l’intero percorso argomentativo dell’impugnata sentenza non solo appare aderente ai richiamati principi di diritto sulla valutazione della prova e sul trattamento sanzionatorio degli imputati, ma ha una sua logica e coerenza interna sicché oggi nessuna rivisitazione è consentita a questa Corte, se non a rischio di operare una rilettura degli elementi del processo sulla base di nuovi parametri di valutazione. Invece, le censure rivolte dai due ricorrenti tendono in definitiva ad ottenere esattamente ciò che non è qui richiedibile e cioè una nuova valutazione degli accertamenti riservati al giudice del merito.
4. Non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sentenza 13.6.2000 n. 186), alla condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria ai sensi dell’art. 616 c.p.p. nella misura indicata in dispositivo.
5. Avendone la parte civile fatto richiesta, occorre procedere alla liquidazione delle spese da questa sostenute nel giudizio di legittimità, disponendone il pagamento in favore dell’Erario, per effetto dell’ammissione al Patrocinio a Spese dello Stato.
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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8929 del 2013, ha ribaltato la decisione del Tribunale di Forlì che aveva dichiarato che: "...la separazione di una coppia con addebito in capo alla moglie, perché la stessa aveva intrattenuto una relazione con un altro uomo fatta di scambi di messaggi telefonici o via internet senza mai concretarsi in incontri sessuali...", infatti secondo la Corte di Cassazione, l'addebito non poteva essere basato su una relazione platonica tra l'altro non corrisposta...
12 dic 2016 0 322

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