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Timestamp: 2018-04-26 09:19:28+00:00

Document:
il paese che non c'è | Contributo a cura di Bruno Zanardi: “Che fare? Siamo in grado difendere piani come quello mio o all’incirca tali?”
Bozza di linee guida per la conservazione programmata del patrimonio storico e artistico in rapporto all’ambiente ex comma 5 art. 29 “Codice dei beni culturali” (D.Lgs 42/04).
Contributo al “Gruppo di lavoro” istituito con Decreto del Ministro Beni Culturali n. 134 del 10 marzo 2017[*]
Il 22 genn. 2004 – a quasi quattordici anni a oggi, 28 nov. 2017 – viene promulgato il nuovo Codice dei beni culturali (D.lgs. 42/04) coordinato per la sua redazione da Salvatore Settis. Testo di legge che nella parte sul restauro (art. 29) per la prima volta nella storia della legislazione di tutela introduce delle specifiche prescrizioni su come debba essere svolta la conservazione materiale del patrimonio storico e artistico. Prescrizioni che riprendono il lavoro di Giovanni Urbani sulla conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente – in part. il “Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria”, Icr & Tecneco, 1976) – con essa le fondamentali nozioni di prevenzione, manutenzione e restauro. Così quelle prescrizioni nei primi cinque commi del detto articolo 29 del Codice:
Il Ministero definisce, anche con il concorso delle regioni e con la collaborazione delle università e degli istituti di ricerca competenti, linee di indirizzo, norme tecniche, criteri e modelli di intervento in materia di conservazione dei beni culturali.
Dal 2004 della promulgazione del Codice all’oggi (2017) mai però sono state definite le linee guida dei primi quattro commi dell’art. 29, come invece prescritto ex co. 5 di quello stesso articolo. Ciò ha fatto sì che prevenzione, manutenzione e restauro siano stati eseguiti sulla buona volontà dei singoli, proseguendo (ancora oggi) il Mibact nell’azione di tutela ai sensi ai sensi della precedente legge di tutela, n. 1089 del 1939, visto che questa è stata assunta tal quale, per le materie di conservazione e restauro, nel Testo Unico dei beni culturali del 1999. Legge, la 1089/39, in cui mai (mai) compare una indicazione o anche un semplice accenno a altri modi possibili di esercitare la tutela in aggiunta a quello della notifica.
Quindi conservazione e restauro sono nei fatti ancora oggi condotte in attesa della formulazione del co. 5 art. 29, quindi entro i dettami d’una legge pensata nel 1939, quasi un secolo fa, per l’Italia del re e del duce, cioè per un arcaico paese agricolo abitato anche nel suo più disagiato e remoto luogo. Quel che creava le condizioni perché il patrimonio storico artistico monumentale o semplicemente abitativo fosse capillarmente presidiato da una popolazione nella quasi totalità artigiana e contadina che, usando tradizionali tecniche storiche, ne manteneva in efficienza strutturale chiese, palazzi e semplici case d’abitazione, mentre con il lavoro agricolo teneva contestualmente (e gratuitamente) controllato lo stato di boschi e relativo sottobosco, rive di fiumi, torrenti e fossi, fasi iniziali di frane e quant’altro accidente ambientale. Perciò un’Italia in cui tutela e conservazione potevano tranquillamente essere fatte coincidere con il restauro e il restauro con interventi puntuali di rivelazione critica e estetica da condurre su un patrimonio artistico inteso come immobile somma di singoli manufatti con scarsi o nulli problemi derivati da squilibri con l’ambiente.
Radicalmente mutate nel secondo dopoguerra le condizioni socio-economiche del Paese, la nuova situazione territoriale e ambientale in cui l’Italia andava sempre più rapidamente trovandosi – la stessa che ha la sua prima catastrofe con l’alluvione di Firenze del 1966 e che è oggi sotto gli occhi di tutti – dimostrava una volta di più come il problema fosse divenuto in che modo far uscire la tutela (con essa, restauro e conservazione) dalla ratio eminentemente passiva della l. 1089/39 che, promossa nell’Italia fascista, inevitabilmente privilegiava il momento autoritario dell’azione giuridico-amministrativa vedendo nel patrimonio artistico una stabile realtà indifferenziata di beni per i quali l’unica misura di tutela appropriata era (come appena detto supra) la limitazione d’uso, il divieto, la “notifica”.
Si trattava quindi di avviare sull’intero territorio nazionale un’azione di tutela resa in positivo dalla consapevolezza che la differenziata realtà dei singoli beni costitutivi il patrimonio andava ordinata, non più in classi generiche, ma in insiemi o sistemi determinati e circoscritti formati da componenti definite con ogni possibile precisione, anche se ovviamente non una volta per tutte, sotto il profilo sia quantitativo e qualitativo, sia conservativo. L’unico modo, questo, per cogliere due fondamentali risultati:
Rendersi conto che in difetto di una definizione sistematica del problema ciò che viene a mancare è nientemeno che l’oggetto stesso della tutela e tanto più la possibilità di fare di questa un esercizio concreto ed effettivo: vulnus che accompagna ancora oggi (2017) l’azione di conservazione materiale del patrimonio, lo stesso che le linee guida che siamo chiamati a scrivere dovrebbero eliminare.
Far sì che provvedimenti quali notifica, limitazioni d’uso e quant’altro comminati ai beni privati vengano finalmente indirizzati a un ben preciso obiettivo conservativo o valutativo da conseguirsi in tempi e con modalità definiti caso per caso, così da rendere la cosa notificata partecipe, assieme ai beni di proprietà pubblica, di una unica e coerente strategia di tutela; si pensi ai beni immobili, per i quali la distinzione tra pubblico e privato diventa inessenziale se ci si decide a farli valere come traguardi o punti fissi, sia per la messa a fuoco sia di qualsiasi disegno di pianificazione urbanistica, territoriale o paesistica, sia dei criteri per le “valutazioni di impatto ambientale”.
1. Fondamenti di un’azione di conservazione preventiva e programmata in rapporto all’ambiente.
“In un’epoca in cui l’uomo comincia ad avvertire la terribile novità storica dell’esaurimento del proprio ambiente di vita, certi valori che, come appunto l’arte del passato, testimoniano della possibilità che il fare umano sia integrativo e non distruttivo della bellezza del mondo, quei valori sempre più assumono, accanto a quella cognita di oggetti di studio o di godimento estetico, la nuova dimensione di componenti ambientali antropiche, altrettanto necessarie, per il benessere della specie, dell’equilibrio ecologico tra le componenti ambientali naturali” (Giovanni Urbani, 1982).
Ciò che rende unico, se non nel mondo, nell’ Occidente, il nostro patrimonio storico e artistico è il suo essere una totalità indissolubile dall’ambiente in cui è andato infintamente stratificandosi nei millenni. Una totalità onnipresente nella totalità del paesaggio urbano e naturale, fino a esserne (v. Urbani supra) una componente ambientale antropica aggiuntiva della bellezza del mondo e, come tale, un “in più” dell’equilibrio ecologico tra le componenti ambientali naturali.
Il termine “ambiente” va inteso – qui, e d’ora innanzi – nel senso che ci ha insegnato da Massimo Severo Giannini. L’insieme di ecosistema e territorio nei suoi assetti geomorfologici, abitati umani, insediamenti industriali e/o commerciali, ecc.: in sintesi, “ambiente/ territorio/contesto”, ed infatti “contesto” è la definizione ex co. 2 art. 29 del Codice dei beni culturali.
Il patrimonio storico e artistico della Nazione è una entità ben determinata, costituita da un numero altissimo, ma certamente finito, di cose concrete, ciascuna di loro dotata di caratteristiche sue proprie che la rendono unica e irripetibile. Irripetibile in toto, o anche in parte, ad esempio quando con una pulitura troppo spinta, come sempre più spesso accadde, si rimuovano le sottili finiture in origine realizzate dall’artista.
Caratteristica unica nell’intero Occidente del patrimonio storico e artistico italiano è di non essere una indifferente somma di singole opere, bensì una totalità di manufatti individui che nei millenni sono andati infinitamente stratificandosi nella totalità dell’ambiente.Dove vedere nel patrimonio artistico una totalità indissolubile dalla totalità dell’ambiente è il modo per portare il problema conservativo sul piano della scienza. La scienza, infatti, sempre ragiona per insiemi e mai per casi singoli, come invece accade per i restauri di rivelazione critico-estetica delle opere per i quali: “ogni restauro è un caso a sé” (Brandi).
La detta caratteristica di storia e bellezza che rende unico nell’intero Occidente il patrimonio artistico è la sua ultra-millenaria onnipresenza nell’ambiente. Quindi la sua valorizzazione non può che avere come primo e principale obiettivo la tutela del nesso “patrimonio artistico – ambiente”.
Assumere come acquisita e nota la radicale differenza tra restauro e conservazione:
Il restauro è azione ex post, capace tutt’al più di riparare un danno, non certo d’impedire che questo si produca, tanto meno di prevenirlo.
Inoltre il restauro è spesso, se non sempre, un fattore aggiuntivo di danno
i. con il suo mai indolore manipolare direttamente l’opera,
ii. con l’aggiungere altre sostanze all’originario insieme di materiali e strutture creando in tal modo un nuovo insieme di cui non sono note le comunque inevitabili fasi evolutive del deperimento.
Mentre ratio stessa della conservazione programmata e preventiva è creare le condizioni per evitare i restauri.
Assumere che il restauro è operazione nella gran parte dei casi inutile sul piano storico-critico per tre essenziali ragioni:
la storia dell’arte italiana è stata infatti in gran parte scritta tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del secolo successivo quando la gran parte delle opere ancora non era stata restaurata,
quindi si era di fronte a opere scarsamente leggibili perché oscurate da vernici alterate e depositi di polveri adesi nel tempo alla pellicola pittorica, ossia “falsificate”da ritocchi e ridipinture, eccetera,
lo stesso però grandi studiosi – da Giovan Battista Cavalcaselle († 1884), a Federico Zeri (†1998), ponendo tra loro, per citare solo alcuni grandi nomi, Adolfo Venturi, Raimond Van Marle, Bernard Berenson, Pietro Toesca, Roberto Longhi e Giuliano Briganti – hanno scritto una storia dell’arte italiana ancora oggi insuperabile per gli studi.
Si conserva solo ciò che si conosce. Per l’attuazione di un razionale e coerente piano di conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico della nazione si tratta di conoscere (= catalogare/inventariare) i milioni di manufatti che lo costituiscono. Numero all’oggi inconoscibile con esattezza perché l’Istituto centrale del catalogo (Iccd), a 42 anni dalla sua fondazione, nel 1975, è ancora lontano dall’aver concluso il proprio compito. Né aiuta l’aver pensato in partenza le schede di catalogo come strumenti conoscitivi in senso storico artistico e non rispetto al problema conservativo. Quel che vale le molte altre, e sempre parziali catalogazioni nel frattempo realizzate da più attori quali Regioni, Province, le (già) Comunità montane, eccetera, oltre che, in modo più organico e completo, dalla Chiesa.
Diverso, ma alla fine simile, è il problema posto dalle catalogazioni realizzate su versanti quali“Carta del rischio”,“Piani di bacino idrografico” e“Piani paesistici”. Catalogazioni che comprendono anche il patrimonio artistico, tuttavia non in modo completo, inoltre compilate in modi tra loro quasi sempre diversi. Per la “Carta del rischio”, rispetto alle varie (né tutte) Soprintendenze che i dati su rischi ambientali e totalità del patrimonio avrebbero dovuto inviare al luogo di stazione di quella Carta, cioè l’Icr. Negli altri due casi, rispetto alle differenti Regioni (di nuovo: né tutte) che i “Piani” hanno redatto.
Vista l’enorme complessità di progettazione, redazione e applicazione di un “Piano nazionale per la conservazione del patrimonio storico e artistico in rapporto all’ambiente”, questo dovrà essere fondato su una condivisa, ma rigida e uniforme, unità di metodo, strumenti e mezzi, pena la sua inapplicabilità. Da ciò la doverosa raccolta dei pregressi dati tecnico-scientifici e di catalogazione oggi a disposizione, in molti casi utilissimi, ma comunque da riprendere dentro a un del tutto nuovo e mirato piano di lavoro. Anche per questa ragione è fino d’ora da preventivare una prima applicazione “pilota” di quel “Piano nazionale” su un campione territoriale di non grandi dimensioni: da una piccola regione, a una provincia, fino a una città particolarmente significativa da scegliere, ad esempio, tra Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli o Palermo.
La conservazione preventiva e programmata del patrimonio storico e artistico nella sua totalità – questo il senso essenziale della conservazione programmata – riguarda un numero indefinito di beni, tra l’altro in continua crescita, si pensi ai cosiddetti “beni immateriali”, ma numero che è certamente più di milioni di beni, che di migliaia.
Fin dall’inizio dell’impresa deve essere allora chiaro:
che conservare la totalità dei beni costitutivi il patrimonio artistico nel suo rapporto con l’ambiente è impresa di grandissima difficoltà organizzativa e ancor più attuativa perché tocca molte e tra loro disparate materie.
Materie che vanno, per dirne solo alcune, dalla chimico-fisica dell’ambiente, al diritto, l’economia, la sismologia, la storia dell’arte (antica, moderna e dell’architettura), l’idrologia, la geografia, l’urbanistica, l’agricoltura, i trasporti, eccetera.
Quindi si è di fronte a una impresa che per la sua enorme complessità, durerà più decenni che anni, e avrà costi ingentissimi.
E deve inoltre essere chiaro fin dall’inizio
Che la conservazione programmata riguarda tutti i ca. 8000 Comuni italiani (senza contare le frazioni),
8000 Comuni dove in ognuno di loro esiste un centro storico con edifici monumentali, ossia semplicemente abitativi (ma comunque storici), con all’interno (in particolare le chiese e i conventi: oltre 100.000 in Italia) numeri più o meno alti di dipinti, sculture, arredi fissi, parati, eccetera,
8000 Comuni che le statistiche dicono essere oggi
i. ca. 3000 semi o direttamente disabitati,
ii. altri 3000 con meno di 5000 abitanti.
Dato statistico da cui si deduce che – oggi (2017) – più dei 2/3 del territorio del Paese sono poco o per nulla presidiati da comunità locali,
Quindi che in circa 2/3 del territorio italiano il patrimonio storico e artistico si trova in una condizione di scarso o nullo controllo dei danni di origine ambientale, come da furti, atti vandalici, eccetera.
4. La centralità del problema ambientale nella realizzazione d’ una coerente e razionale politica di conservazione del patrimonio artistico, o più semplicemente storico, del Paese rende essenziale:
Creare una Agenzia mista Mibact-Miur costituita da membri esperti scelti non per appartenenza ma per competenze documentate in via bibliografica e indubitabili sul piano dei risultati colti, ciò che molto vale per le risposte date dai consolidamenti dei monumenti dopo un sisma,
affidando a quei membri il compito di elaborare un progetto definito con ogni precisione di conservazione programmata e preventiva del patrimonio storico e artistico in rapporto all’ambiente.
Inoltre Agenzia che:
i. di quel progetto sia il centro di indirizzo, coordinamento e controllo,
ii. per l’organizzazione e il controllo della tutela utilizzi gli strumenti di diritto privato, cioè applicare il Codice civile
iii. faccia delle Soprintendenze il primo motore per la realizzazione sul territorio della conservazione programmata, dando loro compiti definiti con ogni precisione e tempi tassativi in cui svolgerli.
iv. si occupi della formazione del personale interno alle Soprintendenze perché possa affrontare in modo efficiente e competente il piano organizzativo, tecnico-scientifico e finanziario di un’azione di conservazione programmata sul territorio.
All’Agenzia andranno affiancate le Università del territorio chiedendole di produrre, in tempi dati, lavori di ricerca nelle varie materie inerenti la conservazione programmata, materie che toccano temi tecnico-scientifici, economici, ambientali, sociologici, giuridici, urbanistici, ingegneristici, eccetera, appena detti,
Così come all’Agenzia saranno affiancati Cnr, Ingv, Istat, eccetera, come altre Università, italiane e non, laboratori scientifici dell’industria privata italiana e non, e così via.
Né mai dimenticando il ruolo essenziale che deve avere la società civile in un progetto culturale e socio-economico di questa enorme complessità e difficoltà di attuazione. Ruolo reso di grande complessità:
da un’arte contemporanea che ha completamente perso di vista la continuità con l’arte del passato, con essa, la dimensione dell’arte storica di componente ambientale antropica altrettanto necessaria per il benessere della specie dell’equilibrio ecologico tra le componenti ambientali naturali: esemplare in questo senso il rapporto “centro storico – nuove periferie”;
da una Università sempre meno in grado di riflettere – e far riflettere i suoi discenti – sul decisivo quesito di quale sia il senso del passato nel mondo d’oggi;
da strutture amministrative (soprintendenze, uffici tecnici regionali e comunali, ecc.) per cui un piano di conservazione preventiva e programmata è oggi cosa non molto diversa dall’araba fenice.
dall’essere il patrimonio artistico italiano in grandissima parte di proprietà della Chiesa,
quindi dall’essere il patrimonio artistico italiano in grandissima parte di soggetto religioso,
ciò a fronte:
i. d’una sempre maggior laicizzazione della società e da una immigrazione da paesi esteri di uomini e donne in gran parte indifferenti, quando non oppositivi, della civiltà cristiana.
ii. del fortissimo invecchiamento oggi del Clero (età media, ca. 70 anni), l’unico che quotidianamente (al più, settimanalmente) apre e chiude chiese, pievi, conventi eccetera, e che è perciò anche l’unico che constata il verificarsi di eventuali danni (rotture del tetto, furti, eccetera) e chiede il loro risarcimento.
B. Bozza di linee guida per la conservazione programmata del patrimonio storico e artistico in rapporto all’ambiente ex comma 5 art. 29 “Codice dei beni culturali” (D.Lgs 42/04)
In principio deve essere dato chiaro e condiviso che un’azione di conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente è impresa che, per la sua enorme complessità, durerà più decenni che anni,
e avrà costi ingentissimi, tali da essere più che alla portata della sola Italia, dell’Europa e di qualsiasi altro Stato straniero terzo che voglia partecipare a un’impresa, internazionalizzazione che si basa sul piano dato di fatto che la conservazione del patrimonio storico e artistico dell’Italia nei fatti coincide con la conservazione della gran parte della civiltà figurativa dell’Occidente.
Altrettanto chiaro deve essere che linee guida di una conservazione programmata e preventiva del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente (qui per la prima volta formulate ex co. 5 art. 29, pur se in via di bozze) sono le stesse che ogni soprintendenza territoriale dovrà attuare – si ribadisce: in tempi prefissati e insuperabili – nel territorio in propria giurisdizione.
Visto però:
i. che mai finora è stata realizzata un’azione di tutela con quelle caratteristiche,
ii. la radicale differenza tra questa nuova e diversa azione di tutela e quella esercitata per poco meno di un secolo ex l. 1089/39,
iii. azione di tutela che non teneva in alcun conto il decisivo rapporto, sul piano conservativo, patrimonio artistico – ambiente,
Vista inoltre la notevole complessità tecnico-scientifica e organizzativa della azione di conservazione programmata,
appare fin d’ora necessario – ribadisco quanto detto supra, al“Undicesimo punto” – attuare in via di verifica sperimentale questa nuova azione di tutela in una area geografica di estensione limitata e circoscritta, area che può essere una piccola regione italiana, come una provincia o anche una grande città, quali, ad es., Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli o Palermo.
Inoltre, visto che ex nihilo nihil fit, fondamentale è che le dette linee guida si conformino sul piano organizzativo, come della ricerca e dei modi di attuazione, ai modelli già esistenti. Modelli che sono i quattro diversi lavori realizzati dall’Istituto centrale del restauro negli anni in cui Giovanni Urbani ne è stato direttore (1973-1983), gli stessi a cui questo mio testo si è largamente ispirato.
Modelli ancora oggi unici realizzati nella direzione della conservazione programmata, perciò insuperabili sul piano metodologico e organizzativo. Modelli che sono:
“Problemi di conservazione” (1973)
“Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria” (1976),
Dispense didattiche denominate “Dimos” (1978-79).
“La protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico” (1983)
1.1 Analisi e programmazione di un quadro organico di ricerche nei territori in giurisdizione delle varie soprintendenze in funzione di:
Valutazione per ognuno di quei territori degli effetti di alcuni fattori generali di deterioramento naturali e accidentali (geologico-sismici, meteoclimatici, inquinamento atmosferico, spopolamento) sullo stato di conservazione dei beni culturali;
Definizione delle tecniche di rilevamento e di intervento, e dei relativi programmi operativi, mediante cui assicurare la conservazione dei beni predetti;
Definizione della struttura e delle dimensioni di un organismo tecnico territoriale per la regolare attuazione dei programmi di rilevamento e intervento di cui al punto precedente;
Definizione di una programmazione economica tesa al ripopolamento del territorio e incentrata su materie occupazionali quali:
i. Manutenzione del patrimonio storico artistico storico in mano pubblica;
ii. Manutenzione del patrimonio storico artistico in mano privata studiando tecniche di defiscalizzazione dei lavori;
iii. Manutenzione che prenda anche in considerazioni la possibilità di ridefinire le tipologie interne e esterne degli edifici in modo compatibile, sul piano formale, con l’esistente e con il contesto:
modificandone le dimensioni in pianta e in alzato,
modificando dimensioni di porte, finestre, eccetera,
dotandole di impianti quali ascensori, scale mobili, eccetera,
iv. Manutenzione del territorio:
Riassetto di boschi, sottobosco, rive di fiumi, torrenti, eccetera;
Riassetto del terreno agricolo attraverso ripresa delle coltivazioni, tradizionali e non, la creazione di allevamenti di animali, eccetera;
Realizzazione in ogni regione, ossia in gruppi di regioni, di scuole di formazione a numero chiuso per gli addetti – quadri dirigenti e non – alla conservazione programmata in rapporto all’ambiente;
Creazione di testi informativi e didattici per la formazione del personale – dirigente e non – addetto alla conservazione programmata:
Testi che abbiano al proprio centro i già citati lavori sulla conservazione programmata e preventiva elaborati dall’Icr di Giovanni Urbani,
Testi soprattutto puntati su temi generali quali:
i. Metodi di rilevamento
ii. Fattori ambientali di deterioramento,
iii. Meccanica del deterioramento dei beni,
iv. Metodi di rilevamento dello stato di conservazione,
v. Metodi di intervento,
vi. Effetti di tali fattori.
vii. Altri.
2. Piano operativo
2.1. Inventariazione speditiva della composizione e distribuzione del patrimonio in giurisdizione delle soprintendenze territoriali:
Inventariazione da progettare in partenza secondo principi funzionali a un esercizio della conservazione programmata, quindi ordinata secondo piani e programmi di tutela rigorosamente definiti in partenza.
Inventariazione da concordare nel metodo tra Mibact e Miur, sentiti Chiesa, Enti locali, Regioni, Fai e altre Associazioni,
Metodo che soprattutto sarà incentrato sulla definizione dei fattori ambientali/territoriali di deterioramento, quindi relativi a:
ii. Sismologia
iii. Meteo-climatologia
v. Abbandono delle coltivazioni agricole tradizionali
vi. Aspetti socio-economici quali:
abitati umani,
insediamenti industriali/commerciali,
variazione nella distribuzione della popolazione,
politiche di sviluppo territoriale, in part. il rapporto “periferia – centro storico”, doppie case e paesaggio, eccetera,
Inventariazione: macrodati:
i. Numero dei beni,
ii. Tipologia (edifici, monumenti, tele, tavole, affreschi, sculture, stucchi, tessuti, argenti, carte, pergamene, ecc.),
iii. Misure
iv. Collocazione,
v. Stato di conservazione,
vi. Zone di rischio ambientale.
vii. Georeferenziazione rispetto ai rischi ambientali.
viii. Regime giuridico di proprietà.
ix. Altri.
Inventariariazione: microdati;
i. Dipinti murali
ii. Dipinti su tavola e su tela
iii. Edifici monumentali
iv. Insediamenti tradizionali e complessi monumentali
v. Facciate scolpite, sculture/manufatti in pietra o in metallo all’aperto
vi. Scultura e manufatti lignei
vii. Zone di interesse archeologico
viii. Musei e raccolte
ix. Altri
Inventariazione che abbia come effetto finale anche la creazione di:
i. un “Catasto regionale dei monumenti,
ii. un “Atlante dei dissesti”.
2.2 Metodi di rilevamento
i. Indagini sociologiche;
ii. Indagini storiche;
iii. Indagine geografiche;
iv. Indagini statistiche.
v. Indagini sulle dinamiche dei terremoti.
vi. Indagini sulle dinamiche del dissesto idrogeologico.
i. Metodi ottici,
ii. Metodi di studio della composizione, del moto e degli effetti delle polveri,
iii. Metodi di misura dell’inquinamento dell’aria,
iv. Metodi di misura delle condizioni termo-igrometriche all’interno di edifici monumentali, musei, archivi e biblioteche, eccetera.
v. Metodi di prospezione archeologica
vi. Altri.
2.3 Indagine sullo stato di conservazione
Schede conservative:
i. dei manufatti mobili,
ii. degli arredi fissi,
iii. dei monumenti
iv. dei semplici edifici abitativi di contesto storico.
Cartelle dello stato delle strutture dei monumenti.
Indagini sulla consistenza statica delle strutture.
2.4 Rassegna dei principali metodi di intervento:
i. Strumenti per la protezione preventiva terremoti,
ii. Strumenti per la protezione preventiva ex post terremoti,
iii. Il lavoro sarà fatto precedere:
studio delle principali tecniche storiche di consolidamento strutturale dei monumenti nelle zone in giurisdizione delle soprintendenze territoriali,
da uno studio sul funzionamento nei secoli di quelle stesse tecniche,
da uno studio sugli attuali strumenti di consolidamento strutturale e sul loro funzionamento a fronte di terremoti avvenuti dopo la loro realizzazione,
da uno studio comparato delle tecniche storiche di consolidamento e di quelle attuali.
i. Strumenti per la protezione preventiva da inondazioni, frane, eccetera
ii. Il lavoro sarà fatto precedere:
da uno studio sul regime storico dello smaltimento delle acque nelle città e nei paesi in giurisdizione delle soprintendenze
in rapporto alla collocazione storica di boschi, coltivazioni agricole, eccetera;
da uno studio sugli attuali strumenti di tenuta dei corsi d’acqua e sul loro funzionamento a fronte di terremoti avvenuti dopo la loro realizzazione,
da uno studio comparato delle tecniche storiche di regimentazione delle acque e di quelle attuali,
i. attività civili:
impianti termici, circolazione mezzi di trasporto, incenerimento rifiuti;
ii. attività industriali:
estrattive, manifatturiere, – produzione di energia elettrica;
iii. attività agricole:
spargimento pesticidi e fertilizzanti, combustione incontrollata dei rifiuti solidi, lavorazione terreni e produzione.
Condizioni termo-igrometriche di ambienti, materiali e strutture;
i. rilevamento delle condizioni ambientali dei musei del territorio in giurisdizione di ogni soprintendenza territoriale;
ii. studio delle grandezze termo-igrometriche caratteristiche di affreschi e facciate scolpite degradati da umidità del territorio in giurisdizione di ogni soprintendenza territoriale;
iii. rilevamento degli scambi di umidità tra l’aria e il materiale cartaceo ammassato in condizioni di deposito di un archivio o biblioteca del territorio in giurisdizione di ogni soprintendenza territoriale;
iv. mappe della distribuzione dell’umidità in intonaci affrescati siti nel territorio in giurisdizione di ogni soprintendenza territoriale,
v. altri.
2.5 Metodi di intervento nel senso di prevenzione e/o manutenzione sui beni:
a. Rassegna dei principali metodi d’intervento:
i. Edifici monumentali
ii. Edifici storici di semplice abitazione
iii. Monumenti;
iv. Dipinti murali;
v. Dipinti su tavola;
vi. Dipinti su tela;
vii. Materiali lapidei;
viii. Materiali metallici;
ix. Materiali pergamenacei e cartacei di archivi e biblioteche;
x. Metodi di diserbo;
xi. Altri.
2.6 Redazione di una serie di tavole sinottiche in cui siano georiferiti per ogni Comune allocato nel luogo di pertinenza della soprintendenza territoriale:
Edifici storici di semplice abitazione
Eventi sismici di elevata intensità (0-1997)
Catastrofi idrogeologiche di elevata intensità (0-1997)
Isoterme e isoiete medie annue
Emissioni inquinanti: materiale particellare (t/km2)
Emissioni inquinanti: anidride solforosa (t/km2)
Emissioni inquinanti: ossidi di azoto (t/km2)
Localizzazione dell’industria manifatturiera
Variazione % di popolazione (1951 – 2011)
Distribuzione % di popolazione (195
Distribuzione % di popolazione (1971)
Distribuzione % di popolazione (2011)
2.7 Redazione di tavole sinottiche dove, per ogni Comune allocato nel luogo di pertinenza della soprintendenza territoriale, siano georiferiti alle zone di più o meno grave rischio ambientale:
Insediamenti tradizionali,
Materiali pergamenacei e cartacei
2.8 Piano di conservazione programmata:
i. Composizione e distribuzione del patrimonio dei beni culturali del territorio in giurisdizione di ogni soprintendenza,
ii. Stato di conservazione del patrimonio
iii. Programma degli interventi
2.9 Piano di aggiornamento e formazione:
Creazione di strumenti didattici finalizzati:
i. Conoscenza di materiali e strutture costitutivi dei principali beni
ii. Influenza dei vari fattori ambientali sul deterioramento di materiali e strutture costitutivi i principali tipi di beni,
iii. Metodi per il rilevamento dello stato di conservazione dei singoli beni,
iv. Verifica degli effetti conservativi dei restauri realizzati
2.10 Specifiche del progetto
Urbino, 21 nov. 2017
[*] I primi cinque commi dell’articolo 29 del Codice dei beni culturali (D.lgs. 42/04) sono stati scritti nel luglio 2003 tra Salvatore Settis, che dell’intero Codice è stato il coordinatore, Giovanni Carbonara, Stella Casiello, Marco Dezzi Mardeschi, Bruno Toscano e Bruno Zanardi.
December 5, 2017 Permalink

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