Source: https://www.anama.it/blog/2012/01/13/lincertezza-del-diritto-nella-disciplina-delle-decadenze-prevista-anche-per-i-contratti-a-termine-dal-collegato-lavoro-e-dal-c-d-decreto-mille-proroghe/
Timestamp: 2019-05-19 12:16:29+00:00

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L’incertezza del diritto nella disciplina delle decadenze prevista (anche) per i contratti a termine dal collegato lavoro e dal c.d. decreto mille proroghe » A.N.A.M.A. L’incertezza del diritto nella disciplina delle decadenze prevista (anche) per i contratti a termine dal collegato lavoro e dal c.d. decreto mille proroghe – A.N.A.M.A.
A distanza di circa un anno dall’entrata in vigore del legge n. 10 del 26 febbraio 2011, che ha convertito, con modificazioni, il d.l. n. 225 del 29 dicembre 2010 (c.d. decreto mille proroghe) cominciano a vedersene gli effetti pratici soprattutto, per quel che qui interessa, rispetto al suo difficile raccordo col c.d. collegato lavoro (legge n. 183 del 2010) e con le novità da quest’ultimo introdotte in materia di lavori flessibili e contratti a tempo determinato e termini di decadenza.
Lo dimostrano le prime sentenze della corte di merito milanese che si sono cimentate nell’ardua impresa di coniugare, appunto, l’art. 2, comma 54 del d.l. n. 225/2010, che ha prorogato al 31.12.2011 l’operatività del regime della decadenza (introdotto dall’art. 32 della citata legge n. 183/2010) per l’impugnazione di tutta una serie di contratti e provvedimenti, prima prevista dall’art. 6 della legge n. 604/1966 per la sola impugnazione del licenziamento, con la ratio che sembra aver ispirato il legislatore nell’approntare i detti provvedimenti legislativi: quello del collegato lavoro di non protrarre all’infinito situazioni d’incertezza giuridica legate a tutta una serie di situazioni conseguenti alla cessazione dei contratti di lavoro temporanei e di alcuni atti negoziali fonte potenziale di contenzioso lavoristico; quello del decreto mille proroghe di assicurare un regime transitorio prima della messa a regime dei precetti in materia di decadenze per tutti i lavoratori investiti da queste ultime.
Le decisioni del Tribunale di Milano dell’estate 2011 (sentenze 29.9.2011, n. 4404, 4.8.2011, n. 3914 e 4.7.2011 n. 3402, che possono leggersi nel n. 5 del Notiziario di Giurisprudenza del Lavoro dell’ABI, di prossima pubblicazione) seguono due orientamenti contrapposti. La n. 4404 del 2011 statuisce che: “L’esame del testo dell’art. 2 comma 54, D. L. n. 29 dicembre 2010, n. 225, convertito con modificazioni nella Legge 26 febbraio 2011, n. 10 (c.d. decreto Milleproroghe), unitamente all’analisi della volontà del legislatore, così come espressa dall’ordine del giorno della Camera, votato in sede di approvazione del suddetto decreto legge, esclude che il differimento possa essere applicabile ai contatti a termine, e comunque al di fuori della sola ipotesi di impugnazione del licenziamento”; le sentenze di luglio e agosto 2011, prevedono che “Pur in assenza di una espressa previsione, non può che ritenersi che con l’intervento di cui al D.L. n. 225/2010, convertito in Legge 26 febbraio 2011, n. 10 il legislatore abbia voluto posticipare l’efficacia del termine decadenziale introdotto con la legge n. 183 del 2010 (c.d. collegato lavoro), facendo così salvi i diritti di quanti, alla data del 24 gennaio 2011, non avessero ancora provveduto alle impugnazioni ivi disciplinate. Nessun dubbio, poi che il decreto ministeriale debba trovare applicazione anche in materia di impugnazione dei contratti a termine posto che l’art. 32, comma 4, espressamente richiama “le disposizioni di cui all’articolo 6 della legge 15 luglio 1966, come modificato dal comma 1 del presente articolo”, le sentenze di luglio e agosto 2011 nn. 3402 e 3914.
Prima di soffermarci sulle decisioni che precedono, conviene accennare alle citate disposizioni di legge.
I comma 3 e 4 dell’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (c.d. collegato lavoro), con norma d’impatto fortemente innovativo, hanno esteso il regime di decadenza previsto dall’art. 6 della legge n. 604 del 15 luglio 1066 per l’impugnazione del licenziamento ad altre fattispecie, tra cui l’impugnazione della validità del termine apposto al contratto a tempo determinato, con buona pace dell’art. 1422 c.c. e della regola dell’imprescrittibilità dell’azione di nullità.
Vi si legge, infatti, che: “Le disposizioni di cui all’articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano inoltre: a) ai licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro ovvero alla legittimità del termine apposto al contratto; b) al recesso del committente nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche nella modalità a progetto, di cui all’articolo 409, numero 3), del codice di procedura civile; c) al trasferimento ai sensi dell’articolo 2103 c.c., con termine decorrente dalla data di ricezione della comunicazione di trasferimento; d) all’azione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro, ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368 e successive modificazioni, con termine decorrente dalla scadenza del medesimo” (3° comma); e che: “Le disposizioni di cui all’articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano anche: a) ai contratti di lavoro a termine stipulati ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, in corso di esecuzione alla data di entrata in vigore della presente legge, con decorrenza dalla scadenza del termine; b) ai contratti di lavoro a termine, stipulati anche in applicazione di disposizioni di legge previgenti al decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368 e già conclusi alla data di entrata in vigore della presente legge, con decorrenza dalla medesima data di entrata in vigore della presente legge; c) alla cessione di contratto di lavoro avvenuta ai sensi dell’articolo 2112 c.c. con termine decorrente dalla data del trasferimento; d) in ogni altro caso in cui, compresa l’ipotesi prevista dall’articolo 27 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si chieda la costituzione o l’accertamento di un rapporto di lavoro in capo a un soggetto diverso dal titolare del contratto” (4° comma).
Il 1° comma dell’art. 32 del collegato lavoro, introducendo un’altra novità di notevole perso, ha stabilito che l’impugnazione nel termine di decadenza di 60 giorni dal licenziamento è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di duecentosettanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato: sicchè, salvo quanto si dirà tra breve, attualmente la legge prescrive un doppio termine di decadenza: di 60 giorni per l’impugnazione stragiudiziale, decorrente dalla data di ricezione dell’atto di recesso e di 270 giorni per l’impugnazione giudiziale (o per la richiesta del lavoratore del tentativo di conciliazione o dell’arbitrato) dall’avvenuta impugnazione stragiudiziale (che nel regime previgente doveva essere effettuata nel termine di prescrizione di cinque anni ex art. 1442 c.c.).
Tuttavia, per usare le parole della sentenza n. 4404/2011 del Tribunale di Milano, “la considerazione dell’impatto che il citato art. 32 poteva avere sul contenzioso ha indotto il legislatore ad intervenire” nuovamente sulla disciplina delle decadenze, disponendo una proroga della sua efficacia con l’art. 2, comma 54, d.l. n. 225 del 2010, convertito con modificazioni nella legge 26 febbraio 2011, n. 10 (art. 1, comma 54), la cui formulazione, però, risulta talmente imprecisa e così scarsamente organica, rispetto al testo e al contenuto della legge n. 183 del 2010, che da subito ha generato dubbi interpretativi e applicativi di cui le due sentenze in epigrafe costituiscono un primo significativo riflesso.
Dispone, infatti, il citato co. 54 che: “all’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183, dopo il co. 1 è aggiunto il seguente co. 1 bis. In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all’art. 6, comma 1, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal co. 1 del presente articolo, relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011”.
A completare il quadro di riferimento della normativa in questione rammentiamo che in sede di approvazione della stessa è stato emesso dalla Camera anche un ordine del giorno che prevede l’impegno per il Governo a fornire chiarimenti secondo i seguenti criteri-guida: “l’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183, introduce disposizioni in materia di contratti di lavoro; la ratio delle disposizioni dell’art. 32 è quella di garantire la certezza dei diritti e la speditezza dei processi mediante l’introduzione di termini di decadenza riferiti anche a fattispecie in precedenza non assoggettate a tali termini; l’effetto del co. 1 bis del citato art. 32, introdotto dal Senato con il co. 54 dell’art. 2 del decreto-legge in esame, è quello di differire, al 31 dicembre 2011, l’efficacia delle disposizioni limitatamente alle fattispecie di cui all’art. 6, co. 1, della legge 15 luglio 1966, 604; a ragione del differimento rimangono temporaneamente in vigore le norme in materia di impugnazione non richiamate da tale ultima disposizione citata; l’interpretazione sistematica del co. 1 bis non comporta, altresì, il differimento dell’applicazione dei termini decadenziali anche alle fattispecie previste ai successivi co. 3 e 4”.
I chiarimenti non sono arrivati e le sentenze della corte milanese (soprattutto la n. 3914 del 4 agosto 2011, che conta su un identico precedente dello stesso estensore, sentenza n. 3402 del 4 luglio 2011), si misurano con un dato normativo quanto mai incerto ed incoerente sia sotto il profilo dell’ambito di operatività del differimento al 31 dicembre 2011 dell’entrata in vigore del regime di decadenze, sia quanto all’efficacia retroattiva o non della proroga stessa.
Il primo corno del dilemma viene risolto dalla sentenza n. 4404 del 29 settembre 2011 traendo conforto dalla coincidente volontà del legislatore, espressa col citato ordine del giorno approvato dalla Camera dei Deputati il 25 febbraio 2011 ed interpretando in senso letterale la norma in discorso, la quale, infatti, ritiene che il differimento del termine di decadenza di 60 giorni riguardi esclusivamente l’impugnazione del licenziamento di cui all’art. 6 della legge n. 604 del 1966 e non anche tutte le nuove fattispecie per le quali il collegato lavoro ha imposto il regime decadenziale.
Alla stregua di questo orientamento la disposizione di cui al d.l. n. 225/2010 non è, perciò, applicabile ai contratti a termine, giacchè, se anche l’intenzione del legislatore (non espressa, ma presumibile) fosse stata quella di garantire in via transitoria ai lavoratori a tempo determinato un termine più congruo per impugnare i vari contratti o far valere la nullità del termine, la volontà del legislatore viene espressa solo per le situazioni che riguardano i lavoratori subordinati a tempo indeterminato, con esclusione dal campo di applicazione della norma di tutte le altre fattispecie non riconducibili al “licenziamento” in senso stretto.
Considerato, perciò, che il decreto c.d. milleproroghe è stato convertito in legge il 27 febbraio 2011, il termine di decadenza di 60 giorni per l’impugnazione stabilito dal collegato lavoro con riferimento ai contratti a termine conclusi alla data di entrata in vigore della norma, cioè il 24 novembre 2010, è spirato il 24 gennaio 2011, data entro la quale devono (o avrebbero dovuto) essere impugnati.
L’iter logico seguito dal giudice milanese appare a prima vista conforme al dettato della legge, e a quanto pare, alla volontà del legislatore che si ricaverebbe dal predetto ordine del giorno.
Tuttavia e a ben vedere, nella sua estrema e forse eccessiva sinteticità e apparente coerenza con l’art. 12 delle preleggi che, lo ricordiamo, raccomanda che “nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dall’intenzione del legislatore”, il Tribunale del settembre 2011, disattende almeno in parte proprio quest’ultima disposizione legislativa, che vuole contemperata, nell’interpretazione della legge, tanto l’esigenza di rispettarne la formulazione letterale, quanto quella di ricercare la volontà del legislatore.
Inoltre il giudice trascura del tutto il problema legato all’eventuale retroattività della norma, che l’espressione “in sede di prima applicazione” indubbiamente solleva.
Più apprezzabile, anche se con i limiti cui si accennerà, è lo sforzo compiuto dal Tribunale milanese con la sentenza 3914/ 2011, il quale, prendendo realisticamente atto dell’inutilità di un intervento legislativo diretto a prorogare gli effetti di una decadenza che opera per i lavoratori già da 46 anni, sviluppa il suo ragionamento lungo la direttrice appunto della volontà del legislatore che rinviene nella postergazione della “efficacia temporale del termine decadenziale introdotto con la legge n. 183 del 2010, facendo così salvi i diritti di quanti alla data del 24 gennaio 2011 non avessero ancora provveduto alle impugnazioni ivi disciplinate”.
La ratio dell’intervento del legislatore starebbe, secondo la sentenza di agosto, proprio nella citata rimessione in termini che il giudice milanese spiega nel seguente modo: “… l’art. 2, comma 54, d.l. n. 225/2010 prevede espressamente che le disposizioni di cui all’art. 6 comma 1, l. n. 604 del 1966, come modificato dal comma 1 dell’art. 32, legge n. 183/201, relativamente al termine dei 60 giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia dal 31 dicembre 2011, in sede di prima applicazione”. “Se, dunque, la norma dispone dell’efficacia della disciplina “in sede di prima applicazione”, la sua portata non può che essere retroattiva, ossia destinata a regolamentare i primi effetti della nuova disciplina, con la conseguenza di una sostanziale “rimessione in termini” di quanti fossero medio tempore decaduti per lo spirare del termine del 24 gennaio 2011”.
Il Tribunale di Milano n. 3914/2011 non ha dubbi neppure sull’applicabilità del decreto milleproroghe ai contratti a termine giacchè l’art. 32, comma 4, del collegato lavoro espressamente richiama “le disposizioni di cui all’art. 6 della legge 15 luglio 1966 n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo”, del quale essi seguono quindi la sorte.
Sebbene più coerente con la ratio che ha guidato il legislatore nel procrastinare il termine dell’entrata in vigore del regime delle decadenze in relazione alle fattispecie (ex art. 32, co. 3 e 4) che, prima del 2010, ne erano estranee, tuttavia la tesi espressa dal Tribunale da ultimo commentato non persuade fino in fondo perché, privilegiando un’interpretazione logica della norma, ne sottovaluta il dato testuale rappresentato dal fatto che il co. 54 richiama solo il co. 1 dell’art. 32, ma non anche i co. 3 e 4.
Anche se, va detto, valorizzando la lettera della legge, si ottiene il risultato paradossale, suggerito dall’aggancio della norma al citato ordine del giorno approvato dalla Camera, di eludere completamente proprio la finalità perseguita dal legislatore di consentire ai lavoratori c.d. precari termini più larghi per impugnare i provvedimenti e/o i contratti ritenuti illegittimi.
Ancor più problematico risulta rinvenire nella norma di cui al comma 54 dell’art. 2 d.l. n. 225/2010 l’effetto retroattivo, per così dire sanante, colto dalla sentenza n. 3914.
Invero, a differenza dell’ipotesi in cui l’estensione a tutte le fattispecie previste dall’art. 32 del collegato, con un pò di buona volontà, si può rinvenire testualmente nel collegamento strettissimo che c’è tra il co. 1 e il co. 4 dell’art. 32, nel decreto milleproroghe la retroattività può essere solo presunta e per quanto ragionevole e logicamente la si voglia presumere, si tratterebbe pur sempre di una presunzione contraria all’art. 11 delle preleggi.
Ma anche laddove tale effetto retroattivo, secondo l’interpretazione logica della norma suggerita dalla sentenza di agosto 2011, lo si volesse cogliere nell’espressione “in sede di prima applicazione”, rimane il dubbio se con essa si debba intendere l’intenzione di ritardare gli effetti preclusivi delle nuove decadenze, o la sostanziale sanatoria con la rimessione in termini per le decadenze prodottesi medio tempore.
È abbastanza intuitivo che i due concetti non debbano necessariamente coesistere, giacchè l’espressione “in sede di prima applicazione”, frutto di una tecnica legislativa acritica e frettolosa, di per sé non significa nulla e può significare tutto: di sicuro non è una formula legislativa dotata di forza sufficiente per superare l’ostacolo posto dal precetto per cui la legge non dispone che per l’avvenire e non ha effetto retroattivo.
Ad aggiungere confusione a confusione v’è l’incognita, estranea al thema decidendum delle due sentenze in commento, della sorte che tocca al 2° comma dell’art. 6 della legge n. 604, di cui il decreto milleproroghe non fa parola, a mente del quale: “l’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di duecentosettanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato, ferma restando la possibilità di produrre nuovi documenti formatisi dopo il deposito del ricorso”.
Interpretando in senso strettamente letterale la norma, salva la sospensione del termine di decadenza di 60 giorni (solo per il licenziamento?), non potrebbe che concludersi nel senso che invece resta efficace la previsione dell’impugnativa entro 270 giorni dinanzi al giudice.
A tale incongrua conseguenza potrebbe ovviarsi partendo sempre dal rilievo che l’intento del legislatore è stato quello di rendere inoperanti fino al 31 dicembre 2011 le decadenze introdotte con la legge n. 183, così che non sarebbe coerente con tale finalità la soluzione dell’immediata applicabilità del co. 2, che si spiega solo con l’operatività del primo comma.
Una lettura di questo tipo ha il pregio di risultare quanto meno “buon senso”, sottolineando la stretta connessione tra il primo e il secondo comma del nuovo art. 6, per valorizzarne una lettura sistematica prima ancora che logica.
Il suggerimento agli interpreti che proviene da più parti è di mantenersi scrupolosamente entro i limiti che la lettura restrittiva delle norme impone, per non incorrere nel rischio di un’eccezione pregiudiziale di decadenza, per violazione dell’ordine del giorno approvato dalla Camera dei Deputati.

References: art. 1442
 sentenza 
 art. 32
 art. 32
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 32
 sentenza 
 sentenza 
 art. 6