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Timestamp: 2019-04-25 04:58:54+00:00

Document:
Venerdì, 30 Marzo 2018 13:24
Raccolta di sentenze favorevoli alle ragioni del contribuente in casi in cui veniva contestato l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti
Nullità dell’avviso di accertamento per invalidità della delega
Sent. n. 1806/2017
Gli avvisi traevano origine dal PVC della Guardia di Finanza che intraprendeva verifica fiscale in capo a XXX nel corso di un’attività ispettiva svolta nei confronti della ditta individuale XXY dalla quale l’odierna appellante risultava essere destinataria di fatture per operazioni inesistenti. Nei confronti del XXX i verificatori accertavano l’esistenza di un sistema fraudolento creato dal socio accomandatario, il sig. XXX che, al fine di abbattere i ricavi conseguiti e, di conseguenza, versare all’erario minori imposte, compilava e utilizzava fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti, coinvolgendo ben 53 soggetti economici, tre dei quali compiacenti; complessivamente l’ammontare delle operazioni oggettivamente inesistenti contestate e che determinavano costi in abbattimento del reddito nel corso degli anni sottoposti ad indagini, era pari ad € 1.455.933,94.
Inoltre veniva accertata la presenza di una contabilità extracontabile con i conteggi relativi a cessioni di beni in tutto o in parte non fatturati con conseguente contestazione di ricavi non dichiarati per ciascuna delle annualità in esame.
Parallelamente mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti di cui all’art. 2, c. 1 e 2 del D.lgs. 74/2000. Il Tribunale di Milano, prima sezione penale, si pronunciava in data 23.3.2016 con sentenza di assoluzione dell’imputato dai reati a lui ascritti ai capi A) art. 81 c.p. e 2, c. 1 e 2 d.lgs. n. 74/2000, e c) art. 10 quater d.lgs. n. 74/2000 perché il fatto non sussisteva e dal reato di cui al capo B) art. 3 d.lgs. 74/2000 perché il fatto non era più previsto dalla legge come reato; inoltre veniva ordinato il dissequestro e la restituzione degli immobili e delle quote di partecipazione societaria di cui al verbale di sequestro preventivo della Guardia di Finanza. Come da allegati in atti, la sentenza assolutoria emessa dal Tribunale penale di Milano nei confronti del sig. XXX diveniva definitiva per passaggio in giudicato il 5 settembre 2016.
L’Ufficio notificava avvisi di accertamento sia in capo alla società per il recupero dell’Irap e dell’Iva, sia in capo ai tre soci per ogni annualità ai fini Irpef, con conseguente determinazione dei rilievi:
1. omessa e/o irregolare tenuta e conservazione delle scritture contabili;
2. presentazione di dichiarazione infedele ai fini Irpef;
3. presentazione di dichiarazione infedele ai fini Irap;
4. presentazione di dichiarazione infedele ai fini Iva.
5. omessa fatturazione e/o registrazione di operazioni imponibili;
6. illegittima detrazione Iva.
Nel dettaglio (omissis)
Con ricorso depositato in data 11.3.2014 XXX impugnava l’avviso di accertamento eccependo:
L’illegittimità dell’atto per mancanza di valida sottoscrizione, amncando l’allegazione della delega del direttore provinciale;
Nullità dell’atto per intervenuta decadenza del potere di accertamento per insussistenza dei presupposti per il raddoppio dei termini tenuto conto dell’intervenuta prescrizione del reato ipotizzato; della mancata allegazione della comunicazione della notizia di reato;
Infondatezza dell’accertamento in relazione all’addebito dell’Iva sulle fatture ritenute false, riferendosi l’art. 21 c. 7 dpr 633/72 alle sole fatture attive e non a quelle passive;
Infondatezza dell’accertamento per mancato riconoscimento dei costi in relazione ai presunti redditi non dichiarati.
l.’Agenzia delle Entrate si costituiva, controdeducendo:
a) la piena legittimità dell’avviso recante la sottoscrizione da parte di soggetto delegato per la firma, tale dovendosi intendere quella prevista dall’art. 42 dpr 600/73. In ogni caso è stato allegato l’atto dispositivo interno relativo alle deleghe di firma;
b) la legittima applicazione del raddoppio dei termini entro i quali esercitare il potere accertativo, essendo ancora pendenti i termini per l’annualità 2005 all’atta dell’entrata in vigore del decreto 223/2006;
c) a fronte del compendio probatorio a sostegno dell’avviso di accertamento e riprodotto nell’atto di costituzione, l’Agenzia evidenzia come la ricorrente nulla abbia eccepito, mentre l’addebito Iva deve ritenersi fondato sull’art. 203 direttiva 2006/112/CE secondo il quale l’Iva è dovuta da chiunque indichi tale imposta in una fattura. Inoltre trattandosi di fatture per operazioni inesistenti l’Iva è indetraibile;
d) la ricorrente nulla ha eccepito in merito alla mancata dichiarazione dei ricavi accertati.
In data 4.9.2015 i ricorrenti depositavano memoria illustrativa corredata da produzioni documentali nella quale ribadiva i motivi già esposti a fondamento del ricorso.
La Commissione Tributaria Provinciale con sentenza n. 8148/15 depositata in data 16.10. 2015, respingeva i ricorsi riuniti e condannava i ricorrenti al pagamento pro quota delle spese di lite complessivamente liquidate in € 2.500,00. In particolare il collegio osservava come, in merito al primo motivo dedotto: “La delega di firma dell’avviso di accertamento è sottoscritta dal capo dell’Ufficio controlli XXX delegato dal direttore provinciale XXX. Con la costituzione in giudizio l’Agenzia delle Entrate ha prodotto il prospetto relativo alle deleghe di firma, compresa quella ad XXX. Evidente, dunque, l’infondatezza del motivo essendo stato rispettato il dettato dell’art. 42 del D.P.R. m600/73. Quanto all’eccepita nullità dell’avviso per mancanza della qualifica dirigenziale i capo a XXX deve osservarsi che i ricorrenti non contestano la qualifica in capo al delegante XXX ma esclusivamente in capo al delegato, circostanza questa che esclude la contestata nullità. Se infatti la carenza del potere in capo al delegante potrebbe determinare la carenza ab origine del potere di sottoscrivere, la presenza in capo al delegante del relativo potere la esclude. Ciò che viene in considerazione nel caso in esame non è dunque l’assenza di poteri in capo al delegante, ma la mancanza di qualifica dirigenziale validamente conseguita a seguito di concorso da parte del delegato”. Il collegio concludeva richiamando la recente giurisprudenza della Corte Costituzionale che sul punto ricordava le regole organizzative interne dell’Agenzia delle Entrate che danno la possibilità di ricorrere all’istituto della delega, anche a funzionari, per l’adozione di atti a competenza dirigenziale e che la provenienza dell’atto dall’ufficio e la sua idoneità devono essere presunte, finché non è provata la non appartenenza del sottoscritto all’ufficio o, comunque, l’usurpazione dei relativi poteri, pertanto: “Nel caso in esame non può certo parlarsi di usurpazione e la delega attesta l’esercizio di un potere proprio del delegante, potere non posto in discussione neppure dal ricorrente”.
Infine, la CTP, dichiarata l’inammissibilità dei motivi ritenuti nuovi e contenuti nella memoria illustrative del 04.9.2015, respingeva tutte le contestazioni richiamando la ricostruzione operata dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Entrate in assenza di valide contestazioni.
Con unico atto di appello in data 18.4.2016 i contribuenti XXX, XXX e XXX chiedono in riforma della sentenza n. 8148/15 l’annullamento degli avvisi di accertamento previa sospensiva dell’azione di riscossione.
A sostegno del gravame deducono:
Illegittimità dell’atto per mancanza di valida sottoscrizione;
Nullità dell’atto per intervenuta decadenza del potere di accertamento in assenza dei presupposti per il “raddoppio dei termini”;
Illegittimità del raddoppio dei termini quando l’ipotesi di reato rappresentata dall’Agenzia delle Entrate viene a cadere per assoluzione dell’imputato.
Illegittimità della pretesa di doppia applicazione dell’Iva delle fatture per operazioni pretese inesistenti;
Violazione del principio di neutralità dell’Iva;
Violazione del divieto di indebito arricchimento erariale e di doppia imposizione;
Infondatezza dell’accertamento per mancato riconoscimento dei costi sui pretesi maggiori ricavi;
Maggiori ricavi imputati sulla base di una presunta contabilità extracontabile e il mancato riconoscimento dei relativi costi;
Violazione e falsa applicazione dell’art. 12 del D.lgs. n. 472/97.
Successivamente, in data 6.9.2016, gli appellanti presentavano memoria illustrativa insistendo sull’invalidità della delega di funzioni in quanto l’Ufficio, in violazione del D.lgs. 165/01, non avrebbe indicato le “specifiche e motivate esigenze di servizio” per l’attribuzione delle funzioni all’impiegato XXX e soprattutto non avrebbe individuato il periodo di efficacia della stessa, requisito quest’ultimo indispensabile non potendosi prevedere deleghe a tempo indeterminato.
Infine, con ulteriore memoria illustrativa in data 16.9.2016 gli appellanti presentavano osservazioni in ordine al rapporto tra il giudizio penale a carico del sig. XXX (concluso con sentenza ampiamente assolutoria passata in giudicato in data 5.9.2016) e il giudizio tributario in essere; i contribuenti, pur riconoscendo la completa autonomia dei due procedimenti alla luce degli artt. 20 e 25 D.lgs. 74/2000 che esclude qualsiasi rapporto di pregiudizialità tra i due giudizi, richiamano un consolidato orientamento della Suprema Corte che, pur non riconoscendo autorità di cosa giudicata alla sentenza penale nel processo tributario, tuttavia afferma che il giudice tributario, nell’esercizio dei propri poteri autonomi di valutazione ex art. 116 c.p.c., è comunque legittimato a valutare il materiale probatorio proveniente dal procedimento penale ed acquisto agli atti, al fine di verificare la rilevanza ai fini fiscali (Cass. 10269/2005). Controdeduce e resiste l’Agenzia delle Entrate, contestando in toto le prospettazioni di controparte in quanto inammissibili per violazione dell’art. 53 c.1 del D.lgs. 546/1992, stante la mancanza di motivi specifici dell’impugnazione e, nel merito, insistendo per la conferma della sentenza impugnata e la legittimità dell’avviso di accertamento.
L’odierna Commissione, in applicazione del principio c.d. della “ragione più liquida”, delimita l’analisi della controversia ai fini della decisione al primo motivo di appello sollevato da parte contribuente in merito all’illegittimità dell’atto per mancanza di valida sottoscrizione in violazione dell’art. 42 DPR 600/73.
In sede di appello, parte contribuente ha tempestivamente eccepito come gli avvisi di accertamento emessi nei suoi confronti fossero viziati in quanto sottoscritti da un soggetto non legittimato, poiché decaduto dai suoi poteri di sottoscrivere avvisi di accertamento in base all'intervenuta sentenza n. 37/2015 della Corte Costituzionale, e poiché destinatario di un'ampia delega di funzioni, in luogo della c.d. delega ad acta.
Preliminarmente, è necessario fare chiarezza in relazione al tipo di delega prevista dall'art. 42 del D.P.R. n. 600/73 alla luce del consolidato orientamento della Corte di Cassazione.
La norma di cui all'art. 42 del D.P.R. n. 600/1973, al primo comma, prevede espressamente la possibilità, per il capo dell'Ufficio di delegare la sottoscrizione degli avvisi di accertamento: “Gli accertamenti in rettifica e gli accertamenti d'ufficio sono portati a conoscenza dei contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell'Ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato”.
La stessa norma, però, al terzo comma prevede che l'avviso sottoscritto in violazione di quanto previsto al primo comma sia punito con la nullità dell'avviso di accertamento stesso: “L'accertamento è nullo se l'avviso non reca la sottoscrizione”.
La dottrina è divisa sull'inquadramento dogmatico della delega: secondo una parte si tratterebbe di delega c.d. Di firma che, rispondendo ad una materiale esigenza di concentrazione del lavoro amministrativo, non trasferisce l'esercizio del potere attribuito all'organo delegante, conferendo soltanto l'incarico di firmare atti di esercizio di tale potere secondo le direttive impartite in delega, con la conseguenza che l'atto, firmato dal delegato, resta comunque imputato all'organo/soggetto delegante. Secondo un diverso orientamento, il conferimento di delega di firma, non potendo non coinvolgere anche una delega di attribuzioni, dovrebbe conformarsi ai requisiti di cui all'art. 17, comma 1-bis del D.Lgs. 30 marzo 2011, n. 165, il quale prevede che “I dirigenti per specifiche e comprovate ragioni di servizio, possono delegare per un periodo di tempo determinato, con atto scritto e motivato, alcune delle competenze comprese nelle funzioni... a dipendenti che ricoprano le posizioni funzionali più elevate nell'ambito degli uffici ad essi affidati...”. Si tratta di un provvedimento amministrativo con cui un'autorità/soggetto amministrativo, nei casi in cui la legge gli attribuisce espressamente tale facoltà nell'esercizio delle proprie funzioni, sostituisce a sé un'altra autorità/soggetto, con conseguente trasferimento di competenza/funzione e relativa responsabilità dell'atto dell'atto emesso in capo all'autorità/soggetto delegato.
Poiché “non appare indifferente che un atto complesso some l'accertamento tributario sia emesso da un funzionario privo della necessaria qualifica, e quindi – deve presumersi – della necessaria capacità tecnica” (Cass. n. 25017/2015), affinché la delega di firma/funzione (alla sottoscrizione/emissione di atti impositivi o processuali) sia efficace, dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenere necessari:
forma scritta (sottoscritta auto graficamente, protocollata e depositata agli atti dell'Ufficio);
motivazione (indicazione delle ineludibili esigenze di servizio);
qualifica, funzione e generalità del dirigente/ funzionario delegato;
durata e limitazioni (periodo e valore/materia/atti/servizi/ecc.).
Tale orientamento è stato recentemente confermato dalla sentenza n. 22803/2015 della Corte di Cassazione che ha affermato il seguente principio di diritto: “In tema di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, l'avviso di accertamento, a norma dell'art. 42 del D.P.R. n. 600 del 1973 e dell'art. 56 del D.P.R. n. 633 del 1972 (che, nel rinviare alla disciplina sulle imposte dei redditi, richiama implicitamente il citato art. 42) deve essere sottoscritto, a pena di nullità, dal capo dell'ufficioo da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato e, cioè, secondo la classificazione prevista dall'art. 17 del c.c.n.l. comparto “agenzie fiscali” per il quadriennio 2002-2005, applicabile “ratione temporis”, da un funzionario di terza area, di cui non è richiesta la qualifica di dirigente: ove, peraltro, il contribuente contesti, anche genericamente, la legittimazione del funzionario che ha sottoscritto l'avviso di accertamento, l'Amministrazione finanziaria, in ragione dell'immediato e facile accesso ai propri dati, ha l'onere di dimostrare il possesso dei requisiti soggettivi, nonché l'esistenza della delega”.
Il principio espresso è stato ripreso anche dalla recente ordinanza della Cassazione n. 26295/2016, nella quale i giudici hanno ribadito che la delega alla sottoscrizione, ove contestata, deve essere prodotta in giudizio al fine di consentire un vaglio giudiziale sulla stessa; dunque, l'onere della produzione grava sull'Ufficio, al quale spetta dimostrare se effettivamente vi sia stato il legittimo esercizio di una delega preventivamente concessa.
Nel caso di specie, l'Ufficio in data 10.04.2014 ha prodotto in giudizio l'atto dispositivo interno con il quale il Direttore Provinciale, nel corso dell'anno 2013, confermava le deleghe di firma precedentemente attribuite con decorrenza immediata solo relativamente all'accertamento emesso nei confronti della società, deducendo che la sottoscrizione del provvedimento amministrativo di accertamento da parte del funzionario, di cui all'art. 42 del D.P.R. 600/73, doveva considerarsi quale delega di firma.
In relazione agli accertamenti notificati ai soci, nessuna delega veniva prodotta.
Dall'analisi dell'unica delega in atti, questo Collegio rileva come i termini del conferimento al XXX non rispettino i requisiti sopracitata. In particolare, la motivazione descritta “al fine di assicurare continuità all'azione amministrativa di tutte le strutture della Direzione Provinciale e da essa dipendenti” appare del tutto generica e di stile.
Gli articoli 17 co. 1Bis e 16, co. 1 lett. d) del D.Lgs. 30 marzo 2001 n. 165 prevedono che i dirigenti per comprovate esigenze di servizio, possono delegare, con atto scritto e motivato, a dipendenti che ricoprano le posizioni funzionali più elevate nell'ambito degli uffici ad essi affidati, alcune delle competenze comprese nelle funzioni. Nella delega in atti non risultano specificate le ineludibili esigenze di servizio. Ma non solo. Dall'esame del documento prodotto nella sezione “Criteri e limiti” non risulta prescritto alcun limite di tempo per l'esercizio dei poteri e delle facoltà attribuito al delegato.
Poiché come rilevato, “non appare indifferente che un atto complesso come l'accertamento tributario sia emesso da un funzionario privo della necessaria qualifica, e quindi – deve presumersi – della necessaria capacità tecnica” (Cass. n. 25017/2015), affinché la delega di firma/funzione (alla sottoscrizione/emissione di atti impositivi o processuali) sia efficace, devono sussistere tutti i requisiti sopra indicati.
Nel caso in esame l'assenza di motivazione e l'assenza di limitazione temporale della delega conferita al XXX determinano l'illegittimità della delega e la conseguente nullità dell'avviso di accertamento emesso nei confronti della società, in forza del combinato disposto dei commi 1 e 3 dell'art. 42 D.P.R. 600/73.
Relativamente agli accertamenti notificati ai soci XXX e XXX la mancata produzione in giudizio della delega, onere che competeva all'Amministrazione, e non assolto a fronte della contestazione, determina la nullità degli avvisi si accertamento (Cass. 22803/15 Cass. 26295/2016).
La Commissione, ritenute assorbiti tutti gli ulteriori motivi di gravame annulla gli avvisi si accertamento impugnati.
Le spese di lite possono essere compensate tra le parti trattandosi di questione interpretativa nuova.
La Commissione accoglie l'appello ed in riforma della sentenza impugnata annulla gli avvisi di accertamento.
Nullità dell’avviso di accertamento perché la denuncia penale era stata fatta in ritardo.
Commissione Tributaria Regionale per la Lombardia Sezione/Collegio 13
Nullità perché l’Agenzia delle Entrate non ha offerto prove sufficienti
Nullità perché l’inesistenza era solamente “soggettiva”
Sentenza 13 ottobre 2017, n. 24117
Tributi – Accertamento – Fatture passive per operazioni inesistenti intercorse con una società cartiera – Deducibilità dei relativi costi – Sussiste – Ius superveniens ex art. 8 del D.L. n. 16/12
La società ricorrente ha impugnato l’avviso col quale l’Agenzia delle entrate ha accertato maggiore imponibile ai fini delle imposte dirette, dell’irap e dell ‘iva, scaturente dall’indebito utilizzo di fatture passive per operazioni inesistenti intercorse con una società cartiera, ottenendone l’annullamento dalla Commissione tributaria provinciale.
Di contro, quella regionale ha accolto l’appello dell’Ufficio, facendo leva sulla natura di cartiera dell’apparente alienante.
Contro questa sentenza propone ricorso la società per ottenerne la cassazione, che affida a due motivi, che illustra con memoria, cui l’Agenzia replica con controricorso.
Con separati avvisi l’Agenzia ha accertato il reddito di partecipazione ai fini irpef di M.V. e di L.M., rispettivamente soci di s.a.s. C.M. nella misura del 95% e del 5%, per effetto dell’accertamento avvenuto nei confronti della società.
Entrambi i soci hanno impugnato l’avviso loro rispettivamente notificato, ottenendone l’annullamento dalla Commissione tributaria provinciale. Di contro quella regionale ha accolto l’appello dell’Ufficio, facendo leva sulla sorte del giudizio nei confronti della società.
Anche in questi casi i contribuenti propongono distinti ricorsi per ottenere la cassazione delle sentenze, che affidano ciascuno a due motivi, che illustrano con memoria, cui l’Agenzia reagisce con controricorso nel giudizio iscritto al n. 30339/11.
La trattazione dei giudizi proviene da rinvio a nuovo ruolo, disposto al fine di propiziarne la trattazione congiunta, in vista della quale M.L. ha depositato ulteriore memoria.
1. – Va disposta la riunione dei tre ricorsi, perché oggettivamente e soggettivamente connessi.
2. – La riunione dei giudizi esclude la fondatezza deI primo motivo dei ricorsi, col quale società e soci denunciano la mancata integrazione del contraddittorio pur vertendosi in tema di litisconsorzio necessario.
E ciò in applicazione dell’indirizzo di questa Corte (tra varie, Cass. 16 gennaio 2015, n. 673), di cui ricorrono i presupposti, secondo il quale nell’ipotesi in cui siano stati incardinati simultaneamente diversi giudizi di merito, relativi, rispettivamente, alla rettifica del reddito di una società di persone e alla conseguente automatica imputazione dei redditi stessi a ciascun socio, qualora tali giudizi si fondino su identiche difese e vengono trattati contemporaneamente, nonostante la configurabilità del litisconsorzio necessario originario tra società e soci, non dovrà dichiararsi la nullità del giudizio reso a contraddittorio non integro, potendosi disporre la riunione dei giudizi per connessione oggettiva, sanando in tal modo il difetto di litisconsorzio necessario originario.
3. – Il secondo motivo del ricorso iscritto al n. 30330/11 col quale la società si duole dell’omessa o insufficiente motivazione sul fatto controverso e decisivo della natura di cartiera della dante causa della contribuente è inammissibile, perché non congruente rispetto al contenuto della decisione.
Diversamente da quanto dedotto in ricorso, difatti, la motivazione della sentenza impugnata non consta esclusivamente della considerazione secondo cui <<…appare strano che la società contribuente non conoscesse la natura “cartiera” della T.A. s.r.L, per cui la pretesa dell’Ufficio appare più che legittima e fondata>>.
3.1. – La frase in questione è soltanto la conclusione del ragionamento svolto, che dà conto degli elementi dedotti a suo sostegno, ossia del fatto che la sede della società corrispondeva all’abitazione di tal C. G., che non conosceva la società, che l’ufficio/deposito dichiarato era privo di misure idonee alla conservazione, al deposito ed al trasporto di merci alimentari, nonché privo di personale dipendente, che la sede in Sant’Anastasia era usata come mero recapito postale e che, soprattutto, <<…le fatture ai fornitori tedeschi venivano pagate con assegni bancari della società contribuente>>, ossia di s.a.s. C.M..
Con la censura in questione, dunque, la società mira ad ottenere una rilettura delle risultanze processuali, inibita a questa Corte.
4. – Infondato è anche il secondo motivo degli ulteriori due ricorsi, col quale i contribuenti si dolgono della nullità delle sentenze impugnate, per violazione dell’art. 2909 c.c. e dell’art. 124 disp.att. c.p.c., rimarcando che la sentenza concernente la società allorquando sono state pronunciate quelle riguardanti i soci non era divenuta definitiva.
Il giudice d’appello non ha fatto applicazione di un giudicato inesistente, ma ha condiviso le ragioni poste a sostegno della sentenza riguardante la società.
5. – Va tuttavia fatta applicazione, come sollecitato nelle memorie, in relazione alle imposte dirette ed all’irap, dello ius superveniens introdotto dall’art. 8 del d.l. n. 16/12, come convertito, in applicazione del consolidato orientamento di questa Corte, in base al quale (tra varie, vedi Cass., ord. 7 dicembre 2016, n. 25249) giusta l’art. 14, 4° comma-bis, I. n. 537 del 1993, nella formulazione introdotta con l’art. 8, 1° comma, del d.l. n. 16 del 2012, conv., con modif., dalla I. n. 44 del 2012, l’acquirente dei beni può dedurre i costi relativi ad operazioni soggettivamente inesistenti anche nell’ipotesi in cui sia consapevole del loro carattere fraudolento, salvi i limiti derivanti dai principi di effettività, inerenza, competenza, certezza, determinatezza o determinabilità.
Norma, questa, applicabile anche per la determinazione del valore della produzione netta ai fini dell’irap, come da essa espressamente stabilito.
6. – La sentenza va in conseguenza cassata, con rinvio delle tre sentenze impugnate e rinvio alla Commissione tributaria regionale della Campania in diversa composizione, affinché verifichi l’esistenza di tali parametri e regoli le spese.
Dispone la riunione dei ricorsi, ne rigetta i motivi, ma pronunciando su di essi, cassa le sentenze impugnate nei limiti di cui in motivazione e rinvia per tale profilo e per la regolazione delle spese alla Commissione tributaria regionale della Campania in diversa composizione.
Nullità perché l’Agenzia delle Entrate non ha fornito la prova, e non è sufficiente la confessione di un terzo.
Ordinanza del 28/06/2016 n. 13366
Costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall'art. 380 bis cpc, osserva quanto segue:
L'Agenzia delle Entrate ricorre, affidandosi a tre motivi, per la cassazione della sentenza n. ----/--/14, depositata il --.--.2014, con la quale la Commissione Tributaria Regionale della Puglia sez. stacc. Di Taranto, in riforma della sentenza di primo grado, ha accolto il ricorso proposto dalla contribuente … srl e dichiarato la nullità dell'avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate, aveva determinato un maggior reddito ai fini Ires, Irap e Iva della contribuente per l'anno 2004.
la CTR, in particolare, premesso che l'avviso di accertamento era in gran parte fondato sulle dichiarazioni rese da un terzo, il quale aveva dichiarato di avere emesso fatture per operazioni inesistenti anche nei confronti della contribuente, e che le dichiarazioni suddette hanno valenza meramente indiziaria e sono utilizzabili solo se supportate da adeguati elementi di riscontro, ha rilevato che nel caso di specie mancavano tali elementi di supporto ed anzi le dichiarazioni suddette erano smentite dalle risultanze contabili e bancarie, ferma l'inattendibilità intrinseca del terzo, il quale era un evasore totale ed aveva interesse a limitare l'entità dei redditi non denunziati.
Con il primo motivo di ricorso l'Agenzia, denunziando – ex art. 360 nn. 3 e 5 cpc- l'omessa considerazione dei fatti decisivi oggetto del dibattito tra le parti, si duole che la CTR, nel ritenere non attendibili le dichiarazioni del terzo, abbia omesso di rilevare che, in conseguenza di dette dichiarazioni, il terzo si era riconosciuto colpevole dei reati di cui alla L. 74/00 onde tali dichiarazioni, rese dal terzo con riferimento a diverse altre imprese, sì da delineare una propria generale attività illecita, avevano carattere confessorio; inoltre non poteva trascurarsi il fatto che esse erano state rese nell'ambito di un procedimento penale.
La censura è inammissibile laddove, nei termini in cui è formulata, non censura in effetti l'omesso esame di un fatto decisivo, come richiesto dalla nuova formulazione dell'art. 360 n.5) cpc, quanto piuttosto evidenzia un'insufficiente motivazione per non avere la CTR considerato tutte le circostanze della fattispecie in esame in ordine alla complessiva posizione del terzo ed alla conseguente attendibilità delle sue dichiarazioni.
Con il secondo motivo si denunzia la violazione dell'art. 39 DPR 600/73 e degli artt. 2697 e 2727 e ss. c.c., in relazione all'art. 360 n.3) cpc, censurando la statuizione della sentenza impugnata secondo cui le dichiarazioni del terzo erano smentite dalle risultanze contabili e bancarie, a fronte del consolidato indirizzo giurisprudenziale che afferma l'assenza di ogni valore probatorio della regolare fatturazione ed ordinata contabilità dell'utilizzatore di fatture per operazioni inesistenti.
Con il terzo motivo si denunzia violazione degli artt. 654 cpp e 21 DPR 633/72 in relazione all'art. 360 n.3) codice di rito, avuto riguardo alla statuizione con la quale la CTR ha affermato che il terzo fosse un evasore totale interessato a contenere l'entità dei redditi non denunziati, omettendo di rilevare, da un lato che l'efficacia del giudicato penale nel processo civile è condizionata a numerosi fattori, ed inoltre che ai fini Iva l'inesistenza delle operazioni è irrilevante ai fini della debenza dell'imposta.
La CTR ha infatti ritenuto che, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, le dichiarazioni del terzo fossero di per se, in assenza di ulteriori riscontri, inidonee a fondare la prova dell'utilizzazione da parte della contribuente di fatture per operazioni inesistenti anche in considerazione delle risultanze contabili e bancarie e degli assegni emessi in favore del terzo (presunto emittente delle fatture fittizie) che risultano personalmente riscossi dal beneficiario.
Tale valutazione di fatto, fondato sull'esame delle risultanze istruttorie, è riservata al giudice di merito e non appare sindacabile nel presente giudizio.
Poiché la contribuente non ha svolto nel presente giudizio attività difensiva non vi è luogo a provvedere sulle spese.
Così deciso in Roma il 25 maggio 2016
Nullità perché il pagamento era stato fatto in contanti.
Letto 930 volte	Last modified on Giovedì, 13 Settembre 2018 15:02
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References: sentenza 
 art. 81
 art. 10
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 116
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 42
 Cass. 
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Sentenza 
 art. 8
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 Cass. 
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 sentenza 
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 art. 360
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