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Timestamp: 2020-03-30 05:53:24+00:00

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Violazione dell’obbligo di fedeltà e risarcimento del danno. Cassazione Civile, sez. III, sentenza 7 marzo 2019, n. 6598 – Revelino Editore srl
Cassazione Civile, sez. III, sentenza 7 marzo 2019, n. 6598
Violazione dell’obbligo di fedeltà e risarcimento del danno
La violazione di obblighi nascenti dal matrimonio costituisce causa di intollerabilità della convivenza, giustificando la pronuncia di addebito. Qualora dia luogo ad un comportamento (doloso o colposo) che, incidendo su beni essenziali della vita, produce un danno ingiusto, può esservi un conseguente risarcimento, secondo lo schema generale della responsabilità civile.
Se da un lato, vi è il dovere di fedeltà, dall’altro, non esiste un corrispondente diritto alla fedeltà coniugale costituzionalmente protetto: la sua violazione è sanzionabile civilmente quando, per le modalità dei fatti, uno dei coniugi ne riporti un danno alla propria dignità personale, o eventualmente un pregiudizio alla salute.
Nel caso di specie, la corte d’appello ha escluso che la violazione del dovere di fedeltà fosse stata causa della separazione (perché la moglie avrebbe svelato al marito il suo tradimento solo mesi dopo la separazione), ed ha altresì, escluso che il tradimento avesse arrecato un pregiudizio all’onore e alla dignità del coniuge, in quanto non commesso con modalità tali da poter essere lesivo della dignità della persona.
Dunque, la violazione del dovere di fedeltà, sebbene possa essere causa di un dolore per l’altro coniuge, provocando la disgregazione del nucleo familiare, non automaticamente è risarcibile.
L.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MANLIO DI VEROLI 2, presso lo studio dell’avvocato L. G. difensore di sé medesimo;
I.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA OSLAVIA 7, presso lo studio dell’avvocato L. I., che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;
SOC COOP ARL CATTOLICA DI ASSICURAZIONE, SOC COOP PA CATTOLICA SERVICES, entrambe in persona del Dott. C.M., nella qualità di Direttore Generale della Società Cattolica Assicurazione e Amministratore Delegato della Cattolica Service, elettivamente domiciliate in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 1, presso lo studio dell’avvocato F. G., che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato G. B. giuste procure speciali in calce al controricorso;
B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VITTORIO COLONNA 39, presso lo studio dell’avvocato M. P., che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati A. B., G. P. giusta procura speciale in calce al controricorso;
1.1.Nel 2010 L.G. convenne in giudizio la moglie I.C., dalla quale si era separato, e B.A., nonché la società Cattolica Services, della quale entrambi erano dipendenti, e la società capogruppo di quest’ultima, Cattolica Assicurazioni S.p.a., per ottenere la condanna di tutti i convenuti, in solido tra loro, al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della violazione del dovere di fedeltà coniugale da parte della moglie, a causa della relazione da lei intrattenuta per anni con il collega B., il quale l’avrebbe anche favorita nell’avanzamento in carriera.
1.4. A seguito delle domande riconvenzionali avanzate, il L. formulò istanza di chiamata in causa a fini di garanzia della società Cattolica Assicurazioni, in virtù di una polizza per responsabilità civile in essere, e della convenuta I., perché responsabile dei fatti costitutivi della pretesa da lui azionata, per essere da entrambi manlevato da eventuali condanne; istanza, peraltro, respinta dal Giudice istruttore.
2.2. La Corte d’appello accolse parzialmente l’appello del L., riducendo la liquidazione delle spese in favore di Cattolica Services e Cattolica Assicurazioni, confermando per il resto la sentenza impugnata, da intendersi di rigetto della domanda anche nei confronti della I., e condannando l’appellante al risarcimento del danno per lite temeraria in favore del B. anche in appello, nonché alla rifusione delle spese legali in favore dei convenuti.
2.2.1. In particolare, la Corte d’appello -pur richiamando Cass. n. 18853/2011 (secondo cui, poiché i doveri derivanti dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non trova necessariamente sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, può integrare gli estremi dell’illecito civile e dar luogo a un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ex art. 2059 c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a questa preclusiva), e tenuto conto che, ai fini della risarcibilità del danno, è altresì necessario che la lesione abbia determinato un’offesa che superi la soglia minima di tollerabilità e che il danno possa considerarsi giuridicamente apprezzabile – riteneva doversi escludere che, nel caso di specie, la violazione del dovere di fedeltà coniugale attribuita al coniuge avesse costituito la causa della separazione e che, ove corrispondente al vero, fosse stata attuata con modalità tali da poter generare effetti lesivi della dignità dell’altro coniuge, in quanto scoperta da quest’ultimo alcuni mesi dopo la separazione legale e per rivelazione della stessa coniuge nel contesto di una conversazione privata, e non da parte di terzi in un contesto di riferimento sociale-personale del L., o comune dei coniugi-.
2. Con il secondo motivo, si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c.consistente nella l’omessa pronuncia su un motivo di gravame e la violazione dell’art. 153 c.p.c., comma 2.
Lamenta inoltre che, nonostante fossero state articolate prove dirette a dimostrare l’ostentazione in pubblico, né il Tribunale né la Corte d’appello abbiano ritenuto di dover condurre alcuna indagine.
Deduce che lo stesso valga per la negazione di una responsabilità concorrente ex art. 2049 c.c. delle società convenute, datrici di lavoro del B. e della I.; ciò in quanto l’art. 2049 c.c. esclude la responsabilità del datore di lavoro solo quando l’illecito non sia stato commesso “nell’esercizio delle incombenze a cui sono stati adibiti” i dipendenti, laddove invece il B., nella prospettazione del ricorrente, aveva la posizione per procurare alla I. un avanzamento in carriera.
Il ricorrente lamenta che, anche volendo restare sul piano della responsabilità contrattuale (per ciò che attiene alla I.), dimostrato il fatto della confessione dell’infedeltà (che, peraltro, la stessa sentenza impugnata ritiene pacifico), in assenza di prova di efficace revoca e in presenza, invece, di un’allegazione (perizia medica) che da questa confessione fa derivare un danno alla salute, la Corte d’appello non avrebbe potuto ritenere legittimo il precedente rigetto, da parte del Tribunale, della domanda risarcitoria nei confronti della convenuta e che il rigetto della domanda nei confronti di chi abbia confessato stragiudizialmente un illecito causativo di danno apparirebbe contra legem. Ciò in quanto, ai sensi dell’art. 2735 c.c., la confessione (e non già la sua ritrattazione) stragiudiziale fatta alla parte o a chi la rappresenta ha la medesima efficacia probatoria di quella giudiziale; né rileverebbe nella specie che il fatto confessato sia vero o falso, circostanza che al più avrebbe potuto rilevare nei confronti degli altri convenuti, ma non della I., responsabile di un’azione (il fatto-confessione) che, unitamente al suo contenuto, avrebbe determinato il danno lamentato dall’istante.
Il bene tutelato è però diverso: nel primo caso, ad essere invocate sono le conseguenze giuridiche che l’ordinamento specificamente ricollega alla pronuncia di addebito (e che sono, per il coniuge a carico del quale venga presa, l’esclusione del diritto al mantenimento -con salvezza del solo credito alimentare, ove ne ricorrano i requisiti- e la perdita della qualità di erede riservatario e di erede legittimo, con salvezza del diritto ad un assegno vitalizio in caso di godimento degli alimenti al momento dell’apertura della successione – artt. 156, 548 e 585 c.c.-); nel secondo, invece, viene in rilievo il risarcimento del pregiudizio non patrimoniale da lesione di diritti costituzionalmente garantiti.
Il rigetto del terzo motivo porta con sé anche l’irrilevanza del quarto motivo in relazione alla posizione del B..
Ciò premesso, il quarto motivo è comunque, in parte qua, irrilevante, dal momento che avrebbe potuto farsi questione dell’esclusa corresponsabilità dell’amante della controricorrente, come co-artefice della distruzione del nucleo familiare o come corresponsabile delle lesioni ai valori costituzionalmente protetti riportate dal marito, soltanto qualora la moglie stessa fosse stata ritenuta responsabile di ciò, in accoglimento del terzo motivo di ricorso, non essendo mai stata allegata una autonoma condotta denigratoria o diffamatoria del B. Quanto alla posizione delle due società, il quarto motivo è comunque infondato, in quanto non è configurabile, in ogni caso, una responsabilità (concorrente con quella del danneggiante principale) della società datrice di lavoro per non aver sorvegliato e evitato che tra i dipendenti si instaurassero relazioni personali lesive del diritto alla fedeltà coniugale; e ciò anche nel più limitato ambito della rilevanza solo indiretta della violazione di tali doveri, qualora la violazione di essi abbia dato causa alla violazione del rispetto alla dignità personale dell’altro coniuge. L’ingerenza del datore di lavoro nelle scelte di vita personali dei dipendenti integrerebbe di per sé, al contrario, la violazione di altri diritti costituzionalmente protetti, quali il diritto alla privacy nel luogo di lavoro.
Il rigetto del terzo motivo porta con sé l’irrilevanza del quinto motivo. Dalla sentenza impugnata non emerge affatto che corte d’appello abbia attribuito una scarsa rilevanza alla confessione stragiudiziale della I. in ragione della sua revoca è stato invece escluso che i fatti integranti la violazione del dovere di fedeltà, per come si erano svolti, avessero potuto comportare una violazione del diritto alla propria dignità personale del L..
Il settimo motivo, con il quale il ricorrente lamenta di aver subito una ingiusta condanna per lite temeraria nei confronti degli appellati, è infondato: in primo luogo, è stato condannato ex art. 96 c.p.c. nei soli confronti del B., in secondo luogo, la sentenza di appello, che conferma il rigetto della sua domanda, ha valutato la sussistenza dei presupposti della responsabilità processuale aggravata per aver evocato e costretto a resistere ad una impugnazione infondata, situazione valutabile dalla parte, anch’essa avvocato. L’ottavo, con il quale si lamenta la condanna alle spese, conseguente all’esito negativo del giudizio di merito, è inammissibile perché è strumentale alla contestazione dell’esito stesso del giudizio, ed infondato laddove non c’è stata alcuna violazione delle regole di soccombenza.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 2059
 art. 2049
 sentenza 
 sentenza 
 art. 96
 sentenza