Source: http://diariopernondimenticare.blogspot.it/2016_09_08_archive.html
Timestamp: 2017-06-28 14:02:48+00:00

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Quanto spesso dovremmo lavare i jeans?
Ogni quanto occorre lavare i pantaloni in jeans? La risposta vi sorprenderà
Il web è pieno di consigli, suggerimenti e ‘trucchi’ per lavare i jeans senza rovinarli. In effetti, i lavaggi contribuiscono a ridurre la vita del pantalone, ed è questa la principale motivazione per cui molte persone ritengono che bisognerebbe farlo molto, molto poco. Tra questi, c’è il CEO di Levi’s Chip Berg, che in un’intervista a Fortune di qualche anno fa affermò di indossare un paio di jeans che avevano circa un anno di vita. E di non averli mai lavati.
Quanto spesso lavare i jeans?
La risposta è a prova di schizzinoso: mai. O il minimo indispensabile. Lo afferma il CEO del più importante produttore di jeans al mondo. Non ce n’è bisogno, ed inoltre è un ottimo modo per risparmiare acqua, energia, limitare l’uso di detersivi. Berg afferma di spazzolarli con una spugna, o uno spazzolino quando vuole rimuovere sedimenti; di lasciarli semplicemente all’aria per togliere gli odori. Ma di non lavarli. Soprattutto non in lavatrice.
E’ igienico non lavare i jeans?
Non lavare i jeans rende la loro vita più lunga. Il colore permane, le fibre non si indeboliscono. Ma è igienico? La risposta è sì. Non c’è alcuna prova scientifica che indossare jeans non lavati porti a qualche problema. Certo si possono annidare batteri, ma non più che su qualsiasi oggetto di uso comune. Bernhard Redl, professore di microbiologia all’Università di Innsbruck (riporta il Business Insider UK) afferma che se li si utilizza per situazioni normali non ci sono motivi per ritenerli pericolosi per la salute. Concorda Rachel McQueen, professoressa a presso la University of Alberta in Canada. E’ vero, si formano batteri, tra le fibre si annidano cellule epiteliali, sudore, ma nessuna di queste crea pericoli per chi indossa il pantalone ‘incriminato’. Esperimenti hanno rilevato che su jeans non lavati da 15 mesi sono state trovate solo cellule epiteliali, e non più di quante ne abbiano trovate su pantaloni non lavati da solo 13 giorni.
Come trattare i jeans?
Naturalmente in caso di macchie un lavaggio è necessario. E il modo migliore per minimizzare l’usura del pantalone è quello di lavarlo rovesciato, possibilmente in acqua fredda, e con la centrifuga delicata. Ancora meglio sarebbe lasciarli a bagno in un recipiente con acqua fredda e trattare la macchia con un detergente delicato. Se si tratta solo di togliere residui e odori, spazzolateli con una spugna leggermente inumidita o con una spazzola asciutta. In caso di odori persistenti, metteteli semplicemente all’aria aperta per alcune ore.
L’8 settembre 1943 fu pronunciato l’Armistizio
Al Nord iniziò la Resistenza, al Sud ci fu la proclamazione del Regno del Sud con capitale a Brindisi
«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane». Fu questo l’annuncio, pronunciato alla radio dal capo di governo Pietro Badoglio, dell’armistizio di Cassibile.
Era l’8 settembre 1943. Una data che, oltre all’uscita ufficiale del Regno d’Italia dalla seconda guerra mondiale, significò ben di più per la nazione e che ancora oggi divide la Penisola, se non più nel territorio, di certo idealmente. Rappresentò, al Nord, l’inizio della guerra civile – e della Resistenza -, che vide combattere italiani contro italiani, fascisti contro partigiani, e la nascita, avvenuta il 23 settembre, della Repubblica di Salò.
Comportò, al Sud, lo spostamento della capitale, con corte reale al seguito, da Roma a Brindisi e la proclamazione del Regno del Sud, a cui seguì lo sbarco in Sicilia degli Alleati. Per tutti gli italiani, dal Nord al Sud del Paese, fu l’inizio della guerra di liberazione.
Oggi, l’8 settembre rappresenta ancora le divisioni dell’Italia. Alcuni ricordano l’anniversario come giorno di libertà e riscossa contro il nazismo. Altri come una vergogna: «Quello che ci disonorò fu il nostro passaggio nel campo nemico alle spalle dell’alleato, e quello che ci ridicolizzò fu la nostra pretesa, alla fine della guerra, di sedere al tavolo dei vincitori», scriveva Indro Montanelli nel 2000. Link a questo post
Ossessionati dal «tradimento» degli italiani, scelsero di restare al fianco dei tedeschi. Impiegati all’inizio contro gli alleati, furono presto dirottati nella guerra contro i partigiani dove si distinsero per la loro crudeltà
Circa ventimila italiani scelsero non di combattere «a fianco» dei tedeschi, ma «con», i tedeschi, arruolandosi direttamente nelle Waffen SS. Questi italiani, disgustati dal comportamento del re e del governo, umiliati per lo sfaldamento dell’esercito subito dopo l’armistizio, decisero di combattere nelle armate di Himmler per dimostrare al mondo che non tutti gli italiani erano dei «traditori».
Chi si arruolò nel «Corpo nero» giurò fedeltà ad Hitler e di seguire i dettami dell’ideologia nazista. Insomma chi entrò nelle SS decise di far parte di un corpo fortemente politicizzato che aveva come scopo la costruzione di un «Nuovo Ordine Europeo», ovvero un’Europa dominata dalla Germania nazista, con una precisa gerarchia politica e razziale. Gli arruolamenti di italiani nelle SS cominciarono immediatamente dopo l’armistizio.
Mussolini aveva proposto ad Hitler la creazione di un corpo di SS italiane nei giorni successivi alla sua liberazione, nei colloqui avvenuti a Rastenburg il 13 settembre. All’inizio di ottobre il comandante supremo delle SS Himmler diede il via all’operazione. Alcune migliaia di internati militari, i soldati del Regio esercito rastrellati dalla Wehrmacht nei giorni immediatamente successivi all’otto settembre e deportati in campi di prigionia in Germania ed in Polonia, si presentarono spontaneamente, ed andarono a costituire i primi battaglioni.
Altri gruppi, invece, si arruolarono in blocco. Si trattava di piccole unità di camicie nere che, sorprese nei Balcani o nell’Europa dell’Est dagli avvenimenti di settembre, avevano deciso di rifiutare l’armistizio e di continuare la loro guerra a fianco dei tedeschi. Furono questi gruppi che si dimostrarono i più decisi e violenti nei mesi successivi. Ai primi di novembre 1943 i primi reparti tornarono in Italia e, agli ordini di ufficiali tedeschi, furono immediatamente utilizzati nei rastrellamenti contro i partigiani, specialmente in Piemonte. La prima operazione di una certa importanza nella quale fu impiegato un reparto di SS italiane fu il rastrellamento di Vinadio, una cittadina in provincia di Cuneo che era caduta nelle mani dei partigiani. Il 9 dicembre 1943 i nazi-fascisti riconquistarono Vinadio e lo misero a ferro e fuoco. Secondo il racconto del comandante partigiano Nuto Revelli furono gli italiani a chiedere «l’alto onore» di fucilare i partigiani catturati, anche quelli feriti. «Hanno trascinato i feriti come bestie fuori dall’Ospedale Santa Croce. – scrisse Revelli - Li hanno buttati su un camion. Al poligono di tiro un ferito non si reggeva in piedi, le sue ferite aperte perdevano sangue. I fascisti lo hanno legato a una sedia per fucilarlo meglio».
Poche settimane dopo, un reparto delle SS italiana fu attaccato nel paese di Cumiana, a nord di Pinerolo. Lo scontro fu rapido e le SS furono costrette ad arrendersi, lasciando nelle mani dei partigiani 32 soldati e due sottufficiali tedeschi. Il primo aprile giunse a Cumiana un altro reparto delle SS italiane che come prima cosa diede fuoco al paese, raccogliendo poi circa 200 ostaggi tra la popolazione civile. Nonostante i tentativi di trovare un accordo, lo scambio tra prigionieri ed ostaggi non si poté effettuare e le SS fucilarono 51 ostaggi, distruggendo poi il paese. Nel 1945 alcuni reparti furono impiegati in Lombardia, dove operarono sempre con gli stessi metodi. Secondo le memorie di un ex SS italiana, pubblicate nel 2007: «Con i partigiani […] applicammo la legge marziale: quando ne catturavamo qualcuno, lo impiccavamo. D’altra parte, ogni volta che loro mettevano le mani su un legionario SS, non avevano alcuna remora a passarlo per le armi.» L’ultima strage compiuta dai «legionari SS» avvenne a Rodengo-Saiano, in provincia di Brescia, il 29 aprile 1945, quando il maggiore Thaler decise la fucilazione di sei partigiani fatti prigionieri.
Non è facile capire le motivazioni di una tale violenza. Sicuramente le caratteristiche della guerra civile e della guerra anti partigiana portarono alla brutalizzazione dei reparti, tuttavia le SS italiane si distinsero per la loro spietatezza soprattutto nei confronti dei civili. L’adesione ad un corpo scelto e fortemente ideologizzato, li convinse di essere parte di quella élite guerriera che avrebbe governato l’Europa nel dopoguerra, così descritta dalla rivista ufficiale del corpo, Avanguardia:
«Camerati tedeschi, uomini tagliati da una scure divina in un blocco di diamante, gente stretta da una solidarietà più unica che rara, spiriti indomiti e invincibili, mirabile esempio di disciplina, correttezza e lealtà […]. Il mondo cieco e malvagio vi odia perché vi sentite forti, migliori e decisi a vedere la morte del vostro nemico […]. Con voi ci sono gli uomini di Mussolini, le creature che non tradirono».
Per fare parte di questa élite, per dimostrare di non appartenere ad un popolo di «traditori», era necessario dimostrarsi più duri e spietati degli stessi tedeschi. L’aver prestato giuramento ad un corpo straniero, inoltre, aumentò l’isolamento dei militi, che si sentirono «stranieri in Patria», e combatterono come se fossero parte di un esercito di occupazione in territorio nemico, cosa che in realtà erano.
Soltanto tenendo ben presenti questi elementi si spiega l’estrema violenza dimostrata dalle SS italiane nei confronti dei civili italiani, e la decisione con la quale eseguirono gli ordini dei loro superiori tedeschi. Molti di essi, disgustati dalle stragi, disertarono, ma coloro che scelsero di rimanere nei ranghi fino alla fine si dimostrarono perfettamente all’altezza della fama delle SS tedesche.
Amedeo Osti Guerrazzi Link a questo post
La sentenza Ue: vendere pc con sistemi operativi già installati non è contrario alle regole
Un cittadino francese aveva chiesto a Sony il rimborso del costo di Windows Vista, che aveva trovato senza volerlo su un computer acquistato in negozio
Non vi piace un determinato programma? Allora scegliete un altro computer che ne monti un altro. La Corte di giustizia europea ha stabilito che non c’è niente di male né di sbagliato nel trovare nei punti vendita autorizzati portatili, tablet e dispositivi informatici con sistemi operativi già installati. C’è una natura giuridica e una pratica, dietro la sentenza dell’organismo di Lussemburgo: da una parta ai sensi della direttiva 2005/29 sulle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori «vendere un computer con sistemi operativi pre-installati non è contrario alle regole Ue e «non costituisce una pratica commerciale sleale»; dall’altra parte di programmi informatici preinstallati «risponde alle aspettative di gran parte dei consumatori, i quali preferiscono l’acquisto di un computer così equipaggiato e di uso immediato rispetto all’acquisto separato del computer e dei programmi informatici».
La sentenza chiude un caso risalente al 2008. Allora il cittadino francese Vincent Deroo-Blanquart comprò un computer portatile di marca Sony provvisto di sistema operativo Microsoft Windows Vista e le relative applicazioni. Al primo utilizzo del laptop Vincent Deroo-Blanquart ha rifiutato di sottoscrivere il «Contratto di Licenza Utente Finale» (CLUF) del sistema operativo ed ha chiesto alla Sony il rimborso della parte del prezzo di acquisto corrispondente al costo dei programmi informatici preinstallati. La Sony ha rifiutato di concedere tale rimborso, avviando il contenzioso.
Per l’organismo di Lussemburgo un’offerta commerciale come quella in questione «non è contraria alle norme di diligenza professionale e non falsa il comportamento economico dei consumatori». Per la giustizia Ue, il caso è chiuso. Spetterà ora al giudice nazionale valutare il caso, «tenendo in considerazione le circostanze specifiche del caso stesso». Liberarsi da Windows è possibile (ma non è facile) La Stampa
francesco zaffarano 18/09/2014
La Cassazione ha stabilito che si può chiedere il rimborso del sistema operativo e dei programmi di Microsoft installati su quasi tutti i computer. Ecco chi può farlo e in che modo
Chi ha acquistato un computer con un sistema operativo preinstallato ma vuole rinunciarvi per usarne un altro può chiedere un rimborso al produttore. A deciderlo è la Cassazione che, con la sentenza 19161/2014, ha sancito il principio di non correlazione tra hardware e software (sistemi operativi ma anche pacchetti di applicazioni, come Office). Anzi, secondo i giudici «l’impacchettamento alla fonte di hardware e sistema operativo Windows-Microsoft (così come per qualsiasi altro sistema operativo a pagamento) risponderebbe [...] a una politica commerciale finalizzata alla diffusione forzosa di quest’ultimo». La vicenda
La decisione della Cassazione arriva dopo un contenzioso cominciato nel 2005, quando un consumatore denunciò Hewlett-Packard per il mancato rimborso del sistema operativo Windows Xp Home Edition, installato su un computer da lui acquistato. Nel 2007 il Giudice di Pace di Firenze gli dà ragione e Hp ricorre prima in Appello e poi in Cassazione. Nel frattempo l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori segnala il fatto all’Antitrust, che nel 2006 conferma il diritto dei consumatori a farsi rimborsare le spese per i sistemi operativi non richiesti.
La sentenza della Cassazione è un duro colpo per Microsoft. Anche se ad avere torto è Hp, chi rischia di subirne le conseguenze è chi i sistemi operativi li ha sempre prodotti e su di essi ha costruito un business. Per evitare un’ondata di richieste di rimborso cui far fronte, infatti, alcuni produttori potrebbero allargare l’offerta software alle tante alternative open source, che non comportano costi aggiuntivi e sono più vantaggiose per i consumatori. È anche per questo motivo che Microsoft ha già cominciato ad abbassare drasticamente (in qualche caso addirittura ad azzerare) i costi dei sistemi operativi per alcuni dispositivi, tablet in testa. Ma se non dovesse bastare Microsoft dovrà trovare una terza via. Una soluzione potrebbe essere seguire l’esempio di Apple, che sviluppa in parallelo hardware e software, li vende assieme ma fa pagare solamente il primo, offrendo il secondo gratuitamente ai suoi clienti.
Come fare per avere il rimborso
Per chiedere il rimborso, intanto, l’utente deve inviare una richiesta all’azienda entro 30 giorni dall’acquisto del prodotto, e soprattutto senza aver accettato le condizioni di licenza Microsoft. Così si legge sul sito di Acer, l’unica che ha aperto una sezione dedicata alle richieste di rimborso. Una volta approvata la richiesta dall’azienda, l’acquirente dovrà provvedere alla spedizione del computer a un centro di assistenza assieme ai cd di installazione del sistema operativo (se presenti al momento dell’acquisto). Dopo la disinstallazione del software il prodotto sarà rispedito all’utente. Il tutto a spese del consumatore e per un rimborso massimo di 90 euro (la Cassazione ha quantificato il rimborso in 140 euro, ma la cifra può variare in base al tipo di software presente sul computer). La lettera di diffida
Come ha scritto l’Aduc in un comunicato, «la sentenza non ha conseguenze immediate e dirette sul comportamento dei produttori» ed è per questo che l’associazione consiglia di «continuare a fare causa a chi non si comporta “secondo buona fede” nel tentativo di dissuadere il consumatore a ottenere il giusto rimborso». Per questo l’Aduc ha già pubblicato sul suo sito un modulo per la “Messa in mora e diffida ad adempiere per il rimborso della licenza d’uso Microsoft Windows non accettata”. Insomma, la sentenza è stata depositata ma la battaglia dei consumatori sembra essere lontana dalla fine. L’obiettivo è fissato: «fino a quando le denunce non raggiungeranno un costo significativo per i produttori, le cose non cambieranno» ma, aggiunge l’Aduc, «se i numeri dovessero diventare importanti è probabile che potremmo ottenere un cambio di rotta sulla strada di un rimborso possibile e facile».
Esistono numerose alternative gratuite a Windows, realizzate con tecnologie e grafiche molto diverse tra loro. Le più comuni, però, restano i sistemi operativi della famiglia Linux, come Ubuntu (il più diffuso grazie all’ampio numero di programmi gratuiti), Linux Mint (adatto per chi cerca un’interfaccia user-friendly ma non vuole passare a Mac OS X) e Fedora. Il passaggio a un sistema open source può spaventare un utente inesperto: c’è da scaricare un file di dimensioni importanti, masterizzarlo su cd o dvd o copiarlo su chiavetta usb, poi riavviare il computer e installare il software. Non tutto funzionerà, all’inizio, bisognerà scaricare driver, estensioni e aggiornamenti, ma la sensazione di libertà arriverà subito, cliccando “Sostituisci Windows”. E insieme il panico: dando l’ok si cancellerà tutto quello che c’è sul computer, meglio quindi informarsi bene prima di procedere.
Da Microsoft Italia arriva questa dichiarazione: «I consumatori sono liberi di acquistare PC con un sistema operativo diverso da Microsoft, o senza alcun sistema operativo. In ogni caso gli utenti possono trarre beneficio dalla pre-installazione di Windows sui PC, che offre la migliore user experience e consente di ottimizzare tempi e risorse legate all’installazione di un sistema operativo che funzioni correttamente. I produttori di computer sono liberi di vendere i PC con un altro sistema operativo pre-installato o senza sistema operativo. È importante precisare anche che gli accordi di Microsoft con i produttori non sono in esclusiva. I clienti che acquistano un PC con Windows pre-installato e poi vogliono restituire il PC e/o il software pre-installato devono fare riferimento alle clausole di recesso/rimborso dei vari produttori». Office: vale ancora la pena di acquistare il pacchetto? La Stampa
nadia ferrigo 29/08/2014
Preferisci un classico senza tempo come Office oppure ti sei lasciato affascinare da un software open source come Open Office? Mai senza Apple oppure entusiasta di Google? Ancora oggi Microsoft Word è il programma di videoscrittura più diffuso al mondo, con oltre un un miliardo e cento milioni di utenti: la prima versione venne presentata da Bill Gates il primo agosto del 1988 a Las Vegas, con Excel e PowerPoint. Ma a più di vent’anni dall’esordio, il «pacchetto Office» deve fare i conti con più di un rivale, così è naturale chiedersi: vale ancora la pena di acquistarlo? Dipende: prima di scartare l’idea di installare l’ultima versione sul proprio personal computer, meglio valutare con attenzione quali sono le nostre esigenze, se per esempio non dobbiamo far altro che comporre testi oppure abbiamo bisogno di inserire presentazioni e grafici tridimensionali. «Microsoft Office 365 » è un servizio a pagamento lanciato nel giugno del 2011: il canone mensile per poterlo installare sul proprio pc è di 7 euro al mese, con 10 euro invece si può avere su più di un terminale, per un massimo di cinque. Oltre a tutti i software del tradizionale pacchetto Office - tra cui Outlook, Word, Excel, Publisher e Power Point, calendario e rubrica - il servizio offre anche uno spazio di un tetrabyte su «OneDrive», il cloud Microsoft, oltre a 60 minuti al mese per le chiamate in tutto il mondo con Skype. Il programma si può poi installare anche su tablet e smartphone. Il pacchetto si può scaricare in prova per trenta giorni. Rispetto a Apple e Microsoft, il programma di Microsoft ha standard di qualità molto elevati, come ad esempio la possibilità di creare grafici in tre dimensioni, anche se prima di acquistarlo è meglio chiedersi se davvero useremo tutte le funzioni disponibili. Office ha anche una versione online - e gratutita - che consente di salvare fogli di calcolo, presentazioni e documenti per poi condividerli con altri utenti e collaborare online sullo stesso testo, anche se non ci sono tutte le opzioni invece disponibili su «Office 365». Per iniziare, basta aprire un account con Microsoft. Per Apple «iWork», ci sono Pages, Numbers e KeyNote: anche questi permettono di collaborare online. Aggiornato lo scorso giugno, Pages ora ricorda le impostazioni usate nell’ultimo documento come il livello di zoom, l’opzione per nascondere la finestra degli strumenti di formattazione e le guide. Numbers invece conserva le impostazioni sul foglio selezionato. Se tra Word e Pages e Excel e Numbers primeggia il pacchetto Office per la varietà di funzioni, KeyNote, che permette di realizzare presentazioni come Power Point, è più semplice, con un risultato grafico migliore.
A differenza di Microsoft e Apple, con «Google Drive» non c’è nessun programma da installare su proprio personal computer, ma si può lavorare su strumenti e fogli di calcolo online, poi memorizzati sul proprio account. Google mette a disposizione dei suoi utenti 15 gigabyte, mentre un tetrabyte costa dieci dollari al mese. Anche se molte le funzionalità, non ha tutte le caratteristiche e possibilità che hanno reso celebre Word. L’interfaccia, molto semplice e bianca e grigia, non è delle più accattivanti. Con la possibilità di lasciare commenti e chattare, resta il migliore se si ha bisogno di lavorare a più mani sullo stesso documento. E poi c’è «Apache Open Office», lanciato nel 2001 come alternativa open source ai programmi a pagamento: oggi viene usato anche da molte amministrazioni pubbliche in tutto il mondo. Writer, l’interfaccia per la video scrittura, è molto simile a quella di Word, con funzioni analoghe. Oltre a Calc, simile ad Excel e Impress, che ha le stesse funzioni di PowerPoint, nel pacchetto di Open Office ci sono anche Base, programma di creazione e gestione di database, simile a Microsoft Access, Draw, programma di grafica vettoriale e Math, che serve per scrivere complesse formule matematiche come Drive, di proprietà della statunitense Texas instruments. La Cassazione: “Chi acquista un pc non è obbligato ad accettare il sistema operativo fornito” La Stampa
Per la Suprema Corte, l’integrazione tra software e hardware non si fonda su un’esigenza di natura tecnologica, ma commerciale. Hp condannata a rimborsare il costo di Windows all’acquirente di un computer
Un consumatore qualunque - Marco P., 46 anni, da Firenze - ha ottenuto in Cassazione una importante vittoria contro il colosso americano Hewlett-Packard che si è visto rigettare il ricorso con il quale sosteneva che i suoi pc, se venduti insieme a un sistema operativo di serie, dovevano considerarsi come «un unico prodotto integrato». In sostanza - è la tesi della multinazionale - non era possibile restituire il software, ottenendo il relativo rimborso, e tenersi invece l’hardware in caso di «pentimento» sull’acquisto del pacchetto. Questo punto di vista è stato bocciato dalla Suprema Corte che ha confermato il diritto di Marco P. a riavere i 140 euro (costo stimato) del sistema operativo Microsoft Windows XP Home Edition e del software applicativo Microsoft Work 8, fornito insieme al notebook Hp da lui «contestualmente» acquistato nel dicembre 2005. Per arrivare a questa decisione, i supremi giudici hanno interpretato la specifica clausola contenuta nel cosiddetto Eula Compaq, vale a dire il contratto di licenza con l’utente finale relativo all’utilizzo del software di sistema Microsoft Windows preinstallato. E hanno concluso che «l’integrazione tra software e hardware non si fonda su un’esigenza di natura tecnologica, ma unicamente commerciale» e dunque non ci sono «ostacoli» che impediscono la «considerazione frazionata dei due prodotti». Tra l’altro, non mancano di rilevare i giudici, il consumatore «è mosso all’acquisto sulla base principalmente delle specifiche tecniche del nuovo hardware; il che trova anche riscontro obiettivo nell’assoluta preponderanza del valore economico di quest’ultimo nella formazione del prezzo finale».
Per tutte queste ragioni, unite all’esigenza di non creare situazioni di monopolio in questo settore del mercato, la Cassazione ha stabilito che: «chi acquista un computer sul quale sia stato preinstallato dal produttore un determinato software di funzionamento (sistema operativo) ha il diritto, qualora non intenda accettare le condizioni della licenza d’uso del software propostegli al primo avvio del computer, di trattenere quest’ ultimo restituendo il solo software oggetto della licenza non accettata, a fronte del rimborso della parte di prezzo ad esso specificamente riferibile».
Ritiene la Suprema Corte che, «nell’accertata assenza di controindicazioni tecnologiche, l’impacchettamento alla fonte di hardware e sistema operativo Microsoft (così come avverrebbe per qualsiasi altro sistema operativo a pagamento) risponderebbe, infatti, nella sostanza, ad una politica commerciale finalizzata alla diffusione forzosa di quest’ultimo nella grande distribuzione dell’hardware (quantomeno in quella, largamente maggioritaria, facente capo ai marchi più affermati)». In questo modo, si verificherebbero «riflessi a cascata in ordine all’imposizione sul mercato di ulteriore software applicativo la cui diffusione presso i clienti finali troverebbe forte stimolo e condizionamento, se non vera e propria necessità, in più o meno intensi vincoli di compatibilità e interoperabilità con quel sistema operativo, almeno tendenzialmente monopolista». Questa è una «evenienza» - afferma la sentenza 19161, Terza sezione civile - a tal punto «concreta» da essere già «stata fatta oggetto sotto vari profili di interventi restrittivi e sanzionatori da parte degli organismi antitrust Usa e della stessa Commissione Ue». La decisione della Suprema Corte, che ha pure condannato HP a sborsare 6.200 euro di spese processuali, si inscrive nello stesso solco di quelle delle autorità statunitensi e comunitarie a tutela del libero mercato. Il criterio è di lasciare scegliere ai consumatori il sistema operativo che preferiscono, compresi quelli gratuiti. Link a questo post
Per essere un buon premier, Di Maio deve imparare a dire meglio le bugie. Link a questo post
Risvegli”. Probabili o miracolosi? Cinque casi famosi
Coma, stato vegetativo, morte cerebrale, sindrome «Locked in». Quante volte è successo che qualcuno riemergesse. Ecco le storie che sono rimaste nella memoria di tutti
Coma, stato vegetativo, morte cerebrale, sindrome «Locked in». Sono tutti termini che spesso vengono impropriamente usati come sinonimi. In realtà, sono condizioni completamente diverse e talora un risveglio probabile può essere confuso con un caso eccezionale di risveglio improbabile. Tuttavia, è difficile ignorare l’effetto che fa la notizia di un risveglio dopo anni, a volte tantissimi anni, di totale (o apparentemente totale) assenza di interazione con il mondo esterno. Come nell’ultimo caso della donna palermitana di 68 anni, Rosalba Giusti, ritornata finalmente a interagire con la sua famiglia, dopo aver trascorso 4 anni della sua vita distesa immobile su un letto dell’ospedale per neurolesi Bonino Pulejo a Messina. Di «risvegli» così eclatanti se ne sono verificati diversi in passato, pur rimanendo comunque eventi molto rari. Ne ricordiamo qualcuno famoso, in Italia e nel mondo, non dimenticando però che ogni caso è diverso dall’altro: alcuni rientrano nella sfera dei «risvegli probabili» altri in quella dei «risvegli miracolosi».
Si è risvegliato dopo esser rimasto poco più di due anni immobile nel letto senza interagire con il mondo esterno. Dopo il tragico scontro con un furgoncino dei gelati nel 2003, mentre accompagnava uno dei suoi 4 figli a scuola in vespa, il catanese Crisafulli è rimasto, a detta dei medici, in stato vegetativo. Poi il suo risveglio eccezionale nell’aprile 2005: l’uomo era vigile e attento. Da lì le speranze di riprendere in mano la propria vita. Certo, Crisafulli rimase paralizzato completamente, ma riusciva comunque a comunicare con gli occhi e a fare leggeri movimenti del capo. Questo gli ha anche permesso di impegnarsi socialmente nel sostegno a persone nella sua stessa condizione, fondando l’associazione «Sicilia Risvegli». Crisafulli morì una mattina del 21 febbraio del 2013 nella sua casa di Catania, circondato dai suoi familiari. GRETA VANNUCCI
Rimasta in uno stato di «coscienza minima» all’età di 17 anni, a causa di un terribile incidente stradale, la ragazza di Gassino (Torino) si è «risvegliata» dopo due anni. Grazie all’impianto di un elettrostimolatore, la sua coscienza è riemersa. Dopo 4 mesi si sono iniziati a registrare forti miglioramenti: ha cominciato a rispondere a comandi minimi (alza il braccio, piegalo, abbassalo) pur rimanendo le sue condizioni molto gravi. La tecnica utilizzata per ricostruire il contatto col mondo fece notizia, pubblicata sulle pagine della rivista internazionale Journal of Neurology. Ma a 4 anni di distanza dall’intervento, nel 2012, Greta è morta.
Era la sera di Natale del 2000, quando Max riemerge da 9 lunghissimi anni di buio, lasciando la sua mamma a bocca aperta nella sua casa di Carigate, in provincia di Milano. Aveva vent’anni Max quando il 15 agosto del 1991 entrò in stato vegetativo a seguito di un incidente automobilistico. Poi il suo eccezionale risveglio sotto gli occhi della madre che improvvisamente ha visto suo figlio tentare di farsi il segno della croce. La sua condizione è migliorata con gli anni, grazie al sostegno della sua famiglia. Il suo è stato definito come un caso unico al mondo.
E’ rimasto in stato vegetativo per 7 anni fino a quando ha iniziato a parlare con la sua famiglia come se nulla fosse. Proprio mentre i suoi cari stavano valutando l’eventualità di lasciarlo andare per sempre. Dockery era un poliziotto a Walden, in Tennesee. Aveva 33 anni, quando nel 1988, rimase coinvolto in un conflitto a fuoco. Gli spararono una pallottola in testa e venne trasportato d’urgenza in ospedale. Lì i medici furono costretti a sottoporlo ad un’operazione che gli tolse il 20% del cervello, non riuscendo comunque a rimuovere il proiettile e i frammenti di cranio. Poi il lunghissimo sonno, durato sette anni. Fino al suo eccezionale risveglio e ben 18 ore di chiacchiere continue. Dopo ha iniziato a parlare di meno, pur riuscendo a mettersi seduto sulla sedia a rotelle. Morì dopo circa un anno il 15 aprile 1997.
Si è risvegliato dopo 19 anni e ha iniziato a parlare. Il caso di Wallis, meccanico dell’Arkansas, ha fatto il giro del mondo. Aveva 20 anni, quando il 13 luglio 1984 rimase in coma a seguito di un incidente stradale. Per quasi 20 anni il buio più totale. Poi nel 2003, quando Wallis era ormai un 45enne, è passato da uno stato di «minima coscienza» a parlare. Tutto questo nello stupore generale. I dottori infatti erano convinti che non si potesse più risvegliare. La sua prima parola è stata «mamma», in onore a colei che ha sempre creduto nel suo recupero. Da esami approfonditi, è emerso che le fibre cerebrali di Wallis si sono riorganizzate e hanno ripreso a funzionare senza l’intervento di alcun farmaco. Wallis è rimasto paralizzato. Link a questo post
E’ morta la detenuta più anziana d’Italia
Stefanina Malu, 83 anni, soprannominata dagli altri detenuti “Nonna galera”, era in condizioni disperate e per questo il tribunale le ha concesso gli arresti domiciliari
Alla fine dell’intervista si rivolse al giudice: «Venga a vedere in che condizioni sono. Non mi faccia morire in una cella». Era maggio e quell’appello, lanciato all’interno di un’intervista pubblicata da La Stampa, il giudice lo ha accolto soltanto una settimana fa: Stefanina Malu era in condizioni disperate e per questo il tribunale le ha concesso gli arresti domiciliari. A casa sì, ma niente libertà. E così l’ottantatreenne cagliaritana è morta da detenuta: la detenuta più anziana d’Italia. “Nonna galera”, l’avevano soprannominata gli altri carcerati. Stefania Malu era stata arrestata per le prima volta nel 1962. Da allora è stato un viavai continuo: quasi 30 anni di carcere, lunghi periodi di semilibertà, arresti domiciliari e persino qualche anno di libertà vera. Con i soldi dello spaccio lei ci ha cresciuto i figli. A 83 anni non aveva più il carattere di un boss. La salute era precaria già da tempo, ma per i giudici non sarebbe stata in grado di redimersi. «La droga è una cosa brutta, lo so, anzi l’ho sempre saputo – raccontò nel corso di una chiacchierata fatta in ospedale -
Per me era un lavoro, l’unico lavoro, perché nel quartiere non ce n’era altro. Solo così potevamo vivere dignitosamente. Ho venduto di tutto, mai roba sporca. Non ho morti sulla coscienza. Ho fatto il lavoro sbagliato, però ho pagato per tutti. Ogni volta la polizia e i carabinieri hanno accusato me: mi sono presa tante condanne, ma non ero l’unica che vendeva droga in città. Adesso non ce la faccio più a stare dentro il carcere: la cella per me è diventata un inferno».
L’ultima volta che i carabinieri avevano fatto irruzione a casa sua, nel quartiere di Is Mirrionis, Nonna Galera aveva già 82 anni e stava finendo di confezionare duecento dosi. Cocaina ed eroina, tutto pronto per essere consegnato ai soliti clienti. In quel periodo Stefanina Malu era ancora ai domiciliari e in un attimo è tornata in cella. A dicembre, tre mesi dopo l’arresto, il suo avvocato ha presentato un’istanza di scarcerazione, ma per convincere il magistrato non è servito neanche far leva su età e condizioni di salute. «Qualcuno pensa che io sono diventata ricca con lo spaccio ma per noi la vita è sempre stata difficile.
Se avessi fatto tanti soldi, di certo, non avrei vissuto con i miei figli in una casa comunale. Tutti mi hanno sempre definito il capo nel quartiere, ma non è vero niente. Ho solo messo insieme i soldi necessari per tirar su la famiglia». Link a questo post

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