Source: http://www.marcolombardo.eu/no-state-is-an-island/
Timestamp: 2019-01-19 17:22:45+00:00

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Marco Lombardo – Assessore Comune di Bologna | NO STATE IS AN ISLAND.
pubblicata da Marco Lombardo il giorno venerdì 29 aprile 2011 alle ore 19.10 ·
La sentenza della Corte di Giustizia nel procedimento C‑61/11 PPU (questo il link http://curia.europa.eu del sito della corte per chi volesse leggerla prima di lanciarsi in arditi commenti) dichiara che direttiva 2008/115/CE (c.d. direttiva rimpatri) deve essere interpretata nel senso che non consente ad una normativa nazionale, come quella italiana, di prevedare la pena della reclusione per i cittadini dei paesi terzi che soggiornano irregolarmente per la sola ragione di permanere nel territorio di uno Stato membro dell’UE senza giustificato motivo, in violazione di un ordine allontanamento dal territorio.
Nonostante il clamore che la sentenza sta suscitando, l’esito della vicenda era ampiamente scontato e previsto dagli addetti ai lavori.
Al di là delle valutazioni giuridiche che meritano riflessioni più attente e approfondite, si possono fare alcune valutazione ‘a caldo’ per capire cosa può insegnarci questa storia ed evitare che si commettano in futuro gli stessi errori di sempre.
Partiamo dalla fine. Prima considerazione: cosa cambia? Chi festeggia perché afferma che la UE ha bocciato la legge Bossi-Fini e chi rimane indifferente perché sostiene che la sentenza non cambierà nulla dimostra di avere capito poco di cosa significhi per l’Italia far parte della UE.
L’effetto immediato della sentenza è che i giudici nazionali potranno immediatamente disapplicare la normativa italiana nella parte in cui prevede il reato di immigrazione clandestina ed applicare in sostituzione talune disposizioni della direttiva. Inoltre, i giudici dovranno tenere conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, il quale fa parte delle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri. La sentenza era auspicabile perché attraverso l’interpretazione uniforme della direttiva rimpatri si garantisce che tutti i giudici adottino la stessa interpretazione del diritto dell’UE, attenuando il rischio di disparità di trattamento che si poteva verificare per il fatto che i tribunali italiani avevano deciso di muoversi in ordine sparso. Rimane il fatto che la legge Bossi-Fini non viene affatto abrogata dalla sentenza della Corte (che non potrebbe mai farlo) per cui è auspicabile che al più presto il Parlamento italiano ed il Governo discutano nuovamente i presupposti e la ratio della norma anche alla luce del diritto UE.
Seconda considerazione: La ‘Comunità di diritto’ è più avanzata dell’Unione politica. Come in tante altre occasioni i giudici di Lussemburgo dimostrano di far progredire il processo di integrazione europea nonostante l’impasse nella quale si ritrova a causa di una classe politica europea che non è all’altezza dei compiti e degli obiettivi che la UE è chiamata a perseguire. Questa sentenza serva da monito come tante altre di eguale tenore: nessun Stato è un’isola. Se si adottano norme comuni affinché le persone siano rimpatriate in maniera umana e nel pieno rispetto dei loro diritti fondamentali e della loro dignità, poi gli Stati non possono più fare come gli pare e piace. Fortunatamente il sistema di protezioni giurisdizionali è costruito in maniera tale da prevedere pesi e contrappesi anche al fine di evitare che sia uno Stato membro a mettersi nelle condizioni (non è dato sapere quanto consapevolmente) di auto-isolamento.
Terza considerazion. Sento dire: ‘Eccola qui la solita Europa. Non si assume la responsabilità politica di fronteggiare i problemi globali dell’immigrazione, ma ci punisce quando cerchiamo di risolvere i problemi con mezzi più rigorosi’. In questa massima da bar elevata a ragionamento politico si annida la menzogna.
E’ il solito e ben noto effetto punch-ball: quando si attribuiscono ai cittadini diritti che provengono dall’UE tutti i governi nazionali si affrettano a dire che è merito loro se ciò è accaduto. Quando invece si devono imporre obblighi e sacrifici, allora è preferibile scaricare la propria responsabilità e dare la colpa alle istituzioni europee (che spesso, in verità, esenti da colpe non sono).
Ma perché non essere (intellettualmente) onesti? Chi ha adottato quella direttiva rimpatri? Il Consiglio ed il Parlamento europeo. Chi siedeva in Consiglio? Lo stesso Governo (si avete capito bene, lo stesso) che per motivi elettorali aveva adottato una legge nazionale (Bossi-Fini) che oggi in alcune sue parti è risultata contraria allo spirito ed all’effetto utile della direttiva. In questi che per alcuni possono sembrare ‘dettagli tecnici’ si cela la mancanza di lungimiranza della classe politica italiana. Questa la domanda che dovrebbe inchiodare un esecutivo ad assumersi le proprie responsabilità: se non andava bene quella direttiva rimpatri, perché l’avete votata favorevolmente? perchè non avete difeso quello che ritenevate un interesse nazionale nelle sedi più opportune? In altri Paesi europei un esecutivo pagherebbe dazio davanti all’opinione pubblica. In Italia, ad una domanda del genere, si risponde facendo spallucce e tirando avanti a campare.
Questo non vale solo per la direttiva rimpatri, ma in tutti i casi in cui l’Italia finisce per pagare sanzioni salatissime attraverso la procedura di infrazione per non avere ottemperato ad obblighi comunitari che ha deciso in piena libertà (quanto in scienza e coscienza, non è dato sapere) di assumersi.
Se questa fosse una favola, la morale sarebbe che quando si prendono degli impegni in Europa bisogna essere consapevoli delle conseguenze dei voti e delle decisioni che si assumono. Da cittadino europeo preferirei una classe politica meno euro-entusiasta e più euro-responsabile, così come gradirei governi nazionali ed istituzioni europee che non finiscano per delegare la responsabilità – anche politica – di talune decisioni ai giudici della Corte di Lussemburgo. Ma questa (forse) è un’altra storia.
Postilla finale: se questa fosse una favola, avrebbe un lieto fine. Ma non è una favola e non c’è lieto fine per chi, suo malgrado, magari per avere perso il suo lavoro, si trova in una situazione di irregolarità. Gli immigrati clandestini che stanno festeggiando la sentenza hanno infatti poco da rallegrarsi. La disapplicazione della normativa italiana e la diretta applicazione della direttiva comporterà sì l’archiviazione dei procedimenti penali per il reato di immigrazione clandestina, ma li vedrà comunque allontanati e rimpatriati secondo le norme comuni previste dalla direttiva stessa.

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