Source: http://giurisprudenzacostituzionale.blogspot.com/2013/11/
Timestamp: 2020-04-09 00:46:44+00:00

Document:
Giurisprudenza Costituzionale: novembre 2013
Deposito del 29/11/2013 Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate: Artt. 17, c. 3°, 19, c. 3°, 20, c. 2°, 22, c. 2° e 3°, 28, c. 1°, 30, c. 3°, e 32, c. 3°, della legge della Regione Umbria 12/11/2012, n. 18.
Atti decisi: ric. 5/2013
nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 17, comma 3; 19, comma 3; 20, comma 2; 22, commi 2 e 3; 28, comma 1; 30, comma 3, e 32, comma 3, della legge della Regione Umbria 12 novembre 2012, n. 18 (Ordinamento del servizio sanitario regionale), promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri con ricorso notificato il 14-16 gennaio 2013, depositato in cancelleria il 16 gennaio 2013 ed iscritto al n. 5 del registro ricorsi 2013.
udito nell’udienza pubblica del 5 novembre 2013 il Giudice relatore Alessandro Criscuolo;
Ritenuto che con ricorso notificato a mezzo posta il 14-16 gennaio 2013 e depositato in cancelleria il 16 gennaio 2013, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, ha promosso questioni di legittimità costituzionale di alcuni articoli della legge della Regione Umbria 12 novembre 2012, n. 18 (Ordinamento del servizio sanitario regionale), pubblicata nel Bollettino Ufficiale Regione Umbria 15 novembre 2012, n. 50, edizione straordinaria;
che, in particolare, il ricorrente denuncia l’illegittimità costituzionale dell’art. 17, comma 3, di detta legge per violazione dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione, nella parte in cui disciplina l’elenco regionale dei candidati idonei alla nomina di direttore generale delle aziende sanitarie regionali, stabilendo che «La Giunta regionale ai fini della selezione dei candidati per l’inserimento nell’elenco degli idonei si avvale di una commissione costituita in prevalenza da esperti indicati da qualificate istituzioni scientifiche indipendenti dalla Regione medesima»;
che detta norma contrasterebbe con l’art. 3-bis, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), secondo il quale la commissione indicata dovrebbe essere costituita da esperti individuati da qualificate istituzioni scientifiche indipendenti, «di cui uno designato dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali»: nella parte in cui l’art. 17, comma 3, non prevede la partecipazione alla commissione dell’esperto designato dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali si configurerebbe un contrasto con la citata norma statale, da considerare quale principio fondamentale in materia di tutela della salute, con conseguente violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost.;
che è poi dedotta l’illegittimità costituzionale dell’art. 19, comma 3, della legge reg. Umbria n. 18 del 2012, per violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost., nella parte in cui, in caso di revoca del direttore generale, affida alla Giunta regionale la competenza alla attribuzione di funzioni o alla nomina di un commissario straordinario;
che tale disposizione contrasterebbe con l’art. 3, comma 6, del d.lgs. n. 502 del 1992, secondo cui «In caso di vacanza dell’ufficio o nei casi di assenza o d’impedimento del direttore generale, le relative funzioni sono svolte dal direttore amministrativo o dal direttore sanitario su delega del direttore generale o, in mancanza di delega, dal direttore più anziano per età. Ove l’assenza o l’impedimento si protragga oltre sei mesi si procede alla sostituzione»;
che, infatti, la disposizione regionale, dettando una procedura difforme da quella statale in caso di vacanza dell’ufficio di direttore generale, si porrebbe contro i principi fondamentali della legislazione dello Stato in materia di tutela della salute;
che il ricorrente censura l’art. 20, comma 2, della legge reg. Umbria n. 18 del 2012, per violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost., nella parte in cui esclude le aziende ospedaliero-universitarie dall’applicazione delle norme sulla nomina e valutazione del direttore generale delle ASL, ponendosi in contrasto con la disciplina statale di cui agli artt. 3 e seguenti del d.lgs. n. 502 del 1992 e, quindi, con i principi fondamentali contenuti in tali norme;
che, in particolare, il contrasto sussisterebbe con l’art. 3-bis del menzionato decreto legislativo, come modificato dall’art. 4 del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158 (Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 8 novembre 2012, n. 189, il quale dispone – per quanto concerne la nomina dei direttori generali delle aziende e degli enti del servizio sanitario regionale (e quindi anche delle aziende ospedaliero-universitarie) – che la Regione provveda «attingendo obbligatoriamente all’elenco regionale di idonei, ovvero agli analoghi elenchi delle altre regioni, costituiti previo avviso pubblico e selezione effettuata, secondo modalità e criteri individuati dalla regione, da parte di una commissione costituita dalla regione medesima in prevalenza tra esperti indicati da qualificate istituzioni scientifiche indipendenti, di cui uno designato dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica»;
che la difesa statale denunzia, altresì, l’illegittimità costituzionale dell’art. 22, commi 2 e 3, della legge regionale in questione, per violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost., relativamente alla disciplina della composizione del collegio sindacale, rispettivamente, delle ASL e delle aziende ospedaliero-universitarie, composizione fissata in tre membri;
che tale previsione contrasterebbe con la normativa statale di riferimento, in quanto l’art. 3-ter, comma 3, del d.lgs. n. 502 del 1992 e l’art. 4, comma 3, del decreto legislativo 21 dicembre 1999, n. 517 (Disciplina dei rapporti tra servizio sanitario nazionale ed università, a norma dell’articolo 6 della legge 30 novembre 1998, n. 419), da considerare principi fondamentali della legislazione statale in materia di tutela della salute e di coordinamento della finanza pubblica, stabiliscono che i collegi sindacali dei suddetti organi sono costituiti da cinque membri, sicché le disposizioni censurate riducono sensibilmente il numero dei componenti statali nei collegi sindacali delle aziende sanitarie;
che, inoltre, i commi 2 e 3 dell’art. 22, prevedendo che uno dei tre componenti dei detti collegi sindacali sia «designato dallo Stato», senza specificare tuttavia che tale componente statale debba partecipare in rappresentanza del Ministero dell’economia e delle finanze, contrasterebbe con il principio fondamentale di coordinamento della finanza pubblica costituito dall’art. 16 della legge 31 dicembre 2009, n. 196 (Legge di contabilità e finanza pubblica), che ha individuato come necessaria, negli organi collegiali di revisione contabile delle amministrazioni pubbliche, la presenza di un rappresentante del menzionato Ministero, al fine di dare attuazione alle prioritarie esigenze di controllo e di monitoraggio degli andamenti della finanza pubblica (sono richiamate le sentenze di questa Corte n. 122 del 2011, n. 370 del 2010 e n. 376 del 2003);
che è censurato, poi, l’art. 28, comma 1, della citata legge regionale, per violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost., nella parte in cui disciplina l’incarico di direttore di distretto, prevedendo che esso possa essere conferito dal direttore generale «ad un dirigente dell’azienda che abbia maturato una specifica esperienza nei servizi territoriali e un’adeguata formazione nella loro organizzazione»;
che tale disposizione contrasterebbe con l’art. 3-sexies, comma 3, del d.lgs. n. 502 del 1992, ai sensi del quale l’incarico in questione può essere attribuito ad «un medico convenzionato, ai sensi dell’articolo 8, comma 1, da almeno dieci anni, con contestuale congelamento di un corrispondente posto di organico della dirigenza sanitaria»;
che, ancora, è denunziato l’art. 30, comma 3 (recte: comma 4), della legge reg. Umbria n. 18 del 2012, per violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost., nella parte in cui stabilisce che al presidio ospedaliero sono preposti un dirigente medico e un dirigente amministrativo;
che detta disposizione contrasterebbe con l’art. 3, comma 7, del d.lgs. n. 502 del 1992, modificato dall’art. 15, comma 13, lettera f-bis), del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, in forza del quale «nelle aziende ospedaliere, nelle aziende ospedaliero-universitarie di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 21 dicembre 1999, n. 517, e negli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico pubblici, costituiti da un unico presidio, le funzioni e i compiti del direttore sanitario […] e del dirigente medico di cui all’articolo 4, comma 9, del presidio ospedaliero sono svolti da un unico soggetto avente i requisiti di legge»;
che, pertanto, la disposizione regionale in esame, attribuendo al presidio ospedaliero due dirigenti in luogo dell’unico previsto dall’art. 3, comma 7, del d.lgs. n. 502 del 1992, verrebbe a porsi in contrasto con i principi fondamentali della legislazione statale in materia di tutela della salute e di coordinamento della finanza pubblica;
che, infine, il Presidente del Consiglio dei ministri censura l’art. 32, comma 3, (recte: comma 1), della legge reg. Umbria n. 18 del 2012 per violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost., nella parte in cui disciplina la figura del direttore del dipartimento di prevenzione;
che la norma denunziata prevede che detta figura professionale sia nominata dal direttore generale tra i “dirigenti” con almeno cinque anni di anzianità di funzione, così entrando in contrasto con l’art. 7-quater, comma 1, del d.lgs. n. 502 del 1992, come modificato dal d.l. n. 158 del 2012, «secondo cui tale incarico può essere conferito non già ai meri dirigenti, bensì ai “direttori di struttura complessa del dipartimento”», con conseguente violazione del menzionato parametro costituzionale;
che, con memoria depositata il 19 febbraio 2013, si è costituita nel giudizio di legittimità costituzionale la Regione Umbria, in persona della Presidente pro tempore della Giunta Regionale, dichiarando di voler resistere in giudizio «solo per quanto concerne la impugnativa dell’articolo 30, considerato che la direzione regionale competente ha manifestato l’intenzione di adeguarsi ai rilievi del Governo» in ordine all’impugnazione delle altre disposizioni normative;
che il ricorso avverso l’art. 30 della legge reg. Umbria n. 18 del 2012 sarebbe inammissibile ed infondato, perché detta norma sarebbe chiaramente riferita ai presidi ospedalieri non costituiti in azienda autonoma ed inseriti, quindi, nell’organizzazione delle Unità sanitarie locali dell’Umbria, sicché non sussisterebbe alcun contrasto tra la norma impugnata e l’art. 3, comma 7, del d.lgs. n. 502 del 2012.
Considerato che, con il ricorso indicato in epigrafe, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, ha promosso questioni di legittimità costituzionale – in riferimento all’art. 117, terzo comma, della Costituzione – degli artt. 17, comma 3; 19, comma 3; 20, comma 2; 22, commi 2 e 3; 28, comma 1; 30, comma 3 (recte: comma 4); 32, comma 3 (recte: comma 1), della legge della Regione Umbria 12 novembre 2012, n. 18 (Ordinamento del sistema sanitario regionale);
che la Regione, costituita nel giudizio di legittimità costituzionale soltanto per resistere all’impugnativa dell’art. 30 della legge reg. Umbria citata, ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile o non fondato;
che, con atto depositato nella cancelleria di questa Corte il 10 ottobre 2013, il Presidente del Consiglio dei ministri (previa delibera dello stesso Consiglio adottata nella riunione del 4 ottobre 2010) ha dichiarato formalmente «di rinunciare all’impugnazione della legge della Regione Umbria 12 novembre 2012, n. 18, pubblicata nel Regione Umbria n. 50 del 15 novembre 2012 e recante il titolo “Ordinamento del servizio sanitario regionale”»;
che il menzionato atto di rinunzia al ricorso risulta ritualmente notificato alla resistente che, con deliberazione della Giunta regionale n. 1150 del 21 ottobre 2013, ha accettato la detta rinunzia;
che la rinunzia del ricorrente al ricorso, cui faccia seguito l’accettazione della parte resistente, comporta l’estinzione del processo (art. 23 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale).
Depositata in Cancelleria il 29 novembre 2013.
Camera di Consiglio del 23/10/2013 Decisione del 20/11/2013
Norme impugnate: Art. 15 del decreto legislativo 15/01/2002, n. 9.
Atti decisi: ordd. 111, 112 e 113/2013
nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 15 del decreto legislativo 15 gennaio 2002, n. 9 (Disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell’articolo 1, comma 1, della legge 22 marzo 2001, n. 85), promossi dal Giudice di pace di Albenga con tre ordinanze del 12 febbraio 2013, rispettivamente iscritte ai nn. 111, 112 e 113 del registro ordinanze 2013 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 21, prima serie speciale, dell’anno 2013.
udito nella camera di consiglio del 23 ottobre 2013 il Giudice relatore Paolo Maria Napolitano.
Ritenuto che con tre ordinanze di identico tenore, tutte del 12 febbraio 2013 (r.o. nn. 111, 112 e 113 del 2013), il Giudice di pace di Albenga ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 15 del decreto legislativo 15 gennaio 2002, n. 9 (Disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell’articolo 1, comma 1, della legge 22 marzo 2001, n. 85), per violazione dell’art. 76 della Costituzione;
che i giudizi a quibus hanno ad oggetto opposizioni avverso ordinanze-ingiunzione dell’Ufficio territoriale del Governo di Savona (Prefettura di Savona) rese a seguito del rigetto di ricorsi al Prefetto di Savona;
che gli opponenti, con il ricorso introduttivo, hanno dedotto l’illegittimità costituzionale dell’art. 15 del d.lgs. n. 9 del 2002 in riferimento all’art. 76 Cost., in relazione all’art. 2, comma 1, lettera d), della legge 22 marzo 2001, n. 85 (Delega al Governo per la revisione del nuovo codice della strada), nella parte in cui non attribuisce il potere di decidere − riguardo ai ricorsi amministrativi in materia di violazione delle norme sulla circolazione stradale − al presidente della giunta regionale;
che le questioni, secondo il Giudice di pace di Albenga, sono rilevanti in quanto i giudizi di opposizione alle ordinanze-ingiunzione dei prefetti hanno ad oggetto non l’atto ma il rapporto, con cognizione piena del giudice, anche in relazione ai profili di competenza;
che il problema della sussistenza del potere di decidere il ricorso avverso il verbale di violazione di norme sulla circolazione stradale in capo al presidente della giunta regionale, anziché al prefetto, è materia rilevante nei giudizi a quibus, perché, qualora la norma denunciata si rivelasse in contrasto con il dettato costituzionale, l’opposizione dovrebbe essere accolta per vizio di incompetenza del provvedimento impugnato;
che il rimettente, quanto alla non manifesta infondatezza della questione, richiama l’ordinanza n. 89 del 2009 della Corte costituzionale che ha ritenuto inammissibile un’analoga questione di costituzionalità sollevata dal Giudice di pace di Taranto;
che, in quell’occasione, la medesima censura era rivolta a disposizioni contenute nel decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 1° agosto 2003, n. 214, e la questione era stata dichiarata manifestamente inammissibile in quanto il rimettente aveva invocato, quale parametro costituzionale violato, l’art. 76 Cost., che riguarda esclusivamente i rapporti tra legge delegante e legge delegata, mentre nella specie era censurata una norma contenuta nella legge di conversione di un decreto-legge;
che l’odierno rimettente, per superare il motivo di inammissibilità di cui all’ordinanza n. 89 del 2009, ritiene di sollevare la questione di legittimità costituzionale avverso l’art. 15 del d.lgs. n. 9 del 2002, nella parte in cui non attribuisce il potere di decidere – riguardo ai ricorsi amministrativi in materia di violazione delle norme sulla circolazione stradale − al presidente della giunta regionale e nella parte in cui si limita a modificare l’art. 208 del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), e non modifica gli artt. 203 e 204 del codice della strada sostituendo la locuzione «prefetto» con quella «presidente della giunta regionale»;
che, secondo il rimettente, risulterebbe violato il criterio direttivo di cui all’art. 2, comma 1, lettera d), della legge delega n. 85 del 2001, in base al quale le funzioni ordinatorie demandate ai prefetti dovevano essere attribuite ai presidenti delle giunte regionali o delle province autonome, fatte salve le esigenze di ordine e sicurezza pubblica, cosicché la norma censurata si porrebbe in contrasto con l’art. 76 Cost.;
che l’art. 15 censurato è l’unica norma del d.lgs. n. 9 del 2002 contenente disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell’art. 1, comma 1, della legge n. 85 del 2001;
che, conclude il rimettente, il potere di decidere i ricorsi amministrativi avverso i provvedimenti di accertamento della violazione di norme sulla circolazione stradale non può essere ricondotto ad esigenze di ordine e sicurezza pubblica, le quali, secondo il criterio direttivo di cui all’art. 2, comma 1, lettera d), della legge delega n. 85 del 2001, costituivano l’unica eccezione al trasferimento ai presidenti delle giunte regionali o delle province autonome delle funzioni ordinatorie demandate ai prefetti;
che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione venga dichiarata inammissibile o infondata;
che l’Avvocatura dello Stato evidenzia come il richiamo all’art. 15 del d.lgs. n. 9 del 2002 sia del tutto inconferente in quanto la norma ha ad oggetto la modifica dell’art. 208 del codice della strada, in materia di criteri di distribuzione dei proventi derivanti dalle sanzioni amministrative irrogate a seguito di violazioni di norme sulla circolazione stradale;
che la disposizione richiamata non attiene in alcun modo alla questione delle funzioni ordinatorie del prefetto che, invece, sono disciplinate dagli artt. 203 e 204 del codice della strada;
che tali norme non sono state oggetto di modifica da parte dell’art. 15 del d.lgs. n. 9 del 2002, né da parte di altra norma del medesimo decreto e, pertanto, vi sarebbe un’erronea e/o incompleta individuazione della norma censurata;
che, inoltre, la questione sarebbe infondata, in quanto la figura dell’eccesso di delega implicherebbe il superamento dei limiti imposti dal legislatore delegante e dall’art. 76 Cost., mentre la questione sollevata dal remittente dovrebbe più correttamente essere ricondotta alle ipotesi di cosiddetto «eccesso di delega in minus», ossia a quei casi di parziale attuazione della delega da parte del Governo;
che, secondo la giurisprudenza costituzionale, «l’esercizio incompleto della delega non comporta di per sé violazione degli articoli 76 e 77 della Costituzione, salvo che ciò non determini uno stravolgimento della legge di delegazione» (sentenza n. 149 del 2005);
che dovrebbero ritenersi infondate «le censure per l’attuazione soltanto parziale della delega, da tale circostanza potendo semmai derivare una responsabilità politica del Governo verso il Parlamento, quando la delega abbia carattere imperativo, ma non anche la illegittimità costituzionale delle norme frattanto emanate, sempre che, per il loro contenuto, non siano tali da porsi in contrasto con i principi e i fini della legge di delegazione» (sentenza n. 41 del 1975; nello stesso senso: sentenze n. 23 del 2000, n. 323 del 1999 e n. 218 del 1987).
Considerato che il Giudice di pace di Albenga ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 15 del decreto legislativo 15 gennaio 2002, n. 9 (Disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell’articolo 1, comma 1, della legge 22 marzo 2001, n. 85), – in riferimento all’art. 76 della Costituzione − nella parte in cui non attribuisce al presidente della giunta regionale il potere di decidere i ricorsi amministrativi in materia di violazione delle norme sulla circolazione stradale e nella parte in cui si limita a modificare l’art. 208 del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), e non modifica gli artt. 203 e 204 del codice della strada, sostituendo la locuzione «prefetto» con quella «presidente della giunta regionale»;
che, secondo il rimettente, la norma censurata, pur essendo di diretta attuazione della legge 22 marzo 2001, n. 85 (Delega al Governo per la revisione del nuovo codice della strada), si porrebbe in contrasto con il criterio direttivo indicato nell’art. 2, comma 1, lettera d), della medesima legge delega, concernente l’attribuzione al presidente della giunta regionale o delle province autonome delle funzioni ordinatorie demandate ai prefetti, fatte salve le esigenze di ordine e sicurezza pubblica;
che, a prescindere dai denunciati profili di inammissibilità in punto di corretta individuazione della norma censurata, la questione è manifestamente infondata;
che, secondo l’orientamento consolidato di questa Corte, il mancato o incompleto esercizio della delega non comporta di per sé la violazione degli artt. 76 e 77 della Costituzione, salvo che ciò non determini uno stravolgimento della legge di delegazione (sentenza n. 149 del 2005 e ordinanza n. 257 del 2005; in precedenza, sentenze n. 218 del 1987, n. 8 del 1977 e n. 41 del 1975);
che, nel caso in esame, non è riscontrabile alcuno stravolgimento della legge delega, dovendosi anzi ritenere che la norma censurata sia conforme al criterio direttivo invocato dal rimettente;
che, infatti, il potere del prefetto di decidere sui ricorsi avverso le sanzioni amministrative pecuniarie relative a violazioni delle norme del codice della strada non rientra tra le funzioni ordinatorie che la legge delega voleva fossero trasferite dal prefetto al presidente della giunta regionale;
che il ricorso al prefetto, invece, si colloca sistematicamente nell’ambito dei rimedi di giustizia amministrativa e, in particolare, presenta la natura di ricorso gerarchico improprio, in quanto rivolto ad un organo che non è posto in un rapporto di superiorità gerarchica immediata e diretta rispetto all’organo emanante il provvedimento oggetto del ricorso, ma, comunque, abilitato dalla legge a provvedere;
che, pertanto, si può escludere che la funzione «decisoria» sui ricorsi amministrativi avverso gli atti di accertamento delle contravvenzioni al codice della strada sia ricompresa nell’ambito delle «funzioni ordinatorie» cui si riferisce la disposizione della legge delega assunta come norma interposta;
che, inoltre, sussistono anche quelle esigenze di ordine pubblico e sicurezza che, in base allo stesso criterio direttivo indicato nell’art. 2, comma 1, lettera d), della legge delega n. 85 del 2001, consentivano al legislatore di derogare rispetto al trasferimento delle funzioni ordinatorie dai prefetti ai presidenti delle giunte regionali;
che, infatti, la prevenzione e l’accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale costituiscono, ai sensi dell’art. 11, comma 1, lettera a), del codice della strada, attività di polizia stradale ai cui «servizi», a norma del successivo comma 3, provvede il Ministero dell’interno, salve le attribuzioni dei Comuni per quanto concerne i centri abitati;
che, dunque, l’attività amministrativa diretta alla prevenzione e all’accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale è certamente riconducibile ad esigenze di ordine pubblico e sicurezza;
che alle medesime esigenze deve essere ricondotta l’attività decisoria del prefetto in ordine ai ricorsi amministrativi avverso tali provvedimenti;
che, infine, i soggetti legittimati all’accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale e all’applicazione delle relative sanzioni pecuniarie sono per lo più appartenenti all’amministrazione dello Stato;
che, infatti, ai sensi del successivo art. 12 del codice della strada, l’espletamento dei servizi di polizia stradale, tra i quali la prevenzione e l’accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale, spetta in via principale: al settore di Polizia stradale della Polizia di Stato; alla stessa Polizia di Stato; all’Arma dei carabinieri; al Corpo della Guardia di finanza; ai Corpi e ai servizi di polizia provinciale, nell’ambito del territorio di competenza; ai Corpi e ai servizi di polizia municipale, nell’ambito del territorio di competenza; ai funzionari del Ministero dell’interno addetti al servizio di polizia stradale; al Corpo di Polizia penitenziaria e al Corpo forestale dello Stato, in relazione ai compiti di istituto;
che, dunque, l’attribuzione ai prefetti del potere di decisione in ordine ai ricorsi amministrativi avverso tali atti di accertamento non è irragionevole, risultando armonico al riparto delle competenze amministrative previsto dalla Costituzione, mentre non può ipotizzarsi, come auspicato dal rimettente, che tale potere «decisorio» di archiviazione o di riconferma rispetto a provvedimenti amministrativi sanzionatori emessi da soggetti appartenenti all’amministrazione dello Stato (quali la Polizia di Stato, i Carabinieri e la Guardia di finanza) sia trasferito ai presidenti delle giunte regionali.
dichiara manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 15 del decreto legislativo 15 gennaio 2002, n. 9 (Disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell’articolo 1, comma 1, della legge 22 marzo 2001, n. 85), sollevate, in riferimento all’art. 76 della Costituzione, dal Giudice di pace di Albenga con le ordinanze indicate in epigrafe.
Udienza Pubblica del 22/10/2013 Decisione del 20/11/2013
Deposito del 28/11/2013 Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate: Art. 1 della legge della Regione Toscana 11/12/2012, n. 74.
Atti decisi: ric. 22/2013
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 1 della legge della Regione Toscana 11 dicembre 2012, n. 74, recante «Modifiche alla legge regionale 23 marzo 2000, n. 42 (Testo unico delle leggi regionali in materia di turismo) in attuazione della direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali e della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno», promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri con ricorso notificato il 13-15 febbraio 2013, depositato in cancelleria il 18 febbraio 2013 ed iscritto al n. 22 del registro ricorsi 2013.
udito nell’udienza pubblica del 22 ottobre 2013 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi;
1.– Con ricorso notificato con il mezzo della posta il 13-15 febbraio 2013 e depositato il successivo 18 febbraio (reg. ric. n. 22 del 2013), il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, ha promosso questione di legittimità costituzionale dell’articolo 1 della legge della Regione Toscana 11 dicembre 2012, n. 74, recante «Modifiche alla legge regionale 23 marzo 2000, n. 42 (Testo unico delle leggi regionali in materia di turismo) in attuazione della direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali e della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno», in riferimento all’articolo 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione.
La disposizione impugnata sostituisce l’art. 134 della legge della Regione Toscana 23 marzo 2000, n. 42 (Testo unico delle leggi regionali in materia di turismo), con il quale si disciplinano le modalità di accesso alla professione di maestro di sci, da parte di professionisti di altre Regioni e Stati.
Il ricorso riguarda esclusivamente i commi 1 e 2 dell’art. 134 della legge regionale n. 42 del 2000, come sostituiti dalla norma impugnata, che si riferiscono all’iscrizione nell’albo professionale della Regione Toscana dei maestri già iscritti nell’albo di altre Regioni o delle Province autonome. A tal fine, l’art. 1, comma 1, della legge regionale n. 42 del 2000 stabilisce che questi devono richiedere l’iscrizione nell’albo regionale toscano, mentre il comma 2 aggiunge che il collegio regionale dei maestri di sci provvede all’iscrizione dopo aver verificato la permanenza dei requisiti di cui all’art. 131 della medesima legge. Tra questi ultimi, l’art. 131, comma 1, lettera d), annovera la frequenza dei corsi di qualificazione professionale indicati dal successivo art. 132 e il superamento dei relativi esami.
Il ricorrente parte dal presupposto interpretativo per il quale la norma impugnata imporrebbe ai maestri di sci già iscritti nell’albo di altre Regioni o Province autonome di frequentare il corso predisposto dalla Regione Toscana e di superarne l’esame conclusivo, quali condizioni per l’iscrizione nell’albo toscano.
In tal modo sarebbe stato introdotto «un ostacolo ingiustificato all’accesso ed all’esercizio di tale professione», in violazione della competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela della concorrenza (art. 117, secondo comma, lettera e, Cost.).
La medesima competenza sarebbe violata dall’attribuzione al collegio regionale dei maestri di sci del compito di verificare i requisiti di iscrizione, in ragione dei «profili di possibile conflitto di interessi» dai quali i componenti dell’organo potrebbero venire investiti, allo scopo di restringere il numero dei concorrenti.
2.– La Regione Toscana si è costituita in giudizio, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata.
La Regione premette che la modifica normativa apportata dalla disposizione impugnata non ha riguardato i commi 1 e 2 dell’art. 134 della legge regionale n. 42 del 2000, che sono stati formalmente sostituiti dall’art. 1 della legge regionale n. 74 del 2012 ma sono nella sostanza rimasti immutati.
Scopo dell’intervento del legislatore regionale è stato, infatti, quello di adeguare alla normativa dell’Unione europea la disciplina concernente l’esercizio della professione in via temporanea da parte di maestri di sci cittadini di altri Stati membri dell’Unione.
Tale parte della disposizione impugnata non è tuttavia oggetto di censura.
Ciò detto, la Regione rileva che il ricorso «è frutto di un’erronea lettura della norma regionale» impugnata.
Essa, infatti, si limiterebbe a demandare al collegio regionale dei maestri di sci la verifica della “permanenza” dei requisiti di iscrizione all’albo, con ciò dovendosi intendere la sufficienza, a tal fine, del superamento del corso professionale previsto da qualsiasi altra Regione, con conseguente iscrizione nell’albo.
Nessuna «duplicazione di esami abilitanti» sarebbe perciò imposta dalla norma impugnata.
La disposizione impugnata sostituisce l’art. 134 della legge della Regione Toscana 23 marzo 2000, n. 42 (Testo unico delle leggi regionali in materia di turismo), con il quale si disciplinano le modalità di accesso alla professione di maestro di sci da parte di professionisti di altre Regioni e Stati.
Il ricorso ha per oggetto i soli commi 1 e 2 dell’art. 134, nel testo introdotto dalla disposizione censurata, il cui contenuto è del tutto analogo alle previsioni originarie.
L’art. 134, comma 1, della legge regionale n. 42 del 2000 stabilisce che «I maestri di sci già iscritti negli albi professionali di altre regioni o province autonome che intendono esercitare stabilmente la professione di maestro di sci anche in Toscana devono richiedere l'iscrizione nell'albo professionale regionale della Toscana».
Il comma 2 aggiunge che «Il Collegio regionale dei maestri di sci provvede all'iscrizione dopo aver verificato la permanenza dei requisiti di cui all'articolo 131».
L’Avvocatura dello Stato interpreta tali norme nel senso che esse introdurrebbero l’onere, a carico del maestro di sci già abilitato in altre Regioni o nelle Province autonome, di sostenere nuovamente l’esame di abilitazione presso la Regione Toscana, dato che l’art. 131 della legge regionale n. 42 del 2000, cui rinvia il comma 2 dell’art. 134 della medesima legge, prevede, tra i requisiti per l’iscrizione all’albo professionale toscano, «la frequenza dei corsi di qualificazione professionale di cui all’articolo 132 ed il superamento dei relativi esami».
Il ricorrente, muovendo dal presupposto interpretativo appena enunciato, conclude che la norma impugnata ha così introdotto un ostacolo ingiustificato e sproporzionato alla libera prestazione del servizio da parte dei maestri di sci già abilitati in Italia, in violazione della competenza esclusiva dello Stato nella materia «tutela della concorrenza».
2.– La questione non è fondata perché il presupposto interpretativo da cui trae origine è erroneo.
L’onere di abilitarsi al fine di esercitare la professione di maestro di sci è stabilito dall’art. 6 della legge cornice 8 marzo 1991, n. 81 (Legge-quadro per la professione di maestro di sci e ulteriori disposizioni in materia di ordinamento della professione di guida alpina), che reca i principi fondamentali cui le Regioni a statuto ordinario debbono uniformarsi, anche in base al decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 30 (Ricognizione dei principi fondamentali in materia di professioni, ai sensi dell’articolo 1 della legge 5 giugno 2003, n. 131).
L’art. 3 della legge n. 81 del 1991 precisa che l’albo professionale è regionale, ed è tenuto, sotto la vigilanza della Regione, dal collegio regionale dei maestri di sci e, in linea con tale previsione, l’art. 134, comma 1, della legge regionale toscana n. 42 del 2000 stabilisce che il maestro di sci abilitato presso altra Regione o Provincia autonoma, che intende esercitare stabilmente la professione in Toscana, deve richiedere l’iscrizione nell’albo toscano.
Ciò però non significa che la normativa impugnata esiga altresì, a titolo di condizione preliminare, la frequenza del corso professionale regionale e il superamento dell’esame conclusivo. Al contrario, la stessa formulazione letterale dell’art. 134, comma 2, della legge regionale n. 42 del 2000 esclude tale opzione interpretativa, posto che demanda al collegio regionale dei maestri di sci la verifica circa la “permanenza” dei requisiti indicati dal precedente art. 131.
Con tale inequivoca espressione, il legislatore toscano ha chiarito, ove ve ne fosse bisogno, che l’attività di accertamento del collegio si limita ad acclarare se il maestro di sci è già in possesso dei requisiti richiesti dalla legge e, in particolare, dell’abilitazione professionale. Difatti, in presenza di una domanda di iscrizione da parte di chi non abbia esercitato stabilmente fino ad allora la professione in Toscana, non si vede come possa dirsi che tale requisito deve permanere, se non riferendosi all’abilitazione conseguita in altra Regione o Provincia autonoma e risultante dall’iscrizione nel relativo albo professionale.
3.– Il ricorrente denuncia l’art. 134, comma 2, della legge regionale toscana n. 42 del 2000, nel testo sostituito dalla norma impugnata, anche nella parte in cui affida la verifica circa la permanenza dei requisiti di iscrizione all’albo proprio al collegio regionale dei maestri di sci, ovvero ad un organo in «possibile conflitto di interessi». Il collegio, in quanto composto da potenziali concorrenti dell’aspirante all’iscrizione, sarebbe nelle condizioni di «influenzare gli esiti del processo di selezione» in danno del candidato.
A tal fine, è sufficiente osservare che la competenza del collegio in tema di “iscrizioni” e di “tenuta” dell’albo professionale è sancita dalla normativa dello Stato, cui la legislazione regionale di dettaglio è tenuta a uniformarsi. In particolare, provvede in tal senso l’art. 13, comma 4, della legge n. 81 del 1991, e dunque il ricorrente non può contestare, sul piano del riparto costituzionale delle competenze legislative, il contenuto di una norma regionale introdotta in adempimento del rapporto di integrazione tra legge quadro e normativa regionale di attuazione, nelle materie indicate dall’art. 117, terzo comma, Cost. e, nello specifico, nella materia «professioni».
Si deve aggiungere che si rivela erronea l’affermazione del ricorrente secondo cui il collegio avrebbe spazi di discrezionalità impiegabili in danno del candidato all’iscrizione: per i maestri di sci abilitati presso altra Regione o Provincia autonoma la verifica preliminare all’iscrizione, infatti, come si è visto, è meramente ricognitiva.
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 1 della legge della Regione Toscana 11 dicembre 2012, n. 74, recante «Modifiche alla legge regionale 23 marzo 2000, n. 42 (Testo unico delle leggi regionali in materia di turismo) in attuazione della direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali e della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno», promossa, in riferimento all’articolo 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione, dal Presidente del Consiglio dei ministri, con il ricorso indicato in epigrafe.
Camera di Consiglio del 06/11/2013 Decisione del 20/11/2013
Norme impugnate: Art. 120, c. 1° e 2°, del codice della strada (d.lgs. 30/4/1992, n. 285), sostituito dall'art. 3, c. 52°, lett. a), della legge 15/07/2009, n. 94.
Atti decisi: ord. 64/2013
Come già, infatti, osservato nella richiamata ordinanza n. 169, a prescindere dalla non pertinenza del riferimento all’art. 27 Cost., che attiene esclusivamente alle sanzioni penali, è comunque, assorbente, in limine, in senso preclusivo all’esame della questione, la natura non obbligata dell’intervento additivo auspicato (da ultimo sentenze n. 134 del 2012, n. 117 e n. 6 del 2011, e n. 256 del 2010) ed il carattere, per di più, assolutamente indeterminato del petitum (sentenza n. 301 del 2012 per tutte).

References: Art. 15
 art. 12
 Art. 1
 art. 132
 art. 131
 Art. 120