Source: https://www.laleggepertutti.it/277991_il-cleptomane-e-un-ladro
Timestamp: 2019-08-24 21:21:10+00:00

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Il cleptomane è un ladro?
Affetto da cleptomania: può essere querelato e condannato per furto? Oppure c’è l’incapacità di intendere?
Nello spogliatoio della palestra dove giornalmente ti alleni, una persona ti ha rubato il cappotto. Scoprire la sua identità non è stato difficile grazie ad alcuni testimoni. Hai subito comunicato lo spiacevole episodio ai responsabili del centro sportivo, anticipando loro la tua intenzione di denunciare il colpevole. Ti è stato però consigliato di non farlo: il tizio è già noto per aver commesso, in passato, altre condotte simili e, tuttavia, non è mai stato punito perché affetto da cleptomania. «Non gli puoi fare nulla» ha sospirato il titolare della palestra. Hai il dubbio però che si tratti di un maldestro tentativo di coprire il colpevole al fine di non danneggiare l’immagine del centro. Ti chiedi dunque cosa prevede la legge in questi casi: il cleptomane è un ladro?
Una situazione molto simile è stata di recente esaminata dalla Cassazione che, con una sentenza pubblicata due giorni fa [1], ha chiarito un dubbio piuttosto frequente: la cleptomania: è reato? In altri termini, il cleptomane può essere querelato e condannato per furto oppure è destinato a farla franca pur in presenza di schiaccianti prove circa la sua colpevolezza?
Il nocciolo della questione, sotto un aspetto legale, verte sulla possibilità di inquadrare la cleptomania in una vera e propria patologia mentale, tale da limitare completamente la capacità di intendere e volere del responsabile. È chiaro che, se si dovesse dare risposta positiva a tale quesito, si arriverebbe a dover anche ammettere che il cleptomane, per quanto colpevole di furto, non può essere processato e quindi condannato. In altre parole è inutile querelarlo.
La Cassazione però, nel caso di specie, ha emesso una sentenza di condanna. Come mai? Cerchiamo di capire le motivazioni di tale sentenza e come mai il cleptomane non è un ladro.
1 L’infermità di mente
2 Il vizio parziale di mente
3 Il cleptomane è colpevole di furto?
Sicuramente avrai già sentito dire che, in caso di infermità di mente, il responsabile di un crimine non può essere condannato e punito. E ciò perché ogni reato presuppone, se non la specifica volontà di commettere una determinata azione (la malafede, ossia il cosiddetto dolo), quantomeno la coscienza e la consapevolezza di ciò che si sta facendo (la cosiddetta colpa). Ebbene, il vizio di mente – o infermità mentale – elimina proprio tale coscienza, rendendo il soggetto del tutto vittima di se stesso, di comportamenti che non è in grado di controllare.
È questa la cosiddetta imputabilità, condicio sine qua non affinché l’autore di un reato possa essere punito. In altri termini, il presupposto essenziale per la perseguibilità del reo, nel momento della configurazione del reato, è che quest’ultimo sia in pieno possesso della cosiddetta “capacita di intendere e di volere”.
Salvo per i minori di 14 anni, gli interdetti e gli inabilitati, la legge presume in automatico che ogni persona che commette un crimine è capace di intendere e volere, pertanto come tale responsabile e punibile. L’autore del reato, per non essere condannato, deve riuscire a dimostrare che, al momento dell’azione, non fosse in grado di controllarsi.
Questa incapacità però non deve essere stata volontariamente determinata dal reo: altrimenti facile sarebbe ubriacarsi prima di commettere un delitto e così trovare la scusa per non essere puniti. L’incapacità deve essere quindi incolpevole, oggettiva e impossibile da evitare.
Il vizio parziale di mente
Per evitare una condanna non è necessario essere in una situazione di totale e continua incapacità di intendere e volere (si pensi al portatore di handicap grave dalla nascita). Anche un vizio parziale o temporaneo di mente può influire per togliere, occasionalmente, la responsabilità dei propri gesti. Si pensi a una persona schizofrenica o che soffre di epilessia: si tratta di soggetti che, di norma, sono nel pieno delle proprie capacità, salvo in alcuni momenti in cui perdono il controllo. Ebbene, in queste occasioni, l’eventuale crimine non è punibile. Ma affinché ciò avvenga è necessario che:
all’atto della commissione del reato, vi sia stata una piena e totale incapacità di intendere e volere, tale da escludere ogni forma di autocontrollo
il reato sia stato causato proprio da quella determinata incapacità e non da altro comportamento. Ad esempio, un cleptomane non potrebbe mai invocare la propria incapacità in caso di omicidio colposo, atteso che la sua patologia coinvolge altri comportamenti.
Il cleptomane è colpevole di furto?
La malattia mentale esclude la responsabilità penale solo se presenta un grado di consistenza, intensità e gravità tale da incidere concretamente sulla capacità di intendere e di volere del reo. In questo senso la Cassazione ha ritenuto che la semplice cleptomania non possa rientrare in questa nozione. Il soggetto, per quanto spinto dall’impulso di impossessarsi di oggetti altrui, è – in quello stesso momento – consapevole del gesto che sta commettendo e della sua illiceità. Egli cioè è nel pieno delle capacità mentali, seppur il suo istinto lo porti a comportarsi in quel determinato modo. Secondo i giudici supremi, non è possibile parlare quindi di «vizio assoluto di mente».
Nel caso deciso dalla Corte, un uomo era stato beccato a portare via alcuni oggetti dagli uffici parrocchiali di una chiesa. Ma secondo i giudici, essere affetti da cleptomania, ossia dalla tendenza impulsiva a rubare, non consente di evitare la condanna per furto. Non importa che tale patologia sia stata accertata da una perizia di un medico legale. È quindi logico, e non contraddittorio, ritenere che una persona cleptomane abbia una capacità, seppur parziale, di intendere e di volere. È quindi da escludere il riconoscimento del vizio assoluto di mente.
Ogni decisione, comunque, tiene conto del caso concreto prospettato ai giudici. Nulla esclude quindi – almeno in teoria – che una più grave forma di cleptomania, tale da essere del tutto incontrollabile e da escludere la consapevolezza da parte dell’agente, sia giudicata come vizio assoluto di mente.
[1] Cass. sent. n. 10638/19 dell’11.03.2019.
Autore immagine furto di DDekk
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 30 gennaio – 11 marzo 2019, n. 10638
2.1 Sulla valutazione della perizia psichiatrica questa Corte ha già avuto modo di chiarire che, sviluppandosi l’”iter” diagnostico del perito attraverso due operazioni successive, connesse ed interdipendenti in relazione al risultato finale, cioè la percezione dei dati storici e il successivo giudizio diagnostico fondato sulla prima, il giudice è tenuto a discostarsi dalle conclusioni raggiunte quando queste si basano su dati fattuali dimostratisi erronei che, viziando il percorso logico del perito, rende inattendibili le loro conclusioni (Sez. 1, n. 24082 del 16/02/2017, Bounaim, Rv. 270270; Sez. 2, n. 43923 del 11/10/2013, Mosca, Rv. 257313). Quanto invece al contenuto più propriamente valutativo della perizia, questi è chiamato a fornire una specifica motivazione solo nel caso in cui intenda discostarsi dal parere tecnico e contestarne l’attendibilità sulla base di ulteriori e contrastanti risultanze processuali (e non certo ricorrendo alla sua scienza “privata”), mentre qualora lo condivida è sufficiente, come avvenuto nel caso di specie, che dia conto di averne verificato la intrinseca tenuta logica, confutando gli eventuali rilievi svolti dalle parti in proposito.
2.2 La Corte territoriale, come accennato, ha dato conto – nei limiti che si sono illustrati – delle ragioni per cui ha ritenuto di aderire alle conclusioni del perito circa la natura ed entità del vizio di mente che affligge l’imputato (sindrome cleptomania) ed al fatto che questa non determini la sua incapacità, evidenziando altresì quelle per cui ha ritenuto infondate le obiezioni difensive svolte con il gravame di merito. Quanto invece all’eccepita acquisizione dell’evidenza dei presupposti per ritenere che il D. fosse affetto da un vizio totale di mente, la censura si risolve nella prospettazione di una lettura soggettivamente orientata del materiale probatorio, peraltro ancorata a personali valutazioni non scientificamente controllabili, alternativa a quella fatta motivatamente propria dal giudice di merito, nel tentativo di sollecitare quello di legittimità ad una rivisitazione degli elementi di fatto e della valutazione peritale posti a fondamento della decisione o all’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei medesimi, che invece gli sono precluse ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e).
3. Inammissibile è anche il secondo motivo. La Corte territoriale non ha semplicemente collocato il furto nella “canonica” della chiesa, bensì nella “canonica e nei locali adiacenti”, talché il rilievo in tal senso svolto dal ricorrente si rivela manifestamente infondato. Per il resto le doglianze della difesa risultano generiche, limitandosi alla mera citazione della motivazione di un precedente di questa Corte (Sez. 5, n. 23641 del 29/01/2016, P.M. in proc. Della Gatta, Rv. 266913), che correttamente il giudice territoriale ha ritenuto inconferente, giacché lo stesso esclude la configurabilità del reato di cui all’art. 624 bis c.p., nell’ipotesi in cui i beni sottratti si trovino all’interno della chiesa in senso proprio intesa e quindi nell’edificio propriamente dedicato al culto religioso e per definizione accessibile al pubblico, esattamente il contrario, cioè, di quanto avvenuto nel caso di specie.
4.1 Quanto al denegato riconoscimento delle attenuanti generiche, è sufficiente ricordare che, secondo il consolidato insegnamento di questa Corte, tali circostanze hanno lo scopo di estendere le possibilità di adeguamento della pena in senso favorevole all’imputato in considerazione di altrimenti non codificabili situazioni e circostanze che effettivamente incidano sull’apprezzamento dell’entità del reato e della capacità a delinquere del suo autore. In tal senso la necessità di tale adeguamento non può mai essere data per scontata o per presunta, avendo il giudice l’obbligo, quando ne affermi la sussistenza, di fornire apposita e specifica motivazione idonea a fare emergere gli elementi atti a giustificare la mitigazione del trattamento sanzionatorio (ex multis e da ultime Sez. 3, n. 19639 del 27 gennaio 2012, Gallo e altri, Rv. 252900; Sez. 5, n. 7562 del 17/01/2013 – dep. 15/02/2013, P.G. in proc. La Selva, Rv. 254716). Ed è in questa cornice che devono essere inseriti gli ulteriori principi per cui la concessione o meno delle attenuanti generiche rientra nell’ambito di un giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice, il cui esercizio deve essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente la sua valutazione circa l’adeguamento della pena alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo, anche quindi limitandosi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’art. 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio (Sez. 6 n. 41365 del 28 ottobre 2010, Straface, rv 248737; Sez. 2, n. 3609 del 18 gennaio 2011, Sermone e altri, Rv. 249163). Legittimamente pertanto la Corte ha negato le suddette attenuanti richiamandosi ai precedenti dell’imputato.
4.2 Con riguardo invece alla invocata esclusione della recidiva, deve evidenziarsi che no la sentenza fornisce più che adeguata e logica motivazione in merito all’espressività dei reati per cui è condanna, mentre deve ricordarsi come per il costante insegnamento della giurisprudenza di legittimità non sussiste incompatibilità tra la recidiva ed il vizio parziale di mente, in quanto quest’ultimo non impedisce di rinvenire nella condotta dell’agente l’elemento soggettivo del dolo (Sez. 6, n. 27086 del 19/04/2017, Banicevic, Rv. 270408).

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