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Timestamp: 2020-07-05 00:37:52+00:00

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Studio Legale Locatelli - Newsletter - 02.2020
Il concorso non colposo del danneggiato non riduce l’obbligo risarcitorio a carico del danneggiante
Cassazione Civile, sez. III, sentenza n. 515 del 15 gennaio 2020 (rel. Gorgoni)
La Corte di Cassazione, nella sentenza in commento, analizza la questione relativa alla sussistenza o meno di una corresponsabilità nella produzione del danno a carico di colui che, a seguito di un sinistro stradale, si sia avvalso, per motivi religiosi, del diritto di rifiutare un trattamento sanitario che avrebbe inciso nella riduzione dell’entità del danno.
Dopo aver preliminarmente illustrato la fondamentale distinzione tra causalità materiale e causalità giuridica, la Corte, mediante un articolato iter argomentativo, afferma come non possa essere inquadrabile nell’ipotesi di concorso colposo, di cui all’art. 1227 c.c., il rifiuto ad un trattamento sanitario sul presupposto che tale condotta non si pone in violazione di alcuna norma giuridica, né è configurabile quale condotta negligente, o imprudente in violazione di una regola vincolante secondo la coscienza sociale. La Corte evidenzia, anzi, come una differente valutazione privi surrettiziamente di pregio il pieno riconoscimento del diritto costituzionalmente garantito di un soggetto di rifiutare un trattamento sanitario, quale comportamento involgente l’esercizio del diritto di autodeterminazione.
Abbracciando la tesi che fa dell’art. 1227 c.c. un corollario del principio di causalità anziché di quello dell’autoresponsabilità, la Corte ribadisce il principio generale per cui anche se l’evento finale è il frutto dell’azione combinata di due condotte, la ravvisabilità dell’elemento della colpa nella sola condotta del danneggiante rende corretto addebitare al medesimo il fatto e le conseguenze pregiudizievoli derivatene in modo integrale poiché ove la condotta del danneggiato sia immune da censura e dunque lecita, non vi sono ragioni per alleggerire l’efficienza causale dell’unica condotta colpevole.
La Corte equipara, dunque, la condotta non colposa del danneggiato a concausa naturale dell’evento, non produttiva di un danno ma di mere conseguenze negative, ed esclude ogni possibilità di graduare percentualmente la responsabilità del danneggiante in presenza di tale condotta, dichiarando che non può operarsi una riduzione proporzionale in ragione della minore gravità dell’apporto causale – e non della colpa – del danneggiante, in quanto una comparazione del grado di incidenza eziologica di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli.
In conclusione, la Corte sancisce il principio secondo il quale in tema di liquidazione del danno alla persona, è da considerarsi irrilevante il rifiuto del danneggiato di sottoporsi ad intervento chirurgico al fine di diminuire l’entità del danno, atteso che non può essere configurato alcun obbligo a suo carico di sottoporsi all’intervento stesso, non essendo quel rifiuto inquadrabile nell’ipotesi di concorso colposo del creditore, previsto dall’art. 1227 c.c..
La liquidazione del danno da perdita o contrazione del reddito
Cassazione Civile, sez. III, sentenza n. 2463 del 4 febbraio 2020 (rel. Rossetti)
Nella sentenza in commento, la Corte di Cassazione affronta la questione della quantificazione del danno da perdita o contrazione del reddito da lavoro, ponendo l’attenzione sull’onere probatorio a carico del danneggiato, tenuto a puntualizzare con chiarezza quale sia il danno concretamente richiesto.
In particolare, i Giudici della Corte ribadiscono che l'accertamento di postumi incidenti con una certa entità sulla capacità lavorativa specifica non comporta l'automatico obbligo del danneggiante di risarcire il pregiudizio patrimoniale, conseguenza della riduzione della capacità di guadagno - derivante dalla ridotta capacità lavorativa specifica – e, quindi, di produzione di reddito. Detto danno patrimoniale da invalidità deve, perciò, essere accertato in concreto, attraverso la dimostrazione che il soggetto leso svolgesse o - trattandosi di persona non ancora dedita ad attività lavorativa - presumibilmente avrebbe svolto, un’attività produttiva di reddito.
Inoltre, si sottolinea come, in presenza di redditi modesti, il criterio del triplo della pensione sociale di cui all’art. 137 Codice delle Assicurazioni Private non si applichi genericamente a tutti i casi di perdita di un reddito esiguo, bensì quando la vittima al momento del sinistro ha un reddito che non esprime la reale capacità lavorativa, ovvero quando si possa dedurre che il danneggiato, se fosse rimasto sano, non avrebbe continuato a percepire quel reddito per tutta la vita, ma avrebbe prima o poi beneficiato di un reddito maggiore. Tale valutazione è riservata al giudice di merito.
Infine, la Corte si espone anche in relazione all’incidenza del tempo trascorso sulla definizione del quantum, statuendo che qualora la liquidazione del danno da perdita o contrazione del reddito, subita in conseguenza di lesioni sulla persona, intervenga a distanza di tempo dall’illecito, essa va effettuata sommando i redditi già perduti dalla data dell’illecito alla data della liquidazione; ed attualizzando i redditi futuri prevedibilmente conseguibili, sulla base della vita residua futura.
Rilevanza del tempo necessario alla guarigione o al consolidamento dello stato di salute
Cassazione Penale, sez. IV, sentenza n. 5315 del 10 febbraio 2020 (rel. Nardin)
La Corte di Cassazione, nella pronuncia in esame, si è pronunciata sulla sussistenza di una responsabilità medica da ritardata diagnosi incidente sull’allungamento dei tempi di guarigione.
I Giudici della Corte si soffermano sulla nozione di malattia al fine di stabilire se possa considerarsi sanzionabile ex art. 590 c.p. la condotta dei medici che, senza determinare l’aggravamento della lesione, abbia tuttavia causato il prolungamento del tempo necessario alla guarigione o alla definitiva stabilizzazione dello stato di salute del paziente.
Ritenendo superata la nozione di malattia intesa solo come alterazione da cui derivi un limite funzionale o un significativo processo patologico o una compromissione di funzioni dell’organismo, la Corte dispone che ogni condotta colposa che intervenga sul tempo necessario alla guarigione, pur se non produce ex se un aggravamento della lesione e della relativa perturbazione funzionale, assume rilievo penale allorquando generi la dilatazione del periodo necessario al raggiungimento della guarigione o della stabilizzazione dello stato di salute, assegnando così al tempo necessario alla guarigione o al consolidamento definitivo degli esiti della lesione un peso giuridicamente rilevante che incide sulla quantità della sanzione.
Il concorso del fatto colposo del creditore nel caso di soggetto incapace
Cassazione Civile, sez. III, ordinanza n. 3557 del 13 febbraio 2020 (rel. Tatangelo)
La Corte di Cassazione, nella pronuncia in commento, affronta il problema del concorso del fatto colposo del creditore incapace nella determinazione del danno ex art. 1227 c.c., al fine di stabilire se sia necessario provvedere alla riduzione del risarcimento dovuto.
La Corte ribadisce il principio, ormai consolidato, secondo il quale quando un soggetto incapace d’intendere e di volere, per minore età o per altra causa, subisca un evento di danno, in conseguenza del fatto illecito altrui in concorso causale con il proprio fatto colposo, l’indagine deve essere limitata all’esistenza della causa concorrente alla produzione dell’evento dannoso, prescindendo dall’imputabilità del fatto all’incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo.
Poiché la previsione di cui all’art. 1227 c.c. comma I riguarda il rapporto oggettivo di causalità materiale nella causazione dell’evento dannoso, l’espressione fatto colposo non va intesa come riferita all’elemento psicologico della colpa ma al comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta: l’accertamento sull’eventuale contributo causale della vittima all’evento dannoso è di tipo oggettivo e materiale, prescindendo del tutto dalla sua incapacità. Ne consegue l’irrilevanza, i sensi dell’art. 1227 c.c., di una culpa in vigilando da parte del sorvegliante, poiché il contributo della vittima viene valutato esclusivamente sul piano della causalità materiale.
Calcolo del reddito per la liquidazione del danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro
Cassazione Civile, sez. VI-3, ordinanza n. 3545 del 13 febbraio 2020 (rel. Rossetti)
La Corte di Cassazione, nella pronuncia in commento, ribadisce che il cosiddetto principio di indifferenza, secondo il quale la liquidazione del danno da fatto illecito ha lo scopo di reintegrare il patrimonio del danneggiato, collocando quest’ultimo nella medesima posizione in cui si sarebbe trovato se non fosse stato commesso il fatto illecito, debba applicarsi anche al risarcimento del danno patrimoniale da perdita totale o parziale della capacità di lavoro.
Tale credito, infatti, deve essere liquidato stabilendo innanzitutto quanta parte del proprio reddito la vittima abbia perduto in conseguenza dell’invalidità causata dall’illecito e, nel caso in cui l’ultimo reddito risalga ad un’epoca anteriore al sinistro, la liquidazione non può che avvenire previa rivalutazione di tale importo, in base al coefficiente del costo della vita per le famiglie di operai ed impiegati (FOI) calcolato dall’Istat e relativo all’epoca del sinistro.
I criteri per determinare la liquidazione del danno da mora
Cassazione Civile, sez. VI, ordinanza n. 1637 del 24 gennaio 2020 (rel. Rossetti)
Nella pronuncia in commento, la Corte di Cassazione individua il metodo di calcolo per determinare il credito risarcitorio, tenendo conto degli effetti della mora, precisando che il ritardato adempimento dell’obbligo di risarcimento del danno da fatto illecito impone al debitore di:
pagare al creditore l’equivalente monetario del bene perduto, espresso in moneta dell’epoca della liquidazione (che si ottiene mediante la rivalutazione del credito);
pagare al creditore il lucro cessante finanziario, ovvero i frutti che il denaro dovutogli a titolo di risarcimento sin dal giorno del sinistro avrebbe prodotto in caso di tempestivo pagamento (liquidabile mediante un saggio di interessi equo sul credito rivalutato anno per anno).
Anche nel caso in cui, prima della liquidazione definitiva, siano stati versati degli acconti, vige il principio secondo il quale la liquidazione deve “simulare” il vantaggio che il creditore avrebbe potuto ricavare dall'investimento della somma a lui dovuta, se gli fosse stata tempestivamente pagata. Pertanto, per sottrarre gli importi già versati dal credito risarcitorio è necessario:
Rendere omogenei il credito risarcitorio e l’acconto (devalutandoli entrambi alla data dell’illecito, ovvero rivalutandoli entrambi alla data della liquidazione);
Detrarre l'acconto dal credito;
Calcolare gli interessi compensativi (applicando un saggio scelto in via equitativa):
sull’intero capitale rivalutato anno per anno, per il periodo che va dalla data dell’illecito al pagamento dell’acconto;
sulla somma che residua dopo la detrazione dell’acconto (rivalutato anno per anno), per il periodo che va dal suo pagamento fino alla liquidazione definitiva.
La ripetizione dell’indebito da parte della compagnia di assicurazione.
Cassazione Civile, sez. III, ordinanza n. 3999 del 18 febbraio 2020 (rel. Di Florio)
Nella pronuncia in commento la Corte di Cassazione si pronuncia sulla problematica della ripetizione dell’indebito da parte della Compagnia assicurativa che, a seguito di una sentenza di primo grado di condanna, abbia pagato, ai sensi dell’art. 1917 II comma c.c., direttamente al danneggiato la somma a cui era stato condannato l’assicurato, in ragione del diritto di manleva poi disconosciuto all’esito del giudizio di appello.
La Corte stabilisce che l’omessa conferma dell’operatività della polizza e il diritto della compagnia assicurativa alla ripetizione di quanto indebitamente pagato per conto e in sostituzione dell’assicurato deve essere coniugato – in presenza della causa solvendi (sussistente nel caso di conferma della condanna risarcitoria dell’assicurato in favore del danneggiato) - sia con le conseguenze restitutorie dipendenti dall’adempimento del terzo ex art. 1180 c.c. sia con l’esigenza sostanziale del più celere soddisfacimento dei diritti del danneggiato.
L’azione di ripetizione deve dunque essere indirizzata nei confronti dell’assicurato tenuto al risarcimento del danno, in nome e per conto del quale la Compagnia ha indebitamente adempiuto, e non del danneggiato in virtù del principio secondo cui diversamente l’assicuratore, se paghi direttamente al danneggiato senza darne preventivo avviso all’assicurato o senza esserne richiesto dallo stesso, può utilmente esperire l’azione di ripetizione di indebito ex art. 2033 c.c., non nei confronti del danneggiato (verso il quale il pagamento è dipeso da una libera scelta), ma nei confronti dell’assicurato in quanto il pagamento viene effettuato per conto ed in sostituzione di lui.
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3545_2020.pdf
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Inammissibilità della chiamata diretta della [...]
L’opponibilità del giudicato di condanna [...]

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 590
 art. 1227
 sentenza 
 art. 1180
 art. 2033