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Timestamp: 2018-06-21 06:47:37+00:00

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– la ratio occulta della norma modificatrice dell’art. 576.1 c.p.p.: la conquistata emancipazione dell’impugnazione della parte civile da quella del P.M. attraverso la soppressione del rinvio di cui al 1° comma della previgente formulazione.
– La ratio palesata: tempi e modi di un travagliato iter legislativo.
– La ratio certa: l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento del P.M..
– Le argomentazioni relative alla soppressione del diritto di appello del P.M. avverso le sentenze di proscioglimento sottese alla novella n. 46 del 2006.
– Le argomentazioni contra addotte dalla sentenza della Corte costituzionale n. 26 del 6 febbraio 2007.
sottolineando che l’impugnazione agli effetti civili poteva “esser effettuata in via diretta e non più con il mezzo previsto per il P.M.”. Il contingentamento dei tempi _____________________
imposto dall’inci­piente scadenza della legislatura imponeva un passaggio soltanto formale della legge al Senato dove rimaneva inascoltata una proposta di emendamento (7) che, se accolta, avrebbe palesato la sua ratio.
La ratio occulta dell’art. 576.1, palesata solo oralmente o da emendamenti indotti da rationes costituzionali imperfettamente realizzati, era nel senso di emancipare la parte civile e di svincolare il suo potere di impugnativa da quello, ormai gravemente menomato, del P.M. attraverso la recisione del collegamento di cui al previgente I comma dell’art. 576 (8). La ratio però palesata, intenzion contraria, si risolve, invece, nella perdita per la parte civile non già del potere di appellare talune sentenze alla stregua dei limiti oggettivi imposti al P.M. ex art. 593 nuova formulazione, ma, stante il soppresso collegamento con l’organo dell’accusa (art. 6 legge 46/06 che modifica l’art. 576.1) la possibilità di appellare tout court. In particolare, dall’espunzione di qualsiasi riferimento comparativo al potere di gravame del pubblico mini­stero, la parte civile dovrebbe ritenersi non più abilitata a proporre appello, né contro le sentenze di prosciogli­mento, né contro le sentenze di condanna stante la ge­nerica facoltà di impugnativa che le viene conferita dall’art. 576 (“può proporre impugnazione contro i capi della senten­za di condanna che riguardano l’azione civile e, ai soli ef­fetti della responsabilità civile, contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio”) che an­drà esercitata nelle forme del ricorso per cassazione,
co­me prescrive, per i provvedimenti “non…altrimenti im­pugnabili”, l’art. 568 comma _____________________
II c.p.p. (9). Concorrono ad accreditare simile conclusione, sul piano ermeneutico, quattro diverse norme: oltre ai sopramenzionati artt. 568 comma 2 e 576 comma 1 c.p.p., che connotano “in positivo” il potere di impugnazione della parte civile disciplinandone an e quomodo, anche complementarmente gli artt. 568 comma 1 e 593 c.p.p. nella sua attuale formulazione (art. 1 legge in commento) che, nel- l’enunciare il principio di tassatività dei mezzi di impugnazione e, rispettivamente, nel riservare soltanto a pubblico ministero ed imputato la facoltà di appellare, connotano “in negativo” il medesimo potere, escludendo dai suoi ambiti di esercizio l’impugnazione di merito. L’interpretazione meramente letterale della novella, ignara dei lavori preparatori, delle intenzioni dichiarate dal Relatore del relativo disegno di legge e rifuggente dagli imprescindibili referenti costituzionali, rispetterebbe dunque il primario principio della tassatività dei mezzi di impugnazione. È appunto questa la prima obiezione sollevata avverso l’altra interpretazione teleologica e sistematica della novella processuale che fa emergere quella ratio aliunde palesata ma in litteram rimasta occulta. All’uopo, però, soccorrono le argomentazioni esposte dalla Cass. (sent. ult. cit.): “si è già rilevato che la scansione della vicenda che ha portato alla approvazione del testo definitivo della legge costituisce un primo sostegno, sul piano interpretativo, al superamento dell’ostacolo, da relegare a mera imperfezione della tecnica legislativa”.
la separazione tra i giudizi e, dunque, ad orientare ciascuna regiudicanda verso la ___________________
sede propria; una disciplina che tende, insomma, ad epurare il processo penale dalla presenza del danneggiato dal reato, manifestando apertamente “il preciso intento di non incoraggiare la costituzione di parte civile e di incentivare la possibilità di un suo volontario esodo dal processo penale” (11).
ricorso proposto dalla p.c. (12); secondo altra interpretazione, più in linea con la
ratio legis, quest’ultima beneficerebbe comunque degli effetti del principio di conversione in quanto, riferibile la clausola limitatrice al solo oggetto penale dell’accertamento, rimarrebbe estranea agli ambiti operativi di quest’ultima (13). Sotto il profilo consequenzialistico, il frazionamento endoprocessuale delle regiudicande alla stregua della prima soluzione sgancerebbe definitivamente l’accertamento sulla responsabilità civile da quello relativo all’imputazione con notevoli disfunzioni tecniche, pratiche e, come sopra paventato, dogmatiche (14). L’applicabilità, nel secondo caso, del principio di conversione in appello al ricorso della p.c. garantirebbe, invece, la trattazione unitaria del processo con tutti i vantaggi tecnici, pratici e dogmatici che conseguono al ricongiungimento dei diversi devoluta (15).
Nella concitazione e nell’imperfetto recepimento delle direttive costituzionali suggerite dal Presidente della Repubblica sono da ravvisarsi i difetti di una riforma tanto chiara nelle sue intenzioni quanto imperfetta nella sua formulazione. Ma proprio in questa imperfezione tecnica si esauriscono e si debbono risolvere i dubbi
(14) Mi riferisco al contrasto di giudicati. Per quanto poi concernono le difficoltà pratiche si pensi al gravoso lavoro che finirebbe per incombere sulle cancellerie per la predisposizione di plurimi fascico­li processuali da indirizzare ai diversi giudici ad quem.
Tali disfunzioni sono state messe in luce da: E.M. Mancuso, La modifica delle norme in materia di impugnazione della parte civile, in AA.VV., Novità su impugnazioni penali e regole di giudizio,147 ss.e F. Caprioli, sub Art. 576 c.p.p., in AA.VV., Commentario breve al codice di procedura penale, a cura di G. Conso,V.Grevi, 2005,1988.
interpretativi. La conferma della persistenza del potere di impugnazione della p.c. è occulta nella sopravvenuta soppressione del collegamento ex art. 576.1 al mezzo ed ai casi di impugnabilità del P.M.. Una sopravvenienza significativa alla luce della precedente formulazione del testo di legge che nella sua chiarezza e coerenza espositiva (stavolta!) equiparava, menomandoli, i poteri di impugnazione del P.M. e, per effetto del rinvio ex art. 576.1, della p.c. per la quale, in contropartita, veniva riformato in melius l’art. 652. A tale stregua, la soppressione del collegamento ex art. 576 rispetto al precedente disegno di legge inequivocabilmente emancipa la p.c. dalle sorti dell’impugnativa del P.M. tanto che a questo risorto potere impugnatorio viene anche meno la necessità di quella compensazione rappresentata dalla riforma pro p.c.
dell’art. 652. E non può essere altrimenti considerando che la portata riformistica della legge investe l’opportunità o meno dell’appello del P.M. avverso le sentenze di proscioglimento agli effetti penali rimanendo estranea a tale ratio l’impugnazione della p.c. ai soli effetti civili. Ed, infatti, l’abrogazione dell’art. 577 c.p.p. che consentiva un eccezionale potere impugnatorio agli effetti penali della p.c. analogo a quello allora esistente del P.M. avverso le sentenze di proscioglimento, si inserisce nella ratio riformistica della novella del 2006 di escludere poteri impugnatori agli effetti penali in capo a parti diverse dall’imputato (16). A sostegno della persistenza del potere di appello della parte civile oltre alla soppressione dell’inciso “con il mezzo previsto per il pubblico ministero”, depongono anche il mantenimento immutato degli artt. 75 c.p.p. che stabilisce il principio del trasferimento dell’azione dal processo civile a quello penale, conservando dunque gli istituti processual civilistici fra cui appunto l’appello e 600 c.p.p. che consente alla parte civile di far valere davanti alla Corte d’Appello un subprocedimento che è mera anticipazione del giudizio di merito. Non riconoscere siffatto potere alla p.c. creerebbe una situazione irragionevolmente discriminatoria potendo diversamente il danneggiante disporre di uno strumento di doglianza nel merito nei confronti della decisione di I grado. La
previsione di un secondo grado di giudizio nel quale il solo imputato possa svolgere le proprie doglianze lederebbe altresì l’inviolabile diritto d’azione e difesa della p.c.. Il pur implicito mantenimento del potere impugnatorio della p.c. agli effetti civili ex l. Pecorella si scontra però con la esplicita soppressione dell’analogo potere in capo all’organo pubblico di accusa creando una situazione di insostenibile irragionevolezza e di contrasto coi principi costituzionali di cui agli artt. 3, 111.2 e 24 Cost.. “Ciò lede il criterio di parità delle parti nel processo giacché non è dato comprendere perché dovrebbero essere maggiormente garantiti i diritti al risarcimento dei danni di una parte privata rispetto a quelli vantati dalla collettività attraverso la pretesa punitiva dello Stato esercitata dal PM in quanto organo teso a realizzare gli interessi generali della giustizia” (ordinanza di rimessione alla Corte Cost. della Corte App. Torino del 17 marzo 2006) (17).
Quindi delle due una: o sopprimere inequivocabilmente l’appello della parte civile mantenendo fermo il disposto del novellato art. 593 o ripristinare l’analogo potere in capo al P.M.. La Corte Costituzionale con la sentenza 6 febbraio 2007, n. 26 è pervenuta alla seconda delle soluzioni prospettate preservando altresì e conseguentemente gli appelli proposti prima dell’entrata in vigore della legge (art. 10, II c.) da declaratorie di inammissibilità a fronte del riconoscimento, sia ante che post rispetto al termine ex I c. art. 10, del potere di appello del P.M.. Costituisce, anzi, una conferma della soluzione interpretativa ex voluntas legis, in quanto presuppone la permanenza del medesimo potere in capo alla p.c. realizzando così quella parità delle parti processuali altrimenti gravemente minata. A fronte di ciò, l’ordinanza Corte Costituzionale in commento relativa al potere di appello della p.c., di pochi giorni successiva, non poteva non essere mantenitiva della disciplina riformistica che, pur
occultamente, lo aveva preservato (18) (19). Naturalmente, poi, caduta la premessa dalla quale muoveva il dubbio di costituzionalità vale a dire la supposta rimozione ad opera della novella del potere di appello della p.c., cadono anche le questioni rispetto a questa secondarie come la mancata concessione alla p.c. ex art. 10 II c. della possibilità di “restituzione in termini” come previsto per il P.M. e imputato con violazione degli artt. 3 e 111 Cost..
Corte Costituzionale, ordinanza 24 gennaio – 6 febbraio 2007 n. 32 – Pres. F. Bile – Red. F.M. Flick, nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 10 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento) e dell’art. 576 del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 6 della stessa legge, promossi con ordinanze del 16 marzo 2006 dalla Corte d’appello di Venezia, del 19 aprile 2006 dalla Corte d’appello di Brescia e del 27 marzo 2006 dalla Corte d’appello di Bologna, rispettivamente iscritte ai nn. 335, 345 e 366 del registro ordinanze 2006 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 39 e 40 prima serie speciale, dell’anno 2006.
Il tentativo di privare il P.M. del potere di appello avverso le sentenze di proscioglimento e del potere, quindi, di poter rimettere in discussione la responsabilità penale di colui che è stato accertato, nel pieno contraddittorio delle parti, innocente, è stato molto vicino alla sua realizzazione. La sentenza in commento ha infatti dichiarato costituzionalmente illegittima l’esclusione della possibilità per il pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento, prevista dall’art. 1 della legge Pecorella1). Le argomentazioni, anche di ordine costituzionale, addotte da gran parte della dottrina a sostegno dell’opportunità di privare il P.M. dal potere di (legge 46/2006) ritenendo altresì illegittimo il successivo art. 10 nella parte in cui prevede che sia dichiarato inammissibile l’appello proposto dal P.M. contro una sentenza di proscioglimento prima dell’entrata in vigore della legge suddetta (
appello avverso le sentenze di proscioglimento, che rappresentano il substrato _____________________
culturale e ideologico della riforma del 2006, sono state così fortemente sostenute che ritengo in questa sede di esaminarle.
Considerato che l’art. 111 comma 4 Cost. prescrive che “il processo è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova”, emergerebbe un ulteriore profilo di illegittimità costituzionale (Nappi, op. cit.). II giudizio di appello normalmente ha natura documentale e in esso non ha modo di esplicarsi il contraddittorio, che rappresenta una garanzia attribuita all’imputato: il che appare in maniera inequivoca dalla lettura dell’art. 111 comma 5 Cost., secondo il quale “la legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo per consenso dell’imputato”. A tale garanzia può rinunciare soltanto quest’ ultimo, come avviene nel giudizio abbreviato, ma la stessa risulta del tutto vanificata se il giudice di appello, al di fuori e a prescindere dalla volontà dell’interessato, in virtù dell’impugnazione del pubblico ministero contro una sentenza di assoluzione capovolge, sulla scorta di un semplice controllo cartolare, i risultati della prova narrativa raccolta nella dinamica dell’esame dialettico, annullando la valenza dei risultati raggiunti mediante quel privilegiato metodo cognitivo. Analogo problema
non sorge nel caso di ap­pello dell’imputato avverso una sentenza di condanna, giacché “il contraddittorio non è una "ri­sorsa" dispensata alle parti allo stesso modo
Per di più l’appello del pubblico ministero, a differenza dell’appello dell’imputato, espressione del diritto di difesa, non si correla ad alcuna norma della Costituzione e, in ogni caso, non è riconducibile all’esercizio dell’azione penale (3) anzi, “quando
appellante è il solo P.M. l’imputato subisce una vera e propria amputazione del diritto
di difesa, conseguente al fatto che è l’appello del P.M. a determinare i limiti della
devoluzione. Poiché tale amputazione consegue al­l’esercizio di un diritto potestativo
del P.M. che … non ha fondamento costituzionale, ne deriva un contrasto, davvero vistoso, con l’art. 24 Cost.” (Padovani, op. cit.).
al giudice di appello chiamato a pronunciarsi sul­l’appello del pubblico ministero avverso la sentenza assolutoria di primo grado… così da precludere a quel giudice (che di regola rimane estraneo alla for­mazione dialettica della prova) di ribaltare il costrutto logico della decisione di proscioglimento dell’imputato all’esito di una mera lettura delle carte del processo e di un contraddittorio dibattimentale ex actis … e da qualificare l’appello che non si con­clude con la conferma dell’assoluzione, come giudi­zio di natura esclusivamente rescindente cui debba seguire un rinnovato giudizio di primo grado sul merito della responsabilità dell’imputato, modulato sui binari tracciati dalla sentenza di annullamento”.
Le indicazioni delle fonti convenzionali in materia di diritti fondamentali dell’uomo, cui “si fa credito, com’è noto, di posizioni "rinforzate", se non addirittura costituzionali, all’interno del­l’ordinamento” (Tranchina-Di Chiara, voce Appello, p.202), corroborano le censure. Il riferimento, in specie, è all’art. 14 comma 5 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato a New York il 19 dicembre 1966 che statuisce che «toute persone déclarée coulpable d’une infraction a le droit de faire examiner par une jurisdiction supérieure la déclaration de coulpabilité et de condamnation, conformèment a la loi». La volontà pattizia comprende “il diritto di impugnazione… tra i diritti fonda­mentali dell’accusato e non tra i diritti che debbano necessariamente spettare alle "parti" di un processo in quanto tali; ciò significa che sarebbe tecnicamente ammissibile e tollerabile un’archi­tettura del processo penale, nella quale non fosse prevista – o fosse prevista in termini estrema­mente ridotti – la possibilità di impugnazione del titolare dell’azione penale. Sembra innegabi­le, tuttavia, che l’imputato debba poter esercitare il diritto di ribaltare una condanna a suo carico” (Verrina, Doppio grado di giurisdizione, convenzioni internazionali e Costituzione, in Le impugnazioni penali, a cura di Gaito, p. 146; cfr. anche Coppi, op. cit. e Padovani, op. cit.). Pure l’art. 2 del VII Protocollo aggiuntivo della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, adottato a Strasburgo il 22 novembre 1984, reso esecutivo dalla legge 9 aprile 1990, n. 98, che statuisce il diritto al doppio grado di giurisdizione in ma­teria penale per chiunque venga ritenuto responsabile di un reato da un tribunale, riproducendo quasi alla lettera il contenuto della citata disposizione pattizia, ribadisce che il soggetto “dichia­rato colpevole di una infrazione penale… ha il diritto di sottoporre ad un tribunale della giuri­sdizione superiore la dichiarazione di colpa o di condanna” (comma l). La disposizione ammet­te deroghe al doppio grado di giurisdizione con riferimento a tre ordini di ipotesi e, precisamen­te: “in caso di infrazioni minori come stabilito dalla legge o in casi nei quali la persona interes­sata sia stata giudicata in prima istanza da un tribunale della giurisdizione più elevata o sia stata dichiarata colpevole e condannata a seguito di un ricorso avverso il suo proscioglimento” (com­ma 2). Si coglie con assoluta chiarezza che la garanzia dell’appello è assegnata all’imputa­to il quale ha il diritto di ottenere il riesame nel merito da parte di un nuovo giudice, laddove l’a­nalogo potere di impugnazione del
“Se lo Stato ha sbagliato una volta nell’esercitare l’azione penale, perché l’imputato è risultato innocente al di là diogni ragionevole dubbio, il giusto equilibrio tra autorità statuale e diritti individuali di libertà impone allo Stato di non riprovarci. La sentenza di assoluzione è già lì a denunciare una ferita ingiustificata ai più grandi valori e ai diritti individuali” (Stella, op.cit.). In sostanza, l’appello nei confronti di una decisione assolutoria altro non è che il tentativo ulteriore (dopo quello esperito in primo grado) di dimostrare la fondatezza del rinvio a giudizio, mentre il processo penale do­vrebbe essere l’extrema ratio alla quale ricorrere solamente quando vi è il dubbio che una persona abbia commesso un reato. Tale dubbio esiste ove venga disposto il rinvio a giudizio, ma viene a mancare quando il processo si conclude con una sentenza di assoluzione (Stella, op. cit.).
Ad esempio, la Corte suprema degli Stati Uniti ha affermato che “lo Stato, con tutte le sue risorse e il suo potere, non dovrebbe avere il permesso di compiere reiterati tentativi di con­dannare un individuo per le offese di cui è accusato, così assoggettandolo a una situazione di dif­ficoltà che ne impedisce l’attività, nonché al sostenimento delle spese, alla terribile esperienza del processo, e costringendolo a vivere in uno stato di continua ansia e insicurezza, ingigantendo così la possibilità che, sebbene innocente, possa essere giudicato colpevole” (Green v. U.S., 355 U.S. 184, 187=188, 1957 ). Inoltre, ha deciso che “la Corte d’appello ha ritenuto non senza ragione che il proscioglimento sia stato basato su fondamenti completamente erronei. Ciò non di meno, il verdetto di proscioglimento era definitivo, e non poteva essere rivisto… senza mettere gli imputati due volte a rischio, violando così la Costituzione” (Fong Foo v. U.S., 369 U.S. 141, 1962).
Dott.ssa Sara Ronconi·
Corte Costituzionale, sentenza 24 gennaio – 6 febbraio 2007, n.26 – Pres. F. Bile – Rel. G.M. Flick, nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 10 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), promossi con ordinanze del 16 marzo 2006 dalla Corte d’appello di Roma nel procedimento penale a carico di E. F. ed altri e del 16 marzo 2006 dalla Corte d’appello di Milano nel procedimento penale a carico di A. M. ed altri, iscritte ai nn. 130 e 155 del registro ordinanze 2006 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 19 e 22 prima serie speciale, dell’anno 2006.
· Dottore in Giurisprudenza, ammessa alla pratica forense presso l’Avvocatura Generale dello Stato.

References: sentenza 
 art. 593
 sentenza 
 Cass. 
 Art. 576
 art. 576
 art. 576
 art. 576
 art. 593
 sentenza 
 art. 10
 art. 10
 sentenza 
 art. 10
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