Source: http://web.minoriinprimopiano.it/blog/la-deontologia-dellavvocato-della-famiglia-avv-tiziana-tomeo
Timestamp: 2019-08-20 01:42:32+00:00

Document:
La Deontologia dell’avvocato della famiglia (avv. Tiziana Tomeo)
Diceva Calamandrei:<gli avvocati non sono né giocolieri da circo, né conferenzieri da salotto: la giustizia è una cosa seria>.”
La Giustizia dovrebbe essere vera, lucida, efficace equa, ma ogni giorno siamo costretti a comprendere che non sempre è così,e resto ottimista!
L'iter per diventare avvocato è ben noto ai più, ma l'avvocato "della/per la famiglia" è un'altra cosa!
L'avvocato che per inclinazione naturale s'interessa alle vicende che riguardano i minori, per i quali è necessario adottare tutele particolari perchè tali sono gl'interessi sottesi, è un'altra figura professionale, che non ha nulla in comunque con l'avvocato civilista tout court.
Esiste un principio di responsabilità etica e sociale da rispettare nel perseguimento dell’interesse del minore.
L'interesse superiore dei minori dovrebbe essere il primo aspetto da considerare, in tutte quelle vicende nelle quali questi siano coinvolti, ponendo in essere con accuratezza la valutazione della situazione specifica.
Ciò è quanto recita l’art. 36 delle Linee guida del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.
Pertanto, oltre al normale e scontato rispetto delle regole e della procedura nell'ambito dell'esplicazione del mandato professionale, l'avvocato non potrà solo difendere l’assistito, assecondandone le istanze, ma dovrà soprattutto tenere in conto quali conseguenze potrebbero derivare dal proprio operato, anche per tutti gli altri soggetti coinvolti; ed è per tale motivazione che si parla di "funzione sociale" dell'avvocato.
Se senza ombra di dubbio il cliente che si rivolge all'avvocato va rappresentato legittimamente è tuttavia necessario considerare che una difesa a senso unico o settoriale, potrebbe rivelarsi controproducente per le altre parti (soprattutto allorquando siano coinvolti minori), con inevitabili e scontate ripercussioni anche sul proprio assistito.
Ad esempio, sarebbe terribilmente dannoso se un avvocato assecondasse "i capricci"del genitore collocatario dei figli, strumentalmente finalizzati alla riduzione dei termini di permanenza degli stessi presso l'altro genitore.
L'avvocato della famiglia e delle persone dunque, non può e non deve assecondare il cliente "più facoltoso" pensando al proprio esclusivo tornaconto economico, calpestando le esigenze dell’intera famiglia, minando le relazioni e gl'interessi prevalenti dei minori
Il Codice Deontologico vigente è stato adottato in attuazione della disciplina dell’ordinamento professionale forense introdotta dalla legge 247/2012 e tra i tanti principi si afferma,tra l’altro, che l’avvocato ha la funzione di garantire al cittadino l’effettività della tutela dei diritti e che la professione forense deve essere esercitata tenendo conto del rilievo sociale della difesa; viene sottolineato che l’avvocato, nell’esercizio della sua attività è soggetto alla legge e alle regole deontologiche e che il codice deontologico graniticamente individua fra tutte, quelle che, rispondendo alla tutela di un pubblico interesse al corretto esercizio della professione, hanno rilevanza disciplinare.
Ciò significa che le norme contenute nel codice deontologico, sono essenziali per il perseguimento e la tutela dell’affidamento non solo della collettività, ma specificatamente della clientela, affinché vi sia correttezza dei comportamenti e della qualità della prestazione professionale, tutte componenti che impongono all’avvocato un dovere di lealtà e correttezza.
L’attività professionale, pertanto, conformemente al codice deontologico, deve essere svolta nel rispetto del rilievo costituzionale e sociale della difesa. Pur non esistendo un codice deontologico ad hoc per l’avvocato che si occupi di famiglia, esiste, un unico testo all’interno del quale determinate disposizioni sono dirette a disciplinare tale settore.
Significativa e preliminare è l'introduzione del tema dell’ascolto del minore, con particolare riferimento ai comportamenti che l’avvocato deve tenere nei rapporti con gli organi di informazione e nelle comunicazioni con i terzi, in genere, a tutela dei minori.
La norma dedicata è l’art. 56 del codice, che ad ogni buon conto incentrata sul divieto di ascolto tutta la disciplina, evidenziando che lo stesso deve comunque essere finalizzato alla tutela del diritto del minore di esprimersi senza condizionamenti nelle questioni che lo riguardano, come quelle familiari; tali condizionamenti verrebbero inevitabilmente subiti dal minore soprattutto se ad ascoltarlo fossero soggetti che, pur con tutte le cautele adottate, avrebbero comunque interesse alle sue parole.
Sulla modalità e tipicità degl'incarichi che l'avvocato può o non assumere, l'art. 68 pone un freno in particolare con riferimento all’assunzione d' incarichi contro una parte già assistita, precisando che l’avvocato che abbia assistito congiuntamente i coniugi o conviventi in controversie di natura familiare deve sempre astenersi dal prestare assistenza in favore di uno di essi in controversie successive tra i medesimi. Allo stesso modo, l’avvocato che abbia assistito un minore in controversie familiari deve sempre astenersi dal prestare assistenza in favore di uno dei genitori in successive controversie aventi medesima natura.
Ulteriore forma di garanzia proviene dall’art. 57 che disciplina i rapporti tra avvocato e organi d’informazione e, in generale, l’attività di comunicazione.
In particolare, ciò che rileva è l’obbligo di assicurare l’anonimato dei minori.
E' palese che aldilà di quanto specificatamente previsto per l'avvocato della famiglia, esistano norme generali che sottendono a tale professione e che valgono sempre e comunque.
ad esempio il ruolo dell’avvocato è quello di garante dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (art.1); l’avvocato ha il dovere di lealtà, correttezza, probità, decoro, diligenza, competenza (art.9); ha il dovere di aggiornamento con particolare riferimento ai settori di specializzazione e attività prevalente (art.15); l'avvocato deve informare il cliente e la parte assistita sulla prevedibile durata del processo e sugli oneri ipotizzabili (art. 27 comma2) ;deve inoltre, se richiesto, comunicare in forma scritta, a colui che conferisce l’incarico professionale, il prevedibile costo della prestazione) e comma 3 (l’avvocato, all’atto del conferimento dell’incarico,deve informare la parte assistita chiaramente e per iscritto della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione previsto dalla legge; deve altresì informarla dei percorsi alternativi al contenzioso giudiziario, pure previsti dalla legge);
Molto importante è il contenuto dell'art. 28, comma 1 (è dovere, oltre che diritto, primario e fondamentale dell’avvocato mantenere il segreto e il massimo riserbo sull’attività prestata e su tutte le informazioni che gli siano fornite dal cliente e dalla parte assistita, nonché su quelle delle quali sia venuto a conoscenza in dipendenza del mandato); comma 2 (l’obbligo del segreto va osservato anche quando il mandato sia stato adempiuto, comunque concluso, rinunciato o non accettato); comma 3 (l’avvocato deve adoperarsi affinché il rispetto del segreto professionale e del massimo riserbo sia osservato anche da dipendenti, praticanti, consulenti e collaboratori, anche occasionali, in relazione a fatti e circostanze apprese nella loro qualità e per effetto dell’attività svolta); comma 4.
Le eccezioni a tale disposizioni sono dettagliatamente previste ed elencate: è consentito all’avvocato derogare ai doveri di cui sopra qualora la divulgazione di quanto appreso sia necessaria:
a) per lo svolgimento dell’attività di difesa; b) per impedire la commissione di un reato di particolare gravità; c) per allegare circostanze di fatto in una controversia tra avvocato e cliente o parte assistita; d) nell’ambito di una procedura disciplinare.
In ogni caso la divulgazione dovrà essere limitata a quanto strettamente necessario per il fine tutelato);
Art. 50, comma 1 (l’avvocato non deve introdurre nel procedimento prove, elementi
di prova o documenti che sappia essere falsi); comma 2 (l’avvocato non deve utilizzare nel procedimento prove, elementi di prova o documenti prodotti o provenienti dalla parte assistita che sappia o apprenda essere falsi);
l’art. 56, comma 1 (l’avvocato non può procedere all’ascolto di una persona minore di età senza il consenso degli esercenti la responsabilità genitoriale, sempre che non sussista conflitto d’interessi con gli stessi); comma 2 (l’avvocato del genitore, nelle controversie in materia familiare o minorile, deve astenersi da ogni forma di colloquio con i figli minori sulle circostanze oggetto delle stesse); comma 3 (l’avvocato difensore nel procedimento penale, per conferire con persona minore, assumere informazioni dalla stessa o richiederle dichiarazioni scritte, deve invitare formalmente gli esercenti la responsabilità genitoriale, con indicazione della facoltà di intervenire all’atto, fatto salvo l’obbligo della presenza dell’esperto nei casi previsti dalla legge e in ogni caso in cui il minore sia persona offesa dal reato);
art. 57, comma 1 (l’avvocato, fatte salve le esigenze di difesa della parte assistita, nei rapporti con gli organi di informazione e in ogni attività di comunicazione, non deve fornire notizie coperta dal segreto di indagine, spendere il nome dei propri clienti e assistiti, enfatizzare le proprie capacità professionali, sollecitare articoli o interviste e convocare conferenze stampa); comma 2 (l’avvocato deve in ogni caso assicurare l’anonimato dei minori);
art. 62, comma 2 (l’avvocato non deve assumere la funzione di mediatore in difetto di adeguata competenza); comma 3 (non deve assumere la funzione di mediatore l’avvocato: a) che abbia in corso o abbia avuto negli ultimi due anni rapporti professionali con una delle parti; b) se una delle parti sia assistita o sia stata assistita negli ultimi due anni da professionista di lui socio o con lui associato ovvero che eserciti negli stessi locali); (in ogni caso costituisce condizione ostativa all’assunzione dell’incarico di mediatore la ricorrenza di una delle ipotesi di ricusazione degli arbitri previste dal codice di rito);
art. 65, comma 1 (l’avvocato può intimare alla controparte particolari adempimenti sotto comminatoria di azioni, istanze fallimentari, denunce, querele o altre iniziative, informandola delle relative conseguenze, ma non deve minacciare azioni o iniziative sproporzionate o vessatorie) e comma 2 (l’avvocato che, prima di assumere iniziative, ritenga di invitare la controparte ad un colloquio nel proprio studio, deve precisarle che può essere accompagnata da un legale di fiducia);
art. 66, comma 1 (l’avvocato non deve aggravare con onerose o plurime iniziative giudiziali la situazione debitoria della controparte, quando ciò non corrisponda ad effettive ragioni di tutela della parte assistita);
art. 68, comma 1 (l’avvocato può assumere un incarico professionale contro una parte già assistita solo quando sia trascorso almeno un biennio dalla cessazione del rapporto professionale); comma 2 (l’avvocato non deve assumere un incarico professionale contro una parte già assistita quando l’oggetto del nuovo incarico non sia estraneo a quello espletato in precedenza); comma 3 (in ogni caso è fatto divieto all’avvocato di utilizzare notizie acquisite in ragione del rapporto già esaurito); comma 4 (l’avvocato che abbia assistito congiuntamente coniugi o conviventi in controversie di natura familiare deve sempre astenersi dal prestare la propria assistenza in favore di uno di essi in controversie successive tra i medesimi); comma 5 (l’avvocato che abbia assistito il minore in controversie familiari deve sempre astenersi dal prestare la propria assistenza in favore di uno dei genitori in successive controversie aventi la medesima natura, e viceversa).
Con particolare riguardo all’articolo 15, sopra esaminato, sul dovere di aggiornamento professionale e competenza specifica e sempre per tutelare il prioritario interesse del minore, è dovere dell’avvocato di famiglia informarsi e seguire i protocolli e le linee guida adottati nel settore.
Altre regole deontologiche sono contenute nella normativa speciale che regolamenta la negoziazione assistita, ed alcune sono prettamente riferite alla materia di famiglia.
L’art. 6 del D.L. 132/2014, convertito, con modificazioni, dalla Legge 162/2014, disciplina la negoziazione assistita in materia di famiglia.
Le norme generali sulla negoziazione assistita sono contenute negli articoli 2, 4, 5, 8 e 9 del D.L. citato ed esse valgono anche per la negoziazione assistita in materia di famiglia per cui gli avvocati dovranno senz’altro attenersi ai comportamenti previsti in tali norme, la cui violazione comporta responsabilità disciplinare.
Più dettagliatamente l'avvocato è tenuto a:
informare il cliente, all'atto del conferimento dell'incarico, della possibilità di
ricorrere alla negoziazione assistita ex art. 2, comma 7, la cui violazione implica una responsabilità disciplinare sia ai sensi dello stesso articolo, che espressamente qualifica il comportamento come dovere deontologico, sia ai sensi dell’art.27, comma 31, CDF sui doveri di informazione («L'avvocato, all'atto del conferimento dell'incarico, deve informare la parte assistita chiaramente e per iscritto della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione previsto dalla legge; deve altresì informarla dei percorsi alternativi al contenzioso giudiziario, pure previsti dalla legge»);
- certificare l'autenticità delle sottoscrizioni: ex artt. 2, comma 6,4, commi 2 e 3, e 5, comma 2, la cui violazione può implicare una responsabilità disciplinare per violazione dell’art. 23, comma 22, CDF, in base al quale l’avvocato deve accertare l’identità del cliente al momento del conferimento del mandato, nonché, in certi casi, per violazione del dovere di verità di cui all’art. 50 CDF;
- attestare la conformità dell’accordo assistito alle norme imperative e all'ordine
pubblico: ex art. 5, comma 2, la cui violazione può comportare una responsabilità disciplinare per violazione dell’art. 23, comma 6, CDF, in base al quale l’avvocato non deve suggerire comportamenti, atti o negozi nulli, illeciti o fraudolenti, nonché, in certi casi, per violazione dell’art. 26, comma 1, CDF, che impone all’avvocato l’obbligo di competenza, e, nell’ipotesi di omissione dell’attestazione, per violazione dell’art. 26, comma 3, CDF, che impone il dovere di compiere gli atti inerenti al mandato;
- non impugnare l’accordo assistito cui hanno partecipato: ex art. 5, comma 4, la cui violazione comporta una responsabilità disciplinare ai sensi della stessa norma, che espressamente qualifica la violazione come illecito disciplinare, e dell’art. 44 CDF3;
- comportarsi con lealtà: obbligo previsto dagli artt. 2, comma 1, e 9, comma 2, la cui violazione comporta responsabilità disciplinare ai sensi dello stesso art. 9, comma 4-bis,
nonché ai sensi dell’art. 9 CDF e del successivo art. 19;
- tenere riservate le «informazioni ricevute»; obbligo previsto dall’art. 9, comma 2, la cui violazione comporta responsabilità disciplinare ai sensi della stessa norma, comma 4-bis e ai sensi dell’art. 28 CDF (“riserbo e segreto professionale”), il quale prevede come «dovere, oltre che diritto, primario e fondamentale dell’avvocato» quello di «mantenere il segreto e il massimo riserbo sull’attività prestata e su tutte le informazioni che gli siano fornite dal cliente e dalla parte assistita, nonché su quelle delle quali sia venuto a conoscenza in dipendenza del mandato»;
_ non utilizzare le «dichiarazioni rese» e le «informazioni acquisite» nel corso del
procedimento in un giudizio avente in tutto o in parte il medesimo oggetto: ex art. 9, comma 2, 2° periodo, la cui violazione costituisce illecito disciplinare ai sensi della stessa norma;
- trasmettere copia dell’accordo assistito al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati
del luogo in cui l’accordo è stato raggiunto, o al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati presso cui è iscritto uno degli avvocati: ex art. 11, comma 1, la cui violazione implica una responsabilità disciplinare ai sensi dell’art. 71 CDF, che impone all’avvocato di «collaborare con le Istituzioni forensi per l’attuazione delle loro finalità».
Accanto a tali obblighi generali, comunque applicabili alla negoziazione assistita in materia di famiglia, vi sono quelli specifici:
- L’obbligo della necessaria assistenza di almeno un avvocato per parte.
Il comma 1 dell’art. 6 D.L. 132/2014 evidenzia la differenza procedurale rispetto al
modello generale di negoziazione, consistente nella presenza obbligatoria di almeno un avvocato per parte, mentre nella negoziazione generale ne può bastare uno.
L’avvocato deve rappresentare ciò alla parte assistita al momento del conferimento dell’incarico.
Tale obbligo deontologico discende dall’art. 27, comma 3, CDF, già richiamato con
riferimento al dovere d’informazione previsto dall’art. 2, comma 7, in quanto l’obbligo dell’avvocato d’informare la parte assistita, al momento del conferimento dell’incarico, dei «percorsi alternativi al contenzioso giudiziario, pure previsti dalla legge», può dirsi correttamente adempiuto non con la semplice elencazione degli istituti vigenti con funzione deflattiva del contenzioso, ma evidenziandone le peculiarità, in modo da consentire alla parte assistita di scegliere lo strumento più rispondente alle proprie esigenze.
- Gli obblighi del tentativo di conciliazione e conseguenti.
L’art. 6. prevede, al comma 3, che «Nell'accordo si da' atto che gli avvocati hanno tentato di conciliare le parti e le hanno informate della possibilità di esperire la mediazione familiare e che gli avvocati hanno informato le parti dell'importanza per il minore di trascorrere tempi adeguati con ciascuno dei genitori».
Da tale disposizione ne discendono per l'avvocato tre obblighi:
1) informare preventivamente la parte assistita della necessità di eseguire quegli atti e di annotarne l’adempimento nell’accordo assistito al fine di evitare effetti pregiudizievoli per quest’ultimo;
2) eseguire gli atti, quindi tentare di conciliare le parti e informarle della possibilità di esperire la mediazione familiare e dell’importanza per il minore di trascorrere tempi adeguati con ciascuno dei genitori;
3) dare atto dell’adempimento nell’accordo assistito.
Questi adempimenti richiamano il generale «dovere di diligenza» cui deve uniformarsi l’avvocato nello svolgimento della sua attività professionale, previsto dall’art. 12 CDF, e la loro omissione concreterebbe, quanto all’obbligo d’informazione sub 1), la violazione dell’art. 27, comma 76, CDF e, quanto all’obbligo d’informazione sub 2) e di annotazione sub 3), la violazione dell’art. 26, comma 37, CDF.
- Gli obblighi di trasmissione.
Altra caratteristica della negoziazione familiare è costituita dagli obblighi di trasmissione dell’accordo assistito, posti a carico dei difensori delle parti.
I commi 2 e 3 dell’art. 6 D.L. 132/2014 prevedono, infatti, che l’accordo assistito sia
trasmesso prima al Procuratore della Repubblica e in seguito, ottenuto il nullaosta o l’autorizzazione, all’Ufficiale di Stato Civile competente affinché annoti l’accordo nei registri dello Stato Civile (art. 6, commi 2 e 3).
Anche tali adempimenti richiamano il generale «dovere di diligenza» previsto dall’art. 12 CDF e la loro violazione (tardiva trasmissione) integrerebbe l’illecito disciplinare di cui all’art. 26, comma 3, CDF.
Ulteriori obblighi specifici sono contenuti nell’art. 68 CDF prefato.
E’chiaramente un obbligo deontologico di carattere prioritario. L’avvocato che si trovasse in una delle condizioni previste dalla norma, fin dal primo contatto con la parte che chiede assistenza, deve subito rappresentarle il motivo deontologico che impedisce all’avvocato di prestare attività anche solo di consulenza.
Ed ancora nell’art. 56 CDF, parimenti già affrontato circa l'ascolto del minore.
La Pratica Collaborativa è un metodo non contenzioso di risoluzione dei conflitti anche familiari. La negoziazione, in tale ambito, è improntata ai principi di buona fede, trasparenza e riservatezza.
Gli avvocati incaricati (formati alla Pratica Collaborativa) concordano in anticipo con le parti che non apriranno fronti giudiziari né potranno in futuro assistere le medesime parti in un procedimento che li veda contrapposti. L’accordo di partecipazione prevede altresì l’obbligo di rinuncia al mandato da parte dell’avvocato qualora la parte rifiutasse di condividere un’informazione rilevante o presentasse l’informazione in maniera non veritiera o inesatta in modo ingiustificato.
Si tralascia in questa sede di delineare la figura dell'avvocato di famiglia nel settore penale, che è allo stesso modo del civilista, una professionalità sui generis e non assimilabile alla generica figura di "penalista".
Dunque, dal legale che si occupi di materia di famiglia e minorile ci si aspetta che sia così paziente da ascoltare la persona che a lui si rivolga per problemi di natura familiare, immaginando e sperando che possa avere un contegno opportuno e grande comprensione, senza mai perdere di vista obbiettività e capacità di distinguere le situazioni
L’avvocato che tratti questioni familiari, pur non dovendo mai essere emotivamente coinvolto personalmente, dovrà agevolare la soluzione delle vicende attraverso un comportamento ispirato a sensibilità e capacità, limando il conflitto e riducendolo senza alcuna esasperazione.
Dovrà dedicare impegno e sforzo affinché il proprio cliente/assistito non veda l’altra parte come nemico da sconfiggere, umiliandolo o cercandone l'annientamento.
Tutti i legami familiari devono essere debitamente considerati da parte dell'avvocato, al fine di preservarli, evitando anche false denunce o comportamenti ostruzionistici da parte di un genitore nei confronti dell’altro, soprattutto nei confronti dei minori, sempre allo scopo di tutelarne il prevalente suo unico interesse.
E' palese che se proprio per tale motivo tutti i legami sono da tutelare, anche qualora i genitori dovessero apparire inadeguati o nell'ipotesi di separazione o di semplice conflitto d'interesse dei genitori verso il minore, il giudice tutelare è tenuto alla nomina di un curatore che preservi gl'interessi dei figli.
Tale figura è regolamentate dalla legge 149/2001 che istituisce la difesa tecnica del minore e che si basa sulle Convenzioni internazionali del fanciullo siglate a Strasburgo nel 1996 ed a New York nel 1989.
In esse viene evidenziata in maniera stringente la funzione paidocentrica, il minore assurge cioè a soggetto autonomo di diritto dopo essere stato tutelato per decenni solo "per incidens" e subordinatamente alle questioni che afferivano essenzialmente gli adulti troppe volte belligeranti; ed in tale contesto il curatore speciale ha l'onus di dargli voce.
Talvolta anche nella veste di avvocato, potrà costituirsi in giudizio personalmente, ricoprendo pertanto due ruoli; tal'altra sostituendosi al minore, agisce nell'interesse di questi quando i genitori o chi ne fa le veci non siano in grado di farlo.
Si tratta dunque di una funzione diversa da quella del tutore e che opera in una determinata situazione, in particolare in un procedimento di adottabilità o in cui si debba disquisire di responsabilità genitoriale sul minore.
Il curatore è tenuto ad incontrare il minore, ad ascoltare le sue richieste ed a spiegargli (raggiunti i 12 anni di età o comunque la capacità di discernimento), come si svolgerà il procedimento e quali conseguenze avrà nella sua sfera giuridica.
Ciò può verificarsi anche quando è pendente una causa di separazione o di divorzio dei genitori che non riescono a dialogare civilmente tra loro e conseguentemente non sono in grado di applicare una decisione del giudice.
Avendo il curatore i medesimi poteri e le stesse funzioni proprie dei genitori,egli può compiere nell'interesse del minore un atto giuridico per il quale è stato nominato (ad es. accettazione dell'eredità).
Nonostante tutto però, restano di competenza del curatore speciale esclusivamente gli atti di ordinaria amministrazione, esulando comunque quelli di straordinaria amministrazione che possono essere compiuti unicamente con l'autorizzazione del giudice tutelare e su richiesta di entrambi i genitori, con la conseguenza che in mancanza di tale iter, i prefati atti sono da considerarsi nulli ed insanabili.
E' per questo che l'avvocato che agisce eticamente e professionalmente in modo corretto, non potrà mai accettare cause ingiuste, né difendere per fini illeciti, né ambire a "differimenti strumentali" perché "perdere tempo" quando sono in gioco tragedie umane, non equivale mai ad una vittoria, piuttosto si acuisce inesorabilmente il dolore e si lacerano ferite mai più rimarginabili.
Esiste inoltre, l'aspetto penalistico, ovvero la figura dell’avvocato penalista che si occupa dei cosiddetti reati intrafamiliari.
Per tale ambito e per la tutela di altri soggetti come le persone offese, tra cui i minori o gl'indagati, gl'imputati i condannati, è palese quale sia il peso delle norme deontologiche che sono funzionalizzate a tutelare i soggetti coinvolti nelle vicende familiari.
Particolare richiamo va fatto al rispetto del dovere d’informazione (art. 27 Cod. Deont.) perchè è palese quanto sia necessario che la vicenda prospettata sia chiara, venga illustrata in tutti i possibili sviluppi processuali ed extra processuali; tale scopo non può che raggiungersi attraverso una qualificata e qualitativamente elevata prestazione professionale che sia caratterizzata da competenza e diligenza,
come prevede l'art.12 del Cod. Deont., ma che sia posta in essere anche con coscienza.
Pertanto, le azioni“inutilmente” gravose o meramente strumentali vanno evitate.
Ciò è quanto prevede l'art. 23, c.4, Cod. Deont. che recita:
“L’avvocato non deve consigliare azioni inutilmente gravose”; comma 5 “L’avvocato deve rifiutare di prestare la propria attività quando, dagli elementi conosciuti, desuma che essa sia finalizzata alla realizzazione di operazione illecita”, comma 6 “L’avvocato non deve suggerire comportamenti, atti o negozi nulli, illeciti o fraudolenti”.
Valutata come fondata l’azione penale da intraprendere, l’avvocato deve supportare la persona offesa attenendosi a speciali regole, tra queste, deve altresì dedicare attenzione e investire tempo nell’ascolto, offrendo fiducia e affidabilità, senza domande ridondanti e suggestive, ma ponendo solo quelle necessarie ed utili per il racconto, soprattutto considerando che ogni storia ha una sua caratterizzazione; non deve confondere il “conflitto” con la “violenza"-che rileva in ambito penale.
L’art. 90 bis c.p.p. prevede un'elencazione d' informazioni da fornire alla vittima nel procedimento penale, come: l’esistenza di strutture sanitarie e centri antiviolenza del territorio; le modalità di presentazione degli atti (denuncia/querela); la traduzione degli atti del procedimento; le misure di protezione a tutela della vittima; le modalità per ottenere il risarcimento dei danni; l’istituto della mediazione, il diritto a un’assistenza legale anche gratuita.
In relazione a quest’ultimo, l’art. 76, c.4 ter, DPR 115/02, così come modificato dalla legge sul femminicidio, prevede la possibilità per la persona offesa – anche maggiorenne - dai reati di violenza sessuale, maltrattamenti contro familiari e conviventi e stalking, di essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato,
indipendentemente dai limiti di reddito prodotti.
E' importante che si dia spazio alla delineazione della legislazione in materia di reati intrafamiliari, in danno o con l’assistenza di minori, tenendo presente la previsione delle speciali aggravanti (art.577, u.c., c.p., in relazione al reato di lesioni personali, art. 582 c.p., e art. 61, n. 11 quinquies, c.p.), la cui contestazione renderebbe fà sì che le querele – anche per fatti di minore gravità – non possano essere rimettibili.
E' necessario rendere comprensibile alla persona offesa la differenza tra fatti-reato procedibili a querela di parte, (e per i quali è sempre possibile la remissione, in ogni stato e grado del processo), e fatti reato invece procedibili d’ufficio (e per i quali la querela, appunto, non è rimettibile). Illustrare inoltre gli strumenti di protezione rappresentando sempre le possibili conseguenze delle misure cautelari adottabili nei confronti dell’aggressore e che implicano talvolta limitazione alla libertà personale, come la custodia in carcere, l'allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinare i luoghi che sono abitualmente frequentati dalle vittime.
Viene invece salvaguardato il diritto di difesa, il giusto processo ed il contraddittorio tra le parti qualora il cliente sia l’accusato, improntando sempre il proprio comportamento alla correttezza ed al rispetto verso le persone offese, evitando offese e sconvenienti, soprattutto nella conduzione dell’esame del testimone, anche con le particolari modalità dell’incidente probatorio e dell’audizione protetta (vedi art. 52, 55, c.8, 63, c.2, Cod. Deont.).
In conclusione, poichè nelle questioni di diritto di famiglia, sia in ambito civilistico che penalistico, sono coinvolte persone ed i loro drammi, l'avvocato oltre a dover agire con somma sensibilità, correttezza ed equilibrio, non giungerà mai ad una vittoria che prospetti la soccombenza di una parte a fronte dell'altra che prevale!
In materia di diritto di famiglia o vincono tutti quelli che sono coinvolti o inesorabilmente, restano tutti sconfitti!
avv. Tiziana Tomeo, Referente della regione Campania di Minori in Primo Piano Onlus

References: Art. 50

art. 57

art. 62

art. 65

art. 66

art. 68
 art. 2
 art. 5
 art. 5
 art. 9
 art. 19
 art. 9
 art. 11
sui generis
 art. 582
 art. 61
 art. 52