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Timestamp: 2018-12-12 07:50:56+00:00

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(16 febbraio - 31 agosto 2010)
"Mitraglia" è ritornato con la solita passionaccia
Altro che Cappuccetto Rosso, come ha detto di sentirsi prima di incominciare, per i tanti "in bocca la lupo" ricevuti. E' bastato sentire i titoli sparati a piena voce per capire che "Mitraglia" è ritornato.
Enrico Mentana ha varato il suo nuovo TG sulle onde de La7. E ci ha ricordato che cosa può essere l'informazione televisiva, attenta ai fatti, equilibrata, senza veline (in ogni senso) e senza le non-notizie che riempiono i telegiornali dell'era berlusconiana. Senza parlare il gergo della casta, cercando di spiegare le notizie. Con la passione, anzi la "passionaccia" di sempre. Uno stile che avevamo dimenticato, tra il fighettismo di Sky e le facce lugubri o imbalsamate del sevizio pubblico.
Esemplare l'umanità dell'intervista al marito della donna che ha partorito durante una rissa tra i medici. Peccato solo per la grafica e i colori di uno studio che ricorda un garage. Ma se dal mattino di riconosce il giorno, è facile prevedere che il TG La7 darà del filo da torcere ai concorrenti.
Conto alla rovescia per Europa 7. La scommessa
Dopo più di undici anni da quando ha ricevuto la concessione, Europa 7 sta per incominciare a trasmettere via digitale terrestre su tutto il territorio nazionale. Ha ottenuto dal Ministero delle attività produttive le frequenze che servono per coprire le aree non raggiunte dal canale 8 VHF e la partenza è prevista per il prossimo 20 luglio. Ma non sarà l'emittente che Francesco Di Stefano sognava tanti anni fa. Europa 7HD, questo è il nuovo marchio (con un logo molto azzeccato), trasmetterà solo canali tematici a pagamento in alta definizione. Niente telegiornali, purtroppo, almeno per il momento.
Ma Europa 7HD non segue lo standard oggi in uso e per il quale sono predisposti tutti i televisori e i decoder che si trovano nei negozi e nelle case degli italiani. Ha adottato il nuovissimo "T2", con il quale si possono comprimere fino a 8 canali digitali in alta definizione nello spazio di un vecchio canale analogico. E, sembra, con una qualità superiore a quella offerta dallo standard attuale.
Il problema è che serve un nuovo decoder. L'emittente offrirà il nuovo 7-box (che riceve anche gli standard precedenti), ma che arriva quando decine di milioni di teleutenti hanno appena acquistato i decoder o i nuovi televisori con il decoder digitale terrestre integrato. Riuscirà il cocciuto imprenditore abruzzese a convincerli a comperare l'ennesimo apparecchio? E' una nuova scommessa per Di Stefano, che dovrà anche misurarsi con una concorrenza agguerrita nel sempre più affollato settore della pay-tv.
DDL 1611: per l'internet è peggio del bavaglio
Mani legate ai giudici, bavaglio per la stampa: su questi due punti si combatte contro il disegno di legge approvato ieri dal Senato. Ma le disposizioni liberticide si estendono all'internet: il comma 29 modifica l'articolo 8 della decrepita legge sulla stampa del 1948 e mette in un solo fascio i siti amatoriali e quelli delle impresse editoriali. Con sanzioni elevatissime per il mancato rispetto dell'obbligo di rettifica (qui il nuovo testo, se la legge passerà). Il che significa indurre alla massima prudenza (leggi "autocensura") blogger, citizen journalist e altri privati cittadini, che danno notizie ed esprimono opinioni attraverso la Rete.
Anche per le pubblicazioni on line servono regole per sanzionare gli abusi della libertà di espressione. Ma non si possono imporre a singoli individui gli stessi obblighi e le stesse sanzioni che si applicano alle imprese editoriali.
Un motivo in più, e non secondario, per opporsi a questa legge indecente.
In Sistema informazione - Internet e stampa
Santoro, Garimberti, Masi e le scatole cinesi dell'anomalia
Le notizie si accavallano, quasi un bollettino di guerra. Ieri la conferenza stampa di Michele Santoro. Dice: Annozero va avanti se il presidente Garimberti ci mette la faccia, se dice chiaro e tondo che per lui la trasmissione deve continuare. E Garimberti ci mette la faccia. Risponde a stretto giro che "Annozero può cominiciare" e che prende lui il cerino accesso della controversia tra i giornalista e la Rai. Rischia di scottarsi le dita, perché il direttore generale Masi ricorda subito che il rapporto tra Santoro e l'azienda è sub iudice. Il suo compito è abbattere (sul piano professionale, s'intende) Santoro, e altri con lui. Lo sappiamo grazie alle intercettazioni di Trani (che non potremmo conoscere se fosse in vigore la legge-bavaglio), dalle quali risulta chiaro il diktat del signore delle televisioni: via Santoro, Dandini, Floris... insomma tutti quelli che fanno televisione come servizio pubblico e non come servizio del Governo.
Non abbiamo il tempo di riprenderci. Il signore delle televisioni, nonché presidente del Consiglio dei ministri, nonché ministro ad interim delle comunicazioni, fa sapere che in quest'ultima veste potrebbe non firmare il nuovo contratto di servizio della Rai in discussione in questi giorni alla Commissione di vigilanza. Poi smentisce, come al solito.
Subito dopo c'è un'altra notizia: il CDA di viale Mazzini dà esecuzione all'ordinanza del giudice del lavoro e restituisce a Paolo Ruffini la direzione di Rai3. Ma anche qui rimane un cerino acceso.
In tutto questo la domanda è: può il padrone della televisione privata essere la controparte dell'azienda pubblica nel contratto di servizio tra questa e lo Stato? L'anomalia assomiglia sempre più a un gioco di scatole cinesi. Approfondiremo questa e le altre questioni nei prossimi giorni.
Da Chopin a Gabanelli: un'idea della TV "servizio pubblico"
Su Rai3 c'è Report: Milena Gabanelli ci sta facendo conoscere molti segreti sui soldi del Vaticano. Una puntata durissima. Ci saranno polemiche? E' probabile. E' sicuro, invece, che ci saranno ancora attacchi alla "troppa" libertà di stampa, alla solita banda di "farabutti" che usano la televisione pubblica per far conoscere cose che non piacciono ai padroni.
Anche Fabio Fazio è spesso associato alla banda dei farabutti. Ma tre ore fa ci ha regalato un'ultima puntata (per quest'anno) di Che tempo che fa che ha raggiunto un livello di straordinaria qualità. Parlavano di Fryderyk Chopin, con grande passione, Flavio Caroli e Daniel Barenboim. Che ci ha regalato anche un' emozionante esecuzione del Notturno op. 27 n. 2.
"Ascoltare, ogni tanto, in televisione, cose straordinarie". Così ha concluso Fazio. Ma alla parola "televisione" dobbiamo aggiungere l'aggettivo "pubblica". Perché non è immaginabile che una serata come questa possa essere trasmessa da una televisione commerciale. Dovrebbe essere un motivo di riflessione per quelli che insistono per la privatizzazione della Rai. Basterebbe eliminare gli intermezzi osceni della pubblicità per avere una televisione perfetta.
Ruffini "reintegrato" dal giudice. E Santoro, Busi, Dandini...
La notizia di oggi è che il giudice del lavoro ha ordinato alla Rai di reintegrare Paolo Ruffini nella direzione di Rai3. Era stato sollevato dall'incarico nel novembre scorso, nonostante gli eccellenti risultati della rete, e non gli è più stato assegnato un incarico di livello adeguato. Naturalmente al settimo piano di viale Mazzini rispondono picche e annunciano ricorso.
La notizia di ieri era che Santoro resta alla Rai. Santoro, ricordiamolo, che quest'anno ha condotto Annozero per ordine del giudice, non perché l'azienda volesse giovarsi degli straordinari ascolti che ottiene il bravissimo (e lunatico) giornalista.
Qualche giorno fa avevamo avuto notizia dell'abbandono della conduzione del TG1 da parte di Maria Luisa Busi, in aperta polemica col direttore Augusto Minzolini (che in aprile aveva escluso dal video Tiziana Ferrario, Paolo Di Giannantonio e Piero Damosso), rei di non aver firmato un documento di solidarietà col direttore medesimo. Sotto la cui guida il più importante telegiornale italiano registra ascolti in calo drammatico.
Altra notizia recente: il direttore generale Mauro Masi vuole ridurre da quattro a una le serate di Serena Dandini, che fa ottimi ascolti in seconda serata con Parla con me. Il successore di Ruffini, Antonio Di Bella, punta i piedi e minaccia le dimissioni.
E' una strana azienda, la Rai: rimuove o ridimensiona i giornalisti che "fanno ascolto" e mantiene al loro posto quelli che ottengono cattivi risultati. Sembra che sia governata dal padrone di un'azienda concorrente.
RaiNews non si vede. Sciopero e manifestazione il 4 giugno
Sono migliaia i messaggi di protesta che arrivano al sito di RaiNews: troppi spettatori non la ricevono più sul digitale terrestre, dopo lo sconquasso delle frequenze collegato allo switch-over di una parte delle regioni del Nord (dal satellite ora si riceve regolarmente sul canale 506 di Sky; qui sotto le istruzioni per chi ha un decoder non-Sky).
La questione ha un aspetto singolare. Secondo quanto ha comunicato la Rai, il canale RaiNews è stato spostato sul MUX 1, quello di Rai1, 2 e 3. Quindi chi non riceve RaiNews non dovrebbe ricevere neanche i primi tre canali del servizio pubblico. E non protesta? O le proteste sono censurate?
Contro questa situazione, e contro la cronica scarsità di mezzi e risorse, la redazione ha proclamato lo sciopero. Una manifestazione si terrà il 4 giugno, dalle 10 del mattino, davanti ai cancelli di viale Mazzini 14. Dettagli su Facebook e qui.
In Televisione - Vedi anche Il pasticcio di Rai News: solo problemi tecnici?
Trovato anche (nascosto) sul decoder Sky
18.05.10 - ore 16.30
Rai News (non più "24") si riceve anche con il decoder Sky. La procedura è questa: MENU - GESTIONE ALTRI CANALI - RICERCA AUTOMATICA. Completata la sintonizzazione, ESC - ORGANIZZA ALTRI CANALI. In ordine alfabetico si trova Rai News, premendo OK il canale viene inserito nella lista che inizia con il numero 9600.
Domattina possiamo prendere il Caffè con Corradino Mineo. E poi commentare questa vicenda, che appare frutto di improvvisazione e confusione: perché la Rai non ha avvertito i telespettatori dei cambiamenti in corso, come ha fatto Mediaset con una campagna insistente, con molti giorni di anticipo?
Poco visibile sul DTT, trovato sul satellite...
18.05.10 - ore 15.30
Con un decoder FTA ho trovato il canale sul HotBird 13°E TP 10.992GHz(V) PID 0520. Ora lo cerco su un decoder Sky. Sul digitale terrestre nella mia zona non si vedono i canali VHF, quindi non posso verificare se è sul MUX 1 della Rai. Sul canale 25 (quello di test) il canale viene rilevato dai ricevitori più sensibili, ma con qualità insufficiente. Praticamente non visibile.
Oscurata RaiNews24, anche sul satellite e sul web!
18.05.10 - ore 13.10
Il miglior canale di informazione della Rai, esempio di "servizio pubblico" non asservito, è solo vittima del caos del digitale terrestre? Spostato sul MUX dei primi tre canali, dice la Rai. Quello in VHF che si riceve con più difficoltà? Ma non ci sono ragioni tecniche per cancellarlo contemporaneamente dal satellite e dai due siti web rai.it e E' in corso l'assemblea della redazione (visibile qui con immagini fisse, senza audio).
ULTIM'ORA (14.30) Il canale è di nuovo visibile da rai.tv. Secondo una fonte di viale Mazzini, si tratta solo di un pasticcio tecnico. Sul satellite, al posto di RaiNews24, c'è il nuovo canale Rai Sport2.
Giornalisti, una legge di casta
Pierpaolo Pelò - 06.05.10
Uno dei punti di forza della casta giornalistica è una legge (tutta italiana) che vuole come direttore responsabile di un periodico un giornalista o un pubblicista.
E' evidente che questa legge, introdotta negli anni sessanta, limita la libertà di espressione dei cittadini e la libertà d'impresa (editoriale) dei medesimi.
Per giunta, è un assurdo. In pratica, un docente di storia medioevale, un architetto, un medico, non potrebbero essere direttori responsabili di un periodico, sia pure di quartiere, che tratti di storia medioevale, architettura, medicina.
Ci troviamo palesemente di fronte a una legge di casta il cui scopo è trovare lavoro a giornalisti e pubblicisti oltre a controllare, tramite l'ordine dei medesimi, tutti i periodici pubblicati in Italia.
Il punto principale è questo... con il trattato di Lisbona, le leggi europee (anche in materia di editoria) prevalgono su quelle italiane e, in Europa, non esiste quest'obbligo di casta.
A questo, si aggiunga la corte europea dei diritti dell'uomo. Se ci si rivolgesse a questa contro l'ordine dei giornalisti in nome della libertà di stampa, di espressione e d'impresa, si avrebbe sicuramente partita vinta.
E' d'accordo con quanto ho scritto? E, se sì, come fare per allineare l'Italia agli altri paesi europei (molto più civili e democratici di noi)?
Affidare la responsabilità di una pubblicazione a un giornalista è opportuno per molti motivi. Per questo in molti casi la figura del direttore editoriale non coincide con quella del direttore responsabile. Il problema è l'accesso chiuso alla professione, che non esiste in nessun paese democratico.
DDL intercettazioni: più difese dalla UE
Andrea Capobianco - 05.05.10
Ho letto con estremo interesse i vostri articoli sul ddl intercettazioni e, se mi consentite, vorrei fornirvi alcuni aggiornamenti interessanti.
A partire dal 13 dicembre 2009 è entrato in vigore il trattato sul funzionamento dell'Unione europea che ha introdotto una serie di novità; in particolare l'art 6 che testualmente recita ai paragrafi 2 e 3 "2. L'unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Tale adesione non modifica le competenze dell'unione definite nei trattai. 3. I diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli stati membri, fanno parte del diritto dell'unione in quanto principi generali."
Orbene, l'Unione ci dice che i principi della CEDU sono anche suoi principi. Ne consegue che l'iter procedimentale tratteggiato dalla Corte Costituzionale nelle sentenze richiamate da Franco Abruzzo nel suo articolo (e precisamente la 348 e 349 del 2007 e la 39/2008) deve considerarsi oramai superato stante l'assorbimento dei principi della CEDU nell'unione.
Questo significa che il giudice dello stato membro non deve più sospendere il giudizio e rimettere gli atti alla consulta, ma potrà direttamente disapplicare le norme che entrano in contrasto con le norme e le statuizioni della Corte europea dei diritti dell'uomo.
I tempi per ottenere giustizia sono sì lunghi..ma non così tanto come era prima dell'avvento del trattato sul funzionamento dell'UE.
Google-Vivi Down. Puntiamo sulle PET
Fabrizio Venturelli - 28.04.10
Leggo con piacere i vostro articolo "Google-Vivi Down, una sentenza da cancellare". Poco tempo fa mi sono laureato in giurisprudenza in diritto privato dell'informatica, discutendo la tesi dal titolo " il social network e il diritto alla privacy". Durante la discussione mi venne proprio chiesto cosa ne pensassi della sentenza, di cui allora era stato pubblicato il solo dispositivo. La cosa curiosa è che sia io (per quel che vale, ovviamente!) ma anche tutti i membri della Commissione di laurea, facemmo riferimento al solo art 17 del DLGV 70/03 che, infatti, sancisce esplicitamente l'assenza di un "obbligo generale di sorveglianza" a carico del prestatori di servizi. Risulta chiaro che questo richiamo normativo basterebbe da solo a far crollare le fondamenta stesse della sentenza in esame. Ma non solo. Se si avvallasse il pensiero di chi vuole trovare ad ogni costo un capro espiatorio nella confusione del cyberspazio, da un lato si farebbe giustizia sommaria, repressiva e inefficacie e dall'altro si renderebbe il nostro ordinamento giuridico ancora più impermeabile all'ingresso delle nuove tecnologie nel nostro quotidiano. Puntiamo piuttosto sulle PET (privacy enhancing technologies) per prevenire i rischi legati all'uso spregiudicato di Internet o comunque per individuare meglio l'eventuale responsabile; puntiamo sulle privacy policy veramente informative; puntiamo su un concetto di Internet libera cosi come la voleva Berners quando la "inventò". Fabrizio Venturelli
I bulli sul Web e i genitori di Adro
Sto studiando la sentenza Google-Vivi Down e ve ne darò conto al più presto. Ma non riesco ad allontanare dalla mente i fatti all'origine di queste fredde pagine di legalese: la violenza di un gruppo di ragazzi su un compagno debole, documentata col videotelefonino, per farsene poi vanto sul Web. E, al massimo dell'orrore, il documento che viene votato al primo posto tra i "video divertenti". Divertenti! Ma chi sono i genitori di questi farabutti, quelli che hanno compiuto la violenza e quelli che la approvano? Quali valori hanno trasmesso ai loro figli?
Intanto altri genitori irrompono dagli schermi. Sono quelli di Adro, provincia di Brescia, dove si sta svolgendo un'altra vicenda che suscita amare riflessioni: alcuni bambini sono stati esclusi dalla mensa scolastica perché i loro genitori non sono in grado di pagarla. In altri tempi (e in altri luoghi?) gli altri avrebbero messo mano al portafogli per aiutare i più poveri. Qui invece è intervenuto un benefattore, che ha "saldato il conto" fino alla fine dell'anno scolastico. Apriti cielo! Padri e madri urlano nelle telecamere "Allora non paghiamo neanche noi. Chi non paga non mangia"!
Ripugnante. Questa è l'Italia in cui viviamo? Sì, questa è Italia i cui governanti non vedono di buon occhio Emergency e si scagliano contro il suo fondatore Gino Strada. Perché "fa politica".
Google-Vivi Down: sentenza pericolosa, attenti a Gasparri!
Con largo anticipo sulla scadenza prevista, il tribunale di Milano ha pubblicato le motivazioni della sentenza che ha condannato tre dirigenti di Google a sei mesi di reclusione per la pubblicazione di un video in cui erano riprese le violenze esercitate su un bambino disabile da un gruppo di coetanei. Un testo lungo e complesso (111 pagine!), che richiede un esame attento prima di "sputare sentenze".
Ma il senatore Maurizio Gasparri ha colto al volo l'occasione per sparare sulla Rete: "Trovai all'epoca esemplare la sentenza, non solo perché nessuno aveva vigilato abbastanza per impedire che quel filmato shock fosse messo in rete, ma soprattutto perché nessuno aveva collaborato per rimuovere quei contenuti violenti in maniera tempestiva. Dopo le decisioni del Tribunale, resta il grande silenzio di Google che non si è chiaramente espressa con delle iniziative o nuovi strumenti a tutela degli utenti contro la diffusione incontrollata di contenuti violenti. Resta certamente un vuoto normativo al quale va comunque posto rimedio".
Il "vuoto normativo" del quale straparla Gasparri è nelle considerazioni finali (a pag. 105) di una sentenza che, a una prima lettura, desta molte perplessità: non solo per le acrobazie tecnico-giuridiche con le quali il giudice ha concluso per la responsabilità del provider nel trattamento dei dati personali, ma soprattutto perché ipotizza "una buona legge che costruisca una ipotesi di responsabilità penale per il mondo dei siti web (magari colposa, ed allora sì per omesso controllo)...".
Manette ai provider per gli illeciti commessi dagli utenti: sono anni che ci stanno provando. Ora il rischio che passi qualche legge insensata diventa concreto.
In Sistema informazione
Minzolini dalla prescrizione alla proscrizione
"Prescrizione non è assoluzione": con questo slogan Valigia Blu ha raccolto 200.000 firme e radunato qualche decina di persone, l'altro ieri a Viale Mazzini. Non era la giornata giusta: la sede della Rai il sabato è chiusa, tanto che non ci sono problemi per parcheggiare nei dintorni...
Valigia Blu chiede ancora la rettifica formale della falsa affermazione del TG1, che il 26 febbraio scorso ha detto che l'avvocato Mills è stato "assolto" dall'accusa di essere stato corrotto da Silvio Berlusconi. Invece la Cassazione ha sentenziato che il legale inglese ha commesso il reato, ma che è passato il prescrizione.
Tenere viva la polemica sul caso "prescrizione" non è sbagliato, perché è un esempio clamoroso di informazione falsa e tendenziosa. Ma del direttore del TG1 Augusto Minzolini si deve anche ricordare la "proscrizione" di alcuni conduttori (Tiziana Ferrario, Paolo Di Giannantonio e Piero Damosso), oltre che del caporedattore Massimo De Strobel, rei di non aver firmato una lettera di solidarietà al direttore proprio sul caso Mills. Ora potrebbe toccare a Maria Luisa Busi, richiamata all'ordine per aver rilasciato a Repubblica un'intervista in cui ha parlato di "rappresaglia". E colpevole di aver preso le distanze dalla testata per come è stata trattata la situazione dell'Aquila dopo il terremoto.
Bene gli appelli, le mobilitazioni, i sit-in. Ma ci sono organi che dovrebbero intervenire con molta fermezza su casi come questi: l'Ordine dei giornalisti, la Federazione della stampa e, soprattutto, una commissione parlamentare che è chiamata a esercitare la "vigilanza dei servizi radiotelevisivi"...
Che cosa ha rinviato alle Camere il presidente Napolitano?
La notizia di oggi è che il Presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere... Che cosa? Secondo alcuni telegiornali e giornali on line, un "disegno di legge", secondo altri una "legge del governo" e via delirando. In realtà Napolitano ha rifiutato di "promulgare" una legge approvata dal Parlamento. Perché un disegno (o progetto) di legge, dopo l'approvazione in seconda lettura da parte di una delle due Camere, è "legge". Dice infatti la Costituzione (art. 73): "Le leggi sono promulgate dal Presidente della Repubblica entro un mese dall'approvazione".
Quanto alla "legge del governo", semplicemente non esiste. Ma fa parte di un imponente bestiario, che va dalla confusione tra "decreto legge" e "decreto legislativo" alla "promungazione" di una legge da parte di una delle Camere.
Superficialità? Pura (e colpevole) ignoranza degli aspetti più elementari del nostro ordinamento da parte dei giornalisti, anche di quelli del cosiddetto servizio pubblico?
Come funziona la censura nel XXI secolo
Dunque niente talk-show fino alle elezioni: il CDA della Rai ha deciso. Resta l'interpretazione restrittiva del "diktat di San Macuto" emanato il 9 febbraio e ieri confermato dalla Commissione di vigilanza. Il cui presidente, Sergio Zavoli, diceva che i programmi di approfondimento si potevano ripristinare, mentre il presidente della Rai, Paolo Garimberti, era "favorevole alla ripresa delle trasmissioni di approfondimento informativo". Niente da fare: l'obiettivo era fermare soprattutto Santoro e Floris. E ci sono riusciti.
Il panorama delle trasmissioni della Rai in questi giorni è surreale. L'espressione "par condicio" è la più ricorrente. I conduttori dei programmi superstiti si tappano la bocca e la tappano ai loro ospiti, ammiccando.
Qualcuno fa la fronda. Come ieri sera Serena Dandini, che ha ritrasmesso l'intervista a Eugenio Scalfari, che risale a parecchi mesi fa e che aveva fatto infuriare il signore delle televisioni e di tutto il resto. In un Parla con me "espanso", nel quale anche il misurato Gianni Riotta ha aggiunto un carico pesante.
Tutti dicono che in Italia c'è ancora la libertà di stampa. Scalfari, De Bortoli, Riotta, Mauro... Ma allora perché se ne parla tanto? Certo, in Italia non c' nessuna legge che limiti la libertà di stampa. Non può esserci: l'articolo 21 della Costituzione è un baluardo insormontabile.
Però ci sono i regolamenti come quello della Vigilanza, ci sono le decisioni del CDA del servizio pubblico radiotelevisivo e, soprattutto, ci sono le telefonate che si intrecciano tra gli uomini del potere.
Le intercettazioni non piacciono al Re perché svelano la sua nudità. Svelano i modi in cui il potere viene esercitato. Spiegano come la censura si esercita nel XXI secolo (leggete su repubblica.it di oggi).
Eugenio Scalfari, Ferruccio De Bortoli, Ezio Mauro, Gianni Riotta e qualcun altro sono ancora liberi di scrivere sui loro giornali. Ma la somma dei loro lettori è quasi insignificante di fronte al pubblico della tv. E se gli stessi Scalfari, De Bortoli eccetera possono dire la loro negli studi televisivi, è perché in quegli studi ci sono ancora persone con la schiena dritta, disposti a pagarne le conseguenze. La televisione è il mezzo che conta, nell'Italia di oggi. E la televisione, mentre si avvicina un importante scadenza elettorale, ha messo il bavaglio a Santoro e Floris, quelli che fanno trasmissioni sgradite al potere unificato. Se non è censura, che cosa è?
Finalmente disponibile la smart card Tivù Sat. Ma c'è un problema
Una gradita sorpresa sulla home page di Rai.it: si può richiedere la smart card Tivù Sat senza essere costretti ad acquistare un apposito decoder. Il prezzo non è basso (si va dai 16,20 € per la richiesta on line e pagamento con carta di credito ai 21,60 per la richiesta via posta con pagamento in contrassegno).
Era ora. Ma c'è un problema: il corretto funzionamento è garantito solo con apparati certificati Tivù Sat e l'assistenza tecnica è fornita solo per le carte associate ai ricevitori certificati.
Non sembra quindi del tutto soddisfatta la prescrizione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che impone di associare la smart card a "differenti apparati di ricezione".
Mancano inoltre indicazioni su quali tipi di decoder la smart card possa essere usata (tipo di codifica che deve essere supportata dal ricevitore o uso di un Common Access Module ecc.). Si rischia quindi di acquistare una tessera e poi scoprire che non funziona, senza neanche il supporto di un'assistenza tecnica post-vendita.
Luigi Fraccaroli - 16.02.10
Ti inoltro la mail con cui Marco Beltrandi spiega che il regolamento sulla par condicio non è la brutta cosa che hai descritto in MCreporter 403 del 15 febbraio 2010. Non saprei decidere. Quale approccio consiglieresti?
Luigi Fraccaroli, Brescia
Gli approcci possibili sono molti, ma una "distrazione" di Beltrandi costituisce un buon punto di partenza. Beltrandi cita come esempio i dibattiti televisivi che precedono le elezioni presidenziali americane (e non solo queste, aggiungo io). Peccato che negli USA non esista alcuna legge che lo impone. Anzi, il Congresso "non può" fare leggi che limitino la libertà di espressione, come recita il Primo Emendamento della Costituzione. Dunque non c'è una legge sulla par condicio, né sulla professione di giornalista (che è libera), né sull'obbligo di registrare le testate presso i tribunali... E tanto meno regolamenti come questo.
Negli Stati Uniti le regole per i dibattiti televisivi sono concordate dai collaboratori dei candidati con i responsabili delle trasmissioni. Tutto qui.
Perché in Italia non si può fare, perché c'è una (brutta) legge sulla par condicio? Perché la televisione è direttamente o indirettamente sotto il controllo di una sola parte politica e quindi servono regole per evitare che la voce dell'altra parte sia soffocata.
La legge sulla par condicio non basta, perché non è negli ultimi giorni di campagna elettorale che si formano le opinioni degli elettori. Sono molto più efficaci lo stillicidio di informazioni addomesticate, le notizie taciute, la proposta di modelli sociali e culturali, che pervadono le nostre televisioni per trecentosessantacinque giorni l'anno.
Il regolamento della Commissione è l'esasperazione della legge, toglie qualsiasi autonomia e quindi qualsiasi dignità ai giornalisti (almeno a quei pochi che ne conservano un po'). Vieta l'approfondimento, cioè lo stimolo a capire, e lo sostituisce con una sequenza di dichiarazioni e di slogan.
Se la "comunicazione politica" si risolve in un mese di comizi, la gente non capisce più niente. Occorre "informazione". Ma, guarda un po', il regolamento considera "informazione" solo quella col bollino di Stato, che si chiama "testate registrate". Con il loro equipaggio di raccomandati che, anche se sono bravi, devono comunque rispondere al loro raccomandante.
In conclusione: bene le tribune equamente ripartite, bene l'obbligo di equilibrio nell'informazione. Ma no al bavaglio alle trasmissioni che fanno riflettere. Né Santoro né Floris hanno mai invitato solo ospiti di sinistra: pongono problemi e suscitano dibattiti che aiutano gli spettatori a formarsi un'opinione.
Per evitare squilibri dovrebbe bastare la coscienza professionale dei "cani da guardia del potere", dei giornalisti, se fossero scelti sulla base della loro professionalità, invece che "lottizzati". Così si fanno norme ipocrite, che hanno come unico effetto quello di imbavagliare i pochi residui di informazione critica, di approfondimento, di "giornalismo" nel senso più profondo della parola.
Con regolamenti come quello stilato da Beltrandi si pongono vincoli inaccettabili, esercitando una censura tanto più grave quanto mascherata da un'apparenza di imparzialità.
E pensare che un tempo i radicali si definivano "libertari"!
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