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Timestamp: 2019-02-19 21:33:43+00:00

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Nel caso in cui sia stata disposta la confisca “diretta” del profitto - Renato D'Isa
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Nel caso in cui sia stata disposta la confisca “diretta” del profitto
Corte di Cassazione, sezione seconda penale, Sentenza 3 luglio 2018, n. 29923.
Nel caso in cui sia stata disposta la confisca “diretta” del profitto (nella specie, del denaro rinvenuto nella disponibilità di un movimento politico per fatti addebitati ai suoi rappresentanti ex articolo 640-bis del codice penale), è possibile estendere la confisca, in corso di esecuzione dell’originario provvedimento, nei limiti della somma sottoposta alla misura, a ulteriori somme di denaro che, nelle more, siano entrate nel patrimonio dell’ente.
avverso l’ordinanza del 16/11/2017 del TRIB. LIBERTA’ di GENOVA;
Il Proc. Gen. conclude per l’annullamento con rinvio; in subordine chiede l’invio del ricorso alle Sezioni Unite.
udito il difensore, avv. (OMISSIS) che chiede l’inammissibilita’ del ricorso e dell’appello del P.M., si associa alle conclusioni del P.G., in subordine chiede che la vicenda venga rimessa alle Sezioni Unite.
Il Tribunale del riesame, ritenuto il concreto interesse dell’appellante ad impugnare perche’ il provvedimento incideva in modo significativo e sostanziale sul quantum del sequestro preventivo disposto in data 4 settembre 2017, limitandolo pesantemente ad una somma assai minore rispetto a quella indicata nel decreto di sequestro preventivo, riteneva pero’ che una volta tentata infruttuosamente la via del sequestro in forma diretta fosse possibile, come indicato dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza Gubert, esperire la via alternativa del sequestro di valore e cio’ anche quando l’incapienza fosse solo transitoria. Considerava pertanto non condivisibile la scelta di proseguire nella richiesta di sequestro in forma diretta nonostante l’esito infruttuoso dell’esecuzione sia perche’ cio’ avrebbe comportato una estensione del sequestro cautelare a tempo indeterminato, sia perche’ era la stessa legge a consentire il sequestro di valore, una volta tentata infruttuosamente la via del sequestro diretto.
Deduce il Procuratore ricorrente violazione di legge. Rileva in particolare che la motivazione dei giudici di merito si fonda su un evidente errore di diritto perche’ secondo la sequenza procedimentale, delineata nelle sentenze delle Sezioni Unite di questa Corte, Lucci e Gubert, la possibilita’, in caso di temporanea e reversibile infruttuosita’ del sequestro finalizzato alla confisca diretta, di procedere al sequestro finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti dell’imputato costituisce una facolta’ per il pubblico ministero che certamente non preclude la possibilita’ di continuare, in parallelo, l’esecuzione della prima misura cautelare. Rileva che con riguardo al rapporto tra confisca diretta nei confronti dell’ente percettore del profitto e confisca per equivalente nei confronti dei responsabili della commissione del reato le Sezioni Unite nelle sentenze indicate hanno chiarito che la prima ha natura di misura di sicurezza, mentre la seconda ha natura sanzionatoria, che entrambe vanno obbligatoriamente ordinate, ma che, in fase cautelare o in fase esecutiva, deve essere prioritariamente tentata l’apprensione del profitto del reato a carico della persona – fisica o giuridica- che ne ha beneficiato, e che, solo in caso di incapienza di tale soggetto, puo’ essere aggredito, con la confisca per equivalente, il patrimonio dell’autore o degli autori del reato. E sottolinea come sia stato ulteriormente chiarito dalla Sezioni Unite Gubert che in fase di esecuzione il rapporto tra i due provvedimenti ablatori e’ parallelo e progressivo, nel senso che e’ facolta’ del P.M. procedere al sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti dei responsabili del reato anche in caso di impossibilita’ solo temporanea e transitoria di recuperare l’intero profitto del reato a carico del soggetto che ne ha beneficiato senza necessita’ di pretendere la preventiva ricerca generalizzata dei beni costituenti il profitto di reato, giacche’, durante il tempo necessario per l’espletamento di tale ricerca, potrebbero essere occultati gli altri beni suscettibili di confisca per equivalente, cosi’ vanificando ogni esigenza di cautela.
Evidenzia che, se la ratio della deroga alla regola generale della prioritaria esecuzione del sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta coincide con l’esigenza cautelare di evitare la possibile dispersione e/o sottrazione dei beni suscettibili di sequestro per equivalente da parte degli imputati e tale deroga rappresenta una facolta’ e non un obbligo per il pubblico ministero, e’ del tutto evidente l’errore di diritto in cui e’ incorso il Tribunale del riesame di Genova laddove ha affermato che,una volta constatata la temporanea transitoria e parziale incapienza della persona giuridica percettrice del profitto del reato il pubblico ministero non avrebbe altra possibilita’ che quella di aggredire con il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente il patrimonio dei soggetti responsabili del reato essendo preclusa la possibilita’ di continuare parallelamente e progressivamente l’esecuzione del sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta,e quindi di sottoporre al vincolo cautelare anche le somme di denaro che in momenti successivi fossero entrati nella disponibilita’ dell’ente percettore del profitto del reato.
Sostiene che e’ del tutto inconferente anche l’argomento fatto valere dal Tribunale del riesame secondo cui l’opposta interpretazione comporterebbe una estensione a tempo indeterminato del sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta. Una volta stabilito che, quando il profitto e il prezzo del reato e’ costituito da denaro non occorre dimostrare il nesso di pertinenzialita’ tra le somme da sottoporre a sequestro e il reato, non puo’ evidentemente porsi un limite di carattere temporale all’esecuzione del sequestro, ma solo quello della concorrenza dell’importo complessivamente corrispondente al profitto o al prezzo del reato.
La (OMISSIS) depositava memoria con la quale chiedeva l’inammissibilita’ del ricorso rilevando che quando le Sezioni Unite affermano che la confisca del denaro “e’ sempre confisca diretta” parlano del denaro che era nella disponibilita’ della persona giuridica al momento dell’esecuzione del sequestro e che per tale ragione si e’ confuso con il profitto. Rileva che tale interpretazione e’ stata fatta propria dal Tribunale nelle motivazioni della sentenza. Aggiunge che il Tribunale del Riesame ha totalmente ignorato la circostanza dell’avvenuto deposito della sentenza di primo grado che ha disposto la confisca limitandola alle somme depositate e la conseguente inammissibilita’ delle richieste del Pubblico Ministero di procedere anche al sequestro delle somme “depositande”. Sostiene che il Pubblico Ministero solo nel giudizio di merito di appello puo’ chiedere l’eventuale confisca anche delle somme future.
Il ricorso e’ fondato alla luce delle considerazioni di seguito espresse.
Con sentenza in data 24.7.2017 il Tribunale di Genova condannava gli imputati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) per violazione dell’articolo 640 bis c.p. e, ai sensi del combinato disposto degli articoli 640 quater e 322 ter c.p., disponeva, in accoglimento della richiesta del P.M., la confisca diretta a carico della “(OMISSIS)” della somma di Euro 48.696.617,00, somma corrispondente al profitto – da tale ente percepito – dai reati per i quali vi era stata condanna. Conseguentemente il P.M. chiedeva ed otteneva dal Tribunale l’emissione di sequestro preventivo (provvedimento 4 settembre 2017) finalizzato alla confisca diretta nei confronti della (OMISSIS) di detta somma di denaro. Il provvedimento ordinava il sequestro preventivo di somme di denaro depositate sui conti correnti bancari e/o libretti di risparmio e/o depositi bancari intestati o comunque riferibili alla (OMISSIS), nonche’ di altri beni fungibili nella disponibilita’ della stessa fino alla concorrenza di Euro 48.969.617,00.
In sede di esecuzione del sequestro il Nucleo di P.T. delegato depositava relata di esecuzione chiedendo di precisare (poiche’ a quella data erano state sottoposte a sequestro sui conti e depositi riferibili alla (OMISSIS) somme per l’importo complessivo di Euro 1.651.279,01) se l’esecuzione di detto decreto dovesse riguardare solo le somme giacenti sui conti della (OMISSIS) al momento della notifica ed esecuzione del provvedimento, od anche le somme depositate successivamente.
La nota veniva trasmessa al Presidente del Tribunale che in data 19 settembre 2017 precisava che, come indicato nel dispositivo del provvedimento di sequestro del 4 settembre 2017, le somme da sottoporre a sequestro erano quelle depositate sui conti correnti bancari e/o libretti di risparmio e/o depositi bancari intestati o comunque riferibili alla (OMISSIS), nonche’ altri beni fungibili nella disponibilita’ della stessa non oltre l’importo oggetto di confisca e non quelle depositande che sarebbero affluite in un momento successivo alla notifica ed esecuzione del provvedimento.
Il Tribunale del Riesame avanti il quale il pubblico ministero appellava la decisione del Presidente del Tribunale dichiarava inammissibile l’impugnazione perche’ proposta avverso provvedimento nullo in base al rilievo che detta pronuncia, avente contenuto decisorio, di sostanziale modifica del provvedimento di sequestro, doveva essere emessa dall’organo collegiale. Incidenter tantum il Tribunale indicava quale organo di esecuzione del sequestro preventivo lo stesso giudice dell’esecuzione cui il P.M. avrebbe dovuto, secondo il disposto degli articoli 92 e 104 disp. att. c.p.p., rivolgere la richiesta di estensione dell’esecuzione del sequestro preventivo.
Il Tribunale con ordinanza in data 20 ottobre 2017 respingeva la richiesta, sostenendo che ai fini della confisca diretta, anche quando il profitto e’ costituito da denaro, e’ comunque necessario stabilire un nesso di pertinenzialita’ tra i reati e le somme da apprendere e che tale nesso e’ interrotto dalla intervenuta esecuzione del sequestro.
Il P.M. appellava detta pronuncia avanti il Tribunale del Riesame che respingeva il gravame ritenendo non condivisibile la scelta di proseguire nella richiesta di sequestro in forma diretta nonostante l’esito infruttuoso dell’esecuzione sia perche’ cio’ avrebbe comportato una estensione del sequestro cautelare a tempo indeterminato, sia in quanto era la stessa legge a consentire il sequestro di valore, una volta tentata infruttuosamente la via del sequestro diretto.
Tutto cio’ premesso deve rilevarsi che e’ indubbio che il Tribunale di Genova con la sentenza 24.7.2017 ha condannato gli imputati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) per violazione dell’articolo 640 bis c.p. e ai sensi del combinato disposto degli articoli 640 quater e 322 ter c.p. ha disposto, in accoglimento della richiesta del P.M., la confisca diretta a carico della “(OMISSIS)” della somma di Euro 48.696.617,00, somma corrispondente al profitto dei reati commessi dai suoi rappresentanti, costituito dalle somme erogate, ai sensi della L. n. 2 del 1997 e L. n. 57 del 1999, e percepite attraverso l’accredito sui conti correnti ad essa intestati. La confisca del profitto di reato e’ infatti possibile anche nei confronti di una persona giuridica per i reati commessi dal legale rappresentante o da altro organo della stessa, quando il profitto sia rimasto nella sua disponibilita’.
Il Pubblico Ministero per evitare che le eventuali lungaggini del processo penale potessero rendere inutile il provvedimento di confisca disposto dal Tribunale ha chiesto ed ottenuto il sequestro preventivo delle somme di denaro depositate sui conti correnti bancari e/o libretti di risparmio e/o depositi bancari intestati o comunque riferibili alla (OMISSIS), nonche’ di altri beni fungibili nella disponibilita’ della stessa fino alla concorrenza di detta somma di Euro 48.969.617,00. Provvedimento che e’ stato emesso in osservanza dei presupposti di legge e che non e’ stato oggetto di impugnazione da parte della (OMISSIS).
Questa Corte a Sezioni Unite, come ricordato dal P.M. ricorrente, ha infatti affermato che ove il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario, di cui il soggetto abbia la disponibilita’, deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura del bene, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato (Sez. Un., n. 10561 del 30/01/2014, dep.05/03/2014, Gubert, Rv. 258647 nonche’ Sez. Un., n. 31617 del 26/06/2015, dep. 21/07/2015, Lucci, Rv. 264437). Come sottolineato in particolare dalle Sezioni Unite Lucci proprio la natura fungibile del bene, che si confonde automaticamente con le altre disponibilita’ economiche del percipiente ed e’ tale da perdere – per il fatto stesso di essere ormai divenuta una appartenenza – qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilita’ fisica, rende superfluo accertare se la massa monetaria percepita quale profitto o prezzo dell’illecito sia stata spesa, occultata o investita; cio’ che rileva e’ che le disponibilita’ monetarie in questo caso dell’ente si siano accresciute di quella somma, legittimando, dunque, la confisca in forma diretta del relativo importo. E’ la prova della percezione illegittima della somma che conta, e non la sua materiale destinazione: con la conseguenza che, agli effetti della confisca, e’ l’esistenza del numerarlo comunque accresciuto di consistenza a rappresentare l’oggetto da confiscare, senza che assumano rilevanza alcuna gli eventuali movimenti che possa aver subito quel determinato conto bancario.
Solo quando il reperimento dei beni costituenti il profitto del reato sia impossibile, sia pure transitoriamente, ovvero quando gli stessi non siano aggredibili per qualsiasi ragione e’ legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente. La ratio essendi della confisca di valore,o per equivalente, sta, infatti, nella impossibilita’ di procedere alla confisca “diretta” della cosa che presenti un nesso di derivazione qualificata con il reato. Come affermato dalle Sezioni Unite nella sentenza Lucci “la trasformazione, l’alienazione o la dispersione di cio’ che rappresenti il prezzo o il profitto del reato determina la conseguente necessita’, per l’ordinamento, di approntare uno strumento che, in presenza di determinate categorie di fatti illeciti, faccia si che il “beneficio” tratto dal reato, ove fisicamente non rintracciabile, venga ad essere concretamente sterilizzato sul piano patrimoniale, attraverso una misura ripristinatoria che incida direttamente sulle disponibilita’ dell’imputato, deprivandolo del tantundem sul piano monetario. Da qui, la logica strutturalmente sanzionatoria della confisca di valore, dal momento che e’ l’imputato che viene ad essere direttamente colpito nelle sue disponibilita’ economiche (e non la cosa in quanto derivante dal reato), e cio’ proprio perche’ autore dell’illecito. E’ evidente, pertanto, che, in una simile prospettiva, l’oggetto della confisca di valore finisce per non presentare alcun nesso di pertinenzialita’ col reato, rappresentandone soltanto la conseguenza sanzionatoria: ne’ piu’ ne’ meno, dunque, della pena applicata con la sentenza di condanna.
Quindi, soltanto nella ipotesi in cui sia impossibile la confisca di denaro sorge la eventualita’ di far luogo ad una confisca per equivalente degli altri beni di cui disponga l’imputato e per un valore corrispondente a quello del prezzo o profitto del reato, perche’, in tal caso, si avrebbe quella necessaria novazione oggettiva che costituisce il naturale presupposto per poter procedere alla confisca di valore (l’oggetto della confisca diretta non puo’ essere appreso e si legittima, cosi’, l’ablazione di altro bene dell’imputato di pari valore).
L’impossibilita’ di reperimento e sequestro dei profitti illeciti, che condiziona l’adozione di un provvedimento di sequestro preventivo in funzione della confisca per equivalente, non deve necessariamente essere assoluta e definitiva, ma puo’ riguardare anche un’impossibilita’ transitoria o reversibile, purche’ esistente nel momento in cui viene richiesta e disposta la misura cautelare reale finalizzata alla confisca per valore. La possibile precarieta’ di tale circostanza di fatto condiziona anche l’onere di motivazione del provvedimento cautelare, che deve essere limitato al richiamo della sia pur momentanea indisponibilita’ del bene, senza che sia necessario dare dettagliatamente conto delle attivita’ volte alla ricerca dell’originario prodotto o profitto del reato. D’altra parte, se l’adozione della cautela fosse condizionata alla completa esecuzione di tali ricerche, la funzione cautelare del sequestro potrebbe essere facilmente elusa durante il tempo occorrente per il loro compimento. (in tal senso N. 32797 del 2002 Rv. 222741, N. 19662 del 2007 Rv. 236592, N. 2823 del 2009 Rv. 242653; N. 30930 del 2009 Rv. 244934).
Puo’ quindi affermarsi che la confisca per equivalente e prima ancora il sequestro finalizzato a detta confisca ha funzione sussidiaria rispetto a quella tradizionale (confisca diretta) che ha connotati riparatori e finalita’ non repressive ma ripristinatorie dello status quo ante.
Dunque se e’ indubbio che la misura ablativa finalizzata a privare l’autore del reato dei vantaggi derivati dalla sua attivita’ criminosa e’ destinata ad operare in tutti quei casi in cui la confisca diretta non sia possibile per i piu’ svariati motivi, anche temporanei, e’ pur vero che l’avere azionato detta misura, a fronte della sussistenza di tutti i presupposti di legge, non impedisce di sottoporre a provvedimento cautelare ulteriori beni costituenti l’utilita’ economica tratta dall’attivita’ illecita.
A seguito di decreto del 4 settembre 2017 sono state sottoposte a sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta le somme di denaro depositate sui conti, libretti o depositi della (OMISSIS) che aveva visto accrescere il proprio patrimonio, grazie ai reati commessi dai suoi rappresentanti (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), dell’importo di Euro 48.696.617,00.
La richiesta avanzata in corso di esecuzione dal Pubblico Ministero di estendere l’originario provvedimento cautelare, che era finalizzato alla confisca diretta della somma di Euro 48.696.617,00, anche alle somme affluite in un momento successivo alla data di esecuzione del decreto di sequestro del 4.9.2017 sui conti e depositi riferibili alla (OMISSIS), nei limiti del quantum del provvedimento ablatorio originario, non comporta novazione, stante l’irrilevanza della fonte del sequestro perche’ l’oggetto della misura cautelare e’ sempre quella del decreto originario, che tra l’altro non e’ stata oggetto di contestazione, e cioe’ l’esistenza di disponibilita’ monetarie della percipiente (OMISSIS) che si sono accresciute del profitto del reato, legittimando cosi’ la confisca diretta del relativo importo, ovunque e presso chiunque custodito e quindi anche di quello pervenuto sui conti e/o depositi in data successiva all’esecuzione del provvedimento genetico.
Come gia’ indicato la fungibilita’ del denaro e la sua stessa funzione di mezzo di pagamento non impongono che il sequestro debba necessariamente colpire le medesime specie monetarie illegalmente percepite, bensi’ la somma corrispondente al loro valore nominale, ovunque venga rinvenuta, una volta accertato, come nel caso in esame, il rapporto pertinenziale, quale relazione diretta, attuale e strumentale, fra il danaro oggetto del provvedimento di sequestro ed il reato del quale costituisce il profitto illecito. Trattasi infatti di assicurare cio’ che proviene dal reato la cui confisca e’ obbligatoria ai sensi del combinato disposto dell’articolo 640 quater c.p. e articolo 322 ter c.p., comma 1.
Deve aggiungersi che nessuna rilevanza assume nell’ambito della presente procedura incidentale quanto indicato nella motivazione della sentenza del Tribunale di Genova del 24.7.2017 che potra’ essere oggetto di gravame nelle sedi competenti, a fronte di un’ordinata confisca, a carico della (OMISSIS) della somma di Euro 48.969617,00, quale profitto dei reati commessi dai suoi legali rappresentanti.

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