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Timestamp: 2017-03-22 22:13:32+00:00

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Strage di Portella: Sentenza Appello ’56 (parte terza) | Blog di Giuseppe Casarrubea
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Strage di Portella: Sentenza Appello ’56 (parte terza)	Pubblicato il 1 settembre 2008	di Giuseppe Casarrubea La Corte di Assise di Viterbo a Portella della Ginestra (1952)
La sincerità del Tinervia traspare dalle sue parole ed è interessante cogliere nella sua confessione giudiziale il tono imperativo col quale il capo della banda ordinò loro di iniziare la marcia notturna e l’impressione avuta: “camminate – questi disse – c’è poco da studiare, non guardate né avanti, né indietro; io – aggiunge il Tinervia – non ho nulla obiettato per la paura, … impauriti come me erano mio fratello Giuseppe, Peppino Sapienza e Terranova Antonino, ma non abbiano osato dire nulla per paura di Giuliano” (E, 92 r.).
Tinervia Giuseppe fu ingaggiato da Cucinella Giuseppe tramite Sapienza Vincenzo che unitamente all’invito del Giuliano gli trasmise lo stato d’animo che egli stesso aveva e lo consigliò ad andare per evitare “seccature” (v. n. 29, IV, a); e di quali seccature si trattasse chiarì poi al giudice istruttore precisando: “dapprima risposi che non sarei andato, però il Sapienza mi disse che il Giuliano minacciava gravi rappresaglie per coloro che non sarebbero andati” (E, 110). Del resto anche nel confronto stragiudiziale con Russo Giovanni egli disse che, al pari di tanti altri compaesani e coetanei, non aveva potuto esimersi dall’obbedire all’ordine di quel “di­sgraziato” di Giuliano (v. n. 31).
Sapienza Giuseppe di Tommaso ebbe l’invito a mezzo del Pretti che lo consigliò ad obbedire perché in caso­ contrario il Giuliano non ci sarebbe “passato sopra”, vale a dire si sarebbe vendicato (v. n. 29, II, a). Nella confessione giudiziale chiarì ancor meglio la pressione psicologica sotto cui si era determinato: il Pretti, suo amico d’infanzia, l’aveva esortato ad andare a “Cippi” per evitare un “brutto guaio” ed egli conosceva personalmente Salvatore Giuliano avendo “frequentato insieme il corso premilitare” (E, 96). Un rifiuto avrebbe avuto il significato di una riprovazione e forse pure di una ostilità.
Musso Gioacchino fu invitato a “Cippi” da Terranova Antonino di Salvatore, che agiva certamente per incarico di Giuseppe Passatempo, e fu invitato ad accettare se voleva aver salva la vita; avvertimento grave che lo turbò profondamente poiché attraverso l’episodio occorso allo zio Spica Giovanni (v. n. 5, a) poteva valutare le conseguenze di una disobbedienza al Giuliano (v. n. 32, I, a, f). Più volte nei suoi interrogatori giudiziali il Musso sostenne di essere andato all’adunata di “Cippi” per paura delle rappresaglie del capo bandito (E, 131, 182).
Terranova Antonino di Salvatore comunicò al Musso quelle medesime preoccupazioni per le quali egli stesso si era determinato ad accettare l’invito ed a rendersene latore. Alle sue titubanze, alla sua preghiera di toglierlo d’imbarazzo Passatempo Giuseppe rispose inflessibilmente che se non avesse voluto morire avrebbe dovuto accettare senza fiatare (v. n. 29. III, a); e nella confessione giudiziale, confermando la coazione psicologica subita, precisò che al suo rifiuto il Passatempo aveva insistito dicendogli che se non avesse obbedito il Giuliano l’avrebbe “seppellito nel fosso più profondo” (E, 115).
Sapienza Vincenzo spiegò, è vero, di aver agito per fini politici, ma asserì pure di essersi risoluto al delitto sotto l’incubo di gravi rappresaglie alle quali non avrebbe potuto sottrarsi in caso di rifiuto (v. n. 28, II); e confermò al giudice istruttore di aver accettato l’invito per paura di Cucinella Giuseppe “notoriamente bandito e capace di tutto” (E, 76). Non vi è traccia negli atti di un’aspirazione del Sapienza a menare la vita del bandito: l’amicizia col Pretti, di cui era pure compare, risaliva all’infanzia al pari che con i fratelli Cucinella e ciò, lungi dal denotare una comunanza di mentalità e d’intenti, può spiegare la confidenza di Giuseppe Cucinella.
Anche Russo Giovanni e Cristiano Giuseppe hanno in vario modo accennato, come si è visto, ad uno stato di coazione morale che non consentiva loro altra via di uscita senza gravi conseguenze (v. n. 31 e n. 32, III, a).
E, se talvolta l’intento difensivo di rappresentare l’ineluttabilità della condotta criminosa ha spinto taluno dei “picciotti” a superare i limiti della verità, esagerando, aggiungendo, oppure tacendo qualche circostanza, cosi come: Terranova Antonino di Salvatore, che non ha confessato di essersi fatto latore dell’invito al Musso ed ha negato di essere andato a “Cippi” con lui; Sapienza Vincenzo che similmente ha taciuto l’invito comunicato a Tinervia Giuseppe; Cristiano Giuseppe e Russo Giovanni che hanno alterato le modalità del loro ingaggio (v. n. 63); ciò non toglie l’essenziale veridicità delle allegazioni stesse e la rispondenza ad una situazione obiettiva, accer­tata inoppugnabilmente anche attraverso la deposizione orale del teste m.llo Calandra (V/3, 440).
Ora, manifestamente non ha pregio il rilievo che arbi­trariamente sarebbe stata riconosciuta l’esimente dello stato di necessità anche a favore di coloro che non l’avevano adombrata, quali appunto Buffa Vincenzo, Gaglio Antonino, Di Misa Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Francesco, Buffa Antonino, dappoiché la prova della coazione morale pur nei loro confronti riposa nelle condizioni di ambiente e nell’assenza di una qualsiasi circostanza che valga ad indiziare una libera determinazione criminosa.
Buffa Vincenzo, Gaglio Antonino, Di Misa Giuseppe e Sapienza Giuseppe di Francesco non hanno mai confessato il delitto, vi hanno tuttavia partecipato e sono sullo stesso piano degli altri “picciotti” che confessando hanno allegato lo stato di necessità.
Buffa Antonino invece ha confessato, ma ha creduto di difendersi ripiegando sull’inganno del Candela ed ha mentito (v. n. 30, II). Nel confronto stragiudiziale con Pisciotta Vincenzo, in contrasto con quanto aveva detto il giorno prima, egli contestò a costui che si erano indotti a partecipare al delitto esclusivamente per politica e soggiunse – improvvisa illuminazione della verità – “e perché così ha voluto Salvatore Giuliano e la sua banda” (v. n. 32, II). Anche nella confessione giudiziale ebbe ad un tratto una frase rivelatrice della realtà che occultava allorché disse: “… quindi mio cognato mi ordinò di seguirlo …” (E, 128 r.), frase nella quale l’ordine del Candela si riannoda alla volon­tà di Salvatore Giuliano e della sua banda ed esprime la coazione psicologica conseguita alla manifestazione di una siffatta volontà.
Malgrado le contrarie apparenze, dunque, anche la posizione di Buffa Antonino si rivela sullo stesso piano degli altri “picciotti”, differenziata da quella di Pi­sciotta Vincenzo.
Invero Candela Rosario è fuori della famiglia di Buffa Antonino, quantunque la sorella di costui, in contrasto con la volontà dei genitori che pretendono la rottura del fidanzamento, si ostini a vederlo clandestinamente in casa di Candela Vita, e sarebbe eccessivo attribuire al Buffa quell’interesse che era invece presente ed operante in Pisciotta Vincenzo, interesse di giovare alla causa del fratello.
Né maggiore consistenza presenta l’altro rilievo se­condo cui non si potrebbe parlare nei confronti di Buffa Antonino di imposizione, se è vero che nella riunione di “Testa di Corsa”, avendo espresso il desiderio di essere esonerato dal partecipare ad altre imprese delittuose contro i comunisti, fu senza difficoltà rimandato a casa; ciò dichiarò il Buffa a sua difesa, ma non risponde a verità, come anche questa Corte ha ritenuto confermando in punto di fatto (v. n. 64, A, 4) l’opinione espressa dai primi giudici.
È sembrato all’appellante che l’ipotesi di uno stato di coazione morale non fosse compatibile con la condotta processuale dei “picciotti”: tratti in arresto – egli ha osservato – , in luogo di trincerarsi dietro una prudente negativa per il timore di possibili rappresaglie ai fami­liari, essi hanno confessato la propria colpevolezza accusando il Giuliano ed i suoi effettivi di averli costretti a partecipare al delitto; mentre scomparso il capo della banda, arrestati i suoi gregari e cessato lo stato di terrore, quando il timore di rappresaglie ormai non esisteva più, hanno negato sistematicamente tutto facendo piena adesione alla condotta processuale dei “grandi”; ed ha ravvisato in questo comportamento un risorto vincolo di solidarietà con i componenti della banda dopo il primo smarrimento, un fatto di adesione al sodalizio criminoso.
Sennonché, alla luce delle considerazioni che precedono sulla genesi delle confessioni e sull’atteggiamento dei “picciotti” nel corso della istruttoria e nel giudizio, è agevole notare che la proposizione non è esatta, in quanto l’abbandono dell’iniziale sistema di difesa, lungi dall’essere in correlazione con gli eventi suddetti, è un atto di obbedienza al capo bandito nel vincolo della omertà, ed infondate sono le illazioni che si traggono dal contrasto.
La sentenza impugnata ha spiegato la condotta processua­le dei “picciotti” osservando che “erroneamente furono posti nella condizione di abbandonare il sistema difensivo che avevano indicato sin dalle rispettive dichiarazioni rese ai carabinieri per seguirne altro non vero e con­trastante con il loro interesse; e ciò avvenne perché così soltanto era possibile la difesa degli imputati gran­di” (sent. fol. 780). L’osservazione è quanto mai esatta ma occorre considerarla in tutta la sua reale estensione, occorre ricordare che cotesto lavorio cominciò ben presto, tosto che gli arrestati furono presentati al giudice istruttore, e cominciò ad opera del Giuliano e dei suoi emissari (v. n. 57, II, B).
Tuttavia l’argomento offre l’opportunità di conside­rare l’errore nel quale i primi giudici sono incorsi equi­parando la posizione di Di Lorenzo Giuseppe a quella dei “picciotti”.
Ben è vero che anche il Di Lorenzo addusse nella con­fessione stragiudiziale di non avere avuto il coraggio di rifiutare la richiesta fattagli da Terranova “Cacaova”, pur comprendendo di esporsi a nuova responsabilità, per timore di sicure rappresaglie specie da parte del Giuliano che in simili casi era inesorabile (v. n. 27); e ripeté al magistrato di essersi recato all’appuntamento in contrada Piano Gallina “temendo di essere considerato traditore e subire rappresaglie” (E, 68 r.); ma, dopo ­quanto si è osservato in relazione al Di Lorenzo (v. n. 64, A, 8), l’indagine sulla corrispondenza o meno di co­testa allegazione alla realtà del suo stato psicologico deve concludersi negativamente.
Giova ricordare che dopo l’amnistia del 1946 il Giuliano lasciò liberi gli affiliati di rimanere nella banda o di tornare alle proprie normali occupazioni. Ciò fu riferito in dibattimento dal teste Rizza per averlo appreso durante la nota intervista col capo bandito, il quale gli disse che con lui rimasero una quarantina di gregari, tutti giovani salvo uno (il vecchio Di Maggio Tommaso), i quali si trasformarono in banditi comuni (V/7, 849 r.).
Tra costoro, si è visto, era pure il Di Lorenzo che continuò a far parte della banda, attratto al brigantag­gio da naturale tendenza e da finalità di lucro, accettandone liberamente i rischi e la disciplina con l’onere della incondizionata obbedienza al Giuliano.
Vincolato al sodalizio criminoso dal proprio interesse, egli partecipò alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” ed alla successiva azione di Carini allo stesso modo che gli altri banditi per il fine che tutti li ac­comunava in quella lotta intrapresa dal Giuliano contro i comunisti: l’impunità dei passati delitti. Anche il Di Lorenzo ne aveva commessi; aveva partecipato ai seque­stri di persona del suo omonimo Di Lorenzo Giuseppe e di Spadafora Giuseppe; era perseguito da mandati di cattura e si trovava sullo stesso piano dei “grandi”; nei suoi confronti non sussisteva la discriminante dello stato di necessità.
Ha rilevato ancora l’appellante che il contegno serbato dai “picciotti” prima e dopo il delitto di Portella e la causale che li ha spinti a delinquere, identificabile nel desiderio di locupletazione od in quello di aiutare un prossimo congiunto già compromesso nei delitti della banda, offrono la prova della loro libera partecipazione all’impresa criminosa.
Ma quanto al primo elemento la Corte osserva che il fatto di aver taciuto il proprio stato d’animo ai genitori, di non aver invocato da loro consiglio sul come comportarsi di fronte alla richiesta del capo bandito, di non aver riversato nel seno materno il proprio turbamento neanche al ritorno dallo spaventoso eccidio, è in se stesso equivoco e non può assurgere a valore di indizio.
Musso Gioacchino, rientrato in Montelepre, confidò su­bito alla nonna l’accaduto ed il proprio sgomento (v. n. 31, I, f); e se gli altri, meno emotivi, non fecero al­trettanto, se preferirono chiudersi in se stessi e giusti­ficare in qualche modo ai familiari la propria assenza da casa, questa condotta non è indice sicuro di serenità interiore e di libera determinazione al delitto, potendo ugualmente attribuirsi al desiderio di risparmiare gravi apprensioni ai congiunti o al terrore che sigillava loro la bocca.
E quanto al secondo è d’uopo riconoscere che, retta­mente, con appropriata ed ampia motivazione, i primi giudi­ci hanno ritenuto nei confronti di Sapienza Vincenzo, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Terranova Anto­nino di Salvatore, Tinervia Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Di Misa Giuseppe e Sa­pienza Giuseppe di Francesco la mancanza di ogni causale per la consumazione dei delitti ad essi attribuiti.
L’ipotesi che tutti o taluno di essi siansi potuti determinare al delitto nell’intento di giovare alla causa di coloro che li hanno ingaggiati, oppure di al­tri affiliati alla banda, non trova nelle risultanze del processo alcun serio sostegno: la sentenza impugnata ha proceduto a diligente disamina dei rapporti di parentela, ­di affinità o di semplice amicizia con gli appartenenti alla banda (v. sent. fol. 794 – 795) ed è pervenuta a conclusioni che questa Corte condivide, dappoiché, ove, come nella specie, non sussista una comunanza d’interessi e di fini o una convergenza di inclinazioni delittuose, non può ritenersi sufficiente un rapporto che non sia di stretta solidarietà familiare (com’era ad esempio tra i fratelli Francesco e Vincenzo Pisciotta) a determinare una solidarietà criminosa nella consumazione di un delitto quale la strage di Portella della Ginestra.­
Non diversamente va detto della supposta causale di lucro quantunque ad alcuni “picciotti” sia stato corri­sposto un premio che fu da essi accettato.
Difatti, come emerge dalle rispettive dichiarazioni stragiudiziali, Sapienza Vincenzo ebbe direttamente dal Giuliano, nell’atto in cui, consumato il delitto, gli restituiva il moschetto, la somma di £. 5.000; nessun compenso gli fu dato per l’impresa di Borgetto. Terranova Antonino di Salvatore e Tinervia Giuseppe ebbero similmen­te dal Giuliano, nell’atto in cui alla Cappelletta Ponte Sagana gli restituivano il moschetto, l’uno la somma di £. 500, l’altro quella di £. 1.200. Buffa Antonino ebbe da Candela Rosario, anche lui dopo l’esaurimento dell’azione, nel momento in cui gli restituiva il moschetto, la somma di £. 2.000. Quindici giorni dopo Cristiano Giu­seppe ebbe da Pisciotta Francesco la somma di £. 1.200. Infine, prima di muovere da Cippi, il Giuliano promise a Tinervia Francesco la somma di £. 5.000 che però più non gli dette, né questi, richiese. Nessun compenso ebbero Musso Gioacchino, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Russo Giovanni e nulla risulta relativamente a Buffa Vincenzo, Gaglio Antonino, Di Misa Ciuseppe e Sapienza Giuseppe di Francesco.
Ma è di tutta evidenza come siffatta condotta posterio­re, non collegabile ad un patto o ad una promessa anterio­ri, non consenta di affermare che la molla che spinse i “picciotti” ad accettare l’invito sia stata il danaro. Bene hanno considerato i primi giudici che per giungersi a cotesta affermazione sarebbe necessario poter dimostrare che causa determinante della loro volontà sia stato il compenso avuto, o la promessa di un compenso, ovvero l’aspettativa di un compenso, il che non è provato e non è dimostrabile perché nessuna promessa accompagnò l’invito, nessuna condizione fu da essi posta per accettarlo e nessuna rilevanza può spiegare la promessa avuta da Tinervia Francesco a “Cippi”, quando già egli era intervenuto all’adunata per la minaccia fattagli da Gaglio “Reversino” e più non avrebbe potuto sottrarsi alla prestazione che il Giuliano imponeva. Nulla, d’altra parte, autorizza a ritenere, all’infuori di una mera presunzione, che, mossi da spirito d’avventura e da istinti sanguinari, aspirassero a diventare componenti effettivi della banda. Onde niuna efficacia causale può attribuirsi a quel danaro somministrato solo a taluni, ad azione compiuta, senza che neanche se lo attendessero, e che nessuno osò rifiutare.
Esattamente, quindi, la sentenza impugnata conclude osservando che essi intervennero all’adunata di “Cippi” unicamente per le minacce ricevute e tutto quanto avvenne dopo non fu che lo sviluppo ineluttabile della loro presenza in quella radunata e fu condizionato dalla coazione morale nella quale versavano. Situazione che analogamente si riprodusse nei confronti di Sapienza Vincenzo, di Buffa Vincenzo, di Buffa Antonino, di Terranova Antonino di Salvatore e di Musso Gioacchino per gli attentati alle sedi comuniste e con intensità forse maggiore poiché ormai essi erano nelle mani di coloro che già li avevano piegati alla loro volontà. I primi giudici hanno dimostrato con esauriente motivazione, cui questa Corte aderisce, lo stato di coazione psicologica nel quale i suddetti “pic­ciotti” versarono anche in relazione a tali fatti e la decisione non merita censura.
Tuttavia hanno errato nel collocare Pretti Domenico sullo stesso piano degli altri “picciotti” malgrado avesse pattuito il prezzo della sua prestazione delittuosa, dimostrando in tal modo di esservisi determinato con piena libertà, per conseguire un profitto.
Il Pretti manifesta in inclinazione a delinquere che ­lo differenzia notevolmente: avvicinato, da Gaglio “Reversino” che con fare misterioso vuole associarlo all’impresa di Portella non si acquieta alla sua proposta; sa che questi è intimo dei Giuliano, ma sa pure che non fa parte della banda e temporeggia. Teme di non ritrarne alcuna utilità, chiede di parlare direttamente con qualcuno degli affiliati e tratta con Cucinella Giuseppe.
Alla proposta di costui oppone una esigenza di carattere economico: “allo scopo di esimermi dal pericoloso incarico – confessa ai carabinieri – dissi al Cucinella che avevo da fare perché, approssimandosi il periodo del raccolto, dovevo recarmi a spigolare il grano”; il Cucinella capisce subito a che cosa miri e, per invogliarlo ad accettare, gli dà cinquemila lire e gli promette mezza salma di grano per i bisogni della famiglia; “allettato da tale offerta – dice il Pretti – accettai senz’altro la sua proposta e mi misi a sua completa disposizione” (L, 56). Ed in relazione agli attentati alle sedi comuniste – dichiarato che dopo il delitto di Portella si era ripromesso di non commetterne altri e non era stato così perché il 21 giugno il Cucinella l’aveva invitato a tenersi pronto per andare la sera successiva a Borgetto a sparare contro quella sede comunista – testualmente si esprime: “siccome ero ormai compromesso in seguito­ alla strage di Portella della Ginestra non osai opporre rifiuto e mi dichiarai disposto ad accettare” (L, 59).
Solo nell’interrogatorio giudiziale allega le minacce del Cucinella e dice: “risposi con un rifiuto che alle sue insistenze ripetei più volte ed egli mi minacciò apertamente dicendomi che se non avessi partecipato ne andava della mia vita. Temendo le minacce che provenivano da persone disposte a tutto, ho finito con l’aderire ed egli per invogliarmi mi diede cinque biglietti da mille e, mentre io tentavo ancora di rifiutarmi dicendo che dovevo accudire ancora a dei lavori agricoli per procacciarmi un po’ di grano, mi promise che mi avrebbe dato lui mezza salma” (E, 80 r.); ma l’asserita coazione morale non si concilia col pagamento preventivo della prestazione e si palesa un ripiego difensivo del tutto inidoneo a giustificare la discriminante dello stato di necessità.
Per negare che il Pretti si fosse determinato al delitto per la somma datagli e per la promessa fattagli dal Cucinella, i primi giudici hanno osservato che in fondo non può dirsi che il compenso avuto sia correlativo alla gravità del delitto e che, se mai, vi sarebbe stato un concorso di motivi: la minaccia e il danaro con prevalenza causale del primo rispetto al secondo.
Ora a ragione il PM rileva che per stabilire se la partecipazione al delitto sia stata causata o meno da desi­derio di lucro non può adottarsi quale criterio di guida il rapporto tra la misura del compenso e la gravità del crimine; d’altra parte se il danaro fu dato e l’altra utilità economica fu promessa per invogliare l’imputato ad accettare significa che la minaccia, ammesso in ipotesi che vi sia stata, non aveva conseguito alcun effetto. Il che, a ben considerare, si evince dalle stesse parole del Pretti laddove assume di aver tentato di opporre ancora un rifiuto pur dopo la ricezione del danaro e di aver ceduto definitivamente alla promessa di mezza salma di grano.
Il Pretti è il solo dei “picciotti”, ove si eccettui Badalamenti Nunzio, che abbia pattuito preventivamente un compenso per il suo concorso delittuoso ed, ai fini della libertà della propria determinazione, non rileva che si sia appagato di un corrispettivo di gran lunga infe­riore a quello pattuito dal Badalamenti. Indubbiamente anche il Pretti sentiva inclinazione per la vita avventurosa del bandito ed aspirava ad entrare nella banda tanto vero che, escarcerato a seguito dell’assoluzione in primo grado, riprese la via del delitto: denunziato con rapporto 20 marzo 1953 n. 21536 della Squadra Mobile di Palermo, fu sottoposto a procedimento penale per concorso in rapina aggravata e per detenzione di arma da guerra.
Nei confronti di lui, pertanto, non può trovare applicazione la discriminante dello stato di necessità.
Ma nei confronti degli altri “picciotti” la sentenza va confermata, manifestamente ricorrendo a favore degli stessi tutti i requisiti richiesti per la giustificante in esame, ai sensi dell’art. 54 pp. ed up cp, quali: l’e­sistenza di un pericolo attuale di un danno grave soprastan­te alla persona, determinato dall’altrui minaccia non provocata da un fatto volontario ed ingiusto del minacciato; l’inevitabilità del pericolo; la proporzione tra il fatto ed il pericolo.
Sulla realtà del pericolo di danno alla persona e sulla gravità del danno si è detto abbastanza; ed è del tutto irrilevante che la minaccia non sia venuta direttamente dal Giuliano dappoiché la previsione delle sue rappresa­glie, nel caso di mancata adesione alla richiesta, era nell’ordinario corso di quegli eventi e la minaccia usata dai gregari della banda non fece che confermarla e rafforzarla.
Sull’attualità del pericolo poi è da osservare che la previsione della legge non si esaurisce nel concetto di una immediata verificabilità dell’evento di danno, ma com­prende bensì l’insorgenza di una situazione di pericolo perdurante nel tempo che non sia altrimenti possibile evi­tare che mediante l’azione necessitata.
Ora la Corte non può condividere l’opinione dell’appel­lante secondo cui il pericolo di danno temuto dai “picciot­ti” sarebbe stato eventuale e futuro, non attuale, e sarebbe stato altresì evitabile in quanto, ricevuto l’invito di recarsi il giorno seguente a “Cippi”, rimasero liberi a Montelepre, nella piena possibilità di ricorrere all’autorità di polizia, oppure di allontanarsi dalla zona d’influenza del capo bandito, mentre preferirono partecipare all’adunata esponendosi volontariamente al pericolo che solo allora sorse in modo determinante lo stato di necessità quando si trovarono al cospetto del Giuliano e degli altri effettivi della banda, perché solo in quel momento non sarebbe stato possibile per loro agire diversamente dal volere del bandito.
A parte il rilievo che per la sussistenza dello stato di necessità non si richiede uno stato di coazione assoluta, bastando che l’altrui minaccia abbia cagionato una seria e grave restrizione della libertà interiore, le considera­zioni che precedono conducono a ritenere che il pericolo si rappresentò ai minacciati come altamente probabile, presente e perdurante, sin dal momento della ricezione degli inviti all’adunata di “Cippi”, i quali furono nella sostanza un perentorio comando, e si rappresentò senz’altra alternativa per evitarlo che l’adesione alla volontà del bandito.
Invero dubita la Corte che in quelle eccezionali circo­stanze la situazione di pericolo avrebbe potuto essere e­vitata mediante il ricorso alle Autorità di polizia, le quali erano continuamente esse pure esposte alla sanguinosa rappresaglia del Giuliano, oppure con la fuga da Montelepre, mezzo non certo sicuro di salvezza né per sé, né per i propri familiari su cui la rappresaglia avrebbe potuto rica­dere.
L’appello del PM merita pertanto accoglimento solo nei confronti del Pretti e del Di Lorenzo. E va accolto altresì in quanto attiene al completamento del dispositivo della impugnata sentenza in relazione alle omissioni segna­late nei motivi d’impugnazione (v. n. 54, I, 1, 2, 3).
II. I gravami proposti da Sapienza Giuseppe di Tomma­so, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Tinervia Giuseppe, Russo Giovanni, Terra­nova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, ­Musso Gioacchino, Cristiano Giuseppe, Di Lorenzo Giuseppe, Mazzola Vito, Motisi Francesco Paolo, Sapienza Giuseppe di Francesco e Di Misa Giuseppe vanno dichiarati inammissibili per omessa presentazione dei motivi (v. n. 54) con le conseguenze di legge.
Accertato nello sviluppo e nei fini il disegno difensivo attuato dagli imputati Pisciotta Gaspare e Terra­nova Antonino fu Giuseppe nel giudizio di primo grado (v. n. 51, A) ed accertata la falsità di alcuni fra i princi­pali elementi addotti a suo fondamento, nonché la tenden­ziosa allegazione di altri; e preso atto dell’assoluta inconsistenza delle denunzie di concorso per mandato nella strage di Portella della Ginestra fatte dai predetti imputati, dall’on. Montalbano, dal giornalista Caputo e dall’Imbronciano, dichiarata dalla Sezione istruttoria di Palermo con decreto di archiviazione 9 dicembre 1953 (v. n. 55, I); la Corte osserva che il problema della causale del delitto, agitato ancora in questa sede, ritorna nei suoi confini delineati dagli antecedenti storici del fatto e dalle finalità perseguite dal capo bandito (v. n. 9 e n. 10).
I primi giudici, partendo dal presupposto che la ragione di movente fosse da ricercarsi soltanto nel Giuliano, poiché fu in lui che sorse l’idea criminosa di agire tanto a Por­tella, quanto contro le sedi del Partito comunista, mentre i componenti la banda vi aderirono per il vincolo che li legava all’associazione delittuosa ed al suo capo, hanno identificato la causale nella difesa di se stesso e degli altri che con lui vivevano in montagna braccati dalle forze di polizia; difesa necessitata dalla trasformazione della struttura economico-sociale delle campagne che i comunisti stavano operando col risultato di “un probabile capovolgimento delle persone che sulla terra sarebbero state” (v. n. 53, II, 7).
Nella persona del Giuliano ha polarizzato la causale anche il PM in questa sede, osservando che sia da ricercare nella personalità paranoide di lui; e tale profilo della personalità è certamente esatto poiché l’esagerata convinzione che il capo bandito aveva della sua superiorità e della sua potenza fino a considerarsi coman­dante della Sicilia (v. n. 6); l’aspirazione ad assurgere a eroe siciliano (v. n. 34); gli ambiziosi disegni; i suoi appelli al popolo; la temerarietà nell’affrontare impari lotte con l’opinione che gli arriderà la vittoria; benché traessero alimento dalle anormali condizioni dell’ambiente, sono, insieme alla sua grande criminalità, le note caratte­ristiche del delinquente a orientamento paranoico.
Ma l’uno e l’altro aspetto non esauriscono il problema della causale. Il temperamento paranoide del Giuliano può spiegare soltanto la sua infatuazione nelle lotte politiche o pseudo-politiche e la concezione della strage di Portella della Ginestra, mentre il fine additato dai primi giudici non esclude il concorso di altri fini più o meno egoistici e la convergenza di interessi più vasti dei quali il Giuliano fosse portatore.
Ora, che l’idea della strage di Portella e degli atten­tati alle sedi comuniste sia sorta nella mente del Giuliano è una convinzione che la Corte condivide, anche se non dubita che nell’organizzazione della lotta intrapresa contro i comunisti rilevante sia stato l’apporto morale del cognato Pasquale Sciortino; fu egli stesso ad attribuirsi nel primo memoriale il disegno della strage, allorché scrisse di aver cominciato a maturare verso i primi di aprile il piano di punizione (v. n. 48, A), e può essere creduto in quanto fu lui a prendere la decisione di compierla e a darvi ese­cuzione.
Tuttavia la disamina degli antecedenti del fatto conduce a ritenere che il Giuliano non era solo in quella lotta perché v’era attorno a lui – lo si è visto – un mondo legato, in­teressato alla conservazione del tradizionale regime della terra, e perché il delitto segnò il passaggio ad un programma di violenza terroristica per arginare il movimento sindacale nelle campagne dopo il fallimento della propaganda e della intimidazione culminata nei risultati delle elezioni regionali.
Ciò traspare dall’appello alla difesa del “nobile sen­timento che ci lega alla nostra cara terra” – vale a dire alla difesa della tradizionale organizzazione economico-sociale della terra che i comunisti cercavano di smantellare – appello contenuto nei manifestini a stampa diffusi in oc­casione degli attentati alle sedi comuniste (v. n. 24); più chiaramente risulta dal breve discorso tenuto a “Cippi” prima di muovere verso Portella della Ginestra col quale il Giuliano spiegò che occorreva combattere e distruggere i comunisti perché cominciavano a costituire un pericolo non solo per lui e per la banda, che non vedevano la possi­bilità di una riabilitazione, ma per i proprietari che venivano privati delle loro terre (v. n. 26); trova riscontro nel pensiero manifestato ai quattro cacciatori dal bandito che li custodiva ed espresso con la frase: “i comunisti vogliono togliere la terra e la mafia, ora gliela diamo noi sulle corna la terra”, (v. n. 20); ed infine si conferma nella causale additata dal Giuliano nel suo primo memoriale difensivo, ossia nell’impossibilità di tollerare che i comunisti continuassero a “trascinare un popolo … contro i loro stessi confratelli di classe e di sventura” ( v. n. 48, A). Frase con cui evidentemente allude alla lotta condotta dalle organizzazioni sindacali comuniste, nei comuni di Piana degli Albanesi, S. Giuseppe Jato, S. Cipirrello, contro la mafia e contro il latifondo con danno soprattutto di quelle categorie parassitarie costituite dai gabelloti, dai soprastanti, dai campieri, nerbo della mafia, che vivevano del lavoro dei contadini e che nel nuovo regime della terra voluto dai comunisti vedevano la fine di un sistema di vita; e con danno degli stessi banditi che nella crescente ostilità dei contadini e nella scomparsa dei loro manutengoli e dei loro favoreggiatori scorgevano un esiziale capovolgimento della situazione.
Onde, ammesso – come riferì il Nucleo Mobile dei Cara­binieri di Palermo col rapporto giudiziale 4 settembre 1947 n. 37 e come i primi giudici hanno ritenuto – che il Giuliano sia stato tratto ad agire “da suoi interessi e fini particolari, primo fra tutti quello della sicurezza personale minacciata dalla diversa situazione che andava creandosi nei feudi in seguito ai successi dei partiti di sinistra e delle “cooperative agricole” (L, 14), è chiaro che la spinta fondamentale al delitto va pur sempre ricercata nell’interesse a fermare la penetrazione comunista nelle campagne per conservare le vecchie strutture agrarie, interesse che era proprio anche di altri.
Invero tale convergenza d’interessi trova conferma – senza che perciò occorra trarne la conseguenza di un mandato alla strage – nella lettera menzionata da Giovanni Genovese; lettera che certamente era assai importante ed urgente se è vero che, secondo ha precisato lo stesso Pasquale Sciortino in dibattimento, Lombardo Maria, dopo averla letta, gli disse che “occorreva recapitarla di urgenza al figlio Salvatore contenendo notizie che lo riguardavano diretta­mente” (W/2, 178 r); circostanza questa che, mentre non si concilia con l’asserito contenuto di una offerta di espa­trio clandestino negli Stati Uniti d’America valida in qualsiasi momento, ben si armonizza invece con la decisione presa dal Giuliano subito dopo aver avuto cognizione della lettera e con la frase: “è venuta l’ora della nostra liberazione” con cui sollecitò Giovanni Genovese a partecipare alla strage, frase quanto meno espressiva della sua speranza di ritrarre dall’azione, cui si accingeva, il desiderato evento della completa impunità per sé e per i componenti della banda, evento che vanamente aveva sperato di conseguire attraverso i moti dell’EVIS e l’affermazione politica del MIS (v. n. 9).
Le dichiarazioni fatte dallo Sciortino, in relazione a tale lettera, come si sono dimostrate mendaci sulla data del recapito al cognato, così sono false quanto al contenuto dello scritto.
Già il Giuliano nel suo secondo memoriale, che reca la data del 28 giugno 1950 e fu esibito dall’avv. Romano Battaglia alla Procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Palermo il 25 maggio 1951, aveva tentato di escludere ogni correlazione tra la lettera di cui si tratta e la strage di Portella della Ginestra, assu­mendo che essa proveniva da alcuni amici d’America con i quali stava trattando l’espatrio del cognato (v. n. 49); e analogamente fecero durante il corso del giudizio di primo grado Lombardo Maria e Giuliano Marianna, dando tuttavia del contenuto della lettera difformi versioni. La Lombardo nella udienza del 24 luglio 1952 depose che con essa alcuni amici di suo figlio informavano costui che qualora avesse desiderato espatriare gli avrebbero mandato un aereo (V/5, 643); mentre la Giuliano nel “memoriale” pubblicato in data 17 ottobre 1951 sul n. 55 della rivista “Epoca”, al quale già si è fatto riferimento, asserì che la lettera proveniva da Chicago e con essa “un amico invitava Turiddu a raggiungerlo in America e gli metteva a disposizione persone e mezzi che gli garantivano la riuscita dell’impresa”.
Lo Sciortino nelle sue fantasiose dichiarazioni orali ha seguito la stessa linea di difesa ma ha posto in essere un’altra versione: la lettera non proveniva da Chicago ma da New York e con essa un certo John assicurava il Giuliano della sua possibilità di farlo espatriare con alcuni componenti la banda.
Le contraddizioni nelle quali costoro sono caduti ri­velano che tanto il Giuliano, quanto i suoi congiunti hanno taciuto la verità, e l’inconsistenza dell’assunto si ri­scontra attraverso le dichiarazioni di Giovanni Genovese al giudice istruttore, mantenute ferme anche in questa sede, le quali insieme alla successione storica e al legame logico degli avvenimenti dimostrano che la lettera di cui si tratta non può essere dissociata dalla strage di Portella della Ginestra.
L’espatrio dello Sciortino è collegato agli eventi che si verificarono dopo gli attentati alle sedi dei partiti di sinistra e l’idea verosimilmente nacque allorché, con l’arresto del Gaglio e del Di Lorenzo, un primo allarme si diffuse tra coloro che ai delitti avevano partecipato, per cui avvenne che taluni di essi si dettero alla latitanza prima ancora di essere ricercati, in previsione di quanto sarebbe accaduto.
Sta in fatto che lo Sciortino, sparito ad un certo momento da Montelepre, espatriò nell’agosto 1947 contemporaneamente a Badalamenti Giuseppe, a Barone Francesco ed a qualche altro quando le indagini della polizia giudiziaria erano nel loro pieno sviluppo.
Nel considerare la suddetta lettera ed il suo collega­mento alla strage di Portella, la Sezione istruttoria di Palermo ha rilevato nel citato decreto di archiviazione “che, se mandato vi fu, poté al Giuliano essere conferito eventualmente da un gruppo di persone del luogo che mal sofferivano il propagarsi delle idee progressiste tra le masse dei lavoratori contrarie ai loro interessi economici e che mettevano in serio pericolo la loro incontrastata egemonia sui latifondi, per cui si credette eventualmente che la sparatoria di Portella della Ginestra potesse costi­tuire per quelli un monito che li riconducesse alla ragio­ne”.
Ma questa Corte osserva che, indipendentemente dalla ipotesi del mandato del quale non esiste alcuna prova, la lettera in esame dimostra che il Giuliano, cui risaliva l’idea e, secondo asserì Terranova “Cacaova” nel primo dibattimento di primo grado, anche l’iniziativa del delitto (R, 92), agì di concerto con individui o gruppi di individui localmente interessati a conservare le vecchie strutture agrarie, dai quali, nella imminenza della decisione, fu incoraggiato a bene sperare nel conseguimento della tanto agognata “liberazione” dalla responsabilità dei delitti compiuti dalla banda.
Sotto questo profilo la lettera recapitata dallo Sciortino si inserisce nel dinamismo criminoso ed illumina la causale, la quale è nell’ambito di quanto fu supposto fin dal primo momento e risulta espresso nel testo della risoluzione approvata all’unanimità dall’Assemblea Costituente, nella seduta del 2 maggio 1947, là dove si afferma che il sangue dei conta­dini siciliani nella giornata del 1° maggio è stato sparso per cieca difesa d’interessi degenerante in fanatico odio di parte (v. n. 16).
In cotesta cieca difesa il Giuliano era interessato diret­tamente, fosse pur solo perché – come, fra l’altro, addusse nel primo memoriale – i comunisti spingevano i contadini a fare la spia ai banditi; ma questo non fu l’unico motivo del suo interesse ed in tal senso va interpretata la reti­cente allusione fatta dal Terranova “Cacaova” nella udienza del 9 aprile 1956 allorquando, detto che il Giuliano era anticomunista e che egli ignorava il motivo per cui avesse agito contro i comunisti, ha soggiunto: “di certo non è andato a Portella perché i comunisti facevano la spia” (W/1, 71).
Una pluralità di motivi, dunque, spinse il Giuliano alla lotta violenta contro i comunisti nella zona della sua influenza e gli episodi criminosi nei quali si espresse segnano l’evoluzione del suo orientamento verso forme meno gravi di violenza dopo lo sdegno suscitato dalla strage di Portella della Ginestra.
La Corte ritiene che non furono estranei in lui, oltre alla conservazione della tradizionale economia delle campagne (indispensabile al prosperare del banditismo), per difesa di se stesso e di quelli della sua banda, anche i seguenti altri motivi.
1. Il desiderio di ristabilire la propria autorità compromessa dai risultati delle elezioni regionali; ove pure il “piano di punizione” si fosse delineato nella sua mente, come è probabile, già prima della competizione elettorale e in previsione dell’esito della stessa, non è dubitabile che la realtà dell’insuccesso abbia influito sulla risoluzione di attuarlo; aveva minacciato rappresaglie, aveva ammonito da Montelepre i falsi propagandisti che avrebbe dovuto fare i conti con lui ed era venuto il momento.
2. L’avversione per i comunisti risalente alla lotta per il separatismo e l’ambizioso disegno di richiamare intorno a sé l’attenzione del mondo politico con un’azione clamorosa e terrificante che lo ponesse, al centro della lotta anticomunista in Sicilia: l’imprevista reazione dell’opinione pubblica ai fatti di Portella della Ginestra frustrò in parte questo disegno; di fronte alla generale esecrazione suscitata non osò confessarsene autore e respinse l’accusa di un delitto ritenuto da tutti nefando ed inumano (v. n. 34 e n. 46), ripiegando più tardi sulla tesi dell’errore; ma, a mezzo di manifestini a stampa rinvenuti a Partinico ed a Carini, si attribuì la paternità delle azioni terroristiche contro le sedi comuniste. Tale intento è coerente alla personalità del Giuliano e trova una fonte di prova nella paradossale situazione che era venuta a crearsi da quando questi fu elevato a comandante dell’EVIS nella Sicilia Occidentale: riteneva di essere un grande capo, si occupava di politica, rivolgeva proclami ed appelli al popolo in occasione di competizioni elettorali, scriveva ai giornali che ne pubblicavano gli scritti con titoli a caratteri tipografici vistosi, tutti in un modo o nell’altro parlavano di lui (v. n. 7); “bandito politi­cante” lo definisce la Questura di Palermo nel suo rapporto giudiziario 9 giugno 1947 e “malato di grandezza, in evidente cattiva fede, mosso da una pretesa di idealità politica” lo qualifica il Nucleo mobile dei Carabinieri di Palermo nel suo rapporto giudiziario 4 settembre 1947.
3. La speranza di conseguire per sé e per i suoi gre­gari, attraverso un’amnistia, la sanatoria del delittuoso passato. Questa speranza si era radicata in lui tenacemente, sorretta forse dalla constatazione che l’amnistia del 22 giugno 1946 aveva restituito alla libertà quelli che con lui avevano partecipato ai fatti dell’EVIS (v. n. 8): la manifestò a Genovese Giovanni assumendo – per come questi dichiarò solo ai carabinieri (v. n. 45, II, 1) – di averne avuto promessa da “pezzi grossi” con cui aveva parlato di politica; la palesò pure al Mannino dicendogli nel pe­riodo di quella violenta lotta (aprile – giugno 1947): “speriamo che le cose vadano bene e saremo tutti liberi” (V/2, 186 e W/1, 111 r.); vi alluse velatamente anche a “Cippi”; ne fece in seguito menzione al giornalista Rizza dicendogli evasivamente di avere sparato a Portella per “la libertà” (V/7, 850); e doveva essere nota anche agli organi di polizia se nel citato rapporto 9 giugno 1947 la Questura di Palermo fu in grado di scrivere che il Giuliano, come già prima aveva affiancato e sostenuto il movimento separatista, così aveva intrapreso ora la lotta antibolscevica nell’intento medesimo di “farsi luce e di redimersi dei tristi suoi trascorsi”.
Tutti e ciascuno di tali motivi, secondo l’opinione della Corte, determinarono il Giuliano alla strage di Portella della Ginestra ed agli attentati successivi contro le sedi comuniste.
I. Nel ricondurre i fatti di Portella della Ginestra nell’ambito della norma contenuta nell’art. 422 cp, la sentenza impugnata ha delineato esattamente la figura del delitto di strage: ha individuato l’elemento obiettivo nell’uso di mezzi idonei per alta e diffusiva capacità di offesa a porre in pericolo la vita, l’integrità, la sanità di un numero indeterminato di persone, nel che si concreta il concetto di pubblica incolumità; e ha identificato l’elemento intenzionale nella volontà cosciente di produrre l’evento, cioè il pericolo per la pubblica incolumità (dolo generico), animata dal fine di uccidere indiscriminatamente quale che sia numero di persone (dolo specifico), nel che appunto il delitto di strage si differenzia dal delitto di omicidio nel quale, tenendo in considerazione la tutela della vita umana sotto l’aspetto della incolumità individuale, l’ele­mento psichico consiste nel consapevole inten­to di cagionare la morte di una o più persone determinate.
Nessun dissenso hanno manifestato gli appellanti sul­la nozione del delitto di strage accolta dai primi giudici, nozione del resto conforme al costante insegnamento della Suprema Corte (Cass. pen. I, 4.2.1952, ric. PM c/ Vizzini; Giust. pen. 1952, II, col. 638, m. 573; e Cass. pen. I, 26.11.1954 n. 1990; G. Completa Cass. pen. 1954, n. 1326); e neanche hanno contestato l’attitudine dei mezzi impiegati nell’azione di Portella della Ginestra a porre in pericolo la pubblica incolumità: armi da guerra a tiro lungo, in gran parte automatiche, altamente micidiali; come del pari hanno riconosciuto la gravità del pericolo, concretamente sorto per la incolumità di quella moltitu­dine di persone convenute nel pianoro e denunciato, oltre tutto, dagli eventi di morte e di lesioni personali che si verificarono. È superfluo pertanto indugiare sul profilo giuridico del reato e sulla sussistenza del­l’elemento materiale.
La doglianza degli appellanti investe la decisione impugnata là dove afferma la sussistenza dell’elemento subiettivo del reato, censurandosi che il dolo specifico sia stato dedotto dall’uso dei mezzi adoperati senza pe­netrare l’intimo contenuto psichico della volizione, indagine che se fosse stata fatta avrebbe consentito di cogliere nel rapporto di causalità tra l’atto (sparatoria) e l’evento (morti e feriti) “una divergenza qualitativa” e di giungere alla conclusione che “l’evento ha sorpassa­to (art. 43) qualitativamente la rappresentazione sogget­tiva e la volizione di Giuliano”, dando luogo ad “una aberratio delicti” secondo la formulazione espressamente contemplata dall’art. 586 cp”.
Tale proposizione ricalca la tesi difensiva del “triste errore” prospettata dal Giuliano nel suo memoriale datato 24 aprile 1950 (v. n. 48, A) e si fonda sulla esclusione dell’animus occidendi: si voleva spaventare – si afferma – si voleva intimidire la popolazione raccolta nel pianoro sparando a venti metri circa al di sopra delle teste per mandare a monte la festa ed impedire la propaganda comu­nista; ma, per l’errore di qualcuno degli agenti nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato, si verificò un evento diverso da quello voluto, evento del quale si risponde a titolo di colpa.
Ora deve dirsi che la questione riproposta dagli ap­pellanti ha formato oggetto di attento ed esauriente esa­me da parte dei primi giudici che, consapevoli della de­licatezza del problema e sensibili alla opinione espressa sull’argomento da alcuno degli scrittori che l’hanno trattato, non si sono limitati a desumere la volontà di uccidere dalla idoneità obiettiva dei mezzi ed hanno considerato altresì, quali fonti di prova, le modalità concrete dell’azione ed altri elementi offerti dal processo; ma ciò non dispensa la Corte dal portare il proprio esame sulle singole ragioni di doglianza e dal valutare le prove raccolte che, per vero, tutte univocamente dimo­strano l’assoluta inconsistenza, sul piano logico e nei riflessi giuridici, del relativo capo d’impugnazione.
Il valore indiziante dei mezzi usati e delle modalità dell’azione, ai fini dell’accertamento dell’animus occi­dendi nel delitto di strage, è sempre rilevante; secondo l’insegnamento della Suprema Corte di Cassazione, risul­tante dalle menzionate sentenze, esso è di norma decisivo; e tale potrebbe senz’altro ritenersi anche nella fatti­specie dappoiché il fatto di aprire il fuoco con micidiali armi da guerra, tra cui un fucile mitragliatore, contro una folla inerme, sparando ben più di ottocento colpi e cagionando numerosi morti e feriti, non si concilia, per la sproporzione tra mezzi e fine, con la sola volontà di intimidire e di volgere in fuga gli adunati; esso di per sé esprime il fine di uccidere.
Siffatta inconciliabilità non sfuggì allo stesso Giu­liano che nel citato memoriale, di propria iniziativa o per suggerimento altrui, cercò di ovviarvi sostenendo che il piano originariamente deciso era di circondare la folla convenuta a Portella della Ginestra, prelevare i capi comunisti, giustiziarli sul posto (per cui occorrevano buone armi ed un certo dispiegamento di forze onde fronteggiare ogni eventualità), e che l’imprevista impos­sibilità di contare sul gruppo inviato a Balletto l’aveva indotto a ripiegare sulla soluzione minore della sparato­ria a scopo di minaccia; ma, di fronte alla insussistenza della cosiddetta missione a Balletto ed alla prova della partecipazione di Terranova Antonino fu Giuseppe e degli uomini della sua quadra alla impresa criminosa, tale assunto si rivela artificioso e mendace, privo di qual­siasi attendibilità.
Del resto, ampliando il tema dell’indagine, valutando coordinatamente, come la Corte si accinge a fare, gli elementi subiettivi ed obiettivi utilizzabili nell’accer­tamento del dolo specifico, quali la personalità del Giu­liano e dei suoi gregari, la causale del delitto, la na­tura e la quantità delle armi usate, il numero e la direzione dei colpi, le circostanze contingenti dell’azione, si perviene con assoluta ed inequivoca certezza allo stesso risultato: il Giuliano e gli altri che con lui spararono dai roccioni della “Pizzuta” furono animati dal fine di uccidere.
L’indole del capo bandito e quella dei suoi gregari, le sue mortali rappresaglie, l’esigenza di ristabilire con un’azione esemplare la propria autorità e di arginare in tal modo il movimento sindacale nelle campagne fomentato dai comunisti, sono elementi concordanti e positivi che insieme ad altre significative circostanze concorrono a dare la prova del suddetto fine.
Intatti giova ricordare per escludere l’asserito dolo di minaccia: a) che Genovese Giovanni precisò al giudice istruttore il 29 gennaio 1949 che intento del Giuliano era quello di sparare contro i comunisti, che il 1° maggio sarebbero convenuti a Portella della Ginestra, ed egli osservò che era un’azione indegna perché a quella festa avrebbero preso parte donne e bambini; b) che lo stesso intento il Giuliano manifestò indicando lo scopo dell’azione nel breve discorso tenuto a Cip­pi”, come risulta dalle dichiarazioni stragiudiziali di Sapienza Vincenzo, Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Tinervia Giuseppe, Musso Gioacchino, Pisciotta Vincenzo, Cristiano Giuseppe; c) che l’alibi morale su cui Terranova Antonino, Mannino Frank e Pisciotta Francesco hanno fatto leva – a parte l’infondatezza dell’alibi – dimostra che, secondo il preordinato disegno del Giuliano, a Portella della Ginestra avrebbe dovuto compiersi un’azione di sangue con eventi mortali; d) che dopo la perquisizione passata ai quattro caccia­tori, per accertare se avessero la tessera del Partito comunista, il Giuliano, secondo ha deposto il teste Sir­chia in dibattimento, rivolse loro lo seguenti parole: “beati voialtri che non avete documenti comunisti, se foste stati tali avreste tutti e quattro riempito questo fosso’’ (R, 168) e con la mano indicò un fosso, conferman­do in tal modo la ragione per cui era andato a Portella e le sanguinose finalità che si accingeva a realizzare; e) che durante l’azione, secondo il cacciatore Fusco ha precisato nella sua deposizione scritta (D, 342), confermata in dibattimento, il bandito che li custodiva spa­rò alcuni colpi in direzione del podio e, nella impossi­bilità di compiere col fucile da caccia un tiro efficace, chiamò uno dei compagni, armato di mitra o di moschetto, e lo incitò a sparare sulla folla in una direzione da lui stesso indicata; f) che Mazzola Vito, accennando nelle sue dichiarazioni stragiudiziali al colloquio avuto con Cucinella Giuseppe, Di Lorenzo Giuseppe e Passatempo Giuseppe allorché di ritorno stanchi da Portella della Ginestra gli chiesero un poco di latte, riferì di avere appreso dal Cucinella in quella circostanza che, sotto la guida del Giuliano, essi avevano sparato colà contro i comunisti convenuti alla festa del lavoro.
Ora, di fronte a tali elementi chiaramente indicativi del fine dell’azione, è vano sostenere che, data la grande capacità offensiva delle armi (tutte efficaci alla distanza di 530 metri, quante ne intercorre tra le postazioni e il podio) e la rilevante quantità dei colpi esplosi, se si fosse voluto veramente uccidere, il numero dei morti e dei feriti sarebbe stato di gran lunga maggiore.
L’argomento invero è specioso sia perché una cosa è l’efficacia delle armi, altra quella del tiro eseguito con le stesse armi; efficacia questa condizionata, indi­pendentemente dalla maggiore o minore abilità del tiratore, da fattori estrinseci quali le condizioni atmosferiche, l’ubicazione e la posizione del bersaglio rispetto all’ar­ma; sia perché un bilancio di 11 morti e di 27 feriti non è poi tanto esiguo ove si pensi che la prima raffica andò a vuoto, che la maggior parte della gente era sparsa sul pianoro, che molti si distesero a terra per offrire minore bersaglio (v. n. 11).
La difesa ha fatto leva sulla testimonianza del cap. Ragusa, che accennando in dibattimento alla postazione del fucile mitragliatore, riferì che le rocce esistenti in quel punto sono tutte levigate e non costituivano buona base per il bipiede del fucile il quale sparando subiva delle oscillazioni; e disse che “per tale fatto, oppure perché chi sparava non voleva sparare bene o non sapeva sparare” si era avuto un numero limitato di morti rispetto al numero dei contenuti nel pianoro di Portella della Ginestra (V/3, 358).
Ma le deduzioni del Ragusa sono affrettate ed inesatte: chi sparava era il Giuliano che ben conosceva l’impiego dell’arma; d’altra parte, se la levigatezza delle rocce sui cui poggiava il bipiede poteva ostacolare la precisione del tiro a causa della oscillazione subita dal fucile mi­tragliatore, la minore efficacia delle raffiche non è davvero riconducibile alla volontà dell’agente di non colpire; senza dire che non ha senso la pretesa di stabi­lire un rapporto fra l’entità della strage e il funzionamento del fucile mitragliatore, quasi che non si fosse contemporaneamente sparato con altre numerose armi, automatiche e non automatiche, e i proiettili provenienti da esse non avessero attinto il bersaglio.
Delle quattro pallottole repertate – una rinvenuta intrisa di sangue per terra, le altre estratte dai feriti – tre sono di cal. 9 e furono lanciate con mitra Beretta; una di cal. 6.05 e poteva provenire tanto dal fucile mitragliatore, quanto da un moschetto mod. 91; e la dizione: “arma da fuoco di grande potenza balistica, presumi­bilmente un arma lunga da tiro e rigata”, usata dai pe­riti in quasi tutte le perizie necroscopiche in atti per indicare l’arma adoperata, non implica affatto, come a taluno dei difensori è sembrato di ravvisare, un esclusi­vo riferimento al fucile mitragliatore.
Infatti a parte l’assurdo di voler attribuire l’involontario errore, sul riflesso della oscillazione del bipiede dell’arma, proprio al Giuliano, cui di certo non poteva “tremare la mano” di fronte alla tragicità dell’eccidio, e che, al contrario, avrebbe potuto eventualmente ret­tificare l’inclinazione dell’arma – come in effetti fece ma per aggiustare il tiro –, nelle perizie eseguite sui cadaveri di Intravaia Castrense (G, 257), di Megna Gio­vanni (G, 291), di Vicari Francesco (G, 241) e di Clesce­ri Margherita (G, 325) è chiarito che con l’espressione suddetta i periti hanno inteso indifferentemente indicare il fucile o il mitra da guerra, comprendendo naturalmente nel fucile anche il moschetto.
Questi rilievi dimostrano che tutti spararono sulla folla indirizzando prevalentemente i colpi attorno al podio, cui molte persone, ma non moltissime, si erano avvicinate per ascoltare l’oratore. Quivi furono attinti buona parte dei colpiti: i primi giudici ne hanno dato la dimostrazione esatta (v. sent. fol. 665); ed essenziale notare che il Giuliano portava un binocolo a tracolla (v. n. 20) e poteva controllare gli effetti del tiro.
La prima raffica risultò inefficace, fu scambiata per un gioioso sparo di mortaretti; Di Liberto Gioacchino e Schirò Pietro ne hanno indicato la ragione nel fatto che il tiro fu troppo corto: caddero soltanto gli animali che stavano in posizione più elevata rispetto alle per­sone, ad una diecina di metri da esse; poi il tiro fu aggiustato perché fosse micidiale e caddero pure le per­sone.
La causa, dunque, per cui la strage non ebbe fortunatamente proporzioni più vaste non è nella volontà degli agenti e va ricercata altrove; è una causa meramente tecnica, come hanno precisato i periti balistici, e riposa sul notevole dislivello tra il podio e le postazioni. Le armi a tiro teso, quali quelle impiegate dai banditi hanno la massima efficacia nel tiro radente, quando cioè arma e bersaglio sono alla stessa quota, mentre la loro efficacia risulta assai scarsa nel tiro ficcante che si ha quando l’arma spara, come avveniva nella specie, da una quota di molto superiore a quella del bersaglio.
Ciò essendo non ha pregio l’argomento tratto dal rapporto 10 maggio 1947 n. 542/51 inviato dall’allora magg. dei CC. Alfredo Angrisani al Comando della Legione dei CC. di Palermo, là dove, riferendo intorno alle voci raccolte sul movente del delitto, scriveva: “c’è chi accenna alla preterintenzionalità dell’evento cruento, da qualunque parte sia partita l’iniziativa del crimine, in un’azione iniziale di semplice disturbo o ammonimento al raduno. Le prime raffiche di fuoco – sparate in aria – confermerebbero l’ipotesi” (Z/2, 233), poiché, egli riportava una voce anonima ed incontrollata. Ma, quando pure tale ipotesi rispecchiasse l’impressione dell’Angrisani, essa non potrebbe aver credito maggiore in quanto muove dal presupposto errato che le prime raffiche siano state sparate in aria: nessuna raffica fu indirizzata in aria e, quantunque, Muscarello Carme­lo, ferito alla terza raffica, abbia creduto che anche la seconda non sia andata a segno (V/2, 267), tuttavia è provato, per ammissione concorde di altri testimoni, che solo la prima non attinse bersagli umani.
Non altrimenti deve dirsi della interpretazione che si pretende attribuire alle parole “disgraziati, chi facistivu!”, rivolte, secondo i testi Rumure, Caiola e Bellocci, da colui che indossava l’impermeabile bianco a quelli dell’ultimo gruppo con cui si accompagnava (e­rano in quattro e procedevano due a due), mentre, compiuta la strage, scendevano a valle (v. n. l3 e n. 22).
Il fatto non è dubitabile: i testi suddetti meritano fiducia, l’esperimento giudiziale ha confermato la credibilità della loro affermazione, e il bandito dall’imper­meabile bianco era il Giuliano; ma donde si deduca che con tali parole il Giuliano rimproverasse i suo compa­­gni, che poi dovevano essere gli elementi più fidati della banda, di non aver obbedito all’ordine di sparare al di sopra della folla e non alludesse invece ad altro fatto, è cosa davvero non facile ad immaginare, dappoiché nulla autorizza il collegamento della frase alla strage, nemmeno il memoriale del Giuliano, e l’accostamento si risolve in una mera e labile supposizione sorretta solo dalla conco­mitanza temporale.
Nessun valore probatorio può attribuirsi dunque a tale frase. Ciò non perché – come hanno creduto i primi giudici sia attendibile che solo l’indomani, attraverso la lettura dei giornali il Giuliano e gli altri partecipanti abbiano appreso (secondo essi hanno assunto) che a Portella della Ginestra si erano avuti morti e feriti e che, in conse­guenza, il Giuliano non avrebbe potuto muovere rimprovero di un fatto che non conosceva: soltanto l’entità della strage essi non potevano sapere, ma che, nel fuggi, fuggi generale, tra una scarica e l’altra e ad azione ultimata, della gente era caduta ed era rimasta sul terreno, erano in grado tutti di vederlo, più di tutti il Giuliano col binocolo di cui disponeva. Ma essa non ha rilevanza perché è una frase generica ed equivoca, e perché il Giuliano, l’unico che avrebbe potuto darle una spiegazione e volgerla a favore della propria tesi, non vi ha fatto nei suoi memoriali la minima allusione, esplicitamente negandole, con il suo contrastante assunto, il significato che le si vuole attribuire.
La doglianza degli imputati non è fondata. Chiara fu nel Giuliano e nei suoi compartecipi la volontà e la rappresentazione dell’evento che si verificò così secondo l’intenzione e non risulta diverso da quello voluto.
Anche sotto il profilo del dolo specifico si concreta pertanto nei fatti di Portella della Ginestra il delitto di strage dai primi giudici ritenuto e i capi d’impugnazione, relativi a tale punto, vanno respinti.
II. Da quanto sopra logicamente discende che privi di consistenza giuridica sono il motivo d’impugnazione di Gaglio Francesco (v. n. 54, III) e la conclusione fi­nale dello Sciortino (W/4, 496) con cui entrambi, assu­mendo di aver voluto un reato meno grave del delitto di strage, verificatosi per la trasmodante attività di taluno dei concorrenti, hanno chiesto in subordine una diminuzione della pena a norma dell’art. 116 up cp.
Invero, ove si eccettui la tesi dell’aberratio delicti, escogitata dal capo della banda e tradotta in termini giuridici dai difensori degli imputati, non si è neppur detto a quale reato, in luogo di quello commesso, il Gaglio e lo Sciortino avrebbero prestato adesione, mentre tutto conduce a ritenere che, al pari degli altri, essi abbiano aderito e cooperato alla esecuzione del delitto di strage preordinato e voluto dal Giuliano.
Il Gaglio sapeva quale delitto fosse: sin dalla sera del 27 aprile si era adoperato per l’ingaggio di Pretti Domenico e di Tinervia Francesco e certamente anche lui era a conoscenza che il Giuliano – come Cucinella Giuseppe rivelò a Sapienza Vincenzo – preparava “un’aggressione” contro i comunisti “allo scopo di metterli in soggezione” (v. n. 28, II), donde la necessità di poten­ziare la banda aggregandovi per l’occasione altri elementi. E a maggior ragione ciò deve dirsi dello Sciortino dati i suoi rapporti col capo bandito e la parte avuta nella organizzazione dell’impresa criminosa.
Ora, considerando l’unica ipotesi di delitto meno grave prospettata dai difensori: la minaccia mediante sparo di armi, o al più la violenza privata – ipotesi che la Corte respinge – a quanto dianzi si è detto può aggiungersi, per dare maggior risalto alla infondatezza dell’assunto, che né all’adunata di “Cippi”, né sul luo­go del delitto il Giuliano impartì l’ordine di sparare al di sopra della folla per evitare di colpire le per­sone; anzi, al contrario, a “Cippi” –proprio secondo narrò lo stesso Gaglio – chiarì ai presenti di averli convocati per dare una “lezione” ai comunisti, precisan­do che l’azione che si apprestava a compiere a Portella della Ginestra sarebbe stata la “prima rappresaglia” posta in essere per “combatterli” e per “distruggerli”.
Tale fu la cooperazione criminosa da lui richiesta ai convenuti, cui essi prestarono adesione, ed ognuno si rese ben conto, quando pure non ne avesse già avuto ­consapevolezza – ipotesi che non può farsi per Gaglio “Reversino” e per gli effettivi della banda – che l’a­zione consisteva in una cruenta rappresaglia contro una moltitudine di persone per seminarvi la morte ed il terrore.
Uno solo adunque fu il reato voluto e commesso da tutti i concorrenti, quale sia stata in concreto l’entità dell’apporto di ciascuno: il delitto di strage; e la norma di cui all’art. 116 cp non può trovare nella specie applicazione.
III. Similmente senza fondamento si palesa la ri­chiesta di applicazione dell’attenuante prevista dall’art. 114 cp, tanto sotto il profilo della minima impor­tanza della partecipazione, quanto sotto quello di essere stati determinati a cooperare nel reato nelle condizioni stabilite nei n.ri 3° e 4° dell’art. 112 cp, richiesta formulata dagli appellanti Terranova Antonino, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Badalamenti Nunzio, Gaglio Francesco nei motivi d’impugnazione e non più ripetuta nelle conclusioni finali; nonché l’analoga istanza propo­sta, limitatamente alla ipotesi della minima quota di cooperazione, dalla difesa di Sciortino Pasquale con le conclusioni finali, senza che la questione fosse stata neanche adombrata nei motivi di gravame.
In relazione alla prima ipotesi la Corte osserva che, indipendentemente dall’opera prestata da ciascuno dei suddetti imputati nella preparazione e nella esecuzione dei delitti oggetto del procedimento – opera che è stata di entità e di efficienza rilevanti – l’attenuante di cui si tratta non potrebbe mai trovare applicazione nella fattispecie per il divieto stabilito dal primo capoverso dell’art. 114 cp in relazione all’art. 112 n. 1 cp, atteso il numero dei concorrenti nel reato (supe­riore a quattro), fatto che, destando un maggiore allarme sociale, giustifica nei confronti di tutti i partecipanti un maggior rigore. E non rileva che tale circostanza non­ sia stata nella specie contestata quale aggravante dei reati, poiché, mentre in fatto essa risulta dalle imputazioni stesse, sotto il profilo giuridico non viene in considerazione per aggravare la pena, bensì per escludere la possibilità di ridurla.
In relazione alle altre ipotesi di attenuazione della pena previste nel secondo capoverso dell’art. 114 cp la Corte osserva che né rispetto all’una, né rispetto all’altra sussistono le condizioni stabilite nei n.ri 3° e 4° dell’art. 112 per l’applicazione dell’attenuante.
Non ricorre la prima perché il rapporto di soggezione scaturita dal vincolo di un’associazione criminosa e l’autorità di cui il Giuliano fece uso per determinare i predetti imputati a concorrere nella strage di Portella della Ginestra e negli altri reati ineriva alla sua quali­tà di capo dell’associazione stessa, cui le dette persone si erano volontariamente associate o aspiravano ad asso­ciarsi; il che manifestamente esula dalla previsione della norma, la quale presuppone che l’autorità, la direzione, la vigilanza in essa considerate si svolgano nell’ambito di una sfera legittima e che dell’esercizio di tali po­teri colui che ne è rivestito abusi per determinare o per istigare al reato i propri sottoposti. Non ricorre la seconda, perché nessuno degli imputati stessi, tutti mag­giori degli anni 18, prestò la propria adesione in stato di diminuita libertà di determinazione per deficienza psichica.
Al contrario essi – come si è visto – parteciparono ai reati liberamente, o per l’interesse che ormai li vincolava al sodalizio criminoso ed al suo capo, mossi dal fine cui erano accomunati, oppure per l’aspirazione a farne parte; e manca in ogni caso quel minimo di coazione psicologica che è alla base della norma.
Sussiste invece tale attenuante in correlazione al n. 4, ultima ipotesi, dell’art. 112 cp, il relativo motivo di gravame merita accoglimento, a favore di Pisciotta Vincenzo, il quale, estraneo al sodalizio criminoso, accettò l’invito del fratello Francesco unicamente nella suggestione di giovare alla causa della di lui “libertà” (v. n. 70).
L’attenta osservazione del soggetto, protratta attraverso il lungo dibattimento di appello, ha consentito alla Corte di cogliere negli atteggiamenti processuali, negli interventi e nel linguaggio stesso di lui le note di una deficienza psichica per povertà di ideazione, scarsezza di poteri critici, rusticità mentale, che, senza giungere alle soglie del vizio parziale di mente, giustificano sotto questo aspetto un’attenuazione della pena.
In riforma della sentenza impugnata, la Corte stima giusto pertanto riconoscere nei confronti di Pisciotta Vincenzo il concorso della suddetta attenuante e, per l’effetto, tenuto conto del grado della povertà intellettuale dal medesimo presentata, ritiene congruo ridurre la pena inflittagli dai primi giudici (anni 20 di reclusione) ad anni quindici di reclusione, cui conseguono le pene accessorie della interdizione perpetua dai pubblici uffici e della inter­dizione legale durante la pena.
IV. A base della condanna pronunziata nei confronti di Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Di Lorenzo Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Sciortino Pasquale per concorso morale nella strage consumata da Passatempo Salvatore, il 22 giugno 1947 in Partinico, i primi giudici hanno in fatto ritenuto che nella riunione avvenuta il 20 stesso mese, in contrada “Belvedere o Testa di Corsa”, siano state concertate e decise le singole azioni che, poi, a brevissima distanza di tempo, furono compiute contro le sedi del Partito comunista in vari paesi della provincia di Palermo; azioni di intimidazione e di danneggiamento, che tuttavia in Partinico, per iniziativa del Passatempo e dei suoi cooperatori, trasmodarono in un fatto di strage. E da questa premes­sa hanno tratto come conseguenza, quella che i par­tecipanti alla riunione stessa debbano rispondere di tutte le azioni di violenza in tal guisa attuate: di taluna per avervi partecipato materialmente, di altre per correità morale, tutte essendo state da essi prevedute e volute (v. n. 53, II, 8).
Osservano in contrario gli appellanti che ciò non sia avvenuto: coloro che a tal convegno parteciparono – si afferma –, se ebbero attraverso le parole dello Sciortino la rappresentazione degli obiettivi in programma, non manifestarono la loro volontà in relazione a tutte le azioni da compiere, bensì prestarono generica adesione ai compiti che a ciascuno sarebbero stati assegnati nel quadro della continuazione della lotta, tanto vero che i gruppi si formaro­no separatamente due giorni dopo la riunione e separatamente mossero verso i vari paesi.
Il rilievo in un certo senso è esatto. L’unica fonte di prova di quanto avvenne nella riunione suddetta è la confessione del Di Lorenzo, il quale vi partecipò e ne riferì i particolari nella dichiarazione resa ai carabinieri (v. n. 27) e confermata sostanzialmente nel suo primo interrogatorio al giudice istruttore. Secondo il Di Lorenzo si trattò di una adunata preparatoria: vi intervennero soltanto gli effettivi della banda e inoltre Buffa Antonino che vi fu condotto dal Candela; lo Sciortino annunziò l’intento di continuare la lotta contro il comunismo, fino a farlo scomparire dalla Si­cilia, distruggendo le sedi del partito nella zona d’influenza della banda in modo da indurre gli anticomunisti a fare ugualmente nelle altre provincie; quindi infiammò gli animi alla lotta avvertendo che se il Partito comunista avesse preso il sopravvento sarebbero stati tutti rovinati, i monteleprini particolarmente, e ricordò che i comunisti avevano avversato il separatismo siciliano lacerando in Palermo la bandiera del movimento; infine concluse dicendo che ciascuno avrebbe avuto al momento opportuno gli ordini e le armi per agire.
Se fosse possibile fare un accostamento, il convegno di “Belvedere o Testa di Corsa” dovrebbe porsi sul medesimo piano della riunione di “Pizzo Saraceno”, con la differenza che la strage di Portella della Ginestra fu organizzata e diretta dallo stesso Giuliano, mentre l’organizzazione dei singoli attentati contro le sedi delle sezioni del Partito comunista fu rimessa a coloro che ebbero il compito e la responsabilità di portarli a compimento: Passatempo Salvatore, Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino, Cucinella Giuseppe (ed altri per Monreale e per Cinisi) che curarono la formazione dei rispettivi gruppi, gli eventuali collegamenti locali, la provvista delle armi e l’esecuzione dell’azione.
È assai probabile che, già prima della riunione tenuta dallo Sciortino, tali azioni fossero state decise anche nel tempo, nel luogo e nelle modalità di esecuzione e che coloro che dovevano dirigerle ne avessero avuto l’incarico e le istruzioni poiché, subito dopo lo scioglimento di essa, Terranova Antonino “Cacaova”, avvicinato nel luogo stesso il Di Lorenzo, gli dette convegno per la sera di domenica 22 giugno, alle ore 21, in contrada “Piano Gallina”.
Tutto ciò chiarisce che alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” i convenuti, ligi al vincolo associativo prestarono adesione, per le ragioni già note, al piano della lotta che il Giuliano e lo Sciortino avevano divisato di proseguire contro i comunisti; ma si trattò di un’adesione di massima, implicita nell’attesa degli ordini che dovevano essere impartiti e nella disposizione dell’animo ad accettarli e ad eseguirli.
Infatti, in base alla confessione del Di Lorenzo, non è possibile affermare che nella suddetta riunione siano state concertate e decise le azioni da compiere: lo Sciortino espose un generico programma di lotta, consistente nella distruzione delle sedi del Partito comunista nella zona d’influenza della banda, ma non parlò dei singoli attentati progettati per distruggerle e nessuno seppe da lui dove, come, quando, sarebbero stati concretamente compiuti e quale la prestazione richiesta a ciascuno; onde è palese che nessuno dei presenti, tranne quelli incaricati di organizzare e di dirigere i singoli attentati, poté avere precisa volontà dell’evento se di questo non aveva avuto chiara e precisa rappresentazione.
Ciò avvenne più tardi, verosimilmente la sera stessa, come per il Di Lorenzo, quando i capi dei gruppi rispettivi, comunicarono a quelli che dovevano comporli gli ordini del Giuliano e rimasero d’intesa con loro; fu allora che si delineò, in relazione alle singole azioni delittuose, il concorso di ciascuno alla realizzazione dell’evento e che questo venne nella loro rappresentazione e nella loro volontà; di guisa che ognuno partecipò unicamente al delitto che venne chiamato a compiere restando estraneo alle altre azioni comprese nello stesso piano criminoso.
La posizione dello Sciortino è differente: egli volle e decise unitamente al Giuliano, della cui volontà si fece portatore, tutte le azioni che furono condotte a compimento­ contro le sedi delle sezioni comuniste ed è manifesto il suo concorso morale in quello cui non prese parte material­mente.
Ma, quando pure nella implicita adesione al generico disegno criminoso, annunziato dallo Sciortino, potesse scor­gersi una manifestazione di volontà diretta alla realizza­zione di tutti gli eventi di danneggiamento alle sedi delle sezioni comuniste posti nel programma, così come i primi giudici hanno ritenuto, e fosse possibile considerare tutti gli intervenuti alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” sullo stesso piano dello Sciortino, agli effetti della correità morale nelle azioni cui non hanno materialmente partecipato, la Corte osserva che la pronuncia di condanna per concorso nella strage di Partinico non sa­rebbe ugualmente giustificata neanche sotto il profilo del­l’art. 116 cp, mancando tra il reato voluto dai detti compartecipi morali, tra cui lo Sciortino, e la strage commessa dal Passatempo un concreto nesso di causalità materiale ed un qualsiasi rapporto psichico che consenta di vedere nell’evento realizzato il logico e prevedibile sviluppo dell’evento da tutti voluto.
I primi giudici hanno ravvisato cotesto nesso nell’ele­mento comune della violenza: il delitto voluto “doveva essere esplicazione – è detto nella sentenza – di un’azione violenta per il compimento della quale coloro che dovevano compierla, portarono seco armi da guerra, bombe a mano, liquidi infiammabili, mezzi che furono contemporaneamente adoperati contro una stessa sede. È evidente che coloro, che convennero in contrada “Belvedere o Testa di Corsa” nella sera del 20 giugno 1947, si allontanarono da Montelepre per raggiungere le sedi del Partito comunista nei vari paesi con un’idea di violenza e se questa, ad opera di alcuno di essi raggiunse il massimo grado, compiendo atti che posero in pericolo la pubblica incolumità e cagionando la morte di alcuno o di alcuni e il ferimento di altri, di questo grado di maggiore violenza devono tutti rispondere, perché deve essere considerato legato da un nesso di causalità all’azione che tutti vollero (v. sent. fol. 767).
Sennonché, stabilito, come la sentenza impugnata con a­cuta indagine ha fatto, che l’attività delittuosa concordata era diretta soltanto contro le sedi comuniste e consisteva in atti terroristici di danneggiamento alle porte ed alle insegne, cioè alle parti esterne delle sedi stesse, soprattutto per sfregio ed intimidazione, con esclusione di ogni evento di danno alle persone – tanto che coloro che aprirono il fuoco contro la sede del Partito comunista di S. Giuseppe Jato, prima di sparare, intimarono ai cittadini che ancora passeggiavano sul corso di allontanarsi onde evitare di colpirli e uno di essi (come si è appreso dal teste Scaparro), avendo lanciato una bomba a mano in direzione della casa di tale Benedetto Licari, fu rimproverato da colui che ne aveva l’autorità con le parole “ma che cosa hai fatto, non dovevi lanciare lì la bomba” – l’elemento comune della violenza insito nei due reati non è sufficiente ad integrare l’eccezionale forma di concorso prevista nell’art. 116 cp, tanto oltre, e soprattutto contro, i limiti del delitto voluto da tutti appare quello di strage commesso dal Passatempo.
Efficacemente ha notato il Procuratore generale nella sua requisitoria orale, concludendo per l’accoglimento di questo capo del gravame degli imputati, che non basta dar vita al concorso di cui si tratta un semplice nesso di causalità materiale, ma ­occorre, pure che in tale processo non s’interponga una diversione eccezionale per cui il reato commesso non appaia staccato e distinto per autonomia causale da quello che gli altri compartecipi hanno voluto.
Ciò è conforme all’insegnamento della Suprema Corte la quale ha ripetutamente deciso che l’art. 116 cp configura un caso di peculiare ed eccezionale corresponsabilità che si verifica ogni volta che tra il fatto concordemente voluto e l’altro diverso commesso ad opera di uno dei concorrenti interceda ­un rapporto di causalità materiale con simultaneo rapporto di causalità psichica ridotta e semi-piena; onde essa non ricorre se l’ulteriore fatto delittuoso sia stato occasionato solo da circostanze improvvisamente insorte, oppure sia del tutto oltre e contro i limiti dell’attività delittuosa concordata, sì da apparire distinto per propria autonomia causale (Cass. pen. I, 17.10.1951; Giust. pen. 1952, col. 54, m. 31).
Tale è appunto il caso di specie in cui il reato commesso­ a Partinico trova la sua causa esclusivamente nella criminalità sanguinaria del Passatempo, il quale andò oltre e contro la volontà del Giuliano e degli altri parte­cipanti: nella riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” fu annunziato un metodo di lotta sostanzialmente diverso da quello attuato a Portella della Ginestra, che così penosa e controproducente impressione aveva suscitato al punto da indurre lo stesso Giuliano a vergognarsi e disconoscere l’azione. Inoltre che dall’attività delittuosa concordata fosse esclusa ogni previsione di danno alle persone, trova conferma particolare nella condotta del gruppo che agì a S. Giuseppe Jato nel quale era lo Sciortino.
Conseguentemente, in accoglimento del relativo mezzo di gravame e in riforma della impugnata sentenza, la Corte stima conforme a giustizia assolvere il Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Di Lorenzo Giuseppe, Cucinella Antonino e Sciortino Pasquale dalla imputazione di concorso morale nella strage consumata da Passatempo Salvatore a Partinico per non aver commesso il fatto.
Il problema concernente la natura dei delitti esaminati, se rivestano carattere politico oppure siano esclusivamente delitti comuni, sollevato dallo stesso Giuliano nella lettera esibita dal suo difensore avv. Romano Battaglia (v. n. 48, A), ha formato oggetto di ampio dibattito in primo grado ed è stato riproposto in questa sede con i motivi d’impugnazione da quasi tutti gli imputati.
I primi giudici l’hanno risolto negativamente (v. n. 53, II, 9), ma è d’uopo notare che, mentre gli argomenti posti a base di una decisione non sembrano determinanti, talune censure mosse alla sentenza sono indubbiamente fon­date.
La questione esige pertanto un completo riesame e, poiché agli effetti della legge penale, è politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato op­pure un diritto politico del cittadino, indipendentemente dal motivo che ha spinto il colpevole ad agire, ed è al­tresì considerato politico il delitto comune determinato in tutto o in parte da motivi politici (art. 8 cp), l’indagine si pone sotto il duplice riflesso del diritto leso e della politicità dei motivi, vale a dire sotto l’aspetto oggettivo e soggettivo.
Difatti, in relazione al primo aspetto, taluno degli appellanti ha sostenuto che i delitti di cui si tratta siano politici obiettivamente in quanto il Giuliano ed i suoi accoliti, sia sparando sulla folla convenuta a Portella della Ginestra per celebrarvi la festa del lavoro – ­folla composta prevalentemente da iscritti ai partiti di sinistra, da simpatizzanti, dalle loro famiglie – e volgendola in fuga proprio quando il segretario della sezione del PSI di S. Giuseppe Jato aveva cominciato a parlare, sia attaccando con armi da fuoco e materie esplodenti ed infiammabili le sedi del PC, quale monito ed intimidazione a coloro che vi si riunivano per professare le proprie idee politiche, avevano manifesta­mente leso i diritti soggettivi di riunione e di associa­zione in partiti politici che l’ordinamento giuridico ri­conosce al cittadino.
La suggestione dell’argomento, prospettato pure in primo grado, ebbe un certo riflesso nel pensiero dei primi giudici i quali, dopo aver rettamente escluso nei fatti incriminati ogni carattere politico obiettivo, nella considerazione che il bene giuridico leso non poteva identificarsi né in un interesse politico dello Stato, né in un diritto politico del cittadino, ritennero tuttavia opportuno chiarire che il suddetto carattere non sussisteva non già perché la libertà di associazione in partiti – garantita dall’art. 49 della Costituzione entrata in vigore 1° gennaio 1948 – non fosse un diritto politico che, anche prima, in costanza dello Statuto del 1848, “la scienza e la pratica” avevano riconosciuto quale una delle fondamentali libertà del cittadino, bensì perché il Giuliano e quelli della sua banda si erano risoluti ad agire per costringere i comunisti a desistere dall’istigare i contadini a fare la spia ai banditi e non pure per offendere, o più ancora per sopprimere, il diritto dei cittadini di iscriversi al Partito socialista od a quello comunista. Affermazione invero perplessa che non può essere condivisa dappoiché, a parte l’angusta visione del fine, sembra ricondurre il criterio della esclusione alle ragioni di movente, mutuandole agli scopi immediati dell’azione.
La realtà è diversa: non è dubitabile che per le causali dianzi accennate (v. n. 75) il Giuliano mirasse, mediante le azioni terroristiche compiute, all’annientamento del comunismo locale impedendo e paralizzando l’esercizio della libera facoltà di riunione, nonché di associazione di quei cittadini nei partiti comunista e socialista e nelle organizzazioni sindacali promosse dagli stessi partiti: ma ciò non comporta che tali azioni possano assurgere a delitti politici sotto l’aspetto obiettivo.
Il bene giuridico tutelato nei reati di strage e di danneggiamento seguito da incendio è la pubblica incolumità, esposta nell’un caso, a pericolo da fatti commessi a fine di uccidere e, nell’altro, dalla minaccia d’incendio; e, ove la violenza che è alla base dei reati stessi, leda nel contempo un diritto politico del cittadino, si avrà concorso materiale dei detti reati con quello di cui all’art. 294 cp che è delitto obiettivamente politico; ipotesi che però nella specie non ricorre sia sotto il riflesso della mancanza d’incriminazione, sia ancor più sotto quello dell’astratta incriminabilità.
La categoria dei diritti politici difatti è costituita dalle facoltà giuridiche spettanti al singolo di partecipare alla vita pubblica concorrendo con la propria attività e con la propria volontà al funzionamento politico dello Stato; esse si affermano tanto verso lo Stato, quanto verso un soggetto uguale e si distinguono dai diritti individuali di libertà (così dette libertà civili in con­trapposizione a libertà politiche o diritti politici) stabiliti dall’ordinamento giuridico vigente a tutela, nei confronti dello Stato e degli altri enti pubblici, della libera esplicazione di determinate attività lecite che di per sé non implicano esercizio di funzioni pubbliche, sebbene ne siano essenziale presupposto, tra le quali libertà si annoverano i diritti di riunione e di associazione.
Ne discende che la nozione del diritto politico delineata dalla difesa del Cucinella nei motivi di gravame, come quella del diritto “a professare idee politiche, a riunirsi in associazioni di carattere politico, alla libertà di riunione, alla libertà di parola”, non è esatta e non può essere attesa in quanto confonde le libertà civili con quelle politiche.
Vero è che una parte della dottrina, sul riflesso della norma contenuta nell’art. 49 della Costituzione e del suo collocamento nel titolo “Dei rapporti politici”, nonché in considerazione della rilevanza per il diritto pubblico della funzione dei partiti, quali associazioni dirette a determinare la politica dello Stato, è incline a configu­rare tra i diritti politici anche quello di libera associazione in partiti ed a ricondurlo per conseguenza nel­l’ambito della tutela di cui all’art. 294 cp; ma è agevole osservare che la citata norma costituzionale non regola l’attività dei partiti politici, la quale pertanto nel campo del diritto pubblico acquista rilevanza giuridica, solo mediatamente, e che la facoltà riconosciuta ai cittadini di iscriversi nei partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, resta pur sempre nella sfera delle libertà civili alla cui difesa contro eventuali attentati da parte di soggetti uguali, cioè da parte di privati, provvedono le norme della legislazione ordinaria.
È chiaro adunque che in nessun caso l’attività criminosa di cui si tratta potrebbe configurare il delitto politico sotto il profilo obiettivo del bene giuridico leso.
In relazione al secondo aspetto dell’indagine si deve innanzi tutto considerare che ai fini della configurabilità del delitto politico soggettivo hanno rilevanza soltanto quei motivi che, pervenuti dalla coscienza individuale alla vita esteriore, improntano e caratterizzano l’azione.
È insegnamento costante della Suprema Corte che per la sussistenza del delitto politico sotto il profilo subiettivo è necessario che il reato sia stato determinato, in tutto od in parte, dal fine di favorire, realizzare o combattere idee o imprese di partito nell’interesse dello Stato o della collettività in generale secondo l’opinione dell’agente (Cass. pen. II, 22.10.1947, ric. Bertoni; Giust. pen. 1948, II, 205); e a completare la nozione occorre ag­giungere che in una perspicua sentenza la stessa Corte, ne­gando rilevanza giuridica ai segreti impulsi psichici che animano la condotta dell’agente ed alla moralità dei fini perseguiti, ha chiarito che la natura politica del reato non viene meno se alla base dell’attività politica si agitino sentimenti e desideri egoistici purché esteriorizzandosi si traducano in moventi ed in fini impersonali che, dilatandosi oltre gli interessi individuali, investano la collettività; ed ha precisato altresì che la lotta politica non cessa di essere tale se, lungi dal mirare a scopi nobili, morali, legittimi, sia combattuta con manifesti intenti vessatori e dannosi per le altre classi sociali e si svolga su di un piano locale, anziché nazionale, per contrastare soluzioni di indole economico-sociale propugnate dagli avversari (Cass. pen. I, 26.4.1948 ric. Sardello; Giust. pen. 1948, II, 794).
Alla luce di questi principi regolatori, fondate si palesano le critiche mosse alla sentenza impugnata, là dove si fa ad escludere ogni colorazione politica nell’attività del Giuliano sul riflesso che l’abito di delinquente comune la scarsa e rudimentale cultura, lo sfondo meramente egoi­stico dei motivi siano incompatibili con la idealità dei fini propri del movente politico.
Vero che, ai fini della individuazione di questo movente, come di qualsiasi altro motivo del reato, insieme con la natura e le modalità del delitto, e le particolari condizio­ni di luogo e di tempo della esecuzione, hanno notevole rilevanza anche la figura del reo e delle persone offese; e “ciò perché il contrasto di idee o di attività politiche, mentre per se stesso non è sufficiente a far ritenere politico il motivo del delitto, può talvolta convincere della sussistenza di un tale movente se posto in relazione a determinate circostanze di tempo e di persona, alla natura di particolari delitti o alla personalità del colpevole e quindi – sotto quest’ultimo profilo – nei confronti di una delinquenza occasionale, più che nei confronti di un delinquente abituale o professionale o per tendenza” (Cass. pen. I, 4, 6.2.1954 n. 409, ric. Prodi ed altri; G. Completa Cass. pen. 1954 n. 177). Ma come si evince da tale chiaro insegnamento della Suprema Corte, se l’abito delinquenziale del reo costituisce un fattore negativo nella valutazione del movente politico non è tuttavia un fattore assoluto e determinante ai fini della esclusione del movente stesso.
Della figura e della personalità del Giuliano, come dei fattori causali si è già detto avanti: qui interessa sotto­lineare soltanto che, sia nei moti separatisti (v. n. 9), sia nella lotta anticomunista, egli mirò alla soddisfazione di esigenze personali ed egoistiche – primo ed intimo movente – attraverso il conseguimento di obiettivi politici; e che tanto la strage di Portella della Ginestra, quanto gli attentati alle sedi comuniste si rappresentano nel mondo esteriore come l’epilogo di una catena causale di avvenimenti che dalla liquidazione dell’EVIS si susseguono fino ai risultati delle elezioni regionali del 20 aprile 1947 nei comuni di Piana degli Albanesi, S. Cipirrello, S. Giuseppe Jato (v. n. 10); avvenimenti nei quali viva parte ha avuto il Giuliano e che segnano le fasi di un aspra lotta locale impegnata a difesa del tradizionale regime economico-so­ciale della terra contro lo sgretolamento operato dai comunisti attraverso le organizzazioni sindacali e le cooperative agricole.
Per retrograde, vessatoria ed illegittima che fosse, questa difesa non cessava di essere l’immediato obiettivo di una lotta politica ed economico-sociale diretta a contrastare una impresa di partito.
L’interesse personale del Giuliano alla conservazione dell’assetto esistente, indispensabile al prosperare del banditismo ed al perdurare della sua nefasta autorità – interesse che potrebbe apparire in contrasto qui con l’ansia d’impunità e non lo è – rimase un motivo intimo che nessuno dei gregari percepì, perché le condizioni di ambiente non erano ancora mutate sensibilmente, tranne forse Pisciotta Gaspare cui non era sfuggito che la trasformazione delle campagne sarebbe stata esiziale per loro, come traspare dalla sua osservazione al dott. Vasile quando lo interruppe per dirgli che non aveva paura di un possibile responso di malattia perché tanto o una pallottola di fucile o la vittoria dei comunisti avrebbero finito per eliminarlo (v. n. 51, C, I).
Ora, se è esatto – come la sentenza impugnata rileva – che a dare colorazione politica a un delitto comune non basta che sia stato commesso contro uno o più appartenenti ad un partito politico, del pari non è contestabile che siffatto elemento, valutato nel quadro delle altre circostanze, acquisti nella specie particolare valore diagnostico: nessun rapporto mai era intercorso tra il Giuliano e le sue vittime di Portella della Ginestra; egli sparò sulla folla convenuta nel pianoro perché vi erano, in gran numero, appartenenti e aderenti ai partiti di sinistra che avevano vinto alle elezioni del 20 aprile; e, nella sua criminalità sanguinaria, sparò incurante che anche altri vi fossero, tra cui donne e bambini, a trascor­rere una lieta giornata di festa, compiendo un eccidio ef­ferato che si pone contro le leggi dell’umanità.
Questo delitto fu indubbiamente impolitico per le prevedibili ripercussioni di esecrazione e di sdegno che avrebbe suscitato ma, al pari che gli attentati alle sedi comuniste, non sarebbe spiegabile al di fuori della posizione di lotta ai comunisti assunta dal Giuliano e dallo Sciortino fin dal tempo del separatismo.
Tra i motivi che determinarono il Giuliano ve n’è dunque alcuno che, pur allacciandosi ai segreti impulsi egoistici dell’azione, si esteriorizza nella tendenza alla realizzazione di interessi e di fini impersonali, rispecchianti i sentimenti, gli orientamenti, gli interessi economico-sociali e politici di determinati gruppi sociali, di cui egli si fece portatore; e ciò basta a dare una colorazione politica ai reati in esame poiché, nel concorso di moventi privati con moventi politici, la legge non esige che questi ultimi siano stati la spinta prevalente nel dina­mismo psichico dell’azione.
Ma tale colorazione politica – che si riverbera anche sui correi, poiché essi non ebbero motivi diversi da quelli premessi dal Giuliano nel suo discorso di “Cippi” a giustificazione del delitto – non vale nella fattispecie a porre in una luce meno cruda i fatti e gli autori.
Con chiara nozione giuridica i primi giudici hanno ricondotto tali fatti nell’ambito del delitto terroristico che, malgrado il fine politico, dal delitto politico si distingue per gli elementi che lo caratterizzano, quali la preordinazione dei mezzi atti a porre in concreto pericolo la pubblica incolumità, la potenzialità diffusiva e la effe­ratezza degli stessi, la vasta estensione degli effetti immediati il fine di terrorizzare la popolazione, elementi che tutti ricorrono nella strage di Portella della Ginestra e negli attentati alle sedi comuniste, come risulta dalla motivazione che precede.
Nel delitto terroristico il fine politico si scolora di fronte all’allarme sociale che la gravità del reato produce ed alla cieca criminalità degli autori, resta assorbita nel carattere di delitto comune che prevale e lo soverchia.
In tale situazione è evidente come non sussista l’atte­nuante dei motivi di particolare valore morale o sociale chiesta sul riflesso della politicità del delitto.
Come insegna la Suprema Corte l’attenuante prevista dall’art. 62 n. 1 cp ricorre quando “l’agente abbia chia­ramente dimostrato di volersi erigere a vindice con la propria azione delittuosa di superiori principi morali accettati per comune e diffusa convinzione dalla coscienza etica di un popolo in un determinato periodo storico, oppure per loro natura immanenti in ogni tempo ed in ogni luogo” (Cass. pen. I, 26.2.1954, ric. Kretsch; Giust. pen. 1954, II, 816, m. 575); ipotesi che è ben lungi da quella di spe­cie in cui, a parte il concorso di moventi privati e la inumanità del delitto, il movente politico è costituito dalla difesa di interessi di classe in contrasto col progresso civile e con la coscienza etica della collettività.
Nel corso della discussione finale uno dei difensori, sostenendo che la pena dell’ergastolo prevista dagli art. 17 e 22 cp sia incompatibile, per la sua perpetuità, col principio che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione dei condannati”, fissato dall’art. 27, secondo capoverso, della Costituzione, ha proposto una questione di legittimità costituzionale che, a norma dell’art. 23 della legge 11 marzo 1953 n. 87, questa Corte avrebbe sollevato d’ufficio se non fosse manifestamente infondata.
Già le Sezioni Unite Penali della Suprema Corte con decisione 16 giugno 1956, ric. Tondi (Giust. pen. 1956, I, 296), si sono pronunciate nel senso della manifesta infondatezza della questione ponendo in evidenza che, comunque sotto qualunque aspetto si operi il raffronto tra la norma costituzionale e la norma legislativa ordinaria di cui si contesta la legittimità, nessun contrasto si delinea fra le stesse, sì che la loro compatibilità non appare in alcun modo incrinata.
Invero il precetto costituzionale non innova sul fondamento e sul valore della pena, né afferma principi diversi da quelli che la legislazione anteriore non avesse ricevuti ma accentua, con senso di alto valore sociale ed umano, un principio etico che permea di sé il diritto moderno e, imponendo, quale presupposto, che, pur nel suo carattere afflittivo, il trattamento penitenziario sia informato al rispetto della dignità della persona umana, vuole che, unitamente agli altri fini, la cui individuazione lascia al diritto penale, la pena tenda sempre ed in ogni caso alla superiore finalità della rieducazione e della redenzione del condannato.
Il testo della norma nella sua formulazione chiaramente esprime il nesso che lega la prima alla seconda proposizione, poiché è proprio attraverso le modalità di esecuzione della pena che si attua il processo di rieducazione e di redenzione morale che innanzi tutto è un fatto interiore, un superamento spirituale volto a vincere, nel travaglio della espiazione, le proprie tendenze antisociali, premessa necessaria del riadattamento alla vita sociale.
L’art. 27 della Costituzione non dispone per le pene detentive; ripudia tuttavia la pena di morte, salvo nei casi previsti dalle leggi militari di guerra; e dal fatto che non abbia ripudiato pure la pena dell’ergastolo è lecito dedurre che il Legislatore Costituente non abbia ravvisato nella perpetuità di essa un motivo di incompatibilità col su accennato fine.
Del resto, sul piano giuridico e sociale la funzione emendatrice della pena ben si concilia col fine del pari essenziale della retribuzione etica e della intimidazione; ed, ove si consideri che scopo principale della rieducazione del condannato è la reintegrazione della sua personalità morale senza di che non potrà esservi recupero sociale, agevolmente si scorge che la pena dell’ergastolo – prevista per quelle forme di grave ed efferata criminalità, nelle quali non sempre il ricupero sociale si consegue – non è di per sé contraria né ad un trattamento penale umanitario, né alla rieducazione del condannato.
Non lo è riguardo al primo aspetto perché esso non attiene alla durata, bensì alle modalità di esecuzione della pena e l’ergastolo non implica una esecuzione penale ­diversa da quella delle pene detentive temporanee; non lo è in relazione al secondo perché, anche nella ipotesi della pena perpetua, la rieducazione morale può conseguire la finalità esteriore del ricupero sociale: da un lato essa costituisce il presupposto per l’esercizio della facoltà di proposta di grazia che, ai sensi dell’art. 201 del Regolamento per gli Istituti di Prevenzione e di Pena 18 giugno 1931 n. 787 può farsi quando, dopo venti anni di il condannato, “per la condotta tenuta e le prove date di attaccamento al lavoro, sia giudicato meritevole di particolare considerazione”, e dall’altro alimenta la speranza che la redenzione nella pena valga a­ dischiudere, per via di grazia, la via della libertà.
Se la riforma penale che si auspica porrà un temperamento alla gravità della pena, accendendo vieppiù tale speranza mediante l’estensione dell’istituto della liberazione con­dizionale, lo stimolo alla emenda ne risulterà incoraggia­to, ma il rilievo non conduce, a conclusione diversa da quella cui questa Corte è pervenuta affermando la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituziona­le come sopra proposta.
La ricostruzione storica dei fatti, la valutazio­ne della personalità degli autori, l’orientamento difensivo nel giudizio di primo grado, l’esito delle denunzie presentate dall’on. prof. Giuseppe Montalbano, dal giorna­lista Vincenzo Caputo e dall’Imbrociano (v. n. 55, I), il mutato atteggiamento degli imputati in questa sede e la critica delle prove privano di concreto fondamento la richiesta di applicazione di circostanze attenuanti generiche basata sul riflesso di una situazione locale nella quale il Giuliano avrebbe operato “come poteva operare un plotone di polizia (v. n. 53, II, 7) ­e per una causale che il difensore in primo grado della maggior parte degli imputati indicò “nella ragione di stato del regno di Giuliano”.­
La carenza dello Stato, conseguente alla disfatta, determinò, sì – come si è detto (v. n. 1 e n. 2) – un clima propizio al sorgere ed al consolidarsi del complesso fenomeno Giuliano, ma al tempo dei fatti, cessata l’Amministrazione Militare Alleata, lo Stato Italiano aveva ripreso tutto il potere e lo esercitava attraverso i propri organi che andava ricostituendo e potenziando pur con non lievi difficoltà.
I primi giudici hanno puntualizzato questo aspetto esat­tamente; e, a conclusione di quanto la Corte ha avuto occa­sione di rilevare e di considerare nel corso della motiva­zione che precede, può affermarsi ora con maggiore fondamento che nessun elemento serio e concreto – poiché di certo nessun idoneo elemento può desumersi dai metodi e dai sistemi adottati dagli organi preposti alla repressione del banditismo in Sicilia per il conseguimento di questo fine (v. n. 57, II) – autorizza il grave sospetto ventila­to ancora in questa sede dalla difesa dello Sciortino (v. n. 52). Al contrario, la fitta schiera dei caduti nello adempimento del dovere testimonia che incessante, tenace, coraggiosa è stata ognora la lotta condotta dagli organi di polizia (Pubblica Sicurezza, Carabinieri, altri militari dell’Esercito in servizio di ordine pubblico e di sicurezza) contro il Giuliano e la sua banda (v. n. 3 e n. 44).
Situazione di ambiente eccezionale, certamente, e sotto vari riflessi anche paradossale, che, se vale a spiegare la grande difficoltà della repressione, non può tuttavia giustificare, di fronte a delitti tanto gravi ed allarmanti, la pretesa estrema difficoltà per chiunque di comprendere dove finisse il bene e dove cominciasse il male (v. n. 54, II, A, 2).
Ciò posto, dopo quanto sopra si è detto intorno al carattere dei delitti, alle ragioni di movente per gli appartenenti alla banda (prevalentemente private ed egoistiche), alla personalità dei colpevoli, la Corte non trova alcun motivo, sia nell’ambito delle direttive fissate dall’art. 133 cp, sia al di fuori di esse, per concedere agli imputati Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Cucinella Antonino e Gaglio Francesco l’invocato beneficio delle circostanze attenuanti generiche; non soccorre in loro favore nemmeno il comportamento processuale che è stato protervo, insidioso, privo di ogni senso di resipiscenza, anche in questa fase del procedimento.
In particolare va tenuto presente: che il Terranova, il Mannino, il Pisciotta, il Cucinella hanno dato prova, con la loro condotta antecedente, contemporanea e susseguente ai reati, di una capacità a delinquere veramente impressionante e di una pericolosità sociale che non può essere sottovalutata ove si pensi che il Mannino, tornato in Sicilia dopo l’avventura tunisina, tentò di riprendere i contatti con i resti della banda e riprese a commettere delitti; che il Cucinella, per cui si è fatto leva anche sullo stato di mente, non si palesa meritevole di un’attenuazione della pena neppure sotto il riflesso della sua costituzione nevrosica, poiché nessuna circostanza, inerente a manifestazioni della sua per­sonalità, conduce a ritenere che al momento dei fatti egli versasse in uno stato di alterazione psichica che, pur non­ raggiungendo il livello del vizio parziale di mente, dimi­nuisse in qualche modo la sua capacità di intendere e di volere; che il Gaglio, infine, avendo l’età di ventisette anni era già un uomo di esperienza e fu tratto al delitto, per mero calcolo, dall’interesse a far parte della banda come è dimostrato dal sequestro Astra.
Per Genovese Giuseppe non sono state chieste attenuanti generiche; tuttavia la Corte, ponendosi il problema, osserva che anche nei confronti dello stesso ricorrono gli elementi ostativi rilevati per gli appartenenti alla banda.
Lo Sciortino, benché affiliato anche lui alla banda, è in una posizione diversa e si differenzia dagli altri banditi per moventi e per fini (v. n. 72): non era un predone, non era latitante, non perseguiva fini di lucro, né di libertà. Era indubbiamente un esaltato, un ambizioso, un violento dominato dalla passione politica che dapprima l’aveva sospinto al centro dei moti separatisti e di poi ne aveva fatto un acceso anticomunista; egli esprimeva nella banda gli interessi ­della mafia e di quel medio ceto agrario cui apparteneva, aspirando a realizzarli per mezzo del Giuliano.
Questi aspetti della sua personalità – che, tuttavia, unitamente al sentimento o all’interesse che lo indusse a sposare la sorella del capo bandito, per un cieco istinto di difesa egli ha rinnegati in contrasto con i motivi di gravame – valgono ad avviso della Corte a porlo in una luce migliore anche se l’intensa passionalità che lo animava lo pose insieme al Giuliano al centro dell’organizzazione dell’uno e degli altri crimini.
La condotta tenuta successivamente ai reati consente infatti di guardare con fiducia al suo ricupero sociale: in America condusse una vita di lavoro e nelle carceri di Palermo, come risulta dalla lettera inviata a questa Corte dal cappellano sac. Giovanni Graceffa (W/3, 392) ha dimo­strato particolari doti che fanno bene sperare nella sua capacità di redenzione nella pena.
Può avere pertanto accoglimento la richiesta di attenuanti generiche proposta dai suoi difensori con i motivi di impugnazione e con le conclusioni di udienza.
Beneficio che la Corte stima concedere anche a Badalmenti Nunzio e a Pretti Domenico, malgrado la loro condotta successiva ai reati che per il Badalamenti, il quale visse poi accanto al Giuliano, ha raggiunto un apice di grande criminosità. L’uno, non aveva compiuto ancora venti anni, l’altro era assai più anziano, ma erano “picciotti” entrambi ed i loro precedenti penali in quel tempo erano buoni; furono tratti al delitto dalla suggestione che esercitava la banda Giuliano e, quantunque vi fossero già inclini e sentissero la vocazione al banditismo, anche dalla sollecitazione e dalle promesse di Giuseppe Cucinella, il quale, offrendogli la possibilità, travolse forse le ultime loro fragili resistenze interiori.
Per il Di Lorenzo non sono state chieste attenuanti generiche ed in realtà non sussiste alcun motivo per concederle; e del pari non sussiste motivo per concederle a Cucchiaro Pietro.
In esito alle conclusioni cui la Corte è pervenuta nella disamina dei singoli mezzi di gravame deve provvedersi come appresso.
I. Per effetto dell’attenuante di cui all’art. 114 up cp va diminuita la pena inflitta dai primi giudici a Pisciotta Vincenzo e, per le ragioni su esposte, si stimi giusto ridurla, come già si è detto, ad anni quindici di reclusione.
II. Per effetto delle attenuanti di cui all’art. 62 bis cp alla pena dell’ergastolo inflitta a Sciortino Pasquale per il delitto di strage va sostituita quella della reclusione che, tenuto conto dei motivi su cui tali attenuanti si fondano, nonché dalla gravità del delitto, della rilevanza dell’apporto dato dall’imputato alla preparazione ed alla esecuzione del delitto stesso e degli altri elementi sopra valutati, si stima giusto determinare nella misura di anni ventiquattro; similmente vanno diminuite le pene di anni due di reclusione e di mesi sei di reclusione al medesimo Sciortino inflitte per i delitti di detenzione abusiva di armi e munizioni da guerra e di danneggiamento mediante incendio in danno della sede del Partito comunista di S. G. Jato e, attesa la concreta incidenza della predetta attenuante, si ritiene congruo ridurle rispettivamente ad anni uno e mesi sei di reclusione ed a mesi cinque di reclusione; la pena complessiva pertanto va determinata in anni venticinque e mesi undici di reclusione.
III. Per effetto dello attenuanti di cui all’art. 62 bis cp alla pena dell’ergastolo inflitta a Badalamenti Nunzio per il delitto di strage va sostituita quella della reclusione che, per le ragioni dianzi dette sulla gravità del delitto, sui motivi a delinquere, sulla personalità del colpevole e quindi sulla concreta incidenza delle attenuanti stesse, si stima congruo determinare nella misura di anni ventidue; si­milmente va ridotta la pena di anni due di reclusione inflittagli per il delitto di detenzione abusiva di armi e munizioni da guerra e si ritiene giusto ridurla ad anni uno e mesi sei di reclusione; cosicché la pena complessiva va determi­nata in anni ventitré e mesi sei di reclusione.
IV. Pretti Domenico va dichiarato colpevole del delitto di strage e per effetto delle attenuanti di cui all’art. 62 bis cp, in luogo della pena dell’ergastolo va applicata quella della reclusione che per le ragioni anzidette, in conformità alla richiesta del PM, si stima congruo determinare nella misura di anni venti.
V. In conseguenza Pisciotta Vincenzo, Sciortino Pasquale, Badalamenti Nunzio e Pretti Domenico vanno condannati alle pene accessorie della interdizione perpetua dai pubblici uffici e della interdizione legale durante la pena ai sensi degli art. 29 e 32 cp; e vanno sottoposti altresì, a norma dell’art. 230 cp, alla misura di sicurezza della libertà vigilata per un tempo non inferiore a tre anni.
VI. Di Lorenzo Giuseppe va dichiarato colpevole di concorso nel delitto di danneggiamento mediante incendio in danno della sede del Partito comunista di Carini e si stima giusto infliggergli la pena nella stessa misura di mesi sei di reclusione inflitta dai primi giudici agli altri partecipanti.
VII. Genovese Giovanni va assolto per insufficienza di prove da tutti i reati ascrittigli e ne va disposta l’immediata scarcerazione ove non debba restare detenuto per altra causa.
VIII. Di Lorenzo Giuseppe, Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Cucinella Antonino e Sciortino Pasquale vanno assolti dalla imputazione di con­corso morale nella strage consumata da Passatempo Salvatore a Partinico per non aver commesso il fatto, e con formula analoga va inoltre assolto lo Sciortino dalla imputazione di tentato omicidio in persona di Rizzo Benedetta.
IX. In conseguenza del riesame determinato dall’appello del PM, Lo Cullo Pietro va assolto dalla imputazione di concorso nella strage di Portella della Ginestra per in­sufficienza di prove.
X. Corrao Remo va assolto invece dalla medesima impu­tazione per non aver commesso il fatto.
XI. Nei confronti di Candela Vita va dichiarato di non doversi procedere per il delitto di assistenza od associati per delinquere (art. 418 cp), così definito il fatto ascrittole, per estinzione del reato in virtù di amnistia a norma degli art. 1 e 4 del DP 19.12.1953 n. 922.
XII. Nel resto l’impugnata sentenza va confermata e conseguentemente: 1. Gaglio Francesco e Cucchiara Pietro, i cui gravami sono stati disattesi, e Pretti Domenico e Di Lorenzo Giuseppe, nei cui confronti è stato accolto l’appello del PM, vanno condannati in solido alle spese di questo grado; e inoltre il Pretti e il Di Lorenzo, in solido, anche a quello del giudizio di primo grado; 2. il Pretti poi è tenuto, in solido con gli altri imputati condannati per il medesimo titolo di reato, al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede, in essi comprese le somme assegnate a titolo provvisionale, a favore delle parti lese costituite parti civili Matranga Saveria, Cusenza Vito, Moschetto Rosario, La Fata Salvatore, Labruzzo Vincenza, Zito Vincenza e Buffa Vincenza; 3. infine Gaglio Francesco, Pisciotta Vincenzo, Terrano­va Antonino fu Giuseppe, Genovese Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio, Pretti Domenico vanno condannati in solido al rimborso delle spese di questo grado a favore delle parti civili spese che vanno liquidate in lire 210.000 per ciascuna, in esse compresi i diritti e gli onorari di difesa rispettivamente a Matranga Saveria, a Cusenza Vito, a Moschetto Rosario; ed in £. 210.000 complessivamente, giusta richiesta, a La Fata Salvatore, Labruzzo Vincenza, Zito Vincenza e Buffa Vincenza.
XIII. Il dispositivo della sentenza impugnata va rettificato ed integrato in armonia con la motivazione mediante pronunzia: a) di assoluzione di Buffa Antonino, Musso Gioacchino e Terranova Antonino di Salvatore dal concorso in danneggiamento alla sede comunista di S. Giuseppe Jato per la esimente dello stato di necessità; e di Pretti Domenico dalla imputazione di concorso morale nella strage consumata dal Passatempo a Partinico per non aver commesso il fatto; b) e di non doversi procedere a carico di Sapienza Vincenzo e Pretti Domenico per il danneggiamento alla sede del Partito comunista di Borgetto per mancanza di querela.
XIV. L’applicazione di eventuali condoni va rinviata in sede di esecuzione.
Visti ed applicati gli artt. 149, 213, 523, 477, 479, 488 e 489 cpp, 29, 32, 62 bis, 112 n. 4, 114 up, 151, 230, 422 cp, 1 e 4 DP 19.12.1953 n. 922;
provvedendo sugli appelli del PM e degli imputati Gaglio Francesco, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Tinervia Giuseppe, Russo Giovanni, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Cristiano Giuseppe, Pisciotta Vincenzo, Di Lorenzo Giuseppe, Terranova Antonino fu Giuseppe, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, Cucinella Antonino Mazzola Vito, Badalamenti Nunzio, Motisi Francesco Paolo, Sapienza Giuseppe di Francesco, Di Misa Giuseppe, Lo Cullo Pietro, Candela Vita, Cucchiara Pietro e Corrao Remo, avverso la sentenza della Corte di Assise di Viterbo in data 3 maggio 1952;
1. dichiara inammissibili le impugnazioni proposte da Sapienza Giuseppe di Tommaso, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Tinervia Giuseppe, Russo Giovanni, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Cristiano Giuseppe, Di Lorenzo Giuseppe, Mazzola Vito, Motisi Francesco Paolo, Sapienza Giuseppe di Francesco e Di Misa Giuseppe, per omessa presentazione dei motivi e condanna i medesimi in solido alle spese di questo grado del giudizio.
2. In riforma della sentenza stessa: a) ritiene a favore di Pisciotta Vincenzo il concorso dell’attenuante di cui all’art. 114 up in relazione all’art. 112 n. 4, ultima ipotesi cp e per l’effetto riduce la pena dal primo giudice inflitta ad anni quindici di reclusione; b) ritiene a favore di Sciortino Pasquale il concorso di circostanze attenuanti generiche nei delitti di strage, consumata il 1° maggio 1947 in Portella della Ginestra, di danneggiamento mediante incendio in danno della sede del Partito comunista di S. Giuseppe Jato e di detenzione abusiva di armi e munizioni da guerra e per l’effetto lo condanna alle pene rispettive di anni ventiquattro di reclusione per il primo delitto, di mesi cinque di reclusione per il secondo e di anni uno e mesi sei di reclusione per il terzo; e cosi complessivamente ad anni venticinque e mesi undici di reclusione; c) ritiene a favore di Badalamenti Nunzio il concorso di circostanza attenuanti generiche nei delitti di strage consumata il 1° maggio 1947 in Portella della Ginestra e di detenzione abusiva di armi e munizioni da guerra e per l’effetto lo condanna alla pena di anni ventidue di reclusione per il primo delitto e di anni uno e mesi sei di reclusione per il secondo e così complessivamente ad anni ventitré e mesi sei di reclusione; d) dichiara Pretti Domenico colpevole del delitto di strage consumata il 1° maggio 1947 in Portella della Ginestra ed in concorso di circostanze attenuanti generiche, lo condanna alla pena di anni venti di reclusione; e) condanna Pisciotta Vincenzo, Sciortino Pasquale, Badalamenti Nunzio e Pretti Domenico alle pene accessorie della interdizione perpetua dai pubblici uffici e della interdizione legale durante la pena; sottopone gli stessi alla misura di sicurezza della libertà vigilata per un tempo non inferiore a tre anni; f) dichiara Di Lorenzo Giuseppe colpevole del delitto di danneggiamento mediante incendio in danno della sede del Partito comunista di Carini e lo condanna alla pena di mesi sei di reclusione; g) assolve Genovese Giovanni dai delitti di strage consumata il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra e di detenzione abusiva di armi e munizioni da guerra per insufficienza di prove e ne ordina l’immediata escarcerazione se non detenuto per altra causa; h) assolve Di Lorenzo Giuseppe, Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Cucinella Antonino e Sciortino Pasquale dalla imputazione di concorso morale nel delitto di strage consumato a Partinico il 22.6.1947 da Passatempo Salvatore e lo Sciortino inoltre dalla imputazione di tentato omicidio in persona di Rizzo Benedetta per non aver commesso il fatto; i) dichiarata l’inammissibilità dell’appello proposto­ da Lo Cullo Pietro, assolve, in conseguenza dell’appello proposto dal PM, il medesimo imputato dal reato ascritto­gli per insufficienza di prove; l) assolve Corrao Remo dal reato ascrittogli per non aver commesso il fatto; m) previa modifica del titolo del reato attribuito a Candela Vita in quello di assistenza ad associati per delinquere ai sensi dell’art. 418 cp, dichiara di non do­versi procedere contro la stessa per estinzione del reato a causa di amnistia;
3. conferma nel resto l’impugnata sentenza e condanna Gaglio Francesco, Pretti Domenico, Di Lorenzo Giuseppe e Cucchiara Pietro in solido alle spese di questo grado del giudizio ed inoltre il Pretti e il Di Lorenzo in solido a quelle del giudizio di primo grado;
4. condanna Pretti al risarcimento dei danni a favore delle parti lese costituite parti civili Matranga Saveria, Cusenza Vito, Moschetto Rosario, La Fata Salvatore, Labruzzo Vincenza, Zito Vincenza, e Buffa Vincenza, in solido con gli altri imputati condannati per il medesimo titolo di reato;
5. condanna Gaglio Francesco, Pisciotta Vincenzo, Terranova Antonino fu Giuseppe, Genovese Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio, Pretti Domenico in solido al rimborso delle spese in favore delle parti civili per questo giudizio di appello spese che liquida in lire 210.000, comprensive diritti ed onorari di difesa, rispettivamente a Matranga Saveria, a Cusenza Vito, a Moschetto Rosario, e congiuntamente, giusta richiesta, a La Fata Salvatore, Labruzzo Vincenza, Zito Vincenza e Buffa Vincenza;
6. In rettifica del dispositivo della sentenza impugnata: a) assolve Buffa Antonino, Musso Gioacchino e Terranova Antonino di Salvatore dal danneggiamento della sede del Partito comunista di S. Giuseppe Jato perché non punibili per essere stati costretti all’azione da un pericolo attuale alla persona, non altrimenti evitabile; b) dichiara di non doversi procedere a carico di Sapienza Vincenzo e Pretti Domenico per il danneggiamento ai sensi dell’art. 635 cp in pregiudizio della sede del Partito comunista di Borgetto perché l’azione penale non avrebbe potuto essere iniziata per mancanza di querela; c) assolve Pretti Domenico dalla imputazione di concorso morale nel delitto di strage consumata a Par­tinico il 22 giugno I947 da Passatempo Salvatore per non aver commesso il fatto;
7. rinvia in sede di esecuzione l’applicazione di eventuali condoni.­
Così deciso in Roma il 10 agosto I956. ­Seguono le firme.
Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.	Visualizza tutti gli articoli di Giuseppe Casarrubea →	Questa voce è stata pubblicata in tribunali e atti vari e contrassegnata con sentenza di appello, strage di Portella della Ginestra. Contrassegna il permalink.	← La congiura di Badoglio

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 art. 29
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