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Timestamp: 2020-08-05 14:08:51+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23281 del 18/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23281 del 18/09/2019
Cassazione civile sez. VI, 18/09/2019, (ud. 28/06/2019, dep. 18/09/2019), n.23281
sul ricorso 25951-2018 proposto da:
MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), in persona del Ministro por
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VLA DEI PORTOGHESI 12,
difende ope elgis;
1. con decreto depositato in data 23 luglio 2018 il Tribunale di Brescia respingeva il ricorso proposto da D.M. avverso il provvedimento di diniego di protezione internazionale emesso dalla competente Commissione territoriale al fine di domandare il riconoscimento del diritto allo status di rifugiato, alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14 e ss. o alla protezione umanitaria previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6;
in particolare il Tribunale, dopo aver rilevato che la vicenda narrata dal ricorrente rimandava non a una forma di persecuzione ma a un mero conflitto familiare e che il Gambia si trovava in una fase di superamento della precedente situazione di violazione dei diritti umani, escludeva che nel caso in esame ricorressero i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale in tutte le forme richieste, tenuto conto, rispetto alla domanda di riconoscimento della protezione umanitaria, della mancanza di alcuna situazione di vulnerabilità, anche in ragione dell’aiuto ricevuto in patria dal migrante ad opera di amici e associazione umanitarie;
2. ricorre per cassazione avverso questa pronuncia D.M. al fine di far valere quattro motivi di impugnazione;
4.1 il secondo motivo è rubricato: “sempre in via preliminare: richiesta di sollevare una questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, così come modificato dalla L. n. 46 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g), per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1; art. 24 Cost., commi 1 e 2; art. 111 Cost., commi 1, 2 e 7 , nella parte in cui stabilisce che il termine per proporre ricorso per cassazione è di giorni trenta a decorrere dalla comunicazione a cura della cancelleria del decreto di primo grado”;
4.2 la questione è manifestamente infondata: la previsione del termine di trenta giorni per il ricorso per cassazione, a far data dalla comunicazione del decreto, rientra senza dubbio nell’ambito della discrezionalità del legislatore e trova giustificazione in esigenze di urgenza, analoghe a quelle che lo stesso legislatore ha reputato sussistenti in diverse fattispecie, come ad esempio alla L. 4 maggio 1983 n. 184, art. 17, comma 2, e L. Fall., art. 99, u.c., (Cass. 17717/2018);
5.1 il terzo motivo è rubricato: “sempre in via preliminare richiesta di sollevare una questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, così come modificato dalla L. n. 46 del 201, art. 6, comma 1, n. 3-septies, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1; art. 24 Cost., commi 1 e 2; art. 111 Cost., commi 1, 2 e 7, nella parte in cui stabilisce che il procedimento è definito, con decreto non reclamabile, entro sessanta giorni dalla presentazione del ricorso”;
il Tribunale ha negato il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria “non emergendo alcuna situazione di vulnerabilità”;
ciò – dato che la censura lamenta la mancanza di un giudizio di bilanciamento fra la condizione di provenienza e il grado di inserimento raggiunto) in Italia – sia rispetto all’indicazione compiuta circa l’inserimento sociale raggiunto, sia in relazione alle condizioni soggettive del ricorrente nel paese di origine, indispensabili per compiere il giudizio comparativo come le condizioni di integrazione sul territorio nazionale;
la doglianza in esame non contiene alcuna indicazione in tal senso e risulta quindi generica, occorrendo invece che l’odierno ricorrente accompagnasse la denunzia del vizio con la riproduzione, diretta o indiretta, del contenuto dell’atto che sorreggeva la censura, dato che questa Corte non è legittimata a procedere a una autonoma ricerca degli atti processuali ma solo a una verifica del contenuto degli stessi; in mancanza di una simile indicazione la doglianza in esame risulta giocoforza inammissibile, per violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6;
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in C 2.100 oltre a spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 art. 14
 art. 5
 art. 35
 art. 6
 art. 24
 art. 111
 art. 17
 art. 99
 art. 35
 art. 6
 art. 24
 art. 111