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Timestamp: 2018-03-20 23:35:59+00:00

Document:
R.P. Salvatore M. Brandi d.C.d.G.: Leone XIII e la questione Biblica (I).
La Civiltà Cattolica anno XLV, serie XV, vol. IX (fasc. 1048, 6 febbr. 1894) Roma 1894 pag. 401-415.
LEONE XIII E LA QUESTIONE BIBLICA
L'Eminentissimo Cardinale L. M. Parocchi, in un suo dotto ed eloquente discorso tenuto nell'occasione delle recenti feste giubilari [1], dimostrò egregiamente come la particolare grandezza del regnante Pontefice Leone XIII consista segnatamente nell'aver lui saputo così bene svolgere negli anni del suo glorioso Pontificato la nobile e divina missione propria del Papato, di esser cioè promotore, capo e condottiero della civiltà universale. Anche noi, secondo le deboli nostre forze, ci occupammo altra volta di siffatto argomento [2], quando, discorrendo dell'azione benefica ed eminentemente civilizzatrice di Leone XIII nell'odierna società, dimostrammo co' fatti essere quella da lui costantemente diretta al solo e sublime scopo di conservare, difendere e propagare il sacro deposito della cattolica verità a lui affidato, e di far sentire a tutta l'umana famiglia l'alto conforto della divina dottrina e della celeste virtù di cui è ricca la Chiesa, fonte perenne di ogni vera e solida civiltà.
Il che vien facendo l'augusto Pontefice, in modo veramente singolare, massime colle sue numerose ed ammirabili Encicliche. Basterà qui rammentare quelle su' mali che affliggono da ogni parte la umana società [3], contro i funesti errori de' socialisti [4], intorno al politico principato [5], sulla cristiana costituzione della società civile [6], sulla libertà secondo il Vangelo [7], sull'abolizione della schiavitù [8], contro la Massoneria ed altre moltissime non meno ammirabili di quelle, che mirano a promuovere i buoni studii secondo la dottrina dell'Aquinate [9], a tutelare la santità del matrimonio cristiano [10], a propagare da per tutto la fede di Cristo [11], a determinare, secondo giustizia, prudenza e carità, i doveri de' cittadini [12], a risollevare all'altezza voluta da Dio la condizione degli operai [13], e via dicendo. Una nuova prova dello zelo di Leone XIII, nello svolgimento della sua missione illuminatrice, ci vien fornita dalla recente sua Enciclica sulle Sante Scritture [14]; il serio studio delle quali e la genuina intelligenza ed intrepida difesa sono cosa tanto più commendevole, quanto più eccellenti e duraturi ne sono gli effetti, ordinati tutti a vantaggio del gregge del Signore ed a perpetuare nel mondo la civiltà del Vangelo.
L'eco grandissima che questa Enciclica ha avuta da per tutto mostra quanto essa fosse opportuna e desiderata. Le Università, i Seminarii, le Scuole, anche protestanti [15], l'hanno accolta con vivo interesse, e i fogli pubblici ed i periodici delle grandi nazioni l'hanno citata, riprodotta, o commentata. Parecchie facoltà cattoliche, in ispecie quelle di Francia, inviarono al Santo Padre lettere affettuosissime d'intiera adesione a' suoi insegnamenti, mettendo in tal guisa felicemente fine alle polemiche che ivi, in modo speciale, turbarono gli animi durante lo scorso anno 1893. Nè ciò deve recar meraviglia; poichè gli attacchi sempre più feroci e micidiali del Razionalismo contro il sacro deposito della cattolica rivelazione, e massimamente le funeste aberrazioni di una nuova scuola di esegeti cattolici avevano già disposto gli animi a commuoversi al grido di chi è nella Chiesa di Cristo il Capo, il Maestro ed il Pastore.
Che questo poi fosse lo scopo, se non unico, certamente principale, della recente Enciclica, di asserire, cioè, e vendicare contro tutti i suoi oppositori, ed in ispecie contro la nuova scuola, la divina ed infallibile autorità de' libri sacri, tutti interi e in tutte le loro parti, da Dio loro autore ispirati, ce lo attesta lo stesso Pontefice colle seguenti parole: «Movemur ac prope impellimur sollicitudine Apostolici muneris, non modo ut hunc praeclarum catholicae revelationis fontem tutius atque uberius ad utilitatem dominici gregis patere velimus, verum etiam ut eumdem ne patiamur ulla in parte violari, ab iis qui in Scripturam sanctam, sive impio ausu invehuntur aperte, sive nova quaedam fallaciter imprudenterve moliuntur.» [«Siamo mossi, e come spinti dalla sollecitudine del nostro ufficio apostolico, non solo a volere che tale preclara fonte della rivelazione cattolica sia resa accessibile in maniera sempre più sicura ed abbondante a vantaggio del gregge del Signore, ma anche a non tollerare che sia abusata in alcuna sua parte da coloro che o inveiscono con empia audacia apertamente contro la sacra Scrittura o tramano, con inganno o con imprudenza, una qualche innovazione.». N.d.R.]
L'errore adunque fondamentale della nuova scuola, conosciuta anche sotto il nome di scuola larga, è quello di ammettere che vi sieno o almeno vi possano essere nelle Sacre Scritture proposizioni false od inesatte. Queste però non riguarderebbero mai la fede o la morale, ma le sole materie storiche e scientifiche. Nè ammettendo ciò, credono i fautori della nuova scuola d'intaccare la scienza o la veracità di Dio; poichè, nella loro sentenza, l'azione di Dio ispirante o non si estenderebbe a siffatte materie, o estendendosi anche ad esse, non estenderebbe loro gli effetti della sua infallibilità.
A difendere la prima ipotesi, pretendono i seguaci della detta scuola, che l'estensione della divina ispirazione vien determinata dal suo motivo; ora questo è necessariamente ed esclusivamente dommatico e morale; dunque alle sole cose dommatiche e morali essa dovrà appartenere. Quanto alla seconda ipotesi gravemente osservano, che quantunque tutte le cose contenute nelle sacre Scritture si dicessero ispirate, nondimeno di esse tutte non potrebbe mai affermarsi che sono rivelate, essendo non poche di esse o già conosciute, o certamente potute conoscersi da' sacri scrittori per l'uso naturale delle loro facoltà. Le cose ispirate e rivelate, perchè dette da Dio, sono infallibilmente vere, non così però quelle che sono soltanto ispirate. In altri termini, nella predetta ipotesi, il concetto cattolico della ispirazione non inchiuderebbe necessariamente una rivelazione o manifestazione della verità da Dio fatta, sia questa verità per sè occulta o sia naturalmente conoscibile, e quindi non tutte le parti ispirate sarebbero in realtà parola di Dio.
Ecco un saggio della dottrina della nuova scuola, che leggiamo nel Correspondant del 25 gennaio 1893:
Alla scuola larga appartengono «coloro che non temono d'ammettere enunciati inesatti nella Bibbia. Dio allora non ne sarebbe responsabile e sarebbe nondimeno l'ispiratore di tutta l'opera. In che modo ciò? Per questo che altra cosa è rivelare, altra ispirare. La rivelazione è un insegnamento divino che non può cadere che sulla verità. L'ispirazione è una azione motrice che determina lo scrittore sacro a scrivere, lo guida, lo spinge, lo sorveglia. Questa mozione preserverebbe lo scritto da ogni errore nelle materie di fede e di morale, ma se si ammettesse che la grazia non vada oltre, essa avrebbe allora i medesimi limiti dell'infallibilità della Chiesa. La promessa d'inerranza non è stata fatta alla Chiesa, che per proporci con certezza l'oggetto della credenza e la regola de' costumi. Senza dubbio, la Bibbia non è soltanto infallibile come la Chiesa, essa è anche ispirata. Ma se l'ispirazione si estende a tutto, forse essa non conferisce l'infallibilità a tutte le espressioni dell'Autore ispirato; forse essa riserva questo privilegio alle sole asserzioni che interessano la fede ed i costumi [16].»
Se non che la nuova scuola, nel proporre cotesta sua sentenza, quasi fosse una delle più importanti scoperte di questa fine di secolo, non ha fatto altro in realtà che rinnovare un antico errore, già ben noto e le mille volte condannato e confutato da' Dottori cattolici. S. Girolamo, nel Proemio all'Epistola di S. Paolo a Filemone, parla di alcuni, i quali rigettavano quell'Epistola, dicendo che l'Apostolo «non sempre, nè tutto, disse ispirato da Cristo.» Aiunt non semper Apostolum nec omnia, Christo in se loquente, dixisse [17]. Così pure, come attesta S. Epifanio, gli eretici Anomei asserivano che gli Agiografi talora parlarono come meri uomini. Cum urgeri rationum vi, ac male haberi coeperint, effugiunt subinde ac prosiliunt; et, Ista, inquiunt, Apostolus tanquam homo dixit [18]. Parimente errò l'apostata De Dominis, asserendo «non essere assurdo ammettere nelle Scritture qualche errore ex humanae naturae lapsu, in quelle cose che non toccano la fede e la morale [19].» Nè altrimenti opinarono Holden, Grozio, Spinoza, Erasmo, Episcopio ed altri [20].
Tale è la sentenza della nuova scuola, condannata da Leone XIII nella sua recente Enciclica. «È assolutamente illecito, così il Pontefice, sia il limitare l'ispirazione ad alcune parti soltanto della Sacra Scrittura, sia (non limitando l'ispirazione) il concedere che abbia errato lo stesso autore sacro. Poichè non è neppur da tollerarsi il sistema di coloro i quali, ad evitare alcune difficoltà, non esitano a concedere che l'ispirazione divina appartiene alle sole cose di fede e costumi, falsamente opinando che, quando si tratta della verità delle sentenze, piuttosto che indagare quali cose abbia Iddio dette, fa mestiere indagare con maggior cura il fine per cui le ha dette. Imperocchè i libri che la Chiesa ritiene quali sacri e canonici, tutti e tutti interi e in tutte le loro parti furono scritti per dettato dello Spirito Santo; è poi così falso che sotto la divina ispirazione possa trovarsi alcun errore, che essa, per se medesima, non solo esclude ogni errore, ma così necessariamente lo esclude e lo respinge, quanto è necessario che Dio somma Verità non sia autore d'errore alcuno [21].»
Poscia autorevolmente dichiara e dimostra il Pontefice che siffatta dottrina è la sola vera dottrina da tenersi da tutti i cattolici, poichè essa sola è quella che esprime «l'antica e costante fede della Chiesa» haec est antiqua et constans fides Ecclesiae. Conchiude quindi che «coloro i quali reputano potersi contenere alcun che di falso ne' luoghi autentici de' Libri sacri, o pervertono addirittura il concetto cattolico dell'ispirazione divina, o fanno autore dell'errore lo stesso Dio. Qui in locis authenticis Librorum sacrorum quidpiam falsi contineri posse existimant, ii profecto aut catholicam divinae inspirationis notionem pervertunt, aut Deum ipsum erroris faciunt auctorem. Colle quali parole Leone XIII ci addita, con ogni brevità e chiarezza, la ragione, sulla quale poggiar si deve la piena e solida confutazione dell'errore fondamentale della nuova scuola [22].
Qual è infatti il concetto cattolico dell'ispirazione delle Sante Scritture? Esso non è nè può essere altro da quello in fuori che ci viene proposto dal vivo e proprio magistero della Chiesa Cattolica, la quale, come definì il Concilio Vaticano, «per sè stessa, cioè per la sua ammirabile propagazione, per la sua esimia santità e per l'inesausta fecondità in ogni bene, per la cattolica sua unità e per l'invitta stabilità è un grande e perpetuo motivo di credibilità ed una testimonianza irrefragabile della sua legazione divina» [23]. Ora la Chiesa c'insegna che il concetto cattolico dell'ispirazione de' libri sacri risponde al concetto di un'azione soprannaturale, la quale fa che l'uomo scriva soltanto ciò che Dio vuole, in guisa che Dio stesso possa dirsi ed in realtà sia l'Autore di quegli scritti.
Tal è il concetto usato e consecrato ne' varii pubblici e solenni documenti della Chiesa. Così, ad esempio, nell'anno 495, Papa Gelasio, nel prologo al suo decreto sulle Scritture Canoniche, dichiarava: «Ad discutiendas vel intelligendas Scripturas, quas in Novo vel Veteri Testamento a pluribus editas (novimus) illud apostolicum nobis convenit servare eloquium: prophetias, inquit, nolite spernere, omnia autem probate; ut plenius Dei operatione credamus illas esse conditas.» Nel Concilio V° Ecumenico troviamo dannato l'errore di Teodoro di Mopsuesta, il quale rigettava il libro di Giobbe, contra conscriptorem eius, idest Spiritum Sanctum. Nella professione di fede, prescritta dal Concilio IV Cartaginese a' Vescovi consecrandi, si dice: Credo etiam Novi et Veteris Testamenti unum esse Auctorem Deum, la quale identica formola, nel secolo XI, fu spedita da Leone IX a Pietro Vescovo di Antiochia, fu accettata da' Greci nel Concilio Lionese II, fu imposta da Innocenzo III a' Valdesi che tornavano in seno alla Chiesa, ed è tuttora giurata da' Vescovi nella loro consecrazione. Finalmente nel Concilio Fiorentino è detto che: «Sacrosancta Romana Ecclesia.... firmissime credit, profitetur et praedicat, unum atque eumdem Deum Veteris et Novi Testamenti Auctorem, quoniam eodem Spiritu Sancto inspirante, utriusque Testamenti Sancti locuti sunt, quorum libros suscipit ac veneratur.» La stessa definizione fu poscia ripetuta dal Concilio Tridentino [24], e ribadita ed ulteriormente dichiarata dal Concilio Vaticano [25]. Il quale nella sua prima Costituzione dommatica solennemente insegnò: che «La Chiesa tiene per sacri e canonici i libri intieri dell'antico e nuovo Testamento con tutte le loro parti.... non perchè elaborati per sola azione umana, siano stati poscia approvati dalla sua autorità, nè soltanto perchè contengano senza errori la rivelazione; ma perchè scritti per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore, e come tali alla medesima Chiesa furono affidati.» E nel quarto canone dello stesso capo aggiunge: «Se alcuno non riceverà per sacri e canonici i libri intieri della sacra Scrittura con tutte le loro parti, come gli enumerò il santo Sinodo Tridentino, o negherà che essi sieno ispirati; sia anatema [26].»
Dove si noti il progresso fatto nella esposizione e dichiarazione di questo domma. Il Concilio, come osserva un illustre scrittore della Scuola Cattolica [27], non si contenta di dichiarare che i libri delle Scritture intieri con tutte le loro parti sono sacri e canonici o che sono divini, od anche che sono infallibilmente veraci, ma insegna, che quei libri intieri con tutte le loro parti sono divinamente ispirati, e che tale ispirazione loro conviene segnatamente, perchè Dio stesso ne è l'autore.
Crediamo inutile aggiungere a questi documenti le testimonianze chiare e precise de' Padri della Chiesa, i quali, riponendo l'intima ragione della ispirazione della Scrittura nello stesso fatto, provano l'unanimità della tradizione cattolica su questo punto. Tali testimonianze i lettori troveranno presso i Teologi i quali ex professo trattano siffatta questione [28]. Basterà qui citare le parole dell'Angelico Dottore, il quale, compendiando ne' suoi aurei volumi tutta quanta la dottrina tradizionale cattolica, ci assicura che, secondo quella, l'ispirazione de' sacri libri richiede che di tutti e di ciascuno, come di tutte e singole le loro parti si verifichi la formola teologica: Spiritus Sanctus est auctor, homo vero instrumentum [29].
Dalla quale formola non è malagevole cosa intendere in che senso Dio dicasi Autore de' sacri libri, e quindi illustrare, secondo l'insegnamento contenuto nell'Enciclica, la natura e l'estensione della loro divina ispirazione. Ed in primo luogo è fuor d'ogni dubbio che siffatta speciale denominazione non compete a Dio nel solo significato che egli ne sia la causa prima, poichè, come tale, egli è causa universale di tutte le cose, e perciò nello stesso modo egli sarebbe autore dei libri sacri come di qualsivoglia altro libro. Nè dicesi Dio autore de' libri sacri, quasi che ne fosse l'unica causa efficiente particolare, venendo ciò escluso dalla ragione stessa della sua azione ispiratrice, la quale necessariamente suppone un soggetto che, ricevendola in sè, scriva sotto il suo influsso ciò che Dio suggerisce e vuole. Resta dunque che dicasi Dio autore de' sacri libri, in quanto è la loro causa efficiente particolare, non unica, ma principale, e perciò tale che si serve della cooperazione dell'uomo, come di causa secondaria ed istrumentale. Un tal significato vien luminosamente confermato dalle dichiarazioni fatte dagli stessi apostoli. Così San Pietro, ragionando della necessità di sostituire un apostolo in luogo del traditore, dichiara che «bisogna che si riduca ad effetto la Scrittura che fu predetta dallo Spirito Santo per bocca di Davidde intorno a Giuda.» Oportet impleri scripturam quam praedixit Spiritus Sanctus per os David de Iuda [30]. S. Paolo, segregatus, come egli dice, in evangelium Dei, di questo asserisce essere stato [= S. Paolo, segregato (prescelto) come dice per il Vangelo di Dio, asserisce che tale Vangelo è stato..., N.d.R.] «anticipatamente promesso da Dio per mezzo de' suoi profeti nelle sante Scritture.» Quod ante promiserat (Deus) per prophetas suos in scripturis sanctis [31]. E gli Apostoli Pietro e Giovanni, dimostrando che nel solo Gesù Cristo, pietra angolare, è la vera salute, tra le altre cose affermano che Dio, parlando lo Spirito Santo per bocca di Davidde, ha detto tutto ciò che è riferito di Cristo nel Salmo secondo: Qui (Deus) Spiritu Sancto, per os patris nostri David pueri tui, dixisti: Quare fremuerunt gentes etc [32]. Da' quali testi, senza che vi sia mestieri di analisi laboriosa o di sottile dialettica, è evidente che lo scrittore umano non ha, sotto l'ispirazione, altro ufficio che quello di organo o strumento, pel quale Iddio autore principale, parla agli uomini e produce il libro ispirato.
Lo scrittore umano però non è un istrumento fisico, totalmente passivo e, per così dire, morto; ma bensì un istrumento fisico attivo, vivo ed intelligente. Egli razionalmente cooperando all'ispirazione divina, liberamente si serve delle proprie facoltà, e mette a profitto le naturali sue forze per iscrivere quelle determinate cose che Dio suggerisce e vuole sieno da lui scritte. Egli è che riporta le parole di Dio, egli che insegna, egli che parla generalmente in nome proprio, sebbene come legato di Dio [33]. Così è scritto: Verba Amos, verba Ieremiae prophetae: Paulus, servus Iesu Christi, omnibus qui sunt Romae etc. Il che è altresì un altro indizio di quanto abbiamo già accennato, che cioè, nelle Scritture, Dio parla agli uomini mediatamente per mezzo degli Agiografi, de' quali si legge: Non voluntate humana, sed Spiritu Sancto inspirati, locuti sunt Sancti Dei homines [34]. [Imperocchè non per umano volere ... ma ispirati dallo Spirito Santo, parlarono i santi uomini di Dio. N.d.R.] E poichè, secondo la sana e vera filosofia, l'effetto si deve attribuire, con ogni proprietà, alla causa principale e non già all'istrumentale, s'intende facilmente con quanta ragione l'insegnamento cattolico ritenne sempre e ritiene con S. Gregorio M. che, essendo lo Spirito Santo l'autore principale della Scrittura, ipse haec scripsit, qui scribenda dictavit, ipse scripsit, qui et in illius opere inspirator extitit [35], e che perciò, come dice S. Giustino martire, non agli Agiografi, sed Spiritui Sancto ac Verbo Dei tribuenda sunt quae illi loquuntur [36]. Fondandosi su questo principio inconcusso, S. Tommaso insegna, in opposizione alla nuova scuola, che nelle stesse parti storiche delle sacre Scritture est pro fundamento tenenda veritas historiae [37], e che in queste, come in tutte le altre, sensui literali Scripturae nunquam potest subesse falsum [38]. Sapientemente, dunque, osserva Leone XIII nella sua Enciclica che, trattandosi dell'infallibilità delle sacre Scritture, «niente affatto importa se lo Spirito Santo assunse uomini come stromenti a scrivere». L'errore di questi, ove errore vi fosse, a lui, come a principale autore, sarebbe sempre da attribuirsi. Nihil admodum refert, Spiritum Sanctum assumpsisse homines tanquam instrumenta ad scribendum, quasi, non quidem primario auctori, sed scriptoribus inspiratis quidpiam falsi elabi potuerit.
Ma se Dio, per l'azione sua ispiratrice, è l'autore principale de' libri sacri, tutti interi con tutte le loro parti, cosicchè le cose scritte dagli Agiografi, suoi stromenti, a lui debbano attribuirsi, è cosa evidente che, con quell'azione, debba Dio in primo luogo muovere la volontà degli Agiografi a scrivere. Ciò è richiesto dalla natura stessa della causa istrumentale, la quale, come insegna l'Angelico, agit solum per motum quo movetur a principali agente [39]. Senza una tale mozione adunque non potrebbe Dio dirsi Autore principale delle Scritture. Si richiede inoltre che, con quell'azione, Dio illumini la mente degli Agiografi, rivelando o manifestando loro il soggetto del libro, le materie che egli vuole sieno da essi trattate, le verità che debbono proporre, i fatti che debbono narrare; poichè, secondo l'antica e costante fede della Chiesa, autorevolmente propostaci da Leone XIII nella sua Enciclica, bisogna ritenere che «i libri sacri tutti e intieri e in tutte le loro parti furono scritti per dettato dello Spirito Santo». Se fosse altrimenti, non dovrebbe nè potrebbe attribuirsi a lui, come da lui detto, tutto ciò che dicono gli scrittori ispirati. Nè sarebbe egli l'Autore principale di quel libro, tutto intero e in tutte le sue parti, non essendo egli, in tale ipotesi, l'autore di tutto ciò che formalmente costituisce il libro [40]. E qui, a sfatare un puerile sofisma degli avversarii, cade in acconcio osservare che la parola rivelazione, nel linguaggio teologico, non si applica alla sola manifestazione di verità occulte, ma si estende altresì a qualsivoglia insegnamento divino. E perciò distinguono i teologi la rivelazione stricte dicta da quella che essi chiamano late dicta. Lo stesso Concilio Vaticano usa la parola in questo senso, dove, parlando della soprannaturale rivelazione «che si contiene in libri scritti e in tradizioni non scritte», insegna che a questa divina rivelazione è da attribuirsi, anche quello che nelle cose divine non è per sè inaccessibile all'umana ragione [41].
Gli scrittori sacri, sebbene efficacemente mossi da Dio a scrivere, e da lui illuminati circa le materie che sole egli vuole sieno da loro scritte, pure, come fu già osservato, essi liberamente cooperano con Dio nello scrivere, e non sono, sotto l'azione di Dio ispirante, meri strumenti passivi. È necessario quindi che Dio gli assista e dirigga in tutto il corso dello scrivere, in guisa che senza errore scrivano tutto e soltanto ciò che egli vuole. Senza siffatta assistenza e direzione, non ripugnando che lo scrittore sacro aggiunga qualche cosa di suo alle cose dette da Dio, o che volontariamente o involontariamente vi introduca qualche errore, o che mal si esprima nel riferire il concetto di Dio, noi rimarremmo incerti sulla divina autorità de' libri sacri, considerati in tutte le loro parti, le quali, per questa stessa ragione, in nessun modo o senso, potrebbero attribuirsi a Dio come a loro principale ed infallibile autore.
Analizzando dunque il concetto complesso di ispirazione, quale ci si propone dalla Chiesa nella formola Deus est auctor Sacrae Scripturae integrae cum omnibus suis partibus, esso si risolve in questi elementi essenziali: 1° Impulso divino, il quale eccita ed efficacemente muove la volontà dello scrittore umano a scrivere ciò che Dio vuole. 2° Illustrazione dell'intelletto dello scrittore, perchè conosca che cosa voglia Dio che egli scriva: la quale illustrazione, se manifesta cose non conoscibili colle sole forze e mezzi naturali si dirà rivelazione in stretto senso, se altrimenti, si chiamerà anch'essa rivelazione ma in senso largo. 3° Assistenza e direzione divina, per cui lo scrittore, reso immune da ogni errore, fedelmente e convenientemente esprima tutto e solo ciò che Dio suggerisce e vuole.
Il che è in tutto conforme all'insegnamento contenuto nell'Enciclica, dove Leone XIII, insistendo sulla ragione, per la quale nessun errore potrà mai trovarsi nelle sacre Scritture, così scrive: «Supernaturali Deus virtute ita scriptores sacros ad scribendum excitavit et movit, ita scribentibus adstitit, ut ea omnia eaque sola quae ipse iuberet, et recte mente conciperent, et fideliter conscribere vellent, et apte infallibili veritate exprimerent: secus, non ipse esset auctor sacrae Scripturae universae.» [«Dio, come li stimolò e li mosse a scrivere con la sua virtù soprannaturale, così li assistette mentre scrivevano, affinchè tutte quelle cose e quelle sole che egli voleva, essi sia le concepissero in modo retto con la mente, sia volessero porle per iscritto fedelmente, sia le esprimessero in maniera opportuna con infallibile verità: altrimenti non sarebbe Egli stesso l'autore di tutta la sacra Scrittura.» N.d.R]
La Scrittura sacra adunque, in virtù della divina ispirazione, contiene tutte e sole quelle cose che Dio volle fossero in essa ricordate. Ma se così è, come mai potranno esse dirsi da Dio ispirate in tutte le loro parti e fallaci in alcune di loro? Come mai potranno in esse trovarsi cose false, senza che di esse sia autore Dio? A tutta ragione adunque disse Leone XIII nella sua Enciclica, che i seguaci della nuova scuola «pervertono il concetto cattolico dell'ispirazione o fanno autore dell'errore lo stesso Dio».
E questo basti per ora. Delle futili ragioni, colle quali la nuova scuola si è provata di oscurare l'antica e costante credenza cattolica, discorreremo in un altro quaderno.
N.B.: questo lavoro fu pubblicato anche a parte col titolo: La questione Biblica e l'Enciclica Providentissimus Deus, Roma 1894.
Leone XIII e la questione Biblica. Fascicolo Data: Serie Volume
I — Leone XIII e la questione Biblica § 1-6. 1048 6 febbraio 1894 XV IX
II — Leone XIII e la questione Biblica §7-14. 1050 5 marzo 1894 XV IX
III — Un diplomatico ipercritico e la Bibbia §1-7 1054 9 maggio 1894 XV X
IV — Un altro saggio del diplomatico ipercritico § 8-14 1055 22 maggio 1894 XV X
V — La scoperta di "Eufrasio" e la questione Biblica 1056 6 giugno 1894 XV X
VI — Dei pretesi errori scientifici della Bibbia § 1-9 1058 11 luglio 1894 XV XI
VII — Dei pretesi errori scientifici della Bibbia §10-16 1065 24 ottobre 1894 XV XII
[1] La Missione civilizzatrice di Leone XIII. Roma, tip. della Pace, 1893.
[2] La Politica di Leone XIII. Quaderni 1019, 1020, 1021.
[3] Inscrutabili, 21 aprile 1878.
[4] Quod Apostolici muneris, 28 decembre 1878.
[5] Diuturnum, 29 giugno 1881.
[6] Immortale Dei, 1 novembre 1885.
[7] Libertas, 20 giugno 1888.
[8] Catholicae Ecclesiae, 20 novembre 1890.
[9] Aeterni Patris, 4 agosto 1879.
[10] Arcanum, 10 febbraio 1880.
[11] Sancta Dei Civitas, 3 decembre 1880.
[12] Sapientiae Christianae, 10 gennaio 1890.
[13] Rerum novarum, 15 maggio 1891.
[14] Se ne vegga il testo da noi pubblicato nel Quad. 1044, pp. 641-668.
[15] Si vegga la lettera del ritualista inglese Dr. Ignatius, pubblicata nel Catholic Times di Liverpool e riprodotta in italiano dall'Italia Reale, num. 31. del 31 gennaio 1894.
[16] Traduzione della Scuola Cattolica. Ser. II, v. 5, p. 531.
[17] Comm. in Ep. ad Philemonem. Ed. Migne, P. L., Vol. 26, p. 601.
[18] Adversus Haereses. haeres. LXXVI. Ed. Migne, P. G., Vol. 42, p. 638.
[19] De Repub. Christ. lib. VII, c. I.
[20] Vedi Mazzella, De Virt. infusis, Disp. IV, art. IV; Cereseto, Istituzioni Bibliche, § CIV. Chiavari, tip. Esposito, 1892; Cornely, De Divina Sacrarum Scripturarum inspiratione. Commentariolus, Parisiis, Lethielleux, 1891.
[21] «Nefas omnino fuerit, aut inspirationem ad aliquas tantum sacrae Scripturae partes coangustare, aut concedere sacrum ipsum errasse auctorem. Nec enim toleranda est eorum ratio, qui ex istis difficultatibus sese expediunt, id nimirum dare non dubitantes, inspirationem divinam ad res fidei morumque, nihil praeterea, pertinere, eo quod falso arbitrentur, de veritate sententiarum quum agitur, non adeo exquirendum quaenam dixerit Deus, ut non magis perpendatur quam ob causam ea dixerit. Etenim libri omnes atque integri, quos Ecclesia tamquam sacros et canonicos recipit, cum omnibus suis partibus, Spiritu Sancto dictante, conscripti sunt; tantum vero abest ut divinae inspirationi error ullus subesse possit, ut ea per se ipsam, non modo errorem excludat omnem, sed tam necessario excludat et respuat, quam necessarium est, Deum, summam Veritatem, nullius omnino erroris auctorem esse.»
[22] Fra i recenti scrittori, i quali ex professo hanno confutato gli errori della nuova scuola, meritano speciale lode il P. Brucker S. J. nel Periodico Francese Les Études, marzo ed aprile 1893; Grandclaude, La Question Biblique ecc. Paris, Lethielleux 1893; Idem Réponse à la Revue de Lille, 1894; Magnier, La Question Biblique, Saint-Amand (Cher) 1893; La Scuola Cattolica, Serie II. V. 5; Fr. D. D. dei Pred. L'Enciclica sopra gli studii biblici, nel periodico il Rosario, num. del gennaio 1894; G. M. S. J. Di una improvvida concessione ecc. (Estratto dall'Osservatore Cattolico) Milano, 1893; Cereseto Istituzioni Bibliche ecc. Chiavari, tip. Esposito 1892; Cornely S. J. De Divina Script. inspiratione, Parisiis, Lethielleux; F. Schmid, Die neusten Controversen über die Inspir. Innsbruk, Zeitschr. f. Theol.; Senepin S. J. De Divinis Scripturis, earumque interpretatione, Lyon, Delhomme et Briguet, 1893, ed altri.
[23] Sess. III, c. 3, de fide.
[24] «Eos (Veteris et Novi Testamenti libros integros cum omnibus suis partibus) Ecclesia pro sacris et canonicis habet, non ideo quod sola humana industria concinnati sua deinde auctoritate sint approbati, nec ideo dumtaxat, quod revelationem sine errore contineant; sed propterea quod, Spiritu Sancto inspirante conscripti Deum habent auctorem, atque ut tales ipsi Ecclesiae traditi sunt.»
[25] Questi ed altri documenti son citati nello Schema de fide catholica, proposto al Conc. Vaticano. Collect. Lacens. Conciliorum recent., Friburgi 1890. Vol. VII, p. 422. Vedi anche Cereseto l. c.
[26] «Si quis sacrae Scripturae libros integros cum omnibus suis partibus, prout illos sancta Tridentina Synodus recenset, pro sacris et canonicis non susceperit, aut eos divinitus inspiratos esse negaverit; anathema sit.» Sess. III, cap. II, De Revelatione can. IV.
[27] Vol. II, p. 515. Della divina ispirazione della Bibbia, articolo del Sac. Prof. Eugenio Gamba, dott. in S. T.
[28] Vedi, per esempio, Franzelin, De Divina Traditione et Scriptura; Mazzella, De Virtutibus infusis, Disp. IV, art. 4; Ubaldi, Introductio in Sanctam Scripturam, P. II. Art. 2.
[29] Quodlib. 7, quest. 6, art. 16.
[30] Act. I, 16.
[31] Rom. I, 2.
[32] Act. IV, 25.
[33] Alcuni Santi Padri, come S. Giustino m. (Cohort. ad Graecas, 8), non di rado paragonano i profeti ed i sacri scrittori alla cetra mossa col plettro dallo Spirito Santo, ovvero al flauto, sonato dal medesimo; ma i moderni acattolici pigliano tali similitudini così alla lettera che arrivano a dire che quei Santi Padri credevano i sacri autori non differenziarsi dagli indovini e vati pagani, i quali, rapiti fuor di sè, pronunziavano cose che essi non intendevano. È evidente che siffatti paragoni non vanno presi in tal senso, se non si vogliano attribuire ai Padri molti assurdi; queste ed altrettali comparazioni ritrovansi benanche presso i Santi Padri a noi più vicini, i quali tuttavia ci avvisano apertamente che i profeti non erano altrimenti rapiti fuori di sè, come i pseudoprofeti pagani, in guisa da non capire le proprie parole, ma che Dio parlava nel loro cuore in modo che, divenuti sapienti, annunziassero ad altri la sapienza ricevuta dall'alto. Vedi Cornely l. c. p. 11.
[34] II. Petri, I, 21. Vedi Cereseto, l. c., p. 617.
[35] Praef. in Iob., n. 2, Ed. Migne P. L. Vol. 75, p. 517.
[36] Apologia 1ª. Ed. Migne P. G. Vol. 6, p. 386.
[37] Summa Theologica, I. P., q. 102, a. 1.
[38] Ibid., I. P., q. 1, a. 3.
[39] Ibid. III. P., q. 62, a. 1.
[40] Su questo punto si consulti l'eccellente trattato De Virtutibus infusis dell'Emo Card. Mazzella. Eccone un saggio: «Quidquid ita se habet, ut sine eo liber non sit qualem auctor esse voluit, id formale dici potest, et certo est tribuendum auctori libri. Si quae vero auctor per se non intendit, adeoque huiusmodi sunt, ut sive uno, sive alio modo se habeant, liber manet qualem auctor eum esse voluit, haec dici possunt pars materialis libri et per se non necessario auctori sunt tribuenda, ut ille vere sit auctor libri..... Hinc evidens est res et sententias, quae in Sacra Scriptura continentur esse a Deo tanquam a causa efficiente principali; haec enim omnia sunt per se intenta a Deo, adeoque maxime pertinent ad partem formalem libri..... Generatim vero, quantum est ex conceptu auctoris libri, non necesse est ut Deus ita suppeditaverit verba, stylum etc.; sed potuit ea relinquere electioni et industriae hominis, quem ut instrumentum assumpsit ad acribendum: hoc enim in casu, ut diximus, se haberent uti partem libri materialem, quam Deus per se non intendit. Attamen in hoc ipso casu admittenda est specialis Dei assistentia, vi cuius hominis inspirati res et sententias a Deo acceptas, vere, sincere, et prorsus infallibiliter exprimant». Disp. IV, art. 4, nn. 936-938. Romae, tip. Polygl. de Prop. Fide.
[41] Sess. III, cap. 2, de revelatione.

References: sentenza 
 § 1
 §7
 §1
 § 8
 § 1
 §10
 art. 4
 Art. 2
 art. 16
in casu
 art. 4