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Art. 136 codice penale: Modalità di conversione di pene pecuniarie
HOME Codice penale Articoli Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015 Codice penale Art. 136 codice penale: Modalità di conversione di pene pecuniarie L’AUTORE: Redazione
Precedentemente la Corte costituzionale, con sentenza 21 novembre 1979, n.
131, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente articolo.
Modalità di conversione di pene
Ai fini dell'accertamento dell'insolvibilità del condannato - che costituisce il presupposto della conversione della pena pecuniaria, nella specie, in quella di libertà controllata - il pignoramento negativo pur potendo costituire prova sufficiente della predetta insolvibilità non riveste, tuttavia, carattere di prova necessaria ed esclusiva, non sussistendo in "subiecta" materia alcuna gerarchia delle fonti di prova. Rigetta, Mag. sorv. Lecce, 07/04/2011
Cassazione penale sez. V 02 dicembre 2011 n. 12153 Il condannato al pagamento della pena pecuniaria è tenuto al pagamento della pena anche nel caso in cui sia stata pronunciata nei suoi confronti dichiarazione di fallimento. Ne consegue che il giudice di sorveglianza può stabilire la conversione della pena pecuniaria in libertà controllata, ritenendo accertato lo stato di effettiva insolvibilità del condannato sulla base dell'infruttuoso esperimento del pignoramento dei beni.
Cassazione penale sez. I 09 giugno 2005 n. 26358 Presupposto della conversione delle pene pecuniarie è la verifica dell'effettiva insolvibilità del condannato, da intendersi come permanente impossibilità di adempiere, ed è distinta dalla situazione di insolvenza, che rappresenta invece uno stato transitorio, che consente il differimento o la rateizzazione della pena pecuniaria.
Cassazione penale sez. I 09 giugno 2005 n. 26358 Qualora il condannato sia dichiarato fallito, la pena pecuniaria inflittagli per fatto commesso anteriormente alla dichiarazione di fallimento non può essere convertita se non dopo la chiusura della procedura concorsuale, sussistendo in precedenza soltanto una situazione di insolvenza ma non necessariamente di insolvibilità, la quale ultima potrebbe risultare esclusa una volta che il fallito sia tornato "in bonis".
Cassazione penale sez. I 25 ottobre 1996 n. 5562 La capacità del condannato di essere assoggettato a pena pecuniaria rimane integra anche dopo la sua dichiarazione di fallimento; in tale ipotesi si realizza una situazione di insolvenza - che rappresenta uno stato transitorio - e non di insolvibilità per cui il magistrato di sorveglianza non deve procedere alla conversione della pena pecuniaria, ma può procedere al differimento o alla rateizzazione della medesima, escluso ogni obbligo di insinuazione del credito nel passivo fallimentare.
Cassazione penale sez. I 27 ottobre 1994
Cassazione penale sez. I 22 settembre 1994
La conversione delle pene della multa e dell'ammenda non eseguite per insolvibilità del condannato in libertà controllata o in lavoro sostitutivo è disciplinata non già dall'art. 135 c.p. sibbene dagli art. 136 c.p. e 102 della l. 24 novembre 1981 n. 689, il quale ultimo articolo dispone, al comma 3, che il ragguaglio è effettuato sulla base, rispettivamente, di l. 25.000 o di lire 50.000 per giorno o frazione di giorno. E poiché il citato art. 102 della legge n. 689 del 1981 non è stato modificato dalla l. 5 gennaio 1993 n. 402, che ha modificato invece soltanto l'art. 135 c.p. (prescrivendo che il ragguaglio, ai fini ivi previsti, abbia luogo calcolando lire 75.000 per ogni giorno di pena detentiva), ne deriva che la conversione in argomento deve continuare ad essere effettuata sulla base del criterio di ragguaglio tuttora indicato nello stesso art. 102. (In motivazione la Corte ha altresì rilevato che la identità, prima dell'intervento della legge n. 402 del 1993, fra i criteri quantitativi di ragguaglio di cui all'art. 135 c.p. e quelli di cui all'art. 102 legge n. 689 del 1981 non implica che la modifica normativa dei primi debba estendersi anche ai secondi, e che la non estensione trova conferma anche nel fatto che la modifica non prende in esame il ragguaglio ai fini del lavoro sostitutivo).
Cassazione penale sez. I 17 maggio 1994
Il presupposto per la conversione delle pene pecuniarie è costituito dall'insolvenza del condannato; l'accertamento di tale condizione da parte del p.m., quale organo preposto all'esecuzione della sentenza, non può aver luogo se non dopo il materiale reperimento del condannato stesso, anche perché quest'ultimo, originariamente insolvibile, può avere mutato la propria condizione. Con la conseguenza che, nell'ipotesi di irreperibilità del condannato, l'intera esecuzione - e non la sola conversione della pena pecuniaria - resta subordinata all'effettiva reperibilità della persona che vi deve essere sottoposta.
Cassazione penale sez. I 25 marzo 1994
In tema di conversione di pene pecuniarie la connessione fra i criteri di identificazione della competenza territoriale del magistrato di sorveglianza ed i luoghi di internamento, di detenzione, di residenza o di domicilio del condannato, suggerisce la interdipendenza della attuabilità della conversione con la reperibilità del condannato. Ed infatti, essendo il presupposto della conversione costituito dall'insolvenza del condannato e non potendo detto accertamento essere compiuto altrimenti se non dopo la sua effettiva reperibilità, nella possibilità di un positivo mutamento della sua negativa condizione economica, l'intera esecuzione resta subordinata all'effettivo ritrovamento del condannato. Ne consegue che, per l'ipotesi in cui il condannato sia irreperibile, non possono trovare consenso nè la tesi di una scindibilità cronologica del provvedimento di conversione da quello di determinazione delle modalità di esecuzione della sanzione sostitutiva, nè quella, conseguenziale, della loro adottabilità da parte di due diversi magistrati di sorveglianza, ossia dal magistrato di sorveglianza del luogo in cui fu pronunciata la sentenza, il primo, e da quello della residenza del condannato, quando ne sia acquisita la reperibilità, il secondo.
Cassazione penale sez. I 21 marzo 1994
Il diritto soggettivo pubblico ad equa riparazione per l'ingiusta detenzione presuppone che la perdita della libertà sia risultata senza titolo per non essere stata esercitata l'azione penale (archiviazione), ovvero per essere stata accertata l'infondatezza della pretesa punitiva (sentenza di proscioglimento o di assoluzione nel merito). Ne consegue che, nell'ipotesi di conversione di pene pecuniarie in pene limitative della libertà personale (sia anteriormente alla pubblicazione della sentenza della Corte cost. 21 novembre 1979 n. 131, che per effetto del meccanismo previsto dall'art. 136 c.p., come sostituito dall'art. 101 della l. 24 novembre 1981 n. 689), l'istituto disciplinato dagli art. 314 e 315 c.p.p. non trova applicazione.
Cassazione penale sez. IV 28 gennaio 1993
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References: Art. 136
 sentenza 
 art. 136
 art. 102
 art. 102
 sentenza 
 art. 314