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Timestamp: 2020-02-22 15:26:27+00:00

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Intercettazioni e corpo del reato: ecco cosa stabiliscono le Sezioni Unite | Consulenza Legale avv. Matrone Emiliana
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Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 32697 del 26 giugno 2014, hanno affermato il principio, secondo il quale «In tema di intercettazioni, la conversazione o comunicazione intercettata, costituisce corpo del reato allorché essa integra di per sé la fattispecie criminosa, e, in quanto tale, è utilizzabile nel processo penale».
Sentenza 26 giugno 2014, n. 32697
1. Con sentenza in data 3 maggio 2012 la Corte Militare di appello ha confermato la sentenza del 30 marzo 2011 del Tribunale Militare di Verona, con la quale E. F. e D. S. erano stati dichiarati colpevoli del reato di distruzione e deterioramento di cose militari, di cui agli artt. 40, 110 c.p. e 169 c.p. mil. pace, aggravato ai sensi dell’art. 47 stesso codice.
In particolare, secondo la contestazione, gli imputati, quali militari in servizio presso l’Aliquota Radiomobile del Comando Compagnia Carabinieri di Muggia, comandati in servizio di perlustrazione a bordo dell’autovettura Alfa Romeo 156, targata CC AV157, avevano mandato intenzionalmente il motore “fuori giri”, portato l’autovettura alla velocità di circa 100 km/h e innestato per due volte la prima marcia, provocando la rottura del cambio e del differenziale e, quindi, il deterioramento o la distruzione, in parte, di cosa mobile appartenente alla Amministrazione militare. Venivano, perciò, condannati, con la contestata aggravante, alla pena ritenuta di giustizia con i benefici della sospensione condizionale della stessa e della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale.
In punto di fatto gli imputati, comandati il giorno 21 dicembre 2007 del turno di servizio di perlustrazione ore 6-12, avevano riconsegnato l’autovettura dopo circa un’ora perché in avaria.
– della inchiesta amministrativa effettuata dall’ufficiale inquirente, Ten. Col. A. G., escusso come teste in dibattimento, coadiuvato, per la parte tecnica, dal Col. V. C., capo sezione motorizzazione dei Comando Interregionale Carabinieri di Milano, in ordine ai danni riportati dall’autovettura e alla loro compatibilità con un “fuori giri”, realizzato effettuando manovre di innesto forzato di marce basse a velocità non compatibile con tali rapporti di trasmissione;
– delle dichiarazioni del teste ing. G. C., consulente di parte dei due imputati nella inchiesta amministrativa, in ordine alla non incompatibilità del “fuori giri” con lo stato del motore, riscontrato al momento della riconsegna dell’autovettura da parte degli imputati, e alla esclusa dipendenza del danno da mancanza o inidoneità dell’olio nel motore ovvero da cattiva manutenzione;
La Corte Militare di appello, richiamando i principi di diritto fissati dalla prevalente giurisprudenza della Corte di cassazione, di recente con sentenza Sez. 6, n. 5141 del 2008, e l’intervento della Corte costituzionale con sentenza n. 366 del 1991, affermava che, in tema di intercettazioni telefoniche o ambientali da utilizzare in altri procedimenti, qualora la comunicazione intercettata costituisca essa stessa una condotta delittuosa, la sua acquisizione deve essere inquadrata nelle norme che regolano l’uso processuale del corpo di reato e non trovano, pertanto, applicazione le limitazioni probatorie previste dall’art. 270 c.p.p.
4. Avverso la sentenza di appello hanno proposto distinti ricorsi per cassazione personalmente il F. e, tramite il difensore avv. M. C., il S.
Entrambi i ricorrenti denunciano, come unico motivo di ricorso, di contenuto sostanzialmente analogo, la violazione degli artt. 266, 270 e 271 c.p.p. in ordine alla ritenuta utilizzabilità della intercettazione ambientale posta a fondamento dell’affermazione di responsabilità.
5. La Prima Sezione penale, cui il ricorso era stato assegnato, con ordinanza del 30 ottobre 2013, lo ha rimesso alle Sezioni unite ai sensi dell’art. 618 c.p.p.
5.1. Nell’ordinanza si osserva che la questione di diritto dedotta dai ricorrenti attiene alla utilizzabilità delle intercettazioni in procedimento diverso da quello nel quale erano state disposte in assenza delle condizioni richieste dall’art. 270 c.p.p. e alla inquadrabilità della conversazione intercettata, costituente condotta delittuosa, nelle norme che regolano l’uso processuale del corpo del reato.
5.2. Osserva ancora la Sezione rimettente che sussiste un contrasto interpretativo, peraltro consapevole, nella giurisprudenza della Corte di cassazione in ordine alla utilizzabilità delle intercettazioni nell’ambito di un processo diverso da quello per il quale erano state disposte relativamente a reato per il quale sarebbe preclusa la possibilità di utilizzazione ai sensi dell’art. 270 c.p.p.
Secondo l’ordinanza, un orientamento che viene definito maggioritario ha affermato, sia pure con riferimento a fattispecie diverse, il principio di diritto secondo il quale, in tema di intercettazioni telefoniche da utilizzare in altri procedimenti, le limitazioni probatorie di cui all’art. 270 c.p.p. non valgono allorché la comunicazione intercettata costituisce essa stessa condotta delittuosa, che, imprimendosi contestualmente alla commissione del fatto sul supporto magnetico registrante, lo rende corpo del reato, in quanto tale utilizzabile quale fonte di prova nel giudizio (Sez. 6, n. 8670 del 7 maggio 1993, Olivieri, Rv. 195535; Sez. 6, n. 14355 del 27 marzo 2001, Cugnetto, Rv. 218784; Sez. 6, n. 15729 del 21 febbraio 2003, Di Canosa, Rv. 225610; Sez. 6, n. 25128 del 24 maggio 2005, Tortu, Rv. 232255; Sez. 6, n. 5141 del 18 dicembre 2007, dep. 2008, Cincavalli, Rv. 238728; Sez. 6, n. 13166 del 29 novembre 2011, dep. 2012, Alessio, Rv. 252578; Sez. 6, n. 32957 del 17 luglio 2012, Salierno, Rv. 253037).
Secondo l’opposto indirizzo interpretativo, affermato solo da due sentenze (Sez. 6, n. 33187 del 5 aprile 2001, Ruggiero, Rv. 220273; Sez. 5, n. 10166 del 25 gennaio 2011, Fiori, Rv. 249952), quando le registrazioni non rappresentano una conversazione su circostanze relative al fatto-reato per il quale siano state disposte, ma una comunicazione che integra essa stessa condotta criminosa, la loro acquisizione è soggetta alle disposizioni stabilite dall’art. 270 c.p.p. e non va inquadrata nelle norme che regolano l’uso processuale del corpo di reato.
5.4. Altro motivo di contrasto interno, sempre nel primo indirizzo interpretativo, è stato ravvisato dalla Sezione rimettente con riferimento alla ipotesi in cui la comunicazione intercettata rappresenti solo un frammento della condotta criminosa, nel qual caso troverebbero applicazione le limitazioni probatorie stabilite dall’art. 270 c.p.p. (Rv. 232255).
7. Con memoria depositata il 9 giugno 2014 la Procura Generale Militare della Repubblica presso la Corte Suprema di cassazione ha osservato che, se si pervenisse alla conclusione della inutilizzabilità del contenuto dell’intercettazione ambientale, residuerebbe in ogni caso, quale prova della condotta del S., la possibilità di utilizzare la registrazione del rumore del “fuori giri” del motore, la cui captazione, trattandosi di un sonoro non comunicativo, si sottrae ai limiti fissati dagli artt. 266 e ss. c.p.p.
Nel prosieguo della memoria si svolgono argomentazioni a sostegno dell’interpretazione secondo la quale le limitazioni di cui all’art. 270 c.p.p. non operano allorché la conversazione intercettata costituisca essa stessa reato, sicché la corrispondente registrazione deve definirsi corpo del reato ed è soggetta alle norme processuali che ne regolano l’uso.
2. La questione sottoposta dalla Sezione rimettente all’esame delle Sezioni Unite è la seguente: «Se, in tema di intercettazioni, la conversazione o comunicazione intercettata, costituente di per sé condotta criminosa, possa essere qualificata corpo del reato e sia come tale utilizzabile».
3. È appena il caso di rilevare preliminarmente che ai sensi dell’art. 261 del c.p. mil. pace, salvo che la legge disponga diversamente, le disposizioni del codice di procedura penale si osservano anche per i procedimenti davanti ai tribunali militari.
4. È stato precisato dall’ordinanza di rimessione che la questione di diritto sollevata dai ricorrenti concerne, in via principale, la utilizzabilità delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni in procedimenti diversi da quelli per il quale sono state disposte, al di fuori dei casi in cui detta utilizzazione sarebbe consentita ai sensi dell’art. 270 c.p.p. (intercettazioni indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza); in secondo luogo la ricorrenza, nel caso in esame, delle condizioni per ritenere l’intercettazione utilizzabile in quanto corpo del reato.
5. Come è noto, la Corte costituzionale si è più volte occupata, sotto vari profili, della questione della legittimità costituzionale delle intercettazioni di comunicazioni nel quadro del necessario bilanciamento di due distinti interessi: «quello inerente alla libertà ed alla segretezza delle comunicazioni, riconosciuto come connaturale ai diritti della personalità definiti inviolabili dall’art. 2 Cost., e quello connesso all’esigenza di prevenire e reprimere i reati, vale a dire ad un bene anch’esso oggetto di protezione costituzionale» (sent. n. 34 del 1973).
Le varie pronunce che si sono succedute nel tempo hanno sempre confermato la legittimità della normativa in materia di intercettazioni, prima con riferimento all’art. 226, ultimo comma, dell’abrogato c.p.p., come modificato dalla legge n. 517 del 1955 (sent. n. 34 del 1973), e successivamente con riferimento agli artt. 266 e ss. del codice vigente, che peraltro risultano in linea di sostanziale continuità rispetto alle disposizioni del codice abrogato (sentenze n. 366 del 1991; n. 63 del 1994), osservando, da un lato, che detta normativa costituisce un corretto punto di equilibrio tra i valori costituzionali sopra enunciati, anche con riferimento all’utilizzazione delle intercettazioni in procedimenti diversi, ai sensi dell’art. 270 c.p.p., e, dall’altro, valorizzando il diretto controllo dell’autorità giudiziaria sull’esecuzione delle intercettazioni, nonché le garanzie del contraddittorio, di cui agli art. 268, commi 6, 7 e 8, c.p.p. con riferimento all’ipotesi di utilizzazione delle risultanze delle intercettazioni in procedimento diverso.
6. I profili di rilevanza costituzionale della disciplina delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni inducono ad esaminare per prima la questione sollevata dalla Procura Generale Militare relativamente ai limiti delle garanzie di ordine costituzionale che promanano dagli artt. 14 e 15 Cost. in materia di diritto alla riservatezza.
A queste ultime non è dunque applicabile la disciplina delle intercettazioni di cui agli artt. 266 e ss. c.p.p.
6.1. Tale principio di diritto è stato reiteratamente affermato dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, sia pure ai fini della esclusione della sussistenza del reato di interferenze illecite nella vita privata di cui all’art. 615-bis c.p. (Sez. 5, n. 35947 del 4 giugno 2001, Rosina, Rv. 220206; Sez. 6, n. 6962 del 10 gennaio 2003, Cherif Ahmed, Rv. 223733; Sez. 5, n. 44156 del 21 ottobre 2008, Gottardi, Rv. 241745), o con specifico riferimento alla utilizzabilità di videoregistrazioni di condotte non aventi contenuto comunicativo (Sez. 6, n. 1707 del 10 novembre 2011, dep. 2012, Trapani, Rv. 251563) effettuate al di fuori dei luoghi da qualificarsi come privata dimora.
6.2. È stato altresì reiteratamente affermato che l’abitacolo di un’autovettura non può essere considerato luogo di privata dimora (Sez. 1, n. 1904 del 22 gennaio 1996, Porcaro, Rv. 203799; Sez. 6, n. 2845 del 1° dicembre 2003, dep. 2004, Cavataio, Rv. 228420; Sez. 1, n. 2613 del 20 dicembre 2004, dep. 2005, Bolognino, Rv. 230533; Sez. 1, n. 47180 del 1° dicembre 2005, Sarcone, Rv. 233991; Sez. 1, n. 32581 del 6 maggio 2008, Sapone, Rv. 241229; Sez. 1, n. 13979 del 24 febbraio 2009, Morabito, Rv. 243556; Sez. 5, n. 8365 del 18 gennaio 2013, Girasole, Rv. 254657), dovendosi intendere tale il luogo adibito allo svolgimento di attività che ognuno ha il diritto di svolgere liberamente e legittimamente senza il pericolo di interferenze da parte di estranei.
6.3. Deve, pertanto, escludersi che la registrazione del rumore del motore dell’autovettura in uso agli imputati fosse soggetta alla disciplina delle intercettazioni di cui agli artt. 266 e ss. c.p.p.
Ne consegue che detta registrazione risulta utilizzabile, quale mezzo di prova atipico ex art. 189 c.p.p., non diversamente dalla utilizzabilità di strumenti di registrazione delle modalità di uso del veicolo o del suo motore previsti per determinate categorie di automezzi (ad. es. cronotachigrafo).
7.1. È noto che la, prevalente e più recente, giurisprudenza di legittimità ha ancorato la nozione di procedimento diverso ad un criterio di valutazione sostanzialistico, che prescinde da elementi formali, quale il numero di iscrizione del procedimento nel registro delle notizie di reato, in quanto considera decisiva, ai fini della individuazione della identità dei procedimenti, l’esistenza di una connessione tra il contenuto della originaria notizia di reato, per la quale sono state disposte le intercettazioni, ed i reati per i quali si procede sotto il profilo oggettivo, probatorio o finalistico (Sez. 6, n. 11472 del 2 dicembre 2009, Pavigliariti, Rv. 246524; Sez. 6, n. 46244 del 15 novembre 2012, Filippi, Rv. 254285; Sez. 2, n. 43434 del 5 luglio 2013, Bianco, Rv. 257834; Sez. 2, n. 3253 del 10 ottobre 2013, dep. 2014, Costa, Rv. 258591).
7.3. Operano, pertanto, i limiti alla utilizzabilità delle intercettazioni di conversazioni effettuate in diverso procedimento, stabiliti dall’art. 270 c.p.p., che i giudici di merito hanno ritenuto di poter superare, costituendo a loro avviso la registrazione delle conversazioni corpo di reato.
8.1. Secondo l’indirizzo maggioritario, alla nozione di corpo di reato ex art. 253 c.p.p. deve essere attribuita anche una implicazione immateriale, sicché le “conversazioni”, vale a dire i segni espressivi di comunicazioni tra soggetti, possono costituire corpo di reato, allorché la stessa espressione linguistica impiegata sia lesiva di un precetto penale e, imprimendosi, contestualmente alla commissione, sul supporto magnetico registrante, lo rende corpo di reato (Sez. 6, n. 8670 del 7 maggio 1993, Olivieri, Rv. 195535; Sez. 6, n. 14345 del 27 marzo 2001, Cugnetto, Rv. 218784; Sez. 6 n. 15729 del 21 febbraio 2003, Di Canosa, Rv. 225610; Sez. 6, n. 5141 del 18 dicembre 2007, dep. 2008, Cincavalli, Rv. 238728; Sez. 6, n. 13166 del 29 novembre 2011, dep. 2012, Alessio, Rv. 252578; Sez. 6, n. 32957 del 17 luglio 2012, Salierno, Rv. 253037).
8.2. Secondo l’orientamento minoritario, in tema di intercettazioni la conversazione non può mai costituire di per sé corpo del reato, poiché altrimenti si finisce con il confondere il risultato dell’intercettazione con la cosa materiale (nastro, disco o filmato) che documenta il fatto costituente reato, in quanto mezzo o prodotto della condotta criminosa, nonché la stessa condotta criminosa con l’attività esterna della sua documentazione (Sez. 6, n. 33187 del 5 aprile 2001, Ruggiero, Rv. 220273; Sez. 5 n. 10166 del 25 gennaio 2011, Fiori, Rv. 249952).
Per questo indirizzo l’intercettazione costituisce corpo del reato solo nella marginale ipotesi in cui è la stessa registrazione ad integrare la condotta delittuosa, quale ad esempio la indebita ripresa di notizie ed immagini della vita privata svolgentisi nei luoghi indicati nell’art. 614 c.p., sanzionata dall’art. 615-bis c.p. (sentenza cit. n. 10166 del 2011).
9.1. L’art. 253, comma 2, c.p.p. definisce corpo del reato, di cui deve essere disposto il sequestro ai sensi del comma 1, «le cose sulle quali o mediante le quali il reato è stato commesso nonché le cose che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo».
9.2. Eppure, già nei successivi articoli 254 e 254-bis c.p.p., in tema rispettivamente di sequestro di corrispondenza e sequestro di dati informatici, telematici e di telecomunicazioni, si coglie come, in relazione a determinate forme di comunicazione, ciò che al legislatore preme acquisire sia il contenuto della corrispondenza, del dato informatico, telematico e della telecomunicazione, anche se l’intervento ablativo si materializza sul contenitore (la lettera di carta o il supporto informatico).
L’identificazione del supporto materiale che contenga elementi di natura dichiarativa costituenti illecito penale con il suo contenuto immateriale trova poi un espresso riconoscimento nell’art. 235 c.p.p., che individua una categoria indefinita di “documenti costituenti corpo del reato”, così stabilendo: «I documenti che costituiscono corpo del reato devono essere acquisiti qualunque sia la persona che li abbia formati o li detenga».
Peraltro, risulta del tutto pacifico sia in giurisprudenza (Sez. 5, n. 45291 del 23 giugno 2005, Vettese, Rv. 232719; Sez. 5, n. 25881 del 7 maggio 2004, Amonti, Rv. 229486; Sez. 1, n. 37160 del 7 luglio 2004, Boccuni, Rv. 229790; Sez. 6, n. 43193 del 30 settembre 2004, Floridia, Rv. 230501; Sez. 5, n. 5061 del 14 novembre 1997, Paolini, Rv. 210110) che in dottrina, in relazione a determinati reati, nei quali la condotta criminosa assume carattere dichiarativo (falsità ideologica; falsa testimonianza e falsità analoghe; calunnia; simulazione di reato ed altri), che il supporto cartaceo o la registrazione che contiene l’elemento dichiarativo che integra una delle fattispecie criminose citate costituisce corpo di reato, in quanto tale soggetto al disposto di cui all’art. 235 c.p.p.
Si deve, pertanto, affermare che la registrazione o trascrizione del dato dichiarativo o comunicativo, che integra la fattispecie criminosa, costituisce corpo del reato, che, in quanto tale, deve essere acquisito agli atti del procedimento, ai sensi dell’art. 431, comma 1, lett. h), c.p.p., ed utilizzato come prova nel processo penale.
10. La identificazione della registrazione o dell’elemento documentale che ne costituisce trascrizione con il corpo del reato, allorché la stessa comunicazione o conversazione integra la fattispecie criminosa, è, peraltro, espressamente prevista proprio nella materia delle intercettazioni disciplinate dagli artt. 266 e ss. c.p.p.
10.1. Stabilisce, infatti, l’art. 271, comma 3, c.p.p.: «In ogni stato e grado del processo il giudice dispone che la documentazione delle intercettazioni previste dai commi 1 e 2 sia distrutta, salvo che costituisca corpo del reato».
È lo stesso legislatore, pertanto, ad ipotizzare che la documentazione delle intercettazioni, in considerazione del loro contenuto comunicativo o dichiarativo, costituisca corpo del reato; in quanto tale sottratto all’obbligo di distruzione ed acquisibile agli atti del procedimento ai sensi del citato disposto di cui all’art. 431 c.p.p.
10.2. Né, peraltro, è ipotizzabile che la disposizione intenda riferirsi alla fattispecie criminosa dell’interferenza illecita nella vita privata altrui, sanzionata dall’art. 615-bis c.p., considerato, da un lato, la collocazione della norma nella disciplina delle intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria e, dall’altro, l’espresso riferimento ai divieti di utilizzazione stabiliti dai primi due commi dell’art. 271 c.p.p. che riguardano detta disciplina.
È appena il caso di rilevare che i divieti di utilizzazione ed il concetto di inutilizzabilità appaiono identificativi dell’uso processuale del mezzo di prova, sicché devono essere riferiti al dato probatorio, che è disciplinato dagli artt. 187 e ss. c.p.p., e non al corpo del reato (cfr. Corte cost., sent. n. 366 del 1991).
Sul punto va ricordato che le pronunce, facenti parte del cosiddetto indirizzo maggioritario, si sono prevalentemente occupate di fattispecie in cui l’attività criminosa si concretava ed esauriva nella comunicazione o conversazione oggetto di intercettazione, quali ipotesi di favoreggiamento, in cui l’aiuto ad eludere le investigazioni o a sottrarsi alle ricerche risultava commesso mediante comunicazione telefonica (vedi le citate Sez. 6, n. 5141 del 2008, Cincavalli; Sez. 6, n. 32957 del 2012, Salierno; Sez. 6 n. 8670 del 1993, Olivieri); di rivelazione di segreto di ufficio consumatasi nel corso di una telefonata (Sez. 6, n. 14345 del 2001, Cugnetto, cit.). È stato, invece, escluso che l’intercettazione costituisca corpo di reato allorché la conversazione rappresenti solo frammento della condotta criminosa (Sez. 6, n. 25128 del 24 maggio 2005, Tortu, Rv. 232255).
12. Conclusivamente deve essere affermato il seguente principio di diritto: «In tema di intercettazioni, la conversazione o comunicazione intercettata, costituisce corpo del reato allorché essa integra di per sé la fattispecie criminosa, e, in quanto tale, è utilizzabile nel processo penale».
13. Peraltro, la inutilizzabilità delle intercettazioni in ambito processuale non ne esclude la funzione di notizia di reato, come tale utilizzabile dalla pubblica accusa per l’espletamento delle necessarie indagini volte all’acquisizione di elementi di prova sulla cui base potrà successivamente esercitare l’azione penale (cfr. Corte cost., sent. n. 366 del 1991, che ha valorizzato sul punto il potere del p.m. e della polizia giudiziaria di acquisire notizie di reato di propria iniziativa ai sensi dell’art. 330 c.p.p., nonché l’obbligo di acquisire notizie di reato, anche al di fuori dell’esercizio delle proprie funzioni, conferito al pubblico ministero dall’art. 70 ord. giud.).
14. Tornando all’esame del ricorso, risulta evidente che il contenuto delle conversazioni oggetto di intercettazione utilizzate dai giudici di merito abbiano carattere meramente descrittivo della condotta criminosa, secondo l’ipotesi accusatoria ascritta al S., o documentino l’attività istigativa attribuita al F., che di per sé non esaurisce le fattispecie criminose ascritte agli imputati.
Ne consegue che i contenuti comunicativi oggetto di intercettazione e registrazione non costituiscono, nel caso in esame, corpo del reato e sono soggetti ai limiti di utilizzabilità stabiliti dall’art. 270 c.p.p.
Depositata il 23 luglio 2014.
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Cass. 3 8 2 1 7/2008 – Razzismo

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 art. 268
 art. 189
 art. 253

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