Source: http://fpcgiltorino.it/component/content/article/1494-notizie-flash--notizie-flash-notizie-flash-notizie-flash.html
Timestamp: 2019-07-17 07:33:30+00:00

Document:
Incarichi e incompatibilità - Inconferibilità in caso di condanna per reati contro la PA - Condanna per delitto tentato
"Ai fini dell’applicazione dell’art. 3 del d.lgs. n. 39/2013, il riferimento contenuto nella disposizione di legge ad un’intera categoria di reati, nella specie i reati di cui al capo I del titolo II del libro II del codice penale, consente di estendere il regime di inconferibilità anche alle ipotesi di condanna non definitiva alle medesime fattispecie penali, ma rimaste allo stadio del tentativo, dal momento che in tali casi è compromessa l’imparzialità e la credibilità dell’azione amministrativa. Il medesimo canone interpretativo è applicabile anche in relazione alla diversa fattispecie di inconferibilità di cui all’art. 35 bis del d.lgs. 165/2001". Così si è espressa l'ANAC, con deliberazione n. 447 del 29 maggio 2019, in relazione alle segnalazioni e richieste di parere circa l’applicazione della causa di inconferibilità di cui all’art. 3 del d.lgs. 39/2013 alle ipotesi di condanna per delitto tentato. In particolare, ai fini dell'individuazione del principio di che trattasi, l'Autorità rileva che il periodo di inconferibilità individuato dall’art. 3 del d.lgs. 39/2013 non si configura come una misura sanzionatoria di natura penale o amministrativa, ma come strumento di prevenzione della corruzione e di garanzia dell’imparzialità dell’amministrazione. Dunque, lo scopo perseguito dalla disposizione è di evitare che l’esercizio della funzione amministrativa avvenga per mano di soggetti che abbiano dimostrato la propria inidoneità alla spendita di poteri pubblici in conformità ai principi di imparzialità e buon andamento di cui all’art. 97 Cost. Tale linea interpretativa poggia sulla considerazione che l’inconferibilità, giacché preposta al soddisfacimento di particolari esigenze proprie della funzione amministrativa e della pubblica amministrazione presso cui il soggetto condannato presta servizio, non costituisce sanzione o effetto penale della condanna, ma conseguenza del venir meno di un requisito soggettivo per l’accesso alle cariche nella PA o per il loro mantenimento. Si tratta, quindi, di una condizione soggettiva in cui viene a trovarsi colui che è stato condannato, anche se con condanna non passata in giudicato, già riconosciuta dal legislatore nell’esercizio della sua discrezionalità, senza che sia rimesso alcun margine di apprezzamento all’amministrazione, la quale non ha il potere di graduare la sanzione in relazione alla diversa gravità dei fatti. D'altro canto, conclude l'ANAC, anche per quanto riguarda il bene giuridico tutelato, non si può in alcun modo distinguere le fattispecie consumate da quelle tentate, essendo in entrambe individuabile in quella della imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa.
Incarichi e incompatibilità – Illegittimo conferimento incarichi collaborazione/responsabilità – Configurazione reato abuso d’ufficio
Risponde del delitto di cui all'art. 323 c.p., (abuso d'ufficio) il presidente di un ente pubblico che stipuli illegittimi contratti annuali di collaborazione, prima, e di responsabile dell'ufficio tecnico dell'ente, poi, in violazione dei principi normativi e delle disposizioni regolamentari vigenti nell’ente medesimo. Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione – Penale, sezione VI – con la sentenza n. 23222 del 27 maggio 2019, con la quale ha condannato il presidente di un’unione per aver stipulato contratti di collaborazione e di responsabilità in violazione degli obblighi normativi. In particolare, nel confermare la sentenza di condanna, il Collegio sottolinea come nei giudizi di merito fosse emersa la consistenza fattuale del reato di abuso d'ufficio alla luce della copiosa documentazione amministrativa e delle deposizioni di alcuni testi, tra cui il segretario ed il coordinatore dell'ufficio tecnico dell'ente. Dalle prove acquisite, del resto, s'evinceva che l’incaricata era stata assunta a chiamata diretta, prima (non ancora laureata) come collaboratrice con "contratto a progetto" e poi (laureatasi) come responsabile dell'ufficio tecnico con contratto a tempo indeterminato " fiduciario". Ciò in violazione delle disposizioni di legge (artt. 7, comma 6, del d.lgs. 165/2001 e 110, comma f), del d.lgs. 267/2000) e regolamentari interne all’ente, che vietavano i contratti a progetto consentendo solo incarichi di collaborazione coordinata e continuativa, limitati peraltro a prestazioni di elevata professionalità, e prescrivevano la valutazione comparativa mediante concorso con una procedura ad evidenza pubblica selettiva del personale da assumere. Tanto premesso, dunque, la Corte riteneva altresì integrato il dolo intenzionale alla stregua dei macroscopici connotati dell'accertata violazione di legge e di regolamento – oltre che dell'art. 97, comma 3 Cost. - e della volontà, ferma e reiterata, del presidente di favorire l'inserimento dell’incaricata negli uffici amministrativi dell'ente a seguito delle segnalazioni e pressioni ricevute dal padre della stessa, sindaco di un comune limitrofo. Peraltro, conclude la Cassazione, tale condotta aveva consentito, al di fuori della realizzazione di una finalità pubblica e nell'ottica di una gestione clientelare, di conseguire un ingiusto vantaggio patrimoniale costituito dall'attribuzione della posizione impiegatizia e del relativo status economico in favore dell’incaricata, così realizzando tutti i requisiti necessari per la configurazione del resto di abuso d’ufficio.
Procedimento disciplinare e responsabilità - Condotte discriminatorie ai danni del funzionario - Configurazione abuso d’ufficio
Risponde del reato di abuso d'ufficio il sindaco di un comune che, per fini ritorsivi e discriminatori, non rinnovi l'incarico di responsabile dell'area di vigilanza ad un lavoratore, causandogli l'ingiusto danno connesso alla mancata corresponsione d'indennità associate alla posizione e ad un sostanziale demansionamento.
Questa la decisione confermata dalla Corte di Cassazione - Penale, sezione VI - con sentenza n. 22871 del 23 maggio 2019, con la quale ha ribadito la condanna di un sindaco per il reato di abuso d'ufficio, per aver illegittimamente demansionato e danneggiato un funzionario, "reo" di aver contribuito ad accertare alcune responsabilità contabili del sindaco medesimo e della giunta. In particolare, ricostruisce la Corte, dagli atti era emerso che l'apertura del procedimento per il mancato rinnovo al lavoratore dell'incarico di responsabile dell'area vigilanza era stato caratterizzato da motivazioni (riferite alla necessità di rotazione per ragioni di prevenzione della corruzione) del tutto pretestuose, prive di qualsivoglia riscontro e intrinsecamente contraddittorie rispetto a quanto in diversa occasione rilevato.
Al contrario, il funzionario si era distinto nel propiziare l'accertamento della responsabilità erariale del sindaco e della giunta in una vicenda riguardante una nomina, ed aveva contravvenuto ai pressanti suggerimenti del sindaco di non dar corso ad iniziative riguardanti presunti illeciti addebitabili ad un agente. Peraltro, i Giudici di merito avevano riscontrato che al momento di procedere alla nomina del nuovo responsabile, il sindaco aveva del tutto omesso di procedere ad una valutazione comparativa, assegnando l'incarico ad un soggetto appena transitato in mobilità nel ruolo del comune, ma sprovvisto del diploma di laurea, e ponendo il funzionario "ribelle" in posizione addirittura subordinata a colui che era stato il suo vice. Da ultimo, era stato rilevato come la richiesta di assegnazione di un'indennità di coordinamento o di maggiorazione dell'indennità di posizione, era stata negata senza una sostanziale motivazione, dopo che il sindaco, con una mail, aveva mostrato di correlare l'accoglimento della richiesta al modo in cui il funzionario avrebbe gestito la questione riguardante gli illeciti addebitati all'agente.
Per tutti tali motivi, dunque, la Cassazione riconosce l'illiceità della condotta, proprio in ragione del suo contenuto discriminatorio e ritorsivo, contrastante con le norme che regolano l'esercizio del potere e fonte di un ingiusto danno a carico del lavoratore.
Procedimento disciplinare e responsabilità – Violazione norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro – Responsabilità datoriale
Risponde del delitto di omicidio colposo, con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, il sindaco che omette di nominare un responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi e non fornisca adeguata formazione e informazione ad un lavoratore poi deceduto per un incidente sul lavoro.
Questo, in sostanza, quanto emerge dalla sentenza n. 22552 del 23 maggio 2019, con la quale la Corte di Cassazione – Penale, sezione IV – ha dichiarato inammissibile il ricorso di un amministratore locale avverso la propria condanna per il reato di omicidio colposo.
In particolare, respingendo il ricorso del soggetto, la Cassazione conferma la condanna, scaturita a seguito della morte di un dipendente, impiegato quale LSU, in un comune. Dagli atti era emerso che il soggetto, impiegato quale lavoratore socialmente utile in un comune, il giorno dell'incidente stava eseguendo lavori di allestimento di un albero di pino quando cadeva da una scala allungabile in alluminio, procurandosi lesioni che lo traevano a morte. Al sindaco, dunque, veniva attribuita la qualità di datore di lavoro ai sensi dell'art. 1, comma 2, del d.lgs. 165/2001, addebitandogli di non aver provveduto a nominare un responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi e di non aver fornito al dipendente un'adeguata formazione e informazione sui rischi che costui avrebbe corso.
In ogni caso, l’amministratore impugnava tale decisione denunciando violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla qualità datoriale attribuitagli e alle connesse responsabilità ravvisate a suo carico.
Nel dettaglio, assumeva di aver provveduto a nominare, con appositi atti, il responsabile dell'area tecnico-
manutentiva - LLPP urbanistica, “facoltizzandolo” anche a porre in essere atti di gestione e organizzazione.
Per cui, la qualifica di datore di lavoro non avrebbe potuto essere attribuita al sindaco, o comunque a soggetto non provvisto di qualifica dirigenziale, militando in senso contrario sia l'art. 1, comma 2, del d.lgs. 165/2001, sia l'art. 2 del d.lgs. 81/2008, in base ai quali viene riaffermata la distinzione fra responsabilità politica e responsabilità gestionale nell'ambito delle pubbliche amministrazioni. Tuttavia, la Corte dichiarava la tardività del ricorso, confermando di fatto la sentenza di condanna.
Trattamento economico - Incentivi funzioni tecniche - Ambito applicazione soggettivo
Il Sindaco del Comune di Torri di Quartesolo interroga la Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per il Veneto, con una richiesta di parere in materia di incentivi per funzioni tecniche per appalti relativi a servizi e forniture. In particolare, l'ente chiede:
1) se sia possibile inserire nell'apposito regolamento comunale una norma che preveda la liquidazione degli incentivi per funzioni tecniche anche per gli appalti aventi ad oggetto prestazioni di valore inferiore a € 500.000,00 ossia per quelli per i quali non sussiste l'obbligo di nominare come direttore dell'esecuzione un soggetto diverso dal RUP, oppure se nelle suddette ipotesi le funzioni debbano essere svolte dal RUP e quindi non sussistano le condizioni per il riconoscimento degli incentivi;
2) qualora per esigenze organizzative, l'ente decidesse di nominare comunque un direttore dell'esecuzione come soggetto diverso dal RUP anche in un appalto inferiore a € 500.000,00 e non riconducibile ad alcuna delle tipologie descritte, se tale scelta comporti il diritto al riconoscimento degli incentivi.
Con deliberazione n. 107/2019/PAR del 21 maggio 2019, la Sezione illustra che gli incentivi per funzioni tecniche possono essere riconosciuti esclusivamente per le attività riferibili a contratti di lavori, servizi o forniture che, secondo la legge, comprese le direttive ANAC dalla stessa richiamate o il regolamento dell’ente, siano stati affidati previo espletamento di una procedura comparativa e, relativamente agli appalti relativi a servizi e forniture, la disciplina sui predetti incentivi si applica solo “nel caso in cui è nominato il direttore dell’esecuzione”. Quest’ultima circostanza ricorre soltanto negli appalti di forniture e servizi di importo superiore a € 500.000 ovvero di particolare complessità così come specificato nelle Linee guida ANAC n. 3 del 2016, aggiornate con deliberazione del Consiglio n. 1007 del 11 ottobre 2017, le quali in ossequio a quanto disposto dall’art. 31, comma 5, della richiamata normativa, stabiliscono (par. 10) l’importo massimo e la tipologia di servizi e forniture per i quali il RUP può coincidere con il progettista o con il direttore dell’esecuzione del contratto e, nel contempo, precisano dettagliatamente i casi in cui quest’ultimo deve essere soggetto diverso dal responsabile del procedimento (par. 10.2 lett. da a ad e). Se tale risulta, dunque, il quadro della materia, come configurato a seguito delle ultime modifiche normative intervenute, occorre prendere atto che ai quesiti formulati deve essere data risposta negativa.
In specie, premesso che l’art. 111, comma 2, del d.lgs. 50/2016, prevede che, di norma, il direttore dell’esecuzione del contratto di servizi o di forniture coincida il responsabile unico del procedimento, la particolare complessità che giustifica la scissione delle due figure viene individuata, dalla disciplina di attuazione del codice contenuta nelle citate Linee guida, espressamente ed a prescindere dal valore delle prestazioni, nelle seguenti circostanze: interventi particolarmente complessi sotto il profilo tecnologico (lett. b); prestazioni che richiedono l’apporto di una pluralità di competenze (es. servizi a supporto della funzionalità delle strutture sanitarie che comprendono trasporto, pulizie, ristorazione, sterilizzazione, vigilanza, socio sanitario, supporto informatico) lett. c); interventi caratterizzati dall’utilizzo di componenti o di processi produttivi innovativi o dalla necessità di elevate prestazioni per quanto riguarda la loro funzionalità (lett. d); per ragioni concernenti l’organizzazione interna alla stazione appaltante, che impongano il coinvolgimento di unità organizzativa diversa da quella cui afferiscono i soggetti che hanno curato l’affidamento (lett. e). Dal quadro normativo sopra richiamato non si evincono ulteriori fattispecie che legittimino la nomina del direttore dell’esecuzione al di fuori delle ipotesi contemplate.
Spese di personale - Aumento indennità PO con utilizzo capacità assunzionale - Criteri applicativi
Il Sindaco del Comune di San Vittore Olona formula alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Lombardia, i seguenti quesiti in merito all'applicazione del comma 2 dell'art. 11-bis del d.l. 135/2018 per un comune privo di dirigenza:
1) se il possibile aumento dell'indennità di posizione riguarda la singola posizione organizzativa o l'importo complessivo delle posizioni organizzative dell'ente anche ad esempio costituendone una ulteriore;
2) se il medesimo risparmio sulle assunzioni a tempo indeterminato riguarda la capacità assunzionale (assunzioni a mezzo di concorsi) o anche le mobilità ex art. 30 del d.lgs. 165/2001.
Con deliberazione n. 210/2019/PAR del 23 maggio 2019, la Sezione illustra che:
1) il differenziale da escludere dal computo di cui all’art. 23, comma 2, del d.lgs. 75/2017 è soltanto la maggiorazione delle indennità attribuite alle posizioni organizzative già in servizio al momento dell’entrata in vigore del contratto collettivo nazionale. Tale maggiorazione deve, in ogni caso, essere contenuta nei limiti di spesa per il personale, prevista dai commi 557-quater e 562 dell’art. 1 della l. 296/2006;
2) la spesa del personale derivante dall’istituto della mobilità ha come limite il rispetto dell’art. 1, comma 557-quater ovvero del comma 562 della l. 296/2006, stante la neutralità della stessa, sempre che l’ente cedente sia sottoposto a vincoli assunzionali Si evidenzia poi che, una volta che l’ente decida di avvalersi della possibilità prevista dalla normativa in parola la quota destinata alla maggiorazione dell’indennità di posizione e di risultato delle posizioni organizzative negli enti privi di dirigenti ha come effetto di limitare le risorse per le assunzioni di personale a tempo indeterminato per la corrispondente quota.
Incarichi e incompatibilità - Cumulo impieghi e regime incompatibilità - Requisiti configurazione danno erariale
Non risponde di danno erariale il dipendente pubblico che espleti incarichi retribuiti presso altre PA (sforando il limite massimo delle 48 h/settimanali) che, alla luce delle autorizzazioni rilasciate dall'ente di appartenenza, ragionevolmente, e dunque senza profili di colpa grave, confidi nella liceità dell’attività svolta.
Questa, in sostanza, la decisione della Corte dei Conti - sezione giurisdizionale per l'Emilia Romagna, assunta con sentenza n. 73 del 6 maggio 2019, in relazione al giudizio erariale instaurato nei confronti di un lavoratore comunale, "reo" di aver espletato incarichi retribuiti per più enti in violazione delle norme disciplinanti il regime di incompatibilità e conflitto d'interessi.
In particolare, il soggetto, nonostante l'autorizzazione da parte dell'ente di appartenenza a svolgere incarichi esterni presso altri enti locali, si era visto prima contestare disciplinarmente il licenziamento per giusta causa per il cumulo di impieghi asseritamente non consentito e, successivamente, veniva rinviato a giudizio per responsabilità contabile. D'altro canto, dall'istruttoria era emerso che il lavoratore, dipendente a tempo indeterminato e part time in un comune (A), era stato dapprima impiegato in un secondo ente (B) quale responsabile dell'ufficio tecnico, e poi messo a capo di una struttura complessa nata a seguito di convenzione tra il comune B e un ulteriore PA (comune C), superando addirittura - per un breve periodo - il limite massimo delle 48 h/settimanali lavorate. A seguito della mancata autorizzazione a prorogare lo svolgimento di tale ultimo incarico, tuttavia, il lavoratore interrompeva le proprie collaborazioni (fondate su contratti ex art. 110 TUEL), e il comune datore di lavoro - avendo acquisito la documentazione presso gli altri enti - lo sottoponeva a procedimento disciplinare per violazione della normativa sulle incompatibilità, con contestuale segnalazione alla Procura contabile. In ogni caso, in attesa della definizione del contenzioso giuslavoristico, il dipendente veniva assolto dai giudici contabili, i quali sottolineano che l’ordinamento giuridico tutela le prestazioni lavorative effettuate in concreto, seppur in violazione di legge (art. 2126 c.c.), cosicché la sola illegittimità dei comportamenti non è di per sé idonea a causare un danno all’erario e ad escludere il riconoscimento della controprestazione in denaro, laddove il rapporto non sia in contrasto con i principi etici fondamentali dell’ordinamento di ordine pubblico o con norme imperative che ad esso riconducono (quali le norme penali, come in tema di esercizio professionale abusivo) ma si verta, come nel caso di specie, in tema di ipotetica mera ristretta illegalità. Quanto, dunque. alle prestazioni rese in eccesso rispetto al limite massimo settimanale, rileva solamente se le stesse siano state, totalmente o almeno parzialmente, prive di utilità, o abbiano subito un detrimento in relazione al cumulo di incarichi. Tale circostanza, al contrario, nel caso in esame non veniva provata, non rinvenendosi agli atti alcuna contestazione (disciplinare o di altra natura) circa l’operato del lavoratore - nei vari enti - in termini di minore rendimento, mancanze, negligenze o ritardi nell’adozione di atti od in generale nell’esercizio delle funzioni In conclusione, mancava la prova della sussistenza di un danno erariale. Peraltro, conclude la Corte, a ciò si doveva aggiungere che le comunicazioni presentate dal lavoratore e dai comuni "utilizzatori" in ordine agli incarichi esterni (durata, tipo prestazione, compensi percepiti, ecc.) così come le autorizzazioni ottenute, unitamente alla sussistenza di un quadro normativo di riferimento non facilmente interpretabile, deponevano per la ragionevole convinzione del dipendente circa la liceità della propria condotta, con conseguente assenza di dolo, od in ogni caso di colpa grave a suo carico nell’averne ignorato la possibile illegittimità.
Non risponde di danno erariale il segretario comunale di un ente che, oltre al trattamento economico "ordinario", percepisca un compenso quale amministratore unico di una società in house di proprietà dell'ente medesimo, anche laddove l'autorizzazione allo svolgimento dell'incarico sia conferita oralmente dal sindaco. Così, in sostanza, si è pronunciata la Corte dei Conti - seconda sezione giurisdizionale centrale d'appello, con la sentenza n. 81 del 13 marzo 2019, con la quale ha annullato la condanna inflitta ad un segretario comunale al riversamento del compenso percepito da una società in house di proprietà dell'ente. In particolare, il danno sarebbe originato dall’avere il segretario contemporaneamente percepito la propria retribuzione alle dipendenze del comune e quella di amministratore unico di una società in house interamente partecipata dall'ente medesimo, in violazione del principio di omnicomprensività, satisfattivo di tutte le attività istituzionali demandate al segretario generale.
Ciò posto, ribaltando la decisione di primo grado, la Corte assolve il segretario, illustrando che nel caso in esame la Procura regionale non aveva contestato incompatibilità e, tanto meno, violazione dell’esclusività del rapporto di lavoro pubblico che con l’incarico aggiuntivo affidato al funzionario andavano eventualmente a determinarsi, né aveva dimostrato in alcun modo come l’attività pubblica complementare di amministratore della società municipale avesse interferito con i compiti del segretario generale e nemmeno se detta attività fosse avvenuta durante l’orario d’ufficio (e sempre ammesso che le prestazioni esigibili dal segretario generale siano soggette all’ordinaria tempistica di una attività impiegatizia). Quanto poi alla mancanza di un'autorizzazione "formale", attestante la compatibilità dello svolgimento dell'incarico rispetto i doveri d'ufficio, il Collegio rileva che l’esplicitazione della valutazione del datore di lavoro pubblico non richiede forma scritta a pena di nullità. In maniera aderente al carattere sostanziale della responsabilità amministrativa, ciò che è richiesto è che la valutazione sottintesa nell’autorizzazione venga realmente effettuata. Peraltro, nel confermare l’inammissibilità di una autorizzazione implicita o in via di fatto, nel caso di specie non poteva ritenersi insussistente la medesima, tenuto conto della circostanza dell’esercizio della funzione di amministratore unico della società da parte del segretario per oltre sei anni ed oggetto di assenso sia da parte del vertice comunale che di quello societario organicamente impersonati dal medesimo soggetto nella veste di sindaco e di socio.
Amministratori e organi - Adempimenti amministratori neoeletti - Quaderno operativo ANCI
In data 19 maggio 2019, l'ANCI ha pubblicato sul proprio sito un quaderno operativo per i sindaci neoeletti con il quale passa in rassegna gli adempimenti di maggior rilievo da affrontare nei primi giorni dell’attività amministrativa. Il manuale è arricchito di dottrina e giurisprudenza, ed è corredato da schemi di atti e delibere, a partire dalla nomina della giunta alle attività da effettuare nella prima seduta del consiglio comunale.
Amministratori e organi - Regime prorogatio organi di amministrazione e controllo società pubbliche - Atto di indirizzo
In data 30 maggio 2019, il Ministero dell'Interno - Direzione Centrale della Finanza Locale, ha pubblicato un atto di indirizzo di proposta normativa e interpretativa ex art. 154, comma 2, del TUEL, sul testo unico in materia di società a partecipazione pubblica approvato con d.lgs. 175/2016. In particolare, la proposta analizza nel dettaglio la disposizione contenuta nell'art. 11, comma 15, in tema di prorogatio degli organi di amministrazione e controllo.
Capacità assunzionale - Utilizzo resti anni precedenti - Modalità calcolo quota residua
Il Sindaco del Comune di Scansano illustra che nel corso dell’esercizio 2016 ha avuto cessazioni di personale non sostituito, con assunzioni, negli anni 2017 e 2018; motivo per cui intenderebbe utilizzare i resti riferiti all’anno 2017 (ossia l’intera capacità assunzionale) nel corrente anno 2019. A tal fine, chiede di sapere alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Toscana, se il rapporto medio dipendenti/popolazione cui far riferimento per determinare la capacità assunzionale per il 2017 (25% o 75% della spesa del personale cessato nel 2016) è quello definito con d.m. 24 luglio 2014, valido per il triennio 2014/2016. Con deliberazione n. 215/2019/PAR del 30 maggio 2019, la Sezione illustra che, nel caso di specie, trovano applicazione i principi di diritto enunciati dalla Sezione delle Autonomie con la deliberazione n. 25/SEZAUT/2017/QMIG, in base alla quale, nell’ambito della determinazione della capacità assunzionale degli enti, questa va determinata tenendo conto della capacità assunzionale di competenza, calcolata applicando la percentuale di turn over utilizzabile secondo la legge vigente nell’anno in cui si procede all’assunzione e sommando a questa gli eventuali resti assunzionali. Tali resti sono rappresentati dalla capacità assunzionale - maturata e quantificata - secondo le norme vigenti ratione temporis all’epoca della cessazione dal servizio del personale, ma non utilizzata entro il triennio successivo alla maturazione. Detta quantificazione rimane cristallizzata nei predetti termini.
Ciò posto, appare evidente che il rapporto popolazione/dipendenti utile a determinare la reale capacità assunzionale del comune vada individuato sulla base di quanto stabilito dal d.m. 24 luglio 2014. Difatti, l’art. 1, comma 228, della l. 208/2015, come modificato dall’art. 16, del d.l. 113/2016, convertito in l. 160/2016, per l’anno 2017 (e 2018) individua una capacità assunzionale specifica (rapporto medio dipendenti-popolazione) per i comuni appartenenti a ciascuna classe demografica, rinviando ad un requisito determinato per “relationem”, ossia con rinvio, al d.m. (interno) di cui all'art. 263, comma 2, del TUEL. Ed il rapporto popolazione/dipendenti riferito all’anno 2016, rilevante ai fini della determinazione della capacità assunzionale, è individuato dal richiamato d.m. 24 luglio 2014, relativo al triennio 2014/2016.
Capacità assunzionale - Sostituzione dipendente part time assunto full time - Criteri
Il Sindaco del Comune di Casalserugo inoltra alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per il Veneto, una richiesta di parere inerente l'assunzione di un dipendente a tempo pieno, a copertura di un posto rimasto vacante e ricoperto in precedenza da un dipendente in regime di part time.
In particolare, viene chiesto se, qualora un dipendente assunto a tempo pieno e indeterminato - che abbia chiesto ed ottenuto il part time - si dimetta, sia possibile coprire il posto con personale a tempo pieno.
Con deliberazione n. 113/2019/PAR del 22 maggio 2019, la Sezione ritiene che nulla osti astrattamente all’amministrazione comunale di ricoprire il posto rimasto vacante per dimissioni di dipendente in regime di part time (originariamente in full time) con personale a tempo pieno, previa verifica altresì della possibilità di ricoprire lo stesso per mobilità interna od esterna.
D'altro canto, puntualizza il Collegio, il soggetto dimissionario avrebbe ben potuto richiedere, ed ottenere, dall’amministrazione comunale il ripristino dell’originario tempo pieno, anche con eventuale sforamento dei limiti di cui all'art. 1 comma 557 ove l’ente, non prudenzialmente, avesse omesso nel frattempo di considerare l’onere figurativo determinato dalla prestazione eccedente il part time. In quest’ultima ipotesi, il comune avrebbe potuto (e dovuto) esclusivamente provvedere al riassorbimento dello stesso sforamento a decorrere dall’esercizio finanziario immediatamente successivo a quello nel quale si è verificata la riespansione del rapporto di lavoro.
Peraltro, sottolineano i Giudici veneti, l'attuale impostazione normativa ha determinato il superamento del tradizionale concetto di dotazione organica, che viene ora ad essere interpretata quale “dotazione” di spesa potenziale, la quale rappresenta esclusivamente un valore finanziario di spesa potenziale massima sostenibile e non valicabile, imposta come vincolo esterno dalla legge, o da altra fonte, in relazione ai rispettivi ordinamenti. In tale ottica, dunque, le amministrazioni hanno la facoltà di coprire i posti vacanti nei limiti delle facoltà assunzionali previste dalle norme vigenti, verificando, in ogni caso, l'esistenza di oneri connessi con l'eventuale acquisizione di personale in mobilità, fermi restando gli ulteriori vincoli di spesa dettati dall'ordinamento di settore, anche con riferimento alla stipula di contratti a tempo determinato.
Procedimento disciplinare e responsabilità - Utilizzo telecamere sorveglianza per contestazione addebiti disciplinari - Legittimità
Il comune può legittimamente utilizzare le immagini registrate dalle proprie telecamere di sorveglianza per accertare i comportamenti illegittimi di un proprio dipendente e porre a fondamento dell'eventuale procedimento disciplinare le risultanze delle riprese acquisite.
Questa una delle indicazioni fornite dal Tribunale di Napoli - sezione lavoro - con la sentenza n. 3280 del 29 maggio 2019, con la quale ha confermato la sanzione del licenziamento disciplinare irrogata da un comune nei confronti di un proprio agente di polizia locale, reo di aver reiteratamente svolto servizio straordinario "ingiustificato", attestando falsamente la propria presenza in servizio realizzando la fattispecie di cui all'art. 55-quater del d.lgs. 165/2001.
In particolare, l'ente, dopo aver acquisito le immagini delle telecamere di sorveglianza disseminate nel territorio comunale, aveva appurato che il soggetto utilizzava lo strumento dello straordinario in maniera del tutto illegittima, in quanto l'attività svolta all'interno del periodo timbrato non atteneva a lavori d'ufficio o interventi esterni (il soggetto, peraltro, non si presentava mai in divisa), bensì a necessità personali.
L'ente, dunque, provvedeva a contestargli tali condotte, sottolineando anche la violazione delle norme interne che non consentivano l'autorizzazione postuma dello straordinario, come invece verificatosi nel caso di specie (con l'assenso del comandante).
A fronte del ricorso del lavoratore, dunque, il Tribunale conferma l'operato dell'ente, illustrando che proprio l'art. 55-quater, comma 3-bis, del d.lgs. 165/2001, come modificato dal d.lgs. 116/2016, consente l'utilizzo degli strumenti di sorveglianza per accertare la falsa attestazione della presenza in servizio.
Per cui il comune bene aveva fatto ad utilizzare le immagini registrate per accertare i comportamenti posti in essere dal dipendente infedele.
Procedimento disciplinare e responsabilità - Adozione provvedimento disciplinare da organo incompetente - Illegittimità
E' illegittimo il licenziamento disciplinare irrogato da un comune qualora il provvedimento espulsivo sia stato adottato, e comunque condiviso, dalla (con la) giunta municipale, la quale non ha titolo ad intervenire nel procedimento disciplinare previsto dall'art. 55-bis del d.lgs. 165/2001, né tantomeno, ad imporre decisioni all'organo competente, in via esclusiva, ad adottare i provvedimenti disciplinari.
Questo il principio confermato dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 14679 del 29 maggio 2019, con la quale ha ribadito l'illegittimità del licenziamento disciplinare irrogato ad un dipendente comunale in quanto il provvedimento era stato adottato da un organo incompetente.
Nel dettaglio, il lavoratore (tecnico comunale) conveniva in giudizio l'ente datore di lavoro per accertare l'illegittimità del licenziamento senza preavviso intimatogli all'esito di un procedimento penale nell'ambito del quale era stato in via definitiva condannato per disastro colposo e omicidio colposo plurimo e aggravato in relazione al crollo di una scuola ed alla conseguente morte di 28 persone, fatti verificatisi in occasione di una violenta scossa di terremoto.
Il Tribunale accoglieva il ricorso ritenendo che il provvedimento espulsivo fosse stato adottato dalla giunta municipale e, cioè, da organo incompetente.
La decisione ere confermata dalla Corte d'appello che riteneva che il suddetto provvedimento fosse stato adottato, e comunque condiviso, dalla (con la) giunta, la quale non aveva alcun titolo ad intervenire nel procedimento disciplinare.
Tuttavia, la Cassazione, in un primo momento, cassava con rinvio la sentenza, ritenendo che non ogni interferenza di organi esterni all'UPD è giuridicamente rilevante, tale essendo solo quella integrante una decisiva - nel senso di sostitutiva e non meramente additiva - compartecipazione del soggetto estraneo all'adozione del provvedimento, con conseguente inammissibile sostanziale trasferimento della competenza deliberativa dall'organo competente ad un diverso organo, sicuramente non competente.
Approdata nuovamente la questione avanti i Giudici di legittimità, in ogni caso, gli stessi illustrano come, nel caso di specie, l'intervento della giunta non fosse meramente "additivo".
Ciò traspariva dal contenuto del verbale dei lavori di UPD e dalle espressioni utilizzate per la rimessione del provvedimento alla giunta (espressioni quali "ove riterrà" ed "eventuale sanzione") che non deponevano certo per una rimessione ai fini di una mera presa d'atto di un scelta già adottata, ma per una devoluzione della stessa valutazione in ordine ad una scelta da adottarsi.
Inoltre, dallo stesso contenuto della delibera di giunta e dal formale riferimento alla necessità di disporre l'applicazione della sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso per la sussistenza dei gravi delitti commessi in servizio, si evinceva che vi fosse stata una compartecipazione decisiva dell'organo politico in ordine alla comunicazione della sanzione del licenziamento, integrante quella deviazione dallo schema procedurale rilevante ai fini della violazione delle regole in punto di individuazione dell'organo competente ad iniziare e concludere il procedimento disciplinare relativo alle sanzioni più gravi.
Per cui, conclude la Corte, la delibera di giunta, lungi dal risultare del tutto neutra rispetto alla gestione del procedimento e degli atti adottati al suo interno, o dall'avere valenza meramente additiva, avesse integrato una decisiva compartecipazione del soggetto estraneo al processo decisionale e così quella interferenza tale da spostare illegittimamente la competenza deliberativa dall'organo competente ad un diverso organo, sicuramente non competente.
Procedimento disciplinare e responsabilità - Rifusione spese legali in caso d'intervenuta prescrizione - Divieto
Si configura ipotesi di danno erariale qualora l'ente datore di lavoro proceda a rifondere le spese legali sostenute da un proprio dipendente in un procedimento penale conclusosi con dichiarazione di estinzione del processo per intervenuta prescrizione del reato.
Questo, in sostanza, quanto deciso dalla Corte dei Conti - sezione giurisdizionale per il Piemonte, con la sentenza n. 179 del 27 maggio 2019.
In particolare, sottolinea la Corte, ai sensi dell’art. 18 del d.l. 67/1997, convertito con modificazioni dalla l. 135/1997, “Le spese legali relative a giudizi per responsabilità civile, penale e amministrativa, promossi nei confronti di dipendenti di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l'espletamento del servizio o con l'assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o provvedimento che escluda la loro responsabilità, sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza nei limiti riconosciuti congrui dall'Avvocatura dello Stato”.
Il riferimento ad un provvedimento di esclusione di responsabilità, com’è evidente, condizionerebbe la rimborsabilità delle spese legali ad un accertamento positivo, e nel merito, di assenza di responsabilità.
Tale non sarebbe, quindi, un’assoluzione per prescrizione che non contiene alcuna valutazione assolutoria nel merito.
Il legislatore, al fine di ribadire questa lettura, è intervenuto con norma di interpretazione autentica con l’art. 10-bis, comma 10, del d.l. 203/2005, convertito con modificazioni dalla l. 248/2005, a mente del quale la norma sopra richiamata (e l’analoga norma per i giudizi di responsabilità amministrativa contenuta nell’art. 3, comma 2-bis, del d.l. 543/1996) si interpreta “nel senso che il giudice contabile, in caso di proscioglimento nel merito, e con la sentenza che definisce il giudizio, ai sensi e con le modalità di cui all'articolo 91 del codice di procedura civile, non può disporre la compensazione delle spese del giudizio e liquida l' ammontare degli onorari e diritti spettanti alla difesa del prosciolto, fermo restando il parere di congruità dell'Avvocatura dello Stato da esprimere sulle richieste di rimborso avanzate all'amministrazione di appartenenza”.
Secondo il Collegio, pertanto, non vi possono essere dubbi sulla non rimborsabilità delle spese legali in caso di estinzione del giudizio per prescrizione del reato ai sensi dell’articolo 531 c.p.p..
Spese di personale - Oneri derivanti da rinnovi contrattuali - Esclusione computo limiti spesa
Il Presidente della Provincia di Bergamo formula alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Lombardia, una richiesta di parere in merito alla possibilità di escludere gli oneri derivanti da rinnovi contrattuali contemplati dalla contrattazione collettiva nazionale, ai fini del computo della spesa di personale ex art. 1, comma 421, della l. 190/2014.
Con deliberazione n. 226/2019/PAR del 27 maggio 2019, la Sezione evidenzia che il principio ermeneutico da valorizzare per la soluzione del quesito è la cogenza degli oneri economici derivanti dalla contrattazione collettiva e dalla conseguente carenza di spazi di discrezionalità in capo all’ente.
In tal senso, si sarebbe già espressa la Sezione delle Autonomie nella deliberazione n. 2/2010, che, con riferimento al limite di spesa di cui all’art. 1, comma 557, della l. 296/2007, ha ritenuto “consentito agli enti soggetti al patto di stabilità di considerare le spese di competenza degli anni 2006, 2007 e 2008 al netto degli oneri derivanti dagli intervenuti contratti collettivi nazionali, proprio in relazione al profilo della mancanza di discrezionalità dell’amministrazione locale nel riconoscere quanto dovuto”.
Nel medesimo senso si è espressa, da ultimo, la stessa Sezione delle Autonomie nella deliberazione n. 19/2018, nella quale, nel sottrarre gli incrementi del fondo risorse decentrate, previsti dal medesimo CCNL Funzioni locali del 21 maggio 2018, ai limiti di crescita dei fondi previsti dalle norme vigenti e, in particolare al limite previsto dall’art. 23, comma 2, del d.lgs. 75/2017, ha attribuito valore dirimente alla circostanza che i nuovi oneri “trovano la loro copertura nell’ambito delle risorse già destinate ai rinnovi contrattuali dai documenti di finanza pubblica e, di conseguenza, essendo già state quantificate in coerenza con i parametri previsti dagli strumenti di programmazione e di bilancio, non determinano effetti finanziari (Cfr. art. 1, comma 365, della legge 11 dicembre 2016, n. 232 e art. 1, comma 679, della legge 27 dicembre 2017, n. 205)".

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 30
 sentenza 
 art. 110
 sentenza 
 art. 154
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 art. 1
 art. 1