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Timestamp: 2017-12-12 02:35:29+00:00

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Forestali News Separazione: con l’assegnazione della casa chi paga le tasse? - Forestali News
Imposta sugli immobili: quale coniuge deve versare la tassa nel caso in cui la casa coniugale venga assegnata alla moglie che vi vive coi bambini?
La Corte ricorda che l’assegnazione dell’immobile alla moglie rappresenta un diritto assolutamente atipico di godimento. Un diritto, cioè, che non fa sorgere una proprietà o altro diritto reale. Il marito di fatto, con il provvedimento di assegnazione, non perde la titolarità giuridicadell’immobile ma non ne ha solo, per un determinato periodo, la materiale disponibilità. Il che implica che egli debba continuare a pagare l’imposta, per la metà di sua proprietà, al pari dell’ipotesi in cui, nell’abitazione, dovesse vivere un inquilino.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 17 novembre 2015 – 10 febbraio 2016, n. 2675
p.3. Contro questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi il G. .
Va innanzitutto rilevato che nella controversia il rapporto di imposta fra ciascuna delle parti come comproprietaria dell’immobile e l’ente impositore, cioè il Comune di Roma, non veniva in rilievo come oggetto della domanda giudiziale, che non riguardava l’accertamento di esso fra contribuente ed ente impositore, bensì solo come uno dei fatti costitutivi della domanda rivolta da un contribuente, la T. , verso altro contribuente, il G. , sulla base di una fattispecie costitutiva originante dalla situazione di comproprietà del bene assoggettato all’imposta e dal fatto del pagamento da parte di un solo contribuente comproprietario, la T. , anche dell’imposta di pertinenza dell’altro. Ciò che veniva in rilievo come fatto costitutivo della più complessa fattispecie era solo la situazione di obbligato al pagamento dell’imposta in capo al G. , la quale, postulando una richiesta di accertamento di una situazione di obbligo di imposta fra il convenuto e l’ente impositore, cioè un terzo, bene poteva aver luogo senza evocare l’ente, potendo svolgersi senza il contraddittorio del terzo un giudizio di accertamento richiesto da un attore dell’esistenza di una situazione giuridica fra il convenuto ed un terzo senza coinvolgere costui, con la conseguenza che per definizione, essendovi estraneo l’ente impositore, la controversia esulava dall’ambito del secondo comma dell’art. 9 c.p.c. (al di à dell’appartenenza delle controversie fra contribuente ed ente in tema di I.C.I. all’ambito della giurisdizione tributaria).
Ne segue che è priva di fondamento la stessa prospettazione di un’inerenza della controversia, per essere in discussione fra le parti, per come prospettata dalla creditrice in ragione del rifiuto di pagare del coniuge, l’esistenza dell’obbligo di imposta del medesimo verso l’ente impositore.
Secondo il testo introdotto da quale d.lgs. e precisamene dal suo art. 2, il paradigma di cui al n. 5 prevedeva come motivo di ricorso per cassazione la “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”.
p.2.3. Ebbene, se il fatto controverso, ancorché non denominato come tale, si identificasse nell’esistenza di tale “consolidato e conforme orientamento giurisprudenziale e normativo”, verrebbe fatto di osservare che l’esistenza del primo può forse anche costituire un dato di fatto, ma non è dato comprendere come possa parlarsi di “orientamento normativo” e nemmeno di fatto normativo. Il fatto normativo, cioè l’esistenza della norma nella sua vigenza, è semmai un dato normativo e dunque regolatore di condotte, onde non è dato comprendere come lo si potrebbe ricondurre al fatto controverso di cui al n. 5 dell’art. 360 c.p.c..
p.2.4. Peraltro, nell’illustrazione del motivo si argomenta: a) che, conforme a quanto aveva dedotto il ricorrente nell’opposizione al decreto, il Giudice di Pace aveva correttamente ritenuto che, prima di una decisione di questa Corte del 2005, cioè Cass. n. 18476 del 2005, che avrebbe introdotto un diverso orientamento, la pretesa del Comune di pagamento dell’I.C.I. fosse riferibile solo al coniuge assegnatario della casa coniugale, il Giudice di Pace aveva accolto l’opposizione reputando che tale nuovo orientamento non potesse operare che per il futuro, come emergeva da riscontri della “Guida I.C.I. 2006”; b) che l’esattezza dell’assunto del Giudice di Pace veniva ribadita nella comparsa di costituzione in appello e nelle memorie ai sensi dell’art. 190 c.p.c., ma il Tribunale non avrebbe motivato al riguardo, “trascurando l’eccezione [e] liquidandola, a pag. 5 e 6, con [l’affermare che] “la ratio dell’art. 3 sia stata nel senso di esentare ab origine dall’obbligo tributario ICI l’assegnatario della casa coniugale, escludendo il titolare di tale diritto dal novero dei soggetti passivi….” ed ancora [che] “….la sentenza della Cass. del 2005 n. 18476….costituisce una conferma all’interpretazione che deve essere attribuita alla norma sin dalla sua entrata in vigore….“.
a1) che, una volta considerato il principio di diritto affermato da Cass. n. 18476 del 2005 (secondo cui: “In tema di separazione personale, l’assegnazione della casa coniugale esonera l’assegnatario esclusivamente dal pagamento del canone, cui altrimenti sarebbe tenuto nei confronti del proprietario esclusivo (o, in parte qua, del comproprietario) dell’immobile assegnato, onde, qualora il giudice attribuisca ad uno dei coniugi l’abitazione di proprietà dell’altro, la gratuità di tale assegnazione si riferisce solo all’uso dell’abitazione medesima (per la quale, appunto, non deve versarsi corrispettivo), ma non si estende alle spese correlate a detto uso (ivi comprese quelle, del genere delle spese condominiali, che riguardano la manutenzione delle cose comuni poste a servizio anche dell’abitazione familiare), onde simili spese – in mancanza di un provvedimento espresso che ne accolli l’onere al coniuge proprietario – sono a carico del coniuge assegnatario”), non è dato comprendere come e perché il Giudice di Pace prima ed ora lo stesso ricorrente annettano significato ad esso: nessuna spiegazione ne fornisce l’illustrazione del motivo, che anzi prima parrebbe, senza, però, spiegazione, attribuirgli rilievo a favore della tesi che tutta l’I.C.I. fosse a carico per gli anni di cui trattasi alla T. e, poi, sostiene che esso abbia segnato il superamento di un non meglio identificato pregresso orientamento;
p.2.5.2. Sotto il secondo aspetto si rileva che è del tutto pretestuosa l’individuazione della motivazione della sentenza impugnata rilevante sul punto nei brevissimi brani indicati, atteso che essa si articola dalle ultime righe della terza pagina sino alla tredicesima riga della pagina 7, con considerazioni con cui il Tribunale esamina funditus la questione, evocando Cass. n. 7680 del 1997, discutendo e spiegando come Cass. n. 18476 del 2005 fosse confermativa dell’orientamento che escludeva che l’assegnazione della casa coniugale desse luogo alla costituzione di un diritto reale a favore del coniuge assegnatario, sì da ricondurre la sua posizione nell’ambito dell’art. 3 del d.lgs. n. 504 del 1992, ed evocando in fine Cass. n. 1654 del 2010.
p.2.6. Mette conto comunque di ricordare che la Sezione Tributaria di questa Corte già con la sentenza n. 6199 del 2007 (cui si conformato Cass. n.. 25486 del 2008 e Cass. – citata dal tribunale – n. 16514 del 2010) aveva statuito il seguente principio di diritto: “In tema di imposta comunale sugli immobili, il coniuge affidatario dei figli al quale sia assegnata la casa di abitazione posta nell’immobile di proprietà (anche in parte) dell’altro coniuge non è soggetto passivo dell’imposta per la quota dell’immobile stesso sulla quale non vanti il diritto di proprietà ovvero un qualche diritto reale di godimento, come previsto dall’art. 3 del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504. Con il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale o di divorzio, infatti, viene riconosciuto al coniuge un atipico diritto personale di godimento e non un diritto reale, sicché in capo al coniuge non è ravvisabile la titolarità di un diritto di proprietà o di uno di quei diritti reali di godimento, specificamente previsti dalla norma, costituenti l’unico elemento di identificazione del soggetto tenuto al pagamento dell’imposta in parola sull’immobile. Né in proposito rileva il disposto dell’art. 218 cod. civ., secondo il quale “Il coniuge che gode dei beni dell’altro coniuge è soggetto a tutte le obbligazioni dell’usufruttuario”, in quanto la norma, dettata in tema di regime di separazione dei beni dei coniugi, va intesa solo come previsione integrativa del precedente art. 217 (Amministrazione e godimento dei beni), di guisa che la complessiva regolamentazione recata dalle disposizioni dei due articoli è inapplicabile in tutte le ipotesi in cui il godimento del bene del coniuge da parte dell’altro coniuge sia fondato da un rapporto diverso da quello disciplinato da dette norme, come nell’ipotesi di assegnazione (volontaria o giudiziale) al coniuge affidatario dei figli minori della casa di abitazione di proprietà dell’altro coniuge, atteso che il potere del primo non deriva né da un mandato conferito dal secondo, né dal godimento di fatto del bene (ipotizzante il necessario consenso dell’altro coniuge), di cui si occupa l’art. 218”.
L’illustrazione inizia con l’assumere che nella sua motivazione, a pagina 8, il Tribunale ha ritenuto che nella specie la pretesa della T. si connotasse come restituzione di un indebito soggettivo e che la medesima – circostanza enunciata prima però della pagina 8 – avrebbe pagato per evitare il rischio di espropriazione della proprietà del qui ricorrente.
Dopo avere riportato la norma dell’art. 2036 c.c. si sostiene che l’essere stato fatto dalla T. un pagamento indebito dal punto di vista soggettivo individuava come legittimato passivo il Comune accipiente e la legittimazione del ricorrente poteva rilevare solo nelle condizioni di cui all’ultimo comma dell’art. 2036 c.c., cioè soltanto qualora non fosse stata esperibile azione di ripetizione contro il Comune. Tale azione sarebbe stata esperibile con l’azione di rimborso di cui all’art. 13 del d.lgs. n. 504 del 1992 che prevedeva un termine triennale, che – previa abrogazione da parte dell’art. 1, comma 173, della l. n. 296 del 1996 dello stesso art. 13 – era stato portato a cinque anni dall’art. 1, comma 164, di quella legge. Inoltre, sempre in base ad essa era prevista l’applicazione del nuovo termine ai rapporti di imposta pendenti alla data di entrata in vigore della nuova disposizione. Di tale nuova normativa il Tribunale non avrebbe tenuto conto e sarebbe “lecito pensare che, in ogni caso, il termine nei confronti dell’accipiens non era assolutamente prescritto essendo stato accertato solo a decorrere dal settembre 2005 che l’importo integrale non era dovuto”.
p.3.1.1. Infatti, il Tribunale, dopo avere osservato che “in considerazione dell’errore incolpevole della T. nel versamento del tributo nella sua interezza, dovuto sia ad una obiettiva difficoltà interpretativa della norma, sia alla circostanza che nel dubbio – laddove non avesse pagato la quota a carico dell’ex coniuge – l’ente comunale avrebbe potuto procedere ad esecuzione sul bene per il recupero coatto della somma, si ritiene come la stessa abbia diritto alla ripetizione di quanto indebitamente versato pro quota in luogo del G. ”. (pag. 7), si è, poi, così espresso (pag. 7-8): “Né rileva la circostanza dedotta da quest’ultimo secondo cui l’appellante avrebbe potuto attivarsi, trattandosi di obbligazione parziaria, presso lo stesso Comune formulando l’istanza di rimborso contemplata dall’art. 13 del D.lgs., in quanto stante la sopra menzionata difficoltà interpretativa della norma si ritiene che la T. abbia agito in buona fede liquidando il tributo senza richiedere il rimborso, determinando la preclusione decadenziale di tre anni prevista dalla norma; che tuttavia tale preclusione – vertendosi in materia di indebito soggettivo – non inficia in capo alla solvens che abbia pagato per errore scusabile il diritto alla ripetizione dal condebitore verso l’Amministrazione Comunale di quanto alla stessa versato in suo luogo”.
Ora, con questa affermazione il Tribunale ha mostrato di abbandonare il piano dell’azione di ripetizione dell’indebito soggettivo ed ha riconosciuto fondata l’azione esercitata dalla T. chiaramente riconducendola all’ambito dell’art. 2041 c.c., come rivela il chiaro riferimento all’ingiusto arricchimento del G. ed all’impoverimento della T. .
Per mera completezza si rileva che le valutazioni del Tribunale sarebbero anche corrette alla stregua del principio di diritto secondo cui “L’adempimento spontaneo di un’obbligazione da parte del terzo, ai sensi dell’art. 1180 cod. civ., determina l’estinzione dell’obbligazione, anche contro la volontà del creditore, ma non attribuisce automaticamente al terzo un titolo per agire direttamente nei confronti del debitore, non essendo in tal caso configurabili né la surrogazione per volontà del creditore, prevista dall’art. 1201 cod. civ., né quella per volontà del debitore, prevista dall’art. 1202 cod. civ., né quella legale di cui all’art. 1203 n. 3 cod. civ., la quale presuppone che il terzo che adempie sia tenuto con altri o per altri al pagamento del debito; la consapevolezza da parte del terzo di adempiere un debito altrui esclude inoltre la surrogazione legale di cui agli artt. 1203 n. 5 e 2036, terzo comma, cod. civ., la quale, postulando che il pagamento sia riconducibile all’indebito soggettivo ex latere solventis, ma non sussistano le condizioni per la ripetizione, presuppone nel terzo la coscienza e la volontà di adempiere un debito proprio; pertanto, il terzo che abbia pagato sapendo di non essere debitore può agire unicamente per ottenere l’indennizzo per l’ingiustificato arricchimento, stante l’indubbio vantaggio economico ricevuto dal debitore”. (Cass. sez. un. n. 9946 del 2009).
Principio di diritto questo che avrebbe potuto giustificare, se il Tribunale non avesse enunciato la individuata seconda ratio decidendi non impugnata, il rigetto del motivo dovendosi procedere ad una mera correzione della motivazione della sentenza in conformità ad esso. Correzione possibile perché implicante solo l’applicazione dell’esatto diritto senza necessità di accertamenti di fatto e, dunque, senza vulnerazione del principio della domanda (Cass. n. 27406 del 2008; n. 14646 del 2009).
p.5. Con un quinto motivo si denuncia “violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c. in relazione all’art. 2948 c.c. – Prescrizione del diritto”.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater dèi d.P.R. n. 115 del 2002, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.
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