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Timestamp: 2019-05-23 14:18:10+00:00

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Art. 326 codice penale: Rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio | La Legge per tutti
Art. 326 codice penale: Rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio
Il pubblico ufficiale [357] o la persona incaricata di un pubblico servizio [358], che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio (1) (2) (3), le quali debbano rimanere segrete (4), o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, per procurare a sé o ad altri un indebito profitto patrimoniale, si avvale illegittimamente di notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, è punito con la reclusione da due a cinque anni. Se il fatto è commesso al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto non patrimoniale o di cagionare ad altri un danno ingiusto, si applica la pena della reclusione fino a due anni (5).
Pubblico ufficiale: [v. 357]; Incaricato di un pubblico servizio: [v. 358]; Abuso di qualità: [v. 317].
Rivelare: far conoscere una notizia coperta da segreto a soggetti non destinati a conoscerla, in qualsiasi modo, purché non attraverso un comportamento omissivo integrandosi, in tal modo, l’ipotesi di agevolazione colposa.
Notizia d’ufficio: è quella rientrante nella competenza dell’ufficio e collegata funzionalmente al tipo di attività esercitata nell’ufficio dell’agente.
Notizia segreta: è la notizia destinata per legge, per ordine dell’autorità o per sua natura a non essere divulgata.
Agevolare la conoscenza: significa facilitare, anche mediante un comportamento passivo, l’apprendimento della notizia da parte del soggetto a ciò non autorizzato.
Avvalersi illegittimamente: significa utilizzare in qualsiasi modo le notizie che devono rimanere segrete, abusando delle proprie qualità o violando i doveri inerenti al servizio o alla funzione.
(1) Art. così sostituito ex l. 26-4-1990, n. 86 (art. 15).
(2) La rivelazione di segreti di ufficio è integrata anche quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio diffondano una notizia non appresa per ragioni dell’ufficio o del servizio, bastando che tale notizia dovesse rimanere segreta e che l’interessato, per le funzioni esercitate, avesse l’obbligo di impedirne l’ulteriore diffusione (in tal senso Cass. 21-1- 2005, n. 1898).
(3) La giurisprudenza ritiene, che difettando tale presupposto, il reato non si realizza, come ha sancito nell’ipotesi della mera propagazione, da parte di un impiegato comunale, di notizie relative a pratiche di concessioni edilizie.
Sempre in giurisprudenza, si afferma che l’elemento materiale del reato consiste nella indebita cessione a terzi di conoscenze sottratte alla divulgazione, sicché al percettore della rivelazione, che può eventualmente rispondere di concorso nel medesimo reato, non può addebitarsi il delitto di ricettazione, posto che esso si configura in ipotesi di illecita circolazione di un bene materiale e non di un’informazione (Cass. 5-9-2008, n. 34717). Inoltre, la rivelazione del segreto è punibile, non già in sé e per sé, ma in quanto suscettibile di produrre nocumento a mezzo della notizia da tenere segreta (in tal senso Cass. Sez. Un. 7-2-2012, n. 4694).
(4) Oggetto materiale del delitto di rivelazione di segreti d’ufficio sono solo le notizie d’ufficio coperte da segreto e cioè quelle sottratte alla divulgazione in ogni tempo e luogo e nei confronti di chiunque per legge, per regolamento o per la natura stessa della notizia che può recare danno all’amministrazione, ma non anche quelle indebitamente diffuse in violazione alle norme sul diritto di accesso agli atti della P.A. in quanto svelate a chi non è titolare di tale diritto o senza il rispetto delle modalità previste (Cass. 2-3-2010, n. 8201).
(5) Cfr. art. 6, l. 4-8-2008, n. 132 (Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere); art.9, d.lgs. 21-11-2007, n. 231 (Misure antiriciclaggio); art. 36, l. 3-8-2007, n. 124 (Disciplina del segreto di Stato); art. 5, l. 15-5-2003, n.107 (Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti); art. 21, l. 22-5-1978, n. 194 (Interruzione della gravidanza).
L’unica innovazione, introdotta dalla riforma, è la previsione, all’ultimo comma, del reato di utilizzazione dei segreti d’ufficio che costituisce un’ipotesi specifica dell’abuso d’ufficio [v. 323]. Si pone un problema di coordinamento tra le ipotesi dei commi 1 e 3, in quanto nel c. 1 non è richiesto il fine di profitto. Ciò comporta una diversità di trattamento sotto il profilo sanzionatorio, perché l’ipotesi prevista al c. 1, pur non contemplando il fine di profitto, è punita più gravemente. Si auspica perciò un intervento correttivo del legislatore, soprattutto perché tale disparità si presenta ingiustificata, data l’eguale potenzialità lesiva della rivelazione e dell’utilizzazione.
Integra gli estremi del reato di rivelazione di segreto di ufficio la comunicazione, da parte di un membro della commissione esaminatrice di un pubblico concorso, di elementi diretti a far conoscere anticipatamente, a uno o più concorrenti, con l'esclusione di tutti gli altri, l'oggetto della prova d'esame (nella specie la traccia di un tema) specificamente ritenuto fra i più probabili dalla commissione stessa, trattandosi di notizia "di ufficio" destinata a rimanere segreta. (Dichiara inammissibile, Trib. lib. Napoli, 20/12/2013 )
Cassazione penale sez. VI 02 dicembre 2014 n. 51691
Il rispetto del principio di proporzionalità tra il segreto professionale riconosciuto al giornalista professionista a tutela della libertà di informazione, e quella di assicurare l'accertamento dei fatti oggetto di indagine penale, impone che l'ordine di esibizione rivolto al giornalista ai sensi dell'art. 256 c.p.p., e l'eventuale successivo provvedimento di sequestro probatorio siano specificamente motivati anche quanto alla specifica individuazione della res da sottoporre a vincolo ed all'assoluta necessità di apprendere la stessa ai fini dell'accertamento della notizia di reato. (Fattispecie relativa ad un procedimento contro ignoti per il reato di cui all'art. 326 c.p. in relazione alla divulgazione della notizia di riunioni tenutesi presso la D.N.A., in cui la Corte ha ritenuto illegittimo il sequestro di “computer”, “pen drive”, DVD, lettore MP3, ecc. in uso ad un giornalista e, invece, legittimo il sequestro dei documenti intestati “D.N.A.”, anch'essi detenuti dal medesimo professionista)..
In tema di rivelazione ed utilizzazione di segreti d'ufficio da parte degli impiegati dello Stato, per notizie di ufficio che devono rimanere segrete si intendono non solo le informazioni sottratte alla divulgazione in ogni tempo e nei confronti di chiunque, ma anche quelle la cui diffusione sia vietata dalle norme sul diritto di accesso, perché effettuata senza il rispetto delle modalità previste ovvero nei confronti di soggetti non titolari del relativo diritto (confermata, nella specie, la condanna per violazione dei segreti di ufficio emessa nei confronti di un cancelliere del tribunale che aveva fatto visionare tre fascicoli relativi a ricorsi per decreto ingiuntivo, custoditi nel suo ufficio, a un soggetto del tutto estraneo sia all'ufficio giudiziario sia ai procedimenti visionati).
Cassazione penale sez. VI 29 ottobre 2013 n. 49133
In tema di rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio, per notizie che devono rimanere segrete si intendono non solo le informazioni sottratte alla divulgazione in ogni tempo e nei confronti di chiunque, ma anche quelle la cui diffusione sia vietata dalle norme sul diritto di accesso, perché effettuate senza il rispetto delle modalità previste ovvero nei confronti di soggetti non titolari del relativo diritto. (Nella specie un cancellerie in servizio presso un tribunale civile aveva fatto visionare tre fascicoli custoditi nel suo ufficio, relativi a ricorsi per decreto ingiuntivo, ad una persona del tutto estranea sia all'ufficio, sia ai procedimenti visionati).
In tema di rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio da parte degli impiegati dello Stato, il contenuto dell'obbligo la cui violazione è sanzionata dall'articolo 326 del Cp deve essere desunto dal nuovo testo dell'art. 15 d.P.R. 10 gennaio 1957 n. 3, che disciplina il mantenimento del segreto d'ufficio come obbligo generale tra i doveri dell'impiegato civile dello Stato, come sostituito dall'art. 28 l. 7 agosto 1990 n. 241. Da ciò deriva che il divieto di divulgazione e di utilizzo comprende non soltanto le informazioni sottratte all'accesso, ma anche, nell'ambito delle notizie accessibili, quelle informazioni che non possano essere date alle persone che non hanno il diritto di riceverle, in quanto non titolari dei prescritti requisiti. Pertanto, in tale contesto normativo, la nozione di "notizie d'ufficio, le quali debbano rimanere segrete" assume non soltanto il significato di informazione sottratta alla divulgazione in ogni tempo e nei confronti di chiunque, ma anche quello di informazione per la quale la diffusione (pur prevista in un momento successivo) sia vietata dalle norme sul diritto di accesso, nel momento in cui sia indebitamente diffusa ovvero utilizzata, perché svelata a soggetti non titolari del diritto o senza il rispetto delle modalità previste. (Fattispecie in cui il reato è stato ravvisato a carico di un cancelliere che risultava aver fatto "visionare" tre fascicoli relativi a ricorsi per decreto ingiuntivo a persona del tutto estranea sia all'ufficio giudiziario sia ai procedimenti visionati; e ciò, del resto, in linea con il disposto dell'art. 159 l. 23 ottobre 1960 n. 1196, norma specificamente diretta al personale degli uffici giudiziari, secondo cui "il funzionario di cancelleria e segreteria e il dattilografo devono osservare il più scrupoloso segreto di ufficio e non possono dare a chi non ne abbia diritto, anche se non si tratti di atti segreti, informazioni o comunicazioni relative a operazioni o provvedimenti giudiziari o amministrativi di qualsiasi natura e dei quali siano venuti comunque a conoscenza a causa del loro ufficio").
In tema di sequestro probatorio, il principio del "ne bis in idem" non preclude la possibilità di disporre nuovamente la misura quando l'autorità procedente sia chiamata a valutare elementi precedentemente non valutati. (Fattispecie relativa al sequestro di materiale informatico con riferimento al reato di dichiarazione fiscale infedele, dopo l'annullamento del precedente provvedimento emesso per il delitto di cui all'art. 326 c.p., ritenendo che l'indagato avesse ricevuto notizia dell'imminente verifica fiscale). Rigetta, Trib. lib. Napoli, 31/07/2012
Cassazione penale sez. VI 26 marzo 2013 n. 21103

References: Art. 326
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 art. 6
 art.9
 art. 36
 art. 5
 art. 21