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Timestamp: 2018-05-27 19:54:35+00:00

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Penale.it - Magistrato di Sorvegianza di Torino, Ordinanza 6 maggio 2011; Giudice VIGNERA, ric. G.
MISURE DI SICUREZZA – PERSONALI – LIBERTA’ VIGILATA – SOGGETTO PASSIVO – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA – PERSONA AMMESSA A MISURE SPECIALI DI PROTEZIONE – APPLICAZIONE DELLA MISURA DI SICUREZZA – IMPOSSIBILITA’ – CONSEGUENZE (Cod. pen., artt. 215, 228; cod. proc. pen., art. 679; d.l. 15 gennaio 1991 n. 8, convertito con modificazioni nella l. 15 marzo 1991 n. 82, nuove norme in materia di sequestri di persona a scopo di estorsione e per la protezione dei testimoni di giustizia, nonché per la protezione e il trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia, artt. 10 ss.).
N. 18 / 11 R.P.M.S.
Verificata, preliminarmente, la regolarità delle comunicazioni relative ai prescritti avvisi al rappresentante del P.M., all'interessato ed al difensore;
1. - Con sentenza emessa il 25 marzo 2009 la Corte di Appello di XXXX, in riforma della sentenza del Tribunale di XXXX in data 16 marzo 2006, dichiarava G. S. colpevole del reato ex art. 416 bis c.p. (commesso in XXXX e Comuni limitrofi ed accertato dal 13 luglio 1995 con condotta all’epoca perdurante), lo condannava alla pena di anni 4 di reclusione e gli applicava la misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata minima di anni uno.
- dal luglio 2009 il G. ha iniziato a collaborare con la Giustizia;
- in ragione della sua “massima attendibilità” è stato sottoposto allo speciale programma di protezione;
- tale collaborazione si è rivelata “decisiva in relazione a numerose vicende collegate a gruppi” camorristici;
- “in ragione delle suesposte considerazioni ... non sussistono più le condizioni di pericolosità necessarie per la irrogazione della misura di sicurezza, potendo tranquillamente ritenersi che il Giordano ha reciso definitivamente ogni legame con l’ambiente criminale di originaria appartenenza”.
2. - Va precisato, anzitutto, che non si condivide la superiore conclusione della DDA di XXXX (che ha desunto la cessazione della pericolosità sociale del G. esclusivamente dal suo status di collaboratore di giustizia sottoposto a speciale programma di protezione), atteso che:
- la condotta mantenuta dal G. durante le precedenti carcerazioni (caratterizzata dalla mancata partecipazione ad attività trattamentali strutturate, da rilievi disciplinari e da atteggiamenti di insofferenza verso le istituzioni penitenziarie) è sintomatica della mancanza di una completa e piena evoluzione della personalità del predetto verso modelli di vita socialmente adeguati;
- è vero che nei confronti del soggetto “ammesso allo speciale programma di protezione previsto per i cosiddetti ‘collaboratori di giustizia’ dall'art. 10 d.l. 15 gennaio 1991 n. 8, conv. con modificazioni nella legge 15 marzo 1991 n. 82, il requisito della pericolosità deve essere puntualmente accertato sulla base di elementi di fatto idonei a superare la presunzione, derivante dalla suddetta ammissione, che il proposto abbia reciso i propri legami con il mondo del crimine” (così Cass. pen., Sez. I, sentenza 22 settembre 2000, n. 5228, Archetti);
- altrettanto vera, nondimeno, è la circostanza che nella fattispecie tale “presunzione di recisione dei legami con la criminalità organizzata” non può equivalere (pure) a “cessazione della pericolosità sociale del soggetto” (potendo notoriamente delinquere anche soggetti non collegati alla criminalità organizzata);
- in mancanza di codesta pericolosità, infatti, l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti del G. il 21 maggio 2009 avrebbe dovuto essere senz’altro revocata;
- viceversa, la stessa il 21 dicembre 2009 (come testé detto) è stata (non revocata, ma soltanto) sostituita con quella degli arresti domiciliari, ritenendosi “affievolite” (e, dunque, persistenti) le originarie esigenze cautelari [e nella surricordata ordinanza del 21 maggio 2009 si legge al riguardo che le esigenze cautelari sono tutte (compresa, quindi, quella ex art. 274, lettera c, c.p.p.) “presunte ex lege (art. 275, comma 3, c.p.p.) al massimo grado in ragione della natura dei delitti per i quali si procede”; e si sottolinea in particolare che nella fattispecie “la recidivanza, più che un rischio, é una certezza”].
Invero, poiché il G. si trova attualmente in località protetta in virtù del suindicato programma di protezione, risulta oggi impossibile dare effettiva e concreta attuazione ai contenuti tipici della libertà vigilata descritti dall’art. 228 c.p. [cfr. Corte cost., ordinanza 19 giugno 1998, n. 224: “È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata, in riferimento agli artt. 3, 27, 25 e 101 Cost., nei confronti dell'art, 212, primo comma, cod. pen., nella parte in cui non prevede la sospensione dell'esecuzione della misura di sicurezza della libertà vigilata, quando il soggetto che vi è sottoposto venga ristretto, per custodia cautelare, in carcere. Contrariamente agli assunti interpretativi da cui muove il giudice "a quo", infatti, tra la misura di sicurezza della libertà vigilata e la privazione della libertà - sia essa derivata dall'esecuzione di pena detentiva o dall'applicazione di custodia cautelare in carcere - sussiste un'incompatibilità assoluta che rende impossibile, naturalisticamente ancor prima che giuridicamente, applicare tale misura (così come le altre misure di sicurezza personali non detentive, quali il divieto di soggiorno in uno o più Comuni o il divieto di frequentare osterie o spacci di bevande alcooliche, ecc.) e in particolare impedisce di dare attuazione ai contenuti tipici della libertà vigilata descritti dall'art. 228 cod. pen. Il che spiega perché il legislatore abbia ritenuto superfluo disporre espressamente, nell'ipotesi "de qua", la pretesa sospensione”].

References: art. 679
 sentenza 
 sentenza 
 art. 416
 Cass. 
 sentenza 
 art. 274