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Timestamp: 2017-07-24 20:37:56+00:00

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il confronto delle idee: STOP MADIA! Lettura guidata ad un decreto/manifesto liberista mercoledì 23 marzo 2016
STOP MADIA! Lettura guidata ad un decreto/manifesto liberista di Marco Bersani
STOP MADIA! FERMARE LE PRIVATIZZAZIONI, DIFENDERE IL REFERENDUM SULL’ACQUA
FUORI I BENI COMUNI DAL MERCATO
Nel giugno 2011, oltre 26 milioni di cittadini hanno votato “SI” a due referendum sull’acqua,
determinando, con la vittoria del primo quesito, l’abrogazione dell’obbligo di privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali e, con la vittoria del secondo quesito, l’abrogazione dei profitti dalla tariffa del servizio idrico integrato.
Si inserisce dentro questo contesto il Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto attuativo della Legge Delega n. 124/2015, che definisce invece con le seguenti parole l’attuale quadro normativo: “(..)
risultato di una serie di interventi disorganici che hanno oscillato tra la promozione delle forme pubbliche di gestione e gli incentivi più o
meno marcati all’affidamento a terzi mediante gara” (relazione illustrativa, pag.1), includendo nella generazione di confusione normativa i referendum abrogativi e la sentenza della Corte Costituzionale n. 199/2012 (che difendeva l’esito referendario).
Si tratta, in tutta evidenza, di un decreto che si prefigge, cinque anni dopo la vittoria referendaria sull’acqua, la chiusura di quell’anomalia e
la privatizzazione dei servizi pubblici locali.
Mentre il comma 1 recita incredibilmente la volontà di “affermare
la centralità del cittadino nell’organizzazione e produzione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale, anche favorendo forme di partecipazione attiva”, il comma 2, aprendosi con le parole “In particolare” (quindi volendo rendere concreto quanto asserito nel comma 1) dice testualmente: “(..) le
disposizioni del presente decreto promuovono la concorrenza, la libertà
di stabilimento e la libertà di prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”
che, immediatamente dopo, e per tutto il testo della legge, questa funzione sia immediatamente misconosciuta: comuni e città metropolitane,
infatti, per individuare i servizi pubblici, devono effettuare preventivamente una verifica, anche con forme di consultazione di mercato, sul fatto che tali attività non siano già fornite o fornibili da imprese operanti con regole di mercato (comma 2 e
3); verifica da inoltrare all’Osservatorio del Ministero dell’Economia sui servizi pubblici locali (comma 5).
modalità di gestione sono la polpa del provvedimento normativo, e infatti, per quanto riguarda acqua, rifiuti e trasporto pubblico locale,
prevalgono su qualsivoglia normativa di settore (art. 3).
sono servizi “erogati dietro corrispettivo economico su un mercato, che
non sarebbero svolti senza un intervento pubblico”, i secondi sono “organizzati tramite reti strutturali”.
primo principio posto chiaramente sulle modalità di affidamento è che la gestione in economia o mediante azienda speciale è possibile solo per
i servizi non a rete (comma 1, lettera d) art.7).
il provvedimento deve contenere un piano economico- finanziario con la proiezione, per l’intero periodo della durata dell’affidamento, dei costi e dei ricavi, degli investimenti e dei relativi finanziamenti; tale piano deve specificare inoltre l’assetto economico-patrimoniale della società, il capitale proprio investito e l’ammontare dell’indebitamento, da aggiornare ogni triennio.
Adempiute
tutte queste incombenze, l’ente locale dovrà inviare lo schema di atto deliberativo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per un parere che verrà espresso entro trenta giorni (comma 6, art.7). Nulla
di tutto questo è richiesto per le gestioni attraverso società per azioni a capitale privato o a capitale misto pubblico-privato.
Poiché nulla dev’essere tendenzialmente sottratto al mercato, ecco la possibilità, sempre “per favorire la tutela della concorrenza”
di affidare la gestione delle reti, degli impianti e della altre dotazioni patrimoniali separatamente dalla gestione del servizi, nel qual caso l’affidamento dovrà essere fatto ad una società per azioni a totale capitale pubblico, a società a capitale misto pubblico-privato o a società a capitale privato (coma 4, art.9)
Domanda retorica: gli eventuali finanziamenti statali saranno “prioritariamente
assegnati ai gestori selezionati tramite procedura di gara ad evidenza pubblica (..) ovvero che abbiano deliberato operazioni di aggregazione societaria” (comma 2, art.33)
schiaffo al referendum non poteva essere reso più evidente: dopo anni con cui i profitti erano stati mascherati nella tariffa sotto la definizione di “oneri finanziari”, viene reintrodotta nella determinazione delle tariffe dei servizi pubblici locali, “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” (comma 1, lett. d) art. 25), nell’esatta dizione abrogata dal secondo quesito referendario del giungo 2011. L’Authority e il consumatore
liberista del decreto, trasparente in ogni paragrafo del testo, risulta
oltremodo evidente laddove si affrontano le “garanzie” su erogazione e qualità del servizio. Qui scompaiono sia le comunità locali in quanto tali, sia il cittadino-utente: entrambi cedono il passo all’individuo consumatore da una parte -a cui va garantita (art. 24) la carta dei servizi- e l’Authority dall’altra, che, per l’occasione viene ridenominata (art.16): “Autorità per energia, reti e ambiente (ARERA)”.
Ecco cosa si dice alla sezione 4:
“(..) Il decreto attua la delega contenuta nell’articolo 19 della legge
7 agosto 2015, n. 124 e la previsione di limiti e condizioni per l’assunzione del servizio pubblico locale permette di valorizzare il ruolo dei privati, secondo la regola generale che alle esigenze dell’utenza risponde il mercato in libera concorrenza, fatta salva la necessità di garantire a tutti un servizio che non sarebbe svolto senza un intervento pubblico”.
Peccato che il comma c) dell’art. 19 della legge cosi recitasse: “individuazione
della disciplina generale in materia di regolazione e organizzazione dei servizi di interesse economico generale di ambito locale (..) tenendo conto dell’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011”
decreto Madia prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011, sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non applicazione, ad impedirne l’attuazione.
Questa volta l’attacco è esplicito: forte di quanto ottenuto con gli attacchi ai diritti del lavoro (Job Acts), alla scuola pubblica (“Buona Scuola”),
alla difesa dell’ambiente e dei territori (“Sblocca Italia”), il governo Renzi si sente sufficientemente forte da tentare l’assalto finale, buttando a mare il referendum del 2011 e privatizzando tutti i servizi pubblici locali.
Il rilancio delle privatizzazioni dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l’ora di potersi
sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di
cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Renzi e Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.
drammatica partita è appena cominciata. A tutte le donne e gli uomini che da anni si battono per l’acqua, per i beni comuni e per un altro modello sociale il compito di giocarla fino in fondo.

References: sentenza 
 art.7
 art.7
 art.9
 art.33
 art. 25