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Rassegna stampa 15 novembre 2018 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da Alessia peilex|Pubblicato 16 novembre 2018
15/11/2018 – Corriere della Sera
L’ azzardo sui proventi dalle privatizzazioni Gli ultimi incassi tre anni fa, con le Poste
Il governo punta a recuperare 30 miliardi al 2020, quanto si è ricavato dal 2003 ad oggi
ROMA Si dice che il ministro dell’ Economia, Giovanni Tria, fosse arrivato in Consiglio dei ministri, l’ altra sera, con ben altri piani. Anche con l’ idea di dare una sforbiciata, seppur simbolica, al fondo per il Reddito di cittadinanza e a quello per Quota 100 sulle pensioni, oltre a quella di spostare parte degli investimenti sul rischio idrogeologico, una spesa eccezionale e quindi sotto la linea del deficit, e di spingere sulle privatizzazioni. Ma è andata in modo ben diverso. Scartato il taglio alla spesa per la netta opposizione di Luigi Di Maio (sebbene gli si chiedesse un sacrificio di 500 milioni), quindi un ritocco al ribasso del deficit, bisognava quanto meno garantire alla Ue una discesa più veloce del debito pubblico. E così si è scelto di giocare la carta delle privatizzazioni, caricandola al massimo. I tecnici del Tesoro ipotizzavano un maggior incasso di 12 miliardi nel triennio, ma a fine Consiglio dei ministri la cifra era più che raddoppiata. Da qui a fine 2020, con le nuove dismissioni promesse, dovrebbero entrare nelle casse dello Stato ben 30 miliardi di euro. Cioè quello che si è incassato negli ultimi quindici anni, dal 2003 a questa parte. Senza contare che negli ultimi anni, a fronte di ricavi attesi dalle dismissioni per 5 o 6 miliardi l’ anno, non è entrato neanche un euro. Il nuovo Documento di bilancio trasmesso a Bruxelles, prevede che già quest’ anno 5 miliardi di incassi dalle dismissioni, altri 18 nel 2019, e ancora 5 nel 2020. «È dal 2003 che le entrate dalle privatizzazioni non arrivano all’ 1% del prodotto interno lordo» commenta scettico l’ economista Carlo Cottarelli. «C’ eravamo inventati la trasformazione della Cassa Depositi e prestiti, che acquistava e pagava in contanti al Tesoro quote importanti di società pubbliche come Eni ed Enel, pur rimanendo lei stessa nel perimetro pubblico» racconta il ministro dell’ Economia dell’ epoca, Giulio Tremonti. Fu lui l’ ultimo ministro del Tesoro «privatizzatore», non per scelta, ancora una volta, ma per necessità. «Amato aveva previsto 8 mila miliardi di lire, 4 miliardi di euro, di dismissioni immobiliari nella Finanziaria 2001. Una cifra enorme, che serviva per far quadrare i conti – ricorda Tremonti -. Fui costretto a fare quelle dismissioni, studiammo la cartolarizzazione degli immobili ed ebbe successo. Ma quella era la parte migliore del patrimonio. L’ obiettivo è irrealistico, non è rimasto quasi più nulla da vendere» aggiunge l’ ex ministro. Le partecipazioni in Eni ed Enel sono già ridotte al minimo indispensabile per mantenere il controllo. Si potrebbe cedere ancora un terzo del capitale delle Poste (una quota analoga venne collocata per 3,1 miliardi a ottobre ’15). Poi tra le grandi società ci sono rimaste Ferrovie (c’ era l’ ipotesi di quotare Trenitalia) e Leonardo, l’ ex Finmeccanica che però detiene attività strategiche in campo militare. Teoricamente si potrebbe cedere una quota di Cdp, già partecipata al 18% dalle Fondazioni bancarie, e che di fatto è la holding delle società pubbliche residue (ha in portafoglio un terzo di Enel, Eni, Terna e Snam). Poi, controllata dal Tesoro, ci sarebbero la Rai, un altro pezzettino di Enav, il Poligrafico, St Microelectronics, e lo stesso Monte dei Paschi, che in teoria potrebbero finire sul mercato. Sul fronte immobiliare non siamo messi meglio. Il patrimonio pubblico vale 283 miliardi, ma per il 77% è in uso alla pubblica amministrazione. Il 74% degli immobili è di regioni e comuni, il 23% è in uso a privati. In compenso ci sono immobili non utilizzati che valgono 12 miliardi. Ma l’ ultima grande dismissione immobiliare risale a sette, otto anni fa. E anche allora a comprare case e caserme, e a togliere al governo le castagne dal fuoco, ci pensò la Cdp. Mario Sensini
15/11/2018 – Il Foglio
La controriforma Madia nessuna partecipata si porta via
LA LEGGE DI BILANCIO CAMBIA LA NORMA SULL’ ALIENAZIONE DELLE SOCIETÀ PARASTATALI PER SALVARE CARROZZONI E POLTRONIFICI
Nel caotico insieme di disposizioni inserite nel disegno di legge di Bilancio presentato al Parlamento, un articolo ha dato il colpo di grazia a una delle (poche) iniziative di revisione della spesa degli ultimi anni: la riforma Madia delle società partecipate. Con questo articolo viene stabilito che le amministrazioni pubbliche potranno mantenere le partecipazioni in tutte le società che nella media degli ultimi tre anni hanno avuto un utile (fino al 2021, ma si sa che in Italia dopo un rinvio ne arriva sempre un altro). Con questa disposizione si stravolge completamente la riforma Madia, ma per capire i dettagli della faccenda occorre partire dall’ inizio della storia. In termini generali, la riforma Madia obbligava le amministrazioni pubbliche a liberarsi delle partecipazioni in società che non svolgevano attività di interesse pubblico, che non servissero per la realizzazione di opere pubbliche o che non producessero beni e servizi strumentali alla pubblica amministrazione. In realtà, anche altri criteri imponevano l’ alienazione delle partecipazioni: si chiudevano, per esempio, le famose “scatole vuote”, cioè partecipate con bassissimo fatturato, più membri del consiglio di amministrazione che dipendenti, eccetera. Insomma, si chiudevano finalmente i veri poltronifici. Certo, la riforma non era comunque perfetta: il criterio dell'”inte resse pubblico” restava in particolare troppo vago e le amministrazioni pubbliche erano state capaci di far rientrare tra le attività di interesse pubblico parecchie società nelle quali volevano ad ogni costo detenere le partecipazioni. A titolo di esempio, è emblematico il caso del comune di Bologna che ha potuto mantenere la partecipazione indiretta in due società operanti a Hong Kong e a Parigi, entrambe attive nel restauro e digitalizzazione di materiale audiovisivo e cinematografico. Ora, è chiaro che, in nome della cultura, le due società svolgono un’ attività di interesse pubblico. Non invece è chiaro perché la pubblica amministrazione debba partecipare alla proprietà di società che svolgono questo tipo di attività. Detto ciò, non tutto era perduto. Infatti, non per tutte le partecipate le amministrazioni avevano fatto valere la ragione dell’ interesse pubblico, e per alcune partecipazioni era effettivamente stata deliberata l’ alienazione. Così, con un comunicato stampa francamente un po’ troppo trionfale del novembre 2017, il governo aveva sottolineato che delle 4701 società a partecipazione diretta delle amministrazioni pubbliche, circa un terzo sarebbe stata interessata da interventi di dismissione. Seppur con diverse criticità, si trattava davvero di un primo risultato. A disfare questo processo ci ha pensato il disegno di legge di Bilancio presentato al Parlamento. Se il testo dovesse essere confermato, verrebbe consentito alle amministrazioni di mantenere tutte le partecipa zioni in società che hanno registrato un utile nella media degli ultimi tre anni. Non sarebbe più un problema, quindi, il fatto che la società partecipata produca servizi inutili per il perseguimento dell’ interesse pubblico oppure che abbia più amministratori che dipendenti o un bassissimo fatturato: se il testo diventerà legge, le amministrazioni potranno tenere qualunque partecipazione, a patto che la partecipata non sia in perdita. Ora, qualcuno dirà che se la partecipata non è in perdita non c’ è un vero motivo per cui l’ amministrazione debba liberarsene. E invece esistono almeno tre motivi per cui il criterio del non fare perdite è del tutto inadeguato. Primo, il fatto che una partecipata registri utili non significa che il saldo per la pubblica amministrazione sia positivo. Infatti, le partecipate possono essere finanziate dalle amministrazioni pubbliche grazie a varie forme di finanziamento o a contratti di servizio, i cui oneri a carico dell’ amministrazione spesso eccedono gli utili che vengono redistribuiti alla stessa. Secondo, il fatto che una società abbia avuto risultati positivi in passato non assicura certamente che gli stessi risultati si manifestino in futuro. Se gli utili non dovessero verificarsi negli anni successivi, e se per qualunque motivo la società dovesse cominciare a registrare perdite, il danno per le casse dell’ amministrazione potrebbe diventare importante e, in alcuni casi, diffici le da sopportare. A questo proposito sia chiara una cosa: se dopo un periodo in utile la società dovesse iniziare a registrare perdite, la partecipazione dovrebbe essere alienata anche secondo le nuove modifiche alla riforma Madia. Ma dal primo anno di registrazione delle perdite al momento dell’ alienazione, i costi per l’ amministrazione potrebbero essere ingenti! Terzo, finché si concederà alle amministrazioni pubbliche di avere partecipazioni non strettamente indispensabili, rimarrà vago il confine tra ciò che è pubblico e ciò che è privato, esponendo i denari dei contribuenti a iniziative degli amministratori locali dominate da logiche (almeno in alcuni casi) poco chiare. Sarebbe quindi auspicabile che questa nuova disposizione inserita nel disegno di legge di Bilancio non venisse approvata dalle camere e che venissero invece posti limiti precisi e stringenti alle partecipazioni pubbliche, in modo da cancellare finalmente le molte poltrone a disposizione della politica e degli interessi interni alle amministrazioni locali. Questo sì che sarebbe un duro colpo per le realtà fortemente dominate da logiche clientelari. Per ora, ciò che rimane dalla legge di Bilancio appena presentata è quindi solo l’ occasione perduta di rompere con le vecchie abitudini del passato: si sta cercando di cambiare la riforma Madia, proprio affinché nulla cambi. Carlo Valdes.
Lo statalismo del governo rende le privatizzazioni una fake news
IL GOVERNO DEI NAZIONALIZZATORI PROMETTE DI PRIVATIZZARE A UN RITMO DA RECORD. I CONTI CHE NON TORNANO ELE RAGIONI DEL BLUFF
(segue dalla prima pagina) Tra l’ altro l’ annuncio di per sé improbabile di una nuova ondata di privatizzazioni, come non se ne vedono da una quindicina d’ an ni, è stato accompagnato da una dichiarazione del vicepremier Luigi Di Maio che ne ha smorzato ulteriormente la credibilità: “Non ci saranno dismissioni di gioielli di famiglia – ha dichiarato il leader del M5s -. Noi abbiamo previsto immobili, beni di secondaria importanza, ma se mi parlate di Eni, Enav, tutti questi soggetti non finiranno in mani private, devono rimanere saldamente nelle mani dello stato”. E d’ altronde non può che essere così, vista l’ impronta ideologica statalista e statalizzatrice di questo esecutivo. Ma se non si vendono i “gioielli di famiglia”, cioè le cose che hanno un valore e un mercato, come si pensa di ricavare in un anno 18 miliardi dalla vendita di “beni di secondaria importanza”? Tra l’ altro i cosiddetti “gioielli di famiglia”, e cioè le partecipazioni del Mef in società quotate e non come Enav, Enel, Eni, Leonardo, Monte dei Paschi, Poste, Rai, Ferrovie eccetera – sono le più semplici da mettere sul mercato in tempi rapidi. Mentre avviare un programma di dismissioni immobiliari implica un lavoro tecnico e amministrativo, con la costituzione di un fondo e il coinvolgimento degli enti locali e territoriali proprietari, che richiede diversi anni per l’ attuazione. E’ quindi impossibile che il go verno ci riesca in un anno ed è altamente improbabile che riesca a ricavare entrate di quel tipo. Tanto per fare un paragone, il piano di “Valorizzazione del patrimonio delle Amministrazioni Pubbliche” del 2011 del governo Monti – che includeva oltre agli immobili anche le concessioni e le partecipazioni – prevedeva un incasso di 9,8 miliardi l’ anno, circa la metà di quanto prevede il governo Conte. Naturalmente neppure Monti riuscì a vendere tutte quelle caserme. Perché per le privatizzazioni, quando si vanno a vedere i consuntivi, il bilancio è magrissimo. Lo ha mostrato nei giorni scorsi, come ogni anno, la Banca d’ Italia in audizione. I dati forniti dal vicedirettore generale Luigi Federico Signorini mostrano che ogni anno i governi mettono a preventivo una cifra che non viene mai raggiunta a consuntivo. Nel 2014 le privatizzazioni dovevano essere pari allo 0,7 per cento del pile invece sono state dello 0,2; solo nel 2015 si è raggiunto lo 0,4 come annunciato; nel 2016 il governo Renzi aveva promesso lo 0,5 e ha fatto lo 0,1; mentre nel 2017 aveva messo a bilancio lo 0,3 e ha fatto lo zero. Anche quest’ anno a bilancio c’ è uno 0,3 per cento di pil derivante da privatizzazioni – obiettivo confermato dal governo Conte – ma fino a settembre eravamo a zero. Complessivamente, nell’ ultimo quinquennio l’ Italia ha annunciato privatizzazioni per il 2,2 per cento del pil e ne ha realizzate per lo 0,7. Ora il governo giallo verde, dopo una riunione, ha più che triplicato l’ obiettivo originario per il 2019 – che era pari allo 0,3 per cento del pil – e promette all’ Euro pa di fare lo 0,3 per cento di dimissioni per il 2018 entro dicembre e l’ 1 per cento entro il 2019. In pratica in quattordici mesi il governo Di Maio -Salvi ni dovrebbe privatizzare il doppio di quanto si è fatto negli scorsi cinque anni. Ma cosa potrà vendere un governo così ideologicamente ostile alle privatizzazioni? Su Monte dei Paschi il ministro Tria ha detto che la banca tornerà sul mercato al termine della ristrutturazione secondo il piano concordato con la Commissione europea, ma il “contratto di governo” dice che deve restare pubblica. Al Mef c’ erano progetti di quotazione di Trenitalia, in particolare dell’ alta velocità. Ma questo governo non solo non intende vendere i treni Frecciarossa, ma vuole addirittura nazionalizzare gli aerei Alitalia proprio attraverso le Ferrovie dello stato. Tutti i segnali vanno in direzione opposta: Conte e Toninelli hanno avviato la procedura per nazionalizzare Autostrade; si parla di rinazionalizzazione della rete Telecom; nella legge di Bilancio c’ è una controriforma della legge Madia per salvare le partecipate; il M5s è pronto a statalizzare persino la rete idrica. Insomma, più che venderli, il governo sta cercando di comprare “beni di secondaria importanza”. L’ unica altra modifica che il governo aveva fatto alla manovra era stato inserire le clausole di salvaguardia per far scendere il deficit dal 2,4 per cento al 2,1 nel 2020 e all’ 1,8 nel 2021. Ma nelle sue valutazioni sul deficit l’ Europa non le ha affatto considerate. E’ molto probabile che accada lo stesso con queste privatizzazioni virtuali. Luciano Capone.
15/11/2018 – Il Fatto Quotidiano
Un dossier per il governo sul Tav, in attesa dell’ analisi costi-benefici: Paolo Foietta, commissario straordinario alla Torino-Lione (che in passato ha scritto un libro di propaganda Sì-Tav col pasdaran dell’ alta velocità Stefano Esposito, ex senatore Pd) ha inviato martedì il Quaderno 11, che contiene osservazioni tecniche sull’ opera, realizzato dall’ Osservatorio sulla Torino-Lione. E ieri lo ha presentato a Torino. Il tassametro. Prima dichiarazione: “Se a dicembre non partiranno le gare di appalto per la Torino-Lione, si perdono 75 milioni di euro al mese e si configura un problema di danno erariale”. Foietta non chiarisce quale sia l’ origine di questo calcolo. Probabilmente, il riferimento è agli 813 milioni di finanziamento europeo che non arriverebbero. Non una spesa, dunque. Per il resto, va considerato che: gli accordi bilaterali non prevedono clausole che compensino le spese per lavori fatti dalla Francia; nei trattati non sono previste penali; se la Francia dovesse chiederle per un eventuale blocco, dovrebbe farlo per un’ opera giudicata inutile; andare avanti costerebbe all’ Italia almeno cinque miliardi. Gli esperti. Foietta ha poi detto che gli esperti del ministero che stanno lavorando all’ analisi costi-benefici non sono stati nominati ufficialmente. In verità il gruppo ha firmato ad agosto un contratto che attualmente è all’ analisi della Corte dei Conti. Non sono quindi degli abusivi. Intermodalità. Ad Avvenire Foietta ieri ha poi detto che “il rapporto costi-benefici cambia in relazione ai presupposti politici. Se decido che l’ intermodalità è una scelta strategica, perché toglie traffico dalle autostrade, dovrò valutare i benefici in un certo modo. Se non le assegno valore, l’ analisi avrà un risultato diverso”. In realtà esiste uno studio della Commissione Europea (Handbook on External Costs of Transport) che fissa i parametri per stimare i costi esterni del trasporto sia a livello Ue che nazionale. E che è un riferimento numerico pensato per i decisori politici. Servizi. Nonostante il trasporto passeggeri sia sempre stato accennato, la linea Torino-Lione nasce per il trasporto merci (tant’ è che interessa di più agli industriali e che si parla di treno ad “alta capacità” per questo). Ai passeggeri, però, è dedicato un intero capitolo dello studio, in cui si legge anche che “negli ultimi 20 anni il trasporto ferroviario ha perso il 70% dei volumi di merce trasportata” salvo poi attribuire il problema alla qualità della linea, definita “obsoleta, insicura e inadeguata”. Si tira in ballo una osservazione di Rfi, secondo cui il tunnel storico “non è in grado di soddisfare gli standard delle gallerie attuali”. Che la pendenza implichi l’ utilizzo di treni corti e pesanti è vero, così come che da qualche anno è stato imposto – per motivi di sicurezza – il passaggio di un treno alla volta nel tunnel del Fréjus. Ma anche in questo caso, bisogna valutare il rapporto tri i costi e i benefici nel complesso, non il singolo dato. Inoltre, in base all’ obiettivo riferito da Foietta (di raggiungere 20-25 milioni di tonnellate di merci ogni anno) dovrebbero partire in ciascuna direzione una settantina di treni da 60 vagoni al giorno, uno ogni venti minuti, e in mezzo aggiungersi almeno 25 coppie di treni passeggeri. Impossibile se si considera che un treno merci viaggia a meno della metà della velocità di uno passeggeri. Merci.Tra Francia e Italia passano poi circa 42 milioni di tonnellate di merci ogni anno, solo 3,4 via treno. Le previsioni di Sì Tav, quindi, sono irrealistiche. Il solo modo per ottenere un aumento importante – come auspicava l’ accordo italo-francese del 2012 – è aumentare i pedaggi sull’ autostrada del Fréjus. Oppure dirottare di 200 chilometri il traffico di Ventimiglia, da dove passa il grosso del traffico merci su strada. Ma per farlo, dovrebbero salire i costi del trasporto su gomma. Si sostiene poi che già entro il 2030 si toglierebbero dalla strada, sui percorsi di attraversamento delle Alpi Occidentali, 856 mila veicoli pesanti l’ anno. Circa 2 mila al giorno. Se si considera che ogni giorno sulla sola tangenziale di Torino circolano almeno 80 mila camion e poco più di 300 mila auto, la percezione del beneficio ambientale si riduce sensibilmente. L’ opera. Repubblica.it ieri (oltre a precisare che Tav, acronimo di Treno Alta velocità, sia ‘femminile’ perché è una “linea”) scriveva: “Il tunnel di base della Torino-Lione esiste. Sono già stati scavati 5,5 chilometri del primo lotto di 9”. A smentire è lo stesso sito di Telt: si tratta di uno scavo geognostico “in asse” e non è ancora il tunnel di base. La ministra. Foietta dichiara poi che “la ministra dei trasporti francese Elisabeth Borne ha smentito in modo chiaro e netto, rispondendo a un’ interrogazione in Senato, il comunicato stampa fatto dal ministero italiano dei Trasporti”. In realtà, riportano i media francesi, Borne ha parlato di “rispetto per il processo decisionale dei nostri vicini italiani” e ha solo ribadito la necessità “di non perdere i finanziamenti europei”. D’ altronde anche in Francia vogliono fare attenzione ai costi. A inizio anno, il Consiglio di orientamento sulle infrastrutture nel rapporto Duron ha suggerito di rimandare l’ onerosa costruzione della linea ferroviaria che da Lione conduce al tunnel alpino dando precedenza a interventi sulle linee esistenti. Virginia Della Sala e Andrea Giambartolomei
15/11/2018 – Il Sole 24 Ore
Le vendite. Target 18 miliardi. Di Maio: «Non svendiamo gioielli di famiglia come Eni o Enav» La proposta Siri: «Una società che detenga patrimonio ed emetta bond, crei liquidità, venda»
ROMA Nuove operazioni con Cassa depositi e prestiti, una Spa per valorizzare gli immobili pubblici in decadenza, fondi immobiliari ad hoc da convertire in forme di investimento. Sono queste le ipotesi allo studio del Governo per attuare il piano di riduzione del debito proposto nel programma di bilancio rivisto e trasmesso a Bruxelles. Nel Dpb si confermano dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico da 640 milioni nel 2019 e da 600 milioni nel 2020, ma si introduce l’ impegno ad accelerare il programma straordinario di privatizzazioni, salendo all’ 1% di Pil (18 miliardi) nel 2019, contro lo 0,3% ipotizzato a ottobre, cui si aggiungono uno 0,3% da realizzare quest’ anno e un altro 0,3 nel 2020. Obiettivi molto ambiziosi, se è vero, come ribadito anche ieri dal vicepremier M5S Luigi Di Maio, che non c’ è l’ intenzione di «svendere i gioielli di famiglia». «Parliamo di immobili, beni di secondaria importanza – ha sottolineato Di Maio – ma Eni, Enel, Enav o simili soggetti non finiranno in mani private: devono restare saldamente nelle mani dello Stato». L’ obiettivo di privatizzazioni per 18 miliardi può essere conseguito soltanto mettendo mano alle partecipazioni che il ministero dell’ Economia detiene nelle grandi società a matrice pubblica. L’ operazione sulla quale il governo starebbe negoziando con Bruxelles si intreccia con il rafforzamento patrimoniale della Cdp e la possibilità di aumentarne la potenza di intervento a supporto dell’ economia. Il piano prevede lo spostamento di partecipazioni come la quota residua in Eni, il controllo di Enav, Enel, Leonardo, Stm, il 30% di Poste. Il passaggio non sarebbe a fronte di un pagamento, ma sarebbe un conferimento con aumento di capitale riservato che farebbe salire la partecipazione del Mef in Cdp, diluendo le fondazioni bancarie. Ma solo provvisoriamente: un sistema per riportarle alla quota attorno al 15% sarebbe allo studio. Il punto di caduta è l’ apertura del capitale di Cdp a investitori “pazienti”: l’ incasso ipotizzato quando questo progetto venne battezzato Capricorn era di 20 miliardi. Se il piano verrà sdoganato a livello politico (e non è detto, perché non c’ è unità di vedute nel Governo) un accenno potrebbe comparire nel piano industriale che la Cdp sta predisponendo e che dovrebbe andare all’ esame del board entro metà dicembre. «Stiamo ancora approfondendo tutti i complessi aspetti che andranno a comporre il piano. Non ci sono percosi stabiliti», chiosa Luigi Paganetto, consigliere di amministrazione e presidente della Fondazione economia di Tor Vergata. Paganetto ha proposto al board di Cdp un approfondimento sulle strategie di investimento a supporto delle controllate pubbliche dopo la cabina di regia organizzata a palazzo Chigi a metà ottobre per accelerare gli investimenti. «È fondamentale che questi investimenti vadano a sostenere processi di innovazione collegati allo sviluppo sostenibile – ha detto in occasione del convegno su Investimenti pubblici, innovazione e sviluppo sostenibile organizzato ieri a Roma -. A questo proposito è importante che Cdp possa individuare la modalità migliori per supportare le partecipate pubbliche». Per gli interventi sul patrimonio immobiliare, si valuta l’ idea lanciata da tempo dal sottosegretario leghista Armando Siri: «Abbiamo 400 miliardi di patrimonio pubblico immobiliare in decadenza perché non riusciamo a fare manutenzione. Vogliamo fare una società per azioni che tenga dentro questo patrimonio e che possa emettere bond, creare liquidità, vendere quello che non serve». Operazioni fuori bilancio mirate ad abbattere il debito. Un piano che potrebbe confluire in un emendamento alla legge di bilancio. Tra gli esempi di immobili che potrebbero essere valorizzati, Siri cita Palazzo Brazzà, l’ Ospedale Forlanini e Palazzo Caprara a Roma. Ma anche l’ ex tesoreria della Provincia di Milano nei dintorni di Corso di Porta Vittoria, l’ ex Istituto scolastico Peano a Cinisello Balsamo, Villa Giovio a Como, l’ ex stabilimento termale di Aqui Terme e tante caserme ormai abbandonate. Un’ altra strada, già discussa al Mef con banche e operatori di mercato, sono fondi immobiliari in cui conferire immobili statali e delle amministrazioni locali da aprire sia a investitori istituzionali che retail. Con una struttura fiscale agevolante sulla falsariga dei Pir. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Manuela Perrone Laura Serafini
15/11/2018 – La Repubblica
Privatizzazioni ecco i 18 miliardi Ma in 900 anni
Il caso I conti che non tornano Oggi si vendono immobili di Stato per 20 milioni l’ anno. Così la promessa è irrealizzabile
A uguri a Giovanni Tria. Ne avrà bisogno, dopo la lettera di risposta ai rilievi di Bruxelles sulla manovra. Il ministro dell’ Economia deve solo sperare che i burocrati della Commissione non ficchino il naso negli atti parlamentari. Scoprirebbero che lo Stato italiano incassa in media appena 20 milioni l’ anno dalla vendita degli immobili pubblici. Lo ha rivelato alla Camera, durante un’ audizione, il direttore del Demanio Riccardo Carpino: non un gufo piazzato lì da chi c’ era prima, ma un funzionario fedele all’ attuale governo che lo ha nominato. E considerando che per tranquillizzare l’ Ue hanno promesso che il debito pubblico scenderà grazie a incassi delle dismissioni di immobili pubblici per un punto di Pil, ossia 18 miliardi, a questo ritmo ci vorrebbero 900 anni. Anche perché Luigi Di Maio ha subito precisato che i «gioielli di famiglia» non si toccano. Accomodatevi: obiettivo raggiunto nel 2919. Certo, ci sono sempre le vendite straordinarie. E lì le cose sono andate decisamente meglio, con 800 milioni introitati in cinque anni. Che è poi la somma spesa dallo Stato per affitti passivi (fonte lo stesso Demanio), ma ogni anno, e per difetto. Il previsto calo del debito non sarebbe comunque conseguito che fra 112 anni e mezzo, giugno 2201. Qualche mese fa Marco Patucchi, a proposito delle stime sulle privatizzazioni allora contenute nel Def, aveva già sottolineato su questo giornale quanto esse fossero aleatorie. Non è una novità. Da che esistono i vincoli europei di bilancio l’ hanno sempre fatto tutti i governi prima di questo. Quando i conti non tornano, le toppe possibili sono due. O i ricavi delle privatizzazioni, oppure quelli della lotta all’ evasione fiscale. Peccato che né gli uni, né gli altri, abbiano mai coperto il buco. Nel 1993, al debutto delle privatizzazioni, il debito pubblico raggiungeva il 115,6 per cento del Pil. Nel 2016 era salito al 132,6. In mezzo c’ erano stati 110 miliardi di privatizzazioni di aziende pubbliche. E non solo: anche 57,8 miliardi di vendite di immobili degli enti previdenziali. Gli unici che si potevano vendere in fretta perché c’ erano i compratori; anche se, dice la Corte dei conti, quell’ operazione è stata un disastro. Su 129 miliardi di valore lo Stato ha incassato soltanto il 44,7 percento. Ma l’ esperienza non è servita affatto. E tutti i governi hanno continuato a promettere mirabolanti risultati dalle cessioni immobiliari. Ricorrendo, talvolta, a puro illusionismo. Ecco allora il Fondo immobili pubblici, a cui cedere prestigiose sedi di uffici statali, per poi riprenderle in affitto dallo stesso Fondo arricchendo solo gli intermediari privati. Ecco spuntare Patrimonio spa, una società pubbliche per “valorizzare” il mattone di Stato, poi miseramente fallita. Ecco al suo posto Invimit, la società dei Fondi immobiliari pubblici, di cui si deve ancora apprezzare l’ impatto decisivo sul debito. E quando poi si vendeva un pezzo buono, come i palazzi delle Finanze, o un ospedale di Genova, ecco che lo Stato vendeva a sé stesso: comprava Fintecna, l’ erede dell’ Iri. Reduce dalla lunga serie di disastri del suo governo su questo fronte, Silvio Berlusconi sbandierò a Porta a Porta durante la campagna elettorale del 2008 la medesima ricetta del governo Salvini-Di Maio, quella del punto di Pil: «Dalla vendita del patrimonio dello Stato avremo a disposizione un punto di Pil l’ anno per la riduzione del debito pubblico del nostro Paese entro i limiti richiesti dall’ Europa». Risultato: zero virgola zero. E pensare che Berlusconi aveva tracciato pure l’ identikit degli immobili da mettere sul mercato: «Le caserme nei centri città che non servono più a nulla!». Proprio quelle. Da decenni non c’ è governo che non ci abbia fatto un pensierino. Purtroppo però continua a valere quello che disse un giorno l’ ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco a Orazio Carabini che lo intervistava per il Sole 24 ore: «I militari non mollano le caserme, anche se sono vuote. C’ è una procedura che prevede che se non vengono utilizzate bisogna restituirle al Demanio. Ma basta mettere un piantone di guardia per far vedere che è utilizzata e nessuno gliela può togliere». Che riesca Tria a rompere l’ incantesimo della sentinella? Per ora c’ è una sola certezza. Il governo che promette 18 miliardi di privatizzazioni in tre anni è lo stesso che vuole far comprare Alitalia dalle Ferrovie, che progetta per il Monte dei Paschi di Siena un futuro da banca statale e ha in animo di creare non si sa quante altre società pubbliche per la gestione dell’ acqua. © RIPRODUZIONE RISERVATA. SERGIO RIZZO
15/11/2018 – Italia Oggi
L’ Ue dice sì ai cimiteri privati
La Corte di giustizia boccia la delibera del comune di Padova che vieta la gestione delle urne
Se lo stato lucra sulle ceneri, può farlo anche un’ impresa
L’ Italia non può vietare i cimiteri privati per la conservazione delle ceneri dei defunti. E visto che lo stato già lucra da questa attività, può benissimo farlo anche il privato. Lo ha sancito la Corte di giustizia europea, con una sentenza del 14 novembre 2018, relativa alla causa C-342/17. Contenzioso che ha visto contrapposti, da un lato una azienda padovana del settore, la srl Memoria, e una sua cliente che voleva far cremare le spoglie del marito, per poi depositarne le ceneri nella struttura della stessa azienda, dall’ altro il comune di Padova. Che, con una delibera del 2015, ha modificato il suo regolamento sui servizi cimiteriali, escludendo espressamente che l’ affidatario di un’ urna cineraria possa avvalersi di un’ impresa privata gestita fuori dal servizio comunale, per conservare le urne al di fuori della propria abitazione. Il servizio che l’ azienda offriva ai parenti dei defunti cremati era la conservazione delle ceneri in locali dedicati, esteticamente gradevoli, tranquilli, protetti e appropriati per il raccoglimento e la preghiera. Visto il rifiuto del comune di Padova, l’ azienda Memoria e la cittadina padovana hanno adito il Tar Veneto, per ottenere l’ annullamento di tale delibera. Il tribunale amministrativo, a quel punto, ha chiesto alla Corte di giustizia se il principio di libertà di stabilimento, sancito dall’ art. 49 del Trattato di funzionamento dell’ Unione europea (Tfue), osti ad una normativa come quella padovana. Con la sentenza di ieri la Corte ha risposto di sì. Ha dichiarato che una normativa che vieta ai cittadini Ue di fornire un servizio di conservazione di urne cinerarie rappresenta una restrizione alla libertà di stabilimento, ai sensi dell’ articolo 49 Tfue. Di più: secondo i giudici Ue, nel caso di specie la restrizione del comune di Padova non è giustificata da ragioni di legate alla tutela della salute, dal rispetto della memoria dei defunti o dalla tutela dei valori morali e religiosi prevalenti in Italia. Valori che, scrive la Corte, «ostano all’ esistenza di attività commerciali e mondane connesse alla conservazione delle ceneri dei defunti e, quindi, a che le attività di custodia dei resti mortali perseguano una finalità lucrativa». Ma i giudici vanno anche oltre. Prendendo in esame ogni singolo punto affermano che: – in merito alla tutela della salute, le ceneri, diversamente dalle spoglie mortali, sono inerti dal punto di vista biologico, perché rese sterili dal calore. Quindi, la loro conservazione non può essere vincolata a considerazioni sanitarie; – in relazione al rispetto della memoria dei defunti, la normativa italiana «si è spinta oltre il necessario per conseguire l’ obiettivo». E ancora: «Esistono misure meno restrittive», che ottengono il medesimo risultato, «come l’ obbligo di provvedere alla conservazione delle urne cinerarie in condizioni analoghe a quelle dei cimiteri comunali e, in caso di cessazione dell’ attività, di trasferire le spoglie in un cimitero pubblico o restituirle ai parenti del defunto»; – infine, la stoccata sui valori morali e religiosi che osterebbero a finalità lucrative: la Corte rileva che l’ attività di conservazione di ceneri mortuarie in Italia è già soggetta al pagamento di una tariffa stabilita dalla p.a.; dunque l’ apertura ai privati del mercato della conservazione delle ceneri «potrebbe essere assoggettata al medesimo inquadramento tariffario, che, evidentemente l’ Italia non considera contrario ai propri valori morali e religiosi». LUIGI CHIARELLO
15/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Appalti, obbligo di revisione dei prezzi in base agli indici Istat: la rassegna delle sentenze
Le principali decisioni emesse dal Consiglio di Stato nell’ultima settimana in tema di contratti pubblici, edilizia privata, urbanistica
Appalto pubblico – Revisione dei prezzi – Obbligo per la PA di attenersi all’indice Istat – Deroga – Solo cause straordinarie ed eccezionali – Nuovo CCNL – Aumento degli oneri contributivi – Non è circostanza eccezionale.
La Pubblica Amministrazione deve attenersi all’indice Istat, affinché le operazioni di revisione del prezzo siano conformi a criteri oggettivi anche quanto alla soglia massima, al fine di scongiurare squilibri finanziari nel bilancio, alla stregua della riconosciuta ratio dell’istituto della revisione prezzi, volta a tutelare la prosecuzione e la qualità della prestazione ma, prima ancora, volta a tutelare l’esigenza della Pa di non sconvolgere il proprio quadro finanziario. L’indice Istat segna quindi la soglia massima della revisione, fatte salve eventuali circostanze eccezionali e specifiche – che dovranno essere provate dall’impresa – che possano determinare un discostamento dai criteri oggettivi seguiti in sede di revisione del prezzo lasciando spazio alla discrezionalità amministrativa. Non può rientrare tra queste circostanze eccezionali un nuovo Ccnl (che aumenti i costi dei dipendenti ivi compresi maggiori oneri contributi) soprattutto se stipulato – e quindi conoscibile – al momento della stipula del contratto di appalto e, come tale, costituente una circostanza prevedibile, quindi inidoneo a giustificare una deroga dal limite dell’indice Istat.
Consiglio di Stato , sez. 3, sentenza del 5 novembre 2018, n. 6237
Appalto pubblico – Appalto ad esecuzione periodica e continutativa – Revisione dei prezzi – Proroga – Diritto alla procedure di revisione – Sussiste.
In materia di appalti pubblici, presupposto per l’applicazione della norma di cui all’ art. 115 d.lgs. n. 163/2006 (Codice degli appalti) secondo cui tutti i contratti ad esecuzione periodica o continuativa relativi a servizi o forniture devono recare una clausola di revisione periodica del prezzo, è che vi sia stata mera proroga e non un rinnovo del rapporto contrattuale, consistendo la prima nel solo effetto del differimento del termine finale del rapporto, il quale rimane per il resto regolato dall’atto originario. Sussiste pertanto, il diritto della contraente, a conseguire l’attivazione del procedimento istruttorio volto alla revisione dei prezzi, con applicazione della clausola revisionale di cui all’art. 115 del d.lgs. n. 163/2006 sugli importi stabiliti nelle proroghe contrattuali.
Consiglio di Stato, sez. 3, sentenza del 27 agosto 2018, n. 5059
Appalto pubblico – Revisione dei prezzi – Appalti di servizi o forniture – Art. 115 dlgs n. 163 del 2006 – Norma imperativa non derogabile – Inserzione automatica nel bando di gara – Prevalenza sulla norma pattizia difforme – Finalità.
L’art.. 115 del codice dei contratti pubblici (D.Lgs. n. 163 del 2006) per quanto riguarda gli appalti di servizi o forniture, costituisce norma imperativa non suscettibile di essere derogata in via pattizia, ed è integratrice della volontà negoziale diversa secondo il meccanismo dell’inserzione automatica. La finalità dell’istituto è da un lato quella di salvaguardare l’interesse pubblico a che le prestazioni di beni e servizi alle pubbliche amministrazioni non siano esposte col tempo al rischio di una diminuzione qualitativa, a causa dell’eccessiva onerosità sopravvenuta delle prestazioni stesse, e della conseguente incapacità del fornitore di farvi compiutamente fronte dall’altro di evitare che il corrispettivo del contratto di durata subisca aumenti incontrollati nel corso del tempo tali da sconvolgere il quadro finanziario sulla cui base è avvenuta la stipulazione del contratto.
Consiglio di Stato, sez. 3, sentenza del 20 agosto 2018, n. 4985
Appalto pubblico – Revisione dei prezzi – Applicazione – Presupposti – Mera proroga – Rinnovo del contratto senza gara – Accettazione di una riduzione del prezzo – Applicazione del meccanismo della revisione dei prezzi – Non sussiste.
Il presupposto per l’applicazione dell’istituto della revisione è pertanto la sussistenza di una mera proroga del contratto: ciò in quanto le manifestazioni negoziali di procedere al rinnovo del contratto, anche se di contenuto analogo alle condizioni precedenti, danno luogo a nuovi e distinti rapporti giuridici, in discontinuità con l’originario contratto, che non può essere assunto a parametro di raffronto per la maggiorazione dei corrispettivi a mezzo del procedimento di revisione. In caso di rinnovo trova applicazione il principio giurisprudenziale secondo cui l’impresa, che ha beneficiato di una speciale norma che prevede la possibilità di rinnovo del contratto senza gara in cambio di una concordata riduzione del prezzo, non può poi pretendere di applicare allo stesso contratto il meccanismo della revisione dei prezzi, che condurrebbe ad effetti del tutto opposti rispetto alla pattuita riduzione del corrispettivo.
Consiglio di Stato, Sez. 5, sentenza del 8 agosto 2018, n. 4869
Dl Fiscale: manutenzione con gara per le autostrade in scadenza e salvagente per le opere Sblocca Italia
Tra gli emendamenti presentati dal relatore Emiliano Fenu (M5S) anche il raddoppio della quota Anas sul canone pagato dalle concessionarie
Una stretta sulla manutenzione delle autostrade in scadenza di concessione, una salvagente contro la revoca dei fondi delle grandi opere finanziate dal decreto Sblocca Italia del 2014 e il raddoppio della percentuale di competenza Anas a valere sul canone che ogni anno i concessionari autostradali devono versare allo Stato.
È quanto prevedono tre emendamenti al Decreto fiscale presentati dal senatore Emiliano Fenu (M5S), relatore della legge di conversione del provvedimento. Il decreto, da convertire entro il prossimo 22 dicembre, è attualmente all’esame della Commissione Finanze e Tesoro di Palazzo Madama.
Manutenzione con gara per le autostrade con concessione scaduta
Il primo degli emendamenti firmati da Fenu è una norma ponte per le concessioni autostradali scadute (tra queste Autobrennero, Autovie Venete, A21). Con una stretta sui compiti di manutenzione affidati ai gestori uscenti. La modifica prevede, infatti, che anche se le concessioni sono scadute, i gestori devono continuare a investire nella sicurezza delle infrastrutture. «Per le concessioni autostradali già scadute il concedente stipula con il concessionario un atto aggiuntivo, senza il riconoscimento di alcuna proroga della scadenza, che preveda la progettazione e la realizzazione, con procedure ad evidenza pubblica, degli urgenti interventi necessari a garantire il mantenimento e/o l’aumento degli standard di sicurezza». Dunque oltre all’obbligo di continuare a garantire gli standard di sicurezza delle autostrade c’è anche quello di affidare gli interventi con gara, senza possibilità di procedere in house, tramite società di costruzione controllate. Tutto deve passare attraverso un atto aggiuntivo da firmare entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Le procedure di gara per riaffidare le concessioni scadute devono partire «contestualmente al perfezionamento dell’atto aggiuntivo».
L’emendamento contiene anche un’altra modifica al codice degli appalti. Viene infatti abrogata l’analoga, ma meno restrittiva, norma ponte prevista dall’articolo 216, comma 27-sexies del Dlgs 50/2016.
Salvagente per i fondi delle opere sblocca Italia
Un altro emendamento firmato dal relatore riguarda le grandi opere finanziate dal decreto Sblocca Italia (Dl 133/2014) e concede più tempo per appaltare o avviare i lavori senza incorrere nel rischio di perdere i finanziamenti. Tra le opere interessate figurano il tunnel del Brennero, l’Alta velocità Verona Padova, il Terzo Valico, l’asse autostradale Trieste-Venezia, il corridoio ferroviario adriatica da Bologna a Lecce e anche la tratta Colosseo-Piazza Venezia della linea C della metro di Roma, il completamento della linea 1 della metropolitana di Napoli, la tranvia di Firenze e il Quadrilatero Umbria-Marche e anche un adeguamento della Salerno-Reggio Calabria. In particolare si interviene sul prevedendo che le condizioni di appaltabilità e canteriabilità delle opere, a cui in caso di ritardi è legata la revoca dei fondi, si realizzano quando gli adempimenti già indicati con decreto delle Infrastrutture, vengono completati entro il 31 dicembre dell’anno «successivo» (questa è la novità dell’emendamento) a quello in cui le risorse sono rese effettivamente disponibili.
Più fondi alle manutenzioni Anas
Porta la firma del relatore anche l’emendamento che raddoppia la quota di competenza Anas a valere sul canone che le concessionarie autostradali versano allo Stato. Al momento lo Stato incassa, a titolo di canone, una quota pari al 2,4% dei pedaggi netti (esclusa Iva). È su questo valore che va calcolata la quota a favore di Anas che, grazie a questo emendamento, torna al 42% dopo essere stata abbassata nel 2016 al 21 per cento. Per capire quanto vale questa percentuale si può partire dal valore dei pedaggi netti incassati dalle concessionarie autostradali che, secondo dati Aiscat, nel 2017 sono stati pari a 5,9 miliardi (8 miliardi inclusa Iva e altri oneri). Prendendo a base questo dato si scopre che riportando al 42% la quota di competenza Anas sul 2,4% del canone statale l’ex ente strade dovrebbe incassare 59,9 milioni all’anno contro i circa 30 milioni incassati l’anno scorso.
Impossibile fornire un elenco tassativo delle macchie sul curriculum delle imprese che le stazioni appaltanti sono tenute a punire con l’esclusione della gara, ma l’Anac deve fare uno sforzo in più per chiarire quali sono i «mezzi di prova» su cui gli enti possono fare leva per motivare le loro decisioni. Sono due delle indicazioni contenute nell’articolato parere con cui, il Consiglio di Stato, ha preso in esame la versione aggiornata delle linee guida Anac sui «gravi illeciti professionali», vale a dire gli errori o le irregolarità commesse dalle imprese nei precedenti appalti, giudicati talmente gravi da comprometterne la reputazione agli occhi delle amministrazioni intenzionate ad aggiudicare una commessa (Linee guida n.6). Nel documento, il Consiglio di Stato passa in rassegna tutti i “punti” caldi segnalati dall’Anac, fornendo anche chiarimenti sul valore da dare ai provvedimenti giudiziari ai fini dell’esclusione, sugli illeciti Antitrust, sulle “scorrettezze” minori, invocando infine più severità sulle misure di «self cleaning» con cui le imprese colte in fallo possono tentare di fare leva per rientrare in pista.
Niente elenco tassativo
Tra le richieste più pressanti delle stazioni appaltanti figura di sicuro quella di poter usufruire di una bussola certa per decidere le esclusioni motivate con il «grave illecito professionale». Un elenco “tassativo” capace di discriminare con precisione “buoni e cattivi”. Questo elenco, risponde il Consiglio di Stato dimostrando di apprezzare la scelta compiuta dall’Anac, non si può fare. Perché è «ineliminabile», si legge nel parere, «un margine significativo di discrezionalità ovvero di apprezzamento della stazione appaltante nel valutare in concreto, con riguardo alla singola fattispecie trattata, i comportamenti idonei a costituire gravi illeciti professionali». Tenuto conto che «la casistica degli illeciti è molto vasta, oltre che mutevole» sarebbe «impossibile ovvero illusorio e controproducente prevedere ex ante ogni singola ipotesi».
Decisioni del giudice “definitive” o “esecutive”
Un altro punto delicato riguarda il momento in cui considerare una condanna definitiva, ai fini dell’esclusione. Bisogna aspettare l’ultimo grado di giudizio o è sufficiente che ci sia un provvedimento «esecutivo» di un giudice? Palazzo Spada passa in rassegna le varie ipotesi e anche in questo caso appoggia la soluzione proposta da Cantone secondo cui in alcuni casi può bastare un «provvedimento esecutivo». Soluzione «utile», dicono i giudici amministrativi, «poiché chiarisce che gli accertamenti del grave illecito professionale, per avere effetto escludente, devono essere contenuti in provvedimenti o atti della stazione appaltante non contestati o, nel caso di contestazione in giudizio (più frequentemente dinanzi al giudice civile), che non siano stati sospesi nella loro efficacia».
L’esclusione motivata dalla risoluzione di un precedente appalto
Il parere passa poi a esaminare il caso particolare in cui la stazione appaltante si trova a dover decidere dell’esclusione di un concorrente, cui aveva in precedenza assegnato un appalto conclusosi con la risoluzione anticipata del contratto. La domanda è: l’ente può escludere l’impresa se questa ha contestato in tribunale la risoluzione del contratto ma la decisione finale del giudice non è ancora arrivata? Il quesito è stato posto anche i fonte alla Corte Ue. Il Consiglio di Stato, nel parere, dice di preferire la soluzione che fa leva sull’esecutività della risoluzione «non contestata o confermata all’esito di un giudizio», anche non “definitivo”. «Questa soluzione – spiegano i giudici – rappresenta un ragionevole punto di equilibrio tra l’esigenza degli operatori economici di evitare esclusioni basate esclusivamente su atti unilaterali privi di fondamento delle stazioni appaltanti e quella delle stazioni appaltanti di non vedere sostanzialmente vanificata la causa di esclusione sulla base della sola contestazione (anch’essa non meno unilaterale e priva di fondamento) dell’operatore economico: l’uno (l’operatore economico) potrà contestare in giudizio l’accertamento dell’illecito escludente; l’altra (la stazione appaltante) non dovrà aspettare i tempi spesso non brevi della formazione di un giudicato sulla contestazione, potendo procedere esecutivamente all’esclusione sulla base anche di un primo vaglio giurisdizionale (anche solo in primo grado e anche solo in sede cautelare) che non inibisca l’esecutività del provvedimento».
“Scorrettezze” minori e subappalti
Altri due chiarimenti riguardano i «comportamenti scorretti “minori” e dei «meri ritardi nell’esecuzione del contratto» valutando irrilevanti le penali inferiori all’1% degli importi, come proposto dall’Anac. Quanto al trattamento dei gravi illeciti professionali dei subappaltatori il Consiglio di Stato approva la soluzione proposta dall’Autorità secondo cui «quando è fornita una terna di possibili subappaltatori, è sufficiente ad evitare l’esclusione del concorrente che almeno uno dei subappaltatori abbia i requisiti e sia qualificato per eseguire la prestazione da subappaltare, ovvero che il concorrente dichiari di rinunciare al subappalto, avendo in proprio i requisiti per eseguire le prestazioni».
Self cleaning con azione di responsabilità
Un passaggio viene dedicato alle misure di “repulisti” messe in campo dalle imprese per dimostrare la propria estraneità agli eventuali illeciti contestati agli amministratori. Il Consiglio di Stato nota che rispetto alla vecchia versione delle linee guida nulla è cambiato e propone all’Anac di approfittare della riscrittura per inserire nelle misure di «self cleaning» anche l’obbligo di promuovere azioni di responsabilità «nei confronti degli organi societari, a cominciare da amministratori e sindaci». «L’esperienza dimostra, infatti – continua il parere -, come in più di un caso le sole dimissioni o la revoca di tali soggetti non valgano a dimostrare la reale (e sincera) dissociazione dell’ente, ricavabile piuttosto dall’avvio di azioni risarcitorie quale segno di un’effettiva scelta di campo».
Uno sforzo in più sui mezzi di prova
Il parere si chiude con la richiesta all’Autorità di uno sforzo di chiarimento sui «mezzi di prova». «Si deve ribadire anche in questa occasione come sia rimasta poco o per nulla approfondita la questione generale di cosa intendere per “mezzi di prova adeguati” e di come provare gli errori commessi» dalle imprese. Di qui la richiesta all’Anac di fornire ulteriori chiarimenti, prima che il Consiglio di Stato emetta il parere definitivo su questo specifico punto, «essenzialmente a beneficio delle stazioni appaltanti e degli operatori economici, che debbono poter contare su di un di un quadro probatorio più definito». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Decreto Genova/2. Le misure per la sicurezza infrastrutture: Agenzia, Ainop, obblighi ai concessionari
I gestori autostradali dovranno verificare e mettere in sicurezza le opere d’arte entro 12 mesi, senza impatto sulle tariffe. A Strada Parchi subito 192 milioni
Agenzia sicurezza infrastrutture stradali e ferroviarie, Anagrafe nazionale sulle opere pubbliche, subito l’impegno per le concessionarie di verificare e mettere in sicurezza tutte le opere (in particolare ponti, viadotti e gallerie), le assunzioni al Ministero.
Oltre alla ricostruzione e al rilancio di Genova il Dl 109/2018 convertito il 15 novembre sblocca un nutrito pacchetto che nelle intenzioni del governo serve a mettere come priorità la vigilanza sulla sicurezza e la manutenzione straordinaria delle infrastrutture esistenti, per far sì che non accada più un altro 14 agosto 2018.
Per far funzionare queste misure sono stanziati 84 milioni di euro.
OBBLIGHI AI CONCESSIONARI AUTOSTRADALI
L’articolo 1-ter impone a tutte le concessionarie autostradali di avviare subito un’attività di verifica e messa in sicurezza di tutte le infrastrutture viarie oggetto di atti convenzionali, con particolare riguardo ai ponti, viadotti e cavalcavia’, da concludere entro 12 mesi.
Le attività sono condotte sotto la vigilanza della nuova agenzia, e sono ad esclusivo carico delle concessionarie, senza possibilità di aumentare le tariffe per coprirne gli oneri e senza dunque revisione dei piani economico-finanziari.
ANTICIPO FONDI PER A24/A25
Il decretoi legge, con l’articolo 16 comma 2, anticipa i 192 milioni di euro già in bilancio a favore di Strade dei parchi spa (gruppo Toto, concessionaria della Roma-L’Aquila-Teramo) al fine di avviare subito le opere piu’ urgenti di messa in sicurezza sismica dei viadotti della
A24/A25.
NUOVA AGENZIA PER LA SICUREZZA FERROVIE-STRADE
L’articolo 12, istituisce una nuova Agenzia per la sicurezza ferroviaria e stradale/autostradale (Ansfisa), che nel giro di circa sei mesi dovra’ accorpare l’attuale Ansf
(solo sicurezza ferroviaria), circa 120 dipendenti, salendo poi di altri 358 unita’ (di cui 236 assunzioni in due anni) e oneri per 22 milioni di euro all’anno. Avra’ compiti di regolazione, ispezione e sanzioni sui gestori di reti, ai fini della sicurezza.
ARCHIVIO NAZIONALE OPERE (AINOP) e ASSUNZIONI AL MIT
Per rafforzare le capacita’ di vigilanza e verifica da parte del Ministero delle Infrastrutture sullo stato delle opere pubbliche (trasporti e dighe) e’ istituita il nuovo Archivio nazionale informatico delle opere pubbliche (Ainop), una banca dati alimentata dai soggetti gestori, aggiornata di frequente e con sperimentazione anche di sensori porti sulle infrastrutture e
collegati con essa in tempo reale. Per questi scopi il decreto autorizza l’assunzione di 200 nuovi tecnici al ministero delle Infrastrutture, con oneri per 7,2 milioni di euro l’anno.
PIU’ POTERI ALL’ART
Sempre in materia di infrastrutture e sicurezza, infine, il decreto rafforza i poteri dell’Autorita’ di regolazione dei trasporti sulle concessioni autostradali, estendendo il compito di verifica di tariffe e assetti regolatori anche alle vecchie concessioni (quelle esistenti al 28 dicembre 2011) e dispone anche un aumento del personale con i relativi costi sostenuti in forma di contributo anche dai soggetti regolati.
CABINA DI REGIA INFRASTRUTTURE
Nasce (art. 40) la Cabina di regia ‘Strategia Italia’, a Palazzo Chigi, presieduta dal presidente Giuseppe Conto o dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, per il monitoraggio e il rilancio dei programmi di investimento in opere pubbliche, in particolare quelli per dissesto idrogeologico, antisismica, bonifiche. Nessun onere aggiuntivo: si avvarrà delle strutture esistenti del Dipe (Dipartimento Programmazione economica).
Autostrade, cambio al vertice di Sias (gruppo Gavio): Umberto Tosoni nuovo amministratore delegato
Stefania Bariatti, presidente della compagnia autostradale, si è dimessa dalla carica di numero uno. L’ex Ad Pierantoni diventa nuovo presidente
Rimpasto al vertice del gruppo Sias. Stefania Bariatti, presidente della compagnia autostradale, si è dimessa dalla carica di numero uno, complici gli impegni crescenti sul fronte Mps ma anche un’incompatibilità legata a una differente distribuzione delle deleghe nelle caselle chiave dell’azienda, ed è stata nominata vice-presidente al fianco di Franco Moscetti, entrato ieri nel board. Ma soprattutto è cambiata la figura centrale che guida l’azienda: Umberto Tosoni, 43 anni, è stato nominato amministratore delegato della società al posto di Paolo Pierantoni che è diventato il nuovo presidente di Sias.
Il nuovo assetto, come si diceva, ha portato anche a una revisione della governance. In particolare, alla luce dell’attuale contesto di mercato, si è deciso di attribuire un ruolo esecutivo al presidente del cda «mediante il conferimento dei poteri per sovraintendere le attività e i processi di internal audit, risk management e risk compliance e partecipare alla definizione delle strategie oltre che l’attribuzione del ruolo di “amministratore incaricato del sistema di controllo interno e di gestione dei rischi”». Il consiglio ha infine deliberato infine un acconto sui dividendi 2018 pari ad 0,165 euro per azione (+10% rispetto al 2017) per un controvalore di 37,5 milioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Salini Impregilo, da inizio anno totale nuovi ordini a quota 4,9 miliardi
Il 60% dei lavori acquisiti negli Stati Uniti attraverso la controllata Lane. La Francia contribuisce con il 16%
Per Salini Impregilo il totale dei nuovi ordini, acquisiti e in corso di finalizzazione da inizio anno, ammonta a circa 4,9 miliardi di euro. Lo si legge nelle informazioni sui primi nove mesi dell’anno del principale general contractor italiano, che sta sviluppando il suo business prevalentemente negli Stati Uniti, con circa il 60% sul totale dei nuovi ordini, attraverso la controllata Lane che si è aggiudicata importanti progetti nel segmento delle grandi opere, con un aumento di oltre 30% rispetto ai primi 9 mesi del 2017. I lavori acquisiti in Francia contribuiscono invece per circa il 16% del totale.
La vendita della sezione «Plants & Paving» di Lane (per la quale è in corso la revisione del business plan con un obiettivo di Ebit margin a regime del 3%) per un corrispettivo di 555 milioni di dollari sta procedendo normalmente, con il closing e il pagamento attesi entro la fine dell’anno. I proventi della vendita potranno essere destinati anche «a una significativa riduzione del debito lordo», spiega il gruppo.
Astaldi verso la proroga per il piano, si allarga il perimetro del concordato
Il gruppo romano potrà presentare a metà febbraio il piano di salvataggio, invece che a metà dicembre come inizialmente ipotizzato
Il velo sul futuro di Astaldi si alzerà probabilmente il prossimo anno. Il gruppo romano di costruzioni travolto dai debiti, che ha invocato la protezione del Tribunale con il concordato, potrà prendersi tutto il tempo necessario per il piano di salvataggio, presentandolo a metà febbraio invece che a metà dicembre come inizialmente ipotizzato. Nel frattempo si allarga la procedura concorsuale: nei giorni scorsi è stata ammessa al concordato anche la NBI, società bolognese controllata da Astaldi e specializzata in impiantistica attualmente impegnata nella nuova sede dell’Eni alla periferia di Milano.
A un mese circa dall’avvio del concordato, che ha congelato i creditori per dare tempo al costruttore per evitare il dissesto e cercare un salvataggio, emergono alcune indiscrezioni sulla possibile road map del secondo gruppo di costruzioni italiano (alle spalle del molto più grande Salini Impregilo). Astaldi, ora affiancata anche da tre commissari giudiziali nominati dal Tribunale, si sta muovendo su più piani. Primo, cercare nuova finanza: il gruppo romano ha di nuovo bussato alla porta di investitori (fondi specializzati in situazioni di crisi)per cercare, con l’aiuto di Rothschild, un prestito ponte da 150 milioni (nelle settimane scorse si era parlato di cifre più alte, 250 milioni) per tenere in piedi l’attività quotidiana (vale a dire i cantieri attualmente aperti). Legata alla nuova finanza, ci sarebbe anche un’ipotesi di cassa integrazione per gli operai dei cantieri e una parte di dirigenti. Il piano di risanamento e accordo coi creditori dovrà prevedere anche un taglio dei costi e il ricorso alla Cig può essere uno degli strumenti, anche se al momento l’ipotesi non ha trovato conferma.
Il piano sarà lo snodo cruciale perchè ha bisogno dell’ok dei creditori: senza il loro assenso, si aprirebbe la strada. La prima scadenza è metà dicembre, ossia 60 giorni dalla domanda di concordato, ma ora si starebbe ragionando sulla concessione di altri 60 giorni (a cui l’azienda ha diritto dietro richiesta). Schiacciata da 1 miliardo di debiti finanziari (ma che salgono a 2 considerando anche i fornitori), Astaldi è finita in concordato a metà ottobre: il Tribunale di Roma ha nominato i tre professionisti Stefano Ambrosini, Vincenzo Ioffredi e Francesco Rocchi che supervisionano l’operato del cda (rimasto in carica). In ogni caso, il patron Paolo Astaldi sta cercando di portare avanti il disegno di coinvolgere il gruppo giapponese IHI e vendere la concessione del Ponte sul Bosforo a Istanbul (forte anche della ripresa della Lira Turca dopo sbandamento di agosto). La concessione di più tempo è vista di buon occhio anche dalle banche creditrici, che hanno scelto come loro interlocutore unico con Astaldi l’advisor Leonardo&Co., consente al patron di poter trovare la quadra. Sullo sfondo, il mercato guarda a Salini Impregilo, il colosso internazionale delle grandi opere che si era fatta avanti per l’azienda. Nelle ultime settimane, però, l’interesse sembra venuto meno. © RIPRODUZIONE RISERVATA
15/11/2018 – Top Legal
Anas vince in Corte d’Appello con Carnelutti Napoli
Anas, assistita da Carnelutti Napoli con un team guidato da Maurizio d’Albora (in foto) e dalla partner Benedetta Bruno, ha ottenuto dalla Corte di Appello di Napoli una pronuncia favorevole contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quest’ultima è stata, infatti, condannata a risarcire Anas dell’importo di circa 110 milioni di euro.
La Corte di Appello ha, infatti, riconosciuto il diritto di Anas di vedersi rimborsare dallo Stato quanto da essa speso per la realizzazione di alcune importanti opere infrastrutturali realizzate per la ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto del 1980.
L’avvocatura dello Stato, in difesa della Presidenza del Consiglio dei Ministri, aveva negato il diritto vantato dall’Anas sostenendo che, in base alla complessa legislazione all’epoca vigente, l’accollo dello Stato riguardava esclusivamente le opere acquedottistiche, residenziali e di urbanizzazione, con esclusione di quelle infrastrutturali.
La Corte ha ora sancito la fondatezza delle tesi di Anas respingendo quelle dell’avvocatura dello Stato, e condannando la Presidenza del Consiglio dei Ministri anche al rimborso delle spese legali sostenute dall’Anas.
15/11/2018 – Le Fonti Legal
In relazione all’aggiudicazione di una gara per il servizio di manutenzione di un software per l’organizzazione del ciclo passivo di Aeroporti di Roma, con sentenza 6317 del 9 novembre 2018, il Consiglio di Stato, Sez. V, ha accolto il ricorso presentato dalla società avverso una sentenza del TAR Lazio che aveva qualificato il gestore aeroportuale come organismo di diritto pubblico, quindi, obbligato ad esperire procedure ad evidenza pubblica per l’affidamento di tutti i lavori, servizi e forniture, indipendentemente dalla strumentalità di tali affidamenti rispetto al settore speciale aeroportuale.
Legance ha assistito Aeroporti di Roma con un team composto dal partner Alessandro Botto e dall’associate Giacomo Testa.
19/11/2018 Alla Corte costituzionale la legittimità dell’art. 192 del Codice dei contratti pubblici Il T.A.R. Liguria ha sollevato la questione di legittimità […]
Rassegna stampa 26 novembre 2018
23/11/2018 – Corriere della Sera Costruttori in crisi, lavori a rilento Anas annulla contratti per 600 milioni Da Condotte a Cmc, i […]
09/11/2018 – Italia Oggi Gare, accesso difensivo solo se è indispensabile In una gara d’appalto chi, per la tutela di segreti tecnici […]
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