Source: http://lmcvenegono.giovaniemissione.it/attivitanotizie/lettura-popolare-della-bibbia.html?start=20
Timestamp: 2019-10-18 21:13:54+00:00

Document:
Missione e... impegno socio-politico: preghiera
Giù le maschere, amici! Quelle di Carnevale, ovvio, ma soprattutto quelle che, spesso senza accorgerci, indossiamo la mattina prima di uscire di casa...
Giù le maschere: inizia la Quaresima, tempo di Dio, tempo del sé più autentico, tempo di fermarsi per guardarci dentro e scoprire in noi le tentazioni e le infedeltà che annebbiano lo sguardo e affaticano nel cammino.
Inizia quest'oggi la quaresima, tempo del deserto che libera, dell'incontro che arricchisce, del ritorno al Signore che perdona, dell'incontro con il volto misericordioso del Padre. Tempo di silenzio dal quale nasce nuova la fedeltà ad un Dio che ci ama da morire...
...Lasciamo qualche istante di silenzio in cui ognuno,
nel silenzio del suo cuore, può chiedersi "Dove sono oggi, Padre, nel cammino verso di te?"
Salmo: L'uomo saggio e l'uomo sciocco (salmo 1)
Saggio quell'uomo che non insegue i miti del successo,
non è attratto dalla facile ricchezza e non cerca onori e piaceri.
Veramente saggio quell'uomo che crede nella giustizia e nel bene,
che si lascia guidare dalla Parola e la rende il suo pane quotidiano.
Sarà come albero rigoglioso che affonda le sue radici
nel terreno dei veri valori e nell'acqua viva della fede.
La sua coscienza sarà tranquilla, la sua parola saggia e credibile,
le sue scelte stabili e costruttive, la sua vita piena di soddisfazioni insperate.
Sciocco quell'uomo che ha fiducia solo in se stesso,
che vende l'anima al successo, ai soldi, al potere e fa del piacere il suo dio.
Veramente sciocco quell'uomo che non ama Dio e il prossimo,
che non coltiva i valori morali e la speranza in un futuro migliore.
Sarà come una foglia secca fatta turbinare dal vento degli interessi,
come una banderuola senza stabile direzione di vita.
Non saprà resistere nei tempi di prova, si scoprirà vuoto di valori e coraggio;
abbandonato dagli amici di comodo, tremante come un bimbo Impaurito.
È il Signore la forza dell'uomo saggio e insieme la sua meta e il suo premio.
La rovina dell'uomo sciocco è il credere solo in se stesso.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4,1-11)
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane". Gesù gli rispose: "Sta scritto: ‘‘Non di solo pane vivrà l'uomo''".
Il diavolo lo condusse in alto, e mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: "Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo". Gesù gli rispose: "Sta scritto: ‘‘Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai''. Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: ‘‘Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano''; e anche: ‘‘Essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra''". Gesù gli rispose: "È stato detto: ‘‘Non tenterai il Signore Dio tuo''. Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.
Padre nostro ...al contrario!
non ti comporti come un figlio.
con un risultato materiale.
Non dire: Sia fatta la tua volontà,
se non prendi posizione verso il male.
se non hai capito o non hai preso
sul serio la parola del Padre Nostro.
Missione e... impegno socio-politico
Venegono Superiore, 25 febbraio 2007
LMC - Laici Missionari Comboniani
Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno». Siano desiderosi i fedeli «di poter esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio».
Gaudium et spes - Concilio Vaticano II
Ci piacerebbe impostare questo incontro un po' "in medias res": non come un ragionare su di un tema astratto e avulso dalla realtà ma vivendolo come un argomento vivo e reale, con cui confrontarsi ogni giorno, con il quale interrogarsi ogni volta che leggiamo il giornale.
Abbiamo individuato un po' di testi quali spunti per la riflessione:
La carità è anche impegno politico - di Giuseppe Pasini
Partendo da una riflessione sul senso e sulla tradizione storica del valore della carità, Pasini arriva a declinare le basi dell'impegno politico per il cristiano.
La solidarietà, vera espressione di cittadinanza - S. Rizza (Adista 86-06)
Uno schietto confronto sulle diverse anime della chiesa italiana così come emerse al recente convegno di Verona.
Scritti del Comboni e Atti capitolari della famiglia comboniana
"Noi credenti e l'azzardo dell'impegno"
Cristiano sociali a convegno. Un'occasione per discutere della fine del partito unico dei cattolici.
Dio non ha religioni - Frei Betto
Una riflessione di uno dei padri fondatori della teologia della liberazione; un esempio di coniugazione tra religione ed impegno sociale e politico.
Vi lasciamo con qualche spunto di riflessione per iniziare a confrontarci.
In questi giorni la Chiesa - meglio: la CEI e il Vaticano - sta "facendo politica". In molti non vedono di buon occhio questo interventismo; d'altro canto l'impegno del cattolico in politica è un dovere sacrosanto e condiviso. Qual è la corretta sintesi di questo apparente paradosso?
Politica e missione. Cosa ci fanno questi due termini affiancati?
La missione si rivolge ai lontani; la politica è per natura rivolta ai vicini. La missione ha a cuore il bene del povero; la politica in Italia ha a cuore il bene comune dell'italiano. Qual è allora il senso del fare politica con spirito missionario? Quali sono i nostri "temi caldi" sui quali spenderci?
Missione globale e politica locale. Qual è l'anello di congiunzione? Quanto i temi globali (vedi ambiente, acqua, armi, ecc) si ripercuotono sul locale?
I giovani e la disaffezione dalla politica. È un luogo comune oppure i partiti stanno diventando sempre di più luoghi per i soli "professionisti" della politica?
Buona lettura (non è obbligatorio leggerli tutti... ma almeno qualcuno)
MIKI & SAMU
Per gentile concessione dell'Autore, riproduciamo integralmente l'articolo apparso su «Italia Caritas», n. 5, maggio 1988, articolo che trae ispirazione dal seminario di studio sul tema «La carità tra solidarietà e impegno sociale e poli­tico», organizzato dalla Pontificia Università Lateranense in collaborazione con la Caritas italiana.
La carità, prima che un comando - diceva don Bruno Maggioni, relatore al convegno - è un evento storico, è l'intera storia di Cristo: Gesù, che è come la sintesi della storia della salvezza, ci ha mostrato come Dio ama il mondo e ci ha comandato di ripresentare la sua storia di amore, amandoci reciprocamente come lui ci ha amati.
Per essere «ripresentazione» dell'amore di Gesù, l'amore del cristiano e della comunità cristia­na per l'uomo deve avere lo stesso obiettivo - fare di tutti gli uomini una sola famiglia -, le stesse caratteristiche - l'universalità, la gra­tuità, la difesa dei deboli, la liberazione e la pro­mozione di tutti ecc. - lo stesso metodo - il metodo non violento, il dialogo, il convincimento anziché l'imposizione -: in tal modo la carità del cristiano diventa messaggio, rivelazione, anche se inadeguata, di una realtà diversa, superiore, qual è l'amore infinito di Dio per l'uomo.
La carità è condivisione e denuncia
Ma l'amore per l'uomo, come ripresentazione dell'amore di Dio, va calato storicamente e l'aiu­to e il servizio vanno commisurati alle condizio­ni di bisogno, alle povertà e ai condizionamenti sociali, economici, politici che li generano. Amare il povero significa senz'altro accostarsi a lui con sentimenti di «compassione» sulla scia del buon samaritano, ma significa anche interrogarsi sul "perché" egli è povero, e impegnarsi - co­me dice il Concilio - a liberarlo «dallo stato di dipendenza altrui» e a farlo diventare «sufficiente a se stesso» (A.A.8).
Già Papa Leone XIII, scrivendo la lettera enci­clica «Rerum Novarum» aveva denunciato che i nuovi poveri - i proletari - erano «folla», che le cause della loro condizione andavano ricer­cate nelle «strutture economiche e sociali, e che di conseguenza la carità, intesa solo come assi­stenza e beneficenza, era risposta inadeguata alla povertà; essa doveva perciò saldarsi strettamen­te alla giustizia». Era lo Stato che doveva farsi carico di salvaguardare i diritti di tutti ed era compito di tutti i cristiani impegnarsi a costruire uno Stato capace di perseguire il bene comune.
L'enciclica di Giovanni Paolo II - «Sollicitudo Rei Socialis» - dà a questa lettura delle povertà e delle ingiustizie un respiro mondiale; parla di peccati individuali e di «strutture di peccato» (n. 36). La «brama esclusiva dei profitto» e la «sete del potere» sono alla base di «meccanismi perversi» della «divisione in blocchi sostenuti dalle ideologie», del sacrificio di interi popoli.
La carità è difesa dell'uomo
Cosa significa amare l'uomo in queste condi­zioni? Qual è la carità vera? La risposta viene da un messaggio dell'enciclica, là dove il Papa afferma «la realtà dell'essere umano... è fonda­mentalmente sociale» (29): l'«uomo, quindi, per essere amato veramente, va raggiunto in questa sua dimensione sociale così come storicamente si è configurata, in un contesto quindi in cui oggi vige "l'ingiustizia della cattiva distribuzione dei beni e dei servizi, destinati originariamente a tutti" (50): è da questo contesto che l'uomo va aiutato a recuperare dignità e libertà».
Mons. Alfredo Battisti, commentando al conve­gno, il passo dell'ultima enciclica, che parla di doverosa "opzione fondamentale per i poveri", afferma che essa, nel quadro del bene comune, oggi significa anche che: «La soddisfazione dei bisogni primari degli ultimi deve avere la prece­denza sui beni di consumo e di lusso» e che «Gli investimenti produttivi di ricchezza devono esse­re finalizzati a creare posti di lavoro».
Il presule richiamava poi, a conferma di ciò, un discorso di Giovanni Paolo II: «I bisogni dei poveri hanno priorità sui desideri dei ricchi; i diritti dei lavoratori sulla massimizzazione dei profitti; la produzione che concerne i bisogni so­ciali sulla produzione a scapi militari». (Discorso in Canada - 1984).
L'impegno sociale e politico è la verifica della carità
Perché lo Stato procuri veramente il bene co­mune è necessario che tutti i cittadini vivano il dovere della partecipazione e che siano dispo­nibili anche ad accettare i sacrifici che il bene comune comporta; ma soprattutto che si siano allenati, a livello personale e familiare, ad «alle­viare la miseria dei sofferenti vicini e lontani non solo con il superfluo, ma anche con il necessa­rio» (31).
Così la carità vissuta nel quotidiano sostiene e alimenta la carità vissuta a livello sociale e politico; e l'impegno sociale e politico diventa a sua volta la verifica che la carità e la passione per l'uomo sono autentiche.
http://www.fondazionepromozionesociale.it/PA_Indice/083/83_la_carita_%C3%A8_anche_impegno_politico.htm
Più Stato o meno Stato?
Ancora polemiche sulla relazione di Diotallevi a Verona
A Verona, l'abbiamo scritto più volte, non è stato concesso molto spazio al confronto dei delegati. Questo perché il convegno ecclesiale è nato sotto una forte direzione "dall'alto" e anche perché (ma la seconda ragione è collegata alla prima) è stata la strutturazione stessa del convegno ad impedire un dibattito plurale. La prima giornata dei lavori ruotava soprattutto intorno alle relazioni introduttive ai 5 "ambiti" in cui si articolavano i lavori, mentre le attività di gruppo del pomeriggio e di mercoledì mattina sono state caratterizzate dalle testimoninanze dei delegati che hanno raccontato le esperienza delle rispettive diocesi piuttosto che fornire elementi per un confronto sulle linee pastorali che hanno trovato spazio soltanto mercoledì pomeriggio. Giovedì, poi, è stato il Papa a calamitare tutta l'attenzione.
Nonostante sia stato scarso e poco profondo il coinvolgimento delle comunità diocesane, vi sono stati alcuni momenti in cui, durante il convegno, il confronto è stato piuttosto serrato. Uno di questi ha riguardato la relazione introduttiva (sul tema: "La questione della cittadinanza e la speranza cristiana oggi") del sociologo Luca Diotallevi ai lavori dell'ambito dedicato alla cittadinanza. Diotallevi ha sostenuto che, se nel novecento il concetto di cittadinanza assommato ai diritti civili e politici, anche i "cosiddetti diritti sociali" (lavoro, istruzione, salute, abitazione, informazione, ecc.) - in linea con la tendenza ad attribuire "sempre e più solo allo Stato il diritto e il potere di dare effettività a questa nuova e ben più estesa idea di cittadinanza" - per un altro verso è andata progressivamente in crisi "la realtà e l'idea stessa dello Stato come espressione organizzata della egemonia sociale del sistema politico". Si conclude così secondo Diotallevi "l'epoca se non l'epopea del progetto socialdemocratico, almeno nel suo preciso significato storico originale". "L'universalità indifferenziata delle proposte di cittadinanza offerte dallo Stato non soddisfa più una domanda di inclusione sociale espressa da persone che sempre meno tollerano di essere ridotte ad individui standardizzati, mentre, giorno dopo giorno, vengono pagati costi sociali ed esistenziali sempre più elevati alle illusioni (costitutive del progetto novecentesco del progetto di cittadinanza) di poter isolare ed anteporre i diritti e i doveri e di poter trascurare la questione dell'identità e delle tradizioni". Falliscono a ripetizione - ha proseguito - i progetti di cittadinanza tradizionali "che si propongono di ignorare il contributo che alla cittadinanza viene da un sentimento diffuso di identità e di appartenenza civile", o che degenerano in tirannide, tentando di ricondurre "al monopolio dello Stato la produzione e la regolazione dei processi di formazione delle identità e dell'appartenenza". Ma - sostiene il sociologo - il fatto di trovarsi a dover fare i conti con la crisi della cittadinanza statalista novecentesca e con una grave emergenza locale e globale dei livelli di cittadinanza non ci condanna ad alcuna nostalgia. In una città non priva di politica, ma non dominata dalla politica-in-forma-di-Stato, ci sono infatti ai nostri occhi, e per molte ragioni, maggiori possibilità di cittadinanza e non minori. Il modello a cui guardare, secondo Diotallevi, è quello anglosassone. Un modello che il sociologo cita espressamente parlando del rapporto tra Stato e religione: va abbandonato il modello di stato che "sacralizza i propri principi ed i propri testi, elabora ed impone la propria etica, da forma all'unico ed uniforme spazio pubblico dello Stato stesso completamente controllato", per guardare piuttosto al paradigma della "religions freedom il cui originario riferimento storico è il Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti", guidato dall'idea di "una società aperta e plurale, articolata in numerose istituzioni - incluse quelle religiose - reciprocamente capaci di controllo e di riequilibrio, di una società non senza politica ma senza Stato (stateless society)". Il primo emendamento fissa una coppia di principi: "nessuna integrazione di una organizzazione religiosa nel sistema politico - destabilishment of church - e affermazione del valore essenziale del contributo della religione alla vita pubblica - free excercise".
Le tesi del sociologo hanno sollevato tra i delegati di Verona più dissensi che consensi, e soprattutto per quanto riguarda i passaggi in cui Diotallevi ha lamentato il fatto che i cattolici sono troppo "statalisti", perché ritengono (il 70% dei laici e il 49% dei preti) che sia lo Stato a dover assicurare il lavoro. Critiche che hanno portato Diotallevi, nel presentare i risultati dei lavori del suo "ambito", a riportare conclusioni piuttosto distanti dalle sollecitazioni iniziali.
Sulle questioni sviluppate da Diotallevi, risponde un altro sociologo, Salvatore Rizza, docente di Politica Sociale all'università di RomaTre con una serie di riflessioni che Adista riporta qui di seguito.
La solidarietà, vera espressione di cittadinanza
A Verona come due anni fa a Bologna in occasione della 44esima settimana sociale dei cattolici, sono emersi due modi di interpretare la vita delle comunità cristine: l'uno caratterizzato dalla modalità-necessità di una presenza della Chiesa nel mondo e l'altro dalla mediazione; il primo interpretato e rappresentato dal card. Ruini e dalla sua "politica", l'altro espresso dalla linea pastorale del card. Tettamanzi.
Le relazione che hanno articolato le giornate veronesi e l'attiva partecipazione dei delegati in qualche modo hanno potuto riflettere questa "dualità". Forse sarebbe troppo riduttivo inforcare l'occhiale duale per "leggere" Verona: si rischierebbe di perdere la ricchezza delle sfumature e la portata dei contributi trasversali che non appaiono nella rigidità della dialettica di visioni che apparirebbero così contraddittorie e differenti.
Premesso ciò, non si può non osservare la emblematicità della diversità di visione, oltre che di approccio e di stile, di due delle 5 relazioni che hanno introdotto gli ambiti di riflessione e di discussione in cui si sono articolate le 5 giornate di Verona: "la prospettiva sociale" di Savino Pezzotta e "la questione della cittadinanza e la speranza cristiana oggi" di Luca Diotallevi.
Gli argomenti appaiono differenti ma è possibile individuare una sostanziale convergenza. La relazione di Pezzotta è incentrata sulla descrizione e sulla valutazione della situazione sociale del Paese in cui i cristiani sono chiamati ad essere presenti e a vivere.
La relazione sulla cittadinanza si presenta molto ricca di riferimenti biblici e di testi ecclesiastici 8concilio, magistero ecclesiastico...). Manca a Diotallevi la ricchezza della esperienza e del "vissuto", ma fortemente sopperita da una visione ideologica ben determinata e desplicita. Ciò che colpisce è l'insistenza con cui si vuole definire la cittadinanza come "libera" da ogni influsso e da ogni intervento dello Stato. Fino al punto di escludere in maniera decisa forse un po' infastidita la "quota" di cittadinanza attinente ai diritti sociali (li chiama ripetutamente "cosiddetti"). Nessuno si aspettava una difesa ad oltranza dello Stato: è difficile trovare oggi dei difensori dello statalismo, e perciò sorprende l'insistenza, quasi a volere additare gli stessi cristiano che vi farebbero ricorso. Anch ei preti e i seminaristi non sarebbero immuno dal rischio di una mentalità statalista...salvo poi ad avvalersi del' otto per mille... (risorse destinate al sostentamento del clero). A differenza di Pezzotta, che ne riconosce il merito storico, Diotallevi denuncia l'intervento dello Stato anche nella fase storica in cui l'acquisizione e la difesa dei diritti sociali attraverso le politiche di Wellfare hanno salvaguardato la democrazia, il benessere e la stessa cittadinanza delle persone. La socialdemocrazia, esperienza tutta inberna alla cultura e alla storia dell'Europa, viene ritenuta essete stata una remora ed un freno per l'acquisizione della cittadinanza, che dovrebbe invece essere fondata unicamente sui diritti civili e sui diritti politici.
Il "sociale", che per Pezzotta si intreccia indissolubilmente con la questione antropologica, per Diotallevi è temuto come "residuo subalterno del politico".
Nella relazione di Pezzotta la società civile appare come un antidoto contro la società "disperata" che la globalizzazione del mercato e del economicismo ad ogni costo produce. Ed è la stessa società civile, ignorata dalla relazione di Diotallevi, che presenta i caratteri per una nuova semantica della politica: non è l'economia che dovrà dettare le regole della convivenza umana sottomettendo anche la funzione della politica. Giovanni Paolo II nella Centesimus annus promuove "l'impresa e il mercato", ma condanna anche, e con forza, il capitalismo e le sue conseguenze sulla vita dei cittadini, specie quelli indifesi e disagiati (cittadini anch'essi!). Nella relazione di Diotallevi manca un riferimento alla solidarietà e , francamente, sorprende. La solidarietà, tra l'altro richiamata come esigenza prioritaria dell'impegno dei cristiani dall'enciclica di Benedetto VI Deus caritas est, esprime in maniera esplicita il senso di responsabilità dei cittadini cristiani non solo come aspetto etico della vita, ma come dimensione essenziale della cittadinanza. Ma la solidarietà trova il suo "naturale" campo proprio nll'impegno sociale, dove, ricorda Pezzotta, produce nuovi livelli di partecipazione civile e politica (democrazia) attraverso l'applicazione della sussidiarietà che non è, come sembra sostenere Diotallevi, soltanto un'occasione per ridurre i poteri dello Stato e risolvere i conflitti di interesse (che, ovviamente, non sono solo quelli "famosi", ma anche quelli che coinvolgono in esiziali "cortocircuiti" amministrazioni "pubbliche", partiti politici, sindacati, ecc.).
C'è di tutto nella relazione di Diotallevi: anche il progetto sociale dell'Europoa e il problema della laicità. Peccato che ambedue, come del resto ogni altro tema ed aspetto di esso, sono ricondotti in maniera ossessiva alla dottrina e alla esperienza americana. Come per lo Stato sociale, la storia e l'esperienza maturate in tanti secoli o decenni non hanno nessuna menzione e non vi si attribuisce alcun significato. Eppure sono sotto gli occhi di tutti le diversità che caratterizzano le due storie, il cui confronto non sempre risulta sfavorevole all'Europa, anzi! La laicità appare ristretta al solo confronto tra l'esperienza francese e la religious freedom degli Stati Uniti. Eppure è in corso in Europea (e anche in Italia) un acceso ed attento dibattito che vede coinvolti personaggi di grande spessore culturale (Habermas, Amato, Paglia, Scoppola, per citarne alcuni). Il riconoscimento del prularismo (anche religioso) non è indifferenza, ma rispetto reciproco e volontà di dialogo.
L'impegni e la solidarietà per tutti i cittadini è vera espressione di cittadinanza, così come l'impegno per la pace e lo sviluppo nei Paesi che dalla globalizzazione e dalle deregolazione subiscono gli effetti di povertà e sfruttamento. La chiesa non è pacifista, ma pacificatrice, ricorda Diotallevi citando Giovanni Paolo II, il quale però ad alta voce, con un vero grido di dolore, condannò la guerra in Iraq pur se intesa come "azione imprescindibile".
Si diceva all'inizio che la relazione di Luca Diotallevi è pregevole per la ricchezza di riferimenti biblici e per il frequente ricorso alla letteratura e all'esperienza spirituale della Chiesa. È vero, e di questo va preso atto! MA a volte sono le "assenze" che denotano certe scelte.
Se ne segnalano tre: a) il testo biblico degli Atti degli Apostoli, che sono la più antica testimonianza "rivelata" della "speranza testimoniata" dalle prime comunità; b) la lettera a Diogneto, che in venti secoli è stata ritenuta un topos imprescindibile per la riflessione cristiana circa l'impegno dei cristiani nella città e le modalità di significare la loro presenza in essa nel rapporto con gli altri uomini-concittadini; c) l'enciclica di Benedetto VI Deus Caritas Est, che dedica l'intera seconda parte alla solidarietà dei cristiani impegnati nella costruzione della città, "laidamente" insieme agli altri uomini e dediti all'azione sociale nei confronti dei poveri ed ei bisognosi, come nobile testimonianza di carità.
Dalla Lettera di S. Daniele Comboni a mons. Luigi Ciurcia
RELAZIONE STORICA SUL VICARIATO APOSTOLICO DELL'AFRICA CENTRALE
Cairo, 15 febbraio 1870
[2088] Siccome qualche giorno dopo il suo arrivo nel paese dei Bari avvenne un incidente, che avrebbe potuto avere le più funeste conseguenze per la Missione di Gondokoro, ma contro le supposizioni dei suoi nemici, tornò a suo vantaggio. Il Provicario, come i Missionari, fecero il loro dovere verso i cattolici europei che, dimenticando i principi della Fede e della morale cristiana, si erano traviati. Soprattutto quando questi disgraziati infierivano contro i poveri neri in mille maniere, i Missionari avevano protetto l'innocenza e la giustizia presso il governo turco nel Sudan che, istruito dall'eloquenza dei fatti e dalla condotta dei Missionari, aveva una grande stima e confidenza nel Provicario e la Missione.
E' per questo che alcuni di questi disgraziati europei guardavano i Missionari con occhio cattivo, perché la loro presenza era un biasimo incessante e un rimprovero alla loro condotta. I neri avevano distinto bene tra i Missionari e gli altri bianchi, perché vedevano che la Missione, al posto di uccidere i poveri neri, rubare i loro figli, i loro bambini e le loro mucche asciugava sempre le loro lacrime, curava i loro malati e faceva loro imparare la moralità, la giustizia e la strada del cielo. Per questo essi ben compresero nell'incidente che sto per citare, che la Missione era ben lontana da ciò che la più sottile malizia e perfidia voleva attribuirle. Dio ha sempre protetto la giustizia.
Atti Capitolari 1997 n.107
Fin dagli inizi del nostro istituto, molti comboniani si sono dedicati ad alleviare le sofferenze di poveri, ammalati, emarginati e rifugiati, e alla promozione umana nei campi dello sviluppo sociale, della scuola, della salute, della formazione di leader, ecc. Tutto ciò è positivo. Oggi tuttavia questo impegno non è più sufficiente. Dobbiamo identificare ed analizzare le cause che sono alla radice del sistema di oppressione strutturatle in campo economico, politico, sociale, culturale e religioso. Tacere di fronte alle ingiustizie significa schierarsi con l'oppressore e porsi contro gli oppressi.
Cristiano sociali a convegno. Un'occasione per discutere della fine del partito unico dei cattolici e dell'Italia di Berlusconi
Intervista di Marcella Marcelli a Mimmo Lucà su Aprile di Settembre 2003
Fede religiosa e impegno politico. Il tema è tornato attuale a seguito di quell'autentico vademecum del cristiano in politica che è la Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede dello scorso gennaio. Dal 12 al 14 settembre Assisi ha ospitato un convegno di studi dal titolo "Il frammento e l'insieme. I cristiani e la società italiana", un'iniziativa del movimento dei Cristiano sociali che ha l'ambizione di stimolare la riflessione e il confronto sul tema dell'impegno dei cristiani in politica e di favorire il dialogo, non sempre facile, tra politica e società civile. Ne parliamo con Mimmo Lucà, della segreteria nazionale dei Ds e presidente nazionale del movimento dei Cristiano sociali.
I cattolici, e i cristiani in genere, tornano a interrogarsi sulle grandi questioni della politica?
Il progressivo sgretolarsi dei partiti politici, a cominciare da quello cattolico, all'inizio degli anni Novanta, in un momento di grave decadimento della politica italiana sotto il profilo morale e nei suoi contenuti ideali, portò la gran parte dei cattolici impegnati nelle dimensioni della Chiesa locale, l'associazionismo democratico, il sindacato ecc., a fare un passo indietro rispetto alla politica per privilegiare l'impegno sociale. Le vicende che conosciamo, il tema della globalizzazione, la politica internazionale, un fortissimo e violento tentativo della destra di colpire il sistema di protezione sociale, i diritti sociali e del lavoro nel nostro paese, hanno riproposto il tema di una responsabilità politica più esplicita. Per questo negli ultimi due anni abbiamo assistito a un ritorno progressivo dei cattolici soprattutto giovani e giovanissimi, alla politica, spesso attraverso un impegno civile e sociale più organizzato collettivamente e meno affine a una dimensione testimoniale.
Tuttavia questo rinnovato impegno si è caratterizzato fin dall'inizio per un marcata frammentazione. Un impegno fedele alla dimensione territoriale, che si esprime ancora con una certa diffidenza nei confronti della progettualità politica organizzata. Si ritorna a votare, ma non si frequentano ancora i partiti, non si entra nelle sezioni. La sfida che abbiamo di fronte è passare dalla frammentazione alla dimensione del progetto.
Il problema della coerenza con i valori della fede in un contesto plurale e laico non pone il credente di fronte al duplice rischio del clericalismo e del suo opposto, il qualunquismo?
Ci sono valori e principi di dignità, di sicurezza, di cittadinanza che hanno carattere universale e rappresentano un patrimonio per tutti coloro i quali esercitano responsabilità. Un orizzonte al fondo del quale c'è il bene comune. Su questo nucleo fondamentale di valori tutte le persone di buona volontà sono chiamate a confrontarsi e a organizzare responsabilmente le istituzioni sociali e politiche cercando continuamente punti di equilibrio tra sensibilità, culture e opzioni politiche diverse. Il tema della convivenza in società multiculturali, multietniche e multireligiose, è il tema del dialogo e della ricerca continua di una sintesi che presuppone riconoscimento e valorizzazione delle differenze.
Detto questo, i credenti non possono rinunciare ai valori e agli ideali che informano le loro scelte, a partire da quelle individuali. La novità sta nell'aver compreso che non si può imporre per via legislativa una particolare concezione della società, della vita, della famiglia ecc. come se questa fosse ineluttabilmente portatrice della verità. Tutto ciò non coincide però con il relativismo etico perché un nucleo centrale di valori cui ancorare la vita civile e morale di una comunità si deve dare. Ad esempio io credo che sia importante che una società investa sulla famiglia, sui giovani, sulla costruzione di una rete di solidarietà. Ricordando quanto detto nel 1998 dal Cardinal Martini in occasione di un convegno su etica e politica, potremmo dire che "l'azione politica non consiste nella realizzazione immediata dei principi etici, cui pure deve ispirarsi, ma nella realizzazione del maggior bene comune concretamente possibile in una determinata situazione, o del male minore".
Formazioni politiche di diretta ispirazione cattolica hanno trovato collocazione in entrambi gli schieramenti del nostro panorama politico. Questa scelta di campo è sempre legittima?
Il Concilio vaticano secondo ha sancito un principio fondamentale: il pluralismo delle opzioni politiche per i cattolici. Ovviamente sulle grandi questioni morali i vescovi possono esprimere un orientamento, ma la libertà del laico deve restare totale. Questo è legittimo.
Tuttavia occorre entrare nel merito delle questioni. Sul tema della pace e della guerra abbiamo assistito a una fortissima esposizione da parte del Pontefice che più volte ha definito la guerra all'Iraq un crimine contro la pace. I cattolici del Polo delle libertà dov'erano? Come hanno tradotto in politica un'indicazione così autorevole? Prendiamo la Legge Bossi-Fini. Per la dottrina sociale della Chiesa, l'accoglienza è un principio fondamentale ed è dovuta ad ogni essere umano, non solo se prestatore di manodopera, ma in quanto persona. La Bossi-Fini nega questa concezione. Gli immigrati sono accolti solo se e fino a quando sono in grado di svolgere un lavoro. Pensiamo alle accuse violente e ingiuriose della Lega nei confronti della Caritas italiana e della Chiesa colpevoli di essersi arricchite con il business dello straniero. Tutto questo nel totale silenzio dei cattolici presenti nel Polo. Inoltre, non c'è un solo provvedimento a sostegno della famiglia. Questo è l'anno dei disabili e il nostro governo non ha adottato alcun provvedimento in favore degli anziani non autosufficienti. Lo stesso po' dirsi per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Questo governo ha ridotto alla fame le scuole materne e gli asili nido gestiti da suore, sospendendo molti dei finanziamenti di cui godevano. Insomma mi sembra che i cattolici all'interno del Polo vivano una condizione di completa sottomissione culturale alla destra del mercato e dell'economia che annulla l'autonomia del cattolicesimo democratico e liberale.
Da una parte formazioni politiche direttamente ispirate ai valori della dottrina cristiana (Ppi e Udc) e dall'altra l'ingresso in partiti "laici" come è accaduto al movimento dei Cristiano sociali con i Ds e, più recentemente, ai Popolari con la Margherita. C'è qualcuno che ritiene quest'ultima una scelta poco felice perché stempera troppo la fisionomia dell'impegno politico cristiano.
Un fondo di ragione probabilmente c'è. Lo spirito del maggioritario favorisce la nascita di partiti (come i Ds) che rappresentino una sintesi di diverse sensibilità, tuttavia, anche se è vero che non è più il tempo del partito dei cattolici, è bene che le differenze si alimentino. Se ogni differenza non coltiva le proprie radici all'interno di una formazione politica, questa finirà per diventare un partito dell'amministrazione, senza capacità di analisi e di progettualità. Le diverse sensibilità devono quindi essere riconoscibili, il che non vuol dire dar vita alle "correnti". L'originalità della formula dei Ds sta proprio in questo. Mettendo in evidenza la presenza organizzata di una rete di cristiani dentro il partito, si segnala al mondo cattolico, delle associazioni, del volontariato, del sindacato, che è possibile, nella sinistra, l'esercizio di una responsabilità politica senza smarrire la propria identità, a patto che questa non si traduca in un'enclave confessionale, in una rendita di posizione. Solo così si può aspirare a dialogare con i cattolici che continuano a preferire l'impegno sociale a quello politico.
Qualche anno fa, quando si discuteva del destino del Partito popolare, molti suoi membri facevano l'esempio dei Cristiano sociali colpevoli di essersi dispersi nei Ds. Non solo non ci siamo dispersi, ma rilanciamo, anche con il convegno di Assisi, la nostra sfida per la costruzione di una rete di rapporti su tutto il territorio utilizzando questa formula inedita del simbolo dei Cristiano sociali accanto a quello dei Ds. Oggi la situazione sembra rovesciata. Che fine hanno fatto i Popolari?
Tratto da: Cristiano Sociali http://www.cristianosociali.it/stampa/articoli/credenti.htm
Fratel Betto, al secolo Carlos Alberto Libanio Christo, è un frei domenicano di 62 anni, che da anni scrive libri e trattati. Amico fraterno di Lula, è entrato anche in politica per sostenerlo nel progetto sociale Fame Zero, che adesso però non segue più direttamente. Da qualche mese è uscito dal governo "per due motivi": "Perché volevo avere il tempo per scrivere e perché non condivido la politica economica del governo". Ha un fare gentile e un aspetto sereno e deciso. Il suo volto disteso è segnato da guizzi di profonda ironia che testimoniano la sagace intelligenza.
Con semplicità ci ha spiegato la Teologia della Liberazione, cos'è, cosa ha dato alla gente più povera e miserabile, e perché ancora oggi, dopo quasi 40 anni, continui a sollevare tanti dubbi e preoccupazioni nella Chiesa di Roma.
Cos'è. "In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Oppure, come sta scritto nella prima pagina della Bibbia, ha creato il mondo in modo che fosse un giardino, un meraviglioso giardino con uccelli, fiori, acqua cristallina? La Teologia della liberazione, non è una teoria, non è un qualcosa nato nelle biblioteche, alle scrivanie, nelle accademie, nelle università religiose... No! E' la sistematizzazione dell'esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione".
Perché stupirsi? Secondo frei Betto, in un mondo d'oppressione, in cui vogliamo credere nel Dio della vita - e la vita è il dono maggiore di Dio - la Teologia della liberazione significa coniugare la visione della fede con l'anelito alla liberazione. "Penso che ogni cristiano che viva il mistero della fede con gioia, con senso di liberazione, che vive l'amore, l'impegno per la lotta per la giustizia, pratichi la Teologia della liberazione", precisa. "Una volta un vescovo mi chiese: "Ma perché cercare un'altra teologia quando c'è già la teologia della Chiesa di Roma?" E io gli risposi: "Nel Vangelo ci sono quattro teologie diverse, quella di Matteo, di Giovanni, di Luca e di Marco. E se ci sono già queste quattro visioni diverse di Gesù, queste quattro diverse visioni della chiesa, perché stupirsi proprio della Teologia della liberazione?".
La speranza. "Vivere la fede in America Latina è avere la speranza di superare la miseria e la povertà", continua il domenicano. "La gente incontra nella Bibbia, nella parola di Dio, il proprio alimento per capire meglio se stessi, per capire la lotta che sta vivendo e per trovare soluzioni. Faccio una metafora per spiegare meglio questo concetto. Per molta gente aprire la Bibbia è come aprire una finestra su interessanti fatti del passato. Nelle comunità ecclesiali di base, invece, la gente povera, quando apre la Bibbia, è come se guardasse se stessa in uno specchio, lo fa per riuscire a capirsi meglio, qui e ora".
E per aiutare la gente a capire meglio le scritture, la vita di Gesù, nella prospettiva liberatrice, Betto ha scritto anche un libro "Uomo fra gli uomini", una vera e propria lettura popolare del Vangelo.
I cambiamenti. "Molti qui in Italia mi chiedono cosa sarà della nostra Teologia adesso, con Papa Ratzinger - racconta fratel Betto - Beh, devo dire che questa cosa ogni volta che vengo in Italia mi sconcerta: voi siete molto vicini al Papa, mentre noi in America Latina siamo molto vicini a Dio. Dovete capire, che molto spesso quello che avviene a Roma non ha molto riflesso nella Chiesa dell'America Latina. Anche le nomine di vescovi conservatori molte volte non provocano reazioni, perché c'è così tanto sfruttamento, così tanta sofferenza - tanto per dirne una nel mio Paese c'è ancora il lavoro in schiavitù - che tutto il dolore della gente parla più alto, parla direttamente a Cristo. Per questo la Teologia della liberazione nasce proprio in America Latina. E comunque, io non credo che il rinnovamento della Chiesa venga dall'alto, spero arrivi dal basso. Credo che lo Spirito Santo lavori dal basso.
L'unica cosa che so - incalza - è che trent'anni fa era soltanto la Teologia della liberazione che parlava di debito estero, di colonialismo, di neoliberismo, che criticava l'imperialismo, la politica estera degli Stati Uniti. Adesso questi temi appaiono nei documenti finali di Giovanni Paolo II. Eppure era un papa che aveva tollerato la guerra di Bush in Iraq del 1991, e che poi è arrivato a condannare l'invasione dell'Iraq di Bush figlio. Sono solito dire, infatti, che la Teologia della liberazione è arrivata a Roma. Roma può pure non averne coscienza, ma è così. Se si pensa che il Papa ha mobilitato 150mila persone contro il G8 a Genova! E' esattamente quello che noi della Teologia della liberazione avremmo voluto fare". Poi conclude, accennando alle tante contraddizioni del Vaticano: "Giovanni Paolo II stesso aveva una contraddizione: era un uomo con la testa di destra e il cuore di sinistra, perché era molto ortodosso nella dottrina, ma molto sensibile ai temi sociali".
Ortodossia. "Gesù predicava il regno di Dio, ma purtroppo quello che è venuto dopo è la Chiesa", riprende e, riferendosi all'incontro della Gioventù di Colonia, sottolinea: "Il Papa ha ricordato l'importanza per i giovani di leggere il catechismo della Chiesa, ma io avrei preferito che avesse sottolineato l'importanza di leggere il Vangelo. Dobbiamo ricordare che Dio non ha religione. Non è tanto importante avere fede in Gesù, quanto avere la fede di Gesù. Il messaggio centrale di Gesù è non tanto quello di avere fede quanto quello di mettere in pratica l'amore liberatorio".
Secondo frei Betto se si analizzano i quattro Vangeli ci sono principalmente due domande che vengono rivolte a Gesù. La prima è: ‘Signore, che devo fare per guadagnare la vita eterna?'. "Ecco - spiega il frate - mai questa domanda esce dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l'al di là. È la domanda tipica dell'uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio, irritato. E ha anche reagito in modo un po' aggressivo quando un ricco, nel porgli la domanda, lo adula apostrofandolo: ‘Buon maestro'. ‘Io non sono il maestro, il buon maestro è Dio', gli risponde Gesù.
La seconda domanda che si incontra è invece: ‘Signore, come devo fare per avere una vita in questa vita?'. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri. ‘Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse. Mia figlia è malata, vorrei che guarisse'. I poveri chiedono a Gesù vita in questa vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui stesso ha detto io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena".
Tutto sbagliato. Per il teologo brasiliano, tutto il mondo in cui viviamo oggi è una grande offesa al progetto di Dio. Perché in nessun versetto della Bibbia sta scritto che la povertà è gradita agli occhi di Dio. La povertà è una maledizione. È frutto dell'ingiustizia. Per questo Gesù si pone dalla parte dei poveri e li chiama beati: li considera i protagonisti della conquista di una società in cui tutti veramente avranno una vita.
"Dobbiamo riconoscere la presenza di Dio in tutte le tradizioni religiose. Eppure noi cristiani soffriamo del complesso di superiorità che ci fa pensare di essere migliori rispetto a tutte le altre confessioni. Ed è un vero e proprio peccato. I migliori sono coloro che amano come Gesù amava. Migliore era Francesco di Assisi, che si spogliò delle sue ricchezze per andare con i poveri". E per frei Betto era addirittura migliore Che Guevara, "uomo ricco che si è dedicato ai poveri. E non era un credente", precisa il frate. Poi aggiunge: "Sicuramente, quando il Che è salito al cielo Gesù gli avrà detto: ‘Sei il benvenuto. Io avevo fame e tu mi hai dato da mangiare, hai lottato per questo'. E lui avrà risposto: ‘Guarda Signore, io non ero credente, e non ti ho mai incontrato perché non ho mai messo piede in una chiesa'. E Gesù gli avrà risposto: ‘Ogni volta che hai lottato per i poveri, hai lottato per me'. L'importante - asserisce - è dunque che ognuno di noi ami per la nostra capacità di amare, solo così ci salveremo. La fede serve solo per capire questa dimensione di amore. Nella prima lettera di Giovanni si dice che Dio era amore. Chi ama conosce Dio. C'è molta gente che va in chiesa e non ama. Mentre chiunque ami conosce Dio, fa esperienza di Dio, perché Dio è amore".
L'ideale dell'evangelizzazione secondo il teologo della liberazione è quando un giovane di 16/17 anni, davanti alla prima esperienza di amore riconosce che questa è anche esperienza di Dio. Non c'è un amore di Dio e un amore umano, tutte le forme di amore sono divine. "E questo lo sanno ben spiegare i poeti - conclude - Una volta in Nicaragua conobbi il poeta, che è ormai morto, José Coronel Utrecho. Era già molto vecchio, ma era ancora molto innamorato della moglie, Julia, alla quale aveva dedicato tutti i suoi poemi. Ecco, c'è una poesia in cui descrive la loro luna di miele. La prima notte di nozze, in albergo, aveva dato ordine di non essere disturbato per nessun motivo. Una volta pronto per il letto nuziale, una persona ha bruscamente bussato alla porta. Che succede? Si è chiesto. Ci sarà un incendio nell'hotel, eppur sono io quello incendiato. Apre la porta e si trova davanti Dio, che gli chiede: ‘Josè il letto è molto grande?', ‘Sì Signore venga pure, ci entriamo tutti e tre'. Ma il Dio gli risponde: ‘Josè, tre siamo già noi' e il poeta ribatte: ‘Signore non c'è problema, venite pure tutti e tre. Qui c'è posto per tutti'. E il poema termina con: ‘E' stata una notte di una grande orgia spirituale'."
Tratto da: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=3567
Missione e dialogo interreligioso: preghiera
Incontro LMC Venegono, 28 gennaio 2007
Sia lodato il Signore! (Gwenolé Jeusset o.f.m.)
Come è bello renderti grazie in quest'ora,
unico vero Dio, Creatore, Signore e Padre di tutti gli uomini.
Che tu sia lodato, tu, tre volte Santo,
per tutti coloro che, nel mondo, ti cercano
nelle tenebre o nella luce, nel dolore o nella gioia,
nel dubbio o nella certezza.
Sì, che tu sia lodato, Altissimo e Onnipotente,
per tutti coloro che, nel mondo, ti implorano
come l'Unico, il Clemente, il Misericordioso.
Che tu sia lodato, Signore della gloria,
per tutti coloro che, nel mondo, ti cantano, ti benedicono
e ti glorificano, in ogni momento e in modi diversi.
Che tu sia lodato, Dio che sei vicino a tutti coloro che ti invocano nella verità,
per tutti i credenti dei tempi passati e del tempo presente,
uomini e donne di ogni paese, razza e religione
che hanno dato e ancora danno un senso al cammino degli uomini.
Che tu sia lodato, Signore Buono e Grande:
poiché questi uomini in marcia vanno verso di Te e, in ognuno di essi,
tu apprezzi il meglio per attirarlo a Te.
Che tu sia lodato ancora, Signore pieno di tenerezza,
che per primo ci hai rivelato il tuo profondo amore
per mezzo di Gesù, nostro fratello.
Te cantano gli angeli
e tutti coloro che ci hanno preceduti,
poiché è Te che cercano tutti gli uomini giusti, anche se non sempre lo sanno.
Con tutti coloro che conoscono finalmente il tuo volto
di pace, di gioia e di luce,
con tutti coloro che si inchinano davanti all'Agnello
e che, insieme a tutti i beati,
danzano di gioia intorno al tuo altare,
DIO GRANDE, NOI TI ACCLAMIAMO:
Dio, noi ti lodiamo; Signore, noi ti acclamiamo,
con l'immenso corteo di tutti i Santi,
con i Santi di tutti i tempi, nostri fratelli maggiori,
che tu continuamente ricolmi dei doni del tuo amore.
Preghiere per la messa
Accendi in noi il fuoco del tuo amore,
porta sulle tue ali le preghiere di tutti gli uomini,
che anelano alla verità per essere liberi
Vieni Spirito di Dio,
accompagnaci lungo i sentieri della vita,
Abbraccia tutti noi nel tuo amore.
Abbatti le barriere che ci dividono e
Donaci la capacità di pregare insieme in spirito e verità.
Radunaci tutti nel mistero della tua vita.
Attraverso le preghiere degli altri,
insegnaci che tu sei Dio e non altro.
Rendici capaci di lodare, insieme, per sempre il tuo nome.
Dopo la condivisione sul Vangelo...
O Dio di verità,
che uomini diversi chiamano con nomi diversi,
ma che sei l'Uno, l'Unico e lo Stesso,
che sei Colui-che-è,
che sei in tutto ciò che è
e nell'unione di tutti coloro che si amano,
che sei nelle altezze sublimi e negli abissi,
nell'infinito dei cieli e nell'ombra del cuore
Signore, poiché ci esaudisci:
questa preghiera è infatti essa stessa un tuo dono,
perché, rivolgendoci a te insieme,
noi eleviamo la nostra volontà, purifichiamo il nostro desiderio
e troviamo il modo di accordarci fra di noi.
E che cosa possiamo ancora chiedere, se abbiamo questo?
Che cosa chiedere se non che questo duri, o Eterno,
lungo le nostre giornate e le nostre notti?
Ti chiediamo di amarti abbastanza per amare tutti coloro che ti amano
e ti invocano come noi,
abbastanza per amare coloro che ti pregano e ti pensano in modo diverso,
abbastanza per volere il bene di coloro che vogliono il nostro male,
abbastanza per volere il bene di coloro che ti rinnegano o ti ignorano,
il bene di ritornare a te.
Concedici la comprensione della tua Legge, Signore,
il rispetto e la compassione per tutto ciò che vive,
l'amore senza odio,
la forza e la gioia della pace.
Mons. Michael L. Fitzgerald
L'impegno dei laici nel dialogo interreligioso
Il dialogo interreligioso è un aspetto della vita stessa della Chiesa, un elemento della sua missione che è andato acquisendo sempre maggiore importanza nel mondo contemporaneo, data la crescente pluralità anche in campo religioso. Nella Redemptoris missio Giovanni Paolo II ha affermato con chiarezza che "il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa",1 sottolineando il ruolo che in esso hanno i fedeli laici in questi termini: "Tutti i fedeli e le comunità cristiane sono chiamati a praticare il dialogo, anche se non nello stesso grado e forma. Per esso è indispensabile l'apporto dei laici, che 'con l'esempio della loro vita e con la propria azione possono favorire il miglioramento dei rapporti tra seguaci delle diverse religioni', mentre alcuni di loro potranno pure dare un contributo di ricerca e di studio".2
Dopo un accenno al fondamento teologico del dialogo interreligioso e una breve presentazione delle diverse forme che può assumere, si passerà qui all'esame di problematiche quali identità e apertura verso l'altro, collaborazione senza sincretismo, dialogo e annuncio di Cristo, necessità di una adeguata formazione, che saranno trattate tenendo conto del contributo dei laici impegnati nel dialogo interreligioso, sia come individui, sia come membri di associazioni e movimenti che operano in questo ambito. Per concludere, un indispensabile riferimento sarà fatto alla spiritualità cristiana che deve sostenere gli sforzi del dialogo.
2. Il fondamento teologico
Per indicare il fondamento teologico del dialogo interreligioso mi permetto di citare un documento pubblicato nel 1984 dal nostro dicastero e nel quale si afferma: "Dio è amore. Il suo amore salvifico è stato rivelato e comunicato agli uomini in Cristo ed è presente e attivo nel mondo attraverso lo Spirito Santo. La Chiesa deve essere il segno vivo di questo amore in modo da renderlo norma di vita per tutti. Voluta da Cristo, la sua è una missione di amore, perché in esso trova la sorgente, il fine e le modalità di esercizio. Ogni aspetto e ogni attività della Chiesa devono quindi essere impregnati di carità proprio per fedeltà a Cristo, che ha ordinato la missione e che continua ad animarla e a renderla possibile nella storia".3
Qui si tratta della missione della Chiesa in generale, ma quanto detto si può applicare al dialogo interreligioso come elemento di questa missione. La vera fonte del dialogo è l'amore del Padre, un amore manifestato nel Figlio fatto uomo per noi e per la nostra salvezza, un amore riversato nei cuori degli uomini dallo Spirito Santo: "Nel mistero trinitario la rivelazione ci fa intravvedere una vita di comunione e di interscambio".4 Il dialogo, che attraverso scambi e contatti, cerca di alimentare la comunione tra uomini di diverse tradizioni religiose, può essere considerato un tentativo di riprodurre l'armonia della vita trinitaria.
3. Le diverse forme del dialogo
Il documento pubblicato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso parla di quattro diverse forme di dialogo. Non è l'unico approccio possibile, ma questa suddivisione aiuta a capire meglio la ricchezza del concetto di dialogo.
3.1. Il dialogo della vita
La prima forma di dialogo, quella fondamentale, è il dialogo della vita. Il termine indica dei rapporti in cui "le persone si sforzano di vivere in uno spirito di apertura e di buon vicinato, condividendo le loro gioie e le loro pene, i loro problemi e le loro preoccupazioni umane".5
Questa forma di dialogo, che si vive nel quartiere, a scuola, sul posto di lavoro, è aperta a tutti, e forse in particolar modo ai laici. Implica un interesse rispettoso per l'altro in quanto altro, uno "spirito di buon vicinato", la capacità cioè di accogliere e di accettare l'ospitalità quando viene offerta, il desiderio di condividere i momenti felici della vita e di mostrare solidarietà nei momenti difficili. Richiede uno sforzo continuo per costruire buoni rapporti, per creare e mantenere quell'armonia che è condizione di una vera pace, per impedire che le dífferenze religiose possano generare tensioni o siano sfruttate per alimentare conflitti.
Tutti i cristiani devono impegnarsi in tale dialogo secondo le circostanze della loro vita. È certo che alcuni saranno più sollecitati, com'è il caso, ad esempio, di coloro che hanno contratto matrimonio con persone di altre tradizioni religiose. La questione dei matrimoni misti, che può presentare seri problemi per l'identità religiosa, richiederebbe una trattazione specifica che esula dal compito di questa relazione. Qui mi limiterò quindi a segnalare un documento di studio che su questo argomento è stato elaborato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in collaborazione con l'Ufficio per i Rapporti Interreligiosi del Consiglio Ecumenico delle Chiese.6
Il dialogo della vita viene inoltre praticato da associazioni e movimenti laicali cattolici ogniqualvolta essi cercano di creare rapporti di amicizia con persone di altre tradizioni religiose. Talvolta ciò implica una convivenza per, un periodo di tempo limitato o anche permanente, un'esperienza questa che può far sorgere interrogative e problemi e sulla quale torneremo più avanti.
3.2. Il dialogo delle opere
Essere vicini a persone di altre tradizioni religiose, essere loro prossimo come il buon samaritano, esige uno spirito di servizio. A volte le iniziative, rispondendo a bisogni locale, sono prese in collaborazione e quando questa collaborazione viene strutturata si ha il dialogo delle opere. Si tratta di un dialogo vero e proprio, perché l'azione congiunta presuppone scambi circa le finalità da perseguire, i mezzi da utilizzare e le responsabilità da condividere.
Nella risposta alle sfide che il mondo contemporaneo lancia nel cameo dell'economia e della giustizia, dell'ecologia e della bioetica, dell'educazione e della comunicazione c'è ampio spazio per la cooperazione interreligiosa. I laici hanno generalmente una migliore formazione e competenza per operare in questi ambiti. Spetta quindi a loro adoperarsi per individuare tutte le possibili vie di collaborazione con altri credenti in seno agli organismi locali, nazionali o internazionali. Un contributo di rilievo nel promuovere uno spirito di apertura e un lavoro comune può inoltre venire dalle associazioni laicali che hanno un taglio professionale.
3.3. Il dialogo teologico
Operare insieme è possibile solo quando esiste la fiducia, e la fiducia si basa, almeno in parte, su una buona conoscenza reciproca. Cio evidenzia la necessita di un dialogo dottrinale sulle rispettive eredita religiose, che fondano gli atteggiamenti pratici delle diverse Chiese e Confessioni. Si tratterà di un dialogo di esperti, che affronterà tematiche di natura teologica e spesso anche di natura sociale, e nel quale l'impegno di laici qualificati è auspicabile per non dire assolutamente necessario.
A questo punto occorre affrontare la questione della formazione indispensabile per entrare in dialogo con persone di altre tradizioni religiose. La formazione professionale e culturale da sola non basta, dev'essere complementare alla conoscenza approfondita della propria tradizione e alla capacità di spiegare la dottrina cattolica sulla materia in discussione. Inoltre, sarà auspicabile una certa conoscenza della tradizione dell'interlocutore se non altro per prevenire eventuali incomprensioni.
3.4. Il dialogo dell'esperienza religiosa
"Il dialogo interreligioso non tende semplicemente a una mutua comprensione e a rapporti amichevoli. Raggiunge un livello assai più profonda, che è quello dello spirito, dove lo scambio e la condivisione consistono in una testimonianza mutua del proprio credo e in una scoperta comune delle rispettive convinzioni religiose".7
A questo livello più profondo si può cercare di condividere esperienze di preghiera, di meditazione, di ricerca dell'Assoluto. Il dialogo dell'esperienza religiosa si va sviluppando in questi ultimi anni tra i monaci, e specialmente tra monaci cristiani e monaci buddisti. Il cameo della spiritualità non è però limitato ai monaci o ai religiosi e alle religiose. Oggi, molti laici sono impegnati in diversi servizi spirituali e collaborano nella direzione di esercizi spirituali o nell'accompagnamento spirituale delle persone. Se ben radicati nella loro fede cristiana, essi possono apportare un valido contributo a questa forma di dialogo.
Diversi movimenti e associazioni laicali, che hanno sviluppato una spiritualità loro propria, sono già impegnati in questo tipo di dialogo. Organizzano momenti di preghiera a cui invitano anche persone di altre tradizioni religiose; promuovono celebrazioni speciali; propongono talvolta un "metodo" di riflessione e di approfondimento spirituale.
L'esperienza religiosa non si concretizza soltanto nella preghiera vera a propria e nelle celebrazioni liturgiche, ma anima tutta la vita quotidiana, informata dallo Spirito. Con persone di altre religioni possiamo condividere la gioia di chi crede in Dio, la ricerca della sua volontà, l'amore reciproco fino a dare la vita, l'apertura alla presenza di Dio anche nei rapporti interpersonali, la vita fraterna. La testimonianza che ne deriverà non potrà che attirare altri a entrare in questa comunione d'amore. Perché è un linguaggio comprensibile a tutti.
Si dovrà riflettere sulla natura e lo scopo del dialogo dell'esperienza religiosa. Si può parlare di "ospitalità" nel cameo religioso, ma ci sono delle regole da rispettare, delle buone usanze da osservare, perché sia chi ospita, sia chi è ospitato si senta a proprio agio. E si deve evitare di cadere nel sincretismo, rispettando la propria identità e quella dell'altro.
4. Identità e apertura
Chi desidera un vero incontro con l'altro, chi vuole entrare in dialogo con l'altro, deve avere una consapevolezza pima di sé stesso. Non a caso, tra gli ostacoli al dialogo, l'istruzione Dialogo e annuncio mette al primo posto "una fede scarsamente radicata".8
La consapevolezza di se è in primo luogo una questione di onestà. Per i nostri interlocutori è importante sapere con chi hanno a che fare. Parlare con una persona magari a lungo e alla fine rendersi conto di non conoscerne l'appartenenza religiosa può generare sconcerto. Inoltre la chiarezza circa la propria fede non preclude in alcun modo l'apertura verso l'altro. Al contrario, è proprio la solidità della fede a conferire quello spirito di libertà che consente l'incontro con l'altro e scambi anche approfonditi, annullando il timore di vacillare o di essere messi in imbarazzo.
Questo principio si può applicare pure alle associazioni e ai movimenti laicali. Anch'essi devono rispettare e far rispettare la propria identità. Vi sono associazioni interconfessionali alle quali possono aderire persone di diverse religioni e nelle quali non dovrebbe essere una singola religione a primeggiare sulle altre. Vi sono poi associazioni di carattere non confessionale nelle quali non si dovrebbe tener conto del credo religioso dei membri. Altro è il discorso per le associazioni cattoliche, che fanno dell'adesione alla fede cattolica una condizione sine qua non per la piena appartenenza dei propri membri.
In questo contesto potrebbero sorgere dei problemi, in quanto diversi movimenti e associazioni cattoliche vedono partecipare alle loro attività persone di altre tradizioni religiose. In che misura si dovrebbe permettere tale partecipazione? Ci sono dei limiti? Sembrerebbe una contraddizione che un non cattolico possa occupare una posizione di responsabilità in seno a un movimento cattolico, magari là dove questa responsabilità si estrinseca in settori come la formazione. Meno problematica è la semplice partecipazione alle attività come membri di base. Ma anche qui la natura cattolica del movimento non è da sottovalutare. Sarebbe una ingiustizia privare i membri cattolici di riferimenti specificatamente cattolici, come ad esempio la celebrazione dell'Eucaristia, per non ferire la sensibilità di chi non condivide la medesima fede. Ferma restando l'esigenza di rispettare appieno l'identità cattolica di queste associazioni, si dovrebbero dunque prevedere attività specifiche per i non cattolici che vi aderiscono.
5. Collaborazione senza sincretismo
L'apertura verso l'altro porta al desiderio di un impegno comune. Le motivazioni che spingono a offrire il proprio servizio ai fratelli andranno ricercate nelle rispettive tradizioni religiose, tra i cui principi vi sono certamente delle convergenze, ma anche delle divergenze. Non è il caso di cercare di eliminare le divergenze per trovare un comune denominatore, perché saranno magari proprio queste differenze a stimolare l'approfondimento della verità. Infatti, il dialogo, anche quello delle opere, ha tra i suoi scopi principali il mutuo arricchimento. Tuttavia, nella collaborazione ci vorrà molta prudenza e un grande rispetto per la natura di ogni tradizione religiosa, compresa quella cristiana, perché il sincretismo, con la sua tendenza a creare nuove entità estrapolando elementi dal loco proprio contesto e mescolandoli, rappresenta un impedimento all'arricchimento dell'individuo.
Una particolare prudenza è richiesta nel cameo della preghiera. È naturale che persone di fede, benché di fede diversa, quando vivono insieme, riflettono insieme, si impegnano gli uni con gli altri, avvertano il desiderio di pregare insieme. Come dovranno fare?
Si potrà ricorrere alla formula adottata nell'incontro di Assisi del 1986, dove rappresentanti di diverse religioni si sono riuniti per pregare per la pace. Quindi, non pregare insieme ma radunarsi per pregare. Ad Assisi gli uni hanno ascoltato in riverente silenzio la preghiera degli altri, unendosi spiritualmente al movimento di lode o di supplica, nella consapevolezza che "ogni preghiera autentica si trova sotto l'influsso dello Spirito".9
Nelle associazioni e nei movimenti cattolici che accolgono persone di altre tradizioni religiose, si dovrà dunque cercare il modo più conveniente di pregare o celebrare. L'invito ai non cristiani ad assistere alla preghiera cristiana e pure alla celebrazione dell'Eucaristia, come ricchezza che si vuole condividere con l'altro, è positivo, ma occorre essere coscienti che così facendo si potrebbe accentuare il dolore della divisione. Talvolta potremo essere noi cristiani a chiedere di assistere alle loco preghiere o ai loro riti; in questi casi si avrà un comportamento improntato al massimo rispetto, evitando gli atteggiamenti di chi assiste a uno "spettacolo".
In circostanze non solenni si potrà cercare una formula di preghiera condivisibile da tutti.10
6. Dialogo e annuncio
Il mandato di Nostro Signore impegna la Chiesa a predicare il Vangelo e a invitare tutti a entrare nella comunità dei credenti in Cristo tramite il Battesimo: " Proclamare il nome di Gesù e invitare le persone ad essere suoi discepoli nella Chiesa è un importante e sacro dovere a cui la Chiesa non può sottrarsi".11 Questo dovere si fonda sull'amore di Cristo che ci spinge (cfr. 2 Cor 5:14) e non cessa di fronte al desiderio di un dialogo sincero: "In questo approccio del dialogo, come possono essi [i cristiani] non sentire la speranza e il desiderio di condividere con gli altri la propria gioia di conoscere e seguire Gesù Cristo, Signore e Salvatore?".12
È necessario però ricordare che il dialogo non è un nuovo metodo per annunciare Gesù Cristo: "Il dialogo non nasce da tattica o da interesse, ma è una attività che ha proprie motivazioni, esigenze, dignità: è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell'uomo ha aperto lo Spirito, che soffia dove vuole".13 Nell'annuncio è bene essere coscienti che lo Spirito Santo è il primo evangelizzatore e che il messaggio del Vangelo si propone, non s'impone. Nel dialogo è indispensabile essere consapevoli dell'importanza della testimonianza.
Le associazioni e movimenti di laici sono chiamati a impegnarsi sia nell'annuncio sia nel dialogo, secondo le circostanze e secondo il loro proprio carisma. La scelta dei tempi e delle modalità di attuazione di questi due principi dell'unica missione della Chiesa sarà il risultato di un continuo discernimento della volontà del Signore.
La pratica del dialogo richiede una formazione adeguata. Le qualità del cuore, della mente e dell'anima - un atteggiamento equilíbrato (né ingenuità né spirito ipercritico); apertura e accoglienza; imparzialità e distacco; desiderio di cercare la verità - sono di primaria importanza, ma non bastano. Tra gli ostacoli al dialogo vi sono "una conoscenza e una comprensione insufficienti del credo e delle pratiche delle altre religioni, [che possono condurre ad] una mancanza di apprezzamento del loro significato e, alle volte, a interpretazioni sbagliate".14
E importante sottolineare che alcuni movimenti e associazioni danno ai propri membri la possibilítà dí formarsi al dialogo e a questo scopo hanno creato dei veri e propri centri di formazione. Aprire tali centri anche ad altri laici significherebbe rendere un grande servizio alla Chiesa.
8. Spiritualità del dialogo
Formarsi al dialogo non vuol dire soltanto conoscere le altre tradizioni religiose; occorre anche e innanzitutto approfondire la conoscenza della teologia cattolica, che è fondata sulle Scritture e la cui autenticità è garantita dal Magistero.
Parlando del fondamento teologico del dialogo si è insistito sul mistero della Santissima Trinità. Una buona spiritualità del dialogo sarà necessariamente trinitaria, perché il modello del dialogo si trova nel Dio uno e trino, che è amore, dono, comunione. E sarà radicata in Gesù Cristo, il Verbo fatto uomo che si unisce a ogni persona. Sara inoltre vissuta in dipendenza dallo Spirito Santo che opera nel cuore degli uomini, nelle tradizioni e nella storia, e comporterà un continuo discernimento della presenza dello Spirito e una risposta generosa alle sue ispirazioni.
Per la spiritualità del dialogo è fondamentale l'esempio di Cristo, la sua kenosis che ci introduce nel nucleo stesso del mistero pasquale. Siccome íl dialogo non è sempre facile ma include quasi necessariamente l'esperienza della Croce, lo sforzo per avere in sé "gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil 2:5) sarà fonte di speranza e di una generosa perseveranza.
Avere gli stessi sentimenti di Cristo implica una continua conversione, e conferma che siamo ancora in cammino. Siamo pellegrini, l'umanità intera è in pellegrinaggio verso il destino di comunione che Dio le ha preparato. È questa speranza a sostenerci e a incoraggiarci nella ricerca del dialogo.
1. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio, n. 55.
2. Ibid., n. 57.
3. Segretariato per i non-Cristiani, L'atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni (Riflessioni e orientamenti su dialogo e missione), "Acta Apostolicae Sedis" LXXVI (1984), 817-818.§
4. Ibid., 822.
5. Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, Istruzione Dialogo e annuncio, "Acta Apostolicae Sedis" LXXXIV (1992), 428.
6. Cfr. Reflections on Interreligious Marriage. A joint study document, in: Pontificium Consilium pro dialogo inter religiones "Pro Dialogo", 96 (1997), 324-339.
7. Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, Istruzione Dialogo e annuncio, op. cit., 427.
8. Ibid., 431.
9. Giovanni Paolo II, Allocuzione alla Curia Romana, "Insegnamenti", IX, 2 (1986), 2027-2028.
10. Su tutta la questione della preghiera interreligiosa cfr. Pontificium Consilium pro dialogo inter religiones, "Pro Dialogo", 98 (1998 ).
11. Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, Istruzione Dialogo e annuncio, cit., 441.
12. Ibid., 444.
13. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio, n. 56.
14. Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, Istruzione Dialogo e annuncio, cit., 431.
Ref.: "Pontificium Consilium pro laicis-Laici Oggi", Ecumenismo e dialogo interreligioso: il contributo dei fedeli laici, Seminario di studio, Vaticano 22-23 giugno 2001. Libreria Editrice Vaticana, pp. 109-119.
1.Quali esperienze di confronto attraverso un dialogo interreligioso ci hanno provocato nell'approfondire la nostra religione e la spiritualità comboniana?
Dagli Atti Capitolari 2003 - Missionari Comboniani del Cuore di Gesù
La missione dei Comboniani all'inizio del terzo millennio
G) Dialogo e annuncio nei contesti interreligiosi
113.La nostra fede in un Dio che è Padre di tutta l'umanità ci assicura che lo Spirito di Cristo ci precede e guida misteriosamente il cammino dei popoli (cfr. RM 28;29;55). Essi hanno sviluppato una grande varietà di espressioni religiose alcune più legate ad un popolo particolare (religioni tradizionali africane, religioni indigene e afro in America), altre con carattere universalistico (islam, buddismo, induismo). Vi sono in queste tradizioni religiose elementi frutto della presenza dello Spirito di Cristo (cfr. RM 56, AG 41). Di conseguenza, annunciamo il Vangelo con atteggiamenti di profondo e rispettoso ascolto dei valori e delle esperienze religiose concrete della gente che incontriamo.
Dalla lettera 2228 di Daniele Comboni
I missionari europei studiano l'arabo, le lingue dei negri e gli altri idiomi necessari alla missione, pigliano conoscenza dei costumi orientali e delle abitudini dei musulmani, con cui avran sempre da trattare anche nella Pigrizia, si addestrano alla maniera di trattare col mondo guasto e corrotto, colle autorità governative e consolari, apprendono un po' di medicina ed arti di prima necessità, e soprattutto studiano i mezzi più acconci e la pratica di guadagnar anime a Dio. In una parola l'Istituto è pel sacerdote una scuola di esperienza e di prova per imparar bene a fare il missionario, per esercitarne convenientemente le funzioni e il ministero nell'Africa Centrale
2. A che punto è la nostra conoscenza sulla realtà islamica nel nostro paese?
3. Quali sono le fonti che usiamo per approfondire le nostre conoscenze al riguardo?
Lettera aperta di famiglie musulmane
Ai cristiani presenti nel distretto di Sassuolo
"Siamo un gruppo di famiglie musulmane che vivono ed operano da anni nel Distretto della ceramica.
La nostra comunità religiosa è vicina alla comunità cattolica per la festa grande che vivrà a giorni: il Natale di Gesù.
In questi anni abbiamo avuto l'opportunità e la fortuna di avere incontri, conoscenze e un dialogo franco e proficuo con famiglie cristiane (vedi l'esperienza del gruppo Camminare Insieme).
La simpatia e la fraternità sono cresciute, oggi esiste un significativo rispetto reciproco.
In occasione delle nostre feste: Ramadan, Festa del Sacrificio, etc.. abbiamo sentito la vicinanza e abbiamo ricevuto gli auguri dei nostri fratelli e sorelle di fede cristiana.
Oggi tocca a noi fare gli auguri, essere vicini e pregare per l'evento che ricorda la nascita di un grandissimo profeta, Gesù, venerato da tutto l'islam.
Cogliamo questa occasione inoltre per fare chiarezza su come si stia strumentalizzando la questione della realizzazione del presepe nelle scuole o nei luoghi pubblici.
Noi non siamo assolutamente contrari a queste tradizioni, anzi, riteniamo che fare memoria di un evento, non vergognarsi della propria identità sia un modo, che abbia valenza educativa, e aiuti a far crescere nelle nuove generazioni il rispetto per gli altri e per il credo che professano.
A nome della comunità che si incontra e prega nel luogo di culto di Via Cavour le famiglie:
Zahi, Amzil, Choukrate, Jadyane e Boudadouche
Sassuolo, 20/12/2006
(dal sito http://www.ildialogo.it/)
Dalla Bozza intesa tra la Repubblica Italiana e l'Unione delle Comunità ed organizzazioni islamiche in Italia (UCOII)
La Repubblica Italiana e L'Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia, considerato che la Costituzione riconosce i diritti fondamentali della persona umana e la libertà di pensiero di coscienza e di religione, riconosciuta l'opportunità di addivenire a tale intesa convengono che le disposizioni seguenti costituiscono intesa tra lo Stato e la confessione islamica ai sensi dell'articolo 8 della Costituzione.
Art. 1 Libertà religiosa; Art. 2 Guide del culto; Art. 3 Venerdì; Art. 4 Altre festività religiose; Art. 5 Assistenza religiosa; Art. 6 Prescrizioni religiose; Art. 7 Assistenza religiosa ai militari; Art. 8 Assistenza religiosa ai ricoverati; Art. 9 Assistenza religiosa ai detenuti; Art. 10 Istruzione religiosa nelle scuole; Art. 11 Scuole islamiche; Art. 12 Matrimonio; Art. 13 Abbigliamento tradizionale; Art. 14 Gli edifici di culto; Art. 15 I cimiteri; Art. 16 Beni culturali e ambientale; Art. 17 Comunità islamiche; Art. 18 Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia; Art. 19 Deposito dello Statuto; Art. 20 Registro delle persone giuridiche; Art. 21 Attività dell'Unione e delle comunità; Art. 22 attività di religione di culto e attività diverse; Art. 23 regime tributario; Art. 24 Costruzione degli edifici di culto; Art. 25 Deducibilità dei contributi; Art. 26 Previdenze per le guide del culto; Art. 27 Norme di attuazione; Art. 28 Ulteriori intese; Art. 29 Entrata in vigore; Art. 30 Legge di approvazione dell'intesa.
(dal sito http://www.islam-ucoii.it/)
Da Nigrizia Gennaio 2007
Scuole Arabe ed Integrazione di Mostafa el Ayoubi
Siamo sicuri che siano la soluzione migliore per i bambini immigrati? L'esempio di Mazara del Vallo non è incoraggiante. E lo Ius sanguinis fa acqua da tutte le parti.
Le polemiche sulla scuola Araba di via ventura a Milano sono ormai acqua passata, almeno per ora.Dopo settimane di rinvii dell'apertura dell'Istituto "Najib Mahfud" sono state concesse le autorizzazioni previste dalla legge e i bambini di origine araba hanno cominciato il loro anno scolastico a novembre, due mesi dopo i loro coetanei italiani. La mobilitazione ideologica della Lega Nord contro quella che è stata a torto chiamata "la scuola Cranica" (che è tutta un'altra cosa) non ha portato ai risultati sperati, ovvero impedire l'apertura di una scuola privata araba. I promotori del progetto della scuola egiziana avevano dalla loro parte articoli della Costituzione e il regolamento giuridico Italiano, che garantiscono ai privati cittadini di istituire le proprie scuole private nel rispetto delle leggi.
Hanno, quindi, vinto gli ideatori della scuola, i genitori e le associazioni laiche che le hanno sostenute in questa battaglia; hanno, invece, subito una battuta d'arresto - ma non mancheranno le occasioni per riprendere il loro cammino xenofobo la prossima volta che toccherà a qualche moschea o a qualche donna velata- tutti coloro che nutrono odio e rancore nei confronti dell'immigrazione, specie quella di origine islamica, considerata una minaccia per l'identità occidentale cristiana.
Tuttavia in questo scontro ideologico, si è dimenticata una questione centrale relativa ai bambini che ora frequentano la scuola araba: che ne sarà della loro integrazione? Gli alunni sia delle elementari sia delle medie, 130 in totale, divideranno l'orario scolastico tra l'arabo e l'italiano, seguendo contemporaneamente il programma scolastico italiano e l'egiziano. Ci viene da chiedere quanto tutto ciò sia produttivo per questi ragazzi, in termini di scolarizzazione da un lato e di integrazione sociale dall'altro.
I sostenitori di questa scuola araba affermano che si tratta di un progetto pilota, che potrà fornire un buon livello d'inserimento di questi alunni e promuovere il multiculturalismo nella società italiana.
In realtà non è la prima volta che si sperimenta in Italia questo tipo di scuola. Sin dal 1981, a Mazara del Vallo, in Sicilia, esiste la Scuola tunisina. Fino a due anni fa era ospitata all'interno di un edificio scolastico pubblico. I bambini di origine tunisina seguivano un programma conforme a quello del Ministero della Pubblica Istruzione Tunisino. Questa scuola c'è tuttora e ha una sua sede privata. I risultati del "laboratorio culturale" mazarese sono tutt'altro che soddisfacenti, anzi, sono disastrosi: alla fine della scuola elementare araba, i ragazzi non rientrano in Tunisia, come si pensava. Il loro inserimento nella scuola pubblica è molto difficile ed i risultati sono spesso molto deludenti. Tale situazione ha comportato un alto tasso di abbandono scolastico. Oggi, nelle strade di questa città siciliana girano senza meta giovani tunisini nati in Italia, il cui futuro è molto incerto e per i quali la strada della delinquenza sembra più praticabile. È questa l'integrazione sociale che si vuole raggiungere?
Tutte le comunità immigrate possono, per principio, istituire le loro scuole. Tuttavia, bisogna chiedersi che cosa è utile per i bambini e per il loro inserimento nella società. Come mai, ad esempio, vi sono tanti genitori immigrati musulmani che vogliono educare i propri figli nelle scuole private e non pubbliche? Che disagio c'è dietro questa scelta che, alla fine, risulta dannosa per i loro figli, come dimostra il caso di Mazara del Vallo?
Il motivo è duplice: un inadeguato sistema pedagogico educativo e un ritardo nel sistema politico legislativo. Sul piano didattico la scuola pubblica non garantisce un adeguato inserimento che tenga conto del radicale cambiamento della popolazione scolastica. Sono circa 500mila gli alunni non italiani e, in alcune realtà, le classi sono composte per il 15-20% da ragazzi di origine immigrata. La composizione culturale, religiosa ed etnica all'interno della scuola pubblica è cambiata molto, ma i programmi non tengono conto in maniera strutturale di questo cambiamento.
Sul piano legislativo, L'Italia non dispone di un modello di integrazione in grado di dare certezze ai bambini figli di immigrati che, se nati o/e cresciuti in questo paese e studiano nelle scuole pubbliche, rimangono comunque immigrati perché in Italia vige ancora il principio dello Ius sanguinis: un figlio di genitori marocchini, piuttosto che cinesi o indiani, rimane straniero anche tra i banchi della scuola; e, stando alla legge attuale sulla immigrazione, all'età di 14 anni deve anche subire l'umiliante esperienza di fare la fila davanti alla questura per avere il permesso di soggiorno (che forse può anche non bastargli per partecipare con i suoi compagni di classe ad una gita scolastica fuori dal territorio Italiano).
Se i bambini che oggi frequentano l'Istituto privato di via Ventura fossero, per legge, cittadini italiani, i loro genitori non avrebbero, probabilmente scelto d'iscriverli ad una scuola araba patrocinata dal Consolato Egiziano.
4. Quale impegno possiamo prenderci nel concreto come Laici Comboniani?
Confronto sull'organizzazione e la giornata della Festa dei Popoli
Ecco la scheda mensile per compilare il bilancio, ed in futuro altro materiale utile...
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