Source: https://canestrinilex.com/risorse/riserbo-difesa-dellonore-e-societa-mediatica-cass-682714/
Timestamp: 2019-11-20 20:23:51+00:00

Document:
24 Marzo 2014, Cassazione Civile
Il dovere di riserbo imposto al magistrato non impedisce la difesa del suo diritto all'onore, che può integrare la esimente dello stato di necessità: peraltro, non può tacersi che nell'attuale società mediatica l'opinione pubblica tende ad assumere come veri i fatti rappresentati dai media, se non immediatamente contestati: la verità mediatica, cioè quella raccontata dai media, si sovrappone, infatti, alla verità storica e si fissa nella memoria collettiva.
riteneva, inoltre, integrato il secondo degli illeciti dal fatto che la dott.ssa F., in violazione sia dell'ordine di servizio n. 11 del 15 aprile 2008 a firma del capo dell'ufficio, sia dei criteri organizzativi adottati dallo stesso capo dell'ufficio in data 14 ottobre 2009, che riservavano al Procuratore della Repubblica il rapporto con gli organi di informazione, oltre a rilasciare il comunicato del 10 novembre 2010 , aveva partecipato alla trasmissione televisiva di RAI 3 "(OMISSIS)" del giorno (OMISSIS), interamente dedicata alla detta vicenda procedurale ed aveva, infine, rilasciato una intervista riportata dal quotidiano (OMISSIS) del (OMISSIS).
D'altro canto, la violazione del dovere di riserbo non integra di per sè un illecito disciplinare. L'elencazione dei doveri era seguita, nella formulazione originaria del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, prima delle modifiche introdotte dalla L. n. 269 del 2006 , da una espressa enunciazione del principio di tassatività; infatti, secondo l'ormai abrogato terzo comma dello stesso art. 1 ("le violazioni dei doveri di cui ai commi 1 e 2 costituiscono illecito disciplinare perseguibile nelle ipotesi previste agli artt. 2, 3 e 4"), non qualsiasi violazione di tali doveri integrava gli estremi dell'illecito disciplinare, ma solo quelle violazioni che potevano ricondursi alle ipotesi espressamente previste. L'abrogazione, tuttavia, non ha segnato un abbandono del principio di tassatività, ma solo la consapevolezza della ridondanza sotto tale profilo della norma abrogata, visto che gli artt. 2, 3 e 4 elencano minuziosamente gli illeciti disciplinari. La norma abrogata, peraltro, aveva anche un altro significato e cioè quello di richiedere la violazione dei doveri per il rilievo disciplinare delle condotte previste nei successivi articoli. Tale portata del precetto è, quindi, venuta meno sul presupposto che il principio di tassatività non deve subire deroghe nè espansive nè riduttive degli illeciti, attraverso la considerazione dei doveri violati.
3.2. Partendo dal bilanciamento dei valori occorre, anzitutto, individuare quali siano tali valori. Nel caso previsto dalla prima parte del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. aa), ("il sollecitare la pubblicità di notizie attinenti alla propria attività d'ufficio") è evidente la ratio della disposizione, che è tesa a tutelare l'imparzialità ed anche la sola immagine di imparzialità del magistrato, che sarebbero lese sia dal protagonismo sia dall'apparenza di un coinvolgimento personale nei casi trattati.
Quanto, invece, al valore contrapposto, questo, contrariamente a quanto mostra di ritenere la Sezione disciplinare, non può essere identificato nella libertà di espressione, non essendo in discussione la manifestazione del pensiero rispetto ad un caso giudiziario. Ciò che viene in discussione è, invece, il diritto all'onore sub specie dell'onore professionale e la difesa di tale onore attraverso il ristabilimento della verità. La differenza non è di poco conto poichè sono certamente più ristretti, e legati soprattutto alle modalità della condotta, i margini entro i quali l'azione a difesa dell'onore professionale di un magistrato può essere in conflitto con l'imparzialità e l'immagine di imparzialità del magistrato. Si deve anzi considerare che in un sistema giudiziario, quale quello delineato dalla Costituzione, che prevede l'assunzione dei magistrati per concorso ( art. 106 Cost. , comma 1), il magistrato ripete la propria legittimazione soltanto dalla preparazione giuridica e dal rigoroso rispetto dei doveri consacrati nel D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1. Ne consegue che la pubblica notizia dell'affidamento di una minore ad una persona estranea alla famiglia, in una vicenda contraddistinta dall'intervento del Presidente del consiglio dell'epoca, era idonea a compromettere presso l'opinione pubblica non solo l'onore professionale dell'incolpata, ma anche i valori dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura. In un simile contesto non è in discussione la legittimità disciplinare della reazione del magistrato alla critica, eventualmente distruttiva e provocatoria, di un suo provvedimento; è in discussione, invece, la reazione all'attribuzione di un provvedimento non solo di contenuto diverso da quello effettivamente adottato, ma anche inconciliabile con i doveri del magistrato e con l'immagine che il magistrato deve dare di sè per la credibilità propria e della magistratura.
In tema di bilanciamento di interessi e con riferimento alla responsabilità disciplinare dei magistrati, la Corte costituzionale, con la sentenza 8 giugno 1981, n. 100, ha affermato che la libertà di manifestazione del pensiero, pur rientrando tra quelle fondamentali protette dalla nostra Costituzione, non è senza limiti, purchè questi siano posti dalla legge e trovino fondamento in precetti e principi costituzionali, espressamente enunciati o desumibili dalla Carta costituzionale. Sicchè, secondo la Consulta, non può prescindersi dal fatto che " i magistrati, per dettato costituzionale ( art. 101 Cost. , comma 2, e art. 104 Cost. , comma 1), debbono essere imparziali e indipendenti e tali valori vanno tutelati non solo con specifico riferimento al concreto esercizio delle funzioni giurisdizionali ma anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento al fine di evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità nell'adempimento del loro compito". Nello stesso senso si è più volte pronunciata la CEDU (v., da ultimo, sent. 9 luglio 2013, Di Giovanni c. Italia). Ne consegue che i diritti, anche se riconosciuti dalla Carta costituzionale, non possono essere esercitati in modo da ledere l'imparzialità o l'immagine di imparzialità del magistrato.

References: art. 1
 art. 1
 art. 2
 art. 106
 art. 1
 sentenza 
 art. 101
 art. 104