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Timestamp: 2020-08-15 11:36:55+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 10569 del 28/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10569 del 28/04/2017
Cassazione civile, sez. lav., 28/04/2017, (ud. 11/01/2017, dep.28/04/2017), n. 10569
sul ricorso 13778-2014 proposto da:
C.D. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA PIETRO CASTRUCCI, 13, presso lo studio dell’avvocato MARGHERITA
DUO’, rappresentato e difeso dall’avvocato SALVATORE PILONE, giusta
DENSO MANUFACTORING ITALIA S.P.A. P.I. (OMISSIS), in persona del
ROMA, CIRC.NE TRIONFALE 123, presso lo studio dell’avvocato MICHELE
ROSELLI, rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPINA DI RISIO,
avverso la sentenza n. 1511/2013 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA
pubblicata il 27.12.2013 R.G.N. 231/13;
11/01/2017 dal Consigliere Dott. PATTI ADRIANO PIERGIOVANNI;
Con sentenza 27 dicembre 2013, la Corte d’appello di L’Aquila condannava Denso Manufacturing Italia s.p.a. a corrispondere al proprio dipendente C.D. somma di Euro 12.190,96 oltre accessori, a titolo di retribuzioni globali di fatto maturate in suo favore dal 27 dicembre 2006, data del (primo) licenziamento, al 4 gennaio 2008, di definitiva cessazione del rapporto di lavoro: così riformando la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato la nullità del precetto (recante la somma di Euro 60.823,73 sulla base della sentenza del Tribunale di Vasto n. 438/09, di accertamento dell’illegittimità del suindicato licenziamento intimatogli dalla società datrice, con le conseguenti condanne reintegratoria e risarcitoria) e dichiarato inammissibile la domanda del lavoratore di illegittimità del secondo licenziamento del (OMISSIS).
Contrariamente al Tribunale, che aveva circoscritto la statuizione della propria sentenza n. 438/09 (confermata dalla Corte d’appello) al solo an debeatur, la Corte territoriale ne riteneva invece la natura di titolo esecutivo di condanna, per l’agevole determinazione del credito risarcitorio del lavoratore con semplice calcolo aritmetico in base alle risultanze delle buste paga moltiplicate per le mensilità del periodo, che limitava alla data del secondo licenziamento. E ciò in quanto non impugnato, per improponibilità dall’intimante opposto dell’eccezione riconvenzionale di nullità, inefficacia o illegittimità dello stesso (tesa all’ampliamento del thema decidendum), comunque anche tardiva per la sua formulazione, non già nella comparsa di risposta all’atto di opposizione della datrice, ma in memoria successiva al mutamento dal rito ordinario di sua introduzione a quello del lavoro, in cui erano maturate le relative preclusioni.
Con atto notificato il 20 maggio 2014, C.D. ricorre per cassazione con tre motivi, cui resiste la società con controricorso e memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 426 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per la previsione di eventuale integrazione degli atti introduttivi mediante il deposito di memorie e documenti in cancelleria per evitare le decadenze stabilite dagli artt. 414 e 416 c.p.c..
Con il secondo, il ricorrente deduce vizio di contraddittoria e insufficiente motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sul fatto controverso e decisivo dell’inefficacia del secondo licenziamento intimato per evidente analogia del suo motivo (giudicato su sentenza del dicembre 2006 di applicazione al lavoratore di pena detentiva per reato in materia di traffico di sostanze stupefacenti) con quello del primo (provvedimento restrittivo nei confronti del lavoratore per lo stesso reato): dovendosi pertanto la relativa domanda di impugnazione qualificare incidentale alla delimitazione del quantum del titolo esecutivo e non riconvenzionale.
Con il terzo, il ricorrente deduce vizio di contraddittoria e insufficiente motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sul fatto controverso e decisivo dell’inefficacia, in assenza di un rapporto di lavoro vigente, di un secondo licenziamento successivo al primo, intimato senza giusta causa nè giustificato motivo in regime di stabilità reale del rapporto e fino al suo annullamento.
Il primo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione dell’art. 426 c.p.c., per la previsione di eventuale integrazione degli atti introduttivi mediante il deposito di memorie e documenti, è infondato.
Il mutamento del rito da ordinario a speciale non comporta, infatti, una rimessione in termini rispetto alle preclusioni già maturate alla stregua della normativa del rito ordinario, per la correlazione dell’integrazione (degli atti introduttivi mediante deposito di memorie e documenti) prevista dall’art. 426 c.p.c. alle decadenze maturate ai sensi degli artt. 414 e 416 c.p.c. (Cass. 30 dicembre 2014, n. 27519; Cass. 22 aprile 2010, n. 9550). Sicchè, è corretto il rilievo di tardività della contestazione del secondo licenziamento, ben proponibile in comparsa di costituzione e risposta per la deduzione già nell’atto di opposizione della data finale di maturazione del credito risarcitorio intimato in precetto alla data del licenziamento suddetto, soltanto con la memoria successiva al mutamento del rito (così dal quarto al sesto capoverso di pg. 4 della sentenza).
Il secondo motivo, relativo a vizio di motivazione sul fatto controverso e decisivo dell’inefficacia del secondo licenziamento intimato per evidente analogia del motivo del secondo licenziamento con quello del primo, comportante la corretta qualificazione della domanda di impugnazione quale incidentale alla delimitazione del quantum del titolo esecutivo e non riconvenzionale, è inammissibile.
Quand’anche sia evincibile dal tenore iniziale del mezzo (al di là dell’oggetto del quesito inutilmente formulato, per abrogazione dell’art. 366 bis c.p.c., per le impugnazioni di sentenze pubblicate dopo il 4 luglio 2009) la confutazione della seconda ratio decidendi della sentenza (al terz’ultimo capoverso di pg. 4) di improponibilità di domande riconvenzionali del convenuto in opposizione, in quanto attore sostanziale (diversamente essendo inammissibile il ricorso per formazione di giudicato su di essa: Cass. 29 marzo 2013, n. 7931; Cass. 14 febbraio 2012, n. 2108; Cass. 3 novembre 2011, n. 22753), il mezzo è inammissibile.
Il vizio motivo formalmente denunciato nella rubrica è incompatibile con il novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis, di limitata devoluzione del “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, con esclusione della sua integrazione con elementi istruttori, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 10 febbraio 2015, n. 2498; Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439).
A volerlo invece ritenere una denuncia di errore di diritto, neppure specificamente individuato, esso è assolutamente generico per omessa confutazione dell’argomentata affermazione di ampliamento del thema decidendum non consentita al convenuto in opposizione all’esecuzione, attore sostanziale (al terz’ultimo capoverso di pg. 4 della sentenza): e pertanto in violazione della prescrizione di specificità dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, che esige l’illustrazione del motivo, con esposizione degli argomenti invocati a sostegno della decisione assunta con la sentenza impugnata e l’analitica precisazione delle considerazioni che, in relazione al motivo come espressamente indicato nella rubrica, giustificano la cassazione della sentenza (Cass. 22 settembre 2014, n. 19959; Cass. 19 agosto 2009, n. 18421; Cass. 3 luglio 2008, n. 18202).
Il terzo motivo, relativo a vizio di contraddittoria e insufficiente motivazione sul fatto controverso e decisivo dell’inefficacia, non vigendo un rapporto di lavoro, di un secondo licenziamento successivo al primo, è pure inammissibile.
La circostanza è assolutamente inconferente, per la sua trattazione di un merito che la sentenza impugnata neppure ha affrontato sul pregiudiziale presupposto, in rito, della sua indeducibilità dal lavoratore opposto.
L’attuale condizione del ricorrente di ammesso al patrocinio a spese dello Stato esclude, allo stato, la sussistenza dei presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, (Cass. 15 ottobre 2015, n. 20920; Cass. 2 settembre 2014, n. 18523).
La Corte rigetta il ricorso e condanna C.D. alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15% e accessori di legge.

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