Source: http://cjargne.it/zuj/zuj6.htm
Timestamp: 2018-05-21 04:48:45+00:00

Document:
che, per conservare ancora quel pò di Fede che c'è,
fa a meno di mandare preti
SCENSCE 2007 - Nel segno e nello spirito di Pre Toni Beline
SCENSCE 2008 - Una presenza inattesa
IL VESCOVO DI ZUGLIO - Ambasciatore in Siria
175 VESCUI FURLANS - Prezioso volumetto di Pieri Pinçan
SCENSCE 2009 - Una ripetizione solenne
MISSUS EST - Canto natalizio in Carnia
Scense 2011 - novità piccole e grandi
SCENSCE 2007
Nel segno e nello spirito di Pre Toni Beline
Quest'anno 2007, la Festa dell'Ascensione sul colle di S. Pietro di Zuglio, pur svolgendosi secondo il rito ed i tempi di sempre, antichi di secoli, ha presentato alcune caratteristiche particolari che rendono questa solennità storico-religiosa sempre nuova ancorchè sempre identica e unica.
Per lo svolgimento della cerimonia, rinviamo la tua curiosità alla cronaca delle edizioni precedenti che in questa sezione sono ospitate con ricca documentazione fotografica.
Mi piace qui annotare le novità di quest'anno:
1. La ripresa moderna di questa antica tradizione (che fino ai primi anni '70 del secolo scorso era andata evaporando di anno in anno) risale al 1978, quando, nell'immediato post-terremoto del 6 maggio 1976, un ristretto manipolo di preti, animati da pre Toni Beline, allora parroco di Rivalpo-Valle e Trelli e canonico di diritto di S. Pietro di Carnia, decise di dare nuovo vigore ed impulso a questa solenne e significativa cerimonia le cui origini risalgono al XIII secolo (vedi storia di Carnia in Home Page). Ebbene la prima Scense post-terremoto fu un evento memorabile: lo stupore dei nuovi canti in friulano, altamente evocativi e di profondissima sensibilità (composti da pre Sef Cjargnel) fece vibrare le corde interiori di quella prima folla di cjargnei, saliti fin lassù come gli apostoli per la prima volta. Ci fu un convergere di croci mai visto, preti da tutta la Carnia, cori da tutte le valli, commozione, tripudio di nastri e di "a riviodisci un'ati an". Fu proprio pre Toni Beline il primum movens di questo recupero grandioso di una tradizione plurisecolare che si stava estinguendo...
2. Ebbene, a distanza di 30 anni da quel memorabile giorno, non poteva mancare lo spirito di pre Toni Beline, tornato alla Casa del Padre neppure un mese prima e tempestivamente evocato e rievocato all'inizio della sua omelia, dallo stesso Prevosto di Zuglio, mons. Pietro Degani, amico ed estimatore di pre Toni Belline, di cui ha tratteggiato un brillante e convincente parallelo con Lutero, traduttore della Bibbia in tedesco. Pre Toni, ha detto il Prevosto, va a buon diritto paragonato a Lutero per quell'immane lavoro di traduzione in friulano della Bibbia, che manca ancora in troppe case carniche e friulane. E se pre Toni fu per il vescovo di Udine un prete scomodo, certamente la sua scomodità fu operosamente positiva. Sono stati ricordati anche pre Checo Placereani (maestro e collaboratore di pre Toni) e Clemente Pellizotti, cruciferario di S. Pietro da oltre 40 anni e recentemente scomparso (ora il suo posto è stato preso da Franco Piazza di Piano d'Arta)
3. Il proseguio della predica del Prevosto ha costituito poi il cuore di tutta la cerimonia ed ha calamitato l'attenzione di tutti i convenuti (una folla da grandi occasioni, assiepata nella Pieve, sulle gradinate esterne, sui prati e sui colli circostanti). Dopo essersi presentato con due fogli dattiloscritti (da chi?) in italiano, il Prevosto ha abbandonato la pedissequa lettura ed è partito a braccio tracciando, ora in italiano ora in schietto friulano, il profilo della società odierna, avendo come coordinate la Carnia stessa. Ecco i temi: l'aborto in Carnia (più di 100 all'anno; senza alcun funerale, senza un luogo di sepoltura, senza alcun segno di pietà cristiana o civile...); la famiglia, grande assente anche in Carnia; i giovani, spesso orfani con genitori viventi, che non avendo più alcun punto di riferimento certo e stabile e ignorando completamente la parola "sacrificio", provano la droga e cercano la discoteca; il laicismo ed il relativismo della società di oggi, per la quale nulla è male e tutto si può fare, dove la libertà è stata soppiantata dal libertinismo; la politica politicante che nulla combina a Roma, divenuta un vero madracâr... E il Prevosto sarebbe andato avanti ancora con il medesimo tono realistico e concreto se, delicatamente, il parroco di Sutrio non si fosse alzato dal suo scranno e non gli fosse andato accanto per ricordargli che tempus inesorabile fugit... Così il Prevosto, per nulla contrariato (anzi quasi divertito) ha ripreso in mano i fogli dattiloscritti ed ha velocemente concluso in un gelido e arido italiano una omelia che, fino ad allora, nessuno aveva osato interrompere perchè troppo coinvolgente e profondamente sentita.
4. Altre novità, non meno suggestive ed importanti, sono emerse in questa edizione della Scense 2007:
- finalmente anche la croce di S. Martino di Cercivento (finora sempre assente: la spiegazione c'è ma non si può dire) ha partecipato a questa grande manifestazione di fede e di memoria storica e questo fatto è indubbiamente molto positivo, non solo per la "ritrovata unione" di tutta la Carnia sul colle di S. Pietro, ma proprio anche per la stessa comunità di Cercivento che, pur partecipando sempre individualmente e ciascuno a titolo personale, non aveva finora mai potuto vedere anche la propria tra le croci astili di tutta la Carnia (vedi la cronaca delle precedenti edizioni).
- anche i canti hanno riservato una bellissima novità; alla comunione è stato intonato un inno, di chiara melodia austriaca, le cui strofe erano alternate in friulano e tedesco (per rispetto e riconoscenza nei confronti dei fedeli fedeli carinziani di Mauthen, qui giunti per ricordare l'antica Diocesi di Zuglio, che allora comprendeva anche una piccola parte della bassa Carinzia). Ebbene tutti i presenti, seguendo il foglio precedentemente distribuito, hanno insieme cantato anche in tedesco, pur magari non conoscendo la lingua... C'è da dire insomma che tutta la Messa è stata davvero plurilingue (anche italiano e latino), quasi a voler soddisfare le diversità linguistiche dei presenti, giunti fin quassù dal piano e dalla città...
La intensa partecipazione di centinaia e centinaia di persone (più di 1500) a questa grande manifestazione di fede e di tradizione (anche se i carnici erano minoranza), dimostra che forse non tutto è perduto. Certamente non è perduta la consapevolezza dei problemi e non è ancora perduta la coscienza di una precisa identità di popolo che non vuole sparire. E questo è bene.
SCENSCE 2008
una presenza inattesa
Anche quest' anno, il 4 maggio 2008, sul colle di Zuglio si è svolto il tradizionale e antico rito del "Bacio delle Croci" sul Plan da Vincule, seguito dalla celebrazione della "Messe Grande" nella cattedrale di San Pietro.
La partecipazione dei fedeli è risultata minore degli scorsi anni, probabilmente (e non è la prima volta) per la concomitante festa di S. Floriano celebrata sull'omonimo opposto colle situato sulla sponda sinistra del But, che ha radunato i fedeli della conca tolmezzina (e infatti le croci astili di Tolmezzo, Amaro, Cavazzo ecc. non erano presenti a S. Pietro). Qui occorre ancora una volta sottolineare un aspetto: accettato che la festività dell'Ascensione riveste un maggiore e più pregnante significato religioso rispetto alla festività di un santo patrono ed accertato che S. Pietro è stata la cattedrale vescovile di tutta la Carnia mantenendone tuttora il titulus, sarebbe finalmente tempo che anche i preti della conca tolmezzina fossero presenti alla SCENSCE o quantomeno mandassero almeno le loro croci astili a S. Pietro (come del resto fanno sempre tutti gli altri sacerdoti della Carnia, che, pur appartenendo ad altre Pievi, riconoscono da sempre nella cattedrale di Zuglio la radice della propria fede). Vedi a questo proposito la sezione Storia di Carnia.
La chiama delle croci si è svolta secondo la consueta regola, tramandata nei secoli, che prevede un ordine preciso e prestabilito per il "bacio". La prima chiamata è stata la croce di S. Elizabeth di Mauthen (Carinzia, Austria) che da alcuni anni non manca mai a questo appuntamento storico-religioso, riconoscendo così implicitamente la propria antica origine filiale dalla chiesa matrice di S. Pietro di Carnia.
Successivamente sul Plan da Vincule si sono affacciate ad una ad una le croci astili di tutte le chiese del Canale di S. Pietro che hanno reso omaggio alla croce madre.
E' stata poi la volta delle altre croci presenti che, pur non avendo alcun obbligo storico-religioso, sono ugualmente giunte sul colle carnico da ogni parte della collina e della pianura friulana. Particolare commozione ha suscitato la croce di Basagliapenta (Visepente) che il Prevosto di Zuglio ha calorosamente salutato ricordando il suo parroco scomparso esattamente un anno fa: pre Toni Beline,canonico emerito di Zuglio e per tanti anni parroco di Rivalpo-Valle-Trelli. Preceduto dalla croce astile di S. Pietro, il corteo è poi salito alla cattedrale per la celebrazione della Messa.
Quest'anno però la Scensce ha riservato una piacevolissima sorpresa che nessuno immaginava: la presenza dell'Arcivescovo di Udine, il carnico mons. Pietro Brollo. Questo fatto merita alcune considerazioni:
1. E' stata la prima volta che mons. Brollo, in qualità di Arcivescovo di Udine, ha presieduto la cerimonia religiosa più vera e suggestiva che si svolge in Carnia. Infatti dalla sua elezione ad arcivescovo di Udine (2001), mons. Brollo non aveva mai presenziato alla Scense di Zuglio. Di questo abbiamo più volte argomentato (vedi in questa sezione la cronaca delle Scensce precedenti). Pietro Brollo era stato presente al Bacio delle Croci alcune volte negli anni '80 e '90 in qualità di vescovo ausiliare di Udine e, allora, anche di titolare della cattedrale di Zuglio. Questa odierna però probabilmente sarà anche la sua ultima volta come arcivescovo di Udine perchè il 2.12.2008 Brollo compirà 75 anni (certissimamente ben portati: ad multos annos!) e, secondo il diritto canonico vigente, dovrà presentare al papa le dimissioni, per cui il prossimo anno molto difficilmente mons. Brollo sarà ancora arcivescovo di Udine. Auguriamogli fin d'ora di essere presente a Zuglio nel 2009 come vescovo emerito, magari con il (riacquistato) titolo di S. Pietro di Zuglio, attualmente prerogativa di mons. Mario Zenari, nunzio apostolico in Sri Lanka, che, avanzando in carriera, potrebbe appunto cedere la titolarità di Zuglio al tolmezzino Brollo: chissà che poi...
2. Indubbiamente mitria, pastorale e pallio (anche se quest'ultimo putroppo ancora e sempre virtuale) hanno dato alla cerimonia un significativo tocco di solennità e di suggestione. L'omelia del vescovo (in lingua friulana, come del resto tutta la liturgia) ha toccato il cuore dell'assemblea cristiana quando ha ricordato il piccolo Elia Chiapolino di 8 anni, di Sutrio, tragicamente mancato il 30 aprile scorso. Il presule poi ha voluto raccontare l'apologo delle stelle alpine (paragonando la nostra vita terrena all'ascesa dell'Amariana, la cui salita è accompagnata dalla visione di tantissime stelle alpine che distolgono e distraggono e possono fin anche arrestare l'ascensione dell'alpinista nell'eventualità di una non voluta "incrodata" nel tentativo di raggiungere un magnifico esemplare: oggi siamo assediati da troppe "meraviglie" materiali che ci distraggono e deviano il nostro agire...). Brollo ha poi confrontato la vita di un tempo con quella di oggi, traendone spunti per una eticità quotidiana a portata di tutti.
3. Con il vescovo erano presenti sul colle anche tre chierici del seminario udinese, che indossavano la ormai desueta e dimenticata tonie (tonaca o talare) che non si vede più in giro in Carnia da oltre 30 anni (se si esclude ovviamente quella di don Elio Nicli, capellano emerito dell'ospedale carnico di Tolmezzo). Credo sia stato un bel vedere: tre giovani ragazzi in tonaca nera (apene screade!) hanno dato un ulteriore e rassicurante segno di speranza a questa pur singolare cerimonia che affonda le sue radici nei secoli passati.
4. Il Prevosto di Zuglio (ormai 80enne e prossimo al pensionamento: ma andrà davvero in quiescenza?) ha fatto il regista della situazione come solo lui può fare, mescolando (a microfono acceso) commenti ironici a richiami improbabili, esortazioni curiose a parole di lieve insofferenza, suscitando spesso l'amabile ilarità degli astanti. E a proposito di altoparlanti e microfoni, alla fine della messa il Prevosto ha fatto sapere che lo stesso vescovo Brollo ha voluto donare alla Cattedrale di S. Pietro il nuovo impianto di sonorizzione esterno che permette ai fedeli rimasti sui prati circostanti di seguire ogni fase della cerimonia ("Così sentiremo la voce di mons. Brollo anche quando sarà morto!" è stato il sibillino commento dello stesso Prevosto). Qualcuno ha suggerito (e auspicato) che il prossimo arcivescovo di Udine, successore di Brollo, possa donare un maxischermo! Non male come idea. Nell'attesa, auguriamoci che la Carnia trovi maggior coesione e più solidarietà.
Elogjo dal latin
Une domenie di avrîl dal 2008, mi sei cjatât a jessi a Mauthen (Carinzie- Austrie, a 28 km da Paluce), che par vecjo al faseve part da Diocesi di Zuj, e ai volût lâ a messe inta chel domo: plen di int dute cidine, vecjos e zovins, femines e fruts ducj intai lôr puescj. Dôs tabeles luminoses eletroniches, adalt, a mostravin i numars dai cjants che a si vares cjantât durant la messe e che a sij cjatavin intun biel librut poiât sul banc. A tache messe intune atmosfere solene e di racogliment (sul tipo da poesie “S. Ambrogio” dal Giusti ch’i vin studiât ducj da fruts) e plan plan mi cjati un tic strassameât e sbarlumît parceche non rivi adore a capî propit nue: cjants in todesc, preieres in todesc, predicje in todesc, in some dut in todesc (e forsit encje in ghenghe carinziane).
Lant che la messe a lave indevant, pensavi as nostes messes par talian (dulà che un todesc a nol capiress nue) e pensavi encje ai masse fanatics furlaniscj di chenti che ai voressin obleâ ducj i preidis ch’ai son in Friûl a dî messe ogni dì par furlan (cul riscjo magari che nencje un talian di Tumieç a nol capires nue).
Il document dal Pape
Tornât a cjase, ai runtinât par zornades su chest fat e ai pensât che forsit la tant vituperade messe par latin di un viaç a saress inmò indidivoi l’imprest plui just e naturâl par fâ sintî indaûr ducj i cristians units, almancul la domenie, in cualsisei puest dal mont.
Par chest motîf, sei lât subit a consultâ l’ultim document dal pape Benedet XVI ch’al trate propit chest argoment e che, cjale tu, al è scrit dut par latin. A si intitule: “Litterae Apostolicae Motu Proprio Datae Benedictus XVI Summorum Pontificum”.
Me lu sei let dut cun gust e cetante sodisfazion e ai voe di dâus une cerce savoride in cheste pagjine.
Chest document al tache presentant in sintesi la lungje storie da liturgie e dal cult che i varis papes, in tancj secui, ai an contribuît a consolidâ: a si partis dal pape Gregorio Magno a san Benedet, da Pio V a Clement VIII, da Urban VIII a Pio X, par rivâ a Pio XII e Zuan XXIII; par ultims Pauli VI e Zuan Pauli II. Di ducj chescj, il pape scrivent al ricuarde l’impegn e la determinazion intal migliorâ simpri la liturgie e las cerimonies da Glesie Catoliche Romane.
Dopo di vei fate cheste lungje premesse, Benedet XVI al dîs che cetancj di lôr intai agns passâts (e massime cumò) ai veve domandât di podei dî encje la messe par latin e par chest il pape al fisse une serie di 10 articui dulà che al clariss dute cheste fazende:
art 1: al stabilisj che il Messâl di Pauli VI dal 1972 al è l’espression ordenarie dal rito latin (ordinaria expressio Legis Orandi Ecclesiae Catholicae ritus latini est) e che il Messâl di Pio V (ripublicât dal pape Zuan XXIII intal 1962 e mai abrogât “numquam abrogatum”) al è l’espression stra-ordinarie dal rito latin (extraordinaria expressio) e che anzit, propit parceche al è vecjon, al merite il so onôr (ob venerabilem et antiquum eius usum debito gaudeat honore). Pa la cuâl, al è permetût asolutamenti di usâ il Messâl di pape Zuan XXIII par dî messe, seconti las necessitâts.
Art. 2: Inta messe cence popul, ogni preidi catolic al po’ dî la sô messe par latin secont il Messâl dal 1962 di pape Zuan XXIII, cence domandâ permes né al so vescul né al Vatican (sacerdos nulla eget licentia nec Sedis Apostolicae nec Ordinarii sui).
Art. 3: se comunitâts particolârs, Istituts o congregazions ai vulin dî messe par latin, ai podin fâlu (id eis licet). Se cheste int po a vûl dî messe plui par latin o nome par latin (saepe vel plerumque vel permanenter), ai an di concordâ dut cul lôr superiôr (res a Superioribus maioribus decernatur).
Art. 4: a messe privade par latin di un preidi catolic, al po’ simpri partecipâ spontaneamenti qualsiasi cristian (etiam christifideles qui sua sponte petunt).
§ 1 intas parochies dulà che a sji cjate un grop di cristians che ai voressin gole di tornâ a messe par latin, il preidi al tegni cont e al fasi messe encje par latin, concordant timps e muts cence creâ discordies in parochie (parochus eorum petitiones libenter suscipiat… ipse videat ut harmonice concordetur bonum horum fidelium cum ordinaria pastorali cura… discordiam vitando et totius Ecclesiae unitatem fovendo).
§ 2 la messe par latin a si po simpri fâle vie pa setemane (habere potest diebus ferialibus) e la domenie o intas fiestes grandes ai po fâ une messe par latin (dominicis autem et festis una etiam celebratio fieri potest).
§ 3 se cualchidun al domande matrimoni, funerâl o ates celebrazions par latin, il plevan ch’a lu permeti (…matrimonia, exequiae aut celebrationes parochus permittat).
§ 4 i predis che ai disin messe par latin ai scuegnin iessi idoneos (idonei esse debent ac jure non impediti).
Art. 6: Inta messe par latin pa int, las letures (epistule e vanzeli) as podin iessi letes encje par talian o furlan (lectiones proclamari possunt etiam lingua vernacula).
Art. 7: se un grop di cristians a nol oten dal so plevan la messe par latin, ch’al leti dal so vescul e chel al proviodarà (…petita a parocho non obtinuerit, de re certiorem faciat Episcopum dioecesanum…ut eorum optatum exaudiat). Se nencje il Vescul al risolf la question, alore a la risolvarà il Vatican (…si provi-dere non potest, res ad Pontificiam Commissionem “Ecclesia Dei” referatur).
Art. 8: se il Vescul da diocesi al è impedît da cualchidun di acogli la richieste di un grop, alore al mande dut in Vatican (Episcopus…ob varias causas im-peditur, rem Pontificiae Commissioni committere potest).
§ 1 il plevan, se al è richiedût, al po usâ il vecjo rituâl latin encje in: batisims, matrimonis, confession, ueli sant, simpri a fin di ben da int (licentiam con-cedere potest rituali antiquiore utendi in administrandis sacramentis Bapti-smatis, Matrimonii, Poenitentiae, Unctionis Infirmorum…).
§ 2 a si po domandâ encje la cresime par latin (facultas conceditur celebran-di Confirmationis utendo Pontificali Romani antiquo).
§ 3 i predis ai podin dî il breviari par latin (fas est clericis uti etiam Breviario Romano… 1962 promulgato).
Art. 10: il vescul al po’ encje meti su une parochie dulà che a si fâs dut par latin (Fas est Ordinario loci…paroeciam personalem pro celebrationibus iuxta formam antiquiorem ritus romani erigere…).
E Benedet XVI al finis la sô letare cuntun “servari jubemus- comandin che a seti rispetade” parceche a no ‘ndè nue in contrari da bande di nissun (contrariis quibuslibet rebus non ostantibus). Cheste letare a è stade publicade il 7 di Luj dal 2007.
Considerazions
- Rispiet a 40 agns fa, voi un grum di plui int a conos un tic di latin, senoati par vie che tancj di lôr ai an studiât (liceo scientific, classic, magistrâls…), encje se tancj preidis a lu an bielzà dismenteât o nencje studiât (massime i plui zovins).
- il latin da Glesie al è avonde facil, almancul in chei tocs di messe che par talian vin sintût tai ultims 40 agns e che, sintûts par latin, a no voressin di iessi dal dut incomprensibii pa noste int ma a deventaressin comprensibii inveze par todescs, franceis...
- in Scandinavie (che a no è catoliche) i fruts ai imparin il latin sui bancs das medies; in USA, in Inghiltere e intai Paisj culturalmenti plui indevant, il latin al rapresente un inestimabil valôr cultural e di prestigio. In Italie il latin lu vin (a lu an) sradisât oramai dal dut.
- la traduzion taliane di certs tocs liturgics latins, dispess a fâs ridi (se non vaî), no vint tegnût cont dal contest storic originari ma trasferint diretamenti intal XX° secul mûts di dî e rasonaments di seculorums prime, cence riguart da sensibilitât e dal contest atuâl. Parceche un cont al è ripeti in latin ce che al è stât det e pensât e scrit par latin agnorums fa, un cont al è tradusi pedissequamenti in lenghe moderne concets di ates ètes.
- certes litugjes di vuei, semplificades fint a banalizazion, o svueidades fint a inconsistence, o spetacolarizades fint a esagjerazion, as an dibisugne di un “ritorno alle origini”, di une mondade e di un spel di cidinôr e di riflession, forsit encje di un fîl di misteri, dutes roubes che in ta liturgie taliane (e encje furlane) as mancje dal dut…
Propueste finâl pa Cjargne
A mi plasares che finalmenti encje inta catedrâl di San Pieri di Cjargne, sede episcopâl fintremai al VIII sec., a si fases une Messe (mensîl?) par latin (magari la domenie, sot sere), dulà che a vegnissin dongje ducj i cjargnei che ai an a cûr e intal cûr la tradizion plurisecolâr da noste Mari Gleisie di Cjargne, chê tradizion che a è stade confuart e sperance pai nostis vons par secui e secui…
Invidi ducj chei che a si sintin in sintonie su cheste linie, a pocâ chei pousc preidis ch'ai son restâts, di mût che encje lôr ai tornin a imparâ a dî messe come un viaç, ai tornin a preseâ la noste tradizion, ai recuperin fuarce e sperance cu las orazions dai nostis vons e ai dêtin vous a lôr vous.
Elogio della liturgia latina
Nel precedente articolo, ho analizzato il documento di Benedetto XVI (Summorum Pontificum) relativo al recupero della messa in latino. Pochissimi preti (ne ho avuto la prova) hanno effettivamente letto per intero ed in originale questo documento, ma solo leggiucchiato le sintesi (interessate) dei vari giornali, quintessenza dell’approssimazione! E se non leggono i preti i documenti del papa, figurarsi gli altri! Ritengo utile e opportuno perciò proseguire con nuove considerazioni su questo specifico argomento. Prima però voglio farti partecipe di due curiosità:
1) recentemente ho scoperto un giornale online finlandese che si chiama: www.ephemeris.alcuinus.com che affronta tutti i temi della quotidianità mondiale: è scritto per intero in latino, un latino classico, corretto e comprensibile anche per chi ne ha solo un’infarinatura!
2) il quotidiano “La Repubblica” ha pubblicato l’8 ottobre 2008 un’intera pagina dal titolo “Il Latino, nuova lingua d’America” sullo studio del latino negli USA: dopo il francese e lo spagnolo, la lingua che viene più studiata tra i giovani americani è il latino, considerata ormai “la lingua delle persone colte e di successo”: nel 1998 erano 101.000 i giovani che sostenevano l’esame nazionale di latino; nel 2006 sono saliti a 134.000.
Ed ora cercherò di rispondere alle principali obiezioni che vengono rivolte all’antico rito latino:
“Non è bene che il sacerdote dia le spalle al popolo”
Rispondo a questa osservazione con tre argomentazioni:
1. La Messa, oltre che “convivium-cena” (come la definiscono sempre i luterani), è anche “sacrificio” in cui il celebrante “guida” il popolo, prega e si rivolge, insieme ad esso, allo stesso Dio. Dopo il Concilio si è privilegiato il primo aspetto (quello della “cena” o “men-sa”), forse per un consapevole e fortemente sperato tentativo (poi malauguratamente fallito) di agganciare i “fratelli separati” del mondo protestante, e si è trascurato totalmente il secondo e più pregnante significato, quello del “sacrificio” di Cristo, che nella messa po-stconciliare pare abbia ceduto il ruolo di protagonista al celebrante, divenuto “centro” della liturgia perché annuncia la “Parola di Dio”. In questo modo però la liturgia cattolica, per “compiacere” troppo ai protestanti (che ultimamente invece si sono ulteriormente allonta-nati e divisi a motivo di nuove decisioni ecumenicamente laceranti come il sacerdozio agli omosessuali e l’episcopato alle donne), si è rivelata la meno adatta per avvicinarsi ulteriormente agli ortodossi, la cui teologia è pressochè identica a quella cattolica. Sono andato per l’occasione a rileggere il “Simbolo di fede” degli ortodossi in un messale greco: è identico al nostro “credo” (salvo il famoso “Filioque” quando vi si accenna allo Spirito Santo); c’è perfino scritto “credo la chiesa una santa cattolica apostolica”!
Credo ortodosso (versetti finali)
Mentre invece si continua a restare divisi sostanzialmente solo per una questione teologica di lana caprina che nei secoli passati aveva sollevato diatribe e lotte a non finire e che oggi resta davvero incomprensibile. Ma non a caso però il mondo ortodosso ha profondamente condiviso e manifestato un convinto appoggio al motu proprio di Benedetto XVI “Summorum Pontificum”.
2. Sono più sgradevoli “le spalle del prete rivolte al popolo” della messa pre-conciliare o “le spalle del prete rivolte al tabernacolo” della messa post-conciliare? Perché il problema è semplice: o si crede che nel tabernacolo c’è Cristo-Dio nella Eucaristia (ed allora buona educazione vorrebbe almeno che non Gli si dessero le terga né che ci si sedesse davanti) o non si crede (ed allora non ha senso neppure ciò che stai leggendo). Per questo mi sento di suggerire sommessamente di recuperare, nelle chiese di Carnia, i sedili laterali del coro (come una volta) e di rimuovere le sediole tra l’altare maggiore e l’altare conciliare (come si usa già in tante altre chiese di Carnia).
3. Dopo attenta e integrale lettura, non ho trovato in nessun paragrafo della Costituzione Conciliare relativa alla liturgia, Sacrosanctum Concilium (d’ora in poi SC), la disposizione di rivolgere l’altare verso il popolo, per cui mi è sorto il forte dubbio che vi possa essere stata nel tempo una discreta forzatura (post-sessantottina) di quanto indicato espressamente dal Concilio. Aggiungo che la SC fu approvata il 4.12.1963 con ben 2147 voti a favore e solo 4 voti contrari (una quasi unanimità dei vescovi di tutto il mondo!).
“Nessuno capirebbe una liturgia in latino”
Rispondo a quest’osservazione con tre argomentazioni:
1. Nulla vieterebbe di mettere sul banco il consueto foglietto domenicale in italiano, così che ciascuno potrebbe seguire tranquillamente la liturgia nella (ancora) lingua universale della chiesa, comprendendo così appieno ciò che si va dicendo, ed un forestiero si sentirebbe a casa sua anche nella nostra chiesa, ascoltando la liturgia in latino.
2. In una normale celebrazione in italiano, se intergrata magari anche da un battesimo, in cui tutti capiscono tutto (a meno che non siano distratti), il sacerdote ama intercalare la liturgia italiana con almeno 4-5 spiegazioni o mini-omelie in italiano oltre naturalmente alla predica (in italiano). Non vi sarebbe quindi alcuno scandalo se il prete, in una liturgia latina, intercalasse qualche spiegazione in italiano, come fa ora, anche se al n. 34 della SC si raccomanda “I riti splendano per nobile semplicità; siano trasparenti per il fatto della loro brevità e senza inutili ripetizioni; siano adattati alla capacità di comprensione dei fedeli né abbiano bisogno generalmente di molte spiegazioni”.
3. Il n. 36 della SC dice “ L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini” della Chiesa cattolica. E la nostra regione appartiene al rito latino romano, dopo la definitiva soppressione del rito aquileiese, avvenuta nel 1596. Ricordo appena che le grandi religioni monoteiste (ebraismo e islamismo) si guardano bene dal rinunciare alle loro “lingue sacre”: ebraico antico (che le giovani generazioni spesso ignorano) e arabo classico (lingua sconosciuta in molti stati islamici asiatici o del Mediterraneo).
“Nella messa latina non entrerebbero più gesti di spontanea creatività”
1. “La liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e attori di talento; la liturgia non vive di soprese simpatiche, di trovate accattivanti, ma di ripetizioni solenni” (Card. J. Ratzinger, aprile 2004). Anche ultimamente, in talune chiese, ho assistito invece a veri e propri show del celebrante, che davvero ama credersi centro e baricentro di tutta la liturgia, esibendo smanie di protagonismo assai sopra le righe, in una anarchia liturgica totale e disinvolta.
2. La SC al n. 22 §3 dice ”Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” per cui ogni atto, oggetto o parola aggiunti o tolti, ma non previsti dalla Liturgia, costituiscono an-che adesso un abuso. E la bandiera arcobaleno o della cosiddetta “pace”, che in tempi recentissimi aveva impropriamente addobbato altari, ornato paramenti sacri, sventolato sui campanili, ha costituito un grave abuso, se appena si ricorda la sua origine e il suo uso politico (simbolo elettorale dei partiti atei della estrema sinistra) alle ultime elezioni generali italiane del 2008.
3. Ancora la SC al n. 26 recita: “Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazio-ni della Chiesa che è sacramento dell’unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi”, anche se ci fosse un solo fedele a parteciparvi.
“Non si canterebbero più i canti in italiano”
1. Riporto il trafiletto di un articolato saggio comparso su www.iltimone.org una rivista apologetica popolare, nell’aprile 2006. “L’esilio del gregoriano: è il canto proprio della liturgia romana, ma non gode di buona salute. Anche nei monasteri e nelle cattedrali è dimenticato: un patrimonio di cinquemila canti messo al bando, soprattutto nei paesi latini. Per sostituirlo, a volte, cantilene melense indegne della messa”. Per contro, lo scorso anno, tra i primi posti di CD musicali più venduti in Europa, ci fu una compilation di canti gregoriani realizzata da un monastero benedettino spagnolo, che andò fortissimo tra i giovani: ma fu solo la transitoria curiosità di persone del tutto ignare dell’esistenza del gregoriano.
2. Certamente alcuni dei canti italiani che hanno sostituito i grandiosi inni antichi (di cui si è quasi persa ogni memoria) appaiono davvero incolori e deboli se raffrontati con quelli latini della nostra infanzia. Faccio un solo esempio, l’”Adoro te devote” di S. Tommaso che si cantava fino agli anni ’70 del secolo scorso, in cui una sola frase esprimeva un altissimo concetto teologico: “In cruce latebat sola Deitas, at hic latet simul et Humanitas” cioè: “Sulla croce era nascosta solo la divinità (di Cristo), ma qui (nell’Eucaristia) è nascosta contemporaneamente anche la sua umanità”. Che dire di fronte a questa sintesi sublime ed estrema di un mistero insondabile?
3. Così i canti latini antichi sono scomparsi dalla attuale liturgia, anche se il n. 116 della SC recita: “La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana, perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale”. Anche in questo caso quindi vi è stata nel tempo una costante forzatura che ha portato all’attuale impoverita situazione del canto liturgico; tuttavia, almeno nelle sue espressioni più rilevanti, il canto popolare religioso italiano sarebbe comunque compatibilissimo anche nei riti in latino, come è sempre avvenuto fino al 1965 e come del resto recita il n. 118 della SC: “Si promuova con impegno il canto religioso popolare…”.
“Le traduzioni liturgiche in italiano sono chiare e adeguate ai tempi”
Rispondo a questa considerazione con un solo illuminante esempio:
Nella messa attuale, al termine della consacrazione del vino, il celebrante dice in italiano: “…che sarà sparso per voi e per tutti, in remissione dei peccati”.
Avvertendo che vi fosse qualcosa di “strano” in questa traduzione, sono andato a compulsare il testo latino della messa pre-conciliare (per intenderci quella di Pio V e di Giovanni XXIII) e trovo queste parole: “… qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum.”, cioè “per molti”, non “per tutti-pro omnibus”.
Non contento, ho consultato la fonte originale, cioè il Vangelo in lingua greca di Matteo (Mt 26,28) che riporta le parole di Cristo:”…peri pollòn, per molti…”; di Marco (Mc 14,24) che dice: “…uper pollòn, sopra molti…”; di Luca (Lc 22,20) che dice: “…uper umòn, sopra voi…”; Giovanni non riporta questo episodio. La fonte originaria dunque dice per molti (pollòn), non dice per tutti (pantòn).
Tanto è vero che il primo messalino post-conciliare (MESSALE DELL’ASSEMBLEA CRISTIANA, Ed. Elledici, Torino 1966), traduceva correttamente a pagina 1095 il “pro multis” con “ per molti”.
Perfino pre Toni Bellina, recentemente morto (2007) in forte odore di “luteranesimo”, nella sua magistrale e ponderosa traduzione in friulano della Bibbia (Udine, 1997), aveva correttamente tradotto il “peri pollon” con “unevore di lôr” e non con “ducj (tutti)”.
Vangelo greco di Matteo (I sec. d.C.)
Messale latino di Pio V e Giovanni XXIII
Primo Messale Assemblea Cristiana post conciliare (1966)
Bibie di Pre Toni Bellina (1997)
Ora dunque perché le parole originarie di Cristo sono state cambiate nella attuale liturgia in italiano? Hanno sbagliato dunque Cristo (e i suoi tre evangelisti) oppure i traduttori e la chiesa post-conciliare? In effetti quella che potrebbe sembrare una svista o una traduzione approssimativa, costituisce, a mio limitato modo di osservare, un radicale mutamento della prospettiva teologica tradizionale, secondo la quale nell’aldilà ci attenderebbe ragionevolmente il premio o la punizione. Se però si fa dire a Cristo “per tutti” significa solo una cosa: che tutti indistintamente si salvano per i meriti di Cristo e che di conseguenza l’inferno è… vuoto (e per me va benissimo, basta saperlo!). Un ribaltamento completo però di quanto finora imparato. Questa, a ben osservare, è la teologia che dal ’68 in poi è andata via via maturando in vasti settori della Chiesa Cattolica, dove il “buonismo” deresponsabilizzante è diventato la caratteristica dominante, contagiando poi ampi strati della società civile e areligiosa. Ma questa è proprio la teologia luterana la cui efficacissima sintesi è: sola fides, sola gratia, sola scriptura. Cioè: le opere e le azioni individuali non contano nulla, perchè ciascuno è automaticamente salvato dalle sole fede-grazia-bibbia, indipendentemente dal comportamento pratico di ciascuno. Ma Cristo, almeno dalle “carte consultate”, non ha detto precisamente questo. E dunque: perché il “per molti” è stato tradotto in “per tutti”? Non lo so,ma vorrei saperlo. E questo è solo un piccolo pesantissimo esempio di come la fedeltà al testo originale non sia proprio aderente nelle traduzioni attuali e come questa “infedeltà” sia foriera di grossolani equivoci quando non di implicazioni inattese.
- La volgarizzazione in italiano (ed anche in friulano) dell’azione liturgica, se da un lato ha portato ad una maggiore comprensione dei testi biblici (spesso però tradotti non correttamente), dall’altro ha repentinamente strappato quell’”alone di mistero e di ascondimento” che la stessa azione liturgica postulerebbe. Oggi tutto viene proclamato in italiano (e in friulano): forse la gente va più in chiesa per questo? A me pare proprio di no. A dirla tutta: molti forse si allontanano dalla chiesa proprio anche per questo motivo, perché il disvelamento totale e frettoloso del mistero divino ha sospinto tanti alla ricerca del nascosto e del mistero al di fuori della chiesa stessa e prova ne sono: sette, sincretismi religiosi, apostasie, approdo a diverse orientalità, New Age, Scientology… dove il senso del mistero (sensus mysterii) e dell’incomprensibile è ancora ben vivo, mentre la chiesa cattolica, per “adeguarsi ai tempi”, ha volutamente obliterato proprio questo importantissimo (e spesso deriso) aspetto intimo e recondito dell’uomo.
- La volgarizzazione della liturgia in tutte le lingue NAZIONALI, ha fortemente sminuito la "cattolicità" (dal greco katà olon: verso tutti, universale) liturgica della Chiesa che, utilizzando oggi in ogni diverso Stato la lingua propria di quello stato, sta diventando un pò come la Chiesa Ortodossa, che in ogni Stato costituisce chiesa a sè, autoreferenziale, autocefala, collegata alle altre chiese autonome solo da vincoli di pura e semplice fraternità. La liturgia latina invece, sempre identica ad ogni latitudine del globo, aveva il pregio indiscusso di individuare immediatamente e di unire in un' unica voce (seppure antica e desueta e forse spesso incomprensibile per molti) le voci di ogni diversa umanità, eliminando in un colpo solo confini di razza, di geografia, di lingua, di cultura, di politica, di schieramento, di censo...
- Dopo aver letto attentamente e completamente la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, sono rimasto davvero stupefatto nel constatare come vi sia una profondissima cesura tra quanto espresso chiaramente in questo limpido documento conciliare e quanto invece è stato poi realizzato nella pratica quotidiana. Se debbo essere sincero, a me pare davvero che lo spirito del Concilio Vaticano II, almeno per quanto riguarda l’aspetto liturgico, sia stato, in molti punti, travisato e anche stravolto. E se questo grande papa si sta sforzando di recuperarne lo spirito autentico, credo che ciò sia positivo per il ristabilimento della verità.
- La stragrande maggioranza (oltre 80%) dei sacerdoti attivi attuali ha una età compresa tra 55 e 70 anni e quindi sono, forse anche inconsapevolmente, tutti “figli del ‘68”, con i loro miti e i loro totem. Io ritengo che la prossima (seppure numericamente scarsa) generazione di preti, se si applicherà con amore allo studio delle varie discipline classiche e teologiche, sarà capace di riappropriarsi del grandioso patrimonio liturgico latino, perché finalmente immunizzata dal “virus 68” e in grado quindi di valutare pienamente e serenamente quanto è stato affrettatamente (e impropriamente) accantonato in soffitta (o in cantina) dai loro zelanti (e ancor viventi) predecessori.
- Sono persuaso che l'antica liturgia latina tocchi le corde più profonde di coloro che amano nostra Storia e la nostra Tradizione religiosa, che è stata scandita per secoli e secoli dalla lingua latina e dal gregoriano e prima ancora dal canto aquilejese o patriarchino. La Diocesi di Zuglio, facente parte fino al 732 del Patriarcato di Aquileja e poi sciolta nella vasta Diocesi aquilejese, ha rappresentato la culla della nostra civiltà contemporanea di Carnia, le cui radici, non dimentichiamolo mai, affondano in questo substrato religioso e civile, che possiamo magari criticare o rinnegare, ma mai più cancellare.
IL VESCOVO DI ZUGLIO
Il 30 dicembre 2008, Benedetto XVI ha nominato mons. Mario ZENARI, vescovo titolare di Zuglio, Nunzio Apostolico in Siria. Così il vescovo zugliese ha lasciato lo Sri Lanka per prendere incarico nella nuova sede, assai più delicata e tormentata della precedente, se appena si pensa ai giganteschi problemi del Medio Oriente, in cui la Siria sta giocando un ruolo di primo piano. Interpretando i sentimenti di tutti i cibernauti carnici e filocarnici, rivolgiamo al nuovo ambasciatore del Vaticano in Siria gli auguri più fervidi e sinceri per un apostolato ricco di frutti e fecondo di speranze in prospettiva di una pace solida e duratura in quel tormentato scacchiere.
un prezioso volumetto di Pieri Pinçan
Questa sua terza fatica letteraria (dicembre 2008) si presenta dunque quasi in modo amabilmente contradditorio: la francescana sobrietà di questo agile volumetto è indirettamente proporzionale al suo contenuto, che è importantissimo!
Un'unica garbata osservazione mi sentirei di esprimere all'amico Pieri: sono assenti tutti i proto-vescovi del vescovado di Zuglio: Januario, Massenzio, Fidenzio, Amatore... (vedi a tal proposito: "La sede episcopale del Forum Iulium Carnicum" di Franco Quai, AGRAF 1973). Questi antichi vescovi, pur essendo forse anche leggendari (o comunque orfani di una biografia certa) andavano (a mio modesto avviso) inseriti nell'elenco dei vescovi friulo-carnici a pieno titolo, magari con un esplicito corredo di note. Tanto più che in quarta di copertina, Pieri Pinçan espone, tra 4 croci di Aquileja, anche la Pieve di San Pietro, già cattedrale vescovile fino al 732 d.C.
SCENSE 2009
una solenne ripetizione
Anche quest' anno, il 24 maggio 2009, sul colle di Zuglio si è svolto il tradizionale e antico rito del "Bacio delle Croci" sul Plan da Vincule, seguito dalla celebrazione della "Messe Grande" nella cattedrale di San Pietro.
La partecipazione dei fedeli locali è risultata senz'altro minore degli scorsi anni, probabilmente per la concomitante festa della Madone dal Clap (a Castoia di Paularo) che ha distolto dal Colle di Zuglio buona parte dei fedeli dell'Incarojo, devoti a quella "miracolosa Madonna". Neppure la conca Tolmezzina ha risposto con slancio alla chiamata zugliese. A compensare tali assenze, ci hanno pensato i moltissimi fedeli giunti dai colli e dal piano, con le loro croci astili infiocchettate e quella loro "sete di antiche memorie" che ritrovano oggi forse solo sul Plan da Vincule...
La chiama delle croci si è svolta secondo la consueta regola, tramandata nei secoli, che prevede un ordine preciso e prestabilito per il "bacio". La prima chiamata è stata la croce di S. Elizabeth di Mauthen (Carinzia, Austria) che da alcuni anni non manca mai a questo appuntamento storico-religioso: viene così implicitamente riconosciuta la propria antica origine filiale dalla chiesa matrice di S. Pietro di Carnia. La novità assoluta di quest'anno è data dal fatto che questo gruppetto di fedeli austriaci è partito da Mauthen a mezzanotte, a piedi, giungendo puntuale poi sul colle all'ora prestabilita (dopo circa 9 ore di cammino). Un lungo applauso li ha infatti accolti sul plan da Vincule.
Successivamente si sono affacciate, in mezzo al cerchio di folla, una ad una le croci astili di tutte le chiese del Canale di S. Pietro che hanno reso omaggio alla croce madre.
E' stata poi la volta delle altre croci presenti che, pur non avendo alcun obbligo storico-religioso, sono ugualmente giunte sul colle carnico da molte parti della collina e della pianura friulana. Particolare commozione ha suscitato sempre la croce di Basagliapenta (Visepente) che il Prevosto di Zuglio ha calorosamente salutato ricordando ancora il suo parroco scomparso esattamente due anni fa: pre Toni Beline, canonico emerito di Zuglio e per tanti anni parroco di Rivalpo-Valle-Trelli. Preceduto dalla croce astile di S. Pietro, il corteo è poi salito alla cattedrale per la celebrazione della Messa.
La Messa Grande è stata sostenuta principalmente dal coro di Piano d'Arta che ha eseguito le antiche melodie di sempre. L'omelia è stata tenuta dal canonico e parroco di Sutrio, don Giorgio, che, in friulano, ha ribadito concetti teologici importanti e un pò dimenticati o sottovalutati. Il canto del Vangelo in friulano e di altri passi è stato eseguito dal canonico e parroco di Paluzza, don Tarcisio. Assente (in)giustificato era il canonico e parroco di Arta Terme, don Ivo, che oggi ha preferito la Madone dal Clap, sua protettrice particolare, essendo egli originario di Dierico, dirimpettaio a quel famoso santuario di antica venerazione popolare... La sua assenza è stata però colmata da altri sacerdoti della zona.
I diffusori sonori esterni, offerti lo scorso anno dal vescovo Brollo come suo ultimo lascito, hanno funzionato a meraviglia: coloro che non avevano trovato posto all'interno della cattedrale, hanno potuto chiaramente seguire il rito restandosene sui prati circostanti, anche se molte persone hanno preferito impegnare il tempo con mangiate e bevute anche durante la celebrazione della Messa. A mio sommesso avviso (e a parere di moltissime persone presenti) sarebbe quanto mai opportuno che la distribuzione di bevande e cibi iniziasse solo DOPO la fine della Messa, proprio per ovviare alla impropria sagra vociante che si ricrea sul Plan da Vincule. Speriamo che gli organizzatori riescano a considerare anche questo aspetto che non è affatto secondario ma che dà la cifra esatta di una manifestazione del genere.
Voci raccolte sul Plan da Vincule...
- Della ipotesi di ripristino della antica diocesi di Zuglio nessuno ha sussurrato, neppure di squincio: non interessa proprio a nessuno.
- La diocesi di Udine è in dolce attesa della nomina del suo nuovo arcivescovo, in sostituzione del carnico dimissionario Pietro Brollo, di Tolmezzo, 75 anni.
- Alcune voci (curiali?) fanno girare il nome del parroco di Cividale, Guido Genero (62 anni), ma, come si usa dire, chi in conclave entra da papa, ne esce cardinale. Anche il nome di Angelo Zanello (63 anni), attuale parroco di Tolmezzo, pare sia stato (in)cautamente (o artatamente?) bruciato dal titolo di un quotidiano locale che ne aveva anticipato una auspicata nomina ai primi di maggio. Altro candidato in pectore sarebbe Duilio Corgnali (62 anni), già direttore di Vita Cattolica ed attuale arciprete di Tarcento. Sarà forse più plausibile il trasferimento di una personalità già detentrice di mitria e pastorale; in questo caso uno dei nomi più accreditati è quello dell'attuale vescovo di Adria-Rovigo, Lucio Soravito-De Franceschi, carnico pure lui, originario di Mione di Ovaro (dove è nato il 8.12.1939 ed è vescovo dal 2004): se fosse lui il prescelto, reggerebbe la diocesi udinese solo per i prossimi 5 anni (avendone già ora 70 di età) ma lo farebbe fin da principio con esatta cognizione di causa. E non è poco... in attesa magari che gli episcopabili 60enni di oggi maturino ancora un pò. Se poi arrivasse un vescovo-frate, magari direttamente da Roma... sarebbe la soluzione ottimale!
- Probabilissimo futuro vescovo (non però di Udine) sarà senz'altro Alessio Geretti, attuale cappellano di Tolmezzo. Osta ancora solo la giovane età, ma tra pochissimi anni... potrebbe essere il più giovane vescovo d'Italia o il nuovo (giovane) Direttore dei Musei Vaticani.
Scensce 2009, 24 maggio
Nuovo arcivescovo di Udine è stato nominato il veneto mons. Andrea Bruno Mazzocato, già vescovo di Treviso, di cui offriamo una breve biografia:
Andrea Bruno Mazzocato è nato a Preganziol il 1° Settembre 1948. Ha frequentato gli studi presso il Seminario vescovile di Treviso ed è stato ordinato sacerdote il 3 settembre 1972. Dal 1972 al 1977 è stato Cooperatore parrocchiale a S. Martino di Lupari (Pd). Contemporaneamente ha conseguito la Licenza in Liturgia Pastorale presso l'Istituto di Liturgia Pastorale di Santa Giustina (Pd). Successivamente ha conseguito la Licenza in Teologia Dogmatica presso la Facoltà Teologica dell'Italia settentrionale (Milano). Dal 1977 al 2001 è stato docente di Teologia Dogmatica presso lo Studio Teologico del Seminario di Treviso. Dal 1977 al 1986 ha avuto l'incarico di Padre Spirituale nel Seminario Maggiore diocesano. Dal 1987 al 1994 ha seguito la formazione del clero giovane come Delegato Vescovile. Nel 1990 è stato nominato Pro-Rettore del Seminario Minore di Treviso e poi, nel 1994, Rettore del Seminario Vescovile. Mons. Mazzocato è stato fatto vescovo di Adria-Rovigo l'11 ottobre 2000. Ha guidato la chiesa rodigina per 3 anni. Poi è stato nominato vescovo di Treviso il 18 gennaio 2004. Il 20 agosto 2009 infine è stato nominato Arcivescovo di Udine.
canto natalizio in Carnia
Durante i giorni immediatamente precedenti il Natale, in tutti i paesi di Carnia un tempo si partecipava alla Novena, che era imperniata sul canto del MISSUS (brano del Vangelo di Luca). Questa antica tradizione risale alla liturgia aquilejese-patriarchina, definitivamente soppressa nel 1596 dal Papa, che la sostituì con il rito romano. Oggi solo in pochi paesi di Carnia si è conservato questo rito, eco degli splendidi drammi liturgici medioevali (come i "Gjespui a la vecje" che ancora si cantano in alcune Comunità carniche in occasione delle solennità patronali). Il Missus viene cantato in latino dall'intero popolo con intensa partecipazione e da due solisti che interpretano rispettivamente l'angelo Gabriele e Maria. Dopo il canto del Missus, il rito presegue con le acclamazioni a Cristo (Jesus Christus propter nostram salutem, incarnatus est del Spiritu Sancto ex Maria virgine et homo factus est. Venite adoremus!). Successivamente sono cantate le litanie latine della Madonna sempre su antica melodia e il rito si conclude con il "Tantum Ergo" e la benedizione finale con il S.S. Purtroppo sempre meno persone partecipano a questo suggestivo rito natalizio ed anche i preti, salvo rare e lodevoli eccezioni, non avvertono più questa peculiare sensibilità. Questo è il testo del canto, la cui melodia può variare da paese a paese:
Missus est angelus Gabriel a Deo in civitatem Galilaeae, cui nomen Nazareth, ad virginem desponsatam viro, cui nomen erat Ioseph de domo David, et nomen virginis Maria.
Et ingressus ad eam dixit: “ Ave, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus”.
Quae cum audisset, turbata est in sermone eius et cogitabat qualis esset ista salutatio.
Et ait angelus ei: “Ne timeas, Maria; invenisti enim gratiam apud Deum. Ecce concipies in utero et paries filium et vocabis nomen eius Iesum. Hic erit magnus et Filius Altissimi vocabitur, et dabit illi Dominus Deus sedem David patris eius, et regnabit in domo Iacob in aeternum, et regni eius non erit finis”.
Dixit autem Maria ad angelum: “ Quomodo fiet istud, quoniam virum non cognosco?”.
Et respondens angelus dixit ei: “Spiritus Sanctus superveniet in te, et virtus Altissimi obumbrabit tibi: ideoque et quod nascetur ex te sanctum vocabitur Filius Dei. Et ecce Elisabeth cognata tua et ipsa concepit filium in senectute sua, et hic mensis sextus est illi, quae vocatur sterilis, quia non erit impossibile apud Deum omne verbum ”.
Dixit autem Maria: “ Ecce ancilla Domini; fiat mihi secundum verbum tuum ”.
Qui sotto lo spartito musicale della versione più diffusa e famosa: quella del Candotti.
SCENSE 2011
piccole-grandi novità per una solenne ripetizione
Anche quest' anno, il 5 giugno 2011, sul colle di Zuglio si è svolto il tradizionale e antico rito del "Bacio delle Croci" sul Plan da Vincule, seguito dalla celebrazione della "Messe Grande" nella cattedrale di San Pietro. Nonostante l'inclemenza del tempo (pioggia a dirotto, tuoni e fulmini) la celebrazione si è svolta, seppur con toni grigi e piuttosto freddi, secondo la prassi consolidata di sempre. Le novità di quest'anno possono essere considerate le seguenti:
- il tempo piovoso, lungi dal limitare l'afflusso dei fedeli/curiosi, ha ottenuto un benefico effetto positivo specialmente durante la messa. Non si sono viste quest'anno le frotte sparse sui prati circostanti a fare allegra scampagnata nè si sono avvertiti i profumi di salsiccia e di frico come ogni anno; la pioggia ha infatti sospinto tutti i presenti all'interno della pieve/cattedrale che è apparsa stracolma; non solo ma anche il portico a capriate, caratterizzato dalla bifora alto-medioevale, era colmo di persone che hanno seguito compunte ed attente tutta la celebrazione, ascoltando la Parola attraverso il sistema di amplificazione esterno perfettamente funzionante (donato pochi anni fa dal vescovo emerito mons. Pietro Brollo in occasione del suo canonico pensionamento).
- Si parla per la prima volta del "Cammino delle Pievi" come esperienza nuova di fare "turismo religioso" in Carnia, toccando quelle particolari località segnate dalla storia, ora luoghi di silenzio e di riflessione spirituale sia individuale che collettiva.
- E' stata la prima volta di don Giordano Cracina come Prevosto di Zuglio (prevosto bagnato, prevosto fortunato!), che lo scorso anno ha sostituito in tale carica l'anziano mons. Pietro Degani, ritiratosi in quiescenza all'età di 82 anni.
- Per la prima volta ha guidato la celebrazione eucaristica il nuovo arcivescovo di Udine, Andrea Bruno Mazzocato, che ha anche svolto una brevissima generica omelia in italiano, inflessione veneta.
- Pochi i sacerdoti concelebranti: oltre al Prevosto, solamente don Ivo Dereani (di Arta) e don Harry Della Pietra (di Sutrio) ed uno sconosciuto diacono. Il capitolo dei canonici di Zuglio si è talmente assottigliato nel tempo che ormai di sacerdoti se ne osservano sempre meno, contandoli sulle dita di una sola mano...
- Sempre presente la minuscola delegazione di Mauthen (A) con la propria croce astile. Alcuni suoi componenti hanno raggiunto la pieve risalendo a piedi il ripido colle di S. Pietro attraverso un sentiero reso viscido e pericoloso dalla pioggia.

References: Art. 2

Art. 3

Art. 4

§ 1

§ 2

§ 3

§ 4

Art. 6

Art. 7

Art. 8

§ 1

§ 2

§ 3

Art. 10
 §3