Source: http://www.risarcitidallostato.it/2017/06/09/cassazione-civile-sez-26052017-ud-05042017-dep-26052017-n-13371/
Timestamp: 2017-10-17 23:53:50+00:00

Document:
Cassazione civile, sez. I, 26/05/2017, (ud. 05/04/2017, dep.26/05/2017), n. 13371 - Risarciti dallo Stato
Home Banca dati Cassazione civile, sez. I, 26/05/2017, (ud. 05/04/2017, dep.26/05/2017), n. 13371
Con sentenza dell’il luglio del 2013 la Corte di Appello di Bologna rigettava l’appello proposto da G.C. ed altri volta ad ottenere la condanna del Comune di Medolla al pagamento della somma corrispondente alla differenza tra l’indennità di esproprio spettante per legge per i terreni oggetto di compravendita e la somma già corrisposta dal Comune a titolo di acconto, oltre all’indennità di occupazione di urgenza, gli interessi legali ed il maggior danno; ciò in forza di un atto di cessione volontaria intervenuto in data 15 luglio 1982 nel quale, oltre al prezzo della cessione pattuito in complessive Lire 70.708.140, corrispondente al triplo dell’indennità provvisoria, era anche previsto che l’indennità in oggetto sarebbe stata soggetta a conguaglio secondo quanto stabilito dalla L. n. 385 del 1980 e dal D.L. n. 396 del 1981 (conv. in L. n. 535 del 1981); pertanto, poichè la L. n. 385, art. 1 era stato dichiarato incostituzionale, le norme in base alle quali il prezzo di cessione andava determinato andavano rinvenute nella L. n. 2359 del 1865 con conseguente applicazione del valore di mercato.
Con il primo motivo i ricorrenti lamentano la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 42 e dell’art. 117 Cost., in relazione all’art. 1 del Prot. Add. Cedu, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 132 e 135 c.p.c., dell’art. 115c.p.c., della L. n. 2359 del 1865, art. 39 e la nullità della sentenza, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, avendo la Corte territoriale da un lato affermato la necessità di fare riferimento al valore venale e dall’altro statuito che dalla inedificabilità del fondo consegue il diritto di percepire una somma inferiore indeterminata ed apodittica, reputando che quanto già percepito dagli attori (corrispondente al triplo dell’indennitàprovvisoria) comprende anche l’importo corrispondente all’indennità per il periodo di occupazione e dunque pervenendo al rigetto della domanda senza esplicitare nè la somma effettivamente corrispondente al valore venale nè le diverse modalità per pervenire alla esatta quantificazione.
Con il secondo motivo deducono la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 42 e dell’art. 117 Cost., in relazione all’art. 1 del Prot. Add. Cedu, unitamente all’omesso esame circa un fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, avendo la sentenza impugnata trascurato la valutazione del valore venale del fondo espropriato operata dal c.t.u. ed avendo posto a fondamento della (implicita) valutazione del fondo un’ignota massima di esperienza che ha indotto erroneamente a ritenere esaustivo il pagamento pattuito secondo il rogito.
Con il terzo motivo i ricorrenti lamentano la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 42 e dell’art. 117 Cost., in relazione all’art. 1 del Prot. Add. Cedu, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 6 Cedu e dell’art. 11 Cost., la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis e degli artt. 132 e 135 c.p.c., e la nullità della sentenza, in relazione all’art. 360c.p.c., nn. 3 e 4, avendo la Corte applicato in malam partem l’art. 5 bis, comma 3 nonostante si tratti di una norma entrata in vigore circa dieci anni dopo i fatti di causa, violando in tal modo i principi del giusto processo dai quali si desume, tra l’altro, il corollario dell’inapplicabilità delle norme retroattive.
Con il quarto motivo si afferma la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 42 e dell’art. 117 Cost., in relazione all’art. 1 del Prot. Add. Cedu, degli artt. 112, 115, 116, 132 e 135 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, avendo la Corte territoriale ravvisato nella fattispecie per cui è causa l’esistenza di un vincolo di natura conformativa, non assegnando alcuna rilevanza all’esistenza del vincolo preordinato all’esproprioche impone, anche e proprio in forza dell’art. 5 bis, comma 3 la valutazione del valore venale del fondo al momento dell’apposizione del vincolo.
La violazione e/o falsa applicazione del quadro normativo sopra richiamato costituisce l’essenza anche della quinta censura, con la quale i ricorrenti evidenziano la piena correttezza della valutazione operata dal c.t.u., come rimarcato anche dalla controparte sebbene unitamente alla contestazione circa il carattere edificabile del fondo.
Con il sesto motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, il ricorrenti censurano la decisione della Corte di negare sostanzialmente le somme di spettanza per il periodo successivo all’occupazione d’urgenza.
Con il settimo motivo viene affermata la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 865 del 1971, art. 19 e dell’art. 9 c.p.c., in relazione all’art. 360c.p.c., n. 2 avendo la sentenza in oggetto pronunciato nel merito anche della domanda subordinata avente ad oggetto la richiesta risarcitoria previa pronuncia di nullità, risoluzione o inefficacia della compravendita, dovendo tali domande essere conosciute esclusivamente dal tribunale in primo grado esulando dalle questioni, invece assegnate alla Corte in unico grado, concernenti la determinazione dell’indennitàin ambito espropriativo.
Per un corretto inquadramento della fattispecie, va preliminarmente precisato che il concorde riferimento operato dalle parti, in sede di cessione volontaria, al conguaglio previsto dalla legge con riferimento esclusivo alle aree edificabili, non preclude, in sede giudiziale, una diversa qualificazione dell’area oggetto di esproprio: secondo l’orientamento già espresso da questa Corte, infatti, “in materia di espropriazione di aree edificabili, la L. 29 luglio 1980, n. 385, nel dettare norme provvisorie sull’indennità, ha previsto che essa, determinata secondo i criteri dettati dall’art. 1, sarebbe stata soggetta a conguaglio, secondo quanto stabilito dalla legge sostitutiva delle norme dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 5 del 1980, da emanarsi entro un anno dall’entrata in vigore della legge suddetta; ciò comporta che la comune valutazione dell’immobile quale edificabile, in sede di accordo per la corresponsione di un acconto sull’indennitàdi espropriazione, non è vincolante e non preclude, quindi, nè la verifica della natura edificatoria secondo i criteri introdotti dalla legge sopravvenuta (D.L. 11 luglio 1992, n. 333, art. 5 – bisconv. in L. 8 agosto 1992, n. 359), nè una diversa determinazione dell’importo, il quale può, in ipotesi, risultare inferiore alla somma già percepita dall’espropriato a titolo di acconto, con conseguente esclusione del conguaglio” (cfr. in tal senso Cass. n 14347 del 2012 e Cass. n. 3705 del 2008).
Ciò premesso, il terzo, il quarto ed il quinto dei motivi posti a fondamento del ricorso (da esaminarsi prioritariamente in quanto riguardanti proprio la questione della natura dell’area oggetto della procedura espropriativa) sono infondati.
Venendo all’esame dei primi due motivi di ricorso, questa Corte ha condivisibilmente già avuto modo di statuire che “in tema di espropriazione per pubblica utilità, ove l’accordo di cessione riguardi aree agricole, non è dovuto il conguaglio ad integrazione del corrispettivo determinato sulla base del criterio del valore agricolo medio, nè trova applicazione la sentenza della Corte costituzionale n. 181 del 2011che ha dichiarato incostituzionali il D.L. 11 luglio 1992, n. 333, art. 5-bis, comma 4 (conv. con mod. nella L. 8 agosto 1992, n. 359) in combinato disposto con la L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 15, comma 1, secondo periodo e art. 16, commi 5 e 6, cioè delle norme che prevedevano tale criterio per la determinazione dell’indennitàdi espropriazione, essendo la disciplina del conguaglio e l’efficacia della richiamata scadenza collegati al presupposto indefettibile della natura edificatoria delle aree oggetto di cessione volontaria” (Cass. n. 21868 del 2011).
Il sesto motivo è infondato: il ricorrente si duole del mancato riconoscimento dell’indennitàcome calcolata dal c.t.u. Tale indennità, al contrario, non è stata affatto trascurata dalla Corte che semmai (cfr. pag. 11 della sentenza) la ha ritenuta compresa nelle somme già corrisposte dal Comune.
Riguardo al settimo motivo va considerato che con ordinanza n. 18634 del 2005 questa Corte, pronunciando su un regolamento di competenza proposto proprio da alcuni degli attuali ricorrenti nei confronti del Comune controricorrente (riguardo ad una sentenza con la quale il Tribunale di Modena, come è avvenuto nel caso oggi in esame, aveva dichiarato la propria incompetenza a favore della Corte d’appello di Bologna), ha affermato che “premesso che la competenza per la domanda di pagamento del conguaglio del prezzo di cessione volontaria dell’immobile ex L. n. 865 del 1971appartiene alla corte d’appello in unico grado, mentre competente a conoscere della domanda di annullamento o risoluzione del contratto di cessione è il tribunale, in primo grado, qualora vengano proposte l’una in via principale, e l’altra in via subordinata, trattandosi di domande spettanti alla cognizione di giudici diversamente competenti per materia, le due competenze rimangono ferme, salva restando, dopo la riassunzione delle cause davanti ai due giudici all’esito della pronuncia regolatrice, la necessità che il giudice competente a conoscere della subordinata sospenda il procedimento di sua spettanza”.
Le superiori considerazioni, dunque, impongono il rigetto del ricorso. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate nel dispositivo.
Articolo precedenteCassazione civile, sez. III, 18/05/2017, n. 12495
Prossimo articoloCassazione civile, sez. III, 10/01/2017, n. 243

References: sentenza 
 art. 1
 art. 39
 sentenza 
 art. 5
 art. 19
 sentenza 
 sentenza 
 art. 5
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 5
 art. 15
 art. 16
 sentenza