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Timestamp: 2019-05-26 18:07:59+00:00

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RESPONSABILITA’ ANCHE DEL DIRIGENTE PER ASSENZA DIPENDENTE – SENTENZA CORTE DEI CONTI TOSCANA N. 139/2014
Di Simone Carmignani (del 16/09/2014 @ 15:38:47, in Consulenza Pubblica Amministrazione, linkato 14621 volte)
Il sig. Omissis, in servizio presso l’Agenzia Regionale dello Sviluppo nell’innovazione nel settore Agricolo – Forestale Regione Toscana (ora Direzione Generale Competitività del Sistema Regionale e Sviluppo delle competenze) – sede in Firenze via Pietrapiana è stato chiamato in giudizio dalla Procura contabile di questa Sezione con atto introduttivo del giudizio in data 21 maggio 2013.
Le contestazioni mosse derivano da irregolarità, aventi rilevanza penale, nella condotta posta in essere dall’odierno convenuto.
In specie, a seguito di un articolo di stampa pubblicato sul “Corriere Fiorentino” del 26 febbraio 2011, con cui questa magistratura veniva a conoscenza di un procedimento penale nei confronti di un dipendente della Regione Toscana, ed in conseguenza di accertamenti istruttori svolti dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Firenze, era emersa una condotta potenzialmente causativa di danno erariale.
Dagli accertamenti era emerso che il sig. Omissis aveva svolto l’attività di istruttore di tennis presso il circolo sportivo “Valleverde” di Bagno a Ripoli in giorno e fasce orarie in cui risultava in servizio, e per 53 volte si era assentato ingiustificatamente dal servizio.
In sede giudiziaria penale con sentenza del Tribunale di Firenze – Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari – del 28 giugno 2012 n. 1075 veniva irrogata al Omissis la pena di mesi 9 di reclusione ed € 900,00 di multa ai sensi dell’art. 444 c.p.p. e degli artt. 81 e 640, comma 1 e 2 c.p..
In data 19 novembre 2012 il Dirigente del Settore Amministrazione del Personale – Direzione Generale Organizzazione della Regione Toscana irrogava al sig. Omissis la sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso, ed avviava il procedimento volto a chiedere al dipendente la restituzione dei compensi percepiti in violazione dell’art. 53 del D.Lgs. 165/2001 pari complessivamente a € 7.923,00.
In sede preprocessuale, a fronte dell’invito a dedurre, la parte in questa sede convenuta chiedeva di essere audita, ma non si presentava in sede di audizione personale stabilita per il giorno 30 aprile 2013.
La procura contabile, ritenuti sussistenti gli elementi fondanti la responsabilità amministrativa, contestava al sig. Omissis le seguenti poste di danno: a) € 2.044,44 a titolo di danno patrimoniale diretto correlato all’indebita percezione di emolumenti in assenza della relativa prestazione lavorativa (cfr. tab. a pagg. 8, 9, 10 e 11 dell’atto di citazione per l’anno 2010); b) € 2.000,00, quantificati in via equitativa a titolo di danno patrimoniale diretto correlato all’indebita percezione di emolumenti in assenza della relativa prestazione lavorativa per il periodo antecedente al 2010; c) danno all’immagine arrecato all’Amministrazione pubblica che, ai sensi dell’art. 55 – quinquies, comma 2, del D. lgs. 165 del 2001 introdotto dall’art. 69 del D. Lgs. n. 150 del 2009, veniva quantificato in € 10.000,00; d) € 7.923,00 per i compensi percepiti nella qualità di insegnante di tennis nel periodo 2003 – 2010, in assenza di previa autorizzazione (cfr. art. 53, comma 7- bis D. Lgs. n. 165 del 2001) e che il sig. Omissis non aveva provveduto al versamento in favore dell’Amministrazione in quanto compensi percepiti a seguito dello svolgimento di attività non autorizzata presso privati.
Il danno erariale contestato dalla Procura contabile era, quindi, complessivamente pari a € 21.967,24, e per tale importo la Procura contabile chiedeva la condanna, salva ogni diversa valutazione da parte del Collegio, oltre rivalutazione, interessi legali e spese di giudizio.
In data 23 settembre 2013 la Procura contabile chiamava in giudizio il dott.. Omissis, dirigente della Regione Toscana, preposto agli uffici dell’A.R.S.I.A., Agenzia Regionale per lo sviluppo e l’Innovazione nel Settore Agricolo Forestale, ritenuto responsabile per non aver adeguatamente attivato i controlli interni volti ad impedire la illecita costante abitudine del sig. Omissis, e quindi ritenuto responsabile in modo concorrente, per omessa vigilanza, dell’osservanza degli obblighi di servizio del sig. Omissis che, in pratica, affermava la Procura, aveva “posto in essere in maniera indisturbata la propria illecita condotta”.
Pertanto la Procura riteneva che “il convenuto debba essere chiamato a rispondere, in solido con il sig. Omissis del danno pari a € 4.044,24, qualora il Collegio non ravvisi la sussistenza degli elementi per una imputazione della fattispecie dannosa a titolo di dolo nei confronti del sig. Omissis, chiede, in via subordinata, che lo stesso venga condannato a risarcire, in via sussidiaria, sino a concorrenza della propria quota pari al 50% e subordinatamente alla mancata realizzazione del credito erariale correlato all’indebita percezione degli emolumenti stipendiali da parte del sig. Omissis”.
La Procura chiedeva, inoltre, la riunione del giudizio del dott. Omissis con il giudizio del sig. Omissis.
In data 13 novembre 2013 il presidente, ritenuto che il giudizio di Omissis – 59623/R –, per cui era stata fissata l’udienza in data 11 giugno 2014, era connesso con il giudizio di Omissis – 59394/R -, rinviava la discussione alla odierna udienza con ordinanza a verbale.
In data 22 maggio 2014 si costituiva in giudizio il dott. Omissis che deduceva: a) la necessità di sospendere il giudizio contabile ai sensi dell’art. 295 c.p.c., ritenuto che il principio di autonomia del giudizio contabile non fosse operativo nelle ipotesi di stretta pregiudizialità tra i fatti illeciti oggetto del processo penale ed il danno contestato innanzi alla Corte dei conti, tanto più vista la rilevanza dei testi che sarebbero stati escussi nell’istruttoria dibattimentale del processo penale, da rendersi alla udienza del 14 luglio 2014; b) la infondatezza della pretesa attorea poiché in ogni caso il dott. Omissis non era consapevole della condotta posta in essere dal sig. Omissis in considerazione della collocazione logistica degli uffici del Omissis e del dott. Omissis, delle tecniche di registrazione delle presenze e della possibilità che il Omissis potesse allontanarsi durante il servizio per recarsi all’Artea.
Il dott. Omissis concludeva, quindi, per la sospensione del giudizio, l’acquisizione dei verbali delle deposizioni testimoniali rese in dibattimento penale e di tutto il materiale probatorio relativo al giudizio penale, nonché in ogni caso per il rigetto della domanda per assenza dell’elemento soggettivo, visto il comportamento fraudolento del sig. Omissis.
Nella odierna udienza di discussione le parti insistevano in ordine alle proprie richieste; quindi, dopo le repliche e controrepliche, la causa veniva introitata per la decisione.
Occorre in via preliminare, dopo aver riunito, ex art. 274 c.p.c. i suddetti giudizi perché connessi oggettivamente, esaminare la richiesta di sospensione del giudizio sollevata dal legale difensore del dott. Omissis.
La sospensione del giudizio si pone in contrasto con due consolidati e fondamentali principi caratterizzanti il nostro ordinamento, ossia il principio di durata ragionevole del processo (cfr. Consiglio di Stato, Sez, V, 6489/2005, secondo cui si impone una lettura costituzionalmente orientata e, dunque, restrittiva dell’art. 295 c.p.c., la cui applicazione finirebbe per confliggere con le esigenze di concentrazione dei giudizi e di ragionevole durata degli stessi), ed il principio dell’autonomia del giudizio contabile rispetto al giudizio civile.
Il disfavore per la sospensione processuale, oltre ad essere un principio davvero consolidato nella giurisprudenza contabile, cfr. ex plurimis Sez. III Centr. 4 dicembre 2013 n. 782, costituisce un dato acquisito anche per la Corte di Cassazione , la quale ritiene che ogni provvedimento dichiarativo di sospensione processuale sia impugnabile ai sensi dell’art. 42 c.p.c. – con esclusione dei provvedimenti di diniego – circostanza questa che evidenzia il sostanziale disfavore per il legislatore per la sospensione medesima del processo, in quanto soltanto gli interessi ad una sollecita definizione della controversia sono ritenuti tutelabili mediante l’impugnazione di cui si tratta (cfr. Cass. ss.uu. n. 14670 del 2003 e 23906 del 2010) .
Costituisce, quindi, interpretazione condivisibile la necessità, alla luce dei nuovi orientamenti giurisprudenziali citati ed in un ordito normativo nazionale, ma anche comunitario, siccome si ricava dalla sentenza delle SS.RR. 1/2002/QM volto a garantire – ad eccezione di tassative ipotesi – la tutela della ragionevole durata del processo, considerare che la stasi del procedimento è, all’evidenza, una situazione di potenziale pregiudizio della ragionevole durata del processo: in termini C. Cass. SS.UU. 29 agosto 2008 n. 21931.
Ritornando sulla specifica questione e confermando – in tema di rapporti tra giurisdizioni – il passaggio dai principi della unitarietà della funzione giurisdizionale e della prevalenza della giurisdizione penale sulle altre giurisdizioni, al principio della parità ed originarietà dei diversi ordini giurisdizionali e della sostanziale autonomia e separazione dei giudizi, Corte conti SS.RR. 17 luglio 2013 n. 2/2013 ord. ha escluso sia la sospensione obbligatoria del giudizio di responsabilità amministrativa, in ragione di una pregiudizialità penale in realtà non più esistente, sia la possibilità di una sospensione facoltativa o discrezionale che dir si voglia, risolvendosi la sospensione in un diniego sia pure temporaneo di giustizia, e considerato che, nel nuovo quadro di disciplina non vi è più spazio per una discrezionale, e non sindacabile, facoltà di sospensione dal giudizio, esercitabile dal giudice fuori dai casi tassativi di sospensione legale.
Opinando diversamente si addiverrebbe ad una interpretatio abrogans della autonomia del giudizio contabile a fronte, invece, di diversi orientamenti assunti dal giudice contabile: cfr. ex plurimis in tema di rapporti del giudizio contabile con il giudizio civile (Sezione Molise 27 dicembre 2013 n. 161), penale (cfr. Sez. III Centr. 4 dicembre 2013 n. 782) e amministrativo (Sezione Trentino Alto Adige 12 luglio 2007 n. 37).
In altri termini l’istituto della sospensione del processo è eccezionale e può procedersi in tal senso nei soli casi in cui debba essere risolta una questione pregiudiziale, questione non verificatasi nel presente giudizio.
Va dichiarata, inoltre, la non operatività della sospensione del presente giudizio per la cd. pregiudiziale penale, atteso che tra il giudizio penale e quello di responsabilità amministrativa non sussiste pregiudizialità e la sospensione del secondo può essere disposta dal giudice contabile solo ove ravvisi l’opportunità di un accertamento materiale dei fatti: in termini Sezione giurisdizionale Regione Piemonte 18 novembre 2011 n. 160.
Nel presente giudizio il soggetto responsabile in via principale, il sig. Omissis, ha patteggiato la pena, per cui non sarebbe logica e funzionale la sospensione del giudizio, mentre per il dott. Omissis, responsabile come si vedrà in via sussidiaria, la qualificazione del suo comportamento come doloso o colposo non è determinante nel presente giudizio, considerato che una diversa qualificazione giuridica del comportamento appare possibile nel nostro ordinamento che ha accettato, a fronte dell’autonomia dei giudizi, anche un ipotetico conflitto di giudicati (che costituisce l’altro lato della medaglia della mancata pregiudizialità del processo penale, il quale, nel passato, rendeva difficile un ipotetico conflitto di giudicati).
Pertanto non appare fondata la richiesta di sospensione del giudice contabile.
Occorre ora esaminare il patteggiamento disposto dal GUP presso il Tribunale di Firenze n. 1075/12 in data 28 giugno 2012 in ordine al sig. Omissis.
La giurisprudenza contabile attribuisce alla sentenza emessa ai sensi degli art. 444 ss. c.p.p. gli effetti di una tacita ammissione di colpevolezza, che è sostanzialmente equiparata ad una sentenza di condanna, come previsto dall’art. 445, comma 1 bis c.p.p., avendo il giudice penale accertato la commissione di un fatto/reato a carico dell’imputato sulla cui qualificazione hanno concordato il pubblico ministero e le parti (cfr. Sez. I centr. 3/2004 e 3/2011, Sezione giurisdizionale Regione Lombardia 7/2009 e Sezione giurisdizionale Friuli Venezia Giulia 14 febbraio 2013 n. 9).
Le Sezioni Centrali di Appello, anche di recente, hanno affermato l’efficacia nel processo contabile della sentenza di patteggiamento resa in sede penale.
In siffatto modo la Sezione I Centr. 11 marzo 2014 n. 379 ha affermato che la sentenza di applicazione della pena su richiesta (cd. patteggiamento) è assimilabile ad una pronuncia di condanna : in tal senso con motivazioni integralmente condivise da questa Sezione, Corte conti, Sez. II Centr. 9 maggio 2011 n. 206.
Parimenti la Sezione II Centr. con sentenza 30 gennaio 2014 n. 38 ha statuito che la condanna su richiesta delle parti, pur non avendo efficacia di giudicato nei giudizi davanti a questa Corte, ha comunque un particolare valore probatorio vincibile solo con specifiche prove contrarie, così come II Sez. Centr. 539/2013, .
Ne deriva che avendo la parte patteggiato e non essendo stati disattesi i fatti e dimostrata l’inattendibilità della veridicità dei fatti versati nel giudizio penale, appare acclarata la responsabilità amministrativa del sig. Omissis.
Occorre ora esaminare la posizione del dott. . Omissis, il quale contesta, in particolare l’elemento soggettivo, visto il comportamento truffaldino del sig. Omissis.
La eccezione deve essere disattesa.
Il convenuto, dirigente della Regione Toscana, preposto agli uffici dell’A.R.S.I.A., Agenzia Regionale per lo sviluppo e l’Innovazione nel Settore Agricolo Forestale non ha impedito, omettendo i dovuti controlli interni, il comportamento delittuoso del sig. Omissis. E quindi considerando sia le modalità, quantomeno non consuete per un dress code da ufficio (anche non essendo formalistici) del sig. Omissis che si presentava ripetutamente in tenuta da tennis, sia in considerazione della logistica dell’ufficio di ambedue i convenuti (che lavoravano nello stesso edificio), sia ritenuta la frequenza dei comportamenti del Omissis, difformi dalla legittimità penale, amministrativa e dalla liceità erariale, non può non ritenersi concorrente responsabile il dott. Omissis.
Nel suo comportamento il dott. Omissis ha evidenziato una totale assenza di diligenza, e rilevante superficialità e trascuratezza:: in termini Sez. III Centr. 12 maggio 2014 n. 288, ed il grado di esigibilità della condotta canonizzata dalla normativa nella concreta gestione integra, nella specie, l’elemento soggettivo minimo (colpa grave) previsto dalla struttura della responsabilità amministrativa; in termini anche sulla inescusabile leggerezza Sezione giurisdizionale Regione Sicilia 26 giugno 2014 n. 793.
Acclarata la responsabilità dei convenuti, occorre ora procedere alla quantificazione ed alla ripartizione del danno.
La Procura contabile articola la richiesta del danno erariale in siffatto modo: a) € 2.044,44 a titolo di danno patrimoniale diretto correlato all’indebita percezione di emolumenti in assenza della relativa prestazione lavorativa (cfr. tab. a pagg. 8, 9, 10 e 11 dell’atto di citazione per l’anno 2010; b) € 2.000,00, quantificati in via equitativa a titolo di danno patrimoniale diretto correlato all’indebita percezione di emolumenti in assenza della relativa prestazione lavorativa per il periodo antecedente al 2010; c) danno all’immagine arrecato all’Amministrazione pubblica che, ai sensi dell’art. 55 – quinquies, comma 2, del D. lgs. 165 del 2001 introdotto dall’art. 69 del D. Lgs. n. 150 del 2009, veniva quantificato in € 10.000,00; d) € 7.923,00 per compensi percepiti nella qualità di insegnante di tennis nel periodo 2003 – 2010, in assenza di previa autorizzazione (cfr. art. 53, comma 7- bis D. Lgs. n. 165 del 2001), per i quali il sig. Omissis non aveva provveduto al versamento in favore dell’Amministrazione.
Il danno derivante dalla posta di cui alla lett. d) deriva dalla previsione normativa di cui alla lett. 7 e 7 bis della D.Lgs. 30 marzo 2001 n . 165, siccome modificato dalla l. 6 novembre 2012 n. 190, e secondo cui “ .. i dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza. Il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte deve essere versato, a cura dell’erogante o, in difetto, dal percettore, nel conto dell’entrata del bilancio dell’Amministrazione di appartenenza del dipendente per essere destinato ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti …(art. 7)…..l’omissione del versamento del compenso da parte del dipendente pubblico indebito percettore costituisce ipotesi di responsabilità erariale soggetta alla giurisdizione della Corte dei conti…. (art. 7 bis).
Osserva il Collegio, anche al fine di duplicazioni di danni erariali che si possono addizionare in ordine alla stesso periodo temporale, che il danno diretto imputabile ai due convenuti sia pari a € 7.800,00, di cui 2/3 a carico del sig. Omissis (nella misura pari a € 5.200,00) ed 1/3 a carico del dott. Omissis (€ 2.600,00), per omessa vigilanza a titolo di dirigente.
Va condannato alla somma di € 4.000,00, a titolo di danno all’immagine unicamente il sig. Omissis.
Questa giurisprudenza ha avuto modo di affermare che In tema di danno all’immagine la giurisprudenza contabile (cfr. 1/2011/QM e 10/QM/2003) ha statuito che l’immagine ed il prestigio della Pubblica Amministrazione sono beni – valori coessenziali all’esercizio delle pubbliche funzioni, e che il danno all’immagine dell’Amministrazione consiste in un pregiudizio che, pur se non integra una diminuzione patrimoniale diretta, è comunque suscettibile di valutazione patrimoniale, in quanto dal comportamento del convenuto è derivata la lesione di un bene giuridicamente rilevante: cfr. anche questa Sezione 2 agosto 2010 n. 259.
Con efficaci e convincenti argomentazioni la III Centr. 9 aprile 2009 n. 143 ha affermato che, a fronte della intervenuta lesione dell’immagine pubblica, negli amministrati, o se si vuole nello Stato Comunità, si incrinano quei naturali sentimenti di affidamento e di “appartenenza” alle istituzioni che giustifica la stessa collocazione dello Stato apparato e degli altri enti. Il recupero di tali sentimenti e, con essi, il recupero dell’immagine pubblica è essenziale per l’esistenza stessa della Pubblica Amministrazione e impongono di intervenire per ridurre, in via preventiva, ed eliminare, in via successiva, i danni conseguenti alla lesione della sua dignità e del suo prestigio, danni che sono ascrivibili alla categoria del danno patrimoniale: cfr. anche Sez. I Centr. 14 luglio 2011 n. 323, Sez. II Centr. 22 novembre 2011 n. 615 e Sez. III Centr. 12 dicembre 2011 n. 850.
Il danno appare quantificabile – con una valutazione equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c. – nella misura pari a € 4.000,00, visti gli echi della vicenda sulla stampa documentati dalla Procura contabile (all. 1).
Alla giuridica necessità di determinare l’entità del risarcimento con esclusivo riferimento alla dimensione della lesione dell’immagine, quale individuabile in base ai criteri “oggettivi”, “soggettivi” e “sociali” da tempo elaborati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. III Centr. 4 febbraio 2011 n. 114) si può nella specie far fronte con la liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c.. non essendo possibile quantificare precisamente l’importo del danno: cfr. Sez. III Centr. 10 febbraio 2011 n. 132.
Alla somma indicata, trattandosi di debito di valore conseguente ad una obbligazione non originariamente pecuniaria, vanno aggiunti la rivalutazione monetaria e gli interessi secondo i criteri che seguono:
- la rivalutazione va calcolata secondo l’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), con decorrenza dalla data dell’ultimo articolo di stampa ( 26 febbraio 2011 Il Corriere Fiorentino- Firenze), fino alla pubblicazione della presente sentenza;
- gli interessi legali vanno calcolati, dalla stessa data, e fino alla data di pubblicazione della presente sentenza, sulla somma originaria rivalutata anno dopo anno, cioè con riferimento ai singoli momenti con riguardo ai quali la predetta somma si incrementa nominalmente in base agli indici di rivalutazione monetaria (Cass. Sez. I n. 4587/2009, Sez. II 2010/18028 e SS.UU. 2005/1712).
Sulla somma così determinata vanno, altresì, aggiunti gli interessi legali dalla pubblicazione della presente sentenza sino al soddisfo.
Sempre in riferimento alla posizione del sig. Omissis, osserva il Collegio che il giudice designato di questa Sezione, nella udienza del 19 marzo 2013 (ord. n. 71/2013 del 25 marzo 2013) ha confermato il sequestro conservativo nella misura pari a € 7.036,85, importo corrispondente al quinto del trattamento di fine servizio dovuto dall’INPS – Gestione ex INPDAP spettante al sig. Omissis, sicché la misura cautelare si converte in pignoramento a favore dell’Erario.
Le spese seguono la soccombenza e vanno quantificate nella misura pari a € 875,56.=(Euro ottocentosettantacinque/56.=) nella misura del 50% per ognuno dei convenuti e con il vincolo della solidarietà.
https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomock=&materia=RESPONSABILITA’&id=10064200&cods=10&sezione=TOSCANA&esito=1&numero=139 &anno=2014&pubblicazione=20140806&mod=stampa&rigenera=SI
Di Simone Carmignani (del 16/09/2014 @ 12:01:55, in Consulenza Pubblica Amministrazione, linkato 14318 volte)
Di Simone Carmignani (del 05/09/2014 @ 10:08:23, in Consulenza Pubblica Amministrazione, linkato 16313 volte)
LIBERTA’ DI SPOSTAMENTO DEL PERSONALE – SENTENZA DELLA CASSAZIONE N. 7106/2014
Di Simone Carmignani (del 04/09/2014 @ 14:42:08, in Consulenza Pubblica Amministrazione, linkato 17123 volte)
Con ricorso depositato il 23 gennaio 2004, (OMISSIS) conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Ancona il Comune di Castelfidardo chiedendo – previa disapplicazione e declaratoria di illegittimita’ del provvedimento del sindaco del 3 marzo 2003 di conferimento dell’incarico di posizione organizzativa nel settore della polizia municipale a favore del Dott. (OMISSIS) (fino ad allora assegnata ad esso (OMISSIS)), nonche’ del provvedimento del sindaco dell’8 aprile 2003 di trasferimento del (OMISSIS) medesimo dal settore della Polizia municipale al settore servizi all’utenza – la reintegrazione nella sua posizione lavorativa di comandante della Polizia municipale con condanna del datore di lavoro al pagamento sia degli emolumenti arretrati ed alle indennita’ (perse nello svolgimento delle mansioni asseritamente inferiori) sia dell’importo di 500.000 euro a titolo di risarcimento del danno professionale da demansionamento, del danno all’immagine e dei danni alla salute.
Il ricorrente, premesso di non appartenere alla dirigenza (essendo, viceversa, inquadrato come funzionario soggetto al c.c.n.l. del comparto delle Regioni e delle Autonomie locali – personale non dirigente), sosteneva di aver subito, attraverso tale illegittimo trasferimento al servizio denominato polizia amministrativa del commercio, un palese demansionamento (passando da posizione apicale a quella di semplice impiegato) in violazione dell’articolo 2103 c.c., del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 56, e dell’articolo 3 del c.c.n.l., tenuto conto che il richiamo contenuto nel provvedimento del Sindaco dell’8.4.03 alla incompatibilita’ ambientale era inammissibile poiche’ non piu’ previsto nel nostro ordinamento per i dipendenti del comparto degli enti locali a seguito della abrogazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 3 del 1957, articolo 32, (testo unico dello statuto degli impiegati civili dello Stato).
Muovendo dalla premessa che il Sindaco, quale organo essenzialmente politico cui competono funzioni di indirizzo, con l’adozione del provvedimento di trasferimento e demansionamento aveva posto in essere un atto gestionale che esorbitava dai poteri di sua competenza (tanto piu’ che alla data dell’8 aprile 2003, giorno del trasferimento, esso (OMISSIS) si trovava gia’ da qualche giorno in distacco sindacale, ragione per cui si consumava anche la violazione delle guarentigie sindacali) illustrava i vari profili di danno, compreso quello all’immagine, alla salute ed alla vita di relazione, tenuto conto del discredito per la rimozione dal ruolo di comandante della polizia municipale e per il contestuale conferimento della posizione organizzativa relativa alla polizia municipale in capo al Dott. (OMISSIS) (atto affetto dal vizio di violazione di legge).
Mentre il convenuto (OMISSIS) restava contumace, il Comune di Castelfidardo evidenziava innanzi tutto che i capi della domanda relativi alla reintegrazione nelle mansioni (e consequenziali) erano divenuti inammissibili a seguito della transazione parziale conclusa dalle parti innanzi alla direzione provinciale del lavoro di Ancona, subito dopo l’esodo volontario, tramite procedura di mobilita’, del (OMISSIS) al Comune di Corridonia.
Il convenuto, resistendo ai rimanenti capi della domanda, richiamava la situazione di obiettiva incompatibilita’ ambientale in cui il (OMISSIS) si era posto rendendosi responsabile di illeciti disciplinari nonche’ autore di una durissima campagna personale contro il Sindaco e l’Assessore al personale, strumentalizzando il suo ruolo sindacale fino al punto di convocare un apposito incontro con la stampa nei locali della polizia municipale, dando in tal modo ampia risonanza alla vicenda ed al contrasto.
Con sentenza resa il 7 settembre 2005, il Tribunale dichiarava la cessazione della materia del contendere sulla richiesta di reintegra nella posizione lavorativa di comandante della polizia municipale e, rigettati gli altri capi della domanda, condannava il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
A fondamento della decisione ed a confutazione degli argomenti addotti dal ricorrente, il giudice di prime cure, verificato che le parti avevano definito con verbale di conciliazione sindacale (innanzi alla direzione provinciale del lavoro di Ancona il 24 marzo 2004) la questione della reintegra nelle precedenti mansioni e delle connesse implicazioni retributive, muovendo dalla considerazione che il (OMISSIS) era rimasto nella stessa unita’ produttiva, qualificava il provvedimento del Sindaco come legittimo esercizio, da parte del datore di lavoro, dello ius variandi non essendo ravvisabili gli elementi del trasferimento per incompatibilita’ ambientale.
Inoltre riteneva legittimo il provvedimento del 31 marzo 2003 con cui il Sindaco, scaduto il termine dell’incarico dirigenziale temporaneo fino a quel momento affidato al (OMISSIS), aveva conferito al (OMISSIS) la titolarita’ della posizione organizzativa del settore della polizia municipale (senza conferimento dell’incarico ulteriore di comandante della polizia municipale) e, verificata la sostanziale equivalenza delle nuove mansioni di responsabile del servizio di polizia amministrativa; rilevato che il (OMISSIS) era stato mantenuto nella stessa area professionale e salariale delle mansioni iniziali, stabiliva che il passaggio da un servizio all’altro non aveva comportato per il ricorrente alcun demansionamento e, percio’, alcun danno ingiusto.
Avverso tale sentenza il (OMISSIS) proponeva rituale gravame, evidenziando peraltro una persecuzione attuata nei suoi confronti dal Comune di Castelfidardo in conseguenza di una sua richiesta di distacco sindacale del 18 marzo 2003, e sostenendo che da tale giorno erano stati promossi ben quattro procedimenti disciplinari a suo carico da parte di quell’Amministrazione che aveva mantenuto una persistente ostilita’ nei suoi confronti, rifiutandosi perfino di ottemperare all’ordine di reintegrazione di cui alla ordinanza collegiale pronunciata dal Tribunale di Ancona in sede di reclamo.
Si doleva l’appellante della omessa disapplicazione del provvedimento del Sindaco di trasferimento del (OMISSIS) ad altre mansioni, adottato sulla base dell’unico motivo della incompatibilita’ ambientale, nonostante che tale istituto fosse stato abrogato; della violazione ed errata applicazione dell’articolo 3 del C.C.N.L. del 31 marzo 1999 e del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 56, per la riconosciuta equivalenza delle mansioni nonostante la infungibilita’ del ruolo del comandante della polizia municipale; dell’omesso rilievo della incompetenza del Sindaco all’adozione dell’atto di trasferimento ed alla violazione della Legge quadro n. 65 del 1986; della illogicita’ e contraddittorieta’ della motivazione della sentenza riguardo al trasferimento attuato nonostante il riconosciuto distacco sindacale; della omessa considerazione del contrasto tra le nuove mansioni e la modificazione unilaterale, cosi’ attuata, del contratto individuale di lavoro a tempo indeterminato che gli aveva attribuito il profilo professionale di “Funzionario di polizia Municipale – Comandante”; della omessa considerazione della inesistenza del servizio denominato “polizia Amministrativa – Commercio” nel Comune di Castelfidardo; dell’omesso rilievo della illegittimita’ del conferimento della posizione organizzativa relativa alla polizia municipale in capo al Dott. (OMISSIS) in violazione della Legge Quadro n. 65 del 1986; del mancato risarcimento del danno professionale, del danno all’immagine ed alla vita di relazione cagionato dalla rimozione dal ruolo di comandante della polizia municipale, dalla mancata ottemperanza all’ordinanza giudiziale di restituzione alle sue mansioni di comandante nonche’ mancato risarcimento dei danni alla salute per violazione dell’obbligo di tutela della integrita’ della personalita’ morale del lavoratore gravante, a norma dell’articolo 2087 c.c., sul datore di lavoro.
L’appellato (OMISSIS), gia’ contumace in primo grado, non si costituiva. Il Comune di Castelfidardo, nella memoria di costituzione in giudizio, confutato il quadro persecutorio riferito e ribaditi i fatti a sostegno del clima di crescente tensione ed antagonismo consumati dal (OMISSIS), prestando adesione alla qualificazione (operata dal giudice di prime cure) della determina di trasferimento come mutamento di mansioni equivalenti, richiamata comunque la situazione di incompatibilita’ ambientale, svolgeva nel resto considerazioni analoghe alle deduzioni formulate in primo grado, chiedendo la conferma della sentenza impugnata. Con sentenza depositata il 24 agosto 2009, la Corte d’appello di Ancona dichiarava improcedibile l’appello proposto nei confronti del (OMISSIS) e rigettava il gravame proposto nei confronti del Comune, condannando il (OMISSIS) al pagamento delle spese.
Per la cassazione propone ricorso il (OMISSIS), affidato a tre motivi. Resiste il Comune con controricorso, poi illustrato con memoria.
Deve pregiudizialmente evidenziarsi che non ha formato oggetto di censura il capo della sentenza impugnata con cui e’ stato dichiarato improcedibile l’appello nei confronti del (OMISSIS), che resta pertanto estraneo al presente giudizio di legittimita’.
1. – Con il primo motivo il ricorrente denuncia “omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia; falsa rappresentazione della realta'; decisione difforme alla giurisprudenza della Corte di Cassazione sul tema dell’equivalenza delle mansioni”.
Dopo aver esposto la distinta disciplina in materia di equivalenza di mansioni nel lavoro pubblico contrattualizzato e nel lavoro privato, il ricorrente critica l’opinione secondo cui nel primo le garanzie del lavoratore in materia potrebbero essere affidate esclusivamente alla contrattazione collettiva, che peraltro non esclude, ma all’opposto consente ed impone, una valutazione delle professionalita’ insite nelle varie mansioni, cosi’ come poi stabilito dal Decreto Legislativo n. 150 del 2009, articolo 62, secondo cui il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni equivalenti nell’ambito dell’area di inquadramento e non piu’ con riferimento alle mansioni considerate equivalenti nell’ambito della classificazione professionale prevista dai contratti collettivi.
Pur esponendo che la novella non ha recato, per quanto qui rileva, significativi mutamenti, il ricorrente ritiene necessario, ai fini di una corretta interpretazione della disciplina delle mansioni equivalenti nell’ambito del pubblico impiego, far riferimento agli strumenti individuati in materia per il lavoro privato, ed in particolare alla tutela della specifica preparazione tecnico professionale del dipendente, cosi’ come emergenti dalla contrattazione collettiva (e nella specie dall’Allegato A del c.c.n.l. del 31.3.99).
Il motivo e’ infondato per tre ordini di considerazioni: la prima e’ che a partire dalla nota sentenza resa a sezioni unite da questa Corte (Cass. sez. un. n. 8740/08), e’ pacifico nella giurisprudenza di legittimita’ che in materia di pubblico impiego contrattualizzzato non si applica l’articolo 2103 c.c., essendo la materia disciplinata compiutamente dal Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 52 – nel testo anteriore alla novella recata dal Decreto Legislativo n. 150 del 2009, articolo 62, comma 1, inapplicabile ratione temporis al caso in esame – che assegna rilievo, per le esigenze di duttilita’ del servizio e di buon andamento della p.a., solo al criterio dell’equivalenza formale con riferimento alla classificazione prevista in astratto dai contratti collettivi, indipendentemente dalla professionalita’ in concreto acquisita, senza che possa quindi aversi riguardo alla citata norma codicistica ed alla relativa elaborazione dottrinaria e giurisprudenziale che ne mette in rilievo la tutela del c.d. bagaglio professionale del lavoratore, e senza che il giudice possa sindacare in concreto la natura equivalente della mansione (Cass. n. 17396/11; Cass. n. 18283/10; Cass. sez.un. n. 8740/08). La seconda e’ che risulta incontestatamente dalla sentenza impugnata che l’incarico conferito dal Comune al (OMISSIS) aveva durata sino al 31 marzo 2003, gia’ scaduto al tempo della contestata assegnazione ad altro incarico, termine assolutamente legittimo giusta l’articolo 9 del c.c.n.l. 31.3.99, che prevede per il conferimento degli incarichi relativi all’area delle posizioni organizzative (apicali) un periodo massimo non superiore a 5 anni (solo) eventualmente rinnovabile. La terza e’ che nella specie non risulta essersi verificata alcuna violazione al principio dell’equivalenza formale in riferimento alla classificazione prevista dal contratto collettivo (c.c.n.l. 31.3.99 invocato, che prevede che tutte le mansioni appartenenti alla medesima area sono esigibili, articolo 3, comma 2), essendo stata accertata la sostanziale equivalenza delle nuove mansioni di responsabile del servizio di polizia amministrativa, compreso nella medesima area professionale apicale (categoria D) di cui all’allegato A) del c.c.n.l. menzionato), circostanza questa che non forma oggetto di specifica censura da parte dell’odierno ricorrente.
2.- Con il secondo motivo il ricorrente denuncia “omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia; falsa rappresentazione della realta'; error in procedendo et iudicando; violazione dell’ari 112 c.p.c. – Revoca dell’incarico di responsabile del Corpo di Polizia Municipale”.
Lamenta che la Corte di merito risolse il caso in esame richiamando semplicemente la giurisprudenza di legittimita’ formatasi dopo la sentenza n. 23760/04, secondo cui il sistema normativo del lavoro pubblico dirigenziale negli enti locali (trasfuso da ultimo nel Decreto Legislativo n. 267 del 2000, articolo 109) esclude la configurabilita’ di un diritto soggettivo a conservare in ogni caso determinate tipologie di incarico dirigenziale. Deduce che la complessa disciplina aveva subito importanti mutamenti sia ad opera del legislatore (da ultimo col Decreto Legislativo n. 150 del 2009), sia della Corte costituzionale (sentenze nn. 103 e 104 del 2007, n. 161/08, n. 351/08 e n. 81/10). Lamenta che il Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 21, stabilisce che l’incarico dirigenziale possa essere revocato solo quando emerga una evidente responsabilita’ del dirigente nel raggiungimento degli obiettivi o per inosservanza delle direttive imputabili al dirigente.
Che i medesimi principi dovevano applicarsi anche al comandante della Polizia Municipale anche laddove non abbia, come nel caso di specie, la qualifica dirigenziale, svolgendo in fatto funzioni apicali.
Il motivo e’ infondato. Deve infatti innanzitutto rilevarsi che nessuno sviluppo argomentativo ha nel ricorso la pur denunciata violazione dell’articolo 112 c.p.c., (salvo l’accenno, del tutto irrilevante, che nella specie non si era avuto trasferimento ma mutamento delle mansioni, posto che, al di la’ di sporadiche inesattezze terminologiche, la sentenza impugnata ha correttamente esaminato la questione sottopostale della legittimita’ o meno del mutamento di mansioni).
Per il resto deve rimarcarsi che la questione della revoca degli incarichi dirigenziali non puo’ trovare applicazione nella specie, non semplicemente perche’ l’incarico de quo era pacificamente scaduto, ma anche e soprattutto perche’ il ricorrente non rivestiva la qualifica di dirigente, svolgendo unicamente funzioni apicali quale funzionario titolare di posizioni organizzative, ex articolo 8 e seguenti del c.c.n.l. del 31.3.99 enti locali.
Deve infine rilevarsi che la disciplina legislativa per il resto invocata, innanzitutto riguarda i dirigenti e non il funzionario titolare di posizione apicale nei Comuni; la citata giurisprudenza costituzionale, poi, riguarda i dirigenti pubblici di vertice, o di livello generale, e con riferimento allo spoyls System, di cui dapprima alla Legge 15 luglio 2002, n. 145, e quindi alla Legge 24 novembre 2006, n. 286, avendo affermato, per tale categoria di dirigenti, la necessita’ di separazione tra l’attivita’ amministrativa e quella politica in base al principio di continuita’ dell’azione amministrativa che e’ strettamente correlato a quello di buon andamento dell’azione stessa e ritenendo pertanto necessario che la revoca delle funzioni legittimamente conferite ai dirigenti apicali sia conseguenza soltanto di un’accertata responsabilita’, all’esito di un procedimento di garanzia puntualmente disciplinato.
3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia “omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia; falsa rappresentazione della realta’. L’incompatibilita’ ambientale”. Lamenta che l’incompatibilita’ ambientale, prevista quale causa di trasferimento dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 3 del 1957, articolo 32, era istituto espunto dall’ordinamento per effetto del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 72. Il motivo e’ infondato. Nella specie, infatti, non si tratta (come del resto ammesso dal ricorrente nella precedente censura) di trasferimento ma di legittimo esercizio dello ius variandi, come previsto dal c.c.n.l. 31.3.99 invocato (articolo 3, comma 2: “Ai sensi del Decreto Legislativo n. 29 del 1993, articolo 56, come modificato dal Decreto Legislativo n. 80 del 1998, tutte le mansioni ascrivibili a ciascuna categoria, in quanto professionalmente equivalenti, sono esigibili. L’assegnazione di mansioni equivalenti costituisce atto di esercizio del potere determinativo dell’oggetto del contratto di lavoro”). L’articolo 8, comma 1, del medesimo c.c.n.l. nel definire l’area “posizioni organizzative” (categoria D), per quanto ora detto professionalmente equivalenti, stabilisce che “Gli enti istituiscono posizioni di lavoro che richiedono, con assunzione diretta di elevata responsabilita’ di prodotto e di risultato: a) lo svolgimento di funzioni di direzione di unita’ organizzative di particolare complessita’, caratterizzate da elevato grado di autonomia gestionale e organizzativa; b) lo svolgimento di attivita’ con contenuti di alta professionalita’ e specializzazione correlate a diplomi di laurea e/o di scuole universitarie e/o alla iscrizione ad albi professionali; c) lo svolgimento di attivita’ di staff e/o di studio, ricerca, ispettive, di vigilanza e controllo caratterizzate da elevate autonomia ed esperienza”. Tra tali mansioni rientra certamente la responsabilita’ del servizio di polizia amministrativa affidato al (OMISSIS), essendo comunque inapplicabile in materia di pubblico impiego l’articolo 2103 c.c., ed il correlato concetto di tutela della professionalita’ acquisita (Cass. 5 agosto 2010 n. 18283).
26/05/2019 @ 20:07:58

References: SENTENZA 
 sentenza 
 art. 53
 art. 274
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 444
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 53
 art. 1226
 sentenza 
 SENTENZA 
 articolo 56
 articolo 32
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 56
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 62
 sentenza 
 articolo 52
 articolo 62
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 articolo 3
 sentenza 
 articolo 109
 articolo 21
 sentenza 
 articolo 8
 articolo 32
 articolo 72
 articolo 56