Source: https://www.laleggepertutti.it/106449_verifica-fiscale-per-la-prestazione-professionale-gratuita-o-scontata
Timestamp: 2018-12-15 10:36:18+00:00

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Verifica fiscale per la prestazione professionale gratuita o scontata?
Avvocati, commercialisti, architetti, consulenti: è sospetta la prestazione gratuita a parenti o amici oppure è necessaria l’emissione di fattura per un importo modesto?
I professionisti non sono nuovi a eseguire prestazioni a titolo gratuito, spesso per rapporti di amicizia, parentela, per pubblicità o di semplice convenienza con la clientela (si pensi alla prestazione in favore del soggetto che è anche amministratore di una società ormai cliente stabile dello studio).
Ma che rischi può comportare, con il fisco, lo svolgimento di un’attività non fatturata perché eseguita senza alcun compenso?
L’orientamento della più recente giurisprudenza è diventato più liberale, ritenendo illegittima la verifica fiscale, da parte dell’Agenzia delle Entrate, eseguita nei confronti del professionista per le prestazioni da questi rese a titolo gratuito in favore di parenti, amici, soci di società già clienti a pagamento dello studio e di altre persone in grado di incrementare la clientela [1]. Del resto, il contratto professionale è valido anche se non è a titolo oneroso.
A conferma di ciò si ricorda che, per legge [2], concorrono alla formare il reddito di lavoro autonomo tutti i compensi “in denaro o in natura percepiti”: pertanto, sono del tutto irrilevanti le prestazioni per le quali non è stato ricevuto alcun corrispettivo. Esse, dunque, non vanno a formare la base imponibile sulla quale calcolare l’imposizione fiscale, né si può ricostruire “a posteriori” il reddito del professionista (a seguito di verifica fiscale) solo perché questi ha svolto una o più prestazioni gratuite.
Del resto, la fatturazione dei professionisti segue il criterio di imputazione “per cassa”: pertanto, finché il compenso non viene materialmente incassato, la fattura non deve essere emessa.
Secondo inoltre il chiarimento fornito dall’Agenzia delle Entrate [3] è possibile la deduzione dei costi sostenuti in esecuzione di una prestazione a titolo gratuito, in quanto non è necessaria una stretta corrispondenza tra deduzioni fiscali e prestazioni imponibili.
Non in ultimo, le prestazioni gratuite dei professionisti sono escluse anche dall’applicazione dell’Iva: la legge [4] infatti afferma la rilevanza soltanto di quelle di valore superiore a 50 euro rese per finalità estranee all’esercizio dell’impresa.
Il problema, però, potrebbe sorgere quando dietro la prestazione gratuita si nasconda invece un’evasione fiscale, e quindi l’intento di sottrarre alla tassazione il compenso percepito “a nero”. Quando allora la prestazione può davvero dirsi gratuita? Il problema non può essere risolto in via generale, ma va affrontato caso per caso. Come infatti chiarito dalla Suprema Corte [5], la gratuità della prestazione potrebbe essere contestata dall’Agenzia delle Entrate in presenza di un comportamento manifestamente antieconomico.
Ecco perché l’Agenzia delle Entrate raccomanda l’esecuzione di controlli incrociati tutte le volte in cui il contribuente giustifichi la mancata emissione della fattura sulla base della gratuità della prestazione [6].
La gratuità delle prestazioni può essere considerata verosimile nei confronti di parenti o di colleghi-amici. Più difficile però è addurre tale giustificazione nei confronti di soggetti non legati da alcun legame o vincolo.
Il perno della valutazione del giudice circa la correttezza di un’eventuale accertamento fiscale per prestazioni gratuite ruota tutto intorno alla logicità ed economicità del comportamento del contribuente. Sicché una prestazione resa gratuitamente per un fratello, che abbia tuttavia richiesto diversi anni di impegno professionale, viaggi e spese, con mole di lavoro particolarmente rilevante, potrebbe essere valutata antieconomica perché – salvo che il professionista abbia un interesse personale nella vicenda – avrebbe sottratto lo stesso studio ad altre attività più redditizie. La Cassazione ha, infatti, più volte sancito la possibilità per le Entrate di contestare corrispettivi dichiarati dai professionisti che non risultano logici sotto il profilo economico.
Emettere fatture modeste per evitare problemi col fisco?
Addirittura, secondo alcune sentenze, potrebbe essere più rischioso, per il contribuente che abbia svolto una prestazione gratuita, emettere comunque una fattura per un importo basso, in modo da “mettere a tacere” il fisco piuttosto che dichiarare semplicemente la gratuità della prestazione. In buona sostanza, se non si è in grado di dimostrare le valide ragioni che portano un professionista a rendere gratuite attività invece di norma onerose, risulta poi ancora più difficile dimostrare la congruità di corrispettivi palesemente inferiori a quelli di mercato.
Ecco, sulla scorta di alcune sentenze rese dai giudici, qualche esempio di prestazione gratuita ritenuta plausibile e qualche altro, invece, in cui il comportamento è stato ritenuto indice di evasione perché antieconomico.
La Cassazione [7] ha, per esempio, detto che la trasmissione telematica a titolo gratuito delle dichiarazioni dei redditi di un numero anche rilevante di amici e parenti (compresi quelli dei clienti) con la finalità di incrementare la clientela non legittima la presunzione del conseguimento di compensi non dichiarati.
A sua volta l’Agenzia delle Entrate [8] ha chiarito che la gratuità delle prestazioni rese dai professionisti può essere considerata verosimile nei confronti di parenti o di colleghi-amici. Dello stesso avviso la CTP di Cosenza [9] secondo cui un professionista può svolgere durante l’anno una parte limitata della propria attività senza percepire alcun compenso per ragioni di amicizia, di parentela o di convenienza.
Allo stesso modo ben potrebbe un artista accettare di eseguire un concerto o di partecipare a un evento senza alcun compenso solo allo scopo di farsi conoscere dal pubblico [10].
Infine, è apparso antieconomico e quindi elusivo il comportamento dell’amministratore di una Srl che abbia accettato di fare da amministratore di due condomini a titolo gratuito [11].
In ogni caso, il professionista che voglia evitare future contestazioni da parte del fisco potrebbe cautelarsi attraverso un contratto o una lettera di incarico professionale in cui si espliciti l’impegno a non richiedere alcun compenso per l’attività resa.
Si ritiene che tale lettera non sia comunque necessaria quando i soggetti beneficiari sono ad esempio legati da rapporti di parentela con il professionista.
[1] Cass. sent. n. 21972/2015.
[2] Art. 54 T.U. Imposte sui redditi.
[3] Ag. Entrate risoluzione n. 49/E/2013.
[4] Art. 3, comma 3, del Dpr 633/72.
[5] Cass. sent. n. 20269/2010.
[6] Ag. Entrate, circolare n. 84/E/2001 relativa alle metodologie di controllo nei riguardi degli studi legali.
[7] Cass. sent. n. 21972/2015.
[8] Ag. Entrate, circolare 84/E del 2001.
[9] Ctp di Cosenza, sent. n. 365/04/2013
[10] Ctr Lombardia, sent. n. 99/2010.
[11] Cass. sent. n. 1915/2008.
leo licomati ha detto:
07/06/2016 alle 10:35
10/02/2017 alle 19:23
Singolare la situazione per gli architetti. categoria alla quale appartengo.
Il governo alcuni anni fa abolì i minimi tariffari, creando il caos nel mercato e di fatto obbligando a licenziare e chiudere l’attività moltissimi colleghi.
Sarebbe interessante discutere del concetto di prezzo di mercato dopo tali manovre.

References: Cass. 
 Art. 54
 Art. 3
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.