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Timestamp: 2018-06-20 16:52:02+00:00

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Codice proc. civile Art. 61 cod. proc. civile: Consulente tecnico
Quando è necessario, il giudice può farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o più consulenti di particolare competenza tecnica (1).
La scelta dei consulenti tecnici deve essere normalmente fatta tra le persone iscritte in albi speciali formati a norma del disposizioni di attuazione al presente codice (2).
Consulente tecnico: è un ausiliario occasionale del giudice, provvisto di particolare competenza tecnica, per questo da scegliere tra gli iscritti in appositi albi, investito di una pubblica funzione, che svolge attività talvolta sostanzialmente giurisdizionali, pur senza avere uno stabile rapporto d’impiego con lo Stato. Va precisato che qui si considera il consulente d’ufficio, cioè quello nominato discrezionalmente dal giudice e non il consulente che la parte può nominare, in assistenza o controllo dell’operato del CTU. Il consulente di parte, inoltre, partecipa alle udienze e alla camera di consiglio tutte le volte che vi interviene il CTU, con la facoltà di prospettare, nell’interesse della parte, le sue osservazioni sui risultati delle indagini tecniche, eventualmente depositando una propria relazione scritta.
(1) Il consulente tecnico deve dare una valutazione puramente tecnica dei fatti della causa, di cui non può essere investito il giudice. Per questo non può provvedersi alla sua nomina per la individuazione o interpretazione di norme giuridiche vigenti (diversamente per il diritto antico, consuetudinario o straniero) o di regole di esperienza, rientrando questo nelle esclusive attribuzioni del giudice.
(2) Gli albi sono istituiti presso ogni tribunale e divisi per categorie, al fine di agevolare la scelta del consulente da parte del giudice. Dietro parere del Presidente del tribunale è possibile nominare anche una persona non iscritta in nessun albo, ma fornito della competenza tecnica particolare richiesta nella fattispecie. Se le parti non si oppongono, si può nominare anche chi, abilitato, non sia però iscritto ad alcun ordine professionale. La vigilanza sulla distribuzione degli incarichi è affidata al Presidente del tribunale, il quale verifica che gli incarichi siano equamente distribuiti tra gli iscritti nell’albo, in modo che, come previsto dalla l. 69/2009, nessun consulente possa avere oltre il 10% degli incarichi complessivamente affidati dall’ufficio. La scelta dell’ausiliario è riservata all’apprezzamento discrezionale del giudice e non è sindacabile neppure in sede di legittimità.
Fase e grado del procedimento nei quali può procedersi alla nomina del consulente tecnico.
Il giudice può ben preferire, salvo l’obbligo della relativa motivazione, di fondare la decisione su tale primitiva consulenza, laddove la ritenga meglio soddisfacente, anche rispetto a quella eventualmente espletata in sede di rinvio, avendo egli il potere di procedere (nuovamente) all’accertamento del fatto valutando liberamente le prove già raccolte. Cass. 9 gennaio 2009, n. 341.
Scelta del consulente.
Le norme degli artt. 61 c.p.c. e 13 e 22, comma secondo, disp. att. c.p.c. relative alla scelta del consulente tecnico hanno natura e finalità direttive; conseguentemente la scelta di tale ausiliario è riservata all’apprezzamento discrezionale del giudice e non è sindacabile in sede di legittimità. Cass. 6 luglio 2011, n. 14906; conforme Cass. 30 marzo 2010, n. 7622; Cass. 12 aprile 2001, n. 5473.
La decisione di affidare l’incarico ad un professionista (nella specie, geometra) iscritto ad un altro diverso da quello competente per la materia al quale si riferisce la consulenza (nella specie, ingegneri), ovvero non iscritto in alcun albo professionale, non è censurabile in sede di legittimità e non richiede specifica motivazione. Cass. 12 marzo 2010, n. 6050.
Provvedimento di nomina.
3.1. Formalità.
3.1.1. Non debenza degli onorari di avvocato per l’udienza di conferimento dell’incarico al consulente.
Gli onorari di avvocato previsti al n. 16 della tabella a) allegata al decreto del Ministero di grazia e giustizia 5 ottobre 1994, n. 585 per la partecipazione alla udienza di prova ed i relativi diritti non sono dovuti in relazione all’udienza nella quale viene conferito incarico al consulente tecnico, non costituendo di regola la consulenza tecnica - salvo valutazione ex post da effettuarsi in relazione alle circostanze del caso concreto - fonte autonoma ed oggettiva di prova e non potendosi estendere la previsione della norma al di fuori dei mezzi di prova disciplinati specificamente come tali dal codice di rito. Cass. lav., 17 agosto 2004, n. 16065.
3.2. Discrezionalità del giudice.
3.2.1. Limiti della sindacabilità in cassazione del provvedimento relativo alla consulenza tecnica.
Il principio secondo cui il provvedimento che dispone la consulenza tecnica rientra nel potere discrezionale del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, va contemperato con l’altro principio secondo cui il giudice deve sempre motivare adeguatamente la decisione adottata in ordine ad una questione tecnica rilevante per la definizione della causa, con la conseguenza che quando il giudice disponga di elementi istruttori e di cognizioni proprie, integrati da presunzioni e da nozioni di comune esperienza, sufficienti a dar conto della decisione adottata, non può essere censurato il mancato esercizio di quel potere, mentre se la soluzione scelta non risulti adeguatamente motivata, è sindacabile in sede di legittimità sotto l’anzidetto profilo. Cass. 3 gennaio 2011, n. 72; conforme Cass. 27 ottobre 2004, n. 20814.
La consulenza tecnica d’ufficio non costituisce un mezzo di prova, ma è finalizzata all’acquisizione, da parte del giudice, di un parere tecnico necessario, o quanto meno utile, per la valutazione di elementi probatori già acquisiti o per la soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze, pertanto la nomina del consulente rientra nel potere discrezionale del giudice, che può provvedervi anche senza alcuna richiesta delle parti, sicché ove la parte ne faccia richiesta non si tratta di un’istanza istruttoria in senso tecnico ma di una mera sollecitazione rivolta al giudice affinché questi, avvalendosi dei suoi poteri discrezionali, provveda al riguardo; ne consegue che una tale richiesta non può mai considerarsi tardiva, ancorché formulata dalla parte tardivamente costituitasi in giudizio Cass. lav., 21 aprile 2010, n. 9461.
3.2.2. Elementi da valutare ai fini dell’ammissione della consulenza.
Spetta sempre al giudice la decisione in ordine all’ammissione della consulenza tecnica d’ufficio, anche quando - anziché la sua normale funzione di fornire al giudice la valutazione relativa a fatti già acquisiti al processo - la stessa può eccezionalmente costituire fonte di prova, quale strumento non solo di valutazione ma anche di accertamento di situazioni di fatto rilevabili esclusivamente mediante il ricorso a determinate cognizioni tecniche (essendo essa specificamente diretta a dimostrare l’accadimento o il non accadimento di un fatto la cui prova la parte non possa in altro modo fornire). Più in particolare in tal caso compete al giudice l’apprezzamento delle circostanze che consentano eventualmente di escludere che il relativo espletamento possa condurre ai risultati perseguiti dalla parte istante, sulla quale incombe pertanto l’onere di offrirne gli elementi di valutazione. Cass. 1° aprile 2004, n. 6396.
3.2.3. Rinnovazione o integrazione delle indagini tecniche già espletate.
In tema di consulenza tecnica d’ufficio, se la parte chiede la rinnovazione delle indagini tecniche, specificando le ragioni della richiesta, il giudice è libero di disporla o meno, ma nel caso in cui non la disponga, a differenza del caso contrario, è tenuto a motivare sul punto. Cass. 27 aprile 2011, n. 9379; conforme Cass. 2 agosto 2004, n. 14775.
Contra: Il giudice di merito non è tenuto, anche a fronte di una esplicita richiesta di parte, a disporre una nuova consulenza d’ufficio, atteso che il rinnovo dell’indagine tecnica rientra tra i poteri istituzionali del giudice di merito, sicché non è neppure necessaria una espressa pronunzia sul punto. Cass. lav., 24 settembre 2010, n. 20227; conforme Cass. 29 aprile 2006, n. 10043; Cass. lav., 5 febbraio 2004, n. 2151
Diniego di consulenza.
4.1. Motivazione del diniego.
Nel caso di incidente ferroviario, cagionato dallo scontro tra un veicolo stradale (nella specie autocarro), arrestatosi sulla sede ferroviaria, ed il sopraggiungente elettrotreno, in presenza di concause nella determinazione del sinistro, quale il precedente scontro tra il predetto veicolo stradale ed altra autovettura (nella specie condotta dal casellante ferroviario), e della conseguente possibilità di ricorrere ad una ricostruzione tecnica della dinamica del sinistro a prova scientifica, il rifiuto ingiustificato da parte del giudice di merito di ricorrere ad una consulenza tecnica di ufficio per tale scopo, mentre preclude alla parte di svolgere una difesa sostanziale, nel contraddittorio con le altre parti, preclude anche allo stesso giudice decidente di avere una adeguata comprensione del fatto storico sottoposto al suo accertamento, come fatto illecito da circolazione ferroviaria (i criteri di sicurezza della quale sono peraltro rigorosamente disciplinati), connesso a fatto illecito da circolazione di veicoli. Cass. 31 gennaio 2006, n. 2131.
4.2. Oneri incombenti sulla parte che denuncia la mancata ammissione della consulenza.
La parte che denuncia la mancata ammissione della consulenza ha l’onere di precisare, sotto il profilo causale, come l’espletamento del detto mezzo avrebbe potuto influire sulla decisione impugnata. Cass. 11 gennaio 2006, n. 396.
In materia di consulenza tecnica d’ufficio la decisione del giudice di merito che ne esclude l’ammissione non è sindacabile in sede di legittimità, posto che compete al giudice del merito l’apprezzamento delle circostanze che consentano di escludere che il relativo espletamento possa condurre ai risultati perseguiti dalla parte istante, sulla quale incombe pertanto l’onere di offrire gli elementi di valutazione. Cass. 2 dicembre 2005, n. 26264.
4.3. Controversie in materia di previdenza o assistenza obbligatoria.
Nelle controversie in materia di previdenza o assistenza obbligatoria, relative a domande di prestazioni previdenziali o assistenziali che richiedono per il loro contenuto che si proceda ad un accertamento tecnico, il mancato espletamento di una consulenza medico legale, specie a fronte di una domanda di parte in tal senso, costituisce una grave carenza nell’accertamento dei fatti da parte del giudice del merito, che si traduce in un vizio della motivazione della sentenza. Cass. lav., 10 marzo 2004, n. 4927.
Revocabilità e impugnabilità del provvedimento che dispone o nega la consulenza e del provvedimento ammissivo di chiarimenti o di rinnovazione della consulenza.
5.1. Provvedimento di ammissione di una consulenza reso nell’ambito di un giudizio di appello successivamente dichiarato estinto.
Il provvedimento con cui il giudice del gravame dispone una consulenza tecnica d’ufficio è, per sua natura, revocabile e funzionale allo svolgimento di un’attività istruttoria, e non ha un contenuto decisorio bensì meramente ordinatorio. Ne consegue che, nel caso in cui il giudizio d’appello venga successivamente dichiarato estinto per mancata riassunzione nel termine all’uopo fissato, l’ordinanza ammissiva del predetto accertamento peritale non può farsi rientrare tra i provvedimenti pronunciati nel corso del procedimento estinto, menzionati nell’art. 338 c.p.c., che modificano la sentenza impugnata, e pertanto non preclude il passaggio in giudicato di quest’ultima in conseguenza dell’estinzione del giudizio di impugnazione. Cass. 7 ottobre 2005, n. 19639.
5.2. Revoca implicita.
La revoca dell’ordinanza con la quale il giudice abbia disposto la comparizione del consulente tecnico d’ufficio per chiarimenti - revoca che, al pari di quella relativa all’ordinanza ammissiva della consulenza, rientra nei poteri discrezionali del giudice del merito, il cui esercizio è insindacabile in sede di legittimità - è implicita nella circostanza che non viene dato ad essa corso. (Cass. 4 novembre 2004, n. 21140). Nello stesso senso è da ritenere implicito l’esercizio del potere-dovere di revoca dell’ordinanza ammissiva di chiarimenti al c.t.u., o di rinnovazione della consulenza d’ufficio, nella nuova valutazione di quella espletata, comprovante la superfluità del precedente provvedimento ammissivo. Cass. 5 maggio 1998, n. 4527.
5.3. Presupposti della revoca.
L’ordinanza con la quale il giudice abbia di sposto la consulenza tecnica è dallo stesso revocabile in tutte le ipotesi in cui egli ritenga che non sussistono le condizioni per l’espletamento del disposto incombente. Cass. lav., 22 marzo 2001, n. 4150.
5.4. Non impugnabilità con regolamento di competenza del provvedimento di rigetto dell’istanza di revoca della c.t.u.
L’ordinanza istruttoria con la quale il giudice di merito rigetta l’istanza di revoca del provvedimento di nomina di un consulente tecnico d’ufficio, non ha, nemmeno per implicito e pur in presenza della relativa eccezione di parte, natura di decisione, affermativa o negativa, sulla competenza e, pertanto, non è impugnabile con il regolamento di competenza, trattandosi di provvedimento meramente ordinatorio, comunque modificabile ed inidoneo a pregiudicare la decisione definitiva sulla competenza. Cass. 8 agosto 2007, n. 17368.
5.5. Non impugnabilità con il ricorso straordinario per cassazione del provvedimento di ammissione della consulenza.
Non è ricorribile per cassazione ex art. 111 Cost. il provvedimento di ammissione di consulenza tecnica, trattandosi di atto che non contiene alcuna decisione in senso giuridico poiché non è suscettibile di pregiudicare in alcun modo la decisione della causa essendo strumentale ad essa, ed è, inoltre, pienamente revocabile o modificabile dal giudice che l’ha emesso. Cass. 8 giugno 2001, n. 7772; conforme Cass. 4 febbraio 1999, n. 964; Cass. 30 dicembre 1996, n. 10771.
5.6. Modifica del quesito inizialmente indicato.
A nulla rileva che la modifica dell’ordinanza con la quale il giudice abbia disposto la consulenza tecnica sia stata sollecitata da una delle parti. Cass. 3 aprile 2002, n. 4766.
Finalità della consulenza.
6.1. Consulenza tecnica d’ufficio e principio dell’onere della prova.
È consentito derogare ai limiti imposti alla consulenza tecnica unicamente quando l’accertamento di determinate situazioni di fatto possa effettuarsi soltanto con il ricorso a specifiche cognizioni tecniche, ed è consentito al c.t.u. anche acquisire ogni elemento necessario a rispondere ai quesiti, sebbene risultante da documenti non prodotti dalle parti, sempre che si tratti di fatti accessori rientranti nell’ambito strettamente tecnico della consulenza e non di fatti e situazioni che, essendo posti direttamente a fondamento della domanda o delle eccezioni delle parti, debbano necessariamente essere dalle medesime provati. Cass. lav., 8 febbraio 2011, n. 3130; conforme Cass. 26 novembre 2007, n. 24620; Cass. 14 febbraio 2006, n. 3191; Cass. 6 giugno 2003, n. 9060; Cass. 15 aprile 2002, n. 5422; Cass. 1° ottobre 1999, n. 10871.
6.2. Fatti riscontrabili solo attraverso specifiche cognizioni ed esperienze tecniche.
Con riguardo ai fatti riscontrabili solo attraverso specifiche cognizioni ed esperienze tecniche la consulenza può assurgere anche a fonte oggettiva di prova, come strumento necessario all’accertamento ed alla descrizione dei fatti medesimi, oltre che alla loro valutazione. Cass. 30 maggio 2007, n. 12695; conforme Cass. 30 gennaio 2003, n. 1512; Cass. 10 marzo 2000, n. 2802; Cass., Sez. Un., 17 febbraio 1983, n. 1196.
Viola la legge processuale il giudice del merito che rifiuta l’ammissione della consulenza tecnica senza verificare se in concreto la prova dei fatti poteva essere acquisita solo con l’impiego di particolari cognizioni tecniche ed, in caso affermativo, se la parte gravata dell’onere di provarli, ne avesse allegato l’esistenza. Cass. 22 giugno 2005, n. 13401.
6.3. Consulenza grafica.
È incensurabile in sede di legittimità, sotto il profilo del vizio di motivazione, la mancata disposizione di una perizia grafologica, di cui si asserisce l’indispensabilità, ove la consulenza sia finalizzata ad esonerare la parte dall’onere della prova o richiesta a fini esplorativi alla ricerca di fatti, circostanze o elementi non provati. Cass. 5 luglio 2007, n. 15219.
6.4. Consulenza in materia di malattie professionali.
In tema di accertamento della sussistenza di una malattia professionale non tabellata e del relativo nesso di causalità (nella specie, esposizione al fumo passivo) - posto che la prova, gravante sul lavoratore, deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell’origine professionale, questa può essere ravvisata in presenza di un notevole grado di probabilità - il giudice può giungere al giudizio di ragionevole probabilità sulla base della consulenza tecnica d’ufficio che ritenga compatibile la malattia non tabellata con la “noxa” professionale utilizzando, a tale scopo, anche dati epidemiologici, per suffragare una qualificata probabilità desunta anche da altri elementi. In tal caso, il dato epidemiologico (che di per sé attiene ad una diversa finalità) può assumere un significato causale, tant’è che la mancata utilizzazione di tale dato da parte del giudice, nonostante la richiesta della difesa corroborata da precise deduzioni del consulente tecnico di parte, è denunciabile per cassazione. Cass. lav., 10 febbraio 2011, n. 3227.
6.5. Consulenza in materia di accertamenti relativi alla paternità ed alla maternità.
In tema di indagini compiute dal consulente tecnico d’ufficio ai fini della dichiarazione giudiziale di paternità, ai sensi dell’art. 269 c.c., non ogni ipotesi prospettata dalle parti deve essere dal medesimo esaminata per pervenire al giudizio di certezza o di elevatissima probabilità della paternità, ma solo quelle che appaiano suffragate da solidi argomenti scientifici e concreti riscontri in fatto; pertanto, non può essere considerata tale l’affermazione del preteso connotato di isolato genetico proprio di una comunità comunque integrata nel territorio nazionale da diversi secoli, che, nella prospettazione di parte, avrebbe potuto astrattamente influire sull’esito dell’accertamento scientifico ematologico-genetico che era pervenuto a conclusioni di pratica certezza. Cass. 9 gennaio 2009, n. 282.
6.6. Consulenza in materia contabile.
Poiché la consulenza tecnica d’ufficio ha la funzione di fornire all’attività valutativa del giudice l’apporto di cognizioni tecniche che questi non possiede e non quella di esonerare una parte dalla prova anche documentale dei fatti dedotti e della quale è onerata, legittimamente il giudice del merito non ammette la consulenza contabile (nella specie in materia di spese condominiali) richiesta non per evidenziare le singole poste contabili sulla scorta delle acquisizioni fatte ad iniziativa delle parti bensì per ricercare ed indicare i documenti ad esse astrattamente idonei. Cass. 2 febbraio 2000, n. 1132.
6.7. Affidamento al consulente di compiti impropri.
In tema di rapporto di agenzia, l’avvenuto computo, in una relazione di consulenza tecnica, di determinati crediti contestati non costituisce prova della loro sussistenza sotto il profilo materiale e giuridico, non potendo demandarsi al consulente l’accertamento della sufficienza della prova del buon fine degli affari e soprattutto della spettanza, in base al contratto, delle provvigioni. Cass. lav., 1° febbraio 1999, n. 842.
Modalità di espletamento dell’incarico da parte del consulente.
7.1. Vizi procedurali inerenti alle operazioni di consulenza tecnica.
Il carattere relativo dell’eccezione di nullità della consulenza tecnica d’ufficio, dedotta per vizi procedurali inerenti alle operazioni peritali permane anche per l’ipotesi in cui la consulenza sia svolta tramite rogatoria alla competente autorità estera, ai sensi dell’art. 7 della Convenzione dell’Aja del 18 marzo 1970. Cass. 10 dicembre 2010, n. 24996.
La parte che in sede di legittimità addebita alla consulenza tecnica d'ufficio lacune di accertamento o errori di valutazione oppure si duole di erronei apprezzamenti contenuti in essa (o nella sentenza che l'ha recepita) ha l'onere di trascrivere integralmente nel ricorso per cassazione almeno i passaggi salienti e non condivisi e di riportare, poi, il contenuto specifico delle critiche a essi sollevate, al fine di evidenziare gli errori commessi dal giudice del merito nel limitarsi a recepirla e nel trascurare completamente le critiche formulate in ordine agli accertamenti e alle conclusioni del consulente d'ufficio. Le critiche mosse alla consulenza e alla sentenza devono pertanto possedere un grado di specificità tale da consentire alla Corte di legittimità di apprezzarne la decisività direttamente in base al ricorso.Cassazione civile sez. II 31 marzo 2014 n. 7510
7.2. Assunzione di informazioni e acquisizione di ogni elemento necessario per rispondere ai quesiti.
Rientra nel potere del consulente tecnico d’ufficio attingere aliunde notizie e dati, non rilevabili dagli atti processuali e concernenti fatti e situazioni formanti oggetto del suo accertamento, quando ciò sia necessario per espletare convenientemente il compito affidatogli. Dette indagini, quando ne siano indicate le fonti in modo che le parti siano messe in grado di effettuarne il dovuto controllo, possono concorrere alla formazione del convincimento del giudice. Cass. 28 gennaio 2010, n. 1901; conforme Cass. 22 novembre 2007, n. 24323; Cass. 8 giugno 2007, n. 13428; Cass. lav., 17 febbraio 2004, n. 3105; Cass. 6 novembre 2001, n. 13686.
7.3. Incidenza dell’attività del consulente sulla ragionevole durata del processo.
Ai fini dell’accertamento della violazione del termine di durata ragionevole del processo, l’art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89 impone di considerare, in relazione alla complessità del caso, non solo il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, ma anche di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o, comunque, a contribuire alla sua definizione, tra cui rientra il consulente tecnico d’ufficio. In particolare, affinché il processo non superi il termine ragionevole di durata, è necessario che, là dove occorra espletare un’indagine peritale laboriosa e complessa, e quindi si impongano tempi di istruzione più lunghi del normale, il giudice eserciti tutti i poteri intesi al più sollecito e leale svolgimento del procedimento, e pertanto fissi le successive udienze a distanza ravvicinata. Cass. 30 ottobre 2003, n. 16315.
7.4. Modalità di utilizzazione del metodo di stima comparativa per la valutazione dei beni.
L’utilizzazione del metodo di stima comparativa per la valutazione di un bene da parte del consulente tecnico presuppone l’accertata esistenza e l’acquisita conoscenza di elementi di comparazione, tuttavia l’indicazione specifica degli elementi di riscontro utilizzati non costituisce condizione indefettibile della completezza e dell’attendibilità dell’elaborazione tecnica compiuta dal consulente, dovendosi, peraltro, ritenere pienamente legittima la ricerca di dati significativi mediante informazioni dirette assunte presso operatori del settore, posto che il consulente, nell’assolvimento del suo incarico, è chiamato non solo ad un’attività valutativa, ma anche alla preliminare acquisizione delle fonti del suo convincimento, anche al di là dell’attività istruttoria delle parti, senza che possa ritenersi in tal modo vulnerata l’esigenza di controllo del suo operato, giacché tale esigenza viene soddisfatta sia mediante la possibilità della partecipazione al contraddittorio tecnico attraverso il consulente di parte, sia, a posteriori, con la possibilità di dimostrazione di elementi rilevanti in senso difforme. Cass. 9 febbraio 1999, n. 1100.
7.5. Utilizzabilità della collaborazione di esperti.
Il consulente tecnico d’ufficio può avvalersi dell’opera di esperti specialisti, al fine di acquisire, mediante gli opportuni e necessari sussidi tecnici, tutti gli elementi di giudizio, senza che sia necessaria una preventiva autorizzazione del giudice, né una nomina formale, purché egli assuma la responsabilità morale e scientifica dell’accertamento e delle conclusioni raggiunte dal collaboratore e fatta salva una valutazione in ordine alla necessità del ricorso a tale esperto “esterno” svolta successivamente dal giudice. Cass. 15 luglio 2009, n. 16471.
Valutazione delle conclusioni del c.t.u. da parte del giudice.
8.1. Adesione del giudice alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio.
Nei giudizi in cui sia stata esperita c.t.u. di tipo medico-legale, nel caso in cui il giudice del merito si basi sulle conclusioni dell’ausiliario giudiziario, affinché i lamentati errori e lacune della consulenza tecnica determinino un vizio di motivazione della sentenza denunciabile in cassazione, è necessario che i relativi vizi logico-formali si concretino in una palese devianza dalle nozioni della scienza medica o si sostanzino in affermazioni illogiche o scientificamente errate, con il relativo onere, a carico della parte interessata, di indicare le relative fonti, senza potersi la stessa limitare a mere considerazioni sulle prospettazioni operate dalla controparte, che si traducono in una inammissibile critica del convincimento del giudice del merito che si sia fondato, per l’appunto, sulla consulenza tecnica. Cass. lav., 25 agosto 2005, n. 17324; conforme Cass. lav., 20 agosto 2004, n. 16392; Cass. lav., 22 agosto 2002, n. 12406.
In particolare, il giudice del merito non è tenuto ad esporre in modo puntuale le ragioni della propria adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, potendo limitarsi ad un mero richiamo di esse, soltanto nel caso in cui non siano mosse alla consulenza precise censure, alle quali, pertanto, è tenuto a rispondere per non incorrere nel vizio di motivazione. Tale vizio è però denunciabile, in sede di legittimità, solo attraverso una indicazione specifica delle censure non esaminate dal medesimo giudice (e non già tramite una critica diretta della consulenza stessa), censure che, a loro volta, devono essere integralmente trascritte nel ricorso per cassazione al fine di consentire, su di esse, la valutazione di decisività. Cass. 6 settembre 2007, n. 18688.
Il giudice di merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l'obbligo della motivazione con l'indicazione delle fonti del suo convincimento, e non deve necessariamente soffermarsi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte, che, sebbene non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perché incompatibili, senza che possa configurarsi vizio di motivazione, in quanto le critiche di parte, che tendono al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive. Rigetta, App. Venezia, 16/01/2012
Cassazione civile sez. VI 02 febbraio 2015 n. 1815
8.2. Mancata adesione del giudice alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio.
Ove il giudice di primo grado si sia conformato alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, il giudice di appello può pervenire a valutazioni divergenti da quelle, senza essere tenuto ad effettuare una nuova consulenza, qualora, nel suo libero apprezzamento, ritenga, dandone adeguata motivazione, le conclusioni dell’ausiliario non sorrette da adeguato approfondimento o non condivisibili per altre convincenti ragioni. Cass. 13 settembre 2006, n. 19661; conforme Cass. 26 settembre 2006, n. 20820; Cass. 17 dicembre 2010, n. 25569.
8.3. Utilizzabilità delle risultanze di relazioni tecniche acquisite in procedimenti diversi da quello attualmente da decidere.
Il giudice del merito può utilizzare, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, anche prove raccolte in un diverso giudizio fra le stesse o anche fra altre parti, come qualsiasi altra produzione delle parti stesse, e può quindi trarre elementi di convincimento ed anche attribuire valore di prova esclusiva ad una perizia disposta in sede penale, tanto più se essa sia stata predisposta in relazione ad un giudizio avente ad oggetto una situazione di fatto rilevante in entrambi i processi. Cass. lav., 16 maggio 2006, n. 11426.
Valutazione delle conclusioni dei consulenti di parte.
9.1. Dissenso implicito rispetto alle conclusioni dei consulenti di parte.
Rientra nel potere discrezionale del giudice del merito accogliere o rigettare l’istanza di riconvocazione del consulente d’ufficio per chiarimenti o per un supplemento di consulenza, senza che l’eventuale provvedimento negativo possa essere censurato in sede di legittimità deducendo la carenza di motivazione espressa al riguardo, quando dal complesso delle ragioni svolte in sentenza - in base ad elementi di convincimento tratti dalle risultanze probatorie già acquisite e valutate con un giudizio immune da vizi logici e giuridici - risulti l’irrilevanza o la superfluità dell’indagine richiesta, non sussistendo la necessità, ai fini della completezza della motivazione, che il giudice dia conto delle contrarie motivazioni dei consulenti di fiducia che, anche se non espressamente confutate, si hanno per disattese perché incompatibili con le argomentazioni poste a base della motivazione Cass. 15 luglio 2011, n. 15666; conforme Cass. 25 novembre 2003, n. 17906; Cass. lav., 9 marzo 2001, n. 3519; Cass. 6 novembre 1998, n. 11190.
9.2. Situazioni nelle quali è necessaria una espressa confutazione delle deduzioni dei consulenti di parte.
È affetta da vizio di motivazione la sentenza con la quale il giudice di merito, a fronte di precise e circostanziate critiche mosse dal consulente tecnico di parte alle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, non le abbia in alcun modo prese in considerazione e si sia invece limitato a far proprie le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, giacché il potere di detto giudice di apprezzare il fatto non equivale ad affermare che egli possa farlo immotivatamente e non lo esime, in presenza delle riferite contestazioni, dalla spiegazione delle ragioni - tra le quali evidentemente non si annovera il maggior credito che egli eventualmente tenda a conferire al consulente d’ufficio quale proprio ausiliare - per le quali sia addivenuto ad una conclusione anziché ad un’altra, incorrendo, altrimenti, proprio nel vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia. Cass. 1° marzo 2007, n. 4797; conforme Cass. 24 novembre 1997, n. 11711; Cass. 10 gennaio 1995, n. 245.
Pluralità di consulenze discordanti.
10.1. Sentenza di appello adesiva rispetto alle conclusioni del c.t.u. nominato nel secondo grado del giudizio.
La motivazione della sentenza è sufficiente pur se la suddetta adesione non sia specificamente giustificata, se il secondo parere tecnico fornisca gli elementi che consentano, su un piano positivo, di delineare il percorso logico seguito e, sul piano negativo, di escludere la rilevanza di elementi di segno contrario, siano essi esposti nella prima relazione o aliunde deducibili. In tal caso, le doglianze di parte, che siano solo dirette al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico e non individuino gli specifici passaggi della sentenza idonei ad inficiarne, anche per derivazione dal ragionamento del consulente, la logicità, non possono configurare l’anzidetto vizio di motivazione. Cass. lav., 27 febbraio 2009, n. 4850; conforme Cass. lav., 31 marzo 2011, n. 7494.
Le valutazioni espresse dal consulente tecnico d’ufficio non hanno efficacia vincolante per il giudice e, tuttavia, egli può legittimamente disattenderle soltanto attraverso una valutazione critica, che sia ancorata alle risultanze processuali e risulti congruamente e logicamente motivata, dovendo il giudice indicare gli elementi di cui si è avvalso per ritenere erronei gli argomenti sui quali il consulente si è basato, ovvero gli elementi probatori, i criteri di valutazione e gli argomenti logico-giuridici per addivenire alla decisione contrastante con il parere del c.t.u. Qualora, poi, nel corso del giudizio di merito vengano espletate più consulenze tecniche, in tempi diversi e con difformi soluzioni prospettate, il giudice, ove voglia uniformarsi alla seconda consulenza, è tenuto a valutare le eventuali censure di parte e giustificare la propria preferenza, senza limitarsi ad un’acritica adesione ad essa; egli può, invece, discostarsi da entrambe le soluzioni solo dando adeguata giustificazione del suo convincimento, mediante l’enunciazione dei criteri probatori e degli elementi di valutazione specificamente seguiti, nonché, trattandosi di una questione meramente tecnica, fornendo adeguata dimostrazione di avere potuto risolvere, sulla base di corretti criteri e di cognizioni proprie, tutti i problemi tecnici connessi alla valutazione degli elementi rilevanti ai fini della decisione. In base al suddetto principio va cassato la sentenza di merito, che, in un giudizio sulla revisione dei prezzi nell’appalto di opere pubbliche, ha acriticamente recepito, ai fini dell’applicazione dell’una o dell’altra tabella per la liquidazione della revisione, una delle due soluzioni proposte dalla c.t.u. espletata in grado d’appello, difforme ed inconciliabile sia con l’altra, proposta dal medesimo consulente, sia con le conclusioni del consulente tecnico nominato in primo grado. Cass. 30 marzo 2011, n. 5148, conforme Cass. 30 ottobre 2009, n. 23063.
10.2. Sentenza di appello adesiva rispetto alle conclusioni del c.t.u. nominato nel primo grado del giudizio (diverse da quelle del c.t.u. nominato nel secondo grado).
Qualora il giudice d’appello dissenta dalle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio di secondo grado ed accolga quelle del consulente tecnico di primo grado, che siano state contestate dalla parte interessata, egli deve non soltanto enunciare le ragioni che lo inducono ad accettare la prima consulenza, ma deve specificamente contestare le contrastanti valutazioni della seconda consulenza, anche in relazione alle critiche delle parti. Cass. lav., 29 marzo 2001, n. 4652; conforme Cass., Sez. Un., 26 febbraio 1992, n. 2383.
10.3. Pluralità di c.t.u. disposte nell’ambito dello stesso grado del giudizio.
Qualora il giudice di appello, esaminando i risultati di due successive consulenze tecniche di ufficio disposte entrambe in sede di gravame e fra loro contrastanti, aderisca al parere del secondo consulente respingendo quello del primo, la motivazione della sentenza è sufficiente, anche se tale adesione non sia specificamente giustificata, ove il parere cui è prestata adesione fornisca gli elementi che consentano, su un piano positivo, di delineare il percorso logico seguito e, su un piano negativo, di escludere la rilevanza di elementi di segno contrario, siano essi esposti nella seconda relazione o deducibili aliunde. Una specifica giustificazione è, invece, necessaria nella diversa ipotesi di adesione alle conclusioni della prima di due divergenti consulenze tecniche disposte dallo stesso giudice (Alle medesime conclusioni si perviene nell’ipotesi in cui il giudice di appello aderisca alla seconda di due successive consulenze tecniche di ufficio fra loro contrastanti disposte in primo grado: Cass. lav., 13 luglio 2001, n. 9567). Cass. lav., 15 maggio 2004, n. 9300.
10.4. Controversie in materia di previdenza e assistenza obbligatoria.
Nel giudizio in materia di accertamento dell’inabilità da infortunio sul lavoro, qualora il giudice del merito si sia basato sulle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, affinché sia denunciabile in cassazione il vizio di omessa o insufficiente motivazione della sentenza, è necessario che eventuali errori e lacune della consulenza, che si riverberano sulla sentenza, si sostanzino in carenze o deficienze diagnostiche, o in affermazioni illogiche o scientificamente errate, non già in semplici difformità tra la valutazione del consulente circa l’entità e l’incidenza del dato patologico e il valore diverso allo stesso attribuito dalla parte. Va, pertanto, rigettato il ricorso avverso la sentenza che, condividendo la relazione del c.t.u., abbia escluso la derivazione causale dell’infortunio (nella specie, infarto del miocardio) dall’attività di lavoro, quando il ricorrente si limiti ad invocare una diversa valutazione scientifica delle prove raccolte. Cass. lav., 8 novembre 2010, n. 22707.
Nel giudizio in materia di invalidità, i lamentati errori e lacune della consulenza sono suscettibili di esame in sede di legittimità unicamente sotto il profilo del vizio di motivazione della sentenza, quando siano riscontrabili carenze o deficienze diagnostiche o affermazioni scientificamente errate e non già quando si prospettino semplici difformità tra la valutazione del consulente circa l’entità e l’incidenza del dato patologico e la valutazione della parte, e ciò anche con riguardo alla data di decorrenza della richiesta prestazione. Cass. lav., 13 gennaio 2011, n. 569; conforme Cass. lav., 3 febbraio 2012, n. 1652; Cass. lav., 12 gennaio 2011, n. 569.
Compenso del consulente e dei suoi ausiliari e relativa tutela.
11.1. Questioni di legittimità costituzionale.
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 131, comma 4, lettera c), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, censurato, in riferimento agli artt. 24 e 111 della Costituzione, nella parte in cui, prevedendo che le spese sostenute dall’ausiliario del magistrato per l’adempimento dell’incarico sono anticipate dall’erario, implicherebbe il previo esborso da parte dell’ausiliario della somma corrispondente alle spese necessarie per l’espletamento dell’incarico. La previsione che l’anticipazione a carico dell’erario delle spese sostenute dall’ausiliario venga disposta solo dopo che il professionista nominato dal magistrato abbia fornito la prova di averle effettivamente affrontate non viola l’art. 24 Cost., in quanto la prevista anticipazione da parte dello Stato delle spese già sostenute dal consulente non preclude a quest’ultimo di adempiere al proprio incarico, senza assumere definitivamente su di sé l’onere di dette spese, e di conseguenza alle parti coinvolte nel procedimento di esercitare il loro diritto di difesa, mentre è inconferente l’evocato parametro di cui all’art. 111 Cost., non incidendo il procedimento di liquidazione delle spese sostenute dall’ausiliario del magistrato sui tempi di celebrazione del processo cui lo stesso procedimento è accessorio. Corte cost. 13 giugno 2008, n. 209.
11.2. Individuazione dei soggetti obbligati alla corresponsione del compenso al c.t.u.
In tema di compenso al consulente d’ufficio, l’obbligo di pagare la prestazione eseguita ha natura solidale e, di conseguenza, l’ausiliare del giudice può agire autonomamente in giudizio nei confronti di ognuna delle parti, anche in via monitoria, non solo quando sia mancato un provvedimento giudiziale di liquidazione ma anche quando il decreto emesso a carico di una parte sia rimasto inadempiuto, in quanto non trova applicazione, per essere l’attività svolta dal consulente finalizzata all’interesse comune di tutte le parti, il principio della soccombenza, operante solo nei rapporti con le parti e non nei confronti dell’ausiliare. Cass. 30 dicembre 2009, n. 28094; conforme Cass. 15 settembre 2008, n. 23586.
È inammissibile il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., contro l’ordinanza del presidente del tribunale che rigetta l’opposizione avverso il provvedimento con cui, nel corso del giudizio civile di merito, il giudice ponga a carico di una sola parte l’onere di anticipare le spese della consulenza tecnica d’ufficio, costituendo tale decisione un provvedimento ordinatorio discrezionale e provvisorio, che non pregiudica il diritto di azione ed è conforme ai principi regolatori del processo civile, per i quali le spese dei mezzi istruttori vanno anticipate, salvo il loro recupero ex art. 91 c.p.c., dalle parti istanti, anche se delle relative risultanze possono avvalersi pure le altre. Cass. 11 gennaio 2012, n. 179; conforme Cass. 28 agosto 1990, n. 8454.
11.3. Non spettanza di compensi ulteriori per eventuali chiarimenti rispetto alla attività di consulenza già remunerata.
In relazione alla liquidazione del compenso in favore del consulente tecnico, i chiarimenti non costituiscono un’attività ulteriore ed estranea rispetto a quella, già espletata e remunerata, oggetto di consulenza, ma un’attività complementare, integrativa e necessaria, al cui compimento il c.t.u. può essere tenuto qualora gli venga richiesto (il che normalmente accade quando la relazione depositata non possa dirsi esaustiva), e di conseguenza in relazione ad essi non spetta un compenso ulteriore rispetto a quello già percepito per la consulenza tecnica. Cass. 2 marzo 2006, n. 4655.
11.4. Soggetti obbligati alla corresponsione del compenso agli ausiliari del c.t.u.
Nel caso in cui il consulente tecnico d’ufficio si sia avvalso, previamente autorizzato dal giudice, dell’opera di un ausiliario e la somma a questi dovuta per l’opera prestata non sia stata liquidata nel corso del processo, se l’ausiliario, successivamente alla definizione del giudizio, agisca per ottenere la corresponsione del compenso, sono solidalmente obbligati al pagamento il c.t.u., quale committente della prestazione, nonché tutte le parti del giudizio, anche quelle risultate vittoriose, in quanto la relativa spesa va considerata necessaria per l’espletamento della consulenza tecnica e la prestazione deve ritenersi svolta nel loro interesse comune, essendo inapplicabili le norme del capo III del titolo III del libro I del codice di rito civile, in materia di disciplina delle spese processuali, dato che il processo è stato già definito ed il giudicato sulle spese riguarda esclusivamente quelle considerate e liquidate con la sentenza. Pertanto, il c.t.u. che abbia pagato la somma dovuta all’ausiliario può agire in rivalsa nei confronti delle parti del giudizio, sia pure limitatamente alle somme dovute in applicazione della tariffa concernente la liquidazione dei compensi dovuti ai consulenti tecnici d’ufficio. Cass. 7 dicembre 2004, n. 22962.
11.5. Mancata determinazione nella sentenza dei compensi rispettivamente spettanti al c.t.u. e al consulente di parte.
In tema di condanna alle spese processuali e con riferimento agli esborsi sostenuti dalle parti per consulenze, mentre la mancata determinazione nella sentenza del compenso spettante al consulente tecnico d’ufficio integra un mero errore materiale per omissione, suscettibile di correzione da parte del giudice d’appello con riferimento all’importo della liquidazione effettuata in favore del consulente, non è possibile disporre la condanna del soccombente al pagamento delle spese relative ad una consulenza di parte, in mancanza di prova dell’esborso sopportato dalla parte vittoriosa. Cass. 7 febbraio 2006, n. 2605.
11.6. Diversità dei criteri di liquidazione del compenso rispettivamente spettante al consulente di parte e al c.t.u.
Il consulente di parte svolge, nell’ambito del processo, attività di natura squisitamente difensiva, ancorché di carattere tecnico, mirando a sottoporre al giudicante rilievi a sostegno della tesi difensiva della parte assistita; pertanto, il suo espletamento è riconducibile al contratto d’opera professionale; ne consegue che il relativo compenso deve essere determinato sulla base delle relative tariffe professionali, mentre non è possibile ricorrere ai criteri seguiti per la determinazione delle spettanze del consulente tecnico d’ufficio, la cui attività non si ricollega ad un rapporto contrattuale. Cass. 22 settembre 2011, n. 19399; conforme Cass. 23 marzo 1996, n. 2572; Cass. 28 settembre 1977, n. 4135.
11.7. Diversità dei criteri di liquidazione del compenso rispettivamente nel caso di c.t.u. collegiale e nel caso di unico c.t.u. che si sia avvalso dell’opera di ausiliari.
In tema di opposizione alla liquidazione del compenso a periti e consulenti tecnici, la collegialità dell’incarico postula la pluralità delle persone incaricate, le quali congiuntamente assumano la responsabilità del lavoro peritale e sempre congiuntamente ne esprimano il risultato. Tale collegialità non ricorre quando l’unico consulente incaricato sia stato autorizzato ad avvalersi dell’opera di ausiliari, la cui attività non assume autonoma rilevanza esterna ed il cui costo rientra nell’ambito delle spese legittimamente sostenute dall’unico consulente, che a lui devono essere rimborsate. Cass. 29 marzo 1996, n. 2942.
11.8. Individuazione del tipo di consulenza ai fini della determinazione del compenso.
Al fine della liquidazione del compenso al consulente tecnico di ufficio, il tipo di consulenza va individuato sulla base dell’accertamento richiesto dal giudice. Nel procedimento di opposizione al decreto che liquida il compenso al consulente, il giudice deve accertare se l’opera svolta dall’ausiliare sia rispondente ai quesiti postigli dal giudice che conferì l’incarico e valutarne, quindi, la qualità e la completezza ai fini della liquidazione del compenso, applicando il parametro di stima ricollegabile, in concreto (non già in astratto), ai quesiti proposti ed alle risposte date dal consulente. Peraltro, si deve considerare che la pluralità delle valutazioni affidate al consulente non esclude l’unicità dell’incarico e la conseguente unitarietà del compenso, ma rileva soltanto ai fini della determinazione giudiziale del compenso medesimo, che la legge fissa tra una misura minima ed una massima. Cass. 23 settembre 1994, n. 7837.
11.9. Criteri di liquidazione del compenso spettante al c.t.u. incaricato di effettuare la stima di più beni immobili.
La liquidazione del compenso del consulente tecnico d’ufficio, chiamato per determinare il valore di una serie di beni immobili, rientrante nella materia dell’estimo, deve attenersi al criterio desunto dall’art. 13 delle tabelle allegate al D.P.R. n. 352 del 1988 che fa riferimento all’«importo stimato», diverso per scaglioni con il limite massimo di un miliardo di lire. Va precisato, peraltro, che, nel caso di immobili aventi caratteristiche uguali o analoghe, per definire le quali il consulente debba effettuare operazioni ripetitive, l’«importo stimato» è quello che attiene alla stima cumulativa di detto insieme; in presenza, invece, di una pluralità di immobili molto diversi tra loro, l’«importo stimato» è quello corrispondente ad ogni singola stima di immobile che abbia autonome caratteristiche valutative. Pertanto, ogni «importo stimato» deve essere sempre contenuto nel limite del massimo scaglione di un miliardo di lire, salvo che, per i valori ad esso superiore, ove ne sussistano le condizioni, possa farsi ricorso all’applicazione dell’art. 5 della legge n. 319 del 1980. Cass. 31 marzo 2006, n. 7632; conforme Cass. 17 aprile 2001, n. 5608.
11.10. Criteri di liquidazione del compenso spettante al c.t.u. incaricato di effettuare un accertamento contabile.
Ai fini della determinazione del compenso spettante al consulente tecnico d’ufficio (nella specie incaricato di espletare un accertamento contabile circa il tasso di interessi da applicare alle rate di un mutuo) deve aversi riferimento non all’intero ammontare del mutuo, ma - in applicazione del principio generale (valevole anche al di fuori delle questioni di competenza) secondo cui il valore della controversia si determina in base alla domanda - si deve tenere conto esclusivamente degli importi oggetto di contestazione e per i quali è stata disposta la consulenza tecnica. Cass. 4 marzo 2002, n. 3061.
11.11. Provvisoria esecutività del decreto di liquidazione del compenso spettante al c.t.u. e relative conseguenze.
Il decreto di liquidazione dei compensi al consulente tecnico emesso a norma dell’art. 11 L. 8 luglio 1980 n. 319, ancorché nei procedimenti civili costituisca titolo provvisoriamente esecutivo nei confronti della parte a carico della quale è posto il pagamento (secondo quanto prevede il comma 4 del medesimo art. 11), non è, in mancanza di una espressa disposizione di legge in questo senso, altresì titolo per iscrivere ipoteca sui beni del debitore. Cass. 5 gennaio 2001, n. 135.
11.12. Impugnazione del provvedimento di liquidazione del compenso spettante al c.t.u. e relativo giudizio.

References: Art. 61
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