Source: http://www.divorzio.ch/contributo/rtid-ii-2014/43cart-279-cpv-1-cpc-v140-cpv-2-cc/
Timestamp: 2018-02-23 18:18:48+00:00

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43c Art. 279 cpv. 1 CPC; v140 cpv. 2 CC - divorzio.ch
5. In caso di divorzio su richiesta comune (art. 111 CC) i coniugi hanno la facoltà di revocare unilateralmente il loro accordo alla convenzione sugli effetti accessori fino al giorno dell’ultima audizione. Dopo di allora la convenzione diventa vincolante e non può più essere rescissa unilateralmente. Alle parti resta la facoltà di chiedere al giudice di non omologarla, ad esempio invocando vizi della volontà. Nel vecchio diritto di procedura ticinese questa Camera si era domandata se una convenzione sugli effetti del divorzio omologata dal Pretore potesse essere appellata da un coniuge solo per vizi della volontà, rispettivamente per violazione di norme federali di procedura relative al divorzio su richiesta comune (come la pronuncia del divorzio: art. 149 cpv. 1 vCC), oppure anche per altre ragioni. La dottrina non apparendo unanime, la Camera aveva lasciato la questione aperta (RtiD II-2009 pag. 642 n. 14c). La giurisprudenza relativa al nuovo art. 279 cpv. 1 CPC ha chiarito ora che l’omologazione di una convenzione può essere rimessa in causa per qualsiasi motivo (sentenza del Tribunale federale 5A_187/2013 del 4 ottobre 2013, consid. 5), come questa Camera aveva ritenuto per altro in un primo tempo (sentenza inc. 11.2001.60 del 26 luglio 2001, consid. 4 riassunto in: RtiD I-2004 pag. 593 n. 72c). Ai fini dell’attuale giudizio non v’è ragione di fondarsi su un orientamento diverso.
6. L’appellante sostiene anzitutto – come si è accennato – che, a prescindere dal suo fallimento (intervenuto il 26 novembre 2010, in pendenza di appello), la convenzione sugli effetti del divorzio appariva «manifestamente inadeguata» (nel senso dell’art. 140 cpv. 2 vCC) già per il fatto che prevede contributi alimentari a suo carico per complessivi fr. 4800.– mensili (fr. 2500.– per la moglie, fr. 1700.– per la figlia A., fr. 600.– per il figlio B.) quando le sue entrate ammontavano a non più di fr. 7000.– e il suo fabbisogno minimo superava fr. 7500.– mensili. Quando il 23 settembre 2010 ha pronunciato il divorzio, di conseguenza, il Pretore non avrebbe dovuto omologarla.
a) Prima di omologare una convenzione sugli effetti del divorzio il giudice si assicura che i coniugi l’abbiano conclusa di loro libera volontà, dopo matura riflessione, e verifica che l’intesa sia chiara, completa e «non manifestamente inadeguata» (art. 140 cpv. 2 vCC, identico al nuovo art. 279 cpv. 1 CPC). Quanto all’adeguatezza, il giudice si limita ad accertare che la convenzione non si scosti in misura importante da quanto risulterebbe equo in mancanza di accordo, dovendo egli tutelare la parte economicamente più debole da un atto di leggerezza, di inesperienza o di mera condiscendenza (DTF 121 III 395 consid. 5c; sentenza del Tribunale federale 5A_187/2013 del 4 ottobre 2013, consid. 7.1). Non incombe al giudice indagare, per contro, su eventuali vizi occulti del consenso o su questioni di mera adeguatezza (anziché di manifesta inadeguatezza), tranne ove applichi il principio inquisitorio «illimitato», ossia in materia di filiazione (DTF 128 III 413; nuovo art. 296 CPC) e di previdenza professionale (qualora si tratti di verificare l’entità di una prestazione d’uscita o l’insorgere di un caso di previdenza: DTF 129 III 486 consid. 3.3; nuovo art. 279 cpv. 1 seconda frase CPC).
b) Nella fattispecie l’omologazione della convenzione non manca a un primo esame di destare perplessità se si pensa che, come detto, con un reddito dichiarato di fr. 7000.– mensili e un fabbisogno dichiarato di fr. 7539.20 mensili l’appellante ha assunto obblighi alimentari per complessivi fr. 4800.– mensili (fr. 2500.– in favore della moglie, fr. 1700.– in favore della figlia A., fr. 600.– in favore del figlio B.). Ci si può finanche interrogare se la convenzione non si scosti in misura importante, nelle circostanze descritte, da quanto risulterebbe equo riconoscere a moglie e figli a titolo di mantenimento se non fosse stata stipulata convenzione alcuna. Sta di fatto che in concreto il marito non appariva sicuramente la parte economicamente più debole, da tutelare contro atti di leggerezza, di inesperienza o di semplice condiscendenza.
Intanto la convenzione risulta essere stata elaborata dai coniugi con l’assistenza dei rispettivi legali di fiducia. Inoltre all’udienza del 21 settembre 2010, sette mesi dopo la firma dell’accordo, entrambi i coniugi hanno nuovamente invitato il giudice, in presenza dai rispettivi avvocati, a omologare l’intesa. Infine lo stesso marito ammette nell’appello di avere sottoscritto il documento nella persuasione di poter sistemare la propria situazione debitoria («Egli contava sulla possibilità di salvare la ditta, così da poter da un lato corrispondere i contributi di mantenimento previsti in convenzione e dall’altro poter godere di una corretta e adeguata liquidazione del regime matrimoniale»). Tant’è che ha immesso nell’azienda «praticamente tutto il ricavato» della vendita dell’abitazione coniugale. In circostanze del genere egli non può imputare al giudice un suo proprio errore di valutazione e lamentare l’approvazione di una convenzione «manifestamente inadeguata». Su questo punto l’appello è destinato all’insuccesso.
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References: Art. 279
 art. 149
 art. 279
 art. 279
 sentenza 
 art. 296
 DTF 
 art. 279
	Art. 59