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Timestamp: 2017-01-21 15:35:01+00:00

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Osservazioni sul consenso informato alla luce di giurisprudenza e dottrina recenti:
dai profili di responsabilit&agrave; civile e penale del sanitario alla spersonalizzazione del rapporto
SOMMARIO: 1. Il diritto alla salute come diritto assoluto a poter scegliere; 2. Dall’autonomia al consenso informato; 3.
La necessaria informazione; 4. Segue. Le Conseguenze della inadeguata informazione: profili di responsabilit&agrave; civile e
penale; 5. Medico e paziente: dal paternalismo al modello liberale. Un rapporto che cambia; 6. Qualche rilievo critico:
l’uso spasmodico del consenso e la disumanizzazione della medicina.
Parole chiave: salute – libert&agrave; – paternalismo – consenso informato – responsabilit&agrave; medica – autodeterminazione
1. Il diritto alla salute come diritto assoluto a poter scegliere
Il diritto alla salute, alla luce dell’interessante percorso ermeneutico che ha reso l’uomo
fulcro dell’ordinamento giuridico, rappresenta, oggi, un diritto “nuovo” 1 , ricondotto ad una
dimensione pi&ugrave; spiccatamente personalistica e soggettiva.
Grazie al processo di depatrimonializzazione2 e all’interpretazione ontologica e assiologica
della persona umana, il concetto di libert&agrave; sanitaria costituisce perfetta esplicazione del pi&ugrave; ampio
principio di diritto di cui all’articolo 13 Cost.3: la tutela della salute deve essere bilanciata con la
libert&agrave; personale dell’individuo, con la sua capacit&agrave; di autodeterminarsi e salvaguardare la propria
integrit&agrave; fisica e psichica. In mancanza di tale bilanciamento, la persona non sarebbe in grado di
esercitare alcun altro diritto fondamentale garantito dal nostro ordinamento giuridico e si troverebbe
ad essere limitata nell’esplicazione piena della propria personalit&agrave;.
In conformit&agrave; col principio generale estraibile dalla combinazione delle regole espressive del
pi&ugrave; ampio principio personalistico adottato dalla nostra Costituzione 4 , la persona &egrave; posta come
“centro di interessi e di valori intorno al quale si coaugula il sistema delle garanzie personali”5.
Cfr. MODUGNO F., I nuovi diritti nella giurisprudenza costituzionale, Torino, 1995, p. 41; l’a. definisce il diritto alla
salute un diritto nuovo per via della sua diversa collocazione nel settore economico-sociale.
Sul processo di depatrimonializzazione, si veda LASSO A., Centralit&agrave; della questione etica e rilevanza dell’interesse
non patrimoniale nella regolamentazione del mercato, in MARTINEZ SICLUNA Y SEPULVEDA C. (a cura di),
L’etica del mercato, Milano, 2011, pp. 115-142.
Corte Cost., sent. n. 471/1990 ha riconosciuto espressamente che la libert&agrave; di cui all’articolo 13 Cost. comprende
anche la libert&agrave; di ciascuno di disporre del proprio corpo. Essa ha creato una stretta connessione, cos&igrave;, tra il diritto alla
salute e quello alla libert&agrave; d’autodeterminazione: l’articolo 13 Cost. appronta una tutela che &egrave; centrale nel disegno
costituzionale, avendo ad oggetto un diritto inviolabile rientrante tra i valori supremi, indefettibile nucleo essenziale
dell’individuo, non diversamente dal contiguo e strettamente connesso diritto alla vita ed all’integrit&agrave; fisica, con il quale
concorre a costituire la matrice prima di ogni altro diritto costituzionalmente protetto della persona.
L’importanza del suddetto principio personalistico ricollegato all’articolo 32 Cost. si &egrave; posto come rilevante anche
nell’ambito dell’attivit&agrave; ermeneutica delle norme civilistiche. In tema di tutela del possesso, per esempio, l’articolo 873
c.c. viene interpretato facendo riferimento esplicito al concetto riportato al primo comma dell’articolo 32 della
Costituzione. L’argomentazione, dopotutto, non pu&ograve; escludere il riferimento all’articolo 844 c.c., che riconosce al
proprietario di un fondo il diritto di impedire immissioni di fumo e di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e
simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino che superino le normali soglie di tollerabilit&agrave;: la relativa azione
Il singolo &egrave; nucleo centrale, soggetto autonomo; egli decide per s&eacute; senza che i terzi -esternipossano intaccare tale esplicazione della propria autonomia sanitaria: essi rimangono estranei, nella
generalit&agrave; dei casi, al momento decisionale dell’individuo; e soltanto laddove le scelte del singolo
autonomo possano in astratto lacerare i loro altri diritti costituzionalmente garantiti, allora sar&agrave;
possibile vederli trasporre da un lato passivo a quello attivo. Ma, in quel caso, tale trasposizione
sar&agrave; giustificata dal fatto che essi, presi nella totalit&agrave;, avranno assunto i connotati di soggetti
portatori di valori collettivi sicuramente destinati a prevalere (nell’ottica del bilanciamento
costituzionale) su quelli vantati dal singolo individuo nell’ambito della propria autonomia
decisionale6.
inibitoria pu&ograve; essere esperita dal soggetto leso per conseguire la “cessazione delle attivit&agrave; nocive alla salute” (cos&igrave;,
Cass. Civ., SS.UU., sent. n. 10186/1998). Cfr. anche Cass. Civ., sez. III, sent. n. 8420/2006.
Cos&igrave; si &egrave; espressa Cass. Pen., sez. IV, sent. n. 36519/2001. Cfr., a proposito, FIORI A., LA MONACA G.,
ALBERTACCI G., In tema di trattamenti medico chirurgici effettuati per autonoma decisione del medico senza previo
consenso del paziente: un passo avanti nella giurisprudenza della Cassazione penale?, in Riv. It. Med. Leg., 2002, pp.
880 e ss.
N&eacute; valgono a rendere affievolibile tale diritto le -apparenti- limitazioni previste dal nostro ordinamento all’art. 5 c.c.
(che vieta gli atti di disposizione del proprio corpo che “cagionino una diminuizione permamente della integrit&agrave; fisica
ovvero siano contrari alla legge, all’ordine pubblico e al buon costume”) ed al secondo comma dell’art. 32 Cost. (il
quale disciplina, invece, i rapporti tra il singolo e la collettivit&agrave; nell’ottica dei cd. trattamenti sanitari obbligatori).
Quanto al primo -presunto- limite, esso non rappresenta un principio assoluto. Per conseguire il benessere psicofisico,
infatti, il paziente ha il diritto di sottoporsi ai trattamenti sanitari ritenuti all’uopo pi&ugrave; efficaci per la sua salvaguardia; e
se dunque il diretto interessato pu&ograve; disporre del diritto all’integrit&agrave; psicofisica nei limiti in cui essa sia funzionale a
finalit&agrave; terapeutiche, la ratio interpretativo-applicativa dell’articolo 5 &egrave; normale che debba essere circoscritta agli atti
che non siano rivolti alla tutela della propria salute. Il dibattito che ha interessato la relazione tra le due norme si &egrave;
spesso adagiato, secondo MORANA D., La salute nella costituzione italiana, profili sistematici, Milano, 2002, p.143,
su una lettura pigra della norma codicistica: si sono erroneamente prese le mosse da essa per interpretare il dettato
costituzionale; si sarebbe dovuti partire dalla Costituzione, invece, per esaminare la validit&agrave; e la portata della
legislazione ordinaria. Cfr. a questo proposito anche PEZZINI B., Il diritto alla salute: profili costituzionali, in Dir. e
soc., 1983, I, pp. 50 e ss. Come affermato da Corte Cost., sent. n. 161/1985, “per giurisprudenza costante gli atti
dispositivi del proprio corpo, quando rivolti alla tutela della salute, anche psichica, devono ritenersi leciti”, pur se
vadano concretamente a minare l’integrit&agrave; fisica d’un soggetto malato fino a renderlo menomato rispetto a come si
presentava prima della disposizione. Si pensi al caso d’un’operazione quale quella dell’amputazione del piede diabetico,
in assenza della quale il paziente rischierebbe la morte: “la natura terapeutica che la scienza assegna all’intervento
chirurgico, e che la legge riconosce […] ne esclude l’illiceit&agrave;” (cos&igrave;, Corte Cost., sent. n. 161/1985; in dottrina,
BILANCETTI M., La responsabilit&agrave; penale e civile del medico, Padova, 2010, p. 232). Il disposto dell’articolo 5 c.c.,
in definitiva, non restringe la libert&agrave; di autodeterminazione, ma, all’opposto, la protegge, poich&eacute; vieta l’abuso ma non
l’atto dispositivo del proprio corpo (Cfr. BARILE P., Diritti dell’uomo e libert&agrave; fondamentali, Bologna, 1984, p. 388).
Occorre precisare che il divieto in analisi &egrave; limitato ai soli comportamenti positivi, come diffusamente riconosciuto in
dottrina (cfr. CRISAFULLI V., In tema di trasfusioni obbligatorie, in Dir. Soc., 1982, p. 561: “non si estende, quindi, ai
comportamenti di mera inerzia che, pure, abbiano per conseguenza la diminuzione dell’integrit&agrave;. Inoltre esso non trova
applicazione neppure nel caso in cui si stia discutendo d’una dimuzione, c.d. temporanea, come accade, per esempio,
nel caso della donazione di sangue, o del contratto di baliatico”). Quanto al secondo limite, Corte Cost., sent. n.
307/1990 ha affermato che un TSO pu&ograve; essere imposto solo nella previsione che esso “non incida negativamente sullo
stato di salute di colui che vi &egrave; assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze che, per la loro temporaneit&agrave; e
scarsa entit&agrave;, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili”. Dopotutto, come precisato da Corte
Cost., sent. n. 307/1990: “la legge impositiva di un trattamento sanitario non &egrave; incompatibile con l’articolo 32 della
Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi sia
assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacch&eacute; &egrave; proprio tale ulteriore scopo, attinente alla
salute come interesse della collettivit&agrave;, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che
inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale”). Cfr. sul punto BARBERA A., I principi
costituzionali della libert&agrave; personale, Milano 1967, p. 90). Il legislatore (l. n. 180/1978, art. 1) precisa che il carattere
coercitivo di un trattamento non potr&agrave; mai comprimere o pregiudicare l'esercizio “dei diritti civili e politici garantiti
dalla Costituzione”. Ci&ograve; significa che un trattamento sanitario obbligatorio non pu&ograve; negativamente incidere n&eacute; sulla
Tale riconosciuta libert&agrave; di scelta dell’individuo comprende pure, oltre al diritto ad essere
curati e a richiedere le cure necessarie/volute, il diritto negativo del soggetto -capace- di scegliere
autonomamente il rifiuto ai trattamenti sanitari7; il suo diritto inviolabile, cio&egrave;, a rimanere inerte di
fronte a certe necessit&agrave; terapeutiche8, ricavabile a contrario dal secondo comma dell’articolo 32
Cost.e coincidente con la “libert&agrave; nella quale &egrave; postulata la sfera di esplicazione del potere della
persona di disporre del proprio corpo”9. Non &egrave; possibile prevedere alcun dovere alla terapia che
possa in qualche modo danneggiare ed intaccare la libera scelta del soggetto paziente10; ed anzi,
l’eventuale suo rifiuto cosciente e responsabile costituisce un limite invalicabile per l’attivit&agrave;
medica che sul diritto fondamentale incide. In quest’ottica, la portata del principio
dell’incoercibilit&agrave; del trattamento sanitario &egrave; tale da comprendere anche il diritto del paziente di
capacit&agrave; di diritto privato, n&eacute; sulla capacit&agrave; di diritto pubblico del paziente. La fissazione di questa ulteriore garanzia
non risulta casuale, n&eacute;, tanto meno, un'inutile ripetizione. Se con la previsione del rispetto della dignit&agrave; della persona si
&egrave; voluto “tutelare la persona in tutte le sue attribuzioni (integrit&agrave; psico-fisica, riservatezza, identit&agrave;, ecc.) ma
staticamente considerata”, col riconoscimento dei diritti civili e politici costituzionalmente garantiti il legislatore si &egrave;
mosso piuttosto “sul terreno dello sviluppo della personalit&agrave; del cittadino” (cos&igrave;, BRUSCUGLIA L., Legge 13 maggio
1978, n.180, in Le nuove leggi civili commentate, I, 1979, Padova, p. 187). Cfr. Corte Cost., sent. n. 118/1996: “la
disciplina costituzionale della salute comprende due lati, individuale e soggettivo l’uno (la salute come ‘fondamentale
diritto dell’individuo’), sociale e oggettivo l’altro (la salute come ‘interesse della collettivit&agrave;’). Talora l’uno pu&ograve;
entrare in conflitto con l’altro, secondo un’eventualit&agrave; presente nei rapporti tra il tutto e le parti”. A questo proposito,
cfr. PEZZINI B., La decisione sui diritti sociali, Milano, 2001, p.131). All’individuo dinamico, quindi, sono richieste
delle prestazioni in ottemperanza a quei doveri inderogabili di solidariet&agrave; politica, economica e sociale stabiliti
all’articolo 2 Cost. e che aiutano a dare riprova evidente d’un chiaro ripensamento di non poco momento del concetto di
persona. L’interesse della collettivit&agrave;, in questo senso, rappresenta un limite esterno al diritto individuale, una “barriera
che ne circoscrive l’ampiezza senza tuttavia condizionarne il godimento” (Cfr. MORANA D., cit., p.163): la tutela del
diritto dell’individuo identifica cos&igrave; la regola generale; l’interesse collettivo, invece, costituisce, di rimando, la sua giustificata- eventuale eccezione (Cfr. CARLASSARE L., L’art. 32 della Costituzione e il suo significato, in ALESSI R.
(a cura di), L’ordinamento sanitario, Milano, 1967, pp. 110 e ss.).
Cfr. MORANA D., cit., pp. 3-5.
La libert&agrave; di salute &egrave; la pretesa a che tutti si astengano dal limitare o condizionare la propria condizione psicofisica
attuale ed il suo divenire, “senza frapposizione di ostacoli nelle scelte che riguardano il se e il come godere della
propria salute. E giacch&eacute; la tutela apprestata dall’ordinamento si estende anche all’inerzia del titolare della libert&agrave;, il
godimento di essa potr&agrave; avvenire anche in forma negativa” (Cos&igrave;, MORANA D., cit., p. 111): il soggetto potr&agrave;
astenersi sicuramente dal porre in essere comportamenti attivi tesi alla prevenzione e alla conservazione del proprio
stato di salute, potendolo senza alcun dubbio mettere anche a repentaglio, laddove lo ritenga opportuno e la legge nulla
disponga a questo proposito.
Cfr. SANTOSUOSSO A., Autodeterminazione e diritto alla salute: da compagni di viaggio a difficili conviventi, in
Notizie di Politeia, 1997, pp. 47-48.
Questo rifiuto altro non &egrave; che l’anglosassone right to himself. In questa prospettiva, significativo &egrave; il contenuto
dell’art. 35, comma 4, del codice di deontologia medica, che impone al medico di desistere dalla terapia di fronte al
documentato rifiuto del paziente capace di intendere e di volere. Ovviamente, una tale affermazione ha da sempre
provocato numerosi dibattiti nel mondo del diritto (si veda, a titolo esemplificativo, il dibattito rispetto al rifiuto
dell’emotrasfusione da parte del paziente testimone di Geova): da un lato c’&egrave; chi, valorizzando l’autonomia decisionale,
aderisce a questa prospettiva e si allontana da qualsiasi tipo di valore morale/religioso che possa intaccarla; dall’altro, si
pone chi, al contrario, vuoi per motivi religiosi (la vita &egrave; un bene sacro), vuoi per motivi giuridici (il nostro ordinamento
punisce chiunque metta in pericolo il sommum bene vita -vd. 579 c.p.-), ritiene impossibile far prevalere l’autonomia
sempre e comunque: ciascuno sarebbe libero, quindi, di disporre del proprio corpo a livello salutare. Non della propria
vita, per&ograve;, rimanendo quest’ultima un bene indisponibile e intangibile finanche dal suo effettivo titolare. In tale
prospettiva si collocano tutti i problemi che, oltre al trattamento sanitario medico-chirurgico, involgono le tematiche
biogiuridiche dell’inizio-fine vita (aborto, eutanasia, procreazione medicalmente assistita), oltre che quelle pi&ugrave;
strettamente bioetiche legate ai concetti di persona e individuo (per un approfondimento in questo senso, si vedano
SERGIO A., La libert&agrave; responsabile della ricerca, Roma, 2010; ZANUSO F., Nemin laedere, Padova, 2006).
rifiutare e di interrompere le cure; diritto pieno, inviolabile ed esercitabile dal malato pur quando la
sua eventuale scelta autonoma di rifiutare “la guarigione” potrebbe condurlo alla morte11.
2. Dall’autonomia al consenso informato
In questa prospettiva, l’importanza di tale libert&agrave; di scelta si rintraccia nella rilevanza che
assume il cd. consenso informato nei rapporti di tipo terapeutico12.
La salute &egrave; propria dell’uomo; di essa ciascuno pu&ograve; liberamente disporre in conformit&agrave; a
quanto previsto espressamente dagli artt. 2, 13 e 32 Cost.13: il consenso rappresenta il miglior modo
per poter concretizzare questa libert&agrave; di scelta nel contesto dei rapporti sanitari. Esso incide
chiaramente su aspetti di autonomia, indipendenza, diritto/dovere di curare e farsi curare; &egrave;
l’elemento imprescindibile per riuscire a legittimare l’attivit&agrave; medico-chirurgica14.
&Egrave; proprio sulla base del necessario riconoscimento della libert&agrave; del paziente nell’ambito del
rapporto sanitario che esso, “illuminismo della medicina” 15 , viene alla luce quale momento
fondante d’un’attivit&agrave; di per se stessa pericolosa 16 ; diventa momento proprio dell’attivit&agrave; e si
attaglia perfettamente al principio personalistico che ispira il nostro ordinamento17: il paziente, per
essere legittimamente sottoposto a qualsiasi tipo di trattamento sanitario, deve necessariamente
esplicare a monte la propria legittimante volont&agrave; di scelta. In caso contrario, l’attivit&agrave; del medico
finirebbe per sostituirsi ingiustamente a quella del suo curato18.
Esso viene letto come espressione della consapevole adesione del paziente al trattamento
proposto dal sanitario19, quale vero e proprio diritto della persona che trova fondamento sicuro nei
Cfr. FRESA R., La colpa professionale in ambito sanitario, Torino, 2008, p. 66: “Il c.d. letting die rappresenta una
barriera di fronte alla quale il dovere/potest&agrave; del medico di curare deve arrestarsi, pena la lesione della libert&agrave; e della
dignit&agrave; personale del paziente”.
“Definire in modo sintetico ed esaustivo il significato dell’espressione consenso informato &egrave; tutt’altro che agevole, in
considerazione della molteplicit&agrave; di profili che la stessa evoca” (cos&igrave; FRESA R., cit., p. 63).
Per un approfondimento sul tema della salute, dell’autonomia, della libert&agrave; dispositiva e delle problematiche inerenti
l’autonomia terapeutica, sia consentito rimandare a POSTERARO N., Evoluzione del diritto alla salute e
riconoscimento dell’autonomia del paziente tra tecnologia, spersonalizzazione e crisi valoriale, in D&igrave;ke kai n&ograve;mos,
anno 2, n.4/2013, Aprile-Settembre, pp. 115 e ss.
Numerose sono le norme internazionali che prevedono la necessit&agrave; del consenso informato del paziente nell’ambito
dei trattamenti medici: v. articolo 24 della Convenzione sui diritti del fanciullo, firmata a New York il 20 novembre
1989, ratificata e resa esecutiva con Legge 27 maggio 1991, n. 176; l’articolo 5 della Convenzione sui diritti dell’uomo
e sulla biomedicina, firmata ad Oviedo il 4 aprile 1997, ratificata dall’Italia con Legge 28 marzo 2001, n. 145; l’articolo
3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000.
La definizione &egrave; presa da SPINSANTI S., Chi decide in medicina, Roma, 2002.
Cfr. FEOLA T., ANTIGNANI P., DURANTE C., SPALLETTA M., Consenso Informato, Torino, 2001, p. 2.
Sul tema del consenso informato si veda TOSCANO G., Informazione, consenso e responsabilit&agrave;, Milano, 2006;
DONATI A., Consenso informato e responsabilit&agrave; da prestazione medica, in Rass. Dir. Civ., 2/2000; DASSANO F., Il
consenso informato al trattamento terapeutico tra valori costituzionali, tipicit&agrave; del fatto di reato e limiti scriminanti, in
Studi in onore di Marcello Gallo. Scritti degli allievi, Torino, 2004.
Una tale condotta, infatti, sarebbe lesiva “della sfera personale del soggetto e della libert&agrave; morale dello stesso”. Cos&igrave;,
BRICOLA F., ZAGRELBESKY V., Giurisprudenza sistematica di diritto penale, Torino, 1996, p. 424.
Cfr. Trib. di Milano, V sez. civ., sent. n. 3520/2005: “Il consenso deve essere frutto di un rapporto reale e non solo
apparente fra medico e paziente, in cui il sanitario &egrave; tenuto a raccogliere un’adesione effettiva e partecipata, non solo
cartacea all’intervento. Esso non &egrave; dunque un atto puramente formale o burocratico ma &egrave; la condizione
imprescindibile per trasformare un atto normalmente illecito la violazione dell’integrit&agrave; psico-fisica in un atto lecito,
fonte appunto di responsabilit&agrave;”.
pi&ugrave; oggettivi principi fondamentali espressi dalla nostra Fonte Suprema20. Il diritto del paziente di
formulare un consenso informato all’intervento “appartiene ai diritti inviolabili della persona, ed &egrave;
espressione del diritto all’autodeterminazione in ordine a tutte le sfere ed ambiti in cui si svolge la
personalit&agrave; dell’uomo”21; “riveste natura di principio fondamentale […] in virt&ugrave; della sua funzione
di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all’autodeterminazione e quello alla
salute”22. Perci&ograve;, non pu&ograve; essere compromesso in nessun modo e diventa “diritto irretrattabile”23
dell’individuo24.
Il consenso (opportunamente informato) garantisce “la libera e consapevole scelta da parte del paziente e, quindi, la
sua stessa libert&agrave; personale, conformemente all’art. 32, secondo comma, della Costituzione”. Cfr. Corte Cost., sent. n.
438/2008.
Cos&igrave; si esprime, ancora, Trib. di Milano nella suddetta n. 3520/2005. &Egrave; il codice di Norimberga del 1949, per primo, a
definire come essenziale il “consenso volontario” del soggetto umano. Tuttavia, tale formula giuridica completa ha
avuto origine negli Stati Uniti, dove il dibattito, sviluppatosi prima limitatamente alla necessit&agrave; del consenso del
paziente nella fase antecedente a quella strettamente chirurgica, &egrave; giunto poi a considerare l’informazione come
caratteristica fondamentale per la sua configurazione (il c.d. informed consent del XX secolo). I precedenti storici citati
dalle Corti Americane che hanno segnato la nascita del consenso quale atto fondamentale e ne hanno seguito
l’evoluzione fino a farlo diventare informato, sono il caso Slater (1767), il caso Carpenter (1871), il caso Mohr (1905),
il caso Schloendorff (1914) e il caso Salgo (1957). In ultimo, il caso Cooper (1971), che evidenzia come il principale
obiettivo del consenso informato sia, alla fine, quello di portare a conoscenza del paziente tutti gli aspetti concreti della
terapia, in base ai quali egli possa poi scegliere consapevolmente cosa fare/non fare. In Italia il consenso informato ha
avuto il pieno riconoscimento soltanto in tempi recenti, anche se in merito manca una disciplina organica unitaria. Il
legislatore si &egrave; occupato pi&ugrave; volte del consenso informato nel settore sanitario, anzitutto con la l. 107/1990 in materia di
attivit&agrave; trasfusionali (poi abrogata dalla l. 219/2005), con la l. 135/1990 (programma di interventi urgenti per la
prevenzione e la lotta contro l’AIDS) e il d.l. 23/1998 in tema di sperimentazione clinica. Va segnalata, pure, la l.
40/2004 in tema di procreazione medicalmente assistita, che dedica al consenso informato una specifica disposizione
(l’articolo 6), e il d.lgs. 211/2003, relativo alla applicazione della buona pratica clinica nell’esecuzione delle
sperimentazioni cliniche di medicinali per uso clinico. Il quadro della disciplina &egrave; completato, poi, dalla normativa
deontologica (l’ultimo codice &egrave; del 2006) che conferma la sentita esigenza di adeguare le regole etiche alla intervenuta
metamorfosi del rapporto medico-paziente. Il codice deontologico, infatti, nella sua costruzione normativa tiene in
conto la sensibilit&agrave; sociale e la relativa maggiore consapevolezza che il cittadino oramai possiede, e contempera le
suddette esigenze con i nuovi traguardi attinti dal progresso delle scienze biomediche e farmacologiche ed i problemi
etici collateralmente sollevati ed approfonditi dai comitati di bioetica. Nel titolo III, Rapporti con il paziente, sono
contenute le norme essenziali in tema di consenso informato (Capo IV, artt. 33-38). Nell’articolo 35 viene consacrato il
principio del consenso informato, stabilendosi che il sanitario “non deve intraprendere attivit&agrave; diagnostica e terapeutica
senza l’acquisizione del consenso esplicito e informato del paziente”.
Cos&igrave;, Corte Cost., sent. n. 253/2009.
La definizione &egrave; estrapolata da Cass. Civ., Sez. III, sent. n. 16543/2011, in cui essa stabilisce che: “Il diritto al
consenso informato, in quanto diritto irretrattabile della persona va comunque e sempre rispettato dal sanitario, a
meno che non ricorrano casi di urgenza, rinvenuti, a seguito di un intervento concordato e programmato e per il quale
sia stato richiesto e sia stato ottenuto il consenso, che pongano in gravissimo pericolo la vita della persona, bene che
riceve e si correda di una tutela primaria nella scala dei valori giuridici a fondamento dell’ordine giuridico e del vivere
civile, o si tratti di trattamento sanitario obbligatorio”.
Sul tema, ex pluribus, si rimanda a: COCCO G., Un punto sul diritto di libert&agrave; di rifiutare terapie mediche anche
urgenti, in Resp. Civ. prev., 74/2009, in particolare, p. 485. GRAZIADEI M., Il consenso informato e i suoi limiti, in
LENTI L., FABRIS E., ZATTI P. (a cura di), I diritti in medicina, in RODOT&Agrave; S., ZATTI P., Trattato di Biodiritto,
Milano, 2010, pp. 191 e ss. MARINI G., Il consenso, in RODOT&Agrave; S., TALLACCHINI M. (a cura di), Ambito e fonti
del Biodiritto, in RODOT&Agrave; S., ZATTI P. (diretto da), Trattato di Biodiritto, Milano, 2010, pp. 361 e ss.; NIVARRA L.,
Autonomia (bio) giuridica e tutela della persona, in Eur. Dir. Priv., 2009, pp. 719 e ss.; ZATTI P., Il diritto a scegliere
la propria salute (in margine al caso S. Raffaele), in Nuova giur. Civ. comm., 2000, II, pp. 1 e ss.; CASONATO C., Il
consenso informato. Profili di diritto comparato, 6 luglio 2009, in Diritto pubblico comparato ed europeo, 2009, III,
1057 e ss.; CASONATO C., Consenso e rifiuto delle cure in una recente sentenza della Cassazione, in Quad. cost.,
2008, n. 3, pp. 545 e ss., ZATTI P., Il diritto a scegliere la propria salute, in Nuova giur. Comm., 2000, II, pp. 1 e ss.
Il principio del consenso agli interventi altrui sulla propria persona, cos&igrave;, “costituisce il
naturale corollario del pi&ugrave; ampio principio della libert&agrave; personale” 25 e “si sostanzia nella
esclusivit&agrave; del proprio essere fisico e psichico in virt&ugrave; del quale la persona non pu&ograve; essere
sottoposta a coercizione nel corpo e nella mente, a violazione della sua sfera di libert&agrave; corporale e
anche soltanto morale; ogni potere o dovere del medico sul paziente trova in radice la sua unica ed
esclusiva fonte nel consenso del paziente stesso, che rappresenta il momento focale della stessa
autorizzazione legislativa dell’attivit&agrave; medica”26.
&Egrave; per questo che “[…] senza il consenso informato, l’intervento del medico &egrave;, al di fuori dei
casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessit&agrave;,
sicuramente illecito, anche quando sia nell’interesse del paziente”27.
3. La necessaria informazione
Perch&eacute; si possa parlare di consenso valido legittimante il trattamento sanitario, &egrave; necessario
che esso sia corredato e preceduto da una puntuale informazione28.
Il medico deve fornire al proprio paziente “in modo esaustivo e completo tutte le
informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l’intervento
chirurgico che intende eseguire, con le relative modalit&agrave;” 29, nonch&eacute; informare il paziente sulla
portata dell’intervento, sulle inevitabili difficolt&agrave;, sugli effetti conseguibili e sugli eventuali rischi,
in modo da porlo nelle condizioni di decidere in maniera consapevole sull’opportunit&agrave; di procedervi
o meno30.
Quest’ultima non ha la finalit&agrave; di colmare le differenze conoscitive tecnico-scientifiche tra
medico e paziente; quanto, piuttosto, quella di tutelare il diritto di autodeterminarsi di chi si
Cfr. MANTOVANI F., Problemi giuridici dell’eutanasia, in Medicina sociale, 20/1970, p. 249.
Cos&igrave;, MANTOVANI F., I trapianti e la sperimentazione umana nel diritto italiano e straniero, Padova, 1974, p. 201.
Cfr. Cass. Civ., sez. III, sent. n. 27751/2013.
L’informazione contribuisce a rendere valido il consenso perch&eacute; essa &egrave; necessaria ma non da sola bastevole. Oltre a
tale requisito, infatti, si riconoscono, come fondamentali, altri caratteri che il consenso deve possedere per essere
considerato evidentemente valido. Esso deve essere: libero, personale, manifesto, attuale, recettizio (per un
approfondimento rispetto a queste elencate specificazioni, cfr. IADECOLA G., Consenso del paziente e facolt&agrave; di
curare, in AMMIRATI D., La responsabilit&agrave; del medico, Padova, 2004, pp. 23 e ss.; IANNELLI E., Responsabilit&agrave; del
medico e consenso del paziente, in AMMIRATI D., La responsabilit&agrave; penale del medico, cit., pp. 39-49). Quanto alla
forma, nessuna prescrizione specifica ritiene che il consenso debba essere necessariamente scritto. Soltanto l’articolo 30
del codice di deontologia fa riferimento ad una sua eventuale documentazione solo nel caso in cui l’intervento sia
particolarmente difficile. Deve, infine, essere reale ed effettivo, e non gi&agrave; presunto; attuale (non gi&agrave; anticipato), deve
cio&egrave; persistere al momento dell’inizio dell’intervento, ed &egrave; sempre revocabile. La giurisprudenza assolutamente
prevalente nega, infatti, che assuma rilievo il c.d. consenso presunto, ovvero quello mancante ma che si ritiene sarebbe
stato prestato se il paziente avesse potuto farlo (cfr. Cass. Civ., III sez., sent. n.20984/2012; contra, Cass. Civ., sez. IV,
sent. n. 45976/2003, nella quale si afferma “per quel che riguarda, infine, il consenso del paziente, (…) il consenso deve
essere reale, informato, pacifico o, se ne ricorrono le condizioni, presunto… nelle ipotesi di impossibilit&agrave; materiale di
manifestazione del consenso e di urgente necessit&agrave; terapeutica”).
Cfr. Cass. Civ., sez. III, sent. n. 15698/2010.
L’informazione deve essere particolareggiata e specifica, tale da implicare “la piena conoscenza della natura
dell’intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle
possibili conseguenze negative” (cos&igrave;, Cass. Civ., sez. III, sent. n. 7027/2001).
sottopone ad una cura o ad un intervento chirurgico, facendo s&igrave; che tale soggetto possa
consapevolmente scegliere se legittimarlo o meno31.
Recentemente, la Corte di Cassazione, oltre a sottolineare che l’obbligo di informazione32
“deve essere particolarmente dettagliato al fine di garantire lo scrupoloso rispetto del diritto di
autodeterminazione del paziente”33, ha altres&igrave; chiarito che tale obbligo “non si estende ai soli rischi
imprevedibili, ovvero agli esiti anomali, al limite del fortuito, ma al di l&agrave; di tale limite il
professionista sanitario ha l’obbligo di fornire al paziente, in modo dettagliato, tutte le
informazioni scientificamente possibili sull’intervento chirurgico che intende eseguire, sulle
Cfr. Cass. Civ., Sez. III, sent. n.18334/2013, secondo cui il medico ha l’obbligo di fornire tutte le informazioni
possibili al paziente in ordine alle cure mediche o all’intervento chirurgico da effettuare, tanto &egrave; vero che sottopone al
paziente, perch&eacute; lo sottoscriva un modulo non generico, dal quale sia possibile desumere con certezza l’ottenimento in
modo esaustivo da parte del paziente di dette informazioni: ne consegue che il medico chirurgo viene meno all’obbligo
a suo carico ove non fornisca al paziente, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente
possibili sull’intervento chirurgico che intende eseguire e soprattutto sul bilancio rischi/vantaggi dell’intervento.
Si evidenzia che Cass. Civ., sez. III, sent. n. 364/1997, aveva fissato dei criteri di portata generale affermando che: “la
validit&agrave; del consenso &egrave; condizionata dall'informazione, da parte del professionista al quale &egrave; richiesto, sui benefici,
sulle modalit&agrave; in genere, sulla scelta tra diverse modalit&agrave; operative e sui rischi specifici prevedibili (anche ridotti che
possano incidere gravemente sulle condizioni fisiche o sul bene della vita) dell’intervento terapeutico - informazione
che deve essere effettiva e corretta - e, nel caso che sia lo stesso paziente a richiedere un intervento chirurgico, per sua
natura complesso e svolto in &eacute;quipe, la presunzione di un implicito consenso a tutte le operazioni preparatorie e
successive connesse all’intervento vero e proprio, non esime il personale medico responsabile dal dovere di informarlo
anche su queste fasi operative (nel caso di specie in relazione ai diversi metodi anestesiologici utilizzabili, alle loro
modalit&agrave; di esecuzione e al loro grado di rischio), in modo che la scelta tecnica dell’operatore avvenga dopo una
adeguata informazione e con il consenso specifico dell’interessato”. Nella motivazione della sentenza, la Suprema
Corte si era soffermata sul contenuto dell’obbligo di informazione, il cui scopo &egrave; quello di consentire al malato una
scelta consapevole attraverso un bilanciamento tra rischi e benefici del trattamento e non certo di fornire una
spiegazione scientifica dettagliata della prestazione: “nell’ambito degli interventi chirurgici, in particolare, il dovere di
informazione concerne la portata dell’intervento, le inevitabili difficolt&agrave;, gli effetti conseguibili e gli eventuali rischi, s&igrave;
da porre il paziente in condizioni di decidere sull’opportunit&agrave; di procedervi o di ometterlo, attraverso il bilanciamento
di vantaggi e rischi. L’obbligo si estende ai rischi prevedibili e non anche agli esiti anomali, al limite del fortuito, che
non assumono rilievo secondo l’id quod plerumque accidit, non potendosi disconoscere che l’operatore sanitario deve
contemperare l’esigenza di informazione con la necessit&agrave; di evitare che il paziente, per una qualsiasi remotissima
eventualit&agrave;, eviti di sottoporsi anche a un banale intervento. Assume rilevanza, in proposito, l’importanza degli
interessi e dei beni in gioco, non potendosi consentire tuttavia, in forza di un mero calcolo statistico, che il paziente non
venga edotto di rischi, anche ridotti, che incidano gravemente sulle sue condizioni fisiche o, addirittura, sul bene
supremo della vita. L’obbligo di informazione si estende, inoltre, ai rischi specifici rispetto a determinate scelte
alternative, in modo che il paziente, con l’ausilio tecnico-scientifico del sanitario, possa determinarsi verso l’una o
l’altra delle scelte possibili, attraverso una cosciente valutazione dei rischi relativi e dei corrispondenti vantaggi. Sotto
un altro profilo &egrave; noto che interventi particolarmente complessi, specie nel lavoro in &eacute;quipe, ormai normale negli
interventi chirurgici, presentino, nelle varie fasi, rischi specifici e distinti. Allorch&eacute; tali fasi assumano una propria
autonomia gestionale e diano luogo, esse stesse, a scelte operative diversificate, ognuna dellequali presenti rischi
diversi, l’obbligo di informazione si estende anche alle singole fasi e ai rispettivi rischi” de ai rischi prevedibili e non
anche gli esiti anomali, ai limiti del fortuito, […], non potendosi disconoscere che l’operatore sanitario deve
contemperare l’esigenza di informazione con la necessit&agrave; di evitare che il paziente, per una remotissima eventualit&agrave;,
eviti di sottoporsi anche ad un banale intervento.” Anche il codice di deontologia medica si accosta alla problematica
dell’informazione, stabilendo all’articolo 33 il dovere del medico di fornire al paziente la pi&ugrave; idonea informazione,
essenziale ed esaustiva, che deve essere rapportata al livello di cultura, di emotivit&agrave; e delle capacit&agrave; intellettive del
paziente, scevra di ogni superflua specificazione riguardo ai dati scientifici coinvolti: le informazioni devono riguardare
la diagnosi, la prognosi, le prospettive terapeutiche e le verosimili conseguenze della terapia e della mancata terapia.
L’eventuale volont&agrave; della persona assistita di non essere informata deve essere documentata, a garanzia del dovere del
medico di rispettare anche tale desiderio del paziente senza incorrere in responsabilit&agrave; alcuna.
Cfr. Cass. Civ., sez. III, sent. n. 2847/2010.
conseguenze normalmente possibili, sia pure infrequenti, tanto da apparire straordinarie, sul
bilancio tra rischi e vantaggi dell’intervento”34.
I Giudici della Corte hanno cio&egrave; posto particolare rilievo sulla differenza tra rischi
prevedibili e rischi imprevedibili, evidenziando come sia lecita solo l’omessa comunicazione di
questi ultimi, in quanto si collocano al di fuori della sfera di controllo del medico. Per la Corte, i
rischi imprevedibili corrispondono unicamente ai casi anomali, trattandosi di fattori che, venendo
comunque ad interrompere il necessario nesso di causalit&agrave; tra l’intervento chirurgico e l’evento
lesivo, possono non essere comunicati al paziente, posto che “non assumono rilievo secondo l’id
quod plerumque accidit”35.
Il sanitario, con la sua scelta arbitraria di non rappresentare certi rischi specifici, limiterebbe
l’esercizio ad opera del paziente del proprio diritto di autodeterminarsi, autonomamente decidendo
sul quantum informare e sul cosa eludere 36 ; e perci&ograve;, in considerazione dell’importanza degli
interessi e dei beni in gioco, spetta solo al paziente ogni valutazione comparativa del bilancio
rischi–vantaggi; valutazione che deve essere consapevole e necessariamente preceduta da una
informazione completa ed esaustiva fornita al curato da parte del medico37.
Quest’ultimo ha infatti tutti quegli strumenti e quelle conoscenze tecniche e scientifiche che
possono (e devono) consentire a chi si sottopone alle cure o ad interventi chirurgici di esercitare il
proprio fondamentale diritto di autodeterminazione; e, quindi, di aderire al trattamento sanitario
proposto 38 , con la consapevolezza di quali possano essere i rischi correlati al rilascio di quel
In questo modo, la necessit&agrave; che il consenso sia informato rafforza la visione di un processo
realmente partecipativo del paziente alle decisioni che coinvolgono il suo corpo e la sua salute; e
viene meno l’idea di una sterile formalizzazione del rapporto nel quale l’adesione del malato al
trattamento sia relegata a mera condizione di rimozione dell’illiceit&agrave; del fatto39.
Sul punto &egrave; bene evidenziare che la Cassazione, chiamata a pronunciarsi sull’omessa informazione in un caso di
intervento chirurgico estetico, nel 1985 aveva stabilito che: “Il professionista ha il dovere d'informare anche sulle
eventuali ragioni che possono rendere inutile la sua prestazione in relazione al risultato; in particolare, per il chirurgo
estetico detto dovere comprende, oltre la prospettazione dei possibili rischi del trattamento suggerito, anche la effettiva
conseguibilit&agrave; o meno del miglioramento estetico desiderato dal cliente in relazione alle esigenze della sua vita
professionale e di relazione”. (Cass. Civ., sez. II, sent. n. 4394/1985). La stessa decisione, a proposito della chirurgia
estetica, specificava che “il dovere d'informazione, gravante sul chirurgo estetico, ha contenuto pi&ugrave; ampio rispetto al
corrispondente dovere a carico del terapeuta, in quanto deve essere esteso alla possibilit&agrave; di conseguire un
miglioramento effettivo dell'aspetto fisico, che si ripercuota favorevolmente nella vita professionale e in quella di
relazione”. Su questi aspetti, e sulla superata concezione de qua, sia consentito rimandare a ROLLI R., POSTERARO
N., Indagine sull’attivit&agrave; del chirurgo estetico. L’obbligo di risultato, il consenso informato e l’ampiezza
dell’informazione, in Dike kai nomos, n. 5/2013, Aprile-Ottobre.
La Cassazione aveva gi&agrave; sottolineato che l’intervento medico attuato violando questo principio &egrave; “sicuramente illecito,
anche quando &egrave; nell’interesse del paziente, e questo perch&eacute; la pratica del consenso libero e informato rappresenta una
forma di rispetto per la libert&agrave; dell’individuo e un mezzo per il perseguimento dei suoi migliori interessi” (cfr. Cass.
Civ., sez. I, sent. n. 21748/2007).
Cfr. Corte Cost., sent. n. 438/2008.
Cfr, sul punto, VALLINI A., Paternalismo medico, rigorismi penali, medicina difensiva: una sintesi problematica e
un azzardo de iure condendo, in Riv. it. Med. Leg., n. 1/2013, pp. 2 e ss.
4. Segue. Le conseguenze della inadeguata informazione: profili di responsabilit&agrave; civile e
Qualora l’informazione sia inadeguata e non renda il paziente edotto rispetto ai rischi e
benefici che interessano l’operazione, il consenso eventualmente rilasciato dal paziente interessato
risulter&agrave; essere invalido. Quindi nullo, perch&eacute; viziato ed incapace di scriminare l’attivit&agrave; medicochirurgica, che, come tale, rimane arbitraria, illecita e fonte di responsabilit&agrave;).
Come affermato da autorevole dottrina, “un trattamento medico-chirurgico, compiuto bens&igrave;
secondo le regole dell’arte medica ma senza il valido consenso del paziente o del suo
rappresentante legale, costituisce -a meno che non si verta in stato di necessit&agrave;- un fatto civilmente
illecito e, dal punto di vista penale, se l’esito dell’operazione &egrave; sfavorevole, costituisce il delitto di
lesione personale o di omicidio colposo, mentre se l’esito &egrave; favorevole, pu&ograve; dar luogo, ove
concorrano altre circostanze, a un delitto contro la libert&agrave;”40.
La giurisprudenza civile ha recentemente riconosciuto il diritto al consenso informato come
un diritto autonomo e a s&eacute; stante; un diritto risarcibile, quando leso, a prescindere dal tipo di attivit&agrave;
medico-esecutiva ad esso correlata (a prescindere, cio&egrave;, dal fatto che in esito alla operazione
arbitrariamente posta in essere si sia sostanziato un esito fausto, ovvero infausto41).
Essa ha rilevato che qualora il medico abbia leso tale diritto nella fase informativa, rendendo
il paziente scarsamente edotto rispetto ai rischi dell’operazione poi concretamente verificatisi, &egrave;
irrilevante il fatto che abbia agito seguendo tutte le leges artis previste, nel caso concreto, dalla
letteratura scientifica di riferimento; ed &egrave; irrilevante, quindi, che l’esito dell’operazione sia stato
infausto, ovvero fausto (e, nel caso di esito infausto, esso abbia comportato un danno biologico in
capo al paziente per una causa non imputabile all’attivit&agrave; medica posta in essere dal sanitario):
quello che rileva, ai fini della risarcibilit&agrave; del danno derivante dalla lesione dell’autodeterminazione
del paziente curato, &egrave; che vi sia stata la lesione di un diritto al consenso informato42. Lesione che,
come tale, &egrave; necessario venga risarcita43.
Cos&igrave; GRISPIGNI F., La responsabilit&agrave; penale per il trattamento medico-chirurgico arbitrario, in Scuola Positiva,
1914, p. 684. L’a. afferma che il trattamento chirurgico non integra oggettivamente, in s&eacute;, gli estremi delle lesioni
personali, poi scriminate da una causa di giustificazione (consenso del paziente, adempimento di un dovere, ecc.), ma si
tratta di una condotta ontologicamente priva di rilevanza penale che, se effettuata senza la volont&agrave; del paziente,
costituisce, semmai, un’offesa alla sua libert&agrave;, potendo perci&ograve; essere ricondotta ai vari reati di violenza privata. Sul
tema, infra.
Cfr. Cass. Civ., Sez. III, sent. n.19220/2013, secondo cui in un rapporto personale col paziente in procinto di
provvedimenti diagnostici-terapeutici, il paziente ha diritto a ricevere le informazioni sui vantaggi e rischi o alternative
del provvedimento proposto con linguaggio che deve tener conto del grado culturale della persona assistita (linguaggio
chiaro che tenga conto del particolare stato soggettivo e del grado di conoscenze specifiche). Non assume, invece,
alcuna influenza, ai fini della sussistenza dell'illecito per violazione del consenso informato, la circostanza che il
trattamento sia stato eseguito correttamente o meno. Sotto tale profilo, infatti, ci&ograve; che rileva &egrave; che il paziente, a causa
del deficit di informazione non sia stato messo in condizione di assentire al trattamento sanitario con una volont&agrave;
consapevole delle sue implicazioni, consumandosi, nei suoi confronti, una lesione di quella dignit&agrave; che connota
l'esistenza nei momenti cruciali della sofferenza, fisica e psichica. Cfr. anche Cass. Civ., sez. III, sent. n. 16543/2011 e
Cass. Civ., sez. II, sent. n. 20984/2012.
In questi termini, gi&agrave;, Cass. Civ., Sez. III, sent. n. 5444/2006: “la correttezza o meno del trattamento non assume
alcun rilievo ai fini della sussistenza dell’illecito per violazione del consno informato, la quale sussiste per la semplice
ragione che il paziente, a causa dle deficit di informazione, non &egrave; stato messo in condizione di assentire al trattamento
sanitario con una volont&agrave; consapevole delle sue implicazioni”.
In altre parole, se il sanitario ha eseguito in modo corretto l’operazione e la conseguenza nefasta eventualmente
sostanziatasi non dipende da una sua attivit&agrave; negligente, imprudente o imperita, ma rileva, per&ograve;, una sua negligenza
nella fase informativa che ha inciso sulla volont&agrave; degli interessati e ha fatto s&igrave; essi abbiano rilasciato un consenso
In questo modo, cio&egrave;, la giurisprudenza ha evidenziato che l’elemento soggettivo della
colpevolezza non interferisce con l’accertamento di una responsabilit&agrave; conseguente alla violazione
delle regole operanti in tema di consenso informato44; ed ha chiarito che si allenta, evidentemente, il
legame tra responsabilit&agrave; medica ed esito della prestazione45. In altre parole, l’adeguatezza della
prestazione medica sotto il profilo esecutivo e della sua conformit&agrave; alle leges artis non risulta
preclusiva di una distinta responsabilit&agrave; professionale del sanitario coinvolto. Responsabilit&agrave;, questa,
che si fonda sull’inadempimento alle regole poste a tutela del diritto del paziente di essere
adeguatamente informato e di poter esprimere una volont&agrave; libera e consapevole rispetto alla scelta
circa la propria salute e la propria persona46-47.
invalido, allora sorge in capo al paziente un diritto al risarcimento del danno per lesione del suo diritto ad
Cfr. Cass. Pen., sez. IV, sent. n. 11335/2008; Cass. Civ., Sez. III, sent. n. 5444/2006.
Cfr. Cass. Civ., sezione III, sent. n. 2253/2013, secondo cui il diritto al consenso informato del paziente &egrave; un diritto
irretrattabile della persona e che, al fine di escluderlo, non assume alcuna rilevanza il fatto che l'intervento sia stato
effettuato in modo tecnicamente corretto, per la semplice ragione che, a causa del totale deficit di informazione, il
paziente non &egrave; stato posto in condizione di assentire al trattamento, di talch&eacute; si &egrave; consumata, nei suoi confronti,
comunque, una lesione di quella dignit&agrave; che connota l'esistenza umana nei momenti cruciali della sofferenza fisica e/o
Secondo un primo orientamento dottrinale si tratterebbe di una responsabilit&agrave; di tipo precontrattuale, posto che si
considera il difetto di informazione rilevante sul piano delle trattative; secondo un differente orientamento, invece, si
tratterebbe di una responsabilit&agrave; di tipo contrattuale, posto che si ritiene il difetto di informazione rilevante sul piano
dell’inadempimento di un contratto gi&agrave; pienamente perfezionato. Questi due diversi filoni dottrinali hanno determinato
in seno alla giurisprudenza di legittimit&agrave; il formarsi di due contrastanti orientamenti: un primo, minoritario, &egrave; inteso ad
ancorare l’obbligo di informazione alle disposizioni di cui agli articoli 1337 e 1338 del codice civile, facendolo
coincidere con il dovere di comportarsi secondo buona fede cui le parti sono tenute nello svolgimento delle trattative e
nella formazione del contratto. Tra le altre, Cass. Civ., Sez. III, sent. n. 10014/1994, secondo cui “il consenso, oltre che
a legittimare l'intervento sanitario costituisce, sotto altro profilo, uno degli elementi del contratto tra il paziente ed il
professionista ( art. 1325 c.c.), avente ad oggetto la prestazione professionale, sicch&eacute; l'obbligo di informazione deriva
anche dal comportamento secondo buona fede cui si &egrave; tenuti nello svolgimento delle trattative e nella formazione del
contratto ( art. 1337 c.c.)”; vd. anche, Cass. Civ, sez. III, sent. n. 364/1997; un secondo, maggioritario e condivisibile,
ritiene che poich&eacute; il dovere di informazione ora rientra nella complessa prestazione professionale cui &egrave; tenuto il
sanitario, la responsabilit&agrave; che deriva dall’omessa acquisizione del consenso non possa che avere natura contrattuale. V.
tra le altre, Cass. Civ., sez. II, sent. n. 4394/1985 che ha stabilito che: “nel contratto di prestazione d'opera intellettuale,
il dovere d'informazione gravante sul professionista - la cui violazione &egrave; fonte di responsabilit&agrave; contrattuale e del
conseguente obbligo di risarcimento del danno, commisurato all'interesse cosiddetto positivo - investe non solo le
potenziali cause d'invalidit&agrave; o d'inefficacia della prestazione professionale ma anche le ragioni che questa rendano
inutile, in rapporto al risultato (ancorch&eacute; non espressamente dedotto in contratto) sperato dal cliente, o addirittura
dannosa. In particolare, nel rapporto fra paziente e chirurgo praticante la chirurgia estetica, detto dovere non &egrave;
limitato - come nel rapporto fra cliente e terapeuta in genere (chirurgo o medico che sia) - alla prospettazione dei
possibili rischi del trattamento suggerito (in quanto tale da porre in pericolo la vita o l'incolumit&agrave; fisica del paziente),
ma concerne anche la conseguibilit&agrave; o meno, attraverso un determinato intervento, del miglioramento estetico
perseguito dal cliente in relazione alle esigenze della sua vita professionale e di relazione”; vd. anche Cass., sez. III,
sentenza n. 22390/2006. In questo senso, Cass. Civ., sez. III, n. 7027/2001 ha statuito che: “osservando che il contratto
d’opera professionale si conclude tra il medico e il cliente quando il primo, su richiesta del secondo, accetta di
esercitare la propria attivit&agrave; professionale in relazione al caso prospettatogli; che tale attivit&agrave; si scinde in due fasi,
quella, preliminare, diagnostica, basata sul rilevamento dei dati sintomatologici, e l’altra, conseguente, terapeutica o
di intervento chirurgico, determinata dalla prima; che l’una e l’altra fase esistono sempre, e compongono entrambe
l’iter dell’attivit&agrave; professionale, costituendo perci&ograve; entrambe la complessa prestazione che il medico si obbliga a
eseguire per effetto del concluso contratto di opera professionale; che, poich&eacute; solo dopo l’esaurimento della fase
diagnostica sorge il dovere del chirurgo di informare il cliente sulla natura e sugli eventuali pericoli dell’intervento
operatorio risultato necessario, questo dovere di informazione, diretto a ottenere un consapevole consenso alla
prosecuzione dell’attivit&agrave; professionale, non pu&ograve; non rientrare nella complessa prestazione. Di qui, in definitiva, la
natura contrattuale della responsabilit&agrave; derivante dall’omessa informazione. (…) Si consideri che esso (il dovere di
La presenza di un eventuale altro danno biologico riportato a seguito dell’operazione
eseguita, infatti, rilever&agrave;, semmai, solo sul globale piano risarcitorio (poich&eacute; incider&agrave; sulla
quantificazione e sul riconoscimento dei danni risarcibili); ma non avr&agrave; la capacit&agrave; di condizionare
in alcun modo la configurazione del primo tipo di illecito: nel caso in cui, accanto al danno morale
derivante dalla violazione delle regole del consenso, si sostanzi pure un danno biologico (non
dovuto a colpa esecutiva del sanitario, appunto, ma) eziologicamente (provato dal paziente come)
dipendente dalla condotta negligente tenuta dal medico nella fase prettamente informativa 48,questi
danni, perci&ograve;, rimarranno distinti e potranno essere senza dubbio risarciti entrambi49.
Tale assunto, in linea con quanto la giurisprudenza aveva statuito gi&agrave; nel 201050, si colloca
in una dimensione chiaramente innovativa, posto che la tradizione di pensiero concepiva plausibile
informazione) lungi dall’essere accessorio o strumentale (…), derivando da una norma di rilevanza costituzionale,
volta a tutelare un diritto primario della persona, non pu&ograve; non avere, per ci&ograve; stesso, nella complessiva struttura
negoziale, natura e dignit&agrave; autonome (con autonoma rilevanza, sul piano delle conseguenza giuridiche, nel caso
d’inadempimento)”. Dal punto di vista civilistico, il consenso informato costituisce un elemento essenziale del contratto
medico-paziente: il consenso, non preceduto dalla corretta e chiara informazione medica, fa venir meno l’elemento
fondamentale dell’accordo di cui all’art. 1325 comma 1 cod. civ. La manifestazione del consenso permette al pazientecreditore della prestazione di compiere scientemente quella valutazione tra costi e benefici indispensabile ai fini della
validit&agrave; dell’accordo tra le parti che, altrimenti, perde ogni significato per vizio del consenso, conseguendone
l’annullabilit&agrave; ex artt. 1427 e segg. cod. civ. Rilevante conseguenza che dipende dalla diversa natura della responsabilit&agrave;
del medico e dell’azienda ospedaliera riguarda l’onere della prova. Se infatti si riconosce la natura contrattuale di una
tale responsabilit&agrave;, il paziente che agisce in giudizio deducendo l’inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria
dovr&agrave; provare unicamente l’esistenza del contratto e allegare l’inadempimento del professionista, restando a carico
dell’obbligato l’onere di provare l’esatto adempimento, ovvero l’aver ottemperato all’obbligo di acquisire il consenso
informato (cfr. sul punto, Cass. Civ., Sez. III, sentenza n. 23918/2006).
Cos&igrave;, “il pregiudizio morale lamentato dal paziente si situa lungo l’asse del prolungamento dei diritti della persona,
possiede dignit&agrave; costituzionale ed &egrave; inerente alla violazione del requisito del consenso informato”, cos&igrave;, GRAZIADEI
M., cit., p. 277. In argomento cfr. anche Cass. Civ., sez. III, sent. n. 20984/2012; Cass. Civ., sez. III, sent. n.
16543/2011.
Per far s&igrave; che sussista anche un diritto al risarcimento del danno per lesione della salute biologica del malato, &egrave;
necessario si provi che il paziente, laddove avesse potuto scegliere consapevolmente, si sarebbe con buona probabilit&agrave;
sottratto al trattamento; e, dunque, non avrebbe subito il danno de quo, il quale non &egrave; causalmente ricollegabile alla
condotta tenuta dal sanitario nella fase esecutiva, bens&igrave;, alla negligenza da questi attualizzata nel momento antecedente
a quello strettamente esecutivo. In questi termini, Cass. Civ., sez. III, sentenza n. 2847/2010, secondo cui: “[…] la
sussistenza di nesso eziologico non va indagata solo in relazione al rapporto di consequenzialit&agrave; tra intervento
terapeutico (necessario e correttamente eseguito) e pregiudizio della salute, che &egrave; addirittura scontato e che costituisce
il presupposto stesso del problema che s'&egrave; sopra sintetizzato, il quale neppure sorgerebbe se il pregiudizio della salute
non fosse conseguenza dell'intervento. La sussistenza di quel nesso va verificata in relazione al rapporto tra attivit&agrave;
omissiva del medico per non aver informato il paziente ed esecuzione dell'intervento”.
Il risarcimento di ambedue le fattispecie, infatti, non pu&ograve; essere affatto considerata una inutile duplicazione risarcitoria,
posto che i profili le lesioni cui essi attengono sono chiaramente differenti. Ad ogni modo, la dimensione non
patrimoniale della violazione del diritto ad autodeterminarsi pone delle difficolt&agrave; di individuazione del contenuto della
lesione e della sua concretizzazione monetaria, posto che trattasi di violazione inadatta a tradursi in pregiudizio al
patrimonio. Perci&ograve;, nel caso in cui alla lesione del diritto all’autodeterminazione si accosti la prova d’una risarcibilit&agrave;
del danno derivante da lesione del diritto alla salute in senso biologico, i parametri monetari utilizzati per la
liquidazione del danno biologico potranno assumere un ruolo significativo nel risarcimento del danno per violazione
delle regole in tema di consenso informato (cfr. gi&agrave; sul punto Trib. Milano, sez. V civ., 29 marzo 2005, n. 3520). Gli
ordinari criteri di liquidazione del danno alla salute, cio&egrave;, potranno essere presentati come un modelli di riferimento per
il risarcimento del diritto all’autodeterminazione, onde evitare eccessive disparit&agrave;, in ordine alla valutazione
dell’ammontare della lesione che &egrave; priva del carattere della patrimonialit&agrave;.
Cfr. Cass. Civ, sez. III, sentenza n. 2847/2010, in cui la Suprema Corte ha distinto il pregiudizio alla salute,
dipendente dal trattamento sanitario (colposo o non colposo) e la violazione del diritto del paziente ad essere informato
in relazione al trattamento proposto. Per i primi commenti, RICCIO A., La violazione dell’autodeterminazione &egrave;,
dunque, autonomamente risarcibile, in Contratto e impresa, 2010, pp. 313 e ss.; GORGONI M., Ancora dubbi sul
parlare di responsabilit&agrave; medica solo laddove, a fronte di una lesione dell’autodeterminazione del
paziente, si fosse sostanziata pure la presenza ulteriore di un errore esecutivo, quindi di un danno
alla salute51.
Ad ogni modo, si pu&ograve; ritenere necessario che, affinch&eacute; si configuri legittimamente la nascita
di un tale diritto al risarcimento del danno morale, il paziente provi di aver subito un danno effettivo
a fronte di tale violazione; dunque, attesti di aver sopportato una lesione della dignit&agrave; che connota
l’esistenza nei momenti cruciali della sofferenza, fisica e psichica52. Nel caso contrario, il danno
derivante dalla lesione del diritto de quo si configurerebbe come un mero danno-evento; e sarebbe
risarcibile per il sol fatto che il medico, con la condotta negligente, ha violato le disposizioni a
tutela del paziente.
Quanto al diritto penale, la circostanza parrebbe invero complicarsi leggermente: di sicuro,
la mancanza del consenso opportunamente informato del malato, oppure la sua invalidit&agrave; per altre
ragioni (errata informazione ovvero consenso rilasciato per un tipo d’intervento diverso da quello in
concreto poi eseguito) “determina l’arbitrariet&agrave; del trattamento medico chirurgico e, come
conseguenza, la sua rilevanza in sede di giurisdizione penale, in quanto posto in violazione della
sfera personale del soggetto e del suo diritto di decidere se permettere interventi estranei sul
proprio corpo”53. Dunque, non si dovrebbe dubitare in alcun modo rispetto alla configurazione del
reato di violenza privata di cui all’art. 610 c.p., posto che si tratta del delitto pi&ugrave; frequentemente
invocato54nei casi di intervento eseguito senza consenso valido del curato.
In questo senso, per&ograve;, la problematica risulta essere assai difficoltosa, poich&eacute; in questi casi
di consenso presente, ma invalido, il medico non utilizza alcun tipo di coazione fisica per superare
la eventuale resistenza del paziente ma -semplicemente- pratica un intervento senza che lo stesso
abbia potuto acconsentirvi validamente nella fase antecedente a quella strettamente esecutiva. Un
primo problema, quindi, sorge proprio nell’individuazione di una condotta effettivamente violenta,
difettando qui radicalmente l’azione -definibile in termini di aggressione del soggetto passivofunzionale, per l’appunto, a vincere la resistenza della vittima e a costringerla a tollerare
l’operazione. In realt&agrave;, la giurisprudenza recente e la dottrina maggioritaria sembrano sposare, senza
alcun dubbio, la tesi di quanti ravvedono, in queste ipotesi, un caso di cd. violenza impropria; un
caso di violenza, cio&egrave;, che, pur non utilizzando la coazione fisica del soggetto coartato, inficia la sua
libert&agrave; morale, incidendovi esplicitamente: il paziente &egrave;, in questi termini, costretto a tollerare
un’operazione cui egli non ha liberamente scelto di assoggettarsi55.
danno risarcibile a seguito di violazione dell’obbligo di informazione gravante sul sanitario, in Resp. Civ. e prev.,
2010, pp. 1014 e ss.
Cfr., ex pluribus, Cass. Pen., sez. I, sent. n. 26446/2002; Cass. Civ., sez. III, 30 luglio 2004, n. 14638.
&Egrave; necessario che chi si assume leso nel proprio diritto ad autodeterminarsi provi le circostanze rilevanti che
giustificano il risarcimento del danno ex 1223 e 2059 c.c., in quanto “&egrave; sempre necessaria a prova dell’entit&agrave; del danno,
ossia la dimostrazione che la lesione ha prodotto una perdita di tipo analogo a quella indicata dall’art. 1223 c.c.,
costituita dalla diminuzione o privazione di un valore personale (non patrimoniale) alla quale il risarcimento deve
essere commisurato” (Cfr. Trib. Milano, sez. V civ., 29 marzo 2005, n. 3520). Il tema della prova del danno non
patrimoniale e delle difficolt&agrave; che esso comporta non sono sfuggiti all’attenzione dei giudici che hanno perfezionato la
distinzione tra danno insito nella violazione (danno in re ipsa) e prova del danno in re ipsa: essi, cio&egrave;, hanno cercato di
non far coincidere il danno con la violazione dell’interesse ma di esonerare comunque il danneggiato dall’onere di
dimostrare l’esistenza del pregiudizio (cfr. Cass. Civ., SS.UU., sent. n. 1338/2004).
Cos&igrave; Cass. Pen., sez. IV, sentenza n. 1572/2001 (cd. Firenzani).
Cos&igrave; VIGAN&Ograve; F., Giustificazione dell’atto medico-sanitario e sistema penale, in Belvedere A., Riondato S. (a cura
di), La responsabilit&agrave; in medicina in RODOT&Agrave; S., ZATTI P., Trattato di biodiritto, cit., p. 923.
Costituiscono violenza impropria tutte le attivit&agrave; insidiose con cui il soggetto viene posto, totalmente o parzialmente,
nell’impossibilit&agrave; di volere o di agire: ipnotizzazione, narcotizzazione, inebriamento con alcool o sostanze stupefacenti
In altre parole, se al paziente viene prospettato un tipo di operazione esente dai rischi poi
eventualmente verificatisi, allora gli viene prospettata un’ipotesi diversa da quella in concreto
sostanziatasi; dunque, il sanitario sar&agrave; comunque perseguibile per il reato di cui al 610 c.p.
Ecco che le problematiche in questo senso, non si pongono pi&ugrave; nei confronti di chi, pur
mantenendo un comportamento fisico corretto, abbia volontariamente coartato la volont&agrave; del
paziente (per far s&igrave; esso s’assoggettasse all’intervento, magari anche per scopi propri personali
come progressioni di carriera basate sul numero di interventi eseguiti, ovvero questioni pi&ugrave;
marcatamente economiche 56 ) ovvero nei confronti di chi abbia evitato d’informare il paziente
perch&eacute;, assunto il rischio, abbia prospettato come difficilmente verificabile la concretizzazione
dell’evento lesivo 57 : in entrambi i casi, infatti, in quest’ottica, sar&agrave; facilmente ravvisabile
l’elemento soggettivo del dolo (diretto, ovvero eventuale) 58 , oltre che quello oggettivo della
incriminabile condotta costrittiva a tollerare cos&igrave; per come astrattamente prevista dal codice penale.
Si discute di pi&ugrave;, invero, a proposito del fatto se, nel caso di consenso invalido, il medico
debba rispondere anche del reato di cui agli artt. 582-590 c.p. (a seconda che gli si voglia addebitare
il fatto facendo leva sul dolo, ovvero sulla colpa). In realt&agrave;, all’interno del nostro ordinamento
manca una regolamentazione normativa che individui una specifica e autonoma ipotesi di reato: la
disciplina penale del trattamento medico arbitrario, quindi, si &egrave; normalmente ricavata dai principi
generali proposti nel corso del tempo dalla giurisprudenza59.
Ad ogni modo, oggi, a fronte dell’evoluzione interpretativa, sembrerebbe potersi dire che
nulla quaestio sorge nel caso di intervento cui sia correlato un evento infausto: laddove il consenso
manchi (perch&eacute; non esistente, ovvero invalido) e dall’intervento derivino conseguenze dannose
(lesioni o, peggio, morte del paziente) il medico, pur se tale evento non sia dipeso da un suo errore
medico ed egli abbia agito correttamente nella fase esecutiva, sar&agrave; responsabile non solo per aver
ecc. Rientrano nella violenza impropria tutte le attivit&agrave; insidiose tese, attraverso artifizi e raggiri, a coartare la volont&agrave;
del soggetto; la violenza impropria pu&ograve; consistere anche in una semplice omissione se il soggetto attivo, naturalmente,
ha l’obbligo giuridico di attivarsi. Inoltre la violenza impropria &egrave; attuata mediante l’uso di mezzi anomali che sono
diretti a esercitare pressioni sulla volont&agrave; altrui impedendone la libera determinazione. In tal senso, Cass. Pen., Sez. V,
sent. n. 5407/03; Cass. Pen., sez. V, sent. n. 30175/2002; in dottrina, VIGAN&Ograve; F., art. 610, in DOLCINI E.,
MARINUCCI G., Codice Penale Commentato, II ed., Milano, 2006, pp. 4275 e ss.
Ecco che qui si pone la possibilit&agrave; di ravvedere, per esempio, il reato di truffa di cui al 640 c.p.
Considerata infatti la difficolt&agrave; di previsione di verificazione dell’evento lesivo, &egrave; possibile ch’egli abbia agito con
l’elemento soggettivo del dolo eventuale, ed abbia dunque comunque coartato la volont&agrave; morale del malato
costringendolo, non autodeterminatosi, a tollerare l’operazione. Il medico ben potrebbe sapere, per esempio, che
dall’intervento X &egrave; possibile derivino, poi, concrete eventualit&agrave;. Ma non le rappresenta al proprio paziente come
probabili, dunque lo coarta nel momento decisorio.
Bisogna infatti precisare che presupposto indefettibile perch&eacute; esso possa essere imputato, &egrave; la configurabilit&agrave; in
concreto, in capo ad esso, dell’elemento soggettivo del dolo.
In questo senso, quindi, per una esatta ricostruzione del valore nel tempo attribuito al consenso, dovranno essere
tenute in debito conto, ex pluribus, le decisioni prese da Cass. Pen., Sez. V, nelle sentenze n. 5639/1992 (c.d. caso
Massimo, che valorizza l’istituto del consenso e in base alla quale “ogni regola in tema di trattamento terapeutico deve
soggiacere al principio del libero consenso del paziente e non si pu&ograve; ignorare il diritto di ciascuno di privilegiare il
proprio stato attuale di salute”), n. 1589/2001 (c.d. caso Barese, in cui la Suprema Corte ridimensiona la rilevanza del
consenso informato e pone limiti pi&ugrave; ristretti alla possibilit&agrave; di ipotizzare la fattispecie di reato penalmente
perseguibile), n. 26446/2002 (la c.d. Volterrani, che rispetto alla sentenza Barese sembra contenere una pi&ugrave; esplicita
riaffermazione dell'incompatibilit&agrave; logico giuridica tra la volontariet&agrave; dell'atto lesivo -animus necandi-, su cui si fonda
l'ipotesi del delitto penale, e l'intervento del medico che, anche in assenza di consenso, ma purch&eacute; non vi sia un esplicito
dissenso, trova comunque una legittimazione in se stesso -hanimus bonus-, escludendo altres&igrave; che il fatto possa
astrattamente essere inquadrato in una fattispecie di reato; essa, infatti, afferma che la volont&agrave; del paziente “svolge un
ruolo decisivo soltanto quando sia eventualmente espressa in forma negativa”).
violato l’autodeterminazione del paziente ex art. 610 c.p., ma anche per aver posto in essere
un’azione lesiva, arbitraria e non scriminata sul suo corpo, provocando una malattia.
Diverso il caso in cui l’esito dell’operazione, sebbene non legittimata, sia stato fausto: in
questo caso, secondo alcuni, il reato di cui agli artt. 582/590 c.p. non sarebbe mai configurabile. Ci&ograve;
perch&eacute; l’attivit&agrave; medica, pur rimanendo non consentita dal paziente, si dirige verso la guarigione del
malato. Quindi, la tutela e non incide negativamente su di essa. Anzi, la migliora. La condotta,
perci&ograve;, &egrave; scriminata ab origine ed &egrave; costituzionalmente legittimata pure nel caso non vi sia stato, a
monte, il consenso dell’avente diritto 60 . Dopotutto, anche nell’ipotesi in cui si volesse fare
riferimento alla condotta iniziale in s&eacute; ritenendola illegittima, quindi non costituzionalmente
scriminata, essi specificano che la condotta contestata non riuscirebbe comunque a configurare il
reato de quo: mancherebbe, infatti, la verificazione dell’evento malattia cos&igrave; per come richiesto dal
codice penale: su questa scia si sono poste le Sezioni Unite con la sentenza n. 2437/2009 (cd.
Giulini), con cui, da un lato, hanno ritenuto costituzionalmente garantita l’attivit&agrave; medico
chirurgica, cos&igrave; ritenendola scriminata ab origine in quanto diretta alla guarigione del malato e
In questo discorso, si pone il tema delle cd. scriminanti penali in tema di attivit&agrave; medico-chirurgica: per alcuni, si
parlerebbe di scriminanti cd. tacite, in quanto atte a giustificare un’attivit&agrave; lesiva pur non essendo espressamente
previste dall’ordinamento come agenti in concreto. Per altri, invece, la teoria delle scriminanti non codificate sarebbe
fallace; e, perci&ograve;, al fine di legittimare l’attivit&agrave;, si dovrebbe fare riferimento alle esimenti gi&agrave; enunciate dal codice
penale. Per cui, si potrebbe fare leva, per esempio, proprio sul consenso dell’avente diritto di cui all’art. 50 c.p. Secondo
altri, il consenso da solo non basterebbe. Perci&ograve;, l’attivit&agrave; risulterebbe essere scriminata dal consenso dell’avente diritto
in combinato disposto con l’art. 51 c.p. (sub specie, esercizio di un diritto). Questa idea sostiene, infatti, che tale attivit&agrave;,
pur intrinsecamente pericolosa, &egrave; tuttavia attivit&agrave; che l’ordinamento autorizza e promuove, regolamenta e finanzia a
certe condizioni ed entro certi limiti. Pi&ugrave; nel dettaglio, si individuano tre requisiti di liceit&agrave; del trattamento medicochirurgico, sussistendo i quali opererebbe l’art. 51 c.p. (e dunque l’autorizzazione legislativa dell’attivit&agrave; in oggetto): (1)
la finalit&agrave; terapeutica (ovvero la finalit&agrave; di cura e recupero della salute del paziente); (2) il rispetto delle regole dell’ars
medica (di natura precauzionale, che valgono a ridurre i confini del c.d. rischio consentito); (3) il consenso del paziente
che si sottopone alle cure. Solo alla ricorrenza di tutti i presupposti sopra citati, il medico che effettua il trattamento
andr&agrave; esente da responsabilit&agrave; penale, anche laddove l’esito sia infausto, nel senso di un aggravamento delle condizioni
di salute preesistenti del paziente o, addirittura, di morte dello stesso in conseguenza dell’intervento. In questa
prospettiva, il consenso del paziente assume un ruolo decisivo, necessario, ma comunque da solo insufficiente a
scriminare, in quanto funzionerebbe non come consenso scriminante ex art. 50 c.p., ma come presupposto indefettibile
di operativit&agrave; di altra scriminante, individuata nell’esercizio del diritto di cui all’art.51 c.p. Un altro filone ritiene
addirittura che l’attivit&agrave; sia giustificata dal solo articolo 51, sub specie di esercizio del diritto, ovvero sub specie
esercizio del dovere. Oggi prevale la preferenza per le scriminanti codificate all’interno del codice penale. E, tra quelle
suddette, si opta evidentemente per quella del consenso dell’avente diritto di cui all’art. 50 c.p.; ma, come abbiamo
precisato citando la sentenza Giulini, non mancano dei casi in cui si torna a giustificare l’attivit&agrave; medico-chirurgica
sulla base di esimenti non codificate, poich&eacute; si ritiene che l’attivit&agrave; sia scriminata a monte dal suo fine curativo e non
abbisogni di altro, se non di mere integrazioni utili ad evitare la configurazione di reati contro la libert&agrave; personale (come
quello di violenza privata -impropria- ex art. 610 c.p.). Non si dubita, invece, rispetto al fatto che, nel caso di attivit&agrave;
medica obbligatoria per legge, ovvero per uno stato di necessit&agrave;, si debba ricorrere ad esimenti codificate e ormai
individuate: nel secondo caso, l’attivit&agrave; medicochirurgica sarebbe scriminata, secondo alcuni autori, a norma
dall’espressa previsione dell’art.54 c.p., ricorrendo, nel caso concreto, gli estremi dello stato di necessit&agrave; (anche se
parrebbe preferibile parlare di soccorso di necessit&agrave; di cui al II comma dell’articolo 593 c.p.). Secondo altri, dall’art.51
c.p., quale esimente sub specie di adempimento del dovere (stante la posizione di garanzia rivestita dal sanitario)
integrato, sul piano fattuale, dal requisito dell’urgente necessit&agrave; terapeutica, come descritto dall’art.54 c.p. Cfr., sul
tema, GIULIANI BALESTRINO U., Sul contenuto del dovere di soccorso, in RIDPP, 1981, p. 902; DELCORSO S., Il
consenso del paziente nell’attivit&agrave; medico-chirurgica, in RIDPP, 1994, p. 565; in giurisprudenza, Cass. Pen., Sez. IV,
sent. n. 28132/2008. Nell’altro, invece, si ritiene, pacificamente, che operi la scriminante dell’esercizio del diritto di cui
all’art.51 c.p., sub specie di attivit&agrave; autorizzata ex art.32 della Cost. in combinato disposto con le singole leggi di
riferimento. In tale ambito, l’assenza di consenso del paziente o addirittura il suo rifiuto espresso all’intervento non
assumerebbero rilievo ai fini dell’operativit&agrave; dell’art. 51 c.p., prevalendo sulla libert&agrave; di autodeterminazione del singolo
la salvaguardia della vita e della salute, seppur nei limitati casi espressamente previsti dalla legge.
dunque non lesiva penalmente dell’integrit&agrave; fisica del paziente interessato a fronte di un esito
fausto; dall’altro, hanno sottolineato come, anche volendo prescindere da tale scriminante
costituzionale, il reato de quo non potrebbe comunque venire ad esistenza, posto che la malattia
richiesta ai fini del reato in commento &egrave; di tipo dinamico e funzionalistico. In tale sentenza si legge
che: “poich&eacute;, dunque, la scienza medica pu&ograve; dirsi da tempo concorde -al punto da essere stata
ormai recepita a livello di communis opinio – nell’intendere la “malattia” come un processo
patologico evolutivo necessariamente accompagnato da una pi&ugrave; o meno rilevante compromissione
dell’assetto funzionale dell’organismo, ne deriva che le mere alterazioni anatomiche che non
interferiscano in alcun modo con il profilo funzionale della persona non possono integrare la
nozione di “malattia”, correttamente intesa”. La mera resezione iniziale del tessuto, quindi (unica
condotta lesiva cui potrebbe essere riconosciuta rilevanza penalistica, mancando un esito infausto
da poter valutare) non potrebbe rientrare nel novero degli eventi atti a configurare il reato de quo61.
C’&egrave; chi depone, invece, a favore della configurazione del reato di lesioni personali anche in
questo caso, sottolineando come l’attivit&agrave; non scriminata, sebbene migliori la condizione fisica del
paziente, comunque rimanga illecita ab initio e sia illegittima, portatrice di eventi atti a configurare
il reato di cui agli artt. 582/590 c.p.: nel caso del taglio del bisturi (ovvero, anche nel caso d’un
intervento in cui manchi la resezione del tessuto ma da cui dipenda comunque una effettiva degenza
del malato post-operatoria) l’evento lesivo combacerebbe con la malattia, che sarebbe
configurabile, in questi casi, nel cd. decorso post-operatorio62.
La questione parrebbe doversi porre in termini diversi, invece, nel caso dell’attivit&agrave; del chirurgo estetico: qui, l’unica
scriminante atta a legittimare l’attivit&agrave; sembrerebbe rimanere sempre e comunque quella del consenso dell’avente
diritto. Dunque, nel caso in cui il consenso manchi, a prescindere dall’esito tecnicamente corretto dell’operazione,
dovrebbe riconoscersi che la responsabilit&agrave; del sanitario sorge anche per il reato di lesioni personali (in questi termini,
indirettamente, si esprime la sentenza Giulini, sopra citata, che esclude dal novero dell’attivit&agrave; costituzionalmente
garantita quella sperimentale ed estetica appunto. Ma tutto ci&ograve; crea dei problemi in tema di differenziazione tra
interventi nel caso in cui sia accettata la teoria ella scriminante non codificata per la cd. attivit&agrave; medica ordinaria: perch&eacute;
ritenere costituzionalmente garantita l’attivit&agrave; medica classica e non quella prettamente estetica (che, giuridicamente,
trova spazio e liceit&agrave; nell’ordinamento, proprio sulla base di un’interpretazione ampia dell’art. 32 Cost., in quanto atta a
tutelare la salute psichica del soggetto malato richiedente)?
Rimane fuori dalla presente trattazione il tema relativo all’elemento psicologico rintracciabile nei casi de quibus al
fine della configurazione dei reati in commento a titolo di dolo, ovvero di colpa. In modo sommario, basti dire che &egrave;
normale poter prevedere che, per chi voglia configurare l’atto medico come atto intrinsecamente lesivo poich&eacute;
anatomicamente compromettente, sia facilmente ravvisabile l’ipotesi di lesione dolosa cos&igrave; per come disciplinata
dall’art. 582 c.p., essendo evidentemente possibile dire che il medico si rappresenta e vuole, senza dubbio, la resezione
del tessuto (e, pi&ugrave; in generale, l’operazione invasiva) nel momento in cui opera il suo paziente (dolo diretto,
intenzionale). “Tale evento &egrave; coscientemente e volontariamente cagionato dal chirurgo, il quale agisce cos&igrave; con dolo (il
delitto di lesioni personali non richiedendo alcun particolare animus nocendi, ma soltanto la coscienza e volont&agrave; di
cagionare un evento qualificabile -per l’appunto- come malattia, indipendentemente dalla finalit&agrave; curativa che animi in
concreto il medico”. Cos&igrave;, VIGAN&Ograve; F., Giustificazione dell’atto medico-sanitario e sistema penale, cit., p. 901. A
quanti contestano questa teorizzazione, facendo leva sul fatto che: 1) la condotta non &egrave; assolutamente diretta a cagionare
lesioni e a menomare l’integrit&agrave; del paziente bens&igrave;, all’opposto &egrave; finalizzata a recare al malato un beneficio; 2) il
sanitario si rappresenta e vuole il taglio operatorio (ovvero, l’operazione) ma non vuole, invece, l’evento malattia
richiesto dalla norma in questione, dunque la sua condotta dovrebbe essere punibile, al massimo, per colpa; i sostenitori
della volontariet&agrave; rispondono sottolineando come 1) il dolo richiesto dall’articolo 582 sia di tipo generico, e come
dunque non assuma alcuna rilevanza l’eventuale finalit&agrave; terapeutica perseguita dal sanitario nel momento esplicativo
della condotta di per s&eacute; lesiva; 2) sia irrilevante la non volont&agrave; di provocare la malattia, anche se evento oggettivamente
imprescindibile ai fini della configurazione del delitto di cui agli artt. 582, poich&eacute;, quello che qui si contesta &egrave; la
violazione dell’integrit&agrave; fisica del paziente -bene oggetto di tutela della norma penale- da cui poi sia derivata una
malattia -anche non voluta- nel corpo, ovvero nella mente del soggetto malato, violazione che si sostanzia comunque a
prescindere dalla volontariet&agrave; dell’evento finale. Inoltre, essi continuano, anche se si desse rilevanza all’elemento
psicologico relandolo all’evento malattia, si andrebbe comunque a configurare il reato come doloso, poich&eacute; ci si
5. Medico e paziente: dal paternalismo al modello liberale. Un rapporto che cambia
Una tale accettazione del consenso quale elemento imprescindibile del rapporto di cura &egrave; il
riflesso d’uno spostamento di visuale che, nell’ambito del rapporto medico-paziente ha portato alla
configurazione di un nuovo cd. modello personalistico in luogo di quello cd. paternalistico63: il
modo di intendere il tipo di interazione tra medico curante e paziente malato, infatti, &egrave; cambiato in
maniera sostanziale soltanto recentemente. Prima d’oggi, alla luce della ristretta interpretazione
dell’art. 32 Cost., si riconosceva senza alcun dubbio la sostanziale posizione di superiorit&agrave; e
supremazia del medico rispetto al suo assistito.
Si riteneva che quest’ultimo, ignorante in materia, fosse privo delle conoscenze tecnicoscientifiche proprie dell’attivit&agrave; chirurgica; e che, quindi, dovesse essere necessariamente
assoggettato al volere dello specialista64.
Il suo coinvolgimento nella fase decisoria era un coinvolgimento evidentemente minimo; lo
si considerava soltanto quale oggetto d’un momento di cura.
Il paziente si ritrovava ad accettare acriticamente e con rassegnazione le decisioni del
medico, cos&igrave; subiva le scelte terapeutiche e gli esiti negativi da queste ultime valutazioni
potrebbe benissimo rifare all’idea del non voluto ma rischiosamente accettato, quindi del dolo eventuale. Nell’attimo in
cui il sanitario si rappresenta e vuole la condotta, infatti, conosce pure quali saranno gli eventuali esiti negativi cui
potrebbe andare incontro il proprio paziente (sia a livello di decorso post.operatorio, sia a livello di pericoli psico.fisici),
assoggettato all’intervento. Il suo agire, dunque, presuppone la sua assunzione di rischio, quindi la sua capacit&agrave; di
prevedere pur non volendo. N&eacute; si potrebbe, dopotutto, parlare di colpa cosciente -sebbene i confini siano assai labiliperch&eacute;, in questo caso, &egrave; inverosimile, nella loro prospettiva, che il medico possa aver fatto leva su di una sua propria
pregressa esperienza scientifico.terapeutica, accettando il rischio di verificazione ma scongiurandolo sulla base di una
statistica generale: ogni intervento medico chirurgico varia a seconda del soggetto malato, ed &egrave; impossibile operare una
generalizzazione di standard grazie alla quale eliminare, mentalmente, la possibile verificazione dell’evento dannoso. In
questo senso, Cass. Pen., Sez. IV, sent. n. 21799/2010: l’atteggiamento del sanitario che &egrave; convinto di poter evitare il
danno, dunque decidendo di non rappresentarlo al proprio assistito, &egrave; cos&igrave; esagerata, da travalicare i limiti della colpa
(professionalmente inaccettabile) ed invadere quelli del dolo. Sull’entrata in scena del dolo eventuale nell’ambito della
responsabilit&agrave; medica, si veda PIRAS L., Il dolo eventuale si espande all’attivit&agrave; medica, Nota a Cass. Pen., Sez. V, 27
ottobre 2011 (dep. 26 gennaio 2012) n. 3222, in penalecontemporaneo.it, 2012. Per un approfondimento sul tema
dell’elemento soggettivo cos&igrave; diversificato, si veda VENEZIANI P., Dolo eventuale e colpa cosciente, in Studiumiuris,
n. 1/2001, pgg. 70 e ss. Inoltre, parlare di colpa creerebbe non pochi problemi applicativi: una simile prospettazione,
infatti, si espone a una duplica obiezione: anzitutto, affermare che la mancata previa acquisizione del consenso
informato del paziente contribuisca a fondare una responsabilit&agrave; colposa a carico del medico, significa riconoscere
natura cautelare alla regola che impone l’acquisizione di tale consenso. Cfr. sul punto MANNA A., Trattamento medico
arbitrario: lesioni personali e/o omicidio oppure violenza privata?, in Indice penale, n. 2/2004, p. 462. L’indagine
sull’elemento soggettivo delle lesioni cos&igrave; inferte, risulta essere, poi, particolarmente pregante nel momento in cui, dalla
lesione chirurgica, sia derivata addirittura la morte del paziente; ch&eacute;, in quest’ultimo caso, si verrebbe a configurare
un’ipotesi di omicidio doloso, ovvero colposo (oltre che, in certi casi, di omicidio preterintenzionale). Sul tema, si veda
PULITAN&Ograve; D., Doveri del medico, dignit&agrave; del morire, diritto penale, in Riv.It. Med. Leg., 2007, pgg. 1195 e ss.
“Il consenso informato mira cio&egrave; a porre al centro dell’attenzione del medico non solo, o non soltanto, la malattia,
ma la persona bisognosa di cure; cosicch&eacute;, ai doveri di informazione del medico corrisponde oggi la figura del malato
partecipe, che pu&ograve; considerare l’informazione come un suo diritto irrinunciabile e non pi&ugrave; come una gentile
concessione”. Cos&igrave;, GIUNTA F., Il consenso informato all’atto medico tra principi costituzionali e implicazioni
penalistiche, in RIDPP, 2001, p. 378.
Cfr. sull’argomento quanto esposto dal Comitato Nazionale per la Bioetica, Scopi, limiti e rischi della medicina,
Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2001, p. 39: “la fase c.d. del paternalismo &egrave; durata migliaia di anni durante i
quali il legame tra medico e paziente &egrave; stato essenzialmente diadico e pochi estranei, eccetto i familiari, potevano
penetrare in questo personale, magico regno delle cure. Era un modello di medicina basato, pi&ugrave; di quanto non lo sia
oggi, sulla fiducia nella capacit&agrave; tecnica del medico e sulla sua struttura morale, sostenuta nell’attribuzione di poteri
magici del curante, ed era caratterizzata dalla dipendenza del paziente e dal controllo esercitato dal medico”.
eventualmente scaturenti. Illuminante, a questo proposito, la definizione di Parodi e Nizza65, che
guardano al paziente di questo modello come ad un soggetto passivo del rapporto obbligatorio, un
soggetto oggettivamente inferiore 66 , un individuo che attende le cure e la guarigione come
elargizioni di un generoso e miracoloso beneficio, “suddito fedele che esegue quanto ordinato dal
medico”67.
La medicina veniva ritenuta arte e scienza: essa, come tale, rappresentava la massima
espressione della libert&agrave; intellettuale, prima ancora che professionale: il suo esercizio ed i suoi esiti
difficilmente potevano essere messi in discussione. Il medico, in ossequio al pi&ugrave; pregnante principio
ippocratico 68 , rappresentava il sacerdote del corpo, si poneva quale mago della guarigione nei
confronti del malato e svolgeva una funzione parentale.
Oggi, invece, si assiste ad una vera e propria emancipazione del paziente69 e si riconosce una
maggiore autonomia al singolo malato le cui libere scelte vengono legittimate nell’ambito d’un
rapporto terapeutico paritetico ed equiparato70: la figura del sanitario risulta essere fondamentale ai
fini della cura, ma non anche ai fini delle scelte che la presuppongono71.
D’altra parte, “nelle disposizioni costituzionali non v’&egrave; traccia alcuna di una concezione
paternalistica, cos&igrave; com’essa mai si rinviene nella interpretazione corrente delle stesse; non si &egrave;
mai configurata una limitazione dell’autonomia dei soggetti, salvo i casi di incapacit&agrave;, in funzione
della realizzazione degli interessi dei soggetti medesimi”72. Perch&eacute; allora dovrebbe verificarsi in
quest’ambito, quindi, tale limitazione, se mai come in altri campi, proprio in quello medico,
l’interesse del singolo a farsi curare diviene predominante e non assolutamente intaccabile, n&eacute;
condizionabile?
In questo senso, il medico deve coinvolgere il paziente in tutte le decisioni che riguardino la
cura del suo stato fisico e psichico, non potendo assolutamente prescindere dalla sua volont&agrave; di
scelta. Egli ha l’obbligo di renderlo previamente edotto nella fase prodromica all’operazione,
aiutandolo ad essere sempre partecipe nel processo decisionale.
Oggi, nella “relazione medico-paziente si fronteggiano due centri di valutazione e di
decisione degli interventi da porre in atto nella gestione della malattia”73: il paziente &egrave; cosciente
dei propri diritti e pretende di essere informato sia sulla propria malattia, che sulle diverse
alternative per curarla.
Al malato viene riconosciuta, a pieno titolo, la dignit&agrave; di soggetto capace di autodeterminarsi
e di decidere in merito agli interventi diagnostici e terapeutici sulla sua persona proposti dai
Cfr. PARODI C., NIZZA V., La responsabilit&agrave; penale del personale medico e paramedico, Torino 1996, p. 417.
Cfr. HELZEL P., Il rapporto medico-paziente tra principi etici e norme giuridiche, Le Corti Calabresi, 2007, Vol.
3,p. 615.
PRODOMO R., Lineamenti di una bioetica liberale, Bologna, 2003, p. 89.
“Sceglier&ograve; il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterr&ograve; dal recar danno e
offesa”. (Cos&igrave; nel classico giuramento ippocratico).
Cfr. HELZEL P., Il rapporto medico-paziente tra principi etici e norme giuridiche, cit., p. 615.
Diversamente, HELZEL P., Il rapporto medico-paziente…, cit., p. 121 secondo la quale il rapporto medico. paziente
rimane comunque caratterizzato da una sorta di asimmetria informativa che fa s&igrave; che il medico venga considerato parte
forte d’un rapporto obbligatorio nell’esplicazione giuridica del quale il paziente, debole consumatore di prestazione
intellettuale, necessita senz’altro di pi&ugrave; attenta considerazione.
Tutto ci&ograve;, scrive CORATELLA C., La responsabilit&agrave; penale del medico, in Diritto e Giustizia, 42/2006, p. 4, &egrave; il
risultato del “diffuso innalzamento del livello di istruzione generale della collettivit&agrave;, e del rinnovato clima culturale
che ha caratterizzato gli anni ottanta ed ha determinato, da un lato, una sempre maggiore capacit&agrave; di comprensione
delle indicazioni mediche fornite dal sanitario, dall’altro, la presa di coscienza da parte del cittadino dei propri diritti”.
GEMMA G., Vita (diritto alla), Digesto delle discipline pubblicistiche, vol. XV, Torino, 1999, p. 681.
Cfr. BORSELLINO P., Bioetica tra autonomia e diritto, Milano, 1999.
sanitari74; egli, in definitiva, affidandosi ad un medico, lo costituir&agrave; s&igrave; garante della propria salute,
ma non certo signore assoluto di essa. La responsabilit&agrave; ultima di scegliere se sottoporsi ad un
determinato intervento, infatti, dovr&agrave; necessariamente gravare, in questo senso, sull’interessato75.
Si tratta del modello qualificabile come &quot;liberale&quot;, incentrato sul principio di autonomia, al
quale &egrave; sottesa la convinzione che la volont&agrave; degli individui adulti e capaci non possa essere
compressa o annullata nemmeno quando il fine che ci si propone &egrave; quello di fare il loro bene 76; esso
mette definitivamente da parte la generale presunzione d’incapacit&agrave; del malato sottesa al modello
paternalistico, affermando che, alla volont&agrave; del malato non potr&agrave; in genere sostituirsi la volont&agrave; di
altri soggetti77.
Il ruolo del paziente “tende a diventare sempre pi&ugrave; attivo, nella dinamica comunicativa col
terapeuta, perch&eacute; solo al paziente spetta formulare quelle indicazioni concrete (di carattere
economico, familiare, pi&ugrave; in generale esistenziale) che, integrandosi con quelle strettamente
scientifiche elaborate dal medico, consentono di giungere, partendo da un astratto ventaglio di
opzioni (tutte di principio plausibili e legittime), ad una scelta concreta di trattamento”78.
6. Qualche rilievo critico: l’uso spasmodico del consenso e la disumanizzazione della medicina
Il rapporto medico-paziente subisce, oggi, una forte spersonalizzazione. Ci&ograve; succede a causa
di quel processo di disumanizzazione della medicina che, improntando il rapporto obbligatorio ai
modelli strettamente contrattualistici 79 , sottolinea un impoverimento comunicativo del processo
sanitario, provoca una rilevante deresponsabilizzazione del medico, e rende “asettico”80 il rapporto
tra curante e curato.
La causa principale di questa graduale disumanizzazione &egrave; legata a delle problematiche
comportamentali che riguardano tanto i medici, quanto i pazienti. Quanto ai primi, i sanitari hanno
fin da principio -erroneamente- recepito la problematica del consenso dell’avente diritto in termini
piuttosto formali e riduttivi: la maggior parte di loro, infatti, lo ha da sempre considerato come una
mera pratica dogmatica, piuttosto che come un necessario processo di discussione; e lo accetta,
tuttora,solo come fastidioso obbligo di informare il paziente circa i trattamenti da attuare. In
quest’accezione il consenso informato perde di rilevanza, ed il motivo per cui esso &egrave; nato viene
svuotato del suo significato morale: esso diventa un mero atto dovuto, una mera obbligazione di
Cfr. HELZEL P., Il rapporto medico–paziente…, cit.,p. 617.
Cfr. VIGAN&Ograve; F., Stato di necessit&agrave; e conflitti di doveri, Milano, 2000, pp. 524-525.
Fanno eccezione i casi nei quali non &egrave; possibile fare riferimento alla volont&agrave; del malato, o perch&eacute; &egrave; naturalmente
incapace, o perch&eacute; ha rinunciato ad essere autonomo centro di decisioni.
Sul tema, in genere, si rimanda a: ANDORLINI I., MARCONE A., Medicina, medico e societ&agrave; nel mondo antico,
Firenze, 2004, pp. 145 e ss.; GOUREVITCH D., Le triangle hippocratique dans le monde gr&eacute;co-roman, Roma, 1984;
MAZZARELLO P., Rapporto terapeutico in occidente: profili storici, in LENTI L., FABRIS E., ZATTI P., I diritti in
medicina, in RODOT&Agrave;,-ZATTI (diretto da), Trattato di Biodiritto, Milano, 2010, pp. 3 e ss.; MONTANARI
VERGALLO G., Il rapporto medico paziente. Consenso informato tra libert&agrave; e responsabilit&agrave;, Milano, 2008;
ENGELHARDT D., La relazione fra medico e paziente: ieri, oggi e domani, in AA. VV., La relazione di cura. Medico
e malato tra tecnica e nuovo Umanesimo, Trento, 2008; TRABUCCHI M., L’ammalato e il suo medico. Successi e
limiti di una relazione, Bologna, 2009.
Cfr. D’AGOSTINO F., PALAZZANI L., Bioetica. Nozioni fondamentali, Brescia, 2007, p. 15.
Secondo SGRECCIA E., Rapporto medico. paziente, cit., p. 1, non &egrave; “auspicabile percorrere una linea puramente
contrattualistica: l’impossibilit&agrave; di tradurre immediatamente la relazione di cura nei termini del contratto tra lo
specialista e il malato deriva dallo spessore esistenziale della malattia, dal suo significato etico e antropologico”.
Cos&igrave; si esprime HELZEL P., Rapporto medico-paziente…, cit., p. 618. Cfr, anche, AMATO D., La posizione di
garanzia del medico. Uno studio giuridico, bioetico e deontologico, Milano, 2013.
comportamento che, adempiuta, leva il medico dall’imbarazzo di un’eventuale futura complicanza
sanitaria, un formulario che lo protegge da possibili casi giudiziari81.
Quanto ai pazienti, essi hanno estremizzato l’importanza e la necessariet&agrave; del consenso
informato: sicuri dei propri diritti, vogliosi d’un’informazione ricca e comprensibile, ambiziosi nel
volersi ritenere autonomi e positivamente soli nel momento delle scelte che li riguardano, si sono
sempre pi&ugrave; convinti di poter fare a meno del medico nel momento delle proprie scelte personali.
Il medico deve limitarsi ad informarli nella fase strettamente decisoria (in tal senso
adempiendo ad un suo preciso obbligo e soccorrendoli nella loro -comprensibile- ignoranza) e ad
intervenire nella fase posteriore (laddove gli stessi pazienti ci&ograve; vogliano) per soddisfare l’interesse
sotteso alla loro precisa -eventuale- scelta.
In un simile andazzo, la sempre maggiore autonomia pretesa dal paziente che aspira
(giustamente) a diventare corresponsabile del proprio destino sanitario, tende a mortificare
l’importanza sostanziale del curante e provoca la riduzione del medico a mero prestatore d’opera,
ad una specie di artigiano ad elevata qualifica82: egli diventa quasi una longa manus, un mezzo utile
ad attualizzare un qualcosa che, da solo, mai il curato incompetente potrebbe riuscire ad attualizzare.
Il risultato &egrave; facilmente intuibile, oltre che concretamente tangibile: la relazione medicopaziente viene pervasa da un forte allontanamento 83 , ed i due protagonisti dell’interrelazione si
trovano a vivere momenti separati pur se contestualizzati nello stesso attimo curativo. In questo
senso, quello che dovrebbe essere l’incontro tra medico-paziente diventa scontro; e la-mancatacomunicazione diventa un “dialogo tra sordi, che si traduce in un rapporto lontano, freddo e pieno
di sospetti; l’informazione, tradotta nella pratica del consenso informato,diventa la caricatura di se
stessa”84.
Nonostante la sua ampia autonomia di scelta, per&ograve;, il curato ha bisogno del sanitario in tutto
il percorso curativo e deve necessariamente creare con lui un rapporto fiduciario sulla base del
quale poter scegliere e farsi consigliare85. Questo perch&eacute; il malato, nell’atto della scelta autonoma,
perde, in realt&agrave;, la capacit&agrave; di valutare razionalmente la propria condizione patologica a causa dello
status emozionale che lo colpisce: lasciarlo completamente da solo nel momento della scelta, quindi,
vuol dire rischiare di trasmettere, s&igrave;, informazioni, ma “violando il soggetto e calpestando le sue
emozioni, invece di instaurare con lui un processo comunicativo”86.
In questa prospettiva, la relazione medico-paziente viene ricondotta ad un ordinaria relazione commerciale regolata
per legge da precise norme di correttezza professionale (perizia, verit&agrave;, fedelt&agrave; ai fatti) e il paziente diventa un semplice
cliente, un comune consumatore, mentre il medico, da corretta controparte, si limita a porlo nelle condizioni di poter
scegliere (senza tuttavia curarsi del fatto ch’egli sappia, poi, effettivamente farlo correttamente); &egrave; la cd. medicina
difensiva, quella che “si verifica quando i medici prescrivono test, procedure diagnostiche o visite, oppure evitano
pazienti o trattamenti ad alto rischio, principalmente (ma non esclusivamente) per ridurre la loro esposizione ad un
giudizio di responsabilit&agrave; per malpractice”. La definizione &egrave; stata elaborata nel 1994 dall’OTA, Office of Technology
Assessment, U.S. Congress. Sul tema, LIPAROTI F., Medicina difensiva e colpa professionale medica in diritto penale
tra teoria e prassi giurisprudenziale, Milano, 2012.
Ci si &egrave; chiesti, cio&egrave;, se, di fronte ad un atteggiamento cos&igrave; evidentemente “passivo” del sanitario, lo stesso debba
essere considerato ancora parte attiva del rapporto obbligatorio ovvero rivesta le caratteristiche, ormai, di un mero
esecutore materiale di volont&agrave; altrui.
A riprova di ci&ograve;, si veda quanto accade, oggi, nel caso della telemedicina.
Cfr. SPINASANTI S., Chi decide …, cit., p. 92.
L’insorgenza e la scoperta di una malattia che non si sa diagnosticare ed affrontare, scrive OREFICE S., La sfiducia e
la diffidenza, Milano, 2002, p. 3 “di per s&eacute; disarma la mente […]. La disperazione pu&ograve; gi&agrave; parzialmente ridursi
sapendo che ci sar&agrave; un dottore in grado di aiutare”.
Cos&igrave; SGRECCIA E., Rapporto medico-paziente, cit., pag.22.
Il modello autonomista, cos&igrave;, rischia di attribuire il potere decisionale ad uno solo dei poli
della relazione, mortificando il bisogno comunicativo di entrambi; bisogno che trova sempre
maggiori difficolt&agrave; di espressione all’interno della relazione clinica87.
&Egrave; l’ottica della comodit&agrave;, della convenienza e dell’indipendenza. &Egrave; l’ottica della medicina
che si prostra al bisogno del paziente. Che lo deve soddisfare in toto, prima ancora che aiutarlo a
La medicina attuale perde la propria storica connotazione di arte medica per assumere,
invece, quella pi&ugrave; spersonalizzata e deresponsabilizzante di tecnica medica: essa si trova, oggi, a far
fronte a pressanti richieste esterne di un pubblico sofisticato, un pubblico che sa cosa vuole e
pretende l’ottenimento di quel risultato specifico88.
In quest’ottica, il medico si trova spesso a dover rispondere a richieste che non sempre
corrispondono a dei veri e propri bisogni umani, quanto piuttosto a dei meri sogni del soggetto
Invero, “[…] l’autonomia del paziente e il consenso informato non sono forniti solo come
antidoti ai medici arroganti,ma sono necessit&agrave;, poich&eacute; nessun altro pu&ograve; parlare per il paziente se
non il paziente stesso”89: riconoscere l’autonomia del paziente, non pu&ograve; voler dire assolutizzarla
facendola corrispondere al libero arbitrio. Libert&agrave; d’autodeterminazione e dovere di cura non sono
concetti contrastanti tra loro; bisogna, anzi, che si rendano complementari. Nel caso contrario, si
rischia di scardinare l’alta funzione sociale che la medicina svolge e che &egrave; opportuno continui a
svolgere90.
Cfr. PASINELLI G. (a cura di), Il consenso informato, cit., pp. 59-60. A questo proposito, MALTA R., Etica e
chirurgia estetica, in Bioetica e Cultura, 8, 1, p. 93 scrive che, nel caso della chirurgia estetica, il rapporto medicopaziente &egrave; invertito: &egrave; quasi sempre il paziente a chiedere l’applicazione di una tale pratica chirurgica.
Tutto ci&ograve; incide sulla considerazione del corpo, che viene a tramutarsi in un oggetto da modificare e asservire alle
proprie voglie. Sul tema, SANTOSUOSSO A., Corpo e libert&agrave;. Una storia tra diritto e scienza, Milano, 2001;
VERONESI P., Il corpo e la Costituzione. Concretezza dei casi e astrattezza della norma, Milano, 2007; RODOT&Agrave; S.,
La persona costituzionalizzata e la sua autodeterminazione, in RODOT&Agrave; S., TALLACCHINI M. (a cura di), Ambito e
fonti del Biodiritto, cit., pp. 169 e ss.; ROMBOLI R., Atti di disposizione del proprio corpo, Pisa, 2007.
Cfr. PASINELLI G. (a cura di), Il consenso informato. Una svolta nell’etica medica, Milano, 2004, p. 55.
“La cultura contemporanea ha spesso denunciato i limiti del paternalismo medico in nome dell’autonomia del
paziente. Rispondere ai possibili abusi del paternalismo medico ricorrendo soltanto al principio di autonomia non
serve a riequilibrare la relazione medico-paziente, ma anzi sembra condannarla alla conflittualit&agrave; […]”. Cos&igrave;,
SGRECCIA E., Rapporto medico-paziente…, cit., p.1.
Osservazioni sul consenso informato alla luce di giurisprudenza e dottrina recenti: dai profili
di responsabilit&agrave; civile e penale del sanitario alla spersonalizzazione del rapporto medicopaziente.
Il lavoro analizza il tema del diritto al consenso informato alla luce di dottrina e giurisprudenza
recenti. Si parte con un’analisi generale del “nuovo” concetto di salute, per poi passare a trattare pi&ugrave;
dettagliatamente del diritto de quo.
Ci si sofferma in particolare sulla informazione quale requisito atto a renderlo valido e si
considerano sommariamente le conseguenze della sua inadeguatezza in tema di responsabilit&agrave; civile
e penale, alla luce delle recenti affermazioni di giudici e studiosi.
Subito dopo, si affronta il tema del nuovo rapporto medico-paziente; e, infine, si svolgono delle
considerazioni critiche rispetto alla cd. spersonalizzazione di tale relazione medicale.
Parole chiave: salute – libert&agrave; – paternalismo – consenso informato – responsabilit&agrave; medica –
Some critical comments about the informed consent considering the doctrine and the case law
recent opinions: the civil and penal liability of the doctor and the depersonalization of his
relationship with the patient.
By Nicola Posteraro
The work deals with the process of the informed consent considering doctrine and case law
recent opinions.
It analyzes the “new” right to health; then, it focalizes its attention on the right to be
informed before conducting a healthcare: what is the kind of civil and penal liability of the doctor, if
the information that he gives to the patient are inadequate?
At the end, it considers the theme of the relationship between the doctor and the patient; and
investigates the problem of its depersonalization.
Keywords: health – freedom – paternalism – informed consent – medical liability – selfdetermination
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References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1
 articolo 24
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1325
 art. 1337
 Cass. 
 Cass. 

sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 610
 Cass. 
 sentenza 
 art. 610
 sentenza 
 art. 50
 articolo 51
 sentenza 
 art. 610
 Cass. 
 art.32
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass.