Source: https://www.rassegnadirittolavoro.it/evasione-omissione-contributiva/
Timestamp: 2019-10-15 12:33:58+00:00

Document:
Verbali Inps - Avvisi e Cartelle di pagamento - Rassegna di diritto del lavoro
Percorso:Home/Articoli/Diritto del lavoro/Verbali di accertamento - Cartelle di pagamento - Avvisi di addebito - Ordinanze ingiunzioni/Verbali Inps – Avvisi e Cartelle di pagamento
Cass. n. 22292/2019
In generale, il sistema normativo delle riscossioni delineato dal d.lgs. n. 46 del 1999, agli articoli 17, comma 1, 24, 25, 29, dall’art. 30, comma 1, d.l. n. 78 del 2010 conv. in I. n. 122 del 2010, dal d.P.R. n. 602 del 1973 e dal d.lgs. n. 112 del 1999, consente al debitore dei premi o contributi dovuti agli enti pubblici previdenziali e non versati nei termini previsti da disposizioni di legge o dovuti in forza di accertamenti effettuati dagli uffici, di proporre tre diversi tipi di opposizione (cfr. Cass. 6 aprile 2016 n. 6704):
a) opposizione al ruolo esattoriale per motivi attinenti al merito della pretesa contributiva ai sensi del d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, art. 24, commi quinto e sesto, ovverosia nel termine di giorni quaranta dalla notifica della cartella di pagamento, avanti al giudice del lavoro;
b) opposizione ai sensi dell’art. 615 cod. proc. civ. per questioni attinenti non solo alla pignorabilità dei beni, ma anche a fatti estintivi del credito sopravvenuti alla formazione del titolo (quali, ad esempio, la prescrizione del credito, la morte del contribuente, l’intervenuto pagamento della somma precettata) sempre davanti al giudice del lavoro nel caso in cui l’esecuzione non sia ancora iniziata (art. 615 cod. proc. civ., primo comma) ovvero davanti al giudice dell’esecuzione se la stessa sia invece già iniziata (art. 615 cod. proc. civ., secondo comma e art. 618 bis cod. proc. civ.);
c) opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 cod. proc. civ., ovverosia nel termine perentorio di venti giorni (cinque giorni, prima delle modifiche introdotte del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in L. 14 maggio 2005, n. 80) dalla notifica del titolo esecutivo o del precetto per i vizi formali del procedimento di esecuzione, compresi i vizi strettamente attinenti al titolo ovvero della cartella di pagamento nonché alla notifica della cartella o quelli riguardanti i successivi avvisi di mora, da incardinare anche in questo caso davanti al giudice dell’esecuzione o a quello del lavoro a seconda che l’esecuzione stessa sia già iniziata (art. 617 cod. proc. civ.,secondo comma) o meno (art. 617 cod. proc. civ., primo comma).
LITE TRIBUTARIA E OBBLIGAZIONE PREVIDENZIALE
Cass. n. 23930/2019
L’unico effetto della definizione agevolata ex art. 39, comma 12, d.l.n. 98 cit. è costituito dalla chiusura della lite fra il contribuente e l’Agenzia delle Entrate a fronte del pagamento di un importo pari ad una percentuale ridotta dell’imposta in contestazione.
La definizione concordata non incide in alcun modo sul contenuto dell’atto di accertamento dell’Agenzia e non importa definitività, propriamente detta, dell’accertamento compiuto dall’Agenzia ai sensi dell’art. 1 d. Igs. n. 462 del 1997, la cui efficacia, ai fini extrafiscali del calcolo dei contributi INPS a percentuale sul maggiore reddito, rimane impregiudicata.
Ciò nondimeno l’accertamento conserva valore probatorio che può essere resistito da prove di segno contrario senza che ciò incida sul riparto dell’onere probatorio.
Questa Corte di cassazione (v., fra le altre, Cass. n. 13463 del 2017 e n. 19640 del 2018) ha già avuto modo di affermare che tale accertamento costituisce, anche in riferimento all’obbligazione contributiva, un atto amministrativo di ricognizione del loro avveramento, posto che l’accertamento interviene dopo che il contribuente ha adempiuto alla propria obbligazione nella misura che egli ritiene dovuta e gli uffici competenti intervengono con un procedimento amministrativo di secondo grado per verificare la correttezza dell’importo pagato.
Come già chiarito da questa Corte (v. Cass. n. 17769 del 2015), ai sensi del d.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis, è compito dell’Agenzia delle Entrate in sede di liquidazione delle imposte, contributi e premi dovuti in base alle dichiarazioni dei redditi, di provvedere al controllo formale e sostanziale dei dati in esse contenuti.
Cass. n. 21541/2019
Si controverte degli effetti della definizione concordata della lite tributaria sull’obbligazione contributiva previdenziale e dell’esito dell’accertamento da cui è derivata la maggiore pretesa contributiva.
La definizione ha ad oggetto esclusivamente, come recita l’art.39, comma 12, d.l. n.98 del 2011, conv., con modificazioni, in legge n.111 del 2011, «le liti fiscali di valore non superiore a 20.000 euro in cui è parte l’Agenzia delle entrate, pendenti alla data del 31 dicembre 2011 dinanzi alle commissioni tributarie o al giudice ordinario in ogni grado del giudizio e anche a seguito di rinvio» e si perfeziona «a domanda del soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio, con il pagamento delle somme determinate ai sensi dell’articolo 16 della legge 27 dicembre 2002, n. 289».
Gli importi sono diversificati in base al valore e alla fase della lite ed è lo stesso legislatore a chiarire, con l’art. 16 legge n. 289 del 2002, cosa debba intendersi per valore della lite, vale a dire «l’importo dell’imposta che ha formato oggetto di contestazione in primo grado, al netto degli interessi, delle indennità di mora e delle eventuali sanzioni collegate al tributo, anche se irrogate con separato provvedimento; in caso di liti relative alla irrogazione di sanzioni non collegate al tributo, delle stesse si tiene conto ai fini del valore della lite; il valore della lite è determinato con riferimento a ciascun atto introduttivo del giudizio, indipendentemente dal numero di soggetti interessati e dai tributi in esso indicati».
Il tenore letterale delle due norme in cui si inscrive l’istituto della definizione concordata delle lite fiscali(art. 39, comma 12, d.l. n.98 del 2011 e art 16 I. n. 289 del 2002) e la finalità espressamente indicata dal legislatore nella rubrica dell’articolo 39, recante «disposizioni in materia di riordino della giustizia tributaria» inducono a ravvisare nella definizione agevolata delle liti tributarie l’esclusiva natura deflativa del contenzioso tributario – di valore inferiore a 20.000 euro e già pendente alla data del 31 dicembre 2011 – allo scopo di liberare e concentrare le risorse dell’Agenzia delle Entrate sulla proficua e spedita gestione dei procedimenti di natura precontenziosa di cui al comma 9 dello stesso art. 39, attraverso il pagamento di un importo percentualmente ridotto del tributo oggetto della lite.
Prova ne è che alla deflazione del contenzioso previdenziale il decreto- legge n. 98 ha dedicato l’articolo 38 nel quale fin dalla rubrica, recante «disposizioni in materia di contenzioso previdenziale e assistenziale», è chiarito l’ambito applicativo, ribadito, nel periodo di apertura del primo comma, con il fine di «deflazionare il contenzioso previdenziale» (art.38, co. 1, primo periodo, d.l. n. 98 cit.).
La ripartita collocazione delle disposizioni tra gli articoli orienta l’interprete nel tenere su piani distinti le misure deflative, del contenzioso fiscale e previdenziale.
Inoltre, nel testo dell’art. 39 non si rinviene alcun elemento che permetta di saldare le due disposizioni al punto da ritenere che la definizione concordata del giudizio tributario estenda gli effetti sulla rideterminazione totale o parziale del presupposto impositivo accertato dall’Agenzia ai fini extrafiscali, quali i contributi previdenziali calcolati a percentuale sul reddito.
ACCERTAMENTI TRIBUTARI ED OBBLIGAZIONE PREVIDENZIALE
Cass. n. 24775/2019
In ordine alla valenza probatoria degli accertamenti tributari (v., fra le tante, Cass. n. 14237 del 2017), che in tema di accertamento tributario relativo sia all’imposizione diretta che all’IVA, la legge – rispettivamente art. 39, primo comma, del D.P.R. n. 600 del 1973 (richiamato dal successivo art. 40 per quanto riguarda la rettifica delle dichiarazioni di soggetti diversi dalle persone fisiche) ed art. 54 del D.P.R. n. 633 del 1972 – dispone che l’inesistenza di passività dichiarate, nel primo caso, o le false indicazioni, nel secondo, possono essere desunte anche sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti.
In definitiva, dalla portata presuntiva dell’accertamento tributario si desume la necessità che lo stesso venga resistito da colui che intenda, invece, evitare il consolidamento dell’accertamento stesso ( id est: dei fatti oggetto dell’accertamento stesso).
In mancanza di tale resistenza di segno negativo offerta dall’obbligato, evidentemente, l’atto di accertamento dovrà ritenersi idoneo a rendere definitivo l’avveramento del fatto nello stesso contenuto.
Nel caso di specie, l’odierno ricorrente non deduce di aver contestato l’idoneità degli apprezzamenti posti a base dell’atto di accertamento tributario che ha fondato l’avviso di addebito notificato dall’INPS ma, contrariamente a quanto fin qui ritenuto, assume che l’INPS non possa calcolare i contributi sulla base dei valori reddituali espressi nell’atto di accertamento tributario ed oggetto della lite definita; questi ultimi, dunque, per tutto quanto innanzi ritenuto, devono ritenersi definitivi, con ogni consequenziale riflesso sull’obbligazione contributiva.
ASSOCIAZIONI SPORTIVE DILETTANTISTICHE – AGEVOLAZIONI
Cass. n. 21535/2019
In tema di agevolazioni tributarie, l’esenzione d’imposta prevista dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 111 (ora art. 148), in favore delle associazioni non lucrative dipende non dall’elemento formale della veste giuridica assunta (nella specie, associazione sportiva dilettantistica), ma dall’effettivo svolgimento di attività senza fine di lucro, il cui onere probatorio incombe sulla contribuente e non può ritenersi soddisfatto dal dato del tutto estrinseco e neutrale dell’affiliazione alle federazioni sportive ed al Coni» (Cass. n. 10393 del 2018; Cass. n. 16449 del 2016).
E’ stato anche chiarito che «affinché un’associazione sportiva dilettantistica possa beneficiare delle agevolazioni fiscali previste in materia di IVA e di IRPEG, rispettivamente, dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 4 e dal D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 111, non è sufficiente la sua astratta sussumibilità in una delle categorie previste da tali norme, ma è necessario che essa dia prova di svolgere la propria attività nel pieno rispetto di tutte le prescrizioni imposte da esse» (v., fra le altre, Cass. n. 8623 del 2012).
Del resto va ricordato che,in conformità con le regole sull’onere probatorio a carico di colui che intenda beneficiare dell’esonero dall’obbligazione contributiva, l’associazione che, fruendo dell’opera di collaboratori tecnici, invochi l’applicabilità dell’art. 67 del citato d.P.R. n.916 del 1986 e l’esonero, sotto il profilo contributivo, dall’obbligazione contributiva ha l’onere di dimostrare gli elementi costitutivi che consentano di annoverare la fattispecie nella categoria «redditi diversi».
SOCIETA’ A CAPITALE MISTO (PUBBLICO) – OBBLIGAZIONI CONTRIBUTIVE
Cass. n. 21533/2019
Le società a capitale misto, ed in particolare le società per azioni a prevalente capitale pubblico, aventi ad oggetto l’esercizio di attività industriali, sono tenute al pagamento dei contributi previdenziali previsti per la cassa integrazione guadagni e la mobilità.
L’applicabilità dell’esenzione stabilita per le imprese industriali degli enti pubblici dal D.L.C.P.S. n. 869 del 1947, art. 3, è stata, infatti, esclusa sul rilievo della natura essenzialmente privata delle società partecipate, finalizzate all’erogazione di servizi al pubblico in regime di concorrenza, nelle quali l’amministrazione pubblica esercita il controllo esclusivamente attraverso gli strumenti di diritto privato, e restando irrilevante, in mancanza di una disciplina derogatoria rispetto a quella propria dello schema societario, la mera partecipazione da parte dell’ente pubblico.
E’ stato in particolare precisato che la forma societaria di diritto privato è per l’ente locale la modalità di gestione degli impianti consentita dalla legge (com’è confermato dall’art. 4 d.lgs n. 175 del 2016) , e prescelta dall’ente stesso per la duttilità dello strumento giuridico, in cui il perseguimento dell’obiettivo pubblico è caratterizzato dall’accettazione delle regole del diritto privato e che la finalità perseguita dal legislatore nazionale e comunitario nella promozione di strumenti non autoritativi per la gestione dei servizi pubblici locali è specificamente quella di non ledere le dinamiche della concorrenza, assumendo invece rilevanza determinante, in ordine all’obbligo contributivo, la gestione dei rapporti di lavoro secondo le norme privatistiche.
Né può incidere, a questi fini, la definizione di “organismo di diritto pubblico” dettata dall’ordinamento comunitario, in materia di servizi pubblici, nella quale sono compresi gli organismi dotati di personalità giuridica – finanziati dallo Stato o da enti pubblici o la cui gestione è sottoposta al controllo pubblico – istituiti per soddisfare specifiche finalità di interesse generale “non aventi carattere industriale o commerciale” (cfr. direttiva CEE n. 50 del 1992, cit., recepita con D.Lgs. n. 157 del 1995), poiché la materia qui in esame riguarda esclusivamente le imprese “industriali” degli enti pubblici o dello Stato ai fini della esenzione dai contributi per la cassa integrazione e la mobilità (così Cass. n. 5816/ 2010 e Cass., n. 20818/2013, citt.; v. pure Cass. sez. Un., n. 5491/2014).
Le suesposte conclusioni non possono essere scalfite dall’art. 10, d.lgs. n. 148/2015, il quale – per quanto qui interessa – ha espressamente previsto l’assoggettamento alla cassa integrazione (e alla relativa contribuzione) delle imprese industriali aventi ad oggetto la «produzione e distribuzione dell’energia, acqua e gas», dal momento che la sua natura innovativa rispetto al quadro ordinamentale già esistente è stata espressamente disconosciuta dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. in tal senso Cass. nn. 9816 del 2016, 26016 e 26202 del 2015), né a fortiori dall’art. 1, comma 309,1. n. 208/2015, il quale, nel far salvo dal novero delle abrogazioni previste dall’art. 46, d.lgs. n. 148/2015, l’art. 3, d.I.C.p.S. n. 869/1947 (a norma del quale «sono escluse dall’applicazione delle norme sulla integrazione dei guadagni degli operai dell’industria le imprese industriali degli enti pubblici, anche se municipalizzate, e dello Stato»), ha semmai confermato la voluntas legis di escludere dall’area di operatività delle disposizioni concernenti l’integrazione salariale soltanto quei soggetti che possano qualificarsi come “imprese industriali dello Stato o di altri enti pubblici”, tra le quali, per le ragioni anzidette, non possono figurare le imprese gestite in forma di società a partecipazione pubblica (così Cass. 12/10/2017 n. 24013, Cass. nn. 7332 e 8704 del 2017, dove il richiamo a Cass. S.U. nn. 26283 del 2013 e 5491 del 2014).
IMPUGNAZIONE CARTELLA DI PAGAMENTO – TERMINI – EFFETTI – PRESCRIZIONE DEI CREDITI
Cass. n. 23518/2019
L’eccezione di interruzione della prescrizione, diversamente da quella di prescrizione, si configura come eccezione in senso lato sicché può essere rilevata anche d’ufficio dal giudice, in qualsiasi stato e grado del processo, purché sulla base delle allegazioni e di prove ritualmente acquisite o acquisibili al processo e quindi, nelle controversie soggette al rito del lavoro, anche all’esito dell’esercizio dei poteri istruttori d’ufficio di cui all’art. 421, comma 2, c.p.c., legittimamente esercitabili dal giudice, tenuto all’accertamento della verità dei fatti rilevanti ai fini della decisione, ancor più nelle controversie in cui, venendo in considerazione la scissione oggettiva tra ente impositore e concessionario della riscossione, può rilevare l’acquisizione da quest’ultimo di ogni documento relativo ad atti della procedura di riscossione da cui derivino conseguenze di rilievo nei rapporti tra creditore e debitore, con il solo limite dell’avvenuta allegazione dei fatti. (Cass. sez. 6 – L., Ord. n. 14755 del 7.6.2018 – Cass. Sez. L., Ord. n. 9226 del 13.4.2018 e Sez. lav. sentenza n. 16542 del 14.7.2010).
Cass. 23300/2019
«In tema di prescrizione del diritto ai contributi di previdenza ed assistenza obbligatoria, dovuti dai lavoratori e dai datori di lavoro ai fini dell’applicabilità del regime transitorio ex art. 3, commi 9 e 10, della legge 8 agosto 1995, n. 335, la domanda di condono previdenziale non costituisce riconoscimento del debito e non è quindi idonea ad interrompere la prescrizione, ma innescando una procedura di recupero dei contributi, costituisce una ” procedura già iniziata”, che rende applicabile il previgente termine decennale di prescrizione» (Cass. sez. lav. n. 13831 del 6.7.2015; conf. a Cass. sez. lav. n. 10715 del 4.5.2010)
Cass. n. 21554/2019
Soltanto un atto giurisdizionale può acquisire autorità ed efficacia di cosa giudicata e il giudicato, dal punto di vista processuale, spiega effetto in ogni altro giudizio tra le stesse parti per lo stesso rapporto e dal punto di vista sostanziale rende inoppugnabile il diritto in esso consacrato tanto in ordine ai soggetti ed alla prestazione dovuta quanto all’inesistenza di fatti estintivi, impeditivi o modificativi del rapporto e del credito mentre non si estende ai fatti successivi al giudicato ed a quelli che comportino un mutamento del petitum o causa petendi della originaria domanda.
Tale principio comporta che se nell’arco dei cinque anni dalla notifica della cartella non si procede alla riscossione coattiva o non viene notificato un atto interruttivo della prescrizione il credito si prescrive ed è strumento idoneo a far valere l’intervenuta prescrizione anche l’opposizione all’esecuzione di cui all’art. 615 cod. proc. civ. (in combinato disposto con l’art. 618-bis c.p.c. in materia di previdenza), che tende acontestare l’ an dell’esecuzione e tra i vizi che giustificano il ricorso all’art. 615 cod. proc. civ. vi è proprio l’intervenuta prescrizione del credito successiva alla formazione del titolo.
In particolare, l’eventuale decorrenza del termine per l’esperimento dell’azione di cui all’art. 24, comma 5, d.lgs. n. 46 del 1999, come precisato dal citato arresto delle Sezioni unite, non rende incontrovertibile, come per i provvedimenti giurisdizionali non impugnati, la cartella esattoriale, ma preclude solamente la possibilità di contestare vizi di merito o di forma relativi al titolo e cioè alla cartella esattoriale, lasciando all’interessato la possibilità, ove vi siano i presupposti di esperire l’azione di opposizione all’esecuzione per far valere la prescrizione, che costituisce un vizio successivo alla formazione del titolo.
Le Sezioni Unite (Cass. Sez. U. n. 23397 del 2016 e successive conformi) hanno anche affermato che la scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui all’art. 24, comma 5, del d.lgs. n. 46 del 1999, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche la cd. conversione del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo l’art. 3, commi 9 e 10, della legge n. 335 del 1995) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 cod.civ..
Tale ultima disposizione si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato.
Cass. n. 21153/2019
In tema di opposizione a cartella per il mancato pagamento di contributi previdenziali, l’accertamento della tempestività dell’opposizione ex art. 24, comma 5, del d.lgs. n. 46 del 1999, involge la verifica di un presupposto processuale quale la proponibilità della domanda e va, pertanto, eseguito di ufficio, a prescindere dalla sollecitazione delle parti, anche con l’acquisizione di elementi “aliunde”, in applicazione degli artt. 421 e 437 c.p.c., con conseguente nullità della sentenza in ipotesi di mancato rilievo officioso dell’eventuale carenza di detto presupposto. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza di merito che aveva dichiarato la nullità delle cartelle opposte, senza acquisire elementi sulla data dì notifica delle stesse per asserita decadenza dalla prova del concessionario del servizio di riscossione, costituitosi in giudizio oltre il termine previsto dall’art. 416 c.p.c.); (conf. a Cass. Sez. Lav. n. 11274 del 16.5.2007).
Cass. n. 19667/2019
In tema di iscrizione a ruolo dei crediti previdenziali, il termine previsto dall’art. 24, quinto comma, del d.lgs. n. 46 del 1999 per proporre opposizione nel merito, onde accertare la fondatezza della pretesa dell’ente, deve ritenersi perentorio, pur in assenza di un’espressa indicazione in tal senso, perché diretto a rendere incontrovertibile il credito contributivo dell’ente previdenziale in caso di omessa tempestiva impugnazione ed a consentire una rapida riscossione del credito iscritto a ruolo.
Tale disciplina non fa sorgere dubbi di legittimità costituzionale per contrasto con l’art. 24 Cost., poiché rientra nelle facoltà discrezionali del legislatore la previsione dei termini di esercizio del diritto dì impugnazione (v. Corte costituzionale, ord. n. 111 del 2007), né per contrasto con gli artt. 76 e 77, primo comma, Cost., rientrando nell’ambito della delega avente ad oggetto il riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, la previsione di un sistema di impugnazione del ruolo stesso.
Ne consegue che, trattandosi di decadenza di natura pubblicistica, attinente alla proponibilità stessa della domanda, il suo avverarsi, rilevabile d’ufficio, preclude l’esame del merito della pretesa creditoria quale sia la natura delle contestazioni mosse dal debitore ( Cass. n. 8931 del 2011; n. 11595 del 2016).
Cass. n. 16308/2019
L’iscrizione a ruolo è solo uno dei meccanismi che la legge accorda all’INPS per il recupero dei crediti contributivi, ferma restando la possibilità che l’istituto agisca nelle forme ordinarie.
Un eventuale vizio formale della cartella o il mancato rispetto del termine di decadenza previsto ai fini dell’iscrizione a ruolo comporta soltanto l’impossibilità, per l’istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fa decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito.
L’art. 25 cit. del d.lgs. n. 46 del 1999 prevede in sostanza una decadenza processuale e non sostanziale e ciò è dimostrato: a) dal tenore testuale della norma, che parla di decadenza dall’iscrizione a ruolo del credito e non di decadenza dal diritto di credito o dalla possibilità di azionarlo nelle forme ordinarie; dall’impossibilità di estendere in via analogica una decadenza dal piano processuale anche a quello sostanziale (per principio generale le norme in tema di decadenza sono di stretta interpretazione: cfr., ad esempio, Cass. 25 maggio 2012 n. 8350); b) dalla non conformità all’art. 24 Cost. di un’opzione interpretativa che negasse all’istituto la possibilità di agire in giudizio nelle forme ordinarie; c) dalla ratio dell’introduzione del meccanismo di riscossione coattiva dei crediti previdenziali a mezzo iscrizione a ruolo, intesa a fornire all’ente un più agile strumento di realizzazione (v. Corte cost. ord., n. 111/07), non già a renderne più difficoltosa l’esazione imponendo brevi termini di decadenza; d) dal rilievo che la scissione fra titolarità del credito previdenziale e titolarità della relativa azione esecutiva (quest’ultima in capo all’agente della riscossione) mal si concilierebbe con un’ipotesi di decadenza sostanziale.
Cass. n. 12531/2019
In tema di riscossione mediante iscrizione a ruolo delle entrate non tributarie ai sensi del d.lgs. n. 46 del 1999, la contestazione dell’assoluta indeterminatezza per mancanza di motivazione della cartella di pagamento integra un’opposizione agli atti esecutivi di cui all’art. 29, comma 2, del d.lgs. n. 46 cit., per la cui regolamentazione rinvia alle forme ordinarie, poiché è diretta a far valere un vizio di forma dell’atto esecutivo, sicché, prima dell’inizio dell’esecuzione, l’opposizione va proposta entro il termine di venti giorni decorrente dalla notificazione della cartella che contiene un estratto del ruolo costituente titolo esecutivo, ai sensi dell’art. 49 del d.P.R. n. 602 del 1973» (Cass. Sez. 3, sentenza n. 21080 del 19.10.2015).
In tema di opposizione a cartella esattoriale relativa a contributi previdenziali iscritti a ruolo, ove sia dedotta l’irregolarità formale della cartella, che, essendo un estratto del ruolo, costituisce titolo esecutivo ai sensi dell’art. 49 d.P.R. n. 602 del 1973, l’opposizione deve essere qualificata come opposizione agli atti esecutivi, per la quale è applicabile l’art. 29, comma 2, del d.lgs. n. 46 del 1999 (che rinvia, per la relativa regolamentazione, alle forme ordinarie), e non l’art. 24 del medesimo decreto (che prevede il diverso termine di quaranta giorni e riguarda l’opposizione, nel merito della pretesa azionata).
E’ irrilevante la mancata indicazione, nella cartella, del termine predetto, in quanto l’obbligo di indicazione dei termini e delle modalità di impugnazione della cartella, di cui all’art. 1, comma 2, del d.m. 28 giugno 1999, deve intendersi riferito solo alle impugnazioni sul merito della pretesa azionata».
Cass. n. 10340/2019
La cartella esattoriale relativa a contributi previdenziali iscritti a ruolo costituisce titolo esecutivo ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49.
Pertanto, ove sia dedotta l’irregolarità formale della cartella – anche sotto il profilo della carenza di motivazione -, deve proporsi nelle forme dell’opposizione agli atti esecutivi, per la quale è applicabile il D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 29, comma 2, (che rinvia, per la relativa regolamentazione, alle forme ordinarie), e non il D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24 (che prevede il diverso termine di quaranta giorni e riguarda l’opposizione, nel merito della pretesa azionata).
Ne consegue che l’opposizione prima dell’inizio dell’esecuzione deve proporsi entro venti giorni dalla notifica della cartella, e che è irrilevante la mancata indicazione, nella cartella, del termine predetto, in quanto l’obbligo di indicazione dei termini e delle modalità di impugnazione della cartella, di cui al D.M. 28 giugno 1999, art. 1, comma 2, deve intendersi riferito solo alle impugnazioni sul merito della pretesa azionata (Cassazione civile sez. lav. n. 15116 del 2015; n. 27824 del 2009; n. 25757 del 2008; n. 18691 del 2008 ; n. 21863 del 2004).
Il richiamato orientamento, quindi, ritiene che, versandosi fuori dall’area propria dei provvedimenti amministrativi ed in quella del titolo esecutivo stragiudiziale, la mancanza di motivazione si risolve in carenza dei requisiti formali minimi di validità del titolo esecutivo, cioè delle indicazioni necessarie per identificare il credito e per rendere possibile la difesa di merito, carenza che si può far valere soltanto con l’opposizione di cui all’art. 617 c.p.c..
Cass. n. 10042/2019
In assenza di un titolo giudiziale definitivo, che accerti con valore di giudicato l’esistenza del credito contributivo e produca la rideterminazione in dieci anni della durata del termine prescrizionale ex art. 2953 c.c., continua a trovare applicazione, anche nei confronti del soggetto titolare del potere di riscossione, la speciale disciplina della prescrizione del credito prevista dall’art. 3 della legge n. 335 del 1995.
La scadenza del termine perentorio sancito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo, o comunque di riscossione coattiva, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito, ma non anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 c.c (SS.UU. n. 23397 del 2016).
Il termine breve si applica con riguardo a tutti gli atti – in ogni modo denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali, ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali, nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via.
Pertanto, ove per i relativi crediti sia prevista, appunto, una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 c.c., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo.
Cass. n. 9266/2019
In tema di riscossione di contributi e di premi assicurativi, il giudice dell’opposizione alla cartella esattoriale che ritenga illegittima l’iscrizione a ruolo non può limitarsi a dichiarare tale illegittimità, ma deve esaminare nel merito la fondatezza della domanda di pagamento dell’istituto previdenziale, valendo gli stessi principi che governano l’opposizione a decreto ingiuntivo” (Cass. 6 luglio 2018, n. 17858; Cass. 6 agosto 2012, n. 14149).
Pertanto, se anche l’iscrizione a ruolo del credito sia da considerare illegittima per il disposto dell’art. 24, comma 3, cit., con relativo annullamento della cartella esattoriale, ciò non toglie che il giudizio debba chiudersi – a prescindere anche dalla non necessaria proposizione di domanda riconvenzionale – con una pronuncia di merito sulla sussistenza o meno del diritto azionato, destinata a confluire in una pronuncia di condanna, ove la pretesa dell’ente risulti in tutto o in parte fondata.
Cass. n. 5758/2019
Se il debitore intende far valere vizi di forma della cartella di pagamento o dell’avviso di addebito, ivi compresa la carenza di motivazione dell’atto, deve farlo proponendo opposizione agli atti esecutivi secondo la disciplina del codice di rito e, in particolare, secondo gli art. 618-bis e 617 cod. proc. civ., come previsto dall’art. 29, comma 2, del d.lgs. n. 46 del 1999, il quale per la regolamentazione di tale fattispecie rinvia alle “forme ordinarie”, e non dall’art. 24 dello stesso D.Lgs., che si riferisce, invece, all’opposizione all’iscrizione a ruolo e in genere sul merito della pretesa di riscossione (orientamento costante, vedi, per tutte: Cass. 18 novembre 2004; Cass. 8 luglio 2008, n. 18691; Cass. 17 luglio 2015, n. 15116 e, da ultimo Cass. 19 gennaio 2016, n. 835).
Peraltro è possibile esperire, con un unico atto, sia un’opposizione all’iscrizione a ruolo o riguardante il merito della pretesa oggetto di riscossione (Cass. 19 gennaio 2016, n. 835), ai sensi dell’art 24 del d.lgs. n. 46 del 1999 o all’esecuzione, ai sensi dell’art 615 cod. proc. civ., sia un’opposizione agli atti esecutivi inerente irregolarità formali del procedimento e/o della cartella e regolata dagli art. 617 e 618-bis cod. proc. civ., purché ne risultino rispettati i termini perentori.
Cass. n. 5638/2019
In tema di riscossione di contributi e premi assicurativi, il giudice dell’opposizione alla cartella esattoriale che ritenga illegittima l’iscrizione a ruolo non può limitarsi a dichiarare tale illegittimità, ma deve esaminare nel merito la fondatezza della domanda di pagamento dell’istituto previdenziale, con la conseguenza che gli eventuali vizi formali della cartella esattoriale opposta comportano soltanto l’impossibilità, per l’Istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fanno decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito (cfr., inoltre, Cass. 26 novembre 2011, n. 26395 – ex plurimis: Cass. 20 aprile 2002, n. 5763; 15 giugno 2007 nr. 13982; 26.11.2013 nr. 26359; 15 giugno 2015 nr. 12333; 11 maggio 2017 nr. 11515; 24 luglio 2017 nr. 18262).
Cass. n. 5636/2019
Non è ravvisabile un interesse concreto ed attuale della parte (sul quale v. Cass. Sez. Un. 15/1/1996, n. 264; Cass. 18/4/2002, n. 5635) a rilevare l’illegittimità delle iscrizioni a ruolo, in quanto effettuate durante la pendenza del giudizio di opposizione, giacché un’ eventuale pronuncia sul punto non comporta alcun risultato per essa giuridicamente apprezzabile, venendo qui in rilievo esclusivamente l’accertamento della fondatezza della pretesa contributiva dell’ente e non essendo stato neppure dedotto che la cartella di pagamento sia stata azionata in via esecutiva (v. Cass. n. 8822 del 5/4/2017).
Nel giudizio tra datore di lavoro ed ente previdenziale, avente ad oggetto il mancato pagamento di contributi, sussiste l’incapacità a testimoniare del lavoratore i cui contributi siano stati omessi; ciò non esclude, tuttavia, che il giudice, avvalendosi dei poteri conferitigli dall’art. 421 c.p.c., possa interrogarlo liberamente sui fatti di causa v. Cass. n. 1256 del 25/01/2016, n. 27161 del 14/11/2008), traendo dalle risposte ottenute argomenti di prova, così come previsto per la risposta delle parti dall’art. 116 II comma c.p.c..
Cass. n. 184/2019
Non è fondato l’assunto secondo cui la proposizione, con unico atto, di opposizione a cartella per crediti contributivi fondata sia su ragioni formali che di merito imponga l’unificazione del termine di 40 gg. previsto dall’art. 24 d. Igs. n. 46 del 1999.
E’ consolidato, infatti, l’orientamento in base al quale il debitore ben può proporre l’opposizione agli atti esecutivi secondo la disciplina del codice di rito e, in particolare, secondo gli art. 618 bis e 617
Infatti, “Nella disciplina della riscossione mediante iscrizione a ruolo dei crediti previdenziali, di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, l’opposizione agli atti esecutivi – con la quale si fanno valere i vizi di forma del titolo esecutivo, ivi compresa la carenza di motivazione dell’atto – è prevista dall’art. 29, comma 2, che per la relativa regolamentazione rinvia alle forme ordinarie, e non dall’art. 24 dello stesso d.lgs., che si riferisce, invece, all’opposizione sul merito della pretesa di riscossione” (Cass. n. 18691/2008)
E’ naturalmente ben possibile che con un unico atto vengano esperite entrambe le azioni a condizione che l’opposizione agli atti esecutivi risulti proposta nel termine di venti giorni dalla notifica della cartella, escludendo la stessa possibilità di ricorsi separati un vulnus per l’attività difensiva in ragione del maggior termine di quaranta giorni previsto per opposizione all’esecuzione che risulterebbe sacrificato dalla scelta – non obbligata – dell’opposizione unitaria ( Cass. 24 ottobre 2008, n. 25757; Cass. 28 novembre 2003, n. 18207).
In conseguenza, qualora l’unico atto di opposizione risulti essere stato depositato entro il termine di quaranta giorni di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24 ma oltre quello di venti di cui all’art. 617 cod. proc. civ., non possono essere esaminate le eccezioni formali, cioè quelle attinenti alla regolarità della cartella di pagamento e della notificazione (Cass. n. 15116 del 2015).
Cass. n. 30269/2018
La struttura processuale dell’opposizione a cartella ai sensi dell’art. 24 d.lgs. n. 46 del 1999 è assimilabile al tipo previsto dal codice di rito per regolare l’opposizione a decreto ingiuntivo ed ha consolidato il principio secondo cui in tema di riscossione di contributi e premi assicurativi, il giudice dell’opposizione alla cartella esattoriale che ritenga illegittima l’iscrizione a ruolo ai sensi dell’art. 24, comma 3, del d.lgs. n. 46 del 1999, non può limitarsi a dichiarare tale illegittimità, ma deve esaminare nel merito la fondatezza della domanda di pagamento dell’istituto previdenziale, valendo gli stessi principi che governano l’opposizione a decreto ingiuntivo (in tal senso Cass. n. 14149 del 06/08/2012, conforme Cass. n. 774 del 19/01/2015)
Una volta introdotto, dunque, un ordinario giudizio di cognizione avente ad oggetto il rapporto previdenziale, anche in ipotesi di illegittima iscrizione a ruolo dei crediti, l’INPS, pur non potendo più avvalersi del suddetto titolo esecutivo, può chiedere – come nel caso di specie – la condanna al corrispondente adempimento nel medesimo giudizio, senza che ne risulti mutata la domanda (Cass. n. 3486 del 2016) e senza necessità di proporre quindi domanda riconvenzionale; ciò in quanto (v. Cass. n. 13982 del 2007), la cartella esattoriale costituisce non un atto amministrativo, ma un atto della procedura di riscossione del credito (i cui motivi sono già stati indicati e la cui liquidazione è già stata effettuata nei verbali di accertamento redatti dagli ispettori e notificati alle parti) per cui se all’esito del giudizio di opposizione il credito viene accertato in termini diversi da quelli azionati dall’istituto, il giudice deve non già accogliere sic et simpliciter l’opposizione, ma condannare l’opponente a pagare la somma accertata nel corso del giudizio di merito.
Cass. n. 29385/2018
La giurisprudenza di questa Corte di cassazione con la sentenza a Sezioni Unite 17/11/2016, (ud. 25/10/2016, dep.17/11/2016), n. 23397 ha precisato che il carattere perentorio del termine previsto dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, è funzionalizzato a rendere non più contestabile il credito contributivo, in caso di omessa tempestiva impugnazione, ed a consentirne una “rapida riscossione” (vedi, ex plurimis Cass. 25 giugno 2007, n. 14692; Cass. 12 marzo 2008, n. 6674; Cass. 5 febbraio 2009, n. 2835; Cass. 15 ottobre 2010, n. 21365; Cass. 19 aprile 2011, n. 8931; Cass. 8 giugno 2015, n. 11749; Cass. 15 marzo 2016, n. 5060) ed è indubbio che sia la cartella di pagamento sia gli altri titoli che legittimano la riscossione coattiva di crediti dell’Erario e/o degli Enti previdenziali e così via sono atti amministrativi privi dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato (vedi, tra le tante: Cass. 25 maggio 2007, n. 12263; Cass. 16 novembre 2006, n. 24449; Cass. 26 maggio 2003, n. 8335).
La decorrenza del termine per proporre opposizione determina la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, producendo l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito ma è evidente che, per tutte le suddette ragioni, tale scadenza non può certamente comportare l’applicazione l’art. 2953 c.c., ai fini della operatività della conversione del termine di prescrizione breve in quello ordinario decennale, anche perché, fra l’altro, un simile effetto si porrebbe in contrasto con la ratio della perentorietà del termine per l’opposizione.
Cass. n. 27950/2018
Si è recentemente affermato, ed è qui condiviso, che in tema di contributi cd. “a percentuale”, il fatto costitutivo dell’obbligazione contributiva è costituito dall’avvenuta produzione, da parte del lavoratore autonomo, di un determinato reddito (Cass. 29 maggio 2017, n. 13463).
E’ peraltro chiaro che, pur sorgendo il credito sulla base della produzione del reddito, la decorrenza del termine di prescrizione dipende dall’ulteriore momento in cui la corrispondente contribuzione è dovuta e quindi dal momento in cui scadono i termini di pagamento di essa, in armonia del resto con il principio generale in ambito di assicurazioni obbligatorie secondo cui la prescrizione corre appunto dal momento in cui «in cui i singoli contributi dovevano essere versati» (art. 55 r.d.l. 1827/1935).
Non è vero infatti quanto affermato dalla Corte territoriale, ovverosia che il diritto dell’ente previdenziale sorgerebbe solo nel momento in cui il professionista si iscriva alla Gestione Separata, in quanto l’obbligo di iscrizione, trattandosi di previdenza obbligatoria, non dipende dall’iniziativa dell’interessato, ma dal maturare dei corrispondenti fatti costitutivi; e quindi anche il termine di prescrizione dei conseguenti crediti matura con il sopravvenire del termine di esigibilità di tali crediti.
D’altra parte, allorquando non vi sia stata previa iscrizione e non siano ancora intervenuti atti ricognitivi (dichiarazione dei redditi, contenente l’indicazione dell’obbligo contributivo) o di controllo della dichiarazione da parte degli enti tributari o previdenziali, nulla vieta che si possa in ipotesi avere – in particolare tra il momento della scadenza dell’obbligo di pagamento a saldo e quello di scadenza del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi – un accertamento tributario da cui possano emergere, ai sensi dell’art. 1 ss. del d.lgs. n. 462 del 1997 i presupposti del diritto dell’ente previdenziale, il che conferma l’esclusione del ricorrere di un caso di impedimento giuridico.
Vale dunque la consolidata regola secondo cui «l’impossibilità di far valere il diritto, alla quale l’art. 2935 c. c. attribuisce rilevanza di fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione, è solo quella che deriva da cause giuridiche che ne ostacolino l’esercizio e non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto, per i quali il successivo art. 2941 c.c. prevede solo specifiche e tassative ipotesi di sospensione, tra le quali, salva l’ipotesi di dolo prevista dal n. 8 del citato articolo, non rientra l’ignoranza, da parte del titolare, del fatto generatore del suo diritto, il dubbio soggettivo sull’esistenza di tale diritto, né il ritardo indotto dalla necessità del suo accertamento» (Cass. 26 maggio 2015, n. 10828; Cass. 6 ottobre 2014, n. 21026) (conf. Cass. n. 12532/2019).
Cass. n. 27664/2018
L’art. 24, comma 4, del d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46 – chiaramente finalizzato a deflazionare il contenzioso giudiziario nelle ipotesi in cui non sussista ancora la definitività della pretesa dell’ente – nel prevedere al comma 4 che “in caso di gravame amministrativo contro l’accertamento effettuato dall’ufficio, l’ iscrizione a ruolo è eseguita dopo la decisione del competente organo amministrativo e, comunque, entro i termini di decadenza previsti dall’articolo 25″, va interpretato nel senso che detta decisione può non essere esplicita, potendosi formare il silenzio-rigetto con l’inutile decorso del termine e la conseguente caduta dell’impedimento all’iscrizione stessa, ferma restando la diversa facoltà dell’ente, distintamente prevista dal successivo art. 25, di sospendere la riscossione nell’ipotesi di ricorso amministrativo proposto dopo l’ iscrizione a ruolo” (in tali termini sentenze n. 9038/2012 e n. 17096 del 21/07/2010).
Cass. n. 27660/2018
La sentenza impugnata si è uniformata alla giurisprudenza di questa Corte (Cass. 14680 del 1999) che ha distinto le forme di tutela del lavoratore in ipotesi di omissioni contributive precisando come, prima della maturazione della prescrizione dell’obbligo contributivo, sussista, oltre all’azione diretta dell’Inps, anche la possibilità per il lavoratore di chiedere la condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi in favore dell’Istituto medesimo (Cass. n. 720 del 1984) ovvero una pronuncia di mero accertamento dell’omissione contributiva (Cass. n. 3933 del 1979).
Una volta maturata la prescrizione dei contributi omessi, il lavoratore ha anzitutto una ragione di danno risarcibile.
Infatti, in generale il secondo comma dell’art. 2116 c.c. accorda al lavoratore un’azione risarcitoria del danno subito, consistente nella perdita del trattamento pensionistico ovvero nella percezione di un trattamento pensionistico inferiore a quello altrimenti spettante.
L’azione risarcitoria può quindi essere esercitata nel momento in cui il danno (costituito dalla perdita totale o parziale della prestazione previdenziale) si determina, ossia nel momento in cui avrebbe potuto essere attivato (per esserne maturati i requisiti) ovvero è stato attivato il trattamento previdenziale rispettivamente perso ovvero goduto in misura inferiore al dovuto.
Prima di questo momento (e dopo la data di prescrizione dei contributi omessi) il lavoratore soffre solo un danno potenziale nel senso che ha una posizione assicurativa carente (o addirittura, in caso di omissione totale dei contributi, è privo di alcuna posizione assicurativa). Tale mera potenzialità del danno comunque consente al lavoratore da una parte di richiedere misure cautelari conservative della garanzia patrimoniale del datore di lavoro, d’altra parte – secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 2630 del 2014; Cass. 22751 del 2004; Cass. n. 3963 del 2001; Cass. n. 5825 del 1995) – di domandare una pronuncia di condanna generica al risarcimento del danno.
Cass. n. 25531/2018
Un eventuale vizio formale della cartella o il mancato rispetto del termine decadenziale previsto ai fini dell’iscrizione a ruolo comporta soltanto l’impossibilità, per l’istituto, di avvalersi del titolo esecutivo ma non lo fa decadere dal diritto di chiedere l’accertamento, in sede giudiziaria, dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito (cfr., fra le altre, Cass. n. 3486/2016).
Nel giudizio di opposizione, a cartella e a ruolo, soggetto ai termini perentoriamente fissati dal legislatore, la parte investe il giudice del merito della cognizione, non limitata alla declaratoria di illegittimità della cartella o del ruolo ma estesa al merito del rapporto contributivo, valendo gli stessi principi che governano l’opposizione a decreto ingiuntivo (cfr., fra le tante, Cass. n.774/2015).
Cass. n. 21704/2018
Pertanto, ove per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 c.c., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo (conf. Cass. n. 27006/2018).
La scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui all’art. 24, comma 5, del d.lgs. n. 46 del 1999, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della írretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo l’art. 3, commi 9 e 10, della I. n. 335 del 1995) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c. c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato.
Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che, dal l° gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto (art. 30 del d.l. n. 78 del 2010, conv., con modif., dalla I n. 122 del 2010) (conf. Cass. S.U. n. 23397/2016).
Cass. n. 20867/2018
Questa Corte ha già chiarito che “In materia di omissioni contributive, la notifica della cartella di pagamento ha efficacia interruttiva della prescrizione ove intervenga entro il termine di cinque anni dalla data in cui è sorto il credito contributivo dell’INPS, che coincide con il ventunesimo giorno di ogni mese avuto riguardo alle somme maturate per il mese precedente in quanto, ai sensi dell’art.idel d.m. 24 febbraio 1984, emanato ai sensi dell’art. 1 del d.l. n. 463 del 1983, convertito nella legge n. 638 del 1983, il datore dì lavoro è tenuto al versamento dei contributi relativi al rapporto di lavoro entro il giorno 20 del mese successivo a quello di riferimento (Cass. n.3121/2011).
Cass. n. 18741/2018
In tema di riscossione di contributi e premi assicurativi, il giudice dell’opposizione alla cartella esattoriale che ritenga illegittima l’iscrizione a ruolo (nella specie, ai sensi dell’art. 24, comma 3, del d.lgs. n. 46 del 1999, per difetto di un provvedimento giudiziale esecutivo sull’impugnazione dell’accertamento) non può limitarsi a dichiarare tale illegittimità, ma deve esaminare nel merito la fondatezza della domanda di pagamento dell’istituto previdenziale, valendo gli stessi principi che governano l’opposizione a decreto ingiuntivo”. Cass. n. 14149/2012; conf. Cass. n. 774/2015)
Il principio enunciato evidenzia il perimetro di giurisdizione assegnato al giudice in sede di opposizione alla cartella esattoriale , non limitato alla sola iscrizione a ruolo ma all’accertamento di merito del credito in origine vantato.
Cass. n. 856/2018
L’eventuale decorrenza del termine per l’esperimento dell’azione di cui all’art. 24, comma 5, d.lgs. n. 46/1999, come precisato dalle SS.UU. citate, non rende incontrovertibile, come accade per i provvedimenti giurisdizionali non impugnati, la cartella esattoriale, ma preclude solamente la possibilità di contestare vizi di merito o di forma relativi al titolo e cioè alla cartella esattoriale, lasciando all’interessato la possibilità, ove vi siano i presupposti di esperire l’azione di opposizione all’esecuzione per far valere la prescrizione, che costituisce un vizio successivo alla formazione del titolo.
Cass. n. 25589/2019
Nei giudizi in cui si contesti la notifica della cartella di pagamento, “non sussiste un onere, in capo all’agente (della riscossione), di produrre in giudizio la copia integrale della cartella stessa” (cfr. (v. da ultimo Cass. n. 17291 del 2/7/2018. Anche Cass. n. 10326/2014, Cass.n.12888/2015).
La cartella esattoriale non è altro che la stampa del ruolo in unico originale notificata alla parte, ed il titolo esecutivo è costituito dal ruolo.
L’amministrazione non è quindi in grado di produrre le cartelle esattoriali, il cui unico originale è in possesso della parte debitrice”.
Secondo questa Corte, pertanto, la produzione dell’estratto di ruolo -unitamente alla relata di notifica – è idonea ad individuare univocamente gli elementi essenziali contenuti nella cartella, ivi compresa la notifica della stessa (così, Cass. n. 15315/14, ma anche Cass. n. 9111/12, nonché, Cass. n. 20027/11, ove si precisa che “la prova dell’arrivo della raccomandata fa presumere, ex art. 1335 c.c., l’invio e la conoscenza dell’atto, spettando al destinatario l’onere eventuale di provare che il plico non conteneva l’avviso”, non operando tale presunzione ed invertendosi l’onere della prova soltanto se il mittente affermi di avere inserito più di un atto nello stesso plico ed il destinatario contesti tale circostanza; cfr., in tale ultimo senso anche Cass. ord. n. 20786/14).
Si è così ritenuto che “in tema di notifica della cartella esattoriale D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, ex art. 26, comma 1, seconda parte, la prova del perfezionamento del procedimento di notificazione e della relativa data è assolta mediante la produzione dell’avviso di ricevimento, non essendo necessario che l’agente della riscossione produca la copia della cartella di pagamento, la quale, una volta pervenuta all’indirizzo del destinatario, deve ritenersi ritualmente consegnata a quest’ultimo, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., superabile solo se il medesimo dia prova di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di prenderne cognizione”.
Cass. n. 24881/2019
Ai fini della efficacia e validità della notifica della cartella, nell’ipotesi in cui il contribuente sia deceduto, siano previste, dal d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 65, due distinte ipotesi, stabilendo, nel secondo comma, che gli eredi del contribuente devono comunicare all’Ufficio delle imposte le proprie generalità ed il proprio domicilio fiscale ed aggiungendo, nel quarto comma, che, in mancanza, la notifica degli atti intestati al dante causa vada effettuata agli eredi impersonalmente e collettivamente nell’ultimo domicilio del defunto, e ciò ancor più se l’Ufficio sia già a conoscenza del decesso del debitore (v., fra le altre Cass. n.9600 del 2018, alla cui più ampia motivazione si rinvia).
Cass. n. 20527/2019
Gli uffici finanziari possono procedere alla notificazione a mezzo posta ed in modo diretto degli avvisi e degli atti che per legge vanno notificati al contribuente.
Ne consegue che, quando il predetto ufficio si sia avvalso di tale facoltà di notificazione semplificata, alla spedizione dell’atto si applicano le norme concernenti il servizio postale ordinario e non quelle della L. n 890 del 1992 (cfr. Cass. n. 17598/2010; Cass. n. 911/2012; Cass. n. 14146/2014; Cass. n. 19771/2013; Cass. n. 16949/2014).
La circostanza che tale disposizione faccia salve le modalità di notifica di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, e delle singole leggi d’imposta non elide la possibilità riconosciuta agli uffici finanziari – e per quel che qui interesse alla società concessionaria – di utilizzare le forme semplificate a mezzo del servizio postale (cfr. Cass. n. 27319/2014) – senza il rispetto della disciplina in tema di notifiche a mezzo posta da parte dell’ufficiale giudiziario.
Cass. n. 16425/2019
In materia di riscossione di crediti previdenziali, regolata dagli artt. 24 e ss. del d.lgs. n. 46 del 1999, in difetto di espresse previsioni normative che condizionino la validità della riscossione ad atti prodromici, a differenza di quanto avviene in materia tributaria e di applicazione delle sanzioni amministrative (art. 14 I. n. 689 del 1981), la notifica al debitore di un avviso di accertamento non costituisce atto presupposto necessario del procedimento, la cui omissione invalidi il successivo atto di riscossione, ben potendo l’iscrizione a ruolo avvenire pur in assenza di un atto di accertamento da parte dell’istituto (v.Cass. n. 4225 del 2018; n. 3269 del 2009).
L’opposizione all’accertamento del credito contributivo, di cui all’art. 24 d. Igs. n. 46 del 1999, deve tuttavia essere necessariamente correlata alla pretesa indicata nella cartella o avviso di addebito, contenuta nella motivazione redatta secondo le specifiche indicazioni ministeriali, ed è per questo che la giurisprudenza di legittimità ha assimilato tale procedimento all’opposizione a decreto ingiuntivo, con una certa continuità rispetto a quanto avveniva prima dell’introduzione del sistema di riscossione mediante ruoli, attraverso l’utilizzo del procedimento monitorio e segnatamente dell’art. 635, secondo comma, cod. proc. civ. (v. Cass. n. 6672 del 2012; Cass. n. 17756 del 2014; n. 1111 del 2018). La cartella, infatti, ai sensi degli artt. 1 e 6 del d.m. n. 321 del 1999, richiede l’indicazione “sintetica” degli elementi di iscrizione a ruolo, non occorrendo quindi, per la regolarità del documento esattoriale, un’indicazione “analitica” di quegli elementi.
È pure possibile che con unico atto sia proposta l’opposizione sia per motivi di merito della pretesa contributiva che per vizi di forma della cartella; la giurisprudenza di legittimità ha consolidato il proprio orientamento (Cass. nn. 15116 e 21080 del 2015; Cass. n. 6704 del 2016) secondo cui per ciascuna opposizione vale il termine proprio (art. 29, co. 2° per l’opposizione agli atti esecutivi e, per l’opposizione di merito, art. 24 co. 5° d.lgs. n. 46 del 1999), non dovendo il giudizio essere necessariamente unitario, in ragione del rinvio alle forme ordinarie operato dall’art. 29, comma 2, del d.lgs. n. 46 del 1999. Ne consegue che, qualora l’opposizione sia stata depositata entro il termine perentorio di quaranta giorni, di cui all’art 24, comma 5, del d.lgs. n. 46 del 1999, ma oltre quello di venti giorni, di cui all’art. 617 cod. proc. civ. (come modificato dal d.l. 14 marzo 2005, n. 35, conv. con modif. in I. 14 maggio 2005, n. 80, vigente ratione temporis), va ritenuta la tardività delle (sole) eccezioni formali, ossia di quelle attinenti alla regolarità della cartella di pagamento e della notificazione.
Dunque, ad avviso di questa Corte di cassazione (cfr. Cass. n. 5763 del 2002; n. 13982 del 2007; n. 26359 del 2013; n. 12333 del 2015; nn. 11515 e 18262 del 2017; n. 8543 del 2018) l’opposizione a cartella esattoriale dà luogo ad un giudizio ordinario di cognizione sui diritti ed obblighi inerenti al rapporto previdenziale obbligatorio, con la conseguenza che la ritenuta illegittimità del procedimento di iscrizione a ruolo non esime il giudice dall’accertamento nel merito della fondatezza dell’obbligo di pagamento dei premi e/o contributi.
In questi casi, quanto ai soggetti nei cui confronti si chiede l’intervento del giudice, è ovvio che trattandosi, in sostanza, di un unico atto che introduce due diverse azioni, quella relativa al merito andrà notificata all’ente creditore (art. 24, comma 5, d.lgs. n. 46 del 1999) e quella relativa alla regolarità formale della cartella al concessionario della riscossione, che è il soggetto cui è affidato l’esercizio dell’azione esecutiva (art. 10 d.P.R. n. 602 del 1973).
Stando così le cose, è evidente che non si realizza alcuna ipotesi di litisconsorzio necessario tra ente creditore e concessionario per la riscossione: la presenza di entrambi è mera conseguenza della duplicità di azioni.
Presso la Sezione Tributaria, si è formato l’orientamento ritenuto ormai consolidato, con specifico riferimento al contenzioso tributario, ma estensibile anche in materia di riscossione a mezzo ruolo di entrate non tributarie, secondo il quale il contribuente che impugni una cartella esattoriale emessa dal concessionario della riscossione per motivi che attengano alla mancata notificazione, ovvero anche all’invalidità degli atti impositivi presupposti, può agire indifferentemente nei confronti tanto dell’ente impositore quanto del concessionario senza che sia tra i due soggetti configurabile alcun litisconsorzio necessario. Resta peraltro fermo, in presenza di contestazioni involgenti il merito della pretesa impositiva, l’onere per l’agente per la riscossione di chiamare in giudizio l’ente impositore, ex art. 39 d. Igs. n. 112 del 1999, così da andare indenne dalle eventuali conseguenze negative della lite (Cass. Sez. tributaria n. 11468 del 2018, in conformità a Cass. Sez.S. n. 16412 del 2007, che richiama Cass. ord. 1532 del 2012; ord. n. 21220 del 2012; ord. n. 9762 del 2014; ord. n. 10528 del 2017 ed altre).
La Sezione lavoro con la sentenza n. 594 del 2016, seguita da Cass. n. 12450 del 2016 e da Cass., Sez. civ. I, n. 29806 del 2017, in contrasto con tale orientamento, ha ritenuto che nell’opposizione proposta ai sensi dell’art. 615 cod. proc. civ. nei confronti del solo ente creditore, sussiste la legittimazione passiva necessaria del concessionario allorché si deduca un vizio di notifica degli atti (nella specie, l’omessa tempestiva notifica della cartella determinante la prescrizione del credito) che, in caso di accoglimento dell’opposizione, potrebbe incidere sul rapporto con l’ente impositore, titolare della potestà sanzionatoria sottesa al conseguente inserimento nei ruoli trasmessi.
Più recentemente, tuttavia, questa Sezione Lavoro ha diversamente valutato la questione (Cass. n. 5625 del 2019) e ritenuto che, in effetti, l’ordine di integrazione del contraddittorio da parte del giudice di primo grado non si giustifica ove l’oggetto del contendere riguardi questioni attinenti al solo creditore procedente …
Il disposto dell’art. 39 d.lgs. n. 112 del 1999 non è applicabile ove, come nel caso di specie, l’opponente non abbia prospettato alcun vizio formale degli atti esecutivi, se non quello, proposto in via incidentale, relativo alla notifica della cartella al fine di impedire la pronuncia di decadenza, ed abbia chiesto l’accertamento negativo del diritto di credito oggetto della riscossione; in ogni caso, tale disposizione, lungi dal configurare un’ipotesi espressa di litisconsorzio necessario, costituisce solo il riconoscimento di un interesse in capo all’agente per la riscossione a chiamare in giudizio l’ente creditore, ove sia stato chiamato a rispondere anche in ordine a questioni relative al merito della pretesa. Essa giustifica, dunque, la chiamata in causa dell’ente creditore ex artt. 106 o 107 cod. proc. civ., ma tutto ciò esclusivamente nell’ambito del giudizio di primo grado secondo le regole processuali all’uopo previste.
Cass. n. 16297/2019
In tema di notificazione a mezzo del servizio postale della cartella esattoriale emessa per la riscossione di imposte o sanzioni amministrative, la notificazione può essere eseguita anche mediante invio, da parte dell’esattore, di lettera raccomandata con avviso di ricevimento, nel qual caso si ha per avvenuta alla data indicata nell’avviso di ricevimento sottoscritto dal ricevente o dal consegnatario (nella specie, il portiere), senza necessità di redigere un’apposita relata di notifica, rispondendo tale soluzione al disposto di cui all’art. 26 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, che prescrive l’onere per l’esattore di conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione di notifica o l’avviso di ricevimento, in ragione della forma di notificazione prescelta (conf. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 14327 del 19/06/2009).
Tale orientamento trova ulteriore conferma in una recente decisione (Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 29710 del 19.11.2018) secondo la quale « In tema di riscossione delle imposte, la notifica della cartella di pagamento può essere eseguita anche mediante invio diretto, da parte del concessionario, di raccomandata con avviso di ricevimento, ai sensi dell’art. 26, comma 1, seconda parte, del d.P.R. n. 602 del 1973, fermo restando che il contribuente che assuma, in concreto, la mancanza di conoscenza effettiva dell’atto per causa a sé non imputabile può chiedere, come affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 175 del 2018, la rimessione in termini ex art. 153 c.p.c.».
Cass. n. 9012/2019
In tema di riscossione mediante ruolo, i termini di decadenza per la notifica della cartella di pagamento previsti dall’art. 25 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, come modificato dal d.l. 17 giugno 2005, n.106, convertito in legge 31 luglio 2005, n. 156, non sono applicabili ai crediti degli enti previdenziali, in quanto l’art. 18 del d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, pur prevedendo l’estensione delle disposizioni di cui al capo II del titolo I e del titolo II del d.P.R. 602 del 1973 anche alle entrate riscosse mediante ruolo a norma dell’art. 17, tra cui rientrano anche i crediti degli enti previdenziali, fa salvo quanto previsto dagli articoli seguenti e dunque anche dagli artt. 24 e 25 del citato d.lgs. che, con riferimento a tali crediti, dettano una disciplina speciale per l’iscrizione a ruolo e la relativa opposizione (Cass. n. 22436 del 03/11/2015; Cass. n. 12631 del 05/06/2014).
E’ stato anche precisato che: “In tema di riscossione delle imposte sui redditi il termine per la notifica della cartella di pagamento, individuato nell’ultimo giorno del quarto mese successivo a quello di consegna del ruolo dal d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 25, comma 1, attiene unicamente al rapporto fra ente impositore ed esattore e non rileva nei confronti del contribuente, con la conseguenza che la sua violazione non comporta nullità della procedura esecutiva” (cfr. Cass. n. 9169 del 9 aprile 2013; Cass. n. 1837 del 28 gennaio 2010).
Cass. n. 19508/2018
Questa Corte di legittimità, (Cass. 17248 del 2017; n. 21562 del 2017; n. 16949 del 2014) ha affermato che la notifica della cartella esattoriale relativa a contributi omessi può avvenire anche mediante invio diretto, da parte del concessionario, di lettera raccomandata con avviso di ricevimento, in quanto la seconda parte del comma 1 dell’art. 26 del d.P.R. n. 602 del 1973 prevede una modalità di notifica, integralmente affidata al concessionario stesso ed all’ufficiale postale, alternativa rispetto a quella della prima parte della medesima disposizione e di competenza esclusiva dei soggetti ivi indicati. In tal caso, la notifica si perfeziona con la ricezione del destinatario alla data risultante dall’avviso di ricevimento, senza necessità di un’apposita relata, visto che è l’ufficiale postale a garantirne, nel menzionato avviso, l’esecuzione effettuata su istanza del soggetto legittimato e l’effettiva coincidenza tra destinatario e consegnatario della cartella, come confermato implicitamente dal penultimo comma del citato art. 26, secondo cui il concessionario è obbligato a conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o con l’avviso di ricevimento, in ragione della forma di notificazione prescelta, al fine di esibirla su richiesta del contribuente o dell’amministrazione (conf. Cass. n. 19270/2018).
Cass. 9130/2018
In base al combinato disposto degli artt. 18 del d.lgs. n. 46 del 1999, 26 del d.P.R. n. 602 del 1973 e 60 del d.P.R. n. 600 del 1973 (quest’ultima disposizione interpretata alla luce della sentenza di illegittimità della Corte Costituzionale n. 258/2012) la notifica della cartella esattoriale a destinatario di cui è conosciuta la residenza ma temporaneamente irreperibile si effettua a norma dell’art. 140 cod. proc. civ. che prevede, ai fini del perfezionamento della notifica, il deposito della copia dell’atto da notificare presso il Comune ove la notifica deve essere eseguita, l’affissione dell’avviso del deposito alla porta dell’abitazione, l’invio della notizia tramite raccomandata con avviso di ricevimento.
Cass. n. 8417/2018
La notifica della cartella esattoriale può avvenire anche mediante invio diretto, da parte del concessionario, di lettera raccomandata con avviso di ricevimento, in quanto il d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 26, comma 1, seconda parte, prevede una modalità di notifica, integralmente affidata al concessionario stesso ed all’ufficiale postale, alternativa rispetto a quella della prima parte della medesima disposizione e di competenza esclusiva dei soggetti ivi indicati ed in tali espressi termini.
La notificazione della cartella di pagamento è disciplinata dal d.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, anche dopo la modificazione apportata a quest’ultima norma con il D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 12, sicché la notifica può essere eseguita direttamente da parte dell’esattore mediante raccomandata con avviso di ricevimento; che, pertanto, (in termini: Cass., ord. 13 giugno 2016, n. 12083), qualora come, nel caso di specie, la notifica della cartella di pagamento sia eseguita, ai sensi del d.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, comma 1, seconda parte, mediante invio diretto, da parte del concessionario, di raccomandata con avviso di ricevimento, trovano applicazione le norme concernenti il servizio postale ordinario e non quelle della legge n. 890 del 1982, sicché è valida la notifica della cartella non ricevuta dal destinatario personalmente senza che occorra l’invio di una seconda raccomandata (si vedano: Cass. 19 marzo 2014, n. 6395; Cass. 6 marzo 2015, n. 4567; Cass. 15 giugno 2016, n. 12351).
VERBALE DI ACCERTAMENTO – VALIDITA’ – IMPUGNAZIONE – EFFETTI
VERBALI DI ACCERTAMENTO – CONTENUTO – PRETESA CONTRIBUTIVA – ONERE PROBATORIO
Cass. n. 19577/2019
Nel giudizio promosso dal contribuente per l’accertamento negativo del credito previdenziale, incombe all’INPS l’onere di provare i fatti costitutivi della pretesa contributiva che l’Istituto fondi su rapporto ispettivo ed, a tal fine, il rapporto ispettivo dei funzionari dell’ente previdenziale, pur non facendo piena prova fino a querela di falso, è attendibile fino a prova contraria, quando esprime gli elementi da cui trae origine (in particolare, mediante allegazione delle dichiarazioni rese da terzi), restando, comunque, liberamente valutabile dal giudice in concorso con gli altri elementi probatori ( Cass. 14965 del 2012).
Cass. n. 16303/2019
Laddove l’agente della riscossione produca in giudizio copia fotostatica della relata di notifica o dell’avviso di ricevimento (recanti il numero identificativo della cartella), e l’obbligato contesti la conformità delle copie prodotte agli originali, ai sensi dell’art. 2719 cod. civ., il giudice, che escluda, in concreto, l’esistenza di una rituale certificazione di conformità agli originali, non può limitarsi a negare ogni efficacia probatoria alle copie prodotte, in ragione della riscontrata mancanza di tale certificazione, ma deve valutare le specifiche difformità contestate alla luce degli elementi istruttori disponibili, compresi quelli di natura presuntiva, attribuendo il giusto rilievo anche all’eventuale attestazione, da parte dell’agente della riscossione, della conformità delle copie prodotte alle riproduzioni informatiche degli originali in suo possesso. (Cass. n. 24323 del 04/10/2018; Cass. n. 23902 del 11/10/2017).
Ed infatti il disconoscimento della conformità di una copia fotostatica all’originale di una scrittura non ha gli stessi effetti del disconoscimento previsto dall’art. 215, comma 2, cod. proc. civ. , perché mentre quest’ultimo, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo di questa, preclude l’utilizzazione della scrittura, il primo non impedisce che il giudice possa accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni.
Ne consegue che l’avvenuta produzione in giudizio della copia fotostatica di un documento, se impegna la parte contro la quale il documento è prodotto a prendere posizione sulla conformità della copia all’originale, tuttavia non vincola il giudice all’avvenuto disconoscimento della riproduzione, potendo egli apprezzarne l’efficacia rappresentativa (Cass. n. 12737 del 23/05/2018; Cass. n. 3122 del 17/02/2015).
Cass. n. 16049/2019
E’ corretta la pronuncia di appello nella parte in cui ha accertato il riconoscimento della maggiore attendibilità delle risultanze acquisite in sede ispettiva, rispetto alle successive dichiarazioni rese dai lavoratori, escussi come testi, pur senza annettere fede privilegiata al verbale nella parte in cui recava giudizi sulla natura subordinata dei rapporti di lavoro e riportava le dichiarazioni di terzi quali i lavoratori (Cass. 23 giugno 2008, n. 17049; 17 febbraio 2000, n. 17869).
Cass. n. 13651/2019
I verbali redatti dai funzionari degli enti previdenziali e assistenziali fanno piena prova dei fatti che i funzionari stessi attestino avvenuti in loro presenza, mentre, per le altre circostanze di fatto che i verbalizzanti segnalino di avere accertato, il materiale probatorio è liberamente valutabile e apprezzabile dal giudice, il quale può anche considerarlo prova sufficiente delle circostanze riferite al pubblico ufficiale, qualora il loro specifico contenuto probatorio o il concorso di altri elementi renda superfluo l’espletamento di ulteriori mezzi istruttori.
Cass. n. 11541/2019
I verbali redatti dai funzionari degli enti previdenziali e assistenziali o dell’Ispettorato del lavoro fanno piena prova dei fatti che i funzionari stessi attestino avvenuti in loro presenza, mentre, per le altre circostanze di fatto che i verbalizzanti segnalino di avere accertato, – fermo il principio per cui la fede privilegiata non si estende agli apprezzamenti ed alle valutazioni del verbalizzante né ai fatti di cui i pubblici ufficiali hanno avuto notizia da altre persone, ovvero ii fatti della cui verità si siano convinti in virtù di presunzioni o di personali considerazioni logiche (cfr. Cass. 7.11.2014, conf., tra le altre, a Cass. 11012/2013, Cass. 3705/2013) – il materiale probatorio è liberamente valutabile e apprezzabile dal Giudice, il quale può anche considerarlo prova sufficiente delle circostanze riferite al pubblico ufficiale, qualora il loro specifico contenuto probatorio o il concorso d’altri elementi renda superfluo l’espletamento di ulteriori mezzi istruttori (Cass. 19.5.2008 n. 12654; Cass. 22 febbraio 2005, n. 3525).
Cass. n. 1836/2019
In ordine alle circostanze apprese da terzi, rapporti ispettivi redatti dai funzionari degli istituti previdenziali, pur non facendo piena prova fino a querela di falso, per la loro natura hanno un’attendibilità che può essere infirmata solo da una prova contraria qualora il rapporto sia in grado di esprimere ogni elemento da cui trae origine, e in particolare siano allegati i verbali, che costituiscono la fonte della conoscenza riferita dall’ispettore nel rapporto e possono essere acquisiti anche con l’esercizio dei poteri ex art. 421 cod. proc. civ., sì da consentire ai giudice e alle parti . controllo e la valutazione del loro contenuto; in mancanza di acquisizione dei suddetti verbali, il rapporto ispettivo (con riguardo alle informazioni apprese da terzi) resta un elemento che il giudice può valutare in concorso con gli altri elementi probatori (Cass. sez. lav. n. 405 dei 14.1.2004).
Cass. n. 26034/2018
La circostanza che l’Istituto Previdenziale, sia dalla memoria di costituzione, abbia menzionato l’esistenza di un verbale idoneo ad interrompere la decorrenza del termine prescrizionale per far valere la pretesa contributiva, rende pacifico il fatto storico oggetto dell’eventuale accertamento giudiziale in caso di contestazione, da parte del contribuente, del decorso della prescrizione.
Il principio deve considerarsi valido anche qualora l’INPS non abbia poi, di fatto, proceduto all’allegazione del verbale (menzionato nella memoria difensiva), avvenuta successivamente, tramitee deposito in cancelleria, a seguito di richiesta formulata dal Giudice.
In questa ipotesi il Giudice correttamente esercita un potere istruttorio, consentito soltanto «con riferimento a fatti allegati dalle parti» (Cass. 6 ottobre 2016, n. 20055; Cass. 2 febbraio 2009, n. 2577; in senso analogo, sullo specifico punto, anche Cass. 28 marzo 2018, n. 7694).
La specifica indicazione del verbale da parte dell’I.N.P.S., quale atto interruttivo della prescrizione, nonché la normale sussistenza di un accertamento, secondo id quod plerumque accídit, a fondamento dell’esercizio di una pretesa previdenziale di recupero contributivo, se non sono elementi sufficienti alla prova della concreta esistenza di tale verbale, individuano tuttavia elementi concorrenti che giustificano l’approfondimento istruttorio officioso sullo specifico punto, secondo la regola appunto che ammette tale possibilità allorquando si manifesti l’esistenza di piste probatorie in una situazione di semiplena, e come tale ancora insufficiente, probatio degli elementi decisivi (Cass. 1 agosto 2013, n. 18410).
Il verbale ispettivo, rispetto alla prescrizione quinquennale, è decisivo per ritenerne l’interruzione, sicché ricorrono anche i presupposti di indispensabilità che, in primo grado non diversamente da quanto richiesto ex art. 437 c.p.c. per il grado di appello, soprassiedono all’esercizio dei poteri istruttori officiosi (Cass. 29 settembre 2016, n. 19305).
In tale quadro non ha rilievo il fatto che vi fosse stata decadenza dell’I.N.P.S. dalla indicazione dei mezzi di prova, in quanto l’acquisizione d’ufficio è permessa ed anzi, nel ricorrere dei relativi presupposti, è doverosa (Cass 25374/2017) al fine di consentire al processo di avvicinare il più possibile il raggiungimento della verità materiale (Cass. 16 ottobre 2015, n. 21006; Cass. 23 giugno 2015, n. 12902; Cass. 19305/2016).
Cass. n. 22074/2018
In ordine alle circostanze apprese da terzi, i rapporti ispettivi redatti dai funzionari degli istituti previdenziali, pur non facendo piena prova fino a querela di falso, per la loro natura hanno un’attendibilità che può essere infirmata solo da una prova contraria qualora il rapporto sia in grado di esprimere ogni elemento da cui trae origine, e in particolare siano allegati i verbali, che costituiscono la fonte della conoscenza riferita dall’ispettore nel rapporto, e possono essere acquisiti anche con l’esercizio dei poteri ex art. 421 cod.proc.civ., sì da consentire al giudice, e alle parti, il controllo e la valutazione del loro contenuto; in mancanza di acquisizione dei suddetti verbali, il rapporto ispettivo (con riguardo alle informazioni apprese da terzi) resta un elemento che il giudice può valutare in concorso con gli altri elementi probatori (cfr., da ultimo, Cass. 5 settembre 2017, n.20768 e i precedenti ivi richiamati) (conf. Cass. n. 12937/2018).
In ordine alla capacità di testimoniare dei lavoratori nelle controversie relative a contribuzioni previdenziali, la giurisprudenza maggioritaria di questa Corte ritiene (con specifico riguardo al vincolo di subordinazione) che nel giudizio tra datore di lavoro ed istituti previdenziali o assistenziali avente ad oggetto il pagamento di contributi, qualora sorga contestazione sull’esistenza del rapporto di lavoro subordinato, con conseguente necessità di preliminare accertamento di detto rapporto quale presupposto dell’obbligo contributivo, la posizione che il lavoratore assume in detto giudizio determina la sua incapacità a testimoniare, ma ciò non esclude che il giudice possa, avvalendosi dei poteri conferitigli dall’art. 421 cod. proc. civ., interrogarlo liberamente sui fatti di causa (v., fra le altre, Cass. 29 maggio 2006 n. 12729; Cass. 4 agosto 1998 n. 7661).
Cass. n. 20820/2018
Il verbale ispettivo costituisce senza dubbio materiale istruttorio utilizzabile, anche rispetto a fatti non percepiti direttamente dagli accertatori: in tali ambiti esso non è munito di efficacia fino a querela di falso, ma costituisce pur sempre documento liberamente valutabile dal giudice, in concorso con altri elementi probatori (Cass. 6 settembre 2012, n. 14965; Cass. 19 aprile 2010, n. 9251).
Cass. n. 18160/2018
L’INPS deve solo provare l’ammontare complessivo delle somme erogate ai lavoratori in costanza del rapporto di lavoro spettando, invece, al datore di lavoro provare l’ammontare delle somme sottratte all’applicazione della regola generale in ipotesi di rimborsi o indennità per trasferte, dimostrando le trasferte effettuate e l’ammontare dei rimborsi e delle indennità erogate per ciascun giorno (v., per tutte, Cass. 20 febbraio 2012, n. 2419).
Rileva, dunque, il principio generale più volte enunciato da questa Corte, secondo cui, laddove si versi in situazione di eccezione in senso riduttivo dell’obbligo contributivo, grava sul soggetto che intenda beneficiarne l’onere di provare il possesso dei requisiti che, per legge, danno diritto all’esonero (o alla detrazione) di volta in volta invocata, ricadendo sul datore di lavoro che pretenda di avere accesso ai benefici contributivi previsti in caso di trasferta dei dipendenti o di rimborso per spese di viaggio, l’onere di dimostrare la causa dell’esonero dell’assoggettamento a contribuzione (vedi, fra le altre, Cass. 22 luglio 2014, n.16639).
LITISCONSORZIO E LEGITTIMAZIONE PASSIVA
Cass. n. 24372/2019
Al di fuori dei casi in cui la legge espressamente impone la partecipazione di più soggetti al giudizio instaurato nei confronti di uno di essi, ricorre un’ipotesi di litisconsorzio necessario solo allorquando l’azione tenda alla costituzione o al mutamento di un rapporto plurisoggettivo unico oppure all’adempimento di una prestazione inscindibile, incidente su una situazione giuridica inscindibilmente comune a più soggetti, di modo che, se emanata in assenza del contraddittorio di tutte le parti interessate, la sentenza che ne scaturirebbe sarebbe priva di pratica utilità.
Pertanto, non sussiste un’ipotesi di litisconsorzio necessario nei confronti dell’ente di riscossione nel caso (come quello di cui ci si occupa) in cui il credito di natura contributiva vantato dall’Inps – al cui recupero si sia opposto il datore di lavoro sulla scorta di eccezioni di merito basate sull’asserita insussistenza di tale credito e sulla dedotta mancanza di un provvedimento giudiziale definitivo atto a giustificarne l’iscrizione a ruolo – sia stato in precedenza fatto oggetto di infruttuoso tentativo di riscossione ad opera dell’ente a ciò delegato, posto che nessuna causa di inscindibilità è data ravvisare, nell’ipotesi in esame, tra il rapporto previdenziale, esistente tra l’Inps ed il contribuente, ed il distinto rapporto che lega l’ente di riscossione a quello di previdenza ai fini esecutivi.
Cass. n. 24371/2019
L’agente per la riscossione non è litisconsorte necessario nella controversia avente ad oggetto esclusivamente il diritto di credito contributivo (nella specie, decadenza per tardiva iscrizione a ruolo, sussistenza del credito e sua estinzione per avvenuto pagamento), perché l’eventuale annullamento della cartella per vizi sostanziali produce comunque effetti “ultra partes” verso l’esattore, senza necessità che questi abbia partecipato al processo (Cass. Sez. Lav., – Ordinanza n. 5625 del 26.2.2019).
Cass. n. 16757/2019
In tema di riscossione dei contributi previdenziali mediante iscrizione a ruolo, va escluso che nel giudizio avente ad oggetto l’accertamento del credito sia configurabile un litisconsorzio necessario tra l’ente creditore e il concessionario del servizio di riscossione ed occorre attribuire alla chiamata in causa di quest’ultimo ex art. 24, comma 5, d.lgs. n. 46 del 1999 il valore di una mera litis denuntiatio, finalizzata al solo scopo di rendere noto al concessionario medesimo la pendenza della controversia e di estendergli gli effetti del futuro giudicato (cfr. Cass. n. 23984/14; Cass. n. 11687/08; Cass. n. 11274/07.
L’agente per la riscossione non è litisconsorte necessario nella controversia avente ad oggetto esclusivamente l’accertamento nel merito della pretesa contributiva dell’INPS, giacché un eventuale annullamento della cartella per vizi sostanziali produce comunque effetti ultra partes nei confronti dell’esattore, senza necessità che questi abbia partecipato al processo. Si tratta di una delle ipotesi di cd. efficacia riflessa del giudicato quando vi sia un nesso di pregiudizialità-dipendenza giuridica, che però si ha solo allorquando un rapporto giuridico, pregiudiziale o condizionante, rientri nella fattispecie di altro rapporto giuridico, dipendente o condizionato (cfr. Cass. S.U. n. 6523/08).
Del pari non sussiste litisconsorzio necessario sostanziale quando il giudizio sia stato promosso dal concessionario o, come avvenuto nel caso di specie, lo sia stato nei suoi confronti.
A riguardo non importa che la domanda abbia ad oggetto la (in)esistenza del credito, anziché la regolarità o la validità degli atti esecutivi, dal momento che l’eventuale difetto del potere di agire o resistere in ordine all’accertamento del credito non determina la necessità di procedere all’integrazione del contraddittorio nei confronti del soggetto che ne risulti effettivamente titolare, ma determina solo una questione di legittimazione, per la cui risoluzione è opportuna, ma non indispensabile (v. giurisprudenza sugli artt. 106 e 107 c.p.c. sopra citata), la partecipazione al giudizio dell’ente creditore.
E’, poi, appena il caso di notare che non determina questioni di integrità del contraddittorio ipotizzare un concorrente interesse del concessionario a partecipare ad un giudizio promosso contro l’ente creditore o viceversa, giacché ciò segnala – semmai – un interesse ad intervenire, il che è assai diverso dal litisconsorzio necessario.
Cass. n. 31488/2018
Nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale, notificata dall’istituto di credito concessionario per la riscossione di contributi previdenziali pretesi dall’INPS, la legittimazione passiva spetta unicamente a quest’ultimo ente, quale titolare della relativa potestà sanzionatoria, mentre l’eventuale domanda in opposizione, attinente a tale oggetto, formulata contestualmente anche nei confronti del concessionario della gestione del servizio di riscossione tributi, deve intendersi come mera “denuntiatio litis” che non vale ad attribuirgli la qualità di parte» (Cass. 11 novembre 2014, n. 23984).
L’assunto in merito alla qualità di lítisconsorte necessario in capo alla società di cartolarizzazione dei crediti I.N.P.S., sulla base del disposto dell’art. 13 co. 8 L. 448/1998, comunque, per avere corso, necessiterebbe della prova dell’intervenuta cessione alla predetta società di tali crediti (Cass. 11 novembre 2009, n. 26038).
Il coinvolgimento di tali enti nel processo di primo grado non comporta alcuna conseguenza rispetto al secondo grado di giudizio, atteso che né la preposizione alla riscossione, né, in assenza di prova di cessione dei crediti, la sola qualifica di soggetto preposto ai crediti I.N.P.S. cartolarizzati, determinano palesemente alcuna situazione di inscindibilità di causa.
Cass. n. 18269/2018
Nelle controversie aventi ad oggetto la debenza di tributi e contributi soggetti a riscossione mediante iscrizione a ruolo, la legittimazione del concessionario del servizio di riscossione dei tributi sussiste soltanto se l’impugnazione proposta dal debitore concerne vizi propri del procedimento esecutivo, mentre va esclusa qualora la materia del contendere attenga alla debenza del tributo o del contributo, dovendosi in tal caso integrare il contraddittorio con l’ente impositore sicché quest’ultimo resta l’unico titolare della pretesa creditoria e, ove non vengano in rilievo vizi della procedura di riscossione, la notifica dell’impugnazione al concessionario ha valore di mera denuntiatio litis, che non gli attribuisce la qualità di parte ma la stessa iscrizione a ruolo del credito e la conseguente attribuzione al concessionario della legittimazione a farlo valere in executivis hanno valenza esclusivamente processuale, nel senso che il potere rappresentativo a tal fine attribuito agli organi della riscossione non esclude la concorrente legittimazione dell’ente impositore, il quale conserva la titolarità del credito azionato (v., per tutte, Cass. 16 giugno 2016, n. 12450).
Cass. n. 13252/2018
Nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale, notificata dall’istituto concessionario per la riscossione di contributi previdenziali pretesi dall’I.N.P.S., la legittimazione passiva spetta unicamente a quest’ultimo ente, titolare della relativa potestà sanzionatoria, con la conseguenza che l’eventuale opposizione, formulata contestualmente anche nei confronti del concessionario della gestione del servizio di riscossione tributi, deve intendersi come mera denuntiatio litis (prevista dall’art. 24 del d.lgs. n. 46del 1999 nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal d.l. n. 209 del 2002, conv. in 1. n. 265 del 2002) che non vale ad attribuirgli la qualità di parte, neanche nei successivi gradi (v., fra le altre, Cass. 11 novembre 2014, n.23984).
ISCRIZIONE A RUOLO – DECADENZA
Cass. n. 15602/2019
In tema di decadenza dal potere di iscrizione a ruolo dei crediti contributivi ai sensi dell’art. 25 del d.lgs. n. 46 del 1999, la previsione di cui all’art. 38, comma 12, del d.l. n. 78 del 2010, conv. in I. n. 122 del 2010 – stabilendo che le disposizioni contenute nel citato art. 25 non si applicano, limitatamente al periodo compreso tra l’1 gennaio 2010 e il 31 dicembre 2012, ai contributi non versati e agli accertamenti notificati successivamente alla data del 10 gennaio 2004 dall’ente creditore – si pone in chiave di raccordo temporale con le precedenti proroghe cosicché, utilizzando il meccanismo della sospensione di efficacia per un triennio dell’applicazione della regola della decadenza, consente il recupero coattivo di crediti non compresi nelle proroghe operative sino alla data suddetta.
Cass. n. 9466/2019
Quella di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 25, è una decadenza processuale e non sostanziale.
Ciò è altresì confermato:
a) dal tenore testuale della norma, che parla di decadenza dall’iscrizione a ruolo del credito e non di decadenza dal diritto di credito o dalla possibilità di azionarlo nelle forme ordinarie;
b) dall’impossibilità di estendere in via analogica una decadenza dal piano processuale anche a quello sostanziale (per principio generale le norme in tema di decadenza sono di stretta interpretazione: cfr., ad esempio, Cass. 25.5.12 n. 8350);
c) dalla non conformità all’art. 24 Cost., di un’opzione interpretativa che negasse all’istituto la possibilità di agire in giudizio nelle forme ordinarie;
d) dalla ratio, evincibile anche dai lavori preparatori, dell’introduzione del meccanismo di riscossione coattiva dei crediti previdenziali a mezzo iscrizione a ruolo, intesa a fornire all’ente un più agile strumento di realizzazione dei crediti cosa che la Corte Costituzionale ha ritenuto costituzionalmente legittimo: v. ordinanza n. 111/07), non già a renderne più difficoltosa l’esazione imponendo brevi termini di decadenza;
e) dal rilievo che la scissione fra titolarità del credito previdenziale e titolarità della relativa azione esecutiva (quest’ultima in capo all’agente della riscossione) mal si concilierebbe con un’ipotesi di decadenza sostanziale;
Questa stessa Corte di cassazione, con la sentenza n. 5963 del 12 marzo 2018, cui si intende dare continuità, ha affermato che in tema di decadenza dal potere di iscrizione a ruolo dei crediti contributivi ai sensi dell’art. 25 del d.lgs. n. 46 del 1999, la previsione di cui all’art. 38, comma 12, del d.l. n. 78 del 2010, conv. in I. n. 122 del 2010 – stabilendo che le disposizioni contenute nel citato art. 25 non si applicano, limitatamente al periodo compreso tra gennaio 2010 e il 31 dicembre 2012, ai contributi non versati e agli accertamenti notificati successivamente alla data del 1° gennaio 2004 dall’ente creditore – si pone in chiave di raccordo temporale con le precedenti proroghe cosicché, utilizzando il meccanismo della sospensione di efficacia per un triennio dell’applicazione della regola della decadenza, consente il recupero coattivo di crediti non compresi nelle proroghe operative sino alla data suddetta.
Cass. n. 30130/2018
La decadenza di nuova introduzione e di cui all’art. 25, co. 1, del d.lgs. n. 46 del 1999, fu prorogata, nella propria applicazione, dagli artt. 78 della I. n. 388 del 2000, 38 della I. n. 289 del 2002 nonché 4 della I. n. 350 del 2003, così da risultare applicabile soltanto ai crediti maturati ed agli accertamenti notificati dopo l’ 1.1.2004.
Il successivo intervento del d.l. 78/2010, secondo la quale le disposizioni contenute nell’articolo 25 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, non si applicano, limitatamente al periodo compreso tra 1’1.1.2010 e il 31.12.2012, ai contributi non versati e agli accertamenti notificati successivamente alla data del 1 gennaio 2004, è differente, in quanto non si è più potuto spostare in avanti il termine inizialmente previsto dalla norma transitoria originaria ed ormai scaduto, sicché si è disposto che la regola sulla decadenza venisse privata di efficacia per un triennio;
La norma, quindi, dopo aver circoscritto la contribuzione rilevante in quella non versata ed in quella frutto degli accertamenti notificati successivamente al 1 gennaio 2004, ha disegnato il triennio di inefficacia della regola della decadenza, proiettandolo sino alla fine del 2012.
La nuova disposizione si pone, dunque, in evidente chiave di raccordo temporale con le precedenti proroghe attraverso il testuale riferimento alla data del 1.1.2004, cosicché, utilizzando il meccanismo della sospensione di efficacia per un triennio dell’applicazione della regola della decadenza, si consente il recupero coattivo di crediti non compresi nelle proroghe operative sino alla data predetta (Cass. 12 marzo 2018, n. 5963).
Data la natura meramente processuale del potere di iscrizione a ruolo e l’inesistenza di effetti estintivi dell’obbligo contributivo determinati dal verificarsi della decadenza in oggetto, non può neanche ipotizzarsi che la nuova disposizione non possa comunque incidere sulle decadenze già verificatesi nell’arco temporale compreso tra il primo gennaio 2004 ed il primo gennaio 2010 (Cass. 12 marzo 2018, n. 5963).
Cass. n. 26044/2018
In ordine alla natura ed alla funzione della decadenza prevista dall’art. 25 d.lgs. n. 46 del 1999, all’interno del complessivo sistema di riscossione dei crediti contributivi previdenziali, questa Corte di cassazione (da ultimo vd. Cass n. 5963/2018 , Cass. n. 19708 del 2017; 15211 del 2017) ha affermato, con orientamento consolidato, che :
– l’iscrizione a ruolo è solo uno dei meccanismi che la legge accorda all’INPS per il recupero dei crediti contributivi, ferma restando la possibilità che l’istituto agisca nelle forme ordinarie (su tale alternativa, per l’analoga posizione dell’INAIL, v. anche Cass. 6 agosto 2012 n. 14149);
– l’art. 25 cit. d.lgs. n. 46 del 1999 prevede in sostanza una decadenza processuale e non sostanziale e ciò è dimostrato: dal tenore testuale della norma, che parla di decadenza dall’iscrizione a ruolo del credito e non di decadenza dal diritto di credito o dalla possibilità di azionarlo nelle forme ordinarie; dall’impossibilità di estendere in via analogica una decadenza dal piano processuale anche a quello sostanziale (per principio generale le norme in tema di decadenza sono di stretta interpretazione: cfr., ad esempio, Cass. 25 maggio 2012 n. 8350); dalla non conformità all’art. 24 Cost. di un’opzione interpretativa che negasse all’istituto la possibilità di agire in giudizio nelle forme ordinarie; dalla ratio dell’introduzione del meccanismo di riscossione coattiva dei crediti previdenziali a mezzo iscrizione a ruolo, intesa a fornire all’ente un più agile strumento di realizzazione dei crediti (v. Corte cost. ord., n. 111/07), non già a renderne più difficoltosa l’esazione imponendo brevi termini di decadenza; dal rilievo che la scissione fra titolarità del credito previdenziale e titolarità della relativa azione esecutiva (quest’ultima in capo all’agente della riscossione) mal si concilierebbe con un’ipotesi di decadenza sostanziale.
Non sussiste, pertanto , la denunciata decadenza dell’Istituto dal diritto di pretendere il pagamento dei contributi e ciò a prescindere dalla formulazione di una domanda riconvenzionale di condanna, atteso che una tale richiesta è implicita nella emissione della cartella.
Cass. n. 19270/2018
Come è noto, la decadenza prevista dall’art. 25, d.lgs. n. 46/1999, non riguarda il diritto sostanziale, ma il diritto a procedere a riscossione nelle forme c.d. esattoriali (Cass. 23 febbraio 2016, n. 3486; Cass. 26 novembre 2013, n. 26395).
L’opposizione avverso una successiva cartella può essere in sé inammissibile, se con essa vengano riproposti motivi che erano da dedurre avverso la prima cartella, ma la definizione, in qualunque modo, del processo avverso la prima cartella non necessariamente preclude l’azione contro la seconda.
E’ infatti evidente che, nel lasso temporale tra la successiva notifica di due cartelle, si possono determinare fatti estintivi del diritto sostanziale – e nel caso di specie con il quarto motivo effettivamente vi sono anche rilievi in tal senso, per quanto infondati – che rendono palese come la seconda opposizione non possa essere ritenuta tout court ed in toto preclusa.
Cass. n. 15893/2018
In tema di contributi previdenziali, ai fini del computo del termine di decadenza entro il quale devono essere iscritti a ruolo i contributi ed i premi, previsto dall’art. 25, comma 1, del d.lgs. n. 46 del 1999, occorre distinguere l’ipotesi di omissione, di cui alla lett. a) del predetto articolo, da quella di evasione, di cui alla lett. b) del medesimo articolo, in quanto solo nel primo caso rileva il termine di scadenza previsto per il pagamento.
Da ciò consegue che “in virtù delle proroghe disposte dagli artt. 78 della I. n. 388 del 2000, 38 della I. n. 289 del 2002 nonché 4 della L. n. 350 del 2003, la decadenza opera solo per i contributi maturati – nel caso di omissione – ovvero accertati mediante atto notificato al debitore – in caso di evasione – in data antecedente al 1 gennaio 2004”; con l’effetto ultimo – si precisa in motivazione – per cui “in virtù delle proroghe disposte dagli artt. 78 della I. n. 388 del 2000, 38 della I. n. 289 del 2002 nonché 4 della I. n. 350 del 2003, i contributi e i premi il cui termine di pagamento è maturato successivamente al 1.1.2004 devono essere iscritti a ruolo entro il 31 dicembre dell’anno successivo e che altrettanto vale per i contributi che abbiano formato oggetto di accertamento notificato in epoca successiva all’anzidetta data del 1.1.2004, indipendentemente dal tempo della loro maturazione” (Cass. 22 maggio 2017, n. 12819).
Opera la sospensione del regime della decadenza stabilita dall’art. 38, comma 12, del d.l. 78/2010, convertito in L. 122/2010 in relazione ai contributi non versati e agli accertamenti notificati successivamente alla data del 1 gennaio 2004.
Secondo quest’ultima norma le disposizioni contenute nell’articolo 25 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, non si applicano, limitatamente al periodo compreso tra 1’1.1.2010 e il 31.12.2012, ai contributi non versati e agli accertamenti notificati successivamente alla data del 1 gennaio 2004.
Si è in proposito ritenuto e va qui condiviso che “è chiaro l’intento del legislatore, come per i precedenti interventi di proroga, di dilazionare l’applicazione della regola decadenziale.
Naturalmente la tecnica è differente in quanto il nuovo intervento non ha potuto (come è ovvio dato il tempo trascorso dall’ultima modifica di cui alla legge n. 350 del 2003) spostare il termine inizialmente previsto dalla norma transitoria originaria ed ha disposto che la regola sulla decadenza venga privata di efficacia per un triennio. La norma, quindi, dopo aver circoscritto la contribuzione rilevante in quella non versata ed in quella frutto degli accertamenti notificati successivamente al 10 gennaio 2004, disegna il triennio di inefficacia della regola della decadenza proiettandolo sino alla fine del 2012. La nuova disposizione si pone, dunque, in evidente chiave di raccordo temporale con le precedenti proroghe attraverso il testuale riferimento alla data del 1 gennaio 2004, cosicché, utilizzando il meccanismo della sospensione di efficacia per un triennio dell’applicazione della regola della decadenza, si consente il recupero coattivo di crediti non compresi nelle proroghe operative sino alla data predetta.
Inoltre, data la natura meramente processuale del potere di iscrizione a ruolo e l’inesistenza di effetti estintivi dell’obbligo contributivo determinati dal verificarsi della decadenza in oggetto, non può neanche ipotizzarsi che la nuova disposizione non possa comunque incidere sulle decadenze già verificatesi nell’arco temporale compreso tra il primo gennaio 2004 ed il primo gennaio 2010” dovendosi concludere che l’art. 38, comma 12, d. I. n. 78 cit. “ha, in sostanza, neutralizzato gli effetti dell’applicazione dell’art. 25 d.lgs. n. 46 del 1999” in ordine alla contribuzione accertata in sede ispettiva dopo l’ 1 gennaio 2004 ed iscritta a ruolo successivamente (Cass. 12 marzo 2018, n. 5963).
Cass. n. 15487/2019
L’iscrizione ipotecaria ex art. 77 del d.P.R. n. 602 del 1973 si pone come procedura alternativa all’esecuzione forzata, sicché la contestazione del diritto dell’esattore ad iscrivere l’ipoteca assume le forme di un’azione di accertamento negativo, svincolata dagli schemi delle opposizioni esecutive e sottratta, anche quando risulti affidata a motivi formali, al termine decadenziale ex art. 617 cod.proc.civ. (Cass. n. 25745 del 2015).
Cass. n. 2428/2019
Nel caso di iscrizione ipotecaria diretta al soddisfacimento coattivo di una obbligazione contributiva, la tutela giudiziaria esperibile deve realizzarsi davanti al giudice ordinario con il rito previsto per le controversie individuali di lavoro e con le forme dell’opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., ovvero con quelle dell’opposizione agli atti esecutivi, ex art. 617 c.p.c ( Cass. n. 95553 del 2014; Cass. n. 22730 del 2012).l
La definitività dell’accertamento relativo alla sussistenza dei crediti contributivi portati dalle cartelle è effetto della mancata opposizione alle medesime (tra le tante vd. Cass. n. 4978 del 2015; n. 21365 del 2010), ma non impedisce certo l’accertamento della prescrizione, o di fatti comunque estintivi del credito, eventualmente maturati successivamente alla notifica delle cartelle in oggetto, coperte dall’azione generale prevista dall’art. 615 cod.proc.civ. (Cass. n. 16024 del 2016).
Cass. n. 26842/2018
Ai sensi dell’art. 635 cod.proc.civ.,per i crediti derivanti da omesso versamento dei contributi previdenziali e\o assistenziali, costituiscono prove idonee ai fini della emissione del decreto ingiuntivo ai sensi dell’art. 635, comma secondo cod. proc. civ., anche le attestazioni del direttore della sede provinciale dell’ente creditore, che possono fornire utili elementi di valutazione anche nell’eventuale, successivo giudizio di opposizione pur non essendo forniti di completa efficacia probatoria, posto che la sentenza impugnata ha ritenuto che le difese della società non fossero riuscite a scalfire il complesso delle specifiche allegazioni contenute negli attestati elaborati dall’Inps.
La costante giurisprudenza di questa Corte di cassazione ha elaborato una ricostruzione sistematica dello schema delle tutele processuali riconosciute attraverso il regime dell’opposizione a cartella ex art. 24 d.lgs. n. 46 del 1999, riconducendo tale opposizione allo stesso schema generale dell’opposizione a decreto ingiuntivo ( Cass. n. 14149 del 2012; n. 26395 del 2013).
SOMME AGGIUNTIVE – SANZIONI CIVILI
Cass. n. 24618/2019
Il contrasto interpretativo sorto all’interno della sezione lavoro, con riferimento alla disposizione di cui all’art. 116, comma 8, della legge n. 388/2000, è stato risolto da Cass. sez. lav. n. 28966/2011, in sostanziale adesione con quanto già ritenuto da Cass. 11261/2010 e confermato dalle successive decisioni n. 10509 del 25/6/2012 e n. 17119 del 25/8/2015 di questa stessa sezione, per cui non vi è ragione di discostarsi da tale consolidato orientamento al quale si intende dare continuità.
Nella sentenza n. 28966 del 27/12/2011 della Sezione Lavoro di questa Corte si è, infatti, statuito che “in tema di obbligazioni contributive nei confronti delle gestioni previdenziali ed assistenziali, l’omessa o infedele denuncia mensile all’INPS (attraverso i cosiddetti modelli DM10) di rapporti di lavoro o di retribuzioni erogate, ancorché registrati nei libri di cui è obbligatoria la tenuta, concretizza l’ipotesi di “evasione contributiva” di cui all’art. 116, comma 8, lett. B), della legge n. 388 del 2000, e non la meno grave fattispecie di “omissione contributiva” di cui alla lettera A) della medesima norma, che riguarda le sole ipotesi in cui il datore di lavoro, pur avendo provveduto a tutte le denunce e registrazioni obbligatorie, ometta il pagamento dei contributi, dovendosi ritenere che l’omessa o infedele denuncia configuri occultamento dei rapporti o delle retribuzioni o di entrambi e faccia presumere l’esistenza della volontà datoriale di realizzare tale occultamento allo specifico fine di non versare i contributi o i premi dovuti; conseguentemente, grava sul datore di lavoro inadempiente l’onere di provare la mancanza dell’intento fraudolento e, quindi, la sua buona fede, onere che non può tuttavia reputarsi assolto in ragione della avvenuta corretta annotazione dei dati, omessi o infedelmente riportati nelle denunce, sui libri di cui è obbligatoria la tenuta.”
In particolare, nel richiamato precedente si è posto l’accento sulla constatazione che nella legge n. 388 del 2000, art. 116, comma 8, lett. a), viene fatto riferimento al mancato o ritardato pagamento di contributi o premi, il cui ammontare è rilevabile dalle denunce “e/o” registrazioni obbligatorie, mentre la locuzione adoperata alla lett. b) del medesimo articolo (“in caso di evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero”) si caratterizza per l’uso della disgiuntiva “o” fra le registrazioni e le denunce obbligatorie, il che, sotto il profilo strettamente letterale, indica una sostanziale parificazione della possibile connessione dell’evasione rispetto all’una o all’altra tipologia di adempimenti; ne discende che l’omissione o l’infedeltà anche soltanto delle denunce obbligatorie non è di ostacolo a configurare l’ipotesi dell’evasione; a mente dell’art. 116, comma 8, lett. a) L. n. 388 cit. si avrà, dunque, l’ipotesi dell’evasione laddove vi sia: occultamento di rapporti di lavoro ovvero di retribuzione erogate; tale occultamento sia stato attuato con l’intenzione specifica di non versare i contributi o i premi, ossia con un comportamento volontario finalizzato allo scopo indicato.
Cass. n. 12533/2019
L’obbligazione relativa alle somme aggiuntive, che il datore di lavoro è tenuto a versare in caso di omesso o ritardato pagamento dei contributi assicurativi, ha natura di sanzione civile e non amministrativa, costituendo una conseguenza automatica dell’inadempimento o del ritardo, legalmente predeterminata, introdotta nell’ordinamento al fine di rafforzare l’obbligazione contributiva e risarcire, in misura predeterminata dalla legge, con una presunzione juris et de jure, il danno cagionato all’istituto assicuratore (cfr., ex multis, Cass. 18 dicembre 2017, n. 30363; Cass. 19 giugno 2009, n. 14475; Cass. 10 agosto 2008, n. 24358; Cass. 19 giugno 2000, n. 8323).
La funzione essenzialmente risarcitoria, volta a quantificare, in via preventiva e forfettaria, il danno subito dall’ente previdenziale, è stata ribadita anche dal Giudice delle leggi (v. Corte Cost. n. 254 del 2014).
In più occasioni questa Corte ha riaffermato, sia pure per delibare il regime prescrizionale applicabile, e con indirizzo prevalente, che le sanzioni civili hanno la stessa natura giuridica dell’obbligazione principale e restano soggette al medesimo regime prescrizionale (cfr., fra le altre, Cass 20 giugno 2018, n.16262 e i precedenti ivi richiamati).
Anche a voler sostenere (come già rilevato da Cass. n.30363 del 2017 cit.) una natura diversa delle sanzioni rispetto ai crediti contributivi, in ragione della diversità di disciplina, dei diversi presupposti che ne scaturiscono ed anche in considerazione di espresse disposizioni di legge (si pensi alle norme del codice civile in materia di privilegi: artt. 2754 e 2788 cod.civ.), la diversa natura non elimina il fondamentale carattere di accessorietà, evocato dalla disciplina legislativa che obbliga il contribuente inadempiente al pagamento di una somma aggiuntiva a titolo di sanzione civile in ragione d’anno.
Anche le Sezioni unite della Corte (sentenza 13 marzo 2015, n. 5076), intervenendo in tema di estensione al credito per sanzioni civili degli effetti degli atti interruttivi posti in essere con riferimento al credito contributivo, hanno precisato che, sotto il profilo normativo, le somme aggiuntive appartengono alla categoria delle sanzioni civili, si applicano automaticamente in caso di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi assicurativi e consistono in una somma ex lege predeterminata il cui credito sorge de iure alla scadenza del termine legale per il pagamento del debito contributivo, in relazione al periodo di contribuzione.
Vi è, quindi, tra la sanzione civile e l’omissione contributiva, cui la sanzione civile inerisce, un vincolo di dipendenza funzionale, contrassegnato dall’automatismo della sanzione civile rispetto all’omesso o ritardato pagamento e come tale incidente non solo geneticamente sul rapporto dell’una rispetto all’altra ma anche dopo l’irrogazione della sanzione, sì che le vicende che attengono all’omesso o ritardato – pagamento dei contributi non possono non riguardare, stante il legame di automaticità funzionale, anche le somme aggiuntive che, sorgendo automaticamente alla scadenza del termine legale per il pagamento del debito contributivo, rimangono a questo debito continuativamente collegate in via giuridica.
L’automaticità funzionale, legalmente predeterminata, della sanzione civile rispetto all’obbligazione contributiva, esclude non solo la rilevanza dell’elemento soggettivo ma anche l’incidenza di un provvedimento sospensivo che, peraltro, porrebbe in condizioni differenti l’obbligato che se ne possa avvalere rispetto a chi detto provvedimento giudiziale non abbia ottenuto, con la conseguenza che la durata del processo inciderebbe diversamente a seconda dell’intervenuta sospensione o meno.
Cass. n. 3183/2019
In tema di sanzioni civili per omissioni contributive, la legge n. 388 del 2000, in deroga al principio “tempus regit actum”, ha sancito la generalizzata applicazione del sistema sanzionatorio previsto dalla legge n. 662 del 1996 a tutte le omissioni contributive, in qualunque tempo poste in essere, purché esistenti ed accertate alla data del 30 settembre 2000, contemperando la “voluntas legis”, da un lato, di applicare con effetto retroattivo la nuova disciplina più favorevole agli obbligati di cui all’art. 116, commi da 8 a 17 e, dall’altro, di evitare di interferire sulle attività di cartolarizzazione e di iscrizione a ruolo, già effettuate sulla base della disciplina precedente. In tal modo sono state tenute ferme le penalità di cui alla legge n. 662 citata e, nel contempo, è stato riconosciuto alle aziende sanzionate in modo più consistente un credito contributivo allo scopo di alleggerirne l’impatto, con disciplina di intrinseca ragionevolezza» (Cass. 1 settembre 2009, n. 22001, v. anche Cass. 27 gennaio 2015, n. 1476).
Cass. n. 2020/2019
Alla fattispecie di riscossione esattoriale di crediti contributivi non trova applicazione la violazione dell’art. 14 I. n. 689 del 1981 posto che il procedimento previsto dalla I. n. 689 del 1981 per l’irrogazione delle sanzioni amministrative e i requisiti di legittimità ed efficacia del relativo procedimento, non si estendono alla richiesta di adempimento delle obbligazioni previdenziali (Cass. n. 2132 del 2018).
Le somme aggiuntive costituiscono una conseguenza automatica dell’inadempimento o del ritardo, in funzione del rafforzamento dell’obbligazione contributiva e di predeterminazione legale, con presunzione “iuris et de iure”, del danno cagionato all’ente previdenziale, sicché non è consentita alcuna indagine sull’imputabilità o sulla colpa in ordine all’omissione o al ritardo del pagamento della contribuzione al fine di escludere o ridurre l’obbligo suindicato (Cass. 24358 del 2008), dunque non è dovuta alcuna specifica giustificazione circa la loro applicazione.
Quand’anche fosse intervenuta la decadenza per tardiva iscrizione a ruolo dei crediti, ciò non potrebbe produrre alcun effetto sull’accertamento dell’obbligo giacché l’INPS, pur non potendo più avvalersi del suddetto titolo esecutivo, può sempre chiedere la condanna al corrispondente adempimento nel medesimo giudizio, senza mutare la domanda (Cass. n. 3486 del 2016).
Cass. n. 1384/2019
L’art. 116, c. 10, L. n. 388/2000, pone come premessa per la riduzione delle sanzioni civili, in caso di ritardato o omesso pagamento dei contributi «derivanti da oggettive incertezze connesse a contrastanti ovvero sopravvenuti diversi orientamenti giurisprudenziali o determinazioni amministrative sulla ricorrenza dell’obbligo contributivo successivamente riconosciuto in sede giurisdizionale o amministrativa in relazione alla particolare rilevanza delle incertezze interpretative che hanno dato luogo alla inadempienza», l’integrale pagamento dei contributi e dei premi dovuti alle gestioni previdenziali e assistenziali.
Cass. n. 25545/2018
L’obbligazione relativa alle somme aggiuntive, che il datore di lavoro è tenuto a versare in caso di omesso o ritardato pagamento dei contributi assicurativi, ha natura di sanzione civile e non amministrativa, costituendo una conseguenza automatica dell’inadempimento o del ritardo, legalmente predeterminata, introdotta nell’ordinamento al fine di rafforzare l’obbligazione contributiva e risarcire, in misura predeterminata dalla legge, con una presunzione juris et de jure, il danno cagionato all’istituto assicuratore (cfr., ex multis, Cass. n. 30363/2017; Cass. n. 16262/2018; Cass. n. 14475/2009; Cass. n. 24358/2008; Cass. n. 8323/2000).
La funzione essenzialmente risarcitoria, volte a quantificare, in via preventiva e forfettaria, il danno subito dall’ente previdenziale, è stata ribadita anche dal Giudice delle leggi (v. Corte Cost. n. 254 del 2014) ed in più occasioni questa Corte ha ribadito, sia pure al fine di individuare il regime prescrizionale applicabile, e con indirizzo prevalente, che le sanzioni civili hanno la stessa natura giuridica dell’obbligazione principale e, pertanto, restano soggette al medesimo regime prescrizionale (cfr. Cass. 4 aprile 2008, n. 8814; Cass. 21 dicembre 2010, n. 25906; Cass. 22 febbraio 2012, n. 2620; Cass. 20 febbraio 2014, n. 4050 e, in precedenza, Cass. 12 maggio 2004 n. 9054; Cass. 15 gennaio 1986 n. 194).
Inoltre, come già rilevato da Cass. n.30363 del 2017, qualora si ritenesse una natura diversa delle sanzioni rispetto ai crediti
contributivi, in ragione della diversità di disciplina, dei diversi presupposti che ne scaturiscono ed anche in considerazione di espresse disposizioni di legge (si pensi alle norme del codice civile in materia di privilegi: artt. 2754 e 2788 c.c.), la diversa natura non elimina il fondamentale carattere di accessorietà, evocato dalla disciplina legislativa che obbliga il contribuente inadempiente al pagamento di una somma aggiuntiva a titolo di sanzione civile in ragione d’anno.
Cass. n. 18259/2018
Sotto il profilo normativo, le somme aggiuntive appartengono alla categoria delle sanzioni civili, vengono applicate automaticamente in caso di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi assicurativi e consistono in una somma ex lege predeterminata il cui relativo credito sorge de iure alla scadenza del termine legale per il pagamento del debito contributivo, in relazione al periodo di contribuzione.
Vi è, quindi, tra la sanzione civile di cui trattasi e l’omissione contributiva, cui la sanzione civile inerisce, un vincolo di dipendenza funzionale che in quanto contrassegnato dall’automatismo della sanzione civile rispetto all’omesso o ritardato pagamento incide, non solo geneticamente sul rapporto dell’una rispetto all’altra, ma conserva questo suo legame di automaticità funzionale anche dopo l’irrogazione della sanzione, sì che le vicende che attengono all’omesso o ritardato- pagamento dei contributi non possono non riguardare, proprio per il rilevato legame di automaticità funzionale, anche le somme aggiuntive che, come detto, sorgendo automaticamente alla scadenza del termine legale per il pagamento del debito contributivo rimangono a questo debito continuativamente collegate in via giuridica (Cass. S.U. n. 5076/2015).
L’automaticità funzionale, legalmente predeterminata, della sanzione civile rispetto all’obbligazione contributiva, porta ad includere, nell’affermata responsabilità solidale, di cui all’art. 29, d.lgs. n. 276/2003, anche le sanzioni civili.
Simile principio deve valersi per tutte le contestazioni antecedenti alle modifiche intervenute con decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 (art. 21, comma 1), che redisciplinando la responsabilità solidale negli appalti ha sanzionato, per l’omissione contributiva, solo il responsabile dell’inadempimento, escludendo le sanzioni dal vincolo solidale.
Detta disposizione, infatti, non contiene elementi per indurre l’interprete a predicarne il valore interpretativo e, in quanto tale, retroattivo secondo i criteri fissati dalla giurisprudenza costituzionale (sull’efficacia innovativa e non interpretativa, si veda, per tutte, Corte cost. nn. 271 e 257 del 2011, 209 del 2010, 24 del 2009 e 170 del 2008).
L’interpretazione nel senso della natura innovativa della predetta disposizione non comporta l’irragionevole risultato del diverso regime di responsabilità solidale, per le sanzioni civili, secondo la collocazione temporale dell’inadempimento dell’appaltatore.
Vale richiamare, al riguardo, i principi più volte ribaditi dal Giudice delle leggi, e riaffermati anche con la sentenza n. 254 del 2014 che, nel ritenere infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 29, comma 2, del d.lgs. n. 276 del 2003, modificato dall’art. 1, comma 911, della legge n. 296 del 2006, e nel solco della costante giurisprudenza costituzionale, ha ritenuto non contrastare, di per sé, con il principio di eguaglianza un trattamento differenziato applicato alle stesse fattispecie, ma in momenti diversi nel tempo, poiché il fluire del tempo può costituire un valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche (v. Corte cost. n.254 del 2014 cit. e i precedenti ivi richiamati).
Cass. n. 16691/2018
Questa Corte (v., fra le altre, Cass. 4 aprile 2007, n.8462), nell’interpretazione dell’all’art.3, comma 3, del decreto-legge convertito in legge 29 luglio 1996, n .402, ha rimarcato la correlazione tra accertamento ispettivo in materia previdenziale e assicurativa, notificazione alla parte del verbale ispettivo anche nei casi di constatata regolarità e preclusione dell’ulteriore accertamento in ordine agli adempimenti amministrativi e contributivi relativi al periodo di paga anteriore alla data dell’accertamento ispettivo, in caso di constatata regolarità (o di successiva regolarizzazione) e ha ravvisato la ratio della novellata disposizione nella tutela dell’affidamento del privato all’esito del positivo vaglio dell’accertamento ispettivo, o che si sia indotto alla regolarizzazione, amministrativa e contributiva, conformandosi all’esito dell’accertamento dell’organo deputato alla verifica della regolarità degli obblighi gravanti sul datore di lavoro.
La sentenza, in materia di potere sanzionatorio in capo all’INPGI ha affermato:
In caso di omesso o ritardato pagamento di contributi previdenziali all’INPGI, privatizzato ai sensi del d.lgs. n. 509 del 1994, la disciplina sanzionatoria prevista dall’art. 116 della legge n. 388 del 2000 non si applica automaticamente poiché l’Istituto, per assicurare l’equilibrio del proprio bilancio, ha il potere di adottare autonome deliberazioni, soggette ad approvazione ministeriale, fermo l’obbligo, a norma dell’art. 76 della legge n. 388 del 2000, di coordinare l’esercizio di tale potere con le norme che regolano il regime delle prestazioni e dei contributi delle forme di previdenza sociale obbligatoria, sicché il nuovo regime sanzionatorio è inapplicabile alle obbligazioni contributive riferite a periodi antecedenti al recepimento della disciplina da parte dell’istituto (fra le altre, Cass. 12 maggio 2006, n. 11023; Cass. 16 ottobre 2007, n. 21612; Cass. 6 giugno 2011, n. 12208; Cass. 19 gennaio 2016, n. 838).
Cass. n. 10523/2018
In materia di sanzioni per il ritardato o l’omesso pagamento di contributi previdenziali, resta escluso che in una controversia relativa alle sanzioni civili e interessi per omesso versamento di contributi dovuti all’INPS, possa rilevare lo ius superveniens di cui all’art. 116 della legge n. 388 del 2000, contenente norme più favorevoli ai contribuenti, atteso che nessuna di tali disposizioni induce a ritenerne la retroattività, e il riferimento, al comma 18, ai crediti già accertati al 30 settembre 2000, esclude la deroga al principio di irretroattività quanto all’obbligo d’immediato pagamento delle predette sanzioni, limitandosi la norma a prevedere un meccanismo di conguaglio per la differenza tra il dovuto e il calcolato ai sensi dei commi precedenti Cass. n. 2112/2016).
Cass. n. 9898/2018
In tema di obbligazioni contributive nei confronti delle gestioni previdenziali ed assistenziali, l’omessa o infedele denuncia mensile all’INPS (attraverso i cosiddetti modelli DM10) di rapporti di lavoro o di retribuzioni erogate, ancorché registrati nei libri di cui è obbligatoria la tenuta, concretizza l’ipotesi di “evasione contributiva” di cui all’art. 116, comma 8, lett. B), della legge n. 388 del 2000, e non la meno grave fattispecie di “omissione contributiva” di cui alla lettera A) della medesima norma, che riguarda le sole ipotesi in cui il datore di lavoro, pur avendo provveduto a tutte le denunce e registrazioni obbligatorie, ometta il pagamento dei contributi, dovendosi ritenere che l’omessa o infedele denuncia configuri occultamento dei rapporti o delle retribuzioni o di entrambi e faccia presumere l’esistenza della volontà datoriale di realizzare tale occultamento allo specifico fine di non versare i contributi o i premi dovuti.
Conseguentemente grava sul datore di lavoro inadempiente l’onere di provare la mancanza dell’intento fraudolento e, quindi, la sua buona fede, onere che non può tuttavia reputarsi assolto in ragione della avvenuta corretta annotazione dei dati, omessi o infedelmente riportati nelle denunce, sui libri di cui è obbligatoria la tenuta (conf. a Cass. 11261/2010 e confermato dalle successive decisioni n. 10509 del 25/6/2012 e n, 17119 del 25/8/2015 di questa stessa Sezione).
A mente dell’art. 116, comma 8, lett. 2) L n. 388 cit. si ha l’ipotesi dell’evasione laddove vi sia occultamento di rapporti di lavoro ovvero di retribuzione erogate e tale occultamento sia stato attuato con l’intenzione specifica di non versare i contibruti o i premi, ossia con un comportamento volontario finalizzato allo scopo indicato.
Il termine occultamento non indica necessariamente l’assoluta mancanza di qualsivoglia elemento documentale che renda possibile l’eventuale accertamento della posizione lavorativa o delle retribuzioni, posto che anche soltanto attraverso la mancata (e incompleta non conforme al vero) denuncia obbligatoria viene celata all’ente previdenziale (e, quindi, occultata) l’effettiva sussistenza dei presupposi fattuali dell’imposizione e ciò, si badi, proprio attraverso l’adempimento funzionalmente diretto a consentire all’Istituto l’agevole conoscenza, mese. per mese, del proprio credito contributivo.
CAUSE DI SOSPENSIONE DELLA PRESCRIZIONE
Cass. n. 12532/2019
L’impossibilità di far valere il diritto, alla quale l’art. 2935 c. c. attribuisce rilevanza di fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione, è solo quella che deriva da cause giuridiche che ne ostacolino l’esercizio e non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto, per i quali il successivo art. 2941 c.c. prevede solo specifiche e tassative ipotesi di sospensione, tra le quali, salva l’ipotesi di dolo prevista dal n. 8 del citato articolo, non rientra l’ignoranza, da parte del titolare, del fatto generatore del suo diritto, il dubbio soggettivo sull’esistenza di tale diritto, né il ritardo indotto dalla necessità del suo accertamento» (Cass. 26 maggio 2015, n. 10828; Cass. 6 ottobre 2014, n. 21026).
CAUSE DI ESTINZIONE DEL GIUDIZIO
Cass. n. 11540/2019
In presenza della dichiarazione del debitore di avvalersi della definizione agevolata con impegno a rinunciare al giudizio ai sensi dell’art. 6 del d.I n. 193 del 2016, conv. con modif. in I. n. 225 del 2016, cui sia seguita la comunicazione dell’esattore ai sensi del comma 3 di tale norma, il giudizio di cassazione deve essere dichiarato estinto, ex art. 391 c.p.c., rispettivamente per rinuncia del debitore, qualora egli sia ricorrente, ovvero perché ricorre un caso di estinzione “ex lege”, qualora sia resistente o intimato; in entrambe le ipotesi, peraltro, deve essere dichiarata la cessazione della materia del contendere qualora risulti, al momento della decisione, che il debitore abbia anche provveduto al pagamento integrale del debito rateizzato (Cass. n. 24083 del 2018).
Cass. n. 5624/2019
“In tema di controversie previdenziali, l’art. 38, comma 1, lett. a), del d.l. n. 98 del 2011, conv. con modif. in I. n. 211 del 2011, nella parte in cui prevede l’estinzione di diritto dei processi previdenziali pendenti in primo grado alla data del 31 dicembre 2010, di cui è parte l’INPS ed il cui valore non superi complessivamente euro 500,00, si applica ai soli processi relativi a prestazioni, aventi cioè ad oggetto una pretesa economica da riconoscere a favore del privato ricorrente, con esclusione, quindi, di quelli in materia contributiva, in cui sia l’INPS a chiedere il pagamento di una contribuzione non corrisposta” (Cass. 5 aprile 2018, n. 8423).
RISCOSSIONE CREDITI PREVIDENZIALI E PROCEDIMENTO EX L. N. 698/1981
Cass. n. 9749/2019
Nella fattispecie relativa al pagamento di contributi previdenziali non è applicabile l’art. 14, L. n. 698/1981, relativa alle sanzioni amministrative.
Il particolare procedimento previsto dalla legge 24 novembre 1981 n. 689 (modifiche al sistema penale) per l’irrogazione della sanzione amministrativa e i requisiti di legittimità ed efficacia del relativo procedimento non si estendono alla richiesta di adempimento delle obbligazioni previdenziali ( cfr Cass. Ord. n 2132/2018).
Cass. n. 28/2019
In materia di contestazione di illeciti rilevanti a fini contributivi, per omesso pagamento di quanto dovuto allo stesso titolo agli istituti previdenziali, non rileva il rispetto dei principi dettati dalla legge 689/1981 in materia di sanzioni amministrative.
Questa Corte ha avuto modo di dettare tale principio in relazione al procedimento di riscossione a mezzo ruolo.
Con sentenza n. 3269 del 2009 e con l’ordinanza n. 4225 del 2018 è stato affermato che “nel procedimento di riscossione a mezzo ruolo dei contributi previdenziali, come regolato dagli artt. 24 e ss. del d.lgs. n. 46 del 1999, in difetto di espresse previsioni normative che condizionino la validità della riscossione ad atti prodromici, a differenza di quanto avviene in materia di applicazione di sanzioni amministrative, in forza di quanto previsto, segnatamente, dall’art. 14 della L. n. 689 del 1981, la notifica al debitore di un avviso di accertamento non costituisce atto presupposto necessario del procedimento, la cui omissione invalidi il successivo atto di riscossione, ben potendo l’iscrizione a ruolo avvenire pur in assenza di un atto di accertamento da parte dell’istituto”.
La lo stesso canone vale, in base alla premessa generale posta in esordio, anche in relazione al verbale di accertamento ispettivo opposto in un giudizio in relazione ai profili contributivi.
SANZIONI AMMINISTRATIVE ED OMISSIONI CONTRIBUTIVE – RAPPORTO
Cass. n. 28447/2018
L’ordinanza di archiviazione, concernente le violazioni amministrative ed le conseguenti sanzioni, non produce del pari effetti vincolanti e preclusivi rispetto al potere di accertamento della obbligazione contributiva che ha natura pubblica ed è conferito in capo all’Inps sulla scorta di fatti costitutivi nascenti ex lege, senza interferenza della volontà di altri soggetti.
ESTINZIONE DELLA SOCIETA’ – EFFETTI SULL’OBBLIGAZIONE CONTRIBUTIVA
Cass. n. 18465/2018
Dopo la riforma del diritto societario, attuata dal d.lgs. n. 6 del 2003, qualora all’estinzione della società, di persone o di capitali, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale:
b) i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o comunione indivisa, con esclusione delle mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, e dei crediti ancora incerti o illiquidi, la cui inclusione in detto bilancio avrebbe richiesto un’attività ulteriore (giudiziale o extragiudiziale), il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato, a favore di una più rapida conclusione del procedimento estintivo».
Orbene, ha ragione la difesa dell’Inps a sostenere che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte di merito, il suo credito contributivo non si era prescritto, in quanto, essendo proseguito il suo recupero nei confronti dei soci della estinta società, la relativa prescrizione non poteva che decorrere dall’accertamento definitivo del credito in sede giudiziale, dopodiché la stessa veniva nuovamente interrotta con la notifica agli stessi soci delle cartelle esattoriali di pagamento.
Cass. n. 9954/2018
La sospensione dei termini processuali nel periodo feriale, prevista dall’art. 3 legge n. 742 del 1969, non è applicabile alle controversie in materia di lavoro e previdenza e alle controversie inerenti, come nella specie, la pretesa creditoria dell’ente previdenziale per il versamento dei contributi e per il pagamento delle sanzioni, essendo tali controversie assoggettate al rito speciale del lavoro, è anche principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità (cfr., da ultimo, in tema di giudizi di opposizione a cartella per crediti relativi ad omissioni contributive e di inapplicabilità della sospensione feriale dei termini, Cass. 19 settembre 2017, n. 21665 e la giurisprudenza ivi richiamata).

References: Cass. 
 Cass. 
 art. 24
 art. 618

Cass. 
 art. 39
 Cass. 
 Cass. 
 art. 36

Cass. 
 art. 39

Cass. 
 Cass. 
 art. 39
 art. 40
 art. 54

Cass. 
 art. 111
 art. 148
 Cass. 
 art. 4
 art. 111
 Cass. 

Cass. 
 art. 3
 Cass. 
 Cass. sez. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. Sez. 
 sentenza 

Cass. 
 art. 3
 Cass. sez. 

Cass. 

Cass. 
 art. 24
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. Sez. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 art. 49
 art. 29
 art. 24
 art. 1

Cass. 
 art. 2953

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 618
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 617

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. Sez. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 618
 Cass. 
 Cass. 
 art. 24

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 sentenza 
 art. 24
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 2941
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 25

Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1335
 Cass. 
 art. 26

Cass. 
 art. 65
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 60
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 24
 Cass. 
 art. 39
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. Sez. 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 153

Cass. 
 Cass. 
 art. 25
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 26
 Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 art. 26
 art. 26
 art. 12
 art. 26
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 421

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 437
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 421
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 
 art. 24
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 25

Cass. 
 art. 25
 Cass. 
 sentenza 
 art. 25

Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 

Cass. 
 art. 77
 art. 617

Cass. 
 art. 617
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 sentenza 
 art. 24
 Cass. 

Cass. 
 Cass. sez. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 116

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 2941
 Cass. 

Cass. 
 art. 391

Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 Cass.