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Timestamp: 2019-03-20 13:47:03+00:00

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Quotidiano Sanità, 19/03/2019
Responsabilità professionale. A chi spetta l’onere della prova? La Cassazione chiarisce compiti del medico e del paziente Nell'ambito della responsabilità medica occorre distinguere un ciclo causale relativo al danno che deve provare il paziente e un altro relativo all'impossibilità di adempiere da parte del medico. La Cassazione boccia la sentenza della Corte di Appello (ordinanza 5487/2019) che non aveva tenuto conto dei due aspetti. L'ORDINANZA. 19 MAR - Cassazione salomonica per l’onere della prova di causalità nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica (ordinanza 5487/2019): le nuove regole stabiliscono che sia il danneggiato a dover provare il nesso causale tra l’azione del medico e il danno subito, ma la Cassazione ha affermato che anche il “danneggiante” deve comunque provare l’impossibilità a seguire un comportamento alternativo per essere assolto. Il fatto Un paziente decedeva a seguito di un malore sopraggiunto pochi minuti prima, mentre era in auto con la moglie e la figlia. Lamentando "dolore al fianco sinistro" anche da "digitocompressione dell'emicostato sinistro", era stato appena visitato da un medico del presidio della Guardia Medica di Caorle (struttura alla quale si era rivolto, per la stessa ragione, già in due giorni precedenti e in entrambi i casi gli era stato somministrato, in via intramuscolare, un antidolorifico, con prescrizione di un controllo dal medico curante), e, anche in quel caso, "rinviato a domicilio". Il procedimento penale che ne è seguito sfociava in un provvedimento di archiviazione, che recepiva le conclusioni dal consulente nominato dalla Procura della Repubblica. La Corte di Appello ha riformato la sentenza del Tribunale a cui i familiari si sono appellati che aveva attribuito rilevanza causale "al fatto della mancata presenza del paziente presso il PS al momento dell'episodio, presumibilmente ischemico, che lo condusse al decesso e, quindi, al fatto del mancato utilizzo tempestivo del defibrillatore", qundi l'omissione imputata ai sanitari del Presidio di Guardia Medica "non si è inserita nella serie causale che ha condotto all'evento di danno, ma si configura come una sorta di “occasione mancata”, riferita al luogo di soccorso in collegamento con il mancato utilizzo del defibrillatore", ovvero una circostanza "priva di efficacia causale o concausale. Su queste basi la Corte di Appello ha rigettato la domanda di risarcimento, rilevando come né il Tribunale, né prima di esso il consulente, abbiano spiegato "in base a quali regole o dati scientifici si possa sostenere “le possibilità di sopravvivenza del paziante certamente sussistevano", senza neppure esplicitare quale fosse tanto "la grandezza statistica delle asserite maggiori probabilità di sopravvivenza, quanto "i dati scientifici di supporto di tale assunto". L’ordinanza La Cassazione ha censurato la sentenza impugnata perché non si sarebbe curata di accertare se la diligenza dei sanitari della Guardia Medica fosse stata provata (come era suo onere) dall’accusata, “realizzando una prima violazione del principio della vicinanza della prova, e ciò, oltretutto, avendo parte attrice evidenziato quali fossero i profili di negligenza imputati a essi”. “Costoro, infatti, - prosegue l’ordinanza - si limitarono chi a consigliare un controllo del medico curante (eventualmente anche per un'impegnativa di elettrocardiogramma), chi invece a somministrare una terapia con antinfiammatori non steroidei, senza disporre essi stessi l'elettrocardiogramma, o un rilievo per la Tropomina 1, oppure l'emo-gasanalisi, mostrando così di reputare "non grave né urgente la situazione clinica del paziente". Secondo la Cassazione “mentre parte attrice, dopo aver provato il ‘contatto sociale’ tra il paziente e la struttura, avrebbe anche evidenziato che la prescrizione - da parte di uno dei sanitari che ebbero in cura il paziente - di accertamenti più approfonditi, al fine di scongiurare la presenza di una patologia cardiaca, avrebbe evitato la morte del paziente per attacco ischemico, la convenuta non ha fornito la prova che all'esito della loro esecuzione ‘nulla sarebbe stato riscontrato sotto il profilo cardiologico’”. Per i giudici il fatto che la Corte d’Appello abbia ignorato questa circostanza integrerebbe "una violazione dei principi vigenti in materia di onere della prova del nesso causale, dettati dagli artt. 1218 e 2697 cod. civ." con specifico riferimento alla responsabilità sanitaria. Ed è errata anche perché afferma - in assenza di riscontri - che i sanitari si sarebbero addirittura comportati con diligenza, perché senza le risultanze degli esami omessi "non può in alcun modo essere provato che i sintomi di un'ischemia non vi fossero", “sicché la sentenza impugnata avrebbe violato pure sotto questo profilo gli artt. 1176, comma 2, e 2697 cod. civ”. “In conclusione – spiega l’ordinanza - , poiché la morte del paziente fu causata da un problema cardiaco e poiché gli odierni ricorrenti ‘hanno sempre affermato che l'esecuzione degli esami omessi avrebbe consentito una diagnosi tempestiva e permesso di monitorare la situazione, evitando la morte per ischemia’, sarebbe spettato alla convenuta ‘provare che la morte sarebbe egualmente avvenuta oppure che la sua causa andava rinvenuta in altro evento imprevisto e/o imprevedibile’. E ciò, a maggior ragione, a fronte delle risultanze di una consulenza secondo cui gli accertamenti diagnostici omessi e l'utilizzo del defibrillatore il giorno della morte avrebbero consentito la sopravvivenza del paziente, secondo la regola ‘del più probabile che non’". Secondo la cassazione quindi la Corte di Appello, di fronte a simili risultanze non ha fatto “corretta applicazione delle norme in tema in tema di accertamento del nesso causale tra condotta ed evento. Essa ha operato un'indebita ‘parcellizzazione’ dei singoli episodi in cui si articolava l'unitario contegno omissivo addebitato alla struttura sanitaria, ignorando del tutto i due che hanno preceduto quello in cui il paziente è poi deceduto, sul quale ha concentrato la propria attenzione, “disattendo, per giunta, le risultanze di un elaborato (quello predisposto in sede penale) che offriva elementi idonei a riscontrare positivamente l'ipotesi della sussistenza del nesso causale, senza fare neppure ricorso ad un'ulteriore indagine tecnica che potesse affiancare, integrandola, la prima”. La Cassazione, accogliendo il ricorso e cassando la sentenza impugnata, rinviando a diversa sezione della Corte di Appello per decidere la causa attenendosi ai principi identificati, sottolinea che “in presenza di una situazione in cui risultava quantomeno un principio di prova, offerto dagli attori, in ordine alla ricorrenza del nesso causale tra condotta dei sanitari (e, per essi, della struttura convenuta) e l'evento dannoso, il ricorso ad un simile accertamento tecnico si palesava come necessario, e ciò sulla scorta del principio secondo cui, ‘in tema di risarcimento del danno, è possibile assegnare alla consulenza tecnica d'ufficio ed alle correlate indagini peritali funzione percipiente’, purché a condizione che ‘essa veda su elementi già allegati dalla parte, ma che soltanto un tecnico sia in grado di accertare, per mezzo delle conoscenze e degli strumenti di cui dispone’, giacché, anche quando la consulenza ‘può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova’, resta pur sempre ‘necessario che le parti stesse deducano quantomeno i fatti e gli elementi specifici posti a fondamento di tali diritti". In sostanza i giudici affermano che il primo ciclo causale è relativo all'evento dannoso e l’onere della prova in giudizio grava sul creditore/danneggiato che agisce per il risarcimento. Il secondo ciclo causale, invece, riguarda l'impossibilità di adempiere ed è il debitore danneggiante a doverlo provare. Di conseguenza, chi dichiara di essere stato danneggiato da un trattamento (od omesso trattamento) medico sanitario deve dimostrare il nesso di causalità tra l'insorgenza di una patologia o il suo aggravamento e la condotta del sanitario. Questo - il danneggiante - deve invece dimostrare che la prestazione è stata resa impossibile da una causa imprevedibile e inevitabile. Se l'istruttoria condotta nel corso del giudizio lascia incertezze circa la causa del danno o dell'impossibilità di adempiere, le conseguenze negative con riferimento all'onere della prova restano in capo all'attore nel primo caso e del convenuto nel secondo caso. Fonte.www.quotidianosanità.it
Antibiotici. Calano i consumi ma Italia sempre sopra media Ue. 90% prescrizioni dai medici di famiglia e dai pediatri. Aifa: “Molte di queste evitabili”. Ogni anno 10mila morti per infezioni antibiotico-resistenti I consumi di antibiotici in Italia sono calati e nel 2017 si sono stabilizzate su 25,5 dosi giornaliere al giorno per mille abitanti. Ma restiamo ancora sopra la media UE. Peggio di noi Spagna e Francia con consumi intorno alle 30 dosi giornaliere per mille abitanti. Nel Sud Italia consumi una volta e mezzo superiori a quelli del Nord. Molto elevati i decessi correlati all’antibiotico-resistenza: in Italia sono circa 10 mila, il 30% di tutti quelli registrati in Europa. E l’Agenzia del farmaco lancia il suo monito: “Una parte rilevante di prescrizioni potrebbe essere evitata”. 19 MAR - Il consumo di antibiotici in Italia, nonostante il trend in riduzione, è ancora superiore alla media europea. E inoltre si conferma una grande variabilità nei consumi e nella spesa tra le regioni. Ma soprattutto, “una parte rilevante di prescrizioni potrebbe essere evitata”. A evidenziarlo è il Rapporto Aifa sull’uso degli antibiotici in Italia 2017. “Gran parte dell’utilizzo degli antibiotici – rileva Aifa - avviene su prescrizione del Medico di Medicina Generale o del Pediatra di Libera Scelta (circa il 90%). Pertanto la medicina generale rappresenta il punto focale per il monitoraggio del consumo di questa categoria di farmaci e per l’implementazione di iniziative di informazione e formazione per migliorare l’appropriatezza prescrittiva”. I consumi. Il 90% è prescritto da medici di famiglia e pediatri. Nel 2017 il consumo globale di antibiotici in Italia, comprensivo degli acquisti privati, è risultato pari a 25,5 dosi giornaliere per mille abitanti (DDD/1000 abitanti die). Oltre l’85% delle dosi, pari a 21,8 DDD/1000 abitanti die, sono state erogate a carico del Ssn, con una riduzione dell’1,6% rispetto al 2016. Questo dato comprende sia gli antibiotici erogati in regime di assistenza convenzionata (dalle farmacie pubbliche e private) sia quelli acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche. Anche la spesa pro capite nazionale (14,33 euro) si è ridotta rispetto all’anno precedente dell’1,7%. Il 90% del consumo di antibiotici a carico del SSN (19,7 DDD/1000 ab die) è in regime di assistenza convenzionata, confermando che gran parte dell’utilizzo degli antibiotici avviene a seguito della prescrizione del Medico di Medicina Generale o del Pediatra di Libera Scelta. Si consumano più antibiotici d’inverno. Si osserva un andamento stagionale molto marcato dei consumi tra i mesi invernali e quelli estivi, che passano da un minimo di 13,2 DDD/1000 ab die nel mese di agosto a un massimo di 27,29 DDD/1000 ab die nel mese di gennaio. L’utilizzo più frequente di antibiotici nei mesi invernali è correlato con i picchi di sindromi influenzali osservati nei diversi anni. Consumi maggiori al Sud. L’analisi per area geografica conferma un maggior consumo al Sud e nelle Isole (24,9 DDD/1000 ab die) e al Centro (20,7 DDD/1000 ab die), rispetto al Nord (15,6 DDD/1000 ab die). Si evidenzia, comunque, una progressiva tendenza a un uso più attento di tali medicinali con particolari riduzioni dei consumi proprio nelle aree di maggior utilizzo. Le Regioni Campania e Puglia mostrano le contrazioni più importanti dei consumi (rispettivamente -5,5% e -6,8%) e un consistente calo della spesa (rispettivamente -5,1% e -8,5%). Bambini sotto i 4 anni e over 75 coloro che li usano di più. Su base nazionale, l’analisi del profilo di utilizzo del farmaco per fascia d’età e genere conferma un maggior consumo di antibiotici nelle fasce di età estreme, con un livello più elevato nei primi quattro anni di vita (prevalenza d’uso 58,2% nei maschi e 55,3% nelle femmine) e dopo i 75 anni (prevalenza d’uso 50,6% negli uomini e 50,8% nelle donne); si riscontra anche un più frequente utilizzo di antibiotici per le donne nelle fasce d’età intermedie e per gli uomini in quelle estreme. Il consumo di quelli acquistati dagli ospedali. II consumo di antibiotici acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche rappresenta una minima parte del consumo di antibiotici a carico del SSN (2,1 DDD/1000 ab die), con una sostanziale stabilità dei consumi nel corso degli ultimi cinque anni. Vi è una differenziazione tra gli antibiotici erogati in regime di assistenza convenzionata e quelli acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche. Le tipologie maggiormente utilizzate. Nell’ambito dell’assistenza convenzionata, nel 2017, le penicilline in associazione agli inibitori delle beta-lattamasi rappresentano la classe di antibiotici a maggior consumo, seguita dai macrolidi e dai fluorochinoloni; sul versante degli acquisti delle strutture sanitarie pubbliche, invece, le tre classi di antibiotici più prescritte sono le penicilline associate a inibitori delle betalattamasi, i fluorochinoloni e le cefalosporine di terza generazione. La prescrizione pediatrica. Nel corso del 2017 il 41,4% della popolazione pediatrica (0-13 anni) appartenente alle sei regioni analizzate (Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio, Campania e Puglia) ha ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici sistemici, e sono state prescritte in media 2,6 confezioni di questi farmaci. Si osserva un picco di prevalenza d’uso del 50%, senza differenze tra maschi e femmine, nel primo anno di vita del bambino. Questo valore si mantiene pressoché costante fino ai sei anni di età. La prevalenza diminuisce poi progressivamente fino ai 13 anni di età, dove si attesta al 30%. Le differenze geografiche per tipologia di antibiotico. Le differenze geografiche nel ricorso agli antibiotici osservate nella popolazione generale si confermano anche per la popolazione pediatrica. Le associazioni di penicilline (compresi gli inibitori delle beta-lattamasi) rappresentano la classe a maggior prevalenza d’uso, seguite dai macrolidi e dalle cefalosporine, antibiotici considerati di seconda scelta secondo le linee guida per il trattamento delle infezioni pediatriche più comuni. L’uso di penicilline associate a inibitori delle beta-lattamasi (in prevalenza amoxicillina/acido clavulanico) nel 2017 è pari a 438 prescrizioni per 1000 bambini-anno, circa il triplo rispetto al gruppo di penicilline più selettive, rappresentate in massima parte da amoxicillina. Nelle regioni del Sud si riscontra un minor utilizzo dell’amoxicillina rispetto all’associazione amoxicillina/acido clavulanico raccomandata nella popolazione pediatrica solo nei casi severi/complicati e recidivanti delle infezioni più frequenti (es. otiti). L’analisi ad hoc sulla classe dei fluorochinoloni si concentra sui consumi di due sottopopolazioni numericamente rilevanti (le donne con età compresa tra 20 e 59 anni e gli anziani con età ≥75 anni), scelte in base alla frequenza di uso inappropriato di fluorochinoloni e al profilo di rischio associato. La prevalenza di prescrizione e i consumi dei fluorochinoloni nei due gruppi di popolazione considerati raggiungono in Italia livelli estremamente elevati. Negli anziani il valore è pari a 23,6% a livello nazionale con un picco del 32,8% nelle regioni del Sud. Dall’analisi della distribuzione del consumo di antibiotici sistemici in base alla classificazione proposta dall’OMS nella lista dei farmaci essenziali emerge che oltre il 40% delle prescrizioni non ha riguardato un antibiotico di prima scelta (comprendente penicilline ad ampio spettro e derivati nitrofuranici, come la nitrofurantoina), con un gradiente crescente da Nord a Sud. L’incidenza del consumo di antibiotici di ultima istanza, da utilizzare solo nei casi più gravi (es. cefalosporine di IV generazione), è minima anche perché sono molecole di uso esclusivamente ospedaliero. L’inappropriatezza. Una parte rilevante di prescrizioni potrebbe essere evitata. Ciò è suffragato dall’ampia oscillazione stagionale dei consumi di antibiotici, fortemente influenzata dall’andamento delle infezioni virali nei mesi freddi e dai più accentuati picchi di sindromi influenzali registrati in alcuni anni. I fluorochinoloni rappresentano una classe di antibiotici di particolare rilevanza, sia per la capacità di indurre resistenza che per il rischio di effetti indesiderati. Si osservano consumi molto elevati anche nelle sottopopolazioni, in cui il loro uso è spesso inappropriato (donne con età compresa tra 20 e 59 anni, trattate per infezioni non complicate delle basse vie urinarie) o laddove vi è un particolare profilo di rischio associato (anziani con età ≥75 anni ad aumentato rischio di danni tendinei). Anche l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha chiaramente raccomandato di usare i fluorochinoloni con particolare cautela in questi pazienti, che sono uno dei gruppi a maggior rischio di effetti indesiderati. L’utilizzo, pur molto frequente in tutte le regioni (Lombardia e Veneto per il Nord; Lazio e Toscana per il Centro; Campania e Puglia per il Sud), rivela un gradiente incrementale Nord-Sud, in linea con quanto osservato in generale per i consumi di antibiotici in ambito territoriale. Questi dati mostrano quindi che, nonostante le raccomandazioni dell’EMA, in alcune aree del Paese, un anziano su tre riceve almeno una prescrizione di fluorochinoloni all’anno. L’associazione amoxicillina/acido clavulanico è l’antibiotico più utilizzato sia in ambito territoriale che ospedaliero. I dati contenuti nel Rapporto suggeriscono un probabile sovra-utilizzo di questa associazione, laddove potrebbe essere indicata la sola amoxicillina, che ha uno spettro d’azione più selettivo e ha quindi un minor impatto sulle resistenze. Ciò è particolarmente evidente nella popolazione pediatrica. Tale fenomeno è in contrasto con l’indicazione contenuta in molte linee guida, secondo le quali l’amoxicillina è considerata la terapia di prima scelta per il trattamento in ambito territoriale delle infezioni batteriche più frequenti in pediatria, quali la faringotonsillite streptococcica e l’otite media acuta. - Nella popolazione pediatrica (0-13 anni) si osserva un picco di prevalenza d’uso del 50%, nel primo anno di vita del bambino, senza differenze tra maschi e femmine. Questo valore si mantiene pressoché costante fino ai sei anni di età, sottolineando la necessità di porre una particolare attenzione all’uso degli antibiotici in questa fascia di popolazione. Antibiotico-resistenza. In Italia un terzo dei decessi in Europa. Uno studio recente dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) riporta che nel 2015, nei Paesi dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo, si sono verificati 671.689 casi di infezioni antibiotico-resistenti, a cui sono attribuibili 33.110 decessi, un terzo dei quali si è verificato in Italia, evidenziando la gravità del problema nel nostro Paese. Dall’indagine risulta inoltre che le infezioni resistenti agli antibiotici sono diffuse in tutte le fasce di popolazione, ma colpiscono in particolare le fasce estreme di età. Il 75% dei casi è dovuto a infezioni correlate all’assistenza sanitaria, e ciò a sostegno della necessità di intervenire con azioni di contrasto soprattutto negli ambienti di cura Il confronto con l’Europa. In Italia il consumo (secondo i medesimi parametri Ue ndr.) è risultato pari a 23,4 DDD/1000 ab die e si è mantenuto superiore rispetto a quello della media europea, pari a 21,7 DDD/1000 ab die. La differenza rispetto alla media europea si è tuttavia ridotta notevolmente nell’ultimo quinquennio, passando dal 28,3% del 2013 al 7,8% del 2017. I paesi europei con i consumi più bassi sono risultati Olanda ed Estonia (rispettivamente, 10,1 e 11,5 DDD/1000 ab die), mentre quelli con i consumi più elevati sono risultati Cipro (33,6 DDD/1000 ab die), Spagna (31,4 DDD/1000 ab die) e Francia (29,2 DDD/1000 ab die). Nel quinquennio 2013-2017 è stato registrato in Europa un andamento stabile del consumo territoriale (variazione media annua -0,01%). I Paesi in cui è stata osservata una riduzione statisticamente significativa sono Italia (-1,14%), a seguire Finlandia (-0,85%), Lussemburgo (-0,74%), Germania (-0,44%), Regno Unito (-0,43%), Svezia (-0,38%), Norvegia (-0,37%) e Olanda (-0,17%). In nessun paese è stato rilevato un aumento dei consumi statisticamente significativo. Dall’analisi di confronto di specifiche classi di antibiotici rispetto alla media europea si osserva in Italia un consumo maggiore di chinoloni (2,7 vs 1,6) e macrolidi (3,8 vs 2,9) e un consumo minore di tetracicline (0,5 vs 2,2). Il consumo ospedaliero4 registrato in Italia (2,14 DDD/1000 ab die) è allineato a quello della media europea (2,07 DDD/1000 ab die). Dal confronto dei dati nazionali rispetto a quelli europei, riferiti a specifiche classi di antibiotici, si registra in Italia un consumo minore di penicilline (Italia 0,78 vs EU/EEA 0,9) e di tetracicline (Italia 0,03 vs EU/EEA 0,07), mentre risulta maggiore il consumo di chinoloni (Italia 0,4 vs EU/EEA 0,23) e di sulfonamidi-trimetoprim (Italia 0,12 vs EU/EEA 0,07). Infine, la variazione media annua rilevata in Italia nel periodo 2013-2017, pari a +0,03%, non è statisticamente significativa ed è paragonabile a quella europea, pari +0,01%. Fonte.www.quotidianosanità.it
Esame abilitazione Medicina. Bussetti sblocca l’impasse. Ecco la circolare che dà il via ai tirocini Il Ministro dell’Istruzione con una nota inviata alle Università consente, per via amministrativa, di svolgere da subito i tirocini formativi (la data è il 10 aprile) che servono per poter poi partecipare all’Esame di abilitazione alla professione. Sul punto c'era molta preoccupazione tra gli studenti. 18 MAR - Esame di stato a Medicina: dopo le proteste degli studenti il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti interviene per sbloccare lo stallo dovuto ai ritardi nell’attuazione della riforma dell’esame di stato approvata l’anno scorso dal Governo Gentiloni. Dopo le anticipazioni di stamattina è infatti stata inviata alle Università una circolare con cui il Miur dà il via ai tirocini formativi previsti dal decreto 58, approvato a maggio del 2018, che regolamenta le nuove modalità di svolgimento degli Esami di Stato di abilitazione all’esercizio della professione medico-chirurgica. “Si rammenta – si legge nella circolare - che, ai sensi dell’articolo 7, comma 2, del Decreto ministeriale 9 maggio 2018, n. 58, in regime transitorio e per due anni dall’entrata in vigore del predetto decreto, si continuano ad applicare le modalità di svolgimento del tirocinio professionalizzante “fuori” dal corso di studio, così come previsto all’articolo 2 del decreto ministeriale 19 ottobre 2001, n. 445”. “Di conseguenza – prosegue il Miur - , nelle more dell’adozione dell’ordinanza ministeriale con la quale saranno fissate le date di svolgimento delle prove dell’esame di Stato per l’anno 2019 ed indicate le modalità di svolgimento della prova stessa, si invitano codesti Atenei a porre in essere, con la massima urgenza, tutti gli adempimenti necessari a consentire l’avvio dei tirocini trimestrali obbligatori di cui all’articolo 2 del decreto ministeriale 19 ottobre 2001, n. 445”. “La data di inizio dei predetti tirocini – si precisa - , per la prima sessione utile, è fissata al 10 aprile 2019. La domanda di ammissione ai suddetti tirocini deve essere presentata entro e non oltre il 29 marzo 2019. Al tirocinio trimestrale organizzato dall’Ateneo potranno essere ammessi solo coloro i quali siano in possesso del titolo di studio conseguito presso il medesimo Ateneo”. In ogni caso si lavorerà in tempi tali da garantire la possibilità ai laureati, spiegano fonti MIUR, di partecipazione al concorso di accesso per le specializzazioni mediche che sarà bandito a breve. Fonte.www.quotidianosanità.it
Senza legami. Sempre più anziani e più soli un'emergenza in molti Paesi Marco Trabucchi venerdì 15 marzo 2019 Dopo i 75 anni quattro persone su dieci non hanno vicino né parenti né amici In Inghilterra le prime politiche pubbliche I rischi e le opportunità della tecnologia La nostra società, così sviluppata sul piano tecnologico, lascia spesso i malati da soli nel momento più difficile, così che si trovano ad affrontare il dolore somatico delle diverse patologie senza la protezione di un ambiente caloroso Le persone che assistono i propri cari affetti da demenza o altre malattie invalidanti sono anche loro soggetti fragili La persona dominata dalla solitudine non ha nessuno a cui rivolgersi nel momento del bisogno per ottenere un aiuto. È una definizione operativa, che descrive la condizione vitale di chi soffre perché guardandosi attorno non vede nessuno disponibile ad intervenire per aiutarlo nelle cose concrete della vita o per consolarlo nel momento dell’angoscia. Nell’anziano la situazione è resa ancor più disperata a causa dell’indebolirsi delle forze che gli potrebbero permettere di fare da sé e per il fisiologico rarefarsi di punti di supporto. L’Istat nel 2018 rileva che in Italia il 13% della popolazione vive da solo. Questa condizione varia a seconda dell’età: al di sotto dei 25 anni vive solo l’1% degli italiani, tra i 25 e i 34 anni vive solo l’11%, tra i 35 e i 54 anni la percentuale resta intorno al 12%, tra i 55 e i 74 vive solo il 16% della popolazione, mentre nelle età successive la percentuale si raddoppia (attorno al 38%). Sempre l’Istat mette in luce come tra gli ultra settantacinquenni vi è un’alta percentuale di individui che non hanno né parenti né amici in caso di bisogno: sono quasi il 40%, con circa il 12% che può rivolgersi solo a un vicina di casa. I n risposta a questi dati – che non sono solo italiani – negli ultimi anni alcuni Stati hanno impostato scelte strategiche, collocando il problema della solitudine al centro dei problemi ai quali destinare attenzione politica e provvedimenti concreti, sia sul piano della diffusione di una cultura della solidarietà sia su quello dell’organizzazione di interventi specifici (centri di aggregazione, strade sociali, punti di interesse condiviso, accessi telefonici, ecc.). Ha iniziato qualche anno fa il governo inglese, che per primo ha istituito un ministero per la solitudine (suscitando allora un po’ di sorpresa, ma poi avendo molti imitatori); la decisone era stata presa da Theresa May sotto la pressione di numeri preoccupanti; più di un settancinquenne su tre ha dichiarato 'fuori controllo' il proprio sentirsi solo, per esprimere come il suo stato fosse senza rimedio e senza possibilità concrete di essere modificato. Negli ultra sessantacinquenni 3,6 milioni di cittadini del Regno Unito considerano la televisione come principale, e spesso unica, compagna delle loro giornate. Le persone che assistono i propri cari affetti da demenza o da altre malattie invalidanti sono anche loro particolarmente esposte al rischio di solitudine, perché nel tempo si rarefanno i contatti con parenti, amici, vicini di casa; il dato inglese è simile a quanto rilevato in Italia, secondo il quale circa un terzo delle coppie malato-caregiver vive in condi- zioni di isolamento e, soprattutto, nell’impossibilità di chiedere aiuto nel momento del bisogno. Il provvedimento del governo inglese è consistito in un rilevante finanziamento diretto alle associazioni che si ponevano l’obiettivo di ridurre la solitudine di specifici gruppi di cittadini. Di grande importanza anche la decisione di rivalersi sui giganti della tecnologia, considerati responsabili, almeno in parte, dell’epidemia di solitudine. Ad esempio, è stato scritto che Amazon in breve 'guiderà il mondo', per la sua capacità di determinare comportamenti che taluni giudicano positivi, altri invece ritengono siano assolutamente negativi (ad esempio, la riduzione delle relazioni fuori di casa). All’Inghilterra sono seguiti altri Stati, come l’Australia, il Canada, la Francia, gli Usa (il ministro della salute di quel Paese ha dichiarato che «in America è attualmente in corso un’epidemia di solitudine »). Anche in Spagna, Paese culturalmente vicino a noi, è stata da più parti richiesta l’istituzione di un ministero per la solitudine, sotto la pressione di una demografia sempre più preoccupante. Molte altre nazioni hanno iniziato a dedicare attenzione specifica ai problemi posti dalla solitudine in generale e dell’anziano in particolare: la Germania, la Svizzera, i Paesi nordici, ma anche il Sud America e la Russia. Particolare attenzione è data alla Cina, dove una dissennata politica di controllo delle nascite adottata in passato ha provocato l’attuale drammatica crisi sociale, in un Paese tradizionalmente fondato sulla famiglia. In Giappone la situazione è ancor più spaventosa e costituisce per molti studiosi un esempio da osservare con attenzione perché precorre una realtà che probabilmente vivremo anche noi. Circa 18 milioni di persone vivono sole, il doppio rispetto a 30 anni fa. Nel 2017 45.000 persone sono morte da sole, senza alcun supporto e senza esequie funebri. In Italia da tempo la solitudine richiama l’attenzione dei programmatori e gestori della cosa pubblica più attenti; il presidente Mattarella nel discorso della fine dell’anno 2018 ha ricordato la solitudine di un’anziana portata ad esempio di una condizione pervasiva che deve richiamare l’attenzione di tutti. La differenza di storie e di culture non cancella una realtà che si va sempre più frequentemente palesando, cioè quella di un disastro diffuso che richiede interventi rapidi, anche considerando che il fenomeno solitudine a tutte le età non è in grado di autocontrollarsi, ma che – al contrario – la solitudine del vicino contagia il vicino, ne blocca l’iniziativa per la costruzione di una rete, il desiderio di uscire dal guscio. È un disastro che dilaga. Una problematica del tutto particolare, ma rilevante sul piano quantitativo e qualitativo, riguarda il mondo dei servizi sociali e dell’assistenza. Purtroppo, nei luoghi dove l’anziano dovrebbe percepire che la sua fragilità è maggiormente protetta e quindi dove si dovrebbero evitare percorsi di solitudine sono invece diffuse condizioni che espongono da soli i cittadini alle difficoltà provocate dalla malattia, dall’invalidità e dai relativi trattamenti. Questi si trovano ad affrontare il dolore somatico provocato dalle diverse patologie senza la protezione di un ambiente caloroso, senza la vicinanza di operatori attenti, esposti a interventi di vario tipo in solitudine, per cui al dolore del corpo si associa la sofferenza dello spirito. La nostra società così sviluppata sul piano tecnologico lascia spesso malati (e operatori) da soli nel momento più difficile. In questo ambito l’evoluzione della tecnologia, caratterizzata dalla guida dei sistemi di salute da parte dell’intelligenza artificiale, porrà nove sfide. C’è infatti chi sostiene che la persona ammalata sarà sempre più sola davanti alle macchine e chi, invece, sostiene che gli operatori, liberati da compiti tecnici, avranno più tempo da dedicare per lenire le paure e accompagnare le solitudini di chi si sente più fragile. Associazione Italiana di Psicogeriatria Fonte.www.avvenire.it
Decretone:assunzione personale Ssn
Quotidiano Sanità, 15/03/2019
Decretone. Due emendamenti del Governo per l’assunzione di personale Ssn, ma sempre nel rispetto dei limiti di spesa Le assunzioni dovranno rispettare la programmazione regionale e il rispetto dei Piani triennali dei fabbisogni di personale. Non si incide quindi sui limiti di spesa per le assunzioni di personale, ma si fa riferimento esclusivamente alla programmazione e all’organizzazione dei concorsi. Inoltre, si dispone che per ridurre i tempi di accesso alla PA nel triennio 2019-2021 le procedure concorsuali, e le conseguenti, assunzioni potranno essere effettuate senza lo svolgimento della procedura di mobilità. Questi gli mendamenti al Decreto Quota 100 persentati dal Governo. 15 MAR - Via libera alle procedure per le assunzioni di personale nel Servizio sanitario nazionale, ma a "costo zero". Questo, in sintesi, il contenuto di uno dei due emendamenti presentati ieri dal Governo al Decreto Quota 100 attualmente in discussione nelle Commissioni Lavoro e Affari Sociali della Camera. L'emendamento 14-bis, permette alle Aziende e agli Enti del Ssn di procedere all’assunzione di personale anche tenendo conto dei pensionamenti in corso d’anno. Le assunzioni dovranno però rispettare la programmazione regionale e il rispetto dei Piani triennali dei fabbisogni di personale. Si deve tuttavia precisare che l’emendamento non incide sui limiti di spesa per le assunzioni di personale, ma si riferisce esclusivamente alla programmazione e all’organizzazione dei concorsi. Mentre, l'emendamento 14-ter, dispone che per ridurre i tempi di accesso alla PA nel triennio 2019-2021 le procedure concorsuali, e le conseguenti, assunzioni potranno essere effettuate senza lo svolgimento della procedura di mobilità tra amministrazioni. Fonte.www.quotidianosanità.it
Grillo:liste d'attesa
Liste d’attesa. Grillo: “Problema non è riduzione personale. Cittadini mi chiedono di eliminare intramoenia”. E poi all’Anaao: “Dicono che è un Piano delle illusioni? Ne facciano uno loro e vediamo cosa propongono” Il Ministro della Salute su Rai 3 ad Agorà torna a parlare del Piano nazionale e respinge le critiche avanzate nei giorni scorsi dal sindacato medico. E poi sull’intramoenia: “La stretta nasce dal fatto che è intollerabile che ai cittadini venga risposto che ci sono mesi di attesa per ottenere una prestazione in regime pubblico però se la fai in intramoenia te la fanno dopo due giorni”. E poi sul contratto dei medici: “Le risorse ci sono”. E ancora: "i medici rivedano il rapporto con i cittadini". 15 MAR - “La stretta sull’intramoenia (prevista dal Piano nazionale liste d'attesa, ndr.) nasce dal fatto che è intollerabile che ai cittadini venga risposto che si sono mesi di attesa per ottenere una prestazione in regime pubblico però se la fai in intramoenia te la fanno dopo due giorni. Questo avviene quando non viene regolamentato il rapporto tra regime pubblico e regime in intramoenia. E di questo ne abbiamo contezza perché abbiamo chiesto alle Asl di farci conoscere la regolamentazione che avevano messo in atto e abbiamo visto che molte aziende non lo avevano fatto”. Così il Ministro della Salute, Giulia Grillo ad Agorà su Rai tre torna a parlare del Piano nazionale Liste d’attesa e sugli interventi per limitare la libera professione intramuraria. Grillo poi sottolinea che “non è vero che è un problema di personale, come Ministero abbiamo i dati e non ci dicono questo. C’è sì una carenza di personale in generale ma soprattutto del profilo infermieristico, ma sui medici il problema è semmai la carenza di specialisti in alcune aree come l’emergenza. La causa ripeto delle lunghe liste d’attesa non è da imputare ad una riduzione di personale”. E poi il Ministro respinge le critiche al mittente, nello specifico quelle dell’Anaao che aveva parlato di un “Piano delle illusioni”. “Il Piano delle illusioni – rileva - , spiego a chi ha sempre da criticare e che non fa mai proposte, che si chiama Piano nazionale di governo delle liste d’attesa. Invito il segretario Anaao a fare lui un altro piano delle non illusioni e vediamo cos’è in grado di fare. Anzi io dico ai medici che a me i cittadini chiedono di eliminare l’intramoenia, sono talmente arrabbiati con alcuni miei colleghi che si sono approfittati della loro posizione per guadagnarci”. Grillo ha parlato anche del rapporto medico-paziente. “I medici rivedano il loro rapporto con i cittadini. Io li ho invitati a ripensare a questo rapporto perché continuo ad avere testimonianze negative da parte della gente. Di questo argomento ho parlato più volte con Filippo Anelli, presidente della Federazione degli ordini dei medici e chirurghi (Fnomceo)”. Sui vaccini ha invece spiegato: “Stiamo cambiando la legge. Con coperture vaccinali altissime, avremo l'obbligo quando sarà necessario”. Il Ministro però ha anche rassicurato sul contratto della dirigenza medica fermo da quasi 10 anni. “In passato c’è stata poca attenzione sull'importanza della classe medica e su questo devo fare un'opera di sensibilizzazione, anche verso gli altri ministeri: il personale è fondamentale per il Ssn, il pubblico muore senza il personale. Quel contratto lo rinnoviamo certamente. L'Aran, ci sta lavorando. Le coperture economiche ci sono, ma è altrettanto importante ora sensibilizzare sull'importanza del pubblico”, Fonte.www.quotidianosanità.it
Home Opinioni Cattolici e Politica Editoriali Il direttore risponde Etica e salute. Farmaco gender, servono chiarezza e misericordia Luciano Moia mercoledì 13 marzo 2019 Su disforia di genere e cambio di sesso c’è bisogno anche di una lettura morale. Vicinanza umana accanto alle evidenze offerte dalla scienza. Senza usi strumentali Nessuno, né scienziati, né bioeticisti né teologi morali, ha su questo argomento la verità in tasca Forse stiamo percorrendo una di quelle periferie cui ha fatto cenno papa Francesco in Amoris laetitia Si tratta di persone afflitte da una sofferenza che può essere distruttiva L’obiettivo è prendersene cura Quali aspetti morali vanno valutati nella sofferenza della transessualità? Il 'cambio di sesso' è eticamente accettabile? Prescrivere un farmaco che blocca lo sviluppo puberale di un adolescente in vista anche, ma non obbligatoriamente, della 'riassegnazione chirurgica' degli organi sessuali è sempre scelta deprecabile o può, in alcune, rarissime circostanze, essere considerato opzione corretta, non solo dal punto di vista terapeutico ma anche antropologico? Questioni complesse, delicate e controverse che sarebbe assurdo pensare di definire con una norma valida per tutte le circostanze. Il dibattito acceso dal 'via libera' deciso dall’Aifa, per quanto riguarda la prescrivibilità della triptorelina nei casi di disforia di genere, ha scatenato una ridda di osservazioni e di commenti – a proposito e a sproposito – che hanno finito per far passare in secondo piano l’autentico snodo della questione (ieri è stato annunciato l’avvio di un’indagine conoscitiva della Commissione Sanità del Senato). Ma per evitare di trasformare in una contesa da stadio una questione umana, morale e scientifica tanto difficile, perché fonte di profonda sofferenza ma anche di strumentalizzazioni ideologiche per chi ne è coinvolto, occorre infatti tenere presente che siamo di fronte a un problema di frontiera. Nessuno, né scienziati, né bioeticisti né teologi morali, ha su questo argomento, la verità in tasca. Forse, dal punto di vista etico, stiamo percorrendo una di quelle periferie a cui ha fatto cenno papa Francesco quando, al n.3 di Amoris laetitia, ha scritto: «Non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero». Invece si è arrivati a dire che il Vaticano avrebbe concesso il suo nihil obstat per quanto riguarda l’utilizzo del cosiddetto 'farmaco gender' semplicemente perché Laura Pallanzani, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica e membro della Pontificia Accademia per la Vita, in un’intervista all’agenzia 'Vatican News', si è limitata a ricordare che il documento del Cnb ha espresso parere favorevole all’utilizzo della triptorelina ma «solo in casi molto circoscritti, con prudenza, con una valutazione caso per caso ». E così infatti è andata, al di là delle diverse opinioni sull’opportunità dei contenuti del documento del Cnb. Naturalmente la Santa Sede non ha espresso in questa occasione alcuna osservazione né positiva né negativa, così come il magistero – è bene dirlo subito – non ha mai definito la liceità morale della 'riassegnazione chirurgica'. Probabilmente perché la complessità di questo tema, che investe aspetti anatomici, psichici, comportamentali, insieme a precise coordinate socio- culturali, impone di riflettere in modo sereno, guardando in faccia la realtà per quella che è, evitando soprattutto la pretesa legalistica del 'si può', 'non si può'. La prima domanda non può che riguardare la natura del problema. La disforia di genere esiste davvero? Ci sono adolescenti che manifestano realmente un disagio anche grave nei confronti del proprio sesso biologico? E questo disturbo, cioè il fatto di sentirsi 'come in gabbia' nella propria identità maschile o femminile, con il desiderio insopprimibile di 'sentirsi altro', suscita in alcuni casi avversione così profonda da scatenare disperazione, tentativi di suicidio, automutilazioni? Gli esperti, a parte qualche caso negazionista dettato da pregiudizi ideologici, sono concordi. Il disturbo, per fortuna raro – un caso su novemila persone – esiste. Non si sa bene quali siano le origini, forse soprattutto organiche, forse soprattutto socio-psicologiche, ma si tratta di una patologia reale, che va affrontata in modo serio con approccio scientifico, vicinanza umana, comprensione, senza demonizzare nessuno. Ma come? L’ac-compagnamento psicologico e poi negli anni successivi la psicoterapia, offre nella maggior parte dei casi un aiuto decisivo. Circa l’80% dei preadolescenti che manifesta disturbi per quanto riguarda l’identità di genere, riesce naturalmente a risolvere il problema, ma per quei due ragazzi, o ragazze, su dieci che non hanno avuto alcun beneficio dall’accompagnamento psi- cologico, che vivono la loro condizione con una sofferenza profonda, che hanno manifestato l’intenzione di rinunciare a vivere, e magari hanno anche già tentato il suicidio, come intervenire? Pensare alla chirurgia per salvare una vita è ipotesi così eticamente inaccettabile? In questi condizioni, solo in casi valutati con attenzione da un’équipe multidisciplinare, alcuni specialisti non escludono il ricorso alla triptorelina. Quali sarebbero i vantaggi? Il farmaco, che ricordiamo è un antitumorale, bloccando lo sviluppo puberale, permetterebbe una rivalutazione più serena del problema in anni successivi, stemperando l’urgenza di una decisione affrettata e permettendo all’adolescente di avvertire in modo meno traumatico gli effetti di quella crescita puberale del proprio sesso biologico causa di tanta sofferenza. L’esito di questo percorso, spiegano gli specialisti, non è obbligatoriamente l’intervento chirurgico. Può essere che, al termine dell’adolescenza, il problema vada stemperandosi. Può capitare che gli effetti dell’accompagnamento psicologico, che non va mai interrotto, abbiano finalmente un riscontro positivo. Non tutti, certo, sono d’accordo, come più volte spiegato su queste pagine. Abbiamo più volte messo in luce le pesanti riserve espresse al proposito da Scienza & Vita e dal Centro studi Rosario Livatino. Riguardano l’assenza di studi scientifici, il rischio che il blocco della pubertà possa compromettere la definizione morfologica e funzionale di quelle parti del cervello che contribuiscono alla strutturazione dell’identità sessuale, insieme a fattori ambientali ed educativi. Rimane sullo sfondo la questione della reversibilità. Cosa succede quando un adolescente affetto da disforia e sottoposto al trattamento con triptporelina interrompe la somministrazione? Anche qui le opinioni sono inconciliabili. I presidenti della Società italiana di endocrinologia, Paolo Vitti, della Società italiana di andrologia e medicina della sessualità, Giovanni Corona, della Società italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica, Stefano Cianfarani e dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere, Paolo Valerio, hanno riconosciuto, in una nota congiunta, il valore medico ed etico dell’estensione della prescrivibilità della triptorelina da parte dell’Aifa. Sono valutazioni scientifiche da parte di medici che operano in quel settore e che non si possono facilmente liquidare. Di parere totalmente opposto la Società italiana di adolescentologia che si è detta del tutto contraria perché la triptorelina avrebbe «gravi effetti avversi per la salute ben documentati in letteratura, tra cui anche l’induzione di psicosi. La prescrizione 'terapeutica' di un farmaco per un disturbo di orientamento sessuale – spiegano in una nota gli esperti di adolescenza – è pertanto assolutamente errata, in quanto un disturbo di natura psicologica, non malattia, richiede conseguentemente un trattamento esclusivamente psicologico». Ma se alla fine di tutto questo dibattito rimane l’eventualità di tentare comunque il cosiddetto 'cambio di sesso' non si può aggirare anche una valutazione morale. E qui entriamo in un ginepraio di ipotesi. Secondo alcuni autori l’intervento potrebbe essere legittimato dal principio di totalità, secondo il quale una parte del nostro organismo, anche se sana, potrebbe essere sacrificata quando lo esigono con certezza e senza alternative, la salute e il benessere della persona nel suo insieme. Altri bioeticisti hanno contestato questa posizione, sottolineando come la riassegnazione chirurgica non offra vantaggi sostanziali alla risoluzione della disforia. E quindi sarebbe sbagliato appellarsi al principio di totalità. Più recentemente alcuni teologi morali, tra i pochissimi che hanno studiato davvero il mondo della transessualità, hanno però fatto notare che, se l’intervento chirurgico rimane l’unico modo per liberare la persona dalla sua angoscia distruttiva, non può essere eticamente escluso per il bene della persona, perché dettato dallo stato di necessità. E, anche se non si trattasse di una terapia specifica, potrebbe comunque essere intesa come palliativa, in grado comunque di attenuare i sintomi di una situazione comunque insostenibile. Rimangono – è bene ribadirlo – valutazioni autorevoli ma personali, non magistero. Osservazioni che vanno valutate mettendo comunque da parte qualsiasi uso strumentale o ideologico di un farmaco, anche dal punto di vista simbolico, tanto dirompente. Ma soprattutto non bisogna mai dimenticare che siamo di fronte a persone afflitte da una sofferenza che può essere distruttiva e che l’obiettivo di prendersene cura, con tutte le risorse a disposizione per alleviarne la disperazione angosciante, rimane in una prospettiva di umanità, di misericordia e di verità. E questa dev’essere la prima, reale preoccupazione. Fonte.www.avvenire.it
Cassazione:consenso informato
Quotidiano Sanità, 13/03/2019
Cassazione. Senza consenso informato (anche prima che fosse regolamentato dalle norme) il paziente va sempre risarcito Il principio vale, secondo l'ordinanza della Cassazione 6449/2019, anche se l'operazione è stata eseguita correttamente. Per la Corte l'assenza di consenso informato determina responsabilità medica anche in mancanza di previsioni specifiche. L'ORDINANZA. 13 MAR - Senza adeguato consenso informato il medico deve risarcire il paziente. Torna ancora sull’indispensabilità del consenso la VI sezione civile della Cassazione che con l’ordinanza 6449 del 6 marzo 2019 ha confermato la condanna al risarcimento da parte della struttura in cui il medico (nel frattempo defunto) operava di 561.726,47 euro più le spese di giudizio. Il fatto Un paziente ha chiamato in giudizio davanti al Tribunale della sua città l'Università "La Sapienza" di Roma e un medico che in questa operava, chiedendo fossero condannati al risarcimento dei danni conseguenti alla non corretta esecuzione di un intervento chirurgico da lui subito, lamentando tra l'altro di non essere stato adeguatamente informato delle possibili conseguenze negative dell'intervento. Sia l’Università, sia l’erede del medico hanno chiesto il rigetto della domanda. Dichiarata l'incompetenza per territorio in relazione alla domanda contro il professionista, il Tribunale ha invece accolto la domanda nei confronti dell'Università, che ha condannato al pagamento d di 561.726,47 euro oltre le spese di giudizio. La Corte di Appello ha poi respinto il ricorso dell’Università e accolto quello incidentale del paziente sulla rivalutazione degli interessi e ha condannato l'Università al pagamento delle relative somme oltre che delle ulteriori spese del grado di giudizio. L’ordinanza Il principio su cui si basa l’ordinanza della Cassazione è che se manca il consenso informato, i sanitari sono tenuti a risarcire il paziente delle conseguenze dannose derivate da un intervento anche se questo è stato correttamente eseguito e la correttezza accertata in giudizio. Per la Corte di Cassazione la necessità del consenso informato del paziente, anche prima dell'entrata in vigore delle norme che lo hanno regolamentato era desumibile dai principi generali dell'ordinamento. Quindi non aveva necessità di una previsione specifica ed era valida anche all'epoca dell'intervento su cui si basa la richiesta di risarcimento. Secondo la Cassazione il ricorso dell’Università non contesta in alcun modo l'affermazione della sentenza secondo cui “la mancanza del consenso informato doveva essere data per pacifica in assenza di contestazioni nel giudizio di primo grado”. Inoltre, il ricorso non dice nulla sul fatto che il profilo dell'esistenza del consenso fu sollevato per la prima volta in appello. “Ciò posto – sottolinea la Cassazione nell’ordinanza - la censura di pretesa applicazione retroattiva delle norme suindicate è destituita di fondamento, perché, come correttamente ha rilevato la Corte d'appello, la necessità di un consenso informato era desumibile dai principi generali dell'ordinamento, senza che fosse necessaria una qualche previsione specifica”. Inammissibile anche la contestazione dell’Università che sostiene vi fosse stato un consenso informato. “Posto che la Corte d'Appello – spiega la Cassazione - ha valutato la deposizione testimoniale e l'ha ritenuta insufficiente a supportare la tesi dell'appellante (del consenso informato appunto), per cui il tornare sulla questione si risolve in modo evidente nel tentativo di sollecitare in questa sede un diverso e non consentito esame del merito”. Secondo l'Università, infatti, il paziante sarebbe stato a suo tempo, adeguatamente informato dei rischi dell'intervento, "ma tale deduzione - sorrolinenano i giudici - è stata ritenuta dalla Corte di merito insufficiente, posto che si fondava su una deposizione (quella della madre del paziente) talmente generica che non consentiva di comprendere quali informazioni fossero state realmente fornite" al paziente. Quindi, secondo la Cassazione, il ricorso è rigettato e non essendo stata contestata in alcun modo l'affermazione della sentenza impugnata secondo cui la mancanza di consenso informato doveva essere data per pacifica, le conseguenze della sua assenza restano e l'Università dovrà pagare a questo punto, oltre a più di mezzo milione di euro, anche le spese del giudizio di Cassazione.
Italia fertilità
Quotidiano Sanità, 12/03/2019
Italia agli ultimi posti nell’Ue per fertilità e natalità. E con 31,1 anni di media al primo parto record di “vecchiaia” per le mamme italiane Nel 2017, la Francia (1,90 nati per donna) è stato lo Stato membro con il più alto tasso di fertilità totale nell'Ue, al contrario, i tassi di fertilità più bassi sono stati osservati a Malta (1,26 nascite per donna), Spagna (1,31), Italia e Cipro (entrambi 1,32). Ed Eurostat rileva che l'età della madre al primo parto era superiore a 30 anni in Italia (31,1 anni), in Spagna (30,9), in Lussemburgo (30,8), in Grecia (30,4) e in Irlanda (30,3). 12 MAR - L'Italia, dall'ultima rilevazione Eurostat relativa al 2017, si conferma tra gli Stati europei dove la fertilità e la natalità sono più basse, l'età delle madri più alta e il primo figlio arriva più tardi. Nel 2017, 5.075 milioni di bambini sono nati nell'Unione europea, rispetto ai 5.148 milioni del 2016. Il tasso di fertilità totale nell'Ue è stato di 1,59 parti per donna, rispetto a 1,60 del 2016. Il più alto tasso di fertilità totale dall'inizio delle serie temporali comparabili era stato nel 2010 quando ha raggiunto 1,62, ancora però sotto il “livello di sostituzione” (tra nati e morti), che è considerato pari a 2,1 nati vivi per donna. Tra i 5.075 milioni di nascite, il 45% riguardava un primo figlio, il 36% un secondo figlio e il 19% un terzo o successivo bambino. In media nell'Ue, le donne che hanno dato alla luce il loro primo figlio nel 2017 all’età di 29,1 anni. L'età media è gradualmente aumentata dai 28,7 anni del 2013 a 29,1 nel 2017. Quasi il 5% delle nascite dei primi figli nell'Ue nel 2017 riguardava donne di età inferiore ai 20 anni (madri adolescenti) e circa il 3% donne di 40 anni e oltre. Nel 2017, la Francia (1,90 nati per donna) è stato lo Stato membro con il più alto tasso di fertilità totale nell'Ue, seguita da Svezia (1,78), Irlanda (1,77), Danimarca (1,75) e Regno Unito (1,74). Al contrario, i tassi di fertilità più bassi sono stati osservati a Malta (1,26 nascite per donna), Spagna (1,31), Italia e Cipro (entrambi 1,32), Grecia (1,35), Portogallo (1,38) e Lussemburgo (1,39). Nel 2017 la media più bassa di età al primo parto è stata registrata in Bulgaria (26,1 anni), seguita da Romania (26,5), Lettonia (26,9), Slovacchia (27,1), Polonia (27,3), Lituania (27,5) ed Estonia (27,7). Sul versante opposto l'età della madre al primo il parto era superiore a 30 anni in Italia (31,1 anni), in Spagna (30,9), in Lussemburgo (30,8), in Grecia (30,4) e in Irlanda (30,3). Le quote più alte di nascite del primo figlio da madri adolescenti (meno di 20 anni) sono state registrate in Romania (13,9% delle nascite totali del primo figlio nel 2017) e Bulgaria (13,8%), davanti all'Ungheria (9,9%), Slovacchia (9,5%), Lettonia (6,7%) e Regno Unito (6,1%). D'altra parte, le quote più basse sono state osservate in Danimarca (1,5%), Italia e Slovenia (entrambe l'1,6%), Paesi Bassi (1,7%), Lussemburgo (1,9%) e Svezia (2,0%). Al contrario, le proporzioni più alte di nascite del primo figlio da donne di 40 anni e oltre sono state registrate in Spagna (7,4% delle nascite totali di primo figlio nel 2017) e Italia (7,3%), seguita da Grecia (5,6%), Lussemburgo (4,9%), Irlanda (4,8%) e Portogallo (4,3%). Nell'Ue, l'81,5% delle nascite sono state del primo o secondo figlio, mentre le nascite di terzi figli hanno rappresentato il 12,5% delle nascite totali, e del quarto o di bambini successivi al quarto hanno rappresentato il 6,0 per cento. In tutti gli Stati membri dell'Ue, la percentuale più elevata di madri che hanno partorito il loro quarto o successivo figlio è stata registrato in Finlandia (10,3%), seguita da Irlanda (9,0%), Regno Unito (8,8%), Slovacchia (8,1%), e Belgio (8,0%). Fonte.www.quotidianosanità.it
Ludopatia:Emilia Romagna
Quotidiano Sanità, 11/03/2019
Ludopatia. Stretta ai giochi per i minorenni in Emilia Romagna Gli under 18 non potranno tentare la fortuna con le macchinette da gioco che restituiscono tagliandi da convertire in premi. La delibera di Giunta contiene le modalità attuative del divieto, con una serie di obblighi per i gestori dei locali. Gli assessori Venturi e Corsini: “La prevenzione inizia dai più giovani”. 11 MAR - "Si trovano perlopiù all’interno di sale giochi, centri commerciali e nei parchi divertimento. Sono le 'ticket redemption', macchinette da gioco che, alla fine di ogni partita, restituiscono ticket (tagliandi) da convertire in premi: braccialettini, portachiavi, cuffiette, gadget di vario tipo. Fino a orologi da polso, mp3, Ipad. In Emilia-Romagna c’è una legge regionale (Norme per il contrasto, la prevenzione, la riduzione del rischio della dipendenza dal gioco d’azzardo patologico) che ne vieta l’utilizzo ai minori: oggi la Commissione assembleare ha dato il via libera alla delibera di Giunta in cui sono contenute le modalità attuative del divieto, e che prevede una serie di obblighi ben precisi per i gestori dei locali". È quanto si legge in una nota della Regione Emilia-Romagna. “La prevenzione inizia dai più giovani - sottolineano gli assessori alle Politiche per la salute, Sergio Venturi, e al Commercio, Andrea Corsini -: con queste disposizioni rafforziamo ulteriormente il nostro impegno per contrastare e ridurre il rischio della dipendenza da gioco d’azzardo a partire dalle fasce più esposte, più fragili. E, poiché si tratta di minori, il nostro forte auspicio è che anche i genitori facciano la loro parte e siano nostri alleati. Siamo di fronte a un fenomeno - proseguono Corsini e Venturi - che interessa in modo trasversale tutte le età, e che continuiamo a combattere: sia dal punto di vista sanitario, con investimenti di oltre 7,4 milioni di euro per la cura e la prevenzione delle dipendenze assegnati dal Fondo per il gioco d’azzardo patologico 2018-2019, sia con incentivi agli esercizi commerciali che aderiscono al marchio ‘Slot free ER’. E proprio su questo fronte - concludono gli assessori - nel 2018 abbiamo raddoppiato i contributi, che sono passati a 300mila euro, consentendo di approvare 30 progetti da Piacenza a Rimini”. Divieto di utilizzo: le novità introdotte "Il testo licenziato dalla Commissione assembleare (che dovrà ora tornare in Giunta per l’approvazione definitiva) introduce, per i gestori, l’obbligo di affiggere nei locali l’apposita locandina regionale in cui viene menzionato il divieto di utilizzo delle 'ticket redemption' da parte dei minorenni. Non solo: c’è anche l’obbligo di affiggere in modo visibile su ogni apparecchio oggetto del divieto un avviso in cui deve essere chiaramente indicato che l’utilizzo è vietato ai minori di 18 anni. I gestori, inoltre, devono accertare l’età del cliente, tranne nei casi in cui la sua maggiore età sia evidente. Se minorenne, non devono vendergli i gettoni, né consegnargli il premio derivante da una vincita. Nel caso di violazione degli obblighi da parte dei gestori, è prevista l’applicazione di sanzioni amministrative pecuniarie". “Ticket redemption”, come funzionano "I giocatori - nella stragrande maggioranza bambini e ragazzi - inseriscono il denaro nella macchinetta, giocano e, a prescindere dal risultato, ottengono comunque un ticket con un punteggio. I ticket possono essere accumulati e usati per 'acquistare' premi presenti all’interno della sala giochi. Naturalmente, per ottenere un 'premio' come un Mp3 è necessario accumulare molti punti, e dunque giocare (inserendo soldi nella macchinetta) molto, anche per ore intere. Con il rischio di sviluppare una vera e propria dipendenza: quella da gioco, appunto. A differenza delle slot machine, che sono vietate per legge nazionale ai minori di 18 anni, le ticket redemption sono invece accessibili perché la vincita non è in denaro ma in ticket. Giovanissimi e gioco d’azzardo: la situazione in Emilia-Romagna Tra le dipendenze patologiche che interessano gli adolescenti emiliano-romagnoli, c’è anche il gioco d’azzardo: il 20% delle ragazze e il 46% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni giocano d’azzardo in modo occasionale, ma quasi il 5% dei maschi (contro lo 0,9% delle femmine) è a rischio di ludopatia, come emerge dall’ultima 'mappatura' degli adolescenti svolta dalla Regione a fine 2016. Dipendenza da gioco, le persone in cura Le persone che nel 2017 si sono rivolte ai servizi delle Aziende Usl dell’Emilia-Romagna per dipendenza da gioco d’azzardo e prese in carico sono state 1.521. L’utenza è in prevalenza di sesso maschile e la fascia di età più rappresentata è quella tra i 41 e i 50 anni. Fonte.www.quotidianosanità.it
Dossier ticket
Quotidiano Sanità, 09/03/2019
Dossier Ticket. Il Governo e le Regioni promettono ancora una volta di riformarli, ma intanto questa tassa sulla salute ci costa ogni anno quasi 3 miliardi, tra farmaci, analisi, visite specialistiche e prestazioni di pronto soccorso La riforma dei ticket è da quasi 10 anni all’attenzione di tutti i Governi. Negli ultimi anni ci provò Lorenzin con il "vecchio" Patto per la Salute ma alla fine si riuscì solo a ridurre il superticket di 60 mln. Ci riprova ora la neo ministra Grillo che tra gli asset del nuovo Piano in costruzione ha inserito nuovamente la revisione di ticket ed esenzioni. In attesa di capire se stavolta Governo e Regioni ce la faranno a riformare il sistema di compartecipazione vediamo come stanno le cose nelle varie tipologie di ticket e tra le tante regole differenti in vigore tra una Regione e l'altra 09 MAR - Il ticket sanitario è da anni uno dei temi di politica sanitaria su cui molteplici governi si sono confrontati pur senza trovare una soluzione univoca salvo un piccolo taglio del superticket (-60 mln) nella Legge di Bilancio 2018. La riforma del sistema di compartecipazione era già prevista dal Patto per la Salute 2014-2016 ma nonostante fu attivato un tavolo non se ne fece nulla. Il tema è stato ripreso, per ora solo a parole, anche in questa legislatura e la riforma del sistema è all’indice del nuovo Patto per la salute 2019-2021 (le cui trattative però sono in stallo). Sulla questione vedi anche lo studio di Filippo Palumbo (1-2 parte) Sempre aperta poi la partita superticket. Il Ministro della Salute Giulia Grillo ha provato ad abolirlo nell’ultima manovra, ma la misura non è passata e poche settimane fa ha annunciato che ci riproverà nella prossima Legge di Bilancio. “Come è noto – scrive la Corte dei conti in un suo report - , la revisione del sistema doveva prendere in considerazione diversi aspetti: promuovere la consapevolezza del costo delle prestazioni e, quindi, favorirne una richiesta più appropriata; garantire un gettito finanziario adeguato per le regioni, evitando al contempo che livelli di compartecipazione troppo elevati (specie nella specialistica) favorissero lo spostamento dal Servizio Sanitario Nazionale verso strutture private, minando la stessa possibilità di garantire livelli di assistenza adeguati. Sulla definizione di un nuovo assetto ha inciso anche il complesso lavoro di ridefinizione e di aggiornamento delle tariffe per le prestazioni specialistiche disposto con l’approvazione dei nuovi LEA. Un lavoro che non è ancora concluso. Solo limitati i progressi su questo fronte registrati nell’anno soprattutto per la difficoltà di individuare coperture adeguate ad un orientamento volto a proporne una abolizione (piuttosto che un ridisegno)”. Una spesa da quasi 3 mld. Nell’attesa che la politica sbrogli la matassa ad oggi i ticket sanitari pesano sulle tasche degli italiani per 2,889 miliardi di euro (anno 2017) per una spesa media annua a cittadini di 47,7 euro. Ticket farmaceutico. Questa compartecipazione vale 1,55 mld (25 euro in media a testa), anche se c’è da precisare che di questi solo 500 mln è rappresentato dal ticket fisso mentre il restante miliardo riguarda la quota di partecipazione sul prezzo di riferimento, ovvero la scelta autonoma dei cittadini che preferiscono acquistare un farmaco branded pagando la differenza di prezzo con il farmaco equivalente passato dallo Stato. E poi come al solito nella nostra sanità regionalizzata si nota come ogni territorio abbia regole diverse. (vedi tabella) Ticket specialistica. La spesa per il ticket sulle prestazioni specialistiche ammonta a circa 1,3 mld (circa 22 euro a testa) comprensiva anche delle spese per il ticket al Pronto soccorso e per altre prestazioni. Qui la normativa si divide in due. La prima misura è il ticket nazionale che in tutte le Regioni prevede una franchigia massima di 36,15 euro (salvo la Calabria dov’è fissata a 45 euro). Dall’altro lato c’è poi il famigerato superticket (le stime parlano di un valore poco superiore ai 400 mln di euro) che in origine doveva essere di 10 euro fissi ma poi nella realtà ogni Regione ha fatto da se, chi introducendo scaglioni in base al reddito, chi quote variabili in base al tipo di ricetta e chi non lo ha messo, chi restando sulla quota fissa. Insomma una giungla che poco ha a che fare con l’idea di Ssn. (Vedi tabella, da notare che nel frattempo Lombardia e Abruzzo hanno ridotto il peso del superticket, l’Emilia Romagna lo ha eliminato e la Toscana lo abolirà dal 1° aprile). L.F. Fonte.www.quotidianosanità.it
Oms:8 marzo
Quotidiano Sanità, 08/03/2019
Festa della donna. Oms: donne in sanità sono il 70% ma solo una su quattro ha la leadership L'attuazione di accordi di lavoro flessibili, la fornitura di programmi di tutoraggio e l'istituzione di politiche specifiche sulla discriminazione e le molestie di genere, insieme allo sviluppo della formazione di genere possono abbattere le barriere che tuttora frenano la carriera delle donne in sanità. Ma non basta. Secondo l'Oms bisogna innovare la stessa organizzazione del lavoro in sanità a partire dai criteri di progressione di carriera perché troppo spesso le donne devono concorrere in un sistema progettato per gli uomini. 08 MAR - In occasione della Giornata internazionale della donna, l’Oms celebra tutte le donne che hanno avuto un ruolo pionieristico nel promuovere la scienza e la salute. La prima menzionata dall'Oms è Florence Nightingale, considerata fondatrice della moderna assistenza infermieristica, comprendendo i benefici di igiene e servizi igienico-sanitari di prevenzione delle malattie. Poi Fe del Mundo, una pediatra filippina, che ha svolto lavori pionieristici su malattie infettive tra cui la dengue, è stata la prima studentessa della Harvard Medical School. E ancora Anandi Gopal Joshi che fu una delle prime dottoresse indiane, nominata medico responsabile in un ospedale nell'India centrale, prima di morire di tubercolosi all'età di soli 22 anni. Da non dimenticare la storia di Elizabeth Garrett Anderson, nata poco dopo Florence Nightingale, che si autoproclamò francese per ottenere una laurea in medicina all'Università della Sorbona a Parigi e divenne la prima dottoressa della Gran Bretagna. Nel 20º secolo, l'Oms ricorda Anne Szarewski che scoprì la causa del cancro del collo dell'utero, portando al primo vaccino contro l'HPV e il lavoro di Françoise Barré-Sinoussi sull'HIV che fu fondamentale per l'identificazione del virus come causa dell'AIDS. Ma nel 2019, tuttavia, osserva l'Oms, le donne sono ancora solo un terzo dei ricercatori in tutto il mondo,in media. Le medie regionali per la quota di ricercatrici (basate solo su dati disponibili) per il 2015 sono: - 28,8% nel mondo - 39,8% negli Stati arabi - 39,5% nell'Europa centrale e orientale - 48,1% nell'Asia centrale - 23,4% nell'Asia orientale e il Pacifico - 45,4% nell'America Latina e i Caraibi - 32,3% nel Nord America e l'Europa occidentale - 18,5% nell'Asia meridionale e occidentale - 31,3% nell'Africa sub-sahariana. E solo il 12% dei membri delle accademie scientifiche nazionali di tutto il mondo è donna. Passando più in generale al settore sanitario l'Oms ricorda poi che le donne rappresentano il 70% della forza lavoro in tutto il mondo, eppure solo il 25% di esse occupa posizioni di leadership nel settore. E anche il differenziale retributivo è alto: circa il 26% nei paesi ad alto reddito e il 29% nei paesi a reddito medio-alto. La discriminazione di genere, i pregiudizi impliciti, le molestie sessuali e le violenze sono indicati dall'Oms come i fattori principali e sistemici al progresso delle donne in sanità. Fattori aggravati dalla mancanza di politiche per la famiglia (compresi accordi di lavoro flessibili e congedo di paternità). Ma ci sono segnali di una inversione di tendenza. Nell'Oms, ad esempio, le donne detengono il 60% delle posizioni dirigenziali e lo scorso anno quasi il 40% dei nuovi membri della National Academy of Medicine degli Usa erano donne. Del resto, osserva l'Oms, sono già emerse prove del fatto che l'attuazione di accordi di lavoro flessibili, la fornitura di programmi di tutoraggio e l'istituzione di politiche specifiche sulla discriminazione e le molestie di genere e lo sviluppo della formazione di genere possono abbattere le barriere che tuttora frenano la carriera delle donne in sanità. Ma non basta. Secondo l'Oms bisogna innovare la stessa organizzazione del lavoro in sanità a partire dai criteri di progressione di carriera perché troppo spesso le donne devono concorrere in un sistema progettato per gli uomini. Fonte.www.quotidianosanità.it
Madre ludopatica
Il Messaggero, 08/03/2019
Milano, madre fa prostituire la figlia 12enne: le servivano i soldi per le slot Italia Giovedì 7 Marzo 2019 Offesa, picchiata con i fili elettrici, spinta al suicidio con frasi terribili. È l'incubo quotidiano, riferito dai carabinieri, che una ragazzina di 12 anni ha vissuto per colpa della madre, una 52enne che ieri è stata arrestata a Milano per maltrattamenti in famiglia, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Quest'ultimo reato consumato nei confronti della figlia maggiorenne, costretta a prostituirsi per alimentare la ludopatia della madre. La vicenda è iniziata nel luglio scorso, quando i militari hanno organizzato un incontro in una scuola nella zona sud di Milano per parlare di bullismo. Al termine un insegnante ha raccontato che una studentessa gli aveva chiesto se fosse reato prostituirsi e da allora sono partiti gli accertamenti sulla ragazzina. Fonte.www.ilmessaggero.it
Annao:donne medico
Quotidiano Sanità, 07/03/2019
Le donne medico sono ormai maggioranza ma il Ssn non se n’è ancora accorto La sostenibilità della sanità pubblica passa anche per la capacità di tenere insieme la galassia delle esigenze e delle aspettative, di lavoro e di “genere”, dei professionisti con quelli del Servizio Sanitario Nazionale e compiutamente interpretare e rappresentare i cambiamenti e le nuove domande che l’avanzare delle donne in sanità esprime. 07 MAR - Nella sanità italiana le donne sono già maggioranza tra i nuovi medici ed entro tre anni lo saranno in tutta la popolazione professionale considerata l’accelerazione dei pensionamenti che produrrà la cosiddetta “quota 100. Un fenomeno numerico che, però, tarda a tradursi in proposte strategiche delle organizzazioni, comprese quelle professionali e sindacali, che recepiscano esigenze e legittimi interessi di categorie professionaliin rapida mutazione. La crescita delle donne medico porta domande, ancora senza risposte, sullaorganizzazione del lavoro e su modelli di cura in grado di recuperare i valori professionali ed i tempi di vita. E, forse, richiede un rovesciamento del paradigma paritario con la valorizzazione della differenza, che, lungi dal penalizzare le donne, le avvantaggi nel lavoro di cura globale riguardante la relazione,la riproduzione, gli affetti, il rispetto della persona e del mondo. In un momento storico condizionato dagli economisti, ed in un clima poco adatto ai medici, ad una maggioranzadi donne che lavora in sanità toccherà occupare i posti che rimarranno dopo l’esodo di massa verso la quiescenza edopo le fughe dal pubblico verso il privato di clinici poco attratti dagli ospedali. In un Paese che da decenni non ha più voluto governare la salute, delegata da tutti a modelli aziendalistici, con i principali attori, i medici in preda ad una crisi identitaria, in cui le problematiche “di genere” si aggiungono alle generali condizioni in cui operano. Senza sapere più come è e come sarà questo lavoro, nell’ambito dell’epocale cambiamento che si profila, con ospedali che si assottigliano fino a scomparire, con chi sogna una medicina senza medici, con i contratti di lavoro destinati ai musei della postmodernità. E come sarà la formazione a questo lavoro che rischia di perdere la sua ragione sociale e che cosa verrà trasmesso alle generazioni successive. Il cambiamento necessario richiede certo tempo, ma soprattutto politiche che lo assumano come necessità per trasferire una visione di genere nei contratti di lavoro, nelle leggi, nella prassi, ed evitare che la crescita delle donne in sanità sia derubricata a semplice fenomeno di costume. La sostenibilità della sanità pubblica passa anche per la capacità di tenere insieme la galassia delle esigenze e delle aspettative, di lavoro e di “genere”, dei professionisti con quelli del Servizio Sanitario Nazionale e compiutamente interpretare e rappresentare i cambiamenti e le nuove domande che l’avanzare delle donne in sanità esprime. Carlo Palermo Segretario Nazionale Anaao Assomed Fonte.www.quotidianosano9ità.it
8 marzo. Fnomceo: “Le donne medico sono il 44%, ma tra gli under 40 sono oltre il 60% Sono questi i numeri di genere comunicati dalla Federazione degli ordini dei medici. Anelli: “È necessario che anche i sistemi organizzativi tengano conto di questa nuova fotografia della popolazione medica e odontoiatrica, e vi si adeguino” 07 MAR - “Sono 163.336, e costituiscono il 44% di tutti i medici italiani, poco meno della metà; ma se guardiamo alle fasce di età più giovani, sotto i 40 anni, sono la schiacciante maggioranza: oltre il 60%, con punte del 64% tra i 35 e i 39 anni”. Sono questi i numeri forniti dalla Fnomceo in vista della giornata della donna che si celebra domani. “Sono le donne medico – scrive la Fnomceo - , sempre più numerose – erano, cento anni fa, solo 200, mille volte meno, e ancora oggi sono solo il 16% tra i medici over 70 ancora iscritti - tanto che si è parlato, negli anni passati, di ‘onda lunga dei camici rosa’. Molte meno, ma in crescita, le odontoiatre che, con le loro 16.415 iscritte (contando anche i ‘doppi iscritti’, appartenenti a entrambi gli albi) costituiscono il 26% dei dentisti italiani”. “Al di là delle note di colore – prosegue la Federazione - , quello della femminilizzazione è uno dei grandi cambiamenti che coinvolge la professione medica e odontoiatrica, tanto da essere una delle macroaree che saranno oggetto del dibattito degli ‘Stati Generali’”. “Le nostre professioni sono sempre più declinate al femminile – afferma il presidente della Federazione Nazionale degli ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli. – Soprattutto nelle fasce di età più giovani, le colleghe sono più numerose rispetto agli uomini. È necessario che anche i sistemi organizzativi tengano conto di questa nuova fotografia della popolazione medica e odontoiatrica, e vi si adeguinoFonte.www.quotidianosanità.it
Quotidiano Sanità, 06/03/2019
Inquinamento. Il killer silenzioso che uccide ogni ora 800 persone in tutto il mondo. Onu: “Con energie rinnovabili potremmo salvare 150 milioni di vite entro fine secolo” Al Consiglio dei diritti umani di Ginevra del 4 marzo, David Boyd, relatore speciale per i diritti umani e l'ambiente delle Nazioni Unite, ha ribadito che l'inquinamento atmosferico è un "assassino silenzioso, a volte invisibile e molto prolifico" che ha colpito donne e ragazze più degli uomini. "Ogni anno 7 milioni di vittime, molte dopo anni di sofferenza, di cancro, malattie respiratorie o malattie cardiache direttamente causate dalla respirazione di aria inquinata". IL RAPPORTO SULLE EMISSIONI 2018. 05 MAR - Passare alle energie rinnovabili potrebbe salvare fino a 150 milioni di vite entro la fine del secolo. E’ questa una priorità tra le preoccupazioni di sei miliardi di persone che inalano regolarmente aria "così inquinata che mette a repentaglio la loro vita, la loro salute e il loro benessere". Al Consiglio dei diritti umani di Ginevra del 4 marzo, David Boyd, relatore speciale per i diritti umani e l'ambiente delle Nazioni Unite, ha ribadito che l'inquinamento atmosferico è un "assassino silenzioso, a volte invisibile prolifico" che ha colpito donne e ragazze più degli uomini. Questo nonostante il fatto che il diritto a un ambiente sano sia legalmente riconosciuto da 155 Stati, ha spiegato. "Gli inquinanti atmosferici sono ovunque, in gran parte causati dalla combustione di combustibili fossili per ottenere elettricità, trasporti e riscaldamento, e da attività industriali, cattiva gestione dei rifiuti e pratiche agricole", ha affermato. L'inquinamento atmosferico è presente sia all'interno che all'esterno ed è responsabile della morte prematura di sette milioni di persone ogni anno, tra cui 600.000 bambini. "Ogni ora, 800 persone muoiono (per un totale di 7 milioni di morti l'ano), molte dopo anni di sofferenza, di cancro, malattie respiratorie o malattie cardiache direttamente causate dalla respirazione di aria inquinata", ha detto. Ma, ha evidenziato, queste morti erano prevenibili. Alcuni Stati, come l'Indonesia, hanno iniziato ad affrontare il problema dell'inquinamento atmosferico indoor legato alla cucina, aiutando milioni di famiglie povere a passare a tecnologie di cottura più pulite. In India, un programma finanziato dal governo fornisce alle donne fondi per acquistare stufe a gas naturale, con l'obiettivo di fornire il 95% di tutte le famiglie target entro il 2022 e il numero di famiglie che utilizzano combustibili solidi per cucinare e riscaldare è in calo anche in America Latina, in alcune parti dell'Asia, in Europa e nel Mediterraneo orientale. Negli Stati Uniti e in Cina, leggi e politiche che promuovono l'aria più pulita hanno migliorato anche la qualità dell'aria. In California, la funzione polmonare dei bambini è migliorata, mentre a Shenzhen, in Cina, il livello di particelle nell'aria è diminuito del 33% negli ultimi cinque anni. Tra le raccomandazioni chiave esposte da Bayd ci sono il divieto di nuove centrali elettriche a energia fossile e la sostituzione di quelle esistenti entro il 2030, insieme al sostegno per la crescita dei sistemi di generazione di energia rinnovabile distribuiti. Il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) ha accolto con favore le misure "accelerate" adottate in tutto il mondo per combattere l'inquinamento terrestre e marino e ridurre le emissioni. L'agenzia ha inoltre sottolineato l'importanza dell'impegno dell'India lo scorso anno a eliminare le materie plastiche monouso entro il 2022, una mossa era legata all'azione sull'inquinamento plastico, tra i temi della Giornata mondiale dell'ambiente 2018. A oggi, 127 paesi hanno adottato una legislazione per regolamentare i sacchetti di plastica, 27 paesi hanno promulgato leggi che vietano prodotti specifici di plastica, 27 paesi hanno istituito tasse sulla produzione di sacchetti di plastica, 30 paesi hanno addebitato ai consumatori tariffe per i sacchetti di plastica, 63 paesi hanno aumentato la responsabilità dei produttori sulle materie plastiche monouso, compresi i rimborsi dei depositi, gli obiettivi di restituzione dei prodotti e di riciclaggio, otto Stati hanno bandito le microsfere, che si trovano comunemente nei cosmetici. L'obiettivo dell'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, come concordato alla Conferenza delle Parti nel 2015, è di mantenere l'aumento della temperatura globale di questo secolo al di sotto di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali e questo richiede anche sforzi per limitare l'aumento della temperatura anche a 1,5 gradi Celsius. Il rapporto annuale sul divario delle emissioni nell'ambiente delle Nazioni Unite riferito al 2018 presenta una valutazione degli attuali sforzi nazionali di mitigazione e le ambizioni che i paesi hanno presentato nei loro contributi determinati a livello nazionale, che costituiscono la base dell'accordo di Parigi. Fonte.www.quotidianosanità.iut
Magi:territorio
Quotidiano Sanità, 04/03/2019
Le nuove valutazioni Lea. Magi (Sumai): “I dati mostrano quello che diciamo da sempre, manca l’assistenza sul territorio” L’assistenza territoriale e la prevenzione sono decisamente carenti. Politiche miopi hanno penalizzato la specialistica ambulatoriale convenzionata pubblica distraendo risorse dal territorio a vantaggio dell’ospedale. Questo se da un lato ha evitato la chiusura di reparti nosocomiali, dall’altro ha impoverito il territorio con pesanti ricadute sulle politiche della prevenzione 04 MAR - Lo diciamo da tempo e il nuovo modello di verifica dell’erogazione dei Lea, che dovrebbe entrare a regime nel 2020, ce ne da conferma: “il 60% delle Regioni non garantirebbe i Livelli essenziali di assistenza. Un quadro obiettivamente preoccupante”. Dall’anticipazione di Quotidiano Sanità emerge un quadro che il SUMAI Assoprof denuncia da tempo ovvero che l’assistenza territoriale e la prevenzione sono carenti. E questo è dovuto a politiche miopi che hanno penalizzato la specialistica ambulatoriale convenzionata pubblica, totalmente desertificata in gran parte a vantaggio dell’ospedale, che infatti va un po’ meglio a scapito però del territorio che è stato distratto di risorse umane, in particolar modo specialisti ambulatoriali convenzionati pubblici, poiché non si sono fatti concorsi per assumere il personale che andava in quiescenza. Manca il territorio Leggendo il documento emerge come Il 60% delle Regioni non garantirebbe i Livelli essenziali di assistenza, il che tradotto vuol dire che 12 Regioni su 21 sono inadempienti in termini di prestazioni. Gli otto indicatori test per l’attività distrettuale (tasso ospedalizzazione adulti per diabete, Bpco e scompenso cardiaco; tasso ospedalizzazione minori per asma e gastroenterite; tempi d’attesa; consumo antibiotici; pazienti trattati in Adi; percentuale re-ricoveri in psichiatria; numero decessi da tumore; anziani non autosufficienti nelle Rsa) ed i sette indicatori test per l’attività ospedaliera (tasso ospedalizzazione; interventi tumore maligno al seno; ricoveri a rischio inappropriatezza; proporzione colecistectomie con degenza inferiore ai 3 giorni; over 65 operati di frattura al femore entro 2 giorni; parti cesarei) ci danno tutti lo stesso risultato, ovvero: “manca il territorio”. E così ci viene dimostrato che tra le regioni inadempienti, vicine alla sufficienza ci sono il Friuli Venezia Giulia (che non raggiunge la sufficienza solo sull’attività di prevenzione) e il Lazio (insufficiente solo nell’attività distrettuale). Regioni, queste, dove da tempo si è fatta una politica ospedalocentrica dimenticandosi della specialistica territoriale. Addirittura nel Lazio non si fa un accordo Regionale per la specialistica convenzionata pubblica da ben 12 anni, l’ultimo è del 2006. Scendendo la graduatoria troviamo poi l’Abruzzo (appena sotto la sufficienza per l’attività distrettuale e ospedaliera), cui segue la Puglia (che è appena sotto la sufficienza in tutte e tre le aree). A seguire poi c’è un altro sottogruppo di 3 regioni che si collocano tra il 4 e il 5 come valutazione complessiva e parliamo di Basilicata, Calabria (che nella griglia Lea 2016 era invece penultima) e Sicilia. Infine ci sono le 5 peggiori regioni che hanno i dati più negativi soprattutto per l'assistenza territoriale con punteggi molto bassi: Valle d’Aosta e Pa Bolzano (sufficienti entrambe solo per l'ospedaliera), Molise e Sardegna (sufficienti solo per la prevenzione). C’è poi la Campania, che non riesce a conquistare la sufficienza in nessuna delle tre aree nonostante sia la regione con il maggior numero di specialisti ambulatoriali, ma in ospedale invece che nel territorio. Vado a memoria, ma non mi sembra abbia mai fatto un accordo regionale della specialistica convenzionata pubblica. E che dire della Sardegna che ha addirittura emanato un decreto regionale che vieta il turn over ma solo per gli specialisti ambulatoriali convenzionati pubblici? Questi sono i risultati. Il nuovo sistema di valutazione fa notare come sono molte di più le Regioni sotto il livello minimo di erogazione. Altro fattore che emerge è quello che vede la maggioranza di insufficienze nell’area distrettuale andando a confermare il problema cronico della carenza dell’assistenza territoriale. È indubbio che questi risultati (che come riferisce Quotidiano Sanità sono ancora da prendere con le molle e su cui i tecnici di Ministero e Regioni sono al lavoro) offrono un quadro disarmante rispetto alla auspicata uniformità dei servizi erogati nelle diverse realtà territoriali. Ma cosa potrebbe accadere qualora si confermasse l’intenzione, da parte di alcune regioni, di procedere verso una maggiore autonomia regionale anche in sanità? la domanda è quantomeno legittima. Antonio Magi Segretario Generale SUMAI Assoprof Fonte.www.quotidianosanità.it
Quotidiano Sanità, 01/03/2019
Nei prossimi 3 anni in pensione 23mila medici, tra quota 100 e raggiunti limiti di età La stima è dell'Anaao e la riporta oggi l'Ansa. Con quota 100, secondo il sindacato, andrebbero in pensione almeno 4.500 medici sui 18mila aventi diritto, mentre altri 18mila andranno comunque in pensione per il raggiungimento dei limiti di legge. Palermo: "Sempre più urgente provvedere a nuove assunzioni" 01 MAR - Saranno circa 23mila i medici che andranno in pensione da qui al 2021. La stima l’ha fatta l’Anaao Assomed interpellata oggi dall’Ansa. I medici – scrive l’Agenzia di stampa - che lascerebbero il Ssn per pensionamento sarebbero circa 18mila ed altri 18-20mila maturerebbero i requisiti per la quota 100 anche se, di questi ultimi, si stima potrebbe poi lasciare effettivamente l'incarico circa il 25%, ovvero 4.500. A spigare il calcolo è lo stesso segretario nazionale Anaao-Assomed Carlo Palermo: “Circa 18-20mila medici del Ssn maturerebbero i requisiti per la quota 100 e potrebbero dunque lasciare l'incarico. È però verosimile che non tutti prendano tale decisione e stimiamo in circa il 25%, ovvero circa 4.500 professionisti (1000-1500 l'anno), il numero realistico di medici aventi diritto che potrebbe effettivamente decidere di lasciare il lavoro per effetto della quota 100”. A questi 4.500 medici in uscita va però sommata, spiega ancora Palermo, “una ulteriore quota di circa 18mila medici che andrebbero comunque in pensione per il raggiungimento dei limiti previsti. In totale, dunque, si stima potranno essere almeno 23mila i medici che lasceranno il Ssn nel triennio”. Secondo Palermo ne risulta una prospettiva di “forte allarme: oggi i medici in servizio nel Ssn sono infatti circa 105mila e se nei prossimi 3 anni si creasse un buco di 23mila camici bianchi, ciò porterebbe ad una pesante riduzione dei servizi per i cittadini. Tali fuoriuscite, infatti, arriverebbero in un contesto attuale della Sanità italiana che è già di forte degrado”. La quota 100, sottolinea ancora il sindacalista all’Ansa, “va di fatto ad aggravare la situazione poiché potrebbe determinare un incremento del 20% in più delle uscite rispetto a quelle preventivate”. A fronte di ciò, conclude il segretario dell'Anaao, “è quanto mai urgente che il governo proceda ad una campagna di assunzioni e concorsi nella Sanità”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Anteprima:dati sui Lea
Anteprima. I dati sui Lea con il nuovo sistema di valutazione per prevenzione, assistenza distrettuale e ospedaliera. Solo 9 Regioni su 21 superano la sufficienza in tutte e tre le aree Lo avevamo ventilato qualche giorno fa ma ora che abbiamo potuto analizzare le carte sugli esiti della prima sperimentazione effettuata dal Ministero della Salute del nuovo modello di verifica dell’erogazione dei Lea (che dovrebbe entrare a regime nel 2020) il quadro che emerge è obiettavamente preoccupante, con ben il 60% delle Regioni che non riesce a raggiungere neanche la sufficienza. Carenti soprattutto l’assistenza territoriale e la prevenzione mentre va un po’ meglio per l’attività ospedaliera. 01 MAR - Il 60% delle Regioni non garantirebbe i Livelli essenziali di assistenza (Lea), il che tradotto vuol dire ben 12 Regioni su 21. È un vero e proprio shock quello che emerge dalla prima sperimentazione (che siamo in grado di anticipare) attuata dal Ministero della Salute sul Nuovo Sistema di Garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza approvato lo scorso dicembre in Stato-Regioni. Il modello, come già anticipato nei giorni scorsi, entrerà in vigore nel 2020 e tutto quest’anno servirà a sperimentarne la bontà. Ma un fatto rimane, dai primi esiti della sperimentazione si rileva una situazione drammatica per la sanità italiana con una fotografia ben diversa da quella emersa dall'attuale Griglia Lea, secondo la quale le Regioni inadempienti sono solo 2. La sperimentazione si è basata sull’anno 2016 e ha preso in esame 3 distinte aree di assistenza: ospedaliera, distrettuale e prevenzione. Gli indicatori test. Ogni area è poi stata suddivisa secondo degli indicatori precisi e per la sperimentazione ne è stato utilizzato un sottoinsieme di 6 per l’area della prevenzione (copertura vaccinale pediatrica per esavalente e Mpr, controllo animali e alimenti, stili di vita, screening). Otto sono invece gli indicatori test per l’attività distrettuale (tasso ospedalizzazione adulti per diabete, Bpco e scompenso cardiaco; tasso ospedalizzazione minori per asma e gastroenterite; tempi d’attesa; consumo antibiotici; pazienti trattati in Adi; percentuale re-ricoveri in psichiatria; numero decessi da tumore; anziani non autosufficienti nelle Rsa). E 7 infine gli indicatori test per l’attività ospedaliera (tasso ospedalizzazione; interventi tumore maligno al seno; ricoveri a rischio inappropriatezza; proporzione colecistectomie con degenza inferiore ai 3 giorni; over 65 operati di frattura al femore entro 2 giorni; parti cesarei). I risultati. Le 9 regioni che garantiscono i Lea seocndo i nuovi indicatori sperimentali. Al top si attesterebbe il Piemonte, seguito da Lombardia, Pa Trento, Veneto, Liguria, E. Romagna, Toscana, Umbria e Marche. Da notare come tutte queste regioni, seppur con posizioni differenti siano in ogni caso tra le migliori anche secondo la Griglia Lea 2016 (che ricordiamo non misurava le Regioni a statuto speciale). Le 12 regioni che non rispetterebbero i Lea. Fino a qui, quindi, tutto in linea con le rilevazioni fatte fino ad oggi. Il punto è che dalla sperimentazione, tutte le altre 12 regioni non sembrano essere in grado di garantire i Lea. Tra le regioni vicine alla sufficienza ci sono Friuli Venezia Giulia (che non raggiunge la sufficienza solo sull’attività di prevenzione), il Lazio (insufficiente solo nell’attività distrettuale). Scendendo la graduatoria troviamo poi l’Abruzzo (appena sotto la sufficienza per l’attività distrettuale e ospedaliera), cui segue la Puglia (che è appena sotto la sufficienza in tutte e tre le aree). A seguire poi c’è un altro sottogruppo di 3 regioni che si collocano tra il 4 e il 5 come valutazione complessiva e parliamo di Basilicata, Calabria (che nella griglia Lea 2016 era invece penultima) e Sicilia. Infine ci sono le 5 peggiori che hanno dati con dati più negativi soprattutto per l'assistenza territoriale con punteggi molto bassi: Valle d’Aosta e Pa Bolzano (sufficienti entrambe solo per l'ospedaliera), Molise e Sardegna (sufficienti solo per la prevenzione) e infine la Campania che non riesce a conquistare la sufficienza in nessuna delle tre aree. Da notate come, a parte Calabria e Campania che già nella Griglia Lea non raggiungevano la sufficienza, sono molte di più le Regioni sotto il livello minimo di erogazione. Altro fattore che emerge è quello che vede la maggioranza di insufficienze nell’area distrettuale andando a confermare il problema cronico della carenza dell’assistenza territoriale. Va un po' meglio per la prevenzione mentre l’attività ospedaliera appare quella meno in crisi con i dati di perforance generalmente più alti. Insomma, a parte l’analisi delle graduatorie, ciò che emerge dalla sperimentazione è un quadro molto peggiore di quello cui ci avevano abituato le ultime rilevazioni della "vecchia" Griglia Lea e forse anche questo spiega il perché le Regioni, in sede d’intesa, abbiano chiesto lo scorso dicembre di rimandare l’avvio del nuovo sistema al 2020 e perché nel nuovo Patto per la Salute chiedano di rivedere le norme su piani di rientro. Anche perché stando così le cose altro che regioni che escono dai commissariamenti, qui si rischia di avere mezza Italia in Piano di rientro e con commissari governativi. E infine è indubbio che questi risultati (per carità ancora da prendere con le molle e su cui i tecnici di Ministero e Regioni sono al lavoro) offrono un quadro disarmante rispetto alla auspicata uniformità dei servizi erogati nelle diverse realtà territoriali proprio ora che si sta stringendo il cammino verso una maggiore autonomia regionale anche in sanità. Luciano Fassari Fonte.www.quotidianosanitgà.it
Quotidiano Sanità, 28/02/2019
Fondo sanitario 2018: in Gazzetta Ufficiale i riparti dei 112,7 miliardi, dai Lea alle somme vincolate Circa 109,8 miliardi sono per i Lea, mentre gli altri riguardano una serie di somme vincolate o per enti e finanziamenti di altre leggi relative all'assistenza. Le delibere Cipe dei riparti sono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 49 del 27 febbraio. I RIPARTI PUBBLICATI IN GAZZETTA. 28 FEB - E’ pubblicata in Gazzetta Ufficiale (n. 49/2019) la delibera del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica relativa al riparto del Fondo Sanitario 2018. La delibera segue l’intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni nella seduta del 1° agosto 2018 sulla proposta di riparto del ministro della Salute. Il livello del finanziamento del Ssn a cui concorre lo Stato per il 2018 è di 12.681.131.233 ed è articolato in diverse componenti di finanziamento: a) 109.876.848.907 sono destinati al finanziamento indistinto dei Livelli essenziali di assistenza inclusa la quota destinata alla cura e alla prevenzione della fibrosi cistica. Il finanziamento è comprensivo, tra l’altro, di 596.000.000 euro per specifiche norme di legge tra cui: 50.000.000 euro per la cura della dipendenza del gioco d’azzardo; 69.000.000 euro per il rinnovo delle convenzioni con il Ssn; 200.000.000 euro per il finanziamento dei maggiori oneri a carico del Ssn per la regolarizzazione dei cittadini extracomunitari occupati in attività di assistenza alla persona e alle famiglie; 127.000.000 euro per il concorso al rimborso alle regioni per l’acquisto di vaccini come previsto dal Nuovo piano nazionale vaccini (NPNV); 150.000.000 euro per il rimborso alle regioni degli oneri per processi di assunzione e stabilizzazione del personale del Ssn; b) 1.867.856.256 sono vincolati a: 1.500.000.000 euro per specifici obiettivi individuati nel Piano sanitario nazionale; 40.000.000 euro per la medicina veterinaria; 38.735.000 euro per borse di studio triennali per i medici di medicina generale; 30.152.000 euro a favore del Fondo per l’esclusività del rapporto del personale dirigente del ruolo sanitario; 30.990.000 euro per l’assistenza a extracomunitari irregolari; 6.680.000 euro per attività di medicina penitenziaria, che saranno trasferite dal ministero della Giustizia sulla base della ripartizione stabilità nella delibera; 165.424.023 euro accantonati per il finanziamento della medicina penitenziaria; 53.875.233 euro per il finanziamento degli oneri derivanti dal completamento del processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari; 2.000.000 euro per la revisione delle tariffe per prestazioni termali; c) 652.915.742 euro sono destinati al finanziamento di: 10.000.000 euro per il finanziamento degli oneri contrattuali dei bienni economici 2002-2003 e 2004- 2005 del personale degli Istituti zooprofilattici sperimentali; 3.000.000 euro per quota parte degli oneri contrattuali del biennio economico 2006-2007 del personale degli Istituti zooprofilattici sperimentali; 265.993.000 euro per il funzionamento degli Istituti zooprofilattici sperimentali; 146.412.742 euro per il concorso al finanziamento della Croce rossa italiana; 2.000.000 euro per il finanziamento del Centro nazionale trapianti; 173.010.000 euro per concorso al finanziamento delle borse di studio agli specializzandi; 2.500.000 euro per pagamento delle rate di mutui contratti con la Cassa depositi e prestiti; 50.000.000 euro per la formazione dei medici specialisti; 283.510.328 euro sono accantonati per essere ripartiti con successivo decreto del ministro della Salute di concerto con il ministro dell’Economia sulla bozza del quale è stata sancita la prevista intesa della Conferenza Stato-regioni nella seduta del 1° agosto 2018. Sulla stessa Gazzetta sono pubblicate anche le ripartizioni degli importi descritti relative a “Fondo sanitario nazionale 2018 - Riparto tra le regioni delle risorse vincolate alla realizzazione degli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale”; “Fondo sanitario nazionale - Riparto tra le regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano delle risorse destinate all’aggiornamento delle tariffe massime delle prestazioni di assistenza termale, relative all’anno 2018”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Rinnovo contratto personale sanità privata. Aiop: “Per noi si tratta di una priorità assoluta” "Negli ultimi anni, le nostre strutture sanitarie hanno subìto l’imposizione di tetti di budget e blocchi delle tariffe. Abbiamo dimostrato massima disponibilità ai sindacati, ai quali abbiamo chiesto di fare fronte comune. Riteniamo che debba essere compiuta una scelta sovrapponibile a quella operata per il comparto pubblico, per rispettare un impegno nei confronti di quei lavoratori che operano nella componente di diritto privato del Ssn". Così la presidente Barbara Cittadini. 28 FEB - “Il rinnovo del contratto nazionale del personale, che opera nella componente di diritto privato del Ssn, è per Aiop una assoluta priorità. Negli ultimi anni, le nostre strutture sanitarie hanno subìto l’imposizione di tetti di budget e blocchi delle tariffe: con un tetto di spesa, imposto dal DL 95 del 2012, che, nella migliore delle ipotesi, cristallizza i budget al 2012 abbattuti di un ulteriore 2% (in alcuni casi anche al 2007). Senza contare che le tariffe, che variano da regione a regione con un delta anche del 30%, sono datate e costruite in base a meccanismi, che non tengono in considerazione le reali componenti di costo delle prestazioni che le strutture erogano per il Ssn”. Così Barbara Cittadini, Presidente Aiop - Associazione Italiana Ospedalità Privata - interviene in merito al blocco delle trattative per il rinnovo del Ccnl del personale dipendente Aiop e Aris. “Abbiamo dimostrato massima disponibilità ai sindacati, ai quali abbiamo chiesto di fare fronte comune, - continua Cittadini – ritenendo, con senso di responsabilità, doveroso il rinnovo del contratto nei confronti di quei professionisti - 58 mila operatori di personale non medico - che lavorano nelle nostre strutture. Si tratta di operatori che rappresentano una risorsa preziosa che, quotidianamente, consente agli italiani di avere una risposta alla domanda di salute, e alle aziende di garantire al Ssn prestazioni e servizi efficaci, efficienti e con un’elevata attenzione all’umanizzazione delle cure.” La Presidente Aiop conclude: “Riteniamo che debba essere compiuta una scelta sovrapponibile a quella operata per il comparto pubblico, per rispettare un impegno nei confronti di quei lavoratori che operano nella componente di diritto privato del Ssn che hanno pari dignità rispetto ai colleghi del comparto pubblico. Contestualmente, vanno individuate le risorse che consentano alle strutture di mantenere i presupposti economici-finanziari necessari per proseguire la propria attività, salvaguardando migliaia di posti di lavoro.” Fonte.www.quotidianosanità.it

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