Source: https://www.mariantoniettafarinacoscioni.it/norme-sul-finanziamento-della-chiesa-cattolica-e-delle-altre-confessioni-religiose-attraverso-unaddizionale-ecclesiastica-allimposta-sul-reddito-delle-persone-fisiche-242/
Timestamp: 2018-03-21 22:23:36+00:00

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Norme sul finanziamento della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose attraverso un'addizionale ecclesiastica all'imposta sul reddito delle persone fisiche ( 242 ) - Maria Antonietta Farina Coscioni
Onorevoli Colleghi! – I finanziamenti statali alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni religiose, che di seguito indichiamo genericamente con il termine «Chiese», violano il principio fondamentale della laicità dello Stato. La cosa è di una tale evidenza che non ci si dovrebbe nemmeno soffermare sul punto.
C’è poi chi sostiene che le Chiese svolgano attività socialmente utili, e come tali vadano finanziate. In realtà già oggi esistono finanziamenti su progetti gestiti da associazioni religiose, al di là dell’otto per mille dell’IRPEF, che invece attribuisce finanziamenti alle Chiese in quanto tali, indipendentemente da ciò che fanno. Sostenere poi, da parte delle Chiese, che quei soldi siano effettivamente utilizzati per realizzare progetti umanitari invece che – come è accaduto e accade sempre più spesso – per finanziare campagne politiche e attività di lobbying (ciò che sarebbe più accettabile se si trattasse non di un’organizzazione religiosa ma di un competitore politico), non è altro che una finzione contabile: i soldi entrano in bilancio, punto e basta.
Quando interverranno le leggi di approvazione delle intese stipulate il 4 aprile 2007, concorreranno alla ripartizione dell’otto per mille dell’IRPEF, quota non
espressa compresa, anche le seguenti confessioni religiose:
È peraltro certo che la legislazione sull’otto per mille dell’IRPEF presenta profili di profondo e insanabile conflitto con i princìpi di trasparenza e di correttezza – e quindi di legalità – che devono ispirare i rapporti dello Stato con i cittadini contribuenti, aderiscano essi o no a un credo religioso.
Ciò avviene, oltre che per effetto di alcuni meccanismi fiscali (per esempio, i contribuenti titolari di soli redditi da lavoro dipendente, esentati dall’obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi, per esprimere la scelta sulla destinazione dell’otto per mille dell’IRPEF devono compilare una dichiarazione allegata al certificato unico dipendente (CUD), dovendo però rinunciare – almeno parzialmente – al beneficio dell’esonero dall’obbligo di presentazione), soprattutto per disinformazione: alcuni ignorano l’esistenza di questo meccanismo; altri credono che l’otto per mille della loro dichiarazione relativa all’IRPEF, in difetto di scelta, rimanga allo Stato.
Paradossalmente, dunque, lo Stato non fa campagna per sé, pur essendo – oltre che soggetto esattore per conto di tutti – uno dei soggetti per cui è possibile firmare, proprio mentre la televisione pubblica trasmette campagne pubblicitarie della Conferenza episcopale italiana (CEI) del valore di milioni di euro.
Per capire come sia stata disattesa questa disposizione di legge citeremo quanto ha scritto il professor Carlo Cardia, membro della «Commissione governativa avente il compito di procedere alla revisione dell’importo deducibile ed alla valutazione del gettito della quota IRPEF al fine di predisporre eventuali modifiche» (il professor Cardia è inoltre membro delle seguenti Commissioni di nomina del Presidente del Consiglio dei ministri: «Commissione consultiva per la libertà religiosa»; «Commissione governativa per l’attuazione delle disposizioni dell’Accordo tra Italia e Santa Sede, firmato il 18 febbraio 1984, e ratificato con legge 25 marzo 1985, n. 121»; «Commissione governativa per la soluzione di alcune difficoltà interpretative delle disposizioni normative di derivazione concordataria»), in un articolo dal titolo «La legge 222/1985: attuazione, problemi, prospettive» contenuto nel volume «Dall’Accordo del 1984 al disegno di legge sulla libertà religiosa – Un quindicennio di politica e legislazione ecclesiastica» (edito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria, nel maggio 2001).
«(…) La terza questione che sta profilandosi è una questione di fatto, di natura squisitamente finanziaria, riassumibile in termini molto semplici: dal flusso finanziario dell’8 per mille del gettito IRPEF derivano alla Chiesa cattolica (recte: alla CEI) delle somme veramente ingenti, che hanno superato ogni più consistente previsione. Si parla ormai di circa 900-1.000 miliardi l’anno [di lire]. Ciò vuol dire che la CEI ha la disponibilità annua di diverse centinaia di miliardi per finalità (“esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero, interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di paesi del terzo mondo”: art. 48 legge 222/85) che sono chiaramente secondarie rispetto a quella primaria del sostentamento del clero; e che, lievitando così il livello del flusso finanziario si potrebbe presto giungere al paradosso per il quale è proprio il sostentamento del clero ad assumere il ruolo di finalità secondaria rispetto alle altre. Tutto ciò porterebbe a vere e proprie distorsioni nell’uso del denaro da parte della Chiesa cattolica, e, più in generale, riaprirebbe il capitolo di un finanziamento pubblico irragionevole che potrebbe raggiungere la soglia della incostituzionalità se riferito al valore della laicità quale principio supremo dell’ordinamento (…)».
Quando il professor Cardia scrisse queste illuminanti parole già oltre la metà del denaro corrisposto alla CEI era destinato
a «finalità che sono chiaramente secondarie rispetto a quella primaria del sostentamento del clero», come risulta dalla tabella seguente, i cui dati sono stati reperiti sul sito (www.sovvenire.it) della medesima CEI:
Anno di riferimento Ammontare totale dell’8 per mille (in euro) % per il sostentamento
in favore della CEI di cui per il sostentamento del clero
1990 210 145 69
1991 210 108 51
1992 210 103 49
1993 303 177 58
1994 363 212 58
1995 449 201 45
1996 751 287 38
1997 714 241 34
1998 686 249 36
1999 755 250 33
2000 643 284 44
2001 763 290 38
2002 910 308 34
2003 1016 330 32
2004 952 320 34
2005 984 315 32
2006 929 336 36
Nel contesto di un regime politico democratico e liberale, le religioni (e non più una sola, stante la libertà di condividerne una a scelta o anche nessuna), pur soddisfacendo i bisogni spirituali di una parte della popolazione, non possono essere degradate a mere esecutrici di finalità pubblicistiche. Parimenti, lo Stato laico – concetto peraltro sempre più spesso evocato anche da eminenti esponenti della gerarchia cattolica – non può proporsi quale fine il perseguimento di fini ultraterreni.
Eppure, la democrazia rappresentativa parlamentare crebbe e si fortificò al grido
di «no taxation without representation». Una monarchia assoluta, qual è lo Stato della Città del Vaticano, non può concedere tali libertà ma non può impedire ai propri fedeli di far valere la regola ricordata nei propri rapporti con lo Stato italiano.
La sola libertà – null’altro – diviene quindi il fondamento del finanziamento alla Chiesa, accompagnata dalla responsabilità, che è la simmetrica rappresentazione della prima, il Giano bifronte della civiltà.
Per quanto riguarda la più diffusa in Italia, la Chiesa cattolica – che, tramite la CEI, riceve ormai una cifra annuale di circa un miliardo di euro – potremmo invero parlare di una vera e propria corruzione da parte dello Stato attraverso il finanziamento pubblico.
La migliore rappresentazione di questa corruzione ci è data da un credente cattolico, Roberto Beretta, giornalista che scrive sul quotidiano cattolico della CEI «Avvenire», che nel libro «Chiesa padrona» (Piemme, 2006) ha scritto un efficace capitolo, dal titolo «L’altra faccia dell’otto per mille»: «La Trinità ha quattro persone? Si può discutere. Gesù Cristo non è veramente risorto? Parliamone. Però al vero clericale non toccare l’otto per mille: quello è diventato ormai più sicuro di un dogma, più intangibile di un precetto del catechismo. E non per gretta avidità di denaro: perché trattasi di uno dei principali ingranaggi su cui si fonda il macchinoso castello della “Chiesa padrona”.
Del resto, discutere della divinità di Gesù Cristo – finché non sboccia in aperta eresia – interessa al massimo una minoranza di colti, e comunque ammette un sacco di sfumature magari lecite. Invece sollevare obiezioni “dall’interno” su tattiche contingenti e discutibili come l’otto per mille (ma anche l’ora di religione nella scuola, il finanziamento alle scuole cattoliche, il riconoscimento civile delle coppie di fatto…), sia pur in linea teorica o ipotetica, rischia di creare una crepa nella quale “i nemici” potrebbero infilarsi per scardinare l’intero sistema. Così in casa cattolica si finisce paradossalmente per creare un fronte assai più monolitico e compatto intorno – che so? – al “progetto culturale” anziché sulla storicità dei Vangeli, ricadendo nell’errore metodologico che più oltre si rimarcherà: ritenere un aut aut ciò che è solo e inevitabilmente un et et.
Proprio il meccanismo dell’otto per mille, pur avendo dischiuso grandi risorse e prospettive alla Chiesa, mostra un sacco di effetti collaterali di cui tra credenti ed ecclesiastici non si parla mai. Cominciamo dalle prime. Anzitutto, il denaro corrisposto dai contribuenti italiani (attraverso una firma sulla dichiarazione dei redditi) alla CEI – oppure ad altre realtà confessionali ammesse al sistema – non fa che riconoscere almeno in parte il servizio sociale, educativo, assistenziale oltre che religioso svolto dalla Chiesa per i cittadini italiani, non credenti inclusi.
Si tratta dunque di un sacrosanto e probabilmente sottostimato “stipendio” per una categoria, il clero, che oltre ai suoi doveri di culto compie moltissimo lavoro “pubblico” e civile; e che, anche quando adempie a un ministero puramente spirituale, risponde alla domanda di gran parte della popolazione. Dunque ha diritto a sentirsi garantito di un minimo vitale.
Però proprio questa “garanzia” dovrebbe fare un po’ di problemi, ai cattolici e ai preti stessi. Per esempio, per la mancata responsabilizzazione dei laici cristiani sul mantenimento del “loro” clero: se in Italia vigesse il sistema tedesco delle decime, o quello americano delle tasse sul culto, c’è da credere che i nostri preti farebbero la fame e che la Penisola sarebbe abitata al 99 per cento da un popolo di agnostici “fiscali”. Eppure, sarebbe più rispondente allo spirito del Vangelo che i credenti stessi provvedessero fraternamente ai loro preti (ammesso che questi ultimi si fidassero a mettersi nelle mani dei fedeli…). Utopia? I mormoni – spesso guardati dall’alto in basso per certi costumi “stravaganti” quali la poligamia – fanno esattamente questo: versano il 10 per cento di tutti gli introiti alla loro Chiesa, anche in Italia. I cattolici avrebbero una fede sufficiente per fare lo stesso?
Troppo “garantismo” sulle risorse, inoltre, non favorisce lo sviluppo nemmeno di chi usufruisce di tali fondi: è una legge della logica assistenziale. In altre parole: che lavorino o no, che lo facciano molto o poco, i preti il piatto in tavola sono sicuri di avercelo (a differenza di molte altre categorie di persone) e anche qualcosina in più; perché dovrebbero affaticarsi a guadagnarselo? Certo, si suppone che la loro coscienza sia più scrupolosa di quella – per esempio – di un “normale” e vituperato dipendente statale: ma anche loro sono uomini, no? Perché non potrebbero cadere in qualche caso in una mentalità assistenziale?
Anche per la Chiesa nel suo complesso, il fatto di godere ogni anno di centinaia di milioni più o meno “sicuri” non stimola certo la fiducia nella Provvidenza, per non dire lo spirito di povertà francescana. Anzi, pone semmai problemi di effettiva libertà nei confronti dello Stato o del suo governo, che potrebbero anche esercitare un sottile ricatto politico. E se cambiasse sistema di erogazione dei fondi per il culto, costringendo, a precipitose contromisure? O se ancora i cittadini, magari per reagire a una presa di posizione sgradita della Chiesa, scegliessero di diminuire drasticamente il gettito dell’otto per mille a favore della CEI: se ne farebbero influenzare, i cattolici, magari ammorbidendo le loro scelte?
L’otto per mille è assai comodo, solleva da un sacco di problemi e permette persino di togliersi certi sfizi o di abbondare in qualche investimento; ma pone pure qualche problema, e qualche domanda scomoda. Per esempio, basta navigare nel bellissimo sito Internet dedicato al cosiddetto “Sovvenire” oppure guardare in tv i periodici spot mandati in onda prima del periodo delle dichiarazioni dei redditi per rendersi conto di quali e quante risorse professionali vi siano state profuse. Giustamente, forse; ma uno spot simile – poniamo – su Gesù Cristo, quando mai la CEI lo ha commissionato e fatto trasmettere?
C’è un’altra questione ben più capitale, tuttavia, ed è l’enorme potere attribuito a chi gestisce i proventi dell’otto per mille e delle altre offerte del “Sovvenire”; un potere che non deriva “dal basso”, da una democratica elezione, né deve rendere conto del suo operato (al di là di bilanci generali), a chi ha versato il suo contributo; un potere che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici. Quale vescovo per esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla CEI per il denaro che gli occorre a sistemare un seminario o riparare la cattedrale o costruire qualche canonica – alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza? In assenza di separazione dei poteri, come tra Parlamento e magistratura per esempio, il rischio è quello di far coincidere i controllori con i controllati: un regime che – anche se (lo speriamo vivamente) di fatto non si verificano abusi né irregolarità – alimenta il clericalismo, cioè nel caso specifico una gestione discrezionale del denaro.
Certo, esistono alcune norme per favorire un’equanime distribuzione dei fondi. Nel 2005, per esempio, la Chiesa cattolica ha ottenuto dal ministero delle Finanze 984 milioni di euro, dei quali 315 sono andati al sostentamento dei quasi 39
mila sacerdoti italiani, 155 per le esigenze del culto e della pastorale e 85 a interventi caritativi (questi ultimi due fondi vengono ripartiti per metà in parti uguali tra tutte le 226 diocesi italiane e per l’altra metà sulla base del numero dei loro abitanti). E fin qui si tratta di meccanismi di divisione automatici e dunque senza possibilità di sperequazioni. Ma il resto, che poi corrisponde a quasi metà del totale, una somma comunque enorme?
Una parte, per esempio quella relativa alla costruzione di nuove chiese o alla tutela dei beni artistici e agli interventi a favore del terzo mondo, dipende dai progetti presentati alla CEI – ed è bello pensare che non ci siano margini discrezionali o favoritismi per le diocesi “amiche” -; un’altra finisce a pioggia sopra vari enti cattolici, compresi alcuni magari benemeriti ma del tutto sconosciuti se non agli addetti ai lavori – e anche qui è difficile credere che i destinatari si sentano poi liberi, se fosse il caso, di presentare obiezioni sull’operato di chi fornisce aiuti tanto preziosi -; un’altra ancora confluisce in fondi come quello intitolato alla catechesi e all’educazione cristiana, che sarebbe curioso sapere che cosa ne faccia dei ben 60 milioni di euro erogatigli ogni anno.
Insomma, senza voler prospettare il peggio – e cioè fenomeni di corruzione o cattiva gestione -, è inevitabile che cifre così rilevanti “riservate” (lo dice il sito Internet ufficiale) “alla Presidenza della CEI” per “attività di rilievo nazionale” creino nei confronti della stessa CEI e in specie della sua dirigenza una fastidiosa posizione di sudditanza almeno psicologica e morale da parte dei confratelli vescovi e della maggior parte delle istituzioni ecclesiali o laicali.
Il denaro, soprattutto quando è molto, significa potere; anche nella Chiesa. Qualcuno si scandalizzerà: succedono queste cose persino tra i preti? Be’ forse meno che in politica: ma perché dare spazio ai sospetti maligni, perché obbligare il prossimo a credere sulla fiducia? Proprio in quanto la Chiesa non è un sistema democratico, dotato dunque di meccanismi di controllo ben precisi, dovrebbe mettersi al riparo da ogni illazione di parzialità distinguendo l’indirizzo “politico” dalla gestione dei fondi e garantendo che essi arrivino anche a un eventuale gruppo di dissenzienti dalla linea della dirigenza.
Spesso la Chiesa ricorda di non essere una democrazia. Ma, se è per questo, non è nemmeno una monarchia (“Essere Chiesa di comunione”, ha scritto il giornalista Giancarlo Zizola, “significa essere più di una democrazia, non meno”) e comunque dovrebbe aver presenti le anomalie che il suo regime comporta, e cercare di ovviarvi. Soprattutto quando norme delegate da un sistema democratico (quali i contributi dell’otto per mille) finiscono per interagire con un sistema oligarchico e non elettivo qual è quello ecclesiastico.
La struttura cattolica, infatti, vede lo spirituale e il temporale talmente sovrapposti che un corto circuito è quasi inevitabile; l’abuso di potere spesso è inavvertito persino da chi lo esercita, in quanto costui è convinto di compierlo a fin di bene; la commistione dei livelli, la mancata distinzione degli ambiti (in altri contesti si direbbe il conflitto d’interessi) non vengono neppure presi in considerazione. Così avviene che, come succede spessissimo negli ambienti “laici”, grazie all’attuale sistema, anche nella Chiesa, quanti reggono i cordoni della borsa tengano sotto controllo ben più di ciò che effettivamente gestiscono, ed esercitino un potere ricattatorio che non ha nemmeno bisogno di essere espresso perché i soggetti lo percepiscano.
Basta fare una prova: si troveranno fior di case editrici cattoliche o riviste espressione di ordini religiosi disposte a ospitare le più estrose e dubitosamente ortodosse dottrine teologiche; e nessuno o quasi, nella gerarchia, muoverà un dito. Ma guai a chi si arrischi a esprimere un semplice dubbio sul meccanismo che garantisce il sostentamento del clero (e tanto altro
assieme): lì la burocrazia clericale agisce senza pietà. Questo stesso libro ha provato la ventura di essere stato rifiutato, dopo una lettura dei primi capitoli, dalla pur ottima e ben intenzionata casa editrice cattolica che ne aveva accolto volentieri il progetto, e non perché il testo sostenesse a parere del responsabile cose inaccettabili: solo perché la casa “non poteva permettersi” di indisporre chi nelle alte gerarchie ha poi il potere di esercitare le sue ritorsioni in tanti e pesanti modi, che magari riguardano la casa editrice stessa, le sue strutture o la congregazione religiosa che ne è proprietaria.
In fondo, tutta la faccenda posa su un equivoco assai più vecchio dell’otto per mille: quello che i soldi dei preti siano proprio dei preti. Non è così, invece, o almeno non sempre. Non tutte le proprietà ecclesiastiche sono ascrivibili infatti al lavoro e al risparmio di sacerdoti e religiosi, i quali – come noto – mettono in comune i frutti del loro impiego oppure reinvestono anche gli averi personali nell’opera cui collaborano. Spesso i beni e le case derivano da donazioni, lasciti, legati di benefattori vivi o defunti, che li danno alla Chiesa sia per le sue necessità, sia per soccorrere i poveri. In questo caso, benché gli intestatari siano formalmente parrocchie o istituti religiosi, è evidente che il clero ne è solo amministratore e non proprietario (almeno moralmente parlando e soprattutto poi se si considera la ricchezza nel contesto più ampio del possesso secondo i precetti evangelici).
Quanto all’otto per mille, è vero che – si diceva sopra – esso è meritato anche dalle fatiche e dall’impegno dei singoli sacerdoti. Però non si deve dimenticare come derivi dalle tasse di tutti i cittadini, non cattolici compresi; dunque esiste il dovere morale che quel cespite non solo non vada sprecato e corrisponda ai fini per cui è devoluto, ma che venga distribuito davvero a tutti (persino a coloro che eventualmente hanno idee differenti da quelle dominanti nelle strutture ecclesiastiche, e che comunque sono rappresentati nella base dei contribuenti) e che non serva a perpetuare un meccanismo scarsamente pluralistico e clericale, di per sé dannoso alla Chiesa – nella quale in genere crede colui che ha firmato a suo favore sul modulo fiscale – nonché alla diffusione di valori evangelici nella società. La CEI (e tanto meno la sua dirigenza pro tempore) non può considerarsi “padrona” nemmeno dell’otto per mille».
PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE Art. 1. (Istituzione dell’addizionale ecclesiastica all’imposta sul reddito delle persone fisiche legalmente appartenenti alla Chiesa cattolica o alle altre confessioni religiose).
6. Il gettito dell’addizionale ecclesiastica all’IRPEF, calcolato al netto dei costi
di esazione e degli oneri di notifica di cui all’articolo 2, comma 4, è versato dalla Repubblica italiana alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni religiose nei modi stabiliti all’articolo 3. Art. 2. (Registri comunali delle persone fisiche legalmente appartenenti alla Chiesa cattolica o alle altre confessioni religiose).
4. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del regolamento adottato ai sensi dell’articolo 4, e comunque ogni anno entro il mese di settembre, i comuni, con comunicazione personale e riservata, avvisano i cittadini residenti nel loro territorio della comunicazione ricevuta ai sensi del comma 3 del presente articolo, fornendo
loro le informazioni relative alle finalità, al funzionamento e alle conseguenze dell’iscrizione nei registri di cui al comma 1 ai fini dell’applicazione dell’addizionale ecclesiastica all’IRPEF.
8. I comuni inviano annualmente all’Amministrazione finanziaria, anche per via telematica, gli elenchi aggiornati dei registri di cui al comma 1. Art. 3. (Versamento del gettito dell’addizionale ecclesiastica all’IRPEF alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni religiose).
a) a titolo di acconto, nella misura del 30 per cento dell’ammontare dell’addizionale dell’anno precedente, entro il
mese di giugno dell’anno di presentazione della dichiarazione dei redditi;
6. Per l’amministrazione dell’addizionale ecclesiastica all’IRPEF si applicano le disposizioni di legge dello Stato vigenti in materia. Art. 4. (Regolamento di attuazione).
Art. 5. (Abrogazioni).
← Modifica degli articoli 7, 8 e 19 della Costituzione, per il rafforzamento della laicità della Repubblica ( 241 )
Modifica all’articolo 57 della legge 20 maggio 1985, n. 222, concernente l’abolizione della designazione di tre componenti del consiglio di amministrazione del Fondo edifici di culto da parte della Conferenza episcopale italiana ( 243 ) →

References: art. 48
 Art. 1
 Art. 2
 Art. 3
 Art. 4

Art. 5