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Timestamp: 2018-03-21 03:28:48+00:00

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consultazioni | "L'Uovo di Colombo". Articoli, notizie, retroscena di Ettore Maria Colombo per il Quotidiano Nazionale
Salvini e Di Maio. segnali di fumo su presidenze delle Camere e governo. Mattarella per ora tace, ma farà delle consultazioni ‘al ralenty’
Posted on 15 marzo 2018 by Ettore Maria Colombo
I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018
Pubblico qui due articoli usciti negli ultimi due giorni su Quotidiano Nazionale che riguardano i rapporti tra le principali forze politiche in vista dell’elezione dei presidenti delle Camere e delle consultazioni.
Salvini e Di Maio accelerano e intensificano incontri e telefonate. Mattarella osserva, per ora scettico.
Salvini che telefona a Di Maio per accordarsi sulle cariche. Berlusconi che litiga con Salvini. Il Pd che si mette ‘a disposizione’ di Mattarella ma che riceve a sua volta, via Martina, da Salvini un’altra telefonata in cui il leader leghista spiega, come farà anche a Grasso, leader di Leu, che “il Parlamento deve essere operativo al più presto”. La giornata politica ieri ha segnato un’improvvisa e inattesa accelerazione. Forse persino al Colle è venuto mal di testa.
Il leader della Lega, Matteo Salvini apre ai 5Stelle (“Esclusa una collaborazione con il Pd tutto è possibile”), anche se sostiene di farlo a nome dell’intero centrodestra. Poi, in più, nel pomeriggio telefona direttamente a Di Maio: in teoria, solo per trovare un accordo sulla presidenza delle Camere, ma è impensabile che i due non abbiano parlato anche del futuro governo. Dal canto suo, il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, dimostra sicumera assicurando che “Impiegheremo meno rispetto ai tempi che ha impiegato la Germania per formare il governo”. Sarà così per davvero?
Ma la telefonata Di Maio-Salvini è il preludio di un’intesa? Certo è che potrebbe sbloccare in modo rapido e indolore almeno la pratica dell’elezione dei presidenti delle Camere: Giancarlo Giorgetti, vero numero due di Salvini, alla Camera e Danilo Toninelli al Senato i nomi più gettonati, anche perché la seconda scelta di Salvini, Roberto Calderoli, potrebbe creare, per polemiche passate, più di qualche imbarazzo al Colle.
A fare da vasi di coccio tra i vasi di ferro ci sono i due sconfitti nelle urne. Berlusconi prova, dopo aver fatto inutilmente la corte al Pd, a respingere l’amaro calice che gli offre Salvini (“Aprire ai 5Stelle? Sì, per cacciarli fuori”) ma costretto a fare, furibondo, buon viso a cattivo gioco, con il rischio di veder svanire tutte le poltrone che contano.
Il Pd, invece, si è già assestato su una linea che suona come una litania: ‘tutto-quello-che-dice-il-Colle-ci-va-bene”. Il coordinatore della segreteria dem (e ormai in buon predicato di diventare capogruppo alla Camera del Pd), Lorenzo Guerini, mette uno stop alle avances di Berlusconi (“L’ipotesi di un appoggio del Pd a un governo di centrodestra è fantapolitica”), ma l’area dei ‘responsabili’, rispetto le richieste che, prima o poi, farà ai dem Mattarella, si allarga a vista d’occhio. Si va dal neo-segretario Martina al ministro Delrio, dal leader di minoranza, Orlando, al capofila dei non renziani di maggioranza, Franceschini, che ieri ha proposto, in un’intervista, “la legislatura costituente”.
Ma cosa intende fare, davanti a tutti questi ‘giri di valzer’, il Capo dello Stato? Ha poche certezze, ma tutte granitiche. La prima è che non manderà mai il Paese al voto senza che il Parlamento abbia riformato una legge elettorale, quella attuale, il Rosatellum, che è solo un pallido e pasticciato ricalco della legge che porta il suo nome, il Mattarellum.
La seconda è che non solo bisogna approntare, entro il 10 aprile, il nuovo Def, di portata triennale, ma che, entro il 15 ottobre, va licenziata e spedita a Bruxelles, per farsela bollinare, la nuova manovra economica. Al Def ci sta lavorando il ministro all’Economia, Padoan, ma l’approvazione delle nuove Camere, in presenza o anche in assenza di un nuovo governo, è decisivo per il suo varo. Potrebbero essere due commissioni ‘speciali’ (accadde nel 2013 quando il governo Monti, ancora in carica, e prima che nascesse quello Letta, di lunga gestazione, mandò il Def alla Ue), in assenza delle commissioni ordinarie, a doverlo approvare. Morale: al Colle sono convinti che 1) un governo ci sarà; 2) prima di un anno (aprile 2019) non si può tornare a votare. Se poi nascerà un governo ‘politico’ sull’asse M5S-Lega o un governo ‘istituzionale’, cioè di tutti, sarà scelta dei partiti.
NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 15 marzo 2018.
2. Mattarella e le consultazioni ‘al ralenty’. Se non c’è nessun governo, si farà un governo di tutti…
Nessun governo istituzionale e/o elettorale aperto a tutti e nessuna paura di tornare al voto, anzi. La coppia Salvini-Di Maio parla all’unisono, neanche si fossero messi d’accordo. Inoltre, sembrano a un passo dall’accordo sullo ‘scambio’ per la presidenza delle Camere, magari con Toninelli o Crimi (M5S) al Senato e Giorgetti (Lega) alla Camera (oppure, al contrario, piazzando Calderoli al Senato, un pentastellato alla Camera), lasciando a bocca asciutta Pd e FI che pure ci speravano in una carica affidata a uno di loro (Franceschini alla Camera, Romani al Senato). Salvini, da Bruxelles, ribadisce il suo stentoreo ‘me ne frego’ delle regole della governance europea (3% in testa) e ripropone la linea dura: centrodestra al governo ma con me. Il candidato premier dei 5Stelle, Luigi Di Maio, davanti alla Stampa Estera, usa accenti assai simili: “Non contempliamo alcuna ipotesi di governo istituzionale né di un governo di tutti”. Poi si rimette in sintonia con Salvini sulla presidenza delle Camere che, appunto, “non riguardano il governo”. Uno spiraglio per la formazione di un governo ‘di tutti’ arriva, invece, dal terzo incomodo, il Pd. “Se Mattarella – dice il ministro Graziano Delrio – ci chiedesse di fare il governo valuteremo. Il Presidente ha sempre la nostra attenzione e la nostra collaborazione”. Il neo-segretario dem, Maurizio Martina, ci va più cauto, ma il concetto è quello.
Ma cosa vuol fare, invece, Sergio Mattarella? L’impressione e l’aria che si respira al Colle è l’esatto contrario delle presunte ‘accelerazioni’ e voglie di chiudere al più presto la partita che gli vengono attribuite in qualche retroscena. Dato che – ragionano al Colle – i”due vincitori” non vogliono fare i conti con la realtà (né il partito arrivato primo, i 5Stelle, né la coalizione arrivata prima, il centrodestra hanno i numeri per governare) l’idea è di far ‘decantare’ la situazione, quasi che i due partiti che sbandierano i loro candidati premier e i loro programmi debbano ‘sfogarsi’, piantando le loro bandierine. Inoltre, al Quirinale non hanno “alcuna fretta” di accelerare il timing delle consultazioni. Le Camere si riuniranno per la prima volta il 23 marzo, come prima cosa dovranno eleggere i loro presidenti (compito non facile, specie a Montecitorio), costituire i gruppi parlamentari, eleggere i capigruppo. Complice il ponte Pasquale, che cade dal 30 marzo al I aprile, Mattarella potrebbe decidere di attendere ancora un po’ e far slittare l’inizio delle consultazioni al 2 aprile. Insomma, il Colle vuol far ‘sbollire’ la situazione e, alla fine, costringere i partiti – ‘tutti’ i partiti, da FI al Pd, che direbbero certo di sì, a Lega e M5S, che non potrebbero dire di no – ad appoggiare quel governo di scopo e/o istituzionale (guai però a chiamarlo ‘del Presidente’: Mattarella è un parlamentarista rigoroso e convinto) che appare, al Colle, l’unica strada realmente percorribile. Un governo che dovrebbe varare la legge di Bilancio, in autunno, e portare il Paese a nuove elezioni nel 2019, ovviamente dopo aver scritto una nuova legge elettorale. Un governo, quindi, con un’ampia, o amplissima, base parlamentare e retto da partiti che indicherebbero ministri di area mentre individuare il premier spetterà al Colle. Altro che ‘governo delle astensioni’ o della ‘non sfiducia’ come furono i tre governi Andreotti nel 1976-’79, retti da un patto di ferro tra Dc e Pci, i “due vincitori” delle elezioni del 1976, come li definì allora Aldo Moro. Mattarella, allievo di Moro, non pensa a quell’esempio ma a tutt’altra formula: il governo di collaborazione tra Dc e Pci del secondo dopoguerra, quando partiti che avevano visioni strategiche (e ideologiche) opposte del mondo dovettero collaborare perché bisognava tirar fuori il Paese dalla devastazione bellica.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 14 marzo 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale
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Elezioni. Un bilancio ‘preventivo’. Attese e aspettive di partiti e coalizioni in attesa del voto del 4 marzo
Posted on 2 marzo 2018 by Ettore Maria Colombo
(questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog)
Una premessa. Lo ‘zoccolo duro’ di Occhetto
Chi vincerà e chi perderà le elezioni politiche del 4 marzo 2018? La risposta, ovvia e scontata, è “bisogna aspettare il 5 marzo”… Contare, e pesare, cioè i numeri assoluti, le percentuali e i seggi di ogni partito, singolo o in coalizione, che si presenta davanti agli elettori. Ovvio. Inoltre, lo sport nazionale largamente praticato nel nostro Paese – a differenza degli altri Paesi europei (e, ovviamente, degli Usa), dove invece lo sconfitto ammette, la sera o la notte stessa del voto, la sconfitta e si rallegra subito con il vincitore – è quello di dire “abbiamo tenuto” (quando si è perso nettamente), “abbiamo registrato una lieve flessione” (quando la sconfitta è catastrofica), “avanziamo, seppur di poco” (quando si rimane inchiodati al palo) e, naturalmente, “abbiamo vinto” (per un misero punto percentuale con il segno più davanti) e via così. Ricordate lo ‘zoccolo duro’ con cui il non ancora segretario del Pci-Pds, Achille Occhetto, commentò il risultato del Pci alle elezioni del 1983? “I risultati – disse Occhetto con aria grave – non ci hanno soddisfatti, anche se rimaniamo un partito del 30% una forza notevole nella società italiana. Del 1975 manteniamo questo zoccolo duro della nostra forza malgrado lo sforzo principale degli altri partiti sia stato quello di ridurla”. Il Pci aveva perso voti e seggi, rispetto alle elezioni del 1979, ma Occhetto, coniando una definizione poi passata alla storia politica, trasformò una disfatta in una sostanziale tenuta del Pci. Potere delle parole!
Alcune istruzioni per l’uso di questo articolo…
Eppure, tutti i partiti hanno, ragionano e sperano, in modo pubblico o in modo riservato, su delle percentuali e delle soglie che segnano, per loro, la differenza tra la vittoria e la sconfitta anche in queste elezioni. Le esaminiamo schieramento per schieramento e partito per partito.
Tre avvertenze o “istruzioni per l’uso”:
1) i sondaggi e le proiezioni dei voti in seggi cui ci si riferisce in questo articolo sono quelli pubblicati fino al giorno in cui essi erano ammessi (il 15 febbraio 2018), quindi nessuna violazione delle regole imposte ai media è contenuta qui;
2) le valutazioni della vittoria e della sconfitta di ogni partito o coalizione sono, ovviamente, molto soggettive: pur mettendoci tutto lo scrupolo possibile, vanno prese sempre con dovuto beneficio d’inventario;
3) gli effetti della vittoria o dello sconfitta dei diversi partiti e/o coalizioni avranno un ovvio, e immediato, ricasco sulla possibilità o meno di formare un nuovo governo, ma anche sulla lunghezza e la complessità delle consultazioni – le quali si apriranno al Quirinale subito dopo l’insediamento delle due Camere e l’elezione dei rispettivi presidenti (atti che verranno formalizzati a partire dal 23 marzo, cioè 20 giorni dopo il voto) – ma tali considerazioni non fanno parte del presente articolo.
1) Il centrodestra vince o perde se…
Ovviamente, il centrodestra (coalizione composta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia-Udc) potrà dire di aver vinto in modo netto le prossime elezioni se avrà la maggioranza assoluta in entrambe le Camere (316 deputati alla Camera, 161 senatori al Senato). Ma data la nuova legge elettorale in vigore, il Rosatellum, che è un mix di sistema di base proporzionale e di collegi maggioritari, e data la tripolarizzazione del sistema politico (centrodestra, centrosinistra, 5Stelle) – sistema dunque non più bipolare, ormai già dalle Politiche del 2013, come nella II Repubblica – è molto difficile, tecnicamente, che questo accada. Come è praticamente impossibile che altri partiti o coalizioni sortiscano identico risultato: ottenere, da soli, e cioè in modo autonomo e coerente, la maggioranza assoluta dei seggi.
In ogni caso, in tutti i sondaggi pubblicati prima del divieto, il centrodestra è sempre stato dato saldamente in vantaggio, come coalizione, rispetto agli altri poli: le percentuali variavano dal 34% (minimo) al 38% (massimo). In termini di seggi (mix degli uninominali e di quelli proporzionali) il centrodestra oscillava, alla Camera, tra i 257/263 seggi (minimo) e i 263/293 seggi (massimo) mentre, al Senato, la forcella oscillava tra i 130/140 seggi (minimo) e i 143/154 seggi (massimo). Come si vede, da un lato il centrodestra è sempre stimato al di sotto della maggioranza assoluta (315 seggi Camera, 161 seggi Senato) per poter governare in modo autosufficiente, ma dall’altro è anche l’unica coalizione che, come vedremo tra poco, analizzando le altre, si può avvicinare, almeno più facilmente, all’obiettivo. Infine, va detto che un centrodestra a cui mancassero una manciata di seggi (diciamo, a spanne, 15/20 alla Camera e 5/10 al Senato) potrebbe, forse, trovarli, data la forte capacità attrattiva acquisita dal suo successo, tra liste minori presenti in Parlamento o transfughi di altri partiti. Certo è che un risultato sopra il 38%, o vicino al 40%, farebbe cantare vittoria all’intero centrodestra mentre un risultato al di sotto del 35% equivarrebbe a una cocente sconfitta.
Per quanto riguarda i partiti all’interno del centrodestra, i conti sono presto fatti. Forza Italia potrà dire di aver vinto le elezioni, fino al punto da poter esprimere il nome del premier incaricato, se sarà largamente il primo partito, con il 16-18%, all’interno della coalizione, sopravanzando la Lega di diversi punti percentuali. La Lega potrà parlare di exploit per sé e di un possibile incarico al suo leader, Salvini, per formare un nuovo governo se sfonderà il muro del 15% dei consensi avvicinandosi o superando FI. Fratelli d’Italia potrà cantare vittoria se sfonderà il muro del 5%: è vero che basta superare il 3% per ottenere seggi nelle Camere, ma prendere o superare il 5% vuol dire averne molti di più (48-50 al massimo alla Camera e 20-30 al massimo al Senato) e avere voce in capitolo anche nelle possibili scelte di governo. Per Noi con l’Italia-Udc il confine è ancora più semplice: sotto il 3% come era quotata in tutti i sondaggi prima del divieto porterà seggi in dote alla coalizione ma non ne eleggerà per sé, sopra il 3% avrà seggi e potrà costituire gruppi parlamentari autonomi.
2. Il centrosinistra vince o perde se…
Il centrosinistra (coalizione composta da Pd-+Europa-Civica e Popolare-Insieme-Svp), non ha, a stare ai sondaggi pubblicati prima che ne scattasse il divieto, alcuna possibilità di vincere le prossime elezioni. Le sue percentuali oscillano, come coalizione, tra il 25-26% (minimo) e il 27-28% (massimo). La proiezione di voti in seggi parla di cifre per il centrosinistra che si collocano, alla Camera, tra i 127/130 seggi (minimo) e i 139/140 seggi (massimo) e, al Senato, tra i 57/63 (minimo) e i 66/73 (massimo). Sicuramente, per il centrosinistra, un buon risultato è stimabile se raggiungerà, come coalizione, la soglia psicologica del 27-28% (oltre quella cifra, verso il 30% dei voti, sarebbe un trionfo) mentre un pessimo risultato sarebbe restare sotto il 25% e un risultato catastrofico sarebbe crollare, tutto insieme, sotto il 23%.
Per quanto riguarda i partiti, il Pd, il partito più grande, è quello che, ovviamente, rischia di più di tutti. La percentuale presa dal Pd di Bersani alle Politiche del 2013 (25,4%) sembra lontana. Infatti, il Pd è quotato sempre al sotto di quella percentuale, circa al 22-23%, e, in sette mesi, ha perso circa cinque punti percentuali (circa uno al mese), scendendo dal 27-28% al 22-23%, appunto. In ogni caso, per Renzi scendere sotto il 22%, fino al 20% o gù di lì, sarebbe un dramma dalle possibili conseguenze catastrofiche, fino all’invocare le sue dimissioni da segretario del partito, con la convocazione di un congresso straordinario per la sua successione. Prendere una cifra tra il 22% e il 25% equivarrebbe a una sconfitta dolorosa, ma potrebbe evitargli l’obbligo di dimissioni. Mantenere o superare il 25% e oltre, fino al 28%, diventerebbe, pur nella sconfitta della coalizione, una sorta di vittoria insperata.
Ma dato che lo stesso Renzi ha più volte enunciato l’ambizione (e, a volte, la certezza) di risultare “primo gruppo parlamentare”, lanciando più volte la sfida, sul punto, ai 5Stelle, anche su questo dato si misurerà il discrimine tra la sua vittoria e la sua sconfitta. Peraltro, potrebbe succedere – per la diversa combinazione dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato – che il Pd risulti primo gruppo parlamentare in un solo ramo del Parlamento (il Senato, più probabilmente) e non anche nell’altro (la Camera).
Ma qui entrano in gioco anche i risultati delle altre liste collegate al Pd nella coalizione di centrosinistra. Infatti, per un esplicita norma della legge elettorale, i partiti/liste che restano sotto l’1% dei voti li disperdono e non eleggono nessuno, i partiti/liste che ottengono tra l’1% e il 3% dei voti non portano seggi per sé ma li portano in dote al partito più grande della coalizione (il Pd, cioè, nel caso del centrosinistra, le tre liste sopra il 3% nel centrodestra) mentre solo nel caso che una lista prenda più del 3% si troverà con eletti propri tali da poter costituire gruppi parlamentari autonomi. Stando agli ultimi sondaggi pubblicati, né la lista Insieme (Psi-Verdi-Ulivisti), capitanata da Giulio Santagata, né la lista Civica e Popolare, guidata dal ministro Beatrice Lorenzin, sono in grado di superare il 3% e, forse, neppure l’1% (sono quotate tra lo 0.5-0,8% e l’1-1,5%) quindi di sicuro non eleggerebbero seggi per sé e solo in caso di superamento dell’1% porterebbero seggi in dote al Pd. Per entrambe, in ogni caso, il successo, quindi, è e sarebbe superare l’1%. Invece, la lista +Europa, capeggiata da Emma Bonino, all’inizio quotata intorno al 2-2,5%, è salita costantemente nel gradimento degli elettori e, nelle ultime rilevazioni, si attesta al 3-3,5%: sarebbe, quindi, in grado di eleggere parlamentari per sé e anche parecchi (una ventina alla Camera e una decina al Senato). Ovviamente, il successo, per +Europa, è dato dal superare il 3%. Ma proprio il suo successo potrebbe causare un danno collaterale al Pd che non beneficerebbe dell’apporto dei loro voti in seggi se, pur superando ovviamente l’1%, restassero sotto il 3%. Insomma, il Pd, “per colpa” dell’exploit della lista Bonino potrebbe mancare, magari di un soffio, la possibilità di diventare primo gruppo parlamentare a scapito dei 5Stelle. Combinazioni e contraddizioni di una legge elettorale piena di trappole nascoste.
3. Il Movimento 5Stelle vince o perde se…
I 5Stelle, pur sapendo di non poter ambire a diventare prima coalizione, rispetto al centrodestra, per il semplice motivo che non si presentano in coalizione, hanno in testa due obiettivi precisi.
Il primo obiettivo è quello di risultare il primo gruppo parlamentare, sia alla Camera (dove sono agevolati dalle forti simpatie che riscuotono nell’elettorato giovanile) che al Senato (dove l’elettorato passivo più alto rende più difficile l’impresa). Il secondo è quello di incassare talmente tanti consensi da impedire sia al centrodestra di poter formare in modo autonomo un governo sia di ostacolare la possibilità di un governo di larghe intese Pd-FI o comunque di evitare che qualsiasi governo prescinda dai 5Stelle. L’obiettivo è alla portata del Movimento. Stimato, negli ultimi sondaggi pubblicati, tra il 26,8-27,5% (minimo) e il 28,0-29,0% (massimo), i 5Stelle potrebbero portare in Parlamento una pattuglia assai robusta composta, alla Camera, di 133/166 (minimo) deputati e di 175/185 (massimo) mentre, al Senato, sarebbero 67/81 (minimo) fino a 92/100 (massimo). Una forza d’urto consistente e considerevole, capace di fare da ‘blocco’ verso qualsiasi altra soluzione di governo o di essere imprescindibile, fino a fare da perno, per comporne uno. Naturalmente, invece, se l’M5S dovesse fermarsi al 25-26% (sostanzialmente la percentuale presa alle Politiche del 2013) sarebbe una sconfitta, più che una semplice battuta di arresto, mentre il 29-30% avrebbe il sapore di una vittoria clamorosa dagli esiti imprevedibili.
4. LeU vince o perde se…
Per LeU, il movimento guidato da Pietro Grasso e frutto della fusione di tre sigle pre-esistenti (Mdp-SI-Possibile), i calcoli sono molto semplici. Presente alle elezioni fuori dalla coalizione di centrosinistra, il suo obiettivo è superare la soglia di sbarramento del 3%. Il secondo era, nelle intenzioni, “ottenere un risultato a doppia cifra”. Gli ultimi sondaggi pubblicati collocano Leu in una forchetta compresa tra il 5% (minimo) e il 6,5% (massimo) il che vuol dire portare in Parlamento tra i 20/25 deputati e i 10/15 senatori. Se il risultato di Leu sarà più vicino al 5% si potrà parlare di risultato assai inferiore alle attese, se supererà il 6%, o andrà verso l’8%, sarà un successo.
5) Gli altri partiti vincono o perdono se…
Ovviamente, per tutti gli altri partiti presenti alle elezioni, dai più piccoli fino agli unici due con qualche chanche di fare dei risultati statisticamente apprezzabili (Potere al Popolo a sinistra e Casa Pound a destra, quotati negli ultimi sondaggi intorno l’1,5%), l’obiettivo che farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta è dato dal superamento della soglia di sbarramento nazionale al 3%. Ma è altamente improbabile che ciò si verifichi sia perché si tratta di liste fuori da ogni coalizione sia perché simboli nuovi sia perché, per superare il 3% a livello nazionale, occorrono circa un milione di voti assoluti, che non sono affatto pochi, piccoli o grandi siano i partiti che competono a questa tornata elettorale.
NB: Questo articolo è stato pubblicato in forma originale per questo blog.
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Fantapolitica e Politica… Sei scenari per il post-voto del 4 marzo. Alcuni credibili e realizzabili, altri solo ipotizzabili
Posted on 26 febbraio 2018 by Ettore Maria Colombo
Premessa metodologica. Quelli che seguono, per quanto possano essere realistici, sono degli scenari futuribili (anche se entro una settimana esatta sapremo tutto), quindi del tutto arbitrari e, anche, irrealistici, almeno alcuni di essi. Quindi, quello che state per leggere è più “un gioco”, un “risiko” del post-elezioni del 4 marzo 2018, che un ‘normale’ articolo. di cronaca politica. Sono comunque certo che i miei “25 lettori” capiranno il senso e l’intenzione di un gioco siffatto… Ps. per evitare di incorrere nelle ire dell’Authority che vigila sulla par condicio non vi c’è alcun riferimento a cifre elettorali dei partiti né alla distribuzione dei loro voti in seggi.
Vittoria del centrodestra, governo ‘blu’ di centrodestra.
Il centrodestra arriva a un soffio dalla maggioranza assoluta sia alla Camera dei Deputati (316 seggi) che al Senato (161 seggi). Grazie a una manciata di parlamentari grillini eletti nelle fila del M5S, ma già espulsi dal Movimento a causa di Rimborsopoli o perché massoni (14 in tutto), riesce a presentarsi alle consultazioni al Colle con numeri certi. Mattarella non può che conferire l’incarico al nome indicato da Forza Italia, che risulta il partito più importante della coalizione che comprende Lega, FdI, Noi con l’Italia. Berlusconi sceglie Antonio Tajani, che lascia la presidenza dell’Europarlamento, per rassicurare la Ue e i mercati. Alla Lega vanno alcuni ministeri chiave, ma non gli Interni, dove il veto di Mattarella su Salvini fa optare per un ex dc. La Meloni è soddisfatta con il Welfare mentre i dicasteri economici sono appannaggio di Forza Italia. Dopo poche settimane dall’insediamento delle Camere (23 marzo), dove la presidenza di Montecitorio viene lasciata a un esponente del Pd, il governo è già operativo e appronta la manovrina.
2. Vittoria M5S, governo ‘giallo’ con l’appoggio di Lega e LeU.
Il successo dei 5Stelle alle elezioni è incredibile quanto non prevedibile: l’M5S supera ogni previsione di risultato dei suoi voti ed è il primo gruppo parlamentare in entrambe le Camere. Anche la Lega ottiene, inaspettatamente, un boom, risultando più grande di FI. La coalizione di centrodestra si rompe subito. Registrata l’impossibilità di far nascere un esecutivo di larghe intese, privo di numeri sufficienti per avere la fiducia, Mattarella concede a Luigi Di Maio l’incarico – prima esplorativo, poi pieno – di formare un governo. Di Maio si appella a tutti i partiti “responsabili” presenti in Parlamento, presenta una squadra di ministri dal profilo tecnico e istituzionale e incassa il sì della Lega di Salvini, che però decide, alla fine, solo di appoggiare dall’esterno il nuovo governo, votando la fiducia e riservandosi di farlo sui provvedimenti, ma avendone in cambio la presidenza del Senato Di Maio incassa anche il sostegno di LeU che invece vi partecipa pienamente e, dopo lungo dibattito interno, piazza suoi uomini in ministeri chiave. Pd e Forza Italia restano all’opposizione mentre la presidenza di Montecitorio va a un grillino. Pur tra mille scetticismi della Ue, che chiede garanzia sui conti pubblici, il governo parte.
3. Vittoria M5S, tracollo Pd: governo ‘giallorosso’ tra M5S-Pd-Leu.
Il centrodestra resta molto al di sotto delle aspettative e Berlusconi e Salvini iniziano a litigare subito, in pubblico e in privato: la coalizione non esiste più a pochi giorni dal voto. I 5Stelle ottengono una cifra elettorale incredibile: sono il primo partito sia alla Camera che al Senato. LeU riesce a strappare un risultato lusinghiero, sopra le attese. Il Pd, invece, subisce, alle elezioni, un tracollo micidiale. Nonostante Renzi controlli il totale dei gruppi parlamentari e la maggioranza degli organi dirigenti interni (Direzione e Assemblea nazionale) è lui stesso, in una drammatica Direzione convocata subito dopo i risultati, a decidere di lasciare, dimettendosi dall’incarico. La sedia vacante di segretario del Pd, in attesa di un nuovo congresso che avrà tempi più lunghi, viene gestita da un triumvirato (Franceschini-Delrio-Orlando) che trova in Walter Veltroni il suo garante, all’esterno, in nome dell’unità del partito. Intanto, si aprono le consultazioni al Colle. Mattarella, nell’impossibilità di poter dar vita a un governo di centrodestra o di larghe intese, sapendo che non avrebbe i numeri per governare, offre a Di Maio un incarico pieno. Il leader 5Stelle fa un invito a tutti i partiti “responsabili” ma anche “democratici” che sono presenti in Parlamento, rispolvera i temi dell’antifascismo, dell’economia sociale di mercato e della lotta a ogni forma di razzismo. Leu dichiara subito il proprio appoggio, il Pd – dopo un dibattito interno lacerante – prometto solo l’appoggio esterno, ma il governo Di Maio nasce e nomina subito tecnici di area vicini al centrosinistra. E’, di fatto, un governo di minoranza che si regge sulle astensioni del Pd e l’appoggio di Leu, ma parte. I mercati internazionali e le istituzioni Ue lo attendono al varco e a ogni passo.
4. Vittoria di FI e del Pd, governo azzurro-rosso di “larghe intese”.
Forza Italia ottiene un brillante risultato alle elezioni e la Lega resta molto al di sotto delle aspettative. Il Pd recupera consensi e, grazie al travaso di voti degli alleati minori, è il primo gruppo parlamentare sia alla Camera che al Senato. La coalizione di centrodestra va subito in frantumi. Il Capo dello Stato incarica perciò il premier dimissionario, Paolo Gentiloni, di provare a formare un governo totalmente nuovo rispetto a quello precedente. A Forza Italia vanno i ministeri chiave dell’Economia, del Welfare e della Scuola, il Pd mantiene Interni ed Esteri. I nuovi ‘responsabili’, pescati tra i moderati del centrodestra, del centrosinistra ed ex grillini, assicurano la maggioranza. FI e Pd si spartiscono le presidenze di Camera e Senato. M5S, Lega, FdI e LeU promettono opposizione durissima e chiedono che si torni al più presto al voto. Il governo, però, decolla e, con l’appoggio dei principali governi europei (Francia, Germania) e della Ue decolla e mette in agenda la manovra economica e la riforma della legge elettorale.
5. Stallo elettorale, governo ‘bianco’ di “unità nazionale”.
Il risultato elettorale è di stallo. FI e Lega risultano appaiati. Il Pd, invece, recupera ed è ilprimo gruppo parlamentare, ma solo al Senato, mentre alla Camera lo è l’M5S. Il centrodestra si spacca ed è impossibile formare anche un governo di larghe intese. Mattarella, dopo aver visto andare a vuoto ben tre tentativi di formare un nuovo governo nel giro di due mesi (centrodestra, larghe intese, 5Stelle), lancia un appello, con una drammatica diretta tv, alla “responsabilità” per tutti. Intanto, i mercati fibrillano, lo spread schizza all’insù, la Ue e le cancellerie europee esprimono al Capo dello Stato apprensione per consultazioni che durano due mesi. Infine, dopo molte ritrosie e spaccature interne, i maggiori partiti (Pd, FI, Lega, LeU), con l’esclusione di 5Stelle e FdI, accettano di dare vita a un “governo del Presidente” che viene subito ribattezzato “di emergenza” o “di unità nazionale”. I ministri, in pratica, li sceglie il Capo dello Stato, i partiti si limitano a votare la fiducia e esaminare i provvedimenti. Il governo si pone due obiettivi: varare la manovra economica e la nuova legge per tornare al voto in un anno.
6. Caos post-elettorale, bollino ‘rosso’ per tutti e ritorno rapido alle urne.
Il quadro post-elettorale è di puro caos. Il centrodestra non ha i numeri per governare, il tracollo del Pd è fortissimo e si apre subito un processo contro la leadership di Renzi. I 5Stelle scalpitano e chiedono l’incarico per formare un governo a loro guida che si regga sulle astensioni altrui, ma non hanno sfondato e il Capo dello Stato non glielo concede. Ogni tentativo di formare un nuovo esecutivo risulta vano, i mesi passano inutili e pericolosi per la stabilità dell’Italia sui mercati e rispetto alle istituzioni europee. Il Capo dello Stato, dopo aver conferito ben tre mandati esplorativi che vanno tutti a vuoto, si rende conto che lo stallo istituzionale e politico è troppo rischioso. Mentre le Borse tracollano, lo spread galoppa e la Ue guarda all’Italia come al nuovo “malato dell’Europa”, a Mattarella non resta, pur se a malincuore, che convocare nuovi comizi elettorali per cercare di trovare, nelle urne, una soluzione all’assenza di maggioranza. Nel frattempo, resta in carica, sia pure dimissionario, il governo Gentiloni e il Paese, al massimo entro giugno, viene richiamato al voto nella speranza che nuove elezioni diano al Paese un quadro politico più stabile. Naturalmente, con la stessa legge elettorale con cui si è appena votato, il Rosatellum, e quindi con il rischio che si crei un altro stallo…
NB: Queste schede sono state pubblicate su Quotidiano Nazionale in una pagina ad hoc (“Gli scenari possibili dopo il voto”) che è uscita il 20 febbraio 2018 a pagina 4.
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Pd, intesa tra big per il governo Gentiloni e congresso anticipato a marzo ma Renzi punta anche al voto anticipato
Posted on 10 dicembre 2016 by Ettore Maria Colombo
Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)
SE NON FOSSE per un particolare importante e non di poco conto – «Matteo non decide più nulla da solo! Ora deve e dovrà concordare tutto con noi, chiaro?! Mettetevelo in testa anche voi giornalisti!», come sbotta un franceschiniano ancora incredulo all’idea che il suo capo-corrente abbia ‘ceduto’ il passo a Renzi – si potrebbe dire che il premier dimissionario, ma ancora saldamente segretario Pd, stia per vincere «game, set, match».
Incredibile a dirsi, ma il «patto di sindacato» interno al Pd stretto tra il segretario e i big di maggioranza (Franceschini, Orfini-Orlando, Martina) _ patto che sembrava sul punto di rompersi in mille pezzi – non solo regge, ma sta per trovare una nuova formula, quella del rilancio almeno per buona metà del prossimo 2017, ma aggiornata: Renzi 2.0+tutti gli altri.
INFATTI, il «patto di sindacato» che sta per portare il ministro uscente, Paolo Gentiloni, ‘nativo’ Pd, liberal e democrat, al governo, è stato stretto tra i renziani (50 parlamentari, non uno di più, ma il 57-60% dei componenti dei membri della Direzione nazionale) e le tre principali aree di maggioranza – non ‘renziane’ ma neppure ‘anti-renziane’, diciamo ‘a-renziane’ del Pd: i 60 Giovani Turchi guidati da una diarchia tra il presidente Orfini («Matteo è un togliattiano e come Togliatti sarà leale, fino alla fine, con Badoglio…», tira un sospiro di sollievo un renziano doc) e il ministro Orlando (assai più freddo e cauto verso Renzi, che potrebbe poi e in ogni caso sfidare al congresso, 15% in Direzione nazionale), i 50 ex bersaniani di «Sinistra è cambiamento», guidati dal ministro Martina, e Area dem di Franceschini che conta ben 122 parlamentari (90 deputati e 30 senatori, ma minoritari in Direzione nazionale) su un totale di 414 parlamentari dem (301 deputati e 113 senatori).
La gamba più traballante del tavolo, si sa, era, appunto, quella capeggiata da Franceschini: avrebbe voluto un «governo che duri», traghettare il Paese a fine legislatura, anche sulla scorta dei desiderata del Capo dello Stato di cui è, da tempo, “il primo dei corazzieri”. «Lo strappo tra lui e Matteo c’è, inutile negarlo, anche sul piano personale i rapporti si sono lacerati, Dario era tentato dal fare un governo lui, ma ha capito che, senza di noi, non avrebbe guidato il governo, mentre con noi può giocare un ruolo cruciale in ogni scenario futuro», sospirano i renziani mentre gli uomini di Franceschini garantiscono: «Dario non tradisce, il rapporto con Matteo, che è segretario del Pd, è franco ma leale. Senza di lui non abbiamo mai inteso fare nulla». Sarà, certo è che i rapporti tra i due sono rimasti gelidi.
INSOMMA, trovare la quadra è stato faticoso (Mattarella premeva per un governo Padoan o per un Renzi bis da re-inviare alle Camere visto che alle Camere non ha mai perso la fiducia, che però il premier ha escluso in modo netto: «Perderei solo la faccia, non resto lì a farmi rosolare»), ma è stata trovata all’interno della war room che ieri si è reistallata a palazzo Chigi anche a causa della crisi di Mps che è scoppiata per la decisione della Bce. Lì sono saliti Gentiloni (due volte), Padoan, e non solo per la grana Mps, ma anche Orfini e Martina, più Lotti, Boschi, mentre il vicesegretario Guerini tesseva, paziente, tutta la tela e Renzi si sentiva al telefono con tutti quelli che non era riuscito a vedere (Delrio, Alfano).
A fine serata è arrivato, a palazzo Chigi, anche Franceschini: «È fatta, l’accordo regge» (incontro che si è rivisto anche questa mattina, tanto per dire quanto sia fragile la tregua). Un accordo siglato su tre punti chiave: nuovo governo, data delle elezioni, congresso anticipato del Pd.
Il governo Gentiloni – che avrà ministri quasi tutti fotocopia (dovrebbero saltare solo la Giannini all’Istruzione, la Madia alla Pa e la Boschi alle Riforme, “ma per te, Maria Elena, penso a un posto di primo piano al partito”, le avrebbe assicurato il premier dimissionario) avrebbe un solo obiettivo che esplicita il senatore renzianissimo Andrea Marcucci: «La legislatura è finita il 4 dicembre. Inutile accanirsi. Aspettiamo la legge elettorale e poi si voti, ma il prima possibile». Insomma, legge elettorale e poco più: le emergenze sociali e finanziarie (decreto terremoto, decreto salva-banche, manovrina di aggiustamento dei conti a marzo, ma anche la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, a fine marzo).
Il che vuol dire votare o ai primi di aprile (l’ipotesi più caldeggiata, sempre che si riesca ad andare a votare con una sentenza ‘autoapplicativa’ della Consulta sul combinato disposto tra Italicum decapitato alla Camera e Consultellum ritoccato al Senato, ma è un azzardo) o, se non ci si riesce, ai primi di giugno (le date che i renziani prendono in esame, calendario alla mano, iniziano il 4 aprile, domenica, poi iniziano i vari ponti e Festività pasquali, e arrivano al 15 giugno) con una legge elettorale ex novo, fatta dal Parlamento sempre sulla scorta della sentenza della Consulta, quindi aspettando comunque il dopo 24 gennaio. L’idea di ‘nuovo’ sistema elettorale che gira, tra i renziani e non, è un «simil tedesco» (ideatore, in tempi non sospetti, cioè prima della sconfitta referendaria, Denis Verdini), metà collegi e metà liste bloccate (un mix tra proporzionale e maggioritario con anche, dentro, un piccolo premio di maggioranza da ricavare dalla quota di proporzionale) che può incontrare il favor di Berlusconi e FI perché prevede il proporzionale ma senza preferenze, sistema che il leader di FI ha sempre aborrito e non gli permetterebbe di scegliersi i suoi. Ma i renziani, però, ragionando meglio, non credono che «un Parlamento così delegittimato riesca nell’impresa di scrivere una nuova legge elettorale. <Meglio – spiega un esperto di sistemi elettorali che milita nel Pd ed è un renziano di ferro– fare subito una leggina per sistemare il Consultellum e applicare la sentenza della Corte sull’Italicum».
In ogni caso, si voterebbe «in una data compresa tra i primi di aprile e metà giugno, considerando che, a fine maggio, al G7 di Taormina, sarebbe meglio arrivarci con un governo eletto», dicono i renziani. E, cioè, sperano, con un governo Renzi bis, ma stavolta eletto dal popolo ad elezioni politiche vere, o con un governo di grosse koalition ma eletto.
E IL CONGRESSO del Pd? Anticipato. Innanzitutto, il 18 dicembre si terrà l’Assemblea nazionale che, per Statuto, va fatta due volte l’anno: «l’incoronazione a Matteo avverrà già lì e a furor di popolo», assicura un suo fedelissimo, <poi primarie aperte e nuova legittimazione di Matteo sia nel pd che nel Paese con un tour in giro per l’Italia> . Nel mezzo, appunto, via alla pratica congresso anticipato, cui sopraintende il solito uomo, d’ordine e ordinato del Pd, Lorenzo Guerini. Due le ipotesi. Se si riuscisse a votare subito (entro fine marzo-aprile) i renziani vorrebbero fare un congresso a razzo («volante») che si limiti alla sola scelta del candidato premier («tra l’altro, se c’è il proporzionale, la scelta del candidato premier neppure serve», azzarda un renziano, «perché, per Statuto, è già il segretario…»). «Primarie volanti», dunque, rimandando a un secondo momento la conta congressuale interna, anche se questa – per paradosso – è la strada più rischiosa e meno gradita perché, appunto, «a Matteo serve una nuova e doppia legittimazione popolare, tra gli iscritti nel Pd e alle politiche». Chi ne uscirebbe con le ossa rotte sarebbe, pur avendo vinto al referendum costituzionale appoggiando il No, la sinistra interna: i suoi 25 deputati e 25 senatori non sarebbero determinanti per far nascere un nuovo governo (Ala, Gal, Ncd pensano già alla bisogna…) e i suoi scarsi voti in Direzione (15%) non bastano comunque per fermare le macchine del congresso anticipato come pure, se ci sarà, del voto anticipato mentre lanciarebbero, se non gli riesce l’accordo con Orlando, un candidato di bandiera al congresso (Speranza, forse Zingaretti) che non riuscirebbe mai a vincerlo o a imporsi, sempre che il patto di sindacato tra le aree di maggioranza e i ‘maggiorenti’ del Pd regge, mentre Cuperlo punta a un patto interno/esterno con il campo progressista (Pisapia e i sindaci ex Sel come Zedda) che però rinsalderebbe l’alleanza con Renzi, non la indebolisce.
Se, invece, per fare una nuova legge elettorale non si può votare prima di giugno, allora si farà un congresso vero. Magari eleggendo solo i delegati a livello provinciale e nazionale, dove si nominano Assemblea nazionale e Direzione, saltando i congressi di circolo e quelli regionali (che, per Statuto, si eleggono dopo il nazionale). Con Renzi «candidato unico» a segretario e premier. Sempre che i big ci stiano e che «il patto di sindacato» regga. Se poi qualcuno, tipo il ministro Orlando, oltre ai vari Speranza, Emiliano, Rossi, vorrà candidarsi contro Matteo, “prego, si accomodi”, è l’ultima voce dei renziani, “tanto rivinciamo noi”.
NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 10 dicembre 2016 (http://www.quotidiano.net)
Pubblicato in Camera dei Deputati, Colle (Quirinale) e dintorni, correnti politiche e di partito (Pd e non solo), crisi di governo 2017 - dimissioni Renzi - consultazioni - Mattarella - totopremier - totoministri, Governo Renzi (programma - azione di governo - problemi - ministri 2013/2016), Leggi elettorali nella storia d'Italia (Acerbo, truffa, proporzionale, maggioritario, Mattarellum, Porcellum, Consultellum, Italicum), Mdp Articolo 1 - Bersani - D'Alema - Speranza - Scotto - etc, Palazzi (della Politica) e non, Pd - Democratici (Direzione - Segreteria - Assemblea nazionale), Politica, Primarie (di partito - di coalizione) nel Pd e altrove - regole - polemiche - inquinamenti, Quotidiano Nazionale (i miei articoli pubblicati su QN), referendum costituzionale del 4 dicembre: battaglia politica - fronte del Sì - fronte del No - sondaggi - protagonisti - argomenti, Renziani - giglio magico (Boschi, Lotti, Bonifazi) - cattorenziani (Guerini, Delrio, Richetti) - renziani minori, riforme istituzionali - riforma del Senato - riforma del Titolo V - referendum istituzionale - ddl Boschi, Seconda Repubblica (1992-2013), Senato della Repubblica	| Contrassegnato Alfano, Aprile (film), assemblea nazionale, Berlusconi Silvio, Bersani Pier Luigi, Camere, Colle, congresso, congresso anticipato, Consulta, consultazioni, Consultellum, Cuperlo Gianni, dimissioni, direzione, elezioni, elezioni anticipate, Emiliano Michele, Esteri, Festa del 2 giugno, G7 (paesi del), Gentiloni Paolo, governo, Guerini Lorenzo, incarico, Italicum, legge elettorale, Marcucci Andrea, Martina Maurizio, Mattarella Sergio, Mattarellum, ministri, Orfini Matteo, Orlando Andrea, Parrini Dario, Pd, Porcellum, Renzi Matteo, renziani, sinistra dem, Speranza Roberto, Verdini Denis
Renzi vuole andare al voto subito da segretario del Pd in carica, al massimo con primarie ‘volanti’, niente congresso. Domani la resa dei conti in Direzione
Posted on 6 dicembre 2016 by Ettore Maria Colombo
Matteo Renzi e Matteo Orfini a una direzione del Pd
DIMETTERSI dal governo per ottenere un reincarico lampo e, pur dimissionario, restare in carica per portare il Paese a voto a febbraio, sciogliendo le Camere a dicembre (il precedente c’è, quello del governo Monti rimasto in carica, dimissionario, fino alle Politiche del 2013). Oppure restare segretario del Pd per convocare primarie anticipate (senza fare né anticipare un vero congresso con la trafila consueta: circoli di base – federazioni provinciali e regionali – assise nazionale con elezione dei delegati) ma indire solo primarie «aperte», come fece Pier Luigi Bersani nel 2012 quando le vinse proprio contro Renzi (e peraltro anche Prodi quando si candidò e vinse le primarie nel 2005), entro gennaio-febbraio, restare segretario e candidarsi per il voto anticipato da tenersi sempre entro febbraio, al massimo a marzo (già aprile sarebbe tardi). Nel frattempo, sostenere un governo «di scopo» che solo abbia la funzione di scrivere una nuova legge elettorale e votare a marzo-aprile 2017 con lui candidato premier. Questa la nuova road map di Renzi.
TRE le mosse, tattiche e politiche, nella faretra del premier dimissionario, tutte assai spericolate. La prima. Dimissioni «irrevocabili» da premier ma «politiche», quelle «tecniche» arriveranno solo venerdì con il via libera alla manovra economica in Senato. Oggi la conferenza dei capigruppo calendarizzerà il voto alla Legge di Stabilità per l’aula, verranno buttati via tutti gli emendamenti e la maggioranza voterà una versione fotocopia della legge di Stabilità già passata alla Camera senza cambiarla neppure di una virgola, grazie alla questione di fiducia, autorizzata nel cdm di lunedì (l’ultimo del governo Renzi), e via maxiemendamento che eviterà la possibilità di incursioni da parte delle opposizioni.
Da venerdì in poi, quando Renzi tornerà ad avere le «mani libere» per davvero, potrà salire al Colle per le consultazioni, che partiranno da quel giorno, il 9 dicembre (ma è notizia di oggi che inizieranno già giovedì 8 dicembre, ndr.) in qualità di ‘semplice’ segretario del Pd. E qui c’è la seconda mossa, il rapporto con Mattarella, un rapporto che nei tre colloqui avuti con il Capo dello Stato nelle ultime 48 ore (uno telefonici, due de visu) è stato molto più che “franco e diretto”, come si usa dire in questi casi, ma teso e nervoso. Mattarella voleva, a tutti i costi, non solo che Renzi accettasse di restare fino all’approvazione della legge di Stabilità, come poi ha ottenuto (Renzi voleva dimettersi subito e in modo irrevocabile, anche dal punto di vista ‘tecnico’), ma che la legge di Stabilità fosse approvata con calma, entro Natale, facendola tornare alla Camera, accogliendo parte delle richieste delle opposizioni, e approvando pure il dl terremoto. Renzi ha risposto picche su tutti i fronti, accettando solo il rinvio ‘tecnico’ di dimissioni che giudica, appunto, ‘irrevocabili’. Mattarella ha sì accettato che Renzi goda di un’diritto di successione’ o di ‘prima scelta’ sul nome che dovrà succedergli, ma non vuole cedere all’idea di un governo ‘a tempo’ che faccia la legge elettorale e porti subito a elezioni. D’altro canto, il Capo dello Stato è consapevole che il Pd ha la maggioranza dei parlamentari e che, fino a quando Renzi lo guiderà, senza il Pd non si può fare alcun governo. Le parole del ministro Alfano, leader di Ncd (“La maggioranza ha esaurito il suo compito politico, si può votare a febbraio”) rafforzano l’impressione che la maggioranza di governo non solo non esista più ma sia indisponibile a sostenere qualsiasi altro governo che non sia un governo elettorale (e, da questo punto di vista, la micro-scissione dell’Udc dal gruppo Ap sottrae pochi parlamentari all’Ncd di Alfano) che ci conduca presto al voto. Dunque, è molto difficile, per Mattarella, trovare un governo sostitutivo e di medio periodo che, oltre alla legge elettorale, metta in cantiere altri provvedimenti importanti per il Paese e duri, se non un anno e due mesi, il tempo per arrivare alla scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018), almeno buona parte del 2017. Il Pd come pure l’Ncd, non ci sta. Non foss’altro perchè non vogliono farsi cucinare a fuoco lento mentre le opposizioni (Grillo-M5S, Lega-Salvini, Meloni-Fratelli d’Italia) chiedono a gran voce le elezioni (da questo punto di vista l’appoggio di FI a un governissimo viene visto nel Pd come la peste).
Renzi, periò, ha detto chiaro – e anche in modo brusco – a Mattarella che accetterà di sostenere un nuovo governo non guidato da lui, ma da uno dei suoi (Padoan? Gentiloni? Delrio? Questi i nomi più graditi, nell’ordine), solo se il Capo dello Stato accetterà l’idea del «governo di scopo» per fare la legge elettorale e andare al voto subito. E un governo «istituzionale», a guida Grasso? «Dovrà trovarsi i voti in Parlamento», dicono duri i suoi, “noi lo valuteremmo provvedimento dopo provvedimento, rendendogli la vita difficile” e, probabilmente, è il sottotesto, ‘staccandogli la spina’ se non porta il Paese subito al voto.
INFINE, c’è, per Renzi, il terzo corno del dilemma, quello del partito. L’altra notte, il premier ha avuto la forte tentazione di «mollare tutto», compresa la carica di segretario, e tornarsene a casa, a Rignano sull’Arno o a Pontassieve, moderno Cincinnato che lascia la politica (avrebbe anche prospettato, ai suoi e anche a Mattarella, “un anno sabattico all’estero, negli Usa, con la famiglia, per studiare, viaggiare e riflettere…”). In questo scenario, «Solo davanti a un Paese allo sfascio e in deriva – racconta un senatore renziano – accetterebbe di tornare, chiamato». Poi, però, smaltita la rabbia e la delusione, Renzi ci ha ripensato. La cerchia dei fedelissimi (Lotti, Guerini), ma anche le tre anime della maggioranza che regge, con lui, il Pd – quella di Franceschini (Area dem), quella dei Giovani Turchi (Orfini) e quella di «Sinistra è cambiamento» (Martina e altri) – sono saliti uno dietro all’altro a palazzo Chigi, in pellegrinaggio, e lo hanno convinto a restare «almeno» segretario del Pd e a rilanciare la sua azione nel partito in vista del voto. Renzi ha accettato, ma a due condizioni capestro per tutti, a partire da alleati “non renziani” nelle cui fila (franceschiniani e Giovani Turchi in testa) serpeggiano già i malumori di chi vorrebbe sostenere un «governissimo» che arrivi a fine naturale legislatura non foss’altro perché solo a settembre del 2016 scatta il diritto a maturare il vitalizio (la pensione).
La prima condizione è sul governo: «Appoggerò un nuovo governo – ha detto ai suoi – solo se avrà lo scopo di fare la legge elettorale e portarci a votare in pochi mesi». Alle brutte, se il Parlamento non ci dovesse riuscire, cosa peraltro probabile, «sarebbe la Consulta» – ragiona un renziano – «a scrivere la nuova legge elettorale con la sentenza sull’Italicum, che verrà senza alcun dubbio modificato, e l’adattamento del Consultellum al Senato».
Ieri, Luca Lotti, ha scritto su Twitter: «Dopo il 40% del 2012 e del 2014, ripartiamo dal 40% di ieri». Il senatore Andrea Marcucci a QN dice: «Auspico che Renzi resti segretario, dia il via libero a un governo per il disbrigo degli affari correnti, il Parlamento o la Consulta facciano la legge elettorale e si vada a votare entro marzo-aprile 2017 dopo un congresso ‘volante’, veloce». Un congresso, appunto, per fare solo le primarie ‘aperte’ per la premiership senza elezione degli organi congressuali, come in un congresso regolare, che avrebbe bisogno di molto più tempo per potersi sviluppare e completare (circa 3 mesi). Di questo si discuterà domani in Direzione, sempre che non venga rinviata (lo era già stata in un primo momento: doveva essere martedì, data poi slittata a mercoledì) e di certo lì se ne vedranno delle belle. La sinistra dem, ringalluzzita dalla vittoria del No, non ne vuole neppure sentir parlare di voto anticipato nell’arco di due mesi e di congresso ‘volante’ . Ieri sera D’Alema ha detto: «Le dichiarazioni sul 40% sono folli, il congresso si deve fare a scadenza naturale (novembre 2017, ndr), servono nuovo governo e nuova legge elettorale, ma soprattutto serve tempo per rimettere in sesto il Paese». Roberto Speranza e tutti i bersaniani assicurano: «Non chiederemo le dimissioni di Renzi da segretario», «la discussione non può partire dal congresso» (Zoggia), ma «dalla sconfitta subita» (Stumpo).”il resto sono pagliacciate” (sempre Stumpo) mentre anche per Bersani “serve tempo”. Per ora, sono parole ‘di minoranza’. Solo se Franceschini – i cui colonnelli già chiedono a Renzi, come pure i Giovani Turchi, «una gestione collegiale del partito» – e altri pezzi di maggioranza lo abbandonassero al suo destino, gli equilibri nel Pd salterebbero. Sotto punto di vista, il silenzio del ministro Andrea Orlando è eloquente.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 dicembre 2014 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://ww.quotidiano.net).
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Faccia a faccia Renzi-Mattarella. Al Colle si riflette: senza i voti del Pd nessun governo è possibile, anche se vince il No
Posted on 24 novembre 2016 by Ettore Maria Colombo
IERI pomeriggio il premier Matteo Renzi è salito al Colle e ha visto, per più di un’ora, il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Formalmente, il colloquio serviva a preparare il Consiglio supremo di Difesa in programma oggi. Inoltre, sul tavolo c’erano altre due questioni urgenti e pressanti: la situazione caotica che regna nella Ue, a livello di rapporti tra governi, e l’epocale elezione di Trump. Ma, certo, la situazione politica italiana e gli scenari post-voto si sono presi buona parte del colloquio.
In realtà, Renzi e Mattarella si vedono almeno una volta al mese. Nonostante le differenze di età, carattere, formazione, i due si stimano e Mattarella ha di certo il profilo del «riformatore» costituzionale, anche se non, ovvio, del «rottamatore». Paradossalmente, la «sfinge», in questo momento, è… Renzi.
«COSA faccio se vince il No? Lo decido il 5 dicembre», ha detto ieri sera il premier, a Porta a Porta. «Che cos’abbia in testa», ammette uno dei suoi, «lo sa solo lui». Al Quirinale regna la stessa incertezza: cosa vuole fare davvero il premier, in caso di vittoria del No al referendum? Accetterà il reincarico che, comunque, Mattarella gli proporrebbe, come prima mossa? Lo rifiuterà chiedendo di investire dell’onere di fare un nuovo governo un suo ministro di stretta fiducia come, ad esempio, Padoan?
Si dichiarerà, questo è certo, indisponibile ad appoggiare ogni «governicchio tecnichicchio», come lo bolla, e ogni «governo debole», come ha ammonito Guerini (sulle cui parole, che Mattarella non ha mai realmente stigmatizzato, Renzi ha rassicurato: Sergio, le prerogative tue e del Quirinale non le tocca nessuno). Ma ancora: il premier chiederà che si torni al voto al più presto, una volta cambiata, in tre-quattro mesi al massimo, la legge elettorale? O accetterà un governo istituzionale di medio periodo che traghetti il Paese fin quasi alla scadenza naturale della legislatura?
Domande nient’affatto peregrine, quelle che si fanno al Colle. Perché – ammettono diversi osservatori ed esperti di cose quirinalizie – «la volontà di Renzi è cruciale. Fin quando l’attuale premier potrà disporre della forza d’urto di 400 parlamentari del Pd, tra Camera e Senato, senza di lui e senza il Pd – è il ragionamento – non si può fare alcun governo alternativo né creare maggioranze spurie».
Sempre da Porta a Porta, Renzi ha ribadito che «il giorno in cui si va a votare lo decide il presidente della Repubblica», aggiungendo però un altrettanto rivelatore «sulla base delle decisioni del Parlamento». E il Pd ne è parte preponderante, di questo Parlamento, con i suoi 400 parlamentari, sia pure solo grazie al Porcellum.
Del resto, che vinca il Sì o il No, non solo tutti i principali partiti o anime della coalizione di governo (centristi, minoranza Pd) chiedono già ora (ieri lo hanno ridetto sia Alfano che Bersani che Franceschini) a Renzi di restare capo del governo. Ma anche dall’opposizione si chiede o di «sedersi a un tavolo con Renzi» (Berlusconi) o, comunque, di «fare la nuova legge elettorale» (Di Maio). Ne consegue, a maggior ragione, che «senza Renzi e senza il Pd non esiste governo», si ripete dal Quirinale, «né tecnico né di altro genere».
POI, certo, entro fine gennaio, arriverà la sentenza della Consulta sull’Italicum (ergo, bisogna attenderla, si dice dal Colle) e, a giugno, l’Italia ospiterà cruciali eventi internazionali (firma del 60 esimo dei Trattati di Roma, G7 a Taormina a giugno). La finestra per un eventuale voto anticipato è, cioè, molto stretta: va da marzo ad aprile-maggio, al massimo, del 2017. Ma non è affatto vero che, come suggerisce Berlusconi, «se vince il No non cambia nulla, lo pensa pure Mattarella» (e su questo al Colle si scuote forte la testa). E forse non è neppure vero che Renzi vorrebbe far precipitare il Paese alle urne. Non a caso, a un amico, proprio Guerini ieri spiegava: «Io ho drammatizzato lo scenario per stoppare gli scenari post-voto tutti da larghe intese, se vince il No». Si vedrà.
Infine, c’è da registrare che, a palazzo Chigi, è tornato il sorriso. I sondaggi non si possono pubblicare, ma girano tra le mani e, soprattutto, hanno girato verso: sono tornati a segnare il bel tempo. «Il Sì è a un soffio dal No, abbiamo invertito la tendenza e senza neanche contare il voto degli italiani all’estero», dice un renziano doc, che poi fa di conto: «Con l’affuenza al 55% e 14 milioni di Sì abbiamo vinto». E solo con il Sì, il Colle si riposerebbe.
NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 24 novembre 2016 a pag. 4
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