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Timestamp: 2018-11-17 19:02:58+00:00

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Anno V, n. 5, indice newsletter maggio 2017
1) Il divieto di indossare il burqa nei luoghi di lavoro è legittimo se risponde a una politica aziendale di neutralità, ha carattere generale e riguarda solo i lavoratori che hanno contatto diretto con i clienti.
2) L’occasione fa l’uomo ladro. A chi commette un furto approfittando della occasione propizia non si applica l’aggravante della destrezza che invece presuppone astuzia e abilità nel furto.
3) Show must go on. Durante uno spettacolo organizzato dal Comune una spettatrice viene travolta dalla folla, e riporta gravi ferite e invalidità permanenti. Il Comune viene condannato a risarcirle i danni quale ente organizzatore per aver omesso le necessarie cautele e misure di sicurezza.
4) L’ironia non giustifica il licenziamento. L’esercizio del diritto di critica e di satira, in una chat privata riservata ai colleghi, rende illegittimo e nullo il licenziamento.
5) La contravvenzione è valida anche senza la presenza di agenti se le infrazioni al Codice della strada vengono rilevate con apparecchi omologati dal Ministero. E’ onere dell’automobilista provarne il malfunzionamento.
2) Il divieto di indossare il burqa nei luoghi di lavoro è legittimo se risponde a una politica aziendale di neutralità, ha carattere generale e riguarda solo i lavoratori che hanno contatto diretto con i clienti.
La Corte di cassazione belga chiede alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di pronunciarsi sulla interpretazione della direttiva contro le discriminazioni in materia di occupazione e condizioni di lavoro.
La domanda è presentata nell’ambito di un procedimento tra una dipendente di fede musulmana e la società per cui lavora che ha vietato ai propri dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose.
La donna, assunta nel 2003 come receptionist, nel 2006 comunica per iscritto all’azienda l’intenzione di iniziare ad indossare il burqa sul luogo di lavoro. L’azienda replica che non avrebbe tollerato tale comportamento, in quanto contrario alla neutralità dell’impresa in campo religioso, politico, filosofico.
La dipendente insiste così il datore di lavoro inserisce nel regolamento interno una disposizione che vieta “di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose e/o di manifestare qualsiasi rituale che ne derivi” e quando la donna si presenta a lavoro con il burqa viene licenziata.
Il suo ricorso contro il licenziamento è respinto sia dal Tribunale di Anversa (Belgio), sia dalla Corte d’appello che ritengono non ci sia stata alcuna discriminazione nei suoi confronti poiché il divieto espresso nel regolamento interno ha carattere generale e non è rivolto contro la religione musulmana. La Corte di cassazione, a cui giunge infine la controversia, ritiene di interpellare in merito la Corte di giustizia dell’Unione europea che condivide l’interpretazione dei primi Giudici e chiarisce che:
- il Trattato sull’Unione europea stabilisce che l’Unione si fonda sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali; attenendosi a questi principi, la direttiva sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro precisa cosa si debba intendere per discriminazione diretta e indiretta sul luogo di lavoro;
- si ha discriminazione diretta quando una persona (a causa delle proprie convinzioni religiose o personali, di un handicap, dell’età, delle tendenze sessuali) è trattata meno favorevolmente di quanto sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga e sussiste discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono svantaggiare le persone in base alla religione, alle convinzioni personali, alle tendenze sessuali, e così via;
- la stessa direttiva stabilisce che la discriminazione indiretta può essere giustificata in presenza di una finalità oggettivamente legittima e con l’uso di mezzi appropriati e necessari;
- nel caso in esame la volontà di mostrare nei rapporti con i clienti una neutralità politica, filosofica o religiosa, costituisce una finalità legittima che rientra nella libertà d’impresa, anch’essa tutelata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea;
- per quanto riguarda il requisito dell’appropriatezza, la norma interna che vieta l’uso di segni visibili di convinzioni politiche, filosofiche, etc., appare idonea alla corretta applicazione di una politica di neutralità; infine, per capire se tale norma sia anche necessaria, occorre verificare che il divieto sia applicato solo ai dipendenti aziendali che hanno rapporti con i clienti.
Corte di giustizia dell’Unione europea, Grande Chambre, 14 marzo 2017
1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (GU 2000, L 303, pag. 16). 2 Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra, da un lato, la sig.ra Samira Achbita ed il Centrum voor gelijkheid van kansen en voor racismebestrijding (Centro per le pari opportunità e la lotta al razzismo; in prosieguo: il «Centrum») e, dall’altro, la G4S Secure Solutions NV (in prosieguo: la «G4S»), un società con sede in Belgio, in merito al divieto posto dalla G4S ai propri dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose e di compiere qualsiasi rituale che derivi da tali convinzioni. Contesto normativo Direttiva 2000/78 3 I considerando 1 e 4 della direttiva 2000/78 prevedono che: «(1) Conformemente all’articolo 6 del trattato sull’Unione europea, l’Unione europea si fonda sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto, principi che sono comuni a tutti gli Stati membri e rispetta i diritti fondamentali quali sono garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, in quanto principi generali del diritto comunitario. (...) Copyright © - Riproduzione riservata Pagina 2 di 10 (4) Il diritto di tutti all’uguaglianza dinanzi alla legge e alla protezione contro le discriminazioni costituisce un diritto universale riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dalla convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, dai patti delle Nazioni Unite relativi rispettivamente ai diritti civili e politici e ai diritti economici, sociali e culturali e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali di cui tutti gli Stati membri sono firmatari. La Convenzione n. 111 dell’Organizzazione internazionale del lavoro proibisce la discriminazione in materia di occupazione e condizioni di lavoro». 4 L’articolo 1 della direttiva 2000/78 dispone quanto segue: «La presente direttiva mira a stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento». 5 L’articolo 2 di detta direttiva così prevede: «1. Ai fini della presente direttiva, per “principio della parità di trattamento” si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata su uno dei motivi di cui all’articolo 1.
-non era stato lui a creare le condizioni per il furto. A suo avviso non c’era stata una sua attività astuta e rapida per superare l’attenzione e la vigilanza “media” del proprietario del bene;
- già in casi simili la Corte aveva escluso l’aggravante, come nel caso di furto di un’auto “incustodita” poichè il proprietario l’aveva lasciata con le chiavi nel cruscotto.
Corte di Cassazione, Sezioni Unite penali, Informazione provvisoria, n. 8, 27 aprile 2017
P.U. 27 aprile 2017 Presidente: Canzio Relatore: Boni Estensore Boni Ricorrente: Quarticelli Pasquale N.R.G.: 31663/2016 P.G.: Rossi (Conf.)
Questione controversia: Se, in tema di furto, la circostanza aggravante della destrezza sia configurabile quando l'agente si limiti ad "approfittare" di una situazione oggettiva di temporanea distrazione della persona offesa.
Soluzione adottata: Negativa. Riferimenti normativi: Cod. pen., artt. 624, 625, primo comma, n. 4
3) Show must go on. Durante uno spettacolo organizzato dal Comune una spettatrice viene travolta dalla folla e riporta gravi ferite e invalidità permanenti. Il Comune viene condannato a risarcirle i danni quale ente organizzatore per aver omesso le necessarie cautele e misure di sicurezza.
La Corte di Appello di Cagliari addebita prevalentemente a una spettatrice la responsabilità di una rovinosa caduta dai gradoni d’ingresso in uno spettacolo organizzato dal Comune di Ittiri, in provincia di Sassari. In particolare la Corte di Appello:
da un lato ritiene responsabile il Comune per aver omesso di transennare e di disciplinare il flusso degli spettatori evidenziando la sua negligenza e l’imprudenza in quanto organizzatore dell’evento;
dall’altro critica il comportamento della spettatrice che pur avendo 63 anni e considerato il considerevole afflusso di spettatori, era rimasta ferma lì esponendosi alle conseguenze di una scarsa illuminazione, dalla pressione della folla e dalla presenza dei gradoni da cui era caduta subendo gravi lesioni e invalidità permanenti.
Con tale sentenza la Corte di Appello addebitava il 75% di responsabilità alla vittima poiché, a suo avviso, si era consapevolmente esposta al rischio, mentre addebitava il rimanente 25% di responsabilità al Comune per le negligenze che non avevano impedito il verificarsi del grave evento.
Contro tale sentenza la vittima si rivolge alla Corte di Cassazione che critica fortemente l’operato dalla Corte di Appello che ha addebitato in via esclusiva alla vittima la colpa dell’accaduto.
La Corte di Cassazione annulla quindi la sentenza e invia la causa ad altri giudici di quella stessa sede territoriale evidenziando la responsabilità esclusiva del Comune in quanto ente organizzatore dell’evento tenuto ad adottare ogni misura per evitare rischi agli spettatori.
In particolare la Cassazione :
- rileva che al Comune erano note le circostanze inerenti la fama del personaggio che si esibiva, l’ingresso libero allo spettacolo, il ridotto numero di posti, la conoscenza dello stato dei luoghi e della scarsità di illuminazione nonché la presenza di gradoni che potevano causare problemi di equilibrio durante l’afflusso degli spettatori in sala;
- evidenzia che la caduta dai gradoni era stata causata dalla ressa derivante dalla mancata disciplina dell’afflusso degli spettatori e che il comportamento della vittima, la cui età doveva essere indifferente ai precedenti giudici, non risultava né eccezionale né imprevedibile e tale da far venir meno la responsabilità del Comune;
-invita i giudici che si troveranno ad esaminare anche l’ipotesi di eventuale colpa della danneggiata a fornire al riguardo una congrua motivazione e una indicazione dei criteri a tal fine considerati.
Corte di Cassazione, SEZ. III Civile, n.19993, 6 ottobre 2016
Con il 1 motivo la ricorrente denunzia 'violazione e falsa applicazione dell'art. 1917 c.c., artt. 32, 103, 105 e 106 c.p.c., in riferimento all'art. 360, 1 co. n. 3, c.p.c.; nonchè 'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Si duole che la corte di merito abbia erroneamente qualificato come di garanzia propria, anzichè impropria, l'effettuata chiamata della compagnia assicuratrice Fondiaria Sai s.p.a.. Con il 2 motivo denunzia 'violazione e falsa applicazione' degli artt. 2043, 1227 c.c., artt. 40, 41 c.p., in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Si duole che la corte di merito abbia erroneamente ed immotivatamente ritenuto il suo concorso di colpa nella causazione del sinistro, per di più nella preponderante misura del 75%. Il 2 motivo, che va preliminarmente esaminato in quanto logicamente prioritario, è fondato e va accolto nei termini e limiti di seguito indicati. E' rimasto nella specie accertato che la caduta dell'odierna ricorrente, 'nel mentre attendeva con altre persone l'apertura dell'ingresso dell'auditorium in cui doveva tenersi lo spettacolo del comico U.B., è avvenuta 'a causa della folla che si era accalcata all'ingresso, per poter accedere ai posti migliori, e dalla quale era stata sospinta'. Dopo avere sottolineato la correttezza dell'avviso del giudice di prime cure per avere 'evidenziato la condotta colposa del Comune organizzatore dell'evento per non avere predisposto alcun servizio per disciplinare l'afflusso degli spettatori alla struttura, non potendosi infatti escludere, necessariamente con una valutazione ex ante, l'opportunità di tale servizio in relazione alla 'modestia' dell'evento, e dovendo, invece, porsi in risalto che l'ingresso libero, il ridotto numero di posti a disposizione e la notorietà locale del personaggio chiamato ad esibirsi avrebbe dovuto far propendere l'amministrazione per l'approntamento dell'indicato servizio, nonchè per avere sottolineato come 'la presenza di idonee misure (transenne o corridoi di accesso obbligati) e di personale incaricato avrebbe potuto, quanto meno, contenere la calca degli spettatori ed evitare condizioni di rischio per quest'ultimi', traendone la conclusione che dal relativo mancato apprestamento 'deriva la responsabilità dell'Amministrazione comunale, la corte di merito è nell'impugnata sentenza invero pervenuta a disattendere i suindicati principi.
Un dipendente di una società parte di un noto gruppo industriale, pubblica su una chat privata, chiamata “vaselina day”, una vignetta satirica raffigurante un coperchio di vaselina sul quale spicca il marchio della società capogruppo.
La chat era stata creata da alcuni lavoratori per scambiarsi informazioni e commenti sulla riunione sindacale per il rinnovo del contratto aziendale.
La società ritenendo la condotta del dipendente gravemente lesiva dell’immagine aziendale lo licenzia invocando la giusta causa.
Il lavoratore impugna il licenziamento avanti al Tribunale di Firenze per i seguenti motivi:
a) in quanto sproporzionato rispetto al fatto contestato;
b) per la sua natura ritorsiva in relazione ad un’altra causa che il ricorrente, un anno prima, aveva promosso nei confronti dell’azienda per far accertare il suo diritto alla assunzione a tempo indeterminato.
Il Tribunale e la Corte d’Appello di Firenze danno ragione al lavoratore, anche se sotto differenti profili:
a) il giudice di primo grado ha ritenuto il licenziamento illegittimo poiché il lavoratore si era limitato a esercitare il diritto di critica e satira nei confronti del datore di lavoro non commettendo, pertanto, alcuna violazione disciplinare;
b) secondo il giudice d’appello, invece, vista la banalità del fatto addebitato, era evidente che la contestazione disciplinare fosse solo un pretesto per allontanare un lavoratore non gradito. Per questo motivo il licenziamento doveva ritenersi ritorsivo e quindi nullo.
La causa giunge infine alla Corte di Cassazione che ha respinto le tesi della Società per i seguenti motivi:
- il lavoratore non ha leso l’immagine aziendale poiché la vignetta è stata diffusa solo tra i dieci lavoratori partecipanti alla chat senza alcuna divulgazione all’esterno dell’ambiente di lavoro;
- la Corte d’Appello, in assenza di un legittimo motivo di licenziamento, ha correttamente ravvisato nella condotta dell’azienda una volontà ritorsiva nei confronti del dipendente, motivo per il quale ha annullato il licenziamento.
Corte di Cassazione, SEZ. Lavoro, n. 2499, 31 gennaio 2017
Con ricorso al Tribunale di Firenze del 13.3.2013, ai sensi della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 47, S.C. impugnava il licenziamento disciplinare intimatogli in data 19.12.2012 dalla società LUXURY GOODS OUTLET srl (in prosieguo, per brevità: Luxury srl) - facente parte della divisione Guccio Gucci spa - per avere gravemente offeso l'immagine dell'azienda pubblicando su una chat privata del social network Fecebook, nella quale i lavoratori si scambiavano informazioni sull'incontro sindacale per il rinnovo del contratto integrativo, una immagine raffigurante un coperchio di vasellina cui era sovrapposto un disegno ed il marchio "Gucci"; deduceva la mancanza di proporzionalità del licenziamento e la sua natura ritorsiva. Con ordinanza del 7.8.2013 il giudice del lavoro annullava il licenziamento sotto il profilo della mancanza di proporzionalità. Con sentenza del 7.1.2014 (nr. 2/2014) il Tribunale rigettava la opposizione proposta dalla società LUXURY srl, ritenendo la fattispecie riconducibile all'ipotesi di insussistenza del fatto disciplinare, L. n. 300 del 1970, ex art. 18, comma 4, per essere stato esercitato il diritto di critica e di satira. La Corte di Appello di Firenze, con sentenza dell'11.4.2014 (nr. 401/2014), rigettava il reclamo della società e dichiarava la nullità del licenziamento in quanto ritorsivo applicando il comma 1 dell'art. 18. La Corte territoriale rilevava che il S. aveva dedotto il carattere ritorsivo del licenziamento, rappresentando di essere stato originariamente assunto a tempo determinato ed inserito nell'organico aziendale solo a seguito della impugnazione in via giudiziaria della apposizione del termine.
5) La contravvenzione è valida anche senza la presenza di agenti se le infrazioni al Codice della strada vengono rilevate con apparecchi omologati
dal Ministero. E’ onere dell’automobilista provarne il malfunzionamento.
Un’automobilista che non si era fermata al semaforo rosso e che era stata sanzionata in automatico con un’apparecchiatura di rilevamento, omologata dal Ministero, contesta la contravvenzione al Giudice di pace, sostenendo che: 1) l’impianto non funzionava bene, 2) la contestazione non era stata immediata ed era irregolare perché sul luogo non c’erano agenti accertatori della presunta infrazione. Il Giudice di Pace condivide la tesi dell’automobilista, ma il Comune fa appello al Tribunale di Massa che lo respinge. La questione giunge poi alla Corte di Cassazione, che accoglie invece le tesi del Comune poiché: 1) il Comune ha fornito la prova della corrispondenza tra l’apparecchio usato e quello omologato e tale apparecchio può essere usato in maniera automatica, senza la presenza di personale accertatore. Inoltre, il verbale di contravvenzione fa piena prova - fino a querela di falso - di quanto scritto dal pubblico ufficiale. Infine, la contestazione dell’infrazione può, in alcuni casi tra cui quello in esame, essere successiva all’accertamento. 2) Inoltre le foto prodotte in causa dal Comune provano l’infrazione, prevista e punita dal Codice della Strada. La Corte ha quindi annullato la sentenza e ha stabilito che il Tribunale di Massa, nella persona di altro magistrato, debba pronunciarsi sulla controversia.
Corte di Cassazione, SEZ. II civile, n. 460, 11 gennaio 2017
sul ricorso 3504/2012 proposto da: COMUNE DI MONTIGNOSO, (OMISSIS), in persona del sindaco pro tempore, domiciliato ex lege in ROMA, Piazza Cavour, presso la cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall'avvocato CASIMIRO POGGI, come da procura speciale a margine del ricorso; - ricorrenti - contro B.E., elettivamente domiciliata in Roma, Via Antonio Mordini 14, presso lo studio dell'avvocato MANLIO ABATI, rappresentata e difesa dall'avvocato CARLO MAURIZIO CECCHERINI, come da procura speciale a margine del controricorso; - controricorrente - avverso la sentenza n. 603/2011 del TRIBUNALE di NIASSA, depositata il 20/10/2011; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 18/10/2016 dal Consigliere Ippolisto Parziale; udito l'Avvocato Renato Fusco per delega orale avvocato Cecchieri, che si riporta agli atti e alle conclusioni assunte; udito il sostituto procuratore generale, dott. Rosario Giovanni Russo, che conclude per il rigetto del ricorso e condanna alle spese. Svolgimento del processo A. Così la sentenza impugnata riassume la vicenda processuale.

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