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Timestamp: 2019-07-22 03:23:41+00:00

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Le Sezioni Unite si sono pronunciate sul ricorso originariamente formulato da Alitalia contro altre compagnie aeree. Nel giudizio di legittimità è venuta in rilievo la questione della responsabilità per lite temeraria aggravata
La responsabilità per lite temeraria aggravata non richiede la domanda di parte nè la prova del danno, ma esige pur sempre, sul piano soggettivo, la malafede o la colpa grave della parte soccombente
Alitalia s.p.a. proponeva ricorso dinanzi al TAR Puglia, esponendo di avere appreso da fonti giornalistiche che la società di aeroporti pugliese (Aeroporti di Puglia s.p.a.) aveva concluso alcuni contratti con un’altra nota compagnia aerea, ovvero con società ad essa collegate, aventi ad oggetto lo svolgimento di attività promozionali sul sito della prima, a fronte del pagamento di ingenti somme di denaro e di sconti sul servizio di handling; e che detti contratti sarebbero stati assegnati senza il previo esperimento di alcuna selezione e, quindi, in affidamento diretto.
Ritenendosi gravemente pregiudicata da detta condotta, con istanza ritualmente depositata, chiedeva di prendere visione ed estrarre copia di ogni contratto sottoscritto con le citate compagnie di volo a partire dal 2006, avente ad oggetto l’erogazione dei servizi aeroportuali e/o la prestazione di servizi di qualsiasi tipo, della corrispondenza, anche elettronica, scambiata con le predette società in relazione alla conclusione ed esecuzione di qualsiasi contratto, di ogni documento, provvedimento o comunicazione.
Ma l’istanza veniva rigettata per difetto di legittimazione ai sensi della L. n. 241 del 1990, nonché per la mancanza di collegamento tra interesse specifico dell’istante ed il documento richiesto; l’Alitalia chiedeva, perciò, dichiararsi, con ricorso giurisdizionale amministrativo, l’illegittimità del diniego, prospettando violazione di legge ed eccesso di potere.
In primo grado, l’adito TAR accoglieva parzialmente il ricorso, disponendo l’ostensione dei documenti richiesti, in particolare dei contratti stipulati fra le compagnie nell’anno 2009 e 2014; respingeva, invece, la richiesta per la restante documentazione per genericità e indeterminatezza, nonchè per mancanza di specificazione dell’interesse sotteso a tali documenti e alla corrispondenza prodromica alla stipulazione di quei contratti.
In appello, il Consiglio di Stato accoglieva, invece, integralmente la domanda di Alitalia, poiché – a sua detta – era fornita di interesse anche solo in vista della possibilità di proporre azione per concorrenza sleale, e poiché, nel merito, si trattava di documentazione che atteneva ad attività espressione di pubblico interesse e, al contrario, non vi erano particolari esigenze di riservatezza da tutelare.
Sulla vicenda si sono pronunciate le Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 9912/2018 in commento.
La questione di giurisdizione
In via preliminare le ricorrenti lamentavano il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo in favore di quello ordinario.
«Il motivo è inammissibile» -afferma il Supremo Collegio.
Ed invero, il dato da cui partire, è proprio l’art. 9 c.p.a., rubricato “Difetto di giurisdizione”, secondo cui esso “è rilevabile in primo grado anche d’ufficio”, mentre “nei giudizi di impugnazione è rilevato solo se dedotto con specifico motivo, avverso il capo della pronuncia impugnata che, in modo implicito o esplicito, abbia statuito sulla giurisdizione“. L’art. 9 codice del processo amministrativo stabilisce la rilevabilità del difetto di giurisdizione d’ufficio in primo grado, nonchè in grado di appello ma a condizione che non vi sia stata acquiescenza sule capo della sentenza che esplicitamente o implicitamente abbia pronunciato sulla giurisdizione.
In altri termini, è stato statuito che la decisione sul merito presuppone implicitamente una decisione (di segno positivo) sulla giurisdizione, che non deve necessariamente essere resa esplicita.
Allorchè, pertanto, il giudice di primo grado abbia pronunciato nel merito, affermando, anche implicitamente, la propria giurisdizione, la parte che intende contestare tale riconoscimento è tenuta a proporre appello sul punto; diversamente, l’esame della relativa questione è preclusa in sede di legittimità, essendosi formato il giudicato implicito sulla giurisdizione (Cass. Sez. Un. 28 gennaio 2011 n. 2067 ).
Ebbene, nel caso in esame, la quaestio iurisdictionis non era mai stata sollevata prima dalle parti in causa, ma introdotta per la prima volta col ricorso per cassazione; ciò ha determinato la formazione del giudicato interno sulla statuizione implicita del giudice di primo grado affermativa della propria giurisdizione; dal che l’inammissibilità del ricorso.
Venendo all’esame della vicenda, le ricorrenti lamentavano la violazione del D.lgs. n. 140 del 2010, art. 133, comma 1, lett. a), n. 6 nonché della L. n. 241 del 1990, degli art. 22 e ss assumendo che il giudice amministrativo, nell’autorizzare l’ostensione, avrebbe del tutto omesso di applicare il criterio di verifica sulla strumentalità del documento, nel senso che la richiesta di accesso deve essere sempre riferibile ad un’attività strumentale a quella di interesse pubblico svolta in via principale dal soggetto privato.
Il quadro di riferimento da cui partire è costituito dalla L. 7 agosto 1990, n. 241. L’art. 22, comma 1, (nel testo modificato dalla L. 3 agosto 1999, n. 265, art. 4, e poi sostituito dalla L. 11 febbraio 2005, n. 15, art. 15.
L’evoluzione dell’istituto “generale” dell’accesso è stata completata con la L. 14 maggio 2005, n. 80, con la quale il legislatore ha espressamente devoluto alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie relative all’accesso ai documenti amministrativi.
Ma per i giudici della Cassazione il motivo di ricorso era inammissibile poiché introduceva, in sede di legittimità, una questione di merito: l’inapplicabilità alla fattispecie della normativa citata, sull’assunto che il giudice amministrativo avrebbe del tutto omesso di verificare, al fine di autorizzare l’ostensione, la strumentalità della documentazione in questione, rispetto all’attività di interesse pubblico, svolta in via principale da soggetto privato con la richiesta di accesso.
Come più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità (cfr Cass. Sez. Un. 16 febbraio 2006 n. 3367),”occorre considerare che la normativa sull’accesso è riferibile sia all’attività amministrativa che si estrinseca in pubbliche funzioni e poteri amministrativi, sia all’attività che persegue (nei limiti consentiti dall’ordinamento) finalità istituzionali in forme privatistiche, senza che rilevi la disciplina sostanziale (pubblicistica o privatistica) dei relativi atti”.
La condanna per lite temeraria aggravata
Da ultimo, le Sezioni Unite si sono pronunciate sulla richiesta di condanna per lite temeraria aggravata, ai sensi dell’art. 96, comma 3 c.p.c., avanzata da Alitalia contro le altre società ricorrenti.
La natura dell’istituto appena richiamato, ha suscitato molti dubbi e interrogati sia in dottrina che in giurisprudenza, ma in generale è stato affermato che la fattispecie disciplinata dal comma 3 dell’art. 96, a differenza dei primi due commi, non richiede la necessaria prova del danno.
Tanto è vero che la condanna al pagamento della somma equitativamente determinata, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, è stata ritenuta connotata da natura sanzionatoria e officiosa, sicchè essa presuppone l’accertamento della mala fede o colpa grave della parte soccombente (Cass. 11 febbraio 2014 n. 3003).
In altri termini, la responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3 che a differenza di quella comminabile ai sensi del comma 1 medesima norma, non richiede la domanda di parte nè la prova del danno, ma esige pur sempre, sul piano soggettivo, la malafede o la colpa grave della parte soccombente, la quale ultima, sussiste nell’ipotesi di violazione del grado minimo di diligenza che consente di avvertire facilmente l’infondatezza o l’inammissibilità della propria domanda, non essendo sufficiente la mera infondatezza, anche manifesta, delle tesi prospettate (Cass. Sez. Un. 11 dicembre 2007 n. 25831; Cass. 18 gennaio 2010 n. 654).
La Cassazione ha, finanche, precisato che i presupposti della mala fede o della colpa grave, devono coinvolgere l’esercizio dell’azione processuale nel suo complesso, cosicchè possa considerarsi meritevole di sanzione l’abuso dello strumento processuale in sè, anche a prescindere dal danno procurato alla controparte e da una sua richiesta, al fine di contemperare le esigenze di deflazione del contenzioso pretestuoso con la tutela del diritto di azione.
E, certamente, violava quel grado minimo di diligenza sia il ricorso principale che quello incidentale (per cassazione) “poiché non solo manifestamente inammissibili, ma anche basati su di un errore macroscopico nell’interpretazione di norme sostanziali e/o processuali, in spregio al consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità quanto ai criteri di riparto della giurisdizione; integrando, con tutta evidenza, un’ipotesi di impiego pretestuoso e strumentale del diritto di impugnazione, secondo la prospettazione della controricorrente Alitalia, finalizzato a procrastinare la pendenza del giudizio volto ad ottenere l’ostensione di atti, con indebito aggravamento delle ragioni di quest’ultima, nonostante la lampante evidenza della sussistenza ab origine del credito azionato”.
Per tali ragioni le Sezioni Unite hanno ritenuto sussistenti i presupposti per condannare la ricorrente principale e quella incidentale ad un’ulteriore somma da determinare ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.p.
RITARDO AEREO: PER OTTENERE IL RISARCIMENTO CI VOGLIONO LE PROVE

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 133
 art. 22
 art. 4
 art. 15
 Cass. Sez. 
 Cass.