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Timestamp: 2015-01-31 22:35:15+00:00

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Annullamento della sentenza penale ai soli effetti civili
Articolo 15.10.2013 (Antonio Di Tullio D'Elisiis) Scopo del presente scritto è quello di esaminare l’art. 622 c.p.p.
Come è noto, siffatta disposizione legislativa stabilisce che, fermi “gli effetti penali della sentenza, la corte di cassazione, se ne annulla solamente le disposizioni o i capi che riguardano l'azione civile ovvero se accoglie il ricorso della parte civile contro la sentenza di proscioglimento dell'imputato, rinvia quando occorre al giudice civile competente per valore in grado di appello, anche se l'annullamento ha per oggetto una sentenza inappellabile”.
Tale statuizione normativa non rappresenta un elemento di novità nel panorama storico - legislativo.
In effetti, come puntualmente dedotto dalle Sezioni Unite nella pronuncia n. 40109 del 18 luglio 2013, assente “nel codice del 1865 (che all'art. 675 prevedeva nel suddetto caso un rinvio al giudice penale), la previsione compare già nel codice Finocchiaro Aprile del 1913, che, all'art. 525, così recita: "Se la corte di cassazione annulla solamente le disposizioni o i capi della sentenza che concernono l'azione civile, proposta a norma dell'art. 7 (relativo appunto all'azione civile esercitata nel processo penale), rinvia la causa al giudice civile competente per valore in grado di appello, anche se l'annullamento abbia per oggetto una sentenza della corte di assise"” mentre, nel codice del 1930, “la previsione, che non ha formato oggetto di specifica considerazione nella relazione, è stata mantenuta nell'art. 541, che così recita: "(Annullamento delle sole disposizioni civili della sentenza). La corte di cassazione, se annulla solamente le disposizioni o i capi della sentenza che riguardano l'azione civile proposta a norma dell'art. 23 (relativo all'esercizio dell'azione civile nel processo penale), rinvia la causa quando occorre al giudice civile competente per valore in grado di appello anche se l'annullamento ha per oggetto una sentenza inappellabile"”.
La norma giuridica attualmente vigente, a sua volta, sempre alla luce di quanto rilevato nell’arresto giurisprudenziale del 2013, “è del tutto corrispondente, anche formalmente, a quella che figurava nel Progetto preliminare del 1978 (sotto l'art. 586), e nella Relazione al Progetto preliminare del 1988 si osserva (ripetendo quanto già contenuto della relazione al precedente progetto del 1978) che l'art. 622 "detta disposizioni analoghe a quelle dell'attuale art. 541, aggiungendo il caso di accoglimento del ricorso della parte civile contro la sentenza di proscioglimento dell'imputato: quando la corte di cassazione annulla la sentenza per i soli effetti civili, l'eventuale giudizio di rinvio - fermi restando gli effetti penali - si svolgerà davanti al giudice civile competente in grado di appello, anche se l'annullamento riguarda una sentenza inappellabile"”.
Orbene, una volta compiuto questo breve excursus storico-normativo, corre l’obbligo innanzitutto di evidenziare che tale regola giuridica è applicabile solo in caso di accoglimento del ricorso della parte civile ove non vengano proposti o respinti gli altri (eventuali) ricorsi proposti nella stessa sede sui capi penali[1].
Inoltre, tale precetto normativo stabilisce, come si evince dall’uso dell’inciso “fermi”, che la sua portata applicativa non ha alcuna influenza sugli effetti penali della sentenza.
Per quanto attiene il significato da conferire alle parole “effetti penali della sentenza”, si osserva come la Cassazione abbia avuto modo di precisare che, sebbene “il codice penale non fornisce la nozione nè indica il criterio generale che valga a distinguerli dai diversi effetti di natura non penale che pure sono in rapporto di effetto a causa con la pronuncia di condanna”[2], tali esiti possono essere tuttavia individuati sia “in quelle che derivano ope iuris dalla sentenza affermativa della responsabilità”[3] quali, ad esempio, la “revoca della sospensione condizionale”[4], “l'iscrizione della sentenza medesima nel casellario giudiziale”[5], sia in “ogni altra sanzione o privazione di benefici che possa prodursi in modo non automatico, ma che trovi nella sentenza di condanna il suo necessario ed indefettibile presupposto”[6].
Tale limite preclusivo, inoltre, opera anche nel caso in cui il reato venga dichiarato estinto.
Difatti, come evidenziato nell’arresto giurisprudenziale su emarginato, “tra gli "effetti penali della sentenza" rientrano certamente quelli scaturenti da una declaratoria di estinzione del reato”.
Tale approdo ermeneutico si appalesa perfettamente condivisibile anche perché si innesta lungo il solco di un pregresso filone nomofilattico che, nel trattare specifici istituti di diritto penale, è pervenuto alla medesima conclusione giuridica.
Ad esempio, è stato postulato che l’“estinzione del reato in conseguenza della sospensione condizionale della pena non si estende agli effetti penali della condanna, della quale deve, pertanto, tenersi conto ai fini della recidiva”[7].
“Invero, l'estinzione del reato ex art. 167 c.p. non comporta l'estinzione degli effetti penali diversi da quelli espressamente previsti dalla predetta norma, posto che il comma 2, citato art. si limita semplicemente ad affermare che "in tal caso non ha luogo l'esecuzione delle pene" (cfr. Cass. Sez. Un. 22/11/2000 n. 31, Sormani)”[8].
Invece, per quanto concerne l’accezione da assegnare alla locuzione “disposizioni o i capi che riguardano l'azione civile”, “per "capo" si intende quello relativo all'affermazione della responsabilità civile e per "disposizione" quella che si riferisce alle statuizioni accessorie, come quella della liquidazione del danno”[9]; a tale riguardo, si osserva che è stato rilevato come la parte civile non sia legittimata a proporre impugnazione “avverso il capo della sentenza di condanna che non abbia subordinato la concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno, in quanto tale statuizione non riguarda l'azione civile e gli interessi civili, ma gli obblighi imposti al condannato circa l'eliminazione delle conseguenze dannose del reato”[10] siccome “le disposizioni contenute nell'art. 165 c.p., che consentono al giudice di subordinare la concessione del beneficio alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, non riguardano il danno civilistico patrimonialmente inteso, bensì il danno criminale, cioè quelle conseguenze, diverse dal pregiudizio economicamente apprezzabile e risarcibile, che strettamente ineriscono alla lesione o alla messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma penale violata”[11].
Inoltre, oltre tale aspetto procedurale, per dovere di completezza argomentativa, va rilevato che l’azione civile, da un punto di vista sostanziale, in ossequio al combinato disposto ex articoli 74 c.p.p. e 185 c.p., può avere ad oggetto “la restituzione (o restituito in integrum) o il risarcimento in denaro”[12] dovendosi altresì precisare che, per restituzione, si deve intendere il “ristabilimento in forma specifica della situazione esistente prima del compimento del reato”[13].
Invero, nella “responsabilità da atto illecito la vittima (o suoi eredi) ha diritto di essere reintegrata nella posizione in cui si trovava prima dell'illecito”[14].
Viceversa, per quanto inerisce il concetto da imputare al termine “risarcimento”, con tale parola si deve intendere il ristoro di tutti i danni subiti sia patrimoniali che non patrimoniali dato che, oltre alla luce del chiaro tenore letterale dell’art. 185, co. II, c.p.[15], è stato ribadito, pure a livello ermeneutico, che “in presenza di un danno da reato, il danneggiato, in sede di rinvio, può sollecitare davanti al giudice civile anche il riconoscimento del danno non patrimoniale”[16].
In via meramente sommaria e riassuntiva, nel vasto scenario delle tipologie di torti risarcibili, va evidenziato che per “danno non patrimoniale”, secondo una costante giurisprudenza di legittimità, è stato affermato come debba reputarsi comprensiva “tanto del danno morale che di quello biologico eventualmente subiti”[17] essendo necessario, secondo i canoni generali fissati dall’art. 2043 c.c.[18], che sia acclarato un nesso di causalità tra il danno e il pregiudizio lamentato[19].
Tra i danni risarcibili, ad esempio, è stato incluso:
il danno “biologico”[20];
quello “da cd. "perdita di "chances" in favore del candidato alle elezioni rimasto soccombente nei confronti di altro candidato resosi responsabile del delitto di illecite elargizioni previsto dall'art. 95 del t.u. sull'elezione della Camera dei deputati approvato con d.P.R. n. 361/1957”[21];
“il danno morale ai danni di un soggetto minacciato nell'integrità fisica e perciò sottoposto a scorta personale, in virtù della patita compressione della libertà di movimento e della vita professionale e di relazione”[22];
in materia di reati ambientali, il danno morale “derivante dal pregiudizio arrecato all'attività da esse concretamente svolta per la valorizzazione e la tutela del territorio sul quale incidono i beni oggetto del fatto lesivo”[23];
il danno morale “patito dall'Amministrazione delle dogane in conseguenza di un reato doganale, danno consistente nella lesione dell'immagine dell'Amministrazione e nel discredito apportato all'istituzione dal comportamento illecito”[24].
Per quanto attiene all’opposto il “danno patrimoniale”, che si concretizza “quale conseguenza del fatto illecito di tipo economico”[25], esso, a titolo meramente esemplificativo, può consistere:
nel lucro cessante ove l’ “invalidità abbia prodotto una riduzione della capacità lavorativa specifica”[26] o totale nella misura in cui ricorra “in concreto di una riduzione attuale o futura dei predetti redditi, e della relazione causale tra questa riduzione e l'accertata menomazione”[27];
nel danno emergente allorquando ricorrano “postumi invalidanti permanenti”[28];
in quello conseguente al “demansionamento calibrato non già sulla retribuzione percepita dal lavoratore, bensì su quella che gli sarebbe spettata se, sia per la professionalità acquisita e la sua ulteriore valorizzazione, egli avesse conseguito la superiore qualifica di dirigente”[29];
nel torto derivato dall’occupazione sine titulo di un immobile[30];
il pregiudizio “determinato dalla sanzione amministrativa pecuniaria irrogata dall'Isvap a causa dell'esercizio dell'attività assicurativa in ramo non autorizzato”[31];
il torto prodotto “nelle ulteriori spese di mantenimento della persona nata con malformazioni, pari al differenziale tra la spesa necessaria per il mantenimento di un figlio sano e la spesa per il mantenimento di un figlio affetto da gravi patologie”[32];
nel caso di violazione dell'obbligo di offerta pubblica di acquisto della totalità delle azioni di una società quotata in un mercato regolamentato da parte di chi, in conseguenza di acquisti azionari, sia venuto a detenere una partecipazione superiore al 30% del capitale sociale, il mancato guadagno, a favore degli azionisti cui l'offerta avrebbe dovuto essere rivolta, “a causa della mancata promozione dell'offerta”[33].
Orbene, seppur in questo excursus giurisprudenziale siano annoverabili anche casi di natura esclusivamente civilistica, gli esempi addotti comunque testimoniano come tale voce risarcitoria ricomprenda la tutela di un ampio e variegato ventaglio di diritti e interessi vulnerabili a livello patrimoniale.
Inoltre, in “caso di uccisione di un familiare, ai congiunti superstiti spettano "iure proprio" il risarcimento dei danni patrimoniali e morali (essendovi reato), ed "iure successionis" il risarcimento del danno biologico cosiddetto terminale spettante al soggetto deceduto, nei casi in cui il decesso sia intervenuto al termine di una agonia e non sia stato istantaneo o quasi”[34] dato che “il diritto al risarcimento è trasmissibile agli eredi che possono quindi agire nei confronti dal danneggiante "iure hereditatis"”[35].
Da ultimo, ai sensi del combinato disposto ex articoli 186 c.p.[36] e 543 c.p.p.[37], altro elemento azionabile in sede civile, sempre a titolo risarcitorio, è la pubblicazione della sentenza di condanna “qualora la pubblicazione costituisca un mezzo per riparare il danno non patrimoniale cagionato dal reato”.
Per di più, oltre alla restituzione, al risarcimento ed alla pubblicazione della sentenza, tra le statuizioni civili richiedibili, possono essere comprese anche “le spese sostenute dalle parti per far valere le proprie ragioni”[38] nonché quelle derivanti dalla pubblicazione della sentenza di condanna nel caso previsto dall’art. 186 c.p. .
l’art. 541, co. I, c.p.p., come è noto, prevede che con “la sentenza che accoglie la domanda di restituzione o di risarcimento del danno, il giudice condanna l’imputato e il responsabile civile in solido al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile, salvo che ritenga di disporne, per giusti motivi, la condanna”;
l’art. 543, co. II, c.p.p., come è altrettanto risaputo, statuisce che la “pubblicazione ha luogo a spese del condannato”.
D’altronde, è stato di recente evidenziato, in sede di legittimità, che sono considerabili “statuizioni accessorie anche quelle relative alla liquidazione delle spese sostenute dalla parte civile, con riferimento alle quali Sez. U, n. 40228 del 14/07/2011, Tizzi, Rv. 250680 ha avuto modo di precisare che se "l'imputato non ha formulato censure in ordine alla omessa compensazione delle spese nè alla sussistenza di giusti motivi per provvedere in tale senso (art. 541 c.p.p.) (...), l'annullamento va disposto con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, a norma dell'art. 622 c.p.p., dovendosi in tale sede discutere solo del quantum”[39].
“Va infine osservato, per completezza, che l'ampia dizione dell'art. 622 c.p.p., non ammette distinzioni di sorta in relazione alla natura del vizio che inficia le statuizioni civili assunte dal giudice penale; che potranno riguardare sia vizi di motivazione in relazione ai capi o ai punti oggetto del ricorso sia violazioni di legge, comprese quelle afferenti a norme di natura procedurale, relative al rapporto processuale scaturente dall'azione civile nel processo penale”[40].
Chiarito che significato conferire alle parole “le disposizioni o i capi che riguardano l'azione civile”, occorre altresì spiegare, a questo punto della disamina, in quali casi avviene il rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.
Ciò si verifica in due ipotesi ossia:
ove venga annullata in sede di legittimità una decisione limitatamente alle disposizioni o ai capi che riguardano l'azione civile;
allorquando venga accolto il ricorso della parte civile contro la sentenza di proscioglimento dell'imputato.
Per il punto contrassegnato alla lettera a), oltre a rinviarsi a quanto appena esposto in precedenza, corre l’obbligo di evidenziare che l’art. 578 c.p.p. stabilisce che, quando “nei confronti dell'imputato è stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a favore della parte civile, il giudice di appello e la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull'impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili”.
“Chiara la ragione di tale disciplina: laddove la parte civile si sia vista riconoscere con sentenza non definitiva la fondatezza della propria azione, la legge intende tutelarla rispetto ad eventi che, pur avendo l'effetto di estinzione del reato, non fanno venir meno la responsabilità dell'imputato per i fatti da cui deriva l'obbligo di risarcimento o restituzioni”[41].
Da ciò ne deriva che, per l’applicazione di siffatta disposizione legislativa, occorre che siano configurabili i susseguenti requisiti:
“1) che sia stata pronunciata una sentenza di condanna nei confronti dell'imputato; 2) che, con l'impugnazione dell'imputato, non concorra un'impugnazione agli effetti civili; 3) che il giudice del gravame (appello o Corte di cassazione) abbiano dichiarato estinto il reato per amnistia o prescrizione”[42].
“La ratio legis va individuata, da una parte, nel diritto dell'imputato a vedere dichiarare estinto il reato ma, dall'altra, nell'evitare che la parte civile, per un evento estintivo sopravvenuto, si veda vanificare il diritto al risarcimento dei danni che gli era già stato riconosciuto in primo grado con la conseguente necessità di trasferire il processo in sede civile e, quindi, con un'evidente moltiplicarsi di processi a scapito del principio dell'economia processuale (Cass. Sez. 3 sentenza n. 18056 dell'11/02/2004, rv.228450; Cass. Sez. 3, sentenza n. 17846 del 19/03/2009, rv. 243761;Cass. Sez. 5, sentenza n. 27652 del 17/06/2010, rv. 248389)”[43].
Di talchè ne discende che “l'art. 578 c.p.p. trova applicazione quando con l'impugnazione per gli effetti penali, idonea ad impedire il formarsi del giudicato, non concorra una impugnazione per gli effetti civili”[44] visto che “l'inerzia della parte civile non fa acquistare efficacia di giudicato al capo della sentenza relativo all'azione risarcitoria, non essendo trasportabile nel processo penale l'istituto della acquiescenza di cui all'art. 325 c.p.c.[45]”[46].
Inoltre, in un arresto giurisprudenziale, è stato asserito che, “allorquando, ai sensi dell'art. 578 c.p.p. il giudice di appello - intervenuta una causa estintiva del reato - è chiamato a valutare il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili per la presenza della parte civile, il proscioglimento nel merito prevale sulla causa estintiva, pur nel caso di accertata contraddittorietà o insufficienza della prova”[47] posto che, ad avviso delle Sezioni Unite, “non sussiste alcuna ragione per la quale, in sede di appello, ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 578 c.p.p. non debba prevalere la formula assolutoria nel merito rispetto alla causa di estinzione del reato: e ciò, non solo nel caso di acclarata piena prova di innocenza, ma anche in presenza di prove ambivalenti, posto che alcun ostacolo procedurale, nè le esigenze di economia processuale (che, come più volte detto, costituiscono, con riferimento al principio della ragionevole durata del processo, la ratio ed il fondamento della disposizione di cui all'art. 129 c.p.p., comma 2), possono impedire la piena attuazione del principio del favor rei con l'applicazione della regola probatoria di cui all'art. 530 c.p.p., comma 2”[48] .
Ciò nondimeno, tale norma giuridica, in caso di prescrizione del reato, non è sempre applicabile.
In effetti, è stato osservato che:
- quando la prescrizione del reato sia maturata prima della pronuncia di primo grado, non si possono “confermare le statuizioni civili in questa contenute n&ea

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 art. 167
 Cass. Sez. 
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