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Timestamp: 2020-07-07 10:48:23+00:00

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Espropriazioni: le sezioni unite e il risarcimento
9 Settembre 2016 | Autore: Emanuele Carbonara
La Cassazione prende posizione sulle questioni di giurisdizione e competenza: per opporsi alla stima dell’indennizzo si ricorre sempre alla Corte d’appello.
Tutte le domande relative all’indennità d’esproprio liquidata dalla P.A. vanno indirizzate alla Corte d’appello e non al Tribunale, né al Tar. Ciò vale anche per le opposizioni alla stima del risarcimento dovuto per il periodo di occupazione illegittima in caso di acquisizione sanante.
A sancirlo è la Corte di Cassazione, che a Sezioni Unite ha risolto definitivamente la questione [1]. Di conseguenza, sussiste la competenza del giudice ordinario su ogni controversia concernente l’indennità d’esproprio.
In particolare, la sentenza in esame si riferisce ad una specifica somma di denaro dovuta al privato per il periodo di occupazione illegittima di un suolo da parte dell’amministrazione: l’interesse del 5% annuo sul danno patrimoniale causato dalla cd. “acquisizione sanante”. Tale importo spetta per legge al soggetto espropriato come risarcimento per il tempo in cui la P.A., senza titolo, ha occupato e modificato irreversibilmente il suolo di sua proprietà.
1 Cos’è l’acquisizione sanante?
2 Qual è la tutela indennitaria che la legge riconosce al privato?
3 Le controversie sull’indennizzo spettano alla Corte d’Appello. Le motivazioni della Cassazione
Cos’è l’acquisizione sanante?
Com’è noto, la pubblica amministrazione può espropriare un bene privato per ragioni di interesse pubblico. Per farlo, però, ha l’obbligo di seguire un determinato iter procedimentale che prevede, nell’ordine:
l’assoggettamento del bene al vincolo preordinato all’esproprio, presente nella pianificazione urbanistica generale dell’ente;
l’emissione della cd. dichiarazione di pubblica utilità, che avviene con l’approvazione del progetto definitivo dell’opera da realizzare o dei piani urbanistici attuativi;
il vero e proprio decreto di esproprio, che trasferisce definitivamente il bene al soggetto pubblico.
Ebbene, con il meccanismo dell’acquisizione sanante la legge consente alla P.A. di derogare al procedimento descritto [2]. L’espropriazione del bene, infatti, potrà avvenire anche in assenza del vincolo espropriativo, della dichiarazione di pubblica utilità o del decreto di esproprio, ovvero qualora tali atti siano stati dichiarati invalidi.
L’amministrazione, infatti, può occupare ed utilizzare senza alcun titolo il bene da espropriare, salvo poi emanare un provvedimento che trasferisca quest’ultimo nel suo patrimonio indisponibile. Detto atto va sorretto da un’adeguata motivazione in cui la P.A. evidenzia gli straordinari motivi di interesse pubblico che hanno reso necessario l’esproprio, la preminenza dell’esigenza collettiva rispetto a quella del privato, la mancanza di valide alternative all’acquisizione.
Si tratta, quindi, di un procedimento espropriativo di carattere eccezionale rispetto a quello ordinario. Proprio perché mancano (o sono stati annullati) gli atti tipici della normale procedura, il provvedimento acquisitivo va a sanare l’occupazione e l’utilizzazione illegittima del bene da parte dell’ente.
Qual è la tutela indennitaria che la legge riconosce al privato?
Nel caso di acquisizione sanante il privato ha diritto ad un indennizzo, da liquidarsi con lo stesso provvedimento ablatorio. Peraltro, il passaggio del bene alla P.A. è subordinato al pagamento o al deposito di tale somma.
L’indennità va a ristorare il pregiudizio patrimoniale e non patrimoniale subito dal proprietario. Entrambe le voci di danno sono quantificate in base a criteri stabiliti dalla legge.
L’espropriato, inoltre, ha diritto a percepire l’interesse del 5% annuo sul valore del danno patrimoniale accertato, e ciò per il tempo in cui l’amministrazione ha occupato senza titolo il bene (ossia, dal momento dell’occupazione fino all’emanazione dell’atto di acquisizione).
Le controversie sull’indennizzo spettano alla Corte d’Appello. Le motivazioni della Cassazione
Le Sezioni Unite della Cassazione hanno risolto un contrasto interpretativo esistente affermando che anche le controversie relative alla determinazione e liquidazione del summenzionato interesse del 5% annuo vanno promosse davanti al giudice ordinario.
Pertanto, non sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo, ma nemmeno la competenza del Tribunale. È la Corte d’appello a dover decidere in unico grado (con sacrificio quindi del doppio grado di giurisdizione), così come avviene per le questioni relative all’indennizzo per il danno patrimoniale e non patrimoniale subito.
La legge, infatti, afferma che le opposizioni alla stima dell’indennità d’esproprio vanno proposte davanti alla Corte d’Appello nel cui distretto si trova il bene espropriato [3].
Ora, il problema che i Giudici hanno dovuto appianare era il seguente: il legislatore, nel devolvere la materia in esame al giudice ordinario, utilizza la parola “indennità” [4]. Ciò posto, ci si è chiesti se la stessa soluzione andasse adottata per le controversie riguardanti l’interesse del 5% sul danno patrimoniale dovuto, secondo la disposizione normativa, non a titolo indennitario, ma di “risarcimento” [5].
Giuridicamente, infatti, le due parole hanno significati distinti. Infatti, mentre per risarcimento si indica il ristoro economico dovuto a causa di un illecito subito, l’indennità si riferisce ad un danno prodotto da un’attività lecita.
La Cassazione dà risposta positiva alla questione esposta e considera la differenza terminologica analizzata come una mera imprecisione lessicale del legislatore.
A supporto di ciò ci sono sia ragioni di coerenza sistematica, sia di opportunità.
Quanto alle prime, i Giudici osservano che la somma in esame ha comunque natura indennitaria e non risarcitoria. Essa infatti è solo una voce dell’indennizzo integrale da corrispondere a chi subisce un esproprio. Infatti, la somma totale dovuta in caso di acquisizione sanante comprende il danno patrimoniale subito (di solito, il valore venale del bene), il pregiudizio non patrimoniale (10% del valore venale) e, infine, l’interesse del 5% annuo sulla stima del danno patrimoniale per il periodo di occupazione illegittima. Tutte parti di un importo avente natura unitaria.
Inoltre, una soluzione opposta andrebbe a ledere i principi di effettività e concentrazione della tutela giurisdizionale [6]. Il cittadino espropriato, infatti, dovrebbe illogicamente rivolgersi a due organi giudiziari diversi per opporsi alla stima di somme cui ha diritto in conseguenza di un unico evento.
Il privato destinatario di un provvedimento di acquisizione sanante del bene di sua proprietà, ha diritto ad un’indennità comprensiva di:
– danno patrimoniale (valore venale del bene o altro valore predeterminato per legge [7]);
– danno non patrimoniale (forfetariamente individuato nel 10% del valore venale del bene);
– interesse del 5% annuo sull’importo del danno patrimoniale.
Per opporsi alla determinazione o alla liquidazione di ognuno di questi importi ovvero per chiedere al giudice la determinazione dell’indennità occorre proporre ricorso presso la Corte d’appello nel cui distretto si trova il bene espropriato. L’opposizione va effettuata entro trenta giorni dalla notifica della stima peritale dell’indennizzo (ovvero entro sessanta giorni se il ricorrente risiede all’estero)[8].
[1] Cass. sent. n. 15283/2016 del 25/07/2016.
[2] Art. 42 bis, D.P.R. 327/2001.
[3] Art. 29, D.Lgs. n. 150/2011.
[4] Art. 133, lett. g), D.Lgs. 104/2010.
[5] Art. 42 bis, comma 3, D.P.R. 327/2001.
[6] Artt. 24 e 111 Cost.
[7] Art. 37, commi 3, 4, 5, 6 e 7, D.P.R. 327/2001.
[8] Art. 29, D.Lgs. n. 150/2011.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 42
 Art. 29
 Art. 133
 Art. 42
 Art. 37
 Art. 29