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Timestamp: 2020-07-03 15:56:34+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 21 maggio 2020, n.15651
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | VENERDÌ 3 LUGLIO AGGIORNATO ALLE 17:56
Quando può dirsi consumato il reato di atti persecutori con condotta perdurante?
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 21 maggio 2020, n.15651MASSIMA
Il delitto di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p., che ha natura di reato abituale, si applica il principio secondo il quale, nell’ipotesi di contestazione aperta, il giudizio di penale responsabilità dell’imputato può estendersi, senza necessità di modifica dell’imputazione originaria, agli sviluppi della fattispecie emersi dall’istruttoria dibattimentale. Ne consegue che le condotte ulteriori rispetto a quelle descritte nell’imputazione non devono formare oggetto di specifica contestazione, perché si inseriscono nella sequenza criminosa integrativa dell’abitualità del reato contestato, fermo restando il principio secondo il quale il termine di prescrizione decorre dal compimento dell’ultimo atto antigiuridico come accertato in dibattimento.
Con sentenza del 19 settembre 2018 la Corte di Appello di Napoli confermava la pronunzia del Tribunale di Avellino, con la quale era stata affermata la penale responsabilità di un uomo per il reato di atti persecutori in danno della ex fidanzata. Avverso il predetto provvedimento l’imputato proponeva ricorso per Cassazione, denunciando vizi motivazionali in relazione all’omessa declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione alla data della pronunzia della sentenza di appello, atteso che la Corte aveva ritenuto erroneamente la condotta "perdurante" sino alla data della emissione della sentenza di primo grado (28 gennaio 2013), mentre in tale pronunzia si faceva riferimento all’ultimo degli episodi come risalente alla data del 26 gennaio 2010.
Nella sentenza in epigrafe la Suprema Corte è chiamata a chiarire quando può dirsi consumato il reato di atti persecutori. La vicenda alla sua attenzione ha ad oggetto atti persecutori posti in essere da un uomo nei confronti della ex, accaduti dai primi mesi dell’anno 2009 con condotta perdurante fino prima al 24 aprile 2010, ultimo episodio persecutorio di cui si è dato atto in base alle risultanze processuali. Nell’occasione i giudici di legittimità evidenziano che il reato in oggetto è un reato abituale, pertanto, è la condotta nel suo complesso ad assumere rilevanza ed in tal senso l’essenza dell’incriminazione di cui si tratta si coglie non già nello spettro degli atti considerati tipici, bensì nella loro reiterazione, elemento che li cementa, identificando un comportamento criminale affatto diverso da quelli che concorrono a definirlo sul piano oggettivo. È dunque l’atteggiamento persecutorio ad assumere specifica autonoma offensività ed è per l’appunto alla condotta persecutoria nel suo complesso che deve guardarsi per valutarne la tipicità, anche sotto il profilo della produzione dell’evento richiesto per la sussistenza del reato. In tale ottica il fatto che detto evento si sia in ipotesi manifestato in più occasioni e a seguito della consumazione di singoli atti persecutori è non solo non discriminante, ma addirittura connaturato al fenomeno criminologico alla cui repressione la norma incriminatrice è finalizzata, giacché alla reiterazione degli atti corrisponde nella vittima un progressivo accumulo del disagio che questi provocano, fino a che tale disagio degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi nelle forme descritte nell’art. 612 bis c.p.. E, sul piano della condotta, in considerazione del carattere necessitato di una sua reiterazione nel tempo, il delitto di atti persecutori deve essere ricondotto nell’ambito dei reati abituali così detti impropri, atteso che la fattispecie in esame si caratterizza per la presenza di una serie di condotte singolarmente idonee ad integrare reati perseguibili in via autonoma. In definitiva, non è applicabile al delitto di atti persecutori il principio, proprio del reato permanente, secondo cui il diritto di presentare querela può essere esercitato dall’inizio della permanenza fino alla decorrenza del termine di sei mesi dal giorno della sua cessazione e la sua effettiva presentazione rende procedibili tutti i fatti consumati nell’arco della permanenza. Ne consegue che, nell’ipotesi in cui il presupposto della reiterazione venga integrato da condotte poste in essere oltre i sei mesi previsti dalla norma, rispetto alla prima o alle precedenti condotte, occorre necessariamente fare riferimento anche a tali pregresse condotte, indipendentemente dal decorso del termine di sei mesi per la proposizione della querela, ai sensi dell’art. 612 bis c.p., comma 4. Va, quindi, conclusivamente affermato che al delitto di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p., che ha natura di reato abituale, si applica il principio secondo il quale, nell’ipotesi di contestazione aperta, il giudizio di penale responsabilità dell’imputato può estendersi, senza necessità di modifica dell’imputazione originaria, agli sviluppi della fattispecie emersi dall’istruttoria dibattimentale; ciò in quanto, in ragione della complessiva unitarietà del fatto in rapporto all’evento descritto dalla norma incriminatrice, non può affermarsi che il riferimento ad ulteriori episodi operato dalla persona offesa nel corso del dibattimento determini una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, tale da generare un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 21 maggio 2020, n.15651 - Pres. Palla – est. Miccoli
La contestazione del reato riporta come epoca di commissione la seguente indicazione: 'dal mese di aprile 2009 con condotta tutt’ora perdurante'.
Sostiene che la Corte ha ritenuto erroneamente la condotta 'perdurante' sino alla data della emissione della sentenza di primo grado (28 gennaio 2013), mentre in tale pronunzia si fa riferimento all’ultimo 'degli episodi compendiati nella denuncia della M. ' come risalente alla data del 26 gennaio 2010.
Nella specie è stato contestato il reato di atti persecutori per fatti accaduti dai primi mesi dell’anno 2009 'con condotta perdurante', certamente alla data (gennaio 2010) della presentazione della denunzia querela da parte della persona offesa (si veda pag. 2 della sentenza di appello).
Dunque, sulla base della ricostruzione dei fatti operata nelle sentenze di merito può cristallizzarsi il momento consumativo del reato ascritto alla data del 24 aprile 2010 ovvero facendo riferimento all’ultimo episodio persecutorio di cui si è dato atto in base alle risultanze processuali. Ciò significa che, tenuto conto delle sospensioni ex art. 159 c.p. verificatesi durante il processo, per un periodo complessivo di otto mesi e giorni dodici, il termine prescrizionale prorogato è spirato in data 6 luglio 2018 e, quindi, prima della sentenza di appello.
2. Va dato atto che nella giurisprudenza di questa Corte si registrano delle difformità interpretative in tema di reato di atti persecutori a 'contestazione aperta'.
Si è quindi sottolineata l’erroneità dell’assimilazione tra reato abituale (come quello ex art. 612 bis c.p.) e reato permanente: mentre la consumazione di quest’ultimo prosegue fino a che non cessi o venga rimossa la situazione antigiuridica creata attraverso la condotta vietata, il primo si consuma in occasione della realizzazione di uno degli eventi tipici descritti dall’art. 612 bis c.p., conseguentemente al compimento dell’ultimo degli atti della sequenza criminosa integrativa dell’abitualità del reato. In tal senso, si è evidenziato che nel caso del reato permanente, in difetto di contestazione di un termine finale di consumazione, quest’ultimo non può che coincidere con quello della pronunzia della sentenza di primo grado che cristallizza l’accertamento processuale, mentre, nel secondo, è necessario che tutti gli atti cronologicamente succedutisi siano stati oggetto di contestazione e di specifico accertamento nel corso del processo (si veda in tal senso, in motivazione, Sez. 5, n. 22210 del 03/04/2017, C., Rv. 270241).
3. È opportuno sul punto fare delle precisazioni, essendo erronea la decisione impugnata in questa sede che ha ritenuto la condotta 'perdurante' sino alla data dell’emissione della sentenza di primo grado (28 gennaio 2013), sebbene - come si è già detto sopra - dalle risultanze processuali sia emerso che l’ultimo degli atti persecutori si fosse verificato in data (OMISSIS) . Va certamente ribadito che il delitto previsto dall’art. 612 bis c.p. ha natura di reato abituale e di danno ed è integrato dalla necessaria reiterazione dei comportamenti descritti dalla norma incriminatrice, nonché dal loro effettivo inserimento nella sequenza causale che porta alla determinazione dell’evento, il quale deve essere il risultato della condotta persecutoria nel suo complesso, anche se può manifestarsi solo a seguito della consumazione dell’ennesimo atto persecutorio, sicché ciò che rileva non è la datazione dei singoli atti, quanto la loro identificabilità quali segmenti di una condotta unitaria, causalmente orientata alla produzione dell’evento (in tal senso, tra le più recenti massimate, Sez. 5, n. 7899 del 14/01/2019, P, Rv. 27538101).
Orbene, alla luce di tali principi deve ritenersi rituale una contestazione del delitto, come quella ascritta nella specie, che faccia riferimento genericamente a 'una pluralità di condotte reiterate di molestie, anche telefoniche, di appostamenti in luoghi frequentati e pedinamenti....', con indicazioni temporali quali l’indicazione di un periodo che va 'dal mese di aprile 2009 con condotta tutt’ora perdurante'.
Invero, trattandosi di reato abituale, è la condotta nel suo complesso ad assumere rilevanza ed in tal senso l’essenza dell’incriminazione di cui si tratta si coglie non già nello spettro degli atti considerati tipici, bensì nella loro reiterazione, elemento che li cementa, identificando un comportamento criminale affatto diverso da quelli che concorrono a definirlo sul piano oggettivo. È dunque l’atteggiamento persecutorio ad assumere specifica autonoma offensività ed è per l’appunto alla condotta persecutoria nel suo complesso che deve guardarsi per valutarne la tipicità, anche sotto il profilo della produzione dell’evento richiesto per la sussistenza del reato. In tale ottica il fatto che detto evento si sia in ipotesi manifestato in più occasioni e a seguito della consumazione di singoli atti persecutori è non solo non discriminante, ma addirittura connaturato al fenomeno criminologico alla cui repressione la norma incriminatrice è finalizzata, giacché alla reiterazione degli atti corrisponde nella vittima un progressivo accumulo del disagio che questi provocano, fino a che tale disagio degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi nelle forme descritte nell’art. 612 bis c.p..
Se, come avvenuto nella specie, la persona offesa durante il dibattimento riferisca episodi ulteriori rispetto a quelli oggetto della denunzia - querela, verificatisi anche in epoca successiva alla data di presentazione della stessa, non è affatto necessario che vi sia una contestazione suppletiva degli stessi a fronte di una imputazione a 'contestazione aperta'.

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