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Timestamp: 2020-06-06 16:05:22+00:00

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Legislazione Sicurezza | Life81
Puntosicuro.it-Il datore di lavoro deve verificare adeguatezza e completezza del DVR
Dicembre 12, 2019 /0 Commenti/in Formazione, Legislazione Sicurezza, Prevenzione, Puntosicuro, Rischio, RSPP /da Life 81
Fonnte Articolo : Puntosicuro.it
Autore: Anna Guardavilla
12/12/2019: Il “passivo affidamento al DVR” elaborato da terzi non libera il datore di lavoro dall’obbligo di verificarne la completezza “onde poter segnalare al professionista le necessarie integrazioni”: le sentenze di Cassazione Penale.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, pronunciandosi sul caso Thyssenkrupp (Cassazione Penale, Sez.Un., 18 settembre 2014 n.38343), hanno chiarito che il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, quale “peculiare figura istituzionale del sistema prevenzionistico […], insieme al medico competente, svolge un importante ruolo di collaborazione con il datore di lavoro”.
In particolare, l’RSPP “svolge una delicata funzione di supporto informativo, valutativo e programmatico ma è priva di autonomia decisionale: essa, tuttavia coopera in un contesto che vede coinvolti diversi soggetti, con distinti ruoli e competenze. In breve, un lavoro in équipe.”
In tal senso, il ruolo svolto dai componenti del SPP “è parte inscindibile di una procedura complessa che sfocia nelle scelte operative sulla sicurezza compiute dal datore di lavoro. La loro attività può ben rilevare ai fini della spiegazione causale dell’evento illecito. Si pensi al caso del SPP che manchi di informare il datore di lavoro di un rischio la cui conoscenza derivi da competenze specialistiche.”
Diversamente, si “rischierebbe di far gravare sul datore di lavoro una responsabilità che esula dalla sfera della sua competenza tecnico-scientifica.”
Così premessa e definita l’area di competenza dell’RSPP in relazione a quello che la giurisprudenza identifica ripetutamente come il perimetro delle “competenze specialistiche” attribuite dalla legge a tale soggetto, la Suprema Corte ( Cassazione Penale, Sez.IV, 23 gennaio 2017 n.3313) non manca dall’altra parte di sottolineare che, come noto, “il datore di lavoro, avvalendosi della consulenza del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, ha l’obbligo giuridico di analizzare e individuare, secondo la propria esperienza e la migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti all’interno dell’azienda e, all’esito, deve redigere e sottoporre periodicamente ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi previsto dall’art.28 del D.Lgs.n.81 del 2008, all’interno del quale è tenuto a indicare le misure precauzionali e i dispositivi di protezione adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori”.
Una sentenza dell’anno scorso (Cassazione Penale, Sez.IV, 20 luglio 2018 n.34311) poi, ricorda che “il contenuto di tale documento è chiaramente definito dall’art.2 lett.q) del citato d.lgs., laddove parla di “valutazione globale di tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori presenti nell’ambito dell’organizzazione in cui essi prestando la propria attività, finalizzata ad individuare le adeguate misure di prevenzione e protezione e ad elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento dei livelli di salute e sicurezza”.”
E aggiunge un elemento essenziale ai fini della concreta ricostruzione delle prerogative del datore di lavoro e dell’RSPP in relazione al DVR.
La Cassazione precisa infatti in tale pronuncia che, se da un lato “per la redazione di tale documento, fondamentale per lo svolgimento in sicurezza della vita lavorativa all’interno di ogni azienda, il datore di lavoro può avvalersi della collaborazione di un professionista, prevedendo la legge la consulenza del responsabile del servizio di prevenzione e protezione”, tuttavia l’ausilio che tale soggetto presta per la “redazione di suddetto documento non esonera il datore di lavoro dall’obbligo di verificarne l’adeguatezza e l’efficacia, di informare i lavoratori dei rischi connessi alle lavorazioni in esecuzione e di fornire loro una formazione sufficiente ed adeguata (Sez.4, n.27295 del 2/11/2016, Rv.270355), con particolare riferimento al proprio posto di lavoro ed alle proprie mansioni (Sez.4, n.22147 del 11/2/2016, Rv.266859).”
Nel caso di specie trattato dalla pronuncia, in cui erano presenti “carenze evidenti del DVR”, la Corte sottolinea che dato il “carattere non delegabile dell’obbligo di valutazione dei rischi inerenti l’attività aziendale gravante sul G.G. [datore di lavoro, n.d.r.], i giudici di appello hanno ritenuto, con motivazione corretta in diritto ed immune da censure, che la collaborazione prestata dal responsabile del servizio di protezione e prevenzione nello svolgimento di tale attività e nell’individuazione delle misure atte a fronteggiare i rischi presenti in azienda, non esimeva il datore di lavoro dal sottoporre il documento redatto dal professionista ad una approfondita analisi critica e verifica circa la concreta individuazione e indicazione della evidenziata situazione di palese rischio e delle misure precauzionali atte a fronteggiarlo. […]
Di qui la colposa condotta omissiva del datore di lavoro, il quale, a fronte di un DVR così inidoneo a consentire in sicurezza il lavoro cui era addetto il C.P. [lavoratore, n.d.r.], non ha svolto alcun doveroso controllo sul contenuto del documento, imponendone al professionista incaricato le necessarie integrazioni.”
In una pronuncia di qualche anno fa ( Cassazione Penale, Sez.IV, 26 maggio 2016 n.22147), “la ricorrente [datrice di lavoro, n.d.r.], proprio al fine di valutare correttamente la presenza di rischi, è ricorsa all’ausilio di una società accreditata …, la P. s.r.l., che ha sviluppato il documento, ricorrendo, quindi, ai fini dell’esonero da responsabilità, il principio dell’affidamento nell’altrui condotta.”
Tuttavia – precisa la Corte in ordine all’applicazione di tale principio al caso specifico – “la censura, sebbene condivisibile in diritto, non coglie nel segno avendo la Corte del merito collegato, in riferimento a quello specifico rischio, come ampiamente illustrato, la condotta della ricorrente alla causazione dell’evento.”
In particolare, per quanto riguarda il “dedotto principio dell’affidamento, quale esonero da responsabilità, la ricorrente dimentica che il datore di lavoro è l’unico destinatario degli obblighi prevenzionali e, quand’anche abbia delegato [commissionato, n.d.r.] ad altri la stesura del documento di valutazione dei rischi, non di meno è tenuto, nel momento della sua attuazione, a verificarne la completezza e l’efficacia, adempimento che la M.A. [datrice di lavoro, n.d.r.] non ha svolto, attesa l’evidente inadeguatezza del documento, come prima evidenziato.”
Il principio per cui il datore di lavoro è tenuto a verificare il contenuto del documento di valutazione dei rischi è risalente nel tempo.
A titolo di esempio, possiamo richiamare alla memoria una importante sentenza di quasi dieci anni fa ( Cassazione Penale, Sez.IV, 4 febbraio 2010 n.4917) che affronta tale questione in relazione al tema delle informazioni (un tema – quello delle informazioni – rispetto al quale, per una analisi giurisprudenziale più aggiornata, si veda anche il contributo “Le informazioni che l’RSPP deve acquisire “di sua iniziativa” per la VR”, pubblicato su Puntosicuro del 23 marzo 2017 n.3976).
Tale pronuncia aveva affermato il principio secondo cui, nel caso specifico, “il Datore di lavoro avrebbe dovuto controllare la relazione predisposta dall’ing. Pa. [RSPP] onde poter segnalare al detto professionista quelle attività del ciclo produttivo eventualmente ignorate”.
Ricostruiamo molto sinteticamente la vicenda di cui si è occupata la Cassazione.
Con questa sentenza, la Corte aveva confermato la responsabilità di un datore di lavoro (ed escluso quella del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione) per un infortunio occorso ad un lavoratore il quale, durante il turno di lavoro notturno (22,00-6,00), mentre era intento alle operazioni di pulizia all’interno di un silo contenente grano in fase di svuotamento era venutosi a trovarsi disteso sulla superficie granaria sulla quale si muoveva, e, non percependo il progressivo assorbimento del suo corpo all’interno della massa di grano, era rimasto poi completamento coperto dal grano decedendo per asfissia.
La Cassazione aveva precisato che “quanto alla posizione di garanzia del F. [datore di lavoro, n.d.r.] va innanzi tutto sottolineato che, per come accertato in sede di merito, l’ing. Pa. [RSPP, n.d.r.] era stato incaricato dell’individuazione dei fattori di rischio e dell’elaborazione delle misure di prevenzione e delle procedure di sicurezza.
Il detto professionista aveva predisposto una relazione nella quale però non era stata esaminata la specificità della mansione svolta dagli operai all’interno dei silos e pertanto aveva omesso ogni valutazione dei rischi collegabili alla stessa.”
A fronte della contestazione di tale omissione, “l’ing. Pa. [RSPP] aveva dichiarato di non essere a conoscenza di tale lavorazione: dunque, in assenza di informazioni rilevanti che avrebbero dovuto essere fornite da persone informate, “in primis” il datore di lavoro, l’ing. Pa. non aveva mai fatto riferimento, nella sua relazione, all’operazione di pulizia delle celle granarie.”
Pertanto “l’omessa previsione, da parte dell’ing. Pa., dei rischi correlati alle operazioni di pulizia all’interno delle celle granarie, è pienamente riconducibile al F. [datore di lavoro, n.d.r.] il quale era perfettamente a conoscenza delle caratteristiche del luogo, del tempo e delle più rilevanti circostanze concernenti lo svolgimento del lavoro di pulizia all’interno dei silos, cosi come puntualmente e dettagliatamente posto in evidenza dai giudici di seconda istanza.”
La Cassazione aveva concluso dunque che nel caso di specie “il Datore di lavoro avrebbe dovuto controllare la relazione predisposta dall’ing. Pa. [RSPP] onde poter segnalare al detto professionista quelle attività del ciclo produttivo eventualmente ignorate (come poi in concreto si è verificato) nella valutazione dell’attività aziendale ai fini della pianificazione dei rischi.”
Pertanto “l’omissione di tale controllo vale a concretizzare un evidente profilo di colpa.”
Concludiamo questa breve rassegna (condotta come sempre senza pretese di esaustività) illustrando sinteticamente una più recente sentenza (Cassazione Penale, Sez.IV, 12 giugno 2017 n.29062) con cui la Suprema Corte ha confermato la responsabilità di un datore di lavoro per il reato di lesioni personali colpose “ai danni del lavoratore S.R., dipendente della detta società con qualifica di operaio addetto ai servizi generali di stabilimento, e della contravvenzione di cui all’art.28, comma 2, lett.b), D.lgs.n.81/08 per aver adottato un documento di valutazione dei rischi carente in punto di individuazione delle misure di prevenzione e protezione correlate con le operazioni svolte con il carrello elevatore nel reparto oli.”
In particolare il lavoratore “doveva movimentare una cisterna utilizzata per trasportare l’olio esausto proveniente dal reparto di lavorazione e destinato al reparto trattamento oli” e “aveva quindi prelevato la cisterna, del peso di circa 900/1000 kg., mediante il carrello elevatore, utilizzando le forche del mezzo e bloccandole all’altezza di circa un metro da terra per consentire il travaso dalla cisterna all’altro serbatoio; per eseguire tale operazione si era quindi posizionato davanti alla cisterna e mentre si accingeva ad avvitare il tubo corrugato al rubinetto, la cisterna era caduta improvvisamente e lo aveva travolto procurandogli fratture alla gamba sinistra.”
Era stato “documentalmente provato che l’operazione che stava eseguendo il S.R. non era stata presa in considerazione al fine di valutare il rischio specifico”.
La sentenza specifica altresì che tale “rischio specifico e la previsione degli accorgimenti tecnici idonei a neutralizzarlo non erano stati considerati nel DVR, predisposto da un’azienda specializzata del settore, e ciò perché nei dieci anni precedenti non si era mai verificato alcun inconveniente o sinistro collegato a tale operazione di travaso.”
Peraltro “nella evidente consapevolezza della carenza del DVR, il datore di lavoro aveva organizzato un corso di formazione “fast training”, cui il S.R. aveva partecipato, risultato però in concreto inadeguato.”
Rispetto al tema che ci occupa, la Cassazione conferma l’impostazione della Corte d’Appello, la quale “reputava sussistente il profilo psicologico della condotta, non potendo l’imputato essere scagionato né per le sue specifiche qualità e cariche sociali, né per il passivo affidamento al DVR elaborato da un’impresa terza, la quale aveva comunque evidenziato come “remoto” il rischio oggettivo di investimento per scivolamento della cisterna dai supporti del carrello elevatore ed aveva predisposto misure preventive palesemente inadeguate.”
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Maggio 10, 2019 /0 Commenti/in Legislazione Sicurezza /da Life 81
08/05/2019 | di Monica Livella
Ad aprile è stata pubblicata sul sito dell’Ispettorato nazionale del lavoro la nuova versione del Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro (D.Lgs. 9.04.2008, n. 81). Gli aggiornamenti del D.Lgs n. 81/2008 assumono sempre maggiore importanza, soprattutto se si pensa che proprio ad aprile 2019 il Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro ha compiuto 11 anni.
Le novità di questa versione sono diverse. In primo luogo è stato inserito il D.I. 22.01.2019 relativo all’individuazione delle procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale destinata alle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare. Decreto che senza dubbio vuole dare una risposta al sempre maggior numero di infortuni sul lavoro, molti dei quali con esiti mortali, dovuti al rischio della strada.
È stato anche aggiornato il link alle tabelle delle tariffe adottate per le attività di verifica periodica delle attrezzature di lavoro di cui all’allegato VII, ulteriormente adeguate ai sensi art. 1, c. 2 D.D. 23.11.2012 dall’allegato I alla nota del Ministero del Lavoro 4.03.2019, prot. 4393.
Sono stati inoltre inseriti diversi interpelli del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: quello sull’aggiornamento dei professionisti antincendio (interpello 31.01.2019, n. 1); quello sugli obblighi degli enti ispettivi in caso di attività con debole e sporadica esposizione all’amianto (interpello 15.02.2019, n. 2); quello relativo all’ aggiornamento dei coordinatori della sicurezza (interpello 20.03.2019, n. 3). Si segnalano modifiche agli artt. 74, cc. 1 e 2 e 76, cc. 1 e 2, ai sensi D.Lgs. 19.02.2019, n. 17 (adeguamento DPI al Regolamento UE).
Le principali novità dell’aggiornamento del D.Lgs. 81/2008 riguardano i criteri per l’apposizione della segnaletica stradale e la normativa nazionale in materia di dispositivi di protezione individuali (DPI). Anche in questo ultimo caso l’aggiornamento ha tenuto conto dei problemi connessi alla sicurezza sul lavoro, in quanto il mancato uso dei DPI rappresenta un problema notevole per infortuni, talvolta gravi e mortali, e malattie professionali, alcune delle quali dalle conseguenze letali. Per evitare che i lavoratori, rifiutando o trascurando l’uso dei DPI, si espongano molto più facilmente ai rischi dai quali dovrebbero essere protetti, sono fondamentali anche una corretta ed efficace attività di informazione e formazione.
Vale la pena allora ricordare ancora una volta che il citato D.I. 22.01.2019 contiene le nuove procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale per la delimitazione dei cantieri in presenza di traffico veicolare e per l’uso corretto dei DPI, nonché le indicazioni dettagliate sulla posa in sicurezza e sulla formazione.
Dal 12.03.2019 è anche in vigore il D.Lgs. 17/2019 contenente norme per la fabbricazione e commercializzazione dei DPI in modo da renderla compatibile con il Regolamento europeo. In conclusione è doveroso evidenziare come a 11 anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. 81/2008 sia ancora oggi possibile individuare margini di semplificazione, riordino, razionalizzazione e miglioramento delle sue disposizioni.
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Il governo ha tagliato i fondi contro gli infortuni e per la sicurezza sul lavoro
Aprile 4, 2019 /0 Commenti/in Inail, Legislazione Sicurezza, Prevenzione /da Life 81
Autore e fonte :https://www.ilpost.it/2019/04/03/taglio-fondi-sicurezza-lavoro/
Per fare uno sconto fiscale agli imprenditori sono stati ridotti gli incentivi a migliorare la sicurezza sul lavoro, mentre rischiano di essere tagliati i rimborsi in caso di infortunio.
La misura annunciata da Di Maio era già presente nella legge di bilancio approvata a dicembre, ma è entrata in vigore soltanto questa settimana. Il taglio di cui parla il leader del Movimento 5 Stelle riguarda i premi INAIL, un’imposta pagata in parte dal datore di lavoro e in parte dal lavoratore che serve a finanziare l’assicurazione per malattia professionale dei lavoratori e i rimborsi in caso di infortunio (è un sistema che funziona, in sostanza, come quello di una normale assicurazione). Il sistema delle tabelle dei premi INAIL è particolarmente complicato e ogni categoria professionale ha la sua variante: più un lavoro è rischioso, più i premi INAIL sono alti.
La revisione dei vecchi premi era attesa da molto tempo, sia dai sindacati che dalle imprese. La legge ha operato una revisione delle attività lavorative a cui si applicano i premi INAIL, eliminando quelle obsolete e aggiornandosi ai nuovi impieghi (introducendo per esempio la figura dei “rider” che si occupano di consegne a domicilio). La nuova legge prevede anche un aumento di cento milioni di euro delle tabelle compensative per i danni biologici subiti dai lavoratori.
La novità principale della revisione però è il taglio dell’importo che dovrà essere pagato dagli imprenditori. Il tasso medio del premio è passato infatti dal 26 per mille al 17 per mille, una riduzione di circa il 30 per cento. L’entità del taglio, ha spiegato l’INAIL, è stata fatta tenendo presenti «i dati relativi all’andamento infortunistico e tecnopatico nel triennio 2013-2015 e le retribuzioni soggette a contribuzione di competenza nello stesso periodo». Questo taglio resterà in vigore per tre anni; nel 2021 si procederà a un nuovo esame della situazione ed eventualmente a una nuova revisione. Il taglio costerà alle casse dell’INAIL circa 1,7 miliardi di euro nei suoi primi tre anni di applicazione.
Per ripianare questo buco nel bilancio dell’INAIL generato dal taglio delle tasse agli imprenditori, la legge di stabilità approvata lo scorso dicembre stabilisce esplicitamente, al comma 1.122, una serie di tagli ai fondi destinati a incentivare la prevenzione degli infortuni e agli sconti per chi migliorava la sicurezza nella propria azienda (che erano stati aumentati proprio nel 2018). Questi tagli ammontano a poco meno di 500 milioni di euro in tre anni.
Commentando la decisione del governo, Giovanni Luciano, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’INAIL, ha ricordato che l’INAIL è attualmente in attivo di 1,7 miliardi di euro e che quindi «le risorse si possono trovare altrove nel bilancio. Invece, adesso, abbiamo il taglio degli incentivi e delle premialità per la prevenzione, e l’aumento risibile e parziale delle prestazioni a favore dei lavoratori». A proposito dell’aumento delle tabelle per i compensi per danni biologici, Luciano afferma: «Aumentare di 100 milioni di euro l’anno le tabelle del solo danno biologico in capitale a fronte di 1,5 miliardi in tre anni di taglio delle tariffe è un’operazione iniqua, soprattutto se, ripeto, questo taglio è addirittura compensato parzialmente dai fondi a favore della prevenzione».
La revisione è invece apprezzata dalle associazioni degli imprenditori e dalla Lega. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon è stato uno dei principali autori e sostenitori della revisione e il primo a descriverne il funzionamento alla stampa.
La decisione di ridurre i fondi per la prevenzione degli infortuni arriva mentre gli ultimi dati relativi al 2017 e al 2018 mostrano per la prima volta in più di un decennio che la diminuzione delle morti e degli incidenti sul lavoro si è fermata. Secondo gli ultimi dati INAIL, pubblicati proprio questa settimana, nel primo bimestre del 2019 il totale degli infortuni è in leggero aumento (complessivamente per quanto riguarda il numero di infortuni sul lavoro, l’Italia fa meglio di Germania, Francia e Spagna, ma peggio di circa metà degli altri paesi europei).
La revisione del sistema sembra inoltre introdurre anche un altro effetto negativo per i lavoratori. Marco Ruffolo ha raccontato su Repubblica che in base all’interpretazione data ad un passaggio particolarmente complicato delle norme contenute nella legge di bilancio in una recente sentenza della Corte di Cassazione, i lavoratori non potranno più richiedere ai propri datori di lavoro tutti gli indennizzi non coperti dell’assicurazione INAIL (che rimborsa i danni biologici permanenti e quelli patrimoniali). Se in passato quindi il lavoratore infortunato, o i suoi parenti in caso di decesso, potevano chiedere al datore di lavoro i danni morali e quelli biologici temporanei, ora questa possibilità rischia di scomparire. Secondo i calcoli riportati nell’articolo, in alcuni casi questa interpretazione potrebbe portare a rimborsi quasi dimezzati per i lavoratori.
L’INAIL respinge questa interpretazione restrittiva della legge, ma ha affermato in un comunicato che se questa interpretazione dovesse affermarsi chiederà una revisione della legge in modo da tornare a una situazione vantaggiosa per il lavoratore.
https://life81.it/wp-content/uploads/2019/04/sicurezza-sul-lavoro-life-81-sito.jpg 1246 1920 Life 81 https://life81.it/wp-content/uploads/2019/10/Logo-life-81.png Life 812019-04-04 10:34:242019-04-04 10:34:52Il governo ha tagliato i fondi contro gli infortuni e per la sicurezza sul lavoro
Aprile 4, 2019 /0 Commenti/in Formazione, Legislazione Sicurezza, Prevenzione, Puntosicuro /da Life 81
Categoria: Differenze di genere, età, cultura
04/04/2019: Un seminario a Trieste ha affrontato il tema delle differenze di genere in materia di sicurezza sul lavoro. Focus sulla segregazione di genere e sulle malattie professionali: suscettibilità alle sostanze tossiche, ipoacusie, patologie cutanee, tumori, …
Trieste, 4 Apr – “La gestione della salute e sicurezza sul lavoro in relazione alle differenze di genere, deve essere colta come una preziosa opportunità per una riflessione su cambiamenti di modelli organizzativi e, ancora prima, culturali per migliorare consolidate prassi discriminatorie che spesso pongono in una condizione di debolezza le donne lavoratrici”.
A sottolineare, con queste parole, quanto sia utile e importante riflettere su come affrontare, in materia di salute e sicurezza, i problemi correlati alle differenze di genere nei luoghi di lavoro, è la premessa al recente volume “ Sicurezza accessibile. La sicurezza sul lavoro in una prospettiva di genere” curato da Giorgio Sclip (membro del Focal Point per l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro – Università degli Studi di Trieste) ed edito da EUT Edizioni Università di Trieste. Un volume che raccoglie i contributi del seminario di studi “ La sicurezza sul lavoro in una prospettiva di genere. Uomini e donne sono uguali?”, che si è tenuto l’8 marzo 2018 a Trieste.
Le difficoltà nella valutazione dei rischi in relazione al genere
Il metabolismo e le patologie osteoarticolari
Ipoacusie, problemi cutanei, asma bronchiale e tumo
Ci soffermiamo in particolare sull’intervento “Salute e lavoro in un’ottica di genere”, a cura di Francesca Larese Filon (Delegata del Rettore per la qualità degli ambienti e delle condizioni di lavoro, salute e sicurezza dei lavoratori, Università di Trieste).
L’intervento ricorda che in anni recenti è nata la medicina di genere, che ha la finalità di “valutare l’influenza del genere nell’insorgenza di patologie, nella risposta ai farmaci e agli interventi preventivi”, e che la medicina del lavoro “ha cominciato a studiare le differenze nelle esposizioni professionali e nell’insorgenza delle patologie lavorative tenendo conto delle risposte diverse e delle suscettibilità che caratterizzano i due generi”.
E si sottolinea che in questa fase evolutiva dell’attenzione alle differenze di genere è “giunto il momento di analizzare le malattie professionali e gli infortuni tenendo conto del genere e di intervenire, di conseguenza, con strumenti di prevenzione differenziati in questa ottica”.
Dopo aver presentato il panorama legislativo, con riferimento particolare al D.Lgs 81/2008, l’intervento segnala che, pur esistendo una legislazione molto chiara, sono ancora poche le valutazioni del rischio che considerano anche i rischi connessi al genere. E c’è, dunque, una “necessità conoscitiva su tanti aspetti dati troppo spesso per scontati”.
Un primo elemento da considerare è che esiste una “segregazione” di genere, cioè “che certi lavori sono svolti prevalentemente da uomini, ad esempio nell’edilizia, nella metalmeccanica, nell’industria pesante, mentre altri sono svolti nella maggior parte dei casi da donne, ad esempio le insegnanti, le infermiere, le donne delle pulizie e così via”.
Quindi se le esposizioni sono diverse a seconda del genere, perché maschi e femmine svolgono lavori diversi o perché le mansioni sono diverse, diventa difficile, anche nella letteratura scientifica, produrre studi confrontando, a parità di esposizione, i due generi.
E si segnala che nell’ambito del gruppo di lavoro “Salute e genere”, promosso dalla Società Italiana di Medicina del Lavoro nel 2015, “è nata l’esigenza di rivedere la letteratura scientifica degli ultimi vent’anni al fine di verificare cosa si conosce e quali sono invece le necessità di ricerca su questo tema”.
L’intervento si sofferma poi sui vari aspetti da considerare in materia di differenze di genere, partendo dalle differenze di metabolismo e di suscettibilità ai tossici.
Si ricorda che se “molto nota è la maggior suscettibilità delle donne all’assunzione di alcol”, a causa di “un metabolismo più lento ed anche una massa corporea minore”, si può affermare che “la funzionalità epatica deputata alla biotrasformazione della maggioranza dei tossici industriali e voluttuari” è “rallentata nella donna con aumento degli effetti tossici”. E per similitudine con l’alcol, “la donna è più suscettibile all’esposizione a solventi”.
Dunque a parità di esposizione “è necessario porre maggiore attenzione al genere femminile e monitorare più attentamente segni di sovraccarico del fegato, come l’epatopatia da induzione enzimatica”. Senza dimenticare che, quando si esegue il monitoraggio biologico dei tossici nelle urine, “i limiti di esposizione (BEI) sono stati calcolati sui lavoratori maschi e quindi non è ben chiaro se proteggano anche le donne esposte”.
La relazione, che vi invitiamo a visionare integralmente, riporta poi anche indicazioni sull’esposizione ai metalli e, in particolare, al piombo.
Un altro aspetto affrontato riguarda la struttura antropometrica.
Se la donna è più esile del maschio e ha una massa muscolare inferiore, “è maggiormente a rischio di patologie osteoarticolari quando esposta a movimentazione manuale dei carichi”.
La relazione si sofferma sul modello principale per la valutazione dei rischi da movimentazione manuale dei carichi (NIOSH, National Institute for Occupational Safety and Health), che tiene conto di parametri diversi in funzione del genere e dell’età e riporta ulteriori indicazioni specifiche su:
patologie del rachide;
patologie a carico della spalla;
Ipoacusie, problemi cutanei, asma bronchiale e tumori
L’intervento poi su sofferma sull’ipoacusia da rumore, una delle più diffuse patologie professionali nel nostro paese, indicando come “il condotto uditivo delle donne sia più efficiente e questo comporti una migliore capacità acustica e un calo fisiologico dell’udito minore rispetto ai maschi”.
Si segnala, invece, che la cute del genere femminile “è più sottile e permeabile agli agenti irritanti e sensibilizzanti e per tale motivo le patologie cutanee, principalmente la dermatite da contatto, risultano essere più frequenti nelle donne”.
Inoltre “al fatto fisiologico, legato alla tipologia di pelle, si associa anche una doppia esposizione, cioè quella che avviene sul posto di lavoro e quella a casa. Il fatto di fare le pulizie domestiche e di avere le mani bagnate per altre incombenze famigliari aumenta il rischio per le donne”.
Si indica poi, con riferimento ai risultati di alcuni lavori scientifici, che “a parità di lavoro le donne hanno un rischio di 2-3 volte superiore di sviluppare la dermatite da contatto. Esiste, tuttavia, una segregazione di ‘genere’ nelle diverse professioni, per cui alcune attività ad alto rischio di patologie cutanee vengono svolte in prevalenza da donne (parrucchiere, infermiere, pulitrici). In altri casi, come quello della sensibilizzazione a resina epossidica, la prevalenza di sensibilizzazione è maggiore nei maschi, che sono più esposti a questo agente”.
La relazione riporta poi i risultati di altri studi, sempre in materia di incidenza di patologie cutanee.
Riportiamo qualche breve riferimento anche riguardo all’asma bronchiale e ai tumori.
Anche per l’asma bronchiale i dati sono molto contradditori e “ad oggi non possiamo dire se c’è un effetto differenziato in base al genere”.
Tuttavia “guardando le statistiche relative alla popolazione generale, il rischio di asma è maggiore nel maschio in età prepuberale e nella femmina in età postpuberale, per un effetto degli ormoni femminili sulla reattività immunologica”. E dunque, di base, “la donna è più soggetta ad avere patologie allergiche e l’asma bronchiale professionale risulta colpire maggiormente le donne nelle grandi casistiche americane”.
Esiste, anche in questo caso, un effetto di segregazione di genere: “per le donne il rischio maggiore è l’asma da latex (ma in sanità il 75% del personale è femminile). Gli uomini risultano essere più colpiti dall’asma da isocianati, resina epossidica e agenti di pulizia”.
Infine si indica che “il rischio di tumore polmonare professionale è maggiormente a carico del genere maschile, infatti, sono i maschi che risultano maggiormente fumatori e più esposti ad agenti cancerogeni professionali”. Se per il mesotelioma gli studi riportano poi “un maggior rischio per i maschi (3 volte superiore)”, anche in questo caso “la segregazione di genere gioca un ruolo cruciale”.
In definitiva le indicazioni dimostrano come per molte malattie professionali “vi sia una diversa suscettibilità fra i due generi, legata a fattori anatomici, ormonali, metabolici, ma anche ad una segregazione di genere”.
E per questo motivo, sottolinea l’intervento, “è necessario considerare anche il genere sia nella valutazione del rischio ma anche nelle azioni di prevenzione delle patologie occupazionali e non, nella valutazione dell’esposizione e nella valutazione della suscettibilità. Solo in questo modo sarà possibile svolgere azioni preventive efficaci e monitorare adeguatamente i lavoratori esposti a rischio”.
Concludiamo rimandando alla lettura integrale del documento che riporta ulteriori dettagli sulle differenze di genere e precisi riferimenti bibliografici.
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