Source: http://www.edscuola.eu/wordpress/?m=20160713
Timestamp: 2019-04-23 01:55:45+00:00

Document:
13 | Luglio | 2016 | Edscuola
Archivi giornalieri: mercoledì 13 Luglio 2016
PRECARI, SENTENZA CONSULTA TRA LUCI E OMBRE
“Con la decisione assunta ieri in merito alla reiterazione dei contratti a tempo determinato per il personale della scuola, la Corte Costituzionale conferma la sentenza emessa nel novembre 2014 dalla Corte di Giustizia Europea e premia l’impegno del nostro sindacato che per primo ha sollevato la questione a Lussemburgo”. A dichiararlo è la Gilda degli Insegnanti che definisce la pronuncia della Consulta “una promozione con debito”.
“Preoccupa l’affermazione secondo cui il piano assunzionale della ‘Buona Scuola’ sanerebbe l’ingiusto trattamento riservato ai docenti precari a causa della reiterazione dei contratti a termine oltre i 36 mesi. Infatti – spiega la Gilda – il piano di immissioni in ruolo ha tagliato fuori una fetta consistente di insegnanti che hanno maturato più di tre anni di servizio e che ancora oggi non sono titolari di cattedra”.
“Ancora più allarmante è il riferimento al comma 131 della legge 107/2015 che vieta la reiterazione del rapporto di lavoro precario oltre i 36 mesi ma senza imporre la stabilizzazione del docente e, anzi, ne prefigura il licenziamento. Ci riserviamo comunque – conclude il sindacato – un approfondimento dopo aver letto il testo integrale della sentenza della Consulta”.
La Corte Costituzionale boccia le norme in materia di supplenza nelle scuole
Dopo la sentenza Mascolo della Corte di Giustizia Europea, emessa su istanza di taluni giudici nazionali tra cui la stessa Corte costituzionale e che ha ritenuto i principi e le regole dell’Unione ostativi all’assetto del sistema scolastico italiano, nella parte in cui ha consentito la reiterazione abusiva dei contratti di lavoro a tempo determinato, la Corte Costituzionale italiana si è trovata a decidere sulle pregiudiziali di costituzionalità che hanno riguardato l’art- 4, commi 1 e 11 della legge 3 maggio 1999 n. 124.
Organici ATA – Pubblicato il decreto interministeriale
Confermati i 2.020 posti tagliati lo scorso anno, che si aggiungevano ai 50mila posti tagliati negli anni precedenti!
Nel silenzio di tutti!!! E nonostante l’aumento di 9mila alunni!!! Di fatto, un taglio!!! In aperta violazione del DPR 119 del 2009!!!
Si prevedono 22 assistenti tecnici e 29 collaboratori scolastici in più, ma solo perché si tagliano 51 posti da DSGA! Quindi a somma ZERO! Mentre è confermato il taglio di oltre 1.000 posti di assistente amministrativo.
Dopo i 50mila posti cancellati negli ultimi quattro anni, resta ancora disattesa l’annunciata immissione in ruolo dei colleghi ATA, mentre ormai si sa che i cosiddetti esuberi delle province sono molto pochi e non vi è motivo per non procedere alle assunzioni. Le assunzioni previste, comunque, sono poca cosa rispetto ai 28mila posti ATA disponibili.
I laboratori, tanto propagandati nella legge 107 (insegnamento laboratoriale), spesso senza rinnovo delle attrezzature e senza adeguate forniture, sono lasciati al buon senso degli assistenti tecnici, mentre ogni scuola – anche gli istituti comprensivi – avrebbe bisogno di un tecnico informatico (grazie alla famigerata dematerializzazione e alla diffusione del registro elettronico), anche se non previsto in organico.
E’ necessario un aumento stabile di organico del personale Ata, le assunzioni per assorbire i precari, i nuovi concorsi per il profilo di Dsga, l’introduzione del profilo tecnico nelle scuole del primo ciclo, il superamento dell’esternalizzazione dei servizi di pulizia.
Le scuole devono prevedere e promuovere l’Assemblea o il Collegio ATA, in cui il personale sia protagonista e partecipi alle scelte che lo riguardano. Su questo le RSU hanno un ruolo importante, perché all’interno del Contratto Integrativo d’istituto devono far inserire tale proposta.
I colleghi ATA devono resistere e opporsi ad ogni tentativo di aumento dei carichi di lavoro e delle prestazioni aggiuntive – non obbligatorie -, degli straordinari, della sostituzione dei colleghi assenti!!!
Chiamata, un anno di prova
Sindacati e ministero alle prese con la stesura dell’articolato, nel 2017 nuova intesa
Sarà il banco di prova per il ministero e per i sindacati. L’articolato che trasforma in contratto l’intesa politica sottoscritta giovedì scorso sull’applicazione della chiamata diretta dovrà tenere insieme l’esigenza di innovazione del reclutamento e di maggiore autonomia delle scuole, di cui è portatrice la riforma della legge 107, e l’istanza di garantire la trasparenza e l’imparzialità delle procedure di selezione, di cui sono promotori i sindacati. I docenti che, diventati di ruolo, dovranno fare i conti con il nuovo sistema di assegnazione alla sede, in cui dovranno candidarsi presso più istituti dell’ambito facendo valere il proprio curriculum, e in cui il punteggio di graduatoria, essenzialmente legato all’anzianità di servizio, varrà solo a parità di requisiti rispetto agli altri candidati, per quest’anno sono circa 100 mila su 600 mila.
La procedura di massima indicata nell’intesa, che ItaliaOggi ha letto, prevede che il dirigente pubblichi un avviso nel quale indica, alla luce delle proprie necessità formative rilevate con il Piano dell’offerta formativa, per ciascun posto disponibile quattro requisiti scelti tra i 30 di un elenco nazionale, parte integrante del contratto. Il dirigente fa la proposta di assegnazione triennale al docente che soddisfa il maggior numero di indicatori. In caso di parità nel numero dei requisiti posseduti si utilizza il punteggio della mobilità per i docenti assunti entro lo scorso anno scolastico o quello della graduatoria di appartenenza, a esaurimento o di merito, per i docenti assunti nell’a.s. 2016/17. Qualora il docente destinatario della proposta opti per altra scuola, il dirigente fa la proposta al secondo e poi al successivo, se necessario, fino ad esaurire la lista dei candidati. Alla fine delle procedure la sede dei docenti rimasti senza assegnazione sarà individuata dall’Ufficio scolastico regionale, sempre in base al punteggio di graduatoria.
Avversato dai sindacati, nell’intesa non si fa menzione del colloquio, che la legge n. 107/2015 prevedeva come facoltativo. Visto che il contratto però non può derogare la legge, il colloquio resta sempre possibile ma affidato alla libera scelta del dirigente sul se e come svolgerlo.
Le competenze dei docenti dovranno essere dichiarate on line, e si tratta in larga misura dei profili professionali del curriculum, entro fine luglio.
Non è prevista una gradazione in base all’anzianità: se la scuola richiede esperienze in aree a rischio, non farà differenza aver maturato l’esperienza per più o meno tempo. Si concorre, soddisfatto il requisito, alla pari con gli altri candidati.
Se da un lato il ministero guidato da Stefania Giannini non vuol sentir parlare di punteggi per l’anzianità, dall’altro il sindacato chiede che la procedura sia il più oggettiva e trasparente possibile, limtitando al massimo dunque la discrezionalità del dirigente.
Una procedura che dovrà garantire che entro il 15 di settembre tutti i docenti neoassunti siano assegnati alla loro sede vendo già scontato le assegnazioni per la mobilità annuale. Alla fine, il tempo per gli avvisi e la valutazione dei curriculum sarà molto stretto. È la stessa intesa a chiarire che quello che si firmerà è un contratto per la «prima applicazione» della chiamata diretta. Nel 2017, nuovo giro, nuovo contratto.
«Devo dare atto ai sindacati di aver avuto uno spirito costruttivo. Con l’accordo siglato abbiamo dimostrato che è possibile trovare un’intesa mantenendo da un lato la necessità degli istituti di scegliere gli insegnanti di cui hanno bisogno, dall’altro di evitare una deregulation selvaggia», ha dichiarato il sottosegretario all’istruzione Davide Faraone che ha seguito la sigla dell’intesa.
Invalsi sì, ma fuori dagli esami
Si parte nel 2017 con un prova nazionale durante l’anno di III media, poi tocca alle superiori
La prova Invalsi certificherà le competenze in italiano, matematica e lingua inglese degli studenti alla fine della terza media e delle scuole superiori. La novità, a cui si discute nelle deleghe per la Buona Scuola, potrebbe essere avviata, in parte, già dal prossimo anno scolastico con l’eliminazione della prova nazionale all’interno dell’esame di terza media e la sua somministrazione di un test di italiano e matematica nel corso dell’anno scolastico in funzione di certificazione esterna delle competenze. A cui successivamente si aggiungerà anche una prova di inglese per certificarne la competenza linguistica. Stesso meccanismo previsto per l’ultimo anno delle superiori dove, quando arriveranno, le prove Invalsi saranno svincolate dall’esame di maturità e saranno uno strumento di certificazione delle competenze di italiano, matematica, inglese.
La nuova gestione delle prove Invalsi e della valutazione negli esami di stato conclusivi del primo e del secondo ciclo di istruzione ha preso forma, a colpi di anticipazioni, giovedì al Miur durante la presentazione del rapporto Invalsi 2016. A lanciare l’amo il sottosegretario all’istruzione Davide Faraone: «Stiamo valutando la possibilità di eliminare la prova Invalsi dall’esame di terza media. La prova rimarrà e verrà svolta nel corso dell’anno scolastico, ma non sarà oggetto di valutazione d’esame». Una richiesta avanzata da tempo da molte associazioni di docenti e dirigente scolatici, sebbene non da tutte, in nome del monopolio valutativo della scuola. E per alleggerire l’esame di terza media su cui pesa un numero elevato di prove. Tanto che dai corridoi del Miur trapela anche un’altra ipotesi allo studio: eliminare lo scritto della seconda lingua straniera. Tuttavia, sul peso reale della prova nazionale Invalsi nel voto finale di licenza media Roberto Ricci, responsabile del Rapporto Invalsi, fornisce i numeri: «Nel 91% dei casi», spiega, «il voto dello studente alla fine della terza media non è modificato dal voto nella prova nazionale. Nel 4% dei casi la prova lo abbassa di un 1 voto e nel 5% lo alza di 1 voto». «Non vogliamo valutare gli studenti, ma avere una fotografia degli istituti», sottolinea Faraone annunciando che altre novità saranno valutate nel corso del tavolo di confronto sulle deleghe della legge 107 previste entro gennaio 2017. Tra queste la possibilità di sostituire i voti numerici con le lettere. Ad annunciare un’altra novità in campo nella delega sulla Buona Scuola è il ministro dell’istruzione Stefania Giannini: «È auspicabile che l’Invalsi possa diventare un ente di riferimento per la certificazione dell’inglese, così che possano ottenerla anche gli studenti provenienti da famiglie che non possono permettersela per motivi economici».
Una certificazione delle competenze in lingua inglese che interesserà sia gli alunni di terza media sia quelli di quinta superiore. Infatti, «lo sviluppo delle deleghe darà continuità alle prove Invalsi fino alla quinta superiore».
Prove in italiano, matematica e inglese a conclusione del primo e del secondo ciclo di istruzione come «certificazione esterna di livello di competenza per lo studente, mentre alla scuola si rimette la valutazione scolastica dell’esame di Stato attraverso il voto numerico o le lettere», sottolinea Carmela Palumbo, direttore generale Miur. Così, scuole superiori e università saprebbero cosa gli studenti sanno e sanno fare. Intanto, dopo molteplici sperimentazioni con oltre 5.000 studenti, la somministrazione tramite computer delle prove dal prossimo anno scolastico riguarderà tutti gli allievi della seconda superiore .«L’Invalsi sta realizzando lo studio per predisporre un’ampia banca dati tale da consentire l’estrazione da parte di ciascuno studente della sua prova, mantenendo la comparabilità delle prove stesse», spiega Anna Maria Ajello, presidente Invalsi. «Oltre a ciò si tratta di identificare le modalità di differenziazione per indirizzi scolastici e del grado di universalità che le prove possono rivestire».
Gli studenti dei tecnici del Nord più bravi dei liceali del Sud E in Calabria i maestri insegnano a barare ai test della primaria
Ma, eliminati i fattori esogeni, esistono scuole molto efficaci anche nel Mezzogiorno
Gli studenti degli istituti tecnici del Nord Italia sono più bravi dei compagni dei licei del Centro e del Sud. Ma, in generale, analizzando gli apprendimenti in italiano e matematica in termini di valore aggiunto, la scuola italiana più efficace è un istituto scolastico meridionale in Sicilia, a Catania. È un quadro in chiaro scuro quello dipinto dal Rapporto Invalsi 2016 sulle rivelazioni nazionali degli apprendimenti in italiano e matematica, presentato al Miur (www.inlvasi.it). Con una partecipazione tornata quest’anno sui livelli che sfiorano il 100% dopo i boicottaggi dello scorso anno legati alle proteste contro la Buona Scuola, le prove Invalsi hanno interessato 2milioni 225mila 352 studenti di II e V primaria, III media e II superiore di circa 12.200 scuole statali e paritarie di tutta la Penisola. Evidenziando un’Italia a tre velocità sul fronte degli apprendimenti. Con il Nord Est e il Nord Ovest che corrono con risultati eccellenti soprattutto in Lombardia e Veneto. Buoni risultati al Centro, in miglioramento, con una testa di ponte, le Marche e con il Lazio in controtendenza rispetto agli anni scorsi soprattutto nel primo ciclo. Arranca il Sud, ancora in difficoltà, con la Sardegna fanalino di coda e con molto dietro anche Calabria, Sicilia e Campania. Unica regione meridionale che conferma un risultato positivo è la Puglia con dati che si attestano sulla media nazionale.
Lo scarto rispetto alla media nazionale del punteggio del Mezzogiorno, picco in II primaria, va aumentando progressivamente procedendo nell’itinerario scolastico, mentre si allarga quello rispetto al Nord. Così, alla fine delle medie raggiunge in italiano 14 punti nel caso del Sud e 20 nel caso del Sud-Isole, in matematica rispettivamente 19 e 23 punti. In II superiore le differenze si attestano, in italiano, a 19 punti per il Sud e 22 per il Sud-Isole, e in matematica a 18 e 25 punti. Non solo. Le regioni meridionali si caratterizzano anche per una maggiore variabilità tra le scuole e tra le classi rispetto agli istituti del resto d’Italia già alla primaria e alle medie. In altre parole, il sistema d’istruzione nelle regioni insulari e del Sud è meno capace di assicurare uguali opportunità di apprendimento a tutti gli studenti. Dall’altra parte, però, esaminando il valore aggiunto (novità del Rapporto Invalsi 2016) cioè l’efficacia delle scuole a parità di condizioni, depurando i risultati dall’effetto dei fattori esogeni, è possibile individuare scuole molto efficaci proprio nel Mezzogiorno. Anzi, la scuola italiana più efficace in termini di valore aggiunto è proprio un istituto siciliano a Catania. Segno che, commenta Roberto Ricci, responsabile dell’area prove dell’Invalsi, «non occorre esportare dal Nord al Sud modelli di miglioramento» degli apprendimenti, ma basta «individuare quelli presenti sul territorio».
Soffermandosi in particolare sul secondo ciclo di istruzione, Ricci nota che «gli istituti tecnici del Nord, soprattutto del Nord Est, hanno in matematica un punteggio più alto dei licei del Centro e del Sud e Sud-Isole», dato registrato già negli anni passati ma che ora si conferma in modo significativo. Due le spiegazioni secondo Ricci: «Il tessuto sociale ed economico che riconosce un valore sociale agli istituti tecnici, favorendone la scelta da parte dei ragazzi e delle famiglie per un reale interesse verso questi indirizzi di studio, non percepiti come seconde scelte; il territorio che ne avvalla il risultato, cioè l’istituto tecnico offre ai diplomati lavoro». Al contrario, al Centro-Sud si scelgono i tecnici non per un reale orientamento, per le proprie attitudini e interessi, ma come scuole di serie B rispetto ai licei, con il risultato di «abbassare il livello generale degli apprendimenti».
Resiste al Sud il cheating, l’aiutino dei docenti agli alunni nel rispondere alle prove Invalsi, che in Calabria si registra già alla primaria. «Un problema più educativo che statistico», commenta Ricci ricordando «esempi virtuosi dove il valore scende, come in Sardegna che pur ha risultati bassi».
Trasferimenti, resta la chiamata diretta La Giannini ignora il Tar e tira dritto
I docenti delle fasi b e c non avranno la titolarità della sede
Il ministero dell’istruzione non intende dare attuazione all’ordinanza del Tar Lazio emessa il 23 giugno scorso che sospende la chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti scolastici (si veda ItaliaOggi del 5 luglio scorso). Secondo quanto risulta a ItaliaOggi, l’amministrazione centrale non intende consentire ai docenti neoimmessi in ruolo nelle fasi B e C di accedere al diritto ad acquisire un sede di titolarità, nonostante i giudici amministrativi abbiano sospeso l’ordinanza 241/2016 nella parte in cui non consente tale possibilità.
E nonostante che il collegio abbia dichiarato non manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dai ricorrenti, proprio in riferimento alle disposizioni della legge 107/2015 che precludono ai neoimmessi in ruolo delle fasi B e C di ottenere il beneficio della titolarità della sede. Sempre secondo quanto risulta a ItaliaOggi, l’amministrazione centrale avrebbe adottato questa decisione perché la prima fase dei trasferimenti e ormai a regime. L’esecuzione dell’ordinanza del Tar potrebbe avvenire solo annullando tutti i trasferimenti già effettuati. Ciò potrebbe determinare l’insorgenza di un forte contenzioso e, quel che è peggio, se il Tar dovesse cambiare idea nella fase del merito, bisognerebbe rifare tutto da capo ad anno scolastico già iniziato.
L’udienza di merito, infatti, è stata fissata per il 20 ottobre prossimo. Le critiche che vengono mosse al nuovo sistema della mobilità, peraltro, non sono oggetto solo di azioni legali. I sindacati, infatti, hanno raccolto le firme per promuovere un referendum abrogativo delle disposizioni che lo hanno introdotto. E sono incentrate essenzialmente su di un’asserita violazione del principio della libertà di insegnamento. Che risulterebbe compresso, se non addirittura posto nel nulla, per effetto dell’inasprimento del rapporto gerarchico verticale tra docenti e presidi. Inasprimento, già gravato dall’accrescimento del potere disciplinare dei dirigenti scolastici nei confronti dei docenti. E che dopo l’avvento della legge 107 risulterebbe ulteriormente ampliato, per effetto del conferimento ai dirigenti scolastici del potere di scegliere i docenti dagli ambiti territoriali, conferendo loro incarichi di durata triennale ed, eventualmente, non rinnovando loro il contratto qualora sgraditi. Fermo restando che le regole della chiamata diretta dovrebbero essere almeno in parte contrattualizzate con un’apposita sequenza contrattuale.
Chiamata diretta, la testimonianza: trattativa rotta dal Miur
“Lo stop alla trattativa sulla chiamata diretta ci poteva stare, ma nessuno avrebbe mai immaginato che a ‘sfilarsi’ sarebbe stato il ministero dell’Istruzione”.
A dirlo alla Tecnica della Scuola è uno dei sindacalisti che hanno partecipato alla infuocata riunione del 12 luglio: è appena uscito dal Miur, ha partecipato alla stesura del comunicato unitario, ha la voce stanca, è deluso.
Ma cosa è successo al ministero dell’Istruzione?
È successo che gli accordi che avevamo preso la settimana scorsa sono clamorosamente caduti. E non per colpa nostra.
Quindi voi eravate pronti ad andare avanti?
Ci saremmo aspettati che qualche sindacato avesse avuto in questi giorni indicazioni negative dai propri organismi statutari. Invece così non è stato: la proposta di giovedì 7 luglio era stata considerata da tutti positiva. Tutto sembrava andare per il meglio. Solo che a tirarsi fuori è stato il Miur, è incredibile.
Hanno preteso di inserire delle parti nella sequenza contrattuale sinora mai considerate. Avremmo probabilmente soprasseduto sulla presenza di un numero maggiore di criteri certificatori, che nel frattempo erano diventati 46, ma non potevamo accettare di stravolgere l’accordo con la facoltà che si vuole dare ai dirigenti scolastici di scegliere i docenti anche senza tenere conto dei titoli.
Non dipende da noi. Per giovedì 14 luglio era già fissato un ulteriore incontro.
Vi presenterete?
In questo momento non glielo so dire. Ma non è questo il punto: potremmo anche andare all’incontro, ma se la proposta è questa non servirà a nulla.
Vi siete dati una spiegazione di questo inatteso cambiamento in corsa?
Vorremmo saperlo pure noi.
Forse le lamentele che si sono susseguite in questi cinque giorni hanno convinto il Miur a cambiare le “carte” in tavola?
L’unica cosa che possiamo dire con certezza è che qualcuno ha fatto di tutto per far emergere la parte peggiore dell’accordo sulla sequenza contrattuale della chiamata diretta che avevamo sancito. Su chi possa aver convinto il ministero a tornare sui suoi passi, possiamo però formulare solo delle ipotesi.
Solo spostando il confronto sul fronte politico: quello tecnico, con l’amministrazione, è fallito. Tentare di proseguire su questa strada, non porterebbe da nessuna parte.
Chiamata diretta: la sconfitta politica di Faraone
Che nell’accordo politico sulla chiamata diretta ci fosse qualcosa di strano era abbastanza evidente.
Soprattutto risultavano un po’ curiosi i comunicati delle due parti in causa (sindacati da un lato e Ministero dall’altro): entrambi hanno sostenuto di aver concluso un ottimo accordo.
Peccato che le motivazioni fossero diametralmente opposte: i sindacati rivendicavano di essere riusciti ad ottenere la cancellazione di una norma particolarmente iniqua della legge 107, mentre il ministro Giannini sosteneva che l’accordo avrebbe consentito di applicare pienamente una disposizione fondamentale della “Buona Scuola”.
Nel pomeriggio del 12 luglio è arrivata la doccia fredda perchè i dirigenti del Miur che avrebbero dovuto tradurre l’accordo politico in una sequenza contrattuale in grado di superare i controlli di MEF e Funzione Pubblica hanno di fatto proposto un testo che non rispecchiava le aspettative dei sindacati.
Evidentemente nel fine settimana (è di giovedì 7 il comunicato Miur con cui si annunciava l’accordo raggiunto) deve essere accaduto qualcosa, anche se non sappiamo con esattezza cosa.
Le ipotesi si sprecano ma la spiegazione più semplice è che i sindacati abbiano sottovalutato la delicatezza della questione e non abbiano considerato che parlare di superamento della legge avrebbe fatto drizzare le orecchie a molti.
Fonti ben informate, per esempio, riferiscono che Confindustria sarebbe stata pronta a sferrare un duro attacco al Governo nel caso di firma dell’accordo (un segnale indiretto viene dal fatto che proprio sul Sole 24 ore di martedì 12 è stata pubblicata una intervista a Licia Cianfriglia, dirigente scolastica ANP, membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, nella quale si ricorda che un contratto sindacale non può disapplicare una legge).
Sferzante il commento di Stefano d’Errico, segretario nazionale Unicobas: “Tutto come previsto: i sindacati rappresentativi si stanno incartando e per ora l’unico risultato sicuro sta nel cosiddetto ‘organico dell’autonomia’ che invece di garantire la titolarità perduta la elimina (andando persino oltre la ‘cattiva sQuola’) anche per chi ha 40 anni di servizio nello stesso istituto e non è costretto a fare domanda di trasferimento; con le premesse di questo accordo s’apre per tutti il baratro dell’organico funzionale (a discrezione del preside) esattamente come vuole la Giannini (e senza neppure che sia scritto nella legge)”.
Ma da questa vicenda ad uscirne sconfitto è soprattutto il sottosegretario Davide Faraone, artefice di un accordo politico che ha retto per pochissimi giorni e che sembra per ora essere stato sconfessato dai vertici amministrativi di Viale Trastevere.
Precari da assumere dopo 36 mesi, dalla Consulta arriva il sì col “freno a mano”
A quasi due mesi di distanza dall’attesa udienza del 18 maggio scorso sull’abuso di precariato, la Consulta finalmente si pronuncia bocciando le supplenze reiterate.
In attesa ancora del testo della sentenza, nella serata del 12 luglio sul sito internet della Corte Costituzionale è stato pubblicato un comunicato che dà sostanzialmente ragione ai ricorrenti che si erano rivolti alla Corte di Giustizia europea.
Il comunicato, infatti, ritiene che è illegittima, Costituzione alla mano, la normativa italiana che disciplina le supplenze del personale docente e del personale amministrativo, tecnico e ausiliario nella parte in cui “autorizza, in violazione della normativa comunitaria, il rinnovo potenzialmente illimitato di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti nonché di personale Ata, senza che ragioni obiettive lo giustifichino”.
La pronuncia della Corte Costituzionale é però “stata limitata”, sia per effetto della sentenza Mascolo, sia per quanto prevede la “Buona Scuola”, la Legge 107/2015 attraverso cui sono stati immessi in ruolo in via straordinaria circa 56mila docenti precari.
“La pronuncia di illegittimità costituzionale – si legge ancora nel comunicato – é stata limitata poiché l’illecito comunitario è stato cancellato, come da decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea che ha interpretato la normativa comunitaria in materia di contratti a tempo determinato (sentenza Mascolo). Difatti, per quanto riguarda il personale docente la normativa sulla “buona scuola” prevede la misura riparatoria del piano straordinario di assunzioni, mentre per quanto riguarda il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario prevede, in mancanza di analoga procedura di assunzione, il risarcimento del danno”.
Da una prima interpretazione, sempre in attesa del testo della sentenza, si comprende quindi che l’assunzione dopo 36 mesi su posto vacanti, in presenza dei titoli d’accesso, va fatta. E le norme che hanno contraddetto questo principio, sancito dalla corte europea, sarebbero illegittime.
Quello che non si capisce è come si fa a spiegare ai tanti ancora non assunti, da alcune stime attendibili sarebbero oltre 100mila, che il Governo ha sanato il problema con la stabilizzazione di un consistente nucleo aggiuntivo di insegnanti. E che tutti gli Ata, per i quali è stato avviato il ricorso in UE, si debbono accontentare di 12 mensilità di risarcimento.
Tavolo inadeguato. I sindacati chiedono di rispettare l’accordo politico. Nota unitaria
Non parte bene il tavolo contrattuale riunito oggi al Miur per dare seguito all’accordo politico sottoscritto venerdì 6 luglio tra il sottosegretario Faraone e i sindacati scuola.
L’Amministrazione, contrariamente agli impegni assunti in sede politica, vorrebbe dare la facoltà ai dirigenti scolastici di chiamare i docenti andando oltre le candidature presentate dagli stessi. Tutto ciò non rispetta i termini dell’accordo politico e modifica sostanzialmente il contenuto della bozza consegnata ai sindacati nell’incontro di giovedì scorso. Si tratta di un cambio delle carte in tavola assolutamente inaccettabile, che fa venir meno le garanzie di imparzialità delle procedure concordate a livello politico.
Perché sia possibile una ripresa del confronto si rende indispensabile un chiarimento in sede politica, che ripristini le necessarie condizioni di reciproca affidabilità, a partire dall’assoluta coerenza dei comportamenti con quanto si è concordato.
Lo si legge in una nota firmata dai sindacati Flc Cgil, Cisl, Uil e Snals.
Chiamata diretta, interrotta la trattativa tra Miur e sindacati
Come riporta la Flc Cgil con un post sulla propria pagina Facebook che la trattativa tra Miur e sindacati sulla chiamata diretta si è interrotta. Ecco il testo del post: “Chiamata diretta”: interrotta la trattativa. Il Miur, contrariamente all’intesa, vuole dare la possibilità ai dirigenti scolastici di chiamare anche docenti che non hanno presentato domanda”.
“Chiamata diretta”: interrotta la trattativa. Il Miur, contrariamente all’intesa, vuole dare la possibilità ai dirigenti scolastici di chiamare anche docenti che non hanno presentato domanda.
Disabilità, sì ai permessi anche se il verbale è in fase di revisione
L’art. 25, commi 4 e 6-bis, del D.L. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni nella legge n. 114 dell’11 agosto 2014, ha introdotto semplificazioni per i soggetti con disabilità grave, prorogando gli effetti del verbale rivedibile fino al completamento dell’iter di revisione ai fini dei permessi e congedi riconosciuti ai lavoratori dipendenti in caso di disabilità grave.
Con la circolare n. 127 dell’8 luglio 2016 l’Inps ha fornito ulteriori istruzioni, con particolare riguardo alla gestione dei benefici spettanti ai suddetti lavoratori, sia in qualità di soggetti disabili gravi sia in qualità di soggetti che prestano assistenza a disabili gravi.
Ricordiamo che i lavoratori dipendenti con disabilità grave e i lavoratori dipendenti che prestano assistenza ai loro familiari con disabilità grave, in presenza di determinate condizioni di legge, possono beneficiare di:
Con il suddetto decreto legge 24 giugno 2014, n. 90 sono state introdotte alcune novità finalizzate a semplificare gli adempimenti sanitari ed amministrativi per i soggetti invalidi civili o con disabilità grave.
– il comma 6 bis dell’art. 25 prevede la proroga degli effetti del verbale rivedibile oltre il termine stabilito per la revisione, in modo da consentire la fruizione dei richiamati benefici nelle more della definizione dell’iter sanitario di revisione;
– il comma 4, lett. a), del citato art. 25, dimezza i termini per il rilascio della certificazione provvisoria di cui all’art. 2, comma 2, del decreto legge 27 agosto 1993, n. 324, convertito dalla legge 27 ottobre 1993, n. 423 (tali termini infatti sono portati da 90 a 45 giorni).
I verbali relativi all’accertamento della disabilità in situazione di gravità possono essere oggetto di revisione nell’ambito di una successiva visita da parte della Commissione medica.
In passato, il lavoratore, già autorizzato alla fruizione dei benefici correlati alla disabilità grave accertata col verbale soggetto a revisione, non poteva continuare a fruirne nel periodo compreso tra la data di scadenza del verbale stesso e il completamento del iter sanitario di revisione. Solo all’esito del nuovo accertamento sanitario era possibile presentare eventualmente una nuova domanda.
Con la semplificazione introdotta con il decreto legge n. 90/2014, invece, i lavoratori titolari dei benefici correlati alla disabilità grave in base a verbali con revisione prevista a partire dal 19 agosto 2014, giorno di entrata in vigore della norma, possono continuare a fruire delle stesse prestazioni anche nelle more dell’iter sanitario di revisione. Non è dunque necessario presentare una nuova domanda di autorizzazione per continuare a fruire dei permessi ex art. 33, commi 3 e 6 della legge 104/92 nel periodo compreso tra la data di scadenza del verbale rivedibile e il completamento dell’iter sanitario di revisione.
Tale possibilità non riguarda invece alcuni benefici (prolungamento del congedo parentale, riposi orari alternativi al prolungamento del congedo parentale, congedo straordinario) per i quali è necessario presentare una nuova domanda di autorizzazione per poter beneficiare dei permessi/congedi nel periodo compreso tra la data di scadenza del verbale rivedibile e il completamento dell’iter sanitario di revisione.
Superiori, con la Legge 107/15 dall’alternanza scuola-lavoro non si sfugge
“L’obbligo all’alternanza scuola- lavoro è prevista per legge e non è più un processo lasciato alla libera disponibilità delle scuole”.
A ricordarlo, riferendosi al comma 33 e a seguire della Legge 107/2015, è stato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, durante un incontro a Palermo nel liceo scientifico Benedetto Croce-
Aver reso obbligatorie le attività di formazione in azienda e non solo, ha proseguito il responsabile del dicastero del Lavoro, “è necessario perché i nostri giovani siano in grado di essere ‘occupabili’ quando completeranno gli studi. Credo sia un passaggio molto importante che ha bisogno del contributo di tutti, dagli imprenditori alle scuole”.
“Abbiamo fatto una legge, finanziato le scuole e le imprese per i progetti sperimentali che assistono i giovani e per verificare anche eventuali criticità”, ha concluso Poletti, annunciando anche possibili modifiche alla norma “madre”, anche attraverso la Legge delega sulla materia che si sta realizzando.
Assegnazione dei docenti da ambito a scuola: interrotta la trattativa
“Tavolo inadeguato”. I sindacati scuola Cgil, Cisl, Uil e Snals chiedono di rispettare l’accordo politico
Dopo la riunione di oggi al Miur i sindacati hanno diramato un comunicato unitario per commentare l’esito dell’incontro: “Non parte bene il tavolo contrattuale riunito oggi al Miur per dare seguito all’accordo politico sottoscritto venerdì 6 luglio tra il sottosegretario Faraone e i sindacati scuola“, scrivono i quattro segretari.
“L’Amministrazione, contrariamente agli impegni assunti in sede politica, vorrebbe dare la facoltà ai dirigenti scolastici di chiamare i docenti andando oltre le candidature presentate dagli stessi. Tutto ciò non rispetta i termini dell’accordo politico e modifica sostanzialmente il contenuto della bozza consegnata ai sindacati nell’incontro di giovedì scorso. Si tratta di un cambio delle carte in tavola assolutamente inaccettabile, che fa venir meno le garanzie di imparzialità delle procedure concordate a livello politico“.
E infine: “Perché sia possibile una ripresa del confronto si rende indispensabile un chiarimento in sede politica, che ripristini le necessarie condizioni di reciproca affidabilità, a partire dall’assoluta coerenza dei comportamenti con quanto si è concordato“.

References: SENTENZA 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 25
 art. 33