Source: http://diariopernondimenticare.blogspot.it/2014/04/
Timestamp: 2017-05-30 11:17:19+00:00

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La polemica sul web dopo la stima della capolista del Pd per il Sud Italia alle Europee sul bonus del governo
«Non me ne importa niente delle ironie e delle strumentalizzazioni, me le becco e vado avanti. Convinta e orgogliosa». Convinta che in Italia, con 80 euro, una massaia possa fare la spesa per due settimane, onorevole Pina Picierno? «Esatto».
Magari per sfamare una famiglia... «Eh no, io questo non l'ho mai detto. Mi dispiace che i grillini abbiano giocato a confondere, diffondendo cose false. Io non ho mai detto che, con 80 euro, si fa la spesa per una famiglia intera». Ha affermato però, in una intervista video a «Fanpage», che si fa la spesa per quindici giorni. «Io sto da sola e ci faccio la spesa per due settimane, ma ognuno ci fa quello che vuole. Un padre può portarci i figli al cinema qualche volta in più, una single può comprarci un paio di scarpe... Un sacco di persone mi stanno mandando i loro scontrini, per dire che ho ragione». Ci va mai al supermercato, lei? «Ne sono uscita adesso, quartiere Pigneto di Roma, ho speso giusto 80.02 euro e mi sono fatta il video. Tre litri di latte a lunga conservazione, 99 centesimi l'uno... Le mando lo scontrino?». Sul web c'è chi si indigna e chi fa di conto: cosa si mangia a casa Picierno con 1,90 euro a pasto? Gallette di riso? «Io amo moltissimo mangiare, bene e tanto. E da donna casertana cucino meravigliosamente. Alla grandissima, come sanno i miei amici». Stasera cosa c'è in tavola? «Pasta al ragù, con il macinato di vitello sceltissimo. Ma basta con questa discussione surreale, sennò diventa una storia pazzesca. Io non voglio insegnare a nessuno a fare la spesa, voglio dire che 80 euro sono una cifra molto importante per tutti gli italiani che vivono con i piedi per terra, come me». Gli italiani come lei? Sulla Rete è polemica, le chiedono di abbassarsi lo stipendio da deputato, visto che è tanto brava a risparmiare. «Lo stipendio ce lo siamo già abbassato ed è quello di tutti i parlamentari. Io sono stata molto fortunata, ma vengo da una famiglia dove mi è stato insegnato a fare i conti e a far la spesa. Mio padre guadagnava mille euro, io sono stata una precaria e mio fratello è disoccupato». Cosa vuole dire? «Che siamo gente che vive sul pianeta Terra, non come i miliardari spocchiosi alla Grillo, che pasteggiano a ostriche e champagne e considerano una elemosina 80 euro al mese». Sui social network ironizzano, dicono che a mangiare la pizza due volte con quella cifra ci va da sola... «E dove la mangiano la pizza, questi? Hai voglia a polemizzare, gli agitatori di professione e i conservatori vecchi e nuovi fanno il tifo perché nulla cambi. Io rispondo con un sorriso sereno, perché sono cresciuta in un paesino di provincia, San Marco a Teano, e so come vivono gli italiani». Ottanta euro al mese li faranno stare meglio? «Dopo vent'anni di scudi fiscali e di tasse, che hanno colpito sempre i soliti, è una cifra molto importante per dieci milioni di lavoratori che guadagnano meno di 1.500 euro. La più grande operazione di redistribuzione mai fatta in questo Paese». Come risponde quando le canticchiano «Se potessi avere mille lire al mese»? «Che sono orgogliosa di quello che stiamo facendo, noi il Paese lo stiamo cambiando veramente». Su Twitter la vogliono ministro dell'Economia... «Ne abbiamo uno più bravo di me»
Floris legge lo scontrino
30 aprile 2014 | 07:42
Regole, limiti e furbate Ecco i segreti del Tutor
Valerio Boni - Mer, 30/04/2014 - 07:38
Un programmatore spiega i meccanismi del sistema di controllo della velocità e svela l'unica soluzione (legale) per farla franca Tutti gli automobilisti lo conoscono, quasi tutti lo temono ma pochi, quasi nessuno, sa come funzioni in realtà. È il SICVe, Sistema Informativo Controllo Velocità, meglio consciuto con il nome di Tutor. Il dispositivo di controllo della velocità più efficace e più inattaccabile dai ricorsi, inaugurato nel 2005 e ormai attivo su oltre 3.000 della nostra rete stradale. Che da quasi due anni ha un «fratello» in versione extraurbana, tarato sulla velocità di 90 km/h, per scoraggiare la pratica del piede pesante sui tratti con il maggiore tasso di incidentalità dalla Romea all'Aurelia. L'efficacia di questo sistema deriva proprio dal mistero che lo avvolge, dato spuntano di tanto in tanto i vademencum per aggirarne il potere, ma le sanzioni amministrative continuano a piovere al ritmo di quasi mezzo milione ogni anno. Ma ora non ha più segreti, perché siamo riusciti a parlare con chi ha lavorato allo sviluppo, al collaudo, alla messa a regime del Tutor. E ancora oggi ne cura la programmazione quotidiana che, chiaramente, vuole mantenere l'anonimato.
Il Tutor è il sistema ideato da Autostrade per l'Italia e gestito dalla Polizia Stradale che ha come primo obiettivo quello di ridurre gli incidenti stradali colpendo i professionisti dell'eccesso di velocità. Chi lo conosce bene, infatti, ci tiene a sottolineare che si tratti del dispositivo più democratico in assoluto tra quelli in uso, poiché non punisce chi supera occasionalmente il limite imposto, ma solo chi persevera.
Costituito da una rete di portali, collegati a rilevatori di movimento che possono essere di tipo radar oppure annegati nell'asfalto e a telecamere, è predisposto per funzionare in due modalità. Quella classica in stile autovelox, che legge la velocità istantanea, e una seconda che rileva l'andatura media su un tratto compreso tra due portali la cui misurazione è rilevata con strumenti di estrema precisone e per difetto, scegliendo le traiettorie più brevi nelle curve.
Il rilevamento è attivo tra due portali. Il primo fotografa tutti i veicoli in transito, indipendentemente dalla velocità e tiene i dati in memoria. Questo aspetto è fondamentale, perché è inutile e soprattutto pericoloso rallentare o addirittura frenare in prossimità di un varco. All'uscita, le auto sono nuovamente fotografate e il computer confronta i tempi di passaggio di ogni targa in transito. Se il tempo impiegato è superiore a quello calcolato per ottenere una media di 130 km/h, i dati sono cancellati. Se invece la differenza è più bassa, anche solo di un secondo, il sistema trasferisce i dati al server per l'emissione della sanzione. Che però non è inviata immediatamente, ma deve essere prima valutata da un agente.
Le regole del «gioco»
La velocità di entrata non è calcolata, quindi non vale la regola di posizionare un cartello indicatore un km prima dell'ingresso, poiché si ha tutto il tempo per trovare l'andatura corretta. Ci sono poi altri elementi che caratterizzano il Tutor. Innanzitutto sui tratti controllati non possono essere usati altri mezzi di rilevamento di velocità. Inoltre un portale non può svolgere le funzioni simultanee di uscita.
Quando è in funzione
Questo è un dilemma, perché non è detto che i pannelli di segnalazione che avvisano della presenza del Tutor segnalino l'effettivo funzionamento. Può essere attivato con i pannelli spenti o viceversa, e in ogni caso non si sa quali siano le entrate o le uscite. Solo due persone ogni giorno, vale a dire chi effettua la programmazione, possono sapere quando, dove e come i portali sono attivati.
Tutti i sistemi che su Internet sono dati come infallibili per aggirare il rischio di essere pizzicati sono tutti infondati. Non vale lo stratagemma di viaggiare a cavallo della linea che divide due corsie, perché sia i radar sia i sensori elettromagnetici nell'asfalto sono in grado di leggere il transito anche di una moto che viaggia esattamente al centro della riga. Tantomeno si passa inosservati se si viaggia sulla corsia di emergenza. E non vale nemmeno la tattica di passare a velocità elevatissima.
L'elusione legale
Il solo sistema valido per farla franca è transitare solo dal portale di ingresso, senza uscire. Non è impossibile, può capitare nei tratti in cui c'è un casello di uscita prima della «porta» successiva. In alternativa non resta che viaggiare ad andatura il più possibile costante, con l'aiuto di Gps, di un cruise control o di un limitatore di velocità, mantenendosi intorno ai 137 km/h. Con la tolleranza si è al sicuro. Ma attenzione, in alcuni tratti, in particolare sull'Appennino, il limite è più basso, non bisogna dimenticarlo.
Processo Dolce&Gabbana: condannati a un anno e sei mesi
Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono stati condannati a un anno e sei mesi dai giudici della Corte d'appello di Milano. Dopo il processo di oggi iniziato alle ore 12.30, la sentenza è arrivata nel pomeriggio, con i due stilisti giudicati colpevoli per la presunta evasione fiscale di circa 200 milioni di euro. Brutte notizie dunque per i due imprenditori che erano arrivati a chiudere i negozi di via della Spiga e Corso Venezia a Milano per protesta contro il processo che li aveva colpiti. Ironia della sorte: Vogue Brazil aveva da poco twittato una foto di Gabbana in vacanza in Brasile (nella foto in homepage) intento a salutare tutti dietro un cartellone da delfino...
L'intera vicenda - Le indagini sui due stilisti e altri cinque amministratori del celebre marchio D&G erano iniziate nel lontano 2007, quando da una verifica fiscale erano stati contestati alcuni dati relativi al biennio 2004-2005. Era il 15 ottobre 2010 quando la procura di Milano decide di chiudere le indagini su Dolce e Gabbana, accusati di "truffa aggravata ai danni dello Stato e di dichiarazione infedele dei redditi". Inizialmente, era stata contestata una presunta evasione del valore di 1 miliardo di euro (ovvero 420 milioni a testa per gli stilisti più altri 200 milioni dell'intera società). Secondo quanto riportato dal pm Laura Pedio, i proprietari del colosso della moda avrebbero creato una società in Lussemburgo, la Gado, per aggirare la tassa italiana all'estero e proprio per questo il pm di Milano avrebbe deciso di rinviare a giudizio i due. Nell'aprile del 2011 il gup di Milano, Simone Luerti, conferma l'assoluzione per i sette imputati "perché il fatto non sussiste e la creazione della Gado fu compiuta alla luce del sole". Ma nel novembre del 2011 il caso viene riaperto dalla Suprema Corte che vede l'elusione fiscale "un caso di rilevanza penale". E' così che nel gennaio del 2012 gli stilisti vengono condannati a pagare 343 milioni di euro di multa al fisco. La condanna viene confermata anche in appello dalla commissione tributaria di Milano, a distanza di un anno esatto.
La difesa: "Siamo allibiti" - Nel giugno del 2012 cambia il gup di Milano, così Giuseppe Gennari decide di restituire gli atti alla procura, puntando direttamente al processo, senza passare per l'udienza preliminare e il 3 dicembre 2012 la Cassazione punta il dito contro D&G: "I ricorsi degli imputati sono inammissibili". Un anno fa, nonostante la richiesta di assoluzione avanzata dal sostituto procuratore generale Gaetano Santamaria Amato, Dolce e Gabbana vengono condannati a un anno e otto mesi, anche se in piedi è rimasta solo l'accusa per i 200 milioni di euro. I legali degli stilisti continuato a chiedere l'assoluzione: "Hanno pagato fino all'ultimo centesimo tutte le tasse dovute", aveva precisato la difesa. "Sono senza parole, veramente allibito. E' una sentenza inspiegabile", queste le parole di Massimo Dinoia, legale D&G all'uscita dal processo. "Faremo ricorso, del resta già la Procura generale aveva capito che non c'era motivi di riprendere in mano il caso", ha concluso l'avvocato, ricordando le parole del pg Santamaria Amato.
Dolce e Gabbana condannati per evasione fiscale, il Pg in appello chiede l'assoluzione
25 marzo 201
Dopo la gogna del fisco, per Dolce e Gabbano arrivano buone notizie. Il sostituto pg di Milano, Gaetano Santamaria, ha chiesto l'assoluzione per gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, condannati in primo grado a un anno e 8 mesi per una presunta evasione fiscale. La richiesta è arrivata 'a sorpresa' nel processo d'appello. Una richiesta che molto probabilmente è destinata a ribaltare il verdetto nel processo di appello.
Chiesta l'assoluzione - Nel corso della sua requisitoria il sostituto Pg di Milano, Gaetano Santamaria, prima di chiedere l'assoluzione per gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana e per altre quattro persone accusate di evasione fiscale, ha in sostanza difeso l'operato dei due fondatori della multinazionale della moda D&G, parlando di una "impresa moderna". "Hanno pagato le tasse" - Secondo il sostituto Pg, i due stilisti hanno "pagato le tasse" e la creazione di una società in Lussemburgo è stata "un'operazione lecita". "Sapete - ha aggiunto il Pg - cosa significa per un'azienda avere la Guardia di Finanza in sede? Per Dolce e Gabbana l'invasione della Gdf è stata anche un colpo alla credibilità del marchio".
Evasione fiscale, Dolce e Gabbana condannati a 1 anno e otto mesi
La pronuncia del giudice monocratico di Milano: l'accusa è quella di omessa dichiarazione dei redditi. Assolti da dichiarazione infedele
Il Fisco s'accanisce contro il più celebre duo della moda italiana. Il giudice monocratico di Milano, Antonella Brambilla, ha condannato a un anno e 8 mesi di reclusione - ma la pena è sospesa - Domenico Dolce e Stefano Gabbana. L'accusa è quella di omessa dichiaraizone dei redditi. I due stilisti sono invece stati assolti dal reato di dichiarazione infedele dei redditi perché il fatto non sussiste. Il giudice ha anche pronunciato cinque condonne per pene sotto i due anni e una assoluzione. "Prove granitiche" - Il pm, Laura Pedio, nel corso delle repliche al processo ha parlato di una "frode fiscale sofisticata" e di "prove granitiche" contro i due stilisti. Secondo l'accusa, Dolce e Gabbana avrebbero costituito una società in Lussemburgo - la Gado - proprietaria dei marchi del gruppo ma, di fatto, gestita in Italia, al fine di ottenere dei risparmi fiscali commettendo una presunta evasione fiscale da un miliardo di euro. Il pm ha ribadito la richiesta di condanna a 2 mesi e 6 anni. Presente in aula anche Alfonso Dolce, il fratello dello stilista e socio di minoranza, per il quale la Procura ha chiesto la condanna a due anni.
"Cornuti e mazziati" - L'avvocato, Massimo Dinoia, l'avvocato dei due stilisti, nella sua controreplica ha parlato di "paradosso dei paradossi", perché "non è possibile che un cittadino paghi di tasse il doppio di quanto guadagna". Il leagale, insieme al collega Armando Simbari, ha ribadito la richiesta di assoluzione per Dolce e Gabbana "perché il fatto non sussiste". Già nell'arringa della scorsa udienza Dinoia definì "paradossale" il processo e il capo di imputazione, poiché si ipotizza che i due stilisti dalla cessione dei marchi a un prezzo "stracciato" alla società Gado "abbiano incassato 360 milioni sui quali" avrebbero dovuto "pagare 548.832.368 euro di tasse". Il difensore ha aggiunto che per questa accusa "siamo cornuti e mazziati", poiché avendo versato "solo 162 milioni, e cioè il 45%, per i pm Dolce e Gabbana avrebbero voluto evadere le tasse. Ma è normale che le tasse superino di gran lunga il reddito - domanda, retorico, l'avvocato -? Non ci sono parole, è paradossale".
Si chiamano «negazionisti» quanti negano l’esistenza stessa della strategia di sterminio, che ha accompagnato l’incubo ideologico del XX secolo. Fra loro ci sono storici, dirigenti politici e invasati vari. Come vedremo, ci sono negazionisti assai altolocati, speranzosi che le amnesie collettive cancellino le loro (vergognose) negazioni. (...)
Su Libero di mercoledì 30 aprile, Davide Giacalone tratteggia un ritratto inedito di Giorgio Napolitano. Silvio Berlusconi accusa i tedeschi, ma il presidente un tempo era negazionista sui gulag e Solgenitsyn. Quarant'anni fa l'esponente del Pci celebrava su L'Unità l'immensa portata liberatrice della Rivoluzione d'ottobre.
Stefano Zurlo - Mer, 30/04/2014 - 07:51
I tedeschi non hanno mai pagato. I tedeschi devono pagare. Sono passati quasi settant'anni dalla fine della guerra, ma il tema dei risarcimenti alle vittime dei massacri compiuti in Italia e contro i militari italiani è più attuale che mai.
E diventa ancora più incandescente nei giorni in cui Berlusconi va all'attacco e afferma che «per i tedeschi i lager non sono mai esistiti». A Berlino è tutto un coro sdegnato di reazioni furibonde e così le polemiche elettorali, alla vigilia delle Europee, rischiano di far dimenticare quel contenzioso ancora aperto che riguarda migliaia di persone. Può apparire paradossale che a distanza di tanto tempo le stragi - da Marzabotto alle Ardeatine e da Cefalonia a Sant'Anna di Stazzema - siano ancora materia di cronaca giudiziaria, ma va detto che purtroppo per molti anni la giustizia italiana è rimasta inerte. Solo dopo la scoperta nel 1994 a Palazzo Cesi del cosiddetto Armadio della vergogna, le procure militari si sono messe al lavoro e negli ultimi dieci-quindici anni sono arrivati i verdetti, i più ormai definitivi. Sentenze che però restano lettera morta perché le autorità di Berlino non hanno finora mosso un dito per farle eseguire.
Certo, diventa difficile, quasi impossibile e probabilmente anche insensato, arrestare pensionati di novanta e passa anni, strapparli alla loro tarda vecchiaia e spedirli in cella per il resto dei loro giorni. Ma sul tappeto ci sono anche le provvisionali e in qualche caso i risarcimenti stabiliti in sede civile. «In teoria - spiega l'avvocato Claudio Defilippi, uno dei massimi esperti in Italia - a pagare dovrebbero essere i singoli imputati, ma è ovvio che così i familiari delle vittime non prenderanno mai un centesimo. È la Germania che deve assumersi la responsabilità di quel che è accaduto». Altrimenti le sentenze restano un elenco vuoto, un po' come le grida manzoniane.
Se si prende ad esempio il verdetto emesso dal tribunale militare di La Spezia nel 2007 per il massacro di Marzabotto, si scoprirà che nove imputati sono stati condannati all'ergastolo e, soprattutto, a risarcire le parti civili. La lista è chilometrica e comincia con la Regione Emilia-Romagna, che dovrebbe ricevere 30mila euro, la Provincia di Bologna, 40mila euro, il comune di Marzabotto, 35mila euro. Segue poi una lunga lista con nomi e cognomi per i quali i giudici hanno stabilito indennizzi che oscillano da poche migliaia di euro fino a 260mila euro.
Ma, naturalmente, i figli dei martiri di Marzabotto non hanno ricevuto un centesimo. Come quelli di Sant'Anna di Stazzema. «La Germania non risponde - rincara la dose Defilippi - non risponde per i processi chiusi in sede civile, non risponde per quelli conclusi con il riconoscimento delle provvisionali in sede penale, non risponderà, se va avanti così, nemmeno per quelli ancora in corso». In particolare per i due in svolgimento, relativi agli eccidi del Modenese e a quelli nel Padule di Fucecchio». Si tratta di milioni e milioni di euro, anche se i calcoli sono incerti e complicati. «La Germania - aggiunge l'avvocato Gemma Sammicheli che ha seguito numerosi procedimenti - si fa scudo dietro una sentenza della corte dell'Aja che la esonera da ogni responsabilità. In sostanza noi dobbiamo continuare a perseguire i singoli colpevoli, ammesso che siano ancora vivi, sapendo che però i nostri sforzi sono un esercizio accademico, proprio perché la Germania non risponde a nessuna delle nostre richieste».
La soluzione dovrebbe arrivare dalla politica. Ma per ora non si registrano passi in avanti. «La Germania ha riconosciuto una sua responsabilità morale per gli eccidi compiuti in tempo di guerra - afferma Giovanni Fantozzi, autore di numerosi libri sulla Resistenza nel Modenese - ma non vuole assolutamente pagare per le colpe dei singoli perché è passato tanto tempo e si ritiene che indennizzando le vittime di una strage si alzi il coperchio su una realtà incontrollabile. Chissà quante vittime salterebbero fuori. I tedeschi finanziano studi e monumenti, come quello per le 131 vittime di Monchio in Emilia. Ma non vanno oltre». Il problema è che le indagini e i processi qua in Italia sono cominciati di fatto alla metà degli anni Novanta e in molti casi si è appena arrivati alla resa dei conti. Insomma, si procede fra ritardi e imbarazzi. In bilico fra diritto e politica. E Defilippi prepara una sorta di attacco finale: «Stiamo preparando una class action a Strasburgo, alla Corte dei diritti dell'uomo. La Germania deve pagare».
Heartbleed: la minaccia continua su stampanti router e webcam
Secondo ricercatori del Michigan, la falla di sicurezza è ancora aperta su migliaia di dispositivi che si connettono a internet. E che spesso sono difficili da aggiornare
Ricordate Heartbleed , la falla scoperta sul protocollo di sicurezza online (OpenSSL) più usato sul web? Sembra che la sua minaccia non si sia esaurita, nemmeno dopo che quasi tutti i siti esposti sono corsi al riparo, installando il software correttivo necessario. Secondo Nicholas Weaver, esperto di informatica della Università di Berkeley, in California, ci sarebbero ancora migliaia di dispositivi basati su cloud ancora vulnerabili ad Heartbleed, malgrado la patch già disponibile. Nel corso delle ultime settimane, Weaver insieme a un team di ricercatori presso l’Università del Michigan ha scandagliato la Rete per verificare a che punto è la bonifica del baco: la maggior parte dei siti risulta aggiornata, ma a destare allarme sono decine di migliaia di dispositivi, tra cui router, server di storage, stampanti, firewall hardware, videocamere e altro ancora, che restano vulnerabili alla minaccia.
Non è la Rete frequentata dagli uomini, insomma, a preoccupare, ma la cosiddetta Internet delle cose, di cui si parla spesso come realtà futura, benché si tratti di qualcosa già ben presente tra noi. Il problema coinvolgerebbe anche alcuni big dell’informatica: dalla nuova generazione di termostati Nest, recentemente acquistata da Google, sebbene l’azienda neghi che il problema possa coinvolgere l’utenza privata, ai router AirPort Extreme e dispositivi di backup Time Capsule di Apple (per i quali è appena uscito un aggiornamento software che risolve il problema), fino ad arrivare a sistemi di controllo industriale Siemens, usati per gestire macchinari pesanti nelle centrali elettriche e impianti di acque reflue.
I ricercatori universitari del Michigan hanno redatto una lista di prodotti a rischio, che porta dritta dritta in molte case. Rientrano nell’elenco, infatti, stampanti HP (poche quelle consumer, secondo l’azienda, che starebbe già sviluppando aggiornamenti necessari), sistemi di videoconferenza Polycom, firewall WatchGuard, sistemi VMWare, server di archiviazione Synology. In più, c’è un’aggravante: molti dei dispositivi esposti alla falla, quindi manipolabili da potenziali malintenzionati, possono essere aggiornati solo manualmente, dal proprietario. Una operazione che richiederebbe l’accesso al sistema e la possibilità di installare un nuovo firmware. Inutile dire che, quando fattibile, non è il genere di operazione che un utente medio svolga spontaneamente e con disinvoltura.
Per ora tocca accontentarsi. Poco più di dieci giorni fa, è stato arrestato il primo, giovanissimo, cracker che abbia provato ad approfittare di Heartbleed. Non sarà l’ultimo, probabilmente. Link a questo post
La Kyenge e il fotomontaggio con Wojtyla
Dopo le polemiche, la confessione: Cécile Kyenge c'ha preso in giro. Alla fine ha dovuto recarsi negli Archivi Vaticani per recuperare lo scatto originale che la ritrae al cospetto di Papa Giovanni Paolo II, appena santificato. E per placare le polemiche l'ha postato sul suo profilo Facebook con la dovuta specifica: "Ecco la foto originale dell'incontro con Papa Giovanni Paolo II. 23 gennaio 1990. Archivi del Vaticano". Un'ammissione di colpa che di fatto lascia sul campo una verità: la foto apparsa ieri sul suo profilo Facebook è un fotomontaggio. Lei parla di una "scansione" ma basta confrontare le due immagini per rendersi conto che il primo scatto pubblicato è un maldestro fotomontaggio. Volti cancellati, mani che si moltiplicano e vestiti che cambiano colore.
Retromarcia goffa - La Kyenge si è resa conto dell'autogol ed è corsa ai ripari. "Ho rivisto anche io la mia foto con Papa Giovanni Paolo II e ho dubitato persino io di averlo incontrato. Eppure c'ero e ricordo quel momento con profonda emozione" afferma l'ex ministro che confessa: "Quella che ho pubblicato è una scansione della copia che conserva la mia famiglia, passata evidentemente attraverso troppi adattamenti", conclude. Lo scatto ha suscitato diverse proteste sul web. Alcuni utenti l'hanno accusata di voler "conquistare i voti dei cattolici in vista della campagna elettorale per le Europee", dove la Kyenge è candidata per la lista del Partito Democratico. E di certo la retromarcia, goffa, non spegnerà il fuoco delle polemiche.
Paolo Villaggio choc: "Quella africana una cultura inferiore"
Ivan Francese - Mer, 30/04/2014 - 12:27
Il comico commenta la "campagna antirazzista delle banane" scatenata dal gesto di Dani Alves: "Siamo ipocriti, non fingiamo di essere buoni"
Paolo Villaggio, si sa, ama andare controcorrente. Ma questa volta le sue dichiarazioni potrebbero suscitare un putiferio.
Intervistato da Vittorio Zucconi per Radio Capital, il padre di Fantozzi ha parlato della "campagna antirazzista delle banane", ispirata dal gesto del calciatore del Barcellona Dani Alves. Bersagliato da un lancio di banane durante una partita con il Villareal, Alves ha raccolto il frutto dal terreno di gioco e se lo è mangiato sotto gli occhi delle telecamere: in pochi giorni il siparietto è diventato virale e moltissimi sportivi e uomini politici si sono associati al gesto del calciatore.
Villaggio però sceglie di cantare fuori dal coro e al microfono di Zucconi rilascia dichiarazioni che definire anticonformiste sarebbe poco: "Quale rivoluzione anti razzista. Noi fingiamo di essere buoni. Quella africana è una cultura inferiore - attacca il comico e scrittore - La nostra cultura non ha ancora accettato una cultura inferiore come quella che viene dall'Africa. Non è il colore della pelle, è la differenza culturale. Indubbiamente non è confrontabile con la grande cultura europea".
"Noi buonisti, noi europei, noi sacerdoti, noi santi... tutti abbiamo sempre finto di essere più buoni di quello che in realtà siamo - insiste l'attore - Alcuni anni fa ho fatto un film in America diretto da Nanni Loy, 'Sistemo l'America e torno' contro il razzismo. Alla fine delle riprese l'attore nero con cui avevo girato mi ha detto: la cosa che mi fa più male è sentirmi dare la mano con finta amicizia. I rapporti con la gente di colore oggi, tranne forse con Obama, sono ancora improntati a una leggera ipocrisia."
Tangenti di Stato, la mia azienda colpita con metodi da aguzzini
dopo aver letto suo articolo di domenica scorsa mi munisco di coraggio e le racconto quanto è successo a me e alla mia azienda durante una verifica fiscale fatta nel corso dell’anno 2010. Le premetto che la mia azienda esiste da quasi un secolo e in tanti decenni non ha mai presentato un bilancio in perdita. Poi, negli ultimi anni, crescendo per nostra fortuna, i numeri sono diventati più importanti e i nostri bilanci hanno sempre riportato utili a sei zeri con conseguente pagamento all’erario di milioni di euro in tasse. La mia azienda è classificata con «tripla A» dalle banche e dalle agenzie di rating, un bell’orgoglio per la mia famiglia, per i miei dipendenti e per il territtorio (almeno così dovrebbe essere). E mi lasci aggiungere che non abbiamo mai attinto alla cassa integrazione e ci siamo sempre autofinanziati da soli nei nostri investimenti e nei nostri piani di crescita. Abbiamo creato oggi un azienda che continua ad assumere, che esporta in tutto il mondo e che è un fiore all’occhiello per il nostro territorio, e per il nostro paese.
ALL’IMPROVVISO Capita un controllo delle fiamme gialle, d’improvviso, una mattina nell’aprile del 2010. Premetto: erano passati circa sei anni da un altro controllo avuto in precedenza, senza particolari problemi nè contestazioni. Questa volta il piglio dei finanzieri è più aggressivo e arrogante, ci bloccano immediatamente metà degli uffici e pretendono una stanza tutta per loro, con tanto di due impiegate a disposizione otto ore al giorno. Appongono sigilli ai nostri armadi, che contengono tutto quello che serve al nostro lavoro quotidiano e all’amministrazione. Per l’accesso dobbiamo chiedere il permesso e le chiavi a loro. Fin qua, tutto «normale», anche se sembrerebbe l’assalto di una banda di malviventi anziché l’intervento di un organo di controllo. Man mano che i giorni passano i due marescialli si fanno sempre più arroganti, quasi prepotenti. Minacciano gli impiegati di «collaborare», altrimenti sarebberro stati verificati personalmente anche loro. La verifica sulla nostra impresa durò cinque mesi. Spaziò su una serie di operazioni contrattuali che la mia azienda, così come tutte le altre aziende concorrenti nel nostro settore, usa compiere da sempre. Noi ritenevamo, in buona fede, di procedere nel rispetto delle normi vigenti e della legge. Purtroppo, a detta loro, stavamo agendo non correttamente in quanto - secondo una chiave di interpretazione dei finanzieri - non avremmo rispettato un cavillo di una certa legge sulla quale non mi voglio dilungare, in quanto materia complicatissima dove anche più studi legale e fiscali contattati hanno dato pareri disicordanti.
CI HANNO SPREMUTI Individuata questa nostra «falla», i signori della guardia di finanza ci si sono buttati a capofitto e hanno spremuto più che hanno potuto, riprendendoci tutti i contratti per cinque anni, per un ammontare contestato di oltre un milone e mezzo di euro, oltre a una denuncia penale in capo agli amministratori. Faccio notare che la materia non era assolutamente inerente ad evasione fiscale o simile, ma semplicemente una difficilissima interpretazione legislativa nella quale, purtroppo, siamo incappati. Abbiamo dovuto aderire all’ammontare ripreso in quanto, attraverso una sorta di «minaccia», ci era stato detto che se ci fossimo opposti la verifica fiscale sarebbe continuata in altri ambiti e sicuramente ci avrebbero contestato altre cose. Terrorizzati, abbiamo assecondato quelli che non esito a definire aguzzini, accettando la multa (per la denuncia penale invece ci stiamo ancora difendendo) e mettendo in seria difficoltà la nostra capicità di cassa. Solo perché abbiamo gestito la nostra azienda in modo oculato e sano negli anni addietro, siamo riusciti a pagare una multa del genere.
CONCORRENTI FAVORITI
Il paradosso è stato poi che la nostra impresa è stata inibita nel procedere con queste forme contrattuali nei confronti della clientela, in quanto a detta delle fiamme gialle non avevavmo i requisiti per farlo, mentre invece tutte le altre aziende nostre concorrenti hanno continuato tranquilllamente ad operare nel medesimo modo, quindi oltre il danno subiamo anche la beffa.
Tra poco saranno trascorsi cinque anni da quei giorni, e già pensiamo alla prossima verifica fiscale: quando arriverà e come sarà condotta. Roba da non dormirci la notte. Confrontandomi con altri imprenditori del mio stesso territorio, anche loro «verificati» dalla Gdf, è emerso che oggi - apparentemente - per fare cassa la tendenza da parte dello Stato è quella di concentrare la sua attenzione su aziende sane, liquide ed immediatamente solvibili. Così facendo, il risultato - per loro - è assicurato. Questo è quello che succede. Non me la sento di firmare questa la lettera, nè di dare nominativi. Me ne scuso con Lei, direttore, ma capirà il mio stato d’animo e la mia paura. La prego anche di non riportare in nessun caso la casella di posta elettronica che ho adoperato. Cordialmente,
Processore più veloce, compatibilità con wi-fi di ultima generazione. Ma la vera novità è il prezzo: con 100 euro in meno rispetto alla versione precedente, è il Mac più economico oggi in commercio
No, non è il modello da 12 pollici che tutti i siti di rumors danno in arrivo in autunno. Non è nemmeno un miglioramento di quelli che fanno epoca: il processore è appena più veloce e il wi-fi è compatibile col nuovo standard 802.11 ac, e infatti il codice identificativo cambia pochissimo. Evoluzione
Ma anche così il MacBook Air annunciato oggi da Apple qualche motivo di interesse ce l’ha: costa 100 euro in meno del modello precedente. Il modello da 11 pollici con disco SSD da 128 GB fino a oggi veniva venduto a 1.029€ mentre adesso ne costa 929. Un record, per i computer Apple recenti: è di fatto il più economico in commercio dopo il Mac Mini, che però ha bisogno di un monitor da acquistare a parte. Anche il modello base da 13 pollici con SSD da 128 GB è sceso a 1.029€ invece di 1.129€. Anche così Apple ha saputo mantenere la sua quota di mercato nel settore dei computer portatili: secondo i dati emersi nell’ultima trimestrale, Cupertino ha venduto 4,1 milioni di Mac (in crescita rispetto ai 3,9 milioni dello stesso trimestre dell’anno scorso). Il Mac ha guadagnato costantemente quote nel settore PC in 31 dei 32 trimestri passati, mentre il resto dell’industria è pesantemente in calo, insidiato da smartphone e tablet. Hardware e software
Grazie all’archiviazione flash, il MacBook Air è estremamente reattivo in qualunque attività, dalle presentazioni allo streaming di video e musica da iTunes fino all’organizzazione della libreria fotografica. “Ora che il MacBook Air ha un prezzo base di €929, non c’è più motivo di accontentarsi di un computer inferiore al Mac,” ha dichiarato Philip Schiller, Senior Vice President Worldwide Marketing di Apple. “I Mac non sono mai stati così popolari; oggi abbiamo incrementato le prestazioni e ridotto il prezzo del MacBook Air, così ancora più persone potranno utilizzare il notebook perfetto per tutti i giorni.”
I processori Intel Core i5 e Core i7 di quarta generazione e dai consumi ridotti garantiscono al MacBook Air 13” fino a 12 ore di autonomia della batteria, e fino a 9 ore per il MacBook Air 11”. Il nuovo Air ha un tempo di riproduzione video fino a due ore superiore: il modello da 13” offre infatti fino a 12 ore di riproduzione di film iTunes, mentre quello da 11” assicura fino a 9 ore. In più, le suite iLife e iWork sono di serie su tutti i nuovi Mac. Prezzi e disponibilità
MacBook Air è disponibile oggi sull’Apple Online Store, presso gli Apple Store e i rivenditori autorizzati Apple. Il MacBook Air 11” con processore a 1,4GHz con velocità Turbo Boost fino a 2,7GHz, 4GB di memoria è disponibile con 128GB di memoria flash a partire da €929 IVA inclusa e con 256GB di memoria flash a partire da €1.129 IVA inclusa. Il MacBook Air 13” con un processore a 1,4GHz con velocità Turbo Boost fino a 2,7GHz, 4GB di memoria è disponibile con 128GB di memoria flash a partire da €1,029 IVA inclusa e con 256GB di memoria flash a partire da €1.229 IVA inclusa. Le opzioni di personalizzazione includono un processore Intel Core i7 a 1,7GHz con velocità Turbo Boost fino a 3,3GHz, fino a 8GB di memoria e fino a 512GB di memoria flash. Link a questo post
Quando Hitler si alzava nella notte per addentare la torta del Fuehrer”
Il racconto di Elisabeth Kalhammer, una delle cameriere a servizio al Berghof, in Baviera, nel 1943. “Quello che succedeva lì dentro doveva rimanere segreto, le punizioni per chi parlava troppo erano severissime”
Non è chiaro se sapesse quali piani avesse veramente in mente il suo datore di lavoro quando accettò quell’offerta per un posto da collaboratrice domestica, nello chalet bavarese di Adolf Hitler. Era il 1943 e la Seconda guerra mondiale era nel pieno del suo svolgimento. Il Fuehrer e alcuni più stretti collaboratori trascorrevano gran parte del tempo in quella villa tra le montagne nei pressi di Berchtesgaden, da lì seguivano l’evolversi sui vari fronti e impartivano ordini agli strateghi militari. Elisabeth Kalhammer, rispose all’annuncio perché «di lavoro ce n’era assai poco, e la guerra infuriava». Dopo i dovuti controlli da parte delle SS, compresa una perquisizione a casa per allontanare ogni sospetto di propaganda anti-nazista, Elisabeth prende servizio allo chalet assieme a un’altra ventina di colleghe. Oltre a prendersi cura della casa, dovevano anche servire Hitler e i suoi tanto ospiti, tra cui Benito Mussolini. I mesi al servizio del Fuhrer vengono raccontati in un’intervista che la donna, oggi 89 enne, ha rilasciato a un giornale austriaco. «La prima regola era fondamentale: quello che accadeva a Berghof rimaneva a Berghof». Il personale che violava questo primo comandamento era sottoposto a punizioni severe. Dalle parole della Kalhammer, emerge un quadro assai curioso di Hitler, come ad esempio, le sue sortite notturne in cucina per addentare una fetta della «torta del Fuehrer», un dolce a base di mele, nocciole e uva passa, che non doveva mai mancare. Non scendeva dal letto prima delle due di pomeriggio, anche quando i suoi generali tentarono di svegliarlo per avvertirlo che era in corso lo sbarco in Normandia. Come regalo di Natale, la servitù riceveva gomitoli di lana, così potevano confezionare calzini per le truppe al fronte. Infine il personale dello chalet doveva salutare Eva Braun con un «Salve, misericordiosa signora». Spesso Kalhammer e le altre ragazze del personale avevano una serata libera che trascorrevano nel cinema privato di Hitler, dove Eva Braun amava guardare i filmati di propaganda interpretati dall’ex attrice Marika Roekk. Elisabeth da parte sua aveva una simpatia per la donna del Fuehrer che descriveva come una signora elegante: «Era sempre molto carina con me». Anche se l’umore nella casa di montagna divenne assai pesante dopo l’attentato ad Hitler del luglio 1944, da allora fu un declino continuo. Questi i ricordi raccontati dalla 89 enne ex governante del Fuehrer, tanti altri rimarranno nel segreto della sua riservatezza. La stessa che forse le impone di ricordare (o raccontare) la parte buona di quella esperienza: «Che lui abbia ordinato cose tanto terribili non potevo immaginarlo, e anche ora preferisco ricordare la parte piacevole della sua personalità». Link a questo post
La Madonnina che piange sangue mutilata dalla corona del vescovo
Proprio alle porte di Roma, il giorno precedente la canonizzazione dei due papi, cioè sabato 26 aprile, è accaduto uno strano incidente alla statuetta della Madonna di Civitavecchia, quella che - fra il 2 febbraio e il 15 marzo 1995 - per 14 volte lacrimò sangue, e che è custodita nella chiesetta di Pantano. Sono stato informato da alcuni amici che erano presenti e immediatamente hanno temuto che la cosa venisse interpretata in modo superstizioso, come è avvenuto per altri episodi recenti, ritenuti da qualcuno (perlopiù dai mass media laici) dei cupi segni del Cielo, specialmente per il papato di Francesco. Molto si è strologato, per esempio, il 26 gennaio scorso quando Papa Bergoglio - com’è tradizione - ha fatto volare le colombe dalla finestra del palazzo apostolico. La colomba, si sa, è simbolo della pace, ma per i cristiani anche dello Spirito Santo. Già con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI era accaduto che le due colombe bianche, appena uscite nel mondo, rientrassero nella finestra pontificia (a volte andando a posarsi proprio sul Santo Padre). Il 26 gennaio scorso invece il povero volatile appena fuori dalla finestra è stato attaccato da un gabbiano e poi da una cornacchia che l'ha ammazzato. Un incidente che è stato caricato di significati apocalittici e simbologie fantasiose. Così come quello - ben più tragico - accaduto al giovane Marco Gusmini in gita con l’oratorio a Cevo, in Val Camonica. Per una strana coincidenza il ragazzo, che abitava in via Papa Giovanni XXIII, è morto per il crollo di un’alta croce che era stata dedicata a Papa Wojtyla. Questo tragico incidente, proprio due giorni prima della canonizzazione dei due papi voluta da Francesco, è stato ovviamente interpretato da qualcuno in modo dissacratorio. E superstizioso.
SOLENNE CERIMONIA - Dopo tali precedenti, è comprensibile che sabato a Pantano si sia prodotto un certo smarrimento. È accaduto infatti che nel pomeriggio si è svolta una celebrazione bella e commovente: il vescovo emerito di Civitavecchia, monsignor Girolamo Grillo, che visse proprio i giorni delle lacrimazioni e che - inizialmente ostile - assisté alla quattordicesima lacrimazione di sangue, ha deciso di far fondere la sua preziosa croce pettorale d’oro per ricavarne una corona da porre sulla testa della Madonnina. È una bella corona con i simboli dello stemma di Papa Francesco e, a lato, quelli dell’attuale vescovo di Civitavecchia e di monsignor Grillo. La statuetta della Vergine è stata perciò incoronata durante quella solenne cerimonia presieduta da monsignor Marrucci, attuale titolare della diocesi, insieme a monsignor Grillo e a monsignor Marra.
Per la verità la statuetta aveva già una corona che era stata benedetta da Giovanni Paolo II, il quale aveva anche posto sulla mano della Vergine un rosario da lui benedetto, ma quella corona regalo del Papa era troppo grande e non era stata mai collocata sulla statuina (si trova nella teca). Dunque sabato la Madonnina è stata insignita con l’oggetto donato da monsignor Grillo. Senonché più tardi, appena la statua è stata ricollocata nella teca della chiesina di Pantano, la corona è caduta e ha colpito e staccato la mano della Madonnina che teneva la corona del rosario donatale da Giovanni Paolo II. I fedeli che erano lì in preghiera sono rimasti scossi e preoccupati per quello che i giornali avrebbero potuto scriverne. In ogni caso, tutto è stato subito restaurato e ripristinato. L’indomani, saputo dell’incidente, ho telefonato a monsignor Grillo che ha minimizzato l’accaduto, declassandolo a banale infortunio (gli uomini di Chiesa, grazie al cielo, sono proprio impermeabili alle superstizioni). Chiedo anche se la cerimonia solenne di sabato non significhi il riconoscimento di fatto, da parte della Chiesa, del prodigio delle lacrimazioni: monsignor Grillo non risponde, perché ovviamente lascia ogni pronunciamento all’attuale vescovo. Però mi ricorda che lui stesso, per volere di Giovanni Paolo II, portò riservatamente la statuetta al Papa in Vaticano. Il Santo Padre volle benedire per essa - come si è detto - una corona e un rosario. Poi, dopo aver pregato a lungo davanti ad essa, disse a Grillo: «Un giorno dirà al mondo che Giovanni Paolo II ha venerato la Madonna di Civitavecchia». Negli anni successivi si è venuti a sapere che probabilmente il Papa polacco, per sue vie misteriose, aspettava un segno e lesse proprio questa vicenda come un messaggio rivolto a sé. Le successive indagini, delle commissioni tecniche e della magistratura, hanno affermato l’inspiegabilità scientifica del fenomeno delle lacrimazioni, perché non c'è alcun imbroglio e alcun marchingegno che abbia fatto sgorgare gocce di sangue umano dagli occhi di questa statuina di gesso pieno. Fra l’altro è il sangue di un solo individuo, per tutte le lacrimazioni. Ma siccome hanno assistito al fenomeno ogni volta delle persone diverse (in molti casi anche vigili e forze dell'ordine), bisogna concluderne che quell’uomo misterioso era sempre presente ma non era… visibile. Il significato teologico è chiaro. Papa Wojtyla ne era personalmente certo. Monsignor Grillo mi racconta che a volte il Papa veniva anche in incognito a Pantano a venerare la Madonnina. C’è un aneddoto buffo al riguardo. «Un giorno - spiega il prelato - le suore che si erano stabilite lì al santuario mi riferiscono che la mattina erano arrivate delle guardie svizzere che avevano venerato la Madonnina e poi avevano circondato la Chiesa. Quindi, mi dissero le suore, arrivarono due cacciatori, uno grande e uno piccolo, e anch’essi venerarono la statuetta». Due cacciatori? «Non li avevano riconosciuti», dice divertito monsignor Grillo. «Erano il Papa e il suo segretario. Quando raccontai l’episodio a Dziwisz, si mise a ridere. Il fatto è che ogni tanto Papa Wojtyla, in abiti civili, usciva dal Vaticano e andava a trovare dei frati polacchi, suoi amici, a Santa Severa. Poi faceva una passeggiata sui monti della Tolfa e quella volta volle venire dalla Madonnina». Grillo sottolinea che Giovanni Paolo II ebbe un ruolo fondamentale nella vicenda, «perché io, dopo le prime lacrimazioni, non ci credevo affatto. Quella storia non mi piaceva e avevo dato ordine di distruggere la statuetta. Fu il Papa che mi fece telefonare dal cardinal Sodano per consigliarmi prudenza e attenzione. Finché la Madonna abbatté tutte le mie resistenze lacrimando nelle mie stesse mani il 15 marzo 1995». È evidente comunque che un segno simile - lacrime di sangue - è un monito preoccupante. Sono le lacrime della Madre di Dio per i suoi figli smarriti. Mentre il sangue appartiene al suo Gesù che ha dato la vita per noi. Siamo salvati per quel sangue...
MESSAGGI DAL CIELO - La vicenda della Madonnina di Civitavecchia è clamorosa. Eppure curiosamente, dopo il primo clamore dei media, una volta che tutte le indagini hanno confermato che si è trattato di un fatto soprannaturale, non si più è tornati a raccontare quegli eventi e a riflettere sul loro significato. Magari oggi i media fanno considerazioni superstiziose su eventi naturali come quelli citati o - appena lo si saprà - sull’incidente della Madonnina, ricavandone oscuri e inconsulti presagi, mentre snobbano accuratamente le inspiegabili lacrimazioni e tutti quei messaggi veri ed espliciti che il Cielo invia all’umanità. In questi tempi scristianizzati si irridono gli avvertimenti soprannaturali della Madonna e poi magari si crede nella iettatura e si va dai maghi. Anche noti intellettuali laici sono dichiaratamente superstiziosi. Poi magari gli stessi ridacchiano scettici di fronte ai messaggi espliciti che il Cielo ha inviato tramite la Madonna a Fatima o a Medjugorje (da dove peraltro arriva la statuetta di Civitavecchia). Eppure sono messaggi confermati da molti segni, prodigi e miracoli sui quali la scienza si dichiara incapace di dare spiegazioni. È il paradosso di un'epoca futile e di un'umanità cieca.
Dixan non lava meglio di Dash, multa dell'Antitrust
(Teleborsa) - La guerra tra colossi dei beni di consumo passa anche per i detersivi per lavatrice. Nel caso in esame, a sfidarsi davanti all'Antitrust sono state la tedesca Henkel e la statunitense Procter & Gamble. Quest'ultima ha chiesto all'Autorità garante della Concorrenza e dei mercati di accendere un faro sulla dicitura “Nuovo Dixan” - “Dixan Nuova formula” adottata lo scorso anno dalla rivale in quanto in realtà la formula chimica del detersivo contenuto nella confezione sarebbe rimasta invariata. Dito puntato anche sugli spot nei quali si afferma che il detersivo Dixan ha un'efficacia di pulizia superiore rispetto al “principale concorrente”, dove per “principale concorrente” si intende il Dash prodotto da P&G.
Dopo una serie di ricerche, l'Antitrust ha appurato che in effetti il Dixan in questione ha realmente una nuova formula, scagionando dunque il produttore. Ma solo su questo punto, perché nella realtà “tra detersivi Dixan e Dash vi è una sostanziale parità di efficacia in termini di risultati di lavaggio”. Dunque, Henkel dovrà pagare una multa di 50 mila euro per pratica commerciale scorretta perché, spiega l'Antitrust, il Codice del Consumo prevede che la pubblicità comparativa, per essere lecita, debba essere veritiera e oggettiva. Fine del dubbio amletico di moltissime casalinghe: Dixan non lava meglio di Dash, né viceversa.
martedì 29 aprile 2014 - 13:49 Ultimo agg.: 13:53 Link a questo post
Entra in vigore il 30 aprile il nuovo Regolamento sui mezzi aeromobili a pilotaggio remoto
Scatteranno da domani 30 aprile le nuove regole per volare con i droni. Entrerà infatti in vigore il nuovo Regolamento sui mezzi aeromobili a pilotaggio remoto (i cosiddetti APR), messo a punto dall’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC). Il documento distingue due tipologie di velivoli radiocomandati: quelli dedicati a scopi ricreativi e sportivi (denominati “aeromodelli”) e quelli per attività professionali e lavorative (gli APR, appunto). Il Regolamento prevede, tra l’altro, che il pilota di APR dovrà essere maggiorenne, dovrà frequentare un corso di addestramento (ottenendo una sorta di “patentino”) e il drone dovrà essere assicurato. Tra costruttori e operatori, non sono mancanti dubbi e qualche polemica. Un punto della situazione sarà fatto presto durante il “Roma Drone Expo&Show ”, il primo “salone aeronautico” sui droni in Italia, che si svolgerà a Roma dal 24 al 25 maggio. In quell’occasione, infatti, l’ENAC incontrerà ufficialmente tutta la “drone community” italiana per un primo confronto approfondito dopo l’entrata in vigore del Regolamento. Le aziende impegnate oggi in Italia nel settore degli APR sono circa 300-400, anche se il loro numero continua a crescere sull’onda del boom mondiale per questi velivoli radiocomandati. Difficile stimare il numero dei droni che volano attualmente nel nostro Paese: probabilmente sono già 400-500, soprattutto ad ala rotante ma anche ad ala fissa, da quelli più piccoli fino a macchine molto costose e complesse.
“E’ un settore in rapido sviluppo e con grandi potenzialità di crescita tecnologica, economica ed imprenditoriale”, spiega il giornalista Luciano Castro, ideatore e presidente del Roma Drone Expo&Show. “E’ per questo motivo che, per sabato 24 maggio, abbiamo voluto organizzare questo ‘faccia a faccia’ tra la drone community italiana e l’ing, Carmine Cifaldi, direttore Regolazione Navigabilità dell’ENAC, che consentirà di approfondire gli effetti che questo Regolamento avrà sull’intero comparto”. I droni vengono utilizzati per varie attività professionali in ambito civile, ad esempio nelle riprese tv e cinematografiche, nel controllo di grandi installazioni (reti elettriche, dighe, impianti industriali, ecc.), nel monitoraggio di terreni agricoli, di aree urbane o dell’ambiente. Numerosi anche gli impieghi per le attività istituzionali (come per le forze di polizia) e pure nel settore della ricerca scientifica e tecnologica.
Ecco 6 aziende high tech che guardano in alto Scatta l’obbligo di assicurare i droni Link a questo post
Massimo Grimellini
Prima di abbozzare un pensiero sui poliziotti che ieri, durante il congresso di un loro sindacato, hanno salutato con un’ovazione i tre colleghi che nel 2005 a Ferrara ammazzarono di botte il diciottenne Federico Aldrovandi senza un vero perché, provo a infilarmi nelle loro teste. Si sentono vittime, è chiaro. Come tutti, in questo strano Paese. Ce l’hanno con l’opinione comune che ha chiamato assassini i loro colleghi, anche se la sentenza definitiva sostiene che non avevano la volontà di uccidere. E ce l’hanno con i magistrati che hanno fatto scontare sei mesi di carcere ai condannati (gli altri tre anni della pena erano coperti dall’indulto), nonostante in casi analoghi non sia quasi mai accaduto. Il motore di quell’applauso è dunque il solito di tutte le ribellioni italiane: lo spirito di casta accerchiata. La legge di un branco che reclama per sé l’impunità, ragionando in modo non dissimile dalle bande di ultrà che fronteggia per le strade. Con l’aggravante che i poliziotti sono dipendenti dello Stato: non rappresentano una fazione, ma il garante delle regole del gioco. La sciagurata ovazione di ieri è il danno peggiore che potessero fare a se stessi. Non hanno soltanto mancato di rispetto a quel povero morto e ai suoi familiari. Hanno fornito un pretesto corposo alle prossime provocazioni che riceveranno nelle piazze. E nuovi argomenti a chi, fin dai tempi del G8 di Genova, li accusa a torto o a ragione di comportarsi come i cattivi, quelli da cui dovrebbero proteggerci, e di prendersela con i deboli, quelli che dovrebbero proteggere. Aldrovandi, la madre querela. Il sindacato di polizia rilancia: “Politica ipocrita, via ministro”
Patrizia Moretti: “Maccari sosteneva che la foto fosse un fotomontaggio. Io disgustata, le scuse non bastano”
La morte di Federico Aldrovandi è una ferita aperta. Fa ancora male. Il presidio del sindacato di polizia Coisp, ieri a Ferrara sotto il Comune dove lavora la madre del ragazzo, è stato come gettarci sopra sale. Ma il giorno dopo sono le parole di chi ha partecipato a quel sit in a far tornare la vicenda davanti ai magistrati di Ferrara, con la madre che querela il sindacato. Intanto, la città si prepara al presidio di solidarietà organizzato per domani sera.
Patrizia Moretti, mamma del ragazzo ucciso di botte durante un controllo di polizia nel 2005, ha detto basta a chi continua «a infangare la memoria di mio figlio». Non ci sta alle allusioni sulla foto del ragazzo che ha mostrato ieri in piazza. Fabio Anselmo, il suo avvocato, ha querelato per diffamazione il segretario Coisp Franco Maccari e l’ex senatore Alberto Balboni, giudicando intollerabile che insinuino che l’immagine di Federico morto sia stata modificata. Nella newsletter del Coisp, in verità, c’era scritto che quella foto «non fu ammessa al processo perché ritenuta non veritiera». Frasi comunque non passabili per Anselmo, che ha spiegato di aver anche querelato Balboni per aver «sostenuto, su estense.com, che la foto è falsa». Patrizia Moretti non ha usato giri di parole per respingere la solidarietà «ipocrita di Maccari che continua ad insultarmi». Ma il Coisp oggi ha rispedito «ai vari mittenti tutte le accuse ingiuste, infondate e strumentali rivolte ieri a gente che svolge il proprio lavoro e tiene fede al proprio ruolo» ha detto Maccari, accusando la politica di essere «ipocrita» e il ministro Cancellieri di «parlare a sproposito»:
«E’ ora che vada a casa». Il sindacato ha ribadito di non aver saputo che Patrizia Moretti lavorasse in Comune, e ha spiegato che con il presidio voleva sottolineare che i «colleghi condannati per colpa e solo per colpa non dovrebbero stare in carcere, considerato che è la stessa legge a stabilirlo». Una protesta, insomma, per la mancata concessione di pene alternative al carcere ai quattro condannati in via definitiva per eccesso colposo nell’omicidio colposo di Federico. Solo una, Monica Segatto, ha infatti ottenuto la detenzione domiciliare ai sensi della svuota-carceri, che la consente per pene non superiori ai 18 mesi.
Ma ieri, per Anselmo, non è stata la prima manifestazione del genere. La madre di Federico Aldrovandi ora infatti valuta anche una querela per stalking. Il suo legale sta mettendo insieme un dossier «perché è stata oggetto di attacchi ripetuti nel tempo chiaramente fortemente lesivi». Lei si sente «perseguitata» e il legale, che però ancora non parla di atti persecutori, ha spiegato che si tratta di una situazione che si sta ripetendo nel tempo. E poi caustico: «Se vogliono contestare contro il fatto che i colleghi non vengono scarcerati, non capisco perché invece di protestare contro i Palazzi di Giustizia vadano sotto le finestre di Patrizia».
Intanto Ferrara si prepara al sit in annunciato ieri e promosso per domani alle 18 in piazza Savonarola dagli amici di Federico. «Spero che ci siano anche uomini in divisa, il questore di Ferrara, le Autorità cittadine» ha detto Patrizia. E le istituzioni anche oggi il loro abbraccio non l’hanno fatto mancare: «Ieri in Aula tutti in piedi in solidarietà con Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi. Manifestazioni per lei siano solo d’affetto» è infatti la raccomandazione del presidente del Senato, Pietro Grasso. E i sindacati Siap e Funzionari Ps chiedono di «imparare dall’eredità morale che ci ha lasciato Antonio Manganelli: “Quella di saper chiedere scusa”». Caso Aldrovandi, dal pestaggio degli agenti alla sentenza
Era il 25 settembre 2005 quando quattro poliziotti lasciarono a terra senza vita il 18enne dopo un violento scontro fisico
È quasi mattina – quella del 25 settembre 2005 – quando l’ambulanza del pronto soccorso arriva al parco pubblico di Ferrara. La scena che si para davanti agli occhi del personale del 118 è impressionante: riverso a terra, privo di sensi, c’è un giovane, mani ammanettate dietro la schiena, lesioni ed echimosi ovunque. Inutile il tentativo di rianimazione, i soccorritori non possono fare altro che dichiarare la morte per arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale. È solo l’inizio di quello che diventerà il “caso Aldrovandi”: il corpo è di Federico, studente di 18 anni, che la sera precedente aveva deciso di tornare a casa a piedi dopo aver trascorso la serata in un locale di Bologna. Anni di indagini per ricostruire quella notte in cui incontrò i poliziotti della pattuglia “Alpha 4”, che lo lasciarono senza vita al termine di un violento scontro fisico. Lo scorso settembre, la Cassazione li ha condannati in via definitiva a tre anni e sei mesi di reclusione, oggi il Tribunale di sorveglianza ha confermato il carcere per Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri. Il quarto, Enzo Pontani, sarà giudicato a fine febbraio. Sono stati ritenuti responsabili di aver ucciso il ragazzo a botte, calci e manganellate e di aver cercato di depistare le ricerche nelle ore successive. UNA SENTENZA “STORICA”
Una sentenza “storica’’, ha esultato l’avvocato della famiglia Aldrovandi, Fabio Anselmo, che ha travolto un «tabù» e cioè «la possibilità di censurare e sanzionare un intervento di polizia violento e al di fuori del diritto». Ad avviso dei supremi giudici, era infatti da «escludere – come invece sostenevano i legali degli agenti - che la morte del ragazzo sia dovuta alla sindrome da “delirio eccitato” o alla assunzione di sostanze stupefacenti», in quanto, come accertato dalla perizia del massimo esperto di morti improvvise, il professor Di Thiene, l’esito letale era dovuto alla «pressione» esercitata dai poliziotti. La violenza usata «aveva fatto sì che il cuore venisse schiacciato», determinando «infiltrazione emorragica e la cessazione della conduzione dello stimolo elettrico dagli atri ai ventricoli». Inoltre, «lo stato ipossico in cui versava il giovane – si legge nella sentenza della Cassazione - era comunque riferibile alla condotta realizzata dagli agenti, i quali avevano tenuto schiacciato il corpo del ragazzo contro il terreno, con manovre idonee ad innescare una asfissia posizionale».
LA RICOSTRUZIONE DELLA NOTTATA
Per la Suprema Corte, «lo stato di agitazione in cui versava il ragazzo», che faceva confusione per strada, da solo, in viaVelodromo, «avrebbe imposto un intervento di tipo dialogico e contenitivo». Invece i poliziotti «sferrarono numerosi colpi contro Aldrovandi, non curanti delle sue invocazioni di aiuto» e la «serie di colpi proseguì anche quando il ragazzo era stato fisicamente sopraffatto e quindi reso certamente inoffensivo». «Segatto lo colpiva alle gambe con il manganello, Pontani e Forlani lo tenevano schiacciato a terra, mentre Pollastri lo continuava a percuotere», ha ricordato la Cassazione sottolineando che gli agenti «posero in essere una violenta azione repressiva nei confronti di un ragazzo che si trovava da solo, in stato di visibile alterazione psicofisica». E sono andati ben oltre l’impiego lecito dei «mezzi di coazione fisica consentiti dall’ordinamento per vincere una resistenza all’Autorità».
I quattro hanno tenuto «condotte specificamente incaute e drammaticamente lesive» e la «consapevolezza di agire in cooperazione imponeva a ciascuno di interrogarsi sull’azione dei colleghi, se del caso agendo per regolarla, moderandola». Invece la «reciproca vigilanza è mancata», il pestaggio è continuato «senza dissenso da parte di alcuno, sino all’arrivo dei Carabinieri e del personale di soccorso». Pessimo, poi, il «comportamento processuale» degli imputati che hanno «anche omesso di fornire un contributo di verità al processo da reputarsi doveroso per due pubblici ufficiali». Link a questo post
Con 80 euro spesa per 2 settimane» Picierno nel mirino di Twitter
Critiche alla capolista Pd alle europee: «Vada a lavorare al supermercato» Ma c’è chi la difende: «Primo segnale positivo nelle tasche degli italiani»
«È meglio che Pina #Picierno chieda consigli sui prezzi a #IvaZanicchi, lei è “forte” dell’esperienza a #OkEIlPrezzoEGiusto #80euro #Renzi» scrive su Twitter Giuseppe Lavore. E Cocapolitik attacca: «”Con #80euro spesa x 2 settimane”. Anziché capolista a #ElezioniEuropee, manderei la #Picierno a lavorare in un supermercato...così capisce!». Fino all’(ironica) proposta di gino montano «#Picierno subito ministro dell’economia al posto di #Padoan, con #80euro fa la spesa per 15 gg. #DioPerdonala ! #M5S #vinciamonoi!». Nel mirino dei social network è finita Pina Picierno, capolista del Partito democratico alle prossime elezioni europee, circoscrizione Italia meridionale. «Incriminate» le parole pronunciate la scorsa settimana, il 23 aprile, nel corso di un’intervista al canale tv di Fanpage.it, a proposito del bonus Irpef da 80 euro per lavoratori dipendenti e assimilati, voluto dal governo Renzi, in busta paga a fine maggio. «Chi dice che è troppo poco non conosce evidentemente le condizioni reali della vita delle persone, perché 80 euro al mese significa poter andare a mangiare due volte fuori, significa poter fare la spesa per due settimane, significa insomma assicurare un po’ d’ossigeno alle famiglie italiane» dice Picierno nell’intervista.
VIDEO : Bufera sulla Picierno: «Con 80 euro fa la spesa per due settimane? Mi chiami»
A non andare giù agli utenti di Twitter e Facebook è stata soprattutto la frase sulla spesa. Lo nota la stessa candidata pd, tanto che è lei stessa a tornare sulla questione. «Ok, la polemica odierna è se 80 euro bastano (o no) ad un italiano per fare la spesa 2 settimane. Mi pare comunque un passo avanti. Prima la chiamavano elemosina» scrive lunedì su Twitter. E martedì mattina lo stesso post appare su Facebook. Dove però le critiche continuano. «A parte che non saranno 80 euro reali, a parte che per dare questi 80 euro toglie le detrazioni, a parte che chi non ha reddito per niente, e sono milioni, non percepisce niente, di che vogliamo parlare? È solo becera campagna elettorale di stile berlusconiano e gli italioti fessi continuano ad abboccare. SVEGLIATEVI» risponde tra gli altri l’utente Lamberto Zingarini. I difensori
Sebbene la maggioranza delle voci siano critiche, non mancano tuttavia i difensori della Picierno. Pareri discordanti che riflettono, pure via social network, quanto sia delicato il dibattito tra chi considera la misura del governo Renzi «propaganda» e chi invece pensa che 80 euro al mese siano realmente utili a molte famiglie in difficoltà. Tra questi ultimi, Vincenzo Orabona, che su Facebook commenta: «Sarà anche vero che 80 euro non sono sufficienti, ce ne vorrebbero 800 al mese in più per cambiare le cose, ma non possiamo non riconoscere che questa è la prima volta che si dà un segnale nelle tasche degli italiani positivo e non negativo, poi è chiaro che attendiamo altri segnali ma dobbiamo dare tempo al tempo e giudicare alla fine del percorso, non essere prevenuti». Oppure c’è chi semplicemente fa i conti o confronti con il passato. Come Erre Ci che, pur prendendo le distanze, testimonia: «Lungi da me voler difendere la #Picierno, ma dal Garigliano in giù con #80euro ci si riesce a mangiare per un paio di settimane, confermo». O come Susy Pasquariello, che scrive: «Ma quando Berlusconi vi ha dato 80€ ogni 2 mesi con la social card allora avete urlato al grande uomo. Ora 80 al mese non vi bastano e quella non era elemosina e poi fare la spesa con quella carta tanto x far sapere agli altri i ca*** vostri vi andava bene. Ma x piacere se dovete lamentarvi fatelo con cognizione».
La prova del carrello con ottanta euro? Quasi quasi mangio per due settimane Corriere della sera
Con un occhio alle promozioni è possibile restare nel bugdet di Renzi. Sempre che la famiglia non sia numerosa e si abbia abilità nell'assemblare i prodotti
Pina Picierno dice che con ottanta euro è possibile pagare la spesa per due settimane e diventa subito il bersaglio della Rete. In realtà se la deputata del Pd (capolista al Sud per le Europee) avesse fatto qualche premessa, (di quanti componenti è la famiglia che beneficia del bonus? Quali sono gli standard alimentari che si vogliono assicurare? Di quali abilità dispone chi mette le pietanze in tavola?) sarebbe uscita indenne da questa prova (o almeno meno ammaccata). Perché a ben vedere - volantini dei supermercati in mano e un occhio attento alle promozioni - è possibile restare nella cifra erogata da Renzi. Colazione, pranzo e cena per due settimane, per una famiglia di tre persone: allora cimentiamoci e fiondiamoci al supermercato. C'è da stare stretti, anzi strettissimi, occorre dirlo subito. Non solo senza scialo e spasmodicamente attenti al cent, ma anche senza concederci tanti prodotti di marca (qualcuno, però, sì) per restare nel budget Così facendo riferimento ai volantini di due primari supermercati (Lidl e Conad) ecco cosa, alla fine, riusciamo a mettere nel carrello in cambio dei governativi ottanta euro. Non è una spesa completissima, né è quella che ci fa fare ogni giorno l'acqualina in bocca, ma ci permette di mettere in tavola qualcosa di gustoso per due settimane. Soprattutto se abbiamo qualche abilità nell'assembleare i prodotti. Borse pronte, carrello lanciato tra gli scaffali, volantini stretti in mano: ecco cosa abbiamo acquistato.
COLAZIONE Sei buste di latte da un litro Milbona parzialmente scremato= 1,95 Due confezioni di fette biscottate Certossa= 1,80 Caffè Kimbo (Aroma Napoli), o Segafredo 2 da 250 gr= 3 Succhi Zuegg, 6 pezzi: 2 euro Due confezioni di pane bianco Conad=1,50 Marmellata Zuegg: 2
PRANZO E CENA Sei pacchi di pasta Combino: 3 Riso Gallo: 2 Cappelletti con crudo Conad (2 conf da 250gr): 3,20 Sei passate pomodoro vellutata Valfrutta: 4,08 Hamburger bovino adulto (1kg) : 5,90 Costolette di suino (1/2 chilo): 2,50 Salsiccia di suino (1 chilo): 4 Cosce di pollo (1 chilo): 3 Trota salmonata (1 chilo): 4,90 Branzino da allevamento (1 chilo): 6 Merluzzo congelato (1/2 chilo): 1,6 Mozzarella Santa Lucia (3 da 125gr): 2 Ricottine Granarolo: 1,o4 Uova confezione da 6: 1 Minestrone surgelato (1 chilo): 1,60 Confezione dado Star: 0.85 Mais Bonduelle (tre confezioni): 1,90 Formaggio grattuggiato (conf da 100 gr): 1,20 Purè di patate (2 confezioni): 2 Tre lattughe romane fresche: 3 Tre buste di insalata mista Bonduelle: 3 Acqua naturale Sant'Anna (6 bott): 1,50 Acqua frizzante San Benedetto (6 bott): 1,80 Olio extravergine Pietro Corrigelli: 3,40
Arance (rete da 1,5chili): 2 Mele Val venosta (1 kg): 1,4
TOTALE 80, 12 euro
Internet, disponibile il nuovo dominio «.london»
LONDRA - È disponibile da oggi, per chi vuole sfruttare il 'brand' di Londra, il nuovo dominio '.London'. I siti che registrano gli indirizzi web hanno già raccolto l'interesse ad utilizzarlo da parte di 50 mila fra privati e aziende, come si legge in un comunicato di London and Partners, l'ente per la promozione della capitale britannica. Nei primi tre mesi la priorità della registrazione per il nuovo dominio verrà assicurata alle aziende, istituzioni e agli abitanti di Londra. «Siamo sicuri che questa iniziativa sarà un grande successo per la città», ha commentato Kit Malthouse, presidente di London and Partners.
martedì 29 aprile 2014 - 16:55 Ultimo agg.: 17:05 Link a questo post
Nessun rinvio per il Toro Esplode la rabbia dei tifosi
La Lega Calcio conferma: a Verona nell’anniversario di Superga
Eloquenti le parole dello striscione che campeggiava domenica in Curva Maratona, durante il match tra Torino e Udinese. «4 maggio 1949, tutto il mondo li ricorda con ammirazione, tranne la nostra Federazione». Il riferimento non solo alle tifoserie (per ultima quella del Benfica in occasione del match contro la Juventus) che hanno omaggiato gli Invincibili, ma soprattutto alla Lega di serie A. Come se, in qualche modo, quanto avvenuto ieri durante l’Assemblea a Milano fosse già stato messo in preventivo. Nessuno spostamento, nessun anticipo né posticipo. Chievo-Torino si giocherà alle 15 del 4 maggio, anniversario della tragedia di Superga, momento toccante e di grande partecipazione per ogni granata che si rispetti. Giornata della memoria, del ricordo ma anche della speranza. Una cosa è certa: il 4 maggio Torino e tifosi non potranno essere contemporaneamente al colle di Superga per abbracciare metaforicamente Valentino Mazzola e gli altri Invincibili ed è evidente che quanti arriveranno a Torino da ogni parte d’Italia, approfittando del fatto che la ricorrenza cada in un giorno non lavorativo, saranno privati di un momento toccante, come la lettura dei nomi dei Caduti da parte del capitano della squadra.
Andrea Voltolini, rappresentante dei tifosi nel CdA della Fondazione Filadelfia e Presidente del Comitato Dignità Granata, una delle associazioni presenti nel Collegio dei Fondatori della Fondazione, la pensa così: «In un calcio dominato dalle televisioni, evidentemente non è la Lega a comandare. Il Toro avrebbe potuto giocare lunedì, al posto della partita tra Lazio e Verona. Forse le televisioni non considerano un momento come il 4 maggio importante, non più dell’audience. Avrei voluto Glik a leggere i nomi dei caduti, sarà per il prossimo anno. Spero che il Toro onori sul campo il Grande Torino e che il capitano possa segnare anche un gol per gli Invincibili». Il segretario del Toro Club Piscina Granata, Angelo Risso, è piuttosto contrariato: «La reputo una vera e propria presa in giro da parte della Lega, specie di Beretta che afferma che non ci possono essere cambiamenti per via della contemporaneità. Il Sassuolo giocherà martedì, la Lazio lunedì, entrambe in corsa per gli stessi obiettivi di Chievo e Torino. La partita o la salita a Superga? Sono molto combattuto. Generalmente vado a Superga per commemorare il Grande Torino, non per la squadra. Potrei andare al mattino ad onorarli e poi vedrò la partita: è anche un momento privato».
I Fedelissimi granata
Ogni settimana macinano chilometri e chilometri, partendo da Pesaro. Sono i Fedelissimi Granata, il cui presidente Mario Patrignani, è arrabbiato per la decisione e indeciso sul da farsi: «Quanto accaduto significa non avere rispetto per la storia di una società ma anche per la storia italiana. Un vero e proprio scempio che non riusciamo ad accettare. Da 40 anni vado a Superga alla messa delle 17, non ho mai mancato un appuntamento. Dopo anni bui il Toro va a Verona a giocarsi l’Europa ed è un peccato non poter guardare quella partita. Deciderò all’ultimo, ma siamo idealisti e di sicuro non abbandoneremo Superga. Del resto senza Superga il Toro non esisterebbe».
Tifosi comuni indignati e furibondi, ma anche vip che non le mandano a dire. La parola «vergogna» è quella più gettonata sui social network, da Facebook a Twitter. Come due uomini di spettacolo, Piero Chiambretti e Jimmy Ghione. Il primo ha cinguettato proprio la parola «Vergogna», l’inviato di Striscia la Notizia, sempre su Twitter, ha invece reagito alla decisione della Lega scrivendo: «Un ricordo troppo forte per persone deboli!!!». Tutti d’accordo nel ritenere una mancanza di delicatezza il mancato rinvio. Link a questo post
Can che abbaia... è colpevole solo se disturba un numero indeterminato di persone
La rilevanza penale della condotta produttiva di rumori, censurati come fonte di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, richiede l’incidenza sulla tranquillità pubblica, pur se poi a lamentarsene sia solo una persona. E’ questo il principio ammesso dalla Cassazione nella sentenza 6685/14, in cui accoglie il ricorso di una coppia foggiana condannata per aver causato disturbo ai vicini di casa a causa dei latrati diurni e notturni del proprio cane. La coppia viene accusata, ai sensi dell’art. 659 c.p., di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone e congiuntamente, ex art. 672 c.p., di omessa custodia e malgoverno di animali, perché aveva disturbato ripetutamente la quiete dei vicini di casa.
In Cassazione la coppia nega l’attitudine della condotta omissiva ad arrecare nocumento alla pubblica quiete, perché l’abitazione degli imputati e delle parti civili erano situate in aperta campagna, conseguentemente lamenta l’erronea applicazione della legge penale, nel caso di specie dell’art. 672 c.p., perché trattasi di fattispecie depenalizzata. Gli ermellini accolgono il ricorso, ritenendo che la rilevanza penale della condotta produttiva di rumori, censurati come fonte di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, richiede l’incidenza sulla tranquillità pubblica, in quanto l’interesse tutelato del legislatore è la pubblica quiete. Infatti, secondo precedente orientamento (vedi sentenza n. 47298/11) i rumori devono avere una diffusività tale che l’evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone, pur se poi concretamente solo taluna se ne lamenti.
Mediaset España sfida i giudici Lo spot anti-chiusura è un caso
Due dei dieci canali della società controllata da Berlusconi dovranno chiudere. A stabilirlo la Corte Suprema. Fa discutere il video anti-sentenza: non rispettoso
Mediaset España, lo spot al centro delle polemiche

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 SENTENZA 
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 art. 672
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