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Timestamp: 2019-12-07 03:47:48+00:00

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Comunicato numero 90. Il Vangelo secondo San Giovanni. Parte prima
Stimati Associati e gentili Sostenitori, grazie a Dio oggi studieremo la prima parte de «Il Vangelo secondo San Giovanni». L’opera utilizzata è la rigorosa «Vita di Gesù Cristo» dell’Abate Giuseppe Ricciotti, Imprimatur 1940, 7a Edizione, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
• § 155. I tre Vangeli sinottici non contengono alcuna designazione diretta dei propri autori; al contrario nel IV Vangelo, unico non sinottico, siffatta designazione è contenuta, sebbene in maniera velata, dicendosi alla fine dello scritto: «Costui è il discepolo che testimonia circa queste cose e scrisse queste cose» (Giovanni, 21, 24); nella quale proposizione il pronome costui si riferisce a un discepolo che Gesù amava, e di cui si è trattato poco prima (21, 10). Questa dichiarazione conclusiva di tutto il libro, se non è una palese firma dell’autore, ne è come una velata sigla. Come interpretare questa sigla? Chi è l’anonimo discepolo che Gesù amava? La stessa designazione affettiva ritorna altre volte (13, 23; 19, 26; 20, 2; 21, 7.20), ma solo da quando la biografia di Gesù volge alla conclusione entrando nel periodo più tragico e più patetico, cioè dall’ultima cena in poi (13, 23): prima di questo periodo, quella designazione affettiva non compare. Ma compare un discepolo di Gesù, egualmente innominato, che è tra i primi a seguire Gesù, e che passa a lui, dopo essere stato alla sequela di Giovanni il Battista, insieme con Andrea di Bethsaida, fratello di Simone Pietro (1, 35-44). Compare anche nel processo di Gesù un innominato discepolo il quale, essendo conosciuto dal sommo sacerdote, si serve di questa conoscenza per far entrare Simone Pietro nell’atrio del sommo sacerdote (18, 15-16). Ora, questo discepolo anonimo e il discepolo che Gesù amava sono in realtà una sola e identica persona. Dai Sinottici, infatti, apprendiamo che i discepoli prediletti da Gesù erano gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni: dunque, ragionevolmente, fra questi tre deve stare il discepolo che Gesù amava. Ma costui certamente non è Pietro, il quale più d’una volta è nettamente distinto dal nostro ricercato (13, 23-24; 18, 15; 20, 2; ecc.); ma neppure è Giacomo, per le seguenti ragioni. Il Giacomo in questione è Giacomo il Maggiore, che aveva per padre Zebedeo e per madre Salome, ed era perciò fratello dell’apostolo Giovanni: essendo questi due fratelli nativi di Bethsaida, si comprende facilmente che fossero amici degli altri due fratelli Andrea e Simone Pietro, ch’erano della stessa borgata (1, 35-44; cfr. Marco, 1, 16-20). Senonché questo Giacomo fu ucciso da Erode Agrippa I assai presto (Atti, 12, 2), nell’anno 44, quando nessuno dei nostri Vangeli era scritto, tanto meno dunque il IV e ultimo, che è appunto attribuito al prediletto discepolo che ricerchiamo. Costui dunque deve essere l’altro fratello, cioè l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo. Vari rilievi confermano questa conclusione. L’amicizia particolare che esisteva fra i compaesani Simone Pietro e Giovanni di Zebedeo, esisteva anche fra Simone Pietro e il discepolo che Gesù amava (13, 24-26; 18, 15-16; 20, 2 segg.; 21,7. 20 segg.). Inoltre mentre Simone Pietro è nominato in questo Vangelo ben una quarantina di volte, e spesso anche altri Apostoli, soltanto i fratelli Giacomo e Giovanni non vi sono giammai nominati, e solo una volta vi sono designati appellativamente come quelli di Zebedeo (21, 2); perché mai questa ignoranza, se specialmente Giovanni risulta dagli Atti come persona di somma autorità, e dallo stesso Paolo è ricordato subito dopo Pietro come una delle colonne della Chiesa (Galati, 2, 9)? È dunque un’ignoranza fittizia, dettata da modestia: è un riserbo simile a quello per cui Marco, «interprete» di Pietro, omette volentieri nel suo Vangelo i fatti onorifici a Pietro (§ 134). Si vedrà in seguito se, ai caratteri dell’autore così svelato, corrispondano le qualità interne dello scritto. Adesso, invece, ascoltiamo che cosa l’antica tradizione dice di lui.
• § 156. Ai piedi della croce di Gesù, insieme con Maria madre di lui, stava Giovanni, e da quell’ora la prese il discepolo in (casa) sua (Giov., 19, 27). Dopo la Pentecoste, Giovanni appare a fianco a Pietro in Gerusalemme (Atti, 3, 1 segg.) e poi in Samaria (ivi, 8, 14). Recandosi Paolo nell’anno 49 a Gerusalemme, per partecipare al concilio apostolico, vi trova Giovanni (Gal., 2, 9; cfr. Atti, 15, 1 segg.). Dopo ciò il custode della madre di Gesù non compare più in Palestina; probabilmente ne era partito prima dell’anno 58, allorché tornando Paolo a Gerusalemme non si fa menzione di Giovanni (Atti, 21, 15 segg.). La successiva tradizione addita Giovanni in Asia Minore, ad Efeso, sul finire del secolo I. Durante la persecuzione, mossa insieme contro giudei e cristiani da Domiziano negli ultimi due anni del suo impero (anni 81-96), Giovanni fu relegato nell’isola di Patmos, ove scrisse l’Apocalisse. Morto Domiziano, tornò ad Efeso, ove visse durante l’impero di Nerva (anni 96-98) e una parte di quello di Traiano; morì vecchissimo, forse nell’anno settimo di Traiano, cioè nel 104, di morte naturale. La sua tomba era venerata ad Efeso. Su questo fondo costante della tradizione si sovrapposero ben presto leggende e amplificazioni, favorite certo da quell’aura d’arcano prodigio che doveva aver circonfuso, già nella sua longevità, colui ch’era stato il prediletto amico di Gesù e il suo spirituale biografo. Una traccia di siffatte leggende si ritrova in fondo allo stesso Vangelo, ove sta scritto: «Uscì pertanto tra i fratelli questa parola “Quel discepolo non muore”. Tuttavia Gesù non gli disse “Non muore”, bensì “Se io voglio ch’egli rimanga finché io vengo, che importa a te (Pietro)?» (21, 23). Dunque, fra gli ammiratori del vegliardo erano alcuni i quali credevano ch’egli, non tocco da morte, sarebbe rimasto unico superstite dei discepoli di Gesù fino alla nuova venuta gloriosa di Lui: credenza pia ed affettuosa, ma che lo scrittore provvede a dissipare. Recentemente invece, si è fatto il tentativo inverso, essendosi ordita una regolare congiura per far morire Giovanni prima del tempo; alcuni studiosi, infatti, hanno supposto che egli sia stato ucciso nel 44 insieme con suo fratello Giacomo, o almeno in un anno imprecisato di poco posteriore. Questa sconcertante ipotesi, che merita appena d’esser presa in speciale considerazione, adduce come prove un passo evangelico interpretato arbitrariamente e un paio di testi incertissimi e tardivi, mentre a cuor leggiero respinge una congerie di testimonianze nettissime ed antiche; ma quei testi sono in realtà dei pretesti, mentre il vero motivo dell’ipotesi è di rendere impossibile l’attribuzione del IV Vangelo a Giovanni l’apostolo. [Abbiamo omesso di citare la lunga nota 1 alle pagine 164 e 165. L’Abate Ricciotti contrappone «la maestosa autorità delle prove» date dalla Chiesa, ai «miserabili frustoli di prove» addotte dai moderni. Conclude che la loro «tesi era già pregiudicata, prima e indipendentemente dalle (pretese nuove) prove storiche», ndR]
• § 157. Ecco pertanto le più antiche attestazioni circa la presenza di Giovanni ed il suo Vangelo. Anche qui primo in ordine di tempo è Papia (§ 114), sebbene la sua testimonianza questa volta sia più indiretta del solito e soltanto riassunta. (...) La notizia che il Vangelo fu pubblicato da Giovanni adhuc in corpore constituto, mentre smentisce, a morte avvenuta, la leggenda del-l’immortalità di Giovanni, vuole rilevare che lo scritto non fu pubblicato postumo, come forse si potrebbe erroneamente concludere dalla sua finale (21, 23-24). Verso l’anno 180 Ireneo, dopo aver parlato dei tre primi Vangeli, soggiunse: «Quindi Giovanni, il discepolo del Signore, quello che riposò pure sul petto di lui, anch’egli pubblicò il Vangelo, dimorando in Efeso d’Asia» (Adv. hær., III, 1, 1; testo greco in Eusebio, Hist. eccl., V, 8, 4). Non vi può esser ragionevole dubbio che per Ireneo questo Giovanni, discepolo del Signore, sia l’Apostolo che nell’ultima cena riposò sul petto di Gesù (Giov., 13, 23); ma il valore singolare d’Ireneo come testimonio su tale questione è dato dalla circostanza che egli da giovanetto, in Asia Minore, era stato uditore di Policarpo di Smirne, morto quasi novantenne nel 155, il quale a sua volta era stato uditore di Giovanni: cosicché da Ireneo si risale a Giovanni per il solo intermediario di Policarpo.
• § 158. Ma qui è da accennare ad una celebre questione, suscitata da un passo di Papia e dal commento che vi aggiunge Eusebio nel riportare il passo: cioè, se Ireneo non abbia confuso l’apostolo Giovanni con un suo omonimo. Papia dunque, volendo a principio del suo scritto manifestare la provenienza dei suoi insegnamenti, così si esprime: «Se mai fosse venuto taluno ch’era stato al seguito dei presbiteri (o anziani), io interrogavo sui detti dei presbiteri, che cosa Andrea o che cosa Pietro disse, o che cosa Filippo, o che cosa Tommaso o Giacomo, o che cosa Giovanni o Matteo, o alcun altro dei discepoli del Signore, inoltre quelle cose che Aristione e il presbitero Giovanni, discepoli del Signore, dicono». Alla quale citazione di Papia (tradotta con fedeltà meticolosa) Eusebio fa seguire questo commento: «Qui è anche opportuno rilevare che egli due volte enumera il nome di Giovanni, il primo dei quali egli cataloga insieme con Pietro e Giacomo e Matteo e gli altri apostoli, mostrando apertamente (che è) l’evangelista: invece l’altro Giovanni egli colloca - facendo una distinzione nel ragionamento - tra gli altri fuor del numero degli apostoli, mettendo avanti a lui Aristione e apertamente chiamandolo presbitero. Cosicché, pure da tali cose, è dimostrata vera l’informazione di coloro che hanno detto esservi stati due omonimi in Asia ed esistere in Efeso due tombe, dette anche adesso ambedue di Giovanni. È anche necessario fare attenzione a queste cose, poiché se taluno non ammette che sia stato il primo, è verosimile che sia stato il secondo, colui che ha contemplato l’Apocalisse che va in giro sotto il nome di Giovanni» (Hist. eccl., III, 39, 4-6); di qui Eusebio conclude che Ireneo, affermando che Papia è stato l’uditore di Giovanni e compagno di Policarpo, abbia scambiato Giovanni il Presbitero con Giovanni l’apostolo (ivi, 1-2). Infinite sono state le discussioni su questi testi, a cominciar da quella sull’esattezza della loro trasmissione. Prima di Eusebio, a quanto ci risulta, nessuno pensò all’esistenza di due Giovanni, salvo Dionisio d’Alessandria a mezzo il secolo III; il quale tuttavia attribuisce il Vangelo all’Apostolo e non al Presbitero (ivi, VII, 25, 7-16), come del resto fa pure Eusebio. Cedendo alla prima impressione che fanno le nude parole di Papia, verrebbe certo spontanea la distinzione di due Giovanni: ma questa prima impressione potrebbe anche esser fallace, per varie ragioni che sarebbe qui fuor di luogo ricordare. Ad ogni modo, anche se si preferisce distinguere due Giovanni, l’attribuzione del Vangelo a Giovanni l’apostolo non resta minimamente pregiudicata, come appare già dall’opinione di Dionisio e di Eusebio, il quale ultimo aveva sott’occhio l’intero scritto di Papia. Quand’anche si dimostrasse con certezza che Ireneo abbia confuso due Giovanni diversi, altrettanto non si potrebbe davvero dire di Policarpo ch’era stato in relazioni personali con Giovanni; come d’altra parte all’apostolo Giovanni, indipendentemente dall’esistenza di un altro Giovanni, è attribuito il Vangelo dalle attestazioni di altre chiese d’Asia e d’Occidente, le quali - checché si sia congetturato recentemente - non sono in alcuna maniera sotto l’influenza di Ireneo.
• § 159. Non è sotto tale influenza la testimonianza di Policrate che, non solo era vescovo di Efeso e scriveva a nome di altri vescovi d’Asia, ma era egli stesso l’ottavo vescovo di sua famiglia, e perciò erede di antiche tradizioni. Egli dunque, scrivendo al papa Vittore in Roma (anni 189-199), ricorda Giovanni, quello che riposò sul petto del Signore, che fu sacerdote portante il «pètalon», e martire e maestro: costui s’addormentò in Efeso (in Eusebio, Hist. eccl., V, 24, 3). L’accenno al pètalon è un’applicazione simbolica della veste liturgica riservata nell’Antico Testamento al sommo sacerdote (cfr. Esodo, 28, 36; 39, 30); il resto è chiaro, anche il termine martire impiegato in senso largo, come già accennammo (§ 156, «martirio soltanto morale di dolori», ndR) e come è confermato dal seguente s’addormentò. Veramente si è asserito che anche Policrate abbia confuso i due Giovanni, ma l’asserzione non è stata in alcun modo provata. In Occidente, la tradizione della chiesa di Roma è rappresentata specialmente dal Frammento Muratoriano (§ 136), che sul IV Vangelo si diffonde più che sugli altri scritti. Eccone il passo relativo, corretto anche questa volta dagli errori più grossolani: «Quantum evangeliorum Johannis ex discipulis. Cohortantibus condiscipulis et episcopis suis dixit: Conieiunate mihi hoc triduo, et quid cuique fuerit revelatum, alterutrum nobis enarremus. Eadem nocte revelatum Andreæ ex apostolis, ut recognoscentibus cunctis Johannes suo nomine cuncta describeret. Et ideo, licet varia singulis evangeliorum libris principia doceantur, nihil tamen differt credentium fidei, cum uno ac principali Spiritu declarata sint in omnibus omnia ... Quid ergo mirum, si Johannes tam constanter singula etiam in epistulis suis profert, dicens in semetipsum “Quæ vidimus oculis nostris, et auribus audivimus, et manus nostræ palpaverunt, hæc scripsimus vobis” (cfr. I Giov., 1, 1)? Sic enim non solum visorem se et auditorem, sed et scriptorem omnium mirabilium Domini per ordinem profitetur». In questa testimonianza si ritrovano elementi certo leggendari - come il patto fra Giovanni e i discepoli, e l’apparizione ad Andrea - che fantasticano forse sui dati di Giov., 21, 24; ma vi si ritrova anche una chiara preoccupazione polemica, per cui questo tratto riguardante il IV Vangelo si estende ad una straordinaria lunghezza (che noi abbiamo anche accorciata). Senza dubbio tale polemica era diretta contro i rimasugli della scuola del prete romano Caio, il quale, per opporsi ai Montanisti che si facevano forti soprattutto del IV Vangelo, l’aveva respinto; ai seguaci di Caio fu perciò dato l’appellativo di Alogi, cioè privi di “logos”, giacché il IV Vangelo è appunto il Vangelo del Logos divino, ma l’appellativo valeva anche in senso non teologico come privi di ragione, cioè del logos umano.
• § 160. L’Egitto è rappresentato da Clemente Alessandrino; il quale, immediatamente appresso all’ultimo suo tratto che citammo a proposito del Vangelo di Marco (§ 130) aggiunge: «Ultimo, pertanto, è Giovanni: vedendo che negli evangeli (precedenti) erano state manifestate le cose corporee, spinto dagli amici, divinamente portato dallo Spirito produsse un Vangelo spirituale» (in Eusebio, Hist. eccl., VI, 14, 7). Anche in questa affermazione Clemente, più che parlare del proprio, riporta la tradizione degli antichi presbiteri a cui si appella (ivi, 5); d’altra parte egli concorda col Frammento Muratoriano, almeno genericamente, ritenendo che Giovanni scrisse per esortazione altrui: né si può dubitare che il Giovanni di Clemente sia l’apostolo, come è dimostrato fra altro dall’episodio del giovane pervertitosi e poi convertito da Giovanni, che Clemente narra nel «Quis dives salvetur», 42, e ch’è riportato da Eusebio (Hist. eccl., III, 23, 6 segg.). L’appellativo di Vangelo spirituale, in contrapposto a corporeo, risente della nota distinzione antropologica (corpo, anima, spirito) comune nell’ellenismo, ma coglie nel segno nel definire l’indole del IV Vangelo, e perciò trovò molta fortuna in seguito. Le testimonianze fin qui viste sono le principali, ma non tutte, dei primi due secoli; sarebbe pertanto inutile scendere lungo il secolo III, perché nessuno nega che già alla fine del II secolo Giovanni l’apostolo fosse ritenuto concordemente quale autore del IV Vangelo. Inoltre oggi sarebbe anche inutile elencare le varie tracce che di questo Vangelo si trovano già nella prima metà del secolo I, sia presso scrittori ortodossi, quali Ignazio d’Antiochia, Giustino martire e altri, sia presso i vari maestri della gnosi quali Valentino, Eracleone, ecc., e presso lo stesso Marcione; oggi la segnalazione di tali tracce sarebbe inutile, perché è dimostrato in maniera lampante che il IV Vangelo circolava in Egitto già verso l’anno 130. Oltre al papiro (Egerton), di cui già parlammo (§100) e che tradisce una indubbia dipendenza dal IV Vangelo, è stato pubblicato nel 1935 un frammento di papiro contenente tratti di questo Vangelo (C. H. Roberts, An unpublished fragment of the Fourth Gospel in the John Rylands Library, Manchester, 1935). Il frammento è minimo, di circa 8 centimetri, e contiene solo pochi versetti relativi al dialogo di Gesù con Pilato (cioè Giov., 18, 31-33 e 37-38), ma la sua incomparabile importanza è data dalla sua antichità: i più competenti specialisti mondiali, consultati in proposito, sono convenuti nell’attribuire il frammento alla prima metà del secolo II, e più probabilmente ai primi decenni di quella metà che agli ultimi: come media, quindi, può valere l’anno 130. È poi da notare che il frammento, che faceva parte d’un intero codex (non d’un volumen), proviene dall’Egitto certamente, sebbene non se ne conosca il luogo preciso: quindi, nel detto anno, l’Egitto già conosceva questo scritto composto in Asia Minore. Si sottragga pertanto dalla cifra 130 un numero d’anni proporzionato per permettere allo scritto nato in Asia di raggiungere l’Egitto, e di esservi ricopiato e diffuso, e si otterrà la data che la tradizione assegna all’origine del IV Vangelo, cioè la fine del secolo I. È bastato quel misero cencio di papiro per dissipare le aprioristiche elucubrazioni di quegli studiosi che avevano sentenziato non essere il IV Vangelo anteriore al 130, o al 150, o anche al 170: e non erano soltanto studiosi del secolo scorso, perché ancora nel 1933, quando cioè il papiro si trovava già in Europa benché inedito, il Loisy (La naissance du christianisme, pag. 59) affermava che il IV Vangelo aveva avuto due redazioni, di cui la prima e più antica cadeva fra gli anni 135-140 e la seconda fra il 150-160. (Lo scomunicato Alfred Loisy fu un famoso delirante modernista, ndR)
• § 161. Su un altro argomento importantissimo i nuovi ritrovamenti smentiscono giudizi arbitrari e tendenziosi. Per molti studiosi anche dei nostri giorni, il IV Vangelo è «un teorema teologico che conserva a mala pena le apparenze della storia» (Loisy); ossia, è uno scritto allegorico e simbolico, che si muove nel mondo delle astrazioni mistiche e che tutt’al più solo apparentemente inquadra le sue scene in una cornice geografica, non senza manifesti contrasti con la vera topografia. Come al solito, questa condanna è stata motivata soprattutto da preconcetti filosofici; ma, per giunta, coloro che l’hanno pronunziata sono studiosi da tavolino, ben pochi di essi hanno visitato accuratamente o anche fugacemente la Palestina, e tutti ad ogni modo danno ben poco peso all’archeologia e alla geografia storica. L’imprudenza è grave: tanto più che lo stesso Renan, che per primo ricorse a sopralluoghi geografici (benché a suo modo) per una biografia di Gesù, poté scrivere: «La trama storica del quarto Vangelo è, secondo me, la vita di Gesù qual era nota al gruppo accentrato attorno a Giovanni. Anzi, secondo la mia opinione, questa scuola sapeva diverse circostanze esteriori della vita del fondatore meglio del gruppo i cui ricordi hanno costituito i Vangeli sinottici». Ma, nonostante questa non sospetta ammonizione, si continuò ad affermare che l’autore del IV Vangelo era ignaro della topografia palestinese, al punto da non avere un’idea chiara neppure della situazione di Gerusalemme (quest’ultima affermazione è di un dilettante italiano, che non mette neppure conto di nominare). La verità è precisamente al contrario. L’autore del IV Vangelo dimostra una conoscenza topografica più accurata di quella dei Sinottici, e suole scendere in molte narrazioni a particolarità sorprendenti, che avrebbe potuto omettere del tutto senza che la narrazione ne risentisse; se non le ha omesse, è perché si sentiva ben sicuro del fatto suo. Almeno una decina sono le designazioni di luoghi palestinesi che appaiono soltanto nel IV Vangelo; di esse, non solo nessuna è stata dimostrata falsa, ma varie sono state dimostrate precise ed esatte contro ogni aspettativa. Citiamo, come esempio, due o tre casi. Prosegue la prossima settimana ...

References: § 155
 § 156
 § 157
 § 158
 § 159
 § 160
 § 161