Source: http://www.tuttostranieri.org/le-norme/sentenze/ordinanza-n-6959sius-del-28-marzo-2012-tribunale-di-sorveglianza-di-torino/
Timestamp: 2016-12-04 12:16:51+00:00

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REPUBBLICA ITALIANAIl Tribunale di Sorveglianza di Torino
1. – Con sentenza in data 7 marzo 2011 il Tribunale di Torino dichiarava ***** colpevole di tentato furto aggravato, lo condannava alla pena di anni uno di reclusione ed euro 160,00 di multa e (ritenutane la pericolosità sociale in considerazione della recidiva specifica, reiterata ed infraquinquennale, nonché della sua condizione di “clandestino” e della mancanza di fonti di reddito lecite) gli applicava la misura di sicurezza dell’espulsione dal territorio dello Stato ex art. 15, comma 1, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286.In previsione della fine dell’esecuzione della superiore pena detentiva (che terminerà il 4 ottobre 2012), il 24 novembre 2011 il Magistrato di Sorveglianza di Alessandria riesaminava la pericolosità sociale del ***** ex art. 679 c.p.p., la dichiarava attuale e disponeva l’espulsione del predetto dal territorio dello Stato.Avverso tale provvedimento ha proposto tempestiva impugnazione l’interessato, il quale ha invocato l’operatività nei suoi confronti del divieto di espulsione ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998, essendogli stato concesso asilo politico in Austria.Invitato a produrre la relativa documentazione, il ***** ha dichiarato di non poterlo fare, avendola smarrita a Torino.Il 9 febbraio 2012 la Questura di Alessandria ha comunicato che il soggetto risultava positivo presso il sistema EURODAC (riscontro delle impronte digitali a livello europeo) con un determinato codice identificativo emesso il 13 gennaio 2010 per domanda di asilo politico presentata in Austria.Inevase sono rimaste le richieste di informazioni indirizzate sin dal 21 febbraio 2012 alla competente Autorità amministrativa (Unità Dublino-Ministero degli Interni- Roma) per conoscere l’esito della superiore domanda di asilo politico (accoglimento o rigetto o attuale pendenza).
2.- L’impugnazione va rigettata.L’art. 19 d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 prevede al primo comma il divieto di espulsione nei confronti dello straniero che “possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali”: nei confronti, cioè, di quella categoria di soggetti considerati “rifugiati” ai sensi dell’art. 1 della Convenzione relativa allo status dei rifugiati firmata a Ginevra il 28 luglio 1951 (resa esecutiva in Italia con la l. 24 luglio 1954, n. 722) come modificato dall’art. 1 del Protocollo del 1967 relativo allo status dei rifugiati.Lo stesso art. 19, poi, al secondo comma prevede il divieto di espulsione per altre categorie di stranieri (minori, conviventi con parenti o con il coniuge di nazionalità italiana, donne in stato di gravidanza ecc.).Il divieto di espulsione previsto dal secondo comma dell’art. 19 cit. ha carattere assoluto perché:
il soggetto trovantesi in una delle situazioni ivi previste non può essere espulso verso nessun Paese straniero;ad esso (divieto), pertanto, consegue il diritto dello straniero a permanere nel territorio dello Stato italiano, il quale (diritto) viene a cessare solo con la caducazione della “situazione legittimante” ivi prevista (id est: con il raggiungimento della maggiore età, con la cessazione della convivenza con il parente o coniuge di cittadinanza italiana, con il termine della gravidanza ecc.).
il soggetto non può essere espulso soltanto verso determinati Stati stranieri (quello o quelli in cui potrebbe essere oggetto di persecuzione);in virtù di esso (divieto), pertanto, lo straniero non acquista alcun diritto a permanere nel territorio italiano [v. in tal senso la motivazione di Cass. civ., Sez. I, 09/04/2002, n. 5055, in Riv. dir. internaz., 2002, 797: “Altro è, di contro, l’istituto del divieto di respingimento od espulsione (art. 19 d.lgs. n. 286 del 1998), in base al quale in nessun caso l’espulso può essere inviato in uno Stato nel quale egli può patire persecuzioni: si tratta di una misura di protezione umanitaria ed a carattere negativo che non conferisce, di per sé, al beneficiario alcun titolo di soggiorno in Italia ma solo il diritto a non vedersi reimmesso in un contesto di elevato rischio personale”; negli stessi termini v. pure la motivazione di Cass. civ., Sez. I, 04/05/2004, n. 8423, in Gius, 2004, 3454];
Questa diversa natura (relativa l’una ed assoluta l’altra) dei due divieti di espulsione ex art. 19 d.lgs. 286/1998 si desume, anzitutto, dallo stesso tenore letterale della disposizione in esame, il cui primo comma (a differenza del secondo comma, che recita tout court: “non è consentita l’espulsione … nei confronti”) dice che l’espulsione od il respingimento “non può disporsi verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione”.Inoltre, se pure il divieto di espulsione ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998 avesse carattere assoluto, sarebbe ultronea e/o illogica codesta previsione “specifica e separata” riguardante i rifugiati perché sarebbe stata sufficiente la semplice inclusione anche degli stessi (rifugiati) nell’elencazione delle categorie di persone non soggette ad espulsione contenuta nell’art. 19, comma 2 [con l’aggiunta, per esempio, di una lettera e) nel testo di codesta elencazione].
Orbene!Se l’art. 20 cit. – da un lato – consente espressamente l’espulsione amministrativa del rifugiato per motivi di sicurezza nazionale nei casi di cui alle suindicate lettere a) e b) e se esso – dall’altro lato – anche rispetto a questi casi ribadisce l’operatività del divieto di espulsione stabilito in via generale per gli stessi rifugiati dall’art. 19, comma 1, d. lgs 286/1998, ciò presuppone necessariamente la “relatività” di tale divieto: col suo richiamo, più esattamente, l’art. 20 d.lgs. 251/2007 ha voluto precisare che il nostro legislatore non si è avvalso della possibilità concessagli dall’art. 33, comma 2, della Convenzione di Ginevra del 1951 e che, quindi, anche l’espulsione amministrativa del rifugiato per motivi di sicurezza nazionale ivi prevista (come tutti gli altri tipi di espulsioni – amministrative o giudiziali – eventualmente riguardanti soggetti aventi lo status di rifugiato: quali ad esempio quelle ex art. 13, comma 7, art. 15, comma 1, art. 16, commi 1 e 5, d.lgs. 286/1998) è consentita solo verso Paesi stranieri in cui il soggetto non sia esposto a rischio di persecuzione.Opinare diversamente (assegnare, cioè, carattere assoluto al divieto ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998), infatti, significherebbe “svuotare” il contenuto dell’art. 20 d.lgs. 251/2007, il quale nei confronti del rifugiato finirebbe con il prevedere al tempo stesso la possibilità di espellerlo [nei casi di cui alle lettere a) e b)] e … l’impossibilità di espellerlo (per effetto della confermata operatività del divieto ex art. 19 d.lgs. 286/1998 pure rispetto a codesti casi di espulsione).
3. – Tanto precisato in via generale, si osserva adesso che nella fattispecie sub iudice l’unico dato certo è che il 13 gennaio 2010 ***** ha presentato domanda di asilo politico in Austria (v. la superiore comunicazione della Questura di Alessandria del 9 febbraio 2012).Malgrado le reiterate richieste inoltrate alla “Unità Dublino” tramite la Questura alessandrina, nulla si sa ancora circa l’esito della superiore domanda (accoglimento o rigetto o attuale pendenza).Ciò, tuttavia, non impedisce la conferma dell’impugnato provvedimento di espulsione, la quale (espulsione) sarebbe in ogni caso possibile: qualunque sia stato, cioè, l’esito della domanda predetta.
qualora la domanda de qua sia stata respinta, l’espulsione del reclamante non sarebbe esposta ad alcun divieto di legge (neppure a quello ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998) e potrebbe essere eseguita senz’altro verso il suo Paese d’appartenenza;qualora la domanda stessa sia stata accolta, il reclamante non potrebbe essere espulso verso il suo Paese d’appartenenza, ma (stante la relatività del divieto ex art. 19, comma 1, cit.) ben potrebbe esserlo verso lo Stato che gli ha riconosciuto lo status di rifugiato (nella fattispecie verso la Repubblica d’Austria), non essendo sicuramente esposto colà ad alcun rischio di persecuzione;qualora, infine, la domanda in discorso sia ancora pendente, il reclamante potrebbe essere espulso verso lo Stato competente per l’esame della domanda stessa (nella fattispecie verso la Repubblica d’Austria), il quale “è tenuto … a portare a termine l’esame della domanda d’asilo” [art. 16, comma 1, lettera b), del Reg. CE n. 343 del 18 febbraio 2003] ed a “riprendere in carico, alle condizioni di cui all’articolo 20, il richiedente asilo, la cui domanda è in corso di esame e che si trova nel territorio di un altro Stato membro senza esserne stato autorizzato” [art. 16, comma 1, lettera c), del Reg. CE n. 343 del 18 febbraio 2003].
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References: sentenza 
 art. 15
 art. 679
 art. 19
 art. 19
 Cass. 
 Cass. 
 art. 19
 art. 19
 art. 13
 art. 15
 art. 16
 art. 19
 art. 19
 art. 19
 art. 19