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Timestamp: 2018-11-17 18:57:47+00:00

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Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Gennaio 2018 | Protagoniste in Rete
Avv. Antonio Pascucci, Avv. Marina Pagnussat, Avv. Giovanni Motta, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Anna Losurdo, Avv. Simonetta D’Amico, Avv. Paola Ponte, Dott.ssa Charina Urbano, Avv. Giuseppe Poli, Rag. Monica Bellini, Dott.ssa Kilda Peretta
Anno VI, n. 1, indice newsletter gennaio 2018
1) Lavorare durante le festività infrasettimanali? No grazie! Per la Corte di Cassazione l’azienda non può obbligare il lavoratore che se si rifiuta non può essere sanzionato
2) Se una notte d’inverno un viaggiatore… Prenotazioni di viaggio on line: per la Corte di Giustizia della Unione Europea la compagnia aerea è sempre responsabile se la cancellazione del volo viene comunicata al viaggiatore con meno di due settimane dalla partenza prevista
3) Sicurezza pubblica: la condanna per usura ed estorsione è di per sé indice del rischio di infiltrazione mafiosa e giustifica le misure che vietano i rapporti contrattuali con le pubbliche amministrazioni
4) In nome del padre. A seguito del riconoscimento giudiziale di paternità è possibile aggiungere il cognome del padre a quello della madre, sulla base dell’interesse del minore, a prescindere da ogni meccanismo automatico di attribuzione del cognome
5) Il sottotetto di chi è? E’ proprietà comune di tutti i condomini, se non risulta diversamente dal rogito
Cassazione civile, Sezione lavoro, sentenza 7 agosto 2015, n. 16592
Un’azienda multa una dipendente addetta alle vendite che non si è presentata a lavoro il 6 gennaio nonostante fosse stata avvertita che il negozio sarebbe rimasto aperto al pubblico.
La donna si rivolge al Tribunale di Vercelli per far annullare la sanzione poiché, secondo una legge del 1949 riguardante le ricorrenze festive, religiose o civili che cadono durante la settimana il datore di lavoro non può imporre al lavoratore di presentarsi nel giorno di festa, a meno che non ci sia un accordo con il lavoratore stesso.
Il Tribunale dà ragione alla lavoratrice, e così pure la Corte d’Appello di Torino, interpellata dall’azienda, che sperava di capovolgere la precedente decisione utilizzando in modo estensivo una legge del 1934 concernente il riposo domenicale, secondo cui esso può essere derogato dal datore di lavoro purché sia comunque garantito al lavoratore un giorno di riposo alla settimana.
L’azienda si rivolge allora alla Corte di cassazione, la quale, tuttavia, conferma le precedenti sentenze del Tribunale e della Corte di Appello e chiarisce che:
- il lavoratore ha un vero e proprio diritto soggettivo di astenersi dal lavoro nei giorni infrasettimanali in cui ricadono feste civili o religiose;
- i contratti collettivi nazionali di lavoro ed i contratti individuali possono derogare solo alle previsioni sul “riposo settimanale” (anche detto “riposo coincidente con la domenica”), che è regolato da una legge diversa da quella sulle festività infrasettimanali;
- solo per i lavoratori del settore sanitario esiste un generale obbligo di prestare lavoro durante le festività, sempre che sia necessario per esigenze di servizio;
- il provvedimento disciplinare del datore di lavoro che pretende che il dipendente lavori nel giorno festivo infrasettimanale è nullo e comporta anche un parziale inadempimento contrattuale da parte del datore di lavoro;
- quindi, se il lavoratore non obbedisce all’ordine di lavorare nel giorno festivo infrasettimanale non può essere punito dall’azienda per cui presta servizio.
Per la cassazione di tale sentenza la soc. (OMISSIS) propone ricorso affidato a cinque motivi. Resiste con controricorso la (OMISSIS). Entrambe le parti hanno depositato memoria ex articolo 378 cod. proc. civ...
Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sezione Ottava, causa C-302/2016, 11.05.2017
Il signor A.K. prenota con l’ausilio di un operatore turistico online un volo aereo dall’Olanda ai Caraibi e ritorno il cui decollo era previsto per il 14 novembre 2014.
Il 09 ottobre 2014 la compagna aerea comunica all’agenzia di viaggio online la cancellazione del volo previsto per il 14 novembre e il e il differimento del suo volo al 15 novembre.
In data 04 novembre 2014 l’agente di viaggio comunica al signor A.K. la cancellazione e il differimento del volo.
Il signor A.K. chiede un risarcimento alla compagnia aerea poiché il regolamento europeo n. 261/2004, prescrive che i vettori aerei devono comunicare la cancellazione dei voli ai passeggeri interessati almeno due settimane prima dell’orario di partenza previsto. E nel caso in cui questo obbligo non venga rispettato al passeggero spetta una compensazione pecuniaria.
La compagnia aerea respinge la domanda poiché in verità l’informazione sulla modifica della data di partenza era stata trasmessa all’agente di viaggio online il 9 ottobre 2014, oltre un mese prima dalla data della partenza. Successivamente l’agente di viaggio online declina ogni responsabilità poiché afferma che il suo mandato si limita alla conclusione dei contratti tra passeggeri e vettori aerei e che la responsabilità di informare i passeggeri in una situazione del genere spetta al vettore aereo, al quale, era stato comunicato l’indirizzo di posta elettronica del passeggero.
Il signor A.K. in seguito si rivolge quindi al Tribunale dei Pasi Bassi settentrionali al fine di ottenere la condanna della compagnia aerea al risarcimento dei danni, quantificati in € 600,00.
La compagnia si oppone ribadendo che alcuna responsabilità può esserle addebitata in quanto l’operatore turistico era stato informato della cancellazione del volo in questione con largo anticipo, decisamente superiore al lasso di tempo previsto dal regolamento.
Il Tribunale decide di sospendere il procedimento e di rivolgersi alla Corte Europea di Giustizia per chiedere quali requisiti devono possedere gli obblighi di comunicazione previsto dal regolamento in questione nel caso il cui il contratto di trasporto sia stipulato tramite un agente di viaggio o la prenotazione sia effettuata mediante un sito internet.
La Corte riconosce l’obbligo al risarcimento ritenendo obbligata la compagnia aerea enunciando i seguenti principi:
1) per la corretta interpretazione di una norma comunitaria si deve tener conto non solo soltanto del contenuto letterale della stessa ma anche del suo contesto e degli scopi perseguiti dalla normativa;
2) il vettore aereo è tenuto a corrispondere le compensazioni previste dal regolamento se non è in grado di dimostrare che il passeggero è stato informato della cancellazione del volo almeno due settimane prima dell’orario di partenza previsto;
3) questa interpretazione, finalizzata a garantire un livello elevato di protezione dei passeggeri, vale non soltanto nel caso in cui il contratto sia stato stipulato direttamente dal vettore aereo con il passeggero ma anche qualora tale contratto sia intercorso per il tramite di un terzo, quale, come nel caso di cui si discute, un’agenzia di viaggio online;
4) pertanto, il vettore aereo è tenuto a risarcire il passeggero nell’ipotesi in cui la cancellazione del volo non sia stata comunicata ai passeggeri con almeno due settimane di anticipo prima dell’orario di partenza sia nel caso in cui tale omissione sia imputabile direttamente alla compagnia sia nell’eventualità che la mancata comunicazione sia ascrivibile all’agente di viaggio;
5) a sua volta il vettore aereo può chiedere il rimborso della somma, corrisposta al viaggiatore a titolo di risarcimento, all’operatore turistico che abbia provocato l’inadempimento.
«Rinvio pregiudiziale – Trasporti aerei – Regolamento (CE) n. 261/2004 – Articolo 5, paragrafo 1, lettera c) – Compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di cancellazione del volo – Esonerodall’obbligo di compensazione – Contratto di trasporto stipulato tramite un agente di viaggi on-line –
Vettore aereo che ha informato in tempo utile l’agente di viaggio di una modifica d’orario del volo – Agente di viaggio che ha trasmesso detta informazione a un passeggero mediante posta elettronica dieci giorni prima del volo»
Nella causa C‑302/16, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal rechtbank Noord-Nederland (tribunale dei Paesi Bassi settentrionali), con decisione del
18 maggio 2016, pervenuta in cancelleria il 27 maggio 2016, nel procedimento Bas Jacob Adriaan Krijgsman contro Surinaamse Luchtvaart Maatschappij NV, LA CORTE (Ottava Sezione), composta da M. Vilaras, presidente di sezione, J. Malenovský e D. Šváby (relatore), giudici, avvocato generale: H. Saugmandsgaard Øe cancelliere: A. Calot Escobar vista la fase scritta del procedimento,
– per la Surinaamse Luchtvaart Maatschappij NV, da A. J. F. Gonesh, advocaat;
– per il governo francese, da D. Colas, E. de Moustier e M.-L. Kitamura, in qualità di agenti;
– per la Commissione europea, da N. Yerrell e F. Wilman, in qualità di agenti,
Sentenza 1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 5, paragrafo 1, lettera c), del regolamento (CE) n. 261/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 febbraio 2004,
che istituisce regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato e che abroga il regolamento (CEE) n. 295/91 (GU 2004, L 46, pag. 1).
2 Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone il sig. Bas Jacob Adriaan Krijgsman alla Surinaamse Luchtvaart Maatschappij NV (in prosieguo: la «SLM»), vettore aereo, in relazione al rifiuto di detto vettore di accordare al sig. Ktijgsman una compensazione pecuniaria per la cancellazione del suo volo.
Diritto dell’Unione Regolamento n. 261/2004
3 I considerando 1, 7 e 12 del regolamento n. 261/2004 così recitano:
«(1) L’intervento della Comunità nel settore del trasporto aereo dovrebbe mirare, tra le altre cose, a garantire un elevato livello di protezione per i passeggeri. Andrebbero inoltre tenute in debita considerazione le esigenze in materia di protezione dei consumatori in generale. (…)
(7) Per garantire l’effettiva applicazione del presente regolamento, gli obblighi da esso derivanti dovrebbero incombere al vettore aereo che opera o intenda operare un volo con un aeromobile di proprietà, preso a noleggio con o senza equipaggio o in qualsiasi altra forma. (…)
(12) Sarebbe anche opportuno limitare i disagi e i fastidi causati dalla cancellazione di un volo. Per conseguire tale obiettivo si dovrebbe esigere che i vettori aerei informino della cancellazione del volo i passeggeri interessati prima dell’ora prevista per la partenza e offrano altresì loro di proseguire il viaggio con un volo alternativo ragionevole, affinché essi possano decidere diversamente. Se non ottemperano a questo obbligo i vettori aerei dovrebbero offrire una compensazione pecuniaria ai passeggeri, salvo qualora la cancellazione sia dovuta a circostanze eccezionali che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso».
Consiglio di Stato, Sezione III, n. 2510 del 26 maggio 2017
Nel 2010 la Prefettura di Caserta adotta un provvedimento antimafia di interdizione di rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione a carico di una impresa perché il titolare è stato rinviato a giudizio in un processo per i reati di usura ed estorsione.
Le informazioni vengono confermate dopo la condanna a sei anni di reclusione del socio accomandatario da parte del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
Dopo questa sentenza l’AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura), in applicazione di normativa europea, delibera la decadenza e la sospensione dell’erogazione del premio concesso alla ditta a sostegno della qualità del tabacco.
La ditta impugna davanti al TAR Campania sia le misure interdittive prefettizie che il provvedimento dell’AGEA, ritenendo che la condanna penale non possa dimostrare, di per sé sola, in assenza di altre oggettive circostanze oggettive, un collegamento con associazioni mafiose.
Il TAR respinge il ricorso, perché:
- la condanna penale, a norma di legge, deve essere considerata come fonte informativa che comporta l’applicazione della misura interdittiva
- il quadro che ha portato alla condanna è recente e non sono stati indicati fatti che dimostrino che la situazione sia nel frattempo cambiataLa ditta appella la sentenza riaffermando la propria tesi difensiva e il Consiglio di Stato lo respinge per le seguenti ragioni:
- il quadro normativo delle situazioni che indicano tentativi di infiltrazione mafiosa è frutto di numerosi interventi del legislatore e della lunga esperienza in questo campo e comprende le condanne (pur) non definitive per alcuni crimini che sono da considerare come indicatori certi della presenza di legami con la criminalità organizzata. La giurisprudenza degli ultimi anni ha inoltre identificato anche alcune altre situazioni che vanno considerate come segnali di presenza dell’infiltrazione, sia sotto forma di condizionamento sia di favoreggiamento dell’impresa da parte della mafia;
- per la loro gravità i reati di usura ed estorsione non necessitano, diversamente da altri, di ulteriori e concreti elementi che dimostrino l’effettività del rischio infiltrativo;
la rilevanza di una condanna per tali reati di tale gravità, chiamati “reati spia”, non può venire meno per il solo trascorrere del tempo: necessitano elementi concreti che mutino la situazione precedente.
1. La controversia origina dalle informazioni antimafia interdittive adottate dalla Prefettura di Caserta, ai sensi dell'art. 10 del d.P.R. 252/1998, in data 9 febbraio 2010 nei confronti della ditta -OMISSIS- del titolare (in pendenza di un procedimento penale ed alla luce del rinvio a giudizio del titolare per i reati di cui agli artt. 629 e 644 c.p. - usura ed estorsione) e in data 18 dicembre 2012 nei confronti della -OMISSIS-. e dello stesso socio accomandatario (alla luce della condanna ad anni sei di reclusione, successivamente comminata per detti delitti al medesimo con sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere n. 1100/11 in data 12 luglio 2011).
2. Le interdittive sono state impugnate dinanzi al TAR Campania dalla predetta S.a.s., odierna appellante, unitamente al provvedimento dell'Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA) prot. n. UCCU 2013.5668 adottato in data 8 ottobre 2013, con cui nei confronti della società è stata conseguentemente disposta la decadenza e la sospensione dell'erogazione del premio a sostegno della qualità del tabacco di cui all'art. 68 del Reg. CE 73/2009.
3. Nel ricorso di primo grado, la società ha dedotto la violazione e falsa applicazione dell'art. 4 del d.lgs. 490/1994, dell'art. 10 del d.P.R. 252/1998, degli artt. 3 e 6 della legge 241/1990, nonché l'eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione, lamentando in sintesi l'insussistenza dei presupposti per l'adozione dell'interdittiva antimafia, in mancanza di circostanze oggettivamente sintomatiche di collegamenti dell'impresa con associazioni di stampo mafioso, i quali non potrebbero essere desunti in via automatica dalla condanna penale.
4. Il TAR Campania, con la sentenza appellata (I, n. 1184/2016), ha respinto il ricorso, sottolineando che la condanna è direttamente inquadrabile nell'ambito applicativo dell'art. 10, settimo comma, del d.P.R. 252/1998, come fonte informativa comportante l'emanazione dell'interdittiva, e che il quadro indiziario da essa derivante è recente e non sono stati allegati fatti nuovi che evidenzino il venir meno della situazione di pericolo di infiltrazione.
5. Nell'appello, la società ribadisce in sostanza la propria tesi, prospettando tre ordini di censura:
(a) - il tentativo di infiltrazione mafiosa deve essere dimostrato in base a concreti elementi e non discende automaticamente dalla condanna per uno dei reati c.d. spia...
Tribunale di Napoli, Sezione I, 27 marzo 2017 n. 3583
Il Tribunale di Napoli accoglie la domanda della madre di un minore per l’accertamento giudiziale di paternità nei confronti di un uomo con cui la donna aveva avuto una relazione.
Nel caso specifico il Tribunale:
-ricorda il principio della libertà di prova nelle cause per la dichiarazione giudiziale di paternità e afferma l’ammissibilità ed il pari valore di tutte le prove idonee a dimostrarla;
-ritiene provata la paternità sulla base sia della ammissione concorde delle parti sulla relazione sentimentale intervenuta che del rifiuto dell’uomo di sottoporsi al test del DNA.
-dispone quindi che l’ufficiale di stato civile proceda alle conseguenti annotazioni sull’atto di nascita.
Nell’esaminare la questione del cognome, per decidere se attribuire al minore quello del padre, sostituendolo o aggiungendolo a quello della madre, il Tribunale opta per aggiungere il cognome del padre sulla base dei seguenti principi:
- il principio dell’esclusivo interesse del minore al valore dell’identità personale e non solo all’appartenenza a una determinata famiglia,
-la inesistenza di possibile pregiudizio data l’assenza di una cattiva reputazione del padre e della giovane età del minore, ancora bimbo, che quindi non ha ancora acquisito una definitiva e formale identità tale da sconsigliare l’aggiunta del patronimico;
-il valore del cognome, come parte del nome, che è bene morale della persona essendone elemento costitutivo della identità personale e diritto di rango costituzionale.
Il Tribunale infine evidenzia l’obbligo dei genitori di occuparsi della prole, sia dal punto di vista morale che materiale, obbligo che sorge dal solo fatto della nascita, a prescindere da qualsiasi progetto di genitorialità. Per questo motivo il Tribunale dispone l’affidamento condiviso ed il mantenimento a carico di entrambi i genitori, condannando il padre a risarcire alla madre tutte le spese di mantenimento sostenute per la figlia di entrambi.
La domanda dell'attore di riconoscimento della paternità è fondata e merita, per tanto, accoglimento. Va premesso che, per giurisprudenza pacifica della Suprema Corte ( cfr. ex plurimis Cass. Sez. 1 n. 14766 del 207.2007; Cass. Sez. 1 n. 136665 del 22.07.2004; Cass. Sez. I n. 6694 del 24.03.2006): " in tema di dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il principio della libertà di prova, sancito, in materia, dall'art. 269, secondo comma, cod. civ., non tollera surrettizie limitazioni, né mediante la fissazione di una sorta di gerarchia assiologica tra i mezzi di prova idonei a dimostrare la paternità o la maternità naturale, né, conseguentemente, mediante l'imposizione al giudice di merito di una sorta di "ordine cronologico" nella loro ammissione ed assunzione, a seconda del "tipo" di prova dedotta, avendo, per converso, tutti i mezzi di prova in materia pari valore per espressa disposizione di legge". Orbene, nel caso in esame non risulta in contestazione l'esistenza di una relazione sentimentale tra la(...) Nel corso del giudizio inoltre, il (...) si è rifiutato di sottoporsi al test del DNA e per tale C.T.U. era stato nominato il Dr.(...) Infatti, la giurisprudenza prevalente ha affermato che le indagini ematologiche ed immunogenetiche possono fornire elementi di valutazione non solo per escludere ma anche per affermare il rapporto biologico di paternità. Tale efficacia delle indagini sul DNA non può essere esclusa per la ragione che esse siano suscettibili di utilizzazione solo per compiere valutazioni meramente probabilistiche, in quanto tutte le asserzioni delle scienze fisiche e naturalistiche hanno natura probabilistica ( anche quelle espresse in termini di " leggi") (Cass. 8451/1997,14462/2008). In definitiva, il rifiuto del convenuto di sottoporsi al test del DNA costituisce argomento di prova di cui agli art. 269 c.c. e 116 c.p.c. , confortato anche dalle sostanziali ammissioni delle parti, comporta che vada affermata la paternità di (...) nei confronti di (...) Va, pertanto, accolta la domanda de qua e va dato ordine all'ufficiale di stato civile di procedere alle relative annotazioni sull'atto di nascita.
Cass. civ. Sez. II, Sent., 23-11-2016, n. 23902
Una società edile costruisce un edificio condominiale nell'ambito di un piano di edilizia economico-popolare del Comune di Bergamo.
Nella costruzione dell'edificio la Società realizza anche dei vani sottotetto non previsti nel programma edificatorio convenzionato.
Per questo motivo, su richiesta dell'amministrazione pubblica, il costruttore venditore non inserisce i locali sottotetto nei contratti di vendita degli alloggi stipulati con i singoli condomini.
La società, a questo punto, ritenendosi esclusiva proprietaria dei predetti locali, li chiude con apposite porte per impedirne l'accesso ai condomini e fa causa davanti al Tribunale di Bergamo per far accertare il suo diritto di proprietà.
Sia il Tribunale che la Corte di Appello di Brescia, respingono le domande del costruttore poiché per il codice civile il sottotetto, se non risulta diversamente dal titolo di acquisto, si presume di proprietà comune tra i condomini.
Dello stesso avviso la Corte di Cassazione per i seguenti motivi:
-le norme del codice civile si applicano anche nel caso in esame dove l’intervento edilizio è stato realizzato in regime di “edilizia convenzionata”. Infatti, una volta che si sia verificato il trasferimento di proprietà degli alloggi costruiti dall'impresa non vi sono ostacoli normativi a ritenere pienamente operante la normativa comune sugli edifici in condominio,
-la proprietà condominiale del sottotetto potrebbe essere negata solo da due circostanze, entrambe inesistenti nel caso in esame:
- se il sottotetto è destinato non a un uso comune tra i condomini dello stabile bensì a isolare dal tetto gli appartamenti dell’ultimo piano, caso in cui dovrà essere considerato una pertinenza di questi ultimi;
- se esiste un titolo (atto di compravendita dei singoli condomini) dal quale risulti l’inequivocabile volontà delle parti di riservare al costruttore venditore la proprietà di quel bene potenzialmente destinato all'uso comune.
Con citazione del 7 novembre 2002 davanti al Tribunale di Bergamo, la Ediltorre S.M., premesso di aver realizzato, nell'ambito di un piano di edilizia economico-popolare, l'edificio condominiale sito in (OMISSIS), e che l'intervento abilitato prevedeva una volumetria massima, nella quale non erano compresi i sottotetti; evidenziato, inoltre, che tali vani sottotetto non fossero stati oggetto di singole vendite, chiedeva di dichiarare la sua proprietà esclusiva dei sottotetti, convenendo perciò il Condominio (OMISSIS) di via (OMISSIS), anche per ottenerne l'inibizione ad ulteriori molestie di fatto e di diritto. Il Condominio (OMISSIS) eccepiva il proprio difetto di legittimazione passiva e comunque invocava il disposto dell'art. 1117 c.c., formulando domanda riconvenzionale per ottenere la condanna della Ediltorre S.r.l. a rimuovere le chiusure dei sottotetti ed a risarcire i conseguenti danni. Assunti testimoni ed espletata CTU, il Tribunale di Bergamo, con sentenza del 19 febbraio 2007, rigettava la domanda principale ed accoglieva la riconvenzionale quanto alla rimozione delle chiusure delle porte di ingresso dei vani sottotetto. La Ediltorre S.r.l. proponeva appello con atto del 23 maggio 2007 e si costituiva il Condominio (OMISSIS). La Corte d'Appello di Brescia, con sentenza n. 1397/2011 del 14 dicembre 2011, rigettava l'impugnazione. I giudici d'appello affermavano l'applicabilità dell'art. 1117 c.c., alla fattispecie, essendo irrilevanti, a loro dire, le sequenze delle vicende procedimentali che avevano indotto l'amministrazione comunale di Bergamo concedente ad imporre limiti nell'utilizzazione o nella commercializzazione dei vani sottotetto. La sentenza di secondo grado evidenziava, inoltre, come mancasse valida prova contraria alla presunzione di condominialità dei sottotetto ex art. 1117 c.c.; e come non inducesse a diversa conclusione la circostanza del richiamo della convenzione con il Comune negli atti di vendita degli alloggi.
Avverso la sentenza della Corte d'Appello di Brescia la Ediltorre S.r.l. ha proposto ricorso articolato in unico motivo.
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References: sentenza 
 sentenza 
 articolo 378
 Articolo 5

Sentenza 
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 sentenza 
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 art. 269

Cass. 
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 sentenza 
 sentenza 
 art. 1117
 sentenza