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Timestamp: 2020-07-14 01:26:45+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 11995 del 16/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11995 del 16/05/2017
Cassazione civile, sez. III, 16/05/2017, (ud. 21/10/2016, dep.16/05/2017), n. 11995
sul ricorso 428/2014 proposto da:
C.S., (OMISSIS), M.M.E. (OMISSIS),
L.C. (OMISSIS), CATUCA DI CA.PA. SAS (OMISSIS), in
persona del legale rappresentante pro tempore, c.a.
(OMISSIS), R.C. (OMISSIS), T.R. (OMISSIS),
TO.TI. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA A.
rappresentati e difesi dall’avvocato CARLA PISTOLESI giusta procura
CASSA RISPARMIO RIETI SPA;
CASSA RISPARMIO RIETI SPA, in persona della Dott.ssa F.L.,
dell’avvocato EMANUELE VESPAZIANI, che la rappresenta e difende
unitamente all’avvocato GIOVANNI VESPAZIANI giusta procura in calce
R.C. (OMISSIS), L.C. (OMISSIS), c.a.
(OMISSIS), T.R. (OMISSIS), M.M.E.
(OMISSIS), TO.TI. (OMISSIS), C.S. (OMISSIS),
CATUCA DI CA.PA. SAS (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 2119/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
udito l’Avvocato FEDERICO MARIA CORBO’;
udito l’Avvocato EMANUELE VESPAZIANI;
La vicenda processuale oggetto della presente impugnazione trae origine dalla sentenza penale 17690/2010 di questa Corte, ove sono compiutamente esposti i fatti di causa, alla quale si rinvia.
Nel giudizio rescindente, le posizioni processuali degli imputati che determinarono la responsabilità dell’ente bancario erano state definite con il rigetto dei relativi ricorsi (ovvero senza prosieguo ulteriore nel contesto del processo penale), con separata pronuncia di devoluzione al giudice civile delle relative questioni, quali quelle della legittimazione passiva e dell’ammontare del danno risarcibile per i fatti addebitati ai dipendenti della Cassa di risparmio di Rieti, attesa la nullità dell’azione civile esercitata nei confronti della medesima.
In sede di rinvio, la Corte di appello di Milano, nel delimitare l’oggetto del giudizio, osserverà in premessa che il giudice di legittimità, in accoglimento del ricorso proposta dalla predetta Cassa di Risparmio di Rieti, aveva annullato la sentenza impugnata limitatamente alla posizione del responsabile civile per la radicale invalidità dell’azione civile come proposta in sede penale ex art. 83 c.p.p., u.c., conferendo al giudice di rinvio, in grado di appello, ex art. 622 c.p.p., piena cognizione della controversia, con statuizione vincolante tanto per il giudice di merito quanto per le parti, e conseguente applicabilità al giudizio, interamente regolato dalle norme civilistiche, dell’art. 394 c.p.c..
Nel merito, il giudice del rinvio ha rigettato le domande formulate dagli attori in riassunzione.
Avverso la sentenza della Corte meneghina le parti indicate in epigrafe hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di 2 motivi di censura.
Resiste con controricorso la Cassa di Risparmio di Rieti, che propone a sua volta ricorso incidentale condizionato.
Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 384 c.p.c., comma 2 e art. 394 c.p.c., art. 622 c.p.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, i ricorrenti lamentano che la Corte di appello di Milano ne abbia erroneamente rigettato le domande risarcitorie, avendo altrettanto erroneamente interpretato il vincolo scaturente dalla sentenza penale di annullamento con rinvio, e sostengono che, per effetto della stessa, la Corte territoriale sarebbe stato vincolato all’esame del solo quantum debeatur, essendole per converso precluso il riesame dell’an.
Il motivo – pur prescindendo dai non marginali profili di inammissibilità che esso presenta, non avendo gli odierni ricorrenti in alcun modo indicato o allegato quale regola di interpretazione sia stata in concreto violata (la denuncia di un vizio della sentenza impugnata rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, postula, difatti, secondo il costante insegnamento di questa Corte regolatrice, una specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie astratta applicabile alla vicenda processuale ed una altrettanto specifica enunciazione delle conseguenti violazioni rilevanti e rilevabili in questa sede) – è manifestamente infondato nel merito.
Esso si infrange, difatti, sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello nella parte in cui ha ritenuto che l’annullamento delle statuizioni civili contenuto nella sentenza penale di legittimità menzionata in narrativa fosse stato disposto previa rilevazione di un error in procedendo manifestatosi nel giudizio penale di merito (per l’assenza, nella specie, di tutti i presupposti per una effettiva chiamata in giudizio ex art. 83 c.p.p.), onde la natura di rinvio cd. improprio, o restitutorio, del giudizio civile, e la conseguente potestà della Corte di appello di riesaminare ex novo il merito della controversia.
Non ha, per altro verso, giuridico fondamento la tesi di parte ricorrente secondo cui il vincolo scaturente dalla sentenza di annullamento sarebbe quello derivante da una sentenza di condanna generica, ritenendosi “chiara in tal senso” la lettera della sentenza 17690/2010″, ormai incontestabile in sede di rinvio anche se in ipotesi non conforme a diritto – a sostegno di tale assunto, viene invocato l’inciso contenuto nella pronuncia di annullamento ove si legge che “la nullità dell’azione esercitata nei confronti di ca. impone una nuova riassunzione della stessa, il quale solo potrà valutare l’effettiva legittimazione passiva e l’ammontare del danno risarcibile per i fatti addebitati ai dipendenti”.
L’interpretazione sostenuta dagli odierni ricorrenti si fonda, difatti, su una non corretta lettura, sul piano dell’analisi logica del periodo, di quanto affermato dal giudice penale: diversamente da quanto sostenuto, l’aggettivo “solo” è evidentemente riferito ai poteri del giudice civile, e non può grammaticalmente intendersi come anacoluto anteposto, in funzione avverbiale, al “potrà” (diversamente, la frase avrebbe avuto il seguente tenore: “il quale potrà solo valutare”), con conseguente, corretta interpretazione della ratio della pronuncia di annullamento da parte del giudice del rinvio, cui era stato evidentemente demandato il riesame dell’intera controversia e delle relative questioni, tra le quali quella della legittimazione passiva e della determinazione del quantum risarcitorio, non risultando compatibile il disposto annullamento per motivi pregiudiziali di rito con la sopravvivenza di una condanna generica così come pronunciata dal giudice penale di appello.
Compito del giudice di appello in sede di rinvio era, pertanto, quello (in concreto correttamente e condivisibilmente svolto) di accertare l’effettiva esistenza del nesso di causalità e del danno risarcibile nel caso di specie, entrambi nella specie esclusi alla luce della corretta applicazione del principio etiologico indicato dall’art. 2395 c.c., volta che i pregiudizi patrimoniali lamentati dagli odierni ricorrenti, per come allegati, potevano dirsi direttamente riferibili al solo stato di dissesto dell’Ambra – con conseguente infondatezza dell’azione di responsabilità del terzo creditore, istante per il risarcimento dei danni non diretti, bensì riflessi e mediati dello stato di dissesto, non causato, poichè preesistente ad esso, dai comportamenti dei funzionari.
La parte conclusiva del motivo in esame, da esaminarsi congiuntamente con la seconda censura mossa alla sentenza oggi impugnata (con la quale si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 185 c.p., artt. 2059, 2043, 1223 c.c. in relazione alla L. fall., art. 223 cpv., n. 2, artt. 40 e 41 c.p.) deve ritenersi destinata alla scure dell’inammissibilità, al pari della predetta seconda censura.
I motivi di censura sono, pertanto, irrimediabilmente destinati ad infrangersi sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello dianzi descritto, dacchè essi, nel loro complesso, pur formalmente abbigliati in veste di denuncia di una (peraltro del tutto generica) violazione di legge e di un (asseritamente) decisivo difetto di motivazione, si risolvono, nella sostanza, in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito.
Al rigetto del ricorso principale consegue l’assorbimento dell’impugnazione incidentale condizionata.
La Corte rigetta il ricorso principale e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione, che si liquidano in complessivi Euro 13.200, di cui Euro 200 per spese.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 83
 art. 622
 sentenza 
 art. 394
 art. 622
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 83
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 223