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aprile 2016 - Assistenza Legale Roma
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Ticket sul sedile e non sul parabrezza
Di Cristiana Centanni il 28 aprile 2016 con 0 Commenti
Ticket sul sedile e non sul parabrezza. Multa annullata ma spese legali compensate
Corte di Cassazione, Sez. Civ. VI, 27.04.2016 n. 8282
Alla attenzione degli Ermellini la questione della compensazione delle spese di giustizia in un giudizio nel quale il ricorrente si era viste riconosciute le proprie ragioni dal Giudice di Pace, che aveva respinto la sanzione amministrativa per violazione al codice della strada (ticket della sosta esposto non già sul parabrezza ma sul sedile) e che, tuttavia, con particolare riguardo alle spese di lite, aveva provveduto a compensarle mediante il riferimento alla formula classica «Sussistono giusti motivi, ravvisabili nella particolare natura della controversia e nelle considerazioni poste a base della decisione, per compensare tra le parti le spese di lite».
Il fatto. Il difensore del Sig. [X], all’uopo affidando il proprio ricorso a due motivi, impugna la sentenza del Tribunale che aveva respinto il suo appello avverso la decisione di primo grado del Giudice di pace che, pur accogliendo la sua opposizione avverso la sanzione amministrativa per violazione al Codice della Strada (mancato pagamento di sosta tariffata), compensava le spese di lite. Secondo il proprietario dell’autovettura, la “grave ed eccezionale ragione” richiamata dalla norma giustificante la compensazione delle spese di giudizio, «non poteva di certo essere riferita al fatto di non aver esposto “correttamente” il tagliando o ticket della sosia sul sedile anteriore, lato passeggero dell’autovettura». Aggiunge il ricorrente, come si legge nella sentenza in commento, «secondo il Giudice dell’appello, la presunta “correttezza dell’operato del vigile” (che secondo il GDP, ha “legittimamente elevato il verbale di contravvenzione” perché il ticket esposto sedile anteriore della auto non era assolutamente visibile e quindi non esposto in modo “corretto”) avrebbe legittimato una grave ed eccezionale ragione per la compensazione». Peraltro, sempre seguendo il ragionamento del ricorrente, «manca una norma che disciplini espressamente le modalità di esposizione del ticket, posto che «l’art.7 co. 1, lett. f (e non l’art. 157 co. 6 CdS come erroneamente contestato), recita infatti: “Nei luoghi ove la sosta è permessa per un tempo limitato è fatto obbligo ai conducenti di segnalare, in modo chiaramente visibile, l’orario in cui la sosta ha avuto inizio”». Il ricorrente quindi sostiene che era ben visibile il ticket posto sul sedile anteriore e non necessariamente sul parabrezza, e comunque tale fatto non può essere considerato grave ed eccezionale ragione per compensare le spese di lite, ex art. 92 c.p.c. in caso di opposizione alla contravvenzione, come nel caso di specie.
In diritto. Gli Ermellini, dopo aver pedissequamente riportato la motivazione del giudice d’appello – «Ciò premesso, va osservato che il giudice di Pace ha esplicitamente descritto le ragioni giustificanti la compensazione richiamando non solo, genericamente, la particolare natura della controversia, ma indicando e richiamando (per evidenti ragioni di sinteticità) le considerazioni che lo hanno indotto ad accogliere l’opposizione esposte nel periodo immediatamente precedente. Ivi, pur dando atto che il tagliando per il pagamento della sosta non era stato esposto correttamente all’interno dell’abitacolo, il Giudice tuttavia ha escluso la sanzionabilità del comportamento, affermando che, appunto, la mancata regolare esposizione non può essere assimilata alla mancanza di titolo abilitante alla sosta. E’ di tutta evidenza, quindi, il ragionamento giustificante la compensazione: l’agente accertatore ha legittimamente elevato il verbale di contravvenzione opposto, giacché l’auto era in sosta senza tagliando di pagamento; solo successivamente è emerso che il contravventore-opponente aveva pagato il corrispettivo della sosta, il cui tagliando non era stato esposto in maniera visibile (sembra fosse sul sedile anteriore): quindi, insussistenza della violazione contestata, ma correttezza dell’operato del vigile che, per difetto dell’opponente, non aveva potuto verificare l’assolvimento dell’obbligo: l’accertamento elevato quindi, era stato indotto da un erroneo comportamento dell’opponente. Valutazione, quindi, del tutto condivisibile e integrante le gravi ragioni evocate nell’art. 92 secondo comma c.p.c.» – ritengono corretto il comportamento del vigile. Il tagliando va esposto in modo chiaro per agevolare, e non già per contrastare, l’attività di controllo degli agenti. «Al riguardo, data la tipologia della infrazione, è evidentemente affidato al buon senso dei conducenti esporre in modo visibile il tagliando, per agevolare l’attività di controllo e per evitare disguidi». Ma anche il comportamento del giudice è corretto, per aver escluso che la mancata adeguata esposizione del ticket potesse legittimare la contestazione della violazione, sostanzialmente affermando «che la specifica vicenda non poteva consentire di individuare un errore o negligenza riferibile al vigile e di conseguenza alla Autorità amministrativa, ai fini anche della regolazione delle spese di giudizio. I giudici di merito hanno quindi applicato correttamente la normativa processuale in materia di regolazione delle spese».
La Corte ha dunque rigettato il ricorso.
Di Cristiana Centanni il 21 aprile 2016 con 0 Commenti
Locazione immobiliare ad uso abitativo. Patto occulto maggiorazione del canone. Nullità.
Cass. Civ., Sez. III, 18.04.2016, n. 7634
«In tema di locazione immobiliare ad uso abitativo, la nullità prevista dall’art. 13, coma 1, della 1. n. 431 del 1998 sanziona esclusivamente il patto occulto di maggiorazione del canone, oggetto di un procedimento simulatorio, mentre resta valido il contratto registrato e resta dovuto il canone apparente; il patto occulto, in quanto nullo, non è sanato dalla registrazione tardiva, fatto extranegoziale inidoneo ad influire sulla validità civilistica».
Lo ha sancito, peraltro ponendosi nel solco della recente giurisprudenza, la Suprema Corte con la sentenza in commento, dichiarando la nullità, perché contraria a norma imperativa, della scrittura privata con la quale le parti avevano convenuto un canone maggiore rispetto a quello dichiarato nel contratto registrato con canone fittizio, in quanto ricondotta nell’alveo del procedimento simulatorio.
In fatto. Il Sig. [X] citava in giudizio il Sig. [Y] affinché il Tribunale accertasse l’indebito pagamento di somme superiori a quelle dovute relativamente al contratto di locazione ad uso abitativo intercorso tra le parti (regolarmente registrato), con condanna del convenuto alla restituzione di un determinato importo, quale differenza tra il dovuto ed il corrisposto come canoni di locazione. Il Sig. [Y], con comparsa di risposta deduceva nel merito che le parti avevano stipulato due contratti di locazione ad uso abitativo: 1) uno (registrato) riportante la pattuizione di un canone mensile di lire 400.000, invocato da parte attrice; 2) altro (non registrato) con canone di locazione pattuito nella misura di lire 1.150.000 mensili (prodotto dal convenuto medesimo, unitamente alla comparsa di risposta). Aggiungeva che, proprio in base a questo secondo contratto, aveva intimato al conduttore lo sfratto per morosità, successivamente convalidato ed eseguito; che inoltre era stato emesso un decreto ingiuntivo per i canoni insoluti, che non era stato opposto; all’esito di espropriazione forzata mobiliare presso terzi, il locatore aveva incamerato le somme dovutegli. Pertanto, concludeva sostenendo che egli non avrebbe dovuto restituire alcunché all’attore tenuto conto che avrebbe avuto efficacia tra le parti il contratto non registrato con il canone di locazione di maggiore importo. Il Tribunale condannava il convenuto a pagare in favore dell’attore la somma di euro 35.524,39 indebitamente corrisposta. Proposta impugnazione da parte del Sig. [Y], la Corte d’Appello, confermando la sentenza emessa in primo grado, ha rigettato il gravame. Il Sig. [Y] si rivolgeva dunque alla Suprema Corte di Cassazione.
In diritto. Per quel che qui rileva, il locatore, ritengono gli Ermellini, ha inutilmente prodotto in giudizio la scrittura privata con cui le parti avevano convenuto un canone maggiore rispetto a quello indicato nel contratto registrato, configurandosi la nullità della stessa per contrarietà a una norma imperativa in quanto il patto occulto vòlto a determinare un maggior canone rispetto a quello dichiarato nel contratto registrato con canone fittizio deve ricondursi nell’alveo del procedimento simulatorio «che si <( ]si sostanzia nella stipula dell’unico contratto di locazione (registrato), cui accede, in guisa di controdichiarazione che consente la sostituzione, in via interpretativa, dell’oggetto del negozio (I.e. il prezzo reale in luogo di quello apparente) -, la scrittura (nella specie, coeva alla locazione, e redatta in forma contrattuale) con cui il locatore prevede di esigere un corrispettivo maggiore da occultare al fisco. .. La sostituzione, attraverso il contenuto della controdichiarazione, dell’oggetto apparente (il prezzo fittizio) con quello reale (il canone effettivamente convenuto) contrasta con la norma imperativa che tale sostituzione impedisce, e pertanto lascia integra la (unica) convenzione negoziale originaria, oggetto di registrazione. Non la mancata registrazione dell’atto recante il prezzo reale (attesane la funzione già in precedenza specificata di controdichiarazione), ma la illegittima sostituzione di un prezzo con un altro, espressamente sanzionata di nullità, è colpita dalla previsione legislativa, secondo un meccanismo del tutto speculare a quello previsto per l’inserzione automatica di clausole in sostituzione di quelle nulle: nel caso di specie, l’effetto diacronico della sostituzione è impedito dalla disposizione normativa, sì che sarà proprio la clausola successivamente inserita in via interpretativa attraverso la controdichiarazione ad essere affetta da nullità ex lege, con conseguente, perdurante validità di quella sostituenda (il canone apparente) e dell’intero contratto.» (così Cass. S.U. n. 18213/15 cit., in motivazione)». E ciò in quanto l’art. 13 coma 1, della 1egge n. 431/1998, nel prevedere la nullità di ogni pattuizione tesa a determinare un importo del canone di locazione superiore a quello risultante dal contratto scritto e registrato, impedisce che la controdichiarazione, contenente un canone più alto di quello convenuto, possa sostituire il canone pattuito e previsto nel contratto registrato. Nella fattispecie all’esame della Corte, pertanto, deve essere affermata la perdurante validità dell'(unico) contratto registrato, in ragione dell’invalidità della convenzione di cui al canone maggiore. La scrittura privata è nulla per contrarietà alla norma imperativa non già perché non registrata ma in quanto illegittimamente sostituito un prezzo con un altro, «secondo un meccanismo del tutto speculare a quello previsto per l’inserzione automatica di clausole in sostituzione di quelle nulle». Nel caso di specie, l’effetto della sostituzione è impedito dalla disposizione normativa, sì che sarà proprio la clausola successivamente inserita in via interpretativa attraverso la controdichiarazione ad essere affetta da nullità ex lege, con conseguente, perdurante validità del canone apparente. Resta dunque confermata la correttezza in diritto della condanna del locatore alla restituzione, a titolo di indebito, dei maggiori canoni percepiti, rispetto all’importo dovuto dal conduttore in esecuzione dell’unico contratto registrato.
In aggiunta a quanto sopra riportato a commento della giurisprudenza di legittimità, resta da dire che la questione è stata oggetto anche di una recente riforma, approvata con la legge di Stabilità del 2016 per cui, ed in maniera, se ve ne fosse bisogno, ancora più chiara, è sanzionata la nullità di ogni accordo ‘in nero’ tra locatore e conduttore al fine di convenire un canone di affitto diverso (e superiore) rispetto a quello del contratto scritto e successivamente registrato.
Fallito il referendum sulle trivelle
Di Cristiana Centanni il 18 aprile 2016 con 0 Commenti
Fallito il referendum sulle trivelle. L’inchiesta di Greenpeace, dal nome esplicativo “Trivelle fuorilegge
A poche ore dalla chiusura dei seggi, il referendum sulle trivelle si è concluso senza il quorum.
Ad annunciarlo il Ministero dell’Interno secondo cui «Si sono concluse le operazioni di voto del referendum popolare abrogativo della norma sulla durata delle trivellazioni marine entro 12 miglia dalla costa, fino all’esaurimento del giacimento. Ha votato, complessivamente, il 31,18% degli aventi diritto».
I votanti, 15 milioni e 806mila, si sono espressi, l’85% per il ”Sì” (13.334.764) e il restante 14% (2.198.805) per il “No”. Le schede bianche risultano 104.420, pari allo 0,66%, le nulle 168.138, pari all’ 1,06%; 663 le schede contestate e non assegnate.
Tra le Regioni promotrici del referendum sulle trivelle – Puglia e Basilicata – il quorum è stato alto. Ha votato oltre il 50% degli elettori in Basilicata, coinvolta nell’inchiesta sul petrolio, con arresti, per traffico e smaltimento di rifiuti, ed indagati, tra cui il fidanzato del Ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, che si è dimessa dal suo incarico nel governo dopo l’intercettazione inserita negli atti dell’inchiesta della magistratura di Potenza sullo smaltimento dei rifiuti legati alle estrazioni petrolifere. Anche in Puglia il dato è stato piuttosto alto, anche se lontano dal quorum (41,6%). Record negativo di affluenza si è avuto in Trentino Alto Adige (25,1%), seguito da Campania (di poco superiore al 26%) e Calabria (26,6%).
Ciò posto, cerchiamo di capire cosa accade ora.
Il quesito referendario chiedeva agli italiani – “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)‘, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale‘?” – di approvare l’abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del Codice dell’Ambiente (decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152) nella parte in cui prevede che le trivellazioni possano proseguire fino a quando il giacimento lo consente.
Il referendum riguardava 44 concessioni su cui sorgono 48 piattaforme eroganti che si trovano entro le 12 miglia.
Con l’esito di ieri del Referendum, l’attività di estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa potrà continuare fino all’esaurimento del giacimento.
Perché la soglia delle 12 miglia ?
Dopo l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, che nel 2010 provocò una gigantesca marea nera, il “decreto Prestigiacomo” ha introdotto la soglia limite. Nel 2012 però il governo Monti, con il Decreto legge “Misure urgenti per la crescita del Paese” permise di nuovo le attività estrattiva di idrocarburi nelle 12 miglia davanti alle coste italiane.
Nel decreto ‘Sblocca Italia’ del 2014, all’art. 38, il governo Renzi ha dichiarato l’estrazione di petrolio e gas in mare «attività strategica», sottraendola al consenso delle Regioni; per questo ben nove consigli regionali hanno congiuntamente presentato la richiesta di sei referendum per smantellare quelle norme, per la prima volta nella storia italiana rispetto alla raccolta delle 500 mila firme.
La norma sottoposta a referendum abrogativo si trova nella legge di stabilità 2016 avendo il governo Renzi previsto il divieto di ricerca e coltivazione idrocarburi nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa, tranne che per “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Ovverosia, la norma inserita nella legge di stabilità dice che anche quando il periodo concesso finisce – una concessione ha la durata iniziale di 30 anni ma può essere prorogata per due volte, cinque anni ciascuna: in totale dunque durano 40 anni – l’attività possa essere continuata fino alla durata di vita utile del giacimento, cioè fino a che il giacimento non si esaurisce.
In conseguenza di ciò una compagnia può continuare a trivellare entro le 12 miglia ove abbia ottenuto la licenza prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 e potrà farlo fino all’esaurimento del giacimento.
Il referendum, riformulato dalla Cassazione, chiedeva di ripristinare il divieto di estrarre petrolio e gas entro le 12 miglia, così come già previsto per le nuove licenze, estendendolo anche alle concessioni già autorizzate, consentendo loro di restare attive fino alla scadenza legale del permesso.
Trattandosi di un referendum abrogativo, il mancato raggiungimento del quorum lascia la situazione inalterata.
Pare utile segnalare un’inchiesta di Greenpeace, dall’indicativo nome “Trivelle fuorilegge”, dove è riportato uno studio sull’inquinamento provocato dalle attività estrattive in Adriatico, da cui emerge che sostanze chimiche pericolose si ritrovano abitualmente nei sedimenti e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme. In particolare, i dati, mai resi pubblici peraltro, e chissà perché (sic!), delle analisi condotte fra 2012 e 2014 dall’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) con la committenza di ENI (sulla base di una apposita convenzione ENI-ISPRA), sui sedimenti e soprattutto sulle cozze intorno a 34 piattaforme a gas nell’Adriatico, hanno rilevato nel 79 per cento dei casi valori superiori ai livelli accettabili per metalli pesanti e idrocarburi aromatici.
In conclusione, il quadro che emerge è allarmante: le piattaforme per la trivellazione sono impianti inquinanti e il dossier redatto da Greenpeace ne ha fornito le prove.
La criticità del quadro ambientale da un lato sottolinea la necessità di urgenti misure risolutive, e dall’altro pone pesanti interrogativi sulla adeguatezza dei controlli sulle trivelle in Italia. Di qui l’invito di Greenpeace a partecipare al referendum e a votare “sì” per fermare chi “svende la bellezza del nostro Paese”.
Ma gli italiani non lo hanno capito, o non lo hanno saputo, o non lo hanno voluto sapere!
Canone Rai. Il parere interlocutorio del Consiglio di Stato
Di Cristiana Centanni il 15 aprile 2016 con 0 Commenti
Mancano meno di 15 giorni alla scadenza della dichiarazione da inviare all’Agenzia delle Entrate per attestare di non avere il televisore, onde evitare di pagare un’imposta non dovuta, che il Massimo organo di giustizia amministrativa, si legge in una nota di Palazzo Spada, «ha espresso un parere interlocutorio sullo schema di decreto del Ministero dello sviluppo economico riguardante il canone di abbonamento alla televisione, in attuazione dell’articolo 1, comma 154 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità 2016)». Con tale parere, prosegue il comunicato, «sono stati evidenziati alcuni profili che richiedono un approfondimento da parte dell’Amministrazione, quali l’individuazione di cosa si debba intendere per apparecchio televisivo, la cui detenzione comporta il pagamento del relativo canone di abbonamento, e il rispetto della normativa sulla privacy».
In particolare, il Consiglio di Stato denuncia la scarsa chiarezza, nel decreto, della definizione di ‘apparecchio televisivo’, così come il non preciso riferimento alla circostanza che il canone si versa una volta sola, anche se vi sono più televisori nella stessa casa in grado di ricevere i programmi in modo diretto “oppure attraverso il decoder”. Deve essere meglio illustrato, secondo i Giudici di Palazzo Spada, che il canone non è dovuto se si hanno uno ‘smarthpone o un tablet’, apparecchi in grado comunque di intercettare il segnale televisivo; «non tutte le norme ivi previste risultano formulate in maniera adeguatamente chiara, tenendo conto dell’ampia platea di utenti cui le medesime si rivolgono»: ne è un esempio l’art. 3 del regolamento che «nell’individuare, ai fini dell’addebito del canone, le categorie di utenti, utilizza formule tecniche di non facile comprensione per i non addetti al settore».
I Giudici di Palazzo Spada, in ordine alla autocertificazione, sottolineano che il decreto non prevede una campagna informativa capillare con lo scopo di illustrare le modalità di detta procedura. In armonia, nei giorni scorsi, considerato lo scarso periodo di tempo a disposizione dei cittadini (dal 4 al 30 aprile se si invia per raccomandata o fino al 30 maggio rivolgendosi a un Caf), il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, aveva annunciato una proroga al riguardo, esattamente al 15 maggio nel caso di presentazione della dichiarazione sia via Internet sia tramite raccomandata.
In aggiunta, la privacy. Non vi è, secondo il Consiglio di Stato, un riferimento allo scambio dati tra vari enti necessario per l’addebito, mentre sarebbe necessaria una disposizione che espliciti che le procedure previste avvengano nel rispetto della normativa sulla privacy. Il Consiglio di Stato lamenta che i dati che si scambieranno gli “enti coinvolti” (Anagrafe Tributaria, Autorità per l’Energia Elettrica, Comuni e società private) non sono stati normati in modo da salvaguardare la riservatezza dei cittadini.
Il Consiglio di Stato ha infine lamentato che il Ministero dell’Economia non abbia dato un formale via libera al decreto del Ministero dello Sviluppo economico, limitandosi a una “presa d’atto” che, senza “concerto”, rischierebbe di mettere in dubbio la stessa correttezza formale della decisione: «con il concerto il Ministro partecipa dell’iniziativa politica, concorrendo ad assumerne la responsabilità: pertanto, il concerto può essere manifestato da un funzionario soltanto per espresso incarico o per delega del Ministro e non sotto la forma di semplice nulla osta al prosieguo dell’iter procedurale».
E se anche Giacomelli si affretta a precisare che «quella del Consiglio di Stato non è affatto una bocciatura, ma un utile suggerimento di integrazioni e chiarimenti peraltro assolutamente nella prassi dei pareri del Consiglio stesso», si legge in sentenza che il decreto del Ministero dello Sviluppo che ha introdotto il canone in bolletta da luglio è da riscrivere.
In conclusione, anche se la prima rata di 60 euro dovrebbe rimanere nella bolletta della luce di luglio, sono tuttavia molte le voci contrarie. Tra tutte, il Codacons – che si gloria del fatto che i giudici di Palazzo Spada hanno «confermato pienamente i tanti dubbi del Codacons sulla legittimità del canone Rai in bolletta, ravvedendo le stesse criticità sollevate dalla nostra associazione» – che chiede la sospensione del decreto: «Come conseguenza del parere del Consiglio di Stato non sarà possibile inserire il canone in bolletta, almeno fino a che non saranno superate le pesanti criticità rilevate». Il Governo deve quindi ora «sospendere il decreto e apportare tutte le correzioni richieste dai giudici. L’unica cosa certa in mezzo ai tanti dubbi e alla totale mancanza di informazioni per i cittadini, è che sul canone Rai in bolletta regna il caos più totale, motivo per cui il Governo farebbe bene a rinunciare del tutto al provvedimento», chiosa il presidente del Codacons, Avv. Carlo Rienzi.

References: sentenza 
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 art. 92

Cass. 
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