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Timestamp: 2019-07-21 00:27:23+00:00

Document:
Area Medica : CASSAZIONE CIVILE (mobbing escluso dal brutto carattere della dipendente)
Contributo da Admin su 22 Mag 2009 - 09:41
Con ricorso al Tribunale di Milano, quale giudice del lavoro, depositato il 4 giugno 2002, T.M., infermiera dipendente della Fondazione X. dal mese di febbraio 1986, esponendo di essere stata oggetto, a far tempo dal 1996, di continue vessazioni da parte di colleghi e superiori nel corso dell'attività lavorativa e sul luogo di lavoro nonché di essere stata demansionata e deducendo che, a causa di tali condotte, imputabili anche alla datrice di lavoro (ex artt. 2087, 2043, 2049, 1175, 1375, 2103, 1218 e 1223 cod. civ. e D. Lgs. n. 626/94), ella era caduta in uno stato di prostrazione (sindrome ansioso-depressiva), aveva chiesto la condanna della Fondazione a risarcirle i danni conseguenti, alla professionalità (Euro 51.645,69) nonché i danni biologico psichico (Euro 35.317,44), morale (Euro 17.658,72) ed esistenziale (Euro 25.822,84).
Le domande della T.M. sono state respinte nei due gradi del giudizio di merito, da ultimo con la sentenza depositata il 5 maggio 2006, con la quale la Corte d'appello di Milano aveva rilevato la tardività di alcune deduzioni in fatto e soprattutto e comunque, pur accertando l'esistenza di una situazione di conflittualità tra l'appellante e suoi colleghi e superiori diretti, ha escluso che si fossero verificati episodi di vessazione ai danni della prima, attribuendo la conflittualità a problemi caratteriali della ricorrente e quindi ad un suo disagio esistenziale ovvero ad una sua condizione psicologica alterata.
Col primo motivo di ricorso, la difesa della T.M. deduce l'omessa insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata in ordine all'esame e alla valutazione dei fatti e delle risultanze istruttorie emerse in corso di causa.
Le conclusioni assunte col primo motivo costituiscono altresì la premessa per l'enunciazione del secondo motivo di ricorso, col quale viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 nonché dell'art. 2087 cod. civ..
Il motivo conclude con la formulazione di due quesiti di diritto, con i quali si chiede alla Corte a) in via generale, se il giudice del lavoro, nella valutazione degli elementi integranti del mobbing e dunque anche nel caso in esame debba utilizzare tutti i poteri istruttori previsti dall'ordinamento processuale ivi comprese - più diffusamente che nelle altre fattispecie - le presunzioni; b) ancora in via generale, se il giudice del lavoro investito della questione della violazione dell'art. 2087 c.c. debba valutare se il datore di lavoro abbia concretamente posto in essere le condotte volte a tutelare la salute psicofisica dei dipendenti, senza limitarsi a ritenere sufficienti mere dichiarazioni di intenti o generiche raccomandazioni, come accaduto nel caso di specie.
In proposito, la ricorrente lamenta che la Corte d'appello non abbia neppure preso in considerazione, senza alcuna motivazione, la richiesta dell'appellante di ammissione di tutte le istanze istruttorie avanzate in primo grado e non accolte dal giudice. In particolare richiama la richiesta di C.T.U. medica, lamenta che la teste D. non sia stata sentita su di un determinato capitolo di prova (n. 16) e ricorda che il giudice di primo grado, nonostante le richieste della difesa della ricorrente, aveva escusso solo due dei venti testi indicati, ritenendo quindi la causa matura per la decisione.
Questa viene infatti valutata come carente in quanto non avrebbe desunto dalle risultanze istruttorie, anche attraverso l'utilizzazione delle presunzioni emerse in giudizio, i significati ritenuti dalla ricorrente evidenti o comunque desumibili dalle stesse, anziché quelli di fatto da esse tratti e avrebbe ritenuto erroneamente sufficienti le iniziative intraprese dalla direzione aziendale per sedare il clima conflittuale che si era determinato tra la ricorrente e colleghi e superiori.
Va anzitutto ribadito, come premessa all'esame delle stesse, che il controllo di legittimità sulla motivazione delle sentenze riguarda unicamente (attraverso il filtro delle censure mosse con il ricorso) il profilo della coerenza logico-formale delle argomentazioni svolte, in base all'individuazione, che compete esclusivamente al giudice di merito, delle fonti del proprio convincimento, raggiunto attraverso la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, scegliendo tra di esse quelle ritenute idonee a sostenerlo all'interno di un quadro valutativo complessivo privo di errori, di contraddizioni e di evidenti fratture sul piano logico, nel suo interno tessuto ricostruttivo della vicenda (cfr., per tutte, Cass. S.U. 11 giugno 1998 n. 5802 e, più recentemente, Cass., sez. lav. 6 marzo 2006 n. 4770 e Cass. sez. 1ª, 26 gennaio 2007 n. 1754).
Il controllo in sede di legittimità sul giudizio di fatto del giudice di merito non può infatti spingersi fino alla rielaborazione dello stesso alla ricerca di una soluzione alternativa rispetto a quella ragionevolmente raggiunta, da sovrapporre, quasi a formare un terzo grado di giudizio di merito, a quella operata nei due gradi precedenti, magari perché ritenuta la migliore possibile, dovendosi viceversa muovere esclusivamente nei limiti segnati dall'art. 360, n. 5 c.p.c. (cfr., da ultimo, Cass. 6 marzo 2008 n. 6064).
Occorre pertanto che gli specifici dati della controversia, dedotti per invalidare la motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione, siano autonomamente dotati di una forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l'intero ragionamento svolto dal giudicante o determini al suo interno radicali incompatibilità così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione (in proposito, cfr., di recente, Cass. sez. 3ª, 21 novembre 2006 n. 24744 e sez. lav. 3 agosto 2007 n. 17076).
Sulla base di ciò, la Corte territoriale ha pertanto concluso non negando il clima di conflitto che si era determinato all'interno della azienda nei vari reparti in cui la ricorrente aveva operato, ma ridimensionandone la portata e attribuendone la responsabilità soprattutto a problemi caratteriali e di rapporto della T.M..
In tale quadro di riferimento, la Corte ha comunque valorizzato il tentativo di superare la situazione conflittuale creatasi tra la ricorrente e le proprie colleghe col trasferimento della stessa ad altro reparto, in adesione a quanto richiesto o comunque suggerito dalla stessa T.M. e ha infine escluso una possibile responsabilità del datore di lavoro - comunque valutata come solo confusamente e genericamente dedotta dall'appellante -, in ragione del fatto che il responsabile del personale, come la responsabile del servizio infermieristico, si erano adeguatamente attivati, sia pure inutilmente, per risolvere la situazione.
Ancorché sotto la forma di una contestazione della valutazione o della omessa valutazione del possibile significato di specifiche risultanze processuali, la ricorrente tenta nella sostanza di operare una ricostruzione alternativa della vicenda dedotta, attraverso un diverso apprezzamento dei fatti e delle prove, con l'attribuire un possibile significato alternativo, soggettivamente ritenuto certo, a determinati fatti, col valorizzare elementi indiziari ritenuti dai giudici di merito di scarso o trascurabile rilievo, col denunciare come contrastanti con l'evidenza accertamenti dei giudici, in realtà diversi da quelli effettivi oppure aventi la sostanza di valutazioni contrastanti con le proprie.
Come già rilevato in via di principio, la richiesta di una siffatta operazione di rivalutazione del complesso dei fatti e delle risultanze istruttorie alla ricerca di una soluzione alternativa a quella ragionevolmente adottata dai giudici di merito non appare ammissibile in sede di legittimità. Ne consegue l'infondatezza dei due motivi esaminati.
Al riguardo, deve del resto ritenersi che la Corte d'appello, confermando la decisione del giudice di primo grado quanto alla mancata audizione della teste D. sul cap. 16 della prova testimoniale e alla decisione di dare ingresso alla discussione finale dopo l'esame di due soli testi di parte attrice, ha implicitament
ma evidentemente condiviso la valutazione di questi di irrilevanza del capitolo indicato e di ininfluenza quanto all'audizione degli ulteriori testimoni.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rimborsare alla convenuta le spese di questo giudizio, liquidate in Euro 45,00 ed Euro 3.000,00 per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA.<o:p></o:p>

References: sentenza 
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 Cass. 
 Cass. sez. 
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