Source: http://www.paoloalfano.it/2012/02/10/ancora-un-chiarimento-della-cassazione-in-tema-di-mobbing/
Timestamp: 2019-07-17 17:31:29+00:00

Document:
Ancora un chiarimento della Cassazione in tema di mobbing | Studio Legale Avv. Paolo Alfano
Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 10-01-2012, n. 87
La Corte d’appello di L’Aquila ha confermato la sentenza di prime cure che aveva rigettato la domanda proposta da B.G. nei confronti della s.p.a. Banca , sua ex datrice di lavoro, avente ad oggetto la reintegrazione nel posto di lavoro, previo annullamento delle dimissioni del lavoratore rassegnate in data 31 marzo 2000, il risarcimento del danno per il mobbing che il lavoratore assumeva di aver patito ed il risarcimento del danno per l’allegata dequalificazione subita.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso il B. affidato a cinque motivi. La s.p.a. Banca resiste con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
Col primo motivo il ricorrente denuncia vizio di omessa e contraddittoria motivazione relativamente alla statuizione della sentenza impugnata concernente il mobbing. Deduce che la Corte di merito non avrebbe adeguatamente valutato una serie di vicende inerenti il rapporto di lavoro le quali dimostravano la sussistenza degli estremi del mobbing. In particolare: a) il B., che nel corso del rapporto aveva conseguito numerosi avanzamenti di carriera, fino a raggiungere l’inquadramento come quadro direttivo, ed al quale era stata affidata, nei primi mesi del 1997, la direzione esecutiva dell’agenzia di (OMISSIS), dopo l’infarto miocardico, subito nell’agosto dello stesso anno, era stato trasferito ad altra agenzia, non adatta alle sue condizioni di salute per l’eccessivo carico di lavoro; durante questo periodo era rimasto vittima di una rapina; il diverso atteggiamento datoriale nei suoi confronti era dimostrato dal fatto che nel 1999 gli era stata irrogata una sanzione disciplinare (biasimo scritto); b) nel 1999 era stato trasferito ad altra agenzia ma gli erano state assegnate non più le mansioni di coordinatore o preposto di filiale bensì quelle di operatore di sportello, con evidente demansionamento rispetto all’inquadramento sopra indicato, dimostrato anche dal fatto che era stato posto in posizione sotto ordinata rispetto ad altro dipendente in possesso di un livello di inquadramento inferiore; l’assunto della banca secondo cui nel suddetto periodo al ricorrente erano state affidate anche le mansioni di “consulente clienti privati” era rimasta non provata in giudizio;
c) il mancato conferimento del premio di fedeltà spettante ai dipendenti che avevano raggiunto il venticinquesimo anno di anzianità di servizio.
Col terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2103 c.c., nonchè vizio di motivazione in relazione alla statuizione con la quale la Corte territoriale ha negato l’esistenza di una dequalificazione professionale patita dal ricorrente in occasione del suo trasferimento ad altra agenzia nel 1999. Sottolinea la circostanza che in quell’occasione il ricorrente fu posto in posizione gerarchicamente subordinata rispetto ad altro dipendente in possesso di un inquadramento inferiore. Deduce inoltre l’evidente demansionamento derivante dal fatto di essere stato adibito a mansioni di cassiere pur essendo inquadrato come quadro direttivo.
Col quarto motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 428 c.c., nonchè vizio di motivazione in relazione alla statuizione con la quale la Corte di merito ha ritenuto infondata la tesi secondo cui le dimissioni sarebbero state viziate da incapacità. Evidenzia, in particolare, la gravità della patologia (sindrome ansioso depressiva) da cui era affetto e deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere il complesso degli elementi di valutazione alla stessa sottoposti inidoneo a provare lo stato di incapacità al momento del recesso.
Col quinto motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 e 2103 c.c., e dell’art. 32 Cost., nonchè vizio di motivazione in relazione alla statuizione con la quale è stata rigettata la richiesta di risarcimento del danno.
Ribadisce che la sua assegnazione allo sportello con mansioni di cassiere costituì una vera e propria dequalificazione professionale atteso che allo stesso era già stata riconosciuta la qualifica di quadro e che da tale dequalificazione derivò un danno professionale conseguente all’impoverimento delle capacità professionali possedute. Deduce altresì che la Corte di merito aveva disatteso la domanda di liquidazione equitativa del danno suddetto.
Secondo il costante insegnamento di questa Corte di legittimità (cfr., in particolare, Cass. 17 febbraio 2009 n. 3785) per “mobbing” si intende una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio. E’ stato altresì precisato (Cass. 6 marzo 2006 n. 4774) che la sussistenza della lesione del bene protetto e delle sue conseguenze deve essere verificata – sulla base di una valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi – considerando l’idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell’azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza della violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato. L’apprezzamento circa la sussistenza, in concreto, degli estremi del mobbing, secondo i parametri sopra delineati, costituisce una valutazione di merito che, ove basata su motivazione adeguata e priva di vizi logici, sfugge al sindacato di legittimità (Cass. 29 settembre 2005 n. 19053, in motivazione).
Al riguardo, le Sezioni unite di questa Corte hanno affermato che il quesito deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte;
ciò vale a dire che la Corte di legittimità deve poter comprendere dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico – giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal Giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare: in conclusione, l’ammissibilità del motivo è condizionata alla formulazione di un quesito, compiuta e autosufficiente, dalla cui risoluzione scaturisca necessariamente il segno della decisione (cfr. Cass., S.U. U, 25 novembre 2998 n. 28054; Cass. S.U. 30 ottobre 2008 n. 26020). Ed infatti la peculiarità del disposto di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ., introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6, consiste proprio nell’imposizione, al patrocinante che redige il motivo, di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione denunciata, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto e, quindi, al miglior esercizio della funzione nomofilattica della Corte di legittimità (cfr. Cass. 24 luglio 2008 n. 20409).
Coerentemente con tale principio è stato precisato (Cass. 7 aprile 2009 n. 8463) che la funzione propria del quesito di diritto è di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare.
E’ evidente che il quesito di diritto sopra integralmente riportato non corrisponde allo schema prima delineato. Esso risulta infatti del tutto generico e non pertinente rispetto alla fattispecie, in quanto si risolve nella enunciazione in astratto delle regole vigenti nella materia (conseguenze risarcitorie da demansionamento e liquidazione equitativa del danno – profilo, quest’ultimo, del quale non è fatta alcuna menzione nella sentenza impugnata -) senza enucleare il momento di conflitto rispetto ad esse del concreto accertamento operato dai giudici di merito (cfr. Cass. 4 gennaio 2011 n. 80; Cass. 29 aprile 2011 n. 9583); ciò in contrasto con i principi enunciati da questa Corte di legittimità (cfr., in particolare, Cass. S.U. 5 gennaio 2007 n. 36) secondo cui il principio di diritto, richiesto a pena di inammissibilità del relativo motivo, deve essere formulato in maniera specifica e deve essere chiaramente riferibile alla fattispecie dedotta in giudizio, dovendosi ritenere inesistente un quesito generico e non pertinente.
La sentenza impugnata ha fatto corretto uso dei suddetti principi avendo stabilito, sulla base di una motivazione adeguata e priva di vizi logici, che non risultava provato l’assunto del lavoratore secondo cui la “sindrome ansioso depressiva” da cui lo stesso era affetto aveva determinato una situazione anche temporanea i incapacità di intendere e di volere. In particolare la Corte di merito ha attribuito decisivo rilievo, da un lato, al fatto che non era stata certificata, e neppure dedotta, una particolare gravità della suddetta affezione; dall’altro, al fatto che il comportamento complessivo del dimissionario dimostrava una sua capacità di determinarsi; ed infatti il B. aveva contrattato ed ottenuto una somma consistente (80 milioni di lire) a titolo di indennizzo a fronte delle dimissioni ed aveva ricoperto (come risulta ammesso anche nel motivo di ricorso in esame), subito dopo le dimissioni, l’incarico di legale rappresentante di una società a responsabilità limitata operante nel settore dell’elettronica.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in Euro 70,00 oltre Euro 4000 (quattromila) per onorari e oltre spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 ottobre 2011.
← Il vigile può multare anche sulle statali purché nel territorio comunale L’aumento del canone di locazione non fa aumentare l’assegno di divorzio →

References: Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 6
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza