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Timestamp: 2020-08-12 11:50:19+00:00

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IL CONTRATTO IN GENERALE - Riviste, Testi e Recensioni - ROMOLOROMANI.IT
a firma di anna poli, February 16, 2001 in Riviste, Testi e Recensioni
Pubblicato il giorno February 16, 2001
sottopongo alla vostra attenzione la seguente bibliografia in materia di contratto in generale, invitando ciascuno a scegliere un articolo ed a "postare" la sintesi di quello che ritiene più interessante o trova più facilmente reperibile. Io inizierò da quello contrassegnato con l'asterisco.
A)IN MATERIA DI FORMA DEL CONTRATTO:
-OBBLIGAZIONI E CONTRATTI, Contratti in genere — Invalidità — Nullità del contratto — Nullità parziale — Nullità di una clausola contrattuale — Estensione ad altra clausola — Condizione —Divisione negoziale di asse ereditario — Clausola avente per oggetto la donazione di cespiti da un coerede all’altro — Nullità per difetto di atto pubblico — Estensione delle nullità a clausole prevedenti trasferimenti onerosi fra altri coeredi (Cass., Sez. I civ., 25 marzo 1998 n. 3.155), Vita Not. 99,1, p. 185;
-OBBLIGAZIONI E CONTRATTI, Requisiti formali della risoluzione consensuale di compravendita immobiliare (Cass., Sez. Il, 7marzo 1997, n 2.040) Not. 97,6, p. 517;
B)IN MATERIA DI OGGETTO DEL CONTRATTO
-OBBLIGAZIONI E CONTRATTI, Sulla perizia contrattuale (Pret. Brescia 17 febbraio 1995) Contratti 95, 4, p. 369;*
-OBBLIGAZIONI E CONTRATTI, Determinazione e determinabilità del prezzo dei contratti di compravendita immobiliare (Cass, Sez. Il, 26 agosto 1996, n 7.848) Not. 97, 2, p. 139;
C)IN MATERIA DI ARBITRAGGIO:
-Sulla distinzione tra arbitrato e arbitraggio (App. Genova, 17 maggio 1951), RFI 51, p. 1.967.
Pubblicato il giorno February 17, 2001
mi accingo ad effettuare la recensione dell'articolo che ho scelto, seprando che anche voi facciate altrettanto!
Sintesi da: I Contratti n. 4/1995 p. 369, con commento di F. Redaelli
Pretura di Brescia, 17 febbraio 1995 -Pret. Benini - Paderni (Dott. Proc. Stranieri) - Lloyd Adriatico s.p.a. (Avv. Tono-letti)
Arbitrato e perizia contrattuale - Criteri distintivi - Perizia contrattuale - Natura - Nullità
La perizia contrattuale costituisce un mandato congiuntivo attribuito a terzi, che comporta l'obbligo di compiere un’attività vincolante per le parti, con natura e qualità diverse da quelle dell’arbitrato, rituale o irrituale.
L’attività dell’esperto è circoscritta ad un’ indagine esclusivamente tecnica, da cui esulano quelle determinazioni volitive e discrezionali che caratterizzano l’attività svolta dagli arbitri; il perito è quindi ausiliario tecnico delle parti, così come, nei procedimenti giudiziari, il consulente assiste il giudice nelle indagini di natura tecnica.
La sentenza trae spunto da una vicenda relativa ad una polizza assicurativa le cui condizioni generali prevedono l’adozione dell’arbitrato rituale per la risoluzione di alcune determinate controversie ed il ricorso a periti per la definizione di altri e diversi contrasti tra le parti.
La giurisprudenza ha più volte precisato, con riferimento alla materia assicurativa, che si ha perizia contrattuale quando le parti deferiscono a terzi l’accertamento del danno risarcibile, delle circostanze relative all’aggravamento del rischio o più genericamente conferiscono al terzo l’incarico di compiere, precipuamente in base alla sua capacità tecnica, constatazioni o un accertamento tecnico, impegnandosi ad accettare la sua deliberazione.
Si tratta di un mandato congiuntivo attribuito a terzi, che comporta l’obbligo di compiere un’attività vincolante per le parti, con natura e qualità diverse da quella dell’arbitrato, rituale o irrituale. L’attività dell’esperto è circoscritta ad un’indagine esclusivamente tecnica, da cui esulano quelle determinazioni volitive e discrezionali che caratterizzano l’attività svolta dagli arbitri; il perito è quindi semplice ausiliario tecnico delle parti, così come, nei procedimenti giudiziari, il consulente assiste il giudice nelle indagini di natura tecnica. La previsione di una perizia contrattuale comporta inoltre «la temporanea rinunzia alla tutela giurisdizionale dei diritti nascenti dal rapporto contrattuale, nel senso che, prima e durante il corso della procedura contrattualmente prevista, le parti stesse non possono proporre davanti al giudice ordinario le azioni derivanti dal suddetto rapporto» (Cass. n.2195/1984).
ARBITRATO, ARBITRAGGIO E PERIZIA CONTRATTUALE
La giurisprudenza e la dottrina prevalenti riconoscono quali elementi peculiari dell’arbitrato rituale la volontà delle parti di devolvere ad arbitri privati la risoluzione delle controversie relative alla validità, all’interpretazione, all ‘esecuzione nonché alla risoluzione del contratto (cui si riferisce la clausola compromissoria o il compromesso), attribuendo ad essi l’esercizio della funzione sostitutiva di quella del giudice e l’emanazione di provvedimento, il lodo, avente efficacia di sentenza.
Nell’arbitrato irrituale o libero le parti attribuiscono agli arbitri un mandato a risolvere le controversie derivanti dal contratto emettendo una pronuncia di natura negoziale che le parti stesse si sono impegnate a riconoscere come manifestazione della loro volontà: gli arbitri irrituali non esercitano quindi alcuna funzione giurisdizionale né il lodo ha l’efficacia di sentenza.
L’arbitraggio, espressamente disciplinato dall’art. 1349, codice civile, è il contratto (o l’atto) mediante il quale le parti conferiscono ad un terzo l’incarico di determinare non la risoluzione di una controversia relativa ad un rapporto giuridico preesistente, come nell’arbitrato irrituale, bensì uno degli elementi del contratto in formazione.
La perizia contrattuale è qualificabile alla stregua d’incarico affidato dalle parti ai periti al fine di compiere accertamenti e valutazioni sulla base di norme tecniche proprie della materia di cui, sono esperti, con l’impegno ad accettarne i risultati, sono riscontrabili diverse tesi volte ad affermare od a negare l’autonomia di questa figura rispetto tanto all’arbitrato irrituale che all ‘arbitraggio.
La giurisprudenza risalente ad alcuni Autori ritengono che la perizia contrattuale coincida con l’arbitrato irrituale in quanto ai periti sarebbe pur sempre attribuito il mandato di risolvere una controversia mediante l’interpretazione del contratto
Una parte abbastanza consistente della dottrina sostiene, invece, che la perizia contrattuale non costituisca un’autonoma figura giuridica, con l’unica eccezione del caso che si tratti di una mera perizia, ossia di un semplice parere tecnico non vincolante per le parti; secondo questa impostazione la perizia si avvicinerebbe, quasi sino a coincidere, con l’arbitrato irrituale, ogniqualvolta si sia in presenza di una controversia tra le parti, o con l’arbitraggio, nel caso in cui i periti non dirimono alcuna lite tra le parti ma determinano o precisano un elemento contrattuale
Secondo invece la giurisprudenza più recente - ed a questo indirizzo aderisce anche la sentenza della Pretura di Brescia - la perizia rappresenta una figura autonoma contraddistinta dall’arbitrato irrituale, in quanto i periti non risolvono una controversia giuridica relativa all’interpretazione, esecuzione e risoluzione del contratto ma si limitano a svolgere accertamenti e valutazioni tecniche, e dall’arbitraggio, poiché i periti non sono dotati della medesima discrezionalità - l’equo apprezzamento o il mero arbitrio - propria dell’arbitratore, bensì devono ottemperare alle norme tecniche che regolano la specifica materia oggetto della perizia.
Luca Pettinari Gregge 0
Pubblicato il giorno February 19, 2001
Scusate il disturbo, ma volevo far notare che della sentenza - (Cass., Sez. I civ., 25 marzo 1998 n. 3.155), Vita Not. 99,1, p. 185 - non vi è assolutamente traccia, credo debba esserci un errore nell'indicazione degli estremi.
Per maggior precisione vi avverto che non ve ne è traccia nemmeno nei successivi numeri di Vita Notarile ....
- Spero di non esser stato colto da improvvisa ubriachezza!!!
Salutoni e scusate ancora....
Tratto da: “Requisiti formali della risoluzione consensuale di compravendita immobiliare” in Notariato n. 6/1997 pag. 517 e ss. con nota di Fabrizio Gradassi su Cassazione sez. II 7 marzo 1997 n. 2040.
Secondo la Suprema Corte: “Lo scioglimento per mutuo consenso di un contratto di trasferimento della proprietà immobiliare, per la cui conclusione del quale è richiesta la forma scritta ad substantiam ex art. 1350 n. 1 c.c deve anch’esso risultare da un atto scritto, perché per effetto dello scioglimento si opera un nuovo trasferimento della proprietà al precedente proprietario”.
Il cd. Mutuo dissenso nella prassi notarile
Appare opportuno preliminarmente ricordare che le locuzioni mutuo consenso e mutuo dissenso vengono entrambe utilizzate in dottrina ed in giurisprudenza per alludere al medesimo fenomeno, cioè il concorde apprezzamento delle parti in ordine alla volontà di eliminare gli effetti di un negozio, il quale potrebbe essere affetto da patologie giuridiche.
In tema di mutuo dissenso due sono le teorie formulate dalla dottrina:
a) Teoria del c.d. contrarius actus (MIRABELLI e RUBINO): tale dottrina ritiene che le parti non abbiano il potere di risolvere mediante un atto di autonomia negoziale il contratto traslativo di diritti reali immobiliari. Al fine di raggiungere tale obiettivo, infatti, è necessario porre in essere un atto di segno uguale e contrario a quello già concluso. Il mutuo dissenso delle parti quindi si tramuterebbe in null’altro che in un atto in cui si effettui un ritrasferimento dell’immobile a colui il quale nel contratto originario figurava come alienante/donante. L’atto de quo avrebbe perciò causa e funzione tipica dell’originaria compravendita o donazione, con efficacia ex nunc.
b) Teoria del negozio risolutorio (vedi in proposito BETTI, MESSINEO, SANTORO PASSARELLI e BIANCA): secondo questa tesi il contratto di mutuo dissenso (o di risoluzione per mutuo dissenso) costituisce un negozio eliminativi di quello già sorto; in tal modo le parti, mediante atto di autonomia negoziale, raggiungono lo stesso risultato che sarebbe ottenibile mediante una pronuncia di risoluzione giudiziale. Si tratterebbe di un negozio con una autonoma causa costante, il quale determinando lo scioglimento dell’originario vincolo contrattuale, farebbe retrocedere le parti alle rispettive originarie posizioni.
Tale seconda teoria appare preferibile in virtù del fatto che il mutuo dissenso designato ex art. 1372 c.c.(Efficacia del contratto) altro non sarebbe che una forma di risoluzione del contratto operata dall’autonomia negoziale delle parti e come tale produttiva degli effetti di cui all’art. 1458 c.c. (Effetti della risoluzione) e cioè dell’efficacia retroattiva ex tunc.
CAPOZZI inoltre ricorda come tale tesi venga suffragata dal fatto per cui ai sensi dell’art. 2655 comma 3 c.c. si preveda che la risoluzione di un atto trascritto debba essere annotata a margine della trascrizione stessa ove l’annotazione (ult. comma) si opera anche mediante sentenza o convenzione dalla quale risulti la risoluzione: in altre parole anche mediante contratto di risoluzione per mutuo dissenso.
Implicazioni notarili della tesi del mutuo dissenso come negozio risolutorio
L’art. 28 del D.P.R. 131/86 (t.u. imposta di registro) considera la risoluzione del contratto traslativo di diritti reali immobiliari come un ulteriore trasferimento del medesimo diritto, a meno che il contratto risolutivo non venga concluso entro il secondo giorno non festivo successivo a quello in cui è stato concluso l’originario contratto che si intende risolvere. Se il contratto risolutorio viene concluso entro tale periodo di tempo esso dovrà comunque scontare l’imposta proporzionale.
Circa le dichiarazioni richieste dalle leggi 47/85 e 165/90, CAPOZZI sottolinea l’inutilità delle stesse laddove si voglia seguire la tesi del negozio risolutorio. Tuzioristicamente, però, appare preferibile, stante l’oscillazione di dottrina e giurisprudenza in materia, far si che anche l’atto di mutuo dissenso mantenga in esso tali dichiarazioni.
In tema di trascrizione viceversa, ove si volesse seguire la tesi del negozio risolutorio dovrà procedersi ad annotazione ex art. 2650 c.c., ove si volesse preferire la tesi del contrariu actus, si dovrà effettuare una vera e propria nuova trascrizione ex art. 2643 c.c.
In tema di regime patrimoniale dei coniugi la tesi del negozio risolutorio non permetterebbe alcun tipo di complicazione stante la retroattività del negozio. In buona sostanza, nell’ipotesi di trasferimento di bene personale, l’intervenuto mutuo dissenso eviterebbe l’applicazione dell’art. 177 lettera a) c.c. , non potendosi parlare in tal caso di nuovo acquisto, cosa che diversamente potrebbe rilevarsi per i sostenitori della teoria del contrarius actus.
La sentenza oggetto del presente approfondimento contiene un’affermazione di rilevante interesse notarile laddove espone che”…per effetto del mutuo consenso si effettua un nuovo trasferimento della proprietà al precedente proprietario”.
Alla luce di quanto sopra esposto pare che la S.C. abbia voluto abbracciare la tesi del c.d. contrarius actus, volendo escludere che dal mutuo consenso/dissenso possano scaturire effetti risolutivi/eliminativi, e, per contro, presupponendo un ritrasferimento del diritto di proprietà. (???)
Per quanto concerne la forma dell’atto di mutuo consenso nelle ipotesi di trasferimento di diritti reali immobiliari, la Corte non fa altro che riaffermare quanto già la giurisprudenza ha avuto modo di sostenere (CASSAZIONE SEZIONI UNITE 28 agosto 1990 n. 8878 in Riv. Not. 5/1991 pag. 1033) e cioè della necessitò della stessa forma richiesta ad substantiam per la redazione dell’originale atto di trasferimento.
Fabrizio Gradassi, REQUISITI FORMALI DELLA RISOLUZIONE CONSENSUALE DI COMPRAVENDITA IMMOBILIARE, in Notariato, 1997, VI, p.517.
La Suprema Corte con la sentenza n.2040/97 è ritornata sulla vexata quaestio del mutuo dissenso osservando che "lo scioglimento per mutuo consenso di un contratto di ritrasferimento della proprietà immobiliare, per la conclusione del quale è richiesta la forma scritta <<ad substantiam>> ex art. 1350, n.1 c.c., deve anch'esso risultare da atto scritto, perché per effetto dello scioglimento si opera un nuovo trasferimento della proprietà al precedente proprietario".
Per mutuo consenso (rectius mutuo dissenso) si intende il negozio giuridico con cui le parti sciolgono, con un nuovo accordo, il vincolo contrattuale precedentemente assunto.
L'individuazione della natura giuridica del c.d. mutuo dissenso è molto importante date le conseguenze che derivano dall'accoglimento della tesi del negozio risolutorio, ovvero quella accolta del ritrasferimento o, meglio, del contrarius actus.
Nel primo caso, infatti, il Notaio non dovrà inserire in atto né la dichiarazione urbanistica, né quella fiscale ai sensi della Legge 165/90; inoltre, non dovrà procedere ad una nuova trascrizione, ma semplicemente ad un'annotazione.
I sostenitori della tesi del contronegozio ritengono che nei negozi traslativi di diritti reali immobiliari gli effetti negoziali siano irreversibili, con la conseguenza che le parti possono ritornare alla posizione giuridica preesistente solo con un ulteriore atto traslativo. Si tratterebbe dunque di un atto con efficacia ex nunc.
Si è obiettato che l'atto contrario non raggiunge, retrocedendo, le posizioni anteriori, ma progredisce a posizioni nuove; così si avrà una controvendita (nella quale il compretore diventerà venditore e viceversa) una controdonazione (nella quale il donatario diventerà donante e viceversa). In quest'ultimo caso, trattandosi di una nuova donazione, i legittimari del donante ed i legittimari del donatario potrebbero, tutti quanti, ove sussistessero i presupposti di legge, agire in riduzione alla morte del "proprio donante".
I sostenitori della tesi del negozio risolutorio ritengono che il mutuo dissenso non dia vita a tanti diversi contronegozi, ma che costituisca una figura unitaria nella quale possono individuarsi i requisiti di cui all'art. 1325 c.c.: la causa, che in tutte le ipotesi è la risoluzione di un precedente contratto; la volontà che è tesa ad eliminare dal mondo giuridico il contratto precedente; l'oggetto e la forma.
Il mutuo dissenso di cui all'art. 1372 c.c. altro non è che una forma di risoluzione del contratto operata dall'autonomia negoziale delle parti e, come tale, esso deve produrre gli effetti di cui all'art. 1458 c.c. (effetto retroattivo tra le parti senza pregiudicare i diritti acquistati dai terzi, salvi gli effetti della trascrizione).
Tale impostazione trova inoltre conferma nell'art. 2655 comma 3 c.c. che prevede che la risoluzione di un atto trascritto deve essere annotata a margine della trascrizione, aggiungendo che l'annotazione si opera anche "…in base alla sentenza o alla convenzione…"da cui risulta la risoluzione, vale a dire anche in base al contratto di risoluzione per mutuo dissenso.
Nel caso poi di contratti ad effetti obbligatori, è a maggior ragione ancora più evidente che l'unico mezzo per porre nel nulla gli effetti di un precedente contratto sia quello del muto dissenso; immaginiamoci, infatti, un contratto di affitto d'azienda, sarebbe assurdo configurare l'originario affittuario come attuale affittuante e viceversa.
Pubblicato il giorno February 20, 2001
Tratto da: “Determinazione e determinabilità del prezzo nei contratti di compravendita immobiliare” in Notariato n. 2/1997 pagg. 139 e ss. con nota a sentenza di Giovanni Schembari.
Cassazione sez. II 26 agosto 1996 n. 7848: “In tema di contratto di compravendita immobiliare, nel caso in cui il venditore, in sede di stipulazione del negozio, dichiari che il prezzo è stato pagato, non si configura nullità per mancanza del requisito essenziale del prezzo, perché l’esigenza della determinatezza o della determinabilità del prezzo è soddisfatta da tale dichiarazione, essendo in essa necessariamente implicito che l’oggetto dell’obbligazione assunta dal compratore è stato determinato, per accordi intercorsi tra le parti, non potendosi concepire il pagamento di un prezzo che non sia stato in concreto esattamente definito”.
La Suprema Corte giunge ad affermare l’insussistenza della nullità del contratto ex art. 1418 c.c. in relazione alla dichiarazione da parte del venditore dell’avvenuto pagamento, quale criterio di determinazione del prezzo, nonché quale requisito di soddisfacimento della forma scritta ad substantiam.
Gli articoli che interessano la trattazione de quo sono quelli relativi ai requisiti del contratto (1346 ss.), alla vendita (1470 ss.), ed alle cause di nullità del contratto (1418 ss.).
Ex art. 1346 c.c., il prezzo deve, fina dalla conclusione del contratto, essere determinato o determinabile, essendo questo oggetto del contratto di compravendita.
Detto questo, appare evidente come il contratto di compravendita sia perfezionabile stante l’indeterminatezza del prezzo, laddove lo stesso sia solamente determinabile. Nell’ipotesi in cui, dopo la stipulazione del contratto di compravendita con prezzo determinabile, i criteri adottati convenzionalmente dalle parti per la determinazione del prezzo non si rivelano in grado di svolgere la loro funzione, il contratto verrà risolto per impossibilità sopravvenuta del requisito della determinatezza della prestazione (art. 1463 c.c.).
Criteri legali di determinabilità ex art. 1474 c.c.
Nel caso in cui le parti non abbiano manifestato in contratto alcun accordo circa la determinazione del prezzo, è la stessa legge a venirne in soccorso fissando tre criteri suppletivi:
- prezzo del venditore;
- prezzo di borsa o di mercato;
- il c.d. giusto prezzo.
La funzione di tale norma è quella di permette al contratto incompleto nel suo contenuto di poter rimanere “in vita” (GABRIELLI).
Natura del contratto con oggetto determinabile – La determinabilità in dottrina
Il contratto che abbia oggetto indeterminato ma determinabile è ricondotto dalla dottrina maggioritaria tra i negozi c.d. per relationem, cioè tra i negozi che indicano esclusivamente i termini dell’accordo consensuale, omettendo l’individuazione esatta dei contenuti oggettivi (il prezzo, nel caso di specie) del regolamento contrattuale, ma inserendo i criteri in base ai quali il contratto verrà completato.
Secondo il SACCO la relatio si distingue in:
- formale: qualora il contenuto del contratto, pur espresso attraverso un relatio, è effettivamente determinato;
- sostanziale: qualora il contenuto del contratto è determinabile unicamente attraverso una relatio.
La dottrina è concorde nell’affermare come la relatio consiste in una dichiarazione contrattuale che possieda in sé un minimo di contenuto necessario vuoi rivolto all’individuazione dell’effetto giuridico voluto dalle parti (NICOLO’), vuoi ricolto a far conoscere la causa e la natura delle prestazioni principali dedotte in contratto (BIANCA).
Si ricorda che la dottrina è ferma nel differenziare tra determinatezza e determinabilità del prezzo nel seguente modo:
- determinatezza del prezzo: presenza nel contratto dell’indicazione della prestazione (prezzo), sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo;
- determinabilità del prezzo: presenza nel contratto del indicazione dei criteri su cui fondare e calcolare la quantità e la qualità delle prestazioni.
La determinabilità della prestazione viene differenziata dal MIRABELLI in due categorie distinte: l’una – c.d. determinabilità in senso lato – si sostanzia nella fissazione di criteri fondati su precisi dati fattuali; l’altra - c.d. determinabilità in senso stretto – si sostanzia nell’indicazione di una ulteriore attività delle parti o di un terzo.
Da ciò si potrà facilmente intuire come la determinabilità del prezzo possa effettuarsi in due modalità contrapposte:
a) le parti indicheranno in contratto i criteri attraverso i quali avverrà la determinazione;
b) nel silenzio delle parti, interviene la legge attraverso l’art. 1474 c.c. per il tramite dei c.d. criteri suppletivi.
I criteri indicati dalle parti: loro ammissibilità in giurisprudenza
Le ipotesi in cui viene rimessa alle parti la possibilità di determinare il prezzo attraverso criteri convenzionali sono abbastanza ampie. Tra esse si ricordano:
- le parti si riservano, in accordo tra loro, di determinare il prezzo in seguito: in atto dovranno comunque risultare i criteri necessari per tale identificazione. Tale ipotesi però determina una sorta di incompletezza del contratto (Cassazione 2007/87), incompletezza che potrebbe tramutarsi i nullità laddove le parti non trovassero accordo alcuno: non potrebbe infatti operare l’art. 1474 c.c.;
- dal contratto si desume che la fissazione del prezzo è rimessa ad una sola delle parti: la dottrina (BIANCA) sottolinea come in siffatta fattispecie si verrebbe a creare un’ipotesi di nullità nel momento in cui la determinazione del prezzo fosse rimessa al mero arbitrio della parte, essendo tale clausola uno strumento di coartazione dle contraente debole;
- le parti rimettono la determinazione del prezzo ad un terzo in veste di arbitratore
Si ricorda chela dottrina e la giurisprudenza hanno sempre ammesso la figura della determinabilità del prezzo nei contratti di compravendita, in virtù del principio di c.d. conservazione del contratto.
La sentenza in esame ha introdotto un nuovo criterio?
La sentenza oggetto del presente approfondimento, se da un lato appare assolutamente orientata verso l’accoglimento del principio di conservazione del contratto, dall’altro forse si spinge ben oltre i limiti raggiunti dalla giurisprudenza precedente. Infatti par lecito chiedersi se sia possibile desumere i termini e le condizioni dell’obbligazione di pagamento del prezzo attraverso la dichiarazione del venditore dell’avvenuto pagamento.
La Cassazione afferma che attraverso tale dichiarazione si debba desumere una “determinazione del prezzo necessariamente implicita”. Ma che fine farebbe l’indagine relativa all’accertamento della determinatezza o determinabilità del prezzo, quale compito istituzionale del giudice di merito? (Cassazione 1332/75).
Si dovrebbe concludere evidenziando come il criterio che si evince dalla cassazione in commento sarebbe adottabile , rivestendolo in ultima analisi di una possibile funzione determinativa, solo qualora, superato il vaglio del giudice di merito, venga accompagnato da validi elementi obiettivi.
Ale:cool:
Pubblicato il giorno February 21, 2001
grazie per la vostra partecipazione. Di questo passo, esauriremo presto tutta la bibliografia proposta sul contratto in generale!:cheesy:
Recensione da Notariato 1997 n. 2 p.139
DETERMINAZIONE E DETERMINABILITA’ DEL PREZZO NEI CONTRATTI
DI COMPRAVENDITA IMMOBILIARE
Cass. sez. 1126 agosto 1996, n. 7848
Contratti in genere — Requisiti (elementi del contratto) — Oggetto — Determinatezza — Compravendita immobiliare — Prezzo — Omessa indicazione in contratto — Dichiarazione del venditore che il prezzo è stato pagato — Nullità del contratto per mancanza di un requisito essenziale — Esclusione
In tema di contratto di compravendita immobiliare, nel caso in cui il venditore, in sede di stipulazione del negozio, dichiari che il prezzo è stato pagato, non si configura nullità per mancanza del requisito essenziale del prezzo, perché l’esigenza della determinatezza o determinabilità del prezzo è soddisfatta dà tale dichiarazione, essendo in essa necessariamente implicito che l’oggetto dell’obbligazione assunta dal compratore è stato determinato, per accordi intercorsi tra le parti, non potendosi concepire il pagamento di un prezzo che non sia stato in concreto esattamente definito.
CRITERI LEGALI DI DETERMINABILITA’ EX ART.1474
Ai criteri legali di cui all’art. 1474 si ricorre nel momento in cui le parti non abbiano manifestato nel contratto alcun accordo circa l’entità del prezzo.
Premesso che i tre criteri di cui alla norma corrispondono, rispettivamente, al c.d. prezzo del venditore (comma 1), al prezzo di mercato (comma 2) ed infine al riferimento pattizio al giusto prezzo (comma 3).
Con riguardo alla natura dei suddetti criteri, parte della dottrina sostiene che solo ai primi due è possibile attribuire una funzione meramente suppleriva, mentre il terzo è l’unico con funzione effettivamente integrativa.
NATURA DEL CONTRATTO AD OGGETTO DETERMINABILE
Prima di tracciare le principali tesi dottrinarie in tema di determinabilità appare opportuno indicare la natura del contratto con oggetto determinabile. Esso viene comunemente ricondotto ai negozi cc.dd. per relationem, vale a dire fra quei negozi che indicano esclusivamente i termini dell’accordo consensuale, omettendo una precisa individuazione dei contenuti oggettivi del regolamento contrattale.
In tema di relatio una importante dottrina suole distinguere fra relazione formale e relazione sostanziale; in particolare si ritiene che si è in presenza della prima ogni qualvolta il contenuto, pur essendo espresso appunto tramite una relatio, èdeterminato, mentre si verterà nell’ambito della seconda qualora il contenuto è determinabile tramite la relatio, ipotesi questa in cui la suddetta dottrina fa rientrare proprio il contratto con contenuto determinabile.
Quanto all’ambito di operatività della relatio, tutta la dottrina è concorde nel ritenere che la dichiarazione contrattuale deve caratterizzarsi per il fatto di possedere un contenuto minimo necessario; questo però, mentre per alcuni deve essere rivolto alla individuazione dell’effetto giuridico primario che le parti intendono realizzare, per altri, invece, deve essere in grado di far conoscere la causa e la natura delle prestazioni principali.
Secondo l’insegnamento giunsprudenziale, ai fini dell’identificazione dell’oggetto nella compravendita immobiliare, si è ritenuto possibile affidarsi, oltre che al contratto stesso, anche a riferimenti di altri atti o documenti e dunque ad elementi estrinseci (fattuali o negoziali).
La recentissima sentenza in commento potrebbe, dunque, inserirsi nell’ambito del costante e positivo orientamento della Suprema Corte circa la conservazione del contratto, statuendo che «L’esigenza della determinatezza o almeno deterrninabilità dell’oggetto del contratto, sanzionata di nullità dall’art. 1418, comma 2, in relazione agli artt 1346 e 1325, n.3 c.c., è soddisfatta, con riferimento ad un contratto di compravendita immobiliare ed alla prestazione di pagare il prezzo, dalla dichiarazione che nella scrittura abbia fatto il venditore che il prezzo è stato pagato, in tale riconoscimento essendo necessariamente implicito che (anche) l’oggetto dell’obbligazione assunta dal compratore è stato (consensualmente) determinato».
La Corte di Cassazione ha così sancito la validità di un criterio che si risolve in un apprezza-mento di fatto e riveste una funzione decisiva a condizione che superi il vaglio del giudice di merito e che sia supportato da elementi obiettivi.
Pubblicato il giorno February 24, 2001
mi è stata segnalata l'inesattezza del primo riferimento bibliografico da me fornito :o
In attesa di reperire gli estremi esatti dell'articolo erroneamente indicato su Vita Notarile 1999, I, p.185 riproduco qui di seguito, integralmente, il testo della sentenza considerata.
Sent. 25/03/98 n.3155
Nullità parziale - Estensione - Condizioni - Fattispecie
relativa a divisione negoziale dì asse ereditario.
CORTE SUPREMA Dl CASSAZIONE
SEZIONE il CIVILE
Composta dagli Ill. mi Sigg. Magistrati
Dott. Vittorio VOLPE
Dott. Mario SPADONE
Dott. Franco PONTORIERI
Dott. Michele ANNUNZIATA
Rel. Giuseppe BOSELLLI
ha pronunciato la-seguente
CASTELNUOVO IRENE, elettivamente domiciliata in ROMA VIA MONTEZEBIO
7, presso lo studio dell’avvocato M. PERONE, difeso dall’avvocato EDOARDO CAPUTO, giusta delega in atti.
CASTELNUOVO ANDREA, selettivamente domiciliato in ROMA V.LE MAZZINI
144, presso lo studio dell’avvocato A. SEGANTI, difeso dall’avvocato GAETANO BELLO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 915/95- della Corte d’Appello di MILANO, depositata- il 24/03/95
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/10/97 dal Consigliere Dott Michele ANNUNZIATA;
Udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale DotI.
SVOLGOMENTO DEL PROCESSO
Il tribunale di Como con sentenza del 1980 concernente un immobile, rientrante nell’asse ereditario lasciato dal de cuius Castelnuovo Antonio e spettante alla moglie superstite (Biocca Matilde) ed ai figli (Castelnuovo Irene, Rita, Andrea e Franco), dichiarò la nullità, per difetto di forma, della scrittura privata del 27 luglio 1976, con cui la Biocca aveva ceduto la sua quota sull’immobile ai figli Irene e Franco, per il prezzo simbolico dì lire 1000 (dovendosi ritenere una donazione, priva, però delle forme di legge) (art. 782 cod. civ.), nonchè della cessione della quota spettante al condividente Castelnuovo Andrea alla germana Irene, provvedendo nel contempo a ordinare la restituzione di somme versate dai contraenti.
Su gravame di Castelnuovo Irene, che aveva sostenuto che la scrittura privata doveva essere dichiarata nulla soltanto per la parte in cui vi era stata la cessione della quota dalla madre ai figli, per difetto di forma, la Corte di Appello di Milano con sentenza del 24 marzo 1995 confermò la precedente decisione, in punto di nullità totale della scrittura privata, ai sensi dell’art. 1419, primo comma, cod. civ., sul rilievo che i contratti stipulati con unico atto erano tutti in funzione della sistemazione globale del l’asse ereditario intero.
Avverso la stessa sentenza propone ricorso per cassazione Castelnuovo Irene, affidando il mezzo a tre motivi.
Con il primo motivo, denunciando violazione dell’art. 1419 cod. civ. (in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ.), la ricorrente deduce che la corte territoriale ha errato nell’interpretare il contenuto della scrittura del 27 luglio 1976, estendendo la nullità della cessione della quota materna alla cessione di quota dei condividente Castelnuovo Andrea alla ricorrente, perchè, per ritenere inscindibili i due patti, e’ necessario che essi siano legati da un vincolo di reciproca subordinazione e dipendenza, da far ritenere che le parti non si sarebbero determinate a contrarre, se fossero state consapevoli dell’invalidità di uno di essi.
Con il secondo motivo, denunciando violazione dell’art. 1362 cod. civ. in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ.), deduce che la corte milanese ha trascurato, ai fini dell’interpretazione della
scrittura, il comportamento successivo tra le parti, consistenti nel regolare i rapporti economici con il germano (versando all’uopo lire 9.000.000) con successivo patto, dimostrando così che con la
precedente scrittura le parti non avevano inteso regolare globalmente i rapporti.
Con il terzo- motivo, denunciando vizio di insufficiente ed omessa motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360, n. 5, cod. proc. civ.), deduce che la corte territoriale non ha motivato sul punto relativo al ritenuto collegamento negoziale tra le parti della scrittura deI 27 luglio 1976.
Le censure della ricorrente (che in quanto connesse tra di loro, possono essere valutate congiuntamente) non sono fondate.
Bisogna partire da un punto ormai incontroverso la nullità delle cessione di quota della Biocca ai figli Castelnuovo Irene e Franco, per difetto di forma (art. 782 cod. civ.), risulta acclarata in modo definitivo. Ne’ vi sono contestazioni di sorta sul punto.
La Corte milanese, dopo la declaratoria parziale della scrittura privata inter partes del 27 luglio 1976 (arI. 1419 cod. civ.), per quanto concerne la donazione della quota dalla madre ai figli
indicati (tra cui la ricorrente Castelnuovo Irene), ha esteso (come suo dovere) la sua indagine all’altra parte della scrittura in discorso giungendo alla declaratoria dell’intera nullità della stessa scrittura.
Il ragionamento della corte milanese mette in risalto la natura e il contenuto dei patti tra le parti, giungendo alla conclusione che in sostanza i condividenti intesero regolare i rapporti tra di loro globalmente, attuando una divisione consensuale.
Ora, il punto centrale delle censure della ricorrente concerne il ritenuto collegamento tra la parte della scrittura colpita da nullità per difetto di forma e la restante regolamentazione tra la ricorrente ed il germano, che sarebbe autonoma od indipendente dalla prima e ritenuta, invece, collegata, dalla corte territoriale con motivazione carente ed erronea, anche per quanto riguarda la ritenuta circostanza che le parti non si sarebbero indotte a stipulare il contratto, senza quella parte colpita da nullità (concernente la indicata donazione).
Bisogna, intanto, osservare che la corte milanese dal contenuto delta scrittura deI 27 luglio 1976 ha ricavato il convincimento che le pattuizioni contenute nella stessa scrittura sono state volute dalle partì per un risultato complessivo: la sistemazione dell’asse ereditario.
La relativa indagine risulta condotta con ragionamento congruo e logico, che non può essere sostituito da diversa interpretazione della- ricorrente e comunque non è sindacabile in sede di legittimità (giurisprudenza costante).
Se tale e stata la volontà dei contraenti (i quali agirono in vista dell’indicato scopo unitario e globale), la corte territoriale ha esattamente esteso la nullità della parte della scrittura che riguarda la donazione alle restanti pattuizioni, ai sensi dell’arI. 1419, comma primo, cod. civ.
in tal senso e’ costante giurisprudenza della Suprema corte, sul rilievo che la estensione della nullità trova giustificazione nel collegamento dei vari patti contenuti nell’atto scritto, in vista dello scopo unitario (tra le altre, Cass. 25 giugno 1979 n. 3551; Cass. 30 maggio 1987 n. 4822; Cass. 27 gennaio 1997 n. 827). Ai principi che precedono si e’ uniformata la sentenza impugnata, per cui il ricorso non può trovare accoglimento. Ricorrono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del grado di legittimità (art. 92 cod. proc. civ.).

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1350
e contrario
 art. 1372
 sentenza 
 art. 2650
 art. 2643
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1350
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1418
 art. 1346
 art. 1474
 sentenza 
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Cass. sez. 
 ART.1474
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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