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Timestamp: 2018-03-17 16:38:56+00:00

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Sentenza 26 novembre 2015, n. 13359
Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Rossella Filippi
E. R. (…)
Com’è noto, infatti, la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che il conducente di un veicolo che si avveda tempestivamente della presenza di un pedone sul margine della carreggiata deve diminuire la velocità anche al di sotto dei limiti di legge, in modo da essere in grado di arrestare la marcia del veicolo, qualora, giunto all'altezza del pedone medesimo, quest'ultimo improvvisamente attraversi la strada.
Come pure è, ormai, consolidato, il principio in forza del quale al conducente di un autoveicolo incombe l'obbligo di sorvegliare la strada nonché quello di moderare la velocità ed eventualmente fermarsi, non soltanto quando i pedoni sul suo percorso tardino a scansarsi, ma anche quando essi, fermi o in movimento sulla strada o ai margini della stessa, si trovino in procinto di attraversarla o facciano fondatamente prevedere che l'attraverseranno, mettendosi in una situazione di pericolo.
Ma, ancora più in particolare, s'è formata vasta giurisprudenza intorno a sinistri verificatisi all'uscita dalla scuola o in luoghi, comunque, affollati da bambini. A tal riguardo è stato affermato che il conducente deve prestare la massima attenzione alla guida e procedere con moltissima prudenza quando la platea stradale o i marciapiedi laterali sono occupati da bambini i quali, per la loro età ed inesperienza, sono naturalmente ed istintivamente imprudenti ed hanno movimenti e comportamenti improvvisi ed inconsulti, repentini ed imprevedibili, per cui, finché gli stessi non siano stati completamente superati o sorpassati, il conducente deve procedere con la massima cautela, riducendo particolarmente la velocità in modo da poter arrestare il veicolo agevolmente in ogni momento e bloccarlo repentinamente (ex multis Cass. civ. 524 del 2011 e cfr. Cass. pen. Sez. IV, 19.11.1993, n. 1494).
Orbene, facendo applicazione al caso di specie delle predette statuizioni giurisprudenziali, ritiene questo Giudicante che, sebbene sia stata provata in causa la moderata velocità della conducente, tuttavia quest’ultima non ha raggiunto la prova liberatoria di cui al disposto normativo dell’art. 2054, I comma, c.c., la quale richiede al conducente di provare di aver fatto "tutto il possibile per evitare il danno". Infatti, le stringenti regole prudenziali richieste nelle fattispecie concrete – in ragione delle specifiche circostanze di luogo e di tempo – ove il conducente si è avveduto del pedone, a fortiori laddove si tratti di bambini in contesto di gruppo, non risultano del tutto essere state rispettate dalla conducente de qua, avendo ella stessa affermato di essersene avveduta e non avendo provato di avere adottato tutte le misure idonee (quale ad esempio la diminuzione della velocità in prossimità del gruppo di bambini) a prevenire eventuali comportamenti prevedibilmente imprudenti dei minori.
La liquidazione del danno non patrimoniale viene effettuata da questo Giudice in base ai criteri adottati da questo Tribunale con le nuove tabelle 2014 secondo cui, da un lato, in sede di liquidazione del danno da invalidità per postumi permanenti, il valore da attribuirsi ai punti di invalidità viene rapportato all'entità percentuale della invalidità riscontrata, con un aumento progressivo del predetto valore, per punto di invalidità, a sua volta differenziato a seconda dell'età della persona (dovendosi rapportare la liquidazione del danno biologico alla diversa incidenza dell'invalidità sul bene salute compromesso a seconda dell'arco vitale trascorso e dell'aspettativa di vita residua), da un altro lato, per ciascun punto percentuale di menomazione dell’integrità psicofisica, viene indicato un importo che dia ristoro alle conseguenze della lesione in termini “medi” in relazione agli aspetti anatomo-funzionali, agli aspetti relazionali, agli aspetti di sofferenza soggettiva, ritenuti provati anche presuntivamente. Sul punto si rileva che recentemente la Suprema Corte ha riconosciuto l’equità dei valori di tale tabella del Tribunale di Milano, in grado di garantire la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad aumentarne o ridurne l’entità (cfr. Cass. civ. n. 12408 del 2011).
Alla luce delle conclusioni del CTU, tenuto conto del criterio del calcolo c.d. a punto, adottato da questo Tribunale - il cui valore viene individuato secondo la specificità del caso (entità delle lesioni, età del danneggiato 10 anni etc.) in relazione all’incidenza dei postumi permanenti sul bene salute, tenuto conto della durata del periodo di malattia, considerate le sofferenze fisiche e psichiche patite dal ricorrente quali possono presumersi dalla natura delle lesioni riportate, si ritiene di liquidare per il danno non patrimoniale subito dall’attore la somma di € 444.574,00 per il danno permanente e la somma di € 77.430,00 (€ 145 pro die) per il danno da inabilità temporanea.
Nel caso di specie, non svolgendo il minore, per la sua età, una attività lavorativa e non essendo stati allegati elementi idonei a poter determinare il tipo di attività lavorativa che presumibilmente il minore eserciterà in futuro (di tipo intellettuale ovvero manuale), non potendo, peraltro, in mancanza di allegazione specifica, tenere conto degli studi intrapresi e delle inclinazioni manifestate dal minore, né della posizione economica e sociale della sua famiglia (cfr. sul punto Cass. 1.7.1998, n. 6420), ritiene questo Tribunale di fare riferimento alla riduzione come accertata dal consulente dell’ufficio con riguardo alla misura del 25%, sebbene dallo stesso circoscritta alle sole attività che richiederanno un impegno ergonomico-funzionale dell’arto inferiore, e la valutazione equitativa non potrà che fare riferimento al criterio del triplo della pensione sociale di cui all'art. 137 cod. Ass., criterio residuale riconosciuto come equo anche dalla giurisprudenza di legittimità.
Fermo tale principio di diritto, la giurisprudenza ha altresì statuito con riguardo all’accertamento e alla liquidazione del predetto danno patito iure proprio dai prossimi congiunti del macroleso: invero, come le Sezioni Unite hanno avuto modo di affermare nel 2008, il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (cfr. Cass., Sez. Un., 11.11.2008, n. 26972), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale di cui all’art. 2697 c.c.. A tale stregua, dunque, (pure) il danno non patrimoniale va sempre allegato e provato, in quanto, l'onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di 'danno-conseguenza', poiché tutti i danni extracontrattuali devono essere provati da chi ne pretende il risarcimento e la prova può essere data con ogni mezzo (cfr. Cass., 6.4.2011, n. 7844). Trattandosi, in particolare, di pregiudizio (non biologico) a bene immateriale, particolare rilievo assume peraltro certamente la prova presuntiva (v. Cass., Sez. Un., 15.1.2009, n. 794), tuttavia essa non può sopperire al mancato esercizio dell'onere di allegazione, concernente sia l'oggetto della domanda che le circostanze in fatto su cui la stessa si fonda (cfr. Cass. civ. 2228 del 2012). Nel caso di specie, tuttavia, gli attori, hanno soltanto dedotto in narrativa la sussistenza di un disagio e di una riorganizzazione della propria vita a cui hanno dovuto fare fronte all’esito del sinistro, senza assolvere al doveroso onere di allegazione e di prova con riguardo a concrete e specifiche circostanze ed elementi fattuali dai quali poter anche solo desumere, in via presuntiva, l’effettivo e concreto sconvolgimento delle abitudini di vita del nucleo familiare nonché il sacrificio totale ed amorevole nei confronti del macroleso nel quotidiano accudimento del minore ovvero la perdita o significativa riduzione delle attività sociali e culturali. In mancanza di ogni elemento probatorio in tal senso, la domanda formulata iure proprio dagli odierni attori con riguardo al danno c.d. riflesso va rigettata. In ragione di tale rigetto, risulta assorbita ogni questione in merito all’invocata eccezione di responsabilità ex art. 2048 c.c. sollevata dalla società convenuta nei loro riguardi.
- condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, a corrispondere a G.N. e M.G., in qualità di legali rappresentanti del minore A.N., l’importo di € 54.201,00, oltre interessi compensativi come in motivazione; l’importo di € 311.201,80, oltre interessi compensativi come in motivazione; nonché l’importo di € 54.476,20 oltre agli interessi legali da oggi al saldo;
- condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, a corrispondere a G.N. e M.G., in proprio, l’importo di € 460,81 oltre interessi compensativi, come indicato in motivazione;
- condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, a corrispondere a G.N. l’importo di € 811,31, oltre interessi compensativi come in motivazione;
- condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, a corrispondere a M.G. l’importo di € 105,15, oltre interessi compensativi come in motivazione;
- condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, al pagamento delle spese di lite in favore di G.N. e M.G., liquidate in € 15.000,00, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge;
- pone definitivamente a carico di E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, le spese di C.T.U., liquidate con separato decreto.
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2 feb 2017 0 216

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 art. 2048