Source: http://leg15.camera.it/resoconti/dettaglio_resoconto.asp?idSeduta=162&resoconto=stenografico&indice=cronologico&tit=00030&fase=
Timestamp: 2019-11-20 15:53:37+00:00

Document:
PRESIDENTE. L'onorevole Grillini ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00554 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 1).
FRANCO GRILLINI. Signor Presidente, i fatti sono noti: lo scorso 27 maggio, a Mosca, un gruppo di parlamentari italiani ed europei, assieme ad altre centinaia di persone, avevano chiesto di poter consegnare al sindaco di Mosca, Jurij Luzkov, una petizione sottoscritta da numerosi parlamentari italiani ed europei in cui siPag. 25chiedeva alla Russia e, in particolare, al sindaco della città di Mosca il rispetto dei diritti umani e soprattutto del diritto alla libera manifestazione del pensiero e a poter manifestare per le vie della città.
I fatti - dicevo - sono noti, non solo perché non è stato possibile consegnare la lettera al sindaco di Mosca, ma anche perché alcuni parlamentari, in particolare l'europarlamentare Cappato e il parlamentare italiano onorevole Vladimiro Guadagno, detto Luxuria, sono stati maltrattati dalla polizia prima in aeroporto e, successivamente, durante il tentativo di consegnare la lettera al sindaco di Mosca. Non solo, bloccati dalla polizia speciale russa Omon, sono stati impossibilitati a consegnare la lettera e a muoversi per le vie di Mosca e sono stati fatti oggetto di insulti, minacce e aggressioni da un gruppo di estrema destra locale e da alcuni cittadini russi, addirittura spalleggiati e incentivati da alcuni preti ortodossi. Sembra, addirittura, che fosse presente un vescovo ortodosso.
Tale aggressione non è stata impedita dalla polizia russa che, al contrario, alle proteste dell'onorevole Cappato ha risposto arrestandolo illegalmente e trattenendolo (sempre illegalmente) per ben cinque ore negli uffici della polizia, senza la possibilità di comunicazione con l'esterno, e rilasciandolo dopo ben cinque ore, senza nessuna spiegazione.
Il sindaco di Mosca non è nuovo a queste iniziative: aveva già definito la manifestazione del Pride a Mosca come opera di Satana; ne aveva addirittura negato il permesso, un anno fa, per le vie di Mosca. Anche in quella occasione vi furono incidenti e fu malmenato un parlamentare tedesco dei Verdi e il sindaco di Mosca rivendicò orgogliosamente il divieto affermando che «la Russia è più pulita moralmente del licenzioso Occidente».
Queste furono le frasi del sindaco di Mosca Iuri Luzhkov. Per quanto riguarda i diritti umani, la situazione nell'Est europeo è preoccupante. Non abbiamo di fronte soltanto il caso della Russia, dei pestaggi e della limitazione della libertà di espressione. Credo che tutti noi abbiamo ancora vivide le tragiche immagini dell'assassinio della giornalista Anna Politkovskaja che denunciava gli orrori della guerra in Cecenia e le violazioni sistematiche dei diritti umani nella Russia.
Si tratta, quindi, di un tema di carattere più generale e le difficoltà nella libertà di espressione di gay, lesbiche e transessuali russi ne costituiscono solo una parte ovviamente rilevante. È un quadro che riscontriamo in molti altri Paesi europei. Per esempio, tra qualche giorno a Riga dovrebbe tenersi una manifestazione del gay pride, ma anche in questo caso è stata proibita.
Un ulteriore esempio è quello della Polonia, dove la manifestazione del gay pride a Varsavia, proibita negli anni passati, quest'anno, grazie a un sindaco liberale appena eletto, si è potuta tenere e diecimila persone hanno manifestato per le vie della capitale polacca. Tuttavia, sappiamo tutti quanto sta accadendo in Polonia. Pur essendo, infatti, il Paese che più di ogni altro gode degli aiuti europei, è capofila dei Paesi euroscettici, grazie alla vittoria elettorale dei gemelli Kaczynski: un caso straordinario e incredibile di nepotismo di potere, per cui un fratello è Presidente della Repubblica, mentre l'altro è Presidente del Consiglio. Soprattutto l'attuale Presidente del Consiglio polacco, che è stato anche sindaco di Varsavia, si è prodotto in insulti, offese e diffamazioni verso gli omosessuali. In Polonia, in questo momento stiamo addirittura assistendo ad una vera e propria caccia alle streghe attuata mediante una legge che si chiama «lustrazia» e che vorrebbe criminalizzare chiunque abbia avuto a che fare con il partito comunista precedentemente al potere. Ovviamente, dentro il «tritacarne» di questa legge finiscono anche gli omosessuali.
Assistiamo, pertanto, a questo clima di caccia alle streghe che ha portato, per esempio, alla perdita del seggio parlamentare di Geremek, uno degli eroi della rivoluzione e della democrazia polacca, protagonista della «primavera», perché si è rifiutato di sottoscrivere l'umiliante documento previsto da questa infame «lustrazia»,Pag. 26che sta attualmente caratterizzando la politica dei fratelli Kaczynski in Polonia.
Siamo quindi di fronte ad un problema di carattere generale: pestaggi in Romania, Bulgaria e Albania. Recentemente, è stata addirittura applicata ad un cittadino omosessuale albanese in Italia la nuova legge sul diritto d'asilo per la protezione delle persone che corrono rischi seri nelle loro realtà. Infatti, un cittadino di Pistoia - il caso è stato seguito dall'Arci gay locale - ha ottenuto il permesso di soggiorno, perché nel suo Paese correva gravissimi rischi.
Siamo, quindi, in presenza di una situazione generale su cui non possiamo che prestare il massimo dell'attenzione. Intanto, la domanda che si rivolge al Governo è quali provvedimenti intenda assumere - l'interpellanza da questo punto di vista è molto chiara - alla luce della tragica vicenda moscovita. Tale vicenda, infatti, non ha avuto solo gli onori della cronaca internazionale, ma finalmente se ne è parlato a lungo anche nei media russi. In questa situazione, non è stato possibile nemmeno per la polizia o il regime russi avere un atteggiamento eccessivamente censorio verso i media.
Chiedo di sapere che cosa intenda fare il Governo per il trattamento che due parlamentari italiani hanno subito. Abbiamo consistenti relazioni commerciali con la Russia (siamo il terzo partner commerciale); a mio avviso, siamo anche eccessivamente dipendenti dall'importazione del gas russo e dall'azienda monopolista russa Gazprom.
Da questo punto di vista, è doveroso che il Governo italiano faccia presente tutto ciò al presidente russo Putin, che, come noto, intrattiene con molti politici italiani, in particolare con il capo dell'opposizione, rapporti a mio avviso eccessivamente amichevoli ed intimi.
Stupisce che il capo dell'opposizione, che ha fatto dell'anticomunismo la sua ragion d'essere, ci mostri questa strana ed ambigua intimità con Vladimir Putin, anche sul piano personale, amicale, vacanziero e via dicendo. Putin è stato il capo del KGB; tutti noi ci auguriamo che, finalmente, si sia votato alla cultura della democrazia e dei diritti umani. Tuttavia, sappiamo che il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Quando è stato interpellato sulla questione omosessuale il 2 febbraio 2007 ha reso la seguente dichiarazione: il mio atteggiamento è legato all'espletamento delle mie funzioni; il nocciolo della questione è che uno dei principali problemi di questo Paese è di natura demografica, ma io rispetto e continuerò a rispettare la libertà individuale in tutte le sue forme.
Noi, naturalmente, siamo molto grati al Presidente Putin per tali dichiarazioni. Francamente, non si vede cosa c'entrino gli omosessuali con la questione demografica o perché mai debba essere imputato agli omosessuali un presunto problema demografico della Russa di Putin e delle pulsioni nazionaliste o di grandeur che la stanno animando.
Prossimamente si terrà il G8, di cui il nostro Paese fa autorevolmente parte, e in quella sede sarà possibile, per il nostro Governo, porre la questione del rispetto dei diritti umani in Russia e non solo, ovviamente; la questione dei diritti umani è una questione generale e la si deve porre sempre nei rapporti con tutti i Paesi. Si tratta di un argomento delicato, purtroppo, per buona parte dei Paesi del mondo, dove non c'è né democrazia né libertà, come, per esempio, nel caso della Cina. Tuttavia, considerato che una parte rilevante della Russia fa parte dell'Europa e che - lo ripeto - siamo il terzo partner commerciale, non vi è dubbio che con la Russia si avverte un problema particolare. Considerando il rapporto speciale tra l'Italia e la Russia, a mio parere il nostro Governo ha il dovere di insistere in maniera particolare perché i diritti umani siano rispettati. Lo si deve fare, tenendo conto del fatto che la Russia ha sottoscritto la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, il Trattato sui diritti dell'uomo in Europa e considerando che il Parlamento europeo ha approvato la clausola sui diritti umani, la nota «clausolaPag. 27Agnoletto», che si impone a tutti gli accordi che si concludono sotto il profilo commerciale.
Pertanto, si dispone di strumenti di pressione. A quanto è dato sapere, anche il Presidente russo si è molto arrabbiato per ciò che è accaduto a Mosca e ci auguriamo che questa arrabbiatura serva affinché fra un anno vi sia la possibilità, legalmente, di celebrare la manifestazione del gay pride, con il permesso, per le strade di Mosca. Certo è che tutto ciò sarà possibile se vi sarà una forte pressione del Governo italiano e dei governi europei sulla Russia non solo ovviamente per quanto riguarda i gay pride, ma per le libertà e per i diritti umani in generale e la libertà di informazione in particolare, tema particolarmente dolente per la Russia.
D'altra parte, il tema delle libertà, a mio parere, dopo la fine della dittatura comunista in Russia, ha visto avvicendarsi momenti diversi: periodi in cui questa libertà era garantita e periodi in cui lo era molto meno. Vorrei ricordare che nell'Unione Sovietica, almeno per quanto riguarda le prime fasi (la criminalizzazione della omosessualità avvenne nel 1930 ad opera di Stalin), abbiamo assistito ad un periodo «libertario» dopo la rivoluzione Russa, per cui tutte le norme repressive in materia di sessualità e di omosessualità furono cancellate; venne, infatti, cancellato l'intero codice penale zarista.
Mi scusi Presidente, quanto tempo ho ancora a disposizione,? Non l'ho calcolato. Può cortesemente indicarmelo?
PRESIDENTE. Ha a disposizione ancora due minuti.
FRANCO GRILLINI. Nel 1930 vi fu la criminalizzazione dell'omosessualità nell'Unione Sovietica sino ai primi anni Novanta, quando il famigerato articolo 121 venne cancellato.
Con questo articolo nella ex Unione Sovietica sono stati perseguitati gli omosessuali, che sono stati spediti nei lager, ma ciò è accaduto anche a molte altre persone non omosessuali perseguitate con la scusa dell'omosessualità. Il più famoso di tutti - è bene ricordarlo - fu Sergei Parajanov, considerato tra i più grandi registi russi di quella generazione, internato nei lager per ben cinque anni, insieme a molte altre persone.
Nel 1977 a Mosca vi fu una protesta contro gli arresti e le persecuzioni e fu arrestato l'allora leader del FUORI, Pezzana, che fu trascinato alla Lubyanka, la famigerata prigione russa; nel 1980 un altro dirigente del FUORI, Francone, fu arrestato sulla piazza Rossa per le proteste contro l'omofobia sovietica, la quale rappresenta, quindi, un dato antico, che purtroppo è rimasto nella storia di quel Paese.
In questo momento assistiamo ad una strana commistione tra il risorgente e insorgente nazionalismo russo, la vecchia omofobia e l'integralismo ortodosso; un mix che sta rendendo la Russia, in questo momento, un Paese in cui la libertà, la democrazia ed i diritti sono, in qualche modo, messi in discussione.
PRESIDENTE. Onorevole Grillini, concluda.
FRANCO GRILLINI. Concludo, Presidente. È necessario, pertanto, che l'azione e le pressioni dei Governi siano particolarmente intensi e severi per garantire lo sviluppo di un vero processo di democratizzazione non solo delle istituzioni, ma anche della società russa.
PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Signor Presidente, come è stato ricordato dall'interpellanza presentata dall'onorevole Grillini e qui esposta, ci troviamo di fronte ad una situazione davvero grave che il Governo non ha trascurato di rappresentare.
La seconda edizione del gay pride di Mosca non è stata autorizzata dalle autorità cittadine, ed in più è stata bloccata - come è stato ampiamente riferito oggi inPag. 28Assemblea, ma anche dai giornali - dagli agenti di polizia e osteggiata dai movimenti di estrema destra, filomonarchici e ortodossi fondamentalisti.
Il sindaco di Mosca Luzhkov si era dichiarato fortemente intenzionato ad impedire il gay pride fin dalla richiesta di autorizzazione, inoltrata dagli organizzatori a marzo scorso, e successivamente ha negato l'autorizzazione all'evento, richiamandosi all'impossibilità di garantire il traffico automobilistico e di bloccarlo lungo il tragitto proposto, al fine di proteggere - così diceva - gli omosessuali dagli attacchi di skinhead e di fondamentalisti religiosi.
I fatti si sono verificati in modo molto pesante: una ventina di persone è stata bloccata per violazione dell'ordine pubblico e per mancato rispetto dell'ordinanza comunale sulla manifestazione in questione. Prima l'eurodeputato Cappato, poi il funzionario del gruppo liberal-democratico del Parlamento europeo Marzocchi, giunti a Mosca per partecipare al gay pride in segno di solidarietà alla comunità omosessuale russa, sono stati aggrediti da gruppi di conservatori ed in seguito fermati dalla polizia. Successivamente, hanno avuto problemi anche altri rappresentanti ed esponenti della comunità internazionale.
La nostra ambasciata a Mosca ha immediatamente chiesto l'intervento del Ministero degli esteri della Federazione russa, affinché i due esponenti radicali fossero rilasciati al più presto, e il capo della cancelleria consolare si è recato sul posto. In conformità alla normativa russa, i due cittadini italiani, assistiti dai funzionari dell'ambasciata, sono stati tradotti al commissariato di zona, dove è stata loro addebitata un'infrazione di tipo amministrativo (dagli stessi contestata) e comminata una multa. La procedura, che ha riguardato in tutto una decina di fermati tra manifestanti delle due parti, ha richiesto alcune ore e nel pomeriggio i due sono stati rilasciati.
Il deputato Vladimir Luxuria, parimenti presente per prender parte all'iniziativa, ha subito lanci di oggetti ad opera degli ultranazionalisti, convenuti sul posto con l'intenzione di impedire lo svolgimento della manifestazione, ma non è stata coinvolta nel fermo, perché si era allontanata prima dell'intervento della polizia russa.
L'organizzatore della manifestazione Alekseyev ed altri 2 esponenti radicali russi sono stati, invece, trattenuti per resistenza a pubblico ufficiale e rischiano una pena detentiva di quindici giorni. Si segnalano, peraltro, anche arresti tra gli ultranazionalisti, benché già si sia accesa la polemica intorno all'atteggiamento compiacente della polizia a vantaggio dei contromanifestanti.
Quanto accaduto domenica scorsa a Mosca non è dissimile, purtroppo, da quanto accadde nel 2006, quando il tentativo della comunità omosessuale di sfilare, nonostante l'interdizione ufficiale, sfociò in scontri violenti tra manifestanti, gruppi di skinhead ed estremisti ortodossi. Fu allora pesantemente aggredito il deputato Volker Beck. Migliaia di poliziotti in tenuta antisommossa intervennero per bloccare la sfilata, arrestando centoventi persone.
Quest'anno i fermi dei deputati stranieri hanno conferito all'evento una maggiore visibilità, facendo rimbalzare la notizia sulla stampa internazionale e suscitando vivaci reazioni polemiche contro la violazione delle libertà civili in Russia. Quanto accaduto conferma che, malgrado il diritto di dichiararsi omosessuale sia stato legalmente riconosciuto in Russia nel 1993, ancora molto resta da fare, affinché le persone gay, lesbiche e transessuali siano considerate parte integrante della società russa, con pari dignità e uguali diritti. Il fatto che il movimento gay non sia registrato e non abbia alcun tipo di riconoscimento giuridico suscettibile di garantirne la tutela rende difficile anche condurre l'azione di sensibilizzazione che è necessaria per cambiare mentalità e pregiudizi, spesso stratificati.
L'Italia e l'Unione europea sono ben consapevoli di questo problema, come già aveva sottolineato nell'ottobre scorso il sottosegretario Crucianelli nel rispondere all'interrogazione dell'onorevole Russo ePag. 29dello stesso onorevole Grillini. Nel corso della quinta sessione delle consultazioni Unione europea e Russia sui diritti umani, che si sono svolte a Bruxelles il 3 maggio 2007, l'Unione europea ha sollevato proprio la questione delle libertà di espressione e di assemblea delle minoranze sessuali ed ha espresso la propria preoccupazione riguardo al divieto che la Federazione russa ha posto nei confronti dei gay pride in generale. Le autorità russe hanno replicato che l'omofobia è ufficialmente proibita dall'ordinamento russo, ma hanno anche attirato l'attenzione dell'Unione europea sul fatto che questo tipo di parate non sarebbero bene accette dalla maggior parte dell'opinione pubblica.
Lo stesso cancelliere Merkel è poi tornato sul tema della libertà di espressione e manifestazione durante il vertice semestrale UE-Russia, svoltosi nella città russa di Samara gli scorsi 17 e 18 maggio. In quella occasione, la presidenza ha espresso, a nome dell'Unione, viva preoccupazione per il comportamento adottato in alcuni frangenti dalle forze dell'ordine nei confronti dei manifestanti. Dagli eventi di Mosca emerge quanto sia importante e vitale che l'Italia e l'Unione europea ribadiscano con forza questa linea.
Nel manifestare la propria preoccupazione per gli incidenti che hanno coinvolto a Mosca parlamentari italiani ed europei, il Ministro D'Alema ha pubblicamente rivendicato l'esigenza di una fiducia reciproca con la Russia come elemento indispensabile per relazioni più positive e ha sottolineato la necessità di ricevere assicurazioni sulle credenziali democratiche di Mosca e sulla sua accettazione delle regole nel contesto delle relazioni internazionali.
Parallelamente, il Ministro D'Alema ha incaricato l'ambasciatore d'Italia a Mosca di esprimere al Ministero degli esteri russo deplorazione per gli incidenti occorsi in occasione del gay pride e di richiedere spiegazioni, affinché venga fatta piena luce sugli inaccettabili episodi di violenza che hanno coinvolto rappresentanti del Parlamento italiano.
Il Governo italiano ritiene fondamentale che la comunità internazionale continui a portare all'attenzione delle autorità russe la questione della discriminazione della comunità omosessuale presente nella Federazione russa. Per questo motivo il Governo ha espresso pieno apprezzamento e sostegno per l'iniziativa della presidenza tedesca dell'Unione europea di chiedere chiarimenti alle autorità russe.
Per questo l'Italia continua ad appoggiare con convinzione l'azione condotta dall'Unione europea per incoraggiare la Russia a progredire sulla via della democrazia e di una sempre più convinta tutela dei diritti umani, in conformità con gli impegni assunti dal Paese con l'adesione agli strumenti internazionali in materia di diritti dell'uomo.
Quest'azione di moral suasion potrà essere portata avanti anche nel contesto dei negoziati sui futuri trattati tra Unione europea (UE) e Russia, a cominciare da quelli per un nuovo accordo di partenariato e cooperazione tra la UE e la Russia. Sebbene in occasione del recente vertice tra Unione europea e Russia non sia stato possibile lanciare i negoziati per un nuovo accordo di partenariato e cooperazione con la Russia, il relativo mandato negoziale che gli Stati membri hanno dato alla Commissione include, tra i principi essenziali, la possibilità di sospensione unilaterale del futuro accordo in caso di violazioni dei diritti umani fondamentali definiti, in particolare, nell'Atto finale di Helsinki, nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e nella Convenzione europea sui diritti dell'uomo.
Per quanto riguarda, più in generale, l'azione del nostro Paese nelle sedi multilaterali contro i fenomeni di discriminazione, anche sessuale, vorrei infine segnalare che l'Italia è da tempo fortemente impegnata sul fronte della promozione e della tutela dei diritti di espressione e di associazione, citati anche nell'interpellanza urgente, nonché nel sostegno ad ogni azione finalizzata al contrasto di tutte le forme di discriminazione, compresa quella fondata sul sesso.
In particolare, l'Italia ha aderito alla Dichiarazione contro le violazioni dei diritti umani basate sull'orientamento sessualePag. 30e l'identità di genere, promossa dalla Norvegia e presentata alla terza sessione del Consiglio dei diritti umani, ai primi di dicembre 2006. In essa, i firmatari esprimono la loro preoccupazione per queste violazioni e auspicano, tra le altre cose, che il Consiglio dei diritti umani ospiti presto una discussione sul tema.
La stessa azione verrà condotta anche negli altri fori internazionali, a cominciare dal Consiglio d'Europa, in cui il Governo continuerà a stimolare un sempre più puntuale rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali della persona, anche veicolando le preoccupazioni che si levano dal Parlamento e dalla società civile italiana.
FRANCO GRILLINI. Signor Presidente, ringrazio il Viceministro Sentinelli e non posso che esprimere la mia soddisfazione per quanto abbiamo ascoltato e soprattutto per gli impegni che il Governo ha assunto.
Inoltre, vorrei sottolineare che ho particolarmente apprezzato le dichiarazioni rese subito dopo i fatti dallo stesso Ministro degli affari esteri D'Alema e le dichiarazioni di solidarietà che sono venute da tutte le parti politiche, comprese le forze politiche del centrodestra, per la brutale aggressione di cui sono stati fatti oggetto l'europarlamentare Cappato e l'onorevole Luxuria. Credo che da questo punto di vista dobbiamo esprimere soddisfazione, perché la condanna è stata unanime. Quando la condanna della violenza, della censura, della limitazione della libertà di informazione, del diritto a manifestare e dei diritti umani, raggiunge un ampio arco di forze e diventa così generalizzata, possiamo ben sperare che tale voce arrivi, forte e potente, nella Russia di oggi - che evidentemente ha moltissimi problemi - e che sia in grado di convincere i governanti russi a cambiare rotta.
D'altra parte, volevo approfittare per ricordare che nel mondo tali problemi non sono presenti, ovviamente - lo dicevamo prima ma lo voglio ribadire -, solo nella Russia di Putin in quanto un pezzo rilevante del nostro mondo deve ancora riconoscere diritti e libertà, vive sotto dittature variamente giustificate e, in questa parte disperata del mondo, in ben sette Paesi, è prevista la condanna a morte per gli omosessuali, addirittura. Li elenco: l'Afghanistan - dove l'Italia, essendo presente nelle operazioni di peace keeping (che dovrebbero essere di peace keeping) dovrebbe esercitare tutta la sua capacità di influenza e di pressione affinché venga cancellata dal codice penale la condanna a morte per gli omosessuali -, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l'Iran, la Mauritania, la Nigeria, il Sudan, lo Yemen, tutti Paesi dove la religione islamica è stata trasformata in religione di Stato e dove c'è una sovrapposizione tra Corano e diritto.
Poi, l'omosessualità è variamente condannata e criminalizzata in altri 85 Paesi del mondo. Le condanne sono al carcere, alla flagellazione, all'internamento psichico, ai campi di lavoro forzati per gli uomini e le donne che intrattengono relazioni con persone maggiorenni dello stesso sesso. Un quadro disarmante e disperante su cui l'azione del nostro Paese, a mio parere, deve essere il più possibile incessante ed efficace. Sappiamo tutti per esempio che per quanto riguarda la pena di morte è in corso lo sciopero della fame dell'amico, onorevole Pannella per la richiesta di moratoria internazionale (al quale esprimo tutta la mia solidarietà, vicinanza e condivisione).
Tornando alla «grande Russia» - e vorrei approfittare del tempo residuo che rimane a mia disposizione per replicare all'intervento del Viceministro Sentinelli -, c'è stato un episodio poco noto che vorrei ricordare. Come tutti sanno ci fu un tentativo di colpo di stato nell'agosto del 1991; in un clima di grandissima confusione un pezzo dell'esercito russo tentò di stroncare sul nascere la nascente democrazia russa. Il fatto curioso è che in quel momento non funzionava niente per le vie della città di Mosca e come ci ricorda uno storico italiano del movimento omosessuale, Massimo Consoli, in quei giorniPag. 31confusi a Mosca fu grazie al giornale omosessuale Tema che Eltsin poté comunicare con il resto del mondo. Lo ha ricordato, in un bel discorso, nel 1991, l'onorevole Nancy Pelosi, attuale speaker del Congresso statunitense e ne vorrei leggere un pezzo perché quando capita nella storia che qualcuno abbia un ruolo rilevante nei fatti che avvengono è bene ricordarlo. Diceva Nancy Pelosi: Signor Speaker, il tentativo di colpo di stato sovietico dello scorso agosto 1991 è stato lo scenario adatto ad una forte dimostrazione di coraggio e di attaccamento alla causa della libertà.
Roman Kalinin, editore del primo giornale gaylesbico russo, insieme ad un gruppo di gay e lesbiche, si è impegnato a lottare contro il colpo di stato stampando e distribuendo i decreti del Presidente Boris Eltsin.
Roman Kalinin ha saputo del tentativo di golpe da alcuni amici di San Francisco. Dalla sera tardi del 18 agosto fino a quando il colpo di stato venne sconfitto, il 21 agosto successivo, Kalinin aprì una linea telefonica attraverso la Finlandia e San Francisco. Aveva formulato un piano per comunicare con quelle persone nell'Unione Sovietica che sarebbero potute diventare i primi bersagli da intimidire e, probabilmente, da eliminare fisicamente, per le loro preferenze sessuali e per la loro attività nel movimento democratico. La paura e il panico erano particolarmente sentiti, mentre si veniva a conoscenza di rapporti sulla possibilità di ondate di arresti. Il 20 agosto la clinica per i malati di AIDS di Mosca presentò una richiesta ufficiale per avere le liste delle persone con AIDS e con HIV.
Kalini è l'editore di Tema, il primo giornale gay e lesbico dell'Urss. Il suo sistema di stampa e la sua fotocopiatrice divennero virtualmente la sola disponibile possibilità per stampare e distribuire informazioni contro i leader del golpe. Per circa 60 ore, i gay e le lesbiche di Mosca coordinano le loro forze in una incredibile dimostrazione di coraggio. Il presidente Boris Eltsin firmò una lista di decreti che divenne il documento della resistenza contro le forze dell'oppressione. I gay e le lesbiche negli uffici di Tema elaborarono le informazioni al computer. La fotocopiatrice stampò i decreti di Eltsin senza interruzione, con il logo del ben noto giornale gay in calce. Kalinin voleva che il pubblico sapesse che la comunità gay stava lavorando per sconfiggere il putsch, anche se rischiava l'arresto, rivendicando pubblicamente quello che stava facendo.
Poi, questi eroi distribuirono i volantini con i decreti stampati per le strade di Mosca, lavorando con gli altri leader del movimento per la democrazia.
I decreti vennero diffusi attraverso la città e apparvero ad ogni fermata della metropolitana, consegnati ai confusi moscoviti. Vennero perfino dati ai soldati nei carri armati diretti all'edificio del Parlamento russo.
Quell'anno Kalinin fu dichiarato uomo dell'anno da Advocate, la pubblicazione gay più diffusa negli Stati Uniti.
Tale episodio, in riferimento al quale ho voluto citare per esteso le parole di Nancy Pelosi, ci dice più di ogni altra cosa quanto i movimenti omosessuali di tutto il mondo possano, nel momento in cui hanno la possibilità di farlo, diventare alfieri della libertà, difendere libertà e democrazia, e addirittura svolgere compiti decisivi come avvenne nella detta vicenda, cui - a mio parere - dev'essere tuttora riconosciuto il suo valore.
Quindi la battaglia per la libertà che gay, lesbiche e transessuali combattono in tutto il mondo è una battaglia in primo luogo per la democrazia, perché la libertà per cui gli omosessuali si battono - per cui noi omosessuali ci battiamo - non è altro che la libertà di tutti.
(Rinvio dell'interpellanza urgente Deiana n. 2-00530)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta dei presentatori e con il consenso del Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Deiana n. 2-00530 è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'onorevole Lupi ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00545 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 2).
MAURIZIO ENZO LUPI. Signor Presidente, sarò sintetico anche perché siamo desiderosi di conoscere la risposta del Governo.
Si tratta di un'interpellanza sottoscritta da molti colleghi parlamentari, non solo di Forza Italia, ma appartenenti sia al centrodestra sia al centrosinistra. Si è reso promotore l'intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, cui hanno aderito duecentottanta tra deputati e senatori, e nel quale si è svolto il lavoro affinché la sussidiarietà potesse diventare un aspetto concreto del nostro Paese.
Proprio grazie al lavoro dell'intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, nel confronto con il Governo nella passata legislatura, in particolare con il ministro Tremonti, venne introdotta nella legge finanziaria - la legge n. 266 del 2005 - il nuovo strumento attraverso il quale si diede ai cittadini la possibilità di scegliere la destinazione di una quota delle proprie tasse: tale operazione è stata denominata «5 per mille».
Il successo dell'operazione è sotto gli occhi di tutti, nel senso che è uno dei primi esempi concreti di sussidiarietà fiscale attuata nel Paese, che offre la possibilità ai cittadini di destinare una quota del 5 per mille delle proprie tasse a tutte le organizzazioni non lucrative.
Sono state definite le modalità, e nei tempi previsti si sono iscritti all'albo i possibili beneficiari che, ricordo, sono stati oltre 30 mila soggetti abilitati. Oggi, dopo un anno, ancora non si conoscono né l'ammontare complessivo della detta destinazione, né l'elenco dei beneficiari, né tanto meno i tempi della destinazione stessa.
Ricordo che, dopo un confronto importante con il Governo - maggioranza e opposizione ancora una volta, in tal caso, sono stati uniti -, anche nella legge finanziaria per quest'anno (ma nella stesura originaria tale strumento non era stato incluso) - si è previsto di destinare fondi attraverso le stesse modalità per l'erogazione del 5 per mille.
Allora chiediamo al Governo - e concludo - quali iniziative abbia adottato perché rapidamente si possa conoscere non solo l'ammontare complessivo e le destinazioni, ma anche - cosa più importante - l'erogazione operativa di questa parte dei soldi dei cittadini che è stata destinata direttamente a quelle associazioni e a quei soggetti che il cittadino ritiene possano agire concretamente per rispondere ai bisogni collettivi.
ALFIERO GRANDI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, l'onorevole Lupi ha opportunamente ricordato che di questa norma, di questo obiettivo si è parlato durante la discussione della legge finanziaria per il 2007 svoltasi nell'autunno scorso. Voglio dire che se ne è discusso perché ciò non era previsto. Se fosse stato previsto, il Governo non avrebbe dovuto porsi il problema di trovare risorse per circa 270 milioni di euro per rifinanziare una norma che era stata evidentemente dimenticata nel cassetto dal Governo precedente, tant'è che non era più in vigore.
Credo che possiamo rivendicare a buon titolo che, sulla base di una richiesta parlamentare e di una scelta del Governo, sia pure nell'ambito di una legge finanziaria che non aveva in quel momento di che largheggiare, si è arrivati alla riproposizione della facoltà di scegliere di destinare il 5 per mille per finanziare associazioni e organizzazioni che lavorano nel settore del volontariato, nel settore associazionistico e così via.
Senza richiamare ulteriormente quello che è già noto perché fa parte della legge finanziaria, per quanto riguarda in particolarePag. 33i problemi posti dall'interpellanza urgente, l'attuazione di questa normativa è avvenuta con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, già in data 20 gennaio 2006, decreto nel quale sono state disciplinate le modalità di destinazione della quota pari al 5 per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, determinate appunto in base alla scelta del contribuente per il periodo di imposta 2005. Questo evidentemente è un provvedimento che deve essere imputato alla precedente legislatura e al precedente Governo. In particolare, in tale provvedimento è prevista la formazione degli elenchi riguardanti i beneficiari, ossia gli enti e le associazioni che operano nel mondo del volontariato, elenco gestito dalla Agenzia delle entrate; gli enti di ricerca scientifica delle università, elenco gestito dal Ministero dell'università e della ricerca; gli enti della ricerca sanitaria, elenco gestito dal Ministero della salute.
Per quanto attiene all'elenco gestito dall'Agenzia delle entrate, il citato decreto ha previsto tra l'altro che gli enti e le associazioni che operano nel mondo del volontariato dovevano provvedere alla produzione per via telematica della domanda di iscrizione all'elenco e successivamente inviare alle direzioni regionali dell'Agenzia delle entrate, entro il 30 giugno 2006, una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, in sostanza un'autocertificazione, attestante la persistenza dei requisiti richiesti dalla legge. Ciò ha comportato la necessità di operare una vasta attività di controllo, non di natura fiscale, sulle autocertificazioni prodotte dai circa 29 mila soggetti. Tale attività, che si è aggiunta agli altri compiti istituzionali propri delle strutture della Agenzia delle entrate, è tuttora in atto ed è in fase di completamento.
Come già rappresentato anche durante precedenti occasioni di sindacato ispettivo, cioè interrogazioni e interpellanze di vario tipo che sono state presentate da colleghi e dall'onorevole Lupi, l'Agenzia delle entrate ha evidenziato come questa attività richieda tempi tecnici, stante la platea molto vasta degli interessati e la necessità di operare i doverosi riscontri presso le diverse pubbliche amministrazioni, regioni, province, camere di commercio e dicasteri dello Stato, detentrici di albi e registri nei quali le associazioni e gli enti dovrebbero risultare iscritti, non potendo altrimenti chiaramente partecipare a questo beneficio.
Da ultimo la stessa Agenzia, con circolare del 22 maggio 2007, ha rappresentato le criticità che sono emerse durante l'attività di controllo sulle autocertificazioni prodotte dai soggetti richiedenti, nonché la calendarizzazione degli adempimenti che gli uffici delle entrate dovranno portare a termine al fine di procedere entro il mese di luglio 2007 al completamento delle operazioni di riscontro dei soggetti e quindi degli aventi diritto. Una volta ultimata questa fase, l'Agenzia delle entrate procederà alla successiva elaborazione dei dati contabili per la quantificazione delle somme spettanti ai singoli beneficiari e per la conseguente trasmissione degli elenchi relativi al dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, competente per l'assegnazione successiva, secondo le modalità che sono contenute nell'articolo 6, commi 2 e 3, del citato decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 20 gennaio 2006 e, di conseguenza, la Ragioneria dello Stato provvederà alla attuazione ulteriore di questa normativa.
Va messo in evidenza che, a tale proposito, il riparto delle quote ai singoli beneficiari - che è il meccanismo di calcolo del 5 per mille - farà riferimento alla singola imposta netta dovuta dal soggetto che esprime la preferenza. Al fine di evitare attribuzioni non corrette nel riparto, anche a causa di errori, sempre possibili, commessi dai contribuenti in sede di compilazione, occorre effettuare le elaborazioni circa la congruità dei dati esposti.
Va inoltre fatto presente, a completamento di quanto sopra, che l'Agenzia delle entrate ha rilevato che i dati di cui si parla non rappresentano ancora le somme effettive da devolvere ai singoli beneficiari, in quanto il completamento delle operazioniPag. 34di riparto è legato all'esatta determinazione delle entrate afferenti l'imposta sulle persone fisiche realizzate nell'esercizio finanziario 2006. Infatti, il comma 339 del citato articolo 1 della legge n. 266 del 2005 (legge finanziaria 2006) prevede che le somme da assegnare ai singoli beneficiari debbano essere determinate sulla base degli incassi in conto competenza relativi all'IRPEF risultanti dal rendiconto generale dello Stato, la cui approvazione e pubblicazione viene annualmente disposta alla fine del mese di settembre. Questo è il «reticolo» nel quale siamo inseriti dal punto di vista procedurale e dei ruoli istituzionali.
A tali considerazioni di natura più attuativa, aggiungo che è del tutto evidente che si tratta di una procedura che presenta alcuni problemi, e in particolare elementi non piccoli di complicazione, anche dal punto di vista del calcolo. La prudenza nasce tra l'altro dall'esigenza di non promettere l'erogazione di fondi che poi, in realtà, potrebbero rivelarsi inferiori a quelli effettivamente erogabili. Per tale ragione, partendo da una valutazione positiva della scelta del 5 per mille, che consente ai cittadini di contribuire al finanziamento dell'attività di volontariato, dell'associazionismo, e via dicendo, dobbiamo valutare meglio, dal punto di vista procedurale, come semplificare un meccanismo che si è rivelato indubbiamente lungo e farraginoso. L'obiettivo è quello di pervenire a tale semplificazione non oltre i tempi che qui sono stati indicati, ma non va nascosto - sarebbe assurdo farlo - che, evidentemente, vi sono alcuni problemi.
Inoltre, avendo avuto occasione di assistere, per il Ministero, alla firma del protocollo di accordo tra l'Agenzia delle entrate e l'Agenzia delle ONLUS, siglato per stabilire modalità di reciproco aiuto, anche per semplificare le attuazioni di natura fiscale per le ONLUS, aggiungo che è stata esaminata in particolare - sia pure, per ora, soltanto in chiave di prima indicazione - la possibilità di attuare tale compito attraverso degli step, cioè per stati di avanzamento. Non posso dire di più, perché si tratta ancora di prime indicazioni, che però, a mio avviso, saranno molto utili, in quanto la collaborazione tra l'Amministrazione dello Stato (in ciò sempre più aperta) e i soggetti beneficiari degli interventi e dell'attuazione potrà realizzare una fruibilità più immediata e più accettabile rispetto all'attuale effettiva capacità di risposta.
Pertanto, si va avanti per l'attuazione della norma. Credo si debba riconoscere che essa presenta problemi di complessità, che devono essere affrontati. Questa attenzione c'è, ed è consegnata ad una collaborazione che è inserita anche nell'ambito del protocollo di accordo tra l'Agenzia delle entrate e l'Agenzia delle ONLUS.
MAURIZIO ENZO LUPI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onestamente, e cercando di evitare inutili polemiche, mi sarei aspettato almeno maggiore precisione rispetto ai dati dell'andamento del 2005. La risposta ci è stata data, ma è interesse di tutti capire. Tale iniziativa è stata con forza, in un dialogo tra maggioranza, opposizione e Governo, reinserita nella legge finanziaria di quest'anno. Ricordo, solo per precisione, al sottosegretario - il quale, credo, conosca l'andamento dei lavori parlamentari che, nel 2005, portarono all'approvazione della legge finanziaria - che introducemmo la norma del 5 per mille proprio in via sperimentale.
Si trattava di un'innovazione fortemente clamorosa consistente nella possibilità, per la prima volta nella nostra concezione del sistema fiscale, che una quota delle tasse che i cittadini pagano, da destinare al bisogno collettivo, possa essere destinata direttamente dal cittadino stesso ai soggetti che rispondono meglio e più da vicino, conoscendoli di più, ai bisogni non propri, ma collettivi, della comunità. Se a questa sperimentazione rispondiamo puramente e solamente con problemi burocratici, non crediamo all'innovazione o stiamo ponendo paletti su paletti, per non attuarla.Pag. 35
Signor sottosegretario, in primo luogo le chiedo come hanno risposto i cittadini alla possibilità data loro circa la destinazione del 5 per mille. Certamente conosciamo come hanno risposto le associazioni. Come lei stesso ha detto, quasi 30 mila soggetti aventi diritto si sono iscritti all'albo. Dalla sua risposta ho dedotto che oggi, dopo più di un anno, si stanno ancora verificando congruità, compatibilità e correttezza delle iscrizioni all'albo, vale a dire se i soggetti che hanno prodotto un'autocertificazione abbiano il diritto di usufruire dei soldi ricevuti dai cittadini.
Tuttavia, ciò che interessa ancor più è sapere - non riesco a capire quale sia il segreto e perché non si debba dire o si possa sapere solo nei meandri e non in Parlamento - quanti cittadini, sul monte totale delle dichiarazioni personali, abbiano scelto di usufruire della possibilità di destinare il 5 per mille. È così difficile saperlo? C'è qualche segreto? A quanto ammonta la quota complessiva? È stato un fallimento, non interessa ad alcun cittadino usufruire di tale forma concreta di sussidiarietà, oppure c'è stata una risposta positiva? Ciò vorrebbe dire che il cittadino, sollecitato dalla possibilità data - qui il problema non è né di destra né di sinistra, ma relativo alla costruzione che vogliamo fare della società - ha risposto positivamente. È calato il silenzio! Non si sa nulla!
Signor sottosegretario, non è un problema di burocrazia, perché ritengo che il dato complessivo, ai fini della certezza di iscrizione a bilancio e di costi, relativo alla scelta dei cittadini, debba essere conosciuto dal Parlamento, dalla società, dal mondo del non profit, dalle associazioni Siamo nel giugno 2007, la norma è stata riproposta nella legge finanziaria per l'anno 2007 (forse obtorto collo: mi auguro che non sia così), e non conosciamo ancora i dati relativi all'anno 2005.
Rimango stupito, perché è su questo che si deve riflettere. Alcune osservazioni da lei svolte sono corrette. Poiché si tratta di una norma innovativa, introdotta nel 2005 in via sperimentale, nella legge finanziaria per il 2007 è stato stabilito un tetto per verificare, nel corso dell'anno, in collaborazione con l'authority del volontariato e il Forum del terzo settore e mediante il dialogo con il Parlamento, come migliorare ulteriormente, attuare e semplificare la norma stessa, non dimenticando, tuttavia, il principio fondamentale del 5 per mille, costituito dalla scelta diretta che il cittadino esercita. La semplificazione può arrivare a tutto, ma non può eliminare tale principio, in quanto fino ad oggi anche i contributi di carattere generale non sono mai stati scelti direttamente dal cittadino, bensì erogati da un soggetto (lo Stato, le regioni, l'ente pubblico) in base alle domande presentate dalle associazioni e dagli aventi diritto.
Tutti insieme abbiamo ritenuto si potesse ribaltare la logica esistente, vale a dire che non fosse lo Stato o l'ente pubblico a destinare determinati importi ad un soggetto, bensì il cittadino. Se la norma si inceppa, se non le diamo rapida attuazione, se rimaniamo nelle mani della burocrazia, tra sessant'anni non conosceremo ancora gli aventi diritto.
Sappiamo come funziona. Si tratta della politica con la «p» maiuscola: è la politica, è il Parlamento che dà gli indirizzi e le priorità e, dando gli obiettivi prioritari (ognuno di noi ha fatto l'amministratore e sa cosa intendo) cerca di mettere la burocrazia ed i funzionari dello Stato nelle condizioni di attuarli rapidamente. Insisteremo sul punto, e mi auguro che voi non sappiate ancora cosa è accaduto nelle dichiarazioni dei redditi del 2006 relative all'anno 2005, a meno che non ci sia un segreto di Stato, però in tal caso ditecelo. Mi sembra, però, che i dati sulle entrate delle tasse li abbiate forniti; anzi, su di essi, sulle maggiori entrate e sulle anticipazioni vi è stato molto battage.
I cittadini che hanno compilato il modello unico ed il modello 730 ci sono: hanno inserito o no il codice fiscale delle associazioni e, in caso affermativo, quanti sono? Mille, 5 mila, 100 mila o un milione? Quanti sono? Possiamo saperlo, signor sottosegretario? Potete dircelo, potete comunicarlo anche per iscritto? Ditecelo: quanti sono? Credo sia giusto svolgerePag. 36accertamenti, perché bisogna verificare che i soggetti che si sono iscritti negli albi ne abbiano diritto. Ma occorre partire almeno da un dato: quanti sono i soggetti che hanno scelto? A quanto ammonta tale scelta? Anche perché nella legge finanziaria per il 2007 abbiamo stabilito, o meglio avete stabilito, un tetto massimo di 270 milioni di euro, come il sottosegretario ha ricordato, a quanto ammonta complessivamente la scelta senza il tetto?
Vi è inoltre la questione di coloro che hanno scelto di destinare il 5 per mille senza indicare il codice fiscale dei soggetti beneficiari. La scelta si sarebbe dovuta ripartire complessivamente tra i soggetti iscritti aventi diritto. Capisco che si tratti di un'operazione complessa, ma non credo che lo sia più di qualsiasi altra. Le rivolgo un appello, a nome di tutti i colleghi parlamentari - non solo di centrodestra o di centrosinistra, lo ribadisco - affinché ci diciate una volta per tutte se ritenete tale norma importante e fondamentale e comunichiate rapidamente i dati del 2005, almeno quelli quantitativi complessivi, e fissiate scadenze chiare, fra cui quella del settembre 2007, per l'effettuazione dell'accertamento sulla coerenza fra le richieste di iscrizione all'albo e i requisiti degli aventi diritto. Se ho ben capito, è questo che ci ha comunicato: dopo un anno e tre mesi abbiamo ottenuto qualcosa. Ma quando avverrà concretamente il secondo passaggio? Quando saranno erogati i contributi in questione? Anche perché adesso la fase del 2005 è terminata e stiamo entrando in quella del 2006, vale a dire la legge finanziaria 2007 e la dichiarazione dei redditi 2006, rischiamo continuamente di sovrapporci rispetto ad ulteriori aspettative e ad ulteriori esigenze. Credo invece sia doveroso che da parte di tutti noi, dello Stato, dell'amministrazione pubblica, del Parlamento, vengano date certezze su tale tema. Queste certezze non devono arrivare immediatamente, purché arrivino e ci si confronti sulla questione. Chiedo al Governo di aiutarci nell'attuazione della norma sul 5 per mille, affinché vi sia maggiore fiducia nel rapporto tra Stato e cittadini e tra società civile e amministrazione pubblica (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).
PRESIDENTE. Prendo atto che l'onorevole Leo rinuncia ad illustrare l'interpellanza La Russa n. 2-00556 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 3), di cui è cofirmatario.
ALFIERO GRANDI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, la ragione per cui si è prodotto un avvicinamento delle scadenze per le dichiarazioni fiscali è relativa, in primo luogo, ad un quadro europeo. L'Italia è un Paese fortemente in ritardo rispetto alla media europea. Ricordo che dieci anni fa circa c'era già un periodo di scadenze molto più ravvicinato, e le scadenze fiscali sono relative anche all'obiettivo, che si realizzerà gradualmente ma va perseguito, di avere la possibilità non solo del ravvedimento operoso in autunno, ma di avere anche le scadenze con tempi tali da poter iniziare l'esperienza della dichiarazione per via telematica, almeno per una prima parte di contribuenti.
Quindi, sono molte le ragioni che militano a favore di un accorciamento dei tempi, anche se questo, naturalmente, ha creato qualche problema, come tutte le norme di prima applicazione. Tutte le associazioni e le rappresentanze delle categorie presenti al tavolo tecnico istituito presso il Ministero dell'economia e delle finanze, nella sede dell'Agenzia delle entrate, hanno indicato dei punti di sofferenza. Inoltre, in sede parlamentare si è proposto di affrontare il tema delle scadenze, almeno per quest'anno e tenuto conto dei punti di sofferenza e di criticità esistenti, rivedendo i termini nei quali effettuare le dichiarazioni dei redditi.Pag. 37
C'è stata, al riguardo, una discussione e le posizioni sono abbastanza note e chiare. Per quanto riguarda la Camera, in particolare, la discussione è avvenuta nella VI Commissione sulla base di una risoluzione, ma anche in sede di question time ed in altre occasioni, richiamando l'attenzione del Governo sull'esigenza di riflettere su tali questioni. Il Governo non si è sottratto; anzi, di fronte a reali problemi di criticità, che sono stati segnalati dall'Agenzia delle entrate, ha individuato la possibilità di variare le cadenze di presentazione delle dichiarazioni dei redditi. La presentazione delle dichiarazioni, quindi, può avere una diversa articolazione delle modalità, ma lo stesso non può avvenire per il pagamento, perché questo è previsto dalla legge in date precise e quelle debbono rimanere. La ragione non sta nella risposta ad una generica richiesta di rinvio dei termini, ma in precise, motivate e fondate esigenze. Ecco perché il Governo, accogliendo il principio che qualcosa occorreva fare per rispondere a punti di criticità, ha rinviato alla sede tecnica - quindi all'Agenzia delle entrate - il compito di individuare gli effettivi punti di criticità.
Ad esempio, un punto di criticità sicuramente riguarda un certo ritardo, da parte delle società che presentano i programmi informatici, nell'adeguamento alle nuove normative. Alcune altre incertezze, che potevano esserci per taluni aspetti della disciplina fiscale, oggi sono però risolte attraverso provvedimenti già in discussione, in particolare un disegno di legge all'esame del Senato, che ci auguriamo venga rapidamente approvato, in modo da consentire la soluzione degli aspetti che presentavano delle criticità. Quindi, non si è trattato di una risposta generica, ma di una risposta che aveva un fondamento e delle motivazioni.
Questa è la ragione per cui l'Agenzia delle entrate, proprio sulla base di una richiesta e di un mandato preciso da parte del Governo, il 7 maggio ha emanato un comunicato, che, nell'impostazione del rapporto tra amministrazione e cittadini, non è uno strumento banale o un'informazione generica, ma un impegno a fare. Del resto, si tratta di uno strumento, che è stato usato anche dal precedente Governo e dalla precedente coalizione, in alcune occasioni in cui occorreva intervenire su alcune criticità.
La validità dello strumento risiede nel fatto che, quando si dice: «Si faccia» fino ad oggi quello che si è detto, si è sempre fatto.
Ecco la ragione per cui il comunicato dell'Agenzia delle entrate, che rimodula le scadenze soltanto per quest'anno e ribadisce l'obiettivo di arrivare al loro anticipo, per allineare il nostro Paese al resto d'Europa, ha individuato quelle che di seguito voglio ricordare. Anche se il collega Leo naturalmente è perfettamente informato di ciò, tutte le occasioni sono utili per informare i cittadini e ricordare loro quali sono le scadenze.
Il comunicato dell'Agenzia delle entrate stabilisce che le persone fisiche titolari di redditi di impresa, di lavoro autonomo e di partecipazione potranno procedere all'invio telematico del modello unico entro il 25 settembre; tutti i soggetti sottoposti all'IRES potranno effettuare l'invio telematico entro il 10 settembre; resta invariato il termine di presentazione per tutti gli altri contribuenti e nessuna modifica viene operata per ciò che riguarda i versamenti, sia di saldo, sia di acconto. La rimodulazione è stata decisa, appunto, tenendo conto delle osservazioni e delle richieste che provenivano da diverse parti, per cercare di riallineare in modo corretto le scadenze.
L'informazione che posso dare in questo momento, a ulteriore sostegno del corretto rapporto tra quanto si dice e quanto si fa, è che proprio ieri sera è stato firmato l'avvio della procedura per emanare il DPCM che deve attuare le disposizioni annunciate dell'Agenzia delle entrate e confermate nello strumento normativo adottato.
Confermiamo, quindi, completamente l'orientamento, del resto precedentemente ribadito nella sede della Commissione finanze e nelle altre sedi di sindacato parlamentare. Le scadenze per quest'annoPag. 38hanno subìto una rimodulazione e il Governo intende dare seguito alle rimodulazioni preannunciate attraverso lo strumento amministrativo che ha cominciato il suo iter esattamente ieri sera, in modo da dare certezza ai contribuenti sulle nuove scadenze: 31 luglio, 10 settembre e 25 settembre sono le date che sono state reindicate.
Voglio aggiungere, inoltre, che l'onorevole Leo ha naturalmente pienamente diritto di insistere su una opinione, che probabilmente non è solo la sua, ma anche quella di ampi settori della società. In fondo, il rapporto tra Governo e Parlamento, se lo guardiamo per un attimo astraendo dalle posizioni politiche, serve ad una dialettica tra le due istituzioni che aiuti tutti a lavorare meglio. Egli ha pienamente diritto - lo ripeto - di insistere sulla sua posizione. Ricordo, però, che quella posizione è già stata bocciata dalla maggioranza della Commissione finanze e che proprio da tale bocciatura abbiamo ricavato la conferma che il Governo doveva mantenere, attraverso lo strumento amministrativo di attuazione, la rimodulazione delle scadenze preannunciata dal comunicato dell'Agenzia delle entrate.
Colgo l'occasione - perché questo è il momento adatto - per confermare che tale trasformazione, tale miglioramento del funzionamento dell'amministrazione non ha carattere vessatorio verso coloro che fanno le dichiarazioni fiscali o quant'altro ma, al contrario, ha l'obiettivo di mettere in grado il cittadino, in un futuro che spero sia prossimo, di effettuare una dichiarazione fiscale per via telematica senza particolari complicazioni, attraverso un modello precompilato telematico che verrà messo su INTERNET direttamente dalla Sogei e dall'Agenzia delle entrate. L'obiettivo, semmai, è quindi esattamente il contrario: velocizzare per rendere più reale e più semplice il rapporto tra contribuente e amministrazione.
Il lavoro, che si sta effettuando, va anzitutto attribuito al Viceministro Visco, che oggi è oggetto di una campagna inqualificabile e indegna e che ritengo, invece, abbia il grande merito di avere contribuito a riportare il nostro Paese nell'alveo del «no ai condoni, sì ad un fisco che funziona», nell'ambito del quale i risultati finanziari derivanti dalla lotta all'evasione ed elusione fiscale possano essere ripartiti sui cittadini onesti.
Il contributo sicuramente determinante che il Viceministro ha fornito nel corso di questi mesi di attività del Governo va riconosciuto e mi auguro che esso sarà riconosciuto anche al Senato quando verrà esaminato il problema, che, come sapete, è oggi all'ordine del giorno.
PRESIDENTE. L'onorevole Leo ha facoltà di replicare.
MAURIZIO LEO. Signor Presidente, avrei davvero voluto dichiararmi soddisfatto. Purtroppo, però, le considerazioni e le affermazioni del sottosegretario Grandi mi lasciano assolutamente sconcertato: esse non prendono atto, infatti di una situazione di grave malessere che è stata denunciata dai Consigli nazionali degli ordini dei dottori e dei ragionieri commercialisti.
Ricordo che il 24 maggio - quindi ben dopo la comunicazione da parte del Ministero dell'economia e delle finanze del differimento dei termini - i Consigli nazionali dei dottori commercialisti e dei ragionieri commercialisti hanno unanimemente acquistato alcune pagine sulla stampa specializzata (Il Sole 24 Ore, Italia Oggi) e sul Corriere della Sera.
Affinché tutti abbiano contezza di quel che sta avvenendo, debbo leggere tali comunicati, cominciando con quello dei ragionieri commercialisti: «Lettera aperta al Viceministro per l'economia Vincenzo Visco. Signor Viceministro Visco, in quale paese vive? Non avverte il diffuso e crescente malcontento che pervade la società italiana: contribuenti, operatori economici, professionisti di ogni orientamento politico? Tutti d'accordo, per una volta, nel denunciare uno stato di cose che non appare più sopportabile». Vengono, quindi, enucleati tutti i profili sotto cui il Ministero dell'economia ha creato seri problemi ai contribuenti ed ai professionisti.Pag. 39Il comunicato conclude così: «A questo si aggiunge un atteggiamento di arroganza e protervia che mortifica il lavoro e la dignità degli operatori del settore, professionisti e dipendenti degli studi, nei confronti dei quali, Signor Ministro, pare Ella non mostri alcun rispetto. La gente non ne può più! In questo contesto, abbreviare i tempi per la presentazione delle dichiarazioni è stato e viene vissuto come una vera e propria provocazione. Non crede sia giunto il momento di dimostrare sensibilità politica e coerenza tecnica e giuridica? Forse il Paese se ne gioverebbe». Questo è quanto scrivono i ragionieri commercialisti.
A loro volta, i dottori commercialisti - non un ordine locale, ma il Consiglio nazionale - affermano: «Da anni i dottori commercialisti assistono i contribuenti per l'adempimento dei loro doveri e nell'interesse del Paese. Ora basta! La misura è colma. Ci rifiutiamo di sottostare a scadenze impossibili e a subire diktat immotivati, confusi e contraddittori che continuano a vessare i contribuenti con inutili e controproducenti provvedimenti che creano soltanto gravissimo disagio al nostro lavoro e mettono a dura prova il senso di responsabilità della professione». Essi procedono con questo tipo di affermazioni.
Signor Presidente, appare strano che, da quando il re Vittorio Emanuele III, nel castello di Racconigi, pose la propria firma sotto la legge che istituiva l'ordine dei commercialisti, è questa la prima volta, dopo oltre 100 anni, che i commercialisti muovono una protesta così vibrata: vibrata e al tempo stesso giustificatissima! Tale protesta è collegabile al caos normativo che si è determinato in questi mesi, dal giugno 2006 fino all'approvazione della legge finanziaria e alla predisposizione dei modelli per la dichiarazione dei redditi. Si è generata una sorta di bulimia legislativa: vi sono leggi contraddittorie e decreti-legge le cui norme sono state contraddette dalle leggi di conversione. È una situazione a dir poco paradossale.
Il sottosegretario Grandi ha ricordato l'azione svolta dal Viceministro Visco e ha affermato che il Viceministro ha svolto un importante ruolo tecnico. Non parlerò del ruolo del Viceministro Visco come decapitatore di comandi della Guardia di finanza, né come gaffeur nei rapporti con altri membri del Governo: desidero parlare del Viceministro Visco da un punto di vista tecnico. Ed intendo esaminare puntualmente ciò che è stato fatto dal giugno 2006 ad oggi.
Sono stati posti in essere tre provvedimenti: il cosiddetto Visco-Bersani, il cosiddetto collegato fiscale e la legge finanziaria per l'anno 2007. Attraverso tutti questi provvedimenti si è ingenerata un'enorme confusione per i contribuenti e per i professionisti.
Faccio alcuni esempi, partendo dall'IVA sugli immobili. Tutti noi ricordiamo che con il provvedimento Visco-Bersani è stata introdotta una disposizione che ha cambiato il regime di tassazione ai fini delle imposte dirette per le compravendite immobiliari, passando da una imponibilità IVA a un'esenzione IVA. Non so chi non abbia illuminato il Viceministro Visco sul fatto che quando si cambia regime cambiano anche le regole di detrazione. L'operazione posta in essere dal Viceministro Visco ha provocato uno sconquasso nei mercati finanziari: gli investitori istituzionali - mi riferisco ai fondi immobiliari - hanno consigliato di non venire più ad investire in Italia, perché il sistema era così confuso che non era prudente venire a lavorare in Italia. Ci rendiamo conto del grave problema creato dal Viceministro Visco?
Ma abbiamo tanti altri punti su cui si è ingenerata un'incertezza totale. Parliamo di imprese e dello scorporo dei terreni sottostanti ai fabbricati. Ancora oggi, mentre i contribuenti e i professionisti stanno presentando le dichiarazioni, non si conosce la legislazione applicabile, perché vi è un disegno di legge pendente al Senato che ancora non si sa se verrà esaminato, convertito o cos'altro. I professionisti devono così fare le dichiarazioni dei redditi in base a disposizioni che ancora non esistono.Pag. 40
Prendiamo in considerazione anche la vicenda degli studi di settore. In questo caso non parliamo di cinquanta o cento contribuenti, ma di 5 milioni di partite IVA. Ci rendiamo conto di cosa è stato fatto nella legge finanziaria? Si è detto che dobbiamo recuperare dai soggetti sottoposti agli studi di settore 2 miliardi e 700 milioni di euro. Come si è andati a recuperarli? Lo si è fatto introducendo meccanismi di aggiornamento automatico dei ricavi! Chi studia questa materia sa bene che il reddito tassabile è dato dalla contrapposizione tra i ricavi e i costi, mentre il reddito effettivo è dato dalla contrapposizione tra i compensi e le spese e non può essere fondato su meccanismi matematico-statistici. Che cosa si è fatto? Si è stabilito che il soggetto titolare di partita IVA, siccome non risponde a certi indici di normalità economica, deve maggiorare i ricavi dal 20 al 50 per cento. Di conseguenza, tutte le imprese in questi giorni - il 18 giugno è il termine per il versamento delle imposte - dovranno pagare cifre di gran lunga superiori a quelle pagate nell'anno precedente, anche se non c'è stata una crescita economica che abbia giustificato tale tipo di intervento.
Ma, continuiamo. Cosa è stato fatto per le auto aziendali? Oggi un imprenditore che possiede un'auto aziendale non sa come gestirne la deduzione. Che cosa è successo? È intervenuto dapprima il provvedimento Visco-Bersani che ha stabilito che non si possono più fare ammortamenti anticipati, non si può più dedurre il canone di locazione finanziaria. Poi è intervenuta la cosiddetta sentenza strada-asfalti, cui ha fatto seguito un decreto-legge del Governo che ha disposto il blocco dei rimborsi IVA, in spregio totale alle direttive comunitarie.
Infine, con il collegato fiscale nessun imprenditore potrà più dedurre i costi relativi alle auto aziendali. Ci rendiamo conto di cosa sta succedendo? Un imprenditore che possieda un'auto aziendale, bene strumentale che serve per lo svolgimento della sua attività, non può portare in deduzione nulla.
È una situazione grave, anzi gravissima. Andiamo a spiegare agli imprenditori del Nord - coloro che poi hanno visto qual è la politica fiscale del Governo - che l'auto che serviva, faccio un esempio, al panificatore o al soggetto che vende generi alimentari per trasportare e consegnare la merce alla clientela non potrà più essere dedotta a partire dal 2006. Tutto ciò è merito della politica fiscale del Viceministro Visco.
Ma continuiamo. L'ultima è di questi giorni: il cuneo fiscale, una cosa a dir poco risibile. In primo luogo, quando denunciammo, in sede di esame del disegno di legge finanziaria, che un intervento selettivo avrebbe potuto provocare conseguenze perniciose da parte dell'Unione europea, non siamo stati ascoltati. Voi tutti ricordate bene che quando si operano interventi che riguardano talune imprese e non altre, trattandosi di aiuto selettivo, si determina un contrasto con due principi fondamentali del Trattato di Roma, quelli che disciplinano, agli articoli 87 e 88 del Trattato, la materia degli aiuti di Stato, per cui è necessaria la preventiva autorizzazione da parte dell'Unione europea. Ma tale autorizzazione non è stata chiesta e il Governo, quindi, a più riprese ha tergiversato. Vi sono state tante richieste da parte nostra e, alla fine, la notificazione è stata fatta nel mese di aprile.
Nessun imprenditore oggi avrebbe potuto fruire della deduzione per il cuneo fiscale. Non potendo usufruire della deduzione per il cuneo fiscale, il Governo è intervenuto con un decreto-legge. Così si aggiunge il male al peggio, poiché con un decreto-legge si stabilisce che non è necessaria nessuna preventiva autorizzazione da parte dell'Unione europea.
Si tratta di un atteggiamento totalmente irriguardoso nei confronti dell'Unione europea. Si può affermare che l'agevolazione viene concessa solo a talune imprese e non a tutte e, perciò, siamo dinanzi ad un aiuto selettivo privo della necessaria autorizzazione dell'Unione europea? Non so cosa dirà il commissario Kroes quando esaminerà il decreto-leggePag. 41di recente approvato e che sarà all'esame della Commissione finanze la prossima settimana.
Si tratta di una situazione a dir poco risibile. Chi scrive queste disposizioni? Siamo in presenza di persone che non sanno assolutamente come è strutturato l'ordinamento tributario, persone che farebbero rigirare nella tomba i Vanoni, i Cosciani, i Visentini, ossia gli studiosi di questa materia che hanno dato un notevole contributo allo studio della scienza delle finanze e del diritto tributario.
Chiudo con altre due questioni importanti: dapprima gli adempimenti. Siamo tutti convinti che bisogna combattere l'evasione fiscale ed effettivamente tale lotta è necessaria, ma non siamo d'accordo sulle metodologie. Possiamo essere sicuri che si combatte l'evasione fiscale introducendo nuovamente l'elenco clienti e fornitori, che sicuramente non ha dato buona prova negli anni passati e non la darà neanche negli anni futuri?
A proposito della tracciabilità dei compensi, abbiamo assistito a tanti professionisti che continuano a percepire somme senza alcun bonifico, né alcun conto corrente o assegno bancario. Questi soggetti, se hanno evaso prima, continueranno a farlo anche dopo. Le misure sulla tracciabilità dei compensi non hanno funzionato e semplicemente generano problemi ai contribuenti.
Invece, quanto si doveva fare non è stato compiuto. Come spieghiamo ciò alle migliaia di piccoli professionisti che non sono organizzati e per i quali la Corte costituzionale nel 2001 affermò che, in mancanza di organizzazione, non erano tenuti all'assolvimento dell'IRAP? Come mai non è stata ancora introdotta una disposizione che puntualmente disciplini questa fattispecie, stabilendo chiaramente che questi contribuenti non sono tenuti al pagamento del tributo regionale?
Proprio ieri in Commissione finanze è giunta una presa di posizione del ministero che afferma: «Stiamo studiando, stiamo vedendo, dobbiamo approfondire». Ma, mentre Cartagine brucia, ancora si sta approfondendo! Ciò mi ricorda quanto si verificò dopo la fine della seconda guerra mondiale, allorché i soldati giapponesi continuavano a combattere pur essendo finite le ostilità.
La Corte di cassazione ha sancito che non si devono far pagare le imposte a questi soggetti e, invece, si dispone che essi devono continuare a pagare, addirittura non consentendo loro la presentazione delle dichiarazioni per via telematica. Questa è arroganza! Questa è arroganza pura, questo atteggiamento non comprende i problemi reali delle piccole imprese e dei professionisti.
Infine, vi è l'incertezza normativa. Abbiamo assistito a decreti-legge che sono stati adottati e poi modificati con una legge di conversione. Come è possibile - lo affermo dinanzi a persone che legiferano - che si stabilisca una disciplina in un decreto-legge e che, poi, con la legge di conversione, il Governo faccia una sorta di ravvedimento operoso e corregga la disposizione del decreto-legge, con la conseguenza che le norme della legge di conversione producono effetti dal giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, lasciando sostanzialmente prive di una disciplina tutte le disposizioni applicabili nel lasso temporale di vigenza del decreto-legge.
Questa situazione come può essere gestita dai contribuenti? Come si comporta il contribuente che ha venduto un immobile in vigenza del decreto-legge che non è stato convertito? Ha fatto bene o ha fatto male? Siamo dinanzi ad un'incertezza normativa che deriva da disposizioni quali il cosiddetto decreto Visco-Bersani, il collegato fiscale e la legge finanziaria.
A fronte di tutto ciò, la richiesta dei dottori commercialisti e dei ragionieri - del tutto giustificata - è quella di chiedere, in un momento di confusione normativa, la concessione per il primo anno di una proroga del termine di presentazione della dichiarazione al 31 ottobre, come già avvenuto in passato.
Questo è, come lo definisco io, un annus horribilis. Se è tale, consentiamo, almeno per il primo anno, di presentare la dichiarazione il 31 ottobre.Pag. 42
Sottosegretario Grandi, come si può consentire ai professionisti la presentazione della dichiarazione il 10 settembre? Tale data è immediatamente a ridosso della pausa estiva! Se durante il mese di agosto si recheranno in ferie (ne avranno pur diritto!), come potranno attivarsi per la presentazione delle dichiarazioni entro i dieci giorni successivi al 31 agosto? Il differimento della scadenza, dal 31 luglio al 10 settembre, è praticamente inconcludente e non offre alcun tipo di agevolazione ai professionisti, perché i medesimi saranno costretti a tenere aperti gli studi nel mese di agosto, a lavorare, nonché a tenere il personale negli studi per presentare le dichiarazioni dei redditi e seguire tutti gli altri adempimenti. Tutto ciò dimostra in quale situazione di incertezza ci troviamo!
Per non parlare dei dipendenti! Si stanno accorgendo adesso, con le buste paga del mese di marzo, di non aver ricevuto, anche in presenza di redditi inferiori ai 40 mila euro, alcun vantaggio dalla revisione del sistema di tassazione Irpef, con il passaggio dalle deduzioni decrescenti alle detrazioni di imposta. Perché non hanno ricevuto alcun vantaggio? Perché hanno dovuto pagare addizionali locali (addizionale regionale e comunale) ben più alte di quelle pagate in precedenza!
Dovremmo spiegare a tali contribuenti che da gennaio non hanno conseguito alcun beneficio! Altro che benefici! Hanno subito enormi penalizzazioni - mi riferisco a contribuenti con redditi inferiori ai 40 mila euro - per effetto del cambiamento delle deduzioni in detrazioni d'imposta.
Non è questa una politica tesa a favorire la famiglia, i nuclei numerosi o le famiglie monoreddito!
Ho delineato uno scenario a tinte fosche, pertanto voglio concludere il mio intervento ricordando le parole dello studioso Vanoni. Egli fece importanti affermazioni nel cosiddetto codice di Camaldoli elaborato negli anni tra il 1941 e il 1944.
Vanoni affermò che «è dovere morale, oltre che giuridico, di soddisfare alle imposte esattamente entro i limiti fissati dalle leggi. L'evasione tributaria contrasta a tale dovere e deve essere condannata. La legge non deve però, nell'ordinamento del tributo e, soprattutto, nella fissazione delle aliquote, essere ispirata al pensiero che le evasioni sono inevitabili, ma deve stabilire aliquote giuste e provvedere ad accertamenti regolari. In caso contrario, l'ipocrisia del legislatore giustifica l'evasione e l'inadempienza del contribuente e mette in pericolo l'ordinata disciplina del tributo, che viene sopportato in misura diversa dai contribuenti onesti o timidi e da contribuenti scaltri o poco coscienziosi. Le sperequazioni che nascono in tal modo tra contribuente e contribuente inficiano nella sua applicazione qualsiasi piano, per quanto ben congegnato, di distribuzione delle imposte».
PRESIDENTE. L'onorevole Scotto ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00503 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 4).
ARTURO SCOTTO. Signor Presidente, il mio intervento sarà breve. Da dodici anni, ogni tre anni, viene rinnovato l'appalto pubblico del contratto di assistenza tecnica unificata, detto ATU, per l'informatizzazione del Ministero della giustizia su quasi l'intero territorio nazionale.
Fino al mese di aprile del 2002 i raggruppamenti temporanei di imprese vincitrici erano stati sostanzialmente gli stessi. Bisogna notare che tale tipo di appalto riguarda mille lavoratori sistemisti esterni che rappresentano, molto spesso, l'unico punto di riferimento per qualsiasi problema di natura informatica dentro la pubblica amministrazione della giustizia.
Nel 2005, in aprile, i raggruppamenti temporanei di imprese OIS.COM e GRUPPO CM&C perdono l'appalto nella gara che vede il suddetto consorzio al terzo posto dopo Getronics e Ibm.Pag. 43
A ciò si aggiunge che, nelle leggi finanziarie per gli anni 2006 e 2007, i tagli ai servizi informatici sono aumentati. I lavoratori ATU presenti nelle sedi giudiziarie nel corso degli ultimi mesi hanno più volte protestato, anche attraverso degli scioperi, contro la prospettiva di un possibile licenziamento e, nel frattempo, la procedura di gara è stata impugnata davanti al tribunale amministrativo del Lazio. La stessa gara è stata annullata nel marzo 2006 per irregolarità nell'aggiudicazione.
A settembre 2006, il Ministero della giustizia ha fatto appello al Consiglio di Stato. A tutt'oggi, siamo in regime di proroga, non essendo possibile dare esecuzione al nuovo contratto. Ci rendiamo perfettamente conto che è necessario considerare il tema dei costi, valutando le modalità più opportune per assicurare alla giustizia, in una fase di difficoltà, una gestione seria e coerente dei costi. Allo stesso tempo, tuttavia, vi è un punto che non va sottovalutato.
In primo luogo, è possibile lasciare nel precariato i lavoratori sistemisti informatici che da sempre maneggiano informazioni importanti del Ministero della giustizia? È immaginabile allo stesso tempo non garantire, come oggi accade, maggiore sicurezza nella gestione di dati sensibili, considerato che attualmente le società garantiscono per il personale (disponendo, nei fatti, di carta bianca verso i tecnici)? È questa la possibile prospettiva. È ormai noto che i lavoratori in mobilità o licenziati rischiano, oltre che il posto, di trovarsi successivamente in una situazione di mancata contrattualizzazione o di contratti estremamente precari, coordinati e continuativi.
Oggi, i tecnici ATU sono nei fatti più legati al pubblico che al privato, in quanto l'esperienza maturata nell'ambito giudiziario ha fornito loro competenze che vanno oltre la stessa conoscenza informatica, poiché applicative di procedure molto delicate ed esclusive per il Ministero della giustizia, dal momento che nessun altro le conosce e le utilizza. Vi ricordiamo, inoltre, che una delle premesse su cui si fondano i contratti ATU è quella che l'amministrazione, allo stato attuale, non ha professionalità sufficienti ad assicurare le indispensabili attività tecniche e sistemistiche. Tuttavia, oggi ci troviamo di fronte ad uno scenario molto pericoloso, quello di una proroga del precariato e, allo stesso tempo, di un affidamento al buio di nuove competenze.
Accanto a ciò, vi è la richiesta (che nel corso degli ultimi anni è andata avanti ed ha visto il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali e della stessa Associazione Nazionale Magistrati) di soddisfare la necessità di procedere progressivamente ad una internalizzazione di tali competenze. Vi sono diverse analisi dei costi e molte dimostrano che, probabilmente, un processo di internalizzazione garantirebbe minori spese, minori oneri a carico dello Stato, piuttosto che proseguire sulla strada dei call center o delle esternalizzazioni. Pertanto, la richiesta, indicata anche nell'interpellanza urgente, che, insieme ad altri colleghi di tutti i gruppi del centrosinistra (Sinistra Democratica per il Socialismo europeo, L'Ulivo, Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, Verdi), abbiamo avanzato, è che venga in qualche modo garantito il superamento della controversa logica della esternalizzazione. Tutto ciò, al fine di garantire a mille giovani lavoratori precari la possibilità di una stabilizzazione e, allo stesso tempo, di una prospettiva che superi la condizione sistematica di precarietà, perseguendo l'obiettivo dell'integrazione nell'amministrazione giudiziaria dei sistemisti per l'assistenza tecnica unificata delle ditte appaltatrici. Questi lavoratori, nel corso degli ultimi anni, hanno maturato una preziosa esperienza e professionalità. È necessario prevedere nei concorsi pubblici, considerata l'esperienza maturata in questi anni, almeno un riconoscimento dell'attività prestata (è una richiesta che proviene anche dalle organizzazioni sindacali).
Chiediamo, inoltre, che, allo stesso tempo, venga operato un controllo rigoroso sulla regolarità dei rapporti contrattuali tra sistemisti e le società aggiudicatrici dell'ultima gara pubblica e sul rispetto di corrette relazioni sindacali.Pag. 44
Infine, vi è un tema di fondo che attraversa una scelta politica che la coalizione del centrosinistra ha assunto negli ultimi mesi, presente, peraltro, anche nel programma elettorale dell'Unione. Si tratta della questione del superamento del precariato nel pubblico impiego ed in tutti i gangli della pubblica amministrazione, compreso il settore delicatissimo dell'amministrazione della giustizia. La permanenza del precariato rischia di mettere in crisi, o profondamente in discussione, il principio della terzietà della pubblica amministrazione, soprattutto in un settore delicatissimo dove tanti di questi lavoratori hanno la possibilità di venire a contatto con una mole di informazioni molto delicate.
Noi chiediamo una risposta molto chiara e netta da parte del Governo e del Ministero della giustizia, per restituire la speranza ai tanti lavoratori che rischiano di non avere più una certa continuità contrattuale, andando incontro al licenziamento o alla messa in mobilità, e, allo stesso tempo, per fare in modo che il settore della giustizia abbia a disposizione competenze di livello, come quelle garantite nel corso degli ultimi anni ai lavoratori ATU.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia, presidente Luigi Scotti, ha facoltà di rispondere.
LUIGI SCOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, l'interpellanza si riferisce all'appalto pubblico del contratto di assistenza tecnica unificata per l'informatizzazione del Ministero della giustizia. Gli interpellanti rappresentano che, fino al mese di aprile del 2002, vincitore di tale appalto è stato un raggruppamento di imprese che è stato per anni il punto di riferimento per la soluzione di ogni problema di natura informatica negli uffici giudiziari di tutta Italia, acquisendo in tal modo una notevole esperienza sul piano tecnico-funzionale in ambito giudiziario. Posso aggiungere che ne sono a conoscenza anche per esperienza personale nel tribunale di Roma.
Nell'aprile del 2005, la gara di appalto per il rinnovo del contratto è stata vinta dalla società Getronics, anche se i servizi informatici sono ancora gestiti in regime di proroga dal R.T.I., in attesa che il Consiglio di Stato definisca la controversia sull'aggiudicazione, a seguito di impugnativa al TAR.
La preoccupazione espressa dagli interpellanti riguarda, da un lato, la sorte lavorativa dei dipendenti della società che non si è aggiudicato l'appalto, dall'altro le disfunzioni che, sul piano operativo, potrebbero venirsi a creare con il subentro della Getronics, società - si sottolinea - non esperta nell'ambito dei sistemi applicativi del Ministero della giustizia.
In particolare, si chiede, in primo luogo, l'inserimento nei bandi pubblici di una «clausola di salvaguardia» che preveda per il personale in servizio la continuità del rapporto di lavoro, anche in ipotesi di mutamento della società aggiudicatrice dell'appalto; in secondo luogo, un controllo sulla regolarità dei rapporti contrattuali dei sistemisti con le società aggiudicatrici; in terzo luogo, il perseguimento dell'obiettivo dell'integrazione nell'amministrazione giudiziaria dei sistemisti che cessano la propria attività, o quanto meno la previsione che l'attività prestata all'amministrazione possa costituire titolo preferenziale nei concorsi pubblici.
Debbo sottolineare che il dicastero non è insensibile alle problematiche e alle rivendicazioni del personale ATU che, infatti, sono state oggetto di incontri con i rappresentanti dei lavoratori (incontri abbastanza dolorosi, a seguito dei quali, però, non si è giunti ad un punto fermo).
Quindi, sul piano umano, è più che comprensibile la preoccupazione per la sorte della propria attività lavorativa e per la prospettiva di una precarietà che, probabilmente, non avrà una soluzione positiva.
L'inserimento nei bandi di appalto di una clausola di salvaguardia, che preveda la prosecuzione con la nuova società del rapporto di lavoro del personale già in servizio, è senz'altro praticabile, sia pure nel rispetto dell'autonomia privata. Ovviamente,Pag. 45si tratta di un tema praticabile per il futuro: non è possibile per una gara già espletata, perché ciò significherebbe obbligare l'imprenditore, ad appalto concluso - salvo, ovviamente, quello che deciderà il Consiglio di Stato - ad avvalersi di personale estraneo alla propria sfera organizzativa, imponendogli di fatto la stabilizzazione dei relativi rapporti con una clausola da inserirsi ex post nel rapporto già concluso. Voglio dire, cioè, che, se il Consiglio di Stato confermerà la sentenza del TAR e si riprenderà daccapo il rapporto con il nuovo contratto, sarà possibile prevedere, tra le clausole dell'appalto stesso, la conferma di coloro che hanno già lavorato per società eventualmente uscenti dal rapporto. Se il Consiglio di Stato, invece, respingerà il ricorso, annullando la prima decisione, allora quel contratto riprenderà piena vitalità e, di conseguenza, non si potrà inserire ex post una clausola non prevista in sede di bando di concorso.
Per quanto concerne il secondo punto, la vigente disciplina sugli appalti prevede che non possono stipulare contratti di appalto di lavori, forniture e servizi quelle imprese nei cui confronti siano state accertate gravi infrazioni alle norme in materia di sicurezza o ad ogni altro obbligo derivante dai rapporti di lavoro, elementi risultanti dai dati in possesso dell'Osservatorio dei contratti pubblici, oppure - e questa è la situazione più grave - quando abbiano commesso violazioni, definitivamente accertate, alle norme in materia di contributi previdenziali e assistenziali o altri fatti rilevanti circa la legittimità dell'appalto stesso.
Posso assicurare che i contratti stipulati da questa amministrazione sono già sottoposti ad un controllo, perché l'amministrazione richiede ogni volta dati sintomatici e interessanti all'apposito Osservatorio dei contratti pubblici e tiene conto, ovviamente, di eventuali decisioni negative per le imprese che concorrono.
Sarà cura dell'amministrazione stessa, anche in seguito agli stimoli derivanti dall'interpellanza - per la quale il Ministero ringrazia tutti i firmatari - utilizzare controlli ancora più penetranti e una vigilanza estremamente rigorosa con riferimento a tutti gli aspetti sottolineati.
Quanto all'obiettivo dell'assorbimento nell'amministrazione di giustizia del personale già utilizzato in precedenti rapporti - che costituisce il terzo punto dell'interpellanza - esso trova, purtroppo, un ostacolo primario nel principio costituzionale dell'assunzione mediante concorso e, allo stato, trova un ulteriore ostacolo nei limiti alle assunzioni di nuovo personale posti dalle esigenze di contenimento della spesa pubblica.
È chiaro, tuttavia, che l'amministrazione, ben conoscendo l'apporto che questi lavoratori hanno recato alla macchina giudiziaria, acquisendo negli anni professionalità e peculiare specializzazione, è interessata a valutare spazi operativi in ordine al riconoscimento di un titolo preferenziale nell'ambito di eventuali concorsi, per future assunzioni di personale, che potranno essere banditi fra poco.
Proprio il Ministro, in sede di risposta ad un'interrogazione a risposta immediata di qualche ora fa, ha annunziato un disegno di legge sull'Ufficio del procedimento, che prevede, fra l'altro, bandi di concorso per 2.800 unità nelle varie categorie dell'amministrazione della giustizia: in quelle sedi, pertanto, si potrà considerare, tra i criteri preferenziali, l'attività già svolta in settori così delicati per l'amministrazione della giustizia.
PRESIDENTE. L'onorevole Lomaglio, cofirmatario dell'interpellanza, ha facoltà di replicare.
ANGELO MARIA ROSARIO LOMAGLIO. Signor Presidente, credo che le dichiarazioni del rappresentante del Governo, in maniera particolare nell'ultimo passaggio, segnino un impegno e anche un riconoscimento. Mi pare evidente, e ne prendiamo atto, che anche il Governo sia consapevole della professionalità che tali operatori tecnici hanno dimostrato in lunghi anni, in cui hanno garantito qualità di servizio e di prestazione, nonché affidabilità rispetto alla mole di informazioni,Pag. 46anche particolari e specialistiche, di cui sono venuti a conoscenza.
Anche alla luce della novità contenuta nel disegno di legge presentato dal Governo sulla riforma dell'ufficio del procedimento e sulla riorganizzazione del personale giudiziario, che riguarda anche, e in maniera particolare, i servizi informatici del Ministero della giustizia, noi prendiamo atto dell'impegno, che seguiremo con molta attenzione, di inserire titoli preferenziali nei concorsi che verranno banditi e dell'impegno, se ho compreso bene, del rappresentante del Governo in merito alle specializzazioni in questione.
Credo che, però, oltre all'impegno riferito ad assunzioni significative, sia importante che il Governo faccia fino in fondo la sua parte, anche nel caso in cui il gruppo Getronix dovesse essere confermato dal contenzioso giudiziario in atto, in maniera particolare dalla sentenza che si attende, credo dal TAR ...
LUIGI SCOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Dal Consiglio di Stato: è in secondo grado.
ANGELO MARIA ROSARIO LOMAGLIO. ...dal Consiglio di Stato, chiedo scusa, dal TAR Lazio prima e dal Consiglio di Stato poi. A questo punto, credo sia importante che il Ministero della giustizia svolga, in ogni caso, un ruolo consapevole nell'attivare anche una mediazione nei confronti delle aziende.
Penso che il Governo e, in particolare, il Ministero della giustizia debbano attivarsi affinché, come accade in tante vertenze di lavoro, venga comunque garantita la continuità del lavoro per tanti operatori che hanno servito le proprie imprese, ma anche lo Stato in maniera indiretta, con lealtà e con competenza. In questo senso, credo che gli interpellanti possano dichiararsi soddisfatti con riserva, poiché insieme alle organizzazioni sindacali vogliamo continuare a seguire la vicenda. Riteniamo opportuno, infatti, verificare gli ulteriori passaggi della vicenda che riguarda, vogliamo sempre ricordarlo, almeno mille operatori e sistemisti esterni.
Da questo punto di vista, credo che, nel caso di affidamento alla società Getronix, vi sia la necessità di una verifica, mentre nel caso in cui fosse confermato l'affidamento all'azienda che finora ha avuto in gestione questo tipo di servizi, non vi siano assolutamente problemi.
Per quanto riguarda, invece, la proposta che è stata presentata da parte del Ministro Mastella, credo che grande attenzione debba essere posta, nell'ambito della riorganizzazione dei servizi giudiziari, anche a questo di tipo di personale, in base agli indirizzi e ai riferimenti che anche il sottosegretario ha riconfermato in quest'aula.
Da questo punto di vista, quindi, seguiremo insieme al Governo gli ulteriori passaggi di questa vicenda, sapendo, ovviamente, che la mobilitazione dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali non si fermerà.
(Rinvio dell'interpellanza urgente Mungo n. 2-00531)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta del Governo e con il consenso dei presentatori, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Mungo n. 2-00531 è rinviato ad altra seduta.
(Rinvio dell'interpellanza urgente Di Gioia n. 2-00326)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta dei presentatori e con il consenso del Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Di Gioia n. 2-00326 è rinviato ad altra seduta.
(Rinvio dell'interpellanza urgente Volontè n. 2-00509)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta dei presentatori e con il consenso del Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Volontè n. 2-00509 è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'onorevole Cancrini ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00490 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 5).
LUIGI CANCRINI. Signor Presidente, mi pare che la giornata di oggi, per una casualità, sia particolarmente interessante per lo sviluppo di questo discorso, perché stasera andrà in onda - credo nel programma Annozero - un documentario che riguarda proprio la pedofilia da parte di preti, di sacerdoti.
Insieme con gli altri proponenti della presente interpellanza urgente non intendevamo davvero fare alcuna sorta di scandalismo o quant'altro di simile; vogliamo soltanto porre un problema concreto. Il problema è il seguente: accadono - perché accadono - delle situazioni di pedofilia in ambito ecclesiastico ed esistono disposizioni della Chiesa cattolica (l'ultima delle quali è del 2001) che ritengono di dover raccomandare ai sacerdoti e ai vescovi, che di tali sacerdoti sono responsabili, il mantenimento del segreto rispetto ad atti di pedofilia che vengano eventualmente commessi appunto da sacerdoti. Si tratta di una decisione che ha naturalmente un senso, dal punto di vista della difesa dell'immagine della Chiesa e dei sacerdoti stessi, e che viene anche giustificata con un richiamo a quella che è la lettura religiosa di un comportamento pedofilo, inteso come peccato di cui ci si pente e da cui eventualmente ci si redime.
Il problema secondo me e secondo gli altri proponenti è che, quando si parla di pedofilia, ci si trova di fronte a due aspetti, che tale modalità di intervento non copre, non prende in considerazione. Il primo riguarda il fatto che la pedofilia è una malattia, è un comportamento che ha radici in un disturbo grave della personalità. Il fatto stesso che alcuni di questi sacerdoti, poi scoperti - come accaduto recentemente a Pomezia -, abbiano terminato tragicamente la loro vita, propone la gravità della patologia in esame.
Ma nel documentario di questa sera - lo vedremo purtroppo insieme - il provvedimento che mantiene il segreto spesso non corrisponde ad un'interruzione della possibilità, per il sacerdote che ha commesso atti di pedofilia, dei suoi rapporti con i ragazzi, perché la decisione che viene presa è quella di un trasferimento ad altra diocesi. Comprendete bene che si tratta di un provvedimento quanto meno poco cauto, nel senso che in un nuovo ambiente, dove non si sa nulla di quanto è accaduto, ciò che succede è che la persona con problemi di pedofilia si trova più libera di quanto non fosse prima. Tragedie collegate a questo tipo di decisione verrano proposte questa sera, appunto, nel documentario che ho citato. E sono terribili, ma anche per la persona del sacerdote.
Il secondo punto è quello che riguarda le vittime della pedofilia, perché le vittime della pedofilia hanno dei danni. Questi danni sono psichici, rilevanti nell'immediato e nel tempo. L'esperienza clinica dimostra che, se si vuol porre riparo a tali danni, la cosa più importante è che il bambino o la bambina che subisce atti e comportamenti pedofili possa denunciarli, perché è nella denuncia, nel racconto, nell'avere una risposta da parte della società - nella quale, a un certo punto, dovrà entrare - che si forma l'idea di giustizia (ho avuto un danno, c'è una risposta: il colpevole viene punito).
Discende da questo insieme di conseguenze che in una società civile dovrebbe esserci con riferimento a qualsiasi tipo di reato la possibilità che la vittima continui a credere nel fatto che si vive in una società in cui la giustizia esiste.
Noi ci troviamo in tal caso in una situazione assai delicata; mi rendo conto che lo Stato italiano non può criticare o mettere in questione delle indicazioni che la Chiesa intende dare ai suoi sacerdoti, però mi pare che oggettivamente - pare a me e agli altri presentatori di questa interpellanza - ci sia una discrasia di norme. Insomma, se un bambino ha la sventura di essere infastidito, molestato,Pag. 48violentato da un prete pedofilo, ha molte meno possibilità di trovare un aiuto nella società civile, una risposta nelle sedi giudiziarie, un risarcimento morale e in alcuni casi anche materiale.
Mi pare che sia una materia su cui si dovrebbe discutere e quello che noi chiediamo è se questa discussione verrà portata avanti e se su questo punto si prenderanno misure. Vorrei far presente che l'onorevole Bongiorno e l'onorevole Merloni, due membri di questo Parlamento, hanno presentato una proposta di legge in cui si rende obbligatorio per qualsiasi cittadino italiano quello che secondo me è un obbligo morale già esistente ma sancito dalla legge solo per chi esercita una pubblica funzione: la denuncia di comportamenti pedofili di cui si viene a conoscenza. Qui si gioca una partita importante nell'ambito della prevenzione dei comportamenti pedofili. L'obbligo di denuncia di queste condotte rappresenta una delle possibilità che abbiamo per prevenire, per intervenire in tempo. In questa fase in cui la «nube della pedofilia» incombe in qualche modo in tutti i telegiornali, negli approfondimenti televisivi, nella stampa, in cui sembra che questo tema rappresenti qualcosa che colpisce molto le coscienze di tutti, andrebbe valutata con molta attenzione la contraddizione tra l'indicazione della Chiesa cattolica e la norma contenuta nelle nostre leggi. È chiaro che non ci aspettiamo «rivoluzioni» ma vorremmo sapere quanto, anche a livello di Governo, si intenda riflettere su queste cose e se si intendano proporre dei piani di collaborazione con la Chiesa cattolica.
PAOLO NACCARATO, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. L'articolo 7, primo comma, della Costituzione come è noto sancisce il principio secondo il quale lo Stato e la Chiesa sono indipendenti e sovrani separando espressamente l'ordine dello Stato e l'ordine della Chiesa. Nell'accordo di modificazione del Concordato lateranense del 1984 sono presenti all'articolo 1 specifiche disposizioni ispirate al dettato costituzionale con le quali la Repubblica italiana e la Chiesa cattolica riaffermano che lo Stato e la Chiesa sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani e si impegnano al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti e alla collaborazione per la promozione dell'uomo e del bene del Paese.
La Repubblica italiana inoltre riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale educativa, caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare, all'articolo 2 viene assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica.
È opportuno inoltre ricordare l'inviolabilità del segreto confessionale sancita dal nostro ordinamento, nonché la tutela del segreto professionale dei sacerdoti sulle informazioni ricevute da fedeli, in base alla quale non sussiste per un vescovo l'obbligo giuridico di denunciare alla magistratura un sacerdote che abbia confessato di aver commesso dei delitti.
L'articolo 4 dell'Accordo di modificazione del Concordato Lateranense firmato nel 1984 stabilisce infatti che gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.
Norme di analogo contenuto sono presenti nelle leggi di approvazione delle intese con confessioni religiose concluse ai sensi dell'articolo 8 della Costituzione, con riferimento ai rispettivi ministri di culto.
Del resto, lo stesso codice di procedura penale, all'articolo 200, esonera dall'obbligo della testimonianza i ministri di culto su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero.
Pertanto la domanda posta dall'atto ispettivo, fondata sulla richiesta al Governo di invitare la Santa Sede a rimuovere alcune prescrizioni che fanno partePag. 49del proprio ordinamento giuridico si porrebbe contro la normativa costituzionale e pattizia richiamata, da cui risulta evidente la salvaguardia della sovranità e della libera giurisdizione della Chiesa, con conseguente limitazione di interventi statali in tale ordine per tutti gli aspetti inerenti all'esercizio della sovranità tra cui ovviamente il potere legislativo nelle materie ecclesiastiche relativamente agli appartenenti alla religione cattolica.
Per quanto più specificamente concerne i profili di diritto internazionale, invece si ricorda che la Santa Sede ha ratificato in data 20 aprile 1990 la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo firmata a New York il 20 novembre del 1989, nonché in data 24 ottobre 2000 il relativo Protocollo opzionale sulla vendita dei bambini, la prostituzione e la pornografia minorile, firmato a New York il 25 maggio 2000.
LUIGI CANCRINI. Signor Presidente, non sono soddisfatto della risposta del rappresentante del Governo e richiamo la sua attenzione sul fatto che nella nostra richiesta c'era l'idea di porre allo Stato del Vaticano la questione della pericolosità di una disposizione, non quella di infrangerla unilateralmente, perché mi pare che questo della pedofilia sia un caso specifico, puntualmente contemplato peraltro nell'ambito del documento del 2001, firmato dall'allora cardinale Ratzinger.
La questione della pedofilia, infatti, rappresenta qualcosa per cui lo Stato italiano ha il dovere di proteggere oltre che i rapporti internazionali anche la salute dei suoi bambini. Si apre dunque un problema che non può essere risolto sulla base di accordi già presi, in un'epoca in cui problemi simili forse erano meno attuali o meno all'attenzione anche di un grande pubblico, come oggi avviene.
Perché vede, signor sottosegretario, è sacrosanto che sia garantita alla Chiesa la giurisdizione in materia ecclesiastica, ma il problema è in che senso possa dirsi materia ecclesiastica lo stupro subìto da un bambino italiano. È quanto le chiedo: che senso ha considerare soggetto alla giurisdizione ecclesiastica lo stupro subìto da un bambino italiano?
Io non credo che siamo in questa fattispecie, allora mi pare che la risposta sia debole e rappresenti anche l'indizio di una - posso dirlo - paura di confrontarsi con i problemi e con le novità.
Credo che nel rispetto dell'autorità morale della Chiesa si possano avanzare proposte, come hanno fatto altri governi. Ad esempio, il Governo degli Stati Uniti è intervenuto su questo tema con la richiesta dell'estradizione dei preti pedofili che si sono rifugiati in Vaticano. Le questioni sono state poste perché è un problema serio, che non si risolve dicendo che nel 1984 abbiamo deciso in quel modo e quindi adesso non facciamo niente. La questione è nuova e va affrontata in modo nuovo, con serenità.
Il problema della pedofilia da parte di sacerdoti è un problema reale, probabilmente ha qualcosa a che fare con il voto di castità e con l'insieme di situazioni e di vocazioni sbagliate che probabilmente ci sono: la mia professione, almeno, mi insegna questo, perché, purtroppo, anche professionalmente ho avvicinato situazioni di pedofilia di sacerdoti, ma non è questo il problema. Il problema reale, che vi pongo, è questo: che senso ha dire ad una famiglia con un bambino abusato che, poiché colui che ha abusato di lui è un prete, lo Stato italiano non ha nessuna capacità di proteggere il bambino? Ciò mi pare francamente inammissibile, e la nostra richiesta, che è molto semplice - porre formalmente allo Stato del Vaticano la questione della pericolosità di una disposizione - non significa, naturalmente, aggredire nessuno; significa, invece, mettere in guardia sul fatto che si sta verificando una situazione che forse non è nell'interesse né della Chiesa, né del prete eventualmente pedofilo, né dei bambini che cadono in questa situazione.
Forse si potrebbe rivedere questa disposizione. Non c'è nulla di offensivo, non c'è nessuna violazione di trattati o diPag. 50concordati, è un ragionamento che si può fare, nel rispetto reciproco. Quando rispetto una persona, un gruppo, un'associazione, dico ciò che penso. Fa parte proprio della dimensione elementare del rispetto anche l'esercizio del diritto di critica e l'appello a ragionare insieme, per affrontare meglio il problema.
(Rinvio dell'interpellanza urgente Barani n. 2-00464)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta del presentatore e con il consenso del Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Barani n. 2-00464 è rinviato ad altra seduta.
(Rinvio dell'interpellanza urgente Pedrizzi n. 2-00470)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta dei presentatori e con il consenso del Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Pedrizzi n. 2-00470 è rinviato ad altra seduta.
(Provvedimenti per salvaguardare l'agricoltura e le città dagli storni escludendoli dall'elenco delle specie protette - n. 2-00489)
PRESIDENTE. L'onorevole Carlucci ha facoltà di illustrare l'interpellanza Leone n. 2-00489 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 6), di cui è cofirmataria.
GABRIELLA CARLUCCI. Signor Presidente, l'interrogazione in esame si occupa di una specie di uccelli, lo storno volgare, che è un volatile che rientra tra le specie protette dalla legge n. 157 del 1992, e che tuttavia si è sviluppata notevolmente in questi anni, non solo nelle campagne ma anche nelle nostre città. Infatti, tale specie si è adattata anche all' habitat cittadino, per cui riesce tranquillamente a vivere anche all'interno delle città - Roma è fra queste - che vengono devastate soprattutto nei periodi di transito di questi animali. Lo storno si è abituato a mangiare tutto quello che trova e, in particolare - questo è il problema che riguarda l'agricoltura - si nutre delle olive nel momento della loro maturazione. La questione riguarda soprattutto la raccolta delle olive e la deroga, quindi, dovrebbe attenere ai periodi in cui essa viene effettuata.
Gli stormi di storni, che invadono le città e le campagne, non sono cacciabili, e tali volatili si sono sviluppati a milioni. Un censimento nella città di Roma ne ha registrati 4 milioni, nonostante un'intensa operazione da parte del comune per spaventarli e mandarli via, che però non ha dato risultati.
In campagna, invece, questi uccelli si abbattono sulle coltivazioni di drupe (vale a dire, di olive) mature. La regione Liguria, ad esempio, in deroga alla legge sulla caccia, aveva permesso il prelievo venatorio durante il periodo della maturazione e della raccolta delle olive. Purtroppo, però, sia il Governo centrale italiano, sia le istituzioni europee, hanno dimostrato una grande insensibilità nei confronti degli agricoltori che vivono di questo (non ci riferiamo solo al settore delle trasformazioni, ma anche alle molte famiglie che vivono proprio della stagione della raccolta delle olive). Dunque, la regione Liguria, in deroga alla legge sulla caccia, aveva permesso il prelievo venatorio, ma la Commissione europea ha aperto una procedura contro lo Stato italiano, il quale non si è difeso, e la disposizione legislativa regionale è stata abrogata.
Gli stessi danni sono, oggi, fortemente subìti dall'agricoltura in Puglia, in particolare nelle aree delle province di Bari e Brindisi. Addirittura, nella provincia di Brindisi, in un'area vicina al parco naturalistico di Torre Guaceto (dove vi è un habitat particolarmente favorevole agli storni), si registrano danni alla raccolta delle olive pari al 50 per cento. Pertanto, ripeto, dobbiamo metterci nei panni di chi vive di tale raccolto, e cioè degli agricoltori che - alla fine della lunga stagione che haPag. 51permesso alle olive di maturare - si trovano con il 50 per cento del loro raccolto completamente distrutto.
Anche la regione Puglia, durante la giunta Fitto, aveva consentito prelievi venatori in deroga alla legge sulla caccia. Non è stato possibile fare lo stesso con l'attuale giunta regionale e, di conseguenza, gli agricoltori pugliesi sono qui a domandare a chi potersi rivolgere, anche per un eventuale rimborso, per i danni causati al 50 per cento del loro raccolto. Abbiamo riferito agli operatori pugliesi quale sia, da parte del Governo attuale, la visione del problema: abituarsi a convivere con gli stormi di storni. Ma, ripeto, ciò è possibile nelle città, ove peraltro il guano e i rifiuti lasciati da tali storni sono sotto gli occhi di tutti noi, sopra le nostre macchine, le nostre abitazioni e i nostri terrazzi, ma in campagna il danno è aggravato dal fatto che vengono distrutte intere coltivazioni. Pertanto, siamo qui a domandare quali provvedimenti urgenti intenda, nell'immediato, adottare il Governo per salvaguardare l'agricoltura.
STEFANO BOCO, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole, alimentari e forestali. Signor Presidente, cerco di rispondere puntualmente ai quesiti posti. L'interpellanza urgente in oggetto pone l'attenzione sui danni che la specie sturnus vulgaris procura alle produzioni agricole. Lo storno, passeriforme dal piumaggio nero con riflessi bronzei e verdi, su cui spiccano macchie bianche, con apertura alare di circa 37 centimetri, è presente in gran parte dell'Europa e dell'Asia. La maggior parte degli storni italiani sono migratori, cioè passano l'inverno nel nostro Paese, ma si riproducono nel Nord Europa.
Lo storno non mangia solo olive, onorevole interpellante: purtroppo è talmente onnivoro che si nutre di frutti, bacche e semi, ma anche di insetti, lombrichi, ragni, larve. Nella sua ricerca di cibo, a terra e sugli alberi, può creare notevoli danni all'agricoltura, sia nel periodo di maturazione della frutta (come le ciliegie, le olive e le mele, che maturano nei periodi per noi caldi, quando arrivano gli storni), sia nel periodo della semina.
Proprio al fine di contenere i gravissimi danni procurati alle produzioni agricole, il Ministero, nell'agosto 2001, ha inoltrato una richiesta alla Commissione europea, di modifica dell'allegato n. 2 della direttiva n. 79/409/CEE, diretta ad includere nell'allegato, anche per l'Italia, la specie in oggetto. In risposta all'istanza italiana - vi era, quindi, un procedimento italiano da parte dell'Amministrazione centrale e non solo della regione - la Commissione europea ha suggerito di avvalersi del regime di deroga previsto dall'articolo 9 della direttiva.
Il sistema di prelievo in deroga, previsto dalla legge 3 ottobre 2002, n. 221, non ha, però, risolto in maniera significativa il problema dei danni alle colture agricole prodotti dallo storno, in quanto la quantità dei prelievi è calmierata ai fini del requisito «della piccola quantità» (cioè, dall'1 al 5 per cento della popolazione in riproduzione) nonché delle figure addette al prelievo.
Considerato che le circostanze di fatto che hanno portato ad assumere tale iniziativa a livello comunitario non hanno subìto miglioramenti significativi, bensì un aggravamento, si è palesata la necessità di reiterare ancora una volta la richiesta alla Commissione europea, in questo caso con il supporto della scheda tecnica all'uopo predisposta dall'Istituto nazione per la fauna selvatica (INFS). L'argomento è pertanto da tempo all'attenzione del Ministero e dell'Amministrazione ed è stato ampiamente dibattuto nell'ambito delle riunioni del Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale del 21 febbraio e del 18 aprile scorsi. Nell'ambito di questo ultimo incontro, il Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale, sulla base anchePag. 52del parere tecnico dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica, ha espresso parere favorevole ad una reiterazione alla Commissione europea della richiesta di inclusione dello storno nell'elenco delle specie cacciabili di cui alla direttiva 79/409/CE, che regola le nostre possibilità in questo ambito. Pertanto, l'Amministrazione sta procedendo all'inoltro ufficiale dell'istanza, come ho appena ricordato, risalente a poche settimane fa.
GABRIELLA CARLUCCI. Signor Presidente, mi ritengo soddisfatta dell'impegno del Governo italiano per ottenere una risposta. Reputo che questa iniziativa debba essere supportata da un ulteriore impegno da parte del Governo stesso, perché nelle more dell'attesa di tale risposta si pone il problema delle coltivazioni. È vero che gli storni lasciano l'Italia, tuttavia per periodi sempre più brevi, ed hanno adottato il nostro Paese come luogo privilegiato anche per la loro riproduzione, perché riescono a viverci molto bene durante tutto l'arco dell'anno. Dal momento che, come lei stesso ha ricordato, essi si nutrono non solo di olive, ma anche di altro, si pone il gravissimo problema degli agricoltori in Puglia, i quali non sanno a chi vada richiesto il rimborso per gli enormi danni causati alle olive e, fra breve, anche alle ciliege e ad altre colture.
Pertanto, chiedo che vengano assunte iniziative tempestive, perché la stessa normativa europea permette alle regioni, in deroga alla legge sulla caccia, di consentire il prelievo venatorio. Auspico che il Governo emani un provvedimento che, in attuazione della direttiva comunitaria in materia, permetta alle regioni il prelievo venatorio, ed indichi i soggetti ai quali gli agricoltori possano rivolgersi per ottenere il risarcimento del danno causato dagli storni.
(Iniziative per favorire l'impiego di manodopera occasionale in occasione delle vendemmie - n. 2-00501)
PRESIDENTE. L'onorevole Compagnon ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00501 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 7).
ANGELO COMPAGNON. Signor Presidente, ripresento, quale interpellanza urgente, un atto di sindacato ispettivo già presentato dieci mesi fa in forma ordinaria. Esso riguarda un settore molto delicato e un'attività che si avvicina temporalmente, vale a dire la vendemmia. Signor sottosegretario, spero che lei possa dare risposta alla mia richiesta, visto che dieci mesi fa non ho ricevuto alcun riscontro ed è già passata una vendemmia. L'interpellanza riguarda il lavoro accessorio, al quale va ricondotta anche la manodopera occasionale, che tocca da vicino i vendemmiatori, ma potrebbe riguardare anche altri soggetti.
Nel 2003 e nel 2005 sono stati varati alcuni decreti-legge, poi convertiti in legge, che introducevano una sperimentazione in una parte del Paese, iniziando proprio dalla provincia di Treviso e individuando poi un'altra zona più vasta, per consentire che la manodopera occasionale, attraverso i voucher, potesse occupare pensionati, studenti e persone momentaneamente senza lavoro.
Dopodiché si è fermato tutto, non si è continuato, ma è rimasta in vigore la legge con l'individuazione delle zone. Chiedo dunque al Governo se intenda darvi attuazione in tempi brevi, anche perché quest'anno, a causa dei considerevoli mutamenti del clima, si prevede che la vendemmia sia addirittura anticipata di un mese. Pertanto ritengo sussista effettivamente l'urgenza di capire come si devono comportare i viticoltori per far fronte alla necessità di manodopera.
ROSA RINALDI, Sottosegretario di Stato per il lavoro e la previdenza sociale. Signor Presidente, l'interpellanza in esame è relativa all'attuazione del contratto di lavoro accessorio. Si tratta di una nuova fattispecie contrattuale introdotta dagli articoli 70, 71 e 72 del decreto legislativo n. 276 del 2003, vale a dire il decreto di attuazione della legge n. 30 del 2003. Tale fattispecie contrattuale è stata ritenuta idonea a soddisfare anche le esigenze del settore agricolo ed è pertanto applicabile al personale utilizzato per la vendemmia di breve durata e a carattere saltuario.
Vista la peculiarità del contratto, la normativa prevede una particolare procedura per il pagamento del corrispettivo al personale utilizzato. I lavoratori dovranno infatti essere retribuiti attraverso la consegna di buoni lavoro dal valore nominale fissato con decreto del Ministro del lavoro, acquistabili dai datori di lavoro presso le rivendite autorizzate. I buoni ricevuti dal lavoratore quale compenso per il lavoro prestato dovranno essere presentati ai centri autorizzati i quali, rispetto al valore nominale del buono, tratterranno una percentuale, fissata sempre dal decreto ministeriale, a titolo di rimborso spese del servizio prestato, verseranno i contributi all'INPS e all'INAIL e pagheranno la differenza al lavoratore come compenso netto. A tale proposito la normativa dispone non soltanto che il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con proprio decreto, individui le aree ed il concessionario del servizio attraverso cui avviare una prima fase di sperimentazione delle prestazioni di lavoro accessorio, ma anche che si provveda alla regolamentazione dei criteri e modalità per il versamento dei contributi di cui al comma 3 dell'articolo 72 del decreto legislativo n. 276 del 2003 e delle correlative coperture assicurative e previdenziali.
Faccio presente che le aree interessate da una prima fase di sperimentazione sono state individuate con decreto del Ministro del lavoro del 30 settembre 2005 e sono Verbania, Milano, Varese, Treviso, Bolzano, Udine, Venezia, Lucca, Latina, Bari e Catania, ma che, successivamente al decreto, sono sorti problemi in ordine alle procedure da seguire per rendere operativa la fattispecie. Pertanto, al fine di rendere operativo l'istituto, è stato recentemente costituito un tavolo tecnico con i rappresentanti delle parti sociali ed anche dell'INPS, dell'INAIL e di Italia Lavoro, per affrontare le problematiche inerenti allo stesso, con particolare riguardo alle causali ed ai settori merceologici di riferimento.
Il 22 maggio scorso si è svolto un primo incontro presso il Ministero del lavoro, tenuto direttamente dal capo della segreteria tecnica del Ministro, onorevole Battafarano, che ha avuto come scopo principale l'avvio di un tavolo di lavoro finalizzato all'attuazione degli articoli citati. In quella sede sono stati esaminati la portata e limiti di questo istituto al fine di ricondurlo alla sua esatta portata ed è stata presa in esame la possibilità di una sperimentazione, anche in diversi settori, come per esempio quello del lavoro domestico. È stato quindi, sulla base di questo primo incontro, richiesto alle parti sociali di far pervenire, nel più breve tempo possibile, osservazioni e contributi finalizzati, appunto, a individuare eventuali correttivi al progetto da avviarsi in via sperimentale.
Tali contributi saranno oggetto di analisi da parte del tavolo tecnico. Questo per dire che si tratta di un lavoro che abbiamo avviato e che riteniamo - speriamo - di concludere al più presto, anche sulla base di quello che le parti sociali dovranno poi dirci, essendo comunque materia di confronto e di concertazione.
ANGELO COMPAGNON. Signor sottosegretario, in parte mi aspettavo una risposta di questo tipo, che evidentemente mi lascia insoddisfatto per il semplice motivo che non emerge la reale volontà diPag. 54arrivare in fondo in tempi brevi, almeno per una parte, all'applicazione di quanto già sperimentato e previsto; peraltro, come è stato sottolineato anche da lei, si tratta di un'esperienza ritenuta valida come esperimento e come iniziativa.
È altrettanto interessante cercare di capire che la procedura per il pagamento mette il datore di lavoro nella condizione di non avvalersi di lavoro nero e di lavoratori «scoperti» - chiamiamoli così - da qualsiasi tipo di assicurazione.
Mi pare che il fatto che le parti sociali abbiano approfondito, in questo tavolo tecnico, la possibilità di andare oltre il settore vitivinicolo è altrettanto interessante e sono perfettamente d'accordo. Ritengo che sia un principio da estendere a tutti i settori, laddove vi sia un'occupazione temporanea stagionale (o anche non necessariamente stagionale).
La mia preoccupazione e l'insoddisfazione sta nel fatto che non trovo in questa risposta un impegno in favore di una conclusione immediata. Anche le parti sociali, che sono state coinvolte in questo tavolo, se hanno veramente a cuore l'interesse del lavoro, della diminuzione della precarietà e di tutte le questioni delle quali, anche qui dentro, si parla sempre, dovrebbero cercare di stringere i tempi.
Lo dico perché oggi pomeriggio, in un'audizione nell'XI Commissione con il Ministro Damiano, ho accennato a questo fatto e mi è parso di cogliere - ne sono molto contento - una sua disponibilità di massima e una sua convinzione nell'attuazione di una parte di quanto sperimentato; però, come sempre accade ultimamente, ha posto il problema di verificare cosa ne pensano le parti sociali.
Ecco, credo che qui la volontà politica - se c'è - può andare oltre le parti sociali, nel senso che, una volta coinvolte, si deve far capire loro che sono guai se non si fa subito almeno un passo in questo senso. Avere aperto ad altri settori, come dicevo prima, è positivo; fermare tutto per capire se altri settori possano essere compresi, però, mi pare estremamente negativo.
Il primo esperimento è stato fatto nel settore vitivinicolo dei vendemmiatori: si è dimostrato positivo, è stata individuata una parte importante delle zone, almeno su quelle andiamo avanti, perché se pensiamo alle difficoltà - ne parliamo qui ogni giorno - che hanno i pensionati o gli studenti, al problema delle tante persone senza lavoro o degli immigrati per i quali ci parliamo addosso quasi ogni giorno, evidentemente tutto ciò pone in evidenza il problema del lavoro e della sicurezza, oltre che delle difficoltà che le nostre famiglie incontrano.
Quindi, in un periodo come questo, permettere a più persone di entrare regolarmente nel mondo del lavoro, seppure per un periodo limitato, tramite i voucher o i «buoni lavoro» - come li ha chiamati lei - sebbene non sia la soluzione dei problemi, certo è la soluzione di una parte di essi, che, messa vicino ad altri, potrebbe costituire qualcosa di più di quella che può sembrare una goccia in un mare difficile, quale è il nostro Paese in termini di lavoro e sicurezza.
Non attuare ciò o venir meno per mancanza di coraggio rispetto al tavolo tecnico o ad alcune componenti di esso significa, purtroppo - devo dirlo - istigare al lavoro nero, istigare all'evasione, perché a ciò gli imprenditori saranno costretti.
Negli ultimi anni, l'anno scorso in modo particolare, abbiamo assistito, nel periodo delle vendemmie, in generale (non è una questione provinciale o che riguarda la difesa di una zona piuttosto che di un'altra), ad una serie di controlli da parte della Guardia di finanza: addirittura con gli elicotteri, con le macchine andavano nei vigneti e fermavano i lavoratori. Sono dati di fatto, dimostrati, che appartengono alla cronaca.
Indubbiamente la Guardia di finanza fa il proprio lavoro e deve controllare. Nessuno, però, può giustificare che si possano creare condizioni favorevoli per il lavoro in nero. I datori di lavoro, con forza - ci sono appelli rivolti al Ministro Damiano da parte delle organizzazioni di categoria - chiedono di essere messi nella condizione di poter attuare un buon lavoro.
Credo, signor sottosegretario, che ci siano tutte le condizioni. Dopo averePag. 55ascoltato oggi il Ministro, credo che anch'egli sia d'accordo. I tempi ci sono ancora, ci sono tutti, perché l'interpellanza urgente è stata presentata alcuni mesi prima del periodo della vendemmia. Ripeto, e lo sottolineo, che è importante avere aperto il tavolo a tutte le altre categorie ed è giusto provare ad individuare una strada che le ricomprenda tutte però, momentaneamente, dato che esistono le condizioni, almeno per una volta cerchiamo di ottenere dei risultati concreti.
Mi auguro che lei, signor sottosegretario, insista affinché il Governo, almeno in questi tre mesi, chiuda la vicenda rispetto al problema dei vendemmiatori. Daremmo una mano piccola, piccolissima, al nostro Paese, che in questo momento è in grande difficoltà per la carenza di lavoro e per la precarietà, con i pensionati che non arrivano a fine mese, con le famiglie monoreddito che comprendono degli studenti e sono in difficoltà a poterli mantenere, i quali, viceversa, potrebbero invece aiutarle col loro lavoro. Credo che anche ciò sia, possa essere o potrà essere in futuro un segnale che va oltre il problema dei vendemmiatori, della categoria, e che va incontro alle difficoltà vere del nostro Paese in questo momento.
PRESIDENTE. Avverto che le interpellanze Astore n. 2-00535, che è stata altresì sottoscritta dall'onorevole Raiti, e Sereni n. 2-00547, che vertono sullo stesso argomento, saranno svolte congiuntamente (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 8).
Per una intesa intervenuta tra i presentatori, l'onorevole Astore ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00535 e l'interpellanza Sereni n. 2-00547.
GIUSEPPE ASTORE. Signor Presidente, mi dispiace di scomodare di nuovo il Governo su un argomento del quale abbiamo discusso diverse volte in aula, ma la problematica...
PRESIDENTE. È un piacere, perché le dispiace? È dovere. Perché deve dispiacersi?
SALVATORE RAITI. Ci dispiace perché il problema non è risolto.
GIUSEPPE ASTORE. In premessa, ricordo che si tratta di calamità naturali avvenute dopo il 1992; in particolare, oggetto della nostra interpellanza sono soprattutto i territori della Puglia e del Molise, il cui terremoto risale al 2002, il terremoto di Catania dello stesso anno, l'Umbria e le Marche del 1997, e le alluvioni del Piemonte e di qualche altra parte d'Italia.
È a tutti noto che nel 1992 ci fu la legge quadro sulla protezione civile, che innovò profondamente istituendo il Servizio della protezione civile, sul quale oggi dobbiamo esprimere un giudizio assolutamente positivo. Quando avviene una disgrazia del genere, credo che immediatamente si dichiari lo stato di emergenza, come è avvenuto nei territori in questione, in quello di Catania, in quelli delle Marche e in altri.
Successivamente, un'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri (tali ordinanze possono essere emanate anche in deroga) ha stabilito la sospensione dei tributi e dei contributi.
In questi anni si sono succedute tante ordinanze (conosco meglio il caso del Molise, ma quelli delle Marche e della provincia di Catania sono tali e quali), talvolta anche contraddittorie fra loro. I cittadini di tali territori hanno patito la contraddittorietà e il ritardo dell'emanazione di queste ordinanze, che venivano ripresentate ogni anno. Ad esempio, per citare l'ultimo caso che ha riguardato il Governo di centrodestra, un'ordinanza fu emanata nel marzo 2006, a tre mesi di distanza dalla precedente.Pag. 56
Occorre sottolineare che non siamo qui per mendicare per le disgrazie, ma per chiedere un diritto, poiché, quando si verificano simili disgrazie, credo che debbano scattare - come in molti territori sono scattati - meccanismi di solidarietà nazionale. Debbo, però, anche sottolineare - a qualcuno dispiacerà - che si è spesso fatta differenza fra terremoti e calamità di serie A e di serie B: ciò in modo particolare da parte del Governo di centrodestra. Non è accettabile, ad esempio, il fatto che alcune proroghe dei tributi e dei contributi siano state adottate con legge per certi territori ed altre con ordinanza.
La situazione attuale di Marche ed Umbria è dunque la seguente (a Catania credo che il problema si sia riproposto a causa della norma di interpretazione autentica di cui dirò fra breve): tributi e contributi sono stati sospesi per circa 18 mesi e l'avvio della restituzione è stato rinviato alla fine del 2007. Nel caso della mia regione, i tributi e i contributi sono stati sospesi fino alla fine del 2005 per l'intera provincia di Campobasso, mentre per l'area del «cratere», in cui abito, vi è stata una proroga sino al 2007. Pertanto, signor sottosegretario, tenga conto che parte del territorio molisano e della provincia di Catania si trovano in fase di restituzione in base alla normativa contenuta nelle ordinanze emanate sia dal Governo di centrodestra, sia da quello di centrosinistra.
A seguito di tali ordinanze, si è assistito ad interpretazioni assurde nei vari territori: gli organi periferici dello Stato (la Direzione provinciale del tesoro, l'INPS, l'INPDAP) hanno interpretato la normativa in maniera diversa nelle varie zone, da Vibo Valentia a Campobasso e altrove. È un problema che abbiamo dovuto affrontare varie volte anche in quest'aula: ad esempio, vi era chi riteneva che la sospensione si applicasse agli autonomi e chi, invece, riteneva il contrario. In proposito, vi sono state iniziative giudiziarie che hanno avuto anche esito positivo.
In ogni caso, l'argomento cruciale che dobbiamo affrontare oggi è il problema della norma di interpretazione autentica che è stata introdotta dal Parlamento, in particolare dal Senato, all'interno del decreto-legge sull'emergenza rifiuti in Campania. All'articolo 6 di tale decreto è stata aggiunta una norma di interpretazione autentica della legge n. 225 del 1992, che sostanzialmente esclude gli statali, datori di lavoro e dipendenti, dal beneficio della sospensione.
Inoltre, tale norma presenta un aspetto che è ancora più grave per il Molise (un aspetto che, peraltro, contraddice l'ordinanza del Presidente del Consiglio emanata due mesi dopo): vengono esclusi dal beneficio coloro che si recano a lavorare fuori dall'area del «cratere». In altri termini, un abitante della zona disastrata, se va a lavorare all'esterno dell'area, viene totalmente escluso dal beneficio.
Credo che tale norma di interpretazione autentica presenti aspetti dubbi di incostituzionalità. Del resto, diversi cittadini li hanno già prospettati al TAR e il TAR di Campobasso ha già rinviato la normativa alla Corte costituzionale per il giudizio di costituzionalità. Sinceramente, sono convinto dell'incostituzionalità di questa norma, poiché non è possibile interpretare una norma che non c'è: come tutti sappiamo, infatti, si può interpretare ed attribuire valore retroattivo (in questo caso addirittura dal 1992) ad una norma che è espressa o che è mal detta, non ad una norma che non c'è. Ma la legge n. 225 del 1992 è una norma di ordine generale, non di carattere operativo.
Vi è contrasto anche rispetto ad ordinanze successive, in base alle quali, per esempio, dopo tante discussioni e confronti con il Governo, per il Molise tale regime era stato prorogato fino al 31 dicembre 2007, sia per i lavoratori autonomi, sia per quelli dipendenti, statali e non statali.
Signor sottosegretario, sul piano sostanziale, mi sa dire lei la differenza tra un professore o un insegnante di scuole private che gode di questo beneficio e un docente di scuole pubbliche che non risulta esserne destinatario? Mi sa dire la differenza tra un portantino che non ha tale beneficio ed un operaio dello stessoPag. 57livello che ne ha diritto? Il beneficio di cui stiamo parlando è previsto in favore delle zone colpite da calamità naturali, per una ripresa dei fabbisogni e dell'economia. Non si tratta certo di un regalo da parte dello Stato.
Ma questa tegola che è caduta, caro signor sottosegretario, è ancora più grave, perché l'INPDAP ha richiesto entro il 15 giugno sia alle amministrazioni pubbliche, sia ai privati - pur concedendo a questi ultimi due anni di tempo - la restituzione immediata delle somme.
Si tratta di somme rilevanti e non da poco: a titolo di esempio, il comune di Campomarino, che conta 4.900 abitanti, deve restituire un milione euro. Qualche comune - ma si tratta di una decima parte - ha messo da parte la somma; molti altri, invece, essendo sorretti dalla certezza di un'ordinanza che ha valore di legge a norma della legge n. 225 del 1992, hanno già utilizzato quelle somme per altre finalità.
Credo che bisogna assolutamente riflettere su questo punto. Permettetemi di dire che il fatto che in Molise coloro che risiedono fuori e vengono a lavorare nelle zone terremotate hanno diritto al beneficio, mentre coloro che abitano nelle capanne in uno stato di disagio incredibile e vanno a lavorare fuori, tra mille difficoltà, non ne hanno diritto, mi sembra che costituisca veramente una contraddizione lampante sotto ogni aspetto.
L'INPDAP, con il quale ci siamo incontrati, insiste per riavere assolutamente le somme in questione (essendo, peraltro, cambiata anche la natura giuridica, in questi anni, di tali enti previdenziali). Invito davvero il Governo a rivedere un po' tutta la materia, perché lo Stato non può essere patrigno nei riguardi di chi ha subito delle disgrazie; certamente non può permettere che si arricchiscano i furbi, ma non può essere patrigno, soprattutto nei riguardi della povera gente.
Non credo che questa schizofrenia di norme faccia bene ad un rapporto corretto con uno Stato che deve regolare tali materie, ma anche essere solidale, assolutamente, con la povera gente e con chi viene colpito da simili disgrazie. In un momento in cui si parla di crisi della politica e delle istituzioni, credo che sia un elemento fondamentale recuperare questo rapporto nella certezza della norma, che può assolutamente essere definita insieme. Vi chiedo pertanto, insieme all'onorevole Sereni, all'onorevole Raiti e ad altri deputati nati in quelle aree - ma calamità di questo genere possono accadere ovunque - di dare certezza di diritto sul territorio nazionale.
Vi chiediamo una soluzione definitiva, pur con il tempo che può richiedere, riconfermando la solidarietà che dobbiamo dare a queste comunità, in particolare a quelle veramente colpite da tali disgrazie. Questa deve essere la novità del Governo che noi appoggiamo. Vi sono in giro anche leggi che mirano ad estendere i territori beneficianti, ma noi dobbiamo ripristinare correttamente la verità sui territori colpiti da queste disgrazie.
La sospensione dei contributi non è stata che un aiuto ai consumi in quelle aree che necessitano di una ripresa e che hanno certo diritto alla ricostruzione, ma anche al rilancio della loro piccola e povera economia.
Non possiamo permettere - lo ripeto - che domani mattina i comuni si trovino in dissesto totale.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE FAUSTO BERTINOTTI (ore 19,25)
GIUSEPPE ASTORE. Le ripeto, nessun comune ha una sufficiente capacità finanziaria né a Catania né nelle Marche, perché si tratta, nella maggior parte dei casi, di piccole realtà; nella mia regione vi sono 136 comuni con popolazione inferiore a duemila abitanti e nelle altre regioni la situazione è la stessa. Pertanto, esse non hanno una capacità finanziaria tale da permettere la restituzione delle somme entro il 15 giugno. Signor sottosegretario, questa è la data che è stata stabilita! Vi è questo capestro e credo che anche questo singolare atteggiamento dell'INPDAP nei riguardi dei comuni sia assolutamente incredibile!Pag. 58
Fate attenzione, perché vi sono ricorsi già vinti ed altri sono stati presentati; vi è, inoltre, anche qualcuno che specula su tale faccenda e lo abbiamo sostenuto già in tante occasioni in quest'aula. Proprio ieri qualcuno ha riunito i sindaci e ha proposto ricorso al TAR.
Dovevamo arrivare a tanto? Al fatto che qualcuno vincesse le elezioni, avvantaggiandosi delle disgrazie altrui? Uno Stato attento a tali problematiche deve assolutamente anticipare la soluzione.
Chiediamo, pertanto, un rimedio di buonsenso e dei diritti uguali per tutti. Non intendo mendicare né chiedere l'elemosina per le nostre popolazioni!
ROSA RINALDI, Sottosegretario di Stato per il lavoro e la previdenza sociale. Signor Presidente, rispondo congiuntamente, in quanto l'interpellanza Astore n. 2-00535 e l'interpellanza Sereni n. 2-00547 attengono allo stesso argomento.
In particolare, gli atti ispettivi sollevano l'attenzione sull'articolo 6, comma 1-bis, del decreto-legge n. 263 del 2006, recante «Misure straordinarie per fronteggiare l'emergenza del settore dei rifiuti nella regione Campania. Misure per la raccolta differenziata», convertito, con modificazioni, dalla legge n. 290 del 2006.
A questo riguardo, faccio presente preliminarmente che, prima dell'entrata in vigore della disposizione di cui stiamo trattando, in applicazione di ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri adottate con riferimento a taluni eventi calamitosi, è stata prevista, per diversi periodi, la sospensione del versamento dei contributi previdenziali e dei premi per i soggetti residenti o aventi sede legale o operativa nei territori delle province interessate agli eventi stessi. Tale sospensione, inizialmente, è stata riconosciuta anche ai datori di lavoro ed ai dipendenti pubblici. Successivamente, invece, l'applicazione del beneficio al settore pubblico non è stata reiterata, in relazione alle problematiche insorte in ordine all'esatta individuazione dell'ambito soggettivo e territoriale di operatività delle disposizioni concessorie.
Nell'esigenza di dirimere queste problematiche applicative, è intervenuto il richiamato articolo 6, che detta disposizioni di interpretazione autentica della legge 24 febbraio 1992, n. 225, che ha istituito il Servizio nazionale di protezione civile e ha attribuito al Presidente del Consiglio dei Ministri, ovvero, per sua delega, al responsabile della Protezione civile, il potere di ordinanza per l'attuazione, nei territori colpiti da calamità naturali, degli interventi necessari conseguenti alla dichiarazione dello stato di emergenza.
Il citato articolo prevede che la legge n. 225 del 1992 si interpreti nel senso che le ordinanze di protezione civile che prevedono il beneficio della sospensione dei versamenti contributivi previdenziali ed assistenziali e dei premi assicurativi, si applicano esclusivamente ai datori di lavoro privati aventi sede legale ed operativa nei comuni individuati dalle stesse ordinanze.
L'efficacia delle disposizioni di protezione civile emanate ai sensi della citata legge n. 225 del 1992 restano quindi, ad oggi, confermate nei confronti dei datori di lavoro privati, per i quali il recupero della contribuzione sospesa deve essere effettuato secondo i termini e le modalità fissati nelle richiamate ordinanze, mentre non trovano applicazione retroattivamente, stante la natura interpretativa del predetto articolo 6, nei confronti delle pubbliche amministrazioni, così come elencate dall'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001 e successive modificazioni.
In questo senso gli istituti previdenziali interessati hanno provveduto a diramare le relative circolari applicative.
Per quanto concerne, in particolare, la circolare dell'INPDAP n. 1463 del 16 aprile scorso, citata negli atti ispettivi, l'istituto, in realtà, ha tenuto ferma la possibilità per gli enti interessati, in relazione alle amministrazioni pubbliche ed agli enti esclusi dal beneficio della sospensionePag. 59dei contributi, di richiedere, in alternativa al pagamento in un'unica soluzione, entro un mese, sia per la quota a carico del datore che del lavoratore, una rateizzazione che, in relazione allo specifico importo, può essere autorizzata fino ad un massimo di sessanta mesi.
Il legislatore, con la disposizione all'attenzione, ha rimarcato il principio che il beneficio della sospensione contributiva vada concesso esclusivamente ai soggetti che subiscono danni economici, soggetti identificati, per la peculiarità del settore, che è il solo a subire riduzione di reddito a causa delle calamità, con i datori di lavoro privati.
La ratio della sospensione dei contributi è, infatti, quella di agevolare la ripresa economica dei territori colpiti da calamità attraverso la provvisoria riduzione del costo del lavoro, di tal che la misura risulta giustificata solo per i titolari di attività produttive che hanno subìto danni in dipendenza di eventi calamitosi.
Il settore pubblico, che può fruire di altre forme di sostegno, resta fuori in quanto non si ravvedono crisi economiche per le amministrazioni dello Stato ed anche perché si registra, nel caso di specie, una coincidenza tra soggetto attivo e soggetto passivo.
La norma in argomento, come ricordato dagli onorevoli interpellanti, ha creato un vasto contenzioso in sede amministrativa ed è tuttora pendente un ricorso innanzi alla Corte Costituzionale della questione di legittimità per suo presunto contrasto con gli articoli 2 e 3 della Costituzione, sotto il profilo della disparità di trattamento tra dipendenti privati e pubblici.
Si resta, quindi, in attesa del pronunciamento della Suprema Corte, evidenziando, in ogni caso, che l'eventuale riconoscimento del beneficio al settore pubblico, secondo le stime del Ministero dell'economia, avrebbe un pesante impatto sulla finanza pubblica, quantificandosi, in via di prima approssimazione, in non meno di 200 milioni di euro.
Mi sembra opportuno, a fini di maggior chiarezza, precisare che la legge n. 286 del 2002, alla quale, secondo le indicazioni dell'onorevole Astore, andrebbe più conformemente riferita l'interpretazione autentica di cui all'articolo 6 più volte citato, non dispone la sospensione dei contributi, bensì dei termini di prescrizione, decadenza e processuali e, dunque, non può essere riferita alla più volte richiamata legge n. 290 del 2006.
Nel merito può quindi ritenersi che tale disposizione non sia stata introdotta tanto per garantire un ristoro di danni generici legati agli eventi calamitosi, quanto piuttosto per arginare il margine di rischio di fallimento delle imprese che operano in determinati territori con le conseguenti ricadute occupazionali.
Per quanto concerne la provincia di Catania, l'INPDAP, nella già richiamata circolare n. 1463, ha ribadito l'inapplicabilità, nei confronti delle amministrazioni pubbliche e del relativo personale, del disposto, di cui all'articolo 1, comma 1011 della legge finanziaria per il 2007, che ha come destinatari i datori di lavoro privati interessati dalla proroga dello stato di emergenza, disposto dall'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3442 del 2005. Conformemente l'Inps ha dato attuazione al predetto comma 1011 con circolare n. 25 del 26 gennaio scorso.
Ciò nonostante, preso atto che la restituzione degli adempimenti dei contributi sospesi entro i termini richiesti dagli enti creditori produrrebbe inevitabilmente sulle lavoratrici e sui lavoratori e sugli stessi enti debitori una pesante esposizione economica tale da determinare una drastica riduzione degli stipendi e da trascinare alcuni enti locali verso il dissesto economico e tenuto conto che è pendente, presso la Corte costituzionale, un giudizio di costituzionalità sull'articolo 6 comma 1-bis della legge 6 dicembre 2006, n. 290, ritengo di dover prendere in tempi rapidi contatti con gli enti creditori delle altre amministrazioni dello Stato interessate - questo è ciò che propongo - per valutare la possibilità di sospendere le richieste di restituzione in attesa del giudizio di costituzionalità.Pag. 60
Si inviteranno comunque gli enti a verificare la possibilità che, qualora la Corte confermasse la compatibilità costituzionale della norma, rispetto alla quale non avremmo alcun rimedio, le restituzioni avvengano comunque in un periodo più lungo di quello oggi previsto, pari a 60 mesi.
Questo è l'impegno che il Governo può assumere rispetto alle pendenze esistenti; anche per quanto ricordato dall'onorevole Astore, essendo tali enti sorvegliati, ma dotati di una loro autonomia, per il Governo non vi è possibilità di intervento diretto. Siamo, tuttavia, a disposizione per verificare ulteriori proposte che possiamo studiare insieme.
PRESIDENTE. Come già concordato, la deputata Sereni ha facoltà di replicare per la sua interpellanza n. 2-00547 e per l'interpellanza Astore n. 2-00535.
MARINA SERENI. Signor Presidente, ringrazio lei e la sottosegretaria Rinaldi per la precisione della risposta. Ci dichiariamo parzialmente soddisfatti per la risposta che il Governo ci ha fornito. In particolar modo, non vi è dubbio che l'ultimo periodo della risposta del sottosegretario Rinaldi apre uno spiraglio di speranza. Da tale risposta emerge, infatti, la possibilità - pur con l'utilizzo di molti condizionali, quindi spero che quella possibilità si traduca in una concreta realtà - che il Governo concordi con gli enti previdenziali interessati la sospensione dell'attuazione della circolare di cui alle nostre interpellanze, al fine di verificare perlomeno la costituzionalità della norma da cui quella circolare prende origine.
Tuttavia, siamo parzialmente soddisfatti, in quanto restano poco comprensibili l'origine e la ratio della norma introdotta dal Senato nel decreto-legge relativo ai rifiuti in Campania. Infatti, quando all'indomani delle calamità naturali interessate si decise, attraverso le ordinanze relative, la sospensione del pagamento di tributi e contributi per le imprese e per le famiglie, lo si fece sulla base di un generale riconoscimento di uno stato di disagio sociale ed economico generalizzato. Tale disagio interessava aree piuttosto delimitate e pesantemente colpite dalle calamità in questione: nel caso della mia regione si trattava del terremoto del 1997. In quell'occasione, il Governo di allora - mi pare di ricordare che il Ministro del tesoro fosse Carlo Azeglio Ciampi - ritenne che si fosse di fronte ad un evidente rallentamento delle attività produttive e ad un evidente disagio molto diffuso delle famiglie (stiamo parlando di migliaia di famiglie che furono costrette a lasciare le loro case per trasferirsi nelle roulotte e nei container o in affitto). Pertanto, si stabilì che fosse giusto sollevare le famiglie e le imprese dal pagamento di tributi e contributi, aiutandole ad affrontare l'effetto complessivo del sisma. Si è però prodotto un effetto indiretto: nella mia regione d'origine questa norma è stata tradotta nella vulgata nella cosiddetta «busta pesante», che ha consentito così a famiglie ed imprese di usufruire di un sostegno nei consumi.
È vero, come si ricorda nella risposta del sottosegretario Rinaldi, che le imprese private possono fallire di fronte a crisi produttive e ad un rallentamento dell'attività economica più generale conseguente alla calamità naturale. Tutto ciò non vale per un ente pubblico, ma questo era vero dieci anni fa (nel nostro caso stiamo infatti parlando di una calamità che è accaduta dieci anni fa). È assolutamente non sostenibile che il disagio economico e sociale sia differente tra lavoratori pubblici e di aziende private. In quella fase, si ritenne di dover fornire un sostegno alle famiglie che non furono giustamente distinte a seconda che venissero sostenute da un reddito da lavoro dipendente privato o pubblico.
L'impatto finanziario dell'attuazione della circolare INPDAP è insostenibile. Stiamo parlando di un numero sostanzialmente abbastanza limitato di enti ai quali, come è stato ricordato nella risposta del Governo, viene richiesta una restituzione di 200 milioni di euro.
Stiamo parlando di aziende, di enti pubblici e di dipendenti pubblici, quindiPag. 61con un impatto finanziario molto gravoso per le pubbliche amministrazioni che, come giustamente ricordava l'onorevole Astore, non prevedevano questa restituzione, e con una discriminazione dei lavoratori dipendenti pubblici rispetto a quelli privati in molti casi insostenibile, dal punto di vista dello stipendio.
È chiaro che tutti gli enti hanno fatto ricorso. È chiaro che se la ratio della norma era limitare i contenziosi (sono andata a riguardare il testo della relazione tecnica con la quale il Governo presentò la materia nell'altro ramo del Parlamento), se l'obiettivo era limitare il contenzioso, certamente questa norma moltiplica i casi di contenzioso. Prendo atto favorevolmente che il Governo, in questa sede, si impegna a verificare la possibilità di sospensione dell'efficacia della circolare INPDAP a cui facciamo riferimento, ma i tempi sono strettissimi. La risposta del sottosegretario Rinaldi parla di «tempi rapidi»: chiederei che i tempi siano «rapidissimi», perché stiamo parlando di oneri che dovrebbero essere restituiti in tempi molto rapidi.
Chiediamo che questo tempo - mi avvio alla conclusione - sia usato non soltanto per attendere il pronunciamento della Corte costituzionale, che, come ha detto il TAR del Molise, dovrebbe esprimersi su una questione di incostituzionalità non manifestamente infondata; chiediamo al Governo che questo tempo sia utilizzato per un confronto più diretto tra la Presidenza del Consiglio, la Protezione civile, le regioni e gli enti locali interessati. Abbiamo un'esigenza immediata e, se l'impegno preso dal sottosegretario Rinaldi si concretizza, lo consideriamo importante: disinnescare la tensione e i contenziosi che sono stati avviati dopo la circolare; ma abbiamo un'esigenza maggiore nel medio periodo.
Negli anni passati abbiamo visto che, di fronte a calamità naturali che avevano avuto lo stesso trattamento - la sospensione di tributi e contributi - si è intervenuti con una riduzione della restituzione delle somme per i cittadini, per le imprese e per le famiglie. Noi abbiamo sempre chiesto, per quanto riguarda l'Umbria e le Marche, ma anche il Molise, che lo stesso trattamento fosse riservato ai cittadini di tutte le aree colpite da calamità. Torneremo ad avanzare questa richiesta. Ci sembra, per quanto riguarda l'Umbria e le Marche certamente, che dopo dieci anni la ricostruzione sia in uno stato tanto avanzato da poter chiudere la fase dell'emergenza.
Per chiudere la fase dell'emergenza, per giungere alla risoluzione di questo nodo, ossia la riduzione della restituzione della «busta pesante» al 10 per cento, così come è stato fatto per altre calamità naturali nel nostro Paese, ci sembra che occorra coinvolgere quelle comunità. A questo fine, pochi mesi fa, in occasione della precedente finanziaria, si istituì un tavolo presso Palazzo Chigi con le regioni interessate. Chiediamo che sia quella la sede per fare il punto generale sull'andamento di queste calamità, sulla ricostruzione e anche sulla conclusione, per quanto riguarda l'Umbria e le Marche, della situazione dello stato di emergenza.
(Rinvio dell'interpellanza urgente Di Salvo n. 2-00553)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta della presentatrice e con il consenso del Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Di Salvo n. 2-00553 è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. La deputata Poretti ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00561 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 9).
DONATELLA PORETTI. Signor Presidente, ci tengo ad illustrare l'interpellanza, anche perché si tratta di una vicenda che subisce continui colpi di scena.Pag. 62
La prima interpellanza che abbiamo presentato sull'argomento risale addirittura al 2 maggio. Nel frattempo è intercorsa una decisione di sospensione da parte del TAR. Abbiamo quindi presentato una nuova interpellanza urgente nei giorni scorsi e, nel frattempo, è intercorsa la novità, che abbiamo appreso oggi, del ricorso da parte del Ministro Fioroni al Consiglio di Stato e della sospensione, da parte di quest'ultimo, della decisione del TAR.
Tengo a riassumere la vicenda, che presenta, per quanto mi riguarda, aspetti gravi, dal momento che, con l'interpellanza, il gruppo della Rosa nel pugno intendeva e intende sollevare un problema che attiene alla laicità dello Stato, delle sue istituzioni e anche della scuola. Tutto ha origine dall'ordinanza ministeriale n. 26 del 15 marzo 2007, concernente disposizioni per l'esame di Stato dell'anno scolastico 2006-2007, la quale prevede vantaggi e crediti scolastici per gli studenti che frequentano l'ora di religione cattolica. Ciò è in palese contraddizione con il principio costituzionale della libertà di coscienza e della libertà di religione e con una giurisprudenza relativa all'ora di religione e all'insegnamento alternativo che, nel corso degli anni, li ha considerati facoltativi e perciò non obbligatori: essi, pertanto, non avrebbero dovuto dare origine a crediti scolastici.
L'ordinanza appare, senza ombra di dubbio, una modalità subdola per incentivare a frequentare l'ora di religione cattolica, offrendo in cambio sia la presenza dell'insegnante di religione cattolica nei consigli di classe, sia l'aggiunta dei crediti scolastici. A ritenere, fra l'altro, l'ordinanza lesiva dei diritti costituzionali è stata appunto la sentenza del TAR del Lazio che citavo prima, che lo scorso 23 maggio ha sospeso, in via cautelare, i due punti controversi dell'ordinanza; successivamente, vi è stato il ricorso del Ministro Fioroni al Consiglio di Stato, il quale ha sospeso l'efficacia della decisione del TAR, fissando la camera di consiglio per il 12 giugno, due giorni dopo il termine degli scrutini per gli esami di Stato.
Non so, a questo punto, se prendere atto che il Ministro ha già fornito una risposta, veicolandola attraverso questo atto del massimo organo di giustizia amministrativa. La nostra interpellanza, quindi, diventa, per certi versi pleonastica rispetto all'urgenza, perché il Ministro ha risolto da sé la questione, con l'aiuto del Consiglio di Stato. La nostra interpellanza, però, pone il problema più in generale e comunque dovremo tornare sull'argomento.
Attendiamo la decisione della camera di consiglio del prossimo 12 giugno in seno al Consiglio di Stato e la pubblicazione della sentenza del TAR, che non è ancora avvenuta: ma se questa non sarà sfavorevole all'ordinanza e, quindi, al Ministro, ci sarà probabilmente un ulteriore ricorso da parte del Ministro al Consiglio di Stato? La situazione, insomma, è decisamente ancora aperta e molto complicata.
L'ordinanza in questione prevede, in particolare, all'articolo 8, concernente il credito scolastico, al punto 13, che «i docenti che svolgono l'insegnamento della religione cattolica partecipano a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l'attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento». Il punto 14 prevede, altresì, che «l'attribuzione del punteggio, nell'ambito della banda di oscillazione ... tiene conto del giudizio formulato dai docenti di cui al precedente comma 13, riguardante l'interesse con il quale l'alunno ha seguito l'insegnamento della religione cattolica».
Dall'ordinanza risulta che, per gli alunni frequentanti l'insegnamento di religione cattolica o un'attività alternativa - qui, sappiamo bene, si apre uno spaccato enorme, perché non tutte le scuole predispongono un'ora alternativa e, quindi, è bene parlare dell'ora di insegnamento della religione cattolica e basta - è prevista la valutazione dell'impegno e del profitto in seno al consiglio di classe, mentre, per coloro che abbiano svolto attività autonoma di studio, è previsto che le diverse scuole lo stabiliscano di volta in volta.Pag. 63
Per coloro, infine, che escono dall'edificio scolastico è prevista soltanto la possibilità di allegare, come credito formativo, la certificazione di un'attività extrascolastica valida. Qui si pongono altre domande: chi certifica un'unica ora settimanale? Quando? Come? Non si sa. Risulta evidente il contrasto tra le disposizioni in esame e le sentenze della Corte costituzionale, che prevedono lo stato di assoluto non obbligo per coloro che non si avvalgono dell'insegnamento della religione cattolica.
Risulta evidente, inoltre, la violazione dell'articolo 309 del decreto legislativo n. 297 del 1994, che prevede che per l'insegnamento della religione cattolica, in luogo di voti ed esami, venga redatta, a cura del docente, e comunicata alla famiglia, per gli alunni che di esso si sono avvalsi, una speciale nota, da consegnare unitamente alla scheda o alla pagella scolastica, riguardante l'interesse con il quale l'alunno segue l'insegnamento e il profitto che ne trae.
La diversa valutazione di ciò che gli studenti fanno in un'ora in cui sono liberi da obblighi significherebbe ledere un diritto riconosciuto nel nuovo Concordato con la Chiesa cattolica del 1984, nelle intese con altre confessioni religiose e riaffermato dalla Corte costituzionale. Sarebbe, inoltre, una lesione della libertà di coscienza, poiché l'alunno potrebbe essere indotto da un trattamento più vantaggioso a rinunciare all'esercizio di quella libertà. Sindacati, associazioni e diverse confessioni religiose non cattoliche hanno inoltrato al TAR del Lazio una richiesta di sospensiva dell'ordinanza ministeriale citata.
Benché l'ordinanza sia al momento proceduralmente superata, rimane comunque interessante la motivazione con cui è stata sospesa. Il TAR del Lazio ha specificato che la norma configura l'insegnamento della religione come una materia extracurriculare, come è dimostrato dal fatto che il relativo giudizio, per coloro che se ne avvalgono, non fa parte della pagella, ma deve essere comunicato con una separata speciale nota.
Sul piano didattico, l'insegnamento della religione non può, a nessun titolo, concorrere alla formazione del credito scolastico per gli esami di maturità, in quanto darebbe luogo ad una disparità di trattamento con gli studenti che non seguono l'insegnamento religioso, né usufruiscono di attività sostitutive.
Aggiungo un'ultima riflessione. La scelta dell'ora di religione avviene all'inizio dell'anno scolastico, mentre l'ordinanza in esame è giunta al termine dello stesso, a giochi già fatti. Gli studenti non hanno scelto l'ora di insegnamento di religione, se avessero saputo che ciò li avrebbe potuti portare a migliorare il credito scolastico, andando male in matematica, forse l'avrebbero scelta.
A questo punto, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, stanti gli aggiornamenti dell'ultima pronuncia del Consiglio di Stato in merito alla sospensione del TAR del Lazio, chiedo se non sia il caso che il Ministro Fioroni rivaluti comunque le ragioni che ho illustrato, per ripristinare una formulazione dell'ordinanza in linea con l'uguaglianza dei diritti degli alunni, della loro libertà di coscienza, con la normativa vigente e con la laicità dello Stato.
MARIA LETIZIA DE TORRE, Sottosegretario di Stato per la pubblica istruzione. Signor Presidente, dato che la collega ha già illustrato parte della vicenda, la ricostruisco anche io da un certo punto. Sostanzialmente, il TAR assume due fondamentali valutazioni, come lei ha detto. L'insegnamento della religione cattolica costituisce una materia extracurriculare e non può concorrere alla formazione del credito scolastico, in quanto ciò creerebbe una disparità di trattamento per gli alunni che non seguono l'insegnamento religioso, né usufruiscono di attività alternative.
Al riguardo, si rappresenta che la disciplina dell'insegnamento della religione cattolica trova la sua fonte primaria, come è stato detto, nella legge 25 marzo 1985,Pag. 64n. 121, di ratifica ed esecuzione dell'accordo modificativo lateranense. Detta legge, all'articolo 9, comma 2, prevede che la Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado.
In attuazione dell'accordo sono state stipulate specifiche intese tra lo Stato e la Conferenza episcopale italiana, rese esecutive con i decreti del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1985, n. 751, e 23 giugno 1990, n. 202.
Dal quadro normativo sopra delineato discende che l'insegnamento della religione cattolica è impartito, sulla base di programmi definiti d'intesa tra l'autorità scolastica e la CEI, agli studenti che, all'atto dell'iscrizione, scelgano di avvalersene ed è collocato nel quadro orario delle lezioni settimanali, dovendo ciascuna istituzione scolastica assicurare agli alunni questo insegnamento, quando ne facciano richiesta.
La circostanza che per gli alunni che se ne avvalgono, la comunicazione del profitto avvenga mediante una «speciale nota», anziché nel contesto delle altre discipline, assume un rilievo ininfluente ai fini che qui interessano, in quanto attiene esclusivamente alle modalità di comunicazione e non anche alle modalità di svolgimento dell'insegnamento della religione cattolica.
A tale specifico proposito (attività curriculare ovvero attività extracurricolare dell'insegnamento della religione cattolica), la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 203 del 1989, alla quale fa riferimento l'onorevole interrogante, ha affermato che «lo Stato è obbligato, in forza dell'accordo con la Santa Sede, ad assicurare l'insegnamento della religione cattolica» ed anche che «per gli studenti e per le loro famiglie, esso è facoltativo: solo l'esercizio del diritto di avvalersene, crea l'obbligo di frequentarlo».
La sentenza citata è stata ripresa e confermata successivamente dalla stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 13 del 1991.
Si aggiunge che, con la sentenza n. 7101 del 2000, il medesimo TAR del Lazio ha affermato che «non può pretendersi di tutelare il soggetto che, pur avendo conseguito buoni risultati nello studio, ha mostrato scarsa partecipazione al dialogo educativo, ovvero non ha avuto assiduità nella frequenza scolastica, ovvero non ha voluto impegnarsi in esperienze coerenti con il corso di studio frequentato, ma esterne ad esso, fino al punto di disconoscere agli altri i vantaggi che l'ordinamento scolastico intende loro attribuire».
Continuando a pronunciarsi in tale materia, il TAR afferma che «nessuno ha titolo per lamentarsi, né può sentirsi pregiudicato per il solo fatto che un altro alunno abbia praticato uno sport e ricevuto credito, altro abbia svolto attività artistiche, altro abbia addirittura lavorato percependo una retribuzione, laddove si è impediti a esercitare attività sportiva ovvero non si abbiano attitudini artistiche o spirito di intraprendenza nel campo del lavoro».
Occorre anche rilevare che l'insegnamento della religione non può non essere valutato ai fini dell'attribuzione del credito scolastico, dal momento che il regolamento approvato con decreto del Presidente della Repubblica n. 323 del 1998 (articolo 11, comma 2), ai fini della valutazione del credito, riconosce «il grado di preparazione complessiva raggiunta da ciascun alunno nell'anno scolastico in corso, con riguardo al profitto e tenendo in considerazione anche l'assiduità della frequenza scolastica, ivi compresa, per gli istituti ove previsto, la frequenza dell'area di progetto, l'interesse e l'impegno nella partecipazione al dialogo educativo, alle attività complementari ed integrative ed eventuali crediti formativi».
Nell'ipotesi in cui non fosse riconosciuta la partecipazione del singolo discente all'attività didattica svolta dal docente di religione e il risultato degli sforziPag. 65dal medesimo profusi in tale specifico contesto scolastico, si finirebbe per alterare il sistema attuale che, in larga misura, impone all'amministrazione scolastica proprio di valutare e riconoscere come credito l'impegno profuso in ciascuna delle attività svolte, di cui si compone la complessiva offerta dell'istituto, e i risultati conseguiti sul piano formativo.
Se così non fosse, la religione non verrebbe valutata né come credito scolastico, né come credito formativo che attiene propriamente alle attività extrascolastiche, mentre vengono valutate come crediti formativi anche attività quali: attività culturali, artistiche, ricreative, di volontariato, di sport, eccetera, secondo il decreto ministeriale n. 449 del 2000.
Non sembra ravvisabile, inoltre, la sussistenza della condizione del grave e irreparabile danno per gli alunni che non si avvalgono di tale insegnamento, in quanto nulla viene tolto ai fini della loro personale valutazione, restando integre, per i medesimi, le possibilità di conseguire il massimo del credito.
È da tenere conto che, diversamente, rischierebbe di essere gravemente pregiudicata la maggioranza dei discenti che, avendo optato per l'insegnamento della religione cattolica o per le attività alternative, vantavano una legittima aspettativa che tali attività fossero riconosciute in sede di attribuzione del credito scolastico.
Va poi aggiunto che la misura cautelare assunta dal TAR del Lazio rischierebbe di far slittare l'intera procedura finalizzata allo svolgimento degli esami di Stato. Dovrebbero essere di nuovo fissati i criteri, già adottati dalle scuole ai sensi dell'articolo 6 dell'ordinanza ministeriale n. 26 del 15 marzo 2007 e conseguentemente rinnovate tutte le valutazioni preordinate all'attribuzione del credito scolastico. È evidente, pertanto, che, nella valutazione comparativa degli interessi, è di gran lunga prevalente l'interesse pubblico che, per il 20 giugno, possano regolarmente avere inizio gli esami di Stato, sul presupposto che il giorno 10 giugno, termine delle lezioni, si siano regolarmente conclusi gli scrutini finali, cosa che evidentemente non sarebbe possibile ove non si dovesse dare esecuzione all'appellata ordinanza.
Il Ministero, dunque, appena venuto a conoscenza dell'ordinanza, ha interessato l'Avvocatura dello Stato per l'immediata predisposizione dell'appello al Consiglio di Stato, considerato l'imminente inizio degli esami di Stato. Con decreto presidenziale il Consiglio di Stato ha sospeso l'esecutività della suddetta ordinanza ed ha disposto l'esame dell'appello nella camera di consiglio, convocata per il prossimo 10 giugno.
Come diceva l'onorevole Poretti, è vero che ormai si tratta di una vicenda conclusa, perché, con una lettera ai direttori generali degli uffici scolastici regionali e ai dirigenti degli uffici scolastici provinciali, il capo dipartimento, dottor Cosentino, ha comunicato l'esito di questa sentenza e, dunque, ha avviato l'iter ordinario per gli scrutini così come era previsto.
A conclusione della lettura tecnica predisposta in risposta a quanto l'interrogante chiedeva, vorrei auspicare il riconoscimento dell'impegno dei ragazzi nell'insegnamento della religione cattolica e un domani, anche di altre fedi, poiché sono ormai molti nel nostro Paese gli alunni che professano altre religioni e mi riferisco anche ad altri impegni come la non violenza o quant'altro i ragazzi dovessero praticare. Tutto ciò dovrebbe essere un utile esercizio per diventare cittadini attivi, impegnati e servire non a dividere, ma ad educare i ragazzi ed i bambini al dialogo reciproco.
DONATELLA PORETTI. Signor Presidente, indubbiamente non mi dichiaro soddisfatta, visto che più che di vicenda conclusa direi che dovremmo parlare di interpellanza superata dagli atti del Ministro; superata non certo nella direzione che auspicavamo noi interpellanti.
Ho ascoltato anche con piacere l'ultimo appello che il sottosegretario De Torre mi ha rivolto, ma valuto questa vicenda conPag. 66sconcerto e delusione. Mi si chiede di valutare positivamente il fatto che vengano dati dei crediti scolastici ad alunni che frequentano l'ora di religione cattolica, anzi, l'auspicio è che possano frequentare anche altre ore di altre religioni non cattoliche.
Mi domando se per gli atei, gli agnostici penseremo di dare crediti relativamente ad un'ora in cui non si sa che cosa andranno ad apprendere. Il problema di tutto questo è che quell'ora è facoltativa; non è obbligatoria e se non lo è, se è «una non ora», se non fa parte delle materie scolastiche, non capisco perché debba dare origine a un credito. Per quale motivo - anche per le stesse persone di religione cattolica - il frequentare quell'ora, quel parlare in quell'ora di religione deve valere come per la persona che invece va a giocare a calcetto?
Quale logica segue chi, in tal caso, pensa di fare un favore alla religione cattolica? Forse, più che alla religione cattolica si vuole fare un piacere al clero, alle diocesi o a qualcun altro, perché, altrimenti, davvero non si capisce tale logica!
Se un'ora è facoltativa e non obbligatoria, non può esser previsto un premio o una valutazione sulla buona o cattiva volontà per aver frequentato la stessa che, quindi, non può definirsi un'ora di lezione perché è facoltativa!
Mi auguro davvero che la scuola valuti altro; le ricordo, fra l'altro, che oggi sono state rese dichiarazioni anche da parte di protestanti in merito proprio alla decisione del Ministro, ed il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, Domenico Maselli, ha commentato la giustificazione del Ministro Fioroni, (secondo cui andrebbe premiata la buona volontà di chi ha seguito una materia suppletiva), affermando che tale giustificazione urta contro il fatto che non esiste in quasi nessuna scuola la possibilità di un'alternativa. Quindi, non si tratta di buona o cattiva volontà, ma proprio di libertà di coscienza nelle scelte e, pertanto, ribadisco la delusione, lo sconcerto, nonché una certa preoccupazione.
Credo che usare la religione cattolica in tal modo vada contro la stessa religione: «segui l'ora di religione cattolica e ti pago», perché in questo caso si tratta in un certo senso di pagare, concedendo dei crediti scolastici; «se vai male a matematica segui il prete, perché così puoi recuperare ed essere ammesso all'esame».
A mio avviso, tale decisione è davvero una misura clericale molto pericolosa per uno Stato laico e credo si tratti di una modalità subdola di ricatto nei confronti degli studenti; inoltre, gli studenti che il prossimo anno decideranno di seguire l'ora di religione potranno fare il seguente ragionamento: «non mi importa , mi faccio gli affari miei, tanto mi daranno i crediti».
Tale situazione va davvero a scapito della stessa religione! Non so se vi rendete conto della misura che state prendendo.
Aggiungo, fra l'altro, che si apre una voragine di possibili ricorsi di studenti che non hanno scelto l'ora di religione all'inizio dell'anno scolastico 2006-2007, perché non conoscevano questa possibilità, vale a dire quella di guadagnare crediti, seguendo l'ora di religione cattolica.
In merito a tale decisione, non so se il Consiglio di Stato possa davvero considerarsi come tale e come organo di uno Stato laico o se, invece, debba considerarsi come un «consiglio di governo» di tipo clericale; mi dispiace dirlo, perché io sostengo l'attuale Governo, faccio parte della maggioranza, ma quando vengono assunte queste decisioni, vengono pronunciate queste parole e viene utilizzata la religione in questo modo credo che tutto ciò rechi un danno al nostro Stato laico.
(Rinvio dell'interpellanza urgente Barani n. 2-00511)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta del presentatore e con il consenso del Governo, lo svolgimento dell'interpellanza Barani n. 2-00511 è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. La deputata Meloni ha facoltà di illustrare l'interpellanza La Russa n. 2-00552 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 10), di cui è cofirmataria.
GIORGIA MELONI. Signor Presidente, l'interpellanza in esame riguarda la questione dei medici specializzandi e chiunque fosse al corrente di quanto sta accadendo a tali neolaureati avrebbe qualche difficoltà a non condividere ciò che viene affermato nell'interpellanza stessa.
L'interpellanza fa riferimento al concorso per l'accesso alle scuole di specializzazione dell'area medica per l'anno accademico 2006-2007 ed il problema affrontato nell'interpellanza riguarda, quest'anno, circa 1.800 neolaureati in medicina. Per un'incongruenza di date, i laureati tra ottobre 2006 ed aprile 2007 che avrebbero potuto sostenere l'esame di abilitazione a luglio 2007, dovranno attendere fino al 2008. Mi spiego: per un laureato in medicina che intenda accedere alla scuola di specializzazione medica è considerato requisito fondamentale l'aver superato l'esame di abilitazione.
Per una incongruenza di date della circolare ministeriale del MIUR, del Ministro Mussi, sostanzialmente l'esame di abilitazione viene previsto quest'anno circa 15 giorni dopo l'esame di ingresso alle scuole di specializzazione.
Provo a spiegarmi meglio. Il decreto ministeriale del 27 aprile 2007 prevede, in conformità al decreto ministeriale n. 172 del 6 marzo 2006, come requisito indispensabile per l'iscrizione al concorso il possesso del diploma di abilitazione all'esercizio della professione medica. Tuttavia, lo scorso anno, e similarmente per gli anni precedenti, il decreto prevedeva all'articolo 6 una deroga che permetteva di concorrere con riserva di abilitarsi entro la prima sessione utile.
Per una serie di lungaggini di carattere burocratico, che dipendono dal Ministero dell'università e della ricerca, la calendarizzazione di questi esami è nel corso degli anni slittata sempre di più. Secondo il decreto ministeriale n. 172 del 6 marzo 2006, il MIUR avrebbe l'obbligo di emanare ogni anno il calendario delle prove entro il 31 luglio dell'anno di pertinenza. In difformità a ciò, ogni anno il calendario slitta di qualche mese: nel 2001, infatti, i concorsi erano fissati per il mese di ottobre, mentre negli anni successivi questi tempi si sono allungati, arrivando fino a giugno nel 2006 ed a luglio nel 2007.
Oggi accade che, di fatto, per una incongruenza di carattere burocratico, a questi neolaureati venga sostanzialmente impedito di accedere alla prova di accesso per la scuola di specializzazione medica che si terrà a luglio di quest'anno, perché l'esame necessario per accedere alla scuola è stato fissato due settimane successive alle prove di concorso alla specializzazione.
Tale problema, dicevo, si è accavallato nel corso degli anni, tanto che nei precedenti anni accademici il Ministro Moratti, comprendendo che si trattava di una carenza della politica e che una carenza della politica non si può far pagare a degli studenti, aveva previsto una deroga, una disposizione transitoria per la quale si permetteva di concorrere comunque alla prova per l'accesso alla specializzazione con riserva di abilitarsi entro la prima sessione utile. Si permetteva comunque agli studenti di sostenere l'esame di ingresso alle scuole di specializzazione, partendo dal presupposto che, se dopo due settimane avessero superato l'esame di abilitazione, avrebbero avuto accesso alle scuole di specializzazione, in caso contrario, no.
Questa soluzione era stata prevista perché gli studenti non possono pagare i problemi burocratici dei Governi e dei ministeri. Ciò vuol dire che stiamo facendo perdere a circa 1800 ragazzi un anno di vita, in un percorso formativo, come quello della professione medica, che dura una media di dieci, undici anni, comprendendoPag. 68anni del corso di laurea ed anni di specializzazione. Poiché siamo stati lenti nell'emanare i nostri decreti e le nostre lungaggini si sono moltiplicate nel corso degli anni, adesso gli studenti devono cortesemente aspettare circa un anno, se non un anno e mezzo per poter accedere alla scuola di specializzazione.
Tale situazione mi sembra sinceramente abbastanza incredibile. Rispetto alle mille sollecitazioni giunte al Ministero dell'università e della ricerca, compresa quella del presidente dell'ordine dei medici di Ferrara, Bruno Di Lascio, il quale faceva giustamente notare in una lettera aperta al Ministro Mussi che sarebbe necessario correggere questa svista che fa perdere un anno ai neolaureati, mi sembra sinceramente incredibile che non vi sia stata finora una risposta adeguata da parte del Ministero, nonché una risposta al coordinamento nazionale dei medici abilitandi che sta sensibilizzando a 360 gradi, su tutto il territorio nazionale, la politica e gli ordini competenti per chiedere di intervenire.
Mi pare sinceramente incredibile che, di fronte a tale questione, non sia stato adottato il provvedimento più semplice: anche quest'anno, fino a quando non siamo in grado di mettere a norma le date di questi esami, si dovrebbe prevedere una deroga, consentendo agli studenti di accedere all'esame di specializzazione, anche se l'esame di abilitazione fosse successivo di una settimana o due settimane, riservandolo al superamento dell'esame di abilitazione.
Mi sembra la cosa più semplice del mondo! Voglio sperare che non siano interessi di carattere «diverso» a muovere questa indisponibilità da parte del Ministero dell'università e della ricerca! Voglio sperare che si tratti solamente di una forma di superficialità, perché sono portata a pensare che, laddove vi fosse unicamente un problema di superficialità, vi sarebbe anche la disponibilità a risolverlo! Mi aspetto, sotto questo punto di vista, una risposta positiva da parte del Governo, anche se il Ministro Mussi non è presente in aula - me ne dispiace - per rispondere all'interpellanza: approfitteremo della disponibilità - nota! - del sottosegretario D'Andrea.
Speriamo, quindi, che il Governo si sia reso conto che, di fronte ad una lungaggine burocratica di tale tipo, non possiamo consentire che siano migliaia di studenti a pagare! Altrimenti, non saremo credibili quando continueremo a parlare di precarietà nel mondo del lavoro o di una generazione di «mammoni» che non vuole assumersi le proprie responsabilità!
GIAMPAOLO VITTORIO D'ANDREA, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Signor Presidente, l'interpellanza urgente, testé illustrata dalla deputata Meloni, fa riferimento al disagio di tutti i medici che si sono laureati nei mesi scorsi, cioè nelle sessioni più recenti dall'anno accademico 2005-2006, che non possono partecipare al concorso di ammissione alla scuola di specializzazione relativo all'anno accademico 2006-2007, non essendo ancora in possesso dell'abilitazione professionale che conseguiranno dopo lo svolgimento del concorso stesso, in quanto l'esame di abilitazione si svolge in data successiva alla data di scadenza per la domanda di ammissione alla scuola.
A tale riguardo, il Ministero dell'università e della ricerca fa presente che non è possibile armonizzare le sessioni di laurea, che normalmente sono tre in ogni anno accademico, con le sessioni degli esami di Stato, che si svolgono due volte l'anno, e con il concorso di ammissione alle scuole di specializzazione, che viene bandito per ciascun anno accademico.
Con il decreto ministeriale n. 172 del 2006 sono stati disciplinati i requisiti di ammissione dei medici alle scuole di specializzazione, prevedendo quale requisito indispensabile da possedere al momento di presentazione della domanda, oltre al diploma di laurea, anche l'abilitazione professionale,Pag. 69in conformità, peraltro, con quanto previsto dalla normativa generale sui concorsi pubblici.
È da sottolineare che l'abilitazione professionale è un requisito indispensabile poiché lo specializzando, ai sensi dell'articolo 38, comma 3, del decreto legislativo n. 368 del 1999, partecipa con la guida di un tutore alla totalità delle attività mediche dell'unità operativa a cui è assegnato, assume gradualmente compiti assistenziali ed esegue interventi in autonomia, pur vincolata dalle direttive ricevute dal tutore. Tale requisito deve essere posseduto, quindi, al momento di presentazione della domanda, così come si verifica per tutti i pubblici concorsi.
La modifica del previgente regolamento di ammissione dei medici alle scuole di specializzazione si è resa necessaria negli ultimi anni, dopo l'entrata in vigore del decreto ministeriale n. 445 del 2001 che, a sua volta, ha modificato le modalità di svolgimento degli esami di Stato per l'esercizio della professione medica, introducendo la frequenza obbligatoria di un tirocinio di tre mesi prima della prova scritta e rendendo così incompatibili i termini temporali previsti in precedenza.
A causa di queste nuove procedure, le università hanno dovuto iniziare i corsi e le attività formative per gli specializzandi con crescente ritardo rispetto all'anno accademico per il quale il concorso era stato bandito; ciò è stato ulteriormente aggravato dal fatto che negli anni accademici 2003-2004, 2004-2005 e 2005-2006 fu concessa una deroga alla previsione di legge, consentendo di conseguire l'abilitazione anche nella prima sessione utile successiva al concorso di ammissione.
Si fa presente, peraltro, che l'entrata in vigore del contratto di formazione specialistica, resa finalmente possibile con un ritardo di ben otto anni rispetto alla legge, mediante i decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, recentemente emanati, sembra non consentire più deroghe, in quanto il medico specializzando, sin dalla data di firma del contratto, deve svolgere attività assistenziali che non possono essere svolte dal medico non abilitato in conformità a disposizioni dell'Unione europea.
A causa di questi crescenti ritardi, il concorso di ammissione alle scuole di specializzazione medica per l'anno accademico 2006-2007, per il quale è stato recentemente emanato il bando, si svolgerà praticamente al termine dell'anno accademico di riferimento, se non addirittura dopo la sua conclusione.
Infatti, l'anno accademico 2006-2007 è formalmente iniziato il 1o novembre 2006 o ancor prima, secondo quanto previsto dai singoli statuti degli atenei, mentre il concorso di ammissione deve ancora svolgersi.
Il risultato, considerato inaccettabile anche dal Ministero dell'università e della ricerca, anche se ormai abitudinario, è che gli specializzandi perdono un intero anno di formazione e tutto il loro percorso formativo viene stravolto.
Partendo da questa consapevolezza, vorrei rassicurare l'onorevole Meloni in quanto il Governo sta seguendo con molta attenzione la questione e ritiene necessario approfondire le ragioni esposte dagli abilitanti del prossimo luglio al fine di stabilire se sia possibile farli partecipare ai prossimi esami di accesso alle scuole.
È un percorso normativamente molto stretto, tuttavia il Ministero dell'università e della ricerca non è ostile all'approfondimento che viene richiesto. Può, invece, sicuramente impegnarsi su un'altra prospettiva, cioè sull'intenzione del ripristino al più presto della normalità dei tempi di svolgimento dei concorsi di ammissione alle scuole di specializzazione mediche, con l'obiettivo di tenerli all'inizio dell'anno accademico di riferimento, cioè a novembre o dicembre di ciascun anno.
C'è l'impegno preciso, nei confronti dei laureati in medicina, di offrire loro la possibilità di partecipare agli esami di ammissione alle scuole di specializzazione già nel corso del corrente anno 2007 per l'anno accademico 2007-2008. Così, dopo anni di continuo slittamento dei tempi in avanti, si potrebbe sperare di riuscire a ritornare alla cadenza normale, favorendoPag. 70l'obiettivo che gli studenti più meritevoli ed assidui che si laureano in medicina in corso possano immediatamente continuare i loro studi universitari con il periodo di specializzazione.
Proprio oggi la Conferenza Stato-regioni ha iniziato il procedimento per pervenire al calcolo del fabbisogno per l'anno accademico 2007-2008, in tempo utile per consentire l'anticipo dei prossimi esami di ammissione al dicembre 2007. Il Ministro Mussi ne ha informato le delegazioni dei laureati abilitanti che hanno chiesto di incontrarlo, riscontrando il loro interesse.
GIORGIA MELONI. Signor Presidente, la ringrazio per la disponibilità che ha dimostrato nel consentirmi di illustrare questa interpellanza urgente. Purtroppo, non posso dichiararmi soddisfatta, se non altro perché il Governo non ha dato una risposta. Registro con piacere che, come detto dal sottosegretario D'Andrea, il Governo segue con molta attenzione la questione e che farà i dovuti approfondimenti.
Tuttavia, devo far notare al Governo che, purtroppo, non c'è più tempo per i dovuti approfondimenti, perché una parte di questi neolaureati dovrà consegnare la domanda, o non potrà più farlo, il 4 giugno, ossia lunedì prossimo.
È incredibile - quando mi si dice che il Governo segue con molta attenzione la questione - leggere sul portale dei medici specializzandi che fin dai primi incontri dello scorso luglio 2006, quando si erano appena insediati i sottosegretari per l'università e per la ricerca e per la salute, Modica e Zucchelli, FederSpecializzandi aveva chiesto un intervento immediato per evitare i ritardi accumulatisi negli anni e trovare una data prestabilita per i concorsi di ammissione, congruente con i percorsi formativi dei laureati in medicina, come avviene in ogni altro Paese europeo.
Pertanto, il Governo è a conoscenza della vicenda da lungo tempo ed è stato sensibilizzato sulla necessità di non far pagare ad alcuni di questi ragazzi le problematiche che derivano dalle lungaggini burocratiche; eppure, non ha fatto nulla, perché ci viene a dire oggi, a tre giorni dalla scadenza per la presentazione delle domande, che verrà fatto un approfondimento.
Qualche giorno fa, una delegazione di neolaureati, manifestando sotto palazzo Montecitorio, è, per così dire, inciampata nell'incontro con il Ministro Mussi che, ignaro, si trovava a passare da lì e, pertanto, ha avuto la possibilità di un confronto, seppure fugace, con il Ministro, il quale ha detto di essere particolarmente sensibile alla vicenda.
Qualche giorno fa il Governo ha detto che affronterà e approfondirà la tematica. Ma il Governo ne era già stato messo al corrente, perché il problema esiste da qualche anno e perché qualcuno, in particolare la FederSpecializzandi, aveva già informato i sottosegretari competenti.
Quindi, devo ritenere che semplicemente non vi sia la volontà di risolvere il problema e non posso credere che si addiverrà ad una soluzione positiva anche quando si afferma che il Governo segue con molta attenzione la questione o che non è refrattario ad approfondirlo. Voglio sperare che non lo sia: stiamo parlando del Governo italiano e di qualche migliaia di italiani, per cui immagino che il Governo non debba mai essere ostile.
Il punto è se la politica voglia porsi il problema per affrontarlo e risolverlo oppure se voglia far scontare a 1.800 ragazzi una questione che è politica, burocratica e che si è aggravata negli anni. Si tratta di una questione che si può risolvere: basta semplicemente prevedere, come già era stato fatto, una deroga al fine di consentire agli studenti di iscriversi comunque alle prove di specializzazione, prima dell'esame di abilitazione: mi sembra la soluzione più semplice del mondo, ma temo che non la si voglia attuare.
Mi auguro che il Governo cambi idea da qui a poco; mi auguro davvero che si vogliano difendere non già interessi che facciamo finta di non capire, ma che si vogliano difendere interessi e diritti di tanti ragazzi che si prendono delle responsabilità,Pag. 71che fanno un percorso lungo di formazione, di dieci o undici anni, con serietà e che non possono pagare a causa nostra.
Mi auguro che si voglia dare un segnale a questa generazione, perché continuiamo a lamentarcene, a dire che i giovani oggi non vogliono prendersi le loro responsabilità, che non vogliono studiare e che non hanno contezza della necessità di dare un aiuto alla società. Il fatto, però, è che continuiamo a non privilegiare il merito e a far pagare a chi non c'entra niente i problemi della politica.
Spero che, entro lunedì, il Ministro Mussi voglia smentirmi ma, purtroppo, sono abbastanza pessimista, perché se avesse voluto, lo avrebbe fatto un anno fa.

References: articolo 121
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