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Timestamp: 2020-01-23 08:03:28+00:00

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Pestaggio clochard a Genova: il dolo alternativo costituisce manifestazione del dolo diretto
Cassazione Penale, Sentenza 53400/2017, la violenza realizzata "alla cieca" integra l’elemento soggettivo da qualificare come dolo diretto, nella sua manifestazione nota come dolo alternativo, che si ha quando, come nel caso in esame, il soggetto attivo prevede e vuole, con scelta sostanzialmente equipollente, l'uno o l'altro degli eventi alternativi causalmente collegabili al suo comportamento cosciente e volontario e cioè, nella specie, la morte ovvero il grave ferimento della vittima; e la giurisprudenza di questa Corte è concorde nel ritenere che il dolo diretto, nella sua qualificazione di dolo alternativo, è compatibile con l'omicidio tentato.
Cassazione penale 53400_2017.pdf
Revisione dell'assegno divorzile a seguito del superamento del criterio del tenore di vita
Corte Appello Milano, sez. V, 16/11/2017, n. 4793
1. Con ricorso depositato il 22.1.2016 Si. Be. ha proposto appello avverso la sentenza n.1842 emessa il 23.6.2015 dal Tribunale di Monza, che ha dichiarato il diritto di Mi. Ba. a conseguire, a titolo di assegno divorzile, la somma mensile di Euro 1.400.000,00 a far tempo dalla notifica del ricorso introduttivo del giudizio di scioglimento del matrimonio (maggio 2013), da versarsi entro il giorno 5 di ogni mese a mezzo bonifico bancario e a valuta fissa, assegno rivalutabile annualmente secondo gli indici ISTAT.
Nell'ambito del giudizio di scioglimento del matrimonio, il Tribunale di Monza aveva prima emesso sentenza non definitiva, depositata il 17.2.2014, con cui aveva dichiarato lo scioglimento del matrimonio civile contratto in Milano il 15.12.1990 tra Si. Be. e Mi. Ba..
L'appellante Be. ritiene anzitutto la insussistenza dei requisiti per la costituzione dell'obbligazione di pagamento dell'assegno divorzile e censura la sentenza impugnata "nella parte in cui ha acriticamente assunto il tenore di vita, quale termine di comparazione ex art. 5 legge n. 898 del 1970 per la valutazione di adeguatezza‟ delle sostanze della Signora Ba....criterio, come noto, assente dalla norma in parola ma interpolato da una costante interpretazione giurisprudenziale successiva alla pronuncia a Sezioni Unite della Suprema Corte n. 11490/1990". Osserva quindi che il riferimento al parametro del "tenore di vita" costituisce l'interpretazione normativa della "volontà di un Legislatore non solo socialmente, ma anche costituzionalmente superato".
In sintesi, l'appellante ha esposto quanto segue:
- la normativa nazionale va interpretata in senso conforme all'indirizzo comunitario e in modo da garantire la efficacia delle norme dell'Unione; in materia di divorzio e mantenimento tra ex coniugi la Commissione Europea ha espresso degli indirizzi normativi al dichiarato fine di contribuire alla armonizzazione del diritto della famiglia in Europa e di facilitare la libera circolazione delle persone in Europa; in particolare si richiede che la materia del mantenimento tra ex coniugi sia plasmata attorno ai principi di autosufficienza, stato di bisogno e temporaneità1.
- Va adottata una interpretazione dell'art. 5 comma 6 L. 898/1970 conforme ai predetti principi, con la conseguenza che deve essere escluso il diritto della signora Ba. al percepimento dell'assegno divorzile, valutati i mezzi della medesima che vanno rapportati al parametro dell'autosufficienza, ovvero al parametro costituzionale della sufficienza per una esistenza libera e dignitosa ovvero al diverso parametro ritenuto rispondente all'interpretazione dell'odierno Legislatore ai sensi dell'art. 12 Prel., diversamente dovendosi promuovere questione di legittimità costituzionale della norma nella parte in cui, per effetto del diritto vivente, dispone che l'adeguatezza dei mezzi del richiedente l'assegno divorzile sia parametrata al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.
- La sentenza del Tribunale di Monza impugnata è erronea nella parte in cui ha costituito l'obbligazione di mantenimento ritenendo genericamente inadeguati i mezzi della signora Ba., riconosciuta titolare dei soli proventi della società immobiliare (omissis...), che sarebbero appena sufficienti a fronteggiare il prelievo fiscale.
Le disponibilità della appellata sono in realtà enormemente maggiori, considerato solo chela stessa, nei 63 mesi antecedenti, ha percepito come assegno di mantenimento oltre 91,5 milioni di Euro, somma lorda, con disponibilità al netto del prelievo fiscale di circa 50 milioni di Euro, ovvero 26.000,00 Euro al giorno percepiti negli ultimi cinque anni.
Inoltre, le consistenti disponibilità patrimoniali di Mi. Ba. al momento della separazione consistevano in:
- liquidità amministrata per oltre 16 milioni di Euro (doc. 7 allegato al fascicolo di parte di primo grado, ovvero sentenza di primo grado nel giudizio di separazione);
- villa a (omissis...) del valore di diversi milioni di Euro fiduciariamente intestata alla madre (doc. 182);
- gioielli di valore pari a decine di milioni di Euro (doc. 5);
- patrimonio immobiliare di proprietà de (omissis...) pari a circa 80 milioni di Euro (doc. da 11 a 173); Il patrimonio è quindi complessivamente stimabile in circa 300 milioni di Euro, oltre al credito ancora esigibile, credito che, nonostante il ribasso operato dalla Corte di Appello in sede di gravame nel giudizio di separazione, ammonta a venti milioni di Euro.
Il pagamento, da parte di Si. Be., di una somma complessiva di oltre 110 milioni di Euro costituisce nei fatti un indebito trasferimento di ricchezza, non consentito dall'ordinamento; inoltre una disponibilità così ingente di liquidità, accumulata in un arco temporale estremamente contenuto, ha consentito alla signora Ba. una ulteriore produzione di ricchezza mediante patrimonializzazione della misura non consumata, e ciò secondo la comune esperienza. Infatti "...se i costi del mantenimento della signora Ba. fossero stati anche solo tendenzialmente avvicinabili alla misura goduta, la medesima non avrebbe avuto alcuna difficoltà di esibizione probatoria, adempiendo a quell'"onere sempre eluso nel corso della lunga epopea giudiziaria...".
- La sentenza impugnata è viziata nella parte in cui ha omesso di valutare la sussistenza del requisito del comma 6 dell'art. 5 L. 898/70 perchè sia riconosciuto l'assegno divorzile, ovvero la capacità del richiedente di procurarsi i mezzi adeguati.
Mi. Ba. svolge, di fatto, l'attività di imprenditrice immobiliare per il tramite della società (omissis...) e, in ogni caso, è abile allo svolgimento di attività lavorativa; peraltro dispone di fonti reddituali non lavorative ma di provenienza finanziaria. Ella pertanto amministra la propria ricchezza con conseguente percepimento di rendite finanziarie e di posizione, avendone le capacità.
- In via subordinata e in parziale riforma della sentenza impugnata va comunque ridotto l'assegno divorzile in quanto è errata la valutazione delle modalità di determinazione dell'assegno medesimo; in primo luogo la sentenza è erronea nella parte in cui fa corrispondere le ricchezze di tutta la famiglia Be., intesa in senso allargato, a quel tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, tenore che la sentenza descrive in modo iperbolico e che comunque l'appellante non è tenuto a continuare ad assicurare alla ex moglie. Il metro di valutazione cui fa riferimento il Tribunale di Monza per determinare l'importo dell'assegno in 1.400.000 Euro mensili è quello, come si legge in sentenza, "desumibile dalla comune esperienza" in quanto il tenore di vita della famiglia sarebbe stato "ben superiore a quasi tutti i soggetti ritenuti i più ricchi del mondo", genericità di parametri e valutazioni che il Tribunale avrebbe potuto superare accogliendo le istanze istruttorie formulate.
- La signora Ba. non ha mai dato conto degli esborsi effettuati dalla separazione in avanti e dal settembre 2010 è ignota anche la sua dimora, mentre il Tribunale ha anche valorizzato "ingenti costi" necessari per la locazione di un immobile ove vivere.
La conseguenza è che la sentenza neppure ipotizza quali costi l'appellata debba oggi sopportare. Pertanto la quantificazione dell'assegno effettuata dal tribunale appare arbitraria, avendo adottato un generico criterio esponenziale di spese. Inoltre l'appellata non ha mai lamentato la insufficienza del mantenimento percepito nella fase iniziale della separazione, pari a un milione di Euro, fase anche più difficile rispetto alla attuale vita di donna divorziata.
L'assegno dovrà pertanto essere determinato previa adeguata attività istruttoria e comunque in misura inferiore a un milione di Euro.
- la motivazione del tribunale di Monza è contraddittoria laddove determina l'assegno divorzile tenendo conto del prelievo fiscale, salvo poi prendere atto che "...il reddito che la Ba. può trarre dagli immobili a lei attribuiti in proprietà, attraverso la società Il Poggio e che sono locati, oltre che alla loro stessa conservazione e gestione potrà servire, e forse neppure a sufficienza, a compensare il prelievo che il fisco opererà sul suo assegno divorzile." Si chiede conseguentemente di ridurre l'assegno quantomeno nella misura della pressione fiscale. In ogni caso l'assegno quantificato, multiplo rispetto a redditi da lavoro percepito da categorie economiche equiparabili, ad esempio dirigenti di multinazionali, crea posizioni di rendita fondate su un mero status sociale e inoltre "impone discriminatoriamente a carico del solo coniuge onerato il dovere di mantenere il medesimo (anzi superiore) tenore reddituale, coartando, dunque, il diritto di auto-determinazione garantito dall'art. 4 della Cost. e legittimando il coniuge beneficiario a sottrarsi al proprio dovere di contribuire al progresso sociale per il tramite della propria attività lavorativa (art. 4 Cost.)". Pertanto, ove non si ritenga di adottare il criterio del reddito da lavoro al fine di determinare il quantum, si insiste nella richiesta di rimessione alla Corte Costituzionale della prospettata questione di incostituzionalità dell'art. 5 comma 6 L. 898/1970.
-Vengono infine censurati altri passaggi della motivazione della sentenza impugnata, in particolare laddove si fa riferimento alla pressione fiscale, che viene espressamente criticata così come viene operata, motivazione che mostra come sia radicata "...una concezione "indissolubilista" del matrimonio e "matrimonialista" del divorzio di cui...il perdurante utilizzo del criterio del "tenore di vita" è il precipitato più ingombrante e anacronistico: il divorzio, nella concezione del Tribunale di Monza, assurge ad avere, nel rapporto tra ex coniugi, un mero carattere formale che nulla fa decadere, sul piano sostanziale, rispetto all'‟unione matrimoniale di cui si continua ad imporre giudizialmente, al di fuori della volontà dei consociati e lontani dai canoni Europei, una perdurante, irrazionale, sopravvivenza.".
- Si contestano le affermazioni del Tribunale, mancanti di supporto probatorio, laddove ritiene che il valore del compendio immobiliare de Il Poggio sia inferiore alle appostazioni di bilancio e ciò sulla base di generiche affermazioni, ovvero:
- l'immobile di via (omissis...) sarebbe edificio "di normali caratteristiche costruttive";
- costi ingenti per il drenaggio dell'acqua nei piani interrati di palazzo (omissis...), per la presenza di falde acquifere;
- venir meno di relazioni privilegiate che Be. aveva con il mondo imprenditoriale e ciò per la locazione dei prestigiosi immobili, ora più difficile.
- Si chiede pertanto di accertare la insussistenza dei presupposti di legge per il riconoscimento di un assegno divorzile e, in via subordinata, comunque di ridurlo nella misura ritenuta equa.
2. Con memoria depositata in via telematica il 25.11.2016 si è costituita in giudizio Mi. Ba., che ha chiesto il rigetto dell'appello e ha proposto a sua volta appello incidentale avverso la sentenza n. 1842/14 del Tribunale di Monza, chiedendo il riconoscimento di un assegno divorzile a suo favore pari a Euro 3.600.000 mensili.
In sintesi l'appellata ha esposto quanto segue:
- In relazione alla ritenuta illegittimità costituzionale dell'art. 5 L.898/70, la questione è stata già ritenuta non fondata dalla Corte Costituzionale che ha chiarito che l'esistenza di un "diritto vivente" fondato sul paradigma del "tenore di vita" non trova riscontro nella giurisprudenza della Cassazione, secondo cui il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio non costituisce l'unico parametro di riferimento ai fini della statuizione dell'assegno divorzile ma rileva per determinare in astratto il tetto massimo della misura dell'assegno; in concreto quel parametro concorre e va bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati dall'art. 5. La durata del matrimonio è elemento rilevatore dell'effettività della comunione e costituisce il filtro attraverso il quale devono essere esaminati e considerati tutti gli altri criteri indicati nella norma.
- Il paradigma del tenore di vita coniugale e la necessità/possibilità di conservarlo va dedotto sia dal riferimento alle condizioni reddituali e patrimoniali dei coniugi che dal contenuto del 9. comma dell'art. 5, che prevede la possibilità, in caso di contestazioni, di disporre indagini "sull'effettivo tenore di vita".
- Dalle norme costituzionali che garantiscono la parità dei coniugi durante il matrimonio discende il fondamento dell'assegno divorzile.
- I principi normativi e giurisprudenziali, secondo i quali l'assegno divorzile deve essere strumento di riequilibrio delle posizioni economiche dei coniugi e deve garantire la conservazione del tenore di vita coniugale, rispondono a ragionevolezza: "il legislatore, consapevole del fatto che la divisione del lavoro nella famiglia si caratterizza per una ripartizione e distinzione di ruoli, ha dettato delle regole attuative del principio costituzionale di parità (art. 29 Cost.), stabilendo che „con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono gli stessi doveri‟, „sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo a contribuire ai bisogni della famiglia‟(art. 143 c.c.) e devono adempiere l'obbligo di mantenere i figli (art. 147 e 315 bis c.c.) „in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo‟ (art. 148 c.c. e 316 bis c.c.). Così, in applicazione degli stessi valori, nel momento in cui il matrimonio si scioglie, il principio della parità tra i coniugi deve trovare applicazione e realizzazione attraverso una equa condivisione delle risorse della famiglia, ciò a tutela del coniuge debole proprio nella fase in cui le scelte operate in virtù del matrimonio manifestano le loro conseguenze negative.".
- La Commission on European Family Law (CEFL) è carente di rilevanza giuridica e cogenza e, in ogni caso, sul piano normativo i sistemi Europei sono molto diversi fra loro e inoltre alcuni sistemi prevedono la possibilità di stipulare accordi prematrimoniali. Dunque appare fallace il confronto fatto per singoli istituti, estraniati dal contesto normativo.
- Il tenore di vita in costanza di matrimonio costituisce un parametro dal quale partire, per affrontare poi la specificità dei casi concreti. Il presupposto per riconoscere il diritto all'assegno divorzile è costituito dalla "inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (tenendo conto di tutte le sue possibilità) a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza che sia necessario uno stato di bisogno dell'‟avente diritto, il quale può anche essere economicamente autosufficiente, avendo rilievo l'apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle condizioni economiche del medesimo che, in via di massima, devono essere ripristinate in modo da ristabilire un certo equilibrio (Cass. Sez. Unite n. 11490/90...)".
- La funzione assistenziale dell'assegno di divorzio è strettamente collegata al valore della solidarietà post matrimoniale e l'assegno divorzile è un mezzo per far fronte al deterioramento del livello di protezione connesso alla fine del matrimonio (non a uno stato di bisogno) e ha finalità di riequilibrare i rapporti.
- Il tenore di vita coniugale costituisce la misura di riferimento per la valutazione dell'adeguatezza dei mezzi del coniuge che richiede l'assegno divorzile e ne è il tetto massimo in quanto, nella concreta determinazione del diritto, il giudice deve tenere conto degli altri parametri indicati dal sesto comma.
- Per quanto riguarda le disponibilità della signora Ba., le stesse sono state correttamente valutate dal Tribunale, che non ha omesso nulla, mentre l'appellante cita dati che non corrispondono alla realtà:
- il patrimonio immobiliare posseduto dall'appellata attraverso la società Il Poggio non è di 80 milioni di Euro, come sostenuto da controparte, quotazione non provata e contestata. I c.d. "giudizi di stima" effettuati in data 11.1.2010 e a firma del geom. Fr. Ma., prodotti in primo grado dall'appellante, sono stati contestati dalla signora Ba. in relazione alla loro provenienza e attendibilità. Gli approfondimenti peritali, che l'appellata si era dichiarata disponibile a effettuare, non sono stati ritenuti necessari dal Tribunale, anche per il divario consistente tra i patrimoni delle parti, giacchè, sulla base delle classifiche Forbes degli uomini più ricchi del mondo, il patrimonio di Be. risulta stimato nell'ordine dei 9 miliardi di Euro.
- La società (omissis...) non produce utili, ed è anzi in perdita, "in quanto i frutti derivanti dalla locazione degli immobili che possiede sono integralmente assorbiti dagli oneri relativi al mutuo gravante su uno di tali beni (Palazzo (omissis...)) nonchè dagli oneri fiscali, gestionali, nonchè di manutenzione e la qualità degli immobili posseduti da tale società incide sulla remuneratività degli stessi, anche in relazione alle attuali richieste del mercato".
- La casa in località (omissis...) è stata acquistata nel 2004 ed è stata intestata alla suocera di Be..
- La liquidità riferita dalla signora Ba. in sede di separazione, e richiamata dall'appellante anche nei giudizi di divorzio, "non ha rilevanza, tra l'altro da allora si è notevolmente ridotta sia in ragione dell'andamento della borsa, sia in ragione dei finanziamenti soci ai quali l'appellata è stata tenuta per la copertura delle perdite della società Il Poggio".
- Quanto ricevuto dalla signora Ba. a titolo di assegno di separazione prima e di divorzio poi viene indicato dalla controparte al lordo di imposta e in ogni caso si tratta di somme che "sono ovviamente servite e servono alla stessa per vivere secondo canoni analoghi, almeno tendenzialmente, a quelli relativi al precedente tenore di vita". Del resto anche la Cassazione ha ribadito che l'assegno può essere molto elevato se parametrato a un elevato e dispendioso tenore di vita e che esso è finalizzato alla conservazione di tale tenore. E' dato inconfutabile che per mantenere, almeno tendenzialmente, il precedente tenore di vita debbano essere messe a disposizione della signora Ba. somme adeguatamente consistenti.
- Per quanto riguarda i gioielli, la signora Ba. "intende conservarli per lasciarli alle figlie e alla futura moglie del figlio".
- Le sostanze dell'appellata non vengono in rilievo per il loro valore assoluto, ma per il peso relativo che devono assumere nella valutazione comparativa con la situazione economica e patrimoniale del dott. Be.. La divergenza tra le sostanze dell'onerato e quelle della beneficiaria risulta nel caso di specie pacificamente incommensurabile.
- La signora Ba. non può svolgere lavoro e non lo ha mai svolto, se non per un breve periodo, quando era molto giovane e svolgeva l'attività di attrice, lavoro che ha interrotto accondiscendendo alla volontà del coniuge. Inoltre la società Il Poggio è sempre stata amministrata da un professionista e l'appellata non ha mai fatto l'immobiliarista ma, semplicemente, detiene alcuni immobili a mezzo della società.
La s.r.l. Il Poggio è stata sempre amministrato da persona di fiducia di Be. (il geom. Scabini) e, dopo la separazione, è stata designata persona di fiducia dell'appellata (rag. Mo. Li.). In ogni caso si tratta di attività non produttiva di redditi e "quindi inidonea a costituire per la signora Ba. una fonte di mezzi".
- Gli assegni ricevuti da Be. sono previsti "...affinchè il beneficiario lo destini ai consumi necessari alla conservazione del tenore di vita coniugale, non all'accantonamento e quindi all'investimento. Risulta pertanto completamente fuori dalla logica sostenere che la signora Ba. sarebbe in grado di procurarsi i mezzi adeguati alla conservazione del tenore di vita coniugale in quanto titolare di assegno divorzile.".
- In relazione al criterio per la determinazione del mantenimento, premesso che il tenore di vita della famiglia Be. è stato decisamente al di sopra della norma e che è fatto non contestato anche in ragione della sua evidenza pubblica, l'assegno va dunque rapportato a detto tenore di vita. Oltretutto il tenore di vita dello stesso Be. "ha comportato e continua a comportare oneri sbalorditivi, basti pensare che, per sua stessa ammissione, egli gode di venti case.... Si fa notare che si tratta di dimore di pregio architettonico e, nella maggior parte dei casi, di pregio storico, ciascuna di diverse migliaia di metri quadri, tutte circondate da decine di ettari di parchi di pregio arboreo e paesaggistico. Inoltre vengono spese cospicue somme di denaro per continui abbellimenti, data la passione di Be. per tutte le proprie dimore: ad esempio una serra a Villa Certosa è costata quattro milioni di Euro.
- Le osservazioni svolte dall'appellante in merito a un preteso onere della prova a carico della signora Ba. con riguardo alle spese dalla stessa sostenute risultano "assurde" in quanto oggetto di prova è il tenore di vita goduto durante il matrimonio.
- La sentenza del Tribunale di Monza è erronea, e su questo punto Mi. Ba. propone appello incidentale, laddove il primo giudice ha fissato l'assegno divorzile in Euro 1.400.000,00 e ne ha indicato la decorrenza dalla notifica del ricorso introduttivo del giudizio di scioglimento del matrimonio. Appare errata la applicazione del parametro del contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, dovendosi considerare che la signora Ba. si è occupata personalmente della crescita dei tre figli e di ogni questione relativa alla loro salute, scuola, attività sportive ed è stata sempre presente nella quotidianità dei figli, non avendo Be. mai esercitato funzioni genitoriali quotidiane; il ruolo svolto dalla signora Ba. in famiglia ha giovato alla immagine pubblica di Be. e così l'appellata ha contribuito al successo del marito e quindi anche alla formazione della sua ricchezza.
Poichè il regime prescelto era stato della separazione dei beni, dovrà tenersi in maggiore considerazione l'apporto del coniuge economicamente più debole che, "...per dedicarsi alla famiglia ha rinunciato alla possibilità di svolgere lavoro esterno, produttivo di reddito, e quindi alla possibilità di formare un patrimonio personale". I predetti elementi non sono stati tenuti in considerazione dal Tribunale di Monza e pertanto "...la signora Ba. non deve subire alcuna riduzione del tenore di vita coniugale...anche perchè il contributo dato dall'appellante incidentale alla famiglia è stato comprovatamente fondamentale e certamente non inferiore a quello dato dal dott. Be. attraverso consistenti esborsi economici.
Diversamente, in contrasto con i principi dell'ordinamento, si attribuirebbe un valore differente alle funzioni svolte da ciascuno per la famiglia." Sulla base di queste considerazioni appare ingiustificata la drastica riduzione dell'assegno rispetto a quanto stabilito in sede di separazione, assegno che deve essere corrisposto nella misura di Euro 3.600.000,00 mensili ovvero nella diversa somma comunque superiore a 1.400.000,00. L'assegno divorzile, che ha efficacia costitutiva, dovrà decorrere dal passaggio in giudicato della sentenza di divorzio.
3. All'udienza del 25.1.2017, che si è svolta alla presenza del P.G., della signora Ba. e dei difensori, sull'accordo delle parti la causa è stata rinviata all'udienza del 12 aprile 2017, ritenuta da tutti l'opportunità di attendere la decisione della Corte di Cassazione nella causa di separazione dei coniugi Be.-Ba..
Per il medesimo motivo la causa è stata nuovamente rinviata, sull'accordo delle parti, all'udienza del 13.12.2017 e quindi anticipata all'udienza del 20.9.2017 su istanza dell'appellante, che ha, tra l'altro, chiesto di produrre la sentenza della Cassazione n. 12196/17 emessa il 16.11.2016 e depositata il 16.5.2017, sentenza che ha rigettato il ricorso proposto da Si. Be., cosicchè la sentenza della Corte di Appello di Milano depositata il 27.3.2014, emessa nel giudizio di separazione, è divenuta definitiva.
4. In data 31.7.2017 è stata depositata in via telematica comparsa di costituzione di un secondo difensore nell'interesse di Si. Be., che ha richiamato integralmente il contenuto dell'atto di appello e le domande ivi formulate, chiedendo che l'assegno divorzile sia revocato a far data dalla domanda di divorzio, ovvero maggio 2013; ha chiesto quindi il rigetto dell'appello incidentale, contestando integralmente il contenuto della memoria avversaria. Ha infine chiesto l'autorizzazione a produrre i seguenti documenti: il bilancio della società (omissis...) al 31.12.2015; la sentenza n. 12196/17 della Corte di Cassazione pronunciata tra le parti nel giudizio di separazione e depositata il 16.5.2017; atto di precetto notificato da Mi. Ba. a Si. Be. il 14.4.2017; visura catastale e relativo contratto di compravendita da parte di Mi. Ba.; giurisprudenza (CdA Bologna, sentenza n. 1429/2017, pubblicata il 15.6.2017; CdA Torino, sentenza n. 1321/2017, pubblicata il 14.6.2017).
5. All'udienza del 20.9.2017 parte appellata ha prodotto, nulla opponendo la controparte, la sentenza del Tribunale di Udine emessa in data 11.5.2017 e depositata l'1.6.2017 e non si è opposta alla acquisizione della documentazione che l'appellante ha chiesto di produrre con la memoria depositata il 31.7.2017.
In relazione al documento prodotto da Be., attestante il recente acquisto di un appartamento in via (omissis...) n. 10 da parte di Mi. Ba., il difensore dell'appellata ha precisato che attualmente Mi. Ba. dimora in due appartamenti condotti in locazione, uno in Milano e l'altra in Brianza. La signora Ba. ha quindi deciso di acquistare l'appartamento in via (omissis...) per destinarlo a propria abitazione in Milano, con l'intenzione di lasciare a breve l'abitazione condotta in locazione. Ha infine riferito che la signora Ba. vive tra Milano e la Brianza in quanto si occupa dei nipoti.
I difensori hanno in conclusione illustrato oralmente i rispettivi e contrapposti punti di vista in relazione ai presupposti per il riconoscimento dell'assegno divorzile, tenuto conto degli ultimi arresti della Suprema Corte di Cassazione.
Si ritengono viceversa ultronee tutte le istanze istruttorie - riproposte integralmente dalle parti in questo grado di giudizio - tendenti a dimostrare l'esatta consistenza del patrimonio degli ex coniugi e il tenore di vita in costanza di matrimonio, prove irrilevanti ai fini della decisione ovvero relative a fatti non contestati. In particolare non è contestato ed è altresì irrilevante ai fini del decidere l'altissimo tenore di vita delle parti in costanza di matrimonio. Così come non rileva avere l'esatta contezza dell'effettiva consistenza del patrimonio di Si. Be., mentre sarebbe stato rilevante conoscere quantità e qualità delle spese oggi sostenute da Mi. Ba., che è titolare, in qualità di socio unico di società immobiliari, di un considerevole patrimonio immobiliare e ha la disponibilità di somme di denaro - considerando solo quelle ricevute a titolo di assegno dopo la separazione - di consistenza tale da poter essere in parte destinate ad investimenti e comunque di entità tale da consentirle un elevato tenore di vita anche negli anni futuri. Pur sollecitata in tal senso dalla Corte nel confronto orale in udienza, l'appellata non ha ritenuto di adempiere a tale suo onere probatorio, neppure allegando quali siano le spese attuali sostenute dalla signora Ba. per mantenere il patrimonio immobiliare, che le è stato costituito nel corso del matrimonio dal marito, e quali siano le spese sostenute in relazione al suo attuale tenore di vita.
Nel merito, la presente controversia verte esclusivamente sul riconoscimento o meno di un assegno divorzile a carico di Si. Be. e a favore dell'ex moglie Mi. Ba..
Appare utile, preliminarmente, puntualizzare l'iter processuale che da molti anni vede contrapposte le parti, con il fallimento di diversi tentativi di conciliazione esperiti dalle diverse autorità giudiziarie e dalle parti stesse, in particolare evidenziando che:
- il 15.12.1990 Si. Be. e Mi. Be. contraevano matrimonio e dall'unione sono nati tre figli, tutti economicamente indipendenti;
- il 4.11.2009 Mi. Ba. proponeva ricorso per separazione;
- il 18.5.2010 veniva emesso provvedimento presidenziale che poneva a carico di Be. un assegno mensile di Euro 50.000 a favore della moglie con decorrenza giungo 2010 e fino al rilascio da parte della stessa della casa coniugale denominata Villa (omissis...), e quindi un assegno mensile di Euro 1.000.000,00;
- il 19.12.2012 emessa, nel giudizio di separazione, sentenza dal tribunale di Milano, depositata il 27.12.2012, che poneva a carico di Be. un assegno mensile a favore della moglie di Euro 3.000.000,00, decorrente da maggio 2010;
- il 14.5.2013 Si. Be. proponeva ricorso per scioglimento del matrimonio;
- il 17.2.2014 veniva pronunciata dal Tribunale di Monza sentenza parziale n. 499/2014 di scioglimento del matrimonio - in data 11.7.2014 veniva depositata, nel giudizio di separazione, la sentenza n.
2740 dalla Corte di Appello di Milano, che poneva a carico di Be. un assegno mensile a favore della moglie di Euro 50.000,00 mensili dalla domanda (4.11.2009) fino a settembre 2010 (data di rilascio della casa coniugale da parte di Ba.) e, successivamente, di Euro 2.000.000,00 mensili;
- il 22.6.2015 è stata emessa dal tribunale di Monza la sentenza n. 1842/15 qui appellata, nell'ambito della causa di scioglimento del matrimonio e relativa agli aspetti patrimoniali, sentenza che ha posto a carico di Be. un assegno divorzile pari a 1.400.000,00 mensili;
- il 16.5.2017 è stata depositata sentenza della Corte di Cassazione di rigetto del ricorso di Be. avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano nella causa di separazione (con conferma quindi dell'assegno mensile a suo carico di Euro 2.000.000,00 a favore della moglie a decorrere dal settembre 2010).
La Corte ritiene che, con lo scioglimento del matrimonio, sia venuto meno il diritto di Mi. Ba. a richiedere un assegno di mantenimento e che quindi non sussistano i presupposti per il riconoscimento di un assegno divorzile ai sensi dell'art. 5 comma 6 Legge 898/1970, come modificato dalla L. 74/1987.
La signora Ba. può infatti contare su un cospicuo patrimonio, oltretutto costituitole integralmente dal marito nel corso del quasi ventennale matrimonio; ha la capacità di produrre reddito, sia per le ingenti somme di denaro che l'ex marito le ha corrisposto sia perchè possiede numerosi beni immobili di notevole valore commerciale in qualità di socio unico della società immobiliare (omissis...) - che ha un patrimonio complessivo di oltre 50 milioni di Euro, come risulta dal bilancio di esercizio al 31.12.2015 prodotto dall'appellante4 - e, per il tramite di detta società della società Reality Corp di New York, proprietarie entrambe le società di cespiti in Italia, Stati Uniti e Inghilterra.
Mi. Ba. ha la possibilità e capacità di investimento di parte delle somme capitali ricevute dal marito, somme che la stessa signora Ba. ha quantificato in Euro 104.418.000,00 lordi, come emerge dall'atto di precetto del 7.3.2017 notificato a Si. Be., ritenendo l'appellata di essere ancora creditrice della somma di Euro 26.050.220,715. Senza considerare il valore dei numerosissimi gioielli avuti in dono dal marito nel corso del matrimonio, che l'appellante ha valutato in decine di milioni di Euro, valutazione non contrastata dalla signora Ba. che si è limitata ad osservare che non rilevano in quanto è suo desiderio destinarli alle figlie e alla futura moglie del figlio.
Mi. Ba. ha affermato che le ingenti spese sostenute per la manutenzione degli immobili e quelle destinate al fisco sono coperte dai canoni di locazione degli immobili medesimi; anzi, la società. Il Poggio non solo non produce reddito ma è anche in perdita. Tale situazione emerge dal bilancio 2015. Peraltro si osserva che potrebbe trattarsi di una situazione temporanea, ad esempio per la mancata locazione di alcuni immobili, come sostenuto in primo grado, ovvero per la necessità di spese straordinarie e, in ogni caso, quand'anche fosse stato necessario attingere ai risparmi per far fronte alle perdite (che sempre nel bilancio 2015 vengono indicate in circa 1.300.000 Euro) , le somme accantonate sono di capienza tale da consentire alla signora Ba. un alto tenore di vita ed essere anche investite (residuando 103 milioni di Euro circa, sia pure al lordo).
Il valore di tutto il patrimonio immobiliare è in ogni caso ingente e deve essere anch'esso considerato al fine di valutare l'adeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge richiedente l'assegno6. Così come va considerato l'immobile di via (omissis...) acquistato da Mi. Ba. il 29.9.2015, per essere destinato a propria abitazione, immobile che dal contratto prodotto risulta essere stato acquistato al prezzo di 1.500.000,00 Euro, abitazione di cat. A/2, cl. 1, vani 10,5 e terrazzo, rendita catastale di Euro 1.816,647.
Si prendono dunque in considerazione le deduzioni della appellata e non già dell'appellante, con valutazioni del patrimonio complessivo della signora Ba. molto prudenziali e, ciononostante, la condizione economica della stessa si ritiene possa consentirle, anche per il futuro, un tenore di vita elevato.
La Corte deve anche tener conto del fatto che parte appellata non ha adempiuto all'onere probatorio di allegare e poi dimostrare quale sia l'entità e la qualità dei suoi attuali esborsi mensili, neppure essendo noto ove la stessa abbia fissato la sua dimora
e quale sia il suo tenore di vita attuale. Peraltro, all'udienza del 20.9.2017, per la prima volta, a fronte della produzione, da parte dell'appellante, del contratto di compravendita di immobile da parte della signora Ba. in data 29.9.2015 e del relativo rapporto catastale, è stato riferito alla Corte da parte del difensore - come risulta dal verbale di udienza - che la signora Ba. vive in una abitazione in locazione in Brianza e in altra abitazione in locazione a Milano (senza peraltro indicazione dei luoghi nè della entità dei canoni), abitazione di Milano che lascerà a breve, avendo effettivamente acquistato un appartamento per sè in via (omissis...) n. 10, ove si trasferirà a vivere nei periodi che trascorrerà a Milano, occupando molto del suo tempo a seguire i nipoti, lasciando dunque intendere di condurre una vita appartata e nella normalità. Tali dichiarazioni della parte portano, a maggior ragione, a ritenere che effettivamente vi sia una capacità di risparmio e investimento di buona parte delle somme ricevute, essendo verosimilmente mutate oltre alle condizioni di vita (necessariamente, a causa della separazione) le stesse scelte di vita e priorità assegnate alle spese.
Ciò detto, questa Corte condivide le argomentazioni sviluppate nell'atto di appello con riferimento alla interpretazione che deve essere data della normativa in esame, sopra sinteticamente richiamate, interpretazione che è stata, nelle more del presente giudizio, fatta propria anche dalla Suprema Corte di Cassazione con le sentenze n.11504 e n.15481, che hanno mutato il precedente orientamento in tema di individuazione dei presupposti per il riconoscimento dell'assegno divorzile.
Nelle more del presente giudizio è stata anche depositata, il 16.5.2017, la sentenza della Corte di Cassazione che, nel respingere il ricorso proposto da Si. Be., ha reso definitiva la sentenza di questa Corte che aveva riconosciuto nel giudizio di separazione un assegno di mantenimento a favore della signora Ba., sentenza della Suprema Corte che non contrasta con il nuovo orientamento in tema di assegno divorzile ma, al contrario, espressamente aderisce ad esso. Afferma infatti il principio secondo cui la separazione personale, a differenza dello scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, presuppone la permanenza del vincolo coniugale, sicchè i "redditi adeguati" cui va rapportato, ai sensi dell'art. 156 c.c., l'assegno di mantenimento a favore del coniuge, in assenza della condizione ostativa dell'addebito, sono quelli necessari a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, essendo ancora attuale il dovere di assistenza materiale, che non presenta alcuna incompatibilità con tale situazione temporanea, dalla quale deriva solo la sospensione degli obblighi di natura personale di fedeltà convivenza e collaborazione, e che ha una consistenza ben diversa dalla solidarietà post-coniugale, presupposto dell'assegno di divorzio. In particolare la Suprema Corte evidenzia "...la sostanziale diversità del contributo in favore del coniuge separato dall'assegno divorzile, sia perchè fondati su presupposti del tutto distinti, sia perchè disciplinati in maniera autonoma e in termini niente affatto coincidenti.". Quindi la Corte di Cassazione precisa che mentre nella separazione il dovere di assistenza materiale conserva la sua efficacia e la sua pienezza in quanto costituisce uno dei cardini del matrimonio e fonda quindi l'assegno di mantenimento, non apparendo incompatibile lo stato di separazione, in ipotesi anche temporaneo, non altrettanto può affermarsi quanto alla solidarietà post-coniugale, che è alla base dell'assegno divorzile: "al riguardo - si legge nella sentenza – è sufficiente richiamare la recente sentenza di questa Corte n. 11504 del 10.5.2017, le argomentazioni che la sorreggono...e i principi di diritto con essa enunciati".
Dunque il passaggio dal parametro del "tenore di vita durante il matrimonio" a quello della "autosufficienza economica" viene ribadito anche da questa terza sentenza della prima sezione civile della Suprema Corte.
Ciò premesso, deve evidenziarsi che, nel preliminare giudizio sull'an debeatur, occorre verificare la mancanza o meno di mezzi adeguati, o comunque la impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, da parte del coniuge richiedente l'assegno, così come espressamente prescrive il sesto comma dell'art. 5 L.898/70.
L'adeguatezza è certamente un concetto astratto e anche relativo, ed è stata per lungo tempo rapportata dalla giurisprudenza al tenore di vita mantenuto in costanza di matrimonio8. Peraltro il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio è stato, nella valutazione dei casi concreti, contemperato, moderato, fino ad essere talora azzerato, tenuto conto della molteplicità dei criteri indicati nel comma 6 dell'art. 5 L. 898/1970, pur se si tratta di criteri di valutazione riservati al quantum, quali: le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, il reddito di entrambi, elementi tutti da valutarsi in rapporto alla durata del matrimonio. Sulla stessa linea sembrano essere le osservazioni sviluppate dal Tribunale di Udine nella sentenza dell'11.5-1.6.2017, in particolare laddove osserva come in realtà "...il giudizio sull'an non possa logicamente essere distinto da quello sul quantum, atteso che si tratta di un‟unica operazione in cui i due aspetti si compenetrano e servono a trovare un equo contemperamento di tutte le esigenze rappresentate dal legislatore nel tormentato art. 5, 5. e 9. comma...". Operazione ermeneutica errata, ma resa necessaria dal permanere di una interpretazione giurisprudenziale dei parametri di riferimento per definire i mezzi adeguati non più rispondente ai mutamenti sociali in atto, distorsione di cui il recente revirement della Corte di Cassazione si è fatto carico e che ha, condivisibilmente, superato.
Il tenore di vita è un indice anch'esso relativo, se non altro perchè muta nel tempo ed è legato a tanti fattori, sia di ordine sociale che personale, non ultimo il progredire dell'età. Nella generalità dei casi, inoltre, la frattura dell'unità familiare impoverisce entrambi i coniugi con la conseguenza che il tenore di vita dopo la separazione non è quasi mai paragonabile, per entrambi i coniugi, al tenore di vita in costanza di matrimonio. Non si ritiene pertanto che il canone del tenore di vita in costanza di matrimonio costituisse un parametro certo su cui poter fare affidamento e, in ogni caso, negli anni ha di fatto indotto la giurisprudenza ad una sovrapposizione delle valutazioni sull'an e sul quantum, per rendere le decisioni comprensibili in relazione al comune sentire e alla evoluzione del costume sociale.
Del contenuto della innovativa pronuncia della Suprema Corte e della sua incidenza nel caso concreto le parti hanno discusso oralmente in udienza, sostenendone la conformità ai principi dell'ordinamento e costituzionali il difensore di Be., che ha richiamato il contenuto dell'atto di appello ove già era stata proposta una diversa esegesi della norma nel senso poi deciso dalla Cassazione, e contrastandola la difesa di Ba., che ha richiamato il pregresso consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità ritenendolo a sua volta maggiormente coerente con i principi costituzionali ed evidenziando come il nuovo parametro introdotto della indipendenza o autosufficienza economica sia sfuggente, richiamando in proposito il parere dissenziente manifestato da alcuni commentatori nelle sedi seminariali e anche da una parte della giurisprudenza di merito, quale in particolare la citata sentenza del tribunale di Udine dell'11.5-1.6.2017.
1. il diritto all'assegno di divorzio di cui all'art. 5, comma 6, della L. n. 74 del 1987 è condizionato dal suo previo riconoscimento in base a una verifica giudiziale che si articola necessariamente in due fasi, tra loro nettamente distinte e poste in ordine progressivo dalla norma (nel senso che alla seconda può accedersi solo all'esito della prima, ove conclusasi con il riconoscimento del diritto): una prima fase, concernente l'an debeatur, informata al principio dell'autoresponsabilità economica di ciascuno dei coniugi quali "persone singole" e il cui oggetto è costituito esclusivamente dall'accertamento volto al riconoscimento o meno del diritto all'assegno divorzile fatto valere dall'ex coniuge richiedente; una seconda fase, riguardante il quantum debeatur improntata al principio della solidarietà economica dell'ex coniuge obbligato alla prestazione dell'assegno nei confronti dell'altro quale persona economicamente più debole (art. 2 in relazione all'art. 23 Cost.) che investe soltanto la determinazione dell'importo dell'assegno stesso.
2. Nella fase dell'an debeatur occorre verificare se la domanda dell'ex coniuge richiedente l'assegno soddisfi le condizioni di legge (mancanza di mezzi adeguati o comunque impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive) non con riguardo a un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, ma con esclusivo riferimento all'indipendenza o autosufficienza economica, desunta dai principali indici - salvo altri rilevanti nelle singole fattispecie - del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu imposti e del costo della vita nel luogo di residenza dell'ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all'età, al sesso e al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all'eccezione ed alla prova contraria dell'altro ex coniuge.
3. Superata positivamente la prima valutazione, nella fase del quantum debeatur, informata al principio della solidarietà economica del coniuge obbligato verso l'altro in quanto persona economicamente più debole, il giudice deve tenere conto di tutti gli elementi indicati dal comma 6 dell'art. 5 al fine di determinare in concreto la misura dell'assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano l'onere della prova.
Se dunque il passaggio dal canone interpretativo del "tenore di vita, analogo o tendenzialmente simile a quello goduto in costanza di matrimonio", a quello della "indipendenza o autosufficienza economica" può apparire un mutamento radicale di impostazione, tanto da destare forse ingiustificati allarmismi in alcuni commentatori, non si tratta peraltro di un fulmine a ciel sereno.
I mutamenti sociali e i modelli familiari, certamente assai diversi rispetto a quelli di qualche decennio fa, già da tempo hanno portato la giurisprudenza di merito a ridisegnare via via i presupposti dell'assegno divorzile, restringendo e delimitando i confini di un concetto astratto - quello del tenore di vita - che, avulso dall'impianto normativo, che non lo prevede9, rischia di ancorare le decisioni a un modello tradizionale di matrimonio e dei rapporti personali e patrimoniali tra ex coniugi - che vedeva una rigida ripartizione tra i coniugi di ruoli e compiti - che appare superato nella realtà sociale attuale ovvero sempre più in via di superamento.
Se con il divorzio si torna ad essere individui singoli, con diversi e nuovi progetti di vita e liberi di formare una nuova famiglia, il principio solidaristico, che sta alla base del riconoscimento dell'assegno divorzile, richiede che la condizione di debolezza e le effettive necessità economiche siano provate da chi ritenga di avere diritto al riconoscimento dell'assegno divorzile medesimo, fermo restando il principio di autoresponsabilità economica, ma anche il diritto di tutti di condurre una vita non solo libera dal bisogno, ma dignitosa.
Certamente il riferimento alla indipendenza o autosufficienza economica appare un parametro a sua volta relativo, che andrà pertanto ancorato a diversi indici che saranno soprattutto i casi concreti a suggerire. Certamente quindi non potranno essere criteri rigidi e predefiniti (quali il riferimento a stipendi minimi di determinate categorie di lavoratori o simili), giacchè ogni automatismo contrasta con la particolare natura di questi procedimenti e con la natura non definitiva delle decisioni, che sempre devono tenere conto di una pluralità di fattori.
Mutano, peraltro, l'angolo visuale e la prospettiva, con la conseguenza che l'attenzione dovrà anzitutto rivolgersi alla posizione dell'ex coniuge debole richiedente l'assegno, alle sue effettive condizioni di vita, ai suoi progetti come singolo individuo, alla sua età e alle sue condizioni di salute e altro, valutando la natura e qualità della sua posizione debole.
La Suprema Corte, nell'indicare il criterio della autoresponsabilità, indipendenza o autosufficienza economica, ha infatti fornito anche delle indicazioni per delimitare tale parametro, laddove scrive che "i principali indici - salvo ovviamente altri elementi che potranno eventualmente rilevare nelle singole fattispecie - per accertare, nella fase di giudizio sull'an debeatur, la sussistenza, o no, dell'indipendenza economica dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio - e quindi l'adeguatezza o no dei mezzi nonchè la possibilità o no per ragioni oggettive dello stesso di procurarseli - possono essere così individuati: 1) il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu imposti e del costo della vita nel luogo di residenza (dimora abituale: art. 43, secondo comma c.c.) della persona che richiede l'assegno; 3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale in relazione alla salute, all'età, al sesso e al mercato del lavoro dipendente e autonomo; 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione...".
Tornando quindi nuovamente al caso in esame, la Corte ritiene che l'attuale condizione non solo di autosufficienza, ma di benessere economico della signora Ba., tale da consentirle un tenore di vita elevatissimo, comporti il venir meno del diritto a percepire un assegno divorzile, sia che si faccia riferimento al parametro dell'autosufficienza sia che si voglia considerare il parametro di un tenore di vita sul quale la signora Ba., che per scelta non ha mai svolto in costanza di matrimonio attività lavorativa, potesse comunque fare affidamento, quand'anche durante il matrimonio il tenore di vita fosse assolutamente al di fuori di ogni termine di paragone, per la condizione di ricchezza di Si. Be.. Il complessivo patrimonio costituito da quest'ultimo, in costanza di matrimonio, a favore della moglie può ritenersi avesse proprio la finalità di preservarle e garantirle anche per il futuro le aspettative maturate.
La Corte ritiene opportuno ed equo far decorrere la revoca dell'assegno divorzile non già dalla domanda, come richiesto dall'appellante, ma dal mese successivo alla pubblicazione della sentenza di scioglimento del matrimonio, e ciò tenuto conto del fatto che i procedimenti di separazione e di divorzio sono stati di lunga durata e si sono sovrapposti nelle decisioni dei diversi gradi di giudizio; che le somme previste sono state corrisposte dall'appellante quantomeno fino alla pronunzia della Suprema Corte che ha innovato nella interpretazione della norma e tenuto anche conto del fatto che il mutamento dell'orientamento giurisprudenziale è intervenuto nelle more del presente procedimento e la difesa Ba. ha rinunziato a richiedere un termine per poter approfondire, con memoria scritta, il mutamento di giurisprudenza, che si è limitata a contrastare nella discussione orale.
Quanto alle spese di causa, si rileva che l'appello viene accolto mentre l'appellata è sostanzialmente soccombente. Peraltro deve tenersi conto che l'appellante ha chiesto disporsi la decorrenza della revoca dell'assegno dalla domanda (14.5.2013) e che è soccombente sul punto, in quanto la Corte ritiene di dover fissare la revoca dell'assegno a decorrere dalla mensilità successiva alla data di pubblicazione della sentenza di scioglimento del matrimonio (17.2.2014). Poichè si tratta di una cifra eccezionalmente rilevante è evidente come ogni mese l'esborso da parte di Be. abbia una consistenza tale da essere valutata ai fini della ripartizione delle spese di lite nei due giudizi, spese che quindi si reputa equo compensare tra le parti nella misura di un quarto, condannando Mi. Ba. a rifondere a Si. Be. le spese dei due gradi di giudizio nella misura di tre quarti, quota che si liquida in Euro 20.250,00 per il primo grado di giudizio, oltre spese forfettarie IVA e CPA, e in Euro 24.000,00 per il presente grado di giudizio, oltre spese forfettarie, IVA e CPA.
La Corte, definitivamente pronunciando sull'appello proposto da Be. Si. nei confronti di Ba. Mi. avverso la sentenza n. 1842 del 23 giugno 2015 emessa inter partes dal Tribunale di Monza, in riforma della sentenza impugnata così provvede:
1. Dichiara la insussistenza dei presupposti per il riconoscimento di un assegno divorzile a favore di Mi. Ba.;
2. Revoca l'assegno divorzile già disposto a favore di Ba. e a carico di Be. a far tempo dalla mensilità successiva alla pubblicazione della sentenza di scioglimento del matrimonio e quindi da marzo 2014;
3. Compensa tra le parti per un quarto le spese di lite del primo e del secondo grado e condanna Mi. Ba. a rifondere a Si. Be. i tre quarti delle spese di lite del primo e del secondo grado di giudizio, quota liquidata in Euro 20.250,00 per il primo grado e in 24.000,00 per il presente grado di giudizio, oltre spese forfettarie, IVA e CPA.
1 Principio 2.2 "Autosufficienza: ... dopo il divorzio ciascun coniuge provvede ai propri bisogni"; Principio 2.3: "Condizioni per il mantenimento: l'attribuzione del mantenimento dopo il divorzio presuppone che il coniuge richiedente non abbia mezzi adeguati per far fronte ai propri bisogni e che il coniuge obbligato abbia la capacità di soddisfare tali bisogni"; Principio 2.8: "Limiti temporali: l'autorità competente attribuisce il mantenimento per un periodo di tempo limitato, ma eccezionalmente può attribuirlo senza limiti temporali.". (v. fascicolo di primo grado, allegato 1 alla memoria 23.9.2014 dell'appellante)
2 Articolo di giornale relativo all'acquisto della villa
4 Doc. 6 nel fascicolo di parte appellante
5 Doc. 8 prodotto dall'appellante
6 Basti considerare: Palazzo (omissis...), sito nel (omissis...), acquistato nel 2004 dalla Finanziaria (omissis...), società unipersonale, è costituito da sette piani in elevazione destinati a uffici oltre alla terrazzo di copertura e all'ottavo piano e due piani sotterranei adibiti ad aree commerciali e servizi, il tutto censito al Catasto fabbricati di Segrate con la indicazione di 11 mappali, oltre comproprietà di parti comuni e 30 posti auto. Palazzo (omissis...), nel medesimo (omissis...), acquistato nel 2009, è costituito da otto piani sovrastanti, oltre lastrico e locali tecnici al nono piano (17 mappali), oltre 70 posti auto, 5 unità immobiliari ad uso magazzino.
7 V. doc. 9 prodotto dall'appellante con comparsa 31.7.2017
8 Per la verità si è indicato quale parametro il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto (Cass. sent. N. 16598/2013); ovvero un tenore di vita tendenzialmente simile a quello goduto durante il matrimonio (Cass. sent. N. 3398/2013). Va anche ricordata l'ordinanza 19339/16 della sesta sezione della Suprema Corte che, pur facendo ancora riferimento al tenore di vita quale parametro cui rapportare la valutazione dell'an debeatur, nel respingere l'eccezione di incostituzionalità dell'interpretazione che la costante giurisprudenza aveva fino allora dato dell'art. 5 c. 6, eccezione proposta dal ricorrente - che evidenziava come la predetta interpretazione avesse creato una sorta di "rendita di posizione" del coniuge più debole, perpetrando un non più giustificato vincolo economico tra ex coniugi - ha posto in luce che "...la questione appare infondata alla luce della recente sentenza (n. 11/15) della Corte Costituzionale secondo cui è manifestamente infondata la censura di incostituzionalità alla giurisprudenza di legittimità ricostruita su una pretesa linea interpretativa che qualificherebbe l'assegno divorzile come un mezzo per garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza d matrimonio. Infatti secondo la Corte Costituzionale l'ipotizzato diritto vivente non trova riscontro nella giurisprudenza del giudice della nomofilachia, secondo la quale, viceversa, il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio non costituisce l'unico parametro di riferimento ai fini della statuizione dell'assegno divorzile. Per consolidato orientamento della Corte di Cassazione, infatti, il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio rileva per determinare in astratto il tetto massimo della misura dell'assegno (in termini di tendenziale adeguatezza al fine del mantenimento del tenore di vita pregresso) ma, in concreto, quel parametro concorre, e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nello stesso denunciato art. 5. Tali criteri (condizione e reddito dei coniugi, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune, durata del matrimonio, ragioni della decisione) agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto e possono valere anche ad azzerarla.".
9 ..se non nel successivo comma 9 dell'art. 5, ma a tutt'altri fini e dunque non si condivide il richiamo di tale disposizione da parte dell'appellata e anche da parte del Tribunale di Udine al fine di rafforzare il proprio ragionamento secondo cui il riferimento al parametro del tenore di vita dovrebbe essere preferito rispetto a quello della autosufficienza economica.
Responsabilità del datore di lavoro per il ritardo nella chiamata dei soccorsi
Il datore di lavoro che concorre a determinare il danno ingiusto, per aver ritardato i soccorsi al dipendente colto da infarto, è tenuto in solido con eventuali coautori al risarcimento integrale del danno .
Cassazione civile sez. lav. n. 26751_201
Richiesta di risarcimento all'assicurazione dal minore
mer 18 ott 2017
Con Sentenza n. 24067 del 13/10/2017 la Cassazione Civile ha stabilito che in tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per la circolazione stradale, la lettera raccomandata inviata per la richiesta di risarcimento del danneggiato , quale condizione di proponibilità dell'azione risarcitoria contro l'assicuratore, integra un atto giuridico in senso stretto e non un atto negoziale. Dunque il minore, che di per sè è capace di compiere e ricevere atti giuridici in senso stretto e quindi atti che costituiscono il presupposto di determinati effetti giuridici ad essi ricollegati dalla legge, può procedere con la richiesta di risarcimento all'assicurazione tramite raccomandata, per il relativo compimento della quale non è richiesta la capacità di agire.
Minore_risarcimento ad assicurazione.pdf
mer 11 ott 2017
Con Sentenza n. 23601 del 09/10/2017 le Sezioni Unite della Cassazione Civile hanno stabilito che la mancata registrazione del contratto di locazione di immobili ne comporta nullità; essa, ove da sola sussistente, consente la produzione degli effetti del contratto con decorrenza ex tunc, nel caso in cui la registrazione sia effettuata tardivamente. E' nullo il patto col quale le parti di un contratto di locazione di immobili ad uso non abitativo concordino occultamente un canone superiore a quello dichiarato; detta nullità “vitiatur sed non vitiat”, con la conseguenza che solo il patto risulterà insanabilmente nullo, a prescindere dall'avvenuta registrazione.
23601_10_2017_SSUU.pdf
Delitto di Perugia, nessun indennizzo per la detenzione di Sollecito
Con la Sentenza della Cassazione penale, sez. IV, del 14/09/2017, n. 42014 è stata rigettata la richiesta di Raffaele Sollecito, di indennizzo per l'ingiusta detenzione in carcere tra il 2007 e il 2011. La Corte ha di fatto escluso il diritto alla riparazione, avendo concorso l'istante, con condotte improntate al dolo o colpa grave, all'emissione ed al protrarsi della massima misura cautelare. Soltanto una diversa condotta, che avesse evitato dichiarazioni contraddittorie o palesemente false ovvero che avesse fornito una immediata spiegazione delle loro incongruità rispetto alle diverse emergenze delle indagini, avrebbe evitato il nascere o il consolidarsi del sospetto della partecipazione all'omicidio della giovane vittima.
Delitto di Perugia_rigetto indennizzo.pd
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Cassazione Penale sent. 39844/2017 - Stato di bisogno nel furto di energia elettrica
Lo stato di bisogno non può applicarsi a reati asseritamente provocati da uno stato di bisogno economico, qualora ad esso possa comunque ovviarsi attraverso comportamenti non criminalmente rilevanti. Esclusa l'ipotesi di stato di bisogno per l'imputata, sfrattata, priva di lavoro e con una figlia incinta, accusata di furto di energia elettrica.
CASSAZIONE 39884_2017.pdf
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Sessione 2017 Esame di Avvocato!
Decreto 19 luglio 2017 - Sessione di esami per l’iscrizione negli albi degli Avvocati –
anno 2017 25 agosto 2017
(G.U. 4^ Serie Speciale - concorsi ed esami - n. 64 del 25 agosto 2017)
Visti: il regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito con modificazioni dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, relativo all’ordinamento delle professioni di avvocato; il regio decreto 22 gennaio 1934, n. 37, contenente le norme integrative e di attuazione del predetto;
il decreto legislativo C.P.S. 13 settembre 1946, n. 261, contenente norme sulle tasse da corrispondersi all’Erario per la partecipazione agli esami forensi, come integrato dal d.P.C.M. 21 dicembre 1990, art. 2, lettera b); la legge 27 giugno 1988, n. 242, recante modifiche alla disciplina degli esami di procuratore legale;
la legge 20 aprile 1989, n. 142,recante modifiche alla disciplina degli esami di procuratore legale e di avvocato;
il d.P.R.10 aprile 1990, n. 101, recante il regolamento relativo alla pratica forense per l’ammissione dell’esame di procuratore legale; la legge 24 febbraio 1997, n. 27, relativa alla soppressione dell’albo dei procuratori legali e recante norme in materia di esercizio della professione forense;
il decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 luglio 2003, n. 180, recante modifiche urgenti alla disciplinadegli esami di abilitazione alla professione forense;
il decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, recante modifica della
durata del tirocinio per l’accesso alle professioni regolamentate;
il d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, nonché l’art. 15 della legge 12 novembre 2011, n. 183, in materia di documentazione amministrativa;
il decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, recante disposizioni per la composizione della commissione per l’esame di avvocato; il decreto ministeriale 16 settembre 2014, recante la determinazione delle modalità di versamento dei contributi per la partecipazioneai concorsi indetti dal Ministero della giustizia, ai sensi dell’articolo 1, commi da 600 a 603, della legge 27 dicembre 2013, n. 147;
la legge 31 dicembre 2012, n. 247, recante la
nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense;
l’art. 83 del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98;
l’art. 2-ter del decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192, convertito dalla legge 27 febbraio 2015, n. 11, contenente la proroga della disciplina transitoria per l’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato; il decreto-legge 30 dicembre 2016, n. 244, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2017, n. 19, recante proroga edefinizione di termini;
Visto il d.P.R. 15 luglio 1988, n. 574, contenente le norme di attuazione dello statuto speciale per la regione Trentino-Alto Adige in materia di uso della lingua tedesca e della lingua ladina nei rapporti dei cittadini con la pubblica amministrazione e nei procedimenti giudiziari e successive modificazioni;
Ritenuta la necessità di indire una sessione di esami di abilitazione alla professione forense
presso le sedi delle Corti di appello di Ancona, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari,
Caltanissetta, Campobasso, Catania, Catanzaro, Firenze, Genova, L’Aquila, Lecce,
Messina, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Potenza, Reggio Calabria, Roma, Salerno,
Torino, Trento, Trieste, Venezia e presso la Sezione distaccata di Bolzano della Corte di
appello di Trento per l’anno 2017;
È indetta per l’anno 2017 una sessione di esami per l’iscrizione negli albi degli avvocati
presso le sedi di Corti di appello di Ancona, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Caltanissetta,
Campobasso, Catania, Catanzaro, Firenze, Genova, L’Aquila, Lecce, Messina, Milano,
Napoli, Palermo, Perugia, Potenza, Reggio Calabria, Roma, Salerno, Torino, Trento,
Trieste, Venezia e presso la Sezione distaccata in Bolzano della Corte di appello di Trento.
L’esame ha carattere teorico-pratico ed è scritto ed orale.
Le prove scritte sono tre. Esse vengono svolte sui temi formulati dal Ministero della giustizia ed hanno per oggetto: la redazione di un parere motivato, da scegliersi tra due questioni in materia regolata dal codice civile; la redazione di un parere motivato, da scegliersi tra due questioni in materia regolata dal codice penale; la redazione di un atto giudiziario che postuli conoscenze di diritto sostanziale e di diritto processuale, su un quesito proposto, in materia scelta dal candidato tra il diritto privato, il diritto penale ed il diritto amministrativo;
Per lo svolgimento di ogni prova scritta sono assegnate sette ore dal momento della
dettatura del tema.
Le prove orali consistono: nella discussione, dopo una succinta illustrazione delle prove scritte, di brevi questioni relative a cinque materie, di cui almeno una di diritto processuale, scelte preventivamente
dal candidato, tra le seguenti: diritto costituzionale, diritto civile, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto penale, diritto amministrativo, diritto tributario, diritto processuale civile, diritto processuale penale, diritto internazionale privato, diritto ecclesiastico e diritto comunitario;
nella dimostrazione di conoscenza dell’ordinamento forense e dei diritti e doveri
Le prove scritte presso le sedi indicate nell’art. 1 si terranno alle ore nove antimeridiane nei giorni seguenti:
12 dicembre 2017: parere motivato in materia regolata dal codice civile (si veda supra art.
2, n. 2), lett. a);
13 dicembre 2017: parere motivato in materia regolata dal codice penale (si veda supra art.
2, n. 2), lett. b);
14 dicembre 2017: atto giudiziario in materia di diritto privato o di diritto penale o di
diritto amministrativo (si veda supra art. 2, n. 2), lett. c).
Il file descritto al punto b) deve essere salvato, stampato e conservato a cura del candidato, nonché esibito per la partecipazione alle prove scritte.
La domanda di partecipazione all’esame deve essere inviata esclusivamente per via
telematica, con le modalità indicate ai successivi nn. 3) – 6), entro il giorno 13 novembre 2017; le domande inviate con modalità diverse sono irricevibili.
Per l’ammissione all’esame il candidato è tenuto ai seguenti pagamenti, le cui quietanze devono essere scansionate e trasmesse nei modi indicati al successivo punto 6):
tassa di euro 12,91 (dodici/novantuno), da versare direttamente ad un concessionario della riscossione o ad una Banca o ad una agenzia postale, utilizzando il Modulario F/23, indicando per tributo la voce 729/T. Allo scopo si precisa che per “Codice Ufficio” si
intende quello dell’Ufficio delle Entrate relativo al domicilio fiscale del candidato;
contributo spese di euro 50,00, da versare con una delle seguenti modalità alternative:
bonifico bancario o postale sul conto corrente con codice IBAN:
IT08O0760114500001020171540, intestato alla Tesoreria dello Stato indicando nella
causale “Esame avvocato anno 2017 - capo XI cap. 2413 art. 14”;
bollettino postale sul conto corrente postale n. 1020171540 intestato alla Tesoreria dello
Stato indicando nella causale “Esame avvocato anno 2017 - capo XI cap. 2413 art. 14”;
versamento in conto entrate tesoro, capo XI, cap. 2413, art. 14, presso una qualsiasi
sezione della Tesoreria dello Stato.
È altresì tenuto a corrispondere l’imposta di bollo (marca da euro 16,00) nei modi indicati
al successivo punto n. 7)
Il candidato deve collegarsi al sito internet del Ministero della giustizia, “www.giustizia.it”, alla voce “Strumenti/Concorsi, esami, assunzioni”.
Il candidato che si sia già registrato in una sessione precedente deve accedere al sistema usando le credenziali già in suo possesso.
Il candidato che non abbia effettuato la registrazione nella sessione precedente deve
registrarsi.
Per effettuare la registrazione occorre inserire: nome, cognome, luogo e data di nascita, sesso, codice fiscale, posta elettronica nominativa ordinaria o certificata, codice di sicurezza creato dal candidato (password).
La domanda di partecipazione deve essere redatta compilando l’apposito modulo (FORM), disponibile dal giorno di pubblicazione del presente bando nella Gazzetta Ufficiale; dopo aver completato l’inserimento e la conferma dei dati, il sistema informatico notificherà l’avvenuta ricezione, fornendo una pagina di risposta che contiene il collegamento al file, in formato pdf, “domanda di partecipazione”.
Per la corretta compilazione occorre seguire le indicazioni contenute nella maschera di
inserimento delle informazioni richieste dal modulo.
In particolare, nel form è necessario selezionare la Corte di appello cui è diretta la
domanda, da individuarsi in quella indicata dall’art. 9, comma 3, D.P.R. 10 aprile 1990, n.
Il candidato deve indicare altresì il Consiglio dell’Ordine degli avvocati, tra quelli ricompresi nel distretto della Corte di appello cui è diretta la domanda, che ha certificato, ovvero certificherà, il compimento della pratica forense.
Il candidato che alla data di presentazione della domanda non abbia ancora completato la pratica professionale, ma intenda completarla entro il giorno 10 novembre 2017, deve dichiararlo nell’apposito campo visualizzato nel form della domanda.
Il candidato deve salvare la “domanda di partecipazione” in pdf, stamparla e firmarla in
calce; la domanda, così completata, deve essere scansionata in formato pdf unitamente ad un documento di identità e alla ricevuta dei pagamenti degli importi di cui al punto n. 2).
Per completare la procedura telematica, occorre inviare la domanda (il file in formato pdf contenente la domanda firmata, il documento di identità e la ricevuta di versamento degli importi di cui al punto n. 2): a tale fine occorre collegarsi nuovamente al medesimo link (nel caso in cui il candidato sia uscito dall’applicazione), autenticarsi (con le credenziali impostate con le modalità di cui al punto 3) e seguire le istruzioni per effettuare l’upload (invio) dei documenti scansionati in formato pdf. Il sistema notificherà la ricevuta di presa in carico della domanda, con invio di una e-mail all’indirizzo e-mail indicato dal candidato. Nella propria area riservata il candidato avrà a disposizione i link ai seguenti documenti in formato pdf:
il file contenente la domanda inviata;
il file con la ricevuta recante il codice identificativo e il codice a barre;
il modulo per la consegna della marca da bollo.
Al termine della procedura di invio telematico il candidato deve stampare il modulo
indicato alla lettera c) del punto precedente ed apporre su di esso una marca da bollo del
valore di euro 16,00. Il modulo recante la marca da bollo deve essere poi depositato
all’ufficio esami avvocato della Corte di appello presso la quale il candidato sosterrà
l’esame ovvero ad esso spedito mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento.
Si precisa che l’invio di tale documento in formato cartaceo è finalizzato esclusivamente a comprovare l’assolvimento degli oneri fiscali. Di conseguenza, nel caso in cui il candidato,prima della scadenza del bando, modifichi la propria domanda non è tenuto al pagamento di una ulteriore imposta di bollo.
Per tutte le finalità dell’esame (esemplificativamente, condizioni di ammissione, dati dal candidato, scelta delle materie sulle quali sostenere la prova orale) è valida l’ultima domanda spedita per via telematica.
La procedura di invio della domanda deve essere completata entro il termine di scadenza del bando.
La domanda si intende inviata quando il sistema genera la ricevuta contenente il codice identificativo e il codice a barre, che è messa a disposizione del candidato nella propria area riservata.
In assenza di ricevuta la domanda si considera come non inviata.
In caso di più invii telematici, l’Ufficio prenderà in considerazione la domanda inviata per ultima.
Allo scadere dei termini, il sistema informatico non permetterà più l’invio della domanda.
Non sono ammessi a partecipare all’esame i candidati le cui domande siano state redatte,
presentate o spedite con modalità diverse da quelle sopra indicate. Tutte le informazioni inerenti le diverse fasi della procedura di esame sono reperibili accedendo all’area riservata. L’accesso ha valore di comunicazione.
Le Corti di appello non risponderanno a quesiti dei candidati relativi ad informazioni
presenti nell’area riservata.
I cittadini della provincia di Bolzano hanno facoltà di usare la lingua tedesca nelle prove di esame che si terranno presso la Sezione distaccata in Bolzano della Corte di appello di
Ciascuno dei cinque commissari d’esame dispone di dieci punti di merito per ogni prova
scritta e per ogni materia della prova orale e dichiara quanti punti intende assegnare al
Sono ammessi alla prova orale i candidati che abbiano conseguito, nelle tre prove scritte, un punteggio complessivo di almeno 90 punti e con un punteggio non inferiore a 30 punti per almeno due prove.
Sono considerati idonei i candidati che ricevono un punteggio complessivo per le prove orali non inferiore a 180 punti ed un punteggio non inferiore a 30 punti per almeno cinque prove.
I candidati portatori di handicap devono indicare nella domanda l’ausilio necessario in
relazione all’handicap nonché l’eventuale necessità di tempi aggiuntivi.
Per i predetti candidati la commissione provvede ai sensi dell’art. 20 della legge 5 febbraio 1992, n. 104.
Con successivo decreto ministeriale saranno nominate la commissione e le Sottocommissioni esaminatrici di cui all’art. 1-bis del decreto legge 21 maggio 2003 n.
112, convertito in legge 18 luglio 2003 n. 180, all’art. 8 del decreto-legge 9 febbraio 2012,
n. 5, convertito in legge 4 aprile 2012, n. 35, all’art. 47 della legge 31 dicembre 2012, n.
247, nonché all’art. 83 del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito in legge 9
agosto 2013, n. 98.
Cassazione Penale, Sentenza 05 giugno 2017, n. 27766, Il caso Riina
La sentenza in esame annulla l'ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ha rigettato la richiesta presentata dal detenuto, Salvatore Riina, di differimento dell'esecuzione della pena ex art. 147 c. 3, c.p. e in subordine di esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare. La Cassazione, nell'annullare l'ordinanza, fissa alcuni importanti principi che riportiamo nei passaggi più importanti.
Compatibilità tra stato di salute del detenuto e regime carcerario: affinchè la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario deve avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità, che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria. La valutazione deve tener conto del fatto che la sofferenza o l'afflizione sia di tale intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione della pena.
Esistenza di un diritto a morire dignitosamente: deve essere sempre assicurato al detenuto. Non è legittimo dire che la morte, quale esito infausto dello stato di salute del detenuto, sia valutata come mera "condizione di natura".
Attualità della pericolosità del soggetto: ferma restando l’altissima pericolosità del detenuto e del suo indiscusso spessore criminale, non è chiaro come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico dello stesso. Le eccezionali condizioni di pericolosità debbano essere basate su precisi argomenti di fatto, rapportati all’attuale capacità del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto a integrale il pericolo di recidivanza.
Caso Salvatore Riina
Sentenza n. 27766 del 2017.pdf
Cassazione Civile, Sentenza 10 maggio 2017, n. 11504
Mi.An.Ma., M.R. e M.A. propongono ricorso per cassazione articolato in unico motivo avverso la sentenza della Corte d'Appello di Milano n. 2642/2015 del 22 giugno 2015. La sentenza impugnata, in parziale riforma della decisione di primo grado resa dal Tribunale di Busto Arsizio, sezione distaccata di Gallarate, ha dichiarato che le spese inerenti il rifacimento dei lastrici solari siti al quinto ed al sesto piano della scala B dell'edificio del Condominio (OMISSIS), oggetto della deliberazione assembleare del 23 giugno 2011, debbano essere sostenute per un terzo dai proprietari esclusivi dei lastrici e per due terzi da tutti i restanti condomini. La Corte d'Appello di Milano ha posto in evidenza come i lastrici solari insistono su "porzione di immobile in seno alla quale si trovano anche parti di proprietà comune dell'intera Comunione (galleria pedonale, portico pedonale, portineria, atrio, piani interrati, corselli box)", e quindi costituiscono "copertura non solo delle unità immobiliari site ai piani sottostanti e di proprietà esclusiva dei rispettivi comunisti, ma pure, appunto, di tali parti comuni".
Per questo, a dire dei giudici dell'appello, non vi sarebbe ragione alcuna per cui i condomini della scala B debbano farsi esclusivo carico di parti che ricadono nella proprietà comune anche della scala A. Inoltre, la Corte d'Appello ha messo in rilievo come l'art. 8 del Regolamento Condominiale preveda che le spese riguardanti le parti comuni si suddividano in proporzione della quota millesimale di proprietà di ciascuno dei comproprietari.
L'unico complesso motivo del ricorso di Mi.An.Ma., M.R. e M.A., denuncia il travisamento dell'art. 1126 c.c., e art. 68 disp. att. c.c..
Resiste con controricorso S.C..
Rimangono intimati, senza svolgere attività difensiva, il Condominio (OMISSIS), Ca.Fa., INTIS s.r.l., F.S.M., C.B.G., C.M.G. e P.M..
Ritenuto che il ricorso potesse essere accolto per manifesta fondatezza, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all'art. 380 bis c.p.c., in relazione all'art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), su proposta del relatore, il presidente ha fissato l'adunanza della camera di consiglio.
L'unico motivo di ricorso è fondato.
La decisione della Corte d'Appello di Milano contrasta con la giurisprudenza di questa Corte consolidatasi sulla base di risalente e costante orientamento.
L'art. 1126 c.c., obbligando a partecipare alla spesa relativa alle riparazioni del lastrico solare di uso esclusivo, nella misura di due terzi, "tutti i condomini dell'edificio o della parte di questo a cui il lastrico solare serve", si riferisce evidentemente a coloro ai quali appartengono unità immobiliari di proprietà individuale comprese nella proiezione verticale del manufatto da riparare o ricostruire, alle quali, pertanto, esso funge da copertura, con esclusione dei condomini ai cui appartamenti il lastrico stesso non sia sovrapposto (cfr. Cass. Sez. 2, n. 7472 del 04/06/2001; Cass. Sez. 2, n. 3542 del 15/04/1994; Cass. Sez. 2, n. 244 del 29/01/1974; anche Cass. Sez. 2, n. 2726 del 25/02/2002).
Come meglio ancora spiegato da Cass. Sez. 2, n. 2821 del 16/07/1976, l'obbligo di partecipare alla ripartizione dei cennati due terzi della spesa non deriva, quindi, dalla sola, generica, qualità di partecipante del condominio (come invece ha ritenuto la Corte d'Appello di Milano), ma dall'essere proprietario di un'unità immobiliare compresa nella colonna d'aria sottostante alla terrazza o al lastrico oggetto della riparazione. Del resto, è pressochè inevitabile che la terrazza a livello o il lastrico di uso esclusivo coprano altresì una o più parti che siano comuni a tutti i condomini, e non solo a quelli della rispettiva ala del fabbricato, come, ad esempio, il suolo su cui sorge l'edificio, la facciata, le fondazioni, ma se bastasse ciò per chiamare a concorrere alle spese del bene di copertura tutti i condomini, l'art. 1126 c.c., non avrebbe alcuna pratica applicazione.
Giacchè, peraltro, l'art. 1126 c.c. non è compreso tra le disposizioni inderogabili richiamate dall'art. 1138 c.c., certamente il regolamento del condominio può stabilire la ripartizione delle relative spese in modo pattizio, pure ponendo le stesse a carico di tutti i condomini, ma a tal fine occorre che sia adottata una convenzione espressa di deroga al criterio legale, e tale certamente non si rivela l'art. 8 del Regolamento condominiale cui fa cenno la Corte d'Appello di Milano, il quale, disponendo che le spese per le parti comuni si suddividono in proporzione alla quota millesimale di proprietà di ciascuno, risulta mera traslitterazione dell'art. 1123 c.c., comma 1.
La sentenza impugnata deve essere quindi cassata, con rinvio della causa ad altra sezione della Corte d'appello di Milano, anche per la pronuncia sulle spese del giudizio di cassazione.
Il giudice di rinvio deciderà uniformandosi al seguente principio di diritto:
"In tema di condominio negli edifici, agli effetti dell'art. 1126 c.c., i due terzi della spesa delle riparazioni o ricostruzioni del lastrico solare di uso esclusivo sono a carico non di tutti i condomini, in relazione alla proprietà delle parti comuni esistenti nella colonna d'aria sottostante, ma di coloro che siano proprietari individuali delle singole unità immobiliari comprese nella proiezione verticale di detto lastrico, alle quali, pertanto, esso funge da copertura".
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa ad altra sezione della Corte d'appello di Milano anche per la pronuncia sulle spese del giudizio di cassazione.
mer 10 mag 2017
1. - Il Tribunale di Milano ha dichiarato lo scioglimento del matrimonio, contratto nel 1993, tra Vi.Gr.. e Li. Ca. Lo. ed ha respinto la domanda di assegno divorzile proposta da quest'ultima.
2. - Il gravame della Lo. è stato rigettato dalla Corte d'appello di Milano, con sentenza 27 marzo 2014.
2.1. - La Corte, avendo ritenuto che il luogo di residenza della Lo. (convenuta nel giudizio) fosse a (omissis...), ha rigettato l'eccezione di incompetenza territoriale del Tribunale di Milano, a favore del Tribunale di Roma, ove era la residenza o il domicilio del ricorrente Gr., da essa sollevata sul presupposto della propria residenza all'estero, a norma dell'art. 4, comma 1, della legge 1. dicembre 1970, n. 898; ha ritenuto poi non dovuto l'assegno divorzile in favore della Lo., non avendo questa dimostrato l'inadeguatezza dei propri redditi ai fini della conservazione del tenore di vita matrimoniale, stante l'incompletezza della documentazione reddituale da essa prodotta, in una situazione di fatto in cui l'altro coniuge aveva subito una contrazione reddituale successivamente allo scioglimento del matrimonio.
3. - Avverso questa sentenza la Lo. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi, cui si è opposto il Gr. Con controricorso. Le parti hanno presentato memorie ex art. 378 cod. proc. civ.
1. - Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato la violazione dell'art. 4, comma 1, della legge n. 898 del 1970, per avere la Corte d'appello affermato la competenza per territorio del Tribunale di Milano, essendo invece competente il Tribunale di Roma, ove era la residenza o il domicilio del ricorrente Gr., essendo la convenuta residente all'estero.
Premesso che, contrariamente a quanto sostenuto dal Gr., la questione della competenza è stata riproposta in appello e che su di essa, quindi, non si è formato il giudicato, la sentenza impugnata ha ragionevolmente valorizzato quanto dichiarato dalla Lo. (convenuta nel giudizio) nell'atto di appello, e in altri atti giudiziari, circa la sua residenza a (omissis...) (Mi), che corrispondeva a quanto risultava dalle certificazioni anagrafiche, giudicando irrilevante la diversa indicazione, resa all'udienza presidenziale, di essere residente a (omissis...), luogo quest'ultimo rientrante pur sempre nella competenza del Tribunale di Milano; inoltre, ha adeguatamente argomentato in ordine alla mancanza di prova della residenza all'estero della Lo., ritenendo inidonea a tal fine la mera disponibilità da parte della medesima di un'abitazione negli Stati Uniti.
La decisione impugnata è, pertanto, conforme al principio enunciato da questa Corte - che va ribadito -, secondo cui la domanda di scioglimento del matrimonio civile o di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario va proposta, ai sensi dell'art. 4, comma 1, della legge n. 898 del 1970 (nel testo introdotto dall'art. 2, comma 3-bis, del d.l. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 14 maggio 2005, n. 80), quale risultante a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale (sentenza n. 169 del 2008), al tribunale del luogo di residenza o domicilio del coniuge convenuto, salva l'applicazione degli ulteriori criteri previsti in via subordinata dalla medesima norma (Cass. ord. n. 15186 del 2014).
2. - Con il secondo motivo la Lo. ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell'art. 5, comma 6, legge n. 898/1970, per avere la Corte milanese negato il suo diritto all'assegno sulla base della circostanza che lo stesso Gr. non avesse mezzi adeguati per conservare l'alto tenore di vita matrimoniale, dando rilievo decisivo alla riduzione dei suoi redditi rispetto all'epoca della separazione, mentre avrebbe dovuto prima verificare la indisponibilità, da parte dell'ex coniuge richiedente, di mezzi adeguati a conservare il tenore di vita matrimoniale o la sua impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive.
Con il terzo motivo la Lo. ha denunciato vizio di motivazione, per avere omesso di considerare elementi probatori rilevanti al fine di dimostrare la sussistenza del diritto all'assegno.
Con il quarto motivo la ricorrente ha denunciato la violazione degli artt. 112 e 132 c.p.c, per avere i giudici di merito escluso il diritto all'assegno, disconoscendo la rilevanza della sperequazione tra le situazioni reddituali e patrimoniali degli ex coniugi e dando erroneamente rilievo agli accordi raggiunti in sede di separazione che, al contrario, indicavano la disparità economica tra le parti e la mancanza di autosufficienza economica della Lo..
2.1. - Tali motivi sono infondati.
Si rende, tuttavia, necessaria, ai sensi dell'art. 384, quarto comma, cod. proc. civ., la correzione della motivazione in diritto della sentenza impugnata, il cui dispositivo - come si vedrà (cfr. infra, sub n. 2.6) - è conforme a diritto, in base alle considerazioni che seguono.
Una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso - sulla base dell'accertamento giudiziale, passato in giudicato, che «la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l'esistenza di una delle cause previste dall'articolo 3» (cfr. artt. 1 e 2, mai modificati, nonché l'art. 4, commi 12 e 16, della legge n. 898 del 1970) -, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi "persone singole", sia dei loro rapporti economico-patrimoniali (art. 191, comma 1, cod. civ.) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale (art. 143, comma 2, cod. civ.), fermo ovviamente, in presenza di figli, l'esercizio della responsabilità genitoriale, con i relativi doveri e diritti, da parte di entrambi gli ex coniugi (cfr. artt. 317, comma 2, e da 337-bis a 337-octies cod. civ.).
Perfezionatasi tale fattispecie estintiva del rapporto matrimoniale, il diritto all'assegno di divorzio - previsto dall'art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, nel testo sostituito dall'art. 10 della legge n. 74 del 1987 - è condizionato dal previo riconoscimento di esso in base all'accertamento giudiziale della mancanza di «mezzi adeguati» dell'ex coniuge richiedente l'assegno o, comunque, dell'impossibilità dello stesso «di procurarseli per ragioni oggettive».
La piana lettura di tale comma 6 dell'art. 5 - «Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive» - mostra con evidenza che la sua stessa "struttura" prefigura un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, il cui oggetto è costituito, rispettivamente, dall'eventuale riconoscimento del diritto (fase dell'an debeatur) e - solo all'esito positivo di tale prima fase - dalla determinazione quantitativa dell'assegno (fase del quantum debeatur).
La complessiva ratio dell'art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 (diritto condizionato all'assegno di divorzio e - riconosciuto tale diritto -determinazione e prestazione dell'assegno) ha fondamento costituzionale nel dovere inderogabile di «solidarietà economica» (art. 2, in relazione all'art. 23, Cost.), il cui adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali "persone singole", a tutela della "persona" economicamente più debole (cosiddetta "solidarietà post-coniugale"): sta precisamente in questo duplice fondamento costituzionale sia la qualificazione della natura dell'assegno di divorzio come esclusivamente "assistenziale" in favore dell'ex coniuge economicamente più debole (art. 2 Cost.) - natura che in questa sede va ribadita -, sia la giustificazione della doverosità della sua «prestazione» (art. 23 Cost.).
Sicché, se il diritto all'assegno di divorzio è riconosciuto alla "persona" dell'ex coniuge nella fase dell'an debeatur, l'assegno è "determinato" esclusivamente nella successiva fase del quantum debeatur, non già "in ragione" del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensì "in considerazione" di esso nel corso di tale seconda fase (cfr. l'incipit del comma 6 dell'art. 5 cit: «[....] il tribunale, tenuto conto [....]»), avendo lo stesso rapporto, ancorché estinto pure nella sua dimensione economico-patrimoniale, caratterizzato, anche sul piano giuridico, un periodo più o meno lungo della vita in comune («la comunione spirituale e materiale») degli ex coniugi.
Deve, peraltro, sottolinearsi che il carattere condizionato del diritto all'assegno di divorzio - comportando ovviamente la sua negazione in presenza di «mezzi adeguati» dell'ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità «di procurarseli», vale a dire della "indipendenza o autosufficienza economica" dello stesso - comporta altresì che, in carenza di ragioni di «solidarietà economica», l'eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della "mera preesistenza" di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die: il discrimine tra «solidarietà economica» ed illegittima locupletazione sta, perciò, proprio nel giudizio sull'esistenza, o no, delle condizioni del diritto all'assegno, nella fase dell'an debeatur.
Tali precisazioni preliminari si rendono necessarie, perché non di rado è dato rilevare nei provvedimenti giurisdizionali aventi ad oggetto l'assegno di divorzio una indebita commistione tra le due "fasi" del giudizio e tra i relativi accertamenti che, essendo invece pertinenti esclusivamente all'una o all'altra fase, debbono per ciò stesso essere effettuati secondo l'ordine progressivo normativamente stabilito.
2.2. - Tanto premesso, decisiva è, pertanto - ai fini del riconoscimento, o no, del diritto all'assegno di divorzio all'ex coniuge richiedente -, l'interpretazione del sintagma normativo «mezzi adeguati» e della disposizione "impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive" nonché, in particolare e soprattutto, l'individuazione dell'indispensabile "parametro di riferimento", al quale rapportare l’"adeguatezza-inadeguatezza" dei «mezzi» del richiedente l'assegno e, inoltre, la "possibilità-impossibilità" dello stesso di procurarseli.
Ribadito, in via generale - salve le successive precisazioni (v., infra, n. 2.4) -, che grava su quest'ultimo l'onere di dimostrare la sussistenza delle condizioni cui è subordinato il riconoscimento del relativo diritto, è del tutto evidente che il concreto accertamento, nelle singole fattispecie, dell’adeguatezza-inadeguatezza" di «mezzi» e della "possibilità-impossibilità" di procurarseli può dar luogo a due ipotesi: 1) se l'ex coniuge richiedente l'assegno possiede «mezzi adeguati» o è effettivamente in grado di procurarseli, il diritto deve essergli negato tout court; 2) se, invece, lo stesso dimostra di non possedere «mezzi adeguati» e prova anche che «non può procurarseli per ragioni oggettive», il diritto deve essergli riconosciuto.
È noto che, sia prima sia dopo le fondamentali sentenze delle Sezioni Unite nn. 11490 e 11492 del 29 novembre 1990 (cfr. ex plurimis, rispettivamente, le sentenze nn. 3341 del 1978 e 4955 del 1989, e nn. 11686 del 2013 e 11870 del 2015), il parametro di riferimento - al quale rapportare l’adeguatezza-inadeguatezza" dei «mezzi» del richiedente - è stato costantemente individuato da questa Corte nel «tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio» (così la sentenza delle S.U. n. 11490 del 1990, pag. 24).
Sull'attuale rilevanza del "tenore di vita matrimoniale", come parametro "condizionante" e decisivo nel giudizio sul riconoscimento del diritto all'assegno, non incide - come risulterà chiaramente alla luce delle successive osservazioni - la mera possibilità di operarne in concreto un bilanciamento con altri criteri, intesi come fattori di moderazione e diminuzione di una somma predeterminata in astratto sulla base di quel parametro.
A distanza di quasi ventisette anni, il Collegio ritiene tale orientamento, per le molteplici ragioni che seguono, non più attuale, e ciò lo esime dall'osservanza dell'art. 374, terzo comma, cod. proc. civ.
A) Il parametro del «tenore di vita» - se applicato anche nella fase dell'an debeatur - collide radicalmente con la natura stessa dell'istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti, come già osservato (supra, sub n. 2.1), con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale - a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all'art. 143 cod. civ. -, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo -sia pure limitatamente alla dimensione economica del "tenore di vita matrimoniale" ivi condotto - in una indebita prospettiva, per così dire, di "ultrattività" del vincolo matrimoniale.
Sono oltremodo significativi al riguardo: 1) il brano della citata sentenza delle Sezioni Unite n. 11490 del 1990, secondo cui «[....] è utile sottolineare che tutto il sistema della legge riformata [....] privilegia le conseguenze di una perdurante [....] efficacia sul piano economico di un vincolo che sul piano personale è stato disciolto [....]» (pag. 38); 2) l'affermazione della "funzione di riequilibrio" delle condizioni economiche degli ex coniugi attribuita da tale sentenza all'assegno di divorzio: «[....] poiché il giudizio sull'an del diritto all'assegno è basato sulla determinazione di un quantum idoneo ad eliminare l'apprezzabile deterioramento delle condizioni economiche del coniuge che, in via di massima, devono essere ripristinate, in modo da ristabilire un certo equilibrio [....], è necessaria una determinazione quantitativa (sempre in via di massima) delle somme sufficienti a superare l'inadeguatezza dei mezzi dell'avente diritto, che costituiscono il limite o tetto massimo della misura dell'assegno» (pagg. 24-25: si noti l'evidente commistione tra gli oggetti delle due fasi del giudizio).
B) La scelta di detto parametro implica l'omessa considerazione che il diritto all'assegno di divorzio è eventualmente riconosciuto all'ex coniuge richiedente, nella fase dell'an debeatur, esclusivamente come "persona singola" e non già come (ancora) "parte" di un rapporto matrimoniale ormai estinto anche sul piano economico-patrimoniale, avendo il legislatore della riforma del 1987 informato la disciplina dell'assegno di divorzio, sia pure per implicito ma in modo inequivoco, al principio di "autoresponsabilità" economica degli ex coniugi dopo la pronuncia di divorzio.
C) La "necessaria considerazione", da parte del giudice del divorzio, del preesistente rapporto matrimoniale anche nella sua dimensione economico-patrimoniale («[....] il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio [....]») è normativamente ed esplicitamente prevista soltanto per l'eventuale fase del giudizio avente ad oggetto la determinazione dell'assegno (quantum debeatur), vale a dire - come già sottolineato - soltanto dopo l'esito positivo della fase precedente (an debeatur), conclusasi cioè con il riconoscimento del diritto all'assegno.
D) Il parametro del «tenore di vita» induce inevitabilmente ma inammissibilmente, come già rilevato (cfr., supra, sub n. 2.1), una indebita commistione tra le predette due "fasi" del giudizio e tra i relativi accertamenti.
È significativo, al riguardo, quanto affermato dalle Sezioni Unite, sempre nella sentenza n. 11490 del 1990: «[....] lo scopo di evitare rendite parassitarie ed ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto personale sciolto può essere raggiunto utilizzando in maniera prudente, in una visione ponderata e globale, tutti i criteri di quantificazione supra descritti, che sono idonei ad evitare siffatte rendite ingiustificate, nonché a responsabilizzare il coniuge che pretende l'assegno, imponendogli di attivarsi per realizzare la propria personalità, nella nuova autonomia di vita, alla stregua di un criterio di dignità sociale [....]».
E) Le menzionate sentenze delle Sezioni Unite del 1990 si fecero carico della necessità di contemperamento dell'esigenza di superare la concezione patrimonialistica del matrimonio «inteso come "sistemazione definitiva", perché il divorzio è stato assorbito dal costume sociale» (così la sentenza n. 11490 del 1990) con l'esigenza di non turbare un costume sociale ancora caratterizzato dalla «attuale esistenza di modelli di matrimonio più tradizionali, anche perché sorti in epoca molto anteriore alla riforma», con ciò spiegando la preferenza accordata ad un indirizzo interpretativo che «meno traumaticamente rompe[sse] con la passata tradizione» (così ancora la sentenza n. 11490 del 1990). Questa esigenza, tuttavia, si è molto attenuata nel corso degli anni, essendo ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile (matrimonio che - oggi - è possibile "sciogliere", previo accordo, con una semplice dichiarazione delle parti all'ufficiale dello stato civile, a norma dell'art. 12 del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 10 novembre 2014, n. 162).
Ed è coerente con questo approdo sociale e legislativo l'orientamento di questa Corte, secondo cui la formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell'assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale da parte dell'altro coniuge, il quale non può che confidare nell'esonero definitivo da ogni obbligo (cfr. le sentenze nn. 6855 del 2015 e 2466 del 2016). In proposito, un'interpretazione delle norme sull'assegno divorzile che producano l'effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale, può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare, in violazione di un diritto fondamentale dell'individuo (cfr. Cass. n. 6289/2014) che è ricompreso tra quelli riconosciuti dalla Cedu (art. 12) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (art. 9). Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell'ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L'interesse tutelato con l'attribuzione dell'assegno divorzile -come detto - non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione - esclusivamente - assistenziale dell'assegno divorzile.
F) Al di là delle diverse opinioni che si possono avere sulla rilevanza ermeneutica dei lavori preparatori della legge n. 74 del 1987 (che inserì nell'art. 5 il fondamentale riferimento alla mancanza di "mezzi adeguati" e alla "impossibilità di procurarseli") in senso innovativo (come sosteneva una parte della dottrina che imputava alla giurisprudenza precedente di avere favorito una concezione patrimonialistica della condizione coniugale) o sostanzialmente conservativo del precedente assetto (si legga in tal senso il brano della sentenza delle Sezioni Unite n. 11490/1990 che considerava non giustificato «l'abbandono di quella parte dei criteri interpretativi adottati in passato per il giudizio sull'esistenza del diritto all'assegno»), non v'è dubbio che chiara era la volontà del legislatore del 1987 di evitare che il giudizio sulla "adeguatezza dei mezzi" fosse riferito «alle condizioni del soggetto pagante» anziché «alle necessità del soggetto creditore»: ciò costituiva «un profilo sul quale, al di là di quelle che possono essere le convinzioni personali del relatore, qui irrilevanti, si è realizzata la convergenza della Commissione» (cfr. intervento del relatore, sen. N. Lipari, in Assemblea del Senato, 17 febbraio 1987, 561 sed. pom., resoconto stenografico, pag. 23). Nel giudizio sull'an debeatur, infatti, non possono rientrare valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni economiche degli ex coniugi, dovendosi avere riguardo esclusivamente alle condizioni del soggetto richiedente l'assegno successivamente al divorzio.
Le osservazioni critiche sinora esposte non sono scalfite:
a) né dalla sentenza della Corte costituzionale n. 11 del 2015, che ha sostanzialmente recepito l'orientamento in questa sede non condiviso, senza peraltro prendere posizione sulla sostanza delle censure formulate dal giudice rimettente, riducendo quella sollevata ad una mera questione di «erronea interpretazione» dell'art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 e omettendo di considerare che, in una precedente occasione, nell'escludere la completa equiparabilità del trattamento economico del coniuge divorziato a quello del coniuge separato, aveva affermato che «[....] basterebbe rilevare che per il divorziato l'assegno di mantenimento non è correlato al tenore di vita matrimoniale» (sentenza n. 472 del 1989, n. 3 del Considerato in diritto);
b) e neppure dalle disposizioni di cui al comma 9 dello stesso art. 5 - secondo cui: «I coniugi devono presentare all'udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull'effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria» -, in quanto il parametro dell'«effettivo tenore di vita» è richiamato esclusivamente al fine dell'accertamento dell'effettiva consistenza reddituale e patrimoniale dei coniugi: infatti - se il primo periodo è dettato al solo fine di consentire al presidente del tribunale, nell'udienza di comparizione dei coniugi, di dare su base documentale «i provvedimenti temporanei e urgenti [anche d'ordine economico] che reputa opportuni nell'interesse dei coniugi e della prole» (art. 4, comma 8) -, il secondo periodo invece, che presuppone la «contestazione» dei documenti prodotti (concernenti i rispettivi redditi e patrimoni), nell'affidare al «tribunale» le relative «indagini», cioè l'accertamento di tali componenti economico-fiscali, richiama il parametro dell'«effettivo tenore di vita» al fine, non già del riconoscimento del diritto all'assegno di divorzio al "singolo" ex coniuge che lo fa valere ma, appunto, dell'accertamento circa l'attendibilità di detti documenti e dell'effettiva consistenza dei rispettivi redditi e patrimoni e, quindi, del "giudizio comparativo" da effettuare nella fase del quantum debeatur. È significativo, al riguardo, che il riferimento agli elementi del "reddito" e del "patrimonio" degli ex coniugi è contenuto proprio nella prima parte del comma 6 dell'art. 5 relativa a tale fase del giudizio.
2.3. - Le precedenti osservazioni critiche verso il parametro del «tenore di vita» richiedono, pertanto, l'individuazione di un parametro diverso, che sia coerente con le premesse.
Il Collegio ritiene che un parametro di riferimento siffatto - cui rapportare il giudizio sull'adeguatezza-inadeguatezza" dei «mezzi» dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio e sulla "possibilità-impossibilità «per ragioni oggettive»" dello stesso di procurarseli - vada individuato nel raggiungimento dell'" indipendenza economica" del richiedente: se è accertato che quest'ultimo è "economicamente indipendente" o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto.
Tale parametro ha, innanzitutto, una espressa base normativa: infatti, esso è tratto dal vigente art. 337-septies, primo comma, cod. civ. - ma era già previsto dal primo comma dell'art. 155-quinquies, inserito dall'art. 1, comma 2, della legge 8 febbraio 2006, n. 54 - il quale, recante «Disposizioni in favore dei figli maggiorenni», stabilisce, nel primo periodo: «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico».
La legittimità del richiamo di questo parametro - e della sua applicazione alla fattispecie in esame - sta, innanzitutto, nell'analogia legis (art. 12, comma 2, primo periodo, delle disposizioni sulla legge in generale) tra tale disciplina e quella dell'assegno di divorzio, in assenza di uno specifico contenuto normativo della nozione di "adeguatezza dei mezzi", a norma dell'art. 5, comma 6, legge n. 898 del 1970, trattandosi in entrambi i casi, mutatis mutandis, di prestazioni economiche regolate nell'ambito del diritto di famiglia e dei relativi rapporti.
In secondo luogo, il parametro della "indipendenza economica" - se condiziona negativamente il diritto del figlio maggiorenne alla prestazione («assegno periodico») dovuta dai genitori, nonostante le garanzie di uno status filiationis tendenzialmente stabile e permanente (art. 238 cod. civ.) e di una specifica previsione costituzionale (art. 30, comma 1) che riconosce anche allo stesso figlio maggiorenne il diritto al mantenimento, all'istruzione ed alla educazione -, a maggior ragione può essere richiamato ed applicato, quale condizione negativa del diritto all'assegno di divorzio, in una situazione giuridica che, invece, è connotata dalla perdita definitiva dello status di coniuge - quindi, dalla piena riacquisizione dello status individuale di "persona singola" - e dalla mancanza di una garanzia costituzionale specifica volta all'assistenza dell'ex coniuge come tale. Né varrebbe obiettare che l'art. 337-ter, quarto comma, n. 2, cod. civ. (corrispondente all'art. 155, quarto comma, n. 2, cod. civ., nel testo sostituito dall'art. 1, comma 1, della citata legge n. 54 del 2006) fa riferimento al «tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori»: tale parametro si riferisce esclusivamente al figlio minorenne e ai criteri per la determinazione ("quantificazione") del contributo di "mantenimento", inteso lato sensu, a garanzia della stabilità e della continuità dello status filiationis, indipendentemente dalle vicende matrimoniali dei genitori.
In terzo luogo, a ben vedere, anche la ratio dell'art. 337-septies, primo comma, cod. civ. - come pure quella dell'art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, alla luce di quanto già osservato (cfr., supra, sub n. 2.2) - è ispirata al principio dell'"autoresponsabilità economica". A tale riguardo, è estremamente significativo quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 18076 del 2014, che ha escluso l'esistenza di un obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente (nella specie, entrambi ultraquarantenni), ovvero di un diritto all'assegnazione della casa coniugale di proprietà del marito, sul mero presupposto dello stato di disoccupazione dei figli, pur nell'ambito di un contesto di crisi economica e sociale: «[....] La situazione soggettiva fatta valere dal figlio che, rifiutando ingiustificatamente in età avanzata di acquisire l'autonomia economica tramite l'impegno lavorativo, chieda il prolungamento del diritto al mantenimento da parte dei genitori, non è tutelabile perché contrastante con il principio di autoresponsabilità che è legato alla libertà delle scelte esistenziali della persona [....]».
Tale principio di "autoresponsabilità" vale certamente anche per l'istituto del divorzio, in quanto il divorzio segue normalmente la separazione personale ed è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà della persona ed implicano per ciò stesso l'accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi - irrilevante, sul piano giuridico, se consapevole o no - delle relative conseguenze anche economiche.
Questo principio, inoltre, appartiene al contesto giuridico Europeo, essendo presente da tempo in molte legislazioni dei Paesi dell'Unione, ove è declinato talora in termini rigorosi e radicali che prevedono, come regola generale, la piena autoresponsabilità economica degli ex coniugi, salve limitate - anche nel tempo - eccezioni di ausilio economico, in presenza di specifiche e dimostrate ragioni di solidarietà.
In questa prospettiva, il parametro della "indipendenza economica" è normativamente equivalente a quello di "autosufficienza economica", come è dimostrato - tenuto conto della derivazione di tale parametro dall'art. 337-septies, comma 1, cod. civ. - dall'art. 12, comma 2, del citato D.L. n. 132 del 2014, laddove non consente la formalizzazione della separazione consensuale o del divorzio congiunto dinanzi all'ufficiale dello stato civile «in presenza [....] di figli maggiorenni [....] economicamente non autosufficienti».
2.4. - È necessario soffermarsi sul parametro dell'"indipendenza economica", al quale rapportare l'"adeguatezza-inadeguatezza" dei «mezzi» dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio, nonché la "possibilità-impossibilità «per ragioni oggettive»" dello stesso di procurarseli.
Va preliminarmente osservato al riguardo, in coerenza con le premesse e con la stessa nozione di "indipendenza" economica, che: a) il relativo accertamento nella fase dell'an debeatur attiene esclusivamente alla persona dell'ex coniuge richiedente l'assegno come singolo individuo, cioè senza alcun riferimento al preesistente rapporto matrimoniale; b) soltanto nella fase del quantum debeatur è legittimo procedere ad un "giudizio comparativo" tra le rispettive "posizioni" (lato sensu intese) personali ed economico-patrimoniali degli ex coniugi, secondo gli specifici criteri dettati dall'art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 per tale fase del giudizio.
Ciò premesso, il Collegio ritiene che i principali "indici" - salvo ovviamente altri elementi, che potranno eventualmente rilevare nelle singole fattispecie - per accertare, nella fase di giudizio sull'an debeatur, la sussistenza, o no, dell'"indipendenza economica" dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio - e, quindi, l'"adeguatezza", o no, dei «mezzi», nonché la possibilità, o no «per ragioni oggettive», dello stesso di procurarseli -possono essere così individuati:
2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu "imposti" e del costo della vita nel luogo di residenza («dimora abituale»: art. 43, secondo comma, cod. civ.) della persona che richiede l'assegno;
Quanto al regime della prova della non "indipendenza economica" dell'ex coniuge che fa valere il diritto all'assegno di divorzio, non v'è dubbio che, secondo la stessa formulazione della disposizione in esame e secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione del relativo onere, allo stesso spetta allegare, dedurre e dimostrare di "non avere mezzi adeguati" e di "non poterseli procurare per ragioni oggettive". Tale onere probatorio ha ad oggetto i predetti indici principali, costitutivi del parametro dell'"indipendenza economica", e presuppone tempestive, rituali e pertinenti allegazioni e deduzioni da parte del medesimo coniuge, restando fermo, ovviamente, il diritto all'eccezione e alla prova contraria dell'altro (cfr. art. 4, comma 10, della legge n. 898 del 1970).
In particolare, mentre il possesso di redditi e di cespiti patrimoniali formerà normalmente oggetto di prove documentali - salva comunque, in caso di contestazione, la facoltà del giudice di disporre al riguardo indagini officiose, con l'eventuale ausilio della polizia tributaria (art. 5, comma 9, della legge n. 898 del 1970) -, soprattutto "le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale" formeranno oggetto di prova che può essere data con ogni mezzo idoneo, anche di natura presuntiva, fermo restando l'onere del richiedente l'assegno di allegare specificamente (e provare in caso di contestazione) le concrete iniziative assunte per il raggiungimento dell'indipendenza economica, secondo le proprie attitudini e le eventuali esperienze lavorative.
2.5. - Pertanto, devono essere enunciati i seguenti principi di diritto.
Il giudice del divorzio, richiesto dell'assegno di cui all'art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, come sostituito dall'art. 10 della legge n. 74 del 1987, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell'ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:
A) deve verificare, nella fase dell'an debeatur - informata al principio dell'autoresponsabilità economica" di ciascuno degli ex coniugi quali "persone singole", ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall'accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all'assegno di divorzio fatto valere dall'ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest'ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di «mezzi adeguati» o, comunque, impossibilità «di procurarseli per ragioni oggettive»), con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica" dello stesso, desunta dai principali "indici" - salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie - del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu "imposti" e del costo della vita nel luogo di residenza dell'ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all'età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all'eccezione ed alla prova contraria dell'altro ex coniuge;
B) deve "tener conto", nella fase del quantum debeatur - informata al principio della «solidarietà economica» dell'ex coniuge obbligato alla prestazione dell'assegno nei confronti dell'altro in quanto "persona" economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell'assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all'esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma («[....] condizioni dei coniugi, [....] ragioni della decisione, [....] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, [....] reddito di entrambi [....]»), e "valutare" «tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio», al fine di determinare in concreto la misura dell'assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell'onere della prova (art. 2697 cod. civ.).
2.6. - Venendo ai motivi del ricorso, da esaminare congiuntamente alla luce dei principi di diritto poc'anzi enunciati, essi sono infondati.
La sentenza impugnata, nell'escludere il diritto, invocato dalla Lo., all'attribuzione dell'assegno divorzile, non ha avuto riguardo, in concreto, al criterio della conservazione del tenore di vita matrimoniale, che pure ha genericamente richiamato ma sul quale non ha indagato.
In tal modo, la Corte di merito si è sostanzialmente discostata dall'orientamento giurisprudenziale in questa sede criticato, come rilevato dal P.G., e tuttavia è pervenuta a una conclusione conforme a diritto, avendo ritenuto - in definitiva - che l'attrice non avesse assolto l'onere di provare la sua non indipendenza economica, all'esito di un giudizio di fatto - ad essa riservato - adeguatamente argomentato, dal quale emerge che la Lo. è imprenditrice, ha un'elevata qualificazione culturale, possiede titoli di alta specializzazione e importanti esperienze professionali anche all'estero e che, in sede di separazione, i coniugi avevano pattuito che nessun assegno di mantenimento fosse dovuto dal Gr..
La motivazione in diritto della sentenza impugnata dev'essere quindi corretta (come si è detto sub n. 2.1), coerentemente con i principi sopra enunciati (sub n. 2.5, lett. A).
3. - In conclusione, il ricorso è rigettato.
Le spese del presente giudizio devono essere compensate, in considerazione del mutamento di giurisprudenza su questione dirimente per la decisione.
La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio.
Doppio contributo a carico della ricorrente, come per legge.
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