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Timestamp: 2020-02-19 04:38:30+00:00

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La donazione per anticipare la successione: non e' elusivo aiutare i figli a comprare la prima casa
"l’intento elusivo dedotto dall’Amministrazione finanziaria non era stato dimostrato"
"Non vi erano inoltre motivi per dubitare della concreta volontà del donante di beneficare i propri figli per aiutarli nell’acquisto della prima casa, anticipando gli effetti della successione, con la conseguenza che le ragioni prospettate dall’Ufficio non presentavano le necessarie caratteristiche di presunzioni gravi, precise e concordanti."
01.08.2012 - pag. 81947
Cassazione del 06 LUGLIO 2012, N. 11357
La Commissione tributaria di secondo grado di …….., con la sentenza indicata in rubrica, confermando la decisione di primo grado e respingendo l’appello proposto dall’Amministrazione finanziaria, ha disconosciuto il fondamento della ripresa fiscale operata dall’Ufficio, che aveva ravvisato finalità ed effetti elusivi in una operazione negoziale posta in essere dal (..) nel corso del 1998, Questi, infatti, in data 27 aprile 1998. con due distinti atti aveva donato ai figli (..) e (..) un terreno di sua proprietà, per il quale alcuni giorni prima aveva effettuato un frazionamento. I donatari con atto in data 1 luglio 1998 avevano venduto alla (X) s.r.l. le particelle catastali risultanti dal frazionamento per il prezzo complessivo di £. 456.630.000, prevedendosi nel contratto che il corrispettivo fosse regolato con il trasferimento di due appartamenti che la (X) stava costruendo, per i rispettivi prezzi dichiarati di £. 165.000.000 e £. 155.000.000, mentre la differenza era versata in contanti.
In data 6 aprile 2005 l’Ufficio notificava avviso di accertamento, disconoscendo ai fini fiscali gli effetti degli atti di donazione ed imputava al (..), quale donante, la plusvalenza imponibile ex art. 67 TUIR. con conseguente accertamento della maggiore imposta ai fini Irpef per l’anno 1998 di euro 50.668,18, oltre a sanzioni.
La Commissione di secondo grado motivava la propria decisione, osservando che:
- come già rilevato dai giudici di primo grado, non vi erano motivi per dubitare della concreta volontà del donante di beneficiare i propri figli per aiutarli a inserirsi e a compiere scelte, quale l’acquisto della prima casa, determinanti per il loro avvenire, anticipando così gli effetti della successione;
- i motivi prospettati dall’Ufficio non presentavano le caratteristiche della gravità, precisione e concordanza necessari per configurare la presunzione sulla base della quale l’Ufficio stesso aveva effettuato la ripresa;
- la irregolarità dell’operazione non era stata dimostrata né in ordine ai pagamenti effettuati, rimasti sempre nella disponibilità dei donatari, né con riferimento alla scansione temporale delle diverse operazioni negoziali poste in essere, fermo restando che la tesi dell’Ufficio non poteva essere sostenuta aprioristicamente, ma doveva essere valutata con riferimento alla singola fattispecie concreta;
- il problema fiscale sollevato dall’Amministrazione esisteva, ma era stato successivamente risolto dal legislatore con l’art. 37, commi 38 e 39, del d.l. n. 223 del 2006, che aveva reso imponibile la plusvalenza realizzata in seguito alla vendita di immobili ricevuti per donazione.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione, sulla base di due motivi, l’Amministrazione dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate
Il (..) ha resistito con controricorso.
1. Con il primo motivo le ricorrenti denunciano vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione, deducendo che la Commissione di secondo grado ha argomentato solo in modo vago e generico sulla rilevanza dei numerosi elementi di fatto dedotti dall’Amministrazione, che delineavano un comportamento negoziale antieconomico e contrastante con la comune esperienza, secondo cui i soggetti che intendono realizzare un effetto giuridico tendono a porre in essere il minor numero possibile di negozi. Deducono altresì che i giudici di appello, rilevando che il problema fiscale esisteva ma era stato successivamente risolto dal legislatore con successiva normativa che aveva reso imponibile la plusvalenza realizzata in seguito alla vendita di immobili ricevuti per donazione, erano caduti in evidente contraddizione, perchè da un lato avevano percepito il profilo elusivo dell’operazione, ma nello stesso tempo avevano rigettato le tesi dell’Ufficio sulla base di un ragionamento privo di sostegno logico. Con il secondo motivo le ricorrenti denunciano violazione di legge e in particolare del principio di non opponibilità all’Amministrazione finanziaria degli atti abusivi o elusivi della normativa fiscale. Al riguardo deducono che:
- la possibilità di configurare un abuso degli strumenti giuridici negoziali da pane dei contribuenti, con conseguente inopponibilità al Fisco degli effetti tributari di tale abuso, passa per un accertamento in fatto, volto a chiarire se la finalità elusiva sia stata essenziale e dunque la ragione economica puramente marginale;
- la potenzialità elusiva della fattispecie concreta rimessa alla valutazione del giudice di appello si compendiava nell’accertamento della predisposizione, da parte del proprietario del terreno, di un frazionamento volto a scorporare le particelle edificabili in data anteriore di pochi giorni alla donazione e tipicamente funzionale alla compravendita delle stesse particelle, seguita dopo pochi mesi;
- il risultato di tale indagine, nella prospettazione fornita dall’Ufficio, era che l’operazione posta in essere attraverso una serie di operazioni negoziali altro fine non potesse avere che quello di eludere le imposte previste per la stessa operazione se realizzata in un’unica operazione.
La censura è conclusivamente illustrata con il seguente quesito di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c: “dica la Suprema Corte se nelle ipotesi di doppio trasferimento di uno stesso immobile, prima titolo gratuito e poi a titolo oneroso, caratterizzato da un previo frazionamento strettamente funzionale alla vendita nonché dalla mancanza di prova circa il destinatario dei pagamento del prezzo, il generale principio di non opponibilità degli alti essenzialmente volti al risparmio fiscale operi per la cessione a titolo gratuito, consentendo l’imputazione della plusvalenza accertata in capo al dante causa in tale negozio”.
La Commissione tributaria di secondo grado, sulla base degli elementi di fato disponibili e con motivazione sintetica ma idonea a dare conto del ragionamento posto a base della decisione, ha ritenuto che l’intento elusivo dedotto dall’Amministrazione finanziaria non era stato dimostrato. Infatti risultava accertato che i pagamenti ricevuti dai donatari erano rimasti sempre nelle loro disponibilità, mentre la scansione temporale ravvicinata delle diverse operazioni poste in essere non aveva rilevanza probatoria. Non vi erano inoltre motivi per dubitare della concreta volontà del donante di beneficare i propri figli per aiutarli nell’acquisto della prima casa, anticipando gli effetti della successione, con la conseguenza che le ragioni prospettate dall’Ufficio non presentavano le necessarie caratteristiche di presunzioni gravi, precise e concordanti.
A tale accertamento di fatto, sorretto da congrue argomentazioni, le ricorrenti, lungi dal dedurre specifici vizi di motivazione, hanno contrapposto una diversa valutazione, ritenuta preferibile, delle risultanze processuali, secondo un iter logico giuridico chiaramente finalizzato a indurre la corte ad un riesame del merito della controversia non consentito in sede di legittimità. Inoltre le ricorrenti non hanno illustrato il motivo di censura – ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. applicabile alla fattispecie ratione temporis, in quanto la sentenza impugnata è stata depositata il 27 settembre 2006 – con la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume contraddittoria, ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione, attraverso un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntuaImente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità e da evitare che all’individuazione di detto fatto controverso possa pervenirsi solo attraverso la completa lettura della complessiva illustrazione del motivo e all’esito di un’attività di interpretazione svolta dal lettore (Cass. S.U. 2007/20603; Cass. 2007/16002; 2008/8897). Resta assorbito in tale decisivo rilievo la censura mossa per contraddittorietà della motivazione, per avere il giudice dell’appello osservato che “il problema fiscale esiste” ma è stato successivamente risolto dal legislatore con successiva normativa che ha reso imponibile la plusvalenza realizzata in seguito alla vendita di immobili ricevuti per donazione, trattandosi comunque all’evidenza di argomentazione marginale e residuale, estranea alla ratio decidendi e riferita in generale alla problematica astratta della possibile portata elusiva della vendita di immobili ricevuti per donazione.
3. Anche il secondo motivo è inammissibile. Osserva al riguardo il collegio che il quesito di diritto che, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., la parte ha l’onere di formulare espressamente nel ricorso per cassazione a pena di inammissibilità, deve consistere in una chiara sintesi logico-giuridica della questione sottoposta al vaglio del giudice di legittimità, formulata in termini tali per cui dalla risposta – negativa od affermativa – che ad esso si dia discenda in modo univoco raccoglimento od il rigetto del gravame (Cass. S.U. 2007/20360; 2007/23732; Cass. 2008/1906). In particolare il quesito di diritto è inconferente, con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso – dovendosi assimilare il quesito inconferente alla mancanza di quesito -allorché la risposta, anche se positiva per l’istante, risulta comunque priva di rilevanza nella fattispecie, in quanto il quesito stesso non è attinente alle risultanze degli atti di causa, sicché il ricorrente non ha interesse a proporre proprio quel quesito dal quale non può trarre alcuna utile conseguenza concreta ai fini della decisione della controversia (cfr. Cass. S.U. 2007/14385; 2007/22640). Nel caso di specie il quesito proposto dalle ricorrenti si fonda sull’affermazione di circostanze di fatto, quale la mancanza di prova circa il destinatario del pagamento del prezzo, invece espressamente escluse dal giudice del merito – che sul punto ha rilevato che i pagamenti ricevuti dai donatari sono rimasti sempre nello loro disponibilità – e comunque su di una ricostruzione del fatto difforme da quella accertata nella sentenza impugnata, nella quale si è dato atto che non vi erano motivi per dubitare della concreta volontà del donante di beneficiare i propri figli per aiutarli a inserirsi e a compiere scelte, quale l’acquisto della prima casa, determinanti per il loro avvenire, anticipando così gli effetti della successione, e che i motivi prospettati dall’Ufficio non presentavano le caratteristiche della gravità, precisione e concordanza necessari per configurare la presunzione sulla base della quale l’Ufficio stesso aveva effettuato la ripresa a tassazione, fermo restando che in materia tributaria, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici (Cass. S.U. 2008/30055).
Le considerazioni che precedono conducono alla dichiarazione d’inammissibilità del ricorso e le spese del giudizio di cassazione, da liquidarsi come in dispositivo, seguono la soccombenza.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna in solido le ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in euro 3.100,00, di cui euro 3.000,00 per onorari, oltre a spese generali e accessori di legge.
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 art. 67
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