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Timestamp: 2015-07-03 21:58:31+00:00

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ESAME AVVOCATO 2014 RISULTATO PROVE SCRITTE CORTE DI APPELLO DI FIRENZE	CORTE DI APPELLO DI CATANIA CORTE DI APPELLO DI CAMPOBASSO	CORTE DI APPELLO DI POTENZA CORTE DI APPELLO DI TRIESTE	CORTE DI APPELLO DI PALERMO CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA CORTE DI APPELLO DI ROMA CORTE DI APPELLO DI REGGIO CALABRIA CORTE DI APPELLO DI BARI CORTE DI APPELLO DI ROMA CORTE DI APPELLO DI LECCE Valutazione attuale: / 4
Mar06Apr2010Pagina 1 di 3 LA CHIAMATA IN CAUSA DI TERZO È ESERCIZIO DI POTERE DISCREZIONALE Cassazione, Sez. un., 23 febbraio 2010, n. 4309 Il giudice cui sia tempestivamente chiesta dal convenuto la chiamata in causa, in manleva o in regresso, del terzo, può quindi rifiutare di fissare una nuova prima udienza per la costituzione del terzo, come accaduto nel caso, motivando la trattazione separata delle cause per ragioni di economia processuale e per motivi di ragionevole durata del processo intrinseci ad ogni sua scelta, dopo la novella dell’art. 111 Cost. del 1999 Cassazione, Sez. un., 23 febbraio 2010, n. 4309 (Pres. Carbone – Rel. Forte) Motivi della decisione Ai sensi dell’art. 335 c.p.c. il ricorso principale e le altre impugnazioni contro la medesima sentenza devono riunirsi. 1. Le questioni di giurisdizione proposte nei ricorsi riuniti. 1.1. Il primo motivo di ricorso dell’Amato deduce violazione della L. 14 gennaio 1994, n. 20, art. 1 del R.D. 12 luglio 1934, n. 1214, artt. 13 e 52 in rapporto all’art. 103 Cost., comma 2, e all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1 e 3, in ordine alla giurisdizione. La Corte d’appello, sul presupposto che per la giurisdizione contabile vi è la riserva di legge (art. 103 Cost.), ha collegato alla vigenza della L. n. 20 del 1994, art. 1, comma 4 l’estensione alla fattispecie della responsabilità amministrativa per danni “a amministrazioni e enti pubblici diversi da quelli di appartenenza per i fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore” della legge, come sancita dalla norma. Nel concetto di “fatto” di cui alla norma rientra, secondo l’Amato, l’azione o omissione fonte del danno da identificare nello stato di insolvenza della società a dominanza pubblica, emerso ad ottobre 1994, dopo l’entrata in vigore della L. n. 20 del 1994, sussistendo di conseguenza la giurisdizione contabile; si chiede a questa Corte, con quesito ex art. 366 bis c.p.c., “di affermare che nel concetto di fatto commesso, di cui alla L. n. 20 del 1994, art. 1, comma 4 debba comprendersi l’evento lesivo costituito dallo stato di insolvenza della società, dichiarato a ottobre 1994, come momento dirimente della attribuzione della giurisdizione alla Corte dei conti o al giudice ordinario, con conseguente affermazione della prima”. Afferma il ricorrente che se per l’art. 103 Cost. vi è giurisdizione contabile “nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge”, già prima della legge del 1994 la Cassazione a sezioni unite e la Corte costituzionale avevano chiarito che, nella materia contabile rientra ogni caso in cui si discuta di gestione di danaro pubblico; pertanto alla Corte dei Conti competono tutte le controversie di cui sia oggetto un danno, da qualificare in rapporto alla natura pubblica delle risorse usate e al tipo di attività in concreto svolta. Poiché la S.I.V.A. s.p.a. è stata costituita dall’E.N.C.C. nel 1952, per svolgere attività volte al perseguimento delle finalità dell’ente e ad operare con danaro pubblico erogato da esso, certa appare, nella presente causa, la giurisdizione della Corte dei conti, pur in assenza d’espressa previsione normativa. Si è negato dal giudice del merito che la S.I.V.A. possa essere ritenuta ente pubblico economico, perché la società non tendeva a soddisfare interessi generali o a svolgere servizi pubblici, anche se il capitale sociale era stato conferito dall’E.N.C.C., ente pubblico i cui fini solo indirettamente incidevano nella attività societaria; infatti la società con capitale pubblico quasi totalitario, custodiva e conservava carta da destinare alla stampa, per garantire i rifornimenti alla editoria giornalistica in caso di emergenza, svolgendo un servizio pubblico o di interesse generale, dovendosi quindi qualificare “organismo di diritto pubblico”, con i tre caratteri che lo individuano: 1) influenza dominante d’un ente pubblico; 2) personalità giuridica; 3) requisito teleologico del carattere “generale” e non “industriale o commerciale” della attività svolta. In subordine l’Amato afferma che la società era impresa pubblica, perché il capitale sociale è quasi interamente di un ente pubblico, essendo irrilevanti gli scopi che persegue o il suo oggetto sociale, perché la situazione comportava un controllo tecnico di natura finanziaria ed economica dell’ente finanziatore incompatibile con lo scopo di lucro della società. Per il ricorrente, nessun rilievo ha il fatto che agli amministratori si sono imputati danni arrecati non solo alla società ma anche ai creditori sociali, essendo i pregiudizi derivati dall’esercizio di poteri autoritativi e di pubbliche funzioni nella gestione di danaro pubblico e di conseguenza si chiede ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., di “affermare che, per le fattispecie di responsabilità degli amministratori di società in mano pubblica, con esercizio di poteri autoritativi e/o di pubbliche funzioni o di gestione di danaro pubblico, debba affermarsi la giurisdizione della Corte dei conti pure per i fatti illeciti anteriori all’entrata in vigore della L. n. 20 del 1994 e se nel caso debba denegarsi la giurisdizione ordinaria, a favore di quella contabile”. 1.2. I primi due motivi del ricorso incidentale di Mario Morici prospettano la questione di giurisdizione ai sensi dell’art. 103 Cost., per non avere la sentenza rilevato che la S.I.V.A. s.p.a. nel cui interesse e nell’interesse dei cui creditori s’è proposta l’azione risarcitoria, è mero strumento d’attuazione dei fini dell’E.N.C.C., pur se questo non è ente pubblico economico. La presente causa tende ad ottenere un sindacato sulla erogazione di contributi in forma di fornitura di carta a terzi, non perché illegittima ma indebita, per essere avvenuta in danno del patrimonio societario e quindi della stessa E.N.C.C., titolare di questo oltre che assuntore del concordato e comunque anche della massa dei creditori, per i quali si è agito. Pur non trattandosi di un giudizio di contabilità pubblica e di responsabilità connessa a contributi erogati dall’ente pubblico, certamente nel caso si esorbita dal mero esercizio dell’attività d’impresa dalla società, in quanto va valutato lo svolgimento di funzioni pubbliche o di interesse generale degli amministratori del soggetto pubblico in forma societaria, che agiscono in luogo dei funzionari dello Stato o di enti pubblici non economici. Il quesito conclusivo chiede alla Corte di affermare che “competente a giudicare della responsabilità degli amministratori di società controllate da enti pubblici economici (quale non è divenuto peraltro l’E.N.C.C.), per conto dei quali esse svolgono attività istituzionali e con vincolo di subordinazione e sottoposizione a poteri autoritativi, è la Corte dei conti e non, come afferma la decisione impugnata, l’A.G.O.”. Si denuncia pure l’insufficiente motivazione della decisione di merito sulla affermata giurisdizione del giudice ordinario, dopo che la Corte dei conti si era ritenuta dotata di giurisdizione nel giudizio di responsabilità nei confronti del commissario liquidatore dell’E.N.C.C. rimasto inerte nell’assumere decisioni. 1.3. Il ricorso incidentale del Di Capua si articola anche in due motivi sulla giurisdizione, analoghi a quelli del ricorso principale e conclusi da tre quesiti di diritto, i primi due dei quali relativi alla individuazione del momento di commissione del fatto dannoso, in rapporto al già richiamato L. n. 20 del 1994, art. 1, comma 4 mentre il terzo estende ai danni anteriori all’entrata in vigore di tale legge, la giurisdizione dei giudici contabili sulla responsabilità di amministratori di società per azioni in mano pubblica o controllata da ente pubblico non economico o da questo partecipata in modo totalitario, la quale eserciti pure funzioni pubbliche e manifesti poteri autoritativi, gestendo danaro pubblico. 1.4. La questione di giurisdizione proposta dalle eredi di Carlo Lombardi, Marcella Gianni e Luz Helena Lombardi, è sintetizzata nel quesito di diritto: “Dica la Corte se la giurisdizione della Corte dei conti si estenda pure nei confronti delle società a partecipazione pubblica, che perseguono interessi generali dell’ente che le controlla, anche se ad esse non è affidato un pubblico servizio e se, per la S.I.V.A., che perseguiva interessi generali di fornire provvidenze alla stampa, utilizzava risorse pubbliche ed era interamente partecipata dall’E.N.C.C., la giurisdizione per responsabilità degli amministratori spetta o meno al giudice contabile”. 1.5. Il Tamburella lamenta anche egli nella sua impugnazione incidentale il difetto di giurisdizione dell’A.G.O. per violazione delle norme di cui sopra, perché l’attività degli amministratori della S.I.V.A. è assimilabile a quella di dipendenti e funzionari pubblici, essendo legati a rapporto di servizio con l’E.N.C.C. e non avendo la società finalità imprenditoriali, dovendo realizzare quelle istituzionali del suo unico azionista, con conseguente controllo della sua contabilità da riservare alla Corte dei conti. Ad avviso di tale ricorrente incidentale, gli amministratori convenuti nell’azione risarcitoria avevano gestito danaro pubblico proveniente da ente pubblico non economico (l’E.N.C.C), eseguendo le direttive di questo, per perseguire interessi di carattere generale e non propri della società. 1.6. Il ricorso del Prandelli in ordine alla giurisdizione, contesta la pronuncia di Cass. S.U. 9 ottobre 2008 n. 24883 sul giudicato implicito sulla questione, ai sensi dell’art. 37 c.p.c. e relativamente alle cause con più parti, nelle quali alcune solo abbiano proposto l’eccezione specifica. Ritenuta ampliata la giurisdizione contabile alla responsabilità degli amministratori di società a capitale pubblico in misura totalitaria o comunque rilevante, anche per fatti commessi prima della entrata in vigore della L. n. 20 del 1994, il Prandelli chiede di riformare sul punto la decisione di merito. Se la Cassazione esclude la giurisdizione della Corte dei Conti quando vi sia un giudizio di responsabilità verso amministratori di enti o società che svolgono mera attività imprenditoriale, la Corte Costituzionale e i giudici contabili affermano invece la cognizione del giudice speciale anche per tali controversie. A sostegno di “tale giurisdizione s’è ritenuto che essa sorge allorché vi sia un rapporto di servizio tra autore dell’illecito e amministrazione ovvero quando si tratti di danno cagionato nell’utilizzo di risorse pubbliche; non è la forma della attività ma la natura pubblica delle risorse impiegate che giustifica la cognizione speciale, essendo irrilevante e formale il mutamento in società degli enti pubblici che prima agivano direttamente e ora a mezzo di enti societari, per perseguire i loro fini. La natura pubblica della s.p.a. S.I.V.A., a capitale quasi totalitario dell’E.N.C.C. e nel resto di altra società da questo controllata, non può negarsi e conferma la giurisdizione del giudice speciale in luogo di quello ordinario, non potendosi denegare la qualifica di organismo di diritto pubblico o d’impresa pubblica alla società. 1.7. Il controricorrente Ministero parifica l’azione proposta dal liquidatore a quella concorsuale della L. Fall., art. 206 che non può negarsi abbia ad oggetto anche la responsabilità verso i creditori e debba quindi, già solo per tale profilo che coinvolge i privati, essere conosciuta dal giudice ordinario, non potendo i giudici contabili valutare una responsabilità verso soggetti di natura non pubblica.Prec. - Succ. >>
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References: sentenza 
 art. 1
 art. 1
 art. 366
 art. 1
 sentenza 
 art. 1
 Cass. 
 art. 206