Source: http://www.ordnungspolizei.org/j259/it/articles/248-8-atto-l-einsatzgruppe-lechthaler-e-l-eccidio-di-nesvizh.html
Timestamp: 2018-12-10 03:57:54+00:00

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8° atto: l'"Einsatzgruppe Lechthaler" e l'eccidio di Nesvizh
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"Das flache Land ist von Juden zu saeubern!"
L'«EINSATZGRUPPE LECHTHALER» E L'ECCIDIO DI NESVIZH
Überall da, wo die Juden unschaedlich gemacht worden sind,
ist anscheinend Ruhe eingetreten
Lagerbericht des Reserve-Polizei-Bataillon 11, vom 21.10.1941 (1)
Hammond, Indiana. US District Court, 18 giugno 1997
"Con il presente atto si ORDINA, si SENTENZIA e si DECRETA che la delibera di naturalizzazione datata 17 febbraio 1955, valida a garantire la cittadinanza degli Stati Uniti a Kazys Ciurinskas, è REVOCATA e RESA NULLA da questa Corte, e che il certificato di naturalizzazione No. 7262096 è ANNULLATO. Altresì si ORDINA che Kazys Ciurinskas, non appena ricevuta la presente ordinanza, RESTITUISCA il certificato di naturalizzazione No. 7262096 al procuratore generale.
Il cancelliere trasmetterà al procuratore generale una copia conforme di quest'ordine, oltre alla registrazione di entrata in vigore. 8 U.S.C. § 4451(f).
COSÌ SI ORDINA" (2).
La sentenza era pesante come un macigno e non lasciava spazio a dubbi né ad interpretazioni diverse da quello che era il preciso significato delle poche righe laconiche con le quali il giudice James T. Moody, della Corte Distrettuale di Hammond, aveva decretato il suo destino: revoca della cittadinanza. Denaturalizzazione, in termini burocratici, una parola sola, asettica, che gli apriva scenari devastanti, contro la quale avrebbero potuto certamente fare appello, ma obiettivamente con ben scarse speranze di successo. Quei fatti, freddamente descritti nelle pagine della sentenza, lo inchiodavano al suo passato: un passato assai remoto e quasi dimenticato, ma che ora si riaffacciava inesorabile, con diritto di riscossione.
Erano trascorsi ben 48 anni da quel 24 ottobre 1949, quando proveniente dall'Europa era finalmente sbarcato a New York. Nei mesi precedenti aveva seguito tutta la lunga trafila necessaria ad ottenere il visto d'ingresso negli Stati Uniti come Displaced Person e tutto era andato bene: nel maggio 1949 aveva richiesto l'assistenza dell'International Refugee Organization, la quale gli aveva consegnato, il 7 luglio, l'ambito DP-Certificate; era stato interrogato dagli investigatori del CIC, cui aveva illustrato la sua vita di operaio in un mulino di Kaunas, in Lituania, tra il 1936 ed il 1944; aveva richiesto il visto d'ingresso negli Stati Uniti al consolato americano di Blutzbach, in Germania, dove si era trasferito dopo la guerra ed era stato interrogato dal vice-console, che aveva approvato definitivamente la sua pratica il 15 luglio 1949. Dopodichè era finalmente entrato negli Stati Uniti, di cui era divenuto cittadino il 17 febbraio 1955.
Da quel giorno aveva tranquillamente vissuto a Crown Point, nell'Indiana, fino al momento in cui quelli dell'OSI, accortisi di lui, non avevano riaperto la finestra sul suo passato: che ora lo richiamava a sé da quel lontano autunno del 1941, quando con il suo reparto di allora, il Litauische-Schuma-Bataillon 2 di Kaunas, era stato trasferito a Minsk, in Bielorussia. Era a quel punto, secondo la Corte di Hammond, che doveva essere fatto risalire il suo peccato originale.
Non sappiamo di preciso, se Kazys Casey Ciurinskas, imprenditore edile nella sua seconda vita in America e membro di un battaglione genocida lituano durante la sua prima vita nell'Europa orientale, abbia effettivamente partecipato in prima persona a qualche esecuzione, o se si sia macchiato di crimini di guerra. Su questo punto, né le indagini dell'OSI, né il dibattimento presso il Tribunale di Hammond sono stati in grado di dare una risposta definitiva (3). Quello che è certo è che Ciurinskas mentì sul suo passato all'atto di richiedere il visto di ingresso negli Stati Uniti, continuò a mentire al momento di ottenere la cittadinanza americana alcuni anni dopo e perseverò nella menzogna anche davanti al Tribunale di Hammond, fin quasi alla fine: fino a quando cioè, gli inconfutabili lati oscuri che avevano avvolto la sua prima vita – e che aveva cercato di tenere nascosti – non si erano rivelati in tutta la loro evidenza, sgretolando il castello di bugie sul quale egli aveva costruito la sua seconda vita. A quel punto, con il dissolversi del patto di fiducia stipulato tra di lui e la sua patria d'adozione al momento di entrare negli Stati Uniti, vennero a cadere anche i presupposti che ne consentivano la permanenza nel paese, tra cui la stessa cittadinanza, acquisita in modo fraudolento. Sotto questo punto di vista, il fatto che avesse partecipato o meno ad eccidi passò in secondo piano rispetto alla sua appartenenza ad un reparto genocida: appartenenza, che non faceva automaticamente di lui un criminale di guerra, ma che sanciva comunque la sua «acquiescenza verso attività e condotte contrarie alla civiltà ed alla decenza umana», tali da mettere in dubbio il suo «buon carattere morale» (4) e da precludere conseguentemente il suo diritto di risiedere negli Stati Uniti.
Questo meccanismo colpì numerosi membri del Litauische-Schuma-Bataillon 2 rifugiatisi dopo la guerra in territorio americano. Infatti, all'interno di una procedura amministrativa di denaturalizzazione e non già di attribuzione tribunalizia di una colpa giuridica, il carattere genocida e criminale del Litauische-Schuma-Bataillon 2 – inteso come entità operativa – fu applicato per traslazione a tutti i suoi membri intesi come persone fisiche, stante il fatto ch'essi non avrebbero potuto né voluto mutare la loro orientazione individuale all'interno di quel particolare sistema di riferimento criminale collettivo rappresentato dal battaglione medesimo. Al di là delle sue azioni personali, a Ciurinskas fu quindi fatto pagare il conto della sua colpa morale, se non addirittura, più astrattamente, della sua colpa metafisica (5).
Indipendentemente dal fatto che Ciurinskas fosse o meno personalmente e giuridicamente colpevole, le azioni del battaglione lituano di cui egli fece parte dal tardo giugno 1941 all'aprile 1942, sono ampiamente documentate e si possono riassumere nel totale di 14÷17.000 vittime nel solo periodo tra l'inizio di ottobre e la metà di novembre 1941, vale a dire nelle circa sei settimane durante le quali il reparto fu dislocato in Bielorussia, nell'area di Minsk, di supporto a due compagnie tedesche del Polizei-Bataillon 11.
2. BAND OF SLAYERS
Quello che giunse a Minsk all'inizio di ottobre 1941 era l'evoluzione tattica di un battaglione ausiliario lituano, costituito già dal 28 giugno 1941 e passato attraverso una serie di ristrutturazioni. Formatosi originariamente attorno ad un primo nucleo di 150 volontari nazionalisti ed ex-militari appartenenti a due formazioni partigiane (di Kazys Šimkus e di Bronius Norkus) utilizzate da Erich Ehrlinger dell'EK 1b per la sorveglianza di un campo di prigionia nel Forte nr. VII (6), era cresciuto rapidamente nei giorni successivi grazie a nuovi reclutamenti, fino a costituire già entro il 4 luglio, un Selbstschutz-Bataillon secondo la terminologia tedesca, ovvero un Tautines Darbo Apsaugos Batalionas (TDA) secondo la dizione lituana, forte di ben 724 elementi in cinque compagnie, inizialmente agli ordini di Andrius Butkūnas e quindi di Kazys Šimkus dalla metà di luglio (7).
La presenza di questo battaglione è riportata nell'EM 19 dell'11 luglio 1941, secondo il quale la Sicherheitspolizei a Kaunas avrebbe utilizzato un reparto speciale (Sonderabteilung) di 250 ausiliari lituani per l'espletamento di esecuzioni (Executionen) anche al di fuori della città ed in particolare all'interno delle vecchie fortificazioni (8). Tra le vittime, oltre a comunisti, funzionari sovietici e commissari politici, vi erano ovviamente anche gli ebrei. Le esecuzioni erano precedute e seguite da abbondanti libagioni di vodka da parte dei fucilatori: l'alcool in effetti – nonché la disciplina più in generale – sarebbe stato un costante ed irrisolto problema tra i membri del reparto, nonostante le punizioni minacciate ed inflitte sia da Butkūnas che dal suo successore Šimkus (9). Per altri versi invece, nei primi tempi almeno, furono tollerate altre forme di lassismo, tra cui i saccheggi e le violenze contro gli ebrei, che spesso sfociavano in brutali omicidi. Arresti arbitrari ed esecuzioni sommarie senza alcuna giustificazione furono infatti un rituale quotidiano almeno fino all'11 luglio, quando su sollecitazione del comando militare tedesco di Kaunas – preoccupato per il disordine che tali azioni provocavano e per le ripercussioni negative sulle stesse operazioni svolte dall'EK3 di Jäger – il comandante Butkūnas si risolse infine a proibire un tale genere di abusi, dietro minaccia di punizioni draconiane (10).
Con questi provvedimenti, e con altri che seguirono nei giorni successivi, l'improvvisazione anarcoide dei volenterosi ma ancora dilettanteschi lituani fu definitivamente accantonata, per lasciare spazio all'intervento più ordinato e metodico dei professionisti tedeschi della Sicherheitspolizei. In tal senso, durante la rigida gestione di Jäger il TDA-Batalionas fu regolarmente cooptato nelle esecuzioni come manovalanza genocida soprattutto ai forti nr. IV e nr. VII ed alla prigione centrale di Kaunas, al punto che in molti casi durante le fucilazioni, l'intervento del personale tedesco finì per limitarsi alla sola inflizione dei colpi di grazia. In generale, le esecuzioni avvenivano in fosse comuni, con le vittime distese o inginocchiate sul fondo ed i lituani che aprivano il fuoco dall'alto, stando in piedi sul bordo della fossa. In taluni casi era previsto anche l'utilizzo di mitragliatrici (11). Dall'incrocio tra i dati contenuti nei fogli di servizio delle compagnie nel luglio/agosto 1941 e quelli riportati nel ben noto Jäger-Bericht nello stesso periodo, appare evidente la presenza di personale tratto da diverse compagnie lituane ai forti di Kaunas nr. IV e nr. VII in almeno sei diverse occasioni, durante le quali fu perpetrato l'eccidio di complessivamente 3.174 ebrei e 17 comunisti (12).
Non solo a Kaunas comunque, il TDA-Batalionas ebbe modo di adempiere al proprio ruolo genocida durante l'estate 1941; una lunga teoria di eccidi fu infatti perpetrata anche in provincia, di supporto ad un piccolo distaccamento dell'EK3 di Jäger, vale a dire il Rollkommando “Hamann” (13), al quale già dal 29 giugno era stato aggregato un plotone di circa una sessantina di ausiliari lituani posti agli ordini del Ltn. Bronius: probabilmente lo stesso reparto partigiano di cui egli era stato leader immediatamente dopo l'inizio di Barbarossa (14). Tale distaccamento, che poi divenne il quarto plotone della 4/TDA, era considerato, all'interno del battaglione, una «unità speciale (Spezialabteilung)» (15), utilizzata come manovalanza genocida nelle aree rurali attorno a Kaunas, laddove non erano stati impiantati distaccamenti stabili dell'EK3. Furono infatti ben 62 gli eccidi – compreso quello di Užusaliai, cui avrebbe preso parte anche Kazys Ciurinskas – dettagliati nel già citato Rapporto Jäger, perpetrati dal Rollkommando “Hamann” e dai lituani tra il 7 luglio ed il 2 ottobre 1941, con un totale di 52.922 vittime (16).
Piuttosto note e circostanziate risultano insomma le dinamiche preparatorie poste alla base della Soluzione finale in Lituania nell'estate 1941, così come le modalità tecniche con cui gli eccidi furono perpetrati (17): un blocco informativo alquanto esauriente, che porta sia ad identificare la Lituania come il terreno sperimentale sul quale fu testato il programma nazista di annientamento, sia a riconoscere come precursori della Soluzione finale continentale le azioni genocide che vi furono perpetrate (18). A tale proposito, va sottolineato come la sottile rete stesa in Lituania dalla Sicherheitspolizei, solo in parte rafforzata dal progressivo sopraggiungere di reparti e strutture dell'Ordnungspolizei (tra cui il Polizei-Bataillon 11 di Franz Lechthaler, entrato a Kaunas all'inizio di luglio), abbia ottenuto un risultato straordinariamente significativo, in termini di vittime – soprattutto ebrei –, in relazione alle forze disponibili: un risultato che, evidentemente, non sarebbe stato possibile ottenere senza il massiccio ricorso ai reparti ausiliari lituani, il cui utilizzo, da parte dei controllori tedeschi, rappresenta un successo nella razionalizzazione delle risorse disponibili, nonché un ottimo esempio di gestione aziendale applicata all'ambito del genocidio ebraico.
Dal punto di vista strettamente procedurale infatti, l'esecuzione delle vittime in provincia fu perpetrata essenzialmente dai lituani del commando di Hamann, spesso supportati dai nuclei di autodifesa locali, ai quali veniva demandato il rastrellamento, la sorveglianza delle vittime e la preparazione delle fosse comuni nelle località di volta in volta scelte come bersaglio: in altre parole, un ruolo eminentemente esecutorio tipico delle maestranze, a cui si affiancavano i pochi elementi tedeschi assegnati al commando in funzioni essenzialmente impiegatizie di coordinamento, controllo e gestione delle operazioni sul campo; a tutti questi si sovrapponevano i quadri di medio livello, quali Jäger e Hamann, responsabili nel loro ambito territoriale dell'intero progetto genocida, ed in particolare del raggiungimento del target di vittime, degli imput decisionali, della pianificazione strategica in base ai tempi ed alle risorse, della scelta delle località da colpire e dell'emissione dei relativi ordini operativi (19).
All'interno di questo schema di tipo quasi manageriale, i reparti ausiliari si ritrovarono così relegati al ruolo di meri esecutori materiali, privi di peso specifico e ben lontani dal poter rappresentare un movimento di diffusa di reazione popolare alle malefatte dell'occupazione sovietica, ovvero un fenomeno significativo dal punto di vista politico; al contrario, alla luce dei compiti cui furono destinati, tali reparti riflessero il loro status supremamente astratto, come delle vere e proprie non-entità secondo il concetto di Bentham, create allo scopo di produrre tra la popolazione lituana la strumentale convinzione dell'esistenza di una situazione in realtà immaginaria, vale a dire l'ambìto ritorno all'autonomia nazionale, nei fatti soffocata immediatamente dal colonialismo nazista.
Sotto questo punto di vista, l'attivazione del TDA-Batalionas e dei suoi derivati funzionò egregiamente come specchietto per le allodole: la percezione dell'illusione infatti, fu inizialmente molto forte, soprattutto negli ambienti nazionalisti, che si arruolarono in massa nel luglio/agosto 1941, al punto che dalle sei compagnie con 874 uomini al 6 luglio, il TDA-Batalionas finì per ampliarsi fino alle sette compagnie di agosto, con effettivi più che doppi rispetto agli standard di un ordinario battaglione tedesco di fanteria: il tutto, nonostante l'alta incidenza delle diserzioni e delle richieste di congedo, che tra il 5 e l'11 luglio avevano coinvolto non meno di 117 uomini, in buona parte quale reazione alle attività genocide in cui il battaglione era costantemente impegnato (20).
Tale anomalia organica, unita alle incertezze tedesche circa l'opportunità politica di mantenere unito un così elevato numero di uomini, condusse allo sdoppiamento del battaglione, che il 7 agosto – pochi giorni dopo il passaggio dei poteri dall'amministrazione militare a quella civile – diede vita ad un Pagalbinės Policijos Tarnibos Batailionas 1 (PPT) agli ordini di Kazys Šimkus, con le compagnie ex TDA terza, quarta e quinta, nonché ad un Pagalbinės Policijos Tarnibos Batailionas 2 agli ordini di Antanas Impulevičius, con lecompagnie ex-TDA prima (Ltn. Zenonas Kemsura, 1/PPT 2), seconda (Oltn. Juozas Krištaponis, 2/PPT 2) e sesta (Juozas Uselis, 3/PPT 2) (21). Secondo la dizione tedesca questi battaglioni furono identificati come Litauische-Schuma-Bataillone 1 e 2(22). Entrambi, a partire dal 5 ottobre 1941 furono subordinati all'autorità di Franz Lechthaler ma solo uno di questi, quello di Impulevičius, fu inviato in Bielorussia assieme a due compagnie del Polizei-Bataillon 11. Tra coloro che partirono il 6 ottobre per Minsk, vi era anche Kazys Ciurinskas, membro della seconda compagnia (23).
Con il trasferimento in Bielorussia si compiva quindi la parabola genocida del TDA-Batalionas e delle sue emanazioni: nato entusiasticamente nei giorni della ritirata sovietica da Kaunas come aggregato di reparti partigiani, era stato cooptato nelle esecuzioni di massa a Kaunas ed in provincia attraverso i suoi distaccamenti, al punto da trasformarsi in un'accozzaglia di volonterosi carnefici, frequentemente dediti all'abuso di alcool (24), ma ben rodati alle pratiche genocide al punto da poter essere chiamati a svolgere lo stesso compito – una volta completato il lavoro in Lituania – anche al di fuori dei confini nazionali.
3. DOMINUS IN TERRAM
Sul ruolo svolto da Franz Lechthaler e dal suo Polizei-Bataillon 11 nella risoluzione del problema ebraico a Kaunas si è gia detto in precedenza, nel Cap. 7. Vale la pena accennare in questo paragrafo alla sua funzione di dominus anche per quanto riguarda la gestione degli ausiliari lituani, nonché ai rapporti conflittuali ch'egli intrattenne con il neo-insediato KdO “Litauen” e che probabilmente furono all'origine del suo trasferimento in Bielorussia.
Il passaggio dei poteri dall'amministrazione militare della Wehrmacht a quella civile del Reichkommissar von Renteln, avvenuta il 17 luglio (25), produsse ovviamente anche un riassetto delle strutture militari, fino a quel momento incentrate – relativamente a Kaunas – sulla Feldkommandantur 821 (Gen.Maj. Robert von Pohl) (26), quale entità principalmente responsabile della sicurezza nell'area urbana e nel distretto circostante: come di consueto infatti, era prevista l'attivazione di un comando generale della Polizia d'Ordine per la Lituania (KdO) che tuttavia, per ragioni non precisate, venne istituito solo verso la metà di settembre. Pertanto, in tale periodo di interregno, Lechthaler si trovò a dover svolgere sostanzialmente le funzioni di KdO pro-tempore, in virtù del suo grado e del suo reparto – divenuto in quella fase la principale unità tedesca a disposizione della FK 821 – tanto da ottenere anche il controllo delle unità ausiliarie lituane, come da istruzioni ricevute il 30 luglio dal Wehrmacht-Befehlshaber “Ostland” Gen.Ltn. Braemer. Della nuova situazione Lechthaler diede nota al comandante militare lituano di Kaunas, Stasys Kviečinskas, in due dispacci inviati il 6 e 7 agosto, con i quali lo informava del progetto di sdoppiare il TDA-Batalionas, nonché della necessità di ottenere il rispetto incondizionato degli ordini. Veniva inoltre disposta la rinomina del battaglione, da TDA a PPT (27). Lo stesso Kviečinskas, attraverso un ordine successivo di Lechthaler datato 25 novembre 1941, sarebbe stato nominato ufficiale di collegamento dei battaglioni lituani, presso il KdO “Litauen”.
Piuttosto confusa risulta in effetti la sovrapposizione tra il ruolo di Lechthaler di facente-funzioni KdO e quello di KdO titolare, nel momento in cui tale posizione venne effettivamente occupata dalla persona del Maj. A. Engel, verso metà settembre 1941 (28). Il 5 ottobre infatti, pochi giorni dopo l'arrivo di Engel a Kaunas, sarebbe stato trovato un compromesso tra i due per la suddivisione dei battaglioni lituani già costituiti o in fase di costituzione: a Lechthaler sarebbe spettato il controllo sui Litauische-Schuma-Bataillone 1, 2 e 3 (PPT 1, 2, e 3), mentre a Engel quello sui nuovi Litauische-Schuma-Bataillon 4 e 5 (29): un dualismo piuttosto bizantino e difficilmente sostenibile sul lungo periodo, tanto che venne risolto già il giorno successivo (6 ottobre) dal BdO “Ostland” Jedicke, con l'ordine inviato a Lechthaler di trasferirsi in Bielorussia con due compagnie del Polizei-Bataillon 11 e con l'intero Litauische-Schuma-Bataillon 2 (30). È plausibile, sotto questo punto di vista, che la mossa di Jedicke sia stata dettata dalla volontà di rafforzare la posizione di Engel a Kaunas; in data successiva infatti, il 16 dicembre 1941, la supremazia di Engel venne definitivamente ribadita da una comunicazione in tal senso inviata a Lechthaler, da poco rientrato da Minsk con i suoi (31).
Stando ad un rapporto (Lagerbericht) del Polizei-Bataillon 11 compilato il 21 ottobre 1941, furono 775 gli uomini che accompagnarono Lechthaler in Bielorussia: di questi, 314 appartenevano alle due compagnie del Polizei-Bataillon 11 (2/11 e 4/11) e gli altri al Litauische-Schuma-Bataillon 2 (32). Il loro compito, leggendo quanto comunicato da Riga il 17 ottobre dal BdO Jedicke, sarebbe stato quello «di combattere i nuclei partigiani in collegamento con la Wehrmacht» (33): questo in teoria. Nella pratica le cose andarono un po' diversamente.
Come confermato infatti nel medesimo rapporto del Polizei-Bataillon 11, furono liquidati dai poliziotti tedeschi e dagli ausiliari lituani ben 4.142 «elementi ostili (deutschfeindlichen Elemente)» nel solo periodo tra il 14 ed il21 ottobre – vale a dire durante un'unica settimana d'operazioni –, a fronte di nessuna perdita subìta[!], né in morti, né in feriti (34): un risultato quanto mai straordinario, che conferma l'efficacia degli uomini di Lechthaler nei confronti di oppositori evidentemente disarmati... Sotto questo punto di vista le esperienze genocide accumulate in Lituania, nelle settimane precedenti, si stavano dimostrando particolarmente utili.
In effetti, il ruolo in Bielorussia di Lechthaler e dei suoi fu quello di supportare una vera e propria campagna di annientamento cammuffata in termini di operazioni di sicurezza, avviata dal comandante della 707.ID Gustav von Bechtolsheim nella sua nuova veste di comandante militare del GK “Weissruthenien”, a cui anche i reparti di Lechthaler furono subordinati (35). Questa campagna, di cui von Bechtolsheim fu l'ispiratore, sarebbe stata concordata con il Wehrmacht-Befehlshaber “Ostland” Braemer, nonché, probabilmente, con il Berück Mitte, Max von Schenckendorff, ciascuno nel proprio ambito territoriale o di competenza (36). Lo stesso BdO Jedicke, trasferendo Lechthaler in Bielorussia – probabilmente come risposta ad una richiesta avanzatagli dello stesso Braemer (37), non si fece sfuggire l'opportunità di accumulare crediti politici, risolvendo allo stesso tempo la querelle di Kaunas. Appare evidente, quindi, come la campagna genocida avviata nel GK “Weissruthenien” nell'autunno 1941 sia stata originata sostanzialmente da un condominio di reponsabilità riconducibili alla Wehrmacht, in cui però a giocare un ruolo di primo piano, in termini di attiva partecipazione agli eccidi, furono proprio i rodati perpetratori tedeschi e lituani del dominus Lechthaler.
In una sua testimonianza, rilasciata il 16 maggio 1960 nel corso delle indagini preliminari poi sfociate nel processo di Kassel, uno degli imputati, Willi Papenkort, ex comandante della 2/Polizei-Bataillon 11, definì con il titolo di Aktion Judenrein la campagna genocida ordita per risolvere il problema dei ghetti ebraici nella Bielorussia occidentale, ovvero per sradicare dal territorio, secondo la versione ufficiale, la minaccia rappresentata dal cosiddetto giudeo-bolscevismo (38). Questa campagna, più che da una minaccia reale portata dai gruppi partigiani – che nei confini del GK “Weissruthenien” rimase sempre piuttosto relativa – fu innescata dalle ossessioni securitarie dei comandi di retrovia della Wehrmacht, sovente amalgamate con profondi preconcetti antisemiti, la cui origine risaliva fino ai torbidi politici del 1919-1923 ed alle questioni territoriali lungo la frontiera orientale, soprattutto in Alta Slesia. Questo passaggio, dello storico Hannes Heer, sintetizza efficacemente la visione politico-ideologica diffusa tra gli alti ranghi della Wehrmacht:
"Gli ebrei e i partigiani assunsero, come per insidiosa metamorfosi, il ruolo che era stato degli spartachisti, prima denominazione del Partito comunista tedesco. I ghetti, creati dai generali, sembrarono sempre di più il terreno di coltura per la cospirazione e la rivolta: in fuga dalla minaccia dei massacri l'ebreo fu visto come colui che trasmetteva il veleno della disintegrazione nei villaggi russi" (39).
Lungi dal tentare di capire le dinamiche sociali che favorivano il diffondersi della guerriglia e tantomeno dal cercare di prevedere i meccanismi di causa/effetto tra occupante ed occupato, quella che finì per prevalere tra tutte le possibili soluzioni, fu una visione tanto semplicistica quanto preconcetta, riassunta in un rapporto von Bechtolsheim del 5 novembre 1941: «Gli ebrei, senza eccezione, sono in tutto e per tutto identici alla figura del partigiano» (40). Inevitabilmente, ciò che scaturì da tale teorema, indimostrabile ma di immediata comprensione, fu un'inattesa comunità di intenti tra le presunte necessità militari della Werhmacht da un lato e l'approccio eminentemente politico-ideologico delle strutture di SS e polizia dall'altro, che produsse una violenta campagna genocida nelle aree rurali della Bielorussia occidentale. Per circa un mese, dall'ottobre 1941 fino all'inizio di novembre, nell'ambito territoriale delle Feldkommandanturen 812 (Minsk) e 250 (Baranovichi), da parte gli uomini di Lechthaler subordinati al distaccamento (Nachkommando) “Schlegel” dell'EK8, fu perpetrata una lunga teoria di eccidi a frequenza pressochè quotidiana: Uzlyany/Dukora (8/10), Rudensk (9÷11/10), Kliniki (13/10), Smolevichi (14/10), Logoysk (15/10), Pleschchenitzy (16/10), Minsk (16 e 18/10), Koydanovo (21/10), Molodechno (26/10), Slutsk (27-28/10), Kletsk (30÷31/10) ed infine Nesvizh (31/10) (41). Relativamente a quest'ultima località, l'azione fu perpetrata dalla Ortskommandantur “Neswish” dell'Oberfeldwebel Anton Specht – da cui dipendevano 20/30 soldati della 8./IR 727 – in collaborazione con gli ausiliari lituani del PPT-Batalionas 2, con un distaccamento del Polizei-Bataillon 11 e con elementi della gendarmeria locale bielorussa.
In altri casi, oltre a quelli citati, gli eccidi dell'autunno 1941 nel GK “Weissruthenien” furono eseguiti in prima persona anche dai reparti della 707.ID, nonché dalla gendarmeria territoriale tedesca. A Mir per esempio (9 novembre 1941), l'azione fu eseguita dal personale della Ortskommandantur di Stolpce (Oltn. Ludwig Göbel), supportata da ausiliari bielorussi; a Slonim (14 novembre), furono chiamati in causa gli uomini della 3/Polizei-Bataillon 69 e della 6./IR 727/707.ID, supportati da membri del Gendarmerie-Posten “Slonim”, da personale del KdS-Außenstelle “Baranovichi” (Waldemar Amelung), da ausiliari bielorussi e da un distaccamento non identificato di lettoni o lituani, forse dipendenti da Amelung; a Novogrudok (5 dicembre) intervenne la settima compagnia dell'IR 727/707.ID (42). In altre parole, essendo l'Aktion Judenrein stata ispirata non già dalla Sipo-SD o dall'autorità politica degli HSSPF/SSPF come avveniva nella Bielorussia orientale, bensì dai comandi di retrovia della Wehrmacht (43), la partecipazione agli eccidi fu piuttosto variegata e di volta in volta eseguita dai reparti disponibili al momento.
Ciò non toglie tuttavia, che nelle circa quattro settimane di permanenza in Bielorussia di Lechthaler e dei suoi, furono proprio gli uomini del Polizei-Bataillon 11 e del PPT-Batalionas 2 a rappresentare il nerbo delle weltanschauungstruppen, che andarono così a formare qualcosa di molto simile ad un vero e proprio Einsatzgruppe aggiuntivo.
Pochi anni dopo, al termine del conflitto, fu proprio questo ruolo, ossia la la consapevolezza di essere stati utilizzati come meri strumenti del genocidio da parte dei loro controllori tedeschi, a suggerire a molti membri del PPT-Batalionas 2 – rifugiatisi in Occidente come Displaced Persons ed impossibilitati a ritornare nella Lituania rioccupata dai sovietici – il travisamento e/o l'occultamento dei propri trascorsi bellici all'atto delle procedure investigative per il rilascio dei visti di ingresso per Stati Uniti ed altrove. A distanza di alcuni decenni tuttavia, dopo l'apertura degli archivi dell'Europa orientale, il passato riemerse per molti di loro, portando con sé una procedura di denaturalizzazione, così come avvenuto nel caso di Ciurinskas.
Per ciascuno di tali rifugiati risulta pressochè impossibile provare, allo stato attuale delle cose ed oltre ogni ragionevole dubbio, una precisa personale responsabilità penale in relazione a casi criminali specifici, ad almeno uno dei quali tuttavia, tutti costoro presero probabilmente parte con ruoli ed azioni di volta in volta differenti. Nondimeno, nel caso delle procedure di denaturalizzazione – trattate in sede civile e non penale – tale cautela risulta irrilevante ai fini dell'accertamento di un illecito amministrativo – quale l'immigrazione in assenza dei requisiti richiesti – compiuto con volontà di frode ed intenzionale malafede. Da qui, la sostanziale inutilità di tutte le contromisure giuridiche opposte in sede dibattimentale dalle difese dei vari imputati.
Ricordiamo di seguito alcuni di costoro.
4.1. – Stab/Litauische-Schuma-Bataillon 2 – Maj. Antanas Impulevičius
GRABAUSKAS, Juozas: nato nel 1920. Tenente. Arruolatosi nel TDA-Batalionas l'11 luglio 1941, divenne comandante del quarto plotone della 2/PPT-Batalionas 2 il 27 agosto successivo. Aggregato direttamente al comando battaglione, fu trasferito in Bielorussia con il resto del suo reparto, così come dal Foglio d'Ordine nr. 42 del 6 ottobre 1941 (44). Rifugiatosi negli Stati Uniti dopo la guerra, risiedette a Chicago svolgendo la professione di chimico. Ritracciato dagli investigatori dell'OSI, fu accusato di immigrazione illegale e venne quindi privato della cittadinanza americana. Assoggettato a procedimento di espulsione, Juozas Joseph John Grabauskas ritornò volontariamente in Lituania nel tardo ottobre 1993, prima ancora di ricevere l'ordine da parte del tribunale (45). Secondo le accuse mossegli dall'OSI, durante un eccidio egli avebbe provveduto ad infliggere il colpo di grazia alle vittime rimaste solo ferite dal plotone d'esecuzione (46).
IMPULEVIČIUS, Antanas: nato a Panevezys il 28 gennaio 1907. Uscito dalla scuola militare nel 1925 come comandante di compagnia, venne aggregato Antanas: nato a Panevezys il 28 gennaio 1907. Uscito dal , venne aggregato al comando della 2aDivisione lituana di fanteria, con la quale prestò servizio dal novembre 1933 all'ottobre 1934. Diplomato presso la Scuola ufficiali di stato maggiore nel giugno 1937, dopo l'invasione sovietica venne arrestato dall'NKVD ed imprigionato. Liberato nei primi giorni dopo Barbarossa, dal 28 giugno 1941 divenne vice-comandante del TDA-Batalionas e quindi del PPT-Batalionas 2, dal 7 agosto successivo. Trasferito in Bielorussia dall'ottobre al novembre 1941 e membro del Lietuvos vietinė rinktinė del generale Plechavičius, dopo lo scioglimento di tale organizzazione da parte dei tedeschi, avvenuta nel maggio 1944, riuscì a raggiungere la Germania nell'ottobre successivo, sfuggendo all'Armata Rossa. Emigrato negli Stati Uniti nel 1949, fu processato in contumacia da un tribunale sovietico e condannato a morte in absentia (47). Cittadino americano dal 1964, residente a Filadelfia, cambiò il suo nome in Antanas Impulionis (48). La richiesta di estradizione avanzata da Mosca fu respinta dal governo degli Stati Uniti. Morì a Filadelfia il 4 dicembre 1970. Dello Stab/TDA-Batalionas fece parte anche Antanas Gecevičius (v. § 8.4.2), poi trasferito alla 1/PPT-Batalionas 2.
PUKYS, Povilas: nato nel 1914. Aiutante del TDA-Batalionas, dal 14 luglio 1941 assunse il comando della seconda compagnia, in sostituzione del deceduto Hptm. Bronius Kirkila e fu quindi nominato aiutante del PPT-Batalionas 2 il 25 agosto successivo. Dopo la guerra, Pukys trovò rifugio in Nuova Zelanda, sotto il nome di Jonas Pukas. Fu identificato a Auckland nel 1989, dopo la trasmissione al goveno neozelandese, da parte di Efraim Zuroff del Centro Wiesenthal, di una lista di presunti criminali di guerra. Indagato da una squadra di investigatori guidata dal Detective Senior, Sergeant Wayne Stringer, Pukys non venne perseguito per mancanza di prove sufficienti a condannarlo e la sua posizione fu quindi stralciata nel 1992. Morì nel 1994. Nel corso dei due interrogatori cui venne sottoposto dallo stesso Stringer, nell'aprile e nel giugno 1992, Pukys negò ogni coinvolgimento in crimini di guerra, limitandosi a sostenere, in modo reticente e contraddittorio, il suo ruolo di istruttore ippico degli ufficiali tedeschi, nonché la sua posizione di mero testimone oculare: in tale veste, tra dinieghi e conferme, egli avrebbe assistito all'eccidio di Minsk durante il quale, secondo le sue stesse parole, al momento dell'esecuzione gli ebrei «avrebbero strillato come delle oche» [sic!].Relativamente a Slutsk, egli negò di essere a conoscenza dell'eccidio, pur ammettendo la sua presenza in città nei giorni della strage, assieme ad altri 70 o 80 commilitoni.Nel corso delle loro indagini in Israele ed in Lituania, gli investigatori neozelandesi Stringer e Kevin Marlow recuperarono prove indiziarie circa la partecipazione di Pukis all'eccidio avvenuto nella località lituana di Užusaliai (lo stesso al quale avrebbe preso parte anche Ciurinskas) ed ascoltarono diverse testimonianze, perlopiù reticenti o insufficienti. In ogni caso, secondo l'opinione di Stringer, «se c'era un colpevole, quello era proprio Pukys». Tra i testimoni ascoltati in Lituania vi era anche Juozas Aleksynas, uno degli accusatori di Antanas Gecas Gecevičius. A sua volta, Pukys fu interrogato a Auckland sul caso di Gecas, dall'investigatore scozzese, Chief Ispector John Montgomery (49).
4.2. – 1/Litauische-Schuma-Bataillon 2 – Ltn. Zenonas Kemsura
ALEKSYNAS, Juozas: nato nel 1914, caporale della 1/PPT-Batalionas, membro del plotone di Antanas Gecas Gecevičius. Residente a Vilnius, in Lituania, rilasciò la propria testimonianza al procuratore generale lituano Valentukevicius, impegnato nella preparazione del dossier di estradizione di Gecas, presentato al Ministero della giustizia scozzese nel febbraio 2001. Secondo la sua testimonianza, il battaglione fu trasferito in Bielorussia «allo scopo di sterminare gli ebrei», ma ogni azione sarebbe avvenuta «con la partecipazione dei tedeschi». In tal senso Gecas, che aveva padronanza della lingua tedesca, «avrebbe ricevuto gli ordini direttamente dai tedeschi ed avrebbe agito di conseguenza» (50). Nel corso di un'altra testimonianza rilasciata agli investigatori neozelandesi nel caso contro Povilas Jonas Pukys, Aleksynas confermò la presenza, durante l'eccidio di Slutsk, dell'intero battaglione, con il personale delle tre compagnie che si alternava alle fosse comuni (51).
GECEVIČIUS, Antanas [Gecas]: nato a Jokuliai, nell'area di Memel (Klaipeda) il 26 maggio 1916. Cadetto dell'Accademia militare lituana dal settembre 1937, ricevette i gradi di sottotente dell'aeronautica nell'agosto 1938. Entrato in clandestinità dopo l'invasione sovietica, si unì al TDA-Batalionas con il quale, tra il 4 ed il 6 luglio 1941 avrebbe partecipato alle fucilazioni perpetrate su ordine di Jäger, nel Forte nr. VII di Kaunas, oltre che all'eccidio di Garliava del tardo agosto/settembre 1941. Promosso tenente dal 30 luglio, fu nominato comandante del terzo plotone della 1/PPT 2 con il quale fu trasferito in Bielorussia e quindi coinvolto negli eccidi di Dukora, Koydanovo e Slutsk (52). Secondo le testimonianze di ex-commilitoni – tra cui Juozas Aleksynas, caporale della 1/PPT 2 – raccolte dal procuratore generale lituano durante la compilazione del suo dossier di estradizione dalla Scozia, in tutti questi casi Gecevičius avrebbe dato l'ordine di fuoco ed avrebbe eseguito personalmente diverse uccisioni con la sua pistola (53). Decorato con Croce di Ferro, in una data probabilmente successiva allo scioglimento del battaglione da parte dei tedeschi, avvenuto nel febbraio 1944, fu aggregato ad una unità ausiliaria operante in Italia, dalla quale avrebbe poi disertato nel settembre dello stesso anno assieme ad un folto gruppo di commilitoni, probabilmente un'intera compagnia di 160 uomini, molti dei quali provenienti anch'essi dal PPT-Batalionas 2. Arruolatosi in novembre tra le forze polacche del generale Anders, fu probabilmente aggregato alla 2nd Independent Polish Commando Company ed ottenne una decorazione al valore (54). Raggiunta l'Inghilterra nel 1946 assieme ai polacchi di Anders, fu smobilitato nel 1947 a Johnston, Renfrewshire, nei pressi di Glasgow. Cittadino britannico dal 1956, residente ad Edimburgo sotto il nome di Gecas, dopo aver lavorato come ingegnere in un comparto minerario – ed avere eventualmente allacciato rapporti con ambiti governativi in occasione degli scioperi dei minatori nel 1973 – ottenne la pensione di anzianità nel 1981. Rintracciato nel 1986 da un investigatore del Centro Wiesenthal, fu al centro di un procedimento investigativo da parte del Crown Office War Crime Unit, coordinato dal Chief Inspector John Montgomery, in merito ad almeno 10 omicidi, a cui fece seguito nel 1987, un'inchiesta giornalistica della STV – Scottish Television, che rese pubblica la vicenda del quiet neighbour Gecevičius Gecas. Dopodichè, nonostante l'insorgere di autorevoli voci contrarie, nel 1994 l'indagine giudiziaria del Crown Office venne archiviata nel contesto del War Crime Act, non avendo potuto raccogliere prove certe sul coinvolgimento personale di Gecas in azioni criminali. Tra i testimoni vi fu anche Povilas Pukys, interrogato da Montgomery ad Auckland, in Nuova Zelanda, nel 1992. Dopo essere stata archiviata, l'inchiesta contro Gecas fu quindi riaperta il 27 luglio 2001, a seguito della richiesta di estradizione da parte del governo lituano: estradizione che tuttavia fu respinta dal Crown Office il 4 settembre 2001, a causa delle precarie condizioni di salute di Gecas, confermate da perizie indipendenti. Gecas morì in ospedale pochi giorni dopo, il 12 settembre, per i postumi di un attacco cardiaco. Secondo documenti del KGB, non confermati, per un certo periodo Gecevičius Gecas avrebbe avuto dei legami con l'MI6 britannico (55). Da non confondere con Vytautas Gečas, fuciliere, membro della 2/PPT-Batalionas 2.
KATINAUSKAS, Motiejus: nato nel 1914. Fuciliere. Membro della 1/TDA-Batalionas dal 22 luglio 1941, al momento dello sdoppiamento del battaglione fu assegnato alla 1/PPT-Batalionas 2 e fu quindi trasferito in Bielorussia con il resto del suo reparto, come risulta dal Foglio d'Ordine nr. 42 del 6 ottobre 1941 (56). Nel dopoguerra riuscì a raggiungere gli Stati Uniti, dove modificò il proprio nome in Matthew Katin, con residenza a Norwood (Mass.), non lontano dal suo ex commilitone Vytautas Gudauskas (ex 2/PPT-Batalionas 2), con il quale avrebbe condiviso il successivo iter di denaturalizzazione. Rintracciato dagli investigatori dello OSI, il 9 novembre 1984 fu accusato di immigrazione illegale negli Stati Uniti e fu quindi sottoposto a procedimento di revoca della cittadinanza. Nel maggio 1989 il procedimento a carico di Katinauskas risultava ancora dibattuto, fra schermaglie legali connesse alla modalità di accettazione da parte della corte, di testimonianze a carico rilasciate da cittadini sovietici residenti nel territorio dell'URSS, così come era stato richiesto fin dal luglio 1985 dall'avvocato dell'OSI John Loftus: testimonianze che tuttavia, scontratesi davanti ad una contestazione di merito opposta dalla difesa dell'imputato (av. Neil Hartzell della Sherin & Lodgen), avevano sostanzialmente bloccato il prosieguo del procedimento fino all'inizio del 1989 (57).
NAUJALIS, Juozas: nato nel 1919. In servizio nell'esercito lituano dal 1938 al 1940, ritornò alla vita civile nel luglio di quell'anno salvo poi, all'inizio di agosto 1941, arruolarsi volontario nel TDA-Batalionas, come membro della prima compagnia (58). Promosso caporale, fu inquadrato nella 1/PPT-Batalionas e venne trasferito in Bielorussia il 6 ottobre 1941 con il resto del battaglione (59). Apparentemente impegnato a Minsk in servizi di guardia, dal 1° al 14 novembre fu assegnato al presidio di Koydanovo. Disertore del battaglione nel novembre 1943, fu catturato e condannato ad un anno di carcere, al termine del quale fu deportato in Germania come lavoratore coatto (60). Rimasto in Germania al termine del conflitto, il 16 maggio 1949 ottenne dalla DPC l'ambito status di Displaced Person, cosa che gli consentì di richiedere il visto d'ingresso per gli Stati Uniti. Ottenutolo, entrò negli Stati Uniti nell'agosto successivo. Residente a Cicero (Ill.), nell'area di Chicago, fu rintracciato dagli investigatori dell'OSI, cui offrì dichiarazione giurata circa la sua assegnazione, nell'ottobre 1941, ad un corpo di guardia incaricato unicamente della sorveglianza della stazione ferroviaria di Minsk. Accusato di aver collaborato nella persecuzione degli ebrei come membro di un battaglione al servizio dei nazisti, nell'ottobre 1995 fu chiamato a fornire prove circa la regolarità della sua posizione davanti al tribunale per l'immigrazione. Non essendo riuscito a produrre quanto dovuto e non avendo mai richiesto cittadinanza americana, nell'aprile 1997 ricevette l'ordine di espulsione in Lituania. Dopo un primo ricorso respinto dal Board of Immigration Appeal (BIA), Naujalis si rivolse quindi alla Corte di Appello per il 7° Circuito (giudice Richard A. Posner), con udienza fissata al 28 settembre 2000 e decisione, confermativa della sentenza di espulsione, emessa il 15 febbraio 2001 (61). A seguito di tale sentenza Naujalis rinunciò ad appellarsi alla Corte Suprema ed obbedì all'ordine di espulsione il 15 marzo 2001. Dopo il suo rientro in patria, il direttore della Special Investigation Division presso la Procura Generale lituana, Rimvydas Valentukevicius, che a sua volta aveva aperto un'indagine su Naujalis, confermò di non avere ancora trovato prove certe in relazione ad una possibile condotta criminale dell'indagato durante il suo periodo di servizio presso il PPT-Batalionas 2 (62).
4.3. – 2/Litauische-Schuma-Bataillon 2 – Oltn. Juozas Krištaponis
BUDREIKA, Juozas: nato nel 1917. Arruolatosi nel TDA-Batalionas, venne assegnato come mitragliere alla 2/PPT-Batalionas 2 nell'agosto 1941 e fu quindi trasferito in Bielorussia, con il resto della sua compagnia il 6 ottobre successivo, così come confermato dal Foglio d'Ordine nr. 42 del 6 ottobre 1941 (63). Nel 1958 riuscì a raggiungere gli Stati Uniti, dove ottenne la cittadinanza nel 1967. Residente a Gulfport, in Florida, di professione cuoco, fu rintracciato dagli investigatori dell'OSI, che aprirono contro di lui la procedura di denaturalizzazione. Dopo avere ammesso nel settembre 1994 davanti all'OSI il suo ingresso fraudolento ed illegale negli Stati Uniti, acconsentì a ritornare volontariamente in Lituania prima ancora di vedersi revocata la cittadinanza americana. Come da accordi, Juozas Joseph Budreika lasciò gli Stati Uniti per Vilnius il 14 maggio 1996. Pochi giorni dopo, il 28 maggio, la Corte Distrettuale di Tampa (giudice Steven D. Merryday) sancì formalmente la sua denaturalizzazione. Morì nel 1996, poco tempo dopo il suo ritorno in Lituania (64).
GEČAS, Vytautas: nato nel 1922 a Naumiestis, nel distretto di Taurage. Fuciliere, membro della 2/PPB-Batalionas 2 dal 7 luglio 1941, fu trasferito in Bielorussia con il resto del suo reparto, così come confermato dal Foglio d'Ordine nr. 42 del 6 ottobre 1941 (65). Rifugiatosi in Inghilterra nel 1947, nell'agosto 1962 fece richiesta per il visto d'ingresso negli Stati Uniti presso il consolato americano di Liverpool ed ottenne un permesso provvisorio di quattro mesi. Conseguentemente, il successivo 23 ottobre raggiunse il territorio americano, insediandosi dapprima a Chicago e quindi, dal 1989, a Sunny Hill in Florida. Sottoposto ad indagine da parte degli investigatori dell'OSI dal 25 luglio 1991, il 12 settembre successivo si rifiutò sia di rispondere al lungo elenco di domande circa i suoi trascorsi in Europa tra il 1940 ed il 1944, sia di fornire documentazione circa la regolarità del suo ingresso negli Stati Uniti. Rifiutatosi nuovamente di farlo anche un anno dopo, davanti al giudice della Corte Distrettuale Florida-Nord e nonostante l'obbligo impostogli in tal senso dalla Corte d'Appello – il cui giudizio venne confermato dalla Corte Suprema nel 1997 – il 4 maggio 1999 Gečas fu incarcerato per 18 mesi a Pensacola (Fl.), per oltraggio alla corte. Dopo il rilascio fu sottoposto a procedura di espulsione da parte dell'OSI, durante la quale ammise finalmente di aver partecipato, assieme al suo reparto, a diverse azioni omicide in Bielorussia. Espulso dagli Stati Uniti, fece ritorno in Lituania il 31 agosto 2003 (66).
GUDAUSKAS, Vytautas: nato il 22 aprile 1918. Membro della 2/PPT-Batalionas 2, venne trasferito in Bielorussia così come confermato dal Foglio d'Ordine nr. 42 del 6 ottobre 1941 (67). Dopo la guerra riuscì a raggiungere gli Stati Uniti, dove ottenne la cittadinanza americana. Residente a Gilbertville (Mass.), non lontano dal suo ex commilitone Motiejus Katinauskas (ex 1/PPT-Batalionas 2), con il quale avrebbe condiviso il successivo iter processuale, fu rintracciato dagli investigatori dell'OSI ed accusato di immigrazione illegale, con conseguente inizio del processo di denaturalizzazione e prima udienza tenutasi il 1° giugno 1984, presso il Tribunale Distrettuale Federale di Boston (68). Nel maggio 1989 il procedimento a carico di Gudauskas risultava ancora dibattuto, fra schermaglie legali connesse alla modalità di accettazione da parte della corte, di testimonianze a carico rilasciate da cittadini sovietici residenti nel territorio dell'URSS, così come era stato richiesto fin dal luglio 1985 dall'avvocato dell'OSI John Loftus: testimonianze che tuttavia, scontratesi davanti ad una contestazione di merito opposta dalla difesa dell'imputato (av. Randolph Tucker della Hill & Barlow), avevano sostanzialmente bloccato il prosieguo del procedimento fino all'inizio del 1989 (69). Gudauskas morì il 15 novembre 1997 a Old Furnace, Worcester (Mass.), senza essere stato espulso dagli Stati Uniti.
JUODIS, Jurgis: nato nel'area di Kaunas nel 1911. Membro della 2/PPT-Batalionas 2. Anch'egli, come Ciurinskas, fu sottoposto a processo di denaturalizzazione da parte della Corte Distrettuale di Tampa (Fl). Membro del TDA-Batalionas il 28 giugno 1941, Juodis era stato nominato comandante del terzo plotone della 2/PPT-Batalionas 2 il 27 agosto 1941. Trasferito in Bielorussia nell'ottobre/novembre 1941, prese parte agli eccidi di Rudensk e Slutsk. Rifugiatosi negli Stati Uniti nel 1954, ottenne la cittadinanza americana nel 1955. Residente a St. Petersburg Beach, in Florida, si fece conoscere come pittore di successo. Accusato di«arresto, detenzione ed omicidio di ebrei disarmati ed altri civili in Lituania e Bielorussia», fu investigato dall'OSI a partire dal 26 ottobre 1981 per essersi introdotto illegalmente negli Stati Uniti, ma morì dopo il 1985, alla vigilia del processo (70).
KLIMAVIČIUS, Jonas: nato a Marijampole il 29 agosto 1907. Tenente, comandante di plotone della 2/PPT-Batalionas 2 fu trasferito in Bielorussia con il battaglione il 6 ottobre 1941 (71). Ritrovatosi in Germania al termine del conflitto come Displaced Person, riuscì a raggiungere gli Stati Uniti il 14 maggio 1949. Cittadino americano dal 1954, risiedette dapprima a Long Island e quindi a Wells, nel Maine, di professione macchinista. Rintracciato dagli investigatori dell'OSI ed interrogato per la prima volta nel luglio 1983, il 30 maggio 1984 fu formalmente accusato di «avere collaborato nella persecuzione degli ebrei e di altri civili, in qualità di membro di un battaglione di polizia controllato dai nazisti» e di essersi quindi introdotto illegalmente negli Stati Uniti sulla base di dichiarazioni mendaci rilasciate in malafede al momento dell'ottenimento del visto di ingresso. Chiamato in giudizio al fine di produrre documentazione in suo favore, si vide revocata la cittadinanza americana dal Tribunale di Portland (Ma.), il 28 settembre 1987, non essendo riuscito a fornire quanto richiesto (72). A seguito di ulteriore ricorso della difesa, la decisione del giudice Gene Carter fu rovesciata nel luglio 1988 dalla Corte d'Appello di Boston, che quindi fissò una nuova udienza per il 12 dicembre 1988. Dopodichè, pochi giorni prima del processo, a seguito di un accordo siglato con Eli Rosenbaum dell'OSI, Klimavičius accettò di rinunciare alla cittadinanza americana e si impegnò ad offrire all'OSI informazioni su altri suoi ex commilitoni del PPT-Batalionas 2 già residenti nell'area di Boston (Kisielaitis e Gudauskas), in cambio della rinuncia alla sua espulsione dagli Stati Uniti. L'accordo tra Rosenbaum e Klimavičius venne firmato lunedi 28 novembre 1988 (73).
KRIŠTAPONIS, Juozas: nato il 1° marzo 1912 a Uzulenis, nel distretto di Ukmerge; nipote del dell'ex presidente lituano Antanas Smetona. Tenente nel 2° Reggimento di Fanteria lituano, dopo l'invasione sovietica fu trasferito d'ufficio alla 184a Divisione di Fanteria del 29° Corpo d'Armata. Disertore dell'Armata Rossa, si unì al TDA-Batalionas a Kaunas e dal 1° agosto 1941 divenne comandante della seconda compagnia, aggregata al PPT-Batalionas 2. Trasferito in Bielorussia, rimase coinvolto nella campagna genocida: secondo una testimonianza, in occasione dell'eccidio di Rudensk avrebbe esentato 15 o 17 dei suoi uomini dal partecipare alle fucilazioni, accogliendo le loro obiezioni (74). Rientrato a Kaunas, rimase al comando della compagnia fino al 30 settembre 1942, quando venne assegnato al Litauische-Schuma-Bataillon 252. Membro del Lietuvos Laisvės Armijos, entrò in clandestinità al momento del ritorno dell'Armata Rossa, nell'agosto 1944. Nel dicembre 1944 venne nominato comandante del distretto partigiano di Vytis. Venne ucciso durante un combattimento contro truppe dell'NKVD il 12 gennaio 1945, nella foresta di Uzulenis.
MAČIUKAS, Mamertas: fuciliere, membro della 2/TDA-Batalionas dal 7 luglio 1941, fu assegnato alla 2/PPT-Batalionas 2, con la quale venne trasferito in Bielorussia nell'ottobre/novembre 1941 (75). Rifugiatosi in Canada dopo la guerra, fu sottoposto a processo di denaturalizzazione che si concluse con la volontaria partenza di Mačiukas dal paese e la successiva revoca della cittadinanza, avvenuta il 30 aprile 1998.
MINEIKIS, Antanas: nato nel 1917. Arruolatosi nel PPT-Batalionas 2, fu assegnato alla seconda compagnia, con la quale fu inviato in Bielorussia il 6 ottobre 1941, così come dal Foglio d'Ordine nr. 42 del 6 ottobre 1941 (76). In data successiva, probabilmente all'inizio del 1944, dopo lo scioglimento ed il disarmo del battaglione da parte dei tedeschi, Mineikis fu trasferito ad una unità ausiliaria lituana dislocata in Italia dalla quale, assieme a molti altri commilitoni, avrebbe disertato alla fine dell'anno per unirsi alle truppe polacche del generale Anders. Aggregato alla 2nd Independent Polish Commando Company, nel 1946 raggiunse l'Inghilterra con il resto delle forze polacche ed ottenne la cittadinanza britannica nel 1956 (77). Subito dopo si trasferì negli Stati Uniti. Residente a Gulfport, in Florida, divenne cittadino americano e visse gestendo un motel fino a quando, rintracciato dagli investigatori dell'OSI, non fu sottoposto a procedura di denaturalizzazione. Nel corso delle indagini Mineikis ammise, durante una dichiarazione giurata, di avere partecipato in diversi casi al trasporto con autocarri alle fosse comuni, di vittime civili tra cui donne e bambini, nonchè di avere assistito alle fucilazioni. Privato della cittadinanza americana dalla Corte Distrettuale di Tampa nel gennaio 1992 e raggiunto dall'ordine di espulsione da parte del giudice dell'immigrazione di Miami, Mineikis fece ritorno a Vilnius, in Lituania, il 15 settembre 1992. Nel 1993, a causa delle sue cattive condizioni di salute, il suo caso fu definitivamente archiviato per mancanza di prove dal procuratore generale lituano incaricato di indagare sui crimini di guerra. Ricoverato in una casa di riposo, morì per i postumi di un infarto il 24 novembre 1997 (78).
4.4 – 3/Litauische-Schuma-Bataillon 2 – Hptm. Juozas Uselis
BENKUSKAS, Henrikas: nato a Kaunas il 5 aprile 1920. Arruolatosi nel TDA-Batalionas, fu assegnato come mitragliere alla 3/PPT-Batalionas 2 e fu quindi trasferito in Bielorussia, così come confermato dal Foglio d'Ordine nr. 42 del 6 ottobre 1941 (79). Dopo la guerra riuscì a raggiungere gli Stati Uniti nel 1949. Residente a Chicago, non richiese mai la cittadinanza americana e fu rintracciato dagli investigatori dell'OSI, che il 25 marzo 1984 lo accusarono di «avere preso parte alle fucilazioni di ebrei lituani nei forti di Kaunas, nonché di essere rimasto coinvolto nell'arresto ed assassinio di ebrei disarmati e di altri civili e prigionieri di guerra sovietici nell'area Minsk-Borisov-Slutsk» (80). Fu sottoposto a procedura di espulsione, avviata formalmente il 2 giugno 1984 (81).
KISIELAITIS, Juozas: nato il 23 novembre 1920. Arruolatosi nel PPT-Batalionas 2, fu aggregato come fuciliere alla terza compagnia e fu quindi trasferito in Bielorussia così come confermato dal Foglio d'Ordine nr. 42 del 6 ottobre 1941 (82). Fuggito in Germania nel 1944 dopo il ritorno sovietico in Lituania, al termine del conflitto fu registrato in un Displaced Persons Camp e riuscì quindi ad emigrare in Canada nel 1948, abbandonando in Lituania sua moglie e suo figlio (83). Cittadino canadese dal 1953, si trasferì nel 1963 negli Stati Uniti, a Worchester (Mass.), dove svolse l'attività di sarto fino al 1981, quando fu rintracciato dagli investigatori dell'OSI messisi sulle sue tracce. Costretto ad ammettere la propria identità già durante il suo primo interrogatorio, di fronte ai documenti presentatigli da Eli Rosenbaum, il 24 maggio 1984 Kisielaitis si vide formalmente accusato di «avere preso parte all'arresto, detenzione ed omicidio di civili in Lituania e Bielorussia», con inizio delle procedure di espulsione dagli Stati Uniti ed ordine di presentazione a Boston davanti al giudice per l'immigrazione, fissato per il 5 novembre 1984 (84): obbligo a cui fece seguito, il 29 aprile 1985, il suo annuncio di rientro volontario in Canada, dapprima a Burlington in Ontario e quindi a La Salle, nei pressi di Montreal. Conseguentemente, il fascicolo di Juozas Joe Kisielaitis fu trasmesso dall'OSI alla RCMP, senza tuttavia che venissero avviati i passi successivi da parte della War Crime Unit canadese: nel 1987 infatti, Kisielaitis avrebbe ricevuto conferma circa l'inesistenza di documentazione a suo carico in possesso delle autorità di Ottawa, nonché rassicurazioni sulla non-intenzione da parte delle medesime, di procedere alla sua espulsione. Tale situazione venne confermata dallo stesso Kisielaitis, a più riprese avvicinato da giornalisti locali interessati al suo caso (85). Il 15 febbraio 2001 un suo tentativo di riento a Fort Lauderdale, negli Stati Uniti, fu bloccato alla partenza dagli ispettori dell'immigrazione statunitense distaccati presso l'aeroporto di Montreal.
5. NESVIZH, BIELORUSSIA
Si chiamava Anton Specht ed era un giovane maresciallo di bell'aspetto figlio di un cappellaio di Lindenberg im Allgäu, ai piedi delle Alpi bavaresi. Comandava un plotone di fanteria dell'8./IR 727, che formava il presidio della Ortskommandantur di Nesvizh, villaggio a sud di Minsk di circa 7.000 abitanti, oltre la metà dei quali ebrei. Lui, e i suoi commilitoni, erano giunti in paese alla fine di agosto, con il resto della 707.ID, per gestire la situazione nelle retrovie, ed avevano cominciato ad applicare fin da subito le consuete misure discriminatorie alla numerosa comunità ebraica rimasta nel villaggio. Fino a quel momento tuttavia, il suo compito era stato di routine: il villaggio, piccolo e ordinato, raccolto attorno ad una dozzina di strade ed impreziosito da un imponente castello del XVI secolo, era stato occupato dalla Wehrmacht già dal 27 giugno (86) e fino a quel momento non c'erano stati atti di irreparabile brutalità. Compatibilmente con la situazione generale, la vita a Nesvizh aveva continuato a scorrere entro limiti tollerabili e senza gravi turbolenze, sia per gli abitanti polacchi e bielorussi, che per gli stessi ebrei, certamente sottoposti ad ordinari soprusi ma non ancora colpiti da violenza sistematica.
Sotto questo punto di vista pertanto, l'ordine di raduno dell'intera comunità israelitica nella piazza del mercato, trasmesso da Specht allo Judenrat il 29 ottobre (87), non sarebbe stato percepito dagli ebrei, né volle essere visto, come il preludio ad una catastrofe imminente, bensì come un'ulteriore vessazione imposta alla comunità medesima dalle autorità di occupazione. Solo pochi giorni prima infatti, lo Judenrat era stato in grado di pagare un pesante riscatto in oro e denaro in cambio del rilascio di 200 giovani ebrei arrestati come ostaggi (88). L'ipotesi, maggiormente diffusa tra gli ebrei in attesa, era quindi quella di un'ulteriore predazione, magari attraverso il saccheggio sistematico delle abitazioni lasciate incustodite. Da parte della Ortskommandantur la spiegazione fu la verifica dei documenti individuali (89). D'altro canto, il raduno al completo di almeno 4.500 persone poteva essere interpretato in modo quasi rassicurante, non essendo ipotizzabile, ragionevolmente, un eccidio di massa perpetrato così a freddo (90): e questo, nonostante la consapevolezza di alcuni indizi inquietanti, tra cui lo scavo da parte di operai polacchi, avvenuto alcuni giorni prima, di due lunghe trincee nei pressi del castello Radziwill (91). Di certo, comunque, l'incertezza era il sentimento più diffuso in quelle ore, tra i membri della comunità ebraica.
Il raduno avvenne tra le 8 e le 8.30 del 30 ottobre 1941 in un'atmosfera di trepida inquietitudine. Vestiti dei loro abiti migliori, muniti di tutti i loro documenti, gli ebrei cominciarono ad affluire nella piazza del mercato, dopo avere lasciato nelle loro case – secondo gli ordini ricevuti – i malati e gli anziani intrasportabili, i cui nomi ed indirizzi erano stati già comunicati alle autorità tedesche (92). La punizione, per chi non avesse ottemperato agli ordini era – come di consueto – la fucilazione immediata.
La piazza, grande approssimativamente come un campo di calcio, si riempì velocemente di ebrei. In un angolo, tra sedie e tavoli si erano radunate circa 25 o 30 persone, tra cui i membri dello Judenrat, l'Oberfeldwebel Specht ed alcuni soldati della Wehrmacht. Gendarmi locali bielorussi sorvegliavano gli ebrei nella piazza e regolavano le colonne in afflusso, mentre il rimanente personale tedesco della Ortskommandantur aveva formato dei posti di blocco lungo le strade di accesso alla città.
Fin da subito quello che doveva essere un semplice controllo dei documenti assunse le sembianze di una vera e propria selezione: in una parte della piazza infatti, cominciarono ad essere radunati i migliori tra gli artigiani ritenuti utili, identificati sulla base di una lista: sellai, calzolai, sarti, fabbri, vetrai ed operai tessili, cui fu consentito di portare con sé le loro famiglie, mentre tutti gli altri – in preda a crescente angoscia ed imminente senso della tragedia – furono lasciati al loro posto (93).
Poi, ad un certo punto, arrivarono gli autocarri.
Giunsero in colonna nel corso della selezione, dalla direzione di Slutsk, e da essi scesero degli uomini in uniforme che nessuno conosceva. Qualcuno tra gli ebrei, ascoltando le loro parole, capì che si trattava di lituani. I nuovi arrivati formarono un cordone di sorveglianza attorno alla piazza e quindi procedettero a trasferire in una scuola, sorvegliata da gendarmi bielorussi, le poche centinaia di artigiani con le loro famiglie, selezionati per sopravvivere: complessivamente furono risparmiate meno di 600 persone (94), che subito dopo l'eccidio dei loro correligionari, andarono a costituire il nucleo del ghetto di Nesvizh.
Non è del tutto chiaro quale compagnia del PPT-Batalionas 2 abbia preso parte all'azione, né se vi fu un intervento diretto anche di personale del Polizei-Bataillon 11: sembra comunque accertato che poliziotti tedeschi presero parte alla sorveglianza delle vittime attorno alle fosse comuni. Vi sarebbero stati ufficiali tedeschi anche tra coloro che davano gli ordini di fuoco ai plotoni d'esecuzione.
Le fucilazioni, che cominciarono subito dopo la selezione degli artigiani, avvennero in due luoghi diversi. La maggior parte delle vittime in grado di camminare – pressochè tutte quelle radunate sulla piazza – furono portate alle fosse comuni scavate nel parco del castello Radziwil; gli infermi, i malati e gli anziani lasciati nelle loro case furono invece prelevati da appositi Räumungskommandos, che li caricarono a bordo degli autocarri e li trasportarono fino ad un terreno aperto fuori città, lungo la strada per Snov (95).
Secondo la testimonianza di un soldato tedesco, membro della Ortskommandantur che assistette all'azione, le procedure di esecuzione avvennero molto rapidamente. Provenienti dalla piazza del mercato, distante circa una decina di minuti, gli ebrei incolonnati furono fatti avanzare nel parco del castello fino ad un certo punto sul terreno, a circa una ventina di metri dalle fosse comuni, presso cui dovetter abbandonare i loro abiti. Poliziotti tedeschi, tutto attorno, sorvegliavano questa fase dell'operazione e provvidero alla custodia del denaro, orologi ed oggetti preziosi presi in consegna dalle vittime. Dopodichè, con la sola biancheria addosso, gli ebrei furono spinti alle fosse comuni a gruppi di 25 ed allineati lungo il bordo della trincea. Dietro di loro era schierato il plotone di esecuzione, formato da 30, 40 e forse anche 50 lituani, che eseguivano le fucilazioni sotto il comando di un ufficiale.
Completata la procedura per un gruppo, veniva fatto avanzare quello successivo. Il rumore degli spari risultava chiaramente udibile anche a grande distanza e giunse fino alle colonne di vittime ancora in cammino lungo la strada; le due fosse comuni, poi, si stagliavano in piena vista degli ebrei intenti a spogliarsi dei loro vestiti. Le fucilazioni andarono avanti per molte ore, senza incontrare ostacoli, senza alcuna velleità di segretezza e senza che si verificassero tentativi di opposizione da parte delle vittime. Nel corso della giornata l'eco degli spari giunse anche agli ebrei selezionati per sopravvivere ed ancora rinchiusi nella scuola del villaggio (96).
Complessivamente, il 30 ottobre 1941 sarebbero stati fucilati fino a 4.000 ebrei (97). I loro beni, i vestiti e la mobilia recuperata nelle case abbandonate, furono venduti nei giorni successivi ai contadini bielorussi e polacchi. Per i superstiti, 600 artigiani essenziali con le loro famiglie, si aprirono le porte del ghetto, destinato a sopravvivere fino al luglio 1942, quando di fronte alla prospettiva di una decimazione pressochè totale, il movimento clandestino ebraico, costituitosi a Nesvizh già dal settembre 1941, scelse la strada della rivolta armata, con il fuoco, le spranghe di ferro e le bottiglie di acido.
6. OBIETTIVO GENOCIDIO
Nesvizh fu solo una delle tappe e neppure la più sanguinosa, della campagna genocida perpetrata in Bielorussia dall'Einsatzgruppe “Lechthaler“ nell'ottobre/novembre 1941. In quanto tale rassomiglia ad una delle decine di stragi, tutte piuttosto simili tecnicamente e per certi versi anonime, che si succedettero senza soluzione di continuità per oltre un anno, tra l'inizio di Barbarossa e l'autunno 1942, in Bielorussia, in Ucraina, nel Baltico ed in Polonia: in altri termini, a Nesvizh fu applicato un modello genocida pressochè standardizzato, elaborato quale presupposto esistenziale di un nuovo sistema ideologico (§ 8.6.1.), realizzato da una struttura organizzativa di tipo manageriale (§ 8.6.2), alimentato da dinamiche interne piuttosto precise (§ 8.6.3) e caratterizzato dalla dolorosa accettazione da parte delle vittime (§ 8.6.4).
6.1. – Sfera
L'eccidio di Nesvizh, così come la maggior parte delle esecuzioni sul campo perpetrate tra l'estate 1941 e la primavera 1942 in Unione Sovietica, si inserisce come un vero e proprio prodotto di scarto, all'interno dell'universo totalitarista arendtiano, che la stessa Arendt definisce come «strutturato a cipolla (onion-like structure)». In quest'ambito, le esecuzioni sul campo rappresentano la conseguenza pratica delle azioni eseguite dallo strato più esterno, vale a dire quello posto a maggiore distanza dal nucleo e quindi dal centro del potere incarnato dal leader depositario del verbo totalitario: un potere strutturato ad anelli, ciascuno dei quali caratterizzato da un grado di purezza ideologica che tende ad inquinarsi mano a mano che ci si allontana verso gli strati più esterni. In senso ideale, la perdita di tale purezza, dall'interno verso l'esterno, appare come una caratteristica intrinseca dell'architettura totalitaria e questo, essenzialmente, per dare modo ai cerchi interni del sistema di figurare, rispetto a quelli esterni, come via via più élitari e dogmatici, asettici e divinizzati e posti al di sopra delle responsabilità, come entità quasi metafisiche. Allo stesso tempo, in senso pratico, il peggioramento qualitativo si presenta come una logica conseguenza legata alla sostanziale impossibilità di ottenere, da platee sempre più ampie di eterogenei perpetratori, quella massima tensione ideologica un po' astratta generata dal nucleo. I diretti perpetratori infatti, essendo più di altri immersi nella realtà concreta delle situazioni, più che con l'aderenza ai dogmi si trovavano a dover fare i conti con le problematiche oggettive, con l'infinita gamma degli eventi particolari, con le spinte propulsive personali e con una varietà di casi singoli, tali da fondere in un unico magma sanguinoso le dinamiche individuali e periferiche con le direttive centrali. In altri termini, il grande disegno ideologico cardine del modello totalitario nazista, elaborato sulle ordinate scrivanie dei leaders e via via trasmesso verso il basso fino agli zelanti esecutori, ovvero la risoluzione del problema ebraico, finì inevitabilmente per perdere quella mistica ideologica propria delle elaborazioni teoriche e si ridusse a passare attraverso l'immonda realtà delle fosse comuni: primo tentativo, greve ed improvvisato, di dare sostanza ai teoremi e solidità al sistema, mediante la messa in condizioni di non nuocere del nemico ideale rappresentato dall'eterno giudeo. Sotto questo punto di vista gli eccidi sul campo si configurano come un tentativo del regime, abbozzato e sperimentale ed evolutosi fino alla realtà dei campi di sterminio attraverso successivi perfezionamenti del metodo genocida, di realizzare la propria visione del mondo: un'utopia che non poteva prescindere dall'annientamento del male percepito ed il conseguente trionfo di un rivoluzionario modello sociale, costruito attorno ad un uomo nuovo totalmente conforme al sistema, sotto ogni punto di vista: etnico, politico e sociale.
Evidentemente, una simile società ideale in nuce, non poteva realizzarsi dal nulla, ma richiedeva un costante processo di adeguamento dei metodi e delle idee, a cui la guerra fornì unicamente la scenografia perfetta, ma non certo la causa né il pretesto. Piuttosto, il conflitto offrì l'occasione per accelerare il disegno dando avvio all'applicazione di inediti modelli eugenetici e sociali, sia dal punto di vista della costruzione del nuovo che della decostruzione dell'esistente, mediante la sperimentazione sul campo di nuove ipotesi di soluzione: si pensi solamente all'ingegneria sociale creativa incentrata attorno ai trasferimenti dei volksdeutschen, o ai piani di colonizzazione di parte della Polonia o della Crimea, o al progetto lebensborn, tutti modelli, questi, costruttivi del nuovo. Si pensi invece all'annientamento dei disabili attraverso l'Aktion T4, alla marginalizzazione ed all'estraneazione dei non-conformi attraverso metodi legislativi (leggi razziali), esecutivi (lager) o sociali (ghetti) ed alla distruzione fisica di intere categorie ritenute nocive: tutti modelli, questi, decostruttivi dell'esistente.
All'interno di un simile gigantesco affresco, volto alla creazione pseudodivina dell'idealtipo totalitario nazista, il processo non poteva essere lineare né scevro da ostacoli, ma finì per passare attraverso esperimenti, ritirate temporanee e variazioni tattiche del senso di marcia. Così come il sistema dei lager valse a rappresentare, nella decostruzione, lo zenit della società totalitaria nazista, così le fosse comuni ne furono l'abbozzo grossolano, un prodotto di scarto di pre-produzione, ben presto sostituito dall'efficientismo industriale dei campi di sterminio: punto di contatto fra i due metodi fu la fabbricazione massiva di cadaveri (98).
In tal senso, se diverse erano le strade che potevano essere percorse, uno solo rimaneva l'obiettivo. Per tale motivo, la rimozione del male rappresentato dal nemico giudeo non fu una scelta condizionata dalle circostanze, o una semplice reazione al radicalizzarsi del conflitto, o magari il convergere di dinamiche situazionali fuori controllo, ma un presupposto esistenziale del regime, dal quale non si poteva prescindere pena l'irrealizzazione dell'utopia. Dopodichè, le procedure esecutive furono adattate al percorso in un'ottica manageriale, attraverso fasi, tempi, luoghi ed azioni semiindipendenti, ma sempre coerenti con l'ideale di fondo.
6.2. – Simbiosi
Oltre che l'applicazione di un teorema, il genocidio ebraico fu un concentrato di azioni. In tal senso, così come l'intervento di una qualsiasi leadership è necessario per predisporre i lineamenti strategici mirati al conseguimento di un risultato, attraverso la pianificazione operativa, le istruzioni ai quadri intermedi, il corretto clima motivazionale, le disposizioni di carattere generale ma funzionali ad uno scopo, le iniziative individuali e finanche l'applicazione intuitiva della volontà percepita del leader, così l'azione coerente delle maestranze verso l'obiettivo stabilito – sia pure in una giungla di logiche personalistiche, di motivazioni autonome, di impulsi triviali, di schemi di piccolo cabotaggio, di tornaconti individuali, di meccanismi grossolani ecc. – diventa l'elemento imprescindibile affinchè lo schema generale possa essere messo nelle condizioni di funzionare.
Sotto questo punto di vista la risoluzione della questione ebraica non sembra essere stata diversa da una gestione manageriale per obiettivi (management by objective, MbO), nella quale ad un indirizzo strategico teorizzato dalla leadership di una qualunque struttura organizzata complessa fa da riscontro l'azione coerente degli esecutori materiali preposti a raggiungerlo, ovvero, per conseguenza contraria, è del tutto improbabile che una vasta compagine di esecutori differenti, indipendenti l'uno dall'altro, possano trovarsi ad adottare schemi operativi sostanzialmente identici in assenza delle opportune informazioni circa la natura dell'obiettivo da raggiungere, dell'indirizzo strategico proveniente dalla leadership e di un contesto ambientale favorevole o non-ostile. In altre parole, le due parti della struttura – leadership e collaboratori – sono simbiotiche e funzionali l'una all'altra, non potendosi reggere separatamente se non in casi limitati e sporadici.
Traslando tale schema sulla questione ebraica, è evidente come la leadership del Reich e gli esecutori materiali del genocidio abbiano operato in sincrono sulla base di un obiettivo condiviso, pur provenendo da direzioni diverse: laddove vi fu strage a valle, vi fu ovviamente pianificazione a monte, allo stesso modo in cui ad un risultato di business ottenuto corrisponde giocoforza la scelta preventiva dell'obiettivo da raggiungere (99).
Il risultato finale quindi, è sufficiente a confermare assiomaticamente la sostanza di un progetto, così come l'esecuzione del genocidio dimostra l'esistenza di una volontà genocida, a prescindere dalla presenza o meno di ordini scritti. In altri termini, non è tanto la pistola fumante a confermare l'esistenza di un omicidio, quanto piuttosto è la presenza della vittima uccisa che rende evidente l'azione dell'assassino.
Dopodichè, il fatto che il Progetto Genocidio possa essere passato come già detto, attraverso varie fasi e successivi perfezionamenti via via che opzioni alternative anche meno cruente venivano accantonate, dimostra l'esistenza di una logica da work in progress all'interno di un processo di radicalizzazione cumulativa, ossia di una dinamica operativa complessa mirata ad un obiettivo, nella quale tanto la leadership quanto le maestranze, ciascuno nel proprio ambito, diventano egualmente corresponsabili e compartecipi del risultato finale.
6.3. – Decadenza
Relativamente alle maestranze, l'eccidio di Nesvizh appare paradigmatico di quanto le basi esecutive fossero lontane – in fatto di purezza ideologica – rispetto al dogmatismo teorico del nucleo, oramai diluito dalle contingenze operative di coloro i quali tali dogmi si trovavano a doverli applicare nella realtà.
Le azioni perpetrate in Bielorussia dai reparti di Lechthaler si pongono infatti sullo strato più esterno del sistema totalitario nazista, ben al di sotto di quelle dell'Einsatzgruppe B che le aveva precedute solo di poche settimane: dall'idealismo criminale delle Weltanschauungstruppen, vero o presunto che fosse, si passa alla brutale rozzezza delle Vernichtungstruppen, il livello qualitativo dei perpetratori si abbassa drasticamente, i brillanti giovani SD, prodotti d'élite di una «generazione senza limiti (Generation des Unbedingten)» (100), vengono sostituiti da manipoli di ausiliari prezzolati, gli schemi ideologici se mai vi furono, si tramutano in lordura, la dottrina si riduce a carnaio. I Lituani entusiasti, già arruolatisi patriotticamente in un battaglione nazionale, vengono trascinati fuori dal loro ambiente ed accettano di convertirsi in mercenari del genocidio, sterminando individui a loro lontani ed a cui nulla li legava, né risentimento né interesse; le loro motivazioni originarie, eventualmente ideali, decadono in menzogne di fronte alla realtà dei fatti. Il terreno di scontro sul fronte orientale diventa laboratorio di sperimentazione di nuove forme di annientamento fisico e sociale e la realtà dei ghetti offre la soluzione di una morte prolungata, propedeutica e talvolta alternativa all'annientamento immediato nelle fosse comuni.
Con l'utilizzo di grandi masse di ausiliari, nonché di personale riservista nel caso dei battaglioni di polizia, si assiste ad una de-ideologizzazione spinta delle astrazioni dottrinali teorizzate a Berlino: le basi operative, sempre più numerose, si allontanano proporzionalmente dal vertice, inglobano nuovi parametri specifici solo a loro stesse e rielaborano il materiale ideologico semplificandolo ed adattandolo alla realtà locale e individuale. La direzione di marcia non cambia, ma può cambiare l'equipaggio: non è più necessario, una volta dato l'impulso iniziale e delineati gli schemi fondamentali, insistere pervicacemente sulla purezza ideologica ed anche razziale, di una ridotta élite di entusiasti perpetratori, ma è sufficiente, e forse anche più conveniente, ampliare il raggio di tolleranza, cooptare energie diverse, reperire nuovo materiale umano adattandolo alle esigenze del progetto: un materiale di qualità certamente inferiore, ma ugualmente in grado di eseguire il lavoro con profitto. I lituani di Lechthaler, così come i bottegai riservisti del Polizei-Bataillon 11 non erano un'élite ma neppure una plebaglia: erano semmai individui che avevano scelto di abdicare dalla propria capacità di giudizio, ripiegando nella confortevole dimensione del non-pensiero oppure, nel migliore dei casi – per dirla con Arendt – deviando la propria pietà istintiva verso un'autoassolutoria commiserazione del proprio io, costretto dal senso del dovere ad accettare cose orribili (101).
Non risulta via sia stata, se non in rari casi, una riscossa morale da parte dei perpetratori ordinari, durante lo svolgimento del loro lavoro, sebbene nulla impedisse che vi fosse. Tutt'al più si verificarono episodi di disgusto viscerale, di repulsione fisica, sovente sfociati nell'autorizzazione a lasciare il plotone di esecuzione o repressi attraverso l'ingestione di alcolici durante e dopo le fucilazioni; non sappiamo tuttavia, quanti di tali episodi possano farsi risalire a genuina sofferenza morale. Quello che è certo è che da parte dei perpetratori non fu la consapevolezza dei loro atti a mancare, bensì la volontà di lasciarla affiorare. Molti di loro – ed in questo caso ci riferiamo ai lituani – già nel primo dopoguerra mentirono scientemente durante gli interrogatori per l'ottenimento dei visti di ingresso negli Stati Uniti, dimostrando così di disporre di una lucida capacità di discernimento, attivabile a comando: quella stessa capacità che solo cinque o sei anni prima avevano evidentemente anestetizzato con cura e che fu la causa, decenni dopo, dell'accusa di mancanza di buon carattere morale, che tutti costoro si sentirono rivolgere dalle autorità dell'immigrazione.
6.4. – Destini
Elaborato dal sistema, coordinato dal management e realizzato dalle maestranze, il Progetto Genocidio si chiuse attorno alle vittime come le ganasce di una morsa: inevitabilmente, verrebbe da dire, in quanto le vittime rappresentavano l'obiettivo ultimo ed il prodotto finito del progetto medesimo. Sotto questo punto di vista l'eccidio di Nesvizh non fu diverso dalle mille altre stragi perpetrate un po' dovunque, ed è proprio questa omologazione a suggerire alcuni spunti di riflessione.
Fin dall'immediato dopoguerra la strage fu ricordata e narrata dai sopravvissuti, alcuni dei quali – come Shalom Cholawsky – sarebbero stati i futuri protagonisti della prima rivolta di un ghetto ebraico in Bielorussia, organizzata proprio a Nesvizh il 21 luglio 1942 dai superstiti dell'eccidio dell'ottobre 1941 (102). In tal senso il drammatico percorso del ghetto di Nesvizh – apertosi con un eccidio e chiusosi con una rivolta – si inserisce nella troppo breve casistica in cui, tra i reclusi ebrei la volontà prevalse di rifiutare combattendo quel destino già scritto per loro da altri: lo stesso rifiuto all'oblio che verrà opposto anche dai condannati a morte di Lachwa descritto nel Cap. 14 e che rappresenta il manifestarsi di una diversa realtà possibile, una fattibile alternativa all'accettazione passiva di un destino pianificato, nonchè la praticabilità di una resistenza armata, pur nelle condizioni impossibili dei ghetti, da opporre non solo ai propri aguzzini, ma anche quale contrappunto alla scelta del male minore, quasi sempre adottata da quei Consigli ebraici così severamente stigmatizzati dalla Arendt che li definisce – con probabile eccesso di generalizzazione – come «uno dei capitoli più foschi di tutta quella fosca vicenda» (103).
Al di là dell'irragionevole speranza di successo, che appariva oggettivamente improbabile, una rivolta armata avrebbe potuto aprire una via di salvezza per qualcuno dei condannati, ma soprattutto, avrebbe dato l'opportunità di uscire dal ghetto: che non era solamente una barriera visibile di filo spinato, ma una condizione psicologica e finanche una forma di rassicurante auto-isolamento. La resistenza armata, la rivolta, la rinuncia a rinunciare, sarebbero stati un modo per liberarsi da quella che Bruno Bettelheim definisce «la mentalità del ghetto» (104). Una mentalità che rendeva gli ebrei, già rinchiusi fisicamente, prigionieri anche di un principio di inerzia e che finiva per alimentare la spirale viziosa imposta loro dai loro aguzzini: quella spirale che li avvicinava sempre di più alla distruzione e che ad un certo punto Abba Kovner volle spezzare, rifiutando quella fine omologata che già aveva travolto la maggioranza dei ghetti e respingendo il suo destino già scritto di pecora al macello (105).
Tuttavia, se anche alla fine reazione vi fu, fino a quel momento la scelta dei reclusi di Nesvizh fu la stessa adottata dalle vittime di altri eccidi e deportazioni, vale a dire l'accettazione del fato imposto dai crudeli semidei della morte.
È certamente ingeneroso – e nondimeno è stato fatto – individuare nella passività degli ebrei una delle cause della loro distruzione. Gli episodi di quotidiana sopravvivenza che li mettevano continuamente alla prova, i sacrifici che si trovarono a dover compiere per superare ogni giorno ogni genere di ostacoli, le scelte che dovettero affrontare, la forza morale dimostrata, sono probabilmente più che sufficienti a testimoniare l'esistenza di una resistenza nei fatti, che non si manifestava nella ribellione armata contro il nemico, ma in una reazione alla morte prolungata del ghetto: una reazione che controbatte la pesantissima accusa di resa all'istinto di morte avanzata dallo stesso Bettelheim (106). Nondimeno, se questa reazione di vita – che vi fu – impedì agli ebrei di rendersi complici durante la loro vita, la loro non-reazione al momento della morte – e vi fu anche questa – li rese sostanzialmente inermi di fronte alla loro morte. In altre parole, proprio per dare un senso finale all'abnegazione dimostrata dalle vittime durante la vita, le così aspre prove superate negli anni e le incredibili sofferenze patite avrebbero probabilmente meritato un diverso congedo al momento della morte. Ma per la maggior parte delle vittime non fu così; quasi tutti si lasciarono semplicemente portare dai loro aguzzini, ordinatamente incolonnati in una dolente quanto struggente processione: atto finale di quella livellata e spettrale società dei morenti che dai campi di sterminio si allargava fino ai ghetti e che altro non era che una concessione magnanima, pseudo-divina, da parte di chi la lunga morte l'aveva imposta un giorno dopo l'altro. Fu probabilmente questa la più grande sconfitta delle vittime, l'avere lasciato ad altri il diritto di gestire la loro morte.
Alla fine della sua opera, Raul Hilberg riporta la testimonianza di Hermann Friedrich Graebe, un ingegnere tedesco spettatore dell'eccidio di Dubno, rilasciata a Norimberga durante il processo agli Einsatzgruppen (107). Vale la pena soffermarsi su un passaggio particolarmente significativo [la testimonianza completa di Graebe è riprodotta nell'Allegato 3].
"Durante i 15 minuti che rimasi vicino alla fossa non udii alcun lamento o supplica. Vidi una famiglia di almeno otto persone, un uomo e una donna, entrambi di circa 50 anni, con i loro figli piccoli di circa uno, otto e dieci anni, e due figlie figlie adulte di forse 20 o 24 anni [...]. Il padre stava tenendo la mano di un ragazzo di circa dieci anni, e gli parlava piano; il ragazzo stava trattenendo le lacrime. Il padre indicò il cielo, gli accarezzò la testa e sembrò spiegargli qualcosa [...]. Mi ricordo bene di una ragazza, magra e con i capelli neri, che passandomi vicina mi disse «23».
Oltrepassai anch'io oltre il cumulo e mi trovai di fronte ad un'enorme fossa. Le persone erano ammucchiate tutte assieme e giacevano l'una sull'altra, così che si potevano distinguere solo le loro teste. Quasi tutte avevano rivoli di sangue che scendevano dalle teste sulle loro spalle. Diverse persone si muovevano ancora. Alcune sollevavano le braccia e giravano la testa per far capire che erano ancora vivi. La fossa era già piena per due terzi. Valutai che contenesse circa 1.000 persone. Cercai l'uomo che eseguiva la fucilazione. Era una SS, che sedeva sul bordo della fossa, dal lato più corto, con i piedi a penzoloni nella fossa. Teneva una pistola mitragliatrice sulle ginocchia e fumava una sigaretta. Le persone, completamente nude, scesero alcuni gradini che erano stati scavati nella parete di argilla della fossa e si arrampicarono sopra le teste della gente che giaceva all'interno, fino al punto indicato dall'uomo delle SS. Si sdraiarono sopra i morti e i feriti; alcuni accarezzarono coloro che erano ancora vivi, parlando loro a bassa voce. Poi udii una serie di spari".
Quel padre, che consolò e protesse suo figlio fino all'ultimo, la giovane che rivendicava sé stessa, i morenti che si accarezzavano l'un l'altro mantennero intatta la loro straordinaria dignità, ma rinunciarono al privilegio – che pure avrebbero avuto – di decidere della loro morte. Alcuni altri invece, quei pochi che si ribellarono, reclamarono per sé quel privilegio, riappropriandosi al momento della morte del loro valore di unicum che i carnefici avevano tentato in ogni modo di cancellare.
Aeroporto O'Hare, Chicago, 12 maggio 1999
Avevano combattuto finchè era stato possibile, con tutte le armi che avevano a disposizione. Si erano appellati al Quinto Emendamento, si erano rivolti al Board of Immigration, avevano fatto ricorso alla Corte d'Appello. Inutilmente. Ogni loro tentativo era stato vano. Solo un mese prima, il 15 aprile, era andato a vuoto anche l'ultimo assalto, quello presso il Tribunale per l'immigrazione di Chicago, dove il giudice Anthony D. Petrone, confermando i precedenti gradi di giudizio con l'ordine di espulsione, aveva piantato l'ultimo chiodo sulla bara di una vicenda che si era trascinata oramai da troppi anni: da quel marzo 1993, quando i cercatori di piste dell'OSI avevano depositato contro di lui, alla Corte Distrettuale di Hammond, Illinois, una richiesta di rinvio a giudizo su sette capi di imputazione, tutti incentrati attorno al reato di immigrazione illegale negli Stati Uniti. A quel punto, era cominciato il suo calvario, che ora stava veramente per concludersi. Almeno negli Stati Uniti. Certo, avrebbero potuto ancora appellarsi al Giudizio di Dio della Corte Suprema, ma con possibilità di successo pressochè nulle, così come gli aveva confermato il suo avvocato allargando le braccia e così come, appena una settimana prima, aveva potuto verificare sulla propria pelle il suo ex commilitone Gečas, sbattuto in galera a Pensacola, per essersi rifiutato di rispondere alle domande del giudice...
A quel punto non era rimasto che arrendersi all'inevitabile.
In fretta aveva dovuto preparare i bagagli, quelle poche cose che si sarebbe portato dietro – non molte di più di quelle che aveva con sé quando era partito da Blutzbach, in Germania, cinquanta anni prima; in fretta aveva dovuto rendersi conto di non essere più quello che credeva fosse diventato; in fretta aveva dovuto rassegnarsi all'idea di rinunciare a tutto quello che aveva costruito in mezzo secolo di duro lavoro; in fretta – troppo in fretta – quell'aereo di cui avevano già chiamato il volo, lo avrebbe riportato a casa. A Vilnius, in Lituania, dove avrebbe infine reincontrato sé stesso, o meglio, quella parte dimenticata di lui che aveva abbandonato un tempo sui campi di macerie dell'Europa orientale. Era il passato che ritornava, con le sue ombre, con i suoi spettri. Forse non era giusto, forse avrebbero dovuto lasciargli vivere i suoi ultimi anni nella sua tranquilla cittadina vicino al lago. Forse non valeva più la pena riesumare il passato, vecchi ricordi sbiaditi di un'epoca che non esisteva più. O forse si. Forse non era vendetta ma giustizia, nemesi cosmica alla quale nessuno poteva sottrarsi, verso chi molto aveva avuto dal teatro della vita, senza pagare quel biglietto di ingresso che ora gli veniva reclamato a spettacolo finito, quando da quel teatro stava quasi per uscire. Non lo sapeva Casey Ciurinskas, non lo sapeva ciò che era giusto e ciò che invece non lo era, così come non lo aveva saputo dire in quegli anni lontani, quando davanti a lui, fermo in piedi in divisa, vedeva alzarsi spettatori dalle poltroncine di velluto, una fila dopo l'altra, diretti anzitempo verso l'uscita. Neanche allora, Casey Ciurinskas aveva saputo dire se fosse giusto o meno. Ed ora era giunto il suo turno; presto, sarebbe toccato a lui raggiungere la grande uscita, sfilando oltre la sorridente cassiera dell'ultimo spettacolo, così come in quel momento stava passando davanti al quel serio funzionario aeroportuale al banco del check-in: «Casey Ciurinskas», sentì pronunciare dalla voce del funzionario, ed era quella, si rese conto, l'ultima volta che qualcuno avrebbe storpiato in quel modo il suo nome.
Da quel momento sarebbe ritornato ad essere quello che veramente era: Kazys Ciurinskas, l'Americano.
1 Rapporto (Lagerbericht) del Polizei-Bataillon 11, riprodotto in HIS, p. 472: «Ovunque gli ebrei sono stati posti in condizioni di non nuocere, è apparentemente ritornata la calma».
2 USA, Plaintiff, v. Kazys Ciurinskas, Defendant, No 2:93 CV 97JM, 18 giugno 1997. Citato come Sentenza Ciurinskas.
3 Si veda il memorandum dell'OSI Senior Trial Attorney William Kenety, in Outsdanding Public Interest Lawyer in Action – OPIA. Harward Law School. In effetti, nella sentenza del giudice Moody fu imputata a Ciurinskas la partecipazione certa ad un'azione punitiva a Užusaliai, nei pressi di Jonavos, in Lituania, avvenuta l'11 e 12 settembre 1941 e conclusasi con la fucilazione di 43 civili. Non è dato sapere se in tale circostanza Ciurinskas abbia preso parte o meno alle fucilazioni, che furono eseguite dal Rollkommando “Hamann”, rafforzato da ausiliari lituani. Si veda Sentenza Ciurinskas, § 50÷54, Rapporto Jäger, Bl. 4, in Bartusevičius/Tauber/Wette, p. 306.
4 Sentenza Ciurinskas, Count VI.
5 Sui concetti di colpa morale e colpa metafisica, si veda Karl Jasper, La questione della colpa. Milano, 1996.
6 Stang, pp. 117-118, Bubnys Holocaust, p. 8. Ehrlinger era entrato a Kaunas con l'EK1b il 28 giugno 1941, sulla scia della Wehrmacht, per poi allontanarsene il 2 luglio, dopo l'arrivo dell'EK3 di Karl Jäger, al quale aveva passato le consegne.
7 Bubnys Holocaust, pp. 7-8, Bubnys Hilfspolizeibataillone, p. 119, Stang, p. 123.
8 Stang, p. 122, EM 19 del 11 luglio 1941.
9 Tra luglio e agosto, almeno 36 membri del battaglione sarebbero stati congedati con disonore, per alcoolismo o insubordinazione. Ibid., pp. 128-129.
10 Ibid., pp. 129-130, Dieckmann/Sužiedėlis, p. 60.
11 Stang, pp. 133, 142-143.
12 Gli eccidi furono perpetrati il 9/7, il 19/7, il 2/8, il 7/8 il 9/8 ed il 18/8 in presenza di distaccamenti tratti dalle compagnie 3a, 4a, 5a, 6a e 7a del TDA-Batalionas. Stang, pp. 143-144, Rapporto Jäger, Bl. 1 e 2, in Bartusevičius/Tauber/Wette, p. 306.
13 Secondo Stang, p. 160, e Bubnys Hilfspolizeibataillone, pp. 120-121, il RoKo “Hamann” era una sub-divisione ad-hoc, forte di circa una decina di funzionari tedeschi della Sipo, di volta in volta mobilitati per condurre azioni genocide nelle aree rurali attorno a Kaunas. Tale distaccamento – che non avrebbe avuto un organico stabile – sarebbe stato parte di quel Teilkommando di circa 40 uomini guidato dallo stesso Joachim Hamann, a sua volta inquadrato nell'EK3, che diede poi origine al KdS “Kaunas”. Tra i funzionari a disposizione di Hamann, nonchè suo vice-comandante, va ricordato l'SS-Hauptscharführer Helmut Rauca. Su Rauca si veda il Cap. 7,Grosse Ghetto, Grosse Aktion.
14 Bronius Norkus, nato a Liepaja il 20 dicembre 1914, tenente pilota dell'aviazione Lituana nel 1940, assunse la leadership di un gruppo partigiano nei giorni della ritirata sovietica dalla Lituania. Aderente al movimento ultranazionalista di Voldemaras, divenne comandante di plotone della 3/TDA, fu quindi trasferito alla 4/TDA come leader dell'unità speciale (Spezialabteilung) aggregata al RK “Hamann” ed infine, dal tardo agosto 1941, fu ufficialmente nominato comandante della 4/TDA. Sodale di Stahlecker, alcolizzato e probabilmente dipendente da stupefacenti – secondo quanto dichiarato da suo padre nel dopoguerra –, commise suicidio all'inizio del 1942, dopo essere stato trasferito nell'area di Pskov. Stang, pp. 158, 175-177. Norkus sarebbe stato tra gli ufficiali nazionalisti che avrebbero negoziato con Stahlecker tra il 25 ed il 27 giugno – subito dopo il suo ingresso a Kaunas – il lancio da parte della popolazione locale, seppure tra notevoli difficoltà, di pogrom spontanei contro gli ebrei. Si veda Dieckmann Pogrom, pp. 359-360, Dieckmann/Sužiedėlis, p. 42, Sull'istigazione dei pogrom da parte di Stahlecker, si veda il rapporto di Stahlecker Gesamtbericht Einsatzgruppe A, bis zum 15 Oktober 1941, in IMT Blue Series, vol. XXXVII, p. 672 – Doc. 180 L.
15 Si veda Stang, p. 158-160, che riporta l'elenco nominativo dei 57 membri del plotone.
16 Secondo Bubnys Holocaust, p. 14, non tutti i 62 eccidi menzionati da Jäger avrebbero visto la partecipazione del RoKo “Hamann” e dei lituani ad esso aggregati: in taluni casi le esecuzioni sarebbero state perpetrate direttamente dalla polizia ausiliaria locale, verosimilmente su ordini provenienti da Kaunas.
17 Per la disamina delle dinamiche che portarono alla Soluzione finale in Lituania si veda Dieckmann/Sužiedėlis, soprattutto p. 67 e segg., relativamente agli eventi nelle province; per la descrizione delle modalità di esecuzione adottate dal RoKo “Hamann”, si veda Stang, p. 161 e segg.
18 Dieckmann/Sužiedėlis, pp. 67-68.
19 Relativamente a quadri e maestranze del genocidio, si veda il Cap. 13, Räumung in Radom. Sulle modalità di esecuzione degli eccidi da parte del Rollkommando “Hamann”, si veda Stang, pp. 161-163.
20 Bubnys Holocaust, p. 9, Bubnys Hilfspolizeibataillone, p. 119.
21 Knezys, s.p.
22 Nel febbraio 1942 a seguito di una rioganizzazione generale, i Litauische-Schuma-Bataillon 1 e 2 furono rinumerati rispettivamente 13 e 12. Stang, p. 186. La settima compagnia ex TDA fu invece inquadrata nel Pagalbinės Policijos Tarnibos Batalionas 2 assieme ad altre due compagnie di nuova costituzione. Questo battaglione fu in seguito rinumerato Litauische-Schuma-Bataillon 11 (Antanas Švilpa).
23 Sentenza Ciurinskas, 60a, Stang, p. 238. Originariamente, Ciurinskas faceva parte della 5/TDA e fu trasferito alla 2/TDA il 15 luglio 1941.
24 Stang, p. 167. Testimonianze rilasciate alla ZStL.
25 Ibid., p. 56: Erlass der Führers über de Verwaltung der neu besetzen Ostgbiete, 17.07.1941. L'effettivo insediamento di von Renteln a Kaunas avvenne il 28 luglio.
26 Dieckmann Pogrom, p. 358.
27 «In accordo con l'ordine del Militärbefehlshaber “Ostland”, assumo il comando del Servizio d'ordine lituano e di tutti i distaccamenti partigiani, a partire dal 30 luglio 1941».Arad, p. 237, Stang, p. 185, Knezys, s.p.
28 Stang, p. 187, Bubnys Hilfspolizeibataillone, p. 118.
29 Stang, p. 187.
30 HIS, p. 471. Comunicazione di Jedicke al Reichkommissar Lohse del 17 ottobre 1941.
31 Stang, p. 187. Comunicazione di Engel a Lechthaler del 16 dicembre 1941 nella quale veniva ribadita la subordinazione solo temporanea, dei Litauische-Schuma-Bataillone 1, 2 e 3 al Polizei-Bataillon 11 [il corsivo è mio].
32 HIS, p. 472. Secondo Breitman, p. 79, furono trasferiti in Bielorussia 284 tedeschi e 463 lituani, mentre per Klemp Ermittelt, p. 110 e per Gerlach, p. 612, furono rispettivamente 326 e 457.
33 HIS, pp. 138, 471: «Es ist Aufgabe dieser Kräfte, in Verbindung mit der Wehrmacht die gemeldeten Partisanen-Abteilungen zu bekämpfen».
34 Ibid., pp. 472-473.
35 Si vedano le affermazioni brutalmente antisemite rilasciate da von Bechtolsheim nell'agosto 1941, riportate in Heer/Naumann, pp. 64-65.
36 Tutti e tre, Braemer, von Bechtolsheim e von Schenckendorff erano antisemiti radicali, interessati per motivi diversi, anche se in parte coincidenti, a liberare dagli ebrei la Bielorussia, sia quella occidentale sotto amministrazione civile, sia quella orientale sotto amministrazione militare. Heer/Naumann, pp. 69-71. Sul ruolo di von Schenckendorff nell'annientamento degli ebrei nella Bielorussia orientale si veda il § 6.3.1.
37 Heer/Naumann Extermination, p. 78.
38 Heer/Naumann, p. 69, Heer/Naumann Extermination, p. 78, Klemp Ermittelt, p. 110.
39 Heer/Naumann Extermination, p. 67.
41 Gerlach, pp. 612-613, Sentenza Ciurinskas, 63a-i, Dean Participation, p. 285, Breitman Auxiliaries , s.p.
42 Curilla, pp. 612, 898, HIS, p. 144, Bericht, p. 67.
43 Gerlach, p. 618.
44 File Kisielaitis, archivio dell'autore, nr. 11/557-9, nr. 3/557-2. Si veda anche Stang, p. 210.
45 The Register Guard, 6 novembre 1993.
46 Los Angeles Times, 4 gennaio 1998.
47 Wyman/Rosenzweig, p. 341.
48 Allen, p. 32.
49 The Sunday Star Times (Wellington), 19 marzo 2006.
50 Scotland on Sunday, 23 dicembre 2001. Intervista con Juozas Aleksynas.
51 The Sunday Star Times (Wellington), 19 marzo 2006.
52 Scotland on Sunday, 16 dicembre 2001. Intervista con il direttore della Special Investigation Division presso la Procura generale lituana, Valentukevicius, sulle motivazioni alla base della richiesta di estradizione in Lituania di Gecas. The Herald (Glasgow), 5 settembre 2001.
53 Scotland on Sunday, 16 dicembre 2001. Intervista con il procuratore generale lituano Valentukevicius. Testimonianze di Juozas Aleksynas e di Motjeus Paranas Migonis (Miegonis). The Independent, 18 luglio 1992. Si veda anche elenco dei nominativi della 2/PPT-Batalionas, in FileKisielaitis, archivio dell'autore.
54 The Independent, 6, 7 e 18 luglio 1992.
55 The Daily Mail, 20 febbraio 2001, 28 luglio 2001, 13 settembre 2001, The Mirror, 27 luglio 2001, 12 settembre 2001, Daily Record, 13 settembre 2001, Sunday Mail, 14 ottobre 2001, The Guardian, 3 settembre 2001, Scotland on Sunday, 16 dicembre 2001.
56 File Kisielaitis, archivio dell'autore, nr. 109/557-9, nr. 136/557-2. Si veda anche Stang, p. 203 che lo indica come Motiejus Kalinauskas.
57 The Ukrainian Weekly, 28 maggio 1989.
58 Juozas Naujalis, Petitioner, v. Immigration and Naturalization Service, Respondent, No A 7 258 120, 28 settembre 2000. Citato come Sentenza Naujalis. Anche Stang, p. 205.
59 File Kisielaitis, archivio dell'autore, nr. 50, Sentenza Naujalis § I.
60 Sentenza Naujalis § I.
61 Sentenza Naujalis § I.
62 The Weekly Crier 4/2001 – 2-9 aprile, 2001.
63 File Kisielaitis, archivio dell'autore, nr. 260/557-9, nr. 293/557-2.
64 Los Angeles Times, 4 gennaio 1998, The Jewish Post & News, 29 maggio 1996.
65 File Kisielaitis archivio dell'autore, nr. 244/557-2.
66 Reinmann, pp. 195-196, Sentenza Gečas, I e segg.
67 File Kisielaitis, archivio dell'autore, nr. 308/557-2.
68 The New York Times, 2 giugno 1984.
69 The Ukrainian Weekly, 28 maggio 1989.
70 Stang, p. 210, Zuroff, pp. 63, 241, Ryan, p. 355, NYT, 27 ottobre 1981, File Kisielaitis, archivio dell'autore, Allen, p. 8.
71 File Kisielaitis, archivio dell'autore, nr. 16.
72 The Lewiston Daily Sun, 30 settembre 1987.
73 Ibid., 1 e 2 dicembre 1988.
74 Hilberg, pp. 1155-1156, 1188. Testimonianza di Martinus Kaciulis, rilasciata il 16 agosto 1982 presso la US District Court of Tampa, nel corso del processo di denaturalizzazione di Jurgis Juodis.
75 File Kisielaitis, archivio dell'autore.
76 File Kisielaitis, archivio dell'autore, nr. 316/557-2.
77 The Independent, 6 e 7 luglio 1992.
78 The New York Times, 17 settembre 1992, Los Angeles Times, 4 gennaio 1998.
79 File Kisielaitis, archivio dell'autore, nr. 400/557-9, nr. 444/557-2.
80 Allen, p. 11, Ryan, p. 353.
81 The New York Times, 2 giugno 1984.
82 File Kisielaitis, archivio dell'autore, nr. 413, nr. 459.
83 Chicago Tribune, 9 aprile 2002.
84 Allen, pp. 13-14, Canadian Jewish News, 6 settembre 2001.
85 Canadian Jewish News, 6 settembre 2001.
86 Cholawsky, p. 185.
87 Dean, p. 45, HIS, p. 139. Lo Judenrat di Nesvizh era stato costituito il 30 giugno 1941 su ordine del comandante locale della Werhmacht. Alla sua presidenza fu imposto un avvocato di Varsavia, di nome Magalif. Cholawsky, p. 185.
88 Verso metà ottobre, tra tutti gli ebrei maschi costretti a radunarsi nella piazza del mercato, erano stati selezionati circa 200 giovani ostaggi, per la cui liberazione fu imposta allo Judenrat un riscatto di 500.000 Rubli e 2,5 kg d'oro. Dean, p. 44.
89 Dean, p. 45, Dean Participation, p. 286.
90 Dean, pp. 45, 183.
91 HIS, p. 139, Cholawsky, p. 186.
92 HIS, p. 141. Testimonianza del sopravvissuto Chischin H., Dean, p. 45, Dean Participation, p. 286.
93 Dean, p. 45, HIS, p. 141. Testimonianza del sopravvissuto Chischin H.
94 A seconda delle fonti, erano stati selezionati tra i 560 ed i 585 ebrei. Dean, pp. 45, 183, Dean Participation, pp. 286, 294, Cholawski, pp. 186, 199.
95 Dean, p. 45.
96 Testimonianza di August F., rilasciata il 2 dicembre 1970 alla ZStL, 202 AR-Z 116/67.
97 Curilla, pp. 171, 354, 897, Gerlach, pp. 617-618, Cholawsky, p. 186.
98 Arendt Origini, p. 612.
99 Si veda Peter Ferdinand Drucker: Management: tasks, responsibilities, practices. New York, 1994. In particolare Capp. 8 e 9.
100 Michael Wildt: Generation des Unbedingten. Das Führungskorps des Reichssicherheitshauptamtes. Studienausgabe. Amburgo, 2003.
101 Arendt, p. 114.
102 Si veda Moshe Lachovichy, Churban Nieswiezh, Tel Aviv, 1948; David Farfel, Sefer Nieswiezh, Tel Aviv, 1976; Shalom Cholawsky, Soldiers from the Ghetto, New York, 1980.
103 Arendt, p. 125.
104 Bettelheim, p. 267 e segg.
105 Israel Gutman, Storia del ghetto di Varsavia, p. 83.
106 Bettelheim, p. 278.
107 Hilberg, p. 1175. IMT Green Series, vol. IV, pp. 446-447. Il 23 marzo 1965 Graebe fu riconosciuto dallo Yad Vashem come Giusto tra le Nazioni.
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References: § 4451
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 § 8
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 § 6
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