Source: https://delnostroscontento.wordpress.com/2014/01/07/cave-cave-deus-videt/
Timestamp: 2017-10-23 20:47:45+00:00

Document:
Cave Cave Deus Videt | L'inverno del nostro scontento
(Con questo racconto partecipo a un EDS indetto dalla Donna Camèl.
Se non sapete cos’è un EDS né chi sia la Donna Camèl,
lo trovate scritto alla fine del racconto.)
Alla fine della diciassettesima strada si fermò, appoggiando tutto il suo peso sul piede destro e annuendo una prima volta. Piegò leggermente la testa sul lato sinistro, strinse leggermente gli occhi per vederci meglio, e annuì di nuovo. Era quello.
Si scostò dal marciapiede, e fu semplice anche se c’erano in giro molte persone, era sempre semplice quando eri vestito con una camicia sporca e un pantalone consumato dai buchi. Anche l’odore che si portava dietro poteva servire a qualcosa, decisamente. Diciamo che era uno dei pochi vantaggi che acquisivi nel momento in cui ti ritrovavi a vivere per strada.
Appoggiatosi al muro, fra vetrine illuminate a festa – doveva essere appena fine novembre, da quando iniziavano a festeggiare fine anno così presto? – era stato via troppo tempo per saperlo – da quanto non passava per la diciassettesima strada? – aspetta, aveva ripreso a sentire troppe voci nella sua testa – ti ricordi di quella giornata passata a pescare, quando il bambino… – poi c’era stato un lampo rosso – signore cosa sta facendo in questa zona?
«Signore, cosa sta facendo in questa zona?»
Si riprese di colpo, ritrovandosi mezzo accasciato contro il muro a cui aveva solamente cercato di appoggiarsi. Due uomini della forestale – c’era la forestale in città, da quando c’era la forestale in città? – non era meglio ambientarlo in un bosco? – due uomini della guardia cittadina lo squadravano dall’alto, mentre intorno a loro la gente di passaggio lanciava occhiate interessate. Nessuno era mai così interessato a lui fino a quando non comparivano due uomini della guardia cittadina, questo lo aveva notato già dopo pochi giorni. Cercò di tirarsi su – come aveva poi fatto ad accasciarsi? – e lanciò un’occhiata alle due guardie.
«E’ di questo distretto? Lo sa che non può girare fuori dal suo distretto dopo le 8 di sera?»
Annuì, cercando di scostarsi dal muro e di allontanarsi, ma le due guardie cittadine non avevano alcuna intenzione di lasciarlo andare. Lo seguirono a qualche metro di distanza, mentre barcollando abbandonava la diciassettesima strada e prendeva per un vicolo secondario. Qui le vetrine non avevano più nessuna luce, in compenso avevano strati su strati di polvere – si poteva investigare in quei strati di polvere? – ti ricordi di quando studiavi geologia – c’erano le varie ere geologiche – precambriano, paleozoico, mesozoico, cenozoico e…? – poi c’era stato un lampo rosso.
«Avanti, tirati su.»
Si era ritrovato a terra carponi, le due guardie alle sue spalle. Non sapeva neanche se era stato spinto o se era caduto da solo. Si sentiva la testa pesante, quello sì, e poi si ricordava qualcosa delle ere geologiche, ma non c’entravano nulla ora. Come non c’entrava nulla – cosa poteva c’entrare? – non c’entrava nulla il negozio di orologi alla sua destra, chiuso da chissà quanti anni e con tutti gli orologi fermi, tutti tranne uno o due – forse qualcuno andava ancora a caricare la molla per tenerli in funzione?
Le due guardie lo sollevarono di peso e lo spinsero contro la vetrina del negozio senza tanti riguardi.
«Avanti, i documenti, tu non sei di questo distretto. Vuoi che ti spediamo direttamente al settimo quartiere?»
Prese a cercare nelle tasche del pantalone, quindi passò a quelle della camicia, dove finalmente trovò il suo blocchetto identificativo. Lo passò alle due guardie, che lo srotolarono davanti a lui con un po’ di disgusto, tanto era ingiallito e macchiato.
«Fischia, ne hai fatta di roba, eh?» lo apostrofò uno dei due, mentre scorreva la lunga lista.
«Saranno almeno un paio mesi che non ti fai un giro al settimo quartiere, vero?»
Non annuì, non disse nulla. Il settimo quartiere non l’avrebbe superato un’altra volta, se l’avessero rispedito lì poteva anche dire addio a tutto. La guardia chiuse il blocchetto e glielo riconsegnò.
«Per questa volta la passi liscia, la prossima che ti troviamo sulla diciassettesima non stiamo neanche a guardarti in faccia, finisci diretto dove sai tu.»
Lo abbandonarono contro la vetrina, con il blocchetto identificativo in mano e i pantaloni con due nuovi buchi all’altezza delle ginocchia.
Quando si riebbe era seduto su una panchina. Era ancora nel diciassettesimo quartiere, forse nel tredicesimo se si era allontanato senza saperlo. Doveva essere un giardino, non vedeva bene ora che era notte, ma doveva essere decisamente un giardino: c’era qualche albero, un po’ di erba ingiallita dietro la sua panchina, qualche lampione a creare ombre indefinite lungo le stradine. Tirò fuori il suo blocchetto identificativo e lo aprì all’ultima pagina, dove una serie di x tutte sgangherate erano raggruppate su sette colonne. Scorse all’indietro le pagine del blocchetto, soffermandosi su quell’esercito di croci e qualche sporadica data, fino a raggiungere il primo foglio, dove un’intera riga di sette x contigue – c’era una balaustra – poi c’era una rampa di scale – c’era stato anche un grido, ma non si ricordava se era stata sua madre a urlare qualcosa o sua sorella mentre lasciava cadere la terrina con la torta di lamponi – poi si era ritrovato per terra, gli usciva sangue dal naso e aveva un grosso cerchio alla testa. Non sapeva neanche come era arrivato in fondo alle scale, forse era stato spinto da suo padre mentre cercava di liberarsi dalla stretta, forse aveva perso da solo l’equilibro, in ogni caso era lungo disteso alla base delle scale ed era rimasto lì per diverso tempo – ti ricordi quando sei uscito dal settimo quartiere? Quanto tempo è passato? Hai già perso il conto? – poi c’era stato un lampo rosso, ed era di nuovo all’ultima pagina del blocchetto.
Recuperò una biro dal taschino e segnò due crocette nelle rispettive colonne. Invidia – Accidia. Anche per oggi aveva fatto il suo dovere: non doveva neanche pensarci a nascondere qualcosa, tanto l’avrebbero capito subito. Chiuse il blocchetto dalla copertina un tempo rosso brillante e se lo risistemò nel taschino della camicia.
– …e sempre io con l’altro racconto “Pesci bianchi, pesci rossi”
Questo articolo è stato pubblicato in racconti perduti e taggato come eds il 07/01/2014 da Gabriele
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24 pensieri su “Cave Cave Deus Videt”
Melusina 07/01/2014 alle 21:34
Ti ho scoperto da pochi giorni ma avevo capito subito che sei uno che sa scrivere, uno che bisogna conoscere e leggere. Ottimo lavoro questo pezzo, il postmoderno ti si addice e tu lo interpreti con sicurezza. Sei un acquisto interessantissimo per i nostri eds, ti do il benvenuto e scommetto su di te.
Gabriele Autore articolo 07/01/2014 alle 23:05
Grazie Melusina, sempre gentilissima :)
la donna camèl 07/01/2014 alle 22:10
Melusina ha detto tutto quello che andava detto, anzi scritto.
Io aggiungo solo: corbezzoli.
Gabriele Autore articolo 07/01/2014 alle 23:04
Ma grazie, Donna Camèl!
Hombre 08/01/2014 alle 09:44
mi toccherà segnare due crocette, una sul pezzo e una sul blog ;)
Gabriele Autore articolo 08/01/2014 alle 11:27
apierri 08/01/2014 alle 11:28
il pezzo è belissimo e scritto benissimo
ma io sono un po’ tonta e non ho capito proprio tutto anche se – giuro – l’ho letto più volte:
Comunque faccio caso a parte perché i film d’azione o thriller devo rivederli spesso per capire la trama
(lampo rosso? caduta? pesca?qualche dritta per la gnuca?*)
*** gnuco (gràfego: “ñuco”) – ag. – ENG: stubborn , obstinate | ITA: cocciuto)
Gabriele Autore articolo 08/01/2014 alle 11:54
Non preoccuparti Angela, penso che sia quasi impossibile capire tutto tutto del racconto :)
Ci sarebbe da scriverci sopra un tema per spiegare ogni frase, riduco a qualche parola:
– il lampo rosso che vede alla fine di ogni “svenimento” richiama il rosso del libretto, quasi che sia questo ogni volta a farlo ritornare alla realtà. Forse è l’unica cosa che ancora lo trattiene e per cui, ossessionato, continua a vivere?
– la caduta si riferisce ad un avvenimento precedente, molto precedente, probabilmente un diverbio finito piuttosto male in famiglia, da cui (forse) il primo internamento nel settimo quartiere.
– il titolo, “Cave cave Deus videt”, viene da un dipinto di Bosch. Tradotto è “Attenzione, attenzione, Dio vede”. In questo caso ci sarebbe stato meglio un “res publica” videt al posto di Deus, ma si sarebbe persa la citazione. In ogni caso, si rimanda a uno Stato che controlla i peccati di ogni singola persona, decidendo se farglieli scontare in un apposito quartiere.
– la pesca: impossibile da capire, visto che si riferisce a un altro mio racconto, “Tutto ciò che accadde sulla riva del Folsom Lake”, che trovi qui: http://wp.me/p2CQ76-3D
Magari il protagonista, chissà, è lo stesso…
– ere geologiche, orologi: stanno a indicare che prima di diventare così il nostro protagonista non era affatto messo male, magari insegnava anche (magari geologia? chissà), ma il tempo passato nel famigerato settimo quartiere (che scorre o non scorre, come gli orologi) deve averlo cambiato non poco…
– il numero dei quartieri: 17 – 13 – 7 – … sono tutti numeri primi. E’ curioso vedere che dal diciassettesimo quartiere, dopo essere stato fermato dalle guardie, si ritrovi (forse) al tredicesimo: che si stia avvicinando senza neanche accorgersene al tanto temuto settimo quartiere? Sette che guarda caso richiama i sette vizi capitali?
Grazie di essere passata Angela ;)
apierri 08/01/2014 alle 15:35
no grazie a te, ora comincio a sentirmi meglio…essissi meglio non avvicinarsi al settimo che là succedono cose brutte
Pendolante 08/01/2014 alle 14:58
Mentre leggevo mi tornavano alla mente atmosfere di film con cupa ambientazione futurista. Da L’esercito delle dodici scimmie a Blade Runner, sino al molto meno riuscito Dred, la legge sono io. Scrivi molto bene.
Gabriele Autore articolo 08/01/2014 alle 17:48
Ti ringrazio. Effettivamente l’atmosfera è piuttosto cupa e, anche se di solito lo evito, è venuta anche piuttosto futurista.
Fulvia 09/01/2014 alle 18:04
Molto interessante questo racconto. Un’atmosfera da Blade Runner. Benvenutotra la banda degli EDS . Fulvia
Gabriele Autore articolo 09/01/2014 alle 19:00
Grazie mille Fulvia.
Calikanto 10/01/2014 alle 13:17
Il peccato di non permettere peccati, che presunzione! Bel racconto (perdona il commento blasfemo ;-)
Gabriele Autore articolo 10/01/2014 alle 17:00
Grazie per essere passata, Calikanto :)
Dario 12/01/2014 alle 00:04
Gabriele Autore articolo 12/01/2014 alle 10:00
Ti ringrazio Dario, ci si legge in giro :)
lillinachlillina 17/01/2014 alle 19:02
L’ho dovuto leggere più volte sto racconto sappilo, dopo tre ho capito, Superbo.
Col secondo racconto è andato tutto liscio per la mia povera testolina e ancora magnificamente per te!
Gabriele Autore articolo 17/01/2014 alle 20:22
Ti ringrazio Lillina; diciamo che il secondo è fatto apposta per alleggerire, ché altrimenti qui si finisce nel troppo complicato e non va bene.

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