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Timestamp: 2017-11-21 07:46:23+00:00

Document:
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TECNOJUS ACADEMY - aggiornamento professionale tecnico-giuridico
Eventi strutturati in percorsi
sede Ordine APPC
Ordine Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della provincia di Verona, in collaborazione con Tecnojus, organizza l'aggiornamento professionale (40 ore) valido ai fini della sicurezza cantieri (CSP - CSE) - e CPF di formazione continua.
modulo 1, 3 incontri, martedì 17, 24 e 31 ottobre 2017: Il progettista: progetti e progettazioni
modulo 2 3 incontri, giovedì 19, 26 ottobre e 2 novembre 2017: Gli strumenti della sicurezza
modulo 3 martedì 7, 14, 21 e 28 novembre 2017 focus su: approfondimenti
28/09/2017 Consiglio di Stato, sentenza del 14 settembre 2017
Distanze tra fabbricati in caso di interventi di ristrutturazione edilizia per d/r
La IV Sezione del Consiglio di Stato, relativamente ad un intervento di ristrutturazione edilizia per demolizione e ricostruzione in zona di completamento (z.t.o. B), ritiene, per quanto concerne l'obbligo di osservare le distanze legali di cui all'art. 9 del DM n. 1444/1968 che:
A ciò aggiungasi che il singolo arretramento imposto (per effetto di una non coerente applicazione dell’art. 9), produrrebbe esso stesso non solo un disallineamento con altri fabbricati preesistenti (con un evidente vulnus estetico), ma anche la realizzazione di spazi chiusi, rientranze ed intercapedini essi stessi nocivi – così come condivisibilmente sostenuto dall’appellante - per le condizioni di salubrità, igiene, sicurezza e decoro, che invece l’art. 9 intende perseguire.
- quanto alla distanza tra fabbricati, l’art. 873 dispone che “le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri”, salvo diverse disposizioni dei regolamenti locali (e, nel caso di specie, la distanza è appunto di m. 3);
- inoltre, la accertata utilizzazione pubblica della strada rende applicabile quanto previsto dall’art. 879, comma secondo, cod. civ., in base al quale “alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano” e, dunque, quanto previsto dal più volte menzionato art. 32-bis (Cass. civ., sez. II, 27 dicembre 2011 n. 28938; Id, 24 giugno 2009 n. 14784, che estende l’applicazione del principio innanzi esposto alla distanza prescritta per le vedute dall’art. 907 c.c.; Id, 5 marzo 2008 n. 6006; secondo la quale, ai fini dell’applicazione della deroga occorre tener conto più che della proprietà pubblica del bene, dell’uso concreto di esso da parte della collettività); Id, 16 aprile 2007 n. 9077); .
A parere dello scrivente, diverse sono le "questioni" che la sentenza porta in emersione, sia con riferimento a precedenti giurisprudenziali della stessa giurisdizione, sia, soprattutto, con le espressioni giurisprudenziali della Consulta e delle altre giurisdizioni (civile e penale).
Tra queste, ritengo che una prima riguardi la natura finalistica della disciplina delle distanze previste dall'art. 9 del DM 1444/68: essendo un regolamento "urbanistico" rivolto agli strumenti di pianificazione, le distanze ivi disciplinate parrebbero finalizzate all'urbanistica (ordinato assetto edilizio del territorio); non così sembra orientata la giurisprudenza, in particolare della Corte Costituzionale (cfr. sentenza n. 114/2012, punto 8.3 in diritto), laddove, ricomprendento il regime giuridico delle distanze nell'ambito della materia (legislativa) dell'ordinamento civile (disciplina privatistica delle distanze), assolve alla triplice funzione (vieppiù ricordata in sentenza) di assicurare sicurezza, igiene e salubrità alle intercapedini che si formano tra costruzioni fronteggiantesi. In siffatto contesto concettuale, l'art. 9 del suddetto DM diventerebbe una previsione "integrativa" della disposizione dettata dall'art. 873 del Codice civile, in quanto rappresenterebbe una fattispecie particolare, e cioè la distanza legale prescritta nel caso di pareti finestrate, a prescindere se le costruzioni insorgono su fondi finitimi o sullo stesso fondo.
Altra questione riguarda la nozione di "nuova costruzione" ai fini delle distanze legali, nel senso se questa possa differire, come pare abbia ritenuto la Sezione con la sentenza in commento, tra disciplina urbanistico-edilizia e disciplina delle distanze, e cioè tra nuove "costruzioni per la prima volta" e altre "nuove costruzioni" ... non di prima volta (?) (sic!).
Sono del parere che la sentenza riporti in discussione il confine tra interventi di ristrutturazione pesante (di cui all'art. 10 del testo unico edilizia, che possono variare sagoma e volume, sia pure limitatamente) ed interventi di nuova costruzione, distinzione che, a fini della disciplina urbanistico-edilizia, assumerebbe rilevanza ai fini conformativi dell'attività edilizia, ovvero della subordinazione o meno dell'intervento alle previsioni normative poste a tutela degli interessi generali (urbanistici, edilizi, ecc.).
28/08/2017 D.P.R. 13 giugno 2017, n. 120
Nuovo regolamento su terre e rocce da scavo
In Gazzetta Ufficiale n. 183 del 7 agosto 2017, pubblicato il D.P.R. 13 giugno 2017, n. 120, Regolamento recante la disciplina semplificata della gestione delle terre e rocce da scavo, ai sensi dell'articolo 8 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164.
Il riordino riguarda in particolare:
Il regolamento prevede delle dichiarazioni, ovvero:
- Dichiarazione di utilizzo (articolo 21)
04/08/2017 News - disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza
Corretti alcuni obblighi per i professionisti ed aggiunti di nuovi
Il disegno di legge concorrenza, approvato definitivamente dal Senato qualche giorno fa, dispone:
148. In applicazione dell'articolo 24, comma 1, della legge 7 agosto 1997, n. 266, sono validi a ogni effetto i rapporti contrattuali intercorsi, dalla data di entrata in vigore della medesima legge, tra soggetti privati e società di ingegneria, costituite in forma di società di capitali di cui ai capi V, VI e VII del titolo V del libro quinto del codice civile, ovvero in forma di società cooperative di cui al capo I del titolo VI del medesimo libro quinto del codice civile. Con riferimento ai contratti stipulati a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, le società di cui al presente comma sono tenute a stipulare una polizza di assicurazione per la copertura dei rischi derivanti dalla responsabilità civile conseguente allo svolgimento delle attività professionali dedotte in contratto e a garantire che tali attività siano svolte da professionisti, nominativamente indicati, iscritti negli appositi albi previsti dai vigenti ordinamenti professionali. L'Autorità nazionale anticorruzione provvede, con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, alla pubblicazione dell'elenco delle società di cui al presente comma nel proprio sito internet.
149. Il comma 2 dell'articolo 24 della legge 7 agosto 1997, n. 266, è abrogato (ndr: in quanto riferito alla legge n. 1815/1939 che è stata interamente abrogata dall'art. 10, comma 11, della legge n. 183/2011)
150. All'articolo 9, comma 4, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, al secondo periodo, dopo le parole: «Il professionista deve rendere noto» sono inserite le seguenti: «obbligatoriamente, in forma scritta o digitale,» e, al terzo periodo, dopo le parole: «la misura del compenso è previamente resa nota al cliente» sono inserite le seguenti: «obbligatoriamente, in forma scritta o digitale,».
151. Il comma 96 dell'articolo 145 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, si interpreta nel senso che gli atti catastali, sia urbani che rurali, possono essere redatti e sottoscritti anche dai soggetti in possesso del titolo di cui alla legge 6 giugno 1986, n. 251 (ndr: agrotecnici).
04/08/2017 D.lgs. 16 giugno 2017, n. 106
Prodotti da costruzione: nuove responsabilità per i professionisti tecnici
Con il d.lgs. 106/2017 (in G.U. n. 159 del 10.7.2017), è stata adeguata la normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) n. 305/2011, che fissa condizioni armonizzate per la commercializzazione dei prodotti da costruzione e che abroga la direttiva 89/106/CEE (a uo tempo recepita con D.P.R. n. 246/1993.
Restano ferme, per espressa previsione normativa, le disposizioni nazionali che stabiliscono regole tecniche inerenti la progettazione, l'esecuzione e il collaudo e la manutenzione delle opere da costruzione.
Dal 9 agosto 2017 la mancata prescrizione e controllo di prodotti edilizi conformi al regolamento europeo 305/2011 ovvero alle norme tecniche per le costruzioni, saranno sanzionati amministrativamente e, per i prodotti ad uso strutturale, penalmente.
28/07/2017 Commento - Comunicazione Ordine architetti, PPC di Vicenza
Obbligo di aggiornamento CSP/CSE di almeno 8 ore/anno?
Un collega mi fa avviso che sul sito dell'Ordine APPC di Vicenza, sezione corsi, in occasione di un incontro corsuale del 12 dicembre 2016, relativo al NUOVO ACCORDO STATO REGIONI SULLA FORMAZIONE PER RSPP E CSP/CSE, viene data evidenza ai seguenti fatti:
Dunque, secondo la comunicazione dell'Ordine APPC di Vicenza, l'accordo n. 128/CSR del 7 luglio 2016 avrebbe introdotto un nuovo criterio di calcolo del quinquennio relativo all'obbligo di aggiornamento: detto quinquennio andrebbe calcolato retroattivamente ad "ogni istante" di svolgimento dell'attività. In altri termini, sembra si ritenga che il calcolo del quinquennio avvenga retroattivamente rispetto all'istante di svolgimento dell'attività di CSP/CSE.
La novella sarebbe alquanto sconvolgente per il fatto che ci ritroveremo con un dies a quo "mobile" (e non fisso), al pari del dies a quem che coinciderebbe con l'istante in cui verrebbe fatta la verifica del possesso dei requisiti abilitanti (sic!).
A questo punto, ritengo opportuno dare evidenza ai dettati normativi e a qualche considerazone personale.
1. Le previsioni normative CSP/CSE
Le disposizioni normative riguardanti i CSP/CSE sono quelle contenute nel titolo IV, articolo 98, e nell'allegato XIV.
art. 98, commi 2 e 3:
3. I contenuti, le modalità e la durata dei corsi di cui al comma 2 devono rispettare almeno le prescrizioni di cui all'allegato XIV. L'allegato XIV è aggiornato con accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano. I corsi di cui all'allegato XIV, solo per il modulo giuridico (28 ore), e i corsi di aggiornamento possono svolgersi in modalità e-learning nel rispetto di quanto previsto dall'allegato I dell'Accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano del 21 dicembre 2011 emanato per la formazione dei lavoratori ai sensi dell'articolo 37, comma 2. (così modificato dall'art. 20 del d.lgs. n. 151/2015)
E' inoltre previsto l'obbligo di aggiornamento a cadenza quinquennale della durata complessiva di 40 ore, da effettuare anche per mezzo di diversi moduli nell’arco del quinquennio.
L’aggiornamento può essere svolto anche attraverso la partecipazione a convegni o seminari, in tal caso è richiesta la tenuta del registro di presenza dei partecipanti da parte del soggetto che realizza l'iniziativa e non vi è alcun vincolo sul numero massimo di partecipanti. (così modificato dal punto 9.1, allegato A, dell'accordo in sede di Conferenza permanente Stato-Regioni-Province autonome del 7.7.2016, n. 128/CSR)
2. Le previsioni dell'accordo
l'accordo si riferisce all'individuazione della durata e dei contenuti minimi dei percorsi formativi per responsabili e addetti dei servizi di prevenzione e protezione, ai sensi dell'articolo 32 del d.lgs. 81/2008, ovvero "stabilisce i requisiti della formazione per responsabili ed addetti dei servizi di prevenzione e protezione previsti dall'articolo 32, comma 2, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni (di seguito d.lgs. n. 81/2008)".
il punto precisa che vi sono ore minime comlessive dell'aggiornamento nel quinquennio, differenziate nell'ammontare, tra ASPP (20 ore) e RSPP (40 ore), tanto da specificare che "è preferibile che il monte ore complessivo di aggironamento sia distribuito nell'arco temporale del quinquennio".
il punto 9.1 riporta le modifiche all'allegato XIV del d.lgs. 81/2008 relative all'aggiornamento svolto attraverso la partecipazione a convegni o seminari.
il punto 10 precisa la decorrenza dell'aggiornamento per ASPP/RSPP, ovvero, per quanto di interesse, che "l'aggiornamento ha decorrenza quinquennale e parte dalla conclusione del Modulo B comune. Per i soggetti esonerati ... l'obbligo quinquennale decorre: dalla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 81/2008 e cioè dal 15 maggio 2008; dalla data di conseguimento della laurea, se avvenuta dopo il 15 maggio 2008 ... In ogni caso per poter esercitare la propria funzione, gli RSPP e gli ASPP dovranno, in ogni istante, poter dimostrare che nel quinquennio antecedente hanno partecipato a corsi di formazione per un numero di ore non inferiore a quello minimo previsto".
il punto 10, in fine, precisa che "Resta inteso che, in analogia con quanto previsto per gli RSPP e ASPP, qualora la formazione costituisce a tutti gli effetti un titolo abilitativo all'esercizio della funzione esercitata - come a titolo esemplificativo, nel caso del Coordinatore per la progettazione e per l'esecuzione ... - tale funzione deve ritenrsi non esercitabile se non viene completato l'aggiornamento riferito al periodo indicato dalle specifiche norme (ad esempio, quinquennio, triennio, ecc.). Alla data di entrata in vigore del presente accordo, l'eventuale completamento dell'aggiornamento relativo al quinquennio precedente, potrà essere realizzato nel rispetto delle nuove regole".
Alla luce della questione sollevata con la comunicazione dell'Ordine APPC di Vicenza, ritengo opportune le seguenti "premesse":
L'art. 98, comma 3, a seguito della modifica legislativa del 2015, legittima l'aggiornamento dell'allegato XIV da parte degli Accordi siglati in sede di Conferenza Permanente.
L'accordo in questione modifica (in modo esplicito, cfr. punto 9.1) soltanto quella parte dell'allegato XIV riferito all'aggiornamento tramite convegni o seminari, e non anche altre parti dell'allegato stesso.
L'allegato XIV specifica che:
l'obbligo di aggiornamento (è) a cadenza quinquennale della durata complessiva di 40 ore;
il predetto obbligo di aggiornamento a cadenza quinquennale della durata complessiva di 40 ore è da effettuare anche per mezzo di diversi moduli nell'arco del quinquennio.
l'allegato XIV non impone una spalmatura del monte ore nel corso del quinquennio (es. per annualità), si limita a dire che i diversi moduli possono essere disposti nell'arco del quinquennio, quasi a dare ad intendere che la soluzione unica delle 40 ore non è l'unica pur apparendo come tendenziale.
l'inosservanza dell'obbligo di aggiornamento incide sui requisiti professionali del coordinatore per la sicurezza, per cui lo svolgimento delle attività, che la legge riserva a questa figura, da parte di soggetti privi dei predetti e prescritti requisiti comporta delle conseguenze (giuridiche) in capo ad un soggetto gravato da una posizione di garanzia:
il committente o responsabile dei lavori cui compete l'obbligo di designare, nei casi previsti (cfr. art. 90, commi 3 e 4), dette figure, sotto comminatoria penale (cfr. art. 157, comma 1, lettera a)).
Va ulteriormente premesso che vertendo in dispozioni rilevanti ai fini penali, soccorrono i principi relativi (in particolare il principio di tassatività delle fattispecie, di divieto di analogia, ecc.), oltre che la disposizione dell'art. 14 delle preleggi del codice civile: Le leggi penali e quelle fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati.
Sembra dunque di dover escludere ogni interpretazione o applicazione analogica delle disposizioni dell'accordo in cui vi è esplicito riferimento agli RSPP e ASPP e non anche dei CSP/CSE, come nel caso in cui ricorre la locuzione "in ogni istante" evidenziata dall'Ordine APPC di Vicenza.
Comunque sia, il fatto diventa occasione per riprendere alcune riflessioni sull'obbligo di aggiornamento, almeno per quanto concerne alcune questioni, in parte non ancora risolte, e che in ultima analisi si riferiscono al dilemma di quali elementi dell'obbligo d'aggiornamento sono da considerare assoluti e quali, invece, relativi.
Il fatto che l'allegato XIV ponga un obbligo di aggiornamento a cadenza quinquennale, è ragionevole ritenere che si tratta di un aggiornamento temporalmente definitio (5 anni), quindi di un periodo (ogni periodo ha un suo inizio e una sua durata o fine), vieppiù (cfr. il significato del termine "cadenza") avente frequenza regolare di ripetizione o di successione (e cioè che si riavvia ciclicamente ad ogni sua conclusione/consumazione) .
L'espressione darebbe ad intendere che detto obbligo di aggiornamento deve essere adempiuto entro 5 anni da una data di inizio,
Dunque, trattandosi di un periodo temporalmente definito (5 anni), sovvengono necessariamente ed indispensabilmente due termini.
il dies a quo: e cioè il termine dal quale inizia a decorrere l'obbligo di aggiornamento (ovvero a partire dal quale si computano i 5 anni);
il dies a quem: il termine di scadenza dell'obbligo, entro il quale adempiere all'obbligo di aggiornamento.
L'allegato XIV definisce il dies a quem attraverso la cadenza: l'obbligo di aggiornamento deve essere adempiuto entro 5 anni da quando ricorre l'obbligo stesso.
Sul dies a quo l'unico riferimento dato dall'allegato XIV è nell'utima parte laddove precisa che Per coloro che hanno conseguito l’attestato prima dell’entrata in vigore del presente decreto, l’obbligo di aggiornamento decorre dalla data di entrata in vigore del medesimo decreto.
Questo induce a ritenere (anche dal tenore dell'art. 98, comma 2, ultimo periodo) che l'obbligo di aggiornamento CSP/CSE per coloro che hanno conseguito l'attestato di frequenza allo specifico corso di 120 successivamente alla data di entrata in vigore del d.lgs. 81/2008, inizia a decorrere (dies a quo) dall'ottenimento di detto attestato.
In questa logica, gli elementi fissi/assoluti sono costituiti:
dal termine di inizio e il termine di fine del primo quinquennio;
conseguentemente dei termini di inizio e fine dei quinquenni successivi al primo, e cioè del secondo, del terzo e così via.
Dunque, per coloro che alla data di entrata in vigore del d.lgs. 81/2008 avevano già ottenuto l'attestato di frequenza, il primo quinquennio inizia a decorrere dal 15 maggio 2008 e si conclude 5 anni dopo, e cioè il 14 maggio 2013; il secondo quinquennio inizia il 15 maggio 2013 e si conclude il 14 maggio 2018, il terzo inizia il 15 maggio 2018 per concludersi il 13 maggio 2023, e così via. Il criterio rimane lo stesso per coloro i quali hanno conseguito e conseguono l'attestato dopo l'entrata in vigore della legge prendendo a riferimento la data dell'attestato.
Facendo riferimento ai quinquenni, rigidamente determinati da una data di primo inizio, significa che solo il completamento dell'aggiornamento nel primo quinquennio abilita lo svolgimento dell'attività nel secondo, così come il completamento dell'aggiornamento nel secondo quinquennio abilita lo svolgimento dell'attività nel terzo e via elencando.
Tuttavia, può accadere che un professionista non consegua l'aggiornamento completo, pari a minimo 40 ore, nel suo quinquennio di riferimento, sia esso il primo o il secondo ecc., caso, questo, considerato dalla Commissione per gli interpelli (cfr. art. 12 del d.lgs. 81/2008) per il quale si asserisce che "coloro che abbiano effettuato l'aggiornamento di durata inferiore a quella prevista, non potranno esercitare l'attività di coordinatore, ai sensi dell'art. 98 del decreto in parola fin quando non avranno completato l'aggiornamento stesso per il monte ore mancante" (cfr. interpello n. 19/2014, ed interprello n. 17/2013).
La risposta, a mio parere, pone una questione di non poco conto:
il completamento del monte ore previsto per un dato quinquennio per quale altro quinquennio consente l'esercizio delle attività di CSP/CSE? qualsiasi? oppure soltanto a quello consecutivo a quello dal quale ha avuto inizio?
La logica dei quinquenni (e cioè di periodi temporalmente prefissati) riferiti a date certe, quanto ad inizio (si ripete, la data di conseguimento dell'attestato di frequenza del corso di 120 ore oppure la data di entrata in vigore del d.lgs. 81/08), sembra suggerire che la successione dei quinquenni debba essere consecutiva, nel senso che soltanto l'aggiornamento compiuto nel primo quinquennio abiliterebbe l'esercizio nel secondo, così come l'aggiornamento compiuto nel secondo abiliterebbe l'eserzio nel terzo e così via.
In questo modo, l'eccezione di consentire il completamento del monte ore di aggiornamento nel quinquennio successivo a quello cui l'aggiornametno ha avuto inizio, consetirebbe l'esercizio delle attività soltanto per la rimanente parte del quinquennio in considerazione, successivo e consecutivo.
04/07/2017 giurisprudenza - Consiglio di Stato, sez. VI, sentenza 23.5.2017
Attività edilizia libera - opere precarie - termine di 90 giorni
Tra l'attività edilizia, per la quale non è richiesto alcun titolo abilitativo (cfr. art. 6 del testo unico edilizia), vi sono anche:
le opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a novanta giorni, previa comunicazione di avvio lavori all'amministrazione comunale.
Si tratta di una categoria di opere considerata anche dalle categorie di interventi edilizi definiti legislativamente (cfr. art. 3 del testo unico edilizia), in particolare laddove la norma esclude dagli interventi di nuova costruzione (cfr. lettera e.5):
Si tratta delle c.d. opere precarie, e cioè di opere finalizzate a soddisfare un'esigenza contingente (quindi, uno stato di necessità) e cronologicamente delimitate nel tempo. Solo in presenza di questi due requisiti dette opere non determinano trasformazione urbanistico-edilizia del territorio (in modo permanente).
Sia normativa che giurisprudenza prima della previsione normativa che ha modificato l'art. 6 del testo unico edilizia (cfr. legge n. 73/2010, di conversione, con modificazioni, del d.l. 40/2010) non avevano mai precisato una durata massima, ovvero un limite temporale.
E' dal 2010 che risulta stabilito un limite temporale "legale" di 90 giorni, limite che deve essere necessariamente compreso in quanto si sono profilate sin da subito due interpretazioni:
una prima interpretazione porta a ritenere che un'opera potrà qualificarsi come precaria, e perciò rientrante nella categoria dell'attività edilizia libera, soltanto quando, fermo restando la contingenza, la sua permanenza non sia superiore a 90 giorni;
una seconda interpretazione, invece, porta a ritenere che il tempo massimo per la rimozione dell'opera precaria, al cessare della necessità, non possa superare 90 giorni, fermo restando che la rimozione deve avvenire immediatamente al cessare della contingenza (iniziare immediatamente).
La prima scuola di pensiero porrebbe un limite legale allo stato di necessità, e cioè alle ragioni particolari che motivano l'opera, determinando una serie di problematiche, in particolare laddove lo stato di necessità comportasse sin da subito un tempo di permanenza maggiore di quello legale (basti pensare, ad esempio, a taluni apprestamenti di cantiere edili per lavori aventi una durata ben superiore ai 90 giorni).
La seconda, diversamente, porrebbe il limite legale alla rimozione dell'opera al cessare dello stato di necessità che l'ha motivata; secondo questa linea di pensiero, il limite riguarda il tempo massimo entro il quale l'opera deve essere rimossa, rimozione che, in ogni caso, deve avere inizio immediatamente al cessare della contingenza. In altri termini, sarebbe il termine entro il quale completare la rimozione a partire dal suo inizio che coincide con l'immediatezza della cessazione della necessità (basti pensare alla rimozione degli allestimenti citati sopra).
La giurisprudenza sembra approdata alla prima interpretazione (cfr. TAR Veneto, sez. II, sentenza n. 414/2016, confermata da Consiglio di Stato, sez. VI, n. 2438/2017); infatti, ritiene che un'esigenza contingente comportante una durata maggiore di 90 giorni non rientri nell'attività edilizia libera e sia dunque subordinata ad apposito titolo abilitativo. Il principio di riferimento è quello secondo il quale le norme di carattere eccezionale - quale quelle che vanno in deroga ad una disposizione generale - sono di stretta interpretazione e non sono, di conseguenza, suscettibili di interpretazioni estensive:
In sintesi, le opere dirette a soddisfare esigenze “obiettive” e “contingibili e temporanee” sono oggi legislativamente considerate come attività libere, ma debbono essere sempre rimosse entro novanta giorni dalla loro realizzazione. Né può ritenersi che il riferimento al termine di novanta giorni possa essere “agganciato” al momento in cui le opere debbono essere rimosse una volta cessata la particolare necessità che ne aveva determinato la realizzazione, nel senso cioè che le opere debbono essere rimosse “immediatamente” o “comunque” entro novanta giorni dalla cessazione di tale necessità.
Relativamente al giudizio amministrativo in evidenza, risulta opportuno un riepilogo concettuale su precedenti pronuncie:
C.d.S., Sez. VI, 21.02.2017, n. 795: Per principio consolidato, per individuare la natura precaria di un'opera, si deve seguire «non il criterio strutturale, ma il criterio funzionale», per cui un'opera se è realizzata per soddisfare esigenze che non sono temporanee non può beneficiare del regime proprio delle opere precarie anche quando le opere sono state realizzate con materiali facilmente amovibili (fra le decisioni più recenti cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 1291 del 1° aprile 2016). Non possono essere quindi considerati manufatti precari, destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee, quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante (Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 4116 del 4 settembre 2015). Questa Sezione ha poi anche affermato che la “precarietà” dell'opera postula un uso specifico e temporalmente limitato del bene e non la sua stagionalità che non esclude la destinazione del manufatto al soddisfacimento di esigenze non eccezionali e contingenti, ma permanenti nel tempo (Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 1291 del 1° aprile 2016 cit.).
C.d.S., sez. II, 19.05.2016, n. 1217: Rileva, in primo luogo, la Sezione che, in base ad un consolidato orientamento giurisprudenziale in subiecta materia, “i manufatti non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze stabili nel tempo, vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la potenziale rimovibilità della struttura e l'assenza di opere murarie. Ciò, in quanto il manufatto non precario non risulta in concreto deputato ad un suo uso per fini contingenti, ma viene destinato ad un utilizzo protratto nel tempo. Infatti, la precarietà dell'opera, che esonera dall'obbligo del possesso del permesso di costruire, ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. e.5), d.P.R. n. 380 del 2001, postula un uso specifico e temporalmente delimitato del bene e non ammette che lo stesso possa essere finalizzato al soddisfacimento di esigenze permanenti nel tempo” (Cons. di Stato, Sez. VI, 4 settembre 2015, n. 4116).
C.d.S., sez. VI, 27.04.2016, n. 1619: Si osserva, infatti, che dall’articolo 3, comma 1, lett. e.5 del Testo Unico dell’Edilizia è possibile trarre una nozione di “opera precaria”, la quale è fondata non sulle caratteristiche dei materiali utilizzati né sulle modalità di ancoraggio delle stesse al suolo quanto piuttosto sulle esigenze (di natura stabile o temporanea) che esse siano dirette a soddisfare. Invero, la norma qualifica come “interventi di nuova costruzione” (come tali assoggettati al previo rilascio del titolo abilitativo), “l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes , campers, case mobili, imbarcazioni che siano utilizzati come abitazioni , ambienti di lavoro oppure depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee…”. Dunque, la natura di opera “precaria” (non soggetta al titolo abilitativo) riposa non nelle caratteristiche costruttive ma piuttosto in un elemento di tipo funzionale, connesso al carattere dell’utilizzo della stessa.
CdS, Sez. III, 12 settembre 2012, n. 4850: Come è noto al fine di verificare se una determinata opera abbia carattere precario (condizione per l'accertamento della non necessarietà del rilascio della relativa concessione edilizia), occorre verificare la destinazione funzionale e l'interesse finale al cui soddisfacimento l'opera stessa è destinata; pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea - destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l'interesse finale - possono ritenersi prive di minima entità ovvero di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti la concessione edilizia. Infatti la precarietà o meno di un'opera edilizia va valutata con riferimento non già alle modalità costruttive, bensì alla funzione cui essa è destinata (Cons. St., V, 4 febbraio 1998 n. 131); in altri termini non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante (Cons. St., VI, 16 febbraio 2011 n. 986). È dunque da considerare legittima l'ordinanza di demolizione di opere che, pur difettando del requisito dell'immobilizzazione rispetto al suolo (cd. case mobili), consistano in una struttura destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo, dovendo in tal caso escludersi la precarietà del manufatto, che ne giustificherebbe il non assoggettamento a concessione edilizia, posto che la stessa non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall'uso al quale il manufatto è destinato, e va quindi valutata alla luce della obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell'opera, a nulla rilevando la temporanea destinazione data alla stessa dai proprietari (Cons. St., IV, 15 maggio 2009 n. 3029).
Cass. Pen., sez. III, 14.02.2017, n. 6872: La natura precaria dell'opera edilizia non deriva dalla tipologia dei materiali impiegati per la sua realizzazione né dalla sua facile amovibilità; quel che conta è la oggettiva temporaneità e contingenza delle esigenze che l'opera è destinata a soddisfare. Chiaro è, in tal senso, il dettato normativo che, nel definire gli interventi di "nuova costruzione", per i quali è necessario il permesso di costruire o altro titolo equipollente (artt. 10, comma 1°, lett. a, e 22, comma 3°, lett. b, d.P.R. 06.06.2001 n. 380), individua - tra gli altri - i manufatti leggeri e le strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come depositi, magazzini e simili e "che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee" (art. 3, comma 1°, lett. e.5, d.P.R. 380/2001 cit.). La natura oggettivamente temporanea e contingente delle esigenze da soddisfare è richiamata anche dall'art. 6, comma 2°, lett. b, d.P.R. 380/2001 per individuare le opere che, previa mera comunicazione dell'inizio lavori, possono essere liberamente eseguite. Si tratta di criterio che significativamente, anche se ad altri fini, l'art. 812 cod. civ. utilizza per collocare nella categoria dei beni immobili gli edifici galleggianti saldamente ancorati alla riva o all'alveo e destinati ad esserlo in modo permanente per la loro utilizzazione, così diversificandoli dai galleggianti mobili adibiti alla navigazione o al traffico in acque marittime o interne, di cui all'art. 136 cod. nav. e che, a norma dell'art. 815 cod. civ., costituiscono, invece, beni mobili soggetti a registrazione. La oggettiva destinazione dell'opera a soddisfare bisogni non provvisori, la sua conseguente attitudine ad una utilizzazione non temporanea, né contingente, è criterio da sempre utilizzato dalla giurisprudenza di questa Corte per distinguere l'opera assoggettabile a regime concessorio (oggi permesso di costruire) da quella realizzabile liberamente, a prescindere dall'incorporamento al suolo o dai materiali utilizzati (Sez. 3, Sentenza n. 9229 del 12/02/1976, Sez. 3, Sentenza n. 1927 del 23/11/1981, Sez. 3, Sentenza n. 5497 del 11/03/1983, Sez. 3, Sentenza n. 6172 del 23/03/1994, Sez. 3, Sentenza n. 12022 del 20/11/1997, Sez. 3, Sentenza n. 11839 del 12/07/1999, Sez. 3, Sentenza n. 22054 del 25/02/2009, quest'ultima con richiamo ad ulteriori precedenti conformi di questa Corte e del Consiglio di Stato). Nemmeno il carattere stagionale dell'attività implica di per sé la precarietà dell'opera (Sez. 3, Sentenza n. 34763 del 21/06/2011, Sez. 3, Sentenza n. 13705 del 21/02/2006, Sez. 3, Sentenza n. 11880 del 19/02/2004, Sez. 3, Sentenza n. 22054 del 25/02/2009 cit.). Il riferimento alla temporaneità e alla contingenza dell'esigenza, piuttosto che alle caratteristiche strutturali dell'opera edilizia ed al materiale impiegato per la sua realizzazione, deriva dal fatto che nella riflessione dottrinaria e giurisprudenziale del secondo dopoguerra si è venuta consolidando la consapevolezza che il territorio non può più essere considerato strumento destinato al solo assetto ed incremento edilizio (art. 1 L. 1150/1942), ma come luogo sul quale convergono interessi di ben più ampio respiro che dalle modalità del suo utilizzo (o del suo non utilizzo) possono trovare giovamento o, al contrario, pregiudizio, sì che la sua trasformazione urbanistica ed edilizia (così l'art. 1 L. 10/1977 che, si noti, operando un rivolgimento copernicano rispetto all'art. 1 L. 1150/1942, ha posto l'attività edilizia in secondo piano rispetto a quella urbanistica) costituisce oggetto di compiuta valutazione e comparazione degli interessi in gioco e, dunque, vera e propria attività di governo (così l'art. 117, comma 30, Cost.), non sempre, e non solo, appannaggio esclusivo della collettività che lo abita. E' evidente, pertanto, che la temporaneità dell'esigenza che l'opera precaria è destinata a soddisfare è quella (e solo quella) che non è suscettibile di incidere in modo permanente e tendenzialmente definitivo sull'assetto e sull'uso del territorio.
Cass. Pen., sez. III, 05.03.2013, n. 10235: va ricordato che la natura “precaria” di un manufatto, secondo la costrante giurisprudenza di questa Corte Suprema ai fini dell’esenzione dal permesso di costruire (già concessione edilizia), non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale di essa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente e sollecita eliminazione, non essendo sufficiente che si tratti eventualmente di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo.ll D.P.R. n. 380 del 2001, art. 6, comma 2, lett. b), – dopo le modifiche introdotte dal D.L. 25 marzo 2010, n. 40, convertito con modificazioni nella L. 22 maggio 2010, n. 73 – prevede che possono essere installate, senza alcun titolo abilitativo ma previa comunicazione dell’inizio dei lavori all’Amministrazione comunale (anche per via telematica), le opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a 90 giorni. Non implica precarietà dell’opera, però, il carattere stagionale di essa, potendo essere la stessa destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la permanenza nel tempo della sua funzione (da ultimo, Sez. 3, n. 34763 del 21/06/2011, Bianchi, Rv. 251243; Sez. 3, n. 13705 del 21/02/2006, Mulas, Rv. 233926).
Cass. Pen., sez. III, 20.06.2012, n. 24554: Nella materia edilizia, quindi, il concetto di precarietà non va riferito alle caratteristiche costruttive, o alla natura e qualità dei materiali impiegati o, ancora, all'agevole rimovibilità (o amovibilità), venendo in rilievo, invece, le esigenze temporanee alle quali l'opera eventualmente debba assolvere. Ne deriva che il carattere stagionale dell'opera non comporta ex sé la sua precarietà laddove l'opera venga destinata al soddisfacimento di degenze durevoli nel tempo, coincidendo i due concetti della precarietà e stagionalità solo con la instrinseca destinazione dell'oera per un uso specifico e limitato nel tempo cui è correlata la eliminazione dell'opera dopo la cessazione del'uso (in termini, tra le tante, Css. Sez. 3 21.3.2006 n. 20189, Cavallini, Rv. 234325; Cass. Sez. 3 21.2.2006 n. 13705, Mulas, Rv. 233926; Cass. Sez. 3 21.6.2011, n. 34763, Bianchi, Rv. 251243).
In conclusione, sembra che le opere precarie risultino subordinate a 2 regimi:
della comunicazione di avvio lavori se la loro durata, rimozione compresa, non supera 90 giorni;
del permesso di costruire (prima) nel caso di durata superiore a 90 giorni, e di una CILA (dopo) per la loro rimozione, in quanto la rimozione/demolizione non costituisce attività edilizia libera di cui all'art. 6, non risulta subordinata a permesso di costruire di cui all'art. 10 e neppure a SCIA di cui all'art. 22, per cui non resta che il criterio residuale utilizzato dal legislatore del d.lgs. 222/2016 per l'art. 6-bis relativo, per l'appunto a CILA.
Se così risultasse, sembrerebbe vanificarsi quel pur piccolo sforzo di semplificazione (sic!!!).
13/06/2017 Veneto - legge regionale
Approvata la legge per il contenimento del consumo di suolo
Pubblicata la legge regionale n. 14 del 6 giugno 2017 (BUR n. 56 del 9/6/2017): disposizioni per il contenimento del consumo di suolo e modifiche alla legge regionale 23 aprile 20014, n. 11 "norme per il governo del territorio e in materia di paesaggio".
Questo l'inizio della relazione di presentazione del relatore al Consiglio regionale:
“Signor Presidente, colleghi consiglieri, il tema del contenimento del consumo del suolo trova spazio già tra le proposte legislative presentate in Consiglio regionale nella legislatura precedente, quando la crisi economico-finanziaria ed, in particolare, quella del mercato immobiliare, segnano la fine di un’epoca, inducendo una riflessione sullo stato di “salute” del nostro territorio ed, insieme, un ripensamento sugli obiettivi della pianificazione urbanistica. All’incirca nello stesso periodo l’attenzione dell’Unione Europea si focalizza sulla necessità di implementare le politiche per la riduzione degli effetti derivanti dall’impermeabilizzazione del suolo naturale e sui danni prodotti da un espansione insediativa urbana ad alto consumo di suolo (Strategia tematica per la protezione del suolo, UE 2006), attenzione che trova un importante riscontro nella “Tabella di marcia per un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse (COM(2011)571)”, documento nel quale si stabilisce che entro il 2020 le strategie dei paesi membri dovranno tenere conto delle ripercussioni dirette e indirette dell’uso del suolo e attivarsi per raggiungere l’obiettivo di incremento zero della quota netta di consumo del suolo entro il 2050.
Obiettivo recepito e rafforzato dal Parlamento Europeo con l’approvazione nel 2013 del “Settimo Programma di Azione Ambientale” che istituisce un quadro generale per tutte le politiche dell’UE a favore dell’ambiente, in linea con la strategia “Europa 2020”, che tra le priorità pone la crescita sostenibile, includendo quale iniziativa preminente l’impiego efficiente delle risorse. Da qui, a livello nazionale la presentazione tra il 2013 e il 2014 di diversi progetti di legge, alcuni dei quali, approvati alla Camera sono ora all’esame del Senato.
Che il suolo rappresenti una risorsa limitata e non rinnovabile, di importanza fondamentale per gli equilibri ambientali, la salvaguardia della salute, la produzione agricola, la tutela degli ecosistemi naturali e la difesa dal dissesto idrogeologico sembra, dunque, riconosciuto e condiviso, non solo dalla comunità scientifica e dalle associazioni ambientaliste ma anche a vari livelli di cittadinanza e di governo.
30/05/2017 modulistica unificata
Approvata dalla Conferenza unificata la nuova modulistica (SCIA, ecc.)
Il 4 maggio u.s. è stato raggiunto l'accordo tra il Governo, le Regioni e gli Enti locali concernente l'adozione di moduli unificati e standardizzati per la presentazione delle segnalazioni, comunicazioni e istanze.
16/05/2017 prassi - autorizzazione paesaggistica ex D.P.R. 13.2.2017, n. 31
Prime indicazioni dal MIBACT
Il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo è intervenuto con una circolare del Segretario generale, datata 21 aprile 2017, con la quale, stante la rilevanza dell'argomento e l'esigenza di un'uniforme applicazione sul territorio, si fa invito agli Uffici di attenersi alle indicazioni contenute da una prima informativa predisposta dall'Ufficio legislativo del Ministero (contenete gli indirizzi in fase di prima applicazione con particolare riguardo ai procedimenti in essere all'atto dell'entrata in vigore del nuovo regime).
24/03/2017 normativa - autorizzazione paesaggistica semplificata
Dal 6 aprile 2017 in vigore il D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31
In Gazzetta Ufficiale n. 68 del 22 marzo 2017, è stato pubblicato il D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31, avente ad oggetto Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall'autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata.
Non sono soggetti ad autorizzazione paesaggistica gli interventi e le opere indicate nell'allegato A e quelle riportate all'articolo 4, relative alle categorie di interventi ed opere elencate per le quali nel provvedimento di vincolo, ovvero nel piano paesaggitico, siano contenutte le specifiche prescrizioni d'uso intese ad assicurare la conservazione e la tutela del bene paesaggistico.
Sono invece soggetti al procedimento autorizzatorio semplificato gli interventi ed opere di lieve entità elencati nell'allegato B.
Il capo II del decreto, disciplina il procedimento autorizzatorio semplificato, il quale sarà oggetto di successivi approfondimenti.
24/03/2017 editoria Maggioli Editore
2017: VI edizione del volume IL REGIME DELLE DISTANZE IN EDILIZIA
22/03/2017 Giurisprudenza - Cassazione civile sentenza n. 98/2017
Distanze tra costruzioni - criterio di misurazione
La seconda Sezione civile della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza depositata il 4 gennaio 2017, ribadisce che il criterio di misurazione delle distanza tra costruzioni prevista dall'art. 873 c.c. è lineare:
21/02/2017 Giurisprudenza - Cassazione penale sentenza n. 4911/2017
Concetto di lotto, titolo illegittimo e responsabilità penale tecnico comunale
Sul sito Lexambiente.it è stata pubblicata la sentenza 2 febbraio 2017, n. 4911 della terza Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione (pres. Fiale, est. Grillo), della quale si ritiene segnalare da un lato il concetto di lotto ai fini urbanistici necessario a garantire la legittimità dell'edificazione, compreso il rilascio del provvedimento edilizio, dall'altro la responsabilità penale del tecnico comunale che rilascia un titolo abilitativo illegittimo.
3. Con riguardo all'aspetto oggettivo il ragionamento della Corte di Appello si basa sul concetto di unitarietà del lotto sul quale vengono, anche in fasi temporali diverse, effettuate più opere, dovendo in questo caso tenersi conto della cubatura massima realizzabile in relazione alla presenza in quell'area delle varie costruzioni realizzate nel tempo. La tesi difensiva, invece, si basa su un ragionamento opposto secondo il quale il lotto di terreno, nel caso di aree libere residue rimaste inedificate, dopo che siano state realizzate costruzioni su altra parte di quell'area, debbono considerarsi come facenti parte di un lotto separato o quanto meno, di fatto frazionato.
3.1 Ritiene il Collegio di aderire in toto alla soluzione cui è pervenuta la Corte territoriale laddove, basandosi sulla decisione del Consiglio di Stato, ha affermato il principio - già espresso dal massimo organo giurisdizionale amministrativo - secondo cui nel caso in cui un lotto urbanisticamente unitario sia stato già oggetto di uno o più interventi edilizi, la volumetria residuale o la superficie coperta residua va calcolata decurtando la volumetria precedentemente realizzata, con la conseguenza che nessuna rilevanza possono assumere eventuali successivi frazionamenti catastali o alienazioni parziali, al fine di evitare che il computo dell'indice di edificabilità venga alterato con la ipersaturazione di alcune superfici, onde creare artificiosamente disponibilità nel residuo. In altri termini se un determinato lotto di terreno viene utilizzato per erigervi delle costruzioni anche tra loro intervallate nel tempo non è ammissibile che la superficie residuale possa essere urbanisticamente sfruttata con il superamento dell'indice massimo di edificabilità o del rapporto di copertura che rimane assoluto e che vale per l'intera area, sicchè, una volta sfruttata urbanisticamente quell'area, nella superficie residua possono essere realizzate opere che, sommate alle precedenti, non debbono superare l'indice massimo consentito.
3.2 Corretta appare, quindi, l'affermazione della Corte di merito secondo la quale la locuzione "lotto" non va confusa con l'identificazione catastale di una o più particelle o mappali, ma coincide con il concetto di fruibilità urbanistica del suolo ed è basata sulla omogeneità, anche per scelta del proprietario, della destinazione urbanistica di un determinato terreno che rimane unico sotto l'aspetto urbanistico anche se costituito da più particelle catastali ed al quale si applicano gli indici edificatori previsti dalla normativa urbanistica e dagli strumenti urbanistici (v. pag. 13 della sentenza impugnata).
Responsaiblità penale del tecnico comunale
4.2 ... è stato sostenuto che in materia edilizia risponde del reato di cui all'art. 20 della L. 47/85 (oggi art. 44 del d.P.R. 380/01) il dirigente dell'area tecnica comunale che abbia rilasciato una concessione edilizia illegittima, in quanto questi, proprio perché incaricato in ragione del proprio ufficio del rilascio di quello specifico atto, è titolare in via diretta ed immediata della relativa posizione di garanzia che trova il fondamento nel ricordato art. 40 cpv. cod. pen. Prosegue tale decisione ricordando il principio assolutamente pacifico nella giurisprudenza di legittimità secondo cui la mancata o erronea conoscenza della disciplina che regola la materia non può essere addotta da chi svolga professionalmente una determinata attività e che la buona fede nel reato contravvenzionale, in tanto può trovare ingresso, in quanto si dimostri che l'agente ha adempiuto a tutto quanto necessario per adeguarsi al precetto di legge. Anche la decisione menzionata dalla difesa del ricorrente riconosce in capo al responsabile dell'Ufficio Urbanistico del Comune una posizione di garanzia che lo obbliga a vigilare sulla corretta applicazione della norma e ad intervenire per impedire un evento illegittimo; tuttavia tale posizione di garanzia non sarebbe sufficiente ad integrare il reato in capo all'agente laddove la sua condotta sia consistita in una attività di tipo commissivo (come il rilascio di una concessione illegittima), dovendo invece circoscriversi ad un comportamento di tipo omissivo rispetto alla attività doverosa richiesta.
Meritevole di considerazione, infine, appare anche l'argomentazione riferita al rapporto tra PRG e PUA, ovvero tra strumenti urbanistici generali e strumenti urbanistici attuativi, segnatamente tra PRG e Piano Particolareggiato:
6. Errata appare poi la tesi difensiva secondo la quale il piano particolareggiato, per sua definizione, è uno strumento urbanistico attuativo e dunque costituisce una norma secondaria rispetto al P.R.G. che non può essere derogato né può tollerare varianti appartate dal piano particolareggiato: in realtà detto piano costituisce una integrazione dello strumento urbanistico generale in quanto destinato a dare attuazione a tale strumento sulla base di una ricognizione più accurata del territorio e delle esigenze specifiche di tipo urbanistico.
6.1 La questione prospettata dalla difesa attiene ai rapporti intercorrenti tra il Piano Regolatore Generale ed i cd. "piani attuativi" tra i quali rientra - per quanto qui può rilevare - il piano particolareggiato.
6.2 Il P.R.G. come definito dalla legge n. 1150/42 costituisce il tipico strumento attraverso il quale viene disciplinato l'assetto dell'incremento edilizio e lo sviluppo generale del territorio comunale; tale strumento quindi è volto ad assicurare la migliore composizione urbanistica dei singoli insediamenti nonchè ad indicare la futura configurazione di quel territorio mediante la fissazione di apposite norme e prescrizioni funzionali alla attuazione di tali scopi e dunque 6 indispensabili, tenuto conto delle particolari condizioni ambientali e delle esigenze della popolazione nel suo complesso orbitante in quel territorio.
6.3 La dottrina, così come la giurisprudenza amministrativa formatasi sull'argomento, ha più volte affrontato il tema riguardante la natura giuridica dello strumento urbanistico in parola, pervenendo, nel corso di una lunga ed oscillante elaborazione alla conclusione che si tratta di uno strumento di programmazione generale di un territorio di natura cd. "mista" con carattere prevalentemente di atto amministrativo (v. Cons. Stato Sez. 4^ 8.1.1992 n. 9).
6.4 Quanto agli strumenti cd. "attuativi" del P.R.G. il piano particolareggiato costituisce tradizionalmente, nel panorama variegato degli strumenti attuativi del Piano Generale, quello con il quale si dà attuazione a quest'ultimo. Anche in questo caso la natura del piano particolareggiato o attuativo ha formato oggetto di ampia elaborazione sia dottrinaria che giurisprudenziale assumendo progressivamente una funzione integrativa del P.R.G., più che meramente attuativa, finendo con il rappresentare esso stesso uno strumento urbanistico autonomo. Nella giurisprudenza amministrativa più recente il piano particolareggiato viene individuato come strumento di concreta e definita sistemazione della struttura presente e futura dell'agglomerato edilizio (tra le più recenti Cons. Stato Sez. 4^ 1.4.1998 n. 407; idem 26.1.1998 n. 67; v. anche Cons. Stato Sez. 4^ 8.6.1982 n. 330) finendo quindi con l'assumere una funzione integrativa ed in un certo senso parallela rispetto al P.R.G. In effetti dal testo dell'art. 13 della L. 1150/42 si evince che il piano particolareggiato è un piano di dettaglio esecutivo specificato fino alla progettazione esecutiva.
6.6 Con riguardo, poi, ai rapporti intercorrenti tra il P.R.G. ed il piano particolareggiato - argomento affrontato dalla Corte territoriale ed al centro del ricorso proposto dall'odierno ricorrente, la giurisprudenza amministrativa ha affermato la possibilità dì modifica dell'assetto territoriale deciso attraverso il P.R.G. mediante i piani attuativi (in questo caso, piano particolareggiato), tanto da potersi oggi escludere la natura di strumento meramente esecutivo dello strumento urbanistico generale, per qualificarsi, invece, come vero e proprio strumento attuativo in variante al P.R.G. (v. sulla autonomia del piano particolareggiato, v. Cons. Stato Sez. 4^ 26.8.1980 n. 85; ancora, Cons. Stato Sez. 4^ 13.7.1993 n. 711 in cui si è affermata la legittimità della variante al P.R.G. introdotta mediante il piano particolareggiato).
6.7 Ai detti principi si è uniformata la Corte territoriale la quale ha correttamente riconosciuto la rilevanza del piano particolareggiato ribadendo quanto già sostenuto dal Cons. di Stato, Sez. 5^ 15.2.2001 n. 790, la necessità dello strumento attuativo anche nelle zone intermedie non totalmente urbanizzate ed ancora più significativamente, la possibilità che il piano particolareggiato possa introdurre nuovi vincoli in tema di altezze delle costruzioni e masse delle costruzioni rispetto in conformità a quanto previsto dall'art. 13 della L. 1150/42 (così Cons. Stato Sez. 5^ 27.9.2004 n. 6297.
25/01/2017 Nuova disciplina dei titoli abilitativi edilizi
Con d.lgs. 222/2016 modificata la disciplina dei titoli legittimanti
Come oramai risaputo, il decreto legislativo n. 222/2016, noto come «SCIA 2», all'insegna della semplificazione e dell'uniformazione, ha modificato la disciplina dell'attività edilizia nell'ambito della competenza legislativa statale, e dunque il testo unico di cui al D.P.R. n. 380/2001.
Queste le modifiche di maggior interesse:
espunta dall'attività edilizia libera (art. 6) la CILA;
l'attività edilizia libera risulta ampliata negli interventi eseguibili senza alcun titolo abilitativo. Per le opere precarie, conservato l'obbligo di comunicazione all'amministrazione comunale: in questo caso non si tratterebbe di CIL bensì di CAL, quale acronimo di comunicazione di avvio lavori;
la CILA diventa un titolo legittimante autonomo (art. 6-bis) per lo svolgimento delle attività edilizie non costituenti attività edilizia libera (art. 6) e non subordinate a permesso di costruire (art. 10) nonchè a SCIA (art. 22);
conservato il permesso di costruire con l'asseverazione del progettista abilitato, il quale, per la conformità igienico-sanitaria, dovrà rifarsi al previsto decreto ministeriale in cui saranno definiti i requisiti igienico-sanitari di carattere prestazionale (il decreto è atteso entro l'11 marzo 2017);
conservata la SCIA (art. 22), alla quale risultano subordinati soltanto gli interventi elencati (il criterio residuale è stato trasferito alla CILA di cui all'ar. 6-bis), la cui disciplina fondamentale rimane essere l'art. 19 della legge 241/1990;
in luogo della DIA alternativa al permesso di costruire è stata introdotta la SCIA alternativa (art. 23), disciplinata interamente dal TUE stesso;
il certificato di agibilità (art. 24) è stato sostituito con la segnalazione certificata di agibilità.
Per una mappatura sistematica attività edilizia - regime amministrativo di subordinazione, occorre riferirsi al d.lgs. 222/2016, tabella A, sezione II, dedicata proprio all'edilizia, in quanto riporta una ricognizione degli interventi edilizi e dei relativi regimi amministrativi, specificando quelli per i quali risulta necessario il provvedimento amministrativo, fatto salvo il silenzio assenso, e quelli riconducibili agli altri regimi amministrativi previsti (comunicazione, CILA, SCIA, ..).
In considerazione del multiforme esplicarsi dell'attività edilizia in termini di interventi e/o opere, il d.lgs. 222/2016 prevede un glossario unico, da adottare con DM entro il 9 febbraio 2017, nel quale sarà riportato l'elenco delle principali opere edilizie con l'individuazione della categoria di intervento a cui le stesse appartengono e del conseguente regime giuridico a cui sono sottoposte.
24/01/2017 Regione Veneto
Nuova modulistica edilizia unificata e standardizzata dopo il d.lgs. 222/2016
Sul BUR n. 9 del 20 gennaio è stata pubblicata la nuova modulistica unificata e standardizzata in materia edilizia per recepire le modifiche apportate dal d.lgs. n. 222/2016 in vigore dal 11 dicembre 2016.
Sul sito della Regione i moduli che i Comuni possono scaricare e personalizzare.
13/01/2017 Regione Veneto - collegato alla finanziaria 2017
Distanze tra pareti finestrate: non si computano gli sporti fino a 1,50 m
Il legislatore regionale, con la legge regionale 30 dicembre 2016, n. 30 (collegato alla finanziaria 2017), ha introdotto il comma 4 bis all'articolo 8 della legge regionale 16 marzo 2015, n. 4:
Modifica dell’articolo 8 della legge 16 marzo 2015, n. 4 “Modifiche di leggi regionali e disposizioni in materia di governo del territorio e di aree naturali protette regionali”.
1. Dopo il comma 4 dell’articolo 8 della legge regionale 16 marzo 2015, n. 4 è aggiunto il seguente:
“4 bis. In attuazione dell’articolo 2 bis del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 e successive modificazioni, ai fini del calcolo della distanza minima tra pareti finestrate di cui all’articolo 9 del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444, non sono computati gli sporti e gli elementi a sbalzo, compresi terrazze e balconi non chiusi, aggettanti dalla facciata dell’edificio per non più di metri 1,50. Resta fermo il rispetto delle disposizioni del codice civile relative alle distanze tra costruzioni nonché quelle relative all’apertura di vedute dirette e balconi sul fondo del vicino.”.
Dunque, si interviene sulle distanze tra fabbricati, notoriamente inerenti alla materia dell'ordinamento civile di potestà legislativa esclusiva statale, invocando l'art. 2-bis del TUE, rubricato "deroghe in materia di limiti di distanza tra fabbricati".
A mio parere la norma regionale in commento merita una certa cautela, almeno sotto il profilo civilistico, in ragione dei seguenti "elementi":
La Corte Costituzionale ha ribadito in ben 4 sentenze del 2016 (n. 178 del 15/7/2016; n. 185 e 189 del 20/7/2016 e la n. 231 del 3/11/2016) che in materia di distanze fra costruzioni, il punto di equilibrio tra gli ambiti di competenza esclusiva statale, relativa alla materia dell'ordinamento civile, e di competenza concorrente Stato-Regioni in materia di governo del territorio, è dato dalla possibilità di derogare alla disciplina statale delle distanze soltanto nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche (ultimo comma dell'art. 9 del d.m. 1444/68), principio, questo, recepito dal legislatore statale che ha inserito l'art. 2-bis nel testo unico edilizia. Per la Consulta, dunque, l'art. 2-bis è disposizione che "recepisce la giurisprudenza di questa Corte, inserendo nel testo unico sull'edilizia i principi fondamentali della vincolatività, anche per le regioni e le province autonome, delle distanze legali stabilite dal d.m. n. 1444 del 1968 e dell'ammissibilità di deroghe solo a condizione che esse siano «inserite in strumenti urbanistici, funzionali a conformare un assetto complessivo e unitario di determinate zone del terriotrio»;
Dunque, se la Regione Veneto avesse inteso ricorrere ad una deroga in materia di distanza, quella riportata dall'articolo in commento sarebbe generica e non inserita in strumenti urbanistici come ripetutamente indicato dalla Consulta;
La stessa Consulta, nelle sentenze 2016 enumerate, in particolare nelle sentenze n. 185 e n. 189, ricorda altresì che la disposizione civilistica relativa alla distanza tra costruzione è integrata, nella misura, dall'art. 9 del d.m. 1444/68 per la fattispecie ivi disciplinata (e cioè nel caso di pareti finestrate e pareti di edifici antistanti), tanto che, secondo la Corte, laddove le leggi regionali richiamassero il rispetto del Codice Civile, questo "deve intendersi come riferito all'intiera disciplina civilistica di cui il d.m. n. 1444 del 1968 è parte integrante e fondamentale (sentenza n. 134 del 2014)";
Con la sentenza della IV sezione del Consiglio di Stato n. 7731/2010, ha trovato ingresso anche in ambito amministrativo il principio civilistico secondo il quale, ai fini del calcolo della distanza tra costruzioni, assumono rilievo tutti gli elementi costruttivi, anche accessori, qualunque ne sia la funzione, qualora abbiano i caratteri della solidità, della stabilità e dell'immobilizzazione, eccetto gli sporti e aggetti decorativi di modeste dimensioni. Sono ritenuti decorativi quegli aggetti che non estendono e ampliano l'edificio, ovvero l'intero fronte dell'edificio, come il caso considerato nella citata sentenza relativo a balconi con profondità fino a 1,50 non computati a fini urbanistici (in termini di volume e/o superficie). In altri termini, per la giurisprudenza oltre al dato dimensionale, la rilevanza dello sporto è data anche dalla funzione, che per non assumere rilievo ai fini delle distanze deve essere decorativo e cioè non estendere e ampliare l'edificio. La disposizione regionale, a mio parere, non considererebbe questo aspetto "civilistico".
09/01/2017 Regione Veneto - piano casa regionale prorogato e interpretato
L.R. 30/2016: intervento legislativo regionale sul piano casa dopo TAR Veneto
A seguito della discussa sentenza del TAR Veneto n. 1128/2016, il legislatore regionale è intervenuto legislativamente, con il collegato alla finanziaria 2017, ponendo fine all'insorta vexata quaestio, forse creando qualche imbarazzo in quei Comuni che avevano "sposato" detta sentenza.
Il legislatore regionale, infatti, ha ribadito che la deroga del c.d. piano casa è generalizzata e non limitata ai soli parametri urbanistici.
Queste le dispozioni di interesse:
Interpretazione autentica dell’articolo 2, comma 1, dell’articolo 6, comma 1 e dell’articolo 9, comma 8, della legge regionale 8 luglio 2009, n. 14 “Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per favorire l’utilizzo dell’edilizia sostenibile e modifiche alla legge regionale 12 luglio 2007, n. 16 in materia di barriere architettoniche”.
1. Le norme di deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali, provinciali e regionali di cui all’articolo 2, comma 1, e di prevalenza sulle norme dei regolamenti degli enti locali e sulle norme tecniche dei piani e regolamenti urbanistici di cui all’articolo 6, comma 1 della legge regionale 8 luglio 2009, n. 14 “Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per favorire l’utilizzo dell’edilizia sostenibile e modifiche alla legge regionale 12 luglio 2007, n. 16 in materia di barriere architettoniche” e successive modificazioni, devono intendersi nel senso che esse consentono di derogare ai parametri edilizi di superficie, volume, altezza e distanza, anche dai confini, previsti dai regolamenti e dalle norme tecniche di attuazione di strumenti urbanistici e territoriali, fermo restando quanto previsto all’articolo 9, comma 8 della medesima legge regionale 8 luglio 2009, n. 14 con esclusivo riferimento a disposizioni di emanazione statale.
2. Gli eventuali provvedimenti di rigetto o di annullamento emessi dal comune sulla base di una interpretazione degli articoli 2, comma 1, 6, comma 1, e 9, comma 8, della legge regionale 8 luglio 2009, n. 14, diversa da quella indicata al comma 1, sono riesaminati alla luce di quanto previsto dai medesimi.
Modifica della legge regionale 8 luglio 2009, n. 14 “Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per favorire l’utilizzo dell’edilizia sostenibile e modifiche alla legge regionale 12 luglio 2007, n. 16 in materia di barriere architettoniche”.
1. Al comma 7 dell’articolo 9 della legge regionale 8 luglio 2009, n. 14, le parole: “10 maggio 2017” sono sostituite con le seguenti parole: “31 dicembre 2018”
21/12/2016 news di giurisprudenza - Corte Costituzionale
Disciplina antismica di cui all'art. 94 del testo unico edilizia
Con la sentenza n. 272 del 16 dicembre 2016, la Consulta, in proposito delle norme antisismiche contenute nel testo unico edilizia, ricorda che:
Questa Corte ha costantemente ricondotto disposizioni di leggi regionali che disciplinano gli interventi edilizi in zone sismiche all’ambito materiale del «governo del territorio», nonché a quello della «protezione civile», per i profili concernenti «la tutela dell’incolumità pubblica» (sentenza n. 254 del 2010).
In entrambe le materie, di potestà legislativa concorrente, spetta allo Stato di fissare i principi fondamentali (tra le tante, sentenze n. 300 e n. 101 del 2013, n. 201 del 2012, n. 254 del 2010, n. 248 del 2009, n. 182 del 2006).
Nella richiamata giurisprudenza di questa Corte assumono la valenza di «principio fondamentale» le disposizioni contenute nel Capo IV del TUE, rubricato «Provvedimenti per le costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche», che dispongono determinati adempimenti procedurali, quando rispondono ad esigenze unitarie, da ritenere particolarmente pregnanti di fronte al rischio sismico.
L’art. 94 del TUE, evocato dal Governo a parametro interposto, va qualificato come «principio fondamentale» della materia. La norma prescrive che, nelle località sismiche, non si possono iniziare lavori senza preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico della regione.
Considerata la rilevanza del bene protetto, che coinvolge il valore della tutela dell’incolumità pubblica, la quale non tollera alcuna differenziazione collegata ad ambiti territoriali, la norma riveste una posizione «fondante» del settore dell’ordinamento al quale pertiene (ex plurimis, sentenze n. 282 del 2009, n. 364 del 2006, n. 336 del 2005).
Nella sentenza n. 182 del 2006, questa Corte ha affermato che il principio della previa autorizzazione scritta desumibile dall’art. 94 del TUE trae il proprio fondamento dall’intento unificatore del legislatore statale, il quale «è palesemente orientato ad esigere una vigilanza assidua sulle costruzioni riguardo al rischio sismico, attesa la rilevanza del bene protetto, che trascende anche l’ambito della disciplina del territorio, per attingere a valori di tutela dell’incolumità pubblica che fanno capo alla materia della protezione civile, in cui ugualmente compete allo Stato la determinazione dei principi fondamentali».
La giurisprudenza successiva – nel confermare l’intento unificatore della disciplina statale in questo ambito (sentenza n. 254 del 2010) – ha ribadito la natura di principio fondamentale della menzionata previsione dell’art. 94 (sentenze n. 64 del 2013 e n. 312 del 2010).
In un primo senso, va osservato che l’intera normativa riguardante le opere da realizzarsi in zone dichiarate sismiche ha come ambito di applicazione oggettivo non le nuove costruzioni, ma «tutte le costruzioni la cui sicurezza possa comunque interessare la pubblica incolumità» (art. 83 del TUE; lo stesso art. 94 si riferisce genericamente all’inizio di «lavori», senza limitazioni).
Il legislatore applica cioè un concetto trasversale molto ampio, indifferente e autonomo rispetto ad altre classificazioni valevoli nella disciplina edilizia, e tendenzialmente omnicomprensivo di tutte le vicende in cui si tratti della realizzazione di un’opera edilizia rilevante per la pubblica incolumità (sul punto, Consiglio di Stato, sezione quarta, sentenza 12 giugno 2009, n. 3706).
Pertanto, la circostanza che l’opera da realizzare consista in interventi sul patrimonio edilizio esistente – alcuni dei quali possono anche presentare rilevante impatto edilizio, come la manutenzione straordinaria, consistente in frazionamenti ed accorpamenti di unità immobiliari, il restauro e il risanamento conservativo, la ristrutturazione edilizia, anche quella comportante la demolizione e ricostruzione di edifici esistenti (interventi tutti rientranti nel campo di applicazione dell’art. 21-bis della legge della Regione Liguria 6 giugno 2008, n. 16, recante «Disciplina dell’attività edilizia») – non mette in dubbio il fatto che possa trattarsi comunque di una costruzione da realizzarsi in zona sismica, come tale ricompresa nell’ambito di applicazione dell’art. 94 del TUE.
La sentenza offre degli spunti di riflessione sulle recenti riforme normative apportate al testo unico edilizia con il c.d. decreto SCIA2, sia pure "in linea" con un processo iniziato ben prima con i vari decreti (salva Italia, sblocca Italia, e via elencando).
Per il Giudice delle Leggi, l'intervento edilizio va riguardato nella sua sostanza in ragione della differente e più pregnante tutela dell'incolumità pubblica: e non può che essere così dal momento che il titolo abilitativo o titolo legittimante l'intervento non distingue più tra interventi edilizi minori o di altro tipo.
La Corte Costituzionale, difatti, ricorda che con SCIA si possono fare interventi edilizi "importanti" sotto il profilo tecnico, mentre altri interventi di "rilevante impatto edilizio", quali la manuntenzione straordinaria per frazionamenti/accorpamenti di unità immobiliari, anche con modifica del carico urbanistico, sono ora da ritenere subordinati a CILA se non riguardano le parti strutturali degli edifici.
Per quanto riguarda la CILA, ritengo opportuno ricordare che il tecnico abilitato è chiamato ad asseverare la comunicazione con una attestazione circa, da un lato una conformità agli strumenti urbanistici approvati e ai regolamenti edilizi vigenti dall'altro una compatibilità (sic!) con la normativa in materia antisismica.
28/11/2016: notizie dalla Gazzetta Ufficiale n. 277 del 26.11.2016
Decreto legislativo 25.11.2016, n. 222 - SCIA 2 - nel s.o. n. 52/L
Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 277 (serie generale) del 26 novembre 2016, supplemento ordinario n. 52, con entrata in vigore dall'11 dicembre 2016, il c.d. decreto SCIA 2, e cioè il d..lgs. n. 222/2016 dal titolo Individuazione di procedimenti oggetto di autorizzazione, segnalazione certificata di inizio di attivita' (SCIA), silenzio assenso e comunicazione e di definizione dei regimi amministrativi applicabili a determinate attivita' e procedimenti, ai sensi dell'articolo 5 della legge 7 agosto 2015, n. 124.
Gli articoli sono 6 relativi alla precisa individuazione delle attività oggetto di procedimento, anche telematico, di comnicazione o segnalazione certificata di inizio attività (Scia) o di silenzio assenso, nonchè quelle per le quali è necessario il titolo espresso, con introduzione delle conseguenti disposizioni normative di coordinamento.
Tuttavia, il d.lgs. rinvia ad un DM, da emanare entro 60 gg dalla data di entrata in vigore, previa intesa con la Conferenza unificata, l'adozione di un glossario unico, contenente l'elenco delle principali opere edilizie, con l'individuazione della categoria di intervento a cui le stesse appartengono e del conseguente regime giuridico a cui sono sottoposte, al fine di garantire omogeneità di regime giuridico in tutto il territorio nazionale.
Tra gli articoli che ritengo di maggior importanza, se all'articolo 1 il legislatore fa riferiemento al regime giuridico, l'articolo 2 riguarda il regime amministrativo, previsto per ciascuna delle attività elencate nell'allegato A, precisando che sono:
L'articolo 3, infine, apporta modifiche al testo unico edilizia di cui al D.P.R. n. 380/2001.
22/11/2016: notizie dalla Gazzetta Ufficiale n. 268 del 16.11.2016
Pubblicata l'intesa sul regolamento edilizio tipo
Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 268 (serie generale) del 16 novembre 2016, l'Intesa, ai sensi dell'articolo 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131, tra il Governo, le Regioni e i Comuni concernente l'adozione del regolamento edilizio-tipo di cui all'articolo 4, comma 1-sexies del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.
E' dunque arrivato ad una prima conclusione il proponimento dell'agenda per la semplificazione denominata Italia semplice, in coerenza con le previsioni dello "Sblocca Italia", riguardante, per l'appunto il regolamento edilizio (unico/tipo).
L'intesa in questione è quella raggiunta in Conferenza unificata lo scorso 20 ottobre, per cui con la pubblicazione in G.U. iniziano a decorrere i termini previsti nell'intesa stessa (180 gg dal raggiungimento dell'intesa, quindi dal 18.4.2017).
In argomento, il nostro Centro Studi sta svolgendo degli approfondimenti tecnico-giuridici al fine di poter enucleare quelle criticità che possono influire sugli operati dei professionisti tecnici e sulle pubbliche amministrazioni interessate.
15/11/2016: giurisprudenza TAR VENETO, sentenza n. 1128/2016
Le deroghe alle distanze dai confini nel "piano casa" della Regione Veneto
Fa discutere la sentenza della seconda Sezione del TAR Veneto depositata il 14 ottobre scorso, con la quale il Collegio, rivedendo un proprio precedente orientamento, ritiene illegittimo un intervento "speciale" di cui al piano casa regionale (l.r. n. 14/2009 e s. m. e i.) che deroghi dalle distanze del fabbricato (ampliamento) dai confini di proprietà specificati negli strumenti di pianificazione ovvero nei regolamenti edilizi comunali.
Queste le argomentazioni:
E’ invece fondato e deve essere accolto il terzo motivo con il quale la ricorrente lamenta la violazione delle distanze dai confini.
E’ pacifico ed incontestato che la nuova costruzione si pone ad una distanza di tre metri dai confini di mappali di proprietà della ricorrente, ad una distanza quindi inferiore a quella di cinque metri prevista dall’art. 18 delle norme tecniche operative allegate al Piano degli interventi.
Le controinteressate ed il Comune sostengono che le distanze dai confini debbono ritenersi derogate dalla previsione della legge sul piano casa di cui all’art. 9, comma 8, della legge regionale 8 luglio 2009, n. 14, che dispone “sono fatte salve le disposizioni in materia di distanze previste dalla normativa statale vigente”, lasciando implicitamente intendere che le disposizioni sulle distanze previste dalla normativa locale devono invece intendersi derogate in base all’art. 2, comma 1, della medesima legge, che ammette gli interventi di ampliamento ivi contemplati “in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali, provinciali e regionali”.
Il Collegio non ignora che la Sezione in passato ha condiviso questa opzione interpretativa (cfr. Tar Veneto, Sez. II, 6 febbraio 2014, n. 151; id. 24 ottobre 2013, n. 1213; 13 giugno 2013, n. 835; id. 21 ottobre 2010, n. 5694), ma ritiene tuttavia che la stessa debba essere oggetto di una rimeditazione alla luce delle più recenti pronunce espresse da questa stessa Sezione circa la valenza della legge regionale sul “piano casa” che si discostano da quei precedenti e alla luce della ricchezza di argomenti critici offerti sul punto dalla dottrina che si è occupata di quelle pronunce.
Infatti nella legge sul piano casa non vi è una norma che espressamente ammetta una deroga alle distanze previste dagli strumenti urbanistici, e il precedente orientamento ricavava tale conclusione in modo implicito attribuendo alle previsioni degli artt. 2, 3 e 5, che prevedono una “deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali, provinciali e regionali” una valenza generale e tendenzialmente indiscriminata.
Questa stessa Sezione invece più recentemente con la sentenza 14 dicembre 2015, n. 1329, è andata di contrario avviso partendo dalla considerazione che la legge sul piano casa ha una valenza eccezionale e derogatoria chiaramente espressa nell’art. 6, comma 1, il quale afferma che “le disposizioni della presente legge di carattere straordinario prevalgono sulle norme dei regolamenti degli enti locali e sulle norme tecniche dei piani e regolamenti urbanistici contrastanti con esse”.
Vi sono anche ulteriori argomenti che conducono alla medesima conclusione.
Infatti è noto che nella giurisprudenza della Cassazione le norme del piano regolatore sulle distanze sono ritenute integrative delle disposizioni di cui agli artt. 872 e 873 c.c. e, in quanto fonte di diritti soggettivi perfetti, la loro violazione è soggetta alle medesime forme di tutela previste per le distanze previste dal codice civile (si afferma infatti che “in tema di distanze legali, le norme degli strumenti urbanistici integrano la disciplina dettata dal codice civile nelle materie regolate dagli articoli 873 e seguenti c.c., ove tendano ad armonizzare l'interesse pubblico a un ordinato assetto urbanistico del territorio con l'interesse privato relativo ai rapporti intersoggettivi di vicinato, sicché vanno incluse in tale novero le disposizioni del piano regolatore generale dell'ente territoriale che stabiliscano la distanza minima delle costruzioni dal confine del fondo e non tra contrapposti edifici”; cfr. Cassazione, Sez. II, 19 ottobre 2015, n. 21125; ex pluribus cfr. altresì Cassazione, Sez. II 15 giugno 2010 n. 14446; id. 29 marzo 2006, n. 7275; id. 17 ottobre 1992 n. 11423).
Per tali ragioni, dato che in base alla documentazione versata in atti è certo il mancato rispetto della distanza di 5 metri dai confini con terreni di proprietà della ricorrente prevista dall’art. 18 delle norme tecniche di attuazione allegate al Piano degli interventi, che per quanto esposto non possono ritenersi fondatamente derogate dalla legge sul piano casa, le censure di cui al terzo motivo devono essere accolte.
26/10/2016: giurisprudenza Costituzionale, sentenza n. 178/2016
Le deroghe alle distanze tra fabbricati/costruzioni - art. 2-bis t. u. edilizia
Come noto, il c.d. decreto del fare (d.l. 69/2013, poi legge 98/2013) ha inserito l'art. 2-bis nel testo unico edilizia, rubricato Deroghe in materia di limiti di distanza tra fabbricati.
Nella IV edizione del volume Il regime delle distanze in edilizia (ed. Maggioli, IV edizione, marzo 2014), l'avv. Zen ed io abbiamo argomentato questa novella legislativa proponendo due linee interpretative, giungendo ad evidenziare che, sostanzialmente, in entrambi i casi non si ravvedeva una portata innovativa rispetto alla normativa previgente, e cioè rispetto alla facoltà concessa con l'ultimo comma dell'art. 9 del DM 1444/68.
Nella V edizione del predetto volume (ed. Maggioli, settembre 2015), abbiamo anche riportato alcune iniziative regionali sostenendo che "l'art. 2-bis si limiterebbe a consentire leggi regionali derogatorie al d.m. n. 1444/68 in via di "principio" rimettendone l'operatività dei suoi precetti a "strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo e unitario di determinate zone del territorio" (cfr. pag. 270).
In buona sostanza, l'art. 2-bis del testo unico edilizia, a nostro avviso, si limitava a recepire l'indirizzo giurisprudenziale della Consulta, e cioè del Giudice delle Leggi.
Il 15 luglio 2016 è stata depositata la sentenza della Corte Costituzionale n. 178 (Pres. Grassi, Rel. Morelli), relativa al giudizio di legittimità costituzionale in via principale dell'art. 10 della legge della Regione Marche 13/4/2015, n. 16, con cui è stata disposto:
In altri termini, quel nostro convincimento espresso nel volume citato trova ora conferma nella sentenza suddetta: l'art. 2-bis del testo unico edilizia non avrebbe portata innovativa, si limiterebbe a recepire il costante principio espresso dalla Consulta in tema di distanze tra fabbricati.
22/10/2016: news normativa
REGOLAMENTO EDILIZIO TIPO (unico): accordo raggiunto in Conferenza
E' notizia stampa del 21 ottobre l'accordo raggiunto in sede di Conferenza Unificata Stato-Regioni sul regolamento edilizio tipo previsto dall'art. 4, comma 1-sexies, del testo unico edilizia (a seguito del d.l. n. 133/2014, poi legge n. 164/2014).
Nonostante sia sempre stato normativamente previsto un regolamento edilizio tipo, in questi due anni e più si è sempre letto sulla stampa, sia cartacea che online, di regolamento edilizio unico, a cui si sono aggiunte, strada facendo, ben 42 definizioni standard.
Quella di avere, almeno a livello regionale, un regolamento edilizio tipo con delle invarianti, credo sia sempre stata un'esigenza vieppiù concretizzatasi in alcune regioni virtuose (ricordo, ad esempio, la Valle D'Aosta, l'Emilia Romagna).
Pertanto, credo fosse ben vista anche l'iniziativa nazionale in ragione del fatto che, per quanto concerne la disciplina dell'attività edilizia, a livello locale venivano sindacati aspetti che si ritenevano essere delle "invarianti" (o standard) a livello nazionale e/o regionale, quindi non disapplicabili a livello locale o regionale.
Per ora non mi è dato conoscere il testo "concordato" in sede di conferenza, ma questo, ritengo non mi sia di impedimento a svolgere qualche riflessione che potrà aiutare a capire, una volta noto il testo, se quello elaborato e le disposizioni che saranno adottate al contorno, consentiranno di avere effettivamente delle disposizioni "locali" unificate, anche se, va detto, ciò appare alquanto singolare.
Infatti, non mi è dato a capire perchè mai si sia cercato di inserire in uno strumento locale-comunale, qual'è il regolamento edilizio, delle invarianti a livello nazionale in luogo dello strumento normativo costituzionalmente previsto, e cioè la legge di principi fondamentali, come nel caso delle definizioni degli interventi edilizi (cfr. sentenza della Corte Costituzionale n. 309/2011).
La disciplina edilizia, come noto, è una sub-materia contenuta in quella del governo del territorio, soggetta alla c.d. potestà legislativa concorrente Stato-Regioni e Province Autonome, per la quale, tuttavia, è (storicamente) riconosciuta anche una potestà normativa locale, ovvero una potestà regolamentare comunale.
In effetti, riflettendo, la logica di fondo di questa potestà normativa tripartita, a mio parere, risiederebbe nella consapevolezza che la disciplina edilizia debba necessariamente considerare anche le specificità locali, sia pure in senso amministrativo (più che geografico, tipologico, morfologico, ecc.), visto che segue i "confini" amministrativi degli Enti autarchici (Regioni, Comuni).
Quindi, sarebbe logico aspettarsi che fini diversi siano perseguiti dai soggetti preposti attraverso strumenti appropriati e di loro compentenza, con un controllo rigoroso della stessa, senza ammettere "invasioni di campo".
lo Stato dovrebbe, nella (con la) legge di principi fondamentali, stabilire soltanto quelle "regole" che risultano funzionali agli esercizi unitari su tutto il territorio nazionale perchè riguardanti le tutele pubblicistiche che devono essere garantire a quel livello, ed anche per non creare disparità, disuguaglianze rispetto a taluni diritti (oggettivi e/o soggettivi) tutelati uniformemente su tutto il territorio;
le Regioni, con proprie leggi regionali di dettaglio, dovrebbero produrre soltanto quelle "regole" che risultino strumentali all'obiettivo di avere esercizi unitari su tutto il territorio regionale perchè riguardanti le tutele pubblicistiche che devono o possono essere garantite, amministrativamente parlando, a questo livello, senza ledere quei beni giuridici o di interesse giuridico oggetto di tutela nazionale (o, addirittura, sovranazionale), ovvero per considerare quegli aspetti "edilizi" che si ritengono caratteristici/specifici a livello regionale;
I Comuni, infine, con il loro strumento di disciplina dell'attività edilizia, e cioè con il regolamento edilizio, dovrebbero disciplinare l'attività edilizia relativamente a quegli aspetti riconducibili alle sole esigenze locali-territoriali, le quali dovrebbero risultare intelligibili e sempre riferibili a profili caratteristici/specifici a livello comunale.
In altri termini, a mio parere, più che ricercare di trasferire (ed ingrossare) in uno strumento locale, e cioè nel regolamento edilizio, aspetti di carattere nazionale e/o regionale, l'esigenza maggiore ritengo sia quella di garantire che ad ogni livello sia rispettata la competenza loro attribuita, definendola preventivamente e compiutamente.
Altra esigenza, sempre a mio parere, sarebbe quella di assicurare ad ogni livello l'intelligibilità della norma giuridica e della regola, in modo che risulti sempre chiaro il fine perseguito, ciò nel presupposto che la norma/regola è uno strumento che consente di perseguire un fine. In questo modo, pur comprendendo le esigenze di generalità ed astrattezza, ognuno avrebbe consapevolezza del legame tra fine e regola (e viceversa).
Quindi, l'ulteriore esigenza che emerge sarebbe anche quella di evitare che ad ogni livello si confondano gli strumenti con i fini, gli effetti con le cause, oltre che garantire anche le tutele giurisdizionali (ad esempio, il regolamento edilizio, non essendo una legge, sfugge al controllo giurisdizionale del giudice delle leggi, con le conseguenze del caso).
18/10/2016: novità editoriali
INCARICHI, OBBLIGHI E RESPONSABILITA' DEL PROFESSIONISTA TECNICO
E' in uscita in questi giorni l'ultimo lavoro di approfondimento tecnico-giuridico avente ad oggetto gli incarichi, obblighi e le responsabilità del professionista tecnico.
Si tratta di un volume scritto insieme all'avv. Otello Bigolin, segretario del Centro Studi Tecnojus, col quale si sono voluti approfondire i temi di cui al titolo del volume stesso, edito da Maggioli Editore s.p.a..
Dalla nostra IV di copertina:
Per questo motivo si è voluto offrire uno studio sistematico in materia di obblighi e responsabilità del professionista tecnico, un’indagine ragionata sulla figura professionale e le sue competenze divise tra profili pubblicistici (motivanti la regolamentazione della professione e del pubblico affidamento sui suoi saperi specialistici) e profili privatistici (legati agli interessi specifici del cliente-committente, consumatore di servizi professionali).
Una riforma che, come noto, ha sancito l’ingresso nelle professioni intellettuali regolamentate di una serie di novità specie nelle forme di esercizio sempre più spinte verso quelle collettive ed organizzate (società), le quali pongono nuovi interrogatici soprattutto in termini di ripartizione delle responsabilità (se di ripartizione è possibile parlare).
La particolarità del volume è data dalla sua scrittura a 4 mani: due di un professionista forense e le altre due di un professionista tecnico, accomunati dalla condivisione sia da esperienze professionali sia dalle attività nel centro studi tecnico-giuridici Tecnojus.
18/10/2016: news normativa
Regolamento (UE) 2016/425 - nuova disciplina dei DPI
Sulla Gazzetta Europea del 31 marzo 2016 L81, è stato pubblicato il Regolamento (UE) 2016/425 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, sui dispositivi di protezione individuale e che abroga la direttiva 89/686/CEE del Consiglio (Testo rilevante ai fini del SEE).
Detto regolamento è entrato in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea, e si applica a decorrere dal 21 aprile 2018, ad eccezione:
Come noto, un regolamento europeo è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri.
Come asserito dal titolo, il regolamento abroga la direttiva DPI relativa ai prodotti (89/686/CEE), cui si relaziona la direttiva particolare DPI relativa alle attrezzature di lavoro (89/656/CEE), recepita nell'ambito del d.lgs. n. 81/2008, titolo III, capo II.
Pertanto, in ambito nazionale non troverà più applicazione il d.lgs. n. 475/1992 di recepimento della direttiva prodotti DPI che il regolamento ha abrogato.
Gli articoli del regolamento (UE) DPI che entrano in vigore il prossimo 21 ottobre riguardano la notifica degli organismi di valutazione della conformità (capo V), segnatamente:
art. 20, notifica;
art. 21, autorità di notifica;
art. 22, requisiti relativi alle autorità di notifica;
art. 23, obbligo di informazione a carico delle autorità di notifica;
art. 24, requisiti relativi agli organismi notificati;
art. 25, presunzione di conformità degli organismi notificati;
art. 26, affiliate e subappaltatori degli organismi notificati;
art. 27, domanda di notifica;
art. 28, procedura di notifica;
art. 29, numeri di identificazione ed elenchi degli organismi notificati;
art. 30, modifiche delle notifiche;
art. 31, contestazione della competenza degli organismi notificati;
art. 32, obblighi operativi degli organismi notificati;
art. 33, ricorso contro le decisioni degli organismi notificati;
art. 34, obbligo di informazione a carico degli organismi notificati;
art. 35, scambio di esperienze;
art. 36, coordinamento degli organismi notificati.
Per quanto concerne i sistemi anticaduta dall'alto, giova ricordare che sono DPI: le cinture di sicurezza, le imbracature, i cordini, i dispositivi retrattili, i dissipatori di energia, i connettori, i caschetti ed i dispositivi anticaduta di tipo guidato comprendenti una linea di ancoraggio rigida (è stato tolto il riferimento alla EN 353-1:2002 dall'elenco delle norme armonizzate ai sensi della direttiva 89/686/CEE e non anche il fatto che non siano DPI).
29/08/2016: commento
Il rischio sismico nella normativa : classificazioni e vulnerabilità degli edifici
Anche per un accadimento pesantemente luttuoso come quello sismico di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, se ne parlerà soltanto finchè perdurerà l'onda emotiva; poi, tutto verrà fagocitato e anche il sisma ritonerà nell'oblio.
Sembra che nel tempo sia mutato, per così dire, l'immaginario collettivo: il terremoto non è più una forza della natura che ci rende fragili e impotenti, bensì un evento che ci rende colpevolmente fragili, tanto da sollecitare, in un sincronismo pressochè contestuale all'evento, la ricerca di umane responsabilità (per le leggi degli uomini, ovviamente, e non per quelle della natura).
Sembra che soltanto in questi momenti il terremoto faccia paura (cfr. l'indagine 2015 sulla percezione della pericolosità sismica in Italia pubblicata sul sito dell'associazione ISI, ingegneria sismica italiana); poi, quando tutto si assopirà, ogni preoccupazione, insieme a proclami e buoni propositi, verrà assorbita dalla quotidiana e formalistica burocraticità degli adempimenti normativi.
Come noto, i terremoti non si possono prevenire contrariamente ai loro effetti sulle costruzioni: gli stati di sollecitazione indotti dal sisma si possono contrastare/mitigare adottando delle misure preventive e protettive, almeno in due direzioni:
concettuale, di tipo progettuale (ad es. con una adeguata concezione strutturale degli interventi edilizi, quali la regolarità in pianta e in altezza, sostanzialmente geometrica anche se assumono rilevanza le masse e le rigidezze);
costruttiva (ad es. realizzando giunti strutturali, telai a nodi rigidi, controventi reticolari, pareti/setti in cemento armato, nuclei in cemento armato, ecc.).
Infatti, in questi momenti dolorosi ci si chiede come siano possibili effetti distrastrosi di questo tipo, sopratutto nel prezzo umano pagato, nonostante l'esistenza di svariate normative con il loro corredo di obblighi ed adempimenti (burocratici), tanto che il pensiero corre subito alla speculazione o alla scarsa preparazione di chi dovrebbe sapere.
Risaputo che la prevenzione e la protezione dagli effetti sismici sulle costruzioni è diventata un aspetto "tecnico-normativo", attraverso l'adozione di accorgimenti tecnici obbligatori e di adempimenti (formali) già dall'indomani del terremoto più catastrofico che abbiamo avuto nella nostra storia recente (Messina e Reggio Calabria, 28 dicembre 1908, con perdite umane stimate tra 80.000 e 100.000 unità - e forse più - cfr. la lista dei terremoti stilata dall'Agenzia ANSA).
Sul versante legislativo, però, si registra un repentino "ammodernamento" normativo al seguito di ogni importante evento tellurico; per cui nel tempo si registrano diverse normative con il loro mix di precetti giuridici, fatti di obblighi ed adempimenti "formali" (depositi, autorizzazioni, collaudi, ecc.) e di regole tecniche (derivanti dalla scienza delle costruzioni che, in quanto scienza, è in continua evoluzione).
Cosicchè, normativamente parlando, possiamo individuare almeno le seguenti (principali) "stagioni" normative:
quella dal 1909 al 1962, dove le regole tecniche del costruire antismico erano generiche e si applicavano nelle zone colpite dai terremoti;
dal 1962 al 1974, anno, quest'ultimo, che, con la legge sui cementi armati del 1971, ha generato l'attuale impostazione normativa: da un lato delle disposizioni di tipo amministrativo e dall'altro disposizioni di tipo tecnico da aggiornare periodicamente;
dal 1974 al 2008, caratterizzato dalla classificazione sismica del territorio nazionale per livello di pericolosità (significativo il fatto che si sia passati dalle 3 categorie del 1981 che coprivano circa il 45% del territorio, alle 4 classi del 2003 che coprono tutto il territorio);
post 2008/2009 caratterizzato dall'approccio c.d. esigenziale-prestazionale in luogo di quello oggettuale-descrittivo.
Il fatto che nel tempo si siano succedute diverse normative con differenti approcci tecnici, porta ad una deduzione logica:
abbiamo nel tempo diverse sicurezze sismiche "legali", per cui, eccettuate le violazioni e le elusioni normative, ci ritroviamo un patrimonio edilizio legittimamente costruito secondo le leggi e le norme tecniche del tempo, per cui il variare delle norme tecniche e/o della classificazione della zona determina, teoricamente, edifici "legalmente" insicuri sotto il profilo sismico.
Diversamente, potremo dire che abbiamo tante sicurezze sismiche tante quante sono state le differenti stagioni normative, cosicchè ci ritroviamo un patrimonio edilizio costituito da costruzioni edilizie diversamente sicure sotto l'aspetto sismico "normativo" a ratifica del "progresso tecnico-scientifico".
Se l'aspetto prettamente normativo-procedurale consente la tracciabilità dei soggetti responsabili e un riscontro a posteriori tra stati progettuali autorizzati in via amministrativa e quanto concretamente eseguito, qualche riflessione si pone almeno su due fronti:
a) tecnico-scientifico;
b) amministrativo-autorizzativo.
Nel primo, la considerazione riguarda i "contrasti" tecnico-scientifici che sembrano esistere in disciplina, quindi le diverse teorie scientifiche che vengono sviluppate nelle università e nei centri di ricerca e che faticano a trovare una "conciliazione".
Prova ne sono alcuni errori concettuali colossali del passato (si pensi al periodo in cui si pensava ad appensantire le strutture, specie le coperture, e i conseguenti effetti inerziali - ved. https://www.facebook.com/Ingegneria-storica-627662080711536/), al disaccordo disciplinare che sembra rallentare la sostituizione delle NTC del 2008 (ved http://www.ediltecnico.it/37940/nuove-ntc-in-vigore-entro-2016-i-tecnici-non-ce-accordo/), ai diversi criteri adottabili per la classificazione del rischio sismico delle costruzioni esistenti (si attendono delle linee guida).
Nel secondo, invece, la questione principale ritengo sia costituita dall'assenza di controlli sistematici in ambito amministrativo: se in ambito urbanistico il rilascio dei titoli abilitativi è subordinato a controlli sistematici delle pretese conformità, in ambito strettamente edilizio, invece, il controllo avviene dapprima attraverso dichiarazioni e, in certi casi, a campione sulle pratiche denunciate.
Forse, la sicurezza-incolumità delle persone impone a ripensare alle norme tecniche per le costruzioni in modo da consentire un controllo tecnico sostanziale di merito al fine del rilascio dell'autorizzazione per l'inizio lavori nelle zone sismiche delle prime due classi.
22/08/2016: news normative
SCIA unica e Conferenza di servizi: pubblicati i d.lgs. della legge "Madia"
In materia di riorganizzazione delle amministrazione pubbliche di cui alla legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia) nella quale sono previsti dei decreti legislativi di attuazione, per quanto riguarda il settore tecnico, sono almeno due i decreti di interesse pubblicati di recente:
conferenza di servizi (cfr. art. 2);
segnalazione certificata di inizio attività, silenzio assenso, autorizzazione espressa e comunicazione preventiva (art. 5).
Infatti, sulla Gazzetta ufficiale n. 162 del 13 luglio 2016, risultano pubblicati i seguenti decreti:
Decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 126 - Attuazione della delega in materia di segnalazione certificata di inizio attività (SCIA), a norma dell'articolo 5 della legge 7 agosto 2015, n. 124;
Decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 127 - Norme per il riordino della disciplina in materia di conferenza di servizi, in attuazione dell'articolo 2 della legge 7 agosto 2015, n. 124.
Rispetto alla legge delega, il decreto legislativo 126/2016 fa rinvio
ad altri decreti legislativi (cfr. art. 1, comma 2) per:
l'individuazione delle attività oggetto:
di procedimento di mera comunicazione;
di segnalazione certificata di inizio attività;
di silenzio assenso;
di titolo espresso.
a decreti ministeriali per l'adozione di moduli unificati e standardizzati per tipologia di procedimento, attraverso cui definire i contenuti tipici e la relativa organizzazione dei dati di istanze, delle segnalazioni e delle comuniccazioni, nonchè della documentazione da allegare (cfr. art. 2, comma 1).
Il d.lgs. 127/2016 sulla Conferenza di servizi, invece, ha:
l'istituto disciplinato in via generale nella legge n. 241/1990 (cfr. art. 1);
gli articoli 5 e 20 del testo unico edilizia di cui al d.p.r. 380/2001 (cfr. art. 2);
la disciplina dello Sportello unico per le attività produttive (cfr. art. 3);
la disciplina dell'autorizzazione unica ambientale (cfr. art. 4);
alcune norme in materia ambientale di cui al d.lgs. 152/2006 (cfr. art. 5);
dettato disposizioni di coordinamento con la disciplina in materia di autorizzazione paesaggistica (cfr. art. 6).
3/08/2016: news editoriali
Lavori pubblici: nuove tabelle dei corrispettivi - in GU il DM 17.6.2016
Il nuovo codice dei lavori pubblici, d.lgs. n. 50/2016, in merito alla progettazione interna e esterna alle amministrazioni aggiudicatrici in materia di lavori pubblici, cfr. art. 24, stabilsce che:
8. Il Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, approva, con proprio decreto, da emanare entro e non oltre sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente codice, le tabelle dei corrispettivi commisurati al livello qualitativo delle prestazioni e delle attività di cui al presente articolo e all’articolo 31, comma 8. I predetti corrispettivi possono essere utilizzati dalle stazioni appaltanti, ove motivatamente ritenuti adeguati quale criterio o base di riferimento ai fini dell’individuazione dell’importo dell’affidamento. Fino alla data di entrata in vigore del decreto di cui al presente comma, si applica l'articolo 216, comma 6.
Sulla Gazzetta ufficiale n. 174 del 27 luglio 2016, risulta pubblicato il decreto (inter)ministeriale suddetto adottato in data 17 giugno 2016, il quale è entrato in vigore dal giorno stesso della pubblicazione, quindi a far data dal 27 luglio 2016.
26/04/2016: news editoriali
LE CONSULENZE TECNICHE DI PARTE (CTP) DEI PROFESSIONISTI TECNICI
Pubblicato da Maggioli Editore (aprile 2016) il volume "Le consulenze tecniche di parte (CTP) dei professionisti tecnici nei procedimenti giudiziali e stragiudiziali civili, penali e amministrativi" di Romolo Balasso.
15/04/2016: giurisprudenza
CORTE COSTITUZIONALE sentenza 56/2016 - reato paesaggistico
La Corte Costituzionale con sentenza 23 marzo 2016 n. 56 ha dichiarato l'illegittimità del reato paesaggistico (delitto) previsto dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (d.lgs. 42/2004) all'articolo 181, comma 1-bis.
Su proposizione della questione da parte del Tribunale di Verona, il Giudice delle leggi è giunto alla sua conclusione seguendo e sviluppando l'iter argomentativo proposto.
15/02/2016:novità editoriali
II Edizione del volume: Difformità, vizi e difetti delle opere edili
E' stata pubblicata da Maggioli Editore la seconda edizione (febbraio 2016) riveduta e ampliata del volume Difformità, vizi e difetti delle opere edili.
Oltre ad alcuni aggiornamenti giurisprudeziali emersi nel 2015, quale impegno di monitoraggio della principale e fondamentale fonte di cognizione del "diritto vivente”, l’edizione 2016 aggiunge al lavoro un intero nuovo capitolo dedicato alle difformità, vizi e difetti delle opere edilizie in contesti particolari quali quello delle consulenze tecniche a fini giudiziari, sia stragiudiziali che giudiziali, delle valutazioni immobiliari e dei luoghi di lavoro, integrando l’approfondimento con alcune esemplificazioni di consulenze tecniche su vizi-difetti che risultano maggiormente oggetto di contenzioso civile.
20/01/2016: considerazioni
Accertamenti di conformità ai tempi dei piani casa (rif. alla l.r. Veneto)
In materia edilizia ci sono due fatti che si ritengono ampiamente noti:
l’accertamento di conformità ex-post di un intervento edilizio, per attività realizzata in assenza del titolo abilitativo edilizio o in difformità da esso, riguarda la conformità alla disciplina urbanistica ed edilizia dell’intervento stesso in due momenti:
al momento della sua realizzazione;
al momento della presentazione della domanda di sanatoria.
i c.d. piani casa delle Regioni consentono, nel periodo temporaneo previsto dai medesimi, di richiedere titoli abilitativi per interventi edilizi su esistente in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici e territoriali e alle previsioni dei regolamenti (edilizi) comunali, provinciali e regionali (così, testualmente, la legge regionale veneta n. 14/09).
Altrettanto note, si presumono, le due caratteristiche fondamentali degli accertamenti di conformità, e cioè:
consentono di ottenere il titolo abilitativo in sanatoria per abusi formali e non per abusi sostanziali;
la conformità alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente nei due momenti previsti si riferisce alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi, della disciplina urbanistica-edilizia vigente (cfr. art. 12 TUE) ovvero delle normative di settore aventi incidenza sulla disciplina dell’attività e, in particolare delle norme antisismiche, di sicurezza, antincendio, igienico-sanitarie e di quelle relative all’efficienza energetica nonché delle disposizioni contenute nel codice dei beni culturali e del paesaggio (cfr. artt. 6, 20, 22 e 23 del TUE).
In riferimento ai piani casi delle Regioni, si presume altresì che siano conosciute anche le due caratteristiche fondamentali di tali legislazioni, in ragione della loro straordinarietà temporale e delle finalità perseguite, e cioè che:
la deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali, provinciali e regionali, ivi compresi i piani ambientali dei parchi regionali (secondo la legge regionale del Veneto 14/09 aggiornata con legge regionale n. 32/2013), risulta essere:
di tipo premiale, ossia la deroga consente di ottenere un bonus edificatorio del quale possono beneficiare tutti i consociati e non solo una parte di essi (ad esempio quelli per i quali sarebbe preclusa, da parte di detti regolamenti e/o strumenti, un’attività edilizia edificatoria);
limitata e/o condizionata da norme imperative e/o dalle stesse disposizioni legislative regionali, anche in via di delega, cosicché non si tratta di una deroga tout-court alla disciplina urbanistica ed edilizia.
il beneficio, trattandosi di interventi su esistente, presuppone necessariamente:
la legittimità dell’esistente, posto che non sarebbe ammissibile, ontologicamente, un intervento legittimo su un fabbricato abusivo;
l’avvio di attività edilizia in concreto (a sostegno del settore delle costruzioni nel periodo di crisi, finalità prima perseguita dai piani casa).
Si tratta di caratteristiche e fatti noti per i quali risultano conosciuti anche i seguenti corollari (deduttivi):
A.	con la procedura dell’accertamento di conformità non sono sanabili gli interventi conformi alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente in uno solo dei due momenti previsti dalla legge, anche se detta conformità si riferisse alla disciplina vigente al momento della presentazione della domanda di sanatoria (la c.d. sanatoria giurisprudenziale o della mono-conformità è stata espunta anche dalla giurisprudenza che l’aveva in un primo tempo ammessa);
B.	i piani casa delle regioni non consentono di sanare abusi pregressi, ovvero interventi già eseguiti in difformità della previgente disciplina urbanistica ed edilizia ma che sarebbero astrattamente ammissibili con la deroga consentita dai piani casa, e ciò per una duplice evidente ragione:
a.	non si avvierebbe alcuna attività edilizia nel periodo temporale considerato dai piani casa alla quale è finalizzata la straordinarietà della disciplina derogatoria, per cui la sanatoria di abusi pregressi risulterebbe palesemente estranea allo scopo perseguito da queste leggi “speciali”;
b.	non essendo derogata la disciplina di principio di rango primario statale, che rimane vigente, non sussisterebbe in ogni caso la c.d. doppia conformità nei due momenti prescritti per l’accertamento di conformità, in quanto al momento della realizzazione dell’intervento questo risulterebbe abusivo sotto il profilo sostanziale perché rende evidente che non si limiterebbe al difetto del solo titolo abilitativo o ad una difformità dallo stesso (il c.d. sine titulo).
Dal quadro normativo sopra descritto, tuttavia, potrebbe emergere la questione di ammissibilità o meno degli accertamenti di conformità (della doppia conformità) per interventi edilizi eseguiti in assenza di titolo abilitativo, o in difformità da esso, ma realizzati e richiesti in sanatoria nel momento di vigenza dei piani casa regionali che dispongono delle deroghe alla disciplina urbanistico-edilizia.
Infatti, se risulta pacifico escludere dalla sanatoria i casi di mono-conformità, quindi l’impossibilità di adire alla procedure dell’accertamento di conformità, anche nel caso di una eventuale richiesta di titolo abilitativo in sanatoria di interventi derogatori, realizzati conformemente ai piani casa in un momento in cui gli stessi hanno perso efficacia dispositiva (quindi, necessariamente successivo), non così scontato appare quando quegli interventi abusivi fanno riferimento alla medesima disciplina urbanistica ed edilizia vigente in entrambi i momenti previsti dalla legge.
Ad oggi, chi scrive non ha conoscenza se la questione sia stata oggetto di specifiche valutazioni dottrinarie e, soprattutto, giurisprudenziali, fatta eccezione, entro certi limiti, di una sentenza del TAR Veneto.
È la sentenza della Seconda Sezione, n. 1139 del 4 agosto 2014, dalla quale si ritiene assumano rilevanza le seguenti argomentazioni:
Il rilascio del permesso di costruire in sanatoria è stato negato per mancanza dei presupposti previsti dall’art. 36 del D.P.R. 380/2001, che consente la sanatoria degli abusi edilizi, se sussista la c.d. “doppia conformità” (alla disciplina vigente al momento della realizzazione delle opere e quella vigente al momento della presentazione della domanda di sanatoria);
Va premesso che nel caso in esame, essendo stato presentato il permesso di costruire in sanatoria, in data 25 ottobre 2013, non trova applicazione la terza legge regionale sul Piano casa n. 32/2013, entrata in vigore successivamente a tale data, e non applicabile, ai sensi dell’art. 14 comma 3 della medesima legge, alle istanze presentate sotto il vigore della disciplina dettata dalla L.R. n. 14/2009;
Ciò premesso, anche a prescindere dalla questione sollevata dalla ricorrente e risolta in senso negativo dal Comune nel provvedimento impugnato, circa l’inapplicabilità della legge regionale sul Piano Casa in sanatoria rispetto ad interventi realizzati sine titulo successivamente alla sua entrata in vigore (dato che, ai sensi dell’articolo 9, comma 1, lett. e, risultano esplicitamente esclusi dal campo di applicazione della stessa gli immobili abusivi soggetti all’obbligo di demolizione), rimane decisivo ai fini della legittimità del diniego, il rilevato contrasto delle costruzioni realizzate con le deliberazioni del Consiglio Comunale … che, nel disciplinare l’applicazione del Piano Casa sul territorio comunale, imponevano il rispetto di determinate altezze, distanze e di prestabiliti limiti agli aumenti volumetrici nel centro storico, parametri tutti pacificamente violati nel caso di specie.
Il caso Veneto, come evidenziato nella sentenza, registra delle modificazioni/integrazioni, le quali determinano ben tre versioni del piano casa regionale:
•	una prima versione (quella primitiva) costituita dalla L.R. 14/2009;
•	una seconda versione costituita dalla L.R. 14/2009 modificata dalla L.R. 13/2011;
•	una terza versione (detta piano casa ter) costituita sempre dalla L.R. 14/2009 nel testo allora vigente (e cioè con le modifiche/integrazioni apportate dalla L.R. 13/2011) ed ulteriormente modificato/integrato con la L.R. 32/2013.
Si tratta di tre versioni che danno origine ad altrettante fasi, nelle quali la disciplina complessiva del c.d. piano casa regionale risulta essere data:
1.	nella prima fase:
a.	dalla legge regionale n. 14/2009;
b.	dalle deliberazioni comunali ove richieste (e consentite);
2.	nella seconda fase:
a.	dalla legge regionale n. 14/2009 così come modificata e/o integrata con legge regionale n. 13/2011;
b.	dalla legge regionale n. 13/2011, nelle parti contenenti le disposizioni autonome;
c.	dalle delibere comunali richieste dalla legge regionale di modifica che andavano a sostituire le precedenti.
3.	nella terza fase:
a.	dalla legge regionale n. 14/2009, nel testo vigente come modificato/integrato dalla legge regionale 13/2011, e ulteriormente modificato/integrato con legge regionale n. 32/2013;
b.	dalla legge regionale n. 32/2013 nelle parti contenenti disposizioni autonome.
Se l’intera disciplina introdotta dai piani casa regionali si caratterizza per consentire interventi edilizi in deroga, nel caso Veneto detta deroga risulta:
limitata” alle sole previsioni dei regolamenti comunali, degli strumenti urbanistici e territoriali comunali, provinciali e regionali (nelle tre fasi) ed anche ai piani ambientali dei parchi regionali (nella sola terza fase), per cui non sembra estesa all’intera disciplina urbanistica ed edilizia;
“condizionata” dalle deliberazioni comunali (nelle prime due fasi), delibere che potevano legittimamente incidere sulla deroga stessa, escludendola o limitandola, sia pure nei soli modi e limiti previsti dalla legge regionale che le richiedeva o le ammetteva.
Dal fatto che il legislatore regionale Veneto sia intervenuto in modifica e/o integrazione della medesima legge costituente il c.d. piano casa regionale, e cioè la L.R. n. 14/2009, si può ragionevolmente dedurre che la disciplina urbanistica ed edilizia vigente nel periodo di efficacia sia quella relativa alle previsioni dei regolamenti (edilizi) comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali, provinciali e regionali, così come derogate nei limiti indicati nelle tre fasi individuate.
Per dirla altrimenti, in Veneto, dall’entrata in vigore del piano casa regionale /2009) fino alla sua inefficacia (2017), le previsioni di detti regolamenti e strumenti sarabbero quelle derogate nei limiti indicati dalle leggi regionali e dalle deliberazioni comunali, ove presenti nelle due fasi descritte.
Con apparente paradosso, si può dire che la disciplina urbanistica ed edilizia vigente nel periodo temporale di efficacia dei piani casa regionali sia quella derogata dai piani casa stessi nelle tre fasi individuate.
Conseguentemente, non parrebbero ragionevolmente esclusi gli accertamenti di conformità gli interventi realizzati sine titulo doppiamente conformi a detta disciplina urbanistica ed edilizia vigente, e cioè così come derogata regionalmente dai c.d. piani casa, nei due momenti legislativamente previsti.
Evidentemente, il caso Veneto impone di ricostruire la disciplina urbanistico-edilizia vigente all’atto della realizzazione di un intervento edilizio sine titulo, qualora questo non coincidesse con il piano casa ter dato dall’entrata in vigore della legge regionale 32/2013.
Il fatto che nelle prime due fasi di applicazione del piano casa regionale Veneto la disciplina derogatoria risulti condizionata anche dalle deliberazioni comunali, potrebbe far emergere una ulteriore questione legata alla loro legittimità; stando alla giurisprudenza del TAR Veneto, sono risultate spesso illegittime in riferimento ai limiti loro imposti dalle leggi regionali.
Un intervento edilizio sine titulo, infatti, potrebbe risultare in contrasto con la disciplina derogatoria del piano caso in forza di una deliberazione comunale illegittima (es. perché adottata fuori dal tempo indicato dalla legge regionale), oppure in forza di disposizioni illegittime contenute in dette deliberazioni.
Dalla citata giurisprudenza del TAR Veneto n. 1139/2014 il rimedio sarebbe solo giurisdizionale, nel senso che il Comune potrebbe legittimamente negare il titolo abilitativo in sanatoria per contrasto con le proprie deliberazione vigenti ratione temporis, salvo poi impugnare unitamente al diniego anche il regolamento presupposto al fine di contestarne la legittimità.
16/10/2015: commento di giurisprudenza
Lucernari sul tetto e distanze tra fabbricati di cui all'art. 9 del DM 1444/68
La recente sentenza del Consiglio di Stato del 5 ottobre 2015, n. 4628, ha affrontato la questione in oggetto, statuendo che:
3. Ed invero, a prescindere dall'ambito di operatività dell’invocato art. 9 del D. M. n. 1444 del 1968, non v'è dubbio come lo stesso non possa comunque trovare applicazione nel caso di specie.
La norma, infatti, fissa la distanza minima che deve intercorrere tra “pareti finestrate e pareti di edifici antistanti” .
Sul piano formale, quindi, la stessa fa espresso ed esclusivo riferimento alle pareti finestrate, per tali dovendosi intendere, secondo l'univoco e costante insegnamento della giurisprudenza anche di questa Sezione, unicamente “le pareti munite di finestre qualificabili come vedute, senza ricomprendere quelle sulle quali si aprono semplici luci” (cfr. Cass. Civ. Sez. II 6.11.2012 n. 19092; 30.04.2012 n. 6604 ; Cons. Stato Sez. IV 04.09.2013 - ndr: n. 4451; 12.02.2013 n. 844 - ndr: è un'ordinanza) .
Sennonché i velux in questione non possono di certo considerarsi “vedute” alla stregua dell'articolo 900 codice civile - non consentendo né di affacciarsi sul fondo del vicino (prospectio) né di guardare di fronte, obliquamente o lateralmente (inspectio) -, ma semplici luci in quanto consentono il solo passaggio dell'aria e della luce.
Pertanto, correttamente il primo giudice ha osservato al riguardo, come già sopra segnalato, che l'invocato art. 9 del D. M. n. 1444 del 1968 non può comunque “trovare applicazione in quanto nella specie non vengono in evidenza le distanze tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, e ciò perché non può considerarsi parete finestrata il tetto dell'abitazione del ricorrente solo perché caratterizzato da sette finestre di tipo velux” .
Dunque, la sentenza esclude l'applicabilità delle distanze tra fabbricati stabilita dall'articolo 9 del DM 1444/68 sotto entrambi i profili:
formale: la norma si riferisce espressamente ed esclusivamente alle pareti finestrati, mentre nel caso si tratta di tetto;
sostanziale (che prescinde quello formale): i lucernari non sono vedute perchè non consentono l'inspectio e la prospectio sul fondo vicino quindi non integrano il concetto di parete finestrata espresso dal decreto 1444/68.
Quello che colpisce del profilo sostanziale, a mio parere, non riguarda l'applicabilità della norma sulle distanze tra fabbricati unicamente per le pareti finestrate con vedute e non anche nel caso di semplici luci, bensì l'affermazione secondo la quale il concetto di parete finestrata riferito alle sole vedute corrisponde ad un UNIVOCO E COSTANTE insegnamento della giurisprudenza anche di questa Sezione.
Nel volume "Il regime delle distanze in edilizia" edito da Maggioli (la V edizione è fresca di stampa - settembre 2015), abbiamo evidenziato un contrasto giurisprudenziale in tal senso e in seno alla IV Sezione (cfr. paragrafo 13.3, pag. 313).
Infatti, ho potuto riscontrare che vi è giurisprudenza della stessa IV sezione del Consiglio di Stato di segno diverso per quanto concerne il concetto di parete finestrata: sentenza n. 5557 del 22 novembre 2013, che richiama altri precedenti della Giustizia Amministrativa (TAR) e civile (Corte d'Appello), anche se ritrovo la sentenza n. 4015 del 18 giugno 2009, sempre della IV sezione.
Infatti, le due sentenze, così si esprimono (rispettivamente):
N. 5557/2013: Si evidenzia soprattutto che, per "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti (Corte d'Appello, Catania, 22 novembre 2003; T.A.R. Toscana, Firenze, sez. III, 4 dicembre 2001, n. 1734; T.A.R. Piemonte, Torino, 10 ottobre 2008 n. 2565; T.A.R. Lombardia, Milano, sez. IV, 7 giugno 2011, n. 1419).
N. 4015/2009: Quanto al significato della espressione “pareti finestrate”, occorre fare riferimento, in via interpretativa, all’articolo 900 c.c., che include nella stessa, oltre alle vedute, anche le luci (come nel caso che ne occupa).
E' possibile che l'orientamento espresso in questa sentenza n. 4628/2015 sia quello maggioritario, di certo non mi pare sia l'unico, almeno sul versante amministrativo. Tuttavia, sul piano civilistico, almeno dalla bibliografia consultata, sembra risultare l'orientamento secondo il quale per finestrata va intesa la sola parete con finestre-vedute e non anche quella con finestre-luci o lucifere.
08/10/2015: commento di giurisprudenza
L'asseverazione del progettista: profili di sicurezza
La recente sentenza del Consiglio di Stato del 1 agosto 2015, n. 3786, rileva, come si argomenterà, per i seguenti tre profili espositivi-motivazionali:
A riguardo, non va passato sotto silenzio che la strada d’accesso prospiciente il torrente, come realizzata, presenta criticità del percorso causalmente riconducibili alla presenza del torrente Macoin: individuabili in particolare nel rischio idrogeologico connesso all’uso di quel territorio, “come evidenziato nella cartografia allegata alla Carta del dissesto della Valle d’Aosta” (cfr. relazione del CTU, le cui conclusioni sono fatte proprie dalla Corte d’Appello di Torino con la sentenza sopra richiamata). Che – va sottolineato – rafforza, in ragione della potenziale pericolosità per l’incolumità delle persone che vi transitano per raggiungere la propria abitazione, l’esigenza di una rinnovata e più specifica valutazione del Comune sull’effettiva sussistenza delle condizioni necessarie per il rilascio dell’abitabilità.
In primo luogo, si evince che l'assenza di una delle condizioni previste per il rilascio dell'agibilità, costituisce "legittimo impedimento" per la formazione del silenzio-assenso.
In secondo luogo, invece, i giudici danno evidenza alla dichiarazione del progettista nell'ambito del procedimento di rilascio del permesso di costruire (art. 20 del testo unico edilizia), dichiarazione "asseverante la conformità del progetto ...alle altre normative di settore ... fra le quali - per quel che qui più rileva - le norme di sicurezza".
Infine, sottolineano un rischio idrogeologico connesso all'uso di quel territorio costituente una criticità del percorso della strada di accesso prospicente il torrente, evidenziando, di conseguenza, una "potenziale pericolosità per l'incolumità delle persone che vi transitano per raggiungere la propria abitazione".
Non è dato di capire in quale modo l'asseverazione del progettista, nell'ambito del permesso di costruire, sia in connessione con l'esigenza di una rinnovata e più specifica valutazione del Comune sull'effettiva sussistenza delle condizioni necessarie per il rilascio dell'abitabilità.
Sembra quasi, che vengano richieste valutazioni "discrezionali" sulla sicurezza relativa alla fruibilità degli spazi in ordine alla pericolosità per l'incolumità delle persone:
sia al progettista in seno al procedimento relativo ad un qualche titolo abilitativo edilizio;
sia al professionista e al Comune, in sede di agibilità.
Quel che rileva in questo aspetto, infatti, sembra riguardare un giudizio di merito apparentemente sganciato dalle normative di conformazione degli interventi, inerenti la sicurezza, sulle quali si esprime, di norma, il tecnico.
31/8/2015: aggiornamento normativo
Sicurezza cantieri: legge 115/2015 - modificato art. 88 lett. g-bis
Con la legge 98/2013 (di conversione del decreto legge 69/2013) si era escluso dal campo di applicazione del titolo IV del d.lgs. 81/08 (cantieri temporanei e mobili):
g-bis) ai lavori relativi a impianti elettrici, reti informatiche, gas, acqua, condizionamento e riscaldamento, nonché ai piccoli lavori la cui durata presunta non è superiore a dieci uomini-giorno, finalizzati alla realizzazione o alla manutenzione delle infrastrutture per servizi, che non espongano i lavoratori ai rischi di cui all'ALLEGATO XI.
Ne è seguita una procedura di precontenzioso (infrazione europea), giusto il caso EU Pilot 6155/14/EMPL, al quale ha posto rimedio la legge europea 2014, legge n. 115/2015, in vigore dal 18 agosto, con la quale si è sostituita la lettera g-bis nel modo seguente:
Con la modifica, dunque, non sono più esclusi i "piccoli lavori", quelli la cui durata non è superiore a 10 uomini giorno nel caso in cui escludessero i rischi rilevanti. Ne consegue che le designazioni dei Coordinatori si impongono anche per i piccoli lavori se questi dovessero essere realizzati da più imprese.
SCIA: legge 124/2015 - modificato il procedimento - in vigore dal 28 agosto
Con la legge 7 agosto 2015, n. 124, entrata in vigore venerdì 28 agosto, sono stati sostituiti i commi 3 e 4 dell'articolo 19 della legge 241/90 relativo alla SCIA (anche edilizia):
«3. L'amministrazione competente, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti di cui al comma 1, nel termine di sessanta giorni dal ricevimento della segnalazione di cui al medesimo comma (Nota: per la SCIA edilizia i termini sono di 30 gg - cfr. comma 6-bis), adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa. Qualora sia possibile conformare l'attività intrapresa e i suoi effetti alla normativa vigente, l'amministrazione competente, con atto motivato, invita il privato a provvedere, disponendo la sospensione dell'attività intrapresa e prescrivendo le misure necessarie con la fissazione di un termine non inferiore a trenta giorni per l'adozione di queste ultime. In difetto di adozione delle misure stesse, decorso il suddetto termine, l'attività si intende vietata.
4. Decorso il termine per l'adozione dei provvedimenti di cui al comma 3, primo periodo, ovvero di cui al comma 6-bis, l'amministrazione competente adotta comunque i provvedimenti previsti dal medesimo comma 3 in presenza delle condizioni previste dall'articolo 21-nonies»
Una storia senza fine, pensando che le ultime modifiche sono state di fine anno 2014. Ad ogni modo, ben vengano tutte le innovazioni positive. Mettendo a confronto il testo previgente con quello modificato qualcosa di positivo si nota: scompaiono tutti quei riferimenti ad articoli e commi di leggi e leggine che rendevano incomprensibile il testo:
3. L’amministrazione competente, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti di cui al comma 1, nel termine di sessanta giorni dal ricevimento della segnalazione di cui al medesimo comma (Nota: per la SCIA edilizia i termini sono di 30 gg - cfr. comma 6-bis), adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell’attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa, salvo che, ove ciò sia possibile, l’interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti entro un termine fissato dall’amministrazione, in ogni caso non inferiore a trenta giorni. E' fatto comunque salvo il potere dell’amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies, nei casi di cui al comma 4 del presente articolo. In caso di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell’atto di notorietà false o mendaci, l’amministrazione, ferma restando l’applicazione delle sanzioni penali di cui al comma 6, nonché di quelle di cui al capo VI del testo unico di cui al d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, può sempre e in ogni tempo adottare i provvedimenti di cui al primo periodo. (comma così modificato dall'art. 25, comma 1, lettera b-bis), legge n. 164 del 2014)
4. Decorso il termine per l’adozione dei provvedimenti di cui al primo periodo del comma 3 ovvero di cui al comma 6-bis, ovvero nel caso di segnalazione corredata della dichiarazione di conformità di cui all’articolo 2, comma 3, del regolamento di cui al d.P.R. 9 luglio 2010, n. 159, all’amministrazione è consentito intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l’ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell’impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell’attività dei privati alla normativa vigente. (comma così modificato dall'art. 6, comma 1, decreto-legge n. 138 del 2011, convertito dalla legge n. 148 del 2011, poi dall'art. 19-bis, comma 3, legge n. 116 del 2014)
Con la novella 2015, a seguito del ricevimento della SCIA, il doveroso controllo della P.A. si può concludere con 4 opzioni:
nessuna iniziativa;
provvedimento motivato di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa;
laddove possibile, con atto motivato:
invita il privato a conformare l'attività intrapresa e i suoi effetti alla normativa vigente;
dispone la sospensione dell'attività intrapresa, la quale non può comunque essere disposta o perdurare oltre i termini per l'esercizio del potere di annullamento d'ufficio (18 mesi);
prescrive le misure necessarie con la fissazione di un termine non inferiore a 30 gg per l'adozione di queste ultime, oltre il quale l'attività è vietata.
in sussistenza delle ragioni di interesse pubblico proprie dell'annullamento d'ufficio di provvedimenti amministrativi illegittimi è possibile, entro 18 mesi:
adottare un provvedimento di divieto di proseczione dell'attività e/o di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa;
qualora possibile, invitare il privato a provvedere di conformare l'attività intrapresa disponendo l'eventuale sospensione dell'attività e prescrivendo le misure necessarie con la fissazione di un termine non inferiore a 30 gg per l'adozione di queste ultime.
21/7/2015: aggiornamento di giurisprudenza
Distanze legali nella principale giurisprudenza del primo semestre 2015
In questo primo semestre del 2015 non mancano espressioni giurisprudenziali in materia di distanze legali. Tra le varie, si ritengono degne di nota le seguenti:
Ordinanza della Seconda Sezione Civile della S.C. di Cassazione del 12 marzo 2015, n. 4965;
Sentenza della medesima Seconda Sezione Civile della S.C. di Cassazione del 16 marzo 2015, n. 5163;
Sentenza della medesima Seconda Sezione Civile, n. 7273 del 10 aprile 2015;
Sentenza del TAR Toscana, Sez. III, del 27 maggio 2015, n. 834;
Sentenza della Cass. Civ., Sez. II, del 16 luglio 2015, n. 14916.
La prima espressione rileva per il fatto che la Corte ha chiesto un intervento delle Sezioni Unite per porre fine a ciò che sembra un contrasto giurisprudenziale in tema di specifica incidenza della prevenzione delle norme regolamentari locali che in materia edilizia stabiliscano una distanza non espressamente collegata al confine (ancorchè le SS.UU. risultano esserersi già espresse almeno una volta con n. 3873/74).
La seconda sentenza, invece, rileva per tre aspetti:
per riaffermare il principio secondo il quale la nozione civilistica di "costruzione", ai fini dell'osservanza delle distanze legali dettate dall'art. 873 e ss. del Codice Civile o dalle disposizioni regolamentari integrative, è unica e non può subire deroghe ... da parte delle norme secondarie (ossia le regolamentazioni locali), e va riferito a qualsiasi opera non completamente interrata avente i caratteri della solidità ed immobilizzazione rispetto al suolo (cfr. ex pluribus, Cass. nn. 5753/14, 23189/12, 15972/11, 22127/09, 25837/08, S.U. 7067/92 e 3199/02), indipendentemente dalla tecnica costruttiva adoperata e, segnatamente, dall’impiego di malta cementizia (Cass. n. 4196/87).
per dare evidenza che è altrettanto costantemente affermato, in tema di distanze legali, che mentre il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi “costruzione” agli effetti della disciplina di cui all’articolo 873 c.c., per la parte che adempie alla sua specifica funzione, devono ritenersi soggetti a tale norma, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell’uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente (cfr. Cass. nn. 1217/10, 145/06, 8144/01,4511/97, 7594/95 e 1467/94).
per aver dato una precisazione di carattere terminologico sulle espressioni di “terrapieno naturale” e di “terrapieno artificiale” o antropico. La prima, infatti, consiste in un ossimoro, poichè ogni terrapieno, consistendo in un riporto di terra (contro un muro o) sostenuto da un muro è per definizione opera dell’uomo, e dunque artificiale, mentre naturale può essere soltanto il dislivello del terreno, originario ovvero prodotto o accentuato da movimenti franosi o da altre cause non immediatamente riferibili all’attività dell’uomo. Dunque, a termini dell’articolo 873 c.c., i muri di sostegno di terrapieni sono costruzioni.
La terza sentenza, rileva perchè la Suprema Corte "ricorda" che:
Secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, “le norme contenute nei regolamenti edilizi che stabiliscono le distanze tra gli edifici e tra questi ed i terreni confinanti, poiché sono volte non solo ad evitare la formazione di intercapedini dannose tra edifici frontistanti ma anche, con lo stabilire una distanza tra le costruzioni superiori a quella prevista dall’articolo 873 cod. civ., a tutelare l’assetto urbanistico del territorio, vanno osservate a prescindere dal fatto che gli edifici si fronteggino, in quanto conservano carattere integrativo delle norme del codice civile anche qualora siano inserite in un contesto normativo come il piano regolatore, volto a tutelare il paesaggio o regolare l’assetto del territorio, poiché tendono a disciplinare i rapporti di vicinato e ad assicurare in modo equo l’utilizzazione edilizia dei suoli privati. Pertanto, la loro violazione consente al privato di ottenere la riduzione in pristino dello stato degli immobili” (ex plurimis Cass., sez. 6^-2^, ordinanza n. 3854 del 2014; sez. 2^, sentenza n. 24013 del 2008). Su questo particolare aspetto si è gia svolto un approfondimento sulla IV edizione 2014 del volume "Il Regime delle distanze in edilizia" edito da Maggioli (cfr. parte II, capitolo 13, paragrafo 13.2, pag. 293)
La quarta sentenza della G.A., rileva per aver ribadito quanto la medesima aveva già affermato in tema di prescrizioni contenute nei piani regolatori e nei regolamenti edilizi in tema di distanze legali nelle costruzioni, le quali essendo dettate - contrariamente a quelle del codice civile - a tutela dell'interesse generale a un prefigurato modello urbanistico, non sono derogabili dai privati. Ne consegue l'invalidità - anche nei rapporti interni - delle convenzioni stipulate fra proprietari confinanti le quali si rivelino in contrasto con le norme urbanistiche in materia di distanze, salva peraltro rimanendo la possibilità - per questi ultimi - di accordarsi sulla ripartizione tra i rispettivi fondi del distacco da osservare (Cassazione civile sez. II, 04/02/2004, n.2117). Tali accordi si risolvono in limitazioni del fondo confinante a favore di quello su cui l’opera in deroga alle distanze è stata realizzata il cui sfruttamento edilizio subisce una limitazione particolare dovendo compensare nei distacchi la distanza non osservata dal vicino. Una siffatta pattuizione equivale a una servitù prediale la cui costituzione può avvenire solo mediante contratto in forma scritta che, nella specie, non risulta essere stato stipulato.
La quinta sentenza, infine, rileva per dare evidenza al fatto che “la rilevanza giuridica della licenza o concessione edilizia si esaurisce nell'ambito del rapporto pubblicistico tra pubblica amministrazione e privato, richiedente o costruttore, senza estendersi ai rapporti tra privati dato che il conflitto tra proprietari, interessati in senso opposto alla costruzione, va risolto in base al diretto raffronto tra le caratteristiche oggettive dell'opera, in queste compresa la sua ubicazione, e le norme edilizie che disciplinano le distanze legali, tra le quali non possono comprendersi quelle di cui agli artt. 31 della legge 17 agosto 1942 n. 1150 e 4 della legge 28 gennaio 1977 n. 10, concernenti rispettivamente la licenza e la concessione per costruire; norme, queste, che riguardano solo l'aspetto formale dell'attività costruttiva e non contengono regole da osservarsi nelle costruzioni, come richiesto dall'art. 871 cod. civ. Pertanto, come è irrilevante la mancanza di licenza o concessione, quando la costruzione risponda oggettivamente a tutte le prescrizioni del codice civile e delle norme speciali senza ledere alcun diritto del vicino, così l'avere eseguito la costruzione in conformità della ottenuta licenza o concessione non esclude di per sé la violazione di dette prescrizioni e, quindi, il diritto del vicino, a seconda dei casi, alla riduzione in pristino o al risarcimento del danno” (Cass. n. 10173 del 1998; Cass. n. 7563 del 2006; Cass. n. 17286 del 2011).
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References: sentenza 
 art. 32
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 articolo 98

art. 98
in fine
 art. 90
 art. 157
 art. 12
 sentenza 
 art. 6
 art. 3
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 art. 40
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art. 32

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art. 34

art. 35

art. 36
 art. 2
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 art. 6
 art. 24
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 art. 9
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 art. 88

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