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Timestamp: 2017-07-28 08:38:38+00:00

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Frazionamento del credito: facciamo un focus • Lex & Formazione
di Mirco Minardi - 27 luglio 2009	Questa settimana è dedicata alla problematica del frazionamento del credito. E’ ormai noto che con la sentenza n. 23726/2007, le Sezioni Unite, ribaltando una precedente pronuncia sempre a Sezioni Unite (108/2000), hanno affermato il divieto di frazionare il credito e quindi di poter agire separatamente sia contestualmente, sia consequenzialmente.
Le motivazioni della Corte, in sintesi sono queste.
La soluzione adottata dalla pronuncia del 2000 deve essere rivista alla luce del canone del giusto processo e della valorizzazione della regola di correttezza e buona fede;
In particolare l’obbligo di comportarsi secondo corretteza e buona fede deriva dall’art. 2 dellla costituzione che sancisce gli inderogabili doveri di solidarietà.
Il processo non può essere giusto ove sia frutto di abusi, attraverso l’esercizio in forme eccedenti e devianti rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale.
Il criterio di buona fede autorizza il giudice a modificare o integrare il negozio giuridico e ciò vale anche nella fase giudiziale.
La parcellizzazione del credito danneggia la posizione del debitore sia perchè prolunga il vincolo coattivo, sia per il profilo dell’aggravio di spese e dell’onere di molteplici opposizioni (per evitare la formazione di un giudicato pregiudizievole) cui il debitore dovrebbe sottostare, a fronte della moltiplicazione di (contestuali) iniziative giudiziarie, come nel caso dei processi a quibus.
La parcellizzazione inoltre costituisce anche un abuso del processo, che comporta anche il rischio di giudicati contraddittori.
Infine, l’effetto inflattivo riconducibile ad una moltiplicazione di giudizi sarebbe in contrasto rispetto all’obiettivo, costituzionalizzato nello stesso art. 111 Cost., della “ragionevole durata del processo“, per l’evidente antinomia che esiste tra la moltiplicazione dei processi e la possibilità di contenimento della correlativa durata.
1. Con quattro distinti ricorsi (R.G. nn. da 13142 a 13145/05), la Au. s.r.l. ha impugnato per cassazione le sentenze da n. 28 a 31 del 28 febbraio 2005, con le quali il Giudice di Pace di Giulianova – in parziale accoglimento di altrettanti opposizioni proposte dalla DE…… s.n.c. avverso i decreti ingiuntivi (dell’importo, rispettivamente, di Euro 825,70, Euro 902,80, Euro 985,60 ed Euro 984,00) emessi in favore di essa società ricorrente – ha confermato, nel merito, la condanna della medesima opponente al pagamento delle somme portate dai singoli provvedimenti monitori, previa revoca, però, dei decreti opposti – dichiarati nulli, in condivisione della tesi della DE……, per cui sarebbe stato contrario a buona fede e correttezza da parte della società opposta aver chiesto ed ottenuto un distinto decreto ingiuntivo per ogni fattura (o gruppo di fatture) non pagata, ben potendo essa chiedere un solo decreto ingiuntivo per la totalità del preteso credito – ed ha compensato, quindi, le spese di lite, in ragione appunto della reciproca soccombenza.
Con i due motivi, di cui si compone ciascuno dei quattro riferiti ricorsi la Au., rispettivamente, denuncia ora violazioni di legge (artt. 1175, 1374, 1181 c.c.; art. 633 c.p.c.) e vizi di motivazione, sostenendo che il G. di P. abbia, in primo luogo, errato, in linea di principio, con il ritenere contraria a correttezza e buona fede la parcellizzazione in plurime e distinte domande di un unico credito pecuniario; ed abbia altresì, in fatto, poi del pari errato nel non rilevare che, nella specie, non si trattava comunque di un unico credito ma di crediti distinti e diversi per ciascuna fattura posta a base delle istanze monitorie.
Resiste in tutti i giudizi, la DE….., in ciascuno preliminarmente eccependo l’inammissibilità del ricorso avversario, sul rilievo che, alla domanda azionata in sede monitoria dalla Au. s.r.l., si sarebbe aggiunta quella risarcitoria da essa proposta, con superamento, quindi, del limite di valore delle controversie entro il quale soltanto sarebbe possibile ricorrere direttamente per cassazione.
Con ordinanza interlocutoria 21 maggio 2007 della Sezione Terza, i quattro giudizi, previa loro riunione, sono stati rimessi al Primo Presidente che li ha quindi assegnati a queste Sezioni Unite, per risolvere la questione di massima – sottesa al primo motivo dei ricorsi, e ritenuta comunque di particolare importanza – “se sia consentito al creditore chiedere giudizialmente l’adempimento frazionato di una prestazione originariamente unica, perchè fondata sullo stesso supporto”.
E ciò per l’assorbente considerazione che l’istanza risarcitoria, formulata dalla DE…nei giudizi a quibus in ragione della dedotta “malafede processuale” ravvisata nel frazionamento del credito operato, da controparte, non è altrimenti configurabile che come domanda di condanna dell’avversario per lite temeraria ai sensi dell’art. 96 c.p.c., per cui attiene, propriamente ed esclusivamente, al profilo del regolamento delle spese processuali e non incide, quindi, sul valore della controversia che resta perciò contenuto, in ciascuno dei su riferiti giudizi, nel limite di valore entro il quale il G. d. P. decide (ex art. 113 c.p.c.) secondo equità, con conseguente diretta ricorribilità, appunto, delle correlative decisioni, direttamente in Cassazione.
La quale, qui, per altro, rileva unicamente con riguardo alla pronuncia del G. di P. sulle spese – per il profilo della loro mancata attribuzione alla Au., per sua parziale soccombenza – e non anche ala statuizione di accoglimento, e di presupposta ammissibilità dell’esame, delle domande di pagamento frazionato del credito, in ordine alla quale non è stata proposta impugnazione incidentale da parte dell’odierna resistente.
4. Con la sentenza n. 108 del 2000, in sede di composizione di precedente contrasto, queste Sezioni Unite si sono, per altro, già pronunziate, in senso affermativo, sul tema della frazionalità della tutela giudiziaria del credito. Ritenendo, in quella occasione, “ammissibile la domanda giudiziale con la quale il creditore di una determinata somma, derivante dall’inadempimento di un unico rapporto, chieda un adempimento parziale, con riserva di azione per il residuo, trattandosi di un potere non negato dall’ordinamento e rispondente ad un interesse del creditore, meritevole di tutela, e che non sacrifica, in alcun modo, il diritto del debitore alla difesa delle proprie ragioni”.
5. Nel rimeditare questa soluzione – come sollecitato con la su riferita ordinanza di rimessione – il Collegio ritiene ora però di non poterla mantenere ferma, in un quadro normativo nel frattempo evolutosi nella duplice direzione, sia di una sempre più accentuata e pervasiva valorizzazione della regola di correttezza e buona fede – siccome specificativa (nel contesto del rapporto obbligatorio) degli “inderogabili doveri di solidarietà”, il cui adempimento è richiesto dall’art. 2 Cost. – sia in relazione al canone del “giusto processo”, di cui al novellato art. 111 Cost..
In relazione al quale si impone una lettura “adeguata” della normativa di riferimento (in particolare dell’art. 88 c.p.c.), nel senso del suo allineamento al duplice obiettivo della “ragionevolezza della durata” del procedimento e della “giustezza” del “processo”, inteso come risultato finale (della risposta cioè alla domanda della parte), che “giusto” non potrebbe essere ove frutto di abuso, appunto, del processo, per esercizio dell’azione in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, che segna il limite, oltrechè la ragione dell’attribuzione, al suo titolare, della potestas agendi.
Ad evitare la quale neppure è persuasiva, infine, la considerazione che “il debitore potrebbe ricorrere alla messa in mora del creditore, offrendo l’intera somma”, non essendo tale soluzione praticabile ove, come possibile, il debitore non ritenga di essere tale.
Mentre l’effetto inflattivo riconducebile ad una siffatta (ove consentita) moltiplicazione di giudizi ne evoca ancora altro aspetto di non adeguatezza rispetto all’obiettivo, costituzionalizzato nello stesso art. 111 Cost., della “ragionevole durata del processo”, per l’evidente antinomia che esiste tra la moltiplicazione dei processi e la possibilità di contenimento della correlativa durata.
6. A sua volta inammissibile, per difetto di autosufficienza, è il residuo secondo mezzo del ricorso, nel quale nessuna indicazione è fornita in ordine alle fonti pretesamente “distinte” dei crediti che si assumono azionati con i decreti di che trattasi.
Depositato in Cancelleria il 15 novembre 2007
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References: sentenza 
 art. 111
 art. 633
 art. 113
 sentenza 
 art. 111
 art. 111