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Timestamp: 2019-05-24 09:07:53+00:00

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Ninestreet - Maestra d’Asilo Violenta
Maestra d’Asilo Violenta
IL CASO: Perché è maltrattamento in famiglia e non abuso di mezzi di correzione. Gli atti di violenza esercitati da un’insegnante di scuola materna nei confronti di infanti di tre anni devono
essere qualificati come delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) e non come abuso dei mezzi di correzione e di disciplina (art. 571 c.p.), atteso peraltro che le dichiarazioni dei bimbi, per quanto da valutarsi con particolare attenzione, non possono ritenersi aprioristicamente inaffidabili.
Sul punto la Corte afferma che non può sostenersi la preconcetta inaffidabilità delle dichiarazioni dei bambini in tenera età (nello stesso senso: Cass. pen. Sez. III, 30 settembre 2014, n. 45920), vero semmai che esse impongono un vaglio particolarmente attento e circostanziato (cfr. Cass. pen. Sez. III, 6 ottobre 2011, n. 12283): il che nella fattispecie non era proprio mancato. Da un lato le dichiarazioni dei bimbi erano state raccolte anche assieme alla puntigliosa disamina delle deposizioni dei genitori degli stessi, ed in assenza di elementi atti a farne dubitare la credibilità.
D’altro lato, sintomatico il disagio da questi evidenziato durante le lezioni dell’imputata e subito scomparso in sua assenza. Infine, molto chiaro tale riferimento effettuato tramite i giochi, in cui, come è fin troppo noto, il minore trasferisce i propri vissuti traumatici o non proprio positivi al fine di elaborarli e comunicarli.
Da tempo la giurisprudenza si interroga sui rapporti o, rectius, sulla linea di discrimine fra le due fattispecie criminose, prescindendo dal fatto che, come è noto, quello di maltrattamenti in famiglia è un reato necessariamente abituale.
Tale linea va riscontrata sul piano oggettivo e non già dall’intenzione dell’agente: come dire che l’animus corrigendi non è idoneo a far rientrare nella meno grave fattispecie di abuso una condotta di maltrattamenti (ex plurimis: Cass. pen. Sez. VI, 30 giugno 2015, n. 30436; Cass. pen. Sez. VI, 10 maggio 2012, n. 36564).
Invero, è la visione stessa dell’”abuso dei mezzi di correzione e disciplina” che è venuta a modificarsi e ad evolversi nel tempo, per cui, anche nel contesto del riformato diritto famiglia (legge 19 maggio 1975, n. 151), è emersa sempre più l’esigenza di bandire la violenza come mezzo correzionale, passando, quasi per gradi, ad ammettere prima solo la vis modica, poi quella modicissima, e, infine, per escluderla del tutto. Infatti, anche in riferimento alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo (New York, 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con la l. 27 maggio 1991, n. 176, la Corte di Cassazione ebbe ad affermare nitidamente, in una basilare decisione, cui la sentenza in commento fa ampio riferimento, che “con riguardo ai bambini il termine “correzione” va assunto come sinonimo di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo.
In ogni caso non può ritenersi tale l’uso della violenza finalizzato a scopi educativi: ciò sia per il primato che l’ordinamento attribuisce alla dignità della persona, anche del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti, sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, di tolleranza, di connivenza, utilizzando il mezzo violento che tali fini contraddice. Ne consegue che l’eccesso dei mezzi di correzione violenti non rientra nella fattispecie dell’art. 571 cod. pen. (abuso dei mezzi di correzione) giacché intanto è ipotizzabile un abuso (punibile in maniera attenuata) in quanto sia lecito l’uso” (così Cass. pen. Sez. VI, 18 marzo 1996, n. 4904; nello stesso senso: Cass. pen. Sez VI, 22 ottobre 2014, n. 53425; Cass. pen. Sez. VI, 23 novembre 2010, n. 45647).
A cura della Redazione Wolters Kluwer, Cassazione penale, sezione VI, sentenza 13 marzo 2017, n. 11956

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