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Timestamp: 2018-10-19 05:42:37+00:00

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Quale destino per le SSD senza scopo di lucro?
25/06/2018 di Guido Martinelli
L’ultima Giunta del Coni ha comunicato che il Consiglio Nazionale, già convocato per il prossimo 10 luglio, avrà il compito di valutare ed approvare molte delibere tra le quali quella che dovrebbe dare il via libera al riconoscimento ai fini sportivi, da parte del Coni, delle nuove società dilettantistiche lucrative introdotte nel nostro ordinamento dalla L. 205/2017.
Si ricorda che questo appare essere solo il primo passo verso la definitiva operatività di tali nuove società. Sarà infatti necessario, poi, affiliarsi ad una Federazione sportiva nazionale, disciplina sportiva associata, ente di promozione che abbia nel frattempo provveduto a modificare le proprie carte statutarie onde consentire l’affiliazione di detti nuovi enti.
Ciò premesso, quale destino avranno le “vecchie” società di capitali dilettantistiche non lucrative nel frattempo esistenti e, comunque, varrà ancora la pena costituirne di nuove?
Per poter affrontare il problema partiamo dall’analisi di una recente sentenza (sentenza n. 2050 del 30.04.2018) della CTR Lombardia che ha accolto l’appello della Agenzia delle entrate nei confronti di un contribuente, società a responsabilità limitata sportiva dilettantistica senza scopo di lucro che aveva visto, invece, accolte le sue ragioni dalla CTP Milano.
Le motivazioni dell’Ufficio partono da un “ravvisato esercizio di attività di natura esclusivamente commerciale e lucrativa” basata essenzialmente (ma non solo) sulla “cessione parziale effettuatasi dai tre familiari e soci amministratori delle loro quote ad un nuovo socio e l’omessa convocazione dell’organo assembleare per deliberare la materia” ravvisandosi così: “un esclusivo carattere commerciale ovvero mirato ad uno scopo di lucro”.
Il Giudicante di secondo grado accoglie l’appello della Agenzia evidenziando, tra l’altro, che la società aveva: “operato in maniera complessiva con iniziative tipiche di una impresa che gestisce impianti sportivi, astenendosi invece dall’avere ad un tempo attuato attività di carattere promozionale per lo sviluppo e la diffusione dell’attività sportiva dilettantistica”.
Emerge chiaramente che l’Agenzia, in sede di accertamento, non ha valutato che la SSD non lucrativa, come testualmente indicato dall’articolo 90, comma 17, L. 289/2002, è a tutti gli effetti una impresa disciplinata dal quinto libro del codice civile, come tale soggetta alla disciplina di cui all’articolo 2247 cod. civ..
Infatti, tale società non configura un “ente senza scopo di lucro” come spesso erroneamente definito, quanto un ente lucrativo che persegue l’obiettivo del lucro oggettivo ma rinuncia a quello soggettivo (ossia alla distribuzione di questo ai soci).
Pertanto, in tal caso, si dovrebbe più correttamente affermare che trattasi di enti che prevedono il divieto di distribuzione di utili.
Quindi, mentre nelle associazioni dovrà prevalere la vita associativa, il “minimo comune denominatore” che affratella gli associati, la c.d. affectio societatis, le SSD non lucrative si caratterizzano (o dovrebbero caratterizzarsi) dalla finalità imprenditoriale con l’obiettivo del reinvestimento dell’utile prodotto (il riferimento è alla impresa sociale della riforma del terzo settore).
A questo quadro di riferimento si unirà, presto, la nuova società di capitali sportiva dilettantistica lucrativa.
Questa dovrà essere iscritta al Registro Coni, affiliata ad una Federazione, disciplina sportiva associata o ente di promozione sportiva, svolgere effettiva attività sportiva e provvedere al tesseramento dei propri praticanti sportivi.
Ricordo, infatti, che il regolamento di funzionamento del registro (deliberazione CN Coni n. 1574 del 18.07.2017) prevede, al suo articolo 6, tra le cause di cancellazione dal registro, alla lettera b), la perdita di uno dei requisiti di cui al precedente articolo 3. Tra questi, al comma 1, lett. e): “svolgano comprovata attività sportiva e didattica nell’ambito istituzionale dell’organismo sportivo di appartenenza”.
Questo ci consente ora di trarre alcune considerazioni conclusive.
Le srl sportive dilettantistiche, sia lucrative che non, dovranno avere, sotto il profilo sportivo le medesime caratteristiche.
Di conseguenza l’unica vera differenza si avrà sotto il profilo civilistico legato alla previsione statutaria di divieto, o meno, di distribuzione di utili tra gli associati.
Ma la non lucrativa, godendo di maggiori agevolazioni, sarà tenuta a dimostrare, in un ipotetico giudizio, tale sua caratteristica.
Come riuscire a dimostrare tale natura, prescindendo dal mero tenore letterale dello statuto, che potrebbe non essere ritenuto sufficiente, appare la scommessa sul futuro della non lucrativa.
D’altro canto questa ha ragione d’essere solo se sfrutta integralmente le agevolazioni fiscali possedute, sia ai fini dei redditi (articolo 148 Tuir) che Iva. Ciò perché, altrimenti, diventerebbe, in caso di svolgimento di attività commerciale, fiscalmente più onerosa della lucrativa.
Associazioni sportive dilettantistiche: panorama di giurisprudenza
12/06/2018 di Guido Martinelli
La Corte di Cassazione, nel mese di maggio, ha pubblicato due importanti sentenze aventi ad oggetto le associazioni sportive dilettantistiche.
La prima è una ordinanza della sesta sezione (ordinanza n. 12352 del 18.05.2018) emanata a fronte della impugnazione, da parte della Agenzia delle entrate, di una decisione della CTR della Lombardia (n. 5743/30/16 del 08.11.2016).
Il ricorso denuncia violazione degli articoli 67 e 69 D.P.R. 917/1986 per avere il giudice d’appello riconosciuto il trattamento agevolato dei compensi erogati dall’associazione ai propri istruttori nonostante costoro operassero nell’ambito di una attività sostanzialmente commerciale.
La Corte di legittimità ha ritenuto il ricorso fondato: “a norma degli artt. 67 e 69 Tuir beneficiano del regime di parziale non imponibilità i compensi che l’associazione eroga agli istruttori nell’esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica e non anche quelli erogati nell’ambito di una attività sostanzialmente commerciale essendo insufficiente ai fini del trattamento agevolato il mero riconoscimento da parte del Coni della qualifica sportiva dilettantistica dell’associazione erogante”.
Tale decisione sembra disconoscere il processo, iniziato con una serie di decisioni di merito e di documenti di prassi amministrativa (vedi, tra gli ultimi, la circolare INL 1/2016) e culminato nel dettato legislativo di cui al combinato disposto dai commi 358 e 359 dell’articolo 1 L. 205/2017, secondo il quale il compenso sportivo, di cui agli articoli 67 e 69 Tuir, configurando la fattispecie della collaborazione coordinata e continuativa, viene considerato compatibile anche con una prestazione avente causa in un rapporto di lavoro.
Appare, pertanto, ancora più urgente che il Coni, nel rispetto di quanto previsto dal citato comma 358, individui quanto prima quali siano le prestazioni sportive che, qualificate come collaborazioni coordinate e continuative, consentano alle associazioni e società sportive non lucrative di erogare i compensi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir.
La seconda decisione (Corte di Cassazione, sentenza n. 11050 del 09.05.2018) ha per oggetto un ricorso di una associazione sportiva avverso una decisione della CTR Lombardia, confermativa della sentenza di primo grado, che aveva condannato il contribuente al pagamento di imposte non versate Irap e Ires.
La tesi della associazione appare suggestiva: in presenza di eventuale disconoscimento delle agevolazioni di cui all’articolo 148 Tuir, occorrerà comunque fare riferimento all’articolo 143 Tuir laddove viene previsto che: “non si considerano attività commerciali le prestazioni di servizi non rientranti nell’articolo 2195 cod. civ.rese in conformità alle finalità istituzionali dell’ente senza specifica organizzazione e verso pagamento di corrispettivi che non eccedono i costi di diretta imputazione”.
In altre parole, la difesa del contribuente ha fondato il ricorso sostenendo che tra l’articolo 143 Tuir e l’articolo 148 Tuir sussiste un rapporto di genere e specie.
Pertanto, pur non potendosi applicare l’articolo 148, alla luce dei rilievi emersi in sede di accertamento, stante i risultati di esercizio, sarebbe comunque applicabile l’articolo 143 Tuir e, pertanto, la parte ha richiesto l’annullamento dell’accertamento (“evidenzia quindi che il giudice di appello ha ingiustificatamente ed immotivatamente ritenuta preclusa l’applicabilità del regime ex articolo 143 comma 1 Tuir pur a fronte di attività istituzionale di palestra non riconducibile all’articolo 2195 c.c. e in mancanza di specifica organizzazione di impresa”).
Viene ritenuto, infatti, che il regime di cui all’articolo 143, comma 1, Tuir riconosca indistintamente, a tutti gli enti non commerciali, ivi comprese le associazioni sportive dilettantistiche, una franchigia fiscale minima; infatti, ad avviso di detta difesa, nel caso di specie “non sarebbero riconoscibili solamente i maggiori benefici discendenti dall’articolo 148 cit. per mancata osservanza delle relative condizioni”.
La Corte fa un attento e approfondito esame della disciplina applicabile al caso di specie. Preliminarmente nega l’applicabilità dell’articolo 143 Tuir, confermando la decisione di merito in quanto, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 73, commi 4 e 5, Tuir la natura di ente non commerciale deve essere analizzata anche alla luce della effettiva attività esercitata (“è dunque dirimente per l’individuazione della disciplina applicabile, la qualificazione della commercialità dell’attività svolta per la quale va fatto riferimento all’articolo 55 Tuir”)
Ma approfondisce anche un ulteriore aspetto. Infatti ritiene che l’ordinaria attività dell’ente associativo, qualificabile quale ente non commerciale, debba trovare disciplina nel primo comma dell’articolo 148 Tuir, in conformità del quale le finalità associative devono essere finanziate con le “quote o contributi associativi”. Pertanto questa appare essere: “l’attività interna, ossia quella volta verso gli associati, ferma la generale caratteristica di non commercialità dell’ente / associazione”.
I corrispettivi specifici di cui all’articolo 148, comma 3, Tuir, pertanto, dovranno essere solo quelli relativi alle “maggiori o diverse prestazioni alle quali danno diritto” Di conseguenza, prosegue il pronunciamento della Suprema Corte: “giova sottolineare che la disposizione non può che prendere in considerazione attività che siano ulteriori (e diverse) da quelle tipiche e conformi alle finalità istituzionali in sé già strutturalmente sottratte al regime impositivo in forza del comma 1”.
Tale affermazione credo debba fare riflettere le numerose associazioni sportive la cui attività esclusiva sia l’organizzazione di corsi sportivi dietro pagamento di un corrispettivo specifico.
Cessione dei diritti sulle prestazioni degli atleti: aspetti fiscali
30/05/2018 di Guido Martinelli
L’approssimarsi della stagione estiva apre anche il momento delle trattative, tra le associazioni e società sportive dilettantistiche, per il trasferimento degli atleti, ossia la cessione, a titolo temporaneo (prestito) o definitivo dei diritti sulle loro prestazioni.
Proviamo ad inquadrare la fattispecie sotto il profilo della disciplina fiscale dei corrispettivi legati a questi accordi.
L’articolo 4 L. 398/1991 prevede che: “le cessioni dei diritti alle prestazioni sportive degli atleti effettuate dalle associazioni sportive di cui alla presente legge sono soggette all’imposta sul valore aggiunto con l’aliquota del 9%”. Non vi è dubbio che tale norma sia applicabile anche alle società sportive dilettantistiche, sia lucrative che non.
Ciò comporta che, ai fini Iva, il trasferimento dei diritti di un atleta, dietro corrispettivo, dovrà sempre essere assoggettato ad Iva non potendosi, per espressa previsione legislativa, applicare la disposizione di cui all’articolo 4, comma 4, D.P.R. 633/1972 e successive modificazioni.
Si pone il dubbio se tale norma possa considerarsi “superabile” in applicazione, ai fini dei redditi, del disposto di cui all’articolo 148 Tuir.
Ai sensi dell’articolo 148, comma 3, Tuir, le attività rese, verso corrispettivo, dalle associazioni e società sportive dilettantistiche senza fini di lucro “in diretta attuazione degli scopi istituzionali” non si considerano commerciali se effettuate da detti enti, fra l’altro, “nei confronti (…) di altre associazioni che svolgono la medesima attività e che per legge, regolamento, atto costitutivo o statuto fanno parte di un’unica organizzazione locale o nazionale”.
In sostanza, ai sensi dell’articolo 148, comma 3, Tuir, la decommercializzazione agli effetti dell’Ires opera, nel presupposto che trattasi di attività svolta in diretta attuazione degli scopi istituzionali, qualora la stessa sia resa, fra l’altro, in favore di altri enti che facciano parte della medesima organizzazione locale o nazionale. L’appartenenza ad un’unica organizzazione locale o nazionale, ai sensi di tale disposizione, si realizza mediante l’affiliazione alla medesima Federazione Sportiva o disciplina sportiva associata di entrambe le parti oggetto dell’accordo.
Essendo l’attività didattica espressamente prevista come oggetto sociale dei sodalizi sportivi dilettantistici di cui all’articolo 90, comma 18, L. 289/2002, si ritiene che la formazione degli atleti (e, quindi, l’eventuale cessione a terzi dei loro diritti) sicuramente possa rientrare tra le attività conformi agli scopo istituzionali. Ovviamente sul presupposto che sia la cedente che la cessionaria abbiano uniformato i loro statuti alla previsione di cui all’articolo 148, comma 8, Tuir.
Al ricorrere di tale condizione, la cessione verso corrispettivo del diritto alla prestazione sportiva dell’atleta può considerarsi rientrante nell’ambito delle attività svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali ai sensi dell’articolo 148, comma 3, Tuir sempreché l’atleta abbia svolto nell’ambito dell’associazione o società sportiva dilettantistica non lucrativa cedente un’effettiva attività volta ad apprendere e migliorare la pratica sportiva dilettantistica. Ma, comunque, tale attività resterà soggetta ad Iva in analogia alla fattispecie di cui all’articolo 143, comma 3, lett. b) Tuir.
Si precisa, inoltre, che nel caso in cui l’associazione o società sportiva dilettantistica senza fini di lucro ceda il diritto alla prestazione sportiva dell’atleta in favore di un ente sportivo professionistico o a carattere lucrativoo che non abbia lo statuto adeguato, tale cessione non potrà rientrare nell’ambito dell’agevolazione di cui all’articolo 148, comma 3, Tuir e dovrà, quindi, essere assoggettata ad imposizione.
Nel caso in cui la cessione del diritto alla prestazione sportiva dell’atleta rientri nell’ambito impositivo per l’associazione o la società sportiva dilettantistica non lucrativa, qualora la stessa abbia optato per il regime di cui alla L. 398/1991, le plusvalenze derivanti dalla cessione di beni patrimoniali, tra cui sono ricomprese quelle relative alle cessioni dei diritti alle prestazioni sportive degli atleti, sono da assoggettare a tassazione in aggiunta al reddito forfetariamente determinato.
Resta fermo, comunque, che ai sensi dell’articolo 3 L. 398/1991 il premio di addestramento e formazione tecnica di cui all’articolo 6 L. 91/1981, percepito dalle associazioni e dalle società sportive dilettantistiche senza fini di lucro che hanno optato per il regime di cui alla citata L. 398/1991, non concorre alla determinazione del reddito di tali enti.
Spigolando sul decreto correttivo del terzo settore – II° parte
04/05/2018 di Guido Martinelli
La bozza di decreto correttivo del codice del terzo settore, recentemente approvata, non risolve tutti i dubbi interpretativi che il testo vigente ha fino ad oggi procurato.
Il primo è legato al rapporto che ci deve essere, nelle organizzazioni di volontariato e nelle associazioni di promozione sociale, tra i volontari e i “lavoratori”. Infatti, se saranno disciplinate le conseguenze di una riduzione degli associati al di sotto della soglia minima di sette, nulla viene detto su un altro rapporto delicato, ossia quello tra associati e lavoratori di detti enti del terzo settore.
Il primo comma dell’articolo 33 Cts prevede che il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non possa essere superiore al 50% del numero dei volontari per le organizzazioni di volontariato.
Previsione simile riporta l’articolo 36 per le associazioni di promozione sociale (“il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al 50% del numero dei volontari o al cinque per cento del numero degli associati”).
Se l’ente, a seguito della riduzione della soglia minima di associati, superasse dette percentuali e, di conseguenza, si iscrivesse in altra sezione del registro, con riferimento alla quale detti limiti non sono presenti, non si presenterebbe alcun problema.
Ma nel caso in cui l’eventuale riduzione del numero dei volontari e degli associati non scendesse sotto il numero indicato (passando ad esempio da 20 a 10) questa riduzione potrebbe far venire meno il requisito proporzionale minimo previsto tra questi soggetti e i lavoratori.
Anche questa circostanza, se non saranno ristabilite entro l’anno le condizioni previste dal codice comporterà la necessità della cancellazione dal registro della associazione o la necessaria richiesta di iscrizione ad altra sezione del registro medesimo? Un chiarimento appare opportuno.
La bozza di decreto correttivo tace anche ai fini della disciplina Iva applicabile agli enti del terzo settore.
Pertanto rimane irrisolto l’aspetto della rilevanza, ai fini di detta imposta, dei corrispettivi per prestazioni specifiche incassati da associati di associazioni culturali, iscritte o non iscritte nel registro unico del terzo settore, visto che, pur in presenza di una modifica per detti enti ai fini reddituali (articolo 148, comma 3, Tuir), rimane invariato il testo della omologa norma ai fini Iva (articolo 4, comma 4, D.P.R. 633/1972).
Opportuno il chiarimento inserito all’articolo 76 teso ad estendere anche alle organizzazioni di volontariato le agevolazioni, già previste per le fondazioni, in materia di donazioni alle strutture sanitarie di beni strumentali.
Altrettanto positivamente deve essere letta la novella all’articolo 79 D.Lgs. 117/2017.
Viene infatti introdotto un comma 2 bis che consente una maggiore flessibilità nella determinazione della natura commerciale o meno dell’ente del terzo settore.
La previsione vigente, infatti, tassativamente vincola la non commercialità dell’ente allo svolgimento di attività di interesse generale i cui corrispettivi non superano i costi di diretta imputazione. Così formulata sarebbe sufficiente un’unica stagione “in positivo” per comportare la qualifica dell’attività svolta come commercialeincidendo anche sulla natura dell’ente.
Viene ora previsto che: “le attività di cui al comma due si considerano non commerciali qualora i ricavi non superino di oltre il dieci per cento i relativi costi per ciascun periodo di imposta e per non oltre due periodi di imposta consecutivi”. Detta deroga appare relativa solo alle attività di interesse generale svolte. Laddove dette circostanze perdurassero anche nel terzo periodo di imposta, l’ente si vedrà di diritto inserito tra gli enti del terzo settore di natura commerciale in presenza di qualsiasi scostamento rispetto al criterio generale di ricavi non superiori ai costi di diretta imputazione.
Viene ribadito che il mutamento della qualifica da ente del terzo settore non commerciale a commerciale opera a partire dal periodo di imposta in cui l’ente assume natura commerciale.
L’articolo 80 viene novellato chiarendo, ove fosse stato ritenuto necessario, che tra i proventi ricompresi nella determinazione forfettaria del reddito viene inserita anche la raccolta fondi commerciale.
Le attività di cui all’articolo 84 vengono estese anche agli enti filantropici e viene rintrodotta la previsione, prima presente nella abrogata L. 266/91 e poi non ricompresa nel codice del terzo settore dell’esenzione dall’imposta di registro degli atti costitutivi e di quelli connessi allo svolgimento delle attività delle organizzazioni di volontariato.
Si è infine opportunamente creato un collegamento tra l’articolo 87 e l’articolo 13 del codice del terzo settore uniformando all’importo di euro 220.000 il limite al di sotto del quale appare possibile effettuare un rendiconto di cassa e sono stati reintrodotti gli enti assistenziali tra quelli che potranno continuare a beneficiare della de-commercializzazione dei corrispettivi specifici di cui all’articolo 148, comma 3, Tuir, anche dopo che il citato articolo sarà operativo nella nuova formulazione prevista dal codice del terzo settore.
La disciplina fiscale dei centri estivi
18/04/2018 di Guido Martinelli
È ormai imminente la stagione che vede l’avvio, in quasi tutte le città d’Italia, dei c.d. centri estivi. I Comuni stanno pubblicando i bandi per l’assegnazione dei contributi in favore di queste attività che, come è noto, consistono nel gestire, nel periodo di chiusura delle scuole, bambini in età scolare proponendo loro attività ludiche, sportive, di gioco e culturali. I partecipanti vengono portati dai genitori la mattina e rimangono tutta la giornata, fino al tardo pomeriggio, a disposizione degli organizzatori che li intrattengono facendo fare loro le attività sopra indicate.
Nella quasi generalità dei casi i soggetti che propongono queste iniziative sono associazioni sportive o culturali.
Fatta questa premessa il problema che vorremmo mettere a fuoco è il “come” trattare sotto il profilo fiscaledette attività alla luce sia della riforma del terzo settore che della delibera di riconoscimento delle discipline sportive da parte del Coni.
Nel caso in cui il soggetto organizzatore fosse una associazione o società sportiva dilettantistica fino all’anno scorso generalmente il corrispettivo specifico versato dagli iscritti veniva fatto rientrare tra i c.d. proventi “istituzionali” in virtù delle agevolazioni di cui al combinato disposto degli articoli 148, comma 3, Tuir e 4 D.P.R. 633/1972.
Ciò sul presupposto del tesseramento alla Federazione o all’ente di promozione sportiva che veniva effettuato per tutti gli iscritti.
Ma anche in passato tale scelta non era priva di criticità. Infatti, di solito, la retta comprendeva anche la somministrazione del pranzo (e, in alcuni casi, anche della colazione e della merenda).
Il quarto comma del citato articolo 148 Tuir prevede, in deroga al comma precedente, che la defiscalizzazione dei corrispettivi specifici non possa trovare applicazione, tra gli altri, proprio alla somministrazione di pasti. Appare, pertanto, perlomeno dubbia la possibilità di poter applicare la defiscalizzazione all’intero importo della quota di partecipazione.
In più l’attività viene fatta in favore di chiunque si iscriva, senza previa limitazione agli associati o ai tesserati per la stessa organizzazione nazionale a cui appartiene l’organizzatore.
Ciò premesso cosa si è modificato quest’anno? Nell’elenco delle discipline riconosciute dal Coni mancaquella che è predominante nell’organizzazione di queste attività, ossia la “motricità” i c.d. “giochi con la palla o senza” svolti solitamente dai bambini.
Ne deriva, ed è questo il dubbio che si intende sollevare, che il compenso richiesto per tali attività, di natura essenzialmente “ludico – motoria” potrà essere ritenuto, come prevede tassativamente la norma in esame, “in diretta attuazione degli scopo istituzionali”?
Ovviamente il dubbio verrebbe meno nel caso in cui ci trovassimo di fronte, invece che a un campo estivo, ad un “camp” di specifica disciplina. Il camp estivo di pallavolo, di calcio o di pallacanestro sicuramente rientrerebbe tra le attività di natura istituzionale della associazione sportiva organizzatrice.
Problema analogo potrebbe porsi, anche se solo in futuro (e più precisamente dalla definitiva entrata in vigore della disciplina di cui al titolo X° del codice del terzo settore, quindi il periodo di imposta successivo alla messa a regime del RUTS) anche per le non sportive.
Infatti, da quel momento, quelle che decidessero di rimanere estranee al terzo settore perderanno la possibilità di avvalersi delle agevolazioni di cui all’articolo 148 Tuir; quelle che entrassero invece nel registro del terzo settore potrebbero continuare a defiscalizzare i corrispettivi specifici solo diventando associazioni di promozione sociale e soltanto in favore dei propri associati venendo meno, per tali soggetti, il concetto di tesserato.
Ma l’argomento diventa più spinoso quando si tratta di esaminare il “come” inquadrare le risorse umane utilizzate per tali attività.
Infatti, sempre confermando l’eccezione per i camp dedicati ad una disciplina sportiva specifica, gli istruttori e gli animatori dei campi estivi non svolgendo una attività sportiva riconosciuta dal Coni non potranno godere dei compensi sportivi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir.
Di conseguenza la possibilità, in questo caso sia per le sportive che per le non sportive, appare essere solo quella di utilizzare soggetti già professionalizzati dotati di partita Iva oppure i cd. contratti “presto”, ossia quella modalità che ha sostituito i vecchi “voucher”. Il conseguente aumento dei costi si riverserà, ovviamente, sulle rette previste a carico degli iscritti di questi campi estivi.
06/04/2018 di Guido Martinelli
Il D.Lgs. 229/2017 (in G.U. n. 23 del 29.01.2018) ha novellato il codice della nautica introdotto nel nostro ordinamento dal D.Lgs. 171/2005, istituendo e disciplinando, agli articoli 49–quinquies e sexies, la figura professionale dell’istruttore di vela.
È considerato tale: “colui che insegna professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, a persone singole e a gruppi di persone le tecniche della navigazione a vela in tutte le loro specializzazioni, esercitate con qualsiasi tipo di unità, in mare, nei laghi e nelle acque interne”.
Viene previsto un elenco nazionale che abilita all’esercizio della professione in tutto il territorio della Repubblica. Per essere iscritti in detto elenco, oltre ad una serie di requisiti psicofisici, sarà necessario essere munito di apposita assicurazione e aver ottenuto un brevetto rilasciato dalla Marina militare, dalla Federazione Italiana Vela o dalla Lega Navale Italiana. Ogni tre anni sarà necessario frequentare un corso di aggiornamento professionale al fine di mantenere l’iscrizione in detto elenco. Eventuali sanzioni saranno comminate dal Capo del compartimento marittimo del luogo in cui è stata commessa la condotta.
L’istruttore di vela diventa, così, la seconda figura professionale, dopo i maestri di sci (vedi Ec NEWS del 02.12.2015 “Gli Sci club e i maestri di sci”), nell’ambito dello sport, ad avere un riconoscimento legislativo che ne consente l’esercizio solo ai soggetti che ne posseggano i titoli individuati dal legislatore.
Si ricorda che la vela, come disciplina sportiva è a carattere dilettantistico e che i circoli velici affiliati alla Federazione Italiana Vela, di conseguenza, sono associazioni sportive dilettantistiche.
Si pone il problema, quindi, se sia applicabile, ai rapporti tra detti sodalizi e gli istruttori di vela la disciplina sui compensi sportivi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m) Tuir.
Stante la recente entrata in vigore della norma in esame, la prassi amministrativa esistente è relativa solo ai maestri di sci. L’Agenzia delle Entrate – Direzione regionale del Piemonte (Nota del 19 settembre 2001 prot. 01/67344, inedita) ha ritenuto che: “La prestazione che il maestro di sci effettua nei confronti degli iscritti allo sci club è attività che rientra nell’esercizio della professione, ciò che esclude che il reddito possa rientrare tra i redditi diversi elencati nell’articolo 81 comma 1 lett. m).”
Tale tesi è stata successivamente confermata dall’analogo ufficio della Direzione regionale della Lombardia dell’Agenzia delle Entrate, con nota 07.01.2002 prot. 771 (inedita), in risposta ad istanza di interpello. Anche in questo caso l’ufficio ha ritenuto che: “…si evince che occorre preliminarmente verificare se l’attività di maestro di sci, ancorché esercitata in forma associata, costituisca attività di lavoro autonomo. Sullo specifico argomento, anche l’Inail, con circolare n. 53 del 12 luglio 2000, con riferimento all’obbligo assicurativo per i maestri di sci ha ribadito che essi sono considerati veri e propri lavoratori autonomi e…sotto il profilo fiscale con regolare posizione e iscrizione all’Iva”.
Successivamente la Direzione regionale dell’Abruzzo (Consulenza giuridica n. 915-1/2013 del 18.10.2013) ha mutato parzialmente orientamento, ritenendo che le agevolazioni sui compensi possano essere riconosciuti anche ai maestri di sci purché svolgano: “attività di natura non professionale nell’ambito dello sport dilettantistico”.
A seguire, la Direzione regionale del Friuli Venezia Giulia (interpello 908-106/2014 del 15.07.2014) ha confermato la tesi che detti compensi sportivi siano riconoscibili solo al maestro di sci che svolga non professionalmente tale attività.
Tali documenti di prassi amministrativa dovranno, però, ora essere letti alla luce di quanto previsto dall’articolo 1, comma 358, L. 205/2017 che considera come collaborazioni coordinate e continuative le collaborazioni poste in essere in favore di associazioni e società sportive dilettantistiche qualificandole, ai sensi del successivo comma 359 quali redditi diversi ai sensi, appunto, di quanto previsto dall’articolo 67, comma 1, lett. m) Tuir.
Pertanto se ne deve far conseguire che, almeno a partire dall’entrata in vigore di detta norma, anche le prestazioni sportive dilettantistiche che abbiano come causa una prestazione di lavoro, possono rientrare nella disciplina dei redditi diversi e, come tali, non essere assoggettate a contribuzione previdenziale.
Ne deriva, appunto, che ove la prestazione sia svolta esclusivamente in favore di un circolo velicoregolarmente riconosciuto ai fini sportivi e iscritto nel relativo registro Coni, anche se svolta in via professionale, alla luce della novella al codice della nautica, l’attività dell’istruttore di vela potrà rientrare tra quella di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m) Tuir.

References: sentenza 
 articolo 6
 articolo 3
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 143
 articolo 148