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Timestamp: 2019-08-21 17:50:29+00:00

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avvocatogiuseppelupoi – Pagina 2 – Studio Legale Avv.Giuseppe Lupoi
Autore: avvocatogiuseppelupoi
Durata irragionevole del processo ed eredi.
5 marzo 2019 7 marzo 2019 avvocatogiuseppelupoi
Tutti noi abbiamo diritto a un giusto processo e a un equo processo.
Si tratta di un principio sia costituzionale ( art. 111 Cost.) che sovranazionale ( art. 6 CEDU).
Sicuramente un processo non è giusto ed equo se dura chissà quanti anni, come purtroppo sovente accade.
Non è giusto sia sotto il profilo soggettivo, cioè del danno arrecato alla persona che subisce tale lungaggine processuale, sia sotto il profilo oggettivo, visto che, in tal maniera, si sprecano più risorse giudiziarie, già abbastanza scarse.
Qual è il rimedio? La Legge Pinto, modificata dalla legge di stabilità per il 2016.
L’art. 1 della legge Pinto così recita: ” Chi, pur avendo esperito i rimedi preventivi di cui all’art. 1 ter, ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale a causa dell’irragionevole durata del processo, ha diritto ad un’equa riparazione”.
I rimedi preventivi sono rimedi a carattere processuale, finalizzati ad evitare che la lunghezza del processo diventi irragionevole ( ad esempio chiedere che si proceda con rito sommario di cognizione). Essi, se è possibile, vanno esperiti, pena l’inammissibilità della domanda.
Il processo è irragionevole se eccede i tre anni in primo grado, due in secondo grado e un anno in terzo grado.
Nel processo civile il termine di irragionevole durata inizia a decorrere dalla notificazione dell’atto di citazione o dal deposito del ricorso.
Gli eredi possono ottenere l’indennizzo che spetterebbe alla parte processuale defunta agendo iure proprio?
La Cassazione afferma che ” l’erede della parte deceduta nel corso del giudizio presupposto ha diritto all’indennizzo iure proprio solo dopo la notifica, nei propri confronti, dell’atto di riassunzione o la costituzione volontaria in giudizio, in quanto, prima di tale momento, potrebbe essere del tutto all’oscuro della stessa esistenza del processo oppure, in ipotesi, avere rinunziato all’eredità ovvero, ancora, trovarsi nella posizione di mero chiamato, mentre, a seguito della riassunzione o della costituzione, l’erede viene formalmente coinvolto nel giudizio e ne subisce tutte le conseguenze, anche in termini di patema d’animo per la sua durata, non ostando alla liquidazione dell’indennizzo, analogamente a quanto avviene per il contumace, l’eventuale scelta di non costituirsi” Cass. n. 183 del 2017.
In pratica occorre che il giudizio prosegua formalmente nei confronti dell’erede, in modo che egli subisca personalmente le conseguenze dannose della durata irragionevole
Diffamazione e risarcimento dei danni
26 febbraio 2019 avvocatogiuseppelupoi
La diffamazione è un delitto contro la persona previsto all’art. 595 c.p., offensivo dell’altrui reputazione e punito con la reclusione fino a un anno ( due anni se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato).
Il primo presupposto è l’assenza dell’offeso, che differenzia la diffamazione dall’ingiuria e rende la condotta più grave, perché più subdola, vista l’impossibilità che la persona offesa percepisca direttamente la lesione alla reputazione.
Il secondo requisito è l’offesa alla reputazione, da intendersi non necessariamente come effettiva lesione, ma anche come messa in pericolo dell’onore attraverso atti e parole( reato di pericolo).
Il terzo elemento è la presenza di almeno due persone ( esclusi chiaramente l’autore e l’offeso), che abbiano percepito l’offesa e compreso il significato della stessa. La comunicazione tra più soggetti può avvenire anche a catena( es. offesa comunicata ad una persona che poi la comunica ad altre, purché sotto incarico implicito o esplicito della prima).
Al di là dell’aspetto penalistico, come ogni reato la diffamazione può generare delle conseguenze dannose risarcibili, soprattutto non patrimoniali.
Siamo infatti di fronte a un comportamento non iure, che genera un danno ingiusto ( lesione del diritto all’onore, desumibile dall’art. 2 della Costituzione). Si realizzano, dunque, tutti i presupposti per ottenere il ristoro dei danni da responsabilità aquiliana( ex artt. 2043 e 2059 c.c.).
Il danno non patrimoniale può essere anche rilevante, potendo comprendere non solo il danno esistenziale( alterazioni alle abitudini di vita) e il danno morale soggettivo ( sofferenza transeunte) ma anche il danno biologico, se si dimostra che l’offesa ha provocato conseguenze dannose alla salute, anche psichica, della vittima.
Facendo un esempio, una ragazza che, offesa nel suo onore per essere stata qualificata di ” facili costumi” , oltre a soffrire l’atto offensivo ( danno morale soggettivo), non esce più di casa per paura delle male lingue( danno esistenziale) ed è costretta ad assumere psicofarmaci prescritti per sopportare tale ansia ( danno biologico).
E’ solo un esempio per chiarire quali siano le conseguenze dannose potenzialmente risarcibili (rigorosamente da provare, anche ricorrendo a presunzioni).
Cosa fare in presenza di diffamazione? Si potrebbe querelare l’autore del reato e portarlo davanti al giudice penale e ,contemporaneamente, instaurare una causa civile autonoma. Oppure si potrebbe lasciar perdere la causa civile per i danni e risolvere tutto in sede penale, costituendosi parte civile, etc. Ogni soluzione ha dei pro e dei contro.
Incidenti sul lavoro e responsabilità penale. Chi è il datore di lavoro responsabile?
Quando il legislatore codifica un reato, può decidere di punire anche la condotta omissiva in sé, a prescindere dall’evento ( reati di pura omissione). Se ciò non avviene, affinché ci sia responsabilità per omissione, occorre la sussistenza di un obbligo giuridico di garanzia, così come previsto dall’art. 40 capoverso del Codice penale( ” non impedire un evento equivale a cagionarlo”).
Quando può dirsi sussistente l’obbligo giuridico di garanzia?
La teoria prevalente adotta un criterio sia formale che sostanziale/funzionale. E’ necessario, in primis, che una legge, o il contratto lo preveda e, in secondo luogo, che il soggetto gravato sia titolare anche di effettivi poteri per poterlo ottemperare. D’altronde come può essere responsabile per omissione una persona che non ha gli strumenti per adottare il comportamento alternativo lecito finalizzato ad evitare l’evento di reato? Sarebbe una responsabilità di posizione, non effettiva.
Anche in materia di infortuni sul lavoro, occorre individuare il datore di lavoro titolare dell’obbligo di garantire la sicurezza e salute dei lavoratori, cioè il soggetto responsabile in caso di infortuni.
Basterebbero i principi generali poc’anzi citati per comprendere la necessità di una nozione sostanziale di datore di lavoro, non appiattita sulla mera titolarità del rapporto contrattuale, ma finalizzata a scovare chi effettivamente è in grado di evitare gli infortuni del lavoratore.
Tuttavia anche la normativa sovranazionale e nazionale in materia di sicurezza e salute dei lavoratori conferma la nozione funzionale di datore di lavoro.
Nel dettaglio la direttiva 89/391/CEE individua il datore di lavoro nel soggetto titolare del rapporto di lavoro, avente la responsabilità dell’impresa e/ o dello stabilimento.
Sempre nell’ottica di una definizione funzionale, tesa ad evidenziare gli effettivi poteri, il D.Lgs. 81/2008 definisce il datore di lavoro (privato) quale: “soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa”.
Ecco spiegata la ragione per cui la Suprema Corte, con una recente pronuncia, ha affermato la responsabilità omissiva del legale rappresentante di un’ impresa cooperativa per il reato di lesioni personali colpose per violazione delle norme di sicurezza sul lavoro, considerandolo ” funzionalmente” datore di lavoro(Cass., pen., n. 14268 del 2018).
Ancora, con una sentenza più risalente, è stata confermata la responsabilità del coordinatore dell’esecuzione dei lavori per la morte di un marmista in cantiere scivolato durante il trasporto di una lastra di marmo, perché rientrante nella sua posizione di garanzia, pur non essendo egli formalmente il datore di lavoro(Cass.,Pen., n. 38002 del 2008).
Protezione umanitaria: il Decreto Salvini si applica alle richieste di soggiorno in corso? ( Cassazione, 19 febbraio 2019)
22 febbraio 2019 22 febbraio 2019 avvocatogiuseppelupoi
Con il Decreto Salvini ( d. l n. 113 del 2018, convertito in legge n. 132 del 2018) sono stati modificati sostanzialmente i presupposti per ottenere la c.d protezione umanitaria ( forma di protezione residuale dello straniero, che opera quando non è possibile l’asilo o la protezione sussidiaria).
Anzi, più correttamente, è la stessa protezione umanitaria ad essere stata modificata, in quanto divenuta speciale e tipizzata, cioè limitata ad alcune ipotesi: permesso per cure mediche, per calamità naturali, per atti di particolare valore civile, per motivi di protezione sociale, per vittime di violenza domestica e sfruttamento del lavoro.
Ci si interroga sulla disciplina applicabile ai casi di permessi già attenuti prima del Decreto Salvini e ai casi di richiesta di protezione umanitaria in itinere, cioè pendenti.
In relazione alla prima eventualità, nessun dubbio che la nuova normativa non tocchi i permessi già ottenuti in base alle leggi precedenti. Chiaramente, una volta scaduto il titolo di soggiorno , per rinnovarlo bisognerà rientrare in una delle ipotesi di protezione speciale poc’anzi citate ( art. 8 del Decreto Salvini).
Per ciò che concerne le richieste pendenti, tutto si gioca sulla possibilità , o meno, di applicare il Decreto Salvini retroattivamente. In base all’art. 11 delle preleggi, la legge non può che disporre per il futuro. Tuttavia, a differenza della irretroattività della norma penale sfavorevole, tale principio non è costituzionale e può essere derogato dal legislatore attraverso la previsione di un regime intertemporale ( che preveda la retroattività ai casi in corso).
Nondimeno la previsione dell’applicazione di una legge a casi precedenti l’entrata in vigore della stessa, deve essere ragionevole, non deve ledere l’affidamento che il soggetto aveva sul quadro legislativo precedente e non deve contrastare con interessi costituzionalmente protetti.
La Corte di Cassazione, con questa recentissima pronuncia, ha escluso la retroattività del decreto Salvini, con la conseguenza che i presupposti per le richieste di protezione umanitaria in corso saranno quelli previsti dalle disposizioni di legge antecedenti al Decreto, sicuramente meno rigidi.
Giova rilevare, però, che una volta ottenuto il titolo di soggiorno umanitario per via giudiziaria ( Tribunale) o per via amministrativa( provvedimento della Commissione territoriale), è necessario attuarlo. E l’attuazione sarà necessariamente regolata dal Decreto Salvini ( anche se il titolo è stato concesso sulla base della legge anteriore). Ne deriva che il permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura conterrà la dicitura ” casi speciali” e sarà soggetto alla durata di due anni ( art. 1, comma 9, del Decreto Salvini).
Incidente in moto su strada pubblica. Per il caso fortuito serve l’imprevedibilità ex ante ( Cassazione 2019).
18 febbraio 2019 18 febbraio 2019 avvocatogiuseppelupoi
Oramai è pacifico che l’amministrazione può essere responsabile ex art. 2051 c.c. per i danni conseguenti ad incidenti su strade pubbliche ( ” Ciascuno è responsabile per il danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”).
Affinché si configuri tale responsabilità, è necessario che sussista il c.d obbligo di custodia in concreto, altrimenti l’ amministrazione risponde ai sensi dell’art. 2043 c.c.
In linea generale, si può affermare che l’amministrazione è custode delle strade pubbliche in quanto, pur essendo esse beni estesi e di uso generalizzato, è fattibile prevedere ed evitare i possibili incidenti, anche grazie alle nuove tecnologie.
Una volta configurata in concreto tale responsabilità, l’amministrazione può liberarsi solo dimostrando il ” caso fortuito” in senso oggettivo, ovvero quell’evento oggettivamente imprevedibile, che recide il nesso di causalità diventando la vera causa concreta dell’incidente e che può consistere anche nell’attività di un terzo.
Nel caso in esame, un motociclista è caduto dalla moto a seguito della cera che ha cosparso il manto stradale ( successivamente a una processione con uso di fiaccole).
Citato in giudizio il Comune per ottenere il ristoro dei danni, il danneggiato vede la domanda rigettata sia in primo grado che in appello.
Lo sfortunato motociclista ricorre allora in Cassazione, lamentando la violazione di legge da parte della Corte Territoriale ( art. 360, co1, n.3 c.p.c), che avrebbe errato nell’interpretazione dell’art. 2051 testé citato.
La Corte di appello aveva ritenuto sussistente il caso fortuito, in quanto tra la processione e l’incidente erano passate poche ore, desumendone la non conoscibilità ex post da parte dell’amministrazione e l’inevitabilità, cioè l’impossibilità di predisporre misure impeditive a causa del breve lasso di tempo trascorso.
La Suprema Corte accoglie invece il ricorso, precisando come debba essere interpretato il concetto di caso fortuito. Non basta la non conoscibilità ex post, ma è necessario accertare l’ imprevedibilità ex ante del danno.
L’amministrazione era a conoscenza della processione ( tra l’altro molto estesa, visto che copriva tutta la carreggiata) e dell’uso delle fiaccole, potendo dunque prevedere il rischio di incidenti ed agire immediatamente ( ad esempio vietando il passaggio dei veicoli una volta finita la processione, oppure segnalando il rischio della presenza di cera sul manto stradale).
Da qui l’annullamento della sentenza con rinvio alla corte di appello per una nuova decisione, vincolata al seguente principio di diritto : ” il caso fortuito esonerante il custode dalla responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. non sussiste qualora il custode abbia avuto possibilità di prevedere che la cosa che ha in custodia, così come inserita nel concreto dinamismo causale, avrebbe potuto cagionare il danno”. ( Cassazione, ordinanza n. 1725 del 2019).
Previsione dell’altezza minima per assumere una donna come capotreno. E’ discriminazione? ( Cass. n. 3196/2019)
17 febbraio 2019 17 febbraio 2019 avvocatogiuseppelupoi
La Direttiva 2002/73 CE ha quale obiettivo la parità di trattamento tra uomini e donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, l’accesso alla formazione e le condizioni di lavoro.
Ne consegue il divieto di ogni forma di discriminazione diretta e indiretta nel lavoro in base al sesso.
In linea di massima, si ha discriminazione diretta quando una singola persona di un sesso viene trattata in maniera diversa per una situazione analoga rispetto ad un soggetto di sesso diverso( ad esempio la mancata assunzione di una lavoratrice perché donna o perché incinta. Non a caso, il licenziamento per tali ragioni è un atto nullo, proprio in quanto discriminatorio).
Si ha discriminazione indiretta, quando un atto, apparentemente neutro, avvantaggia comunque un sesso rispetto ad un altro( per esempio il requisito della statura minima richiesto per la partecipazione a un concorso, parametrato, però, all’altezza maschile).
Non si ha discriminazione indiretta solo in casi eccezionali, cioè quando l’assunzione di una persona di un determinato sesso è necessaria data la natura delle particolari attivita lavorative in questione,purche l’obiettivo ricercato sia legittimo e soggetto al principio di proporzionalita, come stabilisce la giurisprudenza della Corte di giustizia.
Dunque, mentre la discriminazione diretta in base al sesso è sempre vietata, quella indiretta in casi eccezionali può essere giustificata, o meglio, in virtù di circostanze concrete non può considerarsi tale.
Nel caso di specie il Tribunale aveva ordinato l’assunzione per il ruolo di Capo servizio treno da parte di Trenitalia, di una donna che era alta meno di 160 cm e che era stata esclusa dalla procedura selettiva in base al bando.
La sentenza era stata confermata anche dalla Corte d’appello di Roma.
Trenitalia ricorre in Cassazione affermando che la decisione sull “‘inidoneità strutturale” della donna non era frutto di illogica discrezionalità, ma rappresentava il recempimento nel bando di norme di legge ( l’art. 25 D.Lgs. 198/2006, in riferimento al D.C.P.M. 411/1987 e al D.M. Trasporti 158/T del 19 settembre 1986, del CCNL 2003 che, in relazione alla figura di Capo Treno Servizi, pone quale requisito necessario quello dell’altezza superiore a 160 cm).
Tuttavia la Cassazione ritiene che in relazione al ruolo in questione ( Capo treno), non sia giustificato tale limite fisico/ strutturale, ragion per cui la previsione del requisito dell’altezza superiore a 160 cm dà luogo a discriminazione indiretta . Ne deriva che la previzìsione legislativa, testè citata, va disapplicata perchè contraria al diritto comunitario.
Ciò non toglie che, in differenti contesti, relativi a bandi aventi ad oggetto ruoli differenti, tale limite di altezza possa trovare giustificazione, sempre nel rispetto del principio di proporzionalità.
La Cassazione conferma i principi delle SS.UU Franzese, a volte disattesi. Anche l’omissione medica va provata “oltre ogni ragionevole dubbio”.
11 febbraio 2019 avvocatogiuseppelupoi
Riassumendo brevemente i fatti, un medico è stato condannato in primo grado e in appello per omicidio colposo, per non aver diagnosticato un’ occlusione intestinale che ha poi provocato una perforazione intestinale letale nel paziente.
Il medico ricorre in Cassazione, lamentando l’errata valutazione in appello sia sotto il profilo della sussistenza del nesso di causalità, sia sotto l’aspetto della colpa.
La Suprema Corte accoglie il ricorso. In primis, riguardo il giudizio causale, con le SS.UU Franzese la giurisprudenza di legittimità è stata chiara nel ritenere che anche la causalità omissiva va accertata con la stessa forza di quella attiva. Occorre,cioè, la probabilità logica, l’elevato grado di credibilità razionale che l’evento sia stato causato dall’omissione in base all’evidenza probatoria prodotta in giudizio, non bastando la semplice probabilità statistica.
Quando il giudice accerta la causalità omissiva, effettua un giudizio controfattuale doppiamente ipotetico. Oltre all’aspetto deduttivo, in base alle leggi scientifiche di copertura, egli effettua una valutazione induttiva sul ruolo salvifico della condotta omessa ( se la condotta doverosa avrebbe, o meno, evitato l’evento).
Con quale grado di probabilità va svolto tale giudizio induttivo? Con lo stesso grado che si farebbe in presenza di causalità attiva, con la stessa certezza processuale, “oltre ogni ragionevole dubbio“.
Si potrebbe obiettare che tale severità sia incompatibile con la natura normativa della causalità omissiva. A ben vedere un evento è sempre causato, naturalisticamente, da un altro fattore e mai dall’omissione, essendo il legislatore che , con l’art. 40 capoverso, equipara il cagionare al non impedire, per una pura scelta normativa. Come può allora richiedersi la stessa certezza della condotta attiva?
In effetti una parte della giurisprudenza successiva ha eluso in concreto i principi della sentenza Franzese, ad esempio bypassando il passaggio dalla probabilità statistica a quella logica o accontentandosi di meri coefficienti di probabilità per accertare il nesso di causalità omissiva.
Di converso, la Cassazione, nella sentenza in esame, conferma lo stesso rigore probatorio che la Corte territoriale non ha rispettato, essendo emersa incertezza , a seguito di perizie, del momento del verificarsi dell’evento letale. Dunque, in base all’evidenza probatoria disponibile, era arduo sostenere che, ove la diagnosi fosse stata anche diversa, avrebbe avuto efficacia salvifica ed avrebbe evitato la morte del paziente da perforazione intestinale oltre ogni ragionevole dubbio.
In secondo luogo, per ciò che concerne l’elemento soggettivo, la Corte di Appello ha ricondotto l’omessa diagnosi ad ipotesi di imprudenza.
Tuttavia l’ imprudenza sembra richiamare il concetto di ” fare qualcosa che non si doveva fare” piuttosto che, come nel caso in esame, ” non aver fatto qualcosa”, quest’ultimo da ricondurre più correttamente a negligenza.
Inoltre il giudice di merito non ha tenuto conto, nella sua valutazione, delle buone pratiche cliniche/assistenziali, del protocollo e delle regole mediche eventualmente rispettate( cioè della perizia). Analisi che, a detta della Cassazione, doveva essere fatta.
Secondo il ricorrente il tutto per evitare che il caso rientrasse nel raggio applicativo dell’art. 3 del Decreto Balduzzi e nell’art. 590 sexies post Legge Gelli, norme che si applicano all’imperizia.
Difatti esse scriminano o non puniscono alcune ipotesi di lesione o omicidio da ricondurre all’imperizia del medico, quando egli ha rispettato le raccomandazioni e, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico- assistenziali.
Se il caso rientra all’interno di tali norme ed esse sono più favorevoli, l’imputato ha diritto alla loro applicazione, anche se successive al fatto ed anche se abrogate ( come l’art. 3 del Decreto Balduzzi ), poiché l’art. 2 c.p. parla di successione ” di leggi” penali nel tempo.
Per questi motivi, la Suprema Corte annulla la sentenza di condanna con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello, la quale dovrà attenersi ai principi esposti in materia di accertamento causale e di colpa.
Cass. pen., sentenza n.24384 del 2018.
Persona investita da conducente mentre attraversa. La Cassazione conferma il 60% di colpa del pedone.
6 febbraio 2019 6 febbraio 2019 avvocatogiuseppelupoi
La responsabilità del conducente di un veicolo per l’investimento di un pedone , è regolata dall’art. 2054, comma 1 , del Codice civile, che cosi’ recita : ” Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno
Si tratta di responsabilità extracontrattuale, che si ha quando tra i soggetti non vi è alcun rapporto contrattuale, né un contatto sociale che giustifichi un legame contrattuale ( si tratta di soggetti estranei).
Ai sensi dell’art. 2043 c.c.( norma generale sulla responsabilità extracontrattuale), il criterio di imputazione è quello della colpa, che deve essere provata dal danneggiato che domanda il risarcimento, unitamente al danno.
Tuttavia nulla impedisce al legislatore, in alcuni casi, di prevedere diversi criteri di imputazione, come presunzioni di colpa dell’autore dell’illecito o, addirittura, la responsabilità oggettiva dello stesso, a prescindere dalla colpa.
Nel caso della responsabilità del conducente, la legge ha optato per la presunzione di colpa.
Ciò non toglie che possa configurarsi anche un concorso di colpa del pedone, visto che l’art. 1227., primo comma, codice civile, permette la riduzione della quota di responsabilità del conducente qualora vi sia fatto colposo del danneggiato che ha concorso a cagionare il danno.
Fino a che punto può spingersi tale concorso di colpa?
In una recentissima pronuncia la Corte di Cassazione, confermando la sentenza resa in appello, ha attribuito al pedone investito la responsabilità in misura del 60%!
Nel dettaglio, quando il giudice deve accertare la responsabilità del conducente adotta il seguente iter logico:
In primis presuppone la colpa del conducente al 100% ( ex art. 2054 c.c.).
In secondo luogo, man mano che si scoprono circostanze da cui emerge la colpa concreta del pedone, si riduce la percentuale di colpa del conducente.
Ai sensi dell’art. 190, n.5 del Codice della Strada, il pedone che attraversa la carreggiata fuori dalle strisce pedonali deve dare la precedenza ai veicoli. L’omissione di tale condotta è costantemente considerata dalla giurisprudenza come fattore di concorso di colpa.
Nel caso sottoposto all’attenzione dei giudici, una signora è stata investita dopo aver attraversato in pieno centro cittadino ed in zona con segnaletica orizzontale e verticale segnalante “pericolo”, appena 100 m dalle strisce pedonali.
La Cassazione ha confermato il concorso di colpa e la percentuale di colpa del pedone del 60 %, avendo la Corte di Appello correttamente motivato la decisione, senza omettere l’esame di fatti decisivi per il giudizio ( art. 360, co, 5). A parere della Suprema Corte, il giudice non ha fatto altro che procedere al riparto delle rispettive percentuali di colpa, aderendo sostanzialmente alle conclusioni peritali delle indagini tecniche svolte, spiegando un corretto impianto logico e argomentativo .
I fatti omessi e vizianti la motivazione erano, secondo i ricorrenti, i doveri di condotta stradale del conducente che, ove ottemperati, avrebbero, sempre secondo gli stessi, evitato l’investimento . Tale omessa valutazione da parte della Corte di merito avrebbe causato la prevalente responsabilità del pedone.
(Cassazione Civile, ordinanza n. 2241 del 28 gennaio 2019)
Direttiva “habitat” e Direttiva “Uccelli”. Alla Corte Europea la compatibilità ambientale della Trasversale Orte-Civitavecchia.
1 febbraio 2019 1 febbraio 2019 avvocatogiuseppelupoi
Il c.d. Tracciato verde ( Trasversale Orte- Civitavecchia) è stato sottoposto a valutazione di impatto ambientale da parte della Commissione Via Vas del Ministero dell’Ambiente, nel corso della procedura di approvazione del progetto preliminare.
La Commissione ha dato parere negativo, affermando l’impossibilità di adottare prescrizioni di mitigazione dell’ impatto ambientale( sulla Valle del Mignone) al momento dell’approvazione definitiva, optando, dunque, per il già esistente tracciato viola, in linea con le norme ambientali ( il quale affianca l’Aurelia Bis e attraversa l’area Unesco della Necropoli di Tarquinia).
Ai sensi dell’art. 183, comma 6, del Codice appalti, a seguito del dissenso del Ministero dell’ambiante la decisione va presa dal Consiglio dei Ministri.
Il Consiglio dei Ministri, sul presupposto dell’interesse pubblico all’opera ( minori costi e completamento della rete transeuropea TEN-I definita “Comprehensive”, come da Regolamento (UE) n. 1315/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’11 dicembre 2013) ha adottato il provvedimento di compatibilità ambientale, demandando al momento dell’approvazione definitiva uno studio più approfondito ed, eventualmente, l’adozione di misure di mitigazione dell’ incidenza sull’ambiente( dando la competenza alla Regione Lazio, in luogo della Commissione Via Vas)
Ricorrono al T.A.R. Lazio WWF Italia o.n.l.u.s., Lega Italiana Protezione Uccelli o.n.l.u.s., Gruppo di Intervento Giuridico o.n.l.u.s., Italia Nostra o.n.l.u.s., Forum Ambientalista, chiedendo l’annullamento del provvedimento di compatibilità ambientale emanato dal Governo e dei provvedimenti presupposti connessi e conseguenti.
In primis, per incompatibilità con l’art. 6, co 4 della Direttiva 92/43/CEE (Habitat) .
La norma legittima il governo, per ragioni imperative di interesse pubblico, a operare anche in presenza di forte impatto ambientale( nel caso di specie a essere incisa è la valle del Mignone), ma alla duplice condizione che non ci siano alternative e che si adottino misure e prescrizioni volte a mitigare tale impatto. Condizioni ritenute dai ricorrenti inesistenti, visto che la Commissione ministeriale affermò l’ impossibilità di adottare successivamente tali misure e la sussistenza di un’alternativa( il tracciato viola).
In secondo luogo, per incompatibilità con la Direttiva 2009/147/CE ( Uccelli), concernente la conservazione degli uccelli selvatici, in virtù della presenza “in loco” di una colonia di “falco Grillaio”, per il quale solo previste misure speciali di conservazione ex Allegato 1 a tale Direttiva.
Il T.A.R., dopo aver sottolineato l’indispensabilità della valutazione di impatto ambientale( frutto di discrezionalità tecnica, sindacabile solo per motivazione illogica, inadeguata o per inappropriata rappresentazione delle circostanze di fatto) e la sussistenza di un progetto precedente( tracciato viola) già approvato sotto il profilo ambientale e i cui costi potevano essere ridotti con la suddivisione in due tratte, dubita della conformità del procedimento intrapreso e dei provvedimenti adottati con il Diritto UE( compreso il cambio del soggetto normalmente competente alla valutazione ambientale, cioè la Commissione ministeriale, con la Regione Lazio).
Per questi motivi, il T.A.R. solleva questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia e sospende il giudizio in attesa che la Corte di Lussemburgo decida della compatibilità, o meno, con il diritto europeo del tracciato verde Orte-Civitavecchia ( T.A.R. Lazio, ordinanza n. 908 del 24 gennaio 2019).
Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico ( Cass.Pen., sent. n. 2905 del 22 gennaio 2019)
30 gennaio 2019 30 gennaio 2019 avvocatogiuseppelupoi
Recentissima sentenza della Suprema Corte penale in materia di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico.
L’art. 615 ter del codice penale punisce chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza, ovvero si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo.
La ratio della norma incriminatrice è di tutelare il domicilio informatico( quale spazio fisico contenente i dati informatici personali e spazio ideale di pertinenza della sfera privata e individuale). Per una parte della dottrina la disposizione tutelerebbe anche l’indisturbata fruizione del sistema da parte del gestore.
Le condotte incriminate sono due: l’accesso non autorizzato( reato istantaneo) e il mantenimento contro la volontà del gestore ( reato permanente).
Il caso riguardava un soggetto che, animato dal movente della gelosia, ha sfruttato le credenziali facebook fornite dalla moglie per intercettare una chat privata compromettente con un altro uomo, al fine di produrla nel giudizio di separazione.
La Corte di Appello di Palermo ha confermato la condanna all’uomo, inflitta in primo grado dal Tribunale, per accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, ex art. 615 ter c.p.
La difesa è ricorsa in Cassazione sul presupposto che, avendo la moglie in precedenza fornito le credenziali di accesso a facebook al marito, verrebbe meno l’abusività dell’accesso richiesta dall’art. 615 ter.
Tuttavia la Cassazione non condivide tale ricostruzione, in quanto la circostanza che il ricorrente fosse a conoscenza delle chiavi di accesso della moglie al sistema informatico, quand’anche fosse stata quest’ultima a renderle note e a fornire, così, in passato, un’implicita autorizzazione all’accesso, non escluderebbe comunque il carattere abusivo degli accessi.
L’accesso, finalizzato a captare una chat privata, è senza dubbio esorbitante rispetto all’autorizzazione precedente, che la moglie sicuramente non avrebbe dato ove a conoscenza di tale scopo.
Dunque l’uomo ha agito contro la volontà attuale della donna, ragion per cui la fattispecie delittuosa è integrata, con conseguente ricorso inammissibile e conferma della condanna inflitta nei gradi precedenti di giudizio.

References: art. 111
 art. 6
 Cass. 
 sentenza 
 art. 8
 art. 1
 art. 2051
 art. 360
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2054
 art. 360
 sentenza 
 art. 615