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Timestamp: 2018-07-17 00:21:03+00:00

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Permessi retribuiti per familiari invalidi: reato l'utilizzo personale
Lo sai che? Permessi retribuiti per familiari invalidi: reato l’utilizzo personale
Lo sai che? Pubblicato il 15 maggio 2016
> Lo sai che? Pubblicato il 15 maggio 2016
Violazione della legge 104 del 1992: l’utilizzo dei tre giorni di permesso retribuito per assistere un familiare invalido è un comportamento con rilevanza penale che, peraltro, consente il licenziamento in tronco.
È ufficiale: l’abuso dei permessi della legge 104 costituisce reato e non solo causa di licenziamento per il dipendente infedele. Così, il lavoratore che prende i tre giorni di permesso retribuito per poter assistere un familiare invalido, ma poi, durante la giornata (anche in un arco di tempo minimo), svolge altre attività, è passibile non solo di un procedimento disciplinare che lo può portare a perdere il posto, ma anche a un procedimento penale.
A mettere nero su bianco questa affermazione, per molto tempo implicita nelle sentenze della giurisprudenza, ma raramente espressa con tanta chiarezza, è la Cassazione [1]. Il passaggio è contenuto in una pronuncia dello scorso 12 maggio con cui la Corte ha confermato il licenziamento di un dipendente sorpreso, dagli investigatori privati dell’azienda, a trascorrere una parte del giorno dedicato al permesso della Legge 104, a svolgere attività di lavoro su alcuni propri terreni.
La Corte si riallaccia a un’interpretazione ormai costante nelle sue ultime pronunce, secondo cui l’abuso dei permessi 104 non costituisce solo una violazione del dovere di fedeltà verso il datore di lavoro (il quale viene ingiustamente privato della prestazione lavorativa), ma un illecito posto ai danni della nazione intera, posto che, in tali frangenti, il trattamento economico viene solo inizialmente anticipato dal datore di lavoro, ma di fatto erogato dall’Inps e, quindi, a spese dei contribuenti. In pratica, il dipendente che abusa dei permessi retribuiti per l’assistenza ai portatori di handicap è un “peso sociale” che scarica, sulla collettività, il costo della propria malafede.
La violazione dei permessi della legge 104 è, quindi, di un comportamento – per usare le stesse parole della Cassazione – “suscettibile di rilevanza penale” e, come tale, passibile di controllo anche attraverso un detective privato, al di fuori dell’orario di lavoro [2].
Tale argomento era stato già condiviso nel 2011 dal tribunale di Pisa [3] secondo il quale costituisce condotta truffaldina utilizzare i permessi retribuiti, chiesti ed ottenuti ai sensi dell’articolo 33 della legge n. 104 del 1992, non per assistere il familiare disabile (unica ragione questa per cui l’ente pubblico concede il beneficio in esame), ma per attività personali proprie del lavoratore che ne usufruisce. Nel caso di specie l’imputata aveva utilizzato i giorni di permesso retribuito – ottenuti per l’assistenza ad uno stretto parente disabile – per effettuare un viaggio di piacere. Il giudice, in motivazione, ha contraddetto la tesi difensiva secondo cui i permessi retribuiti ai sensi della legge 104 citata possono essere utilizzati dal lavoratore anche per il recupero delle energie psicofisiche spese per il costante lavoro di cura ed assistenza al disabile.
L’utilizzo improprio dei permessi della legge n. 104/1992 è così sia causa di licenziamento, sia motivo per avviare un procedimento penale per la contestazione al dipendente del reato commesso ai danni dello Stato e dell’azienda. Tale comportamento, infatti, costituisce anche una indebita percezione del trattamento economico ai danni dell’Inps [4].
[1] Cass. sent. n. 9746/16 del 12.05.2016.
[2] Cass. sent. n. 4984/2014.
[3] Trib. Pisa, sent. n. 258/2011.
[4] Trib. Genova, sent. del 21.10.2015.
Cass. sent. n. 5574/2016
L’utilizzazione dei permessi ai sensi della legge n. 104 del 1992 per scopi estranei a quelli presentati dal lavoratore costituisce comportamento oggettivamente grave, tale da determinare, nel datore di lavoro, la perdita di fiducia nei successivi adempimenti e idoneo a giustificare il recesso.
Cass. sent. n. 3065/2016
La fruizione dei permessi ex l. n. 104 del 1992, non presuppone un previo rientro in servizio dopo un periodo di assenza per malattia od aspettativa (non essendo – questa – una condizione prevista dalla legge), ma soltanto l’attualità del rapporto di lavoro. Di conseguenza, l’assenza dal lavoro verificatasi nel giorno in cui il lavoratore avrebbe dovuto far rientro al lavoro, al termine del periodo massimo di conservazione del posto di lavoro, se imputabile a permesso ex l. n. 104 del 1992, non è computabile ai fini del superamento del periodo massimo di comporto.
Trib. Genova, sent. del 21.10.2015
Il comportamento del prestatore di lavoro subordinato che, in relazione al permesso ex art. 33 l. 5 febbraio 1992 n. 104, si avvalga dello stesso non per l’assistenza al familiare, bensì per attendere ad altra attività, integra l’ipotesi di abuso del diritto, giacché tale condotta si palesa, nei confronti del datore di lavoro, come lesiva della buona fede, privandolo ingiustamente della prestazione lavorativa in violazione dell’affidamento riposto nel dipendente, ed integra, nei confronti dell’ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un’indebita percezione. (Nella specie, l’utilizzo improprio dei permessi 104 veniva reiterato e accertato con controlli investigativi).
TAR Lazio (Roma), sent. n. 9857/2015
I permessi previsti dalla l. n. 104 del 1992 per assistenza ai disabili in situazione di gravità possono essere fruiti a condizione che l’assistenza abbia le caratteristiche richieste dalla legge, sotto il profilo della continuità e dell’esclusività. Per i fini di interesse, viene precisato che l’esclusività va intesa nel senso che il lavoratore richiedente deve essere l’unico soggetto che presta assistenza al disabile e che questa non può considerarsi realizzata se il portatore di disabilità convive con altri lavoratori che già beneficiano dei permessi per prestare al medesimo assistenza, ovvero con altri soggetti non lavoratori in grado di assisterlo. Sono, peraltro, previste eccezioni, ancorché nel nucleo familiare del disabile vi sia una persona che non lavora, che, comunque, fermi gli altri requisiti, consentono la fruizione dei tre giorni di permesso mensile tra cui “quando la persona che non lavora non abbia la patente di guida (in tal caso il permesso potrà essere concesso per i giorni in cui il disabile deve essere accompagnato per visite mediche, terapie specifiche e simili, che dovranno essere documentate e giustificate a cura del dipendente).
Cass. sent. n. 4984/2014
Il controllo, demandato dal datore di lavoro ad un’agenzia investigativa, finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio, da parte di un dipendente, dei permessi ex art. 33 legge 5 febbraio 1992, n. 104 (contegno suscettibile di rilevanza anche penale) non riguarda l’adempimento della prestazione lavorativa, essendo effettuato al di fuori dell’orario di lavoro ed in fase di sospensione dell’obbligazione principale di rendere la prestazione lavorativa, sicché esso non può ritenersi precluso ai sensi degli artt. 2 e 3 dello statuto dei lavoratori.
Cass. sent. n. 8435/2013
Non configura il reato di falso ideologico in alto pubblico né quello di truffa la condotta del dipendente che, alfine di fruire dei permessi per finalità di assistenza al familiare affetto da handicap (art. 33 comma 3 l. n. 104 del 1992), ometta di dichiarare che il familiare si trovi ricoverato in una casa di riposo, posto che quest’ultima non può essere equiparata ad una struttura di “ricovero a tempo pieno”, evenienza nella quale la legge esclude espressamente la spettanza del beneficio.
Cass. sent. n. 2072/2011
Integra il delitto di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, la condotta di colui che attesta falsamente, in una dichiarazione sostitutiva di certificazione ex art. 2 l. 4 gennaio 1968 n. 15, il diritto al riconoscimento dei permessi ex art. 33 l. 5 febbraio 1992 n. 104, per accudire un familiare portatore di handicap, in realtà deceduto in epoca antecedente. La Corte ha chiarito che si tratta, infatti, di dichiarazione che costituisce presupposto indispensabile del provvedimento autorizzatorio, che ha natura pubblicistica, essendo la sua adozione collegata al riconoscimento di un diritto, mentre non rileva la natura privata del rapporto di lavoro del dipendente autorizzato.
29 Nov 2015 | di Redazione

References: Cass. 
 Cass. 

Cass. 

Cass. 
 art. 33

Cass. 
 art. 33

Cass. 

Cass. 
 art. 2
 art. 33