Source: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/07/05/unioni-omosex-ceccanti-e-martinetti-al-secondo-round/
Timestamp: 2020-02-22 01:40:40+00:00

Document:
Unioni omosex. Ceccanti e Martinetti al secondo round - Settimo Cielo - Blog - L’Espresso
Unioni omosex. Ceccanti e Martinetti al secondo round
Come documentato nei due post precedenti, l'intervista del cardinale Camillo Ruini al "Foglio" ha provocato una vivace controversia tra cattolici, pro e contro la legalizzazioni delle unioni tra omosessuali.
Alla replica di Stefano Ceccanti al cardinale ha reagito, tra altri, Alessandro Martinetti.
Al quale Ceccanti ha a sua volta replicato, sul blog landino.it
E ora di nuovo interviene Martinetti.
Ecco qui di seguito i testi integrali di questo secondo round della controversia tra i due.
Il professor Martinetti, che ringrazio per l’attenzione, mi replica sul blog di Sandro Magister con due affermazioni tra loro logicamente connesse. Il magistero [della Chiesa], interpretato in modo più rigido ed estensivo rispetto al mio primo intervento, vieterebbe qualsiasi riconoscimento legislativo di unioni diverse dal matrimonio e questo peraltro non creerebbe nessun problema alle persone omosessuali perché esse risolverebbero qualsiasi problema per via contrattuale tra di loro.
Il punto é che questa tesi non è affatto sostenibile. In primo luogo non lo è in Italia, almeno da qualche anno, e non perché lo dica io, ma perché la necessità della legge per garantire l’opponibilità dei diritti a terzi delle persone che danno vita a stabili unioni di questa natura è stata affermata, addirittura come un preciso obbligo derivante dalla Costituzione, con la sentenza della Corte costituzionale 138 del 2010 e con quella della Cassazione 4184 del 2012.
Peraltro, in secondo luogo, quella tesi non sarebbe sostenibile neanche negli ordinamenti di "common law" che danno meno spazio alla legge, come negli Stati Uniti e nel Regno Unito, figurarsi in paesi di "civil law". Infatti la sentenza della Corte suprema americana origina dal problema di estendere o meno alle coppie omosessuali i diritti che le leggi federali danno alle coppie eterosessuali.
La tesi sostenuta non ha quindi nessuna plausibilità, né in Italia né altrove. Che senso avrebbe interpretare il magistero come favorevole solo a una soluzione che non esiste in sé?
Praticamente, quindi, le scelte possibili per un legislatore sono di andare verso il matrimonio omosessuale o verso una qualche forma di unione distinta da esso. Delegittimare a priori tutte queste unioni senza distinzioni interne può solo produrre l’eterogenesi dei fini di legittimare come unica soluzione quella del matrimonio.
Questi sono i termini obiettivi della questione, alla luce dei quali leggere anche le cautele magisteriali, che in ultima analisi vanno ricondotte al non confondere le due figure, fermo restando che anche ciò che noi definiamo matrimonio nell’ordinamento civile è molto distante per indissolubilità e apertura alla fecondità al matrimonio com’è definito dalla dottrina e che comunque apprezziamo per il suo valore parziale.
Mi sembra importante, infine, richiamare il criterio interpretativo generale di "Gaudium et spes" 43 alla luce del quale leggere qualsiasi documento su questi temi: sulle "soluzioni concrete" evitiamo di rivendicare "esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa" anche perché, come scrive Luca Diotallevi nel suo recente libro su “L’ultima pretesa” invitando a maneggiare con prudenza il tema della non negoziabilità, “questa espressione rimanda a una semplicità, a un automatismo nelle scelte, che non è della condizione umana né della vita spirituale né del discernimento ecclesiale”.
I dilemmi etici in cui far valere principi e valori si pongono all’interno della gamma delle scelte possibili, che hanno una loro consistenza. Per questo è utile sgombrare il campo dalle opzioni che non esistono.
Rispondo alla replica del professor Ceccanti, ringraziandolo per l'attenzione dedicata al mio intervento.
1. Per linearità argomentativa, in questo primo punto prescindo da considerazioni sulla dottrina sociale della Chiesa.
La tesi che ho sostenuto è questa: per garantire diritti meritevoli di tutela, i componenti una cosiddetta “unione di fatto” possono ricorrere agli strumenti messi a disposizione dal diritto privato; ciò non configurerebbe un riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, né una loro equiparazione alla famiglia fondata sul matrimonio.
Mi obietta Ceccanti che "questa tesi non è affatto sostenibile […] in Italia, almeno da qualche anno”.
A rigor di logica – è doveroso rimarcarlo – perché la mia tesi non sia sostenibile sarebbe necessario che nel nostro Paese fosse intervenuto alcunché a impedire che i componenti l’unione di fatto accedano ai suddetti strumenti di diritto privato. Vediamo dunque se Ceccanti mostra quale sia questo insormontabile impedimento sopraggiunto in Italia, tale da vanificare la mia tesi.
L’impedimento deriverebbe dalla sentenza della Corte Costituzionale 138 del 2010. Debbo tuttavia rilevare che questa sentenza non vieta in alcun modo ai componenti l’unione di fatto di attivare i suddetti strumenti di diritto privato. Come ho rilevato, la mia tesi può essere confutata solo mostrando che in Italia è intervenuto qualcosa che impedisce ai componenti l’unione di fatto di accedere ai suddetti strumenti. Poiché dalla sentenza evocata da Ceccanti non deriva alcun impedimento quanto alla possibilità che i componenti l’unione di fatto ricorrano ai suddetti strumenti, la mia tesi regge benissimo.
Pertanto potrei fermarmi qua. Ma forse è utile annotare che questa sentenza, dopo aver precisato che, così com’è, l’art. 29 della Costituzione rende insuperabilmente impraticabile l’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio (“Questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un’interpretazione creativa”), e dopo aver rimarcato che “le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio”, si concede a quella che molti hanno considerato essere una interpretazione sviante dell’art. 2 della nostra Carta. Su questa base, la sentenza “invita” il legislatore a operare un riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali (“In tale nozione [di 'formazione sociale', contenuta nell’art. 2] è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri […]. Nell’ambito applicativo dell’art. 2 Cost., spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette”).
Come si vede, questa sentenza non si occupa in alcun modo degli strumenti di diritto privato cui i componenti le unioni di fatto possono ricorrere per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse.
L’altra sentenza addotta da Ceccanti è la 4184 del 2012 della Cassazione. Sentenza “bizzarra” (per usare un eufemismo), la quale, pur riconoscendo che, vigente l’attuale legislazione, le persone omosessuali conviventi “non possono far valere il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio celebrato all'estero”, auspica in buona sostanza che il legislatore intervenga per garantire alle persone omosessuali il “diritto alla vita familiare” e a “vivere liberamente una condizione di coppia”, fino a spingersi ad assicurare, in “specifiche situazioni”, un “trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”.
Ma quel che conta, rispetto alla discussione con Ceccanti, è che neppure da questa sentenza discende alcun impedimento quanto alla possibilità che i componenti l’unione di fatto ricorrano agli strumenti di diritto privato per garantire diritti meritevoli di tutela. Quindi la mia tesi regge benissimo anche all’“assalto” di questa sentenza.
2. Quanto alla dottrina sociale della Chiesa, debbo ribadire il mio disaccordo da Ceccanti. Il quale auspica un tempestivo intervento del legislatore italiano, volto a conferire "riconoscimento legislativo" alle unioni di fatto. Ma – ribadisco – la dottrina sociale fa esplicito e nettissimo divieto al cattolico di collaborare in qualsiasi forma al riconoscimento legislativo delle unioni di fatto:
“In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell'equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest'ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza” (Congregazione per la dottrina della fede, “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali”, 3 giugno 2003, n. 5).
Mi pare che Ceccanti continui a sottovalutare questo documento magisteriale (non lo cita mai) che invece, come ha ricordato Marco Ferraresi, è ineludibile, essendo la trattazione più esplicita e approfondita che il magistero della Chiesa ha offerto sul tema del trattamento giuridico delle unioni di fatto.
DIARIO ” LA REPUBBLICA” – ITALIA- / RONDA DE NOTICIAS / | interlineasoeste.com.ar scrive:
[...] Unioni omosex. Ceccanti e Martinetti al secondo round [...]

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