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Timestamp: 2018-12-14 06:19:21+00:00

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L'agente della riscossione | Commercialista Telematico
La disamina dell’argomento è ispirata dalla necessità di instaurare rapporti tra titolare del credito, titolare dell’azione esecutiva e contribuente improntati alla buona fede e alla collaborazione ovvero al reciproco dialogo .
Il termine “buona fede”, mutuato dall’ordinamento civilistico, deve essere inteso da parte del fisco come l’attuazione di comportamenti “coerenti”, mentre da parte del contribuente, come dovere di correttezza, volto ad evitare, “comportamenti capziosi, dilatori, sostanzialmente connotati da “abuso” di diritti e di tesi ispirate ad “eludere” una “giusta” pretesa tributaria”.
Esso implica non solo un atteggiamento leale, non capzioso e non contraddittorio ma anche la necessità di operare per un rapporto fiscale semplice nei modi d’attuazione, trasparente nelle procedure e ampiamente condiviso.
A tali principi giuridici va riconosciuta la funzione di criterio guida nell’interpretazione del diritto.
Qualsiasi dubbio interpretativo o applicativo sul significato e sulla portata di qualsiasi disposizione tributaria deve essere risolto dall’interprete nel senso più conforme ai principi dello Statuto del contribuente.
Giova precisare, tuttavia, che le norme della L. 27 luglio 2000, n. 212, non hanno rango superiore alla legge ordinaria, con la conseguenza che non possono assurgere a parametro di costituzionalità, né possono consentire la disapplicazione della norma tributaria in asserito contrasto con le stesse (Cass. n. 8254/2009).
Titolarità del credito e titolarità dell’azione esecutiva
E’ noto che il procedimento esecutivo dell’agente della riscossione ha quale caratteristica fondamentale la separazione tra titolarità del credito e titolarità dell’azione esecutiva.
Il titolare del diritto di credito nei confronti del contribuente resta sempre l’ente impositore mentre l’«esattore è il mezzo per l’esercizio del diritto erariale.
I proventi riscossi vanno versati negli uffici decentrati costituiti dalla Tesoreria provinciale, della cui gestione è titolare la Banca D’Italia.
Alla“Equitalia Spa” e alle società dalla stessa partecipate è attribuita la qualifica di “agenti della riscossione”.
Non trova più applicazione “l’obbligo del non riscosso per riscosso”.
L’agente della riscossione è titolare di un diritto quale quello di esigere l’adempimento e di realizzare, anche coattivamente, il credito, avvalendosi di azioni cautelari e conservative previste dalle norme ordinarie civilistiche a tutela del creditore (es. sequestro conservativo ex articolo 2905 del cc; azione surrogatoria ex art. 2900 del cc; azione revocatoria ex articolo 2901 del cc;impugnazione della rinunzia all’eredità ex art. 524 del codice civile).
E’ da rilevare che anche gli Uffici dell’Agenzia possono segnalare al concessionario le azioni conservative ed ogni altra azione prevista dalle norme ordinarie a tutela del creditore da intraprendere al fine di riscuotere le somme iscritte a ruolo.
Riscossione coattiva dei tributi mediante ruolo
L’attività di riscossione dei tributi è articolata essenzialmente in tre fasi:
1) iscrizione a ruolo;
2) consegna del ruolo all’agente della riscossione;
3) formazione e la successiva notifica della cartella di pagamento.
La caratteristica fondamentale del ruolo è la sua natura di titolo esecutivo e quindi il fisco ha il potere di crearsi un titolo esecutivo amministrativo senza il previo controllo del giudice.
Per la riscossione delle somme dovute all’Erario, i ruoli si distinguono in ordinari e straordinari, questi ultimi sono formati soltanto quando vi è fondato pericolo per la riscossione.
Il fallimento del contribuente è circostanza che integra di per sé il requisito del “periculum in mora” richiesto per l’iscrizione delle imposte nel ruolo straordinario. (Sentenza Cassazione civile, sez. Tributaria, 01-06-2007, n. 12887 ).
L’agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 87/2007, ha precisato che nell’ipotesi di accoglimento del ricorso in presenza di ruolo straordinario, il tributo corrisposto in eccedenza rispetto a quanto statuito dalla sentenza della commissione tributaria, con i relativi interessi, deve essere rimborsato d’ufficio, cioè senza la necessità di un’apposita istanza di rimborso, nel termine di novanta giorni dalla notificazione della sentenza.
L’Agente della Riscossione, al decorso del 60° giorno dalla notifica della cartella, ha pieno titolo a dare inizio alla procedura di esecuzione forzata in danno del contribuente/debitore inadempiente.
Le spese di iscrizione e di cancellazione ipotecarie sono a carico del contribuente debitore. L’attribuzione al contribuente delle spese in parola è legittimamente giustificata dalla posizione di inadempienza da esso assunta, per aver fatto inutilmente decorrere il prescritto termine di 60 giorni per dare inizio all’azione coercitiva dell’agente della riscossione, ai sensi dell’art. 50, c. 1, e dell’art. 77, c. 1, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602.
È, infatti, testualmente prescritto dal citato art. 77 che: “decorso inutilmente il termine di cui all’articolo 50, comma 1, il ruolo costituisce titolo per iscrivere ipoteca sugli immobili del debitore e dei coobbligati per un importo pari al doppio dell’importo complessivo del credito per cui si procede”.
La procedura di riscossione coattiva dei tributi mediante ruolo costituisce, per la sua particolare natura pubblicistica, un sistema privilegiato, rispetto al procedimento espropriativo codicistico ordinario.
La natura privilegiata della riscossione coattiva in base a ruolo è giustificata dalla natura stessa dei crediti iscritti a ruolo.
Siffatta natura privilegiata non pregiudica naturalmente i diritti del contribuente debitore e la tutela giurisdizionale degli stessi, tant’è che l’agente della riscossione è obbligato ad osservare, nello svolgimento del servizio di riscossione, ai sensi dell’art. 8 del D.lg. n. 112/1999, il “codice deontologico” di cui al D.M. 16 novembre 2000, nonché lo “Statuto dei diritti del contribuente” a norma degli artt. 7 e 17 della L. 27 luglio 2000, n. 212.
L’obbligo di trasparenza vige,quindi, anche per la cartella di pagamento.
Deve essere ritenuta nulla per palese violazione dell’obbligo di motivazione, la cartella di pagamento che non contempli alcuna motivazione circa la pretesa erariale ovvero in cui non vi è traccia alcuna delle ragioni della pretesa (Cassazione – Sezione tributaria – sentenza n. 26330 del 16 dicembre 2009)
E’ nulla la cartella di pagamento che riporti in maniera criptica i soli codici del tributo richiesto senza operare un chiaro riferimento alla natura ed ai motivi del recupero a tassazione, non competendo al cittadino di ricostruire l’operato dell’Ufficio attraverso difficili, se non impossibili, operazioni interpretative di codici e numerazioni (Cass. civ. sez. V, 16-09-2005, n. 18415).
È dovere del Concessionario specificare nel dettaglio le ragioni che lo hanno portato all’emissione della cartella: in caso contrario, la cartella è, a tutti gli effetti, nulla ed al cittadino spetterà l’onere di attivare il ricorso alla competente autorità giudiziaria per ottenerne l’annullamento.
Sempre più spesso la magistratura tributaria annulla le cartelle di pagamento notificate dagli Agenti della Riscossione perché gravemente carenti di motivazione, non essendo sufficienti i sintetici dati nelle stesse riportati.
In effetti, è opportuno evidenziare come le cartelle di pagamento notificate ai contribuenti si limitino a riportare semplici riferimenti numerici, quali l’importo dovuto, indicando esclusivamente la tipologia dell’imposta.
Pertanto, dagli scarni riferimenti specificati nelle cartelle, appare chiaro come il contribuente non sia assolutamente in grado di conoscere le ragioni di fatto e di diritto poste alla base della pretesa tributaria
L’iscrizione a ruolo deve essere completata entro termini certi. La prova del rispetto dei predetti termini, in caso di contestazione, deve essere data dall’ente impositore” (Cass. n. 16826 del 2006).
L’effettiva notifica della cartella di pagamento assurge a momento essenziale del procedimento di riscossione e deve essere effettuata entro un termine certo, posto a pena di decadenza.
Il cd. diritto alla tempestività dell’azione fiscale ovvero il diritto ad ottenere in tempi certi la conclusione dei procedimenti è sancito dall’articolo 3, comma terzo, della legge n. 212/2000(cd. Statuto dei diritti del contribuente).
Il diritto a conoscere in termini temporali certi la pretesa fiscale consente al contribuente di valutarne l’impatto sulla propria vita privata o d’affari.
I termini di decadenza variano in relazione delle singole leggi d’imposta.
Essi rivestono carattere perentorio e, pertanto, l’atto notificato oltre la data prevista è inficiato da vizio insanabile.
Spesso si assiste alla proroga dei termini di decadenza per esigenze di gettito erariale; la proroga dei termini di decadenza difficilmente si concilia con un modello di relazioni tra le parti ispirato non all’autoritarismo ma alla cooperazione e al reciproco rispetto.
La Corte costituzionale ha sancito l’esigenza di assoggettare le operazioni di recupero e riscossione di tributi ,a mezzo ruoli, a termini perentori, nell’ambito dei vari passaggi.
Secondo la Consulta le procedure fiscali devono essere soggette a termini più ristretti di quelli deducibili dalle norme del codice civile (prescrizione decennale), poiché non può esistere un’indefinita soggezione del contribuente all’azione esecutiva del fisco. L’esistenza di una norma che consente all’amministrazione di portare a conoscenza del contribuente una prestazione patrimoniale senza termini massimi, si pone in contrasto con ogni principio di civiltà giuridica, e segnatamente col diritto di difesa, ma anche con quello di contribuzione in ragione della capacità contributiva statuito dall’articolo 53, dato che tale capacità non può essere cristallizzata nel tempo indeterminato.
La notificazione al contribuente. riveste delicatezza e rilevanza assoluta, in quanto è solo da tale momento che il contribuente prende giuridica conoscenza della pretesa contenuta nella cartella (e del relativo ruolo) ed è solo da tale momento che iniziano a decorrere i termini per l’effettuazione di tutte le conseguenti attività consentite dalla legge.
Infatti, dalla notifica della cartella di pagamento, comincia a decorrere il termine di impugnativa.
E utile rammentare alcuni capisaldi in tema di notificazione
La notificazione costituisce l’unico mezzo idoneo ad impedire la decadenza dall’esercizio del potere impositivo (Cassazione sentenza n. 25095 del 27 novembre 2006).
L’intervenuta decadenza dell’amministrazione dall’esercizio del potere impositivo deve essere espressamente eccepita dal contribuente come specifico vizio nel ricorso introduttivo dinanzi alle commissioni tributarie, escludendosi un potere di declaratoria ex officio del giudice.
La sanatoria della notificazione(Corte di cassazione SS.UU., sentenza n. 19854 del 5 ottobre 2004) non opera in relazione all’intervenuta decadenza dall’esercizio del potere.
Non è suscettibile di sanatoria l’atto “inesistente”.
Dalla notificazione decorre il termine perentorio di 60 giorni per l’impugnazione dell’atto, proponibile dall’interessato per evitarne la definitività.
Per il destinatario la notificazione precisa il momento dal quale egli è posto in condizione di conoscere l’atto ed il suo contenuto ed eventualmente di contestarlo.
Il procedimento di notificazione si esaurisce nel momento in cui l’atto viene portato nella sfera di disponibilità del destinatario mentre “l’effettiva conoscenza da parte di quest’ultimo, pur costituendo lo scopo della notificazione, è estranea alla sua struttura, in quanto rientra nella sfera volitiva del destinatario” (Cass. sentenza n. 2323 del 2 marzo 2000).
La finalità giuridica cui è rivolta la notificazione si concretizza, quindi, nel portare nella sfera di disponibilità del destinatario un atto, a nulla rilevando l’effettiva conoscenza dello stesso, tant’è che il soggetto che lo ha emanato ha solo l’onore della prova dell’avvenuta consegna dello stesso nei modi di legge.
Il mancato rispetto delle regole fissate dalla legge in relazione alle diverse forme di notificazione comporta un vizio del relativo procedimento, determinandone l’inesistenza, la nullità o l’irregolarità.
Occorre distinguere i vizi di invalidità delle operazioni di notificazione in riferimento ai soggetti destinatari ed ai consegnatari degli atti, al luogo in cui la notifica è stata effettuata, al soggetto notificatore, agli adempimenti previsti dalla legge per la procedura seguita.
Dalla qualificazione del tipo di vizio derivano importanti conseguenze in relazione alla sanatoria, espressamente prevista ex art. 156 c.p.c. per i vizi di nullità.
La presentazione del ricorso da parte del contribuente è idonea a sanare la nullità della notifica dell’atto, ma non l’omessa notifica di atti presupposti a quello irregolarmente notificato (Cassazione sentenza n. 15849 del 12 luglio 2006).
Ai sensi dell’art. 39 del D.P.R. n. 602/73, il ricorso contro il ruolo non sospende la riscossione per cui è necessario provvedere alla presentazione di apposita istanza di sospensione all’Amministrazione finanziaria o al diverso ente impositore (sospensione “amministrativa”) e/o all’organo giudiziario competente per ottenere la sospensione “giudiziale” della riscossione (V. Risoluzione Agenzia Ent. Dir. Centr. Normativa e contenzioso 07-02-2007, n. 21/E).
Autotutela sospensiva
L’Ufficio è munito del generale potere di autotutela dell’Amministrazione finanziaria, nel quale è compreso, anche per espressa e previsione normativa (art. 2-quater, comma 1-bis, D.L. n. 564/1994, convertito nella L. n. 656/1994), il potere di sospendere gli effetti dell’atto, che appaia illegittimo o infondato.
Il potere di sospendere l’efficacia dell’atto è, strumentale a quello di annullamento e dunque prima di accordare la sospensione della riscossione, che deve essere richiesta nell’ambito della procedura di autotutela, gli Uffici sono tenuti a valutare le concrete possibilità che l’atto, che ha dato origine all’iscrizione al ruolo, sia revocato o annullato in via amministrativa o contenziosa (valutazione del c.d. fumus boni juris).
Inoltre occorre valutare il pericolo per il contribuente di subire un danno grave ed irreparabile a seguito della riscossione coattiva (c.d. periculum in mora).
Contribuente truffato
Si ricorda che la legge 423/1995 prevede la possibilità per i contribuenti di ottenere la sospensione della riscossione delle sanzioni amministrative irrogate per omesso, tardivo o insufficiente versamento di tributi, se la violazione è dovuta alla condotta illecita di un professionista iscritto negli appositi albi professionali. Per godere del beneficio il contribuente deve presentare all’ufficio locale competente territorialmente un’istanza in carta libera corredata della copia della denuncia prodotta all’Autorità giudiziaria o all’ufficiale di polizia giudiziaria contro il professionista.
Successivamente, se il giudizio penale avviato con la denuncia si conclude con la condanna del professionista, il contribuente truffato beneficia dello sgravio delle sanzioni, il cui pagamento viene intimato al responsabile dell’illecito.
Se l’imputato viene assolto, il contribuente decade dalla sospensione e deve versare, in aggiunta alle ordinarie sanzioni, anche una maggiorazione pari al 50% delle stesse.
Se, infine, il procedimento penale si estingue per amnistia o per prescrizione del reato o, comunque, si conclude con una sentenza nella quale si dichiara di non doversi procedere per motivi processuali, il contribuente, per continuare ad usufruire della sospensione, deve promuovere un’azione di risarcimento del danno davanti al giudice civile.
Riammissione in termini
Secondo l’ultimo orientamento del giudice di legittimità la mancata indicazione nella cartella di pagamento del termine d’impugnazione e dell’organo dinanzi al quale può essere proposto ricorso non inficia la validità dell’atto (ordinanza n. 15143/2009). L’omissione comporta, sul piano processuale, il riconoscimento della scusabilità dell’errore in cui sia eventualmente incorso il contribuente, con conseguente riammissione in termini per l’impugnativa, ove questa sia stata proposta tardivamente.
Giova precisare che l’istituto della remissione in termini di cui al nuovo articolo 153 del cpc , introdotto con L. n. 69 del 2009, è invocabile per le situazioni esterne allo svolgimento del giudizio instaurato dal 5 luglio 2009 (Ord. n. 26065 dell’11 dicembre 2009 della Corte Cass., Sez. tributaria).
La parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice tributario di essere rimessa in termini per la decadenza verificatesi nella proposizione del ricorso introduttivo notificato dopo il 4 luglio 2009.
L’agente della riscossione deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella di pagamento, con la relazione dell’avvenuta notificazione e ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’ente impositore. L’agente della riscossione deve assicurarsi che il notificatore abbia tempestivamente proceduto alla notifica di tutti gli atti che gli sono stati affidati ed alla riconsegna di tutte le matrici con la relazione dell’avvenuta notifica
L’agente della riscossione è obbligato a svolgere tutte le azioni coercitive e cautelari per assicurare all’ente impositore il recupero dei propri tributi, nel pieno e assoluto rispetto della normativa vigente in materia, per non essere sottoposto a pesanti sanzioni e penalità. È, infatti, prescritto dall’art. 19 del D.Lgs. 13 aprile 1999, n. 112 che l’agente della riscossione perde il diritto al discarico delle quote inesigibili ed è, pertanto, costretto a rifondere in proprio all’ente impositore le relative somme per i vizi e le irregolarità compiute nell’attività di notifica della cartella di pagamento e nell’ambito della procedura esecutiva.
Soglie per le misure cautelari
Con la nota n. 4887 del 5 luglio 2007 Equitalia ha previsto due differenti soglie per le misure cautelari :
Secondo la Consulta (ordinanza n. 377 del 9 novembre 2007) la cartella di pagamento, notificata ai contribuenti dai concessionari della riscossione deve contenere l’indicazione obbligatoria del nominativo del responsabile del procedimento.
Tutte le relative cartelle di pagamento dopo l’entrata in vigore dell’art. 36, comma 4-ter della legge n. 31 del 2008, devono contenere, oltre l’esposizione descrittiva dei pagamenti, anche il nominativo del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo e il responsabile del procedimento di emissione e di notificazione della cartella stessa, in modo da consentire al destinatario del ruolo di ricevere ogni informazione utile a riguardo.
La sanatoria posta in essere con il decreto Milleproroghe (D.L. n. 248/2007, convertito in legge n. 31/2008) è esclusivamente rivolta alle cartelle esattoriali, non toccando gli altri atti emessi dall’Agente della riscossione quali i provvedimenti cautelari come il fermo amministrativo e l’iscrizione di ipoteca, che necessitano anch’essi dell’indicazione del responsabile del procedimento, pena la loro nullità.
La limitazione temporale della nullità a partire dal 1° giugno 2008 riguarda le sole cartelle di pagamento e non anche gli atti dell’Agente della riscossione, quali l’iscrizione di ipoteca sugli immobili o l’iscrizione del fermo amministrativo sugli autoveicoli.
Tale importante assunto è stato statuito dalla Commissione Tributaria Provinciale di Lecce, Sezione seconda con la sentenza n. 654 /02/09 del 13 ottobre 2009.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 58 depositata il 27 febbraio 2009, ha dichiarato manifestamente inammissibile nonché non fondata la questione di legittimità costituzionale della normativa che ha ritenuto nulle tutte le cartelle esattoriali prive del responsabile del procedimento successive al 1° giugno 2008.
La Corte Costituzionale ha fatto salva l’irretroattività della regola del Milleproroghe del 2007 con cui era stata sancita la nullità delle cartelle esattoriali mute (prive del responsabile del procedimento).
Secondo la Consulta , la normativa impugnata (articolo 36, comma 4 ter, del D.L. 31 dicembre 2007 n. 248, convertito, con modificazioni, dalla Legge 28 febbraio 2008 n. 31 sollevata con riferimento agli artt. 2, 3, 23, 24, 97 e 111 della Costituzione) è immune da censure di incostituzionalità poiché lo Statuto del Contribuente all’art. 7 non prevede alcuna nullità in caso di mancata indicazione del responsabile del procedimento né la nullità, in mancanza di una espressa previsione normativa, può dedursi dai principi di cui all’art. 97 della Costituzione o da quelli del diritto tributario e dell’azione amministrativa.
Sempre secondo la citata sentenza della Corte Costituzionale, la legge impugnata non contiene una norma retroattiva, in quanto essa dispone per il futuro, comminando la nullità per le cartelle di pagamento prive delle indicazioni del responsabile del procedimento; stabilisce, poi, un termine a partire dal quale opera la nullità e chiarisce che essa non si estende al periodo anteriore.
In effetti, sempre secondo la Corte Costituzionale, la nuova disposizione non contiene neppure una sanatoria di atti già emanati, perché la loro nullità doveva essere esclusa già in base al diritto anteriore.
L’articolo 10 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, individua espressamente, tra le parti legittimate a stare in giudizio dinanzi alle commissioni tributarie, anche l’agente della riscossione.
Secondo un preciso indirizzo giurisprudenziale del giudice di legittimità l’aver il contribuente individuato nell’uno o nell’altro il legittimato passivo nei cui confronti dirigere la propria impugnazione non determina l’inammissibilità della domanda (rectius: ricorso), ma può comportare la chiamata in causa dell’ente creditore nell’ipotesi di azione svolta avverso il concessionario, onere che, tuttavia, grava su quest’ultimo, senza che il giudice adito debba ordinare l’integrazione del contraddittorio (Cass. sezioni unite sentenza n. 16412 del 2007).
Il giudice non può ordinare ex officio l’integrazione del contraddittorio, in quanto non sussiste tra ente creditore e concessionario una fattispecie di litisconsorzio necessario, anche in ragione dell’estraneità del contribuente al rapporto (di responsabilità) tra l’esattore e l’ente impositore.
L’azione, secondo le sezioni unite del giudice di legittimità, può essere svolta dal contribuente indifferentemente nei confronti dell’ente creditore o del concessionario e senza che tra costoro si realizzi un’ipotesi di litisconsorzio necessario, essendo rimessa alla sola volontà del concessionario, evocato in giudizio, la facoltà di chiamare in causa l’ente creditore ex articolo 23 del D.Lgs. 546/92.
La tardività della notificazione della cartella non legittima in via esclusiva il concessionario a contraddire nel relativo giudizio: la legittimazione passiva spetta pertanto all’ente titolare del credito e non già al concessionario al quale se è fatto destinatario dell’impugnazione incombe l’onere di chiamare in giudizio l’ente predetto, se non vuole rispondere all’esito della lite non essendo il giudice tenuto a disporre d’ufficio l’integrazione del contraddittorio in quanto non è configurabile nella specie un litisconsorzio necessario (Cassazione ordinanza n. 4900 del 27 febbraio 2009).
Il concessionario del servizio di riscossione non può stare in giudizio in proprio, ma deve necessariamente farsi assistere da un difensore ovvero da un soggetto abilitato alla difesa.
Le norme che prevedono casi in cui i soggetti possono stare in giudizio senza difesa tecnica, in quanto poste in deroga ad un generale principio, sono di stretta interpretazione e non giustifichino l’estensione al concessionario (sentenza n. 21459/2009 della Corte di cassazione).
Il nostro ordinamento non equipara l’Agente della Riscossone alle Amministrazioni pubbliche per le quali è predisposto il sistema giuridico della difesa tramite l’Avvocatura di Stato(Sent. n. 19 del 19 gennaio 2009 della Comm. trib. prov. di Treviso, Sez. IX)
Sindacato del giudice tributario
La giurisdizione del giudice tributario è esclusa solo per la fase dell’espropriazione forzata, rispetto alla quale sono atti prodromici, autonomamente impugnabili innanzi al giudice tributario a norma del D.lg. n. 546 del 1992, art. 19, tanto la cartella esattoriale, quanto l’avviso di mora o intimazione di pagamento D.P.R. n. 602 del 1973, ex art. 50(Sent. n. 8282 del 18 marzo 2008 dep. il 31 marzo 2008 della Corte Cass., SS.UU.).
L’atto impugnabile secondo le sezioni Unite del giudice di legittimità è la comunicazione preventiva di fermo nel PRA che contiene il termine di 20 giorni, spirato il quale il concessionario da corso all’iscrizione del fermo nel PRA senza ulteriore comunicazione (Sent. n. 10672 dell’11 maggio 2009 della Corte Cass., SS.UU. Civ.).
In materia di fermo ex art. 86 DPR n. 602/1973 , la giurisdizione si ripartisce fra giudice ordinario e tributario a seconda della natura del credito azionato.
Va affermata la giurisdizione ordinaria sull’opposizione al preavviso di fermo del bene mobile registrato promossa dal trasgressore che si vede intimare il pagamento di somme dovute per contravvenzioni alle norme del Codice della strada (Cassazione – Sezioni unite civili – sentenza n.679 del 19 gennaio 2010).
Quanto alla giurisdizione del giudice tributario sull’ipoteca esattoriale, essa va limitata alle iscrizioni effettuate in ragione di debiti aventi natura tributaria.
Le pronunce della Corte Costituzionale n. 64 e n. 130 del 2008, il cui insegnamento è stato fatto proprio dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con ord. n. 14831 del 5 giugno 2008 non lasciano dubbi in proposito.
Spetta alle Commissioni tributarie il controllo sulle modalità di riscossione coattiva demandate al concessionario in tema di iscrizione ipotecaria (si pensi all’ipotesi in cui il concessionario, nonostante lo sgravio della cartella da parte dell’ufficio, non abbia provveduto alla richiesta di cancellazione dell’ipoteca; si pensi all’ipotesi in cui il concessionario abbia iscritto l’ipoteca su beni di cui il debitore non era più proprietario; si pensi all’ipotesi in cui il concessionario, nonostante la sopravvenuta perdita di titolo esecutivo da parte ruolo per effetto del condono ex L. n. 289 del 27 dicembre 2002 non abbia provveduto alla richiesta di cancellazione dell’ipoteca; si pensi ai casi di omonimia; si pensi all’omessa notificazione di atti presupposti come la cartella esattoriale).
Va precisato che l’intervenuto annullamento dell’iscrizione a ruolo e della cartella di pagamento che riduca l’ammontare del debito tributario ad importo inferiore al minino normativamente stabilito dall’art. 76 in € 8.000 ai fini dell’iscrizione ipotecaria comporta l’automatico annullamento della formalità dell’ipoteca(Sent. n. 74 del 25 giugno 2008 dep. il 16 luglio 2008 della C.T.P. di Torino, sez. XX).
Laddove il giudice tributario abbia disposto l’annullamento del ruolo ed il dispositivo sia stato comunicato alle parti, deve ritenersi illegittima l’esecuzione della formalità ipotecaria iscritta sugli immobili del contribuente (Sent. n. 72 del 16 aprile 2008 dep. il 26 giugno 2008 della C.T.P. di Torino, sez. IV).
Si rammenta , infine ,che secondo il giudice tributario :
1)E’ nulla l’iscrizione ipotecaria laddove sia ravvisata un’omissione, inesattezza od incertezza circa titolo od identità del bene sul quale la garanzia deve gravare (Sent. n. 374 del 23 settembre 2008 dep. il 2 ottobre 2008 della C.T.R. di Roma, sez. I );
2) Costituisce motivo di illegittimità dell’iscrizione ipotecaria, l’omissione da parte del soggetto affidatario del servizio di riscossione della notifica al contribuente dell’intimazione al pagamento del debito esposto nelle cartelle precedentemente inviate (Sent. n. 100 del 26 maggio 2008 dep. il 10 giugno 2008 della C.T.P. di Milano, sez. XII); l’adozione dell’iscrizione ipotecaria è nulla se non preceduta dalla notificazione al contribuente dell’intimazione al pagamento ex art. 50, D.P.R. n. 600/1973 (Sent. n. 90 del 15 dicembre 2008 della C.T.P. di Treviso, Sez. V );
3)L’intimazione di pagamento non recante l’indicazione del responsabile del procedimento deve ritenersi illegittima per violazione dell’art. 7, L. n. 212/2000 (Sent. n. 22 del 9 marzo 2009 della C.T.T. di Piacenza, Sez. IV).
La Commissione tributaria provinciale di Lecce, con sentenza n. 825/5/09 del 21 0ttobre 2009, ha statuito che l’iscrizione ipotecaria eseguita da Equitalia sull’immobile di un contribuente che ha pagato per oltre la metà il debito iscritto a ruolo, e sta beneficiando, per la parte residua, di un piano di rateizzazione, deve essere revocata.
In particolare, la C.T.P. di Lecce ha accolto il ricorso di un contribuente, condannando il concessionario della riscossione per aver iscritto ipoteca su un immobile del ricorrente nonostante questi avesse iniziato a versare le somme dovute al Fisco.
Naturalmente il contribuente, nel momento in cui riceve la “comunicazione di avvenuta iscrizione di ipoteca”, senza che prima gli sia stata notificata la cartella di pagamento, potrà scegliere se impugnare soltanto l’iscrizione ipotecaria, facendo valere il vizio derivante dall’omessa notifica dell’atto presupposto (cd. invalidità derivata), o impugnare, unitamente, l’atto consequenziale (l’iscrizione di ipoteca) e quello presupposto (la cartella di pagamento).
Non è consentito al giudice tributario di accertare se vi sia stato da parte del concessionario in tema di iscrizione di ipoteca un comportamento colposo tale che, in violazione della norma primaria del neminem laedere, abbia determinato la violazione di un diritto soggettivo del contribuente.
La giurisdizione, in merito alla richiesta di risarcimento del danno (patrimoniale e non) per illegittima iscrizione di ipoteca, appartiene al giudice ordinario.
La sola previsione degli altri accessori di cui all’art. 2 del D.lgS. n. 546/1992 non è di per sé sufficiente a radicare la giurisdizione esclusiva del giudice tributario anche alle controversie sul risarcimento del danno per comportamento illecito dell’Agente della riscossione in tema di iscrizione di ipoteca o di fermo; per accessori, infatti, si intendono gli aggi esattoriali, le spese di notifica, gli interessi moratori, ed al limite il maggior danno da svalutazione monetaria ex art. 1224, comma 2, del codice civile (Cass., SS.UU., sentenza n. 14274 del 4 ottobre 2002).
La suprema Corte di Cassazione, Sez. III civ., con la sentenza del 5 agosto 2005 n. 16589, ha precisato, in tema di illiceità dell’esecuzione forzata coattiva del concessionario e di prescrizione dell’azione risarcitoria, i seguenti principi:
a) l’esecuzione coattiva a mezzo concessionario può essere fonte di responsabilità aquiliana a carico dell’Amministrazione finanziaria nell’ipotesi di atti di accertamenti fiscali annullati dalle Commissioni tributarie; il contribuente può proporre nei confronti dell’Amministrazione finanziaria domanda di risarcimento dei danni personali da lui sofferti per effetto dell’esecuzione coattiva del concessionario, scaturita dagli erronei accertamenti fiscali;
b) spetta al giudice ordinario, in relazione alla procedura esecutiva promossa dal concessionario, di valutare con riferimento al momento in cui era stata compiuta, se la condotta posta in essere integri o meno gli estremi di un illecito ex art. 2043 del codice civile;
c) sono applicabili i criteri di liquidazione ex artt. 1223 e seguenti del codice civile per cui è risarcibile anche il cosiddetto lucro cessante (mancato guadagno) ricorrendone i presupposti di legge (ad esempio è risarcibile non solo il danno emergente per la perdita di arredi ed attrezzature ma anche il lucro cessante per la forzosa cessazione dell’attività della società);
d) l’azion

References: articolo 2905
 art. 2900
 articolo 2901
 art. 524
 sentenza 
 art. 77
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 156
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 153
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 23
 art. 19
 art. 50
 art. 86
 sentenza 
 art. 50
 sentenza 
 art. 1224
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2043