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Timestamp: 2017-11-19 19:55:47+00:00

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA : Il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell'agente che sottopone la moglie e i familiari ad atti di vessazione reiterata CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 2 febbraio 2015, n.4849
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA : Il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie e i familiari ad atti di vessazione reiterata CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 2 febbraio 2015, n.4849
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA : Il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie e i familiari ad atti di vessazione reiterata
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 2 febbraio 2015, n.4849
l reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie e i familiari ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionare sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con le normali condizioni di esistenza
. Alla stregua delle su indicate emergenze probatorie, dunque, deve ritenersi che l’impugnata pronuncia abbia fatto buon governo del consolidato quadro di principii che regolano la materia in esame, avendo questa Suprema Corte ormai da tempo affermato il principio secondo cui il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie e i familiari ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionare sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con le normali condizioni di esistenza (Sez. 6, n. 55 del 08/11/2002, dep. 08/01/2003, Rv. 223192).
3. Conclusivamente, deve ritenersi che la Corte d’appello ha compiutamente indicato le ragioni per le quali ha ritenuto sussistenti gli elementi richiesti per la configurazione dell’ipotesi delittuosa oggetto del correlativo tema d’accusa, ed ha evidenziato al riguardo gli aspetti maggiormente significativi, dai quali ha tratto la conclusione che la ricostruzione proposta dalla difesa si poneva solo quale mera ipotesi alternativa, peraltro smentita dal complesso degli elementi di prova processualmente acquisiti.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 2 febbraio 2015, n.4849 – Presidente Paoloni – Relatore De Amicis
1. Con sentenza emessa in data 4 aprile 2014 la Corte d’appello di Palermo ha confermato la sentenza dei 3 ottobre 2012 del G.u.p. presso il Tribunale di Palermo, che all’esito di giudizio abbreviato dichiarava Z. G. colpevole dei reato di maltrattamenti in danno della moglie, M. M., e dei quattro figli minori, commesso in Monreale fino al 3 febbraio 2010, condannandolo alla pena sospesa di anni due di reclusione, oltre al risarcimento dei danni cagionati alla parte civile, equitativamente liquidati nella somma di euro 15.000,00.
2. Avverso la su indicata pronuncia della Corte d’appello palermitana ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia dell’imputato, deducendo vizi di erronea applicazione dell’art. 572 c.p. e mancanza di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dell’abitualità della condotta e dell’imposizione di un regime di vita vessatorio.
1. II ricorso è inammissibile, in quanto sostanzialmente orientato a riprodurre un quadro di argomentazioni già esposte dinanzi ai Giudici di merito – e dagli stessi ampiamente vagliate e correttamente disattese – ovvero a sollecitare una rivisitazione meramente fattuale delle risultanze processuali, in tal guisa richiedendo, sul presupposto di una valutazione alternativa delle fonti di prova, l’esercizio di uno scrutinio improponibile in questa Sede, a fronte della linearità e della logica conseguenzialità che caratterizzano la scansione delle sequenze motivazionali dell’impugnata decisione.
2. Alla stregua delle su indicate emergenze probatorie, dunque, deve ritenersi che l’impugnata pronuncia abbia fatto buon governo del consolidato quadro di principii che regolano la materia in esame, avendo questa Suprema Corte ormai da tempo affermato il principio secondo cui il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie e i familiari ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionare sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con le normali condizioni di esistenza (Sez. 6, n. 55 del 08/11/2002, dep. 08/01/2003, Rv. 223192).
4. Per le considerazioni or ora esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento alla Cassa delle ammende di una somma che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo quantificare nella misura dì euro mille.
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