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Timestamp: 2020-01-18 22:42:57+00:00

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Art. 182 codice di procedura civile - Difetto di rappresentanza o di autorizzazione - Brocardi.it
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Articolo 182 Codice di procedura civile
Difetto di rappresentanza o di autorizzazione
Dispositivo dell'art. 182 Codice di procedura civile
Fonti → Codice di procedura civile → LIBRO SECONDO - Del processo di cognizione → Titolo I - Del procedimento davanti al tribunale → Capo II - Dell'istruzione della causa → Sezione II - Della trattazione della causa
Il giudice istruttore verifica d'ufficio la regolarità della costituzione delle parti e, quando occorre, le invita a completare o a mettere in regola gli atti e i documenti che riconosce difettosi (1).
Quando rileva un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione ovvero un vizio che determina la nullità della procura al difensore, il giudice assegna alle parti un termine perentorio per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza (2), o l'assistenza, o per il rilascio delle necessarie autorizzazioni (3), ovvero per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa. L'osservanza del termine sana i vizi, e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono fin dal momento della prima notificazione (4).
(1) Escluse le ipotesi di nullità della citazione e della notifica, sanabili rispettivamente ai sensi dell'art. 164 e dell'art. 291 c.p.c., il giudice istruttore può agire in via informale al fine di regolarizzare atti e documenti esibiti dalle parti. Per quanto concerne le irregolarità attinenti alla costituzione delle parti, sono sanabili quelle relative agli adempimenti di legge relativi al deposito dei fascicoli di parte con i rispettivi documenti (ad esempio, difformità tra dati indicati nella nota di iscrizione a ruolo e quelli contenuti nell'atto di citazione).
(2) Quanto al difetto di rappresentanza, è stata ammessa la ratificabilità da parte del rappresentato dell'attività processuale svolta dal falsus procurator, con salvezza dei diritti quesiti ma restando ferme le decadenze maturate nel frattempo.
(3) Si ritiene che, se l'autorizzazione a stare in giudizio sia già stata concessa prima dell'atto di citazione o della comparsa di risposta, anche una esibizione non tempestiva del documento che ne attesta il rilascio possa avere efficacia sanante.
Al contrario, se l'autorizzazione è concessa soltanto dopo l'inizio della lite, essa non è idonea a sanare retroattivamente l'irregolarità.
(4) Questo comma è stato così sostituito dalla l. 18 giugno 2009, n. 69, con decorrenza dal 4 luglio 2009.
La riforma ha introdotto la possibilità per il giudice di concedere un termine per il rilascio di una valida procura alle liti (non anche per il rilascio di una procura non preesistente). Inoltre, ha previsto che l'osservanza del termine sana i vizi e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono così fin dal momento della prima notificazione.
Massime relative all'art. 182 Codice di procedura civile
Cass. civ. n. 26948/2017
L'art. 182, comma 2, c.p.c. (nel testo, applicabile "ratione temporis", anteriore alle modifiche introdotte dalla l. n. 69 del 2009), secondo cui il giudice che rilevi un difetto di rappresentanza, assistenza o autorizzazione "può" assegnare un termine per la regolarizzazione della costituzione in giudizio, deve essere interpretato, anche alla luce della modifica apportata dall'art. 46, comma 2, della l. n. 69 del 2009, nel senso che il giudice "deve" promuovere la sanatoria, in qualsiasi fase e grado del giudizio ed indipendentemente dalle cause del predetto difetto, assegnando un termine alla parte che non vi abbia già provveduto di sua iniziativa, con effetti "ex tunc", senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, non ritenendo ravvisabile un’autorizzazione implicita da parte del giudice delegato nei provvedimenti allegati dalla curatela, non aveva assegnato il termine di cui all’art. 182, comma 2, c.p.c.).
(Cassazione civile, Sez. VI-1, ordinanza n. 26948 del 14 novembre 2017)
Cass. civ. n. 13711/2014
L'art. 182 cod. proc. civ. non costituisce norma eccezionale ed è suscettibile, pertanto, di interpretazione estensiva ed applicazione analogica, evenienza, quest'ultima, ipotizzabile nel caso in cui la parte abbia mancato di fornire la prova della "legitimatio ad causam", sebbene la stessa sia stata prospettata in modo coerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio.
(Cassazione civile, Sez. VI-2, sentenza n. 13711 del 17 giugno 2014)
Cass. civ. n. 11898/2014
Ai sensi dell'art. 182 cod. proc. civ. (nel testo applicabile "ratione temporis", anteriore alle modifiche introdotte dalla legge 18 giugno 2009, n. 69), il giudice che rileva d'ufficio un difetto di rappresentanza deve promuovere la sanatoria, assegnando alla parte un termine di carattere perentorio, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze di carattere processuale Nel diverso caso, invece, in cui l'eccezione di difetto di rappresentanza sia stata tempestivamente proposta da una parte e venga chiesto il doppio termine di cui all'art. 183 cod. proc. civ. (sempre nel testo applicabile "ratione temporis"), l'opportuna documentazione va prodotta entro i termini concessi dal giudice, pena l'invalidità della procura alle liti e dell'atto difensivo inerente. (Nella specie, la S.C. ha cassato senza rinvio la sentenza impugnata, in quanto, nonostante la tempestiva eccezione di difetto di rappresentanza proposta dal convenuto, la società attrice aveva prodotto la documentazione al riguardo, peraltro inidonea, solo all'udienza di precisazione delle conclusioni ed il giudice di primo grado aveva illegittimamente concesso un ulteriore termine perentorio, successivo a quello già concesso ex art. 183 cod. proc. civ., scaduto il quale il mandato difensivo doveva considerarsi invalido).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11898 del 28 maggio 2014)
Cass. civ. n. 11359/2014
L'art. 182, primo comma, c.p.c., va interpretato nel senso che il giudice che rilevi l'omesso deposito della procura speciale alle liti, rilasciata ai sensi dell'art. 83, comma terzo, c.p.c., che sia stata semplicemente enunciata o richiamata negli atti della parte, è tenuto ad invitare quest'ultima a produrre l'atto mancante, e tale invito può e deve essere fatto, in qualsiasi momento, anche dal gudice dell'appello, sicché solo in esito ad esso il giudice deve adottare le conseguenti determinazioni circa la costituzione della parte in giudizio, reputandola invalida soltanto nel caso in cui l'invito sia rimasto infruttuoso.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 11359 del 22 maggio 2014)
Cass. civ. n. 22099/2013
La legittimazione "ad processum", riguardando un presupposto della regolare costituzione del rapporto processuale, è questione esaminabile anche d'ufficio, come dimostra la previsione dell'art. 182, secondo comma, c.p.c., in ogni stato e grado del giudizio, salvo il limite della formazione del giudicato, con la conseguenza che non rileva il momento processuale in cui sia fornita la relativa prova, non operando, ai relativi effetti, le ordinarie preclusioni istruttorie. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha escluso la tardività della prova della qualità di legale rappresentante di una persona giuridica, offerta nella memoria di replica istruttoria di cui all'art. 184 c.p.c.).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 22099 del 26 settembre 2013)
Cass. civ. n. 17301/2013
La mancata assegnazione di un termine per la eventuale sanatoria della procura ritenuta invalida non comporta violazione dell'art. 182 c.p.c. (nel testo, qui applicabile "ratione temporis", anteriore alla modifica apportatagli dalla legge 17 giugno 2009, n. 69), se non in caso di diniego a fronte di una esplicita richiesta della parte, che ben può attivarsi per il rilascio di una nuova e valida procura laddove la questione del vizio di quella originaria sia stata oggetto dell'attività defensionale ed istruttoria.
(Cassazione civile, Sez. VI-1, sentenza n. 17301 del 12 luglio 2013)
Cass. civ. n. 28337/2011
A norma dell'art. 182 c.p.c., nel testo modificato dall'art. 46 della legge 18 giugno 2009, n. 69 ed applicabile alla fattispecie "ratione temporis", il giudice è tenuto - ove rilevi un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione ovvero un vizio che determina la nullità della procura al difensore - a provvedere alla sanatoria di tale vizio, dovendosi equiparare la nullità della procura "ad litem" al difetto di rappresentanza processuale. (Nella specie, le S.U. hanno cassato la decisione del Consiglio nazionale forense che aveva dichiarato l'inammissibilità del ricorso avverso un provvedimento disciplinare emesso da un Consiglio territoriale sul rilievo che il difensore era sfornito della procura speciale).
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 28337 del 22 dicembre 2011)
Cass. civ. n. 26465/2011
Il nuovo testo dell'art. 182, secondo comma, c.p.c. (introdotto dalla legge 18 giugno 2009, n. 69), secondo cui il giudice, che rilevi la nullità della procura, assegna un termine per il rilascio della procura o per la rinnovazione della stessa, non ha portata meramente interpretativa e non si applica, perciò, retroattivamente, atteso il tenore testuale fortemente innovativo della norma. (Principio affermato relativamente a fattispecie di nullità della procura alle liti, per difetto di certificazione, da parte del difensore, dell'autografia della firma del conferente, in giudizio instaurato in primo grado prima della data di entrata in vigore della legge n. 69 del 2009).
(Cassazione civile, Sez. VI, sentenza n. 26465 del 9 dicembre 2011)
Cass. civ. n. 9217/2010
L'art. 182, secondo comma, c.p.c. (nel testo applicabile "ratione temporis", anteriore alle modifiche introdotte dalla legge n. 69 del 2009), secondo cui il giudice che rilevi un difetto di rappresentanza, assistenza o autorizzazione "può" assegnare un termine per la regolarizzazione della costituzione in giudizio, dev'essere interpretato, anche alla luce della modifica apportata dall'art. 46, comma secondo, della legge n. 69 del 2009, nel senso che il giudice "deve" promuovere la sanatoria, in qualsiasi fase e grado del giudizio e indipendentemente dalle cause del predetto difetto, assegnando un termine alla parte che non vi abbia già provveduto di sua iniziativa, con effetti "ex tunc", senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali. (Principio affermato relativamente a fattispecie di invalida costituzione in giudizio della persona incapace, inabilitata ed assistita dal curatore).
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 9217 del 19 aprile 2010)
Cass. civ. n. 22783/2006
In tema di rappresentanza processuale delle persone giuridiche, il dovere del giudice di accertare, anche d'ufficio ed in sede d'impugnazione, la legittimazione processuale delle parti, comporta che egli deve verificare soltanto se il soggetto che ha dichiarato di agire o contraddire in nome e per conto dell'ente abbia anche dichiarato di far ciò in una veste astrattamente idonea, per legge o per espressa disposizione statutaria, ad abilitarlo alla rappresentanza sostanziale dell'ente stesso nel processo, non anche che il giudice sia tenuto a svolgere di sua inziativa accertamenti in ordine all'effettiva esistenza della qualità spesa dal rappresentante, avendo quest'ultimo l'onere di provarla solo in caso di contestazione della controparte. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha rigettato l'eccezione d'inammissibilità del ricorso per cassazione proposto da un'agenzia territoriale per l'edilizia residenziale del Lazio, rilevando che la stessa aveva agito in persona del direttore generale, organo al quale l'art. 11 della legge reg. del Lazio 3 settembre 2002, n. 30 attribuisce il potere di promuovere e resistere alle liti).
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 22783 del 23 ottobre 2006)
Cass. civ. n. 5515/2006
Essendo il giudice tenuto, ai sensi dell'art. 182 c.p.c., a verificare d'ufficio la regolarità della costituzione delle parti, rientra nel suo potere rilevare di propria iniziativa, anche in sede impugnatoria, e salvo il limite dell'eventuale formazione del giudicato interno, il difetto di legittimazione attiva o passiva, siccome trattasi di profilo d'indagine che attiene alla regolare instaurazione del contraddittorio. Tale verifica deve essere condotta, se non vi sono contestazioni al riguardo, sulla base degli atti processuali che siano stati acquisiti al processo, né l'organo giudicante è tenuto a svolgere con proprio impulso alcun'altra indagine, tanto meno a sollecitare le parti alla produzione di documenti idonei a suffragare la qualità spesa in giudizio, a meno che non lo ritenga opportuno, atteso che il secondo comma del citato art. 182 affida all'organo giudicante la mera facoltà di colmare — mediante l'invito alle parti a mettere in regola atti o documenti che riconosce difettosi, come pure attraverso l'assegnazione di un termine per la costituzione della persona cui spetta la rappresentanza o l'assistenza o per il rilascio delle necessarie autorizzazioni — le lacune delle stesse parti, rimettendone l'esercizio al suo prudente apprezzamento. A tal fine, devesi escludere che le parti siano specularmente titolari di posizioni soggettive tutelabili con mezzo di riesame, sia per censurare l'esercizio di tale facoltà, sia per sollecitarne l'attivazione in caso di omesso espletamento, ancorché il giudice non ne dia conto in motivazione, e tale omesso espletamento resta, pertanto, insindacabile nel merito, ed a maggior ragione incensurabile in sede di legittimità.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5515 del 14 marzo 2006)
Cass. civ. n. 5175/2005
La ratifica dell'atto del falsus procurator con efficacia retroattiva (art. 1399, c.c.) non opera nel campo processuale e, in ipotesi di procura alle liti, fuori del caso previsto dall'art. 125 c.p.c., non vale a sanare le decadenze nel frattempo intervenute; pertanto, qualora per una persona giuridica abbia agito un soggetto privo di poteri rappresentativi, la sanatoria conseguente dalla spontanea costituzione in giudizio del soggetto munito di rappresentanza processuale ha efficacia ex nunc ai sensi dell'art. 182, c.p.c., e non sana le decadenze maturate, nè impedisce l'eventuale formarsi del giudicato (Nella specie, la Corte Cass. ha confermato la sentenza impugnata, con cui era stata dichiarata l'inammissibilità dell'appello per difetto di rappresentanza, in quanto la ratifica posta in essere con la proposizione del ricorso per cassazione da parte del soggetto legittimato non aveva impedito il formarsi del giudicato, appunto perchè priva di efficacia retroattiva).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5175 del 9 marzo 2005)
Cass. civ. n. 14455/2003
Il potere di natura discrezionale conferito dal secondo comma dell'art. 182 c.p.c. al giudice di merito di assegnare nella fase istruttoria un termine per le regolarizzazione della costituzione della parte, non può comunque essere esercitato in fase d'impugnazione, giacché — essendosi verificata la decadenza connessa alla proposizione nel termine di legge del gravame — la regolarizzazione non è ammissibile.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 14455 del 29 settembre 2003)
Cass. civ. n. 13688/2001
A norma dell'art. 182, secondo comma, c.p.c., nella previsione del “possibile recupero anche di atti affetti da difetto di rappresentanza”, il giudice può assegnare alle parti un termine per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza in giudizio o per il rilascio della necessaria procura o autorizzazione, salvo che si sia avverata una decadenza; in applicazione di tale principio, ed al fine di evitare di porre nel nulla lo strumento di recupero posto dal citato art. 182 c.p.c, l'originario difetto di idoneo mandato ai sensi dell'art. 77 c.p.c. ben può essere emendato per iniziativa del soggetto legittimato, ancorché non ci sia stata cioè assegnazione di termine all'uopo da parte del giudice e prescindendo dall'apprezzamento di questi circa la possibilità dell'eventuale sanatoria del difetto della rappresentanza processuale, con la conseguenza che la tempestiva convalida e ratifica del ricorso in appello e del mandato al difensore effettuata autonomamente dalla parte all'udienza, nel giudizio di appello, impedisce il verificarsi della decadenza dall'impugnazione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 13688 del 6 novembre 2001)
Cass. civ. n. 2435/1996
Il principio, consacrato dall'art. 182 c.p.c., secondo cui al difetto di legittimazione processuale può ovviarsi in ogni stato e grado del processo, non può trovare applicazione ove si sia già verificata una decadenza; quando, cioè il giudice di merito abbia già rilevato l'irregolarità della posizione processuale della parte, e quindi del contraddittorio, e ne abbia tempestivamente contrastato la relativa eccezione, prima dell'apprezzamento di essa da parte del giudice, deve ritenersi irrimediabilmente decaduta dalla facoltà di regolarizzare il contraddittorio in una fase successiva.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2435 del 21 marzo 1996)
Cass. civ. n. 8621/1995
Qualora non sia stata prodotta da parte dell'appellato fallimento l'autorizzazione del giudice delegato al curatore a stare in giudizio, la possibilità di sanare il difetto di capacità processuale mediante la successiva produzione dell'autorizzazione è preclusa quando il giudice di appello abbia rilevato il difetto di autorizzazione, ai sensi dell'art. 182, comma 2, c.p.c., dichiarando la contumacia del fallimento. In sede di legittimità non è consentito produrre documentazione attestante il tempestivo rilascio dell'autorizzazione da parte del giudice delegato, dati i limiti al deposito di documenti fissati dall'art. 372 c.p.c., né è sindacabile il mancato esercizio, da parte del giudice di merito, del potere discrezionale di rimettere gli atti all'istruttore per l'acquisizione dell'autorizzazione a stare in giudizio che non sia stata tempestivamente prodotta.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8621 del 5 agosto 1995)
Cass. civ. n. 7490/1995
In caso di omesso deposito della procura generale ad lites, che sia stata semplicemente enunciata e richiamata, negli atti della parte, il giudice non può dichiarare l'invalidità della costituzione di questa senza aver prima provveduto — in adempimento del dovere impostogli dall'art. 182, primo comma, c.p.c. — a formulare l'invito a produrre il documento mancante. Tale invito, in caso non sia stato rivolto dal giudice istruttore, deve essere fatto dal collegio, od anche dal giudice dell'appello, venendo la produzione di quel documento, effettuata nel corso del giudizio di merito, a sanare ex tunc la irregolarità della costituzione.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 7490 del 7 luglio 1995)
Cass. civ. n. 819/1995
La mancata produzione, da parte di un ente pubblico territoriale, della delibera di autorizzazione del suo rappresentante legale a stare in giudizio concreta di per sé un'ipotesi di difetto di autorizzazione e ricade perciò nella previsione dell'art. 182, comma 2, c.p.c. (e non anche in quella del comma 1 del medesimo articolo, concernente soltanto le irregolarità della costituzione in giudizio intesa come specifico atto processuale), con la conseguenza che, se rilevata dal collegio al momento della decisione, comporta necessariamente la declaratoria dell'inammissibilità dell'atto introduttivo del giudizio, senza che il collegio stesso sia tenuto ad assegnare un termine per quanto tale regolarizzazione è prevista dal citato art. 182, comma 2, solo con riferimento alla fase istruttoria ed inoltre si ricollega ad un potere discrezionale del giudice di merito, non sindacabile nel giudizio di legittimità, nel quale inoltre resta preclusa la produzione di detto documento al fine di dimostrare la sussistenza dell'autorizzazione nella pregressa fase processuale, ormai definita con la declaratoria suddetta.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 819 del 24 gennaio 1995)
Cass. civ. n. 7682/1992
La mancanza al momento della decisione in grado di appello dei documenti attestanti l'autorizzazione al sindaco a stare in giudizio per il comune, che abbia proposto l'impugnazione, impone al giudice del gravame di dichiararne l'inammissibilità, senza che il collegio sia tenuto ad assegnare un termine o a rimettere la causa in istruttoria — quando manchi un'istanza di parte — al fine di consentire l'acquisizione di quei documenti, in quanto tale regolarizzazione è contemplata dall'art. 182 c.p.c. solo con riferimento alla fase istruttoria ed in relazione ad un potere discrezionale del giudice, e senza che la produzione per la prima volta in sede di legittimità valga a sanare retroattivamente l'irregolarità del precedente giudizio di appello conclusosi con la declaratoria di inammissibilità. Tale principio manifestamente non pone il citato art. 182 c.p.c. in contrasto con gli artt. 3 e 24 della Costituzione, in relazione alla previsione di una facoltà, non di un obbligo del giudice di disporre la regolarizzazione del difetto di autorizzazione, vertendosi in tema di onere di una parte, alla cui inosservanza si correla il diritto dell'altra parte di chiedere l'applicazione della sanzione dell'inammissibilità del gravame.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 7682 del 23 giugno 1992)
Cass. civ. n. 466/1982
La mancata produzione della procura generale ad lites, che sia stata semplicemente enunciata e richiamata, provoca nullità della costituzione in giudizio soltanto nel caso in cui il giudice istruttore (e, nell'omissione di questi, il Collegio, ancorché in appello) abbia infruttuosamente invitato la parte a produrre il documento mancante.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 466 del 23 gennaio 1982)
relative all'articolo 182 Codice di procedura civile
Norma di riferimento: Articolo 182 Codice proc. civile - Difetto di rappresentanza o di autorizzazione | Quesito Q201924183
Marco F. chiede
lunedì 21/10/2019 - Piemonte
“Buongiorno, la questione è la seguente. Tizio effettua un pignoramento immobiliare, e nella procedura esecutiva instaurata interviene Caio. Il debitore effettua un’opposizione all’esecuzione contro il creditore procedente, e la causa viene istruita e trattata dallo stesso Giudice dell’esecuzione. Nel frattempo Caio, già intervenuto nella prima procedura, effettua un autonomo pignoramento sugli stessi beni già colpiti da Tizio, ma benché il Conservatore annoti la presenza di un precedente pignoramento sugli stessi immobili (quello di Tizio, appunto) questo secondo pignoramento non confluisce subito nel fascicolo del primo, ma viene iscritto a ruolo e procede separatamente. Ad un certo punto, entrambi i fascicoli vengono trasferiti d’ufficio ad un nuovo Tribunale (appena istituito) divenuto territorialmente competente, ove i procedimenti proseguono paralleli per diversi anni, e nella seconda procedura intervengono altri creditori muniti di titolo esecutivo. Finché ad un certo punto, finalmente, i procedimenti vengono riuniti. Solo dopo la riunione dei fascicoli, vengono emanate le ordinanze di vendita e liquidati i beni staggiti.
Anche in relazione alla causa di opposizione di cui si è parlato, proposta contro il primo creditore pignorante presso il vecchio tribunale (in cui sono state celebrate diverse udienze) è stata disposta la trasmissione presso il nuovo ufficio giudiziario. Tuttavia, essa non è più stata effettivamente ripresa, presso il nuovo tribunale, e quindi non è mai giunta a sentenza. So per certo, perché c’è Cassazione in merito, che in caso di trasmissione di un fascicolo d’ufficio per l’entrata in funzione di un nuovo Tribunale, divenuto competente territorialmente, non ci sono termini da rispettare per la riassunzione, e a dire il vero neanche di riassunzione si dovrebbe parlare. Per cui questa causa sarebbe ancora tecnicamente pendente.
Senza entrare nel merito della causa di opposizione, c’è solo da valutare a cosa porterebbe un esito vittorioso della stessa. Il processo esecutivo si è concluso, ma ciò non sarebbe un problema in termini di recupero delle somme distribuite, visto che l’opposizione è stata tempestivamente proposta. Il problema però è che, anche in caso di esito vittorioso dell’opposizione e quindi di caducazione con efficacia ex tunc del primo pignoramento, la procedura dovrebbe teoricamente rimanere sorretta dal secondo pignoramento. Il pignoramento successivo ha infatti gli effetti di un atto di intervento nella procedura iniziata dal primo pignoramento, anche se a differenza del semplice intervento, offre maggiori garanzie in caso di invalidità ab origine del primo pignoramento. Fermo restando che ogni pignoramento ha effetto indipendente l’uno dall’altro, e che l’unione giova e non nuoce ai pignoramenti riuniti, è stato detto che per “tenere in vita” la procedura esecutiva, il secondo pignoramento deve essere suscettibile di mantenere la propria autonomia, cioè ad esso deve seguire, in caso di pignoramento immobiliare, il deposito dell’istanza di vendita e della documentazione ipocatastale (Così Soldi nella seconda edizione del suo Manuale dell’esecuzione forzata. Nelle ultime edizioni è scomparso il riferimento specifico al deposito dell’istanza di vendita e delle certificazioni ipocatastali, ma è rimasto il concetto del dover essere, il secondo pignoramento, suscettibile di mantenere la propria autonomia).
A tal proposito, occorre specificare che dopo aver effettuato il secondo pignoramento, e prima del deposito dell’istanza di vendita, il secondo creditore pignorante Tizio, che è un istituto bancario, è stato oggetto di conferimento, previo scorporo, di azienda bancaria in una società per azioni. L’istanza di vendita è stata presentata dallo stesso avvocato che operava per la società conferente, il quale aveva sottoscritto l’atto di pignoramento in cui era apposta, in calce, procura alle liti. Nell’istanza di vendita, lo stesso avvocato si è qualificato non più come procuratore della conferente, ma quale procuratore della conferitaria, senza però allegare alcuna ulteriore procura. Per questo motivo, ritengo tale istanza come “inesistente”, come è generalmente considerata l’attività processuale posta in essere da un legale sprovvisto di ius postulandi. È da precisare che il difetto di rappresentanza tecnica, prima della riforma del 2008, da quel che mi risulta non era sanabile con effetto retroattivo, e oltre ad essere stata rilasciata, doveva risultare anche depositata, al momento del compimento dell’atto.
La procedura esecutiva il difetto di ius postulandi poteva essere fatto valere con opposizione agli atti esecutivi avverso la stessa istanza di vendita, nonché rilevato d’ufficio dal giudice durante il corso della procedura. A ben vedere, anche la successiva ordinanza di vendita poteva essere opposta per nullità derivata (cfr. C. 14449/16). Ma l’ordinanza di vendita, emanata dopo la riunione dei pignoramenti, in nessun modo può riferirsi ad una sola delle procedure riunite (cfr. C. 3436/16 ove è stata ritenuta inammissibile un’ opposizione avverso l’ordinanza di delega alla vendita che i debitori lamentavano essere stata eseguita nell’ambito della procedura, tra le due, che era stata precedentemente sospesa). Motivo per cui, probabilmente una tale nullità/inesistenza può venire in rilievo solo nel momento in cui sia eventualmente decaduto l’altro pignoramento.
In conclusione, ipotizzando un esito vittorioso dell’opposizione verso il primo creditore pignorante, mi chiedo se il Giudice potrebbe rilevare che, venuto meno il primo pignoramento (e solo allora) la procedura non può più essere sorretta solo dal secondo pignoramento perché l’attività processuale posta in essere dal creditore secondo pignorante, segnatamente la presentazione dell’istanza di vendita, è un’attività radicalmente nulla/inesistente per difetto di ius postulandi. Con la conseguenza che la procedura esecutiva, anche dopo la riunione, era in realtà sorretta unicamente dal primo pignoramento, il quale venendo meno comporta la caducazione della procedura nella sua interezza. Senza la pretesa di mettere in discussione le aggiudicazioni, il tutto solo ai fini di eventuali azioni di ripetizione di quanto distribuito in sede di ricavato.
Vi ringrazio anticipatamente.”
Consulenza legale i 31/10/2019
In materia di esecuzione immobiliare, il pignoramento successivo è disciplinato dall’art. 561 del c.p.c., il quale stabilisce che, se il conservatore dei registri immobiliari, nel trascrivere un atto di pignoramento, trova che sugli stessi beni è stato eseguito un altro pignoramento, ne fa menzione nella nota di trascrizione che restituisce.
In base al terzo comma della norma in esame, se il pignoramento successivo è compiuto dopo l'udienza di cui sopra, si applica l'art. 524 del c.p.c., ultimo comma: cioè il secondo pignoramento produce gli effetti di un intervento tardivo (rispetto ai beni colpiti dal primo pignoramento; se colpisce altri beni, per questi ha luogo separato processo).
La giurisprudenza (si veda ad es. Tribunale Potenza, 06/08/2013), ha chiarito che “il pignoramento successivo ha una efficacia indipendente dal pignoramento che lo ha preceduto, prevista dall'art. 493 c.p.c., nel senso che la caducazione del pignoramento iniziale non fa cadere anche il successivo. Per un principio di economia processuale, oltre che per l'effetto prenotativo del primo pignoramento, deve ritenersi che il pignorante successivo fruisca degli effetti favorevoli degli atti processo esecutivo compiuti da altri, anche quando il pignoramento iniziale venga meno”.
Pertanto, nel nostro caso. l’eventuale accoglimento dell’opposizione alla prima esecuzione non priverebbe, di per sé, di efficacia il secondo pignoramento.
Il problema si pone in quanto, secondo la tesi prospettata nel quesito, nel secondo pignoramento non sarebbe stata depositata nei termini una valida istanza di vendita - per difetto di procura al difensore -, con conseguente perdita di efficacia del pignoramento ex art. 497 del c.p.c.
Ora, senza entrare nel merito della fondatezza dell’eccezione relativa al difetto di ius postulandi, occorre rilevare, come richiamato nel quesito, che ai sensi dell’art. 182 del c.p.c., nuovo testo, quando il giudice rileva un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione ovvero un vizio che determina la nullità della procura al difensore, egli assegna alle parti un termine perentorio per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza, o l'assistenza, o per il rilascio delle necessarie autorizzazioni, ovvero - ipotesi che qui specificamente interessa - per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa. L'osservanza del termine sana i vizi, e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono fin dal momento della prima notificazione.
Dunque, ai sensi dell’art. 182 c.p.c., la mancanza della procura alle liti è rilevabile d’ufficio e sanabile con effetto ex tunc.
Ora, dalle osservazioni svolte nel quesito sembrerebbe che l’attività in questione si sia svolta sotto il vigore del precedente testo dell’art. 182 c.p.c.
In proposito, però, la Cassazione (Sez. Unite, sentenza n. 9217/2010), ha affermato che “l'art. 182, secondo comma, c.p.c. (nel testo applicabile "ratione temporis", anteriore alle modifiche introdotte dalla legge n. 69 del 2009), secondo cui il giudice che rilevi un difetto di rappresentanza, assistenza o autorizzazione "può" assegnare un termine per la regolarizzazione della costituzione in giudizio, dev'essere interpretato, anche alla luce della modifica apportata dall'art. 46, comma secondo, della legge n. 69 del 2009, nel senso che il giudice "deve" promuovere la sanatoria, in qualsiasi fase e grado del giudizio e indipendentemente dalle cause del predetto difetto, assegnando un termine alla parte che non vi abbia già provveduto di sua iniziativa, con effetti "ex tunc", senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali”.
Pertanto anche nel nostro caso la ipotizzata mancanza di procura al difensore non determina nullità, né tanto meno inesistenza, dell’istanza di vendita, considerata la possibilità di sanare l’eventuale difetto di ius postulandi.
Tutto questo anche a prescindere dalla effettiva fondatezza della tesi secondo cui difetterebbe uno ius postulandi del difensore.
Norma di riferimento: Articolo 182 Codice proc. civile - Difetto di rappresentanza o di autorizzazione | Quesito Q201820520
martedì 13/02/2018 - Lazio
“Contenzioso Tributario
Vorremmo sapere se è possibile in sede di ricorso in Cassazione eccepire che Equitalia si è costituita
in sede di Appello tramite avvocato invece che essere assistita tecnicamente da propri funzionari
e quindi non poteva avvalersi di avvocati esterni alla sua struttura organizzativa.
E' possibile eccepire tale vizio in Cassazione in quanto in sede di Appello la società non ha eccepito
tale violazione?.
Consulenza legale i 20/02/2018
Il Decreto Legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, contenente le disposizioni sul processo tributario, all’art. 12 denominato “assistenza tecnica”, così recita: “1. Le parti, diverse dagli enti impositori, dagli agenti della riscossione e dai soggetti iscritti nell'albo di cui all'articolo 53 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, devono essere assistite in giudizio da un difensore abilitato.
2. Per le controversie di valore fino a tremila euro le parti possono stare in giudizio senza assistenza tecnica.
8. Le Agenzie delle entrate, delle dogane e dei monopoli di cui al decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, possono essere assistite dall'Avvocatura dello Stato.
10. Si applica l'articolo 182 del codice di procedura civile ed i relativi provvedimenti sono emessi dal presidente della commissione o della sezione o dal collegio.”
La norma del codice di procedura civile citata dalla legge di cui sopra (art. 182 c.p.c.) – che disciplina dunque l’ipotesi del difetto di rappresentanza in giudizio anche nel processo tributario - conferisce al Giudice il potere/dovere ufficioso di procedere alla verifica della regolarità del contraddittorio, ovvero della regolare costituzione delle parti.
Quando egli si accorge che c’è un vizio in questo senso, assegna alle parti un termine perentorio per sanarlo (si veda art. 182, 2° comma).
Sulla rilevabilità del difetto di rappresentanza anche nel giudizio di Cassazione, è intervenuto proprio il Supremo Collegio con una pronuncia, abbastanza recente, a Sezioni Unite, la quale ha dato risposta positiva al quesito che ci occupa (Cassazione civile, sez. un., 04/03/2016 n. 4248).
Si cercherà, di seguito, di sintetizzare la conclusioni della Corte.
Nel caso sottoposto all’esame dei Giudici, si eccepiva come il difetto di rappresentanza fosse una questione non processuale ma di merito (ovvero non riguardante le regole del processo, ma la fattispecie in fatto che ha originato la controversia) laddove – com’è noto – il giudizio di Cassazione non può entrare nel merito della controversia (i.e.: valutare nuovamente i fatti) ma solamente valutare se vi siano profili di illegittimità nella sentenza di appello (ovvero se il Giudice, nell’emettere la sentenza, abbia rispettato o meno le norme che disciplinano l’esercizio del suo potere di decisione).
In particolare, sostiene il Supremo Collegio, si era affermato in passato che il limite temporale per eccepire il difetto di valida rappresentanza processuale sarebbe costituito dal formarsi del cosiddetto “giudicato”, ovvero quel momento oltre il quale la sentenza non è più impugnabile e non è più consentito dunque il riesame non solo delle questioni giuridiche che sono state proposte e fatte valere nel giudizio, ma anche di quelle che, seppure non espressamente dedotte o rilevate, costituiscono il necessario presupposto della pronuncia della sentenza.
Conseguentemente, sarebbe inammissibile nel giudizio di legittimità (di Cassazione, cioè) il motivo di ricorso con il quale si fa valere il vizio di rappresentanza di un ente collettivo nei precedenti gradi del giudizio, quando lo stesso non sia stato mai dedotto nel corso di questi ultimi (che è poi la problematica posta nel quesito).
Tuttavia, ha successivamente prevalso l’orientamento secondo il quale il potere di controllo delle varie nullità processuali (non sanabili o non sanate), esercitabile in sede di giudizio di Cassazione, mediante proposizione della questione per la prima volta in tale sede, è ritenuto compatibile con il principio del cosiddetto “giusto processo” di cui all'art. 111 Cost. quando si tratti di ipotesi concernenti la violazione del contraddittorio (come ad esempio, appunto, la mancanza di valida rappresentanza in giudizio).
Resta quindi valido l'insegnamento che vuole sempre riesaminabili le questioni “vitali” per il processo (come la capacità di agire, ad es.), altrimenti vi sarebbe il pericolo di sentenze “instabili” perché successivamente impugnabili.
La conclusione della Corte è dunque quella per cui la mancanza del potere di rappresentanza, essendo quest'ultima una delle condizioni di esistenza del potere di agire in giudizio, giustifica il rilievo da parte del Giudice in sede di giudizio di Cassazione anche se non vi sia stata previa contestazione nei gradi di merito.
La Cassazione, poi, precisa – e con ciò trova più precisa risposta il quesito che ci occupa – che qualora il rilievo del vizio non sia officioso, ma venga per la prima volta sollevato in sede di legittimità dalla controparte (come appunto nel caso in esame), sorge immediatamente per il rappresentato l'onere di procedere alla sanatoria.
Non v'è infatti ragione per assegnare un termine, a meno che non sia motivatamente richiesto, perché in questo caso il Giudice è stato preceduto dal rilievo di una parte, sul quale l'avversario è chiamato a contraddire.
Norma di riferimento: Articolo 182 Codice proc. civile - Difetto di rappresentanza o di autorizzazione | Quesito Q20127186
Letizia R. chiede
domenica 02/12/2012 - Sicilia
HO NOTIFICATO UN ATTO DI CITAZIONE SPECIFICANDO SIA NELL'EPIGRAFE DELL'ATTO, SIA NEL CONCLUSUM DI AGIRE PER I GENITORI IN NOME PROPRIO E NELLA QUALITA' DI GENITORI ESERCENTI LA POTESTA' GENITORIALE SUL FIGLIO MINORE. LA CONTROPARTE SI COSTITUISCE ED ECCEPISCE IL DIFETTO (PARZIALE) DI LEGITTIMAZIONE AD AGIRE STANTE LA MANCATA SPECIFICA CONTENUTA NELLA PROCURA A MARGINE (CHE RECA CIOE' SOLO LE DUE FIRME DEI GENITORI). TALE ECCEZIONE PUO' ESSERE RITENUTA VALIDA STANTE LA RAPPRESENTANZA LEGALE DEI GENITORI NEI CONFRONTI DEI FIGLI MINORI? POSSO CHIEDERE IL RIMEDIO EX ART. 182 2 COMMA CPC O NOTIFICO UN ATTO DI INTERVENTO? GRAZIE”
Consulenza legale i 03/12/2012
La l.69/2009 ha introdotto una modifica rilevante all'art. 182 del c.p.c., II comma, prevedendo che il giudice quando rileva un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione ovvero un vizio che determina la nullità della procura, assegna alle parti un termine perentorio per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o l'assistenza, per il rilascio delle necessarie autorizzazioni, per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa.
Pertanto, nel caso prospettato, la mancata specifica nella procura può essere sanata con il rimedio di cui all'art. 182 del c.p.c., II comma. Infatti, l'osservanza del termine concesso dal giudice sana il vizio, e gli effetti sostanziali e processuali retroagiscono al momento della prima notificazione.

References: Articolo 182

Articolo 182

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 art. 183
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

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 sentenza 

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 sentenza 

Cass. 
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 art. 182
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Cass. 
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 art. 182
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Cass. 
 art. 182
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Cass. 
 art. 182
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 Articolo 182
 art. 497
 sentenza 
 Articolo 182
 art. 182
 sentenza 
 sentenza 
 Articolo 182
 ART. 182