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CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^, 06/11/2019, Sentenza n.44955 – AmbienteDiritto.it
Giurisprudenza: Giurisprudenza Sentenze per esteso massime | Categoria: Diritto urbanistico - edilizia Numero: 44955 | Data di udienza: 12 Luglio 2019
Numero: 44955
Data di udienza: 12 Luglio 2019
CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^, 06/11/2019 (Ud. 12/07/2019), Sentenza n.44955
DIRITTO URBANISTICO – EDILIZIA – Nozione di opere precarie – Installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, tettoie – Disciplina autorizzatoria – Fattispecie: Gazebo aperto, facilmente smontabili su ruote e carattere non precario del manufatto – Ordine di demolizione – Artt. 3, 6 bis, 64 e 71, 65 e 72, 93 e 95 d.P.R. n. 380/2001 – Giurisprudenza.
Al fine di far rientrare un manufatto nella nozione di edilizia libera, di cui all’art. 6 del d.P.R. n. 380 del 2001, è necessario che le relativa opere non solo siano comunque realizzate in conformità con i vigenti strumenti urbanistici (cfr. l’art. 6 del d.P.R. n. 380 cit. in principio), ma è anche necessario che esse consistano in sole opere destinate a soddisfare esigenze temporanee e contingenti e suscettibili di essere rimosse al cessare della necessità che le ha determinate (Cass. Sez. 3, n. 27528 del 08/03/2019, Serio; cfr. in tema di affermata precarietà del manufatto, Sez. 3, n. 36107 del 30/06/2016, Arrigoni e altro). Sicché, tra gli interventi di nuova costruzione rientrano i manufatti non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, con un sicuro incremento del carico urbanistico, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie, posto che il manufatto non precario (es.: gazebo o chiosco) non è deputato ad un suo uso per fini contingenti, ma è destinato ad un utilizzo destinato ad essere reiterato nel tempo (in specie in quanto stagionale, così Cons. Stato Sez. VI n. 2842 del 03/06/2014). In definitiva quindi la precarietà non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale dell’opera ad un uso realmente precario e temporaneo per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente possibilità di successiva e sollecita eliminazione, non risultando, peraltro, sufficiente la sua rimovibilità o il mancato ancoraggio al suolo.
DIRITTO URBANISTICO – EDILIZIA – Interventi di nuova costruzione – Nozione di costruzione – Destinazione del bene ad essere utilizzato come bene immobile – Permesso di costruire – Assenza degli elementi di assoluta precarietà.
Sono da considerare interventi di nuova costruzione, quindi soggetti a permesso di costruire, tutte le strutture, di qualsiasi genere, tra le quali quelle elencate a titolo di esempio, dall’art. 3, alla lettera e5 d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, che siano destinate ad una stabile utilizzazione, non meramente transitoria. L’esplicita menzione di detta tipologia di interventi ha così codificato la figura giuridica di “costruzione”, nella quale rientrano tutti quei manufatti che, comportando una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale, modificano lo stato dei luoghi, in quanto, difettando obiettivamente del carattere di assoluta precarietà, sono destinati almeno potenzialmente a perdurare nel tempo, non avendo peraltro alcun rilievo a riguardo la distinzione tra opere murarie e di altro genere, né il mezzo tecnico con cui sia assicurata la stabilità del manufatto al suolo (o al muro perimetrale di quello esistente), in quanto la stabilità non va confusa con l’irrevocabilità della struttura, o con la perpetuità della funzione ad essa assegnata dal costruttore, ma si estrinseca nell’oggettiva destinazione dell’opera a soddisfare un bisogno non temporaneo. Né risulta determinante l’incorporazione nel suolo indispensabile per identificare il bene immobile, essendo sufficiente la destinazione del bene ad essere utilizzato come bene immobile.
(conferma sentenza del 11/12/2018 della CORTE DI APPELLO DI SALERNO) Pres. IZZO, Rel. CERRONI, Ric. Amoddio
sul ricorso proposto da Amoddio G., nato a Agropoli;
avverso la sentenza del 11/12/2018 della CORTE DI APPELLO DI SALERNO;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Giuseppe Corasaniti, che ha concluso per il rigetto del ricorso udito per il ricorrente l’avvocato Andrea Ruggiero in sostituzione dell’avvocato Agostino De Caro, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso
1. Con sentenza dell’11 dicembre 2018 la Corte di Appello di Salerno ha confermato la sentenza dell’11 aprile 2016 del Tribunale di Salerno, in forza della quale G. Amoddio, nella qualità di legale rappresentante della s.r.l. Holbek Italiana, era stato condannato alla pena, sospesa, di giorni venticinque di arresto ed euro settemila di ammenda per i reati di cui agli artt. 81 capoverso cod. pen., 44 lett. b), 64 e 71, 65 e 72, 93 e 95 d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, attesa l’abusiva realizzazione in zona industriale di Battipaglia di tre gazebo di dimensioni in pianta di metri 4,80 per metri 4,80, di cui era altresì ordinata la demolizione.
In specie il gazebo, aperto su tutti i lati ed appoggiato su ruote, non produceva volumetria, e non rientrava quindi tra gli interventi assoggettati a permesso di costruire.
L’intervento, a termini dell’art. 6-bis del d.P.R. 380, era quindi assoggettato solamente a c.i.l.a., ed in tal senso il ricorrente aveva inteso procedere, trattandosi di tre gazebo aperti, facilmente smontabili ovvero suscettibili di amozione e recupero con semplice e non distruttivo smontaggio, e mobili in quanto provvisti di ruote.
La struttura doveva in ogni caso rientrare nell’ipotesi di cui all’art. 3, lett. e-quinquies del d.P.R. 380, non sussistendo alcuna trasformazione urbanistica atteso l’insussistente incremento di volumetria.
L’abuso in questione, in definitiva, consisteva nella apposizione di un gazebo mobile, di soli ventidue metri quadrati, al servizio dell’attività commerciale svolta nell’edificio principale.
Secondo il reiterato rilievo del ricorrente, pertanto, i tre gazebo (con una base quadrata di 4,8 metri di lato, per oltre 23 metri quadrati di superficie ciascuno, e quindi estesi di per sé per quasi 70 metri quadrati) costituirebbero un mero arredo esterno, di riparo e protezione, riconducibile agli interventi manutentivi non subordinati ad alcun titolo abilitativo ai sensi dell’art. 6, comma 1, d.P.R. 380 del 2001 (ciò che sarebbe stato attestato, trattandosi di opera riconducibile al genus delle tettoie o gazebo, dal d.m. 2 marzo 2018 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di concerto con il Ministero per la semplificazione e la Pubblica Amministrazione).
La disposizione richiamata – che tra le attività di edilizia libera non assoggettate ad alcun titolo abilitativo, contempla appunto «gli elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici» (art. 6, comma 1, lett. e-quinquies, d.P.R. 380 cit.) – deve essere tuttavia coordinata con il principio contenuto nel precedente art. 3, comma 1, lett. e.1), sicché essa non si riferisce a strutture che ampliano il preesistente edificio, ma, come la descrizione della fattispecie peraltro precisa, a manufatti separati, realizzati a servizio dello stesso nelle aree pertinenziali.
E proprio a questi si riferisce il c.d. “glossario” delle opere libere contenuto nel d.m. 2 marzo 2018 richiamato in ricorso, che riconduce a tale categoria il gazebo ed il pergolato, purché il manufatto sia «di limitate dimensioni e non stabilmente infisso al suolo» (così, Sez. 3, n. 54692 del 02/10/2018, Barletta, Rv. 274210). Oltre a ciò, ed alla realizzazione in aree pertinenziali di edifici, vi è necessità, proprio ai fini del richiamato coordinamento rispetto ai principi generali di cui all’art. 3 cit., che i manufatti non siano riconducibili a nessuna delle tipologie rientranti nella definizione di “nuova costruzione” di cui all’art. 3 comma 1 lett. e) D.P.R. 380/2001 (e quindi non comportino, qualora si tratti di manufatti prefabbricati e strutture di qualsiasi genere, un utilizzo riconducibile a quelli citati alla lettera e.5 dell’art. 3 comma 1).
Questa Corte ha così già osservato che è chiara la finalità della norma, di considerare interventi di nuova costruzione, quindi soggetti a permesso di costruire, tutte le strutture, di qualsiasi genere, tra le quali sono comprese quelle elencate a titolo di esempio, che siano destinate ad una stabile utilizzazione, non meramente transitoria. L’esplicita menzione di detta tipologia di interventi ha così codificato la figura giuridica di “costruzione”, nella quale rientrano tutti quei manufatti che, comportando una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale, modificano lo stato dei luoghi, in quanto, difettando obiettivamente del carattere di assoluta precarietà, sono destinati almeno potenzialmente a perdurare nel tempo, non avendo peraltro alcun rilievo a riguardo la distinzione tra opere murarie e di altro genere, né il mezzo tecnico con cui sia assicurata la stabilità del manufatto al suolo (o al muro perimetrale di quello esistente), in quanto la stabilità non va confusa con l’irrevocabilità della struttura, o con la perpetuità della funzione ad essa assegnata dal costruttore, ma si estrinseca nell’oggettiva destinazione dell’opera a soddisfare un bisogno non temporaneo (ex plurimis, Sez. 3, n. 9138 del 07/07/2000, Migliorini ed altro, Rv. 217217).
Né risulta determinante l’incorporazione nel suolo indispensabile per identificare il bene immobile, essendo sufficiente la destinazione del bene ad essere utilizzato come bene immobile. D’altronde anche per la giurisprudenza amministrativa i manufatti non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, con un sicuro incremento del carico urbanistico, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la rimovìbilità della struttura e l’assenza di opere murarie, posto che il manufatto non precario (es.: gazebo o chiosco) non è deputato ad un suo uso per fini contingenti, ma è destinato ad un utilizzo destinato ad essere reiterato nel tempo (in specie in quanto stagionale, così Cons. Stato Sez. VI n. 2842 del 03/06/2014). In definitiva quindi la precarietà non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale dell’opera ad un uso realmente precario e temporaneo per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente possibilità di successiva e sollecita eliminazione, non risultando, peraltro, sufficiente la sua rimovibilità o il mancato ancoraggio al suolo (cfr., complessivamente in motivazione, Sez. 3, n. 24149 del 29/03/2019, Campiglia, non mass.).
In proposito, infatti, il giudizio negativo della Corte territoriale è stato legato alla reiterazione della condotta. In ogni caso, peraltro, in tema di “particolare tenuità del fatto” la motivazione può risultare anche implicitamente dall’argomentazione con la quale il giudice d’appello abbia considerato gli indici di gravità oggettiva del reato e il grado di colpevolezza dell’imputato, alla stregua dell’art. 133 cod. pen., per stabilire la congruità del trattamento sanzionatorio irrogato dal giudice di primo grado (Sez. 5, n. 15658 del 14/12/2018, dep. 2019, D., Rv. 275635).
Ed in specie il trattamento sanzionatorio non è stato fissato nel minimo edittale, ancorché non particolarmente distante da tale soglia, e l’ulteriore riduzione è stata appunto negata in espressa considerazione della consistenza degli abusi, all’evidenza ritenuti certamente non tali da rientrare nel perimetro della particolare tenuità.
5. L’impugnazione pertanto non è fondata sotto alcun profilo.
Ne consegue il rigetto del ricorso. Il ricorrente va quindi infine condannato altresì al pagamento delle spese processuali.

References: Sentenza 
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 art. 3