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Timestamp: 2018-07-16 18:35:49+00:00

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L’interdittiva antimafia e la logica del “più probabile che non” di Margherita Galletti
L’interdittiva antimafia e la logica del “più probabile che non”
Cons. Stato, Sez.III, 14 marzo 2018, n. 1624
23 Mar 2018 di Margherita Galletti
In senso conforme: Cons. Stato, Sez. III, 7 febbraio 2018, n. 820; Cons. Stato, Sez. III, 10 gennaio 2018, n. 97.
1. Con provvedimento del 14 dicembre 2012 il Prefetto di Napoli ha emesso informativa antimafia negativa, evadendo una richiesta di -OMISSIS-che, in accoglimento di un’istanza della -OMISSIS-, aveva concesso contributi per un importo pari ad Euro 1.017,589,00 in conto capitale ed a fondo perduto, nonché Euro 1.041.817,00 quale finanziamento agevolato. A fondamento della interdittiva la Prefettura aveva evidenziato la sussistenza del pericolo di infiltrazioni mafiose, rappresentando che: a) il sig. -OMISSIS-, già amministratore unico di -OMISSIS- (dalla data di sua costituzione sino al 31 agosto 2010), risulterebbe gravato da precedenti di polizia in materia di inquinamento e di gestione dei rifiuti e coinvolto in un procedimento penale in materia di traffico illecito di sostanze stupefacenti; b) il sig. -OMISSIS-, fratello di -OMISSIS-, avrebbe numerosi precedenti penali, tra cui una condanna del Tribunale di -OMISSIS-per il delitto di abuso d’ufficio, con l’aggravante del metodo mafioso, e sarebbe stato controllato, nell’anno 2005, insieme al cognato del bos -OMISSIS-; c) l’attuale amministratore unico, e socio di maggioranza, di -OMISSIS-, genero di -OMISSIS-, avrebbe acquistato le quote societarie da -OMISSIS-, figlio di -OMISSIS-, amministratore unico di -OMISSIS-, società avente collegamenti e cointeressenze con imprese gravate da interdittiva antimafia; d) il sig. -OMISSIS- ha ricoperto cariche sociali anche in -OMISSIS-., altra società colpita, nel 2001, da interdittiva antimafia.
a) Omessa e/o insufficiente motivazione sul difetto di istruttoria e su false risultanze della medesima – Violazione e falsa applicazione dell’art. 10, commi 2 e 7, d.P.R. n. 252 del 1998 – Violazione e falsa applicazione art. 4, d.lgs. n. 490 del 1994 – Eccesso di potere – Difetto dei presupposti e di motivazione – Manifesta illogicità – Travisamento dei fatti – Violazione art. 24 Cost. – Violazione art. 41 Cost. – Violazione art. 97 Cost. Non è corretto l’assunto del giudice di primo grado secondo cui l’istruttoria che è alla base dell’interdittiva antimafia è completa. Ed infatti, gli elementi fattuali che sono alla base dell’interdittiva costituiscono frutto di un abbaglio dei sensi.
e) Travisamento del contenuto della sentenza della Corte di appello di Napoli – Errores in iudicando – Violazione di legge (art. 10, commi 2 e 7, d.P.R. n. 252 del 1998; art. 4, d.lgs. n. 490 del 1994; artt. 41 e 97 Cost.) – Eccesso di potere (travisamento, omessa pronuncia, motivazione apparente, conclusioni irragionevoli e incongrue) – Violazione art. 111 Cost. – Violazione artt. 2 e 3 c.p.a.
La misura interdittiva, essendo il potere esercitato espressione della logica di anticipazione della soglia di difesa sociale, finalizzata ad assicurare una tutela avanzata nel campo del contrasto alle attività della criminalità organizzata, non deve necessariamente collegarsi ad accertamenti in sede penale di carattere definitivo e certi sull’esistenza della contiguità dell’impresa con organizzazione malavitose, e quindi del condizionamento in atto dell’attività di impresa, ma può essere sorretta da elementi sintomatici e indiziari da cui emergano sufficienti elementi del pericolo che possa verificare il tentativo di ingerenza nell’attività imprenditoriale della criminalità organizzata.Ha aggiunto la Sezione che – anche se occorre che siano individuati (ed indicati) idonei e specifici elementi di fatto, obiettivamente sintomatici e rivelatori di concrete connessioni o possibili collegamenti con le organizzazioni malavitose, che sconsigliano l’instaurazione di un rapporto dell’impresa con la Pubblica amministrazione – non è necessario un grado di dimostrazione probatoria analogo a quello richiesto per dimostrare l’appartenenza di un soggetto ad associazioni di tipo camorristico o mafioso, potendo l’interdittiva fondarsi su fatti e vicende aventi un valore sintomatico e indiziario e con l’ausilio di indagini che possono risalire anche ad eventi verificatisi a distanza di tempo. Il rischio di inquinamento mafioso deve essere valutato in base al criterio del più “probabile che non”, alla luce di una regola di giudizio, cioè, che ben può essere integrata da dati di comune esperienza, evincibili dall’osservazione dei fenomeni sociali, quale è, anzitutto, anche quello mafioso (13 novembre 2017, n. 5214; 9 maggio 2016, n. 1743). Pertanto, gli elementi posti a base dell’informativa possono essere anche non penalmente rilevanti o non costituire oggetto di procedimenti o di processi penali o, addirittura e per converso, possono essere già stati oggetto del giudizio penale, con esito di proscioglimento o di assoluzione.
La Sezione (7 febbraio 2018, n. 820) ha ancora chiarito che – quanto ai rapporti di parentela tra titolari, soci, amministratori, direttori generali dell’impresa e familiari che siano soggetti affiliati, organici, contigui alle associazioni mafiose – l’Amministrazione può dare loro rilievo laddove tale rapporto, per la sua natura, intensità o per altre caratteristiche concrete, lasci ritenere, per la logica del “più probabile che non”, che l’impresa abbia una conduzione collettiva e una regìa familiare (di diritto o di fatto, alla quale non risultino estranei detti soggetti) ovvero che le decisioni sulla sua attività possano essere influenzate, anche indirettamente, dalla mafia attraverso la famiglia, o da un affiliato alla mafia mediante il contatto col proprio congiunto. Nei contesti sociali, in cui attecchisce il fenomeno mafioso, all’interno della famiglia si può verificare una “influenza reciproca” di comportamenti e possono sorgere legami di cointeressenza, di solidarietà, di copertura o quanto meno di soggezione o di tolleranza; una tale influenza può essere desunta non dalla considerazione (che sarebbe in sé errata e in contrasto con i principi costituzionali) che il parente di un mafioso sia anch’egli mafioso, ma per la doverosa considerazione, per converso, che la complessa organizzazione della mafia ha una struttura clanica, si fonda e si articola, a livello particellare, sul nucleo fondante della ‘famiglia, sicché in una ‘famiglia mafiosa anche il soggetto che non sia attinto da pregiudizio mafioso può subire, nolente, l’influenza del capofamiglia e dell’associazione. Hanno dunque rilevanza circostanze obiettive (a titolo meramente esemplificativo, ad es., la convivenza, la cointeressenza di interessi economici, il coinvolgimento nei medesimi fatti, che pur non abbiano dato luogo a condanne in sede penale) e rilevano le peculiari realtà locali, ben potendo l’Amministrazione evidenziare come sia stata accertata l’esistenza – su un’area più o meno estesa – del controllo di una famiglia e del sostanziale coinvolgimento dei suoi componenti (a fortiori se questi non risultino avere proprie fonti legittime di reddito).
Nella sentenza in commento, la Sezione terza del Consiglio di Stato torna ad analizzare le peculiarità dell’interdettiva antimafia e lo fa in conformità alle coordinate ermeneutiche già espresse in passato. Nel caso di specie, la società appellante aveva impugnato l’informativa antimafia negativa emessa dal Prefetto deducendone l’erroneità in fatto ed in diritto. Il T.A.R. aveva rigettato il ricorso. Avverso tale sentenza la società aveva proposto appello rilevando che il provvedimento del Prefetto si sostanziava in mere affermazioni di circostanze di fatto non vere.
L’odierno collegio ha respinto l’appello in linea con i dettami emersi nelle precedenti pronunce.
Occorre, a proposito, delineare gli aspetti salienti che caratterizzano l’informativa antimafia. La documentazione antimafia si sostanzia nella comunicazione antimafia e nella informativa antimafia. La comunicazione antimafia è ad esito vincolato, non è frutto di una valutazione discrezionale: quando è richiesta si verifica se il soggetto sia destinatario di misure di prevenzione o di condanne per certi reati. L’esito automatico è di una situazione formalizzata in un provvedimento definitivo. Più problematica appare l’informativa antimafia.
Essa concerne i soggetti che non hanno una situazione formalizzata ma che sono in odore di infiltrazione mafiosa, sospettati di avere collegamenti con la mafia nello svolgimento dell’attività di impresa.. L’informativa antimafia è, quindi, un provvedimento connotato da una significativa discrezionalità e quest’ultima deriva dal fatto che si basa su elementi indiziari che denotano un pericolo ma non vi è certezza, in quanto, il soggetto cui si riferisce l’informativa non è stato sottoposto a misure di prevenzione o condannato per certi reati. Secondo la giurisprudenza costante questo provvedimento si ispira alla logica della prevenzione e non della precauzione. Non basta il sospetto ma serve il pericolo significativo. L’informativa antimafia richiede dunque di andare al di là del mero sospetto perché il criterio da utilizzare è quello del più probabile che non con la conseguenza che deve esserci un pericolo concreto. Quando sulla base degli indizi raccolti è più probabile che ci sia l’infiltrazione mafiosa che non l’ipotesi contraria il Prefetto provvede ad emettere il provvedimento in parola. Il pericolo è suffragato da indizi che inducono ragionevolmente a ritenere più probabile l’ipotesi della infiltrazione. Tale rischio è desunto sulla base di elementi suscettibili di evolversi sia nel senso di una loro rivisitazione sia nel senso del loro venire meno. L’interdittiva antimafia, frutto di una valutazione discrezionale di carattere indiziario e tecnico, è dunque caratterizzata dalla provvisorietà.
La tecnica impiegata è quella investigativa e poliziesca che esclude la possibilità per il giudice amministrativo di sostituirvi la propria, ma non impedisce allo stesso di rilevare se i fatti riferiti dal Prefetto configurino o meno la fattispecie prevista dalla legge e di formulare un giudizio di logicità e congruità con riguardo sia alle informazioni acquisite, sia alle valutazioni che il Prefetto ne abbia tratto. Il sindacato giurisdizionale è dunque quello classico sulla discrezionalità tecnica con accesso pieno al fatto ma nel rispetto della valutazione tecnica. La ratio della informativa antimafia è volta ad un evidente contemperamento alla libertà di iniziativa economica che cessa di essere tutelata quando si rileva socialmente dannosa.
Il vizio di difetto di istruttoria, lamentato dall’odierna appellante, non sussiste in quanto gli elementi acquisiti in sede istruttoria presentano, visti in modo complessivo e non parcellizzato, un significato univoco alla stregua del principio del “più probabile che non” in ordine al rischio di condizionamento dell’impresa da parte della criminalità organizzata.
Giova aggiungere che i fatti che l’autorità prefettizia deve valorizzare prescindono dall’atteggiamento antigiuridico della volontà mostrato dai singoli ma sono rilevanti nel loro valore oggettivo, storico, sintomatico, perché rivelatori del condizionamento che l’organizzazione mafiosa può esercitare sull’impresa.

References: art. 4
 art. 24
 art. 41
 art. 97
 sentenza 
 art. 4
 art. 111
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