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Timestamp: 2019-04-18 23:20:30+00:00

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La valenza delle presunzioni nella determinazione delle percentuali di ricarico - Studio Legale Cacopardo
La valenza delle presunzioni nella determinazione delle percentuali di ricarico
La Corte di Cassazione con l’ordinanza 7003/2018 del 21.03.2018 si è espressa in materia di presunzioni e determinazione della percentuale di ricarico che “è stata ritenuta arbitraria perché ricavata su una verifica a campionatura (solo su alcuni prodotti) e neppure posta in relazione ai quantitativi acquistati. Inoltre, sempre nella motivazione, l’insufficienza dell’indizio è ricondotta anche alla mancata considerazione che la concorrenza tra i grandi operatori del commercio e della distribuzione nel settore merceologico in cui operava la società L. s.n.c. giustificano un ricarico, tra prezzi di acquisto e prezzi di vendita, più contenuto rispetto a quanto preteso dall’amministrazione. Dunque, più che su una preclusione al ricorso all’accertamento analitico- induttivo la sentenza impugnata riconosce fondamento alle ragioni del contribuente con un giudizio di merito sulla sufficienza probatoria dell’unico indizio assunto dall’amministrazione finanziaria a fondamento dell’accertamento.
D’altronde, con riguardo al valore indiziario della percentuale di ricarico, la giurisprudenza di questa Corte ha più volte rimarcato i limiti della sua sufficienza presuntiva, affermando che nell’accertamento induttivo del reddito d’impresa i valori percentuali medi del settore non rappresentano un fatto noto storicamente provato, ma costituiscono il risultato di una estrapolazione statistica di una pluralità di dati disomogenei, che pertanto non integrano presunzioni gravi, precise e concordanti, ma una semplice regola di esperienza, che senza ulteriori elementi non consente di presumere l’esistenza di attività non dichiarate, salvo che per le ipotesi di omessa dichiarazione o di dichiarazioni nulle, ai sensi dell’art. 41, secondo comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 (Sez. 5, sentenza n. 7914 del 2007). Che la percentuale di ricarico non sia indizio di per sé sufficiente è principio ripetuto costantemente dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Sez. 5, sentenza n. 27330 del 2016; Sez. 5, sentenza n. 15038 del 2014; Sez. 5, sentenza n. 4312 del 2015). E tale orientamento non è contraddetto neppure quando la percentuale di ricarico, desunta dal raffronto dei prezzi di vendita e di acquisto risultanti da fatture attive e passive, sia annoverata tra le presunzioni cd. supersemplici (cfr. Sez. 5, sentenza n. 15027 del 2014), ossia prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, perché l’ipotesi è riconosciuta in presenza di contabilità gravemente carente di garanzia di affidabilità, oppure perché l’abnormità dei prezzi di acquisto della merce rende manifesta l’antieconomicità dell’operazione (Sez. 5, sentenza n. 14941 del 2013).
Ebbene, venendo al caso di specie, a fronte del chiaro orientamento della giurisprudenza sull’accorto utilizzo della percentuale di ricarico, quale indizio del maggior reddito d’impresa, e rispetto alla prognosi negativa espressa dal giudice tributario regionale in ordine all’unico dato posto dalla amministrazione finanziaria a fondamento dell’accertamento, nel ricorso non si rinviene una sola significativa e concreta censura all’iter argomentativo complessivo della sentenza impugnata. Le obiezioni della ricorrente non evidenziano quali errori di diritto possano emergere nel non attribuire significativa valenza all’unico indizio della percentuale di ricarico, aggravato dalla arbitrarietà della verifica a campionatura, neppure posta in relazione ai quantitativi acquistati; né evidenziano dove si annidi l’errore di diritto quando quell’unico indizio sia ritenuto insufficiente quando l’esiguo ricarico sia giustificato in ragione della concorrenza tra grandi operatori del commercio e della distribuzione nel settore merceologico in cui operava la società L. s.n.c. Il ricorso non identifica neppure quali altri elementi di raffronto, espressi nell’avviso di accertamento, non siano stati considerati dal giudice di merito, al fine di restituire dignità di indizio grave preciso e concordante agli elementi da essa ritenuti fondanti il maggior reddito accertato. Tutto questo a fronte della incontestata attività di commercializzazione da parte della società di prodotti non omogenei, di varia natura e valore, venduti parte all’ingrosso e parte al dettaglio, nonché dei costi ulteriori, diversi da quelli di acquisto dei beni, che nel complesso rappresentano circostanze oggettive tali da indurre a ricostruire con maggior prudenza il reddito d’impresa mediante la percentuale di ricarico. In altre parole la sentenza non si limita a negare ingresso alla prova presuntiva per la regolarità in sé delle scritture contabili, né nega in via astratta, ove introdotta una valida prova presuntiva, gli oneri probatori da quel momento gravanti sul contribuente, ma disconosce in radice all’indizio addotto dalla amministrazione dignità di presunzione semplice per le motivazioni sintetiche ma esaustive esplicitate.
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