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Timestamp: 2017-09-26 00:08:16+00:00

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Eternit, aspettando la sentenza con la “toga verde” per eccellenza, Raffaele Guariniello | Toghe Verdi
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di stefaniadivertito | 12 febbraio 2012 · 21:52
Eternit, aspettando la sentenza con la “toga verde” per eccellenza, Raffaele Guariniello
Voglio prepararmi a domani, al giorno in cui arriverà la sentenza di primo grado al processo Eternit, segnando bene in memoria quanto ha detto un paio di giorni faRaffaele Guariniello, procuratore aggiunto di Torino, istruttore del processo e una delle toghe verdi più preparate e agguerrite d’Italia: «Non importa – ha detto Guariniello – quale sarà l’esito del nostro processo. L’importante è portare il problema alla luce del sole. Non solo da noi a Torino, ma dappertutto. Mi hanno mostrato foto e filmati di operai che in Brasile, in India e in Cina non portano nemmeno una mascherina sul volto, altro che protezione totale. Ma l’uomo non può essere trattato in maniera diversa a seconda di dove vive».
L’uomo non può essere trattato in maniera diversa a seconda di dove vive. E di dove lavora, aggiungo io.
E quindi eccoli i numeri del processo Eternit: è iniziato il 6 aprile 2009 in seguito alla maxi inchiesta sui casi di morte da amianto tra gli ex lavoratori di quattro filiali italiane dell’Eternit, in particolare della sede di casale Monferrato (Torino). Quasi tremila, 2.889 per l’esattezza, le “persone offese”, 1800 solo a Casale, divenuta città simbolo della lotta all’amianto. La più grande causa mai celebrata dal tribunale di Torino, vede alla sbarra i due unici indagati dell’inchiesta condotta dal Procuratore aggiunto Raffaele Guariniello. Accusati di disastro doloso e di omissione dolosa di controlli antinfortunistici, sono il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 62 anni, e il barone belga Jan Luis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, di 88. Vent’anni per ciascuno di galera, la richeista dei pm.
La sentenza Eternit è molto attesa, la sua valenza travalicherà la sentenza stessa perchè la decisione dei giudici torinesi in merito alla questione amianto influirà sugli aspetti legali relativi alle morti sul lavoro e al risarcimento delle vittime. «Quando abbiamo cominciato a lavorarci, il caso Eternit sembrava una pazzia. Invece siamo arrivati alla fine. E questo dimostra che si può fare. Ed è necessario farlo anche altrove, per riparare alla grave ingiustizia internazionale che si sta consumando». Il procuratore Raffaele Guariniello è il capo del pool di pm che hanno indagato sui vertici della multinazionale svizzera dell’amianto, ed è il magistrato che oggi è un modello per i colleghi che, in Italia e all’estero, vorrebbero occuparsi della questione: in tanti lo contattano per un parere, un consiglio, una relazione, un invito a un convegno. L’amianto continua ad essere lavorato in varie parti del mondo, ma le inchieste, anche dove vengono aperte, stentano a decollare. Anche per questo, sulla scia dell’esperienza maturata dagli avvocati che tutelano le parti civili nel maxiprocesso piemontese, è stata formata un’associazione internazionale di giuristi, chiamata ‘Interforum’, che avrà sede a Parigi.
Otto anni di indagini e un fascicolo di circa 200 mila pagine. È stata una inchiesta “monstre” quella sulle morti per amianto negli stabilimenti della multinazionale svizzera Eternit. Il procuratore Raffaele Guariniello e i sostituti Gianfranco Colace e Sara Panelli hanno dovuto compiere un lavoro immenso: l’inchiesta ha mosso i primi passi nel 2001. Prima di allora c’erano già stati altri processi per i morti della Eternit, con alcune condanne. Mai, però, si era arrivati a toccare i suoi proprietari svizzeri. Lo fa, per la prima volta, proprio Guariniello, che con il suo pool di magistrati ha voluto appurare l’eventuale responsabilità dei vertici della multinazionale nelle morti per amianto tra i lavoratori degli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).
Il magistrato torinese, famoso per le sue battaglie per la sicurezza sul lavoro e la tutela del consumatore, ha appunto ipotizzato i reati di disastro doloso, omissione volontaria di cautele contro gli infortuni e omicidio colposo. Sono state studiate le cartelle cliniche di migliaia di lavoratori, si sono commissionate inchieste epidemiologiche, si sono acquisite agli atti gli indennizzi Inail – ben 152 milioni di euro – si sono effettuate decine e decine di interrogatori. Il 10 ottobre 2008 la richiesta di rinvio a giudizio per Stephan Schmidheiny e il nobile belga Jean Louis Marie Ghislain De Cartier. L’udienza preliminare, con le sue 2.889 persone offese e migliaia di persone arrivate a Torino da tutta Italia, con autobus, treni, portati nella capitale dell’amianto da decine di associazioni per l’assistenza alle famiglie delle vittime, ha avuto inizio il 6 aprile 2009, proprio mentre a L’Aquila si stava scatenando il terremoto. La decisione del gup, Cristina Palmesino, è del successivo 22 luglio: Schmidheiny e Ghislain De Cartier vengono rinviati a giudizio con l’accusa di disastro doloso e rimozione volontaria di cautele. Il dibattimento si è snodato attraverso 65 udienze, con 6.392 parti civili, tra il 2009 e il 2011.
Il resto sarà storia da oggi.
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