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Chiusano d’Asti | www.centrocasalis.it
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255 [censimento 1991]; 254 [censimento 2001].
Ha. 248 [ISTAT] / ha. 241 [SITA].
Asti, Cinaglio, Cossombrato, Montechiaro d’Asti, Settime.
Le fonti ISTAT segnalano la presenza di un “centro” insediativo, che raccoglie quasi i tre quarti della popolazione; si aggiunge un “nucleo”, che ne raccoglie poco meno del 15 per cento, mentre poco più del 10 per cento degli abitanti risiede in “case sparse”. Vedi mappa.
Le prime attestazioni documentarie del luogo di Cixano, o Cixani, sono comprese tra gli inizi del XII secolo e i primi del XIII [Gabiani e Gabotto, 1904-07, pp. 68-69 (doc. 71, 13 settembre 1181), 134-35 (doc. 145, 9 marzo 1196), 194 (doc. 225, 3 gennaio 1208)]. Le etimologie avanzate nel corso del tempo hanno proposto una derivazione da varianti di un presunto toponimo di tipo geografico clusa, o clausa (“chiusa”) [Casalis 1836; Bordone 1977b (da De Canis)], oppure, più perspicuamente, di derivazione da un gentilizio tardo romano: Clusius, oppure Cisius [Bordone 1976b; Oliviero 1965; Torretti, pp. 48, 52; Settia 1970 (ora in Settia 1991)]. Sono attestate le varianti tardo medievali (sec XIV) Cisanum, Zixanum, Zis[s]anum, mentre il secolo XVI è stato segnalato come prima epoca di uso diffuso delle forme Clusanum e Chiusanum, nonché della forma italiana Chiusano, forse a partire dalla metà del secolo. Un apocrifo di fine secolo XIV retrodatava volutamente la forma Clusanum al secolo XI [Eydoux 1979, pp.45- 47; 1983, pp. 54-55; Fissore 1971a; Galeani Napione 1917]. Chiusano d’Asti dal 1863 [Ministero 1889, p. 3].
Coacium, attestata per la prima volta nel 1153 come dipendente dal vescovo di Asti, in seguito designata come pieve di Cossombrato. Il sito della chiesa, oggi scomparsa, è localizzabile tra Villa San Secondo e Cossombrato. La circoscrizione plebana comprendeva Cossombrato, Settime, Frinco, Rinco e Callianetto. Nel Registrum Ecclesiarum dioecesis astensis del 1345, la pieve, da cui dipendevano all’epoca dieci chiese, una delle quali di Chiusano, era tributaria della chiesa d’Asti per £80 [Bordone 1976a, p. 35; 1976b, p. 489, nota 114 (sulla Val Liscaria); Bosio 1894, pp. 518, 524; Cico 1987-88; Pittarello 1984, pp. 95-96; Silengo 1964].
Nel Registrum Ecclesiarum dioecesis astensis del 1345 è citata la ecclesia de Cixano, univocamente identificata con Santa Maria: un edificio in stile romanico, che sorge a sudest dell’attuale concentrico e in posizione meno elevata. Dipendeva dalla vicina pieve di Cossombrato, con un modesto registro di beni fondiari, pari a £3 di imponibile. All’epoca della visita apostolica del 1585, la chiesa fu descritta dal delegato del visitatore come campestre (campestris) e in uso esclusivamente come chiesa cimiteriale (in qua in multis annis citra nec missa celebratur, nec alia ecclesiastica sacramenta ministrantur, sed solummodo mortui sepeliuntur). Vi spettava la cura d’anime in quanto sede parrocchiale, di libera collazione e da poco dotata di un nuovo rettore, ma, essendo “scomodissima” (valde incommoda), tutte le funzioni religiose si svolgevano ormai da molti anni (a multis annis) nella chiesa di San Martino, sita entro il concentrico di Chiusano (ecclesiam Sancti Martini loci Chiusani).
A distanza di circa un secolo, nel 1658, monsignor Roero ordinava alla comunità, recentemente dotatasi di istituzioni amministrative formali, di restaurare la chiesa di Santa Maria, giudicata ormai quasi diroccata (pene diruta); ad altri dieci anni di distanza, l’ordine, cui non era stato ottemperato ([ecclesia] est in eodem statu destitutionis in quo reperta fuit in antecedenti visitatione), fu ribadito sub fortiori decreto da monsignor Panigarola, affinché nell’edificio si potesse celebrare per i defunti “almeno una volta l'anno” (ita ut ibi saltem semel in anno celebrari possit per ibi quiescientibus). Nel 1695, sia pure retrocessa a ecclesia campestris, la chiesa, con approvazione del vescovo Migliavacca e con la titolatura di Santa Maria Annunziata, appariva finalmente restaurata et decentissime ornata, l'altare ben provvisto di tutto il necessario per la celebrazione delle messe.
L’odierna chiesa parrocchiale, sotto il titolo di Santa Maria del Carmine, fu eretta, a partire dal secolo XVII, sul sito della ecclesia et oratorio Sancti Martini, che, nella visita apostolica del 1585, aveva riecheggiato nel titolo e nello statuto di oratorio sia l’antica chiesa parrocchiale di Cossombrato sia la presenza dei signori dell’epoca, i Pelletta. L’oratorio era stato giudicato però dal visitatore di capienza del tutto insufficiente (valde angustum) per contenere la popolazione ora abitante nel concentrico, di cui riusciva a ospitare per le funzioni a malapena la terza parte (vix in eo capere possit tertia pars animarum dicti loci). Era però già dotato di alcuni requisiti per essere eletto a nuova sede di cura d’anima: la corretta conservazione dell’eucaristia (in quodam custodia lignea satis pulcra et intus panno rubeo circumtecta); il confessionale satis decentem; la canonica, piccola, ma abitata (licet satis angusta visa fuerit, nihilominus in suis edificiis bene se habet et in ea rector ipse continue ressidet). Si trattava essenzialmente di ampliari l’edificio. Verso la metà del secolo XVIII, la nuova parrocchia, ricostruita in forme barocche, godeva di un patrimonio fondiario stimato in oltre 21 giornate di beni, di cui circa 14 “immuni” (fiscalmente esenti) e più di 7 allodiali, per un reditto complessivo annuo di £.180. Il patrimonio, all’epoca, era in tendenziale espansione, grazie a lasciti recenti da parte di esponenti del notabilato locale:
oltre tavole 70 beni coltivi per li frutti de’ quali resta tenuto alla celebrazione di tante messe; ricava d’incerti £.70, esigendo emine 1.1/2 di grano dagl’eredi del fu signor Domenico Bosco, il di cui valore deve convertirlo nella celebrazione di tante messe.
Verso l’inizio dell’Ottocento, la chiesa era descritta come “priorato”, noto per una “tavola della Concezione” trasportata dal santuario messicano di Guadalupe a metà del secolo precedente [A.S.T., Corte, Materie ecclesiastiche, Benefizi di qua da' monti, Mazzo 10, Informativa del Vice Intendente d'Asti sul riccorso presentato a S.M. dalla Communità di Chiusano per l'ampliazione di quella Chiesa Parrochiale, con valersi per essa d'un pubblico sito di Piazzetta per l'estensione di trab. 1. on. 3. in lunghezza trab. 4. e piedi 1. on. 9. in larghezza. 26. gen.ro 1766. Assieme ad un volume di Scritture presentatesi per parte di detta Communità all'Avvocato g.n.ale, state unite al detto Ricorso (1766); Bordone 1977b, p. 117 (citaz. De Canis); Varvello 1998; 2000].
La ecclesia de Malisco, che sorse entro gli attuali confini di Chiusano, è menzionata a partire dal 1150 ed elencata tra le chiese subditae della chiesa cattedrale nel Registrum Ecclesiarum dioecesis astensis del 1345 con un imponibile pari a 10 lire. Intitolata a San Vittore, era forse sede di cura d’anime per la popolazione del luogo di Maresco, confluita durante il secolo XIII nella villanova di Montechiaro. Sebbene l’edificio, corrispondente al toponimo di “San Vittore” nei catasti settecenteschi di Chiusano, fosse abbattuto nel 1820, il cimitero della chiesa risultava ancora esistente durante il secolo XX [Bosio 1894, p. 519; Eydoux 1979, pp. 50-51].
Tra l’età moderna e quella contemporanea, sono state presenti a Chiusano sei associazioni devozionali. Sede delle due principali, la Confraternita dell’Annunziata (di cui si hanno attestazioni documentarie dal 1676 al secolo XIX inoltrato) e la Compagnia del Rosario (fondata nel 1636-38 e attestata documentariamente almeno fino al primo decennio del secolo XIX), fu la chiesa di San Sebastiano, luogo di culto segnalato a partire dal 1588. L’edificio, già ospitante un altare di giuspatronato della famiglia signorile degli Asinari, era descritto dal parroco, verso la metà del secolo XVIII, come chiesa “propria della comunità”: una precisazione che sembra rispecchiare tanto l’ambito cerimoniale comunitativo dei due sodalizi quanto gli investimenti devozionali effettuativi da parte del notabilato della comunità stessa, in particolare le famiglie Forno e Bosco. L’Annunziata era dunque un sodalizio che “non ha chiesa propria, ma solamente il coro e il campanile da essi fondati per far i suoi uffizi e questo tutto nella chiesa di San Sebastiano”. Caratteristica della Compagnia del Rosario era invece la prerogativa di eseguire una processione ogni prima domenica del mese, dopo i vespri.
Presso la parrocchia si segnalavano invece la Compagnia del Carmine (attestata dal 1713 e attiva almeno per tutto il secolo XVIII), la Compagnia del Santissimo Sacramento (la cui documentazione va dal 1635 fino ai primi decenni del secolo XIX), una Confraternita delle Umiliate sotto il titolo di Sant’Anna (attestata per il primo decennio del secolo XIX) e la Compagnia delle Figlie di Maria, attiva nell’età moderna. A differenza di quasi tutte le comunità della zona, Chiusano non conobbe, durante l’età moderna, la fondazione una Congregazione di carità [A.C.V.A., Stato dei beni e delle chiese della Diocesi di Asti (1742), Chiusano, cc. 184v-89r; Visite pastorali, Visita Apostolica Peruzzzi (1585), cc. 211v-13v; Visita Panigarola (1588); Visite Roero (1656, 1661); Visita Panigarola (1681); Visita Migliavacca (1694-95), vol. 17, c. 323; Visita Felissano (1742), vol. 21, c. 302; Fald. 55bis; A.P.C.; A.S.T., Paesi per A e per B, C, Mazzo 58, n. 1, Questione tra il Comune e il Parroco circa la proprietà di materiali ed altri oggetti dell'antico Camposanto (1835); Torre 1999, pp. 22-23, 40, 61-62, 233; Relazione 1753, f. 88v].
E’ ipotizzabile una origine dell’insediamento analoga a quella di Cursembrandum (Cossombrato), il centro di dominio signorile di cui il territorio di Chiusano aveva fatto parte e da cui fu scorporato agli inizi del secolo XVII. Cossombrato era sorto probabilmente in età alto medievale come curtis nei pressi della chiesa plebana, ubicata lungo a strada di origine romana che, percorrendo per un buon tratto, a occidente della città, la valle del Rilate verso il torrente Versa, collegava Asti a Industria (Monteu da Po). [Bordone 1976a, p. 35; Settia 1970, pp. 55-66, ora in Settia 1991]. Non è possibile, in assenza di ulteriori studi, datare lo spostamento dell’abitato di Chiusano dalla sua probabile fondazione presso l’antica chiesa di Santa Maria al nuovo agglomerato compatto e incastellato in posizione dominante. Le sommarie descrizioni di Chiusano a partire dalla prima età moderna descrivono un “luogo unito”, racchiuso nel concentrico, o “Recinto”, e circondato dal coltivo. Verso il primo decennio del secolo XVIII, si contavano, “sul Territorio” all’esterno dell’agglomerato principale, appena “tre fuochi dispersi”. Verso il primo decennio del secolo XVIII, si contavano, “sul Territorio” all’esterno dell’agglomerato principale, appena “tre fuochi dispersi”. L’immagine di compattezza insediativa era ribadita, verso la metà del secolo, nelle parole dell’intendente di Asti: “Luogo situato in collina, unito e non diviso in borgate” [A.S.T., Sezioni Riunite, II Archiviazione, Capo 21, n. 161, c. 86; Eydoux 1983, p. 66; Relazione 1753, f. 88r]. Agli inizi, poi, del secolo XIX, un osservatore commentava: “Non vi sono che avanzi dell’antico suo castello e recinto” [Bordone 1977b, p. 117 (citaz. De Canis)].
Né sarebbe possibile formulare ipotesi circa gli effettivi ritmi di sviluppo del nuovo concentrico, per il quale alcuni indizi -- quali le dimensioni e la presenza di nuovi luoghi di culto, insieme all’afflusso di manodopera agricola -- potrebbero suggerire un’accelerazione alle soglie o agli inizi della prima età moderna. E’ ipotizzabile, anzi, che Chiusano, al momento del suo scorporo ed erezione in comunità, agli inizi del secolo XVII, potesse avvicinarsi, per consistenza numerica, al nucleo centrale di Cossombrato, dove il numero di famiglie, o “fuochi”, rimaste fedeli ai loro signori era rimasto più o meno invariato -- meno di 50 – dall’epoca della fondazione medievale della vicinissima Villa San Secondo fino alla prima età moderna. Verso la metà del secolo XVIII, la comunità di Chiusano contava 81 “capi di casa”, in una fase di generale espansione demografica, in parte imputabile, secondo le notizie fornite dall’intendente di Asti, a un vivace “cambiamento dei massari”, o coloni parziari.
Tuttavia, l’evoluzione demografica successiva appare alquanto contenuta in confronto alla maggior parte delle comunità astigiane. Le 118 famiglie censite nel 1839 rappresentarono infatti una soglia non più superata fino al 1921; le 132 famiglie residenti a quest’ultima data prelusero, a loro volta, a un rapido spopolamento, non concluso entro il secolo XX. Durante tutto questo periodo fu pur sempre marcato il contenimento della popolazione entro il concentrico, o tutt’al più nei piccoli agglomerati secondari segnalati nei censimenti a partire dal 1951 (Fornace, Castagna, Valcerma, o Valserma); tant’è che soltanto nel 1901 e nel 1936 la popolazione censita in case “sparse” superò significativamente l’ordine di grandezza del 10 per cento del totale [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche ed altre, Mazzo 20, n. 19; Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10; Bordone 1976a, pp. 35-37; Informazioni 1839, p. 27; Istituto Centrale 1956; Ministero 1883 e successivi; Presidenza 1927 e successivi].
E’ stato ipotizzato che una serie di chiese e di insediamenti oggi non più esistenti, la cui esatta ubicazione è in parte ignota, insistessero lungo più versanti sul territorio dell’attuale comune di Chiusano d’Asti. L’abitato scomparso di Montiglieto, Montiglietto, o Montetto, è citato nella documentazione dei secoli XII e XIII. Di esso avrebbero fatto parte il luogo, tuttora esistente, di Valcerma, o Valserma, oltre a una chiesa dedicata a San Dalmazzo, sita in Monmorino (Montem Morinum), quest’ultima forse nella vasta zona boschiva compresa tra Chiusano e la chiesa cossombrese nota come Madonna dell’Olmetto [Eydoux 1977, pp 19-22; 1979, p. 59; Gabiani e Gabotto 1904-07, p. 114 (1190), nota 35; Vergano 1942, docc. 96 (1248), 151 (1252)]. La chiesa dedicata a San Vittore dell’antico luogo di Maresco, spopolato nel secolo XIII per il trasferimento degli abitanti alla villanova di Montechiaro (oggi Montechiaro d’Asti), è stata identificata con l’attuale località San Vito sul territorio di Chiusano d’Asti. E’ stato altresì ipotizzato che l’insediamento di Maresco, di tipo policentrico o sparso, potesse riguardare un’area compresa tra la stessa chiesa di San Vittore, le regioni Sant’Andrea e Pellegrina in direzione nord e la valle San Michele verso est. La chiesa fu abbattuta nel 1820. [Eydoux 1977, p. 51; 1979, p. 51]. E’ forse ipotizzabile che tanto San Vittore quanto Sant’Andrea rientrassero tra i possessi, o ecclesiae subditae, del Capitolo della chiesa cattedrale [Eydoux 1979, pp. 51-52; Vergano 1977-78]. E’ stata inoltre ipotizzata l’attinenza a Chiusano di una parte del luogo di Marcellina, al momento della cessione, nel 1317, del castello e della villa di quel luogo dai signori di Settime, i Comentina, ai nuovi signori, i Grassella [Eydoux 1977, p. 22; Gallo 1975].
I quadri d’insieme giunti fino a noi della comunità di Chiusano risalgono a dopo lo smembramento amministrativo da Cossombrato e l’erezione in feudo nel secondo decennio del Seicento. Sono descrizioni improntate a una immagine di conformità e ordine. Circa a metà secolo XVIII, l’intendente di Asti trovò un’amministrazione comunale concorde, ottimamente amministrata, con i conti in pareggio:
Li affari de’pubblico bene maneggiati, non vi sono fa[z]ioni, non vi sono litti né contabilità verso il pubblico né beni occupati da terzi senza le dovute solennità.
La comunità è retta da un “Conseglio ordinario” formato da tre membri, coadiuvati da un segretario, “persona di capacità”. L’archivio, “le Scriture, di cui vi è l’inventaro” risultavano in regola, “in stato di servizio”, così come il “cadastro e i libri di trasporto”. La vita religiosa si svolgeva tutta all’ombra della parrocchia, unico “luogo pio” rilevato dall’intendente. Il vassallo, conte Francesco Antonio Giacinto Caissotti, era privo a Chiusano di qualsiasi “reddito né fondo feudale” e risiedeva a Cuneo. La parcella delle spese per la riparazione delle strade, presentata dal suo giudice per l’approvazione, risultava “nella conformità prescritta [...] per il pagamento” da parte dell’amministrazione locale.
Gli interstizi della signoria assenteista del conte Caissotti ci lasciano intravvedere un aspetto tutt’altro che secondario della gestione del potere locale: i dodici nomi di notabili del luogo che l’intendente raccomandò come “li più capaci” a entrare nella rosa di rotazione del consiglio comunale erano infatti, nell’assenza “di persona che esercisca arti liberali” (tranne un notaio della famiglia Della Valle), i membri di appena quattro famiglie di “Agricoltori”, proprietari o fittavoli di terre appoderate, distinti vuoi dai coloni parziari (massari), vuoi dai “particolari”, conduttori di piccoli appezzamenti [Relazione 1753, ff. 88r-89v]. Il contrasto tra una simile comunità agraria, compatta e ordinata, e Cossombrato appariva assai marcato.
Per quasi tutto il corso della sua storia, Cossombrato era stato un feudo dotato di un territorio, o “finaggio”, assai vasto, ma del tutto privo di uno statuto comunitario capace di prescindere dalle forti prerogative signorili. Fino a una prima definizione dei confini stabilita tra il 1583 e il 1605, quasi alla vigilia dello scorporo di Chiusano, il suo terriitorio era per molti aspetti condiviso con il luogo di Villa San Secondo, pur da tempo eretta in comunità indipendente. Il potere, o lo strapotere, dei signori, segnatamente della famiglia Pelletta, era stato accentuato e consolidato, a partire dal tardo medioevo, vuoi dai larghi margini di autonomia concessi dai vescovi di Asti, vuoi dagli spazi di manovra più volte rinnovati fino nell’età moderna grazie all’intreccio di conflitti giurisdizionali tra poteri locali e sovralocali laici ed ecclesiastici, non esclusi il governo sabaudo e quello pontificio. In presenza di un assertivo controllo signorile, non si era dunque mai costituita a Cossombrato una comunità formalmente organizzata, né dotata di istituzioni amministrative proprie, quali un consiglio provvisto di sindaci e consiglieri. Gli abitanti di Cossombrato erano innanzitutto “sudditi”. Nelle parole dei funzionari dello stato sabaudo del secolo XVII: “L’Aggregato [...] degli [...] Uomini Cossombresi non è, che una dipendenza dello stesso feudo”, perché “tutto il Territorio è semovente ancora dalla ragione feudale, e paga annuo tributo di Canone ai feudatarj”.
Fino allo scorcio dell’età moderna, Cossombrato “non faceva Corpo di Comunità”, né fu “aggregato a verun altro”, o “ad altra amministrazione” [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 26, Cessione come s.a à Petrino fù Gozelino Vogliono, Dom.co della Valle, Tomeno de' Bosco, Ilario de Bosco Bertoto Gozelino, et Andrione de Bosco del Luogo di Chiusano di diversi beni nelle fini di Cossambrato ivi specificati. 19.Aprile (1580); Mazzo 27, n. 10; Mazzo 28, Testimoniale di visita, et informazioni prese per parte di S.A.R. delle inscrizioni che si trovano fuori et all'intorno delle muraglie della Città d'Asti, e suoi Borghi, delle Terre che hanno concorso nelle spese delle fortificazioni d'essa Città, frà quali essersi ritrovate descritte le Comm.tà di Serravalle, Variglie, Castelalfero, Miandolo, Neviglie, Castelnovo, Chiusano, Celle, Govone, Magliano, Castellinaldo, Castagnito, La Vezza, Cossambrato, Cortanze, Cortasone, S. Martino, Montalto, Mongardino. 2.Ap.le (1613); Relazione 1753, f. 105r; Bordone 1976a, p. 36; Molina 1993, p. 28].
Non si hanno attestazioni di compilazioni statutarie. Statuto comunale vigente nel 2005, s.d. (ma successivo al 1990): vedi testo.
Il moltiplicarsi di ricerche storiche sulla fiscalità astigiana dei secoli XIV-XVI consentirà in futuro di ricostruire la storia della catastazione di Chiusano [Bordone 1980b, pp. 148 sgg., 161 sgg.; Fissore 1971b]. Allo stato attuale delle conoscenze, sono note sia la resistenza generale delle “ville” del distretto alle ipotesi di una nuova catastazione a partire dall’ultimo ventennio del secolo XV sia la crescita effettiva dell’imposizione fiscale gravante su di esse nello stesso periodo. [Bordone 1980b, p. 162]. E’ certo che lo scorporo di Chiusano da Cossombrato comportò un’opera di catastazione, di cui non conosciamo tuttavia i tempi e le modalità. In piena età moderna, secondo una inchiesta dei funzionari dello Stato sabaudo del 1721, Chiusano era provvisto di un catasto risalente al 1650. La sua redazione aveva inaugurato un criterio di “misura nova camerale”, a cui gli abitanti, come asserito dal segretario della nuova comunità, avevano ottemperato scrupolosamente “da memoria d’homo vivente in qua”. I nuovi criteri di catastazione, con tutto il “Territorio” diviso “in tre valbe a tenimenti”, apparivano improntati a principi di grande semplificazione dell’imponibile per agevolare il prelievo della imposta prediale ordinaria sabauda, il “tasso”. Il “registro”, ossia la ripartizione delle imposte fondiarie, era stato calcolato “a soldi di danari dodici, danari da ponti dodeci, et ponte d’oncie dodeci”. E’ da rilevare, tuttavia, che le innovazioni non implicavano una misurazione ex-novo dei singoli “tenimenti”, o fondi rustici: la redazione di un moderno catasto particellare, dopo una sommaria “misura del territorio” eseguita nel 1709, dovette attendere il 1771-1772. [A.S.T., Sezioni Riunite, II Archiviazione, Capo 21, n.1 (3), c. 4v; n.161, c. 116]. Vedi mappa; A.S.T., Sezioni Riunite, Catasti, Catasto sabaudo, Allegato C. Mappe del catasto antico, Circondario di Asti, Mandamento di Montechiaro, Chiusano, Mazzo 73, Mappa del territorio di Chiusano, estrata dall'originale per copia, 12 ottobre 1771 (Autore disegno originale: Carlo Giuseppe Molina)]. Vedi mappa.
La documentazione catastale oggi conservata presso l’Archivio comunale, che al 2004 è in attesa di riordino, comprende il Catasto del 1772 e un Libro dei trasporti iniziato nell 1773 (entrambi volumi rilegati in pelle). La serie catastale, apparentemente lacunosa, riprende con i Libri dei trasporti in quattro volumi, che coprono il periodo tra la metà del secolo XIX e il secolo XX. Un Giornale del catastraro, in un volume, parte dall’anno 1880 [A.C.C.]. Per la catastazione del territorio di Cossombrato, A.S.A., Catasti antichi (1501-1937). Una parte del materiale otto e novecentesco, ancora in A.S.A., è conservato nella serie Catasti dei terreni e fabbricati (1875-1960ca.) [Cassetti 1996, p. 73]. A.S.T., Sezioni Riunite, Catasti, Catasto sabaudo, Allegato C. Mappe del catasto antico, Circondario di Asti, Mandamento di Montechiaro, Chiusano, Mazzo 73, Mappa del territorio di Chiusano, estrata dall'originale per copia, 12 ottobre 1771 [Autore disegno originale: Carlo Giuseppe Molina]. Vedi mappa. Comune di Chiusano d'Asti [SIT Cartografia. Vedi mappa].
Le serie storiche di Deliberazioni, Conti e Bilanci conservate presso il Comune di Chiusano (il cui archivio storico è, al 2004, in attesa di riordino) appaiono costituite da materiali non anteriori al secolo XX. La documentazione ottocentesca conservata presso l’archivio comunale comprende Liste di leva a partire dal 1860 e registri di popolazone, tra cui, in copia, i Registri parrocchiali (1842-65) e i Registri di Stato civile nazionale (a partire dal 1866). In A.S.A. sono conservati cinque registri di documentazione della Podesteria di Chiusano per il periodo 1754-1801 [A.C.C.; A.S.A.; Cassetti 1966].
Verso la seconda metà del secolo XII, i domini, o signori, de Cursembrando, che, insieme con altri domini meno potenti, erano detentori di diritti su un’area piuttosto estesa, incentrata su Cossombrato e comprendente, plausibilmente, Chiusano, entrarono nella clientela del vescovo di Asti, istituendo ottimi rapporti, in particolare, con il Capitolo della cattedrale. Essi inaugurarono un legame con la curia astese destinato a consolidarsi durevolmente. L’ingresso dei de Cursembrando entro la sfera d’influenza del vescovo astigiano era stato analogo a quello dei signori dei numerosi castelli, tra cui quello di Chiusano, che, dalla sponda destra del torrente Versa e dal suo retroterra, fronteggiavano i domini dei marchesi di Monferrato. Situati lungo le valli del rio Cortazzone e del Rilate, erano altrettanti luoghi di controllo su importanti diramazioni stradali collegate all’asse principale Asti - Chieri – Torino. A subentrare progressivamente ai signori de Curesembrando furono soprattutto nuovi signori, i Pelletta, potente famiglia di banchieri astigiani, i cui domini, durante la seconda metà del secolo XII, si trovarono in una posizione di forte valenza strategica, poiché la zona compresa tra i torrenti Versa e Rilate e il bacino del rio Cortazzone era sottoposta alle contrastanti pressioni dei marchesi di Monferrato e dell’emergente potenza del Comune astigiano, potenza di volta in volta concorrente o alleata del vescovo cittadino. La configurazione dei poteri nella zona si espresse, a livello politico e giurisdizionale, nel triplice legame mantenutodai signori di Cossombrato con il vescovo, con il marchese di Monferrato, dei quali furono vassalli, e con il comune di Asti, di cui assunsero la cittadinanza [Assandria 1904-07, doc 154, 188, 229, 285; Vergano 1942, docc. 68, 154, 164, 193, 212, 220, 229, 230, 231, 242, 254, 258; Bordone 1976a, p. 35-38].
Articolati in una larga compagine parentale, i Pelletta giunsero a dominare, al loro apogeo, tra la fine del secolo XII e l’inizio del XIV, una rosa di luoghi, tra cui i feudi di Cortazzone, Cortandone, Cisterna e Beliriguardo, nonché Cortanze. A Cossombrato il loro potere, sia pure ridimensionato nel corso del tempo, manifestò una resilienza destinata a durare fino agli albori dell’età contemporanea. Il potere locale dei Pelletta si dispiegò già nell’estate del 1309, quando la sentenza emanata da Amedeo di Savoia e Filippo d’Acaia per porre fine alle discordie tra il comune di Asti e i fuorusciti ghibellini sancì che i castelli, villaggi e uomini di Cossombrato e Corsione dovessero essere restituiti ai loro signori. Grazie ai colloqui di pacificazione del 1311, la conferma del possesso di Cossombrato al vescovo di Asti da parte dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo consolidò i Pelletta nel ruolo di principali interlocutori locali tanto del vescovo quanto dei marchesi di Monferrato, mentre successivamente, nel 1417, in occasione del trattato di alleanza stipulato tra il vescovo e gli Orléans, Cossombrato fu tra i luoghi per i quali era previsto che, in caso di guerra con il marchese di Monferrato, “le differenze” fossero “rimesse ai signori locali”, senza ingerenza esterne. I margini di autonomia dei signori di Cossombrato furono ulteriormente consolidati dal fatto che, a differenza di altri feudi tenuti dai Pelletta (Cisterna e Cortazzone), esso non venne avocato dalla Camera apostolica durante i processi per un omicidio compiuto entro la parentela dei Pelletta negli anni Settanta del secolo XV [Rubrice 1534; Sangiorgio 1975, pp. 280 sgg.; Bordone 1976a, pp. 37-38; Sella e Vayra 1887, doc. 1041; Assandria 1904-07, doc. 323; Claretta 1899, p. 168-73; Silengo 1964, pp. 77-81; Molina 1993].
Nei rapporti tra Chiusano e Cossombrato vi fu un’accelerazione dei mutamenti di carattere giurisdizionale nel corso dei secoli XIV e XV, anche sotto la spinta di pressioni politiche esterne. Risalgono a prima del 1354 i primi interventi dei Visconti nell’articolazione territoriale del dominato astese durante i conflitti con i marchesi del Monferrato, di cui fu un esempio lo spodestamento dei Pelletta dal feudo di Cortazzone da parte dei Visconti, quindi il loro reinsediamento. Nel quadro più ampio di una reintegrazione territoriale in seguito alle occupazioni belliche, il luogo di Chiusano emerge dalla documentazione in due patti con i quali, nel 1364 e nel 1377, i Visconti e i marchesi di Monferrato concordarono -- appena prima della dedizione di Asti ai Visconti nel 1379 -- di ricomporre la iurisdictio della città, ovvero il posse et districtus astensis, seconda la terminologia che sarebbe invalsa durante il secolo XV.
In entrambi i patti Chiusano affiorò quale locus novus nel quadro del districtus, o distretto, astese da una precedente condizione che, allo stato delle conoscenze, conserva una certa opacità: tra la categoria amministrativa delle ville veteres extramunicipali e i castra civium, i luoghi, cioè, dove, come a Cossombrato, i signori locali esercitavano una propria giurisidizione sugli homines da loro dipendenti, riservando “un qualche diritto di giurisdizione”, con una forma più indiretta di controllo politico, al “comune o suoi cittadini” [Bordone 1977a; Rubrice 1534, pp. 59-60]. Occorre porre in rapporto con quella di Chiusano l’evolversi della condizione di Cossombrato, dove i Pelletta erano stati interessati all’estensione -- decretata dal diploma dell’imperatore Enrico III nel 1041 a favore di Pietro, vescovo di Asti -- del districtus vescovile a un raggio di sette miglia intorno alla città, una misura destinata a segnare i limiti del territorio più direttamente subordinato al potere comunale astese al di là dei “borghi” suburbani. Assente dai patti del 1364, Cossombrato entrò tuttavia a far parte dei loci novi nel 1377, ma, a distanza di pochi anni, nella ricomposizione territoriale e circoscrizionale sancita dopo il matrimonio di Valentina Visconti, contessa di Asti, con Louis de Valois, duca di Orléans e fratello di Carlo VI, re di Francia, fu considerato luogo “feudale”: dunque, da un lato, estraneo alla iurisdictio civitatis orléanese; d’altro lato, potenzialmente separato, nelle sue sorti giurisdizionali, dal locus di Chiusano e dai suoi cives astenses. Quanto a Chiusano, che, al pari di Cossombrato, risultò incluso nello strumento dotale di Valentina Visconti del 1386, non era più stato annoverato tra le “terre” dipendenti dalla giurisdizione di Asti già nel 1379 [Bordone 1980a, pp. 233-42, 255-58; 1980b, pp. 132-35, 140-63; 170-75; Graziano 1974; M.G.H., vol. V, doc. 70; Sangiorgio 1975, pp. 196, 231, 280 sgg.; Rubrice 1534; Savio 1934, pp. 261, 270 nota 6; Statuta 1377, p. 8v].
Chiusano era stato compreso nell’àmbito di dominio dei signori de Cursembrando, forse uno dei rami dei signori di Montiglio, i cui possessi comprendevano probabilmente due castelli sorti sul territorio dell’antica Cossombrato, nonché diritti su quelli di Chiusano, di Settime e beni fondiari in Cinaglio e forse anche a Corsione [Bordone 1976a, pp. 35-36; Molina 1993, p. 4; Eydoux 1982, p. 58]. La presenza in loco della famiglia dei Pelletta risale agli anni Venti del secolo XIII, quando acquistarono una quota di Cossombrato già ceduta ad altri signori, i Cazio [Bordone 1976a, p. 36]. In un documento apocrifo del 1399, essi facevano risalire a oltre due secoli prima – dunque anteriormente al primo loro atto autentico noto -- la propria presenza come consignori di Chiusano [Eydoux 1979, pp. 46-50 Fissore 1971a; Galeani Napione 1917]. Agli inizi del secolo XIV, dopo la fondazione di Villa San Secondo e la distruzione di uno dei due castelli, i Pelletta e i restanti signori de Cursumbrando avevano coltivato strettissimi rapporti sia con il vescovo di Asti (sia anche con la villanova da loro seceduta). Più tardi, a partire dal 1434, nonostante che i beni dei Pelletta fossero “caduti in commesso” in seguito a un’accusa di fellonia, le investiture vescovili a loro favore si erano rinnovate regolarmente, includendo, ancora durante i secoli XVI e XVII, Villa San Secondo (1555) e anche Corveglia (nel 1621). Anche quando si limitarono al solo “castello inferiore” e alla sua giurisdizione, questa non fu chiaramente definita da un punto di vista territoriale, provocando l’acuirsi delle tensioni tra i consignori per il possesso del feudo e delle sue parti [A.P.C., Busta II, nn. 41, 44, 45, 49, 51(1327); Busta V, n. 5 (1346); A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei conti, Articolo 746, paragrafo 3, vol. 81; Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1, cc. 6-13 (1346); 14-21 (1364); 22-24 (1378); 25-30 (1440); 34-35 (1442); 36-39 (1460); 44-46 (1464); Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 10; Mazzo 15, n. 7; Assandria 1904-07, docc. 82, 91, 200; Bordone 1976a, p. 38; Molina 1993, pp. 71-102].
Ceduto dal vescovo di Asti al duca di Savoia Carlo Emanuele I durante la prima Guerra del Monferrato (1613), Chiusano fu scorporato da Cossombrato e infeudato, insieme con Cinaglio, nel 1619, a Giovanni Antonio Caissotti, discendente da una famiglia di notabili già attivi nell’area tra Ventimiglia, il Maro e Tenda, che aveva sposato Silvia Valperga dei conti di Rivara e ricevuto patenti di nobiltà dai Savoia nel 1590 (approvate per interinazione della Camera ducale soltanto nel 1614). A Chiusano, secondo le inchieste settecentesche, la signoria dei Caissotti -- che, elevati a conti, risiedevano a Cuneo, perseguivano carriere nell’amministrazione sabauda e rinnovavano rapporti matrimoniali verso l’area rivierasca -- non comprendeva “in q[uest]o luogo e suo finaggio alcuna sorte di beni né feudali né allodiali” e neppure “alcun reddito né fondo feudale. “ [A.S.T., Sezioni Riunite, II Archiviazione, Capo 21, n.161, c. 117; Relazione 1753, f. 88r]. Una breve parentesi nella lunghissima signoria sul nuovo feudo di Chiusano (e su quello di Cinaglio) si aprì soltanto tra il 1635 e il 1638, quando, temporaneamente avocato ai Caissotti, fu concesso per quel breve lasso di tempo a Francesco Villa, marchese di Cigliano, nel quadro di una permuta che comportava la cessione dei feudi di Prazzo, Ussolo e San Michele, mentre si realizzava l’unificazione, sotto la signoria dei Villa, dei vicini feudi di Camerano e Casasco. [Guasco 1911, vol. I, pp. 360-61; 423-24; vol. II, pp. 53 (581), 62 (590), 654-655 (126-127); vol. IV p. 1578 (522); vd. anche scheda Camerano Casasco].
Nel 1389 Chiusano entrò formalmente, insieme con Cossombrato, a far parte del patrimonio degli Orléans [Rubrice 1534; Sangiorgio 1975, pp. 280 sgg.]. Nel 1531, con l’investitura del Contado da parte dell’imperatore Carlo V alla cognata Beatrice di Portogallo, moglie del duca Carlo III di Savoia, i duchi di Savoia divennero conti di Asti. Lo stesso anno, con un diploma imperiale confermato nel 1562 dall’imperatore Ferdinando I, fu conferito ai duchi il vicariato imperiale sul Contado, con pieno esercizio di tutti i diritti regali, che nel 1555 erano stati estesi alle diocesi del dominio ducale.
Verso quest’epoca, mentre Asti veniva eretta a provincia nella riorganizzazione del 1560 dei territori sabaudi da parte del duca Emanuele Filiberto, acquistò nuova attualità, entro il “corpo” del Contado astese, una distinzione, già presente nello strumento dotale di Valentina Visconti ma con ascendenti più antichi, tra la città di Asti con le ”terre” del suo distretto; il Capitaneato dell’Astigiana (Capitaneatus Astesane), formato da “terre” esterne al distretto non infeudate, ma ora di immediato dominio ducale; quindi le “terre” infeudate; infine le “terre della chiesa d’Asti”, tra cui Cossombrato, sulle quali la corte sabauda dichiarò talvolta di esercitare prerogative di “quasi possesso”. Fino alla cessione di queste ultime allo stato sabaudo nel 1784, i conflitti di competenza giurisdizionale, che furono assai accesi nei feudi incamerati dalla Santa Sede, si manifestarono a Cossombrato perlopiù in tono minore. Già a partire dallo scorcio del Seicento, i Savoia sottolineavano, per esempio, che le “difficoltà della Corte di Roma” si erano ridotte “a soli quattro feudi di Cisterna, Cortanze, Cortazzone, e Montafia”; entro il 1715 Cossombrato era uno dei feudi in cui il Senato di Torino perseguiva ormai più incisivamente -- negli “atti di possesso” -- la sovranità sabauda.
Per quanto riguarda invece Chiusano nei suoi rapporti con Cossombrato e con il resto della circoscrizione di cui faceva parte, è importante sottolineare una duplice valenza – giurisdizionale e fiscale – dell’ordinamento del Capitaneato, che aveva provocato forti tensioni, in particolare, intorno all’aumento di pressione fiscale e ai tentativi di nuova catastazione nelle ville o “terre” del distretto a partire dallo scorcio del secolo XV. Con gli anni Settanta del secolo XVI l’inclusione di Chiusano entro il Capitaneato ne prefigurava, di fatto, il distacco definitivo da Cossombrato tanto sul piano giurisdizionale quanto su quello fiscale [A.S.C.A., Sez. III, 65°, fasc. 30, Convenzione del 1561; Sommario della causa della città d’Asti contro li signori e le ville del distretto e capitaneato infeudate (s.d., ma dopo il 1621); A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 7, Registro delle fedeltà prestate in mani dell'Arciv.o di Tarantasia Delegato dal Duca Em.le Filiberto per l'infras.te Communità cioè di Brà, Villanova, Neive, Castelnovo, Montechiaro, Celle, Azano, Baldichieri, Chiusano, Castagnole, Cherasco, Buttigliera, e Vigliano (1565); Mazzo 15, n. 6; Mazzo 30, n. 29; Mazzo 34; Bordone 1976a, pp. 38, 81; 1980b, pp. 148, nota 53, 149-53, 173-75; Boyvin du Villar 1607; Graziano. 1984; Rubrice 1534; Ragioni 1732; Sangiorgio 1975, pp. 280 sgg.; Savio 1934, pp. 220-24, 261, 265-99, 270, nota 6; Scritture 1731; Sommario 1727].
Dopo l’istituzione della nuova comunità di Chiusano, la sua posizione entro l’assetto delle province piemontesi si mantenne fino alla caduta dell’antico regime in Piemonte (1798). Entro la maglia amministrativa francese, Chiusano seguì le sorti dell’intero territorio della vecchia provincia di appartenenza, aggregato, senza sostanziali alterazioni, a una circoscrizione di estensione variabile avente per capoluogo Asti. Si trattò dapprima del dipartimento del Tanaro, creato durante il primo effimero periodo di occupazione (1799), e, dopo il ritorno dei Francesi e in seguito alla riorganizzazione amministrativa del 1805, del dipartimento di Marengo, circondario (arrondissement) di Asti. Vedi mappa.
Dopo la parentesi napoleonica, Chiusano rientrò, nel 1814, a far parte della ricostituita provincia di Asti che, dopo ulteriori instabili riorganizzazioni mandamentali nel 1818, fu ridotta a circondario della divisione amministrativa, poi provincia di Alessandria nel 1859 [Cassetti 1996; Romano 1998, pp. 15-45; Sturani 1995; 2001]. Lo stesso circondario di Asti venne soppresso e aggregato a quello di Alessandria nel 1927 [Istituto Centrale 1927, p. 1], quindi staccato dalla provincia di Alessandria e aggregato alla nuova provincia di Asti formata nel 1935 [Gamba 2002; Istituto Centrale 1937, p. 8]. In anni recenti Chiusano d’Asti ha aderito alla Unione dei Comuni Comunità Collinare “Val Rilate”.
La formazione territoriale di Chiusano rientra nel lungo processo di erosione di una parte dei domìni dei signori di Cossombrato. La separazione e delimitazione territoriale tra Cossombrato, Villa San Secondo e una rosa di altre località confinanti, tra cui Callianetto e Montechiaro, si svolse gradualmente tra il tardo medioevo e la prima età moderna, per culminare in una più precisa definizione di confini nel 1583-1605 e nell’erezione di Chiusano a comunità e feudo pochi anni più tardi [Bordone 1976a; Molina 1993, p. 25; Silengo 1964, pp. 67-85; Torta 1999]. Cossombrato stesso fu eretto a comune con le regie patenti dell’8 febbraio 1791 [A.S.T., Sezioni Riunite, Patenti controllo finanze (1791)]. Per aggiustamento di confini con Montechiaro, il sito della chiesa di San Vittore de Malisco, o Maresco, corrispondente oggi al toponimo di San Vito, fu compreso entro i confini di Chiusano nel 1929 [Eydoux 1979, p. 50; vd. anche schede Castell'Alfero, Cossombrato, Montechiaro d'Asti, Villa San Secondo].
Verso la metà del secolo XVIII, le inchieste dei funzionari dello Stato sabaudo a Chiusano suggerivano che il suolo disponibile fosse stato ormai interamente messo a coltura, nell’assenza pressoché completa di beni comuni. Secondo l’intendente di Asti: “Non essendovi gerbidi nel preacennato luogo servano per pascoli comuni le rippe delle strade, seben non sufficienti ad un tal uso”. Peraltro una inchiesta del 1721 aveva calcolato l’esistenza di appena quattro minuscoli appezzamenti nelle regioni Valle e Molino, “O sij In Valenza”, considerati “pezze [...] totalm[en]te inutili, et infruttiferi et di natura sterile”, che “non vengono da molti anni in qua coltivate né goldute da veruno”, con la sola eccezione di 40 stara “in Valenza” coltivate in parte a vite, “che si rimette in goldità al serviente di q[ues]to luogo p[er] conto di suo stipendio”. Le annotazioni dei funzionari preposti a quell’inchiesta suggeriscono che il totale di circa 4 giornate di terre in questione costituissero, almeno originariamente, “beni del Vescovato di Asti”. Se l’assenza di pascoli doveva pesare sulla notevole densità di bestiame attestata a Chiusano verso la metà del Settecento, non meno grave era la carenza di boschi, calcolati all’epoca in meno di 5 giornate di estensione, dei quali “si servano gli abitanti per l’impalamento delle viti e per il loro giornagliere foccaggio” [A.S.T., Sezioni Riunite, II Archiviazione, Capo 21, n.161, c. 116; Relazione 1753, f. 87v]. Con il 1990 i dati comunali di Chiusano d’Asti attestano la presenza di terreni gravati da usi civici nella misura di meno di mezzo ettaro; in ha. 1,7 circa le valutazioni del Commissariato usi civici [C.U.C.].
Risale al 1437, per opera dei delegati della duchessa di Orléans e del marchese di Monferrato, un tentativo di definizione dei confini tra la comunità e uomini di Villa San Secondo, da un lato, e Callianetto, “terra” appartenente al distretto di Asti, dall’altro.
Nell’ambizione di dare corpo a un confine interstatale, si entrava nel vivo, in un contesto giurisdizionale quanto mai stratificato, del lentissimo scorporo di Cossombrato, del suo territorio ampio quanto accanitamente conteso e delle prerogative dei suoi signori, che rivendicavano il dominio su Chiusano. Il mancato perfezionamento degli accordi, insieme alla mancata definizione dei termini divisori tra Villa San Secondo e il territorio di Cossombrato, lasciò ampi spazi di incertezza, e di future contese, tra i signori di Cossombrato con Chiusano, Villa San Secondo e una rosa di altre località, tra cui Montechiaro, Callianetto e Corsione. A partire dai primi anni Quaranta, le contese s’innestarono su un contenzioso giudiziario assai ampio tra Asti e tutto il suo distretto in materia fiscale, contenzioso che fu temporaneamente ricomposto a oltre un secolo di distanza grazie alla cosiddetta “concordia” del 1561 [Bordone 1980b, pp.152 sgg., 161 sgg.]. Localmente l’area controversa, assai vasta, comprendeva beni fondiari perlopiù “indivisi”, vuoi perché utilizzati come boschi di uso comune tra gli abitanti di più località ( i boschi “del Debatto”), vuoi perché posseduti dalla Mensa vescovile di Asti secondo lo statuto giuridico alquanto elastico di “feudo rustico”, o di “beni rusticali indistinti”. Considerati talvolta come semplici allodi privi di connotazioni giurisdizionali, i beni del “feudo rustico” diedero adito, in altri casi, in particolare da parte dei signori di Cossombrato, all’assunzione di prerogative di “quasi possesso” derivanti dall’esercizio di atti di giurisdizione. Tra altri fattori, la ripresa demografica cinquecentesca contribuì senz’altro all’acuirsi dei conflitti sull’uso della terra, in particolare attraverso una ripresa dei dissodamenti promossi dai signori di Cosssombrato, innescando “molti homicidij, incendij, ruine di case, esportationi de fruti incissure de viti et altri eccessi et enormi scandali”.
Il contenzioso intorno ai confini, in particolare con Villa San Secondo, fu riaperto con particolare vigore dai signori di Cossombrato nel 1549, che adducevano a proprio favore non solo il fatto di avere compiuto continuativamente sui propri domini atti giurisidizionali sotto forma di arresti e di ammende (damna dantes in eis captivando, penasq. et banna ab eisdem Illatoribus exigendo), ma anche di avere continuato a “infeudare” e dissodare terre in favore di nuovi coloni, e ciò fino a trenta, vent’anni addietro, anzi fino al presente. Sia pure con tempi lenti, la controversia cominciò a produrre, a partire dal 1561, la formazione di delegazioni di deputati sabaudi (per Cossombrato) e monferrini (per Villa San Secondo) incaricate di visitare i confini, ascoltare le parti, e piantare sul terreno nuovi termini divisori dei confini. La distinctio e la atterminatio dei confini erano gli scopi prefissati dalle delegazioni. L’idea, mentre si delimitavano i singoli territori contesi, era di distinguere il più possibile le giurisdizioni non solo dello stato sabaudo e di quello monferrino, ma anche del vescovo di Asti e dei suoi vassalli, i signori di Cossombrato. Ai fini della “cognitione, et deffinitione delle differenze de confini, e boschi tra gl’huomini di Montechiaro, et quelli di Villa San Secondo con li gentiluomini di Cossombrà”, lo stesso intreccio e la dispersione territoriale dei possessi fondiari vescovili, signorili, delle comunità, delle “ville” e dei singoli abitanti sembrava militare contro la possibilità di formare nette linee di divisione territoriale. Il problema principale, che restò irrisolto fino alle soglie dell’età contemporanea, era la divisione a priori di una superficie la cui estensione non era nota, né mai ci si propose di misurare con precisione. [A.S.C.C., Atti di lite (1505-83); A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1, cc. 47r-50r (1473); 50r-53r (1549); 71-86 e 94-102 (1561); 94r-95r (1578); 103r-05r (1580); 149-55 (1605); 156-58, Sentenza abitr.le pronunziata dal Sen.e Riccardo Cesare di Roasenda Delegato del Duca di Savoja, e dal Sen.e Cesare Manenti Deleg.o del Duca di Monferr.o, per cui dichiarasi non aver ragione alcuna la Com.tà di Montechiaro sui beni aggiudicati a quella di Villa S. Secondo p. le succenn.e sentenze del 1578 e 1583, ma benzì sulla parte aggiudicata nelle med.e sentenze alli ss.i di Cossambrato (1606);159-206, Diverse lettere concernenti le sd.e diferenze tra Montechiaro, e Villa S. Secondo, ed alcuni eccessi commessi dall’una parte, e l’altra in dipendenza di quelle, con alcuni incombenti fati dalle pred.e Com.tà precedentem.te alla sovrariferita sentenza; Corte, Paesi, Monferrato, Feudi per A e B, Mazzo 68, n. 1 (4-9), Corrispondenze del presidente gran cancelliere Provana e del senatore Manenti (1605) n. 1 (12); Corrispondenza di Francesco Scozia (1583); n. 8 (13), Corrispondenze del presidente del Senato di Monferrato Avellano; minuta di sentenza del senatore Manenti (1581-1583).
Dopo l’erezione di Chiusano in comunità a sé stante, risultava compresa nel “finaggio” di Cossombrato, e dunque entro la giurisdizione dei suoi signori, una estensione piuttosto vasta di boschi (calcolata nel corso del secolo XVII in “[d]ucento, e piu giornate”), che veniva usata (“golduta”) dalla comunità di Montechiaro a titolo gratuito (senza pagare “alcun carico”) [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1]. Si trattò, almeno per tutto il secolo XVII, di terreni non iscritti a catasto [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10]. A quell’epoca, i terreni in questione erano “tenuti e posseduti in feudo rustico”, senza prerogative di giurisdizione, dalla comunità di Montechiaro per investitura del vescovo di Asti. Essi erano stati infatti “anticamente dismess[i] da’ Vescovi per rimunerazione d’ajuto prestato dalli huomini di d[ett]o luogo alla Chiesa Astese” [A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n.3, Corrispondenza dell’Intendente Favrat (1790)]. Una serie di investiture vescovili concesse in solidum alla comunità di Montechiaro tra il 1588 e il 1598, e più volte rinnovate nella seconda metà del secolo XVII, descrive i terreni, che, ubicati “sulle fini di Cossombrato”, si sviluppano “per longo verzo, et sin alle fini di Asti”, in 210 giornate di “Boschi detti della Mad[onn]a d’Ormetto [Olmetto], o sij del Debatto” [A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei conti, Articolo 746, paragrafo 3, vol. 81, Indice, ff. 129 (1656); 191 (1666); 449 (1695); Libri diversi, cc. 129r-132v (1656); 194r-v (1666); 449r-451v (1695)]. Alcune investiture seicentesche suggeriscono un inizio di smembramento di questo patrimonio a favore di singoli “abitanti” di Cossombrato, provenienti, in particolare, da Chiusano e da Priocca e insediati presumibilmente “nella Valle, verso Frincho, Castelalfiero, et Cortiglione” [A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei conti, Articolo 746, paragrafo 3, vol. 81, Indice, ff. 315 (1683); 337 (1694); Libri diversi, cc. 129r-32v (1656); 449r-51v (1695)].
A.C.A.(Archivio del Comune di Asti), Atti di lite tra la città di Asti o particolari da un lato e le comunità del contado dall'altro. Vedi inventario.
A.C.C. (Archivio Storico del Comune di Chiusano d’Asti).
A.P.C. (Archivio Parrocchiale di Chiusano).
A.S.A. (Archivio di Stato di Asti). Vedi inventario. [Cassetti 1996]
A.S.T., Sezioni Riunite, Catasti, Catasto sabaudo, Allegato C. Mappe del catasto antico, Circondario di Asti, Mandamento di Montechiaro, Chiusano, Mazzo 73, Mappa del territorio di Chiusano, estrata dall'originale per copia, 12 ottobre 1771 [Autore disegno originale: Carlo Giuseppe Molina]. Vedi mappa.
Bo, Luigi, Brevi notizie storiche sulla antica parrocchia di Maresco in Montechiaro d'Asti raccolte e pubblicate dall'arciprete Luigi Bo, Asti, Michelerio, 1933.
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Varvello, Marisa, La Chiesa di San Sebastiano in Chiusano d’Asti, [s.l.], Ecomuseo del territorio Basso Monferrato Astigiano. Quaderni di studio, n. 2, 1998.
Varvello, Marisa, Una Madonna d’oltre Oceano: una tela della Madonna Nera di Guadalupe nella chiesa parrocchiale di Chiusano, in “Il Platano”, n. 2, 2000, pp. 104-110.
Vi è a tutt’oggi una carenza di conoscenze sulla storia del territorio di Chiusano d’Asti, descritto non molti anni or sono come “una delle aree meno note dell’Astigiano” [Eydoux 1983, p. 54]. Questo limite attuale comprende aspetti contrastanti. Se assai scarna appare la documentazione storica conservata in loco a partire dalla fondazione della comunità di Chiusano e dalla sua erezione in feudo nei primi anni del Seicento [A.C.C.], viceversa un fecondo accumularsi di studi più ampi sulla politica amministrativa e fiscale del dominio visconteo-orléanese nell’Astigiano dei secoli XIV e XV attende di essere riversato sistematicamente sulla conoscenza di singoli casi e luoghi [Bordone 1980b; Fissore 1971b; Graziano 1984].
Sintomatica della provvisorietà delle conoscenze attuali può forse considerarsi la pletora stessa di ricerche di toponomastica locale, tese a individuare i contorni dell’antico territorio di Chiusano tra gli interstizi, per così dire, di una densa trama di chiese e insediamenti medievali, ciascuno a carattere policentrico o diffuso, quasi tutti destinati allo spopolamento e all’assorbimento entro l’orbita di non meno di tre importanti e vicinissime villenove dal grande sviluppo due-trecentesco: Montechiaro, Settime e Villa San Secondo [Bordone 2003; 2004; Eydoux 1977; 1978; 1979; 1982; 1983; Torretti 1996]. D’altra parte, la lunghissima gravitazione di Chiusano entro i domini dei signori di Cossombrato investe tematicamente la compagine signorile dei Pelletta, uno tra i più potenti e articolati gruppi parentali dell’area astigiana, e al tempo stesso, per molti aspetti, tra i più elusivi.
I Pelletta giunsero, com’è noto, a comprendere nei loro domini, tra i secoli XIII e XV, diversi luoghi dell’Astigiano, situati, in particolare, sia lungo le valli del rio Cortazzone e del Rilate, percorse da importanti diramazioni stradali collegate all’asse Asti-Chieri-Torino, sia, come nel caso di Cisterna, lungo altre direttrici di transito a largo raggio e di collegamento tra Basso e Alto Monferrato. D’altra parte, a differenza di altre famiglie preminenti, i Pelletta sembrarono evitare che una interazione, pur continua, tra i diversi rami della parentela trovasse espressione formale in istituzioni corporative di tipo consortile. Allo stato attuale delle ricerche, non sembra possibile distinguere tra dinamiche parentali (di coesione e conflitto) di tipo cooperativo, tese cioè al consolidamento del potere collettivo dei Pelletta, e altre scelte che, pur dimostrandosi talvolta efficaci da un punto di vista difensivo (per esempio a fronte dei rischi di confisca dei feudi) furono tuttavia conseguenza di scelte prettamente individuali, non orientate verso obiettivi strategici collettivi [A.P.C.; Claretta 1899; Molina 1993].
Alcuni indizi affioranti dalla documentazione suggeriscono tuttavia una sorta di circolarità tra i poteri esercitati localmente dai Pelletta e il loro rapporto di lealtà, controllo e subordinazione verso diversi livelli della gerarchia ecclesiastica. Destinato a evolversi profondamente nel corso del tempo (grazie agli interventi, per esempio, della Camera apostolica), questo rapporto interessava, tra l’altro, un’area di profondo radicamento patrimoniale locale del Capitolo cattedrale. In particolare, gli indizi presenti nella documentazione invitano a congetturare una diffusa e forse capillare presenza fondiaria locale di fatto condivisa, potremmo dire, dal Capitolo e dai Pelletta in un’area specifica compresa tra Chiusano e Cossombrato: dalla località Valcerma, o Valserma, ai boschi cosiddetti “del Debatto”, una zona protesa fino alla chiesa nota come Madonna dell’Olmetto [Cotto, Fissore, Gosetti, e Rossanino 1986, docc. 62, 65, 71, 111; Torretti 1996, pp. 58-59].
Si trattò di un’area dai contorni indeterminati e dalla giurisdizione controversa, ma appunto questa opacità non dovette essere priva di vantaggi per i signori, il cui potere locale si articolava tra la diffusa presenza di chiese e possessi direttamente soggetti al Capitolo entro il districtus vescovile e i residui di una circoscrizione plebana debole, che includeva vuoi titoli di scarso peso, quale appunto la chiesa di Chiusano, vuoi una giurisdizione elusiva, come nel caso della Madonna dell’Olmetto. [A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei conti, Articolo 746, paragrafo 3, voll. 80, 81; Bordone 1977a; Eydoux 1977, pp 19-22, 51; 1979, pp. 51-52, 59; Gabiani e Gabotto 1904-07, p. 114 (1190), nota 35; Gallo 1975; Torretti 1996, pp. 58-59; Vergano 1942, docc. 96 (1248), 151 (1252); Vergano 1977-78].
Questa porzione di territorio costituì, tra il tardo medioevo e il cuore dell’età moderna, l’area di Cossombrato maggiormente soggetta a dissodamenti e ad altre trasformazioni colturali e insediative sia temporanee sia permanenti. E’ ipotizzabile che fu anche l’area più aperta a nuove dinamiche di popolamento, grazie a iniziative di stanziamento ricorrenti e non sempre formalizzate in chiari rapporti di dipendenza giurisdizionale o amministrativa. Il lungo processo di dissodamenti dei boschi comuni de “il Debatto” e di altre terre della zona della Madonna dell’Olmetto rinvia insomma a una situazione di grande fluidità dei poteri locali, per la quale, per esempio, non appariva chiara agli stessi osservatori esterni la distinzione tra il “feudo” di Cossombrato e il “feudo rustico” della Mensa di Asti entro uno stesso territorio, che, sfruttato come bene collettivo, era pure sede di insediamenti e dissodamenti. [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10; Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n.3; Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1, c. 48v; Vergano 1965, vol. III, p. 149].
Un esempio, certo estremo, delle forme di dominio localmente attestate fu offerto dalla presenza di trogloditi, sudditi dei Pelletta, rimasti, secondo la letteratura locale, “numerosi” almeno fino alla metà del secolo XX e distribuiti lungo l’area compresa tra Mombarone e Cossombrato, ma gravitanti sul colle della Madonna dell’Olmetto, forse con una concentrazione a Sampignoni, presso l’attuale confine tra Chiusano e Cossombrato [Gabiani 1912; Eydoux 1983]. Più in generale, gli abitanti dei domìni dei Pelletta erano “sudditi”, secondo la seguente accezione: così come il “feudo resta diviso tra [i] signori”, così anche “restano divisi li sudditi, et li beni di detto finaggio a ratta di giurisditione”, ossia secondo le quote di giurisdizione spettanti a ciascun singolo signore [Relazione 1753, f. 105r; Bordone 1976a, p. 36; Molina 1993, p. 28]. Così, nel secolo XVII, le famiglie, o “fuochi”, dei “sudditi”, ossia i concessionari che pagavano “canoni” detti “enfiteutici”, e quelle dei coloni parziari, o “massari” residenti nelle cascine, venivano descritti in elenchi distinti e separati, secondo il signore da cui dipendevano [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10].
Per tutta l’età moderna, dopo lo scorporo di Chiusano, rimasero opachi, agli occhi dei funzionari statali, i contorni giurisdizionali e amministrativi – laici ed ecclesiastici -- del feudo di Cossombrato, tanto dal lato delle uscite (i “Canoni, ed altri pesi di qualsivoglia genere, che da pred[ett]i Sig.i Convassalli, o dal Feudo, possano essere dovuti o debbano prestarsi rispettivamente alla Mensa Vescovile d’Asti”), quanto dal lato delle entrate (i “Diritti Giurisdizionali, che riflettono li Bandi Campestri, Multe, confiscazioni, dei Diritti Feudali Caccia, e pesca”). Fino agli inizi del secolo XVIII, i signori di Cossombrato furono concordi nel minimizzare “la quantità de beni feudali da essi Sig[no]ri posseduta”, “non potendosene”, come lamentavano i funzionari statali, “individuare le coerenze”, ovvero i confini [A.S.T., Sezioni Riunite, I Archiviazione, Provincia di Asti, Mazzo 2, n. 16, c. 44; Sezioni Riunite, Camera dei conti, Articolo 794; Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, n. 3; Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 15, n. 6; Mazzo 25, n. 19 (1559); Mazzo 27, n. 10; Relazione 1753, f. 105r].
Una lettura sistematica delle trasformazioni che interessarono Cossombrato tra il periodo visconteo-orléanese e l’incipiente dominazione sabauda porterebbe certo chiarezza ai tempi effettivi dell’emergere di un luogo quale Chiusano, capace di dotarsi di connotazioni distinte rispetto ai poteri da cui per lungo tempo era dipeso. Non sono ancora state analizzate a fondo le iniziative di riforma della fiscalità del dominato astese a partire dalla metà del secolo XV sotto il profilo delle reazioni locali da queste suscitate. In generale, sembra lecito ipotizzare, sulla scorta della storiografia esistente , che la perdita di autonomia politica di Asti con la dedizione agli Angiò nel 1312 non segnò soltanto la fine di una politica cittadina tesa efficacemente all’incremento territoriale sia del centro urbano sia di una più ampio dominato extraurbano (noti come iurisdictio communis o civitatis, o posse) attraverso l’impiego mirato di strumenti quali la concessione del cittadinatico, le infeudazioni, o la fondazione di villenove. Essa inaugurò, in realtà, una lunga fase di rimaneggiamenti e innovazioni amministrative, talvolta tesi formalmente a riconfermare la complessa articolazione del territorio cittadino, della sua giurisdizione diretta, e dei suoi suoi rapporti con una più ampia circoscrizione rurale, ma più spesso destinati a trasformare irreversibilmente i rapporti politici locali sotto la spinta di pressioni non solo endogene, ma anche di dominio esterno. Si può ragionevolmente mettere in dubbio l’ ipotesi di una continuità più che formale dell’assetto territoriale dello “stato” cittadino astese per tutta l’epoca della contea visconteo-orléanese, tra il 1379 e il 1531, o della sua validità nei primi tempi del governo sabaudo.
E’ certo che, inoltrandoci nell’età moderna, troviamo a Chiusano una comunità rinnovata, controllata da un ristretto notabilato locale di “agricoltori”, la cui gestione del territorio e della vita economica apparivano in perfetta sintonia con le direttive dei funzionari dello Stato sabaudo dell’epoca. Le inchieste di metà secolo XVIII rivelavano una imprenditoria agraria che, grazie alla “industria degli Agricoltori” (e dei loro coloni parziari, o “massari”), si distingueva per più versi da Cossombrato: nella tensione alla costruzione di fondi rustici (nonostante un “terreno” giudicato “di tenue bontà”); nella commercializzazione della produzione e nell’incremento della produttività dei terreni, l’una e l’altra attestate dalla notevole presenza di “gioghi di buoi” e “gioghi di vacche”, cavalli e muli per i trasporti, un coltivo dedicato per circa due terzi al vigneto, la diffusione della gelsicoltura. Nei primi decenni dell’Ottocento, Chiusano era giudicato da un osservatore come “fertile assai in grano e in vino”. Oggi, con la viticoltura locale “quasi scomparsa”, gli “splendidi portali d'ingresso di grandi cascine padronali” restano un vanto turistico del luogo [Bordone 1977b, p. 117 (citaz. De Canis); 1980b, p. 171, nota 129; Chiusano 2004; Relazione 1753, ff. 87v-88r:; Torretti 1996, p. 47].
Alcuni aspetti della vita devozionale documentata a Chiusano durante l’età moderna non solo confermano – ancora in netto contrasto con Cossombrato – l’importanza della vita dei sodalizi laicali e del notabilato che li patrocinò, ma suggeriscono alcuni aspetti di attività cerimoniali che appaiono particolarmente funzionali a sottolineare un clima di autonomia e insieme di coesione della nuova comunità. Troviamo innanzitutto, nella visita apostolica del 1585, un richiamo alla territorialità ristretta della cura d’anime nelle disposizioni di trasporto del viatico agli infermi, cum cura non se extendat extra terram ipsam, un confine della “terra” che non sappiamo se fosse limitato al solo concentrico. In ogni caso, la complementarietà di devozioni presso l’antica chiesa di Santa Maria sembra assicurare una inclusività più ampia alla comunità. A partire dall’età moderna, “clero e popolo” si recavano “in processione” alla chiesa, perfettamente restaurata, per il culto di commemorazione dei defunti presso il cimitero rivendicato dalla comunità [A.S.T., Paesi per A e per B, C, Mazzo 58, n. 1, Questione tra il Comune e il Parroco circa la proprietà di materiali ed altri oggetti dell'antico Camposanto (1835); Pittarello 1984].
Nel corso del Settecento e ancora nel 1838, Santa Maria continuò a essere dotata dell'occorrente per la messa, anche se, in quell’anno, il vescovo Lobetti, osservando che l’edificio aveva bisogno di qualche riparazione (aliqua indiget restauratione quoad materiale), coglieva l’occasione per decretare che non venisse mai adibita a “usi profani” (hoc sacellum ad profanos usus numquam traducatur). Talvolta interpretata dalla storiografia come prova di un avvenuto “abbandono” dell’antico luogo di culto, l’ingiunzione vescovile sembra viceversa evocare l’attivismo dei sodalizi laici nel promuovere cerimonie di devozione, quali le attività processionali al cimitero conteso tra comunità e parroco. Nell’assenteismo dei conti Caissotti, Chiusano era un raro esempio di adozione dell’evocativo colore “ceruleo”, di richiamo sabaudo, per gli abiti dei confratelli, ma le concrete prerogative dei sodalizi, in autonomia dalla gerarchia ecclesiastica non meno che dal locale signore, può essere valutata dal fatto che erano i rettori, non già il parroco, a verificare l’amministrazione dei conti e a redigere l’inventario dei beni posseduti [A.C.V.A., Stato dei beni e delle chiese della Diocesi di Asti (1742), Chiusano, cc. 184v-89r; Visite pastorali, Visita Apostolica Peruzzi (1585), c. 212v; Pittarello 1984; Torre 1999, pp. 24, 132].

References: sentenza 
 Articolo 746
 Sentenza 
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 Articolo 794