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Timestamp: 2017-10-20 12:19:13+00:00

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La Rottamazione delle cartelle e il contenzioso in corso - FISCOeTASSE.com
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Le rottamazioni precedenti
ROTTAMAZIONE RUOLI FINO AL 31 DICEMBRE 2000 SINTESI
- di una somma pari al 25 per cento dell’importo iscritto a ruolo;
- delle somme dovute al concessionario a titolo di rimborso per le spese sostenute per le procedure esecutive eventualmente effettuate dallo stesso.
ROTTAMAZIONE RUOLI FINO AL 31 OTTOBRE 2013 – SINTESI
- di una somma pari all’intero importo originariamente iscritto a ruolo, ovvero a quello residuo, con esclusione degli interessi per ritardata iscrizione a ruolo (art. 20 D.P.R. n. 602/1973) nonché degli interessi di mora (art. 30 D.P.R. n. 602 cit.);
- delle somme dovute a titolo di aggio.
Il confronto tra l'attuale e le precedenti rottamazioni
ATTUALE ROTTAMAZIONE – DIFFERENZE
CARICHI AFFIDATI – CONCETTO – TERMINI
A tal proposito, è opportuno rifarsi a quanto già chiarito dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 22/E del 28 aprile 2003 (punto 9.1) e la risoluzione n. 150/E del 19 ottobre 2005, riferite alla rottamazione di cui all’art. 12 della Legge n. 289 citata (vedi precedente lettera B)
L’art. 4 del Decreto Ministeriale n. 321 del 03 settembre 1999 testualmente dispone:
RATEAZIONI – SPECIFICHE CONDIZIONI
- si richiede il pagamento di sole tre rate e non di tutto il pregresso;
- i versamenti possono avvenire anche in ritardo, purchè entro la data di presentazione della domanda (31 marzo 2017);
- trattandosi di norma speciale, nella fattispecie, non è applicabile l’art. 31 D.P.R. n. 602/73 ma l’art. 1193, comma 1, codice civile: “Chi ha più debiti della medesima specie verso la stessa persona può dichiarare, quando paga, quale debito intende soddisfare”.
RINUNCIA AI GIUDIZI PENDENTI (ART. 44 D.Lgs. n. 546 cit.)
- il processo si estingue per rinuncia totale al ricorso;
- il ricorrente che rinuncia deve rimborsare le spese alle altre parti, salvo diverso accordo fra loro;
- la eventuale liquidazione delle spese è fatta dal presidente della sezione o dalla commissione con ordinanza non impugnabile; avverso tale provvedimento è, in ogni caso, ammesso il ricorso straordinario per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 della Costituzione (Cassazione Civile, sentenze n. 481 del 15/01/2003; n. 11768 del 06/08/2002; n. 10306 del 04/08/2000);
- la rinuncia non produce effetti se non è accettata dalle sole parti costituite, che abbiano effettivo interesse alla prosecuzione del processo;
- la rinuncia e l’accettazione, ove necessaria, devono essere sottoscritte dalle parti personalmente o da loro procuratori speciali, nonché, se vi sono, dai rispettivi difensori e si devono depositare nella segreteria della commissione tributaria;
- in ogni caso, è ammissibile la dichiarazione di rinuncia effettuata, anziché in forma scritta, nella forma della dichiarazione “a verbale” durante l’udienza, trattandosi di un atto pubblico (Cassazione sentenze n. 6039 del 25/03/2004; n. 5270 del 15/03/2004; n. 10215 del 27/06/2003);
- il presidente della sezione o la commissione, se la rinuncia e l’accettazione, ove necessaria, sono regolari, dichiarano l’estinzione totale del processo;
- l’estinzione totale del processo è dichiarata dal presidente della sezione con decreto o dalla commissione con sentenza;
- in caso di rinuncia, quindi, si hanno due distinti provvedimenti, uno che determina l’estinzione totale del processo e l’altro che eventualmente dispone sulle spese;
- avverso il decreto del presidente è ammesso reclamo alla commissione, che provvede a norma dell’art. 28 D.Lgs. n. 546 citato, mentre la sentenza è impugnabile nei modi ordinari.
- l’atto impugnato diventa definitivo in primo grado;
- nei gradi successivi, passa in giudicato la sentenza impugnata;
- la rinuncia in sede di giudizio di rinvio, dopo una pronuncia della Cassazione, travolge tutte le sentenze rese nel processo, ai sensi dell’art. 63 D.Lgs. n. 546 citato.
RINUNCIA E CESSATA MATERIA DEL CONTENDERE – DIFFERENZE PROCESSUALI
1) all’emanazione di una sentenza di cessazione della materia del contendere (C.M.C.) consegue, da un lato, la caducazione della sentenza impugnata, a differenza della rinuncia al ricorso, che ne determina, invece, il passaggio in giudicato, e dall’altro l’assoluta inidoneità della sentenza di C.M.C. ad acquisire efficacia di giudicato sostanziale sulla pretesa fatta valere, limitandosi tale efficacia di giudicato al solo aspetto del venir meno dell’interesse alla prosecuzione del giudizio (Sezione Prima Civile, sentenza n. 4714 del 13/12/2005);
2) la C.M.C. dà luogo ad inammissibilità dell’impugnazione per sopravvenuto difetto di interesse; infatti, l’interesse ad agire (e quindi anche l’interesse all’impugnazione) deve sussistere non solo nel momento in cui è proposta l’azione (o l’impugnazione), ma anche nel momento della decisione, perché è in relazione a tale decisione (almeno come astrattamente richiesta) che va valutato detto interesse (Cassazione, Sezioni Unite, n. 2674 del 05/03/1993 e n. 6626/1997 e Sez. Civile, n. 6048/1993 e n. 5344 del 26 aprile 2000, più volte citata);
3) quando la rinuncia non risulta sottoscritta dalla parte né dall’avvocato la stessa non si presenta quale formale rinuncia ma si connota quale atto significativo del sopravvenuto difetto di interesse all’impugnazione e, pertanto, comporta l’inammissibilità della stessa per C.M.C. (Cass., Sezione Quinta Civile, sent. n. 12949 del 21 maggio 2008, che richiama la succitata Cass. n. 5344/2000).
Le suddette differenze processuali comportano che mentre in caso di rinuncia al ricorso il processo si estingue integralmente (art. 44, comma 1, cit.), invece, l’estinzione del giudizio per C.M.C. può essere totale o parziale (art. 46, comma 1, cit.).
In definitiva, la distinzione ha profonde radici di ordine sistematico e la previsione di un’apposita disciplina dell’estinzione del giudizio per C.M.C. costituisce una vera e propria peculiarità nel panorama legislativo, non trovando, infatti, riscontro nel codice di procedura civile e neppure nel codice del processo amministrativo.
RINUNCIA E CONCILIAZIONE GIUDIZIALE – DIFFERENZE PROCESSUALI
Appunto per questo, a differenza della rinuncia, anche la conciliazione giudiziale determina l’estinzione, totale o parziale, del giudizio per C.M.C. (artt. 48, comma 2, e 48-bis, comma 4, citati).
Perciò il contribuente dovrà valutare se conviene la rottamazione, con le conseguenze processuali della rinuncia, o la conciliazione giudiziale.
- Sezioni Unite, sentenza n. 16412 depositata il 25 luglio 2007;
- Sezioni Unite, sentenza n. 19704 depositata il 02 ottobre 2015;
- Sezione Tributaria, sentenza n. 9762 depositata il 07 maggio 2014.
LITISCONSORZIO - CONDIZIONI
In caso di litisconsorzio necessario tutte le parti devono essere concordi nella rinuncia al ricorso.
Invece, in caso di litisconsorzio facoltativo, l’autonomia dei diversi rapporti processuali comporta che la rinuncia possa essere accettata soltanto per taluni di essi.
- in merito alle ipotesi di litisconsorzio necessario (Cassazione, SS.UU., sentenza n. 14815/2008 e Cassazione – Sezione Tributaria – n. 2907/2010 e n. 18690/2016);
- in merito alle ipotesi di litisconsorzio facoltativo tra l’agente della riscossione e l’ente impositore (Cassazione, SS.UU., sentenza n. 16412 del 2007 e sentenze – Sezione Tributaria – n. 5832 del 2011 e n. 22729 depositata il 09/11/2016) infatti, la Corte di Cassazione – Sez. Tributaria – con la sentenza n. 9762/2014 ha precisato che in tema di disciplina della riscossione delle imposte mediante iscrizione nei ruoli, non sussiste litisconsorzio necessario tra l’amministrazione finanziaria e il concessionario della riscossione; con la possibilità di chiamare in giudizio l’altra parte se non si vuole rispondere della lite, dovendosi riconoscere a entrambi il diritto di impugnazione nei diversi gradi del processo tributario.
RINUNCIA AGLI ATTI E RINUNCIA ALL’AZIONE - DIFFERENZE
Il nostro ordinamento, nel disciplinare il processo civile, cui si ispira il processo tributario (art. 1, comma 2, D.Lgs. n. 546 cit.), prevede quale principio fondamentale quello per il quale la definizione del giudizio è rimessa alla volontà delle parti, con la conseguenza che, come l’inattività di queste ultime impedisce la conclusione normale del giudizio, allo stesso modo deve ritenersi che le norme che disciplinano le c.d. “vicende anormali” del processo sono di applicazione generale.
Dottrina e giurisprudenza hanno nettamente distinto tra rinuncia agli atti del giudizio e rinuncia all’azione (che se interviene dopo il giudizio di primo grado è solitamente detta rinuncia all’impugnazione), contrapponendo l’una all’altra e precisando che:
1) la rinuncia all’azione (e all’impugnazione) è un modo improprio per designare la rinuncia al diritto sostanziale del quale è stata chiesta tutela con l’azione giudiziaria (o con l’impugnazione), è immediatamente efficace, anche senza l’accettazione della controparte, e determina il venir meno del potere dovere del giudice di pronunciare (Cass. civile, sentenze n. 1583 del 18/03/1981, n.5556 del 19/05/1995);
2) invece, la rinuncia agli atti del giudizio di primo grado o di appello riguarda soltanto la rinuncia ai soli atti del giudizio e non alla pretesa sostanziale, come per esempio nel caso di rinuncia ad un ricorso sbagliato con la riproposizione di altro ricorso, sempre nei termini di decadenza (Cass., Sez. Quinta civile, sent. n. 8182 depositata il 02 aprile 2007) oppure il caso in cui il contribuente con successivo ricorso reitera l’impugnazione, in precedenza errata, del silenzio-rifiuto (Cass., Sez. Trib., sent. n. 26292 depositata il 29 dicembre 2010).
- n. 5506 del 19/11/1991;
- n. 1047 del 14/03/1994;
- n. 8219 dell’11/09/1996;
- n. 2572 del 07/03/1998;
- n. 2268 del 13/03/1999;
- n. 8387/1999;
- n. 8182 del 02/04/2007.
RINUNCIA SENZA CONDIZIONI - CONSEGUENZE
RINUNCIA – ACCETTAZIONE NECESSARIA
L’art. 44, comma 3, cit. stabilisce testualmente:
“La rinuncia non produce effetti se non è accettata dalle parti costituite che abbiano effettivo interesse alla prosecuzione del processo”.
In sostanza, deve trattarsi di una accettazione necessaria, come ribadito dall’art. 44, comma 5, cit.
La giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione, infatti, ha stabilito che l’accettazione della rinuncia è richiesta soltanto nel caso in cui la parte, nei cui confronti la rinuncia è fatta, abbia effettivo interesse alla prosecuzione del processo (Cassazione Civile, sentenze n. 2268 del 13/03/1999; n. 8219 dell’11/09/1996; n. 5506 dell’08/05/1992).
RINUNCIA – SPESE PROCESSUALI
RINUNCIA AL RICORSO PER CASSAZIONE
ENTI LOCALI - SINTESI
ALCUNE IPOTESI PROCESSUALI – CONSEGUENZE IN CASO DI RINUNCIA
- occorre distinguere le varie fasi del processo (primo grado, appello e ricorso per Cassazione);
- occorre precisare se oggetto dell’impugnazione sia direttamente il ruolo, la riscossione provvisoria oppure l’atto di accertamento o di applicazione delle sanzioni, potendo alcuni aspetti essere comuni alle varie vicende;
- in ogni caso, bisogna accertarsi che il ruolo sia stato affidato agli agenti della riscossione negli anni dal 2000 al 2016 (vedi precedente lett. E) e nel corso del giudizio non sia stato sgravato o rimborsato, essendo ininfluente l’eventuale sospensione della riscossione;
- infine, occorre tenere presente che le sanzioni e gli interessi di mora e di dilazione già pagati non sono rimborsabili (art. 6, comma 8, lett. b), Legge n. 225/2016 citata).
- l’iscrizione provvisoria ai sensi dell’art. 15 D.P.R. n. 602/73 non contiene le sanzioni, per cui non c’è alcun concreto interesse a rottamare;
- invece, per l’iscrizione provvisoria in appello o pendente il ricorso per Cassazione (art. 68 D.Lgs. n. 546 cit.) la rottamazione delle sanzioni e degli interessi di mora e di dilazione determina il passaggio in giudicato della sentenza di condanna (totale o parziale) del contribuente.
L’ufficio fiscale (o l’ente locale) può notificare l’atto di contestazione delle sanzioni, ai sensi e per gli effetti degli artt. 16 e 18 D.Lgs. n. 472 del 18/12/1997 e successive modifiche ed integrazioni.
In questo caso, la rottamazione è conveniente perché si annullano totalmente le sanzioni e si può benissimo rinunciare al ricorso per mancanza di interesse.
- perché l’art. 44 citato più volte non prevede la rinuncia parziale, a differenza della cessazione della materia del contendere (art. 46 D.Lgs. n. 546 cit.), né il processo tributario prevede sentenze parziali (ma solo l’ordinanza, art. 48, comma 2, secondo periodo, D.Lgs. n. 546 cit.);
- perché nella dichiarazione il contribuente deve individuare i singoli debiti derivanti da accertamento esecutivo (o da avviso di addebito Inps) contraddistinti da un unico numero oppure i diversi debiti contenuti nello stesso ruolo, laddove non c’è solo un unico numero di ruolo ma altresì uno stesso numero di estremo dell’atto, per cui è difficile fare distinzioni e conteggi;
- perché non si può pensare di confrontarsi prima con l’agente della riscossione, quando peraltro l’ufficio fiscale è estraneo a tutta l’operazione della rottamazione, con il rischio di diverse interpretazioni, che aggravano e prolungano il processo tributario.
- la rinuncia all’appello (totale o parziale) determina il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado;
- quindi, la rottamazione delle sanzioni e degli interessi di mora e di dilazione (art. 68 D.Lgs. n. 546 cit.) deve essere fatta se è conveniente dal punto di vista giuridico, perché ci sono poche speranze di successo in appello, e dal punto di vista finanziario, perché costa di meno rispetto all’eventuale conciliazione giudiziale, oggi finalmente prevista anche in fase di appello (art. 48-ter, comma 1, D.Lgs. n. 546 cit.); a tal proposito, si precisa che la Corte di Cassazione – Sez. Tributaria - con la sentenza n. 11001 del 27 maggio 2016 ha condiviso il principio secondo cui non soddisfa il requisito di specificità dell’appello, sancito dall’art. 53 del D.Lgs. n. 546/1992, la redazione di motivi di appello puramente riproduttivi di quelli esposti nel ricorso introduttivo;
- il conto della rottamazione, infatti, aumenta sensibilmente come conseguenza diretta della circostanza che l’importo affidato è indissolubilmente legato alle sorti dell’accertato;
- quanto sopra esposto vale anche per le impugnazioni incidentali tardive (Cassazione – Sez. Tributaria – sentenza n. 9452 del 21/04/2006 e n. 12780 del 19/06/2015).
MODIFICHE LEGISLATIVE NECESSARIE ED URGENTI
Secondo me, indipendentemente da eventuali chiarimenti ministeriali, che non possono modificare la legge né vincolare i giudici, è necessario ed urgente modificare la legge nel senso di prevedere all’art. 6, comma 2, primo periodo, seconda parte, citato:
- ALLEGATI NN. 1 e 2 – MODICHE LEGISLATIVE
ALLEGATO N. 1 - MODIFICA LEGISLATIVA
“; in tale dichiarazione il debitore indica altresì il numero di rate nel quale intende effettuare il pagamento, entro il limite massimo previsto dal comma 1, nonché le pendenze di giudizi aventi ad oggetto i carichi cui si riferisce la dichiarazione, e assume l’impegno a far dichiarare la cessazione della materia del contendere, totale o parziale, con compensazione delle spese, totale o parziale, ai sensi dell’articolo 46 decreto legislativo n. 546 del 31 dicembre 1992 e successive modifiche ed integrazioni. Se la definizione agevolata è parziale, la commissione dichiara con ordinanza la cessazione parziale della materia del contendere e procede alla ulteriore trattazione della causa”.
ALLEGATO 2 - MODIFICA LEGISLATIVA
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 Cass. 
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 art. 48
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