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Timestamp: 2020-05-26 07:23:36+00:00

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Giudizio di appello, costituzione dell’appellante tramite velina: no improcedibilità ma nullità sanabile fino a prima udienza trattazione | Sentenze
Scritto il Agosto 9, 2016 Agosto 9, 2016 da sentenze
Cassazione civile Sezioni Unite sentenza n. 16598 5 agosto 2016
L’art. 348, primo comma, c.p.c., quando commina l’improcedibilità dell’appello «se l’appellante non si costituisce nei termini», dev’essere inteso nel senso che tale sanzione riguarda la mancata costituzione nei termini indicati dall’art. 165 c.p.c. oppure una costituzione avvenuta al di là di essi e non invece una costituzione avvenuta nell’osservanza di tali termini, ma senza il rispetto delle forme con cui doveva avvenire ai sensi dello stesso art. 165. Ne deriva che la costituzione dell’appellante nel termine senza il deposito dell’originale della citazione e con una c.d. velina, non determina di per sé l’improcedibilità dell’appello.
Un’attività di costituzione dell’appellante che sia avvenuta entro il termine previsto ma senza il rispetto delle forme indicate dall’art. 165 c.p.c. si concreta in una costituzione che, non essendo osservante delle forme, è nulla e non dà di per sé luogo ad improcedibilità, e va ritenuto che la nullità può essere superata dallo stesso appellante fino all’udienza di comparizione di cui al secondo comma dell’art. 350 c.p.c., tramite l’attività che assicuri il rispetto delle dette forme.
Nell’ipotesi in cui la nullità per inosservanza delle forme di una costituzione pur tempestiva dell’appellante non venga sanata dall’appellante o dal comportamento dell’appellato e non venga rilevata nell’udienza di cui all’art. 350 c.p.c. perché il giudice dell’appello ometta l’attività doverosa di controllo della regolarità della costituzione, si deve ritenere che un’attività di regolarizzazione e sanatoria della nullità sia ormai preclusa perché il termine ultimo per procedervi è l’udienza di cui all’art. 350 c.p.c., il quale segnava, del resto, anche il termine per un’istanza ai sensi dell’art. 153 c.p.c. Ne consegue che, risultando irrimediabilmente consolidata la nullità della costituzione, essa è da considerare priva di effetti e l’appello è improcedibile.
Violazione ripartizione onere probatorio e valutazione delle prove ex 116 cpc
La violazione dell’art. 2697 c.c. si configura se il giudice di merito applica la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l’onus probandi a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costituivi ed eccezioni, mentre per dedurre la violazione del paradigma dell’art. 115 è necessario denunciare che il giudice non abbia posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma, il che significa che per realizzare la violazione deve avere giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma, cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c.), mentre detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dal paradigma dell’art. 116 c.p.c., che non a caso è rubricato alla “valutazione delle prove”
Nel rito ordinario, la notifica della citazione in appello, non seguita da iscrizione della causa a ruolo o seguita da un’iscrizione tardiva e, dunque, determinativa dell’improcedibilità dell’appello da essa introdotto, non consuma il potere di impugnazione, perché l’art. 358 c.p.c. intende riferirsi, nel sancire la consumazione del diritto di impugnazione, all’esistenza – al tempo della proposizione della seconda impugnazione – della già avvenuta declaratoria della improcedibilità del primo appello. Ne segue che, quando tale declaratoria non sia ancora intervenuta, è consentita la proposizione di un nuovo appello (di contenuto identico o diverso) in sostituzione del precedente viziato, purché il termine per l’esercizio del diritto di appellare non sia decorso. Per la verifica della tempestività del secondo appello occorre aver riguardo non al termine c.d. lungo di cui all’art. 327 c.p.c, ma a quello breve di cui all’art. 325 c.p.c., il quale, solo in difetto di notificazione della sentenza appellata anteriormente a quella del primo appello in modo idoneo a farlo decorrere (art. 285 c.p.c.), decorre dalla data di perfezionamento per il destinatario della notificazione della prima impugnazione, che equivale alla conoscenza legale della decisione impugnata idonea a determinare il decorso del termine breve. Va precisato, per completezza: a) che, potendo darsi il caso di tardiva iscrizione a ruolo di un appello senza notificazione della citazione, in questa ipotesi occorrerà considerare che il termine breve, secondo il criterio di equipollenza, non sarà decorso; b) che i principi indicati valgono anche per l’ipotesi di un primo appello dichiarato inammissibile; c) che essi operano anche con riferimento ai riti diversi da quelli ordinari, con gli adattamenti richiesti da essi.
Sezioni Unite n. 16598 5 agosto 2016
[…] SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
§1. Omissis, nella qualità di titolare dell’omonima ditta, ha proposto ricorso per cassazione contro Omissis avverso la sentenza del 22 gennaio 2009, con cui la Corte d’Appello di Roma ha provveduto su due appelli riuniti, successivamente proposti dalla Omissis, il primo notificato il 12 novembre 2004 e non iscritto a ruolo dalla Omissis ma dall’appellato Omissis al solo dichiarato fine di ottenere la declaratoria della sua improcedibilità, il secondo notificato il 26 novembre successivo ed iscritto a ruolo dalla Omissis con deposito non dell’originale della citazione di appello, bensì di una “velina”.
§2. La Corte genovese ha parzialmente riformato la sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Roma il 6 settembre del 2004 e – decidendo sulla domanda proposta dal qui ricorrente per il pagamento della somma di allora lire 25.642.000 quale corrispettivo dovuto in forza di un contratto di appalto per la ristrutturazione di un immobile in Roma, nonché di altre due somme per indennità di mancato guadagno e restituzione della c.d. ritenuta di garanzia – ha ridimensionato il dovuto a favore del qui ricorrente (già riconosciuto dal Tribunale in 8.181,19 euro) in 648,00 euro, oltre interessi legali dal 7 marzo 2001 al saldo.
§3. Al ricorso, che propone sette motivi, ha resistito con controricorso la Omissis.
§4. La trattazione del ricorso veniva fissata davanti alla Seconda Sezione Civile di questa Corte per l’udienza del 7 ottobre 2015 ed all’esito il Collegio, con ordinanza interlocutoria n. 25529 del 18 dicembre 2015, riteneva – per quello che vi si enuncia in relazione ai due primi motivi del ricorso – che la decisione implicasse la soluzione di due questioni, sulle quali ravvisava l’esistenza di contrasto nella giurisprudenza delle sezioni semplici, e, pertanto, rimetteva il ricorso al Primo Presidente, perché valutasse l’opportunità di assegnarne la trattazione alle Sezioni Unite.
§5. Il Primo presidente ha assegnato la trattazione del ricorso alle Sezioni Unite.
§6. Parte ricorrente ha depositato memoria.
§1. In via preliminare è opportuno rilevare che le questioni sulle quali la Seconda Sezione Civile ha sollecitato l’intervento delle Sezioni Unite sono correlate essenzialmente al terzo motivo, nel senso che la loro soluzione è rilevante essenzialmente per il suo scrutinio.
§1.1. Dette modalità sono state le seguenti:
a) la Omissis impugnava la sentenza di primo grado con un primo atto di appello notificato il 12 novembre 2004 e non provvedeva alla sua iscrizione a ruolo;
b) l’appello veniva iscritto a ruolo il 4 dicembre 2004 dal Omissis, con il deposito di comparsa di costituzione finalizzata ad ottenerne la declaratoria di improcedibilità;
c) nelle more, in data 26 novembre 2004, la Omissis notificava un secondo atto di appello, di contenuto identico al primo e questa volta provvedeva alla sua iscrizione a ruolo il giorno dopo, peraltro mediante deposito di quella che tanto il ricorrente quanto la sentenza impugnata definiscono come “velina” dell’atto, cioè della citazione di appello, senza ulteriori specificazioni.
§2. La Corte capitolina riuniva gli appelli e, sull’eccezione di improcedibilità del primo ai sensi dell’art. 348, primo comma, c.p.c. e di inammissibilità del secondo, rilevava: al) che, secondo l’esegesi dell’art. 358 c.p.c. fatta da questa Corte, il secondo appello non poteva dichiararsi inammissibile in ragione della improcedibilità del primo, in quanto quest’ultima non era stata dichiarata ancora all’atto della sua proposizione e, d’altro canto, il secondo appello era stato proposto quando ancora non era trascorso il termine ai sensi dell’art. 326 c.p.c., decorso dalla notificazione del primo appello, quale equipollente della conoscenza legale della sentenza in modo utile per l’esercizio del diritto di impugnazione; a2) che l’iscrizione del secondo appello era avvenuta anteriormente a quella del primo e che, d’altro canto, non era fondata l’eccezione di inammissibilità del secondo appello in quanto iscritto con la “velina”, trattandosi di una mera irregolarità formale non pregiudizievole per la parte appellata.
§3. Con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 348 e 358 c.p.c.”.
§3.1. La tesi prospettata dal ricorrente per criticare la sentenza impugnata è che tale principio sarebbe applicabile soltanto nell’ipotesi in cui il primo appello non sia stato iscritto a ruolo dall’appellante e nemmeno dall’appellato, mentre non lo sarebbe qualora vi sia stata un’iscrizione tardiva da parte dell’appellante oppure, come nella specie, un’iscrizione a ruolo da parte dell’appellato.
Ad avviso del ricorrente, in questi due casi il secondo atto di appello, sebbene tempestivo in relazione al decorso del termine breve dalla notifica del primo, dovrebbe dichiararsi improcedìbile ancorché la sua notificazione sia intervenuta in un momento in cui l’improcedibilità del primo appello non era stata dichiarata.
§3.2. II motivo è privo di fondamento.
Va rilevato che l’art. 358 c.p.c. (come l’omologo art. 387 c.p.c. dettato per il giudizio di cassazione) dispone che «l’appello dichiarato inammissibile o improcedibile non può essere riproposto, anche se non è decorso il termine fissato dalla legge».
Il chiaro riferimento del divieto di riproposizione all’appello che sia stato dichiarato improcedibile correla l’improponibilità non già al momento in cui è stato proposto il primo appello che risulti improcedibile, bensì alla dichiarazione di tale improcedibilità e, dunque, alla dichiarazione che ne abbia fatto il giudice dell’appello. Ne segue che l’appello che non è riproponibile non è quello proposto e non seguito dalla costituzione in giudizio dell’appellante nel termine stabilito, ma solo quello che altresì sia stato dichiarato tale.
§3.3. Si deve, per la verità, osservare che la norma dell’art. 358 c.p.c. risulta quasi inutile: una volta considerata la proposizione di un primo appello idonea a far decorrere il termine breve per impugnare ed una volta tenuto conto che, in ragione della ristrettezza di tale termine (trenta giorni), emerge che risulta praticamente impossibile che il primo appello improcedibile possa essere dichiarato tale prima che decorra quel temine. E’, infatti, impossibile, senza che occorra indugiare a spiegare perché (bastando fare riferimento ai termini di comparizione in relazione alla prima udienza, nel regime di introduzione con citazione, ed a quelli che operano nei regimi in cui l’appello si introduce con ricorso) che il primo appello improcedibile possa essere deciso nell’arco dei trenta giorni costituenti il termine breve.
§3.4. Le Sezioni Unite intendono, comunque, ribadire il seguente principio di diritto: «Nel rito ordinario, la notifica della citazione in appello, non seguita da iscrizione della causa a ruolo o seguita da un’iscrizione tardiva e, dunque, determinativa dell’improcedibilità dell’appello da essa introdotto, non consuma il potere di impugnazione, perché l’art. 358 c.p.c. intende riferirsi, nel sancire la consumazione del diritto di impugnazione, all’esistenza – al tempo della proposizione della seconda impugnazione – della già avvenuta declaratoria della improcedibilità del primo appello. Ne segue che, quando tale declaratoria non sia ancora intervenuta, è consentita la proposizione di un nuovo appello (di contenuto identico o diverso) in sostituzione del precedente viziato, purché il termine per l’esercizio del diritto di appellare non sia decorso. Per la verifica della tempestività del secondo appello occorre aver riguardo non al termine c.d. lungo di cui all’art. 327 c.p.c, ma a quello breve di cui all’art. 325 c.p.c., il quale, solo in difetto di notificazione della sentenza appellata anteriormente a quella del primo appello in modo idoneo a farlo decorrere (art. 285 c.p.c.), decorre dalla data di perfezionamento per il destinatario della notificazione della prima impugnazione, che equivale alla conoscenza legale della decisione impugnata idonea a determinare il decorso del termine breve».
§4. Con un secondo motivo si denuncia “violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 348, 335, 274 e 295 c.p.c. (art. 360 c.p.c.)”.
§4.1. I1 motivo, quanto alla prima censura, è inammissibile, giacché prospetta una questione che, se anche fosse risolta come postula il ricorrente, non potrebbe comportare la cassazione della sentenza e dunque è priva di decisività.
§4.2. La seconda censura si risolve nella riproposizione di un’esegesi dell’art. 358 c.p.c. già disattesa esaminando il primo motivo e, quindi, non richiede alcun’altra considerazione.
§5. Con un terzo motivo si denuncia “violazione del combinato disposto degli artt. 165, 347 e 348 c.p.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.)”.
II motivo concerne la sorte che, ad avviso del ricorrente, avrebbe dovuto avere il secondo appello della Omissis.
L’illustrazione del motivo si articola come segue: aa) si deduce in primo luogo che la Omissis avrebbe iscritto a ruolo il secondo appello con una «velina, senza depositare mai (né nei dieci giorni successivi alla notificazione e/o restituzione dell’atto di citazione da parte dell’Ufficiale giudiziario né alla prima udienza né successivamente e nemmeno al l’udienza di precisazione delle conclusioni) l’originale dell’atto di citazione»;
dd) in fine, dopo il rilievo che la Corte territoriale avrebbe affermato che vi era stata una mera irregolarità, si torna a sostenere che, pur ammesso che l’iscrizione della velina dia luogo ad una mera irregolarità, il mancato deposito nel termine per la costituzione dell’atto di appello integrava l’improcedibilità dell’appello «ai sensi appunto del combinato disposto degli artt. 347 e 348 c.p.c.».
§5.1. Come si è già osservato è questo motivo quello che essenzialmente rileva ai fini della soluzione delle questioni sulle quali la Seconda Sezione ha ritenuto opportuno sollecitare l’intervento delle Sezioni Unite.
§5.1.1. La Seconda Sezione, dopo avere registrato che il ricorrente «prospetta l’erroneità della decisione, assumendo nella specie mai avvenuto il deposito dell’originale dell’atto di appello, mentre nella sentenza impugnata si afferma che esso è stato effettuato, ma non se ne precisa il momento», ha osservato: 1a) che lo stesso ricorrente ha richiamato a sostegno della sua prospettazione Cass. n. 18009 del 2008, cui si è conformata Cass. n. 10 del 2010; 1b) che «pronunce coeve e successive alle due ultime citate hanno invece ribadito l’orientamento inaugurato da Cass. n. 23027 del 2004, secondo cui «il deposito, al momento della costituzione in giudizio dell’appellante, di una copia dell’atto di appello notificato – e non dell’originale
(depositato dopo la scadenza del termine prescritto per la costituzione) – non comporta la sanzione dell’improcedibilità del gravame, in quanto non determina la nullità della costituzione stessa, ma integra una mera irregolarità rispetto alle modalità stabilite dalla legge, non conseguendo a tale violazione alcuna lesione dei diritti della controparte e stabilendosi il contraddittorio con la notifica della citazione, onde tale fattispecie non è riconducibile all’ipotesi di mancata tempestiva costituzione dell’appellante, prevista tra quelle – tassative – che determinano l’improcedibilità a norma dell’art. 348 cod. proc. civ. nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990»; 1c) che «recentemente il tema è stato nuovamente affrontato per ribadire che la sanzione dell’improcedibilità dell’appello, ai sensi dell’art. 348, primo comma, cod. proc. civ., attiene alla sola mancata tempestiva costituzione dell’appellante nei termini, non anche all’omessa osservanza delle forme di costituzione», e che il «vizio della costituzione tempestiva ma inosservante delle forme di legge soggiace al regime della nullità, e in particolare al principio del raggiungimento dello scopo, per il quale rilevano anche i comportamenti successivi alla scadenza del termine di costituzione, con la conseguenza che non può essere dichiarata l’improcedibilità dell’appello se l’appellante, il quale si sia costituito con il deposito della cosiddetta velina, abbia depositato, successivamente alla scadenza del termine di cui agli artt. 165 e 347 cod. proc. civ., l’originale dell’atto notificato, conforme alla velina (Cass. n. 6912 del 2012).»; 1d) che «questa pronuncia, come anche Cass. n. 15715 del 2013, che con varie altre non massimate vi si è conformata, ha individuato nella prima udienza di trattazione il termine entro il quale deve comunque avvenire il deposito dell’atto in originale, per sanare la nullità della costituzione in giudizio avvenuta con la “velina”. In altre pronunce di legittimità, invece, nessun limite temporale è stato posto, essendosi deciso che la nullità può essere sanata “successivamente” nel corso del giudizio di appello: v., tra le altre, Cass. n. 17666 del 2009, n. 13208 del 2014, n. 26437 del 2014)»; 1e) che, «anche a ritenere superati gli arresti di Cassazione n. 18009 del 2008 e n. 10 del 2010, residua comunque l’ulteriore questione, su cui la giurisprudenza di legittimità non è unanime, relativa al momento entro il quale deve essere effettuato il deposito dell’originale dell’atto di appello per scongiurare l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità».
§5.1.2. Sulla base di tali argomentazioni la Seconda Sezione ha chiesto un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite «in ordine alle conseguenze dell’iscrizione a ruolo “con velina” delle cause di appello» ed in particolare sul se essa «comporti di per sé l’improcedibilità del giudizio di gravame, oppure dia luogo a una nullità sanabile» e sul se «in questa seconda ipotesi, se per evitare l’improcedibilità il deposito dell’originale dell’atto di impugnazione debba necessariamente avvenire entro la prima udienza, oppure possa essere utilmente effettuato nel prosieguo del giudizio, oppure ancora se sia già di per sé sufficiente (ipotesi che in giurisprudenza non risulta essere stata prospettata) la costituzione stessa in giudizio del l’appellato, in quanto dimostrativa dell’avvenuto raggiungimento dello scopo dell’atto.».
§5.2. Rilevano le Sezioni Unite che al primo quesito, quello sul se l’iscrizione a ruolo con “velina” determini di per sé l’improcedibilità dell’appello oppure una nullità sanabile, salvo stabilire quando e come, debba darsi risposta nel senso che la sanzione della improcedibilità dell’appello che, nel rito ordinario, l’art. 348, primo comma, c.p.c. commina «se l’appellante non si costituisce nei termini» è ricollegata soltanto al mancato o tardivo compimento da parte dell’appellante, nel termine previsto dall’art. 165 c.p.c., cui rinvia il primo comma dell’art. 347 c.p.c., dell’attività di costituzione e non anche al compimento di un’attività di costituzione avvenuta entro quel termine ma non secondo le forme previste dall’art. 165 c.p.c., cui pure rinvia lo stesso primo comma dell’art. 347 c.p.c.
§5.3. Le Sezioni Unite intendono così dare continuità a quell’orientamento delle Sezioni Semplici che, sulla premessa che l’art. 348, primo comma, c.p.c., dopo che l’art. 347, primo comma, ha prescritto che «la costituzione in appello avviene secondo le forme e i termini per i procedimenti davanti al tribunale», così attuando un sostanziale rinvio all’art. 165 c.p.c., dispone che «l’appello è dichiarato improcedibile, anche d’ufficio, se l’appellante non si costituisce in termini», ha osservato che «la sanzione di improcedibilità è ricollegata soltanto all’inosservanza del termine di costituzione e non anche all’inosservanza delle sue forme» ed ha, quindi, soggiunto che «ne deriva che le conseguenze della scelta del legislatore di applicare la sanzione della improcedibilità, che significano sottrazione del l’inosservanza delle forme al regime delle nullità e, quindi, esclusione dell’operatività del principio della sanatoria per l’eventuale configurabilità di una fattispecie di raggiungimento dello scopo, si giustificano soltanto per il caso di costituzione mancata entro il termine, cioè che non sia mai avvenuta, o sia avvenuta successivamente ad esso».
Viceversa, «le conseguenze di una costituzione avvenuta nel termine ma senza l’osservanza delle forme evocate nell’art. 347, comma 1, essendo il regime della improcedibilità, in quanto di maggior rigore rispetto al sistema generale delle nullità, di stretta interpretazione, soggiacciono, viceversa, al regime delle nullità di cui all’art. 156 c.p.c., e segg., e, quindi, vanno disciplinate applicando il principio della idoneità dell’atto al raggiungimento dello scopo e ciò anche attraverso l’esame di atti distinti o di comportamenti successivi rispetto a quello entro il quale la costituzione doveva avvenire.» (Cass. n. 6912 del 2012).
§5.4. Questa ricostruzione si giustifica sulla base di elementi testuali emergenti dal raffronto fra il primo comma dell’art. 347 c.p.c. ed il primo comma dell’art. 348 c.p.c.
Mentre nella prima norma il legislatore ha disciplinato il “quando” ed il “come” della costituzione dell’appellante, sebbene tramite rinvio formale alle norme in proposito dettate sul procedimento davanti al tribunale, e lo ha fatto espressamente alludendo alle forme ed ai termini, nella seconda il legislatore, nel prevedere la sanzione dell’improcedibilità, l’ha riferita alla mancata costituzione “nei termini”, così chiaramente comminandola solo per il mancato compimento dell’attività di costituzione sotto il profilo temporale e non anche per il compimento di tale attività nel rispetto di tale profilo, ma senza l’osservanza delle forme emergenti dalla normativa oggetto del rinvio disposto dal primo comma dell’art. 347 c.p.c.
La riposta al primo quesito dev’essere, dunque, enunciata affermando che l’art. 348, primo comma, c.p.c., quando commina l’improcedibilità dell’appello «se l’appellante non si costituisce nei termini», dev’essere inteso nel senso che tale sanzione riguarda la mancata costituzione nei termini indicati dall’art. 165 c.p.c. oppure una costituzione avvenuta al di là di essi e non invece una costituzione avvenuta nell’osservanza di tali termini, ma senza il rispetto delle forme con cui doveva avvenire ai sensi dello stesso art. 165. Ne deriva che la costituzione dell’appellante nel termine senza il deposito dell’originale della citazione e, come nella specie, con una c.d. velina, non determina di per sé l’improcedibilità dell’appello.
§6. Si deve passare a questo punto a considerare gli altri quesiti posti dall’ordinanza di rimessione, i quali suppongono l’individuazione della sorte di una costituzione avvenuta nel rispetto del termine ma senza l’osservanza delle forme previste dall’art. 165 c.p.c.
§6.1. Una prima implicazione è che, per il fatto stesso che il controllo della regolarità della costituzione e, quindi, dell’osservanza delle forme per essa prescritte avviene all’udienza ai sensi dell’art. 350 c.p.c., si deve senz’altro ritenere che alla determinazione delle condizioni di regolarità della costituzione possano e debbano concorrere non solo i contenuti che l’attività di costituzione aveva avuto al momento in cui essa è avvenuta nel rispetto del termine di cui all’art. 165 c.p.c. (i quali sono di per sé insufficienti, evidentemente, perché le forme prescritte non sono state rispettate), ma anche i contenuti apportati da attività dall’appellante finalizzate ad assicurare quelle forme necessarie che al momento della costituzione essa non aveva.
Occorre, dunque, affermare che, dopo una costituzione tempestiva, ma carente sotto il profilo del l’osservanza delle forme, l’appellante può compiere, di sua iniziativa, le attività che servano ad integrarle successivamente (ad esempio mediante attività di deposito ulteriore) e fino all’udienza di cui al secondo comma dell’art. 350 c.p.c.
§6.2. Una seconda implicazione si coglie considerando che il secondo comma dell’art. 350 si limita a prescrivere al giudice il controllo della regolarità della costituzione, ma non prevede che egli, là dove constati che le forme non sono state osservate e ciò nemmeno con un’attività ulteriore fino all’udienza stessa, possa invitare l’appellante a provvedere ad un’attività integrativa con assegnazione di un termine.
Viceversa, la norma non vieta, proprio perché trattasi di attività funzionale al controllo della regolarità della costituzione da effettuarsi in udienza, che il giudice, nel rilevare il difetto inerente la costituzione, possa invitare hic et hinde l’appellante, se è in grado di farlo, alla regolarizzazione immediata e che l’appellante possa procedervi nell’udienza stessa.
Queste sono le implicazioni che si traggono dall’esegesi della norma del secondo comma dell’art. 350 c.p.c.
Va precisato, per completezza, che al rilievo della nullità non segue un ordine di rinnovazione ai sensi dell’art. 162, primo comma, c.p.c. Infatti, poiché tale norma ammette l’ordine di rinnovo degli atti nulli solo “quando sia possibile”, nel caso di specie la prescrizione che il controllo della regolarità della costituzione debba avvenire all’udienza di cui all’art. 350 c.p.c. e l’esclusione di un potere del giudice di concedere un termine comportano l’impossibilità anche di un ordine di rinnovazione, perché esso si risolverebbe nella concessione di un termine.
Mette conto di avvertire, altresì, che le descritte, implicazioni si correlano alla effettiva tenuta di un’udienza, sicché, ove la trattazione dell’appello, finalizzata anche al controllo della regolarità della costituzione, non sia avvenuta effettivamente e vi sia stato un mero rinvio, occorrerà riferire quelle implicazioni all’udienza di effettiva trattazione ai sensi dell’art. 350 c.p.c.
§6.3. Se ci si interroga sulla qualificazione dell’attività di regolarizzazione compiuta dall’appellante, poiché essa è funzionale all’assicurazione delle forme previste per la costituzione successivamente alla sua tempestiva verificazione, è palese che, come ogni attività diretta ad integrare le forme previste per un atto processuale da compiersi in un certo momento, essa è diretta a rimediare ad una nullità che la costituzione presentava quando è avvenuta.
Va affermato, pertanto, che un’attività di costituzione dell’appellante che sia avvenuta entro il termine previsto ma senza il rispetto delle forme
indicate dall’art. 165 c.p.c. si concreta in una costituzione che, non essendo osservante delle forme, è nulla e non dà di per sé luogo ad improcedibilità, e va ritenuto che la nullità può essere superata dallo stesso appellante fino all’udienza di comparizione di cui al secondo comma dell’art. 350 c.p.c., tramite l’attività che assicuri il rispetto delle dette forme.
§6.4. Occorre considerare, a questo punto, raccogliendo la sollecitazione dell’ordinanza della Seconda Sezione, se, pur essendo avvenuta la (tempestiva) costituzione dell’appellante senza l’osservanza di alcuna delle forme previste dalla legge, la nullità possa ritenersi superata dal comportamento dell’appellato, sebbene in carenza di attività integrativa dell’appellante.
Le forme della costituzione dell’appellante emergono dall’art. 165 c.p.c.
E’ evidente che, supponendosi la costituzione avvenuta, non può venire in rilievo la mancanza del deposito della nota di iscrizione a ruolo e del fascicolo, giacché tali attività sono coessenziali alla costituzione, rappresentandone il minimum. Né assumono rilevanza le norme degli artt. 71- 74 disp. att. c.p.c., atteso che, ai fini delle questioni che si esaminano, si ha riguardo a un’ipotesi in cui il cancelliere, all’esito dei controlli, abbia comunque proceduto all’iscrizione a ruolo, di modo che vi sia stata una costituzione.
Ci si deve, invece, confrontare con l’art. 165 c.p.c., là dove individua come modalità della costituzione il contenuto del fascicolo prescrivendo che esso contenga «l’originale della citazione, la procura e i documenti offerti in comunicazione» (e nel caso di costituzione personale la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio) e soggiungendo che «se la citazione è notificata a più persone, l’originale della citazione deve essere inserito nel fascicolo entro dieci giorni dall’ultima notificazione».
§7. Con riguardo al deposito dell’originale della citazione l’art. 165 c.p.c. intende riferirsi all’atto che l’appellante ha consegnato all’ufficiale giudiziario per la notificazione, sul quale costui ha scritto, ai sensi dell’art. 148 c.p.c., la relazione di notificazione e che gli ha restituito.
§7.1.1. L’originale della citazione cui fa riferimento, se è necessariamente quello su cui, ai sensi dell’art. 148 c.p.c., l’ufficiale giudiziario (o l’avvocato che notifichi ex lege n. 53 del 1994) ha steso la relazione di notificazione, può essere sia un originale nel quale da questa relazione il procedimento notificatorio risulti perfezionato anche nei confronti del destinatario (ad esempio, nei casi di cui all’art. 139, primo e secondo comma, c.p.c. e nel caso dell’art. 4 della 1. n. 53 del 1994), sia un originale nel quale questo perfezionamento non risulti, occorrendo all’uopo fare riferimento ad altri atti (come nel caso di cui all’art. 140 c.p.c. o nel caso di notificazione a mezzo posta ai sensi degli artt. 5, commi 2 e 3 della 1. n. 890 del 1982, o ancora ai sensi degli artt. 2 e 3 della 1. n. n. 53 del 1994).
In questi casi, la ragione della costituzione del notificante con il deposito dell’originale, prima che abbia certezza del se e quando la notificazione della citazione di appello si è perfezionata, è motivata dalla circostanza che, quando egli avrà notizia del momento in cui la notifica si è perfezionata, quel momento potrebbe essere stato tale che un’attività di costituzione comprensiva del deposito della documentazione di tale perfezionamento potrebbe ormai risultare tardiva: infatti, il riferimento per il decorso del termine per la costituzione dalla notificazione al convenuto opera dal perfezionamento di essa nei suoi riguardi (da ultimo, Cass. n. 1662 del 2016)
§7.1.2. Il duplice significato di originale della citazione così evidenziatosi implica che, sia nel primo caso (costituzione con originale documentante il perfezionamento), sia nel secondo (costituzione con originale non documentante il perfezionamento), il requisito formale della costituzione con l’originale della citazione risulta osservato.
Ad escludere che la costituzione avvenga ritualmente con il prescritto deposito dell’originale della citazione tanto nel primo che nel secondo caso non potrebbe valere il dato che il termine per la costituzione decorra dal perfezionamento della notificazione per il destinatario, nel caso in esame per l’appellato. Questo evento rileva ai fini di individuare il momento dal quale decorre il termine per la costituzione, ma la sua previsione, allorquando ricorra il secondo caso, non impedisce che una costituzione possa avvenire anche in mancanza di detto perfezionamento; sicché l’appellante, sebbene si costituisca prima che la notificazione sia perfezionata nei confronti del destinatario, compie un’attività conforme al paradigma dell’art. 165 c.p.c.
In questo caso il deposito di quanto necessiti per dimostrarlo potrà avvenire successivamente e comunque all’udienza ai sensi dell’art. 350 c.p.c. e non è certamente attività diretta a regolarizzare la costituzione, ma ad evidenziare l’attivazione del contradditorio sull’appello, che dipende dal perfezionamento della notificazione nei riguardi del destinatario. Il mancato deposito anche in tale udienza potrà giustificare – sempre che l’appellato non si sia costituito ed abbia dunque reso irrilevante la prova della conoscenza della citazione – l’ordine di rinnovo della notificazione della citazione di appello al convenuto (a meno che l’appellante non chieda un eventuale rinvio per la produzione sulla base di giustificate ragioni) ai sensi del secondo comma dell’art. 350 c.p.c.
§7.2. L’art. 165, nel secondo comma, nel caso di notificazione a più persone prevede che l’iscrizione a ruolo e la costituzione debba (Cass. sez. un. n. 10864 del 2011) avvenire senza il deposito dell’originale (cioè con una copia, il che accade se l’originale è ancora nelle mani dell’ufficiale giudiziario o di chi esegue il procedimento notificatorio per il suo completamento nei confronti di altri destinatari) e consente che esso possa depositarsi entro dieci giorni dall’ultima notificazione.
§7.3. Si deve ora considerare il caso in cui – pur non ricorrendo l’ipotesi del secondo comma dell’art. 165 c.p.c. – la tempestiva costituzione avvenga senza il deposito dell’originale della citazione.
§7.3.1. Nelle prime due ipotesi, non essendo stato depositato l’originale della citazione vi è una inosservanza della forma prescritta.
§7.3.2. Qualora l’appellato si sia costituito senza nulla osservare sulla conformità della copia all’originale notificatogli, poiché l’esistenza della relata sulla copia evidenzia almeno la data del perfezionamento della notificazione dal punto di vista dell’appellante e consente al giudice di controllare la tempestività dell’appello, la irregolarità discendente dal deposito di una copia piuttosto che dell’originale risulta sanata.
§7.3.3. Se l’appellato non si sia costituito, sia nella prima che nella seconda ipotesi, occorrendo, ai fini del controllo della ritualità della notificazione l’originale della citazione ed impedendo la mancata costituzione dell’appellato di ritenere raggiunto lo scopo che doveva assolvere il deposito dell’originale, la costituzione dell’appellante resterà affetta da nullità.
§7.3.4. Nella terza ipotesi (ribadito che ogni nullità formale ricollegata alla costituzione senza originale potrà anche qui essere superata dall’appellante con la produzione dell’originale), il comportamento dell’appellato che, costituendosi, non contesti la conformità della copia all’originale notificatogli si presta a queste considerazioni.
§7.3.5. Qualora l’appellato costituito contesti, invece, la conformità della copia all’originale notificatogli ed esso non sia stato depositato dall’appellante nemmeno all’udienza ai sensi del secondo comma dell’art. 350 c.p.c., in tutte e tre le ipotesi indicate la nullità derivante dal deposito della copia parimenti si sarà consolidata.
§7.3.6. Va detto della prospettazione dell’appellato costituito, che, senza contestare la conformità dell’atto notificatogli alla copia, si limiti alla deduzione formale che la costituzione è avvenuta con una copia.
§7.3.7. Qualora, in presenza di costituzione dell’appellante con una copia, l’appellato non si sia costituito e non sia stato depositato dall’appellante l’originale nemmeno all’udienza ai sensi dell’art. 350 c.p.c., l’impossibilità di riscontrare tramite l’originale sia la conformità della copia a quella ipoteticamente notificata sia la stessa notificazione e l’impossibilità di dare rilievo al comportamento del convenuto, rimasto contumace, determinerà – in tutte e tre le ipotesi – il consolidarsi della nullità della costituzione per l’impossibilità di ordinare il rinnovo della notificazione.
§7.4. Le considerazioni che si sono svolte ed i principi esposti, se è intervenuta la costituzione con una copia della citazione, andranno applicati ed adattati all’ipotesi di cui al secondo comma dell’art. 165 c.p.c..
§8. Si può passare ora ad esaminare l’altra formalità della costituzione rappresentata dal deposito della procura.
Qualora la procura risulti rilasciata separatamente dalla citazione, la si potrà depositare successivamente e fino all’udienza di cui all’art. 350 c.p.c.
§9. Si tratta a questo punto di individuare le conseguenze del consolidamento della nullità della costituzione nelle ipotesi che si sono rassegnate e, prima ancora di chiarire se il consolidamento della nullità sia suscettibile di un superamento.
Si è già detto che il tenore della norma dell’art. 350, secondo comma, c.p.c. esclude che il giudice dell’appello possa prendere una iniziativa d’ufficio sollecitando un’attività successiva di regolarizzazione, diretta a rimediare alla nullità. La ricostruzione prospettata sopra è oggi, nel vigore della disciplina dell’appello introdotta dal d.l. n. 83 del 2012, convertito con modificazioni, nella legge n 134 del 2012, rafforzata dalla previsione dell’art. 348-ter c.p.c. che correla ad essa l’adozione della decisione di inammissibilità dell’appello ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., così evidenziando – specie dopo Cass. sez. un. 1914 del 2016, che ha escluso che l’inammissibilità con ordinanza possa dichiararsi per ragioni processuali – la necessità che le condizioni di decidibilità in rito e segnatamente quella ricollegata alla regolarità della costituzione dell’appellante debbano sussistere alla prima udienza di cui all’art. 350 c.p.c.
Nella vigenza della norma dell’art. 153 secondo comma, c.p.c., introdotta dall’art. 46 della 1. n. 69 del 2009, ma già in quella dell’art. 184-bis c.p.c., norma applicabile al presente giudizio, deve e doveva, peraltro, ritenersi possibile che l’appellante, all’udienza dell’art. 350, possa e potesse chiedere di essere rimesso in termini per la regolarizzazione della costituzione nulla» previa dimostrazione che la mancata regolarizzazione entro quella udienza sia dipesa da causa a lui non imputabile.
§10. Ritengono le Sezioni Unite che, ove la rimessione in termini non sia richiesta o l’istanza venga rigettata e, dunque, resti consolidata la nullità della costituzione dell’appellante, la conseguenza (come aveva ritenuto Cass. n. 6912 del 2012) deve ritenersi quella dell’improcedibilità dell’appello.
§11. Può passarsi ora all’applicazione degli esposti principi alla situazione di cui è processo e, quindi, allo scrutino del terzo motivo.
§11.1. I1 motivo, peraltro, se anche lo si scrutina assumendo che abbia ragione il ricorrente a sostenere che l’originale del secondo appello mai sia stato depositato, non può trovare accoglimento, in quanto la violazione di una norma del procedimento che il ricorrente denuncia non è stata argomentata con la deduzione delle condizioni necessarie per evidenziare che, se si fosse verificata, avrebbe assunto carattere decisivo.
Si rileva in primo luogo che parte ricorrente non ha fornito alcuna delucidazione sul contenuto della “velina” con cui sarebbe stato iscritto a ruolo il secondo appello ed in particolare non ha precisato se essa recasse la relata di notificazione oppure no. II solo chiamare la copia “velina” non può naturalmente giustificare la seconda ipotesi.
Non ha nemmeno allegato che l’acquisizione dell’originale spiegasse rilevanza ai fini della dimostrazione dell’esistenza della procura per il giudizio di appello in quanto essa fosse stata rilasciata in calce o a margine della citazione in appello e la copia non la recasse. E peraltro, non ha nemmeno allegato che l’atto di appello notificatogli avesse indicato non una procura in calce o a margine, bensì rilasciata aliunde.
Nella descritta situazione non è stata prospettata una situazione in cui, nel caso in cui effettivamente non fosse stato depositato l’originale della seconda citazione in appello (che, peraltro, nemmeno parte resistente ha prodotto in questa sede), la contestazione circa tale mancato deposito rendesse inidonea la costituzione dell’appellato qui ricorrente a sanare comunque la nullità ipoteticamente verificatasi all’atto della costituzione dell’appellante Omissis dopo il secondo appello e da essa non sanata in ipotesi nemmeno all’udienza di cui al secondo comma dell’art. 350 c.p.c. con la produzione dell’originale.
Ma il ricorrente, tuttavia, non ha allegato e specificato alcunché ai riguardo.
§11.2. Il motivo, dunque, svolge una censura le cui allegazioni sono del tutto inidonee ad evidenziare che l’ipotetica nullità della costituzione della Omissis in relazione al secondo appello non fosse stata sanata dal comportamento del ricorrente appellato, valutato in relazione al tenore della non meglio individuata copia con cui l’iscrizione e che l’ipotetica mancata produzione dell’originale avesse spiegato un qualche effetto sull’aspetto di ritualità della costituzione relativo alla procura.
§12. Con il quarto motivo si denuncia “nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. (art. 360 n. 4 c.p.c.)”.
§12.1. Parte ricorrente espressamente evoca come motivazione criticata e con la quale la Corte territoriale sarebbe incorsa in ultrapetizione quella con cui essa avrebbe ritenuto «che la Sig.ra Omissis avrebbe eccepito, in via riconvenzionale, le inadempienze della Ditta Omissis per limitare le pretese dell’attore, concludendo poi “che la produzione documentale sopra messa in evidenza (ad eccezione delle fatture per i ripristini) e la condotta (anteriore al giudizio e successiva ad esso) del Omissis consentono di ritenere fondata l’eccezione di parziale inadempimento di quest’ultimo». Sostiene che la sentenza impugnata sarebbe andata ultra petita «in quanto la Sig.ra Omissis non ha mai chiesto l’accertamento dei vizi delle opere e l’accertamento e dichiarazione di inadempienza della Ditta Omissis».
Il ricorrente ritiene di dimostrare la censura di ultrapetizione argomentando: a) dalla riproduzione delle conclusioni della comparsa di risposta della Omissis, nelle quali non si rinverrebbe «alcuna domanda d’accertamento di in esecuzione a regola d’arte dei lavori e conseguentemente di inadempienza del Omissis»; b) dalla riproduzione di una parte di una memoria ai sensi dell’art. 184 c.p.c. in cui tanto si era ribadito.
L’illustrazione del motivo continua, poi, assumendo che la Corte territoriale avrebbe ritenuto l’inadempienza del Omissis senza che ci fosse stata alcuna domanda e disposto così l’incameramento dei decimi di garanzia da parte della Omissis e rigettato invece la domanda del Omissis di indennizzo ai sensi dell’art. 1671 c.c. Si svolgono, quindi, considerazioni che evocano la diversa decisione sul punto del Tribunale in primo grado.
§12.2. Il motivo così articolato ignora totalmente la motivazione con cui la Corte territoriale nel punto 3 della motivazione, nell’esporre le ragioni di fondatezza dell’appello della Omissis riguardo al disconoscimento da parte del primo giudice del diritto ad incamerare le ritenute in garanzia, ha ampiamente argomentato come e perché emergesse dalle vicende processuali, puntualmente indicate, che la Omissis avesse dedotto in via di eccezione riconvenzionale le inadempienze del Omissis ed avesse riservato a diverso procedimento solo l’accertamento del danno conseguente, di modo che il Tribunale aveva ritenuto erroneamente che non appartenesse all’oggetto del giudizio l’esame delle inadempienze.
Ne segue la inammissibilità alla stregua del consolidato principio di diritto secondo cui: «Il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, in quanto per denunciare un errore bisogna identificarlo e, quindi, fornirne la rappresentazione, l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo. In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 n. 4 cod. proc. civ.» (Cass. n. 359 del 2005, seguita da numerose conformi).
§13. Con un quinto motivo si prospetta “omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio” e, dunque, si espone un motivo ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c.
§14. Con un sesto motivo, peraltro ancora indicato come quinto, si denuncia “violazione degli artt. 2697 c.c., 115 c.p.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.”.
Il motivo non contiene alcuna denuncia del paradigma dell’art. 2697 c.c. e di quello dell’art. 115 c.p.c., bensì lamenta soltanto erronea valutazione di risultanze probatorie.
Il motivo, peraltro, nell’evocare risultanze probatorie e, dunque, nel parametrarsi al n. 5 de 11’art. 360 c.p.c. nel testo introdotto dal d.lgs. n. 40 del 2006, lo fa senza fornirne l’indicazione specifica ai sensi dell’art. 366 n. 6 c.p.c.
§15. Con un settimo motivo (indicato come sesto) si denuncia “omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 n. 5 c.p.c.)”.
Il motivo è inammissibile perché non si conclude con, né contiene il momento di sintesi prescritto in relazione al motivo di ricorso ai sensi del n. 5 dell’art. 360 c.p.c. dall’art. 366-bis c.p.c.
§10. Conclusivamente il ricorso dev’essere rigettato.
Così deciso nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili il 24 maggio 2016. […]
n. 16598 5 agosto 2016
Precedente No anatocismo, Decreto CICR n. 343/2016: “gli interessi debitori maturati non possono produrre interessi, salvo quelli di mora” Successivo Art. 35 D.P.R. 380/01 Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (aggiornato 2016)

References: sentenza 
 art. 165
 art. 115
 sentenza 

§1
 sentenza 

§2
 sentenza 

§3

§4

§5

§6

§1

§1
 sentenza 
 sentenza 

§2
 sentenza 

§3

§3
 sentenza 

§3
 art. 387

§3

§3
 sentenza 

§4

§4
 sentenza 

§4

§5
in fine

§5

§5
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

§5

§5

§5

§5
 art. 165

§6

§6

§6

§6

§6

§7

§7
 Cass. 

§7

§7

§7

§7

§7

§7

§7

§7

§7

§7

§7

§8

§9
 Cass. sez. 

§10
 Cass. 

§11

§11

§11

§12
 sentenza 

§12
 sentenza 

§12

§13

§14

§15

§10
 Art. 35