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Timestamp: 2019-02-20 02:18:56+00:00

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14 Novembre 2018 | Autore: Adele Margherita Falcetta
In questo articolo vedremo cosa prevede la legge in caso di morte del coniuge con il quale vigeva il regime di comunione legale dei beni.
Qualche tempo fa il tuo coniuge è deceduto. Hai attraversato un brutto periodo a causa di questo, e non hai certo avuto la mente serena, necessaria per occuparti di tutte le questioni pratiche solitamente conseguenti alla morte di una persona. Adesso però occorre che tu ti faccia forza e metta ordine negli aspetti patrimoniali ed economici della tua vita. Il regime che tu e il tuo coniuge avevate scelto, al momento del matrimonio, è quello della comunione dei beni. Vorresti quindi sapere in che modo il patrimonio della persona defunta dovrà ripartirsi tra te e, forse, altre persone. Ti sarebbe inoltre utile conoscere se vi sono particolari incombenze a tuo carico. Morte del coniuge in comunione dei beni: cosa fare? Questo articolo ti spiegherà tutto ciò che ti serve.
1 Comunione e separazione dei beni
2 Morte del coniuge e successione legittima
3 Morte del coniuge e successione testamentaria
Prima di considerare cosa fare in caso di morte del coniuge in comunione dei beni, è bene ricordare in cosa consiste esattamente questo regime patrimoniale della famiglia. Quando due persone si sposano, possono scegliere tra due regimi patrimoniali:
la comunione dei beni;
La comunione dei beni è la comproprietà di gran parte dei beni dei coniugi che vengono acquistati dopo il matrimonio.
Precisamente, ricadono nella comunione [1]:
i beni acquistati da ciascuno dei coniugi, insieme o separatamente, dopo il matrimonio. Se, quindi, Tizio sposa Caia e dopo il matrimonio va dal notaio e acquista una casa, questa, anche se Caia non era presente al momento della compravendita, diviene automaticamente di proprietà di entrambi, per una quota del 50% ciascuno;
i frutti dei beni di proprietà esclusiva di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati nel momento in cui la comunione si scioglie. I frutti sono ciò che un bene produce. Sono frutti naturali quelli derivanti dalla natura, come, ad esempio, i vegetali prodotti da un terreno, che vengono raccolti quando giungono a maturazione. I frutti civili, invece, consistono nel denaro prodotto dai beni, in forza di particolari rapporti giuridici che li riguardano: ad esempio, il canone di affitto di una casa o di un magazzino, gli interessi sui titoli, e così via. Quando la comunione cessa, per morte di uno dei coniugi, per volontà degli stessi o in caso di separazione legale, i frutti che non sono stati consumati si imputano alla comunione e spettano per il 50% a ciascuno dei coniugi;
i guadagni derivanti dall’attività separata dei coniugi, se non sono stati consumati al momento dello scioglimento della comunione. Se, ad esempio, Tizio fa l’insegnante e sua moglie Caia ha un negozio, a ciascuno spettano i propri guadagni. Se, però, la comunione si scioglie, quel che resta deve essere imputato alla comunione;
le aziende gestite da entrambi i coniugi, se sono state costituite dopo il matrimonio. Se, invece, l’azienda prima del matrimonio apparteneva soltanto a uno dei coniugi, ma dopo le nozze viene gestita da entrambi, in comunione ricadono soltanto gli utili e gli incrementi. Ad esempio, poniamo il caso che Tizio abbia un negozio e che sposi Caia. Dopo il matrimonio, la moglie gestisce il negozio insieme a lui. I beni aziendali già esistenti rimangono di proprietà esclusiva di Tizio; tuttavia, i guadagni, eventuali nuovi beni e l’aumento di valore dell’azienda sono di entrambi;
i beni destinati all’esercizio di un’impresa da parte di uno solo dei coniugi, costituita dopo il matrimonio. Questi si considerano come facenti parte della comunione solo se sussistono al momento della cessazione di quest’ultima [2];
gli incrementi (ad esempio gli acquisti che via via si vanno facendo per migliorare e potenziare l’impresa) dell’azienda gestita da uno solo dei coniugi, in qualsiasi momento costituita, ricadono in comunione solo se sussistono al momento dello scioglimento di quest’ultima [3].
Non fanno invece parte della comunione [4]:
i beni dei quali ciascuno dei coniugi era già proprietario prima del matrimonio, oppure sui quali era titolare di un diritto di godimento. Ad esempio, se prima di sposarsi Tizio era proprietario di un terreno, dopo il matrimonio questo rimane di sua esclusiva proprietà; se prima di sposarsi Caia era usufruttuaria di una casa, l’usufrutto rimane intestato soltanto a lei anche dopo le nozze;
i beni che pervengono a ciascuno dei coniugi per effetto di donazione o successione. Ad esempio: dopo il matrimonio tra Tizio e Caia, muore il padre di Tizio. Tutto ciò che Tizio riceve in qualità di erede dal padre rimane soltanto suo. Oppure: dopo le nozze Caia riceve una casa in donazione. L’immobile non ricade in comunione, restando soltanto di Caia. C’è però un’eccezione: nell’atto di donazione, oppure in un testamento, può essere specificato che il bene è da attribuire alla comunione;
i beni di uso strettamente personale e i loro accessori. Se detti beni vengono acquistati dopo il matrimonio, perché non ricadano nella comunione ciò deve essere specificato nell’atto di acquisto e a tale atto deve essere presente anche l’altro coniuge;
i beni utilizzati per l’attività professionale di ciascuno dei coniugi, ad eccezione di quello che abbiamo detto sopra a proposito delle aziende. Anche in questo caso, se l’acquisto avviene dopo le nozze, occorre che il fatto che non ricadranno nella comunione sia specificato nell’atto di acquisto e che a tale atto sia presente anche l’altro coniuge;
quanto ottenuto da ciascuno dei coniugi a titolo di risarcimento del danno;
le pensioni derivanti dalla perdita totale o parziale della capacità lavorativa;
i beni acquistati con il denaro derivante dalla vendita di altro bene non rientrante nella comunione, purché ciò sia stato specificato nell’atto di acquisto e a tale atto sia presente anche l’altro coniuge.
La separazione dei beni, invece, comporta che ciascun coniuge resti proprietario esclusivo non soltanto di ciò che era suo prima del matrimonio, ma anche di tutti gli acquisti successivi. Per scegliere il regime della comunione al momento del matrimonio, non occorre fare nulla. In mancanza di una scelta diversa da parte degli sposi, la comunione si instaurerà automaticamente. Se, invece, il regime prescelto è quello della separazione dei beni, occorre segnalarlo prima delle nozze all’ufficiale dello stato civile che lo celebrerà, o, in caso di matrimonio in chiesa, al sacerdote. Il regime concordato verrà quindi specificato nell’atto di matrimonio.
Successivamente al matrimonio, è consentito cambiare idea, e passare dal regime della separazione a quello della comunione o viceversa. Per farlo, però, occorrerà andare da un notaio. E’ possibile, poi, che gli sposi stipulino una convenzione matrimoniale, nella quale stabiliscano quali beni debbano essere considerati di entrambi con le relative quote, e quali debbano invece essere di proprietà esclusiva di ciascuno di loro. Anche in questo caso è necessario rivolgersi a un notaio.
Questa premessa era necessaria, per ben comprendere quello che succede e cosa bisogna fare in caso di morte di uno dei coniugi, quando è vigente il regime di comunione dei beni. A tal proposito, occorrerà distinguere tra l’ipotesi che il coniuge muoia senza testamento (successione legittima), e quella in cui sia invece presente un testamento (successione testamentaria).
Morte del coniuge e successione legittima
Quando muore una persona, si apre la sua successione. Coloro che subentrano nella titolarità dei diritti e dei rapporti giuridici facenti capo al defunto (denominato tecnicamente de cuius, vale a dire persona della cui eredità si tratta) sono detti eredi. La qualità di erede non si acquista automaticamente all’apertura della successione, essendo necessaria una chiara accettazione. Infatti, essere eredi di una persona significa subentrare non solo nella titolarità di diritti e di situazioni vantaggiose, ma anche, salvo alcune eccezioni, nei debiti contratti dal defunto.
Quindi la legge dà la possibilità di valutare bene la situazione prima di accettare l’eredità. Coloro che, potendo essere eredi, non hanno ancora accettato prendono il nome di “chiamati”. Se il de cuius è morto senza lasciare testamento si apre la successione legittima, in favore di alcuni soggetti stabiliti dalla legge.
Il codice civile [5] stabilisce che in questo caso sono chiamati all’eredità:
i discendenti, vale a dire i figli legittimi, adottivi e naturali, e i loro discendenti;
gli ascendenti legittimi: i genitori, ed eventualmente i nonni o, in casi ancora più rari, i bisnonni;
i collaterali (fratelli e/o sorelle);
gli altri parenti fino al sesto grado;
lo Stato, se non vi sono parenti fino al sesto grado.
Il grado di parentela si calcola contando le generazioni, salendo da uno dei parenti fino allo stipite che hanno in comune, e da questo discendendo all’altro parente [6]. Lo stipite non si include nel conteggio. Facciamo un esempio pratico e vedremo che il calcolo è in realtà più semplice di quello che sembra. Poniamo di voler stabilire il grado di parentela tra Tizio e Caio, che sono cugini perché i loro padri sono fratelli. Partiamo da Tizio (1), saliamo a suo padre (2), arriviamo a suo nonno che è il capostipite e che non viene incluso nella numerazione, scendiamo al padre di Caio (3) e poi a Caio stesso (4). Tizio e Caio sono parenti di quarto grado.
La legge stabilisce criteri ben precisi di divisione dell’eredità in presenza di più parenti:
se ci sono il coniuge e un figlio, l’eredità viene divisa tra i due per metà ciascuno;
se ci sono il coniuge e più figli, al coniuge spetta un terzo, ai figli due terzi divisi in parti uguali;
se non vi sono figli né altri discendenti, ma vi è il coniuge insieme ad ascendenti e/ o collaterali del defunto, al coniuge spettano i due terzi della verità, agli altri un terzo diviso in parti uguali;
se vi è il coniuge e non vi sono discendenti, ascendenti, collaterali del defunto, allo stesso spetta l’intera eredità;
se vi sono discendenti ma non il coniuge, l’intera eredità si divide tra i figli in parti uguali;
se non vi sono né coniuge, né discendenti, né ascendenti, né collaterali, l’eredità si devolve agli eventuali parenti fino al sesto grado, seguendo questo criterio: i parenti più prossimi escludono quelli più lontani;
infine, se non vi sono parenti fino al sesto grado, l’eredità si devolve allo Stato.
Dunque, per quel che riguarda specificamente il coniuge, rileva quanto segue:
il coniuge concorre nell’eredità solo con i figli, con gli altri discendenti, con eventuali ascendenti, con i collaterali del defunto, ma non con altri parenti;
se il coniuge è solo gli spetta l’intera eredità ;
se concorre con un figlio gli spetta 1/2 dell’eredità;
se concorre con più figli gli spetta 1/3 dell’eredità;
se ci sono coniuge e i figli, tutti gli altri parenti sono esclusi dall’eredità;
se il coniuge concorre con ascendenti e/o collaterali del defunto, gli spettano 2/3 dell’eredità.
Quando vi è la comunione dei beni, occorre avere riguardo a questo aspetto. Pertanto, bisogna innanzitutto individuare tutti i beni e i diritti che, secondo le norme di cui abbiamo già parlato nella parte iniziale di questo articolo, rientravano nella comunione. Questi beni appartengono già per il 50% al coniuge superstite, quindi cadono in successione solo le quote del 50% facenti capo al de cuius.
Ad esempio, se il de cuius ha lasciato una casa acquistata dopo il matrimonio, questa apparteneva già per il 50% al suo coniuge. Dopo la morte del de cuius, cade in successione il rimanente 50%. Pertanto, la successione del coniuge avverrà su questa quota, che fa parte dell’asse ereditario. Con quest’ultima espressione si intendono tutti i beni e i diritti che cadono in successione e che verranno ripartiti tra gli eredi, secondo le quote spettanti ad ognuno. Se il coniuge superstite è solo, e non vi sono figli, né discendenti, né ascendenti, né collaterali, subentra nella titolarità di tutto l’asse ereditario. Di conseguenza, acquista la proprietà per l’intero di tutti i beni che facevano parte della comunione. Ad esempio, se un immobile prima era suo al 50%, ora lo sarà per intero.
Se invece il coniuge concorre con altri, il 50% dei beni facenti parte della comunione rientra nell’asse ereditario. Quest’ultimo viene diviso tra gli eredi per quote. La divisione può avvenire amichevolmente, ma, se impossibile, occorre rivolgersi al tribunale.
Per dividere l’asse ereditario tra gli eredi, bisognerà innanzitutto attribuire un valore ai beni e ai diritti che ne fanno parte. Successivamente, a ciascuno degli eredi sara attribuito il valore corrispondente alla quota di sua spettanza. Se possibile, si soddisferanno i diritti degli eredi mediante l’attribuzione di beni che hanno il valore corrispondente alla loro quota. Se ciò non è realizzabile, si dovrà procedere alla vendita dei beni e alla divisione del ricavato secondo le rispettive quote.
Un esempio chiarirà questi meccanismi. Poniamo che muoia Tizio, che era sposato con Caia. Tra i due coniugi vigeva il regime della comunione dei beni. Dal matrimonio sono nati tre figli: Sempronio, Filano e Martino. Secondo ciò che abbiamo detto sopra, a Caia spetta 1/3 del patrimonio di Tizio, ai figli i 2/3. Dopo il matrimonio, i coniugi avevano comprato alcuni beni immobili: un appartamento del valore di 100; una villa del valore di 150; un terreno del valore di 30; un magazzino del valore di 80. Visto che tra di loro vigeva il regime della comunione, il 50% di questi beni era però di Caia anche quando il marito era in vita. Quindi, rientra nell’asse ereditario il restante 50%: il valore sarà di 50 per l’appartamento, 75 per la villa, 15 per il terreno e 40 per il magazzino. Non vi sono altri diritti e quindi il valore dell’asse ereditario sarà dato da 50+75+15+40 = 180. Tenendo conto delle quote spettanti agli eredi, a Caia spetterà 1/3 e quindi un valore di 60, mentre ai tre figli spetteranno complessivamente 2/3 per un valore di 120. A ognuno, quindi, competerà un valore di 40. A questo punto si dovrà procedere alla divisione del patrimonio tra tutti, secondo i valori sopra indicati. Visto che già Caia è proprietaria della metà degli immobili, per acquisirne la proprietà al 100% dovrebbe versare ai figli il valore delle quote di loro spettanza.
Oppure potrebbe imputare il valore di un immobile alla propria quota, e versare la differenza ai figli. In definitiva, se vi è morte del coniuge in comunione dei beni, in mancanza di testamento ecco cosa fare:
verificare la presenza di eventuali altri eredi;
individuare quali beni erano in comunione tra i coniugi, tenendo presente che essi entrano a far parte dell’asse ereditario per il 50%;
se riesce difficile districarsi tra le quote spettanti agli eredi e il valore dei beni, affidarsi a un tecnico e possibilmente a un legale che siano di aiuto nel predisporre uno schema di divisione del patrimonio ereditario;
se non si raggiunge un accordo amichevole che soddisfi tutti, rivolgersi al Tribunale, che nominerà sicuramente un consulente tecnico per procedere alle operazioni di divisione.
Morte del coniuge e successione testamentaria
Se il de cuius è morto lasciando un testamento, le cose possono cambiare. Il testamento è un atto scritto con il quale una persona dispone del suo patrimonio per quando avrò cessato di vivere.
Esso può essere di tre tipi:
olografo, se viene scritto e firmato di pugno dal testatore, su un qualunque foglio di carta, e poi conservato. Chi lo troverà dovrà portarlo da un notaio, che convocherà le persone citate nel testamento;
segreto, se viene scritto dal testatore, messo in una busta e consegnato a un notaio, che sigillerà la busta e lo conserverà. Alla morte del testatore, il notaio provvederà a convocare gli interessati;
pubblico, dettato direttamente al notaio, che, come negli altri casi, alla morte del testatore convocherà i chiamati all’eredità.
Nel testamento il testatore potrebbe disporre del proprio patrimonio in favore dello stesso coniuge, dei figli, dei parenti o anche di altre persone. Nel far questo, però, non può intaccare le quote minime che la legge stabilisce in favore di alcuni soggetti, che sono dette quote di legittima [7]. I soggetti in favore dei quali esse sono previste vengono chiamati legittimari o riservatari. Le quote spettanti ai legittimari non possono essere compromesse nemmeno da eventuali donazioni fatte in vita dal de cuius. I legittimari non vanno confusi con gli eredi legittimi dei quali abbiamo già parlato. Infatti:
gli eredi legittimi sono coloro che la legge designa come tali, in mancanza di un testamento;
i legittimari sono coloro che, anche in presenza di un testamento o di donazioni fatte dal de cuius mentre era in vita, hanno comunque diritto a una quota minima di eredità. Si tratta, per la precisione, del coniuge, dei figli e dei genitori.
Le quote spettanti ai legittimari sono le seguenti:
se c’è solo il coniuge, ha diritto almeno a 1/2 del patrimonio ereditario. Se il de cuius ha disposto, mediante testamento o donazioni fatte in vita, nei limiti della restante metà, non vi sono problemi;
se ci sono il coniuge e un figlio, hanno diritto a 1/3 ciascuno;
se ci sono il coniuge e più figli, al coniuge spetta 1/4, ai figli 1/3 da dividere in parti uguali;
se ci sono il coniuge e i genitori del defunto, al coniuge spetta 1/2 e ai genitori 1/4;
se c’è solo un figlio e manca il coniuge del defunto, gli spetta 1/2 del patrimonio ereditario;
se ci sono più figli e manca il coniuge del defunto, spettano loro i 2/3 da dividere in parti uguali;
se, infine, vi sono i genitori del defunto, e mancano sia il coniuge che i figli, spetta loro una quota di 1/3.
Purché non intacchino queste quote, gli atti di disposizione (testamento o donazioni) compiuti dal de cuius sono perfettamente legittimi. In caso contrario c’è quella che viene detta una lesione di legittima. Come si fa a stabilire se le quote di legittima sono state intaccate?
innanzi tutto si determina il valore del patrimonio lasciato dal de cuius (detto tecnicamente relictum);
si sottraggono i debiti;
si somma il valore di eventuali beni che sono stati donati in vita dal de cuius (detti donatum);
sull’importo che ne risulta si calcola la quota di legittima.
Facciamo un esempio semplice. Tizio muore senza lasciare figli, ma solo il coniuge. Per testamento lascia a un parente un bene del che vale 10. Il patrimonio lasciato da Tizio ha un valore di 100. Da questo, si sottraggono i debiti, che sono pari a 40. Quindi 100 – 40 = 60. In vita Tizio ha fatto una donazione del valore di 20, che va sommata al precedente importo: 60 + 20 =80. Il coniuge ha diritto a una quota di legittima di 1/2, quindi, nel nostro caso, a 40. Sottraendo dal patrimonio attuale, pari a 60, la disposizione testamentaria pari a 10, resta un valore di 50, più che sufficiente per soddisfare la quota di legittima spettante al coniuge.
Anche in questo caso, se vi è comunione di beni, nel patrimonio ereditario confluisce il 50% del valore dei beni in comunione, perché il rimanente 50% è già di proprietà del coniuge superstite, come abbiamo spiegato a proposito della successione legittima. Se invece vi è stata lesione di legittima, il coniuge superstite (ma anche altri eventuali legittimari) dovrà rivolgersi al tribunale per far invalidare le disposizioni testamentarie e/o le donazioni che hanno provocato la lesione. Questa azione prende il nome di riduzione. Se i beneficiari delle disposizioni dichiarate inefficaci dal tribunale erano nel possesso dei beni ereditari, sarà possibile agire nei loro confronti per ottenerne la restituzione, con un’azione che viene detta, appunto, di restituzione.
Ora sai cosa fare qualora avvenga la morte del coniuge in comunione dei beni. In definitiva, le quote di eredità e le situazioni che possono presentarsi non sono diverse, rispetto all’ipotesi in cui vi sia separazione dei beni. In caso di comunione però, come abbiamo visto, i beni che ne fanno parte andranno divisi con eventuali altri eredi non per l’intero valore, ma per il 50%.
[1] Art. 177 cod. civ.
[2] Art. 178 cod. civ.
[3] Art. 178 cod. civ.
[5] Art. 565 cod. civ.
[6] Art. 76 cod. civ.
[7] Art. 536 e ss. cod. civ.

References: Art. 177
 Art. 178
 Art. 178
 Art. 565
 Art. 76
 Art. 536