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Timestamp: 2020-02-22 03:04:50+00:00

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Tribunale di Milano, 30 ottobre 2013 - testo integrale Sentenza
Tribunale di Milano, 30 ottobre 2013
Salute · danno iatrogeno · responsabilita' del medico · non patrimoniale · risarcimento · causalita'
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"il danno iatrogeno ha determinato immediatamente la necessita' di una assistenza continuativa , stante l’esclusione di una adeguata autonomia, gravante sulla consorte in via esclusiva. Tale situazione non va presa in considerazione sotto il profilo dell’eventuale danno patrimoniale (neppure prospettato), ma quale circostanza che , di riflesso, determina uno stato di afflittivita' morale nel familiare che quotidianamente sta accanto all’invalido, nella consapevolezza dell’irreversibilita' della situazione, con un condizionamento della possibilita' di esplicazione delle attivita' e un deterioramento psicologico-morale che sono di immediata evidenza."
Sulla base di tali premesse gli attori evidenziavano la responsabilita' dei convenuti per avere effettuato un intervento configurato e attuato attraverso un’eccessiva rimozione che aveva esposto il paziente a gravi danni neurologici, in difetto, altresi', di un adeguato consenso informato.
Pertanto, chiedevano la condanna dei convenuti, in solido, al risarcimento dei danni indicati in: a) danno biologico in percentuale del 35%, oltre otto mesi di invalidita' temporanea assoluta; b) grave danno morale da giustificare una forte personalizzazione del risarcimento;c) danno non patrimoniale per la convivente consorte A; d) danno patrimoniale per aver dovuto cessare tre anni prima l’attivita' lavorativa di portinaio; e) spese di cura e assistenza sopportate.
Si costituivano i convenuti che resistevano alle avverse domande, di cui chiedevano il rigetto, contestando la genericita' delle prospettazioni anche risarcitorie.
Effettuata la stessa, successivamente era richiesta e ottenuta ordinanza di condanna parziale ex art. 186 quater c.p.c..
1.Va premesso che la contestazione svolta dai convenuti circa l’inammissibilita' delle produzioni documentali degli attori appare infondata.
Infatti tali produzioni sono avvenute nei termini di cui all’art. 183 6° comma c.p.c. e la loro pertinenza e' di tutta evidenza, giacche' attengono alla vicenda clinica e alla situazione sanitaria dell’attore, ovvero si correlano alla dimostrazione di circostanze rilevanti per la richiesta di risarcimento dei danni.
2. Riguardo l’ accertamento della responsabilita' dei convenuti, la c.t.u. non lascia spazi a dubbi e - giova subito notare- anche nelle udienze tenutesi successivamente al suo deposito, le difese dei convenuti non hanno prospettato alcuna specifica contestazione, ne' hanno richiesto un qualche approfondimento istruttorio o peritale, stante l’inequivocita' delle risultanze . Conclusioni della ctu che appaiono perfettamente condivisibili, in quanto conseguenti ad un esauriente esame delle risultanze in esito al contraddittorio tecnico svoltosi e, come evidenziato, neppure contrastate da idonei elementi argomentativi anche sotto il profilo delle allegazioni istruttorie.
L era affetto da tumore disembriogenetico, con crescita lenta e spesso a pousse' e con fasi silenti;
la necessita' dell’intervento era dettata dal manifestarsi di un aggravamento della sintomatologia e da deficit neurologici;
nella specie si era proceduto con una exeresi totale, che aveva portato a un peggioramento dello stato clinico neurologico, giacche' la lesione inglobava strutture vitali sia nervose che vascolari e si aggettava sul tronco encefalico: infatti l’ablazione aveva ulteriormente offeso l’area interessata dalla rimozione;
tale tipologia di intervento era da escludersi nella fattispecie, proprio per l’alto rischio correlato ad una exeresi totale, evidenziandosi una palese imprudenza, giacche' doveva perseguirsi una “decompressione rispettando le strutture nervose e vascolari…per evitare complicanze anche fatali e considerando la benignita' della lesione'.
Elementi di valutazione che appalesano, in maniera univoca, anche la sussistenza del nesso di causalita' materiale tra la condotta imprudente del chirurgo nella scelta e nell’attuazione dell’intervento e lo stato invalidante accertato dopo l’intervento, con indice di assoluta certezza.
Si determina, quindi, perfettamente integrata la responsabilita' professionale-medica contestata dagli attori, tenuto conto che l’imprudenza ravvisata integra un rilevante inadempimento agli obblighi connessi all’esatto e diligente adempimento delle prestazioni medico-sanitarie tipizzanti il rapporto di spedalita'.
3. Una volta accertata la responsabilita' dei convenuti, va considerato il profilo concernente le conseguenze aventi rilievo invalidante ad esse correlabili e il riflesso risarcitorio.
La ctu – e va nuovamente evidenziato in difetto di qualsiasi elemento valutativo che elida tale conclusione – ha descritto come l’attore fosse affetto da una patologia tale da determinare un’incidenza negativa sull’integrita' psico-fisica nella misura del 40% e che l’esito dell’intervento ha portato un aggravamento dello stato patologico del 30%, cosi' individuandosi una complessiva invalidita'-danno biologico, nella misura del 70%.
Quindi si e' uno stato caratterizzato da lesioni che si inseriscono su di una situazione pregressa gia' di patologia: e, d’altra parte, e' ovvio considerare che, in linea pressoche' costante, il danno iatrogeno e' sempre un danno disfunzionale che si inserisce in una situazione in parte gia' compromessa, rispetto alla quale si determina un incremento differenziale del pregiudizio.
L’imputabilita' risarcitoria di tale “incremento' e' tema che incrocia vari profili, riconducibili prevalentemente alla prefigurazione del nesso di causalita' materiale e giuridica e, quindi, alle tematiche proprie del danno risarcibile secondo le regole della responsabilita' contrattuale (una volta che si pretenda – secondo la oramai consolidato giurisprudenza – ricondurre il rapporto paziente/struttura sanitaria-medico al campo delle obbligazioni da contatto sociale).
Come noto, sul tema, la Corte di cassazione si e' mossa prevalentemente attraverso un richiamo ai criteri di cui agli artt. 40 e 41 c.p., in virtu' dei quali se alla produzione dell’evento di danno concorrono la condotta dell’uomo e cause naturali o pregresse, il responsabile non puo' pretendere nessuna riduzione di responsabilita', in quanto una comparazione del grado di incidenza eziologica di piu' cause concorrenti puo' esservi solo tra una pluralita' di comportamenti umani colpevoli, ma non tra una condotta umana imputabile ed una concausa naturale non imputabile (v. Cass. civ., 28 marzo 2007, n. 7577).
Indirizzo messo in discussione dalla Suprema Corte con successive pronunce (v. Cass. civ., sez. III, 16 gennaio 2009, n. 975, in tema di colpa medica) la' dove ha evocato la necessita', proprio in caso di concorso tra preesistenti condizioni costituenti fattore causale incidente e condotta imperita dei sanitari, di “procedere alla specifica identificazione della parte di danno rapportabile all’uno o all’altra, eventualmente con criterio equitativo'. Valutazione della Suprema Corte, quest’ultima, che ha preteso trarre giustificazione giuridica da vari istituti propri della disciplina codicistica della responsabilita' risarcitoria: art. 1226 c.c. ( se il danno non puo' essere provato nel suo preciso ammontare, e' liquidato dal giudice con valutazione equitativa), per evitare di far gravare tutto il risarcimento del danno al soggetto cui e' addebitabile la condotta direttamente riguardante una sola parte di esso; art. 2055 c.c. che frazione la misura del regresso tra condebitori solidali “nella misura determinata dalla gravita' della rispettiva colpa e dalla entita' delle conseguenze che ne sono derivate'; l’art. 1227 c.c., che analogamente prevede un frazionamento del’imputabilita' dell’unico danno complessivo: “se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il danno e' diminuito secondo la gravita' della colpa e le conseguenze che ne sono derivate'.
Ricostruzione dei profili eziologici che, quindi, tende a delimitare l’area della responsabilita' medica, giacche' quando risulta che comunque alla produzione del danno alla persona del paziente ha concorso non solo l’opera del medico, ma anche le pregresse condizioni di salute del paziente stesso, si afferma la prospettiva di ridurre in via equitativa l’ammontare del risarcimento, in proporzione all’incidenza causale – da distinguersi – dei fattori naturali-pregressi e dei fattori imputabili alla condotta del medico.
Per vero, tale indirizzo e' stato poi sostanzialmente abbandonato dalla giurisprudenza di legittimita' , avuto riguardo alla responsabilita' medica. La Corte di cassazione ha esplicitamente rilevato come la conclusione cui era pervenuta la citata sentenza n. 975 del 2009 circa la graduazione dei livelli di responsabilita' sembrava confondere due diversi livelli di causalita': quello tra la condotta illecita e la concreta lesione dell’interesse (c.d. causalita' materiale, art. 40 c.p.), e quello tra quest’ultima ed i danni che ne sono derivati (c.d. causalita' giuridica ). Da cio' la necessita', per evitare tale equivoco, di accertare da parte del giudice, sul piano della causalita' materiale , l'efficienza eziologica della condotta rispetto all'evento in applicazione della regola di cui all'art. 41 cod. pen., cosi' da ascrivere l'evento di danno interamente all'autore della condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalita' giuridica allo scopo di evitare l’attribuzione all'autore della condotta, “ responsabile "tout court" sul piano della causalita' materiale', un obbligo risarcitorio che comprenda anche “le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all'evento di danno, bensi' alla pregressa situazione patologica del danneggiato ……“. v. sentenza 21 luglio 2011 n. 15991 della Corte di cassazione (v. anche Cass. 20996/2012).
Per completezza, puo' infine ricordarsi che la Suprema Corte , la' dove ha affrontato il tema generale del’individuazione del nesso causale ai fini della responsablita' risarcitoria in campi diversi della responsabilita' sanitaria, con indirizzo coerente, chiaro e all’evidenza condivisibile, ha avuto modo di specificare che non sussiste nessuna responsabilita' dell'agente per quei danni che non dipendano dalla sua condotta, che non ne costituisce un antecedente causale, e si sarebbero verificati ugualmente anche senza di essa, ne' per quelli preesistenti, aggiungendosi “ peraltro, debbono essere addebitati all'agente i maggiori danni, o gli aggravamenti, che siano sopravvenuti per effetto della sua condotta, anche a livello di concausa, e non di causa esclusiva, e non si sarebbero verificati senza di essa, con conseguente responsabilita' dell'agente stesso per l'intero danno differenziale' (v. Cass. 24408/2011, 9528/2012).
4. Quanto ora esposto vale ad evidenziare che qualunque impostazione e soluzione voglia darsi alle problematiche proprie del danno iatrogeno incrementativo, comunque si pone la necessita' di procedere, sotto il profilo della causalita' giuridica, ad una selezione, nell’ambito della complessiva situazione di invalidita' della parte lesa , delle conseguenze per individuare il danno alla persona oggetto dell’obbligo risarcitorio a carico del medico operante. Principio che inevitabilmente deve riflettersi anche sui criteri liquidatori di esso che non possono prescindere dal rilievo che assume la situazione preesistente sotto due principali profili: a) non puo' farsi gravare sul medico, in via automatica, una misura del danno da risarcirsi incrementata da fattori estranei alla sua condotta, cosi' come verrebbe a determinasi attraverso una automatica applicazione di tabelle con punto progressivo, computato a partire, in ogni caso, dal livello di invalidita' preesistente; b) la liquidazione va necessariamente rapportata ad una concreta verifica, secondo le allegazione delle parti, delle conseguenze negative “incrementative' subite dalla parte lesa.
Profili che – ad avviso del tribunale – nell’ambito del danno iatrogeno difficilmente sono risolvibili con il ricorso ad uno schema liquidatorio rigido, proprio per la variabilita' dei casi: si pensi ai diversi effetti che possono determinarsi a seconda che la complessiva invalidita' sia la risultante della sommatoria di lesioni coesistenti che colpiscono diverse funzionalita', ovvero la condotta del sanitario abbia determinato una concorrente lesione che incide sulla medesima preesistente disfunzianilta'. Distinzione, anche questa, certo non risolutiva ove si consideri che anche fatti negativi riguardanti funzionalita' diverse possono portare non ad una mera sommatoria di distinti effetti negativi – da valutarsi in via autonoma ai fini risarcitori - ma comportare un effetto pregiudizievole sinergico, tale da incidere sulla concreta conduzione di vita della parte lesa, a seconda dell’eta', del tipo di vita , della sua condizione familiare e di altri ipotizzabili fattori.
D’altra parte, non puo' non constatarsi che la stessa medicina legale non e' riuscita a maturare una scelta univoca e prevalente in merito ai criteri di valutazione del danno incrementativo-differenziale, giacche' le proposte sinora elaborate hanno trovato una saltuaria disomogenea applicazione con assenza di un convinto riscontro giurisprudenziale.
5. Va necessariamente individuato comunque, da parte del tribunale, un criterio che guidi l’esercizio della equita' che e' chiamato ad applicare nell’operazione di liquidazione del danno non patrimoniale da danno iatrogeno. In difetto di previsioni normative ( sono state adottate , come noto, solo per le invalidita' sino al 9 %), puo' richiamarsi quale primo criterio orientativo che puo' concorrere utilmente a tali ponderazioni quanto elaborato da questo tribunale attraverso la compilazione delle note tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale.
Il dato relativo concernente la misura differenziale , coerentemente con i principi sovra espressi , va considerato nel suo rilievo di base ( al fine di evitare, come detto, che l’obbligo risarcitorio del debitore sia automaticamente maggiore in dipendenza di fatti e condotte gia' da altri causate o preesistenti) e, quindi, adeguatamente rimodulato in considerazione della vicenda clinica e della situazione concreta della parte lesa: cio' sotto ogni profilo rilevante e attinente ai riflessi sulla sua integrita' psico-biologica, al condizionamento e al pregiudizio nello svolgimento delle sue attivita' areddituali, ad ogni ulteriore aspetto morale che concorre a descrivere il danno non patrimoniale, e, necessariamente, sulla base delle risultanze e delle allegazioni anche presuntive offerte dalla parte (va ricordato, infatti, che il danno non patrimoniale anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno conseguenza, che deve essere allegato e provato, con l’effetto che la parte lesa dovra' comunque allegare gli elementi idonei a fornire, nella concreta fattispecie, la serie concatenata di fatti che permettano di presumere e individuare i vari profili di danno (Cass. S.U. 11 novembre 2008, n. 26973 e n. 9528/2012).
Tale rimodulazione risponde a quella esigenza di “personalizzazione' del danno che la stessa Suprema Corte, pur riaffermando l’utilita'-in difetto di criteri di legge- dell’applicazione delle tabelle giurisprudenziali, specificatamente del Tribunale di Milano, pone ripetutamente quale operazione imprescindibile in sede di risoluzione della singola controversia.
Al fine di evitare eventuali equivoci, giova notare che con la “personalizzazione' del danno – con dato di partenza quello di base della tabella del Tribunale di Milano – non si individua , nell’ambito del danno differenziale iatrogeno, il fenomeno dell’aumento progressivo marginale del punto in considerazione della maggiore afflittivita' ipotetica della lesione, cui fa riferimento la tabella milanese, ma l’ adeguamento della determinazione del risarcimento base, in aumento o in diminuzione, alla condizione concreta della parte lesa, senza alcun prefigurato e rigido vincolo in aumento o in diminuzione.
6. Venendo al caso concreto, puo' osservarsi che le stesse difese delle parti non offrono un’articolata prospettiva di criteri ai fini risarcitori del danno non patrimoniale. Gli attori concludono rimettendosi genericamente alla valutazione equitativa del Tribunale, proponendo, in sede di richiesta ex art. 186 quater c.p.c. un misura del risarcimento avuto riguardo alla determinazione tabellare 0-30% ( poco piu' di 120.000 euro), per poi far riferimento , in comparsa conclusionale, ad un maggior computo tabellare , da 40 a 70%, con maggiorazione relativa tale da comportare un riconoscimento di otre € 360.000,00.
Il Tribunale deve constatare, primariamente, la gravita' e i riflessi negativi sulla vita di relazione, sull’esplicazione delle attivita' areddituali, derivanti dall’aggravamento della patologia determinatosi. Effetti cui si accompagna una inevitabile lesione dei profili morali per la situazione di afflizione e per la sua consapevolezza da parte dell’attore.
Risulta che lo stato invalidante preesistente era caratterizzato da alcune difficolta' motorie della persona tali da rendere incerto lo stringere oggetti ovvero deambulare con sicurezza. Quella situazione era, comunque, destinata ad aggravarsi, cosi' come evidenziato nella ctu e dimostrato dal manifestarsi degli aggravamenti sintomatologici pre-intervento. Per altro, la situazione conseguente all’intervento ha determinato un repentino aggravamento incidente anche su funzioni non precedentemente offese, costringendo l’attore tra l’altro a rinunciare ad ogni autonoma mobilita', subendo, altresi', una offesa all’organo della vista (diplopia) e difficolta' di eloquio e deglutizione che pregiudicano ulteriormente la qualita' della vita.
Elementi che inducono questo tribunale a valutare il danno non patrimoniale in misura pari a € 260.000,00, avuto riguardo ad ogni componente non patrimoniale rilevante secondo l’indicazione della Suprema Corte, v. sentenza n. 2228/2012. Misura risarcitoria cui deve aggiungersi, sempre con ricorso all’equita', il risarcimento correlato al periodo di invalidita' temporanea, cosi' come riconosciuto nell’ordinanza ex art. 186 quater c.p.c..
Invero, la richiesta si muove in un ambito meramente enunciatorio. Sono state prodotte copie delle ultime tre buste paga e i modelli CUD 2008-2009, ma non emerge il completo determinarsi della successiva vicenda lavorativa-pensionistica di L. Anzi, proprio per la sicura, naturale progressiva accentuazione della situazione preesistente appare difficile ipotizzare, comunque, il mantenimento delle condizioni per svolgere in maniera normale un’attivita' lavorativa. Ne' le prove dedotte sono di aiuto, giacche' – a parte profili di genericita' – esse si risolvono nel descrivere le condizioni di vita e lavoro anteatte, nel periodo di sostanziale relativa quiescenza della patologia, prima del manifestarsi dell’aggravamento che ha reso necessario l’intervento.
7. E’ dedotto altresi' un ulteriore profilo di danno concernente la lesione del diritto all’autodeterminazione in difetto di un consenso adeguatamente informato, affermandosi che l’attore non era stato previamente portato a conoscenza della situazione di rischio proprie dell’ intervento.
Giova ricordare che il medico-chirurgo viene meno all'obbligo a suo carico in ordine all'ottenimento del cosiddetto consenso quando non fornisca al paziente, in modo completo ed esaustivo, le informazioni scientificamente possibili sull'intervento chirurgico che intende eseguire e sui possibili rischi dell'intervento stesso. Informazione che, appunto deve essere valutata in termini di concreta esigibilita' e adeguatezza in rapporto alle implicazioni specialistiche, sia diagnostiche che terapeutiche, da riferirsi al paziente.
Consenso che non puo' essere “presunto'; anzi vi e' uno specifico onere probatorio a carico del medico di fornire la prova dell’adempimento dell’obbligo informativo. Onere che nella specie e' stato assolto, la' dove si consideri il contenuto della descrizione delle implicazioni dell’intervento contenute nel modulo di assenso sottoscritto dal paziente. Rilievo probatorio che e' corroborato dal contesto in cui si e' inserito l’intervento, che consente di presumere ( tale mezzo probatorio e' del tutto ammissibile, v. Cass. n. 20948/2012) una informazione adeguata. Infatti si tratta di intervento che consegue a vari contatti per effettuazione di analisi, esami personali dipendenti da una situazione di malattia pregressa, tutti nell’ambito del rapporto sanitario con l’Istituto X. Quindi, necessariamente, la sottoscrizione del modulo di consenso, con quel contenuto, non si pone certo quale atto estemporaneo e accettato inconsapevolmente dal paziente, ma e' attestativo di un prolungato rapporto paziente-struttura sanitaria, che rende implausibile la non conoscenza della tipologia di intervento ovvero l’implicazione e i rischi connessi, in esito ad operazione per rimozione di componente tumorale cerebrale.
Come noto, secondo gli orientamenti espressi dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, ai prossimi congiunti di persona che abbia subito lesioni personali seriamente invalidanti, a causa del fatto illecito altrui, spetta anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell'art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso; ne consegue che in tal caso il congiunto e' legittimato ad agire iure proprio contro il responsabile (cosi' Cass. S.U. n. 9556/02, Cass. n. 8827/03, n. 4993/04, n. 2228/12). Tale principio si articola anche attraverso l’evidenziazione che la situazione dell’invalido e, quindi, il riflesso eventuale sui congiunti, deve essere di rilevanza presumibile solo quando assume connotazioni eclatanti .
Deve si' senz’altro tenersi conto della situazione afflittiva pregressa e della sua evoluzione negativa; ma e' indubbio che il danno iatrogeno ha determinato immediatamente la necessita' di una assistenza continuativa , stante l’esclusione di una adeguata autonomia, gravante sulla consorte in via esclusiva. Tale situazione non va presa in considerazione sotto il profilo dell’eventuale danno patrimoniale (neppure prospettato), ma quale circostanza che , di riflesso, determina uno stato di afflittivita' morale nel familiare che quotidianamente sta accanto all’invalido, nella consapevolezza dell’irreversibilita' della situazione, con un condizionamento della possibilita' di esplicazione delle attivita' e un deterioramento psicologico-morale che sono di immediata evidenza. Pertanto, a tale titolo, tenuto conto , necessariamente, , della situazione complessiva, in via equitativa puo' riconoscersi un ristoro nella misura di € 30.000,00.
Alcun altra voce di danno e' proposta o specificatamente illustrata neppure in comparsa conclusionale..
Pertanto a favore di L deve essere riconosciuto l’importo complessivo di € 288.00,00 e a favore di A l’importo di € 30.000,00. Va, altresi', riconosciuto il danno derivante dal mancato tempestivo godimento dell’equivalente pecuniario che, in difetto di diversi elementi probatori, si ritiene di compensare adottando quale parametro quello degli interessi legali da calcolarsi, secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite della Suprema Corte (n.1712/95), sulla somma via via rivalutata dalla produzione dell'evento di danno sino a oggi, tempo della liquidazione. Cosi', tenuto conto di questo criterio, - previa devalutazione alla data del fatto della somma espressa in moneta attuale - vanno aggiunti alla somma via via rivalutata annualmente gli interessi compensativi nella misura legale dall’evento fino alla data odierna. Da oggi, giorno della liquidazione, all’effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulla somma sopra liquidata complessivamente.
Le considerazioni esposte rendono evidente – come gia' sovra notato – la superfluita' di ogni ulteriore attivita' istruttoria, articolata su prove orali generiche o non pertinenti e irrilevanti ai fini del decidere.
Le spese seguono la regola della soccombenza e vanno liquidate come da dispositivo, tenuto conto degli importi riconosciuti. Gli attori hanno diritto al rimborso anche delle spese dei due ctp ( complessivamente € 3.630,00). Il procuratore si e' dichiarato antistatario, offendo altresi' prova dell’anticipo per le spese di perizia.
ritenuta la responsabilita' medico-sanitaria dei convenuti , condanna S e l’Istituto neurologico X, in solido, al risarcimento dei danni sofferti da L, liquidati in € 288.000,00, e A, liquidati in € 30.000,00, oltre gli interessi compensativi nella misura legale sulla somma via via rivalutata annualmente dal 27 gennaio 2009 alla data della sentenza e gli interessi legali dalla sentenza al saldo ( da dedursi quanto eventualmente versato in esecuzione dell’ordinanza ex art. 186 quater c.p.c.);
Condanna altresi' i convenuti alla rifusione delle spese processuali liquidate a favore degli attori in € 6.400,00 oltre accessori e € 374,00 per rimborso contributo unificato, oltre € 3630,00 per rimborso spese di ctp. Condanna altresi' i convenuti alla rifusione delle spese di ctu, cosi' come liquidate dal giudice .
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References: Sentenza

 art. 186
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1226
 art. 2055
 sentenza 
 art. 40
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 186
 sentenza 
 art. 186
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 186