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Timestamp: 2020-05-30 12:57:38+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23195 del 17/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23195 del 17/09/2019
Cassazione civile sez. VI, 17/09/2019, (ud. 04/04/2019, dep. 17/09/2019), n.23195
sul ricorso 6607-2018 proposto da:
B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SIMETO 12,
presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI PASCONE, che lo rappresenta
GIOQUADRO C.S. & C. SNC, in liquidazione, in
persona dei liquidatori legali rappresentanti, elettivamente
dell’avvocato SALVATORE MENDITTO, che la rappresenta e difende;
avverso la sentenza n. 359/2017 del TRIBUNALE di URBINO, depositata
che, con ricorso affidato a tre motivi, B.A. ha impugnato la sentenza n. 357/2017 del Tribunale di Urbino, che ne rigettava “la domanda”, compensando “interamente tra le parti le spese di lite”;
che resiste con controricorso la Gioquadro di C.S. & C. s.n.c., in liquidazione;
che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in prossimità della quale la controricorrente ha depositato memoria;
che il ricorso è inammissibile.
Nel ricorso per cassazione è essenziale il requisito, prescritto dall’art. 366 c.p.c., n. 3, dell’esposizione sommaria dei fatti sostanziali e processuali della vicenda, da effettuarsi necessariamente in modo sintetico con il ricorso stesso (e non già ricavarsi da altri atti, come la sentenza impugnata o il controricorso), con la conseguenza che la relativa mancanza determina l’inammissibilità del ricorso, essendo la suddetta esposizione funzionale alla comprensione dei motivi nonchè alla verifica dell’ammissibilità, pertinenza e fondatezza delle censure proposte (tra le altre, Cass. n. 10072/2018, Cass. n. 29093/2018).
Nella specie, il ricorso è totalmente privo dell’esposizione sommaria richiesta, a pena di inammissibilità, dalla citata norma processuale, non potendosi, peraltro, attingere contezza di detti fatti e di detta vicenda, in modo intelligibile, neppure dalle censure svolte, dalle quali rimane oscuro anche il contenuto stesso del provvedimento impugnato.
Il ricorso va, dunque, dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo in base al D.M. n. 55 del 2014, e successive modificazioni, nonchè, quanto agli esborsi, in base alla nota depositata dalla controricorrente, con distrazione in favore dell’avvocato Menditto, dichiaratosi antistatario.
La declaratoria di inammissibilità del ricorso per le ragioni innanzi evidenziate, che palesano una proposizione dell’impugnazione in manifesto contrasto con la exacta diligentia esigibile in relazione ad una prestazione professionale altamente qualificata come è quella dell’avvocato, in particolare se cassazionista (tra le altre, Cass. n. 19285/2016, Cass. n. 20732/2016, Cass. n. 27746/2017), comporta, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, la condanna del ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, della somma equitativamente determinata in dispositivo.
condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 71,90 ed agli accessori di legge.
condanna, altresì, il ricorrente al pagamento, ex art. 96 c.p.c., comma 3, della somma di Euro 2.500,00.

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 Cass. 
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 art. 96