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Timestamp: 2018-11-12 19:52:06+00:00

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Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 5 settembre 2015, n. 17592. In tema di dichiarazioni pubbliche del magistrato e quindi di responsabilità disciplinare, spetta anche al giudice il diritto di critica sui provvedimenti giudiziari, a condizione, però, che ciò non trascenda in offese e/o riferimenti alla persona del magistrato procedente esorbitanti dal contenuto del provvedimento criticato: così, costituisce violazione dei doveri di correttezza, riservatezza ed equilibrio nonché lesione dell’immagine, dell’onore e della reputazione il criticare l’operato del magistrato sottoposto per non avere, tra l’altro, «conciliato il rispetto delle regole» per «forte mania di protagonismo e per interessi personali» - Avvocato Renato D'Isa
Home/Cassazione civile 2015, Corte di Cassazione, ResponsabilitÃ e deontologia professionale, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Unite/Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 5 settembre 2015, n. 17592. In tema di dichiarazioni pubbliche del magistrato e quindi di responsabilità disciplinare, spetta anche al giudice il diritto di critica sui provvedimenti giudiziari, a condizione, però, che ciò non trascenda in offese e/o riferimenti alla persona del magistrato procedente esorbitanti dal contenuto del provvedimento criticato: così, costituisce violazione dei doveri di correttezza, riservatezza ed equilibrio nonché lesione dell’immagine, dell’onore e della reputazione il criticare l’operato del magistrato sottoposto per non avere, tra l’altro, «conciliato il rispetto delle regole» per «forte mania di protagonismo e per interessi personali»
sentenza 5 settembre 2015, n. 17592
a) Illecito disciplinare di cui agli artt. 1, comma 1, e 2, comma 1, lettera d), d.lgs. n. 109 del 2006 in quanto – giudice del tribunale di Taranto “facente funzioni di presidente di sezione GIP – GUP — violando i doveri di correttezza, riserbo ed equilibrio, teneva un comportamento gravemente scorretto nei riguardi dei magistrati del suddetto ufficio. Il dott. G.T., infatti, nel corso di un incontro pubblico svoltosi il 25 ottobre 2012 presso il convento di Sant”Egidio di Sava, Taranto, riferendosi alla vicenda penale riguardante lo stabilimento ILVA di Taranto ed ai provvedimenti di sequestro disposti da magistrati del suo stesso ufficio, sottoposti quindi alla sua vigilanza e direzione organizzativa, entrava nel merito del procedimento in corso che aveva un’ampia risonanza sulla stampa nazionale, pronunciando, fra l’altro, le seguenti frasi: “Ritengo che la vicenda giudiziaria non è stata affrontata dal GIP nel modo nel conciliare il rispetto delle regole. Purtroppo devo dire che i magistrati che hanno una forte mania di protagonismo portano il consenso che proviene dalla opinione pubblica. Mi chiedo come il cittadino non si accorga che dietro a questo protagonismo si nascondono interessi personali, soprattutto nella carriera politica. Da quasi venti anni il Paese è soffocato da tutto questo, anche l’Italia è effettivamente governata dalla magistratura e si vedono i risultati. Pochissimi appartenenti alla magistratura riescono a condizionare la politica e a far valere il proprio valore civile. Quello che appare è la carenza di equilibrio e soprattutto la violazione delle leggi basilari e regole processuali” “Radere al suolo I ‘ILVA non è un ordine che può partire dal GIP, ma dal Governo’: “… il GIP ha disposto una perizia fatta da professionisti di sua fiducia mentre avrebbe potuto acquisire i dati delle indagini commissionata dall’Istituto Superiore della Sanità. Il GIP non si poteva illudere di incidere servendosi con il supporto dei suoi periti in un campo che non è nelle sue competenze, riportando gravissime ripercussioni sull’economia nazionale”.
4. Con riferimento al capo di incolpazione sub a) la Sezione disciplinare ha ritenuto la sussistenza degli estremi della grave scorrettezza nei confronti di magistrati dell’ufficio. Premesso che all’epoca del fatto contestato il G.T. rivestiva la qualifica di coordinatore dell’ufficio GIP di Taranto, presso il quale svolgeva la propria attività il magistrato che aveva adottato i provvedimenti criticati, e premesso altresì che tale condizione avrebbe imposto un dovere di correttezza nei confronti degli altri magistrati operanti all’interno dello stesso ufficio, sottoposti alla sua vigilanza e direzione organizzativa, anche nella prospettiva di evitare possibili strumentalizzazioni delle suddette dichiarazioni (ciò che in effetti si è verificato) e l’inevitabile delegittimazione dell’operato del singolo magistrato, come pure dell’intero ufficio da lui stesso rappresentato, ha affermato che le suddette dichiarazioni, pur non integrando gli estremi del reato di diffamazione, avevano realizzato l’illecito contestato, consistente nella adozione di un comportamento gravemente scorretto nei confronti di un magistrato dello stesso ufficio. La conseguente sanzione disciplinare è stata determinata, tenuto conto della levità dei fatto, nell’ammonimento, e cioè nella misura minima consentita dall’ordinamento disciplinare.
7. Con il secondo motivo viene denunziata, con riferimento alla statuizione concernente il capo b) dell’incolpazione, violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., dell’art. 4, lett. d), d.lgs. n. 109 del 2006 e dell’art. 595 cod. pen. nonché vizio di motivazione (art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen.). Si osserva in particolare che l’aver ritenuto che le frasi riportate nei capi di incolpazione integrassero gli estremi di un comportamento gravemente scorretto nei confronti di un magistrato dello stesso ufficio (la dott.ssa T.) e l’aver negato il contenuto diffamatorio delle frasi stesse dimostra una palese contraddizione. Si sottolinea altresì che il diritto di critica concernente provvedimenti giudiziari, diritto che spetta anche al magistrato, non può trascendere in offese e contumelie ovvero riferimenti alla persona del giudice che esorbitano dal contenuto del provvedimento criticato.
8. II primo motivo è fondato. La sentenza della Sezione disciplinare ha ritenuto la sussistenza degli estremi dell’illecito disciplinare di cui al primo dei capi di incolpazione sopra indicati (contrassegnato dalla lettera a), illecito previsto dall’art. 2, comma 1, lettera d) d.lgs. n. 109 dei 2006 a norma dei quale costituiscono illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni (di magistrato) i comportamenti abitualmente o gravemente scorretti nei confronti … omissis … di altri magistrati o di collaboratori. Rispetto a tale statuizione non è stata proposta alcuna censura. La censura di cui al primo motivo di ricorso riguarda infatti unicamente la sanzione disciplinare irrogata e cioè l’ammonimento che, ai sensi dell’art. 5 del citato digs., costituisce la sanzione meno grave prevista in tema di responsabilità disciplinare dei magistrati e che, viene definito dal successivo art. 6 come un richiamo, espresso nel dispositivo della decisione disciplinare, all’osservanza, da parte del magistrato, dei suoi doveri, in rapporto all’illecito commesso. Tale sanzione, tuttavia, come correttamente rilevato nel motivo di ricorso, non può essere irrogata per l’illecito disciplinare in esame, stante i1 divieto previsto dall’art. 12, comma 1, lett. e), a norma del quale, infatti, per i comportamenti, come quello in esame, previsti dall’art. 2, comma 1, lett. d), si applica una sanzione non inferiore alla censura. Dalla chiara formulazione della norma si evince che la suddetta soglia minima, riferita alla individuazione della sanzione applicabile, non può essere superata dall’organo giudicante con la conseguenza che non assume alcuna rilevanza per giustificare, nel caso in esame, l’irrogazione dell’ammonimento il riferimento, contenuto nella sentenza impugnata, alla “levità del fatto”.
10. La sentenza impugnata ha assolto il magistrato dalla incolpazione di cui al capo b) avendo escluso l’addebito. Alla base della suddetta incolpazione è stata posta la violazione dell’art. 4, lettera d), d.lgs. n. 109 dei 2006, a norma del quale costituisce illecito disciplinare “qualunque fatto costituente reato idoneo a ledere l’immagine del magistrato, anche se il reato è estinto per qualsiasi causa o l’azione penale non può essere iniziata o proseguita”. Secondo la giurisprudenza di queste Sezioni Unite (cfr., in particolare, Cass. S.U. 23 gennaio 2015 n. 1240) nell’ipotesi prevista dalla norma citata il giudice disciplinare può individuare, accertare e sanzionare una “condotta-reato” disciplinarmente rilevante anche indipendentemente da qualsiasi individuazione, accertamento e sanzione della condotta medesima da parte del giudice penale.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2015-09-14T12:51:17+00:0014 settembre 2015|Cassazione civile 2015, Corte di Cassazione, ResponsabilitÃ e deontologia professionale, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Unite|0 Commenti

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