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Timestamp: 2020-01-18 09:09:15+00:00

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Corte di Cassazione, sezione VI penale, sentenza 24 luglio 2017, n. 36769 - Renato D'Isa
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Si osserva, a questo punto, che precise indicazioni in tal senso provengono dalle sentenze della Corte costituzionale n. 120 del 2004 e n. 219 del 2003. La sentenza n. 120 del 2004 ha precisato che, nella sua elaborazione giurisprudenziale, “e’ enucleabile un principio, che e’ possibile oggi individuare come limite estremo della prerogativa dell’insindacabilita’, e con cio’ stesso delle virtualita’ interpretative astrattamente ascrivibili all’articolo 68: questa non puo’ mai trasformarsi in un privilegio personale, quale sarebbe una immunita’ dalla giurisdizione conseguente alla mera “qualita'” di “parlamentare””. La sentenza n. 219 del 2003 ha precisato che “cio’ che rileva, ai fini dell’insindacabilita’, e’ il collegamento necessario con le funzioni del Parlamento, cioe’ l’ambito funzionale entro cui l’atto si iscrive”, e che “alla stregua dell’equilibrato sistema di valori tracciato dalla Costituzione, garanzia e funzione sono inscindibilmente legate tra loro da un nesso che, reciprocamente, le definisce e giustifica: soltanto l’effettivo e concreto esercizio delle attribuzioni parlamentari ammette un’area di insindacabilita’, a salvaguardia delle prerogative del Parlamento; cosi’ come, all’inverso, e’ solo e nei limiti di tale fondamentale esigenza che opera l’ambito della guarentigia costituzionale”.
In effetti, gia’ Sez. 6, n. 19189 del 11/01/2013, Abbruzzese, Rv. 255073, pronunciata subito dopo la riformulazione dell’articolo 318 c.p. per effetto della L. 6 novembre 2012, n. 190, articolo 1, comma 75, lettera f), ha chiarito che la nuova fattispecie “ha sostituito alla precedente causale del compiendo o compiuto atto dell’ufficio, oggetto di “retribuzione”, il piu’ generico collegamento, della “dazione o promessa di utilita'” ricevuta o accettata, all’esercizio (non temporalmente collocato, e, quindi, suscettibile di coprire entrambe le situazioni gia’ previste nei due commi del precedente testo dell’articolo) delle funzioni o dei poteri del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio (…), cosi’ configurando, per i fenomeni corruttivi non riconducibili all’area dell’articolo 319 c.p., una fattispecie di onnicomprensiva “monetizzazione” del munus pubblico, sganciata in se’ da una logica di formale sinallagma (…)”. Successivamente, Sez. 6, n. 49226 del 25/09/2014, Chisso, Rv. 261353, ha sottolineato che, per effetto della riforma, “dalla rubrica nonche’ dal testo dell’articolo 318 cod. pen. e’ scomparso ogni riferimento all’atto dell’ufficio e alla sua retribuzione e, a seguire, ogni connotazione circa la conformita’ o meno dell’atto ai doveri d’ufficio e, ancora, alla relazione temporale tra l’atto e l’indebito pagamento”, con la conseguenza che, ai fini della configurabilita’ del reato di corruzione per l’esercizio della funzione, e’ possibile “prescindere dal fatto che tale esercizio assuma carattere legittimo o illegittimo”, ne’ e’ “necessario accertare l’esistenza di un nesso tra la dazione indebita ed uno specifico atto dell’ufficio”. Nel medesimo senso, in seguito, si e’ espressa, in particolare, Sez. 6, n. 40237 del 07/07/2016, Giangreco, Rv. 267634, secondo la quale, nel “nuovo” articolo 318 cod. pen. “viene meno ogni riferimento all’atto d’ufficio ed alla sua compravendita e, per l’effetto, anche al rapporto temporale tra lo stesso e la sua retribuzione. Il nucleo centrale della disposizione diviene l’esercizio della funzione pubblica, svincolato da ogni connotazione ulteriore e per il quale vige il divieto assoluto di qualsivoglia retribuzione da parte del privato”.
Tali considerazioni, peraltro, trovano piena rispondenza nelle elaborazioni dottrinali, le quali, anch’esse gia’ subito dopo l’entrata in vigore della L. n. 190 del 2012, hanno evidenziato come la riformulata fattispecie di cui all’articolo 318 c.p. si riferisce specificamente al “pubblico ufficiale (di livello importante) pagato in vista di una sua generica disponibilita'”, e, quindi, a prescindere dal concreto compimento di specifici atti o attivita’.
La Corte costituzionale, dopo aver evidenziato che possono prospettarsi, in linea di principio, opposte soluzioni in ordine all’estensione dell’immunita’ spettante ai Membri del Parlamento, rappresenta che “Ne’ l’una ne’ l’altra visione trova rispondenza nei principii costituzionali che definiscono la posizione delle Camere nei confronti del potere giurisdizionale. Da tali principii risulta un equilibrio razionale e misurato tra le istanze dello Stato di diritto, che tendono ad esaltare i valori connessi all’esercizio della giurisdizione (universalita’ della legge, legalita’, rimozione di ogni privilegio, obbligatorieta’ dell’azione penale, diritto di difesa in giudizio, ecc.) e la salvaguardia di ambiti di autonomia parlamentare, sottratti al diritto comune, che valgono a conservare alla rappresentanza politica un suo indefettibile spazio di liberta’. Sono infatti coperti da immunita’ non tutti i comportamenti dei Membri delle Camere, ma solo quelli strettamente funzionali all’esercizio indipendente delle attribuzioni proprie del potere legislativo, mentre ricadono sotto il dominio delle regole del diritto comune i comportamenti estranei alla ratio giustificativa dell’autonomia costituzionale delle Camere, nel senso di cui ora si dira'”.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 1
 articolo 318