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Timestamp: 2017-07-23 14:43:00+00:00

Document:
Imposizione del vincolo archeologico: l’amministrazione dei beni culturali ed ambientali può estendere il vincolo ad intere aree in cui siano disseminati ruderi archeologici particolarmente importanti - Gazzetta Amministrativa
domenica 14 aprile 2013 10:45
Il decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell´articolo 10 della L. 6 luglio 2002, n. 137), disciplina il procedimento amministrativo per la dichiarazione di interesse culturale di beni specificamente indicati, i poteri di vigilanza e controllo del Ministero competente, le modalità di protezione “diretta” dei beni stessi (si vedano, in particolare, gli articoli 10, 18, 19 e 20 e seguenti).
La giurisprudenza di questo Consiglio, con orientamento formatosi nella vigenza della legge 1° giugno 1939, n. 1089, ma con affermazioni estensibili al nuovo sistema, ha già avuto modo di rilevare che, ai fini della tutela vincolistica su beni archeologici, «l’effettiva esistenza delle cose da tutelare può essere dimostrata anche per presunzione e che è ininfluente che i materiali oggetto di tutela siano stati portati alla luce o siano ancora interrati, essendo sufficiente che il complesso risulti «adeguatamente definito e che il vincolo archeologico appaia adeguato alla finalità di pubblico interesse al quale è preordinato» (Cons. Stato, VI, 1° marzo 2005, n. 805).
La stessa giurisprudenza ha specificato che «l’amministrazione dei beni culturali ed ambientali può estendere il vincolo ad intere aree in cui siano disseminati ruderi archeologici particolarmente importanti: è necessario, però, in tal caso, che i ruderi stessi costituiscano un complesso unitario ed inscindibile, tale da rendere indispensabile il sacrificio totale degli interessi dei proprietari e senza possibilità di adottare soluzioni meno radicali, evitandosi, in ogni caso, che l’imposizione della limitazione sia sproporzionata rispetto alla finalità di pubblico interesse cui è preordinata» (Cons. Stato. VI, n. 5069 del 2005).
Più recentemente la Sezione, in relazione ad una fattispecie analoga alla presente, ha affermato che «quando si tratta della imposizione del vincolo archeologico, è del tutto ovvio che l’autorità amministrativa ritenga di sottoporre a tutela una intera area complessivamente abitata nell’antichità e solo eventualmente cinta da mura, comprendendovi anche gli spazi verdi, dal momento che le esigenze di salvaguardia riguardano non i reperti in sé e solo in quanto addossati gli uni agli altri, ma complessivamente tutta la complessiva superficie destinata illo tempore all’insediamento umano» (Cons. Stato, VI, 29 gennaio 2013, n. 522).
Il Consiglio di Stato, sezione Quinta, nella sentenza del 20 febbraio 2017 ha, tra l'altro, affermato che il rispetto dell’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990, è subordinato alla sussistenza dei presupposti consistenti:
1. nell’illegittimità originaria del provvedimento; 2. nell’interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione diverso dal mero ripristino della legalità; 3. nell’assenza di posizioni di affidamento consolidato in capo ai destinatari; 4. da esplicitare attraverso una puntuale e convincente motivazione (cfr., da ultimo, Cons. Stato, IV, 25 gennaio 2017, nn. 293 e 294; VI, 27 gennaio 2017, n. 341, 29 gennaio 2016, n. 351).
Per maggiori informazioni scarica il testo integrale della sentenza.
1. nell’illegittimità originaria del provvedimento; 2. nell’interesse ... Continua a leggere
sabato 28 aprile 2012 09:42
Silenzio della P.A. sull'istanza del privato: l'obbligo giuridico di provvedere ai sensi dell'art. 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, come modificato dall’art. 7 della legge n. 69/09 sussiste in tutte quelle fattispecie particolari nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongano l'adozione di un provvedimento Consiglio di Stato
Nel giudizio in esame il ricorrente proponeva ricorso per sentir dichiarare la illegittimità del silenzio mantenuto dal Comune nei riguardi di una sua istanza relativa a un asserito abuso edilizio compiuto dalla vicina che avrebbe realizzato lavori in difformità da quanto indicato nella D.I.A. Il giudice di prime cure aveva rigettato il ricorso per mancanza dell’interesse ad agire, sull’argomento che il ricorrente non sarebbe riuscito a dimostrare un pregiudizio a proprie prerogative dominicali. La sentenza impugnata collega l’interesse a ricorrere contro il silenzio dell’Amministrazione ad una lesione del diritto del privato. Nel caso di specie, non vi sarebbe la prova che l’area su cui si controverte presenti natura pubblica; neppure vi sarebbe la prova – e, ancor prima, nemmeno l’allegazione – dell’uso pubblico; al più l’area potrebbe essere oggetto di contestazioni di carattere privatistico (come in effetti è avvenuto, avendo il ricorrente proposto giudizio possessorio innanzi al Giudice civile); mancherebbe perciò la legittimazione ad agire in questa sede. Il Consiglio di Stato, per contro, alla luce della giurisprudenza non ha condiviso tale impostazione restrittiva affermando che in linea di massima, infatti, l'obbligo giuridico di provvedere - ai sensi dell'art. 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, come modificato dall’art. 7 della legge 18 giugno 2009, n. 69 - sussiste in tutte quelle fattispecie particolari nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongano l'adozione di un provvedimento e quindi, tutte quelle volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) dell'Amministrazione (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 3 giugno 2010, n. 3487). In particolare, poi, il proprietario confinante con l’immobile, nel quale si assuma essere stato realizzato un abuso edilizio, ha comunque un interesse alla definizione dei procedimenti relativi all’immobile medesimo entro il termine previsto dalla legge, tenendo conto dell’interesse sostanziale che, in relazione alla vicinanza, egli può nutrire in ordine all’esercizio dei poteri repressivi e ripristinatori da parte dell’organo competente (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 20 luglio 2006, n. 4609; Id., IV Sez., 7 luglio 2008, n. 3384).
Nel giudizio in esame il ricorrente proponeva ricorso per sentir dichiarare la illegittimità del silenzio mantenuto dal Comune nei riguardi di una sua istanza relativa a un asserito abuso edilizio compiuto dalla vicina che avrebbe realizzato lavori in difformità da quanto indicato nella D.I.A. Il g ... Continua a leggere
martedì 18 settembre 2012 07:41
Linee guida per gli affidamenti da parte di Enti pubblici a cooperative sociali
L’art. 5, comma 1, della legge 8 novembre 1991, n. 381 dispone che gli enti pubblici possano stipulare convenzioni con le cd. cooperative sociali di tipo B, finalizzate alla fornitura di determinati beni e servizi - diversi da quelli socio-sanitari ed educativi - in deroga alle procedure di cui al d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163, purché detti affidamenti siano di importo inferiore alla soglia di rilevanza comunitaria. L’Autorità ha condotto alcune indagini di settore sull’applicazione del citato art. 5, comma 1, della legge n. 381/1991, dalle quali è emersa la necessità di fornire alle stazioni appaltanti chiarimenti in ordine alle modalità di affidamento delle convenzioni. E’ stata quindi esperita una consultazione degli operatori e delle istituzioni coinvolte propedeutica all’emanazione delle presenti linee guida nelle quali in particolare vengono attenzionati i seguenti argomenti: 1. Ambito di applicazione soggettivo; 2. L’oggetto e la durata della convenzione; 3. Le modalità di affidamento della convenzione; 4. Le clausole sociali.
L’art. 5, comma 1, della legge 8 novembre 1991, n. 381 dispone che gli enti pubblici possano stipulare convenzioni con le cd. cooperative sociali di tipo B, finalizzate alla fornitura di determinati beni e servizi - diversi da quelli socio-sanitari ed educativi - in deroga alle procedure di cui al ... Continua a leggere
mercoledì 28 marzo 2012 08:29
Il preavviso di rigetto ex art. 10 bis legge n. 241/90 e' previsto solo per i procedimenti avviati ad istanza di parte e, quindi, non si applica al procedimento della Soprintendenza di annullamento dell'autorizzazione paesaggista rilasciata dal Comune Consiglio di Stato
Il preavviso di provvedimento negativo di cui all’art. 10-bis l. n. 241 del 1990 non si applica a questo procedimento, che è volto all’annullamento, in tempi stretti e perentori, dell’autorizzazione paesaggistica (o, in questo specifico caso, del parere sull’istanza di sanatoria) sub specie di riesame di quell’atto da parte dell’Autorità statale, e che si configura come una fase di riscontro della già ritenuta possibilità giuridica di mutare lo stato dei luoghi (Cons. Stato, Ad. plen. 14 dicembre 2001, n. 9; VI, 27 agosto 2010, n. 5980). Il preavviso di diniego – che è finalizzato ad aprire una fase, anche non breve, di confronto endoprocedimentale - è di suo incompatibile con la stretta tempistica del vaglio delle condizioni di legittimità di un atto legittimante già rilasciato e produttivo di taluni effetti. Si tratta di uno strumento partecipativo che la legge prevede solo “nei procedimenti ad istanza di parte” e che non trova applicazione per questa sequenza di secondo grado, che è avviata d’ufficio e che, pur configurando un secondo tratto di un'unica vicenda amministrativa di cogestione del vincolo, segue la cesura procedimentale del già avvenuto rilascio del provvedimento di base che conclude la fase ad istanza di parte (la fase soprintendentizia concreta una sequenza officiosa, avviata con la trasmissione degli atti da parte del Comune). Quanto ai contenuti e alla funzione pratica, si deve poi considerare che, data la struttura e l’ambito di vaglio consentito all’amministrazione statale, siffatto preavviso non potrebbe consistere in un’autonoma comunicazione dei “motivi che ostano all’accoglimento della domanda”, ma diverrebbe senz’altro la comunicazione delle motivazioni in diritto per le quali l’autorità statale ritiene che quella locale abbia agito illegittimamente. Dunque, senza avere un’utilità particolare ai fini della miglior cura dell’interesse pubblico, coinciderebbe di fatto con i contenuti propri dell’annullamento stesso, che anticiperebbe improduttivamente e solo ne rallenterebbe gli effetti, ostacolando la sua funzione di estrema difesa del vincolo (di cui a Corte cost, 27 giugno 1986, n. 151; 18 ottobre 1996, n. 341; 25 ottobre 2000, n. 437; Cons. Stato, Ad. plen., 14 dicembre 2001, n. 9). Si tratterebbe dunque solo di un’inutile e anzi dannosa duplicazione di atti.
Il preavviso di provvedimento negativo di cui all’art. 10-bis l. n. 241 del 1990 non si applica a questo procedimento, che è volto all’annullamento, in tempi stretti e perentori, dell’autorizzazione paesaggistica (o, in questo specifico caso, del parere sull’istanza di sanatoria) sub specie di ries ... Continua a leggere
martedì 26 giugno 2012 11:56
Provvedimenti di scioglimento degli organi degli Enti Locali: E' irricevibile l’appello che non rispetta i termini speciali sanciti dall’art. 23-bis della legge n. 1034/1971, introdotto dalla legge n. 205/2000
Innanzi al Consiglio di Stato si controverte della legittimità della sentenza del T.A.R. Calabria, sezione staccata di Reggio Calabria, n. 659/200, avente ad oggetto l'impugnativa del decreto che ha disposto lo scioglimento del consiglio comunale di Platì. Il Consiglio di Stato ha dichiarato irricevibile l'appello rilevando come tra le controversie disciplinate dall’art. 23-bis della legge n. 1034/1971, introdotto dalla legge n. 205/2000 vi sono anche quelle concernenti i provvedimenti di scioglimento degli organi degli enti locali di guisa che secondo lo stesso art. 23-bis, il termine “lungo” per la proposizione dell’appello è di 120 giorni dalla pubblicazione, termine che non e' stato rispettato nel caso di specie.
Innanzi al Consiglio di Stato si controverte della legittimità della sentenza del T.A.R. Calabria, sezione staccata di Reggio Calabria, n. 659/200, avente ad oggetto l'impugnativa del decreto che ha disposto lo scioglimento del consiglio comunale di Platì. Il Consiglio di Stato ha dichiarato irrice ... Continua a leggere
martedì 24 gennaio 2017 17:11
Ambito, modalità e limiti alla revoca degli assessori degli enti territoriali
La questione di diritto sottesa al gravame in trattazione consiste nello stabilire la natura, l’ambito ed i confini del potere di revoca degli assessori da parte dei vertici delle amministrazioni territoriali, le garanzie esigibili dai revocandi, ed i limiti del sindacato esercitabile su tali atti da parte del giudice amministrativo. Su tutti questi punti il Consiglio di Stato nella sentenza in esame non si e' discostata dal consolidato compendio dei principi elaborati dalla giurisprudenza (cfr. ex plurimis Cons. Stato, sez. V, 25 agosto 2011, n. 4905; sez. V, 27 luglio 2011, n. 4502; sez. V, 27 aprile 2010, n. 2357; sez. V, 12 ottobre 2009, n. 6253; sez. V, 27 agosto 2009, n. 4378/ord.; sez. V, 15 luglio 2009, n. 3646/ord.; sez. V, n. 21 gennaio 2009, n. 280), secondo cui:
Facendo applicazione dei suesposti principi al caso di specie il Consiglio di Stato ha ritenuto che il riferimento del sindaco alle mutate esigenze programmatiche, ovvero a fattori squisitamente politici, integra adeguata motivazione della revoca e che il ricorrente non ha provato, pur essendone onerato ai sensi dell’art. 2697, co. 1, c.c. (ora art. 64 co. 1, cod. proc. amm.), il carattere discriminatorio della revoca.
La questione di diritto sottesa al gravame in trattazione consiste nello stabilire la natura, l’ambito ed i confini del potere di revoca degli assessori da parte dei vertici delle amministrazioni territoriali, le garanzie esigibili dai revocandi, ed i limiti del sindacato esercitabile su tali atti ... Continua a leggere
domenica 6 luglio 2014 07:42
Revoca dell'aggiudicazione: l'applicazione dell’art. 21-quinquies della legge n. 241/90 nell’ipotesi di revoca per sopravvenienza correlata al factum principis
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del TAR Lazio Roma Sez. III bis del 26.6.2014
In seguito all’entrata in vigore dell’art. 21-quinquies della legge n. 241 del 1990 l’ordinamento ha accolto una nozione ampia di revoca, prevedendo tre presupposti alternativi che legittimano un provvedimento di revoca: a) per sopravvenuti motivi di pubblico interesse; b) per mutamento della situazione di fatto; c) per nuova valutazione dell’interesse pubblico originario (c.d. jus poenitendi). Le ipotesi sub a) e b) integrano la c.d. revoca per sopravvenienza, ravvisabile qualora il provvedimento originariamente adottato, che ha ben perseguito l’interesse pubblico, con il trascorrere del tempo si rivela non più opportuno per nuovi motivi di interesse pubblico o per il mutamento di circostanze di fatto e di diritto (cfr. T.A.R. Basilicata, sez. I, 14 gennaio 2011, n. 36).
Nel caso di specie, l’Ente resistente, pochi giorni dopo l’aggiudicazione definitiva della gara (avvenuta il 21.06.2011) ha subìto l’effetto dello ius superveniens costituito dalle disposizioni dell’art. 14 del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98 recanti la soppressione dell’Ente stesso ed il trasferimento delle sue funzioni ai Ministeri dello sviluppo economico e degli affari esteri.
Tale soppressione, prevista da una previsione legislativa contenuta in un provvedimento urgente del Governo, ad avviso del Collegio integra un factum principis, che ha modificato improvvisamente e radicalmente il quadro giuridico di riferimento in cui si collocava la gara e la prevista partecipazione alla manifestazione fieristica Anuga di Colonia.
Pertanto, come correttamente dedotto dall’Avvocatura erariale, il provvedimento di autotutela nella specie adottato dall’Ente resistente si inserisce a pieno titolo nella descritta cornice normativa dell’art. 21-quinquies della legge n. 241 del 1990, con particolare riguardo all’ipotesi di revoca per sopravvenienza correlata al factum principis, come tale affatto svincolato da qualsiasi manifestazione di volontà dell’Ente resistente stesso, costituito dalla soppressione ex lege di quest’ultimo e del trasferimento delle sue competenze a due distinti Ministeri, secondo ben precise modalità attuative scolpite nella disposizione legislativa.
Né la legittimità del predetto provvedimento di revoca può essere posta in dubbio, come dedotto dalla ricorrente, in virtù della mancata comunicazione di avvio del relativo procedimento di autotutela. Ed invero, dalle considerazioni suesposte e dalla documentazione prodotta in giudizio emerge che, ai sensi dell’art. 21-octies della legge n. 241 del 1990, il provvedimento non poteva essere diverso da quello adottato in considerazione della chiara previsione della norma sopravvenuta e dell’interesse pubblico correlato alla corretta attuazione dell’intento legislativo di estinzione dell’Ente committente e di trasferimento delle sue competenze (cfr. Cons. Stato, sez. V, 6 ottobre 2010, n. 7334).
Per scaricare la sentenza cliccare su " Accedi al Provvedimento".
In seguito all’entrata in vigore dell’art. 21-quinquies della legge n. 241 del 1990 l’ordinamento ha accolto una nozione ampia di revoca, prevedendo tre presupposti alternativi che legittimano un provvedimento di revoca: a) per sopravvenuti motivi di pubblico interesse; b) per mutamento della situa ... Continua a leggere
lunedì 11 marzo 2013 12:42
Assistenza dei familiari con disabilità: la novella dell’art. 24 della L. 183/2010 e' applicabile a tutto il personale dipendente, senza eccezioni pertanto sino a quando la disciplina attuativa sancita dall’art. 19 non interverrà a dettare disposizioni speciali e derogatorie, la disciplina comune in materia di assistenza ai familiari disabili potrà trovare applicazione anche per il personale delle Forze Armate, di Polizia e dei Vigili del Fuoco Consiglio di Stato
Il Consiglio di Stato ha già avuto modo di rilevare (cfr., ad es., la sentenza n. 4047 dd. 9 luglio 2012) che l’art. 24 della L. 183 del 2010 ha sostituito il comma 3 (permessi mensili retribuiti) ed il comma 5 (scelta della sede) dell’art. 33 della L. 104 del 1992 eliminando i previgenti requisiti della c.d. “continuità” e dell’ "esclusività” nell’assistenza quali necessari presupposti per la concessione del beneficio del trasferimento nella sede di servizio compatibile con la prestazione dell’assistenza medesima.
Non va invero sottaciuto che l’art. 19 della stessa L. 183 del 2010, recante come rubrica “Specificità delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco”, ha anche disposto che: “...1. Ai fini della definizione degli ordinamenti, delle carriere e dei contenuti del rapporto di impiego e della tutela economica, pensionistica e previdenziale, è riconosciuta la specificità del ruolo delle Forze Armate, delle Forze di polizia e del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, nonché dello stato giuridico del personale ad essi appartenente, in dipendenza della peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali, previsti da leggi e regolamenti, per le funzioni di tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna, nonché per i peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti. 2. La disciplina attuativa dei princìpi e degli indirizzi di cui al comma 1 è definita con successivi provvedimenti legislativi, con i quali si provvede altresì a stanziare le occorrenti risorse finanziarie”.
Secondo una pregressa esegesi fornita dalla Sezione e che pone l’accento sull’ampia accezione dei “contenuti del rapporto di impiego” ivi richiamati, sulla “peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali” che interessano il personale delle Forze Armate e di Polizia in ragione dei propri peculiari compiti istituzionali, la successiva disciplina attuativa costituisce un passaggio necessario, in mancanza del quale le disposizioni di dettaglio dettate per la generalità dei dipendenti non possono trovare immediata applicazione.
L’assunto, seppur fondato su considerazioni stimolate dalla particolare tecnica legislativa che nel riconoscere la “specialità” sembra introdurre motivi di deroga all’ordinario regime nel frattempo innovato per gli altri dipendenti, merita peraltro di essere parzialmente riconsiderato per diversi ordini di ragioni, primo dei quali è senza dubbio il carattere programmatico della disciplina testè riportata.
Nella sua prima parte la disciplina medesima reca infatti principi ed indirizzi, enucleabili, quanto ai principi, nella specificità delle Forze Armate, di Polizia e dei Vigili del Fuoco nel quadro della generale disciplina del rapporto di impiego (in tutti i suoi aspetti: ordinamentale, economico, previdenziale etc.); quanto agli indirizzi, nell’esigenza di dare rilievo ai peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti, ed ai correlati impieghi in attività usuranti.
Nella sua seconda parte la disciplina stessa demanda ad altra e successiva fonte, di pari grado, l’attuazione ai principi ora riferiti.
Tale formulazione delle disposizioni normative in esame non è in generale idonea a giustificare l’inoperatività relativa della fonte nel cui contesto la norma è inserita, non foss’altro perché essa non contiene nessuna disposizione ad esplicito e specifico carattere inibitorio, presentandosi piuttosto all’interprete come un autonomo articolato, fondante in nuce le basi del futuro assetto di una organica e speciale disciplina del rapporto di impiego delle Forze Armate, di Polizia e dei Vigili del Fuoco.
Né la disciplina in esame può essere considerata quale implicita disposizione transitoria che mantiene inalterata, nei confronti delle Forze Armate, tutta la disciplina previgente - ivi dunque compresi i benefici della L.104 del 1992 - in attesa di una valutazione di adeguatezza da parte del legislatore “speciale” e ciò in considerazione della dirimente circostanza per la quale, anche a prescindere da quanto ora chiarito circa la natura palesemente programmatica della disciplina in esame, l’ultravigenza di disposizioni normative espressamente sostituite nella disciplina generale dell’istituto necessita comunque di una chiara indicazione legislativa che ne proroghi temporalmente o soggettivamente l’efficacia, e ciò in deroga al principio per il quale la sostituzione presuppone in via generale una implicita abrogazione della norma sostituita.
Anche a prescindere pertanto – da tali considerazioni di fondo, in ogni caso si ricava dalla lettura della disciplina testè riportata che la norma speciale a preteso effetto “inibitorio” non fa specifico riferimento alle agevolazioni finalizzate all’assistenza dei familiari con disabilità grave: e ciò con riguardo alla collocazione – per così dire – “topografica” della norma medesima nell’ambito della fonte: essa è infatti dettata dal legislatore a coronamento di una serie di norme che hanno ad oggetto esclusivamente il rapporto di lavoro (lavori usuranti, lavoro sommerso, orario di lavoro, mobilità, part time etc.), ma è comunque collocata prima dell’art. 24 che segnatamente interviene a modificare la disciplina dettata dalla legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, con ciò lasciando intendere che la materia è oggetto di considerazione autonoma e trasversale che attiene a problematiche di carattere sociale più ampio.
L’insieme di tali notazioni testuali e sistematiche inducono conclusivamente a considerare la novella dell’art. 24 applicabile a tutto il personale dipendente, senza eccezioni, con la conseguenza che sino a quando la disciplina attuativa richiamata dall’art. 19 non interverrà e non detterà disposizioni speciali e derogatorie, la disciplina comune in materia di assistenza ai familiari disabili potrà trovare applicazione anche per il personale delle Forze Armate, di Polizia e dei Vigili del Fuoco.
Ciò – beninteso - non significa che l’art. 19 sia un mero “manifesto” privo di valenza normativa, ove si consideri che, come innanzi chiarito, esso detta chiaramente un principio di specialità che vincola l’interprete e ne spiega le ragioni che lo ispirano, sì da porsi quale guida esegetica nell’applicazione di questioni dubbie o nella risoluzione di conflitti fra norme.
Il Consiglio di Stato ha già avuto modo di rilevare (cfr., ad es., la sentenza n. 4047 dd. 9 luglio 2012) che l’art. 24 della L. 183 del 2010 ha sostituito il comma 3 (permessi mensili retribuiti) ed il comma 5 (scelta della sede) dell’art. 33 della L. 104 del 1992 eliminando i previgenti requisiti ... Continua a leggere
lunedì 7 aprile 2014 18:50
Appalti: cessione di ramo d'azienda, la giurisprudenza del Consiglio di Stato in merito all’applicazione dell’art. 38, comma 1, lett. c), d.lgs. n. 163/2006
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 17.3.2014
La Quinta Sezione del Consiglio di Stato ha ritenuto infondata la doglianza - rivolta alla sentenza di prime cure – con cui si sostiene la violazione da parte del TAR dei principi espressi dalla giurisprudenza di questo Consiglio in merito all’applicazione dell’art. 38, comma 1, lett. c), d.lgs. n. 163/2006, in caso di cessione di ramo d’azienda.
Come ha rilevato l’Adunanza Plenaria nella sentenza del 4 maggio 2012, n. 10, “La dichiarazione circa l’insussistenza di sentenze di condanna passate in giudicato (o di decreti penali di condanna irrevocabili, o di sentenze di applicazione della pena su richiesta) per determinati reati nei confronti di amministratori e direttori tecnici, prevista dall’art. 38 del d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163 (codice degli appalti pubblici), va resa, a pena di esclusione, in caso di cessione d’azienda in favore del concorrente nel triennio anteriore al bando (un anno, a seguito delle modifiche introdotte dalla legge 12 luglio 2011, n. 106), anche con riferimento agli amministratori ed ai direttori tecnici che hanno operato presso la impresa cedente nell’ultimo triennio (nell'ultimo anno, a seguito delle suddette modifiche)”.
Una prima tesi, infatti, era nel senso che la dichiarazione resa dall'impresa concorrente sui requisiti morali dovesse essere espressamente riferita anche agli amministratori e ai direttori tecnici di un impresa estranea alla gara, dalla quale la partecipante avesse acquisito il ramo di azienda prima della partecipazione alla gara medesima, in base al presupposto che i requisiti soggettivi negativi propri dell'impresa cedente si trasmettano all'impresa cessionaria (Cons. St., Sez. VI, 4 maggio 2011, n. 2662). Un opposto indirizzo, al contrario, riteneva che non potesse essere esclusa dalla gara d'appalto, prima della partecipazione alla selezione, l'Impresa cessionaria che non avesse presentato le dichiarazioni sulla moralità professionale relative ai requisiti soggettivi della cedente riferita sia agli amministratori e direttori tecnici, in quanto l'art. 38 D.L.vo 12 aprile 2006, n. 163, richiede il possesso e la dimostrazione dei requisiti generali solo in capo al soggetto concorrente (Cons. St., Sez. V, 15 novembre 2010, n. 8044).
Correttamente il Giudice di primo grado ha rilevato sia l’insussistenza di una continuità di gestione che facesse scattare un obbligo di rendere le dichiarazioni anche per gli amministratori e direttori tecnici dell’impresa ceduta, sia l’assenza di una previsione nel bando e nel disciplinare di gara che ponesse in termini di automatismo l’esclusione in caso di mancata presentazione delle dichiarazioni in questione. In merito alla discontinuità della gestione, la stessa può evincersi attraverso le modalità con le quali è stata attuata la cessione del ramo d’azienda, che è stata posta in essere per il tramite di una procedura di concordato preventivo per cessione di beni.
La procedura in questione sortisce effetti immediati sulla gestione dell’impresa, che è sottoposta a considerevoli limitazioni, che vengono a determinare una rilevante discontinuità ai fini che in questa sede interessano. Così, già all’indomani dell’ammissione al concordato, il debitore conserva l'amministrazione dei suoi beni e l'esercizio dell'impresa, sotto la vigilanza del commissario giudiziale, ma non può compiere atti che eccedano l’ordinaria amministrazione, se non previa autorizzazione del giudice delegato (art. 167 L.F.).
Pertanto, in assenza di specifiche indicazioni il liquidatore può effettuare scelte discrezionali, nei limiti dei criteri forniti dal giudice delegato, sulle modalità di vendita ritenute più idonee al conseguimento del miglior realizzo nell'interesse della massa concorsuale, mentre tale attività non può essere svolta in modo sostitutivo o parallelo dal debitore concordatario (Cass. civ., Sez. I, 15 luglio 2011, n. 15699). Inoltre, all’indomani del decreto di omologazione in caso di concordato per mera cessione dei beni, secondo quanto dispone l’art. 186-bis L.F., non è possibile la continuazione della attività aziendale, se la stessa non è stata prevista nel piano di concordato di cui all'articolo 161 L.F. secondo comma, lettera e), L.F. Tale circostanza non risulta provata in giudizio.
Si può, dunque, affermare che, se la cessione del ramo d’azienda non determina di per sé una discontinuità nella gestione tale da sottrarre gli amministratori e direttori tecnici dell’impresa ceduta agli obblighi dichiarativi di cui all’art. 38, comma 1, lett. c), d.lgs. n. 163/2006, qualora ciò avvenga per il tramite di una procedura di concordato preventivo, e salvo che non sia desumibile da ulteriori elementi un intento elusivo della prescrizione ivi contenuta, non può ritenersi che l’impresa cessionaria concorrente nella procedura di gara sia tenuta a rendere le dichiarazioni in questione. La cessione dell’azienda o del ramo d’azienda a seguito del concordato preventivo determina, infatti, una cesura nella gestione dei beni dell’impresa, tale da escludere un’influenza dei comportamenti degli amministratori e dei direttori tecnici della cedente, senza che risulti rilevante che quest’ultimi ex art. 2487-bis, terzo comma c.c., avvenuta l’iscrizione nel registro delle imprese dei liquidatori, a differenza di quanto accade per gli amministratori, non cessino dalla carica. Nella fattispecie, inoltre, a fronte di una lex specialis che non prevede espressamente un obbligo dichiarativo per gli amministratori e i direttori tecnici dell’impresa ceduta, non risulta essere stato dimostrata la sussistenza di alcuna delle cause ostative indicate dal citato art. 38, comma 1, lett. c), in capo a quest’ultimi. Né un simile obbligo può desumersi in via interpretativa direttamente dalla norma in questione, atteso che una conclusione di tal fatta è stata smentita dalla giurisprudenza dell’Adunanza Plenaria di questo Consiglio, peraltro, anche per l’ipotesi di fusione tra imprese (cfr. Cons. St., Ad. Plen. 7 giugno 2012, n. 21: “In tema di appalti pubblici l'art. 38 comma 2 D.L.vo 12 aprile 2006, n. 163, sia prima che dopo l'entrata in vigore del D.L. 3 maggio 2011, n. 70, impone la presentazione di una dichiarazione sostitutiva completa la quale deve essere riferita, quanto al profilo della moralità professionale di cui all'art. 38, comma 1, lett. c), anche agli amministratori delle società che partecipano ad un procedimento di incorporazione o di fusione, nel limite temporale ivi indicato, con la precisazione che in caso di mancata allegazione dell'atto de quo la Ditta va estromessa dalla gara solo se il bando espliciti tale onere di dichiarazione e la conseguente causa di esclusione, mentre in caso contrario, quest'ultima può essere disposta solo ove vi sia la prova che gli amministratori per i quali è stata omessa la dichiarazione hanno pregiudizi penali”). Per continuare nella lettura della sentenza cliccare su "Accedi al provvedimento".
La Quinta Sezione del Consiglio di Stato ha ritenuto infondata la doglianza - rivolta alla sentenza di prime cure – con cui si sostiene la violazione da parte del TAR dei principi espressi dalla giurisprudenza di questo Consiglio in merito all’applicazione dell’art. 38, comma 1, lett. c), d.lgs. n. ... Continua a leggere
mercoledì 10 luglio 2013 13:39
Il diniego di rilascio di una concessione demaniale deve essere motivato e preceduto dal preavviso di rigetto previsto dall’art. 10 bis della legge n. 241 del 1990 Consiglio di Stato
E' stato respinto dal Consiglio di Stato l'appello proposto dal Ministero dei trasporti con il quale si pretendeva sostenere che un diniego di concessione potrebbe essere immotivato e non dovrebbe essere preceduto dal preavviso previsto dall’art. 10 bis della legge n. 241 del 1990. In particolare la tesi a tal fine formulata dal Ministero e' che l’obbligo di rilasciare un’esplicita motivazione sussiste solo nell’ipotesi in cui la domanda di concessione venga accolta, al fine di indicare la compatibilità della nuova destinazione con l’uso pubblico; nel caso di diniego di concessione, invece, la motivazione è in re ipsa, poiché l’amministrazione di regola deve tutelare l’uso e la destinazione pubblici di un bene demaniale marittimo in favore della collettività.
Per contro il Collegio ha rilevato che poiché la concessione dei beni demaniali è prevista dall’ordinamento, il suo rilascio, in termini rigorosamente giuridici, non può essere sempre considerato un atto che contrasti con il pubblico interesse.
Ove l’Amministrazione intenda esercitare la propria discrezionalità in senso negativo, ad esempio perché un tratto di spiaggia deve essere lasciato nella libera disponibilità di tutti, il diniego deve indicare tale ragione, nel rispetto delle regole procedimentali previste dalla legge n. 241 del 1990.
In questa prospettiva, il preavviso di rigetto dell’istanza consente al richiedente di indicare, in via collaborativa, quelle circostanze, di fatto e di diritto, che potrebbero indurre l’Amministrazione a compiere la migliore valutazione sugli interessi pubblici e privati in conflitto.
Ne consegue, pertanto, che, anche se l’Amministrazione intende respingere una istanza nell’esercizio dei propri poteri discrezionali, occorre trasmettere il preavviso previsto dall’art. 10 bis n. 241 del 1990.
E' stato respinto dal Consiglio di Stato l'appello proposto dal Ministero dei trasporti con il quale si pretendeva sostenere che un diniego di concessione potrebbe essere immotivato e non dovrebbe essere preceduto dal preavviso previsto dall’art. 10 bis della legge n. 241 del 1990. In particolare l ... Continua a leggere
L'Autorità Nazionale Anticorruzione con delibera n. 114/2014 ha ritenuto opportuno - in considerazione dell’entrata in vigore del nuovo testo dell’articolo 11 del decreto legislativo n. 33 del 2013, così come modificato dall’articolo 24-bis del d.l. n. 90 del 2014, convertito con la legge n. 114 del 2014 - pronunciarsi nuovamente sulla materia degli obblighi di pubblicazione che ricadono sui componenti degli organi di indirizzo politico, anche al fine di dare una motivazione più accurata e di risolvere alcune questioni applicative relative a specifiche amministrazioni pubbliche.
In particolare nella delibera in esame - interamente sostitutiva della delibera n. 65 del 2013 - al fine di evitare ulteriori dubbi interpretativi e applicativi è stato precisato quanto segue:
1. Ambito soggettivo di applicazione del decreto n. 33 del 2013
2. Obblighi di pubblicazione del decreto 14 marzo 2013 n. 33
Il decreto n. 33 distingue tra obblighi relativi all’organizzazione e obblighi relativi all’attività delle amministrazioni pubbliche alle quali si applicano le sue disposizioni.
Tra gli obblighi di pubblicazione in materia di organizzazione, il decreto n. 33, in applicazione della più generale definizione di trasparenza già introdotta dal d.lgs. n. 150 del 2009 e riprodotta alla lettera dall’art. 1 del decreto n. 33 («accessibilità totale delle informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche»), dà particolare risalto alle obbligazioni relative ad alcune categorie di funzionari pubblici: i componenti degli organi di indirizzo politico (art. 14) e i dirigenti (art. 15), che devono trasmettere alla propria amministrazione ai fini della pubblicazione sul sito ufficiale della medesima, alcuni dati personali, relativi alla situazione patrimoniale e ai compensi percepiti in ragione delle cariche e degli incarichi attribuiti.
3. Individuazione in via generale degli «organi di indirizzo politico» cui si applicano le disposizioni dell’articolo 14 nelle pubbliche amministrazioni
L’art. 14 del decreto dispone particolari obblighi di pubblicazione con riferimento «ai titolari di incarichi politici, di carattere elettivo o comunque di esercizio di poteri di indirizzo politico, di livello statale regionale e locale».
A titolo esemplificativo si indicano di seguito una serie di competenze che configurano poteri di indirizzo, in particolare, negli enti pubblici diversi da quelli territoriali, dove di norma non si hanno organi elettivi. Vista la diversa possibile articolazione delle competenze all’interno delle differenti tipologie di enti, al fine di identificare gli organi di indirizzo occorrerà considerare gli organi nei quali tendono a concentrarsi competenze, tra le quali, tra l’altro, l’adozione di statuti e regolamenti interni, la definizione dell’ordinamento dei servizi, la dotazione organica, l’individuazione delle linee di indirizzo dell’ente, la determinazione dei programmi e degli obiettivi strategici pluriennali, l’emanazione di direttive di carattere generale relative all’attività dell’ente, l’approvazione del bilancio preventivo e del conto consuntivo, l’approvazione dei piani annuali e pluriennali, l’adozione di criteri generali e di piani di attività e di investimento.
La nozione adottata, coerente con la distinzione tra organi di indirizzo politico e organi di amministrazione e gestione (d.lgs. n. 165 del 2001) e con la sistematica dello stesso decreto n. 33 (articoli 11, 14 e 15) è poi ulteriormente confermata dall’art. 22, comma 3, del decreto n. 33 e dalla definizione di organi di indirizzo politico contenuta all’art. 1, comma 2, lettera f) del d.lgs. n. 39 del 2013, pur adottata ad altri fini, ma introdotta in attuazione della stessa legge n. 190 del 2012 e nello stesso arco temporale.
L’art. 22 del decreto n. 33 è volto a dare pubblicità, da parte di ciascuna delle amministrazioni, sul complesso degli enti, pubblici e privati, che siano nel suo controllo. Il comma 3 dell’art. 22 citato prevede che «nel sito dell’amministrazione è inserito il collegamento con i siti istituzionali degli enti di cui al comma 1, nei quali sono pubblicati i dati relativi ai componenti degli organi di indirizzo e ai soggetti titolari di incarico, in applicazione degli articoli 14 e 15».
La norma, in coerenza con la sistematica di fondo del decreto n. 33, distingue ancora nettamente le due categorie di soggetti e fa riferimento agli “organi di indirizzo”, senza utilizzare l’aggettivo “politico”, considerando questi obblighi di pubblicazione come discendenti dall’articolo 14 mentre quelli relativi agli incarichi di dirigenza o di consulenza e collaborazione sono ricondotti all’applicazione dell’art. 15.
La definizione di organi di indirizzo politico del d.lgs. n. 39 del 2013, poi, è molto chiara nel senso dell’interpretazione qui data. Nell’art. 1, c. 2, lett. f), si intendono « per «componenti di organi di indirizzo politico», le persone che partecipano, in via elettiva o di nomina, a organi di indirizzo politico delle amministrazioni statali, regionali e locali, quali Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro, Vice Ministro, sottosegretario di Stato e commissario straordinario del Governo di cui all’articolo 11 della legge 23 agosto 1988, n. 400, parlamentare, Presidente della giunta o Sindaco, assessore o consigliere nelle regioni, nelle province, nei comuni e nelle forme associative tra enti locali, oppure a organi di indirizzo di enti pubblici, o di enti di diritto privato in controllo pubblico, nazionali, regionali e locali».
Nell’allegato 1) sono individuati, a titolo meramente esemplificativo, gli organi di indirizzo politico in alcune tipologie di amministrazioni pubbliche.
Si è considerato, poi, il caso delle università statali. Nelle Università non appare dubbio che i tre organi di governo, previsti e disciplinati dalla legge dello Stato e dai rispettivi Statuti, cioè il Rettore, il Consiglio di amministrazione e il Senato Accademico, debbano essere qualificati come organi di indirizzo politico. Si tratta di organi eletti dalle rispettive comunità accademiche, che esprimono un notevole grado di “politicità”, assimilabile a quello espresso dagli organi di indirizzo politico negli enti territoriali, anche se le università sono enti ad autonomia funzionale costituzionalmente garantita proprio perché non sono enti a derivazione politica. Non vi sono dubbi, comunque, che essi esprimano l’indirizzo generale dell’ente, attraverso atti di regolazione, indirizzo e controllo, spesso molto penetranti e limitativi della discrezionalità degli organi di amministrazione e gestione (la dirigenza delle amministrazioni centrali, i direttori delle strutture didattiche e di ricerca). La questione è del tutto chiara per gli organi che la legge n. 240 del 2010 ha posto al centro del processo di definizione degli indirizzi politico-amministrativi degli atenei, nonostante la riduzione del suo ruolo nel processo decisionale operata dalla ricordata legge di riforma del 2010, mantiene alcuni importanti competenze, quali quella statutaria e regolamentare e, sia pure in via prevalentemente consultiva, anche su decisioni strategiche dell’università. In via generale, dunque, i componenti del Senato accademico rientrano tra i soggetti obbligati ai sensi dell’art.14. Sono fatti salvi i casi, espressamente previsti nei singoli statuti delle università, nei quali il Senato perde ogni carattere di organo di indirizzo per svolgere un mero ruolo consultivo su atti di competenza del Rettore e del Consiglio di amministrazione. In questi casi l’amministrazione, con un proprio atto motivato sulla base di norme dello Statuto vigente, esenta i componenti del Senato accademico. dagli obblighi dell’art.14, dandone evidenza sul sito istituzionale nella sottosezione apposita della sezione «Amministrazione trasparente».
Quanto invece alle università non statali legalmente riconosciute esse sono tenute al rispetto delle disposizioni previste dal decreto n. 33 e quindi ad applicare gli obblighi di trasparenza per gli organi di indirizzo politico. Tali organi, con le rispettive competenze, sono però individuati dai singoli statuti.
Si è inoltre considerato il caso delle agenzie fiscali, per le quali la legge n. 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato) all’art. 1, co. 611, lett. f) limita l’applicazione del decreto n. 33 ai profili che non attengono all’organizzazione e all’esercizio di attività considerate di rilevante interesse pubblico. Quanto disposto dal citato comma non deve interpretarsi nella direzione che le agenzie fiscali siano escluse dall’applicazione della trasparenza all’organizzazione dell’ente. Tuttavia, tenuto conto che si tratta di enti sottoposti a penetranti poteri di vigilanza da parte del Ministero e considerate le competenze attribuite ai componenti del comitato di gestione, si ritiene di ricondurre quest’ultimi ad organi di amministrazione e gestione sottoposti, quindi, agli obblighi di pubblicità previsti dall’art. 15 del decreto.
Considerazioni analoghe valgono anche per le amministrazioni autonome in cui, pur essendo presenti organi collegiali, sono prevalenti gli indirizzi e i controlli delle strutture ministeriali o locali a cui sono collegate espressi dai rispettivi vertici politici. Pertanto, anche nelle amministrazioni autonome, il regime di trasparenza degli organi è da ricondursi all’art. 15 del decreto.
Si è considerato, infine, il caso delle Aziende sanitarie locali, nelle quali si dovrebbe valutare con attenzione la posizione del Direttore generale, organo dotato di importanti poteri di amministrazione e gestione, ma che assume nel contempo anche un rilevante ruolo di indirizzo generale dell’organizzazione e del funzionamento dell’ASL. In questo caso, però, si deve prendere atto della espressa disposizione dell’art. 41 del decreto n. 33 che adotta, al comma 2, una definizione complessiva di “dirigenza sanitaria” e ad essa applica, al comma 3, gli obblighi di pubblicazione di cui all’art. 15 dello stesso decreto e non quelli dell’art.14.
5. Applicazione dell’art. 14, comma 1, lettera f), del d.lgs. n. 33/2013 ai Comuni
Pertanto, ai sensi della richiamata norma, sono soggetti agli obblighi di pubblicazione relativamente alla situazione reddituale e patrimoniale i componenti degli organi di indirizzo politico nei comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti, fermo restando l’obbligo di pubblicazione per i componenti degli organi di indirizzo politico in tutti i comuni, indipendentemente dal numero di abitanti, dei dati e delle informazioni di cui alle lettere da a) ad e) del medesimo art. 14, comma 1. Quanto alle forme associative di comuni si precisa che l’obbligo si riferisce agli organi di indirizzo politico delle stesse se la popolazione complessiva supera i 15.000 abitanti.
6. Decorrenza dell’obbligo di pubblicazione dei dati di cui all’art. 14 del d.lgs. n. 33/2013
A favore di questa interpretazione si consideri che l’art. 49, comma 3, del d.lgs. 33/2013 stabilisce che le sanzioni specificamente collegate alla mancata pubblicazione degli obblighi di cui all’art. 14 «si applicano a partire dalla data di adozione del primo aggiornamento annuale del Piano triennale della trasparenza e comunque, a partire dal 180° giorno successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto». L’applicazione delle sanzioni presuppone, dunque, che sia data immediata pubblicazione ai dati in questione.
7. Modalità di attuazione dell’art. 14, comma 1, lettera f), del d.lgs. n. 33/2013
Sulla base di una interpretazione coordinata dell’art. 14 con la legge 5 luglio 1982, n. 441, è da ritenersi che l’obbligo delle dichiarazioni e delle attestazioni di cui agli artt. 2, 3 e 4 della medesima legge, come modificata dal decreto legislativo n. 33/2013, riguardanti la situazione patrimoniale dei componenti degli organi di indirizzo politico, del coniuge non separato e dei parenti entro il secondo grado, ove gli stessi vi consentano, è posto in capo al componente dell’organo di indirizzo politico. Quest’ultimo è tenuto, altresì, a dichiarare i casi di mancato consenso del coniuge e dei parenti entro il secondo grado di cui l’amministrazione deve dare evidenza sul proprio sito istituzionale. Sono parenti entro il secondo grado: nonni, genitori, figli, nipoti in linea retta (figli dei figli), fratelli, sorelle.
8. Soggetti destinatari delle sanzioni per mancata o incompleta comunicazione delle informazioni e dei dati di cui all’articolo 14 del d.lgs. n. 33/2013
La sanzione amministrativa pecuniaria disposta dall’art. 47 del d.lgs. n. 33/2013 per la mancata o incompleta comunicazione delle informazioni e dei dati di cui all’articolo 14, concernenti la situazione patrimoniale complessiva del titolare dell’incarico al momento dell’assunzione in carica, la titolarità di imprese, le partecipazioni azionarie proprie, del coniuge e dei parenti entro il secondo grado (art. 14, comma 1, lett. f), nonché tutti i compensi cui dà diritto l’assunzione della carica (art. 14, comma 1, lett. c), primo periodo), è applicabile, esclusivamente, nei confronti dei componenti degli organi di indirizzo politico. Nessuna sanzione è applicabile nei confronti del coniuge non separato e dei parenti entro il secondo grado stante la subordinazione prevista dal legislatore per la diffusione dei relativi dati a un espresso consenso da parte dei medesimi.
9. Dati e informazioni da pubblicare
Relativamente ai componenti degli organi di indirizzo politico in carica, i dati e le informazioni da pubblicare ai sensi dell’art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 33/2013 sono indicati nell’allegato 1 “Elenco degli obblighi di pubblicazione” della delibera ANAC n. 50/2013.
Per i soggetti cessati dall’incarico o dal mandato i dati rimangono pubblicati per i tre anni successivi alla data di cessazione, unitamente alle dichiarazioni di cui all’art. 4 della legge 441/1982, ad eccezione delle informazioni concernenti la situazione patrimoniale e, ove consentita, la dichiarazione del coniuge non separato e dei parenti entro il secondo grado.
Ai sensi dell’art. 4 della legge 441/1982, entro tre mesi successivi alla cessazione dall’ufficio, i componenti degli organi di indirizzo politico sono tenuti a depositare una dichiarazione concernente le variazioni della situazione patrimoniale intervenute dopo l’ultima attestazione. Entro un mese successivo alla scadenza del relativo termine, essi sono tenuti a depositare una copia della dichiarazione annuale relativa ai redditi delle persone fisiche. Entrambe le dichiarazioni devono essere pubblicate in ragione del rinvio contenuto nell’art. 14 all’art. 4 della l. n. 441/1982.
Per «informazioni concernenti la situazione patrimoniale̓» di cui all’art. 14, c. 2, del d.lgs. n. 33/2013, si intendono la dichiarazione concernente diritti reali su beni immobili e su beni mobili iscritti in pubblici registri, ivi compresa la titolarità di imprese, azioni di società, quote di partecipazione a società.
10. L’efficacia degli obblighi con l’entrata in vigore della presente delibera.
La presente delibera diventa efficace alla data delle sua pubblicazione nel sito dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Le amministrazioni pubbliche sono tenute, ove non vi abbiano già provveduto, a dare ad essa immediata attuazione.
L’Autorità eserciterà, a far data dai 30 giorni successivi alla pubblicazione della delibera, i propri poteri di vigilanza sul rispetto degli obblighi di pubblicazione, che comprendono, nei casi di mancata pubblicazione, poteri di ordine alle amministrazioni interessate affinché procedano alla immediata pubblicazione dei dati nei propri siti istituzionali.
Il Presidente dell’Autorità provvede altresì a comunicare, ai sensi dell’art. 19 c. 7 del d.l. n. 90/2014, all’autorità amministrativa competente ad irrogare le sanzioni, l’inadempimento degli obblighi riscontrati ai sensi dell’art. 47 del d.lgs. n. 33/2013, autorità amministrativa che l’Autorità si riserva di individuare con successiva delibera.
11. In ordine ad una possibile rivisitazione della disciplina vigente
Alcune amministrazioni, nel richiedere a questa Autorità una corretta interpretazione dell’art. 14, hanno segnalato criticità nell’applicazione della disciplina.
Alcune, in primo luogo, hanno segnalato presunti oneri organizzativi derivanti dagli obblighi di pubblicazione dei dati reddituali e patrimoniali. Pur dovendosi rilevare che l’adempimento si presenta come semplice (trasmissione da parte dell’interessato dei dati all’amministrazione e pubblicazione dei dati trasmessi sul sito) e quindi, in sé, del tutto comparabile con gli altri obblighi di pubblicazione previsti dal decreto n. 33, si deve considerare la situazione degli enti nei quali i componenti degli organi di indirizzo siano numerosi, con sicure conseguenze organizzative.
Altre amministrazioni, poi, hanno lamentato l’estensione degli obblighi ai componenti di tutti gli organi di indirizzo, con una disciplina che si rivelerebbe troppo rigida e ad applicazione indifferenziata, quando sarebbe più coerente con le finalità di contrasto alla corruzione una differenziazione degli obblighi di pubblicazione dei dati personali in rapporto al grado di esposizione dell’organo e dei suoi componenti al rischio di corruzione. Si considerino a questo proposito gli organi pletorici a composizione rappresentativa di diverse componenti e interessi, per i quali l’estensione degli obblighi a tutti i componenti dell’organo di indirizzo politico determina l’inclusione, ad esempio, degli studenti nel caso del Senato accademico, della rappresentanza dei lavoratori nei Comitati portuali, dei rappresentanti delle imprese nei consigli nelle Camere di commercio.
Sono state segnalate, infine, criticità quanto alle modalità di pubblicazione dei dati, con il rilevante passaggio da una pubblicità, quella prevista dalla legge n. 441 del 1982, esclusivamente cartacea, ad una modalità elettronica che rende i dati disponibili per un numero indeterminato di soggetti. In tal modo si determina una possibile sproporzione tra la misura della pubblicazione dei dati patrimoniali dei componenti degli organi di indirizzo politico-amministrativo e le finalità di trasparenza e di controllo democratico sottese agli obblighi di pubblicità. Sotto questo profilo, ferma restando la finalità di dare pubblicità alla situazione patrimoniale all’atto dell’assunzione della carica, da alcuni osservatori e commentatori della disciplina è stata proposta l’introduzione, de jure condendo, di una distinzione tra obbligo di trasmissione all’amministrazione dei propri dati completi (con l’amministrazione che conserva tali dati anche ai fini di successivi controlli) e la pubblicazione di questi dati in forma riassuntiva e riepilogativa sul sito dell’amministrazione.
Questa Autorità, pur rilevando in buona parte fondate le segnalazioni di criticità pervenute, non può, allo stato, che interpretare e applicare la disciplina vigente, così come risulta dalla legge n.441 del 1982 e dalle modifiche introdotte dal decreto n. 33 del 2013. Ad una eventuale rivisitazione organica della materia potrà provvedere il decreto correttivo del decreto n. 33 previsto dalla nuova delega contenuta nel d.d.l. A.S. n. 1577 (art.6). A questo fine dovranno essere però rivisti e aggiornati i principi e criteri di delega. L’Autorità si dichiara disponibile a dare il proprio contributo di idee e di proposte."
domenica 19 gennaio 2014 19:37
Concessioni demaniali: gli effetti della tutela indiretta del procedimento di immodificabilità dei luoghi disposta in applicazione dell’art. 46 del Codice dei beni culturali e del paesaggio
Nel giudizio in esame l'appellante, tra l'altro, impugna la sentenza di primo grado che ha respinto il secondo motivo di ricorso, fondato sulla non operatività dell’art. 46 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, che collega alla comunicazione d’avvio del procedimento di vincolo, ai soli fini cautelari, la temporanea immodificabilità degli immobili interessati dal procedimento.
L’appellante assume che, trattandosi della posa di pontili galleggianti amovibili, la Soprintendenza non aveva ragione di impedirla (sia pure ai fini cautelari), e che questa misura cautelare era sproporzionata e non adeguata, se collegata al semplice avviodel procedimento di vincolo.
Il Consiglio di Stato ha ritenuto infondata la censura in quanto, avuto riguardo alle consistenti dimensioni dello specchio acqueo oggetto di concessione demaniale e alle non irrilevanti opere di infrastrutturazione (non riconducibili soltanto alla posa dei pontili galleggianti) funzionali per lo stazionamento delle unità di diporto, stima che la misura cautelare delle immodificabilità dei luoghi, disposta in applicazione dell’art. 46 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, non appaia eccessiva né sproporzionata alle finalità proprie del regime vincolistico in corso di adozione. L’effetto ex lege della comunicazione, infatti, è quello (art. 46, comma 4) della “temporanea immodificabilità dell’immobile limitatamente agli aspetti cui si riferiscono le prescrizioni contenute nella comunicazione stessa”; si tratta di un effetto proprio dell’avvio di questo particolare procedimento per la tutela indiretta, che è voluto dalla legge e che comunque, precisa il Collegio nella specie, è ben ragionevole, tenuto conto della esigenze di salvaguardare, nelle more, le visuali (da mare e da terra) del muro borbonico e di Castel dell’Ovo (oggetto entrambi di tutela diretta), che sarebbero state compromesse, sia dall’apposizione dei pontili galleggianti sia soprattutto dagli altri interventi connessi alla gestione dei pontili medesimi (ivi compreso il conseguente stazionamento di flottiglia da diporto). Da questo consegue ad avviso del Collegio che è ragionevole e non sproporzionata la prescrizione precauzionale di non attivare l’esercizio della concessione imposta dalla Soprintendenza con il suindicato atto in primo grado gravato.
Per visualizzare la sentenza per esteso cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Nel giudizio in esame l'appellante, tra l'altro, impugna la sentenza di primo grado che ha respinto il secondo motivo di ricorso, fondato sulla non operatività dell’art. 46 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, che collega alla comunicazione d’avvio del procedimento di vincolo, ai soli fin ... Continua a leggere
mercoledì 27 febbraio 2013 10:38
E' nullo l'atto deliberativo e, quindi, anche la successiva convenzione con cui un ente locale, nell'esercizio della facoltà prevista dal R.D. n. 383 del 1934, art. 285, comma 2, ha affidato ad un professionista privato l'incarico della progettazione di un'opera pubblica, in carenza dell'indicazione della relativa copertura finanziaria Consiglio di Stato
Per la Cassazione il disposto dell’art. 284 del R.D. 03/03/1934, n. 383 - essendo finalizzato ad evitare che gli amministratori degli enti assumano obbligazioni senza rendersi conto della loro incidenza economica e senza valutare la reale capacità comunale di assolverle - era prescritto a pena di nullità, alla luce della generale previsione dell'art. 288 dello stesso Testo Unico, per cui "sono nulle le deliberazioni prese in adunanze illegali, o adottate sopra oggetti estranei alle attribuzioni degli organi deliberanti, o che contengano violazioni di legge" (per tutte: Cass., Sez. Un., 10 giugno 2005, n. 12195).
Per la Cassazione il disposto dell’art. 284 del R.D. 03/03/1934, n. 383 - essendo finalizzato ad evitare che gli amministratori degli enti assumano obbligazioni senza rendersi conto della loro incidenza economica e senza valutare la reale capacità comunale di assolverle - era prescritto a pena di n ... Continua a leggere
venerdì 9 marzo 2012 09:18
Annullamento dell'autorizzazione paesaggistica: Il vizio di omesso avvio del procedimento di controllo sul nulla osta paesaggistico da parte della Soprintendenza non e' sanabile ai sensi dell’art. 21octies della legge n. 241/1990
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha richiamato l'orientamento giurisprudenziale a tenore del quale è in linea di principio necessario dare specifico avviso agli interessati dell’avvio del procedimento di controllo del nulla osta paesaggistico, da parte della competente Soprintendenza (Cons. St., sez. VI, 20 gennaio 2003 n. 203; Cons. St., sez. VI, 29 marzo 2002 n. 1790). Sebbene sia possibile, in astratto, che l’avviso sia surrogato da atti equipollenti, tuttavia secondo l’orientamento espresso dalla sezione, non può costituire di regola equipollente la dizione, nel nulla osta paesaggistico, che l’atto sarà trasmesso alla Soprintendenza per il controllo (Cons. St., sez. VI, n. 1790/2002, cit.).
Invero, con numerose pronunce, dalle cui conclusioni il Collegio non ritiene di doversi discostare, questa Sezione ha più volte affrontato la problematica sollevata con la censura in esame, risolvendola in senso negativo a quello prospettato dall’amministrazione appellante, ossia nel senso della sussistenza dell’obbligo dell’autorità statale di dare notizia all’interessato, anche nell’ipotesi in cui il nulla osta rechi l’avviso che l’atto sarà trasmesso alla Soprintendenza, dell’avvio del procedimento preordinato all’eventuale annullamento del nulla - osta paesaggistico (cfr., tra le tante, Cons. St., sez. VI, n. 5728/2004; Cons. St., sez. VI, 25 marzo 2004 n. 1626; Cons. St., sez. VI, 20 gennaio 2003 n. 203; Cons. St., sez. VI, 17 settembre 2002 n. 4709; Cons. St., sez. VI, 29 marzo 2002 n. 1790). Invero, il parere paesaggistico rilasciato nella specie dal Comune non avrebbe mai potuto essere considerato quale atto equipollente all’avviso di procedimento da iniziarsi da parte della Soprintendenza ai sensi dell’art. 7 l. n. 241/1990. E ciò perché l’atto comunale costituisce l’oggetto della nuova fase procedimentale destinata ad aprirsi di fronte all’autorità statale, sicché la stessa non può, strutturalmente, essere considerata equivalente all’avviso dell’inizio di tale nuova fase, dal momento che esso non contiene alcuna generica informazione circa l’oggetto, il responsabile del procedimento, le modalità di partecipazione, ed in genere lo svolgimento della predetta nuova fase. Viene ribadito, pertanto, l’indirizzo giurisprudenziale della Sezione, che richiede che il provvedimento ministeriale di annullamento del nulla-osta paesaggistico sia preceduto necessariamente dall’avviso del procedimento, salvo che la conoscenza dell’inizio del medesimo procedimento sia avvenuta aliunde (Cons. St., sez. VI, 17 ottobre 2003 n. 6342; Cons. St., sez. VI, 29 aprile 2003 n. 2176; Cons. St., sez. VI, 10 aprile 2003 n. 1909).In definitiva, deve ribadirsi che l’onere di cui all’art. 7, comma 1, della l. n. 241/1990, viene soddisfatto soltanto dalla formale comunicazione ad opera dell’autorità statale competente a pronunciare l’eventuale annullamento dell’autorizzazione paesaggistica, così come, del resto, esplicitamente previsto dalla normativa regolamentare attuativa della l. n. 241/1990 appositamente dettata dal Ministero dei beni culturali ed ambientali, con d.m. n. 495 del 13 giugno 1994 (art. 4 e tabella A punto 4). Né il vizio può ritenersi irrilevante ai sensi dell’art. 21-octies l. n. 241/1990, perché, presentando la valutazione di compatibilità paesaggistica un margine di opinabilità, la partecipazione dell’interessata al procedimento avrebbe potuto fornire un apporto per una soluzione favorevole, anche mediante l’indicazione di misure di compatibilizzazione o di ridimensionamento dell’opera abusiva.
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha richiamato l'orientamento giurisprudenziale a tenore del quale è in linea di principio necessario dare specifico avviso agli interessati dell’avvio del procedimento di controllo del nulla osta paesaggistico, da parte della competente Soprintendenza ( ... Continua a leggere
domenica 2 giugno 2013 09:13
Riconoscimento del diritto alla maggiorazione dell’indennità operativa d’impiego: l’art. 5 comma 2 del d.P.R. n. 394/1995, la cui applicabilità è stata estesa ai militari della Guardia di Finanza, riguarda il solo personale che già percettore delle speciali indennità d’impiego operativo sia stato impiegato in altri servizi, perdendo le suddette indennità Consiglio di Stato
L’art. 5 del d.P.R. 31 luglio 1995, n. 394 (recante “Recepimento del provvedimento di concertazione del 20 luglio 1995 riguardante il personale delle Forze armate (Esercito, Marina e Aeronautica)”), dopo aver sostituito, al primo comma, la tabella I della legge 23 marzo 1983, n. 78 (recante “Aggiornamento della legge 5 maggio 1976, n. 187, relativa alle indennità operative del personale militare”), concernente la misura della indennità operativa di base di cui all’art. 2 della legge citata, al secondo comma dispone(va) che:
“Per il personale che anche anteriormente all’entrata in vigore del presente decreto abbia prestato servizio nelle condizioni di cui agli articoli 3, 4, 5 e 6, primo, secondo e terzo comma, e 7 della legge 23 marzo 1983, n. 78, le misure di cui alla tabella riportata al comma 1 del presente articolo, sono maggiorate, per ogni anno di servizio effettivo prestato con percezione delle relative indennità e per un periodo massimo complessivo di 20 anni, secondo le percentuali indicate nella tabella VI annessa alla legge 23 marzo 1983, n. 78”.
Orbene, tenuto conto che la maggiorazione ivi prevista riguarda(va) l’indennità operativa di base, e considerato che essa, per espresso disposto dell’art. 2 della legge n. 78/1983, competeva “…salvo i casi previsti dagli articoli 3, 4, 5, 6, primo, secondo e terzo comma, e 7…”, già la formulazione della disposizione, contrariamente a quanto opinato dal giudice amministrativo ligure, palesava la riferibilità della maggiorazione soltanto ai militari che percepissero la prima (indennità operativa di base) avendo in passato goduto di indennità operative speciali, quali appunto quelle di cui alle disposizioni ivi richiamate, tra le quali, appunto la indennità di aeronavigazione (art. 5 della legge) e l’indennità di volo (art. 6 della legge).
D’altro canto l’alternatività tra indennità operativa di base e indennità operative speciali, salve le espresse eccezioni stabilite dalla stessa legge, era disposta, in modo inequivoco, dall’art. 17 della legge n. 78/1983, a tenore del quale:
“Le indennità previste dai precedenti articoli 2, 3, 4, 5, 6 e 7, salvo il diritto di opzione per il trattamento più favorevole e le eccezioni stabilite dalla presente legge non sono cumulabili fra loro…”.
L’ultimo comma dell’art. 17, poi, era, a sua volta, oltremodo chiaro nello stabilire che (corsivi dell’estensore):
“Le disposizioni della presente legge concernenti le indennità di aeronavigazione, di volo di pilotaggio e relative indennità supplementari valgono anche, in quanto applicabili, per gli ufficiali, sottufficiali e militari di truppa dei reparti di volo del Corpo della guardia di finanza e per il personale dei reparti di volo della polizia di Stato in possesso del brevetto militare di pilota, osservatore o specialista o facenti parte di equipaggi fissi di volo o che frequentano corsi di pilotaggio, di osservazione aerea o di paracadutismo”.
L’inciso “anche anteriormente” valeva soltanto a estendere il beneficio della maggiorazione dell’indennità operativa di base a quanti già prima dell’entrata in vigore del provvedimento di concertazione di cui al d.P.R. n. 394/1995 fossero cessati dal particolare impiego che dava titolo all’indennità speciale operativa, e quindi non soltanto a quanti venissero destinati ad altri servizi senza diritto a indennità operative speciali in epoca successiva a tale data.
Ne consegue che, per quanto sia esatto il rilievo dell’Avvocatura generale dello Stato, in ordine all’espressa estensione dell’applicabilità dell’art. 5 comma 2 del d.P.R. n. 394/1995 al personale dell’Arma dei carabinieri e del Corpo della guardia di finanza soltanto ad opera dell’art. 52 comma 3 del d.P.R. 16 marzo 1999, n. 254 (recante “Recepimento dell’accordo sindacale per le Forze di polizia ad ordinamento civile e del provvedimento di concertazione delle Forze di polizia ad ordinamento militare relativi al quadriennio normativo 1998-2001 ed al biennio economico 1998-1999”), non potrebbe nemmeno ritenersi che il giudice amministrativo ligure abbia errato soltanto con riferimento al momento di decorrenza temporale della riconosciuta maggiorazione, riportandola alla data del 1° dicembre 1995 (anziché e quantomeno alla data del 1° gennaio 1998, di decorrenza degli effetti della parte normativa dell’accordo sindacale richiamato), poiché nel caso di specie, non essendo revocato in dubbio che gli appellati fossero adibiti a servizi specifici e percepissero le speciali indennità operative, esulava il presupposto per il riconoscimento della maggiorazione dell’indennità d’impiego operativo di base.
La disposizione interpretativa di cui all’art. 3 comma 72 della legge finanziaria 24 dicembre 2003, n. 350 (“L’articolo 5, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 31 luglio 1995, n. 394, si interpreta nel senso che le maggiorazioni ivi previste sono attribuite esclusivamente al personale percettore dell'indennità operativa di base di cui alla Tabella riportata al comma 1 del medesimo articolo 5, e successive modificazioni, ferme restando le disposizioni di cui all’articolo 4, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 16 marzo 1999, n. 255”) ha poi fugato ogni residuo e ancorché remoto dubbio.
Si e' così consolidato univoco l'indirizzo giurisprudenziale (cfr. C.g.a., 26 luglio 2006, n. 449; Sez. IV, 16 marzo 2004, n. 1349; Cons. Stato, Sez. III, 8 marzo 2005, n. 9873 e 6 aprile 2004; Sez. I, 11 febbraio 2004, n. 5566), che ha avuto modo di chiarire come l’art. 5 comma 2 del d.P.R. 394/1995 abbia introdotto “…uno specifico beneficio riservato ai militari che, in precedenza impiegati in attività di servizio compensate con speciali indennità operative di importo superiore a quella di base …cessino da tali peculiari incarichi subendo una decurtazione di reddito. Il meccanismo previsto dall’art. 5, co. 2, (c.d. indennità di trasferimento) disvela lo scopo perequativo di attenuare l’improvvisa decurtazione reddituale che subirebbe questa ben individuata categoria di personale…” (così Sez. IV, 15 luglio 2008 , n. 3548).
L’art. 5 del d.P.R. 31 luglio 1995, n. 394 (recante “Recepimento del provvedimento di concertazione del 20 luglio 1995 riguardante il personale delle Forze armate (Esercito, Marina e Aeronautica)”), dopo aver sostituito, al primo comma, la tabella I della legge 23 marzo 1983, n. 78 (recante “Aggior ... Continua a leggere
domenica 14 aprile 2013 10:52
SuperDia: l'aumento di cubatura non consente l'applicabilità della particolare procedura di cui all’art. 1 della legge n. 443 del 2001 Consiglio di Stato
Ad avviso del Consiglio di Stato la particolare procedura di cui al comma 6 dell’articolo 1 della l. 443 del 2001 nel caso di specie seguita dalla società appellante (c.d. ‘superDIA’) non avrebbe potuto comunque consentire di realizzare gli interventi all’origine dei fatti di causa (si tratta della ristrutturazione di due pregresse tettoie agricole con parziale tamponatura dei lati dei manufatti ed oggettivo incremento di cubatura complessiva).
Infatti, nessuna delle previsioni di cui al richiamato comma 6 dell’articolo 1 consentiva l’assentibilità attraverso la procedura in questione del tipo di intervento nella specie realizzato: non la previsione di cui alla lettera a) (non trattandosi di interventi edilizi minori), non la previsione di cui alla lettera b), in tema di ristrutturazioni edilizie (ostandovi l’oggettivo dato dell’incremento del volume complessivo dei manufatti interessati); non la lettera c) (non trattandosi di opere specificamente disciplinate da piani attuativi urbanistici) e neppure la lettera d) (non trattandosi, neppure in questo caso, di interventi posti in essere in diretta esecuzione di idonei strumenti urbanistici).
Per le medesime ragioni, è irrilevante ai fini della decisione stabilire se, effettivamente, la previsione dell’articolo 11 delle N.T.A. del P.R.G. impedisse la realizzazione di opere tali da determinare un aumento della cubatura complessiva.
Il punto è che, nel caso di specie, l’aumento di cubatura (in qualunque modo previsto e realizzato) comportava comunque la non applicabilità al caso di specie della particolare procedura di cui all’articolo 1 della l. 443 del 2001, in tal modo palesando la legittimità dell’atto del Comune, il quale aveva ravvisato l’inesistenza di un idoneo titolo edilizio.
Aggiunge poi il Collegio che nel caso in esame era ormai decorso il termine di sessanta giorni previsto dal combinato disposto di cui all’articolo 1 della l. 443 del 2001, cit., e di cui all’articolo 4 del decreto-legge n. 398 del 1993 ai sensi della procedura c.d. di ‘superDIA’.
Al riguardo, il Collegio condivide (non rinvenendosi nel caso di specie ragioni per discostarsene) l’orientamento secondo cui, in caso di presentazione di dichiarazione di inizio di attività, l'inutile decorso del termine previsto per legge ai fini dell’esercizio del potere inibitorio all’effettuazione delle opere (nel caso di specie, si tratta del termine di cui ai commi 11 e 15 dell’articolo 4 del decreto-legge 398 del 1993) non comporta che l’attività del privato, ancorché del tutto difforme dal paradigma normativo, possa considerarsi legittimamente effettuata e, quindi possa andare esente dalle sanzioni previste dall'ordinamento per il caso di sua mancata rispondenza alle norme di legge e di regolamento, alle previsioni degli strumenti urbanistici ed alle modalità esecutive fissate nei titoli abilitativi.
Ed infatti, in tali ipotesi il titolo abilitativo comunque formatosi per effetto dell'inerzia dell'amministrazione può comunque formare oggetto, alle condizioni previste in via generale dall'ordinamento, di interventi di annullamento d’ufficio o di revoca.
In siffatte ipotesi, infatti, l’amministrazione non perde i propri ordinari poteri di vigilanza e sanzionatori, il cui esercizio risponde a finalità di interesse generale e la cui connotazione presenta caratteri in parte diversi rispetto al potere esercitato al momento (per così dire ‘genetico’) della formazione del titolo per silentium (in tal senso: Cons. Stato, IV, 30 luglio 2012, n. 4318).
mercoledì 17 luglio 2013 22:58
Amministrazione Trasparente: la Civit chiarisce le modalità di pubblicazione degli atti di concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi e attribuzione di vantaggi economici Civit
La Civit, a fronte dei sottoriportati numerosi quesiti interviene con un'apposita deliberazione in tema di “Pubblicazione degli atti di concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi e attribuzione di vantaggi economici a persone fisiche ed enti pubblici e privati (artt. 26 e 27, d.lgs. n. 33/2013)”.
Quesiti: 1. Note del 10 maggio e del 26 giugno 2013 del Segretario del Comune di Martinengo con le quali si chiede se le aziende speciali siano tenute agli obblighi di pubblicazione di cui al d.lgs. n. 33/2013 ed in particolare a quelli di cui all’art. 26, considerato che l’art. 11 del decreto, relativo all’ambito soggettivo di applicazione, non le menziona e queste ultime non sono citate nemmeno dall’art. 1, c. 2, del d.lgs. n. 165/2001 alla quale l’art. 11 rimanda. Tuttavia, si fa presente che l’art. 18 del d.l. n. 83/2012, ora abrogato, si applicava, per espressa previsione della norma, anche alle aziende speciali.
AVVISO della Civit: Ambito soggettivo di applicazione
La Civit, a fronte dei sottoriportati numerosi quesiti interviene con un'apposita deliberazione in tema di “Pubblicazione degli atti di concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi e attribuzione di vantaggi economici a persone fisiche ed enti pubblici e privati (artt. 26 e 27, d.lgs. n. 33/2013 ... Continua a leggere
venerdì 3 febbraio 2012 13:25
Tariffa per la gestione dei rifiuti: Il potere di determinare la tariffa spetta agli Enti Locali e non all'Autorità di Ambito Territoriale ottimale
Ad avviso del Consiglio di Stato e' lo stesso articolo 49 del D. Lgs. 5 febbraio 1997, n.22 (recante “Attuazione della direttiva 91/156/CEE sui rifiuti, della direttiva 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e della direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio”) che, nel prevedere l’istituzione della tariffa per la gestione dei rifiuti, in sostituzione della tassa per lo smaltimento dei rifiuti stessi (di cui alla sez. II del Capo XVIII del titolo III del testo unico della finanza locale, approvato con R.D. 14 settembre 1931, n. 1175, come sostituto dall’art. 21 del d.P.R. 10 settembre 1982, n. 915, ed al capo III del D. Lgs. 15 novembre 1993, n. 537), dispone espressamente al comma 8 che “essa è determinata dagli enti locali, anche in relazione al piano finanziario degli interventi relativi al servizio”.Tale attribuzione trova conferma in ulteriori disposizioni dello stesso articolo 49, che nei commi 2 (secondo cui “i costi per i servizi relativi alla gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche e soggette ad uso pubblico, sono coperti dai Comuni mediante l’istituzione di una tariffa”) e 3 ( secondo cui “la tariffa deve essere applicata nei confronti di chiunque occupi ovvero conduca locali, o aree scoperte ad uso privato non costituenti accessorio o pertinenza dei locali medesimi, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale”) contiene inequivoci ed esclusivi riferimenti al territorio comunale e postula quindi il potere/dovere del Comune di provvedere alla gestione dei rifiuti (ed il potere di determinarne il costo): del resto il successivo comma 4 dispone che la tariffa è composta “da una quota determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere e dai relativi ammortamenti, e da una quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito, e all’entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di servizio”, così riferendosi proprio agli elementi fattuali di cui ai precedenti commi 2 e 3. Anche le disposizioni del d.P.R. 27 aprile 1999, n. 158 (“Regolamento recente norme per la elaborazione del metodo normalizzato per definire la tariffa del sevizio di gestione del ciclo dei rifiuti urbani”) supportano le precedenti conclusioni, giacché indicano ripetutamente, quali titolari del potere impositivo, esclusivamente gli enti locali; infatti a) il primo comma dell’art. 2 (“Tariffa di riferimento”) precisa che “la tariffa di riferimento rappresenta l’insieme dei criteri e delle condizioni che devono essere rispettati per la determinazione della tariffa da parte degli enti locali”; b) il primo comma dell’art. 3 (“Determinazione della tariffa”) dispone che “sulla base della tariffa di riferimento di cui all’art. 2, gli enti locali individuano il costo complessivo del servizio e determinano la tariffa, anche in relazione al piano finanziario degli interventi relativi al servizio e tenuto conto degli obiettivi di miglioramento della produttività e della qualità del servizio fornito e del tasso di inflazione programmato”; c) l’articolo 4 (“Articolazione della tariffa”), dopo aver previsto al comma 1, l’articolazione della tariffa in fasce di utenza domestica e non domestica, affida all’ente locale il compito di ripartire tra le predette categorie di utenza domestica e non domestica l’insieme dei costi da coprire attraverso la tariffa (comma 2), precisando altresì significativamente al comma 3, per quanto qui interessa, che “A livello territoriale la tariffa è articolata con riferimento alle caratteristiche delle diverse zone del territorio comunale, ed in particolare alla loro destinazione a livello di pianificazione urbanistica e territoriale, alla densità, alla frequenza e qualità dei servizi da fornire, secondo modalità stabilite dai comuni”; d) l’art.8, infine, attribuisce espressamente al soggetto gestore del ciclo dei rifiuti ovvero ai singoli comuni l’approvazione del piano finanziario. Alla luce di tali elemento il Collegio ha escluso che, come sostenuto dagli appellanti, il potere di determinare la tariffa per la gestione dei rifiuti spettasse all’autorità di ambito territoriale ottimale. inoltrecon riferimento alla normativa regionale si e' rilevato altresi che nessun potere impositivo nella materia de qua poteva essere peraltro attribuito agli A.T.O. dalla legge regionale, essendo stato tra l’altro affermato (Cass. SS.UU. 8 aprile 2010, n. 8313) che spetta esclusivamente agli enti locali il potere di determinare la tariffa per la gestione dei rifiuti ex art. 49 del D. Lgs. 5 febbraio 1997, n. 5, potendo invece essere lasciata ai soggetti gestori la sua applicazione e dovendo escludersi che tale assetto istituzionale possa subire deroghe neppure per ragioni di emergenza.
Ad avviso del Consiglio di Stato e' lo stesso articolo 49 del D. Lgs. 5 febbraio 1997, n.22 (recante “Attuazione della direttiva 91/156/CEE sui rifiuti, della direttiva 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e della direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio”) che, nel prevedere l’ ... Continua a leggere
domenica 19 gennaio 2014 09:53
Autorizzazione paesaggistica: il preavviso di rigetto ex art. 10-bis della Legge n. 241/90 non si applica ai procedimenti di annullamento dell’autorizzazione paesaggistica sub specie di riesame di quell’atto da parte della Soprintendenza
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame relativamente alla censura di pretesa violazione dell’art. 10-bis della l. n. 241 del 1990 (introdotto dalla l. 11 febbraio 2005, n. 15, cioè prima dell’impugnato decreto del 16 marzo 2005), ha rammentato che il preavviso di provvedimento negativo non si applica al procedimento volto all’annullamento, in tempi stretti e perentori, dell’autorizzazione paesaggistica sub specie di riesame di quell’atto da parte dell’Autorità statale, e che si configura come una fase di riscontro della già ritenuta possibilità giuridica di mutare lo stato dei luoghi (es. Cons. Stato, Ad. plen. 14 dicembre 2001, n. 9; VI, 27 agosto 2010, n. 5980; VI, 10 dicembre 2010 n. 8704; Cons. Stato, VI, 21 settembre 2011, n. 5293; VI, 27 novembre 2012, n. 5977; II, 11 gennaio 2011, n. 4931/09).
Stante il carattere dirimente di queste considerazioni, è dunque appena il caso di rilevare che la pretesa omissione – visto il detto contrasto con la previsione di legge regionale (legge Regionale Sardegna) - appare comunque una mera irregolarità formale non invalidante l’atto conclusivo, ai sensi dell'art. 21-octies, comma 2, prima parte della legge n. 7 agosto 1990, n. 241, perché il contenuto dispositivo di quest’ultimo non avrebbe potuto essere diverso (tra le altre, per il preavviso di rigetto: Cons. Stato, IV, 6 dicembre 2013, n. 5818, 24 settembre 2013, n. 4693, 4 settembre 2013, n. 4448, 20 febbraio 2013, n. 1056, 7 dicembre 2012, n. 6265, 16 febbraio 2012, n. 823; Sez. V, 3 maggio 2012, n. 2548; Sez. VI, 2 febbraio 2012, n. 585; per l’omessa comunicazione di avvio del procedimento: Sez. IV, 26 novembre 2013, n. 5615, 17 settembre 2012, n. 4925, 25 giugno 2013, n. 3458; Sez. V, 26 novembre 2013, n. 5609, 20 novembre 2013, n. 5465, 26 settembre 2013, n. 4764, 15 luglio 2013, n. 3803; Sez. VI, 4 ottobre 2013 n. 4896)." Per approfondire cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame relativamente alla censura di pretesa violazione dell’art. 10-bis della l. n. 241 del 1990 (introdotto dalla l. 11 febbraio 2005, n. 15, cioè prima dell’impugnato decreto del 16 marzo 2005), ha rammentato che il preavviso di provvedimento negativo non s ... Continua a leggere
giovedì 7 luglio 2016 13:29
Pubbliche Amministrazioni: la circolare sulle modalità di acquisizione di beni e servizi ICT segnalazione della circolare AGID pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 156 del 6.7.2016
È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 156 del 6.7.2016 la CIRCOLARE 24 giugno 2016, n. 2 dell'AGENZIA PER L'ITALIA DIGITALE recante "Modalità' di acquisizione di beni e servizi ICT nelle more della definizione del «Piano triennale per l'informatica nella pubblica amministrazione» previsto dalle disposizioni di cui all'art. 1, comma 513 e seguenti della legge 28 dicembre 2015, n. 208 (Legge di stabilita' 2016)". segnalazione della circolare AGID pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 156 del 6.7.2016
È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 156 del 6.7.2016 la CIRCOLARE 24 giugno 2016, n. 2 dell'AGENZIA PER L'ITALIA DIGITALE recante "Modalità' di acquisizione di beni e servizi ICT nelle more della definizione del «Piano triennale per l'informatica nella pubblica amministrazione» previsto ... Continua a leggere
domenica 19 maggio 2013 10:48
Il consigliere dell’ente locale esercita il potere di autentica delle sottoscrizioni ex art. 14 della legge 21 marzo 1990, n. 53 esclusivamente nei limiti della propria circoscrizione elettorale e in relazione alle operazioni elettorali dell'ente nel quale opera Consiglio di Stato
Il Consiglio di Stato ha confermato nel giudizio in esame la sentenza del TAR che ha respinto il ricorso proposto avverso il provvedimento della Sottocommissione Elettorale Circondariale di Fidenza che ha deciso di non ammettere alla consultazione per 1'elezione del Consiglio Comunale di Salsomaggiore Terme (PR) del 26 e 27 maggio 2013 la lista dei candidati denominata "Progetto per Salso". In particolare l’appello proposto avverso detta statuizione non è stato considerato dal Collegio meritevole di positiva valutazione alla stregua delle seguenti considerazioni:
Il Consiglio di Stato ha confermato nel giudizio in esame la sentenza del TAR che ha respinto il ricorso proposto avverso il provvedimento della Sottocommissione Elettorale Circondariale di Fidenza che ha deciso di non ammettere alla consultazione per 1'elezione del Consiglio Comunale di Salsomaggi ... Continua a leggere

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 5
 art. 10
 sentenza 
 art. 23
 sentenza 
 sentenza 
 art. 64
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2487
 art. 38
 sentenza 
 sentenza 
 art. 14
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 285
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 5
 articolo 49
 articolo 49
 art. 49
 articolo 49
 art. 10
 sentenza 
 sentenza 
 art. 14
 sentenza 
 sentenza