Source: https://www.scribd.com/document/37253809/Fatti-stilizzati-per-una-storia-della-Cassa-Depositi-e-Prestiti
Timestamp: 2016-10-26 18:01:52+00:00

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BrowseBrowseInterestsBiography & MemoirBusiness & LeadershipFiction & LiteraturePolitics & EconomyHealth & WellnessSociety & CultureHappiness & Self-HelpMystery, Thriller & CrimeHistoryYoung AdultBrowse byBooksAudiobooksComicsSheet MusicBrowse allUploadSign inJoinBooksAudiobooksComicsSheet MusicFatti stilizzati per una storia della Cassa Depositi e PrestitiUploaded by Giuseppe Della Torre85 viewsDownloadEmbedDescription: Edizione definitiva in M. De Cecco e G. Toniolo, Storia della Cassa Depositi e Prestiti, Laterza, 2000See MoreEdizione definitiva in M. De Cecco e G. Toniolo, Storia della Cassa Depositi e Prestiti, Laterza, 2000Copyright: Attribution Non-Commercial (BY-NC)Download as PDF, TXT or read online from ScribdFlag for inappropriate contentG.Della Torre “FATTI STILIZZATI” PER UNA STORIA QUANTITATIVA DELLA CDP1
Questo saggio ha la finalità di guidare la lettura delle informazioni quantitative sulle attività della CDP da noi elaborate: cfr. G. Della Torre, Impieghi e provvista della Cassa Depositi e Prestiti, 1850–1990 e Appendice: dati quantitativi, fonti statistiche e note metodologiche, in questo volume. Ha inoltre la funzione di inquadrare i tratti caratteristici della storia dell’istituzione. Ringraziamo i partecipanti al seminario tenuto presso il Dipartimento di Economia politica dell’Università degli Studi di Siena per le osservazioni e i consigli ricevuti.
G. Della Torre, Fatti stilizzati per una storia quantitativa della CDP
Indice 1. Una periodizzazione di massima 1.1 Due benchmarks: il Pil e le attività bancarie 1.2 I depositi di titoli di proprietà di terzi presso la Gestione principale, 1863–1893 1.3 Lo sviluppo dell’intermediazione, la complementarità tra finanziamento al Tesoro e agli enti territoriali, la prima crisi della raccolta postale, 1894–1914 1.4. L’introduzione dei buoni postali fruttiferi e la ripresa delle attività della CDP. Dalla complementarità, 1927–1934, alla sostituzione tra crediti al Tesoro e agli enti territoriali, 1935– 1942 1.5. Il secondo dopoguerra: dal finanziamento al Tesoro al finanziamento agli enti locali, 1948– 1970, e, di nuovo, al Tesoro, 1970-1990 2. Il finanziamento al Tesoro 2.1. I titoli di Stato in deposito presso la CDP, 1871–1893 2.2. L’obbligo di investimento minimo in titoli e i consolidamenti dei titoli del debito pubblico, 1895–1914 2.3 Dal circuito CDP–Tesoro al finanziamento in base monetaria, 1914–1945 2.4 Il secondo dopoguerra e l’egemonia di Banca d’Italia nel finanziamento del Tesoro 3.Il finanziamento agli enti territoriali 3.1. Gli anni 1875–1922 3.2. Gli anni 1923–1945 3.3. Gli anni 1946–1990 4. La raccolta della CDP: i fondi “propri” e i proventi dalle Casse postali 4.1 I fondi propri, 1863–1914 e 1968–1977 4.2 I proventi delle Casse postali 5. La raccolta delle Casse postali e del sistema bancario 5.1. L’ascesa della raccolta postale: dal 1875 al 1953 5.2 Un confronto tra raccolta postale e raccolta delle Casse di risparmio ordinarie 5.3 Raccolta delle Casse postali e “grandi” Casse di risparmio: il caso della Cariplo, 1885– 1925 Elenco delle figure Riferimenti bibliografici
1. Una periodizzazione di massima 1.1 Due benchmarks: il Pil e le attività bancarie Le attività della Cassa sono costituite dallo stock degli impieghi verso il Tesoro, gli enti territoriali e le altre istituzioni (CDP1). A queste attività intermediate aggiungiamo le consistenze dei titoli di proprietà di terzi depositati presso la CDP (CDP2). La seconda componente delle attività è un conto d’ordine, purtuttavia la riportiamo perché assume una veste rilevante nella storia della Cassa (cfr. § 1.2). Per individuare fasi significative nella storia della CDP abbiamo rapportato le attività della CDP con un benchmark reale (il prodotto interno lordo, Pil)2 e un benchmark finanziario (le attività del sistema bancario, AB). Le attività della CDP sul Pil (CDP1/Pil, CDP2/Pil) presentano fasi pronunciate di crescita negli anni 1871–1914 e 1927–1942. Nel secondo dopoguerra, l’espansione rispetto al Pil è invece più contenuta, in particolare dopo il 1953. Le tre fasi sono intervallate da “cadute” del livello delle attività in concomitanza con i processi inflazionistici delle due guerre mondiali (1915–1918 e 1943– 1945) (fig. e tav. A.1)3. Il parametro inclusivo dei titoli in deposito (CDP2/Pil) è decisamente più alto del parametro al netto dei titoli in deposito (CDP1/Pil), sino alla prima guerra mondiale, con una particolare accentuazione del fenomeno negli anni 1871–1881 (cfr. § 1.2). Dal lato finanziario, abbiamo posto in relazione le attività della CDP (al netto dei titoli in deposito) con l’intermediazione bancaria (CDP1/AB) (fig. A.2)4. Dopo la lunga fase di crescita delle dimensioni della CDP tra la fondazione delle Casse postali (1875) e il 1915, si assiste al ridimensionamento di questa tra la crisi della raccolta bancaria e postale della prima guerra mondiale e il 1927, cioè due anni dopo l’introduzione dei buoni postali fruttiferi. Tra il 1928 e il 1942 le attività della Cassa acquisiscono spazi su quelle bancarie, raggiungendo il massimo storico nel 1937–1940. La ripresa negli anni che seguono la seconda guerra mondiale è troncata nel 1953. Da quella data la Cassa viene disintermediata. Solo negli anni ‘80 si ha una ripresa contenuta delle attività della CDP rispetto a quelle bancarie. Dalle figure A.1–2 emergono indicazioni per la seguente periodizzazione: 1863–1915, 1916– 1927, 1928–1942, 1953–1983, 1984–1990 1.2 I depositi di titoli di proprietà di terzi presso la Gestione principale, 1863–1893 Per gli anni sino alla prima guerra mondiale, il livello e il profilo evolutivo delle attività della Cassa rispetto al Pil sono diversi a seconda che le attività siano considerate al netto o al lordo dei depositi in titoli (fig. A.3). Tra il 1863 – fondazione della Cassa “italiana” – e il 1870, tanto gli impieghi che i depositi in titoli assumono valori contenuti rispetto agli anni immediatamente successivi. Dal 1870 e sino al 1914, le attività totali della Cassa passano dall’1 – 2% rispetto al Pil degli anni 1863–1870 ai valori del 21 – 22% del periodo 1908–1914. La partizione delle attività tra impieghi e titoli in deposito rende evidente che sino al 1893 l’innalzamento delle attività della Cassa è da ascriversi in particolare alla componente titoli in deposito. In effetti, il livello degli impieghi si
Il PIL ai prezzi correnti 1890–1990 è tratto dalla serie elaborata da N. Rossi, A. Sorgato e G. Toniolo 1993, tab. 1.A, estesa al 1863 da V. Zamagni 1998, p. 240 (sulla base della “vecchia” serie Istat pubblicata in P. Ercolani 1969). 3 Le tavole statistiche qui citate sono riportate in G. Della Torre, Appendice: dati quantitativi, fonti statistiche e note metodologiche, in questo volume. 4 Abbiamo utilizzato i dati bancari dal 1872 in quanto per il periodo che precede il grado di copertura è piuttosto parziale. Cfr. De Mattia 1967b, tav. 23, pp. 917 ss.
mantenne sino al 1878 sui livelli contenuti del 1863: intorno allo 0.6 – 0.7 % del Pil. Solo dopo un biennio dalla fondazione delle Casse postali ha inizio l’espansione dell’intermediazione. Nella sostanza, la fascia temporale sino alla vigilia della prima guerra mondiale la possiamo articolare in tre sottoperiodi: 1863–1877 (valori contenuti e stabili degli impieghi e livelli elevati dei titoli in deposito); 1878–1893 (espansione tanto degli impieghi che dei titoli in deposito); 1894–1914 (consistente incremento degli impieghi e ridimensionamento dei titoli in deposito). L’incremento dei depositi in titoli nel periodo 1871–1893 è da attribuire “[al] continuo sviluppo dei lavori che si fanno per conto dello Stato e [alle] cauzioni depositate per l’esercizio delle esattorie (L. 21 aprile 1871), nonché [alle] indennità di espropriazione per motivo di pubblica utilità [e alle] straordinarie cauzioni di società ferroviarie, di credito e industriali” (Camera dei Deputati 1873, p. 9). In altri termini, il fenomeno registrato è l’effetto sullo stato patrimoniale della Cassa dell’obbligo di depositare titoli pubblici per i vincitori di appalti durante l’“era ferroviaria” (Ministero del Tesoro 1988, cap. 2). In effetti, in quella fase storica delle tre forme di depositi previste dalla normativa (giudiziari, amministrativi e cauzionali) presentano una forte crescita i depositi amministrativi e, ancor di più, quelli cauzionali. All’interno di quell’esperienza, gli anni 1874–1881 vedono un’accentuazione del fenomeno. Nel 1874 “vi è stato un aumento straordinario di oltre 721 milioni di lire, derivante in massima parte da un deposito fatto dal Ministero delle Finanze per garanzia verso il consorzio delle sei banche di emissione” (Camera dei Deputati 1877, p. 4). La riduzione del 1881 è dovuta al ritiro da parte del Tesoro dei depositi a favore delle banche di emissione, di cui alla legge sull’abolizione del corso forzoso (Camera dei Deputati 1884, p. 6).5 L’andamento del parametro degli anni 1874–1881 è pertanto spiegato da un fenomeno straordinario, che non va negletto ma neppure enfatizzato, essendo il portato della decisione del Ministero delle Finanze di riversare presso la CDP i titoli a garanzia della circolazione degli Istituti di emissione. Per questa ragione sembra plausibile estendere la fase 1871–1879 sino al 1893, anno in cui i depositi di titoli di terzi (sul Pil) raggiungono il massimo storico. I depositi in titoli si collocano per gli anni 1863–1893 sopra il 50% delle attività totali della CDP, per poi scendere gradualmente sino ai valori trascurabili del secondo dopoguerra (figg. A.3, A.5). 1.3. Lo sviluppo dell’intermediazione, la complementarità tra finanziamento al Tesoro e agli enti territoriali, la prima crisi della raccolta postale: 1894–1914 Dopo la creazione delle Casse postali, gli impieghi al netto dei depositi in titoli passano dallo 0,6 – 0,7% degli anni 1863–1877, al 5 – 6% degli anni 1892–1897, alle punte del 15 – 16% del quinquennio 1910–1914 (fig. A.3). La crescita degli impieghi vede sino al 1914 una qualche complementarità nei finanziamenti agli enti locali e al Tesoro. Il trend 1894–1910 dei crediti al Tesoro è decisamente più pronunciato del trend dei mutui agli enti locali, soprattutto nel periodo del “consolidamento” dei titoli redimibili, 1903–1910 (cfr. § 2). Tuttavia, l’espansione delle risorse fornite al Tesoro non è concomitante con la riduzione dei finanziamenti agli enti locali (fig. A.4). Con il 1915 inizia una fase di ridimensionamento delle attività della CDP, che permane sino a tutto il 1927. Dalla figura A.3. si evince come la “caduta” delle attività della Cassa sia stata particolarmente sensibile durante e a ragione dell’inflazione dei prezzi che accompagnò la prima guerra mondiale (1915-1918). Tuttavia, un rallentamento nella crescita della raccolta postale già era evidente nel biennio 1908-1909, cui faranno seguito i deflussi netti dei depositi postali negli anni 1914 – 1915 e 1927 (fig. D.3). Alla caduta della raccolta postale e bancaria, cagionata “dal panico dopo lo scoppio della guerra in Europa” (Sraffa 1920 e Ciocca–Rinaldi 1997), seguiranno i Regi Decreti
Per indicazioni puntuali su quell’esperienza cfr. S. Cardarelli 1990, pp. 146 ss.
del 1914 e 1915 che consentirono il rifinanziamento della CDP presso gli Istituti di emissione (Eredia 1923a, p. 863; 1923b, p. 1061). Come conseguenza del rallentamento degli afflussi e dell’emergere dei deflussi netti, negli anni 1922–1923, la CDP ridusse il portafoglio investito in titoli di Stato e negli anni 1924–1926 non adempì all’obbligo d’investimento minimo in titoli previsto dalla legge 1895 (cfr. § 2 e fig. B.5). La ripresa della raccolta postale dopo la fine della guerra fu modesta e non fu tale da ripristinare i valori raggiunti all’inizio del secolo (figg. A.3 e D.2). 1.4. L’introduzione dei buoni postali fruttiferi e la ripresa delle attività della CDP. Dalla complementarità, 1927-1934, alla sostituzione tra crediti al Tesoro e agli enti territoriali, 1935–1942 L’introduzione dei buoni postali fruttiferi (1925) è seguita dopo un biennio dalla ripresa della raccolta postale (fig. D.3) e degli impieghi della CDP. Questi ultimi salgono dal livello del 9 – 11% del Pil degli anni 1919–1926 al 25% del 1934 (fig. A.3). Il processo di complementarità tra le forme d’impiego verso il Tesoro e gli Enti territoriali sembra essersi mantenuto nel primo dopoguerra, anche se all’espansione dei finanziamenti al Tesoro (dall’8 – 9% del Pil del 1910–1914 al 17 – 18% del 1934) ha corrisposto soltanto un recupero dei valori anteguerra dei finanziamenti agli enti locali: nel 1934 i mutui agli enti locali sono sui livelli dei primi anni del secolo: 6–7% del Pil (fig. A.4.). Dopo il 1934, l’ulteriore incremento dei finanziamenti al Tesoro è avvenuto comprimendo quelli diretti agli enti locali. Questo processo di sostituzione è apprezzabile notando l’allargamento a forbice della dinamica dei due pesi nella fig. A.4. A questo punto della trattazione è possibile osservare come, ai fini dell’allocazione del credito della CDP, nell’esperienza 1863–1945, siano presenti due fasi storiche radicalmente diverse: la prima, sino al 1894, in cui non vi è una netta egemonia degli impieghi verso il Tesoro; la seconda, sino alla fine della seconda guerra mondiale, in cui i finanziamenti al Tesoro diventano centrali (figg. A. 4–5). 1.5. Il secondo dopoguerra: dal finanziamento al Tesoro al finanziamento agli enti locali, 1948– 1970 e di nuovo al Tesoro, 1970-1990 Il secondo dopoguerra vede una netta torsione nella struttura degli impieghi Tesoro-enti territoriali. I mutui agli enti locali – che avevano rappresentato quote intorno al 20 – 30% delle attività della CDP per gran parte degli anni compresi tra il 1880 e il 1938 e ancor meno durante la seconda guerra mondiale – mostrano una consistente crescita dai primi anni del secondo dopoguerra, passando gradualmente dal 5% degli impieghi nel 1948 all’80% nel 1970 (fig. A.5.). E’ da menzionare, inoltre, l’emergere di un qualche ruolo del portafoglio della CDP investito in obbligazioni degli Ics negli anni 1963–1974 (fig. A.5.). Ritornando ai mutui agli enti locali, è da notare che nella storia della Cassa (incluse le attività degli Istituti di previdenza e della Sezione autonoma del credito comunale e provinciale) i “picchi” raggiunti negli anni 1908–1914 e 1934 (intorno al 6% del Pil) sono nettamente al di sotto dei livelli raggiunti nel secondo dopoguerra: 6.3% nel 1959, 11% nel 1969, 12.5 nel 1978 (fig. A.4.). Da quest’angolazione il secondo dopoguerra mostra un “orientamento” della Cassa verso il finanziamento agli enti territoriali, mentre la “lunga” fase 1894-1945 vedeva un orientamento verso il Tesoro. Dal 1970 sino ai giorni nostri è evidente una radicale torsione rappresentata dalla ripresa consistente del finanziamento al Tesoro (rispetto al Pil e agli impieghi della CDP) (figg. A.4–5). Negli anni ’70, il livello dei mutui agli enti locali continua a crescere (complementarità); negli anni ’80, all’incremento del peso del Tesoro corrisponde la riduzione dei mutui agli enti locali (fig. A.4). 5
2. Il finanziamento al Tesoro 2.1. I titoli di Stato in deposito presso la CDP, 1871–1893 Come anticipato nel § 1.1, dal 1871 emerge la crescita dei titoli in deposito (in genere, titoli di Stato)6 rispetto al totale del debito patrimoniale del Tesoro: dall’1% degli anni 1863–1870 al 4% degli anni 1871–1873, al 14% degli anni 1874-1880, all’8–9% del 1893 (fig. e tav. B.2). Si tratta di un fenomeno che pur non essendo l’esito di un processo d’intermediazione ha avuto probabilmente effetti importanti sul mercato secondario dei titoli di Stato, convogliando verso tale forma di impiego ingenti risorse finanziarie. Anche non tenendo conto dell’effetto del deposito di titoli a fronte della circolazione degli istituti di emissione, 1874–1880 (cfr. § 1.2), è indubbio che tale fenomeno sia stato rilevante sino alla prima guerra mondiale. Soltanto col 19107 il peso dei titoli di Stato di proprietà della Gestione principale raggiunge il peso dei titoli di terzi in deposito (fig. B.2).8 2.2. L’obbligo di investimento minimo in titoli e i consolidamenti dei titoli del debito pubblico, 1895–1914 A fronte dell’incremento consistente del debito interno del Tesoro (fig. e tav. B.1), la Gestione principale della CDP vede una moderata crescita dei titoli di Stato in proprietà (rispetto al totale in circolazione) dalla creazione delle Casse postali (1876) e, molto più consistente, dalla legge che instaurò l’obbligo di investimento minimo in titoli di Stato (1895) (fig. B.2). La quota dei titoli di proprietà della CDP sul debito patrimoniale del Tesoro passa dai valori pressoché nulli del 1875 all’1,7 – 1,8% degli anni 1887–1896, per iniziare dal 1897 una crescita continua sino al 10% del 1913 e all’11.7% del 1921. Da notare che l’investimento in titoli è largamente eccedente il vincolo normativo: il rapporto tra l’investimento in titoli di Stato e l’obbligo minimo si pone sopra l’unità sin dal 1898 (figg. B.6–7 e tav. B.5). Da menzionare il peso assunto dall’inizio del secolo dagli investimenti in titoli di Stato degli Istituti di previdenza amministrati da CDP (fig. B.2). Peraltro, dal 1893 è in netta crescita anche il peso della componente del debito fluttuante afferente alla CDP (c/c col Tesoro) (fig. e tav. B. 3). La quota complessiva del debito (patrimoniale e fluttuante) del Tesoro assorbita dalla CDP passa gradualmente dal 3–5% degli anni 1871–1886 al 22% circa degli anni 1911–1913 (fig. B.4). Nei sottoperiodi 1863–1893 e 1894–1913 il raffronto tra il ruolo rispettivo della CDP e degli Istituti di emissione (più la creazione diretta di liquidità del Tesoro: monete metalliche e biglietti di Stato) diventa particolarmente interessante. Tra l’Unificazione nazionale e la metà degli anni ’80, il peso del finanziamento degli istituti di emissione e della creazione diretta di liquidità del Tesoro (rispetto al totale del debito interno del Tesoro) è assolutamente egemone rispetto a quello della CDP (escludendo i titoli in deposito presso la Cassa) (fig. B.5 e tav. B.4). Alla riduzione del peso degli istituti di emissione (e dei biglietti e delle monete di Stato) nella prima parte degli anni ’80 e poi alla sua stabilità sino alla vigilia della prima guerra mondiale si accompagna l’incremento continuo del finanziamento della CDP, che nel 1905 supera quello degli istituti di emissione.
I titoli in deposito sono costituiti sul finire dell’Ottocento prevalentemente da titoli di rendita. Ad esempio, lo stock a fine giugno 1887 era composto dai “consolidati” 5% e 3% per 392 milioni, a fronte di 400 milioni di depositi totali (CDP, Relazione sul 1887, pp. 40–41). 7 Va, tuttavia, rammentato che solo per il secolo scorso è accettabile la quasi perfetta sovrapposizione tra depositi in titoli e depositi in titoli di Stato. Con i primi anni del ‘900, fu possibile inserire in detti depositi anche strumenti finanziari “non di Stato”, monete auree, ecc. Cfr. CDP, Rendiconti di quel periodo. 8 La possibilità per le Casse postali di acquisire per conto dei depositanti titoli di rendita non sembra avere assunto, invece, un particolare rilievo, almeno in un’ottica meramente quantitativa. Rinviamo a Maic 1906, pp. 24–26.
2.3 Dal circuito Tesoro–CDP al finanziamento in base monetaria, 1914–1945 La prima guerra mondiale vede la caduta del finanziamento della CDP al Tesoro e l’incremento della quota degli Istituti di emissione (figg. B.4–5). Dal 1924 si assiste all’espansione fortissima del ruolo della CDP nel finanziamento al Tesoro sino al 1939. Tale incremento è sostenuto dall’acquisizione di titoli di Stato da parte degli Istituti di previdenza e, ancor di più, dai c/c fruttiferi col Tesoro della Gestione principale e degli Istituti di previdenza (figg. B.2–4) (Marconi 1982). Dopo il 1940, con il venir meno della funzionalità del c.d. “circuito monetario” (di recente Gelsomino 1992), l’egemonia è della Banca d’Italia e della creazione diretta di liquidità del Tesoro (cioè dell’indebitamento in base monetaria) (fig. B.5). 2.4 Il secondo dopoguerra e l’egemonia di Banca d’Italia nel finanziamento del Tesoro A fronte della dinamica del debito dello Stato (fig. B.8 e tav. B.6), uno stacco netto si ha nel secondo dopoguerra, con la caduta dell’acquisizione di titoli di Stato da parte della CDP, che assume sin dal 1947 valori estremamente contenuti (2,4% del totale del debito dello Stato, a fronte del 12,5% del finanziamento totale della CDP al Tesoro). Di conseguenza, la parte prevalente del finanziamento al Tesoro assume la forma del c/c presso la Tesoreria (fig. B.9 e tav. B.7). L’altro “fatto” è costituito, con i primi anni ’60, dalla egemonia della Banca centrale nel finanziamento del Tesoro. Il ventennio ‘60–70 vede la quota del debito del Tesoro nelle mani della Banca d’Italia salire dal 20% dei primi anni ’60 al 60% degli anni 1974–1977.
3. Il finanziamento agli Enti territoriali La figura C.1. illustra la dinamica rispetto al Pil dei mutui concessi agli enti territoriali dalla Gestione principale, dagli Istituti di previdenza e dalla Sezione autonoma del credito comunale e provinciale (cfr. anche tav. C.1). Sino alla creazione delle Casse postali, il livello dei mutui della CDP (rispetto al Pil) è piuttosto contenuto, purtuttavia è in linea con i finanziamenti delle banche agli enti territoriali (fig. C.2).9 Dalle due figure emerge con nettezza il trend crescente dal 1879, con una particolare accentuazione dall’inizio del secolo (ad opera della Sezione del credito comunale e provinciale (fig. C.1)). Risultano confermate le forme di complementarità tra finanziamento al Tesoro e agli Enti territoriali negli anni 1879–1914 e 1921–1934 e le forme di sostituzione negli anni 1935–1945 (cfr. §§ 1.3–4). Per il secondo dopoguerra, sono chiari la fase prolungata di crescita dei mutui sino alla fine degli anni ‘60 e il rallentamento nella crescita nel corso degli anni ‘70. Un possibile processo di sostituzione dei crediti al Tesoro, a danno dei mutui agli Enti territoriali, caratterizza gli anni ’80 (cfr. § 1.5). Da notare che il massimo storico nei finanziamenti della Cassa agli enti territoriali si ha nel 1978. Per quanto riguarda la composizione per settore economico di destinazione dei mutui erogati10, abbiamo suddiviso la storia della Cassa in tre sottoperiodi: 1876–1922, 1923–1945, e 1946–1990. 3.1 Gli anni 1876–1922 Negli anni tra il 1875 e il 1922 sono evidenti alcune tendenze di fondo: • l’importanza strutturale delle finalità legate alla dismissione di debiti onerosi: la quota eccede il 30% sino all’emergere dei problemi di finanza comunale che daranno luogo alla creazione della Sezione del credito comunale e provinciale (all’inizio del secolo la quota raggiunge il 60%) (fig. e tav. C.3) 11. la rilevanza delle “opere pubbliche” (strade, porti, opere idrauliche, caserme, ecc.) con una quota tra il 20 e il 40% (fig. C.3). l’importanza delle “strade comunali obbligatorie” negli anni 1876–1885 (12–14%), che tende a scemare a beneficio dei settori di destinazione “scuole” (dal 1878), “opere igieniche” e “finanziamenti a comuni per leggi speciali” (dal 1884) (fig. C.4). il peso contenuto delle “bonifiche”, per le difficoltà dei consorzi di bonifica di apprestare le garanzie, previste dalle norme, dovute alla CDP.
3.2 Gli anni 1923–1945 In questa fase temporale meno rilevante, rispetto al periodo precedente, è la finalità legata alla dismissione di debiti (compresa tra il 5 e il 20%). I due settori di intervento più importanti sono i settori “case economiche e popolari” e “acquedotti” (complessivamente sopra il 35% delle erogazioni). Le voci “scuole”, “opere igieniche” e “opere pubbliche” eccedono per gran parte del periodo la quota del 10% (fig. C.5 e tav. C.4).
I finanziamenti bancari agli enti territoriali sono tratti da De Mattia (a cura di) 1967b. Per i limiti di tale elaborazione rinviamo alle tavole della sezione C. 11 Abbiamo ipotizzato, come plausibile, che i mutui della Sezione siano volti integralmente alla dismissione di debiti onerosi.
3.3 Gli anni 1946–1990 La figura C.6 evidenzia nel corso degli anni ’50 due finalità decisive: il settore d’intervento “case economiche e popolari” (intorno al 40%) e il settore legato alle “deficienze di bilancio” e alla “dismissione di debiti” (tra il 30 e il 40%) (fig. C.6 e tav. C.5). Nel corso degli anni ‘60–70, si riduce progressivamente il peso del settore “case economiche e popolari”, mentre cresce in forma continua il peso del secondo settore (che raggiunge un punto di massimo alla fine degli anni ’70) (fig. C.6). Nello stesso periodo assumono particolare rilievo i settori “scuole” e “opere varie” (fig. C.7). Da notare l’importanza, dall’inizio degli anni ’80, del settori “varie e leggi speciali”, “strade”, “opere varie”, “fognature”, e “scuole”.
4. La raccolta della CDP: i fondi propri e i proventi dalle Casse postali Nella figura e nella tavola D.1 sono illustrate le dinamiche della raccolta “propria” della CDP (depositi in numerario presso la Gestione principale: dalla fondazione; buoni fruttiferi emessi dalla Cassa: dal 1928; e cartelle della Sezione autonoma del credito comunale e provinciale: dal 1897) e dei fondi provenienti dalle Casse postali (risparmio postale ed eccedenze della gestione dei c/c postali). 4.1 I fondi propri, 1863–1914 e 1968–1977 I fondi “propri” della CDP costituiscono le forme di passività specifiche della Cassa. Negli anni 1863–1877 il peso della raccolta propria è su valori contenuti (intorno allo 0.6% del Pil), rispetto ai quelli che saranno sperimentati successivamente dopo l’introduzione delle Casse postali (fig. D.1). Vi è da notare, tuttavia, che essi rappresentano una quota ragguardevole rispetto ai depositi bancari (fig. D.1, peso dei depositi in numerario rispetto ai depositi bancari)12. Nella figura D.2, abbiamo riportato i livelli rispetto al Pil delle forme proprie di raccolta. I depositi in numerario costituiscono la forma di raccolta “propria” sin dalla costituzione e si affiancano ai titoli di terzi in deposito (di cui abbiamo già parlato nei §§ 1.2 e 2.1). Qui ricordiamo che, entro taluni limiti, i depositi a vario titolo presso l’istituzione potevano essere costituiti in contanti e in titoli13. Tra il 1863 e il 1877 i depositi in numerario rappresentano valori contenuti intorno allo 0.6% del Pil, per raggiungere un punto di massimo storico nel 1887 (con l’1.6%), e scendere gradualmente a valori trascurabili, in particolare dopo il primo conflitto mondiale. Una seconda forma è costituita dalle cartelle del credito comunale e provinciale emesse dalla Sezione omonima in alcune fasi storiche e per specifiche finalità: negli anni 1897–1913 (per la dismissione dei debiti onerosi dei comuni delle isole e successivamente di alcune grandi città) e 1971– 1978 (in particolare il Decreto Stammati del 1977)14. Da menzionare infine i buoni fruttiferi della Cassa, emessi per la prima volta nel 1928 e poi in forma rada e discontinua, di non particolare rilievo dimensionale. 4.2 I fondi delle Casse postali Dal 1885, la componente più rilevante è data dai fondi della raccolta postale (depositi a libretto e buoni fruttiferi postali dal 1925), a cui si aggiungono dalla metà degli anni ’20 i fondi dei c/c postali. Per quanto attiene alla raccolta postale, i valori tendenziali del secondo dopoguerra si pongono intorno all’8% del Pil, che rappresenta il valore raggiunto nella prima guerra mondiale. Il massimo storico dei depositi postali tra le due guerre (16–18% del Pil) non è stato più eguagliato. La figura D.3 e la tav. D.2 consentono di approfondire le dinamiche dei fondi affluiti alla CDP dalle Poste e della loro articolazione interna15. Per quanto attiene alla dimensione dei fondi postali, si evince che la crisi della raccolta postale inizia col 1911. La ripresa dopo la fine del primo conflitto è stentata: solo con il 1927 si ha un deciso e duraturo mutamento nella linea di tendenza. L’espansione dei fondi provenienti dalle Poste è
I dati relativi ai depositi bancari qui utilizzati sono fortemente incompleti nei primi anni postunitari. Cfr. De Mattia 1967b. 13 Rinviamo al saggio di L. Conte in questo volume. 14 Le cartelle del credito comunale e provinciale sono calcolate al netto di quelle detenute da gestioni della CDP. 15 I depositi giudiziari, i depositi delle province, comuni, ecc., e i libretti al portatore non hanno assunto un peso rilevan te (per tale ragione non sono esposti nel grafico in parola). Per alcune informazioni quantitative rinviamo alla Tav. …
particolarmente vertiginosa tra il 1927 e il 1934 (dal 6% al 17% del Pil), e il 1942 (18%). Essa è sorretta prevalentemente dai buoni postali fruttiferi, anche se va menzionato il ruolo dei fondi provenienti dalle giacenze dei c/c postali (che raggiungono l’1.6–1.7% del Pil nel biennio 1941–1942). Con la creazione dei buoni postali fruttiferi, i libretti nominativi sono di fatto esautorati, perdendo dal 1935 rapidamente d’importanza. Dopo il recupero delle dimensioni della raccolta postale nei primi anni del secondo dopoguerra, col 1955 inizia il lungo periodo della stagnazione della raccolta postale e, nello specifico, dei buoni fruttiferi, che culmina con i minimi della metà degli anni ’80.
5. La raccolta delle Casse postali e del sistema bancario 5.1. L’ascesa della raccolta postale: dal 1875 al 1953 Nella figura D.4 e nella tavola D.3 abbiamo esposto le dinamiche della raccolta postale (libretti e buoni fruttiferi) sui depositi a risparmio raccolti, rispettivamente, delle casse di risparmio ordinarie e dalle aziende di credito. Sino ai primi anni del secolo, il rapporto tra le consistenze della raccolta postale e dei depositi delle aziende di credito cresce in forma continua, pervenendo a valori intorno al 45% circa; tra il 1908 e il 1928 il rapporto tra le due forme di raccolta si mantiene stabile (intorno a quei valori). La relativa stabilità nei primi decenni del secolo non deve meravigliare poiché denota il raggiungimento di una sorta di valore plafond dell’indicatore di stock qui utilizzato. In altri termini, dato il rapporto medio tra flussi di raccolta delle due istituzioni (più o meno stabile) è evidente che il corrispondente rapporto sugli stocks, pari a zero nel 1875, sale fintantoché l’indicatore sui flussi ha un valore più alto dell’indicatore sugli stocks. Quando l’indicatore sugli stocks approssima l’indicatore sui flussi il primo si stabilizza. In altri termini, la fase 1876–1907 è una sorta di “traversa” tra due situazioni diverse d’equilibrio. Ben altro significato assume l’esperienza successiva al 1928. Sino alla seconda guerra mondiale il rapporto è in forte crescita (per raggiungere il 92–93% nel triennio 1940–1942). Nei primi anni del secondo dopoguerra, la ripresa della raccolta postale è seguita dal 1951 dal tendenziale decremento sino alla metà degli anni ’80. 5.2 Un confronto tra raccolta postale e raccolta delle Casse di risparmio ordinarie Le Casse postali hanno dal lato della raccolta un “bacino d’utenza” prossimo a quello delle Casse di risparmio ordinarie (es. Cotula e Garofalo 1996, p. 73, nota 18; di recente anche Cafaro 2000). Dalla fig. D.416, esce rafforzata la crescita delle dimensioni relative della raccolta postale rispetto alla raccolta delle CRO sino al 1942.Dopo la fisiologica riduzione d’importanza delle Casse postali rispetto alle CRO tra il 1943 e la fine del conflitto, la ripresa del dopoguerra è interrotta dal provvedimento del Ministero del Tesoro di riduzione dei tassi sulla raccolta postale del 1953 (De Cecco 1968). La figura mostra bene la netta disintermediazione delle Casse postali tra il 1953 e la metà degli anni ’80. Nella figura D.5 (costruita sulla base della tavola D.5) abbiamo riportato i tassi di interesse praticati dalle due istituzioni (tassi medi sui depositi a risparmio delle Casse ordinarie e tassi sui libretti postali, sino al 1924, e sui buoni fruttiferi postali, dal 1925)17. Per il secondo dopoguerra, non abbiamo potuto utilizzare una serie omogenea, in aggiunta l'’nformazione disponibile riguarda la raccolta dell’intero sistema bancario18. I tassi delle Casse postali sono stati stabilmente al di sotto, e con modeste oscillazioni, rispetto a quelli sui depositi delle Casse di risparmio sino all’introduzione dei buoni fruttiferi postali (1925). La crescita delle dimensioni delle Casse postali rispetto alle Casse ordinarie (1876–1920), con le avvertenze già date in proposito (fig. D.4), non sembra essere correlata con la dinamica del differenziale dei tassi. O meglio, pur essendo presente un differenziale dei tassi a svantaggio delle Casse postali, altre variabili (garanzia statale sui depositi postali, riduzione dei costi di transazione, capillari-
Per gli anni 1938–1944 è disponibile l’informazione sulle consistenze dei depositi fiduciari totali delle CRO (inclusi i depositi fiduciari in c/c). Per cui, dato che il denominatore del rapporto è sovrastimato, il livello della curva in quel periodo è sottostimato. Il dato 1937 non è disponibile. Cfr. Garofalo e Colonna 1999, tab. 8, p. 920. 17 Un’analisi analoga è svolta da Cotula e Garofalo 1996, pp.58 ss., in particolare graf. 2 di p. 66. 18 Descrizione dei “pezzi” di serie storica dei tassi sui depositi bancari.
tà della distribuzione degli sportelli postali rispetto a quelli bancari19, ecc.) orientavano parte dei risparmiatori verso le Casse postali. Con la creazione dei buoni fruttiferi postali, i tassi medi sulla raccolta postali vengono portati verso l’alto, ben al di sopra dei tassi delle CRO. E questa misura ha certamente contribuito a spiegare l’innalzamento dell’indicatore sino all’armistizio. Il differenziale fortemente positivo tra tassi postali e bancari viene ridotto con i primi anni ’50 sia per l’innalzamento dei tassi bancari sia per la riduzione del tasso sui buoni fruttiferi postali. Dall’inizio degli anni ’70, i tassi bancari eccedono sistematicamente quelli postali (sino alla seconda parte degli anni ’80). Peraltro, negli anni 1976–1985 i tassi postali sono assolutamente stabili: con tutta probabilità, la struttura dell’attivo della CDP (mutui a lungo termine a tasso prefissato e costante) non ha consentito di seguire le banche spingendo più di tanto i tassi postali verso l’alto. 5.3 Raccolta delle Casse postali e “grandi” Casse di risparmio: il caso della Cariplo, 1885–1925 Per migliorare il confronto tra raccolta postale e raccolta delle casse di risparmio ordinarie, abbiamo fatto riferimento ad una “grande” Cassa di risparmio, ponendo a raffronto la sua raccolta in alcune aree geografiche d’elezione con quella delle Casse postali nelle stesse aree20. Quest’analisi è stata possibile per alcuni anni isolati (1885, 1889, 1891, 1893) e per il periodo 1913–1925, sfruttando i dati tratti dall’Annuario statistico dell’Istat. Per il periodo successivo non si dispone di informazioni della raccolta delle casse di risparmio ordinarie per area provinciale. Nella figura D.6 (cfr. tav. D.4) abbiamo posto in relazione la raccolta delle Casse postali nelle province in cui si concentrava la raccolta della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. La Cariplo è particolarmente importante nel periodo analizzato: negli anni 1890–1896 il peso di questa Cassa rispetto al totale è del 36–40%, per scendere gradualmente al 21% del biennio 1924–1925 (Cotula e Garofalo 1996, pp. 127–128 e graf. 23). Il primo dato è rappresentato dai valori decisamente più bassi e dalla dinamica meno accentutata del rapporto tra la raccolta delle Casse postali e la raccolta della Cariplo rispetto all’indicatore riferito alle Casse di risparmio ordinarie nel loro complesso (cfr. Fig. D.4). In altri termini, la riduzione d’importanza nel periodo delle Casse ordinarie rispetto a quelle postali ha riguardato più le “altre” Casse di risparmio che la Cariplo. Questa notazione è riferita alla Cariplo nella sua interezza. L’articolazione per provincia sembra mostrare una sistematica differenza nel livello del dato iniziale (1885) e nel grado di espansione degli indicatori sino al 1925. In prima approssimazione, tali differenze sembrano connesse con le caratteristiche più o meno montane delle singole province e, quindi, con il grado di bancarizzazione. In effetti, gli indicatori delle province di Sondrio e di Brescia hanno livelli iniziali e progressioni nel periodo decisamente più alti della media riferita alla Lombardia. I dati della provincia di Milano sono, ovviamente, sotto i valori medi regionali e frenano la progressione verso l’alto delle province “montane” (Sondrio, Brescia, Bergamo, Como).
Ad es. Maic 1906, pp. 26–28. Ovviamente, questo raffronto è solo indicativo, poiché è possibile che esso sia influenzato dalla concorrenza tra Casse di riasparmio ordinarie e Banche popolari (o altre categorie bancarie) operanti sulla stessa piazza.
A) Attività totali della CDP – Gestione principale e Gestioni annesse Fig. A.1, Le attività della CDP, 1863–1990 Fig. A.2, Le attività della CDP sulle attività del sistema bancario, 1863–1990 Fig. A.3, Attività totali e titoli di terzi in deposito della CDP, 1863-1990 Fig. A.4, L'intermediazione della CDP: gli impieghi verso il Tesoro e gli enti territoriali, 1863-1990 Fig. A.5, Composizione delle attività della CDP, 1863-1990 B) Debito del Tesoro, indebitamento in base monetaria e verso la CDP Fig. B.1, Debito interno del Tesoro: totale, patrimoniale e fluttuante,1863-1946 Fig. B.2, Debito patrimoniale del Tesoro e titoli di Stato detenuti dalla CDP, 1863–1946 Fig. B.3, Debito fluttuante del Tesoro e finanziamenti a breve della CDP, 1863–1946 Fig. B.4, Debito interno del Tesoro e crediti al Tesoro della CDP, 1863–1946 Fig. B.5, Debito interno del Tesoro, indebitamento in base monetaria, e crediti al Tesoro della CDP, 1863–1946 Fig. B.6, Obbligo di investimento minimo in titoli di Stato, 1886–1939 Fig. B.7, Obbligo di investimento minimo in titoli di Stato, 1886–1914 Fig. B.8, Debito dello Stato e del Settore statale, 1863–1990. Un confronto tra dati Zamagni 1998 e Spinelli–Fratianni 1991 Fig. B.9, Quote % del finanziamento della Banca d’Italia e della CDP rispetto al debito totale dello Stato, 1947–1990 C) Prestiti agli enti territoriali, in contanti e in cartelle, della Gestione principale e delle Gestioni annesse Fig. C.1., Prestiti in numerario e in cartelle della CDP agli enti territoriali, 1863–1990 Fig. C.2., Prestiti della Gestione principale e della Sezione autonoma del credito comunale e provinciale per settore di destinazione economica, quote di composizione, 1876–1922 Fig. C.2.1, Prestiti della Gestione principale e della Sezione autonoma del credito comunale e provinciale per settore di destinazione economica, quote di composizione, 1876–1922 Fig. C.3., Prestiti della Gestione principale e della Sezione autonoma del credito comunale e provinciale per settore di destinazione economica, quote di composizione, 1923–1945 Fig. C.4., Prestiti della Gestione principale e della Sezione autonoma del credito comunale e provinciale per settore di destinazione economica, quote di composizione, 1946–1990 Fig. C.4.1, Prestiti della Gestione principale e della Sezione autonoma del credito comunale e provinciale per settore di destinazione economica, quote di composizione, 1946–1990 D) Raccolta della CDP, raccolta postale e raccolta bancaria Fig. D.1, Raccolta totale della CDP e fondi propri, 1863–1990 Fig. D.2, Le forme della raccolta propria della CDP, 1863–1990 Fig. D.3, Raccolta postale e sua composizione interna, valori sul Pil, 1876–1990 Fig. D.4, Raccolta postale e raccolta bancaria, 1876-1936 Fig. D.5, Tassi sulla raccolta delle Casse postali e delle banche, 1863–19990 Fig. D.6, Raccolta postale e raccolta della Cariplo in alcune province lombarde, 1885–1925
Cafaro P. 2000, “Alle origini del sistema bancario in Lombardia: Casse di risparmio e banchieri privati (1860–1880)”, in G. Conti e S. La Francesca (a cura di), Banche e reti di banche nell’Italia postunitaria, Il Mulino, in corso di pubblicazione. Camera dei Deputati 1873, “Relazione della Commissione di vigilanza della CDP per la gestione degli anni dal 1863 a tutto il 1872”, sessione 1873–74, tornata del 3 dicembre 1873. Camera dei Deputati 1877, “Relazione della Commissione di vigilanza sull’amministrazione della CDP per l’esercizio 1874”, sessione 1876–77, tornata del 23 gennaio 1874. Camera dei Deputati 1884, “Relazione della Commissione di vigilanza sulla CDP per l’anno 1881”, sessione 1882–84, seduta del 22 gennaio 1884. Cardarelli S. 1990, “La questione bancaria in Italia dal 1860 al 1892”, in in Banca d’Italia, Ricerche per la storia della Banca d’Italia, Collana storica della banca d’Italia, Serie “Contributi”, vol. I, Laterza. Ciocca P. e R. Rinaldi 1997, “L’inflazione in Italia, 1914-20. Considerazioni in margine della tesi di laurea di Piero Sraffa”, Rivista di storia economica, n. 1. de Cecco M. 1968, Saggi sulla moneta, Giuffré. De Mattia R. (a cura di) 1967b, I bilanci degli istituti di emissione italiani 1845–1936, Banca d’Italia, vol. I, tomo II. Eredia G. 1923a, “La Cassa depositi e prestiti e le sue disponibilità”, Rivista di politica economica, set.–ott. Eredia G. 1923b, “La gestione finanziaria statale nell’esercizio 1922–1923”, Rivista di politica economica, dicembre. Garofalo P. e D. Colonna 1999, “Statistiche creditizie”, in F. Cotula (a cura di), Stabilità e sviluppo negli anni Cinquanta. 3. Politica bancaria e struttura del sistema finanziario, Collana storica della Banca d’Italia, Serie “Contributi”, vol. VII. Gelsomino C.O. 1992, “La politica monetaria italiana tra il 1936 e la fine della seconda guerra nondiale”, appendice di A. Caracciolo (a cura di) 1992. Maic [Ministero d’agricoltura, industria e commercio] 1906, Le Casse ordinarie di risparmio in Italia dal 1822 al 1904, Tipografia Bertero, 1906. Ministero del Tesoro 1988, Il debito pubblico in Italia 1861–1987, Relazione del direttore generale alla commissione parlamentare di vigilanza, vol. I, Ministero del Tesoro. Direzione generale del debito pubblico. Sraffa P. 1920 [1994], “L’inflazione monetaria in Italia durante e dopo la guerra”, Economia politica, n. 2, 1994
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V. Zamagni, Il debito pubblico italiano 1861–1946: ricostruzione della serie storica, in «Rivista di storia economica», n. 3, 1998.
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