Source: https://www.periodicimaggioli.it/gestione-abusiva-rifiuti/
Timestamp: 2020-04-06 10:42:19+00:00

Document:
Gestione abusiva di rifiuti: quando la condanna dipende da cattivo ricorso
Gestione abusiva di rifiuti: quando la condanna in Cassazione dipende anche da un cattivo ricorso
Nel vasto panorama della sempre più copiosa giurisprudenza in materia di gestione abusiva di rifiuti – nel caso specifico, deposito incontrollato sul luogo di produzione di rifiuti non pericolosi – colpisce molto Cass. pen., sez. III, n. 44516/19, certamente per i suoi contenuti giuridici ma, ad avviso di chi scrive, forse più incisiva con riferimento a quelli metodologici, rappresentando un valido ed efficace esempio di tecnica ed opportunità giuridica che può supportare al meglio gli operatori di settore, sia legali che tecnici.
Prima di entrare nel merito (giuridico) della vicenda esaminata dai giudici, i quali hanno avuto occasione di affrontare diversi temi notoriamente spinosi della materia trattata – come la prescrizione del reato, il deposito temporaneo e la buona fede scusante –, appare opportuno fare un riferimento ai principi cui sono ricorsi i giudici medesimi e dai quali hanno sicuramente preso le mosse per affrontare e decidere la questione a loro sottoposta. Nella parte in diritto della sentenza citata, proprio in esordio si legge come “l’articolato ricorso, pur contenendo pertinenti riferimenti alla disciplina di settore ed alla giurisprudenza di questa Corte, è strutturato mediante il discutibile ed abusato sistema di estrapolare dalla sentenza impugnata singoli brani della motivazione rispetto ai quali articolare le relative censure, così distorcendo o, comunque, privando della reale pregnanza il complessivo iter logico argomentativo seguito dal giudice, che, al contrario deve essere globalmente considerato”.
Queste poche righe, poste in maniera assai significativa all’inizio del ragionamento, condensano in poco spazio un piccolo manuale di difesa in un giudizio di appello – o, più in generale, in una fase di contestazione di un precedente documento, atto o sentenza che sia – e offrono dei proficui suggerimenti per la stesura di atti e/o scritti difensivi di rilievo. Ciò detto, è del tutto ovvio e comprensibile che un ragionamento giuridico, specialmente laddove sviluppato da un legale di professione, volto a contestare una sentenza tenda a tralasciarne alcuni aspetti mettendo l’accento, magari con una certa enfasi, su altri aspetti per accrescerne le parti deboli ed evidenziarne i profili critici; tuttavia, questo modus operandi non deve portare a distorcere il significato delle parole e dei ragionamenti sottesi alla sentenza impugnata, che va sì affrontata e criticata ma partendo dalle sue stesse conclusioni, senza alterarne il senso a beneficio della tesi difensiva; tesi difensiva che, anzi, deve prendere le mosse proprio dalle certezze fondanti del primo grado – o del documento oppure atto che si vuole “smontare” – per minare efficacemente la loro stessa solidità, attraverso una interpretazione che possa rivelarsi “demolitrice”, e non mediante una distorsione del suo significato, che non porta ai risultati sperati. Del resto, è proprio attraverso una contestazione del preciso significato di una tesi che la si può sconfiggere; se per farlo, invece, si deve alterare o deformare quel significato – finendo quindi, in buona sostanza, per renderla in un certo modo diversa da quel che è – ecco la prova implicita che la sua controtesi non appare così forte né in grado di superarla.
A tutto quanto sopra può aggiungersi un corollario: se una tesi difensiva finisce col risultare troppo distorsiva e capziosa, ne potrebbe conseguire che la sua valutazione sarà particolarmente piccata e severa.

References: Cass. 
 sentenza 
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