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Timestamp: 2019-11-14 15:56:04+00:00

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DANNO MORALE RISARCIMENTO AVVOCATI BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI
26 Marzo 2016 armaroli 0 Comments
Ci risponde lo stesso articolo 2059, e cioè deve essere risarcito nei soli casi previsti dalla legge.
CASSAZIONE SENTENZA N. 9283/2014: La categoria del danno non patrimoniale attiene ad ipotesi di lesione di interessi inerenti alla persona, non connotati da rilevanza economica o da valore scambio ed aventi natura composita, articolandosi in una serie di aspetti (o voci) con funzione meramente descrittiva (danno alla vita di relazione, danno esistenziale, danno biologico, ecc.); ove essi ricorrano cumulativamente occorre, quindi, tenerne conto, in sede di liquidazione del danno,in modo unitario, al fine di evitare duplicazioni risarcitorie, fermo restando, l’obbligo del giudice di considerare tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, mediante la personalizzazione della liquidazione (Cass. n. 21716/2013; n. 1361/2014; S.U. n. 26972/2008
Le Sezioni Unite della Cassazione con la più recente sentenza 11 novembre 2008, n. 26972, hanno riaffrontato la materia funditus, mettendone a fuoco i punti più delicati e tentando, nel contempo, di porre un freno al moltiplicarsi di diverse e spesso inconsistenti voci di danno.
Questa sentenza ha confermato la lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ. in senso bipolare (danno patrimoniale/danno non patrimoniale); ha superato il concetto di danno morale transeunte, osservando che tale formula “non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata”; ha chiarito che, al di fuori dei casi determinati dalla legge, “è data tutela risarcitoria al danno non patrimoniale solo se sia accertata la lesione di un diritto inviolabile della persona”, cioè se sussiste una ingiustizia “costituzionalmente qualificata”; ha recepito, sia pure intendendole come “mera sintesi descrittiva”, le nozioni di danno biologico e di danno da perdita del rapporto parentale, ricondotte tutte alla figura più ampia del danno non patrimoniale.
Le Sezioni Unite, inoltre, hanno insegnato che, in assenza di reato e al di fuori dei casi determinati dalla legge, “pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purché conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona. Ipotesi che si realizza, ad esempio, nel caso dello sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di congiunto (c.d. danno da perdita del rapporto parentale), poiché il pregiudizio di tipo esistenziale consegue alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.)”; ed hanno ribadito che il danno non patrimoniale deve, comunque, essere provato.
La pronuncia in esame – animata anche dall’intento, già rilevato, di porre fine alla risarcibilità di pregiudizi definiti, non a caso, come fantasiosi o risibili – ha rilevato che “il danno non patrimoniale è categoria generale non suscettiva di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate. In particolare, non può farsi riferimento ad una generica sottocategoria denominata “danno esistenziale”, perché attraverso questa si finisce per portare anche il danno non patrimoniale nell’atipicità, (…) mentre tale situazione non è voluta dal legislatore ordinario né è necessitata dall’interpretazione costituzionale dell’art. 2059 cod. civ., che rimane soddisfatta dalla tutela risarcitoria di specifici valori della persona presidiati da diritti inviolabili secondo Costituzione”.
Può dirsi, in conclusione, che la sentenza delle Sezioni Unite – che costituisce, allo stato, la voce più autorevole sull’argomento – ha escluso l’esistenza di una figura autonoma di danno “esistenziale”, ma ha riconosciuto come forma di danno non patrimoniale risarcibile quella della lesione del rapporto parentale, in quanto sicuramente rientrante nella protezione di cui alla nostra Costituzione.
1.4. La giurisprudenza più recente ha compiuto ulteriori passi avanti che, nella fedeltà all’insegnamento delle Sezioni Unite, hanno consentito di fermare l’attenzione su specifici aspetti del complesso problema, alla luce anche dei sopravvenuti interventi legislativi.
La sentenza 13 maggio 2011, n. 10527, ad esempio, si è soffermata a lungo sui possibili profili di duplicazione delle poste di danno, problema che le Sezioni Unite avevano, peraltro, già affrontato. Ha rilevato la Corte, al riguardo, che “non si hanno invero duplicazioni risarcitorie in presenza della liquidazione dei diversi aspetti negativi ravvisati causalmente derivare dal fatto illecito o dall’inadempimento ed incidenti sulla persona del danneggiato/creditore. Duplicazioni risarcitorie vengono invece a sussistere laddove lo stesso aspetto (o voce) venga computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni”, precisando che è compito del giudice del merito “accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli”.
La sentenza n. 10527 del 2011, quindi, ha rilevato che, ove la liquidazione del danno morale sia stata “espressamente estesa anche ai profili relazionali, nei termini propri del danno c.d. esistenziale, è allora senz’altro da escludersi la possibilità che, in aggiunta a quanto a titolo di danno morale già determinato, venga attribuito un ulteriore ammontare al (diverso) titolo di danno esistenziale (cfr. Cass., 15 aprile 2010, n. 9040). Così come deve del pari dirsi nell’ipotesi di liquidazione del danno biologico effettuata avendosi riguardo anche a siffatta negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato. Laddove tali aspetti relazionali (del tutto, ovvero secondo i profili peculiarmente connotanti il c.d. danno esistenziale) non siano stati invece presi in considerazione, dal relativo ristoro non può invero prescindersi”. Questa pronuncia, però, si è anche fatta carico di evidenziare che il danno alla vita di relazione non consiste nella “perdita delle abitudini e dei riti propri della vita, ma in fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, in scelte di vita diversa”, ovvero, in altre parole, nello “sconvolgimento dell’esistenza obiettivamente accertabile” che non si traduca in patologie medicalmente accertabili.
Sulla medesima linea si colloca la sentenza 9 marzo 2012, n. 3718, nella quale questa Corte ha confermato, sul punto specifico, la sentenza di merito che aveva riconosciuto il diritto al danno c.d. esistenziale in quanto la persona danneggiata aveva subito un vero e proprio sconvolgimento delle proprie abitudini di vita, vedendosi costretta, a causa del fatto dannoso, a cambiare anche il proprio lavoro; la pronuncia ha così avuto modo di spiegare che in quel caso la liquidazione del danno esistenziale non costituiva una duplicazione, data la sua indubbia particolarità.
Va infine menzionata, come pronuncia più recente, la sentenza 20 novembre 2012, n. 20292, nella quale questa Corte è tornata ancora una volta sul problema del danno alla vita di relazione.
La pronuncia ora richiamata, oltre a svolgere una sintesi ragionata dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale sull’argomento, ha posto l’attenzione in modo specifico su di un problema assai delicato che – fra l’altro – interessa nella vicenda oggi in esame; si è cioè interrogata su cosa si verifichi, in termini di risarcimento del danno, qualora dalla lesione di un diritto costituzionalmente protetto non sia derivata alcuna conseguenza in termini di danno biologico, cioè quando non vi sia una lesione medicalmente accertabile. La sentenza – dopo aver richiamato la precedente pronuncia 12 settembre 2011, n. 18641, la quale ha evidenziato l’autonomia della figura del danno morale rispetto a quella del danno biologico, alla luce di due interventi normativi successivi alla citata sentenza delle Sezioni Unite del 2008 – ha ribadito che “esistenziale è quel danno che, in caso di lesione della stessa salute, si colloca e si dipana nella sfera dinamico relazionale del soggetto, come conseguenza, sì, ma autonoma, della lesione medicalmente accertatale”.
Questa sentenza, in ultima analisi, dando continuità a quella delle Sezioni Unite, ha confermato che il giudice di merito, dopo aver accertato l’esistenza di una “situazione soggettiva protetta a livello costituzionale”, è tenuto ad una “rigorosa analisi e ad una conseguentemente rigorosa valutazione tanto dell’aspetto interiore del danno (la sofferenza morale) quanto del suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il danno esistenziale)”; ciò in quanto il risarcimento non deve essere duplicato, ma deve tenere presenti le diverse possibili lesioni derivanti dal fatto illecito (sull’argomento ritorna anche la più recente sentenza 17 aprile 2013, n. 9231).
Così sommariamente tratteggiate le linee dell’evoluzione giurisprudenziale in materia, ritiene questa Corte di dover confermare, dando continuità ai precedenti richiamati, che il danno biologico, il danno morale ed il, danno alla vita di relazione rispondono – per così dire – a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo. In altre parole, un determinato evento può causare, nella persona stessa della vittima come in quelle dei familiari, un danno alla salute medicalmente accertabile, un dolore interiore ed un’alterazione della vita quotidiana; si tratta, all’evidenza, di situazioni diverse ma pure tra loro; collegate.
Ciò non significa – come si potrebbe essere portati a pensare ragionando in astratto – che il giudice di merito sia tenuto per ciò solo, in via automatica, alla liquidazione di tutte queste singole poste di danno, con un effetto di sommatoria che rischia di riproporre i problemi di duplicazione che la sentenza delle Sezioni Unite ha inteso superare definitivamente; per il danno biologico, ad esempio, deve essere dimostrata la sussistenza di una lesione rilevante da un punto di vista medico (provando che, in conseguenza della morte di un familiare, anche la persona sopravvissuta ha contratto una qualche malattia legata da nesso di causalità con il lutto subito). Il giudice di merito, invece, dovrà dare conto – in rapporto alla domanda giudiziale davanti a lui proposta ed alla luce delle prove raccolte – di aver tenuto presente i diversi aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni ma anche “vuoti” risarcitori, perché – come ha ricordato la citata sentenza n. 20292 del 2012, richiamando la pronuncia delle Sezioni Unite – ciò che assume portata decisiva è la centralità della persona e “l’integralità del risarcimento del valore uomo”.

References: articolo 2059
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