Source: http://astratto.info/stili-carnevali.html
Timestamp: 2019-03-25 09:26:21+00:00

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Sommario : 1.
1.1. La certezza del diritto e le priorità della riforma
1.2. L’«incertezza» del passato
2. La clausola di riserva
Art. 2621 – False comunicazioni sociali2
[1] Salvo quanto previsto dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino a due anni.
[2] La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.
[3] La punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.
[4] In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.
[5] Nei casi previsti dai commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.
1 Il titolo XI, comprendente gli articoli da 2621 a 2642, è stato così sostituito dall’art. 1, D.lg. 11.4.2002, n. 61.
2 Il presente articolo è stato così sostituito dall’art. 30, l. 28.12.2005, n. 262.
Art. 2622 – False comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori1
[1] Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, esponendo fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni, ovvero omettendo informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, cagionano un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.
[2] Si procede a querela anche se il fatto integra altro delitto, ancorché aggravato, a danno del patrimonio di soggetti diversi dai soci e dai creditori, salvo che sia commesso in danno dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.
[3] Nel caso di società soggette alle disposizioni della parte IV, titolo III, capo II, del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni, la pena per i fatti previsti al primo comma è da uno a quattro anni e il delitto è procedibile d’ufficio.
[4] La pena è da due a sei anni se, nelle ipotesi di cui al terzo comma, il fatto cagiona un grave nocumento ai risparmiatori.
[5] Il nocumento si considera grave quando abbia riguardato un numero di risparmiatori superiore allo 0,1 per mille della popolazione risultante dall’ultimo censimento ISTAT ovvero se sia consistito nella distruzione o riduzione del valore di titoli di entità complessiva superiore allo 0,1 per mille del prodotto interno lordo.
[6] La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi..
[7] La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.
[8] In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.
[9] Nei casi previsti dai commi settimo e ottavo, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.
1 Il presente articolo è stato così sostituito dall’art. 30, l. 28.12.2005, n. 262.
commento di Angelo Mangione
Sommario: 1. Le ragioni politico-criminali della riforma delle false comunicazioni sociali. - 1.1. La certezza del diritto e le priorità della riforma. - 1.2. L’«incertezza» del passato. - 2. La clausola di riserva. - 3. Il bene giuridico tutelato. - 4. I soggetti attivi. - 5. I veicoli delle condotte. - 5.1. I Bilanci. - 5.2. Le relazioni. - 5.3. Le altre comunicazioni sociali previste dalla legge dirette ai soci o al pubblico. - 6. Le modalità di condotta. - 6.1. I fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni. - 6.2. Omissione di informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge. - 7. L’oggetto delle false informazioni: la «situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene». - 7.1. L’induzione in errore dei destinatari dei dati informativi. - 7.2. Le informazioni riguardanti beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi. - 7.3. Il danno patrimoniale nell’art. 2622 c.c. - 8. Le soglie di punibilità. - 9. L’illecito amministrativo di cui agli artt. 2621, 5° co., e 2622, 9° co., c.c. - 10. L’elemento soggettivo. - 10.1. Il dolo intenzionale. - 10.2. Il dolo specifico. - 11. Il grave nocumento ai risparmiatori. - 12. Questioni di diritto intertemporale. - 13. Questioni di costituzionalità (e di legittimità comunitaria).
1. Le ragioni politico-criminali della riforma delle false comunicazioni sociali
A oltre dieci anni dal varo del d.lg. 11.4.2002, n. 61, sembrano essersi placate le polemiche innescate dalla riforma del diritto penale delle società: una malcelata rassegnazione ha preso ormai il sopravvento, nella consapevolezza della estraneità di una “contro-riforma” ai temi dell’agenda politica. A dire il vero, il confronto si è sinora prevalentemente concentrato sul nuovo assetto che gli artt. 2621 e 2622 c.c. dedicano alle false comunicazioni sociali. Prospettiva forse riduttiva, se rapportata al rilievo sistematico che pur tale riforma presenta: non così invece se si considera l’importanza e l’attualità, anche nel panorama internazionale, che i temi dell’informazione societaria e della corporate governance mantengono in seno al dibattito sul nuovo volto del diritto delle società. Nella materia penalistica, tali profili si coagulano per buona parte sul terreno delle false comunicazioni sociali. E ciò, unitamente alla vertiginosa espansione registrata sul versante della prassi, contribuisce a spiegare ancor di più le ragioni dell’assorbente polarizzazione della discussione lungo i binari tracciati dagli artt. 2621 e 2622 c.c.
Non era allora difficile prevedere che, in una prospettiva de lege ferenda, la disciplina delle false comunicazioni sociali avrebbe comunque finito col catturare l’attenzione anche dei non addetti ai lavori, suscitando un confronto per forza di cose non immune da rilievi e polemiche1. Ma se ciò andava e va messo nel conto della “fisiologia” delle modifiche di sistema, non altrettanto può dirsi per quel che concerne “questa” riforma, alla quale spetta l’indiscusso primato di aver sollevato un coro pressoché unanime di critiche peraltro uniformemente condivise da accademia e magistratura2.
Né tale severità nei giudizi è sinora mutata: le ricadute del regime intertemporale dell’art. 2 c.p. sui procedimenti in corso al tempo della approvazione della riforma, e i salvataggi costituzionali della stessa, hanno aggiunto nuove polemiche – confermando ancor di più i dubbi e i timori espressi sin dall’approvazione della legge delega3 – che ciclicamente ritornano nei momenti di fibrillazione politica. Certo, come icasticamente osservato da uno dei più autorevoli studiosi della materia, «anche a guardarsi dalle dietrologie, la nuova formulazione è espressione di scelte politico-legislative dalle quali lo studioso (…) non può non sentirsi provocato»4. E non solo: «smobilitazione», «depenalizzazione di fatto», «impunità», «legge “forza ladri”», «conato riformista», «preoccupante dilettantismo tecnico» sono i severi giudizi con i quali si è battezzata la nuova disciplina e segnatamente quella del falso in bilancio.
Eppure, il d.lg. n. 61/2002 – sulla scia del progetto Mirone – intendeva perseguire una «incisiva razionalizzazione del sistema penale societario» e un soddisfacente livello di «certezza giuridica» proprio in materia di falsità nelle comunicazioni sociali, e per tal via manifestava rispetto verso fondamentali e condivisi principi costitutivi della materia penale: «offensività», «tassatività e precisione», «proporzione», «deflazione», «efficacia»5. “Key-words” sulle quali non si può non convenire, salvo verificare in concreto – sul tappeto cioè delle soluzioni tecniche escogitate, dei modelli normativi prescelti, dei loro meccanismi di funzionamento e, soprattutto, del risultato complessivo cui tutto ciò conduce – il grado di «corrispondenza» e «coerenza» ai principi programmatici dichiaratamente posti a fondamento del nuovo edificio6.
Tra le varie esigenze poste a giustificazione della riforma dei reati societari, spicca per importanza quella legata allo stato di profonda incertezza applicativa che si era venuto a creare, soprattutto negli ultimi anni, sul terreno delle false comunicazioni sociali. Non è difficile cogliere come i principi di tassatività, precisione e offensività, più volte richiamati nell’articolata gestazione della riforma, rimandino tutti ad un’esigenza di fondo ampiamente avvertita e largamente condivisa: la «certezza del diritto», postulato imprescindibile di un assetto di tutela che aspiri ad essere realmente e razionalmente efficace7. Di più: valore costitutivo del “giuridico” che ne delinea da sempre lo statuto etico di legittimazione.
Nell’ambito del diritto penale, poi, la «certezza del diritto» assume una specificità che vale ad assegnargli un ruolo del tutto centrale. Alla certezza della norma penale, garantita dal principio di legalità, sono profondamente legate sia l’idea della prevenzione generale sia le chances di attuazione del principio di colpevolezza. Se nella prima direzione si compendiano fondamentalmente le questioni relative alla funzione del diritto penale, nella seconda direzione si apprezza pienamente il tasso di democraticità e modernità dello strumento sanzionatorio: nella misura in cui il rimprovero pretenda di trovare le proprie ragioni legittimanti in una “libera scelta d’azione”, esso non può fare a meno di postulare in capo al soggetto le condizioni di consapevolezza e certezza dei limiti dell’agire consentito.
Un diritto penale incerto incrina tutto ciò, e finisce col disperdere il grado di fiducia che i cittadini sono disposti a riconoscere al sistema della giustizia penale. Un diritto penale societario incerto incrina, peraltro, qualcosa di più: sia la fiducia sulle capacità di sviluppo e governo dell’impresa, sia le aspettative degli investitori riposte sull’affidabilità e sull’efficienza del mercato. Alla lunga, l’incertezza della norma penale si ripercuote negativamente sull’intero sistema-paese: come un tarlo finisce col corrodere le ragioni ultime della convivenza civile.
La prospettiva è indubbiamente complessa, perché essa scava a fondo e coglie le condizioni di tenuta dell’ordinamento giuridico-penale. L’efficacia della norma penale è, tradizionalmente, intesa in termini di proporzionalità diretta col grado di certezza che promana dai suoi precetti comportamentali. Gli obiettivi stessi della tutela penale sono colti e programmati in rapporto al grado di univocità semantica instillato nelle fattispecie incriminatrici; sono parametrati in funzione delle aspettative di comportamento indotte dalla norma penale. Da una norma che sia, ovviamente, certa e il cui effetto prevedibile. Curvando di poco la prospettiva, si può anche dire che il livello di certezza della normazione penale ci rimanda specularmente l’immagine della società su cui il diritto intende plasmare la propria opera regolatrice. Ed è una immagine per forza di cose plastica, non irreggimentabile: non dovrebbero esservi dubbi sul legame indissolubile che intercorre fra certezza giuridica, da un lato, e omogeneità di valori, dall’altro. Una società con un sufficientemente omogeneo e condiviso strato di valori consente al legislatore di individuare con precisione i bisogni di tutela, e soprattutto le risposte da fornire. La composizione del conflitto trova subito la propria via: si tratta solo di lasciarla percorrere dalla normazione.
Ora, se compito del giurista è quello di prendere “sul serio” le norme e le motivazioni di ordine politico-criminale che le sorreggono, la certezza del diritto rappresenta la priorità perseguita dal d.lg. n. 61/2002. Tant’è che l’esigenza di ristabilire la certezza giuridica, invocata a gran voce dal mondo economico, ha persino dettato i tempi imponendo una anodina torsione metodologica ai lavori in corso, sfociati – come ben si sa – nell’entrata in vigore della disciplina penalistica ben prima e “a prescindere” dall’approvazione del nuovo diritto societario.
Illuminante è, in proposito, la relazione al d.d.l. n. 1137, ove si osserva che «alla semplificazione della normazione, che rischia di soffocare le imprese, imbrigliando le forze del libero mercato, si contrappone, per quei soli istituti la cui disciplina vigente è stata caratterizzata da gravi conflitti interpretativi, una normativa più dettagliata»; e più in particolare: «la vigente disciplina del diritto societario, oltre a non poter più essere considerata adeguata alle esigenze delle società commerciali, si è prestata a sempre più frequenti dubbi interpretativi da parte della giurisprudenza e della dottrina, che hanno determinato una situazione di grave incertezza, che si è poi riversata sempre più negativamente sull’attività delle società, pregiudicandone la competitività interna ed internazionale. Il settore penale è emblematico di questa situazione di incertezza normativa, che è dovuta proprio alla mancata corrispondenza tra assetto normativo e realtà concreta»8.
Si tratta allora di verificare, sul terreno del dato positivo, se tali obiettivi possano dirsi effettivamente perseguiti e, in prospettiva, raggiunti. Ciò vuol dire sondare il grado di certezza che la nuova disciplina delle false comunicazioni sociali è in condizione di promettere e assicurare: e quindi se, per il futuro già presente, il rischio penale possa continuare a costituire la componente più incerta e imprevedibile del rischio d’impresa9.
Ricordare oggi che di una riforma del diritto penale delle società vi fosse reale ed effettivo bisogno – tanto diffuso quanto radicato, anche fra i non addetti ai lavori, era tale convincimento – costituisce una leziosa quanto banale ovvietà10. Notori i nodi della crisi: anacronistico ne era l’impianto di fondo, lacunoso il piano di tutela e a ben poco erano valsi i successivi (e disarticolati) interventi di “chirurgia estetica”. Ma su tutto dominava la costante opera “adeguatrice” di una giurisprudenza penale che, talvolta animata da una irrefrenabile vis moralizzatrice, non s’era avveduta di aver eroso oltre la soglia del fisiologico elementari principi penalistici anche di rango costituzionale11.
L’estro creativo dei giudici aveva trovato fertile terreno di coltura nel vecchio art. 2621, n. 1, c.c., non per caso assurto a “chiave di volta” per un controllo a largo spettro sulla gestione sociale12. Molteplici i fattori: l’assolutizzazione della trasparenza societaria, la proliferazione di oggettività insensibili nella loro vocazione massimalistica alla plasticità dei problemi dell’impresa, l’inguaribile genericità delle note descrittive del fatto tipico e, sullo sfondo, l’incapacità e sterilità del controllo della Consob13. Una proteiforme ridda di fattori che, alimentati dal fertile brodo di coltura di “mani pulite”, convergeranno verso un risultato applicativo decisamente insostenibile e intollerabile14.
Bilanci e comunicazioni sociali sono così divenuti i “luoghi” par excellence ove soppesare il tasso di legalità dell’azione di manager e sindaci. La rappresentazione bilancistica si è pertanto caricata di scopi e significati nuovi, e tuttavia impropri nella loro incapacità a porsi in relazione con le pretese “reali” – e non supposte ideologicamente – di soci e stakeholders. Numerose le testimonianze di tale “sovradimensionamento” della fattispecie: basti ricordare, fra le tante, le ben note vicende della falsa comunicazione a unico destinatario, del falso in bilancio consolidato, del falso sulla causale del costo e del falso quantitativo15. Indiscusso e unanimemente criticato il risultato complessivo, tutto proteso a «deformare la fattispecie e abbassare il suo tasso di precisione, al punto, facilmente prevedibile, di «legittimare» le difese di inaccettabili «novità» proprio in chiave di una recuperata «certezza»; mentre quella dilatazione applicativa, come altri e più recenti scandali finanziari dimostreranno, ha inciso poco o nulla sul fenomeno della mala gestio16.
Certo, si può anche rammentare che allo svuotamento dei presidi illuministici e all’incomprensione delle regole aziendali e contabili faceva sovente da contr’altare una realtà dai connotati emergenziali: le inchieste sulla corruzione condotte negli anni ’90 avevano squarciato il “velo dell’ipocrisia” spalancando di fatto una finestra sullo stato dei rapporti fra politica, pubblica amministrazione e mondo economico. E a dire il vero, era uno stato profondamente innervato da malcostume amministrativo, da preordinata aggressione alla cosa pubblica e da un capitalismo smunto e refrattario alla libera concorrenza poiché abituato a vivere sulle “rendite da posizione” generate e alimentate dai reticoli della corruzione e del finanziamento illecito a partiti e correnti politiche17.
Una siffatta considerazione però non eliderebbe affatto i termini del problema: il diritto penale societario che prendeva forma nelle aule giudiziarie ha rappresentato una risposta “impropria” a problemi “reali”18. Lo «sciocchezzario giudiziario»19 che alla lunga si è generato, non può di certo ambire ad una giustificazione di segno etico: quella di aver funto da adeguata “controspinta” atta a porre un argine là dove il sistema nel suo complesso non era riuscito ad attivare i propri meccanismi – quelli endogeni – di difesa e controllo e stava pertanto franando su se stesso.
L’attuale formulazione della clausola di riserva «Salvo quanto previsto dall’art. 2622 c.c.», contenuta all’art. 2621 c.c. e destinata alla regolamentazione dei rapporti tra le due fattispecie, è il frutto dei suggerimenti proposti al Governo dalle Commissioni parlamentari per modificare la formula originaria del decreto «Salvo che il fatto non abbia cagionato un danno patrimoniale ai soci o ai creditori». La maggiore preoccupazione, concretizzatasi negli inviti rivolti al Governo, era legata alla possibilità, insita nella formula da ultimo citata, di escludere in toto (e cioè anche ex art. 2621 c.c.) la perseguibilità di fatti aventi maggiore gravità – idonei pertanto a ledere la trasparenza societaria, nonché produttivi di un danno patrimoniale per i soci o per i creditori –, in mancanza o per remissione della querela (richiesta, ai fini della procedibilità, per i fatti di cui all’art. 2622 c.c.)20.
Senonché, nonostante le intenzioni dei proponenti, il risultato ottenuto per garantire comunque la perseguibilità presta il fianco a diverse obiezioni. E invero, appare difficile ipotizzare che, a fronte di una falsità produttiva di un danno patrimoniale a soci o creditori, ma risultante quale fatto improcedibile, possa applicarsi ad ogni modo la fattispecie contravvenzionale: la clausola di riserva, difatti, costituisce un limite all’applicabilità dell’art. 2621 c.c. al fatto normativamente previsto dall’art. 2622 c.c., indipendentemente dalle vicende legate alla procedibilità21.
L’infelice formulazione della clausola di riserva si riflette nelle variegate opzioni proposte dalla dottrina. Da un lato, vi è chi ritiene che la formula si limiti a ribadire il rapporto di specialità tra le due fattispecie: in presenza di un danno patrimoniale a soci o creditori sarà applicabile esclusivamente l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 2622 c.c.22. Dall’altro, sul presupposto che la condizione di procedibilità di cui all’art. 2622 c.c. sia inquadrabile nell’ambito del tertium genus «querela-commisurazione», attribuisce alla clausola di riserva una diversa valenza, che consente di far salva l’applicabilità della figura contravvenzionale se la querela è omessa, tardiva, o se è stata rimessa23.
Tra le questioni più controverse sotto la vigenza della vecchia disciplina delle false comunicazioni sociali, vi era senz’altro la problematica determinazione dell’interesse tutelato. Il panorama dottrinale era solcato da una pluralità di posizioni, tutte autorevolmente sostenute, ciascuna con delle buone ragioni al proprio seguito: tutela della fede pubblica, degli interessi patrimoniali dei soci e dei creditori, e dell’ordine economico.
Con sano pragmatismo, la giurisprudenza aveva invece assorbito tutte queste posizioni coagulando, in termini di “plurioffensività”, una folta – e per la verità, disomogenea – schiera di interessi: lungo una dimensione pubblicistica, il presidio penale si ergeva a tutela dell’economia pubblica e della fede pubblica; lungo una dimensione squisitamente privatistica, il patrimonio sociale e l’interesse dei soci e dei creditori si collocavano sullo sfondo residuale della protezione penalistica. Lungo un crinale intermedio, la «trasparenza» dell’informazione societaria quale interesse strumentale al corretto funzionamento dei mercati e alla fiducia degli investitori24.
Il pragmatismo giurisprudenziale era destinato ben presto a rivelare brutalmente le formidabili potenzialità repressive della concezione plurioffensiva: in special modo se declinata in un’accezione del tutto singolare, che riteneva sufficiente ai fini della incriminazione la lesione anche di uno solo fra i tanti (ovviamente, scelto dall’interprete in base alle finalità ed esigenze contingenti). Assunto a canone ermeneutico, ciascun bene giuridico retroillumina di significato il fatto tipico e ne condiziona pertanto l’ambito applicativo. La drammatica stagione di “mani pulite” concretizzerà, nell’ultimo decennio del Novecento, le “infinite possibilità” ermeneutiche in una pervasiva criminalizzazione a tappeto delle frodi contabili attraendo però anche le mere irregolarità bilancistiche o quelle alterazioni che – per quantità o qualità – non erano in grado di offendere concretamente alcunché25.
Si rendeva pertanto necessario attuare, in sede di riforma, un intervento decisivo in tal direzione: esigenze di coerenza, razionalità e anche di tassatività e precisione dell’area del penalmente rilevante costituivano un sentire comune fra gli addetti ai lavori. Il legislatore del 2002 ha così provveduto alla ristrutturazione del fatto tipico delle false comunicazioni sociali, nelle due forme previste agli artt. 2621 e 2622 c.c., indirizzando l’interprete verso una dimensione monoffensiva dell’interesse tutelato. Pur tuttavia, non tutti i “cespugli di rovi” sono stati potati: la questione della determinazione del piano di tutela continua ad alimentare seri problemi.
Infatti, che l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 2622 c.c. sia stata posta a tutela del patrimonio non può essere messo in dubbio: il ruolo primario attribuito all’elemento del danno patrimoniale, da un lato, e la previsione della procedibilità a querela, dall’altro, consentono senza incertezze di individuare nel patrimonio la pietra angolare della tutela. Non altrettanto può dirsi, a ben vedere, per l’ipotesi contravvenzionale di cui all’art. 2621 c.c. Sin dai lavori preparatori, difatti, l’art. 2621 c.c. veniva etichettato come «falso tout-court per tutelare la trasparenza»26; e nella relazione al decreto si afferma che tale prima fattispecie, rubricata «false comunicazioni sociali», continuerà a salvaguardare la fiducia dei destinatari nella veridicità dei bilanci e delle comunicazioni (Rel., § 2).
L’ambiguità di fondo che segna le due nuove fattispecie sin dalla loro genesi è riflessa dalla pluralità di posizioni assunte dalla dottrina all’indomani della loro entrata in vigore.
La «architettura piramidale» delle nuove disposizioni è stata intesa da taluni come sintomatica dell’unicità dell’interesse protetto, da altri, al contrario, è stata intesa come la chiara esplicitazione di un percorso a cerchi concentrici ove la trasparenza sarebbe presidiata da entrambe mentre il solo art. 2622 c.c. tutelerebbe anche il patrimonio27. In sostanza, in quest’ultima direzione la contravvenzione di cui all’art. 2621 c.c. offrirebbe all’interesse «trasparenza» il ruolo di bene giuridico protetto in via primaria, altresì tutelato, in forma rafforzata, dall’art. 2622 c.c. ove la condotta di falso si qualifichi per la produzione un danno patrimoniale28.
Altra autorevole letteratura ha valorizzato il profilo della procedibilità a querela prevista per l’ipotesi delittuosa: tale elemento – sintomatico della natura disponibile dell’interesse – risulterebbe decisivo nel vincolare l’interprete in ordine alla natura esclusivamente privatistico del bene tutelato29. Sul versante favorevole all’esclusiva tutela del patrimonio vi è stato chi ha affermato come l’intero intervento attuato con la riforma sia polarizzato sulla sola tutela del bene finale del patrimonio30. E ancora, nella medesima direzione, vi è chi ha ritenuto di intravedere nell’ipotesi contravvenzionale una sorta di «attentato agli interessi patrimoniali di soci e creditori: un bene oggetto che è disponibile non appena si concretizza un danno e che il legislatore protegge d’ufficio solo quando nessun suo titolare avrebbe legittimazione per esercitare una querela che non lo vedrebbe, in assenza del danno, portatore di una pretesa patrimoniale»31.
La consapevolezza della portata riduttiva di una concezione patrimonialistica del falso in bilancio, ha indotto parte degli studiosi a tentare di recuperare nello spettro di mira della sanzione penale la prospettiva dell’informazione societaria, assumendo il relativo interesse quale oggetto primario e immediato della protezione assicurata dall’art. 2621 c.c. Determinante, in tale prospettiva ermeneutica, è l’oggetto del dolo specifico disegnato dall’ipotesi contravvenzionale: l’ingiusto profitto e non già il “danno”32.
Quest’ultimo indirizzo ha fatto breccia nella giurisprudenza di legittimità, la quale fa altresì leva, in via interpretativa, sulla perseguibilità d’ufficio dell’art. 2621 c.c. assunta a ulteriore sintomo di una tutela che non si esaurisce nella dimensione privatistica e patrimoniale degli assetti, ma che annovera la «veridicità, chiarezza e completezza dell’informazione societaria»33.
Le molteplici e fondate ragioni che reclamano un “recupero” dell’informazione e trasparenza societaria quali interessi istituzionali da affidare alle cure del gendarme penalistico, tuttavia non possono far dimenticare che alla perseguibilità d’ufficio della fattispecie contravvenzionale non può correttamente assegnarsi un peso decisivo; la procedibilità d’ufficio è, in materia contravvenzionale, una scelta obbligata – così come desumibile dall’art. 152, 1° co., c.p. che ricollega alla remissione l’effetto estintivo del reato limitatamente ai delitti punibili a querela della persona offesa – priva di quel significato che “retrospettivamente” le si vorrebbe assegnare sul piano dell’offesa34.
Il piano degli interessi presidiati dalla riforma – e in particolare dalla fattispecie contravvenzionale – è destinato a restare in un parziale “cono d’ombra”, complice anche l’occasione smarrita dalle Sezioni Unite che, pur chiamate a sciogliere importanti e problematici nodi, hanno nella sostanza rinunciato a esprimere quella che, inevitabilmente, sarebbe stato una autorevole presa di posizione35.

References: Art. 2621

Art. 2622
de lege ferenda
 art. 2621
 art. 2621
 § 2
 art. 2622