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Timestamp: 2020-08-04 00:26:51+00:00

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Anche le zone di protezione speciale e le zone speciali di conservazione sono aree naturali protette. | Gruppo d'Intervento Giuridico onlus
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giugno 9, 2020 gruppodinterventogiuridicoweb	Lascia un commento Go to comments
La sentenza Cass. pen., Sez. III, 11 maggio 2020, n. 14246 ha disegnato puntualmente il concetto di “aree naturali protette”, come individuato dal quadro normativo vigente.
Infatti, la definizione è più ampia di quella tradizionalmente considerata di parchi nazionali, riserve naturali statali, parchi naturali interregionali, parchi naturali regionali e riserve naturali regionali, perché ricomprende anche le zone umide d’importanza internazionale, le zone di protezione speciale (Z.P.S.), le zone speciali di conservazione (Z.S.C.) e altre aree naturali protette “minori”.
In particolare assumono rilievo le zone di protezione speciale (Z.P.S.), individuate ai sensi della direttiva n. 2009/147/CE sulla salvaguardia dell’avifauna selvatica, e le zone speciali di conservazione (Z.S.C.), già siti di interesse comunitario (S.I.C.) individuati ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora e dotati delle adeguate misure di conservazione necessarie (es. piani di gestione) per il mantenimento o il ripristino degli habitat e delle popolazioni delle specie per cui il sito è stato designato dalla Commissione europea.
Le Z.P.S. e le Z.S.C. (oltre ai S.I.C.) fanno parte della Rete Natura 2000, rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell’Unione per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario, e, nell’ordinamento nazionale, fanno parte – con esclusione dei semplici S.I.C. – del nòvero delle aree naturali protette, così come definito dalla legge n. 394/1991 e s.m.i. e dalla conseguente deliberazione Comitato Aree naturali protette 2 dicembre 1996.
Da tale classificazione derivano le conseguenti applicazioni normative in materia di pianificazione, caccia, tutela dagli inquinamenti, reati ambientali, ecc.
Una pronuncia, quindi, foriera di rilevanti applicazioni.
branco di Lupo europeo (Canis lupus)
dalla Rivista telematica di diritto ambientale Lexambiente, 29 maggio 2020
Cass. Sez. III n. 14246 del 11 maggio 2020 (CC 27 feb 2020)
Pres. Izzo Est. Reynaud Ric. Marraffa
Ambiente in genere. ZPS e ZSC classificate come aree protette.
Il concetto di “aree naturali protette” è più ampio di quello comprendente le categorie dei parchi nazionali, riserve naturali statali, parchi naturali interregionali, parchi naturali regionali e riserve naturali regionali, in quanto ricomprende anche le zone umide, le zone di protezione speciale, le zone speciali di conservazione ed altre aree naturali protette . Ed invero, anche le zone ZPS e ZSC sono classificate come aree protette, giusta la previsione di cui all’art. 1, Deliberazione Ministero dell’Ambiente 2 dicembre 1996, adottata, ai sensi dell’art. 3, comma 4, l. 394/1991, dall’allora competente Comitato per le aree naturali protette.
1.Con ordinanza del 22 ottobre 2019, il Tribunale di Palermo ha rigettato la richiesta di riesame proposta dall’odierno ricorrente avverso il decreto con cui il pubblico ministero aveva convalidato il sequestro probatorio di un fucile ed alcune munizioni, effettuato da personale del Corpo Forestale della Regione Siciliana in relazione ai reati di cui all’art. 21, comma 1, lett. b), l. 11 febbraio 1992, n. 157, nonché 11, comma 3, lett. f) e 30, comma 1, l. 6 dicembre 1991, n. 394 per aver introdotto arma da caccia carica ed esercitato attività venatoria in area protetta individuata come sito Natura SIC e ZPS.
2. Con il primo motivo di ricorso si lamenta violazione degli artt. 2, comma 5, 11, comma 3, lett. f), e 30, comma 1, l. 394/1991 sul rilievo che i siti di Natura 2000, qual è quello di specie, non sarebbero assimilabili alle aree protette.
3. Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione della disposizione da ultimo richiamata – e conseguentemente dell’art. 21, comma 1, lett. b), l. 157/1992 – essendo pacifico che l’area ove fu trovato il ricorrente fosse priva di tabellazione ed apposite segnalazioni, né poteva logicamente affermarsi che il ricorrente fosse consapevole del divieto o che il divieto fosse conoscibile con l’ordinaria diligenza, non potendo la mera indicazione di un sito Internet nel calendario venatorio fondare una presunzione di conoscenza. Del resto, il ricorrente era stato poco prima controllato nella medesima zona da altra pattuglia del Corpo Forestale dello Stato senza che gli fossero state mosse contestazioni.
Non sussiste, di fatti, il fumus dell’altro reato ipotizzato, quello di cui all’art. 11, comma 3, l. 394/1991, i cui divieti – nella specie, a quanto si comprende, viene in rilievo quello previsto dalla lett. f) per l’introduzione non autorizzata di un’arma – sono sanzionati penalmente ai sensi del successivo art. 30, comma 1. Posto che tali divieti si riferiscono esclusivamente ai parchi nazionali, giusta il chiaro campo di applicazione definito dalla disposizione, in mancanza di analoga, specifica, estensione dei medesimi divieti ad aree protette di diversa natura – ed in particolare, per quanto qui rileva, alle ZPS (Zone di Protezione Speciale) – nell’ambito di misure di salvaguardia o previsioni regolamentari, il principio di tassatività impedisce di configurare il reato. Va invero tenuto conto del fatto che le diverse tipologie di aree protette hanno differenti discipline e la stessa legge-quadro n. 394/1991 distingue le aree protette nazionali – cui è riservato il titolo secondo della legge, artt. 8-21, con tutela differenziata tra parchi nazionali, riserve naturali statali e aree protette marine – e le aree naturali protette regionali, cui è dedicato il titolo terzo (artt. 22-28).
Ai parchi nazionali la legge-quadro assicura la più incisiva forma di protezione, trattandosi peraltro dei siti che, per le modalità di istituzione (con d.P.R., ex art. 8, comma 1, l. 394/1991) e per la loro forma più strutturata quale ente pubblico con personalità giuridica, di regola istituito con legge ex art. 8, comma 6. l. 394/1991 (cfr., quanto alla disciplina dell’ente ed ai suoi organi, artt. 9 e 10 l. 394/1991), garantiscono una immediata riconoscibilità, anche dei relativi confini, così circoscrivendo chiaramente l’area in cui vigono i divieti penalmente sanzionati. L’ente parco – avente, come detto, personalità giuridica pubblica – ha inoltre potestà regolamentare ed i relativi regolamenti, da adottarsi da parte del Ministro dell’ambiente e da pubblicarsi sulla Gazzetta ufficiale, hanno efficacia sovraordinata anche rispetto ai regolamenti comunali (art. 11, comma 6, l. 394/1991).
Con particolare riguardo all’esercizio venatorio, è da rimarcare che il citato art. 11, comma 3, ne fa assoluto divieto all’interno dei confini del paco nazionale (lett. a), donde il correlativo divieto per i privati di introdurre «armi, esplosivi e qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura, se non autorizzati» (lett. f). La possibilità, consentita al regolamento dell’ente parco, di apportare eventuali deroghe al divieto di cui alla lett. a), concerne esclusivamente i «prelievi faunistici ed eventuali abbattimenti selettivi, necessari per ricomporre squilibri ecologici accertati dall’Ente parco» e gli stessi «devono avvenire per iniziativa e sotto la diretta responsabilità e sorveglianza dell’Ente parco ed essere attuati dal personale dell’Ente parco o da persone all’uopo espressamente autorizzate dall’Ente parco stesso» (art. 11, comma 4, l. 394/1991). E’ altresì previsto che eventuali diritti esclusivi di caccia delle collettività locali o altri usi civici di prelievi faunistici siano liquidati dal competente commissario per la liquidazione degli usi civici ad istanza dell’Ente parco (art. 11, comma 5, l. 394/1991). In sostanza, nei parchi nazionali è fatto ex lege assoluto ed inderogabile divieto di esercizio venatorio e, conseguentemente, di introduzione di armi, esplosivi o qualsiasi altro mezzo distruttivo e di cattura, e proprio questi specifici divieti – unitamente agli altri contenuti nel richiamato art. 11, comma 3, della legge – sono penalmente sanzionati a norma del successivo art. 30, comma 1, l. 394/1991. Detta previsione, poi, sanziona altresì penalmente, da un lato, la violazione delle misure di salvaguardia adottate, ai sensi dell’art. 6, con riguardo alle aree da proteggere di nuova individuazione, misure efficaci sino alla formale istituzione dell’area (art. 6, comma 2) ed eventualmente anche successivamente sino all’entrata in vigore della disciplina specifica di ciascuna area protetta (art. 8, comma 5); d’altro lato, una volta istituite le aree e prima dell’approvazione del relativo regolamento, si prevede altresì tutela penale per la violazione dei divieti previsti dall’art. 11 della legge (art. 6, comma 4). Ancora, l’art. 30, comma 1, l. 394/1991 sanziona, per un verso, la realizzazione di interventi, impianti ed opere all’interno di un parco nazionale senza il nulla-osta dell’Ente parco di cui all’art. 13; per altro verso, la violazione dei divieti posti dall’art. 19, comma 3, con riguardo alle aree protette marine.
2.1. Ciò premesso, diversamente da quanto allega il ricorrente, va innanzitutto ribadito il risalente insegnamento secondo cui il concetto di “aree naturali protette” è più ampio di quello comprendente le categorie dei parchi nazionali, riserve naturali statali, parchi naturali interregionali, parchi naturali regionali e riserve naturali regionali, in quanto ricomprende anche le zone umide, le zone di protezione speciale, le zone speciali di conservazione ed altre aree naturali protette (Sez. 3, n. 14488 del 28/09/2016, dep. 2017, Orlandini, Rv. 269324; Sez. 3, n. 44409 del 07/10/2003, Natale, Rv. 226400). Ed invero, anche le zone ZPS e ZSC sono classificate come aree protette, giusta la previsione di cui all’art. 1, Deliberazione Ministero dell’Ambiente 2 dicembre 1996, adottata, ai sensi dell’art. 3, comma 4, l. 394/1991, dall’allora competente Comitato per le aree naturali protette. La stringata censura del ricorrente secondo cui tale classificazione sarebbe da ritenersi illegittima per un vizio del procedimento amministrativo è del tutto generica e non argomentata, non risultando, peraltro, che il giudice amministrativo abbia annullato per illegittimità il menzionato provvedimento classificatorio. Correttamente, poi, l’ordinanza impugnata ricorda che la Deliberazione 26 marzo 2008 della Conferenza Permanente per i Rapporti tra lo Stato e le Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano – che, a norma dell’art. 7, comma 1, d.lgs. 28 agosto 1997, n. 281, ha assunto le funzioni prima affidate, dall’art. 3 l. 394/1991, al Comitato per le aree naturali protette ed al Gruppo di lavoro per la carta della natura, tra cui figurano l’integrazione della classificazione delle aree protette e l’approvazione del loro elenco ufficiale – ha stabilito che alle ZPS e ZSC si applicano, tra l’altro, i Criteri minimi uniformi di cui al d.m. 17 ottobre 2007. Questa deliberazione, in sostanza, conferma la precedente deliberazione 2 dicembre 1996 sulla classificazione delle aree protette adottata dal soppresso Comitato, aggiungendo, dopo l’art. 2, un art. 2-bis – rubricato Regime di protezione – che così dispone: «alle aree di cui all’art. 2 della presente deliberazione si applica il regime di protezione di cui al decreto del Presidente della Repubblica 8 settembre 1997, n. 357 e successive modificazioni e integrazioni, al decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 17 ottobre 2007 “Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale (ZPS) e ai relativi provvedimenti regionali di recepimento ed attuazione”, nonché al decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio del 3 settembre 2002 “Linee guida per la gestione dei siti Natura 2000”». Il citato d.m. 17 ottobre 2007 – che «integra la disciplina afferente la gestione dei siti che formano la rete Natura 2000» (art. 1, comma 1) – non prevede, tuttavia, il divieto assoluto di caccia nei siti stessi né, conseguentemente, il divieto di introdurvi armi. L’art. 5 del decreto, infatti, demanda a regioni e province autonome di prevedere divieti dell’esercizio dell’attività venatoria che possono essere soltanto parziali, così consentendo di desumere che – diversamente da quanto avviene per i parchi naturali nazionali, dove, come si è visto, l’esercizio della caccia è sempre vietato – detta attività debba formare oggetto di regolamentazione con provvedimenti assunti dalle regioni e dalle province autonome. Tali enti territoriali sono appunto competenti ad adottare le specifiche misure di conservazione (v. art. 4 d.P.R. 8 settembre 1997, n. 357, richiamato anche dal d.m. 3 settembre 2002, contenente le Linee guida per la gestione dei siti Natura 2000).
2.2. Stante anche la necessità del rispetto del principio di tassatività che vige in materia penale, la conseguenza – a parere del Collegio – è che non siano nella specie applicabili le sanzioni penali previste, nei soli casi più sopra individuati, dall’art. 30 l. 394/1991. Per un verso, di fatti, le ZSC e le ZPS non sono certo parchi nazionali ove vigono i divieti di cui all’art. 11, comma 3, della citata legge in materia di aree protette; per altro verso, trattandosi di area naturale protetta istituita sin dall’anno 2000, non risultano verosimilmente vigenti (né l’ordinanza impugnata le individua) misure di salvaguardia che estendano tali divieti; per altro verso ancora, non sono state individuate specifiche previsioni regolamentari riferibili all’area protetta in questione alla cui violazione potrebbero applicarsi le sanzioni penali ai sensi dei commi 7 e 8 dell’art. 30 l. 394/1991.
3. Esclusa dunque, in base a quanto risulta dall’ordinanza impugnata e dal ricorso – unici atti cui la Corte ha accesso – la sussistenza del fumus commissi delicti con riguardo alla sussistenza di quel reato, deve invece osservarsi come l’ordinanza correttamente ritenga la sussistenza del fumus della contravvenzione di cui all’art. 30 l. 152/1991, ciò che giustifica – anche per quanto più oltre si dirà – il mantenimento del sequestro probatorio nella specie adottato.
L’ordinanza impugnata attesta – e si tratta di presupposto non contestato dal ricorrente – che l’art. 14 del calendario venatorio regionale 2019/2020, salvo eccezioni che nel caso di specie non rilevano, vieta espressamente l’attività venatoria nel sito protetto in cui il ricorrente è stato sorpreso. Si aggiunge che l’area in questione era specificamente indicata nella cartografia delle zone SIC e ZPS presenti sul territorio siciliano e che tale circostanza era agevolmente conoscibile dall’odierno indagato con l’uso dell’ordinaria diligenza, potendosi detta cartografia visionare – come anche in ricorso si ammette – sul sito Internet indicato nel calendario venatorio.
Vale, di fatti, il principio secondo cui l’esercizio venatorio in zona destinata a riserva naturale in tanto costituisce violazione del precetto penale di cui all’articolo 30 legge 11 febbraio 1992 n. 157, in quanto una disposizione integrativa del precetto penale – disposizione che può essere contenuta in una legge regionale o in un provvedimento amministrativo regionale, secondo quanto prescrive (nella specie in Sicilia) la legge regionale avente competenza esclusiva in materia – abbia regolarmente inserito la zona in questione all’interno di una riserva naturale regionale o di un’oasi di protezione o di una zona di ripopolamento regionale e l’abbia di conseguenza qualificata come zona nella quale la caccia sia vietata (Sez. 3, sent. 33286 del 21/04/2005, Sgarlata, Rv. 232177, non massimata sul punto).
Non trattandosi, tuttavia, di parco nazionale, vale altresì il principio – di recente riaffermato da Sez. 3, n. 35195 del 30/03/2017, Ciriello, Rv. 270681 – secondo cui il disposto di cui all’art. 10, comma 9, l. 157/1992, che richiede la delimitazione con tabelle perimetrali, si applica a tutte le zone con divieto venatorio in cui il territorio nazionale è suddiviso ad opera dei piani faunistico-venatori regionali e non già alle aree protette nazionali, facendo appunto eccezione a tale regola soltanto i parchi nazionali per i quali, come più sopra si è visto, il divieto assoluto di esercizio venatorio risulta già dall’art. 11 l. 394/1991 (nello stesso senso, Sez. 3, n. 36707 del 17/04/2014, Ambrosino e a., Rv. 260165 secondo cui solo i parchi nazionali, essendo stati istituiti e delimitati con appositi provvedimenti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, non necessitano della tabellazione perimetrale prevista dall’art. 10 della legge n. 157 del 1992 al fine di individuarli come aree in cui non si può svolgere l’attività venatoria, gravando in tal caso su chi esercita la caccia l’individuazione dei confini dell’area protetta all’interno della quale si configura il reato di cui all’art. 30, comma 1, lettera d), della richiamata legge n. 157; Sez. 3, n. 1989 del 10/12/2009, dep. 2010, n.m., ove si aggiunge che questa regola, anche per la sua natura di norma eccezionale o derogatoria, non può applicarsi, in mancanza di specifiche disposizioni normative, a fattispecie diverse, ossia ad aree che non rientrano tra i «parchi nazionali» ex lege n. 394 del 1991; Sez. 3, n. 32021 del 06/06/ 2007, Marcianò e aa., Rv. 237142; Sez. 3, n. 10616 del 23/02/2006, Romeo, Rv. 233677).
Nel caso di specie, l’ordinanza reputa sussistente la prova della conoscenza in base al fatto che la perimetrazione della zona ZPS in cui la caccia era vietata risultava dalla cartografia pubblicata sul sito Internet richiamato nel piano venatorio faunistico regionale. La motivazione sul punto, dunque, è esistente e non può essere altrimenti sindacata in questa sede, posto che, in forza dell’art. 325 cod. proc. pen., il ricorso per cassazione è ammissibile solo per violazione di legge (Sez. 3, n. 45343 del 06/10/2011, Moccaldi e a., Rv. 251616) ed è quindi deducibile soltanto l’inesistenza o la mera apparenza della motivazione, ma non anche la sua illogicità manifesta, ai sensi dell’art. 606, comma primo, lettera e), cod. proc. pen. (Sez. 2, n. 5807 del 18/01/2017, Zaharia, Rv. 269119), sicché il giudice di legittimità non può procedere ad un penetrante vaglio sulla motivazione addotta nel provvedimento impugnato (v. già Sez. U, n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov, Rv. 239692, secondo cui il ricorso per cassazione contro ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo o probatorio è ammesso solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli “errores in iudicando” o “in procedendo”, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice).
4. Quanto alla necessità del sequestro probatorio nella specie operato, l’ordinanza impugnata rileva che lo stesso è stato giustificato dal pubblico ministero allo scopo di effettuare accertamenti balistici sulle armi sequestrate per verificarne la funzionalità, e la presenza di residui da sparo indicativi di un uso recente, al fine di provare l’esercizio venatorio. Risulta, pertanto, soddisfatto il requisito richiesto dall’orientamento che questa Corte, a Sezioni unite, ha di recente ribadito, affermando che il decreto di sequestro probatorio – così come il decreto di convalida – anche qualora abbia ad oggetto cose costituenti corpo di reato, deve contenere una motivazione che, per quanto concisa, dia conto specificatamente della finalità perseguita per l’accertamento dei fatti (Sez. U, n. 36072 del 19/04/2018, Botticelli e a., Rv. 273548). Né, per quanto riferito supra, sub §. 3, tale motivazione può essere sindacata, come fa il ricorrente, ritenendo superfluo l’accertamento in questione alla luce dell’orientamento secondo cui l’esercizio venatorio può essere provato anche a prescindere dall’uso delle armi (cfr. Sez. 3, n. 46526 del 28/10/2015, Cargnello, Rv. 265401; Sez. 3, n. 16207 del 14/03/2013, Roscigno, Rv. 255486), non potendo certo impedirsi al pubblico ministero di acquisire obiettivi elementi che rafforzino la prova circa la sussistenza dell’ipotizzato reato.
(foto Raniero Massoli Novelli, A.L.C., S.D., archivio GrIG)
giugno 9, 2020 alle 12:08 pm
..e, di grazia, come arrivano ‘ste cose a sentenza definitiva, come in questo caso, se Carabinieri Forestale o altre strutture preposte non fanno le indagini?
Far d’ogni erba un fascio è sbagliato…
danilobaldini
giugno 9, 2020 alle 10:29 pm
Ciao Stefano, quindi questa Sentenza della Cassazione, equiparando di fatto, dal punto di vista giuridico, le ZPS e le ZSC alle altre aree protette, come parchi naturali e riserve naturali, sia statali che regionali, sostiene che anche nelle aree della Rete Natura 2000 sia vietata la caccia?
giugno 11, 2020 alle 12:01 pm
fra le aree rientranti nella Rete Natura 2000 la Corte di cassazione prende in considerazione solo Z.P.S. e Z.S.C., non i S.I.C.
Riguardo le aree naturali protette, com’è noto, l’art. 21, comma 1°, lettera b, della legge n. 157/1992 e s.m.i. vieta “l’esercizio venatorio nei parchi nazionali, nei parchi naturali regionali e nelle riserve naturali conformemente alla legislazione nazionale in materia di parchi e riserve naturali”, non parla delle aree rientranti nella Rete Natura 2000 (vds. https://www.ambientediritto.it/Legislazione/Caccia/Legge157-1992.htm).
L’art. 11 della legge n. 394/1991 e s.m.i. vieta ” la cattura, l’uccisione, il danneggiamento, il disturbo delle specie animali” nei parchi nazionali e nelle riserve naturali statali, mentre il successivo art. 22, comma 6°, afferma che “nei parchi naturali regionali e nelle riserve naturali regionali l’attività venatoria è vietata” (http://www.dolomitipark.it/doc_pdf/leggi_regolamenti/Legge_394-1991_Legge_quadro_aree_protette.PDF). Anche in questo caso non si parla di aree rientranti nella Rete Natura 2000.
Un divieto generalizzato di caccia nelle aree di cui alla Rete Natura 2000 è difficilmente sostenibile. Cosa diversa sono divieti di caccia specifici, contenuti nel D.M. 17 ottobre 2007 per le Z.P.S. (es. art. 5, vds. https://www.minambiente.it/sites/default/files/dm_17_10_2007.pdf) ovvero nei piani di gestione di Z.P.S. e Z.S.C. per la salvaguardia di specie faunistiche e/o equilibri ecologici.
claudiomaullu@tiscali.it
giugno 11, 2020 alle 6:23 am
Ottimo! A presto Claudio
Le coste della Sardegna non si toccano, già più di 26 mila persone lo gridano! Dobbiamo difendere il centro storico della Città Eterna!

References: sentenza 

Cass. Sez. 
 art. 30
 art. 8
 art. 8
 art. 11
 art. 11
 art. 30
 art. 2
 art. 4
 sentenza 
 Sentenza 
 art. 22
 art. 5