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Timestamp: 2018-09-19 00:28:55+00:00

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Mantenimento dei figli maggiorenni: è ancora dovuto se si sposano?
3 febbraio 2015 | Autore: Maria Elena Casarano
Il matrimonio del figlio non esclude in automatico il suo diritto ad essere mantenuto dai genitori: occorre, invece, la prova dell’intervenuta indipendenza economica anche attraverso il lavoro svolto dal coniuge.
Ci siamo più volte soffermati, su sollecito dei nostri lettori, sul tema della durata del mantenimento dei figli maggiorenni (per il cui approfondimento rinviamo alle nostre guide: Mantenimento dei figli maggiorenni: quanto dura?, Se il figlio trova lavoro, possibile sospendere il mantenimento?).
Il principio generale che vige in materia è che il dovere di mantenimento della prole [1] da parte dei genitori non cessa in maniera automatica con il raggiungimento della maggiore età dei figli ma occorre che questi abbiano raggiunto una propria autonomia economica. Pertanto il giudice, in caso di separazione dei genitori (anche se non sposati), può disporre il pagamento di un assegno periodico in favore dei figli maggiorenni non autosufficienti economicamente da parte del genitore che non conviverà con loro [2].
Posto questo, che succede se il figlio si sposa? I genitori possono ritenersi esonerati in ogni caso dall’obbligo di contribuire al suo mantenimento?
In linea generale la giurisprudenza ha sempre sostenuto che il figlio perde il diritto al mantenimento quando il suo inserimento in altri nuclei familiari o comunitari interrompa il suo legame e la sua dipendenza sia materiale che psicologica dalle figure parentali [3]. Pertanto, poiché il matrimonio determina il sorgere di un nuovo nucleo familiare nell’ambito del quale marito e moglie attuano una comunione di vita spirituale e materiale e la cui costituzione fa sorgere nuovi diritti e doveri in capo ai coniugi [3], esso fa anche venir meno il dovere dei genitori al mantenimento dei figli.
Con il matrimonio, infatti, sorge l’obbligo per entrambi i coniugi di contribuire ai bisogni della famiglia in base alle proprie sostanze e capacità di lavoro professionale o casalingo e non di certo quello di continuare a farsi mantenere dai genitori.
I figli potranno semmai ottenere gli alimenti dai familiari nel caso vengano a trovarsi in stato di bisogno [4].
Se questo è il principio generale, tuttavia la Cassazione, con una pronuncia di qualche tempo fa [5], ha chiarito che esso non deve ritenersi valevole in assoluto.
Nello specifico, i Supremi giudici hanno spiegato che, in questi casi bisogna distinguere due situazioni:
– quella del matrimonio inteso come atto (cioè come manifestazione di volontà, posta in essere con rito civile o concordatario, che vincola dal punto di vista giuridico i due sposi)
– e quella del matrimonio-rapporto (ossia la situazione di fatto esistente tra marito e moglie e che determina un mutamento sostanziale della loro precedente condizione di vita).
Secondo la Corte, solo quando a seguito della celebrazione nozze (e quindi dell’atto) segua l’effettiva costituzione del rapporto nascerebbe anche quel dovere di contribuzione ai bisogni della nuova famiglia da cui conseguirebbe il venir meno del dovere di mantenimento da parte dei genitori.
Per meglio comprendere quanto affermato dalla Suprema Corte è bene riferirsi alla concreta vicenda, nella quale peraltro, specie in questo periodo di crisi economica, potrebbero rispecchiarsi diverse giovani coppie di sposi.
Dopo il matrimonio con uno studente dominicano, una giovane laureata aveva continuato a vivere nella casa della madre (separata dal marito). Pertanto, il padre, tenuto al suo mantenimento, aveva chiesto e ottenuto dal tribunale l’esonero dal versamento dell’assegno in suo favore. La figlia, pertanto, ricorreva in Cassazione sostenendo che il matrimonio non potesse essere equiparato alla raggiunta autosufficienza economica richiesta dalla legge. La Suprema Corte riconosceva le motivazioni della giovane.
Se ne conclude che, se dalla celebrazione del matrimonio dei figli non segua alcun mutamento sostanziale della situazione familiare in quanto i giovani rimangano a vivere con i genitori per via della mancanza di autonomia reddituale (propria e/o del coniuge), in tal caso il giudice potrà confermare il dovere di contribuzione al loro mantenimento da parte dei genitori.
Naturalmente, la situazione andrà valutata caso per caso, ma non va dimenticato, tuttavia, che se al contrario – indipendentemente dal matrimonio – i figli continuino a convivere con il /i genitore/i avendo, invece, una propria disponibilità economica (anche se non piena), essi sono tenuti per legge [6] a contribuire col proprio reddito ai bisogni della famiglia stessa.
Il dovere dei genitori di contribuire al mantenimento dei figli maggiorenni è legato alla mancanza di una loro autosufficienza economica; pertanto, qualora i figli si sposino rimanendo a convivere con i genitori per via della mancanza di autonomia reddituale loro e/o del coniuge, l’obbligo al mantenimento da parte dei genitori non potrà ritenersi cessato per la sola celebrazione del matrimonio.
Al contrario, se i figli economicamente autosufficienti restino a vivere in casa, dovranno anch’essi contribuire col proprio reddito ai bisogni della famiglia.
[1] Art. 147, 148 e 316 bis cod. civ.
[3] A riguardo cfr C.App. Roma sent. del 29.4.1995 e con riferimento al matrimonio cfr. Cass. sentt n. 4373/88 e n. 295/52.
[4] Art. 143 cod. cod. civ.
[5] Cass. n. 2171/2012; n. 5174/2012; n. 1585/2014.
[6] Cass. sent. n.1830/11.
[7] L’ Art. 315 ult. c. bis cod. civ.; “Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”.

References: Art. 147
 Cass. 
 Art. 143
 Cass. 
 Cass. 
 Art. 315