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Timestamp: 2020-08-14 20:30:22+00:00

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Cessazione convivenza di fatto e opponibilità diritto su immobile assegnato | Sentenze
Cessazione convivenza di fatto e opponibilità diritto su immobile assegnato
Scritto il Settembre 12, 2015 da sentenze
Cassazione Civile sentenza n. 17971 11 settembre 2015
In caso di cessazione della convivenza di fatto, il genitore collocatario dei figli minori, nonché assegnatario della casa familiare, esercita sull’immobile un diritto di godimento assimilabile a quello del comodatario, la cui opponibilità infranovennale è garantita, pur in assenza di trascrizione del provvedimento giudiziale di assegnazione, anche nei confronti dei terzi acquirenti consapevoli della pregressa condizione di convivenza.
SVOLGIMENTO E MOTIVI DELLA DECISIONE
La Omissis s.r.l. conveniva in giudizio Omissis chiedendone la condanna al rilascio di un immobile adibito ad uso abitativo ritenuto occupato senza titolo dalla convenuta.
L’immobile era stato acquistato il 3/8/2006 dal proprio convivente che lo aveva già rilasciato.
Sull’appello della convenuta la Corte d’Appello ha confermato la pronuncia di primo grado sulla base delle seguenti affermazioni :
l’azione proposta è sottoposta al rito ordinario. Ne consegue l’insussistenza di alcuna invalidità e lesione del contraddittorio ;
il provvedimento di assegnazione della casa familiare non è opponibile all’acquirente perché l’immobile è stato acquistato anteriormente al predetto provvedimento in quanto la vendita è datata 3/8/2006 ed il provvedimento di assegnazione è del 15/11/2007. Il procedimento per rilascio è stato introdotto con ricorso depositato il 26/11/2006 ovvero anch’esso anteriormente al provvedimento di assegnazione in questione.
In conclusione l’alloggio è stato venduto in data antecedente di circa tre mesi alla proposizione del ricorso per l’affidamento dei minori e l’assegnazione dell’immobile come casa familiare ;
Non è applicabile alla specie né lo statuto della locazione né quello del comodato. Manca a tale ultimo riguardo la prova che il Omissis abbia rilasciato l’alloggio prima di averlo venduto, in quanto nell’ipotesi contraria egli non aveva titolo per lasciarlo in comodato alla convivente. L’onere della prova al riguardo era in capo alla Infine quanto alla consapevolezza dell’acquirente dell’occupazione dell’alloggio non rileva secondo la Corte d’Appello che la legale del Omissis fosse socia della Omissis, né che sua figlia ne fosse
l’amministratrice dal momento che queste circostanze non determinano univocamente la conoscenza dell’occupazione dell’immobile.
L’incidente relativo al procedimento disciplinare a carico del predetto legale per essere personalmente intervenuto al fine di acquistare ad un prezzo inferiore a quello di acquisto l’immobile al fine di sottrarlo agli obblighi derivanti dal credito alimentare in favore delle minori, non spiega effetti rispetto alla consapevolezza della preesistente occupazione dell’immobile. Peraltro tale aspetto risulta prospettato tardivamente e senza la preventiva instaurazione del contraddittorio.
Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per Cassazione la Omissis articolato in due motivi.
Nel primo motivo viene dedotta la violazione di legge per avere la Corte d’Appello applicato il rito ordinario invece che locatizio e per non aver disposto la partecipazione del essendovi figli minori. L’adozione del rito correttamente applicabile avrebbe determinato la corretta qualificazione della domanda come risoluzione di comodato con conseguente incremento anche dei poteri istruttori officiosi del giudice in funzione dell’interesse delle minori.
La società acquirente amministrata dalla figlia della Omissis
sanzionata con sentenza della Corte di Cassazione per aver ingiustificatamente ritardato la causa relativa all’affidamento e all’assegnazione della casa familiare, non poteva non sapere dell’occupazione medesima.
Deve pertanto logicamente ritenersi che l’acquirente fosse
a conoscenza del fatto che la Omissis detenesse a titolo di comodato l’immobile.
Tale qualificazione è confermata dall’orientamento di questa Corte, così massimato :
“La convivenza “more uxorio”, quale formazione sociale che dà vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Ne consegue che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio(Cass.7214 del 2013; conf. Cass. 7 del 2014) .
Il puntuale richiamo agli artt. 2 e 3 della Costituzione, su cui si fonda l’assimilazione della posizione del convivente more uxorio rispetto all’immobile di cui l’altro convivente sia proprietario, consente l’immediato collegamento con l’altro basilare principio di diritto riguardante l’equiparazione dei figli nati fuori dal matrimonio a quelli nati all’interno di esso solo di recente definitiva attuazione normativa (con la legge delega n. 212 del 2012 ed il d.lgs n. 154 del 2013) ma ampiamente realizzato dalla giurisprudenza costituzionale e dalla giurisprudenza di legittimità. Al riguardo, con specifico riferimento all’assegnazione della casa familiare deve essere richiamata la sentenza della Corte Costituzionale n. 166 del 1998 che costituisce il sostegno primario dell’ermeneusi costituzionalmente orientata, successivamente consolidatasi nella materia. In tale sentenza la Corte ha evidenziato che : “l’interpretazione sistematica dell’art. 30 Cost. in correlazione agli artt. 261, 146 e 148 cod. civ. impone che l’assegnazione della casa famiglia nell ‘ipotesi di cessazione di un rapporto di convivenza ‘more uxorio’, allorché vi siano figli minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti, deve regolarsi mediante l’applicazione del principio di responsabilità genitoriale, il quale postula che sia data tempestiva ed efficace soddisfazione alle esigenze di mantenimento del figlio, a prescindere dalla qualificazione dello ‘status'”. Il diritto dei figli minori nati fuori del matrimonio alla conservazione dell’habitat familiare costituisce una soluzione interpretativa costituzionalmente necessitata secondo questa rilevante pronuncia.
Tale indicazione ha trovato puntuale e costante conferma nella giurisprudenza di legittimità. Al riguardo si richiama Cass, n. 10102 del 2004 secondo la quale “In tema di famiglia di fatto e nella ipotesi di cessazione della convivenza “more uxorio”, l’attribuzione giudiziale del diritto di (continuare ad) abitare nella casa familiare al convivente cui sono affidati i figli minorenni o che conviva con figli maggiorenni non ancora economicamente autosufficienti per motivi indipendenti dalla loro volontà è da ritenersi possibile per effetto della sentenza n. 166 del 1998 della Corte Costituzionale, che fa leva sul principio di responsabilità genitoriale, immanente nell’ordinamento e ricavabile dall’interpretazione sistematica degli articoli 261 (che parifica doveri e diritti del genitore nei confronti dei figli legittimi e di quelli naturali riconosciuti), 141 e 148 (comprendenti il dovere di apprestare un’idonea abitazione per la prole, secondo le proprie sostanze e capacità) cod. civ. , in correlazione all’art. 30 della Costituzione. Tale diritto è attribuito dal giudice al coniuge (o al convivente), qualora ne sussistano i presupposti di legge,(…) ed è tale da comprimere temporaneamente, fino al raggiungimento della maggiore età o dell’indipendenza economica dei figli, il diritto di proprietà o di godimento di cui sia titolare o contitolare l’altro genitore, in vista dell’esclusivo interesse della prole alla conservazione, per quanto possibile, dell1 habitat domestico anche dopo la separazione dei genitori .(…)
Il rapporto, riconducibile al tipo regolato dagli artt. 1803 e 1809 cod. civ., sorge per un uso determinato ed ha – in assenza di una espressa indicazione della scadenza – una durata determinabile “per relationem”, con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa familiare, indipendentemente, dunque, dall1 insorgere di una crisi coniugale, ed è destinato a persistere o a venir meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari (nella specie, relative a figli minori) che avevano legittimato l’ assegnazione dell’immobile.
Tali consolidati principi trovano applicazione anche nell’ipotesi in cui l’originario proprietario dell’immobile (terzo o componente della coppia è irrilevante) abbia trasferito la proprietà del bene medesimo, rimanendo immutato e senza soluzione di continuità il vincolo costituito dal comodato preesistente, giustificato da un doppio qualificato titolo detentivo: il primo costituito dalla convivenza di fatto con il proprietario dante causa, il secondo dalla destinazione dell’immobile a casa familiare, prima della alienazione a terzi, e dalla cristallizzazione di tale ulteriore vincolo mediante l’assegnazione della casa familiare. A tale ultimo riguardo deve osservarsi che non rileva, nella specie, l’anteriorità del trasferimento immobiliare rispetto al provvedimento di assegnazione dell’immobile a casa familiare disposto dal Tribunale per i minorenni, dal momento che la qualità di detentore qualificato in capo alla ricorrente è pacificamente preesistente al trasferimento immobiliare così come la indiscussa destinazione dell’immobile a casa familiare impressa anche dal proprietario genitore e convivente con la ricorrente e le minori medesime fino al suo allontanamento volontario. La relazione con l’immobile, in virtù di tale destinazione non ha natura precaria ma, al contrario, è caratterizzata da un vincolo di scopo che si protrae fino a quando le figlie minori o maggiorenni non autosufficienti conservino tale habitat domestico. Inoltre la vendita immobiliare è divenuta inefficace nei confronti della Omissis per essere stata accolta l’azione revocatoria proposta da tale parte (pag. 12 sentenza impugnata). Al riguardo non può condividersi l’assunto della Corte territoriale volto ad escludere integralmente l’incidenza dell’inefficacia del trasferimento immobiliare rispetto alla ricorrente. L’accertamento giudiziale sotteso alla revocatoria, infatti, postula inequívocamente, in quanto volto a riconoscere che la vendita ha avuto lo scopo di sottrarre una parte del patrimonio del debitore all’adempimento degli obblighi alimentari verso i propri familiari, che l’avente causa fosse a conoscenza della destinazione dell’immobile anche prima della consacrazione di tale destinazione dovuta al provvedimento di assegnazione a casa familiare disposta dal Tribunale per i minorenni, per la cui opponibilità infranovennale, peraltro, non è necessaria la trascrizione (S.U. 11096 del 2002). Almeno sotto tale profilo della conoscenza anteriore al trasferimento della destinazione specifica dell’immobile non può escludersi il rilievo dell’accoglimento della revocatoria, così come instaurazione dell’esito del procedimento disciplinare a carico del legale del Omissis genitore dell’amministrazione della Omissis, in quanto convergenti verso la piena e univoca consapevolezza dell’ uso esclusivo dell’immobile a casa familiare e della finalità sanzionabile ex art. 2901 cod. civ. del trasferimento. L’assegnazione della casa familiare, pur non costituendo un provvedimento di natura economica in senso stretto (in quanto avente finalità diverse dal contributo al mantenimento dei figli), ha un’incidenza diretta sulla posizione reddituale del genitore collocatario dei figli minori.
Non essendo necessari accertamenti di fatto ulteriori può essere assunta decisione nel merito consistente nel rigetto dell’azione di rilascio proposta dalla Omissis nei confronti della ricorrente. Le spese processuali dei due giudizi di merito e del presente procedimento seguono la soccombenza.
accoglie il ricorso e decidendo nel merito rigetta l’azione di rilascio proposta dalla s.r.l. Omissis contro Omissis in ordine all’immobile sito in Omissis
Condanna la Omissis al pagamento delle spese processuali in favore della ricorrente che liquida per il primo grado in E 2800 per onorari; E 1330 per compensi oltre accessori di legge; per il secondo grado in E 800 per diritti; E 1800 per onorari oltre accessori di legge e per il presente giudizio in E 2500 per compensi; E 200 per esborsi oltre accessori di legge.
Così deciso nella camera di consiglio del 21 maggio 2015.[…]
ASSEGNAZIONE CASA FAMILIARE, sentenza n. 17971 11 settembre 2015
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