Source: http://www.fiscooggi.it/giurisprudenza/articolo/condanna-penale-prestanome-anche-se-delinque-sotto-minaccia
Timestamp: 2018-06-19 10:34:39+00:00

Document:
Condanna penale per il prestanome anche se delinque sotto minaccia FiscoOggi.it
Condanna penale per il prestanome
anche se delinque sotto minaccia
Risponde del reato di “emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”, previsto dall’articolo 8 del Dlgs 74/2000 colui che, essendo mero amministratore di diritto della società, pone in essere la condotta delittuosa sotto costrizione dell’amministratore di fatto. La durata, per nulla breve, del periodo di esercizio delle funzioni di amministrazione e la mancata denuncia, nell’arco di tale periodo, dell’attività illecita dell’effettivo gestore escludono, infatti, l’operatività della attenuante dello stato di necessità, di cui all’articolo 54 del codice penale.
La pronuncia in commento è stata emessa nell’ambito del procedimento penale instaurato nei confronti dell’amministratore di diritto di una società di capitali, ritenuto responsabile in entrambi i gradi di merito del reato di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.
In particolare, la Corte territoriale aveva disatteso l’assunto di parte, essenzialmente incentrato sulla non addebitabilità, sia sotto il profilo oggettivo che sotto il profilo soggettivo, delle condotte penalmente rilevanti, in quanto commesse dal prestanome sotto costante minaccia di licenziamento da parte del vero “dominus” della società, escludendo che le minacce subite siano state tali da determinare in maniera assolutamente cogente il comportamento dell’imputato.
La Suprema corte, investita della questione, ritiene infondati entrambi i motivi di ricorso.
Quanto al primo, invero, i giudici di legittimità, chiarita l’incontrovertibilità del fatto che le fatture siano state materialmente sottoscritte dall’imputato – il quale, dunque, sotto questo profilo ha in ogni caso esercitato anche concretamente le funzioni di amministrazione della società (sì che ogni questione circa una pretesa mancanza di responsabilità per essere la carica meramente formale sarebbe comunque mal posta) – ricordano che “in tema di stato di necessità ex art. 54 c.p., l’imputato ha un onere di allegazione avente per oggetto tutti gli estremi della causa di esenzione, sicché egli deve allegare di aver agito per insuperabile stato di costrizione, avendo subito la minaccia di un male imminente non altrimenti evitabile e di non aver potuto sottrarsi, nemmeno putativamente, al pericolo minacciato…”, con la conseguenza che “il difetto di tale allegazione esclude l’operatività dell’esimente” (cfr Cassazione, n. 45065/2014).
Alla luce di tale principio, la sentenza impugnata, che ha ritenuto sostanzialmente non assolto un tale onere di allegazione, appare non solo immune dal vizio di illogicità, ma anche corretta e in linea con l’orientamento più volte espresso dalla giurisprudenza di legittimità.
Invero, la Corte territoriale ha tratto il proprio convincimento da due elementi, dalla stessa evidenziati nella propria motivazione: da un lato, la durata per nulla breve (protrattasi per circa due anni) del periodo di esercizio, da parte dell’imputato, delle funzioni di amministrazione; dall’altro, la mancanza, per tale intero periodo, di condotte del ricorrente volte a denunciare l’amministratore di fatto o a trovare un’altra attività.
Tali circostanze fondatamente escludono “l’idoneità delle minacce ricevute a determinare in termini assolutamente cogenti il comportamento di emissione” materialmente realizzate dal prestanome e comportano la riferibilità a quest’ultimo della condotta penalmente illecita.
La sentenza in commento si pone in continuità con l’orientamento rigoroso, da tempo affermatosi, della Corte di cassazione in tema di responsabilità penale dell’amministratore “formale” o prestanome.
Sul punto, si osservi come già nella sentenza n. 47110/2013 la Corte (che richiama, peraltro, un proprio precedente del 2011) riconosca che il principio dell’equiparazione degli amministratori di fatto a quelli formalmente investiti, recepito dal legislatore in occasione della riforma del diritto societario del 2003, sia stato affermato sia nella materia civile che in quella penale e tributaria. La stessa sentenza ammette, poi, che detto principio si riscontra anche in materia di sanzioni amministrative tributarie, atteso che l’articolo 11 del Dlgs 472/1997 parifica il legale rappresentante all’amministratore di fatto, sancendo formalmente la diretta responsabilità anche di quest’ultimo.
Come confermato dalla richiamata sentenza della suprema Corte n. 47110/2013, una tale equiparazione va, evidentemente, letta in un’ottica bi-direzionale.
Se infatti, da un lato, si è chiarito che il vero soggetto qualificato non è il prestanome ma colui il quale effettivamente gestisce la società, dall’altro si è precisato che anche al prestanome può essere imputata una corresponsabilità in virtù della posizione di garanzia di cui all’articolo 2392 cc, in forza della quale l’amministratore deve conservare il patrimonio sociale e impedire che si verifichino danni per la società e per i terzi.
Finanziamento alla società:
oneroso fino a prova contraria
Frodi fiscali imprese collegate: doppio ruolo, doppia punizione
Legittima l’applicazione della misura cautelare in presenza di società cartiere, quando si ha ragione di credere che l’imputato possa reiterare la condotta penalmente illecita
Così la Cassazione, riguardo alla consapevolezza del professionista che redige le dichiarazioni fiscali della cooperativa utilizzando documenti emessi da un soggetto fittizio

References: art. 54
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza