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﻿ VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE , PUO' COSTARE UNA CONDANNA PENALE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA - Avvocato Penalista Bologna
da Armaroli | Ago 5, 2014 | Consulenza Legale | 0 commenti
VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE , PUO’ COSTARE UNA CONDANNA PENALE
VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE , PUO’ COSTARE UNA CONDANNA PENALE AVVOCATO PENALISTALOGNA CESENA FORLI RAVENNA
NON PAGARE GLI ALIMENTI AI FIGLI E ALLA MOGLIE PUO’ COSTARE UNA CONDANNA PENALE
Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale, o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 103 a euro 1.032. (1) Le dette pene si applicano congiuntamente a chi: 1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge; 2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa. Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma. Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un’altra disposizione di legge.
VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE , PUO’ COSTARE UNA CONDANNA PENALE AVVOCATO PENALISTA BOILOGNA CESENA FORLI RAVENNA
TITOLO XI Dei delitti contro la famiglia
Capo I Dei delitti contro il matrimonio
Art. 556. Bigamia.
Chiunque, essendo legato da un matrimonio avente effetti civili, ne contrae un altro, pur avente effetti civili, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Alla stessa pena soggiace chi, non essendo coniugato, contrae matrimonio con persona legata da matrimonio avente effetti civili. La pena è aumentata se il colpevole ha indotto in errore la persona, con la quale ha contratto matrimonio, sulla libertà dello stato proprio o di lei. Se il matrimonio, contratto precedentemente dal bigamo, è dichiarato nullo, ovvero è annullato il secondo matrimonio per causa diversa dalla bigamia, il reato è estinto, anche rispetto a coloro che sono concorsi nel reato, e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.
Art. 557. Prescrizione del reato.
Art. 558. Induzione al matrimonio mediante inganno.
[Art. 559. Adulterio.
La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno. Con la stessa pena è punito il correo dell’adultera. La pena è della reclusione fino a due anni nel caso di relazione adulterina. (1) Il delitto è punibile a querela del marito. (2)]
(1) La Corte costituzionale con sentenza n. 126/1968 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del primo e del secondo comma del presente articolo. (2) La Corte costituzionale con sentenza n. 147/1969 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma terzo del presente articolo.
Art. 560. Concubinato.
[Il marito, che tiene una concubina nella casa coniugale, o notoriamente altrove, è punito con la reclusione fino a due anni.] (1) La concubina è punita con la stessa pena. Il delitto è punibile a querela della moglie.
Art. 561. Casi di non punibilità. Circostanza attenuante. (1)
Nel caso preveduto dall’articolo 559, non è punibile la moglie quando il marito l’abbia indotta o eccitata alla prostituzione ovvero abbia comunque tratto vantaggio dalla prostituzione di lei. Nei casi preveduti dai due articoli precedenti non è punibile il coniuge legalmente separato per colpa dell’altro coniuge, ovvero da questo ingiustamente abbandonato. Se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato per colpa propria o per colpa propria e dell’altro coniuge o per mutuo consenso, la pena è diminuita.
Art. 562. Pena accessoria e sanzione civile. (1)
La condanna per alcuno dei delitti preveduti dagli articoli 556 e 560 importa la perdita dell’autorità maritale. Con la sentenza di condanna per adulterio o per concubinato il giudice può, sull’istanza del coniuge offeso, ordinare i provvedimenti temporanei di indole civile, che ritenga urgenti nell’interesse del coniuge offeso e della prole. Tali provvedimenti sono immediatamente eseguibili, ma cessano di aver effetto se, entro tre mesi dalla sentenza di condanna, divenuta irrevocabile, non è presentata dinanzi al giudice civile domanda di separazione personale.
Art. 563. Estinzione del reato.
Nei casi preveduti dagli articoli 559 e 560 la remissione della querela, anche se intervenuta dopo la condanna, estingue il reato. Estinguono altresì il reato: 1) la morte del coniuge offeso; 2) l’annullamento del matrimonio del colpevole di adulterio o di concubinato. L’estinzione del reato ha effetto anche riguardo al correo e alla concubina e ad ogni persona che sia concorsa nel reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.
Capo II Dei delitti contro la morale familiare
Art. 564. Incesto.
Chiunque, in modo che ne derivi pubblico scandalo, commette incesto con un discendente o un ascendente, o con un affine in linea retta, ovvero con una sorella o un fratello, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La pena è della reclusione da due a otto anni nel caso di relazione incestuosa. Nei casi preveduti dalle disposizioni precedenti, se l’incesto è commesso da persona maggiore di età con persona minore degli anni diciotto, la pena è aumentata per la persona maggiorenne. La condanna pronunciata contro il genitore importa la decadenza dalla responsabilità genitoriale. (1)
Art. 565. Attentati alla morale familiare commessi col mezzo della stampa periodica.
Capo III Dei delitti contro lo stato di famiglia
Art. 566. Supposizione o soppressione di stato.
Chiunque fa figurare nei registri dello stato civile una nascita inesistente è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi, mediante l’occultamento di un neonato, ne sopprime lo stato civile.
Art. 567. Alterazione di stato.
Chiunque, mediante la sostituzione di un neonato, ne altera lo stato civile è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Si applica la reclusione da cinque a quindici anni a chiunque, nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità.
Art. 568. Occultamento di stato di un figlio. (1)
Chiunque depone o presenta un fanciullo, già iscritto nei registri dello stato civile come figlio nato nel matrimonio o riconosciuto, in un ospizio di trovatelli o in un altro luogo di beneficenza, occultandone lo stato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. (2)
Art. 569. Pena accessoria. (1)
La condanna pronunciata contro il genitore per alcuno dei delitti preveduti da questo capo importa la decadenza dalla responsabilità genitoriale. (2)
(1) La Corte Costituzionale con la sentenza 23 febbraio 2012, n. 31 ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’articolo 569 del codice penale, nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato, previsto dall’articolo 567, secondo comma, del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto.” Successivamente, con sentenza 23 gennaio 2013, n. 7 ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale “nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di soppressione di stato, previsto dall’articolo 566, secondo comma, del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto.” (2) Comma così modificato dall’art. 93, comma 1, lett. n), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
Capo IV Dei delitti contro l’assistenza familiare
Art. 570. Violazione degli obblighi di assistenza familiare.
Art. 571. Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina.
Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi. Se dal fatto deriva una lesione personale, si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583, ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni.
Art. 572. Maltrattamenti contro familiari e conviventi. (1)
Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni [c.p. 29, 31, 32] .
(…..) (2)
Art. 573. Sottrazione consensuale di minorenni.
Chiunque sottrae un minore, che abbia compiuto gli anni quattordici, col consenso di esso, al genitore esercente la responsabilità genitoriale o al tutore, ovvero lo ritiene contro la volontà del medesimo genitore o tutore, è punito, a querela di questo, con la reclusione fino a due anni. (1) La pena è diminuita, se il fatto è commesso per fine di matrimonio; è aumentata, se è commesso per fine di libidine. Si applicano le disposizioni degli articoli 525 e 544.
Art. 574. Sottrazione di persone incapaci.
Chiunque sottrae un minore degli anni quattordici, o un infermo di mente, al genitore esercente la responsabilità genitoriale, al tutore, o al curatore, o a chi ne abbia la vigilanza o la custodia, ovvero lo ritiene contro la volontà dei medesimi, è punito, a querela del genitore esercente la responsabilità genitoriale, del tutore o del curatore, con la reclusione da uno a tre anni. (1) Alla stessa pena soggiace, a querela delle stesse persone, chi sottrae o ritiene un minore che abbia compiuto gli anni quattordici, senza il consenso di esso per fine diverso da quello di libidine o di matrimonio. Si applicano le disposizioni degli articoli 525 e 544.
(1) Comma così modificato dall’art. 93, comma 1, lett. q), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
Art. 574 bis. Sottrazione e trattenimento di minore all’estero. (1)
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque sottrae un minore al genitore esercente la responsabilità genitoriale o al tutore, conducendolo o trattenendolo all’estero contro la volontà del medesimo genitore o tutore, impedendo in tutto o in parte allo stesso l’esercizio della responsabilità genitoriale, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. (2) Se il fatto di cui al primo comma è commesso nei confronti di un minore che abbia compiuto glia nni quattordici e con il suo consenso, si applica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni. Se i fatti di cui al primo e secondo comma sono commessi da un genitore in danno del figlio minore, la condanna comporta la sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori.
Con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Torino, in parziale riforma della sentenza di primo grado pronunziata con rito ordinario per il reato di cui all’art. 12-sexies legge 1 dicembre 1970, n. 898 (in riferimento all’art. 570, comma secondo, cod. pen.), ha condannato A..S. alla pena di mesi tre di reclusione ed Euro 500 di multa, aggravando le più lievi pene inflitte dal Tribunale.
Corte di Cassazione, sez. Unite Penali, sentenza 31 gennaio – 31 maggio 2013, n. 23866
Presidente Lupo – Relatore Ippolito
Non solo si tratterebbe di analogia in malam partem, preclusa in quanto tale in ambito penale, ma – si rileva – dell’analogia non esistono neppure i presupposti. Nulla autorizza a ritenere, infatti, che quando il primo comma dell’art. 570 cod. pen. fa ricorso al concetto di “assistenza”, senza ulteriori specificazioni, si riferisca alla sola assistenza morale, essendo il termine utilizzato costantemente nel sistema per designare anche forme di sussidio materiale ed economico, come nell’art. 143 cod. civ., con riguardo gli effetti giuridici del matrimonio, dove si statuisce che “[dal] matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione”, in termini puntualmente ripetuti dal successivo art. 146 cod. civ..
Secondo il ricorrente, quindi, il richiamo alla proposizione normativa è semplice e unitario e, pertanto, alla stregua del principio ermeneutico che, nell’alternativa, deve essere preferita la soluzione meno gravosa per l’imputato, si deve ritenere che il rinvio concerna le pene di cui al primo comma dell’art. 570, quella detentiva e quella pecuniaria, alternativamente previste, tenuto conto, altresì, del dato lessicale in base al quale il plurale “pene” sembra doversi riferire più alla previsione alternativa che a quella di una sanzione unica.
3. Il ricorso è stato assegnato alla Sesta Sezione penale, che, con ordinanza del 27 settembre 2012, lo ha rimesso alle Sezioni Unite, rilevando la potenziale insorgenza di un contrasto interpretativo in merito alla questione, sollevata dal ricorrente, dell’applicabilità quoad poenamdel comma primo ovvero del comma secondo dell’art. 570 cod. pen. all’ipotesi di violazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile di cui all’art. 12 sexies legge n. 898 del 1970.
Secondo il Collegio rimettente – avendo la Corte Costituzionale escluso l’illegittimità dell’art. 12 sexies, negando la sussistenza di indeterminatezza della pena ed affermando che si tratta soltanto di sciogliere “un normale dubbio interpretativo” da parte del giudice ordinario (sentenza n. 472 del 1989) – ragioni di ordine sistematico, il tenore del richiamo operato dall’art. 12 sexies all’art. 570 cod. pen. e gli elementi comuni delle due figure criminose dovrebbero indurre alla diversa interpretazione della disposizione proposta dal ricorrente, anche per evitare profili di irrazionalità, ulteriormente aggravati dall’incidenza della questione in esame sull’interpretazione dell’art. 3 legge 8 febbraio 2006, n. 54 (recante “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”),il quale stabilisce che, in caso di violazione degli obblighi di natura economica, si applica l’art. 12 sexies legge 1 dicembre 1970, n. 898.
1. La questione sottoposta alle decisione delle Sezioni Unite è la seguente: “se il generico rinvio,quoad poenam, all’art. 570 cod. pen. effettuato dall’art. 22 sexies, legge 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato dall’art. 21, legge 6 marzo 1987, n, 74, debba intendersi riferito alle pene previste dal comma primo oppure a quelle indicate nel comma secondo della disposizione codicistica”.
2. È utile ricordare che, a seguito dell’introduzione del divorzio (legge 1 dicembre 1970, n. 898, recante “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”), erano rimaste prive di rilevanza penale le situazioni in cui l’ex-coniuge divorziato non soddisfacesse l’obbligo di pagamento dell’assegno stabilito dal giudice.
La previsione non pose nell’immediato problemi di individuazione delle pene da applicare per la violazione della nuova fattispecie, del tutto scontata emergendo l’intenzione del legislatore di riferirsi alla giurisprudenza allora dominante, secondo cui l’art. 570 cod. pen. delineava al primo comma la fattispecie “base” e due aggravanti nel capoverso (Sez. 6, n. 479 del 21/11/1991, Pinna, Rv. 188948; Sez. 6, n. 1844 del 23/11/1284, dep. 1985, Truffo, Rv. 168024; Sez. 6, n. 6232 del 07/05/1973, Castaido, Rv. 124928), sicché risultava ovvio che il rinvio alle “pene previste dall’art. 570 cod. pen.” doveva conseguentemente intendersi a quelle del primo comma costituente l’ipotesi-base.
La Corte costituzionale dichiarò non fondata la questione di costituzionalità con riferimento alla diversità di tutela penale dell’assegno di separazione e dell’assegno di divorzio, ritenuta non palesemente arbitraria, perché corrispondente alla differenza fra le situazioni del “separato” e del “divorziato”, dei quali l’uno è ancora, in certa misura, personalmente legato al coniuge, mentre l’altro ha riacquistato lo stato libero (Corte cost., sent n. 472 del 1989).
Non c’è dunque alcuna necessità di ricorrere ad argomenti “contenutistici” o di “affinità sostanziale” o di “contiguità repressiva”, che – in materia penale, retta dai principi di tassatività e determinatezza – rischiano di sospingere pericolosamente l’interprete all’integrazione del testo legislativo, con esorbitanza dal proprio ambito istituzionale e applicazione analogica in malam partem.
Tale conclusione è avvalorata dall’argomento storico sottolineato dalla ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite, secondo cui, in mancanza di elementi chiarificatori emergenti dai lavori preparatori, è ragionevole ritenere che tale fosse l’intenzione del legislatore, giacché all’epoca della riforma della legge sul divorzio “il diritto vivente” (ovvero la giurisprudenza della Cassazione) era nel senso che l’art. 570 cod. pen. delineava una fattispecie semplice nel primo comma e due circostanze aggravanti nel capoverso.
L’art. 570 (rubricato “Violazione degli obblighi di assistenza familiare”), al comma primo sanziona con la pena alternativa la condotta di chi si sottrae agli “obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori o alla qualità di coniuge”, i quali, per quanto concerne i coniugi, sono indicati dagli artt. 29 Cost. e 143 cod. civ., e, per quanto concerne i figli, dagli artt. 30 Cost. e 147 cod. civ..
Dottrina e giurisprudenza civilistica sono ampiamente convergenti nel ricavare dall’art. 143 cod. civ. (come sostituito dall’art. 24 legge 19 maggio 1975, n. 151, che, sotto la rubrica “Diritti e doveri reciproci dei coniugi”, specifica al comma terzo che “dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco… all’assistenza morale e materiale”) una nozione ampia di assistenza, coincidente con la cura e l’aiuto reciproco in ogni circostanza.
Anche secondo la più recente giurisprudenza – che dai “mezzi per la sopravvivenza” (ossia vitto e alloggio) ha esteso la tutela a ciò che è necessario per le “esigenze della vita quotidiana” (vestiario, canone per le utenze indispensabili, spese per l’istruzione dei figli minori, medicinali) – la nozione di “mezzi di sussistenza” va identificata in ciò che è indispensabile alla vita, a prescindere dalle condizioni sociali o di vita pregressa degli aventi diritto (Sez. 6, n. 49755 del 21/11/2012, G., Rv. 253908; Sez. 6, n. 2736 del 13/11/2008, dep. 2009, L, Rv. 242855; Sez. 6, n. 27851 del 10/04/2001, Halfon, n.m.).

References: Art. 556

Art. 557

Art. 558
 sentenza 
 sentenza 

Art. 560

Art. 561

Art. 562
 sentenza 
 sentenza 

Art. 563

Art. 564

Art. 565

Art. 566

Art. 567

Art. 568

Art. 569
 sentenza 
 sentenza 

Art. 570

Art. 571

Art. 572

Art. 573

Art. 574

Art. 574
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 146