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L’accertamento induttivo, applicabile solo nei casi previsti dalla legge, non può prescindere dalla capacità contributiva
15 gennaio 2016 /in Accertamento, Accertamento analitico induttivo, Accertamento induttivo, Giurisprudenza tributaria, Sentenze dello studio /by Paolo Dalle Carbonare
Il ricorso al metodo induttivo può essere applicato solo nel caso sia verificata l’incompletezza, la falsità e l’inesattezza delle dichiarazioni rispetto ai dati emersi nelle verifiche. E’ quanto stabilito dalla CTP di Treviso che, accogliendo il ricorso del contribuente, ha affermato che i casi di accesso all’accertamento induttivo solo nei casi previsti dall’articolo 39 del dpr 600. L’applicazione del metodo induttivo, inoltre, non può ignorare i principi della capacità contributiva e deve in ogni caso tener presente la realtà propria del contribuente e la natura della sua realtà.
CTP Treviso, sentenza 23 dicembre 2015, n. 721
Presunzioni ammissibili solo se gravi, precise e concordanti
29 maggio 2015 /in Accertamento, Accertamento induttivo, Giurisprudenza tributaria /by Paolo Dalle Carbonare
Devono sempre essere gravi precise e concordanti le presunzioni che supportano gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate.
Il concetto è stato ribadito dalla Cassazione con sentenza 27 maggio 2015, n. 10905, che ha sottolineato che la valutazione in merito alla sussistenza dei requisiti spetta al giudice tributario di merito.
Nell’accertamento induttivo il campione scelto deve rappresentare la realtà del contribuente
21 aprile 2015 /in Accertamento, Accertamento induttivo, Giurisprudenza tributaria, Sentenze dello studio /by Paolo Dalle Carbonare
L’accertamento induttivo non costituisce una sanzione impropria a carico del contribuente, ma deve essere indirizzato alla ricerca della sua capacità contributiva.
La determinazione del reddito in base ad un campione di contribuenti esercenti la stessa attività, deve indagare soggetti aventi caratteristiche analoghe al soggetto accertato: la considerazione di un universo troppo ampio non è garanzia di equità e può portare a risultati non rispecchianti la capacità contributiva.
CTR Veneto, sentenza 24 marzo 2015, n. 563/30/15
L’accertamento induttivo non è strumento sanzionatorio ma di ricostruzione della capacità contributiva
20 gennaio 2014 /in Accertamento, Accertamento induttivo, Giurisprudenza tributaria, Sentenze dello studio /by Paolo Dalle Carbonare
L’accertamento induttivo non è uno strumento sanzionatorio, ma un mezzo per determinare la capacità contributiva del soggetto. Nel caso di mancata risposta al questionario, quindi, l’ufficio deve ricostruire il presumibile reddito attribuibile al contribuente: un risultato irragionevole dell’applicazione del metodo di accertamento determina la nullità dell’avviso di accertamento.
Sentenza CTP Treviso20.01.2014, n. 197
Non basta lo scostamento per l’accertamento induttivo (Cass. 7.09.2010, n. 19136)
7 settembre 2010 /in Accertamento, Accertamento induttivo, Giurisprudenza tributaria /by Paolo Dalle Carbonare
Corte di Cassazione, sez. trib., sentenza 7 settembre 2010, n. 19136
Il Ministero dell’economia e delle finanze e l’Agenzia delle entrate ricorrono con un motivo per la
cassazione della sentenza della CTR della Campania che ha confermato la decisione di
annullamento dell’avviso di accertamento Irpef e SSN 1992 notificato a difeso.
La CTR ha osservato che l’accertamento di “una evasione di ricavi per circa 40 milioni determinati
tenendo conto di una ricarica del costo del venduto nella misura del 60% … non può considerarsi
legittima in quanto non si fonda su circostanze gravi, precise e concordanti … specie per la
mancanza di rilievi di sorta sulla regolarità ed attendibilità della contabilità tenuta dal contribuente.
Non attribuisce fondatezza e legittimità all’operato accertamento il generico ed immotivato criterio
di determinazione della percentuale di ricarico né in base agli studi di settore perché riferiti ad interi
settori economici né nella misura dichiarata dagli esercenti locali senza che l’Ufficio avesse eseguito
alcuna verifica dei prezzi di acquisto delle merci e di quelli di vendita al pubblico né dimostrato lo
specifico riferimento della percentuale di ricarico del 60% all’azienda accertata …”.
Col ricorso si deduce violazione dell’art. 39 primo comma lettera d) del DPR 600/1973, nonché
dell’art. 2727 cod. civ., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.. Si osserva che il ricorrente non aveva
tenuto le scritture contabili in maniera conforme ai dettami normativi, e che sulla scorta di esse
erano stati rilevati ricavi non dichiarati per lire 39.926,000. Si richiama la costante giurisprudenza
di questa corte secondo la quale l’accertamento induttivo è consentito anche in presenza di una
contabilità formalmente regolare quando le risultanze documentali manchino di ogni credibilità e
congruenza dei valori esposti fra loro e con le caratteristiche dell’impresa. Si aggiunge che la
percentuale di ricarico del 60% era quella risultante per le aziende del ramo dagli studi di settore, e
che lo scostamento dei ricavi dichiarati rispetto a tali parametri integra di per sé una fattispecie di
presunzioni gravi, precise e concordanti, che riversa sul contribuente la prova della erroneità
La deduzione circa la irregolarità delle scritture contabili contrasta con l’accertamento contenuto
nella sentenza, non impugnato sotto il profilo del vizio di motivazione.
Quanto all’argomento fondato sul valore presuntivo degli studi di settore previsti dall’art. 62 bis del
D. L. 331/1993 (convertito dalla legge 427/1993), questa corte ha chiarito che in presenza di
scritture contabili formalmente corrette, non è sufficiente, ai fini dell’accertamento di un maggior
reddito d’impresa, il solo rilievo dell’applicazione da parte del contribuente di una percentuale di
ricarico diversa da quella mediamente riscontrata nel settore di appartenenza – posto che le medie di
settore non costituiscono un “fatto noto”, storicamente provato, dal quale argomentare, con giudizio
critico, quello ignoto da provare, ma soltanto il risultato di una estrapolazione statistica di una
pluralità di dati disomogenei, risultando quindi inidonee, di per sé stesse, ad integrare gli estremi di
una prova per presunzioni -, ma occorre, invece, che risulti qualche elemento ulteriore – tra cui
anche l’abnormità e l’irragionevolezza della difformità tra la percentuale di ricarico applicata dal
contribuente e la media di settore – incidente sull’attendibilità complessiva della dichiarazione,
ovverosia la concreta ricorrenza di circostanze gravi, precise e concordanti (Cass. 2005/26388,
2005/18038, 2000/1511).
Nella specie, dalla sentenza impugnata e dal ricorso non risulta alcun elemento ulteriore, rispetto al
dato dello scostamento fra la percentuale di ricarico media del settore e quella risultante dai dati
contabili dichiarati dall’impresa sottoposta a controllo, che giustificasse la prevalenza del dato
medio su quello dichiarato, nemmeno la abnormità o l’irragionevolezza della difformità rilevata.
Inoltre, la CTR ha osservato che “l’azienda accertata … attraversava un particolare momento della
sua vita economica e gestionale, con specifici riflessi negativi sulla sua redditività anche in
dipendenza della cessazione della attività, che aveva impedito il perseguimento di intenti
speculativi”. Considerazione, di per sé idonea a giustificare uno scostamento pur anomalo dai
parametri degli studi di settore, che il ricorso non critica, privando di efficacia la censura rivolta alla
prima parte della motivazione.
Va dunque respinto il ricorso. Senza decisione in punto spese, giacché il contribuente non si è
difeso.
No all’induttivo per mancata risposta al questionario (Cass. 11.05.2010, n. 11423)
11 maggio 2010 /in Accertamento, Accertamento induttivo, Giurisprudenza tributaria /by Paolo Dalle Carbonare
Corte di Cassazione, sez. trib., ordinanza 11 maggio 2010, n. 11423
Il contribuente di cui in epigrafe propone ricorso per cassazione nei confronti dell’Agenzia delle Entrate e avverso la sentenza con la quale la C.T.R. Puglia, in controversia concernente impugnazione di avvisi di accertamento per Irpef e Ilor in relazione al 1988, accoglieva solo parzialmente l’appello dei contribuenti, sostenendo, per quel che in questa sede ancora rileva che gli avvisi opposti dovevano ritenersi congruamente motivati e che, a fronte del mancato riscontro della società al questionario inviatole dall’Ufficio, quest’ultimo aveva legittimamente provveduto a recuperare a tassazione i fitti passivi e le spese bancarie dichiarate dal contribuente, non avendone potuto verificare l’attinenza alla produzione del reddito.
Per quanto concerne il secondo e il quarto motivo (che vanno esaminati per primi in ordine logico in quanto con essi si censura sotto diversi profili la sentenza impugnata per non aver ritenuto il difetto dì motivazione degli avvisi opposti) è sufficiente osservare che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità in base al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, sancito dall’art. 366 c.p.c., qualora il ricorrente censuri la sentenza di una commissione tributaria regionale sotto il profilo della congruità del giudizio espresso in ordine alla motivazione di un avviso di accertamento – il quale non è atto processuale,bensì amministrativo, la cui motivazione, comprensiva dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che lo giustificano costituisce imprescindibile requisito di legittimità dell’atto stesso -, è necessario, a pena di inammissibilità, che il ricorso riporti (cosa che nella specie non è accaduta) testualmente i passi della motivazione di detto atto che si assumono erroneamente interpretati o pretermessi dal giudice di merito, ai fine di consentire alla Corte di cassazione di esprimere il suo giudizio in proposito esclusivamente in base al ricorso medesimo (v. cass. n. 15867del 2004).
È inoltre da rilevare che gli avvisi opposti non risultano specificamente depositati unitamente al ricorso per cassazione, onde i motivi .sarebbero in ogni caso improcedibili ai sensi dell’art. 369 n. 4 c.p.c., a norma del quale, insieme col ricorso (e pertanto nello stesso termine previsto dal primo comma del citato art. 369 c.p.c.) devono essere depositati a pena di improcedibilità “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” non rilevando a tal fine la richiesta, di acquisizione del fascicolo d’ufficio dei gradi di merito, né, eventualmente, il deposito del suddetto fascicolo o di quello di parte (che in ipotesi tali atti contenga), ovvero il deposito generico di atti non specificamente individuati.
Il primo motivo di ricorso (col quale, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 38 e 39 comma 2 d.p.r. 600/73, si censura la sentenza impugnata per avere i giudici d’appello; affermato che, in presenza di mancata risposta al questionario, l’Ufficio aveva legittimamente proceduto alla rettifica del reddito) è manifestamente fondato, considerato che dalla sentenza impugnata risulta che il ricorso introduttivo nella presente controversia è stato proposto nel 1997 (dovendo pertanto collocarsi l’omissione de qua in epoca antecedente) e che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, la mancata risposta del contribuente ad un questionario inviatogli dall’ufficio non legittima, di per sé sola, una rettifica del reddito d’impresa in via induttiva, ai sensi dell’art, 39, comma secondo, lettera d) , del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ove tale omissione si sia- verificata prima dell’entrata in vigore del l’art. 25 della legge 18 febbraio 1999, n. 28, stante la tassatività delle ipotesi, previste dalle lettere a) , b) , c) e d) del citato art. 39, comma secondo,, nel testo all’epoca vigente (v. tra le altre cass. n. 16049 del 2005).
Infine, le censure di cui al terzo e al quinto motivo (con le quali si deduce vizio di motivazione) risultano inammissibili perché carenti in relazione al secondo comma dell’art. 366 bis c.p.c., a norma del quale è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso – in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria – ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende
inidonea la motivazione a giustificare la decisione, essendo peraltro da evidenziare che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dal citato art. 366 bis c.p.c., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, al termine di esso, una indicazione riassuntiva, e sintetica, che costituisca un“quid pluris” rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (v. Cass. n. 8897 del 2008) ed inoltre non autosufficienti.
È inoltre da aggiungere, con riguardo al quinto motivo, che la censura attiene non alla motivazione in fatto bensì alla motivazione in diritto della sentenza impugnata.
Il primo motivo di ricorso deve essere pertanto accolto e gli altri motivi rigettati. La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio ad altro giudice che provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.
Accoglie il primo motivo di ricorso, rigettati gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese a diversa sezione della C.T.R. Puglia
Furto di contabilità e accertamento induttivo (Cass. 27.01.2010, n. 1650)
27 gennaio 2010 /in Accertamento, Accertamento induttivo, Giurisprudenza tributaria /by Paolo Dalle Carbonare
Corte di Cassazione, sez. trib., sentenza 27 gennaio 2010, n. 1650
La societa’ contribuente sopra indicata impugnava l’avviso di rettifica IVA, per omessa fatturazione di operazioni di cessione e per indebita detrazione d’imposta sugli acquisti per il periodo in contestazione, emesso dall’Ufficio finanziario a seguito di accertamento induttivo, sul presupposto della mancata esibizione della documentazione amministrativo – contabile, che la contribuente assumeva essere stata oggetto di furto denunziato agli organi di Polizia.
La C.T.P. accoglieva il ricorso. La C.T.R. respingeva l’appello dell’Ufficio, affermando che l’accertamento induttivo era illegittimo in quanto il l.r. della societa’ non si era mai rifiutato di esibire le scritture contabili, ne’ le aveva sottratte all’ispezione, avendo sin dall’inizio della verifica dichiarato che tutta la documentazione era stata rubata, sicche’ la mancata esibizione era ascrivibile a forza maggiore e non era stata accertata alcuna negligenza a carico del soggetto; ne’ le presunzioni semplici indicate dalla Guardia di Finanza erano gravi precise e concordanti; in ordine alla non detraibilita’ dei costi, il contribuente aveva cercato di ricostruire le scritture rubate, ma la mancata collaborazione dei fornitori e dei clienti comunitari aveva vanificato qualsiasi tentativo, essendo stata acquisita solo la copia di alcune fatture, con la conseguenza che l’Ufficio, nel ricostruire induttivamente il volume di affari, avrebbe dovuto considerare anche i costi e le detrazioni relative agli acquisti, non essendo corretto ritenerli indeducibili dopo averne accertato la provenienza e l’inerenza.
Avverso detta sentenza ricorre per cassazione l’Agenzia delle entrate. La parte intimata resiste con controricorso.
Rileva, anzitutto la Corte che, nel giudizio di cassazione, che e’ dominato dall’impulso d’ufficio, non trova applicazione l’istituto della interruzione del processo per uno degli eventi previsti dagli artt. 299 e segg. c.p.c., onde, una volta instauratosi il giudizio, il decesso di uno dei ricorrenti, comunicato, come nella specie, dal suo difensore, non produce l’interruzione del giudizio (Cass. S.U. n. 14385/07; Cass. n. 12967/08).
Con il primo motivo, la parte erariale, sotto la rubrica di carenza di motivazione su punto decisivo e violazione ed erronea interpretazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, deduce, con varie argomentazioni, che la decisione impugnata, anziche’ concludere per la sussistenza dei presupposti dell’accertamento induttivo in rettifica, aveva del tutto illogicamente affermato che il contribuente non aveva rifiutato di esibire, ne’ aveva sottratto ad ispezione i registri previsti dalla normativa fiscale, motivando che detta documentazione gli era stata sottratta, senza analizzare se il contribuente aveva adempiuto agli obblighi d’informazione (verso l’amministrazione) e di attivazione nella ricostruzione della documentazione a supporto della dichiarazione presentata, ne’ se detto comportamento omissivo sostanziasse almeno l’ipotesi di sottrazione all’ispezione della documentazione medesima.
Con il secondo motivo, l’Agenzia, deducendo violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. da 21 a 25, 39 e 52 e art. 2697 c.c. in rel. art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, lamenta che la sentenza impugnata non avrebbe motivato sull’inosservanza degli obblighi strumentali e dell’onere probatorio a carico del contribuente IVA, da parte del quale ribadisce, nella specie, l’omessa comunicazione del furto e la mancata ricostruzione della documentazione contabile, restando cosi’ generiche le affermazioni contrastanti l’esistenza e la completezza dei rapporti commerciali intrattenuti con i fornitori risultanti dal p.v.c..
Con il terzo motivo, deducendo violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 19 e 55, artt. 2697, 2725 e 2724 c.c. ed omessa motivazione, la parte erariale lamenta che la decisione impugnata non avrebbe considerato che la detrazione avrebbe potuto essere riconosciuta anche ove l’intera contabilita’ fosse andata perduta o distrutta incolpevolmente, ma solo nei limiti in cui fosse stato possibile ricostruire il volume di affari e degli acquisti; nell’ipotesi, la mancata acquisizione alla verifica della contabilita’
oggetto di furto non aveva determinato un onere in capo all’Ufficio di dimostrare la non corrispondenza delle operazioni contestate alla realta’, incombendo al contribuendo la dimostrazione delle stesse con mezzi adeguati; l’assenza di ricostruzione dettagliata da parte del contribuente degli importi detratti aveva legittimato l’operato dei verificatori, che avevano utilizzato i risultati delle ricerche all’Anagrafe tributaria e dei questionari per ricostruire i rapporti dei clienti e dei fornitori per ricostruire i rapporti economici degli stessi con la societa’ contribuente. In controricorso, la parte contribuente chiede dichiararsi inammissibile o respingersi il ricorso.
I motivi possono essere esaminati congiuntamente, stante l’intima connessione delle rispettive argomentazioni.
Il ricorso si rivela fondato.
Secondo il consolidato orientamento di questa S.C., nella disciplina dell’IVA, di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, la deducibilita’ dell’imposta pagata dal contribuente (in sede di rivalsa) per l’acquisizione di beni o servizi inerenti all’esercizio dell’impresa (art. 19) postula che il contribuente stesso sia in possesso delle relative fatture, le annoti in apposito registro (art. 25), ed inoltre conservi le une e l’altro (art. 39); l’ufficio, in presenza di una denuncia annuale che faccia valere le suddette poste a credito, e’ legittimato ed e’ tenuto all’accertamento in rettifica, depennando tali poste, ove non trovino rispondenza in quelle fatture ed in quel registro (art. 54, comma 2). Detta disciplina, quindi, si conforma al criterio secondo cui la dimostrazione dei fatti costitutivi di un credito deve essere offerta da chi lo faccia valere, e, sul piano probatorio, introduce limitazioni ai mezzi di prova, esigendo atti scritti, compilati e tenuti con specifiche modalita’. La citata normativa, peraltro, non si occupa dell’ipotesi dell’incolpevole impossibilita’ di produrre gli indicati scritti (come nella specie, per averne denunziato il furto). Pertanto, ove il contribuente dimostri di essere nell’impossibilita’ di acquisire presso i fornitori dei beni o dei servizi copia delle fatture, si deve fare riferimento alla regola generale fissata dall’art. 2724 c.c., n. 3. Secondo tale disposizione la perdita senza colpa del documento, che occorra alla parte per attestare una circostanza a lei favorevole, non integra ragione di esenzione dall’onere della prova, ne’ sposta il medesimo sulla controparte, ma rileva esclusivamente come situazione che autorizza la prova per testimoni (o per presunzioni), in deroga ai limiti per essa previsti. In applicazione della suddetta norma, e’ da ritenersi che l’incolpevole perdita della contabilita’ non introduca una presunzione di veridicita’ di quanto in proposito denunciato dal contribuente agli organi di polizia, si’ che un’autodichiarazione del contribuente avente ad oggetto un elenco di dette fatture, ancorche’ dettagliato, e’ insufficiente al fine, dovendo tale indizio trovare conferma testimoniale o presuntiva, se non e’ possibile il riscontro con le fatture emesse tramite la tenuta della regolare contabilita’ del soggetto emittente delle stesse (Cass. n. 18019/09, 9919/08, 21233/06, 13605/03).
Pertanto il riferimento alla “forza maggiore” – determinata secondo la contribuente dal furto che avrebbe impedito la produzione della “contabilita’” alla Guardia di Finanza – effettuato dal giudice di secondo grado integra, oltre che il vizio di motivazione di cui al secondo motivo, anche un palese errore di diritto in ordine alla disciplina della sussistenza dei presupposti dell’accertamento induttivo, perche’ l’affermazione contrasta con i riferiti principi, reiteratamente affermati da questa Corte e da ribadire, non essendo emerse convincenti argomentazioni contrarie. Nella specie, il soggetto avrebbe dovuto provare di avere smarrito incolpevolmente i documenti ed, al fine di fornire tale dimostrazione, non era sufficiente la deduzione di aver denunziato il furto della stessa.
E’ stato, peraltro, puntualizzato che la perdita incolpevole della documentazione, di per se’ ed in assenza di elementi di riscontro, non puo’ giustificare i costi: l’onere di provare i fatti che legittimano il riconoscimento dei costi grava sul contribuente; quando costui non e’ in grado di dimostrare la fonte che giustifica la detrazione per avere denunciato un furto della contabilita’, non spetta all’amministrazione di operare un esame incrociato dei dati contabili ma al contribuente di attivarsi, attraverso la ricostruzione del contenuto delle fatture emesse; con l’acquisizione, presso i fornitori, della copia delle medesime (Cass n. 9919/08, cit.); ne’ una denuncia di furto e’ di per se stessa sufficiente a dare prova dei fatti controversi, se priva della precisa indicazione riguardante le singole fatture e il loro contenuto (Cass. n. 13605/03, cit.).
Da tali principi discende, altresi’, l’erroneita’ della tesi – anch’essa accolta nella sentenza impugnata -
per la quale la denunzia di furto (come di smarrimento o di perdita incolpevole) della documentazione contabile esoneri il contribuente dall’obbligo di provare la deducibilita’ dei costi, esposti in dichiarazione, che si assume desumibile da quella documentazione.
La sentenza impugnata, che non si e’ uniformata ai principi in precedenza enunciati ed ha, di conseguenza, erroneamente ritenuto insussistenti i presupposti dell’accertamento induttivo, deve essere annullata, con rinvio della controversia, per nuovo esame e per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio, ad altra Sezione della medesima C.T.R..
Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra Sezione della C.T.R. Campania.
Furto della contabilità e accertamento induttivo
22 gennaio 2010 /in Accertamento, Accertamento induttivo, Giurisprudenza tributaria /by Paolo Dalle Carbonare
100127 Furto contabillità e acc. induttivo

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 art. 369
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 art. 39
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 art. 366
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 art. 2697
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