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La logica della sentenza e l’arte della sintesi - Giustizia e Investigazione
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Jacqueline Magi 4 Novembre 2019	Codice Antigone, News Leave a comment
Scrivere una sentenza non è una cosa semplice se non si conosce Aristotele e non lo si applica.
Nella “Logica” Aristotele descrive il sillogismo che consiste nell’avere una premessa maggiore, una premessa minore e una conclusione, ovvero si delinea una situazione generale, quindi una situazione particolare e si conclude dando una soluzione in un senso o in un altro. Ad esempio si parte dal presupposto che la mela è un frutto, quindi che abbiamo una mela la conclusione è che abbiamo un frutto. Così se dobbiamo capire se un fatto è un reato oppure no si parte evidenziando cosa è il reato, ad esempio che prendere una cosa di un altro e usarla come un proprietario è un furto, quindi si identifica il fatto, ad esempio che tizio ha preso una bottiglia di vino al negozio senza pagarla l’ha portata via e l’ha bevuta, quindi si conclude che questo fatto è un furto, essendo sovrapponibile il caso concreto descritto nella premessa minore nel concetto astratto descritto nella premessa maggiore.
Il procedimento logico, quindi, permette di identificare un fatto e sussumerlo nelle fattispecie astratte che la legge descrive. La legge infatti è composta di norme che descrivono situazioni astratte, norme generali e astratte, e tutte le possibili situazioni concrete che si verificano nella vita vanno ad essa rapportate onde capire quale è la norma che regola quella situazione concreta. Questo è il lavoro quotidiano di chi deve applicare le norme, sia esso componente del sistema giudiziario sia che si tratti di organo amministrativo. Occorre ogni volta quindi effettuare questo ragionamento che se ne sia coscienti o meno.
Quando si deve giudicare occorre effettuare un ragionamento di questo tipo e la motivazione della sentenza ne deve dare conto.
Deve dare appunto conto del ragionamento descrivendo la premessa minore, cioè il fatto e quindi gli elementi che la sussumono nella premessa maggiore, cioè nella norma e le conclusioni che ne derivano, quindi o la sanzione penale, civile o amministrativa che sia o la statuizione civile o amministrativa. Ovviamente il ragionamento non può mai essere così schematico ma dovrebbe seguire questa logica anche per dare possibilità di controllo sullo stesso, essendo la motivazione volta proprio a quello, al controllo generalizzato e pubblico del ragionamento seguito. A questo fine quanto più una sentenza è logica tanto più si legge facilmente. Quanto più è logica tanto più può essere sintetica, anche perché in genere non vi è alcun bisogno di richiamare le norme che si presuppone o siano conosciute o facilmente conoscibili, specie oggi che vi sono siti come “normattiva”. Quindi essendo inutile descrivere la premessa maggiore, quasi in ogni caso, la decisione, sentenza o altro tipo di provvedimento, può ben scorrere spiegando l’evolversi del ragionamento senza bisogno di inutili aggiunte.
La sintesi quindi va vista come una dote, la dote di chi conosce bene i fatti su cui deve decidere e le norme che deve applicare e descrive il percorso logico che lega il fatto alla norma.
Del resto anche l’articolo 132 del Codice di procedura civile recita che la sentenza deve contenere la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, come da novella del 2009, richiamando dunque la coincisione come regola della redazione del provvedimento.
La capacità di sintesi che nasce dalla conoscenza profonda dei fatti da esporre non è una dote che si auspica solo nei provvedimenti giudiziari o amministrativi, ma sarebbe anche auspicabile nei provvedimenti degli avvocati che si rivolgono alle Autorità, perché più chiari e coincisi sono meglio si riesce a inquadrare il problema e capirne le possibili soluzioni.
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