Source: https://www.valigiablu.it/corte-europea-pirate-bay-google-facebook/
Timestamp: 2020-07-10 01:05:44+00:00

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La Corte europea apre la caccia a Google e Facebook? – Valigia Blu
La Corte europea apre la caccia a Google e Facebook?
16 Giugno 2017 7 min lettura
Con la recente sentenza (caso Pirate Bay) del 14 giugno, la Corte di Giustizia europea ha affermato che la gestione del sito The Pirate Bay costituisce violazione del copyright, in quanto mette a disposizione dei suoi utenti contenuti illeciti. In realtà Pirate Bay non presenta contenuti, ma solo torrent e magnet link, cioè file che linkano a contenuti illeciti. Quindi, la peculiarità è che i gestori del sito non trattano direttamente i file illeciti.
Ma la Corte europea ha sancito che, comunque, Pirate Bay deve rispondere di violazione del copyright nel momento in cui facilita l’accesso ai contenuti illeciti, con la consapevolezza e l'intento di consentire la diffusione di file piratati.
La Corte rimarca il fatto che i gestori pongono a disposizione degli utenti un motore di ricerca, una classificazione dei contenuti, e ne ottengono un lucro tramite la pubblicità. Si tratta di caratteristiche che in teoria presentano anche altre piattaforme online (come YouTube), e quindi viene il dubbio se tale sentenza possa portare ad azioni contro altri fornitori di servizi online dello stesso tipo o anche contro i motori di ricerca.
Un altro dubbio è se tale sentenza possa in qualche modo incidere sul dibattito in corso al Parlamento europeo sulla riforma delle direttiva copyright (qui per sapere a che punto siamo con la riforma).
L’articolo 13 della proposta di direttiva copyright, infatti, nella sua formulazione della Commissione europea, imporrebbe alle piattaforme online di attuare misure (filtraggio) per prevenire la disponibilità sui loro servizi di opere identificate dai titolari dei diritti. È da ricordare che la norma non si riferisce a contenuti illegali, bensì solo a contenuti “identificati dai titolari dei diritti”, intendendo che non è necessario che siano illegali per essere rimossi.
La norma di fatto impone ai provider l’utilizzo di software di riconoscimento di contenuti (tipo Audible Magic o ContentID) per rimuovere preventivamente (impedire che siano diffusi) i contenuti che, a detta dei titolari dei diritti (che fornirebbero le impronte sulle quali tarare i software, decidendo quindi cosa è lecito e cosa non lo è), violerebbero il copyright. Insomma un filtraggio generalizzato e preventivo dei contenuti immessi dagli utenti online. In poche parole, i titolari dei diritti sarebbero i giudici e le piattaforme online gli esecutori degli ordini dei titolari dei diritti, con buona pace dei diritti dei cittadini.
Quale impatto può avere questa sentenza sulla discussione in corso al Parlamento europeo?
In realtà, se ci si focalizza sulla menzione del servizio di indicizzazione e classificazione fornito da Pirate Bay, non si comprende l’effettivo significato della sentenza. La Corte non dice affatto che la fornitura di un servizio di tale tipo fa scattare la responsabilità dei gestori dei sito, ma l’elemento in questione è utilizzato come indice per ricavarne una consapevolezza dell'illiceità dei contenuti diffusi.
Anche l’aspetto del lucro deve essere considerato allo stesso modo. Nella sentenza si valorizza il fatto che Pirate Bay ottenga dei profitti pubblicitari, ma anche questo elemento è solo un indice della consapevolezza dell’illiceità delle opere diffuse. La Corte, nella precedente sentenza GS Media, ha chiarito che, se il collocamento del link è effettuato a fini di lucro, “è legittimo aspettarsi che l'autore di tale collocamento realizzi le verifiche necessarie per garantire che l'opera di cui trattasi non sia illegittimamente pubblicata. Pertanto, deve presumersi che tale collocamento sia intervenuto con piena cognizione del fatto che l’opera è protetta e che il titolare del diritto d'autore potrebbe non aver autorizzato la pubblicazione su Internet. In siffatte circostanze, e a condizione che tale presunzione non sia confutata, l'atto di collocare un collegamento cliccabile verso un'opera illegittimamente pubblicata su Internet costituisce una «comunicazione al pubblico”.
La presenza del lucro è quindi una mera presunzione, per la quale può essere data la prova contraria. È vero, però, che il concetto di lucro è ambiguo (in quanto anche il guadagno di pochi euro con un banner inserito solo per ripagare il costo del server costituisce lucro), quindi può portare a una forte incertezza in molte decisioni delle autorità giudiziarie. I titolari dei diritti potrebbero avviare azioni giudiziarie al solo fine di intimidire i gestori dei siti web, costringendoli così a rimuovere contenuti anche leciti (pensiamo a contenuti parodistici o fair use) per evitare di subire un’azione legale con risultato incerto (per la difficoltà di provare l'assenza di consapevolezza).
Quindi, sia l’indicizzazione che la classificazione dei contenuti, e lo stesso aspetto del lucro, non sono elementi che portano automaticamente ad una responsabilità, ma solo indici presuntivi della consapevolezza dell’illiceità dei contenuti diffusi. Ciò che porta alla responsabilità della piattaforma è, quindi, la prova della consapevolezza e il carattere intenzionale dell’intervento del gestore del sito. Cioè, si richiede che il gestore del sito intervenga con piena cognizione delle conseguenze del suo comportamento a fornire un apporto alla diffusione delle opere protette.
Un elemento indicativo in tal senso è la circostanza che siano state inviate delle segnalazioni ai gestori della presenza di opere illecite sul sito, e il gestore non si sia attivato per rimuoverle. Si tratta di un elemento previsto dalla direttiva eCommerce, non certo una novità.
In conclusione, la sentenza in oggetto probabilmente non avrà alcuna particolare conseguenza nei confronti delle piattaforme come YouTube o Facebook, perché queste ultime hanno un sistema di segnalazioni dei contenuti illeciti e di rimozione degli stessi. YouTube non può essere considerato responsabile dei contenuti immessi dagli utenti solo perché li indicizza e li classifica (i video più visti), e neppure perché ci guadagna. Occorre la prova della consapevolezza della diffusione di opere illecite.
Richieste di rimozione di contenuti per violazione del copyright ricevute da Google
Ma allora, cosa cambia con questa sentenza?
In realtà non molto, anche se quando si tratta di sentenze delle Corti Supreme occorre sempre cautela nell'analisi. Quello che accade con questa sentenza è che la Corte sta proseguendo nella sua opera, iniziata da tempo, di interpretazione di un concetto primario nell'ambito del diritto d’autore, cioè la “comunicazione al pubblico”. La direttiva Infosoc (art. 3), prevede infatti che la comunicazione al pubblico di un’opera protetta debba essere autorizzata dal titolare dei diritti, e quindi se manca l’autorizzazione vi è violazione del copyright. Ma la normativa europea non definisce la “comunicazione al pubblico”, da cui la necessità di una interpretazione del concetto da parte della Corte europea. Negli anni la Corte si è occupata svariate volte di comunicazione al pubblico e già risultano altri procedimenti inviati alla Corte che dovranno tornare sull'argomento per chiarire ulteriori aspetti ancora non ben definiti.
Con questa sentenza la Corte non ha fatto altro che estendere ulteriormente la “comunicazione al pubblico”, ricomprendendo in essa anche condotte meramente facilitative dell’accesso alle opere. Quindi è comunicazione (e occorre l’autorizzazione del titolare) non solo se diffondo l’opera direttamente o indirettamente, ma anche se mi limito a rendere più semplice l’accesso all’opera protetta, ad esempio tramite un link (i torrent e i magnet sono dei link fondamentalmente). Ciò non toglie che per aversi violazione del copyright deve comunque sussistere la consapevolezza, così come spiegata sopra.
Cosa c’entra tutto questo con la riforma della Direttiva Copyright?
Nulla e tutto allo stesso tempo. La sentenza della Corte non amplia in alcun modo la responsabilità del provider come prevista dalle norme europee, rivede solo un concetto non definito dalla normativa europea. Quindi di fatto non si pone in contrasto con la normativa e con la sua giurisprudenza. Non è possibile, quindi, evincere da questa sentenza generiche esigenze di riforma dell’attuale normativa europea. Anzi, a ben vedere questa sentenza ci evidenzia proprio il contrario.
Dopo anni di allarmi dell’industria del copyright, che ha sostenuto che Internet è il regno della copia selvaggia, il luogo dove è possibile violare le norme senza conseguenze, il Far Web, adesso scopriamo che con le norme attuali è possibile pervenire alla condanna di un sito che pirata contenuti. Forse, allora, non occorrono nuove norme. E in particolare non serve riformare la responsabilità degli intermediari della comunicazione. Il Far Web, in fin dei conti, non è poi così tanto selvaggio e senza regole.
E invece, l’Unione europea ha in discussione una riforma della Direttiva Copyright che si propone di stravolgere le regole attuali (quelle che hanno portato alla condanna di Pirate Bay) e che, nel testo della Commissione e in alcuni testi emendati, si presenta addirittura in contrasto proprio con questa sentenza, come evidenzia l’analisi di CopyBuzz.
L’articolo 13 della proposta di Direttiva Copyright, infatti, prevede rimozioni basate su semplice segnalazione da parte dei titolari dei diritti, senza alcuna possibilità di ricorso o comunque tutele o garanzie. Se l’articolo passasse come proposto dalla Commissione avremmo degli algoritmi automatizzati che rimuovono contenuti senza alcuna tutela per i diritti e senza trasparenza.
Il punto essenziale, che l’industria del copyright non coglie, è che questioni di questo tipo non possono essere decise se non caso per caso, analizzando nel concreto la situazione e verificando le peculiarità della questione. Cosa che è impossibile da fare tramite filtri automatizzati che mai saranno in grado di stabilire concretamente se i gestori hanno effettiva consapevolezza dell’illiceità di un’opera (e se è coperta da fair use? se è una parodia?) o se c’è effettiva intenzione di diffondere proprio l’opera illecita. Nessun filtro, nessuno software sarà mai in grado di fare questo.
Imporre un sistema di filtraggio generalizzato e preventivo alle piattaforme online significa non tenere conto delle norme giuridiche e realizzare una forma di giustizia privata in violazione di tutti i principi propri di un paese democratico, per primo il principio della certezza del diritto.
È quindi evidente che l’articolo 13, quello che fortemente vuole l’industria del copyright, come attualmente formulato, si pone in contrasto proprio con la sentenza che stiamo discutendo.
cguecjeudirettiva copyrightpirate bay
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