Source: http://leg15.camera.it/resoconti/dettaglio_resoconto.asp?idSeduta=016&resoconto=stenografico&indice=cronologico&tit=00050&fase=
Timestamp: 2019-11-16 02:58:07+00:00

Document:
(Condanna penale emessa nei confronti del presidente dell'Anpi - Associazione nazionale partigiani italiani - di Massa, a seguito di manifestazione non autorizzata - n. 2-00002)
PRESIDENTE. L'onorevole Cordoni ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00002 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 1).
ELENA EMMA CORDONI. Signor Presidente, il tema che noi oggi poniamo all'attenzione dell'Assemblea e del Governo riguarda un fatto avvenuto nella mia città, la città di Massa.
Abbiamo assistito con stupore, con rabbia e con indignazione ad una condanna recapitata al presidente comunale dell'Anpi di Massa, Ermenegildo della Bianchina, un uomo di novanta anni, ex partigiano, che con la sua esperienza di vita rappresenta una figura di riferimento morale e politica per tutta la nostra provincia. Egli si è visto recapitare a casa, senza alcun avvertimento precedente, una condanna a cinque giorni di arresto e 100 euro di ammenda, poi tramutata in sola pena pecuniaria, in quanto ha partecipato ad una manifestazione indetta nel 2004 a difesa di una lapide presente nella nostra città e dedicata alla memoria di Aldo Salvetti, un giovane diciottenne che, durante la Resistenza, fu ucciso dai soldati tedeschi nazifascisti e addirittura crocifisso alla porta di casa.
La lapide era stata deturpata da una svastica realizzata da sconosciuti, di cui ancora oggi non si conosce l'identità. Per reagire a questo sfregio, era stata indetta una manifestazione democratica che voleva esprimere lo sdegno della città nei confronti di questi atti vandalici, miserevoli perché compiuti di nascosto, nella notte, sperando di non essere visti.
Di fronte a queste reazioni democratiche compiute da giovani anche alla presenza del presidente dell'Anpi di Massa - una figura della nostra comunità che da sola dava garanzia di democrazia e pacatezza alla manifestazione, che si sarebbe sicuramente svolta nei limiti di una manifestazione pubblica, come potrebbe testimoniare qualunque prefetto o questore -, la comunità locale ha manifestato la propria condivisione con ordini del giorno, prese di posizione degli enti locali, manifestazioni successive a questa sentenza di condanna.
Contro questa reazione democratica è partita una denuncia. Ancora non siamo stati in grado di ricostruire esattamente chi l'abbia presentata e chi abbia deciso di promuovere il procedimento, ma abbiamo deciso, con l'Anpi locale, di proporre opposizione avverso il decreto di condanna, perché vogliamo che cose simili non accadano più. L'autorità giurisdizionale che ha emesso il decreto di condanna ha applicato l'articolo 18 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, ai sensi del quale i promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico (nel caso di specie sono stati distribuiti anche volantini) devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al questore.
I giovani che hanno promosso la manifestazione sicuramente non avevano provveduto a dare il prescritto preavviso all'autorità di pubblica sicurezza ma, insieme al presidente dell'Anpi, si erano recati, pacificamente e democraticamente, davanti alla lapide-monumento, che avevano ricoperto con la bandiera italiana dopo aver cancellato la svastica che era Pag. 45stata tracciata su di essa. Nonostante fossero a viso aperto, democraticamente, e praticamente tutti individuabili (in una comunità piccola come la nostra ci conosciamo tutti e sappiamo anche dove abitiamo), si è comunque ritenuto di promuovere il procedimento penale.
Noi crediamo che quanto è successo sia molto grave. Se non si sa discernere, se non si rispettano figure come quella dell'ex partigiano novantenne, il quale ha dedicato la sua gioventù e la sua vita ai valori della libertà e della Resistenza, allora ci troviamo di fronte ad un'inversione culturale molto grave.
Abbiamo presentato l'interpellanza perché pensiamo che la norma, da una parte, vada cambiata e, dall'altra, debba essere applicata con saggezza, collocandola nel suo contesto e verificando se la manifestazione sia in grado di turbare l'ordine pubblico. Insomma, bisogna saper applicare con saggezza le disposizioni legislative (penso che un giudice, un magistrato, debba sempre tenere presente questo criterio quando è chiamato a valutare i gesti che le persone compiono).
Nel caso di cui ci occupiamo, è stata applicata una sanzione penale ad una persona che avrebbe organizzato una manifestazione di democrazia che la città ha interamente condiviso. Anche chi non era presente quel giorno avrebbe voluto partecipare, insieme ai giovani, insieme al presidente dell'Anpi, per respingere gli atti vandalici che erano stati compiuti contro i valori ed i simboli della Resistenza.
PRESIDENTE. Il viceministro dell'interno, Marco Minniti, ha facoltà di rispondere.
MARCO MINNITI, Viceministro dell'interno. Signor Presidente, onorevoli colleghi, prima di entrare nel merito dell'interpellanza in esame, vorrei sottolineare, anche a nome del Governo, l'importanza di mantenere sempre viva la memoria della Resistenza come patrimonio comune di tutti gli italiani, primo riferimento dell'Italia repubblicana e dei valori costituzionali in cui tutti noi ci riconosciamo.
La vicenda richiamata dagli onorevoli interpellanti ha visto coinvolta, tra l'altro, una figura assolutamente emblematica come Ermenegildo della Bianchina, oggi novantenne, animato dall'intento, in quella circostanza, di manifestare mediante la deposizione di una corona di fiori tutta la sua sofferenza e tutta la sua indignazione per un gesto vile e così gravemente offensivo della nostra memoria.
Ciò detto, il quesito posto dagli onorevoli interpellanti riguarda specificatamente l'adozione di eventuali iniziative volte a superare la disposizione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza concernente l'onere di preavviso per le manifestazioni da svolgersi in luogo pubblico, in quanto ritenuta antiquata ed ingiusta.
È forse superfluo rammentare che il diritto di riunione, purché sia esercitato in modo pacifico e senza armi, riveste rango costituzionale ed il suo esercizio non è sottoposto ad alcuna autorizzazione. L'articolo 17 della Costituzione, infatti, è chiarissimo: prevede, come ho già accennato, soltanto un onere di preavviso alle competenti autorità quando la riunione si svolga in luogo pubblico. L'obbligo per i promotori di darne preavviso al questore è disciplinato nel dettaglio dall'articolo 18 del citato testo unico ed è collegato dalla stessa disposizione costituzionale al potere-dovere per l'autorità di pubblica sicurezza di vietare iniziative che comportino un pericolo concreto, e non meramente eventuale, per la sicurezza e l'incolumità dei cittadini.
Si tratta di una disposizione applicata costantemente, senza la quale, lo sottolineo, sarebbe impossibile intervenire in via preventiva sullo svolgimento di manifestazioni potenzialmente pericolose. Senza di essa, che costituisce un'evidente prescrizione-mezzo e, come tale, applicabile indipendentemente dal tipo di manifestazione promossa e dalla qualità dei promotori, risulterebbe, in altri termini, indebolita la difesa nei confronti delle manifestazioni organizzate da gruppi violenti, e quindi si caratterizza sempre più tale norma come garanzia per i cittadini e per i manifestanti stessi.Pag. 46
Aggiungo che lo stesso articolo 18 del citato testo unico è stato, nel tempo, più volte sottoposto al vaglio della Corte costituzionale, che ne ha per alcune parti dichiarato l'illegittimità, ma che ne ha altresì confermato, anche per i profili sanzionatori, la validità e l'attualità, soprattutto rispetto all'altro fondamentale principio costituzionale volto ad assicurare la libertà di manifestazione del pensiero. La cornice delineata dalla Corte costituzionale, dunque, a nostro avviso, non lascia margine a modifiche normative.
Nel caso specifico, infine, mi preme ricordare, come hanno fatto peraltro gli stessi onorevoli interpellanti, che il giudice per le indagini preliminari, il tribunale di Massa, in applicazione al dettato normativo, ha poi emesso, in data 11 maggio 2006, nei confronti dei signori Marco Lenzoni ed Ermenegildo della Bianchina decreto penale di condanna, del quale il Governo non può che prendere atto, ma verso il quale - lo sottolineo - gli interessati hanno già proposto opposizione; ma questo è un percorso che ha una sua indipendenza rispetto alle aule parlamentari.
PRESIDENTE. L'onorevole Mario Ricci, cofirmatario dell'interpellanza, ha facoltà di replicare.
MARIO RICCI. Signor Presidente, abbiamo ascoltato con attenzione la risposta del viceministro dell'interno, onorevole Minniti, a questa interpellanza. Cogliamo anche alcune puntuali precisazioni rispetto alla richiesta che avanziamo come sollecitazione al Governo circa la modifica di un articolo che non solo ci sembra antiquato, ma per certi aspetti, come in questo contesto, lede la volontà di manifestare il proprio pensiero liberamente e, nello specifico, impedisce una manifestazione spontanea che raccoglie la necessità di un sussulto popolare rispetto ad una provocazione che la città di Massa ha conosciuto nel 2004, alla vigilia del 25 aprile. Si tratta di una manifestazione che, come è stato anche riconosciuto nella risposta del viceministro, non aveva in sé carattere di pericolosità o di turbamento dell'ordine pubblico, anzi, vorrei sottolineare che tale manifestazione aveva quale primo obiettivo l'occultamento della svastica che, come provocazione, era stata tracciata sulla lapide del martire Aldo Salvetti, il giovane crocifisso dai nazisti durante la lotta di liberazione nel nostro territorio.
Signor viceministro, capiamo anche la difficoltà con la quale il Governo interpreta la nostra esigenza di modificare il citato articolo 18, anche alla luce di alcune sentenze della Corte costituzionale. Tuttavia, ci interessa sottolineare un altro aspetto: è vero, le leggi, le regole vanno applicate con rigore per evitare che vi siano abusi di chicchessia e, semmai, le stesse devono essere modificate e corrette, ma il problema è un altro.
Il buon senso del giudice, che ha seguito ed istruito la pratica, avrebbe richiesto che, quanto meno, durante l'iter istruttorio, fossero ascoltati i cittadini nei confronti dei quali ci si apprestava a promulgare una pena, secondo il codice di procedura penale.
Anche oggi, dopo la sua risposta, sollecitiamo il Governo a valutare la possibilità di intervenire in ordine all'integrazione del citato articolo 18. Infatti, in tale circostanza, il moto popolare, le testimonianze, la solidarietà, l'intervento e l'iniziativa delle istituzioni, oltre che delle forze sociali e delle associazioni che si ispirano ancora ai principi della Resistenza, nonché delle associazioni e delle forze di movimento della città, hanno spinto perché i soggetti interessati ricorressero rispetto a tale provvedimento.
Non vorremmo - sarebbe interessante fare un quadro ricognitivo in tal senso - che, invece, i semplici cittadini, di fronte a questa unilaterale sentenza del giudice, senza essere ascoltati e senza poter manifestare le proprie ragioni per tentare di portare argomenti tali da giustificare un comportamento che, immediatamente, sembrerebbe in contraddizione con le norme vigenti (i normali cittadini non hanno, purtroppo, come in questa circostanza, la solidarietà di massa), incorressero in una sentenza di carattere penale, Pag. 47nei confronti della quale, anche per esigenze, contesti sociali e economici particolari, magari, non possono ricorrere affinchè sia eliminata.
In questo senso, sollecitiamo il Governo a valutare questa integrazione esplicativa per evitare che l'articolo sopra richiamato, che offre anche alcune garanzie, come da lei affermato, secondo la sentenza della Corte costituzionale, sia applicato fuori dal contesto ed in modo unilaterale, mettendo le parti interessate in condizione di essere ascoltate nel corso dell'iter processuale per rappresentare le proprie ragioni.
(Iniziative per la tutela dell'ordine pubblico in occasione del rave party che si terrà a Bologna il 1o luglio 2006 - n. 2-00029)
PRESIDENTE. L'onorevole Garagnani ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00029 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 2).
FABIO GARAGNANI. Signor Presidente, questa interpellanza, che ho presentato insieme ai colleghi del gruppo di Forza Italia, fa riferimento al previsto street rave party che si terrà a Bologna sabato prossimo.
È già da qualche anno che questa manifestazione, chiamiamola in questo modo, anche se il termine mi pare improprio, viene tenuta nella nostra società, con rilevanti e significativi danni alle cose e alle persone. Infatti, come affermato nell'interpellanza, spesso le principali vie del centro storico del comune in questa occasione sono trasformate in vere e proprie latrine, dove si consumano apertamente sostanze stupefacenti, si beve e si pratica ogni tipo di scherzo e di danni alle persone e alle cose, a volte anche con conseguenze gravissime, come accaduto negli scorsi anni (vi è stato anche un morto).
La cronaca dei principali quotidiani nazionali degli anni passati è piena di precisi riferimenti a questo ludibrio, a questa manifestazione che non può essere definita come tale, poiché si caratterizza per essere un vero e proprio atto di dispregio alle leggi, alla legislazione, alla tutela delle persone.
Pertanto, non è in ballo il diritto di manifestare le idee, ma il rispetto delle leggi e delle persone.
Alla luce sia delle trattative, delicate e contorte, che hanno condotto la prefettura e la questura di Bologna, il sindaco, alcuni parlamentari della sinistra - i quali hanno minacciato, anche in termini espliciti, di capeggiare una sorta di dimostrazione il cui fine ultimo non si riesce a comprendere nel caso di diniego di un determinato percorso -, sia dell'incontro che il sottoscritto ed altri parlamentari del centrodestra hanno avuto con il prefetto, sia delle minacce all'incolumità fisica che uno degli organizzatori della manifestazione ha rivolto ad un nostro collega del centrodestra di Bologna, la situazione appare estremamente inquieta e agitata.
Faccio, inoltre, notare la singolare contraddizione del sindaco e della giunta di Bologna, che a parole si differenziano nettamente da alcuni propositi manifestati dagli organizzatori della manifestazione, senza però farsi carico delle conseguenze di eventuali danni che si dice saranno pagati dagli organizzatori. Ma, su 100 mila persone, come si possono identificare gli eventuali organizzatori?
Per tutti questi motivi, riteniamo che sarebbe stata indispensabile un'opera di prevenzione e una presa di distanza.
È stato identificato un percorso minimale della manifestazione, che si articolerà in due zone della città: in periferia e vicino al centro storico. L'obiettivo è quello di impedire l'avvicinamento della manifestazione al centro storico per evitare gli ingenti danni, alle persone e agli edifici, verificatisi negli anni passati.
Alla luce di tutto ciò e del fatto che intercorreranno due ore fra la manifestazione politica, in periferia, e la manifestazione vicino al centro storico, nonché del momento dedicato esplicitamente - un evento estremamente sensazionale - al consumo della droga, chiedo al Governo, in primo luogo, se sono state garantite Pag. 48tutte le misure preventive di ordine pubblico per impedire disordini e per proteggere la sicurezza dei cittadini, coinvolgendo anche le Forze di polizia e i carabinieri di località vicine. In secondo luogo, se sono stati identificati i meccanismi per evitare danni alle persone e, in ogni caso, per mettere la giustizia in condizione di operare per la tutela di ogni cittadino di Bologna, di fronte ad una manifestazione che si presenta alquanto pericolosa per le ragioni che ho prima citato. Oltre alle misure di ordine pubblico, atte a prevenire disordini e ad impedire che il corteo dei manifestanti vada oltre il percorso stabilito e concordato, chiedo al Governo di esprimere una valutazione sull'insieme della manifestazione e, soprattutto, sulle affermazioni che sono state fatte in riferimento alla incolumità fisica di un mio collega parlamentare di Bologna.
Queste sono le ragioni che stanno alla base della mia interpellanza urgente. L'urgenza, come si può vedere, è intuitiva: la manifestazione si svolgerà sabato 1o luglio. Tutti i cittadini di Bologna, di ogni parte politica, sono preoccupati; compresi quei cittadini, non certo vicini al sottoscritto, del quartiere Dozza, i quali non vogliono essere considerati cittadini di serie B di fronte alla prospettiva di vedere il loro quartiere trasformato in una latrina, cosa questa che si è già verificata puntualmente in passato.
Arrivati a questo punto, occorre una reazione decisa non solo dei cittadini, i quali in parte si mobiliteranno per difendere l'integrità del centro storico, formando in modo pacifico, in via Indipendenza, una catena umana, alla quale parteciperà anche il sottoscritto; ma occorre anche che il Governo si assuma precise responsabilità, non lasciando adito a dubbi. Dico ciò perché aleggia il sospetto su alcuni di questi movimenti - presenti all'incontro svoltosi in prefettura in termini direi estremamente vivaci, per non dire ricattatori -, vicini ad alcune forze politiche della maggioranza; sarebbe pertanto opportuno che il Governo dissipasse ogni dubbio di ambiguità su questi fatti e su quanto ne consegue.
Queste sono le ragioni dell'interpellanza in esame, lo ripeto, e questo è il motivo per cui mi trovo in questa sede a chiedere un intervento puntuale da parte del Governo.
MARCO MINNITI, Viceministro dell'interno. Signor Presidente, onorevoli colleghi, nell'illustrazione della sua interpellanza urgente l'onorevole Garagnani ha giustamente ricordato che, come negli anni scorsi, sabato prossimo avrà luogo, nel comune di Bologna, la decima edizione - sottolineo: la decima edizione - della manifestazione denominata Street rave parade, promossa dal centro sociale Livello 57.
È innegabile che lo svolgimento della Street rave parade abbia suscitato, nel tempo, una certa preoccupazione tra la cittadinanza. In considerazione anche delle critiche emerse in occasione delle precedenti edizioni e delle proteste della cittadinanza, la questione è stata esaminata fin dal gennaio scorso dal prefetto di Bologna, in sede di comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica e in numerose riunioni di coordinamento interforze, nonché nel corso di incontri preparatori in cui sono intervenuti i rappresentanti delle istituzioni interessate - la regione Emilia-Romagna, la provincia di Bologna ed il comune - ed esponenti delle realtà antagoniste, sostenitrici dell'evento. Il confronto con i promotori è stato ispirato alle esigenze, onorevoli colleghi, di conciliare la libertà di manifestazione, contenere i disagi per la cittadinanza e tutelare l'ordine e la sicurezza pubblica. Tali questioni, come è noto agli onorevoli interpellanti, costituiscono un punto importantissimo per ogni democrazia: conciliare la libertà di manifestazione con la sicurezza dei cittadini.
L'attività di mediazione ha contribuito a stemperare anche i toni della contrapposizione. A tal proposito, desidero sottolineare che a Bologna la collaborazione tra Pag. 49le istituzioni cittadine provinciali e regionali, sia nell'organizzazione dell'evento in questione sia nel modo di affrontare i problemi della cittadinanza che investono le competenze di più amministrazioni, è sempre stata massima e coesa.
Tornando ai profili organizzativi, la manifestazione avrà luogo nel quartiere fieristico, al di fuori del centro storico, con inizio alle ore 21,30. In particolare, il corteo muoverà da piazza della Costituzione per concludersi al Parco nord, vasta area ubicata lateralmente all'autostrada e alla tangenziale. Per contenere quanto più possibile il disagio per i residenti, è stato deciso di ridurre tanto il numero dei mezzi dotati di diffusori di musica ad altissimo volume utilizzati nelle precedenti edizioni, che saranno limitati a dieci, contro i trentadue del 2005, quanto la lunghezza dell'itinerario, che si snoderà per meno di due chilometri rispetto ai circa nove dello scorso anno.
Quale momento distinto e antecedente sotto l'aspetto cronologico e spaziale, nel pomeriggio, dalle 16,30 alle 19, si terrà, in piazza XX settembre, una manifestazione di carattere politico, cui prenderanno parte i centri sociali locali e di altre città italiane, per contestare la normativa recentemente entrata in vigore in materia di sostanze stupefacenti. Nel pomeriggio dello stesso 1o luglio, si terranno in altre zone della città due manifestazioni regolarmente preavvisate, organizzate, rispettivamente, da Alleanza Nazionale e da Forza Nuova, per protestare contro lo svolgimento del rave party. La seconda manifestazione consisterà in un presidio con volantinaggio da parte di alcuni aderenti al citato movimento.
Dopo la definizione del programma, gli aspetti logistici e di dettaglio sono stati definiti nel corso di apposite conferenze di servizi. Aggiungo che, in previsione delle condizioni atmosferiche previste per la giornata del 1o luglio nella quale, tenendo conto delle condizioni climatiche attuali, ci sarà, specialmente nelle ore di avvio delle due manifestazioni, una temperatura molto elevata - è presumibile - con altissime percentuali di umidità, sono stati interessati gli organi regionali di Protezione civile, che forniranno alcuni servizi di supporto.
Colgo l'occasione per ringraziare, in questa sede, per la disponibilità manifestata.
Sono stati predisposti, altresì, i necessari servizi igienici, quelli di rifornimento idrico ed i servizi medici; a conclusione della manifestazione, inoltre, il comune di Bologna provvederà ad effettuare l'immediata pulizia delle aree interessate.
Preciso, infine, che, proprio in considerazione del carattere semistanziale della manifestazione, saranno imposte limitazioni alla circolazione di mezzi pubblici e le autovetture private saranno estremamente limitate, proprio allo scopo di arrecare, anche sotto questo punto di vista, il minor disagio possibile alla cittadinanza.
Infine, il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell'interno - come da lei richiesto, onorevole Garagnani - provvederà ad assicurare alla questura di Bologna un adeguato contingente di personale di rinforzo delle forze mobili di Polizia per la gestione dell'evento e la tutela dell'ordine pubblico.
FABIO GARAGNANI. Signor Presidente, mi ritengo parzialmente soddisfatto, in quanto conoscevo almeno in parte - e ne ho avuto conferma in questa sede - l'impegno del Governo e delle sue articolazioni periferiche (la prefettura e la questura di Bologna) per contenere tale dimostrazione e prevenire eventuali atti di violenza.
Avverto, tuttavia, che alcuni fatti, a mio avviso, risultano discordanti rispetto alla risposta fornita dal signor viceministro. In primo luogo, infatti (basti leggere un comunicato emesso oggi), i danni provocati dalla Street rave parade saranno evidenti, ed il comune di Bologna ha già avvertito che - leggo testualmente - tali danni saranno pagati dagli organizzatori. Gli organizzatori della manifestazione, d'altra parte, dandolo per scontato, hanno affermato Pag. 50che la responsabilità è individuale, ragion per cui non saranno tenuti a rifonderli. Mi domando, allora, come sia possibile accertare eventuali danni in presenza di circa 100 mila persone: pertanto, è già sorto un problema.
Il signor viceministro, inoltre, ha ricordato quanto è avvenuto nei dieci anni che hanno preceduto la manifestazione di sabato prossimo. Si tratta di una questione che non rientra nella competenza diretta del Governo, tuttavia vorrei osservare che l'accertamento delle responsabilità individuali e la rifusione dei danni costituisce un problema evidente a tutti, di fronte al quale, però, vedo che il comune di Bologna, la provincia e la regione Emilia-Romagna tendono a manifestare una sorta di disimpegno.
Non è vero, dunque - e mi permetto di contraddire il signor viceministro -, che vi sia un impegno particolare da parte degli enti locali: essi hanno presentato un quadro particolarmente rassicurante, ma se ne sono sostanzialmente lavati le mani. Avrei preteso dal comune di Bologna un impegno molto più pressante e significativo proprio in presenza di un evento che riguarda i suoi concittadini, a prescindere dall'appartenenza politica, i quali, probabilmente - mi auguro di no -, vedranno minacciati o lesi alcuni loro legittimi diritti, nonché i beni in loro possesso.
Detto ciò, auspico che le Forze di polizia, presenti in numero sufficiente, tendano veramente a prevenire eventuali disordini e, soprattutto, intervengano alla prima minaccia di deviazione dal rispetto delle leggi e dei regolamenti vigenti; altrimenti, potrebbe bastare una sola scintilla per provocare disordini o fatti (come quelli verificatisi, ad esempio, anche l'anno scorso) che lasciano un seguito amaro - e non solo - ed indubbiamente minano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Pertanto, concludo la mia replica raccomandando ancora al Governo di avvalersi, nel miglior modo possibile, di tutti gli strumenti di prevenzione e correzione a sua disposizione; ciò proprio perché, in una realtà come questa, basta una singola individualità per accendere una miccia capace di innescare un meccanismo a catena (la controreazione e via dicendo) che rischia, successivamente, di devastare un'intera collettività.
(Questioni attinenti all'utilizzo delle intercettazioni telefoniche da parte della procura di Potenza - n. 2-00023)
PRESIDENTE. L'onorevole Mazzoni ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00023 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 3).
ERMINIA MAZZONI. Signor Presidente, l'interpellanza urgente presentata dal gruppo dell'UDC (Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro) circa dieci giorni fa conserva ancora oggi la sua attualità. Ricordo che fu proposta allorquando il cosiddetto «Savoiagate» campeggiava su tutte le prime pagine dei giornali; tuttavia riteniamo importante parlare ancora della materia oggetto degli articoli di giornale che allora furono pubblicati, benché i quotidiani stessi l'abbiano poi retrocessa nelle ultime pagine.
I quesiti formulati, infatti, toccano la parte seria e preoccupante per la tenuta del sistema delle garanzie, che fa riferimento: alla violazione di diritti personali fondamentali (quale quello alla riservatezza), all'uso di delicati e non sostituibili strumenti d'indagine (intercettazioni telefoniche ed ambientali), al rispetto delle norme di procedura - predisposte proprio al fine di garantire l'equilibrato bilanciamento dei diritti -, ai costi della giustizia ed alla gestione accorta delle, pur ingenti, risorse destinate a tale importante settore.
Noi del gruppo dell'UDC siamo fortemente preoccupati per la disinvoltura con la quale ci si muove e riteniamo necessari e non più rinviabili degli interventi correttivi.
Il malsano clamore che è stato dato alla vicenda attraverso la trasformazione degli atti di un'indagine giudiziaria seria in materiale da soap opera può recuperare una marginale utilità diventando spunto Pag. 51serio per una svolta che, chiaramente, chiama in causa prima di tutto il Governo e questo Parlamento. Qualcosa non è andato in quell'indagine, come in altre che l'hanno preceduta, a Potenza come in altre sedi: qualcosa di molto allarmante.
La giustizia, a nostro avviso, deve far luce, deve portare a galla delle verità, non gettare altre ombre ed aumentare il senso d'insicurezza dei cittadini. Nel caso di specie, tardivamente, si muove il procuratore Galante inviando, dopo che la tragicommedia è già andata in scena, al CSM i suoi rilievi formali. Interviene il procuratore Grasso, cosa ancor più grave, per alcuni riferimenti, non chiariti e molto gravi, a presunti collegamenti con un soggetto legato alla DIA, come si legge sui giornali.
Il ministero, qualche giorno fa, dispone un'ispezione a Potenza e da via Arenula si dice che è un atto dovuto, ma, chiaramente, questo possiamo considerarlo un atto dovuto di un procedimento complesso, che deve portare ad una conclusione e, soprattutto, ad un intervento chiarificatore dell'intera vicenda.
Inoltre, debbo dire che i quesiti che abbiamo posto in questa interpellanza urgente diventano ancor più attuali, e ciò alla luce del piano presentato dal Guardasigilli alle Commissioni: mi riferisco al piano del dicastero della giustizia. Infatti, il Guardasigilli denuncia un'arretratezza dell'apparato giudiziario, che stenta ad articolare - estraggo dalla relazione - la gestione delle risorse secondo modelli propri della cultura dell'organizzazione. Egli denuncia anche una tendenziale deresponsabilizzazione dei protagonisti di giustizia (magistrati e funzionari), che spesso mancano di cultura dell'organizzazione.
Riguardo alla parte relativa alle intercettazioni, il ministro dichiara la necessità di un intervento normativo in materia di intercettazioni telefoniche tale da rafforzare gli aspetti di garanzia individuale dei soggetti coinvolti in uno strumento probatorio molto invasivo. Il ministro segnala anche come obiettivo quello di contemperare l'efficienza di un mezzo di ricerca della prova, correlato allo sviluppo tecnologico delle comunicazioni, con la tutela della riservatezza; ciò non solo sotto il profilo della repressione del comportamento illecito dei soggetti preposti all'utilizzazione del mezzo. Sempre il ministro parla di un impatto delle misure amministrative e normative allo studio di grande rilievo e conclude annunciando e spiegando, anche se in maniera sommaria, l'intervento che immagina di realizzare, che può esplicarsi su un duplice versante. In riferimento al versante legislativo, attraverso modifiche che introducano adeguate sanzioni pecuniarie a carico di testate giornalistiche che illegittimamente pubblichino documenti coperti dal segreto d'indagine o, comunque, dal segreto d'ufficio. Sul piano legislativo, non viene aggiunto altro.
Non credo che i gravi problemi emersi e da noi denunciati nell'interpellanza urgente presentata possano risolversi con questo intervento normativo e possano essere definiti con un semplice attacco agli organi di stampa.
Da ultimo, non posso pensare che di fronte ad una simile situazione di difficoltà e ad un tale allarme sociale il Governo possa essere così disinteressato da concludere la parte relativa alle intercettazioni con questa frase: «I modi per arrivarci li scelga il Parlamento».
Credo che il Governo, a tale riguardo, abbia una seria responsabilità, in ordine alla quale, quindi, osservo come, alla luce delle riflessioni testé svolte, quanto da noi rilevato con l'interpellanza in esame postuli la necessità di un chiarimento e di una risposta; per tale ragione, brevemente ripropongo all'attenzione del sottosegretario che mi ascolta in sostituzione del ministro i quesiti già formulati e le considerazioni a loro sostegno.
Noi riteniamo che la pubblicazione sui quotidiani di trascrizioni ed intercettazioni contenute nell'ordinanza di oltre duemila pagine, firmata dal giudice per le indagini preliminari di Potenza, dottor Iannuzzi, con cui sono stati emessi tredici provvedimenti di arresto su richiesta del pubblico ministero Woodcock, abbia fatto riemergere le problematiche connesse al bilanciamento Pag. 52di diritti di pari rilevanza costituzionale, quali il diritto di libertà di stampa, il rispetto della sfera privata dei cittadini e della dignità della persona, nonché il diritto dello Stato all'esercizio dell'azione penale; che la divulgazione di trascrizioni integrali, spesso contenenti aspetti intimi o notizie anche familiari di soggetti non coinvolti abbia messo in discussione la legittimità delle procedure e la violazione dei diritti fondamentali; che la pubblicazione di materiali probatori, utilizzata più per i risvolti scandalistici che per gli aspetti sostanziali, abbia creato, oltre ad un danno per i singoli soggetti coinvolti, un vero e proprio vulnus per il sistema giudiziario, con conseguente scadimento della fiducia dei cittadini nei riguardi del sistema stesso; che la spettacolarizzazione dell'inchiesta potentina abbia posto seri interrogativi riguardo alla congruità delle procedure rispetto alle posizioni dei soggetti coinvolti, alla funzionalità del sistema riguardo ai tempi e alle modalità, ed infine al rapporto costi-benefici degli strumenti impiegati.
In ordine a tale ultima considerazione, cito anche i dati emersi dall'ispezione condotta dal procuratore generale Tufano, che ha monitorato, insieme agli ispettori del Ministero della giustizia, le attività della procura di Potenza e ha calcolato in circa 1,5 milioni di euro annui - pari a circa 4.089 euro al giorno, comprese le domeniche - le spese per intercettazioni di tale procura. Ha tra l'altro rilevato, nella sua relazione, che tale attività non ha trovato conferma in conseguenti provvedimenti giudiziari; infatti, su 197 ricorsi al tribunale della libertà contro provvedimenti cautelari che si erano basati sull'utilizzazione dello strumento dell'intercettazione, ben 139 sono stati accolti, pari quindi al 70 per cento dei provvedimenti di custodia cautelare emessi.
Ecco, dunque, le ragioni dei quesiti, delle domande e dei dubbi per i quali chiediamo al Governo un chiarimento.
Chiediamo al sottosegretario se corrisponda al vero la richiesta di personale aggiuntivo rispetto a quello a disposizione della procura avanzata dal pubblico ministero e quali siano stati i motivi eccezionali e d'urgenza che, a norma del codice di procedura penale, hanno determinato tale richiesta. Chiediamo, altresì, se il ministero non intenda verificare, nell'ambito dei suoi poteri ispettivi, se le trascrizioni di intercettazioni esorbitanti dall'inchiesta siano state fatte nel rispetto delle procedure di garanzia e del diritto alla riservatezza dei soggetti non coinvolti nell'inchiesta.
Infine, domandiamo di conoscere a quanto ammontino le spese per intercettazioni telefoniche che la procura di Potenza ha sostenuto nel corso di questi due anni di indagine.
LUIGI LI GOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, risponderò punto per punto all'interpellanza testé illustrata.
Per quanto riguarda il personale aggregato su richiesta della procura della Repubblica di Potenza e utilizzato nell'indagine definita «Savoiagate», posso fornire i numeri quali ci sono stati comunicati dagli organi della polizia di Stato, nonché dalla procura di Potenza.
Nel corso delle indagini, a partire dal 2004, sono stati aggregati alla procura di Potenza quindici agenti di polizia giudiziaria, appartenenti alla polizia di Stato, e sei unità della polizia municipale, che peraltro già operavano da oltre due anni al servizio dell'autorità giudiziaria. Delle quindici persone appartenenti alla polizia di Stato, una ha cessato il periodo di aggregazione alla data del 31 dicembre 2004, quattro hanno cessato l'aggregazione dell'intero periodo alla data del 26 agosto 2005, tre nel maggio 2006, una ad aprile, cinque a giugno e una cesserà l'aggregazione alla data del 1o luglio 2006.
La ragione di tale aggregazione risiede nel fatto che l'attività investigativa svolta è stata particolarmente complessa, riguardando operazioni di intercettazioni telefoniche su decine di utenze, servizi di osservazione, Pag. 53pedinamento e controllo, servizi di osservazione transfrontaliera, interrogatori di decine di persone, acquisizione ed esame di voluminosa documentazione e riferendosi a 104 persone indagate.
Per quanto riguarda il problema dei costi delle intercettazioni telefoniche, la procura di Potenza ha comunicato che, nel corso delle indagini, l'autorità giudiziaria ha liquidato la somma globale di 41.087,78 euro.
Sul profilo dell'eventuale iniziativa in ordine a possibili responsabilità anche disciplinari dei magistrati della procura di Potenza, il ministro ha attivato i suoi poteri incaricando l'ispettorato generale di compiere un'indagine conoscitiva finalizzata a verificare la regolarità delle procedure con le quali sono state effettuate le intercettazioni disposte dalla procura di Potenza. Ciò al fine di valutare l'eventuale sussistenza in capo ai magistrati di condotte rilevanti sia sotto il profilo disciplinare, sia sotto quello dell'incompatibilità ambientale e/o funzionale.
In ordine al problema generale posto dagli onorevoli interpellanti, ossia sull'uso dello strumento delle intercettazioni telefoniche ed ambientali - fermo restando che lo strumento di indagine finalizzato all'acquisizione probatoria è ritenuto assolutamente indispensabile nel nostro sistema -, il Governo ritiene che, accanto alla ritenuta insostituibilità del mezzo di indagine, debba essere tutelata la posizione delle persone, specie se esse non siano soggetti di indagine.
Gli strumenti enunciati dal ministro nel corso della relazione resa alla Camera e al Senato sono ovviamente di natura normativa e saranno predisposti - ritenendo, peraltro, il Parlamento sovrano nell'adottare altre eventuali iniziative - nel tentativo di trovare una soluzione ad un problema che non è di facile soluzione.
Si pensa alla possibilità di un presidio a monte nella materia delle intercettazioni, ossia ad assegnare alle stesse una particolare qualità, attribuendo (ma siamo ancora in una fase di studio) a tutti gli atti di indagine il requisito della segretezza intesa come qualità dell'atto. Ciò significa che l'atto sarebbe utilizzabile nell'ambito della sua destinazione processuale. L'atto secretato riceve una tutela giuridica attraverso la sanzione prevista dall'articolo 326 del nostro codice penale sostanziale e non attraverso l'articolo 684 del codice penale sostanziale. Ossia, non si configura il reato contravvenzionale della pubblicazione indebita di atti di un processo penale, ma la violazione di un segreto di indagine, fattispecie sanzionata con una pena più rigorosa, in quanto trattasi di un delitto e non di una contravvenzione. Questo è il presidio a monte che intende tutelare l'atto. Ovviamente, colui che ne venga a conoscenza, sapendo che l'atto è secretato, si assume la responsabilità della successiva divulgazione.
L'altro possibile intervento in fase di studio è quello di imporre normativamente che i nominativi delle persone non soggetti d'indagine vengano «omissati» negli atti adottati dall'autorità giudiziaria e, per loro natura, destinati alla comunicazione alle parti.
PRESIDENTE. Il deputato Mazzoni ha facoltà di replicare.
ERMINIA MAZZONI. Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario per la sua risposta. Certo, non posso ritenermi soddisfatta. Devo precisare che, rispetto all'elencazione contabile di cifre e di numeri, sono assolutamente insoddisfatta. Ho chiesto al Governo non solo la possibilità di conoscere dati, che tutto sommato avremmo potuto acquisire, bensì le considerazioni che, in relazione ad essi, lo stesso ritiene di dover elaborare. Rimangono, quindi, degli elementi aggiuntivi che oggi possiamo offrire alla conoscenza dei più e che riguardano un numero elevato di soggetti aggregati sulla base di una generica complessità dell'indagine.
Vorrei aggiungere che un'indagine durata due anni, che ha coinvolto ben centoquattro persone, si è risolta con tredici soggetti imputati, e tale numero oggi si sta ulteriormente riducendo: questo è un altro dato che avrebbe meritato una maggiore attenzione da parte del Governo anche in Pag. 54termini di considerazioni politiche e di attività legislativa. È un costo elevatissimo sul quale il Governo non ha svolto alcun tipo di osservazione. Rimangono in piedi le considerazioni allarmanti espresse dal procuratore generale Tufano nella sua relazione rispetto a ciò che lo stesso ha ritenuto di dover definire un «abuso di intercettazioni» da parte della procura di Potenza.
Aggiungo, per correttezza, che sono più rasserenata per quanto il sottosegretario ha voluto cortesemente aggiungere rispetto alla relazione del ministro sulla materia delle intercettazioni. Infatti, ritengo che quel misero riferimento, oltretutto preoccupante, rispetto ad un eventuale intervento legislativo solo nei confronti degli organi di stampa (quindi, per qualcosa che sta a valle) fosse un dato da arricchire (come lei ha fatto, rispondendo alla mia interpellanza) con la previsione di un intervento legislativo a monte. È lì, infatti, che si radica il problema. Poi, a seconda di come il legislatore ritiene di dovere intervenire a monte, si determinano gli atteggiamenti conseguenti, anche normativi, da assumere per i problemi che si verificano a valle.
Questo, tra l'altro, è l'orientamento che il nostro gruppo ha rappresentato in una specifica proposta di legge.
Avendo il conforto anche del Governo e, quindi, potendo confidare sulla sua collaborazione, che dalla relazione del ministro non era possibile evincere, possiamo sperare in una rapida soluzione di un problema che non è solo di giustizia, ma è un problema sociale gravissimo, che dovrebbe essere posto ai primi punti dell'agenda di Governo.
(Stato dell'iter della procedura di notifica presso la Commissione europea in relazione alla delibera n. 217 del 2005 dell'Autorità per l'energia elettrica ed il gas avente ad oggetto condizioni tariffarie speciali - n. 2-00027)
PRESIDENTE. Il deputato Mereu ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00027 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 4).
ANTONIO MEREU. Signor Presidente, l'interpellanza urgente che abbiamo presentato riguarda la crisi di alcune industrie che si trovano in Sardegna: in particolare, la Portovesme, la Alcoa, la ILA, l'Eurallumina e la Syndial.
In generale, sono industrie che interessano tutto l'apparato produttivo sardo e, in particolare, si trovano nella zona industriale di Portovesme.
La loro crisi è dovuta ad un eccessivo costo di approvvigionamento dell'energia elettrica, che rende le citate industrie non competitive sul mercato internazionale. Ciò non solo pone a rischio la loro esistenza, ma, come è motivato nell'interpellanza, mette sul lastrico un'intera regione e, in particolare, una provincia, perché i benefici economici della zona di Portovesme derivano dall'esistenza di queste industrie.
Non solo: tali industrie sono considerate di produzione strategica, come l'Alcoa e la Portovesme, in quanto produttrici di alluminio primario, di piombo e di zinco e sono considerate strategiche a livello internazionale.
Quindi, non volendo pensare neanche per un istante a quanto potrebbe succedere a seguito dell'eventuale chiusura di questi stabilimenti, tale situazione costituisce un aggravio ulteriore per il nostro paese, che ha bisogno di queste materie e che, in mancanza, dovrebbe approvvigionarsi all'estero.
Diventa importante, quindi, fare in modo che tali industrie possano usufruire di agevolazioni tariffarie, che altri paesi hanno disposto, in maniera evidente o anche nascosta, e che rendono non competitive le nostre.
Il Governo precedente ha fatto qualche cosa, partendo dal riordino del settore energetico, con la legge 23 agosto 2004, n. 239, che pone, tra gli obiettivi generali della politica energetica del nostro paese, la salvaguardia delle attività produttive con caratteristiche di prelievo costanti e con un alto fattore di utilizzazione dell'energia Pag. 55elettrica sensibile al costo dell'energia, ossia le industrie di cui stiamo parlando.
È stato anche emanato il decreto-legge n. 35 del 2005 sulla competitività, convertito dalla legge n. 80, il quale agli articoli 11, 12, 13 e 14 prevede che, attraverso l'authority per l'energia, vengano predisposte delle tariffe agevolate.
L'authority per l'energia ha ottemperato a quanto disposto e devo anche aggiungere che nella legge è previsto che, a seguito delle tariffe agevolate, deve essere predisposto un piano che garantisca interventi che possano portare a soluzioni locali.
Quindi, è stato definito un protocollo di intesa che contiene impegni per il lungo periodo, sottoscritto dalle parti interessate, ossia dalle imprese, dall'amministrazione della regione Sardegna e dai ministri interessati. All'interno del protocollo esiste anche un vincolo particolare relativo alla nascita di una centrale gestita da queste imprese e che, sfruttando una miniera di carbone ivi ubicata, produca, finalmente, dal carbone l'energia elettrica per le suddette imprese.
Quindi, come si può evincere da quanto esposto, non si sta chiedendo un'agevolazione fine a se stessa, ma, per la prima volta, ci troviamo di fronte a un protocollo di intesa che, oltre alla salvaguardia dell'industria, porta nel territorio del denaro per nuovi investimenti.
Quindi, finalmente la Sardegna, in particolare la parte del Sulcis iglesiente, può guardare con aspettative migliori al futuro dei nostri ragazzi. Teniamo presente che tale territorio oggi ha percentuali di disoccupazione altissime, che vanno dal 30 al 35 per cento. Dunque, fare interventi di questa natura è determinante per lo sviluppo del territorio stesso. Oltre che risolvere il problema dell'occupazione, ciò pone anche le premesse necessarie affinché vi sia uno sviluppo integrato. È chiaro che in un territorio in cui le fabbriche, in questo momento, sono determinanti ai fini economici è necessario prima salvaguardare ciò per poi pensare anche ad un futuro diverso.
La mia domanda non è volta a mettere in difficoltà questo Governo, ma è dovuta al fatto che ci troviamo a cavallo della presentazione all'Europa di questo provvedimento, rispetto al quale l'Europa ha già fatto sapere che porrà alcune difficoltà. Per superare queste ultime credo sia necessario che il Governo sostenga la questione in maniera diversa da quanto fino ad oggi si pensava di fare, cioè lasciare all'apparato dello Stato la difesa di tali interventi. A nostro giudizio, deve esservi un'azione politica volta effettivamente a difendere le nostre industrie. È chiaro che, quando parliamo di Europa, ne parliamo in generale, ma sappiamo tutti che all'interno dell'Europa vi sono interessi particolari: altre nazioni - Francia e Spagna, come accennavo prima - dove sono ubicate aziende concorrenti alle nostre godono di queste agevolazioni. Dunque, chi si deve lamentare è l'Italia, che deve dare una spinta importante e forte.
La prima domanda che pongo è se effettivamente il Governo ci creda e se tali presupposti siano validi, perché è chiaro che mancando il presupposto viene a mancare anche la spinta politica. Riteniamo che ciò sia possibile, anzi, doveroso perché non ci troviamo di fronte ad una scelta ma ad un obbligo. Infatti, è obbligo della politica difendere chi è in difficoltà e questo territorio lo è (non lo dico io, lo dice la stampa, lo dicono i sindacati, lo dicono tutti a livello politico e sociale). Dunque, non parliamo di una questione che riguarda un partito o un altro, ma di un'azione politica che tenda a difendere chi è oggi in difficoltà. Se non dovesse arrivare tale aiuto - ripeto - vi sarebbero forti reazioni territoriali: tutti siamo invitati a fare in modo che ciò non succeda. Quindi, chiedo al Governo come intenda procedere perché finalmente si arrivi ad un risultato che possa portarci un po' di tranquillità.
ALFONSO GIANNI, Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Signor Pag. 56Presidente, la risposta che il Governo intende dare all'onorevole Mereu ed agli altri interpellanti ha un significato positivo, che ci auguriamo possa essere colto come tale dagli stessi. Naturalmente, vorrei articolare la risposta partendo da alcune considerazioni elementari, ma credo in questa materia assolutamente necessarie.
I costi sostenuti per l'approvvigionamento di energia elettrica rappresentano per le industrie ad alta intensità di consumo di energia elettrica uno dei principali fattori di competitività sul mercato internazionale. È nostro auspicio che la politica di liberalizzazione del mercato elettrico europeo possa costituire, da questo punto di vista, un'importante opportunità per ridurre tali costi permettendo, così, la definizione di contratti di fornitura con qualunque operatore europeo, allargando l'area degli scambi, stimolando la concorrenza tra gli operatori del settore.
È un dato, tuttavia, che i tempi per la realizzazione di un mercato interno concorrenziale risentono di una serie di aspetti critici, peraltro comuni a molti paesi europei, che riguardano in primo luogo la mancanza di infrastrutture e di interconnessioni sufficienti a soddisfare la domanda. Tale fattore limita, di fatto, la possibilità dei clienti, liberi di scegliere il proprio fornitore sulla base delle migliori condizioni del servizio, e non consente di aumentare gli scambi interni al mercato.
Oltre al fattore infrastrutturale, pesano altri rilevanti elementi che riguardano l'assetto dei mercati nazionali o l'insufficiente grado di concorrenza. Negli ultimi anni, peraltro, per effetto della crescita costante dei prezzi internazionali delle fonti energetiche e dei costi indiretti ambientali dovuti all'attuazione - peraltro assolutamente necessaria - del protocollo di Kyoto, i prezzi dell'energia elettrica sono cresciuti in tutta Europa ed anche la volatilità dei prezzi delle principali borse europee è stata decisamente maggiore di quella registrata in Italia. Tutto ciò ha, da un lato, ridotto il divario di prezzo tra l'Italia e gli altri paesi, ma, dall'altro, reso più evidente il problema della competitività di alcuni comparti industriali europei rispetto alla stessa concorrenza extraeuropea. Ciò premesso, si fa presente che, in considerazione dell'insufficiente grado di evoluzione del mercato elettrico interno, l'articolo 11 del decreto-legge n. 35 del 14 marzo 2005, convertito con la legge n. 80 del 14 maggio 2005 - il cosiddetto decreto competitività -, ha introdotto alcune misure riguardanti le forniture di energia elettrica per settori industriali particolarmente esposti a rischio di perdita di competitività a causa dell'elevato costo di approvvigionamento. Queste misure, che sono contenute all'articolo 11, commi 11 e 12, riguardano il riconoscimento per un periodo transitorio - ossia fino al 31 dicembre 2010 - di un regime tariffario speciale da applicarsi alle produzioni industriali metallifere e chimiche energy intensive site nella regione sarda. Le nuove tariffe speciali sono state definite dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas con delibera n. 217 del 2005, nella quale è stato anche precisato - conformemente al meccanismo di sospensione previsto dall'articolo 88, paragrafo 3, del Trattato istituente l'unità europea - che l'operatività di tali misure è subordinata alla conclusione, con esito favorevole, del procedimento di notifica in Commissione europea del provvedimento in quanto aiuto di Stato.
Il Governo italiano ha notificato, dunque, la disposizione in esame il 23 novembre del 2005, trasmettendo anche una circostanziata relazione illustrativa delle ragioni economiche che hanno reso necessario il provvedimento, predisposta in stretta collaborazione con la regione Sardegna e con il contributo delle imprese direttamente interessate. A seguito dell'avvenuta notifica, la Commissione si è avvalsa dei propri poteri istruttori per chiedere in data 23 dicembre 2005 ulteriori chiarimenti in materia. Di recente, è stata trasmessa allo Stato italiano la decisione n. 1522 del 26 aprile 2006, con la quale la Commissione ha ravvisato elementi di incompatibilità delle nuove misure con il mercato comune e con la disciplina in materia di aiuti di Stato ed ha dunque avviato l'indagine formale di cui all'articolo 88, paragrafo 2, del Trattato, in relazione alla quale il Ministero dello Pag. 57sviluppo economico sta predisponendo nuovi elementi di risposta. In particolare, la Commissione non è convinta che la misura sia giustificata da ragioni di svantaggio della regione Sardegna rispetto alle altre regioni italiane e che, quindi, sia valido un approccio che giustifichi la misura come aiuto a sviluppo regionale. Altri dubbi riguardano gli effetti della misura sulla concorrenza dei singoli settori industriali europei, il periodo di tempo di validità dell'aiuto e la scarsa degressività, la proporzionalità dell'aiuto rispetto allo svantaggio da colmare. Il problema della competitività internazionale dei settori energivori, in effetti, non è un tema da affrontare in un'ottica regionale, pur se non si disconosce il valore particolare che esso acquista in Sardegna, la cui struttura industriale è particolarmente caratterizzata da industrie di base e metallifere a forte intensità di consumo energetico. Non sono, quindi, né sufficienti né opportune segmentazioni subregionali dell'organizzazione di un mercato che ha, oramai, dimensioni e regole europee.
Pertanto, il Governo intende riportare il problema e le sue possibili soluzioni in un ambito corretto di decisioni, che è quello europeo, non dimenticando che misure analoghe a quella assunta a favore delle industrie sarde - nella struttura o nei risultati - sono state adottate anche nell'ambito di altri Stati membri (come d'altro canto l'interpellante prima diceva), ricorrendo più o meno direttamente a meccanismi tariffari, e non dimenticando l'urgenza con cui scenari e strumenti debbono essere messi in campo, per evitare fenomeni di chiusure e di delocalizzazione di settori che noi consideriamo assolutamente strategici.
Si ritiene perciò che l'approvvigionamento per questi settori - da individuare con attenzione, tenendo conto della reale dipendenza dalle forniture energetiche e dell'esigenza di non alterare la concorrenza interna - non possa essere affidato alla volatilità dei prezzi di borsa, ma debba basarsi su sistemi che diano prevedibilità e che consentano prezzi competitivi a livello internazionale, quali: contratti bilaterali di lungo termine con copertura o partecipazione agli investimenti in capacità di generazione, consorzi di acquisto anche europei a prezzi europei, degressività di alcune componenti delle tariffe di trasporto.
Nel rispondere, quindi, ai nuovi quesiti della Commissione europea, di cui prima ho detto, sul caso delle tariffe speciali per le imprese sarde, si cercherà di arrivare ad una condivisione di strumenti anche sulla tematica più generale della competitività delle industrie europee, peraltro già all'attenzione della Commissione, ai lavori della quale partecipano anche rappresentanti del mondo industriale italiano.
Ciò precisato, facciamo presente che sulla situazione delle società energivore della Sardegna, il giorno 20 del corrente mese di giugno, il ministro dello sviluppo economico ha incontrato il presidente della regione Sardegna, i presidenti delle province di Cagliari e del Sulcis, e la rappresentanza sindacale unitaria della Portovesme Srl.
Nel corso di questo incontro è stata ricordata la situazione di crisi in cui si trova la predetta Portovesme, con una parte dei lavoratori in cassa integrazione a causa degli elevati costi di fornitura dell'energia elettrica, e che in analoghe situazione cui si trovano anche aziende del ciclo cloro-soda di Assemini. È stata peraltro manifestata la necessità di concludere la procedura comunitaria di cui trattasi, per il riconoscimento delle tariffe speciali di energia elettrica anche con un approccio di tipo settoriale.
Le parti sindacali, nel richiamare la valenza strategica che tali produzioni rivestono non solo per la Sardegna, hanno ribadito la necessità di trovare una soluzione al problema dell'alto costo dell'energia, al fine di consolidare l'occupazione e di sviluppare i nuovi investimenti già previsti nel contratto di programma presentato dalla Portovesme.
Il ministro Bersani ha confermato l'impegno del Governo a difendere in sede europea le imprese ad alta intensità energetica, ricercando il coordinamento con gli altri paesi dell'unione su misure di politica Pag. 58industriale che rendano possibili interventi, transitori e a regime, anche di tipo settoriale, a sostegno delle produzioni primarie europee a forte intensità energetica.
Al termine dell'incontro è stato stabilito che entro il mese di luglio ci sarà una nuova riunione, tenuto conto dei chiarimenti che nel frattempo ci saranno pervenuti dalla Commissione europea, per la verifica dei primi riscontri che si saranno ottenuti, e per le possibili soluzioni transitorie.
Con questo, onorevole Mereu, penso di averle dimostrato almeno un impegno fattivo del Governo, un percorso di confronto in atto per la migliore soluzione di questi problemi produttivi e sociali, mi auguro nel senso che lei stesso ha auspicato.
PRESIDENTE. L'onorevole Mereu ha facoltà di replicare.
ANTONIO MEREU. Mi dichiaro parzialmente soddisfatto, non tanto perché quanto ha detto il sottosegretario non corrisponda, tutto sommato, alle nostre intenzioni (quindi la volontà del Governo di difendere, praticamente, i nostri provvedimenti mi pare una cosa buona); quello che mi preoccupa - e che forse non sono riuscito ad esprimere meglio - è che non ho capito se anche la ricerca di un tipo di aiuto a livello settoriale necessiti di un nuovo provvedimento o se sia insita nel provvedimento che abbiamo in atto. Ciò non tanto perché desidero sostenere un provvedimento anziché l'altro, perché intendo, come tutti noi d'altronde, trovare soluzioni soprattutto per eliminare i disagi di un territorio, quanto piuttosto perché non vorrei che ci ritrovassimo, in una fase successiva, con un nuovo provvedimento su cui l'Europa ha intenzione di esprimere un parere negativo. Peraltro i documenti che il sottosegretario elencava poco fa sono in nostro possesso, li abbiamo letti e anche noi conosciamo quali sono gli orientamenti.
Secondo uno di questi orientamenti, contenuti nel documento europeo, la regione Sardegna diventa improvvisamente ricca: è chiaro infatti che, quando faremo entrare nell'Unione europea regioni più povere di noi, diventeremo di colpo ricchi. Non possiamo accettare che, all'improvviso, la Sardegna non rientra più nell'obiettivo 1, compromettendo la finalità regionale. Anche se non lo posso affermare con certezza, si è deciso in questo senso perché precedentemente vi sono stati degli accordi tra l'Unione europea e gli uffici dei nostri ministeri, senza prevedere le difficoltà che poi si sono presentate.
Quanto chiedo si basa sul presupposto che, oltre ad una risposta di tipo amministrativo, che comunque va data, deve essere prevista la differenza tariffaria; in caso contrario basterebbe dire alle industrie interessate che non è vero che si può applicare tale differenza. Se siamo certi della differenza, allora dobbiamo difenderla, evitando di lasciarla esclusivamente in mano ad uffici che intendono rappresentare questo o quel ministero, per evitare che l'Unione europea, come è accaduto anche in altre occasioni, si comporti in maniera poco brillante.
Occorre una spinta politica che faccia capire quali siano le intenzioni del nostro Governo: se tali intenzioni sono dirette a raggiungere questo obiettivo, è chiaro che la mia posizione è favorevole, se ciò, invece, non dovesse essere (questa è la mia preoccupazione) si rischierebbe di seguire strade diverse, ognuno in disaccordo con l'altro. Leggendo la stampa locale si evidenzia come spesso e volentieri ci dividiamo politicamente sulle strategie, dimenticando invece che l'obiettivo che ci deve vedere uniti è finalmente far sì che questo territorio smetta di essere povero, per ricevere in futuro un'attenzione diversa, soprattutto per quanto riguarda le giovani leve che incontrano grandi difficoltà.
Seguiremo l'iter del provvedimento e siamo disponibili a dare anche una mano.
(Incidente sul lavoro verificatosi in un cantiere di Augusta - n. 2-00031)
PRESIDENTE. L'onorevole Rotondo ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00031 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 5).
ANTONIO ROTONDO. Signor Presidente, onorevole viceministro, sabato 24 giugno, nel cantiere di Augusta Castelluccio, sulla costruenda autostrada Siracusa-Catania, si è verificato un gravissimo incidente, che ha provocato la morte di un lavoratore e il ferimento di altri 14, di cui 2 gravi.
L'incidente avrebbe potuto avere conseguenze ancora più drammatiche: se fosse stato un normale giorno lavorativo, sarebbero stati più di cento i lavoratori intenti ad eseguire il loro lavoro sul viadotto crollato: sarebbe stata una tragedia immane!
Secondo la prima ricostruzione dei fatti, l'incidente sarebbe avvenuto a causa del cedimento di un pilone di sostegno del viadotto sovrastante. Signor Presidente, onorevole viceministro, l'incidente avvenuto ad Augusta non è certamente dovuto a fatalità: lo si evince anche da una relazione preliminare che è stata presentata dall'ANAS, in seguito alla quale è stata nominata una commissione di inchiesta ad hoc. Alla base dell'incidente c'è un errore umano, sulla cui natura sta indagando la magistratura ed è stata chiamata a pronunciarsi un'apposita commissione ministeriale.
Signor viceministro, desideriamo sapere se non si ritenga di invitare l'ANAS a vigilare sul general contractor affinché siano rafforzate le condizioni di sicurezza nei cantieri e siano evitati tempi di consegna troppo stringenti per le società di subappalto ed il ricorso eccessivo allo straordinario per i lavoratori (ricordo che l'incidente è avvenuto di sabato).
Inoltre, desideriamo sapere se, alla luce di quanto è accaduto nel cantiere, non si ritenga di prevedere una temporanea moratoria del nuovo codice dei lavori pubblici, che dovrebbe entrare in vigore tra qualche giorno (il 1o luglio) e che, soprattutto per quanto riguarda il ruolo del general contractor nell'organizzazione dei subappalti, solleva serie perplessità. Quel codice, infatti, risente parecchio, signor viceministro, della filosofia tecnocratica, della filosofia falsamente efficientista che sta alla base della legge obiettivo: in esso, l'interesse pubblico, la sicurezza dei lavoratori e dell'ambiente non sempre trovano adeguata tutela. Lo stesso ministro Di Pietro ha denunciato, in occasione del tragico incidente verificatosi nel cantiere della Siracusa-Catania, l'ambiguità e la scarsa trasparenza della disciplina sui subappalti ed ha giustamente sottolineato che è sbagliato mettere in capo allo stesso soggetto, il general contractor, la responsabilità della gestione dei subappalti e dei controlli sulla sicurezza del lavoro. La commistione dei ruoli non ha mai dato buoni risultati e genera inevitabilmente conflitti di interessi. Gli esempi di ciò che non funziona nel nuovo codice non sono soltanto quelli indicati. Per tale motivo, pensiamo che sia opportuno ricorrere ad una moratoria, ad un temporaneo rinvio della sua entrata in vigore, in attesa di apportarvi gli aggiustamenti che risultassero necessari.
Chiediamo di sapere, inoltre, cosa si intenda fare per fugare le preoccupazioni dei lavoratori della costruenda autostrada Siracusa-Catania, i quali, non del tutto a torto, temono che al danno provocato dall'incidente ed al conseguente sequestro del cantiere possa aggiungersi, nel corso delle prossime settimane, anche la beffa della chiusura dei cantieri a seguito dell'esaurimento dei fondi a disposizione dell'ANAS per il prosieguo dei lavori.
Chiedo di avere risposta su tali quesiti. Grazie.
PRESIDENTE. Il viceministro delle infrastrutture, Angelo Capodicasa, ha facoltà di rispondere.
ANGELO CAPODICASA, Viceministro delle infrastrutture. Signor Presidente, l'incidente cui fanno riferimento gli interpellanti, avvenuto lo scorso 24 giugno presso il cantiere dell'autostrada Catania-Siracusa, in cui ha perduto la vita Antonio Veneziano e sono rimasti feriti altri lavoratori, pone problemi seri relativamente alla sicurezza sui luoghi di lavoro ed alle misure volte a garantire il normale esercizio dell'attività lavorativa e ad eliminare i margini di rischio per chi opera nei cantieri e in ogni altro posto di lavoro.Pag. 60
Su tale materia il Governo intende avviare una riflessione e, eventualmente, avanzare proposte in sede di rivisitazione del codice degli appalti.
Con riferimento a quanto avvenuto sulla Catania-Siracusa il 24 giugno 2006, siamo in attesa dell'esito dei lavori delle due commissioni di inchiesta istituite dal Ministero delle infrastrutture e dall'ANAS. Solo dalle conclusioni definitive cui perverranno dette commissioni si potranno accertare le cause dell'incidente e le eventuali responsabilità, appurando se i fatti siano riconducibili alla gestione del cantiere ovvero a procedure inerenti il general contractor ed il subappaltatore.
Per quanto riguarda la moratoria temporanea del nuovo codice degli appalti varato dal Governo precedente, si fa presente che in fase di conversione del decreto-legge n. 176 del 2006, con apposito emendamento, si procederà alla sospensione di quegli istituti introdotti dal codice dei lavori pubblici a recepimento facoltativo delle direttive comunitarie. Inoltre, con un decreto legislativo già approvato dal Consiglio dei ministri e per cui è iniziato l'iter legislativo di approvazione, si procederà ad introdurre alcune prime modifiche e correzioni al codice in questione.
Infine, si assicura che l'impegno del Governo e, in particolare, del Ministero delle infrastrutture è volto a far sì che i lavori in corso nei cantieri stradali non subiscano interruzioni causate dalla mancanza dei fondi. Come noto, si sta procedendo ad identificare tutte le opere su cui far convergere le risorse finanziarie effettivamente disponibili, in particolare le opere cantierate o appaltate saranno certamente incluse al primo posto di apposito elenco.
PRESIDENTE. L'onorevole Rotondo ha facoltà di replicare.
ANTONIO ROTONDO. Signor Presidente, ringrazio il viceministro e mi ritengo soddisfatto della sua risposta. Vorrei solo aggiungere una breve riflessione. L'ANAS, è inutile nasconderselo, è alle prese con una crisi seria e senza precedenti. Il problema non è solo finanziario, ma anche gestionale, organizzativo e direi anche morale. La vicenda dei cantieri a rischio di chiusura è solo la punta dell'iceberg di un disastro più generale. L'attuale direttore, Claudio Artusi, che non a caso è dimissionario, in un'intervista a Il Corriere della Sera, ha definito l'ANAS una nave senza rotta, una società oggettivamente lontana dall'essere normale, una realtà fuori controllo: manca un piano industriale, un sistema di controllo degno di questo nome e persino un metodo unico di rilevazione dei dati nel quale tutti si riconoscano. Il solo meccanismo bene oleato e ben funzionante è quello delle consulenze, il cui ammontare sembra aver raggiunto dimensioni da capogiro.
Inoltre, è sconcertante che il consiglio di amministrazione abbia scoperto solo venerdì 23 giugno 2006 che i margini di cassa fissati dal ministro Tremonti, con il famoso «tetto» previsto dalla legge finanziaria per il 2006 siano esauriti e che da luglio è inevitabile chiedere la chiusura dei cantieri. I componenti del consiglio di amministrazione dell'ANAS erano al corrente del marchingegno inventato da Tremonti, per nascondere il dissesto dei conti pubblici e «scavalcare» il periodo elettorale, fin da quando fu approvata la legge finanziaria per l'anno 2006 e se fossero stati consapevoli della loro responsabilità di amministratori, invece di far finta di nulla, avrebbero dovuto denunziare, già allora, il trucco.
Sono d'accordo con lei, signor viceministro, sul fatto che bisogna assicurare la continuità dei cantieri e questa è la priorità delle priorità. La loro chiusura sarebbe un disastro, rischieremmo di compromettere la ripresa economica ed assestare un duro colpo all'occupazione, nella situazione precaria della Sicilia. Sono fiducioso che il Governo riuscirà a trovare il bandolo della matassa ed a reperire le risorse necessarie ad assicurare la continuità di tutti cantieri attualmente in attività; se ciò non fosse possibile, e fosse inevitabile fare una selezione, ritengo che, per evitare di aggiungere guasti a guasti, sarebbe opportuno privilegiare i cantieri Pag. 61della Salerno-Reggio Calabria e della Catania-Siracusa. Vi sono buone ragioni sociali, ma anche altri motivi che ci costringono ad assicurare la continuità in tali cantieri, e se sono fondate alcune indiscrezioni lasciate filtrare sulla stampa dalla stessa ANAS, neppure il problema di reperire le risorse aggiuntive sarebbe insuperabile.
I fondi ci sarebbero già. Ma, attenzione: l'ANAS potrebbe attingere ai mutui appositamente accesi, ma congelati per effetto del tetto di Tremonti.
Tali mutui consentono di coprire per intero i pagamenti previsti per la seconda parte dell'anno. Inoltre, se quanto fa sapere l'ANAS è fondato, per scongiurare la chiusura dei cantieri della Salerno-Reggio Calabria e della Siracusa-Catania, basterebbe un intervento legislativo che innalzasse il tetto di spesa imposto dalla finanziaria, e ciò si potrebbe fare per una somma pari all'ammontare dei mutui congelati. Pertanto, si ha la possibilità di affrontare e risolvere la questione senza individuare fondi aggiuntivi.
Vi è la possibilità di accendere questi mutui; anzi, i mutui sono già stati accesi, ma risultano bloccati per sottostare a quanto previsto nella legge finanziaria per il 2006 dal ministro Tremonti; comunque, tali questioni potrebbero risolversi semplicemente.
Ritengo che la buona volontà che ha mostrato questo Governo nell'affrontare tale questione, fondamentale per l'economia e lo sviluppo della Sicilia, ci possa portare a soluzioni soddisfacenti per tutti.
Rinnovo la mia soddisfazione e ringrazio l'onorevole viceministro per la risposta.
(Conferimento di incarichi ministeriali ai magistrati amministrativi - n. 2-00019)
PRESIDENTE. Il deputato Gamba ha facoltà di illustrare l'interpellanza La Russa n. 2-00019 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 6), di cui è cofirmatario.
PIERFRANCESCO EMILIO ROMANO GAMBA. Signor Presidente, signor sottosegretario, il gruppo di Alleanza Nazionale (il primo firmatario dell'atto di sindacato ispettivo è il presidente La Russa) ha presentato l'interpellanza urgente in esame a fronte delle molteplici emergenze politiche, amministrative, istituzionali che riguardano, in particolare, alcuni aspetti del nostro sistema ordinamentale.
Il gruppo è stato spinto da una situazione che, con l'avvento del Governo Prodi, sembra acuirsi nei suoi termini più negativi. Ci riferiamo, come recita lo stesso testo dell'interpellanza, alla questione relativa agli incarichi extragiudiziari conferiti, in particolare, ai magistrati della giustizia amministrativa che, come peraltro avviene in parte anche per i magistrati ordinari, stanno considerevolmente aumentando, presentando, per la delicatezza della situazione, aspetti di maggiore, a nostro avviso, inopportunità politica.
È chiaro che molti di questi magistrati - mi riferisco ai magistrati dei tribunali amministrativi regionali, nonché a quelli del Consiglio di Stato - svolgono funzioni molto delicate di natura giurisdizionale.
Risulta agli interpellanti che, in occasione dell'avvento del nuovo Governo, siano stati conferiti diversi incarichi, consulenze a vario titolo ed a vario livello, nomine a tali magistrati in diversi ministeri, anche presso la Presidenza del Consiglio, dove risulterebbe che siano stati chiamati a svolgere funzioni diverse magistrati amministrativi in un numero superiore a 35.
È evidente che ci troviamo in una condizione molto particolare, perché, oltre tutto, molti dei magistrati amministrativi svolgerebbero e svolgono funzioni di consulenza giuridica a vario livello nei ministeri e, quindi, nell'esecutivo, senza neppure essere stati posti fuori ruolo, come accade per i magistrati ordinari, e senza che siano state adottate forme diversificate di consulenze part time; pertanto, questi incarichi si aggiungono e vengono svolti contemporaneamente allo svolgimento delle funzioni giurisdizionali di rispettiva competenza.
Da tempo, nell'ambito della giurisprudenza, ma in particolare della dottrina e Pag. 62del dibattito politico, si discute in ordine alla necessità di garantire, anche con riferimento a questi problemi, alla magistratura amministrativa le stesse caratteristiche di imparzialità che dovrebbero rappresentare un tratto distintivo di qualunque magistrato.
Ma una situazione del genere, con il conferimento così vasto di incarichi da parte dell'esecutivo, pone delle questioni pregnanti. Potrebbe, infatti, verificarsi il caso di chi, pur continuando a svolgere funzioni giurisdizionali, la mattina operi nei collegi giudicanti dei tribunali amministrativi regionali e del Consiglio di Stato per decidere su ricorsi presentati dai cittadini contro la pubblica amministrazione o su questioni attinenti la legittimità di provvedimenti di carattere generale, quali regolamenti, ordinanze, circolari e quant'altro, alla cui stesura gli stessi giudicanti abbiano magari contribuito il pomeriggio precedente in qualità di consulenti dei diversi ministeri.
È chiaro che i magistrati devono essere imparziali: ciò vale per tutti i magistrati e non soltanto per quelli ordinari. La stessa Costituzione ne fa riferimento all'articolo 108, anche in considerazione delle cosiddette giurisdizioni speciali. E questa imparzialità deve anche risultare ed apparire tale. Questo è un principio fondamentale proprio in ordine alle garanzie che debbono essere assicurate a tutti i cittadini.
Il gruppo di Alleanza Nazionale, quindi, interpella il Governo per conoscere quali siano i nominativi di tutti i magistrati del Consiglio di Stato e dei tribunali amministrativi regionali chiamati, in qualunque posizione formale, a ricoprire incarichi di capo di gabinetto, capi uffici legislativi, consiglieri giuridici, capi dipartimento conferiti presso ogni ministero della Repubblica e presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Chiede, inoltre, quale sia l'esatto onere finanziario gravante complessivamente sul bilancio dello Stato di queste molteplici attività svolte extra funzione, quindi, con emolumenti aggiuntivi che si sommano al mancato utilizzo delle risorse interne dell'amministrazione (queste funzioni potrebbero essere svolte dall'alta dirigenza che opera in ciascun ministero). Infine, Alleanza Nazionale chiede quali urgenti iniziative si intendano adottare per evitare che i magistrati amministrativi di cui trattasi, invece di sottrarre tempo alla definizione dell'enorme mole di contenzioso arretrato (quello amministrativo è, com'è noto, particolarmente consistente), si dedichino all'assolvimento di incarichi governativi che potrebbero essere svolti da alti dirigenti di ruolo dello Stato, con conseguente minore aggravio per l'erario pubblico.
PAOLO NACCARATO, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Signor Presidente, l'atto di sindacato ispettivo in oggetto presentato dal presidente La Russa e da diversi deputati del gruppo di Alleanza Nazionale rileva che «sono stati conferiti numerosi incarichi di governo a magistrati del Consiglio di Stato e dei TAR i quali (...) ricoprono, a vario titolo, le funzioni di capo di gabinetto, capi uffici legislativi, consiglieri giuridici, capi dipartimento» e così via. Soggiunge che «per la maggior parte dei suddetti magistrati non è stato disposto il collocamento in posizione di fuori ruolo da parte dei competenti uffici di presidenza delle rispettive magistrature» e che «molti di questi magistrati non risultano essere stati neppure autorizzati a svolgere part time tali incarichi».
La materia evocata è quella degli incarichi non extra istituzionali ma extra-giurisdizionali dei magistrati amministrativi. Gli incarichi citati, infatti, vanno correttamente compresi nell'ambito di quelle funzioni di alta consulenza giuridico-amministrativa che l'ordinamento attribuisce, favorisce e permette per ragioni di coerenza sistematica e funzionalità della pubblica amministrazione, nonché in una logica di ottimale ed economico utilizzo delle risorse umane dell'amministrazione seguita da molti anni e da ogni tipo di Governo.Pag. 63
L'organo di autogoverno dei magistrati amministrativi, sia dei tribunali amministrativi regionali sia del Consiglio di Stato, nei confronti dei quali è diretto l'atto parlamentare, è il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Tale organismo ha competenza a ricevere le richieste di autorizzazione all'accettazione di incarichi per le categorie amministrate, che i magistrati interessati sono tenuti a presentare, ed a decidere sia se autorizzare l'incarico offerto sia, in caso positivo, se disporre il collocamento in posizione di fuori ruolo del magistrato autorizzato, sulla base di precise disposizioni di legge integrate da ancor più dettagliate misure regolamentari adottate dallo stesso organo di autogoverno. In casi di estrema urgenza, sono previste autorizzazioni provvisorie, presidenziali, a firma del presidente del Consiglio di Stato, soggette, tuttavia, a ratifica del plenum dell'organo di autogoverno entro un termine non superiore a 15 giorni.
La richiesta all'organo di autogoverno è obbligatoria anche per l'amministrazione che conferisce l'incarico. Di converso, l'assunzione di un incarico da parte di un magistrato privo di autorizzazione integra una grave violazione disciplinare che, per quanto consta, non risulta essersi registrata. Non risultano fattispecie che rientrerebbero in tale situazione di irregolarità e la stessa interpellanza non fornisce alcun elemento indicativo in questa direzione. L'iter descritto riguarda anche la magistratura contabile, quella ordinaria e l'Avvocatura dello Stato, con riferimento ai rispettivi organi di autogoverno.
Passando all'esame di possibili situazioni di incompatibilità, altrimenti definite di conflitto di interesse, il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa ha adottato una serie di misure, applicate tanto ai consiglieri di Stato quanto ai magistrati dei tribunali amministrativi regionali, che hanno lo scopo di prevenire lesioni alla terzietà del giudicante e all'imparzialità tecnica dell'esercizio della funzione consultiva. In particolare, al Consiglio di Stato, ormai da molti anni, è esclusa ogni commistione tra attività giurisdizionale e attività consultiva, con rigidi meccanismi di assegnazione all'una o all'altra area. Conseguentemente, nessun magistrato assegnato ad una sezione giurisdizionale può essere altresì assegnato alla sezione consultiva per gli atti normativi, competente a rendere il parere preventivo sugli atti normativi regolamentari, e nessun magistrato della sezione consultiva normativa può assumere incarico presso gli uffici legislativi di qualunque amministrazione. Nessun magistrato amministrativo può essere utilizzato per l'assunzione di incarichi conferiti da amministrazioni su cui ha, o ha avuto nell'ultimo anno, competenza in sede giurisdizionale ed è prassi consolidata di tutti gli organi di autogoverno verificare in concreto tale incompatibilità. Al termine dell'incarico, ai fini dell'assegnazione del magistrato ad una sezione, si tiene conto ancora per un anno dell'incompatibilità con l'esercizio della funzione giurisdizionale nei confronti dell'amministrazione che ha conferito l'incarico. Nessun magistrato che assuma l'incarico di capo di gabinetto è assegnato o mantenuto in una sezione giurisdizionale anche se non collocato in posizione di fuori ruolo. Nessun magistrato di TAR può assumere incarichi conferiti dalla regione del luogo dove presta servizio o dove lo ha prestato nell'ultimo anno. Tali criteri assolvono funzione di garanzia, a un tempo, dell'autonomia operativa e culturale del magistrato presso l'ente di destinazione nonché della compatibilità dell'incarico autorizzato con lo svolgimento delle funzioni presso l'istituto di appartenenza, ove non vi sia stato collocamento in posizione di fuori ruolo.
Il magistrato (amministrativo, ordinario o contabile), anche nell'ambito dell'incarico che gli sia stato conferito, conserva le sue caratteristiche di oggettiva garanzia della legalità istituzionale nella traduzione tecnica degli indirizzi, politici o istituzionali, dell'organo al vertice della struttura (ministro, Presidente del Consiglio dei ministri, Presidente della Repubblica, del Senato o della Camera dei deputati). D'altra parte, lo svolgimento degli incarichi permette un significativo completamento Pag. 64della formazione professionale del magistrato, consentendogli di conoscere meglio il funzionamento della struttura amministrativa su cui (ovviamente, in altri ambiti o momenti) è istituzionalmente chiamato a giudicare.
L'assetto fin qui delineato trova un significativo riscontro nelle norme vigenti. Infatti, l'articolo 100 della Costituzione recita che il Consiglio di Stato è «organo di consulenza giuridico-amministrativa e di tutela della giustizia nell'amministrazione». Il substrato storico-culturale in cui la disposizione costituzionale del citato articolo 100 è nato, e tuttora vive, è tipico della tradizione non solo italiana, ma anche europea-continentale (vale a dire di tutti gli Stati cosiddetti a diritto amministrativo).
Il consigliere di Stato e, più in generale, il magistrato amministrativo vive in forte sinapsi con la più alta cultura dell'amministrazione: si richiamano il Conseil d'Etat e l'ENA della tradizione francese (da cui è storicamente derivata quella italiana), nonché i ruoli di grand commis d'Etat svolti dai consiglieri francesi in incarichi di vertice presso l'amministrazione.
I principi costituzionali espressi dall'articolo 100 trovano puntuale conferma nella vigente legislazione ordinaria, la quale, in moltissime ipotesi, riserva ai magistrati amministrativi (spesso insieme a quelli ordinari, a quelli contabili, agli avvocati dello Stato e, meno frequentemente, alle altre categorie ad alta qualificazione giuridico-professionale) lo svolgimento di specifiche funzioni innegabilmente e perfettamente istituzionali, anche se non giudiziarie, all'interno della macchina della pubblica amministrazione.
A mero titolo esemplificativo, tra i casi più significativi e tra quelli più recenti, si ricordano: gli incarichi di capo e di vicecapo del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, nonché gli altri di cui all'articolo 6, primo comma, del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 303; gli incarichi presso la commissione tributaria centrale e presso le commissioni regionali e provinciali; l'incarico di commissario per la lotta alle contraffazioni ex articolo 4-bis, comma 2, del decreto-legge 10 gennaio 2006, n. 2; gli incarichi concernenti la commissione per il riassetto degli uffici ONU di cui all'articolo 10-bis, commi 6 e 7, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203; l'incarico di consigliere dell'ufficio per il federalismo, di cui all'articolo 2-septies, primo comma, del decreto-legge 26 aprile 2005, n. 63; gli incarichi presso la commissione istituita al Dipartimento per la funzione pubblica di cui agli articoli 1, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 6 ottobre 2004, n. 258, e 1, commi 1 e 4, lettera e), della legge 16 gennaio 2003, n. 3; gli incarichi all'ufficio dell'Alto commissario per la prevenzione ed il contrasto della corruzione e di altre forme di illecito nella pubblica amministrazione di cui all'articolo 1 della legge 16 gennaio 2003, n. 3, e successive modificazioni.
Non sembra, dunque, rispondere né all'assetto costituzionale, né a quello ordinamentale, anche più recente, escludere i magistrati, gli avvocati dello Stato e gli altri soggetti previsti dall'esercizio di funzioni non giudiziarie nella pubblica amministrazione.
Si deve far presente che l'articolo 29 della legge n. 186 del 1982 ha fissato un limite numerico ai collocamenti fuori ruolo dei magistrati amministrativi (vale a dire 20 unità su un organico complessivo di circa 500). Tale limite, dice la norma, è derogabile «fino al 30 per cento» per gli incarichi di diretta collaborazione con il Presidente del Consiglio dei ministri o con i singoli ministri, ai sensi del decreto-legge n. 217 del 2001, come sostituito dalla legge di conversione n. 317 del 2001. Gli oneri economici derivanti dalla loro attività si limitano al solo riconoscimento di indennità di importo inferiore a quello che graverebbe sulla pubblica amministrazione, ove le posizioni fossero coperte con appositi contratti della dirigenza pubblica.
Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e presso i ministeri prestano servizio, allo stato, in posizione di fuori ruolo, 6 consiglieri di Stato e 2 consiglieri di TAR.Pag. 65
Si fa, inoltre, presente che 18 consiglieri di Stato e 12 magistrati di TAR hanno incarichi pur continuando ad esercitare le funzioni istituzionali, a pieno carico, presso le sezioni del Consiglio di Stato e i tribunali amministrativi regionali di rispettiva appartenenza e, quindi, non sono nella suddetta posizione di fuori ruolo. Alcuni consiglieri di Stato sono collocati, peraltro, in posizione di fuori ruolo o in aspettativa per l'espletamento di incarichi di alta rilevanza istituzionale: il consigliere Donato Marra - Segretario generale della Presidenza della Repubblica -, il presidente di sezione Corrado Calabrò - presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni -, il consigliere Antonio Catricalà - presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato -, il consigliere Franco Frattini - vicepresidente della Commissione dell'Unione europea -, il consigliere Francesco d'Ottavi - docente stabile presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione -, il consigliere Alessandro Botto - componente dell'Autorità di vigilanza sui lavori pubblici -, il consigliere di TAR Elena Statizzi - esperto presso l'Alto commissario per la prevenzione ed il contrasto della corruzione ed altre forme di illecito nella pubblica amministrazione -. È, inoltre, imminente la pubblicazione dell'opuscolo riguardante il secondo Governo dell'onorevole Romano Prodi, nel quale sono indicati i magistrati amministrativi che ricoprono incarichi istituzionali nel Governo. Tale pubblicazione sarà quindi a disposizione in tempi brevissimi anche per tutti i parlamentari.
Infine, occorre accennare all'eventualità, paventata dagli interpellanti, che i magistrati amministrativi, dedicandosi all'assolvimento di incarichi governativi, finiscano con il «sottrarre tempo alla definizione dell'enorme mole di contenzioso arretrata». Si è già chiarito che l'attività istituzionale dei magistrati non è limitata a quella giurisdizionale.
L'organo di autogoverno ha da tempo fissato un rigoroso limite numerico alla quota riservata ai collocamenti in posizione di fuori ruolo dei magistrati amministrativi, tanto da determinare il rigetto di richieste pervenute anche in tempi recentissimi, determinate dall'esaurimento di tale quota.
Per lo svolgimento di incarichi in part time, sussiste una limitazione temporale solo per lo svolgimento dell'incarico extragiudiziario, e non per l'attività giurisdizionale, per la quale è richiesta verifica che non subisca rallentamenti o disfunzioni. Il rilascio dell'autorizzazione è subordinato alla previa verifica di regolarità e tempestività nel deposito delle sentenze assegnate e, d'altro lato, la rilasciata autorizzazione non comporta alcuna riduzione del lavoro giurisdizionale, che prosegue per tutta la durata dell'incarico con la stessa mole di lavoro fissata dal Consiglio di presidenza in via generale anche per i magistrati amministrativi privi di ogni incarico: può, dunque, arguirsi che l'autorizzazione di un incarico in part time è sempre subordinata alla verifica che il magistrato si dimostri in grado di aggiungere la nuova funzione a quella giurisdizionale, senza decremento nella produttività di quest'ultima, che coincide con i carichi massimi di lavoro fissati dall'organo di autogoverno per tutti i magistrati, a garanzia della loro indipendenza.
PRESIDENTE. L'onorevole Gamba ha facoltà di replicare.
PIERFRANCESCO EMILIO ROMANO GAMBA. Signor Presidente, il grado di soddisfazione per la risposta fornita dal sottosegretario è quasi pari allo zero, nel senso che egli si è in qualche modo limitato ad un intervento di tipo burocratico, enucleando una serie di dati che francamente nulla hanno a che fare con quanto era stato chiesto. Si è, invece, ben guardato dal portare i dati richiesti nell'interpellanza, ovvero: quali e quanti incarichi, come consulenti giuridici dell'organo esecutivo, nelle varie vesti formali, siano stati attribuiti ai consiglieri di Stato e del TAR - quindi, incarichi assunti nell'ambito del Governo e non di altre istituzioni, che non rilevano in questo contesto e che, peraltro, sono anch'essi a Pag. 66conoscenza degli interpellanti così come, praticamente, di tutti quanti si occupino di tali vicende istituzionali - e quali siano le autorizzazioni date per l'assunzione di tali incarichi.
Francamente, risulta alquanto comico che si faccia riferimento ad un opuscolo di prossima pubblicazione, dal quale tali dati dovrebbero essere attinti da parte di tutti i parlamentari. Quasi che, evidentemente, i dati contenuti in detto opuscolo, sempre in corso di pubblicazione, non siano già a disposizione del Governo: una misteriosa vicenda, questa che sembra interessare l'esecutivo.
Ma, considerando molte delle informazioni rese dall'onorevole sottosegretario con la sua risposta, esse riguardano, ad esempio, i giudici amministrativi in aspettativa, i quali non hanno a che fare con l'oggetto della nostra discussione in quanto, essendo in aspettativa, non hanno più ragione di destare la preoccupazione che muoveva e muove l'interpellanza in esame. Quando poi ci si riferisce al limite posto dal Consiglio di Stato al collocamento fuori ruolo dei magistrati amministrativi dello stesso organo, ebbene, anche in tal caso, ovviamente, non siamo nell'ambito del tema oggetto dell'interpellanza; infatti, per l'appunto, le preoccupazioni sono riferite a situazioni diverse dall'ipotesi di collocamento fuori ruolo perché, in quel caso, si attenuano i possibili sospetti riguardo al mantenimento dell'imparzialità del giudice.
Conosciamo bene, peraltro, le disposizioni interne del Consiglio di Stato ed il fatto che da tempo i componenti delle sezioni giurisdizionali non possono transitare in quelle consultive e viceversa; disposizioni che, invece, non riguardano i tribunali amministrativi regionali, per i quali lo stesso sottosegretario ha dovuto fare riferimento unicamente all'incompatibilità con incarichi assunti presso le regioni, nulla potendo dire, invece, circa ipotesi di incompatibilità con incarichi presso l'esecutivo nazionale, e dunque presso il Governo, aspetto che, invece, costituiva il tema principale sul quale noi intendevamo attirare l'attenzione.
Siamo ben consapevoli delle lacune esistenti a livello ordinamentale e legislativo; infatti, nel tempo, la stessa situazione della magistratura amministrativa si è andata evolvendo sicché, dal Conseil d'Etat cui faceva riferimento il sottosegretario - che è all'origine del ruolo e delle funzioni, per così dire, ereditate dalla magistratura amministrativa italiana -, ebbene, da quella tradizione, per così esprimermi, molta acqua è passata sotto i ponti: il contenzioso amministrativo si è enormemente ampliato, le posizioni giuridiche soggettive dei cittadini la cui tutela è affidata agli organi di giustizia amministrativa si sono enormemente espanse. Di qui, evidentemente, anche la necessità di quell'imparzialità non soltanto sostanziale ma anche «apparente» che, a tal punto, deve contraddistinguere non tanto o soltanto i singoli magistrati interessati da siffatte vicende, ma, nel suo complesso, il corpo della magistratura amministrativa. Ciò dovrebbe costituire a nostro avviso una preoccupazione dell'esecutivo ed una preoccupazione del Parlamento, di qualunque esecutivo e di qualunque Parlamento. Ciò proprio perché, evidentemente, si tratta di situazioni che incidono sulla necessaria garanzia dei diritti e delle posizioni giuridiche soggettive dei cittadini che non possono essere affrontate esclusivamente sulla base delle disposizioni vigenti.
Per tale motivo, il gruppo di Alleanza Nazionale ha già predisposto alcune proposte di legge in ordine alle modifiche relative alle norme riferite alle incompatibilità delle funzioni dei magistrati amministrativi e ciò, ovviamente, formerà oggetto di discussioni de iure condendo.
Tuttavia, l'insoddisfazione dal punto di vista politico è anche riferita alla assoluta insensibilità che il Governo appena insediato dimostra nei confronti del problema. Infatti, l'esecutivo, oltre a fornire una risposta burocratica e lacunosa, non affronta il tema dell'inopportunità del gran numero di incarichi attribuiti sotto forma di part time - come si evince dalle parole dello stesso sottosegretario - e, quindi, al di fuori di quei limiti e di quelle necessità delle quali si è parlato con riferimento ai Pag. 67magistrati del Consiglio di Stato. Il fatto poi che siano gli stessi organi di autogoverno della magistratura ad autorizzare in alcuni casi questi incarichi extragiudiziari non costituisce una garanzia sufficiente, e ritengo che su tale punto si debba intervenire in modo più ampio, certamente con riferimento alle questioni relative alla magistratura amministrativa, ma anche a quella ordinaria.
Il problema degli incarichi extragiudiziari agita da tempo le cronache politiche ed istituzionali. Per tale motivo, ritengo si debbano ribadire anche per i giudici amministrativi le parole che un illustre costituzionalista recentemente scomparso, il professor Paolo Panunzio, ha pronunciato relativamente a tale situazione. Il professor Panunzio affermava: «Senza voler arrivare a chiedersi se la prassi degli incarichi ricorrenti non possa talvolta assumere anche il carattere delle misure premiali, va detto che il pericolo che questa prassi possa minare l'indipendenza e l'imparzialità dei magistrati è bilanciato in genere dalla probità dei magistrati, ma la moglie di Cesare non deve neppure essere sospettata e una coerente e puntuale applicazione dei principi costituzionali esigerebbe che i giudici dell'amministrazione non vengano neppure utilizzati come ausiliari del potere o della pubblica amministrazione». Cosa che evidentemente non è - come ci ha riferito il sottosegretario - e che non ha neppure costituito un indirizzo riguardo ai correttivi che, perlomeno per il futuro, il Governo intenderebbe assumere in questo ordine.
Insomma, ad avviso del rappresentante dell'esecutivo, in tale ambito tutto va bene, le norme sono rispettate; l'opportunità politica e l'immagine e la tutela dei diritti dei cittadini molto meno, ma non vi è nessuna iniziativa da assumere. Pertanto, a questo punto, l'iniziativa sarà assunta dal gruppo di Alleanza Nazionale.
(Rinvio interpellanza urgente Raiti n. 2-00026)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta dei presentatori, sulla quale ha convenuto il Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Raiti n. 2-00026 è rinviato ad altra seduta.
(Iniziative per l'approvazione di modifiche allo Statuto della Croce rossa italiana per la valorizzazione del personale dipendente di ruolo e per l'inserimento del personale precario - n. 2-00013)
PRESIDENTE. L'onorevole Burgio ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00013 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 7).
ALBERTO BURGIO. Signor Presidente, signor sottosegretario, per disporre di un quadro chiaro di sintesi sulla situazione della Croce rossa, appare utile riferirsi a due ordini di problemi, certo tra loro connessi, ma che è opportuno considerare in modo distinto.
In primo luogo, vi è il problema istituzionale. La Croce rossa sconta gravi carenze per ciò che attiene ad una chiara definizione delle sue attribuzioni. Il punto cruciale concerne l'assenza di deleghe e la concessione di funzioni per convenzione. Tale circostanza sottrae all'ente la certezza dei compiti e della concreta assegnazione di funzioni e lo costringe, di fatto, ad una aleatoria ricerca di aggiudicazioni in concorrenza con altre strutture associative di natura privata. Una precisa responsabilità, a questo riguardo, incombe sul nuovo statuto della Croce rossa italiana, approvato dal precedente Governo con decreto del Presidente del Consiglio del 6 maggio 2005, il cui articolo 3, pure intitolato «Servizi delegati», fa riferimento esclusivo a incarichi per convenzione.
Come ho detto, è uno stato di cose che determina perdurante e, direi, strutturale incertezza ed un costante rischio di spreco di notevoli risorse strumentali e professionali allocate nelle venti sedi regionali e nelle centinaia di comitati provinciali e locali. L'impropria concorrenza di un ente Pag. 68pubblico come la Croce rossa con associazioni private si svolge, inevitabilmente, secondo una logica di gare al massimo ribasso, foriera di effetti perversi per quanto concerne sia la qualità dei servizi all'utenza sia le condizioni di quanti operano nel servizio. Proprio tale concorrenza ha determinato una notevole riduzione dei compiti e degli ambiti di intervento affidati alla Croce rossa, che ha via via perduto tutte le attività che prima svolgeva in via esclusiva.
Alla radice di questo stato di cose va individuata una duplice causa: da una parte, la complessità strutturale dell'ente e, dall'altra, il suo collocarsi, per così dire, al crocevia tra molteplici ambiti funzionali facenti capo alla sanità, alla solidarietà sociale, alla difesa, alla protezione civile.
Per quanto concerne, specificamente, la complessità strutturale, mi riferisco alla compresenza di una cospicua componente volontaristica (300 mila unità di volontariato) al fianco o, per meglio dire, sovraordinata alla componente istituzionale costituita dal personale civile dipendente. Tale compresenza è caratteristica della Croce rossa e, di per sé, connaturata alla sua fondamentale vocazione, ma ha dato luogo a disfunzioni, anche in conseguenza di uno sviluppo abnorme sul piano quantitativo della componente volontaristica. A tali disfunzioni le modifiche statutarie succedutesi nel tempo e, in particolare, il nuovo statuto del 2005 varato dopo un iter che non ha mai visto il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, non hanno dato soluzioni. Le hanno piuttosto aggravate, riservando alla componente volontaristica le funzioni direttive e gestionali sia al centro (presidenza nazionale e consiglio direttivo nazionale) sia sul territorio (comitati regionali, provinciali e locali), così sancendo l'esclusione della componente istituzionale dagli organi di indirizzo e di gestione dell'ente. I ripetuti interventi statutari via via introdotti hanno, cioè, svilito il ruolo delle attività e dei dipendenti ad esse collegati, ponendo la componente volontaristica in condizione di controllare totalmente la struttura operativa e gestionale della Croce rossa. In conseguenza di questa situazione, la Croce rossa stessa è stata da ultimo descritta da un quotidiano nazionale, con una metafora che a me pare efficace, come un «incredibile Minotauro».
A questo problema di ordine istituzionale si affianca e si intreccia il secondo ordine di questioni che abbiamo inteso porre in evidenza nell'interpellanza, connesse alla condizione di quanti prestano servizio nei ruoli o, comunque, alle dipendenze della Croce rossa italiana. Vi è, intanto, un dato obiettivo connesso alla composizione attuale degli organici. Sono attualmente in servizio circa 1.700 dipendenti civili di ruolo, su un organico che ne prevede 3.050. Ad essi si aggiungono 900 militari, quali corpo ausiliario delle Forze armate, e ben 2.400 precari, di cui 400 con richiamo annuale e circa 2 mila impiegati sul territorio per i servizi in convenzione. Dunque, poco meno del 50 per cento del personale oggi in servizio è costituito da precari.
Sulla base di questo assetto squilibrato si sono venute determinando condizioni di notevole sofferenza, sfociate da ultimo nella occupazione delle sedi centrali e periferiche della Croce rossa, a far data dal 9 maggio, e in due giornate di sciopero dei dipendenti di ruolo e dei precari, il 26 maggio e il 9 giugno scorsi.
Faccio riferimento, in particolare, alla mancata o incompleta applicazione di accordi sindacali ed al mancato pagamento delle competenze accessorie. Fonti sindacali stimano in alcune migliaia di euro la rilevanza del danno individuale arrecato a ciascun lavoratore dall'attuale modalità di gestione.
Ma il problema di maggior momento è costituito, ovviamente, dalla precarietà dei 2400 lavoratori non strutturati, il cui contratto è ormai prossimo alla scadenza. Per questi lavoratori si profila una condizione di assoluta incertezza, con grave repentaglio per la stessa continuità del servizio.
Detto ciò, occorre riconoscere che le risposte fornite dalla dirigenza in carica a tale massa di questioni appaiono del tutto inadeguate e, anzi, segnalano inadempienze gravi e persistenti.Pag. 69
Si è detto della mancata attuazione di accordi sindacali. Basti qui aggiungere un ulteriore elemento: a fronte di una crisi organizzativa, gestionale e finanziaria di tale portata, che ha indotto, da ultimo, l'invio di ispettori da parte del Ministero dell'economia e delle finanze, recenti fonti di stampa hanno segnalato l'esistenza di contratti sottoscritti dalla Croce rossa per un ammontare di circa 16 milioni di euro, privi di copertura, per il periodo 2004-2006.
Il consiglio direttivo nazionale in carica non si è mai riunito dal momento del proprio insediamento, avvenuto oltre cinque mesi fa. In sostanza, il consiglio direttivo nazionale, con questa politica di continuo differimento, ha determinato il blocco della gestione ordinaria del comitato centrale, non riuscendo nemmeno a dare attuazione al proprio potere primario di scelta del direttore generale dell'ente, con ripercussioni a cascata sui singoli uffici di gravità facilmente immaginabile.
Non basta: si sono registrati, da ultimo, sviluppi che forniscono ulteriori motivi di preoccupazione, in quanto autorizzano il sospetto che l'attuale dirigenza nazionale della Croce rossa abbia in animo di intraprendere processi di privatizzazione dell'ente. Del resto, non sarebbe un fatto del tutto inedito, visto che già il commissario Maurizio Scelli ipotizzò la possibile creazione di una società per azioni, la Croce rossa italiana servizi Spa, di cui la Croce rossa italiana avrebbe dovuto essere fonte costitutiva.
In sede di replica citerò un antefatto siciliano che, da questo punto di vista, è illuminante e fonte di qualche ulteriore preoccupazione.
Il 15 marzo di quest'anno, il comitato centrale della Croce rossa ha stipulato una convenzione con l'azienda regionale Emergenza sanitaria 118. Sulla base di questa convenzione, il 30 maggio scorso, per iniziativa del direttore generale Longhi, di recente, come è noto, costretto alle dimissioni dopo una vicenda penosa, che lasciamo sullo sfondo, si è addivenuti all'assunzione da parte della Croce rossa italiana di 70 persone, tra autisti e paramedici, già in servizio presso società private coinvolte nella fornitura di servizi in convenzione da parte della stessa Croce rossa nel territorio di Latina.
Si tratta di una procedura alquanto discutibile e di assai dubbia regolarità, se si tiene conto che la citata convenzione reca in allegato l'elenco nominativo integrale delle persone interessate al provvedimento e che questo stesso elenco è richiamato nella determinazione del dottor Longhi ai fini dell'assunzione nei ruoli della Croce rossa. Questo personale è stato in tal modo assunto, seppure a tempo determinato, nei ruoli della Croce rossa senza pubblico concorso, in violazione di quanto disposto dal decreto legislativo n. 165 del 2001.
Si tratta di un episodio grave, che si carica di significati ancora più preoccupanti qualora si trattasse di una sorta di esperimento pilota. Ove generalizzata, questa prassi condurrebbe, infatti, ad una sostanziale privatizzazione del rapporto di impiego del personale della Croce rossa italiana, segnando un ulteriore e verosimilmente irreversibile passo verso la dispersione del connotato pubblico dell'ente.
In conclusione, alla luce di quanto sin qui considerato, si chiede al Governo, in primo luogo, di operare affinché l'ente provveda con urgenza a garantire il rispetto degli accordi sindacali, sanando immediatamente le violazioni prodotte sul terreno del trattamento economico dei dipendenti, a cominciare dal pagamento delle competenze arretrate.
Si chiede di adottare provvedimenti in grado di condurre al superamento della grave situazione del personale precario, prorogando i contratti in scadenza e avviando un percorso di stabilizzazione, almeno sino alla piena copertura degli organici, secondo impegni già assunti dal consiglio direttivo nazionale.
Occorre tenere presente, a questo riguardo, che si tratta per buona parte di personale formato, in possesso di competenze professionali, dotato di esperienza in un campo nel quale l'improvvisazione sarebbe, e spesso è, causa di gravi conseguenze a danno dell'utenza dei servizi di Pag. 70pronto intervento. Occorre, altresì, tenere presente che il decreto del precedente Governo non incluse la Croce rossa italiana tra gli enti individuati ai fini dell'assunzione a tempo indeterminato di 7 mila unità nei ranghi della pubblica amministrazione.
Si chiede di approfondire la vicenda della convenzione con l'Ares 118 di Latina e, comunque, di respingere qualsiasi tentativo di privatizzazione, totale o parziale, della Croce rossa italiana.
Si chiede, infine, di sapere quale sia l'orientamento del ministero in ordine ai gravi problemi gestionali determinati o aggravati dall'attuale gestione dell'ente e di valutare in tale contesto persino l'eventualità di una nuova fase di commissariamento, che preluda al varo di misure strutturali tese, per quanto concerne i problemi statutari, a ribadire ed a consolidare lo statuto pubblico della Croce rossa, a rivedere gli attuali assetti direttivi e gestionali in modo da riservare al personale dipendente adeguate funzioni di indirizzo e di gestione, ed a conferire alla Croce rossa italiana certezza di attribuzioni e deleghe funzionali emancipandola dall'attuale regime di concorrenza mercantile con associazioni private.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la salute, Serafino Zucchelli, ha facoltà di rispondere.
SERAFINO ZUCCHELLI, Sottosegretario di Stato per la salute. Signor Presidente, onorevole Burgio, premetto, al di fuori di quello che dovrò leggere, che molte delle considerazioni e, soprattutto, dello spirito che hanno animato questa interpellanza sono da noi e dal ministero condivise. Aggiungo che il Ministero della salute, in realtà, condivide il ruolo di vigilanza assieme ad altri numerosi ministeri, come ho imparato in questi giorni, e addirittura alla Presidenza del Consiglio: sono della partita il Ministero dell'economia e delle finanze ed il Ministero della difesa, forse il Ministero della funzione pubblica. Quello che sto per leggere riguarda la doverosa interpellanza che noi abbiamo rivolto agli organi attualmente dirigenti della Croce rossa; vi sono, poi, alcune considerazioni del Ministero dell'economia e delle finanze e, in ultimo, alcune brevi considerazioni del Ministero della salute.
In merito a quanto rilevato dagli onorevoli interpellanti sulla mancanza nel nuovo statuto della Croce rossa italiana di deleghe e di funzioni per l'ente, ribadendo in questo modo la natura convenzionale dei compiti da svolgere in ausilio del sistema sanitario, si sottolinea che l'articolo 3 prevede che: «La Croce rossa italiana può essere incaricata, mediante convenzione, a gestire, con la propria organizzazione, il servizio di pronto soccorso nelle autostrade, nei porti, negli aeroporti dell'intero territorio nazionale; può inoltre essere incaricata, mediante convenzione, dallo Stato, dalle regioni e da enti pubblici allo svolgimento di altri compiti purché compatibili con i suoi fini istituzionali, ivi comprese le attività formative».
La Croce rossa gestisce attualmente i servizi di pronto soccorso di circa 25 aeroporti su tutto il territorio nazionale, ma questa attività è in progressivo ridimensionamento a causa del trasferimento degli aeroporti ad alcune società di capitali che provvedono, come è loro diritto, anche alla gestione dei suddetti servizi mediante forme di autogestione o scegliendo un altro interlocutore. L'attuale convenzione tra il Ministero della salute e l'associazione per la gestione del pronto soccorso aeroportuale non arriva, secondo quanto dichiarato dal presidente dell'ente (ma non lo abbiamo verificato noi), a coprire il 50 per cento dei costi sostenuti dall'ente stesso.
Gli interpellanti, inoltre, pongono l'accento sulla presunta crisi tra la componente associativa e quella burocratica, che in particolari momenti della vita associativa tende a manifestarsi con maggiore impatto. Il presidente citato ha fatto presente che il personale dipendente dalla Croce rossa costituisce la struttura portante di tutte le attività e che lo statuto dedica attenzione, al riguardo, alla separazione Pag. 71tra le funzioni di indirizzo e controllo e le funzioni di gestione e amministrazione (su questo avremmo qualcosa da eccepire e lo diremo alla fine). La struttura, nel suo complesso, compreso quindi anche il personale, ha il compito di garantire che le attività associative istituzionali vengano svolte efficacemente e conformemente ai principi normativi. Inoltre, il personale operativo costituisce il supporto professionale per il migliore svolgimento delle complesse attività istituzionali dell'ente.
Nello statuto sono previste le due realtà, quella volontaristica e quella istituzionale, formata dal personale che svolge attività di servizio e supporto all'attività delle componenti volontaristiche. Alla data del 27 dicembre 2005 risulta che, da un contingente di personale civile di 1.676 unità, sono state affiancate 900 unità di personale militare divise per gradi (ufficiali, sottufficiali e truppa) per l'attività svolta dalla Croce rossa quale ausiliaria delle Forze armate: quindi, sostanzialmente 2500 persone strutturate. Particolari e locali esigenze di servizio richiedono la presenza di altre 382 unità di personale militare, assunte secondo elenchi redatti in un certo modo. Per sopperire alle esigenze connesse all'espletamento di servizi in convenzione con le ASL viene utilizzato, ad integrazione delle dotazioni di ruolo, personale civile a tempo determinato - cui lei faceva riferimento - , assunto con gli strumenti normativi vigenti in materia: al momento sono ben 1.866 unità.
Per quanto riguarda, poi, la preoccupazione espressa circa la convenzione stipulata il 15 marzo 2006 tra l'azienda regionale Emergenza sanitaria 118 Ares ed il comitato centrale, dalla disamina dell'atto convenzionale, effettuata anche dalle direzioni generali del nostro ministero, non risultano elementi che possono determinare la progressiva privatizzazione dell'ente, tanto più che la natura giuridica della Croce rossa può essere modificata soltanto con norme di legge. La convenzione di durata triennale e rinnovabile interessa il territorio della provincia di Latina e prevede l'effettuazione di interventi di primo soccorso e di soccorso avanzato ed il trasporto di pazienti.
Il Ministero dell'economia e delle finanze, condividendo la necessità di una riorganizzazione dell'ente - e qui il parere è un po' pesante -, con particolare riferimento alla composizione e ai compiti del collegio dei revisori dei conti, considera inopportuna un'eventuale modifica dello statuto allo scopo di stabilizzare il personale precario, in quanto questo è in contrasto con il divieto legislativo di assunzione di personale, in cui purtroppo ricade anche la Croce rossa italiana. Lo stesso ministero ha precisato che tale stabilizzazione comporterebbe inoltre un rilevantissimo onere finanziario, stante la consistenza numerica del personale individuato ed il carattere permanente della spesa, con violazione del principio di rango costituzionale sull'accesso al pubblico impiego mediante concorso pubblico.
Per quanto riguarda la vicenda sindacale, le rivendicazioni delle quali si fa cenno nell'atto parlamentare sono già state oggetto di confronto con il precedente Governo. Attualmente, è in atto una vertenza con le organizzazioni sindacali, che chiedono il rispetto di un contratto integrativo firmato con la precedente gestione commissariale. Le notizie di cui siamo in possesso, che non sono ancora complete, tuttavia fanno emergere il sospetto di alcuni elementi di irregolarità formale nell'itinerario in cui si è costruito questo contratto integrativo ed hanno messo in evidenza soprattutto - questo è ancor più grave - la carenza di una parte dei fondi necessari al finanziamento dei costi contrattuali. Per la necessaria verifica è in corso presso la sede centrale della Croce rossa un'ispezione del Ministero dell'economia e delle finanze, al fine di verificare la relativa disponibilità finanziaria e la regolarità degli atti compiuti.
Allo scopo di affrontare i problemi sollevati dalla vertenza sindacale, il Ministero della salute, per conto anche degli altri ministeri interessati e previa informativa alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ha convocato per il 5 luglio Pag. 72prossimo venturo una riunione con le organizzazioni sindacali rappresentative. Il Ministero della salute ritiene, inoltre, che solo una soluzione normativa potrebbe risolvere la problematica relativa alla tipologia delle diverse categorie di personale operanti nella Croce rossa italiana. Secondo noi sarebbe, inoltre, opportuna una revisione dello statuto, mirata ad una chiara separazione di attribuzioni tra organi di indirizzo (governance) e di gestione (management) ed una più idonea esplicitazione delle incompatibilità per i componenti dei diversi organi elettivi e delle competenze dell'assemblea nazionale e del consiglio direttivo nazionale.
PRESIDENTE. Il deputato Burgio ha facoltà di replicare.
ALBERTO BURGIO. Mi dichiaro soddisfatto in ordine agli orientamenti generali espressi dal signor sottosegretario, tranne, naturalmente, per il parere del Ministero dell'economia e delle finanze e l'orientamento espresso in tema di stabilizzazione del personale non inquadrato nei ruoli della Croce rossa. Si tratta di personale che, come dicevo, è quantitativamente cospicuo (naturalmente, questo genera un onere eventuale nella stabilizzazione), ma vi è anche un elemento che dovrebbe indurre a maggiore riflessione, sia perché si tratta di lavoratori che hanno prestato per anni (e taluni per decenni) il proprio servizio, sia perché dalla continuità di questa loro attività dipende l'adempimento di compiti di primaria importanza.
Per quanto riguarda il conflitto tra dipendenti e volontari a cui si faceva riferimento, esso è stato aumentato dallo statuto, ed è talmente evidente che si tratta di una delle questioni a monte delle attuali agitazioni che queste ultime si sono ripetute e sono tuttora in atto.
Vorrei chiarire che non si tratta, da parte degli interpellanti, di sottostimare l'apporto della componente volontaristica e i suoi meriti sul terreno dell'impegno civile (benché non si possa sottacere che non di rado, in diversi ambienti del no profit, e in particolare proprio nel settore della cooperazione sociale e dei servizi alla persona, la nobile etichetta del volontariato funga da copertura rispetto a processi di privatizzazione di servizi e di realtà di sottoccupazione, di lavoro dipendente decontrattualizzato) né di delegittimare la componente volontaristica e l'apporto che essa da sempre fornisce alle attività di soccorso svolte dalla Croce rossa. Si tratta piuttosto di far valere il principio della responsabilità (essenziale nelle pubbliche istituzioni) sul terreno delle competenze, della qualità del servizio, delle garanzie e tutele del lavoro e dei suoi diritti. È questo il motivo per cui gli interpellanti, a nome dei quali parlo, ritengono essenziale che si addivenga ad un riequilibrio tra le competenze, le funzioni e le prerogative del personale dipendente rispetto a quelle della componente volontaristica, a tutti livelli.
Signor sottosegretario, consta anche a me che i ministeri vigilanti hanno, appunto, prerogative di vigilanza, ma né nel consiglio direttivo nazionale, né nei consigli periferici sono presenti rappresentanti dei lavoratori e degli stessi ministeri vigilanti. Quindi, noi abbiamo un ente pubblico che è totalmente nelle mani di personale volontario. Per questo parlavo della necessità di riequilibrare le rispettive prerogative.
Si tratta di valorizzare il patrimonio strumentale e umano di cui la Croce rossa dispone, che è il prodotto del lavoro e dell'impegno del suo personale dipendente, troppo raramente e inadeguatamente riconosciuto. Spesso indugiamo in maniera retorica (soprattutto di questi tempi, soprattutto quando è in questione la pubblica amministrazione) sulla necessità di evitare sprechi, reali o presunti; io direi che sarebbe veramente necessario, in questo caso, evitare di renderci responsabili di uno spreco di risorse, omettendo di adottare tutte le misure necessarie per valorizzare competenze, attività e risorse di cui la Croce rossa è in possesso.
In conclusione, anche in vista dell'incontro tra il Ministero della salute e le organizzazioni sindacali (che, se non sbaglio, Pag. 73è previsto per il prossimo 5 luglio), gli interpellanti auspicano un immediato intervento governativo che, assumendo le necessarie misure nei confronti dell'attuale vertice, restituisca slancio e dignità ad una istituzione così cara alla maggioranza degli italiani; un intervento che chiarisca in via definitiva le rispettive competenze della struttura pubblica e del mondo associativo e che non consenta più a quest'ultimo di gestire in via esclusiva un ente pubblico. Un intervento, ancora, che ridia alla Croce rossa italiana certezza di compiti e funzioni, attribuiti finalmente in via esclusiva, e non per convenzione, a livello nazionale.
Gli interpellanti non possono che ribadire la necessità di dare stabilità alle centinaia di precari impiegati ormai da anni, sortendo il duplice risultato di migliorare, grazie all'indiscussa professionalità acquisita, i servizi resi alla collettività e di assicurare un futuro a migliaia di lavoratori e alle loro famiglie.
Quanto alle preoccupazioni destate da ipotesi o tentativi, reali o presunti, di privatizzazioni, preoccupazioni che non possono non accrescersi al cospetto di vicende analoghe e gravissime come la recente privatizzazione del Policlinico San Matteo di Pavia, prendo atto delle valutazioni rappresentate dal signor sottosegretario.
Tengo a sottolineare, però, che queste nostre preoccupazioni debbono essere valutate alla luce di quanto accaduto in passato in Sicilia. Alludo alla costituzione della Croce rossa italiana in società mista di diritto privato, la SpA SISE, attraverso cui sono stati assunti per chiamata diretta, quindi con metodi privatistici, 3 mila dipendenti impiegando fondi regionali destinati al SUES 118. Dunque, dipendenti privati, pagati con i fondi della regione, alcuni dei quali destinati ad operare in altre regioni e persino impiegati nei servizi del comitato centrale della Croce Rossa in diretta concorrenza con i dipendenti pubblici dell'ente. Anche a questo proposito mi paiono auspicabili interventi efficaci da parte del Governo, nonché una sua pressante attività di vigilanza ai fini della salvaguardia della natura pubblica della Croce rossa italiana e dei rapporti di lavoro che la concernono.
La seduta, sospesa alle 17,30, è ripresa alle 17,35.

References: sentenza 
 articolo 18
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 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 100
 articolo 4
 articolo 3