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Timestamp: 2019-02-21 11:36:55+00:00

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza n. 14024 del 4 giugno 2013. Risarcimento danni in favore di colui che dopo aver dato il consenso per un tipo di operazione, ne subisce una più invasiva con pesanti complicazioni - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza n. 14024 del 4 giugno 2013. Risarcimento danni in favore di colui che dopo aver dato il consenso per un tipo di operazione, ne subisce una più invasiva con pesanti complicazioni
sentenza n. 14024 del 4 giugno 2013
La corte di appello di Napoli, investita del gravame proposto dall’attore soccombente – che sostenne, con il conforto del giudizio espresso dal consulente d’ufficio, di aver subito un intervento chirurgico diverso da quello per il quale aveva prestato il proprio consenso, e per il quale nessuna informazione e nessun consenso potevano dirsi legittimamente espressi lo rigettò, ritenendo che il, paziente, a seguito della modifica della diagnosi, fosse stato pur sempre reso edotto dell’esistenza di una patologia nella regione anorettale e della necessità di eseguire un intervento che, seppur a lui rappresentato come “di drenaggio ascesso perianale”, implicava all’occorrenza anche la rimozione di una fistola come causa e complicanza dell’ascesso; ed opinando ancora, sotto altro profilo, che la diagnosi precisa fosse stata eseguita necessitatis causa solo in sede di intervento chirurgico (consistito nella asportazione mediante bisturi elettrico del tessuto fistoloso sino ad arrivare ai fasci dello sfintere esterno), onde, a fronte di tale complicanza, i medici non avrebbero potuto interrompere l’intervento per munirsi di un più esplicito e dettagliato consenso.
Con il secondo motivo, si denuncia violazione e/o mancata applicazione degli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione e dell’art. 3 della Carta di Nizza (Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea approvata dal Consiglio europeo il 7.12.2000), dell’art. 1218, 1176, 2230 e 2236 c.c., nonché dell’art. 33 della legge 833/78 in relazione all’art. 360 I comma n. 3 c.p.c..
Gravemente carente appare, difatti, la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui, pur discostandosi dalle conclusioni raggiunte dal CTD, ritiene, invero apoditticamente, “estendersi” ad un intervento diverso (e dalle diverse, possibili conseguenze) la manifestazione di Consenso prestata dal paziente a quello invece previsto, opinando, del tutto immotivatamente (ed immotivatamente sostituendo il proprio convincimento alle considerazioni espresse su base scientifiche dal perito d’ufficio), che la diversa operazione – ed i ben diversi rischi ad essa sottesi potessero ritenersi “ricompresi” nell’iniziale informazione (e ciò è a dirsi a prescindere dal criterio di riparto dell’onere probatorio così come predicato al folio 7, righi III/VI della sentenza oggi impugnata, anch’esso oggetto di error iuris da parte del giudice territoriale – vertendosi in tema di responsabilità da contatto sociale – ma non esplicitamente censurato in questa sede).

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