Source: https://www.nicolavitopoliseno.com/2010/
Timestamp: 2019-10-18 23:18:54+00:00

Document:
2010 ~ Avv. Nicolavito Poliseno - Studio Legale e Tributario in Bari
Studi di settore e contraddittorio con esito negat...
Accertamento legittimo con atti acquisiti da terzi...
Contribuenti minimi - il trattamento delle perdite...
Utilizzabili nel processo tributario le dichiarazioni di terzi inserite nel Pvc.
Nel contenzioso tributario scaturito a seguito di accertamento della Guardia di Finanza, sono utilizzabili le dichiarazioni rese dal direttore amministrativo della società oggetto d’impugnativa. Infatti fermo il divieto di cui all’art. 7 D.lgs. n 546/92 le dichiarazioni di terzi trasfuse nel p.v.c. possono essere valutate dai giudici tributari alla stregua di indizi mentre non possono da sole costituire piena prova dei fatti.
Sulla scorta di ciò, la Cassazione, con la sentenza n. 23996 del 2010, ha respinto il ricorso di una società di persone che lamentava vizi di legittimità afferenti l’avviso di rettifica Iva.
Corte di Cassazione n.23996 del 26.11.2010
Uso di auto e pc non sufficienti per assoggettare il commercialista all’Irap
La Corte di Cassazione, con la sentenza 24114 del 26 novembre 2010, ha stabilito che non è assoggettabile ad irap il professionista esercitante l'attività utilizzando soltanto un computer ed un'autovettura. Tali beni sono da ritenersi il minimo indispensabile per lo svolgimento dell'attività professionale in assenza di personale dipendente o di collaboratori.
I Giudici di Legittimità, nello specifico caso, hanno accolto le richieste del contribuente, ribaltando le conclusioni della Commissione Tributaria Regionale che, invece, riteneva sussistere le condizioni per la presenza di un’attività organizzata.
Crediti d’imposta – Il rimborso va fatto entro 60 giorni
Qualora, a fronte di una istanza di rimborso d'imposta, l'amministrazione finanziaria si limiti, puramente e semplicemente, ad emettere un provvedimento di rimborso parziale, senza evidenziare alcuna riserva o indicazione nel senso di una sua eventuale natura interlocutoria, il provvedimento medesimo si configura, per la parte relativa all'importo non rimborsato, come atto di rigetto della richiesta di rimborso originariamente presentata dal contribuente, con la conseguenza che detto provvedimento costituisce atto impugnabile quale rifiuto espresso, nel termine di sessanta giorni dalla notificazione, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 19 e 21, dovendo pertanto escludersi che il contribuente possa, pure dopo l'intervento del rimborso parziale (e senza addurre elementi idonei a rilevarne la natura interlocutoria), proseguire la controversia introdotta con l'impugnazione del silenzio-rifiuto in ordine all'istanza di rimborso (sia pure riducendo l'originaria domanda) senza impugnare il rifiuto implicitamente contenuto nell'atto di rimborso parziale.
Corte di Cassazione n.23786 del 24 novembre 2010
Vanno tassati i proventi dello sfruttamento della prostituzione
Secondo l'interpretazione autentica fornita dall'art.14 comma quarto della legge n.537 del 1993 con riguardo al testo unico sulle imposte dei redditi n.917 del 1986, tra le categorie dei redditi tassabili classificate nell'art.6, comma primo, devono intendersi ricompresi anche i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo. Risponde dunque del reato di cui all’art. 5 d.lgs. 74/2000 chi non dichiara i proventi derivanti dall’attività illecita di sfruttamento della prostituzione, al fine di evadere le imposte sui redditi.
Corte di Cassazione n. 42160 del 29 novembre 2010
Contributi pubblici a fondo perduto per nuove imprese "start-up": pronti 27 milioni di Euro!
A partire dal 30 novembre sarà possibile presentare le domande per accedere ai contributi pubblici messi a disposizione dalla Regione Puglia per la creazione di nuove imprese da parte di soggetti svantaggiati.
I soggetti svantaggiati che possono proporre tale domanda possono essere, a titolo esemplificativo e non esaustivo:
- giovani tra i 18 ed i 25 anni d'età;
- persone tra i 26 ed i 35 anni che non abbiano ancora ottenuto il primo impiego regolarmente retribuito;
- disoccupati di lungo periodo, ossia persone senza lavoro per 12 dei 16 mesi precedenti;
- soggetti al massimo trentacinquenni che nell'ultimo biennio alla data di presentazione della domanda abbiano completato percorsi formativi coerenti con l'attività da intraprendere, finanziati o autorizzati dal sistema pubblico della formazione professionale;
- altre tipologie di "soggetti svantaggiati".
Potranno accedere alle agevolazioni anche i parenti o gli affini di imprenditori entro il secondo grado che, sulla base di cessione di azienda o di ramo d'azienda qualificato, succedano in imprese artigiane già esistenti.
Il bando mette a disposizione fino a 400.000 Euro di contributi a fondo perduto per ogni nuova microazioneda, di cui 150.000 Euro possono essere spesi per investimenti, acquisto di locali, suoli, strumenti e attrezzature (con specifiche percentuali di ammissibilità) e 250.000 Euro per i costi di gestione, quindi per stipendi, affitti e leasing di attrezzature, bollette, etc (con determinate percentuali di ammissibilità).
Sono svariati i settori che potrebbero beneficiare di tale aiuti. Ad esempio le attività ammissibili alle agevolazioni possono essere (a titolo esemplificativo e non esaustivo): la produzione di prodotti da forno e farinacei, il confezionamento di articoli tessili, la fabbricazione di tappeti e moquette, la fabbricazione di prodotti in ceramica per usi domestici ed ornamentali, la fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica, la fabbricazione di mobili, la produzione di software, consulenza informatica a attività connessa, l'attività di pubblicità e ricerche di mercato, l' attività di design specializzate, le attività fotografiche, l'organizzazione di convegni e fiere, l'attività di pulizia e disinfestazione, etc.
Per maggiori inforazioni, quesiti e chiarimenti scriveteci a: puglia.tributi@gmail.com
Notificazione a mezzo di piego raccomandato - omessa controfirma agente postale - sanatoria nullità
Nel caso di notificazione eseguita mediante spedizione diretta a mezzo piego raccomandato, l'invalidità, conseguente all'omessa apposizione della controfirma dell'agente postale sull'avviso di ricevimento è, tuttavia, sanata, ai sensi dell'art.156 co.3 c.p.c., per il raggiungimento dello scopo dell'atto, se il succitato avviso reca la sottoscrizione di ricevuta del destinatario e l'interessato non disconosce la firma apposta.
Commissione tributaria regionale Calabria n.542 del 18.10.2010
Con l'ordinanza n.23761 del 23.11.2010, la Corte di Cassazione ha stabilito che è comunque soggetto ad irap il professionista che, per prestazioni inerenti l'esercizio della propria attività, eroga elevati compensi a tezi, a nulla rilevando la circostanza per cui il contribuente non impeghi personale dipendente.
L’ordinanza riporta il principio secondo cui l’attività è considerata autonomamente organizzata quando: il contribuente è, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non risulta quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; e quando egli si avvale, in modo non occasionale, di lavoro altrui oppure utilizza beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione.
Da ultimo, è bene ricordare il principio più volte ribadito secondo cui l'accertamento delle condizioni spetta comunque al giudice di merito ed è insindacabile.
Corte di Cassazione n.23761 del 23.11.2010
Irap -professionista - spese ingenti - autonoma organizzazione - sussiste
L'elevato ammontare di compensi a terzi, di spese per ammodernamento e ristrutturazione del proprio studio, le quote di ammortamento e gli interessi passivi, sono elementi idonei per l'Amministrazione per ritenere sussistente in capo al professionista il requisito dell'autonoma organizzazione ed assogettarne l'attività ad irap.
Corte di Cassazione n.23370 18.11.2010
Le borse di studio per l’attività di ricerca post laurea non sono soggette a tassazione
Con la risoluzione n.102/E del 22.11.2010, l'Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti in merito al regime fiscale applicabile alle borse di studio erogate per attività di ricerca post-lauream.
Se per un verso. l'art.50, co.1, lett.c, del TUIR, assimila ai redditi di lavoro dipendente le somme erogate a titolo di borsa di studio o di assegno (nonché il premio o sussidio per fini di studio) tuttavia l'art.6, co.6 della L.298/89, disciplina delle ipotesi di esenzione per le borse di studio erogate dalle università ed inerenti :
a) la frequenza di corsi di perfezionamento e delle scuole di specializzazione;
b) corsi di dottorato di ricerca;
c) lo svoglimento di attività di ricerca post-dottorato;
d) la frequenza di corsi di perfezionamento all'estero.
Non solo, la L.210 del 1998, recante norme per il reclutamento dei ricercatori e dei professori universitari di ruolo, all'art.4 prevede il regime di esenzione irpef inannzi richiamato anche alle borse di studio der dottorato di ricerca nonchè alle borse di studio conferite dalle università per attività di ricerca post-lauream.
Pertanto, in assenza di altri redditi, il percepimento di borse di studio esenti dall’IRPEF comporta l’esonero dalla presentazione della dichiarazione dei redditi.
Agenzia Entrate, risoluzione n.102/E del 22.11.2010
La commissione può ridurre l'importo preteso dall'ufficio
Con la sentenza n. 23171 del 17.11.10, la Corte di Cassazione ha affermato che “il giudice tributario, che è giudice del rapporto, può modificare il contenuto dell’accertamento, nell’ambito dell’importo preteso dall’ufficio, di cui le commissioni tributarie possono operare la riduzione ove correttamente motivata”.
Infatti essendo il processo tributario annoverabile non tra i processi di "impugnazione/annullamento" ma fra quelli di "impugnazione/merito", in quanto non diretto alla sola eliminazione giuridica dell'atto impugnato, ma alla pronuncia di una decisione di merito sostitutiva sia della dichiarazione del contribuente che dell'accertamento dell'Ufficio, il giudice che ritenga invalido l'avviso di accertamento per motivi non formali, ma di carattere sostanziale, non può limitarsi ad annullare l'atto impositivo, ma deve esaminare il merito della pretesa tributaria e, operando una motivata valutazione sostitutiva, ricondurla eventualmente nella corretta misura purche entro i limiti della domanda.
Corte di Cassazione n. 23171 del 17 novembre 2010
Imposta di registro - pagamento in misura ridotta - effettiva residenza nell'immobile - comportamento colposo dell'Amministrazione comunale - perdita del beneficio non sussiste
L'acquirente di un immobile, che abbia incontestabilmente risieduto nell'intero arco di tempo nell'immobile acquistato con il pagamento dell'imposta in misura ridotta ed abbia presentato al Comune regolare dichiarazione di avere trasferito la propria residenza nello stesso, non perde il diritto al beneficio qualora il trasferimento della residenza anagrafica sia avvenuto per fatto addebitabile esclusivamente all'amministrazione locale (nella specie il Comune non aveva provveduto ad effettuare l'iscrizione del contribuente nei registri anagrafici dei cittadini residenti, in quanto la strada dove era ubicato l'immobile era priva di denominazione della via e del numero civico).
Commissione Tributaria Regionale di Perugia n.92 del 15.10.2010
Spetta alla Commissione Tributaria determinare l’entità dell’ICI dovuta alla luce delle rendite catastali risultanti nel corso del contenzioso tra Fisco e contribuente. La stessa Commissione non deve quindi limitarsi solo alla decisione in merito alla legittimità dell’avviso di accertamento assumendo che spetta invece al contribuente l’obbligo di rivolgersi all’Agenzia per il Territorio. Per la Cassazione, quindi, le commissioni, CTP o CTR, possono acquisire tutti gli elementi di decisione, disponendo del più ampio potere estimativo, anche sostituivo. Si legge quindi nella sentenza che la CTR ha “completamente omesso di approfondire l'esame dei criteri di classamento previsti dalla legge”, oltre che spiegare perché la classificazione attribuita dal comune non fosse idonea alle caratteristiche dell'edificio. D’obbligo, in conclusione, il rinvio alla CTR di competenza.
Cassazione n.15538/2010
Fonte: http://www.fiscoediritto.it/
Etichette: ici, Sentenze
La cartella di pagamento è illegittima se manca l'indicazione della data.
Con la pronuncia n. 22997 del 12.11.2010 la Corte di Cassazione ha stabilito l'obbligo di indicazione, nella cartella di pagamento, della data in cui sono stati consegnati i ruoli al concessionario della riscossione. Tale omissione, infatti, determina l'illegittimità dell'atto in quanto non consente al contribuente di verificare il preciso ammontare degli interessi liquidati.
Difatti, l’art. 12 del d.p.r. 602/73 dispone che nella cartella di pagamento deve essere indicata la “data in cui il ruolo diviene esecutivo”, oltre al riferimento al precedente atto di accertamento ovvero alla motivazione della pretesa.
Cassazione n.22997 del 12.11.2010
Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte – Reato istantaneo di pericolo
Costituisce un reato istantaneo di pericolo (sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte), che si realizza nel momento in cui viene posta in essere la simulata alienazione di beni o posti in essere altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. L'idoneità degli atti di alienazione o altri fraudolenti deve essere valutata ex ante, nel momento in cui vengono posti in essere, sicché a nulla rileva che successivamente la pretesa tributaria dello Stato sia stata egualmente soddisfatta, con la conseguenza che rimane legittimo il sequestro preventivo di beni immobili nella cui vendita si ravvisi la citata fattispecie.
Cassazione n.40481 del 16.11.2010
Solo sugli interessi delle somme effettivamente percepite dal contribuente scatta l'imponibile.
Scatta il prelievo fiscale sugli interessi che maturano sulle somme investite dal contribuente solo quando li percepisce “effettivamente”. Infatti, in tema di determinazione di reddito di capitale il chiaro tenore letterale della norma di cui all’articolo 42 del d.p.r. 917 del 1986, indice a ritenere che con essa si sia voluto stabilire che gli interessi possono entrare a far parte del reddito imponibile soltanto se messi nella disponibilità concreta ed effettiva del creditore. Occorre cioé che costui li abbia materialmente incamerati o ne abbia disposto o, comunque, sia stato messo nelle condizioni di farlo a suo piacimento, senza che al riguardo potesse ritenersi irrilevante.
Cassazione n.22980 del 12.11.2010
Legittima la mancata fatturazione dei canoni non percepiti
In materia locatizia, le prestazioni di servizio, quali appunto la locazione d'immobile, s'intendono effettuate, ai fini iva, all'atto del pagamento del corrispettivo e ciò in base all'art.6 del dpr 633/72.
Poichè nel caso in esame l'inquilino risultava moroso, tanto da rendersi necessario un decreto ingiuntivo per il recupero dei canoni dovuti e non versati, correttamente la società locatrice ha dichiarato il cespite al momento dell'avvenuto pagamento.
Al contrario, l'appellante Agenzia riteneva che le somme relative a canoni di locazione di immobili per uso non abitativo devono essere sempre dichiarate nella misura risultante dal contratto.
Anche il Giudice di primo grado ha ritenuto legittima la mancata fatturazione dei canoni di locazione di immobili per l'anno accertato in quanto non percepiti.
CTR LAZIO sentenza n.177 del 05.10.2010
La ruralità del fabbricato prescinde dall'iscrizione catastale
Ai fini ici, la "ruralità" degli immobili è indipendente dalla loro iscrizione nel catasto dei fabbricati ma è accertata in base al loro effettivo utilizzo nell'attività agricola esercitata. Pertanto, non è neanche necessario procedere ad una variazione nel caso in cui il fabbricato sia iscritto in una categoria anzichè in un'altra.
Questa la decisione della Commissione tributaria provinciale di Treviso che ha così accolto i ricorsi presentati da alcuni contribuenti avverso degli avvisi di accertamento ici che traevano origine dal mancato riconoscimento delle caratteristiche di fabbricato rurale agli immobili di proprietà dei ricorrenti in quanto accatastati in categoria A/2 e C/2 anzichè in A/6 e D/10.
Secondo il Comune accertatore, nel caso di un fabbricato accatastato, la discriminante che rende o meno assoggettato all'ici un fabbricato è il tipo di accatastamento del fabbricato stesso (Cass. n.18565 del 2009).
Per i contribuenti, invece, la natura di fabricato rurale prescinde dall'iscrizione catastale (art.23 d.l. 207/08).
Difatti, i requisiti di ruralità sono quelli definiti dall'art.9, co.3 bis il quale, ai fini del riconoscimento della ruralità del fabbricato, non richiede l'accatastamento in alcuna categoria catastale, ma fa riferimento alla mera strumentalità del fabbricato alle attività agricole ex art. 2135 c.c.. Tesi quest'ultima condivisa dai giudici di Treviso.
CTP TREVISO Sentenza n.84 del 26/07/2010
Versamenti del titolare di un'impresa individuale esclusi dalla base imponibile
Con la sentenza n. 21511 del 20.10.2010, la Corte di Cassazione ha stabilito che nel caso di un’impresa individuale, i versamenti effettuati dal titolare all’azienda medesima non sono imponibili automaticamente ai fini fiscali salvo che l’amministrazione non dimostri che si tratta di somme non dichiarate.
I giudici di legittimità hanno dunque accolto il ricorso del contribuente affermando che non esiste una norma che stabilisce che i versamenti effettuati in denaro (anticipazioni) dal titolare costituiscono somme sottratte al fisco, non trattandosi di ricavi (art.53 tuir), plusvalenza patrimoniale (art.54) o sopravvenienze (art.55).
"Una conferma di ciò si ricava, per a contrariis (non quindi in base ad un'interpretazione di tipo analogico, inammissibile in materia tributaria), dal co.4 di quest'ultima norma che, regolando la materia con riferimento alle società in nome collettivo o in accomandita semplice, non menziona affatto il caso dell'impresa personale. Tale menzione, infatti, sarebbe stata superflua, quindi tecnicamente erronea, dal momento che i versamenti dell'imprenditore alla sua azienda personale non sono contemplati dalla legge ai fini dell'IRPEF, e dunque non costituiscono di per sè materia imponibile."
L'importanza di tale pronuncia la si evince dal fatto che è prassi per i contribuenti, titolari di imprese individuali, versare somme di denaro nella propria azienda per poi vedersi associare tali somme, da parte dell'amministrazione finanziaria, quali elementi positivi di reddito non dichiarato con il conseguente onere, per l'imprenditore, di dimostrare il contrario.
Cassazione n.21511 del 20.10.2010
Dichiarazione sempre ritrattabile prima della notifica dell’avviso di liquidazione
La facoltà di ritrattare e di modificare la dichiarazione produce effetti diversi a seconda che la modifica abbia luogo prima della notificazione dell'avviso di liquidazione della maggiore imposta, ovvero successivamente alla stessa: nel primo caso, infatti, l'ufficio è tenuto a rispettare le risultanze della correzione, fermor estando l'esercizio dei suoi poteri in ordine ai valori emendati, ma con onere della prova a suo carico; nella seconda iposesi (cui corrisponde quella in esame), invece, pur non potendo considerarsi precluso l'esercizio della facoltà di correzione, quest'ultima, venendo necessariamente ad operare in sede contenziosa, pone a carico del contribuente tutti gli oneri di dimostrazione sulla correttezza della rettifica proposta.
Cassazione n.22553 del 05.11.2010
NON BASTA IL MUTUO PER PROVARE IL “NERO” (CTP COSENZA N. 581/1/10)
Anche se il mutuo contratto per l’acquisto di un immobile è superiore al prezzo di compravendita non è prova sufficiente per rettificare la dichiarazione dell'impresa venditrice. Servono invece altre e più evidenti prove in quanto, si legge nella sentenza dei giudici calabresi, la somma richiesta dall’acquirente all’istituto di credito erogante non è sempre e solo influenzata dalla parte venditrice che, ugualmente, non può vantare alcun diritto a chiedere allo stesso acquirente la prova documentale delle spese sostenute con il finanziamento. Per la CTP di Cosenza mancano, in particolare, quei requisiti di gravità, precisione e concordanza tali da giustificare le rettifiche. Resta al fisco, quindi, l’onere della prova per la validità dell’accertamento.
L’AUTO DI LUSSO NON BASTA PER L’ACCERTAMENTO (CTP TRENTO N. 73/2/10)
Non è sufficiente l’acquisto e il mantenimento di un auto di lusso come dato per la rideterminazione sintetica del reddito se si prescinde dal fatto che il contribuente vive ancora in famiglia e il padre provvede , da solo, a mantenere l’intero nucleo familiare. Per i giudici trentini quindi, e con riferimento alla situazione economica complessiva, il redditometro risulta congruo e le spese trovano giustificazione nelle disponibilità paterne. Infine, si legge ancora nelle sentenza, i giudici hanno sottolineato come il Fisco non abbia fornito la prova schiacciante per cui il contribuente “abbia svolto qualche attività lavorativa dalla quale possa avere tratto redditi non dichiarati essendosi limitato a valorizzare le risultanze del redditometro”.
La fattura tia è un atto impugnabile. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n.22377 del 03.11.2010 accogliendo, in tal senso, le doglianze mosse da un contribuente avverso la precedente pronuncia della C.T.R. di Firenze che, invece, aveva ritenuto la fattura in questione un atto non impugnabile.
Richiamando i principi espressi in due recenti pronunce ( Cass. n.12194/07 e SS.UU. n.16239/07) i Giudici di legittimità hanno stabilito che "sono qualificabili come avvisi di accertamento o di liquidazione impugnabili ai sensi del D.lgs. 31 dicembre 1992, n.546, art.19, tutti quegli atti con cui l'amministrazione finanziari comunica al contribuente una pretesa tribuataria ormai ben definita".
Nel caso di specie, sostiene la Suprema Corte, "è incontroverso che la richiesta di pagamento è stata avanzata con l'emissione di fattura, portante il carico fiscale per sorte ed accessori ed il periodo di riferimento e, quindi, che trattavasi di pretesa ben definita nel quantum".
Alla luce di quanto enunciato è evidente che l'atto oggetto di contestazione non può definirsi un mero avviso bonario giacchè il medesimo, pur non rubricato come avviso di accertamento o di liquidazione, è portatore di una pretesa determinata nel suo ammontare comprensiva, altresì, di una maggiorazione pari al 30% della sorte capitale quale sanzione in caso di omesso pagamento e come tale non può certo definirsi un atto improduttivo di effetti pregiudizievoli per il contribuente.
Cassazione n.22377 del 03.11.2010
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Scomputo delle ritenute d'acconto senza la certificazione del sostituto
E' possibile scomputare le ritenute subite sui redditi di lavoro autonomo anche senza la certificazione rilasciata dal sostituto d'imposta, qualora si presenti idonea documentazione (anche diversa) dalla certificazione suddetta.
A confermarlo è la Commissione tributaria provinciale di Treviso con la recente sentenza n. 105/07/10 depositata lo scorso 22 settembre, accogliendo il ricorso proposto da un avvocato per l'annullamento di una cartella esattoriale per IRPEF.
Il contenzioso traeva origine da una richiesta di documentazione dell'Ufficio relativa ai certificati delle ritenute d'acconto rilasciati dal sostituto. Il contribuente contestava quanto sostenuto nella pretesa dall'Ufficio ( ossia che l'unica documentazione valida al fine di scomputare le ritenute operate fosse la certificazione proveniente dal sostituto), potendosi dare la prova anche con altra documentazione, richiamando, altresì, la risoluzione ministeriale n. 68/E del 19/03/2009. A tal proposito l'avvocato presentava dichiarazioni rilasciate dai sostituti in cui si precisava che l'importo pagato per la prestazione eseguita era al netto della ritenuta d'acconto, esibendo inoltre le relative fatture.
L'Agenzia delle Entrate Ufficio di Treviso si costitutiva in giudizio evidenziando la mancanza di documentazione bancaria comprovante gli importi dei compensi netti effettivamente percepiti, oltre le relative fatture e la dichiarazione sostitutiva di atto notorio ai sensi della risoluzione n. 68 del 19/03/2009.
La Commissione tributaria provinciale accoglie il ricorso del contribuente precisando che la documentazione prodotta attesta che il contribuente non ha percepito altre somme oltre quelle relative ai pagamenti delle proprie prestazioni al netto della ritenuta d'acconto; i documenti prodotti sono sufficienti a legittimare l'esercizio del diritto a scomputare dall'IRPEF le ritenute d'acconto sui redditi di lavoro autonomo subite, anche senza certificazione del sostituto d'imposta.
Si ritiene, inoltre, necessario riportare quanto sottilineato dai giudici di primo grado: "è noto che in alcuni casi capita che il sostituto d'imposta per i motivi più svariati non trasmetta neppure tale attestato pur essendosi trattenuto l'importo dell'Irpef dovuta all'Erario. È chiaro però che in questi casi è il sostituto che"detiene" tale importo oltre ad essere tenuto per Legge al suo versamento all'Agenzia delle Entrate.Resta del tutto estraneo rispetto a questi obblighi e a tali adempimento il sostituito, come nel caso di specie è la ricorrente. In tali casi essa può solo comprovare di aver ricevuto il pagamento delle proprie prestazioni al netto della ritenuta d'acconto. Del resto nessun elemento l'Agenzia delle Entrate ha fornito per poter sostenere che la ricorrente abbia ricevuto tali importi, né ha contestato le fatture dove la ritenuta d'acconto è stata regolarmente esposta e non corrisposta alla ricorrente quale soggetto sostituito. La ricorrente come qualsiasi altro soggetto che versi nella stessa situazione non ha del resto nessun potere autoritativo per rivolgersi al sostituto d'imposta. Detti poteri ha invece l'Ufficio e cioè di richiedere al sostituto se effettivamente ha effettuato il pagamento, e se ha corrisposto somme ulteriori o meno rispetto a quelle indicate nella fattura e segnatamente gli importi relativo al tributo. Oltre a ciò ha non solo i poteri autoritativi ma pure il dovere giuridico di perseguire il sostituto che non avesse versato la ritenuta d'acconto qualora ne avesse indizio a tutela degli interessi erariali".
Per completezza d'informazione si ritiene utile evidenziare, sinteticamente, quanto previsto dalla risoluzione ministeriale n.68/E del 19/03/2009, richiamata nel ricorso dal contribuente.
Nei casi in cui il contribuente non abbia ricevuto dal sostituto d'imposta la certificazione delle ritenute effettivamente subite, è comunque legittimato allo scomputo delle ritenute stesse, a condizione che sia in grado di documentare l'effettivo assoggettamento a ritenute tramite esibizione congiunta della fattura, della relativa documentazione, proveniente da banche o altri intermediari finanziari, idonea a comprovare l'importo del compenso netto effettivamente percepito , al netto della ritenuta, così come risulta dalla fattura.
Nell’ipotesi in cui fattura e documentazione siano prodotte in sede di controllo ex art. 36-ter, D.P.R. n. 600/1973, (limitatamente ai redditi di lavoro autonomo e d'impresa) alle stesse deve essere allegata anche una dichiarazione sostitutiva di atto notorio in cui il contribuente dichiari, sotto la propria responsabilità, che la documentazione attestante il pagamento si riferisce ad una determinata fattura regolarmente contabilizzata. Tale dichiarazione sostitutiva - accompagnata dalla fattura (in cui è indicato l’ammontare della ritenuta) e dalla documentazione rilasciata da banche o altri operatori finanziari - assume un valore probatorio equipollente a quello della certificazione rilasciata dal sostituto d’imposta.
IRAP e studi associati: la Cassazione lascia intravedere uno spiraglio per i rimborsi
Con la Sentenza n.22386 del 03.11.2010, la Corte di Cassazione, pronunciandosi nuovamente in tema di IRAP e studi associati, ha ribadito che è soggetto all’imposta l’esercizio in forma associata della professione. Tuttavia, nell’esplicitare tale assunto, i Giudici di Legittimità hanno fornito un ulteriore elemento apprezzabile che potrebbe lasciare aperta una concreta possibilità per il rimborso dell’imposta.
Nella sentenza innanzi richiamata, infatti, pur ribadendo che l’esercizio in forma associata della professione è circostanza di per sé idonea a far presumere la sussistenza del requisito dell'autonoma organizzazione (in tal senso si veda l’ordinanza n.22212 del 29.10.2010), è stato altresì specificato che tale requisito decade qualora il contribuente dimostri che il reddito prodotto è derivato dal solo lavoro professionale dei singoli associati.
Ovvero, se il professionista è in grado di provare il ruolo marginale dell’organizzazione, nonché l’assenza della reciproca collaborazione, dello scambio di competenze e dell’utilizzazione di servizi collettivi, né discende che il reddito prodotto è essenzialmente frutto del lavoro proprio e come tale non è soggetto ad IRAP.
Se è pur vero che con questa pronuncia la Cassazione riapre una porta per il rimborso Irap negli studi associati, è altrettanto vero che sul piano probatorio non è certamente agevole dimostrare l'assenza degli anzidetti requisiti.
Cassazione n.22386 del 03.11.2010
Valido l'avviso di accertamento anticipato se l'Ufficio motiva l'urgenza
Nei casi di particolare urgenza (motivata nell'atto) è valido l'avviso di accertamento emesso prima dello spirare del termine di 60 giorni durante il quale il contribuente, in seguito al rilascio della copia del processo verbale, può comunicare osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. (art.12 co.7 Statuto dei diritti del contribuente).
Questo il principio espresso dai Giudici di Piazza Cavour i quali, accogliendo il ricorso dell’amministrazione finanziaria, hanno affermato che la perentorietà del termine, può subire una deroga in caso di “particolare urgenza”, situazione che però l’Agenzia deve motivare nell’atto.
Cassazione n.22320 del 03.11.2010
Deduzione delle perdite su crediti - imputazione in bilancio - crediti verso società fallite - anno di competenza - declaratoria di fallimento ovvero della chiusura per le ditte debitrici - sussiste
In tema di imposte sui redditi d'impresa, l'art.66, comma terzo, del D.P.R. N.917/86, che prevede la deduzione delle perdite su crediti quali componenti negativi del reddito d'impresa, se risultano da elementi certi e precisi e, in ogni caso, se il debitore è assogettato a procedure concorsuali, va interpretato nel senso che l'anno di competenza per operare la deduzione deve coincidere con quello in cui si acquista certezza che il credito non può più essere soddisfatto, perchè in quel momento si materializzano gli elementi <<certi e precisi>> della sua irrecuperabilità. Diversamente opinando si rimetterebbe all'arbitrio del contribuente la scelta del periodo d'imposta più vantaggioso per operare la deduzione, snaturando la regola espressa dal principio di competenza, che rappresenta invece criterio inderogabile ed oggettivo per determinare il reddito d'impresa. La prova della sussistenza degli elementi suddetti non impone né la dimostrazione che il creditore si sia attivato per esigere il suo credito, né la intervenuta sentenza di fallimento del debitore.
In particolare nel caso di crediti verso società fallite, tale certezza può farsi coincidere con la declaratoria di fallimento ovvero della chiusura per le ditte debitrici.
Corte di Cassazione n.22135 del 29.10.2010
L’Irap va sempre pagata dallo studio associato a prescindere dall’autonoma organizzazione
Con ordinanza n.22212 del 29.10.2010, la sez.tributaria della Corte di Cassazione ha fissato il principio per cui gli studi associati tra professionisti sono sempre soggetti ad irap.
Secondo i giudici di legittimità, infatti, sarebbe indifferente, per tale tipologia di attività, la sussistenza di una struttura organizzativa giacché è la legge stessa che fa discendere l'applicazione del tributo a siffatta categoria professionale.
Difatti, precisa la Corte, l'art.2 del d.lgs. n.446/97 nel primo periodo stabilisce come presupposto dell'irap l'esercizio "abituale di una attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi". L'esercizio di un'attività con siffatti requisiti non è invece richiesta per le società e per gli enti, compresi gli organi e le amminsitrazioni dello Stato, in quanto l'attività esercitata da tali soggetti, a mente del secondo periodo dello stesso articolo 2, "costutuisce in ogni caso presupposto d'imposta".
Il successivo art.3, tra i "soggetti passivi dell'imposta", che "sono coloro che esercitano una o più delle attività di cui all'articolo 2", individua espressamente, alla lettera c) del comma 1, le società semplici esercenti arti o professioni e quelle ad esse equiparate a norma dell'art.5 c.3 del T.U.I.R., vale a dire "le associazioni senza personalità giuridica costituite fra persone fisiche per l'esercizio in forma associata di arti e professioni".
In definitiva, l'attività esercitata da tali soggetti, strutturalmente "organizzati" per la forma nella quale l'attività stessa è svolta, costituisce, ex lege, presupposto d'imposta (in ogni caso), prescindendosi dal requisito dell'autonoma organizzazione.
Ne discende che dalla natura stessa dello studio (in forma associata) non può derivare un reddito frutto soltanto della professionalità di ciascun componente dello studio. Per l'effetto, si verifica sempre l’assoggettamento ad IRAP dello studio medesimo, salvo che non si sia in grado di dimostrare che tale reddito è derivato dal solo lavoro professionale dei singoli associati.
Corte di Cassazione, ordinanza n.22212 del 29.10.2010
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Ammessa la "class action" nel processo tributario per le stesse questioni di diritto
Fermo restando il principio di recente affermato dalla Corte di Cassazione con la pronuncia n.10578/10, secondo cui nel processo tributario non è, di regola, ammissibile il ricorso collettivo (proposto da più parti) e cumulativo (proposto nei confronti di più atti impugnabili), essendo necessaria, per la configurazione del litisconsorzio facoltativo, la comunanza delle questioni sia in diritto, sia in fatto, con la sentenza n.21955 del 27.10.2010, i Giudici di legittimità hanno stabilito che "nel caso di specie deve tuttavia rilevarsi che la contestazione dell'Ufficio rispetto alle istanze di rimborso proposte dalle attrici si fonda su questioni di diritto, e non di fatto, comuni alle contribuenti, cosicché il richiamo alla necessaria identità in fatto delle questioni appare in concreto ultroneo".
In particolare, l'Ufficio aveva lamentato la violazione e falsa applicazione dell'art.29 del d.lgs. n.546/92 e degli artt. 103 e 104 cpc, deducendo in tal senso l'inammissibilità del ricorso cumulativo e la conseguente erroneità della sentenza impugnanta che aveva respinto l'anzidetto motivo di appello assumendo che "i tratti di comunanza delle rispettive materie del contendere si riducono al rilievo che si discute in tutti e tre i casi di IRAP".
(Il giudizio era stato promosso da alcune contribuenti con ricorso collettivo e cumulativo avverso il silenzio-rifiuto formatosi sulle istanze di rimborso irap relative a tre pregressi anni d'imposta.)
Cassazione n.21955 del 27.10.2010
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Indagini bancarie: l’accertamento induttivo si applica anche in presenza di entrate/uscite in pareggio
Con sentenza n.21695 del 22/10/2010, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’accertamento induttivo fondato sui conti bancari dell’amministratore di società non cade neppure se le entrate e le uscite sono in pareggio. Difatti, le movimentazioni bancarie che non trovano riscontro nella contabilità del contribuente fanno scattare le presunzioni legali previste dalla normativa vigente, secondo cui sia i prelevamenti sia i versamenti si presumono imponibili non dichiarati. Ciò vale anche se le entrate e le uscite sono “in pareggio”, in quanto “il fatto che le entrate e le uscite fossero in pareggio non significa che si tratta di movimenti di cui si sia tenuto conto nella dichiarazione dei redditi”.
Pertanto, nonostante le entrate coincidano con le uscite, il contribuente può essere notificatario di un accertamento fondato su dette presunzioni legali.
LA QUERELA BLOCCA LA CARTELLA - CTP REGGIO EMILIA N. 169/01/10 DEL 28.09.2010)
Solo con querela di falso una cartella notificata al contribuente, ma che riporta una firma falsa mai apposta da quest’ultimo, può essere considerata annullabile in quanto mai formalmente notificata. Il riferimento dei giudici emiliani è alla sentenza di Cassazione n. 24852/2006 in cui veniva stabilito come l'avviso di ricevimento della raccomandata riveste natura di atto pubblico e, di conseguenza, il destinatario che ritenesse la propria firma falsa, ha l'onere di impugnarlo a mezzo di querela di falso, anche se l'immutazione del vero non sia ascrivibile a dolo, ma soltanto ad imperizia, leggerezza o negligenza dell'agente postale.
Per l'effetto, la carenza della querela di falso rende legittima la notifica contestata.
La procedura di riscossione è, in sintesi, la seguente: le somme che risultano dovute a seguito dei controlli, di qualsiasi tipo, e degli accertamenti effettuati dall’amministrazione finanziaria vengono iscritte a ruolo.
Il ruolo viene trasmesso a Equitalia che provvede alle successive procedure che sono nel dettaglio:
Se non si paga la cartella nel termine di 60 giorni, sulle somme iscritte a ruolo sono dovuti gli interessi di mora maturati giornalmente dalla data di notifica della stessa, l’aggio dovuto agli Agenti della riscossione (calcolato sul capitale e sugli interessi di mora) e tutte le eventuali ulteriori spese derivanti dal mancato (o ritardato) pagamento della cartella.
Trascorso questo termine, gli Agenti della riscossione possono avviare le azioni cautelari e conservative e le procedure per la riscossione coattiva su tutti i beni del creditore e dei suoi coobbligati (ad esempio, il fermo amministrativo di beni mobili registrati e il pignoramento dei beni).
A partire dai ruoli consegnati agli Agenti della riscossione successivamente al 30 settembre 2010 entrerà in vigore il nuovo modello di cartella di pagamento, introdotto con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 20 marzo 2010 e frutto anche del confronto tra Equitalia e associazioni dei consumatori.
Caratteri più grandi che agevolano la lettura del documento e informazioni più dettagliate consentiranno di comprendere con maggiore chiarezza la natura della somma richiesta.
1) un quadro di sintesi già in prima pagina,
2) istruzioni più complete, immediato il dovuto e chiaro l'emittente,
3) fogli di avvertenze su misura (le avvertenze saranno differenziate di volta in volta in base alla natura delle somme iscritte).
Per vedere il nuovo modello clicca sul link sottostante:
http://www.equitaliaspa.it/equitalia/export/capogruppo/files/lacartella_pag_2010.pdf
Nullità della cartella notificata a mezzo posta direttamente dall'Agente della riscossione. CTP Foggia n.348 del 29.09.2010
Nuova pronuncia di merito sulle modalità e forme della notificazione degli atti a cura dell'Agente della riscossione.
Nel caso di specie il contribuente aveva eccepito la irregolare ed assoluta inesistenza della notifica a mezzo posta della cartella di pagamento poichè la stessa, effettuata direttamente dall'agente per la riscossione, non rispetta i dettami sanciti dall'art.26 co.1 del D.P.R. 602/73.
Anche in questo caso, la notifica era stata posta in essere direttamente dall'agente e non dal soggetto abilitato indicato per legge, ovvero l'ufficiale giudiziario o il messo speciale dell'agente della riscossione.
In contrasto con quanto sostenuto in giudizio dall soggetto abilitato alla riscossione, la Commissione Tributaria Provinciale di Foggia, con la sentenza n.348 del 29.09.2010, ha ribadito che la possibilità di procedere direttamente alla notifica è riservata soltanto agli uffici finanziari, secondo quanto previsto dall'art.14 della L.890/92 e quindi con esclusione degli agenti della riscossione.
Il Collegio pugliese ha inoltre affermato che è ammessa la notifica a mezzo di lettera raccomandata ma sempre per il tramite di uno dei soggetti previsti ex lege.
Pertanto, la notifica avvenuta in contrasto con quanto disposto dalle norme sopra richiamate deve intendersi giuridicamente inesistente.
CTP Foggia n.348 del 29.09.2010
CTP Milano,sentenza n. 264 del 19.07.2010;
CTP Lecce, sentenza n. 909/5/09 del 23.10.2009;
CTP Genova, sentenza n. 125 del 12.06.2008.
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E' inammissibile il ricorso contro gli inviti bonari - Risoluzione n.110 del 22.10.2010
Con la risoluzione n.110 del 22.10.2010, l'Agenzia delle Entrate ha stabilito che l'invito con cui l'amministrazione finanziaria chiede al contribuente di fornire dei chiarimenti sulla dichiarazione (c.d. avviso bonario) non contiene in sé alcuna pretesa tributaria (definita) e, di conseguenza, non è un atto impugnabile.
Quanto affermato nella risoluzione trova fondamento in alcune pronunce della Suprema Corte secondo cui gli avvisi bonari sono delle mere comunicazioni finalizzate a portare a conoscenza del contribuente i risultati della fase di controllo delle dichiarazioni, offrendogli la possibilità di pagare una sanzione ridotta, ma non sono dei veri e propri atti impositivi. (Cass. 24 luglio 2007 n. 16293; Cass. 26 luglio 2007 n.16428)
Nel medesimo documento, inoltre, l’Agenzia richiama la sentenza n. 25699 del 2009, con cui la S.C. ha affermato che sono impugnabili, sebbene non rientranti nell’elenco di cui all’art. 19 del DLgs. 546/92, tutti i provvedimenti con cui “l’Amministrazione comunica al contribuente una pretesa tributaria ormai definita, ancorchè tale comunicazione non si concluda con una formale intimazione di pagamento”.
In conclusione, secondo la risoluzione rubricata in oggetto, è inammissibile il ricorso contro gli inviti bonari e le comunicazioni, in quanto si tratta di atti che non contenengono una pretesa tributaria definita e come tali non producono effetti negativi immediati per i contribuenti.
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Processo tributario. Ricorso introduttivo: elementi essenziali.
Il contenzioso tributario è, attualmente, disciplinato dai decreti legislativi 31 dicembre 1992 n. 545 e n. 546.
Il processo è introdotto con ricorso (articolo 18, comma 1, del Dlgs 546/1992) da spiegarsi avverso uno degli atti ricompresi nel novero di quelli specificatamente e tassativamente contemplati dalla legge.
Il Legislatore, con l'articolo 10 del Dlgs 546/1992, ha inteso individuare i soggetti aventi la capacità di essere parte nel processo tributario. Si tratta, più esattamente de:
- il ricorrente (generalmente è il contribuente)
- il resistente (l’ufficio che ha emanato l’atto o che non ha emanato l’atto richiesto) .
A pena d’inammissibilità, il ricorso deve contenere i seguenti elementi:
• la Commissione tributaria cui è diretto (competenza territoriale della CTP ove ha sede l'ente impositore);
• nome, cognome (o la ragione sociale o la denominazione) del ricorrente, suo eventuale legale rappresentante, sede legale o il domicilio eletto e codice fiscale;
• l'ufficio o l'ente o il concessionario della riscossione nei cui confronti è proposto (la c.d. parte resistente);
• gli estremi dell'atto impugnato
• l'oggetto della domanda (cosiddetto petitum);
• i motivi di fatto e di diritto atti a provare la sua fondatezza (causa petendi);
• la sottoscrizione del ricorrente e del difensore, quando è presente, con l'indicazione dell'incarico conferito;
• elenco dei documenti allegati.
La mancata indicazione di uno o più elementi sopra indicati determina l'inammissibilità del ricorso, eccezion fatta per l'omessa indicazione del solo codice fiscale.
Il ricorso deve essere assogettato ad imposta di bollo mediante applicazione di una marca da € 14,62 ogni 4 pagine di cui è composto l'atto nonchè una marca di eguale importo da apporre per la procura ad litem. Non è necessaria l'imposta di bollo per l'istanza di discussione in pubblica udienza spiegata nell'atto introduttivo.
Il ricorso, completo degli elementi anzidetti, può essere notificato, alternativamente:
1) mediante spedizione diretta da parte del ricorrente a mezzo posta, in plico raccomandato senza busta con avviso di ricevimento;
2) tramite l'ufficiale giudiziario; (in questo caso sia l'originale che la copia del ricorso devono assolvere l'imposta di bollo)
3) tramite consegna all'impiegato addetto all'ufficio, facendosi rilasciare la relativa ricevuta.
L'intempestività del ricorso, poiché afferente a un presupposto processuale, è sempre rilevabile, anche d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizio; l'ufficio, tuttavia, dovrà anteporre tale verifica a qualunque attività processuale al fine di pervenire a un'immediata declaratoria di inammissibilità.
Segue: cotituzione in giudizio - modalità
Etichette: processo tributario, ricorso
Ennesima pronuncia in tema di IRAP - Agente di commercio - Assogettamento al tributo per tale presupposto - non sussiste
Con sentenza n.21578, depositata in data 21 ottobre 2010, la Corte di Cassazione conferma l'orientamento oramai prevalente secondo cui l’assoggettamento ad IRAP dell’attività esercitata dagli agenti di commercio e dai promotori finanziari è possibile soltanto in presenza del presupposto oggettivo d’imposta ovvero qualora l’attività di agente di commercio sia autonomamente organizzata, requisito da accertare secondo i consueti criteri.(in tal senso cfr. Cass. n.6068 del 12.03.2010)
Vale la pena di sottolineare che, l'Amministrazione finanziaria, in sede di giudizio ha sostenuto che gli agenti e i rappresentanti di commercio, in quanto imprenditori, sono in ogni caso soggetti passivi d'impsta, a nulla rilevando l’organizzazione della quale si avvalgono per lo svolgimento della loro attività.
INIZIO DI UNA NUOVA ATTIVITA' ECONOMICA: LA SCELTA DEL REGIME FISCALE. PARTE II: IL REGIME "DEI CONTRIBUENTI MINIMI"
L'art.1, comma da 96 a 117, della Legge 24 dicembre 2007, n.244 (Finanziaria 2008) ha introdotto dal 1° gennaio 2008, un regime fiscale semplificato ed agevolato (c.d. regime dei contribuenti minimi), per le persone fisiche esercenti attività d'impresa o professionale, in possesso di determinati requisiti.
Possono aderire al regime dei contribuenti minimi le persone fisiche residenti in Italia esercenti attività d'impresa, arti o professioni che, nell'anno solare precedente:
- hanno conseguito ricavi o compensi, ragguagliati ad anno, in misura non superiore a € 30.000,00;
- non hanno effettuato cessioni all'esportazione;
- non hanno sostenuto spese per lavoratori dipendenti, non hanno erogato utili di partecipazione ad associati che portano solo lavoro;
- nel triennio solare precedente non hanno efffettuato acquisti di beni strumentali per un ammontare complessivo superiore a € 15.000,00.
I ricavi ed i compensi che rilevano, ai fini suddetti, sono per le imprese, quelli disciplinati dagli artt. da 57 a 85 del T.U.I.R. e dall'art.54 per gli esercenti arti e professioni.
Per le imprese occorre considerare i ricavi di competenza conseguiti nell'anno precedente.
Il comma 99 della Finanziaria 2008 fissa le cause di esclusione dal regime dei minimi. In particolare sono esclusi dal regime agevolato:
- le persone fisiche non residenti che svolgono attività nel territorio dello Stato;
- coloro che si avvalgono di speciali regimi di determinazione dell'IVA (ad esempio: vendita di sali e tabacchi, l'editoria, l'agricoltura e l'attività di pesca connessa, agenzie di viaggi e turismo, agriturismo, etc.);
- le persone fisiche che, oltre ad esercitare in proprio un'attività d'impresa, arte o professione, sono anche titolari di redditi di partecipazione in una società di persone o in associazioni professionali, in società a responsabilità limitata a ristretta base proprietaria che hanno optato per la trasparenza fiscale (salvo alcune deroghe).
Il regime dei contribuenti minimi rappresenta il regime naturale (ma non obbligatorio) per le persone fisiche che possiedono i requisiti predetti, tuttavia per il contribuente che inizia l'attività d'impresa o di lavoro autonomo nel corso dell'anno è necessario segnalare nella dichiarazione d'inizio attività l'adesione a tale regime.
Analizzando le conseguenze principali che tale regime comporta nell'applicazione delle imposte (dirette ed indirette) è anzitutto necessario sottolineare la non applicazione dell'imposta sul valore aggiunto su tutte le operazioni effettuate dalle persone fisiche soggette al regime dei minimi, d'altra parte, però, tali contribuenti non possono detrarre l'IVA assolta sugli acquisti. Effetto primario di tale previsione sarà una notevole semplificazione degli obblighi formali, quali le registrazioni contabili, la tenuta e la conservazione dei registri, dichiarazione IVA, etc.
Il reddito d'impresa e di lavoro autonomo è costituito dalla differenza tra l'ammontare dei ricavi o compensi percepiti nel periodo d'imposta e quello dei costi o spese sostenute nel periodo stesso.
Concorrono altresì alla formazione del reddito le plusvalenze e le minusvalenze dei beni relativi all'impresa o all'esercizio dell'arte o professione,e le sopravvenienze attive e passive.
In caso di acquisto di beni ammortizzati, non si dovrà procedere all'ammortamento degli stessi, ma il costo sostenuto sarà dedotto interamente nell'anno in cui è avvenuto il pagamento. Sono altresì deducibili dal reddito d'impresa e di lavoro autonomo, come sopra determinato, i contributi previdenziali ed assistenziali obbligatori. Al reddito determinato con le regole specifiche predette si applica un'imposta sostitutiva dell'impsota sui redditi e delle addizionali regionalie comunali pari al 20%.
I contribuenti minimi, inoltre, non sono soggetti ad IRAP e sono esonerati dall'applicazione degli studi di settore. Il regime dei minimi cessa di avere efficacia se, ad esempio:
- il contribuente consegue ricavi o compensi superiori a € 30.000,00 (se non superano i 45.000 euro il contribuente perde i requisiti dei contribuenti minimi dall'anno successivo);
- effettua una cessione all'esportazione; sostiene spese per lavoratori dipendenti e collaboratori;
- effettua acquisti di beni strumentali che, sommati a quelli dei due anni precedenti, superano l'ammontare complessivo di € 15.000,00, etc.
Dopo aver delineato le caratteristiche principali dei due regimi "agevolati", si ribadisce l'importanza della scelta del regime fiscale in ragione della natura e delle modalità attraverso le quali si intende svolgere qualsiasi nuova attività economica.
Per eventuali delucidazioni, quesiti e richieste in relazione a tali regimi, scriveteci a: puglia.tributi@gmail.com
Etichette: regimi fiscali agevolati
Paga l'Irap l'avvocato che si avvale di un solo apprendista part-time. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 21563 del 20 ottobre 2010, ha respinto il ricorso di un legale che aveva chiesto il rimborso dell'imposta dal momento che aveva a studio una sola collaboratrice.
Applicando un principio ormai consolidato (cfr.Cass. n.14693/2009) la Suprema corte ha infatti spiegato che "L'esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo diversa dall'impresa commerciale, costituisce presupposto dell'Irap qualora si tratti di attività autonomamente organizzata. Il requisito dell'autonoma organizzazione dell'attività di lavoro autonomo il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, sussiste tutte le volte in cui il contribuente che eserciti l'attività di lavoro autonomo: sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; impieghi beni strumentali eccedenti la quantità che secondo l'id quod plerumque accidit costituiscono nell'attualità il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività anche in assenza di organizzazione oppure si avvalga in modo occasionale di lavoro altrui".
Cass. n. 21563 del 20 ottobre 2010
IVA - fatture false - prova - dichiarazione della clientela e antieconomicità dell'operazione - MASSIMA
Le dichiarazioni dei clienti dell'azienda e l'antieconomicità dell'operazione, sono sufficienti per provare la falsità delle fatture. In questo caso non rileva il divieto di testimonianza nel processo tributario. Può darsi ingresso alle dichiarazioni rese da terzi agli organi dell'Amministrazione Finanziaria o in altra sede qualificata, come ad ogni altro elemento indiziario acquisito in sede di verifica amministrativa, purché tali indizi trovino ulteriore riscontro nelle risultanze dell'accesso dei verbalizzanti.
Cassazione n.21317 del 15.10.2010
INIZIO DI UNA NUOVA ATTIVITA' ECONOMICA: LA SCELTA DEL REGIME FISCALE. PARTE I: IL REGIME DELLE "NUOVE ATTIVITA' PRODUTTIVE"
Uno dei primi passi da affrontare nel momento in cui si desidera iniziare un'attività economica è l'analisi dei diversi regimi fiscali previsti dal nostro legislatore e la successiva adesione a quello più calzanta all'attività economica che si intende intraprendere, stante le modalità, la forma giuridica e le caratteristiche di svolgimento della stessa.
A tal proposito in questo post si evidenzieranno, in maniera sintetica, i tratti essenziali di alcuni regimi fiscali attualmente in vigore nel nostro Paese. In particolar modo ci si soffermerà sui regimi fiscali "agevolati", definiti come il "Regime fiscale delle nuove iniziative produttive" (parte prima) ed il cd. "Regime dei contribuenti minimi" (parte seconda).
Per le persone fisiche che intraprendono nuove attività imprenditoriali o di lavoro autonomo, l'art.13 della L.388/2000 ha introdotto un regime fiscale agevolato, prevedendo un'imposizione ridotta sul reddito d'impresa o di lavoro autonomo, nonché una serie di esenzioni da obblighi contabili.
L'accesso a tale regime è subordinato alla ricorrenza delle seguenti condizioni:
- nei tre anni precedenti il soggetto non deve aver esercitato attività d'impresa, ovvero attività professionale e l'attività intrapresa non deve costituire in alcun modo mera prosecuzione di altra attività svolta in precedenza in forma di lavoro dipendente o autonomo (escluso il caso di tirocinio obbligatorio ai fini dell'abilitazione all'esercizio di arti o professioni);
- l'ammontare dei compensi o ricavi realizzati nel periodo d'imposta non deve superare determinati limiti;
- devono essere correttamente adempiuti gli obblighi previdenziali, assicurativi ed amministrativi.
Per gli esercenti arti e professioni, l'ammontare dei compensi conseguiti nel periodo d'imposta non deve superare € 30.987,41; per il contribuente che svolge attività d'impresa, l'ammontare dei ricavi realizzati nel periodo d'imposta non deve superare: € 30.987,41 per le imprese aventi per oggetto prestazioni di servizi ed € 61.974,83 per le imprese aventi per oggetto altre attività.
I soggetti che intendono aderire a tale regime devono dichiararlo nel momento in cui si richiede la partita IVA.
Il regime si applica per il primo periodo d'imposta ed i due successivi ed è vincolante per almeno un periodo d'impsota.
La scelta del regime in oggetto comporta il pagamento di una imposta sostitutiva dell'IRPEF e delle addizionali pari al 10% del reddito prodotto.
Nei tre periodi d'imposta durante i quali trova applicazione il regime opzionale, il reddito di lavoro autonomo (determinato secondo gli ordinari criteri "analitici" previsti dall'art.54 del TUIR) e il reddito d'impresa (determinato ai sensi dell'art.66 del TUIR) non concorrono alla formazione del reddito complessivo e vengono assogettati ad un'imposta sostitutiva dell'IRPEF del 10%. Tali redditi, di conseguenza, non scontano la ritenuta a titolo d'acconto.
L'imposta è sostitutiva solo per l'IRPEF, ragion per cui si è soggetti regolarmente alle altre imposta, in particolare alle disposizione relative all'IVA ed all'IRAP.
Alle predette agevolazioni fiscali si affiancano, inoltre, alcune semplificazioni contabili. Ai sensi dell'art.13, comma 6, della L.388/2000, i soggetti ammessi a tale regime sono esonerati dalla registrazione e dalla tenuta delle scritture contabili rilevanti ai fini delle imposte dirette, dell'IRAP e dell'IVA; dalle liquidazioni e dai versamenti periodici dell'IVA, oltre che dal versamento dell'acconto annuale.
Restano comunque a carico del contribuente gli obblighi relativi alla fatturazione ed alla certificazione dei corrispettivi, se prescritti, alla conservazione in ordine cronologico dei documenti fiscali emessi e ricevuti; alla tenuta del libro del lavoro ed agli ulteriori adempimenti previsti dalla normativa sul lavoro.
Costituiscono cause di decadenza del regime rubricato in oggetto il superamento dell'ammontare dei ricavi o compensi in relazione ai limiti di accesso al regime stesso (sono previste alcune precise disposizioni, a seconda dell'entità del superamento dei predetti limiti, per l'anno d'imposta durante il quale si perdono i benefici di tale regime agevolato).
Si sottolinea, infine, che tale imposizione di favore, sostitutiva di quella ordinaria, impedisce, in assenza di altre tipologie di reddito diverse da quelle per le quali si beneficia della riduzione del carico fiscale, l'utilizzo in dichiarazione delle detrazioni/deduzioni previste per l'IRPEF.
Per eventuali approfondimenti, quesiti e chiarimenti in merito a tale regime, scriveteci a: puglia.tributi@gmail.com
Iva al 10 per cento sui consumi di gas per condomini e cooperative
Vantaggi fiscali moltiplicati per gli abitanti di condomini e cooperative che utilizzano il gas metano per alimentare impianti di riscaldamento centralizzati e collettivi. L’aliquota Iva agevolata al dieci per cento si applica, infatti, fino al tetto massimo di 480 metri cubi annui misurato sui consumi energetici di ogni appartamento e non dell’intero edificio. Un beneficio che apre due strade: da un lato, gli utenti possono chiedere direttamente al gestore del servizio il rimborso della maggiore imposta addebitata in bolletta, dall’altro le società che erogano il gas hanno l’opportunità di recuperare l’Iva applicata nella misura ordinaria del venti per cento e versata all’Erario.
Sono questi, in sintesi, i principali chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n.108/E del 15.10.2010 in base alla quale, i consumatori possono chiedere alla società energetica il rimborso della maggiore Iva pagata, poiché il rapporto tra utenti del servizio e imprese che erogano il gas è regolato dalla disciplina civilistica. Rientra, invece, tra le competenze dell’Amministrazione finanziaria stabilire le modalità di recupero dell’Iva applicata in misura ordinaria e versata all’Erario dai gestori. Nello specifico, questi potranno recuperare l’imposta entro due anni dalla data del versamento solo a condizione che dimostrino di averla a loro volta effettivamente restituita agli utenti. Una misura che garantisce la neutralità del tributo e, nello stesso tempo, impedisce l’indebito arricchimento delle società di erogazione del gas, che altrimenti potrebbero ottenere il rimborso dell’Iva non ridata ai clienti.
Etichette: iva, Prassi
Dal 30 Ottobre entrano in vigore i nuovi onorari per i Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili.
Approda in Gazzetta Ufficiale la nuova tariffa professionale dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili. Le nuove disposizioni si applicano, a partire dal 30 ottobre, senza alcuna differenziazione, ai professionisti iscritti nelle Sezioni A e B dell’Albo unico dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili, nato nel gennaio del 2008 dalla fusione tra dottori commercialisti e ragionieri. Per coprire l’inflazione dal 1994 (anno delle precedente tariffa) ad oggi, gli onorari sono stati aumentati del 50%.
La nuova tariffa presenta disposizioni innovative che disciplinano gli onorari spettanti per le nuove attività previste proprio con la nascita dell’Albo unico, dalla riforma del diritto societario a quella del diritto fallimentare fino alle disposizioni tributarie. Nella nuova tariffa è stato inoltre reintrodotto il rimborso delle spese generali di studio nella misura del 12,5%, con il limite di 2.500 euro per ciascuna parcella.
Le tariffe minime, seppur previste, hanno una funzione meramente orientativa e non sono pertanto vincolanti.
Le nuove norme si applicano per le prestazioni in corso alla data della loro entrata in vigore. Per gli onorari graduali, i rimborsi spese e le indennità sono determinati secondo la tariffa in vigore nel momento in cui si è verificato il presupposto per la loro applicabilità.
Non soggetti ad IRAP i piccoli imprenditori, i coltivatori diretti, gli artigiani ed i tassisti
La Corte di Cassazione torna ad occuparsi della vexata quaestio in merito all'assoggettabilità o meno alle norme che disciplinano l'IRAP nei riguardi di alcune precise attività produttive strutturate in una determinata maniera.
La Suprema Corte, infatti, con tre sentenze del 13 ottobre 2010 (la n. 21122, la n. 21123, 21124), ha ritenuto esenti dall'imposta regionale sulle attività produttive i coltivatori diretti, gli artigiani ed i tassisti solo quando si tratti di attività non autonomamente organizzata.
Sentenza Cassazione civile 13/10/2010, n. 21122
Sentenza Cassazione civile 13/10/2010, n. 21123
Sentenza Cassazione civile 13/10/2010, n. 21124
Le spese processuali sostenute da un professionista che agisce giudizialmente per danni da inadempimento contrattuale sono deducibili in quanto inerenti alla sua attività. Di conseguenza, il rimborso delle stesse rientra nel reddito di lavoro autonomo e, se erogato da un soggetto a ciò obbligato, sconta la ritenuta d'acconto.
Il chiarimento è arrivato con la risoluzione 106/E del 13 ottobre.
Questa, in sintesi, è l'interpretazione fornita dall'Agenzia delle Entrate - Direzione Centrale Normativa, a seguito di un interpello (articolo 11 della legge n. 212 del 2000) atto a risolvere una querelle sorta fra una Società e un notaio suo cliente, con quest'ultimo uscito vittorioso da un contenzioso civile da lui stesso promosso. Il disaccordo fra le parti è continuato dal momento che la SpA, quale sostituto d'imposta, ha applicato la ritenuta d'acconto sull'intero importo liquidato in sentenza dal giudice a favore del professionista e, cioè, sia sulla somma disposta a titolo di "mancati guadagni professionali" sia sulla parte relativa alle spese processuali.
In particolare, per quanto concerne le spese processuali, sostenute per ottenere in giudizio un risarcimento danni a fronte di mancati guadagni professionali, l'Amministrazione Finanziaria, condividendo l'interpretazione fornita dall'interpellante, sostiene che le stesse siano inerenti all’attività professionale e, pertanto, deducibili dal reddito.
"Per ragioni di simmetria impositiva, pertanto, il rimborso delle predette spese, che hanno concorso alla formazione del reddito sotto forma di costi deducibili, deve ugualmente essere assoggettato ad imposizione e a ritenuta ai sensi del combinato disposto dei predetti articoli 6 del TUIR e 25 del DPR n. 600 del 1973.
Resta fermo che il professionista che non abbia dedotto le spese processuali nel periodo d’imposta in cui le ha sostenute può recuperare la maggiore imposta versata presentando dichiarazione integrativa, ai sensi dell’articolo 2, comma 8-bis, del DPR n. 322 del 1998, o istanza di rimborso, ai sensi dell’articolo 38 del DPR n. 602 del 1973".
Le indagini sul c/c della figlia del legale rappresentante determinano il reddito della società
Nel caso in cui le movimentazioni finanziarie dei conti correnti dei soci e dei loro parenti non dovessero trovare alcuna giustificazione in relazione alla natura privata dei conti stessi, l' Agenzia può legittimamente utilizzare tali operazioni bancarie per l'accertamento della posizione fiscale della società di capitali partecipata dai soci titolari dei predetti conti correnti. E' questa, in sintesi, la decisione assunta dalla Suprema Corte, con la recente sentenza n. 20862 del 2010.
Cassazione civile Sentenza 08/10/2010, n. 20862
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 art. 2135
 Sentenza 
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 Cass. 
 art.19
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 art. 36
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 articolo 2
 art.3
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