Source: http://unionedicomandanti.it/14-approfondimenti/43-legittimo-licenziare-il-dipendente-che-invia-dossier-a-procura-e-prefettura.html
Timestamp: 2020-07-06 23:26:21+00:00

Document:
L'ORGANIZZAZIONE E I PROCESSI Views : 344
LUIGINO CANCIAN - III Convegno Nazionale a Rimini Views : 454
La comunicazione con i social network - III CONVENTION NAZIONALE RIMINI Views : 244
Da ciò la legittimità del licenziamento disposto dal Comune, essendo stato ritenuto che la trasmissione della predetta memoria costituiva un comportamento non giustificato, posto in essere senza alcuna necessità, se non la volontà di proseguire l’opera di discredito del datore di lavoro, iniziata con la denuncia di asserite violazioni edilizie del 24 luglio 2000.
1. La Corte di appello di Milano, con sentenza n. 110/2014, pronunciando in sede di rinvio a seguito della sentenza n. 1632/2012 di questa Corte, ha respinto l’appello proposto dall’arch. Enzo Bellagamba e così ha confermato la pronuncia di primo grado, con cui il Tribunale di Forlì aveva dichiarato la legittimità del licenziamento disciplinare irrogato dal Comune di San Mauro Pascoli, del quale arch. Bellagamba era dipendente, con qualifica di tecnico comunale responsabile dei lavori pubblici e inquadramento nell’VIII qualifica funzionale.
2. La condotta contestata al Bellagamba era quella di avere inviato la memoria difensiva in data 4.12.2000, da lui presentata a giustificazione di quanto oggetto di una precedente contestazione disciplinare, alla Procura della Repubblica, alla Prefettura e alla competente Soprintendenza ai beni architettonici, circa pretese illegittimità commesse dall’amministrazione comunale. Il Comune aveva ritenuto che tale comportamento fosse contrario all’obbligo di fedeltà sancito dall’art. 2105 c.c. – da coordinarsi con i principi generali di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. -, stante il contenuto della memoria stessa, diretto a gettare discredito su detta amministrazione.
4. Questa sentenza veniva cassata da questa Corte, in accoglimento del terzo motivo di ricorso proposto dal Bellagamba, il quale aveva lamentato il vizio di motivazione per essere la sentenza carente di un’effettiva motivazione sia sulla sussistenza che sull’intensità della violazione disciplinare, con particolare riferimento alla asserita divulgazione della memoria difensiva, contestata dal ricorrente, e al conseguente pregiudizio all’immagine che sarebbe derivato per l’amministrazione.
7. Per la cassazione di tale sentenza ricorre l’arch. Bellagamba con due motivi. Resiste il Comune di San Mauro Pascoli con controricorso. In prossimità dell’udienza il ricorrente ha altresì depositato memoria ex art. 378 c.p.c..
1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 384, secondo comma, c.p.c., violazione e falsa applicazione della sentenza rescindente n. 1632/2012; violazione dell’art. 5 legge n. 604/66, violazione dei principi e delle norme in tema di onere della prova e in materia di giudicato.
1.1. La Corte di cassazione aveva disposto che il giudice di rinvio dovesse procedere ad una nuova valutazione in ordine alla sussistenza di un giustificato motivo di licenziamento disciplinare, sulla base anche di un accertamento circa gli effettivi termini della diffusione della memoria in questione. L’effettività e consistenza della “diffusione” doveva costituire oggetto di un nuovo accertamento funzionale alla verifica della sussistenza o meno di una infrazione disciplinare, mentre la Corte di appello ha ritenuto di non dovere procedere né ad accertamenti ulteriori né ad un riesame dei fatti, supponendo come ammesso dallo stesso ricorrente che la missiva fosse stata inviata a tutti i soggetti istituzionali indicati quali destinatari della stessa. In realtà il ricorrente, sin dall’atto introduttivo del giudizio, aveva evidenziato che non poteva essere oggetto di contestazione disciplinare uno scritto difensivo; che era comunque del tutto legittimo l’indirizzamento di tale scritto a soggetti ivi indicati; che inoltre non era stato provato alcun danno all’immagine che sarebbe derivato all’Amministrazione dalla divulgazione della memoria.
2. Con il secondo motivo si denuncia, sotto un diverso profilo, violazione e falsa applicazione dell’art. 384, secondo comma, c.p.c., violazione e falsa applicazione della sentenza rescindente n. 1632/2012; violazione dell’art. 5 legge n. 604/66, violazione dei principi e delle norme in tema di onere della prova e in materia di giudicato.
2.1. Si assume che il terzo motivo di ricorso, accolto dalla Corte di cassazione, verteva sulla mancanza di motivazione circa l”‘effettiva diffusione” della memoria difensiva e il quesito di diritto ivi formulato verteva sulla questione “se in una fattispecie nella quale viene dedotto quale elemento determinante, sia in ordine alla configurabilità dell’illecito disciplinare sia per quanto riguarda il criterio di graduazione della sanzione, la diffusione all’esterno dell’amministrazione di una memoria difensiva presentata da un dipendente pubblico nell’ambito del procedimento disciplinare, possa ritenersi completa, adeguata e razionale ovvero omessa, carente, insufficiente e contraddittoria una giustificazione circa gli elementi di fatto che hanno indotto a ritenere sussistente l’asserita diffusione della memoria e del conseguente pregiudizio all’immagine dell’amministrazione, nell’ipotesi in cui tale asserita diffusione sia stata espressamente contestata e smentita da parte del destinatario del provvedimento disciplinare”.
2.2. Nell’accogliere tale censura, la Corte di cassazione aveva evidenziato che mancava una “effettiva motivazione sia sull’ ari che sull’intensità della violazione disciplinare, con particolare riferimento alla asserita divulgazione della memoria difensiva….”. Pertanto, il giudice di rinvio aveva violato il dictum della sentenza rescindente, omettendo l’accertamento e la valutazione dell’effettiva diffusione all’esterno della memoria difensiva dai contenuti asseritamente lesivi.
4. Occorre premettere che, in caso di ricorso per cassazione avverso la sentenza del giudice di rinvio fondato sulla deduzione della infedele esecuzione dei compiti affidatigli con la precedente pronuncia di annullamento, il sindacato della S.C. si risolve nel controllo dei poteri propri del suddetto giudice di rinvio, per effetto di tale affidamento e dell’osservanza dei relativi limiti, la cui estensione varia a seconda che l’annullamento stesso sia avvenuto per violazione di norme di diritto ovvero per vizi della motivazione in ordine a punti decisivi della controversia, in quanto, nella prima ipotesi, egli è tenuto soltanto ad uniformarsi al principio di diritto enunciato nella sentenza di cassazione, senza possibilità di modificare l’accertamento e la valutazione dei fatti, già acquisiti al processo, mentre, nel secondo caso, la sentenza rescindente – indicando i punti specifici di carenza o di contraddittorietà della motivazione -non limita il potere del giudice di rinvio all’esame dei soli punti indicati, da considerarsi come isolati dal restante materiale probatorio, ma conserva al giudice stesso tutte le facoltà che gli competevano originariamente quale giudice di merito, relative ai poteri di indagine e di valutazione della prova, nell’ambito dello specifico capo della sentenza di annullamento. In quest’ultima ipotesi, poi, il giudice di rinvio, nel rinnovare il giudizio, è tenuto a giustificare il proprio convincimento secondo lo schema esplicitamente od implicitamente enunciato nella sentenza di annullamento, in sede di esame della coerenza del discorso giustificativo, evitando di fondare la decisione sugli stessi elementi del provvedimento annullato, ritenuti illogici, e con necessità, a seconda dei casi, di eliminare le contraddizioni e sopperire ai difetti argomentativi riscontrati (Cass. n. 13719 del 2006, Cass. n. 2606 del 2009, n. 15692 del 2009, n. 12102 del 2014).
6. Questa Corte aveva evidenziato come la sentenza all’epoca impugnata mancasse di un’effettiva motivazione sia sull’esistenza che sull’intensità della violazione disciplinare, con particolare riferimento alla asserita divulgazione della memoria difensiva e al pregiudizio all’immagine che sarebbe derivato per l’amministrazione. In particolare, nessuna motivazione era stata spesa con riguardo all’assunto difensivo secondo cui la missiva fu di fatto inviata solo ad alcuni (e non a tutti) i destinatari. L’omissione di esame della tesi difensiva inficiava, di per sé, la sentenza impugnata.
8. Non risulta che questioni sollevate in fasi anteriori del giudizio di merito fossero state portate all’esame della Corte di cassazione per l’enunciazione di regulae iuris che avrebbero dovuto orientare la valutazione del giudice di merito. In particolare, quanto al thema decidendum della “diffusione” della memoria, non risulta che avessero formato oggetto della sentenza rescindente questioni, pure astrattamente rilevabili dal ricorrente, quali l’inidoneità ad integrare illecito disciplinare di un comportamento consistente nell’inoltro della memoria difensiva, sostanzialmente equivalente ad un esposto, ad organi istituzionali preposti al controllo dell’operato dell’ente locale. Difatti, pur avendo il ricorso introduttivo (trascritto in atti, punti III b e III c) argomentato che un qualsiasi scritto proveniente da un dipendente pubblico, sia esso un esposto o un atto redatto a scopi difensivi, avente ad oggetto segnalazioni relative all’operato della Pubblica Amministrazione e indirizzato agli organi pubblici istituzionalmente preposti ai doverosi controlli sulla correttezza di tale operato, non può costituire oggetto di contestazione disciplinare, potendo assumere tale valenza solo per la parte in cui vengano usate, nei confronti di determinati soggetti, espressioni diffamatorie o di cui si accerti il contenuto calunnioso, non risulta che il successivo sviluppo processuale abbia consentito di ritenere coltivata la censura, collaterale a quella della estensione della diffusione, fino a pervenire alla sede di legittimità. La sentenza rescindente rivela l’assenza di enunciati indicativi della sottoposizione a questa Corte del suddetto tema.
9. Pur dovendo essere evidenziato – incidentalmente – che è doverosa la cooperazione del pubblico dipendente per l’emersione di fatti illeciti o comunque illegittimi, di interesse collettivo, posti in essere dalla pubblica amministrazione (l’art. 54 bis del D.Lgs. n. 165/01, successivamente introdotto dalla legge anticorruzione n. 190 del 2012 e, da ultimo, modificato dal d.l. 24 giugno 2014, n. 90, conv. in L. 11 agosto 2014, n. 114, ha espressamente previsto, al primo comma, che “fuori dei casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell’art. 2043 del codice civile”, il pubblico dipendente che denuncia “all’autorità giudiziaria o alla Corte dei conti, o all’Autorità nazionale anticorruzione…condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia”), nel caso in esame, il giudice di rinvio ha tratto argomenti di convincimento dal riscontro della palese infondatezza dei fatti denunciati. Tale passaggio argomentativo – sul quale la Corte territoriale ha fondato la prova indiziaria dell’intento lesivo e dell’elemento soggettivo della condotta – non è stato specificamente censurato dall’odierno ricorrente.
10. Il ricorso va dunque rigettato, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate nella misura indicata in dispositivo per esborsi e compensi professionali, oltre spese forfettarie nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione, ai sensi dell’art. 2 del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.
11. Sussistono i presupposti processuali (nella specie, rigetto del ricorso) per il versamento da arte della ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, previsto dall’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. 30 maggio, introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge di stabilità 2013).
Roma, così deciso nella camera di consiglio del 17 novembre 2016.

References: sentenza 
 sentenza 
e contrario
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 378
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza