Source: http://gaudio.blogautore.espresso.repubblica.it/page/3/
Timestamp: 2018-12-16 13:27:19+00:00

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Primarie pd: la necessità del fattore C.
Oggi è finalmente arrivato e nel prendere la mia decisione su chi votare, mi sono innanzitutto chiesto a cosa questo congresso servisse, quali fossero gli obiettivi da porsi da qui ai prossimi quattro anni: non ho molti dubbi a riguardo, questo congresso ha senso se riduce la distanza tra la classe dirigente e l'elettorato di centrosinistra ridefinendo il proprio campo politico. Alla disaffezione, all'antipolitica, si risponde tessendo nuovi rapporti, ricreando la consapevolezza di un partito, che possa entusiasmare, riaccendere la passione della gente, dei militanti, la loro generosità.
Ricordo il bellissimo discorso di Piero Fassino, quando i DS si sciolsero per dare vita al Partito democratico. Io credo che siamo ancora lì, lo dico con amarezza, dopo sei anni di Pd, non perché non si sia fatta della strada, ma se n'è fatta troppo poca. "L'identità non è nostalgia", diceva Fassino in quel discorso, riprendendo Reichlin, ma è frutto di incontri, di relazioni, di costruzione, di valori, perché quei valori diventino maggioritari.
Ecco, il Pd, in questo tempo, ha abdicato spesso al suo ruolo di direzione, di ampliamento del consenso attraverso la forza delle proprie idee, perché ha costruito troppo poco. Il Pd, oggi, non è riconoscibile, non ha un interlocutore di riferimento, non è ancora quello strumento di cui abbiamo bisogno, in grado di scardinare e reimpostare una base valoriale, ridefinire i contorni di una società, non è percepito come alternativo. Mi piacerebbe che con questo congresso si uscisse da questa ambiguità che ci portiamo dalla nascita.
Non lo nascondo, ho cambiato più volte, la mia decisione di voto. Ho compreso che non avrei votato Renzi dopo la Leopolda 2013, perché, sebbene possa condividere alcune delle sue premesse, non condivido affatto le soluzioni, non le condivido nel merito, perché l'impostazione che ripropone la subalternità del centrosinistra rispetto ad un periodo che ci ha visto in confusione, non ci fa uscire dall'ambiguità di questi anni, per noi fallimentari perché non abbiamo proposto una visione del futuro; soprattutto non condivido la contrapposizione che ha messo intere categorie di persone le une contro le altre, pensionati contro giovani; sindacati contro industriali; pubblico contro privato. Queste cose non dovrebbero appartenerci, sono altro da noi, perché dovremmo essere un partito che unisce, che non divide. Abbiamo dunque bisogno di declinare un nuovo paradigma, pensare una nuova interpretazione, uscire non solo dalla crisi economica, ma soprattutto dall'impoverimento del nostro patrimonio culturale, per ritrovare un'idea di prospettiva che rimetta al centro la persona, i suoi diritti, la sua dignità per se stesso e nei confronti della società di cui è parte.
Credo, poi, che se da questo congresso uscisse solo un riposizionamento piuttosto che un serio processo riformatore, che reimposti il partito e le sue priorità, sarebbe inutile. E in questo senso, i due principali candidati non mi sembrano garantire una discontinuità, non mi sembrano slegati dalla tradizione del partito, non vi è un nuovo linguaggio, un'impostazione diversa rispetto al passato. Questo rende Civati un candidato più appetibile, soprattutto a quella fascia di votanti che vuole la rottura con la vecchia classe dirigente e di cui le liste di Renzi e Cuperlo sono piene.
Non dimentichiamoci, infine, che questo è un congresso di partito, che serve a organizzare il partito, rimettere in piedi le mille cose che non vanno nella sua struttura, nei suoi meccanismi. I partiti sono strumenti della democrazia, della rappresentanza: se funzionano, funziona il governo del Paese e funziona la democrazia. La struttura territoriale del Pd, ereditata dagli ex-partiti che lo compongono, ha consentito una strenua opposizione, a livello locale, ai populismi, grazia a un rapporto, spesso di fiducia, con i territori. In questo, io credo che Renzi sia molto debole, la sua mozione non dice quasi nulla sull'organizzazione e sulla partecipazione, mentre, soprattutto la mozione di Civati e anche quella di Cuperlo mi sembrano molto più interessanti.
Ecco, si prospetta una vittoria di Renzi, ma sarà opportuno che il fattore C diventi determinante, la C come Cuperlo, come Civati, nelle cui mozioni, ritrovo le premesse a quest'articolo, e C come qualche altra cosa, perché da giorno 9 dicembre ne avremo molto bisogno, perché la scommessa vera sarà Costruire un partito più forte, più utile per un Paese che ne ha assolutamente bisogno.
La sentenza della Consulta è un macigno. Bisognerà aspettare le motivazioni e leggerne anche le virgole, ma ci sono poche cose che si possono dire. Intanto che il Parlamento, eletto con una simile legge, è difficile non considerarlo delegittimato politicamente (le sentenze della Consulta non hanno valore retroattivo), ma di certo che l'unica cosa che può fare è una nuova legge elettorale "secondo i principi costituzionali", come recita la sentenza.
Cosa vuol dire? Che questo Parlamento non può pensare di varare una legge elettorale che non sia conforma all'attuale Costituzione, ovvero, mi pare di poter dire che ad essere delegittimato possa essere anche qualunque tipo di riforma costituzionale e di forma della Repubblica differente dall'attuale, che venisse approvata da questo Parlamento. Se anche non lo fosse, lo sarebbe comunque da un punto di vista politico, di opportunità.
Non solo, ma questo Parlamento ha eletto un nuovo Presidente della Repubblica: non essendo un costituzionalista, posso solo dire che, se le premesse fossero queste, a rigor di logica, anche la sua figura ne risulterebbe fortemente indebolita, almeno di fronte ai cittadini.
E che dire di una classe politica che non è stata in grado, con una decisione pendente di questa portata, di decidere una nuova legge elettorale? Come reagiranno i cittadini, rispetto ai provvedimenti presi da questo Parlamento? Ci si rende conto che così si alimenta quel sentimento di sfiducia, di cui si nutre l'antipolitica?
Per capire cosa davvero tutto questo significhi, dovremo aspettare le motivazioni, ma sminuire la gravità e la portata della sentenza è impossibile. Di certo, sembrerebbe assurdo che questo governo possa andare oltre, in queste condizioni. Ci voleva la Corte Costituzionale per obbligare questo governo a fare l'unica cosa che da febbraio sembrava ovvia a tutti: la legge elettorale.
Siamo, quindi, al caos, un caos che ci meritiamo, per questa classe politica e dirigente inetta, perché a pagarne il prezzo saremo noi, tutti quanti, ancora una volta, a cominciare dai più deboli, da coloro che aspettano risposte dal governo, per una crisi che li sovrasta, da coloro che non hanno i mezzi per poter arrivare a fine mese.
Domanda provocatoria: ma a dei parlamentari che occupano un posto con una legge elettorale illegittima, va corrisposto un compenso?
Consulta, Corte Costituzionale, legge elettorale, Parlamento, porcellum
Il sondaggio di Agorà e Renzi
Il sondaggio Ixè per Agorà, che trovate qui dà delle indicazioni interessanti per quanto riguarda la possibile leadership di Renzi nel Partito Democratico.
Il sondaggio dimostra che il Pd raccoglierebbe circa il 6.4% di voti in più provenienti: 3.4% da Forza Italia, 2.2% dal M5S, uno 0.5% dal partito del non voto, più uno 0.3% da altre forze.
Invece, perderebbe un 1.8% da SEL, 0.3% da Rifondazione Comunista, uno 0.8% dal partito del non voto e 0.2% da altri, per un totale 3.1%. Quindi, in totale, con Renzi il Pd guadagnerebbe un 3.3% di voti, passando dal 27.3% al 30.6%.
Un salto in avanti, certamente, ma facendo un piccolo passo ulteriore sui dati, si nota però che il partito del non voto rimane stabile, qui al 42.2%, e che, sostanzialmente, la figura di Renzi non riesce a catalizzare e a spostare quella parte sostanziale di popolazione sfiduciata dalla politica e dai partiti, ovvero, se Renzi da un lato sposta una percentuale di voti precedentemente andati al centrodestra e in parte leggermente minore al M5S, probabilmente delusi dal berlusconismo e da Grillo, non altrettanto sembra succedere su quella larga parte di popolazione che non va a votare rispetto alla quale la figura di Renzi non riesce a far presa.
Al di là del dare una connotazione puramente ideologica a quel 6.4%, cosa non scontata, credo che sia opportuna una riflessione ulteriore, soprattutto per il centrosinistra, perché, alle prossime elezioni, è probabile che il colore del prossimo governo si possa decidere maggiormente da come quella grossa fetta di popolazione si muoverà piuttosto che dallo spostamento di piccoli flussi da destra a sinistra.
Una scissione da non sottovalutare.
Il grigiore della cerimonia che ha segnato la ri-nascita di Forza Italia, senza un briciolo di prospettiva se non quella tracciata dai vecchi confini e vecchi slogan del ventennio berlusconiano, farebbe bene a non confonderci: se da un lato tutto questo sa di già visto, quindi poco credibile, di certo, come tanti hanno fatto notare, la pressione è tutta sulla maggioranza di governo che non ha più alcun alibi nel cammino verso i propri obiettivi di riforma.
E' chiaro, tuttavia, che questa ha tutti i connotati di una operazione studiata a tavolino e rispetto alla quale tutte le componenti hanno interesse a mantenere in vita il governo non certo a breve termine, perché se da un lato il centrosinistra deve giustificare le larghe intese rispetto al suo elettorato dall'altro il Nuovo Centro Destra (NCD) ha bisogno di tempo per potersi ricostruire.
Contrariamente a quello che molti credono, le mie preoccupazioni nascono molto di più dai compromessi che devono nascere da questa alleanza, che dall'esterno.
Se questo è l'interesse in gioco, ovvero il doversi rinfrancare rispetto ai propri elettorati, è chiaro che maggiori debbono essere le richieste e le aspettative di ciascuna parte rispetto al governo.
Che questa tensione sia colmabile, senza l'alibi berlusconiano, a me non sembra affatto ovvio.
Sembra logico che vi sia una bozza di accordo su cosa debba essere fatto da parte del Pd e del NCD, nei prossimi mesi della legislatura, ma la domanda è se questi accordi siano sostenibili da parte dell'elettorato di centrosinistra e da chi pensi di potersi rispecchiare nella nuova formazione di Alfano. Un elettorato, quello di centrosinistra, già particolarmente suscettibile, per via del congresso ed è per questo che non può non cercarsi l'accordo con Renzi a medio-lungo termine, un elettorato, dicevo, che ha già dovuto sopportare le larghe intese, il caso kazako, il caso Cancellieri e la cancellazione dell'IMU sui ceti più abbienti a spese della collettività, solo per citare alcuni dei punti più critici di questi mesi, mentre sul tavolo le questioni spinose sono tante, non ultima, in termini di complessità, quella di Alitalia, ma soprattutto di un rilancio industriale e economico del Paese. Tensioni che sono ancora più complesse quando si consideri che a fronte di tutto questo, a Grillo si aggiungerà un Berlusconi che ha poco da perdere, fuori dal governo, fuori dal PPE, estromesso da tutto, che non ha interessi, se non i propri, in Europa e che dunque spingerà ancora di più contro la UE e la Merkel.
E allora non c'è molto da gioire e, forse, farebbe bene a riconsiderare, Letta, le prospettive di governo, per le ragioni esposte sopra, ma anche perché, cosa di cui poco si parla, questo governo rappresenta la minoranza degli italiani e non rispetto ai sondaggi di oggi, ma rispetto ai risultati delle elezioni ultime e che solo attraverso una legge elettorale inconsistente e sempre più intollerabile, riesce ad avere una maggioranza.
E' vero, questo è successo in passato, ma mai in queste proporzioni: stando ai numeri delle elezioni, è difficile pensare che questo governo rappresenti molto oltre 40% di quel corpo che è andato a votare a febbraio 2013. Allora, accanto a quelle di opportunità, ci sono ragioni più profonde e se tutti siamo d'accordo che sia stata questa legge elettorale a portare a questo assurdo democratico, oggi ancora di più, non si può pensare di andare oltre l'approvazione della legge di stabilità, una nuova legge elettorale, per poi ritornare al voto, oltre i calcoli e i ragionamenti opportunistici.
Personalmente, non ho alcun dubbio che Enrico Letta riconosca il valore delle Istituzioni che rappresenta, così come non ho alcun dubbio che abbia presenta quest'anomalia.
La mia speranza è che ci si rifletta e si valuti fino in fondo e non si agisca con un'arroganza che difficilmente verrebbe compresa dai nostri elettori, poiché le conseguenze potrebbero essere profonde, soprattutto in caso di fallimento, e condurre ad una deriva politico-istituzionale dalle conseguenze difficilmente prevedibili.
Alfano, Berlusconi, Letta, Nuovo Centro Destra, Partito Democratico, PdL
La scuola sottosopra.
Il governo Letta e il ministro Carrozza stanno affrontando quello che è uno degli argomenti più spinosi, visti anche i risultati che danno il nostro Paese agli ultimi posti nelle classifiche OCSE per quanto riguarda i livelli di preparazione letteraria e matematica.
La nostra scuola, in questo rapporto, è vista come eccessivamente tradizionale, ma soprattutto incapace di preparare i nostri giovani ad un mondo sempre più tecnologico e meno in grado di offrire una preparazione adatta alle nuove esigenze lavorative.
La rivoluzione portata dai nuovi mezzi di comunicazione potrebbe offrire nuove opportunità ed essere, forse, sfruttata meglio nel mondo della scuola. E' importante riconoscere che se i nostri ragazzi crescono con essi, può essere bene ripensare il nostro modo di fare scuola per cercare di ottenere il massimo offrendo loro nuovi stimoli.
Un modo non tradizionale viene descritto in alcune pubblicazioni della National Science Teachers Association. La proposta, semplice concettualmente, ma interessante, è quella di invertire il metodo di insegnamento, ovvero spostare il peso di ciò che in generale viene definito come il lavoro fatto a casa, compiti, esercizi, insieme all'insegnante, mentre ciò che è fino ad oggi stata l'esperienza in classe, le lezioni, i temi che rappresentano il programma, viene assorbito, per la gran parte, dagli studenti in video da ascoltare e vedere a casa.
I video possono contenere le lezioni, animazioni, esempi di problemi, poi caricati su Youtube, o comunque in forma di podcast, da rivedere su iTunes, per esempio, aggiungendo la duttilità di poter andare avanti e indietro durante l'ascolto, in modo da ripetere i punti poco chiari, mentre è più facile spendere tempo individualmente durante le ore di lezione, facendo insieme i compiti, organizzando gruppi di lavoro durante le ore di scuola e così via. Un altro esempio banale di utilizzo è quello di affiancare alla carta e alla penna, un account Google, attraverso il quale sia gli insegnanti che i genitori possono controllare i progressi fatti dai propri ragazzi. Questo ovviamente non significa alleggerire il lavoro degli insegnanti, anzi piuttosto il contrario, visto che l'idea è di stabilire un rapporto più interattivo e diretto, controllando il lavoro dei ragazzi e spendendo individualmente con loro più tempo.
L'esperienza dimostra, tuttavia, che gli studenti hanno bisogno di essere stimolati di continuo, per non impigrirsi. E' chiaro che la tecnologia non è il "silver bullet", ovvero il punto non è come impieghiamo la tecnologia, ma come possiamo utilizzare meglio il tempo e, dunque, come ottimizziamo l'interazione con gli studenti, soprattutto per le lezioni più complesse.
I ragazzi vedono il mondo cambiare, ma la scuola rimanere, spesso, troppo uguale a se stessa.
Del resto, se i nostri ragazzi sono stimolati in un certo modo, a più livelli, immersi come sono in un mondo sempre più tecnologico e multimediale, sarà sempre più difficile per la scuola tradizionale riuscire a competere e a far mantenere i livelli di attenzione necessari. In questo senso, bisognerebbe comprendere che il bilanciamento tra le capacità di memorizzare e lo sviluppo delle capacità cognitive, quelle che rimangono e che aiutano meglio a preparare gli studenti per la loro vita futura, passa attraverso la possibilità di tenere i ragazzi attenti a ciò che stanno facendo. Per questa ragione, una scuola che si ponga maggiormente il problema fra l'interazione studente-studente e studente-insegnante, sembra da parte degli studiosi più efficace sotto il profilo dello sviluppo intellettuale dei ragazzi, consentendo a coloro che sono indietro di non perdersi o dover aspettare nel caso non riuscissero a risolvere un problema o i compiti loro assegnati e la partecipazione attiva o i progetti di gruppo sembrano funzionare meglio, ovvero sembrano maggiormente in grado di raggiungere un numero più ampio di studenti.
Non si sa quante classi negli USA utilizzino questo nuovo modo di insegnare, il dato certo è che ci sono circa 8 milioni di iPad nelle classi, di cui solo 3.5 milioni sono stati comprati lo scorso anno. Ci sono innumerevoli software a disposizione che servono allo scopo, aiutano a ricevere risposte in modo diretto e immediato dagli insegnanti oltre a facilitare la discussione con i propri compagni di classe. Le possibilità sono infinite, ovviamente, e i software, ci si può sbizzarrire, aiutano a creare nuovi metodi per tenere l'attenzione dei ragazzi, a tutti i livelli e per tutte le età, dai videogames, per i più piccoli a quelli più complessi man mano che si va avanti.
Questi metodi, vorrei sottolineare, non sono nuovi, vengono utilizzati per le Università, più spesso, per corsi di diverso tipo e hanno aiutato molte persone a prendere una laurea che altrimenti non avrebbero potuto conseguire. Forse, non è difficile speculare, si possono persino abbattere i costi, ma è chiaro che tutto questo è pensabile e ha la possibilità di funzionare solo se vi è accesso ad internet veloce da tutte le parti, se si riescono a mettere a disposizione laptop, computer e smartphone.
Non è facile negli USA, tantomeno lo è nell'Italia di questi giorni, ma è chiaro che quando si parla di investire nella scuola e nelle sue infrastrutture, vi è la necessità di avere una visione per il futuro e che questo, presto o tardi, non può che passare da qui. E forse per questo, se non si vuole cedere ancora di più il passo e rimanere indietro, è il momento migliore, anche da un punto di vista generazionale, per rifletterci su.
Partito Democratico, scuola, tecnologia
Lampedusa, oltre il clamore.
Ho voluto aspettare un po', perché quanto successo a Lampedusa rischia di far deragliare la discussione e farla divenire propaganda.
Dal mio punto di vista, ci sono due punti su cui si sta facendo assoluta confusione e rispetto ai quali bisogna essere chiari.
Il primo: non si può continuare a confondere la questione "immigrazione" con quella di coloro che hanno il diritto a vedersi riconosciuta una qualche forma di protezione. Per essere un po' più chiari, ricadono entro la seconda categoria coloro che per qualche ragione possano essere perseguiti nei loro Paesi d'origine oppure coloro che rientrano nella Protezione umanitaria regolata dalla seguenti due leggi:
Art. 5, comma 6, D.Lgs. 286/1998 : secondo cui il rifiuto o la revoca del permesso di soggiorno non possono essere adottati se ricorrono “ seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”
Art. 32 D.Lgs. 25/2008: “Nei casi in cui non accolga la domanda di protezione internazionale e si ritenga che possano sussistere gravi motivi di carattere umanitario, la Commissione territoriale trasmette gli atti al questore per l'eventuale rilascio del permesso di soggiorno ai sensi dell'articolo 5, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.”
Osservo inoltre che non soltanto l'Italia è tenuta da obblighi internazionali a rispettare le condizioni per la protezione internazionale, ma che è la nostra Costituzione, Art. 10, comma 3, a ricordarci : “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”. Pertanto, il diritto all'asilo, sottolineo questa parola-diritto-, che spesso sfugge quando si parla dei "barconi", è un diritto costituzionale, come lo solo tutti i diritti fondamentali che il nostro Stato riconosce, perché di questi ne è conseguenza.
Il secondo punto che vorrei sottolineare, riguarda la Bossi-Fini. Ora, io non nego che, come mi sembra venga testimoniato da più parti a Lampedusa, ad alcuni siano state sequestrate barche, o che vi siano state accuse di favoreggiamento, basta ricordare questo episodio per comprenderlo, ciò che dico è che la Bossi-Fini è chiara a questo proposito:" Non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate a favore dello straniero comunque presente in Italia".
E' anche vero che, secondo la sentenza della Cassazione 47761/2011, potrebbe essere punito anche il dare ospitalità, per esempio, tuttavia, queste condotte devono essere in relazione al trarre profitto personale o ad un profitto o attività illegale collegati a chi ha favorito l'ingresso, altrimenti queste sono comparabili a quelle di carattere umanitario. Mi sembra dunque che, se azioni come quelle denunciate dai pescatori siano avvenute e non siano ricollegabili ad attività illegali, vi sia stato da parte delle autorità un abuso rispetto alla legge, che va segnalato.
Fatte queste due fondamentali precisazioni, mi preme dire qualche altra cosa:
1) sebbene la legge sull'asilo sia regolamentata da 3 decreti legislativi e soprattutto, dalle disposizioni e regolamenti europei (tra l'altro questi ultimi saranno rivisti quest'anno, Regolamento UE 604/2013), manca una legge organica dello Stato, che metta insieme e a sistema gli oltre 100 articoli. Io la ritengo una questione importante, intanto per evitare sovrapposizioni tra gli articoli, ma soprattutto per una maggiore chiarezza e per una più facile interpretazione.
2) mi sembra perlomeno contraddittoria l'ipotesi di proposta che per non far morire in mare i profughi, bisognerebbe bloccarli nei luoghi d'origine, da dove, cioè, tentano di fuggire, perché magari perseguitati.
3) si parla di accordi bilaterali: fino ad oggi questo ha significato con Libia ed Egitto, principalmente, laddove cioè fino a poco tempo fa, vigevano regimi dittatoriali che, certamente, non avevano alcun riguardo per i profughi, trattati in modo inumano, ma piuttosto per i soldi che eravamo disposti a pagare per trattenere le imbarcazioni. Ricordiamo, a proposito, che spesso, i luoghi dove i profughi venivano trattenuti non erano accessibili neanche alle associazioni e agli organismi internazionali.
Cosa fare? Molte cose sono state suggerite da altre parti, ma è bene ribadirle:
a) cambiare il Trattato di Dublino che determina le condizioni per le domande di asilo o riconoscimento dello status di rifugiato, e consentire a coloro che approdano, via terra o mare, in un qualunque paese europeo, di poter proseguire il viaggio verso la meta desiderata, spesso per ricongiungersi ai familiari o amici. Ricordo che il trattato è stato criticato perfino dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa in quanto non in grado di garantire i diritti dei rifugiati.
b) aprire dei canali legali d'ingresso, per rallentare, perlomeno, il traffico di essere umani da parte delle organizzazioni criminali, che, sottolineo, rappresentano solo il punto finale di una catena che porta a disastri come quello di Lampedusa.
c) le misure di pattugliamento del Mediterraneo devono servire non per rispedire le imbarcazioni indietro, ma per garantire i diritti dei migranti. In Italia, circa il 40% di coloro che arrivano sui barconi ha diritto a una qualche forma di protezione riconosciuta.
d) come principio generale, occorre approvare la Convenzione ONU del 1990 sui diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie.
In conclusione, bisognerebbe far in modo che quanto accaduto ci aiutasse a comprendere la necessità di riformare completamente il nostro modo di vedere l'immigrazione, per questo la Bossi-Fini va radicalmente cambiata ripartendo dai diritti, e comprendere che il diritto alla protezione è cosa differente e va garantito.
Un approccio europeo è opportuno, soprattutto in termini di mezzi e di fondi, ma non bisogna farsi sopraffare dalla propaganda. I numeri indicano che in Italia, soprattutto, non ci siano ragioni per temere alcuna invasione, né le condizioni economiche del nostro Paese rappresentano motivo di attrazione per i migranti. E' opportuno comprendere le ragioni dei cittadini, ma la politica ha il dovere di prendere decisioni secondo i principi del diritto, della Costituzione, oltre il clamore e le percezioni del momento.
asilo, Bossi, Dublino, Fini, Immigrazione, Lampedusa, protezione, rifugiati
Partito Democratico: quale forma partito?
Pochi giorni fa, Bersani, in un'intervista, proponeva un'analisi della società europea attribuendo al benessere le cause dell'apparire della destra e al malessere e alla sfiducia, l'insorgere dei populismi.
Personalmente, ritengo che riflessioni come questa, poste in questi termini, siano perlomeno semplicistiche se non errate.
Basterebbe, anche solo in Europa, guardare alle democrazie del Nord, di forte stampo socialdemocratico, che proprio nei momenti di difficoltà spingono verso politiche più vicine a destra, sebbene, questo sì, di connotazione populista, o alla Francia, alla vittoria di Hollande, per confutare la tesi di Bersani, senza andare oltreoceano, dove, nel bel mezzo della crisi, il popolo americano sceglie di appoggiare le politiche di Obama.
Sebbene la direzione verso cui le società tendono, dipenda da diversi fattori, è spesso vero, senza generalizzare, che vi sia un accento individualistico più pronunciato nelle società moderne con più alti livelli di benessere, la qual cosa, ovviamente, non consente di parlare di un insorgere di una destra vera e propria.
Che dall'analisi di Bersani manchi la caratteristica essenziale delle società moderne, ovvero dei nuovi mezzi di comunicazione, non è una novità, ma il punto è che proprio questo elemento di novità complica la nozione bersaniana di populismo e sottolinea il limite della sua azione di rinnovamento: i nuovi media non rispondono soltanto ad un nuovo modo di comunicare, ma offrono una nuova chiave interpretativa della realtà.
Questo non può che cambiare sostanzialmente le dinamiche fra il partito politico e i suoi iscritti/elettori che è uno dei cardini dell'esistenza di un partito. In una società che è fortemente interconnessa, il partito non può apparire come una struttura chiusa, perché ne diventa un corpo estraneo, ma piuttosto favorire i meccanismi di scambio, essere esso stesso motore di quel percorso, divenire un centro di quella rete. Compreso questo, si comprende anche quanto sia inutile la distinzione fra partito solido e partito liquido, perché rispondono a modelli parziali della società.
Nel congresso scorso, molti di noi avvertirono questa inadeguatezza del modello proposto da Bersani, sebbene, personalmente, abbia poi sostenuto, senza ovviamente rinunciare alle battaglie interne, lealmente il segretario, votando per lui alle ultime primarie. Tuttavia, non vorrei passare da una incomprensione ad un'altra.
All'estremo opposto, infatti, si pone la concezione di partito di Renzi, un partito all'americana, ovvero il partito degli eletti. Vivendo negli USA e avendo esperienza diretta del Pd americano, sono fortemente contrario ad una concezione di partito del genere, soprattutto in Italia. Intanto, negli USA c'è un rapporto più diretto fra gli eletti e i suoi elettori nelle circoscrizioni e questo, ovviamente, può essere cambiato attraverso una diversa legge elettorale in Italia, ma non mi pare che si stia andando in quella direzione nel nostro Paese; d'altra parte, un partito soltanto degli eletti toglie degli elementi fondamentali propri della democrazia che consentono la partecipazione, la formazione anche dei processi di informazione e soprattutto perché la politica non è una cosa avulsa dai contesti territoriali, piuttosto è un elemento essenziale della vita di ciascuno di noi: il circolo, il partito, dovrebbero costituire, dunque, il contatto per una presa di coscienza consapevole della vita politica e quell'elemento che consenta l'osmosi fra la politica e i cittadini.
E' chiaro che questo può avvenire soltanto se si ripensano la funzione dei circoli e i meccanismi di tesseramento e partecipazione. Oggi, molti circoli soffrono di questa condizione, sia perché spesso faticano a trovare le risorse necessarie per svolgere il loro ruolo sui territori, sia perché ci si scontra, alcune volte, con realtà chiuse che assomigliano molto più a comitati elettorali che ad altro, sia perché con la perdita di credibilità della politica e gli sbandamenti del Partito Democratico, sono diminuiti gli iscritti e dunque è necessario un maggiore impegno, non sempre possibile, da parte di quei pochi irriducibili volontari.
Dal mio punto di vista, i contributi congressuali di Goffredo Bettini e di Fabrizio Barca offrono degli spunti notevoli di discussione, perché hanno ben presente questa necessità, come pure l'ovvia conseguenza di far divenire il partito un campo aperto. Questo è possibile solo se il circolo, il partito, lo pensiamo come formato non solo dagli iscritti, ma anche dai simpatizzanti, dalle associazioni, in maniera inclusiva e proponiamo dei meccanismi di partecipazione che aiutino a compiere le scelte. L'apertura dei circoli all'esterno si manifesta anche in un consapevole utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione in modo da ampliarne la loro funzione, mettendo loro a disposizione soluzioni e competenze ulteriori che provengano dall'esterno. Il circolo diventa modello del partito, questa volta in senso positivo, stabilendo dei criteri di meritocrazia e trasparenza che ne garantiscano l'efficienza, l'integrità morale e un sistema dinamico e virtuoso per il rinnovamento.
Esso deve rappresentare il coraggio del partito, lo "spirito identitario" e l'unita' politica, attraverso l'espressione positiva del ricambio e l'impostazione del proprio lavoro per anticipare le esigenze del territorio sia a livello locale che nazionale, non già dare risposte.
In questo modo, si esce dall'individualismo e si dà spazio ad un più ampio senso collettivo, attraverso la partecipazione e la costruzione di un patrimonio comune di valori, di un modo di sentire.
Questo congresso deve, dunque, aprire una fase nuova, un partito nuovo, che si muova verso la gente, con cui questo si integra, stabilendo con essa un nuovo paradigma sociale, naturalmente dinamico e consapevole, teso al miglioramento delle condizioni di tutti.
Sottolineo, per completezza di informazione, che, alle pagine relative al link del documento di Bettini, per chi volesse e lo ritenesse opportuno, è possibile sottoscriverlo, mentre, per entrambi i documenti, è possibile mandare i propri contributi di discussione.
Bersani, circoli, congresso, Fabrizio Barca, Gianni Cuperlo, Gianni Pittella, Goffredo Bettini, Matteo Renzi, Partito Democratico, Pippo Civati
Il ddl Mucchetti-Zanda: cosa dice e qualche considerazione di merito
Non è un mondo perfetto, ma invito, sinceramente, a una lettura attenta del testo proposto in queste ore da Mucchetti e Zanda (M-Z) e che trovate qui.
Provo a ragionare sul contenuto del ddl e non sull'onda emotiva di queste ore. Alla base di qualunque proposta, la prima domanda da porsi è se questa migliori il quadro normativo, la legge in vigore la trovate qui, o meno.
Il disegno di legge M-Z fa essenzialmente due cose:
1) allarga il quadro di incandidabilità;
2) stabilisce un'autorità garante che in prima istanza esamina la posizione del parlamentare e la sua risoluzione entro un anno.
Rispetto al punto primo, la proposta dice:
i membri del Parlamento non possono avere, nelle imprese che siano in rapporti con amministrazioni pubbliche, interessi rilevanti determinati da una delle seguenti condizioni:
b) il controllo, anche per interposta persona, ai sensi dell'articolo 7 della legge 10 ottobre 1990,
n. 287, o dell'articolo 23, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 1º settembre 1993,
n. 385, nelle imprese di cui alla lettera a);
c) la prestazione d'opera a favore delle imprese di cui alla lettera a), per consulenze a carattere
continuativo della durata complessiva di almeno ventiquattro mesi.
Non solo, ma aggiunge:
si ha interposizione di persona quando nelle condizioni indicate
è il coniuge, il convivente di fatto, un parente fino al quarto grado, un affine fino al secondo grado.
Dunque, questa proposta ha il merito di allargare il quadro delle incompatibilità con i ruoli pubblici, non solo includendo parenti, affini, ma anche, rispetto alla legge precedente, le categorie rispetto alle quali l'incompatibilità si può applicare.
Tuttavia, ha due demeriti:
1) si esclude l'ineleggibilità, che è questione sostanziale, il cui allargamento, nei termini previsti da questa proposta per l'incandidabilità potrebbero, comunque, risultare eccessivi;
2) l'Autorità Garante non ha ruolo decisionale ma, in pratica, consultivo rispetto alla Giunta delle elezioni, che è l'organo parlamentare preposto a esprimere il giudizio per l'ineleggibilità e l'incandidabilità dei componenti dell'assemblea, mentre, sebbene molto più complesso dal punto di vista procedurale e legislativo, ritengo più opportuno affidare a un organismo terzo la decisione della incandidabilità, per evitare situazioni che si perpetuano da tempo, soprattutto se la legge elettorale non venisse cambiata.
Nel complesso, mi sembra, però, una proposta che, nel merito, vada nella direzione giusta.
Ci si può domandare se, comunicativamente, visto anche quanto successo nei giorni precedenti, questo fosse il momento giusto per presentare una proposta del genere, sebbene questa sia stata presentata il 20 giugno e non si capisce perché la vicenda sia venuta fuori solo oggi, ma si sa che la comunicazione non è mai stato un campo nel quale il Partito Democratico abbia, recentemente, brillato.
Certo, è difficile non collegare questo ddl al caso di Berlusconi, ma chiariamo: l'iter per il giudizio della Giunta delle elezioni è già avviato ed è difficile che il ddl M-Z vi possa interferire, visto che deve essere ancora esaminato dalla Commissione Affari Costituzionali, almeno nei tempi tecnici: la Giunta difatti dovrebbe pronunciarsi molto prima che il ddl possa essere votato dalle Camere.
Tuttavia, non vorremmo che:
1) l'aver presentato questo ddl costituisca giustificazione per il Parlamento per non applicare la legge in vigore;
2) visti i comunicati venuti dal PdL, che si cada nel tranello di votare l'eleggibilità di Berlusconi, senza magari ratificare il parere della Giunta, nel caso questo fosse favorevole all'ineleggibilità, ma che il ddl M-Z non passi il giudizio delle Camere, per il voto contrario del PdL, finendo, ancora una volta, con un nulla di fatto su quella che è sostanzialmente una buona iniziativa. Su questo fronte, aggiungo però che portare avanti questo ddl significa poter verificare la serietà dei 5S, di SeL e di Scelta Civica sul conflitto d'interessi.
Altrimenti, sarebbe prendersi in giro. Non vorremo dar ragione a chi fa dietrologia, per caso?
Berlusconi, conflitto d'interessi, incandidabilità, Partito Democratico

References: sentenza 
 sentenza 

Art. 5

Art. 32
 Art. 10
 sentenza 
e contrario