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Timestamp: 2018-11-15 23:56:00+00:00

Document:
N. 05176/2018REG.PROV.COLL.
N. 02590/2018 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 2590 del 2018, proposto da:
Anita Moses, rappresentata e difesa dall'avvocato Claudia Pedrini, con domicilio eletto presso il suo studio in Giustizia, Pec Registri;
Ministero dell'Interno, Questura Verona, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici sono domiciliati in Roma, via dei Portoghesi, 12;
della sentenza breve del T.A.R. Veneto, sede di Venezia, sezione III, n. 833/2017, resa tra le parti, concernente diniego di rinnovo del permesso di soggiorno;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno e Questura Verona;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 12 luglio 2018 il Cons. Pierfrancesco Ungari e uditi per le parti gli avvocati Rosa Maria Mariano su delega di Claudia Pedrini e l'avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi;
1. Con decreto in data 6 aprile 2017 prot. n. 0017881, il Prefetto di Verona ha rigettato il ricorso gerarchico avverso il provvedimento in data 7 marzo 2016 con cui il Questore di Verona – in ragione dell’omessa dimostrazione di un reddito sufficiente al proprio mantenimento e dell’irreperibilità all’indirizzo segnalato nell’istanza di rinnovo - aveva negato all’odierna appellante il rinnovo del permesso di soggiorno per attesa occupazione.
2. Il rigetto è stato impugnato dinanzi al TAR Veneto, lamentando che la mancanza di reddito era dovuta alla crisi economica e che, comunque, la Questura avrebbe dovuto rilasciare un permesso di soggiorno per attesa occupazione, ai sensi dell’art. 22, comma 11, del d.lgs. 286/1998, prescindendo dal reddito dell’ultimo anno, stante l’iscrizione nelle liste di collocamento a far data dal 3 novembre 2015 ed il possesso di un reddito adeguato nel 2013 (mentre l’asserita irreperibilità presso la propria residenza sarebbe dovuta unicamente al fatto che la ricorrente si assentava nel corso della giornata per cercare lavoro).
3. Il TAR Veneto, con la sentenza appellata (III, n. 833/2017), ha respinto il ricorso, premettendo che il limite di reddito previsto dall’art. 29 del d.lgs. 286/1998 si applica anche al lavoratore che, non avendo perso il lavoro, chiede il rinnovo del permesso di soggiorno, e sottolineando che la ricorrente risulta avere percepito nel 2014 un reddito di soli euro 635,00 mentre non ha dimostrato il possesso di alcun reddito nel 2015 e nel 2016, e che un permesso di soggiorno per attesa occupazione non era mai stato chiesto dalla ricorrente (e tantomeno allegati e provati i relativi presupposti, ai sensi dell’art. 22, comma 1, del d.lgs. 286/1998).
- nel procedimento del ricorso gerarchico e dinanzi al TAR erano stati depositati i versamenti contributivi relativi al 2012, 2013 e 2014 ed era stata indicata l’iscrizione al collocamento, mentre della finalizzazione della richiesta all’ottenimento di un permesso per attesa occupazione ha dato atto la stessa Questura di Verona nel provvedimento di diniego;
- il Prefetto avrebbe dovuto tener conto, ai sensi dell’art. 5, comma 5, del d.lgs. 286/1998, dei predetti elementi favorevoli sopravvenuti, e non limitarsi a confermare le valutazioni del Questore;
- la sentenza si basa sull’erroneo presupposto che si trattasse di un rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato; il requisito reddituale di cui all’art. 29, cit. non si applica al rilascio del permesso per attesa occupazione e trova applicazione solo una volta che sia decorso, dalla perdita del posto di lavoro, il periodo di iscrizione al collocamento di cui all’art. 22, comma 11, cit.;
- quanto all’irreperibilità, l’appellante vive tuttora all’indirizzo (via Rinaldo Veronesi, in Verona) a suo tempo indicato, dove convive con un connazionale soggiornante di lungo periodo il quale, provvisto di reddito adeguato, dopo la perdita del posto di lavoro ha provveduto al suo sostentamento (convivenza more uxorio, rilevante, ex art. 1, comma 36, legge 76/2016, e art. 8 CEDU, come affermato da Cons. Stato, III, n. 5040/2017).
5. Resiste per l’Amministrazione l’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo il rigetto dell’appello.
6. Il Collegio osserva che non vi è certezza – mancando agli atti copia integrale della domanda – della causale indicata nella domanda di rinnovo del permesso di soggiorno spedita alla Questura.
Appare peraltro singolare che, mentre nel ricorso gerarchico viene indicato un permesso per attesa occupazione, nel ricorso al TAR (a firma del medesimo avvocato, diverso da quello che ha sottoscritto l’appello) viene indicato un permesso per lavoro subordinato.
7. In ogni caso, assumendo che la domanda di rinnovo abbia effettivamente riguardato un permesso per attesa occupazione (ciò che, del resto, assumono i provvedimenti negativi assunti nei confronti dell’appellante), le pretese dell’appellante non possono ritenersi fondate.
Va subito sgombrato il campo dalla questione della irreperibilità, posto che la mancata partecipazione al procedimento concluso dal diniego del Questore non ha impedito all’appellante di rappresentare in sede di ricorso gerarchico gli elementi a suo dire rilevanti invocati nel ricorso di primo grado, e che, inoltre, né nel provvedimento di rigetto del Prefetto, né nella sentenza di primo grado, è stata eccepita la intempestività della produzione documentale.
Certamente irrilevante, invece, è in questa sede l’ulteriore circostanza della convivenza con un connazionale, posto che – a prescindere dalla mancanza di documentazione sulla sua effettività (vi è soltanto la coincidenza della residenza anagrafica ed una dichiarazione sostitutiva dell’appellante, che tuttavia non è inclusa nello stato di famiglia del connazionale), condizione comunque ritenuta necessaria anche dal precedente di questa Sezione (sent. n. 5040/2017) invocato dall’appellante – essa è stata prospettata per la prima volta nel giudizio di appello, e non può quindi rientrare nel parametro del sindacato di legittimità su provvedimenti pregressi (semmai, potrebbe dare luogo ad un riesame del requisito reddituale da parte dell’Amministrazione).
Appare pacifica la mancanza del requisito reddituale (come esposto, nel 2014 i redditi risultano irrisori, e nel 2015, ultimo anno rilevante prima dell’iscrizione al collocamento e della presentazione della domanda di rinnovo, addirittura inesistenti).
Si tratta dunque di stabilire se sussistessero, allo stato degli atti acquisiti ai procedimenti amministrativi, i presupposti per la concessione del permesso di soggiorno per attesa occupazione, nonostante la mancata dimostrazione di redditi provenienti dal precedente rapporto di lavoro.
La giurisprudenza di questa Sezione è consolidata nel ritenere che il possesso di un reddito minimo idoneo al sostentamento dello straniero costituisca un requisito soggettivo non eludibile ai fini del rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno, in quanto attinente alla sostenibilità dell'ingresso dello straniero nella comunità nazionale, al suo inserimento nel contesto lavorativo e alla capacità di contribuire con il proprio impegno allo sviluppo economico e sociale del paese (cfr., tra le tante, Cons. Stato, III, n. 2558/2018; n. 1971/2017; n. 1524/2017). E che la misura di detto requisito reddituale, ai fini del rilascio del permesso di soggiorno, non è indeterminata e lasciata ad una valutazione caso per caso, bensì è stabilita, per il lavoro subordinato, dall’art. 29, comma 3, lettera b), ormai anche richiamato dall’art. 22, comma 11, del d.lgs. 286/1998 (cfr. Cons. Stato, III, n. 3342/2014 e n. 4652/2014), e per il lavoro autonomo, dall’art. 26, comma 3, del d.lgs. 286/1998, e dall’art. 39, comma 3, del d.P.R. 394/1999 (cfr. Cons. Stato, III, n. 117/2015). Tuttavia, la giurisprudenza è consolidata anche nell’affermare che, ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno, dalle disposizioni del d.lgs. 286/1998, complessivamente considerate, non si evince che sia necessaria la dimostrazione del possesso, in modo assoluto ed ininterrotto, del predetto livello di reddito; al contrario, l’Amministrazione deve comunque tener conto di comprovati fatti sopravvenuti prima del provvedimento (in primis: un rapporto di lavoro che faccia presumere una prospettiva di continuità per il futuro), che superino situazioni di carenza di reddito riscontrate durante il pregresso periodo di validità del precedente permesso (cfr., tra le tante, Cons. Stato, III, n. 3655/2018; n. 2335/2018; n. 2585/2017).
Ciò posto, come affermato da questa Sezione in relazione all’art. 22, comma 11, cit. (peraltro, in applicazione analogica ad una situazione di pregresso permesso per lavoro autonomo), appare evidente che la ratio della norma è quella di tutelare il soggetto che ha perso il proprio posto di lavoro e non quella di ovviare all'insufficienza del reddito prodotto attraverso l'attività lavorativa regolarmente esercitata dall'interessato; al fine di poter beneficiare del permesso di soggiorno per attesa occupazione, infatti, è indispensabile che il soggetto si iscriva sin da subito nelle liste di collocamento, al fine di poter reperire una nuova occupazione, e da tale iscrizione decorre il termine sopra indicato, per il quale l'inoccupato può soggiornare nel territorio nazionale (cfr. Cons. Stato, III, n. 3993/2017).
D’altro canto, la spettanza di un periodo di attesa occupazione (non trattandosi di una misura di carattere umanitario o puramente solidaristico) riposa sul presupposto tacito secondo il quale, chi ha dimostrato in passato di poter reperire una legittima ed adeguata occupazione, può ritenersi di regola in grado di reperirne una nuova entro il lasso di tempo concesso dalla norma; tuttavia, perché la presunzione risulti giustificata, occorre che nel periodo precedente, cioè in costanza del permesso di soggiorno per lavoro, un'attività lavorativa sia stata effettivamente svolta, ed abbia prodotto un reddito adeguato (cfr. Cons. Stato, III, n. 1068/2015 e n. 2645/2015). Così che eventuali periodi di inattività (di disoccupazione) nell’arco temporale del precedente permesso debbono essere considerati dall’Amministrazione, e computati nel periodo annuale, fino a poter determinare la non spettanza di un ulteriore periodo di attesa di occupazione, avendo lo straniero sostanzialmente già fruito di un anno di permanenza, utile a trovare un lavoro (cfr. Cons. Stato, III, n. 4237/2018, oltre a n. 1068/2015 e n. 2645/2015, citt.); ai cittadini extracomunitari è richiesto, infatti, un atteggiamento attivo nella ricerca di un lavoro regolare (o nell’avvio di un’attività autonoma), e non è ammissibile il rinnovo del titolo di soggiorno quando la condizione di disoccupazione o di occupazione irregolare si prolunghi oltre limiti ragionevoli (cfr. Cons. Stato, III, n. 2399/2017).
Nel caso in esame, risultando incontestata la sostanziale mancanza di occupazione lecita e di reddito per un biennio (in pratica, per tutto il periodo di vigenza del permesso di soggiorno per lavoro subordinato rilasciato all’appellante in esito alla sanatoria di cui all’art. 5, del d.lgs. 109/2012), ed avendo la stessa provveduto ad attivarsi formalmente per reperire un’occupazione, mediante iscrizione al collocamento, soltanto in vista della scadenza del titolo, occorre concludere che non vi fossero i presupposti per il rilascio di un permesso di soggiorno per attesa occupazione.
Le spese del grado di giudizio, considerato che la sentenza appellata deve essere confermata con la motivazione parzialmente diversa sopra esposta, possono essere compensate.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 art. 8
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