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Slovacchia, una infinità di ricorsi interni prima di adire alla CeduDiritti Europa
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Posted by: Erika Scorrano in Categorie Violazioni CEDU, Diritto ad un equo processo, I diritti in Europa, Notizie, Sistema CEDU 27 ottobre 2012
Equo processo – Sentenza Zborovský v. Slovacchia, 23 ottobre 2012
La vicenda trae origine da un ricorso (n. 14325/08) contro la Repubblica Slovacca presentato alla Corte di Strasburgo da due cittadini slovacchi, il signor Imrich Zborovský e il sig František Zborovský il 7 marzo 2008. I Zborovsky sono due fratelli che diventano proprietari di un terreno edificato, ma il loro diritto viene calpestato da una espropriazione illegittima fatta a favore di un’impresa pubblica. Agiscono davanti a tutti i giudici nazionali ma vedono sempre respinte le proprie ragioni. Una vicenda giudiziaria infinita che vede la propria conclusione solo al di fuori della Slovacchia, ovvero a Strasburgo.
I richiedenti sostenevano che la risoluzione della loro controversia da parte dei giudici nazionali e il rifiuto dei loro ricorsi costituzionali fossero incompatibili con i propri diritti ai sensi degli articoli 6 Cedu (Equo processo) e Art. 1 del Protocollo n° 1.
IL CASO: Il signor Imrich Zborovský e il sig František Zborovský, fratelli, avevano ricevuto in eredità dal padre un terreno su cui sorgevano anche delle costruzioni. Poco dopo un’impresa pubblica aveva espropriato la proprietà demolendo parte delle costruzioni, edificandone di nuove e aggiungendovi un garage. Agli inizi degli anni ’90 l’impresa pubblica espropriatrice è stata privatizzata e trasformata in una società per azioni e nel 2004 una porzione della proprietà comprendente il garage e il terreno ad esso adiacente è stata ceduta a tre privati.
I procedimenti giudiziari iniziano nel 1992, anno in cui i due fratelli ricorrono in giudizio presso la Corte Distrettuale di Prešov per la rimozione del garage e per rivendicare il possesso vacante della loro terra. Le sentenze della Corte Distrettuale vengono deferite alla Corte Regionale la quale nel 1998 si pronuncia riconoscendo il diritto di proprietà dei ricorrenti sul terreno su cui sorgeva il garage e sostenendo che questo era stato costruito su quella terra senza il consenso dei proprietari.
Il garage è stato quindi considerato una “costruzione illegale”. Non è stato possibile tuttavia rimuovere il garage o fare in modo che i ricorrenti avessero un titolo su di esso. La situazione doveva essere risolta ai sensi della legislazione slovacca, stabilendo una servitù a vantaggio dei proprietari del garage e ordinando che fosse pagato un risarcimento.
Nel 2005 la Corte Distrettuale si pronuncia su un nuovo ricorso presentato dalle parti per il riconoscimento della proprietà del garage e del terreno ad esso adiacente.
Nel 2006 la Corte Regionale di Prešov conferma la sentenza del 2005 della Corte Distrettuale approvandone la motivazione fornita affermando che i giudici non erano tenuti a seguire le specifiche richieste delle parti, ma dovevano risolvere la questione in seno ai parametri fissati dalla legge. I ricorrenti impugnano la sentenza ricorrendo in Cassazione sostenendo che il giudice aveva erroneamente escluso le loro richieste di demolire il garage e affermare il loro titolo sulla proprietà stabilendo piuttosto una servitù a loro vantaggio. Tuttavia la Corte Suprema ha affermato che il ricorso non era ammissibile confermando il parere della Corte Regionale secondo il quale trattandosi di costruzioni illegali i giudici non erano vincolati alle specifiche richieste delle parti.
Le parti scelgono allora di rivolgersi alla Corte Costituzionale: a seguito di un primo ricorso delle parti, la Corte costituzionale aveva rilevato che la Corte Distrettuale aveva violato il loro diritto a un processo entro un termine ragionevole e ordinato che la Corte distrettuale procedesse con il caso senza indugio, assegnando a ogni richiedente l’equivalente di €515 in equa soddisfazione per il danno morale.
Ancora nel 2006 le parti decidono di contestare i ritardi nei procedimenti successivi alla precedente sentenza della Corte costituzionale ma questa dichiara inammissibile il reclamo costatando l’assenza di ritardi ingiustificati nel procedimento e respingendo la rispettiva parte del ricorso come infondata. La Corte costituzionale ha ritenuto inoltre che il ricorso si era rivelato prematuro poiché era ancora pendente il ricorso in Cassazione quale ulteriore strumento a disposizione delle parti per il riconoscimento dei loro diritti.
L’ultimo ricorso in sede di Corte Costituzionale invoca la violazione degli articoli 6, 13 e 14 della Convenzione e 1 del Protocollo n ° 1 contro le sentenze della Corte di Cassazione che aveva dichiarato il loro ricorso inammissibile, della Corte regionale di Prešov e della Corte Distrettuale, sostenendo che queste sentenze erano incompatibili con il loro diritti di proprietà, di cui non erano riusciti a ottenere la protezione. Ma la Corte Costituzionale dichiara il reclamo inammissibile riscontrando che il ricorso era stato presentato al di fuori del termine legale di due mesi con riferimento alle sentenze della Corte Distrettuale e della Corte Regionale di Prešov del 2005 e del 2006 e la denuncia relativa alla decisione della Corte Suprema viene ritenuta manifestamente infondata perché questa decisione non è viziata da illegittimità costituzionalmente rilevante, arbitrarietà o irregolarità.
CORTE EDU: La Corte di Strasburgo, dopo aver dichiarato il ricorso ricevibile, ricorda che il diritto a un equo processo, come garantito dall’Art 6 Cedu, deve essere interpretato alla luce del principio dello Stato di Diritto che richiede che tutte le parti in causa dovrebbero avere un rimedio giurisdizionale effettivo che consenta loro di far valere i propri diritti civili. In questo modo, il diritto a un equo processo incarna il “diritto al giudice”, vale a dire il diritto di avviare un procedimento dinanzi ai tribunali in materia civile. Tuttavia, esistendo diversi livelli di competenza, ognuno di questi livelli deve rispettare le garanzie di cui all’Art 6, e nel caso di specie, i ricorrenti hanno chiesto la risoluzione della loro controversia mediante una prima azione in tribunali ordinari nel 1992, successivamente si sono resi necessari un nuovo ricorso e due reclami costituzionali, che sono stati dichiarati irricevibili.
Sappiamo che nella Repubblica Slovacca qualora la tutela dei diritti o libertà fondamentali non rientri nella competenza di un altro tribunale, l’articolo 127 della Costituzione consente agli interessati di richiedere la protezione di tali diritti o libertà davanti alla Corte costituzionale.
Il ricorso costituzionale dei ricorrenti è stato però respinto senza un esame nel merito essendo ancora pendente il loro ricorso in Cassazione; quest’ultimo si è limitato alla valutazione della rilevabilità del ricorso a norma di legge, e, a sua volta, l’ultimo esame della Corte costituzionale si è limitato a una revisione della valutazione della Corte Suprema.
Il problema, nel caso di specie, sembra quindi essere di carattere strutturale con riferimento a questioni di relazioni funzionali e gerarchiche delle vie di ricorso interne.
Il rispetto dei diritti umani, come definiti nella Convenzione e nei Protocolli richiede un esame della questione nel merito: il rigetto del ricorso costituzionale iniziato oltre il termine ammesso di due mesi dalle sentenze del 2005 e del 2006, in combinazione con il rigetto del ricorso costituzionale ritenuto prematuro perché ancora pendente il ricorso in Cassazione non sono compatibili con il diritto di accesso alla giustizia.
La Corte pertanto accerta la violazione dell’Art 6 Cedu e riconosce ai ricorrenti un risarcimento di 3.250€ a titolo di danno non patrimoniale.
Tra le rimanenti presunte violazioni i ricorrenti avevano inoltre lamentato che il loro diritto di proprietà era stato arbitrariamente soppresso e che i giudici avevano stabilito arbitrariamente una servitù. Tuttavia la Corte rileva che ciò non costituisce violazione dei diritti e delle libertà di cui alla Convenzione o ai suoi protocolli.
Il caso fa ancora riflettere sull’inefficacia dei sistemi interni di assicurare un adeguato accesso alla giustizia ai cittadini ai fini del riconoscimento dei loro diritti.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Zborovský v. Slovacchia del 23 Ottobre 2012
Art 6 CEDU Josep Casadevall Slovacchia Terza Sezione	2012-10-27
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