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Timestamp: 2019-04-23 06:06:14+00:00

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Newsletter - gennaio / febbraio 2016
Contratto di conto corrente – Prova dell’entità del credito a carico della banca – Tribunale di Lanciano – sentenza 14.12.2015, n. 526 – est. Cordisco.
Nei rapporti bancari in conto corrente la banca deve - quale attore in senso sostanziale - dimostrare l'entità del proprio credito mediante la produzione degli estratti del conto corrente a partire dell'apertura del conto stesso onde consentire, attraverso l'integrale ricostruzione del dare e dell'avere con applicazione del tasso di interesse, di determinare il credito stesso, ove sussistente. Tale omessa produzione da parte della banca, non consentendo al consulente tecnico di ufficio né di verificare la giustificazione contabile del saldo di cui al primo estratto conto prodotto, né di depurare quel saldo dagli anatocismi trimestrali passivi invalidamente conteggiati dalla banca anche nel periodo precedente, comporta la necessità di ricondurre processualmente quel primo saldo "a zero" e conseguentemente di rigettare la pretesa pecuniaria monitoria relativa a quella parte del rapporto, potendosi ricostruire e quindi riconoscere in capo alla banca soltanto il credito legittimamente maturato negli anni successivi del rapporto in relazione a cui sia stata fornita prova documentale.
Contratto di conto corrente con apertura di credito - Calcolo del T.E.G.M. ai fini della rilevazione del tasso soglia d’usura – Tribunale di Pescara – sentenza 10.12.2015, n. 2200 – est. Casarella.
In tema di rapporto di conto corrente bancario in punto di calcolo del T.E.G.M., si deve sempre computare l’incidenza delle commissioni di massimo scoperto (c.m.s.).
Licenziamento collettivo – Criterio legale delle esigenze tecnico-produttive – Delimitazione della selezione ai singoli reparti - Reclamo ai sensi dell’art. 1, comma 58, della Legge Fornero – Applicabilità del novellato art. 434 c.p.c. - Opposizione ai sensi dell’art. 1, comma 51, della Legge Fornero - Domande diverse da quelle di cui all’art. 1, comma 47 – Preclusioni – Corte d’Appello de L’Aquila – sentenza 28.01.2016, n. 1370/2015 – est. Ciangola.
1. In materia di licenziamento collettivo per riduzione del personale, di cui alla legge n. 223/1991, la prevalenza del criterio delle esigenze tecnico-produttive sugli altri criteri legali giustifica la delimitazione della selezione addirittura a singoli reparti, anziché all’intero stabilimento. Il principio si ricava dall’art. 5, comma 1, della legge n. 223/1991, ai sensi del quale il datore di lavoro può procedere a riduzione di personale in ambito più ristretto al complesso aziendale, alla condizione che la predeterminazione del campo di selezione (reparto, stabilimento, settori produttivi) sia giustificata dalle esigenze tecnico-produttive e organizzative che hanno dato luogo alla riduzione del personale.
2. Con riguardo al reclamo di cui all’art. 1, comma 58, della Legge Fornero, nel ritenere ad esso applicabile il novellato art. 434 c.p.c., non è necessario il rispetto rigoroso dei presupposti formali imposti dalla nuova formulazione della normativa sull’appello civile, qualora dall’iter logico-argomentativo in esso contenuto sia possibile comprendere le parti del provvedimento che si è inteso appellare e le modifiche richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado, nonché le circostanze da cui sarebbe derivata la violazione della legge e la loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.
3. In riferimento alla fase di opposizione ex art. 1, comma 51, della Legge Fornero, in essa è preclusa solo la proposizione di domande diverse da quelle di cui all’art. 1, comma 47, della medesima legge, salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi o siano svolte nei confronti di soggetti rispetto ai quali la causa è comune o dai quali si intende essere garantiti.
Mobbing – Definizione - Mobbing orizzontale – Comportamento colposo del datore di lavoro – Violazione dell’art. 2087 c.c. – Tribunale di Pescara - sentenza 15.01.2016, n. 31 – est. De Cesare.
1. Il mobbing consiste nel susseguirsi di attacchi frequenti e duraturi e di soprusi da parte dei superiori gerarchici (c.d. mobbing verticale discendente o bossing) o di altri colleghi di lavoro (c.d. mobbing orizzontale) che hanno lo scopo di isolare il lavoratore, di danneggiare i canali di comunicazione, il flusso di informazioni, la reputazione o la professionalità, di intaccare il suo equilibrio psichico, menomandone la capacità lavorativa e la fiducia in sé stesso, nonché di provocarne le dimissioni. Si tratta, pertanto, di una successione di episodi traumatici correlati l'uno con l'altro ed aventi come deliberato scopo l'indebolimento delle resistente psicologiche e la manipolazione del soggetto “mobbizzato”.
2. Il mobbing si caratterizza, sotto il profilo soggettivo, dal dolo del soggetto agente, da intendersi nell'accezione di volontà di nuocere o infastidire o comunque svilire in qualsiasi modo il proprio sottoposto o collega di lavoro. Nel caso di mobbing orizzontale, tuttavia, al comportamento doloso del collega di lavoro si accompagna quello di tipo colposo del datore di lavoro, il quale, in violazione del disposto generale dell'art.2087 c.c., non avrebbe posto in essere tutte quelle cautele necessarie ad evitare che il luogo di lavoro possa divenire fonte di danno alla persona (complessivamente intesa) del proprio dipendente.
Contratto a progetto – Carenza di uno specifico progetto – Trasformazione in contratto di lavoro a tempo indeterminato - Tribunale di Lanciano – sentenza 14.12.2015, n. 245 – est. Di Stefano.
Anche anteriormente all’entrata in vigore dell’art.1, comma 24, L. 92/2012, l’art.69, comma 1, D.lgs 276/2003, andava interpretato – in coerenza con la volontà del legislatore di reprimere l’utilizzo fraudolento delle collaborazioni coordinate e continuative per eludere la tutela del lavoro subordinato – nel senso che la carenza di uno specifico progetto comporta, in presunzione iuris et de iure, la trasformazione del contratto di lavoro a progetto in contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Non è specifico il progetto coincidente, nel suo concreto esplicarsi, con l’oggetto sociale della società datrice di lavoro.
Processo penale – Ne bis in idem – Art. 649 c.p.p. – Sentenza passata in giudicato emessa non da organo giudiziario di uno stato membro dell’Unione Europea – Corte d’Assise di Teramo – sentenza 23.12.2015 - Pres. Spinosa – est. Prudenzano.
L’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 649 c.p.p., che non trova ostacolo nella formulazione letterale della norma, consente di estendere la portata del concetto di “giudicato” anche a giudicati esteri non riferibili a Stati membri dell’Unione Europea [n.d.r. In motivazione la Corte d’Assise ha puntualizzato che, comunque, “appare ancora ragionevole preservare l’impianto originario dell’art. 11 c.p. consentendo questa disposizione il rinnovamento del giudizio in Italia in presenza di decisioni di Stati con i quali non sussistono rapporti di vera e propria cooperazione giudiziaria in materia penale e in relazione ai quali si impone certamente una maggiore cautela nel riconoscimento dell’extra territorialità delle decisioni giurisdizionali”].
Giudizio di ottemperanza – “Astreinte” – Tar Abruzzo, sez. Pescara – sentenza 01.02.2016, n. 33 – Pres.-est. Eliantonio.
1. L’istituto della c.d. penalità di mora (astreinte) assolve ad una funzione sanzionatoria e non risarcitoria, in quanto non mira a riparare il pregiudizio cagionato dalla mancata esecuzione della sentenza, ma a sanzionare il mancato adempimento alla statuizione giudiziaria. La norma in parola attribuisce, cioè, al Giudice dell’ottemperanza uno strumento per indurre indirettamente l’Amministrazione ad eseguire tempestivamente l’ordine di pagamento dallo stesso formulato, strumento che ovviamente non è utilizzabile per gli inadempimenti pregressi, ma solo per quelli futuri e che non è incompatibile con la nomina di un commissario ad acta [n.d.r. In senso conforme, Cons. St, sez. IV, 4 dicembre 2015, n. 5534].
2. La fissazione dell'astreinte costituisce regola generale in caso di richiesta di parte, potendo il giudice dell’ottemperanza respingere la domanda del privato solo nel caso in cui ciò sia manifestamente iniquo e se non sussistono altre ragioni ostative, con la conseguenza che una diffusa motivazione è richiesta solo nella ipotesi in cui l’organo giudicante ritenga di non dovere liquidare l’astreinte a cagione della presenza nel caso di specie delle ragioni ostative previste dalla norma; al contrario, qualora tali motivi non ricorrano, l’organo giudicante può limitarsi a richiamare la sussistenza delle condizioni previste dalla norma, da ciò desumendosi, con sufficiente esternazione, l’avvenuta valutazione e la ritenuta mancanza delle predette ragioni impeditive [n.d.r. Fattispecie nella quale, in applicazione dell’art. 114, comma 4, lettera e), del c.p.a., ha condannato l’Amministrazione al pagamento di una somma aggiuntiva, liquidata nella misura di € 20 al giorno, da corrispondere per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione della sentenza dopo il decorso del termine di sessanta giorni, assegnato all’Amministrazione intimata, dalla comunicazione o, se anteriore, dalla notificazione della sentenza per lo spontaneo pagamento].
Concessione per lo sfruttamento di acque minerali e termali - Preventiva Valutazione di impatto ambientale – Interesse a ricorrere dell’Ente comunale - Tar Abruzzo, sez. L’Aquila – sentenza 13.01.2011, n. 12 - Pres. Passoni - est. Abruzzese.
1. Le concessioni relative allo sfruttamento delle acque minerali e termali devono essere precedute dalla Valutazione di impatto ambientale (c.d. V.I.A.), in particolare nelle ipotesi di rinnovo della concessione medesima, in ragione della necessaria verifica sulla permanenza della compatibilità con i mutamenti delle condizioni territoriali ed ambientali eventualmente sopravvenuti. In simili ipotesi, infatti, appare dirimente la preventiva verifica in concreto circa la “sostenibilità ambientale” del prelievo derivante dalla concessione.
2. In materia di concessioni di incidenza ambientale sulle risorse idriche, sussiste l’interesse a ricorrere e la relativa legittimazione attiva dell’Ente comunale, in quanto soggetto rappresentativo degli interessi radicati sul proprio territorio, qualora l’intervento impatti sul patrimonio idrico rifluente nell’ambito territoriale riconducibile al Comune medesimo.
Pagella scolastica – Mancata ammissione alla classe successiva – Violazione del PDP – Tar Abruzzo, sez. Pescara – ordinanza 24.09.2015, n. 110 - Pres. - est. Eliantonio.
In materia di sospensione cautelare del giudizio di mancata ammissione alla classe successiva contenuto nella pagella scolastica, sussiste il prescritto fumus boni iuris laddove la valutazione negativa del Consiglio di classe sia stato assunto in violazione del “Percorso Didattico Personalizzato” (c.d. PDP) predisposto in favore dell’alunno bisognoso di strumenti dispensativi e compensativi [n.d.r. Fattispecie nella quale Il Tar ha disposto l’ammissione con riserva dello studente alla classe successiva, in quanto, pur essendo stato dispensato dall’uso della scrittura in corsivo, con esclusione della valutazione degli errori scolatici, dallo studio mnemonico delle formule, dai tempi standard e dalla sovrapposizione delle interrogazioni, di ciò, tuttavia, non era stato tenuto conto ai fini della valutazione finale.].
Giudizio amministrativo – Divergenza tra intestazione del ricorso ed effettivo deposito – Inammissibilità del ricorso – Tar Abruzzo, sez. L’Aquila – sentenza 29.10.2015, n. 739 - Pres. Mollica - est. Passoni.
Nel caso in cui il deposito del ricorso venga effettuato presso un organo giurisdizionale diverso da quello indicato in epigrafe, esso va dichiarato inammissibile, in quanto resta dissociato rispetto al contenuto testuale del ricorso stesso, e quindi rispetto a quanto annunciato alle parti con la notificazione. In buona sostanza, il recapito del ricorso presso un Tar diverso da quello indicato alle parti nella vocatio in ius, non può in radice formalizzare alcuna instaurazione del giudizio, poiché la fattispecie progressiva che conduce all’instaurazione del rapporto processuale postula un coerente coordinamento fra le due fasi della notificazione e del deposito, in primis con riguardo all’autorità giurisdizionale adìta. Ne consegue che il tar cui il ricorso non è intestato, e quindi non è diretto, ma che ciò malgrado risulta depositario del ricorso stesso presso i suoi uffici, non può che dichiararne la inammissibilità [n.d.r. Fattispecie nella quale il ricorso era stato depositato presso il Tar L’Aquila, pur contenendo l’intestazione del Tar Pescara].
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