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Timestamp: 2020-02-17 02:03:50+00:00

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Mutamento improvviso della giurisprudenza in materia di norme regolatrici del processo
OVERRULING : MUTAMENTO IMPROVVISO DELLA GIURISPRUDENZA
IN MATERIA DI NORME REGOLATRICI DEL PROCESSO
Si anticipa un estratto dell’approfondimento di civile che sarà inserito nel fascicolo di settembre della Rivista cartacea Neldiritto.
Corte di Cassazione, sez. un., 11 luglio 2011, n. 15144.
Mutamento improvviso della giurisprudenza in materia di norme regolatrici del processo – Tutela dell’affidamento – Applicazione della pregressa giurisprudenza ai casi precedenti – Sussistenza.
(Cod. proc. civ., art. 326).
Quando ricorre il fenomeno del c.d. overruling e quali effetti processuali produce?
Il fenomeno del cd. overruling ricorre quando si registra una svolta inopinata e repentina rispetto ad un precedente diritto vivente consolidato che si risolve in una compromissione del diritto di azione e di difesa di una parte. Elementi costitutivi sono quindi: l’avere a oggetto una norma processuale, il rappresentare un mutamento imprevedibile, il determinare un effetto preclusivo del diritto di azione o difesa. In applicazione del valore del Giusto processo, deve essere esclusa l’operatività della preclusione derivante dall’overruling nei confronti della parte che abbia confidato nella consolidata precedente interpretazione della regola stessa. Per essa, insomma, la tempestività dell’atto deve essere valutata con riferimento alla giurisprudenza vigente al momento dell’atto stesso.
Nella sentenza in epigrafe, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione tornano ad affrontare la questione della decorrenza di un termine processuale a fronte di una “repentina ed inopinata svolta giurisprudenziale”.
La questione venuta all’attenzione della Corte riguardava la pregiudiziale eccezione di tardività e quindi dell’inammissibilità del ricorso proposto dalla Regione, avverso la sentenza emessa dal T.S.A.P., (Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche) notificatale ad istanza della cancelleria.
La normativa che viene nella fattispecie in applicazione è quella costituita dal combinato disposto degli artt. 183, 200, 201 e 202 del r.d. n. 1775/1933 (T.U. sulle acque e impianti elettrici). Il problema che si è posto, in sede di esegesi della predetta normativa, è se la notifica della copia integrale del dispositivo della sentenza comporti, o meno, la decorrenza, indipendentemente dalla sua registrazione, del termine breve ex art. 326 c.p.c. per impugnare la decisione del T.S.A.P.
La Corte procede quindi a ripercorre tutta la propria pregressa giurisprudenza sul punto, rilevando il mutamento di giurisprudenza intervenuto.
La questione specifica diviene, per le Sezioni Unite, l’occasione per affermare un principio di più generale respiro in relazione al fenomeno c.d. dell’overruling.
Il problema, nel suo profilo più generale, attiene, sul piano diacronico, alla dimensione temporale (in concreto: all’operatività solo “pro futuro” ovvero anche retroattiva) di un arresto innovativo, di pregressa consolidata giurisprudenza, nell’ambito del diritto processuale, dal quale derivi l’esistenza, in precedenza esclusa, di una decadenza o di una preclusione in danno di una parte del giudizio. Secondo la puntuale perimetrazione che, di tale questione, si rinviene nell’ordinanza 8 gennaio 2011 n. 2067, delle Sezioni unite, ove, appunto, si precisa, a contrario, che non vengono, per il profilo di cui sopra, in rilievo mutamenti di esegesi di disposizioni processuali (nella specie: dell’art. 37 c.p.c., con riguardo agli enucleati limiti alla deducibilità del difetto di giurisdizione) che non rappresentino “una svolta inopinata e repentina rispetto ad un (precedente) diritto vivente consolidato” ma solo l’”esito di un processo di rilettura da tempo in itinere”, e che, comunque, non si risolvano in una compromissione del diritto di azione e di difesa di una parte.
La Corte ricostruisce quindi i termini del problema come emersi nella giurisprudenza di legittimità e in quella di merito.
Il tema, così delineato, era già stato, peraltro, intercettato dalla precedente ordinanza n. 14627 del 17 giugno 2010., nella quale, con il ricorso alla suggestiva metafora del non consentito “cambiamento delle regole del gioco a partita già iniziata”, si è escluso che il (recente) mutamento di indirizzo di cui a Sez. un. n. 19161/09 - in tema di impugnabilità in Cassazione, di provvedimenti relativi a compensi liquidati a consulenti in sede penale, nelle forme non più del rito penale, bensì di quello civile - possa pregiudicare la parte che abbia adito la Corte attenendosi alle forme indicate dalla precedente giurisprudenza, non ancora, all’epoca, sul punto, innovata; individuandosi lo strumento tecnico, utile ad evitare un siffatto pregiudizio, nell’istituto della remissione in termine.
Il problema è, comunque, poi entrato in circolo, in tutta la complessità delle sue implicazioni, con la sentenza SS.UU. n. 19246 del 9 settembre 2010, che ribaltando un cinquantennale contrario indirizzo interpretativo delle disposizioni sub art. 645 c.p.c. - ha ridotto - in ogni caso alla metà i termini del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo.
E ben vero - diversamente che nell’ipotesi di cui alla citata ordinanza n. 14627 del 2010 (Cass. civ., 17 giugno 2010, n. 14627, in Giust. civ. Mass., 2010, 6, 926), in cui le conseguenze del mutamento, in via interpretativa, del rito per l’accesso in Cassazione venivano ad essere, per così dire, gestite direttamente dalla stessa Corte regolatrice - nel caso da ultimo richiamato la nuova lettura dell’art. 645 c.p.c. finiva con il condizionare la sorte delle migliaia di giudizi di opposizione in corso, suscettibili, nel caso di sua immediata applicazione, di essere definiti con la sanzione di improcedibilità conseguente al mancato rispetto dei termini come sopra dimidiati.
Evenienza, questa, che la maggioranza dei giudici di merito si è orientata però ad evitare sia pure con varietà di soluzioni. In taluni casi, invero, attestandosi sulla praticabilità dell’istituto della rimessione in termini; in altri casi, attribuendo efficacia vincolante alla giurisprudenza precedente ed assimilando il nuovo arresto ad una sorta di ius superveniens, operante, come tale, solo pro futuro; in altri ancora, ravvisando nella giurisprudenza della Corte europea, che impone la “conoscibilità della regola di diritto e la ragionevole prevedibilità della sua applicazione”, un ostacolo insormontabile alla retroattività del dictum di Sez. un. n. 19246 del 2010; in altri casi, infine, privilegiando la lettura esegetica precedente all’overruling (sulla base, per altro, di argomenti che trovano eco nell’ordinanza interlocutoria n. 6514 del 22 marzo 2011, con cui la Sezione Terza ha nuovamente rimesso alle Sezioni unite la questione interpretativa dell’art. 645 c.p.c.).
Le richiamate pronunzie di legittimità, ed i seguiti nella giurisprudenza di merito, hanno dato occasione anche alla dottrina di approfondire le problematiche del mutamento di giurisprudenza di norme processuali, riflettendo, con varietà di spunti, ora critici ora adesivi, sulle soluzioni già emerse in tema e su quelle ulteriormente possibili.
L’opzione di fondo, che ha visto divisi anche gli Autori, resta quella tra il ritenere rituale (insuscettibile, quindi, di invalidazione ex post) l’atto compiuto nel vigore e in conformità alla precedente giurisprudenza, ed il considerarlo, invece, ora per allora, invalido, per difformità alla norma di riferimento come successivamente reinterpretata, con l’attivazione, in questo secondo caso, di meccanismi di tutela dell’affidamento che la parte abbia riposto in un pregresso diritto vivente di cui non fosse imprevedibile il mutamento.
La scelta tra le due soluzioni ruota intorno al nodo del valore del precedente dell’efficacia temporale della c.d. overruling: che, a sua volta, incrocia le problematiche, di più ampio respiro, della funzione, meramente dichiarativa o (concorrentemente) creativa, riconosciuta alla giurisprudenza, del suo (eventualmente possibile) inquadramento tra le fonti di implementazione e conformazione dell’ordinamento giuridico e del discrimine tra modificazione del contenuto della norma per via interpretativa e novum ius; per coinvolgere, ancor più a monte, la definizione del ruolo del giudice nel sistema costituzionale di divisione dei poteri.
Dalla varietà e complessità dei temi così aggregati intorno alla questione venuta all’esame della Corte, non può prescindersi ai fini della correlativa soluzione, che va quindi ricercata su un piano di logica consequenzialità rispetto alle opzioni di principio, o comunque, alle precisazioni che, in ordine ai temi stessi, preliminarmente esigono di essere operate.

References: art. 326
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 326
 sentenza 
e contrario
 art. 645