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Timestamp: 2020-07-05 11:35:19+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 3542 del 10/02/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3542 del 10/02/2017
Cassazione civile, sez. III, 10/02/2017, (ud. 09/11/2016, dep.10/02/2017), n. 3542
sui ricorsi riuniti iscritti al numero 4481 del ruolo generale
dell’anno 2014 e al numero 15834 del ruolo generale dell’anno 2015,
entrambi proposti da:
COMUNE DI AVEZZANO (C.F.: (OMISSIS)), in persona del Sindaco, legale
rappresentante pro tempore, D.P.G. rappresentato e
difeso, giusta procure in calce ai ricorsi, dall’avvocato Stefano
Recchioni (C.F.: RCC SFN 64602 A345D) e, nel procedimento iscritto
al n. 18345/2015 R.G., anche dall’avvocato Giampiero Nicoli (C.F.:
NCL GPR 39D16 A271Z);
– ricorrente in entrambi i procedimenti –
GIELLE S.a.s. in liquidazione (P.I.: (OMISSIS)), in persona del
legale rappresentante pro tempore, G.G. rappresentato e
difeso, giusta procure in calce ai controricorsi, dagli avvocati
Bruno Capponi (C.F.: CPP BRN 57M11 H501A), Elisabetta De Tollis
(C.F.: TLL LBT 72R45 A515A) e Alessandro Giffi (C.F.: GFF LSN 66T01
A5156);
– controricorrente in entrambi i procedimenti –
ricorrente in via incidentale nel procedimento n. 15834/2015 R.G. –
per la cassazione delle sentenze della Corte di Appello di L’Aquila
n. 344/2013 depositata in data 8 aprile 2013, e n. 353/2015
depositata in data 12 marzo 2015;
l’avvocato Stefano Recchioni e Giampiero Nicoli, per il comune
inammissibilità del ricorso principale e incidentale nel
procedimento iscritto al n. 15834/2015 R.G. e per l’accoglimento del
ricorso nel procedimento iscritto al n. 4481/2014 R.G..
Gielle S.a.s. agì in giudizio, nel marzo 1986, nei confronti del comune di Avezzano per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dall’illegittima occupazione di un immobile alla cui detenzione aveva diritto fino al pagamento di una determinata indennità da parte del comune stesso, sulla base di accordi negoziali tra essi intervenuti, ed in relazione al quale il comune aveva ottenuto ed attuato un provvedimento cautelare urgente di rilascio immediato.
La domanda fu accolta dal Tribunale di Avezzano che, nel febbraio 2009, condannò il comune a pagare l’importo di Euro 806.532,10 alla società attrice, a titolo di risarcimento del danno derivante dalla illegittima occupazione dell’immobile nel periodo dal 4 gennaio 1986 al 23 agosto 1989.
La Corte di Appello di L’Aquila ha confermato la decisione di primo grado, con la sentenza n. 344/2013 depositata in data 8 aprile 2013.
Avverso tale sentenza il comune di Avezzano ricorre, sulla base di cinque motivi (procedimento iscritto al n. 4481/2014 R.G.).
In tale procedimento resiste con controricorso la Gielle S.a.s. ed entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
Avverso la pronunzia di secondo grado il comune ha proposto altresì domanda di revocazione ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4 e la società Gielle S.a.s., nel resistervi, ha proposto domanda risarcitoria, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., commi 1 e 3.
L’istanza di revocazione è stata dichiarata inammissibile dalla stessa Corte di Appello di L’Aquila, che ha però rigettato le domande risarcitorie della società convenuta, con sentenza n. 353/2015 depositata in data 12 marzo 2015.
Il comune di Avezzano ricorre, sulla base di due motivi, anche avverso tale sentenza (procedimento iscritto al n. 15834/2015 R.G.).
In tale procedimento resiste con controricorso la Gielle S.a.s., che propone a sua volta ricorso incidentale, e che ha depositato altresì memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
1. Riunione dei procedimenti.
Preliminarmente, va disposta la riunione dei due distinti ricorsi (rispettivamente iscritti al n. 4481/2014 e al n. 15834/2015 del R.G.) rispettivamente avanzati dal comune di Avezzano contro la sentenza di merito di secondo grado e contro la sentenza che ha dichiarato inammissibile la domanda di revocazione della stessa.
Va in proposito confermato il principio per cui “i ricorsi per cassazione proposti, rispettivamente, contro la sentenza d’appello e contro quella che decide l’impugnazione per revocazione avverso la prima, debbono, in caso di contemporanea pendenza in sede di legittimità, essere riuniti in applicazione (analogica, trattandosi di gravami avverso distinti provvedimenti) della norma dell’art. 335 c.p.c., che impone la trattazione in un unico giudizio di tutte le impugnazioni proposte contro la stessa sentenza; infatti, la riunione di detti ricorsi, pur non essendo espressamente prevista dalla citata norma del codice di rito, discende dalla connessione esistente tra le due pronunce, atteso che sul ricorso per cassazione proposto contro la sentenza revocanda può risultare determinante la pronuncia di cassazione riguardante la sentenza resa in sede di revocazione” (Cass., Sez. 1, Sentenza n. 25376 del 29/11/2006, Rv. 592875; Sez. L, Sentenza n. 7568 del 01/04/2014, Rv. 630261).
2. Esame del ricorso del Comune di Avezzano (n. 4481/2014 R.G.) avverso la sentenza di merito (sentenza n. 344/2013). E’ logicamente prioritario l’esame del ricorso iscritto al n. 4481/2014 R.G., proposto avverso la sentenza della Corte di Appello di L’Aquila (n. 344/2013).
Con i primi tre motivi di tale ricorso viene infatti dedotta l’originaria inammissibilità della domanda di merito, questione potenzialmente idonea a determinare la cassazione senza rinvio della pronunzia impugnata, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., comma 3, con conseguente assorbimento di ogni altra questione posta nel ricorso stesso e cessazione della materia del contendere in ordine all’altro ricorso (iscritto al n. 15834/2015 R.G.), avverso la sentenza che ha dichiarato inammissibile la domanda di revocazione della suddetta pronunzia di merito.
2.1 Con il primo motivo del ricorso si denunzia “illegittimità per error in procedendo ex art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione alla violazione dell’art. 96 c.p.c., comma 2, in combinato disposto con l’art. 345 c.p.c., comma 2 e art. 346 c.p.c.”.
Con il secondo motivo si denunzia “illegittimità per error in procedendo ex art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione alla violazione dell’art. 96 c.p.c., comma 2, anche in combinato disposto con l’art. 100 c.p.c.”.
Con il terzo motivo si denunzia “illegittimità ex art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione alla violazione dell’art. 96 c.p.c., comma 2, per erronea qualificazione della domanda e comunque della condizione dell’azione dell’impossibilità del diritto di cui si chiede tutela, comunque unitamente ad ingiustizia per error in fudicando ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione all’art. 2043 c.c.”.
I motivi indicati sono connessi, e possono quindi essere esaminati congiuntamente, in quanto hanno tutti ad oggetto la questione della qualificazione della domanda originariamente proposta, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 2.
Secondo il comune ricorrente, la domanda risarcitoria originariamente avanzata dalla Gielle S.a.s. aveva a suo fondamento, quale fatto costitutivo del danno lamentato, l’illegittima attuazione del provvedimento cautelare urgente ai sensi dell’art. 700 c.p.c., contenente l’ordine di rilascio immediato dell’immobile per cui è causa, nonostante la pretesa della società di continuare a detenerlo fino al versamento dell’indennità prevista in un accordo negoziale stipulato tra le parti (con atto per notaio R. di Avezzano del (OMISSIS)).
L’effettiva causa petendi dell’azione esercitata era dunque costituita, in tale ottica, dall’attuazione di una misura cautelare a tutela di un diritto inesistente. Essa avrebbe di conseguenza dovuto essere qualificata come domanda risarcitoria da inquadrarsi nella previsione di cui all’art. 96 c.p.c., comma 2, e come tale avrebbe dovuto essere dichiarata inammissibile, in quanto proposta al di fuori del giudizio di merito volto all’accertamento del diritto cui la cautela era strumentale.
Risulta, in effetti, che la suddetta qualificazione della domanda era già stata prospettata, nel corso del giudizio di appello, dal consigliere istruttore in sede di esame della richiesta di sospensione della provvisoria esecutività della pronunzia di primo grado, e dalla stessa corte di appello in sede di reclamo avverso il relativo provvedimento.
Al momento della decisione finale, però, la corte di appello, è tornata su tale questione, affermando che: a) la qualificazione dell’azione nell’ambito della previsione di cui all’art. 96 c.p.c., comma 2, mai espressamente effettuata in primo grado, non era possibile, in quanto il suo diverso inquadramento (come generica domanda risarcitoria ai sensi dell’art. 2043 c.c.) non era stato oggetto di specifico motivo di appello; b) anche a qualificarla nel senso indicato (e cioè ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 2), essa era comunque da ritenersi ammissibile, in quanto la misura cautelare concessa con decreto, al momento dell’introduzione del giudizio non era ancora stabilizzata (non essendo stata confermata con ordinanza in contraddittorio) e non era stato ancora instaurato il giudizio di merito; c) in ogni caso la domanda non aveva ad oggetto esclusivamente la condotta processuale del comune, ma il suo comportamento complessivo, di cui l’esercizio dell’azione cautelare costituiva solo un aspetto.
Il comune contesta fondatamente tutte le suddette argomentazioni. 2.1.1 In primo luogo, deve riconoscersi che la qualificazione della domanda, sulla base dei fatti prospettati dalle parti, va effettuata di ufficio dal giudice (in qualunque stato e grado del giudizio), e nella specie su tale qualificazione certamente non si era formato alcun giudicato all’esito della pronunzia di primo grado, non essendo stata la questione presa espressamente in esame dal tribunale, come del resto espressamente chiarito dalla stessa corte di appello (per l’esclusione di ogni giudicato implicito sulla qualificazione della domanda risarcitoria, si veda ad es.: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 9294 del 08/05/2015, Rv. 635285: “in tema di risarcimento dei danni, l’applicazione, da parte del giudice di primo grado, di una delle norme invocate quale titolo di responsabilità non comporta la formazione di un giudicato implicito, trattandosi di mera qualificazione giuridica, sicchè l’attore, totalmente vittorioso in primo grado, non ha l’onere di proporre appello incidentale al fine di far ricondurre la responsabilità del danneggiante ad una diversa fonte”; nel medesimo senso, ex plurimis: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 15724 del 18/07/2011, Rv. 619488; Sez. 3, Sentenza n. 17764 del 05/09/2005, Rv. 584901; Sez. 3, Sentenza n. 12911 del 13/07/2004, Rv. 574499; Sez. 3, Sentenza n. 2010 del 26/02/1994, Rv. 485501).
2.1.2 Non sussistendo preclusioni sul punto, la domanda proposta andava dunque qualificata dal giudice di secondo grado, e la correttezza di tale qualificazione va verificata nella presente sede prendendo in considerazione l’originario atto di citazione di Gielle S.a.s., il cui diretto esame è senz’altro consentito a questa Corte, essendo denunziato in proposito error in procedendo e dovendosi verificare l’ammissibilità dell’azione proposta (accertamento comunque possibile anche di ufficio, ai sensi dell’art. 382 c.p.c.).
D’altronde, sia a pag. 14 e 15 del ricorso, sia a pag. 4, lettera d, della sentenza impugnata, vi è la trascrizione del contenuto rilevante del suddetto atto di citazione (specificamente indicato dall’ente ricorrente come documento posto a sostegno del ricorso stesso, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1: si tratta del doc. 1 del suo fascicolo primo grado).
Dall’esame emerge che la società attrice, esposto il contenuto dell’atto R. del (OMISSIS) (che prevedeva la riconsegna dell’immobile da essa detenuto al comune proprietario solo in seguito al pagamento dell’indennità pattuita per i miglioramenti apportati), e precisato che il comune aveva versato solo parte dell’indennità dovuta – circostanze i cui controversi effetti giuridici, come già rilevato, pacificamente sono stati oggetto di diversi giudizi, ormai definiti in senso favorevole alla Gielle S.a.s. – aveva espressamente dedotto, a fondamento del diritto fatto valere: “d) che l’esecuzione del decreto del 4/1/1986, con l’immissione in possesso in favore del Comune, stava “determinando all’istante danni economici notevolissimi che attengono alla cessazione dell’attività di produzione e rivendita paralizzata totalmente, anche in relazione all’impossibilità di accedere all’interno dello stabilimento e di fare uso dei mezzi tutti necessari all’attività aziendale””.
Secondo la corte di appello tale domanda non potrebbe essere inquadrata nell’ambito della previsione di cui all’art. 96 c.p.c., essendo fondata anche su altri presupposti, e non solo sull’esecuzione del provvedimento cautelare (e cioè sul “comportamento complessivo del suddetto comune, del quale il procedimento di cui all’art. 700 c.p.c. costituiva un aspetto della vicenda”).
Ma in tal modo i giudici di merito non hanno fatto corretta applicazione dei principi di diritto desumibili dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte in tema di azione risarcitoria per responsabilità processuale aggravata, per cui le ipotesi di responsabilità configurate dall’art. 96 c.p.c. (quanto meno nei primi due commi, prescindendo dal terzo comma di recente introduzione) costituiscono fattispecie speciali di responsabilità civile in rapporto a quella generale prevista dall’art. 2043 c.c., e la loro specificità (che ne giustifica la particolare disciplina, anche sul piano della tutela giudiziale) è costituita proprio dal peculiare fatto illecito dannoso, rappresentato da un comportamento processuale, che nel caso dell’art. 96 c.p.c., comma 2, qui in esame, si concretizza nell’imprudente esecuzione di una misura cautelare a tutela di un diritto inesistente, essendo irrilevanti i motivi di tale illegittimità. Ne consegue che, non essendo possibile concorso tra la fattispecie generale di cui all’art. 2043 c.c. e quella speciale di cui all’art. 96 c.p.c., il danno riconducibile all’esecuzione di una misura cautelare a tutela di un diritto inesistente è soggetto esclusivamente alla speciale disciplina di cui all’art. 96 c.p.c., comma 2, (cfr., in proposito, Cass., Sez. 3, Sentenza n. 5069 del 03/03/2010, Rv. 611867: “l’art. 96 c.p.c., che disciplina tutti i casi di responsabilità risarcitoria per atti o comportamenti processuali, si pone in rapporto di specialità rispetto all’art. 2043 c.c., di modo che la responsabilità processuale aggravata, pur rientrando concettualmente nel genere della responsabilità per fatti illeciti, ricade interamente, in tutte le sue ipotesi, sotto la disciplina del citato art. 96, senza che sia configurabile un concorso, anche alternativo, tra i due tipi di responsabilità”; conf.: Sez. 3, Sentenza n. 16308 del 24/07/2007, Rv. 599442; Sez. 2, Sentenza n. 3573 del 12/03/2002, Rv. 553021; nel medesimo senso: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 5972 del 23/04/2001, Rv. 546257; Sez. 1, Sentenza n. 4841 del 19/05/1999, Rv. 526392; Sez. 1, Sentenza n. 2129 del 27/05/1975, Rv. 375884).
Nella specie, il fatto determinante l’ingiusto danno lamentato dalla parte attrice è chiaramente da questa individuato nella avvenuta attuazione, da parte del comune, di una misura cautelare a tutela di un diritto inesistente (segnatamente: del diritto di entrare in possesso del proprio immobile senza il previo pagamento dell’indennità negozialmente pattuita), misura che per di più si deduce essere stata ottenuta “inducendo in errore il Magistrato attraverso una rappresentazione distorta ed interessata degli accordi contrattuali”. Le precedenti vicende negoziali (oggetto peraltro, come già visto, di separati giudizi) costituiscono solo i presupposti di fatto e di diritto indicati a sostegno della pretesa illegittimità della misura cautelare richiesta ed ottenuta dal comune – la cui attuazione è la causa effettiva del danno lamentato – non certo ulteriori, autonomi e distinti fatti illeciti causativi del suddetto danno.
Dunque, la causa petendi dell’azione originariamente proposta da Gielle S.a.s. andava effettivamente inquadrata nella previsione di cui all’art. 96 c.p.c., comma 2, in quanto il fatto illecito dedotto come causa del danno è costituito da una condotta di carattere processuale.
Ne discende inevitabilmente la sua radicale inammissibilità, che va rilevata e dichiarata nella presente sede, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., comma 3, e comunque in accoglimento del ricorso del comune: una siffatta domanda è infatti proponibile, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, esclusivamente nel giudizio di merito volto ad accertare la sussistenza del diritto cautelato (cioè, come già visto, il diritto del comune ad ottenere la disponibilità del proprio immobile senza pagare l’indennità prevista nell’atto R. del giugno 1985, diritto poi riconosciuto inesistente nel suddetto giudizio di merito), e non può essere proposta, come avvenuto nella specie, in autonomo giudizio di risarcimento danni avente come causa petendi la medesima condotta processuale (giurisprudenza costante; ex multis: Cass., Sez. 1, Sentenza n. 10518 del 20/05/2016, Rv. 639812; Sez. 3, Sentenza n. 18344 del 06/08/2010, Rv. 614188; Sez. 3, Sentenza n. 24538 del 20/11/2009, Rv. 610752; Sez. 3, Sentenza n. 16308 del 24/07/2007, Rv. 599442; Sez. 3, Sentenza n. 9297 del 18/04/2007, Rv. 597711; Sez. 3, Sentenza n. 6116 del 20/03/2006, Rv. 587920; Sez. 2, Sentenza n. 3573 del 12/03/2002, Rv. 553021; Sez. 3, Sentenza n. 8738 del 26/06/2001, Rv. 547752; Sez. 3, Sentenza n. 5972 del 23/04/2001, Rv. 546257; Sez. 2, Sentenza n. 4816 del 14/04/2000, Rv. 535685; Sez. 1, Sentenza n. 864 del 28/01/1994, Rv. 485142; Sez. 1, Sentenza n. 8336 del 08/07/1992, Rv. 478101; Sez. 1, Sentenza n. 2672 del 19/04/1983, Rv. 427561; Sez. 1, Sentenza n. 2129 del 27/05/1975, Rv. 375884; Sez. 2, Sentenza n. 3239 del 04/10/1976, Rv. 382031).
2.1.3 Si deve infine osservare che – diversamente da quanto affermato dalla corte di merito – la circostanza che il provvedimento cautelare (originariamente concesso con decreto inaudita altera parte) non fosse stato ancora confermato nel contraddittorio tra le parti al momento della notifica dell’atto di citazione, e non fosse quindi neanche stato ancora avviato il giudizio di merito, non è sufficiente a legittimare la proposizione dell’azione risarcitoria di cui all’art. 96 c.p.c., comma 2, in autonomo giudizio, diverso da quello che andava comunque necessariamente instaurato al suddetto fine dell’accertamento del merito, in virtù del regime normativo all’epoca vigente (e che di fatto è stato instaurato, si è regolarmente svolto, come è pacifico tra le parti, e ha condotto tra l’altro proprio alla revoca della misura cautelare).
Ciò è infatti possibile solo nei “casi in cui la possibilità di attivare il mezzo sia rimasta preclusa in forza dell’evoluzione propria dello specifico processo dal quale la stessa responsabilità aggravata ha avuto origine” (in tal senso, ad es., le già citate Cass., Sez. 3, Sentenza n. 18344 del 06/08/2010, Rv. 614188; Sez. 1, Sentenza n. 10518 del 20/05/2016, Rv. 639812; Sez. 3, Sentenza n. 8738 del 26/06/2001, Rv. 547752), e quindi solo in caso di assoluta impossibilità di proposizione della domanda nella sua sede naturale, impossibilità nella specie certamente non ricorrente.
2.2 L’originaria inammissibilità della domanda proposta da Gielle S.a.s. determina l’assorbimento di tutte le questioni attinenti ai danni relativi al periodo successivo a quello in cui ebbe concreta attuazione la misura cautelare (questioni oggetto del quarto e del quinto motivo del ricorso).
Il riconoscimento di tali danni per un periodo addirittura successivo a quello di proposizione della domanda giudiziale presupporrebbe naturalmente che essi potessero configurarsi come protrazione degli effetti dannosi dell’illecito originario. Del resto, proprio in tale ottica risultano riconosciuti nel giudizio di merito (essendo stato erroneamente, come sopra esposto – individuato l’illecito originario nella mera illegittima occupazione dell’immobile e non nell’esecuzione del provvedimento d’urgenza ottenuto ai sensi dell’art. 700 c.p.c. a tutela di un diritto inesistente, ed essendo stato ritenuto che detta illegittima occupazione si era protratta anche dopo la revoca e la cessazione degli effetti della misura cautelare).
Ma tutto ciò deve evidentemente escludersi, una volta qualificata l’azione ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 2.
E’ comunque assorbente in proposito la considerazione che ogni questione sul punto risulta superata in conseguenza della radicale inammissibilità dell’unica domanda proposta.
2.3 Domanda di restituzione delle somme versate per le spese del secondo grado di giudizio.
Il comune ha espressamente chiesto (paragrafo 6 del ricorso), per il caso di accoglimento delle sue ragioni, la condanna della società controricorrente alla restituzione delle somme versate in esecuzione della sentenza di merito.
Tale domanda è inammissibile nella presente sede, ai sensi dell’art. 389 c.p.c., dovendo essere proposta al giudice di merito che ha accolto la domanda, anche in caso di cassazione senza rinvio della relativa pronunzia (cfr., ex plurimis: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 667 del 18/01/2016, Rv. 638219; Sez. 3, Sentenza n. 12218 del 17/07/2012, Rv. 623348; Sez. 1, Ordinanza n. 13461 del 09/06/2006, Rv. 590307; Sez. 3, Sentenza n. 6824 del 18/05/2001, Rv. 546781; Sez. L, Sentenza n. 11261 del 28/08/2000, Rv. 539816; Sez. L, Sentenza n. 11462 del 12/10/1999, Rv. 530609; Sez. 1, Sentenza n. 1027 del 06/02/1999, Rv. 523010; Sez. 1, Sentenza n. 49 del 07/01/1999, Rv. 522021; Sez. L, Sentenza n. 6784 del 27/07/1996, Rv. 498806).
3. Esame del ricorso del Comune di Avezzano avverso la sentenza di inammissibilità della domanda di revocazione della sentenza di secondo grado (n. 353/2015), e del relativo ricorso incidentale della Gielle S.a.s. (ricorsi iscritti al n. 15834/2015 R.G.)
La cassazione senza rinvio, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., comma 3, della sentenza di merito n. 344/2013, per l’inammissibilità della originaria domanda della Gielle S.a.s., comportando la totale caducazione di detta pronunzia, determina anche il venir meno dell’interesse alla sua eventuale revocazione per errore di fatto, con conseguente cessazione della materia del contendere con riguardo al ricorso, iscritto al n. 15834/2015 R.G., proposto dal comune di Avezzano avverso la sentenza della Corte di Appello di L’Aquila n. 353/2015 (sentenza che ha dichiarato inammissibile la domanda tendente ad ottenere la suddetta revocazione).
Tale ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile (per cessazione della materia del contendere), in ragione del sopravvenuto difetto di interesse all’impugnazione.
Ne deriva altresì, ai sensi dell’art. 334 c.p.c., l’inammissibilità del ricorso incidentale della società Gielle S.a.s. (avente ad oggetto il rigetto della domanda di condanna del comune ricorrente ai sensi dell’art. 96 c.p.c., in relazione al giudizio di revocazione), trattandosi di ricorso incidentale tardivo (il controricorso con il ricorso incidentale in questione risulta notificato il 17 luglio 2015, a fronte della notifica della sentenza avvenuta il 14 aprile 2015; si vedano in proposito, ad es.: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 6077 del 26/03/2015, Rv. 634913; Sez. 3, Sentenza n. 8105 del 06/04/2006, Rv. 588436; Sez. 3, Sentenza n. 3419 del 20/02/2004, Rv. 570360; Sez. 3, Sentenza n. 3862 del26/02/2004, Rv. 570558).
Sono accolti i primi tre motivi del ricorso del comune di Avezzano avverso la sentenza della Corte di Appello di L’Aquila n. 344/2013. La sentenza impugnata (con il ricorso iscritto al n. 4481/2014 R.G.) è di conseguenza cassata senza rinvio, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., comma 3, dichiarandosi l’inammissibilità originaria della domanda proposta da Gielle S.a.s..
Gli ulteriori motivi del suddetto ricorso sono assorbiti.
Il ricorso proposto dal comune di Avezzano in via principale avverso la sentenza della Corte di Appello di L’Aquila n. 353/2015 (ricorso iscritto al n. 15834/2015 R.G.) è dichiarato inammissibile per cessazione della materia del contendere in ragione del sopravvenuto difetto di interesse all’impugnazione. Parimenti è dichiarato inammissibile il ricorso proposto avverso la medesima sentenza da Gielle S.a.s. in via incidentale tardiva, in conseguenza dell’inammissibilità dell’impugnazione principale.
La cassazione senza rinvio della sentenza di merito per l’originaria inammissibilità della domanda di merito, e la caducazione di quella sulla domanda di revocazione, in conseguenza della cessazione della materia del contendere, comportano la necessità di procedere nuovamente alla liquidazione delle spese dell’intero giudizio di merito (ivi inclusa la fase di revocazione).
La Corte ritiene sussistere giusti motivi per la integrale compensazione delle suddette spese tra le parti, in considerazione del concreto svolgimento dei fatti e dei motivi della pronunzia, nonchè della complessità della vicenda sostanziale sottostante e dell’alterno esito di quella processuale.
Altrettanto è a dirsi con riguardo alle spese del presente giudizio di cassazione, anche in virtù della reciproca soccombenza delle parti. Non si deve invece far luogo alla dichiarazione di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), neanche in relazione al procedimento n. 15834/2015 R.G..
Secondo il prevalente orientamento di questa Corte, la ratio della suddetta norma – orientata a scoraggiare le impugnazioni dilatorie o pretestuose – induce ad escludere che il meccanismo sanzionatorio ivi previsto sia applicabile in ipotesi di inammissibilità del ricorso non originaria ma, come nella specie, sopravvenuta (Cass., Cass., Sez. 3, Sentenza n. 3711 del 25/02/2016, non massimata; Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 13636 del 02/07/2015, Rv. 635682; Sez. 6 – 5, n. 19464 del 15/09/2014, e Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 2226 del 31/01/2014, non massimate).
Poichè la inammissibilità per cessazione della materia del contendere determina “la caducazione di tutte le pronunce emanate nei precedenti gradi di giudizio e non passate in cosa giudicata” (così, espressamente, Cass. SS.UU., Sentenza n. 1048 del 28/09/2000, Rv. 541106), essa, sul piano oggettivo, non può certamente essere equiparata al rigetto integrale o alla “ordinaria” dichiarazione di inammissibilità del ricorso per cassazione, pronunzie che, al contrario, determinano il passaggio in giudicato sia formale che sostanziale – del provvedimento impugnato.
D’altra parte, anche la valutazione di virtuale fondatezza, infondatezza o inammissibilità del ricorso che può essere eventualmente operata dopo la dichiarazione di cessazione della materia del contendere ha esclusivo rilievo ai fini della regolazione delle spese del giudizio di legittimità, e quindi non può ripercuotersi sulla diversa questione dell’eventuale sussistenza dei presupposti per l’operatività della sanzione del versamento del doppio contributo unificato (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 3711 del 25/02/2016, non massimata).
previa riunione dei ricorsi iscritti al n. 4481/29014 R.G. e al n. 15834/2015 R.G., e pronunziando sui ricorsi riuniti:
dichiara inammissibile sia il ricorso principale che quello incidentale, iscritti al n. 15834/2015 R.G.;
accoglie il ricorso iscritto al n. 4481/2014 R.G., e cassa senza rinvio la pronunzia impugnata, dichiarando inammissibili le domande proposte da Gielle S.a.s.;
dichiara inammissibile la domanda di restituzione degli importi pagati in esecuzione della sentenza di merito, avanzata dal comune di Avezzano con il ricorso iscritto al n. 4481/2014 R.G.;

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 art. 360
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