Source: https://www.scribd.com/doc/55872502/Usa
Timestamp: 2016-07-24 20:52:14+00:00

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Alla fine del 2009 negli Stati Uniti si contavano, su una popolazione di 307 milioni di abitanti, circa 230 milioni di utenti Internet, con il numero di host vicino ai 380 milioni. Gli USA hanno ceduto nel 2008 il primato di netizen alla Cina, ma al netto della differenza demografica tra i due paesi, restano il contesto che ha fatto da incubatrice alla Rete, e sono dunque un caso di studio unico in merito a tutti gli aspetti argomento di questo lavoro. Le regole della Rete a stelle e strisce [1] Oltre ad aver già visto nei due capitoli precedenti riferimenti agli Stati Uniti che ovviamente vanno ad integrare quanto segue, accennavo nell’Introduzione alla necessità di spostare l’angolo visuale trattando degli USA. Non potrebbe essere altrimenti soprattutto per la differenza di fondo degli ordinamenti giuridici sulle due sponde dell’Atlantico: da una parte, in Europa, i sistemi di Civil Law, basati su un ruolo importante di dottrina giuridica ed educazione, oltre che su un sistema di codici, i quali adottano categorie giuridiche simili a quelle del diritto romano e la cui fonte di legittimazione prende consistenzanella legislazione; in questi sistemi il 1
giudice dovrebbe attenersi, per quanto possibile, alla lettera della legge ed allo spirito del legislatore, sovrano in quanto direttamente eletto dal popolo. Dall’altra, i sistemi di Common Law, nei quali rientra anche il Regno Unito (Scozia esclusa) basato sulle decisioni giurisprudenziali e sui decreti governativi più che sui codici . In ogni caso, possiamo in prima battuta dividere l’evoluzione delle normative statunitensi in tre fasi. La prima non attiene in maniera specifica ad Internet, ma serve per capire l’evoluzione futura anche di esso: siamo nel 1984 quando la megacompagnia monopolista delle telecomunicazioni AT&T viene smembrata dando vita a sette nuove compagnie presto ribattezzate baby bells; ognuna di esse restava però di fatto monopolista in mercati regionali, espandendosi negli anni successivi e ricreando un ambiente di proprietà concentrate che si sarebbero scontrate con le ambizioni delle compagnie via cavo per la copertura dell’ “ultimo miglio”, prima che norme e paletti facessero propendere tutti verso partnership e sinergie strategiche. A questo conflitto si dà parte della colpa per la relativamente bassa diffusione della banda larga negli Stati Uniti, avendo creato problemi per l’interconnessione tra livello locale e nazionale nel corso degli anni . La seconda fase arriva quando Clinton è alla Casa Bianca già da 4 anni: è infatti del 1996 il Telecommunication Act, serie di allentamenti nelle restrizioni precedenti per quanto riguarda le possibilità di allargamento delle imprese della comunicazione; si dava così il la ad un’ondata di concentrazioni che avrebbero portato in pochi anni alla formazione di megacompagnie protagoniste di un mercato oligopolistico. Un dato su tutti: nel 1945 l’80% dei quotidiani americani era posseduto da piccoli privati, non raramente da famiglie; poco più di sessant’anni 2
dopo la situazione è rovesciata, con la stessa percentuale in mano a poche corporation del mercato multimediale. Con l’Act del 1996 si permetteva anche la concentrazione nell’ambito di diversi segmenti del mercato della comunicazione, il che aumentava le potenzialità espansive e allo stesso tempo concentrazionistiche dei grossi soggetti. Una restrizione era però l’obbligo degli operatori di permettere la condivisione della rete a pari condizioni per tutti gli utenti, cosi che almeno le grandi compagnie non potessero praticamente privatizzare le evoluzioni tecnologiche. Sempre del 1996 è il Communication Decency Act, partorito soprattutto con l’intenzione di combattere la pedopornografia online [2], mentre Governo e Congresso varavano disposizioni mirate al controllo dei contenuti di Internet, tendenza affievolitasi negli anni successivi, complice anche l’atteggiamento dell’FCC, che nel rispetto della libertà d’espressione garantita dal Primo Emendamento ha sempre mantenuto un basso profilo limitandosi a raccomandazioni in fatto di esposizione dei minori ai vari contenuti mediatici. Nel luglio 1997 invece il presidente Clinton fa sì che il segretario del Commercio disponga la privatizzazione del Domain Name System, così che la concorrenza rendesse anche più facile la sua gestione. Conseguenza diretta fu la nascita, l’anno successivo, dell’ Internet Corporation for Assigne Name and Numbers (ICANN). Nel 2000 il consiglio d’amministrazione di questo ente fu eletto online con il voto di 200000 naviganti, forse non rappresentativi ma autori di uno dei gesti più significativi in merito alla partecipazione che può permettere la Rete. Risale sempre al 1998 lo Sherman Antitrust Act, ai sensi del quale nel 2001 veniva condannata la Microsoft in un procedimento che andava avanti da un decennio nell’insieme di azioni civili conosciute come Stati Uniti contro Microsoft. 3
Sostanzialmente, nella causa portata avanti dal Dipartimento di Giustizia (e da 20 altri stati) si contestava al colosso di Bill Gates di aver abusato della sua posizione dominante nell’ambito dei sistemi operativi per acquisirne una analoga nel mercato dei browser, abbinando Explorer a Windows, situazione che abbiamo già visto nel capitolo sull’Unione Europea. La risoluzione della questione arriva negli anni successivi dopo un gioco di concessioni, limitazioni e resistenze che hanno finito anche per spaccare il fronte antiMicrosoft, con più di uno stato ad opporsi ad un finale che risulta maggiormente concessivo rispetto a quanto avevamo visto nel Vecchio Continente. Le caratteristiche del periodo dal quale la Rete a stelle e strisce sembra uscire solo in questi mesi possono essere riassunte con una data : 11/9/2001. La lotta al terrorismo non poteva certo risparmiare il cyberspazio; in poche parole, venivano approvate in fretta misure che permettevano all’esecutivo la sorveglianza su Internet, e non solo. Una su tutte, lo USA Patriot Act, emanato nell’ottobre del 2001, che ampliava a dismisura i poteri degli inquirenti in materia di nuove tecnologie. Ad esempio, l’art.216 permette all’FBI di venire in possesso della più ampia quantità di informazioni sulla Rete, il tutto senza necessità di rispettare la riservatezza di tali informazioni, senza necessità di giustificare l’operato, con il potere di verifica della magistratura ridotto all’osso. Come si vede, a essere in gioco è l’annoso, già incontrato e mai risolto, problema del bilanciamento tra libertà e sicurezza, problema forse anche irrisolvibile una volta per tutte, visto che governanti e opinione pubblica pendono ora in un senso, ora nell’altro, anche e soprattutto in base al momento storico che si trovano a vivere. E l’attentato al World Trade Center spiega bene il perché una popolazione che si erge a difesa della democrazia e della libertà 4
personale abbia sostanzialmente accettato un provvedimento come il Patriot Act che, tra le altre disposizioni, autorizza gli agenti federali muniti di un ordine di perquisizione ottenuto inaudita altera parte ad introdursi in casa degli indagati e piazzare nei loro Pc la “lanterna magica” [3]. Operazione peraltro già obsoleta visto che l’FBI (ma anche un hacker mediamente esperto) può inviare un virus “tracciatore” semplicemente per e-mail. Non soddisfatto, a dicembre del 2001 l’FBI chiedeva agli ISP di installare nelle loro reti apparecchiature in grado di leggere le e-mail delle persone indagate a loro insaputa [4]. E siamo alla terza fase, quella che in parallelo alla lotta al terrorismo attraversa il primo decennio del XXI secolo e che vede una serie di norme volte a riformare quelle dell’Act del 1996. Con la loro approvazione il Congresso e l’FCC permettevano “alle società di investire in diversi settori e procedere all’integrazione verticale tra gestori, manifatturieri e fornitori di contenuti, riducendo la sorveglianza pubblica sulle pratiche di business [...] Nel 2004 l’FCC introduceva un criterio chiamato ‘flessibilità di spettro’, che mirava ad aumentare lo spettro disponibile, in particolare per le comunicazioni wireless, e ad autorizzare la libera rivendita di parti dello spettro da parte di aziende che operavano entro frequenze regolate, creando così un mercato per le frequenze che aumentava il campo di azione delle grandi imprese. L’FCC metteva fine anche alla norma sullo spacchettamento, liberando così gli operatori Bell dai loro obblighi di condivisione della rete e permettendo anche agli operatori della televisione via cavo di introdurre la banda larga nelle loro infrastrutture[...] Questa nuova politica dava ai gestori e agli operatori ampia libertà di manovra su accesso e prezzi nelle reti di loro proprietà” [5]. 5
La deregolamentazione all’americana si conclude col tentativo di rovesciamento del principio della neutralità della Rete. Momento chiave è il Cable Modem Order emanato dall’FCC nel 2002: la banda larga usciva dal novero dei servizi di telecomunicazione e diventava semplicemente un “information service”, come tale escluso dal campo della regolamentazione della Commission. Dopo la conferma della norma da parte della Corte Suprema tre anni dopo, si crea uno schieramento contrapposto: “da una parte, utenti Internet, società innovative e fornitori di contenuti hi-tech per Internet, come Google, Yahoo!, Amazon e e-Bay, che rivendicano il libero accesso alle reti. Dall’altra, gli operatori delle reti, che vorrebbero differenziare l’accesso e i prezzi per agevolare il loro controllo privato sull’infrastruttura della comunicazione” [6]. Si è passati così dal tentativo dei privati di appropriarsi di Internet a quello di appropriarsi della rete che lo supporta: “Così, mentre l’attenzione del mondo era puntata sulla libertà di espressione su Internet, la trasformazione dell’infrastruttura della comunicazione in una serie di ‘aiuole recintate’ gestite da operatori di rete attenti solo agli interessi specifici del loro business, imponeva restrizioni fondamentali all’espansione della nuova cultura digitale” [7]. Dunque, sembra che negli anni i governi e le istituzioni USA troppo abbiano concesso alle imprese delle ICT. Basti pensare che l’Act del 1996, promosso da un’amministrazione democratica, raccoglieva il plauso repubblicano e che con l’elezione di Bush alla Casa Bianca si insediava a capo dell’FCC Micheal Powell, figlio di Colin, fondamentalista del libero mercato, dal 2004 in forza alla Providence Equity Partners, società di investimenti strettamente legata alle aziende che Powell aveva il compito di regolamentare. La differenza rispetto ai 6
tentativi precedenti però non era solo nelle ambizioni delle compagnie, ma anche nella consapevolezza che dalla parte opposta gli utenti avevano dei loro diritti, e soprattutto su quanto fosse importante che la Rete non finisse di fatto in mano ad un ristretto numero di privati. Un eterogeneo e largo fronte si sollevava contro le norme e agiva a tutto campo, dalla Rete ai tribunali, dal Congresso fino alle dimissioni di Powell dall’FCC. Nell’aprile 2010 il quadro diventa ancor più chiaro, se pur preoccupante: la corte federale del distretto di Columbia, con una decisione unanime dei tre giudici, emetteva una sentenza secondo la quale l’FCC avrebbe abusato dei propri poteri quando nel 2008 ha multato Comcast Corporation per aver deliberatamente rallentato il traffico Internet di alcuni consumatori che utilizzavano un programma di condivisione per scaricare file molto pesanti, sancendo di fatto che le attuali leggi americane non tutelano la neutralità della Rete in territorio statunitense. Impressione rafforzata dalla serie di class action intentate dagli utenti nei confronti di provider come RCN, con sede in Virginia, colpevole di aver filtrato i contenuti del P2P senza avvertire gli utenti stessi; a RCN si vietava il filtraggio del file sharing per 18 mesi (il termine scadrà il 1 novembre prossimo), dopo i quali avrà la sola incombenza di dare comunicazione agli utenti sui diritti di gestione della banda che il provider riserva a se stesso. Altro dato rilevante è la tendenza a prendere accordi extra-giudiziali, un “mettersi d’accordo” che alla fine conviene a tutti ma lascia irrisolto il problema della net neutrality. Infatti, a metà del 2010 Comcast veniva condannato al pagamento dell’irrisoria somma di 16 dollari (spalmabili su due anni) per ogni utente potenzialmente vittima dei rallentamenti del file sharing, che ha cioè sottoscritto un contratto col provider tra il primo di 7
aprile 2006 e il 31 dicembre 2008. Per intenderci, i 16 milioni di dollari che il provider dovrà sborsare rappresentano lo 0,07% dei ricavi incassati nei 30 mesi di riferimento. Tutto ciò potrebbe spingere l’FCC a riconsiderare il cambio di categoria in merito alla banda larga operato con il Cable Modem Order, oltre a incentivarla a premere sul Congresso perché partorisca leggi volte a tutelare la net neutrality. Tanto più che l’attuale amministrazione e maggioranza parlamentare sono sponde potenzialmente favorevoli. Non poteva che essere un personaggio come Obama a difendere dalla Casa Bianca la neutralità dell’Internet americano, come ha affermato già in campagna elettorale e come ha confermato nei fatti nominando come presidente della FCC Julius Genachowski, favorevole all’impostazione progressista di una Rete libera e aperta e propenso a far rientrare la banda larga nella regolamentazione dei tradizionali servizi di telecomunicazione. Più che ribaltare il Cable Modem Order, Ganachowski intende spingere la Rete sotto le regole che hanno finora gestito i network telefonici; si tratterebbe di riconoscere la componente di trasmissione dei servizi d'accesso al broadbandcome un più tradizionale servizio di telecomunicazione. Questo darebbe alla commissione un potere più esteso di quello attuale, innanzitutto sulle dinamiche di prezzo, quindi sulle attività dei vari provider. Il tutto senza però interferire oltremisura, lasciando libertà in merito a servizi, applicazioni e contenuti di Internet. Le buone intenzioni di Genachowski, che non perde occasione per ribadirle con decisione in ogni sede, si sono già scontrate, e c’è da scommettere che succederà ancora, con le opposizioni non solo dei repubblicani, ma anche di operatori del web quali Google, Amazon ed eBay, che pur applaudendo l’impegno dell’FCC per la tutela della net neutrality hanno denunciato un approccio 8
(paradossalmente) old style alla regolamentazione [8]. E così da un articolo apparso sul Wall Street Journal [9] si apprende come il capo dell’FCC avrebbe avuto incontri segreti con i massimi vertici di Google e Skype per parlare di come si possa raggiungere un compromesso in merito con le aziende della Rete che hanno manifestato il loro malcontento. Dall’altra parte, si intravede all’orizzonte anche un accordo tra BigG e l’ISP Verizon che ha suscitato non poche preoccupazioni tra operatori e utenti e sembra essere il primo vero passo verso la fine della net neutrality; si sono inoltre messe in moto tutte le lobby nella classica dinamica di Washington, con il conseguente fiorire di studi che denunciano i gravi danni che una difesa strenua della neutralità della Rete apporterebbe all’economia digitale; studi spesso riconducibili a personaggi vicini agli ISP. C’è anche chi vede nella fine della net neutrality una tappa necessaria soprattutto nel mondo del mobile, dove la sempre maggiore pesantezza del traffico veicolato sembra rendere indispensabile una gestione dello stesso da parte dei provider. Senza contare attori come il senatore repubblicano Cliff Stearns, membro della House Subcommittee on Communications, Technology and the Internet degli Stati Uniti, che è intenzionato a presentare un progetto di legge (chiamato Internet Protection, Investment and Innovation Act) il quale mira esplicitamente a frenare ogni istinto di regolamentazione a favore della net neutrality. La volontà di opporsi a Genachowski non solo traspare, ma è esplicitamente affermata da Stearns. Di sicuro la guerra sulla neutralità della Rete è aperta, e destinata ad accompagnare l’evoluzione di Internet durante tutto il prossimo decennio. Personalmente intravedo una questione che forse nei prossimi anni potrebbe diventare centrale, e non solo in America: i provider sono ad oggi, nelle 9
aree che abbiamo incontrato (e anche negli USA, come vedremo tra poco), considerati da leggi e giurisprudenza non perseguibili per i contenuti illeciti che utenti terzi fanno transitare sulle loro infrastrutture, a patto che si mobilitino in tempo alla richiesta della autorità per far sì che il reato non venga reiterato; ma nel momento in cui i provider dovessero avere la meglio nella disputa sulla neutralità della Rete, sarebbe ancora possibile per loro dichiararsi privi di responsabilità preventive nei confronti di contenuti che, a quel punto, passerebbero al loro vaglio diretto? Insomma, la fine della net neutrality si risolverà in onori e oneri per gli ISP o essi ne ricaveranno solo benefici economici? In Europa la questione risulterebbe subito evidente proprio per la formulazione della direttiva 2000/31/CE nei punti dove afferma che l’ISP non può essere responsabilizzato a vigilare preventivamente a meno che non selezioni le informazioni che transitano sulle sue reti. Staremo a vedere; di sicuro c’è che la fine della neutralità della Rete renderebbe molto più difficile l’emergere di outsider con idee geniali e creerebbe un mondo virtuale più sicuro ma anche meno libero. In questo le posizioni di Google sono paradossali: dopo essersi battuto per la difesa della net neutrality (molti utenti hanno fatto girare in questi mesi gli spot con i quali da Mountain View si spingeva a favore della neutralità) sembra piegarsi alle nuove tendenze dettate dall’economia di Internet, rinnegando proprio quel modello di Rete che gli ha permesso di diventare ciò che è. Focalizzando invece sullo sviluppo della banda larga, da segnalare la messa a punto del National Broadband Plan approdato al Congresso nel marzo 2010, che dovrebbe portare, nelle intenzioni dei promotori, connessioni a 100 Megabit in almeno 100 milioni di case degli States entro il 2020 . Il primo passo in merito è stato fatto quando, nel luglio 2010, l’FCC ha 10
alzato il limite minimo di quella che può essere definita una connessione a "banda larga" dai 200kilobit previsti nel 1999 ad un minimo di 4 Megabit in downstream e 1 Megabit in upstream. Atro progetto dell’FCC è portare via lo spettro ai broadcaster televisivi per poi rivenderlo agli operatori delle reti mobili. Un passo importante in questo senso è stata il via libera arrivato alla fine di giugno 2010 dall'ufficio del Presidente per la messa all'asta di altri 500 MHz dello spettro elettromagnetico. Buona parte di questa parte di spettro verrebbe ricavato dagli asset controllati dalle autorità federali come il Dipartimento della Difesa, mentre la restante parte si reperirebbe dalle stazioni radiotelevisive. Gli stessi broadcaster otterrebbero parte dei profitti, mentre il resto verrebbe speso in vista della costruzione di una grande rete in fibra ottica sull'intero territorio nazionale. L ’ iniziativa ha ricevuto l’aperto plauso della stessa National Association of Broadcaster (NAB), e a settembre 2010 un’unanime decisione dell’FCC la faceva passare alla sua fase operativa. E chissà che non si sviluppi una proficua dialettica con il Broadband Internet Techincal Advisory Group (BITAG), progetto che, nato alla metà del 2010, vede lavorare un insieme variegato di aziende e provider, tra cui Verizon, Comcast e AT&T, ma anche Google, Intel, Cisco e Time Warner Cable; dunque un gruppo formato da fornitori di connettività, protagonisti dell'IT e vari ISP statunitensi con l’ obiettivo primario di allestire uno spazio di discussione che permetta a tecnici ed esperti del settore di attirare consensi su quelle che dovrebbero risultare le migliori pratiche di gestione del network del broadband nazionale. Di sicuro nell’ NBP non ci sarà un progetto di rete WI-FI interamente gratuita: l’FCC ha infatti bocciato la proposta del provider M2Z che immaginava connessioni a costo zero per 11
tutti i cittadini americani. Dal canto suo, a luglio 2010 Obama annunciava lo stanziamento di 795 milioni di dollari di denaro pubblico per progetti di diffusione della banda nelle zone rurali e meno sviluppate degli States, il tutto nel quadro della politica di stimolo all’economia in crisi. L’utenza alla quale ci si rivolge sembra però essere non proprio informata: l’80% degli internauti americani dichiara di non conoscere l’effettiva velocità della propria connessione domestica [10] . Ma è il momento di parlare della tutela del diritto d’autore nel cyberspazio degli States. E’ questo il contesto dove le pressioni che le grandi compagnie esercitano sul governo sono maggiormente una minaccia per gli internauti; l’esecutivo viene spinto a varare leggi come il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) del 1998, le cui restrizioni mettono di fatto all’indice anche il rimescolamento di contenuti digitali (il mash up), cioè la pratica che sta facendo realmente la fortuna di Internet inteso come Web 2.0, mondo della condivisione e dell’User Generated Content. La Rete ha resistito con le sue logiche a questi tentativi; lo ha fatto anche quando le compagnie si sono dotate dei DRM, incapaci di arrestare l’universo del P2P e la valanga Youtube. DRM resi legittimi proprio dal DMCA, ma destinati a subire importanti restrizioni negli anni successivi; infatti nel luglio 2010 arrivava, dalla Corte di Appello dei Quinto Circuito con sede a New Orleans, una sentenza che stabilisce come in terra statunitense la circonvenzione dei DRM non equivale sempre ad una violazione di copyright. Si legge nella sentenza: “la mera circonvenzione di una protezione tecnologica che restringe un utente dalla visione o dall'utilizzo di un'opera è insufficiente per far scattare i provvedimenti anti-circonvenzione del 12
DMCA. La misura tecnologica imposta dal proprietario continua la sentenza - deve proteggere il materiale sotto copyright contro un'infrazione del diritto protetto dal Copyright Act, non dai semplici utilizzo o visione". Dunque, un uso personale legittimo esiste al di là del diritto d’autore e dei dispositivi che servirebbero a tutelarlo. Punti ribaditi poche settimane dopo dal Copyright Office and Librarian of Congress, nel corso di un processo di revisione del DMCA che si svolge regolarmente ogni tre anni. Aspetto assolutamente positivo del Digital Millennium Copyright Act è invece la section 512, di fatto il primo faro nella nebbia assoluta in merito alla responsabilità degli operatori della Rete, facendo da precedente di lusso alle tendenze regolatrici arrivate da questa parte dell’oceano. Grazie ad essa Google veniva assolto nel processo contro Viacom (vedi secondo capitolo). Nello specifico, è con il principio del safe harbor che il giudice federale di Manhattan ha stabilito che il content provider non è responsabile dei contenuti generati dagli utenti se assicura larimozione immediatadi materiale segnalato come illecito. Certo, non manca neanche qui chi vorrebbe una responsabilizzazione più incisiva di content e service provider, ma per il momento è saldo il quadro attuale. Le sopra menzionate norme sono citate ancora in un processo molto simile che vede imputato il colosso di Montain View, accusato dalla piccola etichetta indipendente Blues Destiny di violare il copyright fornendo link ai siti di file sharing. La sentenza di questo procedimento, sospeso, poi ripreso e ora in attesa di decisioni definitive, potrebbe riaprire, se venisse considerata lecita la pratica dell’ “intermediario buono”, anche il caso di The Pirate Bay. Il dibattito sulla posizione dei siti di indicizzazione è quanto mai aperto negli USA. Esempio in merito è il caso di IsoHunt, 13
motore di ricerca per peer to peer nei confronti del quale un giudice ha concesso un’ingiunzione permanente che lo obbliga alla rimozione di tutti i contenuti che violano il diritto d’autore. A nulla sono serviti i restyiling del sito e gli argomenti degli avvocati difensori che cercavano di paragonare il servizio a quello fornito da Google. Per il giudice IsoHunt contribuisce a violare il copyright, dunque è obbligato a sottostare a tutta una serie di richieste da parte dell'industria senza se e senza ma e anche in fretta, pena la fine dell’attività, nonostante la resistenza del suo fondatore e CEO Gary Fung. In sostanza, il sito fornisce link a materiale coperto da copyright, casistica vista più volte in precedenza, favorendo così il reato; la MPPA ha presentato al server una lista di parole-chiave per individuare i file da rimuovere. Il che ha suscitato le proteste del ventisettenne fondatore del sito Gary Fung, che ritiene la lista una violazione del Primo Emendamento della Costituzione americana, perché le parole indicate dall’associazione potrebbero riferirsi anche a contenuti legali e non coperti da diritti. Fung, in un’intervista a Wired, ha dichiarato a proposito: “La MPAA non possiede il copyright sui nomi delle cose” [11]. Così i legali di IsoHunt hanno annunciato un ricorso con l’obiettivo di far sospendere l’ingiunzione finché la MPPA non avrà compilato una lista più appropriata, contenente magari il link e le URL specifiche anziché generiche parole chiave che potrebbero, tra l’altro, portare al collasso del sito. E nel frattempo Fung si schiera con il procuratore generale dello stato di New York in materia di lotta alla pedopornografia online: "Gli utenti di IsoHunt ci hanno spesso avvertito in passato di contenuti illeciti legati alla pedopornografia. Siamo lieti di ampliare questi sforzi, in collaborazione con il procuratore Cuomo e con questo database, che ci aiuterà a fermare la diffusione di file illeciti su canali BitTorrent" [12]. 14
In questo ha ricevuto l’aperto apprezzamento di Cuomo stesso, che da tempo ha iniziato a raccogliere adesioni al suo progetto di rimozione di massa dei link contenenti immagini di abusi su minori mediante l’implementazione di alcune tecnologie che sono state accettate di buon grado, tra gli altri, anche da Facebook e MySpace. Continuando a parlare di copyright, nel giugno 2010 arriva dalla Casa Bianca un documento messo a punto da Victoria Espinel, la “cyber zarina” voluta da Obama; nel testo si leggono parole di forte condanna nei confronti della pirateria e delle violazioni del diritto d’autore, pur facendo trasparire una sorta di intenzione di dare più poteri ai provider per la lotta contro questo tipo di violazioni più che un impegno delle autorità federali. Si parla comunque di collaborazione tra tutti gli attori del sistema, ma c’è chi fa notare come non vengano risolti alcuni quesiti come il punto di vista dell’Amministrazione nei confronti di linee di pensiero come quella della “dottrina Sarkozy”. L’impressione che si ricava è la forte volontà dell’amministrazione Obama di far sì che la Rete futura si sviluppi libera dalla piaga della pirateria, verso la quale è pronta ad usare il pugno di ferro; proprio in questi mesi è in corso l’operazione Operation in our Sites, che, voluta dal vicepresidente Joe Biden e dalla Espinel, contempla un gran numero di disconnessioni di siti che permettono la condivisione illegale di material protetto da diritto d’autore, comprendendo anche, ad esempio, il blocco di conti correnti e carte di credito ad essi collegati. Allo stesso tempo, il ministro del Commercio Gary Locke, nel corso di un simposio organizzato a Nashville, la “città della musica”, esprimeva la volontà di equiparare la pirateria al furto, riprendendo precedenti dichiarazioni dello stesso vicepresidente Biden. Ancora, ha recentemente preso vita, grazie al lavoro di un gruppo di deputati bipartisan, il 15
disegno di legge Combating Online Infringement and Counterfeits Act (COICA), che ha il chiaro intento di affidare al Dipartimento di Giustizia il compito di perseguire a livello civile tutti quei siti che si macchino di violazione del copyright, mettendo fuori uso il dominio. Meccanismo che sarebbe esteso, tramite ordini di oscuramento impartiti ai provider a stelle e strisce, anche ai siti operanti all’estero. Si sono formati in merito i soliti schieramenti pro e contro, staremo a vedere cosa succederà fino alla firma di promulgazione da parte di Barack Obama. Nel maggio 2010 fa invece la sua comparsa nei tribunali a stelle strisce una preoccupante dicitura: “induzione alla violazione di copyright”. Succede nel processo che vede contrapposti a New Yorik la RIIA (Record Industry Association of America) e la Lime Wire, produttrice di un software che gli utenti utilizzano per la condivisione di file in P2P. La sentenza, che ricalca quella del 2005 contro l’omologa Grokster, sembra sancire la responsabilità di chi mette a punto un software per l’uso illegale che ne fanno gli utenti, il che spaventa non poco le aziende che quei software li producono, che a detta del giudice Wood hanno la responsabilità di arginare l’uso illegale dei programmi prodotti soprattutto perché da questo uso traggono vantaggio sul mercato. Il precedente che si crea non è affatto trascurabile, tanto che, rimanendo anche solo nello specifico della Lime Wire, tutte le maggiori case discografiche si sono scagliate contro il servizio che dovrebbe risarcirle con somme fino ad un miliardo di dollari. E così Lime Wire ha annunciato un piano di rifacimento della piattaforma che diventerebbe uno spazio per l’acquisto di materiale multimediale nella legalità, con collegamento ad iTunes e con meccanismi di registrazione e riconoscimento, ricevendo il plauso delle majors. 16
Infine, dal 1 luglio 2010 sono diventate operative le misure previste dallo Higher Education Opportunity Act (HEOA) del 2008. Il suo obiettivo principale riguarda l’educazione, ma in esso si fa menzione anche alla lotta contro la pirateria online. Si dispone così che i campus e i college all’interno del territorio statunitense hanno l’obbligo di assumere determinate misure nei confronti degli studenti sospetti in materia di file sharing (cosa che vale ovviamente per gli studenti tutti); in particolare, si parla di educazione al rispetto del diritto d’autore e di soluzione tecnologiche, oltre alla predisposizione di un’offerta alternativa al download illegali per contenuti multimediali. Dunque ad essere responsabilizzate in questo caso sono le università, che dovranno assumersi l’onere di distaccare la connessione a chi si macchierà del reato in maniera reiterata, con buona pace di chi pensa che ormai una buona connessione sia imprescindibile per sviluppo e formazione. Parlando di rispetto della privacy, mentre scriviamo è nel pieno delle discussioni congressuali un progetto di legge tutto volto alla tutela della privacy degli utenti. Nei primi mesi del 2009 i senatori Rick Boucher e (ancora) Cliff Stearns presentano questa iniziativa che si pone l’obiettivo di rendere controllabile per l’utente la serie di dati e informazioni che su di lui vengono incamerate dai vari organismi del web, nonché l’uso che essi ne fanno. Nella proposta di legge si distingue tra covered e sensitive information; le prime sono un insieme di dati di natura generica come nome, cognome, indirizzo, ma anche indirizzo IP e numero di carta d’identità, dati che l’utente rilascia consapevolmente quando è indispensabile per la fruizione di un servizio e che si vuole rendere controllabili dall’utente in modo che esso possa bloccarne un ulteriore e diverso utilizzo da parte di chi le ha raccolte tramite un 17
seguente meccanismo di opt-out. Le sensitive information sono invece più delicate, comprendendo ad esempio record relativi alla salute, informazioni sul gruppo etnico, credenze religiose, orientamento sessuale, dati relativi alle transazioni. E infine tutte quelle informazioni di geolocalizzazione inviate dagli utenti attraverso appositi servizi e dispositivi. In questo caso, sarebbe necessario il previo ed esplicito consenso da parte degli utenti, attraverso un meccanismo di tipo opt-in, da implementare obbligatoriamente alla presenza di tali dati sensibili. Su dati invece anonimi o aggregati, obblighi di questo tipo verrebbero meno, lasciando alle società operanti sul web la facoltà di raccoglierli senza alcun problema. Ovvio che la proposta suscita reazioni discordanti: se riceve l’aperto plauso di associazioni per la difesa della privacy e dei consumatori, produce preoccupazione tra le imprese di pubblicità, che nella serie di dati lasciati dagli utenti internet durante la navigazione hanno trovato una vera miniera e che arrivano a sostenere che una tale legge potrebbe limitare la capacità di scelta del consumatore, traducendosi in un abbassamento della qualità di prodotti e servizi nonché in un aumento di costi. In ogni caso, c’è chi, come il capo dell’Ufficio per la protezione del consumatore della Federal Trade Commission (FTC) David Vladek definisce “orwelliano” il controllo che certi siti hanno sui dati di navigazione dei loro utenti. La stessa FTC prova a farsi difensore non solo della privacy dei consumatori, ma anche del loro diritto a non essere sottoposti a messaggi fuorvianti, con regole come quelle che aveva provato a darsi da sola la blogosfera nel 2006 (le “regole Womma”), quando dopo uno scandalo che coinvolgeva una catena di supermercati ci si rese conto che un blogger non può parlare di un prodotto senza specificare se ha o no legami con l’azienda che lo produce. Ma siccome le regole che non sono coercitive e non prevedono 18
sanzioni sono spesso aggirate, dal primo dicembre 2009 esse sono rese obbligatorie dall’FTC. Lo stesso organo adotta più recentemente una medesima serie di direttive nei confronti di società di marketing come la Reverbe Communications, rea di aver commissionato recensioni benevole, leggi anche pubblicità mascherata, nei riguardi di videogiochi presenti sulla piattaforma iTunes. In ogni caso la tutela della privacy non può, evidentemente, trasformarsi in totale anonimato, almeno per quanto riguarda determinati usi di Internet: ad inizio maggio 2010 una corte d’appello USA si è trovata a decidere in merito al rifiuto di un internauta, conosciuto con il nickname Doe 3, di rivelare la sua identità dopo che l’industria discografica Arista l’aveva citato in giudizio insieme ad altri 16 internauti colpevoli della abusiva condivisione di file. La richiesta di Doe 3, che si appellava al Primo Emendamento, è stata respinta in primo e secondo grado con queste motivazioni: "se l'anonimato è usato per mascherare l'infrazione del copyright o per facilitare tale infrazione da parte di terzi, esso non è protetto dal Primo Emendamento". Gli ambienti vicini al P2P accolgono irritati la decisione, sostenendo che così la Corte legittimerebbe investigazioni private da parte delle majors e alla possibile battaglia da condurre contro un utente a partire da un semplice segmento di un file raccolto in Rete. Sia come sia, una differenza tra la nuova sentenza e quella vecchia, piccola eppur significativa, c'è: in precedenza il giudice aveva stabilito che la semplice condivisione di una cartella piena di file multimediali "cancella qualsiasi pretesa di privacy", mentre la corte di appello ha sentenziato che "la privacy a cui qui ci si richiama non riguarda le informazioni che il proprietario del computer o l'utente desidera condividere ma piuttosto la sua stessa privacy". A venire condivisa online non è insomma l'identità 19
del condivisore ma solo la sua libreria di contenuti multimediali. Da aggiungere che le autorità statunitensi sono state tra le più dure nei confronti di Google in merito al traffico Wi-Fi intercettato da BigG in Germania, lasciando trasparire una sempre maggiore sensibilizzazione degli USA in tema di tutela dei dati personali e della riservatezza. Ma è l’intero panorama dei dibattiti sul futuro di Internet a ritagliarsi un posto sempre più centrale nel panorama statunitense, situazione che è ben dimostrata dal moltiplicarsi dei progetti di legge in materia presentati dai membri del Congresso, soprattutto di sponda democratica. Una nota importante è l’apertura che questi propositi trovano in alcune aree dei repubblicani, così da rendere maggiormente bipartisan temi come la difesa della net neutrality che rischiano di rimanere cavalli di battaglia delle sole sinistre radicali, il che li azzopperebbe in partenza. E soprattutto, sembra diffondersi l’idea che il non-interventismo dello stato, tanto caro agli americani, in materia di Internet a lungo termine può rivelarsi dannoso, e che la legge deve integrare il risultato del mercato e di ciò che esce dai laboratori delle università. La pensa così Lawrence E. Strickling, viceministro del Commercio per le comunicazioni e l'informazione che sembra dare questo indirizzo maggiormente interventista anche all’ NTIA (l'agenzia ministeriale che consiglia il presidente USA in materia di Rete e telecomunicazioni). Strickling parla di fine dell’unilateralismo USA in materia di Internet, e di una Rete globale che va di riflesso globalmente regolamentata e gestita; magari con operazioni multilaterali come quella che ad inizio 2010 ha fatto si che la corte di Shangai condannasse una grossa azienda locale al pagamento dei danni nei confronti di Microsoft per l’utilizzo di copie illegali di software con la targa del colosso americano, ponendo una pietra miliare della lotta 20
alla pirateria internazionale visto che a collaborare sono stati i massimi organismi investigativi di USA e Cina e che l’impegno concreto del governo cinese in questo senso era, ed è tutt’ora, alla prova. E così nel settembre 2010 arrivava anche una accordo tra Ku6 Media, ovvero la società che gestisce in terra asiatica una delle più grandi piattaforme per l'hosting di video, e un paio di majors di Hollywood così che il portale cinese possa ospitare film e contenuti made in USA e permetterne la condivisione in maniera legale e far monetizzare i produttori. Pur riconoscendo che fino ad ora la libertà di svilupparsi “da sola” data alla Rete è stata propedeutica al suo sviluppo e alla sua trasformazione da rete commerciale a rete sociale, l’autorità deve passare ad una sorta di “Internet Policy 3.0”, cercando di tenere il passo dei nuovi usi e delle relative sentenze che spesso ridisegnano alcuni schemi. Facendo un nuovo zoom, vediamo che in territorio statunitense vengono bloccati contenuti considerati offensivi e indecenti nelle postazioni online di scuole, biblioteche e simili, tramite software ad hoc o impostazioni dei server proxy, in linea con le disposizioni del Children's Internet Protection Act (CIPA) del 2000. Più in generale, sono estese alla Rete anche sul suolo statunitense le norme che esistono per l’offline; esistono comunque alcuni atti legislativi ad hoc in materia, vedi l’Online Copyright Limitations of Liability Act, parte del DMCA del 1998, sempre in materia di responsabilità degli intermediari, e la sezione 230 del Communication Decency Act, riferita alla diffamazione a mezzo Internet. In proposito sembra essersi creata una zona d’ombra dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, con spaccature tra i vari stati a stelle e strisce. Una corte texana ha stabilito che basta inserire in una mail un link che rimanda ad un articolo diffamatorio per essere accusati di diffamazione, in contrasto con una sentenza 21
che in California ha visto una blogger assolta dal reato per aver inserito un link in un post del suo blog che rimandava ad una articolo diffamatorio non scritto da lei. La fase attuale vede uno sviluppo che sa di salto di qualità ma che si porta dietro reazioni preoccupanti: sta in questi mesi facendo il suo iter la proposta del senatore Joe Lieberman e della collega Susan Collins che mira ad istituire un Ufficio per la Politica sulla Cybersicurezza, il cui direttore, di concerto col presidente, avrebbe la facoltà di dichiarare uno “stato di emergenza telematica” che rimetterebbe all’inquilino della Casa Bianca la capacità di imporre direttive straordinarie a provider e attori della Rete in funzione della cyber sicurezza e protezione di infrastrutture vitali [13], fino al distacco totale della Rete. La proposta, il cui nome ufficiale è “Protecting Cyberspace as a National Asset Act” è stata ribattezzata “Internet kill switch”, l’ ammazza Internet. Lo stato di emergenza sarebbe di 30 giorni ma prolungabile fino a 120, oltre i quali servirebbe un’autorizzazione del Congresso per continuare. Si prevede una lunga battaglia, viste le proteste che il disegno di legge sta incontrando in larghi settori dell’industria multimediale americana; una su tutte la TechAmerica, che si dice “preoccupata per le conseguenze non previste che scaturirebbero dall'approccio della legge" [14]. E non rassicurano di certo affermazioni come quella che il senatore Liberman ha usato per difendere la sua proposta: “La Cina può disconnettere parti di Internet in tempo di guerra. Abbiamo bisogno di poter fare lo stesso” [15]. Ma c’è anche chi, come Alan Paller, direttore dell’istituto tecnologico SANS Insitute, fa notare come questo tipo di poteri per il presidente sono già contemplati dal Communications Act del 1934 (ovviamente, lì non si parla dello specifico di Internet ma si dispongono principi che ad esso possono essere estesi). 22
Sempre in questi mesi evolve la vicenda del ventiduenne Bradley Manning, soldato impegnato in Afghanistan e arrestato nel maggio scorso con l’accusa di aver caricato sul sito Wikileaks documenti coperti da segreto militare. Nei mesi successivi apparivano sulla piattaforma circa 76mila documenti (con fonte rigorosamente anonima) in forma di veri e propri diari che raccontano, come di certo non fanno emittenti come la Fox, la guerra in Afghanistan, suscitando aspre reazione nei vertici militari e nelle autorità USA. E se passasse la proposta di Lieberman e Collins, chi ci garantisce che casi come questi non vengano considerati “di emergenza nazionale”, con tutte le conseguenze che questo comporterebbe? In fondo, le autorità statunitensi cercano da mesi di far tacere Wikileaks (il primo tentativo risale addirittura al 2008, mentre negli ultimi mesi sono comparse accuse come quella di stupro nei confronti del fondatore del sito Julian Assange che hanno fatto gridare al complotto contro di lui); quello che emerge è comunque il timore di una “cyber guerra” che potrebbe coinvolgere gli USA e causare molti più danni soprattutto alla sua economia di quanti ne potrebbe fare una guerra convenzionale contro l’esercito più forte e organizzato al mondo. Timori confermati anche dal direttore della CIA Leon Panetta e avvalorati da casi internazionali come la vicenda di Stuxnet: definito dalla Symantec come il “peggiore virus della storia”, esso è progettato per infettare computer non connessi ad Internet, col contagio che avviene tramite chiavette USB. Ne hanno fatto le spese già centinaia di computer dal 2009, ma è nelle ultime settimane che il suo nome è diventato popolare, avendo concentrato la sua azione in Iran facendo così pensare ad un espediente messo in atto da forze o governi ostili (Israele?) al governo degli Ayatollah per il sabotaggio della centrale nucleare di Bushehr, che sarebbe totalmente controllabile dai 23
sabotatori se il virus entrasse nelle sue strutture informatiche. E così la National Security Agency ha messo a punto un sistema di cyber difesa che serva ad evitare episodi come quelli del 2008, quando un agente dei servizi segreti di un non meglio specificato stato straniero inserì una chiavetta USB in uno dei terminali di proprietà dell'Esercito americano in una base militare in Medio Oriente, infettandone la rete che comprendeva anche le basi in Iraq e Afghanistan. Il progetto è, nello specifico, responsabilità dello U.S. Cyber Command, con sede a Fort Meade, nel Maryland, che riunisce i principali esperti militari di cyber-difesa, sotto il comando del Generale a quattro stelle Keith E. Alexander. Anche la NATO sembra volersi muovere in questo senso, avendo iniziato la messa a punto di un cyber scudo atlantico sul modello di difesa attuato dal Patto Atlantico durante la Guerra Fredda, ma mirante, stavolta, al coinvolgimento della stessa Russia; stavolta a fare da scuola è il caso dell’Estonia, il cui sistema informatico venne messo in ginocchio nel 2007 a seguito di un cyberattaco. Al di la di scenari apocalittici, le autorità federali sono al lavoro comunque per garantire anche nel quotidiano la sicurezza dell’utente con progetti come quello dell’ “identità certificata”: ogni internauta avrebbe il pieno controllo delle transazioni finanziarie effettuate online mediante l’uso di strumenti di autenticazione già conosciuti nell’ambiente finanziario (smart card con microchip, cellulari, certificati software, dispositivi USB). L’obiettivo è la creazione di un “ecosistema di identità online” per una navigazione in piena sicurezza. Sempre volta ad una maggiore sicurezza è l’intenzione manifestata da Amministrazione e gruppi di deputati di estendere la possibilità di intercettare le conversazioni telefoniche anche al web, coinvolgendo così spazi come Skype e Facebook, ormai utilizzati molto più dei 24
mezzi tradizionali da membri del crimine e terroristi; le autorità, rispondendo alle critiche che già dalle ore successive agli annunci imperversavano sui blog, assicurano che verrebbero messi in atto tutti i meccanismi di garanzia previsti per gli altri ambiti “intercettabili”, Cito infine alcune recentissime vicende. La prima ha coinvolto il sito di annunci pubblicitari Craiglist: fondato nel 1995 da Craig Newmark , è stato oggetto di un’iniziativa di 40 procuratori generali di altrettanti stati USA, che lo accusavano di incitamento alla prostituzione visti gli annunci in merito circolanti nella sua sezione per adulti. Newmark e i suoi collaboratori hanno optato per un oscuramento della suddetta sezione, che per qualche settimana ha presentato un tag bianco su sfondo nero recante la scritta “censurata”. Il tutto prima di una totale scomparsa dello spazio di annunci per adulti, anche se solo dalla Rete statunitense. La seconda riguarda Google, protagonista di un episodio in controtendenza: un content provider che denuncia esso stesso chi sfrutta i propri servizi per perpetrare spam e truffe; è quanto BigG ha fatto nei confronti di alcuni inserzionisti abituati a questa pratica sui suoi spazi di adverising. Ancora, proprio in questi giorni i legali di RIAA sono impegnati nella ricerca di elementi che provino come l’excheerleader Whitney Harper, accusata di violazione di copyright, fosse pienamente conscia dei rischi derivanti dal download di brani a mezzo Kazaa, condizione posta dalla Corte Suprema statunitense come imprescindibile per far sì che l’imputata sia condannabile. La National Association of Broadcaster è invece impegnata in un’azione legale contro la Internet TV Ivi, alla quale si vuole impedire di trasmettere in Rete la programmazione live dell’etere televisivo americano perché ritenuta in violazione del copyright. Infine, due sentenze 25
che dimostrano come la giustizia stelle e strisce con i cybercrimini non schera: un hacker venezuelano è stato condannato a dieci anni di reclusione per essersi intrufolato nelle reti di alcuni grandi operatori telefonici del paese, reindirizzando circa 10 milioni di chiamate VoIP e generando così profitti per circa un milione di dollari; è andata “meglio” a due cracker statunitensi che attaccando il sito di Comcast hanno causato ingenti perdite economiche al provider: per loro tre anni dietro le sbarre e 90 dollari di multa. In conclusione, gli Stati Uniti attraversano la più grande crisi d’identità della loro storia, e vedono il loro ruolo di paese leader del mondo offuscarsi e declinare ogni giorno. Tuttavia, il grado di avanzamento tecnologico del paese è ancora impareggiabile sotto parecchi punti di vista, e chissà che non sarà proprio la Rete a guidare gli americani verso un declino soft della loro potenza. Quello che è certo è che le politiche iperliberiste applicate al mondo di Internet in questi ultimi decenni stanno presentando il conto nel momento in cui arriva a Washington un Presidente con una matrice ideologico culturale diversa. Non resta che stare alla finestra, contando anche però che restano forti negli Stati Uniti le correnti della “linea dura” nei confronti della Rete e che sia le forze economiche che quelle di sorveglianza continuano a gettarvi sopra la propria ombra. Forze che spesso si ritrovano addirittura a investire sugli stessi sistemi: è il caso del software messo a punto dalla piccola società Recorded Future, il quale raccoglie dati su circa mezzo milioni di siti web, sui flussi di Twitter e sui post di migliaia di blog, mettendo in correlazione persone ed eventi e fornendo ai propri clienti preziose informazioni su trend o avvenimenti passati e presenti; funzioni utili sia a chi fa della pubblicità la propria fonte di vita sia a chi ha il compito di sorvegliare, investigare, spiare. 26
“Yes, we can” La campagna elettorale del 2008 è destinata a rimanere una pietra miliare nell’uso e nello studio delle nuove tecnologie; resta difficile immaginare come il quarantasettenne Barack Hussein Obama avrebbe potuto veicolare i suoi messaggi senza lo sfruttamento delle potenzialità di Internet. Obama aveva un’unica strada davanti a sé, e non poteva percorrerla a velocità e ritmo migliori. Non starò qui a disquisire su come e perché abbia vinto le elezioni presidenziali della più grande economia del pianeta un candidato afroamericano, giovane, outsider nel suo stesso partito, cittadino del mondo dalla nascita ed evocatore di cambiamento e speranza (ci hanno provato già in tanti, alcuni con ottimi risultati, e altri lo faranno), ma cercherò di vedere in breve come concretamente l’avvocato di Chicago abbia sfruttato le nuove tecnologie per mettere in piedi la “prima campagna in rete” [16], oltre che un “caso paradigmatico di politica insorgente nell’Età di Internet” [17]. L’utilizzo dei mass media emergenti è un copione già visto nei momenti chiave della storia americana: negli anni Trenta divennero una consuetudine i radiofonici “incontri al caminetto” di Franklin Delano Roosevelt, mentre grazie alla gestione della sua immagine in Tv John Fitzgerald Kennedy diventò una “star internazionale”. Obama da parte sua ha fatto proprie le lezioni e imparato dagli errori di chi prima di lui aveva tentato di utilizzare Internet per lanciare la propria corsa verso Washington: parlo di Howard Dean, che nel 2004 aveva accumulato, grazie alla strategia online messa a punto per lui da Joe Trippi, un cospicuo vantaggio sull’altro candidato democratico John Kerry, che avrebbe però poi perso nella fase finale. All’inizio della campagna per le primarie Obama partiva 27
svantaggiato ovunque rispetto all’avversario “interno” Hillary Clinton; ma c’era una zona d’America dove si tifava per lui: la Silicon Valley. Qui il cofondatore di Facebook Chris Huges e il fondatore di Netscape Mark Andreessen mettevano a punto quella strategia mediatica “2.0” che dalla metà del 2007 al novembre del 2008 hanno stravolto il modo di fare politica negli Stati Uniti influenzando anche il resto del mondo. Il mensile degli intellettuali progressisti americano “The Atlantic” arrivò ad affermare che “L’azienda Barack è la ‘startup’ di maggior successo mai concepita dalla Silicon Valley”. La campagna “tutta dal basso” di Obama si è giovata di un’organizzazione che ha messo a punto una strategia di microtargeting e coordinamento che non si erano mai visti prima per il mondo della Rete. Innanzitutto, la stessa immagine del candidato afroamericano ha sdoganato interi settori della società che tradizionalmente restano esclusi dal voto, facendo impennare le registrazioni di votanti; dunque, mobilitazione come primo passo, il che moltiplica le nicchie di elettori che entrano in gioco. Il discorso delle nicchie è fondamentale: lo sfruttamento di esse quando è ottimale porta il fenomeno della “lunga coda” [18]. Se ci mettiamo che i record di affluenza sono da attribuire in gran parte ad elettori giovani, ovvero proprio i maggiori utilizzatori di Internet, ecco che nicchie di giovani sommate ad Internet (che delle nicchie è il regno) diventano un grande vantaggio per Obama. Il vero artefice della politica della “lunga coda” è invece il quarantenne manager della campagna del senatore dell’Illinois David Plouffe: è lui ad intuire che mettendo insieme tutti quei segmenti di elettori che sono tralasciati dai grossi agglomerato target della Clinton si può raggiungere una massa di voti superiore a quella dei grandi agglomerati stessi. 28
Questi giovani, inoltre, non sono stati solo spinti al voto tramite la Rete, ma propriamente arruolati come volontari di Obama, contribuendo soprattutto al reperimento di fondi online; grazie a quei raccoglitori di donazioni sparsi per gli Stati Uniti e sulla Rete, che hanno raccolto progressivamente anche quelle che sembravano briciole, un outsider è riuscito a raccogliere le cifre record di 339 milioni di dollari per le primarie e quasi 750 in totale senza neanche accettare il denaro dei lobbisti registrati a livello federale. Si stima che fino “all’88% dei fondi totali ricevuti da Obama per la campagna delle primarie è venuto direttamente da donazioni individuali[...] arrivate da oltre un milione e mezzo di donatori individuali”[19] che per il 47% erano inferiori ai 200 dollari. Propagandare il messaggio “non prendo soldi dalle lobby” alimenta questo circuito galvanizzando i “piccoli finanziatori”. C’è poi il discorso della diffusione del personaggio Obama, la costruzione di un simbolo, la “vendita” del candidato. In questo senso, appare prepotente l’affermazione del sito My.BarackObama.com, che a giugno 2008 contava 15 milioni di membri; ad esso era collegata l’iniziativa Vote For Change per la registrazione al voto. Un seguito telematico che però andava oltre i confini degli Stati Uniti, alimentando così la diffusione virale dei simboli della campagna obamiana, non ultimo il logo ricavato dall’immagine rosso-blù del candidato con le scritte “Hope” e “Change”, personalizzabili da chiunque con un’applicazione online. Altro tassello è stato Facebook: a luglio 2008 la pagina di Obama contava 1.120.000 iscritti, quasi sei volte tanto la somma di quelli di Hillary Clinton e John Mc Cain. E Facebook è di per se stesso un contenitore di applicazioni, da solo apre un intero mondo sulla Rete. E’ chiaro che l’immagine e il carisma di Obama sono un collante fondamentale di tutto questo; ci sono poi aziende come 29
la Blue State Dgital (BSD), nata nella città di Burlington, nel Vermont, e anch’essa impegnata nella campagna di Dean, fallimentare quanto utile a capire come muoversi in futuro per implementare al meglio la comunicazione politica all’interno dei nuovi media e che dopo aver già contribuito a ridisegnare l’immagine del Labour Party inglese si pone sulla scena mondiale avendo messo nelle sue credenziali la campagna di Obama. Due sono invece gli inconvenienti ai quali si è esposto Barack Obama, entrambi presentatisi fin da subito dopo l’insediamento alla Casa Bianca: il primo è l’appropriazione da parte dei sui avversari delle sue stesse tecniche; su Youtube spesso passano anche video volti a discreditare il presidente, i blog dei conservatori si riempiono di post d’accuse e insinuazioni, le testate conservatrici online cavalcano quest’onda. Il Partito Repubblicano è poi consapevole di dover imparare a sfruttare questi metodi se vuole recuperare terreno sull’avversario in vista delle prossime presidenziali. Il secondo inconveniente è il fatto che una comunità nata dal basso per sostenere una “speranza”, una lotta, un ideale, rimane attiva dopo il raggiungimento dell’elezione del candidato che sostiene per valutarne l’operato, non può essere controllata a piacimento e in più, essendo spesso le nicchie della Rete esposte a radicalizzazione e potendo essere attratte solo da una buona dose di populismo, il loro rivoltarsi contro può essere uno dei peggiori boomerang, come dimostrano le difficoltà del presidente nel mantenere salda la sua immagine in situazioni come la riforma della sanità, la marea nera della BP nel Golfo del Messico e gli strascichi infiniti della crisi finanziaria. In più, ci sono da scontare per Obama parecchie delusioni. La prima è quando, appena eletto, firmava una disposizione nella quale chiedeva agli enti regionali di rendere disponibili online 30
la maggior quantità possibile di dati riguardanti le amministrazioni stesse, predisponendo al contempo strumenti online che permettessero agli amministratori di dialogare direttamente coi cittadini. Ma quando lui stesso si confrontò con “Open for Question”, si ritrovò a rispondere a domande che non vertevano, come lui si auspicava, sulle priorità del paese: al primo posto c’erano domande sulla legalizzazione della marijuana, seguite da quesiti sul reale luogo di nascita del Presidente e sull’esistenza degli UFO. Le volontà di creare database condivisi tra tutte le amministrazioni del paese è stata invece frustrata dagli impedimenti burocratici e tecnologici e appare lontano il momento in cui prenderà vita nella maniera auspicata dal presidente. Obama, comunque, sembra non arrendersi, e pur essendosi reso conto che una forma di democrazia diretta tramite la Rete è destinata a rimanere un’utopia, non vuole smettere di sfruttare quegli strumenti rivoluzionari che gli hanno permesso di cambiare il modo di fare campagna elettorale, nonostante essi adesso vengano utilizzati anche dai suoi avversari e detrattori, nonché dai suoi ex sostenitori delusi. Se gli obiettivi iniziali appaiono chimere, infatti, è indubbio l’impatto che ha un’iniziativa come Recovery.gov, sito che offre un monitoraggio in tempo reale sulle iniziative prese dall’Amministrazione per combattere la crisi, uno spot per la trasparenza governativa, come lo è il progetto “Federal register 2.0”, le versione digitale di tutti gli atti amministrativi, dai regolamenti municipali alle delibere delle authority, fruibili così da chiunque in formato xml. Una curiosità conclusiva: i “cinguettii” che Barack Obama ha lasciato sull’ormai popolarissimo sito di microblogging Twitter saranno conservati nella Library of Congress, la libreria del Congresso, la quale ospita, giusto per capire la dimensione dell’evento, la 31
Dichiarazione d’Indipendenza americana, la collezione privata dei libri di Thomas Jefferson, l'originale Bibbia di Gutenberg, 58 milioni di manoscritti , 1 milione di pubblicazioni del Governo degli Stati Uniti e alcuni appunti personali di George Washington. Ma non solo “cinguettii” presidenziali: la Librery ha acquistato l’intero archivio del sito dal 2006 per aprirlo alla consultazione interna. Per la serie come cambiano i tempi. Lo stesso Twitter è stato chiamato in causa da Obama in occasione di un incontro con l’omologo russo Dimitri Medvedev nel giugno 2010: il presidente americano ha ironizzato su un’eventuale sostituzione dei “telefoni rossi” che dai tempi della Crisi di Cuba collegano Washington e Mosca; Obama ha detto che potrebbero essere sostituiti dai “cinguettii”, visto che entrambi i presidenti hanno un account sul sito. Note
[1] Quanto descritto per gli USA può essere esteso anche al vicino Canada; ovviamente il paese ha le sue proprie leggi in materia, ma le logiche di fondo rispecchiano in larga misura quelle statunitensi. [2] Nel documento si legge che è da criminalizzare la trasmissione di “materiale indecente” soprattutto nei confronti dei minori, i quali non devono essere esposti alla trasmissione di “contenuti palesemente offensivi”; queste definizioni furono considerate talmente vaghe da una corte federale da essere in contrasto con il Primo Emendamento, facendo decadere questi divieti e stabilendo che la trasmissione di alcuni contenuti nei confronti degli adulti non può essere impedita, e che proprio dai genitori deve partire il filtraggio degli stessi nei confronti dei minori. Nasceva così il Child Online Protection Act (COPA), ma il suo essere rimbalzato ancora oggi tra corti federali e sentenze palesa quanto anche negli USA il risultato del dibattito sul bilanciamento libertà/sicurezza è ancora tutto da decidere. [3] Dispositivo in grado di tracciare ogni singola lettera digitata sulla tastiera e ogni singolo utilizzo del dispositivo; l’operazione può essere anche ripetuta nel caso in cui la prima rilevazione non bastasse, con il solo obbligo per gli agenti di informare l’interessato dopo 90 giorni dall’implementazione del software-spia. [4] Cfr. “La ‘lanterna magica’: come il governo USA spia i cittadini”, di Nicola Walter Palmieri, in InterLex del 18-11-2004
[5]CastellsManuel,op.cit., p.127 [6] Ibidem, p. 128 [7] Ibidem, p. 129 [8] http://www.businessinsider.com/google-and-others-respond-to-fccs-2010- 6? utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+typepad%2Falleyi nsider%2Fsilicon_alley_insider+%28Silicon+Alley+Insider%29 [9]http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704256304575321273903045994.ht ml? mod=rss_Technology [10] http://hraunfoss.fcc.gov/edocs_public/attachmatch/DA-10-670A1.pdf [11] http://www.wired.com/threatlevel/2010/06/isohunt-not-dead-yet/#more-16894 [12] http://punto-informatico.it/2932402/PI/News/isohunt-alleanza-contro- pedoporno.aspx [13] Nel documento si parla di “infrastruttura informativa” e con essa si intende la cornice che supporta "l'elaborazione, la trasmissione, la ricezione o l'archiviazione di informazioni elettroniche, inclusi apparecchi elettronici programmabili, reti di comunicazioni e ogni hardware, software e dato associato". Il documento definisce "infrastruttura informativa nazionale" anche ciò che si trovi fisicamente fuori dagli Stati Uniti ma la cui distruzione possa provocare un danno catastrofico nel Paese [14] http://www.out-law.com/default.aspx?page=11102 [15] http://blogs.wsj.com/washwire/2010/06/20/lieberman-dismisses-concerns-over- internetbill/ [16] Palmer Shelley, Obama vs. Mc Cain: the first networked campaign”, Huffington post, consultabile al linj www.huffingtonpost.com/shellypalmer/obama-vs-mccain--thefir_b_105993.html [17] Castells Manuel, op. cit., p. 466 [18] Espressione (in inglese “The Long Tail”) coniata da Chris Anderson in un articolo pubblicato su Wired Magazine nell'ottobre 2004 per descrivere alcuni modelli economici e commerciali, come ad esempio Amazon.com o Netflix. [19] Castells Manuel, op. cit., p.486
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