Source: https://www.studiolegalefiscalebari.it/2019/04/
Timestamp: 2020-08-06 15:52:50+00:00

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Aprile 2019 - Studio legale IUS
Il Consiglio di Stato riafferma la necessità per la P.A. di motivare la scelta di non utilizzare una graduatoria già esistente per la copertura di posti vacanti.
Il Consiglio di Stato riafferma la necessità per la P.A. di motivare la scelta di non utilizzare
una graduatoria già esistente per la copertura di posti vacanti.
La VI Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza n. 103 del 4 gennaio 2019 è tornata a
pronunciarsi sulla scelta di una P.A. di coprire posti vacanti al proprio interno mediante indizione di
una nuova procedura concorsuale pur in presenza di una graduatoria valida ed efficace di un
precedente concorso.
In particolare, si riafferma che in tal caso l’indizione di un nuovo concorso sia l’eccezione alla
generale regola di ricorrere alla mobilità e allo scorrimento di una graduatoria, ove esistente.
Nel caso di intenda porre in essere tale eccezione, la scelta necessità di una motivazione dettagliata
e specifica e non generica e di stile.
Si legge nella sentenza che “Illegittimo il bando del CNR che non motiva la decisione di non
utilizzare la graduatoria ancora valida, se il presupposto è una assoluta genericità e
indeterminatezza, ricorrendo a sterili forme di stile, prive di reale contenuto, limitandosi a
specificare una non meglio chiarita «professionalità richiesta necessaria a soddisfare le esigenze
funzionali». In altri termini, non è legittimo addurre a motivazione una mera parafrasi della
formula legislativa omettendo un riferimento specifico e puntuale rispetto al profilo professionale
proprio dei candidati che avevano superato il precedente concorso ed erano rimasti inclusi nella
relativa graduatoria, valida ed efficace al momento dell’indizione delle nuove procedure
concorsuale”.
Prorogato anche per il 2019 il Piano Casa Puglia
La Regione Puglia con l’art. 4 della L.R. 17.12.2018, n. 59 ha prorogato al 31 dicembre 2019
l’applicazione del Piano Casa, adottato con L.R. 14/2009.
C’è ancora un anno per presentare istanze abilitative per gli immobili realizzati entro il 1° agosto
2018 per gli incrementi volumetrici fino al 20% nel caso di ampliamento e al 35% nel caso di
demolizione e ricostruzione.
La proroga ha anche introdotto delle modifiche alla precedente disciplina, così è stata prevista la
possibilità di ampliare, sempre nel limite del 20% della volumetria complessiva esistente e
comunque per non oltre 300 metri cubi, gli edifici non residenziali anche di volumetria superiore a
1000 metri cubi.
Una norma interpretativa del testo originario della legge precisa che l’intervento edilizio di
ricostruzione da effettuare a seguito della demolizione di uno o più edifici possa essere realizzato
anche con una diversa sistemazione planovolumetrica o con diverse dislocazioni del volume
massimo consentito all’interno dell’area di pertinenza.
Si chiarisce, inoltre, il divieto di realizzare gli interventi previsti dalla legge su immobili che ne
abbiano già beneficiato e che abbiano interamente utilizzato la premialità consentita.
Assegno di mantenimento!
Gli artt. artt. 147 e ss. del codice civile e l’art. 30 della Costituzione sanciscono l’obbligo a carico dei genitori di mantenere, istruire, educare ed assistere moralmente la prole, nel rispetto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni della stessa.
Sotto il profilo economico, l’art 316 bisc.c. specifica che i genitori debbano adempiere i loro obblighi nei confronti dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo.
Tale diritto riconosciuto ai figli è legato al sol fatto della loro procreazione, ed è dunque assolutamente svincolato dallo status giuridico dei genitori.
Con ciò si intende dire che, anche in caso di fine della relazione sentimentale tra madre e padre, il figlio non vede certamente perso il diritto ad essere mantenuto ed assistito.
Che ci si trovi dinnanzi a separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio e finanche nell’ambito di procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio, la situazione non cambia: in assenza di un accordo tra le parti, sarà il giudice a stabilire il quantumdell’assegno di mantenimento destinato al sostentamento della prole a favore del coniuge collocatario dei figli minori o maggiorenni ma non economicamente indipendenti (sempre che permanga la convivenza con il genitore).
E, come precisato nell’art 337 terc.c., nello stabilire l’ammontare della dazione, il giudice tiene conto del criterio di proporzionalità, e prende in considerazione:le attuali esigenze del figlio; il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;i tempi di permanenza presso ciascun genitore; le risorse economiche di entrambi i genitori; la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.
L’assegno di cui parlasi, però, non ricomprende tutte le somme da corrispondere ai fini del soddisfacimenti dei bisogni della prole, dal momento che esso riguarda soltanto le c.d. spese “ordinarie”: si tratta di quelle spese attuali e prevedibili, necessarie a soddisfare esigenze di vita quotidiana, quali spese alimentari, scolastiche (alcune), sanitarie, per l’igiene personale e il vestiario.
Il genitore onerato dalla corresponsione dell’assegno, però, deve collaborare anche alle spese c.d. “straordinarie”, ossia tutte quelle ulteriori spese, imprevedibili e di importo variabile, eventualmente necessarie al soddisfacimento delle esigenze dei figli.
Di conseguenza, il genitore chiamato a corrispondere l’assegno di mantenimento a favore dei figli, dovrà collaborare anche al pagamento delle spese straordinarie.
Ciò detto, non essendoci un’indicazione tassativa delle spese ricadenti in detta ultima categoria, sulla ripartizione delle spese straordinarie le Corti non seguono un orientamento comune.
La maggior parte dei provvedimenti, comunque, stabilisce una percentuale variabile per far fronte agli esborsi di carattere straordinario, che si aggiunge all’obbligo di corrispondere l’assegno periodico a titolo di contribuzione al mantenimento della prole. È frequente la previsione di un contributo in misura del 50% per ciascun coniuge per le spese straordinarie (ma, considerando le diversità delle singole casistiche, è possibile che tale percentuale vari o che, addirittura, le spese straordinarie siano addebitate al 100% ad uno solo dei due coniugi).
Con riferimento a tali spese, ad ogni buon conto, è doveroso fare delle precisazioni.
Bisogna infatti distinguere tra spese straordinarie che necessitano del consenso di entrambi i coniugie spese straordinarie che non necessitano la previa concertazione, seppur tale distinzione non si riverberi sul dovere di contribuire proquota a tali spese, che rimane invariato per entrambe le tipologie.
Per talune spese straordinarie è richiesto il preventivo accordo tra i genitori, salvo che tali spese siano indifferibili ed urgenti, quali possono essere talune spese mediche. L’accordo è necessario sulla base del principio codicistico per cui le decisioni di “maggior interesse” per i figli debbono essere assunte di “comune accordo” tra i genitori.
Di regola, quindi, per tali spese straordinarie il coniuge che le ha sostenute e ne chieda il rimborso deve fornire la prova di aver provveduto a consultare preventivamente l’altro.
Ci sono, al contrario, spese straordinarie sostenibili senza il preventivo consenso dell’altro coniuge, il quale deve comunque contribuire attraverso il rimborso della propria quota.
Per un’esatta distinzione tra spese straordinarie che necessitano del consenso di entrambi i coniugi e spese straordinarie che prescindono dalla preventiva concertazione, è possibile consultare le “Linee guida per la regolamentazione delle modalità di mantenimento dei figli nelle cause di diritto familiare” elaborate nel 2017 dal Consiglio Nazionale Forense.
In ogni caso, per cercare di contenere i frequenti conflitti tra le coppie, alcuni Tribunali (tra cui quello di Bari), in collaborazione con Consigli dell’Ordine Forense, Associazioni ed esperti, hanno redatto dei protocolli d’intesa destinati a fornire delle linee guida precise ai fini della qualificazione delle spese ordinarie e straordinarie, che hanno certamente dato una grande mano nel contesto delle cause separative, onde cercare di attutire le numerose divergenze in materia.
by Avv. Maurizio Lopez
Posso installare una telecamera nel mio condominio?
POSSO INSTALLARE UNA TELECAMERA NEL MIO CONDOMINIO
Questo è uno di quegli argomenti molto “gettonati” ed oggetto di numerosissime dispute
giurisprudenziali sfociate in pronunce diverse e spesso contrastanti.
Il tema della possibilità di installare una telecamera nel proprio condominio si “scontra” con il tema
della tutela della privacy.
Se installando una telecamera garantisco anche agli altri condomini maggiore sicurezza che
problema dovrei avere?
L’art. 1123 ter del codice civile (introdotto nell’ambito della più ampia riforma del condominio del
2012) ammette l’installazione sulle parti comuni di telecamere o impianti di videosorveglianza
prevedendo altresì una maggioranza degli intervenuti ex art. 1136 cc.
Il Garante della Privacy è intervenuto indicando tale installazione volta a limitare l’angolo visuale
esclusivamente all’area da proteggere.
Viene da chiedersi cosa accade se tale angolo coincida con il passaggio condominiale costituito,
magari, da uno spazio comune (c.d.pianerottoli o scale)
Il Tribunale di Catania con una recentissima sentenza, 31Gennaio 2018 n 466, ed il Tribunale di
Bergamo sentenza, 9 Maggio 218 n 1074, hanno riconosciuto un risarcimento ad un condomino
che ha vista violata la propria privacy da alcune riprese effettuate da una telecamera installata da un
La Corte di Cassazione ha confermato tale orientamento (sent. 38230/2018).
Le modalità di installazione delle telecamere e degli impianti di video sorveglianza saranno trattate
Risarcimento per l’occupazione del cortile condominiale abusiva
L’ordinanza del 23 Novembre 2018 n 30472 della II sezione civile, statuisce in caso di occupazione
sine titulo di un bene condominiale, che il danneggiato desideroso di ottenere un risarcimento del
danno è onerato della prova del danno subito a causa della occupazione senza titolo .
Dovrà pertanto essere il proprietario a provare il mancato guadagno subito a causa della
impossibilità di utilizzare il bene.
L’occupazione senza titolo può derivare da un illecito civile o da un inadempimento contrattuale.
La giurisprudenza maggioritaria afferma che in caso di occupazione illegittima il danno a carico del
proprietario usurpato risieda nella perdita della disponibilità del bene.
Come potrà il giudice valutare tale danno?
Il giudice dovrà procedere mediante presunzioni semplici ovvero alla perdita temporanea delle
utilità normalmente conseguibili nell’esercizio delle facoltà di godimento e di disponibilità che il
proprietario subisce .
Altre pronunce, è bene sottolinearlo ritengono invece che nella fattispecie di occupazione abusiva di
immobile, il danno non sia presunto né coincidente con l’evento ma al contrario sia un “danno
conseguenza” ai sensi dell’art. 1223 e 2056 c.c. il danneggiato dovrà dimostrare l’effettiva lesione.
Il danno va inteso come lucro cessante ossia mancato guadagno dipeso per esempio dalla
impossibilità di non aver potuto concedere il bene in locazione, di averlo potuto utilizzare
personalmente o dalla impossibilità di non averlo potuto vendere.
In buona sostanza, ogni conseguenza pregiudizievole derivante dall’abusiva occupazione
dell’immobile va provata, ossia occorre dimostrare di aver subito «un’effettiva lesione del proprio
patrimonio per non aver potuto locare o altrimenti direttamente e tempestivamente utilizzare il bene,
ovvero per aver perso l’ occasione di venderlo a prezzo conveniente o per aver sofferto altre
situazioni pregiudizievoli, con valutazione rimessa al giudice del merito, che può al riguardo
avvalersi anche della prova presuntiva» (Cass. 15111/2013).
. Naturalmente, chiedere l’allegazione del danno non significa che non sia ammesso il ricorso alle
presunzioni nella sua liquidazione.
Una recente pronuncia ha precisato che considerare il danno come in re ipsa crea una presunzione
che non solo esonera il danneggiato dall’ onere probatorio, ma impone al preteso danneggiante di
fornire una prova .
Il condomino obeso ha diritto all’Ascensore
La sentenza n.22022 depositata dal Tribunale di Roma accoglie la domanda proposta da due coniugi volta ad
ottenere la realizzazione di un ascensore all’interno dello stabile nel quale abitavano.
La fattispecie descritta dall’ art. 1102 del codice civile che si occupa di regolare l’”uso della cosa
comune” prevede la necessità di rispettare determinate maggioranze per l’approvazione delle
innovazioni che comportino oneri di spesa per tutti i condomini .
Tale norma non può trovare applicazione nell’ipotesi in cui l’onere della innovazione sia stato
assunto da un solo condominio, o solo da alcuni, per lo specifico ed esclusivo loro interesse alla
La su menzionata sentenza fa riferimento all’ art. 1102 c.c. e “consente di escludere la necessità di
una delibera assembleare di autorizzazione, giacché la realizzazione della innovazione costituisce
esplicazione di un diritto del singolo condomino, il quale ben può richiedere direttamente al giudice
di accertare che l’ opera non travalichi i limiti normativi predetti”;.
Il giudice, affermando il diritto degli attori a costruire a loro spese l’ascensore, “il fatto che la
realizzazione dell’impianto sia indispensabile è fuori discussione, poiché la sua assenza comporta
una barriera architettonica che incide in modo così rilevante sulle facoltà di godimento della
proprietà degli attori, e prima ancora in una tale limitazione della loro possibilità di movimento e di
vita, da risultare ripugnante all’attuale coscienza sociale” (Tribunale di Roma sentenza n
22022/2018)
Mancato utilizzo delle cinture non esclude il risarcimento
La conducente del veicolo sul quale viaggia un soggetto che non indossa le cinture di sicurezza, in caso di
sinistro, è corresponsabile delle lesioni occorse.
Il mancato uso delle cinture può comportare la riduzione proporzionale della misura del risarcimento del
danno, in caso di concorso di colpa, tale omissione non può escludere totalmente la responsabilità in capo al
Il conducente del veicolo è sempre responsabile per l’utilizzo delle cinture da parte del conducente in caso di
omissione nell’utilizzo di tale dispositivo, la responsabilità sarà imputata anche al conducente .
Tale indicazioni sono state fornite dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 2531 depositata in data 30
Viene pertanto statuita la responsabilità anche del conducente per “colpe” di altri, nel caso di specie, il terzo
trasportato per non aver indossato la prescritta cintura di sicurezza.
Risarcibilità del danno provocato da cane randagio
Un recente pronuncia della Cassazione civile, (sezione III ordinanza dell’11 Dicembre 2018 n 31957)
analizza un aspetto controverso relativa alla risarcibilità dei sinistri stradali causati da animali randagi .
I principio generale e condiviso più volte dalla Cassazione è quello secondo il quale è l’automobilista che
dovrà dimostrare che il comune non ha adottato le misure di sicurezza necessarie ad evitare incidente .
Il conducente a doversi fare carico di dimostrare il comportamento colposo dell’amministrazione.
E’ da ricordare il caso di un automobilista che a causa di un cane randagio ha dovuto provare di avere più
volte sollecitato il comune affinché si prodigasse alla cattura dell’animale che successivamente causò il
sinistro . La pronuncia dell’11 dicembre 2018 ribadisce il medesimo principio .
Il cittadino dovrà quindi dimostrare una “colpa da parte dell’amministrazione .
Non potrà pertanto parlarsi di una responsabilità dell’Ente .
L’orientamento della Corte, molto discutibile a mio parere, si basa sul fatto che si ritiene assolutamente
“normale” l’attraversamento di un cane o di un gatto !
Il cittadino dovrà pertanto procedere con prudenza e prendere in considerazione tale ipotesi.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 1136
 sentenza 
 art. 1102
 sentenza 
 art. 1102
 sentenza