Source: http://eleaml.altervista.org/ne/atti/tornata-508-07-dicembre-1863-interpellanza-sicilia-2014.html
Timestamp: 2018-03-23 15:03:21+00:00

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TORNATA DEL 7 DICEMBRE 1863
SOMMARIO. Spiegazioni del deputato Govone intorno al suo discorso di sabato, sulle cose di Sicilia — Dichiarazione del ministro dell’istruzione pubblica Ama i — Osservazione d'ordine del deputato Crispi. = Omaggi. = Congedi. = Lettera del ministro per l'interno Peruzzi circa la legge sulle carceri giudiziarie. — Istanza détta Commissione sulla legge per la concessione del biennio ai militari napoletani. = Delazione sul disegno di legge concernente i professori destituiti per causa politica. = Seguito della discussione sollevata dalle interpellanze del deputato D'Ondes-Reggio circa gli ultimi fatti di Sicilia — Spiegazioni personali del deputato Béltrani — Disposte del deputato La Porta ai discorsi di ieri del ministro per la guerra Della Dovere, e del deputato Govone — Critiche del deputato Bruno degli atti del Governo — Discorso del ministro per l'interno in difesa dell'operato del Governo, e informazioni sulle condizioni dell'Isola — Continua domani — Aggiunta del deputato Bixio al voto da lui motivato — Voto motivato del deputato Bertani.
MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente.
DICHIARAZIONI I SPIEGAZIONI RELATIVE ALLA
DISCUSSIONE SULLE COSE DI SICILIA.
GOVONE. Domando la parola sul processo verbale.
Taluno amico e collega mio in questa Camera mi ha fatto avvertito come le ultime parole da me pronunziate nella seduta di sabato esprimessero un concetto che poteva suonare spiacevole per la Sicilia. Si è creduto avessi detto che quell’isola non era ancora sortita dalla barbarie.
Signori, io non riverisco in Italia una provincia meglio dell’altra. In ogni sua parte io riverisco tutta intera l’Italia. Una parola che potesse essere scortese, ingiusta per la Sicilia dovrebbe suonare dolorosa a tutte le altre provincia italiane. Se io avessi detto una tale parola vorrei francamente ripudiarla. Senonché basterà che io riproduca qui il mio pensiero di sabato.
Esistono uomini timorosi i quali, per ogni difficoltà che sorga in Sicilia o altrove, cadono nella sfiducia. Io ho voluto rassicurare costoro. Ho detto che la Sicilia non doveva essere una causa di sconforto. Ho voluto dire che la Sicilia non era un pianeta sortito dall’orbita sua, talché non si potesse prevedere quale strada avrebbe percorsa e onde sarebbe riescita. Ho detto che la Sicilia batteva la stessa via e percorreva i medesimi stadi che percorrono tutti i popoli moderni usciti dalla barbarie, e tutte le provincie italiane, i quali camminano verso una civiltà ognora crescente e perfettibile indefinitamente. Ho detto che se un Governo cattivo aveva pensatamente tentato di rallentare il corso della Sicilia per questa via, spettava ad un Governo riparatore accelerarlo di altrettanto con provvide misure.
Così suonano le mie parole di sabato.
AMARI, ministro per l’istruzione pubblica. Domando la parola.
AMARI, ministro per l'istruzione pubblica. Io sono lietissimo delle spiegazioni che ha date l’onorevole generale Govone sulle parole da lui pronunziate nella seduta di ieri l’altro.
Devo confessare che queste parole mi avevano fatto un’impressione poco gradita, non come nativo della Sicilia, ma come italiano.
Io pensava che le parole del generale Govone rappresentavano un giudizio storico, sul quale si può benissimo differire, senza esser punto in disaccordo sui fatti. E veramente non si poteva dare alla Sicilia l’accusa di trovarsi nel medio evo e nella barbarie, perché nel medio evo, ch’io mi sappia, non si facevano plebisciti, nel medio evo non s’istituivano delle scuole primarie dai municipi e dai comuni, ed io son certo che l’onorevole Govone, con quella santa indegnazione di un soldato e di un italiano di cuore, il quale, invece di essere mandato a combattere i battaglioni nemici, per dure necessità del paese e per interessi del paese, tanto gravi e tanto vitali quanto quello di combattere i battaglioni nemici, si trovava obbligato a perseguitare i renitenti alla leva, a perseguitare i malviventi e ad eludere le furberie degli uni e degli altri, che si volevan salvare. Perciò ho perfettamente compreso l’indignazione che dominava il generale Govone, esasperato da uno stato di cose che l’accorava come italiano e, direi anche, come siciliano, giacché io non comprendo perché un piemontese non sia siciliano, un fiorentino non sia napolitano. Mi pare che l’unione di tutta l’Italia fa sì che ognuno si considera cittadino di qualunque minimo borgo e di qualunque città del nostro paese.
Ho compreso, dico, l’esasperazione d’animo che aveva suggerite al generale Govone delle parole che oltrepassavano il suo pensiero.
Era giustissimo quello che vi diceva il generale Govone: io ho trovato là uno stato di cose da non potersi tollerare in un paese civile. Questo però non è da attribuirsi né all’indole dei Siciliani, né anco al mero fatto della lunghissima tirannide patita da loro; la tirannia secolare prima della Spagna, e poi del rampollo spagnuolo che era nei Borboni. Deve attribuirsi a condizioni particolari che si mostrarono nel 1848 e riapparirono nel 1860.
Noi sappiamo qual era la politica seguita dai Borboni.
I Borboni avanti la rivoluzione cercavano di impedirla con la polizia ecclesiastica e laicale, quando la rivoluzione scoppiava, facevano prova a combatterla, e combatterla nel modo il più feroce; quando poi la rivoluzione aveva vinto non trovavano altro espediente che di annegarla nell’anarchia, ed allora aprivano le porte dell’inferno, scatenavano tutti i galeotti, scatenavano tutti i prigionieri accusati dei delitti i più ai troni, e speravano che questo avesse portato nella società una tale perturbazione da far attribuire quest’infelicissima condizione della sicurezza pubblica alla rivoluzione, e non all’infamia di chi questa condizione: aveva cagionata.
E veramente il Governo borbonico riesci perfettamente a questo nel 1849; il Governo borbonico non; dimenticò di replicare il tentativo nel 1860, e così la Sicilia si trovava infestata fin dal 1860 di galeotti, di malviventi d’ogni maniera.
A quest’inconveniente si aggiunse la coscrizione militare, la quale era nuova in Sicilia, perché il Governo borbonico, il quale temeva sempre l’opposizione della Sicilia che si era costantemente manifestata (e questo i certamente è sentimento di popolo civile e non del medio evo) il Governo borbonico, io dico, si erabenguar: dato d’insistere...
AMARI, ministro per l'istruzione pubblica... affinché si applicasse alla Sicilia la coscrizione militare. Quindi, dacché questo paese si trovò a dover adempiere a que' st’obbligo sacro, necessario, utilissimo all’incivilimento! ed al bene materiale del paese stesso, si trovò nella S condizione di doverlo riguardare come un peso. Le famiglie naturalmente debbono seguire piuttosto l’amore del proprio figliuolo o fratello che quello della nazione e della patria. Dovrebbe essere diversamente: si sono viste delle nobili eccezioni, si sono viste madri mandare il figlio a morire per la patria, ma l’eroismo è la virtù di pochi, e tutti cercano dì salvare prima la loro famiglia e poi pensano di concorrere al bene del paese.
Si trovava adunque la Sicilia infestata da un lato dagli assassini di professione, dai ladri di campagna i quali erano ammaestrati nei bagni e nelle galere; dall’altro lato da una massa di renitenti i quali certamente favoriti e istigati dal clero retrivo, che ha cominciato a far capolino in Sicilia, sperando mutazioni nel nuovo Stato italiano, si tenevano lontani dai comuni e resistevano alla legge della leva. E naturale che tutta questa massa di renitenti non faceva e non poteva far altro se non che ingrossare le file dei masnadieri.
In questa condizione di cose che aveva da fare il Governo? Avea da fare un arresto in grande di malandrini e renitenti; ed io credo che l’abbia fatto come si fa un arresto in piccolo. Se non che dovendosi cingere un grandissimo tratto si dovettero adoperare delle misure che riescirono moleste tanto ai malviventi quanto ad altri abitatori che ebbero a soffrire da costoro.
Io dunque ritengo che senza pronunziare contro la Sicilia un giudizio severo, il quale non era certo nell’intenzione dell’onorevole generale Govone, si debba ritenere che la condizione della sicurezza pubblica in quell’isola fosse tale da rendere necessarie le misure prese; ed io credo che si debba piuttosto lodare che biasimare il Governo per avervi avuto ricorso anche passando sopra a qualche rigorosa formalità della legge.
Dopo aver esposto così la mia opinione, la quale credo che non sia sospetta, perché sedendo qui al banco dei ministri non ho certamente dimenticato di essere cittadino italiano, e nemmeno di essere nato in Sicilia, perché la Sicilia è parte d’Italia ed è italiana quanto piazza Castello, mi resta soltanto a fare una preghiera alla Camera, che questa spiacevole discussione sia abbreviata il più che si possa, acciocché scomparisca al più presto l’animazione, l’acrimonia che pare esservisi introdotta, non so perché.
ora vista. E le ingiurie?
AMARI, ministro per l'istruzione pubblica. Certamente in queste discussioni avviene che quando s’incomincia dal dire una parola un po’ aspra, ad essa si risponde più aspramente, e si corre pericolo di arrivare ad un punto, al quale il Parlamento italiano certo non può mai arrivare, in cui l’esasperazione diventa incandescente.
CRISPI. Ha offeso l’Italia.
gravina. Il Ministero non è italiano.
PRESIDENTE. Mi scusino. V’ebbe una dichiarazione dell’onorevole deputato Govone sul processo verbale di cui si è data testé lettura; egli ha creduto cioè di spiegare il senso di alcune parole da lui proferite nel suo discorso di sabato, e ch’egli ritenne non essere state esattamente intese. Il ministro dell’istruzione pubblica stimò di dire alcuna cosa a tal riguardo, ma per nulla contrarie al concetto spiegato dall’onorevole Govone, ed anzi direi nel senso medesimo.
Vede pertanto la Camera, veggono gli onorevoli deputati che hanno domandato la parola in proposito, che non v’ba incidente, e che non è quindi il caso ch’io possa accordarla.
Didatti una discussione sopra quest’argomento verrebbe a confondersi colla discussione generale, e sarebbe per tal guisa sconvolto l’ordine del giorno e delle inscrizioni prese.
Pregherei quindi gli onorevoli deputati che hanno chiesto la parola di non insistere, e di permettere che si entri nell’ordine normale della seduta.
CRISPI. Domando la parola per una mozione d’ordine. (Rumori)
PRESIDENTE. Ha la parola per una mozione d’ordine.
CRISPI. L’onorevole Govone può dire quello che crede e quello che vuole; ma siccome egli nella seduta precedente ha narrato fatti ed ha citato dati statistici che non sono veri, non è fuori luogo che un deputato della parte d’Italia interessata venga per lo meno a contraddire quei fatti e a riferire altri dati, i quali cancelleranno perfettamente la dolorosa impressione qui prodotta.
PRESIDENTE. Ciò sta bene. Ma chi vuol parlare, si faccia iscrivere, avrà la parola a suo tempo.
CRISPI. Il deputato Govone ha potuto correggere alcune sue frasi del discorso pronunciato nella tornata di sabato. Io non entrerò nella grammatica, né nello stile di lui; ma egli raccontò fatti, e contro questi fatti noi siamo nel dovere di rispondere non come Siciliani, ma come Italiani, giacché l’onore d’Italia venne offeso dal deputato Govone.
PRESIDENTE. Non v’ha dunque incidente sopra cui occorra deliberare: veniamo pertanto al soggetto della seduta.
paternostro Domando la parola per una spiegazione.
PRESIDENTE. A suo tempo.
(Il processo verbale è approvato).
Il deputato Silvestrelli — Due lettere al signor ba! rone Gaetano Ricasoli sulle razze dei cavalli in Italia o sui provvedimenti da invocarsi in proposito, copie 400;
Il gonfaloniere di Livorno — Deliberazione di quel Consiglio comunale intorno al progetto di legge sul conguaglio provvisorio dell’imposta fondiaria, copie 300;
Il presidente della Camera di commercio di Catania — Osservazioni sul progetto di legge per la nuova Banca d’Italia, copie 10.
TENCA, segretario, dà lettura del seguente sunto di petizioni:
9556. Le Giunte municipali di Brescia, Chiari, Breno, Castiglione delle Stiviere e Verolanuova, rivolgono alla Camera un’istanza perché venga modificato l’articolo 147 della legge 13 novembre 1859 sulla pubblica sicurezza in modo che riesca meno gravoso pei comuni.
9557. La Camera di commercio ed arti di Ascoli-Piceno trasmette al Parlamento una memoria favorevole alla conservazione del Ministero di agricoltura, industria e commercio.
9558. Il Consiglio comunale di Partinico rassegna una sua deliberazione relativa all’affrancamento dei canoni, pregando la Camera di volerne tener conto nella discussione del suddetto progetto di legge.
PRESIDENTE. Il deputato Susani per disgrazia di famiglia chiede un congedo di 10 giorni.
Il deputato Camozzi per impegni urgenti di famiglia chiede un congedo di un mese con suo telegramma.
il deputato Massarani scrive che trattenuto a letto da febbre si recherà a debito di dichiarare, al termine delle interpellanze D’Ondes-Reggio, in qual senso avrebbe votato.
Do lettura della seguente lettera diretta alla Presidenza:
«L’antica Commissione nominata sulla proposta di legge presentata dal ministro della guerra nella tornata 16 giugno 1862 trovasi richiamata ad esaminare lo stesso progetto sul condono agli impiegati e militari del disciolto esercito delle Due Sicilie, stati collocati a riposo d’autorità, del biennio del soldo e dei periodi di servizio sul decreto 3 maggio 1816.
«Ma la Commissione trovasi ridotta in numero di cinque, ed è inabilitata a procedere ai suoi lavori con la sola mancanza di uno dei suoi componenti. Ora essendo la questione importantissima, dovendosi riconsiderare dopo un voto espresso dall’altro ramo del Parlamento, sentiamo il bisogno di declinare per un sentimento di alta convenienza il mandato del quale siamo stati per la seconda volta onorati.
«Gradisca i sensi della nostra considerazione.
«Torino, 6 dicembre 1863.
«Giuseppe Baldacchini — Giuseppe Romano — Francesco Monti — Antonio Greco — Mandoi-Albanese.»
DI SAN DONATO. Ricorderà la Camera come io sia tra gli autori e promotori della riproposta di siffatto progetto di legge, e ricorderà ancora che fu esso inviato alla Commissione scelta nella Sessione del 1862 su simile progetto di legge presentato dal ministro della guerra, e disgraziatamente non accettato dall’altro ramo del Parlamento; rammenterà pure che lo spirito che animava il Parlamento a rimetterlo alla vecchia Commissione si era per ottenere che sollecitamente si riferisse su questo progetto di legge, che riguarda molti individui, che da oltre tre anni aspettano questo condono del biennio come atto di riparazione al mal fatto, e che per tanto conseguire sono ora condannati a vivere di sussidio che spesso non oltrepassa le 15 lire al mese!
Ora io su tali ragioni mi fo lecito d’interessare la Camera a che il progetto di legge in discorso presentato da me e da altri miei amici e colleghi sia dichiarato d’urgenza, invitandosi gli uffici ad alacremente occuparsene per tenerne sollecito conto alla Camera.
PRESIDENTE. Dunque la demissione data dagli onorevoli membri della Commissione incaricata del progetto di legge di cui si fece cenno è accettata. Sarà esso quindi rimesso agli uffici perché procedano alla nomina di nuova Commissione.
E questo progetto di legge sarà indi poi portato all’ordine del giorno in via d’urgenza.
Do ora lettura di una lettera dell’onorevole ministro dell’interno:
«Prego la S. V. onorevolissima ad affrettare presso chi occorra lo studio del progetto di legge n. 113, per il riordinamento delle carceri giudiziarie, già votato dal Senato del regno, acciò possa quanto prima esser posto all’ordine del giorno della Camera dei deputati. E poiché Tanno volge ormai al suo termine, né può rimaner tempo, dopo che l’anzidetta legge sia votata, di preparare e stipulare le contrattazioni alle quali darà vita, converrà che l’articolo 3 del relativo progetto sia modificato nel senso d’imputare nell’esercizio del 1864 anche le lire 500 mila che s’intendeva stanziare su quello del 1863.
«Colgo l’occasione per rinnovarle gli atti della mia perfetta osservanza.»
REDAZIONE SUL DISEGNO DI LEGGE CONCERNENTE
I PROFESSORI DESTITUITI PER CAUSA POLITICA.
PRESIDENTE. 11 deputato Macchi ha facoltà di parlare per presentare una relazione.
BIACCHI, relatore. Presento il rapporto della Commissione da voi incaricata di esaminare il progetto di legge con cui il ministro dell’istruzione pubblica chiede che ai professori universitari vengano computati, per l’aumento quinquennale, anche gli anni in cui furono allontanati dalla cattedra per causa di libertà.
SEGUITO DELLA DISCUSSIONE SOLLEVATA
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito dell’interpellanza del deputato D’Ondes-Reggio, intorno ai fatti di Sicilia.
Il deputato Beltrani ha facoltà di parlare per un fatto personale.
BELTRANI. L’onorevole ministro della guerra l’altro giorno ha citato un mio telegramma scritto nel gabinetto del signor prefetto Cossilla ed in cifra, ed alla presenza del signor sindaco, il marchese Rudinì.
Io sperava che quel telegramma dovesse rimanere segreto perché scritto ad un amico. L’ho fatto scrivere in cifra perché le condizioni in cui versava il paese non permettevano che una voce si fosse levata contro quelle misure militari.
Ora mi affretto a leggere una mia lettera particolare diretta al signor ministro dell’interno, la quale dimostra il vero essere delle cose appena ebbero principio quelle improvvide misure.
Scrivo da Palermo (e non dalla provincia di Girgenti, ove fra breve vi saranno gli antropofagi).
«Pregevolissimo signor commendatore,
«Quando le scrissi il telegramma, dopo avere veduto per lunghe ore il modo tenuto dalle truppe che cingevano tutta quanta la città, cogliendo in una rete tutti coloro che potevano non dar sospetto, ma aver l’età dei renitenti, sperava che il Governo si fosse persuaso a por freno all’arbitrio militare, ma la sua risposta comunicatami da questo prefetto mi tolse la felice speranza. Oramai il dado è tratto, mi permetta che glielo dica; presa la falsa via, si vuol correre tutta, e dar rilievo per così dire ad un fatale errore commettendolo nella principale città dell’isola popolata di più. di duecento mila abitanti. L’amicizia di cui mi ha onorato e la mia naturale franchezza non mi fanno tacere verso lei la mia sorpresa leggendo le sue parole. '
«Possibile che ella, ministro dell'interno, retto e giusto, altro non può che far giungere raccomandazioni al ministro della guerra? Ed il ministro di grazia e giustizia, chiamato a tutelare la legge, anch’egli si lava le mani e lascia fare? Dunque il Ministero crede davvero che qui siamo sotto il rigore dello stato d’assedio in cui tutte le leggi tacciono, e che l’autorità militare possa fare a suo talento? Una grave, gravissima responsabilità pesa sovra i ministri, perché queste misure militari soverchianti, ingiuste, illegali non possono giustificarsi in verun modo, e neanco quando venissero colti i renitenti tutti. Costoro dovevano esser soltanto segno al rigor della legge dell’8 agosto, la quale, non risparmiando punto i tristi che incitano e gli asilano, era, ed è un’arma sufficiente per ferire tutti i colpevoli. Trapassarla fu danno, e me ne duole l’animo profondamente per la patria e per gli amici che questa volta colle migliori intenzioni del mondo fanno una non lieve ferita allo Statuto.
«Col sindaco signor marchese Rudinì sono stato dal prefetto, ma costui mi disse non poter far nulla: tutto dipendere dal generale Covone.
«Il sindaco, giovane di egregio animo, sente la difficoltà della sua posizione, giudica, al pari di tutti quelli che hanno vera carità di patria, illegali questi procedimenti, e protestando nell’animo suo, tace, limitando l’opera sua perché si mitigassero talune particolari misure. Laddove da lui si fosse fatta aperta opposizione o si fosse dimesso dal suo uffizio, il male sarebbe stato grandissimo, e forse ne sarebbe venuto qualche eccesso popolare. Ed io l'ho lodato e confermato nel nobile proponimento. Guai a dire a questo popolo ed in quest’ora: tu hai ragione. Speriamo adesso che si chiuda questa improvvida parentesi militare e che non si rinnovino certi atti crudeli seguiti nell’isola e che mi fanno raccapriccio. E badi che io non presto facile orecchio a tutte le mormorazioni ed esagerazioni che vanno attorno, ma presto fede ed intera alla voce e testimonianza di persone che amano il Governo attuale e farebbero di tutto per rincalzarlo. Qui in Sicilia il vero peccato si è il poco rispetto alla legge; veda che non uso blandizie verso i miei concittadini. Abituati a vivere sotto il dispotismo, v’è la rea tendenza a violarla. Il rimedio supremo dunque sarebbe a tener quella in grandissimo onore, e rispettarla, direi quasi, con un sentimento religioso; ma quando chi è in alto la mette da parte, o vi passa sopra, porge pericoloso esempio, e sebbene si proponga un utile scopo, semina per via infiniti germi di male, e questa terra li raccoglie, ed è pur troppo ferace! Qui è gran bisogno di rigore legale, di opera di concordia, di misure severe e prudenti, di persone che calmino le ire e che semprepiù s’affratelli esercito e popolo.
«Sfortunatamente le recenti misure fanno il contrario. Mi rincresce che cotesto Ministero ne assuma tutta la responsabilità. Non potendo passare inosservate, appena le Camere si riapriranno, m’è grave di dover prender posto fra coloro che biasimano anziché fra gli altri che plaudono...»
Questo io scriveva ed osservava il giorno 2 ottobre, vai quanto dire tre giorni dopo quello stato d’assedio.
L’onorevole generale Govone avrà osservato e giudicato diversamente. L’arte di osservare è malagevole e sovente dipende dal punto diverso in cui stanno gli osservatori. E fo punto su questo doloroso argomento di renitenti e di misure militari: solo prego il generale Govone quando gli ozi glielo permetteranno di recarsi come privato e non da generale in Sicilia, e vedrà che potrà apprendervi e pur molto.
Se m’è cortese di tanto gli regalerò come strenna un opuscolo stampato ora son parecchi anni a Torino intitolato: 1 Siciliani in Piemonte. Spero mi sarà grato del dono.
GOVONE. Domando la parola per un fatto personale.
PRESIDENTE. Parlerà a suo tempo; per ora la prego di prescindere.
La parola è al deputato La Porta.
LA PORTA. Signori, malgrado le ritrattazioni fraseologiche del deputato Govone, poiché le sue parole stanno scritte, e pensatamente consacrate in suo rapporto che il ministro Della Rovere l’altro ieri faceva sue, e leggeva alla Camera, io sento il dovere di respingere decisamente le accuse che il ministro Della Rovere e il deputato Govone si piacquero nell’ultima tornata lanciare contro la Sicilia. Io le respingo non perché esse riflettano il paese in cui sono nato e il collegio di Girgenti che mi elesse a deputato, ma come rappresentante della nazione per una provincia italiana offesa. Io porto ferma convinzione che entro questa Camera legislativa d’Italia non vi ha deputato, non vi ha ministro che possa offendere una provincia italiana senza offendere l’unità, la dignità nazionale. Se io potessi credere necessaria in questo recinto la mia voce per difendere il diritto che hanno le provincie di Sicilia al rispetto e alla benemerenza nazionale, se un momento potessi dubitare che quel rispetto, quella benemerenza non fosse scritta nel cuore di tutti gl’italiani, come nelle più gloriose pagine della storia nazionale, io forse non vedrei ragione di esistere in questa Camera. Altri dunque, se lo crede, prenda il compito di questa difesa.
Io, come rappresentante della nazione e nel solo interesse nazionale, sento il debito di rettificare alcuni fatti sui quali l’altro ieri il deputato di Cittaducale, ed il ministro Della Rovere personalmente mi chiamarono.
Questi onorevoli signori, per difendersi dalla imputazione, dalle accuse d’illegalità che loro furono lanciale, adottarono un sistema nuovo, un sistema, permettetemi l'espressione, specioso negli annali parlamentari, nella storia dei Ministeri costituzionali. Essi accettarono i fatti, accettarono le illegalità commesse, e per scolparsi moralmente, non potendolo legalmente, pensarono esagerare, falsare una situazione alla quale intesero riparare.
Essi coi colori i più neri della barbarie del medio evo vi rappresentarono la Sicilia, onde ottenere il battesimo della necessità, e forse anche della civiltà ai mezzi che in quell’isola adoperarono, e che io lascio alla coscienza della Camera e del paese il qualificare.
I documenti ch’essi lessero, signori, che cosa sono? Sono la difesa particolare personale degli accusati, dei loro subordinati che innanzi a loro scolpavano la responsabilità alla quale erano tenuti. Il ministro lesse il rapporto del generale che era destinato alla esecuzione di quei fatti, ed il deputato di Cittaducale difese il ministro che aveva ordinato ed il generale che aveva eseguito. (Benissimo! a sinistra)
Ma sappiano essi che in quei documenti che hanno letto, che in quei discorsi che hanno pronunciato, in quella difesa che hanno assunto vi sono tali e tante confessioni che bastano alla condanna di un Ministero costituzionale in una Camera che ha rispetto allo Statuto e coscienza del suo diritto.
E la situazione della Sicilia, signori, d’onde la ricavarono essi? In gran parte da fatti consumati tre anni sono, nel 1860, nel momento di una insurrezione, momento che nei paesi i più civili non suole essere il termine di paragone, nel momento di una insurrezione, in cui il Governo borbonico non solamente ci combatteva colle armi dei suoi sgherri, ma anche mandando nelle nostre provincie gli sprigionati galeotti per divorarvi la pubblica sicurezza. Tali sono, o signori, i fatti di Polizzi, de’ Cavalieri e degli Scribi, dei Greci e dei Latini, fatti che il Governo della dittatura, e l’onorevole Crispi che in quel periodo ne faceva parte, cancellarono colla rigorosa mano della giustizia. A questi fatti che cosa aggiunse il signor deputato di Cittaducale? Aggiunse la cronaca di un giornaletto di Girgenti, stampato in maggio ed ispirato e scritto da un frate del convento di Santo Vito.
E per confortare questi due elementi vi aggiunse la petizione della Camera di commercio di Girgenti, che io una volta in parte riportai a questa Camera, ma la riportai piuttosto come un sintomo, piuttosto come un ragionamento che fa l’ammalato della sua malattia, e che il medico apprezza, ma non istabilisce su di esso né la diagnosi, né il metodo di cura. E poi l’ultimo argomento più incontrastabile che egli credette portare quale fu? Furono alcune parole che io nella tornata del 17 aprile ebbi a profferire in questa Camera, parole che si riferivano alla situazione di Girgenti in aprile, parole che non possono giustificare, e su questo ritornerò, parole che non possono giustificare le misure illegali che sono oggi poste sul terreno della discussione. E lo proverò.
Così l’onorevole Covone edificò il suo romanzo della barbarie in Sicilia, e venne in questa Camera non solo a domandare tolleranza, ma quasi anche l’elogio delle misure delle quali egli diresse la esecuzione.
Io, o signori, vi ripeterò quale era la situazione di Sicilia non in aprile, né in maggio o in giugno, ma al 5 luglio, quando arrivò in Girgenti il deputato Govone. E non ve la dirò colle mie parole, ma con quelle di una autorità, che la Camera, che il Ministero, che il paese deve altamente rispettare, con quelle della prima autorità della provincia di Girgenti.
Leggo le parole pronunciate dal prefetto di Girgenti il 12 ottobre 1868 nell’inaugurazione di quel Consiglio provinciale.
«Erano i primi giorni del mese di giugno. Ciò che accadeva d’intorno a me facevami travedere un raggio di luce a traverso del nebuloso orizzonte della pubblica sicurezza. Ricordo che ve lo annunziai, come lo annunziai al Governo centrale.
«Le mie previsioni furono giuste: l’arresto di alcuni renitenti in Canicattì, la pace di Racalmuto, le operazioni sopra Favara cambiarono, come per incanto, la faccia delle cose, e in modo che renitenti, disertori, e anco ricercati dalla giustizia affluivano da tutte le parti a costituirsi spontanei. Sul finire del giugno la pubblica sicurezza era ristabilita; le raccolte del frumento, per le quali si temevano incendi e rovine, si compivano pacificamente, senza inconvenienti di sorta, e tanto tranquillamente che ne mancano gli esempi; le strade tutte della provincia erano sicure, non mancava che risolvere il problema del come assicurare per l’avvenire quello stato di cose.»
LA PORTA. E il prefetto di Girgenti che parla, come dice l’onorevole Crispi.
«Come ciò avvenne? Io dicea per incanto, ma non diceva esatto, perché, se il troppo depresso spirito pubblico si rianimò, se il timore che era negli animi degli onesti passò nel cuore dei malfattori, se i renitenti e disertori traditi dalle false insinuazioni dei nemici d’Italia, maligni e paurosi, si risolverono di ubbidire alla legge; se il costituirsi spontaneo di costoro squarciò il velo dietro il quale si appiattavano infamemente uomini così detti di libertà; se tutto questo avvenne, l’encomio vada a chi seppe meritarlo.
«Quindi, con la franchezza che si addice a magistrato di libero Governo, che parla a liberi cittadini, dichiaro che il movimento di Canicattì si deve al vostro collega cavaliere Gangitano, maggiore di quella guardia nazionale; che la pace di Racalmuto duratura, perché cementata dalla solidarietà degli atti commessi, si deve all’accortezza con la quale il giudice di mandamento Vaccaro e delegato di pubblica sicurezza Franco, profittando del comune spavento, seppero afferrare l’occasione e incitare alla concordia animi divisi da male intesi puntigli; che le operazioni sopra Favara, felicemente iniziate e fatalmente interrotte, se non ostante diedero ottimi risultati, senza lamento di alcuno, anzi con plauso di tutti, si deve alla saggezza delle disposizioni date dal colonnello Santa Maria, secondato nella esecuzione dagli ufficiali e soldati dei terzo reggimento da lui comandato.
«Nè mentre tributo lode sincera a costoro, intendo deificarli con adulatrici parole.
«No: ad essi la lode dei primi passi, ad essi la lode di avere perseverato in quella via; ma lode anche a tutti coloro che sul nobile esempio si risvegliarono e prestarono concorso materiale o morale al Governo che lo chiedeva da tanto tempo, perché aveva il diritto di chiederlo.
«Dissi che sul finire del giugno la pubblica sicurezza era ristabilita, e solo restava a risolvere sul modo di mantenere quello stato di cose, cioè, ora aggiungo, se continuando sulla via lenta, ma progressiva, già intrapresa, o sì vero con un colpo che d’un tratto tagliasse il nodo e rassicurasse.
«Il problema fu risoluto da un poderoso nerbo di truppa che si versò nella provincia e le di cui operazioni portarono all’arresto di pressoché tutti i disertori, renitenti, evasi, colpiti da mandato di cattura, malfattori noti e notori.
«Gli arresti o le presentazioni furono oltre ogni dire numerosi, e la provincia è tranquilla.
«Si udì qualche lamento contro il rigorismo militare, ma se quel rigore produsse un bene, è carità di patria il tacersi.»
Signori, la carità di patria che imponeva al prefetto di Girgenti di tacere, la stessa carità di patria, a me rappresentante della nazione, impone invece il debito di parlare, a me rappresentante della nazione impone il debito di dire al ministro: le parole del prefetto di Girgenti vi condannano; vi condannano perle misure che avete prese, vi condannano nella difesa che avete fatto, vi condannano nel discorso pronunciato, nell’offesa che avete recato alla provincia di Girgenti ed alla Sicilia.
L’onorevole ministro Della Rovere confessava l’altro ieri che sulla lista dei renitenti si presero degli enormi equivoci, che due terze parti degli annotati come renitenti appartenevano a morti per causa naturale, ad uccisi in battaglia, ovvero a femmine scambiate per uomini.
Signori, se le liste dei renitenti non erano esatte a chi addebitarne la colpa? Io lo domando al regolamento sulla legge organica sulla leva.
«§ 924. Colla scorta delle liste di cui al numero 917, i sindaci apriranno un giornale per iscrivere i renitenti della loro comunità.
«Annoteranno su quel giornale i cambiamenti occorsi nella situazione dei renitenti, cioè l’arresto, la presentazione volontaria, e la loro cancellazione.
«Il giornale sarà conforme al modello numero 94.
«§ 925. Gli intendenti dì provincia si faranno di tratto in tratto comunicare dai sindaci i giornali all’oggetto di assicurarsi della loro regolarità.
«§ 926. Al primo giorno d’ogni anno i sindaci trasmetteranno all’iiitendente della provincia una nota circostanziata dei renitenti che restano da inseguirsi nella loro comunità. In questa nota conforme al modello numero 95, si accennerà non solamente alle diligenze praticate nella ricerca dei renitenti, ma ben anco alle circostanze seguenti:
«3° Se trovisi all’estero; indicando lo stato, la provincia, dipartimento, distretto ed il comune della sua dimora, l’arte che esercita e tutte le altre notizie che potessero facilitare, ove d’uopo, la ricerca del medesimo in quello Stato.
«§ 927. L’intendente farà notificare ai sindaci, mediante il commissario di leva, l’arresto e la presentazione, ecc.
«§ 929. Nei primi 25 giorni d’ogni anno, gl’intendenti faranno compilare e trasmetteranno al ministro della guerra l’elenco nominativo dei renitenti della loro provincia, secondo il modello numero 96.
«Quest’elenco nominativo, compilato in dipendenza delle note somministrate dai sindaci, dovrà indicare le diligenze praticate dalle autorità locali e dai carabinieri reali per ridurre i renitenti all’obbedienza.
«§ 980. L’incarico d’inseguire e d’arrestare i renitenti è specialmente affidato all’arma dei carabinieri reali, nonché agli agenti di pubblica sicurezza.»
Ora, signori, se i sindaci, se i prefetti, se i carabinieri reali che hanno tanti mezzi d’assicurarsi dell’identità delle persone, hanno e devono avere tutte le relazioni necessarie sulla loro esistenza e sulla loro abitazione, e potevano quindi rendere inutile il dramma del metodo usato dal deputato Govone, se questi ufficiali, dipendenti dal Ministero, mancarono al loro dovere, di chi è la colpa? Se il ministro Della Rovere, prima di ordinare la persecuzione rigorosa (e con quei mezzi che lascio alla Camera il qualificare) dei renitenti alla leva, non si curò della. regolarità delle liste, se il ministro Della Rovere permise che per due terze parti, le misure di rigore si aggravassero sopra individui e sopra famiglie che non le meritavano, s’egli anco per questo suo fatto inasprì quelle misure, di chi è la colpa, o signori?
11 regolamento della leva, le confessioni del ministro Della Rovere formano la di lui condanna.
L’onorevole deputato Govone non volle tenere la riserva che tenne il ministro Della Rovere sul fatto del sordomuto nell’ospedale militare di Palermo.
Io forse non ne avrei parlato se egli non me ne avesse dato quest’esempio. Egli, signori, recò tra voi le sue impressioni personali, e della sua buona fede; io di questa non dubito. Egli disse che visitò il sordomuto, le sue piaghe, il registro dell’ospedale, e si convinse che il registro era in regola. Nessuno lo metteva in dubbio, è una excusatio non petita. Disse che le piaghe erano di tal natura, che non si potevano supporre riferibili ad operazioni, o ad altro, ma erano un metodo curativo.
Signori, io non posso parlarvi d’impressioni personali perché ciò, nella qualità di rappresentante della nazione, ciò, mi fu negato.
Io credetti mio debito, quando l’opinione pubblica era commossa, quando in quel paese, che per tanti anni era stato torturato dal dispotismo borbonico, risuonava la terribile parola tortura, io credetti essere mio debito rispondere all’opinione pubblica, che il tempo della tortura era finito, io volli recarmi personalmente all’ospedale militare, vedere il sordomuto, e poiché non comprendo la parola che non è parola, io voleva condurre meco un interprete, voleva condurre meco qualche medico perché io non sono perito nella scienza medica come l’onorevole deputato Govone.
Scrissi al generale Carderina in questo senso, onde trovare eooperazione negli ufficiali dell’ospedale sanitario, poiché la mia missione non era quella di andare ad intentare, a promuovere un processo, ma sibbene quella di distruggere, se era possibile, nell’opinione pubblica, con un mio comunicato, l’imputazione gravissima che non si aggravava solamente sugli ufficiali sanitari dell’ospedale militare, ma che pesava su tutto il regime di un libero Governo, sulla dignità, sulla civiltà d’Italia. Sapete che cosa ha risposto il generale Carderma? Permettete che io vi legga il suo originale riscontro:
«Il fatto del renitente Cappello avendo dato luogo a querela giudiziaria per parte dell’amministrazione dell’ospedale contro l’autore dell’articolo del Precursore relativo al detto Cappello, io sono dispiacente di non poter autorizzare nessun incumbente riguardante tal fatto che non mi sia richiesto dall’autorità giudiziaria.
«Colgo quest’occasione per dichiararmi con tutta stima.»
Signori, questa lettera mi sorprese. Mi sorprese il suo stile, mi sorprese che il generale Carderina non volesse comprendere né la mia missione, né la qualità colla quale io chiedeva di vedere il sordomuto. Ciò nondimeno, interessandomi più il fatto che la forma poco regolare, scrissi al procuratore generale della Corte d’appello di Palermo, e gl’inviai la stessa lettera del generale Carderina.
Se la Camera me lo permette (sono poche parole), leggerò la risposta di quel signor procuratore generale.
«Ella mi ha manifestato che, essendosi diretta al signor generale Carderina per ottenere il permesso di visitare Cappello Antonino in questo ospedale militare, le fu dal medesimo risposto essere all’uopo necessario il mio consentimento. Sul riguardo io conosco solamente per orali informazioni avute dal regio procuratore che pendono due procedimenti: uno iniziato di officio dal prelodato regio procuratore per liquidare quanto a lui si era narrato dal signor Morvillo, cioè che il Cappello era stato crudelmente seviziato in detto stabilimento; l’altro per una querela di calunnia prodotta dal corpo sanitario del succennato ospedale contro il signor Morvillo per la di costui lettera sull’assunto inserita in vari giornali. Ciò premesso, e trattandosi di uno stabilimento militare, io non entro per nulla nella inchiesta da lei diretta al prelodato signor generale. Rimane quindi alla di lui saviezza il determinarsi come crederà più conveniente.
«Mi creda con tutto rispetto.»
Avuta questa lettera, io pensai acchiuderla al generale Carderina, onde persuaderlo dell’equivoco in cui si trovava, e gli ripetei del bisogno m’aveva di penetrare nell’ospedale militare; ma quando io inviai la mia lettera, lo stesso giorno alle 4 pomeridiane, nessuno la volle prendere, poiché si disse: il generale Carderina è partito per Napoli. Io doveva recarmi qui, altro non potei. Però lascio al potere giudiziario, e so che oggi alacremente v’attende, il decidere su questo fatto, il decidere sulla qualità delle piaghe, sulla falsità o sulla verità del registro curativo, di dare quella giustizia che tutta Italia reclama. Però credo che non è d’uopo di aspettare l’esito giudiziario per pronunciare sopra l’operato di quegli ufficiali sanitari e del Ministero.
Ho un elemento indipendente, e sapete qual è. È il regolamento sulla legge organica della leva, quel regolamento stesso che un deputato in questa Camera diceva, e ben diceva, meritare alcune pagine vi scomparissero.
Quel regolamento, nel fatto speciale, si pronunzia nettamente e contro gli ufficiali sanitari, e contro la tolleranza della quale l'ha coverto il signor ministro Della Rovere.
«Art. 58. Avvertenza. La sordità congenita ha per costante risultamento la mutolezza, e dev’essere legalmente comprovata.»
«Oltre a quella dipendente da paralisia della lingua, può ancora la mutolezza essere affatto accidentale di una ferita, dell’atrofia, dell’ipertrofia o di altre lesioni della lingua, nei quali casi è facile l’accertarsene mediante l'ispezione.»
Ed allora il regolamento dispone quello che l’altro giorno sentiste, cioè che si faccia l’osservazione che si possa anco dopo l’osservazione procedere alla notorietà. Ma il regolamento sulla leva distingue i due casi, ed i due metodi di trattamento. Quando si tratta di sordo-mutolezza congenita, di un fatto che nasce coll’uomo, che ha tale pubblicità che non può falsarsi, allora la legge non vuole altro che la prova legale, cioè la prova degli astanti, degli altri padri di famiglia, o l’atto di notorietà.
Ora il signor Restelli, nel suo rapporto pubblicato nel giornale della prefettura di Sicilia, parla di atti di notorietà; ma sapete quando ne parla? Sapete quando li richiede? Il giorno 4 novembre, il giorno in cui faceva il suo rapporto, e quando un giudice e due periti medici si erano recati entro l’ospedale militare per gli atti generici di un reato. Il signor Restelli asserisce che il sindaco non glielo aveva mandato. .
Signori, il sindaco di Palermo come doveva rispondere? «Io sono pronto a farlo, ma il disposto della legge dice che vi deve essere presente la persona su cui deve cadere l’atto di notorietà.
«Inviatemi la persona.»
V’ ha di più. La madre del Cappello.... (Non faccia movimenti il deputato Govone, ma risponda con un diniego se lo può).
Il 9 novembre la madre del Cappello presentavasi al municipio di Palermo domandando un atto di notorietà. L’assessore, signor Alberi, scriveva all’ospedale militare domandando pel giorno 13 novembre nella casa municipale la presenza del sordomuto Cappello, onde passare all’atto di notorietà richiesto dalla di lui madre.
Quale fu, signori, la risposta? La risposta venne dal generale Marini con questa lettera che dice: «Non poter mandare il Cappello perché tuttavia in osservazione all’ospedale militare.»
«Considerando non potersi fare un atto di notorietà senza la presenza del Cappello, e considerando che Cappello Antonio non è presente, delibera non potersi provvedere alla domanda della di lui madre.»
Signori, io non aggiungo altro. La condotta del signor Restelli, il regolamento della legge organica della leva, condannano il di lui operato e l’indifferenza del ministro.
Fella tornata dell’altro ieri il signor ministro Della Rovere, tra i documenti che lesse, si avvantaggiò di uno, che a me fece venire un pensiero sul quale era esitante.
Io possedeva una lettera, ma questa lettera apparteneva ad uno che aveva precedenti liberali in Sicilia, e per questo io credeva la di lui autorità non avesse peso pel signor ministro Della Rovere; ma poiché l’onorevole ministro della guerra lesse una lettera e fece degli elogi ben meritati, non da essa, ma dalla intenzione di chi la scrisse, io sento il dovere di leggervi un’altra lettera della stessa persona, che spiega qual’è in me la ragione di recarla come un’autorità che il ministro non può ricusare.
Parlo di una lettera di Francesco Perrone Paladini, di cui egli, il ministro, ne leggeva ieri un’altra, dandole molto peso.
La leggo perché in essa non si contengono parole, ma vi sono bensì dei fatti.
Palermo, 10 novembre 1863.
«Nell’ultima conversazione avvenuta tra noi, scorsi la tua meraviglia al sentir parlare con caldo linguaggio me che do prova di una temperanza sviluppatasi in ragione diretta degli errori governativi. Sai d’onde questa contraddizione apparente proviene? Proviene da ciò che il cumulo di tali errori è sì grande, gli effetti sono sì disastrosi, il malcontento così generale, l’opinione pubblica così pervertita, che carità di patria mi è parsa, non già scusare o nascondere gli errori, ciò sarebbe colpa, ma non esporli al cospetto del popolo, in modo che le conseguenze si rendan peggiori. Però desidero che i governanti conoscano il frutto delle opere loro, e che su di queste sia chiamato i] giudizio dei rappresentanti la nazione. A tal fine ti narrerò fatti, di cui posso per sicure informazioni assumere la piena responsabilità.»
Signori, forse non vi avrei parlato di questi fatti, ma or è necessità leggerveli, poiché essi mi bisognarono per togliere qualunque peso a. quella lettera di cui credette giovarsi il signor ministro. Io continuo la lettera:
«Non ti parlerò dei deplorabili fatti di Petralia Soprana, son troppo noti; te ne accennerò altri di minore rilievo per le conseguenze, ugualmente deplorabili per il principio.
«Odi:
«A Palazzo Adriano furono tratti in arresto i fratelli Dara, ricchissimi proprietari, come sospetti per furti di abigeato e protezione ai malfattori e renitenti!
Si tentò anche di arrestare un certo Mancuso, loro parente. La Giunta provinciale li dichiarò non colpevoli, dietro di che furono liberati.
«Lo stesso caso avvenne in persona dei fratelli Maccalaio, di Caccamo, uno segretario comunale, l’altro avvocato. Capisci che il deliberato della Giunta è una condanna dell’arresto preventivo. È la legge Pica che condanna la legge Pica.
«In Ganci, il maggiore del 4° di linea, un certo Volpi, venne in contesa col delegato di pubblica sicurezza, un certo Anelli, da cui pretendeva i domicili di taluni bastardi da lui sconosciuti. Non so dirti chi primo trascese alle ingiurie. Questo so di certo che il maggiore fece mettere in arresto il delegato, nell'atto che era insignito della sua sciarpa! Il delegato fu tenuto per tre giorni in prigione, ed ora ha proposto querela contro il maggiore.
«In Geraci, lo stesso Volpi arrestò un tal Bartolo Sciaino, maestro, il quale, avendo dato dell’uva ai soldati che passavano accanto al suo podere, pregava il _ maggiore che gli lasciasse una guardia affin d’impedire che i soldati si servissero con le loro mani. Il maggiore invece arrestò lo Sciaino come calunniatore, lo condusse al paese, lo liberò quando gli sottoscrisse un foglio, nel quale dichiarava non avergli i soldati toccato un sol grappolo d’uva. (Si ride)
Questi sono fatti che se ad alcuni deputati possono muovere le risa, agli altri rappresentanti non le muoveranno di certo.
«Un capitano dello stesso battaglione, in Gerani, pretendeva che la moglie del caffettiere Sauli Del Vecchio gli portasse il caffè; quella si ricusò, egli salì nell’appartamento di lei, con modi bruschi tentò indurla, ma non vi riuscì; per vendetta proibì ad uffiziali e soldati l’entrare in quel caffè.» (Rumori)
Se questi fatti non interessassero la Camera io non li riferirei; ma io credo di doverli esporre, perché interessano tutta l’Italia, ed interessano le deliberazioni che starete per prendere.
«In Cerda, un capitano entra nell’unica locanda, chiede alloggio, gli si apprestano due stanze, non gli piacciono; ne vede una chiusa, l’apre, vi trova due passeggieri; questa è la stanza che mi accomoda, esclama, fatela sgombrare. Così fu fatto; alla domane il capitano si accorse che i lenzuoli del letto erano stati usati, se ne vendicò mettendo in arresto la locandiera.
«In Piana de’ Greci si arresta il sacerdote Ferrara dai carabinieri, si conduce in Palermo come un malfattore, e l’autorità politica dovette liberarlo.
«In Terrasini il tenente colonnello Angelotti fa arrestare cinque donne per far succedere un matrimonio tra il figlio del sindaco, Pietro Palazzolo e la figlia di Vito Bommarito: di poi arresta, asserendo un mandato del giudice che non si è visto, Salvatore Bommarito e lo manda alle prigioni di Palermo.
«In Cinisi si sparge voce che si debbano arrestare un gran numero di persone, talune riescono a mettersi in salvo. Dopo qualche tempo si reca in Cinisi il capitan d’armi Cisati: a lui si presentano alcuni de’ latitanti per mezzo del Pietro Palazzolo, sindaco di Terrasini, il quale si spaccia intercessore presso il generale Serpi, suo amico. Così furono liberati tre fratelli Randazzo, Giambattista Bartolott. a, Giambattista Brusco, Giuseppe Iacopelli e Giacomo Palazzolo. Per contro, Salvatore Lauricella, Stefano Anania e Salvatore Cracchiolo non si permette si presentino, perché una volta diedero ospitalità a’ figli di Vito Bommarito, a cui il Pietro Palazzolo è nemico.
«In Caltavoturo si danno in nota al comandante la colonna mobile per arrestarli sei dei più riputati proprietari del paese. Un certo notaio Quagliano, se non isbaglio, li denunzia. 11 capitano però, uomo di giudizio, domandale prove dell’accusa; il maresciallo dei carabinieri di già aggirato dal Quagliano chiama 21 testimoni, e questi, meno uno che era anche denunziante, attestano il contrario, affermando l’onoratezza dei sei calunniati, tra cui tre della famiglia Cirrito. Se il comandante fosse stato tutt’altro, era un’altra offesa di più alla libertà individuale.
«In Mezzagno i carabinieri arrestano un certo Rosario Romano, perché di partito contrario alla famiglia Chinnici, parente di quel famoso Chinnici capitan d’armi...» Non lascio sfuggire quest’occasione per rammentare al ministro dell'interno, sebbene io non lo veda presente, ch’egli si guardi bene dal far venire da Malta il famoso Giorgio Chinnici, che mi si assicura voler egli restituire alla Sicilia e a Cammarata. Che sappi il signor ministro che la Giunta municipale ha decisamente protestato contro questa probabilità. Il Giorgio Chinnici, ex capitano d’armi del Governo borbonico, era il più famoso torturatore che quel maledetto Governo adoperava in Sicilia.
DI SAN DONATO. Fatelo cavaliere di San Maurizio. Una voce a sinistra. Commendatore.
LA PORTA... e mentre s’istruisce un processo per l’omicidio di Benedetto Chinnici, e non si trovano prove contro il Romano, nemmeno sospetti, i carabinieri rinviano costui alla questura, perché lo avesse messo a disposizione del potere giudiziario.
«Da tutti questi fatti puoi ricavare che brutta arma sia l’arbitrio in Sicilia, ove le ire di partito fervono, e quanto strazio producano le misure eccezionali. Non entro in considerazioni che tu puoi fare meglio che me. «Credimi per la vita «Tuo amico «PERRONE PALADINI.» Questa lettera, o signor ministro, mentre spiega quella che voi avete ieri letta alla Camera, mentre vi spiega com’essa fu inspirata esclusivamente dall’idea di prevenire una catastrofe, che le vostre misure potevano produrre nella città di Palermo, questa lettera non giustifica le vostre illegalità, ma le censura. Quel Francesco Perrone Paladini, che voi elogiaste come autorità a vostra difesa, quello stesso Perrone Paladini, signor ministro, vi condanna.
Il signor deputato Govone ed il ministro Della Rovere prima di lui, parlarono di 68 carabinieri uccisi o feriti in tre anni dal 1861 al 1863 nelle provincie siciliane.
Signori, io deploro quanto essi e pria di loro ho deplorato in questa Camera questi fatti fatalissimi; io deploro che l’arma dei carabinieri, destinata alla tutela delle persone e della proprietà, non sia circondata di quel rispetto e di quel prestigio che è necessario all’uniforme che veste, e ch’è dovuto alla missione sociale che gli è affidata; ma né l’onorevole ministro, né l’onorevole deputato Govone, mentre vi parlarono di questi fatti, seppero, o vollero spiegarvene le ragioni. Ebbene, signori, ve le dirò io, e non colle mie parole, non con asserzioni gratuite, ma con tale autorità, che il signor ministro Della Rovere, la Camera, ed il paese non possono ricusare; ve le dirò con una lettera di un capitano dei carabinieri, di cui tengo l’originale.
È una lettera che un capitano dei carabinieri dirige ad un procuratore del Re in Sicilia.
«Ora io deggio pregarla di un favore per un mio dipendente e porto fiducia di ottenerlo dalla di lei bontà, perché certo non ammetterò nella mia domanda l’assioma troppo giusto ab amico onesta petenda. (Sa di latino il capitano dei carabinieri). Le raccomando dunque l’affare di Casteltermini, in cui il giovine carabiniere Sansone 1° uccideva il povero Fantazzo Giuseppe, scambiandolo per il bandito Licata in atto di fargli fuoco addosso. Fu un mero equivoco, intelligenti panca; io vivo persuaso di tutto il di lei impegno per favorire in questa disgraziosa circostanza, come in qualunque altra, un’arma benemerita che ha quotidianamente la vita a repentaglio pel bene pubblico e che ha sempre trovato sostegno nell’autorità.»
Signori, si trattava di un omicidio che un carabiniere aveva commesso in persona di un innocente, il capitano dei carabinieri lo confessa, si trattava di salvare dal rigore delle leggi un assassino! (Oh ohi) Un uomo che uccide un innocente, signori, è un assassino! (Rumori a destra ed al centro)
LA PORTA. Ringrazio lo scienziato interruttore, e gli rispondo: che quando il capitano dei carabinieri vi dice che fu per iscambio, e lo dice al procuratore del Re con la eloquente frase; intelligenti panca, egli dice il modo col quale vuole regolata e favorita la sua domanda, la impunità di un reato.
CRISPI. E non è il solo!
PRESIDENTE. Prego l’onorevole Crispi a non parlare senza chiedere la parola.
LA PORTA. Io vi ho parlato di questo fatto, o signori, perché voi non lo potete contrastare, mane avrei molti e molti altri da citare.
(Segue un riposo di cinque minuti).
PRESIDENTE. L’onorevole La Porta ha la parola per continuare il suo discorso.
LA PORTA. Il signor ministro Della Rovere, nel quadro col quale tracciava la situazione e la barbarie delle provincie siciliane, faceva spiccare gli odii tra famiglia e famiglia, le lotte municipali colle quali quasi voleva conchiudere sino alle guerre del medio evo.
Egli ha esagerato, positivamente esagerato la situazione. E quella stessa che vi ha, è molto men grave di quella da lui descrittaci. Egli ha dimenticato essere questa frutto di un despotismo, che aveva per massima dividere per imperare. Ma quello che sopratutto ha mancato alla sua antiveggenza si è il narrarci con quai mezzi il libero Governo italiano intende a comporre queste lotte, a comporre queste rivalità tra famiglie. Vi supplirò io, e vi supplirò con una lettera di un funzionario autorevolissimo sopra tutti quelli che ho citato, una lettera del generale Serpi, comandante dei carabinieri in Sicilia; io l’ho in copia legalizzata.
«Corpo dei carabinieri reali. Ispettorato in Sicilia.
«Palermo, 6 agosto 1863.
«Signor D. Vito Bommarito.
«Per un affare importantissimo che riguarda direttamente lei ed i suoi parenti, è necessario che al ricever la presente si rechi in questa da me. Se ritardasse oltre cinque giorni, si potrebbero verificare delle cose disgustose.
«Mi creda e sono
«G. Serpi.»
La lettera sembrerà poco intelligibile; è necessario quindi che io venga alla Camera commentandola, ed accennando i fatti, cui allude, tanto più che l’onorevole Govone li conosce assai bene, e sia a sua lode, che appena li seppe, li ha in molta parte riparati.
Esistevano in Favarotta, paese vicino a Palermo, rivalità fra due famiglie, l’una chiamata dei Bommarito, l’altra dei Palazzolo. Ambedue si rimproveravano assassini. Due processi erano corsi: l’uno in persona del Bommarito finiva e ricominciava per novelle prove offerte dal rivale Palazzolo, che aveva la carica di sindaco.. Nel tempo che Bommarito era in carcere, il Palazzolo prese amicizia col generale Serpi, il quale volendo ingraziarsi l’amico e comporre quelle rivalità con intenzione, che io voglio credere lodevolissima, si propose combinare un matrimonio tra il figlio del Palazzolo e la figlia del Bommarito.
A tal uopo inviò un tal Ignazio Citati, sua persona devota, e comandante dei militi a cavallo, onde persuadere il padre ad indurre la figlia tredicenne per quel matrimonio. Il padre era in carcere, e gli argomenti di cui quell’ambasciatore si servì a persuaderlo furono larghe promesse a nome del generale Serpi di essere liberato dal processo pel matrimonio cui avrebbe consentito. Il padre esitava, ma in vista di liberarsi da un processo che poteva pesargli sulla vita, acconsentì, si trattò, s’impegnò in carcere il matrimonio e la dote.
Dopo alcuni giorni, il giudice, il procuratore regio Butta annullava il processo, il padre della ragazza era scarcerato; ma il matrimonio veniva ad urtare dove non si attendeva, nella volontà della figlia tredicenne.
Allora il Palazzolo ricorse al suo amico, al generale Serpi, onde intercedesse perché il matrimonio si effettuasse.
Fu in quel tempo, fu in quella occasione che il generale Serpi scrisse la lettera che voi sentiste leggere. Presentatosi il Bommarito al generale Serpi, fu da questo aspramente trattato come causa della volontà ostinata della figlia, del rifiuto al matrimonio. I rimproveri soprattutto sapete su che cosa si attenevano? Sull’ingratitudine che egli aveva mostrato al generale Serpi, il quale lo aveva liberato da un processo.
Il padre disse che egli non vi aveva colpa, che non era riuscito ad imporre alla volontà della figlia. Allora il generale Serpi volle che quell’infelice giovinetta tredicenne si fosse recata in Palermo alla di lui presenza.
E questa fu condotta alla sua presenza, ed in sua presenza ebbe il coraggio di rifiutarsi al matrimonio.
Ed il generale a sua volta ebbe il coraggio di ordinare, che fosse rinchiusa nel collegio di Maria alla Magione. E così avvenne.
Intanto arrivavano nella provincia di Palermo le misure militari (notate che in Favarotta non vi erano che quattro renitenti, l’uno dei quali si sapeva da gran tempo rifugiato a Roma, e gli altri tre in lontani paesi). Nonpertanto da Palermo mosse un tenente colonnello con una colonna mobile imponentissima, e circondò il paese di Favarotta.
Signori, chi arrestarono? I renitenti? No, non ve n’erano. Arrestarono sei donne, la madre della ragazza, incinta di otto mesi, e poi la zia e tutte le altre parenti della giovinetta, a forza fidanzata. Poscia il luogotenente colonnello manda a chiamare il giudice di Capaci, il signor Vito di Stefano, e gli dice che lui anche era causa di essere mancato il matrimonio in onta al volere del generale Serpi.
Quel giudice non seppe dir altro senonché: lui come potere giudiziario non intervenire ai matrimoni; ciò dipendere dalla volontà dei parenti.
Allora si escarcerò la madre incinta da otto mesi, ed ebbe a sentire dei rimproveri da queirufficiale a nome del generale Serpi, dal quale aveva mandato di misure terribili, e così spaventavasi quella donna sventurata, che diceva non aver colpa. Il Bommarito fu fatto venire da Palermo e a questo l’ufficiale domandò che la giovinetta figlia fosse tolta dal collegio di Maria, e da Palermo fosse ricondotta in quel paese alla di lui presenza.
Si mandò una Commissione composta della nonna della giovinetta, di un notaio, dello zio, dicendo loro: se non riuscissero nella missione, al ritorno andrebbero in carcere.
Vengono a Palermo; chiedono della giovinetta. Questa comincia a piangere; la superiora del convento nega consegnarla; ma la Commissione temendo d’essere carcerata e d’averne la peggio il padre e la madre della giovinetta, intercedono l’opera del cappellano del monastero presso l’abbadessa, e la ragazza è rilasciata e presentata in Favarotta a quell’ufficiale superiore.
Essa piange, scongiura quell’ufficiale. In questo tempo il generale Govone è avvertito del fatto e, per quanto mi si è assicurato, lodevolmente vi riparò, scrivendo tosto che nessuno degli ufficiali si mischiasse in affari di matrimonio.
Ora, o signori, s’io ho riferito questo, l’ho riferito per dimostrare al signor ministro ed alla Camera quali siano i mezzi morali e civili che si adoperano in Sicilia ad acquetare le rivalità di famiglia.
Volete poi, signori, sapere le conseguenze di questi fatti? Ve le dirò: vi furono due azioni processuali: una del generale Serpi contro un giornale, che il primo pubblicò questi fatti; l’altra del Bommarito per le violenze patite da lui e dalla famiglia contro gli autori e complici d’esse violenze.
Due processi s’iniziarono: quello di Bommarito contro gli autori e complici delle violenze camminava molto lentamente, e poi, venni assicurato dai testimoni che deposero in quel processo, che quando parlavano e dichiaravano qualche cosa del generale Serpi, come era ben naturale, il giudice istruttore diceva, che il generale Serpi non era chiamato nella querela.
Il fatto è, o signori, che quella querela fu già smaltita e troncata, mentre l’altra del generale Serpi contro il giornale che aveva pubblicato questi fatti cammina e procede.
Io, signori, non voglio censurare il magistrato, non devo altro che richiamare alla memoria della Camera alcune parole che l’onorevole ministro dell’interno profferiva entro quest’aula sul generale Serpi nella tornata del 12 giugno. Esse mi spiegano perché quel generale è stato lasciato in Palermo nel momento in cui una querela lo riguardava, e lasciato con una carica che poteva far pressione sull’animo dei magistrati. Poiché, se il capitano dei carabinieri di cui vi ho letto testé una lettera, voleva far pressione sull’animo dei magistrati per un semplice carabiniere, lascio a voi il considerare in qual modo. questa pressione possa farla un generale per lui stesso.
Io non incolpo tutta la magistratura, ma dico che un generale dei carabinieri su qualche magistrato può fare della pressione.
Ma una spiegazione di questo fatto io la trovo nella tornata del 12 giugno, nelle parole che allora ebbe a rispondermi l’onorevole ministro Peruzzi. Eccole:
«Io debbo anzitutto dichiarare all’onorevole deputato La Porta che, se egli vuole muovermi rimprovero, perché il Governo non ha cambiato il comandante di questo corpo in Sicilia, io credo che questo rimprovero sarà da lui fatto per lungo tempo al Governo, imperocché il Governo non ha nessuna intenzione di privarsi degli utili servizi di questo espertissimo ed abilissimo funzionario. Egli è evidente che intorno ad un comandante dei carabinieri non è molto facile che l’onorevole deputato La Porta ed io ci troviamo perfettamente d’accordo.»
Se ciò è avvenuto dietro i fatti che ho citato alla Camera, ciò non farà certo l’elogio del ministro degli interni.
L’onorevole deputato Govone, per giustificare, anche contro di me personalmente, le misure che si adottarono ultimamente in Sicilia, citava alcune mie parole, profferite nella tornata del 17 aprile in questa Camera, e che io rileggo:
«Io credo necessaria (dicevo io in quella tornata), credo necessaria la persecuzione incessante colla forza armata contro queste bande, contro tutti questi latitanti, unico rimedio perché questi che attualmente non sono briganti, ma che il possono divenire, fossero distrutti, ed un brigantaggio non avvenga in Sicilia.
«Io credo difficile il brigantaggio in Sicilia, ma se dal Governo non si ripara per tempo ne avremo a temere serie conseguenze.»
Sì, o signori, io ho la convinzione di aver detto bene. Il 17 aprile, in quella situazione alla quale io accennava, quando vi erano delle bande armate che infestavano la sicurezza pubblica in Girgenti, se la persecuzione incessante della forza armata contro esse si fosse applicata, creda il deputato Govone, creda la Camera, che nessun rimprovero oggi le verrebbe da questi banchi, né da altri, poiché la persecuzione incessante della forza armata, secondo la legge, da nessuno poteva essere deplorata. Ma io non diceva che la persecuzione della forza armata dovesse farsi con misure illegali.
Io non l’ho detto in quella tornata, non l’ho detto in altre, né lo dirò giammai.
Ma la situazione di aprile, signori, era quella del 5 luglio? Io ve l’ho detto qual era la situazione del 5 luglio, nell’epoca in cui vi giunse il generale Govone, ve l’ho detto colle parole del prefetto di Girgenti.
Debbo rammentare alla Camera, che nella tornata del 12 giugno, e lo rammento anche all’onorevole deputato Govone, io venni qui ad interpellare, a proposito dell'interpellanza dell’onorevole D’Ondes-Reggio, il ministro dell’interno sulle condizioni della pubblica sicurezza di Girgenti e della Sicilia. Allora io proposi dei rimedi pratici, proposi che i prefetti si mettessero in giro per le loro provincie, e le guardie nazionali si mobilizzassero, che si facesse largo appello alla gente onesta e liberale del paese.
Domandai ancora che s’inviassero delle forze militari sufficienti ad affiancare l’iniziativa dell’autorità civile; e qui, o signori, debbo una franca confessione in favore del ministro dell’interno. Egli non mancò di adoperarsi con tutto zelo a fornire la prefettura di Girgenti di mezzi, d’istruzioni, d’ordini perché prendesse una splendida iniziativa sufficiente alla situazione in cui allora si trovava quella provincia.
Io rammento che per dispaccio telegrafico l’onorevole ministro Peruzzi ordinava la formazione d’uno squadrone di guardia nazionale mobile a cavallo, del quale molti cittadini generosi aveano domandato di fare parte; e quello squadrone di guardia nazionale a cavallo, e la guardia nazionale' mobilizzata, e l’opera del prefetto, e l’operosa cooperazione del colonnello Santa Maria e quella disciplinata e infaticabile del 3° reggimento fanteria da lui comandato, operarono quello che vi dissi colle parole del prefetto di Girgenti, operarono nel mese di giugno il ristabilimento della sicurezza pubblica in quella provincia, il ristabilimento del principio d’autorità. Si ristabilì la pubplica confidenza, e, quello che tante volte sì è lamentato in questa Camera, la cooperazione attiva, con abnegazione, con islancio, con patriottismo, dell’elemento cittadino del paese. Più di 200 renitenti eransi presentati spontaneamente, accompagnati dall’entusiasmo patriottico e dalle feste cittadine.
Ecco qual era la situazione ài 5 luglio quando vi arrivò il generale Govone. Quali furono le sue operazioni, in non dirò. Deploro anzi, o signori, che la discussione sia venuta in un terreno, pel quale non è solamente un Gabinetto ebe può ricavarne condanna e disdoro, ma l’intero regime di libertà, gli stessi principii di civiltà e di umanità che onorano tutta la nazione che noi rappresentiamo. Io avrei desiderato piuttosto di perdere un elemento di opposizione contro il Ministero, anziché averne uno che mi fa dolore adoperarlo.
Io avrei molti documenti a leggere, ma non li leggo; solamente debbo ricordare al signor ministro Della Rovere, che, quando avvennero le operazioni in Favara, dopo il 5 luglio, quando vi giunse l’onorevole Govone, non fu solamente un cittadino, il signor Vincenzo Mendolìa, da Favara, che domandava di uscire da quel paese, ma fu il sindaco di Favara che diresse un telegramma da Girgenti al signor ministro dell’interno, in cui diceva che erano varii giorni che nessuno poteva uscire dal paese, che il paese era affamato, che i lavoranti, che vivono di lavoro giornaliero, ne mancavano, e mancavano di pane, che i proprietari che in quel tempo avevano in fusione lo zolfo nelle caldaie, erano esposti a vederlo bruciato e a perdere molte migliaia di lire.
Questo dispaccio, signori, l’ebbi anch’io e lo presentai al presidente del Consiglio e all’onorevole ministro Peruzzi e loro domandai che si fosse provveduto e che si provvedesse perché queste misure non si rinnovassero in altri luoghi.
Mi rammento anzi che era in compagnia dell’onorevole Mordini quando feci loro leggere quel telegramma.
L’ufficiale superiore che dirigeva quelle misure presentavasi al sindaco di Favara, domandandogli un certificato della condotta delle truppe. Il sindaco non voleva rilasciarlo, ed arrivò a dire che non aveva nemmeno il braccio fermo, né la mente per compiere, scrivere il certificato; in modo che esso fu composto e scritto da altri, e il sindaco lo firmò. E il domani quel sindaco protestò per la violenza ricevuta e si dimise.
Questo è per rettificare un fatto che riguarda il mio collegio elettorale.
Ora vengo ai risultati, poiché non solamente si volle giustificare le misure adottate in Sicilia, esagerandone, falsificandone la situazione, ma anche esagerando i risultati ottenuti.
Ebbene, signori, quali furono questi risultati? Voi arrestaste parte dei renitenti o poca parte in confronto della totale cifra ohe confessaste esistere. Ma voi per eseguire la legge sulla leva con mezzi che la legge non autorizzava, avete violate molte altre leggi. Avete violate le leggi fondamentali dello Stato, che assicurano la libertà individuale, avete violate le leggi che assicurano la libertà, la dignità dei rappresentanti dei municipi; voi con quelle misure avete esautorata l’autorità civile.
Voi avete distrutto quella splendida iniziativa che dalla provincia di Girgenti e dal prefetto di Girgenti poteva spargersi per tutta l’isola e darvi migliori risultati di quelli che voi avete ottenuto, e senza le misure che voi avete adottato'. Voi per fare eseguire una sola legge, quella sulla leva, voi avete distrutto il prestigio di questa legge e di tutte le altre, facendole tutte riposare sulla forza materiale. Se questo è un ottimo risultato, se esso pub giustificarvi, ne lascio il giudizio alla Camera e al paese. Io non dirò che voi, pria della legge del 15 agosto, pria della legge Pica, la quale sì volle incostituzionalmente nell’articolo 5 applicare in Sicilia, io non dirò che nel mese di luglio, pria che essa fosse notata e pubblicata, voi arrestaste individui per la qualifica di malviventi, cioè di sospetti, io non parlerò di questo; io vi dirò: se voi avete migliorata la sicurezza pubblica, voi l’avete migliorata collo stato d’assedio, che sotto la passata amministrazione fu sperimentato disgraziatamente in Sicilia.
Ma quale fu questo preteso miglioramento, io credo che l’abbia detto ieri il deputato Govone. Il deputato di Cittaducale diceva che il miglioramento è passeggierò, ed anch’io ripeterò a mia volta: il deputato di Cittaducale diceva benissimo. Esso sarà come fu passeggero sotto lo stato d’assedio imposto dalla cessata amministrazione in Sicilia, che anzi la recrudescenza si manifestò allora e si manifesterà ora con maggiore energia.
Le misure eccezionali e l’arbitrio delle autorità non assicurano la sicurezza pubblica, la pubblica moralità, perché al contrario generano coll’esempio reazione di immoralità e di reati.
E ciò è ben naturale, poiché la sicurezza pubblica, ottenuta dalla forza materiale, non ha base risoluta se non in quella forza che l’ha ottenuta, e dal momento che quella forza si allontana, voi ne vedrete le conseguenze dinamiche nella pubblica sicurezza.
Signori, la forza materiale non è un sistema di Governo, o almeno se lo è, lo è dei Governi che niente hanno di omogeneo col nostro, lo è dei Governi sui quali la storia ha sentenziato, sui quali pesa la maledizione delle popolazioni che li rovesciarono. Essi non esistono più in Italia; le provineie italiane si composero in nazione pel regime ci libertà, e senza libertà è impossibile l’unità nazionale.
lo, signori, ho già detto altra volta, e ripeto oggi qui, che se altro non avessi a censurare nelle misure militari, mi basterebbe, come ho detto fuori di questa Camera, ed oggi ripeto, mi basterebbe l’abuso che si è fatto della missione del soldato italiano in servizi, che non erano ad esso attribuiti.
Io ho detto che quell’abuso ha cimentato positivamente in Sicilia la simpatia cittadina che deve in ogni provincia d’Italia circondare la gloriosa divisa del soldato italiano.
Ho detto, che la missione dell’esercito era stata pervertita, e non ho detto troppo; e non sono in contraddizione con quello che diceva il 17 aprile, quando vi parlava delle bande armate in Girgenti.
Quando si tratta di combattere un nemico pubblico armato, vi ha missione pel soldato italiano; ma quando si tratta di arrestare malviventi entro le mura di una città, questo è ufficio di carabinieri e delle guardie di pubblica sicurezza; ed ove mai fosse necessario in loro aiuto l’uso della forza militare, essa deve essere posta sotto gli ordini dell’autorità civile, la quale allora ne assume la responsabilità e le conseguenze nella pubblica opinione.
Credo che il rispetto dovuto all’esercito italiano, ch’è il desiderio di tante generazioni, il rispetto agli Italiani riuniti sotto una bandiera, dovrebbe imporre maggior riguardo al ministro della guerra.
Signori, ho poco da aggiungere.
Ho detto, e credo averlo dimostrato con prove irrecusabili, che la situazione delle provineie siciliano non è quale la dipingevano il ministro della guerra e il deputato Govone; ho detto che le misure che ivi si adottarono non sono giustificate dal bisogno, e che anzi ivi distrussero l’iniziativa che l’autorità civile aveva assunto; ho detto che i risultati che si sono ottenuti non sono nemmeno un miglioramento passeggierò, come dichiarava il deputato Govone. Dico che la situazione della Sicilia è quella che vi ho provato con documenti che dovete riconoscere esatti. Ma ancorché la situazione e i risultati fossero stati quelli che. avete enunciati nei vostri documenti, nei vostri discorsi, voi, signori ministri, dimenticaste d’essere ministri di un Governo costituzionale, dimenticaste che voi, parte del potere esecutivo, non avete facoltà di fare eccezioni alla legge, di violarla. Se la Sicilia era quele voi, per malaugurato metodo di difesa, veniste a dirci, se la legge sui renitenti non vi bastava, voi dovevate ricordarvi che in luglio la Camera legislativa e il Senato duravano convocate, voi dovevate sapere che oggi in Italia non è un ministro o un soldato che fa le leggi, ma il Parlamento italiano.
Signori, in una Camera legislativa la sentenza non può essere dubbia contro un ministro costituzionale che ha violato lo Statuto. Non è questione delle provineie siciliane, signori, vi prego di dimenticarvi in questo momento che sono nato in Sicilia e che sono stato eletto a Girgenti; la questione che io vi presento è ben più alta di quella che si riferisce ad una provincia offesa e malmenata. E questione della libertà e dell’unità nazionale. Il vostro voto deve dire all’Italia e all’Europa: se un ministro può impunemente violare la legge, se in Italia regna lo Statuto oppure l’arbitrio.
Voi giudicate. (Segni di approvatone a sinistra e applausi da una tribuna a sinistra)
BRUNO. E malagevole, o signori, il prendere parte ad una discussione in cui sono impegnate delle passioni e delle nobili passioni, e dall’altro canto è impegnata la giustizia, quando le forme rappresentative sono state altamente violate dal Ministero.
Allorché voi saliste al potere, signori ministri, vi siete saliti perché il commendatore Rattazzi avendo applicato delle leggi eccezionali, ed invece di presentarsi alla Camera a domandare l’assoluzione di quanto avea fatto, ha aspettato che venisse qui accusato su quel banco che voi ora occupate.
Invano il commendatore Rattazzi vi rispondeva: ho salvato il paese. Noi e voi allora fummo inesorabili. Ministri, ora rispondete come Rattazzi e come lui non vi siete presentati per giustificarvi a tempo opportuno.
In conseguenza io vi domando, o signori, se l’accusa che avete fatta al commendatore Rattazzi non dovete rivolgerla a voi stessi!
La questione, o signori, non può essere decisa che contro voi e gli uomini, o signori, che hanno votato contro il commendatore Rattazzi, e se lo combatterono come feci io, devono votare contro di voi, signori ministri, e contro la illegalità del procedimento ehe avete impiegato.
Quest’illegalità, che con franco linguaggio il generale Govone vi ha confessato, non può essere messa in dubbio. Egli vi ha detto: noi abbiamo sorpassato la legge, ma ne abbiamo ottenuto un grande risultato, giudicateci.
Se queste parole del deputato Govone fossero state dal Ministero comprese, ed all’apertura del Parlamento italiano egli fosse venuto qui a dirci: signori, le condizioni della Sicilia, gl’interessi dell’armata mi obbligarono ad adottare misure eccezionali, io per il primo vi avrei assolto, perché anch’io conosco la grandezza dell’armata e in virtù dei risultati ottenuti gl’inconvenienti che, adir vero, furono minori di" quelli che le leggi eccezionali stesse potevano introdurre; ma ciò non fu fatto e la responsabilità dei ministri rimane intieramente compromessa.
Il commendatore Rattazzi interpellato, come presidente del Consiglio, dall’onorevole Briganti-Bellini sulle misure applicate nelle Marche e nell’Umbria, per i piantoni che si mettevano nelle case dei renitenti, così rispondeva:
«Io riconosco l’illegalità di quelle misure, e ho dato ordine severo perebè non siano rinnovate, e come presidente del Consiglio dichiaro che quando anche si trattasse di ottenere risultati favorevoli con queste misure, poiché sono contraddette dalla legge, è mio compito di rinnegarle.»
Signori ministri, voi che avete accusato il commendatore Rattazzi di arbitrio...
PATERNOSTRO. Sono altri tempi!
BRUNO. Voi che lo avete accusato di violenza, vi siete dunque impossessato d’un sistema condannato come contrario alle leggi e allo Statuto, e quasiché ciò non bastasse per coprirvi della colpa che ricade sopra di voi, signori, avete lanciato un’accusa che riflette il presente e l’avvenire della Sicilia.
Io mi aspetto che l’onorevole ministro Amari, l’illustre storico siciliano, assai più competente di me, vorrà trovar modo di farvi comprendere che in Sicilia non vi fu mai epoca di vero barbarismo! Signori, non volendo eccitare passioni perché già lo sono troppo, rinunzio a descrivere nuovi fatti che commuovono.
Ma io vi domando, o signori ministri, se in Sicilia lo stato non era regolare, era colpa forse dei Siciliani?
Sono tre anni che noi veniamo reclamando sicurezza e da questi e da quei banchi della Camera, ed io debbo dire, ad onore del vero, che l’onorevole deputato Crispi soventi ha fatto sonare alta la sua voce in questo recinto in favore della pubblica sicurezza compromessa (non parlo di me, o signori ministri) alla quale non avete mai provveduto e non avete provveduto perché le leggi normali non le avete fatte mai rispettare.
E quando da tre anni, o signori, si è lasciato sfrenato l’arbitrio, quando voi non avete posto in esecuzione la legge di garanzia ai cittadini, voi un bel giorno scossi dalla tempesta, venite alla Camera a giustificare il fatto vostro dicendo: signori, sapete mai perché noi abbiamo applicato quella legge? Perché in Sicilia gli omicidi sono molti, perché i furti sono alla giornata. Signori, sono sorpreso che l’onorevole ministro dell’interno ieri rideva con grande compiacenza, quando il ministro della guerra riferiva quei fatti che condannavano completamente la sua amministrazione. Lo sappia: il generale Govone, a suo onore, portava un documento che condannava perfettamente il ministro dell’interno, perché coi fatti esposti non altro svelava che la sua incapacità.
Del resto, non è stato il commendatore Ubalbino Peruzzi che ha pronunziato in questa Camera le seguenti parole?
«Lo stato d’assedio, o signori, non può a meno di avere esso pure prodotto un qualche peggioramento nelle condizioni dell’isola.»
Come mai è avvenuto che il commendatore Peruzzi che riconosce lo stato d’assedio aver peggiorato le condizioni dell’isola, dopo un mese, applica e lascia che altri applichino leggi eccezionali? Io ne vorrei e ne amo una spiegazione.
Ma v’è un’altra osservazione, signor Peruzzi, in risposta alle interpellanze del deputato La Porta. Leggo le sue parole: «Nella massima parte dell’isola, ei disse, le condizioni della sicurezza pubblica sono grandemente migliorate. Dai rapporti officiali e confidenziali che io ricevo, ho dovuto convincermi che per le condizioni della pubblica sicurezza la più gran parte della Sicilia, le provincie di Palermo, Catania Messina, Caltanissetta non sono da annoverarsi fra le peggiori del regno.» (Si aspettava dunque che le misure eccezionali si sarebbero applicate ad altre provincie italiane, e senza permesso del potere legislativo).
«Le provincie di Trapani e Siracusa, continuava il ministro, sebbene in grado inferiore, si trovano pur tuttavia assai soddisfacenti.»
L’onorevole guardasigilli in altra occasione diceva che l’andamento della giustizia camminava perfettamente, che i reati erano minori nella quantità che in altre epoche anteriori alla rivoluzione, ed ai fatti che noi opponevamo in contrario il Ministero rispondeva con un rifiuto, e la Camera non accoglieva la nostra proposta.
Ebbene, dopo tre anni che noi veniamo qui a domandarvi provvedimenti per la sicurezza pubblica, e dopo tre anni di continui rifiuti, voi che siete stati sempre per tutti i ministri, voi che da deputati e ministri appartenevate all’antica e alla presente maggioranza, venite qui a buttare un marchio d’ignominia su quell’isola? E dopo ciò credete voi, signori ministri, di non avere scalzato il Governo più di quello che l’onorevole D’Ondes-Reggio, come voi fate spargere voce, non fece? (Movimenti) Rappresentando voi il Governo italiano all’estero, credete avergli dato forza annunziando che una parte d’Italia si trova in condizioni deplorabili e di barbarie? Vi è stata in voi carità cittadina? Foste, credetemi, acciecati davvero quando pronunziaste simili parole!
Vede bene l’onorevole Peruzzi che io non tratto una questione di fatti parziali, tratto una questione di principii. Che se in Sicilia vi ha dello scontento, non vi ha detto l’onorevole ministro Peruzzi, facendo plauso a talune interpellanze, che in Sicilia bisognava riparare con provvedimenti amministrativi, della cui necessità ed urgenza egli era pienamente convinto? Ha egli dati questi provvedimenti il Ministero? Ha egli mai dato sfogo alle lagnanze di quell’isola, non perché Sicilia, ma come dell’ultima parte dell’Italia?
Sono davvero dolente che l’inchiesta parlamentare proposta dall’onorevole D’Ondes-Reggio non possa aver luogo dopo i fatti accertati dal ministro, perché l’inchiesta avrebbe fatto riconoscere lo sgoverno che esercitate. Avreste trovato che funzionari spediti da voi, da voi accarezzati, hanno comandato pubblicamente ai loro dipendenti di andare a schiaffeggiare nelle pubbliche strade pacifici cittadini.... (Rumori a destra), ed avere l’arroganza di confessarlo davanti ad un tribunale, come potete verificare quando vi piaccia di fare in proposito un’inchiesta, Per ora ne garantisco l’esattezza.
E credete voi con funzionari di questo genere, con funzionari conosciuti pubblicamente come calunniatori, di aver acquistato credito al Governo, diritto alla stima della Sicilia?
«Chi guarda al Napoletano vi osserva un malcontento diffuso: i più ne sono attristati, pochi ne gioiscono.
«Io credo, o signori, che se un uomo di Stato s’inchinasse verso le popolazioni napoletane, come un me' dico sul letto dell’infermo per esplorarne i dolori, egli udirebbe queste voci: noi ci sentiamo feriti, noi ci sentiamo umiliati.
«Il principale errore del Governo è stato quello di non farsi intendere da quelle popolazioni. La sua voce non è stata né chiara, né aperta, ed anco oggi s’ignora colà cosa vogliasi dal Governo.»
Vorrà l'onorevole Pisanelli ministro disconoscere in noi gli stessi sentimenti sentiti dai suoi concittadini? Noi credo.
E potete voi disconvenire che le popolazioni siciliane dal modo con che vennero trattate non dicano ancor esse: noi ci sentiamo feriti, noi ci sentiamo umiliati?
Io credo che la Camera farà giustizia. Fedele alla mia promessa non sono disceso a particolarità, sto nella sfera dei principii. Un fatto illegale sussiste; il Ministero applicò alla Sicilia leggi eccezionali senza autorizzazione preventiva del potere legislativo. Riaperta la Camera non venne a domandare la sanzione de’ suoi atti: a termini dello Statuto, esso ha violato la legge. È questione di principii.
Esclusa la convenienza politica rimane il fatto legale. Le dichiarazioni di un presidente del Consiglio che non può essere sospetto come uomo che voglia scalzare il potere, vi condannano.
Voi siete venuti qui in agosto a domandare delle leggi per la leva; perché non parlaste con franchezza? Voi, lo ripeto sempre, apertosi il Parlamento, non siete venuti a discolparvi su ciò che avete fatto, il torto è per voi e vi censuro. L’onorevole ministro della guerra (mi si permetta) con una stizza proveniente forse dalla sofferta malattia (Ohi ohi!) (vedono che non parlo in senso cattivo), il ministro è venuto, per insinuare sentimenti sfavorevoli, a parlare di 26, 000 renitenti, cifra erronea del tutto, cifra che comprende i morti, i nomi sbagliati, le donne, senza avvedersi che dalle operazioni militari eseguite saremmo ben lungi di riposare tranquilli, perché rientrati da 5 ad 8 mila renitenti nell’esercito, rimarrebbe ancora latitante la vistosa cifra di 18, 000 renitenti. Signori, la condotta del
Ministero deve essere giudicata sulle misure prese, e che si propone di prendere quando che gli piace (senza brigarsi del Parlamento) e su qualunque luogo egli crede: questa condotta io la condanno, e perciò propongo netto un voto di sfiducia al Ministero. (Bene! a sinistra)
(Segni di attenzione)
PERUZZI, ministro per l’interno. Prima di tutto chiedo permesso alla Camera, avanti di rispondere agli onorevoli oratori che mi hanno preceduto, di rimediare per quanto posso alla omissione da me commessa poco fa, per essermi assentato un istante, mentre l’onorevole La Porta parlava; perlocché non ho potuto rispondere quando egli ha asserito che un tale Chinisci stava per rientrare in Sicilia, e qualcuno, che credo sia l’onorevole deputato Cordova, ha soggiunto: è già rientrato; ed altri hanno anche detto che il Ministero stava per dargli la decorazione dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Su questo proposito, o signori, mi si permetta di leggere alcune corrispondenze che si sono scambiate intorno a quest’individuo. Poiché ogni giorno siamo accusati di proteggere i borbonici e di perseguitare i liberali, la Camera vedrà, or che me se ne porge il destro, quali sieno i sentimenti del Ministero in proposito.
Essendomi dal ministro degli affari esteri stata trasmessa nella primavera scorsa (credo nel maggio o nel giugno) una domanda presentata dal signor Giorgio Chinisci e da un tale signor Gaetano Sgarlata (Una voce a sinistra: Ahi!) che dimoravano in Malta fin dal 1860, diretta ad ottenere il rimpatrio in Sicilia, il Ministero, come era suo dovere, scrisse al prefetto per avere informazioni; ed il prefetto rispose, com’era naturalissimo, che essendo questi due stati celebri fautori e cooperatori di Maniscalco e degli altri poliziotti borbonici, ed avendo preso parte anche a dei fatti molto gravi, credo nel convento della Gancia, non era conveniente farli rientrare.
Non istarò a leggere l’informazione che sarebbe lunga ed inutile affatto, come non leggerò la risposta naturalmente negativa che fu fatta al ministro degli esteri.
Al prefetto di Palermo fu scritto in questi sensi il 5 di agosto:
«Ringraziando la S. V. dei ragguagli procuratigli colle note 24 e 25 percorso mese di luglio, n° 2517 e 2552, in ordine ai nominati Giorgio Chinisci e Gaetano Sgarlata, il sottoscritto lo prega di provvedere d’accordo col signor procuratore generale del Re perché sia iniziato un procedimento contro detti individui per gli abusi di potere e le infamie da loro commesse, reati i questi dei quali certamente non riescirà malagevole alla S. V. di raccogliere le prove.»
Nel 31 ottobre il signor generale Serpi scriveva: «Corre voce che il Governo intenda permettere il rimpatrio dell’ex-capitano d’arme Chinisci. Costui è troppo conosciuto per le sevizie usate sotto il caduto Governo; simile diceria ha allarmato i buoni cittadini affezionati all’attuale ordine di cose Se ciò fosse sarebbe forse opportuno nell’interesse della pubblica sicurezza, che il Governo sopprassedesse da quel provvedimento.»
i In riscontro al foglio del 31 precorso mese di ottobre, n° 355, divisione 3% protocollo del segretariato, il sottoscritto si fa pregio di assicurare la S. A7, essere destituita affatto di fondamento la notizia che il Governo dal Re intenda di permettere il rimpatrio dell’ex-capitano d’arme Giorgio Chinisci.» Queste voci che si fanno spargere dagli oppositori per poi trarne arma per attaccare il Governo sono frequentissime disgraziatamente in ispecie nelle provincie meridionali; dove, come ho detto altra volta, il popolo è assai più inchinevole a credere, più impressionabile di quello che lo sia in altre provincie... (Mormorio a sinistra)
«In esito alla riverita ministeriale del 5 agosto, numero 5576, colla quale l’E. V. interessava questa prefettura di raccogliere degli elementi atti ad iniziare procedimento penale contro gl’individui al margine segnati, che sono Gaetano Sgarlata e Chinisci Giorgio, residenti in Malta, il sottoscritto, insieme al signor procuratore del Re nulla omise per la ricerca dei voluti elementi, e dalle praticate indagini risultarono vere le infamie ai medesimi addebitate, e vennero sotto ogni rapporto qualificati tristi, specialmente nel periodo dei primordi della rivoluzione, e precisamente nel movimento del 4 aprile 1860; che eglino nella loro qualità; di seguaci del ferocissimo Maniscalco fra i primi penei trarono nel convento della Gancia appena l’artiglieria aveva fatta una breccia, e colà vi rubarono quanto di più ricco e sacro capitava loro nelle mani.
«Però, abbenché tali cose siano note all’universale, pure riuscì impossibile tanto al signor procuratore presso la Corte d’appello, quanto al sottoscritto di avere delle prove da poter produrre in giudizio, giacché alcuno non intende firmare delle dichiarazioni in proposito, e tutti credono che l’autorità possa o debba avere sufficienti elementi per apprendere e provare queste verità.
«Il predetto signor procuratore del Re in ultimo fa osservare che è da por mente anche al generale decreto d’amnistia del 17 ottobre 1860 (decreto che non è stato firmato dai ministri attuali, dai moderati che fanno tanto male alla Sicilia); il quale metterebbe degli inciampi e renderebbe più difficile un procedimento formale e più dubbio il successo del medesimo.
«Premesse tali considerazioni il sottoscritto non fa che sottomettere il tutto all’alta intelligenza della E. V.,» ecc.
A questo fu risposto nel 5 novembre:
«Dalla nota della Signoria vostra del 20 precorso mese di ottobre, numero 3928, il Ministero ha rilevato con rincrescimento che non si fece ancora un regolare processo contro i nominati Gaetano Sgarlata e Giorgio Chinisei, per non essersi potuto rinvenire chi firmasse dichiarazioni a loro carico, quantunque gli abusi di potere, le infamie da loro commesse siano note all’universale. Allo stato delle cose sembra quanto meno che convenga tenerli lontano di costà, ed il mezzo che allo avviso dello scrivente torna più acconcio per raggiungere lo scopo sarebbe quello che dall’autorità giudiziaria sì rilasciasse contro dei medesimi regolare mandato di cattura. Favorisca pertanto la S. V. di tener proposito della cosa a cotesto signor procuratore del Re, riferendo poscia sulla determinazione che il medesimo sarà per suggerire in proposito.»
La Camera vede che il Ministero non è molto tenero per questi signori, che lo spargere la voce che il Ministero intenda farli ritornare o che li abbia già fatti ritornare, o che li voglia far cavalieri (Ilarità) è uno di quegli atti che posso con fiducia abbandonare al giudizio della Camera e del paese.
Solamente osserverò a questo proposito, prima di entrare nell’argomento per il quale ho preso la parola, che questi signori Chinisci e Sgarlata oggi stanno lontani dal paese, senzaché in fondo il Governo abbia facoltà fondate sulla legge per impedire il loro ritorno. È una misura di pubblica sicurezza che noi prendiamo sopra la nostra risponsabilità, e che l’opinione pubblica del paese approva; ma è indubitato che per difetto dei documenti che esistevano negli archivi, dei quali molti sono stati bruciati, e per difetto di volontà in quelli chiamati a firmare le dichiarazioni e prestarsi alle ricerche dell’autorità, il procedimento giudiziario troverà moltissime difficoltà.
Ora, signori, permettete che innanzi di addentrarmi nella discussione, la quale ha prodotto così penose impressioni, sia per le cose dette dall’onorevole D’Ondes e per la forma che ha creduto prescegliere per esporre i suoi pensieri, sia pei fatti che si sono dovuti rivelare ad esplicazione e giustificazione delle gravi misure delle quali il Governo ha assunto la risponsabilità, soffrite, o signori, che ci confortiamo un momento rivolgendo uno sguardo sulla rivoluzione siciliana del 1848. (Movimenti)
Non si spaventino, verrò presto ai tempi attuali; ma io non posso a meno di rammentare come con esempio singolarissimo il popolo siciliano intimasse ai suoi oppressori di sgombrare dall’isola per il giorno 12 gennaio, e come nel giorno 12 gennaio quel popolo glorioso si levasse come un sol uomo, e si liberasse da un’oppressione che fra le dure era certamente durissima. Ebbene, o signori, quel movimento del popolo palermitano, seguito da tutto il popolo della Sicilia, non fu sterile per l’Italia: imperocché mentre le varie popolazioni delle diverse parti della Penisola da oltre 18 mesi si travagliavano per istrappare l’una dopo le altre ai loro governanti delle riforme e delle istituzioni, ché altra guarentigia non avevano se non quella della buona fede dei principi, della quale poi tutti, tranne uno, mostrarono col fatto quanto fossero provvisti; d’allora in poi quella scintilla, sórta ai piedi dell’Etna si propagò in un baleno per tutta l’Italia, ed un mese dopo tutti gli Stati italiani erano costituzionali, due mesi dopo tutti gli Stati d’Europa, tranne la Russia, erano costituzionali.
E come mai, o signori, quella rivoluzione la quale nei suoi primordi produsse così portentosi effetti, come mai quella rivoluzione la quale fu guidata da uomini egregi, tanto sapienti nei consigli, quanto perseveranti nell’operare per la libertà e per l’indipendenza, uomini che noi ammiriamo adesso, e di cui abbiamo ammirato da vari anni la virtù e nei Consigli della Corona, e nell’uno e nell’altro ramo del Parlamento, e nelle più alte funzioni amministrative e giudiziarie; come mai, o signori, questa rivoluzione così egregiamente guidata, così valorosamente iniziata da quel popolo generoso, produsse poi così pochi frutti e così miseramente fu tratta in rovina?
Signori, io l’ho udito molte volte dalla bocca di Siciliani, e l’ho trovato in memorie scritte da Siciliani: le principali cagioni furono la mancanza di soldati, la mancanza di sicurezza pubblica. Nè il Governo dell’isola mancò a’ suoi doveri, imperocché per far soldati egli chiamò dei generali italiani e stranieri veterani della libertà. Egli fece dei decreti, fece delle leggi, fece degli eccitamenti. Eppure, signori, ciò malgrado non fu possibile riunire un esercito, ed i patrioti siciliani lo hanno vivamente deplorato.
«All’alba del dì 7 maggio (dice La Farina) bande di popolani armati, senz’ordine, senza capi, e solo sostenute dal battaglione francese e da un mezzo squadrone di cavalleria, ricostituitosi con alcuni soldati ritornati spontanei alle bandiere, al grido di guerra assalivano vigorosamente gli avamposti napoletani. Non v’era chi provvedesse ai viveri, alle munizioni, alle ambulanze; era guida il proprio ardire, sprone l’odio de’ Borboni, speranza, non la vittoria, ma l’onore.»
E a proposito della pubblica sicurezza io non mi attenterò, signori, di fare un quadro che disgraziatamente non potrebbe avere maggior verità di quello che abbia quello fatto in questa Camera dagli onorevoli deputati, i quali furono valorosi attori in quel dramma nazionale.
L’onorevole deputato Crispi nel 1862, quando si discuteva la legge sugli amnistiati di Sicilia, diceva:
«Signori, la rivoluzione del 1848 ebbe a perdersi in Sicilia in conseguenza delle nefande opere dei galeotti che vi turbavano l’ordine pubblico. Prima chele truppe borboniche rientrassero in Palermo, i proprietari dell’isola erano talmente stanchi dei furti e degli assassini che quotidianamente si commettevano, che essi avrebbero accettato qualunque Governo avesse loro dato sicurezza e libertà.»
«Io domando all’onorevole D’Ondes-Reggio se queste condizioni gravi della pubblica sicurezza non erano in Sicilia eguali quando c’era un Governo esclusivamente siciliano?
«In quel tempo in cui la Sicilia era in mano degli uomini della rivoluzione (parlo del 1848 e 1849, quando l’onorevole deputato D’Ondes-Reggio era nel Governo siciliano), ebbene allora non mancava. pure la pubblica sicurezza? Allora la sicurezza pubblica della Sicilia non era forse in condizione non solo lagrimevole, ma lagrimevolissima?
«La sicurezza pubblica fu ravvolta in tali e tanti orrori nel 1848 e 1849 che pur troppo corrosero una rivoluzione la quale era potentissima.»
«Il deputato Bertolami ieri con molto senno ci annunziava che il difetto, anzi la condizione d’orrore in cui fu nel 1848 la pubblica sicurezza in Sicilia corrose quella rivoluzione. Nessuno più di me conviene della verità di questo fatto storico, ma non fu il solo motivo, ecc. Certo è che il difetto di pubblica sicurezza, screditando la rivoluzione in faccia ai proprietari, contribuì a perdere quella insurrezione. Ebbene, signori, gli orrori della pubblica sicurezza in Sicilia sono tali fatti che possono compromettere in quell’isola e corrodere le istituzioni politiche attuali.»
«Ma quale era in Sicilia nel 1848 e 1849 la forza che aveva quel ministro della pubblica sicurezza? Ve lo dico io. Aveva una forza raccolta tra i più facinorosi del paese per tenere in freno la moltitudine dei meno facinorosi!»
Che cosa avrebbe detto l’onorevole D’Ondes-Reggio se dei più facinorosi si fosse valso la polizia di questi Neroni, di questi Verri, i quali secondo lui hanno tanto martirizzato quel popolo generoso?
Avevano ben ragione questi nostri colleghi quando asserivano essere la mancanza della pubblica sicurezza il più gran male fra quanti corrosero la gloriosa rivoluzione del 1848, fra quanti isterilirono lo slancio di quel popolo e le generose sue azioni a prò della libertà.
Ed il Governo acconsentiva in quella sentenza che aveva udito pronunziare con molta ragione, che come allora la mancanza di pubblica sicurezza aveva corrosa quella rivoluzione, così oggi avrebbe potuto essere fatale alla novella costituzione della patria italiana. Il Governo vide come non vi fosse da indietreggiare dinanzi a questa necessità, ed assunse intera la responsabilità di far sì che le leggi votate dal Parlamento avessero la loro piena esecuzione e portassero quegli efficaci frutti che il Parlamento voleva assolutamente ri trarne.
Qual maraviglia, o signori, che le condizioni della Sicilia fossero tali quali erano da questi competentissimi testimoni narrate in questa e nell’altra aula del Parlamento? Ah! signori, non occorre venir qui ad interpretare in un senso sfavorevole, in un senso lontanissimo dalle intenzioni di chi le pronunciava, le parole eolie quali erano narrati fatti dal mio onorevole collega il ministro della guerra e dall’onorevole generale Govone; non occorre, o signori, dar loro una interpretazione, io lo ripeto altamente, lontana dalle intenzioni di questi nostri onorevoli colleghi.
No, o signori, non è stato uno stigmata che si è impresso sulla Sicilia; è stato un nuovo stigmata che si è impresso sul non mai abbastanza stigmatizzato Governo borbonico, il quale fra tutti i reggimenti nei tempi nostri inventati da chi voleva imbrigliare il carro del progresso e della civiltà, era certamente il peggiore. (Benissimo!)
Sì, o signori, quale è stato il Governo, il quale, quando si vide minacciato, cominciasse dall’aprire le porte delle prigioni, e cominciò a poco alla volta a somministrare delle dosi giornaliere di galeotti alle popolazioni delle città e delle campagne dell’isola che sgovernava? Quale fu il Governo, il quale, non essendogli riuscito un simile espediente, il giorno in cui fu costretto ad abbandonare il paese, aprisse le prigioni e scatenasse sopra il paese tutto quello che vi ha di più nefando al mondo? Quale fu il Governo il quale mentre imperava a Napoli e non più imperava in Sicilia, aprisse le porte delle prigioni napoletane ai condannati siciliani per iscatenarli sull’isola e compromettervi la pubblica sicurezza? Qual fu il Governo il quale abbia operato quello che il principe di Satriano operava nella cittadella di Messina, dove egli andava raggranellando dei malfattori dalle varie partì dell’isola, e confortandoli a delinquere li inviava nelle varie provincie per rendere incomportabile, come ben diceva l’onorevole Crispi nell’anno scorso, per rendere incomportabile ai proprietari un reggimento il quale non era capace di tutelare la loro proprietà, la loro vita, il loro onore? Qual è il Governo in fine il quale dopo 12 anni vedendo ripetersi una gloriosa rivoluzione ed essendo di bel nuovo costretto ad abbandonare l’isola, di bel nuovo apre le prigioni, e ne scatena tutti i malfattori sopra un’infelice contrada? I malfattori erano stati fatti accorti dalla condotta che il Governo borbonico aveva tenuto con essi. Mentre per alcuni dei più famigerati fra questi malfattori esso dopo il 1849 era stato largo di ricompense fino al punto di dare al paese, oltre ad altre umiliazioni, quello di conferire loro impieghi assai importanti nei pubblici uffizi, aveva ricacciato gli altri in prigione. Di ciò fatti accorti i malfattori, che fecero? Temendo il popolo vittorioso li ricacciasse in prigione, primo loro pensiero fu di bruciare gli archivi, e così togliere il mezzo di perseguitarli regolarmente.
Ed anche a questo riguardo parlava molto bene il deputato Crispi intorno all’insufficienza del decreto di amnistia del 17 ottobre 1860.
Nè ciò basta, signori: e perché presso le popolazioni siciliane si trova tanta difficoltà nel reclutare i coscritti?
Perché la Sicilia a differenza di quasi tutti i paesi civili, a differenza delle altre provincie d’Italia, eccettuate quelle che erano sotto un reggimento analogo a quello borbonico, cioè sotto il Papa, non era mai stata abituata ad avere la coscrizione; e perché il Governo borbonico non voleva la coscrizione in Sicilia?
Non già per un rispetto alle antiche franchigie che avea in tante altre parti violate, ma bensì perché voleva trattarla come i dominatori trattano i paesi conquistati, perché egli voleva estinguere qualunque sentimento di vita pubblica da quegli animi generosi nei quali pur alberga tanta copia di affetti per la patria.
Ebbene, o signori, qual maraviglia oggi se dei popoli i quali erano abituati a considerare i soldati come sgherri di un potere che li colpiva e li martoriava costantemente, abbiano avuto tanta ripugnanza a venire sotto le bandiere?
A ciò altre cagioni si aggiungevano che in breve io spero di spiegarvi; ma è necessario, o signori, che innanzi di addentrarmi nell’argomento, io ripeta qui un’avvertenza che ho fatto tutte le volte che sono stato interpellato in questo Parlamento a proposito delle condizioni della Sicilia; cioè ch’io vorrei che si prendesse l’abitudine di parlare di provincie e non di antichi Stati; imperocché, o signori, a che dobbiam noi sempre venire qui a parlare di Napoli, di Toscana, di Sicilia?
Quando, o signori, si tratta di condizioni del paese che vogliamo far cessare, ovvero modificare, bisogna, secondo me, parlar sempre delle provincie dove le condizioni cui vogliamo rimediare o lamentare si verificano.
La Camera spero mi renderà questa giustizia, che io a tutti i discorsi che ho dovuto fare. a proposito delle interpellanze sulla Sicilia ho sempre premesso che per me vi sono tre provincie in Sicilia, cioè tutta la parte orientale di quell’isola, le provincie di Messina, di Catania, di Noto, le quali sono in condizioni molto diverse dalle provincie occidentali.
Secondo me, esse (e anche un poco Caltanissetta) sono in condizioni molto diverse dalle provincie occidentali di Palermo, Girgenti e Trapani; e quindi, o signori, io debbo dire che mentre anche in esse vi sono stati dei renitenti e dei malfattori, ed è stato giudicato conveniente di applicare, in modo più mite e meno esteso, le misure che sono state riputate necessarie per eseguire il reclutamento dell’esercito e il ripristinamento della quiete e della sicurezza pubblica, non possono tuttavia loro applicarsi gran parte di quelle osservazioni che sono state fatte qui e che mi avverrà di fare nel seguito del mio discorso.
Ora, o signori, quali erano le condizioni della sicurezza pubblica nella Sicilia? Anche a questo proposito mi permetterò di adoperare le parole degli onorevoli interpellanti siciliani, i quali certamente meglio di me erano in grado di conoscerne le condizioni.
L’onorevole La Porta nel 17 aprile 1863 faceva il seguente quadro delle condizioni della sicurezza pubblica:
«La sicurezza pubblica in Sicilia è ridotta ad una amara delusione; migliaia di renitenti alla leva, migliaia di evasi dalle prigioni percorrono la campagna, e già alcune bande si sono organizzate, specialmente nelle provincie di Palermo, Siracusa e Girgenti, bande che spargono il terrore nei proprietari e che rubano ed assassinano ad ogni momento.
«Nella provincia di Girgenti i proprietari stanno rinchiusi in casa, nemmeno si attentano di uscire dalla città; è raro che uno dei grandi proprietari di quel circondario non abbia già ricevuto i bigliettini di scrocco, e non tema di uscire dalla casa propria per paura di incorrere nella vendetta di coloro che hanno richiesto una somma di danaro e che essi non si trovarono in grado di pagare; chi fu tassato per 100, chi per 200 migliaia di lire.»
E presentava inoltre uno indirizzo dei proprietari che minacciavano di abbandonare case, miniere, eco., perché inabitabile era ridotta la Sicilia, dicendo tra le altre cose: « né tampoco le autorità politiche e giudiziarie (queste sono parole dello indirizzo presentato dallo onorevole La Porta), né tampoco le autorità politiche e giudiziarie possono conoscere i malfattori, giacché, prevalendo in tutti i cittadini la certezza dell’impunità, si contentano tacere anziché fare una inutile denunzia, che non riuscirebbe ad altro scopo che ad aizzare maggiormente lo spirito di vendetta dei ladri.»
«Nel solo circondario di Girgenti il numero dei renitenti alla leva ascende a 100 per la leva del 1842, oltre poi quelli del 1840 e 1841 ed oltre 900 altri e gli evasi dalle prigioni.»
«In alcune città gli uomini che erano usciti dalle galere si sono organizzati in società segrete, non solo nello scopo di commetter francamente i reati, ma di assicurarne l’impunità. Quindi quando un reato di sangue o contro la proprietà avviene in Sicilia, coloro i quali sono associati ai colpevoli si impongono talmente sui testimoni e sui giudici, che è quasi impossibile trovare le prove del reato commesso. Ora, colla legge che il Ministero ha proposto e la Commissione ha accettato, questo non avverrà più.»
Ciò egli diceva a proposito della legge degli amnistiati.
L’onorevole senatore Scovazzo, nel 29 luglio decorso, parlando in Senato a proposito della legge di pubblica sicurezza che era stata iniziata in quell'Assemblea, e che egli trovava insufficiente, diceva:
(Come tutti sanno, il distinto senatore Scovazzo è nativo delle provincie siciliane).
«Un popolo guasto da lungo servaggio, un popolo il quale era nell’abitudine di detestare e spregiare nel suo segreto il Governo, ma a temerlo e a tremarne, naturalmente procede sotto l’impunità di reato in reato. Quindi lo stato del paese dimostra l’assenza assoluta della sicurezza pubblica, o, dirò più propriamente, la assenza degli elementi di consorzio civile. Non è sicuramente in Sicilia lo stesso brigantaggio in grande scala che desola le provincie napoletane, ma vi è un malandrinaggio che è una specie di guerra. Ciò che dissi delle misere condizioni dell’isola non era al certo per denigrare il popolo siciliano che io rispetto: ma sappiamo tutti che mille malfattori impongono soventi a cento mila onesti; si parla di quelli e non del popolo siciliano. Non ho dunque esagerato le cose, nò calunniato un popolo, che onoro, degno dei più alti destini, che vi domanda ordine, sicurezza e pace.»
L’onorevole deputato La Porta vi ha letto un discorso del prefetto di Girgenti al Consiglio provinciale ove questi constata i miglioramenti della pubblica sicurezza in quelle provincie dovuti in parte all’azione delle truppe, in parte al risvegliarsi dello spirito pubblico e dell’ordinamento di alcune milizie nazionali mobilizzate che io stesso aveva avuto l’onore di segnalare alla Camera in occasione delle interpellanze dell’onorevole D’Ondes delli 11 e 12 giugno decorso. Ed il signor prefetto di Girgenti bene a ragione, secondo me, teneva quel discorso dinanzi al Consiglio provinciale: imperocché, mentre era debito suo di rivelare al Governo tutte quante le piaghe, anche latenti, onde la sua provincia era afflitta (e non mancò al debito suo), era altresì suo dovere di approfittare della calma che, grazie alle misure adottate, era rinata nella provincia, malgrado questi elementi di disordine che tuttavia vi rimanevano (e che rimanevano inerti appunto per effetto di queste misure), era, dico, suo dovere di approfittare di quella calma per rinfrancare gli animi e rialzare vieppiù lo spirito pubblico che sarà sempre il migliore ausiliario del Governo per mantenere la pubblica sicurezza. Ma quel signor prefetto, nel mentre che teneva quel linguaggio al Consiglio provinciale ed agiva, secondo me, da savio rappresentante del Governo e da buon magistrato, non ometteva d’invocare quei provvedimenti che, secondo lui, sono stati sempre i soli atti a restaurare la pubblica sicurezza ed assicurarne il mantenimento per l’avvenire.
E difatti il generale Govone ed il ministro della guerra mi hanno sempre asserito come abbiano in quel funzionario trovato specialissimo aiuto ed un concorso. efficace alla buona riuscita delle operazioni militari.
Questo è tanto vero, che il prefetto di Girgenti, pochi giorni fa, a proposito delle informazioni che io gli domandava sui provvedimenti da proporre al Parlamento per la sicurezza pubblica, dopo lo spirare dell’anno corrente in cui cessa la legge 15 agosto, mi scriveva:
«L’articolo 5 della legge 15 agosto ha prodotto buonissimi effetti: bisogna prorogarne la durata. Coloro pei quali il voto della Giunta è stato affermativo, sono tali che non si emenderanno giammai. E per essi è conveniente lo esperimentare se due o tre anni di domicilio coatto e di allontanamento dall’isola fossero per riuscire efficaci.»
Ed a provare che nella provincia di Girgenti, se per l’effetto delle misure opportunamente ricordate dall’onorevole La Porta, le condizioni della pubblica sicurezza erano migliorate, non erano però tolti quegli elementi che da un momento all’altro potevano comprometterla, e soltanto per questa paura si tenevano tranquille, citerò un estratto dei risultamenti delle operazioni nelle provincie di Caltanisetta e Girgenti che sono limitrofe.
«Renitenti e disertori ritrovati 1784.» Questo dopo l’epoca citata dall’onorevole La Porta.
«Renitenti e disertori da ritrovarsi ancora 332.
«Renitenti e disertori irreperibili 1487.
«Malfattori arrestati 304.»
E qual meraviglia, o signori, se nello stato di cose sopra ricordato, di fronte ad una condizione così anormale, nella quale, come confessava l’onorevole La Porta, un’associazione di malandrini, pochi, ma audaci, ne imponeva ai magistrati, ne imponeva ai testimoni, alla guardia nazionale, a tutti i cittadini; qual maraviglia, dico, se in questa condizione di cose vi fossero e dei testimoni, e qualche magistrato, e qualche funzionario specialmente d’ordine inferiore, e qualche guardia nazionale, che non facessero il loro dovere? Ecché, siamo noi così nuovi, o signori, allo studio della vita dei popoli da aver bisogno di consentire con coloro i quali affermano che ciò dicendo noi insultiamo alle popolazioni siciliane?
Io domando, o signori, lo (domando a quanti qui siedono delle altre provincie, che ora sto per nominare, se essi si credettero insultati di quello che fu detto in quest’aula stessa e che ora io ripeterò.
Io domando agli onorevoli deputati delle Romagne se essi si credettero insultati quando fu presentata al Ministero una petizione di due o tre mila cittadini i quali, lamentando la completa mancanza di sicurezza pubblica nelle loro città, l’impossibilità di trovar testimoni che deponessero, chiedevano misure eccezionali, stato d’assedio.
Io domando, o signori, se in Sicilia sia mai accaduto quello che accadde in Bologna d’una diligenza aggredita nel bel mezzo di una città di 80, 000 abitanti. Là, o signori, noi abbiamo veduto, in una Banca, in pien mezzogiorno, rubati non so quante migliaia di scudi.
LUZI. Dodici mila.
PERUZZI, ministro per l'interno. Noi abbiamo veduto in una pubblica fiera frequentatissima ripetersi lo stesso fatto; noi l’abbiamo veduto a Ferrara, noi abbiamo veduto nelle Romagne, piene di soldati austriaci nel 1849, con una polizia sospettosa, con i centurioni al servizio del papa, noi abbiamo veduto per cinque anni le bande del Passatore e di altri famosissimi malandrini essere quasi padrone del paese.
Ricordo solo il teatro di Forlimpopoli dove il Passatore ebbe il coraggio di andare sulle scene invece degli attori per chiedere denaro.
Voce. Era protetto dai Tedeschi.
PERUZZI, ministro per l'interno. Non era protetto dai Tedeschi l'Altini, il quale ha tenuto in iscacco le forze del Governo, ha potuto andare nei caffè senza che alcuno osasse arrestarlo.
Nè, con questo, o signori, credo insultare quelle brave popolazioni: le quali, il giorno in cui il Governo ha ispirato ad esse fiducia nell'efficacia delle sue disposizioni maggiore che la paura delle minaccie dei malandrini, in quel giorno le popolazioni, come aveva già l’onore di dire altra volta, rispondendo all’onorevole Mordini, si riscossero ed aiutarono egregiamente l’azione governativa.
Ed a Bologna, a Livorno, ed in molti altri luoghi vi sono stati dei momenti nei quali non si son trovati testimoni ed i magistrati hanno dovuto rilasciare grandi e notori colpevoli, solo perché questi avevano incussa tale paura alla popolazione che non si trovava chi deponesse contro di loro.
Ebbene, o signori, queste provincie non si sono mai trovate nella condizione nella quale si trova la Sicilia; non vi sono mai stati sovrapposti, dirò così, gli uni sugli altri degli strati di malandrini, rilasciati da un Governo infame che lanciava la freccia del Parto.
Non è quindi meraviglia, o signori, se le autorità municipali trascurarono le operazioni a loro commesse dalla legge sulla leva, e se fu mestieri all’onorevole generale Govone di assumere perciò la responsabilità d’ordinare misure indispensabili per far sì che facessero il debito loro quelli i quali, per una paura pur troppo giustificata dallo stato delle cose, non lo adempivano.
Nè questo, o signori, è il solo motivo, come avvertiva da principio, della reiattanza dei giovani a portarsi sotto le bandiere, e della mancanza di buon volere in alcuni cittadini a coadiuvare l’opera governativa; imperocché vi hanno anche partiti avversi alle nostre istituzioni ed all’unità della patria, i quali pur troppo fomentati dai nostri nemici di fuori soffiano nel male e lo fanno più grave. Fra le molte citazioni che potrei fare scelgo una lettera che mi è stata scritta da un rispettabile parroco d’una popolosa borgata di Sicilia, il quale si è così egregiamente adoperato per assicurare la presentazione dei renitenti da meritare belle lettere di ringraziamento e dal prefetto della provincia e dal comandante militare. Questi mi scriveva son pochi giorni:
«Eccellentìssimo,
«Un numero esorbitante di renitenti alle tre leve offrivan gli statini per questo mio paese.
«Io non poteva persuadermi da dove avesse potuto avere origine simile attrasso, ma dacché l’ottimo prefetto mi raccomandava di cooperare collo zelantissimo generale per la spontanea presentazione, venni a conoscere essere stata la fucina della dissuasione questo convento di frati. Essi ivano nella confusione suggerendo alle madri degli iscritti che erano scomunicati tanto i figli che si arruolavano alla nostra bandiera italiana, quanto i parenti che li mandavano. Davano loro ad intendere come il ritorno dell’ex-re di Napoli in Sicilia fosse vicinissimo, e quindi muovevano gli interessati ad imprecare al Governo, al Sovrano, al Parlamento, ai funzionari. Dio mi illuminava a scrutinarne l’origine, e dappoiché fui consapevole degli intrighi, mi posi a persuadere le madri, e fino a quest’oggi singolari sono stati gli effetti.»
«Ecco compiuta pel Governo la mia cooperazione per le leve già fatte. Non cesserò per l’appresso di dimostrare al Governo che anche nel mio petto batte tuttora un cuore italiano. Però mi giova pregarla che questi frati si limitino nei cancelli dei proprii doveri. Ringrazio frattanto il Governo per le energiche misure oggi adottate, per l’esilio del padre X, capo distributore d’ordini, e borbonico smascherato.
«Però prego l’E. V. perché voglia simile fatto adoperare per gli altri due frati A. e B., e chiudere se è possibile il convento. Tutti e tre questi frati promossero dalla sacra Penitenzieria in Roma una disposizione a me diretta, nella quale, tra tanti articoli, erano da notarsi:
«3° D’impedire che s’illuminassero i palazzi occorrendo feste reali.
«Io risposi al cardinale, che ove non ritrovava urto colla fede, non era per obbedire alle inviatemi disposizioni.»
PERUZZI, ministro per l’interno. «I tre cappuccini si ebbero a questo fine le sacramentali confessioni, ed io ritrovo delle infinite lagnanze in confessione di parenti degli iscritti, i quali attestano che per questi malumori non avevano presentati i rispettivi figli.
«Spero che l’E. V. vorrà allontanare da questo convento gli altri due cappuccini e ordinarne la soppressione e la chiusura, perché è un convento niente proficuo al paese, anzi nocivo alle anime ed al Governo.
«L’E. V. conosce l’influenza che può un parroco esercitare in un popolo di quasi 20 mila individui e conosce gli andamenti, gli umori, le tendenze. Ora è ottimo lo spirito pubblico di questo paese, ma questa razza ignorante fratesca pesca sempre nel torbido.» (Si ride)
Il Governo, come voi vedete, signori, non ha mancato di prendere provvedimenti e non mancherà di procedere ulteriormente in questa via, come non manca tutte le volte che gli sono rivelati fatti di questo genere. Ma voi sapete quanto difficile sia l'ottenere con precisione notizie in cose così delicate. Per altro voi non potrete disconoscere come queste male arti debbano influire disgraziatamente sopra popolazioni così impressionabili come sono le siciliane, e come la falsa via nella quale l’istruzione religiosa è mossa da una parte di quel clero non possa a meno d’influire sulle condizioni di quel paese e sopratutto sullo spirito pubblico.
Che volete, o signori? In quel paese noi vediamo i più strani contrasti: così mentre liberi pensatori, uomini egregi e versatissimi nelle più alte dottrine e nelle scienze più sublimi ci rivelano ogni giorno coi loro scritti e coi loro discorsi e colle loro opere quanta sapienza abbiano potuto imparare, quantunque in contrabbando dovessero fin al 1848 far venire soventi nell’isola perfino i libri che parlavano dì scienze astratte; noi vediamo tristissime superstizioni travolgere lo spirito e falsare il sentimento religioso. Non hanno visto le nostre truppe stesse, in un paese dove era portata processionalmente non so quale Madonna, venuto durante la processione l’annunzio di una catastrofe accaduta in una zolfara, perla quale vari individui di quel paese erano morti, il popolo irrompere contro quella immagine della Madonna e farla in pezzi, e fare poi una sottoscrizione per una nuova da sostituire a quella che li aveva così male protetti? Non vi hanno delle zolfare dove, dinanzi all’immagine del diavolo si tengono i lumi accesi da una popolazione altamente religiosa, perché si crede che il diavolo possa essere più efficace che i santi, dinanzi ai quali inutilmente credesi siasi stato per un certo tempo tenuto da loro il lume? (Ilarità)
Ebbene, o signori, sono questi insulti che si facciano alla Sicilia? Queste sono rivelazioni le quali devono dispiacere a tutti quanti qui siamo, quand’anche non si parlasse d’un popolo italiano; imperocché qualunque popolo noi vedessimo posto in una condizione così poco conforme a civiltà, dovrebbe richiamare la nostra sollecitudine: ed il popolo siciliano, che è parte elettissima del popolo italiano, il quale mostra con tanti uomini illustri di che sia capace quella natura, di che siano capaci quelle intelligenze; il popolo siciliano ha diritto che l’Italia lo liberi da queste superstizioni, e son certo che l’Italia non fallirà al suo compito. (Bravo! Bene!)
Ed infatti, o signori, molte volte ci si è detto che noi dovevamo occuparci non già di queste operazioni militari, non già di queste misure per restaurare la pubblica sicurezza, ma che dovevamo occuparci di provvedimenti diretti ad aumentare l’istruzione, migliorare la condizione materiale e morale di quelle popolazioni. Ma, o signori, anche questi miglioramenti come mai possono essi svolgersi e produrre gli effetti che se ne sperano, se manca la condizione essenziale, fondamentale di ogni vivere civile, la pubblica sicurezza? Se manca in un paese la certezza che quel bambino che esce per andare alla scuola, possa tornare la sera nelle braccia paterne? Se vi è sempre il rischio, come pur troppo è accaduto, che esso sia ricattato da un malfattore, e che la figlia, invece d’andare alla scuola, vada in un luogo dove perde il suo onore e la sua virtù? Signori, non ostante ciò, il Governo non ha trascurato anche questa bisogna importantissima.
Darò lettura d’un quadro che l’onorevole mio collega il ministro della pubblica istruzione mi ha trasmesso:
GNANTI FRE-
SCUOLE SERALI ASILI INFAN-
Maschili Femminili Maestri Maestre Maschili Femminili Num. Allievi Num. Allievi
Aumento verificatosi
132 29 4 37 3478 2368 81 3457 4 640
106 71 126 80 4496 3740 107 3395 7 818
Totale dei due aumenti 238 100 130 117 7974 6108 188 6852 11 1458
Stato dell’istruzione nell’anno 1861 453 118 582 117 12872 3096 31 989 1 40
Stato dell’istruzione nell’anno 1863 691 218 712 234 20846 9204 219 7841 12 1498
Del resto io devo dire che, dacché è stato in Sicilia nell’ultimo intervallo della Sessione, l’onorevole La Porta è assai più giusto verso l’operato del Ministero di quello che il fosse antecedentemente.
L’onorevole deputato La Porta stesso nel discorso che ha tenuto in un meeting di Girgenti ai suoi elettori diceva:
«Sono contento delle condizioni nelle quali trovo la pubblica istruzione in Girgenti; da parte mia non si è mancato d’impegno presso il Governo centrale per tutti i provvedimenti richiesti ed ottenuti. Colgo intanto la occasione di presentare distinti elogi all’egregio ispettore dell’istruzione pubblica, signor Nocito, come non posso tralasciare di elogiarvi la signora baronessa Mirabile e la signora Pancamo, ispettrice delle scuole normali femminili, per l’impegno e lo zelo da esse dimostrato a favore di questa istituzione, e per farla trionfare contro i pregiudizi dell’ignoranza, contro il bigottismo e le male arti di alcuni preti.
Ed aggiungeva a proposito della guardia nazionale:
«La guardia nazionale mancava di fucili; ho trovato solleciti provvedimenti presso il Ministero; la guardia è ora tutta bene armata, e mi auguro che si distinguerà nella organizzazione e nel servizio ordinario, come si è distinta per ardimento e per islancio nelle più difficili contingenze.»
Locché dimostra all'onorevole La Porta ed ai suoi amici politici che non è poi così vero che il Governo abbia paura del paese e di quelle libere popolazioni;. imperocché, se avesse questa paura, non sarebbe così largo nel dare le armi che sono state in addietro sempre dai Governi paurosi rifiutate. Ed a proposito della guardia nazionale, io dirò che pur troppo essa non è in Sicilia nella condizione nella quale vorremmo che fosse; ma questo, o signori, è da addebitarsi in gran parte al modo nel quale fu organizzata, modo vizioso sì, ma che secondo me non è imputabile a chi reggeva la Sicilia in quei tempi nei quali era necessario di far presto, più che di far bene. Ma è un fatto che le basi dell’ordinamento della guardia nazionale siciliana sono diverse da quelle delle guardie nazionali delle altre provincia del regno.
E un fatto che molti miglioramenti vi si devono introdurre, ed a tal uopo è stato inviato in Sicilia il generale Cerruti, ispettore generale della guardia nazionale, il quale nell’eseguire la sua missione, ha trovato quelle stesse difficoltà che si sono trovate per i ruoli dei renitenti, e che si trovano per le testimonianze nei giudizi.
Vedono pertanto, signori, quali e quanti sieno gli effetti molteplici della condizione tristissima della pubblica sicurezza in alcune provincia della Sicilia. A Catania, per esempio, è stata sciolta la guardia nazionale per ricostituirla, e ciò ha riuscito egregiamente: lo stesso devesi dire di altre parti dell’isola, le quali, come ho detto in principio, sono in condizioni molto migliori che la occidentale.
Adesso io vorrei parlarvi della contestatami facoltà di applicare nelle provincie siciliane la legge del 15 agosto 1863; ma se la Camera me lo consente, prenderei pochi minuti di riposo.
(Riposo per dieci minuti).
PRESIDENTE. Prego gli onorevoli deputati di riprendere il loro posto.
Debbo annunziare alla Camera che l’onorevole Bixio ha aggiunto quest’ultra considerazione al suo ordine del giorno:
«Considerando che la sicurezza pubblica, gravemente compromessa in Sicilia tanto dai renitenti alla leva che dai malfattori, deve essere energicamente tutelata, passa all’ordine del giorno.
L’onorevole Bertani ha presentato quest’ordine del giorno:
«La Camera, istrutta dalla discussione intorno alle interpellanze del deputato D’Ondes-Reggio, convinta che i gravi fatti accennati sono gli inevitabili corollari del sistema di governo applicato all’Italia, li condanna come perniciosi ai destini della patria, e passa all’ordine del giorno.» (Ilarità)
Dirò infine che dieci deputati domandano l’appello nominale sull’ordine del giorno, a cni sarà data la precedenza nella votazione dopo la chiusura della presente votazione.
Essi sono gli onorevoli Lazzaro,. Bertani, Cairoli, Pabrizi, Laurenti-Roubaudi, Tamaio, Catucci, Miceli, Cadolini, Dorucci.
Il ministro dell’interno ha facoltà di parlare per continuare il suo discorso.
PERUZZI, ministro per l'interno. Allorquando e nell’aprile e nel giugno noi discutemmo intorno alle condizioni di alcune delle provincie meridionali, non ci limitammo a constatare le condizioni dell’una o dell’altra fra queste provincie; ché sarebbe stato sterile ufficio e indegno di questo Parlamento; ma ognuno dal canto suo, a seconda delle sue opinioni e degli intendimenti del partito al quale apparteneva, aveva fin d’allora proposto dei rimedi per questi mali che tutti unanimi in maggiore o minor proporzione lamentavamo.
Gli onorevoli deputati che siedono da questo lato della Camera (Accennando a sinistra) naturalmente vi dicevano quello che oggi con una schiettezza, secondo me, degna di lode, venne espresso nell’ordine del giorno proposto testé dall’onorevole Bertani, vi dicevano: questi mali sono la conseguenza del vostro sistema di governo. Voi favorite i borbonici e perseguitate i veri liberali, voi mandate dei funzionari del continente e non vi servite dei funzionari dell’isola.
PATERNOSTRO. No! no!
Non accuso d’averlo detto il deputato Paternostro, che mi interrompe, egli non sedeva allora da quel lato della Camera.
PERUZZI, ministro per l'interno, Ho ricordato un fatto, né so perché l’onorevole Paternostro m’interrompa.
PRESIDENTE. Prego il deputato Paternostro di non interrompere.
paternostro. Vorrei dare una spiegazione.
PRESIDENTE. La prego di non interrompere, la darà a suo tempo.
PERUZZI, ministro per l'interno. Dunque ci si diceva che troppo poco ci servivamo dei funzionari siciliani, e troppi funzionari si mandavano dal continente. Si diceva che questi funzionari erano ignari delle condizioni dell’isola; spesso, diceva l’onorevole Crispi, sono perfino digiuni di qualsivoglia nozione di amministrazione e di giurisprudenza. Altri invece proponevano delle misure speciali le quali provvedessero alle condizioni della pubblica sicurezza nelle provincie dove essa loro sembrava più compromessa, ed il Ministero accennava fin dall’aprile come dopo aver maturamente studiate le condizioni dell’isola, malgrado la sua ripugnanza ad allontanarsi dall’applicazione dell’ordinaria legislazione, avesse dovuto convincersi che speciali misure in quelle condizioni speciali fossero necessarie.
L’onorevole La Porta, quando dall’onorevole Greco venivano proposte leggi eccezionali, si opponeva: ma aggiungeva: «a tale estremo è arrivato il discredito dell’autorità, a tale è arrivato il potere, il prevalente predominio dei malfattori, che l’offeso, il derubato, teme più, rivelando, la vendetta del ladro, dell’uccisore, anziché confidi nella pena che è inflitta dall’autorità che non è sufficiente a tutelarlo.»
E l’onorevole D’Ondes-Reggio chiedeva l’allontanamento dei malfattori dall’isola mediante sentenza pronunciata dai giudici di mandamento, ai quali credeva dovessero essere affidate le funzioni di ufficiali di polizia: misura combattuta dall’onorevole deputato La Porta che voleva dare quest’ufficio ai sindaci.
Finalmente quanto ai renitenti l’onorevole deputato La Porta diceva: «quando abilmente le misure d’indulgenza si combinassero colle misure di repressione noi vedremmo avvenire sopra più larga scala la presentazione dei renitenti.»
Ora, o signori, che ha fatto il Ministero? Il Ministero ha fatto quello che annunziava nella seduta del 17 aprile per bocca del ministro dell’interno: il Ministero aveva osservato essere verissimo quello che l’onorevole deputato La Porta avvertiva, cioè che l’offeso ed il derubato temesse più, rivelando, la vendetta del ladro, dell’uccisore, anziché confidare nelle pene da infliggersi dall’autorità insufficiente a tutelarlo. Il Ministero aveva dovuto convincersi che ben diceva l’onorevole Crispi quando lamentava la difficoltà, l’impossibilità di perseguitare i rei, perché erano stati bruciati i processi che li concernevano, e che, come avete veduto anche dalla informativa a proposito del Chinisci, era difficile supplire a questa mancanza appunto per la difficoltà di trovare ehi firmi le dichiarazioni, chi aiuti le autorità nel fare altri uffici equipollenti.
Il Ministero aveva osservato essere necessario per richiamare i renitenti alla spontanea presentazione, essere necessario di combinare un sistema di repressione con un sistema di clemenza, come era saviamente richiesto dall’onorevole La Porta.
E quanto ai renitenti, il Ministero aveva osservato che a questa combinazione della giustizia con la grazia si opponevano le legislazioni vigenti rispetto alla procedura, imperocché i renitenti essendo subordinati alla giurisdizione ordinaria, ne avveniva che quando erano arrestati, o volontariamente si costituivano, essi rimanevano in carcere di custodia pendente la istruzione del processo, la quale spesse volte durava tanto da sgomentare quelli che avrebbero per avventura voluto presentarsi volontariamente, quand’anche alla condanna venisse a susseguire la grazia sovrana. Allora fu avvertito come per questo convenisse sostituire alla giurisdizione civile la giurisdizione militare, la quale è più pronta: ed in un reato qual è quello di così facile constatazione che quasi non ne fa mestieri, il Ministero vedeva come facile sarebbe il procedere speditamente rispetto ai renitenti, ed il far susseguire la grazia, a favore di quelli che volontariamente si fossero costituiti, alla condanna ed all’arresto, per modo che poco fosse il tempo che essi rimanessero non in carcere, ma in caserma, in custodia dei futuri loro compagni d’armi. E con ciò speravasi che la costituzione volontaria venisse ad essere grandemente favorita.
Ora, o signori, il Ministero avendo visto tutto questo, avendo veduto inoltre come da tutti i banchi della Camera uscissero voci le quali concordemente lamentavano gli stessi inconvenienti, la stessa inefficacia delle autorità e della magistratura e ne accusavano in parte le stesse cagioni, il Ministero comprese come fosse mestieri presentare due leggi al Parlamento: e ambidue erano, credo, quasi contemporaneamente iniziate in Senato e dal ministro della guerra e dal ministro dell’interno. Queste due leggi erano, una quella relativa ai renitenti di leva per subordinarli, come ho detto, alla giurisdizione dei tribunali militari; l’altra era relativa principalmente alla esecuzione di quella misura che l’onorevole D’Ondes aveva suggerito, cioè l’allontanamento dall’isola di questi facinorosi che avevano formato fra loro quelle associazioni segrete che pur troppo quasi serravano entro un cerchio di terrore la popolazione onesta.
Senonché, nel modo d’applicazione delle misure dell’allontanamento dall’isola di questi facinorosi, io, malgrado gli argomenti che udii dalla bocca dell’onorevole deputato D’Ondes e in questa Camera e fuori, dove egli ebbe la bontà di prestarsi alle domande di consigli che gli indirizzai, non potei andar convinto della convenienza di attribuire la facoltà di pronunziare l’allontanamento, ai giudici di mandamento.
Infatti, o signori, il giudice di mandamento è un magistrato e procederebbe da magistrato; e qual maggiore probabilità vi sarebbe egli stata che il giudice di mandamento trovasse e testimoni e documenti e prove, di quello che ve ne fosse che li avessero trovati i tribunali di circondario, i giudici istruttori per le Corti d’assisie?
Io credo anzi, come ebbi l’onore di dirlo in altra occasione alla Camera, che la facilità di resistere a questa pressione, che pur troppo era esercitata in alcune provincie dell’isola, diminuisca in ragione della diminuzione di grado dei pubblici funzionari.
Io credo, signori, che sia molto più facile che sfugga a questa pressione chi siede nei più alti gradi di quello che chi siede nei gradi inferiori e della magistratura e degli uffici amministrativi. Nè starò a ripetere quello che a sostegno di questa mia opinione ebbi l’onore di dire lungamente in questa Camera in occasione di altre discussioni sopra la Sicilia.
Noi abbiamo creduto, o signori, che questa cerchia di ferro nella quale erano strette, per così dire, quelle nobili popolazioni dovesse essere spezzata; ed a tale uopo abbiamo presentato al Senato un progetto di legge per dare al potere esecutivo la facoltà di assegnare domicilio coatto fuori dell’isola a questi facinorosi contro dei quali era impossibile iniziare con frutto dei procedimenti giudiziari. E quel progetto lungamente discusso e modificato nell’altro ramo del Parlamento, ove era stato iniziato e discusso per urgenza, veniva presentato in sul finire del luglio a questa Camera, la quale aveva la bontà di dichiararne, dietro mia domanda, essa pure l’urgenza. Se non che, nell’uscire dalle aule del Senato, per savio emendamento proposto da quell’ufficio centrale, questa legge venne modificata in meglio ed estesa ancora alle provincie napoletane che non fossero dichiarate in istato di brigantaggio, e per conseguenza non fossero comprese nelle sanzioni dell’altro progetto di legge, che allora appunto pendeva per iniziativa della Commissione d’inchiesta parlamentare dinanzi a questa Camera, ma malgrado la benevola premura colla quale la Camera ne dichiarava l’urgenza, questo progetto non potè venire in discussione.
Io credo, come ricordava anche l’onorevole D’Ondes-Reggio l’altro giorno, che al seguito degli accurati e pronti suoi studi l'onorevole Commissione cui fu rinviato, presentasse per mano dell’onorevole Conforti, suo relatore, la relazione nel giorno ultimo in cui la Camera tenne seduta nella state decorsa.
Frattanto era stata iniziata la discussione dell'altro progetto di legge proposto dalla Commissione d’inchiesta, esaminato dagli uffici e modificato da una Commissione uscita dagli uffizi medesimi; progetto destinato alla repressione del brigantaggio, e che conteneva disposizioni esclusivamente applicabili a quelle provincie che fossero per decreto reale dichiarate in istato di brigantaggio.
Quando già si stava discutendo questo progetto, credo, da un giorno o due, quando si era già presentata la relazione sull’altro progetto testé accennato, quando stava per procedersi, ed effettivamente si procedette alla discussione del progetto di legge sulla giurisdizione dei tribunali militari, cui dovevano essere subordinati i renitenti alla leva, sorsero parecchi deputati a presentare un emendamento di un solo articolo diviso in cinque paragrafi proponendo che, sospesa la discussione della legge presentata dalla Commissione, questo fosse dalla Camera discusso ed approvato.
Io non istarò a leggere i nomi di questi proponenti che sono parecchi...
LA PORTA. Li legga. (Rumori)
MASSARI. Li sanno tutti. Io tornerei a firmare.
PERUZZI, ministro per l'interno. Se il presidente me lo ordina, li leggerò.
PRESIDENTE. Io non l’ordino; sta all’oratore il fare quant’egli creda opportuno alla dimostrazione del proprio assunto.
PERUZZI, ministro per l'interno. Li leggerò se la Camera lo desidera.
Voci generali. No! no!
PERUZZI, ministro per l'interno. Mentre la Camera iniziava la discussione di questo che il presidente chiamava articolo complesso, venivano mosse alcune domande al ministro dell’interno; ed il ministro dell’interno pronunciava da prima queste parole:
«.... Vi hanno principalmente due punti sui quali è essenzialissimo il provvedere, e questi due punti sono quelli ai quali provvederebbero gli articoli, che dietro la gentile comunicazione fattami dagli onorevoli Pica e da altri, so essere da loro proposti all’approvazione del Parlamento: uno è relativo all'allontanamento momentaneo da quelle provincie delle persone che si trovano già in condizioni speciali, le quali sono ritenute grandemente pregiudizievoli alla pubblica sicurezza, ma che difficilmente possono essere colpite dalla giustizia colle forme ordinarie, come pur troppo è stato dimostrato dall’esperienza di oltre due anni....»
E quindi l’onorevole Lazzaro così parlava...
LAZZARO. Domando la parola per un fatto personale. (Rumori)
Voci. Non c’è fatto personale.
LAZZARO. Io ricordo benissimo quello che ho detto.
PERUZZI, ministro per l'interno. Non so se si ricorda, ma io, solamente col pronunziare un nome, so di aver detto nulla che possa offendere.
Continuo. Prometto che non pronuncierò il menomo giudizio su quello che disse l’onorevole Lazzaro.
LAZZARO. Dica pure.
PERUZZI, ministro per l'interno (Legge):
«Lazzaro. Faccio osservare che l’applicazione di questo articolo 4 (che era allora 4, ora è 5) dovrebbe essere, a tenore dell’articolo 1, fatta solamente nelle provincie infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale.
«Ora accadrebbe che in alcune provincie in cui la piaga del camorrismo è più grave, questo articolo non potrebbe essere applicato perché in esse non esista il brigantaggio.
«Io domanderei all’onorevole ministro dell’interno come intenda regolarsi in questi casi. Io cito per esempio la provincia di Napoli; in essa non vi è brigantaggio, e voi per conseguenza non potete dichiararla infestata. Ora sventuratamente in detta provincia la piaga del camorrismo è più infesta che in tutte le altre, dico anzi che essa è la sola in cui il camorrismo esista. Ebbene, voi votando questo articolo non lo potrete applicare per Napoli, ma solo per le altre provincie dove appunto non vi è ragione di essere. Io non fo alcuna proposta per non turbare l’economia della legge, ma ho voluto richiamare su ciò l’attenzione del ministro perché dica come intenda di rimediare a questo sconcio, che deriva dall’applicazione rigorosa dell’articolo 4.»
«Io credo che i diversi articoli sieno indipendenti l’uno dall'altro, e che ciascuno di essi contenga disposizioni distìnte, e che perciò quella dell’articolo 4 si estenda a tutte le provincie nelle quali può esser luogo a questa maniera di provvedimento.»
«Le Boni. Domando la parola.
«Ministro per l'interno. Tant’è che ho anche osservato dianzi nel mio discorso che questa misura doveva servire principalmente ad impedire che il brigantaggio sorgesse là dove non era.
«Se poi la Camera intende doversi dichiarare più esplicitamente su questo punto, cioè che si applichino gli articoli successivi al primo anche alle provincie non dichiarate in istato di brigantaggio, sono pienamente disposto ad acconsentire al desiderio dell’onorevole deputato Lazzaro.»
«Voci. Ai voti! ai voti.
«Conforti, relatore. Bastano queste spiegazioni.»
(Il deputato Lazzaro pronuncia qualche parola. )
PERUZZI, ministro per l'interno. Se il deputato Lazzaro desidera di parlare....
LAZZARO. No! no!
PRESIDENTE. Non lo permetterei. Non c’è fatto personale.
LAZZARO. Ed io non parlerei.
Voci. A domani!
PRESIDENTE. Pare che la Camera desideri che si rimandi la seduta a domani.

References: sentenza 
e contrario
 sentenza 
in fine
 sentenza 
 articolo 4