Source: https://www.consigliolegale.it/2012/07/
Timestamp: 2020-05-25 08:27:48+00:00

Document:
Luglio 2012 – Studio Legale Fasciani
EPILAZIONE LASER: E’ DI COMPETENZA DEL MEDICO, I CENTRI ESTETICI NON POSSONO PRATICARLA
Il Tribunale civile di Modena, con la sentenza 14 giugno 2012, n. 947 ha ristretto le competenze professionali dei centri estetici, affermando che l’epilazione attuata mediante laser rappresenta una pratica medica e, di conseguenza, l’esecuzione appartiene esclusivamente al personale sanitario.
La sentenza ha deciso sul caso di una signora che si rivolgeva ad un centro estetico per l’epilazione definitiva al mento; purtroppo, però, il trattamento le aveva provocato delle cicatrici al volto della donna. Quest’ultima, pertanto, adita la giustizia civile chiedendo la condanna della società titolare del centro estetico al risarcimento dei danni.
Il Giudice, dopo aver dato incarico a un medico legale, ravvisava la sussistenza del nesso di causiltà tra i postumi al volto della donna e i trattamenti eseguiti con il laser.
Condividendo le conclusioni peritali, il magistrato ha qualificato i derivati esiti cicatriziali nella regione del corpo trattata, quali postumi da danno permanente e danno estetico al volto, concludendo per la necessità, nell’esecuzione di siffatti trattamenti, della presenza di personale medico o, quantomeno, della supervisione di un sanitario.
QUANDO IL MATRIMONIO (con un cittadino italiano) NON SALVA DALL’ESPULSIONE LO STRANIERO IRREGOLARE…
Il matrimonio con un cittadino italiano non salva dall’espulsione lo straniero irregolare, se è successivo alla notifica del decreto di espulsione. Così ha stabilito la Cassazione (sesta sezione civile) con la sentenza n. 11582 del 10 luglio 2012 che si è pronunciata in relazione al caso di uno straniero destinatario di un provvedimento di espulsione emesso prima che quest’ultimo si sposasse con una cittadina italiana. Per la Corte “il divieto di espulsione dello straniero convivente con coniuge di nazionalità italiana (articolo 19, comma 2, lett. c), Dlgs n. 286/1998) non è applicabile allorché lo straniero sia già destinatario di un provvedimento espulsivo (che gli sia stato altresì debitamente comunicato): una siffatta estensione della portata del divieto (eccedente la lettera della legge che inequivocabilmente prevede il divieto di espulsione per chi sia già coniugato) favorirebbe la celebrazione di matrimoni strumentali e renderebbe inefficace ex post, e per fatto sopravvenuto, l’atto di esercizio del potere espulsivo che, invece, solo una espressa previsione di legge avrebbe potuto rendere revocabile”.
AL CELLULARE DURANTE L’ORARIO DI LAVORO: LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO
La Cassazione ha definito legittimo il licenziamento del lavoratore che, durante le ore di lavoro, effettuava telefonate personali. Con la sentenza n. 5371 del 4 aprile 2012, la Corte ha trattato il caso di un sorvegliante addetto all’ingresso di un ospedale che, nelle ore di servizio, invece di sorvegliare l’entrata e l’uscita delle persone, stava al telefono effettuando telefonate personali. Sia per la Corte d’Appello che per la Cassazione il comportamento dell’uomo è incompatibile con l’attività di vigilanza di un ospedale pubblico e pertanto confermano il licenziamento del portiere che a causa del suo comportamento ha legittimato la risoluzione del rapporto di lavoro per giusta causa (art. 2119 c.c.), per esser venuto meno al dovere di diligenza e, soprattutto, di fedeltà nei confronti dell’Azienda (artt. 2104 e 2105 c. c. ).
I giudici precisano infatti come “nella specie è stato conferito giusto risalto al tipo di attività svolta dall’addetto alla sorveglianza all’ingresso del presidio ospedaliero, che richiede particolare attenzione per evitare il rischio di intrusioni di soggetti non autorizzati, eventualmente pericolosi, in un ambiente quale quello ospedaliero, evidenziandosi anche il pregiudizio rispetto alla perdita di future commesse da parte della società che aveva in appalto il servizio”.
EQUITALIA CONDANNATA: deve risarcire il danno morale per pignoramento illegittimo.
Così si è pronunciata la Corte di Cassazione (sez. III) con la sentenza 11.06.2012 n° 9445 , in relazione al caso di un avvocato, che nonostante la vittoriosa opposizione ad una cartella di pagamento relativa a pregresse sanzioni amministrative, si è visto notificare un avviso di mora da parte dell’ente creditore e dell’agente riscossore. L’avvocato, quindi, ha inviato all’ente riscossore copia della sentenza che annullava l’intimazione di pagamento chiedendo altresì l’annullamento in autotutela dell’indebito avviso di mora, diffidando EQUITALIA ad astenersi dal compiere atti di esecuzione forzata.
Tuttavia, nei suoi confronti veniva illegittimamente attivata la procedura di esecuzione forzata e il professionista subiva il pignoramento mobiliare addirittura presso la sede del proprio studio legale. Ciò peraltro avveniva alla presenza di una collega e della segretaria dello studio oltre che della figlia, con evidente violazione del “diritto all’immagine”
Pertanto, il professionista conveniva in giudizio sia l’ente creditore e che EQUITALIA chiedendo il risarcimento del danno morale subito per effetto delle operazioni del pignoramento illegittimo. Secondo la tesi del professista, infatti, la condotta dell’ente impositore e dell’agente di riscossione, consistente nell’inerzia tenuta a fronte dell’istanza di annullamento dell’ingiustificato avviso di mora, integrerebbe gli estremi del reato di omissione d’atti d’ufficio disciplinato dal secondo comma dell’art. 328 c.p. e pertanto darebbe diritto al risarcimento del danno non patrimoniale derivante da fatto astrattamente costitutivo di reato.
Secondo l’art. 328 c.p. risponde del reato di omissione d’atti d’ufficio il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo.
La Suprema Corte, nella pronuncia in commento, ha affermato che : “quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato, la vittima avrà astrattamente diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale, costituendo la tutela penale sicuro indice di rilevanza dell’interesse leso…”
SI’ AL RISARCIMENTO PER IL CONIUGE TRADITO!
La Cassazione riconosce il diritto al risarcimento per il coniuge in caso di tradimento, oltre alla condanna della separazione con addebito al coniuge fedifrago:”il desiderio di libertà e felicità” cercato all’esterno “comporta la disgregazione della famiglia” passibile di danni. In questo modo, la prima sezione civile – sentenza 8862 annullando la sentenza del gradi di appello- ha accolto il ricorso di una moglie tradita di che chiedeva appunto i ‘danni da tradimento’. La Corte d’Appello infatti aveva addebitato la colpa del fallimento nuziale al marito, disponendo l’affidamento congiunto delle figlie minorenni con collocamento dalla madre, escludendo pero’ il risarcimento dei danni da tradimento. Il ragionamento seguito dai giudici di merito muoveva dal presupposto che la condotta dell’uomo “non sarebbe antigiuridica” e che la domanda di risarcimento del danno “contrasterebbe con il diritto del coniuge di perseguire le proprie scelte personali, soprattutto in conseguenza della legge che ha eliminato il carattere illecito dell’adulterio”. Un ragionamento che pero’ e’ stato cassato dalla Suprema Corte ritenendolo superato “dell’evoluzione giurisprudenziale di questi anni”.

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