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Timestamp: 2018-12-10 03:06:27+00:00

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Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 27 marzo 2015, n. 1614. Nel sistema di giustizia amministrativa il giudizio di primo grado non è un passaggio obbligato che il soggetto è costretto suo malgrado a percorrere pur di giungere dinanzi al giudice d'appello ed ottenere da questi la decisione finale sulla fondatezza della pretesa, ma una fase essenziale del processo amministrativo, nel corso della quale il giudice adito confronta le opposte tesi e dichiara quale va ritenuta fondata - Renato D'Isa
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Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 27 marzo 2015, n. 1614. Nel sistema di giustizia amministrativa il giudizio di primo grado non è un passaggio obbligato che il soggetto è costretto suo malgrado a percorrere pur di giungere dinanzi al giudice d'appello ed ottenere da questi la decisione finale sulla fondatezza della pretesa, ma una fase essenziale del processo amministrativo, nel corso della quale il giudice adito confronta le opposte tesi e dichiara quale va ritenuta fondata
sentenza 27 marzo 2015, n. 1614
sul ricorso numero di registro generale 7923 del 2014, proposto da:
Ro.Va., rappresentato e difeso dall’avvocato An.Br., con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, Via (…);
Dottoressa Ca.Pa., rappresentata e difesa dall’avvocato Ma.Sa., con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, viale (…);
Roma Capitale, in persona del sindaco in carica, rappresentata e difesa dall’avvocato Ca.Sp. dell’avvocatura comunale, con domicilio eletto in Roma, Via (…); dottoressa Fr.Ca. ed altri;
per la riforma della sentenza del T.A.R. LAZIO – ROMA: SEZIONE II n. 06611/2014, resa tra le parti, concernente l’approvazione in via definitiva della graduatoria selettiva pubblica per il conferimento di n.14 posti – profilo professionale di curatore archeologo
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Roma Capitale, di Ca.Pa. e di Fr.Ca.;
All’esito della selezione, la dottoressa Ca.Pa., collocatasi al diciannovesimo posto della graduatoria definitiva con il punteggio complessivo di 26,20, impugnava, innanzi il T.A.R. per il Lazio (RG. n. 8634/2013), la determinazione dirigenziale n. 2189 del 9 agosto 2013 di approvazione di detta graduatoria, l’art. 7 del bando di concorso e il regolamento di disciplina in materia di accesso agli impieghi del comune di Roma Capitale per il personale non dirigente, approvato con delibera di Giunta comunale n. 424 del 22 dicembre 2009.
La ricorrente lamentava la violazione degli artt. 7 e 8 del D.P.R. n. 487/1994 e degli artt. 35 e 70 del D.Lgs. n. 165/2001, assumendo che l’amministrazione, per la formazione della graduatoria, aveva erroneamente utilizzato il criterio della somma aritmetica dei singoli punteggi ottenuti dai candidati nelle varie prove previste dal bando con il punteggio relativo ai titoli posseduti, anziché il diverso criterio della somma tra la media dei punteggi ottenuti nelle prove scritte, il punteggio relativo alla prova orale e il punteggio relativo ai titoli posseduti, criterio quest’ultimo che l’avrebbe collocata al dodicesimo posto in graduatoria e dunque in posizione utile per l’assunzione.
Il dottor Va. soggiungeva che se la commissione giudicatrice avesse rispettato il limite massimo del punteggio attribuibile ai titoli, la dottoressa Ca.Pa. si sarebbe posizionata al trentesimo posto della graduatoria definitiva e, quindi, in posizione ancora meno utile rispetto a quella ricoperta, con la conseguenza che il ricorso avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile per carenza di interesse.
Con ordinanza n. 10975/2013 il T.A.R. disponeva l’integrazione del contraddittorio nei confronti dei controinteressati (signori El.Ca. ed altri) che però non si costituivano in giudizio.
1b.- Il T.A.R. per il Lazio con sentenza n. 6611, depositata il 23 giugno 2014, ha respinto il ricorso incidentale ed ha accolto il ricorso principale, annullando i provvedimenti impugnati.
2.- Avverso la sentenza il signor Ro.Va. ha proposto appello con unico motivo di censura e riproponendo, altresì, le doglianze già avanzate in primo grado.
Si è costituita, in giudizio la dottoressa Fr.Ca., che ha aderito all’appello principale e, contestualmente, ha spiegato appello incidentale.
Si è costituita in giudizio la dottoressa Ca.Pa. che ha chiesto di rigettare gli appelli così come proposti e confermare, per l’effetto, la sentenza del T.A.R. n. 6611/2014.
3.- In ordine ai motivi di censura avanzati dal sig. Ro.Va. con il ricorso incidentale e riproposti in questa sede, questo Consiglio di Stato (Adunanza Plenaria, 3 giugno 2011, n. 10), ha già avuto modo di chiarire che la mera riproposizione dei motivi di primo grado può essere giustificata solo quando manchi un’espressa ponderazione degli stessi da parte del TAR e non quando una valutazione vi sia stata.
Pertanto, la valutazione di questo Collegio non può che avere ad oggetto l’unica doglianza specifica contenuta nell’atto di gravame, con cui il signor Ro.Va. lamenta “error in judicando (violazione di legge in relazione agli artt. 7 e 8 D.P.R. 9 maggio 1994 n. 487) – erroneità, incongruità e contraddittorietà della motivazione – travisamento – error in judicando (violazione del principio di imparzialità della P.A. art. 97 Cost.”
Il dottor Ro.Va. richiama il dettato dell’art. 8 del D.P.R. n. 487/1994 e s.m.i. (“concorso per titoli ed esami”), il quale dispone che “per i titoli non può essere attribuito un punteggio complessivo superiore a 10/30 o equivalente”, ed il dettato del precedente art. 7 che, in ordine alla valutazione delle prove scritte, stabilisce che “i voti sono espressi, di norma, in trentesimi. Conseguono l’ammissione al colloquio i candidati che abbiano riportato una votazione di almeno 21/30 o equivalente”. Anche per quel che concerne il colloquio questo “si intende superato con una votazione di almeno 21/30 o equivalente”.
Tanto, peraltro, coerentemente con l’orientamento di questa Sezione, che con sentenza 1° febbraio 2010, n. 397 si è espressa in ordine al rapporto tra potestà regolamentare degli enti locali e normativa statale in materia; nella sentenza sono stati ritenuti superati tutti gli argomenti diretti a dimostrare la cedevolezza della normativa statale a fronte della potestà regolamentare degli enti locali in materia di organizzazione dei propri uffici e servizi e del reclutamento del personale attribuita prima dall’art. 6 della legge n. 127/1997 e poi dal nuovo assetto costituzionale introdotto dalla legge costituzionale n. 2/2001; con la conclusione che detti enti territoriali, nell’esercizio della loro autonomia, “sono tenuti comunque a conformarsi ai meccanismi oggettivi e trasparenti, idonei a verificare il possesso dei requisiti attitudinali e professionali richiesti in relazione alla posizione da ricoprire, propri di qualsivoglia procedura concorsuale, statale o locale”.
Invero, una eventuale differenziazione del criterio di valutazione delle prove scritte in ragione della tipologia di concorso – per soli esami o per titoli ed esami – sarebbe irrazionale, atteso che l’unica differenza tra il concorso per titoli ed esami e quello per soli esami è data dall’aggiunta del punteggio per i titoli, rimanendo entrambe strutturate su prove scritte ed orali.
8.- Nel suo appello incidentale, la dottoressa Fr.Ca., sostiene che l’originario ricorso proposto dalla dottoressa Ca.Pa., fosse improponibile, improcedibile ed inammissibile, per mancata tempestiva impugnazione del provvedimento di indizione del bando di concorso, atto presupposto e autonomamente impugnabile, divenuto, però, inoppugnabile al momento della notifica del ricorso.
Al riguardo il Collegio osserva, alla luce di un oramai consolidato indirizzo della giurisprudenza amministrativa, che i bandi di gara e di concorso vanno di regola impugnati unitamente agli atti che di essi fanno applicazione. Infatti, di fronte alla clausola illegittima del bando, il partecipante alla procedura concorsuale non è ancora da ritenersi titolare di un interesse attuale all’impugnazione, dal momento che egli non sa ancora se l’astratta e potenziale illegittimità della predetta clausola si risolverà in un esito negativo della sua partecipazione alla procedura concorsuale, e quindi in una effettiva lesione della situazione soggettiva (Cons. Stato ad. plen., 29 gennaio 2003, n. 1).
Conclusivamente vanno respinti sia l’appello principale del dottor Ro.Va., che l’appello incidentale della dottoressa Fr.Ca.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, respinge l’appello principale del dottor Ro.Va. e l’appello incidentale della dottoressa Fr.Ca.

References: sentenza 
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 sentenza 
 art. 97
 art. 7
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