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Timestamp: 2019-09-15 18:47:02+00:00

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Riflessioni sull’opportunità di un rito speciale per l’impugnazione dei licenziamenti - Judicium
Riflessioni sull’opportunità di un rito speciale per l’impugnazione dei licenziamenti
Sommario: 1. L’attuale (ridotto) ambito di applicazione del rito Fornero (tra im-piego pubblico e privato). 2. I principali difetti del rito Fornero. 3. Cenni alla crisi della distinzione tra processi a cognizione piena e sommaria. 4. Considerazioni de iure condendo in merito all’ipotesi di un nuovo rito speciale per l’impugnazione dei licenziamenti in regime di tutela “forte”.
Di Andrea Mengali - 06 marzo 2018
1. E’ noto che la L. 92/2012 ha istituito un rito speciale per le cause aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (c.d. rito Fornero, disciplinato dall’art. 1, commi 47 ss. della predetta legge).
E’ altresì noto che il D.lgs n. 23/15 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti) prevede, all’art. 11, che “ai licenziamenti di cui al presente decreto non si applicano le disposizioni dei commi da 48 a 68 dell’articolo 1 della legge 28 giugno 2012, n. 92”.
Pertanto, si è osservato, il rito Fornero è un rito “a scomparsa”, che non si applicherà per gli assunti dal 7 marzo 2015 in poi.
Per completare il quadro nel quale calare le brevi riflessioni che seguono, occorre considerare che l’applicabilità al pubblico impiego della legge sulle tutele crescenti ovvero della legge Fornero è ormai da escludere ai sensi dell’art. 63 comma 2 TU pubblico impiego come modificato dal dlgs 75/17 che impartisce una tutela “forte” ma al di fuori dell’ambito di applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, il che esclude in radice l’applicabilità del rito Fornero, che come noto è riservato alle controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni (art. 1, comma 47 L. 92/12).
Il rito Fornero è nato per una precisa finalità, quella di dirimere in tempi più celeri possibili le controversie relative all’impugnativa dei licenziamenti in regime di tutele “forti”[2].
Questo anche e forse soprattutto nell’interesse del datore di lavoro ad una celere definizione del contenzioso, funzionale a non perdurare nell’incertezza sul diritto o meno alla reintegra con conseguente risarcimento del danno fino all’effettiva reintegra[3].
L’esperimento del rito Fornero non ha convinto, da qui il suo superamento per i nuovi assunti dopo il 6 marzo 2015, per l’impiego privato, eppure il rito è ancora applicabile ai vecchi assunti mentre, con riferimento al pubblico impiego, prima dell’ultima modifica di cui al citato D.lgs n. 75/17, doveva ritenersi sicuramente applicabile agli assunti prima del 6 marzo 2015[4], mentre per quelli assunti successivamente la questione era complicata dall’incertezza sull’applicabilità al pubblico impiego della legge sulle tutele crescenti[5].
In ogni caso sia de iure condendo che de iure condito l’esigenza sottesa all’introduzione del rito Fornero è ancora attuale.
E non si può negare che dal punto di vista delle celerità della decisione di merito abbia avuto un impatto positivo.
Esigenza attuale per il pubblico impiego, dove rimane una tutela “forte” contro i licenziamenti illegittimi, attuale anche per l’impiego privato, non solo a ben vedere per i licenziamenti soggetti al regime dell’art. 18 post Fornero, ma anche per quelli disciplinati dal Dlgs n. 23/15, in particolare modo in caso di licenziamento nullo, discriminatorio, orale (art. 2 D.lgs n. 23/15, ma anche per l’insussistenza del fatto materiale nel licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa, art. 3, comma 2 D.lgs n 23/15), laddove la tempestività della tutela può incidere non poco sulla misura del risarcimento dovuto.
I difetti del rito Fornero hanno invece fatto dimenticare le ragioni (positive) della sua introduzione.
2. Volendo quindi svolgere alcune considerazioni, de iure condendo, a me pare che il difetto principale sia la struttura bifasica del procedimento, che al di là della valutazione sulla natura dell’opposizione individua quattro momenti possibili tra gradi e fasi (fase sommaria, opposizione, reclamo, cassazione).
In particolare la struttura bifasica comporta, nel concreto, una duplicazione di giudizi, sovente demandata allo stesso magistrato – si veda in particolare nelle realtà dei tribunali di provincia caratterizzati da sezioni lavoro composte da un numero esiguo di magistrati – e ciò in virtù della – ormai conclamata – non necessaria alterità del giudicante[6], che nonostante l’affermata natura sommaria della prima fase ha già in realtà compiuto il proprio accertamento per cui in sede di opposizione non ha che ribadire quanto già deciso.
Altro rilevante problema che ha destato non poche perplessità è l’annosa questione delle conseguenze dell’errore sul rito e con particolare riferimento alle domande connesse, si veda l’art. 1 comma 48 l. fornero per il quale “con il ricorso non possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47 del presente articolo, salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi”.
Senza indugiare troppo sul punto, le possibili soluzioni dell’errore sul rito, come noto, sono la pronuncia di inammissibilità della domanda ovvero l’applicazione analogica degli artt. 426 e 427 (o dell’art. 4 D.lgs n. 150/2011) con la conversione dello stesso[7].
Secondo un’interpretazione diffusa nella giurisprudenza di merito[8] la proposizione del ricorso, seppur con il rito sbagliato, fa salva la decadenza dalla proposizione della domanda nel termine previsto dalla L. 604. 1966 di 180 giorni.
L’argomento principale è la rilevanza solo endoprocessuale della pronuncia di inammissibilità (che non ha efficacia di giudicato esterno), tuttavia non convince fino in fondo in quanto venendo meno gli effetti sostanziali della domanda la decadenza, secondo l’interpretazione che riteniamo preferibile, non è evitata[9].
Ma è con riferimento alle domande connesse che si sono verificati i problemi maggiori, con la nota problematica, per fare un esempio, della domanda subordinata ai sensi L 604. 66 anche e forse soprattutto nel caso di domanda principale di tutela reale e di domanda subordinata di tutela obbligatoria. Ancora più complesso quando la domanda principale è fondata sul carattere discriminatorio o ritorsivo del licenziamento. Torneremo a breve sul punto.
Le soluzioni possibili sono tre queste volte: ammissibilità della domanda con il rito Fornero, inammissibilità o invece conversione del rito[10].
In definitiva, se pare corretta l’ammissibilità della domanda subordinata di tutela obbligatoria in caso quella principale abbia ad oggetto la tutela forte per datori di lavoro che superino i requisiti dimensionali previsti dalla legge, il discorso è diverso quando la domanda principale si fonda sul carattere ritorsivo o discriminatorio del licenziamento, anche se si può osservare che, pur non essendo fondate le domande sugli identici fatti costitutivi, la domanda principale può comprendere anche quella subordinata. Così sarà di regola nel caso di licenziamento ritorsivo, che secondo la costante interpretazione delle giurisprudenza di legittimità deve essere l’unico ed esclusivo motivo del recesso e pertanto impone l’esame anche della sua ingiustificatezza[11].
In questo caso la soluzione da ultimo adottata dalla giurisprudenza di legittimità con la pronuncia del 2016 citata è quella dell’ammissibilità della domanda nonostante l’evidente forzatura del dato normativo (le domande non si fondano sugli stessi fatti costitutivi), ma nel 2015, come visto[12], la Suprema Corte si era espressa nel senso dell’inammissibilità.
3. Ciò detto, attualmente la dottrina processualcivilistica è in fermento sul tema della sommarietà dell’istruzione e sull’attualità di una distinzione tra cognizione piena e sommaria.
L’opinione tradizionale secondo la quale il processo è sommario se le regole non sono interamente predeterminate dalla legge[13] vacilla, ed è noto come sia allo studio e tuttora all’esame del parlamento il progetto di estendere il modello del procedimento sommario di cognizione a tutte le controversie civili (in corso di esame in commissione al senato il ddl 2284[14]).
Recentemente si sono posti dubbi sulle reali differenze tra rito sommario e ordinario, con riferimento in particolare alle forme istruttorie e alla possibilità di ammettere prove atipiche (si è sostenuto ad esempio, per quanto si possa ritenere il contrario, che anche nel processo sommario sia necessaria la previa capitolazione della prova, verificandosi altrimenti una compressione del contraddittorio e attribuendo viceversa – l’argomento prova poco per il rito Fornero – poteri istruttori d’ufficio al giudice non previsti[15]), dall’altra poiché le differenze tra procedimento sommario, soprattutto quando questo investe tutti gli atti di istruzione rilevanti (c.d. cognizione piena deformalizzata) sta a ben vedere nella mancata predeterminazione di termini ex lege, peraltro del tutto marginale già nel rito “ordinario” del lavoro (se non per le note ex art. 429 comma 2, concesse su richiesta delle parti quando il giudice “lo ritiene necessario”).
4. Al netto di queste perplessità, un “nuovo” rito speciale per le impugnazioni del licenziamento potrebbe essere quello che preveda una unica fase “deformalizzata”, sul modello di cui all’art. 702 bis, con il chiarimento che le cause connesse potranno essere introdotte insieme a quella principale di impugnazione del licenziamento, salvo potere il giudice, laddove non si tratti di connessione c.d. “forte” (che incide sull’armonia dei giudicati), di separare le cause convertendo il rito per quella connessa laddove questa “non consenta”, per la sua complessità, la prosecuzione nelle forme sommarie.
Quella della separazione è peraltro la scelta operata dal legislatore del 2009 con riferimento all’introduzione del procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c., per il caso di cumulo di cause determinato dalla domanda riconvenzionale del convenuto, sicuramente riforma processuale che ha avuto maggior successo di quella variante al modello di procedimento c.d. a cognizione piena deformalizzata[16] rappresentato dal rito Fornero (quantomeno nella fase di opposizione).
Nel caso dell’art. 702 ter comma 4 c.p.c., in particolare, “quando la causa relativa alla domanda riconvenzionale richiede un’istruzione non sommaria, il giudice ne dispone la separazione”.
Con questi accorgimenti ad esempio una causa dove insieme al licenziamento sono rivendicate differenze retributive in ordine allo straordinario potrebbe essere separata (tipica complessità istruttoria alta), ed il giudice eventualmente potrebbe decidere con una pronuncia parziale sull’impugnativa dl licenziamento, attribuendo il risarcimento sulla base della retribuzione globale di fatto al netto degli straordinari (in particolare se sistematici), demandando al prosieguo del processo la determinazione non solo di quest’ultimo ma anche dell’eventuale differenziale dovuto a fronte del licenziamento illegittimo.
Ma, per esempio, nel caso della domanda di tutela obbligatoria subordinata a quella relativa alla natura ritorsiva del licenziamento, pur essendo diversi i fatti costitutivi, non appare prospettabile una maggiore complessità della causa subordinata perché per decidere la principale dovrà comunque essere accertato l’ingiustificatezza oggettiva o soggettiva del licenziamento (il carattere ritorsivo, come ricordato, secondo la prevalente interpretazione deve essere il motivo unico ed esclusivo del recesso e quindi comunque impone l’accertamento sulla sussistenza della g.c. o del g.m.o.).
Altro caso di connessione senza identità di fatti costitutivi ma non per questo, nella maggior parte dei casi, con una complicazione istruttoria, è quella dell’impugnazione del licenziamento per g.m.o. con l’azione diretta a far valere il diritto di precedenza di cui a L. 264/49 (art. 15, comma 6). Da un parte sarà fatto valere il difetto della soppressione del posto lavoro, la violazione dei criteri di scelta, la violazione dell’obbligo di ripescaggio, dall’altra parte sarà fatta valere l’assunzione per un posto di lavoro equiparabile a quello perso nei sei mesi successivi. Ma l’assunzione del lavoratore dopo il licenziamento può dimostrare la violazione dell’obbligo di repechage e la mancata soppressione posto. Molto frequentemente, quindi, in questi casi l’istruttoria è la stessa.
In tali ipotesi, a sommesso avviso di chi scrive, occorre lasciare libertà al giudicante di valutare, nel caso concreto, la soluzione più idonea, ritagliando il singolo processo sul caso anziché prevedere rigide e farraginose regole predeterminate (si veda il riferimento infelice agli “identici fatti costitutivi” in un sistema che ha già le sue regole sulla connessione), che peraltro rappresentano una contraddizione in termini in un processo che si professa deformalizzato.
Ma al di là del rito e volendo invece valorizzare le perplessità sopra rimarcate, il vero punto è quello di maturare una idonea consapevolezza sull’opportunità non tanto di un rito sommario per l’impugnazione dei licenziamenti, quanto di una corsia preferenziale, con una sezione ad hoc oppure (soprattutto per le piccole realtà di provincia) l’attribuzione di una priorità nella trattazione di tali cause con un calendario delle udienze ad hoc, come già previsto dall’art. 1 comma 65 della 92/2012 secondo cui “alla trattazione delle controversie regolate dai commi da 47 a 64 devono essere riservati particolari giorni nel calendario delle udienze”.
Certo che il caso di una eventuale riforma a costo zero tradisce il fatto che la coperta rimane corta, per cui aggiungendo risorse alle cause di impugnativa dei licenziamenti si toglierebbero inevitabilmente alle altre.
Ma la riflessione è doverosa e occorre a mio sommesso avviso evitare l’equivoco che difetti contingenti di un rito non ben congegnato facciano perdere di vista la ragione per la quale era stato introdotto.
[1] Il presente contributo è tratto dalla relazione tenuta dall’Autore in occasione del Convegno organizzato dalla Scuola Superiore della Magistratura – Struttura territoriale di Genova, “Lavoro pubblico privatizzato e lavoro privato: un confronto”.
[2] Cfr. F. P. Luiso, Il procedimento per l’impugnativa dei licenziamenti in regime di tutela reale: modelli di riferimento ed inquadramento sistematico, in F.P. Luiso – R. Tiscini – A. Vallebona, La nuova disciplina sostanziale e processuale dei licenziamenti, Torino, 2012, 59.
[3] Cfr. D. Buoncristiani, Rito licenziamenti: profili sistematici e problemi applicativi, in Riv. it. dir. lav., 2013, 351 ss., il quale osserva come, mentre il lavoratore ha a disposizione la tutela d’urgenza ex art. 700 c.p.c. per chiedere un ordine provvisorio di reintegra, il datore di lavoro “non può richiedere una tutela cautelare, essendosi già fatto giustizia da sé con il licenziamento ed in quanto difetta il periculum in mora, […] Tuttavia, è particolarmente defatigante e controproducente l’incertezza legata alla possibile controversia sul licenziamento, che può spingere il datore di lavoro a non assumere altro lavoratore al posto di quello licenziato (che, però, potrebbe essere reintegrato) ovvero a non investire l’elevata somma potenzialmente dovuta a titolo di indennità risarcitoria”.
[4] Cfr. Cass. 9 giugno 2016, n. 11868, secondo cui “resta fuori dal tema dibattuto, e che in questa sede viene rimeditato espressamente, l’indiscutibile immediata applicazione alle impugnative dei licenziamenti adottati dalle pubbliche amministrazioni del nuovo rito, in primo grado ed in sede di impugnazione, quale disciplinato dalle norme in disamina, nulla ostando nè nelle previsioni della L. n. 92 del 2012 (art. 1, commi 48 e seguenti) nè nel corpo normativo di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001 ed anzi militando, per la generale applicazione ad ogni impugnativa di licenziamento ai sensi dell’art. 18 S.L., la espressa previsione dell’art. 1, comma 47 della legge del 2012”. Diversamente, per quanto riguarda le norme sostanziali della Legge Fornero (L. 92/12), tale pronuncia ne aveva chiarito l’inapplicabilità al pubblico impiego per una serie di ragioni tra le quali la natura fissa e non mobile del rinvio alla L. 300/70 di cui all’art. 51, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, “incompatibile con un automatico recepimento di ogni modifica successiva che incida sulla natura della tutela del dipendente licenziato”.
[5] La questione, ormai non più attuale, era sorta per la mancanza di una espressa previsione tanto di inclusione quanto di esclusione del pubblico impiego dall’ambito di applicazione del D.lgs. n. 23/2015, silenzio suscettibile di opposte interpretazioni. Uno degli argomenti a sostegno della tesi restrittiva era dato dalla lettera dell’art. 1 comma 1 del D.lgs in discorso, che riferendosi, quanto all’ambito di applicazione, alle categorie degli operai, degli impiegati e soprattutto dei quadri (categoria sconosciuta all’impiego pubblico privatizzato) pareva riferirsi al solo impiego privato. Inoltre la predetta Cass. 11868/2016, pur affrontando la diversa questione dell’applicabilità delle norme sostanziali della L. 92/2012 al pubblico impiego, ed escludendola, aveva offerto, tra gli altri (cfr. nota precedente), argomenti validi anche con riferimento all’applicabilità della disciplina sostanziale di cui al D.lgs n. 23/15, in particolare l’affermata “inconciliabilità della nuova normativa, modulata sulle esigenze del lavoro privato, con le disposizioni di cui al d.lgs. n. 165 del 2001”
[6] cfr. Cass. civ. Sez. lavoro, 17-02-2015, n. 3136, secondo la quale “la fase dell’opposizione ai sensi dell’art. 1, comma 51, L. n. 92 del 2012 non costituisce un grado diverso rispetto alla fase sommaria ex art. 1, comma 48, L. n. 92 del 2012, ma solo una prosecuzione del giudizio di primo grado in forma ordinaria e non più urgente. Conseguentemente non sussiste incompatibilita’ tra il giudice che aveva emesso l’ordinanza di cui all’art. 1, comma 49, L. n. 92 del 2012 e quello competente per la trattazione del successivo giudizio di opposizione”, v. anche ord. Corte Cost. n. 205.2014 che ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 51, della legge 28 giugno 2012, n. 92 e dell’art. 51, primo comma, numero 4), del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo e secondo comma, 24, primo e secondo comma, 25, primo comma, 97 e 111, primo comma, della Costituzione.
[7] Cfr., anche per ulteriori riferimenti, D. Buoncristiani, Erronea scelta del rito nell’impugnazione del licenziamento: conseguenze e rimedi, in Riv. dir. proc., 2014, 1382 ss.
[8] Cfr. Trib. Milano 25 ottobre 2012, in Foro It., 2013, I, 674, con nota di S. Calvigioni e in Riv. it. dir. lav., 2012, II, 1086, con nota di A. Bottini; Trib. Roma 14 gennaio 2013, in Lav. nella giur., 2013, 925; App. Firenze 14 aprile 2015, in Banche Dati 24Ore. Cfr. anche le linee guida dei Tribunali di Firenze e Roma in Riv. It. dir. lav., 2012, III, 1111 ss. I
[9] Cfr., per una ampia disamina degli argomenti posti a base tanto della tesi secondo la quale la decadenza non è impedita in caso di estinzione o di chiusura in rito del processo, tanto della tesi contraria, e che si fondano su contrapposte interpretazioni degli artt. 2966, 2967 c.c. e 310 c.p.c, D. Buoncristiani, op. ult. cit., spec. § 3, il quale conclude per la prima soluzione, cui abbiamo aderito nel testo, osservando, tra l’altro, che l”atto domanda giudiziale non va considerato atomisticmaente, ma nella sequenza in cui è inserito, per cui occorre che si mantenga la prospettiva di tale atto, cioè la sua idoneità a portare ad una decisione di merito” e che quindi “con l’estinzione del giudizio si ha l’azzeramento della sequenza processuale, con travolgimento ex tunc anche degli atti serventi, tra cui la domanda giudiziale, che perde la sua idoneità a portare ad una decisione di merito”.
[10] Per l’inammissibilità cfr. Cass. 10 agosto 2015, n. 16662, in un caso dove il discrimine tra domanda principale e domanda subordinata era il numero dei dipendenti del datore di lavoro. In tale ipotesi per la verità, quindi in caso di domanda di tutela obbligatoria formulata in via subordinata laddove non sia raggiunta la prova del requisito dimensionale per la domanda principale di tutela reale, si può ritenere che questo non faccia parte della fattispecie costitutiva del diritto ma, per il principio di vicinanza della prova, costituisca eccezione, quindi vi sia effettiva identità dei fatti costitutivi. Per l’ammissibilità Cass. 13 giugno 2016, n. 12094, in un caso dove la domanda principale era fondata sul carattere ritorsivo del licenziamento, secondo cui “emerge con chiarezza che un valore fondante dell’ordinamento processuale è quello di attuare il diritto delle parti mediante una pronuncia di merito, che è garanzia di effettività della tutela ai sensi dell’art. 24 Cost., senza che questioni di rito possano pregiudicare o aggravare in modo non proporzionato l’accertamento del diritto stesso. Pertanto, avuto riguardo alla disposizione processuale in esame che ammette espressamente, unitamente alla proposizione di una domanda avente ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate della L. n. 300 del 1970, art. 18, anche quella avente ad oggetto una domanda fondata su identici fatti costitutivi, tra una interpretazione restrittiva che esita in pronunce di mero rito e produce la parcellizzazione dei processi ed altra che, orientata dall’essenziale principio dell’effettività della tutela, sia comunque compatibile con una esegesi letterale e sistematica, consentendo che da una unica vicenda estintiva del rapporto di lavoro scaturisca un unico processo, occorre privilegiare quest’ultima”. Per la conversione del rito cfr. Trib. Reggio Emilia 15 aprile 2016 in Riv. labor.it
[11] Cfr. ex multis Cass. civ. Sez. lavoro, 08-08-2011, n. 17087. Diverso invece, almeno stando ad un recente arresto di legittimità, il caso del licenziamento discriminatorio, che non richiederebbe che il motivo illecito sia esclusivo e determinando, producendo comunque la nullità del recesso. Cfr. Cass. 5 aprile 2016, n. 6575.
[12] Cfr. supra, in nota.
[13] Cfr. R. Caponi, Sulla distinzione tra cognizione piena e sommaria (in margine al nuovo procedimento ex art. 702 bis ss. c.p.c.), in Giusto proc. civ., 2009, 1118.
[14] Al dì della stesura della presente relazione scritta si precisa che il disegno di legge non è stato approvato e che dato l’imminente termine della legislatura, nonostante risulti esservi stato da ultimo un tentativo di approvazione di una analoga riforma mediante la formula dell’emendamento alla Legge di Bilancio 2017 (senza esito positivo) alcuna modifica sia stata approvata.
[15] Cfr. G. Balena, Alla ricerca del processo migliore, tra regole e discrezionalità, relazione provvisoria dell’intervento tenuto al XXXI convegno nazionale dell’Associazione Nazionale fra gli Studiosi del Processo Civile, La tutela dei diritti e le regole del processo, Padova 29-30 settembre 2017, spec. § 5.
[16] Cfr., anche per riferimenti, A. Tedoldi, Il nuovo procedimento sommario di cognizione, Bologna, 2013, spec. 376; G. Balena, op. ult. cit., spec. § 5.

References: art. 3
 art. 429
 art. 700
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1
 § 3
 Cass. 
 Cass. 
 art. 18
 Cass. 
 Cass. 
 art. 702
 § 5
 § 5