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Timestamp: 2020-06-02 02:53:59+00:00

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Dieci anni di mafie in Liguria (2010-2020) – MafieInLiguria.it
Gen 27, 2020 | Approfondimenti, Prima pagina
Il decennio appena concluso è stato caratterizzato da un’intensa attività investigativa, volta ad accertare il radicamento della ‘ndrangheta nel nostro territorio. Ne ripercorriamo, in sintesi, le tappe fondamentali, evidenziando quanto emerso dai procedimenti giudiziari che hanno interessato le diverse zone della Liguria. Dopo alterne e complesse vicende processuali, è stata riconosciuta, in via definitiva, una presenza strutturata delle cosche, tanto a Genova, quanto nel ponente ligure.
2010: tutto ha inizio
Nel luglio del 2010 scatta l’operazione Crimine-Infinito, coordinata dalle DDA di Milano e Reggio Calabria, che conduce ad oltre 300 arresti in tutta Italia. Tra gli altri, vengono attinti da misura cautelare due “genovesi”: Domenico Gangemi, besagnino di Piazza Giusti, e Domenico Belcastro, piccolo imprenditore edile. Il primo, in particolare, è accusato di essere il referente della ‘ndrangheta in Liguria ed emerge che il suo negozio, “Il Regno della Frutta”, è un crocevia di pregiudicati di origine calabrese, nonché politici liguri in cerca di sostegno elettorale.
Vengono messe sotto osservazione le elezioni Regionali del 2010. Si registrano scontri, quantomeno verbali, tra gli uomini dei clan, perché i paesani da sostenere sono numerosi. Delle regionali liguri si parla, addirittura, alla lavanderia Ape Green di Giuseppe Commisso, a Siderno, il 4 marzo 2010: lì Domenico Belcastro si sfoga, riportando i contrasti avuti con Gangemi circa i candidati da sostenere.
Maglio 3, dunque: il 27 giugno 2011, a un anno di distanza dagli arresti lombardi e calabresi, vengono raggiunte da misura cautelare 12 persone, mentre sono circa 40 i soggetti indagati. E’ la genesi dell’inchiesta Maglio 3 che, dopo un tortuoso iter processuale, porterà alla condanna di 9 soggetti per associazione mafiosa nell’aprile del 2018 (sentenza della Corte d’Appello di Genova).
Nel 2012, non a caso, l’associazione antimafia “Libera” sceglie Genova come sede della propria giornata nazionale della memoria e dell’impegno, in onore delle vittime di tutte le mafie. Si accendono i fari sul radicamento malavitoso in Liguria, dopo troppi anni di colpevole silenzio, indifferenza, sottovalutazione.
Nel frattempo, anche nel ponente ligure la situazione precipita. Nel 2011 il comune di Bordighera viene sciolto per condizionamento mafioso, a causa della ingombrante attività delle famiglie Pellegrino/Barilaro nella città delle palme: rapporti con la politica, minacce ad assessori e consiglieri comunali, pressioni per ottenere l’apertura di una sala giochi, attentati incendiari…
Nel 2012 viene sciolto anche il Comune di Ventimiglia: anche in questo caso si ritiene che le famiglie calabresi (Marcianò in particolare) abbiano rapporti privilegiati con l’amministrazione, al punto da ottenere numerosi appalti di lavori in città.
Il 3 dicembre 2012 scatta l’operazione La Svolta, con 15 arresti e perquisizioni nelle abitazioni dei primi cittadini di Bordighera, Vallecrosia, Ventimiglia.
Ventimiglia e Bordighera
Il 7 ottobre 2014 il Tribunale di Imperia riconosce l’esistenza di due locali di ‘ndrangheta, una a Ventimiglia e una a Bordighera, ed emette sedici condanne per associazione mafiosa, con pene sino a 16 anni.
Si tratta, in questo caso, di un sodalizio “operativo”, che pone in essere molteplici reati (estorsioni, minacce, incendi dolosi, cessione di sostanze stupefacenti) con il tipico metodo mafioso, risultando altresì evidenti i plurimi interessi economici perseguiti, la capacità intimidatoria promanante dal vincolo, l’alone di intimidazione diffuso, il controllo del territorio.
Nonostante l’interferenza nelle consultazioni elettorali, vengono invece assolti, sin dal primo grado, i sindaci delle due cittadine del ponente.
La Corte d’appello di Genova riforma parzialmente il verdetto il 10 dicembre 2015, restituendo una visione “dimezzata” della ‘ndrangheta. A fronte della sostanziale conferma delle condanne dei membri del locale di Ventimiglia, tra cui esponenti della famiglia Marcianò, vengono assolti tutti i membri delle famiglie Pellegrino-Barilaro appartenenti al locale di Bordighera.
La Corte di Cassazione, il 14 settembre 2017, per la prima volta accerta con sentenza definitiva il radicamento organico della ‘ndrangheta nella nostra Regione, in particolare a Ventimiglia, confermando le condanne del gruppo intemelio. La Corte annulla, invece, le assoluzioni dei bordigotti, evidenziando la consapevolezza nella collettività dell’appartenenza degli imputati alla ‘ndrangheta e lo stato di assoggettamento e omertà, richiesto dal reato associativo. Dall’indagine emerge altresì il ricorso sistematico alla violenza e alla sopraffazione da parte del gruppo criminale, che aveva dimostrato di non essere affatto una “mafia silente”.
In applicazione di tali principi, il 25 gennaio 2019 la Corte d’appello condanna, infine, anche i Pellegrino-Barilaro, riportando la ricostruzione della ramificazione nel ponente ligure al suo impianto accusatorio originario; con la sentenza del 21 Gennaio 2020, la Corte di Cassazione conferma anche tale ultima pronuncia, ponendo fine al procedimento “La Svolta” e sancendo definitivamente l’esistenza della ‘ndrangheta anche a Bordighera.
Sebbene il Tribunale di Savona non abbia mai processato esplicitamente un sodalizio per mafia (se non nel lontano caso Teardo, in cui comunque l’accusa di 416 bis fu esclusa quasi subito), la Provincia di Savona vanta una storica presenza criminale, per esempio di alcuni membri della ‘ndrina Raso-Gullace-Albanese, e non si può ritenere affatto estranea a fenomeni di infiltrazione mafiosa.
Negli ultimi anni, anzitutto, si sono celebrati numerosi procedimenti per reati-satellite a carico di soggetti ritenuti intranei alle cosche ed attinti da successivi accertamenti di carattere spiccatamente antimafia. Si fa riferimento, ad esempio, al processo per usura, estorsione, intestazione fittizia di beni avviato nel 2015 a carico di Gullace e terminato con un patteggiamento (“Real Time”).
Lo stesso Gullace, insieme ad altri numerosi soggetti residenti in Liguria, è stato arrestato nuovamente nel giugno 2016 nell’ambito dell’operazione “Alchemia”, condotta dalla Procura di Reggio Calabria e volta – insieme ad altri importanti indagini – a smascherare il gotha politico-affaristico della ‘ndrangheta, il cd. Direttorio, che risulta composto da professionisti di varia natura, inseriti anche ai più alti livelli della politica.
In particolare il 19 luglio 2016 il G.I.P. di Reggio Calabria dispone la custodia cautelare in carcere per Carmelo Gullace, sua moglie Rita Fazzari, Antonio Fameli, Fabrizio Accame, Antonino Raso e Francesco Raso, con l’accusa di associazione mafiosa. Sono tutti soggetti attivi da anni nel savonese nei settori dell’edilizia e del movimento terra, nell’usura e nel riciclaggio di denaro sporco. Tra le altre cose, sarebbe dimostrato un concreto interesse per alcuni subappalti relativi al Terzo Valico.
Il 10 febbraio 2018 Accame è condannato a 8 anni e 8 mesi per associazione mafiosa in abbreviato; non risultano ancora emesse le condanne in rito ordinario. Nell’agosto del 2019, in compenso, gli stessi soggetti sono stati colpiti da ingenti sequestri disposti dalla DIA di Genova e relativi a beni mobili, immobili, quote societarie e conti correnti. Si evidenzia come l’attività di prevenzione patrimoniale, spesso ad opera della DIA, rappresenti storicamente la strategia prediletta per contrastare tali organizzazioni nel territorio savonese.
La presenza della malavita organizzata nel capoluogo ligure è risalente, basti pensare che già nel 1987 la Cassazione certificò la presenza di Cosa Nostra a Genova, confermando la condanna per associazione mafiosa nei confronti di Salvatore Fiandaca.
Negli anni ’90 si è dimostrata, poi, la presenza di tre decine, legate al nisseno Piddu Madonia e responsabili di omicidi, traffico di droga, gestione del gioco d’azzardo e delle bische clandestine. Arrivarono pesanti condanne per 416 bis nei confronti del clan Fiandaca-Emmanuello.
Con riferimento alla ‘ndrangheta, già negli anni ’90 la magistratura aveva processato un gruppo di Taurianova (RC), impiantato a Genova. L’accusa di mafia non resse il dibattimento, ma arrivarono condanne per associazione per delinquere e traffico di droga, a carico di alcuni esponenti degli Asciutto- Grimaldi- Comandé.
Nel 2000 parte il filone Maglio: in una prima indagine la stessa Procura chiese l’archiviazione, dopo aver indagato senza successo una quarantina di soggetti gravitanti intorno ad Antonio Rampino (ritenuto lo storico boss delle ‘ndrine sotto la Lanterna e deceduto nel 2008).
Nell’ultimo decennio, Genova è stata interessata a numerose vicende di ‘ndrangheta, prevalentemente riferite al procedimento Maglio 3.
Il 9 novembre 2012 il Tribunale di Genova ha assolto in primo grado tutti gli imputati, accusati a vario titolo di far parte delle locali di ‘ndrangheta di Genova, Ventimiglia e Sarzana; in allora la curia genovese ha ritenuto che si evincesse “non certo l’estraneità degli imputati alla ‘ndrangheta, giacché è indiscutibile che di ‘ndrangheta in molti casi (ndr. in molte intercettazioni) si parli”, tuttavia vi era l’“impossibilità di affermare che questo “essere” ‘ndranghetisti si concretizzi anche nel “fare” gli ‘ndranghetisti e che la ‘ndrangheta che oggi è in Liguria abbia assunto i connotati che le sono propri nella terra di origine e realizzi, quindi, un’associazione criminale riconducibile” al reato di associazione mafiosa.
Da allora la realtà storica e processuale è notevolmente mutata. In un primo momento, il 19 febbraio 2016, la Corte d’Appello genovese ha confermato la predetta sentenza assolutoria – ritenendo “impossibile anche solo sul piano naturalistico che un’associazione mafiosa non si manifesti all’esterno” e che “le indagini hanno rivelato un mondo totalmente autoreferenziale, dove si disquisisce in modo causidico delle regole e si rimpiange il passato”. La Corte di Cassazione tuttavia, il 4 aprile 2017, ha ribaltato il verdetto consolidatosi in appello, annullando con rinvio la sentenza di secondo grado e ritenendo che la ‘ndrangheta presente nel capoluogo genovese potesse ricondursi a quel tipo di “mafia silente” che si avvale “di quella forma di intimidazione, per certi aspetti ancora più temibile, che deriva dal non detto, dall’accennato, dal sussurrato, dall’evocazione di una potenza criminale cui si ritenga vano resistere”.
A tale principio si è conformata la Corte d’appello genovese che, il 18 aprile 2018, ha pronunciato sentenza di condanna per 9 imputati su 10, riconoscendo per la prima volta la presenza della ‘ndrangheta sul territorio genovese (dopo gli approdi raggiunti nel processo La Svolta). Si è stabilito, in particolare, come non siano affatto necessarie manifestazioni eclatanti della mafiosità del sodalizio o la commissione di reati-fine, bensì è sufficiente che la capacità intimidatoria della consorteria sia potenziale, essendo ben possibile che l’organizzazione mafiosa preferisca adottare modalità di azione più subdole e silenti, ma non per questo meno pericolose.
Profondamente scossa da vicende giudiziarie sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta è stata la città di Lavagna. Infatti, lo scorso 7 giugno 2019, il Tribunale di Genova ha condannato gran parte degli imputati del processo “i Conti di Lavagna”, riconoscendo la presenza di una locale di ‘ndrangheta nella cittadina del Tigullio, riconducibile alla famiglia Nucera-Rodà. E’ stata individuata una fitta rete di rapporti tra la cosca e gli esponenti dell’amministrazione comunale di allora sicché, per la prima volta nella storia giudiziaria ligure, sono stati condannati non solo i mafiosi di origine calabrese – strettamente legati alla ‘ndrina Rodà-Casile di Condofuri (RC) – ma anche i politici nostrani, ritenuti colpevoli di aver accettato pacchetti di voti in cambio di favori economici alle cosche, in occasione delle elezioni amministrative del 2014.
Peraltro, il Comune di Lavagna era stato, nel 2016, immediatamente commissariato per le dimissioni della maggioranza dei consiglieri comunali ed infine sciolto nel 2017 con decreto del Presidente della Repubblica per condizionamento mafioso.
Al contrario di quanto accaduto in “Maglio 3”, i giudici ritengono che “la locale lavagnese non è riconducibile alla categoria delle “mafie silenti”, essendosi manifestata con numerosi e gravi “reati fine”. Infatti, sono molteplici i reati riconosciuti dal Tribunale, oltre all’associazione mafiosa: il traffico illecito dei rifiuti (oggetto di una gestione, diretta o indiretta, ma comunque “spregiudicata” da parte di società riconducibili ai soggetti condannati per associazione mafiosa, ininterrottamente dagli anni 80 fino al 2016), il traffico di armi (era stato infatti rinvenuto nella disponibilità del sodalizio un importante arsenale di armi “pronto all’uso”), il traffico di sostanze stupefacenti, la gestione di attività economiche e commerciali, episodi di usura ed estorsione, ma soprattutto le corruzioni elettorali con gli allora candidati alle elezioni, poi effettivamente eletti, cui seguirono – quale controprestazione in ottemperanza al patto elettorale stipulato con il gruppo criminale – diverse ipotesi di abuso d’ufficio, aggravate dalla finalità di agevolare la ‘ndrangheta.
Nel dettaglio, Antonio Rodà – condannato in rito abbreviato a 14 anni e 8 mesi di reclusione, per i delitti di associazione mafiosa e cessione di sostanze stupefacenti – è stato assolto in Appello dal reato associativo “per non aver commesso il fatto”. Successivamente, il 7.6.2019 il Tribunale di Genova ha emesso pesanti condanne nel troncone principale del procedimento: sono condannati per associazione mafiosa Paolo, Antonio e Francesco Nucera e Francesco Antonio Rodà. Gli stessi sono condannati, alternativamente o cumulativamente, anche per traffico illecito di rifiuti, corruzione elettorale, usura, estorsione, truffa, detenzione e occultamento di armi, con pene comprese tra 9 e 16 anni e 6 mesi. Infine, vengono condannati per corruzione elettorale aggravata dall’agevolazione mafiosa anche i politici: Gabriella Mondello (1 anni e 6 mesi) e Pino Sanguineti (2 anni, anche per abuso d’ufficio).
La Spezia (e Sarzana)
Se si guarda ai soli risultati dei procedimenti penali, l’estremo levante ligure sembrerebbe non essere interessato dal fenomeno ‘ndranghetista. Negli ultimi anni, infatti, l’unico spezzino rinviato a giudizio con l’accusa di appartenere all’organizzazione criminale di origine calabrese è stato Antonio Romeo di Sarzana, nell’ambito del procedimento “Maglio 3”. Le accuse mosse nei suoi confronti, basate unicamente su alcune intercettazioni, erano quelle di essere il capo del c.d. locale di ‘ndrangheta di Sarzana; viene, tuttavia, assolto anche nel secondo processo d’appello.
L’attività delle forze dell’ordine e della magistratura sul territorio si è concretizzata attraverso prevalentemente l’utilizzo delle misure di prevenzione patrimoniale, dirette a fermare il reinvestimento nell’economia legale di flussi di denaro riconducibili ad ambienti ‘ndranghetisti.
L’operazione “Money monster” nell’agosto 2017 porta al sequestro di circa 5 milioni di beni della sorella di Santo Abissola, ritenuti dagli inquirenti come derivanti dalle attività illecite condotte dallo stesso, vicino alla cosca Farao-Marincola di Cirò Marina (Crotone) ed ucciso nel 2012 nel Crotonese, tra il 2002 e il 2012. L’operazione, inoltre, prosegue nell’aprile 2018 con il sequestro di conti correnti bancari e altri beni occultati in Svizzera.
L’operazione “Grecale Ligure” del 2015 riguardava: tre soggetti calabresi, accusati di aver intestato fittiziamente beni e aziende a dei prestanome mentre, di fatto, gestivano in qualità di referenti strategici per conto di una ramificazione ligure della ‘ndrangheta i cui vertici risiedono in provincia di Reggio Calabria; due imprenditori accusati a vario titolo di falso, bancarotta fraudolenta, riciclaggio, cui viene applicata una misura di prevenzione che porta al sequestro di beni per un valore di circa venti milioni di euro in quanto una delle persone coinvolte avrebbe intrattenuto rapporti con contesti ‘ndranghetisti, assolvendo il compito di fungere da struttura di servizio per l’organizzazione mafiosa calabrese; infine, ulteriori misure di prevenzione vengono applicate ad altri soggetti operanti nello spezzino, per un valore stimato in oltre 150 milioni di euro.
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Il processo La Svolta
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