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Timestamp: 2018-02-23 08:30:42+00:00

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Diritto penale - Riassunti diritto penale /1
CAP I. LEGITTIMAZIONE E COMPITI DEL DIRITTO PENALE
Che cosa legittima il ricorso dello Stato alla pena? Quali sono i presupposti e gli scopi?
La risposta è offerta dalle teorie della pena:
• Teoria retributiva – la pena statuale si legittima come un male inflitto dallo Stato per compensare (retribuire) il male che un uomo ha inflitto ad un altro uomo o alla società; è assoluta, svincolata dalla considerazione di un qualsivoglia fine da raggiungere.
• Teoria generalpreventiva – legittima la pena come mezzo per orientare le scelte di comportamento della generalità dei suoi destinatari (fa leva sugli effetti di intimazione correlati al contenuto della pena, tali da neutralizzare le spinte a delinquere dei consociati).
• Teoria specialpreventiva – la pena è uno strumento per prevenire che l’autore di un reato commetta in futuro altri reati. Tale funzione può essere assolta nella forma della risocializzazione, della intimidazione o della neutralizzazione (renderlo inoffensivo).
La legittimazione della pena varia a seconda del tipo di Stato:
• Stato teocratico: ogni comportamento immorale è represso come reato e la pena si giustifica sulla falsa riga della giustizia divina.
• Stato totalitario: qualsiasi sintomo di ribellione è represso come reato, la pena ha il compito di ottenere a qualsiasi prezzo la fedeltà alla legge.
LEGITTIMAZIONE DEL RICORSO ALLA PENA DA PERTE DEL LEGISLATORE ITALIANO
Si legittima in chiave di prevenzione generale, ma la minaccia della pena incontra una serie di limiti:
1. rieducazione (art 27 cost). Problematica dell’ergastolo, come pena detentiva a vita di per sé preclude al condannato il ritorno in società; ciò è temperato da altri istituti (es. liberazione condizionale) che aprono al condannato prospettive di reinserimento nella società.
2. principio di offensività, non vi può essere reato senza offesa a un bene giuridico, cioè a una situazione di fatto o giuridica, carica di valore, modificabile e quindi offendibile per effetto di un comportamento dell’uomo.
3. principio di colpevolezza, il ricorso alla pena si legittima in relazione a offese recate colpevolmente, che siano cioè personalmente rimproverabili al loro autore (principio costituzionale della personalità della responsabilità penale). Se il fine è quello di orientare le scelte di comportamento dei consociati, gli effetti motivanti così perseguiti possono essere raggiunti solo se il fatto vietato è frutto di una libera scelta dell’agente o cmq è da lui evitabile.
4. principio di proporzione, esigenza che i vantaggi per la società perseguiti attraverso le comminatorie di pena siano idealmente messi a confronto con i costi immanenti alla pena stessa (sacrificio di libertà personale, del patrimonio, dell’onore, ecc); conseguenza: divieto per il legislatore di fare ricorso alla pena in relazione a fatti per i quali non produca alcun effetto di prevenzione generale.
5. principio di sussidiarietà, la pena è utilizzata quando nessun altro strumento, sanzionatorio o non, sia in grado di assicurare al bene giuridico una tutela altrettanto efficace nei confronti di un’aggressione. Pena come ultima ratio (interventi di depenalizzazione). Pene sproporzionate rispetto alla gravità di un fatto risulterebbero incomprensibili ai loro destinatari, così da non produrre alcun effetto rieducativo.
LEGITTIMAZIONE DELL’INFLIZIONE DELLA PENA DA PARTE DEL GUIDICE
È compito del giudice accertare la conformità del fatto concreto al modello di reato descritto dal legislatore, attraverso l’interpretazione della norma incriminatrice. Criteri cui il giudice ricorre:
• principio di legalità dei reati (art 25 cost, 14 preleggi, 1 cp), impone al giudice di attenersi alla gamma dei possibili significati letterali della norma, le parole del legislatore sono un limite invalicabile; è vietato il ricorso all’analogia a sfavore del cittadino.
• principio costituzionale di offensività, entro i possibili significati letterali il giudice deve dare la preferenza a quello che circoscrive la sfera di applicabilità della norma ai fatti offensivi del bene giuridico tutelato.
È compito del giudice pronunciare la condanna e infliggere la pena, far seguire alla previsione legale della pena la sua applicazione in concreto con la pronuncia della sentenza di condanna significa confermare la serietà della minaccia contenuta nella norma incriminatrice (esigenza della prevenzione generale dei reati). Nella comminazione della pena il giudice dovrà tener conto dell’impossibilità di applicare pene esemplari, eccedendo la pena meritata dal reo (pene esemplari in contrasto con 2 principi costituzionali: p di personalità della responsabilità penale; p della dignità dell’uomo, il quale non può essere degradato e mezzo per il conseguimento di scopi estranei alla sua persona).
Anche per il giudice valgono il principio di colpevolezza e quello di rieducazione del condannato attraverso la pena.
Il giudice può disporre che la pena non venga eseguita o venga sostituita con pene diverse e meno gravose di quella inflitta: infatti il giudice che abbia di fronte l’occasionale autore di un reato non grave può evitargli gli effetti desocializzanti del carcere, sospendendo l’esecuzione della pena (questa possibilità abbraccia una limitata fascia di reati di gravità medio-bassa).
LEGITTIMAZIONE DELL’ESECUZIONE DELLA PENA DA PARTE DEL POTERE ESECUTIVO
Al di fuori dei casi in cui la pena sia stata sospesa, la pena inflitta dal giudice deve essere eseguita: questo compito è affidato agli organi del potere esecutivo (organi del ministero della giustizia e del ministero dell’interno).
L’esecuzione della pena deve tendere alla rieducazione del condannato (finalità di prevenzione speciale), entro, però, una serie di limiti:
• deve assumere la forma dell’offerta d’aiuto, non della trasformazione coattiva della personalità;
• deve cedere il passo alla neutralizzazione del condannato quando egli non sia suscettibile né di reinserimento nella società, né sia sensibile agli effetti di intimidazione-ammonimento.
RAPPORTI TRA DIRITTO PENALE E ALTRI RAMI DELL’ORDINAMENTO
È possibile che una classe di fatti sanzionati penalmente attiri anche altre sanzioni, e che sia perciò illecita a diversi titoli.
Nel nostro ordinamento è in auge una differenziata efficacia del giudicato penale di condanna:
• nel giudizio civile e amministrativo per le restituzioni o il risarcimento del danno la condanna con sentenza penale irrevocabile ha efficacia di giudicato quanto all’accertamento del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso; la stessa efficacia si ha anche nel giudizio abbreviato;
• negli altri giudizi civili e amministrativi la sentenza irrevocabile di condanna pronunciata in seguito a dibattimento, ha efficacia di giudicato quando si controverte intorno a un diritto o a un interesse legittimo il cui accertamento dipende dall’accertamento degli stessi fatti materiali oggetto del giudizio penale;
• nei giudizi per responsabilità disciplinare la sentenza irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso.
Vi sono norme incriminatrici in rapporto di accessorietà con gli altri rami dell’ordinamento: disciplinano materie in parte già giuridicamente preformate dal diritto civile o amministrativo, alle cui regole il giudice penale dovrà fare riferimento (è il campo degli elementi normativi della fattispecie legale, ad es l’altruità della cosa nel furto, nell’appropriazione indebita, nel danneggiamento).
Infine vi sono norme incriminatrici caratterizzate da un rapporto di autonomia rispetto agli altri rami dell’ordinamento, come autonomia di significato da attribuire a un dato termine, o come autonomia sotto altri profili (reprimendo fatti che non troverebbero tutela in altri rami dell’ordinamento).
Sono le cause di giustificazione gli istituti che fanno emergere la connessione fra i diversi settori dell’ordinamento e l’unità profonda del sistema (si tratta dei doveri e delle facoltà, derivanti da norme situate in ogni settore dell’ordinamento, che autorizzano o impongono la commissione di un fatto, rendendolo lecito nell’intero ordinamento).
DIRITTO PENALE E PROBLEMI PROBATORI
L’onere di provare la sussistenza degli elementi costitutivi di un reato incombe sull’accusa, ciò deriva dalla presunzione di non colpevolezza (27 cost) fino alla condanna definitiva.
Si pronuncia la sentenza di assoluzione non solo quando vi è la prova che il fatto non sussiste, che l’imputato non lo ha commesso, che non costituisce reato, o è stato commesso da persona non imputabile o non punibile, ma anche quando vi è il dubbio di tutto ciò perché manca, è insufficiente o contraddittoria la prova.
Ciò è esplicitamente contraddetto dal legislatore di fronte ai reati di sospetto, reati al cui interno compare un’anomala regola probatoria che allevia all’accusa l’onere di provare la sussistenza di un elemento costitutivo del reato, trasferendo sull’imputato l’onere di provare l’assenza di quell’elemento.
Una contraddizione si ha anche quando la giurisprudenza modifica la struttura di un reato, sempre per alleviare l’onere probatorio dell’accusa (es stravolgimento della struttura del dolo, trasformando la prova del dolo in prova della colpa; stravolgimento del rapporto di causalità, non più rapporto tra azione o omissione ed evento concreto, ma tra azione e pericolo dell’evento).
LA CODIFICAZIONE PENALE ITALIANA
1) Codice Zanardelli vigente dal 1890 al 1931, ha le caratteristiche del diritto penale liberale, riaffermando i fondamentali principi di garanzia di derivazione illuministica (rapporto non autoritario tra Stato e cittadino).
2) Codice Rocco, entrato in vigore nel 1931, nato nel contesto di uno Stato autoritario, alcuni principi vengono conservati, altri vengono derogati: si dilata l’area applicativa del tentativo, ricompare la pena di morte, si ha un ampliamento della tipologia dei delitti contro la personalità dello Stato, si innalzano i livelli di pena, si prevede una tutela privilegiata per la religione cattolica…
Con la caduta del fascismo il governo provvisorio abolisce la pena di morte, ripristina le circostanze attenuanti generiche e inizia la progettazione di un nuovo codice penale, destinata ad esaurirsi in una serie di proposte mai attuate (però sono stati modificati importanti istituti e sono stati realizzati significativi interventi).
Hanno assunto un ruolo crescente nel tempo le leggi penali speciali, che disciplinano la materia fallimentare, societaria, tributaria e nuovi settori quali ambiente e lavoro (leggi situate fuori dal codice).
Un impulso decisivo è venuto anche dalla Corte costituzionale circa il principio di colpevolezza: ha limitato l’irrilevanza dell’errore sulla legge penale ai soli casi in cui l’errore sia inescusabile; ha messo al bando la responsabilità oggettiva, individuando nella colpa il limite invalicabile per l’attribuzione della responsabilità penale.
Inoltre ha dichiarato illegittima la conversione delle pene pecuniarie in pene detentive, le norme incriminatici dell’adulterio e del concubinato e le norme incriminatici della propaganda fatta per distruggere il sentimento nazionale.
Tuttavia i molteplici interventi del legislatore e le numerose pronunce della Corte costituzionale non valgono a sopire le istanze di una nuova codificazione penale, rimane infatti l’esigenza di un corpo normativo coerente, nel quale trovino espressione i principi e i valori che ispirano lo Stato democratico delineato dalla Costituzione.
CAP II. LE FONTI
FUNZIONE DI GARANZIA DEL PRINCIPIO DI LEGALITA’
Principio di legalità o riserva di legge in materia penale: monopolio del potere legislativo nella scelta dei fatti da punire e delle relative sanzioni (frutto del pensiero illuministico e, in particolare, Montesquieu principio della separazione dei poteri; Beccaria, esigenza di leggi penali chiare e precise; Feuerbach, nullum crimen, nulla poena sine lege).
Ulteriori corollari del principio di legalità sono il divieto di analogia e il principio di determinatezza (in base al quale il legislatore può reprimere con la pena solo ciò che può essere provato nel processo).
Il principio di legalità è affermato:
• art 1 cp – nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente previsto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite;
• art 199 cp – nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza che non siano espressamente stabilite dalla legge e fuori dai casi dalla legge stessa previsti;
• art 14 preleggi – le leggi penali non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati (divieto di analogia per le leggi penali);
• art 25 cost – nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso; nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge.
Il principio di legalità ha forza vincolante anche per il legislatore: deve formulare le leggi penali in modo chiaro, non deve incriminare fatti insuscettibili di essere provati nel processo, deve imporre al giudice il divieto di estensione analogica delle norme penali e deve formulare le norme in modo rispettoso del divieto di analogia.
La maggior parte della dottrina approva gli orientamenti della prassi, interpretando la riserva di legge ex articolo 25 cost come riserva di legge in senso materiale, comprensiva degli atti normativi propri del potere esecutivo (atti aventi forza di legge):
a. decreto legge, se convertito il suo contenuto è incorporato in una legge formale, se non convertito i suoi effetti risulterebbero integralmente travolti fin dall’inizio;
b. decreto legislativo, risponde a principi e criteri direttivi dettati dal Parlamento.
Tuttavia gli autori (Marinucci e Dolcini) affermano che decreti legge e decreti legislativi non possono essere inclusi tra le fonti del diritto penale, in quanto: i primi, in caso di mancata conversione, producono effetti irreversibili sulla libertà personale; i secondi sono lontani dagli standard di analiticità, rigore e chiarezza auspicati dalla dottrina quali condizioni per la legittimità della delega.
L’unica deroga alla riserva di legge formale ex art 25 cost è rappresentata dai decreti governativi in tempo di guerra (art 78 cost, possono essere fonte di norme penali su deroga espressa del Parlamento).
La legge regionale non può essere fonte di norme incriminatici art 117 cost (tale negazione non riguarda le norme scriminanti, che non sono norme penali). Solo il Parlamento nazionale riflette la volontà dell’intero popolo, l’assemblea regionale è rappresentativa dei soli cittadini della regione (eccezione prevista dallo statuto della regione Trentino Alto Adige per le leggi della regione e delle province di Trento e Bolzano: possono sanzionare fattispecie già previste in una legge penale dello Stato).
Per quanto riguarda il diritto comunitario nessuno dei trattati istitutivi della comunità europea attribuisce in forma espressa a istituzioni comunitarie la potestà di creare norme incriminatici: il Consiglio è privo di rappresentatività democratica (propria dei parlamenti nazionali). Solo norme emanate dai singoli Stati membri possono apprestare una tutela penale degli interessi comunitari, attraverso:
1. l’assimilazione degli interessi comunitari a quelli statali;
2. l’armonizzazione delle normative penali nazionali;
3. l’unificazione delle normative penali nazionali (predisposizione da parte dei singoli Stati di discipline penali del tutto identiche).
In forza del principio della prevalenza del diritto comunitario sul diritto nazionale in caso di incompatibilità totale la norma comunitaria rende inapplicabile la norma penale in tutta la sua estensione, in caso di incompatibilità parziale il campo di applicazione della norma penale viene limitato (sono escluse le ipotesi regolate in modo diverso dalla norma comunitaria).
CONSUETUDINE E DIRITTO PENALE
L’art 25 cost impedisce la creazione di norme incriminatrici (consuetudine incriminatrice).
È precluso anche il rinvio della legge alla consuetudine per l’individuazione di un elemento del reato (consuetudine integratrice).
Il principio di gerarchia delle fonti impedisce inoltre alla consuetudine di produrre l’abrogazione di norme legislative incriminatrici (consuetudine abrogatrice).
Le norme consuetudinarie possono invece essere fonte di cause di giustificazione (cons scriminante).
CORTE COSTITUZIONALE E LEGGE PENALE
La riserva di legge esclude che attraverso il sindacato sulle norme incriminatrici la Corte possa ampliare la gamma dei comportamenti penalmente rilevanti o inasprire il trattamento sanzionatorio di un reato, o far rivivere una figura di reato abolita o depenalizzata dal legislatore. La riserva di legge non preclude il controllo di costituzionalità delle norme incriminatrici che produca un effetto in bonam partem (eliminando una figura di reato, riducendone il campo di applicazione o mitigando le sanzioni previste dalla legge); né preclude il controllo di una legge di depenalizzazione che abbia irragionevolmente mantenuto in vita, come ipotesi di reato, fatti omogenei a quelli trasformati in illeciti amministrativi.
RISERVA DI LEGGE E ATTI DEL POTERE ESECUTIVO
La riserva di legge ex art 25 cost è tendenzialmente assoluta (né assoluta né relativa), la legge potrebbe rinviare alla fonte sublegislativa solo per la specificazione sul piano tecnico di singoli elementi già individuati dalla legge.
Per quanto attiene agli atti normativi generali e astratti del potere esecutivo (regolamenti, decreti ministeriali…):
• un primo orientamento ritiene legittima ogni forma di rinvio della legge a una fonte subordinata. L’autorità amministrativa deciderebbe in ultima analisi quali siano le azioni e omissioni che vanno punite;
• un secondo orientamento riconosce che le norme generali e astratte emanate da fonti subordinate concorrono a definire la figura del reato;
• un terzo orientamento ritiene legittimo il rinvio della legge ad atti del potere esecutivo, solo se si limitano a specificare sul piano tecnico elementi già descritti dal legislatore.
Si ha un rinvio recettizio quando la legge recepisce il contenuto di un preesistente atto amministrativo (il rinvio è legittimo se l’autorità amministrativa non ha più il potere di modificare l’atto).
Circa i provvedimenti individuali e concreti del potere esecutivo il singolo provvedimento amministrativo, del quale la legge punisce l’inottemperanza, è estraneo al precetto penale, non aggiunge nulla all’astratta previsione legislativa, è solo un accadimento concreto che va ricondotto nella classe dei provvedimenti descritti con precisione dalla norma incriminatrice.
Sono norme penali in bianco le norme il cui precetto è posto in tutto o in parte da una norma di fonte inferiore alla legge. È costituzionalmente illegittima una norma il cui precetto venga riempito da un atto generale ed astratto del potere esecutivo, salvo che abbia carattere tecnico.
RISERVA DI LEGGE E POTERE GIUDIZIARIO
La riserva di legge impone al legislatore una serie di obblighi:
1) PRINCIPIO DI PRECISIONE, l’obbligo per il legislatore di disciplinare con precisione (formulare le norme penali nel modo più chiaro possibile) il reato e le sanzioni adempie alle seguenti funzioni:
• evitare che il giudice assuma un ruolo creativo;
• garantisce la libertà e la sicurezza del cittadino (sapere cosa è lecito e cosa è vietato);
• prevenzione generale, perché la norma possa orientare il comportamento dei destinatari è necessario che sia formulata in modo chiaro e preciso;
• si può invocare a propria scusa l’erronea interpretazione della legge penale, quando l’errore sia stato provocato dall’oscurità del testo;
• viene assicurato all’imputato il diritto di difesa.
Il più elevato grado di precisione delle norme penali è assicurato dalla tecnica casistica, cioè dalla descrizione analitica di specifici comportamenti, oggetti, situazioni.
Il legislatore ricorre anche a clausole generali, formule sintetiche comprensive di un gran numero di casi, che per essere legittime devono consentire di individuare in modo sufficientemente certo le ipotesi riconducibili alla norma.
Il legislatore utilizza inoltre definizioni legislative o talvolta individua gli elementi del reato attraverso concetti descrittivi, cioè termini che fanno riferimento, descrivendoli, a oggetti della realtà fisica o psichica, suscettibili di essere accertati con i sensi o attraverso l’esperienza, oppure attraverso concetti normativi, un concetto che fa riferimento ad un’altra norma giuridica o extragiuridica, non deve dare adito ad incertezze né circa l’individuazione della norma richiamata, né circa l’ambito applicativo della stessa.
La Corte costituzionale per lungo tempo ha rigettato le censure di imprecisione mosse dai giudici di merito contro norme incriminatrici ora affermando che i termini usati dal legislatore sono diffusi e generalmente comprensibili, ora richiamando il diritto vivente, ora manipolando la norma con la tecnica delle sentenze interpretative di rigetto. Nell’ultimo ventennio invece la Corte ha valorizzato appieno il principio di precisione.
2) PRINCIPIO DI DETERMINATEZZA, le norme penali devono descrivere fatti suscettibili di essere accertati e provati nel processo. La Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la norma incriminatrice del plagio perché non apparivano empiricamente verificabili le attività esperibili per ridurre una persona in totale stato di soggezione.
3) PRINCIPIO DI TASSATIVITA’, divieto di analogia a sfavore del reo (in malam partem). Diverso è il caso dell’interpretazione estensiva (il giudice attribuisce alla norma un significato tale da abbracciare tutti i casi che possono essere ricondotti al suo tenore letterale).
Il divieto del ricorso all’analogia opera anche nei casi in cui si sanzioni penalmente la violazione di un precetto contenuto in una disposizione extrapenale appartenente ad un settore dell’ordinamento che ammette il ricorso all’analogia.
Il divieto di analogia vincola anche il legislatore ordinario: l’efficacia vincolante del divieto di analogia per il legislatore ordinario si profila soprattutto nei casi in cui la norma si apra con la descrizione di una serie di condotte, situazioni, oggetti e si chiuda con una formula “e altri simili”; tali norme violano il principio di tassatività quando contengono elenchi di ipotesi eterogenee, sono invece legittimi gli elenchi di ipotesi omogenee che rendono possibile l’individuazione di un genere.
Il divieto di analogia non si estende all’analogia a favore del reo, norme che escludono o attenuano la responsabilità (a. in bonam partem). Il ricorso all’analogia incontra però tre limiti:
1. la norma di favore non deve già ricomprendere il caso in esame, nemmeno se interpretata estensivamente;
2. la lacuna non deve essere intenzionale, cioè frutto di una precisa scelta del legislatore;
3. la norma di favore non deve avere carattere eccezionale.
Il divieto di analogia non abbraccia le norme che prevedono le cause di giustificazione (non sono norme penali né eccezionali). Problema del pericolo attuale, per alcuni ricomprende non solo i pericoli in atto, ma anche quelli che insorgeranno in futuro
Le cause di esclusione della punibilità non sono applicabili per analogia dato il loro carattere di norme eccezionali, così come le norme che prevedono circostanze attenuanti in quanto frutto di una precisa scelta di attribuire rilevanza attenuante a ben individuate situazioni, e solo a quelle.
4) PRINCIPIO DI LEGALITA’ DELLE PENE, la riserva di legge abbraccia non soltanto i reati (nullum crimen sine lege), ma anche le relative pene (nulla pena sine lege), in quanto la legge deve prevedere:
• il tipo delle pene applicabili dal giudice per ciascuna figura di reato, sia nella stessa norma incriminatrice sia con clausole generali;
• il contenuto delle sanzioni penali (in che cosa consiste la pena);
• la misura, il punto di equilibrio fra legalità e individualizzazione della pena, risiede nella predeterminazione legale, per ogni figura di reato, di una cornice di pena, cioè di un minimo e di un massimo entro i quali il giudice, utilizzando i criteri dell’art 133 cp, dovrà scegliere la pena adeguata.
Corollari del principio di legalità delle pene sono:
a. opposizione alla previsione di pene indeterminate nel massimo;
b. la cornice edittale deve essere individuata con precisione;
c. la cornice edittale non deve essere troppo ampia;
d. la legge deve dettare criteri vincolanti per il giudice nella commisurazione della pena.
5) PRINCIPIO DI LEGALITA’ DELLE MISURE DI SICUREZZA, le misure di sicurezza (art 199 cp) sono sanzioni personali o patrimoniali applicabili in aggiunta alla pena nei confronti di soggetti imputabili o semiinputabili, o in luogo della pena nei confronti di soggetti incapaci di intendere e di volere.
Il legislatore ordinario non può derogare a fonti subordinate la disciplina delle misure di sicurezza, né può dettare una disciplina imprecisa o indeterminata ammettendo l’arbitrio del giudice nell’individuazione dei presupposti, della tipologia e dei contenuti delle misure.
I presupposti per l’applicazione delle misure di sicurezza sono:
1. commissione di un fatto previsto dalla legge come reato o quasi reato;
2. pericolosità sociale dell’agente, accertata in concreto dal giudice.
La riserva di legge esige inoltre che il legislatore individui il tipo di misura di sicurezza applicabile dal giudice (quando manca tale indicazione il giudice dispone che si applichi la libertà vigilata o assegna il condannato a una colonia agricola o a una casa di lavoro).
La riserva di legge tollera misure di sicurezza indeterminate nel massimo, in ragione della dipendenza di tale sanzione dalla pericolosità sociale dell’agente (cioè da uno stato personale che si protrae nel tempo).
CAP III. LIMITI ALL’APPLICABILITA’ DELLA LEGGE PENALE
A) LIMITI TEMPORALI
- Principio di irretroattività delle norme penali sfavorevoli all’agente, in modo da impedire che il giudice o il legislatore puniscano fatti che al tempo della loro commissione non costituivano reato, o li puniscano più severamente. Il cittadino deve poter sapere prima di agire se dal suo comportamento potrà derivare una responsabilità penale, solo così può compiere libere scelte d’azione.
Art 2 cp: nessuno può essere punito per un fatto che secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato; inoltre lo stesso articolo vieta al giudice di applicare retroattivamente una legge successiva sfavorevole al reo (principio innalzato al rango di principio costituzionale).
Il principio di irretroattività della legge opera anche al di fuori della materia penale.
Art 25 cost: vieta al legislatore di attribuire efficacia retroattiva ad una legge che contenga una nuova incriminazione (individuazione di una figura di reato integralmente nuova, ampliamento di figure di reato preesistenti). Il divieto abbraccia, oltre alle nuove incriminazioni, le pene principali, accessorie, e gli effetti penali della condanna più severi di quanto previsto nella legge vigente al tempo del commesso reato.
Per quanto riguarda le misure di sicurezza nessuno può essere sottoposto a una misura di sicurezza per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui il fatto fu commesso o secondo una legge successiva, non costituisce reato.
In deroga a quanto previsto in via generale l’art 200 cp disciplina l’ipotesi in cui il fatto fosse previsto come reato già al tempo della sua commissione e la legge già prevedesse l’applicabilità di una misura di sicurezza, ma una legge successiva abbia disciplinato diversamente le modalità di esecuzione della misura: applicabilità retroattiva della legge sopravvenuta che ridisciplini le modalità esecutive delle misure di sicurezza, anche quando risultino più gravose per l’agente.
Diverso è il caso in cui la legge del tempo in cui il soggetto ha agito configurasse il fatto come reato, ma non prevedesse l’applicabilità di quella misura; in questo caso il giudice non potrà applicare la misura di sicurezza a chi abbia agito prima dell’entrata in vigore della legge che ha previsto la misura.
Il principio di irretroattività non si estende alle norme processuali (non interferiscono con le libere scelte del cittadino). Vige il principio tempus regit actum, gli atti processuali già compiuti conservano la loro validità anche dopo un mutamento della disciplina, gli atti da compiere sono immediatamente disciplinati dalla nuova legge processuale, anche se collegati ad atti compiuti in precedenza.
Problematica è l’efficacia nel tempo di una legge che allunghi la durata del tempo necessario per la prescrizione del reato:
• se all’entrata in vigore della legge sia già decorso il tempo per la prescrizione del reato, è inammissibile un’applicazione retroattiva della nuova legge;
• se l’allungamento del termine interviene prima che sia maturata la prescrizione, la legge che stabilisce l’allungamento trova applicazione retroattiva, ampliando il termine di prescrizione.
- Principio di retroattività delle norme penali favorevoli all’agente, la norma sopravvenuta che abolisce l’incriminazione si applica anche ai fatti commessi prima della sua entrata in vigore: se non è ancora stata pronunciata la condanna, il soggetto deve essere prosciolto; se vi è stata sentenza definitiva di condanna, cessa l’esecuzione della pena e ogni effetto penale di condanna.
Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e quelle posteriori sono diverse, si applica la disposizione più favorevole al reo.
A ciò fanno eccezione le leggi temporanee e le leggi eccezionali.
Il principio di retroattività della norma favorevole all’agente non è coperto da garanzia costituzionale, quindi vincola il giudice, ma non il legislatore.
- L’abolizione del reato, limitatamente alle classi di comportamenti che sono diventate penalmente irrilevanti, esprime una scelta politico-criminale.
L’art 2 cp attribuisce una retroattività illimitata all’abolizione del reato, può risultare travolto anche il giudicato. Se la sentenza è passata in giudicato è disposta la revoca della sentenza di condanna, la cessazione dell’esecuzione della pena, delle pene accessorie e degli effetti penali di condanna; restano ferme invece le obbligazioni civili nascenti dal reato (es risarcimento del danno) e la misura di sicurezza patrimoniale della confisca.
- Successione di norme incriminatrici, si discute se sia applicabile il principio di retroattività della norma più favorevole nei casi in cui, successivamente alla commissione del fatto, sia stata modificata una norma giuridica in varia forma richiamata dalla norma incriminatrice.
Se la norma incriminatrice fa riferimento a un’altra norma attraverso un elemento normativo della fattispecie, la norma richiamata non integra la norma incriminatrice e non si può parlare di successione di norme incrimimatrici della norma penale.
Sono invece integratrici delle norma incriminatrice le norme definitorie (attraverso le quali il legislatore chiarisce il significato di termini usati in una o più disposizioni incriminatrici), pertanto una modifica della norma definitoria che restringa l’ambito dell’incraminazione, dà vita ad una parziale abolizione del reato, con efficacia retroattiva rispetto ai fatti commessi prima della modifica.
Un fenomeno di integrazione si ha anche quando una disposizione legislativa commini una sanzione penale per la violazione di un precetto contenuto in un’altra disposizione legislativa.
- Successione di norme modificative della disciplina, può darsi che una legge posteriore alla commissione del fatto, mantenga inalterata la fisionomia astratta del reato, ma modifichi la disciplina.
Se la legge posteriore è meno favorevole il principio di irretroattività impone che si applichi la legge vigente al momento del fatto; se la legge posteriore è più favorevole il principio della retroattività della legge più favorevole impone che si applichi quest’ultima, tuttavia incontra un limite: non deve essere intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna.
Il principio della retroattività della legge penale più favorevole, sia di quella che preveda l’abolizione del reato, sia di quella che modifichi la disciplina in bonam partem, non opera per le leggi eccezionali (emanate per fronteggiare situazioni oggettive di carattere straordinario) e le leggi temporanee (che contengono la predeterminazione espressa del periodo di tempo in cui avrà vigore).
Un decreto legge convertito in legge che contenga una nuova incriminazione o un trattamento più severo non ha efficacia retroattiva. Per un decreto legge non convertito o decaduto che contiene l’abolizione di un reato o una disciplina più favorevole, bisogna distinguere:
• se si tratta di fatti commessi prima dell’emanazione del decreto legge non convertito, pregressi, l’abolizione del reato o la disciplina più favorevole non ha alcun effetto;
• se si tratta di fatti commessi dopo l’emanazione del decreto e prima dello scadere del termine per la conversione, il principio di irretroattività impone di applicare la disciplina più favorevole contenuta nel decreto legge non convertito.
A partire dal giorno successivo alla pubblicazione di illegittimità costituzionale di una legge penale, nessun giudice può applicare la legge ai fatti che si siano verificati in qualsiasi tempo.
La Corte costituzionale considera ammissibile il sindacato di legittimità su norme penali di favore.
Se si tratta di fatti commessi prima della dichiarazione si applica la norma di favore (in quanto l’agente non poteva conoscere la successiva dichiarazione della Corte); la disciplina più sfavorevole risultante dalla dichiarazione andrà invece applicata ai fatti commessi a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione della Corte.
- Il tempo del commesso reato, problema comune è quello dell’individuazione del tempo in cui è stato commesso il fatto (tempus commissi delicti):
• reati commissivi – momento dell’azione; teoria della
• reati omissivi – momento in cui andava compiuta l’azione doverosa; condotta
• reati permanenti – momento in cui il soggetto compie l’ultimo atto con cui volontariamente mantiene la situazione antigiuridica (es sequestro di persona);
• reati abituali – momento in cui si realizza l’ultima condotta che integra il fatto di reato (es maltrattamenti in famiglia).
B) LIMITI SPAZIALI
- Principio di universalità, la legge penale italiana è applicabile a tutti i casi da essa previsti come reato dovunque, da chiunque e contro chiunque commessi, ad eccezione di una ristretta gamma di reati di limitata gravità (art 9, 10 cp).
- Art 6 cp: chiunque commette un reato nel territorio dello Stato è punito secondo legge italiana. Agli effetti del diritto penale è territorio dello Stato il territorio della Repubblica individuato dai confini politici e ogni altro luogo soggetto alla sovranità dello Stato (suolo dello Stato, acque interne, lido di mare, sottosuolo nei limiti della concreta utilizzabilità, spazio aereo nazionale, mare territoriale, le navi e gli aeromobili italiani).
L’estensione della legge penale italiana, in base al diritto internazionale, è illimitata alle navi e agli aeromobili militari italiani che si trovino in un territorio estero; mentre è limitata per le navi e gli aerei civili che si trovino in territorio estero, infatti l’applicabilità della legge penale italiana è esclusa quando:
a. la vittima del reato sia persona diversa dai membri dell’equipaggio;
b. il fatto turbi la tranquillità dello Stato estero;
c. sia stato richiesto l’intervento dell’autorità locale.
Il reato si considera commesso nel territorio dello Stato quando l’azione o l’omissione, che lo costituisce, è ivi avvenuta in tutto o in parte, o si è ivi verificato l’evento che è la conseguenza dell’azione/omissione.
Per quanto riguarda l’azione la legge impone che si tenga conto soltanto di comportamenti tipici, che siano riconducibili al tipo di azione descritto dalla norma incriminatrice.
- Art 7 cp: reati commessi all’estero dal cittadino o dallo straniero punibili dalla legge italiana:
• delitti contro la personalità dello Stato;
• delitti di contraffazione del sigillo dello Stato e uso dello stesso sigillo contraffatto;
• delitti di falsità in monete aventi corso legale;
• delitti commessi da pubblici ufficiali a servizio dello Stato, con abuso di poteri o violazione di doveri inerenti alla loro funzioni;
• ogni altro reato per il quale speciali disposizioni di legge stabiliscano l’applicabilità della legge penale italiana;
• ogni reato per il quale speciali convenzioni internazionali stabiliscano l’applicabilità della legge penale italiana.
- Art 8 cp: la legge penale italiana è applicabile ai delitti politici commessi all’estero dal cittadino o dallo straniero ai danni di un interesse politico dello Stato italiano o di un diritto politico di un cittadino italiano.
L’applicabilità della legge italiana non è incondizionata, ma è subordinata alla richiesta del Ministro della giustizia o alla querela della persona offesa.
È delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato, un diritto politico del cittadino e un delitto comune determinato in tutto o in parte da motivi politici.
È delitto oggettivamente politico ogni delitto che offende le componenti essenziali dello Stato (indipendenza, integrità territoriale, forma di governo) o un diritto politico del cittadino.
È delitto soggettivamente politico ogni delitto in cui l’agente è stato ideologicamente motivato dall’obiettivo di incidere sulle componenti essenziali dello Stato, sulla struttura dei singoli poteri statuali o sui rapporti tra Stato e cittadino.
- Art 9 cp: sono assoggettati alla legge penale italiana i delitti comuni puniti con pena detentiva commessi dal cittadino all’estero.
Per i delitti puniti con l’ergastolo o con reclusione non inferiore a 3 anni la condizione per l’applicabilità della legge penale italiana è che il cittadino dopo la commissione, sia presente nel territorio dello Stato.
Per i delitti puniti con reclusione inferiore a 3 anni la condizione è la richiesta del ministro della giustizia o la querela della persona offesa e la presenza del cittadino nel territorio dallo Stato dopo la commissione.
Per il delitto che offende un bene pertinente ad uno Stato estero o ad un cittadino straniero, l’applicabilità della legge penale italiana è subordinata a:
• presenza del cittadino nel territorio dello Stato;
• querela o istanza della persona offesa;
• richiesta del ministro della giustizia;
• non concessione da parte del governo italiano dell’estradizione;
• doppia incriminazione del fatto, cioè dalla previsione del fatto come reato sia secondo la legge italiana, sia secondo la legge dello Stato straniero in cui è stato commesso il reato.
- Art 10 cp: delitti comuni commessi dallo straniero all’estero a danno dello Stato o del cittadino italiano puniti con reclusione non inferiore a 1 anno, condizioni per l’applicabilità della legge italiana sono:
• presenza dell’agente nel territorio dello Stato;
• querela (se delitti perseguibili a querela);
• istanza (se delitti perseguibili d’ufficio) o richiesta del ministro della giustizia in caso di inerzia;
• doppia incriminazione.
Per i delitti comuni commessi dallo straniero all’estero a danno di uno Stato estero o di uno straniero puniti con reclusione non inferiore a 3 anni, le condizioni per l’applicabilità della legge italiana sono:
• mancata concessione dell’estradizione;
Corollario del principio di universalità della legge penale italiana: su tutti i fatti assoggettati alla legge penale italiana (artt 6-10 cp) vi è la riserva della giurisdizione italiana, che si manifesta nella tendenziale irrilevanza delle sentenze penali straniere.
La possibilità di riconoscimento delle sentenze penali straniere è circoscritta ad alcuni aspetti secondari della sentenza: per stabilire recidiva, abitualità, professionalità nel reato, tendenza a delinquere, per applicare pene accessorie, misure di sicurezza personale, per il riconoscimento di effetti di diritto civile (restituzioni o risarcimento del danno).
Affinché si possa riconoscere una sentenza penale straniera sono necessari:
a. la doppia incriminazione del fatto;
b. deve esistere un trattato di estradizione con lo Stato estero.
- Art 13 cp: con il termine estradizione si indica il procedimento attraverso il quale uno Stato consegna ad un altro Stato una persona che si trova nel suo territorio, affinché nello Stato richiedente sia sottoposto a giudizio (e. processuale), o all’esecuzione di una pena già inflittagli (e. esecutiva).
Le fonti che regolano l’estradizione sono la legge penale italiana, le convenzioni e gli usi internazionali.
Condizioni per l’estradizione sono:
1. la doppia incriminazione del fatto, è irrilevante che abbia una diversa qualificazione giuridica o sia punito con pene diverse;
2. principio di specialità, comporta il divieto per lo Stato che ottiene l’estradizione di sottoporre l’estradato a restrizione della libertà personale a qualsiasi titolo, per fatti anteriori e diversi da quello per il quale è stata concessa l’estradizione. Ma tale divieto viene meno:
• quando lo Stato richiedente abbia ottenuto una estradizione suppletiva, cioè un’estensione dell’estradizione per perseguire altri reati eventualmente commessi;
• quando l’estradato si sia volontariamente trattenuto nel territorio dello Stato che ha ottenuto l’estradizione per almeno 45 giorni dalla sua liberazione;
• quando l’estradato, dopo aver lasciato il territorio dello Stato al quale era stato consegnato, vi abbia fatto volontariamente ritorno;
• quando abbia manifestato il consenso ad essere processato per un reato anteriore.
3. principio di sussidiarietà, l’estradizione non può essere concessa se per lo stesso fatto e nei confronti della persona per la quale è richiesta l’estradizione è in corso un procedimento penale nello Stato italiano;
4. principio ne bis in idem, l’estradizione è impedita quando per lo stesso fatto e nei confronti della stessa persona è stata pronunciata in Italia sentenza irrevocabile di condanna o proscioglimento.
La Costituzione prevede limiti personali all’estradizione:
• il cittadino è estradabile per i reati comuni, soltanto ove l’estradizione sia espressamente prevista in convenzioni internazionali;
• è vietata l’estradizione del cittadino e dello straniero per reati politici (eccetto genocidio e atti di terrorismo di particolare gravità);
• è vietata l’estradizione da parte dell’Italia per i reati per i quali l’ordinamento dello Stato richiedente prevede la pena di morte.
C) LIMITI PERSONALI
- Immunità di diritto sostanziale, comportano l’inapplicabilità delle sanzioni penali.
- Immunità di diritto processuale, comportano l’esenzione dalla giurisdizione penale e extrapenale.
- Immunità funzionali, riguardano i soli fatti compiuti nell’esercizio della specifica funzione da cui deriva l’immunità.
- Immunità extrafunzionali, riguardano anche i fatti estranei all’esercizio di quella specifica funzione.
I) Immunità di diritto pubblico interno:
1. Presidente della Repubblica (art 90 cost), è un’immunità funzionale di diritto sostanziale che ha natura di causa di giustificazione, non è assoluta, in quanto risponde per i reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione commessi nell’esercizio delle sue funzioni, e il giudice competente è la Corte costituzionale nella forma integrata. Per i reati commessi prima dell’assunzione della carica o al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni non vi è immunità e competente a giudicare è l’autorità giudiziaria ordinaria;
2. membri del Parlamento (art 68 cost), è un’immunità funzionale di diritto sostanziale circoscritta alle opinioni espresse e ai voti dati nell’esercizio delle loro funzioni, opera come causa di giustificazione. Godono anche di una immunità processuale penale, nei loro confronti può essere iniziato un procedimento penale, ma il compimento di alcuni atti processuali necessita dell’autorizzazione della camera di appartenenza; si estende a tutti i comportamenti del parlamentare, anche svincolati dall’esercizio delle funzioni;
3. consiglieri regionali (art 122 cost), immunità funzionale di diritto sostanziale per opinioni espresse e voti dati, opera come causa di giustificazione. Non godono dell’immunità processuale;
4. giudici della Corte costituzionale, immunità funzionale di diritto sostanziale per opinioni espresse e voti dati, opera come causa di giustificazione. Limitatamente alla durata della carica, godono anche di un’immunità processuale extrafunzionale;
5. componenti del CSM, immunità funzionale di diritto sostanziale, sono esonerati solo dalla responsabilità penale e non anche da quella civile o amministrativa, opera come causa di esclusione della punibilità.
II) Immunità di diritto internazionale:
1. Sommo pontefice, immunità extrafunzionale di diritto sostanziale e piena immunità di diritto processuale, ha natura di causa personale di esclusione della punibilità;
2. Capo di Stato estero, famigliari e seguito, quando si trovano in tempo di pace in territorio italiano, immunità extrafunzionale di diritto sostanziale e processuale, penale ed extrapenale;
3. agenti diplomatici stranieri, immunità extrafunzionale di diritto processuale;
4. funzionari e impiegati consolari stranieri, immunità funzionali di diritto sostanziale, penale ed extrapenale, che opera come causa personale di esclusione della punibilità;
5. membri del Parlamento europeo, immunità funzionale penale ed extrapenale;
6. una disciplina speciale è prevista per gli appartenenti alle forze armate dei Paesi partecipanti alla NATO, dalla Convenzione di Londra del 1951.
CAP IV. LA NOZIONE DI REATO
Un fatto costituisce reato solo quando una legge gli ricollega una pena; la qualità di reato non è immanente a una condotta umana, ma è impressa dall’esterno attraverso la minaccia legislativa di una sanzione penale.
Un reato si dice consumato quando nel caso concreto si sono verificati tutti gli estremi del fatto descritti nella norma incriminatrice.
Alle pene principali è affidato il compito di identificare i reati (ergastolo, reclusione, multa, arresto, ammenda; art 17 cp rappresenta il criterio per distinguere il reato dall’illecito amministrativo)
Art 39 cp: i reati si distinguono in delitti e contravvenzioni, secondo la diversa specie delle pene per essi rispettivamente stabilita.
Art 17 cp:
a. si ha delitto quando la legge commini:
• ergastolo;
• reclusione; pene principali stabilite per i delitti
b. si ha contravvenzione quando la legge commini:
• ammenda pene principali stabilite per le contravvenzioni
La rilevanza della distinzione riguarda la diversa disciplina cui vengono assoggettate le 2 classi di reati circa:
1. l’elemento soggettivo del reato:
• delitti, di regola è richiesto il dolo, salvo i casi in cui espressamente si dia rilevanza alla colpa o alla preterintenzione (art 42 cp);
• contravvenzioni, di regola possono essere commesse sia con dolo che con colpa (art 42);
2. il tentativo: è di regola configurabile solo per i delitti.
CAP V ANALISI E SISTEMATICA DEL REATO
L’individuazione di un numero chiuso di specifiche figure di reato, rappresenta l’espressione di uno stadio evoluto del diritto penale, realizzando un’autolimitazione della potestà punitiva statale. L’evoluzione non si è esaurita nella formulazione di una dettagliata tipologia di reati, raggruppati nella parte speciale, ma si è proceduto ad astrarre dai singoli reati elementi comuni recepiti nella parte generale del codice.
Ogni reato risulta composto da una serie di elementi, disposti uno in seguito all’altro, nel seguente ordine logico: il reato è un fatto umano, antigiuridico, colpevole, punibile.
Tuttavia nell’analisi del reato si prospetta l’alternativa fra primato del fatto o primato dell’autore, a seconda che il legislatore abbia collocato il fatto o l’autore al centro della struttura del reato.
Il legislatore italiano ha assegnato il primato all’oggettivo rispetto al soggettivo, infatti reato è offesa a un bene giuridico: il giudice, l’avvocato, l’interprete dovranno muovere dall’individuazione del fatto incriminato, riservando ad uno stadio logicamente successivo l’accertamento della personale responsabilità di chi ha commesso il fatto.
LA SISTEMATICA QUADRIPARTITA DEL REATO
Nel reato si possono individuare 4 elementi:
1) IL FATTO
Il fatto è l’insieme degli elementi oggettivi che individuano e caratterizzano ogni singolo reato come specifica forma di offesa a uno o più beni giuridici. Gli elementi oggettivi sono:
• la condotta, cioè un’azione o un’omissione;
• i presupposti della condotta, situazioni di fatto o di diritto che preesistono o coesistono con la condotta;
• l’evento, accadimento temporalmente e spazialmente separato dalla condotta e da questa causato;
• il rapporto di causalità tra condotta ed evento;
• l’oggetto materiale, persona o cosa sulla quale incide l’azione o l’omissione;
• le qualità o le relazioni giuridiche o di fatto richieste per il soggetto attivo del reato nei reati propri, cioè nei reati che possono essere commessi soltanto da soggetti qualificati;
• l’offesa al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice nella forma del danno o del pericolo.
Non tutti gli elementi menzionati compaiono in ogni fatto di reato, gli elementi costitutivi del fatto sono espressamente previsti o sottintesi dalla norma e il legislatore per individuarli fa uso sia di concetti descrittivi che normativi. Si parla di elementi positivi quando la loro presenza nel caso concreto è necessaria per la sussistenza del fatto, e di elementi negativi quando si richiede, per l’esistenza del fatto, l’assenza di qualche situazione di fatto o giuridica.
2) L’ANTIGIURIDICITA’
Esprime il rapporto di contraddizione tra il fatto e l’intero ordinamento giuridico, non si configura quand’anche una sola norma, posta in qualsiasi settore dell’ordinamento, rende facoltativa o doverosa la realizzazione del fatto.
Per cause di giustificazione si intende l’insieme delle facoltà e dei doveri derivanti da norme che autorizzano o impongono la realizzazione di un fatto penalmente rilevante.
3) LA COLPEVOLEZZA
Insieme dei criteri dai quali dipende la possibilità di muovere all’agente un rimprovero per aver commesso il fatto antigiuridico. Tali criteri sono:
• dolo, è rappresentazione e volizione di tutti gli estremi del fatto antigiuridico;
• colpa, consiste nella negligenza, nell’imprudenza, nell’imperizia o nell’inosservanza di norme giuridiche preventive e deve abbracciare tutti gli elementi del fatto antigiuridico;
• assenza di scusanti (circostanze anormali tali da influenzare irresistibilmente la volontà dell’agente e le sue capacità psicofisiche e da rendere perciò inesigibile un comportamento diverso da quello tenuto nel caso concreto), o normalità delle circostanze concomitanti alla commissione del fatto;
• conoscenza o conoscibilità della norma penale violata;
• capacità di intendere e di volere, non è colpevole chi non è imputabile, cioè incapace di rendersi conto delle conseguenze dei propri atti.
4) LA PUNIBILITA’
Insieme delle condizioni, ulteriori ed esterne rispetto al fatto antigiuridico e colpevole, che possono fondare o escludere l’opportunità di punirlo
La pena è ciò che caratterizza il diritto penale rispetto agli altri rami dell’ordinamento. Le scelte del legislatore sull’opportunità di punire un fatto antigiuridico e colpevole possono esprimersi in:
a. condizioni che fondano la punibilità, esprimono valutazioni di opportunità circa l’inflizione della pena (condizioni obiettive di punibilità);
b. condizioni che escludono la punibilità:
• cause personali di non punibilità;
• cause sopravvenute di non punibilità o di risoluzione della punibilità;
• cause di estinzione della punibilità (es prescrizione del reato).
La sistematica quadripartita è un ordine logico che ha un fondamento normativo: art 129 cpp.
CAP VI IL FATTO
A) IL FATTO NEI REATI COMMISSIVI
• Azione, ha il carattere di attività esteriore. Il legislatore può esigere che l’azione sia compiuta con particolari modalità (reati a forma vincolata), oppure può attribuire rilevanza ad ogni comportamento umano che abbia causato, con qualsiasi modalità, un determinato evento (reati a forma libera). Beni ritenuti di alto rango vengono maggiormente tutelati dal legislatore, attribuendo rilevanza alla causazione pura e semplice dell’evento (es beni della vita e dell’integrità fisica); mentre i beni di rango minore sono protetti solo contro specifiche classi di comportamenti. Nei reati di possesso l’oggetto del divieto è il possesso o la detenzione di una cosa, quindi il requisito necessario del fatto di reato è un’azione consistente nel procurarsi o nel ricevere la cosa, qualora la cosa sia stata ricevuta dal soggetto inconsapevolmente, l’azione consisterà nell’esercitare sulla cosa un controllo diretto a conservarne la disponibilità. Nei reati di sospetto (speciale sottogruppo dei reati di possesso) (in contrasto con la presunzione di non colpevolezza) l’onere della prova della provenienza lecita della cosa incombe sull’imputato.
• Presupposti della condotta, determinate situazioni di fatto o giuridiche che devono preesistere all’azione o ne devono accompagnare l’esecuzione (es in assenza del presupposto della gravidanza non possono compiersi atti interrottivi della stessa).
• Evento, cioè un accadimento temporalmente e spazialmente separato dall’azione e che da questa deve essere causato; solo quelle conseguenze dell’azione che sono espressamente o tacitamente previste dalla norma incriminatrice. L’evento può consistere in una modificazione della realtà fisica, psichica, economico-giuridica o in un comportamento umano.
• Rapporto di causalità tra azione ed evento, art 40 cp: nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se l’evento dannoso o pericoloso, da cui la legge fa dipendere l’esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione o omissione.
Principali teorie della causalità:
1. Teoria condizionalistica o condicio sine qua non:
l’azione A è causa dell’evento B, se può dirsi che senza A, tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto, l’evento B non si sarebbe verificato.
Questa concezione rispecchia il senso comune.
Giuridicamente rilevante come causa dell’evento è ogni azione che non può essere eliminata mentalmente senza che l’evento concreto venga meno.
Es.: Tizio colpisce con uno schiaffo Caio, che è affetto da un grave vizio cardiaco e Caio per lo spavento muore; sia lo schiaffo, sia lo spavento, sia la malattia di cuore sono antecedenti necessari della morte di Caio, ed è sufficiente che Tizio abbia posto in essere una delle condizioni dell’evento morte perché la sua azione si consideri causa dell’evento concreto. Senza lo schiaffo di Tizio, Caio non sarebbe morto.
Questa concezione trova applicazione in due gruppi casi discussi in dottrina:
I. Causalità ipotetica, sussiste un rapporto di causalità nel caso del medico che pratichi un’iniezione mortale a un malato terminale per alleviargli le sofferenze, anche se la persona sarebbe comunque morta dopo poco tempo, ma se non fosse stata praticata l’iniezione il malato non sarebbe morto in quel momento.
II. Causalità addizionale, sussiste rapporto di causalità tra l’azione di Tizio che ha somministrato a Caio una dose di veleno di per sé sufficiente ad uccidere e la morte di Caio, se anche Sempronio ha versato una dose mortale dello stesso veleno nella medesima bevanda? Eliminando mentalmente l’azione di Tizio, Caio sarebbe morto ugualmente per avvelenamento ed eliminando mentalmente l’azione di Sempronio, Caio sarebbe morto ugualmente. Paradossalmente la morte di Caio non sarebbe stata causata né da Tizio né da Sempronio, ma il rapporto di causalità va accertato in concreto, tenendo conto della quantità di veleno x e y: sia l’azione di Tizio sia l’azione di Sempronio sono causa dell’evento morte di Caio.
La teoria della condicio sine qua non può essere così formulata: causa dell’evento è ogni azione che, tenendo conto di tutte le circostanze che si sono verificate, non può essere eliminata mentalmente, sulla base di leggi scientifiche, senza che l’evento concreto venga meno.
Le leggi scientifiche utilizzabili dal giudice per la spiegazione causale dell’evento possono essere:
o leggi universali, enunciati che asseriscono regolarità senza eccezioni nella successione di eventi;
o leggi statistiche, leggi che enunciano regolarità statistiche emerse dall’osservazione della realtà empirica.
Corollari della teoria condizionalistica sono:
 il concorso di fattori causali preesistenti, simultanei o sopravvenuti, non esclude il rapporto di causalità quando l’azione è una condizione necessaria dell’evento anche se i fattori estranei all’opera dell’uomo sono rari o anormali (es Tizio ha ferito Caio che muore in seguito ad un incendio divampato nel pronto soccorso dell’ospedale dove era stato trasportato);
 il rapporto di causalità non è escluso nemmeno se il fattore causale ulteriore rispetto all’azione dell’uomo consiste in un fatto illecito di un terzo (es grave errore di un chirurgo che estrae un proiettile da una persona ferita con un’arma da fuoco e ne provoca la morte);
 il rapporto di causalità non sussiste quando tra l’azione e l’evento si è inserita una serie causale autonoma, che è stata da sola sufficiente a causare l’evento, in questo caso l’azione è solo un antecedente temporale e non una condicio sine qua non (es Tizio muore di attacco cardiaco prima che il veleno che Caio gli aveva somministrato faccia effetto).
L’adesione da parte del legislatore italiano alla teoria condizionalistica (art 41 cp) non comporta un eccessivo ampliamento della responsabilità penale. Nelle ipotesi di responsabilità per dolo o per colpa le esigenze di delimitazione della responsabilità sono soddisfatte quando, una volta accertata la sussistenza del rapporto di causalità, si passa ad esaminare se quell’evento è stato causato dolosamente o colposamente. La teoria condizionalistica sembrerebbe semmai produrre un’eccessiva dilatazione della responsabilità penale nelle ipotesi di responsabilità oggettiva, ma la Corte costituzionale ha riconosciuto rango costituzionale al principio di colpevolezza e ogni elemento del fatto deve essere quindi investito dell’elemento della colpa. Per niente persuasiva risulta l’obiezione di aprire la strada ad un regresso all’infinito, andando alla ricerca della causa penalmente rilevante anche tra gli antecedenti più remoti dell’evento; la verità è che il problema della causale si pone solo per un comportamento del quale si sospetti che sia antigiuridico e colpevole.
2. Teoria della causalità adeguata:
esclude il rapporto di causalità quando nel decorso causale, accanto all’azione umana, siano intervenuti fattori preesistenti, simultanei o sopravvenuti anormali. È necessario infatti che l’azione sia condizione dell’evento e che l’evento sia conseguenza normale o non improbabile dell’azione.
3. Teoria della causalità umana:
il rapporto di causalità è escluso non tutte le volte in cui il decorso causale è anormale, ma solo nei casi in cui tra l’azione e l’evento intervengono fattori causali rarissimi, che hanno cioè una minima, insignificante probabilità di verificarsi (fattori eccezionali). Meriterebbe tale qualifica una bomba esplosa nell’ospedale in cui il ferito è stato ricoverato e non invece il caso in cui il ferito sia morto in un incidente stradale occorso all’ambulanza.
• Oggetto materiale, in alcune figure di reato l’azione o l’evento devono incidere su una persona o su una cosa, e tale entità è l’oggetto materiale del reato (nei delitti di omicidio e di lesioni personali oggetto del reato è un uomo, sia di sesso maschile che femminile; mentre vi sono delitti nei quali oggetto materiale può essere solo una donna, ad es il procurato aborto su donna non consenziente),
• Qualità o relazioni del soggetto attivo nei reati propri, vi sono reati che possono essere commessi solo da chi possegga determinate qualità o si trovi in determinate relazioni con altre persone (reato proprio). Ciò ha uno spiccato rilievo nell’ambito del concorso di persone: il soggetto privo della qualifica richiesta nella norma incriminatrice, estraneo, che ha agevolato alla commissione del reato la persona qualificata, intraneo, concorre oggettivamente nel reato proprio.
• Offesa, assume la forma della lesione o del pericolo per l’integrità del bene. Si ha:
a. offesa come elemento espresso del fatto di reato, in maniera diretta (es ingiuria, chiunque offenda l’onore o il decoro di una persona);
b. offesa come elemento espresso del fatto di reato, in maniera indiretta (attraverso un elemento che rappresenti l’equivalente fenomenico dell’offesa; es omicidio: l’evento morte di un uomo esprime la lesione del bene giuridico vita umana);
c. offesa come elemento sottinteso, la norma incriminatrice pur non menzionando direttamente l’offesa, né un elemento che rappresenti l’equivalente fenomenico, vieta una condotta in quanto crea il pericolo del verificarsi di un evento offensivo (es falsa testimonianza, pericolo di decisioni del giudice fuorviate dalla falsa testimonianza).
d. lesione, esprime la distruzione, l’alterazione in peggio, la diminuzione del valore dell’entità in cui si concretizza il bene giuridico. Nei reati di danno il legislatore reprime fatti che compromettono l’integrità dei beni;
e. pericolo, probabilità della lesione, lesione solo potenziale, il legislatore anticipa la tutela:
o reati di pericolo concreto, il giudice deve accertare se nel singolo caso il bene giuridico ha corso un effettivo pericolo. L’accertamento del pericolo esige una prognosi ex ante in concreto, utilizzando il massimo di conoscenze possibili al momento del giudizio e tenendo conto di tutte le circostanze presenti;
o reati di pericolo astratto, il legislatore sulla base di leggi di esperienza, ha presunto che una classe di comportamenti è, nella generalità dei casi, fonte di pericolo. Vengono tutelati con questa tecnica alcuni beni collettivi (ad es i beni ambientali), le cui dimensioni sono tali che solo eccezionalmente possono essere offesi da una singola condotta.
B) IL FATTO NEI REATI OMISSIVI
L’omissione penalmente rilevante consiste nel mancato adempimento di un’azione che si aveva l’obbligo giuridico di compiere.
• Reati omissivi propri
Il legislatore reprime il mancato compimento di un’azione giuridicamente doverosa, indipendentemente dal verificarsi o meno di un evento come conseguenza dell’omissione. Tali reati sono direttamente configurati da singole norme incriminatrici, che descrivono sia l’azione doverosa la cui omissione è penalmente rilevante, sia i presupposti in presenza dei quali sorge l’obbligo giuridico di agire (es omissione di soccorso art 593 cp).
Le eventuali conseguenze del mancato compimento dell’azione doverosa sono irrilevanti ai fini della sussistenza del fatto di reato, possono solo rilevare ai fini di un aggravamento della pena.
L’obbligo giuridico di agire presuppone il poter compiere l’azione doverosa.
• Reati omissivi impropri
La legge incrimina il mancato compimento di un’azione giuridicamente doverosa imposta per impedire il verificarsi di un evento. L’evento è elemento costitutivo del fatto.
Art 40 cp: non impedire un evento che si ha l’obbligo di impedire equivale a cagionarlo. Due sono i criteri vincolanti ai quali il giudice deve attenersi per stabilire se e quando l’omesso impedimento di un evento sia penalmente rilevante:
1. non basta la mera possibilità materiale di impedire l’evento, né un obbligo di attivarsi che abbia la sua fonte in norme di natura etico sociale, ma è necessario un obbligo giuridico di impedire l’evento, un obbligo che fa del suo destinatario il garante dell’integrità di un bene giuridico;
2. sono le singole norme giuridiche a stabilire quali siano i presupposti in presenza dei quali sorge l’obbligo di impedire l’evento e quali siano gli eventi il cui verificarsi deve essere impedito.
Si parla di obblighi di protezione quando l’obbligo giuridico riguarda la tutela di uno o più beni nei confronti di una gamma più o meno ampia di pericoli. Possono nascere dalla legge o da contratto (es obbligo del bagnino di proteggere la vita dei bagnanti; l’obbligo non sorge dal momento pattuito tra le parti, ma dal momento in cui l’obbligato viene a contatto con la specifica situazione pericolosa che egli deve neutralizzare).
Obblighi di controllo sono, invece, quelli aventi per oggetto la neutralizzazione dei pericoli derivanti da una determinata fonte, in funzione di tutela di tutti i beni che possono essere messi a repentaglio da quella fonte di pericolo (es servizio della protezione civile).
[ Individuazione dei garanti nelle società commerciali
Si individuano 2 categorie di doveri di garanzia:
• quelli relativi all’amministrazione dell’impresa, finalizzati alla tutela dei beni giuridici direttamente o indirettamente riconducibili al patrimonio sociale, dai quali discende l’obbligo di impedire la commissione dei reati fallimentari e societari da parte del direttore generale e dell’institore. Titolari di questo ordine di obblighi sono i membri del cda della società, i membri del comitato esecutivo o l’amministratore o gli amministratori delegati;
• quelli relativi alla gestione tecnica, operativa e commerciale dell’impresa, finalizzati al controllo delle fonti di pericolo immanenti all’esercizio delle attività di impresa. Titolari di questo ordine di obblighi sono le persone fisiche che occupano i vertici dell’organizzazione (consiglieri d’amministrazione nelle società di capitali e titolare dell’impresa nelle imprese individuali). Possono essere trasferiti per delega eventuali obblighi di controllo, ma in ogni caso rimane in capo ai vertici dell’impresa un generale dovere di vigilanza.]
- Nesso tra omissione ed evento
Il rapporto di causalità sussiste quando l’azione doverosa che è stata omessa, se fosse stata compiuta, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento; aggiungendola mentalmente l’evento non si sarebbe verificato.
Quando l’evento è il risultato di un processo causale innescato da fattori meccanici o naturali si dovrà fare ricorso a leggi scientifiche.
Secondo la struttura del fatto i reati si possono raggruppare in svariate categorie:
o reati commissivi e reati omissivi;
o reati a forma libera e reati a forma vincolata;
o reati di danno e reati di pericolo;
o reati comuni (possono essere commessi da chiunque) e reati propri;
o reati di mera condotta (il fatto si esaurisce nel compimento di una o più azioni, o nel mancato compimento di un’azione doverosa, è irrilevante che all’azione o omissione consegua il verificarsi di uno o più eventi) e reati di evento (il fatto consta non solo di un’azione o omissione, ma anche di uno o più eventi, conseguenti all’azione o omissione;
o reati istantanei (nei quali una volta verificatasi la consumazione del reato è irrilevante che la situazione antigiuridica creata dall’agente si protragga nel tempo; es furto) e reati permanenti (il protrarsi nel tempo della situazione antigiuridica creata dalla condotta dell’agente è rilevante, il reato non si esaurisce finche perdura la situazione antigiuridica; es sequestro di persona);
o reati abituali (reato il cui fatto esige la ripetizione, anche ad apprezzabile distanza di tempo, di una serie di azioni o omissioni; es maltrattamenti in famiglia);
o reati necessariamente plurisoggettivi (reati il cui fatto richiede come elemento costitutivo una pluralità di condotte da parte di una pluralità di soggetti ). Possono aversi:
- reati necessariamente plurisoggettivi in senso stretto (propri), la norma incriminatrice assoggetta a pena tutti i soggetti che intervengono nel reato;
- reati necessariamente plurisoggettivi in senso ampio (impropri), la norma assoggetta a pena solo alcune delle condotte che costituiscono il fatto di reato (a volte perché il concorrente necessario è il soggetto passivo del reato, es estorsione; altre volte per la scarsa rilevanza di una delle condotte richieste dalla norma incriminatrice).
CAP VII ANTIGIURIDICITA’ E CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE
Un fatto è antigiuridico quando vi è un rapporto di contraddizione con l’intero ordinamento, un fatto è lecito quando in qualunque luogo dell’ordinamento esista una sola norma che renda facoltativa o addirittura doverosa la realizzazione di un fatto penalmente rilevante.
L’unità dell’ordinamento giuridico impone di risolvere un conflitto di norme quando una incrimina il fatto e l’altra ne facoltizza la realizzazione, attribuendo la prevalenza alla seconda norma (il fatto è dunque lecito e come tale non punibile per assenza di antigiuridicità).
Le cause di giustificazione (insieme di facoltà o di doveri derivanti da norme che autorizzano o impongono la realizzazione di un fatto) si trovano in qualsiasi luogo dell’ordinamento e hanno efficacia universale (il fatto sarà lecito in qualsiasi settore dell’ordinamento e, quindi, non potrà essere assoggettato a nessun tipo di sanzione).
Le norme che prevedono cause di giustificazione non sono norme penali né eccezionali, non sono quindi soggette né alla riserva di legge né al divieto di analogia.
Art 59 cp: le cause di giustificazione sono valutate a favore dell’agente anche se da lui non conosciute o per errore ritenute inesistenti (carattere oggettivo delle cause di giustificazione).
Art 119 cp: le circostanze oggettive che escludono la pena hanno effetto per tutti coloro che sono concorsi nel reato; fanno eccezione le cause di giustificazione personali (es uso legittimo delle armi, giustifica il pubblico ufficiale e non qualsiasi altro cittadino che spontaneamente cooperi con il pubblico ufficiale ).
Contro il pericolo attuale di un’offesa “giusta”, perché realizzata in presenza di una causa di giustificazione, non si profilerà mai una legittima difesa.
Art 59 cp: se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate in suo favore; tuttavia se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è previsto dalla legge come delitto colposo.
Art 52 cp: se il fatto è commesso in presenza di una situazione che integra la previsione di una norma scriminante, ma la condotta dell’agente eccede i limiti segnati da tale norma, si parla di eccesso nelle cause di giustificazione (il fatto è antigiuridico); bisogna comunque accertare se l’eccesso sia rimproverabile all’agente per colpa o per dolo, se invece l’eccesso è incolpevole sarà esclusa qualsiasi forma di responsabilità penale.
Il codice penale disciplina espressamente l’eccesso colposo (art 55 cp): la colpa dell’agente può riguardare un’erronea valutazione della condizione scriminante (es l’agente ha creduto di vedere nelle mani dell’aggressore un coltello che invece non c’era), oppure la colpa può radicarsi nella fase esecutiva della condotta, in un cattivo controllo dei mezzi esecutivi, che comporta un risultato più grave di quello voluto dall’agente.
L’eccesso doloso si ha quando l’agente si sia rappresentato esattamente la situazione scriminante, abbia pienamente controllato i mezzi esecutivi e abbia consapevolmente realizzato un fatto antigiuridico che eccede i limiti della causa di giustificazione.
Singole cause di giustificazione espressamente disciplinate dal codice penale sono:
1) il consenso dell’avente diritto (art 50 cp), non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto col consenso della persona che può validamente disporne. Tale norma si riferisce ai diritti individuali che si caratterizzano come disponibili da parte del titolare, nel senso che il titolare può disporne secondo la sua volontà, conferendo a terzi la facoltà legittima di lederli o porli in pericolo.
Un fatto penalmente rilevante che lede un diritto disponibile con il consenso del titolare sarà lecito. L’individuazione dei diritti disponibili è possibile solo nell’ambito dei diritti individuali, tra essi è indisponibile il diritto alla vita (è infatti reato l’omicidio del consenziente).
Sono disponibili i diritti patrimoniali e i diritti personalissimi (onore, libertà sessuale, libertà personale, ma il consenso è inoperante in relazione al delitto di riduzione in schiavitù).
L’integrità fisica è illimitatamente disponibile quando l’atto di disposizione del corpo sia funzionale alla salvaguardia della salute, come nel caso di consenso all’asportazione di un organo malato: gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica, o quando siano contrari alla legge, all’ordine pubblico e al buon costume (art 5 cod civ).
Legittimato a prestare il consenso è il titolare del diritto o il suo rappresentante legale o volontario. Decisiva è la capacità naturale di chi presta il consenso, che può essere manifestato in qualsiasi forma e può essere sottoposto a condizioni o a termini. Il consenso deve essere immune da vizi, deve sussistere al momento del fatto ed è sempre revocabile.
2) l'esercizio di un diritto (art 51 cp), l’esercizio di un diritto esclude la punibilità. Per diritto si intende non solo l’esercizio del diritto in senso stretto, ma anche qualunque facoltà legittima di agire riconosciuta dall’ordinamento. Possono scaturire da norme costituzionali, da norme di legge ordinaria, da norme di origine comunitaria, da leggi regionali o dalla consuetudine, tra le fonti di un diritto scriminante non può invece annoverarsi il provvedimento amministrativo.
Per stabilire se un fatto penalmente rilevante è lecito perché commesso nell’esercizio di un diritto è necessario accertare previamente il contenuto della norma attributiva del diritto e se tra le facoltà costitutive di tale diritto rientri anche la specifica azione o omissione.
Il fatto resta lecito se realizzato nell’esercizio di un diritto, qualunque sia il fine che ha in concreto animato il soggetto nell’esercizio del suo diritto.
Es: diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero; manifestazione di opinioni e convincimenti, il diritto copre anche opinioni non argomentate e magari formalmente scorrette, in quanto l’art 21 cost fa si che tale diritto non sia un principio riservato agli uomini di cultura, ma attribuito a tutti, e gli eventuali contenuti offensivi sono giustificati in quanto rispondano a verità.
Es: diritto di sciopero, il riconoscimento in costituzione di tale diritto ha comportato la progressiva eliminazione di norme penali del codice rocco che configuravano tale pratica come delitto.
3) l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica (art 51 cp), è espressione del postulato della coerenza e dell’unità dell’ordinamento giuridico, uno stesso ordinamento non può vietare sotto la minaccia di una pena la realizzazione di un fatto e, al tempo stesso, imporne la realizzazione.
Le norme giuridiche che impongono un dovere scriminante possono promanare dalla legge, da atti aventi forza di legge, da fonti sublegislative (regolamenti), ma un dovere il cui adempimento rende lecita la realizzazione di fatti penalmente rilevanti può derivare, oltre che da una norma giuridica, anche da un ordine legittimo della pubblica autorità, il quale deve essere legittimo formalmente, devono cioè essere soddisfatti 3 requisiti:
-competenza dell’organo che lo ha emanato;
-competenza del destinatario ad eseguire l’ordine;
-rispetto delle forme eventualmente prescritte per la validità dell’ordine;
e legittimo sostanzialmente, devono cioè esistere i presupposti fissati dall’ordinamento per la sua emanazione.
Nel caso di ordine illegittimo: se un fatto costituente reato è commesso per ordine dell’autorità, del reato risponde sempre il pubblico ufficiale che ha dato l’ordine; risponde del reato anche chi ha eseguito l’ordine , tale responsabilità è configurabile nei confronti dei pubblici impiegati, che non sono vincolati all’obbedienza degli ordini dei superiori, hanno anzi il preciso dovere di astenersi dall’eseguire l’ordine del superiore quando l’atto sia vietato dalla legge penale. Il pubblico impiegato ha infatti il potere-dovere di controllare la legittimità formale e sostanziale dell’ordine.
Inoltre hanno il dovere di astenersi dall’eseguire un ordine la cui esecuzione integra un reato i privati che ricevono un ordine illegittimo di polizia.
Tuttavia non è punibile chi esegue un ordine illegittimo quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla legittimità dell’ordine. Infatti nel nostro ordinamento esistono ordini criminosi vincolanti, ma non si tratta mai di un vincolo assoluto: in particolare i militari e gli appartenenti alla polizia di Stato hanno il dovere di eseguire gli ordini dei superiori, ma tale dovere incontra un triplice limite:
-l’ordine non deve essere formalmente illegittimo;
-anche se formalmente legittimo l’ordine non deve essere manifestamente criminoso;
-il subordinato non deve essere personalmente a conoscenza del carattere criminoso dell’ordine.
Comunque l’esecuzione dell’ordine da parte del militare non è antigiuridica, costituendo l’oggetto di un preciso dovere dell’agente e opera come causa di giustificazione personale, fondata sulla prevalenza dell’interesse ad un pronto adempimento degli ordini dei superiori rispetto agli interessi tutelati dalle norme incriminatrici violate, non si estende né a chi ha emanato l’ordine né a chi ha spontaneamente cooperato alla commissione del fatto.
Non risponde a titolo di dolo il subordinato che dia esecuzione ad un ordine illegittimo, qualora ritenga per un errore di fatto di eseguire un ordine legittimo.
4) la legittima difesa (art 52 cp), in deroga al principio del monopolio statale dell’uso della forza, l’ordinamento attribuisce al cittadino la facoltà legittima di autotutelare i propri diritti, in presenza di alcuni presupposti e quando lo Stato non sia in grado di assicurare una tempestiva ed efficace tutela. La legittima difesa esige come presupposti:
a. il pericolo, il giudice deve accertare se, al momento del fatto, tenendo conto di tutte le circostanze esistenti, vi era la probabilità del verificarsi di un’offesa ad un diritto dell’agente o di un terzo. Il pericolo deve scaturire da una condotta umana, sia azione che omissione, e deve essere attuale, quindi è esclusa la legittima difesa quando il pericolo è ormai passato o perché si è tradotto in danno o perché è stato neutralizzato o si è dissolto. La causa di giustificazione non sussiste quando si tratti di un pericolo futuro. La formula attuale contiene l’ipotesi in cui il pericolo sia imminente e perdurante (l’offesa è già in atto, ma non si è ancora esaurita);
b. oggetto del pericolo deve essere un’offesa ingiusta ad un diritto dell’agente o di un terzo. L’espressione diritto abbraccia qualsiasi interesse individuale tutelato dall’ordinamento, titolare può essere sia una persona fisica sia una persona giuridica. Non sono suscettibili di legittima difesa i beni collettivi, o i beni a titolarità diffusa (ambiente, buon costume). L’offesa deve essere ingiusta, quindi antigiuridica, non ci si può difendere di fronte a pericoli creati nell’esercizio di una legittima facoltà o nell’adempimento di un dovere giuridico. È irrilevante il carattere colpevole o punibile della condotta umana che ha creato il pericolo;
c. la condotta difensiva deve essere necessaria, il pericolo non poteva essere neutralizzato né da una condotta alternativa lecita (la persona non poteva realizzare la tutela del bene senza commettere un fatto penalmente rilevante, né poteva sottrarsi al pericolo senza esporre a rischio la sua integrità fisica), né da una condotta meno lesiva di quella tenuta in concreto;
d. la condotta difensiva deve essere proporzionata all’offesa. Si impone una valutazione comparativa tra il bene dell’aggredito esposto a pericolo e il bene dell’aggressore sacrificato dall’azione difensiva. L’aggredito può ledere un bene anche di rango superiore, purché il divario di valore non sia eccessivo. Per la valutazione etico comparativa dei beni si potrà fare riferimento alle valutazioni etico-sociali dei beni in conflitto.
5) l’uso legittimo delle armi (art 53 cp); la disciplina si articola in 3 ipotesi:
I. uso delle armi per respingere una violenza o vincere una resistenza all’autorità; questa causa di giustificazione occupa uno spazio autonomo sia rispetto alla legittima difesa (infatti l’agente della forza pubblica fa uso delle armi per difendere un diritto proprio o altrui dal pericolo attuale di un’offesa ingiusta, la difesa deve essere necessaria e proporzionata), sia rispetto all’adempimento di un dovere (infatti l’uso delle armi è una modalità di adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo di un’autorità). Legittimati a fare uso delle armi non sono tutti i pubblici ufficiali, ma gli appartenenti alla forza pubblica (polizia, carabinieri e guardia di finanza).
Il pubblico ufficiale deve adempiere un dovere del proprio ufficio e deve essere costretto dalla necessità di fare uso delle armi:
• l’uso delle armi non è consentito quando il pubblico ufficiale può reprimere la violenza con mezzi diversi;
• tra i diversi mezzi di coazione, tutti egualmente efficaci, deve scegliere il meno lesivo (il ricorso alle armi deve essere proporzionato);
• deve essere in atto una resistenza o una violenza all’autorità.
II. uso delle armi per impedire la consumazione di gravissimi delitti (strage, naufragio, disastro ferroviario, sequestro di persona, rapina a mano armata); il momento in cui può essere impedita la consumazione è quello in cui già sussistano gli estremi del tentativo. L’uso delle armi deve essere necessario, tra i diversi mezzi di coazione si deve scegliere il meno lesivo e l’intervento deve essere proporzionato agli interessi in gioco.
III. ulteriori ipotesi di uso legittimo delle armi previste da leggi speciali (es repressione del contrabbando).
6) lo stato di necessità (art 54 cp), presupposti dell’azione di salvataggio:
o una situazione di pericolo attuale (il verificarsi del danno è imminente, o è già in atto ma non è ancora esaurito; qualora si tratti di un pericolo futuro, ma che possa essere fronteggiato soltanto con un’azione immediata, a pena del verificarsi di un danno certo, una parte della dottrina include tali ipotesi nella nozione di pericolo attuale, secondo il modello dell’”ora o mai più”) e non volontariamente causato (non può invocare lo stato di necessità chi avendo volontariamente incendiato un edificio, si ponga in salvo travolgendo persone ammassate sull’uscita così da provocarne la morte; per volontariamente si intende colposamente).
La fonte del pericolo può risiedere sia in un accadimento naturale, sia in un comportamento dell’uomo.
o oggetto del pericolo deve essere un danno grave alla persona dell’agente o di un terzo (sono esclusi i beni individuali che non hanno carattere personalissimo, come i beni patrimoniali e i beni istituzionali, che fanno capo allo Stato o ad altri enti pubblici). La gravità va accertata in relazione al rango del bene in pericolo e all’intensità della lesione.
Ai fini dello stato di necessità la legge richiede che la commissione del fatto penalmente rilevante sia necessaria (assenza di alternative lecite o meno lesive egualmente efficaci per neutralizzare il pericolo) e proporzionata al pericolo sventato con la commissione del fatto (il divario di valore tra i due beni non deve essere eccessivo) e che il pericolo sia inevitabile (non può essere neutralizzato neppure attraverso un comportamento che cagioni un pericolo personale per l’agente).
Il soggetto deve essere costretto dalla necessità di compiere il fatto penalmente rilevante. In base al significato attribuito alla “costrizione” lo stato di necessità rientra:
- tra le cause di giustificazione, la costrizione denota soltanto l’oggettiva impossibilità di salvare il bene in pericolo senza sacrificare il bene di un terzo innocente;
- tra le scusanti (la ragione della non punizione sta nell’assenza di colpevolezza di chi abbia agito sotto pressione psicologica e tale da rendere inesigibile un comportamento diverso), la costrizione sta ad indicare una esclusione o restrizione della libertà di agire, ciò che presuppone la consapevolezza del pericolo, e un effettivo turbamento psicologico.
La vittima della minaccia si trova di fronte a un’alternativa che necessariamente limita la sua libertà di scelta, pertanto vi è la possibilità di esercitare la legittima difesa contro chi agisce in stato di necessità, trattandosi di un fatto ingiusto e solo scusato.
La legge esclude che possa applicarsi lo stato di necessità a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo (vigili del fuoco, guardie del corpo). L’ordinamento può scusare il comune cittadino, ma non chi è particolarmente attrezzato per fronteggiare quel pericolo.
CAP VIII. LA COLPEVOLEZZA
Insieme dei criteri dai quali dipende la possibilità di muovere all’agente un rimprovero per aver commesso il fatto antigiuridico.
La Corte costituzionale ha riconosciuto espressamente che responsabilità personale a norma dell’art 27 cost è sinonimo di responsabilità per un fatto proprio colpevole. Con la sentenza 364/1988 la Corte ha messo in luce l’esigenza di interpretare l’espressione responsabilità personale, alla luce della funzione rieducativa assegnata alla pena e in modo da garantire al privato la certezza di libere scelte d’azione.
Il principio di colpevolezza si contrappone alla responsabilità oggettiva, responsabilità per fatto proprio ma realizzato senza dolo e senza colpa. La Corte ha dichiarato illegittimo l’art 5 cp, conseguentemente oggi vige la regola secondo cui nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale dovuta a colpa.
Tutti i criteri sui quali si fonda la colpevolezza dell’agente vanno riferiti strettamente al singolo fatto antigiuridico da lui commesso, si porrebbe in contrasto con la costituzione il legislatore che nell’individuare i criteri che fondano la colpevolezza, si riferisse non al fatto nel momento della sua commissione, ma alla colpevolezza per la condotta di vita o alla colpevolezza per il carattere.
I criteri che fondano la colpevolezza sono:
1) IL DOLO
La realizzazione con dolo di un fatto antigiuridico comporta la forma più grave di responsabilità penale.
Per l’esistenza del dolo si chiede un duplice coefficiente psicologico: la rappresentazione e la volizione del fatto antigiuridico.
Art 43 cp: il delitto è doloso o secondo l’intenzione quando l’evento dannoso o pericoloso che è il risultato dell’azione o dell’omissione, e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propri azione o omissione.
Art 47 cp: esclude il dolo per difetto di rappresentazione del fatto quando l’agente è caduto in errore sul fatto che costituisce il reato.
Art 59 cp: esclude il dolo quando l’agente, pur rappresentandosi la realizzazione del fatto, non si renda conto del suo carattere antigiuridico, perché ritenga di agire in presenza di una causa di giustificazione (ciò è valutato a favore di lui).
Si rimprovera al soggetto di aver avuto ben chiaro dinanzi agli occhi il fatto antigiuridico e di non essersi lasciato trattenere da quella rappresentazione ammonitrice.
Il momento rappresentativo del dolo esige la conoscenza effettiva (non solo potenziale) di tutti gli elementi del fatto concreto che integra una specifica figura di reato, e tale conoscenza deve sussistere nel momento in cui il soggetto inizia l’esecuzione dell’azione tipica, non è necessario che sia presente per tutto il tempo dell’azione.
Il momento rappresentativo del dolo si considera di regola presente anche nei casi di dubbio, perché chi agisce in stato di dubbio (chi sottrae una cosa mobile altrui essendo in dubbio se si tratti di una cosa propria o altrui) ha un’esatta rappresentazione di quel dato della realtà. Il dubbio è incompatibile con il dolo quando la legge eccezionalmente richiede una conoscenza piena e certa dell’esistenza di un elemento del fatto.
Vi sono elementi (e. descrittivi) la cui conoscenza avviene attraverso i sensi e altri (e. normativi, individuati attraverso concetti che esprimono qualità giuridiche o sociali di un dato della realtà) la cui conoscenza abbisogna della mediazione di una norma, giuridica o sociale (in questo caso basta la conoscenza propria del profano, ossia del comune cittadino).
Difetta la rappresentazione del fatto necessaria per la sussistenza del dolo quando l’agente versa in un errore sul fatto: quando cioè non si rappresenti la presenza di almeno uno degli elementi del fatto come conseguenza o di una errata percezione sensoriale ( errore di fatto), o di un’errata interpretazione di norme giuridiche o sociali (errore di diritto).
- Volizione
Il soggetto deve aver voluto la realizzazione del fatto antigiuridico che si è preventivamente rappresentato, deve aver deciso di realizzarlo.
Il momento volitivo consiste nella risoluzione di realizzare l’azione e tale risoluzione deve essere presente nel momento in cui il soggetto agisce, rappresentandosi tutti gli estremi del fatto descritto nella norma incriminatrice.
Nel nostro ordinamento non c’è spazio per le figure di:
o dolo antecedente, Tizio decide di uccidere Caio all’ora x, ma ne provoca involontariamente la morte prima di quell’ora, pulendo sbadatamente il fucile (sono ravvisabili gli estremi di omicidio colposo);
o dolo susseguente, non vi è dolo di ricettazione nel caso in cui una persona acquisti una cosa proveniente da un delitto ma si avveda della provenienza illecita solo dopo l’acquisto;
o dolo generale, non vi è dolo di omicidio nel caso in cui Tizio, ritenendo di aver già realizzato il fatto con una certa azione, compie una seconda azione, con la quale solo ora realizza il fatto (Tizio risponderà di tentato omicidio per la prima azione e omicidio colposo per la seconda).
La risoluzione ad agire può essere la conseguenza immediata di un impulso ad agire (dolo impeto), oppure può essere presa e mantenuta ferma fino al compimento dell’azione (dolo di proposito).
Il momento volitivo del dolo può assumere 3 forme:
1. dolo intenzionale, il soggetto agisce allo scopo di realizzare il fatto.
Nei reati a dolo specifico, caratterizzati dalla presenza nel dettato normativo di formule “al fine di”, il legislatore richiede che l’agente commetta il fatto avendo di mira un risultato ulteriore, il cui realizzarsi non è però necessario alla consumazione del reato.
Nei reati a dolo generico le finalità perseguite dall’agente sono irrilevanti per l’esistenza del dolo.
2. dolo diretto, l’agente non persegue la realizzazione del fatto, ma si rappresenta come certa o come probabile al limite della certezza l’esistenza di presupposti della condotta o il verificarsi dell’evento come conseguenza dell’azione.
3. dolo eventuale, il soggetto si rappresenta come seriamente possibile (non come certa) l’esistenza di presupposti della condotta o il verificarsi dell’evento come conseguenza dell’azione e pur di non rinunciare all’azione e ai vantaggi che si ripromette, accetta che il fatto possa verificarsi.
Il soggetto decide di agire “costi quel che costi” (accettazione del rischio del verificarsi del fatto).
Il dolo eventuale:
- delinea i confini della responsabilità penale, ciò accade per i fatti che sono previsti nella sola forma del delitto doloso, come nel caso dei fatti di danneggiamento che possono verificarsi anche per colpa ma che la legge punisce solo se commessi con dolo;
- rappresenta la linea di confine che separa l’area della responsabilità per dolo da quella della responsabilità per colpa.
Il dolo eventuale va distinto dalla colpa cosciente, infatti sebbene abbiano in comune la previsione dell’evento, nella colpa cosciente l’agente si rappresenta il possibile verificarsi dell’evento, ma ritiene per colpa che non si realizzerà nel caso concreto (per leggerezza sottovaluta quella possibilità); nel dolo eventuale, chi ritiene seriamente possibile la realizzazione del fatto, rassegnandosi, agisce accettando tale eventualità.
La rappresentazione e la volizione devono avere per oggetto il fatto concreto, che corrisponde alla figura legale del fatto incriminato.
Nei reati a dolo generico l’oggetto della rappresentazione e della volizione è solo il fatto concreto, eventi ulteriori sono al di fuori dell’oggetto del dolo, rilevano come motivi che aggravano o alterano la pena.
Nei reati a dolo specifico l’oggetto del dolo è più ampio, abbraccia sia il fatto concreto, sia l’evento che l’agente deve perseguire come scopo (es sequestro di persona a scopo di estorsione).
Quanto al decorso causale è necessario e sufficiente che l’agente abbia attribuito alla sua azione l’attitudine a causare in concreto quell’evento, mentre è irrilevante che abbia previsto un decorso causale diverso da quello che poi si è verificato (aberratio causae).
L’agente deve rappresentarsi e volere tutti gli elementi costitutivi del fatto di reato, compresa la qualità del soggetto attivo che caratterizza i reati propri. Il soggetto privo della qualifica richiesta dalla norma incriminatrice risponde di concorso doloso nel reato proprio se sapeva che la persona da lui istigata possedeva le qualità richieste dalla norma stessa.
L’erronea supposizione di trovarsi in una situazione che, se esistesse veramente, integrerebbe gli estremi di una causa di giustificazione riconosciuta dall’ordinamento, esclude il dolo, a meno che l’erronea supposizione sia determinata da colpa (nessuna persona ragionevole sarebbe caduta in quell’errore). L’errore esclude il dolo (la credibilità dell’errore non può fondarsi solo sulle affermazioni dell’agente, deve essere accertata e provata) anche se inescusabile, il reato è punito come delitto colposo. L’accertamento del dolo avviene attraverso massime di esperienza, utilizzate tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto (gli elementi che lo compongono sono desunti da dati esteriori: condotta post delictum, personalità dell’agente e interessi che lo animavano, movente).
Dolo nei reati omissivi
Quanto al momento rappresentativo il soggetto che ha l’obbligo di agire deve innanzitutto essere a conoscenza, anche in forma dubitativa, dei presupposti di fatto dai quali scaturisce il dovere di agire.
Il soggetto deve sapere poi qual è l’azione da compiere. Inoltre nei reati omissivi impropri il soggetto deve rendersi conto che il compimento dell’azione per lui doverosa potrebbe impedire il verificarsi dell’evento, neutralizzando così il decorso causale che potrebbe produrlo.
Quanto al momento volitivo del dolo è necessario che il soggetto decida di non compiere l’azione doverosa e, nei reati omissivi impropri, è necessaria l’accettazione dell’eventualità del verificarsi di un evento che sarebbe stato impedito dal compimento dell’azione doverosa.
2) LA COLPA (art 43 cp)
La realizzazione per colpa di un fatto antigiuridico comporta una responsabilità meno grave rispetto alla realizzazione dolosa dello stesso fatto. Inoltre si tratta di un criterio di attribuzione della responsabilità che ha una struttura del tutto diversa dal dolo.
La colpa consta di (art 43 cp):
o elemento negativo, assenza di dolo, il fatto deve essere stato realizzato involontariamente;
o elemento positivo, negligenza, imprudenza, imperizia o inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.
Le leggi la cui inosservanza dà vita a colpa sono quelle che impongono o vietano una data condotta, al fine di neutralizzare o ridurre il pericolo che da quella condotta possano derivare eventi dannosi o pericolosi rilevanti ai sensi di una fattispecie di reato colposo (l’inosservanza può dare luogo a sanzione amministrativa o a sanzione penale).
Fonte delle regole di diligenza, prudenza e perizia sono le norme giuridiche emanate dal legislatore (leggi) o dal potere esecutivo (regolamenti), gli ordini di altre pubbliche autorità, gli atti emanati dai singoli soggetti privati che esercitino un’attività pericolosa (discipline).
Vi sono poi numerose attività rischiose per le quali è impensabile che possano essere dettate norme scritte.
La colpa che deriva dall’inosservanza di regole codificate è colpa specifica; tutta l’area restante è colpa generica (regole la cui individuazione grava sul giudice).
Il giudice per individuare le regole di diligenza, prudenza e perizia non fa riferimento a quel che si usa fare, ma a quello che si doveva fare in un dato momento (si confronta il comportamento del singolo agente con quello di un uomo ideale, preso come modello di riferimento).
L’inosservanza di una regola cautelare contenuta in una norma giuridica è sempre sufficiente a fondare la colpa? Il quesito ha senso per le sole regole cautelari a contenuto rigido (impongono al destinatario una condotta precisa, e non rapportata al caso concreto, regole cautelari a contenuto elastico), l’inosservanza delle quali dà vita a colpa a meno che siano presenti circostanze concrete tali da rendere il rispetto della norme fonte di aumento del rischio.
Il legislatore ha assunto come prototipo di reati colposi il reato colposo di evento (colposa deve essere sia la condotta sia l’evento che ne deriva). In tali reati il dovere di diligenza ha un duplice contenuto:
1. riconoscere il pericolo del realizzarsi del fatto antigiuridico con i sensi, con gli strumenti apprestati dalla tecnica per potenziare i sensi, con le regole di esperienza note all’agente modello;
2. neutralizzare o ridurre il pericolo che si realizzi il fatto antigiuridico; l’adempimento di questo dovere può comportare la totale astensione dall’agire.
Il carattere colposo della condotta può derivare o dal mancato riconoscimento del pericolo di realizzazione del fatto o dalla mancata adozione dei comportamenti necessari per neutralizzare il pericolo.
Secondo il principio di affidamento ciascuno degli agenti può considerare che il comportamento dell’altro sia conforme alle regole di diligenza, prudenza e perizia; limite logico del principio di affidamento è che le circostanze del caso concreto lascino riconoscere la possibilità di altrui comportamenti colposamente pericolosi.
Nei reati colposi di evento la violazione della stessa regola di diligenza deve caratterizzare come colposa tanto l’azione, quanto l’evento. Il nesso che intercorre tra colpa ed evento è duplice:
a. l’evento concreto deve essere realizzazione del pericolo che la norma violata mirava a prevenire. L’evento deve essere il risultato di una delle serie di sviluppi causali il cui prevedibile avverarsi rendeva colposa la condotta dell’agente;
b. bisogna appurare se la condotta rispettosa delle regole di diligenza avrebbe evitato, nel caso concreto, il verificarsi dell’evento.
L’insussistenza del nesso tra colpa ed evento esclude che chi ha tenuto la condotta colposa possa essere assoggettato alla pena prevista per la causazione colposa di quell’evento; rimane la possibilità che la condotta colposa sia punita di per sé.
Nei reati colposi di mera condotta il fatto si esaurisce nella realizzazione di una condotta, in presenza di dati presupposti, senza che debba verificarsi un evento. Le regole di diligenza che l’agente deve rispettare sono finalizzate non a prevenire eventi futuri, ma ad assicurare che l’agente compia i controlli necessari nel momento in cui esegue l’azione.
Nei reati omissivi impropri la colpa si configura verso chi è destinatario di obblighi di protezione o di controllo. La colpa può consistere:
o nell’inottemperanza al dovere di attivarsi per riconoscere la presenza del pericolo;
o nel mancato compimento delle azioni necessarie per neutralizzare/ridurre il pericolo.
L’evento non può essere addebitato a colpa se il soggetto non poteva evitarlo nemmeno compiendo le azioni che la diligenza gli imponeva di compiere.
Il grado della colpa, cioè il divario tra la condotta concreta e il modello di condotta che l’agente doveva rispettare, rileva ai fini della commisurazione della pena.
Una forma più grave di responsabilità per colpa è la colpa cosciente, l’agente per leggerezza sottovaluta la possibilità del verificarsi dell’evento che ha previsto, o sopravvaluta le proprie capacità di evitarlo.
Il codice prevede una serie di ipotesi di responsabilità oggettiva nelle quali il fatto di reato è addossato all’agente senza che sia necessario accertare la presenza del dolo o della colpa. Si tratta però di una disciplina in contrasto con l’art 27 cost (principio di personalità della responsabilità penale), pertanto il giudice deve interpretare le norme che prevedono la responsabilità oggettiva in conformità alla costituz.
1) Responsabilità oggettiva in relazione all’evento
La legge prevede un aggravamento della pena al verificarsi di una conseguenza naturalistica del reato, già integrato in tutti i suoi elementi costitutivi (es abbandono di minori o incapaci con conseguente morte).
La maggior pena potrà essere applicata soltanto se l’evento era uno sviluppo prevedibile ed evitabile, con la diligenza esigibile da un uomo ragionevole, del fatto concreto volontariamente realizzato dall’agente.
2) Responsabilità oggettiva in relazione ad elementi del fatto diversi dall’evento
Art 117 cp: concorso di persone nel reato proprio; non è necessario che l’estraneo conosca la qualifica soggettiva dell’intraneo nell’ipotesi in cui la qualità dell’autore determini un mutamento del titolo di reato. Se muta il titolo di reato per taluno di coloro che vi sono concorsi, anche gli altri rispondono dello stesso reato.
L’aberratio ictus è l’ipotesi in cui si cagiona un’offesa a una persona diversa da quella alla quale l’offesa era diretta (l’agente risponderà solo se l’offesa è dovuta a colpa).
3) Responsabilità oggettiva in relazione all’intero fatto di reato
Art 116 cp: il fatto concreto realizzato dall’autore integra una figura di reato diversa da quella che chi partecipa voleva contribuire a realizzare, chi partecipa è comunque responsabile se una persona ragionevole avrebbe potuto prevedere che sarebbe stato commesso quel diverso reato.
IPOTESI DI RESPONSABILITA’ PER COLPA
Le circostanze che aggravano la pena sono valutate a sfavore dell’agente solo se da lui conosciute o ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa.
Nei reati di stampa vi è una responsabilità per colpa se il direttore responsabile poteva, con la dovuta diligenza, rendersi conto ed evitare che, col mezzo della pubblicazione, venisse commesso un reato.
Nel caso dell’aberratio delicti (per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione o per un’altra causa si cagiona un evento diverso da quello voluto) si ha responsabilità per colpa se un uomo ragionevole, al posto dell’agente, avrebbe potuto rendersi conto che il sasso scagliato per infrangere una vetrina poteva ferire un passante.
La morte o la lesione di una persona che conseguono alla commissione di un fatto come delitto doloso sono poste a carico dell’agente solo se cagionate con colpa, solo cioè se si tratti di conseguenze prevedibili da un uomo ragionevole.
3) L’ASSENZA DI SCUSANTI
L’agente ha commesso il fatto in presenza di scusanti, cioè di circostanze anormali che, nella valutazione legislativa, hanno influito in modo irresistibile sulla sua volontà e sulle sue capacità psicofisiche, ed era inesigibile un comportamento diverso da quello posto in essere.
Vi è un catalogo tassativo di scusanti, quindi eventuali lacune possono essere colmate solo dal legislatore, e non dal giudice in via analogica.
4) LA CONOSCENZA O CONOSCIBILITA’ DELLA NORMA PENALE VIOLATA
Infatti non ha senso punire chi non era in grado di scegliere tra il rispetto e la violazione della norma penale.
A differenza del codice del 1889 che prevedeva la regola “nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale”, ora può essere scusato chi ignori l’esistenza della norma incriminatrice o ne dia un’interpretazione erronea, non chi invece versi in uno stato di dubbio o ne ignori l’esistenza per sua colpa. L’oggetto dell’ignoranza può essere la rilevanza penale del fatto, l’antigiuridicità del fatto o alcuni elementi della colpevolezza (in particolare la colpa).
5) LA CAPACITA’ DI INTENDERE E DI VOLERE
L’imputabilità richiede la capacità di comprendere il significato sociale e le conseguenze dei propri atti (capacità di intendere), e la capacità di autodeterminarsi liberamente (capacità di volere).
La capacità di intendere e di volere deve sussistere al momento del fatto, e non vi è un elenco tassativo delle cause di esclusione di tale capacità.
- VIZIO DI MENTE (art 88 cp)
Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in uno stato di mente tale da escludere la capacità di intendere e di volere (vizio totale di mente); invece chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in uno stato di mente tale da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere o di volere (vizio parziale di mente), risponde del reato commesso, ma la pena è diminuita.
Il concetto di infermità ricomprende malattie di tipo psichico e fisico tali da incidere sulle capacità intellettive e volitive.
Per l’accertamento del vizio è sempre necessaria una perizia psichiatrica.
La persona riconosciuta affetta da vizio totale di mente non viene sottoposta a pena per difetto di colpevolezza, ma, se socialmente pericolosa e se il fatto commesso integri la figura di un delitto doloso punito con la reclusione superiore nel massimo a 2 anni, l’agente verrà sottoposto al ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario o alla libertà vigilata.
In caso di vizio parziale l’agente è sottoposto alla pena diminuita nella misura di 1/3 ove sia ritenuto socialmente pericoloso, verrà ricoverato in una casa di cura e di custodia, o sottoposto alla libertà vigilata.
- SORDOMUTISMO (art 96 cp)
È riferibile a ogni forma di sordomutismo, congenito o acquisito, non al solo mutismo o alla sola sordità. Il legislatore obbliga il giudice ad accertare caso per caso se il sordomuto sia capace di intendere e di volere nel momento della commissione del fatto.
Se non sia capace il soggetto è prosciolto per difetto di punibilità, e un’attenuazione di pena, fino ad 1/3, è riservata ai casi in cui la capacità di intendere o di volere risulti grandemente scemata.
Il sordomuto può essere sottoposto a ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario,ad assegnazione a una casa di cura o di custodia, o alla libertà vigilata.
- MINORE ETA’
Il compimento del 18° anno di età al compimento del fatto segna il limite oltre il quale il soggetto è imputabile.
Chi al momento della commissione del fatto non aveva ancora compiuto i 14 anni è sempre considerato non imputabile.
Per chi al momento del fatto aveva compiuto i 14 anni, ma non ancora i 18, la legge subordina la dichiarazione di imputabilità ad un accertamento caso per caso. Per quanto riguarda i criteri il pubblico ministero e il giudice formeranno il loro convincimento sulla base di elementi quali le condizioni personali, sociali e ambientali del minorenne.
Se imputabile gli verrà inflitta la pena per il reato da lui commesso, diminuita nella misura massima di 1/3; se non imputabile e riconosciuto socialmente pericoloso verrà sottoposto ad una misura di sicurezza: la libertà vigilata o il riformatorio giudiziario.
- AZIONE DELLE SOSTANZE ALCOOLICHE O STUPEFACENTI (art 91 cp)
Nel complesso tale disciplina fa prevalere finalità di difesa sociale, rispetto al principio di colpevolezza.
Il codice contempla diverse ipotesi:
• ubriachezza derivata da caso fortuito o da forza maggiore, derivata da un accadimento imprevedibile o da una forza esterna invincibile esercitata da un altro uomo o dalla natura.
Il soggetto non è imputabile se, al momento della commissione del fatto, l’ubriachezza era piena, tale da escludere la capacità di intendere e di volere; il soggetto è imputabile, ma soggetto ad una pena diminuita nel massimo di 1/3, se l’ubriachezza non era piena, ma tale da scemare grandemente la sua capacità di intendere e di volere. Nei confronti di questi soggetti non si possono applicare misure di sicurezza.
• ubriachezza volontaria (assunzione di alcool sorretta dall’intenzione di ubriacarsi) e ubriachezza colposa (il soggetto assume alcool in misura superiore alla sua capacità di tollerarlo, imprudentemente, ignorando o sottovalutando gli effetti che l’alcool può avere): entrambe non escludono né diminuiscono l’imputabilità.
• ubriachezza abituale, è tale chi è dedito all’uso di bevande alcoliche in maniera sistematica ed è in stato frequente di ubriachezza. Questo soggetto è imputabile e viene inoltre sottoposto a un aggravamento della pena nella misura massima di 1/3. Lo stesso trattamento è previsto per chi commetta un reato sotto l’azione di sostanze stupefacenti , e sia dedito all’uso abituale di tali sostanze.
• cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti, è vista come una alterazione patologica permanente che incide sul sistema nervoso e, quindi, equiparata al vizio di mente. Si applicano pertanto le disposizioni relative al vizio totale e parziale.
• ipotesi di incapacità di intendere e di volere preordinata dall’agente, al fine di commettere il reato o di prepararsi una scusa. In base alla legge il reato commesso deve essere proprio quello che l’agente si proponeva di commettere nel momento in cui si è posto in stato di incapacità. Se viene commesso un reato diverso nel caso in cui l’incapacità preordinata è dovuta a cause diverse dall’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti, il soggetto va prosciolto (art 92 cp); ove invece l’incapacità sia dovuta all’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti, la diversità del reato commesso rispetto a quello programmato non esclude l’imputabilità.
• stati emotivi o passionali, non escludono né diminuiscono l’imputabilità. Tali stati incideranno sull’imputabilità quando siano la manifestazione esterna di un vero e proprio squilibrio mentale, tale da integrare gli estremi di un vizio totale o parziale di mente.
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-CAP I. LEGITTIMAZIONE
E COMPITI DEL DIRITTO PENALE
CAP III. LIMITI ALL’APPLICA-
BILITA’ DELLA LEGGE PENALE
CAP V. ANALISI E SISTEMATICA DEL REATO
CAP VI. IL FATTO
CAP VII. ANTIGIURI-
DICITA’ E CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE
CAP IX. LA PUNIBILITA’
CAP X. FORME DI MANIFESTAZIONE DEL REATO
CAP XI. UNITA’ E PLURALITA’ DI REATI
CAP XII. IL REATO CIRCOSTANZIATO
CAP XIII. LE SANZIONI PENALI
CAP XIV. LE MISURE DI SICUREZZA
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