Source: https://www.laleggepertutti.it/196512_la-reperibilita-viene-pagata
Timestamp: 2018-10-15 18:22:27+00:00

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La reperibilità viene pagata?
La reperibilità passiva implica solo una maggiorazione della busta paga; quella attiva obbliga il datore a retribuire in modo ordinario il dipendente.
Se il datore di lavoro, nel fissare gli orari del tuo riposo o le ferie, dovesse chiederti di restare reperibile e pronto a tornare in azienda in caso di chiamate, potresti ritenerti davvero libero e in relax? Difficile pensare che uno stato di “guardia” possa qualificarsi come un effettivo stacco dalle mansioni. Si tratterebbe tutt’al più di un lavoro discontinuo. Del resto non saresti neanche libero di allontanarti troppo dalla zona o di chiudere il cellulare. Insomma, tutt’altro che riposo. Logico allora chiedersi se la reperibilità viene pagata? La questione è stata analizzata, di recente, dalla Corte di Giustizia dell’UE che ha fornito, in merito, un’interessante interpretazione. Ecco cosa è stato detto nell’occasione.
La Corte di Giustizia osserva che il tempo di guardia che un lavoratore è tenuto a trascorrere nel proprio domicilio con l’obbligo di rispondere alle convocazioni del proprio datore di lavoro entro pochi minuti, restringe notevolmente la possibilità per il lavoratore di svolgere altre attività. Pertanto le ore di reperibilità devono essere qualificate come orario di lavoro. Del resto, il fatto che il lavoratore sia costretto a essere fisicamente presente nel luogo deciso dal datore di lavoro e a rendersi disponibile per eventuali prestazioni costituisce proprio la caratteristica fondamentale dell’orario di lavoro. Il riposo è tale solo se mette il dipendente nelle condizioni di staccare completamente dalle proprie mansioni, in modo da recuperare le energie psicofisiche e ricaricarsi per il turno successivo.
Se, ad esempio, un dipendente dovesse non soltanto restare reperibile quando torna a casa, ma anche tenuto a rispondere alle convocazioni del datore di lavoro entro pochi minuti e recarsi fisicamente nel luogo stabilito dallo stesso, non può davvero dirsi in vacanza o in riposo. Tali obblighi limitano fortemente la sua possibilità di dedicarsi ai propri hobby o a rapporti sociali; senza contare il fatto che lo costringerebbero a non allontanarsi dal luogo di lavoro (non potendo ad esempio partire o recarsi in altri luoghi lontani). In tal caso la reperibilità va retribuita come il normale orario di lavoro poiché è assimilabile a quest’ultimo.
Diverso è il caso di un lavoratore tenuto a essere reperibile dal datore di lavoro affinché quest’ultimo possa contattarlo, senza però l’obbligo di rispondere subito alle telefonate e di recarsi in azienda entro pochi minuti; in tale ipotesi di maggiore elasticità è consentito parlare di lavoro discontinuo e di possibilità di riposo. Pertanto la reperibilità non può essere equiparata all’orario di lavoro ordinario e andrà indennizzata secondo quanto previsto dai contratti collettivi nazionali. A riguardo la Cassazione ha detto che la reperibilità durante i giorni di riposo settimanale è una prestazione strumentale e accessoria, diversa dalla prestazione di lavoro ordinaria; essa, infatti, limita soltanto – senza escluderlo – il godimento del riposo settimanale [2]. Come tale giustifica un corrispettivo diverso da quello spettante in caso di effettiva e piena prestazione e non legittima la pretesa di un riposo ulteriore [3]. Il semplice obbligo di reperibilità – scrive la Suprema Corte – non equivale ad una prestazione lavorativa e quindi impone il riconoscimento al lavoratore non di un giorno di riposo compensativo, ma solo di un corrispettivo del sacrificio – minore di quello di un’effettiva e piena prestazione – inerente a tale obbligo.
Alla luce di quanto appena detto possiamo distinguere due tipi di reperibilità che potremmo chiamare «reperibilità attiva», che è quella che obbliga il dipendente a rispondere immediatamente alla chiamata e a recarsi subito in azienda, senza allontanarsi dalla zona (si pensi a un vigile del fuoco) e «reperibilità passiva» che, invece, è una prestazione strumentale ed accessoria rispetto alla prestazione lavorativa in senso stretto e consiste nell’obbligo del lavoratore di rendersi rintracciabile, fuori dall’orario di lavoro, in vista di un’eventuale necessità di svolgere l’attività lavorativa. La reperibilità passiva svolta nel giorno destinato al riposo settimanale limita soltanto la possibilità di riposarsi, ma non la esclude completamente. Certo, la reperibilità va remunerata e, pertanto, i contratti collettivi (o il giudice) stabiliscono un trattamento economico aggiuntivo. Tuttavia la maggiorazione dello stipendio non implica anche diritto ad un giorno di riposo ulteriore né può essere considerata come un normale giorno lavorativo con diritto alla stessa paga. Pertanto, a fronte di un servizio di reperibilità in giorni festivi, il datore di lavoro dovrà premiare il lavoratore con un trattamento economico maggiorato, ma non è obbligato a concedergli un giorno di riposo compensativo, a meno che ciò non sia espressamente previsto dal contratto collettivo.
La Corte di Giustizia ricorda che gli Stati non possono adottare leggi che riducono l’orario di lavoro. La legge fissa in 40 ore settimanali l’orario normale di lavoro. Tuttavia i contratti collettivi possono stabilire una durata inferiore. Ferma restando la durata normale dell’orario settimanale, il lavoratore ha diritto a 11 ore di riposo consecutive ogni 24 ore, calcolate dall’ora d’inizio della prestazione lavorativa. Il periodo di riposo minimo (11 ore) non può essere diminuito da accordi tra le parti. Questa regola può essere derogata in caso di attività caratterizzate da periodi di lavoro frazionati durante la giornata (ad esempio attività di ristorazione e di pulizia) o da obblighi di reperibilità.
[1] C. Giust. UE sent. causa C-518/15 del 21.02.2018.
[2] Cass. sent. n. 4394/1998.
[3] Cass. sent. n. 26723/2014 «Il servizio di reperibilità svolto nel giorno destinato al riposo settimanale o nei giorni di festa limita il riposo stesso, ma non lo esclude del tutto. Pertanto, il lavoratore reperibile avrà diritto ad un trattamento economico aggiuntivo, ma non ad un giorno di riposo compensativo (fattispecie relativa alla domanda avanzata da alcuni medici ed operatori sanitari volta ad ottenere le differenze retributive relative ai giorni di riposo non goduto, avendo gli stessi prestato servizio di pronta reperibilità nei giorni festivi)». Cass. sent. n. 5245/1995.
4. Le disposizioni della direttiva 89/391 (…) si applicano pienamente alle materie contemplate al paragrafo 2, fatte salve le disposizioni più vincolanti e/o specifiche contenute nella presente direttiva».
«1. Nel rispetto dei principi generali della protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori, gli Stati membri possono derogare agli articoli 3, 4, 5, 6, 8 e 16 (…)
«Al termine del primo anno di tirocinio, il tirocinante volontario (…) deve soddisfare il seguente requisito di domiciliazione:
«1) se l’articolo 17, paragrafo 3, lettera c), punto iii), della direttiva 2003/88 (…) debba essere interpretato nel senso che autorizza gli Stati membri a escludere talune categorie di vigili del fuoco reclutati dai servizi pubblici antincendio da tutte le disposizioni che garantiscono la trasposizione della presente direttiva, ivi compresa quella che definisce l’orario di lavoro e i periodi di riposo;
2) se, nella misura in cui la direttiva (…) 2003/88 (…) prevede solamente prescrizioni minime, essa debba essere interpretata nel senso che non osta a che il legislatore nazionale mantenga o adotti una definizione meno restrittiva di orario di lavoro;
3) se, tenuto conto dell’articolo 153, paragrafo 5, del TFUE e degli obiettivi della direttiva 2003/88 (…), l’articolo 2 di detta direttiva, in quanto definisce le principali nozioni utilizzate dalla stessa e, in particolare, quelle di orario di lavoro e di periodi di riposo, debba essere ritenuto non applicabile alla nozione di orario di lavoro che deve consentire di determinare le retribuzioni dovute in caso di servizi di guardia al proprio domicilio;
4) se la direttiva 2003/88 (…) osti alla possibilità di considerare le ore di guardia al proprio domicilio come orario di lavoro qualora, anche se il servizio di guardia è svolto presso il domicilio del lavoratore, i vincoli gravanti su quest’ultimo durante la guardia (come l’obbligo di rispondere alle convocazioni dei datori di lavoro entro 8 minuti), limitino in modo significativo le possibilità di svolgere altre attività».
Cassazione civile, sez. lav., 18/12/2014, (ud. 07/10/2014, dep.18/12/2014), n. 26723
La Corte di Appello di Roma, confermando la sentenza del Tribunale di Cassino, rigettava l’opposizione dell’ASL di Frosinone avverso i decreti ingiuntivi emessi, su istanza dei lavoratori in epigrafe (medici ed operatori sanitari), a titolo di differenze retributive relative a giorni di riposo non goduto, avendo gli stessi prestato servizio di pronta reperibilità in giorni festivi.
A base del decisum la Corte del merito poneva il rilievo fondante secondo il quale il D.P.R. n. 270 del 1987, art. 18, richiamato dall’art. 44, n. 1 del CCNL del comparto sanità, così come l’art. 20, n. 6, del CCNL area dirigenza medica,prevedeva che al dipendente – nel caso in cui la pronta disponibilità coincideva con una giornata festiva – spettava un riposo compensativo senza riduzione dell’orario di servizio settimanale e conseguentemente non si poteva dubitare del diritto dei lavoratori ad ottenere la compensazione monetaria afferente la mancata fruizione del riposo compensativo nelle giornate di pronta reperibilità per cui era causa.
D’altro canto, secondo la Corte territoriale, una diversa interpretazione della norma non avrebbe consentito al dipendente di beneficiare del previsto riposo compensativo da ritenersi comunque irrinunciabile a norma dall’art. 36 Cost., e art. 2109 c.c..
Avverso questa sentenza la predetta ASL ricorre in cassazione sulla base di tre censure.
Con il primo motivo parte ricorrente, deducendo violazione del D.P.R. n. 270 del 1987, art. 18, art. 7, art. 20, n. 6, e art. 44, n. 1 del CCNL comparto sanità nonchè art. 40 del CCL integrativo comparto sanità 7 aprile 1999, chiede se la mancata fruizione del giorno di riposo compensativo è monetizzabile.
Con la seconda censura l’ASL ricorrente, denunciando violazione del D.P.R. n. 270 del 1987, art. 18, art. 7, art. 20, n. 6, e art. 44, n. 1, del CCNL comparto sanità nonchè 40 del CCL integrativo comparto sanità 7 aprile 1999, sostiene che i dipendenti non hanno mai chiesto di volere usufruire di un giorno di riposo compensativo.
Con la terza critica parte ricorrente, prospettando violazione dell’art. 36 Cost., e art. 2109 c.c., nonchè dell’art. 20 del CCNL comparto sanità del 1 settembre 1995, allega che la reperibilità prestata in giorno festivo non implica una prestazione lavorativa tale da confliggere con il principio dell’irrinunciabilità del diritto al riposo settimanale.
I motivi, che in quanto strettamente connessi dal punto di vista logico-giuridico vanno esaminati congiuntamente, sono, alla luce di specifico precedente di questo giudice di legittimità (n. 9316/2014) fondati.
Premesso che, nei casi di specie, il compenso è stato richiesto in assenza di prestazione lavorativa (cosiddetta reperibilità passiva), va rilevato che la giurisprudenza di questa Corte ha già più volte affrontato le tematiche sollevate in ricorso, osservando che la reperibilità, prevista dalla disciplina collettiva, si configura come una prestazione strumentale ed accessoria qualitativamente diversa dalla prestazione di lavoro, consistendo nell1obbligo del lavoratore di porsi in condizione di essere prontamente rintracciato, fuori del proprio orario di lavoro, in vista di un’eventuale prestazione lavorativa; conseguentemente il servizio di reperibilità svolto nel giorno destinato al riposo settimanale limita soltanto, senza escluderlo del tutto, il godimento del riposo stesso e comporta il diritto ad un particolare trattamento economico aggiuntivo stabilito dalla contrattazione collettiva o, in mancanza, determinato dal giudice, mentre non comporta, salvo specifiche previsioni della contrattazione collettiva, il diritto ad un giorno di riposo compensativo, il cui riconoscimento, attesa la diversa incidenza sulle energie psicofisiche del lavoratore della disponibilità allo svolgimento della prestazione rispetto al lavoro effettivo, non può trarre origine dall’art. 36 Cost., ma la cui mancata concessione è idonea ad integrare un’ipotesi di danno non patrimoniale (per usura psico-fisica) da fatto illecito o da inadempimento contrattuale, che è risarcibile in caso di pregiudizio concreto patito dal titolare dell’interesse leso, sul quale grava però l’onere della specifica deduzione e della prova (Cfr., ex plurimis, Cass., nn. 27477/2008;
14439/2011; 14288/2011; 11727/2013).
A tale ormai consolidato e condiviso orientamento ermeneutico il Collegio intende qui dare continuità, rilevando che non consta essere stato dedotto e, tanto meno, provato, da parte dei lavoratori, un danno non patrimoniale da usura psico-fisica.
Poichè la sentenza impugnata si è discostata dai su ricordati principi, i motivi all’esame devono ritenersi fondati. Il ricorso va, in conclusione, accolto e, per l’effetto, la pronuncia impugnata deve essere cassata.
Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la controversia può essere definita nel merito, con la revoca dei decreti ingiuntivi opposti e il rigetto delle domande. Il difforme esito dei gradi di merito e la mancanza, all’atto della proposizione delle azioni monitorie, di un consolidato orientamento nella giurisprudenza di legittimità, consigliano la compensazione delle spese dell’intero processo.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, revoca i decreti ingiuntivi opposti e rigetta le domande. Compensa le spese dell’intero processo.

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 18
 art. 2109
 sentenza 
 art. 18
 art. 7
 art. 20
 art. 44
 art. 40
 art. 18
 art. 7
 art. 20
 art. 44
 art. 2109
 sentenza 
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