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Timestamp: 2018-02-23 16:40:41+00:00

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La indennità di sostituzione non configura indebito, nel caso di violazione del regime di esclusività | Cimo Campania
La indennità di sostituzione non configura indebito, nel caso di violazione del regime di esclusività
C. Conti Puglia Sez. giurisdiz., Sent. 20-01-2017, n. 18
dott. MAURO OREFICE – Presidente
dott. ALFIO VECCHIO – Componente
dott. ROBERTO D’ALESSANDRO – Componente estensore
nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 32691 del Registro di Segreteria, promosso dalla Procura Regionale nei confronti di:
V.E. (C.F.: (…)) nato a G. (L.) il (…) e residente in M., via U. I n. 44, rappresentato e
difeso – giusta procura a margine della memoria di costituzione depositata il 7 ottobre 2016 – dagli Avv.ti Antonio Nichil (cod. fisc.: (…)) e Antonio Savino (cod. fisc.: (…)), elettivamente domiciliato in Bari, piazza Garibaldi n. 54.
Esaminati gli atti ed i documenti tutti della causa.
Uditi nella pubblica udienza del 9 novembre 2016, con l’assistenza del segretario, dott.ssa Caterina Agrusti, il relatore, Primo Referendario dott. Roberto D’Alessandro, il Pubblico Ministero nella persona del Vice Procuratore Generale, dott. Pierpaolo Grasso, gli avv. Antonio Nichil e Antonio Savino per il convenuto.
La Procura regionale, con atto di citazione depositato in data 06.05.2016 e notificato in data 19.05.2016 ha citato in giudizio V.E. per ivi sentirlo condannare al pagamento, in favore dell’Asl di Lecce, a titolo di risarcimento e con condotta dolosa, del danno pari ad E. 133.349,70 oltre interessi, rivalutazione monetaria e spese di giustizia.
Esponeva il Requirente che, in esito ad attività investigativa svolta dalla Guardia di Finanza di Otranto, sarebbe emersa un’ipotesi di danno erariale derivante dall’illegittimo espletamento di attività libero professionale da parte di un Dirigente medico in servizio presso la ASL di Lecce, in violazione della normativa posta in tema di regime intramurario.
Nell’ambito degli accertamenti effettuati, la Guardia di Finanza ha, infatti, appurato che il dott. V.E. – specializzato in cardiologia – in servizio quale dirigente medico a tempo indeterminato e con rapporto di lavoro esclusivo dal 6 luglio 1987, veniva autorizzato, in data 28.02.2001, dal Direttore Generale dell’AUSL LE/2 allo svolgimento di attività libero-professionale intramuraria c.d. “allargata”, presso uno studio professionale privato in Maglie, via Saragat n. 14. Tuttavia, il medesimo avrebbe continuato a svolgere attività libero professionale in forma autonoma già dal 29 aprile 2010, essendo risultato titolare di partita IVA, assegnata per l’attività professionale di “altri studi medici specialistici e poliambulatori” con luogo di esercizio presso un altro studio privato corrente in Maglie, via C. Annesi n. 60. Ebbene, contesta l’attore pubblico, tale condotta si porrebbe in conflitto con la corresponsione dell’indennità di esclusività, prevista dalla legge per chi opta per il regime di lavoro esclusivo.
Deduce il PM come la polizia tributaria, dopo aver esaminato le scritture contabili del dott. V., acquisiva n. 102 ricevute fiscali da costui emesse nel periodo 03.06.2010/03.03.2015, relative ad altrettante prestazioni professionali rese nell’ambito della propria attività, “quali visite medico-legali, attività peritali e CTU per assicurazioni, attività di docenza e visite private, in palese violazione delle disposizioni fissate in materia dall’ASL di Lecce con Regolamento approvato con Del. del D.G. n. 612/2011 ed in assenza delle autorizzazioni di cui all’art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001″.
Come anticipato, secondo la Procura lo svolgimento di tale attività si porrebbe in contrasto con le previsioni di cui all’art.72, comma 7 della 1.448/98 che esclude, per i soggetti in regime di “esclusività”, l’espletamento di alcuna attività sanitaria a titolo non gratuito, pena la risoluzione del rapporto di lavoro e la restituzione dei proventi ricevuti a titolo di indennità di esclusività per un importo non inferiore ad un’annualità e non superiore a cinque annualità.
In assenza di alcuna opzione per l’attività extramuraria, quindi, il convenuto avrebbe percepito redditi da attività professionale non autorizzata e per incarichi non comunicati alla propria amministrazione (si richiama l’informativa della Guardia di Finanza prot. n(…) del 9 luglio 2015, in atti) e, conseguentemente, avrebbe percepito indebitamente anche le indennità di esclusività, di posizione, di risultato e di sostituzione nel periodo dal Giugno 2010 al Marzo 2015.
Pertanto, “per le ragioni più dettagliatamente esposte nell’informativa alla quale si rimanda, è stato possibile rilevare un illecito erariale riconducibile alla condotta dolosa del Dott. V. che, senza nulla comunicare alla propria amministrazione, ha percepito proventi per attività libero professionale in presenza di rapporto di esclusività. Pertanto, omettendo dolosamente ogni doverosa comunicazione alla propria amministrazione, solo a seguito delle indagini svolte dalla Guardia di Finanza, è emerso che il dott. V. ha effettuato, al di fuori del proprio servizio, numerose prestazioni specialistiche a titolo oneroso”.
Sulla scorta dei fatti indicati, la Procura ha invitato l’odierno convenuto a fornire le proprie contro-deduzioni, in relazione alla percezione degli emolumenti di seguito complessivamente quantificati per gli anni in contestazione:
- Euro 67.155,48 a titolo di indennità di esclusiva;
- Euro 47.828,97 a titolo di Indennità di posizione;
- Euro 11.552,29 a titolo di indennità di risultato;
- Euro 6.812,96 a titolo di indennità di sostituzione,
per un complessivo importo di Euro 133.349,70, ritenuto percepito in violazione del vincolo di esclusività che legava il medesimo all’ASL di appartenenza.
Il convenuto ha presentato le proprie controdeduzioni, contestando la genericità dell’accertamento operato dalla G. di F. in relazione alla tipologia di prestazioni rese, riferite in gran parte ad attività per le quali non risultava necessaria alcuna autorizzazione preventiva, trattandosi di munus publicum. In ordine alle consulenze medico-legali ed alle attività peritali rese, l’ASL non aveva fornito chiare istruzioni circa la necessità di preventiva autorizzazione in materia di svolgimento di incarichi extra istituzionali, da ciò derivando il difetto di colpa grave in capo al convenuto.
In proposito, la Procura obietta che il convenuto avrebbe palesemente violato gli obblighi derivanti dalle fonti di regolamentazione del carattere di esclusività del rapporto di lavoro con l’amministrazione (art.15-quinquies del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n.502, art.72 della L. 23 dicembre 1998, n. 448, D.P.C.M. 27 marzo 2000, artt.54 e segg. del C.C.N.L., quadriennio 1998-2001 dell’area relativa alla dirigenza medica e veterinaria del S.S.N.).
Infatti, secondo la Procura, il convenuto “avrebbe potuto espletare l’attività libero professionale solo nel pieno rispetto della normativa posta in tema di intra-moenia – con riferimento alle prestazioni specialistiche nell’ambito della disciplina di cardiologia e secondo le modalità disciplinate in base all’autorizzazione n. 517/2001 in tal senso rilasciatagli dal Direttore Generale dell’AUSL di LE/2 – nonché in relazione alle altre prestazioni che avrebbero dovuto essere rese previa specifica autorizzazione da parte dell’ASL di Lecce, con la conseguenza che tutte le attività espletate in costanza di tale divieto hanno cagionato un danno ingiusto e risarcibile alle casse dell’ASL, consistente nell’indebita erogazione delle indicate indennità la cui percezione è legittimata dall’esistenza di un rapporto di esclusività effettiva e resa nell’ambito di precise disposizioni normative e contrattuali”.
La rottura del rapporto sinallagmatico non può che comportare la restituzione, a titolo di responsabilità contrattuale, del corrispettivo che la parte pubblica ha contrattualmente assicurato al proprio dirigente in regime di esclusività, come espressamente sancito anche dall’art.72, commi 6 e 7 della L. n. 448 del 1998, per effetto della sua condotta, ritenuta palesemente dolosa.
Con memoria depositata in data 07.10.2016 si è costituito il convenuto che ha:
a. eccepito nullità dell’istruttoria e dell’invito a dedurre per genericità e indeterminatezza del suo contenuto e conseguente nullità, inammissibilità e improcedibilità dell’odierna azione; in via subordinata preliminare, la nullità dell’atto introduttivo del presente giudizio sia per mancata corrispondenza con il contenuto dell’invito a dedurre sia perché, nonostante l’inammissibile integrazione operata dalla Procura attrice, l’atto di citazione del 4 maggio 2016 risulterebbe “palesemente generico”. La procura si sarebbe limita ad affermare genericamente che il convenuto in un periodo di cinque anni, avrebbe svolto una serie imprecisata di attività non consentite senza previa autorizzazione, omettendo di specificare le singole prestazioni rese in violazione di norme, citate anch’esse solo in via generica, i tempi e le modalità di esecuzione di ogni singola prestazione contestata e i relativi compensi. Premesso che il divieto di svolgere incarichi al di fuori dei propri compiti d’ufficio non sarebbe assoluto, l’aver indicato una serie di incarichi, “tra cui anche alcuni impossibili (CTU per assicurazioni) desunti sulla base della sola documentazione contabile acquisita, senza specificare quelli in contestazione, ha impedito all’odierno convenuto di utilmente difendersi già in sede preprocessuale e avrebbe dovuto indurre la Procura requirente ad integrare l’istruttoria prima di intraprendere qualsiasi azione”;
b. dedotto indeterminatezza della responsabilità fatta valere: si rileva che il Procuratore regionale, da una parte (pag. 5 dell’editto accusatorio) afferma, testualmente di agire a titolo contrattuale, invocando la rottura del rapporto sinallagmatico tra parte datoriale pubblica e dipendente, mentre, dall’altra, esercita un’azione di responsabilità sulla cui natura extracontrattuale (v., in proposito, C.d.C, Prima sezione centrale appello, sentenza n. 401/2014, Cassazione, SS.UU., 25.10,1999, n. 744 e 14.5.1998, n. 4874) converge la ormai unanime giurisprudenza. Ma pur prescindendo dall’evidente contraddizione in cui è incorsa riguardo al tipo di azione esercitata, ciò che maggiormente rileva è che la Procura attrice nel riferire che il dott. V. avrebbe potuto espletare l’attività libero professionale solo nel rispetto della normativa posta in tema di intramoenia, non indica quali omissioni e/o azioni sarebbero concretamente addebitabili, per le quali essa stessa evidenzia la sussistenza dell’autorizzazione n. 517/2001 né, quali altre prestazioni sarebbero state svolte in difetto di preventiva autorizzazione da parte della ASL di Lecce;
c. dedotto, relativamente all’emissione delle fatture ed al versamento delle quote di competenza della ASL, che l’attività svolta dal convenuto non avrebbe arrecato alcun danno all’ASL di Lecce, “che ha solo beneficiato delle prestazioni rese dal convenuto e che è l’unica ad aver posto i medici ivi impiegati in una condizione di estrema confusione, tanto da non permettergli di conoscere con esattezza i termini e i modi in cui espletare l’attività intramuraria autorizzata”. Alla genericità dell’atto di citazione non supplirebbe – secondo la difesa – nemmeno la relazione della Guardia di Finanza: la polizia tributaria, sulla base delle sole fatture emesse dal dott. V. e senza previamente verificare le relative attività, assume che costui avrebbe svolto, dal mese di giugno 2010 al mese di marzo 2015, attività libero professionale extraistituzionale in assenza delle prescritte autorizzazioni, nonostante operasse in regime di esclusività. D’altronde, la Procura attrice contesta “altrettanto approssimativamente le prestazioni specialistiche svolte…senza precisare quali norme sarebbero state violate e/o quali condotte sarebbero state poste in essere in violazione delle norme”;
d. precisato, quanto alla prima delle contestazioni avanzate dalla Procura, (espletare l’attività libero professionale nel rispetto della normativa posta in tema di intra-moenia – con riferimento alle prestazioni specialistiche nell’ambito della disciplina di cardiologia), che il dott. V. aveva ottenuto esplicita autorizzazione allo svolgimento della attività libero professionale in regime di ultramoenia allargata (presso il proprio studio). Pertanto, “non si comprende – nonostante l’impegno profuso dallo scrivente e dal medico convenuto – quale sia l’azione e/o l’omissione in contestazione. L’organo inquirente infatti, cullandosi sulla circostanza che il dott. V. è titolare di partita iva e sulle fatture allegate dalla Guardia di Finanza e nemmeno richiamate nell’invito a dedurre, non si è posto il problema di verificare l’attività effettivamente sottesa a quei documenti contabili – che di per sé, come è noto, non costituiscono la prova di alcunché – contestando genericamente tutte le prestazioni che risultano indicate, basandosi unicamente sul soggetto privato o pubblico a cui la fattura risulta destinata”;
e. dedotto che il regime delle incompatbilità del lavoro pubblico non si pone in termini assoluti, di talchè l’attore avrebbe dovuto accertarsi che le attività, che si assumono svolte senza previa autorizzazione, rientrassero tra quelle proibite in virtù del rapporto contrattuale con la ASL, precisando tempi e luoghi di esecuzione e violazioni commesse, onde consentirgli di difendersi utilmente. Invero, il comma 1 dell’art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, nel disciplinare il regime dell’incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi del pubblico dipendente, preserva espressamente le previgenti disposizioni speciali di cui alla L. n. 412 del 1991, che norma l’attività libero – professionale dei dirigenti medici. Di talchè, per espressa volontà legislativa, i “dirigenti medici rappresentano una categoria speciale”, non riconducibile nell’ambito di applicazione dell’art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001. D’altronde, se è vero che il già citato comma 7 dell’art. 53 afferma il principio per cui i dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza, è altrettanto vero che il comma 6 dell’art. 53, stabilisce espressamente che “I commi da 7 a 13 del presente articolo si applicano ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, compresi quelli di cui all’articolo 3 con esclusione dei dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al cinquanta per cento di quella a tempo pieno, dei docenti universitari a tempo definito e delle altre categorie di dipendenti pubblici ai guaii è consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero-professionali. Sono nulli tutti gli atti e provvedimenti comunque denominati, regolamentari e amministrativi, adottati dalle amministrazioni di appartenenza in contrasto con il presente comma”. Nel caso specifico, dunque, tutti gli incarichi retribuiti non compresi nei compiti e doveri d’ufficio che, a norma dei commi da 7 a 13 dell’art. 53 D.Lgs. n. 165 del 2001, devono essere espressamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza non riguarderebbero, in generale, i medici del Servizio Sanitario Nazionale, “per i quali lo svolgimento di attività extraistituzionale – nonché di attività libero professionale intra ed extra-moenia, in difetto di previa autorizzazione, rappresenta una deroga espressamente prevista dalla legge alla normativa dettata in linea generale per tutti i pubblici dipendenti”. Lo svolgimento dell’attività libero-professionale dei dirigenti medici sarebbe regolamentato dall’art. 4, comma 7 della L. n. 412 del 1991, il quale, senza contemplare alcuna autorizzazione specifica e/o distinzione in base alla natura dell’incarico, stabilisce che “Con il Servizio sanitario nazionale può intercorrere un unico rapporto di lavoro. Tale rapporto è incompatibile con ogni altro rapporto di lavoro dipendente, pubblico o privato, e con altri rapporti anche di natura convenzionale con il Servizio sanitario nazionale. Il rapporto di lavoro con il Servizio sanitario nazionale è altresì incompatibile con l’esercizio di altre attività o con la titolarità o con la compartecipazione delle quote di imprese che possono configurare conflitto di interessi con lo stesso. (…) L’esercizio dell’attività libero-professionale dei medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale è compatibile col rapporto unico d’impiego, purché espletato fuori dell’orario di lavoro all’interno delle strutture sanitarie o all’esterno delle stesse, con esclusione di strutture private convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale”. Deve poi dirsi che l’art. 19 del R.D. n. 1631 del 1938 (normativa della quale il comma 1 dell’art. 1, D.Lgs. 1 dicembre 2009, n. 179, in combinato disposto con l’allegato 1 allo stesso decreto, ha ritenuto indispensabile la permanenza in vigore, limitatamente agli articoli da 1 a 36; 37, comma 2; da 38 a 44; da 46 a 88; da 90 a 93; da 95 a 101) statuisce che “le amministrazioni ospedaliere non possono inserire nei loro regolamenti disposizioni limitatrici della libera attività professionale del personale sanitario. È, però, in facoltà delle Amministrazioni ospedaliere vietare o limitare con apposita deliberazione, talune forme di esercizio professionale che si risolvono in una concorrenza all’ospedale da cui i sanitari dipendono. La deliberazione deve essere approvata dal Prefetto (ora dal medico provinciale), sentito il Consiglio provinciale di sanità (ora dal Ministro della Sanità)”. Ne consegue che nessuna rilevanza può essere attribuita ad eventuali regolamenti e/o provvedimenti emessi dalla P.A. in contrasto con quanto stabilito dalla legge e che l’addebito “si pone in evidente contrasto sia con l’art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001 sia con l’art. 4, comma 7 della L. n. 412 del 1991, espressamente salvaguardata dallo stesso art. 53″;
f. dedotto che il comma 7 del più volte citato art. 53 statuisce che “Sono esclusi i compensi derivanti: …h) dalla partecipazione a convegni e seminari; i) da incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate; …f-bis) da attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione nonché di docenza e di ricerca scientifica”. Quindi, l’attore avrebbe omesso di considerare che nell’ipotesi di C.T.U. il compenso del professionista viene sempre fatturato e posto a carico di un soggetto privato, di un’assicurazione e/o di un ente pubblico, e tanto anche se l’incarico è disposto direttamente dall’autorità Giudiziaria. Inoltre, sempre in relazione alle attività peritali, deve dirsi che “con circolare del 4 gennaio 1999, il Ministero della Giustizia ha emesso il (condivisibile) avviso secondo cui gli incarichi professionali di matrice giudiziaria per un verso non rientrano tra quelli che alle PP.AA. è precluso conferire a dipendenti pubblici iscritti ad albi professionali (art. 1 comma 56-bis della L. n. 662 del 1996); e, per altro verso, non sono condizionati all’autorizzazione della P.A. a cui appartenga il dipendente destinatario dell’incarico stesso”. In proposito si evidenzia che la maggior parte dell’attività libero professionale svolta avrebbe riguardato proprio le consulenze d’ufficio disposte dall’autorità giudiziaria (rientrando tra queste anche le fatture emesse a titolo di visita medico legale) e che la residuale parte riguarda attività di docenza, di partecipazione a convegni ovvero rimborsi spese in relazione ad attività rese gratuitamente dal professionista. Del pari, sarebbero escluse dalle attività non consentite senza previa autorizzazione gli incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate (rimborso spese C. s.r.l. e N. s.r.l.); le attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione nonché di docenza e di ricerca scientifica (P. s.r.I., I.C. e F. s.r.l., Eurek sal.,Consorzio S., Autoscuole varie); i compensi derivanti dalla partecipazione a convegni e seminari;
g. in termini di elemento psicologico, contestato il dolo: il convenuto, con autorizzazione n. 517 del 2001, era stato autorizzato allo svolgimento della c.d. ALPI allargata, “presso il proprio studio privato e nessuna contestazione specifica è rinvenibile sia nell’invito a dedurre che nell’atto di citazione in relazione alle prestazioni specialistiche svolte nell’ambito della disciplina di cardiologia. Non può nemmeno evocarsi in dubbio che la maggior parte delle fatture emesse dal dott. V. riguardano Consulenze tecniche d’ufficio disposte dall’autorità giudiziaria; la parte residua attiene a collaborazione in riviste, alla partecipazione a convegni e seminari, ad incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate; ad attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione nonché di docenza e di ricerca scientifica, tutte attività per le quali, come detto, ex art. 53 D.Lgs. n. 165 del 2001 non è necessaria nessuna preventiva autorizzazione da parte della PA di appartenenza” (nota n. 64597 del 15,04.2010 e prot. n. (…) del 26.07.2013 e nn. 21085 e 18019 del 2013);
h. osservato che il regolamento del 2011, cui si riferisce la Procura attrice, non sarebbe mai stato posto in esecuzione (e di fatto abrogato a fronte delle successive direttive diramate), ma sarebbe stato espressamente revocato, per quanto riguarda “la disciplina delle autorizzazioni relativa agli incarichi extraistituzionali del personale dipendente dell’ASL Lecce”, dalla successiva deliberazione del Direttore Generale n. 718 del 23 dicembre 2011;
i. specificato che l’odierno convenuto, in data 29 aprile 2010, “ha dovuto aprire la partita Iva in questa sede contestata, solo ed esclusivamente in ossequio alla note prot. n. (…) del 3 marzo 2010 e n. 25528 del 16.2.2010 aventi ad oggetto “Prestazioni di C.T.U. e consulenze diverse effettuate dai medici – Fatturazione” e n. 0064597 del 15 aprile 2010 della Direzione Generale ASL Lecce, con oggetto “Prestazioni di C.T.U. e consulenze diverse effettuate dai medici – Fatturazione’ e “Perizie medico legali richieste dall’autorità Giudiziaria o per finalità assicurative a dirigenti sanitari che operano in regime di intramoenia”;
j. contestato la determinazione del quantum di danno: le altre indennità richieste in restituzione (in particolare quella di posizione, di risultato e di sostituzione) sono previste in favore del dirigente medico a prescindere dall’opzione per il rapporto di esclusiva o meno, in considerazione di parametri di valutazione che esulano dalle contestazioni oggetto del presente giudizio. L’art. 20 e l’art. 22 del CCNL del 17.10.2008 (vigente all’epoca dei fatti) prevede l’indennità di posizione sia per il medico con rapporto di esclusiva sia per il medico che ha optato per il rapporto di lavoro non esclusivo. L’art. 26 dello stesso contratto collettivo conferma l’indennità di risultato, correlandolo esclusivamente all’anzianità di servizio del dirigente e al raggiungimento degli obiettivi. “L’indennità di sostituzione, poi, è stata evidentemente erogata al convenuto per aver svolto ulteriori e superiori mansioni rispetto a quelle contrattuali assegnategli: la stessa dunque non trae origine dal rapporto di esclusiva e pertanto non può essere in alcun modo correlata alla regolarità o meno dell’attività libero professionale svolta dal convenuto”. Lo stesso articolo 72 della L. n. 448 del 1998, citato da parte attrice prevede, in caso di violazione dell’obbligo di esclusività, esclusivamente “la restituzione dei proventi ricevuti a titolo di indennità di esclusività per un importo non inferiore ad un’annualità e non superiore a cinque annualità” (pag. 2 dell’atto di citazione);
k. in via subordinata, chiesto che l’importo di condanna tenga conto della sola indennità di esclusiva, al netto delle ritenute fiscali e contributive ed oneri riflessi e in relazione alle sole mensilità per le quali dovessero ritenersi violate le norme di riferimento;
l. evidenziato che, per gli stessi fatti oggetto del presente giudizio, il convenuto è stato attinto da provvedimento disciplinare di sospensione dal servizio per due mesi, a sua volta sospeso in via d’urgenza dal Tribunale di Lecce – Sezione Lavoro, con Provv. n. 41018 del 2016. Il Giudice del lavoro, in quella sede, avrebbe accertato, da un lato, che il medico aveva legittimamente svolto le attività in quanto autorizzato; dall’altro, in relazione alle fatture emesse, ha affermato che “la condotta contestata appare generica, sia sotto il profilo temporale, sia sotto il profilo del tipo di incarichi professionali (..,) La contestazione riguarda infatti sostanzialmente tutte le fatture emesse dal ricorrente in un arco di tempo molto ampio (circa 10 anni dal 2005 al 2015), molte delle quali si riferiscono a C.T.U. su incarico del Tribunale, le quali non necessitavano di apposita autorizzazione; in tale elenco sono comprese anche molte fatture intestate a compagnie di assicurazione, in quanto le spese di C.T.U. erano poste a carico di queste ultime; una volta esclusa la rilevanza disciplinare di tali incarichi, residuano docenze e altri incarichi presso terzi che il ricorrente risulta aver svolto senza la preventiva autorizzazione dell’azienda; al riguardo però, la contestazione appare viziata da una evidente genericità, non essendo chiaro di quali e quanti incarichi si tratti (…) ciò rileva non solo ai fini dell’eventuale lesione dei diritto di difesa del ricorrente, ma anche sotto il profilo della gravità della condotta (…) ciò tanto più ove si consideri che oggetto di contestazione è solo la mancanza di autorizzazione e non eventuali irregolarità fiscali o amministrative, relativamente all’emissione della fatture ed al versamento delle quote di competenza alla ASL”;
m. fatto rilevare che, a conferma della genericità dell’azione proposta e della superficialità dell’istruttoria svolta, la relazione della Guardia di Finanza del 9 luglio 2015, richiamata nell’atto di citazione, rappresenterebbe solo un primo atto di indagine, insufficiente a fondare la pretesa qui vantata. Infatti, con successiva relazione del 6 agosto 2015, di cui non vi è cenno né nell’invito a dedurre né nell’atto di citazione, la Guardia di Finanza – Nucleo Speciale Anticorruzione avrebbe evidenziato la legittimità della maggior parte delle attività poste in essere dal convenuto nell’ambito della propria attività libero professionale. Infatti, secondo tale relazione, “le uniche “violazioni rilevate” riguarderebbero: attività di docenza per corsi di qualificazione del conducente (Consorzio S. – per un importo complessivo di Euro 15.198,42 – anni 2010/2011/2012/2013); compenso in qualità di SCA (P.C. s.r.l. – Euro 907,00 – anno 2013); consulenza a Progetto (C.P.G. s.r.l. Euro 732,00 – anno 2014); rimborsi spese (C. s.r.i. – Euro 352,58 – 2014 / M. s.r.l. – Euro 277.03 – 2015)”. Tuttavia, secondo la difesa:
1) l’attività di docenza per il Consorzio S. era consentita ex art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001;
2) il compenso percepito dalla Plannig nel 2013 riguarda la partecipazione ad un congresso in qualità di esperto in “Sindrome Coronarica Acuta” (tant’è che si fa riferimento alla SCA);
3) la consulenza a progetto conferita dalla C.P. nel 2014 riguarda la partecipazione al meeting per il progetto “CHART – Definizione percorsi terapeutici ed assistenziali per pazienti in terapia con i NAO, in modalità Focus Group”: attività per le quali l’art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001 prevede espressamente il libero esercizio, al pari di quelle gratuite per le quali il pubblico dipendente percepisce esclusivamente il “rimborso spese” (C. e M.).
All’udienza del 9 novembre 2016, le parti presenti hanno confermato, sostanzialmente, gli atti scritti, chiedendo l’accoglimento delle rispettive conclusioni.
Le questioni pregiudiziali devono essere affrontate con carattere di priorità.
Eccezione di nullità della citazione per genericità.
L’eccezione non si presta ad essere accolta.
Non ricorre nella specie la lamentata carenza espositiva dell’atto introduttivo, del quale risultano evidenti tanto il petitum che la causa petendi, e più in generale tutti gli elementi necessari per una completa delibazione della vicenda da parte del Collegio.
E comunque, va al riguardo evidenziato come la costante giurisprudenza contabile abbia da tempo e con chiarezza precisato che l’atto di citazione è strumento processuale che, per assolvere alla duplice funzione di vocatio in ius e di editio actionis, deve contenere gli elementi necessari per consentire al giudice di pervenire alla richiesta pronuncia (artt. 3 R.D. 13 agosto 1933, n. 1038 e 163, n. 3, c.p.c.); e, pertanto, se risultano chiaramente esposti i fatti in conseguenza dei quali viene ravvisata la sussistenza del danno erariale e sono altresì indicati i titoli sui quali è fondata la domanda di risarcimento, l’omessa (eventuale) specificazione delle singole responsabilità non possono assurgere a vizio di nullità. In altri termini, la fattispecie della assoluta incertezza in ordine all’oggetto della domanda, di cui all’art. 164, comma 4, c.p.c. – che comporta la nullità della citazione, con conseguente inammissibilità della domanda attrice – potrebbe verificarsi solo qualora mancassero del tutto le conclusioni in ordine all’oggetto della domanda, tanto da non consentire di dedurre, secondo il libero apprezzamento del giudice, l’elemento della domanda attrice richiesto dalla legge (v., ex plurimis, Corte dei conti, Sez. III app., 2.11.2010, n. 746; SS.RR., 10.6.1986, n. 107; Sez. giur. Lazio, 30.3.2010, n. 738; Sez. giur. Calabria, 7.12.2010, n. 699). Circostanza che, a tutta evidenza, non si verifica nel caso di specie, nel quale sono chiari petitum e causa petendi che, proprio per la loro completezza, hanno consentito alla difesa di argomentare minuziosamente e nel merito di ogni contestazione, con controdeduzioni complete, puntuali ed abbondanti (Sez. I app., 18.5.2012 n. 256 e Sez. Lazio, 3.12.2010, n. 2350).
Eccezione di inammissibilità per mancata corrispondenza tra invito a dedurre ed atto introduttivo del giudizio.
Seguendo il costante insegnamento della giurisprudenza, deve ribadirsi la duplice funzione dell’invito a dedurre, quale atto preprocessuale posto a garanzia sia della completezza dell’istruttoria sia della posizione soggettiva dell’invitato (Sez. Riun., n. 1/2007/QM; Sez. I app. n. 66/2007). Pertanto, non è necessaria la piena ed assoluta corrispondenza fra invito a dedurre e citazione, essendo anzi fisiologico che sussista una difformità di fatti e valutazioni, discendente dalla necessaria e fisiologica valutazione delle controdeduzioni dagli interessati. È stato, peraltro, precisato dalla giurisprudenza che non è inammissibile un atto di citazione che contenga una diversa configurazione giuridica del danno o una sua diversa quantificazione rispetto all’invito a dedurre, ed eventuali differenze fra i contenuti dei due atti potrebbero rilevare solo in ipotesi di divergenze tali da non avere consentito al convenuto di predisporre una adeguata difesa (Sez. I, n. 421 del 2012). E di tanto non vi è prova nel presente giudizio, anzi è vero il contrario: l’articolata difesa spiegata e le complete, diffuse argomentazioni formulate testimoniano, in maniera inequivocabile, che il convenuto ha esercitato in modo libero e pieno il suo diritto di difesa in ordine alle prospettazioni attoree.
Il motivo è quindi respinto.
Questo Collegio è chiamato a pronunciarsi in merito all’effettuazione da parte del dirigente medico qui convenuto di prestazioni professionali rese utilizzando la partita Iva, al di fuori dei limiti – secondo la prospettazione attorea – che la legge pone nell’ambito dell’attività medica svolta alle dipendenze di una ASL.
Il quadro normativo di riferimento merita di essere tratteggiato, nella lettura che ne ha dato la giurisprudenza, anche di appello, in fattispecie analoghe.
Una prima precisazione si rivela indispensabile perché da essa discenderanno conseguenze significative sul piano della fondatezza dell’azione erariale.
Nei confronti dei dirigenti sanitari in rapporto di servizio con enti e/o strutture del servizio sanitario nazionale trova applicazione (a partire dall’art. 4, comma 7 della L. n. 412 del 1991, che ha introdotto il principio di esclusività) il generale divieto per il pubblico dipendente di svolgimento di attività di lavoro autonomo e subordinato affermato dall’art. 53 del TU n. 165/2001 (che richiama la disciplina preesistente in materia di incompatibilità di cui agli artt. 60 e ss. del T.U. 10.1.1957 n. 3).
“Nel sistema delineato dal D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502 e successive modifiche (art. 72 della L. 23 dicembre 1998, n. 448, D.P.C.M. 27 marzo 2000) l’assoggettamento al rapporto di lavoro esclusivo comporta l’incompatibilità con l’attività libera professionale extramuraria (art. 1, comma 5 della L. n. 662 del 1996), e la sottoposizione dell’attività professionale c.d. intramuraria – cioè l’attività svolta, in nome e per conto dell’azienda individualmente o in equipe al di fuori dell’orario di servizio e delle attività previste dall’impegno di servizio all’interno della struttura aziendale – a specifici vincoli volti a determinarne le modalità e l’assoggettamento a verifica per assicurare un corretto ed equilibrato rapporto con l’attività istituzionale oggetto dell’impegno di servizio, da considerarsi sempre prevalente” (Sezione giurisdizionale per la regione Calabria, 16.04.2013, n. 154, passata in giudicato).
Al dirigente medico di struttura pubblica non è interdetto lo svolgimento di attività professionale anche con partita IVA e, quindi, in regime di extramoenia, ma la scelta deve essere dichiarata alla struttura pubblica dove si svolge l’attività di lavoro a tempo pieno, da un lato perché si consegua l’autorizzazione, dall’altro per la corresponsione di determinati emolumenti che non risultano sovrapponibili con quelli svolti dal personale in regime di intramoenia.
Il regime di tipo esclusivo, come rileva correttamente la difesa, non costituisce un obbligo per i professionisti legati da rapporto di lavoro subordinato con la ASL – i quali rimangono liberi di scegliere altre tipologie di rapporto -, ma è caratterizzato da una scelta inequivoca cui la legge, ragionevolmente, annette, da un lato, speciali emolumenti, previsti dalla riforma con intento premiale e, dall’altro, limita con l’apposizione di divieti ed incompatibilità, posti a tutela della riserva delle energie professionali a favore del regime sanitario pubblico. Tale riserva giustifica il riconoscimento degli speciali emolumenti previsti dal legislatore, in una prospettiva di premialità.
Il dirigente medico avente rapporto esclusivo con la struttura aziendale di riferimento può svolgere, a fronte di questa scelta, soltanto attività libero professionale in regime di intramoenia, anche se allargata al proprio studio privato, e l’ASL gli riconosce la retribuzione di posizione, la retribuzione di risultato e l’indennità di esclusiva (oltre che quella di sostituzione, se spettante): retribuzioni che diventano indebite nel momento in cui il sanitario deliberatamente violi le disposizioni poste a presidio del rapporto di esclusività e di tutela delle energie professionali a favore del datore di lavoro pubblico, svolgendo attività professionale non avente i requisiti indicati ovvero oltre i limiti consentiti.
E di tanto vi è prova nel presente giudizio, seppur sia necessario fare chiarezza su distinti piani ed in relazione alle contestazioni mosse per ciascuno degli anni.
Una prima puntualizzazione pare necessaria: la circostanza che l’attore pubblico richiami, da un lato, la rottura di un vincolo sinallagmatico con la pubblica amministrazione e, dall’altro, forse per un tralaticio impiego delle locuzioni che si riconducono alla sfera della responsabilità extracontrattuale, si riporti ad essa per invocarne il riconoscimento (sulla quale converge la giurisprudenza ormai stabile del giudice contabile) non sposta il quadro delle contestazioni mosse che, in disparte la qualificazione giuridica (se non addirittura astrattamente dogmatica, seppur non priva di ricadute sul piano processuale e probatorio) convergono sulla violazione di precise disposizioni normative che delimitano il perimetro di legittimità delle attività svolte da parte dei dirigenti medici.
In sostanza, la particolare attività libero professionale che si intende svolgere al di fuori del rapporto di servizio deve essere dichiarata all’Amministrazione.
E tanto non è stato effettuato nel presente contesto nel quale il dirigente medico ha sì chiesto ed ottenuto un’autorizzazione per l’esercizio dell’ALPI “allargata” ma ha esercitato l’attività sanitaria presso una struttura privata diversa rispetto a quella autorizzata, rilasciando ricevute fiscali recanti la propria partita Iva, non quella dell’azienda sanitaria di appartenenza, incassando direttamente i compensi e svolgendo, di fatto, una libera attività professionale extraistituzionale, ritenuta dalla giurisprudenza “incompatibile con il rapporto di lavoro esclusivo” (Sezione giurisdizionale per la regione Calabria, n. 533/2011 e n. 332/2012). In proposito, la difesa ha allegato di aver seguito istruzioni operative del datore di lavoro ed effettuato regolari versamenti delle “quote” a questi spettanti, in relazione a ciascuna delle prestazioni rese.
In effetti, la nota n. 18029 del 01.02.2013 (allegata dal convenuto), nel consentire l’emissione di documenti fiscali con partita Iva del dipendente per le attività svolte al di fuori dell’orario di servizio e non in regime di ALPI, richiama tutti i dirigenti medici alla puntuale osservanza dell’obbligo di preventiva autorizzazione all’espletamento di ogni incarico, nel caso del tutto assente. Inoltre, non vi è traccia agli atti di alcun versamento eseguito a favore della ASL, restando, quindi, la relativa deduzione sfornita di prova.
Anche la nota richiamata dalla difesa (n. 116690 del 26.7.2013), per scagionare il convenuto dalle sue evidenti responsabilità, si presenta inconferente nel presente contesto e non se ne trae alcuna efficacia esimente o, comunque, scusante. Essa, infatti, si limita ad autorizzare “consulenze in regime a.l.p.i. in favore di altri medici che effettuano prestazioni a.l.p.i. a carattere medico legale di questa azienda”: ebbene, non è dato comprendere quale rilevanza possa ad essa attribuirsi, atteso che le attività svolte e contestate non si riferiscono (come dettagliatamente puntualizzato dalla stessa difesa) a consulenze rese in favore di altri medici.
Considerato che le prescrizioni del provvedimento autorizzativo allo svolgimento della sola attività intramoenia risultano, contrariamente a quanto dedotto dalla difesa, sufficientemente chiare e puntuali e, considerata l’elevata qualificazione professionale del convenuto, le plurime violazioni connesse a condotte volontarie devono ritenersi imputabili al sanitario a titolo di dolo.
Infatti, dalla relazione ispettiva della Guardia di Finanza, emergono elementi univoci e concordanti circa il fatto che l’attività libero professionale svolta negli anni 2010 al 2015 è stata posta in essere, reiteratamente e per aspetti tutt’altro che marginali, violando i vincoli modali, al rispetto dei quali la stessa era condizionata.
Premesso che, secondo conforme giurisprudenza, “la necessità della specifica autorizzazione ex art 53 del D.Lgs. n 165 del 2001, anche con riferimento alle consulenze d’ufficio civili e/o amministrative, è stata espressamente esclusa dalla circolare del Ministero di Grazia e Giustizia del 4 gennaio 1999 in considerazione della peculiarità dell’incarico di consulenza tecnica conferito dall’Autorità giudiziaria a pubblici dipendenti, in cui prevale il profilo del munus rispetto a quello dell’attività di lavoro subordinato od autonomo di regola sottoposta alla preventiva autorizzazione, e della correlata necessità di tutelare l’indipendenza del magistrato attraverso la garanzia della libera scelta del proprio consulente, che sarebbe compromessa ove fosse subordinata ad un’autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza” (Sez. giurisd. Calabria, 7 maggio 2013, n.154 cit. e 155), le prescrizioni emanate da parte del datore di lavoro (n. 44597 del 15.4.2010) precisano che le dette consulenze, pur non dovendosi autorizzare, devono essere previamente comunicate all’amministrazione. Tale adempimento persegue lo scopo di contemperare gli interessi del datore di lavoro all’esclusività della prestazione professionale (rilevante anche a fini retributivi) con il volume degli impegni assunti al di fuori dell’orario di servizio, puntualizzando che essi debbono connotarsi di occasionalità, di cui la Asl, peraltro, si riserva (per una propria ulteriore tutela) di precisare i contorni.
Nel presente contesto, risultano svolte attività medico-legali a favore di soggetti pubblici e privati (assicurazioni, persone fisiche, autoscuole) che non possono dirsi ricomprese nel perimetro dell’esenzione prima indicato perché esercitate, all’evidenza, non come consulenze tecniche d’ufficio bensì quali perizie di parte, liquidate da parte dei soggetti conferenti e prive del carattere pubblicistico che, esso solo, consente di superare l’ostacolo normativo.
Indubbiamente, il susseguirsi di note esplicative testimonia dell’esistenza di un percorso di normazione non scevro di incertezze e criticità il quale, tuttavia, esibisce un elemento unificante, rappresentato dal richiamo, puntuale e ripetuto, alla necessità di una preventiva autorizzazione per qualsiasi incarico esorbitante la normale prestazione lavorativa. E di tale autorizzazione nei termini indicati non vi è prova nel presente giudizio, salvo che per l’esercizio dell’ALPI “allargata” (per una sola ora nella sola giornata del venerdì, aut. n. 517 del 2001).
Infatti, come si evince dalla stessa relazione del Nucleo speciale anticorruzione della Guardia di finanza n. 102348 del 10.08.2015 (all. n. 14, produzione di parte), tutti gli anni dal 2010 al 2013 il convenuto ha, tra l’altro, reso “docenze per corso di qualificazione per conducente”, gestito da soggetto privato, per il quale nessuna comunicazione all’Asl di Lecce era stata inviata, in aperto dispregio delle norme recate dall’art. 53 del D.Lgs. 165 del 2001 e dello stesso art. 4 del contratto individuale di lavoro che, testualmente, consente lo svolgimento di attività didattica, “con obbligo di comunicazione al Direttore Generale”. Inoltre, l’incarico di docenza si è protratto per diversi anni, assumendo evidente carattere di abitualità e professionalità, incompatibile con qualsiasi rapporto improntato all’esclusività e suscettibile di riverberarsi anche sulla complessiva valutazione dell’elemento psicologico del convenuto che non si è mai curato, nel corso dell’intero periodo in cui ha reso la propria prestazione, di informare il datore di lavoro dello svolgimento della concorrente attività. Tale violazione si ravvisa anche per l’anno 2014 e per l’anno 2015, per i quali il convenuto ha svolto, presso il diverso studio professionale mai comunicato né autorizzato, consulenze a progetto, attività di docenza e di formazione, commessa da società operanti nel settore e da autoscuole. Anch’esse esibiscono quell’abitualità e quella ripetitività che, per le ragioni prima indicate, non possono non incidere sul riconoscimento delle indennità contestate.
Dopo aver concluso lo scrutinio sulla sussistenza dei presupposti della responsabilità amministrativa (condotta improntata al dolo, da porsi in relazione causale con un correlativo danno arrecato al datore di lavoro pubblico), il collegio deve procedere alla quantificazione dell’importo di condanna. In effetti, merita di essere ricordato come esattamente la Procura abbia ritenuto le singole prestazioni specialistiche, rese in difetto delle prescritte autorizzazioni ovvero senza alcuna preventiva comunicazione, integranti gli estremi di un’attività professionale extramuraria, violativa del vincolo di esclusività cui il convenuto era astretto. Donde l’indebito percepimento delle indennità di esclusività, di risultato, di posizione, spettanti solo in regime di esclusiva ex art. 72, comma 5, L. n. 448 del 1998.
L’indennità di esclusiva – come sottolineato dalla giurisprudenza (Sez. III Centr. d’Appello, sent. n. 415/2015) – non costituisce l’unica differenza retributiva rispetto ai dirigenti sanitari che abbiano optato per un rapporto di lavoro non esclusivo.
L’assunto della difesa del convenuto, secondo cui la percezione dell’indennità di posizione e la retribuzione di risultato non può considerarsi indebita in mancanza della prova del mancato assolvimento degli obblighi e doveri connessi all’espletamento dell’attività medica, non può essere condivisa.
Nella previsione del CCNL, come si è detto, l’indennità di esclusività, l’indennità di posizione (per il 50% della parte variabile) e l’indennità di risultato non sono attribuite in relazione a maggiori prestazioni richieste, ma sono dirette, sempre che siano rispettati gli obblighi previsti dal rapporto di esclusività con l’azienda sanitaria e siano raggiunti i risultati, a compensare i minori guadagni derivanti dalla rinuncia da parte del medico alla facoltà di svolgere la libera professione extramuraria e qualsiasi altra attività sanitaria a titolo non gratuito (cfr. C. conti, sez. Liguria, 1.7.2015 n. 45; id., sez. Sardegna n. 145/2013 e n. 19/2012, Sez. App. Sicilia n. 22/2012; id., sez. Campania, 17.9.2013 n. 1111).
Nel caso di specie, lo svolgimento dell’incarico dirigenziale secondo l’opzione prescelta per il regime di esclusività risulta trasgredito e tale violazione comporta ex lege il venir meno del diritto a godere dei benefici retributivi ad esso connessi.
In proposito, la Sezione ha già ricordato come “le modalità contrattuali di svolgimento dell’attività lavorativa di un dirigente medico (e connessi profili retributivi) sono fondate su formali comunicazioni scritte del lavoratore, imposte dalla vigente normativa legislativa e contrattuale, sicché nell’ipotesi di espressa opzione per l’attività professionale in regime di esclusività, l’inadempimento degli obblighi previsti per tale rapporto di lavoro comporta inevitabilmente il venir meno anche dei correlati diritti ai benefici previsti per il trattamento economico” (questa Sezione, sentenza 5 agosto 2016, n. 278).
Dunque tutte le componenti retributive (indennità di esclusiva, indennità di risultato ed il 50% della retribuzione di posizione) che contribuivano a costituire il trattamento stipendiale per un rapporto di lavoro dai connotati diversi da quelli reali, integrano prestazioni oggettivamente indebite e, perciò, costituiscono danno per l’erario dell’Ente erogante (da ultimo C. conti, sez. Calabria, 24.11.2014 n. 266; sez. Lombardia, 6 ottobre 2015 n. 165; Sez. Giur. Lombardia, sent. n. 12/2016).
Diverse, invece, le considerazioni da formularsi con riferimento all’indennità di sostituzione, prevista dall’art. 18, commi 1 e 2, del CCNL dell’8.6.2000 della Dirigenza Medica e Veterinaria, riconosciuta “in caso di assenza per ferie o malattia o altro impedimento del direttore di dipartimento” per sostituzioni protratte continuativamente oltre due mesi, a mente del successivo comma 7 del medesimo articolo del CCNL. Sul punto la Suprema Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, ha sostenuto (sentenza n. 15577 del 24.7.2015 e, in senso conforme, n. 16299 del 3.8.2015 e, più di recente, n.584 del 15.1.2016) come l’indennità sostitutiva presenti natura non retributiva, e pertanto, non esibendo i medesimi caratteri propri delle indennità più strettamente correlate all’esclusività della prestazione resa, il Collegio ritiene che di essa non debba tenersi conto nella presente sede.
Tutte le suesposte motivazioni, dunque, concordemente depongono per l’affermazione della responsabilità dolosa del convenuto nella violazione degli obblighi legislativi e contrattuali in materia di esclusività del rapporto di lavoro con l’amministrazione (art.15-quinquies del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n.502, art.72 della L. 23 dicembre 1998, n. 448, C.C.N.L., quadriennio 2010-2013 dell’area della dirigenza medica e veterinaria del S.S.N. e regolamenti interni adottati dall’Asl di Lecce) ed appaiono assorbenti rispetto ad ogni dedotta ulteriore e diversa eccezione e difesa prospettate dal convenuto nella propria comparsa, con la conseguenza che la domanda va parzialmente accolta.
Il danno complessivo va, pertanto, abbattuto della somma di Euro 6.812,96 (indennità di sostituzione) e ragguagliato all’intera indennità di esclusiva, percepita negli anni dal 2010 al 2015, pari ad Euro. 67.155,48, all’intera retribuzione di risultato, pari ad Euro. 11.552,29, al 50% di quella di posizione (percepita Euro. 47.828,97, da restituire Euro. 23.914,48), per un totale di Euro. 102.622,25, oltre rivalutazione, secondo indici ISTAT – F.O.I., maturata sugli importi mensilmente percepiti sino alla data di deposito della presente sentenza, ed interessi legali, sull’importo rivalutato, dalla data della presente sentenza sino al dì dell’effettivo soddisfo.
Alla soccombenza segue la condanna al pagamento delle spese di giudizio, come quantificate in parte dispositiva.
La Corte dei conti – Sezione giurisdizionale per la Regione Puglia, definitivamente pronunciando, nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 32691 del registro di segreteria, accoglie parzialmente la domanda attrice e condanna V.E. al pagamento in favore dell’Asl di Lecce di Euro 102.622,25, oltre accessori, come in parte motiva.
Condanna il convenuto al pagamento delle spese del giudizio che, sino al deposito della presente sentenza, si liquidano in 326,05.
Così deciso in Bari, nella camera di consiglio del 9 novembre 2016.
Depositata in Cancelleria 20 gennaio 2017.
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 sentenza 
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