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Timestamp: 2018-07-23 01:38:38+00:00

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Sull’ammissibilità del ricorso per cassazione diretto unicamente a far valere la prescrizione, anche se maturata prima della sentenza di appello
Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Penale che sarà inserito nel fascicolo di Marzo della Rivista cartacea NelDiritto
Corte di Cassazione, Sezione V penale, 16 novembre 2011 (dep. 12 gennaio 2012), n. 595
Prescrizione – giudizio di merito – ricorso per cassazione – inammissibilità – prescrizione – morte del reo.
1. Esiste una sostanziale differenza tra la prescrizione maturata prima della sentenza di appello, da un lato, e quella maturata dopo di essa; pertanto, è ammissibile il ricorso per cassazione nella prima ipotesi poiché si è oggettivamente verificata prima della conclusione della fase di merito e il giudicante avrebbe dovuto rilevarla.
Questo Collegio, naturalmente, non ignora che le SS.UU. di questa Corte (sentenza n. 23428 del 2005, ric. Bracale, RV 231164), hanno stabilito che sia inammissibile il ricorso per cassazione diretto unicamente a far valere la prescrizione, anche se maturata prima della sentenza di appello, ma ritiene di non condividere il predetto insegnamento per i motivi che di seguito si espongono. E' innanzitutto noto come le SS.UU siano giunte progressivamente alla affermazione del principio di diritto sopra sintetizzato. Prendendo le mosse dalla sentenza Cresci (1994) e "procedendo" quindi attraverso le pronunzie Piepoli (1999), De Luca (2000), e Cavalera (2001), esse sono giunte, in pratica, a minare la distinzione tra inammissibilità originaria e inammissibilità sopravvenuta, fino ad affermare (sentenza Bracale, appunto) che "la intervenuta formazione di un giudicato sostanziale, derivante dalla formazione di un atto di impugnazione invalido ...preclude ogni possibilità, sia di far valere una causa di non punibilità precedentemente maturata, sia di rilevarla di ufficio"; questo in quanto "l'intrinseca incapacità dell'atto invalido di accedere davanti al giudice della impugnazione" comporta che il fatto storico (nella specie: il decorso del tempo necessario a prescrivere il reato) rimanga giuridicamente irrilevante, atteso che, comunque, il giudicato (sostanziale) - proprio per la inammissibilità del ricorso che non da ingresso alla fase di legittimità - si è già formato. E così, dunque, come la sentenza De Luca (RV 217266) aveva escluso che fosse deducibile/rilevabile la prescrizione maturata successivamente alla proposizione del ricorso (ma, naturalmente, prima della sua trattazione), come la sentenza Cavalera (RV 219531) aveva escluso che fosse deducibile/rilevabile la prescrizione maturata prima della proposizione del ricorso, ma dopo la sentenza di appello, la sentenza Bracale (RV 231164) ha, per così dire, concluso il percorso, affermando che non è deducibile/rilevabile nel giudizio di cassazione la prescrizione maturata - addirittura - prima della sentenza di appello, ma non eccepita o dichiarata di ufficio tempestivamente.
Sennonchè le stesse SS. UU., nella sentenza da ultimo citata, hanno ammesso che esistono ipotesi in cui il giudice, pur in presenza di una impugnazione inammissibile, mantiene intatta la sua cognizione e, conseguentemente, la possibilità/necessità di rendere una pronunzia che non sia meramente enunciativa della predetta inammissibilità.
Tale è il caso della morte dell'imputato (art. 150 c.p.), dell'abolitio criminis, della dichiarazione di incostituzionalità della norma incriminatrice della quale si dovrebbe fare applicazione.
Orbene, è da chiedersi se la ipotesi della prescrizione maturata prima delle conclusione della fase di merito, comportando l'obbligo (nel caso concreto, disatteso) per il giudice procedente di riconoscerla, non possa essere fondatamente assimilata alle tre predette ipotesi in cui risulta travolta la stessa inammissibilità della impugnazione
Oltretutto, per ritornare al caso in scrutinio (prescrizione maturatasi prima della sentenza di appello), è da dire che appare violativo del principio costituzionale di eguaglianza il fatto che, pur in presenza della medesima situazione di fatto e di diritto, in un caso - quando la parte la eccepisca o il giudice la rilevi - l'imputato si avvalga della estinzione del reato, nell'altro - quando tale fatto "sfugga" tanto alla parte, quanto al giudice - lo stesso debba andare incontro a una condanna e alla esecuzione di una pena.
Si vuoi dire: la disparità di trattamento non apparirebbe minimamente giustificabile perché, in ultima analisi, sarebbe riconducibile a un (grave) error judicis.
Tutto ciò premesso, può sostenersi, a giudizio del Collegio, che esiste una sostanziale differenza tra la prescrizione maturata prima della sentenza di appello, da un lato, e quella maturata dopo di essa o, addirittura, dopo la proposizione del ricorso per cassazione, dall'altro.
La corte torna su una questione già trattata nel 2005 dalle Sezioni unite (n. 23428), in realtà, in maniera non del tutto appagante. La sentenza in commento “smussa” uno dei punti di maggiore criticità della pronuncia del massimo consesso giurisprudenziale, rilevando come nell’ipotesi della prescrizione maturata prima delle conclusione della fase di merito, vi sia comunque l'obbligo per il giudice di legittimità di riconoscerla, non potendo essere fondatamente assimilata alle ipotesi in cui risulta travolta la stessa inammissibilità della impugnazione.
Si introduce, in sostanza, un’opportuna distinzione tra prescrizione maturata prima della conclusione del giudizio di merito, senza che venisse legittimamente rilevata e la prescrizione che interviene dopo la decisione di appello e nelle more del giudizio per cassazione.
Nel precedente, autorevole, approdo giurisprudenziale si ritiene che in entrambe le ipotesi, l’inammissibilità del ricorso per cassazione travolga e non consenta la rilevabilità delle cause di proscioglimento di cui all’a129 c.p.p., e questo sulla base di una rigida definizione della natura giuridica del giudizio per cassazione. Come è noto, infatti, questo è un giudizio di legittimità, espressamente richiamato dalla Carta costituzionale, all’art. 111, comma 7, Cost., laddove si sancisce che contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari e speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Ne deriva come la corte di cassazione, diversamente dalla corte di appello, è solo giudice di diritto, non dovendo in alcun caso formulare alcun giudizio sul fatto. Conseguentemente se ne deduce che la Cassazione è giudice della correttezza della motivazione e non della fondatezza della decisione.
L’ottica prettamente soggettiva offerta dalla Costituzione non esaurisce il tema delle funzioni che il ricorso per cassazione esplica nel sistema processuale italiano. Occorre altresì, in chiave oggettiva, fare riferimento ad un’altra norma, questa volta contenuta nell’art. 65 dell’ordinamento giudiziario, alla stregua del quale tale organo ha la funzione di assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni e di regolare i conflitti di competenza e di attribuzione, adempiendo agli altri compiti ad essa conferiti dalla legge.
Onde, si ritiene che “l'intervenuta formazione del giudicato sostanziale derivante dalla proposizione di un atto di impugnazione invalido perché contrassegnato da uno dei vizi indicati dalla legge (art. 591, comma, 1, con eccezione della rinuncia ad un valido atto di impugnazione; art. 606, comma 3), precluda ogni possibilità sia di far valere una causa di non punibilità precedentemente maturata sia di rilevarla di ufficio” (Cass., sez. un., 23 marzo 2005, n. 23428).
In questo senso, “l’intrinseca incapacità dell'atto invalido di accedere davanti al giudice dell'impugnazione viene a tradursi in una vera e propria absolutio ab instantia, derivante da precise sequenze procedimentali, che siano in grado di assegnare alle cause estintive già maturate una loro effettività sul piano giuridico, divenendo altrimenti fatti storicamente verificatisi ma giuridicamente indifferenti per essersi già formato il giudicato sostanziale” (Cass., sez. un., 23 marzo 2005, n. 23428).
Le Sezioni unite, insomma, si pongono nell’ottica dell’inammissibilità che, viziando l’impugnazione, si ricollega alla tipizzazione delle vie di accesso alla Corte Suprema, allo scopo di ridefinire funzione e limiti del giudizio di legittimità, seguendo le linee di un sistema di devoluzione rigorosamente prestabilito sia in senso positivo (artt. 606, comma 1, e 609 c.p.p.) sia in senso negativo (secondo lo schema delineato dall'art. 606, comma 3, c.p.p.).
Opportunamente, la sentenza in commento richiama l’assunto delle Sezioni unite per cui nelle “ipotesi in cui il giudice, pur in presenza di una impugnazione inammissibile, mantiene intatta la sua cognizione e, conseguentemente, la possibilità/necessità di rendere una pronunzia che non sia meramente enunciativa della predetta inammissibilità”. Si tratta del caso di morte dell’imputato, di abolitio criminis e di dichiarata incostituzionalità della norma penale per cui si procede.
Il punto merita un approfondimento. Univocamente funzionale a esigenze di economia processuale, nella vigente disciplina della prescrizione, è l’immediata declaratoria della causa estintiva, indipendentemente da un compiuto accertamento del reato, a meno che non risulti già evidente che il fatto non sussiste o l'imputato non lo ha commesso o non è previsto dalla legge come reato (art. 129, comma 2, c.p.p.). Emerge qui la natura ibrida - per un verso sostanziale, e per altro verso processuale - che caratterizza la vigente disciplina della prescrizione e di altre cause di estinzione del reato. La formula dell’estinzione del reato provoca un effetto sostanziale: inibizione o eliminazione di qualsiasi conseguenza penale d’un reato commesso. E, tuttavia, la disciplina processuale, prescindendo dall'accertamento d'un commesso reato, risolve il problema sul piano processuale, con una dichiarazione di improcedibilità che si applica indifferentemente sia nei casi in cui un reato è stato commesso, sia nei casi in cui un reato non è stato commesso.
Prima causa di estinzione del reato è la morte del soggetto sottoposto a procedimento penale. Come è noto, l’art. 150 c.p. stabilisce che “la morte del reo, avvenuto prima della condanna, estingue il reato”, in ossequio al principio mors omnia solvit che impedisce il prodursi di qualsiasi effetto penale. La declaratoria di estinzione del reato per morte del reo va pronunciata con prevalenza su ogni altra formula di proscioglimento che presupponga l’esistenza in vita dell’imputato.
La nuova disciplina processuale, dettata dall’art. 69 c.p.p. per il caso di morte dell'imputato, contraddice il pressoché univoco indirizzo giurisprudenziale formatosi sotto il c.p.p. 1930 e che affermava l’inapplicabilità dell'art. 152 cpv. alla causa estintiva in esame sul presupposto che la morte dell’imputato farebbe venir meno la sua stessa figura di parte processuale(Cass. S.U. 14 febbraio 1948, Biagi, GP 1950, III, 577 e, successivamente, Cass., 6 luglio 1979, Megini, CP 1980, 1595; Cass., 24 maggio 1984, Pasqualoni, in C.E.D. Cass., n. 164363; Cass., 4 luglio 1989, Iapicca, ivi, n.181733. In dottrina, in senso critico a questo orientamento, v. Cordero, La decisione sul reato estinto, in Ideologie del processo penale italiano, Milano, 1966, 89; Pisani, La "morte del reo", la pigrizia dei giudici e la forza dei precedenti, RIDPP, 1987, 203; contra, Manzini, La morte dell'imputato e l'art. 152 cpv. c.p.p., RP, 1954, II, 62). L’esplicito richiamo operato oggi dall’art. 69, 1° comma, all’art. 129 c.p.p. opera la definitiva equiparazione della causa estintiva in esame alle altre, con la conseguenza che, anche in caso di morte dell'imputato, il giudice, a tutela della memoria dell’imputato, ben può pronunciare sentenza di proscioglimento nel merito se, alla stregua del materiale probatorio già acquisito, risulti provata l’innocenza dell’imputato nel frattempo deceduto; diversamente egli dovrà emettere una sentenza di estinzione del reato.

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 art. 606
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