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Timestamp: 2019-09-21 14:25:56+00:00

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La moto che cade sulla macchia d'olio non ha sempre il risarcimento
La moto che cade sulla macchia d’olio non ha sempre il risarcimento
In generale l’amministrazione proprietaria della strada risarcisce il danno occorso a terzi, salvo che ricorra il «caso fortuito». Il caso fortuito è quando:
la caduta è avvenuta per un comportamento imprudente del danneggiato: si pensi al caso del motociclista che, pur vedendo una macchia d’olio vistosa sulla strada, ci passi ugualmente di sopra, magari per l’ebrezza di sentire la moto “sgommare”;
non c’è stato il tempo materiale per provvedere alla rimozione della macchia d’olio, a causa dell’estensione della strada e dei tempi tecnici necessari per effettuare l’intervento di eliminazione della fonte di pericolo. Così, ad esempio, se dalla coppa dell’olio o dal serbatoio di un automezzo o di un camion cade del liquido vischioso che può essere scivoloso e la moto poco distante ci cade, l’amministrazione non risarcisce il danno.
Quindi la moto che cade sulla macchia d’olio deve innanzitutto dimostrare che l’ostacolo costituiva un’insidia o un trabocchetto, ossia che era poco visibile. Inoltre deve dare prova, a mezzo di testimoni, che la caduta è avvenuta solo ed esclusivamente per causa della macchia d’olio e non di altre circostanze (ad esempio una perdita del controllo del mezzo). Infine deve dimostrare il danno al mezzo e le lesioni fisiche riportate.
Fatto ciò spetta al Comune dare eventualmente la prova contraria, dimostrando la colpa del conducente (magari per violazione del codice della strada per eccesso di velocità) o l’impossibilità oggettiva ad effettuare l’intervento.
La Cassazione ha detto [1], a riguardo, che la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dal codice civile [2] prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del Comune ed ha natura oggettiva; perché scatti è sufficiente che l’incidente abbia trovato causa nella macchia d’olio a prescindere dall’accertamento della pericolosità della strada; la responsabilità della P.A. sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati; è esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato (l’eccesso di velocità o la distrazione per non aver visto una evidente ed estesa macchia d’olio).
[1] Cass. sent. n. 5807/2017.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 24 gennaio – 8 marzo 2017, n. 5807
Ffatti di causa
Il Tribunale di Cagliari accertata la responsabilità ex art. 2051 c.c. della Provincia di Cagliari, ente proprietario della strada, riconosceva un concorso di responsabilità del M. , in misura pari al 60%, essendo risultata dall’indagine peritale la eccessiva velocità della autovettura, comunque non consona alle peculiari condizioni della circolazione stradale, e la totale usura del pneumatico posteriore destro cui doveva essere attribuito rilievo causale nello squilibrio dell’assetto di marcio dal veicolo.
Non costituisce infatti errore di diritto, per contrasto con lo schema normativo della responsabilità delineato nell’art. 2051 c.c., l’affermazione della Corte d’appello secondo cui nella fattispecie in esame “deve ritenersi un concorso di colpa delle parti nella causazione dell’incidente” (motivazione pag. 8).
Si osserva al proposito che, se l’orientamento giurisprudenziale di questa Corte, assolutamente prevalente, individua nella fattispecie di cui all’art. 2051 c.c. una responsabilità di tipo “oggettivo” (in quanto la norma viene ad istituire un criterio legale di imputazione della responsabilità per i danni cagionati dalla cosa – per suo dinamismo interno o per fatto estrinseco da fenomeno naturale o da condotta umana – prescindendo del tutto dalla verifica della colpa del custode, inteso quale soggetto che detiene di fatto il potere di controllo sulla res: cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 15613 del 26/07/2005; id. Sez. 3, Sentenza n. 20427 del 25/07/2008; id. Sez. 3, Sentenza n. 11016 del 19/05/2011; id. Sez. 3, Sentenza n. 2660 del 05/02/2013; id. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 25214 del 27/11/2014), è del pari radicato l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui la prova liberatoria del custode può operare esclusivamente sul piano del nesso di causalità, dovendo dimostrare il custode l’interruzione della sequenza eziologica, tra l’”agire” della cosa e l’eventum damni, determinata da una causa sopravvenuta da sola sufficiente ad assorbire la efficienza produttiva del danno, qual è il “caso fortuito” declinato secondo le caratteristiche dell’evento imprevedibile ed inevitabile – tale potendo consistere anche nel fatto del terzo o nella condotta dello stesso danneggiato – che assorbe integralmente la potenzialità lesiva del cosa, venendo autonomamente a generare il danno (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 11016 del 19/05/2011). Deve pertanto ribadirsi il principio di diritto secondo cui “la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall’art. 2051 cod. civ. prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento; tale responsabilità prescinde, altresì, dall’accertamento della pericolosità della cosa stessa e sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale tale da interrompere del tutto il nesso eziologico tra la cosa e l’evento dannoso o da affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno” (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 8229 del 07/04/2010).
L’operare sul piano del nesso eziologico della prova liberatoria del custode, non esclude tuttavia – nel caso in cui il fatto sopravvenuto non raggiunga il carattere dell’autonomo determinismo causale del danno- la rilevanza della concausa – ove allegata e provata – valutabile in relazione al grado di incidenza che la stessa ha assunto nella produzione dell’evento lesivo, con la conseguenza che se il fatto concausale va ravvisto nella condotta del danneggiato, deve trovare applicazione – anche nell’ambito della responsabilità oggettiva ex art. 2051 c.c. – la norma che prevede il “concorso del fatto colposo del creditore” come disciplinato dall’art. 1227 comma 1 c.c. (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 15779 del 12/07/2006; id. Sez. 3, Sentenza n. 15761 del 29/07/2016), avendo quindi correttamente proceduto il Giudice di merito alla valutazione percentuale di tale contributo causale (accertamento al quale iuxta alligata et probata era tenuto ex officio, vertendo sui fatti costitutivi della domanda risarcitoria: Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 6529 del 22/03/2011; id. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 20619 del 30/09/2014), in quanto l’efficienza eziologica del comportamento imprudente del danneggiato nell’evento lesivo non era tale da rendere possibile l’interruzione del nesso eziologico tra la condotta omissiva dell’ente proprietario della strada e l’evento dannoso (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 287 del 13/01/2015).
Il vizio di contraddittorietà si risolve pertanto in quello di insufficienza logica della motivazione non più ricompreso tra i vizi di legittimità tassativamente elencati nell’art. 360 c.p.c., a seguito della modifica introdotta dall’art. 54 co1, lett. b), del DL 22 giugno 2012 n. 83, convertito con modificazioni nella legge 7 agosto 2012 n. 134 (recante “Misure urgenti per la crescita del Paese“), che ha sostituito il n. 5 del comma 1 dell’art. 360 c.p.c. (con riferimento alle impugnazioni proposte avverso le sentenze pubblicate successivamente alla data dell’11 settembre 2012) limitando la impugnazione delle sentenze in grado di appello o in unico grado per vizio di motivazione alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti“, con la conseguenza che, al di fuori dell’indicata omissione, il controllo di legittimità rimane circoscritto alla sola verifica della esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111, comma 6, Cost. ed individuato “in negativo” dalla consolidata giurisprudenza della Corte – formatasi in materia di ricorso straordinario – in relazione alle note ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 n. 4 c.p.c. e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità.
In ogni caso deve ritenersi conforme a diritto l’argomento posto a fondamento della decisione impugnata secondo cui il danno da perdita reddituale futura costituisce un danno-conseguenza e non un danno in “re ipsa”, come tale onerando la parte che lo richiede ad assolvere agli oneri di allegazione e di prova, laddove la presunzione logica presuppone la certezza degli indizi da cui trarre l’inferenza probatoria del fatto ignorato, e nella specie la Corte d’appello proprio di tali indizi ha rilevato la carenza nel giudizio, non avendo il danneggiato prodotto i cedolini della retribuzione o le dichiarazioni fiscali dalle quali rilevare il decremento reddituale da proiettare nel futuro, considerato che il M. , dopo il sinistro, aveva mantenuto il lavoro e lo stesso trattamento retributivo e non erano stati allegati elementi circostanziali specifici dai quali risalire per via induttiva alla certezza probabilistica di un danno patrimoniale futuro. Ed infatti se il danno patrimoniale futuro, derivante da lesioni personali, è da valutare su base prognostica ed il danneggiato può avvalersi anche di presunzioni semplici e se, pertanto, provata la riduzione della capacità di lavoro specifica – se essa è di una certa entità e non rientra tra i postumi permanenti di piccola entità – è possibile presumere che anche la capacità di guadagno risulti ridotta nella sua proiezione futura – non necessariamente in modo proporzionale – qualora la vittima già svolga un’attività o presumibilmente la svolgerà, tuttavia, l’aggravio in concreto nello svolgimento dell’attività già svolta o in procinto di essere svolta deve pur sempre essere dedotto e provato dal danneggiato (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 2644 del 05/02/2013), non sussistendo alcuna correlazione univoca tra accertamento della riduzione della capacità lavorativa specifica, oggetto di indagine medico-legale, e danno patrimoniale futuro, ben potendo verificarsi che, nonostante la riduzione della capacità di lavoro specifico, non vi è stata alcuna riduzione della capacità di guadagno e che, quindi, non è venuto a configurarsi in concreto alcun danno patrimoniale (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 1690 del 25/01/2008).

References: Cass. 
 sentenza 
 art. 2051
 cass. Sez. 
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 Cass. Sez. 
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