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Timestamp: 2019-09-23 20:52:11+00:00

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Reato permanente: come si applica la successione di leggi penali nel tempo? - Corte di cassazione penale - sentenza n. 4964/10 del 08/02/2010
Reato permanente: come si applica la successione di leggi penali nel tempo?
sentenza 4964/10 del 08/02/2010
Nel caso di successione di leggi penali più severe, qualora la permanenza si protragga sotto il vigore della nuova legge, è questa soltanto che deve trovare applicazione.
CASSAZIONE PENALE, SEZIONE I, (ud. 21-01-2010) 08-02-2010, n. 4964
4. Ritiene il Collegio che debba essere dichiarata la competenza della Corte d'assise di Catania. a) E' opportuno premettere l'indicazione delle disposizioni coinvolte nella questione prospettata. Deve in particolare rilevarsi:
- che, a norma dell'art. 5 c.p.p., comma 1, lett. a), la corte di assise è competente per i delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell'ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a ventiquattro anni, esclusi i delitti di tentato omicidio, di rapina e di estorsione, comunque aggravati, e i delitti previsti dall'art. 630 c.p., comma 1, e dal D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309;
- che l'art. 4 c.p.p., stabilisce, per il caso in cui la legge individui la competenza unicamente sulla base della pena edittale, che, per determinare la competenza, si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per ciascun reato consumato o tentato e si tiene conto delle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale, quelle cioè che, come stabilito dall'art. 63 c.p., comma 3, "importano un aumento o una diminuzione della pena superiore ad un terzo" ed al cui genus dottrina e giurisprudenza comunemente riconducono anche le circostanze aggravanti in relazione alle quali il legislatore abbia determinato la misura della pena in modo indipendente da quella ordinaria del reato" (c.d. circostanze aggravanti indipendenti; cfr. da ultimo Cass. 4^ 6 febbraio 2003, Bellini, RV 224754, con riguardo all'art. 278 c.p.p., che propone analoga formula nel dettare i criteri per determinare il presupposto edittale per l'adozione delle misure cautelari personali);
- che l'art. 416 bis c.p., prevede, al comma 1, che chiunque fa parte di un'associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone è punito con la reclusione da sette a dodici anni; al comma 2, che coloro che promuovono, dirigono o organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da nove a quattordici anni; al comma 4, che, se l'associazione è armata, si applica la pena della reclusione da nove a quindici anni nei casi previsti dal comma 1, e da dodici a ventiquattro anni nei casi previsti dal comma 2; al comma 6, che, se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà;
- che l'art. 33 bis, comma 1, lett. c), prevede che sia attribuito al tribunale in composizione collegiale il reato previsto dall'art. 416 bis. b) Ciò premesso, deve, anzi tutto, osservarsi che la questione, ruotante - come si diceva - attorno a dette disposizioni, ha origine recente. Essa è nata allorquando la pena, per l'ipotesi aggravata di associazione armata di cui all'art. 416 bis c.p., comma 4, è stata fissata, ad opera della L. 5 dicembre 2005, n. 251, art. 1, nella reclusione da sette a quindici anni, per i partecipi, e da dieci a ventiquattro anni, per promotori, direttori e organizzatori (il minimo edittale della pena è stato, poi, ulteriormente aumentato, nei termini indicati - v. supra 2 - dalla L. 24 luglio 2008, n. 125).
In precedenza la questione non aveva ragione di esistere: il menzionato art. 416 bis c.p., comma 4, prevedeva, invero, la pena della reclusione da quattro a dieci anni per i partecipi e da cinque a quindici anni per gli associati di rango primario, ipotesi quest'ultima che, anche con l'aumento fino alla metà di cui al comma 6, del citato articolo, non poteva mai attingere il limite dei ventiquattro anni necessario per aversi competenza della Corte d'assise.
E', dunque, dall'8 dicembre 2005, data di entrata in vigore della menzionata L. n. 251, che il reato, aggravato nei termini visti (e tenuto conto delle regole di cui all'art. 4 c.p.p.), è diventato - secondo quanto afferma il Tribunale di Catania - di competenza della corte di assise (per "connessione" o "collegamento" con riguardo ai meri partecipi).
E a tale data - è opportuno chiarirlo subito - la permanenza che caratterizza il reato associativo addebitato agli imputati non era ancora cessata (agli imputati risulta contestato il delitto associativo di cui all'art. 416 bis c.p., permanente quanto meno fino alla data del decreto che dispone il giudizio, vale a dire fino al 9 gennaio 2009). E' da escludere, pertanto, che i fatti siano stati commessi in data anteriore all'entrata in vigore della disposizione (L. 5 dicembre 2005, n. 251, art. 1) che ha elevato la pena edittale nei termini anzidetti.
Nel caso di successione di leggi penali più severe, qualora la permanenza si protragga sotto il vigore della nuova legge, è questa soltanto che deve trovare applicazione (cfr., ex plurimis, Cass. 1^ 7 ottobre 1987, Liccardo, RV 177071; Cass. 2^ 11 aprile 1987, Calluso, RV 176619; Cass. 6^ 14 novembre 1985, Dell'Acqua, RV 172194; Cass. 1^ 11 aprile 1983, Grifo, RV 159085) ed è, pertanto, da escludere, in assenza di disposizioni transitorie, che la competenza (il cui mutamento costituisce effetto riflesso della modifica della norma penale) continui ad appartenere al tribunale; non è applicabile, in altre parole, nel caso in esame il principio che questa Corte ha affermato (cfr. Cass. 1^ 18 novembre 1996, Confl. comp. in proc. Giansante, RV 206255) in materia di falsa testimonianza per i fatti commessi prima dell'entrata in vigore della disposizione che aveva elevato la pena massima di cui all'art. 372 c.p., determinando lo spostamento della competenza dal pretore al tribunale. c) Il 2 gennaio 2000, dunque, quando, a seguito del varo del Tribunale in composizione monocratica, assunse efficacia l'art. 33 bis c.p.p., (che, introdotto dal D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, art. 169, era stato modificato della L. 16 dicembre 1999, n. 479, art. 10), il reato di cui all'art. 416 bis c.p., apparteneva, in tutte le sue possibili manifestazioni, alla competenza del tribunale. Di riflesso, l'art. 33 bis c.p.p., non era - contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte d'assise di Catania - nè aveva bisogno di essere, norma attributiva di competenza, ma era disposizione che si limitava a specificare che la cognizione del reato era attribuita al tribunale in composizione collegiale.
E questo spiega, naturalmente, perchè il legislatore (nella menzionata L. n. 479 del 1999, art. 10) non avesse sentito la necessità, in relazione al reato in questione, di dettare una clausola di salvaguardia analoga a quella scritta nell'art. 33 bis c.p.p., comma 1, lett. a) con riguardo ai delitti indicati nell'art. 407 c.p.p., comma 2, lett. a), nn. 3), 4) e 5), ("sempre che per essi non sia stabilita la competenza della Corte di assise"): il delitto di associazione di tipo mafioso non apparteneva alla competenza della corte d'assise in nessuna delle contemplate manifestazioni. d) D'altra parte, che gli artt. 33 bis e 33 ter c.p.p., disciplinino il riparto di attribuzioni tra tribunale in composizione monocratica e tribunale in composizione collegiale non può essere posto in discussione. Non viene, in tali disposizioni, in considerazione la competenza; si tratta anzi di norme che hanno come loro presupposto l'individuazione della competenza in capo al tribunale (e, di riflesso, alla corte d'assise, attesa la natura residuale della competenza del primo), all'interno del quale opera il riparto.
La lettura dell'art. 33 bis c.p.p., non può prescindere, in altre parole, dalla previa individuazione della competenza della corte d'assise ed è questo, non altro - è opportuno ribadirlo - il significato da attribuire alla citata clausola di salvaguardia prevista dall'art. 33 bis c.p.p., comma 1, lett. a), con riguardo ai delitti indicati nell'art. 407 c.p.p., comma 2, lett. a), nn. 3), 4) e 5). e) Ciò detto, non resta che constatare che il reato di cui all'art. 416 bis c.p., appartiene, nelle ipotesi di cui ai primi due commi anche se aggravate dalla circostanza di cui al comma 6, (ed in quelle di mera partecipazione di cui al comma 1, anche se aggravate dalla circostanza di cui al comma 4, eventualmente congiunta a quella del sesto), alla competenza del tribunale in virtù della regola residuale di cui all'art. 6 c.p.p., secondo la quale il tribunale è competente per i reati che non siano di competenza della corte di assise (non dunque in forza dell'art. 33 bis c.p.p., comma 1, lett. c)).
La competenza appartiene, invece, quoad poenam alla corte d'assise con riguardo all'ipotesi di cui al comma 2, aggravata dalla circostanza di cui al comma 4.
L'attribuzione di competenza è effetto prodotto - come si è detto - dall'aggravamento dei limiti edittali di pena operato dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251, e non rileva chiedersi se il legislatore si sia oppure reso conto del prodursi di detto effetto (anche se l'assenza di una disposizione transitoria che distingua tra reati commessi prima e reati commessi successivamente alla data di entrata in vigore della legge, quanto mai opportuna in casi di mutamenti della competenza per materia, sembrerebbe imporre una risposta negativa). f) Come si è accennato per le ipotesi di mera partecipazione, anche se aggravate, la competenza per materia è tuttora del tribunale (la pena massima, tenuto conto di entrambe le aggravanti, non raggiunge, invero, i ventiquattro anni indispensabili per "appartenere" alla corte d'assise).
Viene, in particolare, in considerazione l'ipotesi di connessione di cui all'art. 12 c.p.p., comma 1, lett. a): il reato per cui si procede è stato, invero, commesso da più persone in concorso (necessario) fra loro. La norma anzidetta va, invero, riferita anche alle ipotesi di concorso necessario e tutti i reati associativi sono sempre reati a concorso necessario (v., per tutte, Cass. S.U., 30 ottobre 2002, Carnevale, RV 224181); devono in altre parole essere commessi da almeno tre persone, il cui ruolo, di rango primario o di mera partecipazione, può anche essere diverso.
Va ricordato, infine, per concludere che l'art. 15 c.p.p., comma 1, stabilisce che se alcuni dei procedimenti connessi appartengono alla competenza della corte di assise ed altri a quella del tribunale, è competente per tutti la corte di assise.

References: sentenza 

sentenza 
 Cass. 
 art. 1
 art. 416
 art. 1
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 169
 art. 10
 art. 10
 Cass.