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PATOGENI TRASMESSI DAI RODITORI INFESTANTI
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Mariangela Marisa Carbone
1 PATOGENI TRASMESSI DAI RODITORI INFESTANTI Umberto Agrimi* e Adriano Mantovani** *Istituto Superiore di Sanità, Laboratorio di Medicina Veterinaria **Centro di Collaborazione OMSiFAO per la Sanità Pubblica Veterinaria, Laboratorio di Parassito/ogia, Istituto Superiore di Sanità L'Aspetto spesso conflittuale e contraddittorio del rapporto dell'uomo con gli animali raggiunge forse nei confronti del topo e del ratto la sua espressione più evidente. I roditori hanno vestito infatti, a seconda del contesto storico, culturale, o delle necessità dell'uomo, i panni di disseminatori di infezioni, distruttori di derrate alimentari e di temibili invasori degli ambienti urbani, owero quelli degli animali da compagnia, degli alleati (o delle vittime) dell'uomo nella ricerca biomedica, dei bioindicatori, dei prototipi di successo nelle strategie evolutive o ancora dei protagonisti della letteratura e dei fumetti. Certo è che il ratto, per la sua capacità di trasmettere la peste e di perpetuarne il ciclo biologico, è stato un determinante della stona. A tale proposito occorre ricordare la preziosa trattazione dell'argomento da parte di Hans Zinsser nel suo "Rats, Lice and History" del 1934 (1). Del resto, l'attuale presenza del ratto in tutti i continenti rende I'infèzione pestosa un pericolo tutt'altro che remoto una volta che venissero superate le misure di controllo predisposte dalle autorità sanitarie nazionali ed internazionali (in Italia, l'ultimo caso di peste umana e stato segnalato a Taranto nel 1945). Sin dall'antichità, anche il topo ha occupato un posto di tutto dievo nella cultura delle diverse civiltà. Basti citare a mò d'esempio la pubblicazione di una lettera del dott. Francesco Maria Nigrisoli che nel 1693 scriveva: "si considera l'invasione fatta da TOPI nelle Campagne di Roma...'l, commentando la "...strana fecondità, per cui si viddero i TOPI ancor non nati, pregnanti nel ventre delle loro Madri" (2). L'invasione in parola è owiamente vista come foriera di calamità di ogni genere, e soprattutto di contagi. Nella nostra cultura popolare topi e ratti sono visti soprattutto come animali "sporchi" e portatori di malattie, dannosi e perciò da combattere con qualsiasi mezzo. Questo tipo di visione è estremamente radicato e tali caratteristiche negative considerate quasi "costituzionalmente" legate ai roditori. Nella lettera prima citata si legge, infatti, come a quei tempi si ritenesse che i topi nascessero spontaneamente da materiali in putrefazione. Gli importanti progressi conseguiti nella lotta contro le malattie infettive, uniti alle attuali conoscenze scientifiche sull'ecologia di questi mammiferi, consentono di dare una dimensione più reale dei rischi derivanti dalla convivenza uomo-roditore. Le malattie potenzialmente trasmesse dai roditori non sono infatti più gravi di quelle trasmissibili da altri animali, ne topi e ratti sono "costituzionalmente" più sporchi di altre specie. Esistono però delle basi biologiche che possono spiegare, almeno in parte, le ragioni di tale "impopolarità". Per un parassita (intendendo con questo termine qualsiasi organismo2 che vive a spese di un altro) avere come ospiti topi e ratti può comportare, nell'ambito delle proprie strategie evolutive, importanti vantaggi. Raftus norvegicus, Rattus raths, Mrrs dontestictrs sono specie ad elevata "valenza ecologica", capaci di sfruttare al meglio le risorse ambientali e le loro caratteristiche intrinseche di specie; si tratta cioè di animali vincenti da un punto di vista evolutivo. È facile ipotizzare che per un parassita, legare il proprio ciclo di trasmissione a questi roditori, possa comportare dei vantaggi. Così è, per esempio, dal punto di vista della diffusione geografica. Gran parte delle malattie nel cui ciclo di trasmissione topi e ratti svolgono un ruolo epidemiologico rilevante hanno una diffusione cosmopolita,. seguendo quella della specie ospite. Vantaggi derivano al parassita anche dalla forte densità di soggetti recettivi che si verifica nelle popolazioni di roditori; questo consente al parassita di mantenere livelli endemici di infezione nonchè la possibilità di contatto con nuovi soggetti e, perchè no, con nuove specie recettive. Occorre poi dire che molti parassiti capaci di trasmettersi all'interno di cicli silvestri, trovano nell'ambito dei cicli domestici, cioè di dinamiche ambientali fortemente condizionate dall'intervento umano, condizioni ideali per trasmettersi e diffondersi. Poter disporre di vettori o ospiti come i roditori può ulteriormente facilitare lo stabilirsi di cicli domestici e favorire il contatto tra uomo e parassita. Affrontare in maniera corretta il problema delle malattie trasmissibili dai roditori, come da qualsiasi altro animale in condizioni di libertà, significa quindi, non limitarsi a formulare un rigido elenco di potenziali agenti infettivi, ma indirizzarsi alla comprensione deli'ecologia della malattia stessa. Ecco perchè il medico veterinario nella gestione sanitaria delle popolazioni di roditori, analogamente a quella di qualsiasi specie selvatica vivente in condizioni di libertà, non può prescindere da una conoscenza dei fattori che ne regolano le dinamiche e, in particolare nel caso di specie infestanti, dei fattori che ne limitano l'incremento numerico (cd. fattori limitanti). Patogeni trasmessi dai roditori Gli agenti infettivi che vedono in ratti e topi potenziali "veicoli" per la loro diffusione sono numerosissimi (3). Nel concreto, però, sono relativamente poche, perlomeno nella realtà del nostro Paese. le malattie trasmissibili nel cui ciclo i roditori svolgono - un ruolo da un punto di vista epidemiologico (Tab. 1). Tra queste si annoverano leptospirosi, salmonellosi, malattia di Lvme,.. tifo murino, dermatomicosi, toxoplasmosi, imenolepiosi. Vi sono poi alcune malattie che, sia pur presenti in Italia, sono legate ai roditori in maniera marginale: leishmaniosi, trichinellosi da Trichinella britovi. Tra le infezioni delle quali si ignora la reale diffusione in Italia o per le quali è poco chiaro il molo svolto dai roditori, figurano: coriomeningite linfocitaria, encefalomiocardite da Cardiovirus, tularemia, febbre da morso di ratto, febbre bottonosa, pneumocistosi, capillariosi da Capillaria hepafica, infezioni da hantavirus. Importanti, ma non segnalate nel nostro Paese, sono I'echinococcosi/idatidosi da Echinococcus multilocularis, la miasi da Cochliomya hontinivorax e la trichinellosi da 3: spiralis. Tra le patologie sopra elencate figurano numerose malattie a carattere zoonosico. I motivi possono essere diversi, ma è possibile spiegare tale osservazione in termini3 ecologici considerando la plurimillenaria convivenza tra specie umana, roditori e parassiti di questi ultimi. Occorre infine considerare che, oltre a quello sanitario, altrettanto importante, soprattutto in termini economici, è il problema igienico dovuto alla contaminazione di ambienti, attrezzature, materie prime e prodotti finiti destinati all'alimentazione umana ed animale. In questa sede sono prese in considerazione soltanto le malattie che rivestono un'importanza per il nostro Paese e per le quali il ruolo epidemiologico svolto da ratti e topi è scientificamente ben documentato. Coriomeningite linfocitaria E un'infezione silente nei roditori che si manifesta clinicamente nell'uomo in forma similinfluenzale o, molto raramente, come meningoencefalite. L'agente eziologico è rappresentato da un Arenavirus che ha come serbatoio M. domesticus. La distribuzione geografica dell'infezione comprende tutti continenti escluso I'Antartide e sono descritte aree con prevalenza particolarmente elevata (4, 5, 6). Le principali fonti di contagio, che può verificarsi sia per via diretta tramite contatto o morso, che per via indiretta attraverso materiale ed ambienti contaminati, sono gli escreti ed i escreti dei soggetti infetti. Nell'ambito della specie serbatoio l'infezione si trasmette sia per via orizzontale che verticale (3). Febbre emorragica con sindrome renale Agenti responsabili di questa malattia nell'uomo sono virus ad RNA appartenenti alla famiglia Bunyaviridae denominati hantmirus. L'infezione è cosmopolita ed attnbuibile a diversi virus (Hantaan, Seoul, Puumala, Porogia, Belgrade), a patogenicità diversa ma tra loro strettamente correlati (7). Varie specie di roditori selvatici svolgono, nelle differenti aree geografiche, il ruolo di serbatoi e portatori asintomatici. Nell'uomo la malattia presenta due forme cliniche principali, la febbre emorragica con sindrome renale e la sindrome polmonare da hantavirus e la gravità del quadro clinico variabile da forme inapparenti a forme iperacute mortali (7). La diffusione dell'infezione da hantavirus nell'uomo e negli animali in Italia è poco conosciuta così come il ceppo virale coinvolto. In uno studio condotto in Italia su categorie professionali a rischio, è stata riscontrata sieropositività tra i mammologi, gli agricoltori, le guardie forestali, i cacciatori, gli alpini e, in generale, coloro che svolgono attività in ambito silvestre (8, 9). Sempre nell'uomo, Nuti e coll. (10) hanno osservato una sieroprevalenza del 2,3% su un totale di 1583 soggetti sani esaminati in differenti aree dell'italia centrale e settentrionale. Nel 1991 è stato descritto il primo caso di malattia nel nostro Paese (l l). Studi condotti dagli stessi Autori sulla popolazione murina della città di Roma hanno consentito di rilevare sieropositività nei confronti del vims nel ratto norvegico (26 soggetti positivi su 50 esaminati), nel ratto nero (3 su 18) e nel topo domestico (6 su 31) (10).4 Leptospirosi Le Leptospire patogene appartengono tutte alle specie Leplospira ~trterrop~s divisibile, in base alla caratterizzazione antigenica, in 25 sierognippi ed in quasi 180 sierovarianti (12). È noto che le leptospire presentano una scarsa resistenza nell'ambiente esterno; la loro trasmissione è quindi fortemente condizionata da questo fattore e nella loro storia evolutiva hanno progressivamente svi~u~;~ato, negli ambienti che colonizzavano, adattamenti nei confronti di diverse specie animali che hanno finito col rappresentare, per tali microorganismi, i cosiddetti "ospiti di mantenimento" (13). Caratteristiche dell'ospite di mantenimento sono: 1) elevata recettività all'infezione, che in tali specie assume carattere endemico; 2) scarsa tendenza a sviluppare malattia; 3) prolungata escrezione urinaria e facilità di trasmissione intraspecifica dell'infezione (14). La labilità delle leptospire ha obbligato tali parassiti ad elaborare "strategie di infezione" che gli consentissero di evitare, per quanto possibile, il contatto con l'ambiente esterno. La forte densità di individui che si verifica nelle comunità di roditori, rende probabilmente l'escrezione urinaria una importante via di contagio. Nell'ambito di uno studio realizzato su gran parte del territorio italiano è stata documentata nella popolazione umana di alcune regioni una larga diffusione dell'infezione sostenuta da ceppi a bassa vinilenza (15). In Italia le sierovarianti iclerohaenzorrhagiae e copetrhageni sono state isolate dal ratto norvegico con prevalenze variabili tra il 30 ed il 46%. Dal Rattus rattus sono state isolate leptospire appartenenti al sierotipo ballzimm ed icterohaemorrhagiae, mentre la sierovariante ballzinr arboreae è stata isolata dal M. donresticus (16, 17, 18). Salmonellosi I roditori sono spesso chiamati in causa nell'epidemiologia delle salmonellosi (12). In realtà, gli agenti responsabili di tali infezioni sono stati isolati dall'intestino di numerosissime specie di vertebrati e non è affatto chiaro o scontato il ruolo svolto dalle varie specie animali, e specialmente da quelle selvatiche, nell'epidemiologia dei diversi sierotipi di Salnzoìrella. Questo, anzi, rappresenta uno degli interrogativi più importanti nella lotta contro le salmonellosi, considerate attualmente, almeno in Europa, le zoonosi di maggior rilievo. In proposito, neli'ambito di uno studio condotto su allevamenti di ovaiole, è stata osservata positività per salmonella nei roditori, peraltro in percentuali notevoli, solo negli allevamenti nei quali ambiente ed animali allevati risultavano infetti (19). Tale osservazione porterebbe a concludere che, almeno in questo caso, i roditori non rappresentino la fonte dell'infezione ma solamente gli indicatori della sua presenza nell'ambiente. L'infezione si trasmette soprattutto per via indiretta attraverso la contaminazione ambientale da parte di soggetti infetti e portatori sani (3). In questo senso, la presenza di roditori in stabilimenti e magazzini - per la produzione e lo stoccaggio -- di alimenti destinati all'uomo ed agli animali può costituire un'importante fonte di contaminazione ed una eccezionale occasione di diffusione (12).5 Occorre poi dire che, almeno nei paesi economicamente più avanzati, il problema igienico dovuto alla contaminazione di ambienti, attrezzature, materie prime e prodotti finiti destinati all'alimentazione umana ed animale riveste un'importanza, se non altro dal punto di vista economico, ancora maggiore di quello sanitario. L'epidemiologia delle salmonellosi animali ed umane è estremamente complessa e la loro gestione sanitaria si mostra sempre più difficile in quanto tali agenti hanno trovato negli ambienti sovraeollati degli allevamenti intensivi e nelle nuove tecnologie impiegate nella moderna zootecnia condizioni ideali di soprawivenza e diffusione. Tularemia La tularemia è una classica zoonosi silvestre. Tuttavia in Toscana, durante l'epidemia che negli anni ha fatto registrare più di 300 casi di malattia nell'uomo, la fonte di infezione più importante sembra essere stata l'acqua di acquedotto probabilmente contaminata da animali morti o da roditori selvatici eliminatori (20). Questo a dimostrazione che i singoli ecosistemi non sono compartimenti stagni. Tra essi infatti si realizzano zone di contatto, non necessariamente fisico o diretto, chiamate "interfacce ecologiche", che consentono ai parassiti di uscire dal loro ciclo nidale e di parassitare altre specie animali, ampliando così la propria nicchia ecologica (2 1). In Europa gli animali piu frequentemente chiamati in causa come serbatoi di Francisella tularensis sono i lagomorfi (conigli e lepri) ed i piccoli roditori (topi, ratti, scoiattoli, ecc.), nei quali l'infezione può essere fatale (3). Le zecche fungono da vettori dell'agente e costituiscono importanti serbatoi del microrganismo nei periodi interepidemici essendo documentata in questi artropodi la possibilità di trasmissione transovarica dell'infezione (12). Febbre da morso di ratto Sotto questa denominazione comune si indicano due malattie umane occasionali e cosmopolite, ad andamento similinfluenzale, sostenute da due differenti specie batteriche, lo Spirillum minus e lo Streptobacilhs mortil~ormis (3). L'infezione è trasmessa attraverso il morso di ratti portatori asintomatici dei microrganismi a livello delle prime vie aeree o del faringe ma è documentata anche la trasmissione indiretta attraverso alimenti contaminati (3, 22). Malattia di Lyn~e La malattia di Lyine 6 un'altra zoonosi tipicamente silvestre che interessa particolarmente coloro che svolgono attività ricreative o professionali in aree boschive (9). L'agente eziologico, la Borrelia burgdorferi, viene trasmessa in natura da numerose specie di artropodi ed, in particolare, daiie zecche del genere Ixodes. In Italia il vettore principale della borrelia è Ixodes ricims, zecca parassita di mammiferi domestici (ovini, bovini, cani, conigli, ecc.) e selvatici (ungulati, lagomorii, ecc.) (23). L'infèzione, che presenta le incidenze più elevate nel nord della Penisola, ed in particolare lungo le coste liguri, i1 Friuli Venezia Giulia e l'area nei dintorni di Bologna, è fortemente condizionata dall'ecologia di I. ricirnrs e ne ricalca la diffusione (24).6 Molte specie animali, tra cui alcune specie di roditori selvatici rappresentano sia negli Stati Uniti (Peromyscus sp.), che in Europa (Apodemus sp.) importanti serbatoi dell'infezione (3); alcuni studi indicano comunque che anche specie maggiormente legate agli ambienti antropizzati come il ratto norvegico sono in grado di svolgere tale funzione (25). Tiyo murino Il tifo murino, il cui agente eziologico è rappresentato dalla Ricketlsia lyphi (R. mooseri), è una zoonosi sporadica a diffusione cosmopolita. L'infezione nell'uomo, spesso sottostimata, è ritenuta da alcuni studiosi la più diffusa infezione da rickettsia dell'uomo (26). I1 ciclo epidemiologico dell'agente riconosce nel ratto nero e nel ratto norvegico i principali serbatoi dell'agente, mentre nella pulce Xenopsilla cheopis il suo vettore. Molti altri animali domestici e selvatici, assieme ai loro ectoparassiti possono comunque essere implicati nell'epidemiologia dell'infezione (26). Il microrganismo è presente nel nostro Paese sebbene non vi siano informazioni precise sulla sua diffusione. Alcuni studi hanno documentato l'infezione nei roditori nelle isole Pontine situate al largo delle coste laziali, mentre casi asintomatici nell'uomo sono stati segnalati in Sicilia (27, 28). Febbre bottonosa La Rickettsia conorii è l'agente eziologico della febbre bottonosa, una malattia esantematica occasionalmente trasmessa all'uomo dalla zecca del cane, Rhipicephalus sanguineus. Assieme al cane, questo artropode rappresenta anche il principale serbatoio dell'agente poichè l'infezione si trasmette all'interno delle popolazioni di zecche attraverso la via transovarica (29) L'infezione si mantiene in natura nelle popolazioni di roditori selvatici attraverso le zecche loro parassiti (3). Uno studio condotto in alcune aree del Lazio ha evidenziato sieropositività per R. conorii rispettivamente nel 9,1; 3.5; 8,4 e 6,3% dei campioni provenienti da M. dontesticus, Apodemus sylvaticus, R. Rattus e R. norvegicus (30). Dernzatomicosi Sono infezioni estremamente diffise dei tessuti cheratinizzati causate da miceti (dermatofiti) appartenenti ai generi Microspum, Trichophyton ed Epidermophyton. Alcuni dermatofiti definiti geofili (ad es. M. gypseunz) vivono abitualmente nel suolo, ma possono essere patogeni per I'uomo e gli animali; altri (dermatofiti antropofili), propri della specie umana, difficilmente colpiscono gli animali; altri ancora (dermatofiti zoofili) sono patogeni soprattutto per gli animali ma possono occasionalmente infettare anche l'uomo. M canis, 7: verrucosum e 7: mentagrophytes sono le specie zoofile più frequentemente isolate da casi di malattia nell'uomo. Gli animali sono i serbatoi dei dermatofiti zoofili; in particolare, T. mentagrophytes var. mentagrophytes si isola con relativa frequenza da roditori selvatici. Studi condotti in Italia hanno consentito di riscontrare, su 63 esemplari di R. norvegr'c~~s esaminati, 12 soggetti positivi (9 per T. mentagrophytes var. mentagrophytes,7 1 per M. canis. l per T. ajelloi ed 1 per M. gypseum), su 75 ratti neri, 5 soggetti positivi (1 per T. mentagrophytes m., 1 per M. canis, 1 per M, gypseum e 2 per T. terrestre), su 149 topi domestici, 20 esemplari positivi (10 per 7: mentagrophytes var. mentagrophytes., 2 per M canis, 4 per M. gypseum e 4 per T. terrestre) (3 1,32). Leishmaniosi Entrambe le forme di leishmaniosi (viscerale e cutanea) riscontrabili nell'area mediterranea sono malattie a carattere zoonosico. I1 cane rappresenta il più importante serbatoio per la leishmaniosi viscerale da L. infantum (3). Diversamente da quanto accade nell'africa mediterranea, dove il serbatoio della leishmaniosi cutanea è rappresentato dai roditori, il ruolo epidemiologico che essi rivestono nel nostro Paese nei confronti della leishmaniosi viscerale non è chiaro. Il ratto nero ti chiamato in causa come possibile serbatoio di L. infantum in Italia, Spagna ed Arabia Saudita (33). In Italia ne sono stati isolati 4 ceppi da un totale di 237 esemplari catturati in due diverse località della provincia di Grosseto (34, 35). Ricerche svolte in altre aree del Mediterraneo dove erano presenti focolai attivi di leishmaniosi viscerale umana e canina, non hanno, comunque, rivelato infezioni da L. i~fantum nel ratto nero. Nonostante gli isolamenti effettuati, questo roditore potrebbe perciò essere non essenziale per il mantenimento del ciclo naturale del parassita, rappresentando, cioè, solo un epifenomeno rispetto al ciclo di trasmissione che vede coinvolto il cane (Gradoni, com. pers.). Ricerche condotte in tutto il mondo (Italia compresa) su Raftus norvegr'cus e Mus domesticus, non hanno evidenziato alcun ruolo di queste specie nell'epidemiologia della leishmaniosi (Gradoni, com. pers.). Toxoplasmosi I roditori rappresentano importanti ospiti intermedi di Toxoplasma gondii. Ricerche condotte da Zardi e Colleghi in provincia di Grosseto hanno evidenziato il parassita in 54 esemplari di ratto nero su 143 esaminati (36). Alcuni studi condotti in Inghilterra sul ratto norvegico hanno dimostrato che anche in questa specie la prevalenza dell'infezione risulta molto elevata (35%). che questa si. perpetua - all'interno delle. popolazioni - di ratti sperimentalmente mantenuti in assenza di gatti con prevalerne analoghe alle popolazioni selvatiche, ed infine che la trasmissione per via transplacentare è quella più importante nelle popolazioni selvatiche di ratti (37). Trichinellosi Fino al 1972 si riteneva che il genere Trichinella fosse monospecifico e che mancasse di ospite-specificità. Oggi, in realtà, in base a prove di ibridizzazione crociata e di caratterizzazione biochimico-immunologica, si conoscono almeno 8 differenti taxa di Trichinella (38). In Italia, il principale serbatoio del parassita, Trichinella britovi, è la volpe. Il parassita è stato comunque isolato da un gran numero di mammiferi domestici e selvatici, nonché dal Ratfus norvegrcus e Rattus ratttrs (39).8 I ratti ed i topi (Mus domesticus, Apodemus sp., ecc.) si mostrano poco recettivi all'infezione da T. britovi. In particolari situazioni legate a comportamenti scorretti da parte dell'uomo (abbandono in discariche abusive di carcasse di volpi, di avanzi della macellazione di cinghiali o suini infetti), questi roditori possono contrarre l'infezione. Il loro ruolo di serbatoio è però imlevante in quanto solo un numero esiguo di larve riesce a raggiungere la maturità, di queste solo poche si accoppiano e sono feconde, il numero di larve vitali è estremamente esiguo e di queste, una volta raggiunti i musoli dei roditori, solo alcune diventano infettanti. Infine, la loro risposta immunitaria distrugge rapidamente tali forme larvali ed il ratto può essere considerato libero da trichinelle dopo giorni dall'ingestione del pasto infetto (Pozio, com. pers.). Tuttavia, poichè esiste il pericolo di un'introduzione accidentale nel nostro Paese di T. spiralis, che riconosce in ratti e topi dei buoni serbatoi, il controllo delle popolazioni murine negli ambienti urbani e periurbani rappresenta un importante azione di profilassi. Anche in questo caso occorre comunque dire che popolazioni infette di roditori non sono in grado di perpetuare per lungo tempo il ciclo di T. spiralis senza un continuo apporto di carne infetta nell'ambiente (Pozio, com. pers.). L'infezione nell'uomo si verifica per ingestione di insaccati, carni crude o poco cotte. Le fonti di infezione dei focolai umani verificatisi in Italia sono state carni di suino, cinghiale, volpe e cavallo; in quest'ultimo caso si trattava sempre di equini importati. Inlenolepiosi E una malattia sostenuta da cestodi appartenenti alle specie Hymenolep~s nana e H. diminuta. La prima, propria dell'uomo, è relativamente frequente in Italia; presenta un ciclo di trasmissione orofecale senza ospiti intermedi sebbene in condizioni ambientali a ridotto livello igienico i ratti possano risultare parassitati. H. diminuta è, come la specie precedente, cosmopolita. Parassita comune del ratto, esige per la realizzazione del suo ciclo la presenza di un ospite intermedio rappresentato da diverse specie di invertebrati (in particolare coleotteri del genere Tenebrio). Il ciclo maggiormente complesso di H. d~nzirruia rispetto ad H. nana, che richiede l'intervento di un insetto come ospite intermedio, può in parte spiegare la rarità dell'infezione umana (3). Oltre alle zoonosi di maggior rilievo, altre malattie infettive, spesso di tipo opportunistico, hanno acquisito particolare importanza per la loro forte incidenza in pazienti che presentano stati di immunodeficienza. Tra queste, candidosi, criptosporidiosi, pneumocistosi. Anche nel caso di queste patologie occorre però dire che il ruolo epidemiologico svolto dai roditori è pressocchè sconosciuto. Gestione sanitaria La gestione sanitaria delle specie selvatiche presenta aspetti profondamente diversi a seconda del valore biologico o conservazionistico della specie interessata. La lotta alle9 malattie trasmissibili può essere di tipo diretto se rivolta nei confronti del patogeno, indiretto se rivolta verso la specie serbatoio. Quando quest'ultima assume il ruolo di "infestante", riducendosi l'urgenza della sua tutela e conservazione, la gestione sanitaria riconosce proprio nella lotta contro di essa uno dei più efficaci strumenti di controllo del patogeno. Quindi, come criterio di approccio generale, il problema delle specie infestanti va considerato unitamente a quello delle malattie da esse trasmesse. All'aumento numerico di una specie animale su di un determinato territorio segue, generalmente, un aumento dei suoi parassiti. Ecco perchè per ottenere i migliori risultati nella lotta antimurina il problema, anche dal punto di vista sanitario, va affrontato in termini ecologici, cioè attraverso un approccio unitario e globale che consideri il fenomeno nel suo divenire biologico e non semplicemente come un problema al quale porre rapidamente rimedio (40). In tale prospettiva di studio e di intervento, è bene sottolineare che l'isolamento di un parassita da una specie animale non fornisce di per se alcuna informazione di carattere epidemiologico; proprio per l'estrema dinamicità del rapporto fra ospite e parassita, risulta determinante, nell'impostare strategie di lotta e profilassi, chiarire il ruolo realmente svolto dalle diverse specie animali, ed in questo caso dai roditori, nell'epidemiologia delle malattie trasmissibili. Il metodo più adatto allo studio e, di conseguenza, al controllo delle malattie infettive legate alle specie selvatiche è perciò il cosiddetto "metodo ecologico" che fonda i principi applicativi della gestione sanitaria sull'attenta analisi dei rapporti esistenti tra le diverse componenti biotiche ed abiotiche dell'ecosistema. Occorre infine ribadire, nella lotta contro le malattie trasmissibili a carattere zoonosico, la necessità di un adeguato flusso informativo, all'interno delle strutture sanitarie pubbliche, tra medici, veterinari e biologi per la realizzazione di programmi di sorveglianza epidemiologica in grado di identificare e compilare, integrando i dati provenienti dalle diverse fonti, fattori e mappe di rischio. Ringraziamenti Si ringraziano la Dr.ssa E. Lasagna, il Dr. E. Pozio, il Dr. L. Gradoni ed il Dr. R. Zanetti per le informazioni e la cortese collaborazione fornita. Bibliografia 1. H. Zinser. Rats, Lice and History. Pocket Bwk Edition, N.Y., 1934 (17a rismnpa, 1945) 2. F.M. Nigrisoli. Lettera del dottore Francesco Maria Nigrisoli, Nella quale si considera l'invasione fatta da Topi nelle campagne di Roma l'anno MDCCX FerraraJ P.N. Acha, B. Szyfres. Zwnoses et maladies trasmissibles communes à I'homme et aux animaux. Onice Intemational des Epizwties. Paris, 1989.10 Virus 4. P.B. 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Varie misure sono state realizzate, sia a livello scientifico che sul piano normativa, per definire le caratteristiche intrinseche delle sostanze, per conoscere le situazioni e le modalità con cui esse vengono impiegate e per poter conoscere e quindi controllare l'esposizione umana ed ambientale ad esse. I problemi connessi con i prodotti chimici, che comunemente vengono presentati distinti in rischi per l'uomo, rischi per gli animali, rischi per gli organismi bersaglio indiretti e per l'ambiente, comportano la necessità di conoscere preventivamente, per poter quindi contenere, tutti i possibili effetti sfavorevoli, con l'unica eccezioni di quelli, diretti e desiderati, nei confronti degli organismi che si intendono controllare e combattere. I rischi per I'ambiente di un prodotto chimico (o meglio di una sua formulazione commerciale che lo contenga) dipendono dalle caratteristiche chimico-fisiche del composto, da!le sue proprietà tossiche, dalle quantità applicate, dal tipo delle formulazioni utilizzabili, dai metodi e dai tempi di applicazione, dall'intensità dell'uso, oltre che dalla mobilità e dalla persistenza del composto nel terreno o meglio nell'ambiente prima che un prodotto sia ammesso all'impiego e con lo scopo di identificare le forme ed i modi più sicuri dell'impiego stesso, una serie di informazioni devono pertanto essere disponibili e valutate. Elementi importanti, da conoscere preventivamente, sono i dati chimico-fisici relaltivi sia al composto attivo sia ai suoi preparati commerciali. Le conoscenze sulle caratteristiche chimico-fisiche serviranno anche per inquadrare ed interpretare dati di altra natura, quale quelli tossicologici, metabolici ed ambientali, oltre che consentire di individuare le forme corrette utilizzabili nella pratica dell'impiego. Le proprietà tossicologiche di ogni singolo composto devono essere saggiate e conosciute in modo completo; le conoscenze acquisite in relazione ad ogni composto dovrebbero consentire di valutare inoltre aspetti quali quelli relativi a: a) ogni possibile rischio nei confronti degli operatori che prepareranno o applicheranno il prodotto e le misure precauzionali più idonee da adottare; b) il metodo più idoneo per il trattamento delle intossicazioni acute accidentali; C) il tipo dei preparati, la loro idoneità e sicurezza, il loro confezionamento e quali informazioni debbano essere indicate nelle etichette per garantire il commercio e l'impiego sicuro.15 Le conoscenze tossicologiche necessarie debbono riguardare, per ogni composto o preparato, - la tossicità acuta; - il potere imtante; - la tossicità a lungo termine o cronica; - il potenziale potere carcinogeno, mutageno e teratogeno. Gli studi sommariamente qui indicati si articolano in ricerche specifiche ed in forme operative dettagliatamente individuate e sostanzialmente codificate nell'ambito della comunità scientifica internazionale. L'insieme dei test effettuati sugli animali hanno lo scopo di consentire di conoscere il comportamento di ogni composto, il tipo ed i meccanismi della sua tossicità. Queste conoscenze vanno poi interpretate in termini di probabiità di effetti sull'uomo, sulla base di similitudini conosciute o di differenze note tra gli animali sperimentali e l'uomo stesso. Gli effetti ambientali, ed anche qui siamo costretti necessariamente a schematizzare, dipendono essenzialmente dai seguenti punti: a) dimensione dell'applicazione (varietà degli usi e ripetizione dei trattamenti); b) destino ambientale (possibilità di persistenza in comparti dell'ambiente); C) effetti su specie residenti non oggetto degli interventi. Studi di questo tipo comprendono quelli sulla degradazione chimico-fisica, studi di metabolismo che consentano di identificare il tipo e l'entità dei composti che si generano nel suolo o nell'acqua; studi di mobilità che individuano i movimenti probabili di un composto al di fuori della zona di applicazione, attraverso i meccanismi di percolazione e di volatilità; studi di dissipazione ambientale, effettuati in situazioni reali, allo scopo di confermare i dati preventivamente ottenuti dagli studi di laboratorio; infine studi di accumulo che tendono a verificare la possibilità di un composto do prodotti derivati presenti nel terreno, di essere assunto dalle colture o di accumularsi nei pesci o in altri organismi residenti. Tra i dati che è necessario conoscere per valutare i riflessi dell'impiego di un composto ci sono inoltre necessariamente quelli che riguardano gli effetti acuti e diretti sulle specie presenti, tra questi sono compresi quelli che riguardano la tossicità acuta nei confronti di uccelli diversi, la tossicità acuta verso selezionate specie di pesci e la tossicsità acuta e per contatto nei confronti delle api. Il complesso processo di esame e di valutazione delle caratteristiche di una sostanza chimica si conclude con I'individuazione di alcuni parametri di tipo scientifico che vengono poi interpretati e trasferiti al livello applicativo e normativo (Fig. 1). Le considerazioni sommariamente qui esposte per le sostanze chimiche si applicano naturalmente anche al caso dei preparati ratticidi di cui ci interessiamo in questa circostanza, sia per quanto riguarda le esigenze conoscitive relative ai principi attivi ed ai preparati che li contengono, sia in relazione alle possibili e diverse situazionoi in cui bisogna adottare misure per ridurre i rischi di esposizione, sia ancora per i requisiti di efficacia e di sicurezza richiesti dal consumatore (Fig. 2).16 Mentre per i dati concernenti le proprietà chimico-fisiche, quelle tossicologicl~e a breve medio e lungo termine, e quelle ambientali è possibile fare riferimento a procedure ed ai protocolli richiesti per altre categorie di sostanze chimiche. una particolare e specifica considerazione richiede la verifica dell'efficacia di un prodotto ratticida In questo settore, per quanto esistano indirizzi ed orientamenti generati da organismi specifici (es. OMS e OEPP) non si è ancora pervenuti alla individuazione di protocolli sperimentali definiti e universalmente accettati. Si procede quindi secondo metodi pratici aventi differente peso e consistenza e grado di adabilità (Fig. 3) Questo della utilizzazione di protocolli consolidali per la verifica dell'idoneità di un preparato ratticida, in particolare l'efficacia, mi sembra un argomento di particolare importanza in quanto mette in luce l'esigenza di pervenire a metodi che siano capaci di rappresentare la validità del preparato non solo nelle situazioni di laboratorio, generalmente meglio definibili e controllabili. ma in quelle, enormemente più complesse e variabili, dell'impiego reale sul campo. Ora ritengo sia opportuno fare riferimento alla situazione regolatoria italiana. I prodotti per il trattamento delle infestazioni, per uso ambientale e destinati a combattere organismi animali e vegetali nocivi all'ambiente da usare nel settore civile, domestico, veterinario ed umano, compresi i ratticidi, sono inclusi in Italia nella categoria dei presidi medico-chirurgici (PMC) regolati, da ultimo, con il Decreto Presidente della Repubblica del 15 marzo 1986, N. 128 (GU 98 del ). l1 decreto ora citato indica le diverse categorie di preparati regolati da questa norma e le procedure da seguire per ottenere l'autorizzazione all'immissione in commercio. Per le categorie di preparati indicati come classe I11 e IV dell'art. 2 (classe 111: insetticidi, insettorepellenti e disinfestanti destinati ad essere usati sull'uomo e sull'animale; classe ]V: insetticidi, insettorepellenti e disinfestanti per uso ambientale ed altri prodotti destinati a combattere organismi animali e vegetali nocivi all'ambiente, esclusi i prodotti disciplinati dal regolamento approvato con DPR 3 agosto 1968, N e relativi prowedimenti di attuazione) il Consiglio Superiore di Sanità ha indicato la documentazione da produrre (Tab. 1) a supporto della domanda di registrazione di un preparato che contenga un principio attivo non introdotto per la prima volta e perciò già conosciuto. Infatti, con DPR n. 223 del 24 maggio 1988 sono state recepite in Italia le direttive CEE sulla classificazione, etichettatura ed imballaggio dei preparati pericolosi antiparassitari di impiego sia agricolo (presidi sanitari, ora "prodotti fitosanitari" (Dec. Leg.vo N. 194 del 17 marzo 1995) che di impiego non agricolo (presidi medicochimrgici). I criteri riportati nel decreto costituiscono le guida per la classificazione di tali preparati da sottoporre alle procedure di registrazione. Di conseguenza con due distinti decreti sono state dettate norme per l'adeguamento della classificazione, etichettatura ed imballaggio dei preparati antiparassitari pericolosi (DM N. 258 del 2 agosto 1990 GU , per i presidi sanitari e DM 25 giugno GU per i PMC).17 In tali decreti sono riportati, tra l'altro, gli elenchi di tutte le sostanze attive antiparassitarie autorizzate in Italia, 150 circa per i PMC e 260 per i presidi sanitari, con la relativa classe tossicologica, i valori di tossicità acuta (orale o dermale o inalatoria) sperimentale o convenzionale, i simboli di pericolo, le frasi di richio (frasi R) e di pmdenza (frasi S). I composti ad azione ratticida compresi nell'elenco di cui al DPR sono stati riportati nella tabella 2, mentre la tabella 3 descrive la composizione di alcuni preparati contenenti principi attivi ad azione ratticida registrati in Italia. Nell'allegato al DM 25 giugno 1990 sono riportate anche le sostanze classificate come non pericolose (NC), mentre l'allegato I del DM 258 del 2 agosto 1990 riporta solo le sostanze classificate come pericolose. E' da osservare peraltro, che le sostanze contenute in tali allegati non sono unicamente quelle previste nella direttiva CEE, ma tutte quelle autorizzate, per i due diversi specifici settori in Italia. Infatti in sede nazionale si è deciso di sottoporre a classificazione tutte le sostanze antiparassitarie autorizzate applicando i criteri di classificazione della direttiva CEE. L'autorizzazione all'impiego di un preparato antiparassitario contenente un nuovo principio attivo viene valutata sulla base della documentazione sperimentale che la Società deve presentare a corredo della domanda di registrazione, come richiesto per ogni altra sostanza chimica nuova. Tale documentazione deve comprendere studi tossicologici ed ambientali sviluppati secondo protocolli di studio riconosciuti a livello internazionale (OECD,CEE) e secondo procedure regolamentate da apposite normative (buona pratica di laboratorio), che permette di identificare tutti i tipi possibili di rischio potenziale per la salute umana, derivante dalla distribuzione nell'ambiente della sostanza. Tale documentazione deve comprendere, tra l'altro, dati chimico-fisici, aggiornati studi tossicologici riguardanti la tossicità acuta per le diverse vie di somministrazione, tests di imtazione dermale ed oculare e di sensibilizzazione, sia del principio attivo che del prepartao di cui si chiede la registrazione, nonche studi di tossicità a medio e lungo termine (neurotossicità, cancerogenesi, mutagenesi, teratogenesi, studi multigenerazionali). In generale la classificazione del principio attivo e del preparato si effettua sulla base della tossicità acuta (espressa come DL50 o CL50). Se si osservano negli studi di tossicità sub-acuta, o a medio o a lungo termine (ad es. studi di sensibilizzazione, di newotossicità, cancerogenesi, mutagenesi, teratogenesi) specifici effetti, il principio attivo ed il preparato vanno classificati in relazione anche ai risultati di tali studi. Il DPR n richiede per l& classificazione di un preparato: a) specifiche prove di tossicità acuta sul preparato stesso ma prevede anche la possibilità che, in alternativa, b) la classificazione possa essere effettuata con il metodo di calcolo sulla base della tossicità dei diversi componenti il preparato, salva la possibilità che, qualora sussistano dubbi sulla correttezza del risultato, possano essere comunque richieste le prove biologiche.18 19 - delle prove sperimentali, effettuate dai produttori a sostegno della richiesta di autorizzazione di un biocida e ufficialmente riconosciute dallo Stato che ha rilasciato l'autorizzazione di riferimento. C) Gli Stati membri devono applicare principi uniformi (attualmente in fase-di elaborazione) per la valutazione dei dati e per la decisione relativa alla concessione di una autorizzazione. d) Gli Stati membri devono esigere la presentazione a corredo di una domanda di autorizzazione di un biocida delle documentazioni tecnico-scientifiche (saggi biologici, prove tossicologiche, ecotossicologiche, ambientali), necessarie per l'accertamento delle proprietà di una sostanza attiva e di un biocida, definite dalla Direttiva agli allegati I1 (per le sostanze attive) e I11 (per i prodotti formulati). Essendo l'omogeneità delle richieste dei dati sperimentali un elemento importante ai fini dell'armonizzazione comunitaria dei sistemi nazionali di autorizzazione dei biocidi, la definizione dei requisiti relativi alla documentazione rappresenta una competenza comunitaria e non dei singoli Stati. e) Gli Stati membri devono adottare un regime di protezione delle documentazioni tecnico-scientifiche presentate a sostegno di domande di autorizzazione f) Gli Stati membri devono garantire il controllo ubiciale sul commercio e sull'impiego dei biocidi, compresa la raccolta dei dati sugli eventuali effetti sfavorevoli (es. intossicazioni). Si tratta, come si vede, di un complesso di norme e di procedure molto articolato (qui segnalato in modo molto sintetico) che hanno lo scopo di instaurare una procedura comune tendente alla gestione uniforme di questo settore in tutto il temtorio dell'unione Europea. Bibliografia OECD, Paris, Guidelines for testing of Chemicals OEPP-EPW, Guidelines for the biologica1 evaluation of rcdenticides N. 1 Laboratory tests for evaluation of the toxicity and acceptability of rodenticides and rodenticide preparations.n. 2. Field tests against Synanthropic rodents (Musmusculus, Rattus nowegiens, R. rattus). CEE Proposta di direttiva del Consiglio relativa all'immissione sul mercato di biocidi. GU C.E. - N.C del20 Conclusioni tossicologiche - individuazione del tipo di rischio - informazioni per la diagnosi ed il trattamento delle intossicazioni - identificazione dei livelli accettabili diesposizione (NOEL - ADI, AOEL) Conclusioni pratiche e normative - indicazioni relative al rischio - precauzioni per gli operatori - precauzioni per la salvaguardia degli animali domestici, degli organismi ambientali utili e dell'ambiente - impieghi ammissibili e COIIdiZioni dell'impiego Figura 1. Valutazione di una nuova sostanza attiva Un preparato ratticida deve rispondere a 2 esigenze prioritarie: 1) massima garamia di sicurezza (riduziondcontrollo dei rischi) -preparazione p.a. - preparazione delle formulazioni - trasporto,distribuzione, stoccaggio - impiego: operatori ambiente organismi ambientali -pulizia e manutenzione macchinario - smaltimento rimanenzelrecipienti 2) rispondenza alle aspettative del consumatore (requisiti. -efficacia nelle condizioni d'uso - composizione accertabile -stabilità nel tempo - confezionamento appmpriato - indicazioni adeguate per I'uso efficace - indicazione dei rischi e delle misure precauzionali (etichetta) Figura 2. Conoscenza dei rischi - caratteristiche intrinseche dei principi attivi Vedere altro
in base all agente eziologico Batteriche: borreliosi di Lyme, brucellosi, carbonchio, clamidiosi, febbre bottonosa, febbre Q, leptospirosi, listeriosi, salmonellosi, tbc, tularemia... Virali: coriomeningite Dettagli Cap. 1. Cap. 1.1 La valutazione del rischio ambientale dei prodotti chimici nei processi decisionali
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 Art. 2
 Art.2
 ARTICOLO 6
 Art. 3
 Art. 4
 Art. 6
 Art. 9
 Art. 74
 art. 222
 Art. 221
 Art. 222