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Timestamp: 2017-10-17 11:28:12+00:00

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1.-3, 28, 101 Cost.: il percorso cabalistico della responsabilità dei magistrati.
1.- Che in qualunque sistema giuridico democratico all’attribuzione di un potere ad un soggetto corrisponda la correlativa attribuzione di una responsabilità (in una o più delle sue diverse forme: penale, civile, amministrativa, contabile, politica) costituisce un dato pacifico quasi lapalissiano, seppur non per questo di minor interesse sotto il profilo dell’indagine scientifica[1].
Le ipotesi di esercizio di un potere caratterizzato in termini di “irresponsabilità” sono infatti talmente eccezionali, specie a livello costituzionale[2], da confermare che la regola generale non possa che essere quella legata al binomio concettuale potere/responsabilità (o, meglio, al trinomio potere /dovere/ responsabilità)[3].
Ciò d’altronde è in linea con la altrettanto generale regola della riconducibilità degli effetti dell’agire (umano o istituzionale) appunto al soggetto agente, specie quando tali effetti consistano nella lesione di situazioni giuridiche tutelate[4].
Ne consegue – se è vero, come si ritiene che sia – che se «la responsabilità porta con sé l’esistenza di limiti alla libertà di autodeterminazione di chi è ad essa soggetto»[5], potrebbe ammettersi un’eccezione al binomio potere/responsabilità solo nei casi in cui la previsione di quest’ultima possa tradursi in una forma di “dipendenza” del soggetto agente nell’esercizio di poteri attribuiti direttamente dalla Costituzione nell’ambito di una sfera di autonomia privilegiata[6].
In sostanza – almeno sotto il profilo strettamente costituzionale – l’analisi del rapporto tra potere e responsabilità potrebbe condurre a risultati non corretti ove la stessa non venisse ampliata considerando l’eventuale connotazione (costituzionale) dello specifico potere in termini di “autonomia” o “indipendenza” tali da far sì che un esercizio “responsabilizzato” dello stesso finirebbe per condizionare o – peggio – impedirne l’uso corretto.
In altri termini, il nesso eziologico tra potere/dovere e responsabilità[7] appare scindibile solo in presenza di una espressa disposizione costituzionale in tal senso, evidentemente finalizzata ad equilibrare le sfere di autonomia dei diversi soggetti ai quali la Costituzione stessa attribuisce un particolare status di indipendenza.
2.- Volendo affrontare il problema della responsabilità con riferimento alla magistratura, il punto di partenza non può non essere costituito dalla circostanza che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge” (art. 101, comma 2, Cost.) e che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104. comma 1).
Se tali due disposizioni costituzionali siano in grado di bloccare in qualche modo il principio generale della responsabilità personale dei pubblici dipendenti (inclusi, quindi, i magistrati) ex art. 28 Cost. costituisce argomento di innumerevoli dibattiti dogmatici, che hanno offerto altrettanti spunti di riflessione critica nelle più diverse direzioni.
La maggior parte degli interventi dottrinali in proposito hanno ritenuto di individuare proprio nella indipendenza della magistratura e nella soggezione dei magistrati solo alla legge i due cardini sui quali poggiare la tesi della sottrazione dei giudici al regime generale della responsabilità ex art. 28.
Senonché siffatto ordine di argomentazioni – anche ad un primo approccio molto generale – non appare pienamente convincente.
In proposito è fuor di dubbio che la magistratura costituisca un potere indipendente da tutti gli altri[8]. Ma tale indipendenza può costituire condizione di per sé sola sufficiente a giustificare la “irresponsabilità” dei magistrati? Ad avviso di chi scrive, no. L’indipendenza e l’autonomia non costituiscono elemento caratterizzante del solo potere giurisdizionale, bensì connotano in senso identico tutti i poteri dello Stato.
Né pare di poter affermare – alla luce dei pacifici profili del principio della separazione o della concorrenza dei poteri – che l’ordine giudiziario possa godere di una forma di indipendenza “rinforzata” rispetto agli altri poteri, creando una ingiustificata (ed ingiustificabile) discrepanza nel sistema di equilibrio tra i poteri dello Stato.
Se il grado di indipendenza ed autonomia assegnato ai diversi poteri deve intendersi in senso egualitario – dovendo altrimenti ammettersi che possa esistere un potere più indipendente degli altri, il che non pare francamente ammissibile – non è dato comprendere per quale motivo gli organi del potere esecutivo debbano soggiacere alla responsabilità personale ex art. 28 ed i magistrati (incardinati nel potere giurisdizionale) debbano invece esserne esentati.
Né a diverse conclusioni portano le argomentazioni di chi ha ritenuto di collegare la irresponsabilità dei magistrati alla necessità di assicurare la loro autonomia ed indipendenza al fine di conseguire il risultato della piena imparzialità e terzietà del loro operato. A tal proposito sarebbe infatti facile replicare che l’imparzialità e la terzietà devono costituire il tratto caratteristico dell’agire di qualunque organo dello Stato apparato ed in tal senso risultano codificati quale specifico obbligo sancito dall’art. 97 Cost. per quanto riguarda tutti i pubblici uffici. Per cui sarebbe per lo meno difficile giustificare – sotto tale profilo – una simile disparità di trattamento tra uffici del potere esecutivo ed uffici del potere giudiziario.
Certo, neppure può ignorarsi la (corretta) distinzione operata da chi ha evidenziato come l’imparzialità del giudice sia aspetto differente rispetto a quella richiesta in via generale alla pubblica amministrazione dall’art. 97 Cost., atteso che «a differenza della posizione della P.A., quella del giudice deve essere definita –in modo primario– in relazione al principio di soggezione alla legge, rispetto alla quale nessun margine di autonomia nella scelta delle soluzioni da adottare per i conflitti di interesse è rilasciato al giudice: la sua “discrezionalità” esplicandosi esclusivamente entro i limiti del potere di interpretazione, con tutte le implicazioni che ne derivano» [9].
3.- In realtà, com’è ben noto, la lettura dell’art. 28 Cost. da parte della Corte costituzionale ha lasciato aperti diversi spiragli ad ipotesi di “irresponsabilità” o di responsabilità parziale (nel senso di indiretta). Così è stato, ad esempio, proprio nel caso della sentenza n. 26 del (16 gennaio) 3 febbraio 1987 relativa all’ammissibilità del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, nella quale la Corte ha ritenuto che la circostanza che in materia “vi sia posto per scelte legislative discende proprio dall’art. 28 Cost., dove […] trova affermazione «un principio valevole per tutti coloro che, sia pure magistrati, svolgono attività statale: un principio generale che da una parte le rende personalmente responsabili, ma dall’altra non esclude, perché la norma rinvia alle leggi ordinarie, che codesta responsabilità sia disciplinata variamente per categorie o per situazioni»”. In sostanza, l’art. 28 consentirebbe “scelte plurime, anche se non illimitate, in quanto la peculiarità delle funzioni giudiziarie e la natura dei relativi provvedimenti suggeriscono condizioni e limiti alla responsabilità dei magistrati, specie in considerazione dei disposti costituzionali appositamente dettati per la Magistratura (artt. 101-113), a tutela della sua indipendenza e dell’autonomia delle sue funzioni”[10].
Parimenti conforme all’art. 28 Cost. è stato ritenuto, poi, l’art. 61, comma 2, della Legge n. 312/1980 nella parte in cui prevede una responsabilità solo indiretta degli insegnanti statali per culpa in vigilando, attribuendo la responsabilità verso terzi direttamente all’Amministrazione (salva la possibilità di rivalersi sugli insegnanti per i casi di dolo o colpa grave)[11]. Anche in tal caso la Corte ha ribadito che l’art. 28 “ha inteso attribuire al legislatore una discrezionalità che, tenendo conto della complessità delle esigenze e degli interessi a confronto, gli consentisse di limitare la responsabilità diretta dei pubblici dipendenti in relazione all’elemento psicologico, sia di escluderla, in riferimento a determinate fattispecie, per talune categorie di soggetti tenuti”, per cui “l’affermazione, in linea di principio, della responsabilità dell’agente dello Stato e degli enti pubblici non esclude la possibilità che, nei confronti dell’agente, siano previste regole particolari e differenziate, rispetto ai principi comuni”[12].
Per quel che riguarda più strettamente l’applicabilità dell’art.28 Cost. ai magistrati, già nella sentenza n. 2 del 1968, in sede di interpretazione di tale disposizione in relazione alla disciplina della responsabilità civile dei magistrati contenuta negli allora vigenti articoli 55 e 74 c.p.c., si era chiarito che “la «diretta responsabilità» secondo le leggi penali, civili e amministrative, ivi prevista a carico dei funzionari e i dipendenti dello Stato per gli atti compiuti in violazione di diritti, riguarda anche gli appartenenti all’ordine giudiziario, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e del giudice non ponendo l’una al di là dello Stato, quasi legibus soluta, né l’altro fuori dell’organizzazione statale”.
Anche dopo l’entrata in vigore della Legge n. 117 del 1988, relativamente tanto alla diretta responsabilità verso i terzi danneggiati in caso di reato, quanto alla soggezione all’azione di rivalsa dello Stato, si era confermato che “il magistrato deve essere indipendente da poteri e da interessi estranei alla giurisdizione, ma è “soggetto alla legge”; alla Costituzione innanzi tutto, che sancisce, ad un tempo, il principio d’indipendenza (artt. 101, 104 e 108) e quello di responsabilità (art. 28) al fine di assicurare che la posizione super partes del magistrato non sia mai disgiunta dal corretto esercizio della sua alta funzione” (sent. n. 18 del 1989).
In sostanza, “gli artt. 101, 102, 104 e 108 Cost. –indipendentemente dall’esame della pertinenza di tutte queste disposizioni al caso in esame– [13] non valgono ad assicurare al giudice uno status di assoluta irresponsabilità, pur quando si tratti di esercizio delle sue funzioni riconducibili alla più rigorosa e stretta nozione di giurisdizione” per cui ne deriva “la conciliabilità in linea di principio dell’indipendenza della funzione giudiziaria con la responsabilità nel suo esercizio, non solo con quella civile, oltre che penale, ma anche amministrativa, nelle sue diverse forme” (sent. n. 385 del 1996).
Dal che si deduce (in sostanziale parallelo con la conclusione raggiunta a proposito dell’interpretazione dell’art. 103, comma 2, Cost.) che, “anche sotto il profilo della previsione dei diversi tipi di responsabilità in cui possono incorrere i giudici, la Costituzione lascia aperto un campo all’esplicazione della discrezionalità del legislatore” (ancora sent. n. 385 del 1996).
Gli orientamenti giurisprudenziali della Corte di Giustizia europea in materia di responsabilità dei magistrati.
La Corte di Giustizia europea si è occupata in più occasioni della tematica della responsabilità dei magistrati. Ciò è avvenuto, in particolare, nelle sentenze 19 novembre 1991 (cause riunite C-6190 e C-9/90, Francovich ed aa.: Racc. I-5357), 5 marzo 1996 (cause riunite C-46/93 e C-48/93, Brasserie du pécheur et Factortame: Racc. I-1029), 30 settembre 2003 (causa C-224/01, Köbler: Racc. I-10239) e, da ultimo, proprio con riferimento all’ordinamento italiano, nella decisione 13 giugno 2006 (resa nel procedimento C-173/03, Traghetti del Mediterraneo: Racc. I-5177).
Tale ultima sentenza[14], com’è noto, scaturisce da un rinvio pregiudiziale del Tribunale di Genova, che ha sottoposto alla Corte due questioni ben precise, ovverosia: a) “se uno Stato [membro] risponda a titolo di responsabilità extracontrattuale nei confronti dei singoli cittadini degli errori dei propri giudici nell’applicazione del diritto comunitario o della mancata applicazione dello stesso e in particolare del mancato assolvimento da parte di un giudice di ultima istanza dell’obbligo di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia ai sensi dell’art. 234, comma 3, del Trattato” e b) “nel caso in cui debba ritenersi che uno Stato membro risponda degli errori dei propri giudici nell’applicazione del diritto comunitario e in particolare dell’omesso rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia da parte di un giudice di ultima istanza” ai sensi della stessa disposizione del Trattato, “se osti all’affermazione di tale responsabilità –e sia quindi incompatibile con i principi del diritto comunitario– una normativa nazionale in tema di responsabilità dello Stato per errori dei giudici” che esclude la responsabilità in relazione all’attività di interpretazione delle norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove rese nell’ambito dell’attività giudiziaria e che limita la responsabilità dello Stato ai soli casi di dolo e colpa grave del giudice.
La prima questione è stata successivamente ritirata dal Tribunale a seguito della trasmissione, da parte della Corte, della sentenza Köbler, per cui la stessa Autorità si è pronunciata solo sulla seconda.
Nel caso Köbler si era infatti chiarito in modo inequivoco che “il principio per il quale uno Stato membro è obbligato a risarcire i danni arrecati ai singoli per violazioni del diritto comunitario che gli sono imputabili ha valore in riferimento a qualsiasi ipotesi di violazione del diritto comunitario, qualunque sia l’organo di tale Stato la cui azione od omissione ha dato origine alla trasgressione” (punto 31).
Logico corollario di tale principio è, com’è ovvio, che la responsabilità dello Stato membro sia da riconnettere anche alla violazione del diritto comunitario nell’ambito dell’attività giurisdizionale e che anche in tale campo non possa trovare spazio una normativa nazionale che escluda in toto tale responsabilità.
Il thema decidendum del caso sottoposto alla attenzione della Corte era infatti costituito proprio dalla disposizione di cui all’art. 2, comma 2, della Legge n. 117 del 1988 (nel testo precedente la novella del 2015) in tema di responsabilità dei magistrati, –nella parte in cui essa prevede che “nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove”– nonché la (assai restrittiva) interpretazione della disposizione stessa da parte della Corte di cassazione italiana, in particolare nella individuazione delle nozioni della “colpa grave” e della “negligenza inescusabile” del magistrato, ricondotte sostanzialmente ad una “violazione evidente, grossolana e macroscopica della norma” o ad una lettura di essa “in termini contrastanti con ogni criterio logico”, con conseguente rigetto quasi sistematico delle denunce presentate contro lo Stato italiano.
Su tali punti la sentenza Traghetti del Mediterraneo, sviluppando ulteriormente quanto già chiarito nella decisione Köbler, ha anzitutto (correttamente) ribadito che “l’interpretazione delle norme di diritto rientra nell’essenza vera e propria dell’attività giurisdizionale”, per cui “escludere, in simili circostanze, ogni responsabilità dello Stato a causa del fatto che la violazione del diritto comunitario deriva da un’operazione di interpretazione delle norme giuridiche effettuata da un organo giurisdizionale equivarrebbe a privare della sua stessa sostanza il principio sancito dalla Corte nella citata sentenza Köbler”. A maggior ragione, poi, lo stesso principio deve valere per gli organi giurisdizionali di ultimo grado, “incaricati di assicurare a livello nazionale l’interpretazione uniforme delle norme giuridiche”.
Non si può pertanto legittimamente escludere, in modo generalizzato, la sussistenza di una qualunque responsabilità dello Stato allorquando “la violazione imputabile ad un organo giurisdizionale di tale Stato risulti da una valutazione dei fatti e delle prove”.
Una simile valutazione costituisce, infatti, così come l'attività di interpretazione delle norme giuridiche, “un altro aspetto essenziale dell’attività giurisdizionale”, atteso che indipendentemente dall’interpretazione effettuata dal giudice nazionale investito di una determinata causa, l’applicazione delle norme al caso concreto spesso dipende “dalla valutazione che egli avrà compiuto sui fatti del caso di specie così come sul valore e sulla pertinenza degli elementi di prova prodotti a tal fine dalle parti in causa”.
La valutazione delle eventuali violazioni in materia deve avvenire non secondo i parametri (restrittivi) sinora utilizzati dalla Cassazione, bensì alla luce di un certo numero di criteri quali “il grado di chiarezza e di precisione della norma violata, il carattere scusabile o inescusabile dell’errore di diritto commesso, o la mancata osservanza, da parte dell’organo giurisdizionale di cui trattasi, del suo obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 234, terzo comma, CE, ed è presunta, in ogni caso, quando la decisione interessata interviene ignorando manifestamente la giurisprudenza della Corte in materia” (sentenza Köbler, cit., punti 53-56).
Come risulta, in particolare, dal punto 57 della stessa sentenza Köbler, “tali tre condizioni sono, in effetti, necessarie e sufficienti per attribuire ai singoli un diritto al risarcimento, senza tuttavia escludere che la responsabilità dello Stato possa essere accertata a condizioni meno restrittive in base al diritto nazionale”, per cui il diritto al risarcimento sorge non appena sarà stato stabilito che “la norma di diritto violata ha per oggetto il conferimento di diritti ai singoli e che esiste un nesso di causalità diretto tra la violazione manifesta invocata e il danno subito dall’interessato” [15].
In sostanza, il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile ad un organo giurisdizionale (anche di ultimo grado) per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale. Parimenti, il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale “che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice”, ove una tale limitazione “conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente”, nei termini di cui ai punti 53-56 della sentenza Köbler.
Il diritto comunitario, inoltre, impedisce che una legislazione nazionale possa escludere, in via generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale (anche di ultimo grado) in conseguenza di un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate dall’organo giurisdizionale, ovvero dalla mancata osservanza dell’obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 234, terzo comma, del Trattato.
Tale operazione di pesante rilettura (o, meglio, di riscrittura) dell’art. 2 della Legge n. 117/1988 da parte della Corte di Giustizia ha naturalmente dato luogo a numerosi rilievi critici, non tutti, tuttavia, pienamente condivisibili.
Così è nel caso di chi ha ritenuto che dall’interpretazione della Corte possa derivare «una norma palesemente asimmetrica» [16], in conseguenza del fatto che talune funzioni giurisdizionali sono chiamate ad applicare con maggiore frequenza il diritto comunitario ed esporrebbero quindi il giudice a profili di responsabilità assai più ampi rispetto a quelli di altri suoi colleghi. A titolo esemplificativo «un magistrato amministrativo che si debba occupare con continuità di contenzioso in materia ambientale, si vedrà esposto, in proporzione astrattamente molto maggiore, al rischio di subire azioni di responsabilità, rispetto ad un magistrato ordinario che –ad esempio– si occupi di contenzioso previdenziale» [17].
Da ciò conseguirebbe un conflitto insanabile della norma con il principio di ragionevolezza, connesso alla disciplina in modo ingiustificatamente diverso di situazioni sostanzialmente identiche.
L’assunto non appare però condivisibile.
La “funzione” giurisdizionale, infatti, non può che essere considerata in modo unitario, indipendentemente dalle singole fattispecie che il giudice è chiamato ad esaminare, nonché dalla tipologia delle disposizioni che è chiamato ad applicare ed interpretare.
Diversamente opinando, si finirebbe con il legare la responsabilità non alla funzione giurisdizionale, bensì al singolo e concreto esercizio della stessa, vanificando l’unitarietà della figura.
Sarebbe in sostanza come sostenere che il cardiochirurgo o il neurochirurgo soggiacciano (o possano soggiacere) a responsabilità professionali diverse rispetto a quelle del chirurgo ortopedico o dell’internista solo perché diverse sono le zone del corpo umano (più o meno difficili e complesse da raggiungere) sulle quali ognuno dei diversi specialisti è chiamato ad intervenire. Ovvero come sostenere che la responsabilità del pubblico dipendente possa essere diversificata in relazione alle funzioni svolte nell’ufficio presso cui è stato assegnato.
[1] Condivide tale impostazione Caferra V.M., Il processo al processo. La responsabilità dei magistrati, Cacucci, Bari, 2015, 9, il quale rileva che “nel costituzionalismo moderno non c’è potere (pubblico o privato) senza limiti e senza responsabilità: i limiti sono segnati dalla divisione dei poteri (oltre che dal pieno e reciproco rispetto delle funzioni di ciascuno) e dal riconoscimento dei diritti fondamentali, che trovano la loro garanzia nelle varie forme di responsabilità giuridica e/o politica previste dall’ordinamento”.
[2] Come nel caso della irresponsabilità del Presidente della Repubblica ex art. 90 o dei parlamentari per le opinioni espresse o i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni ex art. 68 c.1.
[3] Cfr. sul punto le considerazioni di Bilancia F., Una rimeditazione della responsabilità civile della P.A. e dei dipendenti pubblici alla luce di due recenti decisioni della Corte costituzionale, in Giur. Cost., 1992, 1618-1620, il quale sottolinea che «al concetto di responsabilità è collegato l’intero fenomeno giuridico. Suo essenziale presupposto è, infatti, la “rottura dell’equilibrio ordinativo” in cui si sostanziano scopo ed effetto di ogni ordinamento giuridico». Dall’analisi della giurisprudenza comunitaria, invece, anche Iadicicco M.P., La responsabilità civile dei giudici alla luce della più recente giurisprudenza della Corte di Giustizia, in AA.VV., Dalla Facoltà al Dipartimento. Raccolta di scritti giuridici, Edit. Scient., Napoli, 2012, 276, ritiene di poter rilevare una «marcata sottolineatura della inscindibile connessione tra potere e responsabilità, vero e proprio corollario del principio dello Stato di diritto, al quale anche l’ordinamento europeo si ispira». Ciò che in particolare «collide con il diritto dell’Unione europea è la previsione di talune clausole che, nella loro pratica applicazione, finiscono per rendere sostanzialmente irresponsabile lo Stato anche a fronte di violazioni manifeste del diritto vigente, vuoi perché escludono in toto che possa dar luogo a responsabilità l’attività propria del giudice, l’interpretazione, vuoi perché il presupposto della “grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile” venga inteso in senso talmente restrittivo da renderlo praticamente inammissibile». Sul punto cfr. D’Aloia A., La responsabilità del giudice alla luce della giurisprudenza comunitaria, Relazione al Seminario AIC su “Problemi della giustizia in Italia”, Roma, 8.6.2009, pubblicata sul sito www.associazionedeicostituzionalisti.it, 7 ss.
[4] Sul punto correttamente N. Picardi, Introduzione, in R. Martino (a cura di), La giurisdizione nell’esperienza giurisprudenziale contemporanea, Giuffrè, Milano, 2008, 231, ricorda come “il potere, nell’accezione weberiana di dominio (Herrschaft), viene definito, in base al senso comune, come la capacità di produrre effetti, influenzando il comportamento altrui, capacità che gli deriva dalla sua posizione sociale”.
[5]Zagrebelsky G., La responsabilità del magistrato nell’attuale ordinamento. Prospettive di riforma, in Giur. Cost., 1982, 780.
[6] Il richiamo è alla «doppia coppia di concetti responsabilità-dipendenza e irresponsabilità-indipendenza (tradizionale cavallo di battaglia contro la responsabilità dei magistrati)»: Zagrebelsky G., La responsabilità del magistrato nell’attuale ordinamento. Prospettive di riforma, cit., 781.
[7] Secondo Bilancia F., Una rimeditazione della responsabilità civile della P.A. e dei dipendenti pubblici alla luce di due recenti decisioni della Corte costituzionale, cit., 1619, «il concetto di responsabilità è intimamente connesso con quello di dovere: il carattere proprio della giuridicità si concretizza, così, nella necessitata corrispondenza logica tra la esistenza di un obbligo e la possibilità dell’attivarsi di meccanismi di risposta in caso di violazione dello stesso da parte del soggetto tenuto a rispettarlo».
[8] Sempre in relazione alle teorizzazioni weberiane (M. Weber, Wirtschaft und Gesellschaft, Grundriss der Verstehenden Soziologie, Tubingen, 1922, trad. it. a cura di G. Giordano, Giuffrè, Milano, 1980, III, 10 ss.), deve poi tenersi conto della circostanza che “il potere del giudice può, a sua volta, essere considerato almeno da un duplice punto di vista: potere del giudice inteso come funzione, cioè potere di risolvere la singola controversia a lui sottoposta; potere dei giudici, inteso come struttura o istituzione, cioè potere attribuito ad un complesso di organi (c.d. amministrazione della giustizia), in rapporto all’organizzazione complessiva della società” (così N. Picardi, Introduzione, in R. Martino (a cura di), La giurisdizione nell’esperienza giurisprudenziale contemporanea, cit., 231, che cita in proposito l’opinione di R. Romanelli, Introduzione, in R. Romanelli (a cura di), Magistrati e potere nella storia europea, il Mulino, Bologna, 1997, 1).
[9] Così F. Bonifacio e G. Giacobbe, La magistratura, in Commentario della Costituzione a cura di G. Branca, Zanichelli – Il Foro italiano, Bologna – Roma, 1986, tomo II, 13, che richiamano l’opinione di E. Fazzalari, Introduzione alla giurisprudenza, Cedam, Padova, 1984, 18. Sul complesso rapporto tra i giudici ed il diritto e sulla sua evoluzione nel tempo anche attraverso l’applicazione di differenti tecniche interpretative, nonché sul potere vincolato e discrezionale dei giudici cfr. ancora N. Picardi, Introduzione, in R. Martino (a cura di), La giurisdizione nell’esperienza giurisprudenziale contemporanea, cit., 232-241.
[10] Il testo della sentenza in questione può essere letto in Giur. Cost., 1987, 149 ss. con breve nota redazionale. Sul punto cfr. anche i richiami di Troilo S., Ancora in tema di responsabilità civile dei magistrati: gli sviluppi più recenti, in Consultaonline, 5.9.2012.
[11] Sentenza Corte costituzionale n. 64 del (5 febbraio) 24 febbraio 1992, il cui testo può leggersi in Giur. Cost., 1992, 351 ss.
[12] La sentenza è ampiamente commentata da Bilancia F., Una rimeditazione della responsabilità civile della P.A. e dei dipendenti pubblici alla luce di due recenti decisioni della Corte costituzionale, cit., 1618 ss. Alcuni passaggi della stessa sono ricordati anche da Troilo S., Ancora in tema di responsabilità civile dei magistrati: gli sviluppi più recenti, cit.
[13] La fattispecie decisa con la sentenza in questione presentava profili di notevole peculiarità, trattandosi di un conflitto di attribuzioni sollevato da un giudice istruttore presso il Tribunale di Milano avverso l’atto di citazione in giudizio per danno erariale (derivante da liquidazioni di compensi a consulenti) notificatogli dalla Procura della Corte dei conti per la Lombardia. Dichiarando inammissibile il conflitto, la Corte ha statuito che “indipendentemente dalla qualificazione secondo i numerosi schemi teorici proposti per afferrare concettualmente l’essenza della giurisdizione, è evidente infatti che, per poter attrarre il provvedimento di liquidazione dei compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori nell’area della funzione giurisdizionale, occorre adottare di questa una definizione assai larga Le predette considerazioni confermano nella convinzione che le richiamate disposizioni dettate dalla Costituzione a garanzia dell’indipendenza e dell’insindacabilità della funzione giurisdizionale non si oppongono di per sé alla possibilità che la legge preveda casi e forme di responsabilità per atti giudiziari del tipo qui in questione. Ond’è che nemmeno per questa via è possibile ricavare un confine definito dalla Costituzione, che giustifichi la drastica affermazione che alla Corte dei conti è sempre preclusa –si ribadisce: preclusa per ragioni di costituzionalità– la giurisdizione sulla responsabilità dei magistrati per danno erariale”. La decisione in esame può essere letta in Giur. cost., 1996, n.6, 3542 ss., con nota di S. Bartole, A proposito dell’inammissibilità di un conflitto tra organi giurisdizionali appartenenti ad ordini diversi, ivi, 3578 ss.
[14] Il testo della decisione in questione è pubblicato, con nota di commento di R. Calvano, La Corte di giustizia censura la disciplina italiana della responsabilità dei magistrati, e, con essa, il mancato utilizzo dell’art. 234. Un ultimatum alla Corte costituzionale?, in Associazionedeicostituzionalisti.it, 27 giugno 2006.
[15] Ulteriori esplicitazioni dei principi statuiti dalla sentenza in esame possono essere tratti dalle precedenti decisioni Francovich ed aa. (punto 40), Brasserie du pécheur e Factortame (punto 51), nonché Köbler (punto 51).
[16] Così G. Naimo, La “responsabilità asimmetrica” dei magistrati italiani: una anomalia da sanare, in libertiamo.it, 4.6.2009, 3.
[17] Ancora G. Naimo, La “responsabilità asimmetrica” dei magistrati italiani: una anomalia da sanare, cit., 3.

References: art. 28
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 art. 90
 art. 68
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