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Timestamp: 2017-02-23 02:31:00+00:00

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Studio Legale Tidona - Il diritto di recesso previsto dall'art. 30, comma 6, t.u.f. riguarda ogni forma di collocamento fuori sede di qualsivoglia servizio finanziario e di vendita di titoli mobiliari, senza distinzione tra "collocamento" e "negoziazione"
Il diritto di recesso previsto dall'art. 30, comma 6, t.u.f. riguarda ogni forma di collocamento fuori sede di qualsivoglia servizio finanziario e di vendita di titoli mobiliari, senza distinzione tra "collocamento" e "negoziazione" ovvero "ricezione di ordini"
Tribunale di Modena, sez. I, sent. n. 1190 15-07-2011 I contratti (ovvero le proposte contrattuali) di collocamento di strumenti finanziari o di gestione di portafogli individuali conclusi fuori sede (ex art. 32 TUF), rimangono sospesi per sette giorni dalla sottoscrizione, entro i quali l'investitore può ripensare all'operazione comunicando il proprio recesso, senza spese né corrispettivo, al promotore finanziario o al soggetto abilitato. Tale facoltà deve essere indicata nei moduli o formulari consegnati all'investitore, a pena di nullità dei relativi contratti, che può essere fatta valere solo dal cliente (art. 30, commi 6 e 7, TUF). Il diritto di recesso previsto dall'art. 30, comma 6, t.u.f. riguarda ogni forma di collocamento fuori sede di qualsivoglia servizio finanziario e di vendita di titoli mobiliari, senza distinzione tra "collocamento" e "negoziazione" ovvero "ricezione di ordini"
Va premesso che la motivazione è redatta in forma abbreviata a norma dell'art. 16, c.5, D. Lgs. n. 5\03; per la parte narrativa si richiama pertanto quanto dedotto dalle parti nei rispettivi atti difensivi. L'attore ha chiesto declaratoria di nullità ed in subordine gradato di annullamento per vizio del consenso, di risoluzione per inadempimento da vizio informativo ed inadeguatezza dell'investimento, ovvero per sussistenza di conflitto d'interesse, in relazione a contratto di custodia, amministrazione ricezione di strumenti finanziari ed ordine acquisto di obbligazioni Lehman Brothers Holding per controvalore di euro 141.021,30, quest'ultimo concluso presso il domicilio dell'attore il 26\6\08, intercorsi con la Unicredit Private Banking SpA con conseguenti pronunce restitutorie o risarcitorie, ed oltre accessori, come meglio sopra integralmente riportato. La banca convenuta si è costituita contestando la fondatezza delle pretese avversarie, con domanda di rigetto e subordinata riconvenzionale concernente la restituzione degli importi delle cedole riscosse ed accessori. Dopo ulteriore scambio di memorie secondo il rito societario, istanza e nota ex artt. 8 e 10 D. Lgs. 5\03, ammissione parziale collegiale di prove per interrogatorio e testimoniali richieste dalla convenuta nonchè l'espletamento delle medesime, il collegio all'odierna udienza ha trattenuto la causa in decisione sulle conclusioni precisate in atti.
RAGIONI DELLA DECISIONE Il Collegio conferma integralmente l'ordinanza istruttoria di rigetto delle ulteriori richieste probatorie, non rilevanti ai fini della decisione, in ragione di quanto infra. - Nullità del contratto per violazione dell'art. 30 TUF (d. Lgs. n. 58\98). Non è oggetto di contestazione che l'ordine di acquisto di obbligazioni Lehman venne sottoscritto dall'attore A.F. il 26\6\08 presso la propria abitazione, materialmente raccolto da un promotore finanziario della Unicredit Private Banking SpA, e da questa eseguito (docc.23-25 della convenuta) - altrettanto non oggetto di contestazione - e comunque riconosciuto in ragione delle difese promotore convenuta); altrettanto non oggetto svolte e provato dall'esame dell'ordine stesso - è che questo, su modulo predisposto dalla banca, non riportava l'indicazione della facoltà di recesso prevista dall'art. 30 TUF. La declaratoria di nullità richiesta dall'attore si fonda sulla assunta violazione di detta norma in tema di offerta "fuori sede", sul presupposto interpretativo di una accezione ampia del termine "collocamento" di cui all'art. 30 citato, e della conseguente ampia area di applicazione della norma in questione circa l'obbligo di riconoscere diritto di recesso all'investitore finanziario, applicazione comprensiva di qualsivoglia fattispecie di vendita finanziaria, comprese quindi quelle in esame. La banca convenuta oppone interpretazione restrittiva, assunta fondata sul tenore letterale del combinato disposto degli artt. 1, c.5, e 30 TUF; si argomenta che l'art. 1, c.5, citato (norma definitoria, secondo la specifica tecnica legislativa adottata) opera una distinzione tra "collocamento" e "negoziazione", ovvero "ricezione ... di ordini", di talchè la volontà del legislatore deriva espressamente limitata alla nozione dei contratti di "collocamento con offerta al pubblico" di strumenti finanziari, e non ai servizi di negoziazione. Sono noti gli opposti opinamenti presi dalla giurisprudenza di merito (in assenza, allo stato, di pronunce di legittimità note), radicalmente divisa sulla questione della applicabilità del diritto di ripensamento alle fattispecie di negoziazione di qualsivoglia strumento finanziario, in senso lato, avvenuta fuori sede commerciale. La questione si incentra sulla disciplina sul diritto di recesso (o jus poenitendi) prevista dall'art. 30, commi 6" e 7", TUF per la quale i contratti (ovvero le proposte contrattuali) di collocamento di strumenti finanziari o di gestione di portafogli individuali conclusi fuori sede (ex art. 32 TUF), rimangono sospesi per sette giorni dalla sottoscrizione, entro i quali l'investitore può ripensare all'operazione comunicando il proprio recesso, senza spese né corrispettivo, al promotore finanziario o al soggetto abilitato; tale facoltà deve essere indicata (a pena di "nullità dei relativi contratti, che può essere fatta valere solo dal cliente" - comma 7° -) nei moduli o formulari consegnati all'investitore. È controverso se tale disciplina debba applicarsi anche a favore dell'investitore nei contratti di ricezione e trasmissione di ordini e di negoziazione - nonché nei singoli ordini impartiti dall'investitore in esecuzione dei contratti medesimi, come nel caso di specie - ed in genere in tutti i contratti aventi ad oggetto la vendita di strumenti finanziari conclusi fuori sede, e se la mancata menzione di tale diritto e della relativa facoltà anche nei contratti o negli ordini che non rientrano in senso stretto in quelli previsti dalla legge comporti la nullità dei medesimi e dei relativi atti di esecuzione, con accoglimento delle eventuali azioni di ripetizione, per difetto del requisito di forma. Secondo un orientamento giurisprudenziale di merito, che si può considerare lievemente maggioritario (da ultimo, in aggiunta alle varie pronunce indicate dalle parti, si cita, per il rilievo territoriale, Corte appello Bologna, sez. MI, 21/02/2011, n. 268), anche per i negozi di negoziazione e trasmissione ordini, così come per ogni altro servizio o attività di investimento finanziario concluso fuori dai locali commerciali dell'intermediario, deve essere espressamente prevista a pena di nullità la facoltà di recesso ex art. 30 TUF ed art. 36 Reg. Consob, con risposta positiva ad entrambi i quesiti, e questo Tribunale ritiene di dover aderire a detta linea interpretativa, anche in ragione di un'interpretazione costituzionalmente orientata (art. 47 Cost.) ed aderente alle direttive sovranazionali recepite nell'ordinamento. Non è in dubbio infatti che la ratio dell'art. 30 in disamina si incentri sulla necessità di tutelare il consumatore (ovvero il piccolo risparmiatore) nella contrattazione avvenuta fuori dagli spazi commerciali, conferendogli ex lege il diritto di ripensamento entro un congruo spatium deliberandi, in applicazione della direttiva 85/577/CEE, cui è stata data progressiva applicazione nazionale in tutte le varie fattispecie di contrattazione fuori sede, sì da costituire principio generale dell'ordinamento; a maggior ragione nel caso che ci occupa, in cui la parte contrattuale "debole" trova protezione costituzionale nell'art. 47 Cost. E a ben considerare il testo dell'art. 30 TUF si deve rilevare che al c.1 la stessa norma precisa che per "offerta fuori sede si intendono ... il collocamento" non solo di "strumenti finanziari" (c.1, lett. a)), ma anche di "servizi ed attività di investimento" (lett. b), formula questa certo semanticamente comprensiva di tutti i servizi d'investimento previsti dall'art. 1 TUF, e soprattutto espressa in necessaria aderenza alla ratio sopra precisata. Va aggiunto, con argomentazione a corollario, che la stessa normativa secondaria porta all'interpretazione (a questo punto non più definibile estensiva, ma letterale e costituzionalmente orientata) proposta dagli attori, giacchè l'art. 36 Reg. Consob espressamente collega il diritto di recesso previsto dall'art. 30 TUF all'attività fuori sede di offerta di strumenti finanziari, servizi di investimento e di prodotti finanziari. Non può essere conferito peso determinante, infine, all'osservazione di ordine "logico-commerciale" secondo la quale la concessione di uno spatium deliberandi di sette giorni dalla sottoscrizione fuori sede è incompatibile con le fluttuazioni di valore dei titoli mobiliari; l'argomentazione non può valere a disattendere un preciso, espresso (e necessitato), obbligo normativo generale e specifico, come sopra osservato. Se l'attore finanziario riterrà troppo "di favore" la previsione di un diritto di ripensamento dell'investitore nella vendita fuori se di titoli, non avrà che liberamente a rinunciare a tale modalità di vendita od intermediazione. In conclusione va ritenuto che il diritto di recesso previsto dall'art. 30, c.6, TUF riguardi ogni forma di collocamento fuori sede di qualsivoglia servizio finanziario e di vendita di titoli mobiliari. La ratio dell'art. 30, comma 6, TUF è quella di tutelare, al pari di tutte le altre norme nazionali adottate per dare attuazione alla direttiva europea 20 dicembre 1985 (85/577/Cee), il consumatore contro il rischio derivante dalla conclusione di contratti fuori dei locali commerciali e di garantirgli la facoltà di liberarsi dall'impegno, già assunto o in corso di formazione, in un congruo "spatium deliberandi"; pertanto tale norma disciplina in maniera unitaria l'offerta fuori sede di tutti i servizi di investimento previsti all'art. 1, comma 6, TUF e prevede, al suo comma 6, uno "ius poenitendi" applicabile a ogni forma di vendita di titoli mobiliari e non solo al collocamento fuori sede di strumenti finanziari. Ciò non è stato contemplato e concesso all'attore in relazione all'ordine di acquisto, per cui è causa, con conseguente accoglimento della domanda principale di declaratoria di nullità, a norma di quanto previsto dall'art. 30, c.7, TUF. L'accoglimento della domanda principale rende superfluo l'esame delle ulteriori e subordinate domande. Va altresì aggiunto, in relazione alle difese svolte in via subordinata dalla banca convenuta al danno concausato dal fatto colposo dell'investitore, ex art. 1227 cc, per avere questi disatteso il consiglio al disinvestimento fattogli da un funzionario bancario successivamente (settembre 2008) all'acquisto dei titoli, che esse, come del resto desumibili dalle stesse conclusioni, sono conferenti alla sola domanda di risoluzione e risarcimento per inadempimento, e non all'azione di nullità. - Conseguenze della nullità All'accertamento della nullità dell'ordine d'acquisto sottoscritto dall'attore segue il venir meno di ogni suo effetto, con le precisazioni che seguono. Ricondotto l'ordine d'acquisto al paradigma negoziale del mandato, la nullità colpisce il solo contratto di mandato fra il cliente e l'intermediario, non anche quello di compravendita fra l'intermediario ed il terzo collocatore da cui l'intermediario acquista, e dunque gli effetti che vengono meno sono solo quelli del primo contratto e le restituzioni conseguenti attengono solo ad esso, non anche alla compravendita. Il contratto fra intermediario e terzo emittente o collocatore non è mai colpito da nullità; rimane valido ed efficace, e parimenti, restando intatti gli effetti della compravendita fra intermediario e terzo collocatore, la nullità del mandato fa venir meno l'effetto di cui all'art. 1706 c.c. e comporta il consolidamento dell'acquisto in capo all'intermediario acquirente, al quale i titoli devono essere restituiti per l'effetto restitutorio derivante dalla nullità. Anche qualificando gli ordini di acquisto come istruzioni, o negozi esecutivi od attuativi - secondo altro opinamento interpretativo - che il cliente impartisce all'intermediario in forza del contratto quadro, sempre riconducibile al mandato, la nullità dà luogo ai medesimi effetti restitutori. Questi ultimi, a norma dell'art. 2033 c. civ., si concretizzano nella restituzione della prestazione eseguita, insieme ai frutti ed agli interessi (dal giorno del pagamento se l'accipiens è in mala fede, o da quello della domanda se in buona fede); nella specie, poiché il negozio nullo va riportato al mandato, l'oggetto della restituzione dovrà essere la provvista fornita al mandatario per l'acquisto dal terzo, oltre al corrispettivo per il mandato.
Correlativamente l'attore dovrà restituire i titoli oggetto dell'ordine nullo o - se li ha alienati - sarà tenuto a restituire il tantundem, trattandosi di beni fungibili. In applicazione di quanto sin qui esplicitato la banca convenuta va dichiarata tenuta alla restituzione della somma di euro 141.021,30 in favore dell'attore, oltre agli interessi legali dalla domanda sino al saldo effettivo ex art. 2033 c. civ.; poiché l'obbligazione di restituzione dell'importo versato in conseguenza della dichiarazione di nullità degli ordini di acquisto costituisce debito di valuta, avendo ad oggetto, sin dal suo sorgere, il pagamento di una somma di denaro (cfr. Cass. 20-12-1996 n. 14440; Cass. 4-11-1995 n. 11519) e non essendo stato provato che l'attore abbia subito un danno ex art. 1224 c.c., non può essere riconosciuta la richiesta rivalutazione monetaria. Riguardo i frutti civili nel frattempo percepiti, e vista la domanda riconvenzionale subordinata svolta, il Tribunale ritiene di dover rivedere il proprio precedente orientamento secondo il quale non è luogo a restituzione delle cedole eventualmente incassate, in applicazione della regola posta dall'art. 1148 CC. secondo la quale chi è in buona fede trattiene i frutti della cosa indebitamente ricevuta. La condizione soggettiva dell'accipiens, nell'indebito oggettivo, va infatti considerata alla stregua del disposto sempre dell'art. 2033-38 cc, e del principio secondo il quale le cause di nullità sono conosciute dalle parti contraenti, per comminatoria di legge (v. Casso civ., I, n. 5114/01). Se ciè è indubbio nei confronti dell'intermediario finanziario, altrettanto deve ritenersi per i privati contraenti, che pertanto devono essere dichiarati tenuti alla restituzione in favore della banca convenuta di quanto percepito a titolo di cedole (euro 1.578,72,, e pertanto, in forza di compensazione giudiziale, la convenuta dovrà essere condannata alla restituzione della somma di euro 139.442,58 (141.021,30 - 1.578,72; del resto, così escluso l'acquisto di buona fede dei frutti, segue anche la non applicabilità del disposto dell'art. 1148 Cc. La sussistenza di radicale e diffuso contrasto giurisprudenziale sulla questione interpretativa alla base della presente decisione costituisce motivo per la integrale compensazione delle spese di lite. La sentenza è immediatamente esecutiva tra le parti, ex art. 282 Cpc. P.Q.M. Il Tribunale definitivamente pronunciando, ogni contraria deduzione ed eccezione respinta, in accoglimento della domanda svolta da A.F. dichiara la nullità degli ordini di acquisto di titoli Lehman Brothers concluso inter partes in data 22\6\08, e per l'effetto: - dichiara tenuta e condanna la Banca [...], come in atti rappresentata, alla restituzione in favore dell'attore della somma di euro 139.442,58, oltre interessi nella misura legale dalla domanda fino al saldo effettivo; compensa per l'intero le spese di lite; - dichiara tenuto e condanna l'attore alla restituzione in favore della Banca [...] dei titoli oggetto di causa. Modena, 6 maggio 2011

References: art. 32
 art. 32
 art. 30
 art. 36
 art. 1227
 art. 2033
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1224
 sentenza 
 art. 282