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Timestamp: 2020-08-09 16:57:55+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 20215 del 21/08/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20215 del 21/08/2017
Cassazione civile, sez. II, 21/08/2017, (ud. 21/06/2017, dep.21/08/2017), n. 20215
sul ricorso 27748-2013 proposto da:
A.A.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,
VIA L. MANCINELLI 65, presso lo studio dell’avvocato ENRICO MOSCATI,
che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ELISABETTA
AGNINI giusta procura in calce al ricorso;
C.A., C.R., C.S., elettivamente
dell’avvocato FRANCESCO ASTONE, che li rappresenta e difende
unitamente all’avvocato PIETRO RESCIGNO in virtù di procura a
N.A., N.L., N.P., N.S.,
PUBBLICO MINISTERO PROCURATORE GENERALE CORTE APPELLO ROMA,;
e nel ricorso riunito n. 28102-2013 proposto da:
P.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA
BALDUINA 37, presso lo studio dell’avvocato ELISABETTA AGNINI, che
la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ENRICO MOSCATI;
C.R., C.S., C.A., elettivamente
unitamente all’avvocato PIETRO RESCIGNO giusta procura a margine del
PUBBLICO MINISTERO PROCURATORE GENERALE CORTE D’APPELLO ROMA,
avverso la sentenza n. 4889/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
21/06/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;
Lette le memorie depositate dalla difesa delle ricorrenti.
A.A.M. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Velletri C.S., C.R. e C.A., nipoti ex sorore del defunto Na.An., P.E., vedova del de cuius, N.A. e N.L., sorelle del defunto, e N.P. e S., figli del fratello premorto del de cuius, Na.Ar., deducendo che era stata concepita a seguito di una relazione tra il defunto e la madre A.B. risalente al (OMISSIS), senza che però fosse mai intervenuto il riconoscimento da parte del padre che temeva le reazioni del di lui padre.
Per l’effetto la madre aveva dato alla luce oltre all’attrice anche una sorella gemella A.A.R., affidando entrambe le figlie a vari istituti di beneficenza.
Al compimento della maggiore età, l’istante aveva iniziato a contattare il padre biologico, incontrandolo poi con frequenza a far data dal 1986, senza però mai manifestare la volontà di riconoscere le figlie, temendo uno scandalo, anche perchè nelle more si era sposato con la convenuta P.E..
In data (OMISSIS) il padre era deceduto e la sua successione era regolata dal testamento olografo del 20/2/1990 con il quale lasciava alla moglie, in sostituzione della quota di legittima l’usufrutto di tutto il patrimonio immobiliare e la proprietà delle somme contanti, lasciando invece la nuda proprietà ai nipoti C.A., R. e S., figli della sorella L..
Ciò premesso chiedeva accertarsi la paternità naturale del defunto Na.An., con la conseguente attribuzione del cognome paterno, dichiarando la revoca del testamento olografo ai sensi dell’art. 687 c.c..
Si costituivano i germani C. che contestavano la fondatezza della domanda sia per quanto concerneva il riconoscimento della paternità, sia per la richiesta di revoca del testamento, adducendo che dalla stessa narrazione dei fatti, emergeva che il de cuius era a conoscenza dell’esistenza delle figlie, sicchè la mancata modifica del testamento doveva ritenersi espressiva della volontà di confermarne il contenuto. Inoltre non era dato invocare la revocazione nel caso in cui la dichiarazione giudiziale di paternità fosse stata richiesta in epoca successiva alla morte del genitore, impedendo a quest’ultimo di poter adeguare le proprie volontà testamentarie al nuovo evento giuridico.
Si costituiva anche P.E. la quale non si opponeva alla domanda di dichiarazione giudiziale di paternità, evidenziando che a sua volta aveva introdotto autonoma domanda per la declaratoria di nullità del testamento, mostrando quindi di aderire anche alla richiesta di cui all’art. 687 c.c.
Il Tribunale adito, all’esito dell’istruttoria, con la sentenza n. 1612 del 16 ottobre 2012, accoglieva integralmente la domanda attorea, ma a seguito di impugnazione proposta dai C., la Corte d’Appello di Roma con la sentenza n. 4889 del 18/9/2013, in parziale riforma della decisione gravata, rigettava la domanda di revocazione, annullando l’attribuzione all’appellata del cognome paterno.
I giudici di appello, dopo avere richiamato le rationes che la dottrina ha tradizionalmente assegnato quale giustificazione dell’istituto di cui all’art. 687 c.c. (tutela della volontà presunta, ipotetica o viziata del testatore che ignorava l’esistenza di figli, ovvero tutela rafforzata degli interessi successori dei figli a discapito di quella degli estranei) e pur dando atto che la giurisprudenza più recente di legittimità sembrava propendere per la seconda, reputava però che non fosse possibile aderire a tale opinione.
Ed, invero, sempre secondo la decisione gravata, la tutela successoria dei diritti dei figli trova adeguato riscontro nella disciplina della successione necessaria, laddove l’art. 687 c.c., nella lettura offerta dalla più recente giurisprudenza, tutelerebbe solo i figli dei testatori ignari di questioni giuridiche, i quali non avrebbero la capacità di adeguare le loro volontà testamentarie al sopravvenire di discendenti.
La derogabilità della previsione di cui all’art. 687 c.c., che consente di far salvo il testamento mediante una diversa previsione, si pone in antitesi con la natura inderogabile della successione dei legittimari, e depone a favore della tesi secondo cui l’istituto in esame è posto a tutela della volontà del testatore, sebbene in senso oggettivo, quale espressione dell’id quod plerumque accidit.
Inoltre ammettere che il testamento sia revocato di diritto anche nel caso in cui la dichiarazione giudiziale di paternità intervenga dopo la morte del testatore, contravviene alla regola della centralità della volontà testamentaria recentemente riaffermata con il riconoscimento della validità della clausola diseredativa.
In tale ottica, quando la dichiarazione giudiziale di paternità abbia luogo ovvero venga introdotta nel corso della vita del testatore, appare possibile dare seguito all’opinione della Corte di legittimità, dovendosi invece escludere l’effetto caducatorio nella diversa ipotesi, che ricorre nel caso di specie, in cui la dichiarazione giudiziale di paternità sia richiesta a successione già aperta, essendo quindi impedito al de cuius di poter modificare il proprio testamento, e ciò malgrado fosse consapevole dell’esistenza dell’attrice.
L’equiparazione tra dichiarazione giudiziale di paternità e riconoscimento, sulla base di quanto previsto dall’art. 277 c.c., può quindi predicarsi solo laddove la dichiarazione stessa sia richiesta prima della morte.
La soluzione fatta propria dal Tribunale si poneva poi anche contro l’attuale modello familiare, nel quale non è più attribuita al figlio primogenito la parte del leone, logica nella quale risulta invece inserirsi la previsione di cui all’art. 687 c.c.
Ne discende che la norma de qua deve essere letta in senso restrittivo, limitandosi l’equiparazione delle due ipotesi di acquisto dello status di figlio al solo caso in cui la dichiarazione giudiziale di paternità ovvero l’introduzione del relativo giudizio intervengano prima della morte del de cuius.
Per l’effetto respingevano la domanda di revocazione.
Infine, in accoglimento dell’appello incidentale riformavano la decisione del giudice di prime cure di sostituzione del cognome dell’attrice con quello del padre, avendo la stessa dichiarato che riteneva preferibile conservare il solo cognome materno. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso A.A.M. sulla base di un motivo.
Separato ricorso ha proposto altresì P.E., sempre affidato ad un motivo.
C.S., R. ed A. hanno resistito ad entrambi con controricorso.
Gli altri intimati non hanno svolto difese in questa fase. Preliminarmente occorre dare atto dell’avvenuta riunione dei ricorsi separatamente proposti dalla A. e dalla P. trattandosi di impugnazioni promosse avverso la medesima decisione, e dovendosi, in ragione della posteriorità cronologica, correttamente qualificare il ricorso proposto dalla P. come ricorso incidentale.
Reputa il Collegio che alla luce delle argomentazioni della sentenza impugnata, tenuto conto degli scritti difensivi delle parti, e rilevata la presenza di pochi precedenti di questa Corte sulla questione oggetto di causa, che prevalgano esigenze nomofilattiche che consigliano la trattazione della causa alla pubblica udienza, come peraltro richiesto anche dalla difesa di parte controricorrente.

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