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Timestamp: 2018-05-23 01:17:14+00:00

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STORIA, COSTUME, CULTURA E SOCIETA' (c): CONSULTA E PENSIONI... MA NON SOLO!
STORIA, COSTUME, CULTURA E SOCIETA' (c)
CONSULTA E PENSIONI... MA NON SOLO!
Ormai i Lettori di queste pagine conoscono bene con quale cura, serietà e competenza intervenga il Prof. Salvatore Sfrecola, specie nel trattare materie legislative a lui particolarmente familiari anche quale Alto Magistrato della Corte dei conti: un organismo cui sarebbe utilissimo assegnare elevate risorse, al fine di contrastare efficacemente i crimini, o tentati tali, contro la PA oltre che analizzare e valutare la correttezza di metodologie di calcolo applicate in tale complesso contesto.
Ai Lettori, proponiamo un 'trittico' d'eccellenza tratto dal sito di Un Sogno italiano incentrato anche su uno dei temi più trattati in questi giorni, cioè la sentenza della Consulta sulle pensioni.
Buona lettura, quindi.
Roma, 25 Maggio 2015 Giuseppe Bellantonio
L’attacco alla Consulta per le pensioni è indice di inciviltà giuridica
È in atto un’aggressione violenta e senza precedenti alla Corte costituzionale “rea” di aver deciso che la “legge Fornero”, quella che aveva bloccato gli adeguamenti delle pensioni superiori a 1500 euro lordi, è contraria a principi fondamentali della Carta della Repubblica. Scendono in campo politici, giornali, commentatori dei talk show, frequentatori di twitter e face book. L’accusa è quella di non aver tenuto presente il costo della restituzione degli adeguamenti bloccati. E si arriva a enfatizzare i contrasti all’interno del collegio giudicante per una sentenza adottata a maggioranza, con il voto determinante del presidente. Sennonché accade tutti i giorni in tutti i collegi di giustizia che le decisioni siano spesso adottate a maggioranza, soprattutto quando i giudici sono numerosi, come i quindici della Consulta, gli undici della Cassazione a Sezioni Unite o della Corte dei conti a Sezioni Riunite. Ma anche nei collegi a tre o a cinque spesso si decide a maggioranza.
Lo sanno tutti ma fanno finta di non saperlo per poter attaccare una decisione che non fa comodo al governo il quale aveva spudoratamente preannunciato di disporre di un misterioso “tesoretto” da distribuire in vista delle elezioni, come gli 80 euro alla vigilia delle europee. Misterioso, perché spuntato all’improvviso da un Consiglio dei ministri che si era riunito con l’incubo di dover reperire risorse per non far scattare l’aumento dell’IVA!
Ma torniamo alla querelle sul costo della sentenza. Su quanto il Governo e l’INPS dovranno reperire per restituire ai pensionati quanto era stato loro tolto con il blocco delle rivalutazioni deciso dal Governo Monti in una operazione effettuata “in considerazione della contingente situazione finanziaria”, sulla base di indicazioni provenienti dall’Unione Europea, non essendo stato capace di individuare altrove le risorse necessarie.
Si afferma da parte di taluni che la Corte costituzionale, quale giudice delle leggi, quando adotta una sentenza che dichiara l’illegittimità di una norma che ha effetti finanziari, dovrebbe darsi carico anche della copertura degli oneri derivanti dalla sua pronuncia.
Questa tesi è giuridicamente infondata ed estremamente pericolosa per la tutela dei diritti delle persone. Non solo perché getta discredito sulla più alta magistratura dello Stato, quella che deve verificare la conformità di una norma ai principi contenuti nella Carta fondamentale dello Stato. La Consulta, in sostanza, deve accertare se la questione di costituzionalità ritenuta “non manifestamente infondata” da un giudice, questa è la formula che usano i tribunali della Repubblica, merita accoglimento sulla base delle ipotizzate lesioni di alcuni principi fondamentali della Costituzione, a cominciare da quello di parità di trattamento e di imparzialità che più spesso ricorrono. Ne discende che se la norma ritenuta incostituzionale ha effetti finanziari, cioè determina una spesa o, come nel caso di specie, riduce una spesa, esula dalla valutazione della Corte l’effetto ripristinatorio della spesa e, quindi, non può darsi carico delle conseguenti coperture. Sarebbe, infatti, assurdo che, se governo e Parlamento adottassero una serie di disposizioni gravemente lesive di diritti fondamentali con conseguenti riduzioni di spese il cittadino non potesse avere giustizia.
Ovviamente di questa vera e propria intimidazione i giudici della Corte costituzionale non si preoccuperanno. Non i cinque eletti dalle magistrature, abituati per mestiere a fare giustizia in piena indipendenza, ma neanche gli altri, eletti dal Parlamento o nominati dal Capo dello Stato. Sono tutti giuristi di elevata professionalità, giunti a rivestire quella toga dopo anni di studi o di esercizio della professione forense per cui, forti della loro indipendenza, rimarranno insensibili alle baldanzose iniziative di qualche politico interessato ad evitare di dover ricorrere ad aggiustamenti di bilancio per pagare gli effetti di norme incostituzionali che hanno privato cittadini di importanti diritti. Com’è il diritto alla pensione, definito dalla giurisprudenza “retribuzione differita”, riconosciuta dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 116 del 2013, che spetta, al momento della quiescenza, a chi ha lavorato per decenni versando i relativi contributi nella prospettiva di ricevere una somma già definita nel suo ammontare. Sicché la norma dichiarata incostituzionale aveva violato gli articoli 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davantoi alla legge…”), 36, primo comma, (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”) e 38, secondo comma, (“I Iavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”).
La Corte, che costituisce presidio essenziale in un momento di grave imbarbarimento della legislazione italiana (in Francia il Consiglio costituzionale ha un controllo preventivo sulle leggi), va messa al riparo da iniziative estemporanee e da critiche ingiustificate se vogliamo continuare ad essere una democrazia nella quale i diritti sono alla base delle scelte dei governi e del Parlamento in rapporto a principi fondamentali di civiltà giuridica scritti nella Costituzione.
Il Parlamento sarà chiamato a scegliere presto tre giudici, uno per il quale da tempo non si raggiunge il necessario quorum della Camera in seduta comune, un altro vacante dopo l’elezione di Sergio Mattarella alla massima carica dello Stato, l’ultimo disponibile a breve, sempre di elezione parlamentare. L’augurio è che il Parlamento non si indirizzi verso scelte di personalità, pur di elevata cultura giuridica, sensibili alla distorta interpretazione, alla quale abbiamo fatto riferimento iniziando, più politica che giuridica perché su questo piano assolutamente infondata ma che potrebbe essere gradita alla maggioranza governativa che ha pendenti dinanzi alla Consulta una serie di questioni di costituzionalità nate dalla contestazione di svariate norme che sono state adottate dal governo Renzi. Il diritto dei cittadini è una preziosa conquista dello stato di diritto che basa la sua effettività sulla Costituzione e sui principi che in essa sono stati definiti perché l’Italia fosse, tra i paesi occidentali, un esempio di democrazia e libertà. Tendenze direttoriali che procedono dalla volontà di fare senza tener conto dei diritti metterebbero il Paese sul piano inclinato di una china pericolosissima dalla quale non è facile si possa uscire e che ovunque hanno rappresentato un inizio di deriva antidemocratica e populista dalla quale è facile rotolare verso il baratro. Non deve avvenire.
Con la scusa del costo delle pensioni c’è chi pesca nel torbido.
Si profila uno scontro fra generazioni
In questi giorni si va profilando in alcuni ambienti politici e negli interventi di alcuni commentator quello che appare, anche all’osservatore più distratto, il tentativo di fomentare uno scontro tra generazioni. L’occasione è la sentenza della Corte costituzionale, che ha giudicato contraria ai principi della Carta fondamentale della Repubblica la cosiddetta legge Fornero che ha attuato, a fini di risparmio della spesa pubblica, il blocco delle rivalutazioni delle pensioni superiori a tre volte quelle minime. Intorno a 1500 euro lordi.
Mentre il Ministro dell’economia Padoan si mostra preoccupato dell’effetto della sentenza sui conti pubblici, senza peraltro indicare l’esatto ammontare di quanto va corrisposto ai pensionati in esecuzione della pronuncia della Consulta, dati che possiede perché contenuti nella relazione tecnica che ha accompagnato la proposta Fornero in Parlamento, cominciano a sentirsi preoccupanti affermazioni che tendono a mettere l’un contro l’altro i giovani e i pensionati. Dice, per esempio, Elisabetta Gualmini, già Presidente dell’Istituto Cattaneo ed oggi vicepresidente della Giunta della Regione Emilia-Romagna, intervenuta ieri mattina ad OmnibusLa7 che mentre si parla di restituire ai pensionati il maltolto nessuno pensa ai giovani. Affermazione gravissima che distorce la realtà nel tentativo spregiudicato di allontanare la responsabilità della situazione dal Governo e dalla sua maggioranza.
È evidente, infatti, che le due situazioni non sono comparabili. Da una parte c’è un diritto leso da una norma che non ha tenuto conto di diritti acquisiti, costruiti a misura di contributi definiti sulla base di leggi, diritti che vanno ripristinati, dall’altro c’è un’esigenza sociale sentitissima che quella di mettere a disposizione dei giovani posti di lavoro in un quadro di sviluppo dell’economia. Esigenza che sentono soprattutto “nonni” e “padri”, cioè i pensionati, che suppliscono, con le loro modeste risorse, che non possono essere definite “d’oro”, alle esigenze di quanti non hanno o hanno perso il lavoro con una solidarietà tra le generazioni che sarà sicuramente ridotta se non dovesse arrivare la rivalutazione delle pensioni in conseguenza della sentenza della Corte costituzionale. Tutto ciò in assenza di adeguati interventi di Governo e Parlamento i quali, ciascuno per la propria parte di responsabilità, hanno il dovere di costruire le condizioni per le quali l’economia italiana si riprenda, favorendo l’aumento dell’occupazione, un’occupazione che non può prescindere da un incremento dei consumi e, quindi, dall’aumento della produzione. Oggi noi assistiamo agli effetti, probabilmente purtroppo temporanei, di una rinnovazione di contratti resa possibile da incentivi alle imprese che assicurano gravi fiscali e contributivi a tempo dei quali gli imprenditori si giovano. È una scommessa sul futuro, perché è evidente che se non ci sarà ripresa della produzione quei contratti saranno naturalmente risolti allo scadere dei benefici.
Questo scontro tra generazioni che si va delineando, gravissimo nelle parole di una studiosa come la Gualmini, è espressione di un modo di fare politica introdotto da Matteo Renzi che fin dall’inizio si è esercitato nella demonizzazione di categorie nei confronti delle quali ha esercitato forme di aggressione, a volte violenta, come nei confronti dei dipendenti pubblici, dei cosiddetti “mandarini”, dei magistrati per i quali è giunto ad usare argomenti non solo infondati ma addirittura ridicoli, come quello di confondere le ferie con il periodo di sospensione dei termini giudiziari, una norma che interessava soprattutto gli avvocati.
La politica di mettere contro tra loro le categorie, anche sulla base di contrapposizioni artificiose, è uno strumento politico di corto respiro che nasconde il tentativo di eludere riflessioni serie sulle cose da fare per questo Paese che ha bisogno di interventi profondi in vari settori, dalla sanità alla giustizia, dal turismo alla scuola che, nella realtà, restano al palo e costituiscono una vera e propria occasione mancata. Gli ultimi due esempi, il turismo e la scuola, sono emblematici di questa incapacità di andare al di là degli slogan, delle affermazioni pure condivisibili dietro le quali appare il nulla se non una sorta di controriforma pericolosa. Il turismo che, originato essenzialmente dall’immensa ricchezza del nostro patrimonio storico artistico, è la cenerentola della politica governativa quando potrebbe assicurare migliaia di posti di lavoro. La scuola, alla quale ogni governo serio dovrebbe guardare con la massima attenzione perché è lì che si formano i cittadini e i futuri professionisti è oggetto in questi giorni di demagogiche affermazioni che non hanno convinto famiglie, studenti e professori i quali ultimi stanno attuando una protesta che potrebbe dare brutte sorprese al Presidente del consiglio e Segretario del Partito Democratico la cui popolarità in calo potrebbe ulteriormente diminuire a breve.
Quel che insegnano le elezioni nel Regno Unito
La democrazia inglese radicata sul territorio
Va di moda, in questi giorni, parlare del Regno Unito dopo il risultato elettorale di David Cameron che ha vinto le elezioni legislative ottenendo la maggioranza assoluta dei seggi nel Parlamento inglese. Gioisce la destra per il risultato del primo ministro conservatore che, fino alla vigilia delle elezioni era considerato dai sondaggi in bilico, gioiscono tutti fautori della governabilità, a destra e a sinistra, perché com’è tradizione a Londra il nuovo governo si insedia a distanza di poche ore dal risultato delle elezioni o di pochi giorni quando, come nella precedente legislatura, era stato dato l’avvio ad un governo di coalizione fra i Tory e i liberaldemocratici.
I giornali hanno messo in risalto inoltre un effetto del risultato elettorale, poco praticato in Italia. Quello che i leader politici i quali hanno perduto voti e seggi non hanno atteso riunioni di segreterie o di direzioni di partito per dimettersi.
Altro aspetto da considerare è quello, sfuggito a molti, dello speciale rapporto che si instaura tra eletto ed elettori in un paese che da sempre ha un sistema elettorale che si basa su collegi uninominali. Uno speciale rapporto che ha un duplice aspetto, quello della vicinanza del parlamentare all’elettorato ed al territorio e quello della sua indipendenza nei confronti del partito politico nel quale milita, proprio in ragione della forza elettorale dovuta allo stretto legame con il territorio.
Si era tentato anche in Italia di instaurare con il cosiddetto Mattarellum, dal nome del suo autore, oggi Presidente della Repubblica, un rapporto diretto tra eletto ed elettore e subito i segretari di partito ne hanno compreso la pericolosità per il loro potere di scelta e di governo degli apparati politici e dei gruppi parlamentari ed hanno immediatamente rimediato spostando nelle elezioni successive senatori e deputati in altro collegio. Ricordo sempre il caso di un parlamentare eletto la prima volta a Roma la seconda a Bolzano, la terza a Venezia.
Parlavo qualche anno fa con parlamentare inglese il quale sottolineava proprio questo suo speciale rapporto con l’elettorato, come la campagna elettorale “porta a porta” fosse autentica e non virtuale in quanto, mi faceva osservare, i suoi elettori non gradirebbero se lui non bussasse alla porta di un avversario politico per cercare di convincerlo sulle sue buone ragioni. In questo modo l’elettore inglese vuol sapere se il parlamentare che eleggerà ha una capacità di convincere o tentare di convincere anche gli avversari sulle buone ragioni della buona politica che lui condivide.
Questo legame con il territorio, spiegava il mio interlocutore, ha anche un altro aspetto. “il mio partito, diceva, non penserebbe mai di spostarmi in un altro collegio perché sa che se lo facesse io mi presenterei ugualmente e, forte del mio consenso, sarei comunque eletto”.
Poi ci sono altre questioni oggetto in questi giorni del dibattito sull’esperienza elettorale inglese. Quella, ad esempio, che il sistema basato su collegi uninominali in realtà porta in Parlamento un numero di deputati non corrispondente al numero dei voti espressi dal popolo. Per cui si sottolinea la differenza con il sistema elettorale proporzionale. In sostanza percentuali che in Italia reggerebbero un partito di medie proporzioni nel Regno Unito possono determinare anche l’elezione di uno o due parlamentari in ragione del fatto che è necessario prevalere in un collegio per varcare le porte della Parliament House. Si comprende il senso di questa osservazione ma siccome i sistemi elettorali perfetti non esistono è bene tener conto degli effetti positivi di quelli che tradizionalmente dimostrano una capacità di governo ed una elevata professionalità politica degli eletti. E non c’è dubbio che il collegio uninominale, che radica sul territorio un parlamentare non solo lo collega strettamente all’elettorato e all’ambiente ma determina anche a una selezione naturale dei migliori, cioè di coloro che hanno consenso elettorale, che fanno tradizionalmente della democrazia inglese un esempio di buona politica.
Pubblicato da peppe a 14:48
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