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Sentenza Casssazione n. 52038 - Omesso versamento delle ritenute certificate
Venerdì 06 Febbraio 2015 15:41
Casssazione Penale, Sentenza n. 52038, depositata il 15 dicembre 2014
Omesso versamento delle ritenute certificate, la crisi dell’impresa non scrimina il reato. Né l’aver ritenuto di privilegiare il pagamento delle retribuzioni dei dipendenti, né l’aver dovuto pagare i debiti ai fornitori e neppure la mancata riscossione di crediti vantati e documentati sono situazioni - anche se provate - idonee ad integrare lo stato di necessità e, dunque, ad escludere il dolo. A tal fine è, infatti, necessario che siano assolti gli oneri di allegazione che, per quanto attiene alla crisi di liquidità, dovranno investire sia l’aspetto della non imputabilità al sostituto d’imposta della crisi economica, sia che detta crisi non possa essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso a tutte le possibili azioni.
A fornire queste importanti direttive è la Terza sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 52038, depositata il 15 dicembre 2014 la quale, peraltro, ha anche fatto chiarezza in merito alla questione di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis. del D.Lgs. n. 74/2000 (omesso versamento di ritenute da parte del sostituto d’imposta).
All’amministratore di una società veniva contestato il reato di omesso versamento delle ritenute certificate, previsto e punito dall’art. 10-bis del D.Lgs. n. 74 del 2000.
In qualità di sostituto d’imposta, infatti, lo stesso aveva omesso di versare le ritenute risultanti dalle certificazioni rilasciate ai dipendenti.
Sia in primo grado che in appello, l’imputato veniva condannato, nonostante si fosse difeso sostenendo la crisi dell’impresa, nonché il convincimento di non superare la soglia di punibilità prevista per far scattare il reato.
In particolare, la Corte di Appello aveva ritenuto sussistente l’elemento soggettivo del reato di omesso versamento, nonostante l’impresa versasse in uno stato di crisi economica e si trovasse in una situazione di illiquidità.
Si ricorda che l’art. 10-bis del D.Lgs. n. 74/2000 punisce chiunque non versa, entro il termine previsto per la presentazione di dichiarazione annuale di sostituto d’imposta (in genere 30/09), ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituti, per importi superiori a 50.000 euro per ciascun periodo di imposta.
Il reato si consuma con il mancato versamento delle ritenute complessivamente risultanti dalla certificazione, entro la scadenza del termine finale per la presentazione della dichiarazione annuale.
Il delitto è strutturato, dunque, come reato omissivo proprio istantaneo, posto che si consuma in conseguenza del mancato compimento dell’azione dovuta, entro il termine fissato.
Tale termine non coincide con quello richiesto dalla normativa fiscale per l’adempimento dell’obbligazione tributaria: infatti, mentre la norma tributaria fissa quale termine per il versamento all’erario delle ritenute effettuate il giorno 16 del mese successivo a quello in cui le stesse sono state operate da parte del sostituto, l’art. 10-bis – nel fare riferimento a tutte le ritenute operate nell’anno di imposta – stabilisce quale termine di inadempimento rilevante ai fini penali il 30 settembre dell’anno successivo.
Per l’integrazione del reato, sotto il profilo soggettivo, risulta sufficiente il dolo generico, ovvero la consapevolezza dell’omesso versamento nel termine stabilito per il versamento delle ritenute.
Proprio in relazione all’elemento soggettivo del reato è molto dibattuta ultimamente la questione se la crisi economica dell’impresa sia idonea a scriminare il reato, poiché, per l’appunto, vi sarebbe una causa di forza maggiore idonea ad escludere il dolo.
Avverso la sentenza della Corte di Appello, la difesa dell’imputato proponeva ricorso in Cassazione, ribadendo, tra le altre cose, l’insussistenza dell’elemento psicologico del reato di omesso versamento delle ritenute, proprio in virtù della crisi economica in cui versava l’impresa.
Inoltre, l’imprenditore era convinto di non superare la soglia di punibilità necessaria per far scattare il reato.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 52038, depositata il 15 dicembre 2014, respinge il ricorso e conferma la condanna a carico dell’imprenditore.
Secondo i Supremi Giudici, la situazione di colui che non versa l’imposta si risolve, di regola, in una condotta cosciente e volontaria, che consiste anzitutto in un mancato accantonamento delle somme trattenute.
A tal proposito, richiamano la sentenza delle Sezioni Unite (n. 37425/2013) in cui si affermava, per l’appunto, che l’imprenditore è tenuto ad accantonare le somme dovute al fisco, organizzando le risorse disponibili in modo da poter adempiere all’obbligazione tributaria.
La prova del dolo, in particolare, è insita nella duplice circostanza del rilascio della certificazione al sostituito e della presentazione del Modello 770, che riporta le trattenute effettuate, la data, ammontare ed i versamenti relativi.
Non può dunque invocarsi, per escludere la colpevolezza, la crisi dell’impresa.
In particolare, la Corte afferma che né l’aver ritenuto di privilegiare il pagamento delle retribuzioni dei dipendenti, né l’aver dovuto pagare i debiti ai fornitori e neppure la mancata riscossione di crediti vantati e documentati sono situazioni – anche se provate - idonee ad integrare lo stato di necessità e, dunque, ad escludere il dolo.
Quest’ultimo potrà venire meno solo se l’imprenditore dimostra non solo che la crisi non sia a lui imputabile, ma anche che non sia stato altrimenti possibile reperire le risorse necessarie per adempiere puntualmente alle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni (non da ultimo il ricorso al credito bancario).
Inoltre, la Corte precisa che a nulla rileva il fatto che l’imprenditore fosse convinto di non superare la soglia di rilevanza penale.
Da qui il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente alle spese processuali, nonché al pagamento di un’ammenda.
La sentenza in commento appare particolarmente rigorosa e conferma il più recente orientamento per cui la crisi di per sé non è sufficiente ad escludere il reato.
Occorre, altresì, evidenziare un altro punto importante della pronuncia: la Cassazione, infatti, rigetta la questione di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis, sollevata dalla difesa in relazione alla recente pronuncia n. 80 del 2014, con cui la Consulta aveva dichiarato la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 10-ter.
Dato che l’art. 10-ter richiamerebbe il 10-bis, allora anche quest’ultima norma sarebbe stata travolta dalla pronuncia della Corte Costituzionale.
I giudici della Cassazione, tuttavia, non la pensano così: infatti, la pronuncia della Corte Costituzionale è specifica per l’omesso versamento Iva, posto che dichiara la illegittimità della norma in relazione ai reati di omessa dichiarazione e dichiarazione infedele (artt. 4 e 5, D.Lgs. 74/00).
Viceversa, per l’omesso versamento delle ritenute non può porsi la questione poiché la dichiarazione modello 770 non può essere ricompresa nei predetti artt. 4 e 5 del D.Lgs. 74/00.

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