Source: http://www.avvocatogratis.it/marzo-2015/969-ricorso-per-corretto-inquadramento-giuridico-del-dipendente.html
Timestamp: 2018-12-13 14:40:10+00:00

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Sono stato assunto nel 2006 con la qualifica di impiegato 2° livello Bis del contratto metalmeccanici Artigiani. Nel 2009, per una cessione di ramo d\'Azienda , sono passato ad altra Società (SPA) con la qualifica di impiegato 5° Livello sempre metalmeccanici installatori d\'impianti. A mio avviso la parità di qualifica si sarebbe raggiunta con il 5°S perchè leggendo il mansionario contrattuale esse si equivalgono.
Indubbiamente sarebbe stato corretto adottare un inquadramento, nell'azienda cessionaria, di quinto S; la conclusione è di adamantina evidenza, semplicemente leggendo il mansionario contrattuale e deducendo la sostanziale equipollenza.
Sarebbe tuttavia il caso di chiederci: è risarcibile il demansionamento in caso di cessione di ramo d'azienda ?
Sebbene in passato la giurisprudenza non sia stata univoca, attualmente i tribunali del lavoro e la cassazione, ritengono illegittimo il demansionamento in caso di cessione d'azienda, ossia ritengono che anche in caso di cessione di ramo d'azienda, il lavoratore dipendente abbia diritto ad un corretto inquadramento giuridico e contrattuale.
E' quanto affermato dai supremi giudici della corte di cassazione con sentenza n. 15848/2014: si tratta proprio di un caso di demansionamento a seguito della cessione di un ramo d'azienda.
Scrive la Corte di cassazione: “In riferimento ai contratti dei lavoratori oggetto del ramo trasferito si configura il demansionamento dei lavoratori, se il datore non riesce a dimostrare l'inidoneità fisica del dipendente che legittimerebbe il demansionamento. Il risarcimento del danno non patrimoniale subito dal lavoratore può essere liquidato dietro ricorso avvalendosi della prova per presunzioni”.
Praticamente la Corte di cassazione pone l'onere probatorio a carico del datore di lavoro. Spetta quindi al datore di lavoro dimostrare che il corretto inquadramento del lavoratore non è stato realizzato a causa dell'inidoneità fisica del dipendente medesimo.
… quindi salvo il caso di inidoneità fisica del dipendente, il lavoratore ha diritto ad un corretto inquadramento a seguito di cessione di ramo d'azienda.
A proposito dell'onere probatorio a carico del datore di lavoro, vorrei che leggessi questo periodo della sentenza della cassazione.
“Va infatti considerato che, in tema di demansionamento e relativo onere probatorio, il lavoratore può reagire al potere direttivo che assume esercitato illegittimamente prospettando circostanze di fatto volte a dare fondamento alla denuncia e, quindi, con un onere di allegazione di elementi di fatto significativi dell'illegittimo esercizio, mentre il datore di lavoro, convenuto in giudizio, è tenuto a prendere posizione, in maniera precisa e non limitata ad una generica contestazione, circa i fatti posti dal lavoratore a fondamento della domanda (come previsto dalla Cassazione Sezioni Unite 6 marzo 2009, n. 5454).
Il risarcimento del danno spettante da demansionamento può essere fornito con tutti i mezzi probatori offerti dall'ordinamento (anche con testimoni). Come scrive la cassazione nel seguente periodo, il risarcimento non è liquidato soltanto in ragione della differenza stipendiale non percepita, ma anche in ragione del danno alla professionalità ed alle ragionevoli aspettative di progressione del dipendente.
“Il diritto del lavoratore al risarcimento del danno non patrimoniale non può prescindere da una specifica allegazione sulla natura e sulle caratteristiche del danno medesimo, ma la sua dimostrazione in giudizio può essere fornita con tutti i mezzi offerti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, alla luce della complessiva valutazione di precisi elementi in tal senso significativi - quali le ragioni dell'illegittimità del provvedimento di revoca, le caratteristiche, durata, gravità e conoscibilità nell’ambiente di lavoro dell'attuato demansionamento, la frustrazione di ragionevoli aspettative di progressione, le eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore di lavoro comprovanti l'avvenuta lesione dell'interesse relazionale - la cui isolata considerazione si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico e valutativo seguito dal giudice di merito (Cass. 21 marzo 2012, n. 4479)”.
Infine un'altra recente sentenza (Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, sentenza n. 20716 del 10 settembre 2013) ha chiarito che “il risarcimento da dequalificazione professionale genera un credito che può essere fatto valere sia a carico dell'azienda cedente che di quella subentrante, in regime di responsabilità solidale, a patto che i lavoratori dimostrino la continuità del rapporto di lavoro, elemento essenziale che costituisce la base della garanzia della salvaguardia della posizione del lavoratore”.
Consiglio pertanto, previa diffida con raccomandata a/r al datore di lavoro, di presentare ricorso al tribunale del lavoro al fine di ottenere un corretto inquadramento giuridico ed economico, oltre ad un congruo e ragionevole risarcimento danni.
Sentenza Cassazione Civile Sent. Sez. L Num. 15848 Anno 2014
Sentenza Cassazione Civile Sent. Sez. L Num. 4479 Anno 2012
Sentenza Cassazione Civile Sent. Sez. L Num. 20716 Anno 2013

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