Source: https://www.iuranovitcuria.it/magazine/2019/05/20/la-persona-fisica-lindividuo-il-cittadino-lamministrato-il-consumatore-il-reo/
Timestamp: 2019-11-17 22:00:57+00:00

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La persona fisica (l’individuo – il cittadino – l’amministrato – il consumatore – il reo)
La persona fisica: nozione giuridica
La persona fisica, o meglio la persona umana, è l’uomo considerato dal diritto in sé e nei rapporti con gli altri esseri umani e con le formazioni sociali (cfr., art. 2 Cost.): nei manuali ottocenteschi ci si riferiva alle persone naturali, per differenziarle da quelle prive di sostrato umano, costituenti solo una astrazione giuridica.
Volendo ripercorre, in rapida sintesi, l’intera storia dell’uomo, sotto il profilo giuridico, si può osservare che, all’origine, nella piccola comunità (la polis, la civitas preclassica) la concezione del soggetto (e quindi del diritto soggettivo) è molto stemperata e finisce anzi per dissolversi, stante la compenetrazione quasi completa del soggetto stesso con la comunità cui appartiene: i suoi interessi (ed anche i suoi bisogni) non si differenziano da quelli della comunità sociale ed economica del quale il soggetto è esponente in senso effettivo e non soltanto formale.
Quando cominciano i traffici mercantili, e quindi i contatti fra l’individuo rappresentativo della comunità e gli estranei, si determina il sorgere automatico di una forma di soggettività autonoma dell’individuo, inteso innanzitutto come parte di un rapporto di scambio, cioè come portatore di un interesse diverso e contrapposto rispetto a quello di un altro soggetto estraneo alla comunità. Ed ecco allora che acquisiscono significato e rilevanza giuridica gli status, innanzitutto lo status civitatis (appartenenza alla comunità dei cives) ovvero l’appartenenza a determinate classi o famiglie, che costituisce il presupposto necessario per l’acquisto e l’esercizio di determinati diritti, sia sul piano dei rapporti fra privati, sia per quel che concerne le cariche pubbliche.
Nello scorrere del tempo e soprattutto in base ai mutamenti successivi alla rivoluzione francese, a fronte dunque di un soggetto giuridicamente rilevante soltanto in quanto appartenente ad una classe, ad un gruppo, ad una famiglia, ad un ordine, comincia a pendere corpo l’idea di un soggetto–persona, considerato indipendentemente da ogni rapporto, ma portatore di prerogative e dotato di diritti innati ed inalienabili (Livi, Macario, Trattato di diritto privato europeo, vol. I°, Cedam, 2003, pg. 293 ss.).
Posizione apicale della persona umana nell’ordinamento giuridico: gli articoli 2 e 3 della Costituzione
La dottrina nel riassumere la attuale posizione ordinamentale della persona umana, osserva: Il rilievo importante è che la persona umana, nell’interpretazione sistematica delle disposizioni costituzionali [artt. 2 e 3, commi 1 e 2, Cost.], si colloca all’apice dell’ordinamento giuridico, determinando così una serie di conseguenze anche sul piano metodologico e su quello applicativo. Ne deriva, ad esempio, che le situazioni giuridiche soggettive patrimoniali sono sempre subordinate a quelle esistenziali, nelle quali in via primaria si esprimono l’essere e l’agire della persona umana. (Stanzione P., Persona fisica, EGT)
Una eco si coglie nell’attuale impianto della nostra Costituzione repubblicana ove, all’art. 1 afferma che la repubblica è fondata sul lavoro.
Come infatti è stato osservato Collocando a base dello Stato il lavoro non si inteso solo riepilogare le molteplici disposizioni costituzionali che lo prendono ad oggetto, ma si è piuttosto ubbidito all’intento polemico di esprimere una volontà di netto distacco dalle costituzioni del passato (le quali riflettevano strutture sociali basate sulla proprietà privata dei beni di produzione, proclamata e tutelata come «sacra e inviolabile») e così invertire il valore attribuito ai due termini del rapporto proprietà-lavoro, conferendo la preminenza a quest’ultimo sul primo. (Mortati C., Costituzione della Repubblica Italiana, voce dell’EdD).
Rincalza altro autore Il concetto di «diritto soggettivo», in uno con quelli di «soggetto giuridico» e di «titolarità soggettiva», sta al centro del «Sistema», qualificandolo appunto in chiave soggettiva. (Maiorca C., Diritto Soggettivo, I) Teoria generale, EGT)
Prosegue Maiorca: «Soggetto giuridico» e «diritti soggettivi» sono postulati mentali che, nel discorso dei giuristi, teorici e altresì pratici, vengono presentate come «entità» reali, e, se non proprio fenomeniche, supposte tali. Dell’«entità» diritto soggettivo si predica, infatti, una «vita» e, con ciò, una «nascita», una «estinzione»).
L’art. 2 della Costituzione: “la chiave di volta”
L’art. 2 della Costituzione merita un particolare richiamo anche se qui svolto in ottica sintetica.
Come avverte la migliore dottrina costituzionalistica (Crisafulli, Esposito, Mortati) tale norma, ponendo a fondamento della Costituzione i princìpi personalistico, pluralistico e solidaristico, sintetizza la vera e propria “chiave di volta dell’intero sistema costituzionale” nonchè il “principio che consente di risolvere dialetticamente tutte le antinomie”.
In sintesi, come è stato osservato, L’importanza della disposizione contenuta nell’art. 2 all’interno della Costituzione del 1947 è dimostrabile, almeno con riguardo alle intenzioni del costituente, da almeno due ordini di considerazioni: la prima è che in essa trovano sintesi ben tre princìpi fondanti e caratterizzanti la forma dello Stato (il principio personalista, quello del pluralismo sociale e quello della solidarietà); la seconda è che nelle intenzioni originarie la disposizione doveva trovare collocazione all’art. 1 e rappresentare in tal modo la ‹‹pietra d’angolo›› della Carta (solo in una fase finale dei lavori costituenti fu deciso di premettere a detta disposizione l’attuale art. 1). (AA.VV. La Costituzione Italiana, Utet 2007, pg. 38).
Ma ancor più può affermarsi, innestando tale principio quale chiave di lettura dell’intero ordinamento giuridico, funzionale allo svolgimento della quasi totalità delle tracce per lo sviluppo di un Tema sia in diritto amministrativo che di diritto civile ovvero di diritto penale: come si vedrà, infatti, la “umanizzazione” del trattamento sanzionatorio criminale, la riduzione di ufficio della clausola penale eccessiva nella contrattualistica, la stessa nozione di interesse legittimo, si improntano fortemente dei valori giuridici permeati nell’art. 2 della Costituzione.
Ex pluris, valga il richiamo alla affermazione giurisprudenziale per cui La norma dell’art. 40, cpv., c.p., secondo la quale non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo, può e deve essere interpretata in termini solidaristici, avendo presenti le norme degli art. 2, 32, 41, 2° comma, Cost. (Cass., sezione IV penale; sentenza, 6 dicembre 1990); ovvero, in campo civilistico (con specifico riferimento al diritto delle obbligazioni), va rammentato che la Corte di Cassazione, con la sentenza 5 novembre 1999, n. 12310, nel richiamarsi al disposto dell’art. 1175 (comportamento secondo correttezza) del codice civile, ha precisato che il principio di correttezza e buona fede, operando come un criterio di reciprocità, una volta collocato nel quadro di valori introdotto dalla Carta costituzionale, deve essere inteso come una specificazione degli «inderogabili doveri di solidarietà sociale» imposti dall’art. 2 Cost.: con la conseguenza, che la sua rilevanza si esplica nell’imporre a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio, il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra parte, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da singole norme di legge (in termini, Cass. 15 marzo 2004, n. 5240; 30 luglio 2004, n. 14605).
La persona umana, «in carne ed ossa»
Vale tuttavia precisare che la persona umana, «in carne ed ossa» –tanto che con una colorita metafora si parla di «incarnazione dei soggetti»- è al centro dell’universo giuridico non da sempre.
E’ in dato momento storico che si registra la necessità di superare il soggetto–modello, prodotto nei laboratori settecenteschi, che astrae da ogni soggetto in carne ed ossa».
In altri termini, l’epilogo costituzionale nella prospettiva indicata dall’art. 3 Cost. cioè nel senso dello sviluppo della persona e quindi di un diritto privato rifondato nel senso di una sorta di diritto costituzionale della persone, è anche il risultato dell’impegno di quei giuristi che volevano fare finalmente i conti con un mondo di soggetti incarnati e non di modelli perfetti, tutti eguali e tutti potenziali proprietari, egregiamente utilizzabili soltanto per il soggetto possidente/istruito che in quel modello trovava la sua forma congeniale e ospitale (Grossi «La scienza del diritto privato», richiamato in Livi cit., pg. 133).
L’effettività del godimento dei diritti è peraltro intento presente nella Costituzione per fare in modo che sia eliminata quella forte disuguaglianza data, di fatto, dalla posizione egemone dei detentori del potere economico o delle maggioranze che detengono il potere politico. In questi come in altri casi il costituente ha ritenuto di doversi affidare all’azione degli strumenti indiretti di pressione, cui fa riferimento il comma 2 dell’art. 3 quando impone allo Stato di rimuovere le situazioni di grave disparità sociale che, perdurando, danno vita da una parte a privilegi e dall’altra alla privazione di beni pure riconosciuti necessari allo svolgimento della personalità. Si è esattamente fatto rilevare come il carattere polemico, di valutazione negativa del sistema dei rapporti sociali in atto, rivestito dalla norma ora ricordata, costituisca l’aspetto più originale della nostra Costituzione e le conferisca il suo significato più pregnante. (Mortati, voce Costituzione della Repubblica Italiana cit., pg. 217).
Il novellato articolo 117 della Costituzione afferma ora che Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra le donne e uomini alle cariche elettive.
La centralità dell’individuo influenza anche le dottrine pubblicistiche ove si avverte che la ricostruzione del rapporto p.A./cittadino deve ora investigarsi alla stregua dei parametri costituzionali: investigazione ineludibile e con pregnanti ripercussioni sulla definizione del concetto di interesse legittimo.
Basta qui ricordare con la migliore dottrina (Nigro M.) che l’amministrazione, voluta dal costituente, continua ad essere un’entità, o complesso di entità, agente per un proprio interesse (interesse collettivo), ma –poiché essa appare ormai decisamente strumento immediato della comunità popolare e dell’ordinamento che di questa è espressione (art. 1) e poiché ancora questa comunità popolare è essenzialmente il luogo di esplicazione della personalità dell’uomo (art. 2) e cioè di soddisfazione degli interessi del medesimo– ne risulta un nuovo rapporto fra interesse dei singoli, interesse dell’amministrazione, finalità dell’ordinamento, rapporto difficilissimo a cogliersi ma circa il quale si può sicuramente dire che tendenzialmente, nella realizzazione delle finalità dell’ordinamento, l’interesse dell’amministrazione appare sempre congiunto con l’interesse dei singoli quanto meno nel senso che il concretamento e la soddisfazione del primo esigono la più accurata considerazione degli interessi dei singoli.
Sempre sul parametro dell’art. 2 della Costituzione (la già ricordata «chiave di volta dell’intero sistema costituzionale»: Crisafulli), la Corte Costituzionale avvalora la centralità dell’individuo, con riferimento alla centralità della coscienza individuale.
La Corte ha infatti notato (sent. 467/1991, sent. 422/1993 e 149/1995) che A livello dei valori costituzionali, la protezione della coscienza individuale si ricava dalla tutela delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili riconosciuti e garantiti all’uomo come singolo, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia di questi ultimi senza che sia stabilita una correlativa protezione costituzionale di quella relazione intima e privilegiata dell’uomo con se stesso che di quelli costituisce la base spirituale–culturale e il fondamento di valore etico–giuridico.
In altri termini, –nota ancora la Corte– poiché la coscienza individuale ha rilievo costituzionale (per la sua stretta inerenza alle libertà fondamentali dell’uomo ed ai diritti inviolabili del singolo nella vita di relazione), gode di una protezione costituzionale commisurata alla necessità che quelle libertà e quei diritti non risultino irragionevolmente compressi nella loro possibilità di manifestazione e di svolgimento a causa di preclusioni o di impedimenti ingiustificatamente posti alle potenzialità di determinazione della coscienza medesima. (La sentenza n. 149/1995 è commentata in Il Corriere giuridico, 1995, fasc. 11, pg. 1295 ss.).
Per la Cassazione penale (sezione IVª penale, sent. 1 marzo 2000: testo infra) La libertà di coscienza, infatti, è un «bene costituzionalmente rilevante» (sent. 18 luglio 1989, n. 409) e quindi «dev’essere protetta in misura proporzionata alla priorità assoluta e al carattere fondante ad essa riconosciuta nella scala dei valori espressa dalla Costituzione italiana» (sent. 5 maggio 1995, n. 149, cit., che richiama la sent. 19 dicembre 1991, n. 467), al punto che la stessa libertà religiosa ne diventa una particolare declinazione: «libertà di coscienza in relazione all’esperienza religiosa» (sent. 334/96, cit.). Ne consegue che questa libertà, nel «pluralismo dei valori di coscienza susseguente alla garanzia costituzionale delle libertà fondamentali della persona» (sent. 3 dicembre 1993, n. 422), va tutelata nella massima estensione compatibile con altri beni costituzionalmente rilevanti e di analogo carattere fondante, come si ricava dalle declaratorie di illegittimità costituzionale delle formule del giuramento, operate dall’alta corte alla luce di quel parametro.
Per incidens, si ricorda che il testo poi concretizzatosi nell’art. 101, 2° c., Cost, secondo cui «i giudici sono soggetti soltanto alla legge», fu originariamente impostato nel senso che «i magistrati dipendono soltanto dalla legge che interpretano ed applicano secondo coscienza».
La formula è stata di recente recuperata per affermare che la regola di diritto sancita dal giudice, nel definire una vertenza, “germina” nella sua coscienza che è sì luogo ideale in cui si è soli ma nel quale si è tutt’altro che isolati dovendo la scelta giuridica esprimere la verità che la collettività, nel suo insieme, manifesterebbe, sicché, per il giudice, non c’è luogo più affollato, secondo l’autore, che la solitudine della propria coscienza. (Mazzarella F., Sull’«appartenenza» dei giudici, Foro It., 2000, V, pg. 178 ss.)
Il richiamo operato dalla Cassazione penale alla sentenza della Corte Costituzionale nr. 334/1996 va vivificato con la disamina di parte di tale pronuncia:
Corte Costituzionale 8 ottobre 1996 nr. 334
È incostituzionale l’art. 238, 2° comma, c.p.c., limitatamente alle parole «davanti a Dio e agli uomini».
Diritto – (omissis) 2. – La questione è fondata sotto il primo dei due profili indicati.
3. – Sebbene il giudice rimettente prospetti l’anzidetta questione di legittimità costituzionale in riferimento al rispetto della libertà di coscienza del non credente, il problema che viene posto ha portata generale.
3.1. – Gli articoli 2, 3 e 19 della Costituzione garantiscono come diritto la libertà di coscienza in relazione all’esperienza religiosa. Tale diritto, sotto il profilo giuridico-costituzionale, rappresenta un aspetto della dignità della persona umana, riconosciuta e dichiarata inviolabile dall’art. 2. Esso spetta ugualmente tanto ai credenti quanto ai non credenti, siano essi atei o agnostici (sentenza n. 117 del 1979) e comporta la conseguenza, valida nei confronti degli uni e degli altri, che in nessun caso il compimento di atti appartenenti, nella loro essenza, alla sfera della religione possa essere l’oggetto di prescrizioni obbligatorie derivanti dall’ordinamento giuridico dello Stato. La libertà di professione religiosa, riconosciuta in ogni sua forma senza altro limite che non sia quello del buon costume, non significa infatti soltanto “libertà da ogni coercizione che imponga il compimento di atti di culto propri di questa o quella confessione da parte di persone che non siano della confessione alla quale l’atto di culto, per così dire, appartiene”: essa esclude, in generale, ogni imposizione da parte dell’ordinamento giuridico statale “perfino quando l’atto di culto appartenga alla confessione professata da colui al quale esso sia imposto, perché non è dato allo Stato di interferire, come che sia, in un “ordine” che non è il suo, se non ai fini e nei casi espressamente previsti dalla Costituzione” (sentenza n. 85 del 1963).
Non si tratta dunque soltanto della coscienza – e della sua protezione – dei non credenti, i quali non possono essere obbligati al compimento di atti il cui significato contrasti con le loro convinzioni. È in causa la natura stessa dell’essere religioso, ciò che, nell’ordine civile, per l’ordinamento costituzionale può essere solo manifestazione di libertà.
Qualunque atto di significato religioso, fosse pure il più doveroso dal punto di vista di una religione e delle sue istituzioni, rappresenta sempre per lo Stato esercizio della libertà dei propri cittadini: manifestazione di libertà che, come tale, non può essere oggetto di una sua prescrizione obbligante, indipendentemente dall’irrilevante circostanza che il suo contenuto sia conforme, estraneo o contrastante rispetto alla coscienza religiosa individuale.
In ordine alla garanzia costituzionale della libertà di coscienza non contano dunque i contenuti. Credenti e non credenti si trovano perciò esattamente sullo stesso piano rispetto all’intervento prescrittivo, da parte dello Stato, di pratiche aventi significato religioso: esso è escluso comunque, in conseguenza dell’appartenenza della religione a una dimensione che non è quella dello Stato e del suo ordinamento giuridico, al quale spetta soltanto il compito di garantire le condizioni che favoriscano l’espansione della libertà di tutti e, in questo ambito, della libertà di religione.
3.2. – All’anzidetta configurazione costituzionale del diritto individuale di libertà di coscienza nell’ambito della religione e alla distinzione dell’ “ordine” delle questioni civili da quello dell’esperienza religiosa corrisponde poi, rispetto all’ordinamento giuridico dello Stato e delle sue istituzioni, il divieto di ricorrere a obbligazioni di ordine religioso per rafforzare l’efficacia dei propri precetti. Quella distinzione tra “ordini” distinti, che caratterizza nell’essenziale il fondamentale o “supremo” principio costituzionale di laicità o non confessionalità dello Stato, quale configurato numerose volte nella giurisprudenza di questa Corte (sentenze nn. 203 del 1989 e 195 del 1993), significa che la religione e gli obblighi morali che ne derivano non possono essere imposti come mezzo al fine dello Stato.
4. – Considerato che il giuramento nella cui formula sia compreso il riferimento alla responsabilità che si assume davanti a Dio, pur non essendo qualificabile come atto di culto (sentenza n. 85 del 1963), è tuttavia certamente un atto avente significato religioso (sentenza n. 117 del 1979) che chiama in causa la coscienza individuale in materia di religione, ne deve essere riconosciuta l’illegittimità costituzionale, conformemente all’orientamento di questa Corte in materia di formule di prestazione del giuramento (sentenza n. 117 del 1979). Il “giuramento decisorio” di cui è qui questione, pur non potendosi dire propriamente imposto dalla legge – in quanto la parte cui è “deferito” può rifiutarsi di prestarlo ovvero può “riferirlo” alla controparte – è pur sempre l’oggetto di una prescrizione legale alla quale la parte si trova sottoposta, con conseguenze negative: se si rifiuta di prestarlo, soccombe rispetto alla domanda o al punto di fatto per cui il giuramento è stato ammesso; se lo riferisce all’altra parte, rinuncia alla possibilità di affermare nel processo la verità attraverso un proprio atto capace di formare prova legale assoluta. Per questo motivo, la libertà della coscienza in materia di religione risulta violata.
Ma è altresì violata la distinzione, imposta dal principio di laicità o non confessionalità dello Stato, tra l’ “ordine” delle questioni civili e l’ “ordine” di quelle religiose. Il primo comma dell’art. 238 cod. proc. civ. stabilisce che un organo dello Stato, il giudice, deve “ammonire” il giurante sulla “importanza religiosa” del giuramento e l’impugnato secondo comma del medesimo articolo prevede che la parte deve esprimere la propria consapevolezza circa la responsabilità che col giuramento assume “davanti a Dio”. Risulta così dalle norme richiamate un’inammissibile commistione: un’obbligazione di natura religiosa e il vincolo che ne deriva nel relativo ambito sono imposti per un fine probatorio proprio dell’ordinamento processuale dello Stato. (omissis)
Il tema è dunque strettamente connesso alla affermazione del principio della laicità dello Stato, fra i principi–cardine della Carta Costituzionale.
La giurisprudenza ha avuto modo di saggiarne la consistenza in occasione della questione, di ampia ricaduta mediatica, relativa alla presenza del crocefisso nelle aule scolastiche.
Sul punto, si rimanda alle affermazioni giurisprudenziali elaborate in argomento.
Tribunale Amministrativo Reg. per il Veneto – sez. I – ordinanza 14 gennaio 2004 nr. 56
Non è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli art. 159 e 190 d.leg. 16 aprile 1994 n. 297, come specificati rispettivamente dall’art. 119 r.d. 26 aprile 1928 n. 1297, tab. C, e dall’art. 118 r.d. 30 aprile 1924 n. 965, nella parte in cui includono il crocifisso tra gli arredi delle aule scolastiche, nonché dell’art. 676 d.leg. 297/94, nella parte in cui conferma la vigenza degli art. 119 r.d. 1297/28, tab. C, e 118 r.d. 965/24, in riferimento agli art. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost.
(omissis) 5.1. Accertato così che la questione è rilevante, è ora necessario stabilire se la stessa sia o meno non manifestamente infondata.
Invero, il crocifisso rappresenta la massima icona cristiana, presente in ogni luogo di culto e più di ogni altra venerata: esso può bensì assumere ulteriori valori semantici, ma questi non possono comunque mai completamente elidere quello religioso, da cui traggono comunque giustificazione e fondamento.
La norma in questione, dunque, impone che nelle aule delle scuole elementari e medie, luoghi sicuramente pubblici, sia apposto un simbolo il quale mantiene comunque un univoco significato confessionale, per tale percepito dalla massima parte dei consociati: e non si può essere certi che una siffatta prescrizione sia compatibile con i princìpi stabiliti dalla Costituzione repubblicana, nell’interpretazione che la Corte ha nel tempo delineato.
5.2. Invero, la laicità dello Stato italiano – come ricorda la ricorrente – costituisce, secondo il Giudice delle leggi, un principio supremo, emergente dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, e, dunque, “uno dei profili della forma di Stato delineata dalla Carta costituzionale della Repubblica”, (così Corte cost., 12 aprile 1989, n. 203) e nel quale “hanno da convivere, in uguaglianza di libertà, fedi, culture e tradizioni diverse” (Corte cost., 18 ottobre 1995, n. 440).
Quale riflesso del principio di laicità (successivamente ribadito dalla Corte costituzionale con le sentenze nn. 259/90, 195/93 e 329/97), e, più specificatamente, dell’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione (art. 3 Cost.) e dell’eguale libertà davanti alla legge di tutte le confessioni religiose (art. 8 Cost.), “l’atteggiamento dello Stato non può che essere di equidistanza e imparzialità” nei confronti di ogni fede, “senza che assumano rilevanza alcuna il dato quantitativo dell’adesione più o meno diffusa a questa o a quella confessione religiosa (sentenze nn. 925 del 1988, 440 del 1995 e 329 del 1997)” (così Corte cost., 20 novembre 2000, n. 508).
In tale contesto, credenti e non credenti si trovano “esattamente sullo stesso piano rispetto all’intervento prescrittivo, da parte dello Stato, di pratiche aventi significato religioso: esso è escluso comunque, in conseguenza dell’appartenenza della religione a una dimensione che non è quella dello Stato e del suo ordinamento giuridico, al quale spetta soltanto il compito di garantire le condizioni che favoriscano l’espansione della libertà di tutti e, in questo ambito, della libertà di religione” (Corte cost., 8 ottobre 1996, n. 334); mentre “valutazioni ed apprezzamenti legislativi differenziati e differenziatori” tra le diverse fedi, con diverse intensità di tutela, verrebbero ad incidere sulla pari dignità della persona e si porrebbero “in contrasto col principio costituzionale della laicità o non-confessionalità dello Stato” (Corte cost., 14 novembre 1997, n. 329).
5.3. V’è dunque da dubitare che siano compatibili con le precedenti enunciazioni le norme dell’ordinamento generale le quali prescrivono, come detto, l’esposizione di un simbolo venerato dal cristianesimo nelle aule scolastiche, (così come lo sarebbe ogni altra disposizione che stabilisse la presenza di simboli di altre fedi): ciò non pare pienamente conciliabile con la posizione di equidistanza ed imparzialità tra le diverse confessioni che lo Stato deve comunque mantenere, tanto più che la previsione si riferisce agli spazi destinati all’istruzione pubblica, cui tutti possono accedere – ed anzi debbono, per ricevere l’istruzione obbligatoria (art. 34 Cost.) – e che lo Stato assume tra i suoi compiti fondamentali, garantendo la libertà d’insegnamento (art. 33 Cost.).
Diversamente da quanto avviene per l’insegnamento della religione, che liberamente gli studenti ed i loro genitori possono o meno accogliere – e solo così il principio di laicità dello Stato è osservato: cfr. Corte costituzionale 203/89 cit., e 14 gennaio 1991, n. 13 – la presenza del crocifisso viene obbligatoriamente imposta agli studenti, a coloro che esercitano la potestà sui medesimi e, inoltre, agli stessi insegnanti: e la norma che prescrive tale obbligo sembra così delineare una disciplina di favore per la religione cristiana, rispetto alle altre confessioni, attribuendole una posizione di privilegio che, secondo i rammentati principi costituzionali, non può trovare giustificazione neppure nella sua indubbia maggiore diffusione, ciò che può semmai giustificare nelle singole scuole, secondo specifiche valutazioni, il rispetto di tradizioni religiose – come quelle legate al Natale o alla Pasqua – ma non la generalizzata presenza del crocifisso. (omissis)
Corte Costituzionale nr. 389 del 15 dicembre 2004
La questione è stata poi dichiarata inammissibile dalla Corte Costituzionale con ordinanza nr. 389 del 15 dicembre 2004 in quanto avente ad oggetto un atto privo di forza di legge in quanto la disciplina dell’apposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è contenuta in norme regolamentali e solo impropriamente, ad avviso della Corte, il giudice remittente “aveva tentato di riferirla a disposizioni legislative <come specificate da quelle regolamentari>.
Tar Veneto 1110/2005
Lo stesso Tar Veneto, a seguito della reiezione della questione di costituzionalità, ha poi delibato nel merito il ricorso (respingendolo) in materia di apposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, ulteriormente svolgendo dei punti utili ai fini dell’inquadramento della questione in esame.
Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto – sez. III – 22 marzo 2005 nr. 1110
L’art. 118 r.d. 30 aprile 1924 n. 965 e l’art. 119 r.d. 26 aprile 1928 n. 1297, tab. C, che prevedono la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, sono disposizioni regolamentari tuttora in vigore, non essendo state abrogate, né espressamente né implicitamente, da successive norme di rango costituzionale, legislativo ovvero regolamentare.
È legittima, in quanto non contrasta (confermandolo) il principio della laicità dello Stato repubblicano, la collocazione, nelle aule della scuola pubblica, del crocifisso, da intendersi come simbolo di una particolare storia, cultura e identità nazionali, oltre che espressione di alcuni princìpi laici della comunità.
Diritto (omissis) Va infine rilevato che le numerose pronunce della Corte costituzionale in materia, se da un lato hanno riguardato questioni in cui si discuteva di una specifica prescrizione o imposizione normativa, d’altro lato hanno affermato un principio cardine, quello della laicità dello Stato, che trascende le singole vicende giuridiche.
7.3. – Per completezza, va richiamato altresì l’art. 9 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata il 4 novembre 1950 e ratificata con l. 4 agosto 1955 n. 848 che sancisce il diritto inviolabile «alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione».
Ad avviso di questo collegio, tale norma internazionale — come altre di analogo tenore, quali la convenzione dei diritti del fanciullo siglata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata con l. 27 maggio 1991 n. 176 — nulla aggiunge o toglie a quanto già chiaramente stabilito dalla nostra Costituzione in ordine alla aconfessionalità dello Stato, ma ne costituisce una mera conferma.
7.4. – La laicità dello Stato, derivante direttamente dai princìpi di eguaglianza e di libertà, costituisce un principio non solo nell’ordinamento italiano ma altresì in tutti i sistemi democratici occidentali; è interessante rilevare come le numerose pronunce giurisdizionali che in vari paesi si sono occupate della legittimità della collocazione di simboli religiosi negli spazi pubblici e nelle scuole, pur nella diversità dei contesti normativi e sociali, hanno sempre affermato con forza la priorità del principio di laicità dello Stato, ovvero di neutralità rispetto a tutte le fedi religiose e alle convinzioni atee, e questo anche se l’esito di dette sentenze è stato il più vario.
Il principio supremo della aconfessionalità dello Stato è stato invero considerato come parametro di riferimento nella sentenza del Bundesverfassungsgericht del 16 maggio 1995, in quella della Corte costituzionale del Land Bavarese del 1° agosto 1997, nella sentenza del Tribunale federale svizzero del 26 settembre 1990, del Tribunale supremo di Spagna del 12 giugno 1990, ma anche in numerose pronunce di tribunali statunitensi, sia pure attinenti a simboli diversi dalla croce.
7.5. – Il riferimento a decisioni giurisdizionali assunte in diversi ordinamenti fa desumere che il principio di laicità dello Stato faccia parte ormai del patrimonio giuridico europeo e delle democrazie occidentali, ma implica altresì che dalla sua applicazione nei casi specifici si possono trarre diverse conseguenze in relazione alla liceità dell’esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici.
7.6. – Va aggiunto che altri concetti, pur richiamati dalle pronunce straniere e ripresi da una copiosa dottrina, non appaiono invece utilizzabili nella presente controversia: ad esempio, appare dubbia la possibilità di richiamare il concetto di laicità attiva quale contrapposta a quella c.d. passiva, anche perché tale distinzione appare di difficile configurazione nel nostro ordinamento costituzionale, che accanto alla libertà religiosa ammette anche il regime concordatario.
Allo stesso modo, non appare utilizzabile il concetto di simbolo attivo distinto da quello di simbolo passivo, richiamato in alcune sentenze degli Stati uniti d’America, anche perché la differenziazione appare basata più sull’atteggiamento del ricettore, difficilmente determinabile a priori, che riferita alla natura del simbolo medesimo.
Infine, risulta impossibile trasporre nel nostro sistema il concetto di laicità francese, legato strettamente alla specifica storia di quel paese e basato non già sulla neutralità dello Stato, ma su di una sua precisa scelta di valori.
7.7. – Occorre appena aggiungere, per completezza, che trattandosi di applicare un principio di libertà, non può trovare ingresso il criterio dell’opinione della maggioranza ovvero di una minoranza oppure di un singolo (l’unica eccezione in Europa riguarda la legge austriaca del 1949, confermata dal concordato del 1962, che collega l’esposizione della croce nelle scuole alla volontà della maggioranza degli alunni).
In tale questione quello che rileva è il vulnus eventualmente riscontrabile alla sfera giuridica anche di un solo soggetto; invero, la stessa Corte costituzionale, mutando un suo precedente orientamento che si richiamava al comune sentire della maggioranza, ha statuito che in tale materia non assume rilevanza alcuna il dato quantitativo dell’adesione più o meno diffusa a questa o a quella confessione religiosa (sentenze già citate n. 925 del 1988, n. 440 del 1995, n. 329 del 1997 e n. 508 del 2000). (omissis)
La questione del crocifisso innanzi al giudice amministrativo di appello
La decisione del Consiglio di Stato sulla questione (confermativa di TAR VE del 22.3.2005 citata) è sintetizzata nella pronuncia che segue:
Consiglio di Stato – sezione VI – decisione 13 febbraio 2006 n. 556
Va proposto avanti al giudice amministrativo il ricorso con il quale si contesti la legittimità dei provvedimenti che impongono la collocazione del crocifisso nelle aule scolastiche.
L’art. 118 r.d. 30 aprile 1924 n. 965 e l’art. 119 r.d. 26 aprile 1928 n. 1297, che prevedono la collocazione del crocifisso nelle aule delle scuole statali, non sono in contrasto con il principio di laicità dello Stato.
Diritto. — 1. – Il giudizio verte sulla legittimità della deliberazione del consiglio di istituto della scuola media statale Vittorino da Feltre di Abano Terme, con la quale è stata respinta la richiesta della ricorrente di rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche. Il Tar Veneto, con la sentenza appellata, ha respinto il ricorso, dichiarandolo infondato, dopo avere estromesso dal giudizio le due associazioni (A.GE. e Forum) che erano intervenute ad opponendum.
2. – Il collegio deve darsi carico delle questioni preliminari che sono state sollevate dalle parti o sono rilevabili di ufficio.
In primo luogo, va verificato se sia ammissibile l’impugnativa proposta dalla sola ricorrente, quale esercente la potestà sui minori D. e S.A., senza la partecipazione dell’altro genitore.
In proposito, il collegio rileva che il ricorso risulta proposto da uno solo dei due genitori, esercenti la potestà sui minori, a tutela di scelte educative che ciascun genitore può assumere, senza la necessità di un intervento dell’altro genitore. Proprio per la diretta inerenza del ricorso a scelte educative, non si configurano, infatti, gli estremi della straordinaria amministrazione, rispetto alla quale l’art. 320 c.c. richiede l’azione congiunta di entrambi i genitori (cfr. Tar Calabria, sez. Reggio Calabria, 13 dicembre 1984, n. 287).
In secondo luogo, deve essere affermata la giurisdizione del giudice amministrativo rispetto alla controversia in esame. La giurisdizione del giudice amministrativo è stata posta in discussione, nel corso del giudizio, dall’amministrazione appellata e da una delle associazioni intervenute (ed estromesse dal giudice di primo grado), le quali hanno sostenuto che la controversia avrebbe per oggetto la tutela di un diritto di libertà, diritto soggettivo perfetto, di competenza del giudice ordinario. Anche l’appellante ha richiamato questa qualificazione per la sua posizione soggettiva, pur concludendo a favore della giurisdizione amministrativa, perché il ricorso era stato proposto prima della sentenza 204/04 della Corte costituzionale (che ha ridimensionato la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di pubblici servizi), e, in base all’art. 5 c.p.c., la sentenza della corte non priverebbe di giurisdizione il giudice adìto ritualmente alla stregua delle leggi in vigore al momento della proposizione del ricorso.
Queste considerazioni sono state fatte proprie da tempo sia dalla giurisprudenza amministrativa che dalla corte regolatrice della giurisdizione. V., per esempio, Cass., sez. un., 15 ottobre 1998, n. 10186, che, nel giudizio proposto a tutela del diritto alla salute in relazione a immissioni sonore prodotte da un’attività autorizzata dall’amministrazione, ha affermato la giurisdizione del giudice ordinario «poiché l’azione … non investe nessun provvedimento amministrativo». Le sezioni unite ribadiscono che la circostanza che il cittadino agisca lamentando la violazione della legge da parte dell’amministrazione — e nel caso in esame l’azione era proposta a tutela di un diritto fondamentale — non è discriminante ai fini della giurisdizione, risultando invece decisiva la circostanza che l’azione sia diretta (o meno) contro un provvedimento amministrativo. Questa conclusione è coerente con la giurisprudenza costante dei giudici amministrativi che riconoscono la giurisdizione amministrativa per vertenze, come quelle in tema di impianti per lo smaltimento dei rifiuti, o di altre opere rilevanti per la salubrità dell’ambiente, rispetto ai quali venga contestata la legittimità dei provvedimenti autorizzatori. La circostanza che in questi casi i ricorrenti facciano valere la possibilità di un pregiudizio alla salute non toglie nulla alla configurabilità di una posizione di interesse legittimo, e, conseguentemente, della giurisdizione amministrativa.
Va osservato, inoltre, che la concezione dei diritti «perfetti» o «non degradabili» è stata elaborata per riconoscere ulteriori possibilità di tutela per il cittadino, non certo per escludere forme di tutela preesistenti. Di conseguenza da tale concezione non si può desumere alcuna riduzione della legittimazione a ricorrere avanti al giudice amministrativo.
Deve essere tenuto presente, ancora, che in discussione sono atti riconducibili all’espressione di una potestà regolamentare dell’amministrazione, potestà quindi tipicamente discrezionale. Rispetto a potestà del genere, la corte regolatrice della giurisdizione, di recente, ha confermato che la tutela è devoluta al giudice amministrativo, anche se la controversia inerisca al diritto alla salute (Cass., sez. un., 28 ottobre 2005, n. 20994).
Risulta, pertanto, assorbita ogni questione relativa all’interpretazione dell’art. 5 c.p.c., di cui l’appellante propone una lettura difforme dagli orientamenti maggioritari della giurisprudenza sia civile che amministrativa. (omissis)
3. – Passando al merito, il ricorso è infondato. (omissis)
In questa sede giurisdizionale, per il problema innanzi ad essa sollevato della legittimità della esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, disposto dalle autorità competenti in esecuzione di norme regolamentari, si tratta in concreto e più semplicemente di verificare se tale imposizione sia lesiva dei contenuti delle norme fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, che danno forma e sostanza al principio di «laicità» che connota oggi lo Stato italiano, ed al quale ha fatto più volte riferimento il supremo giudice delle leggi.
In un luogo di culto il crocifisso è propriamente ed esclusivamente un «simbolo religioso», in quanto mira a sollecitare l’adesione riverente verso il fondatore della religione cristiana.
In una sede non religiosa, come la scuola, destinata all’educazione dei giovani, il crocifisso potrà ancora rivestire per i credenti i suaccennati valori religiosi, ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono ed ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile. In tal senso il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte «laico», diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni.
Questi valori, che hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano, soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, accolte tra i «princìpi fondamentali» e la parte I della stessa, e, specificamente, da quelle richiamate dalla Corte costituzionale, delineanti la laicità propria dello Stato italiano.
Il richiamo, attraverso il crocifisso, dell’origine religiosa di tali valori e della loro piena e radicale consonanza con gli insegnamenti cristiani, serve dunque a porre in evidenza la loro trascendente fondazione, senza mettere in discussione, anzi ribadendo, l’autonomia (non la contrapposizione, sottesa a una interpretazione ideologica della laicità che non trova riscontro alcuno nella nostra Carta fondamentale) dell’ordine temporale rispetto all’ordine spirituale, e senza sminuire la loro specifica «laicità», confacente al contesto culturale fatto proprio e manifestato dall’ordinamento fondamentale dello Stato italiano. Essi, pertanto, andranno vissuti nella società civile in modo autonomo (di fatto non contraddittorio) rispetto alla società religiosa, sicché possono essere «laicamente» sanciti per tutti, indipendentemente dall’appartenenza alla religione che li ha ispirati e propugnati.
In questa sede non può, quindi, trovare accoglimento la richiesta dell’appellante che lo Stato e i suoi organi si astengano dal fare ricorso agli strumenti educativi considerati più efficaci per esprimere i valori su cui lo Stato stesso si fonda e che lo connotano, raccolti ed espressi dalla Carta costituzionale, quando il ricorso a tali strumenti non solo non lede alcuno dei princìpi custoditi dalla medesima Costituzione o altre norme del suo ordinamento giuridico, ma mira ad affermarli in un modo che sottolinea il loro alto significato.
In conclusione, va respinto l’appello principale, e vanno accolti gli appelli incidentali delle associazioni A.GE. e Forum nella parte in cui reclamano l’ammissibilità del loro intervento in giudizio. (omissis)
La questione del crocefisso e la Cedu
Da ultimo, si registra anche l’intervento della Corte dei diritti dell’uomo sulla questione già esaminata e portata, dopo la predetta decisione del Consiglio di Stato, alla attenzione della Corte europea (Corte Europea dei diritti dell’uomo 3 novembre 2009 – Lautsi c. Italia).
La Corte ha ritenuto contrastante con i principi della convenzione europea dei diritti dell’uomo l’obbligo di esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. La conclusione cui la Corte giunge si fonda sulla constatazione che, tra i vari significati attribuibili al crocefisso, quello religioso assume un valore predominante, per cui la sua presenza in un’aula scolastica può facilmente essere considerata da allievi di qualsiasi età un segno religioso che li fa sentire istruiti in un ambiente scolastico influenzato da una specifica religione. Il giudice europeo sottolinea la necessità che venga tutelata anche la libertà negativa dello studente verso una credenza espressa dallo Stato, il quale è tenuto alla neutralità confessionale nel quadro dell’istruzione pubblica obbligatoria dove la presenza ai corsi è richiesta senza considerazione di religione e deve cercare di insegnare agli allievi un pensiero critico. (R. Romboli).
Il crocefisso ed il riparto della giurisdizione
La questione del crocefisso ha costituto ex pluris l’occasione per la Corte Suprema di “testare” i (fondamentali) criteri di riparto della giurisdizione fra G.O. e G.A: in argomento, va notato che la Cassazione si allinea sull’assioma che l’interesse legittimo si contrappone al potere organizzatorio della p.A. (in tema di definizione degli arredi scolastici) e non tocca il punto, analizzato dal Consiglio di Stato, in ordine ai diritti fondamentali. (La C. S., pronunciandosi su di una vertenza iniziata all’Aquila) mostra peraltro di conoscere la decisione del CdS summenzionata).
Corte di Cassazione – Sezioni Unite Civili – Ordinanza 10 luglio 2006 n. 15614
Va proposta avanti al giudice amministrativo la domanda di condanna dell’amministrazione a rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche.
Fatto – Con ricorso ai sensi dell’art. 700 c.p.c. del 30 settembre 2003 A.S., in proprio e quale esercente la potestà genitoriale sui minori A. e K.S., di religione islamica, chiedeva al Tribunale de L’Aquila di ordinare al ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ed all’istituto comprensivo di scuola materna ed elementare di Nav. la rimozione del crocifisso dalle aule frequentate dai propri figli, denunciando la lesione dei principî costituzionali di libertà religiosa, di eguaglianza e di laicità dello Stato. (omissis)
Considerato in diritto. — (omissis) Osservano le sezioni unite che deve essere dichiarata la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.
Come già rilevato nell’esposizione in fatto che precede, i coniugi S. hanno chiesto la condanna dei convenuti «al risarcimento in forma specifica mediante il ripristino della condizione di legalità dell’ambiente scolastico e perciò alla rimozione del crocifisso quale simbolo religioso cattolico collocato nelle aule materna ed elementare … con ulteriore conseguente condanna al risarcimento del danno per la lesione del diritto alla libertà religiosa e di quello afferente la incondizionabile crescita psichica dei minori …».
Come è noto, la regola di riparto tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione amministrativa non è determinata dal mero petitum, ma dal c.d. petitum sostanziale, desunto dal contemperamento della domanda con il titolo giuridico in base al quale viene proposta l’azione, il quale deve essere valutato, a prescindere dalla prospettazione della parte, nella sua effettività e concretezza: ciò vale a dire che ai fini della decisione sulla giurisdizione la domanda va esaminata non tanto in relazione a ciò che la parte letteralmente chiede, ma in relazione al vero oggetto della controversia quale risulta dalla stessa natura della materia dedotta in giudizio.
Esaminando la situazione posta a base della controversia secondo lo schema logico così delineato, osservano le sezioni unite non potersi dubitare, nonostante l’impropria qualificazione in termini di risarcimento in forma specifica — chiaramente diretta a ricondurre l’intero petitum nell’ambito della tutela risarcitoria —, che gli attori abbiano chiesto in via principale una statuizione di carattere inibitorio, consistente nell’ordine di rimozione del crocifisso dalle aule frequentate dai propri figli, quale misura diretta a far cessare la situazione di dedotta illegalità, nonché, in via consequenziale, la condanna al risarcimento del danno non patrimoniale asseritamente arrecato alla libertà religiosa ed al diritto al libero sviluppo della personalità dei minori dalla presenza in dette aule (soltanto) del simbolo della religione cristiana. È invero evidente che l’invocata rimozione del crocifisso costituisce il contenuto primario della prestazione cui secondo la prospettazione dei ricorrenti l’amministrazione statale è tenuta, e non assume funzione risarcitoria.
La domanda così proposta investe in via diretta ed immediata il potere dell’amministrazione in ordine all’organizzazione ed alle modalità di prestazione del servizio scolastico, nel cui ambito trovano esplicazione le disposizioni concernenti l’esposizione di simboli religiosi nelle aule: ciò che trova evidente riscontro nel rilievo svolto nella parte espositiva dell’atto di citazione, con il quale gli stessi attori deducono di aver in precedenza considerato adeguata misura di tutela dei loro diritti, in sostituzione della rimozione del crocifisso, la contestuale presenza nelle aule frequentate dai figli di una riproduzione di un versetto della Sura 112 del Corano, autorizzata dal personale insegnante, e di essere stati sollecitati nella loro iniziativa giudiziaria appunto dalla repentina rimozione del simbolo della propria appartenenza religiosa.
Non è peraltro contestabile che l’affissione del crocifisso nelle scuole avvenga sulla base di provvedimenti dell’autorità scolastica conseguenti a scelte dell’amministrazione, contenute in regolamenti e circolari ministeriali, riguardanti le modalità di erogazione del pubblico servizio, e quindi riconducibili, pur nella complessità delle implicazioni e nella rilevanza e delicatezza degli interessi coinvolti — non potendo certamente il crocifisso, per il suo valore escatologico e di simbolo fondamentale della religione cristiana, essere considerato alla stregua di qualsiasi componente dell’arredo scolastico, ed evocando indubbiamente la sua stessa presenza problematiche che trascendono la sfera del pubblico servizio — alla potestà organizzatoria della stessa.
Va al riguardo ricordato che con ordinanza n. 389 del 2004, la Corte costituzionale ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli art. 159 e 190 d.leg. 16 aprile 1994 n. 297 (approvazione del t.u. delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado), come specificati, rispettivamente, dall’art. 119 (e allegata tabella C) r.d. 26 aprile 1928 n. 1297 (approvazione del regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare) e dall’art. 118 r.d. 30 aprile 1924 n. 965 (ordinamento interno delle giunte e dei regi istituti di istruzione media), e dell’art. 676 predetto d.leg. n. 297 del 1994, sollevata in riferimento al principio di laicità dello Stato e, comunque, agli art. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost.: ha osservato al riguardo il giudice della legittimità delle leggi che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è contemplata unicamente da norme di rango regolamentare volte a disciplinare le modalità di prestazione di un servizio pubblico essenziale, quale è quello scolastico, non sussistendo tra le disposizioni legislative di cui agli art. 159 e 190 d.leg. n. 297 del 1994 e le norme regolamentari richiamate quel rapporto di integrazione e specificazione, ai fini dell’oggetto del quesito di costituzionalità, che avrebbe consentito l’impugnazione delle disposizioni legislative come specificate dalle norme regolamentari, e d’altro canto non potendo ricondursi all’art. 676 stesso t.u. del 1994 l’affermata perdurante vigenza di dette norme regolamentari, conclusivamente ritenendo che l’impugnazione delle disposizioni di legge denunziate costituisse il frutto di un improprio trasferimento su disposizioni di rango legislativo di una questione di legittimità concernente le norme regolamentari richiamate.
In tale quadro di riferimento, segnato dalla mancanza di una espressa previsione di legge impositiva dell’obbligo di affissione del crocifisso nelle scuole, trova applicazione ai fini della giurisdizione l’art. 33 d.leg. n. 80 del 1998, sostituito dall’art. 7 l. n. 205 del 2000, nel testo risultante dalla sentenza n. 204 del 2004 della Corte costituzionale (e con le puntualizzazioni contenute nella recente sentenza n. 191 del 2006), che nella materia dei pubblici servizi attribuisce al giudice amministrativo la giurisdizione esclusiva se in essa la pubblica amministrazione agisce esercitando il suo potere autoritativo (ovvero si avvale della facoltà riconosciutale dalla legge di adottare strumenti negoziali in sostituzione del potere autoritativo), venendo qui in discussione provvedimenti dell’autorità scolastica che hanno dato attuazione, all’interno dell’istituto frequentato dai figli dei ricorrenti, a disposizioni di carattere generale adottate nell’esercizio del potere amministrativo, e quindi riconducibili alla pubblica amministrazione–autorità.
Nel contesto esistente in questo momento storico — e nel rapporto che ne consegue tra il principio di laicità dello Stato, il potere organizzatorio dell’amministrazione scolastica e la posizione soggettiva dei singoli fruitori del servizio — certamente suscettibile di evoluzione sul piano legislativo in ragione delle sempre più pressanti esigenze di tutela delle minoranze religiose, etniche e culturali in un ordinamento ispirato ai valori della tolleranza, della solidarietà, della non discriminazione e del rispetto del pluralismo, appare condivisibile l’orientamento espresso dal Consiglio di Stato nella recente sentenza n. 556 del 2006, che in analoga controversia ha ritenuto la propria giurisdizione, come in ogni ipotesi in cui la vertenza abbia ad oggetto la contestazione della legittimità dell’esercizio del potere amministrativo, ossia quando l’atto amministrativo sia assunto nel giudizio non come fatto materiale o come semplice espressione di una condotta illecita, ma sia considerato nel ricorso quale attuazione illegittima di un potere amministrativo, di cui si chiede l’annullamento.
La ritenuta giurisdizione del giudice amministrativo si estende alla consequenziale domanda risarcitoria proposta, secondo il disposto dell’art. 35 d.leg. n. 80 del 1998, come sostituito dall’art. 7 l. n. 205 del 2000. (omissis)
La dottrina: diritti fondamentali e simboli religiosi
Meditando sulla consistenza della posizione azionata dall’interessato per la affermazione della illegittimità della delibera negatrice della richiesta di rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche, la dottrina (Travi A.) commentando la decisione del CdS nr. 556/2006 così si è espressa: La ricorrente impugnava il provvedimento col quale era stata respinta la sua richiesta di escludere dagli ambienti scolastici (che erano frequentati dai suoi due figli minori) i simboli religiosi e, specificamente, il crocifisso. La ricorrente contestava la legittimità del provvedimento, ritenendolo incompatibile con il principio di laicità dello Stato, sancito dalla Costituzione e dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo, e col principio d’imparzialità dell’amministrazione.
La situazione soggettiva della ricorrente è pertanto quella di un utente del servizio scolastico che contesti la legittimità dei provvedimenti con cui l’amministrazione abbia definito le modalità di prestazione del servizio stesso. Si tratta di una situazione definita generalmente come interesse legittimo.
Questa qualificazione era stata sostenuta dalla ricorrente con particolare vigore nel giudizio di primo grado.
Nelle sue difese aveva rilevato che le norme regolamentari sulla collocazione del crocifisso nelle aule scolastiche erano inserite nella disciplina dell’arredo scolastico e che perciò sarebbero state riconducibili a una potestà organizzatoria dell’amministrazione, a fronte della quale sussisterebbero tipicamente interessi legittimi.
La peculiarità della vertenza è però rappresentata dal fatto che la ricorrente contestava la legittimità dei provvedimenti amministrativi sull’esposizione dei simboli religiosi, invocando princìpi costituzionali riferibili sì all’attività amministrativa (anche se certamente non esclusivamente ad essa), ma correlati a diritti fondamentali dei cittadini.
I princìpi sulla laicità dello Stato italiano non hanno solo un valore «organizzativo», e cioè non attengono solo ai criteri secondo i quali il nostro Stato, in tutte le sue espressioni, deve operare in relazione al fenomeno religioso, ma integrano anche il riconoscimento a tutti i cittadini del diritto di non essere soggetto a discriminazioni in relazione all’adesione o non-adesione ad una fede religiosa.
In questi casi l’identificazione delle situazioni soggettive presenta una particolare problematicità. La posizione del cittadino si correla direttamente all’esercizio di un potere amministrativo, come è nei canoni dell’interesse legittimo; nello stesso tempo, però, il cittadino risulta titolare di un diritto pieno nei confronti dello Stato che violi il principio di laicità definito dalla Costituzione. Ne è prova il fatto che i motivi del ricorso, come si colgono dalla decisione in rassegna, potrebbero essere letti nei termini della affermazione di tale diritto della persona.
Una situazione del genere si riscontra sempre più spesso, da quando, alla fine degli anni ’70, la Cassazione ha promosso un indirizzo di valorizzazione di alcuni diritti costituzionali, affermando la loro qualificazione costante come diritti, anche in presenza di atti corrispondenti all’esercizio di un potere amministrativo. Questo indirizzo, sviluppato particolarmente in pronunce sul diritto alla salute, è stato oggetto di dubbi e di critiche da parte della dottrina. Se intende ammettere una compresenza di diritti e di poteri appare contraddittorio e introduce un elemento di discontinuità rispetto alla ricostruzione, proposta dalla stessa Cassazione, sui criteri di riparto delle situazioni soggettive e della giurisdizione. Altro discorso varrebbe se tale indirizzo intendesse invece riconoscere che vi sono casi in cui una regola giuridica di ordine costituzionale esclude la configurabilità di un potere dell’amministrazione, che possa incidere sul bene protetto: tali casi, però, sarebbero tendenzialmente limitati e riguarderebbero fondamentalmente i c.d. diritti personalissimi.
Associata parimenti da rilevante attenzione dei media è la sentenza del Tar Lazio del luglio 2009 che è ritornata sulla questione del principio della laicità dello Stato in relazione alla organizzazione del servizio scolastico:
Tar Lazio 17 luglio 2009 n. 7076 sez. III-quater
Le ordinanze del Ministero della pubblica istruzione n. 26/07 prot. n. 2578 e n. 30/08 prot. n. 2724 sono in radicale contrasto con la lettera e lo spirito dell’art. 9 l. n. 121 del 1985, in quanto l’attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti o dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa e indubbia forma di discriminazione, dato che lo Stato italiano non assicura la possibilità a tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni (islamica, ebraica, cristiana di altro rito), ovvero a chi dichiara di non professare alcuna religione.
Fatto – I. Con il primo ricorso di cui in epigrafe, la Consulta Romana per la Laicità delle Istituzioni; altre associazioni laiche e atee; altre istituzioni cristiane; ed alcuni studenti iscritti all’ultimo anno di istruzione superiore che avevano scelto di non avvalersi né della religione cattolica, né di insegnamenti sostitutivi chiedono l’annullamento delle ordinanze relativa alla disciplina dell’attribuzione dei crediti scolastici per gli esami di maturità per l’anno scolastico 2006-2007 nella parte in cui si prevede:
— che i docenti che svolgono insegnamento della religione cattolica partecipino a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernente l’attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento; che analoga posizione completa, sia riconosciuta in sede di attribuzione del credito scolastico ai docenti delle attività didattiche formative alternative all’insegnamento della religione cattolica, limitatamente agli alunni che abbiano seguito le attività medesime (all’art. 8, punto 13);
— che l’attribuzione al punteggio, nell’ambito della banda di oscillazione, tenga conto, oltre che degli elementi con l’articolo 14 comma 2 del d.p.r. 323 del 23 luglio 1998, del giudizio formulato dai docenti di cui al precedente comma 13 riguardante l’interesse col quale autunno ha seguito l’insegnamento della religione cattolica ed il profitto che ne ha tratto; ovvero le altre attività, ivi compreso lo studio individuale, che si sia tradotto in un arricchimento culturale disciplinare specifico, purché certificato valutato alla scuola secondo modalità deliberate dalla istituzione medesima;
— che gli alunni che abbiano scelto di assentarsi dalla scuola per partecipare alle iniziative formative in ambito scolastico potessero far valere tali attività esclusivamente come crediti formativi soltanto in presenza dei requisiti previsti dal D. M. 49 del 24 febbraio 2000 (art. 8, punto 14). (omissis)
Oggi il principio della laicità dello Stato, se non è definito in alcuna norma, è stato chiaramente enunciato dalla Corte costituzionale nell’ampia accezione di “garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”, e rispetto al quale lo Stato si pone in condizione di “neutralità” (cfr. sent. 12 aprile 1989, n. 203). I princìpi della Carta costituzionale postulano dunque uno Stato che, rispetto alla religione, non si pone in termini di ostilità, “ma si pone al servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini” (così n. 203 cit.).
Nello specifico del problema proprio nella ricordata pronuncia, è stato poi affermato che l’insegnamento della religione cattolica concerne un diritto di libertà costituzionale “non degradabile, nella sua serietà e impegnatività di coscienza, ad opzione tra equivalenti discipline scolastiche”.
E ciò, non perché la religione cattolica non debba essere considerata un’attività priva di valori storici e culturali ma anzi, al contrario, non può essere considerata una normale disciplina scolastica proprio perché è un insegnamento di pregnante rilievo morale ed etico che, come tale, abbraccia quindi l’intimo profondo della persona che vi aderisce.
La sfera religiosa concerne aspetti che coinvolgono la dignità (riconosciuta e dichiarata inviolabile dall’art. 2 Cost.) dell’essere umano; e spetta indifferentemente tanto ai credenti quanto ai non credenti, siano essi atei o agnostici (cfr. Corte costituzionale, 08 ottobre 1996, n. 334).
Infatti, lo Stato, dopo avere sancito il postulato costituzionale dell’assoluta, inviolabile libertà di coscienza nelle questioni religiose, di professione e di pratica di qualsiasi culto “noto“, non può conferire ad una determinata confessione una posizione “dominante” — e quindi un’indiscriminata tutela ed un’evidentissima netta poziorità – violando il pluralismo ideologico e religioso che caratterizza indefettibilmente ogni ordinamento democratico moderno (Corte europea dir. uomo , 25 maggio 1993, n. 260). In una società democratica, al cui interno convivono differenti credenze religiose, certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali. (omissis)
Cassazione Penale – IV sezione – 1 marzo 2000
Il giudice penale, come sopra richiamato, ha avuto modo di soffermarsi sulla laicità dello Stato, in relazione all’ufficio di scrutatore nelle tornate elettorali, lasciando chiaramente emergere la unicità del tema del rispetto della libertà di coscienza con quella della laicità dello Stato: rilevante, nel caso specifico, è anche il rimando all’art. 97 Costituzione.
Corte di Cassazione – sezione IVª penale – sentenza 1 marzo 2000 (ric. Montagnana)
Costituisce giustificato motivo di rifiuto dell’ufficio di presidente, scrutatore o segretario, ove non sia stato l’agente a domandare di essere ad esso designato, la manifestazione della libertà di coscienza, il cui esercizio determini un conflitto tra la personale adesione al principio supremo di laicità dello Stato e l’adempimento dell’incarico a causa dell’organizzazione elettorale, in relazione alla presenza nella dotazione obbligatoria di arredi dei locali destinati a seggi elettorali, pur se casualmente non di quello di specifica destinazione, del crocifisso o di altre immagini religiose.
Diritto 1. – M. Mont. veniva condannato dal Pretore di Cuneo alla pena di lire quattrocentomila di multa per il reato di cui all’art. 108 d.p.r. 30 marzo 1957 n. 361, perché, designato in occasione delle elezioni politiche del marzo 1994 all’ufficio di scrutatore del seggio elettorale n. 71 presso l’ospedale S. Croce di Cuneo, all’atto dell’insediamento rifiutava di assumere l’ufficio senza giustificato motivo.
Risultava, ed è peraltro incontroverso, che il Mont. già prima dell’incarico aveva fatto presente con lettere indirizzate al comune di Cuneo e al presidente della repubblica che egli avrebbe potuto svolgere le funzioni di scrutatore solo se fosse stato reso effettivo il rispetto della libertà di coscienza garantito dalla Costituzione a ciascun cittadino, e cioè se il ministero dell’interno avesse provveduto a rimuovere dai seggi elettorali, situati quasi tutti in sedi di istituzioni statali, simboli o immagini propri di un’unica fede religiosa. A tali lettere non riceveva risposta, sicché, presentatosi all’ufficio elettorale al momento della costituzione, faceva inserire a verbale una dichiarazione con la quale ricordava di aver scritto le lettere sopra menzionate ed evidenziava che, pur constatando che nel seggio di sua competenza non era esposto il crocifisso, riteneva tale circostanza del tutto casuale e non motivata da un provvedimento della competente autorità che rimuovesse la situazione in tutto il paese, come necessario per risolvere una questione che egli aveva posto in via generale e non solo come espressione di intolleranza personale. Dichiarava che, pertanto, riteneva proprio dovere non accettare tale situazione, denunciandone l’incostituzionalità.
Il pretore giudicava il motivo addotto dall’imputato non idoneo ad integrare una legittima facoltà riconosciutagli dall’ordinamento e quindi a giustificare il rifiuto opposto, ma, su impugnazione del Mont., la Corte d’appello di Torino assolveva l’imputato perché il fatto non sussiste, ravvisando invece una correlazione tra la sua condotta e l’invocato principio costituzionale della laicità dello Stato.
Su ricorso del p.g., tuttavia, questa corte annullava la sentenza con rinvio, (omissis)
2. – Il giudice di rinvio confermava la sentenza di condanna del Pretore di Cuneo. (omissis)
Ricorre per cassazione l’imputato chiedendo l’annullamento della sentenza in quanto non applica correttamente il principio di diritto fissato dalla Corte di cassazione.
3. – Il ricorso è fondato, (omissis)
5. – La seconda considerazione, che fa cogliere l’immediatezza del rapporto tra motivo del rifiuto e contenuto dell’ufficio imposto, scaturisce dalla portata dell’invocato principio di laicità dello Stato, che con quel contenuto ha in comune la nota dell’imparzialità dell’amministrazione (art. 97 Cost.), in funzione della quale va organizzato l’ufficio elettorale, in cui lo scrutatore è inserito, in particolare per garantire sotto i molteplici aspetti formali previsti dalla legge la libera espressione del voto.
Il principio indicato implica un «regime di pluralismo confessionale e culturale» (Corte cost. 12 aprile 1989, n. 203) e presuppone, quindi, innanzitutto l’esistenza di una pluralità di sistemi di senso o di valore, di scelte personali riferibili allo spirito o al pensiero, che sono dotati di pari dignità e, si potrebbe dire, nobiltà. (omissis)
6. – La rimozione del simbolo religioso del crocifisso da ogni seggio elettorale, che è la condizione a cui l’odierno ricorrente aveva subordinato l’espletamento della funzione di scrutatore = pubblico ufficiale imparziale, si muove lungo questo solco tracciato dalla giurisprudenza costituzionale in termini di laicità e pluralismo, reciprocamente implicantisi.
Invero, il «ritorno» con l’avvento del fascismo del crocifisso nelle aule delle scuole elementari (circ. min. pubblica istruzione 22 novembre 1922) e poi di ogni ordine e grado (circ. min. pubblica istruzione 26 maggio 1926), nonché negli uffici pubblici in genere (ord. min. 11 novembre 1923, n. 250) e nelle aule giudiziarie (circ. min. grazia e giustizia 29 maggio 1926, n. 2134/1867), è comunemente indicato nella dottrina storica e giuridica come uno dei sintomi più evidenti del neo–confessionismo statale: tanto emerge, per esempio, dalla circ. 26 maggio 1926, cit., secondo cui si tratta di fare in modo che «il simbolo della nostra religione, sacro alla fede e al sentimento nazionale, ammonisca ed ispiri la gioventù studiosa, che nelle università e negli studi superiori tempra l’ingegno e l’animo agli alti compiti cui è destinata». (omissis)
Neppure è sostenibile la giustificazione collegata al valore simbolico di un’intera civiltà o della coscienza etica collettiva e, quindi, secondo un successivo parere del Consiglio di Stato (sez. II 27 aprile 1988, n. 63), «universale, indipendente da una specifica confessione religiosa». In altro ordinamento dell’Unione europea s’è ritenuto, viceversa, una sorta di «profanazione della croce» non considerare questo simbolo in collegamento con uno specifico credo (così BundesVerfassungsGericht 16 maggio 1995 che ha dichiarato costituzionalmente illegittima l’affissione obbligatoria del crocifisso nelle aule scolastiche della Baviera per la conseguente influenza sugli alunni obbligati a partecipare alle lezioni confrontandosi di continuo con siffatto simbolo religioso).
Ma anche nel nostro ordinamento la giustificazione indicata urta contro il chiaro divieto posto in questa materia dall’art. 3 Cost., come ha recentemente ricordato Corte cost. 14 novembre 1997, n. 329, laddove ha sottolineato – con un’affermazione tale da assumere la portata di un orientamento generale, al di là della specifica questione dell’art. 404 c.p. ivi scrutinata – come «il richiamo alla c.d. coscienza sociale, se può valere come argomento di apprezzamento delle scelte del legislatore sotto il profilo della loro ragionevolezza, è viceversa vietato laddove la Costituzione, nell’art. 3, 1° comma, stabilisce espressamente il divieto di discipline differenziate in base a determinati elementi distintivi, tra i quali sta per l’appunto la religione». E, nella specie, si differenzia appunto in base alla religione nel momento in cui si dispone l’esposizione del solo crocifisso.
D’altro canto, la motivazione del Consiglio di Stato, siccome fondamentalmente basata sul non contrasto tra il principio di uguale libertà delle confessioni religiose e l’esposizione del simbolo indicato, è testualmente mutuata, con gli aggiustamenti richiesti dal caso, da Corte Cost. 30 novembre 1957, n. 125, riguardante la diversa tutela penale stabilita dall’art. 404 c.p. Ma quella posizione, che attribuiva alla religione cattolica un valore politico – simbolo della «civiltà e della cultura cristiana», come ripete il Consiglio di Stato –, già ridimensionata da Corte cost. 28 luglio 1988, n. 925, è stata espressamente superata da Corte Cost. 329/97, cit., che ha evidenziato come la visione, strumentale alle finalità dello Stato, della religione cattolica come «religione dello Stato» «stava alla base delle numerose norme che, anche al di là dei contenuti e degli obblighi concordatari, dettavano discipline di favore a tutela della religione cattolica, rispetto alla disciplina prevista per le altre confessioni religiose, ammesse nello Stato»: che è all’evidenza il caso anche delle norme sull’esposizione dell’immagine del crocifisso. (omissis)
9. – Ma nel caso non si pongono problemi a livello costituzionale giacché il bilanciamento degli interessi è già assicurato nella previsione penale dalla clausola del giustificato motivo, la cui nozione, ricorrente anche in altre leggi speciali, è più ampia delle generali cause di giustificazione: non coincide, per esempio, con lo stato di necessità (Cass. 20 aprile 1988) e si estende alle «valide ragioni» (inerenti alla diversa e specifica destinazione delle armi improprie: Cass. 5 dicembre 1984, Bencini), pur se putative (Cass. 1° luglio 1989).
In sostanza si tratta di una nozione che non è fornita dal legislatore ed è dunque affidata al concetto generico di giustizia, che la locuzione stessa presuppone, e che il giudice deve pertanto determinare di volta in volta con riguardo alla liceità – sotto il profilo etico e sociale – del motivo che determina direttamente il soggetto ad un certo atto o comportamento (così, con riferimento alla nozione di giusta causa, alla cui assenza secondo l’art. 616, 2° comma, c.p., consegue la punibilità della rivelazione del contenuto della corrispondenza, Cass. 10 luglio 1997, Reali).
Nella specie non è dubitabile la liceità – ed anzi, come ricordato dall’imputato, il particolare valore morale e sociale, riconosciutogli con l’attenuante di cui all’art. 62, n. 1, c.p. – del motivo da lui addotto: vale a dire il rispetto del principio di laicità e della libertà di coscienza, che ha direttamente determinato il rifiuto e che, rendendolo non contraddittorio con i valori costituzionali, ne esclude perciò l’antigiuridicità.
Un’interpretazione realistica, che collochi il «giustificato motivo» nel contesto di azione e comunicazione determinato dalla Carta costituzionale, svolge una funzione adeguatrice all’eliminazione della rilevanza preminente ed esclusiva per l’addietro assegnata ai simboli della religione cattolica, in quanto strumentalmente assunta come religione dello Stato. Invero, nella motivazione della sentenza 440/95, in forza della quale la bestemmia contro «i simboli e le persone venerati nella religione dello Stato», tra cui il crocifisso, non è più preveduto dalla legge come reato, la Corte costituzionale indica l’obiettivo di una tutela non discriminatoria ma pluralistica di «tutte le religioni che caratterizzano oggi la nostra comunità nazionale, nella quale hanno da convivere fedi, culture e tradizioni diverse»: pluralismo garantito dal supremo principio di laicità dello Stato, che induce a preservare lo spazio «pubblico» della formazione e della decisione dalla presenza, e quindi dal messaggio sia pure a livello subliminale, di immagini simboliche di una sola religione (come, in generale, di una sola delle altre condizioni non discriminabili, di cui all’art. 3 Cost.), ad esclusione delle altre. (omissis).
Crocefisso e Consiglio Superiore della Magistratura
Ad ulteriore completamento della disamina circa la presenza del crocifisso in luoghi istituzionali, va segnalato che anche il Consiglio Superiore della Magistratura si è dovuto interessare della vicenda il relazione alle astensioni (prolungate) dalle udienze di un magistrato che intendeva in tal modo manifestare il turbamento della sua coscienza, non essendo stata accolta la istanza di rimozione del predetto simbolo.
In sintesi, il predetto giudice aveva chiesto al ministro della giustizia la rimozione del crocifisso dalle aule di giustizia senza ottenere risposta, si era rivolto, nella «veste di lavoratore dipendente del ministero della giustizia» al Tar Marche, aveva poi reiterato la sua richiesta al ministro, chiedendo, in alternativa, di poter esporre nell’aula giudiziaria la «menorah» ed aveva infine deciso, non avendo ricevuta alcuna risposta, di astenersi dalle udienze a partire dal 9 maggio 2005 e di proporre, il successivo 15 novembre 2005, il ricorso per conflitto tra poteri, innanzi alla Corte Costituzionale. ( In relazione alla medesima vicenda, il predetto era stato condannato da Trib. L’Aquila 18 novembre 2005 il quale ha ritenuto integrare gli estremi del reato di rifiuto di atti d’ufficio, di cui all’art. 328, 1° comma, c.p., il comportamento del magistrato, giudice di tribunale, il quale rifiuta indebitamente di tenere senza ritardo le udienze per i procedimenti ad esso assegnati, indicando, come motivo della decisione di astenersi, la presenza del crocifisso nei locali destinati alla trattazione delle cause).
Consiglio Superiore della Magistratura – ordinanza 23 novembre 2006
La richiesta di rimozione del crocifisso dalle aule d’udienza, avanzata da un magistrato, non appare manifestamente infondata, in quanto la sua esposizione, in funzione di solenne «ammonimento di verità e di giustizia», costituisce utilizzazione di un simbolo religioso come mezzo per il perseguimento di finalità dello Stato, in contrasto con il principio supremo di laicità dello Stato e può provocare nei non credenti «turbamenti, casi di coscienza, conflitti di lealtà tra doveri del cittadino e fedeltà alle proprie convinzioni», in contrasto con la libertà di coscienza e di religione.
(omissis) 4. – Pur nei limiti della sommarietà delle valutazioni da compiere in sede cautelare, la sezione disciplinare ritiene che la richiesta di rimozione del crocifisso dalle aule d’udienza avanzata dal dott. T. non sia manifestamente infondata.
Si deve in primo luogo rilevare che, come è pacifico (v., in proposito, la nota del ministero degli interni del 5 ottobre 1984, n. 5160/M/1, citata da Cass. 1° marzo 2000), la circolare del ministro della giustizia del 29 maggio 1926 n. 2134/1867 è un atto amministrativo generale, privo di fondamento normativo e quindi contrastante con il principio di legalità dell’azione amministrativa, desumibile dagli art. 97 e 113 Cost., dal quale deriva che l’attività della pubblica amministrazione deve sempre svolgersi nel rispetto della Costituzione, delle norme comunitarie e delle leggi, con l’ulteriore conseguenza che ogni atto amministrativo deve essere espressione di un potere riconosciuto all’amministrazione da una norma (Cons. Stato, sez. II, 3 novembre 1999, n. 1401). In conformità con questo principio il legislatore ha disciplinato l’esposizione dei simboli non religiosi nei luoghi pubblici (l. 5 febbraio 1998 n. 22 sull’uso della bandiera della Repubblica italiana e di quella dell’Unione europea; l’art. 38 d.leg. n. 267 del 2000, che disciplina la stessa materia con riferimento all’ordinamento degli enti locali).
In secondo luogo, anche a poter ritenere non decisivo questo profilo, resta poi che la predetta circolare appare in contrasto con il principio costituzionale di laicità dello Stato e con la garanzia della libertà di coscienza e di religione, essendo pacifico (v., in tal senso, Cass., sez. un., 18 novembre 1997, n. 11432 e sez. disciplinare 15 settembre 2004, Sansa) che nessun provvedimento amministrativo può limitare diritti fondamentali di libertà, al di fuori degli spazi eventualmente consentiti da una legge ordinaria conforme a Costituzione. (omissis)
6. – Il riconoscimento della non manifesta infondatezza della tesi del dott. T., relativa all’illegittimità della circolare 29 maggio 1926, non esaurisce tuttavia l’ambito delle valutazioni alle quali la sezione disciplinare è tenuta, dovendosi anche accertare se l’inadempimento degli obblighi derivanti dal rapporto d’impiego possa ritenersi giustificato dal mancato accoglimento della pretesa alla rimozione del crocifisso.
Premessa indispensabile di tale accertamento è il richiamo ai princìpi affermati con la sentenza della Corte costituzionale 8 giugno 1981, n. 100, secondo la quale pur dovendo «riconoscersi — e non sono possibili dubbi in proposito — che i magistrati debbono godere degli stessi diritti di libertà garantiti ad ogni cittadino … deve del pari ammettersi che le funzioni esercitate e la qualifica da essi rivestita non sono indifferenti e prive di effetto per l’ordinamento costituzionale». Con specifico riferimento alla libertà di manifestazione del pensiero, ma con argomentazioni che possono estendersi anche agli altri diritti costituzionalmente garantiti, la corte ha affermato che sono ammissibili limiti all’esercizio dei diritti costituzionali «purché questi siano posti dalla legge e trovino fondamento in precetti e in princìpi costituzionali espressamente fissati o desumibili dalla Carta costituzionale». Tali valori costituzionalmente tutelati sono quelli dell’indipendenza e dell’imparzialità e della credibilità della funzione giudiziaria (nella quale si concreta la nozione legislativa di «prestigio dell’ordine giudiziario»). La necessità di un equilibrato bilanciamento con altri interessi costituzionalmente tutelati, ha osservato la corte, non comprime il diritto del magistrato, ma ne vieta solo l’esercizio anomalo e cioè l’abuso, che si configura quando risultino lesi gli altri valori di rilievo costituzionale sopra menzionati. La corte ha concluso affermando che: «Dovrà l’organo chiamato a valutare i singoli comportamenti stabilire se essi possano o meno essere riprovati dalla coscienza sociale e se siano o meno conformi alla valutazione che comunque possano fare di essi gli stessi consociati in relazione alla natura e rilevanza degli interessi tutelati ed in funzione del buon andamento dell’attività giudiziaria».
Anche con riferimento alla libertà di coscienza, la Corte costituzionale ha espressamente ribadito l’ammissibilità, e anzi la doverosità, del bilanciamento tra situazioni giuridiche soggettive di rilievo costituzionale. Così, con sentenza n. 149 del 1995, cit., si è affermato che il legislatore, in tema di libertà di coscienza, può operare per «bilanciarla con contrastanti doveri o beni di rilievo costituzionale» e può «graduarne le possibilità di realizzazione in modo da non arrecare pregiudizio al buon andamento delle strutture organizzative e dei servizi di interesse generale». Del pari alla necessità di comporre il potenziale conflitto tra beni parimenti protetti si è richiamata la sentenza n. 196 del 1987 sulla quale si tornerà.
Analoghe considerazioni si leggono, inoltre, nella sentenza della Corte di cassazione del 1° marzo 2000, Montagnana, cit., la quale, richiamando anche la sentenza della Corte costituzionale n. 422 del 1993, cit., ha osservato che la libertà di coscienza in relazione all’esperienza religiosa «va tutelata nella massima estensione compatibile con altri beni costituzionalmente rilevanti e di analogo carattere fondante …».
Nella soluzione del caso di specie sono di estremo rilievo le argomentazioni sulle quali si basa la citata sentenza della Corte costituzionale n. 196 del 1987, con la quale è stata dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale degli art. 9 e 12 l. n. 194 del 1978 nella parte in cui non riconoscono il diritto all’obiezione di coscienza al giudice tutelare al quale la minore chieda di essere autorizzata a decidere l’interruzione della gravidanza senza l’assenso dei genitori. Il conflitto tra l’adempimento dei propri doveri funzionali e l’imperativo contrario, espressione della propria coscienza, in una situazione in cui il legislatore non ha previsto un criterio di soluzione è stata ritenuta superabile solo dando la prevalenza «all’indeclinabile e primaria realizzazione dell’esigenza di giustizia» che discende dagli art. 54, 2° comma (sulla doverosità dell’adempimento delle funzioni pubbliche) e 107 Cost., e il cui rilievo costituzionale la corte ha ripetutamente riconosciuto (cfr. sentenza n. 1 del 1981).
A conclusioni analoghe si deve pervenire con riferimento all’attuale vicenda processuale, che si connota, rispetto al caso oggetto della sentenza della Cassazione del 1° marzo 2000, Montagnana, cit., sia per il fatto che l’adempimento dei doveri funzionali deriva da un rapporto d’impiego volontariamente instaurato e altrettanto volontariamente mantenuto in vigore, sia per la circostanza che la stessa legge, a differenza di quanto si verifica nella specie, prevedeva anche la possibilità di non assumere l’ufficio di scrutatore in presenza di un «giustificato motivo», consentendo in tal modo il bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti.
Ora, certamente l’ordinamento riconosce al dott. T. il diritto di seguire la propria coscienza, ma l’esercizio di tale diritto non può avvenire con modalità tali da pregiudicare le esigenze di giustizia il cui soddisfacimento è oggetto di incontestati doveri funzionali. La pretesa del dott. T. di far prevalere l’imperativo della propria coscienza, rifiutando in modo deliberato e palese l’adempimento dei doveri funzionali — attuando una evidente forma di disobbedienza civile, la quale, peraltro, per sua stessa natura deve scontare l’accettazione della relativa sanzione — non può trovare riconoscimento da parte dell’ordinamento, all’interno del quale solo la legge potrebbe consentirla. Significativo è il fatto che l’art. 10 della carta di Nizza, che costituisce la più recente affermazione dei diritti fondamentali, dopo avere riconosciuto espressamente la libertà di coscienza e di religione, aggiunge al 2° comma «Il diritto all’obiezione di coscienza è riconosciuto secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio».
A parte il rilievo penalistico, infatti, dal punto di vista deontologico la pretesa alla rimozione del crocifisso non può giustificare una ripetuta e prolungata assenza dal servizio, che danneggia gravemente gli utenti e anche l’erario su cui continua a gravare l’onere di corrispondere la retribuzione. (omissis)
Mentre la lesione di un proprio diritto soggettivo inviolabile può essere fatta valere nell’ambito del rapporto di impiego anche in via di autotutela e, quindi, come causa giustificativa del rifiuto della prestazione lavorativa, allorchè tale lesione del diritto soggettivo è esclusa, non può essere fatta valere, come causa giustificante, la lesione di un interesse diffuso.
Svolgimento del processo – La Sezione disciplinare del CSM procedeva disciplinarmente contro il magistrato dr. T.L. per l’illecito disciplinare di cui al R.D. n. 511 del 1946, art. 18, tipizzato a decorrere dal 19.6.2006 – dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, e art. 2 lett. n. ed r, perché in violazione dei doveri istituzionali e professionali di diligenza e laboriosità, con grave e reiterata inosservanza delle disposizioni relative alla prestazione del servizio giudiziario, si sottraeva ingiustificatamente ed abitualmente dall’attività giurisdizionale, che era chiamato a svolgere, astenendosi dalla trattazione di 15 udienze nel periodo maggio – luglio 2005 e successivamente nei giorni 8, 12 e 13 luglio 2005 (proc. disciplinare n. 22/05), nonchè per le condotte innanzi dette fino al 31.1.2006 (quando veniva sospeso dalle funzioni dalla Sezione disciplinare) in altre 4 udienze (proc. disciplinare n. 37/09), con rifiuto di tenere le udienze nello stesso giorno o nell’immediata prossimità, così determinando la necessità delle relative sostituzioni, grave perturbamento dell’attività dell’ufficio ed estrema difficoltà del prosieguo dell’attività giurisdizionale per i procedimenti affidati. Il dr. T. veniva incolpato anche perchè, con tale condotta, assertivamente motivata dalla presenza del crocefisso nelle aule del tribunale di Camerino e persistita nonostante la messa a disposizione da parte del presidente del Tribunale di un’aula priva di simboli religiosi, era venuto meno al dovere fondamentale di svolgimento della funzione ed aveva compromesso la credibilità personale ed il prestigio dell’istituzione giudiziaria.
La Sezione, con sentenza depositata il 25.5.2010, affermava la responsabilità del dr. T. per l’incolpazione ascrittagli e gli applicava la sanzione della rimozione. Riteneva la Sezione, ai fini che qui interessano, che era infondata l’eccezione di illegittimità della sospensione del procedimento disciplinare e la conseguente caducazione dell’azione per decorrenza del termine annuale; che il proscioglimento in sede penale, perché il fatto non sussiste, atteneva solo al profilo penale dei fatti contestati, mentre rimaneva autonomo il profilo della valutazione disciplinare degli stessi fatti, costituiti dal rifiuto ingiustificato di tenere udienza. Nel merito riteneva la Sezione che oggetto del procedimento non era la verifica della compatibilità tra i principi di laicità dello Stato e la presenza del crocifisso nelle aule, ma la compatibilità del rifiuto del dr. T. di tenere udienza – determinato dal fatto che in altri luoghi la giustizia era amministrata in presenza del simbolo religioso – ed il rispetto delle regole organizzative del servizio e delle esigenze funzionali del corretto svolgimento dell’esercizio delle funzioni giurisdizionali.
Riteneva la Sezione che la presenza del crocefisso, indipendentemente dalla legittimità o vigenza della norma regolamentare che la prevede, non determinava in sè per il solo fatto di essere generalmente osservata nelle aule giudiziarie della Nazione, una lesione diretta del fondamentale diritto soggettivo di libertà religiosa e di opinione del dr. T., che poteva essere messa in discussione solo se gli si fosse stato imposto l’obbligo di esercitare la giurisdizione, in contrasto con le sue più profonde e radicate convinzioni, in un’aula in cui vi era la tutela simbolica religiosa. La Sezione, quindi, affermava la responsabilità disciplinare del dr. T. per aver rifiutato di esercitare le funzioni giurisdizionali (finchè l’amministrazione giudiziaria non avesse accolto la sua richiesta scritta dell’1.5.2005 di rimozione del crocefisso da tutti gli uffici giudiziari), anche allorchè gli era stato formalmente comunicato di esercitarle nel proprio ufficio ovvero, successivamente, nell’aula predisposta senza simboli religiosi e ritenuta dalla stessa Sezione egualmente dignitosa e fruibile da tutti magistrati del tribunale, che lo avessero voluto.
Secondo la Sezione il dr. T. aveva mancato gravemente ai propri doveri, mostrando faziosità, aggressività verbale e scarso equilibrio, pur avendo già subito 4 condanne disciplinari (3 ammonimenti ed una censura). La Sezione riteneva di infliggere la sanzione della rimozione, tenendo conto della gravità del fatto e della determinazione dell’incolpato, che aveva dichiarato di non deflettere da tale comportamento neanche in futuro, se gli fosse stata data occasione di rinnovare, con la restituzione delle funzioni, il rifiuto di esercitarle. Avverso questa sentenza proponeva 2 ricorsi per cassazione il dr. T. . Gli intimati non hanno svolto attività difensiva.
Motivi della decisione – (omissis)4.5. Con il quinto motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost. relativi alla laicità dello Stato. La violazione e falsa applicazione dell’art. 19 Cost., e della L. n. 848 del 1955, art. 9, (sul diritto di libertà religiosa) del D.Lgs. n. 216 del 2003, art. 2, della L. n. 654 del 1975, art. 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 43, della L. n. 302 del 1997, artt. 1, 4, 5, 6, 7 ed 8, e della L. n. 101 del 1989, art. 2, (diritto di eguaglianza e di non discriminazione). Violazione e falsa applicazione dell’art. 2 Cost., ed artt. 1, 9, 13 e 17 Convenzione dei diritti dell’uomo, degli artt. 52 e 54 c.p., artt. 2044, 2045 e 1460 c.c.. Violazione e falsa applicazione dell’art. 629 c.p..
Assume il ricorrente che, sulla base del principio supremo di laicità dello Stato e del diritto di libertà religiosa, nonchè del diritto di eguaglianza e di non discriminazione, egli ben poteva rifiutarsi di tener udienza finchè non fosse stata disposta la rimozione dell’ostensione dei crocifissi da tutte le aule giudiziarie, ovvero finchè non fosse permessa l’ostensione di altri simboli religiosi, quali la menorah ebraica.
Secondo il ricorrente la Sezione disciplinare non aveva correttamente applicato le suddette norme, che avrebbero dovuto portarla ad affermare che la presenza del crocifisso cattolico in ogni aula di udienza, indipendentemente da quella destinata al magistrato, ed il contestuale divieto di esporre altri simboli religiosi costituiscono giustificato motivo di rifiuto dell’ufficio di magistrato, in quanto per un verso determinano un conflitto inferiore tra il dovere civile di svolgere un pubblico ufficio ed il diritto di rivendicare il rispetto del principio di laicità dello Stato e di libertà di coscienza garantito dalla costituzione e peraltro verso determinano la lesione del diritto di libertà religiosa e di quello di non discriminazione del dipendente che, a causa del divieto di esporre i propri simboli, viene ad essere trattato meno favorevolmente dei dipendenti cattolici, sicchè il comportamento di tale dipendente non è estorsivo nei confronti della P.A., ma concretizza il legittimo esercizio di un diritto di difesa ex art. 24 Cost..
4.6. Con il sesto motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 97 e 113 Cost., e degli artt. 2727 e 1362 c.c. e segg., nonchè il vizio motivazionale dell’impugnata sentenza, perchè la stessa ha affermato il principio che la pretesa del magistrato di rimozione dei crocifissi da tutte le aule giudiziarie, anzichè dalla sola aula nella quale veniva chiamato ad esercitare le proprie funzioni, è infondata e priva di tutela giudiziaria, mentre egli aveva la possibilità di tutelare i suoi diritti attraverso la caducazione integrale dell’atto amministrativo generale.
Secondo il ricorrente costituisce erronea applicazione degli artt. 1327 e 1362 c.c. e segg., da parte della sentenza impugnata l’aver ritenuto che dalla sentenza del Tar Marche, che disattendeva le sue richieste, egli avrebbe dovuto ricavare la consapevolezza dell’infondatezza delle sue pretese.
4.7. Con il settimo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 97 e 101 Cost., e della L. n. 2248 del 1865, artt. 4 e 5, all. e, art. 2, 3,7, 8, 19 e 20 Cost., L. n. 848 del 1955, art. 14, D.Lgs. n. 216 del 2003, art. 2, L. n. 654 del 1975, art. 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 43, della L. n. 654 del 1975, art. 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 43, L. n. 302 del 1997, artt. 1, 4, 5, 6, 7 e 8, L. n. 101 del 1989, art. 2; art. 1,9,13 e 17 Convenzione dei diritti dell’Uomo, art. 52 e 54 c.p., e 2044 e 2045 c.c., nonchè il vizio motivazionale della sentenza.
Assume il ricorrente che viola le suddette norme la sentenza della Sezione disciplinare che ha ritenuto che era valido rimedio a tutela dei diritti inviolabili di libertà religiosa e di coscienza la disposizione del presidente del tribunale di Camerino, che aveva disposto la rimozione del crocefisso da una sola aula, mentre la disapplicazione della circolare ministeriale n. 2134/1867 del 29.5.1926 doveva essere effettuata con portata generale e nel corso di un giudizio e non al di fuori dello stesso, con funzione di deroga per un singolo caso. Secondo il ricorrente doveva essere vietata l’esposizione del crocefisso in ogni aula del tribunale, indipendentemente da quella destinata al magistrato, perchè altrimenti ciò creava un conflitto interno al magistrato e contemporaneamente una discriminazione diretta del dipendente magistrato che utilizza tale aula e una lesione del di ritto di libertà religiosa per la non necessità di dover dimostrare la propria fede, con un’inevitabile pubblicizzazione dei propri convincimenti religiosi.
4.8. Con l’ottavo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione della L. n. 689 del 1981, art. 3, e dell’art. 5 c.p., nonchè il vizio motivazionale dell’impugnata sentenza per non aver reso alcuna motivazione in merito alla richiesta applicazione dei principi fissati nella sentenza penale n. 4273/2000, in tema di legittimo rifiuto dell’ufficio di scrutatore di seggio elettorale.
5. Tutti i suddetti motivi vanno esaminati congiuntamente, essendo strettamente connessi.
Essi sono in parte inammissibili ed in parte infondati. Va, anzitutto, rilevato che, come chiaramente affermato dalla sentenza impugnata, l’oggetto dell’incolpazione, e quindi del giudizio disciplinare, non era l’accertamento della liceità della presenza del crocefisso in tutte le aule giudiziarie, ma più semplicemente la legittimità della reiterata sottrazione del dr. T. ai suoi doveri di ufficio di prestare l’attività giudiziale, a cui era tenuto (pag. 7). Specifica altresì la Sezione che (pag. 14) l’oggetto del giudizio non è stata “la verifica della compatibilità della laicità dello Stato e di libertà religiosa da una parte e la collocazione del crocefisso nelle aule di giustizia della nazione, ma la compatibilità del rifiuto del dr. T. di tenere udienza – determinato dal fatto che in altro luogo e nello stesso o in altro momento la giustizia sia amministrata in presenza di un simbolo religioso – ed il rispetto delle regole organizzative del servizio, dei doveri del magistrato e delle esigenze funzionali”.
La Sezione, quindi, conclude che nella specie “la presenza del crocefisso nelle aule giudiziarie, indipendentemente dalla legittimità della norma regolamentare che la prevede, non determina in sè, per il solo fatto di essere generalmente osservata, una lesione del diritto soggettivo di libertà religiosa e di opinione del dr. T., che potrebbe essere messo in discussione solo se gli fosse imposto l’obbligo di esercitare la giurisdizione sotto la sua tutela simbolica”.
In altri termini la Sezione correttamente non pone assolutamente in dubbio il principio di laicità dello Stato.
6.1. Al riguardo più volte la Corte costituzionale ha riconosciuto nella laicità un principio supremo del nostro ordinamento costituzionale, idoneo a risolvere talune questioni di legittimità costituzionale (ad esempio, tra le tante pronunce, quelle riguardanti norme sull’obbligatorietà dell’insegnamento religioso nella scuola, o sulla competenza giurisdizionale per le cause concernenti la validità del vincolo matrimoniale contratto canonicamente e trascritto nei registri dello stato civile). Trattasi di un principio non proclamato expressis verbis dalla nostra Carta fondamentale; un principio che, ricco di assonanze ideologiche e di una storia controversa, assume però rilevanza giuridica potendo evincersi dalle norme fondamentali del nostro ordinamento. In realtà la Corte lo trae specificamente dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost..
Il principio utilizza un simbolo linguistico (“laicità”) che indica in forma abbreviata profili significativi di quanto disposto dalle anzidette norme, i cui contenuti individuano le condizioni di uso secondo le quali esso va inteso ed opera. D’altra parte, senza l’individuazione di tali specifiche condizioni d’uso, il principio di “laicità” resterebbe confinato nelle dispute ideologiche e sarebbe difficilmente utilizzabile in sede giuridica (cfr. Corte cost., ordinanza n. 389 del 2004).
6.2. Sennonchè la Sezione disciplinare non ha ritenuto la responsabilità del dr. T., perchè si era rifiutato di fare udienza in un’aula ove fosse esposto il crocifisso: anzi ha specificato che solo in questo caso, e cioè se gli fosse stato imposto di esercitare la giurisdizione sotto la tutela simbolica del crocifisso, ciò poteva mettere in discussione il suo diritto soggettivo di libertà religiosa e di opinione.
Ne consegue che tutte le censure mosse dal ricorrente in merito alla tutela del suo diritto di libertà religiosa, di opinione e di coscienza, nonchè, in generale in merito ai diritti inviolabili della sua persona umana (assolutamente non disconosciuti dalla sentenza impugnata), sono inconferenti nella fattispecie, in quanto la Sezione ha cura di specificare che il fatto, posto a base della sua sentenza e da lei accertato, attiene esclusivamente all’ipotesi di rifiuto di prestare l’attività giudiziale da parte del dr. T. a decorrere dal maggio 2005, (pag. 22) pur in presenza della possibilità di tenere udienza in altra stanza (il suo ufficio, come formalmente consigliato dal presidente del Tribunale) o poco dopo nell’aula senza crocifisso, in cui tale lesione non era ipotizzabile.
6.3. Sotto questo profilo,quindi, i motivi, nella parte in cui attengono alla pretesa violazione diretta dei diritti inviolabili del dr. T., per la presenza del crocefisso nell’aula di udienza del ricorrente (con la prospettazione di tale giustificazione del rifiuto), sono inammissibili, poichè non è in merito a questi fatti che la Sezione ha fondato la sentenza di colpevolezza.
6.4. La consolidata giurisprudenza di questa Corte ha, infatti, statuito che la proposizione, con il ricorso per cassazione, di censure prive di specifiche attinenze al “decisum” della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., n. 4, con conseguente inammissibilità del ricorso, rilevabile anche d’ufficio (ex multis, Cass. 07/11/2005, n. 21490; Cass. 24/02/2004, n. 3612; Cass. 23/05/2001, n. 7046).
L’inconferenza del motivo comporta che l’eventuale accoglimento della censura risulta comunque privo di rilevanza nella fattispecie, in quanto inidoneo a risolvere la questione decisa con la sentenza impugnata (Cass. Sez. Unite, 12/05/2008, n. 11650).
6.5. Sono invece, infondati, i ricorsi relativamente alla pretesa violazione dei suddetti principi di libertà religiosa di opinione e di coscienza in relazione al punto che il rimedio adottato dell’aula senza crocefisso finiva per “ghettizzare” il ricorrente. La possibilità di lesione della libertà religiosa sotto questo profilo rimane esclusa dal rilievo che l’aula attrezzata senza crocifisso era messa a disposizione di quanti volessero utilizzarla.
La Sezione ha infatti ritenuto con valutazione di fatto rientrante nelle esclusive sue competenze di valutazione del merito, che tale aula (priva del crocefisso) era di pari dignità delle altre e non comportava alcuna discriminazione (pag. 21).
6.6. Manifestamente infondata è anche la censura per cui il rifiuto del ricorrente di tenere udienza era giustificato dalla mancata autorizzaizione ad esporre nelle aule giudiziarie la menorah, simbolo della religione ebraica.
Per poter accogliere tale pretesa, come correttamente rilevato dalla sentenza impugnata, è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste.
E’ vero che sul piano teorico il principio di laicità è compatibile sia con un modello di equiparazione verso l’alto (laicità per addizione) che consenta ad ogni soggetto di vedere rappresentati nei luoghi pubblici i simboli della propria religione, sia con un modello di equiparazione verso il basso (laicità per sottrazione).
Tale scelta legislativa, però, presuppone che siano valutati una pluralità di profili, primi tra tutti la praticabilità concreta ed il bilanciamento tra l’esercizio della libertà religiosa da parte degli utenti di un luogo pubblico con l’analogo esercizio della libertà religiosa negativa da parte dell’ateo o del non credente, nonchè il bilanciamento tra garanzia del pluralismo e possibili conflitti tra una pluralità di identità religiose tra loro incompatibili.
6.7. La Sezione ha ritenuto, invece, che il comportamento del dr. T. fosse sanzionabile in sede disciplinare, con un iter argomentativo immune dalle censure che sono poste nei vari motivi.
Sul presupposto fattuale che il dr. T. poteva svolgere le sue funzioni o in altra stanza priva di simboli religiosi (quale il suo ufficio, consigliatogli dal presidente del Tribunale) ovvero in una stanza appositamente attrezzata, la Sezione ha escluso che nella fattispecie si potesse avere una lesione del diritto fondamentale di libertà di religione e di coscienza e di opinione del dr. T..
7.1. Il nucleo centrale dell’affermazione della responsabilità disciplinare del dr. T. è fondato sul fatto che egli si sia sottratto all’esercizio dell’attività giurisdizionale ingiustificatamente, allorchè egli aveva la possibilità di esercitare le sue funzioni in ambienti in cui non era affisso il crocifisso.
Il problema che si è posto la Sezione è se il rifiuto dell’attività anche in tali aule da parte del dr. T. fosse giustificato dal fatto che in varie altre aule giudiziarie del Paese vi fosse l’ostensione del Crocefisso, con lesione del principio di laicità dello Stato, e conseguentemente dei diritti di libertà religiosa e di coscienza degli individui, affermato dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali e dalle Corti, anche internazionali.
Correttamente la Sezione ritiene che il ricorrente non potesse addurre a giustificazione del rifiuto delle funzioni giurisdizionali il fatto di principio che nelle altre aule giudiziarie del Paese vi fossero crocifissi.
La soluzione del problema passa attraverso l’istituto della tutela privata di diritti propri, di diritti altrui e degli interessi diffusi.
7.2. Anzitutto in materia di rapporto di lavoro, sia pubblico che privato, si è affermato che colui il quale è tenuto alla prestazione lavorativa in determinati casi possa rifiutare la stessa allorchè tale rifiuto si caratterizzi come forma di legittimo esercizio di autotutela del lavoratore a fronte di inadempimenti da parte del datore di lavoro, e quindi nella stessa ottica di cui all’art. 1460 c.c., (Cass. 03/05/2004, n. 8364),segnatamente quando tali inadempimenti investano diritti inviolabili dell’uomo e quindi, costituzionalmente garantiti (ad es. quello alla salute: Cass. 17/12/1997, n. 12773).
L’autotutela costituita dal rifiuto della prestazione lavorativa in presenza della violazione di diritti fondamentali del soggetto, che deve effettuare la prestazione lavorativa, costituisce una cosiddetta “autotutela passiva reattiva”. Essa consiste in un comportamento di dichiarata inadempienza, che sarebbe in sè illegittimo (o addirittura illecito), ma che si assume legittimato dall’accertata inadempienza della controparte. Esso è in funzione della reciprocità su cui i rapporti sinallagmatici sono imperniati.
La disciplina dei poteri di autotutela discende dai precetti sanzionatori che si inquadrano, mercè il loro carattere permissivo e senza possibilità di estensione analogica, nell’ordine statale costituzionale e comunitario. Tali precetti, in previsione di date circostanze, autorizzano il singolo a tenere un comportamento che solo in quelle circostanze riconosce legittimo, e che costituisce la difesa di un suo diritto minacciato.
7.3. Le varie forme di iniziativa in cui l’autotutela (intesa come difesa extragiudiziale) può legittimamente esplicarsi sono oggetto di poteri-mezzi, coordinati al diritto da tutelare. Essa, quindi, presuppone anzitutto che sussista la posizione soggettiva di titolarità del diritto tutelato (anche se in casi determinati l’ordinamento riconosce la possibilità di agire per la tutela di un diritto di altro soggetto) ed inoltre che tale autotutela si ispiri a crìteri di idoneità e di proporzionalità tra la minaccia al diritto e la reazione.
Se il diritto minacciato è un diritto inviolabile (e come tale costituzionalmente garantito) del soggetto tenuto alla prestazione lavorativa (in senso ampio), non vi è dubbio che il titolare dello stesso possa espletare l’autotutela e che questa possa manifestarsi anche attraverso il rifiuto della prestazione lavorativa, allorchè tale rifiuto è idoneo ed adeguato ad evitare la lesione del diritto fondamentale oggettivamente minacciato, lesione non altrimenti evitabile (ovvero evitabile in modo eccessivamente oneroso).
7.4. Il problema sorge allorchè, come nella fattispecie, il rifiuto della prestazione lavorativa si pone non a fronte della lesione di un diritto inviolabile del soggetto tenuto alla prestazione, ma di un interesse collettivo o diffuso.
Più specificamente e con riguardo alla fattispecie in esame, poichè l’astensione dall’attività giurisdizionale dovuta costituisce pacificamente un illecito disciplinare se non è giustificata, e poichè la Sezione disciplinare ha escluso in fatto che una lesione del diritto soggettivo della libertà religiosa, di coscienza e di opinione vi fosse (essendo possibile utilizzare un ufficio ed aula senza il crocifisso), il problema che si pone è se, a giustificazione del rifiuto, il dr. T. poteva far valere il generale principio della laicità dello Stato per la presenza del crocefisso nelle aule di giustizia della Nazione ovvero la lesione della libertà religiosa o di pensiero di altri soggetti che partecipavano alle udienze in altre aule giudiziarie,in cui era esposto il crocefisso.
7.5. Va, anzitutto, escluso per i motivi predetti che il dr. T. potesse far valere con il suo comportamento la tutela dei predetti diritti di altri soggetti e ciò per due ordini di ragioni.
Anche quando l’ordinamento riconosce il diritto di intervenire direttamente ed in via extragiudiziale per la tutela di diritti di altri, occorre anzitutto che tali “altri” siano determinati o quanto meno determinabili (non essendo possibile una tutela in incertam personam). Tutta la disciplina della tutela extragiudiziale di diritti altrui è strutturata sulla concretezza ed attualità e non sulla mera ipotizzabilità della messa in pericolo del diritto (cfr. art. 52 c.p.).
Quindi, anzitutto, occorre che il titolare del diritto inviolabile minacciato non abbia prestato, sia pure implicitamente, il proprio libero e legittimo consenso a tale situazione (ovviamente nei limiti della disponibilità del diritto, cfr. art. 50 c.p.). Deve, infatti, essere chiaro che la tutela di un diritto di altri, che trova il suo più profondo referente nei doveri di solidarietà alla base della convivenza civile (art. 2 Cost.), ha sempre come presupposto che il titolare del diritto sia nell’impossibilità (intesa nel senso più ampio) di attuare personalmente detta tutela, per cui il soggetto che agisce in sua vece lo faccia sulla base di un consenso almeno presunto. Questo concetto è stato idoneamente sviluppato, sia pure con riferimento al più ristretto e limitato campo dei rapporti patrimoniali in tema di gestione di affari altrui (cfr. art. 2028 c.c.), ritenendo la stessa lecita non solo in ipotesi di absentia domini, ma anche allorchè il dominus versi in una situazione soggettiva o oggettiva da far presumere che egli non rifiuti tale ingerenza altrui nella tutela dei suoi diritti (art. 2028, Cass. 09/04/2008, n. 9269).
Inoltre tale tutela in forma extragiudiziale è ammessa solo allorchè il diritto altrui sia minacciato da un’offesa ingiusta. La presenza di un crocefisso può non costituire necessariamente minaccia ai propri diritti di libertà religiosa per tutti quelli che frequentano un’aula di giustizia per i più svariati motivi e non solo necessariamente per essere tali utenti dei cristiani, con la conseguenza che, per la mancanza dei requisiti sopra elencati in tema di tutela privata di diritti altrui, l’incolpato non avrebbe potuto rifiutare la propria prestazione professionale solo perchè in altre aule di giustizia (rispetto a quella in cui egli operava) era presente il crocifisso, con l’ipotizzata lesione dei diritti di libertà religiosa e di coscienza degli utenti di quelle aule.
7.6. Ne consegue che, escluso che il rifiuto del dr. T. di tenere udienze anche in aule senza simboli religiosi, potesse giustificarsi per la presenza dei crocifissi in varie altre aule del Paese, come forma di tutela dei diritti inviolabili di coloro che frequentavano queste ultime aule, va solo esaminato se tale rifiuto era giustificabile in quanto effettuato per la tutela del principio della laicità dello Stato.
La laicità dello Stato, sotto il profilo qui in considerazione, rappresenta un interesse collettivo o diffuso, e come tale adespota perchè facente capo alla popolazione nel suo complesso.
Indipendentemente dal punto se sussista una differenza tra interesse diffuso ed interesse collettivo (come sostenuto da una corrente dottrinale minoritaria, per cui i secondi riguarderebbe non l’intera collettività, ma solo gruppi organizzati),secondo la dottrina maggioritaria gli interessi diffusi costituiscono un tertiam genus tra diritti soggettivi ed interessi legittimi, rappresentando una sorta di “diritto sociale” o della collettività, perchè avente ad oggetto una relazione sociale, che non riguarda gli individui privati in senso stretto, nè gli apparati pubblici, ma si appunta sulla collettività in quanto tale.
Il problema più delicato, in materia di interessi diffusi, è quindi quello dell'”azionabilità” degli stessi in giudizio e della “rappresentatività degli stessi“, sotto il profilo della legittimazione ad agire.
7.7. Proprio per la suddetta natura degli interessi diffusi, la tutela degli stessi è affidata agli enti esponenziali della collettività nel suo complesso, salvo che la tutela non sia anche rimessa ad associazioni o enti collettivi in specìfiche ipotesi previste dalla legge (L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 9, L. 8 luglio 1986, n. 349, art. 18).
Segnatamente non è possibile per il singolo assumere la tutela e la rappresentanza di interessi diffusi o collettivi in antitesi con il soggetto esponenziale e, quindi, in funzione dell’esercizio strumentale dell’azione popolare, al di fuori dei casi in cui essa è ammessa nel nostro ordinamento.
Tuttavia la condivisibile giurisprudenza di questa Corte (Cass. S.U. n. 2207/1978; Cass. S.U. n. 1463/1979) ha ritenuto che sono configurabili accanto agli interessi cosiddetti diffusi, da parte di collettività unitariamente considerate, anche la titolarità di interessi individuali, da parte dei singoli coinvolti dal procedimento stesso. Tali ultimi interessi hanno natura e consistenza di veri e propri diritti soggettivi, quando riguardino la tutela del bene della salute, non disponibile e non degradabile per l’intervento dell’amministrazione, ovvero la tutela di disponibilità esclusive di determinati beni, i quali traggano dall’ambiente il loro pregio e la loro potenzialità economica e, quindi, potrebbero venire sostanzialmente perduti per effetto delle scelte concretamente adottate per detta ubicazione. Eguale discorso va fatto per tutti gli altri interessi diffusi che si concretino, in relazione ai singoli soggetti e nelle specifiche fattispecie, in diritti soggettivi della persona umana. In questo caso il titolare di ogni singolo diritto soggettivo inviolabile leso ha azione per la sua tutela.
7.8. Da ciò consegue che, mentre la lesione di un proprio diritto soggettivo inviolabile può essere fatta valere nell’ambito del rapporto di impiego anche in via di autotutela e, quindi, come causa giustificativa del rifiuto della prestazione lavorativa, allorchè tale lesione del diritto soggettivo è esclusa, non può essere fatta valere, come causa giustificante, la lesione di un interesse diffuso.
Nella fattispecie, poichè la Sezione disciplinare ha affermato la responsabilità del Dr. T. solo in relazione ai disservizi verificatisi per il rifiuto di tenere udienze in stanze o aule prive del crocifisso,e quindi in situazioni che – secondo l’accertamento fattuale della Sezione – non potevano comportare la lesione del suo diritto di libertà religiosa, di coscienza o di opinione, non può intentare causa giustificante di tale rifiuto la pretesa tutela della laicità dello Stato o dei diritti di libertà religiosa degli altri soggetti che si trovavano nelle altre aule di giustizia della Nazione, in cui il crocefisso era esposto.
8. Infondata è anche la censura secondo cui in ogni caso i rifiuti di tenere udienza addebitabili sarebbero solo quelli successivi alla predisposizione dell’aula senza crocifisso.
A parte il rilievo che già prima della predisposizione dell’aula in questione vi era la possibilità di tenere udienza nel proprio ufficio, va osservato che nell’economia dell’affermazione della responsabilità disciplinare da parte della sentenza impugnata, non rileva il numero di udienze non tenute ingiustificatamente. Infatti la Sezione ha rilevato che a partire dall’ultimatum effettuato all’Amministrazione giudiziaria l’1.5.2005 il dr. T. ha cessato del tutto di tenere udienza. La Sezione ha rilevato in punto di fatto la totale sottrazione del dr. T. all’attività di servizio dal maggio 2005 al gennaio 2006; che egli non aveva intenzione neppure di attenuare le ricadute negative della “sfida” da lui lanciata all’amministrazione, tanto che ebbe ad opporsi decisamente alle modifiche nella distribuzione degli affari, che gli destinavano una maggiore quantità di lavoro in attività (giudice tutelare e riscorsi per d.i.), che non richiedevano la ritualità della aula di udienza.
9. Quanto alla censura della mancata applicazione dei principi di cui alla sentenza penale n. 4273/2000, va osservato che essa è infondata.
La richiamata sentenza della cassazione penale n. 4273/2000, statuisce che “costituisce giustificato motivo di rifiuto dell’ufficio di presidente, scrutatore o segretario di seggio elettorale – ove non sia stato l’agente a domandare di essere ad esso designato – la manifestazione della libertà di coscienza, il cui esercizio determini un conflitto tra la personale adesione al principio supremo di laicità dello Stato e l’adempimento dell’incarico a causa dell’organizzazione elettorale in relazione alla presenza nella dotazione obbligatoria di arredi destinati a seggi elettorali, pur se casualmente non di quello di specifica destinazione, del crocifisso o di altre immagini religiose”.
9.2. Per quanto la Sezione non abbia preso espressa posizione nei confronti della sentenza penale n. 4273/2000 (ma a tanto non era tenuta in quanto essa costituiva solo un precedente in fattispecie apparentemente analoga, e peraltro difforme da Cass. Pen. sez. 3^, 13.10.1998 n. 10, contro lo stesso imputato e per fatto identico), va osservato che essa ha esaminato il fondo del problema, comune alle due fattispecie, ed ha ritenuto che “la possibilità per il dr. T. di tenere tranquillamente udienza, in condizioni di piena legittimazione anche sociale, in un’aula priva di simboli religiosi rompe qualsiasi nesso tra l’esercizio in concreto delle funzioni e la violazione del suo fondamentale diritto di libertà religiosa (o di libertà di religione) asseritamente derivante dalla presenza, altrove, di un crocefisso”.
10. Tale passaggio argomentativo della sentenza impugnata non presenta vizi di natura giuridico-logica.
Pur nell’ottica del ricorrente e cioè che l’estensione del crocifisso pregiudichi la libertà religiosa e di coscienza, correttamente la sentenza impugnata ha ritenuto che la presenza del crocefisso può ledere il diritto di libertà religiosa solo se si trova nell’aula in cui egli svolge la sua attività giurisdizionale.
Esattamente la decisione impugnata ha risolto il conflitto tra l’obbligo della prestazione professionale ed il diritto di libertà religiosa e di coscienza, assicurando prevalenza a quest’ultimo, soltanto quando le modalità dell’esercizio dovuto delle funzioni contrastano con l’espressione delle libertà stesse in modo diretto e con vincolo di causalità immediata (questo era stato, in sostanza, anche il principio affermato da Cass. Pen. n. 10/1998, cit.).
Se invece l’ostensione del crocifisso è effettuata in altre aule giudiziarie della Nazione, rispetto a quelle dove il dr. T. avrebbe dovuto esercitare le funzioni giurisdizionali, ciò non può integrare lesione del diritto di libertà religiosa del ricorrente.
11. Con il nono motivo di ricorso il ricorrente lamenta la nullità della sentenza per violazione dell’art. 477 c.p.c. 1930, cioè per vizio di extrapetizione, nonchè nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., omessa motivazione. Violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 20; R.D. n. 511 del 1946, art. 29, art. 2909 c.c., e art. 324 c.p.c.; artt. 13324, 1334 e 1335 c.c., nonchè artt. 24 e 111 Cost., e art. 6 Convenzione sui diritti dell’uomo.
Infine il ricorrente lamenta il vizio motivazionale. Secondo il ricorrente la sentenza impugnata è incorsa nella violazione dell’art. 477 c.p.p., cioè in vizio di extrapetizione, perchè, essendo egli stato tratto a giudizio per aver presentato delle dichiarazioni di astensione lo stesso giorno o in prossimità dell’udienza, era stato condannato sulla base del diverso assunto che egli, pur avendo manifestato l’irremovibile volontà di astenersi dall’udienza con la dichiarazione iniziale dell’1.5.2005, avrebbe dovuto in ogni caso confermare tale rifiuto in occasione delle singole udienze: secondo il ricorrente tale assunto della Sezione, in presenza dell’atto unilaterale di volontà consistente nella dichiarazione di astensione non necessitava di ulteriori dichiarazioni confermative, fino a revoca,per cui la contraria opinione della Sezione violava gli artt. 1324, 1334 e 1335 c.c..
Secondo il ricorrente l’assunto della Sezione, che considerava le comunicazioni effettuate in corrispondenza delle udienze, con cui si dava contezza dell’avvenuta astensione, come comunicazioni di volersi astenere e non di astensione già avvenuta, comportava la violazione dell’art. 1362 c.p.c. e segg..
Con riferimento al principio di correlazione fra imputazione contestata e sentenza, per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, si da pervenire ad un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l’indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perchè, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l’imputato, attraverso l'”iter” del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione (Cass. pen., Sez. Unite, 19/06/1996, n. 16).
12.2. Nella fattispecie, come correttamente rilevato dalla Sezione, in assenza di un impedimento legittimo a tenere le udienze, ed alla luce dei reiterati inviti diretti alla prosecuzione dell’attività giudiziaria, la sostituzione per una pluralità indeterminata di udienza necessitava di volta in volta di verifiche e di una conferma, in quanto il dr. T. poteva sempre desistere dai propri propositi e, quindi, riprendere l’attività. Ne consegue che il principio di correlazione tra accusa e sentenza di cui all’art. 477 c.p.p. 1930 ed all’art. 521 c.p.p. 1989 non risulta violato, poichè il fatto ritenuto in sentenza si trova rispetto a quello contestato non in rapporto di eterogeneità, nel senso che si sia realizzata una variazione essenziale dell’addebito, rispetto alla quale l’incolpato non è stato in grado di difendersi.
Tra il fatto contestato e quello ritenuto, vi è il nucleo comune di aver determinato il disservizio organizzativo per le sostituzioni.
Inoltre e in ogni caso il dr. T. è stato in grado di difendersi in relazione a questa modifica dell’incolpazione tant’è che sul punto dell’irritualità di tale modifica della contestazione il dr. T. si è difeso davanti alla stessa Sezione e la sentenza motiva il suo dissenso da tale difesa.
12.3. Infondata è la ritenuta violazione degli artt. 1324, 1334 e 1335 c.c., nonchè dell’art. 1362 e segg. attinenti alla regolamentazione dei rapporti di contenuto patrimoniale e tra privati.
In ogni caso la Sezione non ha ritenuto che il Dr. T. non avesse dato comunicazione della volontà di astenersi, ma ha solo ritenuto che egli dovesse anche confermare per ogni singola udienza tale sua volontà, in quanto aveva sempre la possibilità di ripristinare il suo servizio.
Se poi le comunicazioni di avvenuta astensione fossero solo una dichiarazione di scienza di un fatto già avvenuto, come sostiene il ricorrente oppure una dichiarazione di volontà di astenersi dall’udienza, come sostenuto dalla Sezione, non è rilevante nella fattispecie, una volta ritenuto che il dr. T. avrebbe dovuto riconfermare l’astensione per ogni singola udienza, potendo sempre egli ripristinare la regolarità delle udienze, pur a fronte di una generale dichiarazione di astensione.
13. Con il decimo motivo di ricorso il ricorrente lamenta l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione per avere la Sezione connotato di negatività il rifiuto del dr. T. di tenere le udienze, asserendo che tale comportamento è stato effettuato per mere questioni di principio e che ha mostrato faziosità e scarso equilibrio e che ha imposto soluzioni arbitrarie per imporre la soluzione voluta. Il ricorrente lamenta che la Sezione ha applicato la sanzione della rimozione, con funzione di “prevenzione speciale”, cioè tenendo conto della prevedibile ed immediata reiterazione delle medesime condotte, in caso di riattribuzione delle funzioni.
14.1.11 motivo è in parte inammissibile ed in parte infondato. Il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione denunciabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, si configura solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili di ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della sentenza. Detti vizi non possono, peraltro, consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte, perchè spetta solo a quel giudice individuare le fonti del proprio convincimento e a tale fine valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova (Cass. 20/08/2003, n. 12216).
In effetti la censura sollecita una diversa lettura e valutazione delle risultanze di causa, rispetto a quella datane dalla Sezione disciplinare e sotto questo profilo è inammissibile.
14.2. Quanto alla censura secondo cui erroneamente la Sezione avrebbe individuato la sanzione della rimozione per evitare che l’incolpato reiterasse il comportamento di rifiuto ingiustificato, va osservato che, in tema di procedimento disciplinare a carico di magistrati, alle Sezioni Unite della S.C. non è consentito sindacare sul piano del merito le valutazioni del giudice disciplinare, dovendo la Corte medesima limitarsi ad esprimere un giudizio sulla congruità, sulla adeguatezza e sulla assenza di vizi logici della motivazione che sorregge la decisione finale (Cass. Sez. Unite, 19/09/2005, n. 18451).
In particolare la valutazione della gravità dell’illecito, anche in ordine al riflesso del fatto oggetto dell’incolpazione sulla stima del magistrato, sul prestigio della funzione esercitata e sulla fiducia nell’istituzione, e la determinazione della sanzione adeguata – nel caso di specie, la rimozione – rientrano negli apprezzamenti di merito attribuiti alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, il cui giudizio è insindacabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua e immune da vizi logico-giuridici (Cass. Civ., Sez. Unite, 08/04/2009, n. 8615).
14.3. Nella fattispecie la motivazione adottata immune da vizi logici o giuridici rilevabili in questa sede di sindacato di legittimità.
Segnatamente, essendo il procedimento disciplinare finalizzato agli accertamenti degli illeciti ad alla applicazione della competente sanzione, nell’applicazione di quest’ultima esso si ispira agli stessi criteri, a cui si ispirano gli altri sistemi sanzionatori.
Nella determinazione del trattamento sanzionatorio il giudice gode di una discrezionalità vincolata, per cui deve dar ragione dei criteri legali che sono sintetizzabili nella retribuzione (gravità complessiva del fatto) e nella prevenzione (in termine di attitudine dell’incolpato a reiterare l’illecito disciplinare) (argomentando anche da quanto emerge dall’art. 133 c.p., relativo al principale sistema sanzionatorio; (Cass. Pen., 18/05/1990, Sterlino, Cass. Pen., 14/09/1990, Dimino).
14.4. Conseguentemente, è immune da difetto motivazionale l’impugnata sentenza che nella determinazione della sanzione della rimozione, ha tenuto conto della gravità del fatto, dei precedenti disciplinari del dr. T. (n. 3 ammonimenti e n. 1 censura), nonchè della prevedibile ed immediata reiterazione delle medesime condotte, in caso di riattribuzione delle funzioni. A tal fine la Sezione osserva che l’incolpato aveva esplicitamente dichiarato che non avrebbe deflesso da tale comportamento neanche in futuro, se gli fosse stata data occasione di rinnovare, con la restituzione delle funzioni, il rifiuto di esercitarle.
15. Con l’undicesimo motivo di ricorso il ricorrente lamenta l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza, per aver ritenuto che le osservazioni mosse avverso l’assegnazione delle funzioni di giudice tutelare trovassero spiegazione nel non attenuare le ricadute negative del rifiuto di tenere udienza, mentre tale ricostruzione dei fatti è falsa, poichè egli aveva motivato la vera spiegazione delle osservazioni mosse e consistenti nel non essere marginalizzato nell’espletamento di mansioni di scarso impegno professionale.
16. Il motivo è inammissibile, poichè esso attiene alla valutazione dei fatti e comportamenti, effettuata dalla Sezione: da una parte l’assegnazione delle funzioni di giudice tutelare e di tutti i ricorsi per decreto ingiuntivo e dall’altra le contrarie osservazioni in merito espresse dal dr. T..
Su tali fatti la Sezione ha ritenuto di esprimere una valutazione diversa da quella del ricorrente, ma essa, non presentando vizi di omissione, contraddittorietà o insufficienza di motivazione, non è censurabile in questa sede di sindacato della sola legittimità.
17. Con il dodicesimo motivo il ricorrente lamenta la nullità della sentenza per violazione dell’art. 477 c.p. 1930 (artt. 522 e 178 c.p. 1989) e artt. 24 e 111 Cost., e degli artt. 6 e 13 della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ratificata con L. n. 848 del 1955, nonchè il vizio motivazionale dell’impugnata sentenza.
Il ricorrente lamenta l’extrapetizione della sentenza per aver affermato che egli aveva mostrato “faziosità, aggressività verbale e scarso equilibrio, andando alla ricerca di reazioni decise attraverso iniziative provocatorie, quale l’ostensione della pera metallica, strumento di tortura dell’inquisizione, durante un dibattimento.
Assume il ricorrente che tutto ciò non gli sarebbe stato contestato, con conseguente nullità della sentenza.
18.1. Il motivo è infondato.
Anzitutto osserva questa Corte che non sussiste la violazione del principio di omessa correlazione tra accusa e sentenza di cui all’art. 477 c.p. 1930 (ed artt. 521 e 522 c.p.p. 1989) in relazione al riferimento all’ostensione in udienza dello strumento di tortura dell’inquisizione (la pera di ferro).
Infatti il T. non è stato ritenuto colpevole di un illecito concretizzantesi in questo episodio, ma, ferma l’imputazione ascritta del disservizio causato ingiustificatamente con il rifiuto di esercizio dell’attività giurisdizionale, anche dopo che era stata predisposta un’aula priva di crocefisso, la Sezione stigmatizza il suo comportamento di “iniziative provocatorie” nel tenere questa condotta, quale quella dell’ostensione in udienza della pera di ferro).
Si tratta quindi di una modalità di dettaglio della condotta ascritta.
18.2. La giurisprudenza penale ha statuito in proposito che l’immutazione del fatto di rilievo, ai fini della eventuale applicabilità della norma dell’art. 521 c.p.p., è solo quella che modifica radicalmente la struttura della contestazione, in quanto sostituisce il fatto tipico, il nesso di causalità e l’elemento psicologico del reato, e, per conseguenza di essa, l’azione realizzata risulta completamente diversa da quella contestata, al punto da essere incompatibile con le difese apprestate dall’imputato per discolparsene. Non può parlarsi di immutazione del fatto quando il fatto tipico rimane identico a quello contestato nei suoi elementi essenziali e cambiano solo in taluni dettagli le modalità di realizzazione della condotta (Cass. Pen., Sez. 1^, 14/04/1999, n. 6302).
18.3. Quanto, invece, alle altre circostanze oggetto del motivo di ricorso, esse non attengono alla contestazione di altri fatti diversi rispetto a quelli oggetto dell’incolpazione, ma sono valutazioni effettuate dalla corte in merito al comportamento tenuto dall’incolpato nel corso del perfezionamento dell’illecito disciplinare contestato.
Trattandosi di valutazioni sulla condotta dell’incolpato, esse non potevano costituire oggetto della contestazione, ma attenevano necessariamente al momento decisionale, deputato a tale attività valutativa.
19. Con il tredicesimo motivo il ricorrente ha lamentato la nullità della sentenza per violazione dell’art. 477 c.p.p. 1930, e artt. 522 e 178 c.p.p. 1989, in relazione agli artt. 112 e 111 Cost., e dell’art. 6 della convenzione per i diritti dell’uomo, nonchè motivazione omessa o insufficiente (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5).
Lamenta il ricorrente che la Sezione disciplinare non ha esaminato la sua tesi difensiva (qualificata come propria proposta mediatoria), secondo cui ingiustificatamente non era stata accolta la sua richiesta di esporre, accanto al crocifisso anche il simbolo del sua religione ebraica, e cioè la menorah.
20.1. Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile. E’ infondato poichè la sentenza sul punto si riporta a quanto esposto dall’ordinanza di sospensione cautelare, facendolo evidentemente proprio, secondo cui “tale pretesa per poter essere accolta richiede che il legislatore compia scelte discrezionali che allo stato non sono state compiute” (pag. 20 della sentenza). Me consegue che non sussiste l’omissione di pronunzia su una tesi difensiva del dr. T..
20.2. Il motivo è invece inammissibile nella parte in cui censura punti dell’ordinanza di sospensione cautelare, non trasfusi nella sentenza impugnata. Infatti l’impugnazione attiene esclusivamente alla sentenza della Sezione disciplinare e non all’ordinanza cautelare, con la conseguenza che solo quest’ultima può essere oggetto di censura.
Solo in relazione ai punti dell’ordinanza, che siano stati fatti propri dalla sentenza, possono proporsi censure, ma quali punti (ormai) della sentenza, che presentino vizi giuridici o logici. 21. Il ricorso va, pertanto rigettato. Nulla per le spese.
Per i risvolti penali della vicenda si legga la sentenza che segue:
Corte di Cassazione – sezione VI penale – sentenza 17 febbraio 2009 n. 28482
Il semplice inadempimento di un dovere funzionale non assume rilevanza penale se non fa venire meno anche i risultati verso cui è proiettata la pubblica amministrazione per il soddisfacimento dei pubblici interessi, essendo la mancanza dell’atto d’ufficio a rilevanza esterna il vero ed unico disvalore represso dalla norma (nella specie, la corte ha ritenuto non integrare gli estremi del reato di cui all’art. 328 c.p., ma avente rilevanza solo a livello disciplinare, il comportamento del magistrato che si era astenuto dalle udienze a causa della presenza del crocifisso nell’aula giudiziaria, allorché le udienze stesse erano state regolarmente tenute attraverso la sostituzione del magistrato con altri colleghi)
Fatto. — 1. – La Corte d’appello de L’Aquila, con sentenza 23 maggio 2007, confermava quella in data 18 novembre 2005 del locale tribunale che aveva dichiarato Luigi To. colpevole del reato di cui agli art. 81, cpv., e 328, 1° comma, c.p., condannandolo a pena ritenuta di giustizia, perché, quale giudice presso il Tribunale di Camerino, si era indebitamente astenuto, nel periodo compreso tra il 9 maggio e il 4 luglio 2005, dalle udienze (n. quindici) in cui avrebbe dovuto trattare senza ritardo per ragioni di giustizia procedimenti a lui assegnati ed aveva motivato tale sua decisione con l’illegittima presenza nell’aula d’udienza del «crocifisso», simbolo della cristianità, che si poneva in contraddizione con il principio costituzionale della «libertà di religione e di coscienza» e mortificava le esigenze di «neutralità» e «imparzialità» che dovevano, invece, essere garantite in forza dell’altro principio costituzionale di laicità dello Stato. (omissis)
2. – Ha proposto ricorso per cassazione l’imputato con due distinti atti, uno a sottoscrizione personale e un altro a firma del proprio difensore di fiducia, entrambi articolati su motivi sostanzialmente identici, che possono essere sintetizzati nei termini di seguito precisati. (omissis)
Diritto. — 1. – Il ricorso è fondato e va accolto per le ragioni di seguito precisate. (omissis)
3. – La tesi sostenuta dall’imputato nel corso dell’intero iter processuale e posta al centro della sua difesa e, quindi, anche del ricorso per cassazione introduce certamente una problematica di estrema delicatezza, quella cioè dell’esposizione dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, vivacemente dibattuta non solo in Italia ma anche in altri paesi dell’Unione europea con soluzioni diverse a livello giurisprudenziale e normativo.
In relazione al primo aspetto, il Consiglio di Stato, con parere del 27 aprile 1988, ha affermato che l’art. 118 r.d. 965/24 e l’all. C al r.d. 1297/28, che prevedono l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, sono tuttora in vigore. In senso contrario si è espresso il Tribunale de L’Aquila (ordinanza 23 ottobre 2003), che ha ritenuto tacitamente abrogate le dette disposizioni regolamentari perché incompatibili con le garanzie costituzionali del pluralismo religioso, della libertà di coscienza e di religione e con l’abbandono del principio della religione cattolica come religione di Stato (cfr. l. 121/85, che dà esecuzione al protocollo addizionale agli accordi di modifica del concordato lateranense); tale provvedimento, però, è stato revocato in data 29 novembre 2003 dallo stesso tribunale, a seguito di reclamo, per difetto di giurisdizione. Il Tar Veneto, con sentenza del 22 marzo 2005, ha ritenuto legittima l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, in quanto «simbolo di una particolare storia, cultura e identità nazionale … espressione di alcuni principî laici della comunità …»; ad identica conclusione è pervenuto il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 556 del 2006.
In relazione al secondo aspetto, la sentenza 1° marzo 2000 della quarta sezione di questa Suprema corte (ric. Montagnana, cit.) ha ritenuto giustificato motivo di rifiuto dell’ufficio di presidente, scrutatore o segretario del seggio elettorale la presenza nel locale a ciò destinato del crocifisso o di altre immagini religiose, che possano determinare un conflitto tra la personale adesione al principio di laicità dello Stato e l’adempimento del munus publicum. Sul punto, ad opposta soluzione sono pervenuti altri provvedimenti di giudici di merito, che hanno disatteso le richieste di rimozione. (omissis) Non ritiene, tuttavia, la corte di dovere affrontare, in questa sede, tale problematica (e gli ulteriori aspetti ad essa connessi) per l’assorbente e dirimente rilievo che la stessa non è funzionale e alla soluzione del caso in esame, che non integra, per quanto si dirà al punto che segue, l’ipotizzata fattispecie delittuosa del rifiuto di atti d’ufficio.
La contestazione della legittimità dell’affissione del crocifisso nelle aule di giustizia, avvenuta sulla base di una circolare ministeriale non assistita da una e espressa previsione di legge impositiva del relativo obbligo, implica — tra l’altro — un problema di carattere generale, che può essere fatto valere sollecitando la pubblica amministrazione a rivedere la propria scelta dell’arredo delle dette aule e, in caso di esito negativo, adendo il giudice amministrativo, che ha giurisdizione esclusiva al riguardo, ai sensi dell’art. 33 d.leg. 80/98, vertendosi in tema di contestazione della legittimità dell’esercizio del potere amministrativo (cfr. Cass., sez. un., 10 luglio 2006, n. 15614; Cons. Stato 556/06).
4. – La sollecitata verifica di legittimità del formulato giudizio di colpevolezza non può prescindere dal dato fattuale accertato in sede di merito: il giudice To., dopo aver vista disattesa la sua richiesta di rimozione del crocifisso dalle aule, aveva preannunciato la sua decisione di astenersi dalle udienze, cosa che in concreto aveva fatto nell’arco temporale indicato nel capo d’imputazione; il presidente del Tribunale di Camerino, però, informato tempestivamente della scelta del To., aveva provveduto a sostituirlo con altri magistrati, che si erano alternati nella trattazione dei processi fissati nelle udienze che avrebbe dovuto tenere il medesimo To., sicché l’attività giudiziaria si era ugualmente svolta.
Ciò posto, osserva la corte che non sono ravvisabili in tale situazione gli estremi materiali del rifiuto di atti d’ufficio.
La norma di cui all’art. 328, 1° comma, c.p., infatti, tutela in senso lato il buon andamento e il normale funzionamento della pubblica amministrazione per la realizzazione dei suoi fini istituzionali.
Il semplice inadempimento di un dovere funzionale non assume rilevanza penale se non fa venire meno anche i risultati verso cui è proiettata la pubblica amministrazione per il soddisfacimento dei pubblici interessi. Il vero ed unico disvalore represso dalla norma è la mancanza dell’atto d’ufficio a rilevanza esterna.
Le inadempienze interne all’organizzazione, integranti la violazione di meri doveri di servizio che non si riflettono all’esterno, possono trovare risposta soltanto sul piano disciplinare.
Ciò che viene in rilievo è il prodotto dinamico dell’organizzazione amministrativa, ossia l’attività che la pubblica amministrazione, impersonalmente intesa, svolge entrando in contatto con i destinatari della sua azione e regolando le reciproche situazioni soggettive attraverso il soddisfacimento dei bisogni pubblici e privati.
La tutela penale apprestata dal vigente art. 328, 1° comma, c.p., aderendo alla teoria sostanzialistica e con inversione di tendenza rispetto alla più ampia area d’intervento prevista dal previgente testo della citata norma, che sanzionava qualsiasi inadempienza dell’agente ai propri doveri funzionali, senza distinzione alcuna tra atti aventi rilevanza «interna» o «esterna», non riguarda la pubblica amministrazione nel suo momento statico, ma in quello dinamico del compimento dell’atto d’ufficio, vale a dire nel momento della sua concreta operatività. Il legislatore, con riferimento alla previsione di cui al 1° comma dell’art. 328 c.p., ha inteso e voluto apprestare una tutela per i beni giuridici finali elencati nella disposizione medesima, concepita come delitto di pericolo concreto, ed incarnati dagli interessi collettivi della giustizia, sicurezza pubblica, ordine pubblico, igiene e sanità.
È il caso di sottolineare che, già nel vigore del vecchio testo dell’art. 328 c.p., la giurisprudenza più autorevole, in verità, quasi anticipando lo spirito della riforma del 1990 (l. n. 86), aveva in buona parte arginato i possibili rischi connessi ad un’interpretazione «formalistica» della norma, privilegiando una lettura «sostanzialistica» e sistematica della medesima. Con la sentenza 25 maggio 1985, Candus, cit., infatti, le sezioni unite di questa Suprema corte avevano precisato: a) l’omissione dolosa del funzionario offendeva «l’interesse della pubblica amministrazione all’emanazione dell’atto cui essa era tenuta, cioè al raggiungimento di un risultato che invece [era] mancato, costituendola inadempiente rispetto ad un dovere giuridico imposto dall’ordinamento»; b) il presidio penale, quindi, andava ad incidere non sulla violazione di «un generico dovere di fedeltà e di zelo» ma sulla concretezza dell’attività della pubblica amministrazione (aspetto dinamico); c) la distinzione tra momento statico organizzativo e momento dinamico dell’attività amministrativa emergeva chiaramente dal raffronto dell’art. 328 con l’art. 333 c.p., norma quest’ultima (oggi abrogata per effetto dell’art. 11 l. 146/90) che, disciplinando l’abbandono individuale di un pubblico ufficio, incideva «direttamente — e soltanto sull’assetto — organizzativo della pubblica amministrazione.
La condotta addebitata al To. si è concretizzata nella violazione di doveri funzionali, riverberatasi esclusivamente, come la stessa sentenza impugnata riconosce, sull’organizzazione interna dell’ufficio e non sull’attività di rilevanza esterna, diretta a garantire il servizio giustizia.
Né vale evocare, come fa la sentenza in verifica, la circostanza che il rifiuto di atti d’ufficio è reato di pericolo, per inferirne che deve prescindersi dal concreto esito determinato dal rifiuto. Rileva, al riguardo, la corte che l’idoneità potenziale della condotta incriminata a produrre un danno, senza che sia necessaria la causazione effettiva dello stesso, va apprezzata in relazione soltanto alla posizione che l’amministrazione assume verso l’esterno per la realizzazione dei suoi fini istituzionali.
Non va sottaciuto, inoltre, che l’oggetto del rifiuto della fattispecie incriminatrice postula due imprescindibili condizioni: a) l’atto d’ufficio deve essere «qualificato», deve cioè rientrare in una delle materie tipiche previste dalla norma, nella specie atto correlato a «ragioni di giustizia»; b) deve trattarsi di atto da compiersi senza ritardo.
In relazione al primo aspetto, il caso in esame non pone alcun particolare problema interpretativo.
Quanto al secondo requisito, deve trattarsi di atto indifferibile, destinato a fronteggiare, al di là del primario interesse insito nella sua particolare qualificazione, un’emergenza di natura oggettiva, rappresentativa di una sostanziale urgenza, che verrebbe vanificata dal diniego dell’atto dovuto. Ciò posto, l’astensione del To. dal tenere personalmente alcune udienze per la trattazione di cause a lui assegnate non integra il rifiuto di atti d’ufficio che per ragioni di giustizia dovevano essere compiuti «senza ritardo», non emergendo elementi indicativi dell’indifferibilità di tali udienze, che, peraltro, come sopra si è precisato, erano state regolarmente tenute, rispettando il calendario programmato, da altri magistrati, designati a sostituire il To..
5. – Difettando, pertanto, la materialità del reato ipotizzato, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, perché il fatto non sussiste.
Corte Europea dei diritti dell’uomo – Grande Camera – sentenza 18 marzo -2011 (Lautsi)
La decisione di mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche rientra nei limiti dei poteri di cui dispone l’Italia nel quadro del suo obbligo di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e d’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire tale istruzione secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche e non vìola quindi l’art. 2 del protocollo n. 1 della convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Art. 2 del protocollo n. 1
Dalla giurisprudenza della corte (sentenze Kjeldsen, Busk Madsen et Pedersen c. Danemark del 7 dicembre 1976 (§ 50), in Foro it., 1977, IV, 161; Valsamis c. Grecia del 18 dicembre 1996 (§ 27), Hasan et Eylem Zengin c. Turchia dell’8 ottobre 2007 (§ 49) e Folgerø e altri c. Norvegia, sentenza della grande camera del 29 giugno 2007 (§ 84), id., Rep. 2008, voce Diritti politici e civili, n. 154) emerge che l’obbligo degli Stati membri del consiglio d’Europa di rispettare le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori non riguarda solo il contenuto dell’istruzione e le modalità in cui viene essa dispensata: tale obbligo compete loro nell’«esercizio» dell’insieme delle «funzioni» che gli Stati si assumono in materia di educazione e d’insegnamento. Ciò comprende l’allestimento degli ambienti scolastici qualora il diritto interno preveda che questa funzione incomba alle autorità pubbliche. Poiché la decisione riguardante la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche attiene alle funzioni assunte dallo Stato italiano, essa rientra nell’ambito di applicazione dell’art. 2 del protocollo n. 1. Questa disposizione attribuisce allo Stato l’obbligo di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e d’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire ai propri figli un’educazione e un insegnamento conformi alle loro convinzioni religiose e filosofiche.
Secondo la corte, se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni. Inoltre, pur essendo comprensibile che la ricorrente possa vedere nell’esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai suoi figli una mancanza di rispetto da parte dello Stato del suo diritto di garantire loro un’educazione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni filosofiche, la sua percezione personale non è sufficiente a integrare una violazione dell’art. 2 del protocollo n. 1.
Il governo italiano sosteneva che la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche rispecchia ancora oggi un’importante tradizione da perpetuare. Aggiungeva poi che, oltre ad avere un significato religioso, il crocifisso simboleggia i principî e i valori che fondano la democrazia e la civilizzazione occidentale, e ciò ne giustificherebbe la presenza nelle aule scolastiche. Quanto al primo punto, la corte sottolinea che, se da una parte la decisione di perpetuare o meno una tradizione dipende dal margine di discrezionalità degli Stati convenuti, l’evocare tale tradizione non li esonera tuttavia dall’obbligo di rispettare i diritti e le libertà consacrati dalla convenzione e dai suoi protocolli. In relazione al secondo punto, rilevando che il Consiglio di Stato e la Corte di cassazione hanno delle posizioni divergenti sul significato del crocifisso e che la Corte costituzionale non si è pronunciata sulla questione, la corte considera che non è suo compito prendere posizione in un dibattito tra giurisdizioni interne.
Di fatto gli Stati contraenti godono di un certo margine di discrezionalità nel conciliare l’esercizio delle funzioni che competono loro in materia di educazione e d’insegnamento con il rispetto del diritto dei genitori di garantire tale educazione e insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche. La corte deve quindi di regola rispettare le scelte degli Stati contraenti in questo campo, compreso lo spazio che questi intendono consacrare alla religione, sempre che tali scelte non conducano a una qualche forma d’indottrinamento. In quest’ottica, la scelta di apporre il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche rientra in principio nell’ambito del margine di discrezionalità dello Stato, a maggior ragione in assenza di un consenso europeo (v. i §§ 26 a 28 della sentenza). Tuttavia questo margine di discrezionalità si accompagna a un controllo della corte, la quale deve garantire che questa scelta non conduca a una qualche forma di indottrinamento.
A tal proposito la corte constata che nel rendere obbligatoria la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, la normativa italiana attribuisce alla religione maggioritaria del paese una visibilità preponderante nell’ambiente scolastico. La corte ritiene tuttavia che ciò non basta a integrare un’opera d’indottrinamento da parte dello Stato convenuto e a dimostrare una violazione degli obblighi previsti dall’art. 2 del protocollo n. 1 (Folgerø e altri c. Norvegia, sentenza della grande camera del 29 giugno 2007; Hasan et Eylem Zengin c. Turchia, sentenza dell’8 ottobre 2007, citate). Quanto a quest’ultimo punto, la corte ricorda che ha già stabilito che, in merito al ruolo preponderante di una religione nella storia di un paese, il fatto che, nel programma scolastico le sia accordato uno spazio maggiore rispetto alle altre religioni non costituisce di per sé un’opera d’indottrinamento. La corte sottolinea altresì che un crocifisso apposto su un muro è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose.
La corte ritiene inoltre che gli effetti della grande visibilità che la presenza del crocifisso attribuisce al cristianesimo nell’ambiente scolastico debbono essere ridimensionati alla luce di quanto segue: tale presenza non è associata a un insegnamento obbligatorio del cristianesimo; secondo il governo lo spazio scolastico è aperto ad altre religioni (il fatto di portare simboli e di indossare tenute a connotazione religiosa non è proibito agli alunni, le pratiche relative alle religioni non maggioritarie sono prese in considerazione, è possibile organizzare l’insegnamento religioso facoltativo per tutte le religioni riconosciute, la fine del Ramadan è spesso festeggiata nelle scuole …); non sussistono elementi tali da indicare che le autorità siano intolleranti rispetto ad alunni appartenenti ad altre religioni, non credenti o detentori di convinzioni filosofiche che non si riferiscano a una religione. La corte nota inoltre che i ricorrenti non si lamentano del fatto che la presenza del crocifisso in classe abbia implicato delle pratiche d’insegnamento volte al proselitismo o che i figli della ricorrente siano stati confrontati a un insegnamento condizionato da tale presenza. Infine la corte osserva che il diritto della ricorrente, in quanto genitrice, di spiegare e consigliare i suoi figli e di orientarli verso una direzione conforme alle proprie convinzioni filosofiche è rimasto intatto.
La corte conclude dunque che, decidendo di mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai figli della ricorrente, le autorità hanno agito entro i limiti dei poteri di cui dispone l’Italia nel quadro del suo obbligo di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e d’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire tale istruzione secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche; di conseguenza, non c’è stata violazione dell’art. 2 del protocollo n. 1 quanto alla ricorrente. La corte considera inoltre che nessuna questione distinta sussiste per quanto riguarda l’art. 9.
La corte addiviene alla stessa conclusione per quanto concerne il secondo e terzo ricorrente.
Nella sua sentenza di camera la corte ha ritenuto che, tenuto conto delle sue conclusioni in merito alla violazione dell’art. 2 del protocollo n. 1, non c’era motivo di esaminare il caso dal punto di vista dell’art. 14.
Dopo aver ricordato che l’art. 14 non ha esistenza propria ma ha valenza esclusivamente in relazione al godimento dei diritti e alle libertà garantita dalle altre disposizioni della convenzione e dei suoi protocolli, la grande camera stabilisce che, anche ad ammettere che i ricorrenti vogliano lamentarsi di una discriminazione nel godimento dei diritti garantiti dagli art. 9 della convenzione e 2 del protocollo n. 1, non si pone nessuna questione separata da quelle già decise nell’ambito dell’art. 2 del protocollo n. 1. Non vi è dunque motivo di esaminare questa parte del ricorso. (Omissis)

References: art. 2
 art. 1
 art. 2
 sentenza 
 Cass. 
 articolo 117
 sentenza 
 sentenza 
 art. 159
 art. 119
 art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 159
 art. 2
 art. 159
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 97
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 9
 art. 54
 sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 art. 1
 art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 art. 9
 art. 2
 art. 3
 art. 43
 art. 2
 art. 24
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 art. 14
 art. 2
 art. 3
 art. 43
 art. 3
 art. 43
 art. 2
 art. 1
 art. 52
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 52
 art. 50
 art. 2028
 Cass. 
 art. 9
 art. 18
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 20
 art. 29
 art. 2909
 art. 324
 art. 6
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 81
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 328
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 9