Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2015/09/
Timestamp: 2018-12-15 01:56:56+00:00

Document:
Studio Legale Mancino: settembre 2015
Disservizi nello smaltimento dei rifiuti? La tassa si paga lo stesso
Se il servizio della raccolta rifiuti non viene effettuato per buona parte dell’anno, bisogna pagare l’intero importo della TARSU? Sì: secondo i giudici della Cassazione, non si può sfuggire alla tassa, nemmeno se i cassonetti sono stati incendiati e per cinque mesi il contribuente si è dovuto arrangiare per smaltire il sacchetto nero.
La vicenda è stata analizzata nell’ordinanza 18854/15. La contribuente aveva presentato ricorso contro la decisione della Commissione Regionale, che aveva ribaltato la sentenza dei giudici provinciali in merito al pagamento di una cartella TARSU su un complesso immobiliare di proprietà. Secondo la ricorrente, doveva essere applicata una riduzione della tassa sui rifiuti, che andava dunque corrisposta in misura non superiore al 40%, poiché era capitato più volte che i cassonetti presenti nelle vicinanze dell’immobile fossero stati dati alle fiamme, con conseguente interruzione del servizio di raccolta per quasi metà dell’anno.
Per la Cassazione, però, la tassa sui rifiuti va pagata indipendentemente dal servizio reso. “Tale tassa – si legge nell’ordinanza – è dovuta indipendentemente dal fatto che l’utente utilizzi il servizio, salva l’autorizzazione dell’ente impositore allo smaltimento dei rifiuti secondo altra modalità, purché il servizio stesso sia istituito, e sussista la possibilità della utilizzazione”. Il fatto che debba esistere la possibilità di fruire del servizio – sottolineano però i Giudici – non significa che, per ogni esercizio di imposizione annuale, la tassa sia dovuta solo se la raccolta sia stata effettuata con regolarità. Insomma, niente da fare: la tassa si deve pagare in ogni caso; e per questo motivo i giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso della contribuente.
Fonte: Fiscopiù - Giuffrè per i Commercialisti - www.fiscopiu.it/Disservizi nello smaltimento dei rifiuti? La tassa si paga lo stesso - La Stampa
La "bigenitorialità" e il rapporto scuola-famiglia (circolare Ministero dell’Istruzione)
Con la circolare 5536/15 il Ministro dell’Istruzione fornisce alcune indicazioni sui rapporti tra il genitore separato che non convive con i figli e le scuole, cercando così di attuare il principio della “bigenitorialità”. Con la legge 176/1991 che ha recepito nell’ordinamento italiano la Convenzione sui diritti dell’infanzia e soprattutto con la legge n. 54/2006, viene sancito il diritto del bambino, anche in caso di separazione dei genitori, a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo. A tal fine è stato istituito l’affidamento condiviso, il quale rappresenta un’importante svolta di innovazione sociale.
Proprio per tutelare il minore e la sua esigenza di rispettare i suoi superiori interessi, è stato introdotto il principio della “bigenitorialità”, ossia il diritto del bambino a ricevere cure, educazione e istruzione da entrambi i genitori, anche se separati. Il ministero dell’Istruzione precisa che la legge 219/2012, stabilendo definitivamente la completa uguaglianza giuridica tra i figli nati all’interno del matrimonio e quelli nati fuori da esso, ha esteso il principio di “bigenitorialità” anche alle famiglie di fatto in caso di affido congiunto dei figli da parte del Tribunale dei minorenni.
Il Ministero invita i dirigenti scolastici a «incoraggiare, favorire e garantire l’esercizio del diritto/dovere del genitore separato o divorziato o non più convivente, anche se non affidatario e/o non collocatario, di vigilare sull’istruzione ed educazione dei figli e conseguentemente di facilitare agli stessi l’accesso alla documentazione scolastica e alle informazioni relative alle attività scolastiche ed extrascolastiche previste dal POF».
Il Miur, inoltre, segnala alcune azioni che le scuole possono attuare per tradurre in pratica il principio di bigenitorialità:
1) l’inoltro, da parte degli uffici di segreteria delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, di tutte le comunicazioni, di qualsivoglia natura, anche al genitore separato/divorziato/non convivente, anche se non ha i figli in casa in base all’atto di separazione o divorzio;
2) l’individuazione di modalità alternative al colloquio faccia a faccia, con il docente o dirigente scolastico e/o coordinatore di classe, quando il genitore interessato risieda in altra città o si trovi nell’impossibilità di presenziare di persona;
3) l’attribuzione della password per l’accesso al registro elettronico, ed utilizzo di altre forme di informazione rapida e immediata (sms o email);
4) la richiesta della sottoscrizione, per presa visione, dei principali documenti scuola – famiglia (e in particolare la pagella), qualora non siano in uso tecnologie elettroniche, ma ancora moduli cartacei.
Infine, qualora risulti impossibile acquisire il necessario consenso scritto di entrambi i genitori, il Miur suggerisce di inserire nella modulistica una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, con la conseguenza che se la dichiarazione risultasse falsa perché è mancato il consenso dell’altro genitore, il dichiarante si assumerà le conseguenze amministrative e penali relative alle dichiarazioni non corrispondenti a verità.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La "bigenitorialità" e il rapporto scuola-famiglia - La Stampa
L’esito dell’etilometro è chiaro, quindi è inutile che l’uomo dica di aver bevuto solo analcolici: questi prodotti, difatti, seppur in misura minima, contengono comunque alcol. Logica e prudenza avrebbero dovuto consigliare all’automobilista di non mettersi alla guida.
Festa e bagordi, con bevute annesse. Tipico clima da Capodanno. Meglio, però, evitare, a tarda notte, di mettersi alla guida, anche se si è abusato non di alcolici ma di analcolici. Questi ultimi prodotti, difatti, sono comunque “alcolici, anche se a bassa gradazione”. E berne tanti, troppi, può comportare, legittimamente, la condanna per il reato di “guida in stato di ebbrezza” (Cassazione, sentenza 29904/15).
Il Primo dell’anno è pessimo per un automobilista, che, dopo il ‘cenone’ è fermato dalle forze dell’ordine e sottoposto ad etilometro, viene sanzionato per «guida in stato di ebbrezza». L'unico sollievo per l’uomo è nella decisione dei giudici d’Appello che - modificando in parte la decisione del Tribunale - confermano la responsabilità penale, ma sostituiscono la «pena dell’arresto» con un’«ammenda di 5mila euro».
L'automobilista, però, ricorre in Cassazione. La sua linea difensiva è questa: gli è vietata, per «motivi di salute», l’«assunzione di alcolici». Ciò significa che, molto probabilmente, «nel corso del ‘cenone di Capodanno’» gli sono stati «offerti analcolici» che «in realtà si sono rivelati» alcolici. L’uomo rivendica la propria innocenza, e la propria buonafede. Ma la Cassazione concorda con le osservazioni di Tribunale e Corte d’Appello.
E' decisiva, paradossalmente, proprio la «deduzione difensiva», da cui emerge «scarsa consapevolezza circa il fatto che anche i cosiddetti ‘analcolici’ sono, in realtà, alcolici, anche se a bassa gradazione». Ciò fa apparire evidente la «mancanza di diligenza» dell’uomo, il quale avrebbe dovuto «evitare di assumere bevande contenenti alcol», anche se in misura minima, o, in alternativa, «non porsi alla guida del veicolo». Tutto ciò conduce alla conferma della condanna per il reato di «guida in stato di ebbrezza», con relativa «ammenda di 5mila euro».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Troppi analcolici per il cenone di Capodanno: automobilista condannato - La Stampa
Emissione di assegni postdatati con la consapevolezza che non ci sarà adeguata copertura: è truffa aggravata
Con la sentenza in commento la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi in merito alla configurabilità del delitto di truffa di cui all’art. 640 c.p. nell’ipotesi di emissione di assegni postdatati.
Emettere un assegno postdatato con la ragionevole consapevolezza che non c’è e non ci sarà adeguata copertura integra il reato di truffa aggravata. Lo ha chiarito la seconda sezione della Cassazione con la sentenza n. 33441 del 29 luglio 2015.
Nella vicenda giudiziaria in commento un imprenditore veniva condannato per il delitto di truffa aggravata perchè non rivelando le reali condizioni economiche in cui versava la propria ditta, si era fatto consegnare materiale fornendo a garanzia del pagamento assegni postdatati e facendo leva sulla sua notorietà e referenzialità a livello economico.
Come è noto, in tema di truffa contrattuale, il pagamento di merci effettuato mediante assegni di conto corrente privi di copertura – non costituente, di norma, raggiro idoneo a trarre in inganno il soggetto passivo – concorre ad integrare l’elemento materiale del reato, qualora sia accompagnato da un malizioso comportamento dell’agente nonché da fatti e circostanze idonei a determinare nella vittima un ragionevole affidamento sul regolare pagamento dei titoli (Cass. Sez. 2, sent. n. 10850 del 20/02/2014, dep. 06/03/2014, Rv. 259427) ne consegue che per integrare raggiro idoneo a trarre in inganno il soggetto passivo e a indurre alla conclusione del contratto occorre un “quid pluris” tale da determinare nella vittima un ragionevole affidamento sull’apparente onestà delle intenzioni del soggetto attivo e sul pagamento degli assegni (cfr. in tal senso anche Cass. Sez. 2, sent. n. 46890 del 06/12/2011, dep. 20/12/2011, Rv. 251452).
Per quanto riguarda l’emissione di assegni postdatati per il pagamento di merci, emettere assegni postdadati non integra nessun illecito penale e il mancato pagamento integra un inadempimento contrattuale tale da giustificare un azione civile per il recupero del prezzo e per il risarcimento del danno.
Tuttavia, siffatto comportamento può assumere rilevanza penale, se le rassicurazioni sulla possibilità di pagare l’assegno alla data di scadenza, consapevole che non c’è e non ci sarà adeguata copertura, qualora siano tali da ingenerare, nella vittima, l’affidamento sul regolare pagamento dei titoli. Infatti, tali condotte vanno qualificati come artificio o raggiro e quindi determinare nella vittima un ragionevole affidamento sull’apparente onestà delle intenzioni del soggetto attivo e sul pagamento degli assegni.
Per concludere, questo il principio di diritto espresso nella sentenza in esame:
Integra il delitto di truffa, perché costituisce elemento di artificio o raggiro, la condotta di consegnare in pagamento, all’esito di una transazione commerciale, un assegno di conto corrente bancario postdatato, contestualmente fornendo al prenditore rassicurazioni circa la disponibilità futura della necessaria provvista finanziaria, inducendo in errore l’altro contraente sulla consistenza patrimoniale ed economica della controparte.
fonte: www.giurisprudenzapenale.com//Emissione di assegni postdatati con la consapevolezza che non ci sarà adeguata copertura: è truffa aggravata

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 Cass. Sez. 
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