Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2016/05/
Timestamp: 2017-12-17 19:40:59+00:00

Document:
Studio Legale Mancino: maggio 2016
Incentivo giovani genitori: si applica anche agli studi professionali
Via libera al bonus giovani genitori anche per gli studi professionali. L’ok è stato dato dal Ministero del Lavoro in risposta al preciso quesito posto dai Consulenti del Lavoro: anche gli studi professionali possono beneficare dell’incentivo giovani genitori, pari a un massimo di 5.000 euro, riconosciuto in favore di chi assume con contratto a tempo indeterminato, anche part-time, soggetti di età non superiore a 35 anni, genitori di figli minori legittimi, naturali o adottivi, ovvero affidatari di minori, rispetto ai quali risulti in corso o cessato un rapporto di lavoro a tempo determinato, in somministrazione, intermittente, ripartito, di inserimento, accessorio ovvero una collaborazione a progetto, nonché coordinata e continuativa? La risposta è sì. Il Ministero difatti ritiene possibile utilizzare una nozione ampia di imprenditore/datore di lavoro, ovvero connessa a “qualunque soggetto che svolge attività economica e che sia attivo in un determinato mercato”, a prescindere dalla forma giuridica assunta, ricomprendendo quindi tra i possibili beneficiari dell’incentivo giovani genitori anche gli studi professionali (Interpello n. 16 del 20 maggio 2016).
Fonte: www.lavoropiu.info/Incentivo giovani genitori: si applica anche agli studi professionali - La Stampa
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Tradisce il marito e chiede la separazione: suo onere dimostrare la mancanza di nesso tra infedeltà e crisi matrimoniale - La Stampa
Corte Ue: ammissibile il divieto di portare il velo al lavoro
L'Avvocata generale spiega che il divieto di indossare il velo deve basarsi “su una regola aziendale generale, secondo cui sono vietati segni politici, filosofici e religiosi visibili sul luogo di lavoro o puo' essere giustificato al fine di realizzare la legittima politica di neutralita' religiosa e ideologica perseguita dal datore di lavoro”.
La Corte Ue e' stata chiamata in causa dalla corte di cassazione belga che ha chiesto precisazioni sulla proibizione di discriminazioni fondate sulla religione o sulle convinzioni personali previsto dal diritto dell'Unione europea. Juliane Kokott sostiene che il divieto a una lavoratrice di fede musulmana di indossare un velo islamico sul luogo di lavoro potrebbe costituire una discriminazione indiretta fondata sulla religione, tuttavia tale discriminazione “potrebbe essere giustificata al fine di attuare una politica legittima di neutralita' religiosa e ideologica perseguita dal datore di lavoro nella propria azienda”. Nel caso belga, il controllo di proporzionalita' e' una questione delicata perche' i giudici nazionali avrebbero un certo potere discrezionale da esercitare, pero', nel rigoroso rispetto delle prescrizioni del diritto dell'Unione. Spetterebbe, quindi, in definitiva, alla Corte di cassazione belga valutare il caso, tenendo conto di tutte le circostanze rilevanti: dimensioni e vistosita' del segno religioso, tipo e contesto dell'attivita' svolta, iidentita' nazionale del Belgio. L'Avvocata generale in ogni caso ritiene che “sia pacifico, in linea di principio, che il divieto sia idoneo a conseguire la finalita' legittima perseguita dalla G4S di neutralita' religiosa e ideologica”, divieto che “anche necessario alla realizzazione di tale politica imprenditoriale”. La religione, argomenta Kokott, la religione rappresenta per molte persone una parte importante della loro identita' e la liberta' di religione costituisce uno dei fondamenti di una societa' democratica. Tuttavia, mentre un lavoratore non puo' “mettere nell'armadietto” il proprio sesso, il colore della propria pelle, la propria origine etnica, il proprio orientamento sessuale, la propria eta' o il proprio handicap non appena entra nei locali del proprio datore di lavoro, “dallo stesso lavoratore puo' essere pretesa una certa riservatezza per quanto attiene all'esercizio della religione sul luogo di lavoro, sia che si tratti di pratiche religiose o di comportamenti motivati dalla religione sia che si tratti - come nel caso in questione - del suo abbigliamento”.
Fonte: www.diritto24.ilsole24ore.com/art/guidaAlDiritto/dirittoComunitario/2016-05-31/corte-ue-avvocato-generale-ammissibile-divieto-portare-velo-lavoro-113958.php
Cartelle di pagamento da domani solo via Pec
Cartelle di pagamento recapitate solo via Pec per società, imprenditori e lavoratori autonomi. A partire da domani entra in vigore l’articolo 14 del dlgs n. 159/2015, che obbliga Equitalia a notificare le cartelle dirette ad aziende e partite Iva esclusivamente tramite posta elettronica certificata. Gli agenti della riscossione estrarranno le mail dei destinatari dall’indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata (Ini-Pec).
Equitalia ha peraltro già avviato in via facoltativa il processo di notifica delle cartelle mediante Pec nei confronti di società e ditte individuali. Le quali, al pari dei professionisti, hanno l’obbligo di dotarsi di una Pec. Tuttavia, il sistema ha registrato finora risultati poco soddisfacenti, legati per lo più alla non corretta manutenzione della casella da parte delle imprese, come i mancati rinnovi degli abbonamenti o l’omessa segnalazione dei cambi di indirizzo. Motivo per cui su circa 2,5 milioni di cartelle teoricamente notificabili via Pec, lo scorso anno Equitalia ne ha potute trasmettere con successo solo 1 milione. Al punto che nei giorni scorsi una nota del ministero dello sviluppo economico ha inviato i consigli nazionali delle categorie professionali a sollecitare gli ordini affinché gli obblighi di legge di aggiornamento dell’Ini-Pec siano rispettati, consentendo in questo modo il regolare flusso delle notifiche.
Fonte: www.italiaoggi.it//Cartelle di pagamento da domani solo via Pec - News - Italiaoggi
Diffamazione via Facebook: condividere post offensivi non è reato
Con la sentenza 3981/2016 la Cassazione torna sulla questione della diffamazione a mezzo facebook, fattispecie che negli ultimi anni ha assunto una notevole rilevanza pratica, come evidenziato dalla copiosa casistica giurisprudenziale.
Invero, la posizione della giurisprudenza di legittimità è sempre stata piuttosto rigorosa.
Ritenuta l’idoneità della rete internet e dei social network a integrare la comunicazione con più persone richiesta dall’art. 595 c.p. per la consumazione del reato, ritenuta altresì in tali fattispecie la sussistenza dell’aggravante di cui al terzo comma della norma citata (ossia la diffamazione a mezzo stampa), le pronunce della Suprema Corte hanno più volte riconosciuto la responsabilità penale per frasi avente contenuto diffamatorio, espresse mediante post pubblicati su bacheca o gruppi facebook.
La questione sottesa al caso giunto all’esame della Cassazione di cui qui si tratta riguarda specificamente i limiti della responsabilità penale, anche in rapporto al diritto costituzionalmente garantito di libera espressione del pensiero, a fronte della pubblicazione di un post la cui portata diffamatoria non emergeva direttamente, ma doveva ricavarsi dal complesso della discussione tra utenti all’interno di un gruppo facebook.
Trattasi, com’è evidente, di questione particolarmente delicata; di fatti l’imputato, assolto dal Giudice di prima cure, era stato condannato in appello in quanto egli, partecipando ad una conversazione dai contenuti offensivi nei confronti della parte offesa, avrebbe prestato "una volontaria adesione e consapevole condivisione" di tali espressioni determinando la lesione della reputazione della persona offesa, pur se il contenuto personalmente postato non potesse dirsi intrinsecamente offensivo.
La lesività della condotta deriverebbe, dunque, dal contesto complessivo della discussione, con rilevanti ricadute pratiche: parametrare l’offensività di una determinata espressione non già all’intrinseco valore della stessa, bensì al tenore complessivo della conversazione determina che il fatto stesso di prendere parte a discussioni dai toni particolarmente “coloriti” potrebbe comportare il rischio di porre in essere fattispecie penalmente rilevanti.
La Cassazione, tuttavia, dopo aver precisato che non essendo stato messo in dubbio nemmeno dal ricorrente che al "gruppo di discussione" partecipassero almeno due altri soggetti rimane del tutto irrilevante l'accertamento sulla natura "aperta" o "chiusa" dello stesso, sconfessa la valutazione della Corte territoriale, nella misura in cui la stessa ha attribuito tipicità ad una condotta ritenuta intrinsecamente inoffensiva solo perchè la stessa dovrebbe considerarsi indirettamente e implicitamente adesiva a quella diffamatoria commessa in precedenza da altri […] Il che è per l'appunto errato nella misura in cui, per un verso, attribuisce all'art. 595 c.p., contenuti ultronei rispetto a quelli effettivamente ricavabili dalla lettera della disposizione incriminatrice e, per l'altro, finisce per negare qualsiasi effettività alla libertà di manifestazione del pensiero garantita dall'art. 21 Cost..
Ne deriva che non possa avere rilevanza penale la condotta di chi abbia inteso sì condividere una critica nei confronti della persona offesa, ma nel farlo sia rimasto entro i limiti ben definiti dell’esercizio del proprio diritto di manifestazione del pensiero, senza eccedervi in alcun modo ed esercitando invece tale suo diritto nei limiti della continenza richiesta dall’ordinamento, quindi senza ricorrere alle espressioni offensive utilizzate da altri, nè dimostrando di volerle amplificare attraverso il proprio comportamento.
Dunque, se la Suprema Corte riporta il reato di diffamazione tramite facebook entro confini determinati e logicamente prevedibili, si impone una riflessione sulle nuove modalità di comunicazione, di fronte alle quali il diritto si trova spesso costretto entro schemi difficilmente adattabili a un contesto fluido e in continua evoluzione.
La diffusione dei social network ha imposto la necessità di approntare nuovi strumenti di tutela per gli utenti, che il più delle volte sono poco consapevoli della portata del mezzo che utilizzano e rischiano di trovarsi coinvolti, loro malgrado, in situazioni al limite della legalità. Tali strumenti sono spesso di matrice giurisprudenziale e si sostanziano in un adattamento alla nuova realtà virtuale di figure pensate per i tradizionali mezzi di comunicazione; ne deriva un’insoddisfacente tutela, che a volte finisce per travalicare i limiti della ragionevolezza, come nel caso risolto dalla Cassazione con la sentenza in esame.
Al di là del buon senso che dovrebbe governare qualsiasi manifestazione del pensiero, i cui contenuti dovrebbero essere sempre rispettosi dell’altro, occorre che anche gli operatori del diritto, nella tutela degli interessi contrapposti in rilievo (tutela della reputazione e della persona da un alto, diritto di manifestazione del pensiero dal’altro) compiano scelte equilibrate e orientate alla realizzazione di una giustizia sostanziale attenta ai cambiamenti tecnologici che comportano l’insorgere di nuovi rischi e nuove necessità, delle quali non è possibile non tenere conto.
Fonte: www.altalex.com//Diffamazione via Facebook: condividere post offensivi non è reato | Altalex
La mail della procura annuncia l’apertura di un’indagine, ma è una truffa online
Fonte: www.lastampa.it//La mail della procura che annuncia l’apertura di un’indagine, ma è una truffa online - La Stampa
Alla base il presunto furto nell’orto a fine agosto del 2008 che finì con una rissa e sei persone sotto processo: ma la sentenza è arrivata soltanto ora.
È ben vero che, a volte, la realtà supera la fantasia. Per 4 pomodori giganti (pesavano un chilo e mezzo l’uno) - e Giuseppe Iemolo, che li aveva coltivati con amore nel proprio orto di vicolo Pulciano a Castellazzo Bormida, ne era molto orgoglioso - in 6 sono finiti sotto processo per lesioni o minacce o furto o ingiurie ma ci sono voluti quasi 8 anni prima di arrivare a sentenza e la mannaia della prescrizione ha fatto tabula rasa di tutto a eccezione delle ingiurie, peraltro a loro volta cancellate non essendo più l’accusa prevista come reato.
L’episodio del 31 agosto 2008
Tutto questo perché l’episodio risaliva al 31 agosto 2008 e la sentenza è stata pronunciata solo ieri. Una volta di più la lentezza della giustizia ha fatto la sua parte ovviamente favorita dai diretti interessati che, evidentemente, hanno cercato in tutti i modi di rallentarla con una serie di rinvii. E tutto per 4, dicasi quattro, pomodori. Gli imputati erano Maria Petrone, imputata del furto che ha sempre negato, e i suoi familiari o parenti Marco Bavuso, Teresa e Nadia Battaglia, Silvia Petrone, Mino Gioffrè. Quando Iemolo si accorse che quei pomodori giganti, luce dei suoi occhi, erano scomparsi, si precipitò a casa di Maria Petrone. Non l’avesse mai fatto: in 5 si scagliarono contro di lui coprendolo di contumelie e Gioffrè lo colpì con un bastone al capo. Di qui la denuncia. E otto anni in tribunale.
Fonte: www.lastampa.it/In tribunale 8 anni per una lite sui pomodori - La Stampa
Ascensore esterno non può ledere la veduta del singolo condomino
La vicenda origina nel lontano 1994, allorché una condomina di un caseggiato ubicato a Cortina d’Ampezzo evocava in giudizio l’amministratore di condominio ed i singoli condomini a causa dei lavori di realizzazione di un impianto di ascensore esterno. Il volume della gabbia dell’ascensore pregiudicava la visuale delle finestre di alcuni appartamenti di cui l’attrice era comproprietaria. Ella agiva, pertanto, per ottenere la sospensione dei lavori, chiedeva la demolizione della gabbia ed il ristoro di tutti i danni patiti. In primo grado, le domande attoree venivano accolte ed il giudice condannava i convenuti alla demolizione del manufatto oltre al risarcimento del danno ed alle spese di lite. La sentenza veniva confermata anche in appello.
In particolare, i giudici di merito rilevavano come la delibera assembleare con la quale si approvava la costruzione di un impianto esterno fosse affetta da nullità, giacché la gabbia ledeva il diritto di proprietà esclusiva della condomina, limitandone la visuale e ponendosi ad una distanza non regolamentare dalle finestre.
Sono, infatti, da considerarsi nulle le delibere, ancorché adottate con le maggioranze richieste dalla legge, allorquando risultino lesive dei diritti di altri condomini sulle porzioni di proprietà esclusiva. Inoltre, la nullità della delibera, dissimilmente dall’annullabilità, è rilevabile d’ufficio in ogni tempo. A tal proposito, la Corte ripercorre la consolidata giurisprudenza in virtù della quale «i poteri dell’assemblea non possono invadere la sfera di proprietà dei singoli condomini, sia in ordine alle cose comuni che a quelle esclusive, salvo che una siffatta invasione sia stata da loro specificamente accettata o nei singoli atti di acquisto o mediante approvazione del regolamento di condominio che la preveda».
L’amministratore ed i condomini sostenevano che l’opera costituisse una modificazione ai sensi dell’art. 1102 c.c. e non già un’innovazione ex art. 1120 c.c. Secondo tale ricostruzione, non occorreva nessuna delibera autorizzativa dei lavori. Inoltre, a riprova della citata tesi, si sottolineava come le spese non fossero state poste a carico dell’attrice. La suddetta argomentazione veniva rigettata dai giudici di merito, in quanto la base della gabbia occupava una porzione del suolo comune, alterava il decoro architettonico dell’edificio – trattandosi di una costruzione esterna in appoggio – ed, infine, conculcava il diritto di visuale della condomina. In buona sostanza, si trattava di un’innovazione vera e propria.
Del resto, l’art. 1102 c.c. ammette l’uso della cosa comune, da parte di ciascun comunista, purché non ne alteri la destinazione; solo a queste condizioni, ogni comproprietario, a spese proprie, potrebbe provvedere all’installazione di un impianto di ascensore. Nondimeno si ricorda che, secondo la più recente giurisprudenza ed in virtù della riforma sul condominio, l’installazione di un ascensore ex novo rappresenta un’innovazione ai sensi dell’art. 1120 c. 2 c.c. L’art. 1124, inoltre, come recentemente modificato, prevede anche per gli ascensori il medesimo criterio di ripartizione delle spese adottato per le scale.
Con l’edificazione della gabbia, secondo i giudici, si è travalicato il limite entro il quale ciascun compartecipe alla comunione può servirsi della cosa comune ai sensi dell’art. 1102 c.c. Nell’uso della res communis non è possibile alterarne la destinazione «sicché solo le modificazioni di questa, in quanto consentono il pari uso secondo il diritto di ciascuno, rientrano nella previsione legale, mentre è vietata ogni diversa attività innovatrice».
Nel caso di specie, la costruzione del manufatto risultava lesiva del diritto di veduta; tale diritto si sostanzia nella facoltà del proprietario all’inspectio ed alla prospectio, vale a dire alla possibilità di guardare e sporgersi sul fondo altrui, non solo frontalmente ma anche obliquamente e lateralmente. Il legislatore, onde evitare l’ “occlusione” della veduta, dispone il divieto di costruire ad una distanza minore di tre metri. La gabbia dell’ascensore, pertanto, non solo conculcava l’inspectio e la prospectio della condomina, ma avveniva in spregio alla citata norma in tema di distanze legali.
In ragione di tutte le suesposte motivazioni la Corte, nel confermare la nullità della delibera assembleare, ha rigettato il ricorso proposto dai ricorrenti e li ha condannati al pagamento delle spese di giudizio.
Fonte: www.altalex.com//Ascensore esterno non può ledere la veduta del singolo condomino | Altalex
Corte Costituzionale: coltivare cannabis è reato
Coltivare cannabis per uso personale è reato. Non può essere equiparata a una violazione amministrativa.
A stoppare il tentativo di dequalificare l’illecito è la Corte costituzionale con la sentenza n. 109 del 2016, depositata il 20 maggio 2016, che non ha accolto la prospettazione di incostituzionalità sollevata in relazione al principio di uguaglianza.
Passa indenne il vaglio della Consulta l’articolo 75 del Testo unico stupefacenti (dpr 309/1990), e in particolare quella parte in cui non include tra le condotte punibili con sole sanzioni amministrative, se finalizzate in via esclusiva all’uso personale della sostanza stupefacente, anche la coltivazione di piante di cannabis.
Il problema è sorto in un processo a carico di una persona condannata per aver coltivato nel garage della propria abitazione otto piante di canapa indiana, due delle quali in avanzato stato di maturazione.
La questione di costituzionalità è approdata alla Consulta, che però l’ha considerata infondata, pur constatando che la legge vuole differenziare la reazione punitiva nei confronti del consumatore di droga rispetto al produttore e del trafficante. I secondi vanno puniti, mente i primi vanno curati e riabilitati.
A questo proposito il legislatore fa riferimento al concetto di uso personale, che conduce a una reazione più tenue.
In questo filone non sono però inserite alcune condotte ritenute particolarmente gravi come la vendita, il commercio, la cessione e anche quelle compatibili sia con l’uso personale che con quello di cessione a terzi.
Fonte: www.italiaoggi.it/Coltivare cannabis è reato - News - Italiaoggi
E' costituzionalmente illegittimo l'art. 4-quater del D.L. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della L. 21 febbraio 2006, n. 49, che introduce l'art. 75-bis del d.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309.
Con ordinanza del 22 giugno 2015, il G.i.p. presso il Tribunale di Nola sollevava questione di legittimità costituzionale dell'art. 4-quater del D.L. 30 dicembre 2005, n. 272 (Misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti delle prossime Olimpiadi invernali, nonché la funzionalità dell'Amministrazione dell'interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi e modifiche al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al d.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309), come convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della L. 21 febbraio 2006, n. 49, che introduce l'art. 75-bis del d.p.r. 309/1990, ritenendo che la disposizione violasse l'art. 77, comma 2, Cost.
Secondo il giudice remittente, la disposizione censurata, introdotta con la sola legge di conversione, avrebbe difettato del requisito di omogeneità rispetto alle norme contenute nell'originario decreto legge, nonché dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza di provvedere, stabiliti dall'art. 77 Cost.
Preme ricordare come il giudice delle leggi avesse già provveduto a dichiarare l'illegittimità costituzionale di altre disposizioni introdotte dalla legge di conversione del d.l. n. 272/2005, per eterogeneità delle stesse rispetto al contenuto, alla finalità ed alla ratio complessiva del decreto medesimo (ovvero gli artt. 4-bis e 4-vicies ter).
Secondo i giudici costituzionali, la disposizione di cui all'art. 4-quater prevede norme di carattere sostanziale del tutto svincolate da finalità di recupero del soggetto tossicodipendente, orientate a finalità di prevenzione di pericoli per la sicurezza pubblica, ovvero disposizioni attinenti a misure di prevenzione atipiche ed a sanzioni per il caso di loro violazione.
Conseguentemente, la palese eterogeneità delle disposizioni censurate, secondo la Corte, rispetto ai contenuti ed alle finalità del decreto legge in cui sono state inserite, appare evidente, con conseguente violazione dell'art. 77, comma 2, Cost., per difetto del necessario requisito dell'omogeneità, in assenza di qualsivoglia nesso funzionale tra le disposizioni del decreto legge e quelle introdotte in fase di conversione.
Fonte: www.altalex.com//Stupefacenti: incostituzionali le misure di prevenzione per i consumatori | Altalex
By Avv. Emiliano Mancino a maggio 20, 2016
Rubare per fame non integra il delitto di furto
Si pubblicano qui di seguito le motivazioni della sentenza – ripresa anche dalle maggiori testate giornalistiche e televisive – con cui la Quinta Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha mandato assolto un homeless di origine ucraina dall’accusa di furto per aver rubato presso un supermercato due porzioni di formaggio e un pacchetto contenente quattro wurstel.
Tralasciando per un attimo gli aspetti sociologici connessi alla vicenda, scopo del presente lavoro è concentrarsi sugli aspetti giuridici tracciati nel corso del ragionamento offerto dalla Suprema Corte.
La vicenda è nota: l’imputato – un senzatetto di origine ucraina privo di dimora e di occupazione – viene sorpreso da un cliente di un supermercato mentre si infila in tasca due porzioni di formaggio e quattro wurstel per un valore complessivo pari a 4 euro; segnalato al personale del centro, l’imputato restituisce la merce e viene denunciato.
Prende così avvio un procedimento penale che – dopo le condanne in primo e secondo grado – giunge all’attenzione della Suprema Corte di Cassazione, la quale, come detto, annulla le statuizioni dei giudici di merito.
A destare attenzione, tuttavia, è la formula adottata dalla Quinta Sezione: «annullamento perché il fatto non costituisce reato».
In altri termini, ciò significa che la Corte non si è avvalsa delle recenti modifiche in materia di speciale tenuità di cui all’art. 131-bis c.p. riconoscendo così di fatto la sussistenza di un (pur lieve) fatto-reato. Al contrario, la soluzione adottata dalla Corte si è indirizzata nel riconoscere la sussistenza della causa di giustificazione ex art. 54 c.p. nella vicenda in esame.
Nello specifico, la Cassazione ha affermato che «la condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad un immediata ed imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo in stato di necessità».
Immediata ed imprescindibile esigenza di alimentarsi dedotta, in primis, dalle caratteristiche dei generi alimentari rubati e dalle condizioni socio-economiche in cui versava l’imputato.
Infatti, due porzioni di formaggio e quattro wurstel sono cibi immediatamente consumabili dopo il furto, senza che siano generi surgelati o che necessitino di operazioni di cottura. Ciò conferma che l’esigenza di alimentarsi dell’imputato era immediata ed inevitabile (il requisito dell’attualità del pericolo involontario di un danno grave alla persona), anche e soprattutto in relazione alle disagiate condizioni economiche in cui egli versava.
Per leggere la sentenza clicca qui: corte-cassazione-sentenza-n-18248_2016.pdf

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1120
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 sentenza 
 art. 54
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