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Timestamp: 2019-02-19 01:47:35+00:00

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Il Diritto di Proprietà nella Costituzione Italiana e nelle Fonti Internazionali La Proprietà nel dibattito dell’Articolo 18 della Costituzione La Proprietà nel dibattito dell’Articolo 42 della Costituzione La Proprietà nel dibattito dell’Articolo 44 dell
Il Condominio e la tutela del Diritto di Proprietà nella Costituzione Italiana e nelle Fonti Internazionali
La Proprietà nel dibattito dell’Articolo 18 della Costituzione
La Proprietà nel dibattito dell’Articolo 42 della Costituzione
La Proprietà nel dibattito dell’Articolo 44 della Costituzione
La Proprietà nel dibattito dell’Articolo 47 della Costituzione
Il Diritto di Proprietà nelle fonti Internazionali
La Proprietà nell’Articolo 17 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea
ART. 18. — I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.
(Già art. 13 del progetto, discusso e approvato nella seduta dell'11 aprile).
<<Tra le libertà che la Costituzione garantisce v'è un diritto di proprietà>> Cit. On. Basso (Socialista)
È l’articolo 18 della Costituzione la sede in cui i padri costituenti hanno dibattuto per la prima volta del diritto di proprietà. Nel dibattito assembleare infatti “L'on. La Pira, relatore, propose (…) di aggiungere [a quella penalistica] una limitazione costituzionale, per cui i fini della associazione non devono essere in contrasto «con le libertà garantite dalla Costituzione».”
“Il correlatore [on. Basso] dichiarò di non potere accettare questa formula «perché tra le libertà che la Costituzione garantisce v'è un diritto di proprietà» e siccome «il partito socialista è appunto una associazione che si riunisce con il compito di ridurre la proprietà o di vietarla. Non vorrei che domani si potesse giungere a vietare al partito socialista di riunirsi, e così pure al partito comunista, prendendo pretesto da un contrasto, vero o presunto, con le libertà garantite dalla Costituzione».[1]
Vi furono altre proposte di modifica [2] dell’articolo in esame ma nessuna raggiunse la maggioranza.
ART. 42 — La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
{Già art, 38 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 13 maggio).
L’Assemblea Costituente discusse molto in sottocommissione sulla formulazione del primo comma, e i testi approvati dalla I. e dalla 3. Sc. suonavano rispettivamente così; «I beni economici di consumo e i mezzi di produzione possono essere In proprietà di cooperative, di istituzioni e dello Stato »; « I beni economici possono essere oggetto di proprietà privata, cooperativistica e collettiva»; e dal coordinamento dei due testi si arrivò alla formula definitiva del primo comma.
L'on. Bibolotti propose: «La proprietà è pubblica, collettiva e privata», ma il relatore Ghidini, non accettando l'aggiunta, osservò che il termine «collettiva» dal punto di vista giuridico è improprio. In quanto «coglie l'aspetto economico dell'istituto della proprietà piuttosto che l'aspetto giuridico»; e alla proposta dello stesso deputato di aggiungere che i beni economici possono essere di proprietà anche delle cooperative, obiettò che «non si può ancora dire che la cooperativa rappresenti un tertium genus nel campo del diritto di proprietà. È bensì un qualcosa di intermedio fra la proprietà pubblica e quella privata sotto il profilo economico ma non sotto il profilo giuridico ».
Riconosciuto il diritto di proprietà, la Costituzione, vincolando il legislatore a dettare norme che garantiscano la proprietà privata[3], ha posto il problema dei limiti entro i quali il diritto stesso deve avere una forma e un contenuto.
Il primo comma vuole superare la base individualistica con l'affermazione che la società ha il diritto di regolare i rapporti allo scopo di garantire quelle che sono le funzioni del diritto di proprietà: e non soltanto la funzione personale, ma anche la funzione sociale. In quanto appare «evidente che la proprietà privata non ha il solo scopo della garanzia della libertà del singolo, ma ha anche quello di servire al bene della società». Rispetto al passato vi è un’inversione in quanto l’on. Ghidini (socialista) motiva che: «L'interesse sociale è preminente sull'interesse individuale e particolare».
Ricapitolando: la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge la quale pone dei limiti allo scopo (in primis) di assicurarne la funzione sociale e (in secundis) di renderla accessibile a tutti.
La Funzione Sociale della Propietà
La Funzione Sociale è espressione di più principi: in senso lato, quello solidaristico (ex art. 2 Cost.) ma anche quello lavoristico (ex art. 4 Cost.) nonchè di tutela del patrimonio storico ed artistico di cui all'art. 9 Cost.: ciò significa che limitazioni al diritto di proprietà possono fondarsi su esigenze diverse (un esempio ne è il d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, c.d. Codice dei beni culturali e del paesaggio). Attualmente si ritiene oggi che non si possa parlare "della proprietà" bensì "delle proprietà" atteso che ne esistono diverse tipologie, accomunate solo dalla disciplina codicistica di base (art. 810 ss. Codice Civile).
La Proprietà accessibile a tutti
Probabilmente con sguardo al passato colonialistico-fondiario, si coglie l’importanza se si considera che l'accessibilità a tutti della proprietà privata rappresenta una delle modalità con le quali si realizza il principio cardine di eguaglianza sostanziale di cui all'art. 3 della Costitizuone. A conferma di essa, inoltre, si noti come il costituente abbia previsto dei limiti all'estensione della proprietà terriera (art. 44 Cost.), nonchè forme di tutela del risparmio teso a conseguire questo tipo di diritto (art. 47 Cost.). A livello di legge ordinaria si considerino, ad esempio, le normative che introducono misure di favore, come mutui agevolati per l'acquisto della prima casa.
ART. 44 — Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà.
(Già art. 41 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 13 maggio).
Due furono gli argomenti più dibattuti: 1 limiti dell'estensione della proprietà terriera ed il latifondo.
Circa i limiti si sostenne da molti che non sempre la grande proprietà terriera è dannosa, anzi spesso è utile. L'on. Corbino osservò: «Cosa vuol dire limiti di estensione? si devono riferire alla terriera o al proprietario? Un limite alla terra potrebbe porre ostacoli gravissimi al progresso agrario; fissare poi dei limiti pe; il proprietario significherebbe fermare tutto 11 mercato della proprietà terriera» (A. C, pag. 3968); e l'on, Badini Confalonierl (A. C.» pag. 3971)" <<I limiti della proprietà sono già fissati nell'art. 42» e non è il caso di « fare inutili ripetizioni ». Ma soprattutto l'on. Einaudi richiamò l'attenzione della Commissione e dell'Assemblea sulla necessità di considerare bene il problema del limiti dell'estensione della proprietà, in quanto la questione fondamentale è quella «dell'adattamento delle dimensioni dell'impresa agricola alle mutevoli condizioni delle diverse zone agricole italiane». In Italia si va da forme di coltivazione estensiva a forme di coltivazione la più Intensiva; a volte è una ricchezza notevole anche una proprietà estesa semplicemente su un ettaro, perché « su un ettaro a fiori (in Liguria) vive una popolazione prospera, laddove in altre condizioni morirebbe di stenti una persona sola » (A, C, pag. 3971). A questo concetto aderì anche l'on. Segni; il relatore Ghidini, considerato che «potrebbe nascere il dubbio che la Costituzione (come già si è verificato in altre costituzioni, di Romania e di Jugoslavia) si proponga la fissazione a priori del limiti di estensione della proprietà, al fine di rendere più chiaro il concetto » modificò il testo in questo senso: « fissa limiti alla sua estensione appropriati alle varie regioni e zone agricole ». La formula fu così votata dall'Assemblea e soltanto In sede di revisione formale e letteraria modificata in quella definitiva.
L'on. Corbino propose la soppressione della parola privata. In quanto a suo avviso « qualsiasi limite e qualsiasi obbligo e vincolo (avrebbero dovuto) considerarsi estesi anche alle proprietà demaniali o comunali », in vista soprattutto dell'autonomia regionale (A. C, pag. 3967); ma l'on. Ghidini non accettò l'emendamento osservando che « il pericolo che si smarrisca il senso della funzione sociale riflette piuttosto la proprietà privata», senza pensare che è ovvio che non siano fissati limiti alla proprietà pubblica (A. C, pag. 3976). La proposta fu respinta dall'Assemblea
Sul problema del latifondo le proposte furono molteplici e soprattutto fu criticata la formula del progetto «abolisce il latifondo», che contiene «un concetto che non è ragionevole» (Einaudi). Basta guardare le statistiche, aggiunse l'on. Einaudi, per rendersi persuasi della prudenza di non chiedere una abolizione che sarebbe assurda e nociva e per chiedere invece una trasformazione a seconda delle esigenze e delle culture delle diverse zone agrarie (A. C, pag. 3969); e per tale motivo propose la formula «la legge impone e promuove la bonifica delle terre e la trasformazione del latifondo ». Per gli stessi motivi l'on. Jacometti propose: «attua la trasformazione del latifondo », aggiungendo però (e In ciò consiste la differenza sostanziale fra 1 due emendamenti) « e la sua assegnazione ai lavoratori e alle loro associazioni », e in sede di votazione dichiarò che se fosse stata votata la formula «promuove la trasformazione » senza l'aggiunta da lui proposta, il concetto sarebbe stato sminuito. L'on. Ghidini, per la Commissione, condivise le osservazioni dell'on. Einaudi per quanto, osservò, quando si dice « abolisce » si dice anche « trasforma » e viceversa; ma dichiarò di non accettare l'aggiunta proposta dall'on. Jacometti, perché al modo come sarà regolata la trasformazione del latifondo dovrà pensarci il legislatore futuro, adattandola alle condizioni economiche locali e ad altri elementi che è difficile oggi prevedere con sicurezza » (A. C. pag. 3976).
Il Gruppo comunista, in sede di votazione, insistette sulla formula originaria « abolisce »; e Ton. Di Vittorio disse che tra i due termini vi è una « differenza sostanziale, poiché il latifondo non è soltanto concetto di estensione di terreno e non è soltanto concetto di terreno coltivato male o non coltivato affatto; esprime, invece, un sistema che rende possibile l’una e l'altra cosa, l’una dipendente dall'altra, cioè che questi terreni sono coltivati male e sono espressione di arretratezza della nostra agricoltura. Quindi bisogna rompere il sistema e creare nuovi rapporti sociali, nuovi rapporti di proprietà come presupposti essenziali per la trasformazione fondiaria» (A. C, pag. 3982). La primitiva formula del progetto, posta in votazione, non fu accolta dall'Assemblea, la quale votò invece favorevolmente la formulazione Einaudi.
ART. 47 — La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.
Favorisce l'accesso dei risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese.
(Già art. 44 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 19 maggio).
Al termine della discussione in Assemblea il presidente della Commissione on. Ruini osservò che s'era fatto una specie «di esame di coscienza... in un momento così grave come questo in cui (il Paese) si accinge a darsi una nuova Costituzione» e avvertì che la Carta costituzionale rischiava di diventare «un memorandum e un elenco», talché non sarebbe stato alleno dall'acconsentire alla soppressione dell'articolo in esame (A. C, pag., 4039). L'aver conservato l'articolo stesso dimostra la preoccupazione dei costituenti di porre una remora di natura costituzionale al gravi disastri monetari che il paese, nel giro di trenta anni, ha dovuto subire alla fine di due guerre mondiali: preoccupazione che balza evidente da tutti gli interventi nella discussione.
La formula definitiva (salvo modifiche formali) si deve all'on. Zerbi lì quale, come tutti gli altri, si fece eco della « tragedia di tutta la nostra generazione di piccoli risparmiatori che negli ultimi trent’anni o poco più ha veduto il potere di acquisto della lira ridotto a un centoquarantesimo della lira del 1913 » (A. C, pag. 4025). Illustrando nei particolari la proposta, l'on. Zerbi aggiunse che la formula è «esemplificativa» e indica fra 1 mezzi più idonei l'accesso del risparmio alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario.
La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, detta anche Carta di Nizza, è stata solennemente proclamata una prima volta il 7 dicembre 2000 a Nizza e una seconda volta, in una versione adattata, il 12 dicembre 2007 a Strasburgo da Parlamento, Consiglio e Commissione.
Con l'entrata in vigore del "Trattato di Lisbona", la Carta di Nizza ha il medesimo valore giuridico dei trattati, ai sensi dell'art. 6 del Trattato sull'Unione europea, e si pone dunque come pienamente vincolante per le istituzioni europee e gli Stati membri e, allo stesso livello di trattati e protocolli ad essi allegati, come vertice dell'ordinamento dell'Unione europea. Essa risponde alla necessità emersa durante il Consiglio europeo di Colonia (3 e 4 giugno 1999) di definire un gruppo di diritti e di libertà di eccezionale rilevanza e di fede che fossero garantiti a tutti i cittadini dell'Unione.
[1] LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, ILLUSTRATA CON I LAVORI PREPARATORI DA VITTORIO FALZONE, FILIPPO PALERMO, FRANCESCO COSENTINO, PREFAZIONE DI VITTORIO EMANUELE ORLANDO, Edizioni Colombo, Roma, 1949
[2] «Allora l'on. Moro propose l’enunciato: «con le libertà democratiche sancite dalla Costituzione», facendo rilevare che «a nessuno passa per la mente di proibire movimenti che tendano ad adeguare la struttura del diritto di proprietà alle esigenze solidaristiche», e che la sua formula comporta tra l'altro «il divieto di attività politiche che tendano a costituire associazioni di tipo fascista». Si opposero gli on. Marchesi e Mancini, temendo che la formula proposta dall'on. Moro potesse prestarsi a interpretazioni erronee o faziose e dar luogo ad abusi. Il presidente on. Tupini osservò che la formulazione Moro non migliorava quella La Pira, perché « la parola democrazia si presta, purtroppo, a molte interpretazioni ».
La sottocommissione finì con l'attenersi alla formula proposta dal Consiglio di Stato e respinse tanto l'inciso proposto dall'on. La Pira che quello suggerito dall'on. Moro, concordando con l'on. Mancini, il quale fece osservare che «il concetto di libertà è il concetto informatore di tutta la nostra Costituzione». In altra occasione, essendo stato proposto un emendamento analogo per altro articolo della Costituzione, la Commissione ne rilevò l'inutilità: che altrimenti per tutti i diritti sanciti dalia Costituzione occorrerebbe dire che il loro esercizio non deve essere in contrasto con gli altri diritti dalla Costituzione stessa riconosciuti. Né la questione fu risollevata in sede di Assemblea, ove il primo comma fu votato senza contestazioni». » LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, ILLUSTRATA CON I LAVORI PREPARATORI DA VITTORIO FALZONE, FILIPPO PALERMO, FRANCESCO COSENTINO, PREFAZIONE DI VITTORIO EMANUELE ORLANDO, Edizioni Colombo, Roma, 1949
[3] Normativa sulla proprietà invero già presente dal 1942 con il Codice Civile.
Lavori preparatori e commento alla COSTITUZIONE ITALIANA

References: ART. 18
 art. 13

ART. 42
 art. 2
 art. 4

ART. 44
 art. 41

ART. 47
 art. 44