Source: https://www.eziobonanni.com/tutela-vittime-del-dovere-per-patologie-asbesto-correlate-e-riconoscimento-delle-relative-prestazioni-previdenziali-e-indennitario-risarcitorie/g-2015-1/
Timestamp: 2019-08-19 15:46:45+00:00

Document:
g. 2015-1 - Avv. Ezio Bonanni
Cassazione Civile, Sez. lav., Sentenza 26-03-2015, n. 6105
Per quanto concerne le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro, trova applicazione la regola contenuta nell’art. 41 c.p., ossia il principio dell’equivalenza delle cause. Per cui va riconosciuta efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, a determinare l’evento e solo qualora possa ritenersi con certezza che l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa sia stato di per sé sufficiente a produrre la infermità deve escludersi l’esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge (massima dell'Avv. Ezio Bonanni).
Cassazione Civile, Sez. lav., Sentenza 26-03-2015, n. 6105 – malattie professionali e il principio di equivalenza delle cause.
1. La Corte di Appello di Lecce, con la sentenza n. 175 del 2007, decidendo sull'impugnazione proposta dall'INAIL nei confronti di Di. Co. , Ro. Wa. , Ro. Ni. , Ro. Ma. e Ro. Ti. , eredi di Ro. Fr. , avverso la sentenza emessa del Tribunale di Taranto n. 5947 del 2005, accoglieva l'appello proposto dall'INAIL e per l'effetto, in riforma della impugnata decisione, rigettava la domanda proposta con ricorso depositato il 3 marzo 2003. 2. Il Tribunale di Taranto, con la sentenza impugnata, aveva riconosciuto che la morte di Ro. Fr. era avvenuta per malattia professionale e aveva condannato l'INAIL al pagamento della rendita per i superstiti dal giugno 1994. 3. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre Di. Co. , prospettando due motivi di ricorso, assistiti da memoria depositata in prossimita' dell'udienza. 4. Resiste l'INAIL con controricorso.
1. Occorre premettere che Ro. Fr. decedeva "per collasso cardio-circolatorio in soggetto affetto da carcinoma polmonare e cardiopatia ischemica con grave insufficienza respiratoria"; lo stesso era stato dipendente dell'ILVA spa di Taranto dal 1964, per oltre venti anni, prestando attivita' lavorativa nel reparto acciaieria.
2. Gli eredi, nel ricorso di primo grado (come riportato nel presente ricorso per cassazione e non contestato dall'INAIL nel controricorso), avevano chiesto al Tribunale di Taranto il riconoscimento in loro favore della rendita ai superstiti per la morte del congiunto dovuta a malattia professionale, contratta nell'ambito lavorativo, esponendo che il de cuius era stato dipendente dello stabilimento siderurgico tarantino (ILVA spa) dal 1964, per oltre un ventennio, prestando attivita' lavorativa nel reparto acciaieria, e deducendo che lo stesso era rimasto giornalmente e continuativamente esposto a fumi, polveri, inquinanti, acidi, veleni e sostanze cancerogene quali catrame, acido cianidrico, acido solforico, amianto, ammoniaca.
3. La CTU svolta nel giudizio di primo grado, tenuto conto dell'attivita' del ricorrente, delle sostanze cui era stato esposto (gas e vapori), della localizzazione della malattia neoplastica e della circostanza che il Ro. era fumatore, aveva concluso dichiarando che l'esposizione professionale non poteva essere esclusa come concausa nel determinare l'insorgenza della malattia neoplastica.
4. La Corte d'Appello nel richiamare le conclusioni della CTU afferma che non sono stati acquisiti dati di fatto inoppugnabili per sostenere che si sia di fronte ad una probabilita' qualificata, dal momento che era pacifico che il lavoratore aveva lavorato presso l'ILVA poco piu' di venti anni e aveva l'abitudine del fumo con trenta sigarette al giorno, tanto da essere costretto ad un ricovero nel 1994. Si poteva dunque affermare che la causa della morte era altamente probabile che fosse stata non l'esposizione a fattori di rischio connessi all'attivita' lavorativa, quanto piuttosto l'abitudine al fumo che, specialmente se praticato con un numero consistente di sigarette, come nel caso di specie, espone ad un rischio elevatissimo di contrarre il carcinoma polmonare. Tra l'altro, precisava la Corte d'Appello, non andava trascurato che mentre e' certo che fumare trenta sigarette al giorno rende altamente probabile il rischio di contrarre un carcinoma polmonare, non altrettanto puo' dirsi quanto alle polveri indicate nell'atto introduttivo, anche perche' non e' stato indicato ne' accertato il quantitativo di esse e, come visto, il periodo di esposizione lavorativa non pare sia stato particolarmente lungo. 5. Tanto premesso, puo' passarsi all'esame dei motivi di ricorso. 6. Con il primo motivo di ricorso e' dedotta la violazione dell'articolo 360 c.p.c., n.
5. Espone la ricorrente che la Corte d'Appello avrebbe motivato in modo insufficiente e parzialmente omissivo circa le ragioni per le quali aveva ritenuto che il decesso di Ro. Fr. fosse conseguenza esclusiva dei fatto che lo stesso fosse fumatore e perche' tale abitudine fosse il motivo predominante dell'insorgenza del tumore. Il rilevo del lungo tempo di lavoro trascorso all'ILVA, la non riconducibilita' del ricovero del 1994 al tabagismo, le risultanze della CTU, costituivano elementi rispetto ai quali si palesava il suddetto vizio di motivazione.
7. Con il secondo motivo di ricorso e' dedotto il vizio di cui all'articolo 360 c.p.c., n. 3. La Corte d'Appello avrebbe violato l'articolo 416 c.p.c., comma 3 e articolo 420 c.p.c., non ritenendo acquisiti i fatti di causa non specificamente e tempestivamente contestati. In mancanza di contestazioni della CTU in primo grado, non potevano trovare ingresso in appello note di un medico non nominato consulente di parte ne' dinanzi al Tribunale ne' alla Corte di appello. La Corte d'Appello avrebbe dovuto ammettere i mezzi di prova richiesti nelle due fasi del giudizio con riguardo all'abitudine al tabagismo, alla presenza di polveri, acidi ecc. presenti sui posto di lavoro, alle mansioni del lavoratore. 8. I suddetti motivi devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione. Gli stessi sono fondati e devono trovare accoglimento nei limiti di seguito precisati. Questa Corte, con giurisprudenza consolidata affermato (cfr., fra le altre, Cass. n. 23990 del 2014, n. 23207 del 2014, Cass. n. 14770 del 2008; Cass. n. 13361 del 2011) che in materia di nesso causale tra attivita' lavorativa e malattia professionale, trova diretta applicazione la regola contenuta nell'articolo 41 c.p., per cui il rapporto causale tra evento e danno e' governato dal principio dell'equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell'evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l'intervento di un fattore estraneo all'attivita' lavorativa, che sia di per se' sufficiente a produrre l'infermita' tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l'esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge. Nella specie, la Corte d'Appello non ha fatto corretta applicazione del suddetto principio, atteso che essa stessa ha riconosciuto, come affermato dalla CTU, la compresenza di due cause, rigettando, quindi, la domanda in base ad un giudizio di alta probabilita' fondato su affermazioni non adeguatamente motivate e generiche ("mentre e' certo che fumare trenta sigarette al giorno rende altamente probabile il rischio di contrarre un carcinoma polmonare, non altrettanto puo' dirsi quanto alle polveri indicate nell'atto introduttivo, anche perche' non e' stato indicato ne' accertato il quantitativo di esse e, come visto, il periodo di esposizione lavorativa non pare sia stato particolarmente lungo"), che danno luogo a motivazione insufficiente e contraddittoria, atteso che solamente se possa essere con certezza ravvisato l'intervento di un fattore estraneo all'attivita' lavorativa, che sia per se' sufficiente a produrre l'infermita' tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l'esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge, valutazione nella cui effettuazione va adeguatamente presa in considerazione l'attivita' lavorativa svolta dal lavoratore, con riguardo all'esposizione a fattori nocivi in relazione alla malattia contratta, ed il tempo dello stessa. 9. La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del presente giudizio alla Corte di Appello di Bari che dovra' attenersi ai sopra esposti principi.
La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del presente giudizio alla Corte di Appello di Bari.
Cosi' deciso in Roma, il 27 novembre 2014.

References: Sentenza 
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 articolo 420
 Cass. 
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