Source: https://www.laleggepertutti.it/171014_cancellazione-link-da-google
Timestamp: 2020-01-29 12:12:11+00:00

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9 Agosto 2017 | Autore: Angelo Greco
Diritto all’oblio: ecco il link per presentare la domanda a Google e le procedure da intraprendere per cancellare il proprio nome da internet.
Si chiama «diritto all’oblio»: è il diritto che spetta a qualsiasi persona, coinvolta in fatti di cronaca, di non veder più pubblicato il proprio nome, la foto e la vicenda personale quando il fatto abbia cessato di essere attuale e di pubblico interesse. Il che significa che, dopo qualche anno, la notizia diventa vecchia e non può più essere riproposta dai giornalisti ai lettori. Se però sulla carta stampata il diritto all’oblio è facilmente rispettabile (basta non scrivere più sullo specifico argomento), su internet – dove le notizie restano sempre online – il diritto all’oblio si sostanzia nell’obbligo di cancellazione delle pagine che contengono il nome dell’interessato; in alternativa si può procedere alla loro deincidicizzazione, ossia alla rimozione dei “tag” che consentono a Google (e agli altri motori di ricerca) di pescare il link al momento delle ricerche degli utenti. Il punto critico di tutta questa disciplina è quando spetta il diritto all’oblio? In altri termini, dopo quanto tempo scatta il diritto alla cancellazione dei link da Google? Questi quesiti hanno di recente occupato le aule giudiziarie e le decisioni del Garante della Privacy [1], come quella di qualche giorno fa che è degna di nota e merita di essere spiegata nel presente articolo.
1 Quando spetta il diritto all’oblio
2 Come cancellare i propri dati da Google
3 Cosa significa cancellare i dati da Google
4 La pagina di Google per rimuovere i link
5 Quali link rimuovere
6 La richiesta al titolare del sito
7 Il ricorso al Garante o al giudice
Quando spetta il diritto all’oblio
Come dicevamo, il punto critico del diritto all’oblio è che esso è solo un’elaborazione della giurisprudenza: non ci sono leggi che lo regolino, ma solo sentenze che, avendo deciso casi concreti, dettano regole solo in modo casistico e non unitario. Dopo quanti anni una notizia non è più attuale? Quali notizie, per la loro rilevanza storica, hanno diritto a rimanere sempre online anche quando il fatto non è più attuale (ad esempio i nomi degli autori di una strage passata alla storia)? Possiamo sicuramente dire che, per poter esercitare il diritto all’oblio:
il fatto non deve essere più attuale. Nella prassi è stato ritenuta non più attuale una notizia apparsa su internet e lì rimasta per più di due anni dalla vicenda. Secondo il Garante della Privacy, il fatto può tornare ad essere attuale quando il soggetto coinvolto ritorni “alla ribalda”: si pensi a un candidato politico la cui storia venga riproposta da un giornale che, così facendo, ripesca anche la notizia di una vecchia condanna;
il fatto non deve essere più di pubblico interesse. Su questo concetto però si registra un’interpretazione ampia: è ad esempio di pubblico interesse anche un fatto di gossip.
Ovviamente, su tutto, il fatto pubblicato deve essere anche vero. Se il fatto è falso, l’interessato può non limitarsi a chiedere la de-indicizzazione, ma può anche pretendere la totale cancellazione della pagina e il risarcimento del danno.
Abbiamo dedicato diverse guide a come cancellare il proprio nome da Google, un problema che oggi investe sempre più gente, un po’ perché coinvolta in fatti di cronaca giudiziaria (si pensi a una persona indagata e condannata per un reato, che non voglia far conoscere il proprio trascorso), un po’ per l’esigenza di rinnovare la propria immagine ed epurarla da un passato più frivolo (si pensi a una spogliarellista che voglia intraprendere la carriera di parlamentare). In tutti questi casi è possibile presentare gratuitamente una domanda a Google, tramite un link messo a disposizione dallo stesso motore di ricerca e, in caso di esito negativo, rivolgersi al Garante della Privacy o al tribunale. Di tanto abbiamo spiegato le modalità in:
Come togliere un nome da Google e da internet
Ripercorriamo gli elementi più essenziali di tali guide.
Cosa significa cancellare i dati da Google
La prima cosa da sapere è che, quando si agisce per chiedere la «de-indicizzazione» di una pagina dal motore di ricerca non si ottiene la cancellazione della suddetta pagina, ma si fa in modo che questa non venga più presentata da Google tra i risultati in caso di ricerche fatta dagli utenti. Ad esempio, se un sito riporta la notizia della condanna del sig. Mario Rossi, nel momento in cui il nome e cognome di quest’ultimo viene digitato su Google, tra i risultati non apparirà più l’url (ossia l’indirizzo) del predetto sito. La pagina, però, pur non essendo più raggiungibile da un motore di ricerca, continua ad esistere.
Solo la materiale cancellazione della pagina da parte del titolare del sito garantisce l’eliminazione completa della notizia dal web. L’utente può sempre presentare la richiesta di rimozione dell’intera notizia al responsabile del dominio (ad esempio, il direttore di un giornale), ma non ha però un diritto vero e proprio. Il diritto all’oblio gli consente di pretendere solo la deindicizzare del contenuto.
La pagina di Google per rimuovere i link
La prima cosa da fare è collegarsi con questa pagina e presentare una domanda di cancellazione a Google.
Si può delegare all’invio della domanda anche una terza persona, come un avvocato, al quale però dovrà essere fornito mandato scritto.
Oltre a indicare il link specifico della pagina di cui si chiede la cancellazione bisogna anche fornire le motivazioni.
Google ha fatto sapere di non accogliere la richiesta di deindicizzazione di fatti relativi a gravi responsabilità penali o professionali, sebbene questo non sia in linea con l’orientamento della giurisprudenza.
Quali link rimuovere
Abbiamo detto che il primo importate chiarimento fornito dal Garante della Privacy è che la notizia “vecchia” può tornare a galla se il soggetto interessato ritorna ad essere di pubblico interesse (il candidato alle elezioni di cui si conosce il trascorso penale). È legittima quindi la pagina web che, pur richiamando una antica vicenda giudiziaria, inserisce la notizia in un contesto informativo più ampio, all’interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni legate al ruolo attualmente ricoperto dall’interessato.
Altro importante chiarimento fornito dal Garante è il seguente: vanno cancellati non solo i link consegnati da Google quando la ricerca eseguita si limita a riportare il nome e cognome dell’interessato, ma anche quando la composizione delle parole è più complessa. Ad esempio, se digitando “Mario Rossi” su Google non appare alcun risultato che ripropone la sua vicenda giudiziaria, potrebbe invece comparire nel momento in cui si scrive “Mario Rossi condannato”. Anche i risultati così ottenuti vanno cancellati.
La richiesta al titolare del sito
In alternativa o congiuntamente alla richiesta di cancellazione a Google si può inoltrare la domanda anche al titolare del sito. Come abbiamo detto quest’ultimo è tenuto solo alla de-indicizzazione della pagina (con cancellazione dei relativi “tag”), ma nulla toglie che, su richiesta dell’interessato, possa definitivamente cancellare l’articolo: in tal caso l’url non sarà più raggiungibile neanche dall’archivio interno del giornale.
Il ricorso al Garante o al giudice
Se la richiesta a Google o al titolare del sito non dovesse sortire effetti si può alternativamente presentare un ricorso (anche online) al Garante della Privacy oppure ricorrere al giudice. L’azione giudiziaria può essere esercitata anche con il ricorso in via d’urgenza che garantisce una soluzione in pochi mesi ma non consente di ottenere il risarcimento del danno.
[1] Garante Privacy provv. del 15.06.2017 doc. web n. 6692214.
Registro dei provvedimenti 277 del 15 giugno 2017
VISTO il ricorso presentato al Garante e regolarizzato il 5 aprile 2017 da XX nei confronti di Google Inc. e Google Italy, con il quale l’interessato, ribadendo le istanze già avanzate ai sensi dell’art. 7 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 “Codice in materia di protezione dei dati personali” (di seguito “Codice”), ha chiesto la rimozione, dalla lista dei risultati ottenuti digitando il proprio nominativo – “ed in particolare “XX” o “XX condannato”” – attraverso il motore di ricerca gestito dalla resistente, degli URL sottoindicati connessi ad articoli collegati ad una vicenda giudiziaria nella quale il medesimo è stato coinvolto “oltre sedici anni addietro”:
CONSIDERATO che il ricorrente, nell’invocare l’applicazione del c.d. diritto all’oblio, ha, in particolare, lamentato il pregiudizio derivante alla propria reputazione dalla perdurante diffusione in rete di articoli riferiti ad una notizia non aggiornata ed ormai risalente nel tempo tenuto conto del fatto che:
la sentenza di condanna “aveva concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena, che (…) una volta applicato e decorso il termine di cinque anni stabilito dall’art. 163 c.p., comporta l’estinzione del reato ex art. 167” del medesimo codice;
con ordinanza del Tribunale di Roma del 14 novembre 2013 è stata altresì disposta la riabilitazione ai sensi dell’art. 178 c.p. in virtù della quale il medesimo è oggi esente “da qualsiasi pregiudizio penale, giacché con essa si estingue ogni effetto della condanna”;
VISTI gli ulteriori atti d’ufficio e, in particolare, la nota del 20 aprile 2017 con la quale questa Autorità, ai sensi dell’art. 149, comma 1, del Codice, ha invitato il titolare del trattamento a fornire riscontro alle richieste dell’interessato;
l’inammissibilità del ricorso relativamente alla richiesta di deindicizzazione degli URL indicati dal medesimo poiché, contrariamente a quanto previsto dalla sentenza della Corte di Giustizia del 13 maggio 2014 (cd. sentenza Costeja), gli stessi vengono restituiti come risultati di ricerca unicamente utilizzando criteri ulteriori rispetto al solo nome e cognome dell’interessato, ovvero associando ad essi “altri due termini come “XX” oppure “condannato””;
l’attività del motore di ricerca, secondo quanto desumibile dalla citata sentenza, è qualificata come trattamento di dati personali nella misura in cui “la ricerca (…) venga effettuata a partire dal nome di una persona fisica” perché solo in tal modo “gli utenti possono ottenere “una visione complessiva strutturata delle informazioni relative a quella persona””, mentre “l’aggiunta di un ulteriore termine in grado di indirizzare e qualificare la ricerca dimostra che l’utente ha intenzione proprio di ottenere quei risultati”;
che, nel caso di specie, si presuppone pertanto che chiunque cerchi notizie sull’interessato digitando, a titolo esemplificativo, “XX condannato”, conosca già la vicenda che lo ha riguardato che come tale deve rimanere disponibile per gli utenti della rete al fine di tutelare la libertà di espressione, secondo quanto riconosciuto anche nelle Linee guida del WP 29;
nel merito, che non potrebbero in ogni caso reputarsi sussistenti i presupposti richiesti per l’esercizio del diritto all’oblio tenuto conto del fatto che, sotto il profilo temporale, solo uno degli articoli risale al 2001, mentre tutti gli altri risultano pubblicati tra il 2012 e il 2016 e che, in ogni caso, occorre attribuire rilievo anche al ruolo pubblico svolto dal ricorrente, che ricopre un incarico elevato all’interno delle forze dell’ordine, nonché alla natura delle informazioni oggetto della richiesta di rimozione;
VISTA la nota del 12 maggio 2017 con la quale il ricorrente ha ribadito le proprie richieste contestando quanto affermato dalla resistente, evidenziando, in particolare, come “sin dalla prima pagina di Google, ed anche nelle successive, ove si digiti unicamente il nome e cognome dell’istante appare comunque la notizia per la quale” è stata avanzata doglianza;
CONSIDERATO che gli URL individuati nell’atto introduttivo del procedimento risultano accessibili mediante il motore di ricerca gestito dalla resistente utilizzando, alternativamente, il nominativo dell’interessato ovvero quest’ultimo anche in associazione a ulteriori elementi, quali “XX” e “condannato”;
RITENUTO che la richiesta di deindicizzazione avanzata dall’interessato debba essere presa in esame con riferimento a tutti gli URL indicati in premessa poiché ad essi si giunge attraverso una ricerca effettuata “a partire dal nome”, secondo quanto indicato nella sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 13 maggio 2014, C-131/12 (c.d. sentenza “Costeja”) e precisato nelle “Linee Guida” adottate in merito dal Gruppo Articolo 29 in data 26 novembre 2014 (v. Parte I, lett. C), punto 21, non potendosi escludere l’aggiunta di un ulteriore termine di specificazione;
CONSIDERATO che le citate “Linee Guida” del WP29 indicano, come elemento rilevante per l’esercizio del “diritto all’oblio”, in particolare, il trascorrere del tempo rispetto al verificarsi dei fatti oggetto delle notizie rinvenibili attraverso l’interrogazione dei motori di ricerca;
CONSIDERATO che il trattamento di dati personali deve comunque essere sempre conformato al rispetto del principio di esattezza dell’informazione – da intendersi anche quale adeguatezza e completezza della stessa – reperibile attraverso il risultato di ricerca del quale è richiesta la rimozione, come affermato anche al punto n. 4 delle citate “Linee Guida”;
CONSIDERATO, pertanto, rispetto al caso in esame, che l’URL individuato in premessa con il n. 1 risulta collegato ad un articolo riferito esclusivamente ad una vicenda giudiziaria, risalente ad oltre sedici anni fa, in ordine alla quale il ricorrente ha subito una condanna penale – nello svolgimento, peraltro, di un ruolo diverso da quello attualmente ricoperto – e che, sulla base della documentazione prodotta dal medesimo, non risulta più rispondente alla situazione attuale tenuto conto del fatto che, per detto reato, lo stesso ha ottenuto la riabilitazione sin dal 2013;
RITENUTO, pertanto, alla luce delle considerazioni sopra esposte, di dover accogliere il ricorso limitatamente alla richiesta di rimozione dell’URL indicato in premessa con il numero 1 e, per l’effetto, di dover ordinare a Google, ai sensi dell’art. 150, comma 2, del Codice, di rimuovere, entro venti giorni dalla ricezione del presente provvedimento, l’URL indicato in premessa con il n. 1 dai risultati di ricerca effettuati “a partire dal nome” dell’interessato nei sensi di cui sopra;
CONSIDERATO altresì che le citate “Linee Guida”, pur indicando, come ricordato, quale elemento rilevante per l’esercizio del diritto all’oblio, in particolare, il trascorrere del tempo, specificano altresì che il “diritto all’oblio” può incontrare un limite quando le informazioni per le quali viene invocato risultino connesse al ruolo che l’interessato ricopre nella vita pubblica;
RILEVATO che gli articoli collegati agli URL individuati in premessa con i numeri 2, 3 e 4 inseriscono la suddetta notizia in un contesto informativo più ampio, all’interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni legate ad altri aspetti della vita professionale dell’interessato;
a) accoglie il ricorso e, per l’effetto, ordina a Google, ai sensi dell’art. 150, comma 2, del Codice, di rimuovere, entro venti giorni dalla ricezione del presente provvedimento, l’URL indicato in premessa con il n. 1 dai risultati di ricerca effettuati “a partire dal nome” dell’interessato nei sensi di cui in motivazione;
b) dichiara il ricorso infondato con riguardo alla richiesta di rimozione degli URL (indicati in premessa con i n. 2, 3, e 4) dai risultati di ricerca effettuati “a partire dal nome” dell’interessato nei sensi di cui in motivazione.
24 Mag 2016 | di Angelo Greco

References: sentenza 
 art. 167
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Articolo 29