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Timestamp: 2018-11-15 02:08:04+00:00

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Diritto Ecclesiastico - michelepaolella.it
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Il diritto ecclesiastico è quella parte dell’ordinamento giuridico che ha per oggetto la disciplina del fenomeno religioso. Per tale si intende il complesso delle credenze e delle convinzioni dell’uomo organizzate in una visione del mondo fondata sull’idea del sacro e del divino. il fenomeno religioso non coinvolge soltanto l’individuo, ma interessa anche le formazioni sociali in cui si sviluppa la dimensione religiosa della personalità umana: le comunità di credenti.
A differenza di quanto accade in Paesi, quali la Gran Bretagna e la Francia, dove le tematiche relative al fenomeno religioso sono inserite nell’ambito del diritto pubblico, amministrativo o privato, in italia – così come in spagna, austria, Germania etc. – tali tematiche sono trattate in maniera autonoma in quanto dotate di propri elementi di specificità e di criteri metodologici originali.
il diritto ecclesiastico in Italia, pertanto, si caratterizza:
come parte del diritto interno in quanto trattasi di un complesso di norme che vige all’interno dello stato;
quale ramo del diritto pubblico poiché contempla diritti soggettivi pubblici spettanti a persone fisiche o giuridiche che vivono nell’organizzazione statale.
Le norme del diritto ecclesiastico non costituiscono un corpo organico, ma si trovano in tutti i settori nei quali si articola l’ordinamento giuridico, dal diritto internazionale (al quale appartengono, ad esempio, le norme delle convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo) al diritto costituzionale (che enuncia i principi fondamentali in materia), al diritto civile (disciplina degli enti ecclesiastici, matrimonio religioso), al diritto penale (tutela penale del sentimento religioso), al diritto del lavoro (rapporto di lavoro nelle organizzazioni di tendenza), al diritto amministrativo (edilizia di culto, beni culturali di interesse religioso).
Fino all’accordo del 18 febbraio 1984, il nostro ordinamento giuridico operava una netta distinzione tra la religione cattolica, considerata come religione dello stato (art. 1 Trattato Lateranense) da un lato, ed i culti acattolici (cd. culti ammessi) dall’altro; di conseguenza, e relativamente al nostro ordinamento, secondo alcuni autori per diritto ecclesiastico doveva intendersi «quel complesso di norme che disciplinavano la vita della Chiesa cattolica entro l’ordinamento dello Stato» mentre il complesso delle norme statuali che regolavano (ed in effetti tuttora regolano) la vita dei culti differenti da quello cattolico rappresentava, invece, il «diritto dei culti acattolici». Venuto meno, con l’art. 1 del sopramenzionato accordo, il principio della religione cattolica come sola religione dello stato, non è più possibile parlare di una distinzione tra Chiesa cattolica e altre confessioni religiose, l’una e le altre tutte egualmente libere di fronte alla legge (art. 8 comma 1, Cost.). Oggi, pertanto, col termine diritto ecclesiastico, deve intendersi, in italia, «il complesso delle norme che, ispirandosi ai principi costituzionali di libertà e di eguaglianza religiosa, disciplinano, con regimi giuridici particolari, i rapporti dello Stato con la Chiesa cattolica nonché con le confessioni diverse dalla cattolica». in questo senso il diritto ecclesiastico va tenuto distinto dal diritto canonico che è il diritto interno della Chiesa cattolica.
Differenze tra diritto canonico e diritto ecclesiastico
Il diritto canonico studia i principali elementi che formano la struttura del diritto della Chiesa cattolica come ordinamento giuridico. In particolare tale disciplina tratta la struttura e l’organizzazione giuridica fondamentale del Popolo di dio, i principi e le norme giuridiche che danno senso e coerenza all’intera disciplina canonica. Tali norme fondamentali — alcune di istituzione divina, altre derivanti da opzioni storiche del legislatore — sono diffuse in tutto l’ordinamento canonico. in questa luce vengono esaminati, fra gli altri: lo statuto giuridico fondamentale del fedele, la potestà ecclesiastica, gli organi costituzionali di governo e la dimensione universale e particolare della Chiesa.
Il diritto ecclesiastico considera la posizione di diversi ordinamenti civili nei confronti della dimensione religiosa e i principi cui questi ordinamenti si ispirano, particolarmente in rapporto con la religione cattolica. esamina sotto un profilo formale le fonti statali di natura costituzionale o pattizia (concordati, intese, accordi etc.), nonché le norme da esse derivate e il valore degli ordinamenti confessionali (particolarmente quello canonico) nei confronti del diritto civile. studia poi i temi della libertà religiosa, la posizione giuridica delle confessioni, la personalità degli enti religiosi, lo statuto dei ministri del culto, il matrimonio religioso, la libertà di insegnamento, la cooperazione economica e tutto ciò che attiene all’esperienza giuridica del fenomeno religioso
PRINCIPI COSTITUZIONALI DEL DIRITTO ECCLESIASTICO ITALIANO
I principi fondamentali del diritto ecclesiastico, sono sostanzialmente i seguenti:
libertà religiosa, sancita dall’art. 19 Cost.: ciascun individuo, non importa se cittadino, straniero od apolide, ha il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa. Tale diritto tutela la libertà di coscienza di ciascuno in ordine ai quesiti fondamentali sul senso dell’esistenza, sia in senso positivo, come sentimento religioso, sia in senso dubitativo, come agnosticismo, sia in senso negativo, come convinzione dell’inesistenza di una realtà trascendentale o ateismo. La libertà religiosa è garantita sia in forma individuale che collettiva e può concretizzarsi nel proselitismo e nell’esercizio in privato o in pubblico del culto. L’unico limite espresso riguarda le manifestazioni esteriori del culto, i riti, che non possono essere contrari al buon costume, ossia l’insieme dei precetti che impongono un determinato comportamento nella vita di relazione, la cui inosservanza comporta che risulti violato il pudore sessuale, la dignità sessuale e il sentimento morale dei giovani. La libertà religiosa trova, invece, un limite implicito nell’esigenza di garantire altri beni costituzionalmente rilevanti, come ad esempio la dignità umana, i diritti fondamentali, il diritto di agire in giudizio, etc. La libertà religiosa è ulteriormente tutelata dai divieti sanciti dall’art. 20 Cost., che vieta l’imposizione di limitazioni legislative o di speciali gravami fiscali agli enti per il solo fatto che essi abbiano carattere ecclesiastico o per il loro fine religioso. Trattasi di un diritto pubblico subiettivo che richiede l’astensione da qualunque atto che possa limitarne o impedirne l’esercizio;
principio di laicità dello stato: si tratta di un principio supremo dell’ordinamento che caratterizza la forma di stato repubblicana. il suo contenuto emerge dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione e implica non indifferenza dello stato dinanzi alle religioni e al fenomeno religioso, ma garanzia dello stato per la salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale (Corte costituzionale sentenza n. 203 del 1989). il carattere laico dello stato italiano non risponde, quindi, a principi di ostilità od estraneità nei confronti del fenomeno religioso o, al contrario, di confessionismo, bensì si pone al servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini. il principio di laicità si coniuga strettamente con alcuni corollari: — la distinzione degli ordini, affermata dall’art. 7, comma 1 («Lo stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani») e dall’art. 8, comma 2 Cost. («Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano»). in base a tale separazione di competenze, esistono materie che sono riservate alla sfera spirituale e materie che sono sottoposte alla esclusiva regolamentazione della sfera temporale. Ciò comporta, da un lato, che lo stato non può interferire nella sfera di competenza spirituale, in quanto qualunque atto di religione e delle sue istituzioni rappresenta sempre, per esso, esercizio della libertà dei propri cittadini e, come tale, non può essere oggetto di interventi precettivi. Lo stato, inoltre, non può ricorrere a obbligazioni di carattere religioso per rafforzare l’efficacia dei suoi precetti o considerare la religione e gli obblighi morali che ne derivano come imposti quali mezzo a fine dello stato stesso. La Chiesa, a sua volta, non può pretendere di considerare le finalità dello stato in modo strumentale rispetto alle proprie, né tanto meno che le attività ritenute da essa necessarie all’interno della propria sfera di competenze abbiano immediatamente efficacia anche nell’ambito di sovranità spettante allo stato; — l’equidistanza ed imparzialità nei confronti di tutte le confessioni religiose. Tale principio si ricava dal riconoscimento dell’eguaglianza religiosa sancita dall’art. 8, comma 1 Cost. («Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge») e dal divieto di discriminazioni basate sulla religione contenuto nell’art. 3 Cost. Non sono, quindi, ammesse discriminazioni tra i culti che si basino su criteri di carattere quantitativo, ossia sulla maggiore diffusione di una determinata confessione religiosa, o su criteri di natura sociologica, ossia sulla maggiore ampiezza e intensità della reazione sociale ad eventuali violazioni dei diritti di una confessione rispetto ad altre. La protezione del sentimento religioso, quale aspetto della libertà religiosa, non è divisibile e ogni violazione dello stesso colpisce la coscienza religiosa allo stesso modo, indipendentemente dalla confessione religiosa; — la libertà di coscienza, che gode di una protezione costituzionale commisurata alla necessità che le libertà fondamentali e i diritti inviolabili della persona non risultino irragionevolmente compressi nelle loro possibilità di manifestazione e di svolgimento. in tale ambito l’insegnamento della religione cattolica, ad esempio, non è stato considerato dalla Corte costituzionale come causa di discriminazione né tanto meno in contrasto con il principio di laicità in quanto lo stato di non obbligo degli studenti che scelgono di non avvalersi di tale insegnamento esclude che si operino dei condizionamenti dall’esterno della coscienza sulla libertà di religione. La libertà di coscienza ha ricevuto riconoscimento e tutela anche a livello sovranazionale tanto dall’art. 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quanto dall’art. 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea;
principio pattizio: sia l’art. 7, comma 2 («i loro rapporti [fra stato e Chiesa cattolica] sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale») che l’art. 8, comma 3 («i loro rapporti [delle confessioni religiose diverse dalla cattolica] con lo stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze») affermano il principio per cui le materie che non appartengono all’ordine esclusivo di competenza dello stato o delle confessioni religiose devono essere regolati in modo bilaterale. i rapporti fra stato e Chiesa cattolica sono regolati dai Patti Lateranensi. Tali Patti possono essere modificati con legge ordinaria che recepisca gli accordi fra le parti, altrimenti è necessario un procedimento di revisione costituzionale. i Patti Lateranensi e le relative modificazioni sono stati costituzionalizzati, ma in ogni caso non possono violare i principi supremi dell’ordinamento costituzionale dello Stato. a loro volta le intese con le confessioni religiose diverse dalla cattolica regolano i rapporti fra le stesse confessioni e lo stato per gli aspetti che si ricollegano alla specificità delle singole confessioni o che richiedono deroghe al diritto comune. La decisione di addivenire alla stipula delle intese rientra nella libertà delle confessioni religiose, che possono anche avvalersi del solo regime di libertà e delle regole comuni stabilite dalle leggi, e nella valutazione di opportunità politica del Governo di iniziare le trattative, concluderle positivamente e proporre il disegno di legge che tali intese recepisca, e del Parlamento di approvare lo stesso disegno di legge. La legge, che può soltanto recepire o rifiutare l’intesa, ma non modificarne i contenuti, è una legge atipica e rinforzata, cioè non può essere modificata da legge ordinaria che non recepisca a sua volta una nuova intesa. Può, tuttavia, essere assoggettata al normale controllo di legittimità costituzionale
LE FONTI DEL DIRITTO ECCLESIASTICO
Fonti del diritto sono gli atti o fatti abilitati dall’ordinamento a produrre norme giuridiche. anche per il diritto ecclesiastico vige la distinzione tra fonti di produzione e fonti di cognizione. Le prime sono gli atti e i fatti che pongono in essere le norme giuridiche; le seconde sono gli atti attraverso i quali si portano a conoscenza dei destinatari le norme prodotte.
Queste ultime possono essere di immediata derivazione statale, esecuzione di preventivi accordi con l’autorità religiosa o norme prodotte da ordinamenti diversi da quello statale, recepite in quest’ultimo attraverso particolari forme di collegamento. da ciò consegue una ripartizione delle fonti di diritto ecclesiastico in:
fonti di provenienza unilaterale statale;
fonti di provenienza unilaterale confessionale;
fonti di provenienza bilaterale statale e confessionale;
fonti internazionali.
Le fonti di provenienza unilaterale statale e regionale sono tutte le norme che lo stato emana direttamente e automaticamente; si distinguono in:
fonti costituzionali, che enunciano principi generali che valgono da riferimento per tutta la susseguente produzione normativa;
fonti ordinarie generiche;
fonti ordinarie specifiche.
Tra le fonti costituzionali rientrano le norme che:
riconoscono i diritti inviolabili dell’uomo e fra di essi la libertà religiosa (artt. 2, 3, 19);
enunciano la libertà di professione e propaganda religiosa (art. 19);
tutelano la libertà di riunione e di associazione (artt. 17 e 18);
riconoscono la libertà di insegnamento (art. 33);
sanciscono il principio pattizio nei rapporti con le confessioni religiose (artt. 7 e 8);
escludono che lo Stato possa introdurre delle discipline discriminatorie, anche di natura fiscale, a carico degli enti religiosi rispetto a quelli di diritto comune (art. 20). si vuole cioè evitare per il futuro, che il legislatore ordinario possa, come già è accaduto in passato, imporre norme limitative della libertà di costituzione e dell’attività degli enti di culto.
Tra le fonti ordinarie generiche si segnalano gli articoli 629 c.c. (disposizioni a favore dell’anima), 831 c.c. (disposizioni relative ai beni ecclesiastici e agli edifici di culto), 403-405 e 724 c.p (delitti contro la religione).
Tra le fonti ordinarie specifiche, che sono norme emanate per disciplinare specificamente la materia ecclesiastica, si possono citare ad esempio la «legge delle guarentigie» (L. 214/1871); la L. 25-6-1929, n. 1159 (e successivi rr.dd. 28-9-1929, n. 1763 e 28-2-1930, n. 289) regolatrice, in genere, della vita e dell’attività di tutte le confessioni acattoliche esistenti in italia per le parti non regolate da intese. In tale categoria rientrano anche le leggi regionali che disciplinano materie attinenti al fenomeno religioso come l’istruzione, la salute, la valorizzazione dei beni culturali, la promozione e organizzazione di attività culturali.
Le fonti di provenienza unilaterale confessionale sono norme, come quelle di diritto canonico, promananti da ordinamenti giuridici religiosi che attengono a rapporti lasciati all’esclusiva regolamentazione dell’autorità religiosa, cui lo stato riconosce efficacia nel proprio ordinamento mediante rinvio (che può essere formale se la norma richiamata resta esterna all’ordinamento statale italiano e assoggettata nel suo essere, divenire ed efficacia al sistema esterno cui apartiene; oppure materiale, quando la stessa norma entri a far parte dell’ordinamento statale e come tale resti assoggettata ai principi di quest’ultimo), ovvero considerandole presupposti o elementi di fatto della fattispecie regolata da norme statali.
Le fonti di provenienza bilaterale sono quelle norme di fonte pattizia, le quali rivestono esteriormente il carattere di atti unilaterali, poiché sono recepite in leggi dello stato, ma trovano la loro fonte in accordi bilaterali; tra le più importanti possiamo citare la L. 27-5-1929 n. 810, con la quale è stata data esecuzione ai Patti Lateranensi; la L. 25-9-1985 n. 121, con la quale è stata data esecuzione al Nuovo Concordato; la L. 20-5-1985, n. 222, sulla disciplina della materia degli enti e beni ecclesiastici; varie leggi di attuazione delle intese stipulate con le confessioni acattoliche. rientrano in tale categoria anche le intese stipulate fra organi dello stato e la Conferenza episcopale italiana e fra regioni e Conferenze episcopali regionali.
Le fonti internazionali e comunitarie il fenomeno religioso non è più soltanto un problema di diritto interno dei singoli stati, ma diviene sempre più oggetto di interesse dei soggetti di diritto internazionale. Gli atti emanati da tali soggetti trovano applicazione nell’ordinamento italiano mediante le leggi di esecuzione. in tale categoria rientrano, ad esempio, il trattato di pace del 10-2-1947, il cui art. 15 è dedicato alla tutela delle minoranze religiose; la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (Cedu); il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. Tali convenzioni sono state recepite nel nostro ordinamento mediante leggi di esecuzione che assumono il rango di leggi atipiche o rinforzate. L’art. 117, comma 1 Cost., infatti, stabilisce che la potestà legislativa regionale e statale è esercitata nel rispetto degli obblighi internazionali. Le leggi che danno esecuzione a tali obblighi, pertanto, non possono essere abrogate da altre leggi che non recepiscano modifiche dei trattati internazionali e la loro illegittimità costituzionale può essere sanzionata dalla Corte costituzionale.
Con riferimento alla Cedu, va sottolineato che tale Convenzione, resa esecutiva in italia con la L. 848/1955, non soltanto riconosce alcuni diritti e libertà fondamentali, ma istituì un proprio apparato giurisdizionale autorizzato ad emanare provvedimenti obbligatori e vincolanti per gli stati aderenti. La Cedu riconosce il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti. La libertà di religione può essere oggetto di restrizioni soltanto con misure stabilite per legge e necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.
Anche l’unione europea si occupa sempre più compiutamente del fenomeno religioso. il trattato sull’unione europea considera i diritti fondamentali, come sono garantiti dalla Convenzione europea (Cedu) e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli stati membri, come principi generali del diritto comunitario. Gli organi dell’unione, a loro volta, possono produrre diritto comunitario derivato attraverso regolamenti e direttive in materie che interessano o riguardano il fenomeno religioso. infine non va trascurata la Carta europea dei diritti fondamentali proclamata a Nizza nel 2000, alla quale il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre 2009, ha attribuito lo stesso valore giuridico
I PATTI LATERANENSI ED IL NUOVO CONCORDATO
I rapporti tra lo stato e la Chiesa cattolica sono regolati dall’art. 7 Cost. Questa disposizione si compone di due commi:
il primo comma, sancisce che lo stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani;
il secondo comma, sancisce che i rapporti tra stato e Chiesa sono regolati dai Patti Lateranensi la modifica dei quali, se non concordata dalle parti, richiede il procedimento di revisione costituzionale.
Il primo comma dell’art. 7 enuncia il riconoscimento della Chiesa cattolica come ordinamento autonomo ed originario: ciò significa che il diritto canonico, che comprende le norme prodotte dall’ordinamento ecclesiastico, è frutto di un ordinamento sovrano e quindi ha valore in sé e non in virtù di un riconoscimento statale. Lo stato, inoltre, non può interferire nell’organizzazione della Chiesa, né tanto meno sindacare i principi e i dogmi ai quali si ispira la religione cattolica. L’art. 7, comma 1, pone però anche una limitazione a questo riconoscimento, affermando che quest’autorità è riconosciuta alla Chiesa solo nel proprio ordine, e cioè nei limiti in cui non venga messa in discussione la sovranità dello stato ed il rispetto delle sue leggi.
Il secondo comma dell’art. 7 ha la funzione di garantire la Chiesa cattolica da un’eventuale arbitraria decisione dello stato di regolare unilateralmente i propri rapporti con la Chiesa stessa, dando valore di norma costituzionale al principio secondo il quale lo stato sarebbe obbligato a regolare per via concordataria le materie che toccano gli interessi della Chiesa cattolica.
La legge che ha recepito i Patti Lateranensi, cioè gli accordi stipulati tra stato e Chiesa l’11 febbraio 1929, è pertanto una legge rinforzata in quanto può essere modificata o abrogata da leggi ordinarie soltanto se precedute da un accordo fra stato e Chiesa, altrimenti deve essere assoggettata al procedimento di revisione costituzionale. Ciò, tuttavia, non significa che le norme dei Patti sono state costituzionalizzate al punto di non poter essere assoggettate in nessun caso a controllo di costituzionalità. secondo la Corte costituzionale, infatti, la reciproca indipendenza e sovranità fra stato e Chiesa non possono mai mettere in discussione i principi supremi dell’ordinamento dello Stato.
storicamente i Patti Lateranensi rappresentarono la risoluzione di tutti i motivi di attrito tra lo stato italiano e la Chiesa cattolica sorti in seguito alla presa di roma nel 1870 e comunemente noti come questione romana. infatti, dopo la presa di roma da parte del regno d’italia i rapporti con la Chiesa furono unilateralmente regolati con la L. 214 del 13-3-1871, la cd. «legge delle guarentigie». Tale legge che formalmente si preoccupava di garantire rendite, immunità e privilegi al sommo Pontefice, non fu mai accettata dalla Chiesa perché, essendo una legge interna dello stato italiano, non presentava garanzie di stabilità potendo essere, in qualsiasi momento, abrogata da un’altra legge ordinaria dello stato (Enciclica «Ubi nos» del 15-5-1871 di Pio IX); questa preoccupazione fu superata, appunto, con la stipula dei Patti Lateranensi, che si qualificavano come un accordo bilaterale tra ordinamenti sovrani. alle preoccupazioni della Chiesa venne incontro anche la Costituzione repubblicana che, prevedendo per la modifica unilaterale dei Patti il procedimento di revisione costituzionale, diede ad essi la richiesta garanzia di stabilità. I Patti Lateranensi constavano di tre distinti documenti:
il trattato, che risolveva la questione dello stato territoriale della Chiesa riconoscendo la sovranità del Pontefice sullo stato della Città del vaticano, esteso su di un territorio di 0,44 kmq all’interno della città di roma (il più piccolo stato del mondo);
il Concordato, che regolava i rapporti tra lo stato e la Chiesa in italia;
la Convenzione finanziaria, con la quale furono regolate le questioni sorte dopo le spoliazioni degli enti ecclesiastici a seguito delle leggi eversive.
I punti qualificanti dei Patti del 1929 possono così sintetizzarsi:
riconoscimento della religione cattolica quale religione di Stato (art. 1 del Trattato);
una serie di privilegi per gli ecclesiastici (artt. 3, 4, 7 del Concordato);
preventiva approvazione dello stato per le nomine dei vescovi e dei Parroci, e giuramento di fedeltà allo stato italiano dei vescovi (artt. 19-23 del Concordato);
riconoscimento, da parte dello stato, dei provvedimenti emanati dall’autorità ecclesiastica in materia spirituale e disciplinare contro ecclesiastici (art. 5 del Concordato correlato con l’art. 23 del Trattato);
particolare regime di favore, finanziario e fiscale, per gli enti ecclesiastici (art. 29 comma 3 del Concordato);
intervento finanziario a favore del clero, la cd. congrua (art. 30 del Concordato);
riconoscimento degli effetti civili del matrimonio religioso e riserva ai tribunali ecclesiastici delle cause relative (art. 34 del Concordato);
insegnamento della dottrina cristiana in tutte le scuole pubbliche, eccettuate le università, considerato «fondamento e coronamento» dell’istruzione pubblica (art. 36 del Concordato).
Il Concordato del 1929, a seguito della approvazione della Costituzione repubblicana e del conseguente mutato clima politico, culturale e sociale, si è rivelato con il tempo un accordo superato, sia perché la posizione di privilegio concessa alla Chiesa contrastava con i valori di eguaglianza espressi dalla nuova Costituzione, sia perché esso non era più consono alla visione ecclesiologica emersa dopo il Concilio vaticano ii. Pertanto, dopo laboriose trattative, è stato sostituito da un nuovo accordo tra la repubblica italiana e la santa sede, stipulato il 18 febbraio 1984 ed entrato in vigore il 4 giugno 1985, comunemente denominato nuovo Concordato. Tale accordo viene formalmente definito «di modifica» del precedente Concordato, ma costituisce in realtà uno strumento radicalmente nuovo di regolamentazione dei rapporti tra stato e Chiesa. Peraltro, l’art. 13, comma 1 del nuovo Concordato precisa anche che le disposizioni del Concordato del 1929 non riprodotte nel nuovo testo sono abrogate.
Rispetto al nuovo Concordato si è posto il problema se questo sia coperto dalla stessa garanzia prevista per il precedente accordo dall’art. 7 Cost., e cioè il procedimento aggravato per la modifica unilaterale. sul punto si deve ritenere che il principio pattizio debba comunque essere rispettato, per cui il nuovo Concordato non potrà essere modificato con legge ordinaria dello stato non preceduta da accordo con la Chiesa. Per quanto, poi, riguarda il problema del contrasto delle norme concordatarie con quelle costituzionali, e specificamente con i principi supremi dell’ordinamento ricavabili da tali norme, il problema non dovrebbe porsi in maniera spinosa come avvenuto nei confronti del vecchio Concordato, perché in quello nuovo sono stati eliminati i principali motivi di attrito con la Costituzione. Il nuovo Concordato consta di tre elementi:
il Preambolo, in cui si fa riferimento alle trasformazioni della società italiana a partire dalla Costituzione repubblicana ed all’importanza del Concilio vaticano ii nella vita della Chiesa cattolica per motivare la revisione dei Patti Lateranensi;
il testo vero e proprio, in 14 articoli;
il Protocollo addizionale, in 7 punti, con lo scopo di assicurare, con opportune chiarificazioni, la migliore applicazione dei Patti Lateranensi e delle modifiche convenute e di evitare difficoltà interpretative.
I PRINCIPI DEL NUOVO CONCORDATO
La struttura del nuovo Concordato è radicalmente diversa da quella precedente. In luogo, infatti, di un ponderoso testo formulato in maniera minuziosa e casistica, abbiamo un’agile struttura di appena 14 articoli volti, più che a regolamentare specificamente i rapporti tra stato e Chiesa, ad enunciare i principi ai quali tale regolamentazione dovrà ispirarsi. Ciò consente al Concordato di adattarsi con maggior elasticità al mutare dello spirito dei tempi, garantendogli una maggior durata. I principi fissati dal nuovo Concordato possono essere così riassunti:
Neutralità dello stato in materia religiosa (art. 1 del Concordato e art. 1 del Protocollo addizionale) Viene abrogato il principio della religione di Stato e viene affermata la laicità dello Stato. Neutralità dello stato non significa, però, indifferenza dello stato rispetto al fenomeno religioso: lo stato, conscio dell’importanza che la religione riveste per la maggioranza dei suoi cittadini, s’impegna a garantire la piena realizzazione dell’individuo anche in questo campo, disinteressandosi solo di quegli aspetti del fenomeno religioso che si collocano nella sfera dell’irrilevante giuridico. in quest’ottica si situa l’impegno dello stato, previsto dall’art. 11 del Concordato, volto a garantire l’assistenza spirituale ai cittadini in determinate strutture pubbliche: forze armate, polizia, ospedali, istituti di assistenza e di cura, istituti di pena e di prevenzione, secondo modalità da stabilire con intese tra lo stato e l’autorità ecclesiastica.
Completa autonomia dell’organizzazione ecclesiastica (art. 3 del Concordato) La neutralità dello stato in materia religiosa si traduce anche in una maggior libertà per la Chiesa: viene infatti abrogata la norma che prevedeva il gradimento dello Stato per la nomina degli ecclesiastici con cura d’anime, permanendo soltanto l’obbligo dell’autorità ecclesiastica di comunicare a quella civile le nomine effettuate. La s. sede, peraltro, si impegna a non includere alcuna parte del territorio italiano in una diocesi la cui sede vescovile si trovi nel territorio di un altro stato.
Abrogazione dei privilegi per gli enti ecclesiastici (art. 7 del Concordato) viene a cadere tutta la serie di privilegi ed esenzioni accumulate dagli enti ecclesiastici. Viene riconosciuta personalità giuridica agli enti ecclesiastici con fine di religione e di culto esistenti in Italia; agli effetti delle leggi tributarie tale fine viene equiparato a quelli di beneficenza ed istruzione. Le attività diverse da quelle di culto sono invece soggette alle leggi dello stato ed al regime tributario ordinario. La regolamentazione della materia viene comunque demandata ad una commissione paritetica le cui conclusioni hanno formato oggetto della L. 20-5-1985 n. 222.
Disciplina del matrimonio cattolico (art. 8 del Concordato) Lo stato si limita a riconoscere effetti civili al matrimonio contratto secondo il diritto canonico. Viene inoltre abbandonato il regime di esclusività della giurisdizione ecclesiastica in ordine alle cause relative ai matrimoni religiosi: le sentenze di nullità del matrimonio religioso pronunciate dai tribunali ecclesiastici non sono più indispensabili ai fini della cessazione degli effetti civili del matrimonio canonico trascritto; esse possono essere dichiarate efficaci per lo stato con lo stesso procedimento e con gli stessi presupposti previsti per ogni altra sentenza straniera.
Istruzione religiosa (art. 9 del Concordato) L’insegnamento della dottrina cattolica continua ad essere assicurato in tutte le scuole tranne le università, salvo il diritto di non avvalersene, e ciò in considerazione del fatto che lo stato riconosce il valore della cultura religiosa e che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano.
LA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA (C.E.I.)
Un organismo che assume un rilievo particolare nei rapporti tra lo stato e la Chiesa è la Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.) nella quale si sono riuniti i vescovi italiani.
La C.E.I. è una persona giuridica (pubblica) con sede in roma di cui sono membri di diritto gli arcivescovi e vescovi, di qualsiasi rito, delle diocesi e delle altre Chiese particolari italiane, i vescovi coadiutori ed ausiliari nonché i vescovi titolari che dalla santa sede o dalla stessa C.e.i. hanno ricevuto uno speciale ufficio stabile a livello nazionale (ad es. l’Ordinario militare detto anche «Arcivescovo castrense»). Essa è articolata in conferenze episcopali regionali che dipendono da quella nazionale, e fa parte del Consiglio europeo delle Conferenze episcopali. il presidente della C.E.I. «in considerazione dei particolari vincoli dell’episcopato di italia con il Papa», viene nominato dal Pontefice.
Suoi compiti specifici sono:
studiare i problemi che interessano la vita della Chiesa in italia;
dare orientamenti nel campo dottrinale e pastorale;
mantenere i rapporti con le pubbliche autorità dello stato italiano.
Per quanto riguarda il punto c), che riguarda direttamente il diritto ecclesiastico, è interessante notare che il nuovo Concordato ha affidato alla C.e.i. il compito di «gestire» direttamente i termini dell’accordo (v. ad es.: art. 13, n. 2 del Concordato); poiché l’attuazione di numerose norme è rinviata a intese successive tra le Parti, è previsto che i rapporti relativi si instaurino tra autorità governative e Conferenza episcopale (anziché, come un tempo, direttamente con la santa sede) e questa è indubbiamente una ulteriore conferma dell’importanza data a questo organismo particolare di governo ecclesiastico.
CHIESA, SANTA SEDE, STATO DELLA CITTA’ DEL VATICANO
Nel lessico usuale, termini come Chiesa, santa sede etc. vengono sovente usati in maniera impropria, il più delle volte come sinonimi, mentre, invece, essi attengono a realtà e concetti ben diversi tra loro, ed infatti distinguiamo:
la Chiesa è l’istituzione fondata da Gesù Cristo; possiamo definirla come «la società dei battezzati che professano la stessa fede, partecipano agli stessi sacramenti e tendono alla realizzazione degli stessi fini spirituali, sotto la potestà del romano Pontefice e dei vescovi con lui collegati» . Trattasi di una società giuridicamente perfetta, e cioè autosufficiente, che assume la figura di corporazione istituzionale non territoriale, fornita di sovranità originaria e di capacità subiettiva pubblica e privata;
con il nome di santa sede o sede Apostolica si intende, secondo il disposto del can. 361 del Codice di diritto canonico, non solo il Romano Pontefice, ma anche, se non risulta diversamente dalla natura della questione o dal contesto, la Segreteria di Stato, il Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa e gli altri organismi della Curia romana;
la Curia romana, a sua volta, può definirsi, secondo il dettato del can. 360 Cod. dir. can. «il complesso dei dicasteri mediante i quali il Pontefice esercita il suo alto ufficio nel governo della Chiesa universale»;
lo stato della Città del Vaticano è quel territorio sul quale, in base al Trattato del Laterano, è riconosciuta alla santa sede una vera e propria sovranità
Nonostante qualche autore abbia messo in dubbio il carattere statuale dello stato della Città del vaticano, la dottrina prevalente è ormai concorde nel ritenere che si tratti di uno Stato qualitativamente non diverso da ogni altro; e ciò sia perché lo s.C.v. possiede una personalità giuridica internazionale autonoma, sia perché persegue, come ogni ordinamento statuale, un fine generale (e cioè degli scopi istituzionali che possono essere i più vari e possono modificarsi senza che ne risulti alterata la natura dell’istituzione).
LO STATO DELLA CITTA’ DEL VATICANO: ELEMENTI
Nello stato della Città del Vaticano si riscontrano gli elementi caratteristici di tutte le persone statali e cioè: il territorio; il popolo; la sovranità.
Territorio. È quello spazio geografico, sottratto del tutto alla sovranità italiana (e, ovviamente, a quella di qualsiasi altro stato) e soggetto a quello della santa sede ed alla potestà di governo propria di esso stato (art. 4 Tratt.).
Attualmente è costituito dalla Piazza s. Pietro in roma e dai circostanti palazzi del vaticano, i cui confini sono definiti da una pianta contenuta nell’allegato i del Trattato, di cui costituisce parte integrante (art. 3 Tratt.).
Popolo. È costituito da: coloro che hanno nel vaticano stabile residenza in ragione del loro impiego, dignità, carica o ufficio; coloro che sono comunque autorizzati dal sommo Pontefice a risiedervi stabilmente con concessione o conservazione della cittadinanza vaticana; il coniuge, i figli, gli ascendenti e i fratelli e sorelle di cittadini vaticani, conviventi e autorizzati a risiedere nel territorio dello stato; i Cardinali residenti in Roma, anche fuori della Città del vaticano; i diplimatici della santa sede.
Va rilevato che la cittadinanza vaticana non si basa sui tradizionali criteri dello ius soli (nascita nel territorio), ius sanguinis (nascita da genitori cittadini) o ius coniugii (matrimonio con un cittadino) ma, di regola, sul rapporto di lavoro o sull’autorizzata stabile permanenza entro i confini dello stato. La cittadinanza vaticana (cumulabile con quella dello stato cui il singolo appartiene) è, dunque, fondata sulla volontarietà, nel senso che si acquista sempre e soltanto col concorso della volontà dello stato vaticano da un lato e del soggetto dall’altro.
Sovranità. È costituita dal potere d’imperio (o potere di comando o di governo) e cioè da una volontà suprema, originaria, indipendente, che regge l’ordinamento per il raggiungimento degli scopi suoi propri; tale potere è attribuito al sommo Pontefice (art. 3 Tratt.).
Da un punto di vista strettamente dottrinale, lo stato vaticano può essere definito come:
una monarchia elettiva, visto che il sommo Pontefice è eletto dal collegio Cardinalizio;
uno stato assoluto, poiché il Pontefice ha «pienezza di potere legislativo, esecutivo, giudiziario» (art. 1 L. fondamentale s.C.v.);
Stato Confessionale, relativamente ai fini religiosi che lo stato in argomento si prefigge;
Stato patrimoniale, in quanto il potere sovrano spetta al Capo dello stato come «diritto inerente la sua persona fisica» e si esplica anche come dominio sul territorio, oggetto della sua piena proprietà personale.
L’ORDINAMENTO DELLO STATO DELLA CITTA’ DEL VATICANO
La nuova Legge fondamentale dello stato della Città del Vaticano
Con Motu Proprio del sommo Pontefice Giovanni Paolo II (26-11-2000), il 22-2-2001 è entrata in vigore la nuova Legge fondamentale dello stato della Città del vaticano. Con tale legge, che ha sostituito le precedenti sei leggi organiche emanate da Pio XI nel 1929, si è preso atto della necessità di dare forma sistematica ed organica ai mutamenti introdotti in fasi successive nell’ordinamento giuridico dello stato della Città del vaticano in modo da renderlo sempre meglio rispondente alle finalità istituzionali dello stesso, che esiste a conveniente garanzia della libertà della sede apostolica e come mezzo per assicurare l’indipendenza reale e visibile del romano Pontefice nell’esercizio della sua missione nel mondo. i punti salienti della legge di riforma possono così sintetizzarsi:
il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Durante il periodo di Sede vacante, gli stessi poteri appartengono al Collegio dei Cardinali, il quale tuttavia potrà emanare disposizioni legislative solo in caso di urgenza e con efficacia limitata alla durata della vacanza, salvo che esse siano confermate dal sommo Pontefice successivamente eletto a norma della legge canonica;
la rappresentanza dello Stato nei rapporti con gli Stati esteri e con gli altri soggetti di diritto internazionale, per le relazioni diplomatiche e per la conclusione dei trattati, è riservata al sommo Pontefice, che la esercita per mezzo della Segreteria di Stato;
il potere legislativo, salvi i casi che il sommo Pontefice intenda riservarlo a se stesso o ad altre istanze, è esercitato da una Commissione composta da un Cardinale Presidente e da altri Cardinali, tutti nominati dal sommo Pontefice per un quinquennio. La Commissione esercita il suo potere entro i limiti della Legge sulle fonti del diritto, secondo particolari disposizioni ed un proprio regolamento;
il potere esecutivo è esercitato dal Presidente della Commissione, in conformità con la Legge Fondamentale e con le altre disposizioni normative vigenti. Nell’esercizio di tale potere il Presidente è coadiuvato dal segretario Generale e dal vice segretario Generale. Tuttavia nelle materie di maggiore importanza si procede di concerto con la segreteria di stato;
il potere giudiziario è esercitato, a nome del sommo Pontefice, dagli organi costituiti secondo l’ordinamento giudiziario dello stato. in qualunque causa civile o penale ed in qualsiasi stadio della medesima, il sommo Pontefice può deferirne l’istruttoria e la decisione ad una particolare istanza, anche con facoltà di pronunciare secondo equità e con esclusione di qualsiasi ulteriore gravame;
La nuova Legge sulle fonti del diritto
Per procedere ulteriormente nel sistematico adeguamento normativo dell’ordinamento giuridico dello stato della Città del vaticano, avviato con la Legge fondamentale del 26 novembre 2000, dal 1° gennaio 2009 è entrata in vigore la Legge sulle fonti del diritto, secondo cui l’ordinamento canonico risulta la prima fonte normativa e il primo criterio di riferimento interpretativo, mentre le leggi italiane non sono più recepite automaticamente.
La nuova legge è stata promulgata da Benedetto XVI nell’ottobre del 2008 e sostituisce quella del 7 giugno 1929 (emanata in seguito ai Patti Lateranensi). A differenza della precedente normativa la quale prevedeva una sorta di recezione automatica delle leggi dello stato italiano che si presumeva come regola, solo eccezionalmente rifiutata per motivi di radicale incompatibilità con leggi fondamentali dell’ordinamento canonico o dei trattati bilaterali, nella nuova disciplina si introduce la necessità di un previo recepimento da parte della competente autorità vaticana. Tale norma è vigente anche nei casi nei quali potrebbe presumersi una recezione ope legis.
La maggiore cautela nella recezione della legislazione italiana è giustificata da tre ragioni:
il numero esorbitante di norme nell’ordinamento italiano;
l’instabilità della legislazione civile per lo più molto mutevole;
un contrasto, con troppa frequenza evidente, di tali leggi con principi non rinunziabili da parte della Chiesa.
L’esiguità del territorio dello stato della Città del vaticano, e soprattutto la sua posizione di enclave, cioè di stato circondato interamente dal territorio dello stato italiano, comportavano che la sovranità, l’indipendenza effettiva e, al limite, le sue stesse possibilità di sopravvivenza dipendessero in gran misura dallo Stato che lo circondava. di conseguenza è stato necessario stabilire, negli stessi accordi Lateranensi (e successivamente con accordi internazionali o norme del diritto interno italiano), una serie di disposizioni disciplinanti le particolari questioni derivanti da una tale situazione di fatto.
Le prerogative degli organi della Chiesa
Tali disposizioni, che implicano obblighi per entrambi i contraenti degli accordi, individuano prerogative degli organi centrali della Chiesa nel diritto interno quali:
garanzie di carattere personale, che riguardano il sommo Pontefice, i Cardinali, i vescovi riuniti in Concilio, i dignitari ecclesiastici, i membri della Corte pontificia, gli ufficiali di Curia. in particolare: la persona del sommo Pontefice è considerata sacra e inviolabile e gli attentati, la provocazione a commetterli, le offese ed ingiurie poste in essere contro di lui sono puniti come se fossero commessi nei confronti del Presidente della repubblica (art. 8 del Trattato); i dignitari della Chiesa e le persone appartenenti alla Corte pontificia indicate in un apposito elenco, nonché una serie di altri funzionari indicati nel Trattato, sono esentati dal servizio militare, dalla giuria e da ogni prestazione di carattere personale (art. 10 , comma 1 del Trattato); gli ecclesiastici che, per ragione di ufficio, partecipano fuori dello s.C.v. all’emanzione di atti della santa sede, non possono essere soggetti a causa di essi ad alcuno impedimento, investigazione o molestia da parte delle autorità italiane (art. 10, comma 3 del Trattato); i Cardinali godono in italia degli onori che nel precedente regime monarchico erano dovuti ai Principi di sangue (art. 21, comma 1 del Trattato); l’Italia cura che non sia ostacolato il libero transito ed accesso dei Cardinali attraverso il territorio italiano al vaticano in occasione dei Conclavi e che non si ponga impedimento o limitazione alla loro libertà personale. Lo stato cura che intorno alla Città del vaticano non vengano commessi atti che comunque possano turbare le adunanze del Conclave. Tali previsioni si applicano anche ai Conclavi fuori della Città del vaticano e ai Concili presieduti dal Pontefice o da suoi Legati (art. 21, commi 2-4 del Trattato);
garanzie relative all’esercizio della potestà giurisdizionale della santa sede e dei suoi rapporti con gli altri stati. si tratta di un complesso di norme volte a rendere effettivamente libero l’esercizio della suprema potestà di governo della santa sede sulla Chiesa. il principio generale da cui tali disposizioni discendono è contenuto nell’art. 11 del Trattato, che riconosce agli enti centrali della Chiesa la personalità di diritto pubblico. Quanto ai rapporti diplomatici della Chiesa con gli stati, l’italia, in base all’art. 12 Tratt., ha riconosciuto alla santa sede il diritto di legazione attiva e passiva secondo le regole del diritto internazionale;
garanzie di carattere reale, relative ad immobili per lo più siti in roma (artt. 13-16 Tratt.);
garanzie di carattere economico. La principale è rappresentata dalla «convenzione finanziaria» con la quale il regno d’italia provvide alla liquidazione dei crediti vantati dalla santa sede verso l’italia, a seguito della perdita dello stato Pontificio e delle spoliazioni subìte. Tra le altre garanzie di carattere economico si deve tener presente che, in base all’art. 17 Tratt.,«le retribuzioni di qualsiasi natura, dovute dalla santa sede, anche fuori di roma, a dignitari, impiegati e salariati, anche non stabili, sono esenti in italia da qualsiasi tributo tanto verso lo stato, quanto verso ogni ente pubblico»; sono, ancora, previste esenzioni tributarie per immobili pontifici (art. 16 Tratt.), esenzioni da diritti doganali e daziari per merci estere dirette alla Città del vaticano o ad istituti della santa sede ovunque situati (art. 20 Tratt.).
Gli obblighi dello stato italiano in relazione alla posizione di «enclave» della Città del Vaticano
Oltre ai provvedimenti per la sistemazione dei confini (artt. 5 e 7 comma 1, Tratt.) gli accordi prevedono i seguenti obblighi per lo stato italiano:
adeguata dotazione di acque in proprietà; collegamento ferroviario del vaticano alle ferrovie italiane, collegamento con la rete italiana, e direttamente anche con gli altri stati, dei servizi telegrafici, telefonici, radiotelegrafici, radiotelefonici e postali della Città del vaticano; coordinamento degli altri pubblici servizi (art. 6 Tratt.);
consultazione preventiva con la santa sede per eventuali trasformazioni urbanistiche nelle zone adiacenti la Città del vaticano (art. 7 comma 3, Tratt.);
libertà di corrispondenza da tutti gli stati, compresi i belligeranti, alla santa sede e viceversa; libertà di accesso dei vescovi di tutto il mondo alla sede apostolica (art. 12 comma 3, Tratt.);
immunità diplomatiche e libertà di passaggio in territorio italiano di rappresentanti diplomatici sia della santa sede che di stati esteri presso quest’ultima (art. 19, Tratt.);
esenzione dai diritti doganali e daziari delle merci provenienti dall’estero e dirette alla Città del vaticano o ad altri istituti della santa sede, situati fuori della Città stessa (art. 20, Tratt.);
libertà di transito, in italia, per Cardinali e vescovi, senza limitazione della libertà personale, anche nel caso di conclave o di concili (art. 21 commi 2 e 4, Tratt.).
Gli obblighi della santa sede in relazione al territorio vaticano
piazza s. Pietro, pur facendo parte della Città del vaticano dovrà rimanere normalmente aperta al pubblico e soggetta ai poteri di polizia delle autorità italiane, fino ai piedi della scalinata della basilica, nella quale le stesse autorità potranno accedere solo se richieste dalle competenti autorità vaticane (art. 3 commi 2 e 3, Tratt.);
i tesori d’arte e di scienza, esistenti nella Città del vaticano e nel palazzo Lateranense, rimarranno visibili agli studiosi e ai visitatori, pur essendo riservata alla santa sede piena libertà di regolare l’accesso del pubblico (art. 18 Tratt.).
I rapporti di diritto penale
Essi sono compiutamente regolati dall’art. 22 Tratt., di cui riportiamo il testo integrale: «a richiesta della santa sede e per delegazione che potrà essere data dalla medesima o nei singoli casi o in modo permanente, l’Italia provvederà nel suo territorio alla punizione dei delitti che venissero commessi nella Città del Vaticano, salvo quando l’autore del delitto si sia rifugiato nel territorio italiano, nel qual caso si procederà senz’altro contro di lui a norma delle leggi italiane. La santa sede consegnerà allo stato italiano le persone che si fossero rifugiate nella Città del vaticano, imputate di atti, commessi nel territorio italiano, che siano ritenuti delittuosi dalle leggi di ambedue gli stati.
Analogamente si provvederà per le persone imputate di delitti, che si fossero rifugiate negli immobili dichiarati immuni nell’art. 15, a meno che i preposti ai detti immobili preferiscano invitare gli agenti italiani ad entrarvi per arrestarle». Va precisato che, tutte le volte in cui per un delitto commesso nello s.C.v., la santa sede richieda allo stato italiano di procedere, i nostri giudici applicheranno il diritto penale italiano, poiché la funzione punitiva attiene l’esercizio di una prerogativa sovrana alla quale lo stato non può rinunciare applicando le leggi di altro Paese (Cass. pen. 1-5-1955).
L’esecuzione in italia delle sentenze emanate dai tribunali dello S.C.V.
Si applicano, al riguardo, le relative norme del diritto internazionale (art. 23, comma 1, Tratt.) nonché le norme comuni interne italiane:
per la materia civile: gli artt. 64-71 della L. 218/1995;
per la materia penale: art. 12 c.p.; artt. 730-745 c.p.p.
Per il secondo comma dello stesso art. 23, «avranno invece senz’altro piena efficacia giuridica, anche a tutti gli effetti civili, in Italia le sentenze ed i provvedimenti emanati da autorità ecclesiastiche od ufficialmente comunicati alle autorità civili, circa persone ecclesiastiche o religiose e concernenti materie spirituali e disciplinari». Ciò avverrà — in base alla interpretazione accettata da santa sede e stato italiano nel punto 2° del Protocollo addizionale al nuovo Concordato — in armonia con i diritti costituzionalmente garantiti ai cittadini italiani.
POSIZIONE DELLO STATO DELLA CITTA’ DEL VATICANO NELL’ORDINAMENTO INTERNAZIONALE
Lo S.C.V. come soggetto di diritto internazionale deve essere considerato in primo luogo, uno «Stato riconosciuto». Tale riconoscimento è stato:
diretto ed esplicito da parte dell’italia con gli artt. 3 e 26 comma 2 del Trattato;
indiretto (e quindi internazionalmente vincolante) da parte degli altri stati che mantenevano rapporti diplomatici con la s. sede e che furono, a suo tempo, tempestivamente informati, in forma ufficiale, attraverso i normali canali diplomatici, dell’intenzione della s. sede di sottoscrivere con l’italia un trattato che dava vita al nuovo stato.
Lo S.C.V. si presenta, nei confronti degli altri soggetti del diritto internazionale, come vero e proprio «Stato», cioè quale «istituzione che provvede autonomamente alla sua organizzazione ed attività e che stringe, con gli altri soggetti di diritto, atti internazionalmente rilevanti» . Esso, infine, gode dello status di stato neutralizzato (alla stregua, ad es., della Confederazione elvetica e della repubblica di san Marino): si trova, cioè, in quella condizione giuridica permanente per la quale ha il diritto di non essere offeso da operazioni belliche di altri stati e il dovere di non porne in essere.
Ciò si desume chiaramente dall’art. 24 del Trattato ove si afferma: «La santa sede, in relazione alla sovranità che le compete anche nel campo internazionale, dichiara che essa vuole rimanere e rimarrà estranea alle competizioni temporali fra gli altri stati ed ai Congressi internazionali indetti per tale oggetto, a meno che le parti contendenti facciano concorde appello alla sua missione di pace, riservandosi in ogni caso di far valere la sua potestà morale e spirituale».
Michele Paolella |
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References: sentenza 
 art. 15
 art. 1
 sentenza 
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 art. 12
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