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Timestamp: 2017-02-22 06:08:51+00:00

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Art. 2120 codice civile - Disciplina del trattamento di fine rapporto - Brocardi.it
LIBRO QUINTO - Del lavoro >
Titolo II - Del lavoro nell'impresa (artt. 2082-2221) >
Capo I - Dell'impresa in generale >
Sezione III - Del rapporto di lavoro >
Articolo 2120
Articolo 2120Codice Civile
Disciplina del trattamento di fine rapporto
Dispositivo dell'art. 2120 Codice Civile
Titolo II - Del lavoro nell'impresa (artt. 2082-2221)
Capo I - Dell'impresa in generale
In ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto a un trattamento di fine rapporto. Tale trattamento si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all'importo della retribuzione dovuta per l'anno stesso divisa per 13,5. La quota è proporzionalmente ridotta per le frazioni di anno, computandosi come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni.
Salvo diversa previsione dei contratti collettivi la retribuzione annua, ai fini del comma precedente, comprende tutte le somme, compreso l'equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.
In caso di sospensione della prestazione di lavoro nel corso dell'anno per una delle cause di cui all'articolo 2110, nonché in caso di sospensione totale o parziale per la quale sia prevista l'integrazione salariale, deve essere computato nella retribuzione di cui al primo comma l'equivalente della retribuzione a cui il lavoratore avrebbe avuto diritto in caso di normale svolgimento del rapporto di lavoro.
Il trattamento di cui al precedente primo comma, con esclusione della quota maturata nell'anno, è incrementato, su base composta, al 31 dicembre di ogni anno, con l'applicazione di un tasso costituito dall'1,5 per cento in misura fissa e dal 75 per cento dell'aumento dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, accertato dall'ISTAT, rispetto al mese di dicembre dell'anno precedente.
Ai fini dell'applicazione del tasso di rivalutazione di cui al comma precedente per frazioni di anno, l'incremento dell'indice ISTAT è quello risultante nel mese di cessazione del rapporto di lavoro rispetto a quello di dicembre dell'anno precedente. Le frazioni di mese uguali o superiori a quindici giorni si computano come mese intero.
b) acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, documentato con atto notarile (1).
L'anticipazione può essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro e viene detratta, a tutti gli effetti, dal trattamento di fine rapporto.
Nell'ipotesi di cui all'articolo 2122 la stessa anticipazione è detratta dall'indennità prevista dalla norma medesima.
Condizioni di miglior favore possono essere previste dai contratti collettivi o da patti individuali. I contratti collettivi possono altresì stabilire criteri di priorità per l'accoglimento delle richieste di anticipazione.
La Corte costituzionale, con sentenza 118 marzo-05 aprile 1991, n. 142 ha dichiarato l'illegittimità dell'ottavo comma, lett. b), nella parte in cui non prevede la possibilità di concessione dell'anticipazione in ipotesi di acquisto "in itinere" comprovato da mezzi idonei a dimostrarne l'effettività.
L'art. 2120 ha adottato il principio dell'onnicomprensività della retribuzione, secondo cui la retribuzione per prestazione di lavoro non occasionale deve essere ricompresa nel T.F.R., salvo la contrattazione collettiva non vi deroghi in modo preciso e puntuale.
Cass. n. 11579/2014
Il diritto al trattamento di fine rapporto sorge alla cessazione del rapporto di lavoro e solo da questa data decorre il termine di prescrizione, mentre concorrono a determinarne l'ammontare anche gli accantonamenti relativi a retribuzioni per le quali il diritto sia ormai prescritto, poiché quelle retribuzioni rilevano solo come base di computo del t.f.r. e non come componenti del relativo diritto.
Cass. n. 542/2011
In tema di lavoro straordinario, il compenso forfettario della prestazione resa oltre l'orario normale di lavoro accordato al lavoratore per lungo tempo, ove non sia correlato all'entità presumibile della prestazione straordinaria resa, costituisce attribuzione patrimoniale che, con il tempo, assume funzione diversa da quella originaria, tipica del compenso dello straordinario, e diviene un superminimo che fa parte della retribuzione ordinaria e non è riducibile unilateralmente dal datore di lavoro.
Cass. n. 365/2010
In tema di determinazione del trattamento di fine rapporto, il principio secondo il quale la base di calcolo va di regola determinata in relazione al principio della onnicomprensività della retribuzione di cui all'art. 2120 c.c., nel testo novellato dalla legge n. 297 del 1982, è derogabile dalla contrattazione collettiva, che può limitare la base di calcolo anche con modalità indirette purché la volontà risulti chiara pur senza l'utilizzazione di formule speciale od espressamente derogatorie. Ne consegue che, con riferimento al personale dipendente delle aziende grafiche e affini e delle aziende editoriali (nella specie, del¬l'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato), a partire dal c.c.n.l. del 1 novembre 1992, la quota annuale di cui all'art. 1 della legge n. 297 del 1982 per il calcolo del trattamento di fine rapporto concerne la retribuzione indicata, con definizione non onnicomprensiva, nell'art. 21 del c.c.n.l medesimo sulla nomenclatura, ossia quella "complessivamente percepita dal quadro, dall'impiegato e dall'operaio per la sua prestazione lavorativa, nell'orario normale", con esclusione delle prestazioni di lavoro straordinario. (Interpretazione diretta per la prima volta, ex art. 360, n. 3 c.p.c., da parte della S.C. delle disposizioni contrattuali collettive relative al TFR per il personale dipendente delle aziende grafiche).
Cass. n. 6963/2009
Il carattere della continuatività di un determinato compenso non può essere concepito in modo assoluto, ma deve essere valutato in relazione alla particolare natura di ciascun compenso, attraverso un'indagine volta ad accertare, oggettivamente e in concreto, i requisiti dell'obbligatorietà, della continuatività e della determinatezza (o determinabilità) del compenso stesso. Pertanto, anche l'emolumento il quale, astrattamente, presenti il carattere dell'eventualità, siccome collegato alle modalità di espletamento della prestazione lavorativa e alla relativa valutazione della parte datoriale, perde tale caratteristica laddove, attraverso un'indagine di fatto (come tale riservata al giudice del merito e insindacabile in sede di legittimità, ove congruamente motivata), risulti la sua avvenuta continuativa erogazione nel tempo ai dipendenti in misura pressoché totale, tanto che l'eventualità della mancata erogazione si configuri in termini di mera residualità e, sostanzialmente, di eccezionalità; ne consegue ulteriormente che detto emolumento spetta anche per i periodi di mancata prestazione del servizio. (Principio affermato in controversia concernente il premio annuale di rendimento ex art. 60 CCNL A.C.R.I. del 1980 per i dipendenti e funzionari delle Casse di Risparmio).
Cass. n. 4069/2009
Il principio secondo cui la determinazione del t.f.r. va fatta secondo i criteri previsti dall'art. 2120 c.c. è del tutto inderogabile dalle parti, con la conseguenza che vanno inclusi nella base di calcolo tutti gli emolumenti riferiti ad eventi collegati al rapporto lavorativo o connessi alla particolare organizzazione del lavoro, e quindi tutte le voci erogate con l'imputazione "retribuzione" o equivalente, che abbiano carattere di controprestazione compensativa, anche se siano in sé disponibili. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto necessaria l'inclusione nella base di calcolo del t.f.r. dell'indennità estero corrisposta al dipendente, pur trattandosi di emolumento disponibile dal lavoratore per la parte eccedente il minimo previsto dalla legge o dalla contrattazione collettiva).
Cass. n. 27806/2008
Ove i contratti colletti non contengano diverse previsioni, la continuità di un compenso, ai fini della sua computabilità nella base di calcolo del trattamento di fine rapporto, sussiste quando esso non abbia carattere occasionale, per essere reso in relazione a prestazioni di carattere continuativo e non si risolva in un rimborso spese. Ne consegue la non computabilità dell'indennità di trasferta prevista dagli accordi aziendali per sopperire al disagio di quei dipendenti che, a causa dell'attività prestata fuori sede, non potevano usufruire dei servizi di mensa aziendale, non avendo natura retributiva.
Cass. n. 24657/2008
Il concetto di retribuzione recepito dall'art. 2120 cod. civ. (ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto) è ispirato al criterio dell'onnicomprensività, nel senso che nel detto calcolo vanno compresi tutti gli emolumenti che trovano la loro causa tipica e normale nel rapporto di lavoro cui sono istituzionalmente connessi, anche se non strettamente correlati alla effettiva prestazione lavorativa, mentre ne vanno escluse solo quelle somme rispetto alle quali il rapporto di lavoro costituisce una mera occasione contingente per la relativa fruizione, quand'anche essa trovi la sua radice in un diverso rapporto obbligatorio collegato al rapporto di lavoro; ne consegue che vanno considerati nella detta base di calcolo anche i compensi percepiti dal dipendente a titolo di diritti di procuratore ed onorari di avvocato per la difesa in giudizio del datore di lavoro, solo quando abbiano carattere di continuità nel tempo, deducibile dalla normalità della loro erogazione. (In base al detto principio la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva escluso dalla base di calcolo del t.f.r. i compensi percepiti
per l'attività defensionale, in favore dell'Azienda, svolta in giudizio dal dipendente con qualifica di responsabile dell'area legale presso la medesima in ragione della discontinuità dell'attività e della variabilità e modestia delle erogazioni a fronte del trattamento economico ricollegato al rapporto di impiego, costituente conferma della relazione di mera occasionalità con quest'ultimo).
Cass. n. 15080/2008
Il secondo comma dell'art. 2120 c.c. vigente, nel definire la nozione di retribuzione, ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto, non richiede, a differenza del vecchio testo della norma codicistica, la ripetitività regolare e continua e la frequenza delle prestazioni e dei relativi compensi, disponendo che questi ultimi vanno esclusi dal suddetto calcolo solo in quanto sporadici ed occasionali, per tali dovendosi intendere solo quelli collegati a ragioni aziendali del tutto imprevedibili e fortuite, e dovendosi all'opposto computare, ai fini della determinazione del trattamento di fine rapporto, gli emolumenti riferiti ad eventi collegati al rapporto lavorativo o connessi alla particolare organizzazione del lavoro.
Cass. n. 6743/2008
Ai fini della determinazione del trattamento di fine rapporto e della pensione aziendale ? che il datore di lavoro ha equiparato al trattamento pensionistico dei dipendenti degli enti locali ? vanno inclusi nella base di calcolo anche gli emolumenti istituiti dalla contrattazione aziendale (dovendosi ritenere che i contratti aziendali possano rientrare tra i contratti collettivi di lavoro cui fa riferimento l'art. 15 della legge n. 1077 del 1959), in quanto corrisposti in modo fisso e continuativo in relazione alla natura del compenso, benché essi non siano previsti dalla contrattazione nazionale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza che aveva ammesso la computabilità, nella base di calcolo del trattamento di fine rapporto e della pensione aziendale prevista dal contratto aziendale per i dipendenti dell'ARIN ? azienda risorse idriche di Napoli della retribuzione in natura corrisposta al lavoratore ragguagliata al valore locativo dei beni immobili concessigli in godimento).
Cass. n. 18289/2007
Con riferimento a controversia promossa da dipendente in quiescenza dell'Istituto Poligrafico dello Stato per ottenere il ricalcalo del trattamento di fine rapporto con inserimento del compenso per lavoro straordinario nella base di calcolo, la nozione legale di cui all'art. 2120 c.c., come sostituito dall'art. 1 legge 29 maggio 1982 n. 297, può trovare una deroga solo nei contratti collettivi successivi all'istituzione di tale trattamento, non mediante una generica conferma di precedenti disposizioni contrattuali, ma attraverso una chiara ed univoca volontà delle parti contraenti, non potendosi ravvisare tale intento in una clausola che abbia il mero scopo di esplicitare la nozione contrattuale di alcuni termini ricorrenti, fra i quali quello di T.F.R. (Nella specie, la sentenza impugnata, confermata dalla S.C., aveva escluso che gli artt. 34 e 21 del contratto collettivo per il settore grafico ed editoriale del novembre 1992, relativi alla disciplina rispettivamente del trattamento di fine rapporto della cosiddetta «nomenclatura», ossia la definizione di alcune nozioni, fra cui quella di retribuzione, avessero apportato una deroga al principio dell'onnicomprensività della «quota di retribuzione» quale parametro di calcolo del trattamento di fine rapporto, previsto dall'art. 2120 c.c.).
Cass. n. 17614/2007
In tema di determinazione del trattamento di fine rapporto, il principio, secondo il quale la baie di calcolo va di regola determinata in relazione al principio della onnicomprensività della retribuzione di cui all'art. 2120 c.c., nel testo novellato dalla legge n. 297 del 1982, è derogabile dalla contrattazione collettiva, che può limitare la base di calcolo, purché tale deroga sia espressa in modo chiaro ed univoco, secondo l'interpretazione del contratto collettivo sul punto riservata al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità solo per violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale o per vizi di motivazione. (Nella specie, la S.C., cassando la sentenza di merito, ha ritenuto che il c.c.n.l., per i dipendenti pendenti dalle aziende grafiche 31 ottobre 1992, nella specie applicabile, — che richiama quanto percepito dal lavoratore in relazione all'orario normale ai fini della definizione della retribuzione — si riferisse a vari istituti contrattuali ma non prendesse espressa deroga al principio legale di onnicomprensività previsto ai fmi della determinazione del trattamento di fine rapporto, con la conseguente computabilità nella base di calcolo di questo istituto dei compensi percepiti per lavoro straordinario obbligatorio e continuo).
Cass. n. 17013/2006
In tema di base di calcolo per il TFR, ai fini della individuazione della retribuzione annua utile deve tenersi conto, ai sensi dell'art. 2120 c.c., di tutti gli emolumenti corrisposti in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale, e quindi anche del controvalore in denaro delle prestazioni in natura erogate. A tal fine pertanto mentre è inconferente la circostanza che l'alloggio non sia di proprietà del datore di lavoro, ma da questi condotto in locazione, ciò che rileva è l'attribuzione al dipendente in connessione con il rapporto di lavoro e la posizione lavorativa del medesimo dipendente. (Nella specie, ai fini della determinazione dell'importo, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva preso in considerazione il valore in danaro della prestazione in natura, escludendo che fosse utilizzabile il valore convenzionale alloggio stabilito dalla regione Puglia, rilevante ai fini della determinazione della base imponibile per il calcolo dei contributi di previdenza e assistenza sociale).
Cass. n. 24875/2005
Affinché un compenso sia incluso nella base di calcolo della indennità di anzianità (ex art. 2121 c.c.) o del trattamento di fine rapporto (ex art. 1 legge n. 297 del 1982), non è necessario il carattere di definitività del compenso stesso, ma è sufficiente che di esso (nella specie indennità di servizio estero) il dipendente abbia goduto in modo normale nel corso ed a causa del rapporto di lavoro, non avendo rilievo l'elemento temporale di percezione del compenso stesso, ove questo sia da considerare come corrispettivo della prestazione normale perché inerente al valore pro-fessionale delle mansioni espletate.
Cass. n. 16171/2004
La corresponsione di un emolumento nel corso del rapporto di lavoro in favore della generalità dei dipendenti è sufficiente a farlo considerare come elemento della retribuzione, sia per la presunzione di onerosità che assiste tutte le prestazioni eseguite durante il detto rapporto, sia perchè un'erogazione liberale da parte dell'imprenditore può giustificarsi solo se occasionale e collegata ad eventi particolari. Pertanto, il premio di fedeltà originariamente corrisposto in modo spontaneo ai dipendenti (nella specie, della Fiat SpA), trasformandosi, per effetto dell'inequivoco comportamento delle parti, (consistente nell'attribuzione della erogazione da parte del datore di lavoro in occasione della maturazione di un servizio pluriennale prestabilito e nella corrispettiva legittima attesa dei lavoratori a conseguirla) in un vincolo obbligatorio, viene privato della natura originaria, conseguendo il carattere di un corrispettivo per la fedeltà della prestazione resa per un numero predeterminato di anni, corrispettivo avente, per effetto del gradimento dei dipendenti, natura di compenso riconosciuto dall'uso aziendale, inserito, come clausola d'uso, nel contratto individuale del quale completa il contenuto in senso modificativo o derogativo in melius della contrattazione collettiva. Ne consegue che l'emolumento in questione, trovando la propria fonte di riferimento sostanziale nella protrazione dell'attività lavorativa per un certo tempo, ed essendo, pertanto, rigorosamente collegato allo svolgimento del rapporto di lavoro, anche se non alla effettiva prestazione lavorativa, possiede i requisiti di dipendenza dal rapporto stesso e di non occasionalità richiesti dall'art. 2120 c.c. per il computo dello stesso nella base di calcolo ai fini della determinazione del trattamento di fine rapporto.
Cass. n. 15889/2004
Per l'art. 2120 c.c., ove i contratti collettivi non contengano diversa previsione, la retribuzione annua comprende tutte le somme corrisposte a titolo non occasionale e non di rimborso spese. L'esclusione di una o più voci dalla base retributiva, costituendo deroga all'indicato principio, presuppone in primo luogo una volontà della norma collettiva che neghi espressamente l'inclusione, ed esige, poi, una specifica prova di questa negazione da parte di colui che l'invochi. (Nella specie, la S.C., con riferimento al contratto per i dipendenti ACEA, ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto rientranti, nella base retributiva annua, l'assegno ad personam e l'indennità di presenza del 9 per cento, respingendo la tesi dell'ACEA che si era limitata a menzionare un accordo siglato il 10 marzo 1983, ove erano indicate le voci retributive da prendere in considerazione ai fini della determinazione del T.F.R., senza includere le indennità controverse, senza neppure produrre tale accordo).
Cass. n. 10172/2004
Ai fini della configurabilità del carattere costante e sistematico del lavoro straordinario, computabile nella indennità di anzianità ai sensi degli artt. 2120 e 2121 c.c. (nel testo originario), devono concorrere due condizioni, dovendosi verificare, da un lato, la regolarità o frequenza o periodicità della prestazione, da valutarsi con riguardo al suo ripetersi con costanza e uniformità per un apprezzabile periodo di tempo, così da divenire abituale nel quadro dell'organizzazione del lavoro perché funzionale al normale fabbisogno dell'impresa, e, dall'altro, la ragionata insussistenza dei caratteri di occasionalità, transitorietà o saltuarietà della prestazione stessa. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato, per vizio di motivazione, la sentenza impugnata che aveva desunto il carattere di continuità del lavoro straordinario dal rapporto di consequenzialità tra funzionalità del servizio pubblico di erogazione dell'energia elettrica e le esigenze aziendali che avrebbero reso strutturalmente e stabilmente necessario lo straordinario, senza peraltro accertare quali fossero le mansioni del lavoratore e il rapporto esistente tra queste e la concreta organizzazione dell'attività del datore di lavoro).
Cass. n. 1124/2004
Ai fini della qualificazione di un compenso come occasionale, e quindi escluso, ai sensi dell'art. 2120 c.c., dalla base di calcolo del trattamento di fine rapporto, rileva la riconducibilità dell'evento, al quale è collegato il compenso, alla astratta previsione normativa, mentre è irrilevante la frequenza con la quale la prestazione venga svolta e il compenso venga corrisposto. (Nella specie, la sentenza impugnata, confermata dalla S.C., aveva ritenuto che il compenso corrisposto per le prestazioni lavorative svolte da un lavoratore turnista in occasione della festività infrasettimanale non potesse ritenersi occasionale, giacché corrisposto per una prestazione normale in quanto resa in attuazione del turno).
Cass. n. 13010/2003
La nozione legale di retribuzione — da porre a base nel calcolo del trattamento di fine rapporto (ai sensi dell'art. 2120 c.c., come novellato dall'art. 1 della legge n. 297 del 1982) — comprende tutti gli emolumenti corrisposti in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale, e con esclusione di quanto corrisposto a titolo di rimborso spese — fatta salva la diversa previsione eventualmente contenuta nei contratti collettivi successivi alla legge istitutiva di detto trattamento, che possono derogare anche in pejus, la nozione legale di retribuzione.
Cass. n. 12851/2003
Nella retribuzione sulla quale va computato l'accantonamento delle quote annuali ai lini del trattamento di fine rapporto ai sensi dell'ari. 2120, comma primo c.c. (nel testo sostituito dall'art. 1 della legge 20 maggio 1982 n. 297) vanno incluse, secondo la formulazione del comma secondo dello stesso art. 2120, tutte le somme corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro a titolo non occasionale e con esclusione di quanto corrisposto a titolo di rimborso spese. In tale nozione di retribuzione rientrano pertanto, prescindendo dalle ripetitività e dalla frequenza delle prestazioni e dei relativi compensi, anche gli emolumenti per lavoro straordinario che non siano corrisposti occasionalmente, ossia per ragioni del tutto eventuali, imprevedibili e fortuite. Ne consegue che qualora il contratto attribuisca al datore di lavoro il potere di pretendere la protrazione dell'orario di lavoro normale, il relativo compenso non può essere reputato occasionalmente e concorre al computo del t.f.r.
Cass. n. 96/2003
L'individuazione della retribuzione annua utile ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto deve operarsi, ai sensi dell'art. 2120 c.c., facendo riferimento alla normativa legale o contrattuale in vigore al momento dei singoli accantonamenti e non a quella in vigore al momento della cessazione del rapporto. Infatti il TFR costituisce un istituto di retribuzione differita che matura anno per anno attraverso il meccanismo dell'accantonamento e della rivalutazione. (Nella specie la S.C. ha ritenuto congruamente e correttamente motivata la sentenza di merito secondo cui l'esclusione del compenso per il lavoro straordinario dal calcolo del TFR contenuta nel contratto collettivo dei metalmeccanici del 1994 era relativa ai soli accantonamenti successivi al 1994 e non a quelli precedenti).
Cass. n. 17418/2002
In tema di indennità di fine rapporto, il confronto tra la disciplina legale e quella convenzio-nale, agli effetti previsti dall'art. 1419 c.c., impone la considerazione unitaria, nell'unico istituto dell'indennità stessa, di tutte le disposizioni che incidono sia sulla determinazione della base di calcolo sia sulla previsione delle varie maggiorazioni aggiuntive, dato che anche queste, sebbene collegate a specifiche previsioni di attribuzione, concorrono ugualmente a comporre quell'unica liquidazione alla quale deve contrapporsi la valutazione, parimenti unitaria, derivante dalla integrale applicazione della norma di legge. Tale principio è tuttavia applicabile solo se, all'esito dell'operazione di ermeneutica contrattuale, che deve compiere il giudice del merito, si giunga a qualificare la maggiorazione aggiuntiva come componente del trattamento di fine rapporto, mentre l'individuazione di un titolo diverso e autonomo conduce alla conseguenza che il datore di lavoro deve corrispondere sia il trattamento di fine rapporto (calcolato ai sensi di legge), che l'erogazione aggiuntiva, senza decurtazioni di sorta. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che, con riferimento all'istituto delle quattro mensilità aggiuntive previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro dei dipendenti elettrici dell'Enel, aveva, con motivazione sufficientemente e logicamente argomentata, ritenuto che l'erogazione aggiuntiva corrisposta ai sensi dell'art. 43 del citato CCNL fosse istituto non ricollegato in via generale alla risoluzione del rapporto, ma collegato a casi particolari individuati dal medesimo art. 43, ed aveva in tali casi rinvenuto il. titolo autonomo necessario per ricondurre l'erogazione stessa nell'ambito delle previsioni dell'art. 4, comma quinto, della legge n. 297 del 1982, che fa salve le indennità corrisposte alla cessazione del rapporto di lavoro aventi natura e funzioni divrse da quelle dell'indennità di anzianità, di fine lavoro, di buonuscita, comunque denominate).
Cass. n. 4222/2002
Gli interessi e la rivalutazione sul t.f.r. spettante al lavoratore decorrono dalla data di cessazione del rapporto lavorativo, con la quale — secondo la disciplina risultante dagli artt. 2120 c.c. e 429 c.p.c. (non derogabile neanche dalla contrattazione collettiva) — coincide il momento di maturazione del credito, a prescindere dalla sua liquidità; né rileva che, a tale data, il datore di lavoro abbia eseguito pagamenti parziali in base alle componenti del t.f.r immediatamente quantificabili, posto che, anche in tali ipotesi, in sede di determinazione complessiva e definitiva delle spettanze del lavoratore devono comunque computarsi gli interessi e la rivalutazione sull'integrale ammontare del t.f.r. dalla medesima data di cessazione del rapporto (fattispecie relativa alla decorrenza del t.f.r. corrisposto ai dipendenti della Fiat Auto ex art. 23 C.C.N.L. del 5 luglio 1994).
Cass. n. 4251/2001
Il principio dell'omnicomprensività della retribuzione, adottato dal secondo comma dell'art. 2120 c.c., nel testo novellato dalla legge n. 297 del 1982, benché derogabile, comporta che se la prestazione di lavoro non è occasionale, la relativa retribuzione debba essere compresa nel trattamento di fine rapporto, salvo che la contrattazione collettiva — la cui interpretazione compete al giudice del merito e non è censurabile in cassazione se rispettosa delle regole di ermeneutica contrattuale e immune da vizi logici — apporti una eccezione a tale regola in modo chiaro e univoco. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto che l'art. 58 del C.C.N.L. 16 luglio 1987 peri dipendenti degli istituti di vigilanza aveva chiaramente escluso la computabilità dei compensi per ìl lavoro straordinario non occasionale ai fmi del calcolo del TFR).
Cass. n. 1211/2001
La computabilità del compenso per lavoro straordinario ai fini della determinazione della indennità di anzianità, ai sensi dell'art. 2121 (testo originario) c.c., presuppone la continuità di tale prestazione, ravvisabile quando la stessa, pur variandone l'entità nel tempo, risponda ad un criterio di regolarità e di frequenza, e anche di mera periodicità, restando esclusa dal calcolo solo quella effettuata in via occasionale, transitoria e saltuaria. La non occasionalità e saltuarietà della prestazione di lavoro straordinario risultano sufficientemente dimostrate dalle buste paga dei lavoratori, senza che assuma rilevanza in contrario la fissazione, concordata in sede di contrattazione tra le parti, del numero di unità di personale, che non implica di per sé l'esclusione della necessità di ricorrere allo straordinario in virtù di una programmata predeterminazione delle esigenze aziendali.
Cass. n. 7488/2000
La nozione di retribuzione accolta dal secondo comma dell'art. 2120 c.c. vigente è più rigorosa, in favore del lavoratore, di quella precedente, in quanto prescinde dalla ripetitività regolare e continua e dalla frequenza delle prestazioni e dei relativi compensi, i quali vanno esclusi dal calcolo del trattamento di fine rapporto solo in quanto sporadici ed occasionali; prestazione occasionale, infatti, è solo quella collegata a ragioni aziendali del tutto eventuali, imprevedibili e fortuite, mentre, all'opposto, la prestazione espletata con frequenza, ma non necessariamente con periodicità assoluta, e che sia connessa alla particolare organizzazione del lavoro, rileva ai fmi del calcolo suddetto.
Cass. n. 11815/1998
I compensi per il lavoro straordinario prestato in maniera non occasionale rientrano nella base retributiva utile per il calcolo del trattamento di fine rapporto, a meno chela disciplina collettiva ne abbia escluso, ai sensi dell'art. 2120, secondo comma, c.c. (nel testo sostituito dall'art. 1 della L. n. 297 del 1982) la computabilità, derogando — come le è consentito — al principio dell'onnicomprensività della retribuzione. Qualora ciò si verifichi resta salva la questione dell'eventuale contrasto delle clausole contrattuali con l'art. 36 della Costituzione e/o con il principio di equità. A tale riguardo va, tuttavia, precisato che da un lato esiste una presunzione di rispetto dei due citati parametri in presenza di una norma di un contratto collettivo che è il risultato di un accordo delle parti sociali in ordine alla regolamentazione da adottare circa un determinato istituto nel reciproco interesse dei soggetti stipulanti e di quelli che da essi sono rappresentati, dall'altro lato l'art. 36 cit. regola l'assetto complessivo della retribuzione e non può considerarsi violato — in linea di principio — dalla negazione di una singola componente della retribuzione a determinati fini, tanto più ove essa sia dalla legge consentita. (Nella specie l'impugnata sentenza — confermata dalla S.C. — aveva ritenuto che l'art. 58 del C.C.N.L. 16 luglio 1987 per i dipendenti degli istituiti di vigilanza, escludendo la computabilità dei compensi per il lavoro straordinario non occasionale ai fini del calcolo per il Tfr, non si ponesse in contrasto né con l'art. 2120 c.c. né con l'art. 36 Cost.).
Cass. n. 11002/1998
Per quanto concerne il trattamento di fine rapporto, la L. 29 maggio 1982, da una parte, ha stabilito (art. 1 trasfuso nel secondo comma dell'art. 2120) che, salva diversa previsione dei contratti collettivi, la retribuzione annua comprende tutte le somme, compreso l'equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto corrisposto a titolo di rimborso spese; dall'altra, ha sancito la nullità, con conseguente sostituzione di diritto, di tutte le clausole dei contratti collettivi regolanti la materia del trattamento di fine rapporto. Le due disposizioni vanno intese nel senso che, mentre è libera l'autonomia collettiva sia nel determinare l'ammontare della retribuzione, sia nell'individuarne le componenti, resta invece riservato alla legge, in coerenza con le finalità perequative e livellatrici del trattamento di fine rapporto, l'individuazione dell'indennità di fine servizio, con l'esclusione di ogni forma di integrazione ulteriore che non costituendo l'effetto contabile diretto dell'incremento della base retributiva, si pone quale elemento aggiuntivo al trattamento di fine rapporto, già predeterminato per legge, con funzione sostanzialmente uguale. Consegue l'impossibilità per l'autonomia collettiva di introdurre o conservare trattamenti di fine rapporto aventi, sia pure con diversa struttura, una funzione di integrazione o di mera duplicazione del trattamento legale (nel caso di specie la S.C. ha rigettato il ricorso avverso la sentenza del tribunale che aveva ritenuto l'invalidità degli artt. 38 del Ceni 31 maggio 1989 e 42 del Ceni 12 novembre 1983 degli spedizionieri che contenevano la previsione di una forma di indennità in contrasto con la nuova disciplina del tfr).
Cass. n. 1546/1998
La nuova disciplina dei trattamento di fine rapporto, introdotta dalla legge n. 297 del 1982, non soltanto si applica a tutte le indennità di fine rapporto comunque denominate e da «qualunque fonte disciplinate» (e quindi anche agli accordi individuali), ma è dotata di efficacia assolutamente inderogabile, sia in melius sia in peius. Ciò vale non soltanto nell'ambito dell'autonomia collettiva — alla quale è lasciata ampia discrezionalità solo nella determinazione della retribuzione utile ai fini del calcolo del tfr — ma anche in quello dell'autonomia individuale. Conseguentemente tutti i patti o le condizioni che prevedono indennità delle quali non risulta un'autonoma causa che possa consentire il riconoscimento di una funzione diversa dal tfr restano comunque travolti dalla nullità disposta in via generale dall'art. 4 della legge n. 297 cit. (Fattispecie relativa ad una indennità, priva di autonoma causa, corrisposta in un primo momento come incentivo all'esodo, in adempimento di accordi sindacali, e successivamente in spontanea osservanza di una prassi aziendale).
Cass. n. 7187/1996
Il valore dei pasti, di cui il lavoratore può fruire in una mensa aziendale o presso esercizi convenzionati con il datore di lavoro, non costituisce elemento integrativo della retribuzione, allorché il servizio mensa costituisca un'agevolazione di carattere assistenziale, anziché un corrispettivo obbligatorio della prestazione lavorativa, non essendo prevista l'erogazione di un'indennità sostitutiva in favore di tutti i lavoratori che non vogliono (o non abbiano la possibilità di) usufruire della mensa, atteso che in tale ipotesi viene meno la natura retributiva del relativo servizio per la mancanza di corrispettività della relativa prestazione rispetto a quella lavorativa e di collegamento causale tra l'utilizzazione della mensa ed il lavoro prestato, sostituendosi ad esso un nesso meramente occasionale con il rapporto, condizionato dal comportamento facoltativo del singolo dipendente.
Cass. n. 7177/1996
Per il computo dell'indennità di anzianità, prevista dall'art. 2120 c.c. nel testo previgente, e del Tfr, previsto dall'art. 2120 c.c. nel testo vigente, il legislatore ha assunto come parametro di riferimento una nozione di retribuzione omnicomprensiva. Perciò nella predetta base di calcolo va incluso il compenso per lavoro straordinario anche se di ammontare variabile; infatti il carattere continuativo di cui all'art. 2121 primo comma c.c., o quello non occasionale introdotto nel nuovo testo dell'art. 2120 secondo comma c.c., si riferisce all'esistenza della prestazione straordinaria e non alla sua cadenza temporale, che può essere anche periodica (e non in senso assoluto), perché espletata per organizzazione del lavoro e quindi non imprescindibile o fortuita. Per il computo del suddetto compenso, in assenza di norme collettive, il giudice è svincolato da rigidi criteri di calcolo (come quello dell'importo minimo costantemente percepito dal lavoratore o quello dell'ultimo compenso prima della cessazione del rapporto o quello della media dei compensi dell'ultimio triennio, applicando analogicamente il criterio previsto dall'art. 2121 secondo comma c.c.) e può procedere ad una valutazione equitativa ai sensi dell'art. 432 c.p.c. scegliendo eventualmente medie aritmetiche riferite non necessariamente ad un arco di tempo triennale se non rilevante per il riconoscimento del requisito della continuità della prestazione.
Cass. n. 9737/1995
La clausola di un contratto collettivo stipulato anteriormente all'entrata in vigore della L. 29 maggio 1982, n. 297, la quale, escludendo dal computo dell'indennità di anzianità il compenso per il lavoro straordinario sia affetta da nullità per contrasto con l'art. 2120 c.c. nel testo allora vigente, non rivive a seguito della eliminazione di tale contrasto disposta dalla stessa L. n. 297, essendo una tale reviviscenza incompatibile con la radicale inidoneità. del negozio nullo a produrre effetti (dal che consegue, altresì, l'inapplicabilità del principio di conservazione del negozio) e richiedendosi, al fine di rimuovere la suddetta nullità, una nuova dichiarazione di volontà resa nel vigore della nuova legge e produttiva di effetti solo dal momento della sua manifestazione.
Cass. n. 9627/1995
L'art. 2120 c.c. nel testo modificato dall'art. 1, L. 29 maggio 1982, n. 297, ha sostituito per la determinazione del trattamento di fine rapporto, alla nozione di retribuzione onnicomprensiva della normativa precedente, fondata sulla continuità, quella diversa e più ampia della non occasionalità, che, attenendo non alla frequenza dell'erogazione ma all'omogeneità del relativo titolo rispetto al normale svolgimento del rapporto di lavoro consente di comprendere anche indennità non continuative, purché non occasionali.
Cass. n. 4872/1995
Le clausole della contrattazione collettiva nulle per contrasto con gli artt. 2120 e 2121 c.c. (testo previgente) devono ritenersi inefficaci anche a seguito dell'entrata in vigore della legge 29 maggio 1982, n. 297, benché questa espressamente abiliti l'autonomia collettiva a derogare alla nozione legale di retribuzione da prendersi a base per il calcolo del trattamento di fine rapporto (T.F.R.), sia in base al dato letterale della statuizione, da parte della nuova legge, della nullità delle pattuizioni collettive in materia e della sostituzione di diritto delle stesse con la nuova disciplina legale, sia in base alla considerazione che la legge, nel consentire alle parti sociali di derogare alla nuova normativa, muove dal presupposto che esse, nel convenire la disciplina difforme da quella legale, abbiano presente proprio tale sua funzione derogatoria.
Cass. n. 4197/1995
L'attribuzione ad un dipendente del godimento di un alloggio costituisce componente in natura della retribuzione, da considerare ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto, se è ravvisabile una diretta connessione tra tale concessione e la posizione lavorativa dell'interessato, a prescindere dal nomen iuris impiegato dalle parti. (Nella specie la Suprema Corte ha confermato la sentenza con cui il giudice di merito aveva riconosciuto la suindicata natura alla attribuzione di un alloggio ad un dirigente, qualificata dalle parti come comodato, dando rilievo al fatto che essa, benché iniziata due mesi prima della nomina a dirigente, era avvenuta in vista e in considerazione di quest'ultima, e che, secondo gli accordi, la cessazione della carica comportava la restituzione dell'alloggio).
Cass. n. 5399/1994
Con riguardo ad un rapporto di lavoro proseguito nella vigenza della L. 29 maggio 1982, n. 297 — relativamente al quale la determinazione dell'indennità di anzianità per il periodo sino al 31 maggio 1982 deve essere effettuata in base al principio dell'onnicomprensività, confluendo poi il risultato di tale calcolo nel trattamento di fine rapporto previsto dalla legge citata —, ove occorra stabilire se tale trattamento, determinato convenzionalmente, sia più favorevole di quello legale, devono considerarsi comprese nel primo anche quelle erogazioni collegate, ai sensi della contrattazione collettiva, a condizioni venute ad esistenza non già alla data sopra indicata, bensì ad un momento successivo, e cioè nel vigore della nuova normativa, in quanto anche esse concorrono a comporre, in via integrativa, il trattamento convenzionale di fine rapporto rientrando nella previsione di cui all'art. 4, comma 5, della L. n. 297 del 1982. (Nella specie l'impugnata sentenza aveva ritenuto fondata la pretesa del lavoratore concernente la determinazione legale dell'indennità di anzianità con il computo delle indennità di trasferta forfettaria, e auto-moto nonché del compenso per lavoro straordinario; la Suprema Corte ha cassato la decisione osservando che nel confronto fra trattamento legale e trattamento convenzionale doveva considerarsi in quest'ultimo l'erogazione di quattro mensilità di retribuzione collegata alle dimissioni del lavoratore intervenute nel vigore della L. n. 297 del 1982).
Cass. sez. un. n. 3888/1993
Le maggiorazioni retributive e le indennità erogate in corrispettivo di prestazioni di lavoro notturno, non occasionali, ma continuative ed organizzate secondo regolari turni periodici, costituiscono parte integrante della ordinaria retribuzione globale di fatto giornaliera e, come tali concorrono alla composizione della base di computo non solo dell'indennità di anzianità o del trattamento di fine rapporto ? ai sensi della nozione omnicomprensiva di retribuzione, recepita dagli artt. 2120 e 2121 c.c., sia nel testo anteriore che in quello successivo all'entrata in vigore della L. 29 maggio 1982, n. 297 ? ma anche di quegli istituti retributivi per la cui liquidazione la legge (come, l'art. 5 della L. 27 maggio 1949, n. 260, per il compenso del lavoro prestato durante le festività) o la contrattazione collettiva (come, con riguardo alla gratifica natalizia, l'art. 17 dell'Accordo interconfederale 27 ottobre 1946, per i dipendenti da imprese industriali private, reso efficace erga omnes con D.P.R. n. 1070 del 1960 ed efficace anche oltre la sua scadenza, fino alla sostituzione, o alla deroga in melius, con altro contratto collettivo) facciano riferimento a siffatta nozione di retribuzione globale di fatto.
Il servizio mensa — il quale (sia nel regime anteriore all'entrata in vigore dell'art. 6 del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, convertito in L. 8 agosto 1992, n. 359, che in quello da tale norma espresso, che assume, pertanto, il valore di disposizione «confermativa», senza porsi in contrasto con gli artt. 3, 24, 36, 39, 101, 102 e 104 Cost.) ancorché obbligatoriamente apprestato dal datore di lavoro, in adempimento di quanto stabilito dalla contrattazione collettiva, non ha natura di retribuzione in natura, difettando del requisito della corrispettività, in quanto la sua fruizione non è causalmente correlata al solo fatto della prestazione lavorativa, ma presuppone un ulteriore atto volontario del lavoratore — può nondimeno assumere siffatta natura allorché le clausole di previsione stabiliscano altresì l'erogazione di una indennità sostitutiva (rispetto alla quale si configura una obbligazione facoltativa del datore di lavoro, con scelta della prestazione rimessa al creditore) a quanti non fruiscano del servizio stesso, ma tale assunzione non può che avvenire nei limiti risultanti dalle dette clausole e perciò con riguardo al solo valore convenzionale dell'indennità e non anche al valore reale, con la conseguenza che, ai fini del computo del relativo emolumento in istituti retributivi indiretti o differiti, deve farsi riferimento esclusivamente al detto valore convenzionale, venendo in rilievo, per la differenza rispetto al valore reale, la natura «ontologicamente» non retributiva del servizio e, quindi, la non computabilità a tali fini.
Cass. n. 1341/1992
La computabilità del compenso per lavoro straordinario ai fini della determinazione dell'indennità di anzianità presuppone la continuità di tale lavoro, che deve essere provata dal lavoratore, ma non ne implica una preventiva pattuizione né la predeterminazione o predeterminabilità secondo parametri prefissati; restando esclusi dalla detta computabilità i compensi per quelle prestazioni a carattere saltuario o non continuativo, i quali, pertanto, nell'ipotesi in cui il compenso globale per il lavoro straordinario riguardi sia prestazioni continuative che prestazioni non continuative (nella specie, cosiddetti picchi anomali), debbono essere scorporati dal compenso per straordinario computabile al fine della determinazione dell'indennità di anzianità. La computabilità, a tale scopo, del compenso per lavoro straordinario continuativo riguarda detto compenso nella sua interezza, e non già la sola percentuale di maggiorazione per lo stesso straordinario, essendo nulle eventuali clausole derogatrici del principio di onnicomprensività adottato dagli artt. 2120, comma terzo, e 2121, comma primo, c.c. (nel testo anteriore alla L. n. 297 del 1982).
Cass. n. 1778/1976
Gli elementi integrativi della retribuzione, per essere computabili nell'indennità di anzianità e in quella sostitutiva del preavviso, debbono rappresentare per il datore di lavoro una controprestazione obbligatoria, che costituisca il corrispettivo, determinato o determinabile nel suo ammontare, di una prestazione di lavoro ed avere carattere continuativo; pertanto il compenso per il lavoro domenicale non costituisce ai fini predetti, elemento integrante della retribuzione quando — come di frequente avviene — tale prestazione lavorativa sia soltanto eventuale, occasionale ed episodica; quando, invece, nell'ambito del rapporto di lavoro — ed, in ispecie, in quello intercorrente tra l'editore di un quotidiano e un giornalista, che è caratterizzato da speciali esigenze di conti¬nuità del servizio — siasi pattuita tra le parti, sia pure tacitamente, l'abituale prestazione del lavoro domenicale quale parte integrante della normale attività costitutiva dell'obbligazione di lavoro, il compenso per tale specifica prestazione — sia stato esso convenuto o meno a forfait — deve essere, anche esso, compreso nel calcolo delle suddette indennità ai sensi dell'art. 2121 c.c.
Cass. n. 4010/1975
Il compenso per il lavoro svolto nelle domeniche e nelle festività infrasettimanali in modo ininterrotto va calcolato, a norma dell'art. 2121 c.c., nelle indennità di fine rapporto, presentando, oltre ai requisiti della determinatezza e della continuità, anche quello della obbligatorietà, poiché, nel mentre l'accordo relativo allo svolgimento della prestazione lavorativa nelle suddette festività, non è invalido, l'invalidità di quello avente ad oggetto la rinunzia del riposo settimanale non esclude, ai sensi dell'art. 2126 secondo comma c.c., l'obbligo dell'imprenditore di corrispondere la retribuzione del lavoro effettivamente svolto di domenica. Il suddetto compenso, ove sia commisurato ad una retribuzione mensile fissa e predeterminata e presenti, quindi, un carattere di variabilità, dipendente soltanto dal fatto, puramente estrinseco, della diversa distribuzione delle domeniche e delle festività nei vari mesi dell'anno, deve essere computato nel calcolo delle indennità di fine rapporto in base alla media dell'ultimo anno di servizio e non a quella dell'ultimo triennio, come, invece, prescritto dall'art. 2121 c.c. con esclusivo riferimento ai compensi, la cui variabilità abbia carattere intrinseco.
Quesiti degli utentirelativi all'articolo 2120 del c.c.
Articolo 2120 Codice civile - Disciplina del trattamento di fine rapporto
Quesito n. 16391
P. R. chiede
“Sono proprietario di “prima casa” nel comune di (omissis), acquistata nel 2012 senza chiedere anticipazioni del TFR.
L’abitazione contigua alla mia sta per andare all’asta, la gestione della quale è stata affidata dal Tribunale ad un Notaio della zona, alla quale ho interesse a partecipare con l’intenzione, dopo l’eventuale aggiudicazione, di procedere ad accorpamento dei due immobili per ottenerne uno solo ove continuerei ad abitare.
La normativa fiscale considera esplicitamente questo caso, confermando che si applicano le agevolazioni fiscali “prima casa”. Mi riferisco alle Risoluzioni n. 25 del 25/02/2005 e n. 142/E del 4/06/2009 nonché alle Circolari n. 3 del 12/08/2005 e n. 18/E del 29/05/2013 dell’Agenzie delle Entrate.
Per questa ragione ho deciso di chiedere all’azienda presso la quale lavoro da nove anni anticipazione di quota del TFR per saldare l’asta in caso di aggiudicazione.
In particolare avrei bisogno dell'importo dopo la redazione notarile del “verbale di aggiudicazione” ma prima della data di saldo, che secondo i documenti dell'asta dovrebbe avvenire entro 120 giorni… senza l'erogazione rischierei di non poter saldare, perdendo la cauzione pari al 15% del prezzo offerto.
So che la Corte Costituzionale (sent. 142/1991) ha sancito il principio generale che è sufficiente esibire documenti che attestano che l’acquisto è in fase di perfezionamento. Nel mio caso, trattandosi di asta giudiziaria, sarebbe appunto il “verbale di aggiudicazione”.
Ritenete corretta la mia opinione per cui ho titolo all’anticipazione della TFR nel caso descritto ed in particolare la richiesta di erogazione dell’anticipazione di TFR dopo la redazione notarile del “verbale di aggiudicazione” ma prima della data di saldo?”
Consulenza legale i 24/07/2016
Nel caso specifico occorre analizzare la normativa sull’erogazione del TFR, prevista dalla Legge n. 297 del 29/5/1982.
In particolare, l’art. 6, punto B, prevede espressamente: “è ammessa la richiesta di anticipazione del dipendente solo quando lo stesso, il coniuge ed i figli se conviventi non risultino proprietari di unità immobiliari abitative nell'ambito della provincia ove è situata la sede di lavoro e nell'ambito della provincia ove si è eletto domicilio... ".
Nel caso specifico, dando per scontato che i familiari più stretti (moglie e figli conviventi) non siano proprietari di altra abitazione nella stessa provincia del luogo di lavoro e superato il problema dell’applicabilità dell’agevolazione prima casa, in quanto effettivamente la nuova abitazione sarà accorpata alla preesistente, è necessario valutare cosa accade nel caso di acquisto tramite asta giudiziaria.
Sebbene la relativa legge non preveda espressamente il caso dell’acquisto mediante asta, non esistono motivi per escludere tale possibilità. L’acquisto all’incanto è infatti un modo di trasferimento dei beni del tutto normale e legittimo, con l’unica particolarità che il titolo di acquisto non sarà costituito da un atto notarile ma da un decreto di aggiudicazione emesso dal giudice. Ciò, di norma, anche nel caso in cui la vendita sia curata da notaio.
La normativa stabilisce che il TFR possa essere anticipato per l'acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, documentato "con atto notarile" (art. 2120 c.c., c. 8 lett. b), ma la Corte Costituzionale (sentenza n. 142 del 5.4.1991) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma nella parte in cui non prevede, in ipotesi di acquisto in itenere, la possibilità di provarne l’acquisto con mezzi idonei a dimostrarne l’effettività (ad es. preliminare di acquisto).
Possiamo fare nostre le considerazioni della Consulta, laddove afferma: "Conseguentemente anche la prescrizione dell'atto notarile, il cui carattere vincolato si giustifica solo nella ricostruzione restrittiva operata dalla Corte di cassazione perché correlato alla forma più ricorrente di acquisto definitivo, non può più costituire esclusiva tipizzazione legale della prova di cui è onerato il lavoratore che richieda l'anticipazione, atteso che l'acquisto in itinere può atteggiarsi in diverse e variegate fattispecie concrete (preliminare di compravendita, partecipazione a cooperativa edilizia, costruzione dell'immobile su suolo proprio ed ogni altra possibile fattispecie acquisitiva a realizzazione progressiva); deve quindi consentirsi che esso possa essere parimenti provato anche con mezzi diversi dall'atto notarile, i quali - secondo il prudente apprezzamento del giudice del merito - ne dimostrino l'effettività, ossia dimostrino la serietà dell'operazione negoziale in corso e quindi la sua attendibile idoneità al raggiungimento del fine dell'acquisto della prima casa di abitazione per il lavoratore medesimo o i suoi figli".
Sembra, quindi, che il verbale di aggiudicazione possa costituire un valido titolo per ottenere l'anticipazione del TFR dal datore di lavoro.
Quesito n. 16163
Libero P. chiede
“Buon giorno, ero un dipendente INAIL sino al 2015 e ho un problema di interpretazione sulla normativa del TFR.
Dal 1986 sino al 2005 ho svolto l'attività di portiere di immobili di proprietà dell'INAIL e sino alla dismissione degli stessi il mio contratto di lavoro era regolato dal CCNL di portieri dipendenti di proprietari di fabbricati. Il calcolo del TFR previsto dal CCNL in parola comprendeva tutte le voci retributive, in pratica la retribuzione di fatto.
Nel 2005, a seguito della dismissione degli immobili, sono stato inquadrato come impiegato all'interno dell'INAIL con una retribuzione ragguagliata a quella precedentemente percepita, ma suddivisa in 1) stipendio tabellare 2) assegno ad personam riassorbibile 3) indennità di ente e di professionalità.
il totale della retribuzione è rimasto sostanzialmente invariato.
Posto che per il calcolo del TRF del CCNL del parastato viene preso in considerazione unicamente lo stipendio tabellare con esclusione delle altre voci e posta l’attuale radice privatistica anche del CCNL del parastato vorrei sapere se il mio TFR deve essere calcolato comprendendo tutte le voci dello stipendio di fatto.
Consulenza legale i 27/05/2016
Al fine di determinare quali debbano essere le voci retributive da considerare per calcolare il trattamento di fine rapporto (TFR), con riferimento ad un dipendente dell'INAIL, occorre necessariamente fare riferimento a quanto chiarito dalla Giurisprudenza in casi analoghi: "In tema di base di calcolo del trattamento di quiescenza e di fine rapporto spettante ai dipendenti degli enti pubblici del cd. parastato, l'art. 13, l. 20 marzo 1975 n. 70, di riordinamento di tali enti e del rapporto di lavoro del relativo personale, detta una disciplina del trattamento di quiescenza o di fine rapporto (rimasta in vigore, pur dopo la contrattualizzazione dei rapporti di pubblico impiego, per i dipendenti in servizio alla data del 31 dicembre 1995 che non abbiano optato per il t.f.r. di cui all'art. 2120 c.c.), non derogabile neanche in senso più favorevole ai dipendenti, costituita dalla previsione di un'indennità di anzianità pari a tanti dodicesimi dello stipendio annuo in godimento quanti sono gli anni di servizio prestato, lasciando all'autonomia regolamentare dei singoli enti solo l'eventuale disciplina della facoltà del dipendente di riscattare, a totale suo carico, periodi diversi da quelli di effettivo servizio. Il riferimento, quale base di calcolo, allo stipendio complessivo annuo, ha valenza tecnico — giuridica, sicché deve ritenersi esclusa la computabilità di voci retributive diverse dallo stipendio tabellare e dalla sua integrazione mediante scatti di anzianità o componenti retributive similari e devono ritenersi abrogate o illegittime, e comunque non applicabili, le disposizioni di regolamenti, come quello dell'I.n.p.s., prevedenti, ai fini del t.f.r. o di quiescenza comunque denominato il computo in genere delle competenze a carattere fisso e continuativo (cfr. T.A.R. Roma, (Lazio), Sez. III, 3 maggio 2011, n. 3821).
Pertanto, in sostanza, la Giurisprudenza ha chiarito che, la base di calcolo per il TFR, deve essere costituita dallo stipendio tabellare e da "componenti retributive similari".
Inoltre, è stato precisato che, i singoli Enti, tra cui l'INAIL, non possono derogare a tale principio, prevedendo che la base di calcolo per il TFR possa prendere in considerazione, in generale, tutte le competenze a carattere fisso e continuativo.
In relazione alla medesima questione, la Cassazione Civile ha chiarito che "In tema di base di calcolo del trattamento di quiescenza o di fine rapporto spettante ai dipendenti degli enti pubblici del cd. parastato, l'art. 13 l. n. 70 del 1975, di riordinamento di tali enti e del rapporto di lavoro del relativo personale, detta una disciplina del trattamento di quiescenza o di fine rapporto (rimasta in vigore, pur dopo la contrattualizzazione dei rapporti di pubblico impiego, per i dipendenti in servizio alla data del 31 dicembre 1995 che non abbiano optato per il t.f.r. di cui all'art. 2120 c.c.), non derogabile neanche in senso più favorevole ai dipendenti, costituita dalla previsione di un'indennità di anzianità pari a tanti dodicesimi dello stipendio annuo in godimento quanti sono gli anni di servizio prestato, lasciando all'autonomia regolamentare dei singoli enti solo l'eventuale disciplina della facoltà per il dipendente di riscattare, a totale suo carico, periodi diversi da quelli di effettivo servizio. Il riferimento quale base di calcolo allo stipendio complessivo annuo ha valenza tecnico-giuridica, sicché deve ritenersi esclusa la computabilità di voci retributive diverse dallo stipendio tabellare e dalla sua integrazione mediante scatti di anzianità o componenti retributive similari (nella specie, l'indennità di funzione ex art. 15, comma 2, l. n. 88 del 1989 per la responsabilità di struttura rurale) e devono ritenersi abrogate o illegittime, e comunque non applicabili, le disposizioni di regolamenti come quello dell'Inps, prevedenti, ai fini del t.f.r. o di quiescenza comunque denominato, il computo in genere delle competenze a carattere fisso e continuativo. Né, in senso contrario, possono addursi dubbi di legittimità costituzionale, atteso che, in caso di trattamento globale costituito da più componenti, qual è l'indennità di buonuscita rispetto al trattamento dei lavoratori pubblici privatizzati, il rispetto dell'art. 36 cost. deve essere valutato in relazione alla totalità dell'emolumento. (Principio affermato ai sensi dell'art. 360 bis, comma 1, c.p.c.) (cfr. Cassazione civile, Sez. VI, 25 febbraio 2011, n. 4749).
In sostanza, alla luce della sentenza ora richiamata, si ritiene di escludere che l'indennità di Ente e di professionalità possa rientrare nella base per computare il TFR.
Nello stesso senso, si è pronunciata la Cassazione Civile, quindi nel senso di escludere dalla base per il calcolo del TFR la cd. indennità di Ente: "In tema di trattamento di fine servizio per i pubblici dipendenti in servizio al 31 dicembre 1995, è demandata alla contrattazione collettiva soltanto la definizione delle modalità applicative della disciplina in materia di t.f.r. (art. 2, comma 7, l. n. 335 del 1995) e la "nuova regolamentazione contrattuale della materia", destinata a superare la previgente disciplina (ex art. 72, comma 3, d.lg. n. 29 del 1993, ora trasfuso nell'art. 69, comma 2, d.lg. n. 165 del 2001), va riferita ad un intervento complessivo di modifica del quadro normativo e non a meri interventi specifici su taluni punti, quali l'inclusione di specifiche voci retributive nella base di calcolo dell'indennità di buonuscita. Ne consegue che, in difetto di specifiche disposizioni e stante l'inderogabilità della normativa previdenziale, all'autonomia collettiva è preclusa l'inclusione di ulteriori elementi retributivi nella base di calcolo dell'indennità di buonuscita. (Principio applicato in controversia concernente la computabilità, nell'indennità di buonuscita del personale degli enti ed istituzioni di ricerca e sperimentazione, cessato dal servizio tra il 1998 e il 1999, della cosiddetta "indennità di ente", istituita, a decorrere dall'1 gennaio 1996, dall'art. 44 del c.c.n.l. di comparto 7 ottobre 1996)" (cfr. Cassazione civile, Sez. Lav., 30 dicembre 2009, n. 27836).
Per concludere, nel caso di specie, al fine del computo del TFR spettante al dipendente, si ritiene di dovere certamente computare lo stipendio tabellare; inoltre alla luce della Giurisprudenza richiamata, si ritiene di escludere che l'indennità di Ente e di professionalità possa essere computata; infine, per la medesima ratio, si ritiene di escludere altresì che possa essere considerato l'assegno ad personam.
Quesito n. 14773
LUISELLA P. chiede
nel mese di giugno 2014 sono stata licenziata per messa in liquidazione della società per la quale ho lavorato da dicembre 2001.
A tutt'oggi il datore di lavoro non mi ha corrisposto il T.F.R. maturato.
La mia domanda è: posso rivolgermi al Fondo di Garanzia INPS per ottenere in tutto o in parte quanto mi spetta?
Per completezza, la ditta era artigiana metalmeccanica e occupava meno di 10 dipendenti, ed è tutt'ora in liquidazione.
Ringraziando per la risposta che mi vorrete dare, saluto cordialmente.”
Consulenza legale i 16/11/2015
Il Trattamento di Fine Rapporto, T.F.R., è quell'importo di denaro che compete a tutti i lavoratori subordinati che abbiano cessato un rapporto di lavoro per una qualunque causa. E' disciplinato dall'art. 2120 del c.c. e va calcolato sommando, per ogni anno, una quota pari alla retribuzione annuale diviso per un certo coefficiente, cui si aggiunge la rivalutazione dell'importo accantonato l'anno precedente.
Il T.F.R. va corrisposto alla fine del rapporto di lavoro dal datore di lavoro al lavoratore, senza dilazione. Il dipendente ha la possibilità di agire fin da subito per il recupero del suo credito mediante decreto ingiuntivo che sarà provvisoriamente esecutivo, in quanto il credito è provato da dei documenti provenienti dal creditore, come la busta paga e il C.U.D.
Il decreto ingiuntivo può essere pacificamente ottenuto anche contro una società posta in liquidazione e il credito del lavoratore è assistito da privilegio (quindi il dipendente va pagato prima dei creditori non privilegiati, detti "chirografari").
Tuttavia, se la società è ormai decotta, c'è anche la possibilità di chiederne la dichiarazione di fallimento: bisognerà verificare nel caso concreto le condizioni economiche della società e valutare il da farsi con un legale.
Quanto al "Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto", va premesso innanzitutto che esso è stato istituito dall' art. 2 della legge 29 maggio 1982, n. 297 presso l'Inps. Con il D.L. 80/92 è stato esteso alle ultime retribuzioni e anche alla previdenza complementare.
Il Fondo ha lo scopo di sostituirsi al datore di lavoro, in caso di insolvenza di quest'ultimo nel pagamento del T.F.R. e/o delle ultime tre mensilità ai lavoratori subordinati, cessati dal lavoro, o loro aventi diritto. Esso interviene in tutti i casi di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, ma solamente a condizione che sia stato accertato lo stato di insolvenza del datore di lavoro.
Cosa significa, nel caso in esame?
La società in oggetto è tutt'oggi in liquidazione ma non risulta soggetta a procedure concorsuali (fallimento, concordato preventivo, ...).
Per ottenere accesso al Fondo dell'INPS dovrà pertanto percorrersi il seguente iter.
Il dipendente deve ottenere un titolo esecutivo (come un decreto ingiuntivo) e procedere alla notifica dello stesso e dell'atto di precetto. Successivamente, va chiesto al competente Ufficiale Giudiziario il pignoramento dei beni del debitore (mobiliari e/o immobiliari): solo se il ricavato della vendita risulti insufficiente, interverrà il Fondo di Garanzia.
A questo punto va presentata domanda presso la sede Inps del territorio di residenza (vedi il modello "Domanda di intervento del Fondo di Garanzia per la liquidazione del TFR di cui all' art.2 L. 297/82 e/o dei Crediti di lavoro di cui all' art. 2 Dlgs 80/92 - TFR/cl (SR50)" alla pagina web http://www.inps.it/Modulistica/compila.asp), cui vanno allegati, fra gli altri documenti, l'originale del titolo esecutivo in base al quale è stata esperita l'esecuzione forzata, copia autentica dall'atto di precetto e copia autentica del verbale di pignoramento mobiliare negativo o, se in parte positivo, copia della sentenza che assegna le somme al creditore.
Si ricordi che l'ente previdenziale non ha l'obbligo di acquisire d'ufficio la documentazione, quindi incombe sul lavoratore l'onere di presentare un'istanza completa di tutti gli allegati (v. Cass., sez. lav., 12.07.1999 n. 7355).
La domanda al fondo di garanzia si prescrive in 5 anni dalla data del verbale di pignoramento negativo, in assenza di un valido atto di interruzione della prescrizione (vedi le circolari n. del 31.5.1993 e n. 74 del 15.7.2008).
Per la presentazione del ricorso per decreto ingiuntivo è necessario rivolgersi ad un avvocato.
Quesito n. 12911
Pierluigi D. chiede
“Dipendente di Impresa marittima per 8 mesi nel 2014.
Dalla Certificazione Unica 2015 relativa ai redditi 2014 risulta un TFR maturato e trattenuto in azienda. E' possibile chiedere nell'anno in corso 2015 la liquidazione della somma maturata? A chi richiedere: All' Impresa o all' INPS?
Consulenza legale i 24/04/2015
Chi ha scelto di lasciare il TFR in azienda, quando cessa il rapporto di lavoro, ha il diritto di ricevere la liquidazione dell’intero trattamento di fine rapporto maturato fino a quel momento, ai sensi dell'art. 2120 del codice civile.
Secondo l'orientamento dottrinale e giurisprudenziale assolutamente prevalente, il pagamento del TFR deve essere effettuato non appena si verifica la cessazione del rapporto di lavoro (Cass. civ., 23.4.2009, n. 9695, ad esempio, ha affermato che il termine iniziale di decorso della prescrizione del diritto al TFR va individuato nel momento in cui tale diritto può essere fatto valere, e cioè nel momento in cui il rapporto di lavoro subordinato cessa e non già in quello in cui sia stato accertato giudizialmente l'effettivo ammontare delle retribuzioni spettanti).
A ciò non osta neppure il fatto che nel momento esatto dello scioglimento del rapporto non sia possibile determinare immediatamente il quantum, essendo necessario effettuare alcuni calcoli: quindi, il ritardo nel pagamento implica l'obbligo di corrispondere anche gli interessi e la rivalutazione (v. ad es. Cass. civ., n 3219/2005).
Si dovranno comunque verificare anche i termini previsti dai Contratti Collettivi Nazionali di categoria (che comunque non possono prevedere un termine superiore ad alcune settimane dalla cessazione del rapporto).
Nel caso di specie, la richiesta del TFR relativo al 2014 ci sembra effettuabile da subito.
A chi rivolgere la richiesta del TFR?
Di norma, il TFR va richiesto al datore di lavoro, con alcune precisazioni.
Il TFR lasciato in azienda, per i dipendenti di aziende con almeno 50 dipendenti, viene trasferito al Fondo di Tesoreria per l'erogazione del TFR ai dipendenti del settore privato, gestito dall'Inps.
La legge finanziaria per l’anno 2007, infatti, ha istituito il "Fondo per l’erogazione ai lavoratori dipendenti del settore privato dei trattamenti di fine rapporto di cui all’articolo 2120 del codice civile".
Ai sensi dell’art. 2, comma 1, del D.M. 30 gennaio 2007, il Fondo di Tesoreria è deputato ad erogare il trattamento di fine rapporto e le relative anticipazioni secondo le consuete modalità di cui all’art. 2120 c.c., in riferimento alla quota maturata dal dipendente a far data dal 1 gennaio 2007.
Materialmente, tuttavia, le prestazioni di cui al comma 1 sono erogate dal datore di lavoro anche per la quota parte di competenza del Fondo, salvo conguaglio da valersi prioritariamente sui contributi dovuti al Fondo riferiti al mese di erogazione della prestazione e, in caso di incapienza, sull’ammontare dei contributi dovuti complessivamente agli Enti previdenziali nello stesso mese (secondo comma dell'art. 2).
Infine, l' art. 2 della legge 29 maggio 1982, n. 297 ha istituito presso l' INPS il "Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto" - esteso col D.L. 80/92 alle ultime retribuzioni e anche alla previdenza complementare - avente lo scopo di sostituirsi al datore di lavoro, in caso di insolvenza di quest'ultimo, nel pagamento del TFR e/o delle ultime tre mensilità ai lavoratori subordinati, cessati dal lavoro, o loro aventi diritto. In questo caso, il Fondo di Garanzia interviene solo a condizione che sia stato accertato lo stato di insolvenza del datore di lavoro. Hai anche tu un problema legale su questo argomento?
Quesito n. 7214
“Buon giorno, a marzo del prossimo anno dovro' sostenere delle spese straordinarie per una ristrutturazione condominiale.
E' possibile richiedere un anticipo del tfr per ristrutturazione prima casa? Lavoro da più di 15 anni presso un'azienda attiva nel settore delle telecomuunicazioni.
L'art. 2120 del c.c., ottavo comma, individua i casi nei quali il prestatore di lavoro può richiedere l'anticipazione del Tfr limitandoli ad alcuni scopi precisi, ossia: alle spese sanitarie per terapie ed interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche
all'acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, documentato con atto notarile.
In tema di acquisto della prima abitazione, merita di essere ricordato un orientamento di parte della giurisprudenza di merito che equipara tale ipotesi anche a quella di costruzione in proprio della prima casa di abitazione, al pari di qualsiasi modo di acquisto a titolo originario o derivativo. In tali casi, la richiesta deve essere supportata da idonea documentazione onde dimostrare la necessità della spesa.
Alla luce di tale orientamento - che, in considerazione della sostanziale identità dello scopo acquisitivo, assimila l'acquisto della prima casa alla costruzione in proprio della stessa - potrebbe anche ritenersi che la richiesta di anticipazione possa essere legittimata, ai sensi dell'ottavo comma dell'art. 2120 del c.c., dalla ristrutturazione di una casa di proprietà, sempre che si tratti di spese necessarie per consentire l'abitabilità di un edificio da adibire a prima abitazione del dipendente o dei figli.
Quesito n. 6863
“E' possibile, ottenere il TFR e eventualmente in quale percentuale, per l' estinzione parziale mutuo prima casa?
Parlo di parziale, perche' il mio anticipo non sarebbe sufficiente a un estinzione totale, ma potrei abbattere il debito notevolmente pagando cosi' meno interessi.
Consulenza legale i 29/10/2012
La disciplina del trattamento di fine rapporto si riscontra all'[[2120cc]] nel quale si legge che "il prestatore di lavoro con almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro, può chiedere, in costanza di rapporto di lavoro, un'anticipazione non superiore al 70 % sul trattamento cui avrebbe diritto nel caso di cessazione del rapporto alla data della richiesta".
Inoltre, la norma specifica all'ottavo comma che la richiesta deve essere giustificata dalla necessità di: eventuali spese sanitarie per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche;
acquisto della prima casa di abitazione per sè o per i figli, documentato con atto notarile. Pertanto, nel caso di specie, la richiesta di anticipazione del TFR rientra legittimamente nell'ipotesi prevista dall'art. 2120 del c.c., VIII co. lett. b).
Quesito n. 5532
ADA chiede
“Devo sostenere le spese di matrimonio di mio figlio, ed ho chiesto un'anticipazione del tfr di mio marito ma l'ente dove lavora mi ha risposto che, le spese di matrimonio di mio figlio, non rientrano nei casi di previsti dalla legge per l'anticipo tfr.
Consulenza legale i 05/05/2012
L'ottavo comma dell'art. 2120 del c.c. disciplina le ipotesi in cui il prestatore può chiedere l'anticipazione del TFR. Infatti, la norma precisa che la richiesta deve essere giustificata dalla necessità di :
b) acquisto della prima casa di abitazione per sè o per i figli, documentato con atto notarile.
Pertanto, la richiesta di anticipazione del TFR giustificata dalla necessità di provvedere alle spese delle nozze del figlio non rientra nelle ipotesi in cui il prestatore può richiedere la predetta anticipazione. Hai anche tu un problema legale su questo argomento?
Quesito n. 5194
“Buongiorno, vorrei sapere se è possibile ottenere l'anticipo tfr per l'estinzione del mutuo prima casa , grazie”
Consulenza legale i 04/04/2012
L'estinzione del mutuo per l'acquisto della prima casa sembra essere una valida ragione per poter chiedere l'anticipazione del tfr. Secondo recente giurisprudenza, il collegamento funzionale tra l'acquisto della prima casa di abitazione e la richiesta di anticipazione avanzata dal lavoratore deve essere valutata dal giudice, utilizzando i criteri di ragionevolezza e normalità. Hai anche tu un problema legale su questo argomento?
Quesito n. 2076
“Ho chiesto un anticipo del tfr in quanto devo ristrutturare casa. Lavoro presso la stessa azienda da 27 anni e il datore di lavoro è d'accordo, ma l'impiegata contabile mia ha detto che ci vogliono giustificati motivi (acquisto prima casa,spese mediche...). Ma se il datore è d'accordo?
L'art. 2120 del c.c., ottavo comma, individua i casi nei quali il prestatore di lavoro può richiedere l'anticipazione del tfr:
- spese sanitarie per terapie ed interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche;
- acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, documentato con atto notarile.
L'art. 7 della legge n. 53/2000 prevede ulteriori ipotesi di ammissibilità all'anticipazione del tfr:
- spese affrontate dai dipendenti che, quali genitori, si avvalgano del diritto di assenza facoltativa o per la malattia del bambino;
- genitori che abbiano presentato domanda di congedo per la formazione, accolta dal datore di lavoro;
- genitori che abbiano partecipato ad iniziative di formazione continua.
La giurisprudenza di merito tende ad equiparare all'ipotesi di acquisto della prima casa quella di costruzione in proprio della prima casa di abitazione: la richiesta deve essere supportata da idonea documentazione onde dimostrare la necessità della spesa (v. sent. Trib. di Pavia 13.6.1984).
L'ultimo comma dell'art. 2120 c.c. consente di stabilire, mediante contratti collettivi o individuali, "condizioni di miglior favore": in relazione a tale disposizione le SS.UU., nella sentenza n. 7546/1998 ha stabilito che, per il suo contenuto e la sua collocazione, essa "si riferisce esclusivamente al regime generale delle anticipazioni che il prestatore di lavoro può ottenere sul TFR, della cui disciplina costituisce una sorta di norma di chiusura, e non può essere interpretata come assenso alla derogabilità in melius del trattamento di fine rapporto". La disciplina del Tfr, prosegue la Cassazione, "è dotata di efficacia inderogabile, sia in melius che in peius, non solo nell'ambito della autonomia collettiva - alla quale è lasciata una ampia discrezionalità solo nella determinazione della retribuzione utile ai fini del calcolo del Tfr (art. 2120, secondo comma) - ma anche in quello dell'autonomia individuale, sicché in materia non è lasciato più alcuno spazio a patti e condizioni più favorevoli al lavoratore, che restano comunque travolti da nullità in conseguenza del loro contrasto con la disciplina inderogabile prevista dalla legge".
La disciplina del tfr pare quindi derogabile solo limitatamente alla disciplina sulle anticipazioni. In ogni caso l'anticipazione va contenuta entro il 70% del trattamento che spetterebbe nel caso di cessazione del rapporto alla data della richiesta nonché entro il limite del 10% degli aventi titolo e del 4% del numero totale dei dipendenti.
Nel rispetto dei limiti sopra citati, la ristrutturazione della casa potrebbe consentire la richiesta di anticipazione del tfr ai sensi dell'ottavo comma dell'art. 2120 c.c.: deve però trattarsi di spese necessarie per consentire l'abitabilità di un edificio da adibire a prima abitazione dello stesso lavoratore richiedente o dei figli.
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Categorie: Imprenditore e impresa COMPRALO SUBITO! Newsletter

References: Articolo 2120

Articolo 2120
 sentenza 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 art. 360

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 art. 60

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 art. 2121
 art. 1

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Cass. 
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 art. 43

Cass. 
 art. 23

Cass. 
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Cass. sez. 

Cass. 

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Articolo 2120
 art. 15
 sentenza 
 art. 72
 art. 2
 art.2
 art. 2
 sentenza 
 Cass. 
 art. 2
 sentenza