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Timestamp: 2019-08-24 14:29:19+00:00

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Eternit, una sentenza esemplare – Articolo21
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Se ci fosse un insegnante o un preside veramente coraggioso e capace di rompere gli schemi, la sentenza del processo Eternit di Torino (resa nota lo scorso 14 maggio), dovrebbe essere spiegata e discussa nelle scuole. Perché è una sentenza che in 713 pagine, al di là dei tanti aspetti giuridici, spiega un secolo di omissioni colpevoli, tentativi di inquinamento delle verità scientifiche emerse negli anni: un dolo colpevole ed un silenzio omicida di chi conosceva la potenza omicida dell’amianto ma non ha fatto nulla
per fermarne gli effetti che hanno provocato la morte di migliaia di persone,operai ed inermi cittadini. Sarebbe una lettura importante ed una lezione di educazione civica,anche per spiegare perché, per decenni, alcune aziende in Italia hanno immolato la salute e la sicurezza in fabbrica in nome del guadagno di pochi e del profitto aziendale.
Il 13 febbraio scorso,la Prima Sezione Penale del Tribunale di Torino, presidente estensore Giuseppe Casalbore (giudici estensori: Fabrizia Pironti e Alessandro Santangelo), aveva condannato i proprietari dell’Eternit,Stephan Schmidheiny, nato il 29 ottobre 1947 a Heerbrugg (Svizzera), e Louis De Cartier De Marchienne, nato il 26 settembre 1921 a Turnhout (Belgio), a 16 anni di reclusione ciascuno .
Per entrambi era stata inoltre disposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’interdizione legale per la durata della pena e l’incapacità di contrattare con la Pubblica Amministrazione per tre anni. Lunghissimo l’elenco dei danni patrimoniali e non patrimoniali che dovranno risarcire a lavoratori, cittadini, Enti locali, associazioni, sindacati, ecc., oltre alla rifusione di spese processuali.
Le motivazioni dei giudici spiegano il perché di questa sentenza: negli stabilimenti italiani (Cavagnolo, Casale Monferrato, Bagnoli, Rubiera) hanno “omesso di adottare i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, igienici necessari per contenere l’esposizione all’amianto (impianti di aspirazione localizzata, adeguata ventilazione dei locali, utilizzo di sistemi a ciclo chiuso, limitazione dei tempi di esposizione, procedure di lavoro atte ad evitare la manipolazione manuale, lo sviluppo e la diffusione delle sostanze predette, sistemi di pulizia degli indumenti di lavoro in ambito aziendale), di curare la fornitura e l’effettivo impiego di idonei apparecchi personali di protezione, di sottoporre i lavoratori ad adeguato controllo sanitario mirato sui rischi specifici da amianto, di informarsi ed informare i lavoratori medesimi circa i rischi specifici derivanti dall’amianto e circa le misure per ovviare a tali rischi”.
Inoltre,scrivono ancora i giudici, sono stati condannati perché, in aree private e pubbliche al di fuori degli stabilimenti, hanno “fornito a privati e a enti pubblici e mantenuto in uso, materiali di amianto per la pavimentazione di strade, cortili, aie, o per la coibentazione di sottotetti di civile abitazione, determinando un’esposizione incontrollata, continuativa e a tutt’oggi perdurante, senza rendere edotti gli esposti circa la pericolosità dei predetti materiali e per giunta inducendo un’esposizione di fanciulli e adolescenti anche durante attività ludiche”.
Ma queste sono solo le omissioni: la sentenza descrive il lato cinico della direzione aziendale e quindi dei responsabili. Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne sono stati condannati per omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro (art. 437 codice penale) e per disastro doloso (art. 434 codice penale), perché dalle carte della sentenza “emerge tutta l’intensità del dolo degli imputati, perché sia De Cartier, sia Schimidheiny, nonostante tutto, hanno continuato e non si sono fermati, né hanno ritenuto di dover modificare radicalmente e strutturalmente la situazione, al fine di migliorare l’ambiente di lavoro e di limitare per quanto possibile l’inquinamento ambientale”. E poi “l’elemento soggettivo (il dolo, ndr) appare ancora di maggiore pericolosità, perché gli imputati hanno pure cercato di nascondere e minimizzare gli effetti nocivi per l’ambiente e per le persone derivanti dalla lavorazione dell’amianto, pur di proseguire nella condotta criminosa intrapresa, facendo così trasparire un dolo di elevatissima intensità” (pag. 534 sentenza). Con la conseguenza che ancora oggi l’amianto diffuso colpevolmente nei paesi e città, non ha ancora esaurito i suoi effetti, “almeno per quanto riguarda i siti di Casale Monferrato e Cavagnolo” (pag. 526 sentenza).
Tra le malattie causate dall’amianto, ci sono: asbestosi polmonare, placche pleuriche, carcinomi polmonari, mesotelioma. Ed il numero di vittime ha superato oggi il numero di 3000 persone, morte per asbesto ingerito, anche solo respirando per le vie di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera, Bagnoli. Altre migliaia stanno morendo o moriranno entro il 2020, quando,secondo gli esperti si dovrebbe raggiungere il picco delle morti “annunciate”.Anche perchè l’amianto in passato è stato uno dei minerali maggiormente impiegati dall’industria: nel 1977 la produzione mondiale di amianto ammontava a 5 milioni di tonnellate. Altri processi verranno, altre imputazioni per produttori e direttori di stabilimenti che producevano amianto in Italia: ma l’amianto in cemento o altri composti, è ancora prodotto nel mondo.
Per questo la sentenza di Torino è storica; diventa un punto di riferimento per la giurisprudenza mondiale. Ma nelle 66 udienze del processo, sdegnosamente snobbate dai due imputati,il percorso , la ricostruzione dell’accusa e le testimonianze delle parti civili, hanno fatto giustizia anche della credenza secondo la quale non sarebbe stata possibile una sentenza per un disastro così vasto, per una strage così profonda quanto terribile. La procura di Torino ha dimostrato che queste morti non avvengono per fatalità, ma bensì per dolo. Che c’è sempre un responsabile, che va trovato con il lavoro di investigazione e di approfondimento dei magistrati. I quali devono esser messi nella possibilità di lavorare su questi fatti, dedicandosi ad approfondire le proprie conoscenze e capacità.
Ecco perché la Procura nazionale sugli infortuni e malattie da lavoro è diventata ormai una necessità: per favorire la giustizia a favore dei i cittadini, per far capire che si può ottenere riparazione al torto subito, anche se nessuno potrà far tornare in vita chi è morto per questo “dolo”. Una necessità, questa giustizia applicata, anche per la fase successiva ai processi ed alle riparazione dei danni: quella cioè della bonifica, della pulizia dell’ambiente da questo, come altri killer industriali. Solo un risarcimento a carico di chi ha prodotto il guasto,l’inquinamento, può aprire la fase della bonifica dell’amianto e comunque dell’ambiente inquinato da scarichi e discariche industriali.
Purtroppo in Italia la bonifica,anche solo dall’amianto, è ancora un problema: questo minerale ,in varie lavorazioni, si trova nei tetti, lungo le rive dei fiumi, nei capannoni, nelle discariche abusive ai margini delle città, nelle fabbriche abbandonate. L’amianto è un killer silenzioso ma molto attivo: quando si disgrega le sue fibre sottilissime penetrano nei polmoni e producono un tumore che porta la firma di questo minerale assassino: mesotelioma pleurico.
La sentenza del tribunale di Torino ha chiarito le responsabilità, ma non ha potuto fermare la strage. In Francia si aspettano 100 mila morti nei prossimi 20 anni, in Italia si calcola che saranno 40 mila.
A 20 anni dalla legge del 1992 che lo metteva al bando, l’amianto è infatti ancora molto diffuso in Italia: 32 milioni di tonnellate di materiale contaminato sono sparsi per il paese. E l’impatto sanitario sulla popolazione è pesante: ogni anno si registrano tra 2 mila e 4 mila morti a causa dell’esposizione professionale, ambientale e domestica.
La legge che ha vietato l’uso dell’amianto prevedeva che entro 180 giorni dall’entrata in vigore della norma tutte le Regioni si dotassero di un piano di censimento, bonifica e smaltimento dei materiali contaminati. Ma, come testimonia un dossier preparato da Legambiente, le bonifiche sono in forte ritardo. In alcune Regioni il piano non è operativo, in altre il censimento è ancora in corso. Per la Campania non sono stati indicati i risultati.
Dunque le informazioni sono scarse e, anche là dove il lavoro di indagine è apparentemente terminato, i dati, per ammissione delle stesse Regioni, sono parziali o basati su auto notifica. Sommando queste informazioni parziali, risultano 50 mila edifici pubblici e privati da bonificare. “Ma è probabile – osserva su Repubblica Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – che i dati siano sottostimati. Basta pensare”,scrive ancora Legambiente,”che a livello globale in più di due paesi su tre si può ancora vendere e comprare amianto. In Italia ogni anno all’Inail vengono presentate domande per 2 mila casi di tumore legato a esposizione professionale, ma si calcola che ci siano ben 16 mila morti l’anno per tumori legati a motivi di lavoro: la differenza è data da coloro che si ammalano senza sapere il perché”.
“E’ uno schema che si ripete con drammatica puntualità: gli scienziati accumulano informazioni che dimostrano la pericolosità di certe sostanze e di certe lavorazioni e le industrie oppongono un muro di disinformazione per rallentare la presa di coscienza della minaccia”, spiega Felice Casson, il parlamentare del Pd che ha preparato una proposta di legge sull’amianto. ” E’ successo con il tabacco, con il cloruro di vinile monomero, con l’amianto. Nel caso dell’amianto, anche se la sentenza della Cassazione sulla cancerogenicità è del 1962, il rischio era già noto dalla fine dell’Ottocento”.
I sospetti risalgono a oltre un secolo fa. La certezza giuridica a mezzo secolo fa. La risposta delle istituzioni a 20 anni fa. Anche quando è stato impossibile far finta di nulla, il Parlamento italiano ha perso altri 30 anni prima di bandire ufficialmente l’amianto (1992). Un ritardo che costerà molte vittime.
Ora una sentenza di Torino dice chiaramente chi e perché si è voluto questo ritardo: anche per questo andrebbe studiata e non solo nelle facoltà di Giurisprudenze.

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