Source: http://www.rapportodiritti.it/liberta-femminile-e-autodeterminazione
Timestamp: 2017-08-18 01:20:23+00:00

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Libertá femminile e autodeterminazione - Rapporto sullo stato dei diritti in Italia
Libertá femminile e autodeterminazione
Scritto da: Valeria Casciello
In tema di libertà ed autodeterminazione femminile svolgono, anche in questo ultimo anno, un ruolo centrale le norme che disciplinano l'aborto e la procreazione medicalmente assistita. Con riferimento al primo si osserva come il principio della procreazione cosciente e responsabile, affermato all'art. 1 della legge 194/1978, lungi dall'essere attuato, sia in misura sempre crescente ostacolato dall'elevatissimo numero di personale sanitario (medici, ma non solo) obiettore di coscienza. Il livello di insostenibilità di questa situazione è stato confermato anche da una recente pronuncia del Comitato Europeo dei Diritti Sociali, un organismo del Consiglio d'Europa. Deve, poi, darsi atto di una recente novella legislativa, il d.lgs. 8/2016 che rischia di mettere fortemente in pericolo la salute delle donne. Il decreto, infatti, nel depenalizzare l'aborto clandestino ha portato a livelli altissimi la correlata sanzione amministrativa, con la molto probabile conseguenza che le donne che vi hanno fatto ricorso e che incontrano delle complicazioni post-intervento non si rivolgano agli ospedali pubblici per non auto- denunciarsi.
Con riferimento alla legge 40/2004, che disciplina la procreazione mediatamente assistita, si rileva che dopo l'abolizione del divieto di fecondazione eterologa per mano della Corte Costituzionale (sentenza 162/2014), il ricorso a tale tecnica è ancora esiguo a causa dei costi elevati che esso comporta. Inoltre, in questo ultimo anno, la Consulta è intervenuta più volte sulla legge citata. La Corte si è, infatti, occupata dell'accesso alla diagnosi genetica pre-impianto da parte delle coppie fertili affette da patologie geneticamente trasmissibili (sentenza 96/2015), del reato di selezione degli embrioni (sentenza 229/2015) e del divieto di ricerca scientifica sugli embrioni (sentenza 84/2016). Resta inalterato il divieto di maternità surrogata, previsto nella stessa legge.
Completa il quadro della libertà ed autodeterminazione femminile in tema di maternità la discussa campagna del Ministero della Salute per la promozione della fertilità
Seppur lievemente in calo, resta terribilmente preoccupante il numero delle donne che subiscono violenze e sono uccise per mano degli uomini. Ad esse si aggiungono, poi, le vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale o per lavoro domestico, vittime spesso invisibili date difficoltà che incontrano nel denunciare i loro sfruttatori.
Aborto (IVG)
Il 2 novembre 2015 è stata trasmessa al Parlamento la Relazione del Ministero della Salute sull'attuazione della legge 194/1978 che, come è noto, disciplina l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), nella quale vengono presentati i dati definitivi relativi all'anno 2013 e quelli preliminari del 2014. Nella relazione si legge che per la prima volta il numero di IVG effettuate sul territorio nazionale è inferiore a 100.000, per l'esattezza sono stati notificati al Ministero dalle Regioni 95.535 interventi con un decremento del 5,1% rispetto al 2012 e di oltre il 50% rispetto al 1982, considerato dal Ministero l' annus horribilis delle IVG, posto che, a soli 4 anni dall'entrata in vigore della legge sull'aborto, si contavano 234.801 interventi di interruzione volontaria di gravidanza. Anche tra le minorenni il tasso di abortività risulta diminuito: si conta un tasso del 4,1 per 1000 (con livelli più elevati nell'Italia settentrionale e centrale) rispetto a quello del 4,4 registrato nel 2012.
Per ciò che attiene alla mobilità regionale nella Relazione si precisa che il 90,8% degli interventi di IVG sono stati effettuati nella regione di residenza della donna. Un dato questo, secondo il Ministero, da mettere in relazione ai dati provenienti dal “Tavolo di Lavoro per l'attuazione della legge 198/78” che, con riferimento all'offerta del servizio di IVG in relazione al numero assoluto di strutture disponibili sul territorio nazionale, indicano che delle 632 strutture dotate di un reparto di ostetricia ginecologia 379 effettuano l'IVG. Il Ministero ritiene tale dato «più che soddisfacente», in quanto «dai dati emerge che solo in due casi, relativamente a regioni molto piccole (P.A. Bolzano e Molise), abbiamo un numero di punti IVG inferiore al 30% delle strutture censite(1)». Si legge, inoltre, che sono in diminuzione i tempi di attesa tra il rilascio della certificazione e l'intervento dato che la percentuale di IVG effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è aumentata; era il 61.5% nel 2012 ed il 59.6% nel 2011, mentre risulta essere il 62.3% nel 2013.
Riguardo all'obiezione di coscienza, che come è ormai noto rappresenta il vero punto critico dell'attuazione della legge 194/1978, i dati risultano ancora allarmanti. Con riferimento al 2013, infatti, si registra che in Italia sono obiettori di coscienza il il 70% dei medici ginecologi, il 49,3% degli anestesisti e il 46,5% del personale non medico. Ma il dato ancor più preoccupante è che tali percentuali, seppur di poco, sono aumentate rispetto a quelle degli anni precedenti(2). Se poi si leggono i dati relativi alle singole Regioni ci si rende conto, ancora una volta(3), che in talune di esse è estremamente arduo, se non impossibile ricorrere alla IVG. I numeri parlano da soli e la Relazione del Ministero registra il 93.3% di ginecologi obiettori in Molise, il 92.9% nella PA di Bolzano, il 90.2% in Basilicata, l'87.6% in Sicilia, l'86.1% in Puglia, l'81.8% in Campania, l'80.7% nel Lazio e in Abruzzo. Alla luce di questa situazione la Relazione del Ministero si sofferma ad analizzare il numero di ginecologi non obiettori e il loro carico di lavoro settimanale. Con riferimento al primo il Ministero ritiene che il numero di 1490 medici ginecologi non obbiettori sul territorio nazionale sia «congruo al numero degli interventi di IVG complessivo(4)». In relazione al carico di lavoro dei medici non obiettori si rileva come, considerando 44 settimane lavorative per ogni anno, la media nazionale di IVG per ogni ginecologo non obiettore è di 1.6 IVG a settimana. Per tanto, relativamente allo stato di attuazione della legge 194/1978, la nuova Relazione confermerebbe quanto già osservato in quelle precedenti, ossia che «il numero dei non obiettori a livello regionale sembra congruo rispetto al numero delle IVG effettuate, e il numero di obiettori di coscienza non dovrebbe impedire ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG. Quindi gli eventuali problemi nell’accesso al percorso IVG potrebbero essere riconducibili ad una inadeguata organizzazione territoriale(5)». Affermazione, questa che sarebbe corroborata da un ulteriore dato in precedenza non valutato. Come, infatti stabilito nel “Tavolo di lavoro per la piena applicazione della L.194”, attivato presso il Ministero della Salute a cui partecipano i rappresentanti delle Regioni, nell'attuale Relazione il parametro dell'offerta del servizio di IVG in relazione al diritto di obiezione di coscienza degli operatori è stato per la prima volta valutato a livello sub-regionale, cioè a livello di ASL/distretto. E per quanto riguarda il carico di lavoro settimanale di ogni ginecologo non obiettore la situazione «risulta nella grande maggioranza dei casi abbastanza omogenea all’interno del territorio regionale(6)». Quindi, conclude il Ministero, «eventuali difficoltà nell’accesso ai servizi sono probabilmente da ricondursi a situazioni ancora più locali di quelle delle singole aziende sanitarie locali, rilevate nella presente relazione, e probabilmente andrebbero ricondotte alle singole strutture. [...]D’altra parte, ci sono evidenze che mostrano come non sia il numero di obiettori di per sé a determinare l’accesso all’IVG, ma il modo in cui le strutture sanitarie si organizzano nell’applicazione della legge 194/78.(7)».
Proprio in relazione a tale ultimo aspetto evidenziato dalla Relazione giova rammentare il tanto discusso decreto emanato il 12 maggio 2014 dal Governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti sottoposto, al vaglio della giustizia amministrativa(8). Come si ricorderà il provvedimento in parola nel suo Allegato 1 si occupa di disciplinare le linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari, disponendo che i medici dei consultori che intervengono solo nella fase preliminare all'intervento di interruzione di gravidanza, quale è quella della certificazione dello stato di gravidanza, non potrebbero dichiararsi obiettori come invece è consentito a quei medici che materialmente eseguono l'intervento, né possono rifiutarsi di prescrivere contraccettivi ormonali invocando l'art. 9 della legge 194/1978. Avverso il decreto avevano proposto ricorso al Tar Lazio da numerose associazioni, di medici e non, pro-vita. Un ricorso che il Tribunale Amministrativo laziale (9) ha ritenuto infondato nel merito. Nello specifico il Tribunale rileva come ai sensi dell'art. 9 della legge 194/78, che disciplina l'esercizio del diritto di obiezione di coscienza da parte degli operatori sanitari, il personale dei consultori se può esimersi dall'espletare le procedure e le attività dirette specificatamente e necessariamente a determinare l'interruzione di gravidanza, non può essere esonerato dall'attività antecedente e conseguente l'intervento, come è quella della certificazione dello stato di gravidanza che, anzi, si presenta come «adempimento ai doveri professionali implicando quella serie di conoscenze mediche specialistiche che caratterizzano più propriamente la professione medica e non appaiono determinare la compressione della libertà di coscienza, laddove non siano rivolte ad attuare “specificamente e necessariamente” l’interruzione di gravidanza(10)». Il rifiuto di detta attività da parte del medico, ricordano i giudici, integra il reato di omissione o abuso di atti d'ufficio di cui all'art. 328 c.p.. Il Tar Lazio ritiene infondato il ricorso anche con riferimento alla prescrizione di contraccettivi ormonali sia routinaria che in fase post-coitale al quale, secondo le linee guida allegate al decreto della Regione Lazio, è tenuto il personale medico dei consultori. Nel giungere a tale decisione i giudici amministrativi richiamano la delibera con cui il 21 aprile 2015 l'AIFA ha modificato il regime di dispensazione, escludendo per “pillola dei cinque giorni dopo” la necessità di prescrizione medica per le pazienti maggiorenni, mantenendo l’obbligo di prescrizione per le sole pazienti minorenni e tanto sulla base del provvedimento dell’Agenzia Europea dei Medicinali – Ema assunta a sua volta sulla base del parere del Comitato per i medicinali di uso umano (CHMP). A detta delibera ne è poi seguita un'altra nel marzo 2016 relativa ad un farmaco analogo,(11)
Dunque, a seguito dei suddetti provvedimenti dell'AIFA, da salutare con favore, in Italia le donne maggiorenni che intendono ricorre alla contraccezione di emergenza non hanno più bisogno di rivolgersi ad un medico per la relativa prescrizione.
Inevitabile la reazione dei farmacisti. Il 4 maggio 2016 i deputati Gigli e Sberna hanno presentato in Parlamento una proposta di legge concernente il diritto di obiezione di coscienza dei farmacisti. L'incipit della proposta richiama l'enciclica Evangelium vitae emanata da Papa Giovanni Paolo II in cui si afferma che «(...) l'aborto e l'eutanasia sono crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza» e prosegue facendo riferimento alla risoluzione 1763 (2010) dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa secondo cui: «Nessuna persona, struttura ospedaliera o altra istituzione può essere fatta oggetto di pressione, chiamata a rispondere o in alcun modo discriminata per il rifiuto di dare esecuzione, dare aiuto, dare assistenza o soggiacere a un aborto, a un aborto autoprocurato, a un'eutanasia o a qualsiasi atto che possa essere causa della morte di un feto o embrione umano, quali ne siano le ragioni». Per tanto la proposta di legge «in analogia con quanto avviene per altre figure professionali sanitarie nella normativa vigente sull'aborto (legge n. 194 del 1978) o in quella relativa alla procreazione medicalmente assistita (legge n. 40 del 2004), reca disposizioni per consentire a ogni farmacista titolare, direttore o collaboratore di farmacie, pubbliche o private, di rifiutarsi, invocando motivi di coscienza, di vendere dispositivi, medicinali o altre sostanze che egli giudichi atti a provocare l'aborto, ovvero che risultino prescritti ai fini della sedazione terminale(12)». Non resta che attendere quale sarà l'esito di questa proposta di legge, ricordando però che aborto e contraccezione sono due cose diverse e che quelli che nella proposta sono definiti farmaci “abortivi”, lo ha più volte ribadito la SMIC (società Italiana Medica Italiana per la Contraccezione)(13), sono in realtà medicinali contraccettivi .
In disparte la questione dei farmacisti, occorre puntualizzare come, a dispetto di quanto affermato nella Relazione del Ministero della Salute, l'attuazione della legge 194/78 è messa fortemente a rischio dall'elevato numero di personale sanitario obiettore di coscienza. Il risultato è che il principio della procreazione cosciente e responsabile, sancito dalla stessa legge 194/2004, nonché il diritto delle donne di autodeterminarsi nell'essere o meno madri risulta continuamente compromesso, in talune ipotesi del tutto negato. È sufficiente fare riferimento al caso di Trapani, dove dal mese di giugno 2016 l’unico medico non obiettore dei sette del reparto di ginecologia dell'ospedale Sant’Antonio Abate non è più in servizio perché in pensione e ci è voluto l'interesse della stampa locale e nazionale, accompagnata dalle pressioni dei rappresentanti dei sindacati di Cigil e Uil, per fare sì che il direttore dell'Azienda sanitaria provinciale chiamasse da un ospedale di una città vicina un medico non obiettore affinché, almeno una volta alla settimana, possano effettuarsi interventi di IVG.
Lo stato dia attuazione della legge che in Italia disciplina l'IVG ha indotto nel 2013 la Cgil a proporre ricorso al Comitato Europeo dei Diritti Sociali, un organismo del Consiglio d'Europa che ha come obiettivo il controllo dell’applicazione della Carta sociale europea, un trattato adottato nel 1961 e riveduto nel 1996. Con decisione adottata il 12 ottobre 2015 e pubblicata l'11 aprile 2016 il Comitato ha constatato innanzitutto, all'unanimità, una violazione dell'art. 11 della Carta per quanto riguarda i «rischi considerevoli» per la propria salute e il proprio benessere che le donne possono incontrare quando l'accesso ai servizi ospedalieri per l'interruzione volontaria della gravidanza è reso difficile dalla carenza di personale, causata dalla non disponibilità dei medici e di altri addetti obiettori. Il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d'Europa, infatti, ha denunciato una situazione in cui «in alcuni casi, considerata l'urgenza delle procedure richieste, le donne che vogliono un aborto possono essere forzate ad andare in altre strutture (rispetto a quelle pubbliche), in Italia o all'estero, o a mettere fine alla loro gravidanza senza il sostegno o il controllo delle competenti autorità sanitarie, oppure possono essere dissuase dall'accedere ai servizi di aborto a cui hanno invece diritto in base alla legge 194/78(14)». In secondo luogo, con 9 voti contro 2, il Comitato ha rilevato una differenza di trattamento, contraria all'art. 11 in combinato disposto con all'art. E della Carta, fra le donne incinte che hanno più facilmente accesso all'aborto autorizzato e quelle che, per ragioni geografiche o socio-economiche, si trovano più in difficoltà, fino al punto di dover a volte rinunciare; inoltre, secondo il Comitato esiste anche una discriminazione fondata sul genere e lo stato di salute, fra le donne che vogliono accedere ai servizi per l'interruzione volontaria della gravidanza e gli uomini o altre donne che ricorrono ai servizi sanitari per altre ragioni, senza riscontrare alcuna restrizione(15). Circa la doglianza della Cgil in merito alla discriminazione subita dal personale sanitario non obiettore, rispetto a quello obiettore, in relazione ai maggiori svantaggi subiti dai primi, la decisione in esame, con una maggioranza di 6 voti contro 5, ha ritenuto violato l'art. 1, par. 2 della Carta sociale europea. Infine il Consiglio ha ritenuto che il trattamento riservato ai non obiettori si pone in contrasto anche con l'art. 26, par. 2 della Carta dal momento che, pur non essendo stata provata un'effettiva situazione di mobbing, il Governo italiano non ha preso alcun provvedimento preventivo - in termini formazione e sensibilizzazione del personale - per assicurare la tutela del personale sanitario non obiettore.
Insomma l'attuazione della legge 194/78 è ancora lontana dall'essere completa ed è proprio questa situazione ad aver determinato un aumento del numero degli aborti clandestini(16), sopratutto dopo l'inasprimento delle sanzioni amministrative per coloro che ricorrono all'aborto clandestino. Il decreto legislativo n. 8 del 15 gennaio 2016 ha depenalizzato l'aborto clandestino aumentando contestualmente la sanzione amministrativa portandola dai 51 euro previsti nell'originario art. 19 della legge 194/78 ad un minimo di 5 mila euro che può raggiungere il massimo di 10 mila euro. Se lo scopo di tale innalzamento era quello di dissuadere le donne a ricorrere all'intervento clandestinamente il risultato sarà probabilmente quello opposto. L'art. 19 della legge 194/78, infatti, oltre a prevedere la sanzione pecuniaria lascia alle donne la possibilità di andare in ospedale in caso di complicazioni post intervento, nonché quella di denunciare chi pratica aborti fuori dalla struttura pubblica. Ma adesso questa elevatissima multa potrebbe diventare un deterrente per il ricorso alle cure ospedaliere con gravi conseguenze sulla loro salute.
La sentenza della Corte Costituzionale che nel 2014 ha dichiarato illegittimo il divieto di fecondazione eterologa previsto nella originaria versione della legge 40/2004 ha avuto, come previsto, effetti dirompenti sulla disciplina nazionale della procreazione medicalmente assistita e, sopratutto, ha aperto scenari e messo in luce carenze del Sistema Sanitario Nazionale che necessitano di essere colmate.
Procedendo con ordine, è opportuno dare atto di quella che in tale settore deve essere accolta come una buona notizia: il 14 luglio 2015 sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale le nuove linea guida contenenti le indicazioni delle procedure e delle tecniche di procreazione medicalmente assistita che, nonostante dovessero essere aggiornate ogni tre anni, erano ferme al 2008. Naturalmente il nuovo testo tiene conto delle evoluzione tecnico scientifica e sopratutto delle ormai note sentenze della Consulta n. 159/2009 e 162/2014 le quali hanno eliminato il numero massimo di tre embrioni da creare e da traferire in unico e simultaneo impianto nell'utero della donna e il divieto di fecondazione eterologa. In relazione a quest'ultima, però, eterologa, le nuove linee guida si limitano a fornire le indicazioni per la coppia che accede ad essa, ma nulla si dice in merito ai donatori di gameti: questo aspetto, come si legge in un comunicato stampa del Ministro della Salute del 1 luglio 2015, sarà disciplinato in nuovo Regolamento, già approvato dal Consiglio Superiore della Sanità, che al momento «sta proseguendo il suo iter per il recepimento delle direttive europee di riferimento»(17). E questo è solo uno dei punti critici che attengono alla fecondazione eterologa in Italia dopo la sua legalizzazione ad opera della Consulta. Questa tecnica, infatti, ad oggi risulta ancora difficilmente praticabile sul territorio nazionale poiché sono poche le Regioni dove viene fatta nelle strutture pubbliche dietro pagamento di un ticket che non abbia costi esorbitanti (tra di esse spiccano la Toscana, L'Emilia Romagna e il Friuli Venezia Giulia, dove il ticket si aggira intorno ai 500 euro). A tal proposito è emblematica la vicenda della regione Lombardia che con una prima delibera del 12 novembre 2014 n. X/2344 ha dapprima stabilito che i costi per la fecondazione di tipo eterologo fossero interamente a carico degli assistiti fino a quando il Ministero della Salute non avesse inserito la stessa all'interno dei LEA (livelli essenziali di assistenza), mentre la fecondazione omologa rimaneva soggetta al pagamento del ticket, per poi stabilire a due mesi di distanza (delibera del 7 novembre 2014 n. X/2611) che i costi per l'eterologa a carico dell'utente fossero compresi tra i 1500 e i 4000 euro a seconda della complessità dell'intervento. Avverso tali delibere l'Associazione SOS Fertilità ha proposto ricorso al Tar Lombardia lamentando la disparità di trattamento che esse hanno prodotto tra le coppie che, in base alle indicazioni terapeutiche, intendano ricorrere alla fecondazione eterologa, nonché la violazione degli artt. 4 e 5 della legge 40/2004. Il Tribunale Amministrativo Regionale(18) ha accolto il ricorso annullando le delibere nella parte in cui pongono interamente a carico dell'utente gli interventi di fecondazione eterologa, stabilendone le relative tariffe. Come era immaginabile la Regione Lombardia avverso tale sentenza ha proposto appello al Consiglio di Stato il quale si è pronunciato il 21 luglio 2016(19) confermando l'illegittimità delle delibere delle Giunta della Regione Lombardia. Nello specifico il massimo organo della giustizia amministrativa ha sottolineato come, seppur il diritto alla salute incontri limiti sia esterni, quale il contemperamento con interessi di pari rango, e interni, posti dalla organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, primo tra tutti quello finanziario che incide sulla organizzazione regionale del servizio sanitario, cionondimeno la Regione deve garantire il medesimo trattamento a tutti coloro che versano nella stessa sostanziale situazione di bisogno, pur in un quadro di risorse finanziarie limitate. In quest'ottica, precisa il Consiglio di Stato, la definizione dei LEA da parte del Ministero della Salute è finalizzata non a definire in positivo catalogo delle prestazioni che lo Stato è tenuto a garantire, ma a svolgere il ruolo di limite che Regioni non possono superare senza creare uno squilibrio delle proprie risorse finanziarie. Per tali ragioni è sicuramente legittima la scelta della Regione Lombardia di sottoporre gli interventi di fecondazione di tipo omologo al pagamento del ticket, non anche quella di porre completamente a carico dell'utente quella di tipo eterologo, specie dopo che la sentenza della corte Costituzionale n. 162/2014 ha equiparato le due tecniche di PMA, altrimenti si verificherebbe una irragionevole disparità di trattamento tra le coppie che possono legittimamente avvalersi della fecondazione omologa e quelle che, altrettanto legittimamente, possono avvalersi di quella eterologa . Diverso è il caso per quelle Regioni commissariate perché in dissesto economico e finanziario, come la Calabria, la Campania, la Puglia e la Basilicata, in cui il costo degli interventi di PMA, sia eterologa che omologa, è completamente a carico dell'utente, in ragione della impossibilità di investire nel settore.
Lo scarso ricorso alla fecondazione eterologa in Italia, come posto in evidenza da Andrea Borini Presidente della Società italiana di fertilità (Sife), è dovuto anche al fatto che mancano sul territorio nazionale le donatrici di ovuli. Borini, in una recente dichiarazione(20), ha sottolineato come a due anni dalla cancellazione del divieto di fecondazione eterologa in Italia hanno donato ovuli non più di una decina di donne, mentre per soddisfare la richiesta ne servirebbero almeno 500-600 l'anno. Maggiore è il numero di donatrici, circa un centinaio, che ha donato attraverso il meccanismo dell'egg sharring, ossia donne in trattamento per una procreazione medicalmente assistita che cedono parte dei propri ovociti. Il motivo dell'esiguo numero di donatrici è dovuto molto probabilmente al fatto che in Italia la donazione di ovuli è completamente a titolo gratuito, diversamente da quanto avviene in altri Paesi europei come la Spagna dove una legge prevede che una compensazione di circa 1000 euro per la stimolazione ovarica a cui le donatrici si sottopongono per circa due settimane, o l'Inghilterra in cui è previsto un indennizzo di 800 sterline. Il risultato è che le strutture italiane dove si pratica la PMA di tipo eterologo sono costrette a rivolgersi banche estere, che garantiscono tutti gli standard e i controlli previsti dalle norme europee, con la inevitabile conseguenza dell'innalzamento dei costi per gli utenti italiani. Appare quindi evidente il controsenso, tutto italiano, di vietare la donazione di gameti dietro compenso, ma di consentire l'arrivo dall'estero di quelli ottenuti proprio grazie alla previsione di un indennizzo.
In sintesi, l'accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita in Italia è ancora fortemente limitato da numerosi fattori, primo tra tutti il numero di centri in cui è possibile effettuare tali interventi. Sul punto sono illuminanti i dati dell'Istituto Superiore della Sanità che, aggiornati a luglio 2016, contano in tutto 357 entri di PMA, di cui solo 112 sono pubblici, 22 sono privati convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale e i restanti 223 sono privati. Tale situazione provoca liste di attesa infinite durante le quali spesso scadono i termini previsti per il trattamento(21).
L'intervento demolitorio della Corte Costituzionale sulla legge 40/2004 non si è limitato all'eliminazione dell'irragionevole(22) divieto di fecondazione eterologa, ma è andato oltre. Con la sentenza n. 96 del 14 maggio 2015, infatti, la Corte, chiamata a pronunciarsi dal Tribunale di Roma(23), ha dichiarato costituzionalmente illegittima, per contrasto con gli artt. 3 e 32 Cost, l'impossibilità per le coppie fertili, ma affette da patologie geneticamente trasmissibili(24), di avvalersi della diagnosi genetica pre-impianto sancita dagli artt. 1, commi 1 e 2, e 4, comma 1 della legge 40/2004. Nello specifico, la Corte pone in primo luogo in rilevo l'«insuperabile aspetto di irragionevolezza»(25) delle disposizioni censurate che, di fatto, non consentono «(pur essendo scientificamente possibile) di far acquisire “prima” alla donna una informazione che le permetterebbe di evitare di assumere “dopo” una decisione ben più pregiudizievole per la sua salute»(26), ossia quella di ricorrere al consentito aborto terapeutico. Ed è proprio tale illogica scissione temporale a violare il diritto alla salute della donna; un vulnus, sottolinea la Corte, che non è giustificato, nell'ottica del bilanciamento degli interessi, dalle esigenze di tutela di un nascituro comunque esposto all'aborto. Le norme denunciate, dunque, oltre ad essere irragionevoli in un'ottica sistemica e lesive del diritto alla salute della donna, sono anche «il risultato di un irragionevole bilanciamento degli interessi in gioco, in violazione anche del canone di razionalità dell’ordinamento»(27). Il ricorso alla diagnosi genetica pre-impianto da parte di coppie fertili affette da malattie geneticamente trasmissibili, quindi nulla ha a che fare con l'eugenetica e tale necessaria differenziazione la si legge chiaramente nella motivazione della sentenza, nel momento in cui si precisa che la “gravità della patologia” di cui all'art. 6 l.94/1978 è il criterio alla stregua del quale delimitare la previa individuazione di embrioni cui non risulti trasmessa la malattia del genitore(28).
Logica ed inevitabile conseguenza della sentenza n. 96/2015 è stata un'altra pronuncia della Consulta, intervenuta a sei mesi di distanza: la sentenza n. 229 dell'11 novembre 2015 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 13, commi 3, lettera b), e 4 della legge 40/2004, nella parte in cui contempla come ipotesi di reato la condotta del sanitario di selezione degli embrioni anche nei casi in cui questa sia esclusivamente finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 194/1978 e accertate da apposite strutture pubbliche.
Queste due sentenze segnano un ulteriore passo avanti nella tutela del diritto alla salute della donna, consentendole di iniziare una gravidanza senza il dubbio di dover successivamente ricorrere ad un aborto terapeutico a causa della malattia dell'embrione, ma implicano anche che la diagnosi genetica pre-impianto dovrà essere effettuata anche nei centri pubblici, possibilmente dietro pagamento del solo ticket, non solo in quelli privati con costi assai più elevati. A tal proposito giova segnalare che nel luglio 2016 è stata eseguita la prima diagnosi genetica pre-impianto in una struttura pubblica, l'ospedale S. Margherita di Cortona (Ar) in collaborazione con il laboratorio di genetica medica delle Scotte di Siena. L'auspicio è che a breve altre Regioni seguano l'esempio della Regione Toscana, garantendo a coloro che sono affetti da patologie geneticamente trasmissibili la possibilità di effettuare la diagnosi genetica pre impianti in strutture pubbliche.
C'è un divieto nella legge che disciplina la PMA che, però, la Corte Costituzionale ha considerato compatibile con i principi costituzionali, quello di ricerca clinica sperimentale sull'embrione umano, senza alcuna distinzione tra i suoi stadi evolutivi, a meno che non perseguano finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche volte alla saluto e allo sviluppo dell'embrione stesso (art. 13 della legge 40/2004). Per vero si tratta di un divieto che prima ancora di quello della Consulta, era stato sottoposto al vaglio della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, per contrasto con l'art. 8 della CEDU e con l'art. 1 del Protocollo addizionale a detta Convenzione che tutela il diritto della persona al rispetto dei propri beni(29). La Corte EDU, ha ritenuto non ricevibile il ricorso per la parte in cui si denunciava la violazione del suddetto art. 1 del Protocollo addizionale, vista la impossibilità di qualificare alla stregua di “beni” gli embrioni umani prodotti con le tecniche di PMA. Ha escluso poi la prospettata violazione dell’art. 8 della CEDU, sul rilievo che il diritto di donare gli embrioni prodotti alla ricerca scientifica non trova copertura in quella disposizione, in quanto non riguarda un aspetto particolarmente importante dell’esistenza e della identità della persona. Nella stessa sentenza, la Corte di Strasburgo, ha osservato, in premessa, che sulla questione della donazione degli embrioni non destinati a impianto non esiste un vasto consenso europeo in materia, l’Italia non è l’unico stato membro del Consiglio d’Europa che vieta la donazione di embrioni umani alla ricerca scientifica. Dunque, il Governo italiano non avrebbe ecceduto l’ampio margine di discrezionalità di cui godeva nel caso di specie. Ed è proprio partendo da queste considerazioni della Corte EDU che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 84 del 22 marzo 2016, ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, commi 1,2, e 3 della legge 40/2004 sollevata dal Tribunale di Firenze(30). La Corte, infatti, in ossequio al principio di separazione dei poteri, ha precisato come competa unicamente al legislatore valutare l'opportunità, sulla base anche delle evidenze scientifiche e del loro raggiunto grado di condivisione a livello sovranazionale, di destinare alla ricerca scientifica gli embrioni umani,, disciplinando tutti i relativi aspetti.
Il Tribunale di Firenze con la medesima ordinanza aveva sollevato anche la questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 3 ultimo capoverso, che vieta la revoca del consenso al trattamento di PMA dopo l'avvenuta fecondazione dell'ovulo, per contrasto con gli art. 3, 13 e 32 della Costituzione. Secondo il Tribunale di Firenze, infatti, la previsione contenuta nell'art. 6 della l. 40/2004 rappresenterebbe una palese violazione del principio che regola il rapporto medico/paziente, poiché la paziente verrebbe espropriata della possibilità di revocare l’assenso al medico di eseguire atti sicuramente invasivi della propria integrità psico-fisica, avuto riguardo anche al momento particolarmente delicato dell’attività medica, posto che il trattamento, verrebbe a trovarsi in una fase intermedia a cui necessariamente seguirebbe il momento essenziale culminante del trasferimento in utero del materiale prodotto. La Corte Costituzionale con la stessa sentenza 84/2016 ha dichiarato la questione inammissibile perché priva di rilevanza nel giudizio a quo, non esprimendosi sulla legittimità costituzionale di detta norma rispetto alla quale, dunque, permangono i dubbi circa la sua compatibilità con i principi che sono alla base del principio di autodeterminazione nel trattamento sanitario, nonché con il diritto alla tutela della salute della donna.
Il tema della surrogazione di maternità, vietata nell'ordinamento italiano, è stato di recente oggetto di una forte attenzione mediatica perché posto in relazione alle unioni civili tra persone dello stesso, oggi consentita dalla legge n. 76 del 20 maggio 2016, entrata in vigore il 5 giugno 2016, dopo una lunga serie di polemiche. Nello specifico, tra coloro che si opponevano all'approvazione della citata legge, molti hanno hanno sostenuto che detto provvedimento avrebbe aperto le porte alla maternità surrogata al fine di consentire anche a coppie omosessuali dia avere figli. In realtà la legge che disciplina le unioni civili tra le persone dello stesso sesso nulla ha a che fare con la surrogazione di maternità, la quale, giova ricordarlo, è una procedura, basata tendenzialmente sul principio etico dell'altruismo, che permette di diventare genitore anche a chi, per diversi e gravi motivi clinici, non riesce a portare a termine una gravidanza, grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per altri. Tale procedura è strettamente correlata alla fecondazione in vitro con successivo trasferimento dell'embrione nell'utero ospitante; fecondazione che può avvenire sia tra seme e ovuli della coppia che ricorre alla maternità surrogata, che di donatori e donatrici. Proprio per la sua stretta correlazione con le tecniche di PMA, la surrogazione di maternità nell'ordinamento italiano è disciplinata dalla legge 40/2004 che al comma 6 dell'art. 12 la vieta espressamente, prevedendo anche le relative sanzioni penali per l'inosservanza del divieto. Disciplina che è rimasta inalterata anche a seguito dell'entrata in vigore della legge 76/2016 che non prevede alcuna deroga al divieto. Si tratta di un divieto che, come si è già avuto modo di porre in rilievo(31), ha dato luogo a numerose pronunce giurisprudenziali nazionali e sovranazionali, in considerazione che in altri Paesi Europei tale pratica è consentita e regolamentata. Si ricorderà la sentenza della Corte di Cassazione civile che nel 2014 ritenne non trascrivibile in Italia l'atto di nascita del nato da maternità surrogata in quanto contrastante con l'ordine pubblico, un contrasto, si sottolineava, reso ancora più evidente dall'art. 12 della legge 40/2004 che prevede la sanzione penale per chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza e pubblicizza la surrogazione di maternità(32). Anche la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo nel 2014 e nel 2015 si è pronunciata sull'argomento ritenendo che il divieto di trascrizione dell'atto di nascita del nato da surrogazione di maternità si pone in contrasto con l'art. 8 della CEDU solo quando la disposizione degli ordinamenti nazionali contraria alla trascrizione leda il diritto del nato a vedersi riconosciuto lo status di figlio(33). Diversa l'opinione dei giudici nazionali nelle ipotesi in cui sono stati chiamati a valutare la sussistenza della responsabilità penale nei confronti delle coppie che provano ad ottenere la trascrizione dell'atto di nascita in Italia. Si segnala sul punto una recente pronuncia della Corte di Cassazione penale che, dopo aver ha ritenuto insussistente il reato di cui all'art. 12, comma 6 dell'art. 12 della legge 40/2004, dal momento che la coppia imputata aveva compiuto la surrogazione di maternità in Ucraina, dove tale pratica è lecita, ha ritenuto lecita la richiesta di trascrizione dell'atto di nascita redatto dai pubblici ufficiali ucraini che indicava la coppia stessa come genitori, non potendosi, quindi ritenere integrato il reato di alterazione di stato previsto e punito dall'art. 567 del Codice penale(34).
In questo scenario in cui la libertà e l'autodeterminazione della donna nel suo essere madre appaiono fortemente ostacolate si staglia il Fertility Day, la discussa iniziativa del Ministero della Salute per promuovere la fertilità, che rientra nel più ampio Piano Nazionale per la Fertilità adottato dallo stesso Ministero e che dovrebbe culminare il 22 settembre 2016, il “giorno della fertilità” appunto, in cui sono previste quattro tavole rotonde nelle città capofila dell'evento individuate in Roma, Padova, Bologna e Catania(35).
Si tratta di una campagna che si proponeva come informativa sulla fertilità, per «migliorare le conoscenze dei cittadini al fine di promuoverne la consapevolezza e favorire il cambiamento(36)», ma, come ha efficacemente affermato Ida Dominijanni, da pubblicità progresso si è trasformata, per una serie di errori di comunicazione, in una «pubblicità regresso(37)» accompagnata da immagini e slogan discutibili che inneggiano alla bellezza che non ha età al contrario delle fertilità, ovvero alla fertilità come bene comune. Immagini e slogan che hanno ricevuto numerose critiche, e di cui hanno parlato numerose testate sia nazionali che estere(38), che le hanno definite imbarazzanti per il Governo italiano, tanto da indurre il Presidente del Consiglio a prenderne le distanze.
Diversi i motivi per cui l'iniziativa ministeriale ha suscitato tante polemiche. In primo luogo l'enfasi dello stato riposta sulla maternità appare un controsenso data la quasi totale assenza di un welfare pubblico a favore delle donne madri, senza contare il dilagante fenomeno delle dimissioni in bianco che le donne sono costrette a firmare e che consentono ai loro datori di lavoro di licenziarle in caso di gravidanza. Ma, in particolare, la campagna va a ragione definita imbarazzante e regressiva perché, oltre a portare prepotentemente il corpo della donna nella sfera pubblica, attrae nel pubblico anche il ruolo di madre della stessa e, sopratutto la sua volontà e il suo desiderio di esserlo, minando anche la libertà di non fare figli, una libertà, come ricorda Ida Dominijanni, che non è di grado inferiore a quella di farli(39).
Nei primi 8 mesi del 2016 il numero delle donne uccise per mano di un uomo è pari a 76. Si tratta di un numero che con ogni probabilità è tristemente destinato ad aumentare con il passare dei mesi, ma anche solo dei giorni, rispetto al momento in cui si scrive(40) e che deve continuare ad allarmare nonostante sia in calo rispetto a quello dell'anno precedente. Il 16 luglio 2016, infatti, il sito istituzionale del Viminale(41) pubblicava rendeva noto che nel primo semestre dell'anno si erano registrati il 22,92% di omicidi che vedono vittime le donne rispetto al 2015 (nei primi sei mesi di tale anno le vittime si contavano 96 vittime, contro le 74 del 2016). Secondo i dati riportati dal Ministero dell'Interno, nel primo semestre del 2016 sono calati anche gli episodi di violenza sessuale (23,3% in meno) e di maltrattamenti familiari (meno 22,8%). Questi numeri sono stati resi noti dal Ministero in occasione della presentazione della Campagna “#questononèamore”, iniziata a luglio 2016 che ha previsto per tutti e tre i mesi estivi, il primo e il terzo sabato del mese, in 14 città italiane(42), la presenza di postazioni mobili della Polizia con un team di operatori specializzati, composto da uno psicologo della Polizia, un operatore della squadra mobile, uno della divisione anticrimine e un rappresentante della rete locale anti violenza. Si tratta, per vero, come denunciato in un recente intervista(43) dalla presidente della Rete dei Centri anti violenza (Dire) Titti Carrano, di «iniziative spot [...]utili per dare visibilità» dato che poi «si lasciano senza soldi centri che hanno una competenza specifica costruita nel tempo». Manca, ad avviso di Carrano, una vera e propria pianificazione politico economica per sostenere i centri che concretamente operano sul territorio al fianco delle donne vittime di violenza. A complicare la situazione contribuisce il fatto che in Italia i centri anti violenza sono di competenza delle Regioni. Dopo l'entrata in vigore della legge 119/2013(44), infatti, per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati dal Governo per le Regioni 16 miliardi e mezzo di euro da destinare a detti centri, ma come spiega la Presidente, non tutte le Regioni hanno impiegato tali somme. Insomma, se da un lato il Ministero dell'interno investe denaro per mandare in giro per le città (solo 14 in tutta Italia) camper della Polizia affinché le donne denuncino le violenze che subiscono, dall'altro i centri anti violenza sono lasciati senza mezzi di sussistenza, tanto che, come afferma Titti Carrano «molti hanno dovuto tagliare i posti di letto, le attività, l'accoglienza e di questo il prezzo lo pagano le donne». Giova dare atto che Maria Elena Boschi, Ministro con delega alle Pari opportunità, nei primi giorni di settembre ha dichiarato che i fondi, circa 19 milioni di euro, per le attività dei centri anti violenza saranno sbloccati entro ottobre
Se questo è ciò che accade in relazione alle politiche di contrasto alla violenza sulle donne, sul fronte giurisprudenziale si registrano le prime applicazioni delle novità introdotte dalla citata legge 119/2013. Degna di nota è una recente sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione(45) con cui, come è stato osservato dai primi commentatori(46), la violenza di genere entra a pieno titolo nella giurisprudenza di legittimità. Nello specifico la Corte chiarisce la portata applicativa del comma 3 bis dell'art. 408 c.p.p., comma introdotto dalla l. 119/13, ai sensi del quale «Per i delitti commessi con violenza alla persona, l’avviso della richiesta di archiviazione è in ogni caso notificato, a cura del pubblico ministero, alla persona offesa ed il termine di cui al comma 3 è elevato a venti giorni». L'ordinanza di rimessione chiedeva alle Sezioni unite di chiarire se l'espressione «violenza alla persona» dovesse intendersi come inclusiva delle sole condotte di violenza fisica o dovesse comprendere anche quelle di minaccia e se, di conseguenza, il reato di cui all'art. 612 bis c.p. (stalking) fosse incluso tra quelli per i quali il citato art. 408 comma 3 bis c.p.p. prevede la necessaria notifica alla persona offesa dell'avviso della richiesta di archiviazione. Nel dare risposta al quesito la Corte di Cassazione muove da un'ottica interpretativa non limitata alla normativa nazionale, ma attenta a quella sovranazionale che la stessa ha ispirato, ossia la direttiva 2012/29/UE, in materia di diritti, assistenza e protezione della vittima di reato, la Convenzione di Lanzarote del Consiglio d'Europa del 25 ottobre 2007, relativa alla protezione dei minori dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali, e la Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa dell'11 maggio 2011, sulla prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, queste ultime in particolare incentrate sulla esigenza di garantire partecipazione, assistenza, informazione e protezione a particolari categorie di vittime. La corte Conclude che il reato di stalking, di cui all'art. 612 bis c.p., va incluso tra quelli per i quali trova applicazione l'art. 408 comma 3 bis c.p.p., posto che che «l'espressione “violenza alla persona” deve essere intesa alla luce del concetto di violenza di genere, quale risulta dalle pertinenti disposizioni di diritto internazionale recepite e di diritto comunitario(47)». Tratta
Il 19 maggio 2016 la Commissione europea ha adottato la prima Relazione sui progressi compiuti nella lotta alla tratta di esseri umani, a norma dell'art. 20 della direttiva 2011/36/UE concernente la prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime(48). I dati che vi si leggono destano preoccupazione, sopratutto per ciò che qui interessa, ossia la libertà e l'autodeterminazione delle donne, tra le vittime più frequenti di tale reato.
Dal documento della Commissione si evince che la tratta di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale continua a essere di gran lunga la fattispecie predominante di tratta nell'UE. Secondo i dati statistici per il 2013-2014, sono state registrate 10044 vittime di tale forma di sfruttamento (il 67% del totale delle vittime registrate) che concerne in primo luogo donne e ragazze (il 95% delle vittime registrate).
Le vittime di tratta ai fini dello sfruttamento del lavoro sono il 21% di quelle registrate. Sebbene la maggior parte di esse siano uomini (il 74%), giova ricordare che la servitù domestica è una forma di tale sfruttamento che interessa principalmente le donne e che, proprio perché avviene all'interno delle mura domestiche, tali vittime, come affermato nella Relazione, «sono spesso isolate e hanno poche o nessuna possibilità di denunciare lo sfruttamento o di uscirne(49)»
Il restante 12% delle vittime è stato registrato per la tratta finalizzata ad altre forme di sfruttamento. Tra queste la Relazione menziona i matrimoni forzati e i matrimoni fittizi , i quali sono segnalati in misura crescente dagli stati membri dell'Unione Europea. Secondo Europol è possibile che l'attuale crisi di migranti e rifugiati comporti un aumento dei matrimoni forzati di convenienza, considerato il maggior numero di tentativi da parte dei migranti e dei richiedenti asilo di ottenere un soggiorno legittimo. A tal proposito si specifica come sia evidente che la crisi migratoria è stata sfruttata da reti criminali coinvolte nella tratta di esseri umani per agganciare le persone più vulnerabili, in particolare le donne e i bambini. Inoltre, si registra un drastico e preoccupante aumento di donne e ragazze nigeriane che lasciano la Libia (4371 nel periodo gennaio-settembre 2015 rispetto a 1008 nell'anno precedente, l'80% delle quali - secondo la stima di OIM Italia(50) - è vittima di tratta) ed è diffusa la preoccupazione di un maggiore rischio di tratta a fini di sfruttamento sessuale.
Uno dei principali problemi legati alla tratta, e denunciato dalla Commissione, è la scarsità delle risorse finanziarie di cui dispongono sia gli stati membri che le organizzazioni non governative per mettere in pratica misure anti-tratta, per l'assistenza alle vittime e per le misure di prevenzione a livello nazionale. Ed è per tale ragione che la Relazione si conclude invitando gli li stati membri ad assegnare risorse appropriate per lottare contro la tratta di esseri umani e operare in stretta cooperazione con la società civile, affrontando e organizzando in base alle priorità la lotta a tutte le forme di sfruttamento., contrastando, in primo luogo la domanda che lo sostiene.
(1) - Ministero della Salute, Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/1978)- Dati preliminari del 2014 e dati definitivi del 2013, cit., p.43
(2) - Nel 2012 erano obiettori di coscienza il 69,6% dei medici ginecologi e il 47,5% degli anestesisti. Si veda Ministero della Salute, Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/1978)- Dati preliminari del 2014 e dati definitivi del 2013, cit.,
(3) - Si vedano le precedenti edizioni del rapporto
(4) - Ministero della Salute, Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/1978)- Dati preliminari del 2014 e dati definitivi del 2013, cit., p. 48
(5) - Ministero della Salute, Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/1978)- Dati preliminari del 2014 e dati definitivi del 2013, cit., p. 47
(6) - Ministero della Salute, Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/1978)- Dati preliminari del 2014 e dati definitivi del 2013, cit., p. 49.
(7) - Ministero della Salute, Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/1978)- Dati preliminari del 2014 e dati definitivi del 2013, cit., p. 49-50.
(8) - Si veda la precedente edizione del presente Rapporto.
(9) - Tar Lazio, sezione terza quater, sentenza n. 8990 del 2 agosto 2016
(10) - Tar Lazio, sezione terza qauter, sentenza n. 8990 del 2 agosto 2016
(11) - Per l'esattezza con delibera del 21 aprile 2015 l'AIFA ha eliminato la necessità della ricetta medica per la pillola “EllaOne” e con successiva determinazione del 3 marzo 2016, anche quella della analoga pillola “Norlevo”
(12) - Per il testo integrale della proposta di legga si veda: http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0041440.pdf
(13) - Si veda in proposito http://www.smicontraccezione.it/contraccezione-di-emergenza/contraccezione-emergenza-2.pdf
(14) - Comitato Europeo dei diritti sociali, decisione 11 aprile 2016 § 191. Per il testo integrale della decisione si veda http://hudoc.esc.coe.int/eng/#{"ESCDcType":["DEC"],"ESCDcIdentifier":["cc-91-2013-dadmissandmerits-en"]}
(15) - Comitato Europeo dei diritti sociali, decisione 11 aprile 2016, si legga da da §204 a §213
(16) - Si veda la dichiarazione di Filomena Gallo del 26 febbraio 2016, in http://www.associazionelucacoscioni.it/
(17) - Ministero della Salute, comunicato stampa n. 132 del 1 luglio 2015. Il riferimento è alle direttive 2004/23/CE, 2006/17/CE, 2006/86/CE e 2012/39/UE.
(18) - Tar Lombardia sentenza n. 2271/2015
(19) - Consiglio di Stato, sez. III, sentenza n. 3297/2016
(20) - Pubblicato su Associazione Luca Coscioni (http://www.associazionelucacoscioni.it) il 9 agosto 2016
(21) - È questo l'allarme lanciato durante il I Convegno internazionale dal titolo “La tutela della salute riproduttiva”, organizzato dall’associazione Pamegeiss Onlus e dalla la Società scientifica di Genetica e Infertilità dei Paesi del Mediterraneo, che si è svolto a Roma il 27 maggio 2016.
(22) - Come si è avuto modo di segnalare nella precedente edizione del Rapporto, tra i parametri in base ai quali la corte Consulta ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3 della l. 40/2004, vi è il contrasto con l'art. 3 della Costituzione.
(23) - Tribunale di Roma ordinanze del 14 gennaio e del 28 febbraio 2014
(24) - La sentenza 159/2009 della corte Costituzionale, come si ricorderà, aveva dichiarato costituzionalmente illegittimo il divieto di diagnosi genetica pre-impianto con riferimento alle coppie sterili e infertili.
(25) - Corte Costituzionale sentenza n. 96/2015 §9
(26) - Corte Costituzionale sentenza n. 96/2015 §9
(27) - Corte Costituzionale sentenza n. 96/2015 §9
(28) - Si legga sul punto anche Simone Penasa, La sentenza n. 96 del 2015 della Corte costituzionale: l'insostenibile debolezza della legge 40, in "Quaderni costituzionali" 3/2015, pp. 755-758, doi: 10.1439/80967; G. Repetto, La linea più breve tra due punti. La diagnosi preimpianto per le coppie fertili tra divieti irragionevoli e diritto alla salute (a prima lettura della sentenza n. 96 del 2015 della Corte costituzionale), in www.diritticomparati.it
(29) - Si tratta della causa Parrillo contro Italia decisa con sentenza della Grande Chambre con sentenza 27 agosto 2015
(30) - Tribunale di Firenze ordinanza del 7 dicembre 2012
(31) - Si veda la precedente edizione del presente Rapporto
(32) - Corte di Cassazione Sezione I Civile, sentenza 11 novembre 2014 n. 24001
(33) - La Corte EDU con le sentenze 26 giugno 2014, Mennesson c. Francia, ric. n. 65192/11 e 26 giugno 2014, Labassee c. Francia, ric. n. 65941/11, ha riconosciuta la violazione dell'art. 8 della Convenzione perché le autorità francesi avevano negato di riconoscere valore legale alla relazione tra un padre e i suoi figli biologici nati all'estero facendo ricorso a surrogazione di maternità. Si veda anche Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, sez. II, 27 gennaio 2015, Paradiso e Campanelli c. Italia, ric. n. 25358/12, § 74 e ss..
(34) - Corte di Cassazione, sezioneV penale, sentenza n. 13525 del 5 aprile 2016
(35) - Si veda http://www.fertilityday2016.it/programma/
(36) - Pag. 1 del Piano Nazionale per la Fertilità, http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2367_allegato.pdf
(37) - I. Dominijanni, Pubblicità regresso, in Internazionale del 1 settembre 2016, http://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2016/09/01/pubblicita-regresso-fertility-day
(38) - Tra i vari si veda l'Agenzia Reuters (http://af.reuters.com/article/worldNews/idAFKCN11757Y), il Quartz (articolo tradotto in italiano su Internazionale: http://www.internazionale.it/notizie/caitlin-hu/2016/09/01/fertility-day-governo-campagna ), la Cbs (http://www.cbsnews.com/news/why-italys-fertility-day-is-backfiring/), il New York Post (http://nypost.com/2016/09/01/women-are-mad-about-italys-planned-fertility-day/), l'Huffington Post (http://www.huffingtonpost.com/entry/italy-fertility-day-campaign_us_57c882b9e4b0e60d31de1691), l'International Business Time (http://www.ibtimes.co.uk/italys-fertility-day-campaign-backfires-after-health-ministry-releases-offensive-images-1579193)
(39) - I. Dominijanni, ibidem.
(40) - I 76 femminicidi sono stati contati da diverse testate aggiornate ai primi di agosto, si veda tra tutti: http://www.agi.it/dalla-redazione/2016/08/03/news/femminicidi_76_vittime_nei_primi_otto_mesi_del_2016-984770/
(41) - Si veda http://www.interno.gov.it/it/notizie/questononeamore-denuncia-violenza-sulle-donne-nei-camper-polizia
(42) - Sondrio, Brescia, Bologna, Arezzo, Macerata, Roma, L'Aquila, Pescara, Matera, Campobasso, Cosenza, Palermo, Siracusa e Sassari
(43) - Intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, pubblicata il 4 agosto 2016. Si veda http://www.repubblica.it/politica/2016/08/04/news/titti_carrano_finanziamenti_bloccati_da_due_anni_cosi_si_chiude_-145349463/
(44) - Per la disamina delle novità introdotte dalla legge 119/2013 si rimanda alle precedenti edizioni del presente Rapporto
(45) - Cass., SS.UU., sent. 29 gennaio 2016 (dep. 16 marzo 2016), n. 10959
(46) - Si veda in proposito C. Bressanelli, La “violenza di genere” fa il suo ingresso nella giurisprudenza di legittimità: le Sezioni Unite chiariscono l’ambito di applicazione dell’art. 408 co. 3 bis c.p.p.,in penalecontemporaneo.it del 21 giugno 2016 (http://www.penalecontemporaneo.it/materia/-/-/-/4600-la____violenza_di_genere____fa_il_suo_ingresso_nella_giurisprudenza_di_legittimit____le_sezioni_unite_chiariscono_l___ambito_di_applicazione_dell___art__408_co__3_bis_c_p_p/)
(47) - Cass., Sez. Unite, sent. 10959/2015, §7.2
(48) - http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/organized-crime-and-human-trafficking/trafficking-in-human-beings/docs/commission_report_on_the_progress_made_in_the_fight_against_trafficking_in_human_beings_2016_en.pdf
(49) - p. 7 della Relazione.
(50) - OIM Italia, http://www.italy.iom.int/index.php?option=com_content&task=view&id=341&Itemid=46

References: art. 19
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 408
 sentenza 
 sentenza 
 § 191
 §204
 §213
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 §9
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 §9
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 §9
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 § 74
 sentenza 
 §7