Source: http://naturagiuridica.blogspot.com/2008/09/
Timestamp: 2018-11-14 10:04:56+00:00

Document:
Natura Giuridica: settembre 2008
Diritti dell’uomo e libertà fondamentali: l’Affaire Giacomelli (2)
Se la minaccia è grave, questa può privare una persona del suo diritto perché le impedisce di godere del suo domicilio, anche a prescindere dall’esistenza di un pericolo grave per la salute dell’interessato, come avvenuto, fra gli altri, nei casi riguardanti:
il rumore provocato dagli aeroplani dell’aeroporto di Heathrow, che aveva diminuito la qualità della vita provata e i piaceri della casa di ciascun ricorrente (causa Powell et Rayner c. Royaume-Uni);
l’inquinamento da rumori e odori di un impianto di depurazione (causa López Ostra c. Espagne), nel quale la Corte ha stimato che “i pregiudizi gravi all’ambiente possono ledere il benessere di una persona e privarla del godimento del suo domicilio in maniera da nuocere alla sua vita privata e familiare, senza peraltro mettere in grave pericolo la salute dell’interessato”.
Per verificare se vi è stata una violazione da parte dello Stato dell’art. in questione, occorre valutare se sia stato perseguito il giusto equilibrio tra gli interessi concorrenti della collettività e quelli del singolo.
La Corte – cui spetta verificare che il processo decisionale sfociante su delle misure di ingerenza sia equo e rispetti doverosamente gli interessi – prosegue elencando gli elementi procedurali da prendere in considerazione (realizzazione di indagini e studi appropriati; accesso al pubblico a questi studi oltre che alle informazioni; possibilità di presentare ricorso per gli individui coinvolti), e ha accertato che:
le autorizzazioni rilasciate in relazione all’impianto di inertizzazione non erano state precedute da uno studio appropriato (la procedura di valutazione di impatto ambientale, infatti, si è conclusa soltanto nel 2004, dopo circa quattordici anni dall’inizio dell’attività dell’impianto);
la ricorrente non ha potuto contare su adeguate garanzie procedurali e processuali (l’Amministrazione, infatti, oltre ad avere violato le disposizioni nazionali in materia di Valutazione d'impatto ambientale, non ha eseguito due sentenze amministrative, che avevano disposto la sospensione dell’attività dell’impianto.
«nonostante il margine di apprezzamento riconosciuto allo Stato convenuto, questi non ha saputo ricercare un giusto equilibrio tra gli interessi della collettività di disporre di un impianto di trattamento dei rifiuti industriali tossici e il godimento effettivo per la ricorrente al rispetto del suo domicilio e della sua vita privata e familiare».
Nel caso in esame, la violazione del diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione è avvenuta in conseguenza della protratta inazione dell’amministrazione, che al mero impegno negativo di astenersi da ingerenze arbitrarie, è positivamente obbligata all’effettivo rispetto della vita privata e familiare.
Si configura, pertanto, una violazione dell’art. 8 in tutte le ipotesi in cui le autorita` nazionali non abbiano provveduto, come nella specie, ad assicurare la tutela dei diritti protetti da tale disposizione della Convenzione.
Diritti dell’uomo e libertà fondamentali: l’Affaire Giacomelli
Oggi inauguro una serie di post dedicati ad un argomento interessante: l’affaire Giacomelli, relativo ad una fattispecie riguardante il rumore persistente ed le emissioni nocive generati da impianto di stoccaggio e trattamento di “rifiuti speciali” classificati come pericolosi e non pericolosi, situato a trenta metri da una privata abitazione.
I primi due post riguardano la sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomoCausa Giacomelli contro Italia, ricorso n. 59909/00). Sez. III sent. 2 novembre 2006.
La causa trae origine dal ricorso che, nel lontano 1998, la signora Giacomelli presentò alla Commissione europea dei Diritti dell’Uomo ai sensi dell’articolo 25 della Convenzione di salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali.
La ricorrente – che dal 1950 abita in una casa situata nei dintorni di Brescia, a 30 metri da un impianto di stoccaggio e trattamento di “rifiuti speciali” classificati come pericolosi e non pericolosi (gestito dalla Ecoservizi) – si lamentava, in estrema sintesi, della violazione del suo diritto al rispetto del suo domicilio e della sua vita privata garantiti dall’articolo 8 della Convenzione.
Per la ricostruzione in fatto della lunga e complessa vicenda che, dopo l’autorizzazione alla inertizzazione dei rifiuti industriali, ha visto susseguirsi ben tre procedure giudiziarie, e nella quale si evidenziano i passaggi fondamentali delle procedure di impatto ambientale condotte dal Ministero dell’Ambiente, si rimanda alla lettura del testo integrale della sentenza, che potete leggere sul sito di Lexambiente.
I questa sede, vorrei mettere in evidenza la decisione adottata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo.
La sentenza ha ravvisato, nella specie, la violazione da parte dello Stato Italiano, dell’art. 8, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Prima di proseguire, occorre sottolineare che la Corte europea dei diritti dell’Uomo non contiene disposizioni finalizzate alla salvaguardia dell’ambiente: tuttavia, a partire dagli anni ’70, l’accresciuta sensibilità sociale per le questioni ambientali ha determinato il riconoscimento di un interesse alla protezione dell’ambiente,
«tutelabile attraverso i diritti garantiti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo»: in tal modo è stata perseguita una tutela ambientale anticipata, rendendo possibile «un intervento prima che lo stato dell’ambiente circostante l’individuo sia così degenerato da mettere in pericolo la sopravvivenza di quest’ultimo: indirettamente, per questa via, si rende possibile preservare forme più gravi e irrimediabili di inquinamento ».
Tale principio viene sostanzialmente ribadito anche nella pronuncia della Corte europea dei diritti dell'uomo del 2 novembre 2006, che ha affermato che
le minacce al diritto al rispetto del domicilio non riguardano solamente i pregiudizi materiali o corporali, quali l’intromissione nel domicilio di una persona non autorizzata, ma anche i pregiudizi immateriali e incorporei, come i rumori, le emissioni, gli odori e altre ingerenze.
Rigenerazione oli usati: è bello ogni tanto essere i primi della classe
Un esempio di come anche nel paese del gattopardo le cose possano funzionare. Basta volerlo
Nel post “Dai bulloni alla teoria dei sistemi aperti”, Naide chiosava dicendo che
apportando alcuni correttivi alla filiera di produzione (ad esempio, utilizzando materiali organici in alcune fasi della lavorazione) si fa in modo che gli scarti prodotti siano a loro volta scomponibili ed utilizzabili come materie prime per altre produzioni
Nella puntata di Report del 09 marzo 2008, dopo aver parlato del drammatico problema relativo al fatto che, purtroppo, spesso le emergenze ambientali vengono utilizzate come ammortizzatori sociali si è accennato a una buona notizia in questo senso, che vede l’Italia in prima fila, una volta ogni tanto: mi riferisco alla storia di un particolare tipo di rifiuto pericoloso, l’olio lubrificante usato, che può diventare, se opportunamente trattato, un prodotto base per olii lubrificanti nuovi di zecca.
La storia – sottolinea Giuliano Marrucci – “di come sia possibile che questo paese, che ai suoi rifiuti non sa mai che fine fargli fare, in questo gioco di prestigio sia un passo avanti a tutti”.
La Viscolube rigenera l’olio lubrificante usato, un inquinante pericolosissimo, che contiene sostanze tossiche formatesi durante il suo utilizzo e ha una capacità di penetrazione del sottosuolo e, per questo, inquina le falde più profonde.
L’olio esausto, pertanto, deve essere raccolto e recuperato.
Attraverso 76 imprese private concessionarie del Consorzio Obbligatorio Oli Usati, che in un anno ritirano qualcosa come 250.000 tonnellate di olio esausto, recuperato per il 90%.
Dalla rigenerazione si ottengono gasolio, bitume, metalli preziosi.
E non si brucia niente: insomma, si risparmiano materie prime, e non si inquina.
L’unico neo riguarda il fatto che viene dato poco risalto a questo tipo di attività: infatti, quando andiamo al supermercato di oli con su scritto “prodotti da basi rigenerate” non c’è traccia.
Un’ultima annotazione: a differenza di altri settori, l’Italia – insieme al Lussemburgo – con l’Europa a 15 è stata l’unico paese a non essere condannata dalla corte europea del Lussemburgo per non aver rispettato la priorità alla rigenerazione sancita dalla direttiva 75.
Tutti gli altri paesi invece hanno ricevuto questa condanna.
È bello ogni tanto essere i primi della classe, significa che quando parte col piede giusto anche questo disastrato paese qualche speranza c’è, e non solo riguardo ai rifiuti…
Ora, siccome il resto d’Europa non è ancora riuscito a trovare una risposta giusta a questo tipo di rifiuto, cosa stanno pensando: stanno pensando di eliminare l’obbligo per gli stati membri di rigenerare l’olio usato. Speriamo che, prima di gettare la spugna, ci prendano come esempio…almeno in questo.
T.A.R. Friuli V.G. n. 386/08
La sentenza che vi propongo oggi (T.A.R. Friuli Venezia Giulia, n.386/2008) riguarda una vicenda che vede protagonista il Consorzio Depurazione Laguna di San Giorgio di Nogaro, titolare di un impianto di depurazione, realizzato allo scopo di risolvere i fenomeni di degradazione dell’ambiente lagunare causati dagli insediamenti industriali.
In estrema sintesi, le vicende che hanno caratterizzato l’impianto sono:
dal 1996 al 2000 l’impianto ha trattato acque reflue industriali e domestiche urbane, e rifiuti liquidi - assimilabili a domestici - conferiti su gomma;
dal 2000 al 2002 è stata posta in esercizio una sezione di trattamento di ossidazione chimica - processo FENTON - per il pretrattamento dei reflui industriali a bassa biodegradabilità;
dopo il 2002, a seguito della cessazione della sezione di ossidazione chimica e del sequestro giudiziario disposto nel febbraio 2003, sono stati trattati gli stessi reflui del primo periodo, ad eccezione dei rifiuti liquidi).
Come potrete notare, la vicenda è lunga è alquanto complessa: per chi volesse approfondirla, rimando al testo integrale della sentenza del TAR Friuli Venezia Giulia n. 386 del 2008
In questa sede riporto le massime della sentenza
La definizione di “acqua marina costiera” di cui all’All.1 alla parte III del Testo Unico Ambientale (riferito ai corpi idrici significativi), per la sua specialità prevale sulla definizione generale di “acqua costiera” di cui all’art. 74.
(Nella specie, le acque costiere dell’Adriatico, comprese entro la distanza di 3.000 metri dalla costa e, comunque, entro la batimetrica di 50 metri, sono classificabili sia come aree sensibili ex art. 91 del D.Lgs n. 152/2006, sia come acque significative ai sensi del sopra citato All. 1 alla parte terza).
L’accertato superamento dei valori limite, rilevato nel punto di emissione, è sufficiente a consentire alla Provincia, in applicazione dell’art. 108, comma 2, del Testo Unico Ambientale di imporre limiti più restrittivi di quelli di cui all’all. 5, richiamato dall’art. 101.
E invero, a consentire l’esercizio di tale facoltà, è sufficiente l’accertamento dello sversamento nelle acque di sostanze pericolose, a prescindere dall’esistenza o meno di un Piano di Tutela delle Acque.
Il “limite più restrittivo” imposto è rimesso al prudente apprezzamento dell’Amministrazione in relazione alla situazione fattuale dell’impianto e allo stato dell’inquinamento e non può essere contestato se non per macroscopica irragionevolezza.
(Nella specie, le relazioni in atti avevano evidenziato che i valori di cadmio e stagno, rilevati nel punto di emissione, erano superiori ai limiti consentiti; il che – ha sottolineato il TAR Friuli Venezia Giulia – ha creato una situazione, ancorché forse non “drammatica o pericolosa”, sicuramente di grave rischio. Per tali motivi il Giudice ha ritenuto legittima l’imposizione, da parte della Provincia, di limiti più restrittivi di quelli di cui all’all. 5, richiamato dall’art. 101)
L’art. 124 del Testo Unico Ambientale pone espressamente a carico del richiedente “le spese occorrenti per l'effettuazione di rilievi, accertamenti, controlli e sopralluoghi necessari per l'istruttoria delle domande di autorizzazione allo scarico previste dalla parte terza del presente decreto”, ma non anche quelle relative ai controlli periodici sullo stato ecologico del ricettore.
Infatti, l’art. 128 riserva all’“autorità competente” l’effettuazione (e, quindi, anche i costi) del “controllo degli scarichi sulla base di un programma che assicuri un periodico, diffuso, effettivo ed imparziale sistema di controlli”.
Attività, questa, il cui onere finanziario - stante la finalità pubblica che la contraddistingue - non può essere senz’altro e totalmente addossato all’interessato (ma che ben può essere ripartito, sulla scorta di apposite convenzioni).
(Nella specie, il TAR del Friuli Venezia Giulia ha ritenuto fondati, in parte qua, i motivi di doglianza del Consorzio, che aveva evidenziato l’illegittimità delle prescrizione con le quali la Provincia aveva imposto al Consorzio di effettuare una valutazione dello stato ecologico del ricettore per quanto concerne la qualità biologica, chimico-fisica e idromorfologica, e di trasmettere i relativi dati alla Provincia e all’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale, con accollo dei relativi costi).
La registrazione quotidiana della quantità di fanghi prodotta, a tenore delle disposizioni sui rifiuti, va ovviamente riferita al rifiuto vero e proprio, cioè al residuo di lavorazione inutilizzabile e non più soggetto ad alcun trattamento, che deve effettivamente essere eliminato. Sicchè non è ragionevole imporre l’obbligo di registrazione in una fase intermedia del ciclo di trattamento dei fanghi.
(Nella specie, il TAR Friuli Venezia Giulia ha ritenuto non ragionevole l’imposizione, da parte della Provincia, dell’obbligo di registrazione quotidiana delle quantità di fanghi provenienti dalla nastropressa, in una fase, cioè, intermedia – e non finale – del ciclo di trattamento dei fanghi).
Sentenza del TAR Friuli Venezia Giulia n. 386 del 2008
Economia sostenibile: in Francia ci provano
L’economia può essere (ri)orientata in modo sostenibile: in Francia il ministro dell’Ambiente Jean Luois Borloo ha deciso di proporre quella che qualcuno ha già ribattezzato “tassa picnic”…
L’idea è quella di “tassare” tutti i prodotti usa e getta (quelli di cui fanno incetta la grande distribuzione e i fast food, tanto per intenderci), per il fatto che, dal punto di vista ambientale, il loro utilizzo ha un costo decisamente superiore rispetto ai prodotti riutilizzabili…
Così tutti i vari tipi di imballaggi, gli imballaggi degli imballaggi, le posate di plastica e via discorrendo diventerebbero meno “comodi”, meno accattivanti, e il grido d’assalto del consumismo fine a se stesso, destinato unicamente a vendere vendere vendere (ripetuto come un mantra, come faceva la Sandrelli in “Non ci resta che piangere”…) si smorzerebbe un po’…
In questo modo si riesce, da un lato, ad educare ecologicamente il cittadino e, dall’altro, a coprire, almeno in parte, i costi legati alla raccolta differenziata e del recupero.
Staremo a vedere se come e quando questa tassa verrà varata (ed applicata…): ma si tratta di un buon punto di partenza, innanzitutto perché si muove per riportare il cittadino nell’alveo di comportamenti più ecosostenibili (sensibilizzandolo all’utilizzo di prodotti riutilizzabili) e, in secondo luogo, perché costringe i colossi del consumismo sfrenato a correggere il tiro, rivedendo politiche dannose per l’ambiente (adottando, ad esempio, sulla scia dei comportamenti eco sostenibili dei consumatori consapevolizzati). Un’idea, insomma, nel senso della sostenibilità, che segue altre iniziative del Governo francese: il bonus malus ecologico per determinate categorie di rifiuti (frigoriferi, scooter, pneumatici, computer, televisori,…); la campagna di sensibilizzazione negli asili per convincere i genitori della bontà dell’utilizzo dei pannolini lavabili in luogo di quelli usa e getta (portata avanti dal sottosegretario all’ambiente Nathalie Kosciusko-Morizet); la tassa sul passaggio dei mezzi pesanti; i prestiti a tasso zero per le aziende verd; gli sgravi fiscali a favore dei cittadini che intendono ristrutturare le proprie abitazioni utilizzando tecnologie volte al risparmio energetico, fino alla discussa tassa sull’obesità, che ha creato più di qualche malumore in aziende che adottano slogan pubblicitari tanti seducenti quanto poco aferenti alla realtà...
Wikia Green: la comunità ecoBlogica
L’ideatore di Wikia Green – Jimmi Wales, co-fondatore di Wikipedia – ci tiene a sottolineare che lo scopo di Green Wikia è quello di "creare una community ambientale dinamica e flessibile, in grado di coprire le tematiche ambientali reperibili sui blog ecologici […]
Stiamo realizzando la migliore risorsa per gli abitanti della Terra affinché conoscano l'ambiente e imparino come vivere una vita più sostenibile".
Il risultato di questo progetto – nato in seguito ad una conversazione con Al Gore, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti – consiste in una piattaforma ecologista, incentrata sulle tematiche ambientali e i diversi aspetti del vivere sostenibile.
Wikia Green possiede una suddivisione in canali e aree a tema, l'elenco dei servizi disponibili compreso un “green glossary” per termini complessi ed è integrata con video e mappe.
Ma oltre a ciò, Green Wikia cerca di coinvolgere l'utente in azioni concrete che possano essere facilmente applicabili alla vita quotidiana e che promuovano uno stile più sostenibile.
“Alla luce della crisi climatica e delle altre sfide ecologiche che ci si pongono innanzi – si legge sul sito di Green Wikia, così come riportato da “La Repubblica” – le persone stanno iniziando ad essere più consapevoli dei problemi ambientali e a intraprendere azioni che attenuino il loro impatto. Tuttavia, conoscere l'ambiente può essere spesso complicato e fonte di confusione.
La visione in materia di ambiente, si sa, non è mai univoca (basti pensare alla questione dei biocarburanti) e all’interno dell’eco-inciclopedia si possono ritrovare le diverse posizioni di attivisti, governi, società, gruppi di consulenza e no-profit, (solo per citarne alcune) ognuna con il proprio punto di vista. Per questo uno spazio particolarmente importante è quello del Village Pump, in cui la comunità che ruota attorno al portale ha la possibilità di avviare spazi di discussione e organizzazione di iniziative e nuovi servizi. Ora non ci resta che aspettare la versione italiana"
Da marzo 2008, data dell’attivazione (guarda a caso lo stesso mese dello stesso anno in cui è nata Natura Giuridica) sono stati pubblicati 650 articoli: pochi, per il momento, ma, così come è successo per Wikipedia, credo che il numero degli articoli crescerà a livello esponenziale, e Wikia Green diventerà uno dei punti di riferimento del panorama ecologico sul web.
Lo scopo di Natura Giuridica – che è un ecoBlogico di InFormazione, comunicazione e diritto ambientale – è quello di diffondere e condividere informazione e comunicazione ambientale approfondita, comprensibile e imparziale.
Come dice il nome stesso, Natura Giuridica si propone di trovare un dialogo equilibrato fra le esigenze della natura, dell’ambiente, dell’ecologia, da un lato, e quelle della “legge dell’uomo”, dall’altro.
Per questo darò anch’io il mio contributo, perché, anche attraverso Wikia Green, i contenuti del blog Natura Giuridica possano avere la maggior diffusione possibile, e contribuire così all’acquisizione di una maggiore informazione ambientale e, quindi, una migliore consapevolezza di ciò che siamo in grado e dobbiamo fare per difendere l’ambiente in cui viviamo.
Consiglio di Stato 3016/08: le conferenze di servizi sono atti di natura endoprocedimentale
Con la sentenza che vi propongo oggi il Consiglio di Stato ha confermato quanto già statuito dal TAR Toscana: le conferenze di servizi sono atti di natura endoprocedimentale.
In breve: con ricorso proposto dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale della Toscana la FINTECNA domandava l'annullamento del verbale di una conferenza di sevizi […] “nella parte relativa agli interventi di messa in sicurezza di emergenza e di caratterizzazione, e di bonifica nelle aree interne al perimetro di un sito di bonifica di interesse nazionale".
Per la ricostruzione del fatto si rimanda alla lettura del testo integrale della sentenza del Consiglio di Stato n. 3016 del 2008.
In questa sede è sufficiente segnalare le massime del Consiglio di Stato:
Il procedimento per l’individuazione degli interventi di bonifica di siti inquinati di interesse nazionale – e dei responsabili ai quali imputarne gli oneri realizzativi – è diretto dal Ministero dell’Ambiente e del Territorio, può trovare un esito provvisorio in casi di conclamata urgenza e si conclude, di regola, con il provvedimento di approvazione del progetto definitivo degli interventi da realizzarsi a cura del Ministero dell’Ambiente.
In detto iter la conferenza di servizi, pur avendo natura decisoria, costituisce un mero passaggio procedimentale, in funzione servente del provvedimento finale, da cui solo scaturiscono effetti giuridici autonomi, in conformità, peraltro, al modello di cui alla legge 241/90.
Non esiste alcun collegamento fra efficacia immediata e vincolante delle prescrizioni adottate dalla conferenza di Servizi decisoria, inerzia del destinatario e potere di esecuzione d’ufficio.
Il procedimento di esecuzione in danno, infatti, trova nella mancata adozione da parte dell’interessato di misure di salvaguardia giudicate idonee una condizione negativa e non già la sua causa: l’adozione di tali misure resta, sino alla definizione del procedimento, rimessa alla spontanea cooperazione del provato. Il che non esclude, in mancanza di detta cooperazione, l’apertura di un autonomo procedimento volto ad intervenire d’ufficio sull’area interessata al termine della procedura e non sulla base di un provvedimento endoprocedimentale.
Nella specie il Consiglio di Stato ha respinto l’appello proposto da una società, volto ad ottenere l’annullamento di una sentenza del TAR Toscana, con la quale il giudice di prime cure aveva qualificato l’atto impugnato – il verbale di una conferenza di Servizi decisoria – come atto di natura endoprocedimentale e, come tale, inidoneo a definire il relativo procedimento; mentre l’appellante sosteneva che il regime della bonifica – ex art. 417/1999 – doveva ritenersi regolato secondo una disciplina speciale del procedimento rispetto al modello generale, ex legge n. 241/1990 e che, nella specie, la prescrizione imposta come misura di sicurezza di emergenza doveva ritenersi immediatamente lesiva, attesa la loro natura di misure urgenti, munite, nella specie, di clausola di esecuzione in danno, alla scadenza del termine assegnato al soggetto obbligato.
Testo Integrale della sentenza del Consiglio di Stato n. 3680 del 2008
Per una nota critica, v. F. Giampietro, “Bonifica dei siti contaminati: la disciplina speciale delle Conferenze di servizi decisorie prima e dopo il T.U. ambientale”, in Riv. giur. edilizia 2007, 3, 1113
In materia di bonifiche, v. “Gli orientamenti del giudice amministrativo sulla bonifica nel passaggio tra il vecchio ed il nuovo regime”, di F. GIAMPIETRO – A. QUARANTA, in Ambiente & Sviluppo, Ipsoa, nn. 3-4/2008, di cui ho già fatto cenno nelle pagine di Natura Giuridica, in tre diversi post (1, 2, 3)
Il Paese che rispetta l'ambiente
Ieri ho chiesto ad una mia amica che vive in un Paese che rispetta l’ambiente di descrivermi una sua giornata tipo per capire quali sono i comportamenti da attuare nella quotidianità per rispettare e difendere l’ambiente.
“Non ritengo di fare granché per l’ambiente: non sono attivista in nessuna associazione ambientalista e non ho mai partecipato come volontaria alla bonifica di siti dalla spazzatura. Comunque, ti dirò come si svolge una mia giornata tipo: al mattino mi alzo e come ogni giorno apro il frigo per prendere il latte fresco, quello che ho acquisto nella latteria ambulante dove, a giorni alterni, mi reco per riempire i miei contenitori con latte alla spina.
La sentenza che vi propongo oggi (Cassazione, Sez. IV, Sent. n. 19342 del 18 maggio 2007, Pres. Marzano , Est. Licari, Ric. Rubiero) trae origine dall’incendio di un enorme cumulo di rifiuti avvenuto l’11 settembre 1997 nel rodigino.
Le fiamme assunsero proporzioni tali da imporre l'intervento dei Vigili del Fuoco: nell’incendio si sprigionarono imponenti fumi che furono analizzati dai tecnici del Comune, i quali rivelavarono la presenza nell'aria di una quantità di acreolina (gas tossico intensamente irritante, altamente volatile, capace di raggiungere considerevoli distanze e rimanere inalterato nel suo potere di tossicità, dall'odore pungente, con effetti lacrimatoli e punto di combustione a 234^ C) tale da destare allarme nelle autorità locali e da determinare l'avvio di nuove indagini da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Rovigo.
Tra l’altro, quello dell’11 settembre 1997 non fu l’unico, ma il più grave di una serie di incendi…
Tralasciando, in questa sede, la minuziosa analisi della vicenda giuridica di primo e secondo grado, per la quale si rimanda il lettore al testo integrale della sentenza, è interessante sottolineare quanto statuito dalla Cassazione:
Per la configurabilità del reato di disastro innominato colposo di cui agli articoli 449 e 434 cod. pen. è necessaria una concreta situazione di pericolo per la pubblica incolumità, nel senso della ricorrenza di un giudizio di probabilità relativo all'attitudine di un certo fatto a ledere o a mettere in pericolo un numero non individuabile di persone, anche se appartenenti a categorie determinate di soggetti.
A tal fine, l'effettività della capacità diffusiva del nocumento (cosiddetto pericolo comune) deve essere, con valutazione "ex ante", accertata in concreto, ma la qualificazione di grave pericolosità non viene meno allorché, eventualmente, l'evento dannoso non si è verificato: ciò perché si tratta pur sempre di un delitto colposo di comune pericolo, il quale richiede, per la sua sussistenza, soltanto la prova che dal fatto derivi un pericolo per l'incolumità pubblica e non necessariamente anche la prova che derivi un danno.
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 art. 417
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