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Timestamp: 2020-05-26 00:27:56+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 17278 del 23/08/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17278 del 23/08/2016
Cassazione civile sez. VI, 23/08/2016, (ud. 08/06/2016, dep. 23/08/2016), n.17278
sul ricorso 18997/2014 proposto da:
M.L. ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA,
SICILIANO, giusta procura in calce al ricorso;
WYETH LEDERLE S.P.A. (PI (OMISSIS)), in persona del legale
rappresentante pro tempo; elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE
DELLE MILIZIE 114, presso lo studio dell’Avvocato ANTONIO VALLEBONA,
– controcorrente –
avverso la sentenza della CORTE D’APPELLO di ROMA n. 820/2014,
dell’8/6/2016 dal Consigliere Dott. CATERINA MAROTTA;
udito l’Avvocato LUIGI CACCIAPAGLIA, difensore del controricorrente,
delega orale dell’Avvocato VALLEBONA, che si riporta agli scritti.
1 – La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma dell’art. 380 bis c.p.c., che ha concluso per l’accoglimento del ricorso e la cassazione per nullità, con rinvio, della sentenza impugnata, condivisa dal Collegio.
2 – M.A., premesso di essere stato dipendente della Wyeth Lederle S.p.A., di aver risolto consensualmente il rapporto con conciliazione in sede assistita nel febbraio 2007, in conformità a precedente accordo sindacale di definizione della procedura di licenziamento collettivo del 7/2/2006, adiva il Tribunale, giudice del lavoro, di Latina chiedendo la condanna della società al risarcimento del danno in relazione alla individuazione (con assunzione di impegno da parte della Wyeth) quale Contract Sales Organization, per l’assunzione dei lavoratori dell’informazione scientifica operanti nelle aree interessate dagli esuberi, di un soggetto (la Marvecs Pharma Service s.r.l.) che, lungi dall’assicurare l’assunzione con il mantenimento delle medesime garanzie occupazionali, contrattuali e di territorio, si era rivelato inadeguato dal punto di vista finanziario ed industriale tanto che in data 13/1/2011 ne era stato dichiarato il fallimento. Il Tribunale accoglieva la domanda sulla base della riconosciuta responsabilità precontrattuale e liquidava a Solo di risarcimento del danno una somma in via equitativa. Avverso tale sentenza proponevano impugnazione tanto il M. quanto la Wyeth. La Corte di appello di Roma decideva con sentenza n. 820/2014 recante questo dispositivo: “in riforma della sentenza impugnata respinge le domande proposte da S.A. con il ricorso di primo gradi; dichiara la compensazione delle spese dei due gradi di giudizio”.
Avverso tale decisione ricorre per cassazione M.A. con un motivo con cui denuncia la violazione dell’art. 132 cod. proc. civ. per essere la sentenza n. 820/2014, notificata a mezzo PEC ai difensori in data 31/1/2014, assolutamente priva di motivazione e mancando ogni corrispondenza tra chiesto e pronunciato.
La Wyeth Lederle S.p.A. resiste con controricorso evidenziando che con PEC in data 4/2/2014 era stata notificata dalla cancelleria altra sentenza n. 820/2014 nella quale si entrava nel merito dei ricorsi (principale ed incidentale) proposti dal M. e dalla Wyeth dandosi atto che “per un problema tecnico connesso alla fase di invio telematico della sentenza da parte del presidente Estensore alla cancelleria relativa ai processi riuniti recanti n.i 6762/2011 e 9066/2011 vertenti tra Sogei S.p.A. e S.A., il sistema Consolle PCT ha collegato questa sentenza ai procedimenti n.i R.G. 3898 e 4323/2012, che sono stati definiti con il dispositivo letto all’udienza del 28/1/2014 e oggetto della presente sentenza. Nella fase di invio telematico, per ragioni tecniche in corso di accertamento, il sistema Consolle PCT, in automatico, ha mutato la intestazione della sentenza relativa ai procedimenti RG 6762/2011 e 9066/2011 ed inserito il numero di ruolo e le parti proprie dei procedimenti riuniti iscritti con i n.i R.G. 3898 e 4323/2012”. Rileva, di conseguenza, che il ricorso attacca una sentenza non più esistente.
Nella memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2, la società evidenzia ulteriori profili di asserita inesistenza della prima delle due sentenze di cui si discute (mancata corrispondenza del collegio risultante dalla prima sentenza con quello che ha deciso la causa ed indicazione di una data di decisione diversa ed anteriore rispetto a quella dell’udienza di discussione).
3 – Le doglianze del ricorrente sono fondate.
Non vi è dubbio che la sentenza oggetto del presente giudizio sia stata ritualmente notificata alle parti a mezzo PEC in data 31 gennaio 2014 (munita della firma digitale del Presidente estensore e della attestazione del cancelliere).
Quella notificata è una sentenza venuta materialmente ad esistenza nel momento in cui il Presidente estensore ha trasmesso la stessa in formato elettronico per via telematica mediante PEC. Tanto si evince: dalla coccarda e dalla dicitura “firmato da” seguita dal cognome e dal nome del giudice in caratteri stampatello e dall’ulteriore dicitura (OMISSIS)” apposte sul margine destro di ciascuna delle pagine della copia cartacea della sentenza (ottenuta mediante il software in dotazione agli uffici giudiziari); – dal riepilogo Polisweb allegato al ricorso per cassazione dal quale si rileva che la sentenza definitiva relativa al fascicolo n. 3898/2012 è stata depositata, con la modalità telematica, in data 30/1/2014 (ore 18.21), munita della firma digitale del Presidente estensore; – dalla comunicazione dell’avvenuto deposito effettuata, sempre a mezzo PEC, dalla cancelleria all’avv. Francesco Siciliano (difensore dell’appellante) in data 31/1/2014, pure allegata al ricorso.
Come da questa Corte di recente precisato: “Il D.L. n. 193 del 2009, art. 4, convertito nella L. n. 24 del 2010, intitolato misure urgenti per la digitalizzazione della giustizia ha esteso al processo civile i principi previsti dal D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni (codice dell’amministrazione digitale: C.A.D.). Perciò, quest’ultimo costituisce, attualmente, l’apparato legislativo di riferimento qualora gli atti processuali di cui all’art. 121 c.p.c. e segg., ed in specie i provvedimenti del giudice, siano contenuti in documenti informatici. Quest’ultima eventualità è consentita, appunto, dal testo del menzionato art. 4, laddove presuppone l’adozione nel processo civile (…) delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione del principi previsti dal D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni. Quindi i principi generali del C.A.D. sono applicabili anche in ambito processuale e le relative disposizioni costituiscono le norme con valore di legge ordinaria che, per il tramite del D.L. 29 dicembre 2009, n. 193, art. 4, convertito nella L. 22 febbraio 2010, n. 24, disciplinano gli atti del processo civile redatti in forma di documento informatico (cfr. art. 1, lett. p, e art. 20, C.A.D.) e sottoscritti con firma digitale (cfr. art. 1, lett. s, e art. 21 C.A.D.). Le disposizioni del Regolamento di cui al D.M. n. 44 del 2011, emanato in attuazione dei principi previsti dal C.A.D., ed in particolare gli artt. 11 (formato dell’atto del processo in forma di documento informatico) e 15 (deposito dell’atto del 10 processo da parte del soggetti abilitati interni), coordinati con le norme tecniche del Provvedimento 18 luglio 2011 (oggi del Provvedimento 16 aprile 2014), rendono possibile che il magistrato (soggetto abilitato interno secondo la definizione contenuta nell’art. 2, comma 1, lett. m, n. 1, dello stesso Regolamento) rediga la sentenza in formato elettronico e la sottoscriva con firma digitale. In particolare, ai sensi del primo comma dell’appena citato art. 15, nella formulazione risultante dalla sostituzione operata dal D.M. 15 ottobre 2012, n. 209, art. 2, comma 1, lett. a), l’atto del processo, redatto in formato elettronico da un soggetto abilitato interno e sottoscritto con firma digitale, è depositato telematicamente nel fascicolo informatico – cfr. Cass. 10 novembre 2015, n. 22871 che ha altresì evidenziato che la conformità della copia (analogica) all’originale (informatico), da cui è tratta, è attestata dal cancelliere, ai sensi dell’art. 23, comma 1, C.A.D., in tutte le sue componenti (compresa quindi la firma) e l’attestazione del cancelliere completa la rappresentazione esterna dell’apposizione della firma digitale, garantendo che il documento informatico ne sia munito in originale.
Con riguardo all’ipotesi che alla redazione integrale della sentenza provveda direttamente il giudice estensore, in particolare, in formato elettronico, questa Corte, a Sezioni Unite, si è già pronunciata (“anche in previsione dell’entrata in vigore delle regole e specifiche tecniche dettate – artt. 15, 16 e 34 – dal Regolamento contenuto nel D.M. n. 44 del 2011, per l’adozione nel processo civile delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione del D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, e succ. mod. ai sensi del D.L. 29 dicembre 2009, n. 193, art. 4, commi 1 e 2, convertito nella L. 22 febbraio 2010 n. 24”) ed ha precisato che: “dal momento in cui il documento, conforme al modello normativo (art. 132 c.p.c., e art. 118 disp. att. c.p.c.), è consegnato ufficialmente in cancelleria – ovvero è trasmesso in formato elettronico per via telematica mediante PEC (D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, art. 48) – il procedimento della decisione si completa e si esterni e dalla relativa data la sentenza diviene irretrattabile dal giudice che l’ha pronunziata; è legalmente nota a tutti; inizia a decorrere il termine lungo di decadenza per le impugnazioni di cui all’art. 327 c.p.c., comma 1; produce tutti i suoi effetti giuridici” – cfr. Cass., Sez. Un., 1 agosto 2012, n. 13794 -.
Nella specie il suddetto deposito in cancelleria era già avvenuto con la trasmissione (e contestuale deposito telematico nel fascicolo informatico) della sentenza definitiva relativa al fascicolo n. 3898/2012 in data 30/1/2014 (ore 18.21), munita della firma digitale del Presidente estensore.
Ed allora è del tutto irrilevante, ai fini della materiale esistenza di tale provvedimento, il successivo invio da parte del medesimo giudice estensore di altra sentenza relativa allo stesso fascicolo avvenuto, egualmente con modalità telematica, il 4/2/2014 (ore 9.22) – si veda sempre il riepilogo Polisweb allegato al ricorso per cassazione e la comunicazione dell’avvenuto (nuovo) deposito effettuata, sempre a mezzo PEC, dalla cancelleria all’avv. Francesco Siciliano (difensore dell’appellante) in data 4/2/2014, pure allegata al ricorso -, sulla base di un asserito “problema tecnico” relativo al precedente invio. Prima ancora di tale nuovo invio, infatti, la sentenza precedente, redatta in formato elettronico, regolarmente firmata e trasmessa a mezzo PEC dal Presidente estensore, era già da considerarsi depositata e pubblicata alla data di ricezione della stessa da parte della cancelleria (c.d. deposito telematico nel fascicolo informatico), come risultante documentato in atti.
I rilievi del ricorrente, che riguardano, dunque, un provvedimento intervenuto dopo che altro e precedente conclusivo era già stato depositato (non come semplice “minuta” ma come provvedimento definitivo, irretrattabile), colgono, così, nel segno sol che si consideri che deve ritenersi insanabilmente nulla la sentenza che, come nel caso di specie, ancorchè pronunciata nei confronti delle parti del presente processo, esprime nella sua motivazione e nel dispositivo una decisione che riguarda altri soggetti ed una diversa causa.
Del resto, come da questa Corte già affermato, la mancata esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa, ovvero la mancanza della motivazione in diritto determinano la nullità della sentenza allorquando rendano impossibile l’individuazione del thema deeidendum e delle ragioni poste a fondamento del dispositivo” così Cass. 3 aprile 1990, n. 2711; Cass. 3 aprile 1999, n. 3282; Cass. 27 settembre 2001, n. 12099 -. Si è pure aggiunto – cfr. Cass. 22485/2010 che la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto della decisione costituisce un requisito da apprezzarsi esclusivamente in funzione della intelligibilità della decisione e della comprensione delle ragioni poste a suo fondamento, la cui mancanza costituisce motivo di nullità della sentenza quando non sia possibile individuare gli elementi di fatto considerati o presupposti nella decisione (si veda Cass. 27 giugno 2014, n. 14741).
Orbene, nel caso in esame, la Corte territoriale non ha esposto alcuna motivazione per dimostrare e giustificare la (in)fondatezza delle censure mosse dall’appellante principale ovvero da quello incidentale che non risultano esplicitamente esaminate, nè può dirsi che la stessa abbia implicitamente disatteso ovvero confermato, sulla base di una revisione critica, le ragioni esposte dal giudice di primo grado.
E’ pur vero che è stato ritenuto che, qualora sia stato emesso nei confronti delle parti del giudizio un provvedimento giurisdizionale avente contenuto decisorio, ma con motivazione e dispositivo relativi a diversa causa concernente altri soggetti, tale provvedimento, affetto da nullità radicale (cd. inesistenza giuridica), comporta un incompiuto esercizio della giurisdizione ed una inattitudine al giudicato, con possibilità per lo stesso giudice di procedere alla sua rinnovazione, attraverso l’emanazione di un atto valido conclusivo del giudizio, tuttavia ciò presuppone necessariamente un’autonoma azione di accertamento negativo (“actio nullitatis”) – che può essere fatta valere in ogni tempo e che comunque non esclude che tali vizi possano essere fatti valere tempestivamente con i normali mezzi di impugnazione, ove ricorra l’interesse della parte ad una espressa rimozione dell’atto processuale viziato – cfr. Cass. 28 dicembre 2009, n. 27428; Cass. 29 dicembre 2011, n. 30067; Cass. 17 marzo 2014, n. 61623 -; deve, perciò, essere escluso che alla suddetta nullità radicale possa ovviarsi, dopo il deposito in cancelleria, attraverso l’emanazione di una nuova sentenza “integrata” con appropriate motivazione e dispositivo (si veda anche la già sopra citata Cass. 31 ottobre 2005, n. 21193 -).
Nè fondatamente la società evidenzia, con la memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2, ulteriori profili di assenta inesistenza della prima delle due sentenze di cui si discute.
Va al riguardo evidenziato che una indicazione, nell’intestazione della sentenza, del nome di magistrato diverso da quelli componenti il collegio dinanzi al quale la causa è stata discussa e che ha trattenuto la causa in decisione, può anche essere ascritta ad un mero errore materiale, come tale neppure comportante la nullità della sentenza, ma suscettibile di correzione ai sensi dell’art. 287 c.p.c., considerato che detta intestazione è priva di autonoma efficacia probatoria, esaurendosi nella riproduzione dei dati del verbale di udienza, e che, in difetto di elementi contrari, si devono ritenere coincidenti i magistrati indicati in tale verbale come componenti del collegio giudicante con quelli che in concreto hanno partecipato alla deliberazione della sentenza stessa – così Cass. 6 ottobre 1998, n. 9898; Cass. 13 settembre 2006, n. 19662; Cass. 14 dicembre 2007, n. 26372; Cass. 6 luglio 2010, n. 15879; Cass. 5 febbraio 2016, n. 2318 -. Eguale ragionamento deve essere fatto con riguardo all’indicazione risultante dalla sentenza di una data di deliberazione diversa da quella reale evincibile dal verbale dell’udienza di discussione. Di conseguenza entrambi i rilievi sono da considerare assorbiti nelle considerazioni sopra svolte con riguardo alla irretrattabilità della sentenza depositata in data 30 gennaio 2014.
4 – Ricorre con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5, per la definizione camerale del processo.
5 – In conclusione il ricorso va accolto e va cassata per nullità la sentenza impugnata, con rinvio della causa alla Corte di appello di Roma che, in diversa composizione, definirà il giudizio di appello con sentenza rispettosa delle prescrizioni di cui all’art. 132 c.p.c., e provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso, cassa per nullità la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione.
Depositato in Cancelleria il 23 agosto 2016

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 375
 sentenza 
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 sentenza 
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 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 380
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 4
 art. 4
 art. 4
 art. 1
 art. 20
 art. 1
 art. 21
 sentenza 
 art. 15
 art. 2
 Cass. 
 sentenza 
 art. 4
 art. 118
 art. 48
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
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 art. 380
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