Source: https://www.ostetrichevda.it/per-le-donne/la-donna-leta-fertile/
Timestamp: 2019-01-20 19:42:50+00:00

Document:
La donna e l'età fertile - Ordine della professione di Ostetrica della Regione Autonoma Valle d’Aosta
Per promuovere la salute del tuo bambino, in gravidanza, mangia due volte.. sì, ma due volte meglio!!
Mangiare “bene”, in modo sano, è uno degli argomenti che, da qualche anno a questa parte, sembra interessare sempre più la community sanitaria di medici, scienziati e professionisti sanitari.
È risaputo che alcuni gruppi di alimenti, come i grassi, le carni rosse e lo zucchero semplice, se assunti di frequente e in quantità eccessive possono, a lungo andare, interferire con il nostro metabolismo e favorire l’insorgenza di alcune malattie, come il diabete e l’ipertensione; viceversa, aderire ad una dieta di tipo mediterraneo, ricca di frutta e di verdura, sembra essere, a tutti gli effetti, protettiva e salutare per l’uomo. Un’alimentazione sana diventa quindi importante e fondamentale tanto nel bambino quanto nell’adulto e nell’anziano; esistono poi alcuni momenti nel corso della vita definiti “critici” nei quali assumere una dieta corretta diventa ancora più importante.
In particolar modo, mangiare “sano” è doppiamente importante per la donna in gravidanza: nei nove mesi di gestazione, la futura mamma diventa infatti l’unica responsabile non solo di se stessa ma anche del benessere del futuro bambino che sta crescendo e si sta sviluppando dentro di lei; e siccome tutto ciò che la mamma mangia o beve viene trasmesso al bambino, una corretta alimentazione materna è considerata due volte importante, per il benessere sia materno che fetale-neonatale.
Numerosi studi condotti recentemente hanno evidenziato l’esistenza di una sorta di “programmazione” della salute del futuro bambino che si verifica già durante la crescita fetale in utero, che è indipendente dalla trasmissione ereditaria, genetica e familiare che noi tutti conosciamo ma che è influenzata da tutta una serie di altri fattori ambientali, chiamati epigenetici, che possono andare a modificare il comportamento di alcune cellule del corpo e favorire lo sviluppo di determinate malattie. E uno dei principali fattori che possono influenzare questa programmazione della salute del bambino è proprio la dieta della mamma assunta prima, durante e dopo i nove mesi di gravidanza, nel periodo chiamato periconcezionale; la dieta della mamma rappresenta infatti l’unica fonte energetica per il bambino, in utero e durante l’allattamento al seno e, se la mamma mangia “male”, il bambino non può che essere nutrito “male”.
Ma come possono questi vari impulsi che riceviamo dall’ambiente andare ad interagire in maniera così significativa con il perfetto funzionamento del nostro corpo, a tal punto da divenire quasi dei “promoter” di salute o di malattia nell’individuo stesso e nella futura prole?
Lo stile di vita ed, in particolare, i cibi che noi tutti introduciamo con la dieta vengono gradualmente digeriti ed assorbiti nel tratto gastrointestinale, che prosegue dallo stomaco all’intestino. In quest’ultimo, in particolare, sono fisiologicamente presenti milioni e milioni di batteri “buoni”, chiamati microbiota intestinale, che attaccano il bolo di alimenti ingeriti e già parzialmente digeriti e lo scindono e lo digeriscono in elementi ancora più semplici che diventano, in minima parte, cibo per questi microorganismi e, in gran parte, energia per l’organismo stesso. È come se avessimo una piccola comunità dinamica di microbi che mastica e disintegra i vari “bocconi” di cibo che introduciamo durante i pasti e li riduce in elementi cosi piccoli da poter essere assorbiti dalla membrana intestinale; ed è solo grazie a questa digestione batterica che molte sostanze presenti negli alimenti, importantissime per il benessere dell’uomo, riescono ad essere assorbite e utilizzate dal nostro corpo.
Normalmente, quando una mamma ha una alimentazione sana, la maggior parte di questa microflora intestinale è rappresentata da batteri “buoni”, probiotici e prebiotici; viceversa, una mamma che segue una condotta alimentare non sana, ricca di grassi animali e di zuccheri semplici e povera di frutta e di verdura, presenta, a livello intestinale, molti più batteri “cattivi” che assorbono male o non assorbono le sostanze nutritive e creano disordini nel metabolismo, sia nella mamma che nel bambino. La “buona” o la “cattiva” composizione batterica intestinale influenzata dalla dieta della mamma viene infatti trasmessa anche al bambino, durante la gravidanza attraverso la placenta, durante il passaggio nel canale del parto e nel periodo neonatale attraverso l’allattamento.
Modificare in meglio le proprie abitudini alimentari ed evitare stili di vita scorretti, mangiare sano e praticare attività fisica offre alla donna, e futura mamma, l’opportunità di promuovere il proprio stato di salute ma anche e soprattutto di favorire il benessere del proprio futuro bambino: una mamma che mangia in modo sano offre maggiori possibilità al suo bambino di crescere in salute, gli insegnerà a mangiare bene e diventerà una promoter di benessere per tutta la famiglia.
Ostetrica Amanda Gamba
Parlare di sessualità, sia che ci si rivolga ad adolescenti che ci si rivolga ad adulti, non è mai semplice.
È un fattore che può essere influenzato da differenti modelli culturali o familiari, ed è mutevole nel corso delle varie fasi della vita di una donna. Essa è comune a tutte le specie animali, per quel che riguarda la funzione riproduttiva, mentre nell’uomo riveste anche una funzione relazionale e una funzione ludica.
Nella nostra società è presente tutt’oggi un notevole tabù nel parlare di sessualità in gravidanza.
Il vissuto della propria sessualità durante il periodo prenatale e perinatale varia da donna a donna e da coppia a coppia. Il fatto che sia già in atto la funzione riproduttiva sembra, in qualche modo, delegittimare il vivere serenamente questo ambito.
L’idea generale che dovrebbe passare, sessualmente parlando, è che non esiste una regola su come o cosa sia giusto fare. Esiste piuttosto un modo di vivere l’intimità che si adegua ai cambiamenti che la gravidanza e il parto comportano, cercando di mantenere inalterata la “qualità” che nutre il rapporto di coppia (ad esempio, la tenerezza, il gioco, la vicinanza). In alcuni rapporti di coppia la sessualità invece si basa su regole rigide prestabilite, per cui, nel momento in cui cambia il contesto, crolla la vita sessuale con conseguenze sulla relazione di coppia.
Non vi è alcuna controindicazione all’attività sessuale e al coito durante la gravidanza ad eccezione di situazioni a rischio che richiedono l’astensione dai rapporti completi ( es. minaccia d’aborto o di parto prematuro, rottura prematura delle membrane, placenta previa, perdite ematiche, poliabortività).
In gravidanza i rapporti sessuali possono avvenire normalmente, seguendo i ritmi della donna che potrà trarre uno stato di benessere e rilassamento dal rapporto con il proprio partner, mentre il feto non ne sarà assolutamente disturbato, poiché lo stato materno generato dall’entrata in circolo delle endorfine (denominate “ormone del piacere”) doneranno benessere anche a lui.
Può succedere che in gravidanza si possa riscontrare, soprattutto nel primo trimestre un leggero calo del desiderio: i responsabili sono solitamente gli ormoni, nello specifico il progesterone, che è l’ormone dell’annidamento. Anche se la vasocongestione a livello genitale intensifica l’eccitazione sessuale (soprattutto nel primo e nel secondo trimestre).
Inoltre potrebbero subentrare, soprattutto a fine gravidanza, anche fattori psicologici. Nella coppia compare frequentemente la paura inconscia che l’attività sessuale possa nuocere al feto, statisticamente questa paura inibisce circa ¼ delle madri e almeno ¼ degli uomini che talvolta hanno paura di ferire anche la partner.
Non ci sono studi che abbiano trovato correlazioni tra aborto o parto prematuro e attività sessuale della donna.
Durante i nove mesi potrebbe verificarsi la presenza della dispareunia (l’avere rapporti sessuali dolorosi) che colpisce il 22-50% delle donne gravide. Nel terzo trimestre, un numero alto di donne riferisce disturbi durante i rapporti dovuti alle contrazioni orgasmiche uterine (6-62%), alla difficoltà di trovare una posizione (12-20%), ad una mancanza di attrazione sessuale (4-20%) o per la preoccupazione di non soddisfare il coniuge (35-88%).
Può essere utile risolvere la questione “pancione” divertendosi a sperimentare nuove posizioni (più agevole disporsi su un fianco, con il partner di fronte o dietro, o in alternativa mettersi sopra l’uomo), ma anche di scegliere soluzioni alternative al coito quando questo diviene insostenibile.
La gravidanza può diventare un’occasione per sperimentare modi diversi di vivere l’intimità di coppia.
Molte donne, che riferiscono una maggior soddisfazione sessuale, risultano essere più ottimiste nei confronti della imminente maternità, meno affaticate e manifestano in misura minore sintomi depressivi.
Statisticamente il tempo intercorso tra il parto e il ritorno all’attività sessuale è in media di 6-8 settimane. L’attività sessuale è influenzata da molteplici fattori che riguardano il tipo di parto, l’allattamento, le caratteristiche psicologiche della neo-mamma e del partner ed anche, ovviamente, il livello di soddisfazione sessuale e di frequenza dei rapporti che si avevano prima della gravidanza e del parto. Tra le problematiche maggiori troviamo il timore di sentire dolore, il calo di desiderio legato agli alti livelli di prolattina (mediamente ricompare dopo 4 settimane dal parto) e la secchezza vaginale. A questo va aggiunto che, le continue richieste del neonato, i pianti, il diverso ritmo sonno-veglia, gli orari per le poppate, ecc. possono far sentire alla coppia la mancanza di una vera e propria intimità in cui potersi ritrovare. In alcuni casi, l’uomo può sentirsi escluso da questa nuova diade madre-figlio e provare sensazioni di gelosia e di perdita, per cui sarà importante per la coppia dialogare, svincolandosi dal tabù dell’argomento, favorendo l’ascolto dell’altro per arrivare a capire quali sono i bisogni del proprio partner e di conseguenza trovare insieme delle soluzioni per raggiungere un giusto equilibrio ed evitare che la propria intimità venga trascurata.
Molto utile nella ripresa della sessualità risultano i preliminari e una sessualità “dolce”. Questo permette di favorire la lubrificazione spontanea della vagina, e all’occorrenza è consigliato l’utilizzo di gel lubrificanti.
Una buona ginnastica perineale e, in caso di traumi importanti, un percorso di riabilitazione perineale può favorire un miglioramento del tono vaginale e in alcuni casi la scoperta di una sessualità nuova.
Ostetriche Alice Crespi e Valentina Nasso
Il bambino del cuore
“Il cuoricino si è fermato”
una frase come questa ha il potere di cambiare completamente la vita di una donna, di una coppia.
Ne parliamo raramente, ma la gravidanza non ha sempre un esito positivo ed a volte si interrompe precocemente, è quello che in ostetricia e ginecologia si definisce un aborto spontaneo. Questo evento è uno dei più traumatici nella vita di una donna, anche se spesso passa completamente inosservato.
Ma proviamo a pensare, anche solo per un momento, a quello che succede nella mente di una mamma nell’attimo in cui si rende conto che il cuoricino si è fermato, che il battito d’ali è svanito.
Spesso le frasi che diciamo per alleviare il dolore di chi abbiamo davanti, anche se corrette nel contenuto, sono le più sbagliate in assoluto.
“Era ancora presto, può capitare.”
“Potrai avere un altro bambino.”
Sono tutte frasi dette in buona fede, in un momento in cui operatori sanitari, oppure amici e parenti, si trovano a doversi rapportare con il dolore e proprio, diciamocelo, non ci sappiamo fare.
Nella società attuale il dolore ce lo concediamo poco: abbiamo mal di denti o mal di gola e in un attimo prendiamo un antidolorifico, stessa cose per mal di schiena, mal di testa e così via. Ci lasciamo con il fidanzato e ci viene detto “Chiudi una porta si apre un portone”. Il nostro cagnolino vola in cielo e ci diciamo che non si piange per un cane. Basta solo pensare a quando perdiamo una persona in famiglia e, come lavoratori, abbiamo diritto a tre giorni di pausa. TRE GIORNI. Non piangere che passerà. Volta pagina. Non pensarci. Tutto, e dico proprio tutto, nella nostra società ci spinge a chiudere quel dolore in un cassetto e lasciarlo li, ignorarlo e sperare che prima o poi, come polvere voli via. Sfortunatamente però, lo sappiamo bene, quel dolore non andrà via, anzi avrà la possibilità di tornare, in piena notte mentre stiamo sognando, in una giornata di sole in cui nulla poteva preannunciarlo, in una serata uggiosa passata davanti alla tv. Una canzone, un film, un profumo apre quel cassetto e ce lo rovescia addosso con violenza, fino a sommergerci.
E allora torniamo a quella mamma, che ha appena perso il suo bambino, e solo allora ci rendiamo conto di quanto quelle frasi siano piene di significati che non avevamo visto prima.
Non è mai troppo presto per sentirsi mamma, perché ricordiamolo a tutti una donna inizia a sentirsi mamma da subito. Quelle due lineette sul test di gravidanza aprono scenari immensi; il “fagiolino”, la “farfallina” iniziano a vivere nel ventre e allo stesso tempo nella mente materna. Ci figuriamo il viso, gli occhi, le manine paffute, le partite di calcio, la prima uscita con la fidanzatina, perché per essere mamme non serve ne la pancia, ne una culla, serve solo una bella fetta di cuore.
Rassicurante dal punto di vista prettamente fisico, ma mai frase fu più crudele perché quella mamma che abbiamo di fronte voleva QUEL bambino, solo quello era il SUO bambino, il suo cucciolo e se in seguito ne arriverà un altro sarà un fratellino, mai un sostituto. Quel bambino li, quello il cui volo si è interrotto in anticipo, c’era, perché avevamo visto il cuoricino fluttuare, le braccine muoversi, sentito qualche sfarfallio nella pancia, e non sparirà mai, perché si è solo spostato… dalla pancia è salito più in alto. Per quella mamma quello sarà sempre il suo bambino speciale, il suo bambino del cuore.
E allora non togliamoci la possibilità di vivere quel dolore. Questa è una perdita come ogni altra nella nostra vita e non facciamo l’errore di pensare che abbia meno peso perché era solo nostra e ancora quasi non si vedeva. Proprio perché è solo nostra, la perdita è maggiore, come perdere un pezzo di noi, della nostra storia, della nostra vita. Affrontiamo questo dolore, concediamoci di piangere tutte le lacrime che vogliamo, tiriamo fuori tutte le domande che abbiamo, urliamo il nostro male per renderlo leggero e farlo volare via. Chiediamo aiuto, non siamo sole. Un pezzo di quel dolore tanto lo porteremo sempre con noi, lo sistemeremo e lo riporremo nell’apposito cassetto per ricordarci sempre di quello che siamo e di quello che siamo state. Ma tanto non è necessario, perché in futuro ogni volta che qualche bella sensazione ci lascerà senza fiato sappiamo bene cos’è quel guizzo nel petto, sono i salti di gioia e le capriole del bambino del cuore.
Ostetrica Lorena Bonfanti
E se si presenta con la testa in sù?
Una volta arrivati presso il termine della gravidanza, se la testa del tuo bambino, anziché essere impegnata nella pelvi, è rivolta verso il fondo dell’utero, si parla in termini ostetrici di “presentazione podalica“.
Si possono avere diverse varianti, in cui il bambino ha:
• le anche e le ginocchia flesse – podalico completo
• una o entrambe le anche parzialmente o completamente estese – podalico incompleto
• le anche flesse e le ginocchia estese – podalico franco o varietà natiche.
Secondo i dati del Certificato di assistenza al parto (CeDAP), nel 2010 in Italia i parti con nato in presentazione podalica sono stati 4.0% del totale.
Non sono note le cause della presentazione podalica; studi osservazionali hanno rilevato che la presentazione podalica occorre più frequentemente in donne di origine caucasica di livello socio-economico medio-alto.
Nel corso del terzo trimestre, a 32-34 settimane, è considerato ancora “normale” se il bambino dovesse essere in presentazione podalica, anche se a quest’epoca il 93-94% dei bambini si presenta con la testa verso il basso.
A 32-34 settimane non è indicato fare nulla.
A 35-36 settimane compiute occorre ricontrollare la posizione del bambino. Più precisamente si deve eseguire una ecografia a 35 settimane se si è alla prima gravidanza e a 36 settimane compiute se si è al secondo o terzo figlio. Questa ecografia di pochi minuti stabilirà la sua “presentazione” che se fosse cefalica comporterebbe l’attesa del travaglio spontaneo, mentre se dovesse essere ancora podalica, in caso di prima gravidanza, controindicherebbe il parto vaginale che invece potrebbe essere concesso, solo in alcuni centri, in casi selezionati, ovvero in gravide che sono già alla loro seconda o terza esperienza di parto vaginale.
Come si può facilitare la rotazione spontanea del feto prima della 36° settimana?
Prima di arrivare alla 36 settimana, la futura mamma può mettere in atto alcune strategie per incoraggiare la rotazione spontanea del bambino. Di seguito elencherò alcune pratiche che hanno il vantaggio di essere del tutto innocue e non traumatiche, ma con una ridotta efficacia:
Posizioni materne che favoriscono il rivolgimento del bambino: la donna può provare a rilassarsi rimanendo qualche minuto distesa con il bacino sollevato da un cuscino e mantenuto più in alto del tronco, oppure a terra, su una stuoia o un tappeto confortevole, con le gambe sollevate a squadra e appoggiate al muro.
La moxibustione: consiste nell’avvicinare la punta calda di un sigaro di artemisia acceso al lato esterno del mignolo del piede, vicino all’unghia, e mantenerlo in quella posizione per alcuni secondi, rimuovendolo appena il calore diventa fastidioso.
L’agopuntura: prevede l’infissione di un ago nello stesso punto dove viene praticata la moxa. La moxibustione associata ad agopuntura consiste nell’infissione dell’ago che viene poi riscaldato con il sigaro di artemisia.
Pallina sonora o luce: il piccolo dovrebbe seguire i suoni di una pallina sonora o la luce di una pila. La pallina/la luce viene fatta ruotare più volte sulla pancia, e più precisamente dal punto in cui si trova la sua testa verso quello in cui si desidera che la testa si sposti, cioè nella direzione dell’osso pubico.
La mamma prende contatto con il piccolo attraverso le proprie mani: Il bambino sente in modo chiaro queste tenerezze, alcuni nascituri si rannicchiano nella pancia sotto i palmi delle mani della loro mamma. Quando il feto, dopo alcuni giorni, si è abituato a queste “carezze” si cerca di attirarlo dolcemente verso la direzione giusta per farlo girare. Esistono anche alcuni metodi per convincere il piccolo a fare la famosa capriola che si basano su strategie di rilassamento e di dialogo con il bebè.
Questi interventi si eseguono solitamente tra la 30° e la 34° settimana, quando il feto ha ancora spazio per tentare di voltarsi da solo. Non è necessario effettuarli in ambiente ospedaliero, perché non comportano alcun rischio per la madre e il nascituro. Sono strategie che favoriscono il contatto tra mamma e bambino ancora prima della nascita e che di sicuro non hanno controindicazioni. Mal che vada, si sarà passato un po’ di tempo in contatto con il proprio bebè, in una situazione intima e rilassante.
Esiste una pratica con una maggiore comprovata efficacia, si tratta del rivolgimento manuale per manovre esterne da effettuare eventualmente quando a 35-36 settimane, il feto è sempre in presentazione podalica.
La manovra viene eseguita in ospedale in condizioni di assoluta sicurezza, ed è una prestazione gratuita.
Il rivolgimento viene eseguito a 36 settimane compiute, se si è alla prima gravidanza, e a 37 settimane, se si è alla seconda o alla terza gravidanza.
Ogni ospedale adotta la sua procedura, ma tutti concordano con l’esecuzione iniziale di una ecografia per studiare la posizione del bambino (soprattutto delle gambe), la posizione della placenta, la quantità di liquido amniotico, la posizione del cordone ombelicale, le dimensioni ed il peso fetale.
Al fine di studiare il benessere del piccolo, prima della manovra, è sempre bene eseguire un tracciato cardiotocografico di 20 minuti per registrare l’attività cardiaca e un ecodoppler.
Il rivolgimento non può essere eseguito nei seguenti casi:
• placenta previa: cioè quando la placenta copre l’orifizio uterino interno (“la porta d’uscita”) per cui non si può eseguire il parto per via vaginale
• anidramnios o oligoidramnios (AFI<50): ovvero nel caso in cui ci dovesse essere una ridotta o scarsa quantità di liquido amniotico.
• ritardo di crescita con alterazioni flussimetriche
• tracciato cardiotocografico non rassicurante, con decelerazioni del battito cardiaco fetale
• miomatosi multipla, cioè la presenza di numerosi fibromi (detti anche miomi) della parete uterina, specie se voluminosi
• pregresso taglio cesareo
Se non esistono controindicazioni si procede alla manovra che consiste:
• nel sollevare il sederino dall’esterno con una mano poggiata sull’addome materno dietro l’osso del pube.
• Una volta “sganciato” il sederino dall’imbuto del bacino, il feto è libero di muoversi e lo si aiuta a compiere quel capitombolo in avanti che avrebbe dovuto fare spontaneamente spingendo con un dito dietro la nuca.
• Se non ci sono ostacoli, la manovra è facile e ben tollerata dalla madre e dura circa 1 minuto.
La Manovra viene fatta con molta delicatezza ed è assolutamente innocua per il bambino che viene comunque sorvegliato in tempo reale nel suo spostamento con l’ecografia e ascoltando sempre il battito.
Può accadere che il cordone sia posizionato in modo da impedire la capriola: in tal caso viene sospesa la manovra senza insistere ulteriormente. Nel caso in cui non dovessero esserci le condizioni perfette per poter eseguire il rivolgimento questo non verrà effettuato e a questo punto alla mamma verrà prenotato un taglio cesareo da eseguire intorno alle 39 settimane ( non prima, per favorire un buon adattamento del neonato alla vita extrauterina ed evitare eventuali distress respiratori).
Se invece la manovra dovesse riuscire, il bambino verrà sorvegliato per un’ora con il tracciato CTG dopo il quale la donna verrà dimessa per poi ripetere un secondo tracciato nel pomeriggio, un terzo la mattina successiva e un quarto dopo una settimana, nell’attesa che si attivi il travaglio spontaneo.
La possibilità di complicazioni maggiori (contrazioni, rallentamento marcato del battito, sanguinamento) è descritta in letteratura scientifica come molto rara (0.37%) e si risolverebbe comunque eseguendo un taglio cesareo subito dopo la manovra, per questo normalmente viene richiesto alla donna di aver già fatto gli esami previsti per il parto.
Infine è possibile per la donna di decidere di richiedere un parto con taglio cesareo programmato a 39 settimane.
La presentazione podalica rappresenta una delle indicazioni più frequenti al parto cesareo programmato. Infatti è stato visto che tentare il parto per via vaginale in questa condizione, espone il bambino a un rischio inaccettabile di traumatismi, con aumento della mortalità rispetto al bambino partorito per via vaginale (soprattutto nei casi di prime gravidanze) .
L’intervento di parto cesareo espone la madre, per quanto numericamente rari, (sicuramente molto superiori a quelli di un parto spontaneo per vie naturali), a rischi anestesiologici e di complicanze nel post-intervento (come infezioni o emorragie). Inoltre il tempo di “recupero” dopo un intervento chirurgico addominale è comunque più lungo rispetto al post-partum di chi ha partorito per via vaginale, che già dopo un paio di ore si può muovere liberamente.
Evitare un parto cesareo per presentazione podalica evita alla donna non solo quel determinato cesareo, ma riduce anche il rischio di eventuali, ulteriori, tagli cesarei ripetuti.
L’aver effettuato un taglio cesareo riduce le possibilità di gravidanze successive, in quanto dopo il terzo cesareo i rischi ostetrici e chirurgici diventano alti, e inoltre comporta il dover aspettare almeno 12-18 mesi per una successiva gravidanza.
L’epoca migliore per garantire le maggiori possibilità di respirazione autonoma del neonato è quella superiore alle 38+6 settimane.
Le donne con precedente parto cesareo, senza apparenti complicazioni, che giungano a termine di una gravidanza fisiologica e non abbiano controindicazioni al parto vaginale, dovrebbero essere informate che esiste una alternativa al secondo cesareo elettivo e che il tentativo di parto vaginale (VBAC) si conclude favorevolmente in circa il 75% dei casi.
Ostetrica Stefania Fazari
1. Pescetto R, De Cecco L, Pecorari D, Ragni N. – Manuale di Ostetricia e Ginecologia – Società Editrice Universo Roma, 2001
2. SaPeRiDoc. Presentazione podalica a termine. http://www.saperidoc.it/
Donazione solidaristica del sangue del cordone ombelicale
Per maggiori info vedi Link
Le coppie interessate ad effettuare la donazione solidaristica del cordone ombelicale possono trovare di seguito la modulistica da leggere e compilare in previsione del colloquio da effettuare con l’ostetrica presso il punto nascita di riferimento. I documenti sono aggiornati al 28/06/2018 e sono quelli adottati dalla Banca del Sant’Anna di Torino e quindi dal centro raccolta di Aosta.
INFORMATIVA_allegato-a-sco
Questionario_anamnestico_allegato-b-sco
Anamnesi_Allegato1 (1)
Microsoft Word – Areas with Risk of Zika
Consenso_Informato_sco-101
CRITERI_AUTOESCLUSIONE_allegato-c-sco
Le sale parto di tutto il mondo hanno sentito questa domanda all’infinito. Quasi ogni donna, durante il travaglio, se lo chiede e lo domanda agli operatori che la assistono, in modo riflessivo e dolce in una pausa tra una contrazione e l’altra oppure in un modo un po’ meno dolce all’apice di una contrazione.
Dal punto di vista fisico e scientifico la spiegazione è molto semplice; inizialmente il dolore è provocato dallo stiramento dei muscoli del collo uterino che deve dilatarsi ed in seguito il dolore è dovuto alle contrazioni della parete uterina. Durante il parto vero e proprio è dovuto allo stiramento dei muscoli del perineo. Facciamo un piccolo passo indietro, alle origini, per così dire. Il dolore del parto è qualcosa di sorprendente: è l’unico dolore che non sia determinato da una malattia. Generalmente abbiamo male ad un dente perché c’è una carie, oppure abbiamo male ad un piede perché un tendine si è infiammato, tutte “malattie” che avvisano il nostro corpo dell’esistenza di un problema tramite il dolore.
Quando arrivano le prime contrazioni, invece, non dovete assolutamente preoccuparvi perché non significa che qualcosa non stia andando bene, anzi, significa che il vostro corpo, creato incredibilmente, si sta riscaldando per quello a cui vi siete preparate nei mesi della vostra dolce attesa e volendo esagerare a quello per cui ogni donna è stata preparata dai secoli dei secoli.
Ma che tipo di dolore è? Il dolore del travaglio come abbiamo detto è portato dalle contrazioni, parliamo al plurale perché fortunatamente il travaglio non è una contrazione continua bensì un momento di dolore intenso e subito dopo una pausa in cui rilassarsi e riprendere fiato. L’esistenza delle pausa è quello che rende il travaglio un’esperienza affrontabile e grazie proprio a quelle pause il nostro corpo produce le endorfine, ormoni responsabili dell’appagamento e del rilassamento. Le endorfine sono degli analgesici naturali, creati su misura per noi, che addirittura aiutano le mamme ad addormentarsi tra una contrazione e l’altra in modo da ricaricare le energie. Parlando di ormoni, l’ormone invece responsabile delle contrazioni è l’ossitocina, un ormone incredibile, chiamato anche l’ormone dell’amore, perché si sprigiona in momenti piacevoli con il proprio compagno, in momenti di affetto con il nostro cagnolino e soprattutto quando stringiamo il nostro bambino tra le braccia. In sintesi ossitocina ed endorfina sono i protagonisti del travaglio ed incentivano il momento di tenerezza e gratitudine al tanto atteso momento dell’incontro con il proprio cucciolo. Se questi ormoni collaborano tra loro il travaglio di parto sarà per tutte le donne un’esperienza impegnativa, durissima, che le spingerà oltre ogni limite, ma alla fine le lascerà incredibilmente appagate, soddisfatte, bellissime, potenti, molto più forti di Hulk. Quello che può capitare però è che altri ormoni, in questo caso meno generosi, meno amici, che sono normalmente coinvolti nel processo del travaglio, interferiscano con il ruolo degli “ormoni del piacere” rendendo il travaglio molto lungo e le pause per nulla rigeneranti o insoddisfacenti. Questi ormoni sono legati alla paura ed allo stress: adrenalina e cortisolo, ”ormoni dell’attività” fanno il loro lavoro, sono grandi alleati fuori dal travaglio, ma in questo momento livelli troppo elevati non aiutano affatto. A questo punto penserete che è più che normale essere spaventati ed avere paura di fronte ad un evento di cosi grande impatto fisico e mentale! Come darvi torto! Una minima dose di paura, sprigiona ormoni dell’attività che ci rendono attenti e vigili, il che non guasta mai, a meno che non ci impedisca di lasciarsi andare…perché è proprio questo il punto, il travaglio ed il parto non hanno bisogno di attenzione, perché c’è l’ostetrica ad occuparsi di voi, c’è vostro marito o una vostra amica a proteggervi, quello che dovete fare voi è ascoltare il vostro corpo, sentire, provare. Ovviamente una buona ostetrica farà di tutto per proteggervi da stress e paura, perché sa quali siano le conseguenze, per cui vi farà stare in un luogo privo di distrazioni, calmo, riservato, vi lascerà dei momenti di intimità ed allontanerà da voi ogni motivo di ansia o stress anche fornendovi le informazioni necessarie. A quel punto voi dovrete solo provare a lasciarvi andare.
Torniamo al protagonista di questo articolo: il dolore.
Come abbiamo accennato all’inizio il dolore è un messaggio molto chiaro che il nostro corpo ci manda: ho male alla schiena, c’è un problema, devo andare dal medico. Nel travaglio abbiamo detto che il dolore non è messaggio di malattia, ma è una ottimo alleato perché manda suggerimenti chiari ed utilissimi. Per farvi un esempio tante donne in travaglio cambiano molte posizioni per sopportare al meglio il dolore e quando ne trovano una in cui stanno bene non la cambiano più, oppure la cambiano quando l’effetto benefico svanisce, trovandone un’altra migliore. Il dolore è funzionale, guida la donna ad assumere le posizioni antalgiche (ovvero quelle in cui il dolore è più tollerabile) che sono allo stesso tempo le posizioni corrette per il migliore svolgimento del travaglio e del parto. Ovviamente però dobbiamo ascoltarlo e tentare, perché se no sarebbe come ordinare un caffè in un bar in cui il cameriere porta le cuffiette con la musica dei Metallica a palla, completamente controproducente. Il dolore ci guida se sappiamo accoglierlo ed ascoltarci. Ci fa cambiare posizione nel travaglio, ci fa urlare e ci fa ballare, tutte cose che fanno bene al nostro corpo e spesso anche a quello del bambino.
Siamo partiti dal “perché” scientifico del dolore, arrivando a quello pratico ovvero allo scopo del dolore ai fini del parto, ma secondo voi potrebbe esserci anche un importante “perché” emozionale?
Ogni tappa della vita di una donna è scandita da un evento di disagio o di dolore, provate a pensarci. La prima mestruazione ad esempio, da bambine diventiamo ragazzine. Il primo rapporto sessuale, da ragazzine diventiamo donne. Entrambi i momenti, pur essendo di gran peso emotivo, non sono stati particolarmente belli e facili, tranne che per alcune fortunate tra di noi, ma sempre accompagnati da piccoli dolori. E perché per il parto non dovrebbe essere lo stesso? Durante il travaglio si affronta il cambiamento più grande di tutti. Quello più spettacolare, più emozionante, più miracoloso. Da figlie diventiamo madri, ed essere madri è la cosa più grande del mondo. Scegliere di diventarlo è la scelta più coraggiosa del mondo. E quindi secondo voi potrebbe mai essere facile questo passaggio? Potrebbe mai essere breve questo cambiamento? E separarci dal nostro cucciolo, quello che abbiamo sentito muovere dentro solo noi, quello che è stato cullato dai nostro passi, accompagnato dalla musica del nostro cuore, quello che tra poco sarà anche degli altri, non più solo nostro, potrebbe mai non essere dolorosa una tale separazione? Nonostante gli studi non ho nessuna prova scientifica per rispondere a queste domande, posso solo dirvi che al solo leggerle il cuore vola..
Dopo il parto... ecco come affrontare il puerperio
Si tratta delle 6 settimane che seguono il parto, durante le quali l’organismo materno riassume totalmente o in parte le caratteristiche pregravidiche. È un periodo di cambiamento psicofisico per la neo mamma e relazionale per l’intero nucleo familiare che necessita di un nuovo equilibrio.
In questo articolo sono raccolti alcuni temi su cui maggiormente le donne fanno domande alla dimissione. Di seguito troverete consigli generali applicabili alla maggior parte delle mamme. In caso di situazioni particolari è opportuno però consultare la propria ostetrica o il medico per avere un parere personalizzato.
Fisiologicamente le perdite vaginali ( lochiazioni ) si protraggono per 30-40 giorni, cambiano colore consistenza e quantità. Il consiglio è cambiare spesso l’assorbente e non esagerare con detergenti intimi troppo aggressivi (una volta al giorno è sufficiente). Non è necessario rimuovere gli eventuali punti di sutura a livello perineale poiché si riassorbono in 15-20 giorni. Per la ferita da taglio cesareo possono essere utilizzati fili riassorbibili o non perciò seguire le istruzioni date dall’ostetrica alla dimissione. Se dovessero comparire febbre, perdite maleodoranti e dolore addominale meglio fare un controllo in pronto soccorso.
Il periodo di attesa prima della ripresa dei rapporti non è uguale per tutte le donne. Dipende infatti da diversi fattori fisici come la presenza di punti di sutura, di edema genitale, di emorroidi o di dolori addominale post taglio cesareo, nonché da aspetti psicologici ed emotivi. Il consiglio è di attendere all’incirca un mese durante il quale le lochiazioni si ridurranno e i genitali riprenderanno elasticità. Dopo 30-40 giorni è necessario effettuare una visita ginecologica durante la quale l’ostetrica o il ginecologo controlleranno la normale involuzione uterina e la guarigione degli eventuali lacerazioni perineali.
L’allattamento al seno, tra i tanti benefici per madre e neonato ha anche un’azione contraccettiva. Le donne che allattano in modo esclusivo al seno vedranno comparire il capo parto (prima mestruazione dopo la gravidanza) oltre i canonici 40 giorni (potranno passare anche mesi). Il responsabile di questo effetto è la prolattina, ormone protagonista della lattazione. Poiché la sua secrezione varia in base momento della giornata, alla stimolazione del seno e allo stato d’animo della mamma è difficile monitorarne la quantità in circolo e quindi l’effetto anticoncezionale. Il consiglio è di associare un altro metodo contraccettivo. Il preservativo non ha nessuna controindicazione come i contraccettivi ormonali a base di solo progesterone. Si consiglia comunque di parlarne con il ginecologo o l’ostetrica per ottenere un consiglio personalizzato per le proprie esigenze.
Durante il puerperio come in gravidanza è importantissimo seguire una dieta sana ed equilibrata. Non esistono cibi “vietati” (come in caso di toxorecettività in gravidanza) ma è opportuno variare il più possibile la propria alimentazione in modo da assumere nelle giuste quantità tutti i macronutrienti, senza tralasciare un corretto apporto idrico (almeno 2 litri di acqua al giorno). Le credenze riguardo i cibi assunti dalla madre e il sapore del latte materno non sono infondate. Questo però non deve essere un deterrente nei confronti degli alimenti dal sapore deciso, ma al contrario un modo per abituare il neonato a gusti differenti, propri del contesto familiare. In ogni caso si raccomanda di mangiare con moderazione cibi molto speziati, piccanti o che causano meteorismo e di astenersi dall’assunzione di alcolici.
L’attività sportiva dopo la gravidanza è un ottimo modo non solo per tornare in forma fisicamente ma anche per rilassarsi dal punto di vista mentale, ritagliandosi un momento di svago per sé o da condividere con il proprio bambino. Ovviamente il consiglio è di iniziare con moderazione magari con qualche passeggiata all’aria aperta. Per le attività aerobiche più intense e la piscina si consiglia di aspettare almeno 30 40 giorni dal parto e consultare l’ostetrica e il medico per avere conferma nella normale involuzione uterina e della ripresa muscolare.
Ostetrica Joelle Berthod
Il sostegno in allattamento
Sostenere l’allattamento al seno: una sfida a più protagonisti
Allattamento al seno: un argomento molto controverso e dibattuto sia da parte dei media che sui social network… ma anche semplicemente argomento di chiacchiere e confessioni tra mamme, dove ognuna riporta la sua esperienza e le sue emozioni.
Spesso il sostegno all’allattamento da parte degli operatori viene vissuto come utile e positivo, da altre donne invece come un’oppressione e una forzatura.
Perchè sostenere l’allattamento al seno?
L’allattamento al seno dovrebbe essere considerato come il proseguimento naturale della gravidanza durante la quale ogni madre ha protetto e nutrito il suo bambino. Il latte di ogni madre è infatti unico e specifico per il suo bambino, con una composizione ideale per le sue esigenze nutritive e di sviluppo.
Il latte di mamma è l’unico alimento che contiene tutti i nutrienti nelle giuste proporzioni, è facilmente digeribile e contiene una serie di fattori che proteggono dalle infezioni e aiutano a prevenire alcune malattie e allergie. E’ un alimento prezioso, sempre pronto per l’uso, alla giusta temperatura e igienico.
Allattare al seno:
• rafforza e consolida il legame del neonato con la sua mamma (bonding)
• fornisce al neonato un’alimentazione completa (benefici nutrizionali)
• protegge il neonato dalle infezioni
• porta comprovati benefici alla salute della mamma
Le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della sanità (OMS)
Per questi motivi l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda l’allattamento al seno in maniera esclusiva (cioè senza integrazioni di nessun altro alimento solido o liquido, come acqua, tisane, frutta frullata..) fino al compimento del 6° mese di vita e che il latte materno rimanga la scelta prioritaria per alimentare il bambino anche dopo l’introduzione di alimenti complementari, fino ai due anni di vita ed oltre, e comunque finché mamma e bambino lo desiderino.
Le iniziative “Ospedali Amici dei Bambini” e “Comunità amica dei bambini per l’allattamento materno”
L’iniziativa internazionale del programma “Ospedali Amici dei Bambini” (Baby Friendly Hospital Initiative – BFHI), dell’Oms-Unicef, vuole assicurare che tutti gli ospedali accolgano nel migliore modo possibile i neonati e divengano centri di sostegno per l’allattamento al seno. Per diventare “Ospedale Amico dei Bambini” l’ospedale deve applicare i 10 passi contenuti nella dichiarazione di Ginevra. Inoltre, tutti gli operatori sanitari all’interno della struttura devono conoscere e promuovere la piena attuazione del “Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituiti del latte materno” dell’Oms-Unicef e le successive risoluzioni dell’Assemblea Mondiale della Sanità per colmare la disinformazione sull’alimentazione dei lattanti e dei bambini. La verifica è basata su osservazioni dirette (visita all’interno dell’Ospedale), esame della documentazione (protocolli aziendali, politica aziendale..) e interviste alle mamme e al personale. Tale verifica è curata dal Comitato italiano per l’Unicef. Nel 2007 in Italia è stata realizzata sul territorio l’iniziativa “Comunità amica dei bambini per l’allattamento materno” dove è spiccata l’attenzione al sostegno della genitorialità dopo la dimissione dalle strutture ospedaliere. La certificazione di “Comunità amica dei bambini” per una struttura socio-sanitaria territoriale (ASL, Distretto socio-sanitario) consiste in un riconoscimento per l’impegno a sostenere le donne in gravidanza, le neo-mamme e i loro bambini nell’avvio e nel proseguimento dell’allattamento al seno. Gli standard per la Comunità amica dei bambini richiedono di attuare i “Sette passi” nel pieno rispetto del “Codice Internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno”. I due progetti “Ospedali amici dei bambini” e “Comunità amica dei bambini per l’allattamento materno”, vengono promossi dall’Unicef, per entrambi è stato adottato un sistema che prevede un supporto alle strutture interessate e tre momenti valutativi: sulla documentazione, sulla formazione del personale e sul risultato finale con le mamme. Entrambi i riconoscimenti hanno una durata di 36 mesi, dopo i quali è prevista una visita di rivalutazione della struttura, condotta in base agli stessi requisiti dell’iter di riconoscimento.
E la politica italiana?
Attualmente in Italia sono a disposizione strumenti di intervento per il monitoraggio, la formazione e la promozione di buone pratiche, grazie all’istituzione del Comitato nazionale multisettoriale per l’allattamento materno e la promulgazione di Linee di indirizzo specifiche, le “Linee di indirizzo nazionali sulla promozione, protezione e sostegno dell’allattamento al seno”.
I contenuti del programma “Ospedali amici dei bambini” sono inseriti tra le priorità del Piano sanitario nazionale vigente e del programma “Guadagnare salute”.
Inoltre con Decreto direttoriale del 18 maggio 2017 è stato rinnovato il “Tavolo tecnico operativo interdisciplinare per la promozione dell’allattamento al seno” (TAS), finalizzato a favorire la protezione, promozione e sostegno dell’allattamento al seno e a diffondere, presso la popolazione, la consapevolezza dell’importanza dell’allattamento materno come norma naturale, di valore culturale e sociale.
La normativa italiana in tema di allattamento recepisce buona parte del Codice ed è stata aggiornata con il Decreto 9 aprile 2009, n. 82, “Regolamento concernente l’attuazione della direttiva 2006/141/CE per la parte riguardante gli alimenti per lattanti e gli alimenti di proseguimento destinati alla Comunità europea ed all’esportazione presso Paesi terzi”.
La Valle d’Aosta essendo una piccola regione ha una peculiarità importante, cioè la presenza sul territorio regionale di un unico punto nascita: l’Ospedale Beauregard. Nell’ottobre 2017 l’Ospedale Beauregard ha affrontato la terza rivalutazione da parte del comitato Unicef come Ospedale Amico dei Bambini e l’ha superata positivamente, dopo un percorso lungo e difficile che ha visto impegnati molti operatori e il coinvolgimento della direzione sanitaria dell’ Ausl Valle d’Aosta.
Ancora non è stato istituito un impegno formale da parte dell’Azienda per intraprendere il percorso di certificazione per la “Comunità amica dei bambini” ma speriamo nei prossimi anni di poter assistere con orgoglio a questo importante riconoscimento.
Gli operatori sanitari svolgono un ruolo cruciale nel proteggere, promuovere e sostenere l’allattamento materno e dovrebbero:
• promuovere con il maggior impegno possibile l’allattamento al seno esclusivo
• assicurare alla donna la migliore informazione possibile, già in epoca prenatale, in modo che possa decidere in maniera libera e consapevole riguardo all’alimentazione del proprio bambino
• dare appoggio e consigli pratici alle donne che allattano e attivarsi per acquisire le necessarie conoscenze, competenze e abilità di counselling
• fare in modo che i servizi in cui lavorano, ospedale compreso, siano organizzati per favorire l’allattamento al seno
• fare in modo di rimuovere gli ostacoli che possono rendere difficoltoso l’allattamento materno esclusivo
• evitare pratiche che possano scoraggiare l’allattamento al seno
• promuovere l’allattamento al seno come una attività normale della vita di tutti i giorni, incoraggiando anche il supporto sociale e familiare
• favorire la creazione di gruppi di supporto ai quali indirizzare le famiglie.
E tu mamma cosa puoi fare?
Nel mio excursus rispetto all’allattamento al seno non mi sono scordata di voi e del vostro bambino… voi siete i veri protagonisti di questo impegno! La legislazione italiana, le iniziative internazionali ed il lavoro quotidiano degli operatori non vale davvero nulla senza partire da questo presupposto.
Ogni giorno nel mio lavoro incontro mamme diverse, con bimbi diversi l’uno dall’altro, che provengono da culture differenti, da gruppi sociali differenti e si sentono sempre più in balia delle aspettative altrui ma anche delle proprie, soprattutto quando non sono realistiche.
Allattare nella nostra società spesso improntata alla “filosofia del massimo risultato con il minimo sforzo” non è facile, molto si sta facendo come si può evincere da quanto riportato sopra, ma credo che nulla sia efficace se non si lavora su ogni singola madre per rinforzare la sua assertività e la fiducia in se stessa e nel suo bambino.
Il consiglio che personalmente mi sento di darvi è questo: non siate fragili nelle vostre posizioni e non fate in modo di essere in balia dell’operatore che vi trovate di fronte o delle pressioni della vostra famiglia o comunità. Ricordate che noi operatori siamo al vostro servizio e siamo degli importanti alleati nell’affrontare in maniera positiva la vostra avventura con il neonato! A volte la vera difficoltà dell’operatore sta nel capire che cosa voi davvero volete e accompagnarvi in quella direzione. Siate sincere con voi stesse e con gli altri e difficilmente vi potrete sentire oppresse o sopraffate da chi vi sta intorno.
E se mi trovo in difficoltà a chi posso rivolgermi?
Durante l’allattamento potrebbero esserci delle difficoltà e in questo caso sarà cruciale la vostra capacità di affrontarle. Potreste essere tentate di trovare una facile scorciatoia che non vi stressi troppo piuttosto che affrontare un percorso tortuoso e in salita che magari non vi porterà dove immaginavate… Quindi che fare? Cercate operatori competenti che possano aiutarvi: ostetriche e assistenti sanitarie di riferimento sul territorio, ostetriche ospedaliere, consulenti professionali in allattamento materno IBCLC (nella nostra regione ve ne sono presenti sia sul territorio che in ospedale) e delle madri che possano sostenervi e condividere con voi le vostre emozioni (in Valle d’Aosta sono attive le consulenti alla pari del gruppo Pronto Mamy).. ma soprattutto partite da voi stesse!
Le strategie concordate con gli operatori si devono basare sulle vostre capacità e forze di quel momento!
Troppo spesso siamo legate all’idea di essere una mamma perfetta ma le mamme perfette, i bambini perfetti, gli allattamenti e i genitori perfetti non esistono… esistete voi e il vostro bimbo e tutto l’amore che potete darvi! E noi operatori siamo al vostro fianco per accompagnarvi nel difficile percoso di essere genitori!
Ostetrica e consulente IBCLC Ilaria Del Sindaco
Riferimenti: http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_5.jsp?lingua=italiano&area=nutrizione&menu=allattamento http://www.unicef.it/doc/5848/comunita-amiche-dei-bambini.htm
La cultura dell'allattamento
Ad oggi i dati italiani dimostrano che in Italia siamo ancora lontani dall’aver fatto nostra la cultura dell’allattamento. Solo un 10% di donne prosegue l’allattamento dopo il sesto mese di vita del piccolo. Perchè?
Il passaggio da una cultura all’altra ha bisogno di molto tempo. Anche se pediatri e nutrizionisti confermano l’importanza dell’allattamento, ancora oggi allattare non viene percepito come un atto fisiologico di proseguimento della gravidanza, ma una fortuna che una mamma ha o non ha.
Solo il 10% degli ospedali ha ottenuto la certificazione Unicef: questo significa che sono ancora troppe le equipe che non hanno la giusta formazione per sostenere le mamme nei mesi successivi al parto.
Manca una rete di sostegno familiare e sociale.
Mancano le mamme alla pari (peer counsulent) e i professionisti dell’allattamento (consulenti IBCLC), sopratutto nel sud Italia.
Manca una politica che sostenga l’allattamento, leggi sulla maternità ed il rientro al lavoro, a tutela della diade mamma-bimbo.
Soprattutto nei primi 6 mesi di vita del bambino dovrebbe essere garantito un allattamento esclusivo, obiettivo principale delle iniziative “Amiche dei Bambini” Unicef.
Mancano ad oggi leggi severe che proteggano l’allattamento, recependo il “Codice Internazionale dei Sostituti del Latte Materno“.
Mancano leggi che tutelino e controllino eventuali conflitti d’interesse commerciale su determinati prodotti che scoraggiano le buone pratiche di sostegno dell’allattamento.
Una mamma protetta, supportata, informata, aiutata, tutelata, motivata è una mamma che potrà prendere consapevolmente delle decisioni per se e il suo bimbo. E’ dimostrato che questo processo di empowerment aumenta i tassi di allattamento esclusivo fino ai sei mesi e oltre finché mamma e figlio lo desiderino.
Basta osservare le mamme di qualsiasi specie animale con quanta dedizione e pazienza si dedichino all’allattamento in maniera del tutto istintuale. Quanto ha ancora da imparare la mamma umana?
Credo che la parola giusta non sia “imparare”, perché lascia intendere la necessità che ci sia qualcuno che “insegni” e le mamme non hanno bisogno di persone che insegnino loro ad allattare, ma che le sostengano.
Bisogna facilitare la competenza delle mamme e permettere che riaffiori l’istintualità. Istintuale cioè, che avviene senza pensarci, in maniera automatica, naturale, spontanea.
Ma questa competenza delle mamme è innata?
Se nel bambino sembra esserlo, nella mamma è una competenza appresa attraverso l’esposizione a questo gesto fisiologico. Ogni bambina, ragazza, donna apprende guardando i gesti dell’allattamento a partire dalle madri della famiglia e dalle madri della comunità dove vive. Sono importanti anche le esperienze visive apprese attraverso libri, tv, giochi, l’arte.
Tutto questo viene spiegato scientificamente dagli studi fatti sui “Neuroni Specchio”. Scoperti “casualmente” agli inizi del 1990 da Giacomo Rizzolati, in una esperienza di laboratorio. I “neuroni specchio” sono cellule che diventano attive quando un’azione compiuta da un altro fa “risuonare” in chi osserva, l’azione, come se fosse lui stesso ad agire (da qui il loro nome). Proprietà principale di questi neuroni è di rispondere, attivandosi, sia quando è l’agente ad eseguire un’azione, sia quando l’agente osserva le stesse azioni compiute da altri. Il “fare un’azione” o “il vederla fare” comporterebbe per il soggetto osservante e per quello osservato lo stesso risultato.
Fino ad oggi quali sono stati gli stimoli offerti?
Un ruolo importante nella diseducazione culturale, hanno avuto e hanno, i giochi, le immagini e le varie rappresentazioni dell’alimentazione commerciale e per lo più artificiale. I mass media utilizzano ciucci e biberon per simboleggiare il neonato. E’ così impresso nella nostra immaginazione che è “normale”, quasi carino, che il bimbo venga identificato in questo modo. Questo crea un certo tipo di cultura a scapito di altre. E se invece di tutti questi stimoli venissimo a contatto con delle immagini di accudimento e di allattamento? Questo faciliterebbe il riattivarsi di una delle competenze più importanti per tutti i mammiferi, alimentare i nostri bambini, allattandoli.
Tratto dall‘intervista dell’Ostetrica Consuelo Puxeddu
Dal 22 maggio 1978 l’Aborto o Interruzione Volontaria di Gravidanza (da cui l’acronimo IVG) è una pratica legale attuabile negli ospedali Italiani grazie alla Legge n.194.
Cos’è l’Interruzione Volontaria di Gravidanza?
Entro 90 giorni dal concepimento (calcolato partendo dal 1° giorno dell’ultima mestruazione, fino alle 12+6 settimane di età gestazionale) la donna può decidere di richiedere l’interruzione volontaria della gravidanza.
La donna che decide di fare un IVG può recarsi in consultorio o in ospedale nei quali il ginecologo accerterà il suo stato di gravidanza, scriverà quindi un certificato attestante la richiesta della donna di interrompere la gravidanza, a decorrere da quel giorno, per legge, la donna ha 7 giorni di tempo in cui può, eventualmente, ripensare alla sua scelta. Passati quei 7 giorni avrà l’appuntamento per il ricovero in ospedale.
Vi sono 2 tipi di IVG:
– l’Aborto farmacologico, attuabile solo nelle prime 7 settimane di gravidanza (entro 49 giorni) in cui la donna assume una pastiglia il giorno 1 (la pillola RU486), il giorno 2 c’è una pausa e il giorno 3 inizierà un ciclo di candelette a base di prostaglandine che, inserite in vagina dal personale sanitario, avranno il compito di provocare l’espulsione della gravidanza con conseguente perdita di sangue; questo prevede il ricovero in ospedale per almeno 3 giorni.
– l’Aborto chirurgico, per cui la donna viene ricoverata la mattina a digiuno, in Day hospital e viene sottoposta ad un intervento chirurgico di raschiamento dell’utero in anestesia generale che dura pochi minuti, la sera stessa salvo eventuali complicazioni la donna viene dimessa.
Quanto durano le perdite ematiche e quando tornano le mestruazioni?
Le perdite dai genitali durano circa 10 giorni ed entro circa 30-40 giorni dall’intervento compare la mestruazione, esiste comunque una variabilità da caso a caso ed è sempre bene farsi controllare dal ginecologo in caso si riscontrino perdite molto abbondanti, febbre o nel caso la mestruazione tardi ad arrivare.
Potrò avere altri bambini?
Si, l’interruzione di gravidanza non compromette la fertilità.
Cos’è l’Interruzione Terapeutica di Gravidanza?
Dopo i 90 giorni, entro le 22 settimane di gravidanza in casi ben specifici ovvero: – quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; – quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna; la donna può ricorrere all’interruzione Terapeutica di gravidanza in seguito ad un’attenta valutazione medica e psicologica. In questo caso le viene indotto il parto vaginale.
Importante: L’ivg non è un metodo contraccettivo, per cui se è stata effettuata perché la gravidanza era indesiderata è bene consultare il consultorio o il proprio ginecologo ed iniziare ad utilizzare un metodo contraccettivo, ne esistono tanti adatti ad ogni esigenza.
Approfondimento: alcuni dei punti fondamentali della Legge 194:
Articolo 1: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.
Articolo 4: Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico o a una struttura sociosanitaria. […]
Articolo 5: Al termine dell’incontro il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, di fronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla base delle circostanze di cui all’articolo 4, le rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta, e la invita a soprassedere per sette giorni. Trascorsi i sette giorni, la donna può presentarsi, per ottenere la interruzione della gravidanza, sulla base del documento rilasciatole ai sensi del presente comma, presso una delle sedi autorizzate. Quando il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, riscontra l’esistenza di condizioni tali da rendere urgente l’intervento, rilascia immediatamente alla donna un certificato attestante l’urgenza. Con tale certificato la donna stessa può presentarsi ad una delle sedi autorizzate a praticare la interruzione della gravidanza.
Articolo 6 e 7: L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. I processi patologici che configurino i casi previsti dall’articolo precedente vengono accertati da un medico del servizio ostetrico-ginecologico dell’ente ospedaliero in cui deve praticarsi l’intervento, che ne certifica l’esistenza. Il medico può avvalersi della collaborazione di specialisti.
Articolo 8: L’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale, il quale verifica anche l’inesistenza di controindicazioni sanitarie.
Articolo 9: Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’ assistenza antecedente e conseguente all’ intervento. Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.
Articolo 12: La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna. Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto lo assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, a decidere la interruzione della gravidanza.
Articolo 14: Il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna.
Ostetrica Noemi Pisano

References: Articolo 1

Articolo 4

Articolo 5

Articolo 6

Articolo 8

Articolo 9

Articolo 12

Articolo 14