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Timestamp: 2018-07-21 04:15:09+00:00

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La Cassazione interviene di nuovo sulle norme di condotta degli intermediari finanziari - Studio Legale Tidona e Associati
17 luglio 2009 | By Studio In Diritto bancario
Pres. Vitrone – Rel. Didone – P.M. (parzialmente diff.) – Tizio c. Banca S. s.p.a.
Disciplina degli intermediari – Servizi e attività di investimento – Svolgimento dei servizi e delle attività – Criteri generali – Rimedi
Distinguendo fra gli obblighi che precedono e accompagnano la stipulazione del contratto d’intermediazione e quelli che si riferiscono alla successiva fase esecutiva, può rilevarsi come la violazione dei primi (ove non si traduca addirittura in situazioni tali da determinare l’annullabilità – mai comunque la nullità – del contratto per vizi del consenso) è destinata a produrre una responsabilità di tipo precontrattuale, da cui discende l’obbligo per l’intermediario di risarcire gli eventuali danni. La violazione dei doveri dell’intermediario riguardanti invece la fase successiva alla stipulazione del contratto d’intermediazione può assumere i connotati di un vero e proprio inadempimento (o non esatto adempimento) contrattuale, giacché quei doveri, pur essendo di fonte legale, derivano da norme inderogabili e sono quindi destinati a integrare a tutti gli effetti il regolamento negoziale vigente fra le parti. Ne consegue che l’eventuale loro violazione, oltre a generare obblighi risarcitori in forza dei principi generali sull’inadempimento contrattuale, può, ove ricorrano gli estremi di gravità postulati dall’art. 1455 c.c., condurre anche alla risoluzione del contratto d’intermediazione finanziaria in corso.
§ 3.1 – Osserva preliminarmente la Corte che, in materia di responsabilità nei contratti di intermediazione mobiliare, non si tratta di decidere aprioristicamente dove collocare il rischio insito nelle operazioni di investimento in strumenti finanziari, posto che il rischio è ovviamente assunto dall’investitore. Si tratta, invece, di accertare se l’intermediario abbia diligentemente adempiuto alle obbligazioni scaturenti dal contratto di negoziazione (accostabile al mandato: Sez. Un., sentenza n. 26725/2007) e, in ogni caso, che abbia adempiuto a tutte quelle obbligazioni specificamente poste a suo carico dal TUF e dalla normativa secondaria. Ciò tenendo conto che tale normativa disciplina il comportamento che specifica – nella particolare materia dell’intermediazione mobiliare – il contenuto del contratto di negoziazione, genericamente indicato nell’art. 1708 c.c. “negli atti per i quali è stato conferito” il mandato e in “quelli che sono necessari al loro compimento”.
La Corte di cassazione torna ad occuparsi della responsabilità degli intermediari finanziari. Nella sentenza in commento vengono, nella sostanza, ribaditi i recenti orientamenti sviluppati dalla stessa Cassazione. I temi specificamente affrontati sono quello della distribuzione dell’onere della prova fra investitore e intermediario e quello dei rimedi appropriati a fronte di inosservanze di norme di condotta delle banche. È probabile che nei prossimi anni si moltiplicheranno gli interventi della Corte di cassazione in materia, dal momento che soprattutto le vicende Argentina, Cirio e Parmalat hanno determinato numerose controversie, giunte finora – per lo più – solo al primo grado di giudizio. La sentenza in commento rappresenta un’ottima occasione per fare il punto sullo stato della giurisprudenza in tema di responsabilità degli intermediari.
Mentre, fino a poco tempo fa, questa materia era ricca di decisioni di merito ma povera di decisioni di legittimità, la situazione – col passare del tempo – va progressivamente cambiando. Negli ultimi anni, difatti, sono state pronunciate alcune sentenze di legittimità che iniziano a dare un quadro relativamente compiuto della corretta interpretazione della normativa di settore.
Nella sentenza n. 19024 del 2005[2], la Cassazione ha affermato che gli obblighi d’informazione attengono alla fase delle trattative precontrattuali e, pertanto, la loro inosservanza non può determinare nullità del contratto, pur non essendo revocabile in dubbio che esse abbiano carattere imperativo. La contrarietà a norme imperative, considerata dall’art. 1418 c.c. quale causa di nullità del contratto, postula – infatti – che essa attenga a elementi “intrinseci” della fattispecie negoziale, che riguardino, cioè, la struttura e il contenuto del contratto. I comportamenti tenuti dalle parti nel corso delle trattative o durante l’esecuzione del contratto rimangono estranei alla fattispecie negoziale e la loro eventuale illegittimità non può dar luogo a nullità del contratto.
Iniziando l’esame della distribuzione dell’onere della prova con l’investitore, che è il soggetto che – nella quasi totalità dei casi – agisce in giudizio, la Corte di cassazione specifica che su di esso incombono i seguenti doveri probatori:
Tuttavia, per giungere a una condanna dell’intermediario finanziario, non basta che la banca abbia violato delle disposizioni di legge o di regolamento: occorre invece che da tali violazioni sia conseguito un danno. Si tratta di un principio generale del diritto: l’ordinamento – dal punto di vista civilistico – non punisce in sé determinati comportamenti illegali, quanto piuttosto le conseguenze negative che ne derivano. Ecco allora la seconda circostanza che deve essere provata dall’investitore: la sussistenza di un danno. Questo nocumento assume caratteristiche diverse a seconda delle particolarità del caso concreto. In linea generale si può affermare che il danno consiste nella differenza fra il valore degli strumenti finanziari al momento dell’acquisto e il loro valore attuale. Sotto questo profilo, tutto sommato, il compito cui è chiamato l’investitore è piuttosto semplice, in quanto si tratta solo di provare la differenza. Generalmente tale differenza di valore risulta dalla quotazione pubblica degli strumenti finanziari ed è dunque agevole rappresentarne al giudice la sussistenza.
Nel caso oggetto della sentenza della Corte di cassazione in commento trova applicazione, come si è già detto, il d.lgs. n. 415/1996. Questo testo normativo prevede, all’art. 17, i criteri generali che gli intermediari devono seguire: “nella prestazione dei servizi previsti dal presente decreto le imprese d’investimento e le banche devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati; b) acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati; c) organizzarsi in modo tale da ridurre al minimo il rischio di conflitti di interesse e, in situazioni di conflitto, agire in modo da assicurare comunque ai clienti trasparenza ed equo trattamento; d) disporre di risorse e di procedure, anche di controllo interno, idonee ad assicurare l’efficiente svolgimento dei servizi; e) svolgere una gestione indipendente, sana e prudente e adottare misure idonee a salvaguardare i diritti dei clienti sugli strumenti finanziari e sul denaro affidati”.
Questa duplice finalità della vigilanza trova un riscontro espresso nel contesto delle norme di comportamento degli intermediari finanziari, e segnatamente nell’art. 21 comma 1 lett. a TUF[12], dove si stabilisce – fra le altre cose – che “nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento e accessori i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati”. “Interesse dei clienti” e “integrità dei mercati” esprimono, rispettivamente, il profilo privatistico e quello pubblicistico. Si tratta di due obiettivi che convivono nella materia in esame. La legge stabilisce dunque espressamente che le norme di condotta degli intermediari finanziari sono finalizzate anche alla realizzazione di interessi pubblici.
Ciò premesso, bisogna però distinguere nettamente fra il comportamento della banca e il contenuto del negozio[16]. Se è la sola condotta dell’intermediario a violare disposizioni imperative, ciò non determina nullità del contratto. L’art. 1321 c.c. recita: “il contratto è l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”. Nullo può essere solo il “contratto”, vale a dire il risultato dell’accordo dei contraenti, non il “comportamento” di una delle parti posto in essere sulla base del contratto. Un esempio aiuta a chiarire il concetto che si intende esprimere. Se le parti inserissero nel contratto d’intermediazione finanziaria una clausola in contrasto con l’art. 21 TUF tale pattuizione sarebbe nulla per violazione di norma imperativa. Si immagini che la banca e il cliente introducano nel testo contrattuale una pattuizione che dispensa l’intermediario dall’acquisire le informazioni necessarie dagli investitori e dall’operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati. Questa previsione sarebbe in chiaro contrasto con il tenore letterale dell’art. 21 comma 1 lett. b TUF. Siccome questa disposizione di legge è imperativa in quanto tutela interessi pubblici, la relativa clausola sarebbe nulla. Ma la situazione tratteggiata è radicalmente differente da quella riconducibile a un comportamento illegittimo dell’intermediario. Le condotte scorrette delle parti non entrano a far parte del programma contrattuale. Non vi è accordo sul punto e, dunque, non vi è – al riguardo – contratto. Ne consegue che non vi può essere nullità.
A un’attenta lettura risulta che, con le sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007, la Corte di cassazione non ha affermato in maniera categorico che l’inosservanza di qualsiasi norma di comportamento degli intermediari finanziari determini sempre l’obbligo di risarcire il danno e che la possibilità di chiedere la nullità del contratto sia esclusa in modo assoluto. Al contrario: le Sezioni Unite distinguono. La Corte di cassazione dice espressamente che l’area delle norme inderogabili, la cui violazione può determinare la nullità del contratto in conformità al disposto dell’art. 1418 comma 1 c.c., è più ampia di quanto parrebbe a prima vista suggerire il riferimento al solo contenuto del contratto medesimo. Vi sono ricomprese anche le norme che vietano la stipulazione stessa del contratto. Se il legislatore vieta, in determinate circostanze, di stipulare il contratto e, nondimeno, il contratto viene stipulato, è la sua stessa esistenza a porsi in contrasto con la norma imperativa; e non par dubbio – continuano le Sezioni Unite – che ne discenda la nullità dell’atto per ragioni ancora più radicali di quelle dipendenti dalla contrarietà a norma imperativa del contenuto dell’atto medesimo. Questo passaggio delle sentenze della Corte di cassazione indica che, quando la c.d. “norma di comportamento” si sostanzia in un divieto di contrarre, e – ciò nonostante – l’intermediario finanziario contrae, il contratto può essere ritenuto nullo[20].
[11] Un analogo ragionamento valeva peraltro anche in vigenza del d.lgs. n. 415/1996, il cui art. 4 comma 1 recitava: “L’attività di vigilanza ha per scopo la trasparenza e la correttezza dei comportamenti e la sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, avendo riguardo alla tutela degli investitori e alla stabilità, alla competitività e al buon funzionamento del sistema finanziario”.

References: § 3
 sentenza 
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 art. 4