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Timestamp: 2019-02-22 00:36:42+00:00

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Tribunale Ordinario di Bologna - III sezione Civile - - Studio Legale La Spezia - Avvocato De Filippi & Associati
Tribunale Ordinario di Bologna - III sezione Civile -
Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. i ha pronunciato la seguente
nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. ____/_____ promossa da:
M, con il patrocinio degli avv.ti CLAUDIO DEFILIPPI e LORENZA SQUERI, elettivamente domiciliata in VICOLO DEI MULINI N. 6, PARMA, presso i difensori
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA e PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, con il patrocinio dell'AVVOCATURA DISTRETTUALE DELLO STATO, elettivamente domiciliati in VIA GUIDO RENI N. 4, BOLOGNA, presso il difensore
"Voglia l’Ill.mo Tribunale di Bologna, previe le declaratorie tutte del caso e di legge, ogni diversa e contraria istanza ed eccezione disattesa anche in via istruttoria ed incidentale, - In via preliminare: DICHIARARE la propria competenza territoriale ai sensi e per l'effetto dell'art. 25 c.p.c. ed ai sensi dell'art. 6 r.d. 1611/1933; - In via principale: Se è vero che lo Stato italiano si è reso responsabile per la mancata tutela dei suoi cittadini, veando in una condizione di inadempienza di fronte al diritto comunitario, essendo la stessa sufficientemente provata, come d'altronde i fatti in causa, ACCERTARE E DICHIARARE il Ministero della Giustizia in persona del Ministro pro tempore e la Presidenza del Consiglio dei Ministri in persona del Ministro pro tempore, responsabili in solido per il mancato recepimento nei termini previsti della direttiva 2004/80/CE che, per il principio del self-executing, avrebbe dovuto essere stata direttamente applicata alla scadenza del termine per la ricezione e, comunque, responsabili per la sua parziale e tardiva attuazione rispetto al termine del 1 luglio 2005 e, per l'effetto, CONDANNARE il Ministero della Giustizia in persona del Ministro pro tempore e la Presidenza del Consiglio dei Ministri in persona del Ministro pro tempore in solido tra loro, ad indennizzare nella misura che verrà ritenuta più opportuna la Sig.ra Letizia Genoveffa Marcantonio per
il mancato recepimento della Direttiva 80/04anche alla luce del fatto che lostesso D.lgs, 204/07 non costituisce esaustiva attuazione della direttiva comunitaria (Sent. F); CONDANNARE il
Ministero della Giustizia in persona del Ministro pro tempore e la Presidenza del Consiglio dei Ministri in persona del Ministro pro tempore in solido tra loro a risarcire la Sig.ra , in qualità di madre di , per tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali, diretti ed indiretti, nonchè del danno biologico ed esistenziale subiti e subendi dalla stessa per la lacuna legislativa determinata dalla mancata introduzione del regolamento di attuazione della Direttiva 2004/80/CE per risarcire le vittime di reati violenti e che allo stato si indicano in complessivi Euro 125.000,00 per danni morali iure proprio et iure hereditario quali danni non patrimoniali da uccisione di un congiunto e, Euro 125.000,00 per danni patrimoniali, ivi comprese le spese di tipo funerario, giudiziali e mediche già sostenute dall'istante, oppure in altra somma, maggiore o minore, che risulterà dovuta in corso di causa. Il tutto in virtù della Convenzione Europea per le vittime dei reati violenti del 1983 e della Direttiva 2004/80/CE, ex art. 2, comma 1 e 3 ed alla luce della discriminazione ex art. 3 della Costituzione tra le vittime dei reati di terrorismo e di stragi, per i quali vige un regolamento ad hoc, e le vittime di reati comuni per i quali appunto non è previsto alcun regolamento, nonchè alla luce dell'importante precedente quale la sentenza (n. _____/2009 del Tribunale di Roma);
- Ritenere, per i motivi di cui in narrativa, gli odierni convenuti altresì responsabili in solido ex art. 2043 e 2059 c.c. anche per il parziale e tardivo recepimento della direttiva de qua e del regolamento di attuazione e, per l'effetto, CONDANNARE gli stessi al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali, diretti e indiretti, nonchè del danno alla persona biologico iure hereditate e danno tanatologico riflesso da morte del congiunto, nonchè del danno esistenziale e quello morale iure proprio e iure hereditario subiti dall'odierna attrice in misura di Euro 20.000,00, oppure in qualsivoglia altra somma, maggiore o minore, che eventualmente risulterà dovuta in corso di causa. - In ogni caso: CONDANNARE il Ministero della Giustizia in persona del Ministro pro tempore e la Presidenza del Consiglio dei Ministri in persona del Ministro pro tempore a spese, compensi professionali, spese generali 15%, IVA e CPA come per legge."
per parte convenuta:
"Rigettarsi le domande attoree tutte perchè infondate. Con vittoria di spese".
Con atto di citazione ritualmente notificato, agiva nei confronti della PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI e del MINISTERO DELLA GIUSTIZIA in persona, rispettivamente, del Presidente del Consiglio pro tempore e del Ministro pro tempore, al fine di sentirli dichiarare tenuti e condannare in solido tra loro al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, dalla stessa subìti in conseguenza della mancata attuazione da parte dello Stato italiano della direttiva comunitaria 2004/80/CE, relativa all'indennizzo spettante alle vittime di reato violento nei casi di impossibilità oggettiva per queste di ottenere il risarcimento dal reo, in particolare omettendo di adottare le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative necessarie per conformarsi alla previsione comunitaria. Sosteneva, altresì, che la predetta direttiva fosse da ritenersi direttamente applicabile all'interno dello Stato inadempiente a partire dalla scadenza del termine previsto per il suo recepimento, chiedendo di conseguenza la condanna dell'Italia al risarcimento dei danni ai sensi degli artt.2043e2059 c.c.
Specificamente, parte attrice esponeva come, a seguito della condanna definitiva in sede penale di, tra l'altro, al risarcimento del danno a favore delle parti civili ed alla rifusione delle spese di lite per l'omicidio volontario della di lei figlia, non avesse ad oggi ricevuto alcunchè e come inani fossero risultati i tentativi di riscossione delle somme riconosciute in sentenza, essendo il debitore nullatenente.
Ritenendo che l'applicazione di tale direttiva avrebbe consentito già dal 2004 a parte attrice di ottenere, in via sussidiaria, un equo indennizzo dallo Stato italiano, la stessa adiva l'intestato Tribunale al fine di percepire un equo indennizzo per il mancato, o comunque tardivo e non esaustivo, recepimento della direttiva in oggetto; chiedeva, inoltre, iure proprio e iure hereditario, il risarcimento dei danni patrimoniali e non, diretti ed indiretti, nonchè del danno biologico ed esistenziale patiti a causa della lacuna legislativa de qua, quantificati in complessivi € 250.000,00, lamentando altresì la violazione dell'art. 3 Cost. da parte dell'Italia per avere la stessa, con il D.lgs. n. 204/2007, istituito un fondo di indennizzo unicamente a favore delle vittime di reati violenti di terrorismo o di stragi, non anche delle vittime di reati violenti comuni, così realizzando, in tesi, una inammissibile discriminazione.
Nel giudizio così radicato si costituivano i convenuti, chiedendo il rigetto delle pretese attoree in quanto infondate.
La domanda attorea merita accoglimento, nei limiti di cui si dirà.
Innanzi tutto, deve osservarsi che non sono contestati i termini della vicenda in fatto: è madre, e pertanto prossima congiunta di , perita tragicamente in data 2 marzo 1991 per mano dell’allora fidanzato , che per tale omicidio, all’esito del percorso giudiziario descritto in atto introduttivo, riportava condanna ad anni quindici e mesi otto di reclusione, così rideterminata dalla Corte di Assise di Appello di Firenze, confermata in punto con sentenza della Cassazione in data 5 aprile 1995.
La sentenza emessa nei confronti del conteneva anche la condanna del medesimo a risarcire i danni alle parti civili costituite nel processo, tra le quali l’odierna attrice, ma la stessa, in fatto, non ha mai avuto esecuzione, per cui la non ha mai ottenuto somme a tale titolo, né, per quanto consta, ha potuto recuperare le spese processuali poste a carico .
Sulla scorta di tali premesse, incontestate, parte attrice chiede la condanna dei convenuti, in solido tra loro, alla corresponsione – a titolo risarcitorio – dell’indennizzo che le sarebbe spettato qualora, doverosamente, lo Stato Italiano avesse dato compiuta attuazione alle prescrizioni contenute nella citata Direttiva Comunitaria 2004/80/CE, e sostiene, altresì, la natura self executing della predetta direttiva, per cui l’indennizzo di cui trattasi potrebbe essere dalla stessa reclamato anche in diretta applicazione delle previsioni in essa contenute.
Invero, tale ultima prospettazione, ad avviso del Tribunale, non può essere accolta, in quanto la direttiva in esame non contiene norme sufficientemente specificate, che consentano di determinare ogni elemento dell’obbligazione indennitaria gravante sullo Stato italiano.
Dunque, l’indennizzo non può esser richiesto e liquidato facendo diretta applicazione della direttiva di cui si tratta, che non contiene alcuna prescrizione sufficiente ed atta a fondare un diritto alla liquidazione.
Sussiste invece il diritto di parte attrice ad ottenere il risarcimento dei danni in relazione all’inottemperanza della parte convenuta all’obbligo imposto dalla direttiva citata, obbligo che, contrariamente a quanto sostenuto dai resistenti nella comparsa di risposta dimessa nel presente giudizio, non obbligava lo Stato Italiano semplicemente a prevedere ed assicurare l’adozione, così come da parte degli altri stati membri, di un sistema di cooperazione transfrontaliero, che consentisse alle vittime di reati violenti commessi in uno qualunque degli Stati membri diverso da quello di abituale residenza, di ottenere direttamente presso le autorità competenti di detto Stato un equo indennizzo, bensì anche di assicurare che le vittime potessero contare sulla pronta adozione, da parte dello Stato di residenza, di un sistema indennizzo, in modo da assicurare il pronto ristoro nel caso di reati violenti commessi in tale Stato. Ed anzi, l’adozione da parte di ciascuno Stato membro di un sistema di indennizzo a livello interno era da ritenersi necessario presupposto affinché potesse essere realizzato un efficiente e coordinato sistema di indennizzo a favore delle vittime di reati violenti commessi in situazioni transfrontaliere.
Ciò trova esplicita conferma nel tenore letterale dell’art. 12 n. 2 della citata Direttiva a mente del quale “Tutti gli Stati membri provvedono a che le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato alle vittime”, ma altresì esplicita conferma in quanto previsto dal considerando n. 6, laddove si chiarisce che la scopo della direttiva è quello di creare un sistema che consenta alle persone fisiche che siano state vittime di reati violenti nell’ambito del territorio dell’Unione europea di “ottenere un indennizzo equo ed adeguato per le lesioni subite, indipendentemente dal luogo della Comunità Europea in cui il reato è stato commesso”, e dunque, “anche” nei casi in cui il reato sia stato commesso in uno Stato membro diverso da quello in cui la vittima risiede (considerando n. 11), vittima che dovrebbe esser posta in condizione di “rivolgersi sempre ad una autorità del proprio Stato membro di residenza” (considerando n. 12).
Infine, che l’intento del legislatore comunitario fosse di imporre ai singoli Stati membri anche l’adozione di leggi per l’indennizzo delle vittime residenti in relazione ai reati commessi sui rispettivi territori si desume anche dalla statuizione contenuta nell’art. 18, che al primo comma, assegna termini distinti affinché gli Stati membri possano conformarsi alle previsioni in essa contenute, ovvero un termine di carattere generale al 1 gennaio 2006, ed un termine anticipato, al 1 luglio 2005, per la sola attuazione dell’art. 12 comma secondo.
Come detto, infatti, la predisposizione di un sistema di ristoro “interno”, per le vittime residenti in relazione ai reati commessi sul territorio, era stato esplicitamente posto dalla direttiva a presupposto affinché il sistema transfrontaliero potesse operare. In altre parole, la previsione della duplicità del termine trovava evidente giustificazione nell’esigienza che i sistemi di indennizzo di ciascuno Stato membro fossero già predisposti ed operanti al momento dell’entrata in funzione, in tutti gli Stati membri, delle strutture deputate al coordinamento tra gli Stati, allo scopo di dare completa e concreta realizzazione al diritto all’indennizzo per le situazioni transfrontaliere: infatti scopo della direttiva era di consentire ai cittadini dell’unione, una volta che fossero rimasti vittima di un reato su territorio di Stato diverso da quello di residenza, di poter contare su un efficace e uniforme sistema di indennizzo anche in quel Paese, già in funzione per i cittadini di quello Stato.
E del resto, che la direttiva fosse volta anche ad imporre agli Stati dell’Unione l’adozione di normative “interne” emerge chiaramente dalla condanna inflitta all’Italia dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee con pronuncia in data 29 novembre 2007 nella causa C-112/07, adita dalla Commissione ai sensi dell’art. 226 Trattato CE proprio in ragione dell’asserito inadempimento dello Stato italiano a quanto prescritto dalla precitata direttiva. Orbene, la Corte ha respinto, sul punto, le controdeduzioni dello Stato Italiano, il quale, per respingere l’addebito di inadempimento, si difendeva proprio
affermando di aver già predisposto una normativa interna per il ristoro delle vittime e i reati di terrorismo, criminalità organizzata, estorsione ed usura, e di essere in procinto di assicurare il recepimento integrale della direttiva “nel suo ordinamento giuridico”.
Indiscutibile, pertanto, che il profilo di inadempimento invocato da parte attrice è corretto, e si dissente, pertanto, dalle argomentazioni che parte convenuta ha spiegato in comparsa di risposta, citando giurisprudenza dalla quale dovrebbe evincersi la esclusiva valenza extranazionale delle disposizioni contenute nella direttiva di cui trattasi, in particolare, l’ordinanza resa dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee, il 30 gennaio 2014, nella causa C-122/13 e le pronunce rese dal Tribunale di Trieste in data 5 dicembre 2013 e dalla Corte di Appello di Roma (v. pagg. 6 e ss. comparsa di risposta).
E’ infatti evidente che la Direttiva è diretta ad assicurare un sistema di indennizzo operante per le situazioni transfrontaliere, ma ciò non esclude che nell’ambito del suo contenuto prescrittivo rientrasse
anche l’adeguamento degli ordinamenti giuridici interni, che costituiva indispensabile presupposto sul quale fondare il sistema di indennizzo – per l’appunto – transfrontaliero.
E comunque, vi è da rilevare che, pur preso atto dei citati pronunciamenti di segno – solo apparentemente - contrario, che danno atto della inanità delle previsioni della direttiva a fornire risposta alle richieste di indennizzo provenienti dalle vittime di reati violenti commessi all’interno dei singoli stati membri non dotati di alcuna previsione specifica al riguardo, vi è da osservare che la Commissione Europea ha avviato una seconda procedura di infrazione a carico dell’Italia per cattiva applicazione della direttiva che occupa, e che, inoltre, in data 17 ottobre 2013, la Commissione ha indirizzato un parere motivato all’Italia, ai sensi dell’art. 258 TFUE (consultabile sul sito htpp://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-13-907_it.htm), con il quale l’Italia viene accusata di non aver adottato i “provvedimenti necessari per modificare la propria legislazione al fine di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa dell’UE, e di conseguenza alcune vittime di reati intenzionali violenti potrebbero non aver accesso all’indennizzo cui avrebbero diritto” proprio sul presupposto che l’ordinamento interno italiano non dispone di alcun sistema generale di indennizzo per tutti i reati intenzionali violenti, lasciando prive di tutela le vittime di alcuni di essi, particolarmente gravi, quali per esempio rapina, sequestro di persona ed omicidio.
Patente è dunque la violazione posta in essere dallo Stato italiano, ed il fondamento della pretesa risarcitoria avanzata da parte attrice a titolo extracontrattuale, che trae linfa nel comportamento
antigiuridico dello Stato italiano, da un lato, e nel danno ingiusto patito da parte attrice, casualmente ricollegabile al precitato comportamento antigiuridico, dall’altro.
Infatti, nonostante la legge comunitaria del 2005 nel conferire delega al Governo per predisporre lo schema di decreto legislativo di attuazione alla direttiva in questione, assegnasse il termine di diciotto
mesi per provvedervi, lo Stato Italiano, si ripete e si sottolinea, ha adempiuto solo parzialmente all’obbligo di cui si sta trattando, emettendo provvedimenti legislativi che tutelano, in via esclusiva, le vittime dei reati di terrorismo e strage (L. 3 agosto 2004 n. 206) e dei reati di stampo mafioso (L. 25 dicembre 1999 n. 512), e lasciando invece inattuata la prescrizione che imponeva al medesimo di
realizzare un sistema di indennizzo volto a ristorare le vittime di tutti i reati violenti, intesi nel loro complesso, e senza discriminazioni. Pacifico in particolare che, nell’attuale sistema normativo interno,
nessuna legge assicura ristoro alle vittime di gravi reati quali, primo tra tutti, l’omicidio, realizzando così, tra l’altro, ingiustificata disparità di trattamento rispetto alle vittime di altre fattispecie criminose,
adeguatamente tutelate.
Pertanto, è da condividersi la pronuncia di merito richiamata da parte attrice nelle proprie difese (in particolare, Tribunale di Roma n. 22237 dell'8 Novembre 2013) nella parte in cui ha reputato lo Stato
italiano, sotto tale profilo, inadempiente e tenuto al ristoro dei danni tutti subiti dai cittadini vittime di reati violenti commessi in Italia, ed altresì da condividersi pienamente, prima di essa, la conforme
pronuncia del Tribunale di Torino del 3 maggio 2010, confermata in appello, e dopo di essa, anche la pronuncia resa dal Tribunale di Milano in data 26 agosto 2014. Pronunce alle quali questo Tribunale
ritiene di adeguarsi in toto in riferimento ai principi statuiti.
Tanto premesso, ed essendo pacifico che parte attrice non ha ottenuto il ristoro dei danni subiti per effetto dell’omicidio della propria figlia per impossidenza del condannato, e che neppure la stessa ha
potuto reclamare l’indennizzo previsto dalla citata direttiva quale doverosa apprestazione da parte dello Stato italiano, e che tale impossibilità è da porsi in correlazione, causalmente, all’inadempimento
statuale sopra descritto, la stessa è legittimata, in questa sede, ad ottenere non già l’erogazione, da parte dei convenuti, di un “indennizzo”, non determinabile né alla stregua della direttiva, né alla
stregua del diritto interno, bensì unicamente l’attribuzione di un risarcimento per somma determinabile in ragione della tipologia, della gravità e delle conseguenze dell’inadempimento statuale, che in via equitativa, può determinarsi non già in proporzione all’integrale danno subito, così come richiesto da parte attrice, bensì unicamente in misura corrispondente all’indennizzo che presumibilmente l’attrice, ai sensi dell’art. 90, comma terzo, c.p.p., avrebbe avuto il diritto di ottenere dallo Stato italiano, che in questa sede, tenuto conto della gravità del fatto e di tutte le circostanze del caso, nonché del tipo di legame che univa la richiedente alla vittima, si reputa congruo stimare nell’importo di € 100.000 all’attualità.
Sulla predetta somma, che rappresenta debito di valuta, sono dovuti interessi corrispettivi in misura legale dal dì della presente pronuncia e fino al saldo.
Trattandosi di questione giuridica controversa, sulla quale si registrano pronunciamenti contrastanti, si reputa equa la compensazione delle spese di lite.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così
- dichiara tenuta e condanna i convenuti in solido tra loro al pagamento, in favore di parte attrice, per i titoli di cui in motivazione, della somma di € 100.000,00 (diconsi centomila e zero centesimi), oltre
interessi legali a far tempo dalla data della presente pronuncia e fino al saldo;
- compensa tra le parti le spese di lite.

References: art. 2
 art. 3
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 art. 2043
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