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Timestamp: 2017-10-19 23:40:23+00:00

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francodevin
Tutto quello che volete sentirvi dire, ma che nessuno vi dice
BERLUSCONI visto dall'Olanda
Sorprendente come i cittadini e i media accettino in massa le sue bugie
Da corrispondente in Italia mi sento spesso come Keanu Reeves nel film The Matrix, o Jim Carrey nel Truman Show. È una sensazione spaventosa: vivere e lavorare in una democrazia dell’Europa Occidentale che fu tra i fondatori dell’Unione Europea e fa parte di prominenti forum internazionali come il G8, e ciò nonostante sentirsi come i personaggi che lottano in angosciosi film su illusione e realtà.
Ma l’Italia di Silvio Berlusconi ne dà tutto il motivo. Quindici anni dopo l’ingresso di Berlusconi nella politica italiana, il paese si allontana sempre piú dai valori democratici essenziali.
Neo (Reeves) e Truman Burbank (Carrey) in The Matrix e The Truman Show si rendono conto che il loro intero ambiente vive secondo la sceneggiatura di un regista onnipotente. Però non vedono la loro sorpresa e preoccupazione al riguardo riflessa in alcun modo nella reazione delle persone che li circondano; tutti si comportano esattamente come se non succedesse niente di strano, o semplicemente non se ne rendono conto. Chi cerca di seguire e di capire la politica e la società in Italia inevitabilmente avrà la stessa esperienza.
Il raffronto si è imposto all’attenzione molto chiaramente il mese scorso. Nel pomeriggio di martedì 17 febbraio è apparsa sui siti dei principali giornali italiani una notizia dal titolo: ‘David Mills è stato corrotto’: condannato a 4 anni e sei mesi.
Riguardava una notizia esplosiva: il tribunale di Milano aveva riconosciuto l’avvocato britannico David Mills colpevole di corruzione per aver accettato 600 mila dollari da Silvio Berlusconi negli anni novanta, in cambio di rendere falsa testimonianza in due processi per corruzione istituiti contro l’imprenditore-politico. La sentenza contro Mills era altamente incriminante anche per il premier italiano dell’Italia, perchè se c’è un corrotto ci deve essere anche un corruttore.
Ma in Italia sono successe un paio di cose strane con questa notizia. Per iniziare diversi giornali hanno scritto la sentenza tra virgolette, come se si trattasse non di un fatto giuridico ma semplicemente di un’opinione personale da poter contestare con facilità. Ciò infatti è immediatamente successo.
Nel sito web del Corriere della Sera, un giornale di riguardo in Italia, vari lettori hanno messo in dubbio la sentenza del tribunale milanese. “Perchè questa sentenza arriva giusto 24 ore dopo le elezioni in Sardegna?” si chiede uno di loro. Il partito di Berlusconi, Popolo delle della Libertà (PdL), aveva vinto quelle elezioni regionali con una schiacciante maggioranza; l’isola italiana è tornata dopo lungo tempo in mano della destra, cosa che ha provocato una grande euforia negli ambienti del PdL.
I giudici hanno deliberatamente cercato di rovinare la festa con la loro sentenza, riteneva il lettore sopracitato.
Un altro ha fatto un ulteriore passo in avanti. Quella “ennesima sentenza fatta per rovinare la festa”, avverte i giudici, “servirà solo a rafforzare il nostro premier e la sua coalizione, quindi soprattutto continuate così e sparirete automaticamente, ciao ciao”.
Di per se queste reazioni si potevano archiviare come rigurgiti emotivi di accaniti sostenitori di Berlusconi. Ma stranamente i media italiani gli hanno dato del tutto ragione. Mentre la notizia veniva esaminata a fondo su emittenti straniere come la CNN e la BBC, l’interessante notizia é stata data di striscio dai telegiornali italiani.
Su RaiUno e RaiDue l’argomento è stato incastrato a stento in un minuto verso la fine dell’edizione serale. Su due delle tre reti commerciali di Berlusconi la sentenza è stata completamente ignorata.
E sul canale che ha sì riferito la sentenza, il cronista ha ancora definito l’accertato episodio di corruzione un “supposto pagamento” fatto dalla ditta Fininvest di Berlusconi, e ha chiuso il suo mini servizio con una lunga citazione di un parlamentare del partito di Berlusconi, il quale diceva che il presidente del tribunale di Milano “è chiaramente antagonista della persona di Silvio Berlusconi dal punto di vista politico”.
Come può succedere tutto ciò? Come si può negare e deformare così facilmente e massivamente la realtà? Da anni la stampa internazionale addita il gigantesco conflitto di interessi del premier.
Tutti conoscono Silvio Berlusconi come il grande uomo dietro più di settanta aziende, raggruppate in mega holdings come la Mondadori (la principale casa editrice di giornali, libri e riviste in Italia), Mediaset (la più grande holding televisiva del paese), Mediolanum (servizi finanziari) e la squadra di calcio AC Milan.
Groviglio di interessi
Berlusconi controlla buona parte dei media italiani e viene perciò chiamato da molti giornali stranieri ‘imprenditore-politico’ o ‘premier-magnate dei media’. Ciononostante questi termini dicono troppo poco sul modo in cui questo groviglio d’interessi influisce sulla società italiana.
In generale Berlusconi viene considerato l’uomo dalla parlantina facile e dal sorriso scolpito, il marpione rifatto con il brevetto sulle battute imbarazzanti (come quella su Barack Obama, che definì “giovane, bello e anche abbronzato”‘ un paio d’ore dopo l’elezione di quest’ultimo a presidente degli Stati Uniti). Come premier dell’Italia è perciò agli occhi di molti un buffone da non prendere troppo seriamente. Ma queste qualità da birbantello nascondono alla vista il suo illimitato potere e influenza che intaccano persino il DNA dell’Italia - e purtroppo non in senso positivo.
Le sue emittenti commerciali, il suo settimanale d’opinione “Panorama”, il quotidiano “Il Giornale” (del fratello Paolo) e una lunga lista di giornali di famiglia, si schierano quotidianamente con il loro padrone senza vergogna. Questo servilismo raggiunge forme così elevate che il giornalista televisivo nonchè capo-redattore dell’emittente Rete4 può emozionarsi in diretta leggendo la notizia della vittoria elettorale di Berlusconi.
Per la maggioranza degli italiani la televisione è la principale fonte di informazione, ed è quasi completamente sotto il controllo di fedelissimi di Berlusconi.
Modi sgarbati
Allo stesso tempo i membri dell’opposizione vengono buttati a terra in modo insolitamente sgarbato. Il più combattivo oppositore di Berlusconi, Antonio Di Pietro, da tempo viene chiamato ‘il boia’, o ‘il trebbiatore’ nel corso delle varie rubriche di attualità, che continuano a far vedere le sue foto meno lusinghiere, che immortalano il corpulento Di Pietro sul trattore, in pantaloncini corti.
Questo bizzarro approccio ‘giornalistico’ non scaturisce da una specie di naturale lealta’ dei dipendenti, ma da precisi ordini di servizio. Il giornalista italo-americano Alexander Stille cita nella sua biografia di Berlusconi “Il sacco di Roma” (tradotta in olandese come “Silvio Berlusconi/De inname van Rome), un ex vice-caporedattore de “Il Giornale”, che spaziava su come Berlusconi dava ordini alla redazione negli anni novanta: “Dobbiamo cantare in armonia sui temi importanti per noi (…) Voi, caporedattori, dovete capire che dobbiamo iniziare un’offensiva mirata con tutti i nostri mezzi contro chiunque ci spari addosso. Se quelli che ci attaccano ingiustamente vengono puniti usando tutti i diversi media del nostro gruppo, l’aggressione finisce”.
Nel ruolo di premier, Silvio Berlusconi esige più o meno la stessa apatia dagli impiegati statali, soprattutto all’interno dell’emittente statale RAI. Durante il conflitto in Irak, che aveva l’appoggio del precedente governo Berlusconi, i giornalisti della RAI non potevano definire gli oppositori della guerra “dimostranti per la pace” o “pacifisti”, ma dovevano chiamarli “insubordinati”.
‘Sei un dipendente dello stato!’ gridò Berlusconi contro il critico giornalista televisivo Michele Santoro un paio d’anni fa durante una trasmissione televisiva, riportandolo all’ordine. Santoro voleva togliere la parola a Berlusconi, che era in linea telefonicamente, perchè questi rifiutava di rispondere alle domande del giornalista, e voleva solo criticare il modo di lavorare di Santoro.
Durante una conferenza stampa in Bulgaria Berlusconi accusò Santoro e due altri giornalisti di aver fatto un ‘uso criminoso della televisione pubblica’. I tre avevano osato fare una trasmissione critica sul premier. In quello che da allora è diventato famoso come ‘l’editto bulgaro’, il premier esigeva che la direzione dell’emittente ‘non permettesse più che accadessero certe cose’. Qualche mese dopo i tre erano spariti dallo schermo.
L’Italia come paese democratico sta molto peggio di quanto molti credano. Ciò dimostrano le misure per la limitazione della libertà che questo governo sta prendendo o preparando (come la prigione per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni telefoniche degli indiziati; pressione politica su medici e insegnanti per denunciare gli immigranti illegali alla polizia; limitazione dell’indipendenaza del potere giudiziario).
Ma lo stato preoccupante delle cose si rivela soprattutto nel modo apatico in cui stampa e pubblico ultimamente reagiscono a questo genere di piani. L’Italia si abbandona sempre di più alla realtà altamente colorata con cui viene abbindolata dall’apparato di potere di Berlusconi.
Certo, giornali e riviste di opinione come La Repubblica, l’Unità e l’Espresso continuano ad andare duramente contro il premier quando è necessario. Ma sono predicatori nel deserto: i due principali giornali italiani hanno insieme una tiratura di solo 1,3 milioni, su una popolazione di quasi 60 milioni.
La televisione è per la stragrande maggioranza degli italiani la fonte di informazione principale, e ora è quasi tutta sotto monitoraggio di gente fidata di Berlusconi.
Inoltre, anche i giornali al di fuori dell’impero di Berlusconi sentono il suo braccio forte. Come il giornale torinese La Stampa, proprietà della Fiat. ‘Vista la situazione in cui versa la Fiat, La Stampa non si trova nella posizione di esprimere critiche nei confronti di Berlusconi, e ciò è altrettanto valido per numerosi altri giornali’, cosí il caporedattore Giulio Anselmi a Stille nel Sacco di Roma. ‘Oltre ai giornali che possiede, c’é tutto un cerchio concentrico di giornali che dipendono direttamente o indirettamente da lui’.
Il leader dell’opposizione Antonio Di Pietro racconta nel suo libro Il guastafeste [in italiano con traduzione nel testo, ndt], come sia stato apostrofato “assassino’ da due ragazzi, mentre passeggiava in Piazza Duomo a Milano.
Un tempo Di Pietro era l’eroe del paese per milioni di italiani, nella sua funzione di pubblico ministero dell’ampia operazione anti-corruzione Mani Pulite, che spazzò via un’intera generazione di politici e imprenditori imbroglioni all’inizio degli anni novanta. ‘Questo incidente’, dice Di Pietro a proposito dell’accaduto a Piazza Duomo a Milano, ‘dimostra che quei ragazzi a casa sono bombardati con falsa informazione dalla televisione’.
Dopo un decennio e mezzo, questo moderno indottrinamento sta dando così tanti frutti che Berlusconi osa negare persino le più incontestabili verità.
Per esempio, l’anno scorso durante la massale protesta studentesca contro i tagli pianificati nell’istruzione. Gli studenti avevano occupato facoltà di diverse università, con grande irritazione di Berlusconi. ‘Oggi darò al Ministro degli Interni istruzioni dettagliate su come intervenire usando le unità mobili’, disse il premier nel corso di una conferenza stampa.
Quando l’opposizione gridò allo scandalo, Berlusconi il giorno dopo disse bellamente di non aver mai minacciato con le unità mobili. Ancora una volta era stato erroneamente citato dai giornalisti. Però tutti avevano potuto vedere e sentire che il premier l’aveva veramente detto; i suoi commenti erano stati trasmessi da radio e tv.
Nonostante quella prova schiacciante Berlusconi si ostinò sulla sua posizione. E con successo. Giacchè cosa dissero la sera i telegiornali? ‘Il premier dice di essere stato citato erroneamente’.
In una democrazia sana i giornalisti in servizio avrebbero come minimo fatto velocemente rivedere le immagini della conferenza stampa in questione, così da permettere ai telespettatori di concludere da sè se il premier fosse rimbecillito o no. Ma no. ‘Eventualmente, potrete rivedere la nostra trasmissione di ieri su internet’, ha sussurrato il redattore politico di RaiUno alla fine del servizio.
Considerando la situazione alla Matrix in cui versa l’Italia, il suo commento suonava quasi come un eroico atto di resistenza.
Eric Anders del Volkskrant
Berlusconi Matrix Italia Truman Show libertà di stampa
permalink | inviato da franco devin il 30/3/2009 alle 15:33 | commenti (1) |
PARLAR CHIARO, PARLARE OSCURO
Lo chiamano ‘politichese’, ma può assumere diverse sfaccettature a seconda del sapiente utilizzo che se ne fa: burocratese, parlar tra le righe o, nelle versioni più caserecce, ‘dire a nuora perché suocera intenda’. Forse, però, la forma più idonea per descrivere il ‘modus scribendi’ dei politici è la paradossia. Il parlare per paradossi ormai è la consuetudine di una classe politica che ha fatto dell’incoerenza la sua ragion d’essere. Un esempio lucano: elogiare Libera in pubblico e poi non firmare il manifesto ‘e ora perquisiteci tutti’ (è accaduto a Ferrandina durante la notte bianca). Ma gli esempi potrebbero essere infiniti. Qualcuno dirà: ma la politica è l’arte del possibile, del compromesso, della mediazione ….E già, chi non usa questa arte, con relativo linguaggio paradossico, non può sperare di accedere ai vertici dell’amministrazione regionale, di fare carriera e di ottenere i relativi benefit. Ognuno coltiva il proprio orticello innaffiandolo di volta in volta con parole rassicuranti, con apparente disponibilità, con modi sempre benevoli che il più delle volte nascondono interessi diversi, inconfessabili. Il ‘parlare’ generico, per frasi fatte, con pensieri monchi e a volte incomprensibili (finanche agli addetti ai lavori) è tipico di chi intende la propria missione (mission?!) politica come accumulo di potere. Vi ricordate le paradossali ‘convergenze parallele’ ? Beh lo stile lucano non cambia di molto. Facciamo un esempio di parlare generico: “liberare energie e proiettarle in un grande progetto di integrazione e cooperazione transnazionale…” ma quali energie, quale grande progetto !!! Oppure un esempio di paradosso: “scommettere sul merito, le competenze, il sapere e l’innovazione”, ma chi occupa i posti dirigenziali pubblici in Basilicata, i meritevoli o i ‘trombati’ politici? O, infine, un esempio di ‘falsa coscienza’: “…riformare la democrazia regionale, per combinare partecipazione e governo, per alimentare trasparenza e legalità…”, quale ‘legalità’, quella dei consigli regionali monotematici a difesa della lucanità violata da ‘sedicenti’ magistrati? In questo vortice stilistico si inseriscono poi i giornalisti, i più bravi e attrezzati, intenti a decifrare, i meno bravi e più contigui al potere, pronti a fare da cassa di risonanza. L’accorto lettore si sarà fatto un’opinione degli uni e degli altri e avrà tratto le sue conclusioni.
Un tale una volta diceva: ‘quando parlate dite sì sì, no no, il di più viene dal maligno’. Ci sarà qualche intellettuale lucano in grado di rammentarci, non dico il dettato evangelico, ma almeno la lezione di Socrate contro i sofisti di ogni epoca? Perché si tace ora in un momento di grande sconvolgimento dell’ordine costituito, di conflitti tra procure, di stampa imbavagliata e di attacchi prefettizi a sacerdoti in prima fila contro il malaffare e la malavita? Invoco una presa di posizione: che gli intellettuali esprimano una parola di verità su quello che sta succedendo, tacere oggi potrebbe significare ‘grave distrazione’ o peggio ‘connivenza’. Rimanere nella zona grigia dell’indifferenza significa, in fin dei conti, alimentare la cultura del sospetto che finisce per suscitare quelle reazioni indignate che stanno montando in gran parte della società civile lucana contro l’oscurità del dire e del pensare politico. Senza scomodare ‘Il fatto’ di Enzo Biagi (con le traversie annesse e connesse), voglio richiamare un libretto laterziano pubblicato nell’89 del filosofo Massimo Baldini, docente alla Luiss, Parlar chiaro, parlare oscuro, in cui vengono proposti, a fronte del modello burocratese, modi appropriati di utilizzo del linguaggio della chiarezza. E siccome il nostro Consiglio regionale si fa lustro di avere tra le sua fila il meglio dell’intellighenzia lucana, che applichi il manuale di Baldini, potrebbe trarne giovamento la comunicazione e sarebbe un primo passo per riavvicinare i giovani alla politica. O qualcuno preferisce lavorare nell’ombra e far valere l’adagio di Renzo Arbore ‘meno siamo, meglio stiamo’?
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permalink | inviato da franco devin il 30/8/2007 alle 11:35 | commenti (0) |
IL NUOVO CHE AVANZA MA CAMBIA VOLTO
Egregio Direttore, le scrivo per l’ultima volta (non me ne voglia), essendo stato tirato in ballo dal diessino Giusepe D’Alessandro in quanto co-autore di attacchi “volgari .. che imbarbariscono il dibattito politico facendo ricorso agli strumenti più vieti della demagogia e della denigrazione a buon mercato”. E’ singolare che lo sbarramento di fuoco da parte dei DS avvenga nello stesso giorno (Domenica) ad opera di tutti i maggiorenti del partito della provincia di Matera (da notare l’appello pro-Lacorazza di sindaci e segretari DS e il lancio della candidatura Veltroni da parte di Bitondo). Ma tant’è. E personalmente me l’aspettavo. Mi sarebbe piaciuto in verità che il buon D’Alessandro fosse entrato nel merito del dibattito sulla libertà di stampa (motivo che ha originato il mio intervento pubblico) e non delle forme e dei termini usati nell’articolo. Come mi sarebbe piaciuto altresì che qualche esponente dei DS avesse fatto sentire la sua voce riguardo alle vicende giudiziarie che coinvolgono i “potentati” di questa regione, invece di inveire contro coloro che sui pochi giornali liberi (non finanziati direttamente o indirettamente coi soldi della Regione Basilicata) cercano di fare luce sulla verità con inchieste documentate. Se, come dice D’Alessandro, il partito dei DS è realmente formato da decine di migliaia (?) di attivisti e volontari che si spendono per una politica vera (e non ne dubito), come mai non promuove un dibattito sulla situazione della giustizia in Basilicata, alla presenza di autorevoli figure che hanno lottato in prima linea contro tutte le mafie (penso a Giancarlo Caselli, a Pier Luigi Vigna ecc…)? Come mai non si fa paladino di una battaglia di verità per svelare fino in fondo i risvolti inconfessabili di vicende inquietanti che ancora non hanno trovato risposte? Ma forse questa è demagogia, è denigrazione, è giornalismo spazzatura !!!! La politica “vera” è quella che distribuisce poltrone ai trombati, quella che piazza figli e figlie negli Acquedotti di famiglia, quella dei canali preferenziali per l’accesso ai fondi europei, e degli incarichi di progettazione e direzione lavori sempre agli stessi Studi di ingegneria e di architettura !! Questo è il Partito Democratico che avanza, rappresentato dagli stessi volti “dalemiani” che diventano “veltroniani” alla bisogna.
Anche Bitondo parla di “una nuova classe dirigente, aperta all’innovazione, selezionata su merito ed esperienza, evitando promozioni e cooptazioni prive delle necessarie capacità”, parole pienamente condivisibili a patto che alle parole seguano i fatti; e noi staremo lì a raccontare quei fatti, che al momento sembrano latitanti, ma che attendiamo speranzosi… non si sa mai nella vita!
ds veltroni basilicata libertà di stampa d'alessandro bitondo
permalink | inviato da franco devin il 30/8/2007 alle 11:28 | commenti (0) |
Dal "Quotidiano della Basilicata"
noicittadinilucani

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