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La nostra newsletter di agosto Vi giunge salutando la ripresa (anche se per molti sarà già avvenuta) e vuole essere un augurio per un nuovo anno produttivo. Non vi sono novità legislative nell’ambito del diritto del lavoro e, quindi, abbiamo deciso di trattare nell’Attualità del Diritto del Lavoro un tema di rilievo attraverso una sentenza: il tema della droga nel mondo del lavoro. Come ben sappiamo, la droga è un fenomeno diffuso a tutti i livelli e non poteva restare immune il luogo di lavoro. L’uso e lo spaccio di sostanze stupefacenti, ancorché, non se ne parli molto, sono diffusi in ambito lavorativo e spesso concernono non solo i dipendenti, ma anche i terzi, laddove si tratta di attività svolta a contatto con il pubblico. Il fenomeno non può essere estraneo al rapporto di lavoro poiché, seppure le mansioni siano svolte in modo adeguato, la detenzione e lo spaccio di droga mina comunque il rapporto ﬁduciario, come appunto si legge nella sentenza riportata. Sempre nell’Attualità si segnala una recentissima risoluzione dell’Agenzia delle Entrate in materia di detassazione dei compensi per il lavoro notturno. Nelle “Nostre Sentenze” abbiamo inserito casi collegati alla risoluzione del rapporto di lavoro e alle questioni che sorgono con la reintegrazione. Anche nella Attualità dedicata al Diritto Civile abbiamo scelto di pubblicare una sentenza. Il caso riguarda la clausola statutaria “simul stabunt simul cadent”, con riferimento alla carica di amministratore delegato: un caso interessante e ricorrente. Nell’ambito delle “Assicurazioni”, segnaliamo un’interessante sentenza del Supremo Collegio in merito alla circolazione nell’area di parcheggio degli ipermercati e centri commerciali. La Suprema Corte ha ritenuto che, trattandosi di area aperta all’uso da parte del pubblico, la circolazione automobilistica è soggetta alle norme della legge sull’assicurazione obbligatoria (oltre che a quelle della circolazione stradale). “Il Punto su …” esamina una decisione dell’Autorità Garante della Privacy in tema di diritto del dipendente di accedere alla posta elettronica aziendale e tutela della privacy: un tema delicato e dibattuto, come sempre accade quando si tratta di contemperare diritti contrapposti e salvaguardare esigenze di terzi e personali. Nella “Rassegna stampa”, l’articolo “Che ﬁne ha fatto il collegato lavoro?” pubblicato sul blog JOBtalk aggiorna sugli sviluppi del Collegato Lavoro 2010, approvato dalle Camere e rinviato alle stesse dal Presidente della Repubblica lo scorso 31 marzo: dopo il passaggio alla Camera dei Deputati è ora al Senato e, secondo il calendario ﬁssato dall’assemblea, dovrebbe essere approvato verso ﬁne settembre. Buona lettura, buona ripresa e arrivederci al prossimo numero. Stefano Beretta e il Comitato di Redazione composto da: Stefano Triﬁrò, Marina Tona, Francesco Autelitano, Luca D’Arco, Teresa Cofano, Claudio Ponari, Tommaso Targa e Diego Meucci MILANO ROMA GENOVA TORINO TRENTO
ATTUALITÀ 6 ASSICURAZIONI 7 IL PUNTO SU... 9 RASSEGNA STAMPA 11 CONTATTI 12
NEWSLETTER T&P N°39 ANNO IV
L I C E N Z I A M E N TO – G I U S TA C A U S A – R I L E VA N Z A D I COMPORTAMENTI EXTRALAVORATIVI (Tribunale di Lanciano, 9 aprile 2010)
A cura di Mario Cammarata
Un dipendente, mentre era diretto presso lo stabilimento dove prestava attività lavorativa, veniva fermato dalla polizia che rinveniva nella macchina sostanze stupefacenti (hashish e marijuana). A seguito di ciò la polizia decideva di procedere anche a perquisizione domiciliare e rinveniva in un cassetto della cucina una rilevante quantità di sostanze stupefacenti, nonché un bilancino di precisione e un’agenda contenente una somma in contanti ed i nomi di probabili acquirenti delle sostanze stupefacenti, nonché una dettagliata contabilità delle operazioni eseguite. La polizia operava il fermo del dipendente e, successivamente, il Giudice confermava l’arresto del dipendente che veniva tradotto in carcere. La società procedeva alla contestazione dei fatti e, quindi, al licenziamento per giusta causa, ritenendo che il possesso di droga in quantità ben superiore al consumo personale e, quindi, per ﬁne di spaccio (come dimostrato anche dagli strumenti trovati a casa del dipendente e dall’agenda con i nominativi di probabili clienti) e, soprattutto, il rilevante quantitativo di droga trovato in macchina mentre si stava recando al lavoro, facessero venir meno la ﬁducia che deve essere insita nel rapporto di lavoro. Il licenziamento veniva impugnato dal dipendente che sosteneva trattarsi di fatti estranei al rapporto di lavoro; inoltre, asseriva che il datore di lavoro avrebbe dovuto, comunque, attendere l’esito del giudizio penale, prima di adottare qualsiasi provvedimento. Il Tribunale ha respinto il ricorso del dipendente, confermando il licenziamento. Nella sentenza si legge che il ricorrente era stato sorpreso in possesso di un ragguardevole quantitativo di sostanze stupefacenti, in parte custodite presso la propria abitazione ed in parte trasportate all’interno della propria autovettura mentre si stava recando al lavoro. Il Giudice ha osservato che il quantitativo rinvenuto, il bilancino di precisione, l’agenda con i nominativi e la somma di denaro fossero indici “signiﬁcativi” di una detenzione a ﬁni di spaccio con “il rischio della diffusione dello stupefacente anche all’interno del luogo di lavoro”. Pertanto, seppure di regola il comportamento extralavoristico sia irrilevante ai ﬁni della lesione del vincolo ﬁduciario, il Tribunale ha osservato che “in determinate ipotesi, i fatti o comportamenti apparentemente estranei alla sfera contrattuale ed attinenti alla vita privata del lavoratore possono compromettere l’elemento ﬁduciario ed essere invocati ai ﬁni della ricorrenza della giusta causa”. Secondo il Giudice “il rapporto ﬁduciario è, infatti, tale, proprio perché legittima determinate aspettative della parte circa il comportamento dell’altra parte e quindi - specialmente in un rapporto di durata, ove tale elemento acquista rilevanza ancora maggiore - necessariamente presuppone una prognosi favorevole relativamente al puntuale adempimento di tutti gli obblighi che ne derivano”. Nel caso di specie tutti gli elementi sono stati ritenuti “indici che portano a ritenere del tutto leciti i timori della società circa una diffusione della droga nell’ambito lavorativo, tenuto soprattutto conto del rinvenimento di sostanze stupefacenti nella vettura del ricorrente mentre questi stava andando al lavoro”.
In relazione, poi, alla circostanza che si sarebbe dovuto attendere l’esito del procedimento penale, il Giudice ha osservato che ciò non è necessario, attesa “l’assoluta autonomia tra giudizio civile e giudizio penale”. Pertanto, nel giudizio civile gli elementi soggettivi e oggettivi del fatto addebitato ben possono essere autonomamente valutati, senza dover necessariamente attendere la conclusione delle indagini penali.
LA DETASSAZIONE DEL LAVORO NOTTURNO
Risoluzione n. 83/E dell’Agenzia delle Entrate del 17 agosto 2010
L’Agenzia delle Entrate in risposta ad un quesito posto da Conﬁndustria, con la risoluzione n. 83/E del 17 agosto 2010, ha ulteriormente chiarito l’ambito di applicazione del regime speciale di tassazione agevolata introdotto dall’art. 2 comma 1 del DL n. 93/2008 e modiﬁcato dall’art. 2, commi 156 e 157 della L. n. 191/2009. Ricordiamo che la predetta normativa aveva stabilito l’applicazione di un’imposta sostitutiva del 10% per le somme erogate ai dipendenti in relazione sia a prestazioni di lavoro straordinario (queste poi eliminate dalla L. n. 191/2009) che ad incrementi di produttività, innovazione ed efﬁcienza organizzativa ed altri elementi di competitività e redditività legati all’andamento economico dell’impresa dei compensi erogati ai lavoratori dipendenti.
✦L’Agenzia
delle Entrate, con la risoluzione in oggetto ha chiarito che rientrano nel regime di tassazione agevolata anche le somme erogate a titolo di lavoro notturno (riferendosi sia al compenso ordinario che alla maggiorazione) a quei lavoratori anche non turnisti che prestino il loro lavoro normale nel periodo notturno e a coloro che, occasionalmente si trovino a rendere prestazioni che rientrano nella nozione di lavoro notturno così come deﬁnito dalla contrattazione collettiva.
Come però già precisato dalla stessa Agenzia delle Entrate nelle proprie precedenti circolari n. 49/2008 e 59/2008 le prestazioni di lavoro notturno devono essere comunque riconducibili o collegate ad incrementi di produttività, innovazione ed efﬁcienza organizzativa e redditività legati all’andamento economico dell’impresa ai sensi dell’art. 2 comma 1 lettera c. del DL n. 93/2008. Con la predetta risoluzione l’Agenzia precisa che i lavoratori possono far valere la tassazione più favorevole in sede di dichiarazione di redditi, presentando una dichiarazione integrativa per gli anni passati ovvero una istanza di rimborso.
✦Ricordiamo
che l’agevolazione si applica nei limiti di 3.000,00 Euro per l’anno 2008 e di 6.000,00 Euro per gli anni 2009 e 2010 per quei lavoratori che abbiano conseguito un reddito nell’anno 2007 non superiore a 30.000,00 Euro lordi ed a 35.000,00 Euro per gli anni 2008 e 2009.
✦Risoluzione
N. 83/E - 17 Agosto 2010 (PDF)
RIFIUTO DI ESEGUIRE LA PRESTAZIONE LAVORATIVA E LICENZIAMENTO PER GIUSTA CAUSA
(Tribunale di Roma, 9 giugno 2010) In ottemperanza a quanto statuito da una sentenza che aveva accertato l’illegittimità del licenziamento, una società si era attivata per reintegrare il lavoratore interessato in azienda, comunicandogli la data e la sede ove lo stesso avrebbe dovuto ricominciare a svolgere attività lavorativa. Il lavoratore, nonostante detto invito, non si presentava al lavoro, motivando la propria assenza con ragioni di salute (a tal proposito, inviava la relativa certiﬁcazione medica). Alla data prevista per il rientro (stante la cessazione della malattia), l’interessato non riprendeva servizio e, nonostante i ripetuti inviti da parte della datrice di lavoro, non forniva alcun chiarimento né dava notizie di se. Pertanto, la società - dopo avere atteso invano notizie dal proprio prestatore di lavoro - gli contestava l’assenza ingiustiﬁcata di un rilevante numero di giorni (ben 40) e, successivamente, lo licenziava. Il lavoratore adiva l’Autorità giudiziaria al ﬁne di ottenere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento, motivando detta richiesta con le seguenti ragioni: a) la datrice di lavoro non gli aveva corrisposto le mensilità riconosciutegli a titolo di risarcimento del danno derivante dall’illegittimità del primo licenziamento; b) la reintegrazione era avvenuta presso una nuova e diversa sede di lavoro; c) non erano state corrisposte le retribuzioni dalla data della reintegra sino a quella in cui lo stesso era rimasto assente per malattia. Secondo il lavoratore queste ragioni giustiﬁcavano sia il riﬁuto di eseguire la prestazione lavorativa, sia la illegittimità del licenziamento per l’evidente natura ritorsiva. Il Tribunale di Roma ha ritenuto infondate le suesposte ragioni, escludendo anzitutto la natura ritorsiva del licenziamento al medesimo irrogato (in quanto sfornita di qualsivoglia prova); ha ritenuto, inoltre, priva di fondamento l’eccezione di riﬁuto di adempiere una prestazione a fronte del preteso inadempimento della controparte, in primo luogo perché “non esiste alcun rapporto di sinallagmaticità fra l’obbligo della società di ottemperare al pagamento risarcitorio impostogli dalla sentenza dichiarativa dell’illegittimità del licenziamento, e quello del lavoratore di prestare la propria attività. L’obbligo risarcitorio trova infatti la propria fonte nella sentenza di condanna e non direttamente nel rapporto di lavoro in essere tra le parti”. Quanto, poi, al preteso mancato pagamento delle retribuzioni maturate dalla data di reintegra, il Tribunale ha evidenziato come il lavoratore non avesse mai fatto presente detta circostanza né in corso di rapporto e “nemmeno a seguito della lettera di contestazione disciplinare … in cui gli veniva appunto chiesto di giustiﬁcare la propria assenza. Ne consegue che quest’ultima non può essere a posteriori imputata al lecito esercizio dell’eccezione di inadempimento, che presuppone una speciﬁca comunicazione al contraente inadempiente della propria intenzione di avvalersi della facoltà di non adempiere la propria controprestazione. Ciò in virtù del principio di correttezza e buona fede che deve improntare l’esecuzione dei contratti”. (Causa curata da Orazio Marano)
SCADENZA DEL TERMINE E RIASSUNZIONE IN SEDE DIVERSA - LEGITTIMITÀ
(Tribunale di Trani, 20 luglio 2009) Nel caso di cessazione di un rapporto di lavoro alla scadenza del termine contrattualmente apposto, il lavoratore che ne contesta la legittimità non può pregiudizialmente riﬁutare la proposta di riassunzione del datore di lavoro, anche se essa prevede una sede di assegnazione diversa dalla precedente. In tal caso, infatti, occorre considerare la situazione complessiva dell’azienda, l’eventuale situazione di crisi e la chiusura dell’unità produttiva a cui il lavoratore era stato adibito in passato. Il comportamento del lavoratore che, senza nemmeno rispondere alla proposta del datore di lavoro, instaura una causa per l’accertamento della pretesa illegittimità del termine e, nel frattempo, reperisce una nuova occupazione, integra la fattispecie della risoluzione per mutuo consenso del rapporto di lavoro, a prescindere dalle pretese ragioni di illegittimità del termine, ed anche nel caso in cui i vizi del contratto siano palesi, riferendosi alla mancata speciﬁcazione di una causale ex art. 1 del D.Lgs. 368/2001. (Causa curata da Tommaso Targa)
CESSAZIONE ATTIVITÀ AZIENDALE - REINTEGRAZIONE - ESCLUSIONE
(Tribunale di Milano, 9 febbraio 2008) La cessazione dell’attività aziendale fa venir meno il substrato della prestazione lavorativa e pertanto estingue i rapporti di lavoro per impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa ex artt. 1463 e 1256 cod. civ., con la conseguenza che, nell’ambito della tutela reale, in caso di licenziamento illegittimo, il giudice non può disporre la reintegrazione se, nelle more del giudizio, è sopravvenuta la cessazione totale dell’attività aziendale. Il Giudice, nel caso in esame, ha dunque proceduto alla sola liquidazione del danno in misura pari a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto di cui all’art. 18, 4° comma, L. n. 300/70, in quanto avente carattere autonomo rispetto a quella ripristinatoria prevista dal 1° comma. (Causa curata da Mariapaola Rovetta e Stefano Triﬁrò)
USO STRUMENTALE DELLA CLAUSOLA SIMUL STABUNT SIMUL CADENT E REVOCA DELL’AMMINISTRATORE SENZA GIUSTA CAUSA NECESSITÀ DI MOTIVARE LA DELIBERA DI REVOCA
(Tribunale di Monza, 5 luglio 2010)
A cura di Salvatore Triﬁrò, Francesco Autelitano e Jacopo Moretti
L’ex amministratore delegato di una società di capitali citava in giudizio la società medesima, lamentando di essere stato revocato dalla carica senza giusta causa, per effetto dell’uso distorto, ai suoi danni, della clausola statutaria “simul stabunt simul cadent” e chiedendo, pertanto, il risarcimento del danno conseguitone. L’attore esponeva di essere stato anticipatamente sollevato dal mandato per effetto delle dimissioni rassegnate dagli altri due membri del Consiglio di Amministrazione della società, della conseguente decadenza dell’organo gestorio e della contestuale nomina di un nuovo Consiglio di Amministrazione. Tutto ciò in concomitanza con la cessione, da parte dei soci, delle quote di partecipazione ad un’altra società di capitali costituita ad hoc con la partecipazione maggioritaria di uno dei consiglieri e dopo aver subito, su iniziativa di quest’ultimo, un processo di progressivo esautoramento e delegittimazione. La società si costituiva in giudizio sostenendo che la mancata conferma dell’attore nel nuovo Consiglio di Amministrazione dovesse ritenersi in sé giustiﬁcata dal cambiamento del socio di controllo della Società stessa, circostanza da sola idonea ad incidere sul vincolo ﬁduciario che, in ogni caso, era venuto meno in considerazione di una serie di episodi che avevano irrimediabilmente compromesso i rapporti tra l’ex amministratore e il nuovo socio di controllo. Il Tribunale di Monza ha accolto le domande dell’attore rilevando che:
✦l’uso
strumentale della clausola statutaria “simul stabunt simul cadent” è fonte di responsabilità risarcitoria ex artt. 2383, comma 3, c.c. e 1725, c.c..;
✦le motivazioni integranti la giusta causa di revoca dell’amministratore devono essere enunciate nello stesso contesto della decisione assembleare che dispone la revoca, non essendo ammissibile un’integrazione postuma della deliberazione in sede giudiziale, ciò che si è esattamente veriﬁcato nel caso di specie in cui l’assemblea dei soci non aveva espresso alcuna motivazione dell’atto di revoca dell’attore, implicito nella decisione di costituire un nuovo Consiglio di Amministrazione senza che lo stesso ne prendesse parte.
Le dichiarazioni confessorie rese dal presunto responsabile, siano o meno contenute nel cosiddetto CID non rilevano nel giudizio instaurato ai sensi dell’art. 18 della legge n. 990 del 1969: non è infatti possibile, in base ad esse, pervenirsi a decisioni differenziate, in ordine ai rapporti tra responsabile e danneggiato, da un lato, e danneggiato ed assicuratore dall’altro. In particolare, precisato che dichiarazioni confessorie sono solo quelle in cui siano ammessi fatti che, “valutati alla stregua delle regole in materia”, possano portare alla condanna del soggetto che le ha rese (e non quindi le mere assunzioni di responsabilità o di colpa), l’eventuale confessione, contenuta nel modulo di constatazione amichevole del sinistro sottoscritto dal responsabile del danno proprietario del veicolo assicurato e - come tale - litisconsorte CIRCOLAZIONE STRADALE – PRESUNZIONE DI COLPA E PROVA LIBERATORIA necessario, non ha valore di piena prova nemmeno nei confronti del conﬁtente, ma deve essere liberamente apprezzata dal giudice, in applicazione della regola racchiusa nell’art. 2733, terzo comma, c.c., secondo cui, in caso di litisconsorzio necessario, la capacità probatoria della confessione resa da alcuni soltanto dei litisconsorti è, per l’appunto, afﬁdata alla prudente valutazione del giudice. In base al disposto dell’art. 149, comma 1, C.d.S. (T.U. del D.L. 30 aprile 1992, n. 285), sostanzialmente riproduttivo dell’art. 107 C.d.S. previgente, il conducente deve essere in grado di garantire in ogni caso l’arresto tempestivo del mezzo, evitando collisioni con il veicolo che precede, per cui l’avvenuta collisione pone a suo carico una presunzione de facto di inosservanza della distanza di sicurezza, con conseguente inapplicabilità della presunzione di pari colpa di cui all’art. 2054, comma secondo, c.c., e onere del guidatore di dimostrare che il mancato, tempestivo arresto del mezzo e il successivo impatto sono stati determinati da cause in tutto o in parte a lui non imputabili. (Cass., 13 luglio 2010, n. 16376)
Deve essere riconosciuto (ove allegato e provato) il danno morale, a ristoro della sofferenza psichica provata dalla vittima di lesioni ﬁsiche, alle quali sia seguita dopo breve tempo la morte, che sia rimasta lucida durante l'agonia in consapevole attesa della ﬁne. Si tratta di un danno tanatologico o da morte immediata che viene ricondotto nella dimensione del danno morale inteso nella sua più ampia accezione, come sofferenza della vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita. (Cass., 7 giugno 2010, n. 13672)
DANNO C.D. TANATOLOGICO
L'area di parcheggio destinata agli utenti di un ipermercato, ancorché sia di proprietà privata e inclusa per intero in uno stabile di proprietà privata e sia delimitata da strutture destinate a regolare l'accesso dei veicoli (sbarra di ingresso), è da ritenere aperta all'uso da parte del pubblico e ordinariamente adibita al trafﬁco veicolare, considerato che chiunque ha la possibilità di accedervi. La circolazione automobilistica all'interno dell'area è pertanto soggetta sia alle norme dell'art. 2054 c.c., sia alle norme della legge sull'assicurazione obbligatoria della responsabilità civile, di cui alla l. 990/1969, la cui applicabilità presuppone, appunto, l'apertura dell'area al trafﬁco veicolare ad opera di un numero indeterminato di persone. (Cass., 23 luglio 2009, ord. n. 17279)
ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA R.C.A. - AREA DI PARCHEGGIO DI IPERMERCATO
A cura di Vittorio Provera PRIVACY E DIRITTO DEL DIPENDENTE AD ACCEDERE ALLA POSTA ELETTRONICA AZIENDALE
Ci siamo già occupati degli interventi del Garante della Privacy in materia di uso dei sistemi informatici e di posta elettronica all’interno delle Aziende, limiti dei controlli del datore del lavoro sull’impiego di tali mezzi informatici e di comunicazione, necessità di regolamentazione preventiva ed altri aspetti. Si segnala ora una nuova decisione dell’Autorità Garante della Privacy, emessa nel gennaio 2010 e disponibile presso il sito della medesima Autorità, avente ad oggetto un episodio connesso con il licenziamento di una dipendente, accusata di aver posto in essere delle “avances e delle provocazioni di carattere esplicitamente sessuali” nei confronti di un Direttore Generale della Società presso cui lavorava. Al ﬁne di dimostrare i comportamenti posti a base del licenziamento, l’Azienda aveva allegato alcune e-mail che sarebbero state inviate dalla dipendente nonché delle fotograﬁe in pose erotiche che secondo l’Azienda - la medesima avrebbe lasciato sulla scrivania del Direttore. Orbene in tale contesto, a prescindere dal procedimento inerente l’impugnativa del licenziamento, la lavoratrice aveva formulato una speciﬁca richiesta ai sensi dell’art. 7 del Codice in materia di protezione dei dati personali (D.L. 30 giugno 2003 n. 196) ﬁnalizzata ad accedere alle informazioni citate nella lettera di contestazione disciplinare, nonché a quelle contenute nelle “altre (…………..) e-mail di cui queste (cioè quelle indicate in contestazione n.d.r.) costituivano la risposta e comunque lo sviluppo”. In sostanza si chiedeva di poter accedere alla posta elettronica aziendale per veriﬁcare lo scambio di messaggi in qualche modo attinenti all’evento. La dipendente, con riferimento ai fatti contestati, negava di aver posto in essere i predetti comportamenti, lamentando di aver subito da parte del Collega attenzioni sgradite, pertanto voleva accedere a tutti i messaggi di posta elettronica inviati da Lei stessa ed alla medesima indirizzati, in particolare in relazione ai quei messaggi ritenuti utili per la propria difesa. La Società aveva replicato a tale richiesta evidenziando di non detenere le fotograﬁe della dipendente, né comunicazioni e-mail contenute nella lettera di contestazione, precisando che la Società “non è a conoscenza del fatto se le stesse siano state trasmesse o meno, per il tramite di un account di posta elettronica aziendale”. Inoltre la Società contestava l’ammissibilità della richiesta di accedere a tutti i messaggi di posta elettronica inviati e ricevuti dalla ex dipendente presenti sul computer che la stessa aveva in uso, posto che non aveva dimostrato che si trattava di corrispondenza integrante un trattamento dei dati personali; mentre non poteva formare oggetto di accesso la corrispondenza aziendale interna, inviata per la gestione ed organizzazione aziendale. In tale contesto l’Autorità Garante ha ribadito taluni principi già espressi in precedenti decisioni. In primo luogo lo scambio di corrispondenza elettronica avente ad oggetto sia attività lavorativa che altre tematiche (tra dipendenti, colleghi o persone esterne all’Azienda) costituisce comunque un’operazione idonea a rendere conoscibili informazioni personali relative all’interessata; e ciò - nella specie - risultava ancora più evidente in considerazione del fatto che l’indirizzo di posta elettronica aziendale era un indirizzo individualizzato recante, dunque, le generalità della dipendente, oltre al nome dell’Azienda. Pertanto era tutelabile un diritto della stessa ad accedere ai dati personali contenuti nei messaggi di posta elettronica inviati e ricevuti attraverso detto indirizzo e presenti presso il computer in uso alla stessa o il server.
Posta elettronica aziendale e privacy del dipendente - 21/01/2010
Tuttavia ha disposto che dette operazioni fossero svolte in presenza dell’amministratore di sistema o di personale appositamente incaricato dalla Società, per garantire la non diffusione e la pertinenza delle operazioni di accesso.
Tu t t a v i a q u e s t o d i r i t t o d e v e e s s e r e contemperato con una legittima aspettativa, anche di terzi, di conﬁdenzialità rispetto a determinate forme di comunicazione, cosicché l’estrapolazione dei dati personali richiesti dalla dipendente dagli archivi della Società determinerebbe il rischio di violazione dei principi di pertinenza e non eccedenza nel trattamento dei dati. Infatti anche il datore di lavoro in questo contesto, potrebbe venire a conoscenza di informative non pertinenti all’attività lavorativa. Pertanto l’Autorità Garante ha accolto la richiesta di accesso della ex dipendente, disponendo la possibilità di accedere ai dati personali che la riguardano contenuti nei messaggi di posta elettronica inviati e ricevuti nella sua casella, con possibilità anche di trasporre su supporto cartaceo informatico i dati che la riguardano contenuti nella corrispondenza conservata.
conclusione il provvedimento, da una parte, afferma di considerare meritevole di tutela una richiesta ben determinata del d i p e n d e n t e d i a c c e d e re a l l a p o s t a elettronica scambiata dal medesimo all’interno dell’Azienda, in quanto comunque contiene dati personali (ed inoltre costituirebbe un esercizio del diritto alla difesa di cui all’art. 24 cost.). tuttavia rilevato che questo tipo di trattamento e di accesso determina comunque un rischio di divulgazione di dati personali di terzi (cioè coloro che hanno inviato o ricevuto tali messaggi contenenti anche informazioni personali o sensibili) e che quindi sarebbero a loro volta titolari di un diritto alla protezione di tali dati ed informazioni. Su questo particolare aspetto la pronuncia non è, a nostro avviso, tutelante; in quanto può consentire di acquisire ed eventualmente utilizzare tali documenti (messaggi), con pregiudizio proprio delle posizioni di terzi.
✦Va
JOBtalk - JOB24 - IL SOLE 24 ORE: 18/08/10 twitter 24job http://twitter.com/24job “Che ﬁne ha fatto il collegato lavoro?” di Stefano Beretta
✦CorrierEconomia
- Corriere della Sera: 12/07/10 “LAVORO Quando la crisi aiuta gli studi” Intervista a Stefano Triﬁrò
✦AIDP
Newsletter: N°6 Luglio 2010 “Il licenziamento per giustiﬁcato motivo oggettivo” di Giacinto Favalli
✦Corriere.it:
12/07/10 “LAVORO Quando la crisi aiuta gli studi”
JOBtalk - JOB24 - IL SOLE 24 ORE: 29/06/10 twitter 24job http://twitter.com/24job “Chi dichiara il falso all'azienda che lo assume (mancanza di carichi pendenti e di condanne) rischia il licenziamento” di Anna Maria Corna e Alessandra Landi
✦C&P
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- GIUSTIZIA: Giugno 2010 “Una riforma necessaria” Intervista a Salvatore Triﬁrò
JOBtalk - JOB24 - IL SOLE 24 ORE: 16/06/10 twitter 24job http://twitter.com/24job “L’importanza di essere onesto: il dipendente colto in fallo dalla videocamera non può invocare la privacy, lo dice la Cassazione” di Stefano Beretta
✦Dirigenti
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Industria: Giugno 2010 “Riforma, Regole e Sanzioni sono indispensabili” di Salvatore Triﬁrò
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