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Timestamp: 2019-03-24 10:28:32+00:00

Document:
Il nostro Paese 335 by Stan Ticino - Issuu
n. 335 / Agosto 2018
Editoriale Gordola: doppio schiaffo alla comunità (?)
Anno del Patrimonio culturale 2018 Il valore civile del patrimonio culturale
Heiner Rodel
Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale / Giardini storici p.	6	Il parco del Museo Vincenzo Vela a Ligornetto
Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale Il Lido di Lugano compie novant’anni
Maria Piceni
Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale Un motel degli anni Cinquanta a Vezia
Temi STAN – Paesaggio Paesaggio, primo bilancio con invito
Tiziano Fontana p.	36
Temi STAN – Pianificazione del territorio Incognite sullo sviluppo territoriale ticinese Natura – Alleanza Territorio e Biodiversità Il giardino naturale: bello e importante per la natura
Nicoletta Locarnini p.	44
Invito alla visita L’Europa in mostra
Brenno Borradori, Francesca Martella R.	p.	46
Lettere dei lettori Ricostruiamo la cappelletta di Gordola «com’era, dov’era»
In copertina: il giardino a meridione del Museo Vincenzo Vela a Ligornetto. Foto: Renato Quadroni
Impressum: Rivista trimestrale fondata nel 1949, organo della Società ticinese per l’arte e la natura – STAN, già Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, fondata nel 1908, sezione ticinese di Schweizer Heimatschutz (Patrimonio Svizzero), www.stan-ticino.ch. Direttore responsabile: Benedetto Antonini. Comitato di redazione: Valeria Farinati (redattrice), Benedetto Antonini, Tiziano Fontana. Contatti: STAN, via Borghese 42, 6601 Locarno, tel. 091 751 16 25, info@stan-ticino.ch. Concetto grafico: marco tanner, creative consulting, 6992 cimo. Conto corrente postale: Società ticinese per l’arte e la natura, 69-862-3. Abbonamento annuo: Abbonamento + quota sociale STAN: Fr. 60.–. Comuni piccoli, Parrocchie, ecc.: Fr. 60.–. Sostenitore, Comuni, Società: a partire da Fr. 100.–. Scuole, studenti: Fr. 30.–. Estero: Fr. 60.–. Numero separato: Fr. 15.–. Tiratura: 1250 copie. Stampa: Fontana Print S.A., C.P. 23, 6963 Pregassona. La rivista esce anche grazie	al contributo di
STAN, Sezione ticinese di
© 2018 Il nostro Paese. Per la riproduzione di testi, fotografie e disegni è necessaria l’autorizzazione della redazione.
Gordola: doppio schiaffo alla comunità (?) Benedetto Antonini Quasi quattro anni or sono abbiamo promesso ai nostri lettori e ai cofirmatari dell’iniziativa legislativa «Un futuro per il nostro passato» di seguire da vicino l’iter della nuova legge sulla protezione dei beni culturali e di informarli passo dopo passo. Siamo in grado, ora, di comunicare loro la buona notizia: il 13 giugno 2018, il Consiglio di Stato ha trasmesso al Parlamento il messaggio concernente l’atteso disegno di legge. Esso non soddisfa tutte le richieste dell’iniziativa, ma rappresenta un notevole progresso per una miglior protezione del nostro patrimonio culturale, ragione per cui lo consideriamo il minimo necessario, ma anche sufficiente, per evitare un voto popolare. In Europa, in Svizzera e anche da noi continuano, suscitando un notevole interesse, le celebrazioni dell’Anno europeo del patrimonio culturale. Le visite organizzate dalla STAN sono ben frequentate e permettono a molte persone di confrontarsi con numerosi gioielli del territorio ticinese che forse non avevano mai visto o che avevano visto, ma non guardato e apprezzato. Non ci stancheremo mai di asserire che l’informazione è la prima misura che induce il rispetto e la tutela dei beni che compongono il patrimonio fisico, ma anche mentale delle persone, in quanto singoli e in quanto componenti della società. Essi sono sovente anche simboli, portatori di storia e come tali sono parte dell’identità. Quest’ultima, poi, produce attaccamento al luogo, identificazione e con essa sicurezza e senso di libertà. L’impegno per la tutela del paesaggio e delle componenti storico-culturali del territorio dovrebbe assumere una posizione ben più importante nei programmi politici dei governi di ogni livello e non essere lasciato a margine, quasi fosse un lusso per società opulente. Detto impegno, infatti, non è il capriccio di società a scopo ideale come la STAN o l’Heimatschutz Svizzera, bensì rappresenta il nocciolo della Dichiarazione di Davos, della Convenzione europea del paesaggio, di quella della Valletta (Malta) e di altri numerosi testi votati e ratificati anche dalla Svizzera. Autorevoli pensatori, come Zygmunt Bauman, Ezio Mauro, Edgar Morin, tutti ci segnalano quanto importante sia potersi riferire a un passato per avere fiducia nel futuro. Non da ultimo, Franco Zambelloni che, nel numero di «Azione» del 23 luglio 2018, ha opportunamente messo in luce la relazione tra sicurezza e libertà, sottolineando, con dotte citazioni, come le leggi siano necessarie per la sicurezza, soprattutto quando l’eccesso
di libertà nuoce alla società. Ecco dunque che la protezione di un bene culturale, sia esso a livello cantonale o locale, diventa una necessità collettiva che restringe, è vero, la libertà di disporre del bene stesso, ma tutela l’interesse generale e incrementa il senso di sicurezza sociale. È emblematica l’emozione suscitata dalla distruzione volontaria (?) della cappelletta di Gordola. Materialmente un minuscolo edificio, con un affresco nemmeno tanto bello, un manufatto povero come quasi tutte le costruzioni di devozione che costeggiano gli antichi percorsi delle nostre valli, eppure la gente del luogo e non solo è rimasta sconvolta da tanta sbadataggine, per non dire arrogante noncuranza. Nasce il sospetto che la sua presenza disturbasse l’agibilità del cantiere e quindi giù, con un colpo di ruspa si manda in frantumi l’ostacolo e con esso la storia e l’attaccamento al territorio di moltissime persone, certe note, ma tante sconosciute, perché passando da lì andavano chissà dove. L’edificio stava in quel luogo da un paio di secoli a tutela del ponte, bene augurante per il passante, e chissà quante storie simpatiche, ma anche drammatiche potrebbe raccontare. Le pietre, si sa, parlano come i libri; bisogna reimparare il loro atono linguaggio e stare ad ascoltarle: parlano della formazione della terra, del luogo dove sono state cavate, di chi e perché sono state prelevate, del come sono state lavorate per la funzione alla quale erano destinate. Adempiendo quella mansione hanno assistito allo svolgersi della vita. Chissà che un giorno uno scienziato non scopra che le pietre, come l’acqua, hanno una memoria e forse ci dirà persino come interrogarla. Per ora ci dobbiamo accontentare della nostra fantasia e della nostra sensibilità per il valore simbolico e culturale di questi beni storici, prima ancora che estetici. Leggiamo che Municipio e Ufficio dei beni culturali si sarebbero accordati per esigerne la ricostruzione, ma in altro luogo e per di più secondo canoni moderni. Con ciò «la frittata» sarebbe completa: un premio all’abuso e un secondo schiaffo alla comunità. Il tutto con il pretesto che si vorrebbe evitare un «falso storico», come se in tutta Europa e anche in Ticino non avessimo mai concesso e poi «ammirato» nessun falso storico, prime tra tutte le abbondanti ricostruzioni di importanti porzioni dei castelli di Bellinzona, oggi assurti al rango di patrimonio culturale dell’umanità. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Il valore civile del patrimonio culturale «La vera funzione del patrimonio non è assicurare il diletto privato di pochi illuminati volenterosi, ma alimentare la virtù civile, essere palestra di vita pubblica, mezzo per costruire uguaglianza e democrazia sostanziali» (Tomaso Montanari).
Tomaso Montanari (Università degli Studi di Napoli Federico II) «ll valore civile del patrimonio culturale»
Lunedì 24 settembre, ore 20:00. Bellinzona, Teatro Sociale. Gratuita, posti limitati. Iscrizione preferibilmente entro giovedì 20 settembre presso: carla.borradori@stan-ticino.ch o telefono 091 751 16 25
Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
1.	Il Cinema Arlecchino nel nucleo storico di Brissago Sabato 1 settembre; ore 16:00–18:00. Ritrovo: davanti al Cinema Arlecchino a Brissago. Visita a cura dell’Associazione amiche e amici dell’Arlecchino. Gratuito; senza prenotazione. Descrizione: Nel 2010 l’associazione «Amici e Amiche dell’Arlecchino» ha riscoperto (vedi ricerca storica dell’arch. Riccardo Bergossi) il cinema Arlecchino, un brillante esempio di sala cinematografica tipica degli anni Cinquanta. Visiteremo l’interno dove sarà presentato il previsto ricupero storico-architettonico e il programma di rilancio. Seguirà la visita del suo comparto storico, con la chiesa parrocchiale rinascimentale e l’interessante connubio tra il nucleo tradizionale e i più recenti interventi architettonici.
3.	Il valore architettonico e urbanistico di edifici degli anni Trenta del Novecento a Lugano Sabato 22 settembre; ore 10:30–12:30. Ritrovo: Lugano, Via della Posta, all’entrata della galleria pedonale. Visita con Riccardo Bergossi. Gratuito; senza prenotazione. Descrizione: Gli anni Trenta rappresentano un periodo molto interessante nell’architettura del Ticino perché hanno segnato il passaggio dai linguaggi storicistici legati alla produzione della fine dell’Ottocento al Moderno. Il centro di Lugano conserva edifici che testimoniano in modo chiaro le brevi tappe di questa evoluzione. Partendo dalla Galleria pedonale in via della Posta degli architetti Adolfo Brunel, Augusto Guidini junior e Giuseppe Antonini (1930), la visita si concluderà alla Biblioteca cantonale dei fratelli Rino e Carlo Tami (1939 –1941).
4.	Villa Ciani e il suo Parco
2.	Passeggiata a Carona, nelle antiche chiese dei boschi e del nucleo Sabato 15 settembre; ore 14:00–18:00 circa. Ritrovo: Chiesa parrocchiale di Carona. Gratuito; senza prenotazione. Descrizione: La gita prevede di camminare circa 2 ore nel bellissimo bosco di Carona, dal paese a Torello e ritorno. Il percorso si aprirà con la visita della chiesa parrocchiale (che custodisce la famosa copia del Giudizio di Michelangelo), delle parti più significative del nucleo e della chiesa di Santa Marta. Ci si addentrerà poi tra gli alberi per giungere alla chiesa di Santa Maria d’Ongero e, infine, alla chiesa del Torello, che per l’occasione sarà visitabile anche all’interno.
Sabato 29 settembre; ore 10:30–12:30. Ritrovo: all’entrata del Parco Ciani sul Quai Albertolli, davanti alla statua di Guglielmo Tell. Visita con Riccardo Bergossi. Gratuito; senza prenotazione. Descrizione: La visita comincerà con la spiegazione di come l’area si sia modificata nel corso dei secoli da quando ospitava il Castello di Lugano a oggi. In seguito si visiterà la villa, della quale si diranno le trasformazioni avvenute da quando è stata costruita dalla famiglia Beroldingen, i landscribi di Lugano (sec. XVII), fino alla sistemazione voluta dai fratelli Ciani (1840). Per finire, noleggiando speciali occhiali, gli interessati potranno effettuare una visita in realtà aumentata del piano terreno della residenza e rivivere la storia dei fratelli Ciani, vedendo come la loro dimora si presentasse nell’Ottocento.
Tema STAN dell’Anno – Patrimonio culturale / Giardini storici
Il parco del Museo Vincenzo Vela a Ligornetto La Carta dei giardini storici (Carta di Firenze) elaborata dal Comitato internazionale dei giardini storici ICOMOS-IFLA nel 1981 è la base teorica del progetto di restauro conservativo del parco di villa Vela a Ligornetto, intrapreso dalla Confederazione a partire dal 2015. Heiner Rodel (architetto del paesaggio SIA FSAP OTIA)
6 La vegetazione intorno alla vasca decorativa e alla statua di Flora nel giardino a meridione del Museo Vincenzo Vela (foto Mauro Zeni).
Il progetto di restauro conservativo del parco del Museo Vincenzo Vela Nella primavera del 1995, su mandato dell’Ufficio federale delle costruzioni e della logistica (UFCL), lo studio dell’architetto del paesaggio FSAP (Federazione svizzera degli architetti paesaggisti) Guido Hager, di Zurigo, elaborò un Progetto di manutenzione programmata (Pmp – Parkpflegewerk, Ppw) per il parco del Museo Vincenzo Vela a Ligornetto (nota 1). Nonostante le innumerevoli raccomandazioni contenute in tale progetto, il giardino ha subito, nel corso degli ultimi due decenni, cambiamenti essenziali che hanno reso necessari una rielaborazione e un aggiornamento. Nel luglio 2015, l’Ufficio federale delle costruzioni e della logistica ha incaricato lo studio di architettura del paesaggio Heiner Rodel di rielaborare e aggiornare il progetto (Pmp) del 1995. Il nuovo progetto fornisce informazioni sui mutamenti della sostanza storica esistente, dal punto di vista concettuale, sui materiali usati e sulla trasformazione della vegetazione. Sulla base di vecchi disegni e di antiche immagini fotografiche è stata verificata la situazione attuale, il suo valore conservativo, la sostanza storica e la qualità creativa all’interno e all’esterno delle mura di cinta della proprietà. La relazione di progetto contiene anche una valutazione del valore storico del parco, della sua appartenenza tipologica e storica, oltre che l’analisi e la valutazione di una possibile conservazione degli elementi storici esistenti. Inoltre, funge da manuale e guida per lo sviluppo concettuale del parco. Base teorica per l’elaborazione del nuovo piano è stata la Carta dei giardini storici (detta Carta di Firenze) elaborata dal Comitato internazionale dei giardini storici ICOMOS-IFLA nel 1981, che ebbe il merito di definire i giardini storici e di riconoscere la loro natura monumentale, superando l’idea che costituissero una semplice cornice degli edifici monumentali.
La dimora dell’artista Vincenzo Vela Il Museo Vincenzo Vela, oggi gestito dall’Ufficio federale della cultura, è situato nella casa-atelier dello scultore Vincenzo Vela (Ligornetto, 1820–1891), uno dei massimi scultori dell’Ottocento, esponente di spicco del realismo, celebre negli anni del Risorgimento. Progettata dal torinese Cipriano Ajmetti, la costruzione venne realizzata tra il 1863 e il 1865, sotto la vigile direzione dell’architetto Isidoro Spinelli di Sagno. Lo «chalet» della portineria fu progettato da Augusto Guidini nel 1881 (nota 2). La villa di Vincenzo Vela è indicata dallo studioso Eduard Hüttinger, nel suo magistrale volume dedicato alle case d’artista, come prototipo ottocentesco, in Svizzera, di questa tipologia (nota 3). La dimora riunisce tre requisiti funzionali fondamentali: abitativi (famiglia), professionali (atelier) e autocelebrativi (autopresentazione). Seguendo il desiderio del padre, nel 1892, Spartaco Vela (1854-1895) lasciò l’intera proprietà alla Confederazione.
La villa – già aperta al pubblico come museo privato dallo stesso scultore – venne designata ufficialmente «Museo Vela» nel 1898, divenendo il primo museo del Cantone Ticino. Il testamento di Spartaco Vela afferma, tra l’altro: «Lascio alla Confederazione la mia casa nello stato attuale, con tutte le opere d’arte di mio padre, la collezione di dipinti, la biblioteca, compreso il giardino e il campo adiacente, l’atelier dove sono state realizzate le statue di marmo e l’edificio della portineria, con la condizione che tutto resterà pubblicamente accessibile …». Per lunghi anni il museo cadde nell’oblio e si verificarono danni strutturali. Negli anni 1896, 1913, 1978 e 19831987 il complesso fu restaurato. Tra il 1997 e il 2001, sotto la guida dell’architetto Mario Botta, il complesso subì una ristrutturazione di fondo (nota 4). Da allora, 708 metri quadrati per l’esposizione permanente e 311 metri quadrati per le esposizioni temporanee sono a disposizione del museo. Alla superficie interna di circa 1’000 metri quadrati riservata alle esposizioni permanenti e temporanee, va aggiunto, nel parco, il grande prato destinato a ospitare mostre di scultura e manifestazioni culturali. Infine, nel 2014–2015, fu effettuato un ulteriore intervento, con la direzione dell’architetto Massimo Marazzi, allo scopo di rispondere alle nuove esigenze concernenti, in particolare, l’impianto di climatizzazione e la sicurezza (vie di fuga e antincendio). Per ospitare questi nuovi impianti si costruì un nuovo locale interrato lungo la facciata nord-orientale della villa. Tale intervento ha determinato l’abbattimento di alcuni castagni secolari e di alcuni grandi tassi.
Il sito La scelta del luogo in cui posizionare la villa è paragonabile a quella della neoclassica villa Rotonda di Inverigo, costruita tra il 1813 e il 1825 da Luigi Cagnola. Nel territorio ticinese si possono indicare gli esempi di villa Ciani a Lugano e di villa Galli a Melide, oggi scomparsa. La posizione del Museo Vela è assimilabile a questi esempi: la villa troneggia, ben visibile dalla pianura, sopra i tetti del centro storico del villaggio di Ligornetto. La facciata occidentale è orientata verso l’Italia, dove Vincenzo Vela visse e lavorò a lungo. Affiancata da vigneti e campi, la proprietà si inserisce armoniosamente nel paesaggio collinare retrostante.
Le collezioni Accanto alla gipsoteca di Vincenzo Vela, eccezionale per qualità e per monumentalità, che raccoglie i modelli originali in gesso di quasi tutte le opere dello scultore, il museo custodisce altri importanti nuclei: numerosi bozzetti in terracotta e gesso, la pinacoteca e la biblioteca di famiglia, una ricca collezione di disegni e opere grafiche e una sorprendente raccolta di fotografie d’eIl nostro Paese, n. 335, agosto 2018
poca, nonché i lasciti del figlio pittore Spartaco – composto principalmente dei suoi quadri – e del fratello maggiore Lorenzo Vela (1812–1897), notevole scultore-animalista. Di quest’ultimo sono conservati modelli in gesso e sculture in marmo e terracotta, nonché la ricca e qualitativamente notevole raccolta personale di dipinti ottocenteschi di area lombarda e piemontese (nota 5).
Il parco storico Esistono pochi documenti relativi alla sistemazione originaria del parco. Il primo rilievo della pianta della proprietà risale al settembre-ottobre 1913 e fu aggiornato nel maggio 1921 dal geometra Fulvio Forni di Locarno-Minusio. Alcune immagini fotografiche della zona meridionale, di ingresso pedonale, illustrano la situazione prima e dopo la ristrutturazione del museo. Solo pochi dettagli vi sono riconoscibili. Una veduta fotografica aerea risalente all’incirca agli anni 1953–1962 mostra soltanto parzialmente la massa arborea del parco. Pianta della proprietà, situazione al 1913, aggiornata nel 1921 (Archivio professionale Hager Partner AG, Zurigo)
La vegetazione è stata fortemente diradata nel 1990, cosicché soltanto alcuni alberi esemplari danno testimonianza della precedente situazione storica. Il giardino del museo è caratterizzato da sette parti principali: l’ingresso pedonale a meridione, con la vasca decorativa e le rampe incrociate; la parte occidentale, con il cancello e l’accesso carrabile assiale; il giardino privato davanti alla facciata occidentale, con il giardino ornamentale e l’orto; il laghetto; la zona del castagneto;
Veduta fotografica aerea, 1953–1962 circa (collezione Photoglobe-Wehrli, Ufficio federale della cultura / Biblioteca nazionale svizzera)
il grande prato tra la zona del laghetto e la zona del castagneto; la zona nord-occidentale, già area agricola, esterna al muro di cinta.
L’ingresso pedonale a meridione
Non è noto quale fosse la sistemazione della cancellata d’ingresso prima della costruzione dello «chalet» della portineria, nel 1881. Si presume che, con la ristrutturazione del 1990, al cancello d’ingresso meridionale, con una sola anta, sia stata aggiunta una seconda anta. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Tavola di rilievo della situazione del parco del Museo Vela nel 2015 (Studio Rodel)
Il motivo delle rampe incrociate era spesso utilizzato in diverse varianti del giardino italiano. Scale e rampe incrociate si trovano, per esempio, nel rinascimentale Palazzo Farnese, a Roma, e in altri giardini all’Italiana, mentre nella ottocentesca villa Vela sono presenti in una versione paesaggistica, con arbusti ornamentali e piante perenni. In Svizzera si conoscono altre scale o rampe incrociate: si possono riscontrare, ad esempio, nel giardino «La Grande Rochette» a Neuchâtel e, in una forma più semplice, nel parco di villa Argentina, a Mendrisio. La vasca che, insieme alla grotta di tufo, rappresenta un ricco elemento decorativo, capace di suscitare lo stupore di ospiti e passanti, è stata risanata diverse volte, ma la sua posizione e le sue caratteristiche generali – naturalistiche e architettoniche – sono state mantenute. La superficie intorno alla vasca, già in ghiaietto, e i sentieri/rampe incrociate, già coperti da ciottoli di fiume, oggi sono pavimentati con un selciato di cubetti di porfido. Si presume che le due piante di tasso di forma cilindrica, già visibili in alcune fotografie del 1901, siano state sostituite, durante i lavori del 1997–2001, con otto piante della stessa varietà, di forma conica. Nel corso dei lavori di restauro effettuati nell’autunno 2016, sono stati eliminati definitivamente i bambù inva-
sivi, sostituendoli, sulla base della documentazione iconografica storica, con arbusti e piante perenni.
La parte occidentale con il cancello e l’accesso assiale carrabile A differenza dell’ingresso meridionale, meglio rappresentato nella documentazione storica, le altre zone della proprietà sono riprese soltanto dalla veduta fotografica aerea (1953–1962 circa). A settentrione dell’accesso carrabile si nota una fitta piantagione di alti alberi e arbusti. Il giardiniere ci informa che, a desumere dal ritrovamento dei ceppi, si doveva trattare di una siepe formata di tassi dell’altezza di circa 3 metri. Due maestosi alberi, che, secondo il giardiniere, erano due «falsi cipressi», si ergevano di fronte alla facciata sud-occidentale della villa. Si pensa si trattasse di una sorta di quinta scenografica destinata a ombreggiare l’entrata dell’edificio, in modo da condurre gli ospiti, dall’oscurità esterna, alla luminosità dell’ampio spazio ottagonale centrale, la «sala dei modelli», all’interno della villa. A eccezione della fontana collocata davanti al salone e di un cancello situato a meridione, poi scomparso, si può soltanto presumere la sistemazione del giardino ornamentale privato e dell’orto posti davanti alla facciata sud-occidentale della villa. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
La vegetazione tra le rampe incrociate del giardino a meridione (foto Mauro Zeni)
Le rampe, la vasca decorativa e lâ&#x20AC;&#x2122;ingresso pedonale del giardino a meridione (foto Heiner Rodel) Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
L’ingresso occidentale carrabile (foto Heiner Rodel)
Il prato con la macchia di lavanda alla destra dell’ingresso occidentale carrabile (foto Mauro Zeni)
Il giardino delle spezie e la serra (foto Mauro Zeni)
Il giardino delle spezie e il vigneto (foto Mauro Zeni)
La pianta della proprietà del 1913–1921 non indica i vialetti tortuosi tipici dell’epoca, ma evidenzia un secondo asse, posto di fronte alla finestra del salone, a un livello leggermente più elevato e parallelo all’accesso carrabile. Un attraversamento collega i due assi, separando così la zona prossima alla villa. La simmetria formata dai due assi visibile nella pianta della proprietà del 1913–1921 e nella situazione attuale, non doveva assumere grande importanza all’epoca. L’anno di costruzione del gazebo di ferro, il «berceau», non è noto. Sappiamo comunque che, durante i lavori del 1997–2001, fu spostato dal centro del prato alla fine dell’asse posto di fronte alla finestra del salone. A meridione del giardino privato, sono poste la serra e i terrazzamenti del vigneto. La serra mostra ancora oggi le medesime dimensioni indicate dalla pianta della proprietà del 1913–1921. Attualmente, una fila di dieci cipressi fiancheggia il lato meridionale del viale d’accesso, pavimentato con un selciato di cubetti di porfido. Lungo il lato settentrionale, tra il viale e una lunga siepe di bosso, si trova invece un’aiuola con piante perenni. Nel corso dei lavori del 1997–2001, la superficie del grande tappeto erboso, che si estende dalla facciata della villa fino al muro di cinta occidentale, è stata divisa in sei terrazzamenti, dalle scarpate concave e convesse. Sui due primi terrazzamenti, sono oggi montate quattro tende quadrate effimere, destinate agli eventi culturali del museo che si svolgono all’aperto. Nel tappeto erboso intorno al gazebo – ricollocato, dalla posizione originaria al centro del prato, nell’attuale posizione – sono state piantate quattro file circolari di lavanda. Il cancello d’ingresso originario è stato eliminato durante i lavori del 1997–2001 ed è stato rimpiazzato, per motivi di sicurezza, da un cancello moderno. Inoltre, è stato creato un nuovo accesso pedonale che, dai posteggi dei visitatori, conduce verso l’entrata del museo grazie a una passerella in metallo che oltrepassa il laghetto.
Il giardino privato davanti alla facciata occidentale, con il giardino ornamentale e l’orto Attualmente, persistono ancora il secondo asse e la fontana in marmo del giardino privato. Alla fine del secondo asse si trova il detto «berceau», un po’ sproporzionato nelle sue dimensioni e completamente coperto da una voluminosa pianta di glicine. Non vi è più traccia del vialetto arcuato, collegante il gazebo e la strada d’ingresso, indicato nella vecchia pianta della proprietà del 1913–1921. Le dimensioni della serra a meridione del giardino privato risultano invariate rispetto a quelle rilevate dalla pianta della proprietà (1913–1921), in cui si possono notare le tubazioni, lo scarico della fontana, il sistema dell’evacuazione dell’acqua piovana e, ai piedi del muro a secco sottostante, una vaschetta a forma di guscio in pietra naturale. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Il laghetto (foto Heiner Rodel)
Il boschetto situato sotto la serra, che si presume servisse come luogo fresco e ombreggiato destinato alla famiglia, si notava già in una cartolina fotografica del 1900. Nel corso dei lavori di restauro svolti nell’autunno 2017 sono stati ripristinati i terrazzamenti dell’antico vigneto e dell’orto ed è stato creato un nuovo giardino delle spezie, con una selezione di circa 30 varietà di piante aromatiche da cucina e di circa 22 piante medicinali perenni. Ogni pianta è contrassegnata da un cartellino indicante il nome locale e quello scientifico.
La zona del laghetto, dai caratteri liberamente paesaggistici, è situata quasi 7 metri sotto il livello della zona di ingresso alla villa. La posizione della strada d’accesso, nella veduta fotografica aerea (1953–1962 circa), presuppone che l’insieme paesaggistico del laghetto apparisse all’ospite soltanto a un secondo sguardo, dall’ingresso alla villa, oppure soltanto nel corso di una passeggiata all’ombra piacevole del castagneto. L’effetto della sorpresa, al fine di aumentare la percezione della grandezza del giardino, era all’epoca rilevante. La pianta della proprietà del 1913–1921 indica due piccoli corsi d’acqua che alimentavano il laghetto. Un primo affluente, attraversata circa a metà l’area agricola, passava sotto il muro di cinta e formava un corso d’acqua costegIl nostro Paese, n. 335, agosto 2018
giato da un vialetto e una piazzola con l’ormeggio per una barca. L’affluente principale (oggi chiamato Bresce) scorreva dietro il muro di cinta a settentrione, formando una lingua d’acqua che si allargava verso il laghetto. Fino a oggi non è stato possibile reperire precise informazioni inerenti alla data e al motivo dell’avvenuto riempimento del laghetto con materiale terroso e dell’eliminazione del piccolo corso d’acqua, del vialetto e della piazzola. Nel 1993, durante uno spaventoso temporale accompagnato da forti piogge, crollò, per una lunghezza di 30 metri circa, parte del muro di cinta, nella zona del nuovo ingresso pedonale. Insieme ai lavori di ripristino del muro di cinta, fu ripristinata anche circa la metà del laghetto originale e furono ristabiliti gli argini, così come erano indicati nella pianta della proprietà del 1913–1921. Nel laghetto parzialmente ricreato, oggi si trova di nuovo l’isola, motivo tipico dei giardini paesaggistici all’inglese. Il ripristino integrale del laghetto nella sua dimensione originaria è attualmente in fase di studio approfondito. La realizzazione è programmata per l’autunno del 2018 e la primavera del 2019.
La zona del castagneto Fino al 1995, le ripide scarpate sul lato settentrionale e orientale della villa erano piantumate con castagni,
Inoltre, nel corso dei lavori effettuati negli stessi anni (2014–2015), allo scopo di realizzare la nuova pavimentazione adiacente alla facciata settentrionale e a quella orientale della villa, è stato scelto infelicemente l’asfalto, materiale storicamente non idoneo. Una ricca piantagione di piante perenni e arbusti fioriti nasconde oggi la ferita di quell’intervento massiccio.
Il muro a secco e la piccola vasca sotto la serra (foto Heiner Rodel)
La zona del grande prato (foto Heiner Rodel)
come si può notare nella veduta fotografica aerea (1953–1962 circa). Un cancello separava il castagneto dal giardino privato situato a sud-ovest. La panca in pietra nell’angolo settentrionale della villa era anch’essa presente fino al 1995, mentre la panca con tavolo situata lungo il muro di confine settentrionale, in asse con la facciata orientale della villa, è stata spostata recentemente, durante i lavori del 2014–2015. Il sistema dei vialetti è ancora parzialmente esistente, come è indicato nella tavola che rileva la situazione del parco nel 2015. Tracce di alcuni vialetti si possono ancora percepire sotto il sottile strato di terra vegetale, mentre i dintorni della cosiddetta «cascina» sono stati fortemente modificati durante i lavori di ristrutturazione del 1997–2001. Dell’antico castagneto adiacente al complesso (oggi chiamato «cascina»), costituito dalla casa colonica e dagli annessi rustici, sono rimasti soltanto alcuni alberi secolari. Alcuni esemplari malati sono stati abbattuti, altri sono scomparsi per motivi diversi e sono stati rimpiazzati da piante di quercia. Una leggera e fresca ombra caratterizza il castagneto e invita a una passeggiata o a una sosta di riposo. Con l’intervento massiccio effettuato nel 2014–2015 nella grande scarpata parallela alla facciata orientale della villa, allo scopo di creare il nuovo impianto di climatizzazione, la massa alberata continua è stata interrotta e la villa è rimasta esposta ai forti venti orientali.
La zona nord-occidentale, già area agricola, esterna al muro di cinta La zona nord-occidentale facente parte del mappale n. 285, dove oggi si trovano i posteggi dei visitatori, il campo sportivo, il campo di calcio e gli edifici del Federazione Calcio di Ligornetto, era precedentemente un’area agricola. Nella pianta della proprietà del 1913–1921 si notano i drenaggi del campo e i collettori d’acqua che alimentavano il laghetto. Inoltre, è rilevata una tubazione che alimentava d’acqua la vasca decorativa nella zona di ingresso pedonale a meridione. I posteggi dei visitatori e dei collaboratori hanno ricevuto recentemente una pavimentazione in marna frantumata, permeabile, coperta con ghiaietto. Il campo sportivo e il campo di calcio rimangono a disposizione della comunità e della Federazione Calcio di Ligornetto.
Note Colgo l’occasione per ringraziare la dottoressa Gianna Mina, Direttrice del Museo Vincenza Vela e il team dei collaboratori, per la fruttuosa e positiva collaborazione. Ringrazio inoltre Daniele Reinhart e collaboratori per i lavori di manutenzione eseguiti nel corso di quasi venti anni e per l’instancabile cura della vasta collezione di agrumi del parco del Museo Vincenzo Vela, oggi oasi di rara bellezza. 1.	Guido Hager, Patrick Altermatt, Francesca Kamber, Parkpflegewerk Museo Vela, Ligornetto, Zurigo, Guido Hager Landschaftsarchitekt BSLA (Bergstrasse 50, 8032 Zürich), 31 maggio 1995. 2.	Guida d’arte della Svizzera italiana, a cura della Società di Storia dell’Arte in Svizzera (SSAS), Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2007, pp. 433–434. 3.	Interpretazioni sulla morfologia del Museo Vela, in Case d’artista. Dal Rinascimento a oggi, a cura di Eduard Hüttinger, Torino, Bollati Boringhieri, 1992. 4.	Mario Botta, Cornelia Celio Binaghi, Jacques Gubler, Gianna Mina Zeni, Enrico Sassi, Il Museo Vela a Ligornetto, in «Archi. Rivista svizzera di architettura, ingegneria e urbanistica», vol. 3 (2002), pp. 10–23. 5.	Per una trattazione delle collezioni del museo, si veda, in particolare: Gianna A. Mina Zeni, Il Museo Vela e le sue collezioni. Una riscoperta, in Museo Vela, le collezioni, a cura di Gianna A. Mina Zeni, Lugano, Cornèr, 2002, pp. 11–23.
Tema STAN dell’anno – Patrimonio culturale
Il Lido di Lugano compie novant’anni Progettato sul sito dell’antico Campo Marzio dall’architetto luganese Americo Marazzi negli anni Venti del Novecento, sul modello di analoghe strutture lacustri della Svizzera interna, lo stabilimento balneare del Lido di Lugano, interamente in legno, si è conservato pressoché immutato fino a oggi, con il porticato ad archi del ristorante affacciato a meridione, sulla spiaggia e sul panorama di acque e monti del Ceresio. Riccardo Bergossi
L’inizio del turismo nella regione luganese
L’inaugurazione dell’Hôtel du Parc il 6 aprile del 1855 può essere considerata il momento di inizio dell’epoca del turismo nella regione luganese. L’impresa partì con il vento in poppa e Alexander Béha, gerente dell’albergo, fece ampliare lo stabilimento già nel 1858, con l’accorpamento del Belvedere, un edificio situato davanti all’albergo, sul delta del torrente Tassino. Nel 1866, undici anni dopo l’apertura, fu l’hotel stesso a essere parzialmente soprelevato per ricavare nuove stanze. Infine, nel decennio successivo, Béha acquistò la vicina villa Vassalli che trasformò in dépendance per soddisfare la crescente domanda dei clienti. Questo primo sviluppo turistico ebbe luogo prima dell’attivazione del collegamento ferroviario verso la Lombardia e di quello verso la Svizzera centrale, compiuto nel 1882 con l’apertura della linea del Gottardo, destinata a costituire un cambiamento epocale e a innescare la crescita esponenziale dell’industria dei forestieri nella regione.
Uno degli aspetti delle pratiche terapeutiche allora in via di diffusione era rappresentato dai bagni di mare. La cittadina adriatica di Grado, per esempio, deve la sua trasformazione da piccolo villaggio di pescatori in rinomata località turistica proprio al valore curativo attribuito dalla scienza medica viennese di fine secolo ai bagni di mare e di sole e alle sabbiature. La cittadina, allora parte della Monarchia austro-ungarica, fu collegata alla rete ferroviaria dell’Impero. Lo stesso imperatore Francesco Giuseppe volle sperimentare gli effetti delle nuove cure e fece riservare per sé e per la sua famiglia un breve tratto di spiaggia. Soltanto verso la fine dell’Ottocento cominciò lentamente ad affermarsi un turismo balneare che associava la vita all’aria aperta, in riva al mare o al lago, al puro svago. Seguì la realizzazione di strutture balneari stabili, costituite in origine da piattaforme su palafitte erette nel mare o nei laghi, a breve distanza dalla riva e collegate a questa da passerelle. Su queste strutture erano disponibili cabine per gli utenti, dalle quali era possibile scendere direttamente in acqua senza bisogno di aiuto di terzi e in completa privacy. Sulla piattaforma, dove si poteva godere del sole, erano anche presenti servizi di ristoro.
Cure termali e bagni di mare e di sole: il turismo balneare
Nascita e sviluppo delle strutture balneari a Lugano
Nel quarto di secolo che precedeva il completamento della ferrovia, i viaggiatori erano attratti a Lugano dalla bellezza del paesaggio, dalla mitezza del clima, rispetto a quello consueto a nord delle Alpi, e dalla presenza di un albergo, l’Hôtel du Parc appunto, posto in una posizione splendida, ai margini della città, affacciato sul lago e dotato di un ampio parco paesaggistico, ma anche comodo e moderno quanto ai servizi offerti. In altre regioni svizzere erano invece soprattutto le località termali a costituire un richiamo per i primi forestieri. Nella società europea dell’Ottocento le cure termali avevano infatti una diffusione notevolissima.
A Lugano, la prima struttura balneare fu realizzata nel 1890. Una zattera ancorata al fondale davanti a villa Malpensata era collegata alla terraferma da un ponticello. Vi trovavano spazio alcuni vani in legno dalla parte della riva. Si trattava di un piccolo padiglione d’accesso fiancheggiato da cabine, mentre la superficie verso il lago era libera e destinata ai bagni di sole. Le ridotte dimensioni dell’infrastruttura testimoniano quanto pochi fossero ancora i suoi frequentatori. Il piccolo fabbricato era coperto da cupolette moresche che gli conferivano un sapore esotico. Questo primo stabilimento balneare fu distrutto da un incendio dopo tre anni dalla sua realizzazione, ma fu prontamente ricostruito.
Veduta prospettica a volo d’uccello del nuovo stabilimento di bagni con spiaggia al Campo Marzio di Lugano, in «Raccolta di alcune opere progettate ed eseguite dallo studio architetto Americo Marazzi», Lugano 1935
15 «Bagno Spiaggia – Lido – Lugano, veduta generale», in «Raccolta di alcune opere progettate ed eseguite dallo studio architetto Americo Marazzi», Lugano 1935 Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Americo Marazzi, «Progetto di stabilimento di bagni con spiaggia alla riva del Campo Marzio, Lugano, Prospetto generale verso il lago», scala 1:100, 1925, copia eliografica (Archivio storico della Città di Lugano)
Americo Marazzi, «Progetto di stabilimento di bagni con spiaggia alla riva del Campo Marzio, Lugano», Sezione, scala 1:100, novembre 1925, colorazioni ad acquerello su copia eliografica (Archivio storico della Città di Lugano)
Nel primo decennio del nuovo secolo il turismo balneare prendeva piede, e nelle località rivierasche sorgevano nuovi grandi alberghi destinati ai soggiorni dei vacanzieri. Le dichiarazioni di guerra, alla fine del mese di luglio 1914, sorpresero la borghesia europea mentre si godeva le vacanze sui lidi marini. Dopo l’interruzione negli anni di guerra, il turismo balneare riprese più intenso di prima, anche per il cambiamento dei costumi, con il superamento del pudore tipicamente vittoriano e l’affermazione di una nuova cultura del corpo. Colpiti nei loro affari dal brusco calo del turismo durante gli anni di guerra, gli albergatori luganesi si convinsero che una moderna e ampia struttura balneare potesse contribuire a ravvivare il richiamo turistico della città e a risollevarli dalla crisi. Per realizzare la nuova struttura, la prima area presa in esame fu l’ultimo tratto del parco Ciani, in prossimità del delta, che allora non era ancora stato sistemato a giardino, ma era lasciato allo stato naturale. La proposta incontrò subito delle difficoltà, perché la superficie non era considerata sufficiente e si sarebbe reso necessario occupare anche una parte del parco. Scartata questa ipotesi, non restava altra possibilità se non l’area del Campo Marzio, che era di proprietà del Comune di Lugano ma ricadeva nella giurisdizione dell’allora Comune di Castagnola. La riva sinistra del delta fu scartata per le Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
dimensioni ridotte e l’attenzione si spostò sulla parte compresa tra il porto e il cantiere della Società di navigazione del Lago di Lugano, giudicata abbastanza ampia e costituita da una riva dolce e sabbiosa, utilizzata allora come deposito e discarica. Con il campo di calcio, il Tennis club, la sede dei Canottieri, la porzione meridionale del Campo Marzio si andava sempre più qualificando come polo sportivo e del tempo libero.
Il 26 agosto 1928 il Lido di Lugano fu inaugurato. Il successo fu immediato, tanto che l’apertura fu protratta fino alla fine di ottobre. Contrariamente alle aspettative, i fruitori non furono solo i turisti ma anche, e in buona percentuale, i residenti. Anche sui luganesi la nuova cultura del corpo e del tempo libero aveva ormai fatto presa. La componente ludica è testimoniata dall’interesse che ricevette il toboga, un altissimo scivolo collocato sulla riva.
Americo Marazzi, «Progetto di stabilimento di bagni con spiaggia al Campo Marzio – Lugano, Planimetria generale», 1926, copia eliografica (Archivio storico della Città di Lugano)
Il progetto dell’architetto Americo Marazzi per un nuovo «Stabilimento di bagni con spiaggia» Identificato il sito, nel corso del 1925 l’architetto luganese Americo Marazzi (Lugano, 1879–1963) fu incaricato di elaborare il progetto dello stabilimento balneare. La proposta fu esaminata e approvata dal Municipio cittadino, del quale era membro lo stesso Marazzi, e, nell’aprile del 1926, fu licenziato il relativo messaggio. Lo «Stabilimento di bagni con spiaggia» era articolato in un corpo centrale con un atrio ottagonale sul quale si aprivano diversi servizi, quali la biglietteria e le botteghe dei parrucchieri. Sui due lati si sviluppavano bracci a L con passaggi coperti e un totale di 170 cabine ricavate sul lato esterno della struttura. I due bracci, uno destinato alle donne e l’altro agli uomini, si estendevano fino al lago, in modo da cingere la spiaggia di pertinenza del Lido. Dall’atrio, si entrava in un padiglione quadrato dotato di un ampio porticato sulla spiaggia, destinato a ristorante. Lo stabilimento presentava l’asse principale parallelo alla spiaggia, con affaccio a sud-est. Un nuovo viale alberato consentiva il collegamento con viale Castagnola. Tutto il fabbricato era previsto in legno e il padiglione di ingresso, benché privo di decorazioni, richiamava i volumi delle architetture effimere del Liberty. Sulla
spiaggia sarebbe stata depositata sabbia fine di riporto per regolarizzare le pendenze del terreno. Nella relazione di progetto, Marazzi faceva riferimento allo stabilimento balneare di Weggis, costruito sulle rive del lago dei Quattro Cantoni nel 1919. Le somiglianze tra i due progetti – a partire dai materiali, dai colori e dalla simmetria d’impianto – sono evidenti, anche se è innegabile che il progettista luganese sia riuscito a superare il suo modello. Nella stessa relazione l’architetto menzionava anche lo Strandbad Mythenquai di Zurigo, prima piscina all’aperto della città, aperta nel 1922. L’esempio era utilizzato per il calcolo di rendimento che Marazzi eseguì per dimostrare l’assenza di rischi economici per la Città. Nonostante l’ottimo lavoro del progettista, nelle discussioni del Consiglio comunale il progetto del Lido fu avversato da chi lo riteneva un lusso e reputava più urgente la realizzazione di bagni pubblici caldi e freddi per i ceti meno abbienti della città, piuttosto che un impianto che si pensava sarebbe stato utilizzato solo dai forestieri. Basti pensare che la maggior parte delle case, non solo nel quartiere del Sassello, ma anche nel lato verso monte di via Nassa, in via Pessina e in via Cattedrale, erano prive di servizi igienici, e poche erano state le realizzazioni, a Molino Nuovo, di nuove case destinate ai ceti più poveri della popolazione. Marazzi suggerì allora di adibire a Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Americo Marazzi, ÂŤProgetto di stabilimento di bagni con spiaggia al Campo Marzio, Lugano, Prospetto esterno del fabbricato centrale, Pianta del corpo centraleÂť, 1926, copia eliografica (Archivio storico della CittĂ di Lugano)
bagni pubblici la struttura situata davanti a villa Malpensata, ma la proposta non ebbe successo. Per superare l’ostacolo, i promotori del Lido, la Pro Lugano e alcuni albergatori, ebbero l’idea di costituire una società anonima che si sarebbe occupata del finanziamento dell’opera, mentre la Città si sarebbe limitata a mettere a disposizione il terreno scelto, per un’estensione di 13 000 metri quadri. La proposta fu approvata dal Consiglio comunale e il progetto si avviò alla fase esecutiva. Fu istituita una commissione di esperti, in cui fu cooptato anche il direttore del bagno spiaggia di Zurigo, che portò alcuni miglioramenti al progetto e, in particolare, la rotazione dell’asse principale, non più parallelo alla riva, ma al viale Castagnola, in modo da ricuperare un più favorevole affaccio a sud. Finalmente, nel maggio de 1928, si aprì il cantiere. L’esecuzione fu molto rapida, dato che l’edificio era in massima parte di legno. Il 26 agosto 1928 il Lido di Lugano fu inaugurato. Il successo fu immediato, tanto che l’apertura fu protratta fino alla fine di ottobre. Contrariamente alle aspettative, i fruitori non furono solo i turisti ma anche, e in buona percentuale, i residenti. Anche sui luganesi la nuova cultura del corpo e del tempo libero aveva ormai fatto presa. La componente ludica è testimoniata dall’interesse che ricevette il toboga, un altissimo scivolo collocato sulla riva. Il Lido di Lugano abbina il linguaggio sperimentato dagli stabilimenti balneari di fine Ottocento, costruiti a diretto contatto con l’acqua, a un impianto di tipo nuovo, costituito da fabbricati posti sulla spiaggia, come nel caso del bagno spiaggia di Weggis, sul lago dei Quattro Cantoni, prima ricordato. Questa soluzione ha conferito alla costruzione un gusto rétro e una notevole leggerezza, data dall’utilizzo del legno e accentuata dall’andamento concavo dei bracci delle cabine, che la distingue nettamente dalle strutture sorte di lì a poco in altre località del Cantone Ticino. Già nel 1930 sarebbe stato aperto il Lido di Locarno, costruzione modernissima in cemento armato dell’architetto Ferdinando Bernasconi junior, seguito da esempi analoghi in muratura ad Ascona e a Bellinzona. L’utilizzo del legno ha inoltre conferito all’edificio luganese una flessibilità che nel tempo gli ha consentito di subire diversi interventi di trasformazione, senza tuttavia perdere la sua originaria natura.
Il Lido di Lugano abbina il linguaggio sperimentato dagli stabilimenti balneari di fine Ottocento, costruiti a diretto contatto con l’acqua, a un impianto di tipo nuovo, costituito da fabbricati posti sulla spiaggia, come nel caso del bagno spiaggia di Weggis, sul lago dei Quattro Cantoni.
«Lugano – Lido. Bagno – Spiaggia.», 1930 circa, cartolina fotografica, Eredi Alfredo Finzi, Lugano (Archivio storico del Comune di Mendrisio)
«Lugano, Strandbad», 1930 circa, cartolina fotografica, Photo F. Auditor, Lugano (Collezione Giuseppe Haug, Capolago)
Le opere dell’architetto Americo Marazzi Il Lido di Lugano è una delle opere più riuscite dell’architetto Americo Marazzi. Di questo progettista, abbiamo già scritto in questa rivista in più occasioni. Abbiamo anche ricordato che nel 1908 fu tra i fondatori della STAN, allora denominata Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali ed artistiche. Nato nel 1879, Marazzi si diplomò presso la Scuola tecnica di Winterthur e, dopo un periodo di tirocinio a La Chaux-de-Fonds, rientrò a Lugano, dove, nel 1902, assunse la carica di capotecnico comunale, ruolo che avrebbe mantenuto fino al 1915. In quegli anni si occupò soprattutto di redigere il piano regolatore della città interna, con lo scopo di aprire nuove strade nelle antiche proprietà ecclesiastiche incamerate dallo Stato, situate a corona del centro, in modo da collegare i quartieri storici con i nuovi, che già si andavano sviluppando all’esterno. Si devono a lui, in particolare, il disegno dei nuovi isolati a oriente di via della Posta, sull’area del vecchio Ospedale civico e, nel 1908, il prolungamento del Quai da piazza Luini fino al confine di Paradiso. Ma progettò anche edifici comunali come le scuole di Besso, o le case operaie lungo il Cassarate. Curò anche l’ampliamento del macello. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
«Lugano, Bagno Spiaggia Lugano Lido», 1930 circa, cartolina fotografica colorata, A.F. Cedraschi, Lugano (Collezione Giuseppe Haug, Capolago)
Il Lido di Lugano, luglio 2018 (foto Eugenio Blais)
Nello stesso periodo esercitava anche la professione per i clienti privati. La sua prima opera importante fu villa Elisa in via Coremmo, del 1904, con un apparato decorativo in stile floreale, ripreso anche, nel 1911, nel palazzo Badaracco. Come imprenditore, progettò il Quartiere giardino di Montarina, un’ampia lottizzazione con case unifamiliari dalle facciate decorate a graffito, nello stile della Casa lombarda. La sua carriera decollò negli anni della Prima guerra mondiale. Negli anni Venti e Trenta fu uno degli architetti di primo piano in Ticino, tanto che, nel 1925, fu Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
incaricato di disegnare la nuova facciata del Palazzo del Governo a Bellinzona. A Lugano progettò anche i due cinematografi Odeon e Radium e altre strutture legate al turismo, quali il padiglione della musica sul lungolago. La sua produzione seguì l’evoluzione del gusto nella prima metà del Novecento, dal Liberty all’Eclettismo storicistico, dall’Art Déco al Novecento milanese, fino a episodi di architettura monumentale di stampo italiano, quali il Cinema Teatro e l’Albergo Touring a Chiasso, realizzati tra il 1934 e il 1936.
Nel 1937, dopo avere realizzato oltre 200 lavori, si associò al figlio Attilio, diplomatosi in quell’anno al Politecnico di Zurigo. L’arrivo di Attilio segnò l’adesione dello studio all’architettura moderna, anche se la produzione dei due architetti, negli anni della Seconda guerra mondiale, si adeguò a quel ripiegamento dell’architettura su motivi regionalisti che interessò l’intero Cantone Ticino. Americo Marazzi proseguì nell’attività professionale, insieme al figlio, per tutti gli anni Cinquanta, e si spense nel dicembre del 1963.
I novanta anni di vita del Lido di Lugano: conservazione, modifiche e nuovi progetti Nel corso dei suoi novanta anni di vita, il Lido di Lugano ha subito alcune modifiche, che tuttavia non ne hanno alterato il carattere originario. Soprattutto la parte centrale, nonostante le esigenze di periodico rinnovamento del ristorante, non ha perduto il tipico porticato ad archi affacciato sulla spiaggia, che le conferisce un tono di architettura coloniale. Il trasferimento del campo di calcio, negli anni Cinquanta, rese disponibile la superficie lungo il Cassarate, a occidente del Lido. Per poterla unire allo stabilimento balneare, che ormai era diventato troppo piccolo per la città, fu necessario intervenire sui bracci laterali delle cabine, che Marazzi aveva esteso fino alla riva del lago. Alla fine di quel decennio, tali bracci furono riarticolati e arretrati, in modo da non costituire più una barriera perimetrale. Le superfici libere laterali furono incluse nel Lido, dopo la loro sistemazione a prato. Infine, negli anni Settanta, sull’area un tempo occupata dal campo di calcio, fu realizzata una piscina all’aperto. L’esigenza di incrementare la superficie del Lido di Lugano per rispondere all’aumento degli utenti, rischiò di portare alla distruzione del complesso, per sostituirlo con una struttura più ampia e altrimenti disposta. Nel 1969 il Municipio di Lugano incaricò l’architetto Rino Tami di presentare un completo ridisegno del settore meridionale del Campo Marzio. Nella sua proposta l’architetto distruggeva tutti gli edifici presenti sul sedime e modificava anche il piccolo porto turistico. L’unica eccezione era lo stabile che era stato la sede di Radio Monteceneri, che sarebbe stato mantenuto. Il nuovo edificio per il Lido sarebbe stato arretrato rispetto all’esistente e più ampio, in modo da includere una superficie maggiore, sistemata a prato, in aggiunta alla spiaggia. Il progetto di Rino Tami si proponeva di espandere il parco Ciani a comprendere la punta della riva sinistra del Cassarate, dove l’architetto pensava di inserire un teatro all’aperto, proponendo di collegare le due sponde attraverso un ampio ponte-giardino. L’area di pertinenza del Lido era a sua volta pensata come un parco aperto al pubblico nei mesi invernali, quando lo stabilimento balneare sarebbe rimasto chiuso.
La terrazza coperta del ristorante, luglio 2018 (foto Elisa Blais)
Tami fu anche incaricato di realizzare la piscina coperta comunale, ubicata ai margini dell’area, lungo il viale Castagnola. La piscina doveva essere direttamente accessibile dal giardino annesso al Lido. Di tutto il progetto di Rino Tami, soltanto la piscina coperta fu realizzata, ma la possibilità di comunicazione diretta con il Lido non fu sfruttata. Nel 1980 l’area meridionale del Campo Marzio è stata oggetto di un concorso d’architettura che ha nuovamente messo in discussione lo stabilimento balneare. Ma il diffuso sentimento di affezione per il vecchio complesso è prevalso sulle altre istanze e l’edificio costruito nel 1928 è rimasto al suo posto, ben conservato fino a oggi. Il suo valore di bene culturale è stato riconosciuto e lo accompagnerà in futuro, mettendolo al riparo da manomissioni sconsiderate o, peggio, dalla distruzione. Spiace soltanto che, nei mesi scorsi, il maestoso viale d’accesso al Lido di Lugano sia stato privato degli splendidi tigli, anch’essi novantenni, e che le piante sostitutive non siano state disposte in quantità corrispondente alle originali e nella stessa posizione, ma – forse a vantaggio dei posteggi – molto arretrate rispetto alla carreggiata. In questo modo, anche sviluppandosi, non potrebbero mai ricostituire quell’effetto di tunnel verde che Americo Marazzi aveva voluto per l’accesso al Lido. Speriamo che un veloce ripensamento, con lo spostamento delle piante nella posizione corretta, consenta ai luganesi di festeggiare, tra dieci anni, il centenario del loro Lido più vicino a come il suo progettista l’aveva concepito. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Un motel degli anni Cinquanta a Vezia Progettato dall’architetto luganese Orfeo Amadò su modello dei motel americani, il motel Vezia fu edificato nel 1957 sulla collina omonima, alle porte settentrionali di Lugano, lungo la strada cantonale del San Gottardo. Mantiene pressoché inalterate nel tempo le singolari caratteristiche originarie che, curate fin nei minimi dettagli, contribuiscono a incentivarne l’attrattiva turistica. Maria Piceni
Orfeo Amadò, Motel Vezia, schizzo, 1956 circa, matita su carta (Fondo architetto Orfeo Amadò, Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, Bellinzona)
Per gli amanti dei «favolosi anni Cinquanta», ma anche per chi vuole godersi una pausa di relax in un ambiente fuori dal comune, merita senza dubbio una visita l’hotel Vezia, situato in posizione rialzata alle porte settentrionali di Lugano. Forse non molti sanno che fu costruito nel 1957, su progetto dell’architetto ticinese Orfeo Amadò (Lugano, 1908–1979), prendendo a modello i motel Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
americani, in voga in quegli anni in seguito all’avvento dell’era dell’automobile. La collinetta di Vezia, posta lungo l’asse di comunicazione nord-sud, era proprio il luogo ideale in cui realizzarlo. Il terreno fu lottizzato e su una parte della collina si costruì il moderno, anzi all’epoca modernissimo, motel di Vezia. Contemporaneamente, nel Luganese, sorgevano diversi
generazioni. Tutto è curato fin nei minimi dettagli e ogni singolo arredo è ispirato all’intramontabile seduzione del viaggio «on the road» e delle vacanze in stile «Happy Days», in quei motel americani degli anni Cinquanta che hanno fatto storia e continuano ad affascinare.
Chi era l’architetto Orfeo Amadò?
Orfeo Amadò, Motel Vezia, veduta prospettica a volo d’uccello, 1956 circa, copia eliografica (Fondo architetto Orfeo Amadò, Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, Bellinzona)
Motel Vezia, cartolina pubblicitaria, post 1957 (Fondo architetto Orfeo Amadò, Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, Bellinzona)
altri motel: a Ponte Tresa, a Melano, a Mezzovico e a Taverne. I motel rappresentavano una nuova forma di turismo, «inventata» per il traffico motorizzato, così come i camping e le roulottes. Ma, nel caso dei motel, si trattava di un turismo motorizzato d’alto bordo, cui si offrivano, insieme, un garage, una camera con servizi e magari anche un soggiorno. Un turismo, quello dei motel, che prediligeva, per il suo sviluppo, i confini della città e i suoi sobborghi, le vie di grande traffico, o comunque siti che fossero prossimi alla strada. Ecco perché il motel di Vezia sorse lungo la strada cantonale del San Gottardo, una via di comunicazione molto frequentata da turisti e da ditte locali, in un’epoca in cui ancora non esisteva l’autostrada. I clienti, in genere, si fermavano una sola notte ed è curioso pensare che arrivavano senza preavviso alla reception, mettendosi in coda allo sportello sul piazzale per ricevere le chiavi della camera. Oggi la struttura, con il nuovo nome di hotel Vezia, continua a vivere, conservando il suo stile anni Cinquanta, grazie alla famiglia Wilke che la gestisce con passione da due
Lo chiediamo a suo figlio Michele Amadò, che ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Viterbo e, successivamente, filosofia presso le Università degli Studi di Perugia e di Roma Tor Vergata. Attualmente, insegna Estetica e retorica alla Supsi (Dacd) e Comunicazione visiva all’Usi (Facoltà di Scienze della comunicazione). Michele Amadò non è un architetto, ma spesso, per il suo lavoro, ha a che fare con questa categoria professionale. La prima figura di architetto, fra tutte quelle con le quali si è potuto confrontare, è stata quella di suo padre Orfeo, coetaneo e caro amico dell’architetto Rino Tami. Michele Amadò ricorda con piacere e un po’ di nostalgia i momenti trascorsi in compagnia del padre, concentrati nell’arco di soli ventuno anni. Essendo figlio unico, il loro rapporto era privilegiato. Sovente si divertiva a seguirlo nei cantieri, osservando in prima persona ogni dettaglio. Nei suoi flashback di ragazzino ricorda la passione e la precisione del padre per il lavoro che si apprestava a realizzare, scegliendo attentamente gli artigiani migliori e vigilando sulla costruzione delle sue opere fino alla completa conclusione del cantiere. Il suo amore per i diversi materiali utilizzati (intonaci e pavimenti eseguiti con svariate pietre artificiali e falsi marmi) non era casuale. Anzi, proveniva da una naturale attitudine della sua famiglia, originaria di Bedigliora nel Malcantone. Antonio Amadò, padre dell’architetto, nonché nonno di Michele, era gessatore e stuccatore e Orfeo iniziò la carriera lavorando al suo fianco. «Orfeo Amadò – spiega il figlio Michele – fu indirizzato da mio nonno a frequentare gli studi in Germania, nella rinomata scuola del Bauhaus, a Weimar. In quegli anni ebbe l’occasione, fra l’altro, di fare diverse e importanti amicizie: molti dei suoi futuri clienti saranno legati ai suoi contatti con la Germania. Terminati gli studi, fece ritorno a Lugano, dove venne a sapere che il suo titolo di studio non era riconosciuto in Svizzera! Per l’ottenimento del titolo dovette aspettare circa trent’anni, fino al 1963. Questa notizia non fu facile da digerire per il neoarchitetto che, purtroppo, nonostante l’attitudine per gli studi urbanistici, avrebbe dovuto rinunciare a costruire edifici pubblici. La sua attività dovette quindi inevitabilmente ripiegare sull’edilizia residenziale, concentrandosi su progetti per case d’appartamenti e per un folto numero di ville e case di vacanza. Nel 1932 aprì uno studio in proprio a Lugano, in via Curti 19». Le opere di edilizia abitativa evidenziano alcuni elementi architettonici di chiara ispirazione razionalista, derivati dagli studi in Germania, come i balconi curvati, ritmati a fasce. Fra le opere più conosciute si possono ricordare le case Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Ingresso al complesso dell’hotel, ottobre 2016 (foto Maria Piceni)
d’appartamenti a Lugano, in piazzale Milano (1932–33), le residenze Villa la Radura e Casa Camelia in via Muraglione a Magliaso (1933) e la casa d’appartamenti affacciata su piazzale Paride Pelli, a Lugano (1933). Ma quali sono le altre costruzioni realizzate in Cantone Ticino? Grazie al materiale documentario e alle notizie reperite, è stato possibile ricostruire la carriera dell’architetto. Come punto di partenza, ho potuto consultare due interessanti fogli dattiloscritti dallo stesso Orfeo Amadò, dal titolo «Descrizione della carriera percorsa», gelosamente conservati dal figlio Michele: una sorta di curriculum vitae aggiornato al 1940. Attraverso questo documento inedito è stato possibile ricostruire le diverse tappe della formazione scolastica e professionale, oltre che un elenco delle molteplici costruzioni progettate, finora in gran parte sconosciute.
La formazione scolastica e le opere
Il curriculum autografo di Orfeo Amadò inizia con l’esposizione della sua carriera scolastica: «Dopo aver frequentato regolarmente le scuole comunali fino alla classe quinta, ed il Ginnasio cantonale fino alla quarta classe, data la mia predisposizione naturale, scelsi la carriera di costruttore, e m’iscrissi alla Scuola cantonale d’Arti e Mestieri, sezione Capomastri, in Lugano. Negli anni 1924–1925, 1925–1926, 1926–1927, conseguii la licenza di capomastro, con buone note, vincendo il premio MaIl nostro Paese, n. 335, agosto 2018
raini per l’architettura. Nel 1927–1928 fui impiegato nello studio di architettura del signor architetto Heidemann in Lugano, per la costruzione del palazzo Pestalozzihof. Percepivo uno stipendio di franchi 450 mensili. Date le mie possibilità risultanti dalla prima pratica, consigliato, decisi di proseguire gli studi per conseguire il diploma di architetto. Negli anni 1928–1929 frequentai l’istituto Rhenania in Schaffausen, per imparare le lingue nazionali e la coltura generale. Nel 1929–1930 fui ammesso a frequentare gli studi al Politecnico di Friedberg Hessen in Germania. Dopo un semestre al Politecnico di Friedberg, passai all’università di Weimar, che è una delle più quotate università per l’architettura riconosciuta in Germania (come dichiarato dal console tedesco in Lugano) e nell’anno 1932 conseguii il diploma di architetto». Segue poi un elenco delle costruzioni progettate ed eseguite fino al 1940 nelle località di Lugano, Chiasso, Castagnola, Viganello, Arogno e Ruvigliana. Per il suo primo progetto, datato 1930, lavorò in famiglia: si trattava di un appartamento con magazzino e garage nella casa civile di proprietà del signor Amadò in via Giuseppe Curti 1, a Lugano. Seguivano, nel 1931, sempre a Lugano, in via al Colle, la casa per la signora Masoni, composta da quindici appartamenti e, nel 1932, casa Tibiletti, un complesso di trenta appartamenti. Risalgono allo stesso 1932 villa Tibiletti, composta da due appartamenti, lo studio e negozio in via Bertaro Lambertenghi e, infine, la casa di Rinaldo Pagani in via Antonio Ciseri, costituita da dodici apparta-
menti. Nel 1933, costruì palazzo Amadò, un complesso di ventidue appartamenti in piazza Milano, oltre a villa Bagutti a Molino Nuovo. Diverse sono le opere datate 1934: sempre a Molino Nuovo, villa Crivelli, con due appartamenti; casa Amadò, in via Luganetto, con quattro appartamenti e magazzino; casa Piffaretti con sette appartamenti, a Chiasso; villa Bianchi a Suvigliana; infine, un intervento non meglio specificato nel quartiere di Sassello, a Lugano. Seguivano, nel 1935, il restauro dell’hotel Belvedere ad Arogno e la costruzione di casa Ranzi a Castagnola, con ristorante, negozi e sei appartamenti. Un altro albergo, l’hotel Novaggio, venne restaurato a Novaggio nel 1936. In quello stesso anno effettuò interventi non meglio precisati in altre case del Malcantone. Sono pure sue opere villa Pedrolini a Carabietta (1937), il progetto della strada Vezia-Carnago, per la lunghezza di tre chilometri, e la sistemazione delle cantine Benedikt a Figino (1938). Nel 1939 si cimentò nella realizzazione di un monumento funerario e nel 1940 nel progetto di un capannone, entrambi in luoghi non specificati. L’elenco autografo delle sue opere termina qui. Per poter conoscere le costruzioni successive al 1940 mi sono rivolta alla Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, a cui il figlio Michele Amadò ha consegnato gran parte del materiale prodotto dallo studio di architettura del padre. La Fondazione ha lo scopo di operare senza finalità di lucro per la raccolta e la valorizzazione degli archivi di architetti che abbiano cessato la loro attività o che abbiano deciso di mettere a disposizione del pubblico i propri archivi. I materiali vengono depositati in modo permanente presso l’Archivio di Stato di Bellinzona, dove vengono catalogati, fotografati e messi a disposizione degli utenti, siano essi studenti, ricercatori o privati (nota 1).
Il fondo dell’architetto Orfeo Amadò presso la Fondazione Archivi Architetti Ticinesi Grazie ai documenti conservati nell’archivio professionale dell’architetto sono venuta a conoscenza di diverse altre opere da lui realizzate tra il 1934 e il 1956. Molte sono le case, le ville e i palazzi costruiti a Lugano, Viganello e Breganzona. Numerosi documenti di progetto sono però privi di committente e di un luogo preciso. Fra le costruzioni identificabili figurano: la casa d’appartamenti Crivelli a Molino Nuovo (1934); casa Bagutti in via alla Campagna, sempre a Molino Nuovo; casa Amadò a Viganello (1947); villa Remo Somazzi a Breganzona (1950); villa Antonio Fraschina in via Castausio, a Lugano (1950); il bar Olympia a Lugano (1950); il palazzo postale di Viganello (1951); la tomba della famiglia Somazzi; il palazzo d’angolo e il distributore Agip/BP a Lugano. Seguono poi, dal 1953 al 1956, una serie di progetti di ville e case di vacanza nei comuni di Carabietta, Melide, Montagnola, Vico Morcote, Montagnola Ghiera. Nel 1955
Orfeo Amadò si occupò anche di un albergo a Lugano, in un luogo non meglio specificato, del motel di Caslano e della filovia Brè-Monte Boglia. Molto interessanti sono gli schizzi e i disegni dell’architetto che riguardano il motel Vezia, la cui architettura è ancora oggi molto attuale e stimolante.
In occasione dell’inaugurazione del motel Vezia, avvenuta l’11 settembre 1957, un bell’articolo della rivista «Touring» pubblicizzava il nuovo stabilimento, considerato, al dire dei turisti internazionali, uno fra i più moderni d’Europa! … La struttura, come la vediamo ancora oggi, è caratterizzata da un edificio principale dalla planimetria sinuosa, a forma di S allungata. Sul fronte si aprono 24 autorimesse che, al loro interno, comunicano direttamente, mediante una scaletta, con le rispettive camere da letto al piano superiore, dotate «di telefono e radio, … un piccolo atrio con moderno e pratico porta-bagagli, nonché un locale per la toeletta, con acqua corrente calda e fredda, wc e doccia».
L’inaugurazione del nuovo motel di Vezia In occasione dell’inaugurazione del motel Vezia, avvenuta l’11 settembre 1957, un bell’articolo della rivista «Touring» pubblicizzava il nuovo stabilimento, considerato, al dire dei turisti internazionali, uno fra i più moderni d’Europa (nota 2)! Il concetto architettonico a cui si ispirava era in funzione delle esigenze richieste «dall’enorme sviluppo del movimento motorizzato …», che necessitava di nuove costruzioni estremamente pratiche e, nello stesso tempo, accoglienti. La struttura, come la vediamo ancora oggi, è caratterizzata da un edificio principale dalla planimetria sinuosa, a forma di S allungata. Sul fronte si aprono 24 autorimesse che, al loro interno, comunicano direttamente, mediante una scaletta, con le rispettive camere da letto al piano superiore, dotate «di telefono e radio, … un piccolo atrio con moderno e pratico porta-bagagli, nonché un locale per la toeletta, con acqua corrente calda e fredda, wc e doccia». Le camere si aprono sul lunghissimo corridoio che funge da spina dorsale di tutto l’edificio: uno spazio molto riservato Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Il motel Vezia poco dopo la sua inaugurazione, cartolina fotografica, 1957 circa (Fondo architetto Orfeo AmadĂ˛, Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, Bellinzona)
Raduno di auto dâ&#x20AC;&#x2122;epoca, in abiti degli anni Cinquanta, 2016 (foto Stefano Casale)
Il ristorante-bar del motel Vezia, fotografia, post 1957 (Fondo architetto Orfeo AmadĂ˛, Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, Bellinzona)
Il bancone del ristorante-bar, ottobre 2016 (foto Maria Piceni)
proprio grazie alla forma sinuosa, dato che la prospettiva risulta visualmente contenuta entro pochi metri, in qualsiasi punto ci si venga a trovare. Sempre al primo piano, affacciate sull’altro lato del corridoio, si trovano altrettante camere «riservate nel limite del possibile a chi viaggia sulla stessa vettura …, dotate di acqua corrente dispongono però degli altri servizi in comune. Tanto le une quanto le altre sono camere con due letti gemelli … altre camere dispongono di due letti supplementari disposti l’uno sopra l’altro in una specie di nicchia che si alterna di camera in camera, sulla destra o sulla sinistra con razionale uso dello spazio». La parte posteriore di questo edificio principale, al piano terreno, è destinata ai dormitori, «sempre tanto richiesti da gruppi di giovani, da società, da moto club, velo club ecc. che vi godono di un ottimo comfort, naturalmente in comune, di un ampio refettorio la cui moderna apparecchiatura permette fra l’altro di conservare calde le vivande. Modernissimi pure la lavanderia, essiccatoio e stireria, affidato a premuroso personale per il più rapido e impeccabile servizio ai clienti. I quali possono acquistare sigari, sigarette, cartoline, cioccolato, carne in scatola, caffè in scatola, bibite, biscotti ed altro ancora di prima necessità per il viaggio in un negozietto, edicola che si trova all’estremità dell’edificio». Di fronte all’edificio principale, che ospita le camere e i garages, si trova un’altra costruzione, di minori dimensioni, che bene si armonizza nel contesto in cui si inserisce, grazie alla planimetria che riprende le linee arrotondate di un violino. Un edificio dalla forma fuori dal comune che «ospita nella parte più ampia e rotonda un attrezzatissimo ristorante-bar che si presenta come una veranda circondata da pergola … la parte più allungata di questo edificio è riservata ai locali di portineria, di lettura, di conferenze, d’amministrazione e di direzione». Non mancavano il giardino ombreggiato e l’impianto dei distributori di benzina, a cui si sarebbe aggiunto a breve anche quello per il lavaggio e il grassaggio degli autoveicoli. Insomma, tutto era pensato per offrire all’automobilista che veniva da lontano un’oasi di pace nel pittoresco paesaggio ticinese, un luogo capace di offrire quanto di meglio si potesse auspicare per il suo benessere.
Da motel a hotel Vezia
Il motel di Vezia fu costruito dall’impresa di costruzioni Fasoletti di Lugano che, essendo la proprietaria della collinetta, fece anche lottizzare il terreno. L’architetto Orfeo Amadò si occupò della progettazione e, per la realizzazione dei mobili dal linguaggio aggiornato, si avvalse della collaborazione della ditta Gschwend di Steffisburg. A dieci anni dalla sua apertura, nel 1967, il motel Vezia venne dato in gestione ai signori Rosemarie e Roland Wilke, i quali poi lo acquistarono, nel 1972, apportando alcune modifiche per renderlo più recettivo. Con l’apertura dell’autostrada, il passaggio dei turisti sulla strada cantoIl nostro Paese, n. 335, agosto 2018
nale non era più obbligato e bisognava quindi rendere la struttura più attrattiva, soprattutto per le famiglie che si spostavano in auto. Nel 1973 venne eseguito un importante intervento, inaugurato l’anno successivo, ampliando gli spazi del motel in direzione della proprietà dei magazzini Manor, che si apprestavano a essere costruiti dall’impresa di costruzioni Fasoletti. In pratica, su parte dei tetti del centro commerciale Manor, confinante con il motel, venne realizzata una grande piscina, con accanto una veranda e un bel giardino subtropicale, attrezzato anche con un parco giochi per bambini. In seguito – come spiega la signora Conny Wilke – vennero eseguite diverse altre opere di miglioria: «Negli anni Ottanta si pensò di trasformare tutte le camere in unità moderne con doccia e servizi privati, dato che precedentemente soltanto la metà delle camere era dotata di servizi. Per un hotel a tre stelle era una novità. Le regole della Società Svizzera degli Albergatori pretendevano infatti che per un hotel a quattro stelle soltanto il 75 % delle camere fosse dotato di servizi. Furono inoltre collocati i televisori in quasi tutte le camere e venne costruito un nuovo appartamento per il personale. Negli anni Novanta fu ampliata la zona del ristorante, con la creazione, nella parte anteriore, di una nuova terrazza coperta. Furono inoltre installati impianti di aria condizionata negli spazi comuni e nelle camere private maggiormente esposte al sole pomeridiano. Gli ultimi interventi, effettuati a partire dal 2008, hanno previsto il rinnovamento di quasi tutte le camere e dei bagni, come pure del ristorante e dell’entrata dell’edificio che dà accesso alle camere, oltre che l’adeguamento della struttura alle misure antincendio, con relative scale e porte, e la coibentazione esterna dell’intera facciata dell’albergo, al fine di migliorare il comfort delle camere durante il periodo invernale, oltre che l’insonorizzazione». Nel 2010 i coniugi Rosemarie e Roland Wilke passarono il testimone al figlio Markus, il quale prese in gestione l’hotel insieme alla moglie Conny e, nel 2014, ne divenne il proprietario.
Un’architettura ancora attuale Nel 2012 l’hotel Vezia fu individuato come tema di studio di una esercitazione didattica della Supsi, Dipartimento ambiente, costruzioni e design. Un gruppo di studenti, coordinati dall’architetto Lukas Meyer, si recarono sul posto per visitare e analizzare l’edificio, costruendo un modello di lavoro con schizzi e disegni manuali. In seguito, attraverso ricerche e studi distribuiti nell’arco di sei mesi, gli studenti si cimentarono nella progettazione di una camera d’albergo con autorimessa privata.
I festeggiamenti continuano … A sessanta anni dalla sua inaugurazione l’hotel Vezia attrae ancora numerose persone provenienti da tutto il
mondo, grazie all’intramontabile fascino dello stile anni Cinquanta, messo in risalto dai lavori di rinnovamento che hanno mantenuto le caratteristiche originali, sia dal punto di vista architettonico che da quello dell’arredo. Nel 2017 ricorreva il cinquantesimo anniversario della conduzione da parte della famiglia Wilke. In occasione dei festeggiamenti, sono stati organizzati diversi eventi, come concerti dal vivo e raduni di moto e auto d’epoca. Ulteriori iniziative e manifestazioni dall’ambientazione anni Cinquanta e rockabilly sono attualmente promosse in questa struttura turistica datata, ma ancora perfettamente funzionante. L’architettura singolare, l’arredo delle camere, gli oggetti di culto, come il juke-box, il distributore di Coca-Cola, l’auto Thunderbird Cabriolet, o la Vespa gialla, accompagnati dalle musiche fortemente evocative di un’epoca, costituiscono caratteristiche oggi utilizzate allo scopo di offrire agli ospiti, oltre ai normali servizi di pernottamento e di ristorazione, anche le atmosfere e le attrattive ludiche di uno spensierato viaggio nel tempo.
Scorcio di una delle camere, con il ripiano portabagagli nel piccolo atrio, a destra, e il parapetto della scala che conduce all’autorimessa privata sottostante, ottobre 2016 (foto Maria Piceni)
Distributore di Coca-Cola nel ristorante-bar, ottobre 2016 (foto Maria Piceni)
Si ringraziano coloro che hanno fornito preziose notizie: Conny e Marco Wilke, attuali proprietari e gestori dell’Hotel Vezia; Rino Michele Amadò, figlio dell’architetto Orfeo Amadò; la Fondazione Archivi Architetti Ticinesi (AAT), depositaria del fondo e del materiale documentario. 1.	«La Fondazione Archivi Architetti Ticinesi è stata creata nel novembre 1995 allo scopo di raccogliere e catalogare i documenti iconografici degli architetti operanti in Ticino dopo il 1900. La sua istituzione nasce dall’amara constatazione di come le tracce dell’architettura scompaiano nel volgere di pochi decenni: non solo gli edifici, la cui durata nel tempo è sempre precaria, ma anche e soprattutto i documenti stessi, che dopo aver ingombrato per anni solai e cantine vengono gettati al macero. Questo destino impietoso, nell’odierno contesto dettato dalle mode e dalla fretta, si compie spesso prima ancora che una valutazione storica dell’opera dell’architetto venga compiuta, e con trascuratezza e superficialità vengono demoliti edifici e persi documenti di lavoro di grande importanza. L’istituzione della Fondazione vuole essere la risposta concreta alla necessità di salvaguardare le tracce storiche di quanto è accaduto nel Ticino nell’ambito del costruito, non solo il meglio, secondo i nostri intendimenti di contemporanei, ma anche quanto nel bene o nel male ha lasciato un segno evidente sul territorio. Se agli storici di domani viene lasciato il compito di valutare le diverse odierne tendenze architettoniche, compito nostro è quello di salvare e conservare i documenti per permetterne domani lo studio e la valorizzazione. La Fondazione si preoccupa quindi di reperire gli archivi degli architetti che hanno operato nel Ticino e provvede ad una prima loro catalogazione. I documenti sono poi depositati presso l’Archivio Cantonale di Bellinzona e sono disponibili per la consultazione» (2018 © Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, www.fondazioneaat.ch). 2.	Il Nuovo Motel di Vezia, in «Touring», n. 17 (11 settembre 1957), p. 7.
Legge sullo sviluppo territoriale (LST) (del 21 giugno 2011) TITOLO V: Paesaggio Capitolo primo: Obiettivi e principi Obiettivi Art. 102	Il paesaggio cantonale va rispettato, tutelato e valorizzato, garantendone in particolare la varietà, la qualità e il carattere. Indirizzi Art. 103	Le schede di piano direttore esprimono gli indirizzi generali e particolari di tutela e valorizzazione del paesaggio. Principi operativi Art. 104	1	Le attività d’incidenza territoriale vanno armonizzate con gli obiettivi di tutela e valorizzazione del paesaggio. 2	Le costruzioni devono inserirsi nel paesaggio in maniera ordinata e armoniosa. Capitolo secondo: Misure Sezione 2: Misure di valorizzazione Progetto di paesaggio a) contenuti Art. 107 1	Il progetto di paesaggio programma interventi mirati di valorizzazione del paesaggio. 2	Esso è di tipo comprensoriale o locale. 3	Il Consiglio di Stato definisce le modalità di elaborazione ed attuazione del progetto. b) ripartizione dei compiti Art. 108	1	I Comuni, che possono costituirsi in associazione aperta ad altri enti pubblici, persone giuridiche o privati, o i Patriziati per il progetto di paesaggio locale, fungono di regola da promotori. 2	Essi coinvolgono la popolazione locale nell’elaborazione del progetto. 3	Il Cantone fornisce consulenza ai promotori, coordina i progetti di paesaggio comprensoriali e verifica la conformità dei progetti di paesaggio locali; eccezionalmente può fungere da promotore. Sezione 3: Commissione del paesaggio Commissione del paesaggio Art. 110 1	Il Consiglio di Stato istituisce una Commissione del paesaggio quale organo consultivo. 2 Essa è composta da sette a nove membri nominati dal Consiglio di Stato. 3 Nella Commissione sono rappresentati i settori interessati alla tutela ed alla valorizzazione del paesaggio. Compiti Art. 111	La Commissione del paesaggio esprime un giudizio di qualità paesaggistica sugli strumenti della pianificazione territoriale, sui progetti di paesaggio e su progetti di grande rilevanza territoriale.
Regolamento della legge sullo sviluppo territoriale (RLst) (del 20 dicembre 2011) TITOLO V: Paesaggio Capitolo primo: Obiettivi e principi Definizioni (art. 102 Lst) Art. 99	1	Per la definizione di paesaggio fa stato la Convenzione europea sul Paesaggio del 20 ottobre 2000. 2	Valgono inoltre i seguenti concetti: a)	la varietà è determinata dalla molteplicità dei paesaggi che interessano il territorio; b)	la qualità è data dall’autenticità e dalla coerenza d’insieme delle singole componenti che costituiscono il paesaggio; c)	il carattere corrisponde alla tipicità di un paesaggio, cioè all’insieme delle caratteristiche che lo differenziano da altri paesaggi. Principi operativi: inserimento ordinato e armonioso (art. 104 cpv. 2 Lst) Art. 100	Una costruzione è inserita nel paesaggio in maniera ordinata e armoniosa quando si integra nello spazio circostante, ponendosi in una relazione di qualità con le preesistenze e le caratteristiche dei luoghi.
Temi STAN – Paesaggio
Paesaggio, primo bilancio con invito Benedetto Antonini
Brontallo in Vallemaggia: l’omogeneità dei volumi, delle forme, dei materiali di costruzione e l’adattamento alla topografia hanno formato nei secoli un insediamento di altissimo valore formale (foto Benedetto Antonini)
La Legge sullo sviluppo territoriale è in vigore dal 21 giugno 2011, il Titolo V, contenente le regole per la tutela e la valorizzazione del paesaggio, è stato introdotto nel 2014 ed era inteso, giustamente, a sostituire l’ormai consunto Decreto legislativo sulla protezione delle bellezze naturali e del paesaggio (DLBN) del 16 gennaio 1940. Il Titolo V rappresenta, dunque, un’importante nuova base operativa per salvaguardare le caratteristiche principali del nostro territorio, quelle, cioè, che concorrono a farne la bellezza. Dopo quattro anni, secondo il principio della verifica dell’efficacia delle leggi, è lecito e importante, a nostro avviso, fare un primo bilancio, aprendo il dibattito. Operazione, questa, che si giustifica per più motivi.
In primo luogo, perché, nella sua lunga esistenza, la Società ticinese per l’arte e la natura (STAN), sezione ticinese di Schweizer Heimatschutz (Patrimonio Svizzero), ha per statuto il compito di vigilare sulla trasformazione del territorio in modo di evitare, per quanto possibile, la distruzione o l’alterazione dannosa dei beni culturali, del paesaggio e delle componenti naturali di quest’ultimo. Questa funzione d’interesse generale, d’altronde, le è riconosciuta dalla Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio e dalla Legge edilizia cantonale. La STAN esercita questa sua facoltà esprimendosi su progetti pubblici e privati importanti e, se del caso, opponendovisi mediante i rimedi di diritto messi a disposizione dalle diverse leggi. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
In secondo luogo, un bilancio si giustifica anche quale contributo al dibattito aperto dal Consiglio di Stato lo scorso mese di luglio, pubblicando un messaggio concernente un’importante revisione della Legge sullo sviluppo territoriale (LST).
Considerazioni sugli articoli dedicati al paesaggio della Legge sullo sviluppo territoriale (LST) Abbiamo riportato – all’inizio di questo contributo – gli articoli relativi alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio della Legge sullo sviluppo territoriale (LST) e del suo Regolamento (RLst), la cui lettura è indispensabile per discutere con conoscenza di causa. Per brevità, ci siamo limitati a essi, anche se il sistema delle regole per la tutela e la valorizzazione del paesaggio è ben più ampio, e l’elenco delle norme andrebbe compendiato con gli articoli programmatici sul come e sul perché debba essere praticata la disciplina della pianificazione del territorio, nonché con gli specifici obiettivi e con le schede di coordinamento del Piano direttore cantonale, il quale a questo tema ha dedicato ben dieci schede. Ciò che formalmente e concettualmente è cambiato, e migliorato, grazie agli articoli dedicati al paesaggio della Legge sullo sviluppo territoriale (LST), risiede in diversi punti. In primo luogo, la nuova definizione di paesaggio e dei criteri che ne costituiscono l’essenza degna di attenzione, la quale si ispira, giustamente, alla Convenzione europea del paesaggio del 2010 – ratificata nel 2013 anche dalla Svizzera, dopo molto tergiversare –, che così recita: «Articolo 1 – Definizioni. Ai fini della presente Convenzione: a. ‹Paesaggio› designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni; …» (nota 1). In secondo luogo, è rilevante l’impegno del Consiglio di Stato a elaborare dei progetti di paesaggio, di regola per comprensori omogenei e non necessariamente nel rispetto dei confini giurisdizionali dei Comuni, i quali, sovente, non coincidono con limiti geografici logici, ma sono il risultato di lunghissime storie di rivalità strapaesane. La terza novità, infine, è costituita dalla definizione qualitativa degli interventi sul territorio, e più precisamente dai principi operativi iscritti nell’articolo 104 della Legge sullo sviluppo territoriale (LST) e nell’articolo 100 del suo Regolamento (RLst).
Primo bilancio sull’efficacia della legge ai fini della tutela del paesaggio Orbene, il bilancio che possiamo trarre oggi sull’applicazione di questi nuovi principi di legge, e, quindi, sull’efficacia della legge ai fini della tutela del paesaggio e del Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
miglioramento del nostro quadro di vita, è, purtroppo, magro! Per prima cosa, lamentiamo il fatto che, di progetti di paesaggio, se ne sono visti ben pochi, segnatamente nessuno per quei comprensori che maggiormente soffrono dell’attuale convulsa attività del settore edile. Ed è un gran peccato che le cose stiano così, perché, grazie a questo compito che il Legislatore ha assegnato al Consiglio di Stato, esso sarebbe in grado di indirizzare a buon fine un’energia operativa assai importante, dando così un senso al concetto di pianificazione territoriale. Se, infatti, si rinuncia a dotarsi di tali strumenti, i piani del futuro non potranno che ratificare le azioni, spesso disordinate e disarmoniche, degli anni che stiamo vivendo. La seconda debolezza sulla quale vogliamo attirare l’attenzione risiede nella mancata evoluzione del modo di pensare e soprattutto di agire e di giudicare, ossia di decidere da parte dei progettisti, dapprima, ma anche e soprattutto da parte delle istanze comunali e cantonali. Le decisioni che ci è dato di conoscere, infatti, sembrano ancora sostanzialmente ispirate alle regole e ai comportamenti del passato. Si direbbe che i nuovi testi siano poco noti o addirittura ignorati e questo per l’innata inerzia delle pubbliche amministrazioni, o, peggio, per una mal intesa tutela dell’interesse privato, da salvaguardare in tutto e contro tutto. Lo sforzo delle amministrazioni di ogni livello, con poche eccezioni, sembra essere proteso ad agevolare al massimo il complicato compito di chi vuole costruire, piuttosto che chiedersi quali siano gli interessi generali in gioco. Interessi sociali, come quelli del paesaggio e della memoria culturali che, invece, sarebbero chiamati a tutelare in via prioritaria. Sembra che tutti siano ancora imbrigliati nel vecchio regime degli interventi alteranti o deturpanti del Decreto legislativo sulla protezione delle bellezze naturali e del paesaggio (DLBN), ormai archiviato. La ragione di questo stato di cose viene sovente attribuita alla formulazione dell’articolo 104, capoverso 2, della Legge sullo sviluppo territoriale (LST): «Le costruzioni devono inserirsi nel paesaggio in maniera ordinata e armoniosa». Locuzione necessariamente generale e programmatica che, però, gli avvocati, appoggiati poi dalle istanze di giudizio, si sono affrettati a tacciare di indeterminata. Purtroppo, l’articolo 100 del Regolamento della Legge sullo sviluppo territoriale: «Una costruzione è inserita nel paesaggio in maniera ordinata e armoniosa quando si integra nello spazio circostante, ponendosi in una relazione di qualità con le preesistenze e le caratteristiche dei luoghi», nella prassi non sembra venire in aiuto più di tanto per rendere operativo l’articolo di legge che dovrebbe, invece, precisare. Il problema sta proprio qui: siccome non si vuole fare lo sforzo di capire quale cambiamento profondo abbia comportato il citato articolo (art. 104, cpv. 2, LST), ci si trincera dietro cavilli formali con il risultato poco edifi-
La mensa e la palestra delle scuole elementari di Massagno. Il nuovo qui si inserisce in modo «ordinato e armonioso», poiché completa il preesistente edificio scolastico ed esprime una monumentalità consona con la centralità funzionale dell’oggetto medesimo e con la sua funzione pubblica (foto Benedetto Antonini)
cante di continuare a operare come nei decenni precedenti, pur lamentando che il paesaggio viene imbruttito giornalmente.
Dell’inserimento «ordinato e armonioso» delle costruzioni nel paesaggio e «Linee guida cantonali» Eppure il Cantone, nel 2013, ha pubblicato un ottimo opuscolo, intitolato Linee guida cantonali. Domande di costruzione. Criteri di valutazione paesaggistica nell’ambito della procedura edilizia (nota 2), un compendio molto interessante e istruttivo per le premesse disciplinari e per la gerarchia dei criteri che, se applicati, servirebbero prima di tutto ai progettisti, per sapere a quali criteri attenersi al fine di operare correttamente nel territorio, ma soprattutto ai capitecnici comunali, quando sono confrontati con i progetti, in modo da poter consigliare con conoscenza di causa e avvedutezza i loro Municipi. Dette linee guida dovrebbero essere tenute nella massima considerazione, segnatamente, da tutti gli uffici cantonali, i quali non solo hanno specifiche competenze fissate dalla legge, ma anche dovrebbero svolgere un compito di consulenza e di vigilanza nei confronti degli enti locali. L’impressione che si ha è che le Linee guida cantonali siano, malauguratamente, del tutto ignorate.
La loro lettura e la loro applicazione pratica, invece, offrirebbero la possibilità di dare un contenuto più preciso al concetto generale di «inserimento ordinato e armonioso» espresso dalla LST. Per quel che concerne il Cantone basti, a dimostrazione pratica di quanto qui asserito, leggere i preavvisi cantonali emanati dall’Ufficio delle domande di costruzione. Gli argomenti prioritari, infatti, come quelli sul corretto inserimento nel paesaggio e sul rispetto dei valori culturali dell’oggetto stesso, o della dignità di un bene culturale protetto nelle vicinanze, si trovano alla fine, dopo il giudizio su tutti gli aspetti meno importanti. Eppure, non sarebbe difficile informarsi, per sapere quando un intervento nel territorio può essere considerato «ordinato e armonioso»! Ordinato non significa solo rispettoso del principio iscritto da molto tempo nella legge edilizia, secondo il quale, di regola, gli edifici devono essere disposti parallelamente al limite della strada. Un inserimento ordinato è dato anche, e soprattutto, allorché le linee organizzative e geometriche dell’insieme urbanistico sono rispettate. Per questo non basta progettare sulla particella e orientarsi secondo i limiti della medesima, sovente nemmeno rispettosi dell’orografia del terreno, ma occorre darsi la pena di fare un’analisi del comparto edificato e verificare che il nuovo edificio, non solo non crei disordine, ma addirittura contribuisca a Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
rafforzare quell’ordinamento che può dirsi foriero di rapporti planivolumetrici corretti. Un ulteriore aspetto, anch’esso chiaramente menzionato nelle citate Linee guida cantonali, è quello del rispetto della morfologia del terreno naturale. Non può dirsi ordinato o correttamente inserito nel paesaggio quel progetto che violenta e stravolge la configurazione del terreno sul quale deve sorgere e che non tiene conto di come siano stati sistemati i terreni adiacenti. Questo è pure un principio dello sviluppo sostenibile, poiché l’economia dei mezzi impiegati per raggiungere lo scopo dev’essere tenuto nella massima considerazione. Lo spreco è sempre un errore! «Ordinato», inoltre, non è rivolto, ovviamente, come sovente viene interpretato il termine, alle sole due dimensioni della pianta, ma è riferito anche all’alzato, al volume dell’edificio nello spazio, alla relazione tra il nuovo volume e i volumi circostanti. L’essere o meno ordinato sarà giudicato, oltre che sul volume, anche sul lineare di gronda, sul materiale di rivestimento e soprattutto sui colori delle facciate e degli infissi. Per forza la legge ha dovuto esprimere un concetto generale (indeterminato), ma deontologicamente, come detto, vi è tutta una serie di criteri che servono a verificare nel concreto se quanto essa prescrive sia ottemperato o meno.
Disarmonie, dissonanze, esibizionismi costruttivi e cromatici
Vengo ora all’altro termine dell’articolo 104, capoverso 2, della Legge sullo sviluppo territoriale (LST), il quale non può essere disgiunto da quello appena discusso. «Ordinato e armonioso» sono infatti due attributi che costituiscono insieme il criterio generale a cui ogni intervento nel territorio si deve attenere, dimostrando di rispettare entrambi i termini, in ugual misura, per poter realizzare un corretto inserimento nel paesaggio. Quello dell’«armonia» è un termine preso a prestito dalla musica; ne rappresentano l’opposto la cacofonia, la disarmonia, la dissonanza, lo stridore di suoni. Ebbene, in urbanistica, come nella musica, l’armonia crea tranquillità, sicurezza. Per certi versi, ordine e armonia partecipano alla medesima categoria di valori etici. Il primo è più facile da dimostrare, perché più comprensibile, concreto, tangibile e misurabile. L’armonia è più astratta e si appella alla sensibilità delle persone, del singolo, ma anche della collettività. Ma non è solo un’esperienza sensoriale. La disarmonia, soprattutto se gratuita ed esibizionista, è destabilizzante, crea paura. Ad esempio, è destabilizzante quell’edificio che, assolvendo alla normale funzione abitativa di persone normali, voglia esprimersi in modo prevaricante, con forme e materiali e colori insoliti per il suo contesto. Forme e colori sono segnali comunicativi non indifferenti, sono informazioni non verbali cariche di significato. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Se un proprietario, con la sua costruzione, volente o nolente, si distingue crassamente in un contesto di edifici normali, per non dire banali, esprime un messaggio analogico arrogante nei confronti dei suoi simili, che, tradotto in parole, suonerebbe: «io sono diverso da voi; con voi non voglio avere nulla che fare». Eticamente un tale comportamento è, ovviamente, destabilizzante per la comunità. E, come affermato dal filosofo Franco Zambelloni, quando l’eccesso di libertà nuoce all’interesse generale, si giustifica una sua limitazione per via legislativa (nota 3). Non sono rari gli esempi in Ticino di case unifamiliari esibizioniste, ossia di edifici che disattendono i principi di «ordinato e armonioso». Si tratta per lo più delle dimore di normali, oneste famiglie, messe lì, si suppone, perché il proprietario aveva solo quel terreno, in mezzo a un quartiere senza lode né encomio. Tali dimore, per l’esibizionismo del progettista, comunicano un pessimo messaggio al loro vicinato: «Io mi chiudo in un guscio di mattoni che mi protegge dalla vista delle vostre povere casette». Oppure: «Io me ne infischio dei vostri colori così normali, preferisco uscire dal gruppo con le mie facciate viola o giallo limone». O, ancora: «Che me ne importa se nelle mie vicinanze c’è un monumento che deve spiccare nel verde perché testimone unico di una religiosità storica, tinteggio la mia facciata di bianco che più bianco non si può, anche se questo rovina la scena paesaggistica del bene culturale». È lecito chiedersi se ci sia qualcuno negli uffici tecnici comunali o negli uffici del Cantone che esamini la questione del colore delle facciate. È altrettanto lecito chiedersi se il Dipartimento del territorio accoglierà l’invito, espresso più volte, a occuparsi di questo importante problema paesaggistico nell’ambito della modifica della Legge edilizia attualmente in cantiere. Torniamo, dunque, per un attimo, all’articolo 100 del Regolamento della Legge sullo sviluppo territoriale (RLst): «Una costruzione è inserita nel paesaggio in maniera ordinata e armoniosa quando si integra nello spazio circostante, ponendosi in una relazione di qualità con le preesistenze e le caratteristiche dei luoghi». Di grazia, queste non sono espressioni indeterminate, ma sono un invito alla professionalità di chi di paesaggio ne capisce, la cui deontologia conduce a fare ricorso, ad esempio, alle citate Linee guida cantonali, dove si trovano tutti i criteri indispensabili per rendere concreta, quasi misurabile, l’espressione «relazione di qualità».
«Convenzione europea del paesaggio» e valori culturali fondamentali; un invito agli organi di giudizio Per concludere, ritengo opportuno elevare il discorso alla sua parte più politica, partendo dal «Preambolo» della Convenzione europea del paesaggio, dal quale cito i seguenti propositi:
«… Desiderosi di pervenire ad uno sviluppo sostenibile fondato su un rapporto equilibrato tra i bisogni sociali, l’attività economica e l’ambiente; Constatando che il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale, sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale e costituisce una risorsa favorevole all’attività economica, e che, se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro; Consapevoli del fatto che il paesaggio coopera all’elaborazione delle culture locali e rappresenta una componente fondamentale del patrimonio culturale e naturale dell’Europa, contribuendo così al benessere e alla soddisfazione degli esseri umani e al consolidamento dell’identità europea; Riconoscendo che il paesaggio è in ogni luogo un elemento importante della qualità della vita delle popolazioni: nelle aree urbane e nelle campagne, nei territori degradati, come in quelli di grande qualità, nelle zone considerate eccezionali, come in quelle della vita quotidiana; …» (nota 4). Ecco dunque che la Convenzione europea del paesaggio ci offre gli spunti di etica sociale sui quali si basano tanto l’articolo 102 della Legge sullo sviluppo territoriale («Il paesaggio cantonale va rispettato, tutelato e valorizzato, garantendone in particolare la varietà, la qualità e il carattere»), quanto il suo corollario, ossia l’articolo 104, capoverso 1 («Le attività d’incidenza territoriale vanno armonizzate con gli obiettivi di tutela e valorizzazione del paesaggio»). Questa premessa ci conduce alla considerazione seguente: se gli articoli della Legge sullo sviluppo territoriale (LST) volti a una migliore e più consapevole cura del paesaggio sono formulati in maniera «indeterminata», sarebbe questo un motivo sufficiente per chi le applica, ma soprattutto per gli organi di giudizio, in particolare per il Tribunale cantonale amministrativo, per non prenderli in considerazione, per non entrare in materia quando sono invocati, o per applicarli solo con estrema reticenza? Non sarebbe il caso, invece, che il Tribunale cantonale, in definitiva, grazie alla sua indipendenza, esplicasse anche una funzione educativa, riferendosi alle basi etiche e sociologiche da cui derivano gli articoli di legge, per enuclearne il messaggio implicito, offrendo così un aiuto concreto alla prassi? Il nostro invito al Tribunale è proprio questo: avete il potere di salvare il paesaggio ticinese indicando in sentenze, che oserei chiamare «didattiche», quale sia l’interpretazione corretta della Legge e questo per via deduttiva. Questo è un compito di alta responsabilità e levatura che, svolto con tempestività e determinazione, può concorrere efficacemente a migliorare le cose. Così facendo si giungerebbe «de lege lata», prima ancora che «de lege ferenda», a fare un ottimo servizio alla comunità, promuovendo la priorità dell’interesse generale.
Infatti, tanto in materia di tutela del paesaggio, quanto in materia di tutela dei beni culturali, come ho esposto in altri articoli pubblicati ne «Il nostro Paese», ci troviamo nel campo dei valori fondamentali della società. Sono valori immanenti, nati e cresciuti con l’evoluzione dell’uomo e del suo stato di essere culturale. Essi, come ci insegna Valentina Ivancich (nota 5), sono inscritti nel nostro patrimonio genetico e pertanto sono preposti alle nostre scelte per la massimizzazione della qualità del vivere, o addirittura per la sopravvivenza della specie. Sono sempre presenti, ma il loro emergere dipende dalle situazioni e non sempre raggiungono il livello della coscienza. Con eloquente frequenza la letteratura aggiornata ripete questo mantra: senza passato non c’è futuro, senza memoria non c’è identificazione della società con il proprio ambiente. Un paesaggio curato e gradevole offre fattori di salute e di sicurezza la cui assenza incide negativamente sul senso di libertà.
Note 1. Convenzione europea del paesaggio, Firenze, 20 ottobre 2000 (traduzione italiana del testo ufficiale in inglese e francese, pubblicata online: www.convenzioneeuropeapaesaggio. beniculturali.it/uploads/2010_10_12_11_22_02.pdf). 2. Linee guida cantonali. Domande di costruzione. Criteri di valutazione paesaggistica nell’ambito della procedura edilizia, ottobre 2013, documento online (www4.ti.ch/fileadmin/ DT/direttive/DT_DSTM_SST/pr/Linee_guida_domande_ costruzione_10_2013.pdf). 3. Franco Zambelloni, Libertà, in rete e in gabbia, in «Azione», 28 luglio 2018, p. 9. 4. Convenzione europea del paesaggio cit. 5. Valentina Ivancich, Noi e l’albero, Milano, Corbaccio, 2019.
Temi STAN – Pianificazione del territorio
Incognite sullo sviluppo territoriale ticinese La Società ticinese per l’arte e la natura ribadisce, nell’ambito delle osservazioni presentate a fine 2017 al Dipartimento del territorio in merito a modifiche puntuali del Piano direttore cantonale, la necessità di una nuova gerarchia interna a questo fondamentale strumento pianificatorio che ponga la tutela del patrimonio culturale e naturale al centro della pianificazione territoriale, con vincoli chiari imposti a tutti gli attori istituzionali e privati. Tiziano Fontana Nell’ottobre 2017 la Società ticinese per l’arte e la natura (STAN) ha presentato al Dipartimento del territorio le osservazioni sulle proposte di modifica delle schede R1 «Modello territoriale cantonale», R6 «Sviluppo degli insediamenti e gestione delle zone edificabili – Rete urbana» e R10 «Qualità degli insediamenti» contenute nel Piano Direttore cantonale (PD). Tali modifiche sono intese a rendere il PD conforme ai nuovi disposti della Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT). Presentiamo un breve resoconto di tali osservazioni, poiché si tratta di un tema essenziale che avrà importanti conseguenze sul territorio ticinese nei prossimi decenni.
La revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio e le modifiche del Piano direttore cantonale
derale («… appropriata e parsimoniosa utilizzazione del suolo e un ordinato insediamento del territorio»), ma non applicato dalle autorità comunali e non fatto rispettare con sufficiente rigore dai Cantoni. Nel marzo del 2012 il popolo svizzero ha anche approvato l’iniziativa «Basta con la costruzione sfrenata di abitazioni secondarie!» promossa dall’associazione Helvetia Nostra di Franz Weber. L’approvazione della revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio e gli esiti positivi dell’iniziativa che si proponeva di porre un limite alla costruzione delle abitazioni secondarie sono una chiara indicazione della contrarietà della popolazione alla cementificazione del territorio e alla conseguente distruzione del paesaggio.
Il 13 marzo 2013 i Cantoni e il popolo (62 %) hanno approvato la revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT), respingendo il referendum promosso dall’Unione svizzera arti e mestieri, da Economiesuisse e da altri settori economici, nonché da diversi partiti politici.
La STAN ha sostenuto la revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio, pur consapevole che i nuovi articoli sono il risultato di un compromesso che porta in sé elementi potenzialmente critici, se non dovessero essere posti correttivi e direttive precise. Le modifiche delle schede R1, R6 e R10 del Piano direttore cantonale messe in consultazione risentono di questi limiti.
Questa revisione legislativa è stata il controprogetto indiretto all’«Iniziativa per il paesaggio», promossa da un’alleanza di organizzazioni per la protezione della natura e del paesaggio e sostenuta anche da Schweizer Heimatschutz (Patrimonio Svizzero), di cui la STAN è la sezione ticinese. L’«Iniziativa per il paesaggio» chie-­ deva la protezione dei paesaggi naturali, degli ambienti di vita e dei terreni agricoli da una sconsiderata cementificazione, nel rispetto del principio di un’utilizzazione parsimoniosa del suolo, secondo quanto previsto dall’articolo 1 della LPT («il suolo sia utilizzato con misura e i comprensori edificabili siano separati da quelli non edificabili»), nonché dall’articolo 75 della Costituzione fe-
L’approvazione della revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio e gli esiti positivi dell’iniziativa che si proponeva di porre un limite alla costruzione delle abitazioni secondarie sono una chiara indicazione della contrarietà della popolazione alla cementificazione del territorio e alla conseguente distruzione del paesaggio.
Obbrobri architettonici e paesaggistici recentemente edificati a Montagnola, Comune di Collina d’Oro, resi possibili dal Piano regolatore e autorizzati da autorità comunali e cantonali. Sarebbe di sicuro interesse per i cittadini conoscere i preavvisi dell’Ufficio della natura e del paesaggio del Dipartimento del territorio, nonché quello della Commissione del paesaggio, a proposito di tali progetti. La legge sullo sviluppo territoriale non era stata salutata anche come antidoto alla distruzione del paesaggio? (foto Giosanna Crivelli, 2016)
Le osservazioni generali presentate dalla Società ticinese per l’arte e la natura La Società ticinese per l’arte e la natura ha presentato tre osservazioni generali sulle proposte di modifica del Piano direttore cantonale. In primo luogo, la STAN ritiene che l’attuale pianificazione del territorio non rispetti il principio di un’utilizzazione parsimoniosa del suolo (art. 1 della LPT e art. 75 della Costituzione federale). Anche nel «Rapporto esplicativo delle modifiche delle schede» si ammette che spesso questo principio è stato disatteso. Ciò dovrebbe spingere il Consiglio di Stato a imporre ai Comuni, con estremo rigore, il rispetto delle schede del Piano direttore cantonale attualmente in vigore. In particolare, il Governo dovrebbe obbligare ad applicare le misure enunciate nelle schede P1 «Paesaggio», P8 «Territorio agricolo», P10 «Beni culturali», V2 «Suolo». In futuro, dopo l’adozione delle schede attualmente in consultazione, sarà ancora più importante che il Cantone faccia rispettare realmente e con tempestività il Piano direttore ai Comuni, per evitare che il nostro patrimonio culturale e naturale continui a essere distrutto al ritmo attuale.
In secondo luogo, la STAN non condivide lo strumento denominato «Programma d’azione comunale per lo sviluppo centripeto di qualità» che, così come è presentato nel Rapporto esplicativo, rischia di essere uno strumento pernicioso, in quanto è allestito dai Municipi (che lo approvano e che ne regolano le modalità di interazione con il Consiglio comunale e la propria popolazione) e non è soggetto ad approvazione da parte del Consiglio comunale o del Cantone (che però lo finanzia e che deve verificare l’attualizzazione della scheda R6 «Sviluppo degli insediamenti e gestione delle zone edificabili – Rete urbana»). Tale «Programma d’azione comunale» ha un carattere anche operativo, poiché serve ad aggiornare e adattare i Piani regolatori. Gli viene inoltre attribuita un’importanza tale da portare a rinunciare all’allestimento dell’«Esame preliminare» da parte del Dipartimento del territorio. La STAN ritiene che il «Programma d’azione comunale», così come è concepito, non possa portare alcun giovamento a una pianificazione territoriale rispettosa del principio di un’utilizzazione parsimoniosa del suolo. Inoltre, la STAN ritiene che l’«Esame preliminare» effettuato dal Dipartimento del territorio si debba mantenere in uso, in quanto utile strumento di analisi della pianificazione loIl nostro Paese, n. 335, agosto 2018
cale. Ritiene inoltre necessario che il «Programma d’azione comunale», vista la portata che gli si vuole attribuire quale strumento strategico e operativo, sia sottoposto ad approvazione del Legislativo comunale. In terzo luogo, suscitano forti perplessità i parametri utilizzati per calcolare lo sviluppo demografico e la contenibilità dei Piani regolatori proposti nelle schede in consultazione. In particolare, la STAN non condivide i parametri per il calcolo delle riserve pianificatorie sfruttabili entro quindici anni, usati dalla Confederazione e di rimando dal Cantone, per i quali le «riserve legate ai terreni liberi sono conteggiate per intero (100%), poiché giudicate più facilmente mobilitabili di quelle dei terreni sotto-sfruttati, che sono di conseguenza conteggiate soltanto per 1/3 (33%)». Dalle numerose domande di costruzione che vengono segnalate alla STAN constatiamo che una buona parte di queste coinvolge edifici costruiti nell’Ottocento o nella prima metà del Novecento – edifici che, ovviamente, non sfruttano gli indici di zona ora permessi – per i quali si chiede la demolizione, proponendone la sostituzione con nuovi stabili che sfruttino il massimo concesso dagli indici di zona. Pertanto, calcolare solo un terzo per i terreni sotto-sfruttati porta a sottovalutare le reali riserve pianificatorie sfruttabili.
Il Monte Brè ricoperto da lussureggiante vegetazione, ripreso dal Lido di Lugano, 1930 circa, cartolina fotografica, Photo Ch. Schiefer, Lugano-Paradiso (Collezione Giuseppe Haug, Capolago)
Alcune osservazioni puntuali proposte dalla Società ticinese per l’arte e la natura La STAN ha proposto una ventina di osservazioni puntuali in merito ai vari punti presenti nelle schede R1, R6 e R10. Ne proponiamo qui una sintesi. Le modifiche del Piano direttore cantonale sono volte a favorire lo sviluppo centripeto e il rinnovamento qualitativo degli insediamenti (LPT, articolo 1). Questo obiettivo è imposto dalla Legge federale sulla pianificazione del territorio ed è condivisibile, in linea generale, ma le schede oggetto di consultazione devono essere maggiormente chiare per quanto riguarda i singoli obiettivi e le misure in esse presenti devono essere imposte ai Comuni (Municipi), nel caso questi ultimi non le dovessero applicare. La STAN ritiene che la volontà di procedere allo sviluppo centripeto e al rinnovamento qualitativo debba essere indirizzata correttamente dall’Autorità cantonale, evitando, in particolare per i nuclei storici, per le aree monumentali e per i luoghi paesaggisticamente sensibili, qualsiasi possibilità di interventi inadeguati, oggi all’ordine del giorno.
In merito alla scheda R1 «Modello territoriale cantonale», si chiede di stralciare il riferimento alla costruzione di una vasta area metropolitana, in quanto contrario al principio di un uso parsimonioso del suolo e di separazione dei comprensori edificabili da quelli non edificabili, oltre che non corrispondente al carattere e all’identità territoriale del nostro Cantone. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
L’estensione delle aree urbane edificate lungo le pendici del Monte Brè, 2016 (foto Giosanna Crivelli)
Inoltre, tanto nelle zone di pianura, quanto nelle valli, si deve evitare, all’interno dei nuclei storici, un tipo di rinnovamento che snaturi quel tessuto edilizio «minore» che ne costituisce l’elemento connettivo e che, unito all’articolazione di strade, case, piazze e giardini e parchi storici, rende unici questi insiemi edilizi. Le Linee guida cantonali dedicate agli interventi nei nuclei storici (nota 1) devono essere integrate da ulteriori linee guida ispirate al valore di bene culturale che tutti i nuclei storici possiedono. Un obiettivo fondamentale e strategico per le zone discoste è inoltre, a nostro avviso, il recupero e il riuso degli edifici dei nuclei, da incoraggiare con misure anche economiche e/o fiscali, in alternativa a costruzioni exnovo estensive. Nella scheda R6 «Sviluppo degli insediamenti e gestione delle zone edificabili – Rete urbana», a livello degli indirizzi auspicati, il punto e) indica che «la priorità d’intervento nella mobilitazione delle riserve va posta nei
luoghi strategici (cioè ben allacciati al trasporto pubblico, dotati di servizi e infrastrutture alla popolazione e all’economia, lungo i principali assi stradali urbani e nei centri), nel rinnovamento o nella sostituzione degli edifici esistenti, nella riqualifica urbanistica di quartieri vetusti e nella riconversione e recupero di aree dismesse». Vista la pressione edilizia sui centri storici e la distruzione del tessuto storico, definito spesso «vetusto» nelle domande di costruzione riguardanti demolizioni di edifici storici (così sono stati definiti, per esempio, il villino Salvioni a Bellinzona, o quello Andreoli a Mendrisio, alla pari di tante altre architetture storiche a Lugano), si chiede di precisare il concetto di «riqualifica urbanistica di quartieri vetusti», poiché, così formulato, è troppo generico e rischia di essere appositamente frainteso dalle autorità locali, così come sta già avvenendo. La STAN condivide la considerazione che la «riduzione delle potenzialità edificatorie va perseguita nei luoghi che, per caratteristiche morfologiche o mancanza d’urbanizzazione, sono inidonei all’edificazione, si prestano manifestamente ad altre funzioni (ad esempio agricole) e nei luoghi sensibili, dove le potenzialità edificatorie concesse sollevano problemi d’inserimento paesaggistico (ad esempio nei pressi di nuclei, di beni culturali, lungo le rive dei laghi)». Tale misura è indispensabile vista la distruzione in atto di contesti monumentali e paesaggistici di valore che non godono di alcuna tutela. Si chiede al Cantone di stabilire una scadenza temporale più breve rispetto a quella prevista per l’adozione della scheda R6 e per l’adattamento dei Piani regolatori. Inoltre, si chiede di prevedere che il Cantone promuova un controllo effettivo e puntuale sui Comuni e, nel caso di loro inadempienza, intervenga direttamente. È d’altronde indispensabile accelerare l’allestimento dei piani regionali del paesaggio per indicare ai Comuni, con una visione organica, quelle aree che, nell’ambito di un progetto di paesaggio sovracomunale, devono essere preservate dall’edificazione. In merito al «dimensionamento delle zone edificabili dei Piani regolatori legato agli obiettivi di crescita delle unità insediative all’orizzonte di 15 anni», che si fondano «sulle previsioni statistiche, ponderate con gli obiettivi del Modello territoriale cantonale (scheda R1) e la crescita auspicata nei Programmi d’agglomerato», la STAN non condivide i parametri utilizzati per fissare gli obiettivi di crescita delle Unità insediative. In particolare, la crescita auspicata nei Programmi d’agglomerato è dettata da una visione ideologica di crescita illimitata da respingere. La STAN nutre inoltre forti dubbi in merito alle tabelle di calcolo proposte per i fabbisogni futuri, tanto per le Unità insediative a titolo di residenza primaria, quanto per le residenze secondarie e i posti di lavoro, in contrasto con lo sviluppo sostenibile auspicato peraltro dal Piano direttore stesso.
In merito alla scheda R10 «Qualità degli insediamenti», il contenuto è in generale condiviso. Legata alla misura di «recupero di spazi interstiziali, scorpori e resti inutilizzati di territorio», si pone la necessità di verificare l’attuazione da parte dei Comuni dell’articolo 27 della Legge edilizia cantonale, ai sensi del quale «i proprietari di stabili di abitazione con più di cinque appartamenti devono creare sulla proprietà privata sufficienti aree di svago, soleggiate e discoste dal traffico, da destinare durevolmente a tale scopo». Riteniamo che i Comuni non applichino tale articolo di legge.
Conclusioni La STAN è consapevole sia del grande lavoro svolto dal Dipartimento del territorio sia degli interessi economico-finanziari in gioco. Proprio per quest’ultimo motivo, ritiene che la volontà di procedere allo sviluppo centripeto e al rinnovamento qualitativo debba essere indirizzata correttamente dall’Autorità cantonale, evitando per i nuclei storici, le aree monumentali e i luoghi paesaggisticamente sensibili qualsiasi possibilità di interventi non consoni. Le schede in consultazione, pur accennando a queste tre componenti essenziali del territorio ticinese, non garantiscono una sufficiente presa a carico delle istanze di protezione del patrimonio storico-culturale e naturale. La Società ticinese per l’arte e la natura ritiene quindi indispensabile l’adozione di due misure: in primo luogo, coordinare le schede del Piano direttore cantonale riferite al patrimonio naturale e culturale; in secondo luogo, elaborare una nuova gerarchia interna allo stesso Piano direttore che ponga la tutela del patrimonio culturale e naturale al centro della pianificazione territoriale, con vincoli chiari imposti ai Comuni e verifiche puntuali da parte del Consiglio di Stato.
Nota 1.	Linee guida cantonali. Interventi nei nuclei storici. Criteri di valutazione paesaggistica nell’ambito della procedura edilizia, febbraio 2016, documento online (www4.ti.ch/fileadmin/ DT/direttive/DT_DSTM_SST/Interventi_nei_nuclei_storici_ 022016.pdf).
Natura – Alleanza Territorio e Biodiversità
Il giardino naturale: bello e importante per la natura L’Alleanza Territorio e Biodiversità, nell’ambito del progetto «Biodiversità in ambiente urbano», sostiene il lavoro della Fondazione Natura e Economia, che promuove il giardino naturale come alternativa all’usuale giardino «in cui ogni filo d’erba è al suo posto», dallo scarso valore ambientale, a favore della qualità di vita e della biodiversità in contesti densamente costruiti. Roberto Buffi (Fondazione Natura e Economia, membro di Alleanza Territorio e Biodiversità)
40 Gli impianti di depurazione alla foce del Ticino del Consorzio depurazione acque del Verbano sono circondati da bordure con vegetazione spontanea, arricchite con mucchi di sassi, a favore della fauna (foto Roberto Buffi) Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Prati estensivi, siepi e alberature valorizzano il Tennis Club di Ascona. Sono stati creati ambienti secchi da greto, con corrispondenti piante di piccola statura (foto Roberto Buffi)
Il parco della Clinica di riabilitazione dell’Ente ospedaliero cantonale a Novaggio, dove la natura aiuta a guarire. Nell’immagine, alberi da frutta di provenienza locale (foto Roberto Buffi)
Nel Cantone Ticino, intorno a edifici abitativi, stabili pubblici e impianti industriali e artigianali di ogni genere, vi dovrebbero essere poco meno di 20 chilometri quadrati di aree aperte; sono un patrimonio, che richiede attenzione. Escludendo le aree dismesse, la maggior parte di esse, se gestita, lo è secondo un modello unico, ripetitivo e molto intensivo, in cui è centrale l’idea del «giardino pulito». Elemento centrale è il prato intensamente tagliato, concimato e irrigato, il cosiddetto tappeto erboso all’inglese, contornato da siepi esotiche (dove domina il lauroceraso). Tale modello è costoso, divora energia e ha un impatto ambientale negativo. Inoltre, da un punto di vista naturalistico, ha scarsissimo valore. Nei tappeti erbosi rigorosamente strigliati non cresce un fiore, non c’è niente di spontaneo. Sono biologicamente morti. Discutibile è inoltre il valore estetico di questi «giardini»: appaiono severi, rigidi, freddi. Sono fatti per passarci accanto, non per starci. Vi sono alternative, si può uscire da un automatismo che porta ad applicare sempre gli stessi schemi, scegliendo tipi colturali rispettosi della natura, in cui la vegetazione si sviluppa più spontaneamente: il giardino naturale in cui prevalgono le specie indigene, dotato di molte strutture, in cui primeggia il prato estensivo fiorito.
Principi basilari del giardino naturale sono: gestire estensivamente, fare poco e al momento giusto, favorire le specie indigene, rispettare la vegetazione spontanea, rinunciare a pesticidi, diserbanti e concimi. Creare un giardino naturale è facile e non comporta grandi oneri. L’esperienza mostra che, a volte dopo qualche esitazione, piace. Non tutti sono ossessionati dall’idea del cosiddetto ordine. La ricchezza di forme, colori, suoni, profumi e fenomeni biologici attira, ricrea, ispira. Ha qualcosa di selvatico, una spontaneità non voluta. Su un ramo morto osserviamo dei variopinti funghi, fra un mucchio di pietre fuoriesce un fiore mai visto prima, sopra l’erba alta volano le lucciole. Il giardino naturale ha un’anima. Riflette l’anima del proprietario, rispecchia un atteggiamento più rilassato. Se da una parte ha qualcosa di selvatico, al singolo gestore è pur data la possibilità di dare al proprio giardino un tocco personale. Natura spontanea e design non si escludono («ecology meets design» è una linea di pensiero che a livello internazionale si fa strada). Il recupero naturalistico dei giardini non mette in discussione eventuali particolari valori architettonici e storici degli edifici. Natura e valori architettonici possono andare d’accordo. Si capisce in sintesi che il giardino naturale non è trascurato, al contrario. Una recente ricerca condotta su una trentina di giardini di città (di superficie variabile tra i 500 e i 1000 metri quadrati) ha evidenziato come il cittadino apprezzi la ricchezza di strutture e la presenza di molte specie che caratterizzano il giardino naturale. Oltretutto, questo ha effetti benefici sulla salute, nel posto di lavoro e dove si abita, come diverse ricerche hanno mostrato (a parte che il fatto è evidente).
Creare un giardino naturale è facile e non comporta grandi oneri … Su un ramo morto osserviamo dei variopinti funghi, fra un mucchio di pietre fuoriesce un fiore mai visto prima, sopra l’erba alta volano le lucciole. Il giardino naturale ha un’anima. Riflette l’anima del proprietario, rispecchia un atteggiamento più rilassato … Natura spontanea e design non si escludono («ecology meets design» è una linea di pensiero che a livello internazionale si fa strada). Il recupero naturalistico dei giardini non mette in discussione eventuali particolari valori architettonici e storici degli edifici. Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Il giardino naturale della Casa dei ciechi a Lugano. Il prato estensivo è falciato a fioriture avvenute. È contornato da cespugli, alberature, ambienti ruderali. Le alberature preesistenti, tra cui spiccano alcune magnifiche magnolie, sono state preservate. Sul prato centrale è stata osservata l’upupa, e questo nel bel mezzo della city! (foto Roberto Buffi)
Il giardino quale oasi naturale
Il giardino naturale assume un valore decisivo per la salvaguardia della biodiversità. In Svizzera oltre un terzo (!) delle specie è minacciato, mentre 247 specie sono estinte. Per molte, presenti con pochi individui, la sorte potrebbe essere segnata. Il declino della biodiversità – fenomeno poco recepito dalla popolazione e dalla politica – è tale per cui conta ogni scarpata, ogni siepe, ogni aiuola e parco cittadino, e, appunto, ogni giardino, anche il più piccolo. È sorprendente quante piante e quanti animali vivano fra caseggiati, stabili aziendali, industrie, scuole e binari, premesse condizioni sufficientemente naturali. Diverse ricerche documentano la fauna di città, che può essere più variata rispetto a quella di aree agricole intensive. Una lunga serie di osservazioni ci viene da un giardino di poco superiore a 700 metri quadrati: vi sono state osservate 2200 specie animali e 474 vegetali (chiaramente la varietà di specie varia negli anni). Per custodire la vita il giardino deve avere molte strutture: mucchi di legna e pietre, siepi, alberi (bene se almeno parzialmente coperti di edera), un prato naturale (l’erba alta), zone ruderali. Per gli uccelli sono importanti gli alberi e i cespugli con bacche e spine. Se vi sono le condizioni non dovrebbe mancare uno stagno. Più variato è, più alta è la biodiversità. Si pensa poco agli insetti, che negli ecosistemi assumono un ruolo centrale. Degradano il materiale organico, per Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
«consegnarlo» a funghi e microbi, cui spetta lo stadio finale di trasformazione in humus. Sono presenti a vari livelli della catena alimentare, quale cibo per un’immensa moltitudine di animali (si pensi agli uccelli, o ai ricci). Senza insetti non c’è impollinazione, una gran parte dei vegetali non potrebbe riprodursi, senza contare che crollerebbe la produzione agricola. Un mondo senza insetti non funzionerebbe. Albert Einstein avrebbe detto: se le api scomparissero, all’umanità non rimarrebbero che quattro anni. Essenziale per gli insetti è il legno morto: un esempio è quello della larva del cervo volante, che vi vive per tre o quattro anni. In Svizzera si contano circa 25 000 specie di insetti, e si presume che ve ne siano circa 30 000. Ora questa colossale e fondamentale biodiversità sta velocemente calando, tanto che gli esperti parlano di collasso. Uno sguardo alle liste rosse ci dice che il 40 % delle specie è fortemente minacciato. Lo è oltre un terzo delle farfalle. Sono in diminuzione anche specie comuni, quali il macaone, farfalla spettacolare. La prima causa è la scomparsa degli ambienti naturali. I giardini aiutano, più di quanto si pensava.
La Fondazione Natura e Economia La Fondazione Natura e Economia promuove i giardini naturali. È nata su iniziativa del settore economico ed è riconosciuta e sostenuta dall’Ufficio federale dell’ambiente. La Fondazione offre gli strumenti progettuali per un rinnovamento del verde all’interno delle aree edificabili
L’edificio Canavé dell’Accademia di architettura di Mendrisio, contornato da prati naturali estensivi. Importante elemento del giardino naturale sono i cespugli indigeni, una cinquantina, di specie purtroppo poco conosciute (foto Roberto Buffi)
e rilascia anche un label di qualità agli enti che gestiscono naturalisticamente almeno un terzo delle aree libere di loro proprietà, cioè delle aree non occupate da edifici e infrastrutture. A oggi, si sono certificati 540 enti, aziende dei settori artigianale e industriale, alberghi, impianti ed edifici pubblici, scuole e stabili abitativi, per complessivi 4000 ettari. La rinaturazione degli spazi verdi è motivata con l’esigenza di migliorare le condizioni di lavoro dei collaboratori, di abbellire, e non da ultimo di conseguire dei risparmi sulla manutenzione dei siti. Un label di qualità è ovviamente anche un biglietto di visita. La certificazione – che formalmente è del tutto semplice, un «gentlement agreement» nel rispetto delle esigenze del singolo proprietario – conferisce ai beneficiari una visibilità a livello nazionale e dà diritto a numerose prestazioni. Nella Svizzera italiana i siti certificati sono attualmente otto, per una superficie complessiva di oltre 258 000 metri quadrati, corrispondenti, per dare un’idea, a cinque volte l’area Unesco di Castelgrande, a Bellinzona. Il label è stato conferito al Consorzio depurazione acque del Verbano, in virtù di un avvincente assetto naturalistico delle aree circostanti gli impianti di depurazione delle acque, situati, rispettivamente, alla foce del fiume Maggia, a Locarno, e alla foce del fiume Ticino, a Gordola. Un bel giardino naturale, che abbraccia l’elegante sagoma dei campi coperti, è stato creato al Tennis Club di Ascona, proprietà patriziale.
A Bordei, nelle Centovalli, è stata premiata la Fondazione Terra Vecchia, per avere creato in chiave naturalistica un notevole insieme avente funzioni produttive e terapeutiche, in cui spicca una selva di noci, più unica che rara. A Novaggio, il label di qualità della Fondazione è stato conferito alla Clinica di riabilitazione dell’Ente ospedaliero cantonale, per la rispettosa gestione del suo vasto parco, secondo l’idea che la natura aiuta a guarire. Vi risalta l’eccezionale viale alberato di lecci che conduce alla Clinica. Certificata è anche la Casa dei ciechi di Lugano, in via Torricelli, per il suo splendido giardino naturale, gioia di collaboratori e ospiti, opera pionieristica a favore della natura in città. Infine, si ricorda l’Accademia di architettura di Mendrisio, con i prati fioriti circostanti l’edificio Canavé, pure munito di un tetto verde. Quest’ultima certificazione assume ovviamente una particolare importanza, per il fatto che qui si formano gli architetti che dovranno in futuro sapere coniugare natura e abitato.
Nota L’Ufficio regionale della Svizzera italiana della Fondazione Natura & Economia ha sede a Contra. Per maggiori informazioni, si veda il sito internet: www.naturaeeconomia.ch.
L’Europa in mostra Nicoletta Locarnini
«vache», con una serie di lavori realizzati nel 1948, che fanno ironicamente il verso al fauvismo. René Magritte. La Ligne de vie, MASI, LAC, Lugano, dal 16 settembre 2018 al 6 gennaio 2019.
René Magritte, La Mémoire, 1948, Fédération Wallonie-Bruxelles © 2018, ProLitteris, Zurich
Dopo lo straordinario successo riscosso dalla esposizione dedicata a Picasso negli spazi del LAC, il Museo d’arte della Svizzera italiana ospita a Lugano un altro mostro sacro dell’arte del secolo scorso: René Magritte, l’artista belga che forse più di ogni altro ha saputo farsi interprete della poetica surrealista. La rassegna propone una settantina di opere: dalle prime creazioni giovanili, raramente esposte e dalle quali traspare l’infatuazione per il futurismo italiano, ai dipinti ispirati dalla poetica metafisica di De Chirico, preludio alla svolta surrealista, sino ai lavori della maturità. Caratterizzato dalla costante ricerca di un effetto straniante, il linguaggio di Matisse si avvale di accostamenti inconsueti come la combinazione arbitraria di immagini e parole (emblematico, in proposito, il celeberrimo dipinto di una pipa recante la scritta «Questa non è una pipa»), la decontestualizzazione o la rappresentazione insolita degli oggetti, espedienti volti a scardinare i canoni rappresentativi della realtà. «La realtà – diceva – non è mai come si vede: la verità è soprattutto immaginazione». Osservare il mondo con gli occhi di René Magritte significa tuffarsi in una dimensione dove tutto è possibile e sorprendente, aprendoci al mistero del mondo. La retrospettiva luganese documenta anche il cosiddetto periodo Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Sandro Chia, The Acrobats, 2004, olio su tela, 200 × 220 cm, © Matteo Crosera
Se a Lugano è di scena uno dei massimi esponenti del surrealismo, Locarno rende omaggio, per la prima volta in Svizzera, a Sandro Chia, uno dei protagonisti assoluti della Transavanguardia, con una carrellata di oltre 50 dipinti, senza contare alcune opere dei principali esponenti del movimento, quali Paladino, De Maria, Clemente e Cucchi. Figura fondamentale nella genesi del movimento, suo teorizzatore e storico, il critico Achille Bonito Oliva diede il nome di Transavanguardia alla produzione di alcuni giovani artisti italiani degli anni Settanta, fautori del superamento dell’arte povera e del recupero di istanze legate ad avanguardie storiche come l’espressionismo, il fauvismo e la metafisica. In quest’ottica si iscrivono l’attenzione di Chia al segno, alla forma e al colore e il suo «riappropriarsi», in chiave estremamente personale, dell’eredità della pittura figurativa del passato: dai grandi maestri, quali Masaccio e Michelangelo, sino ai maggiori interpreti del Novecento, come De Chirico, Cézanne, Picasso e Chagall. L’artista italiano ha saputo, per certi aspetti, farsi precursore del passaggio dalla modernità alla postmodernità: la sua indagine pittorica, che mescola
mito, letteratura e quotidianità, sfocia in «un mondo di immagini forti, provocatorie, poetiche e toccanti». Sandro Chia, Pinacoteca comunale Casa Rusca, Locarno, dal 9 settembre 2018 al 6 gennaio 2019.
Max Beckmann, Rote Tulpen und Feuerlilien (Tulipani rossi e gigli di San Giovanni), 1935, olio su tela, Merzbacher Kunststiftung
Fernando Bordoni, A-4. 86 B., 1986, acquarello su carta, 70 × 50 cm, © Museo civico Villa dei Cedri, Bellinzona, donazione dell’artista 2015 (foto Roberto Pellegrini)
Reduce dalla bella rassegna dedicata a Burri, Fontana, Afro e Capogrossi, il Museo civico Villa dei Cedri ha in serbo una proposta tutta ticinese dedicata a Fernando Bordoni (Mendrisio, 1937), la cui donazione, tre anni fa, di un centinaio di opere alla collezione dei fondi monografici del museo bellinzonese costituisce lo spunto per documentare un ampio arco della sua produzione artistica. Dopo un inizio influenzato dalla pop-art e la serie di impronte di pneumatici d’automobili degli anni 1968–1970, da circa un quarantennio Bordoni è fedele all’astrazione geometrica che, negli «alfabeti», ha trovato l’espressione peculiare del suo linguaggio artistico. Scopo della rassegna bellinzonese è quello di valorizzare l’apporto dell’artista ticinese al mondo dell’arte svizzera, di cui frequentò esponenti di primo piano, tra i quali Jean Arp, Fritz Glarner, o ancora Hans Richter e, per la Svizzera italiana, Carlo Cotti, Filippo Boldini e Remo Rossi. La mostra è arricchita dalla pubblicazione di una monografia sul fondo custodito presso il museo. Fernando Bordoni. Tracce dell’(in)visibile, Museo civico Villa dei Cedri, Bellinzona, dal 22 settembre 2018 al 3 febbraio 2019.
A Mendrisio, invece, il Museo d’arte inaugura la stagione autunnale con un invito alla scoperta dell’opera di Max Beckmann (1884–1950), artista tedesco poco noto alle nostre latitudini. La retrospettiva presenta una selezione significativa di dipinti, pastelli, acquarelli e sculture di colui che è considerato una figura fondamentale della pittura del XX secolo. L’artista tedesco ha trasposto nelle sue opere quei paesaggi e quella vegetazione che lo affascinarono durante i suoi numerosi viaggi estivi in Italia e Francia: soggetti ben lontani da quelli della cruda realtà della tragedia della prima guerra mondiale e degli immani orrori del nazismo. Specchi, strumenti musicali, fiori e libri costituiscono un elemento centrale dell’arte beckmanniana: oggetti comuni che assumono una rilevanza particolare e un significato profondo, al pari dei riferimenti teosofici, letterari e storici sinora messi in luce da altri studi. La retrospettiva è inoltre l’occasione privilegiata per ammirare la straordinaria opera grafica di Beckmann, decisiva – come rileva il museo – nell’elaborazione del suo linguaggio maturo, declinato tra sogno e realtà. Max Beckmann (1884–1950). Testimone della storia, Museo d’arte Mendrisio, dal 28 ottobre 2018 al 27 gennaio 2019.
IN BREVE: è in via di chiusura a Chiasso, il 23 settembre, l’omaggio per il centenario della nascita di Achille Castiglioni, designer e architetto italiano le cui creazioni hanno scritto una pagina di storia del design. Memorabili anche i suoi allestimenti, cui la mostra rivolge uno sguardo particolare. Achille Castiglioni (1918–2002) visionario. L’alfabeto allestitivo di un designer regista, m.a.x. museo, Chiasso, dal 31 maggio al 23 settembre 2018.
Ricostruiamo la cappelletta di Gordola «com’era, dov’era» Pubblichiamo integralmente la proposta, precisamente argomentata e sostenuta dall’iniziativa di una raccolta di firme, di ricostruire filologicamente l’antica e amata cappelletta votiva abbattuta illegalmente da una ruspa nello scorso mese di febbraio 2018, nell’ambito dei lavori di costruzione di un complesso residenziale in località «Ponte asciutto» a Gordola, nel locarnese. Brenno Borradori, Francesca Martella R. modo al danno, siamo convinti che l’unica soluzione effettivamente percorribile e degna di supporto sia quella di una perfetta ricostruzione filologica della cappelletta. In sintesi si propone una perfetta ricostruzione, ispirata rigorosamente al motto «com’era, dov’era», tramite un intervento conservativo della parte residua, costituita dal dipinto, e una ricostituzione del manufatto con le misure, le proporzioni e con l’impiego di materiali e tecniche tipiche dell’epoca. Si auspica un approccio simile a quello che Aldo Rossi, in occasione della ricostruzione del teatro La Fenice di Venezia a seguito del devastante incendio, definì «un atto d’amore verso i frammenti superstiti». Grazie a tutte le documentazioni esistenti e alle acquisite conoscenze costruttive dell’epoca a disposizione degli specialisti – in Ticino, per esempio, esiste uno specifico master della Supsi in conservazione e restauro – si potrà giungere, come già è avvenuto e avviene in altri eventi di perdita parziale o totale di manufatti con valenza storica, al risultato di restituire alla popolazione una importante e amata testimonianza del territorio costruito e di riportare la dignità civile in questa vicenda.
Nello scorso mese di febbraio è purtroppo avvenuta la sciagurata e illegale demolizione della cappelletta votiva a Gordola, in località «Ponte Asciutto», senza tenere conto della licenza edilizia che imponeva la tutela del manufatto e dimostrando l’assoluta mancanza di sensibilità nei confronti delle antiche testimonianze storiche, sensibilità che avrebbe dovuto animare, o almeno allertare, tutti coloro che hanno avuto un ruolo in questo evento. Partendo dalla volontà politica, espressa ai media immediatamente dopo lo scempio, la quale dichiarava una ferma intenzione nel cercare di rimediare in qualche Il nostro Paese, n. 335, agosto 2018
Brenno Borradori, Francesca Martella R. Gruppo di sostegno per una ricostruzione filologica della cappelletta
Chi lo desiderasse può aderire alla raccolta di firme lanciata nello scorso mese di luglio. I formulari possono essere richiesti via email al seguente indirizzo: sognalibro@bluewin.ch
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Il nostro Paese 335

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de lege ferenda
 art. 75
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