Source: http://comitatopertaranto.blogspot.com/2014/05/
Timestamp: 2017-09-26 16:10:02+00:00

Document:
Il blog del Comitato per Taranto : maggio 2014
Alunni rione Tamburi sbarcano sul web con «Radio Clic»
Si chiama Radio Clic ed è la stazione radiofonica via internet interamente ideata e realizzata dagli alunni dell’XI circolo didattico di Taranto, nel quartiere Tamburi, che si trova a poche centinaia di metri dallo stabilimento Ilva ed è il più esposto all’inquinamento. Il progetto, che ha coinvolto le classi quarte dei plessi scolastici 'Gian Battista Vico' e 'Grazia Deledda', è stato attuato nell’ambito del Pon 'Radio web', finalizzato a migliorare i livelli di competenza e conoscenza di 24 bambini. Gli alunni si sono cimentati in diversi generi radiofonici, producendo 15 podcast, tra cui un contenitore giornalistico, un programma di intrattenimento, pubblicità no profit, talking radio e un radiodramma in cinque puntate.
"Il tutto – si spiega in una nota della scuola Vico – all’insegna di una linea editoriale che gli stessi bambini hanno voluto totalmente improntata alla positività e focalizzata su Taranto, il quartiere Tamburi e il mondo dell’infanzia in genere", con uno "slogan che ne suggella efficacemente la vitalità: 'Tamburi battentì". La radio, costruita su piattaforma Spreaker.com, è raggiungibile all’indirizzo www.radioclic.tk e permette il download dei singoli podcast, la loro condivisione su Facebook, Twitter e Google+, e l’incorporamento di ciascun contenuto su altri spazi web, tramite apposito codice. (GdM)
Argomenti alunni, Radio Clic, scuola, tamburi
Un po' generico ed impreparato.
Ci si aspettava più lucidità ma... a 87 anni... forse sarebbe troppo.
Rea: anche degli operai Ilva le colpe sul caso Taranto
«Anche gli operai hanno le loro colpe. Come i politici. Come i sindacalisti e gli imprenditori. A Taranto una mostruosità come l’Ilva è stata tollerata da tutti». Ermanno Rea raccontò nel 2002 «La dismissione», lo smontaggio dell’Ilva di Bagnoli. Oggi guarda l’Ilva di Taranto e gli sembra di ritrovarsi ancora lì in mezzo, tra gli operai napoletani con cui andava a mensa. Bagnoli era ormai chiusa quando lui arrivò: gli operai la smantellavano piangendo. Oggi la fabbrica di Taranto, travolta dall’inchiesta giudiziaria sul disastro ambientale e una rete di corruzioni, complicità, silenzi, è strozzata dalla crisi. Rischia di chiudere. E se resta aperta, rischia di inquinare ancora. «Io la chiuderei» dice Rea. «Ma quanti operai ci lavorano?». Quasi dodicimila. «Accidenti. Tanti. Sa, non conosco Taranto, ma seguo questa storia con interesse».
Trova analogie con la sua Bagnoli?«A Taranto la situazione ambientale è più grave di quella del passato a Bagnoli. Bagnoli è separata da Napoli dalla collina di Posillipo. A Taranto le acciaierie sono attaccate alla città. Non che Napoli non abbia subito danni, ma credo in modo infinitamente minore. Un direttore venuto da Taranto introdusse misure di protezione dell’ambiente».
Sensibilità delle Partecipazioni statali. Negli anni Settanta a Taranto costruirono collinette artificiali per separare la vecchia Italsider dal quartiere Tamburi. Non sono servite a molto. Come andò il suo lavoro in fabbrica durante la dismissione?«Vissi un paio di mesi a Bagnoli. Era il 1994. Gli operai diventarono miei amici. Ce n’erano cinquecento per smontare gli impianti. Fui preso dalla storia dell’archivio Ilva: raccoglie parte della storia napoletana dal 1910, con testimonianze di ogni tipo: storie operaie, di sofferenza, di incidenti, lettere di raccomandazione di boss - politici e non politici - per fare assumere questo o quello».
Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?«Con il passare degli anni addirittura un senso più accentuato dell’assenza dello Stato. In Italia non c’è una collettività guidata. Tutto avviene in modo occasionale. Al di là delle varie corruzioni, non si prevede, non si pianifica, non si pensa al domani. Si apre o si chiude una fabbrica in base a convenienze del momento. Bagnoli fu chiusa ma nessuno si chiese: che cosa accadrà dopo? Scandaloso. Non dico che non dovesse essere chiusa, dico che doveva esserci una prospettiva. Una capacità di previsione non c’è mai. È questa la causa di tutto. L’Italia non è riuscita a diventare una nazione. Già alcuni anni prima Bagnoli fu sul punto di essere dismessa. Improvvisamente si decise di investirci oltre mille miliardi di lire. Ma poi la fabbrica fu chiusa».
In vent’anni Bagnoli ha chiuso l’Ilva e aspetta ancora le bonifiche. In venti anni la Germania ha bonificato e riconvertito il vecchio bacino minerario della Ruhr abitato da 11 milioni di persone. Che gliene pare?«Nel libro "La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani", mi sono posto il problema. Ma vediamo il caso Taranto. Io penso che le responsabilità siano anzitutto della classe dirigente. Degli imprenditori. Evidentemente della classe politica. Ma se ci penso bene, anche del sindacato. Ma se vado più a fondo, mi rendo conto che sono pure della cittadinanza. Però anche gli operai hanno le loro responsabilità. È impensabile che si determini una mostruosità gigantesca per anni e anni con il silenzio generale. Ci sono state voci isolate. Le maggiori responsabilità sono di politica e imprenditoria, ma gli altri non sono innocenti».
Quando è stato l’ultima volta a Bagnoli?«Sono tornato recentemente come candidato alle elezioni europee della Lista Tsipras. È triste vedere un’area inerte dove c’era l’Ilva. Un quarto di secolo dopo. E ho saputo che l’archivio sta per essere portato via. Ho lanciato l’allarme proponendo di creare un polo universitario per raccogliere gli archivi di tutte le fabbriche in dismissione nel Mezzogiorno. Sarebbe il centro della memoria industriale del Sud. Un’idea bella, credo, ma irrealizzabile in un Paese in cui non si realizza nulla».
Classe operaia. Che cosa le fanno venire in mente queste due parole pensando a Bagnoli, a Taranto, alle acciaierie?«La domanda rivolta a un vecchio non può prescindere dalla sua storia personale. Io ho militato nel Pci. Oggi il significato di queste parole è cambiato. Se parliamo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, devo dire che la storia non ha cambiato le cose. Il capitalismo è riuscito ad avere mano libera e può produrre nelle aree di massima povertà del pianeta. Noi indossiamo una maglietta fatta in India e dietro quell’oggetto c’è uno schiavismo più bieco dello schiavismo ottocentesco del padrone delle ferriere. La nostra classe operaia è mutata, però abbiamo isole di perversione come l’industria siderurgica; ci riportano ai primi anni del Novecento. Penso a Taranto e alla vita infame degli operai dell’acciaieria, non diversa da quella degli sfruttati in India o in Bangladesh».
Lei è ancora comunista...«No, la parola è obsoleta. Credo profondamente nella collettività. E penso che il privato non debba prevalere sul pubblico».
L’Ilva nacque a Taranto nel 1960. Quasi tutti concordi, nella Dc e nel Pci, che fosse la cosa giusta. Compreso Napolitano. Escluso Amendola. Chi aveva ragione?«Apprezzabile la posizione di Amendola. Il limite di Amendola è stato di non credere molto all’unità d’Italia. Aveva una visione regionalistica del Mezzogiorno».
Oggi uomini di sinistra pensano che l’Ilva di Taranto vada tolta alla famiglia Riva e statalizzata. La convince il ragionamento?«E quando diventa pubblica cosa cambia? Non si tocca il cuore del problema. E il problema è capire se resta fabbrica o viene smantellata, come si risolve la vicenda di dodicimila lavoratori e come si difende la città dall’inquinamento. I pezzi sulla scacchiera sono questi. Certo un mostro di tali proporzioni non può essere un problema del singolo capitalista. È giusto chiamare in causa lo Stato, perché lo Stato deve difendere i cittadini».
Quale lezione può dare Bagnoli a Taranto?«Francamente non lo so. Certo, bisogna far prevalere gli interessi collettivi».
Ha speranza?«La speranza ce l’ho sempre. Al fondo del mio pessimismo c'è dell’ottimismo... Non voglio fare un volgare gioco di parole, semmai sottolineare quanto io sia realmente speranzoso. Non sulla breve distanza, ma sulla distanza più lunga dico che gli esseri umani hanno superato ostacoli di portata inimmaginabile. Non vedo perché l’Italia non possa risolvere i suoi problemi».
Che cosa dice ai cittadini di Taranto?«Da meridionalista orgoglioso sono vicino a loro. Posso dire, al di là dell’ottimismo e del pessimismo: bisogna essere combattivi, avere coraggio, mai girare la testa dall’altra parte. Quando si è convinti di combattere battaglie giuste bisogna andare avanti».
Se la immagina nel 2050 una fabbrica come quella di Taranto ancora lì?«No, qualcosa accadrà. L’umanità qualcosa farà. Me lo faccia dire dall’alto dei miei 87 anni». CdM
Argomenti bagnoli, Ermanno Rea, ILVA, operai
Ilva, intesa sui debiti con le ditte appaltatrici
Un’intesa è stata trovata. Le ditte dell’indotto potranno rifiatare. Le banche pagheranno le fatture che Ilva riconoscerà. Il vertice di ieri mattina in Prefettura a Taranto è stato dunque positivo. «Le banche - dice Vincenzo Cesareo, presidente di Confindustria Taranto - s’impegnano, attraverso la mediazione di Interfidi, a creare nuova finanza, nuove linee di credito, a condizione che l’Ilva certifichi l’esigibilità del credito e accetti la canalizzazione. È un accordo che ci soddisfa».
La crisi di liquidità dell’Ilva ha generato una situazione insostenibile «con un monte crediti pari a 46 milioni di euro che riguarda le imprese pugliesi e tarantine», ha aggiunto Cesareo.Al vertice, che si è concluso poco dopo mezzogiorno, hanno partecipato non solo banche, Confindustria, Prefetto e Ilva, ma anche Interfidi provinciale, Camera di Commercio e Comune di Taranto. Era stato proprio Cesareo, nelle scorse settimane, ad andare in pressing per tentare un punto d’incontro con le banche, visto l’allarme lanciato dalle ditte dell’indotto, alcune sono impegnate in cantieri Aia, che, a causa della paralisi economica della fabbrica, erano entrate in una spirale d’incertezza e preoccupazione.
Un indotto che a Taranto e provincia, conta circa 6 mila dipendenti. Cesareo aveva parlato di una «situazione esplosiva», poiché i pagamenti da parte di Ilva sono in ritardo di almeno quattro mesi e dunque in arretrato sono anche le retribuzioni dei lavoratori. La crisi dell’Ilva non riguarda solo l’indotto. Se da un lato sono stati assicurati i pagamenti ai lavoratori diretti per il mese di maggio, l’arrivo dei bonifici è previsto il 12 giugno, dall’altro nei reparti si vive un clima di ansia e precarietà.
Il presidente degli industriali ionici, 24 ore prima del vertice in Prefettura, ha partecipato all’assemblea nazionale di Confindustria che si è svolta a Roma. In una riunione privata, ha detto chiaramente ai soci, che «se crolla l’Ilva, crolla l’intera industria manifatturiera italiana». Per questo ha chiesto al presidente Squinzi «la massima attenzione per il Caso-Ilva e per Taranto». E mentre ieri mattina in Prefettura veniva siglata un’intesa per far rifiatare le imprese, un gruppo di lavoratori della Itas srl, ditta dell’indotto che conta una sessantina di operai, ha protestato davanti alla direzione Ilva a causa del mancato stipendio. Il loro obiettivo era fermare l’emorragia dell’arretrato.
Ecco perché ieri mattina hanno deciso di organizzare un sit-in. «La situazione qui è complessa - spiega Francesco Rizzo, coordinatore provinciale Usb, che all’interno della ditta, rappresenta almeno la metà dei dipendenti - La Itas srl è totalmente inaffidabile». E per confermare questa affermazione divulga il contenuto dell’incontro avuto con l’Ilva a margine della protesta. Un incontro chiarificatore. «L’Ilva stamattina ci ha riferito che dal 1° aprile al 28 maggio, ha versato alla Itas srl, 540 mila euro - spiega Rizzo - La ditta ora vuole solo pagare lo stipendio di marzo e non aprile, ma questo vuol dire che 4 lavoratori, ad esempio, avranno una busta paga con “zero” euro, e oltre una ventina solo 500 euro».
Da qui la richiesta dell’Usb, che ha accolto il grido di allarme degli operai. «Ora noi chiediamo alla Itas - conclude Rizzo - a fronte del denaro ricevuto dall’Ilva, che venga corrisposto anche lo stipendio di aprile, per far rifiatare i lavoratori. Intanto stiamo già preparando la lettera di diffida e le ingiunzioni al pagamento immediato. Ad Ilva invece chiediamo, di bloccare il prossimo pagamento alla Itas srl, che dovrebbe arrivare nei prossimi giorni, almeno fino a che non saranno saldati gli arretrati ai dipendenti». (GdM)
Argomenti appalti, banche, confindustria, ILVA, indotto, Interfidi, Vincenzo Cesareo
Conferenza stampa del 31maggio 2014 del Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti:
OPERAZIONE “AMBIENTE SVENDUTO”
Il Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti il prossimo 19 giugno si costituirà parte civile nel processo penale scaturito dall'operazione denominata “ambiente svenduto”. Dopo aver fornito agli Organi inquirenti un preziosissimo apporto nella fase delle indagini preliminari, culminato con l'applicazione di misure cautelari ai componenti del cosiddetto “governo ombra” grazie alle dichiarazioni illuminanti di un suo componente, il Comitato vuole essere presente anche nel processo e continuare a tenere il fiato sul collo degli imputati al fine di ottenerne la condanna alle pene severe che meritano per i misfatti commessi. Il tutto nella consapevolezza di rappresentare l'unica forma di energia sana operante in fabbrica a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, a differenze delle organizzazioni sindacali, menzionate nel capo A) di imputazione, già facenti parte del sistema “Archinà”.
Lo scorso 23 maggio è stata deliberata dal Tribunale di Taranto una sentenza storica. Sono stati condannati ex dirigenti dell'Italsider pubblica e dell'Ilva privata a pene severe per le morti e le malattie professionali contratte da lavoratori dello stabilimento esposti ad una serie di agenti inquinanti, tra cui amianto e polveri di amianto. La sentenza accerta fatti verificatisi fino alla fine degli anni novanta e costituisce per il Comitato solo un punto di partenza perché la presenza di amianto in fabbrica è ancora massiccia. Né dà atto lo stesso commissario Bondi nel piano industriale recentemente presentato ai sindacati, lì dove prevede - tra gli investimenti da realizzarsi entro il 2016 - ben 1300 interventi su amianto del valore di diverse centinaia di milioni di euro. A questo proposito, il Comitato seguirà un percorso civilistico, promuovendo un'azione di risarcimento danni per tutte le persone che, dipendenti o ex dipendenti Italsider o Ilva, hanno vissuto la tragedia di patologie correlate alla esposizione all'amianto o ad altre sostanze cancerogene esistenti nello stabilimento. Il Comitato, inoltre, si rivolgerà alla Magistratura penale affinché per il periodo successivo ai fatti contestati nel processo che si è celebrato verifichi la sussistenza di ipotesi di reato a carico non solo della dirigenza Ilva - sia quella privata che quella commissariale - ma anche degli organismi sindacali (inclusi gli R.L.S.) che, pur avendo la responsabilità di intervenire a tutela della salute dei lavoratori e soprattutto di renderli edotti dei rischi connessi all'esposizione agli agenti inquinanti, si sono colpevolmente astenuti dal farlo.
VICENDA “VACCARELLA”
Qualche giorno fa in un fuorionda captato durante la registrazione di un programma televisivo il deputato di Sel ed ex componente della segreteria nazionale della Fiom Giorgio Airaudo si è lasciato andare a parole pesanti sulle connivenze tra organizzazioni sindacali e Ilva. Con riferimento alla vicenda Vaccarella, che è già stata sottoposta all'attenzione della Magistratura, Airaudo sostiene che “l'alterità sindacale della classe operaia è stata totalmente acquistata, comprata ma a colpi di denaro, di consenso, con infiltrazioni malavitose”. Tali affermazioni confermano quanto da noi in proposito sostenuto nel passato, per cui chiederemo alla Procura jonica di ascoltare l'ex sindacalista affinché fornisca tutte le informazioni di cui è in possesso per chiarire una vicenda dai contorni ancora nebulosi.
QUERELA NEI CONFRONTI DEL SEGRETARIO REGIONALE DELLA UIL
A margine della manifestazione del 26 ottobre 2013, finalizzata a sensibilizzare la classe politica sull'effettivo utilizzo dell'aeroporto di Taranto, uno dei componenti del Comitato è stato aggredito con parole ingiuriose e con sputi dal segretario regionale della Uil, Aldo Pugliese. Delle parole offensive e del deprecabile gesto, provenienti da una persona che per età e funzione svolta dovrebbe essere di esempio a cittadini e lavoratori, sono stati testimoni una moltitudine di persone presenti sul posto. È stata sporta querela contro il Pugliese, il quale, dopo accurate indagini svolte dalla Procura
della Repubblica, è stato rinviato a giudizio per ingiurie aggravate. Nel processo, che avrà inizio il prossimo 25 giugno, la vittima del reato sarà costituita parte civile, ma non per lucrare un risarcimento al quale pure avrebbe diritto. Per scelta di questo componente del Comitato e del suo difensore le somme che il giudice liquiderà a titolo di ristoro dei danni subiti e di pagamento delle spese legali saranno interamente devolute in beneficenza.
Argomenti Aldo Pugliese, Ambiente svenduto, amianto, comitato liberi pensanti, Giorgio Airaudo, ILVA, parte civile, uil, Vaccarella
Nei campioni di latte materno della città dell’Ilva, Taranto, “sono stati rilevati superamenti dei valori di azione di diossine Pcdd e Pcdf (policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani) e di Pcb Dioxine like (Policlorobifenili, diossine e simili), su materia grassa, a partire dal 700% fino al 1500% stabiliti per latte crudo e prodotti lattiero caseari”. Il presidente del Fondo Antidiossina Fabio Matacchiera introduce così le conclusioni dell’analisi da parte di centri accreditati di una decina di campioni di latte di mamme “con età superiore ai 33 anni”.
Sui dati dell’associazioni e sul metodo con cui l’indagine è stata condotta, però, interviene il presidente della Società italiana di igiene e medicina preventiva nonché direttore del dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto, Michele Conversano che giudica “sconvolgente” fare un “confronto tra latte materno, latte crudo e prodotti lattiero-caseari” perché “il latte materno non è un alimento come il latte di capra o il formaggio“. Non solo: “Il latte materno – prosegue – ha un valore per cui l’Oms e tutte le organizzazioni mondiali hanno sempre raccomandato che l’allattamento al seno è sempre da preferire a qualsiasi altra alimentazione, qualunque sia il livello di contaminazione del latte materno”. “Noi – aggiunge – abbiamo proposto all’Istituto superiore della sanità, che lo ha approvato, uno studio scientifico sulla ricerca di diossina nel latte materno di 300 donne per valutare la contaminazione nel tempo”. “Il lavoro fatto dalle associazioni – conclude – è meraviglioso nel denunciare il caso ma bisogna essere molto cauti perché sull’allattamento al seno si va a toccare un tasto molto delicato. Il problema è psicologico: non si può toccare la mamma in quel momento”.
Matacchiera rileva che ”anche i tenori massimi sono stati tutti abbondantemente superati fino al 660%. In tutti i campioni di latte delle neomamme di Taranto fatti analizzare dalla Onlus Fondo Antidiossina, sono state riscontrate significative concentrazioni” delle diossine citate, tutte “con valori molto al di sopra dei 6 picogrammi per grammo“, che è il “limite per il latte per adulti”. La media che riscontriamo, infatti, si attesta su valori superiori ai 20-22 picogrammi e fino a valori di 39,992 picogrammi”. Matacchiera ha poi precisato che “la normativa prevede il divieto di commercializzazione e la distruzione di quell’alimento poiché considerato pericoloso per la salute”. Ma secondo il presidente della Società italiana di igiene e medicina preventiva, che è stato anche consulente della procura di Taranto in indagini sull’Ilva, ”anche a coloro che hanno allattato sotto Chernobyl o dopo l’incidente di Bophal, l’Oms ha detto che si deve sempre allattare al seno qualunque sia la contaminazione. Che ci sia a Taranto una contaminazione lo denunciamo noi da 20 anni e, purtroppo, lo sappiamo tutti, ma che si possano provocare delle reazioni naturali nelle donne tarantine che stanno allattando e che stanno ora pensando di avvelenare i loro bambini non è possibile, nessuno se lo può permettere”.
A una delle mamme di Taranto che si è sottoposta all’indagine pilota, spiega Matacchiera, “alcuni mesi dopo il parto è stata diagnosticata una forma grave di tumore che ha reso necessario un intervento chirurgico invasivo al seno”. Il latte analizzato era di una donna di 42 anni che presentava valori molto prossimi a 40 picogrammi su grammo di policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani, pcb e diossine. “Anche alla neonata – ha aggiunto Matacchiera – venivano riscontrati problemi di salute molto gravi. Attribuire le cause di quanto sopra descritto alla presenza significativa di quei congeneri nell’organismo umano, può essere sicuramente un po’ azzardato. Rimane tuttavia la certezza che per un adulto consumare del latte con concentrazioni dei congeneri indicati superiori a 6 picogrammi su materia grassa risulta pericoloso per la sua salute”. E’ normale adesso che “ci si chieda – ha concluso l’ambientalista – che pericolo possa rappresentare per una piccola creatura bere il latte della mamma con concentrazioni di 40 picogrammi. Inoltre, è consequenziale che la preoccupazione cresca al pensiero che il latte per il neonato (a differenza dell’adulto che ne consuma molto poco), rappresenta l’unica fonte di alimentazione intensiva per molti mesi”.
Argomenti diossina, fondo antidiossina taranto, ILVA, latte, latte materno, matacchiera, pcb
L'Ilva è stata condannata a risarcire un gruppo di residenti che abitano vicino allo stabilimento di Taranto per danni da inquinamento. Per la prima volta un tribunale ha riconosciuto come reato il fatto che alle persone sia impedito di ‘godere’ della propria casa e di considerarla un luogo sicuro per colpa dell’inquinamento industriale.
Il processo ha avuto un percorso difficile che ne ha allungato i tempi. Prima di decidere sul caso, il giudice aveva, infatti, affidato una complessa e costosa perizia chimica per accertare che le polveri che negli anni hanno danneggiato l'edificio provenissero davvero dallo stabilimento siderurgico. L'Ilva si era però opposta alla nomina di un consulente residente a Taranto per conflitto di interessi ed il giudice aveva dovuto scegliere un nuovo consulente residente in un altra città.(Rainews)
Il Giudice civile del Tribunale di Taranto ha disposto il risarcimento nei confronti di un gruppo di cittadini residenti in uno stabile del quartiere Tamburi per i danni subiti a causa dell'inquinamento proveniente dall'Ilva. Una prima richiesta stragiudiziale fu avviata sin dal 2006 dagli avvocati Eligio Curci e Massimo Moretti per conto di un condominio del rione, che si trova a poche centinaia di metri dallo stabilimento siderurgico, sulla scorta della sentenza di condanna in sede penale di amministratori e dirigenti Ilva per il reato di 'getto pericoloso di cosè relativa allo sversamento di polveri dei parchi minerali. L'Ilva si oppose ai risarcimento in via bonaria e nel 2008 iniziò la causa civile. Dopo sei anni la sentenza con il riconoscimento del diritto al risarcimento subito a causa dell'inquinamento.
I condomini hanno quindi ricevuto gli assegni relativi ai risarcimenti riconosciuti in sentenza e liquidati da Ilva spa. Somme comprese tra gli undicimila e i quindicimila euro a famiglia, che vanno a risarcire una voce di danno, per la prima volta viene riconosciuto in sede giudiziale, conseguente alla ridotta possibilità di godimento dell'immobile di proprietà a causa dell'inquinamento industriale proveniente dallo stabilimento Ilva. «Una sentenza innovativa - commentano in una nota gli avvocati Curci e Moretti - che costituisce un precedente particolarmente importante in materia, anche perchè il diritto risarcitorio riconosciuto, e mai reclamato da nessun altro, appare difficilmente revocabile in sede di impugnativa, non dipendendo da valutazioni tecniche o da dati che possono essere suscettibili di varia interpretazione». (CdM)
Argomenti condanna, condominio, Eligio Curci, ILVA, Marcello Maggi, Massimo Moretti, risarcimento, tamburi
"Le accuse che mi sono state rivolte mi spaccano il cuore". L'ex ministro dell'Ambiente Corrado Clini, agli arresti domiciliari da lunedì scorso, affida la sua autodifesa a una lettera fatta pervenire ai mezzi di informazione tramite i suoi legali nel giorno dell'interrogatorio di garanzia a Ferrara. "Spero che - aggiunge - ancora una volta i fatti e i risultati del mio lavoro prevalgano sui pregiudizi e sull'ideologia".
La lettera di Clini. Nella missiva, una pagina firmata a penna, l'ex ministro rivendica il lavoro svolto in questi anni, respingendo ogni accusa: "Chiedete alle decine di imprese, dalle più grandi e più note alle più piccole, che hanno realizzato grazie al mio lavoro centinaia di progetti in Italia e nel mondo, con successo. Chiedetelo alle università e agli enti di ricerca in Italia, in Brasile, in Cina, in Iraq, negli Usa, nei Balcani, che hanno collaborato con me in tutti questi anni ed hanno realizzato progetti esemplari che sono un vanto per l'Italia. Chiedetelo anche ai lavoratori dell'Ilva di Taranto, e chiedetelo all'azienda. Chiedetelo ai lavoratori ed alle imprese di Piombino, di Porto Marghera, di Tor Viscosa, di Trieste. Chiedetelo alle centinaia di comuni, alle province, alle regioni con cui ho promosso e realizzato centinaia di progetti locali. Chiedete a tutti questi se sono corrotto".
Tra il 2004 e il 2011 - prosegue l'ex ministro - "ho svolto un'attività di supporto alla formazione" di una Ong impegnata in Iraq: attività per la quale "ho ricevuto la copertura delle spese ed un compenso (non ancora riscosso) finanziati con risorse diverse da quelle del ministero dell'Ambiente". E ancora: "Il mio lavoro è sempre stato finalizzato ad integrare sviluppo economico e protezione dell'ambiente, senza pregiudizi ideologici e vincoli politici, con procedure rapide e trasparenti". Un atteggiamento che "ha suscitato negli anni polemiche e iniziative contro di me, sostenute da chi specula sull'ambiente per convenienza politica con l'appoggio delle burocrazie che vivono di rendita sui ritardi e le opacità delle procedure".
Pubblicato da coxta a 13:55 Nessun commento: Link a questo post
Argomenti arresto, Clini, ministeroambiente
Dacci (e continua a darci) i nostri SLOPPING quotidiani
Luciano Manna, Peacelink:
Slopping Acc1 Ilva Taranto 29.5.14
Argomenti cassazione, ILVA, Ilva Sa, legge Ossola, Riva Fire, sequestro
ILVA, SI TIRA FUORI ANCHE LA CDP
FINTECNA (CASSA DEPOSITI E PRESTITI), BASSANINI: “NON PRESO IN CONSIDERAZIONE INGRESSO IN ILVA”
Dopo le banche, è il turno della Cassa Depositi e Prestiti. “Non abbiamo preso in considerazione l’ingresso di Fintecna nel capitale dell’Ilva”. Lo ha precisato ieri il presidente di CDP in persona, Franco Bassanini, aggiungendo inoltre che ora Fintecna è passata sotto il controllo al 100% della Cassa e risponde “alle stesse regole sulla sicurezza degli investimenti: cioè può intervenire solo dove ci siano le condizioni, solo in società in condizioni di stabilità”. Esattamente l’opposto dell’Ilva Spa. Dunque sfuma, almeno per il momento, una delle tante ipotesi di salvataggio del siderurgico tarantino. Era l’autunno del 2012 quando su queste colonne (con un articolo intitolato “Riva, tra Brasile e Cassa Depositi” pubblicato il 21 novembre 2012) avanzammo l’ipotesi di un possibile intervento dello Stato, tramite la Cassa Depositi e Prestiti, per finanziare i lavori di risanamento degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva previsti dalla nuova “AIA”, rilasciata nell’ottobre dello stesso anno dall’ex ministro dell’Ambiente di allora Corrado Clini. Un’ipotesi che su queste colonne abbiamo sempre presentato come pericolosissima, oltre che inattuabile, visto che si parla dei soldi dei cittadini italiani (oltre 230 miliardi di euro sono stati depositati da 24 milioni di cittadini italiani su un libretto di risparmio oppure investiti nei Buoni fruttiferi postali) e che porta dritti all’idea della nazionalizzazione del siderurgico, caldeggiata ancora oggi dai sindacati.
Tra l’altro, in molti avranno senz’altro dimenticato (o forse non l’hanno mai saputo) che l’intervento diretto della CDP ha rischiato di essere inserito nel testo della legge 89 del 4 agosto scorso, quella con la quale si stabilì il commissariamento dell’Ilva. Parliamo di un emendamento depositato nel corso della conversione in legge del decreto legge del 4 giugno, poi “stranamente” svanito nel nulla. Si trattava di un articolo aggiuntivo - il 2 bis - con il quale si disponeva che il commissario potesse richiedere al Fondo strategico italiano Spa, istituito presso la Cassa Depositi e Prestiti, “in caso di comprovata impossibilità di disporre delle risorse finanziarie della società proprietaria dello stabilimento di interesse strategico nazionale le somme necessarie all’esecuzione delle disposizioni previste dall’AIA. In cambio, come corrispettivo di queste somme sono conferite al Fondo quote azionarie della società proprietaria dello stabilimento che possono eventualmente essere riacquistate dalla società”. Del resto, anche se in forma diversa, è la stessa operazione che è stata varata con l’ultima legge sull’Ilva, la numero 6 del 6 febbraio 2014: il famoso aumento di capitale (l’unica vera strada per un eventuale, quanto improbabile, salvataggio dell’Ilva Spa) attraverso anche e soprattutto la cessione di quote azionarie della società ad investitori terzi interessati a subentrare alla gestione del siderurgico. Dunque, anche la CDP si sfila dal ginepraio in cui si è infilata la vicenda dell’Ilva. Il ragionamento fatto è lo stesso portato avanti da mesi dalle banche esposte finanziariamente per oltre un miliardo di euro nei confronti della società (Unicredit, Banca Intesa e Banco Popolare), che hanno dichiarato in tempi non sospetti di poter eventualmente finanziare il piano industriale 2014-2020, soltanto dopo aver ricevuto precise garanzie sul futuro della proprietà e sull’applicazione del piano ambientale. Investitori italiani ed esteri, a parte le solite boutade che ogni tanto arrivano dal mondo finanziario italiano, non ce ne sono.
E non ce ne saranno.
(Gianmario Leone TarantoOggi 28 05 2014)
Pubblicato da coxta a 19:38 Nessun commento: Link a questo post
Argomenti cassa depositi e prestiti, fintecna, Franco Bassanini, ILVA
Pubblicato da coxta a 13:12 Nessun commento: Link a questo post
Ve lo ricordate il grande mattatore del Circo Clini che a Taranto mise su lo Spettacolo di Stato per salvare i Riva e l'Ilva dalle responsabilità economiche e penali del disastro ambientale?
Oggi è in manette per miserabile peculato!
Qualche suo pezzo tarantino di successo?
Beh, da Ministro dell'ambiente (e medico) fece dichiarazioni-macchietta sull'aumento delle patologie tumorali nel capoluogo jonico che strizzavano l'occhio alle tesi degli avvocati dell'acciaieria tarantina (tipo "tutta colpa dell'inquinamento vecchio...").
Fu tra i burocrati che chiusero tutti gli orifizi per consentire l'approvazione della prima AIA Ilva, scritta da dirigenti e ingegneri della stessa fabbrica ai tempi dell'altro grande circo Prestigiacomo e poi miseramente scoperta con tanto di avvisi di garanzia e rinvii a giudizio.
Nell'inchiesta Ambiente svenduto compare nelle intercettazioni telefoniche dell'ex responsabile per le relazioni con il pubblico Ilva, Girolamo Archinà descritto dallo stesso "come un amico".
A Taranto la notizia non stupisce, e ci fa piacere che l'Italia, qualche volta, si desti e scopra per caso quello che altri liberi cittadini (non solo tarantini) gridavano mentre la democrazia e i diritti venivano calpestati.
Godetevi questa caricatura del superClown con la maschera dello scienziato che interpreta i dati dello studio Sentieri in perfetto stile supercazzola (o alla Don abbondio, per i più colti) per avvalorare la seconda AIA, anche questa interpretata "con leggerezza" e tuttora in gran parte inapplicata grazie alle leggi salvailva e alla gestione mummificata di Bondi.
Da notare la "vicinanza" di Renzi a Clini nella trasmissione di Santoro... Che il circo continui!!
Pubblicato da coxta a 19:37 Nessun commento: Link a questo post
Argomenti arresto, Augusto Calore Pretner, Clini, ILVA, New Eden, peculato, Piera Tassoni
Uno Stato sotto scacco della famiglia Riva (plurinquisita)
Siamo allo scambio di letterine di buoni propositi...
Miseria nazionale.
Argomenti Antonio Gozzi, ArcelorMittal, Arvedi, Cesare Riva, Claudio Riva, Enrico Bondi, ILVA, marcegaglia, Piano ambientale, piano industriale, riva
Lunedì si conoscerà il futuro dell'Ilva, dopo l'incontro di Milano tra il commissario Bondi e la famiglia Riva. Ma oggi a Taranto il tribunale ha condannato 27 ex dirigenti dell'Ilva (una assoluzione) per le morti causate dall'amianto e dalle altre sostanze canCcerogene provenienti dallo stabilimento siderurgico. Le pene più alte sono state inflitte agli ex manager della vecchia Italsider pubblica alla quale subentrò il gruppo Riva. Tra questi, Giovanbattista Spallanzani, condannato a 9 anni.
Il giudice della II sezione penale del tribunale di Taranto Simone Orazio ha condannato in primo grado a complessivi 189 anni di carcere gli imputati per disastro ambientale ed omicidio colposo. Le condanne vanno dai 4 ai 9 anni e mezzo, e hanno colpito gli ex manager e i direttori generali dello stabilimento siderurgico sia dell'era di gestione pubblica sia di quella privata (il gruppo riva acquistò l'acciaieria dallo Stato nel 1995). La pena più alta, 9 anni e mezzo, è andata al manager dell'era pubblica Sergio Noce, 9 anni al suo collega Spallanzani e 9 anni e 2 mesi ad Attilio Angelini, accusati di disastro ambientale e ventuno omicidi colposi, per la morte per mesiotelioma di operai venuti in contatto con fibre di amianto. Ad otto anni e mezzo sono stati condannati Pietro Nardi e Giorgio Zappa, ex dg di Finmeccanica. Fra gli imputati c'era anche il patron Emilio, morto il 30 aprile scorso, suo figlio Fabio Riva e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, entrambi condannati a sei anni di reclusione (e indagati nel procedimento per disastro ambientale in corso).
Secondo l'accusa l'amianto fu usato in maniera massiccia nello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d'Europa, ed è ancora oggi la sostanza killer presente in alcuni impianti Ilva. Nel corso degli anni gli operai non furono formati ed informati sui rischi dell'amianto, non ricevettero sufficienti visite mediche e tutele per la loro salute entrando in contatto con la pericolosa sostanza che in molti caso ha causato malattie e morte. Il giudice ha stabilito una provvisionale nei confronti dell'Inail di circa 3,5 milioni di euro. "Un atto d'accusa durissimo anche per la politica - è il commento del leader dei Verdi, Angelo Bonelli - per una classe politica omissiva e silente".
La notizia arriva poco dopo il termine dell'incontro milanese nella sede del siderurgico. "Senza un futuro per l'Ilva penso ci sia poco futuro per l'Italia nella siderurgia". Lo dice Claudio Riva, uno dei figli di Emilio Riva il 're dell'acciaio' scomparso di recente. Sul tavolo, il piano industriale e ambientale dello stabilimento. "Lunedì prossimo faremo avere al commissario la nostra posizione - ha detto - sicuramente è molto complicato". Riva ha definito la riunione, "interessante e civile". Ma non nasconde le difficoltà. Con il commissario "ci siamo scambiati le reciproche informazioni" ha aggiunto Riva lasciando la sede milanese dell'azienda insieme al cugino Cesare e a una delegazione di legali e consulenti (poco dopo è stato visto uscire anche l'avvocato Giuseppe Lombardi, che nella vicenda segue il commissario Bondi). "La famiglia è molto unita, ci vogliamo molto bene - ha aggiunto - ma il gruppo Riva è un gruppo industriale e di questa vicenda se ne occupa il gruppo e non la famiglia".
La situazione non è facile. E' "drammatica" e "il tempo è scaduto". Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, chiede al governo "di discutere nei prossimi giorni cosa succede nello stabilimento" e di prendere in considerazione l'ipotesi di "forme di esproprio". "Non è una posizione ideologica a favore di un ritorno alla proprietà pubblica - ha precisato Landini, aprendo i lavori dell'assemblea nazionale Rsu Fim, Fiom, Uilm sulla siderurgia - ma possiamo pensare ad un intervento diretto, anche transitorio, dello Stato".
Dopo quelle dei giorni scorsi sollevate dal governatore Nichi Vendola che ha scritto al premier Matteo Renzi, inoltre, una nuova polemica oggi investe il commissario Bondi. Duro il direttore dell'agenzia regionale per l'Ambiente della Regione: "Il commissario mente sui dati dell'Arpa, non abbiamo mai sostenuto che non ci sia un legame tra inquinamento e morti come invece sostiene in una sua relazione". Sotto accusa le parole del commissario che nei giorni scorsi, all'interno di un suo documento aveva negato sia la presenza di veleni a Taranto sia l'esistenza di un nesso causale fra l'inquinamento e l'incidenza dei tumori nello stabilimento.
Assennato in una nota definisce "destituita di fondamento l'affermazione contenuta nel rapporto del dottor Bondi secondo cui Arpa avrebbe escluso ogni nesso causale tra esposizione lavorativa e incidenza di tumori nei lavoratori del reparto officina/carpeteria dell'Ilva. Ciò sia perché Arpa non ha alcuna competenza in merito e non ha avuto comunque richieste specifiche di supporto sul problema, sia perché comunque il monitoraggio ambientale effettuato non può considerarsi adeguato ed esaustivo rispetto al problema". Secondo Assennato, in effetti, rispetto all'incidenza dei tumori sarebbe necessario uno studio epidemiologico rigoroso della durata di almeno un anno e, pertanto, si spinge a ribadire che "le conclusioni del commissario Bondi che escludono il nesso causale tra esposizione dei lavoratori e incidenza di tumori, essendo basate su evidenze non documentate, devono essere considerate puramente autoreferenziali". (Rep)
Nella fabbrica in cui lavoravano a contatto con l'amianto hanno trovato la morte. Per 28 operai dell'Ilva (31 i casi esaminati) il giudice monocratico di Taranto, Simone Orazio, ha riconosciuto il nesso di causalità tra il decesso e l'esposizione al pericoloso cancerogeno. In un arco temporale che abbraccia quasi quarant'anni, i lavoratori hanno dunque inalato le micidiali fibre dell'asbesto, contraendo il mesotelioma pleurico.
Sono 27, invece, gli ex dirigenti dell'Italsider pubblica e dell'Ilva privata condannati per disastro ambientale e omicidio colposo plurimo a pene comprese tra i 9 anni e mezzo e i 4 anni di carcere. Nel corso del dibattimento, durato due anni, sono state ascoltate decine di testimoni che hanno descritto le condizioni in cui si svolgevano le attività industriali nel siderurgico tarantino. Sono stati interrogati lavoratori, medici e tecnici, acquisiti fascicoli e atti per decine di migliaia di pagine. La pena più alta, 9 anni e mezzo di reclusione, è stata inflitta a all'ex direttore dell'Italsider Sergio Noce, di San Michele di Pagana (Genova). A seguire 9 anni e due mesi ad Attilio Angelini, 9 anni a Giambattista Spallanzani e Girolamo Morsillo, 8 anni e sei mesi a Giovanni Gambardella, Giovanni Gillerio, Massimo Consolini, Aldo Bolognini e Piero Nardi.
Quest'ultimo, commissario straordinario di Lucchini Piombino, è indicato tra i manager in lizza per sostituire Enrico Bondi al timone dell'Ilva. Ha avuto 8 anni di reclusione Giorgio Zappa, ex direttore generale di Finmeccanica, mentre è stato dichiarato il non doversi procedere per l'ex patron dell'Ilva Emilio Riva, morto il 30 aprile scorso. Suo figlio Fabio Riva e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso sono stati condannati a 6 anni. La sentenza è arrivata mentre a Milano Claudio Riva incontrava il commissario straordinario dell'Ilva, Enrico Bondi sul piano industriale e ambientale dello stabilimento tarantino.
''Lunedì prossimo faremo avere al commissario la nostra posizione'', ha detto Claudio Riva che ha aggiunto: ''senza un futuro per l'Ilva penso ci sia poco futuro per l'Italia nella siderurgia''. E intanto il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti ha assicurato che il governo "ha le idee chiare e abbiamo già approvato il piano ambientale: faremo di tutto per portarlo a termine". ''Questa - ha intanto commentato il procuratore di Taranto Franco Sebastio - non è una sentenza storica: io non uso slogan giornalistici. Pur ribadendo che è solo una sentenza di primo grado e che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, dobbiamo riconoscere che questa sentenza stabilisce quantomeno che la procura non ha commesso errori nella costruzione delle indagini''. ''La magistratura - secondo il presidente di Peacelink Taranto Alessandro Marescotti - ha affermato il principio di legalità in fabbrica. Vincono le ragioni delle tante vittime.
Perdono gli inquinatori e i loro complici''. I lavoratori, secondo l'accusa, non sarebbero stati adeguatamente informati sui rischi della sostanza cancerogena e non avrebbero ricevuto le necessarie tutele. Ora a Taranto (l'udienza preliminare inizia il 19 giugno) si sta per aprire un altro maxiprocesso per disastro ambientale, omicidi colposi, omissione di cautele contro gli infortuni, concussione e corruzione, che vede coinvolti, oltre ai Riva e ad altri dirigenti, anche rappresentanti politici come il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, assessori e funzionari regionali. Per definire il sistema di potere dell'Ilva, gli inquirenti hanno chiamato l'inchiesta 'Environment Sold Out' (Ambiente svenduto). (ANSA)
Pubblicato da coxta a 20:28 Nessun commento: Link a questo post
Argomenti amianto, Attilio Angelini, capogrosso, condanna penale, fabio riva, Giambattista Spallanzani, Giorgio Zappa, ILVA, Pietro Nardi, Sergio Noce, Simone Orazio
Federacciai boccia la gestione Bondi all'Ilva. E lancia l'allarme: «L'azienda sta per fallire»
Dopo un anno di gestione commissariale di Ilva, il bilancio di Federacciai sulla cura Bondi è nettamente negativo. «Bastava avere l'umiltà di comprendere una verità semplice - ha detto il presidente Antonio Gozzi davanti alla platea degli associati -: senza una proprietà e una governance normale nessuna impresa è capace di generare le risorse necessarie per gli interventi ambientali e per il rilancio produttivo».
Per Gozzi, Bondi è un «commissario che conosce poco la siderurgia». Federacciai lancia l'allarme: Ilva sta per fallire. In un anno la produzione è crollata, l'azienda «perde tra i 60 e i 70 milioni al mese, la sua condotta commerciale ha distrutto capitale circolante per oltre un miliardo e provocato gravi perturbazioni sul mercato». Secondo il giudizio di Gozzi «invece di proporre improbabili piani industriali su alcuni presupposti economicamente discutibili come quello del preridotto», Bondi «avrebbe dovuto occuparsi di ricostruire rapidamente la normalità della gestione aziendale, cercando di mettere insieme una compagine societaria credibile e capace, a cui affidare la stesura del piano industriale e il reperimento delle risorse finanziarie». Per Federacciai ora occorre voltare pagina. «La ricostruzione di un'ipotesi credibile sia dal punto di vista industriale che finanziario», coinvolgendo la famiglia Riva, «richiederà tempo e nella transizione ci sarà bisogno dello Stato per accompagnare il processo - ha concluso Gozzi -. Le prossime settimane saranno cruciali».
Un appello al mondo della siderurgia, perché contribuisca ad alimentare una nuova fase per Ilva. Il viceministro Claudio De Vincenti ha difeso, ieri durante l'assemblea di Federacciai, la scelta commissariale del Governo Letta per gli impianti di Taranto. Sottolineando però, in parallelo, la necessità di aprire, d'accordo con le sollecitazioni del presidente dei siderurgici Antonio Gozzi, una nuova fase. «Con il Governo Letta siamo partiti da un presupposto - ha detto il viceministro -: impedire che Ilva chiudesse, a tutela dell'acciaio italiano. Se oggi possiamo ragionare su un futuro, su una nuova compagine azionaria, è perché Ilva è stata salvata un anno fa». Per De Vincenti ora bisogna affrontare un piano industriale che garantisca competitività e «lavorare al futuro di Ilva. È essenziale il rapporto con il mondo della siderurgia italiano - ha detto il viceministro -. È giusto, a questo punto, chiedere a voi imprenditori di entrare in campo e di giocare questa partita fino in fondo». (Sole24h)
Pubblicato da coxta a 14:39 Nessun commento: Link a questo post
Argomenti Claudio De Vincenti, Enrico Bondi, federacciai, ILVA
Ilva, tumori e malattie: la procura di Taranto apre una nuova inchiesta
Alla vigilia della sentenza per i lavoratori dell'Ilva morti per l'esposizione all'amianto - sono 15 i casi al centro del processo e il verdetto è atteso per domani - la Procura della Repubblica di Taranto apre una nuova inchiesta sulle malattie che potrebbero essere state provocate dall'inquinamento del siderurgico.
A finire sotto la lente della Procura, che ha acquisito alcune relazioni dello Spesal, il servizio di prevenzione dell'Asl, è adesso il reparto di carpenteria dello stabilimento. Qui, secondo le segnalazioni fatte da lavoratori e dalla Fiom Cgil, si sarebbero verificati casi di malattie alla tiroide e di tumore con alcuni decessi.
L'ultimo dei quali è avvenuto nei giorni scorsi: si tratta di Nicola Darcante, operaio tarantino, che si era ammalato di tumore a novembre scorso. Per il reparto carpenteria dell'Ilva, al centro della nuova indagine, sono due le relazioni del Servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro (Spesal) dell'Asl consegnate al procuratore Franco Sebastio. La prima relazione risale a gennaio scorso, la seconda, invece, è di due giorni fa e conterrebbe nuovi elementi che hanno portato all'avvio di indagini della Procura. Si occupa dell'inchiesta sul reparto carpenteria il sostituto procuratore Antonella De Luca della sezione specializzata sugli infortuni sul lavoro. Dovranno essere fatti degli accertamenti medico-scientifici per capire se esista o meno un nesso tra i casi di tumore e di disfunzioni alla tiroide e il lavoro all'interno del reparto carpenteria Ilva.
Una situazione che è anche citata dal commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, nella relazione sull'andamento dell'azienda nel primo trimestre 2014 resa nota martedì scorso. Sul punto specifico Bondi afferma che relativamente alla "mansione di carpentiere e vetroresinatore ed il carcinoma tiroideo presso l'area carpenteria, si è immediatamente provveduto ad effettuare - con gli enti sociali competenti, con il Politecnico di Torino e con ditte terze specializzate - i monitoraggi ambientali presso l'area oggetto". Bondi dice che gli "esiti negativi in tal senso sono stati divulgati, da ultimo, anche dagli organismi di controllo (Arpa e Asl) intervenuti sempre su richiesta delle organizzazioni sindacali". Per il commissario dell'Ilva, quindi, "l'esito delle indagini, allo stato attuale, esclude un'esposizione dei lavoratori agli agenti inquinanti". (Rep)
Pubblicato da coxta a 14:35 Nessun commento: Link a questo post
Argomenti ILVA, inchiesta, Nicola Darcante, procura, tumori
Pubblicato da coxta a 10:26 Nessun commento: Link a questo post
Il marito e i due figli di Giuseppina Smaltini, una donna tarantina morta di leucemia il 21 dicembre 2012 (del caso si è occupata anche la Corte di Strasburgo) hanno citato l’Ilva a comparire dinnanzi al Tribunale Civile di Taranto.
I familiari della vittima sostengono che la malattia sia stata causata dalle emissioni prodotte dal Siderurgico. Il giudice Pietro Genoviva, titolare della causa nonché presidente della sezione civile del Tribunale, ha nominato come Ctu (Consultente tecnico d'ufficio) il prof. Franco Silvestris, Primario del Reparto di Clinica Oncologica dell’Università di Bari, affinché «verifichi se sussiste il nesso causale fra le immissioni nocive nell’aria di Taranto e il decesso della signora Smaltini».
Gli eredi hanno nominato, quale proprio consulente di parte, il dott. Patrizio Mazza, Primario del Reparto Ematologico del San Giuseppe Moscati di Taranto, mentre l’Ilva ha nominato il Prof. Leonardo Soleo, Ordinario di Medicina del Lavoro, anch’egli dell’Università di Bari.
Le operazioni peritali hanno avuto inizio e il consulente dell’Ilva ha già presentato le proprie conclusioni. In una nota Elisa Delillo, figlia di Giuseppina Smaltini, fa presente che «il prof. Mazza conosce bene la situazione sanitaria a Taranto e ha potuto assistere a centinaia di morti a causa delle leucemie. Solo negli ultimi 3 anni vi sono stati oltre 500 decessi per malattie ematologiche. Un dato agghiacciante che non può escludere un nesso di causalità con le emissioni prodotte dall’Ilva».
La famiglia della signora Smaltini si augura «che il prof. Silvestris possa fare luce su una vicenda che ormai dilania l’esistenza di migliaia di famiglie tarantine». (GdM)
Argomenti corte europea, Elisa Delillo, Franco Silvestris, Giuseppina Smaltini, ILVA, Leonardo Soleo, leucemia, mazza, Pietro Genoviva
Riva: rinvio al 7 luglio inizio processo su frode fiscale 52 mln
L'accusa nei confronti degli imputati e' di aver violato l'articolo 3 della legge 74/2000, che punisce (da 18 mesi a 6 anni) chi, al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l'accertamento, indica elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. In questo caso, l'accusa e' di aver "creato" elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse. Nel dettaglio, per l'accusa, "al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l'accertamento (consistenti nella contabilizzazione di un'operazione apparentemente aleatoria ma in realta' artatamente programmata per realizzare 'sicure' perdite 'fittizie' in Italia)", gli imputati "ponevano in essere una complessa operazione di finanza strutturata, all'unico scopo di consentire alla consolidata Ilva spa l'abbattimento del reddito (modello UNICO 2008), mediante l'utilizzazione di elementi passivi fittizi per 158.979.433 euro e conseguentemente per la consolidante Riva Fire spa (modello CNM 2008), una pari riduzione della base imponibile e un'evasione di imposta Ires pari a 52.463.213 euro", come riportato nel capo di imputazione. Per la procura di Milano, sarebbe quindi stata "organizzata e pianificata un'articolata serie di contratti, tutti economicamente collegati tra loro, cui partecipavano i seguenti soggetti economici: la societa' consolidata Ilva spa di Milano, la tedesca Ilva FinanzBeteiligungen Gmbh (acquistata solo l'8 maggio 2007, pochi giorni prima del closing dell'operazione) e la portoghese Taggia X Consultadoria economica e partecipacoes, Unipessoal Lda di Madeira (partecipata dal gruppo Deutsche, ma di fatto sottoposta all'influenza dominante della Ilva), che prevedeva nel contempo sia la strutturazione di derivati, sia l'esistenza di investimenti finanziari, all'esito dei quali (i contratti prevedevano una scadenza contestuale a fine esercizio), si realizzata l'effetto di dislocare utili del gruppo Riva sulla societa' portoghese e contabilizzare altrettante perdite nei bilanci della italiana Ilva di Milano". In pratica, secondo la procura di Milano, non si intaccavano gli utili del gruppo, ma utili fatti in Italia venivano spostati all'estero, per sfruttare un regime fiscale piu' favorevole, si creavano cosi' perdite in Italia per pagare meno tasse nel nostro Paese. Il risparmio fiscale per il gruppo, grazie a queste operazioni datate 2007 per essere dichiarate nel 2008, sarebbe stato appunto di poco piu' di 52 milioni di euro. (Borsaitaliana)
Ilva, frode da 100 milioni il Ministero arriva tardi. Il giudice: no parte civile
Il ministero dello Sviluppo economico è parte civile, solo per quanto riguarda le persone fisiche, nel processo milanese a carico di Fabio Riva, di altre due persone e della società Riva Fire, la holding che controlla l'Ilva di Taranto, con al centro una presunta truffa allo Stato da cento milioni di euro.
Lo ha stabilito il giudice della terza sezione penale del Tribunale di Milano, che ha accolto la richiesta dei legali del ministero. Respinta, invece, l’istanza di costituzione come parte civile di Simest, società controllata dalla Cassa depositi e prestiti, e del ministero dello Sviluppo economico per quanto riguarda le società in quanto “le domande sono state presentate in maniera tardiva”. No anche alla citazione della società Riva Fire come responsabile civile.
Secondo l’accusa, sarebbe stata creata una società ad hoc, l’Ilva Sa, per aggirare la normativa sull'erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero. (GdM)
Pubblicato da coxta a 20:18 Nessun commento: Link a questo post
Argomenti cassa depositi e prestiti, evasione fiscale, fabio riva, ILVA, Ilva FinanzBeteiligungen, milano, ministero sviluppo, parte civile, processo, Riva Fire, Simest, Taggia X, Unipessoal
Puglia, Galletti: “Stiamo monitorando situazioni Ilva e rifiuti”
Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che oggi si trova in Puglia per una serie di incontri, è intervenuto anche sulla questione dei rifiuti interrati in Salento.
“Noi stiamo monitorando il problema dell’interramento dei rifiuti, sappiamo che ci sono cinque siti nelle varie zone già individuati, terremo sotto controllo la situazione, c’è la massima attenzione da parte del governo”. Galletti ha espresso preoccupazione anche per la situazione dell’Ilva. “Fra i primi atti che ho fatto come ministro per l’Ambiente c’è stata l’approvazione del piano ambientale dell’Ilva, che è il primo passo per l’approvazione del piano industriale”, ha detto. “Prima si dice che cosa bisogna fare per la salvaguardia dell’ambiente e quanto costa fare quegli interventi. E su questo si costruisce un piano industriale che tiene conto degli investimenti ambientali e degli investimenti anche dal punto di vista produttivo che bisogna fare per rilanciare l’azienda. E’ quello che stiamo provando a fare e questa è una grande sfida per l’Italia. Se noi dimostriamo che da uno scempio ambientale come quello che è stato l’Ilva, noi riusciamo a ricostruire un’impresa che tiene l’occupazione, credo che daremo un ottimo esempio e faremo scuola con l’Ilva. Certo l’impresa è molto difficile e molto lunga, ma ci stiamo provando”. (Puglia24)
Pubblicato da coxta a 20:14 Nessun commento: Link a questo post
Argomenti Gian Luca Galletti, ILVA, rifiuti
Argomenti articolo, El Pais, ILVA, inchiesta, tamburi
Lunedì 19 maggio alle ore 12:00 terremo una conferenza stampa presso la sala convegni dell'ospedale San Giuseppe Moscati di Taranto.
Alla presenza del direttore generale ASL dott. Scattaglia, del direttore sanitario dott.ssa Leone e del primario di oncologia dott. Pisconti, consegneremo al reparto oncologico un emogasometro portatile che abbiamo potuto acquistare grazie alle donazioni ricevute sia l'1 maggio che successivamente.
Una gara di solidarietà a cui hanno partecipato molti tarantini anche fuori sede e abitanti di altre città che hanno compreso che il loro contributo non sarebbe stato sprecato in alcun modo. Ognuno ha dato ciò che ha potuto e insieme abbiamo raggiunto un importantissimo obbiettivo.
Argomenti comitato liberi pensanti, emogasometro, Leone, Pisconti, Scattaglia
Ilva, folla e lacrime per il saluto a Nicola
Pianti, lacrime. E sinistre profezie: «stiamo sempre ad applaudire uno di noi quando esce in una bara dalla chiesa. Alla fine, l’ultimo, si batterà le mani da solo». A dirlo è stato uno degli operai dell’Ilva che ieri pomeriggio hanno partecipato ai funerali di Nicola Darcante, il 39enne strappato alla vita da un tumore alla tiroide che gli era stato diagnosticato appena sei mesi fa.
Darcante lavorava nel reparto Ocm-Cap (Officina centrale di manutenzione-carpenteria) dell’Ilva di Taranto all’interno del quale operano 150 persone, 6 delle quali hanno già saputo di aver contratto il cancro.
Si tratta del reparto nel quale negli ultimi mesi si sono verificati, secondo un esposto presentato qualche settimana fa dalla Fiom Cgil al Dipartimento di prevenzione dell’Asl, allo Spesal, all’Arpa e all’Ordine dei medici, sei casi di tumore (quello di Darcante e di altri cinque) e di disfunzione alla tiroide tra gli operai.
Darcante, che lascia la moglie Stefania Corisi e due figlie, aveva scoperto di avere un carcinoma alla tiroide il 9 novembre 2013, ma aveva continuato a lavorare nello stabilimento sino a quando non era stato costretto a lasciare definitivamente l'attività per un primo intervento a Pisa, a fine novembre. All’operazione erano seguite terapie e ricoveri in diverse strutture tra le quali l’ospedale 'Moscatì di Taranto, dove è morto la notte scorsa.
«La verità - hanno detto però alcuni compagni di Darcante ieri al funerale - è che alcuni di noi non hanno ancora fatto gli accertamenti perché hanno paura di ricevere brutte notizie».
Al rito funebre, celebrato da don Nicola Preziuso nella chiesa Gesù Divin Lavoratore del rione Tamburi, ha preso parte anche il segretario provinciale della Fiom Donato Stefanelli che alcuni mesi fa aveva chiesto all’Asl e allo Spesal di effettuare verifiche in quello che si sta rivelando un vero proprio reparto della morte. «Non abbiamo mai avuto risposta dagli organi ispettivi» ha detto ieri Stefanelli, aggiungendo che «invece l’azienda dopo una serie di richieste ha effettuato anche dei carotaggi: i risultati sono stati inviati anche all’Arpa e alla Procura ma non sono stati condivisi con i sindacati».(GdM) (GdM)
Ecco il video delle emissioni odierne alle ore 12 dall'Ilva. (Peacelink)
Argomenti asl, divin lavoratore, funerale, ILVA, Nicola Darcante, operaio, peacelink, spesal, tumori, video

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza