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Controversie con le compagnie telefoniche: facciamo il punto della situazione - emiliocurci.net - portale di informazione, consulenza e assistenza legale dello studio dell'Avvocato Emilio Curci
pubblicato 29 nov 2012, 08:42 da Emilio Curci [ aggiornato in data 29 nov 2012, 08:42 ]
In un momento, come quello attuale, in cui gli strumenti di telecomunicazione sono ormai diventati parte integrante della nostra vita, è sempre più frequente la possibilità di imbattersi in problemi legati alla fornitura del relativo servizio da parte dei vari fornitori presenti sul mercato, sia di telefonia fissa che mobile.
Proviamo, pertanto, a fare un punto complessivo della situazione per comprendere di quali strumenti può disporre il consumatore per difendersi da eventuali inadempimenti o irregolarità di cui si renda responsabile l'erogatore dei servizi telefonici (es: mancata attivazione o irregolare fornitura del servizio, richiesta illegittima di pagamenti, ecc..).
E' bene subito dire che, prima di attivare qualsiasi iniziativa di carattere giudiziale per far valere i propri diritti che ritiene siano stati violati, l'utente/consumatore, deve necessariamente espletare un tentativo di conciliazione.
Segnaliamo, in ogni caso, l'esistenza di un filone giurisprudenziale secondo cui il ricorso alla procedura di conciliazione non costituisca una condizione di procedibilità per accedere all'azione giudiziaria, ma ne rappresenti una mera alternativa.
Tra queste ricordiamo Giudice di Pace di Bologna, Sezione 3, sentenza 18 gennaio 2008, n. 424 che ha affermato:
In tema di controversie relative a rapporti contrattuali intercorrenti tra utenti consumatori e compagnie telefoniche, l'obbligatorietà del tentativo di conciliazione ai sensi della delibera 182/02/ CONS, dell'Autorità di Garanzia delle comunicazioni istituita con la Legge n. 249 del 31 luglio 1997, non può in ogni caso sostituirsi alla procedura ordinaria o costituirne presupposto processuale, ma va inquadrata come mera alternativa alla medesima procedura la cui scelta rimane a discrezione dell'utente.
Per ulteriori approfondimenti in materia è, comunque, possibile consultare la pagina del sito ufficiale dell'Agcom in materia di contenzioso.
Non ci soffermiamo sull'aspetto pratico delle modalità di compilazione della domanda, se non per ricordare che l’istanza, a pena di inammissibilità, deve essere sottoscritta dall’utente (allegando copia di un documento di identità) o, per le persone giuridiche, dal rappresentante legale, ovvero da un rappresentante munito di procura speciale, conferita con atto pubblico o con scrittura privata autenticata.
Al fine di orientarsi sui possibili esiti delle controversie riteniamo, pertanto, utile fornire una panoramica sulle questioni che più di frequente vengono trattate in sede giudiziaria ed i relativi orientamenti giurisprudenziali suddivisi per argomento.
- Competenza territoriale per l'introduzione delle controversie
In caso di utenza privata la competenza territoriale è quella del domicilio del consumatore, anche se la stessa è definita come utenza affari dall'operatore. Il criterio per distinguere le due tipologie è rappresentato dall'importo della tassa di concessione governativa (5,16 € per i privati e 12,91 € per i professionisti).
Si legga in proposito la sentenza del Giudice di Pace di Catanzaro n. 1560 del 21.10.2008 che afferma:
Il decidente Ufficio è competente ratione loci a conoscere del caso de quo in quanto il contratto di telefonia mobile è stato stipulato per uso privato e non per uso affari. In proposito v. art. 21 D.P.R. n° 641/1972 e Risoluzione n° 44/E del 12.02.2008 dell’Agenzia delle Entrate dai quali emergono due differenti scaglioni della tassa di concessione governativa: € 5,16 per utenza residenziale ed € 12,91 per utenza affari. Tra l’altro nel caso de quo, la Wind applica in bolletta il primo scaglione riconoscendo così un servizio di telefonia mobile per uso privato (v. in proposito fattura Wind n° 2008T000936442 del 17.07.2008 prodotta agli atti dall’attrice). Trova così qui albergo l’applicazione dell’art. 63 D. Lgs. n° 206/2005 c.d. Codice del Consumo e non la norma generale di cui all’art 19 c.p.c., per come, invece, sostenuto dalla Wind nella propria letteratura difensiva.
Diversamente, in caso di utente professionista non si applica tale principio, bensì quello previsto dall'art. 19 c.p.c. ed ossia la competenza si individua facendo riferimento al luogo ove insiste la sede principale dell'attività.
Si legga in proposito Tribunale di Milano, sentenza , sezione Seconda, del 05.10.2011 che afferma il seguente principio:
Sulla controversia fra la compagnia telefonica e il professionista è competente il foro dove ha la sede centrale l’azienda. Non opera quello esclusivo del consumatore né rileva la presenza di filiali in altre province. Infatti in ordine ai criteri per l'individuazione del giudice territorialmente competente, nel caso in cui convenuta sia una persona giuridica e non si applica il foro esclusivo del consumatore, non ricorrendone i presupposti di legge, ricorrendo, nel caso di specie, la qualità di professionista in capo all'attrice ed avendo la stessa stipulato il contratto per la somministrazione di servizi di telecomunicazione per esigenze professionale avendolo stipulato per il proprio studio legale, diviene pienamente applicabile il foro generale di cui all'art. 19 del Codice di procedura civile.
- Credito residuo in caso di cambio operatore telefonico
In caso di cambio di operatore telefonico l'utente non perde il diritto alla restituzione del credito residuo presente sul suo numero e, pertanto, il relativo importo, non può essere trattenuto dal vecchio fornitore dei servizi.
Tale principio, tra le altre è sancito nella sentenza resa dal Consiglio di Stato, Sezione 3, del 5 aprile 2011, n. 2122 di cui riportiamo, di seguito la massima:
L'obbligo di restituzione del credito residuo da parte delle compagnie telefoniche deve ritenersi un'implicita modalità attuativa di quanto disposto dai commi 1 e 3 dell'art. 1 del D.L. n. 7 del 2007, convertito nella L. n. 40 del 2007. Ed infatti, dal primo comma dell'art. 1, nella parte in cui prevede che nei contratti di telefonia, di reti televisive e di comunicazioni elettroniche è vietata la previsione di limiti temporali massimi di utilizzo del traffico telefonico o del servizio acquistato, si desume il principio della conservazione del credito acquistato dall'utente il quale può, quindi, sempre disporne, sia che receda sia che aderisca alle offerte di un operatore concorrente, con la conseguenza che il diritto degli utenti alla sopravvivenza del credito residuo è riconosciuto anche nell'eventuale scioglimento del rapporto contrattuale. La norma di cui al successivo comma 3 dell'art. 1 poi, nel sancire la facoltà di recesso e di trasferimento delle utenze in assenza di vincoli temporali o ritardi non giustificati, nonché senza spese non giustificate da costi dell'operatore, ulteriormente conferma la sopravvivenza del credito residuo rispetto allo scioglimento del rapporto contrattuale con il singolo operatore e determina il diritto alla sua restituzione per l'utente che recede, oltre che alla sua portabilità nel caso di trasferimento dell'utenza. Di talché, sebbene l'obbligo di restituzione non sia espressamente previsto dal citato art. 1, esso discende comunque direttamente dal divieto legislativamente imposto agli operatori, dal comma 1 dell'art. 1, di prefissare unilateralmente limiti temporali massimi all'utilizzo del traffico telefonico o del servizio acquistato, atteso che la ratio dalla succitata norma sarebbe frustrata se, al suddetto obbligo, non si accompagnasse quello di restituire all'utente o di trasferire al nuovo operatore il credito residuo.
Del resto, la sopravvivenza del diritto dell'operatore a conservare gli importi residui verrebbe anche ad ostacolare la realizzazione di una concorrenza effettiva sul mercato di riferimento, creando degli ostacoli alle scelte degli utenti che, laddove sapessero di non poter recuperare la parte di traffico non consumato, difficilmente abbandonerebbero l'operatore con cui hanno stipulato il contratto di ricarica per passare ad altro operatore che propone sul mercato offerte più convenienti.
- Disservizi nella fornitura telefonica e risarcimento del danno
Qualora l'operatore telefonico eroghi male il proprio servizio, oltre al danno materiale, può essere riconosciuto all'utente un danno esistenziale determinato dalla limitazione delle sue normali attività.
A tale proposito segnaliamo Tribunale di Roma, Sezione 10, sentenza 22 settembre 2010, n. 18741 che afferma quanto segue:
Per danno esistenziale si deve intendere una perdita di benessere, un cambiamento in senso peggiorativo delle proprie abitudini di vita o dei propri rapporti interpersonali in quanto provoca una perdita o una limitazione delle normali attività con cui si realizza la persona umana. Tale danno è senza dubbio configurabile in ipotesi di ritardata attivazione del servizio telefonico che è un inadempimento contrattuale in cui il danno esistenziale che ne deriva consiste non solo nell'impossibilità di disporre subito del servizio, ma anche nei disagi che l'utente deve affrontare sia per provvedere diversamente sia per sollecitare la società ad adempiere.
In caso di interruzione del servizio da parte delle compagnie spetta a queste ultime l'onere della prova che ciò sia avvenuto per un causa a loro non imputabile e, in mancanza, il cliente ha diritto al risarcimento di un danno proporzionale alla durata dell'interruzione del servizio.
Così ha statuito il Giudice di Pace di Milano, Sezione 3 con sentenza 20 febbraio 2010, n. 3580:
Il contratto di utenza telefonica ha la natura di un contratto di somministrazione continuata e la società fornitrice è tenuta, secondo buona fede, all'esecuzione del rapporto. Tuttavia, nel caso in cui l'utente lamenti la interruzione del servizio la compagnia somministrante è tenuta a fornire la prova che l'interruzione del servizio è dipesa solo da una causa a sé non imputabile. In difetto di tale prova l'inesatto adempimento del contratto di somministrazione espone la società fornitrice a responsabilità e la obbliga a risarcire i danni cagionati all''utente. La liquidazione dei danni, nel caso di specie, tiene conto della impossibilità per l'utente di attendere alle normale occupazioni giornaliere e della durata del disagio.
Il danno esistenziale è stato riconosciuto in favore dell'utente anche in caso di ritardata attivazione del servizio di telefonia. Tra le varie pronunce segnaliamo Giudice di Pace di Pozzuoli, sentenza 21 luglio 2004 che afferma:
In caso di ritardata attivazione della linea telefonica da parte della Telecom all'utente compete il pagamento dell'indennizzo contrattualmente previsto per ogni giorno di ritardo nella prestazione del servizio. Non compete invece il risarcimento del danno esistenziale per il disagio causato dal disservizio. La funzione riparatoria del danno esistenziale infatti, si ha soltanto nei casi in cui si verta in tema di diritti costituzionalmente garantiti o in presenza di beni che ricevano una specifica protezione costituzionale. Il danno esistenziale si riferisce a “sconvolgimenti” delle abitudini di vita e delle relazioni interpersonali provocate da fatto illecito e si traduce in «cambiamenti peggiorativi permanenti, anche se non sempre definitivi» delle stesse e, va provato nei suoi stessi presupposti.
Non è infrequente che gli utenti si trovino attivati sulla propria linea servizi non richiesti. Ciò è evidentemente in contrasto con quanto previsto dall'art. 57 del Decreto Legislativo n. 206 del 2005 (Codice del Consumo), secondo il quale il consumatore non è tenuto a nessuna prestazione corrispettiva in caso di fornitura non richiesta e che, in ogni caso, l'assenza di risposta ad un'offerta da parte del consumatore non implica mai il suo consenso.
Naturalmente anche in questi casi si configura un danno contrattuale e, ove dimostrato un danno esitenziale. Sul punto si è già formata giurisprudenza, soprattutto dei Giudici di Pace.
Tra le sentenze segnaliamo Giudice di Pace di Senigallia, sentenza n. 281 del 2009 che afferma:
In conclusione, dall'esame della docuemntazione in atti e dall'istruttoria, è emerso che la W.T. S.p.A., gestendo i dati personali dell'attore, senza alcuna sua autorizzazione, ha attivato un contratto a nome del M.P. Senza che il medesimo avesse sottoscritto alcunchè con la stessa e, cosa ancor più grave, si è spinta sino al distacco materiale della linea telefonica domestica dell'attore.
Sul risarcimento del danno patrimoniale subito, l'attore si è dovuto presentare davanti al CO.RE.COM. delle Marche sostenendo delle spese che non avrebbe effettuato se la controparte si fosse comportata linearmente e, pertanto, per la documentazione presentata, appare giustificata la pretesa di € 530,00.
Sul risarcimento del danno non patrimoniale, per quanto emerso in istruttoria, tenuto conto delle circostanze negative vissute dall'attore nel periodo di disattivazione immotivata delle linea telefonica, si deve ritenere che sussistano le condizioni di risarcibilità di cui all'art. 15 co. 2° D.Lgs. n. 196/03, che espressamente prevede il danno non patrimoniale in caso di violazione delle norme che tutelano la raccolta ed il trattamento dei dati personali. Tale danno, considerato che per ben 39 giorni l'attore è stato privato abusivamente della linea telefonica ed internet nella propria abitazione, e considerato che la convenuta ha violato i diritti dell'attore alla propria privacy appare equo e giusto quantificarlo nella misura di € 1.000,00.
e Giudice di Pace di Pozzuoli, sentenza del 15.06.2011 nella quale si legge:
Va, pertanto, dichiarata l’inesistenza del contratto tra l’attore Buongiorno Mario e la convenuta Spa Telecom Italia, relativamente al “contratto Alice Day”. In conseguenza, la domanda proposta dall’attore va accolta e la Spa Telecom Italia va condannata alla restituzione della somma di € 30,88, indebitamente percepita. Su detta somma sono dovuti gli interessi legali dalla domanda fino all’effettivo soddisfo.
- Fatture contenenti addebiti illegittimi
altro problema non infrequente è costituito dalla presenza in bolletta di addebiti indesiderati. Tali addebiti possono essere provocati da varie cause tra cui la presenza di "dialers" (ovvero programmi che si installano sui computer all'insaputa dell'utente e fanno partire costose chiamate a numeri speciali) ovvero dal malfunzionamento dei sistemi di rilevazione del traffico.
Sebbene in materia vi sia una presunzione di buon funzionamento di tali sistemi spetta, dunque, all'utente la prova del contrario.
Tale principio è stato affermato anche dalla Corte di Cassazione (Cass., Sez III, 28/01/2003 n. 1236) la quale ha precisato che l’utente è comunque ammesso a provare che non gli sono addebitati gli scatti risultanti dalla corretta lettura del contatore funzionante.
In tal caso però l'utente dovrà dimostrare che nel periodo ai quali gli addebiti si riferiscono un terzo, a sua insaputa abbia utilizzato la linea producendo traffico indesiderato.
A mitigare tale principio la giurisprudenza ha comunque, affermato che tra gli obblighi del fornitore del servizio telefonico, oltre alla fornitura del servizio stesso, via sia anche un autonomo dovere di garanzia della sicurezza delle linee in riferimento a possibili intrusioni da parte di terzi.
In virtù di tale orientamento l’addebito dei costi all'utente è assolutamente illecito e l’abbonato avrà diritto alla ripetizione dell’indebito versato in favore del proprio gestore di servizio telefonico che non lo ha adeguatamente tutelato.
Tra queste segnaliamo: Giudice di Pace di Foggia, sent. 17 giugno 2004; Tribunale La Spezia, 23 settembre 2004; Giudice di Pace di Corigliano Calabro, 31 ottobre 2006.
- L'addebito delle spese di spedizione della bolletta telefonica
Un'altra questione piuttosto frequente è rappresentata dall'addebito delle spese di spedizione del conto telefonico regolarmente praticata dai fornitori dei servizi.
Su tale punto la giurisprudenza di merito è abbastanza conforme ritenendo tale pratica illegittima.
Tra le altre sentenze segnaliamo Giudice di Pace di Cosenza, sentenza 21 aprile 2004 ove si legge:
E’ illegittimo pretendere dall’abbonato il pagamento delle spese postali di spedizione della bolletta telefonica stante la contrarietà della relativa clausola contenuta nelle condizioni generali di contratto all’art. 21, comma 8, del DPR 633/1972 in materia di Iva. L’indebito arricchimento ottenuto dal gestore comporta il diritto del consumatore ad ottenere la ripetizione di quanto pagato oltre al risarcimento del danno conseguente alla lesione dell’obbligo di correttezza nell’adempimento ex art. 1175 c.c. e dei principi posti dalla Legge 281/1998.
e Giudice di Pace di Bologna, sentenza 6 gennaio 2003 che afferma: Addebitare all’utente le spese di spedizione postale della fattura è condotta che viola quanto disposto dall’art. 21, c. 8, DPR 633/72, con conseguente diritto del consumatore alla restituzione di quanto versato. La circostanza che l’addebito sia richiesto in violazione di una norma di legge rende irrilevante al fine del decidere ogni giudizio in merito alla presunta vessatorietà dell’art. 30 del regolamento approvato con D.M. 8.5.97 n.197.
Segnaliamo, però, che la Corte di Cassazione, in più occasioni, ha invece ritenuto legittima tale pratica nel caso in cui il cliente richieda come forma di invio del conto telefonico la spedizione per posta ordinaria e non con altre forme (es: e-mail).
Tra le altre si legga Cass. Civ. sez. III n. 3532/2009 che afferma: Per converso, le norme che nella legge iva determinano la base imponibile e le esclusioni del computo della base imponibile permettono di ritenere che, se le parti prevedono come forma di consegna della fattura la sua spedizione ed il costo ne è anticipato da chi la emette, il relativo rimborso non fa parte della base imponibile (art. 15 n. 3 della legge iva). A questo riguardo, si deve considerare che, in rapporto all'art. 1182 cod. civ., l'obbligazione di pagamento del costo del servizio telefonico va adempiuta al domicilio del creditore né importa che non sia già conosciuta dal debitore, bastando ai fini della applicazione del terzo comma dell'art. 1182 cod. civ. che la somma dovuta alla scadenza sia determinabile in base ai criteri stabiliti nel contratto. E perciò se le parti si accordano invece nel senso che il pagamento possa essere fatto dall'utente dietro ricevimento della-fattura che a spese dell'utente e mediante spedizione per posta'' gli è inviata dal gestore, questa spesa che per contratto deve essere sopportata dall'utente è anticipata dal gestore e così rientra tra quelle cui si applica l'art. 15 n. 3 della legge iva.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 21
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1175
 sentenza 
 Cass.