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Timestamp: 2017-11-19 12:13:26+00:00

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IDENTITADIPARTI
Giudicato –istanza di revocazione – presupposti – identità di parti – valutazione di fatti e circostanze analoghe – irrilevanza – conseguenze - inammissibilità del ricorso.
Poichè la sentenza emessa a definizione di un giudizio fa stato soltanto tra le parti in giudizio ed i loro aventi causa e lo stesso deve intendersi per la valutazione dei fatti e delle circostanze che hanno determinato la decisione medesima, è inammissibile l’istanza di revocazione basata sull’esistenza di altre pronunce rese nei confronti della stessa Amministrazione resistente su ricorso di soggetti diversi, salvo i casi di dolo processuale ovvero errore di fatto, risultante da atti o documenti, che abbia determinato nei giudici una falsa o erronea percezione della realtà (fattispecie in materia di riconoscimento del carattere di pubblico impiego a rapporti apparentemente di appalto).
N. 359/01 Reg.Dec.
N. 204 Reg.Ric.
sul ricorso n. 204/00 proposto da
rappresentato e difeso dagli avv.ti Girolamo D’Andrea e Luciano Asaro, unitamente e disgiuntamente all’avv. Pietro Allotta presso il cui studio è elettivamente domiciliato in Palermo, Via Trentacoste 89
il COMUNE DI PARTANNA, in persona del sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avv. Giorgio Cutrano, presso il cui studio è elettivamente domiciliato in Palermo, via Libertà n. 39;
per la revocazione e riforma
della decisione n. 191/99 del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, sezione giurisdizionale, del 5.5.1999.
Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’avv. G. Cutrano per il comune di Partanna;
Relatore il Consigliere Antonio Andò;
Uditi alla pubblica udienza del 29 novembre 2000 l’avv. G. D’Andrea per l’appellante e l’avv. G. Cutrano per il Comune appellato.
La Giunta municipale del comune di Partanna, con delibera n. 276 del 6.4.1983, conferiva al sig. P. S. “l’appalto del servizio di bidello” fino al 31.12.1983 attribuendogli un compenso forfettario di £. 500.000 mensili, con la precisazione che l’appalto era regolato dall’art. 2222 c.c.
Il sig. S. si obbligava a compiere il servizio con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del Comune ed in condizioni di indipendenza. Nella suddetta delibera si precisava, altresì, che l’appalto non comportava rapporto di impiego con il comune.
L’appalto veniva rinnovato di anno in anno fino al 1986.
Per l’anno 1987 il comune di Partanna, a seguito di procedura concorsuale, aggiudicava il servizio sempre al sig. S., titolare dell’omonima impresa e analogamente per gli anni a seguire.
Il sig. S. negli anni 1990 e 1991 richiedeva, con diverse istanze, al comune di Partanna il riconoscimento del rapporto intercorso come rapporto di pubblico impiego.
Su tali istanze si perfezionava il silenzio rifiuto avverso il quale lo stesso S. proponeva ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia.
Il giudice amministrativo adito, con sentenza n. 700/95, rigettava il ricorso e avverso tale sentenza il sig. S. proponeva appello.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa, con decisione n. 191/99, rigettava l’appello sul presupposto che il servizio prestato aveva carattere convenzionale e non sussistevano gli elementi necessari a caratterizzare il rapporto come pubblico impiego.
Il sig. S. propone ora ricorso per revocazione avverso tale decisione ex art. 36 l. n. 1034/1971 e artt. 395 e 396 c.p.c., sull’assunto che altri distinti giudizi proposti dinanzi a questo Collegio nei confronti del Comune di Partanna (per situazioni analoghe a quella del ricorrente) si sono conclusi con il riconoscimento del rapporto di servizio come pubblico impiego sulla base di documenti forniti, in istruttoria, dallo stesso Comune nei quali si riconosceva l’esistenza di un rapporto di subordinazione gerarchica di quei lavoratori.
Il Comune di Partanna, con memoria, si costituisce in giudizio chiedendo il rigetto del ricorso.
La causa viene in trattazione alla pubblica udienza del 29 novembre 2000 e trattenuta per la decisione.
Il ricorso è inammissibile e va respinto.
Il sig. S. individua gli estremi per la richiesta revocazione della decisione assunta da questo collegio sulla base della circostanza, peraltro non provata, che in casi analoghi a quello che lo ha personalmente interessato e riguardanti altri giudizi anch’essi promossi nei confronti del Comune di Partanna, sarebbe stato riconosciuto il carattere di pubblico impiego del rapporto intercorso tra quei ricorrenti e l’amministrazione comunale di Partanna.
Il ricorrente ravvisa, quindi, un contrasto di giudicati per situazioni analoghe, peraltro, intravedendo un comportamento doloso del comune convenuto che in altri giudizi – a differenza di quanto fatto nel giudizio promosso dal sig. S. - avrebbe apertamente dichiarato il carattere subordinato delle prestazioni professionali rese dai ricorrenti.
Per principio generale la sentenza emessa a definizione di un giudizio fa stato soltanto tra le parti in giudizio ed i loro aventi causa e lo stesso deve intendersi per la valutazione dei fatti e delle circostanze che hanno determinato la sentenza medesima.
Il contrasto di giudicati può, quindi, costituire motivo di revocazione ex art. 395, n. 5, c.p.c. solo quando tra i due giudizi esista identità di soggetti ed oggetto tale che tra le due vicende si verifichi una strutturale concordanza degli elementi sui quali debba essere espresso il secondo giudizio rispetto agli elementi distintivi della decisione emessa per prima. Diversamente opinando si stravolgerebbe il senso logico e giuridico della norma, con l’inammissibile conclusione che la decisione adottata in un caso precedente vincoli alla medesima determinazione ogni altro giudice in ipotesi asseritamente ritenute analoghe.
Né, del resto, può ravvisarsi una ipotesi di dolo processuale di una parte a danno dell’altra per non avere il Comune reso in giudizio quelle stesse dichiarazioni fornite, invece, in diversi e separati giudizi. Tanto sia per la assoluta mancanza di prova in ordine alla identità delle situazioni per le quali sarebbero state emesse decisioni contrastanti e sul comportamento doloso del comune, sia perché è ravvisabile una ipotesi di dolo processuale nei soli casi in cui una parte, con attività fraudolenta, concretatasi in raggiri e artifici tali da paralizzare o sviare la difesa avversaria, abbia impedito al giudice l'accertamento della verità, facendo apparire una situazione diversa da quella reale (C.d.S., sez. IV, 29.4.1996, n. 546).
Né è ravvisabile, infine, la sussistenza di un errore di fatto, risultante da atti o documenti, che abbia determinato nei giudici una falsa o erronea percezione della realtà. La decisione impugnata è stata, infatti, emessa sulla base dei documenti versati in atti (della cui autenticità non si è mai dubitato) che hanno consentito al collegio la conoscenza dei fatti di causa per i quali nessun rilievo potevano, invece, avere documenti attinenti ipotesi diverse.
Per la natura della controversia appare di giustizia la compensazione delle spese di giudizio.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, dichiara inammissibile il ricorso di cui in epigrafe.
Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del 29 novembre 2000 dal Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, con l'intervento dei signori: Claudio Varrone, Presidente, Raffaele Carboni, Paolo Turco, Antonio Andò, estensore, Vittorio Mammana, componenti.
F.to: Claudio Varrone, Presidente
F.to: Antonio Andò, Estensore
F.to: Luciana Gugliotta, Segretario
il 23 luglio 2001

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 36
 sentenza 
 sentenza 
 art. 395