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Timestamp: 2020-02-17 09:04:39+00:00

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Avv. Federico Vaccaro » Alimenti mantenimento e assegno di divorzio: regole
Alimenti mantenimento e assegno di divorzio: regole
Il diritto agli alimenti o al mantenimento nel caso di separazione o divorzio lascia margini di discrezionalità alla decisione del giudice. L’assegno di divorzio continua a sollecitare interventi chiarificatori della Cassazione tesi a definire regole quanto più oggettive e generali possibili, alla luce delle indefinite e variegate decisioni dei tribunali, ognuno ancorato a valutazioni proprie e, spesso, contraddittorie.
Ce ne occupiamo dando qualche indicazione sulle caratteristiche degli istituti in esame prima di esaminare le regole indicate nella più recente decisione della Corte.
Molti commentatori usano occuparsi degli alimenti o dell’assegno di mantenimento dovuti dal coniuge facendo esclusivo riferimento alla giurisprudenza.
Il nostro sistema giuridico, a differenza di quelli di “Common Law”, non lascia ai giudici di fissare le regole dell’ordinamento. Le regole, viceversa, sono stabilite dal Legislatore e, in un contesto di separazione dei poteri, viene demandato ai Giudici il compito di farle osservare.
L’esame della questione di cui ci occupiamo deve partire, dunque, innanzitutto, dal Codice Civile.
Occorre in primo luogo distinguere tra alimenti e mantenimento, trattandosi di due istituti del tutto diversi.
Presupposto del diritto agli alimenti è il fatto di versare in stato di bisogno e di non essere in grado di provvedere al proprio mantenimento [1].
Il codice civile stabilisce che tra le persone obbligate a corrispondere gli alimenti vi è, innanzitutto, il coniuge. Stabilisce poi un ulteriore elenco di obbligati tra cui, perfino, i suoceri: è materia della quale, semmai, ci occuperemo in altre occasioni.
Nel caso di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, dunque, il diritto agli alimenti scaturisce da uno stato di bisogno; un concetto diverso da quello posto a fondamento del diritto all’assegno di mantenimento: quest’ultimo, infatti, mira a consentire la prosecuzione di uno status di vita che non ha alcun riferimento allo stato di bisogno. Il “mantenimento” può spettare anche a chi vive in una condizione di agio, ha un lavoro, possiede dei beni. Lo scopo è di garantirgli la conservazione di tale tenore di vita anche successivamente alla cessazione del vincolo coniugale.
L’assegno di mantenimento è la somma che un coniuge deve corrispondere all’altro economicamente più debole in seguito alla separazione e scaturisce o da un accordo tra i coniugi o da un provvedimento che, in mancanza di accordo, viene assunto dal giudice
L’assegno di mantenimento è regolato dal Codice Civile, e costituisce l’esplicazione del dovere di solidarietà materiale e morale stabilito dalla legge a carico degli sposi; dovere che non viene meno in seguito alla separazione personale poiché il vincolo matrimoniale non viene sciolto, ma solo sospeso.
Il fondamento di questo istituto è analogo a quello dell’assegno di mantenimento.
Presuppone, però, la definitiva cessazione del vincolo matrimoniale e degli effetti che esso costituisce in capo ai coniugi.
Anche l’assegno divorzile ha una finalità assistenziale e di solidarietà: la cessazione del legame, infatti, non fa venir meno obblighi di carattere, per così dire, etico, nei confronti della persona con la quale si è intrattenuto un rapporto di intimità e di convivenza, spesso protrattosi per anni. Serve, in definitiva, ad impedire il deterioramento delle condizioni economiche del coniuge economicamente più debole.
La Legge sul divorzio prevede che il Tribunale, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, riconosca l’assegno divorzile al coniuge che lo richiede quando quest’ultimo non dispone di mezzi adeguati o comunque non è in condizione di procurarseli per ragioni oggettive, tenendo conto del reddito di ciascun coniuge, delle ragioni del fallimento del matrimonio, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e patrimoniale, e valutando questi elementi in rapporto alla durata del matrimonio.
Le sentenze della Corte di Cassazione vanno via via indicando le linee guida della regolamentazione dei rapporti economici tra ex coniugi consentendo, in linea di massima, di costruire ragionamenti uniformi.
Assieme ad un diritto codificato rappresentato da codici e leggi, l’ordinamento attribuisce sempre maggior rilievo alle decisioni dei giudici. Decisioni che, nel loro insieme, costituiscono un corpus di regole definito come “diritto vivente”.
La più recente Ordinanza della Cassazione [2] sul tema che stiamo esaminando ripropone le due regole essenziali cui il ragionamento deve attenersi nella determinazione dell’entità del mantenimento da corrispondere all’ex coniuge nel caso di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio. Sarà necessario – afferma la Corte – rispondere a due domande.
Esiste il diritto all’assegno di mantenimento?
La risposta affermativa presuppone che il giudice verifichi che il coniuge economicamente più debole non ha, di suo, mezzi adeguati a consentirgli di mantenere un livello di vita analogo a quello goduto nel corso del matrimonio.
Si tratta, come appare subito evidente, di un criterio molto incerto e variabile. Sottoposto a problematiche imprevedibili e non facilmente omologabili in regole ferree.
Incidono su tale valutazione la capacità lavorativa individuale; il titolo di studio; le possibilità lavorative specifiche; le condizioni di salute; l’età; le esperienze lavorative pregresse; la zona di residenza. E così via in un elenco che, teoricamente, potrebbe essere infinito.
Nella decisione recentissima la Cassazione aggiunge un ulteriore parametro dettato, non v’è dubbio, dalla attuale contingenza economica e sociale: la possibilità “concreta” di trovare un’occupazione.
È notorio come sia molto difficile, oggi, trovare un lavoro e come, a maggior ragione, tale possibilità è limitata da un’età non troppo giovane o da un contesto ambientale difficile.
Secondo la Suprema Corte si deve tener conto, pertanto, “di un’effettiva capacità reddituale, dovendosi tener conto delle concrete prospettive occupazionali connesse a fattori di carattere individuale ed alla situazione ambientale, nonché delle reali opportunità offerte dalla congiuntura economico-sociale in atto”. [3]
Il contributo assume, secondo la Corte, una funzione “eminentemente assistenziale” ed è volto a tutelare il coniuge economicamente più debole.
Non v’è dubbio che l’attuale regolamentazione giurisprudenziale dell’istituto assume, sotto questo punto di vista, una funzione rappresentativa della nostra realtà sociale e, soprattutto, della situazione femminile nella nostra società. L’analisi statistica delle decisioni dei giudici lascia intravedere un dato inoppugnabile: sono le donne, nella quasi totalità delle sentenze, a chiedere e veder riconosciuto il diritto agli alimenti.
Le sentenze, in definitiva, certificano il ruolo della donna come parte debole del rapporto matrimoniale; della donna del Sud come espressione di una realtà sociale nella quale la disoccupazione assume proporzioni epiche; della donna non giovane come soggetto estraneo a qualunque attesa occupazionale. Della donna “casalinga” come soggetto centrale dell’organizzazione familiare e suppletivo dell’assenza di servizi pubblici, che vive il momento più critico allorchè viene meno il legame matrimoniale.
Dei problemi dei mariti ci siamo occupati altre volte e torneremo ad occuparci, poiché non è di certo nostra intenzione trascurare i risvolti spesso drammatici della separazione come causa di nuove povertà.
Nel caso esaminato dalla Corte gli elementi presi a base del giudizio di spettanza degli alimenti sono stati la crisi economica e l’età avanzata della moglie. L’occupazione lavorativa dell’interessata non è stata ritenuta decisiva al fine di negarle il diritto. Decisione legata, evidentemente, all’entità della retribuzione ed alla sua insufficienza rispetto alla necessità di consentirle un tenore di vita adeguato a quello goduto durante il matrimonio.
Quale deve essere l’ammontare dell’assegno?
La Corte suggerisce, nella decisione in esame, concetti già espressi più volte: il giudice dovrà decidere l’ammontare dell’assegno:
1) “Sulla base delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune”;
2) Sulla base del reddito di ciascuno dei due, da valutare in rapporto alla durata del matrimonio.
Le regole, come si vede, seppur apparentemente molto astratte, consentono di parametrare sotto molteplici punti di vista l’entità dell’assegno.
Il patrimonio di ciascuno dei coniugi; le modalità della sua formazione; la sua provenienza; le ragioni del divorzio; l’ammontare del patrimonio comune.
Sembrano – ed in parte lo sono! – regole del tutto avulse dalla realtà. Se si scende nei dettagli, però, si vedrà che gli ermellini di Piazza Cavour danno indicazioni molto interessanti. Per esempio quando fanno cenno alle ragioni del fallimento del matrimonio. Un addebito di colpa nella fase della separazione, per esempio, avrà certamente un ruolo nella quantificazione dell’assegno. Così come l’aver rinunciato ad opportunità di lavoro da parte della madre nella concorde decisione di dedicarsi alla crescita dei figli.
Come abbiamo avuto modo di affermare, l’attuale regime di alimenti, mantenimento e assegno di divorzio è strettamente legato alle vicissitudini economiche in corso ed all’attuale assetto economico-sociale.
La nostra società non ha consentito ancora alle donne di superare il gap economico che le pone in una situazione di obiettivo pregiudizio per motivi di molteplice tipo.
L’organizzazione degli orari; la mancanza o l’insufficienza di servizi pubblici; il ruolo prevalente degli uomini nelle posizioni di indirizzo politico o economico; la tradizione culturale della donna/madre inadatta a competere con gli uomini per le posizioni di maggior prestigio e, dunque, maggiormente remunerative.
Non è un caso che negli Stati Uniti d’America i movimenti femministi siano, oggi, all’avanguardia nel reclamare l’abbandono dell’istituto degli alimenti e del mantenimento. Un rapporto veramente paritario tra i sessi rende superata la necessità di un livellamento economico che nelle economie più forti non viene assolutamente influenzato dal sesso dei protagonisti.
Ma l’Italia non è l’America e le donne italiane non possono ancora dire di aver raggiunto la parità nelle opportunità. E dunque… ben vengano regole più chiare ed oggettive per tentare di conoscere prima del conflitto quali potrebbero essere i contenuti di una decisione giurisdizionale: ciò indurrà le parti a tentare, per quanto possibile, di concordare la regolamentazione dei rapporti economici tra gli ex coniugi.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile.
Ordinanza 19 febbraio – 4 aprile 2016, n. 6433
Presidente Ragonesi – Relatore Mercolino
E’ stata depositata in Cancelleria la seguente relazione, ai sensi dell’art. 380­bis cod. proc. civ.:
« 1. – Con la sentenza di cui in epigrafe, la Corte d’Appello di Roma ha accolto parzialmente l’appello proposto da A.S. avverso la sentenza emessa il 4 gennaio 2012, con cui il Tribunale di Frosinone, nel pronunciare la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto dall’appellante con R.A., aveva posto a carico di quest’ultimo l’obbligo dì corrispondere l’assegno divorzile, ed ha rideterminato l’importo dell’assegno in Euro 590,00 mensili, da rivalutarsi annualmente secondò l’indice Istat, con decorrenza dal mese di febbraio 2012, rigettando l’appello incidentale proposto dall’A..
2. – Avverso la predetta sentenza l’A. ha proposto ricorso per cassazio­ne, articolato in due motivi, al quale la S. ha resistito con controricorso.
3. A sostegno dell’impugnazione, il ricorrente ha dedotto:
a) la violazione e la falsa applicazione dell’art. 5 della legge 1 ° dicembre 1970, n. 898, sostenendo che, ai fini del riconoscimento e della
determinazione dell’assegno, la sentenza impugnata non ha tenuto conto della capacità lavorativa della S., comprovata dalla giovane età e dalla titolarità di un impiego retribuito, né della sua possibilità di aspirare ad un’occupazione più adeguata al­le sue esigenze economiche, ponendo a carico di esso ricorrente gli oneri conse­guenti alla scelta della donna di stabilirsi a Roma, e trascurando la breve durata del rapporto coniugale, che aveva impedito la maturazione di aspettative in ordi­ne al mantenimento di un elevato standard di vita;
b) la violazione e la falsa applicazione dell’art. 91 cod proc. civ., affermando che, nel condannarlo al pagamento delle spese processuali, in virtù del rigetto dell’appello incidentale, la sentenza impugnata non ha tenuto conto dell’accogli­mento soltanto parziale della domanda di rideterminazione dell’assegno divorzile, che avrebbe giustificato quanto meno la compensazione delle spese.
4. – Il primo motivo è infondato.
Ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno, la sentenza impugnata si è correttamente attenuta all’orientamento consolidato della giurisprudenza di legit­timità, che nell’ambito del relativo accertamento distingue due fasi, la prima di­retta a verificare l’esistenza del diritto in astratto, in relazioneall’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quel­lo avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevol­mente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, e la seconda volta alla determinazione in concreto dello assegno, sulla base delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del pa­trimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, da valu­tarsi anche in rapporto alla durata del matrimonio (cfr. Cass., Sez. I, 9 giugno 2015, n. 11870; 15 maggio 2013, n. 11686; 4 ottobre 2010, n. 20582). Nel valuta­re l’adeguatezza delle risorse economiche a disposizione della S., essa non ha affatto omesso di conferire rilievo alla capacità lavorativa della stessa, avendo dato opportunamente atto che a seguito della separazione dal coniuge el­la ha trovato occupazione come lavoratrice dipendente, ma avendo anche accer­tato che la relativa retribuzione non le consente di mantenere un tenore di vita comparabile a quello goduto nel corso della convivenza; nell’ambito di tale verifica, la Corte di merito ha peraltro valorizzato anche la difficoltà di reperireu­n’occupazione adeguata, in conseguenza dell’età della controricorrente e dell’at­tuale situazione di crisi economica, in tal modo conformandosi al principio, più volte ribadito da questa Corte, secondo cui la mera attitudine al lavoro del coniu­ge che richiede l’assegno non è sufficiente, se valutata in modo ipotetico ed a­stratto, a dimostrare il possesso di un’effettiva capacità reddituale, dovendosi te­ner conto delle concrete prospettive occupazionali connesse a fattori di carattere individuale ed alla situazione ambientale, nonché delle reali opportunità offerte dalla congiuntura economico-sociale in atto (cfr. Cass., Sez. I, 23 ottobre 2015, n. 21670; 17 gennaio 2002, n. 432; 19 luglio 1980, n. 4741). Non ha poi fondamento l’affermazione secondo cui la sentenza impugnata avrebbe fatto ricadere sull’A. i maggiori oneri conseguenti al trasferimento dell’abitazione della S. da Ceprano a Roma, in quanto, indipendentemente dal carattere necessitato di tale scelta, imposta dal reperimento di un impiego nella Capitale, la Corte di­strettuale ha precisato di non averne tenuto conto ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno. La funzione eminentemente assistenziale di tale contributo, volto a tutelare il coniuge economicamente più debole, esclude infine la possibili­tà di negarne l’attribuzione invirtù della breve durata della convivenza, la quale può venire in considerazione, in concorso con altri elementi, esclusivamente ai fini della commisurazione del relativo importo, a meno che, per volontà e colpa del richiedente, non abbia impedito la formazione di una comunione materiale e spirituale di vita tra i coniugi, in modo tale da far ritenere che il vincolo coniuga­le si sia solo formalmente costituito (cfr. Cass., Sez. VI, 26 marzo 2015, n. 6164; Cass., Sez. 1, 22 marzo 2013, n. 7295; 16 giugno 2000, n. 8233). Nella specie, pe­raltro, tale eventualità non è stata in alcun modo prospettata, essendo emersa sul tanto una rilevante sproporzione tra la durata della convivenza (protrattasi per poco più di tre anni) e quella del matrimonio (scioltosi a circa quindici anni di di­stanza dalla celebrazione), rispetto alla quale la sentenza impugnata ha ritenuto, con motivazione immune da vizi logici, di dover attribuire prevalente rilievo al vi­stoso squilibrio tra le condizioni economico patrimoniali delle parti.
5. – Ealtresì infondato il secondo motivo.
Nel condannare l’appellato al pagamento delle spese processuali, nonostante l’accoglimento soltanto parziale del gravame principale, la sentenza impugnata ha fatto puntuale applicazione del criterio della soccombenza, avendo tenuto con­to dell’esito complessivo del giudizio,sostanzialmente favorevole all’appellante, in quanto contraddistinto dalla liquidazione dell’assegno in misura superiore a quella determinata dalla sentenza di primo grado e dal rigetto dell’appello inci­dentale, con cui era stata chiesta l’esclusione dell’obbligo di corrispondere il pre­detto contributo. L’accoglimento soltanto parziale della domanda non attribuisce d’altronde alla controparte il diritto alla compensazione, totale o parziale, delle spese processuali, trattandosi di un provvedimento rimesso al potere discreziona­le del giudice di merito, che prescinde da una valutazione della soccombenza in termini puramente quantitativi (cfr. Cass., Sez. II, 11 gennaio 1979, n. 199; 26 gennaio 1978, n. 375).».
Il collegio, esaminato il ricorso, la relazione e gli scritti difensivi in atti, ritie­ne condivisibile l’opinione espressa dal relatore e la soluzione da lui proposta.
II ricorso va pertanto rigettato, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.P.Q.M.La Corte rigetta il ricorso, e condanna A. R. al pagamento delle spese processuali, che si liquidano in complessivi Euro 2.100,00, ivi compresi Euro 2.000,00 per compensi ed Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.
Ai sensidell’art. 13, comma 1-quaier, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis del medesimo art. 13.
Ai sensi dell’art. 52 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, dispone che, in caso di diffusione della presente ordinanza, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.
[1] Art. 438 Cod. Civ.: Gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in istato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento. Essi devono essere assegnati in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli. Non devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando, avuto però riguardo alla sua posizione sociale. Il donatario non è tenuto oltre il valore della donazione tuttora esistente nel suo patrimonio.
[2] Cass., sent. n. 6433/2016.
[3] In questo senso anche: Cass, sent. n. 21670/2015.
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