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Timestamp: 2020-01-21 00:16:15+00:00

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Concorsopoli senese: in appello ribaltato l’esito del processo di primo grado | Il senso della misura
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« Ateneo di Siena: tutti a guardarsi la pagliuzza nell’occhio Quando un Rettore ha il senso delle Istituzioni »
Luigil, on 23 giugno 2013 at 10:10 am said:
Ma per i patteggiati Interi e Santinelli, la Procura della Corte dei Conti ha già inoltrato un invito a dedurre? La giurisprudenza della toscana lo fa sempre, anche in presenza di un patteggiamento.
http://www.respamm.it/giurisprudenza/viewdec_s.php?id=%E1%FF%14%C6%B0%BF%3A%3E%B7%A2Q%85x%06%1A%E1%7B%26)%06%5BIhY%C4t%07%99%B8%91%133&or=5
Salvatore Interi, on 24 giugno 2013 at 4:44 pm said:
Lo farà, non ti preoccupare. Io ho intenzione di pagare per quello che Io ho fatto! Non certo per altri.
Salvatore Interi, on 24 giugno 2013 at 4:54 pm said:
Accidenti, però l’esempio che poni non calza… Poi se il giudizio del popolo è questo, per me va bene! A ciascuno il giudizio… però rettifica il link, altrimenti non si vede la sentenza che hai citato…
Salvatore Interi, on 24 giugno 2013 at 5:04 pm said:
Ecco il testo completo della sentenza citata da luigil, che ringrazio perché mi concede l’opportunità di esplicitarla:
IIIª SEZIONE GIURISDIZIONALE CENTRALE D’APPELLO
dott.	Angelo DE MARCO	Presidente
dott.	Fulvio Maria LONGAVITA	Consigliere
dott.ssa	Marta TONOLO	Consigliere
dott.	Leonardo VENTURINI	Consigliere
dott.	Bruno Domenico TRIDICO	Consigliere estensore
sull’appello in materia di responsabilità proposto avverso la sentenza 14 gennaio 2010 n. 9 della Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Toscana da:
Antonello Tosarelli, rappresentato e difeso dall’avv. Corrado Mangogna congiuntamente e disgiuntamente all’avv. Cesare Ioppoli, elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultimo sito in Roma, via Trionfale n. 5697
la Procura della Corte dei conti.
Visto l’atto di appello, iscritto al n. 37916 del registro di segreteria;
Uditi alla pubblica udienza del 16 novembre 2011, con l’assistenza della segretaria Lucia Bianco, il Giudice relatore, dott. Bruno Tridico, il rappresentante del Pubblico Ministero nella persona del Vice Procuratore Generale dott. Antonio Ciaramella e l’avv. Francesco Ioppoli su delega dell’avv. Cesare Ioppoli per l’appellante.
Con l’impugnata sentenza, la Sezione giurisdizionale di questa Corte per la Regione Toscana condannava il sig. Tosarelli, odierno appellante, al pagamento in favore dell’Ispettorato del Lavoro di Grosseto della somma di euro 20.536,27, oltre a rivalutazione monetaria, interessi legali e spese giudiziali.
A fondamento della pretesa risarcitoria la Procura regionale per la Regione Toscana aveva addotto i seguenti fatti.
In data 21 febbraio 2008 il sig. Tosarelli – ispettore del lavoro presso la Direzione Provinciale del Lavoro di Grosseto – era stato arrestato in flagranza di reato nel suo ufficio, in cui erano state previamente poste dai Carabinieri di Orbetello apparecchiature per le intercettazioni ambientali, nell’atto di prendere una tangente di € 500,00 da un imprenditore edile al quale aveva contestato delle irregolarità.
La vittima aveva riferito che il sig. Tosarelli si era presentato presso il cantiere edile allestito in località Orbetello Scalo, in cui lavorava unitamente ad un suo dipendente, per effettuare un’ispezione. Dopo alcuni giorni, in data 18 febbraio 2008. l’imprenditore si presentava presso l’ufficio pubblico del sig. Tosarelli per esibire la documentazione del proprio dipendente, di cui era sprovvisto all’atto dell’ispezione. Il sig. Tosarelli, dopo averla visionata, paventava irregolarità per le quali era prevista una sanzione di € 4.300,00. Quindi scriveva su di un proprio foglio di carta la cifra di € 1.000,00 e, mostrandola all’imprenditore, asseriva testualmente: “Ti sembrano tanti per chiuderla qua?”. La cifra veniva successivamente rettificata in € 500,00, purché il pagamento fosse avvenuto la mattina del giorno seguente, ovvero il 19 febbraio 2008. L’incontro veniva poi rinviato al 21 febbraio 2008.
In tale data, all’ora convenuta, l’imprenditore si recava presso l’ufficio del Tosarelli e gli consegnava la somma di € 500,00, evento che veniva filmato dall’apparecchiatura precedentemente installata in sede.
Il giudizio penale avviato nei confronti del sig. Tosarelli per il reato di concussione di cui all’art. 317 c.p. si concludeva con sentenza del Tribunale di Grosseto 17 giugno 2008 n.157, pronunciata ex art. 444 c.p.p., di condanna alla pena di anni due di reclusione.
La Procura ravvisava nella vicenda la causazione di un danno erariale pari a € 62.349,80, di cui:
– € 50.000 per danno all’immagine;
– € 11.813,53 per il danno corrispondente alle somme percepite dal sig. Tosarelli durante la sospensione dal servizio, in regime di arresti domiciliari;
– € 36,27, per il danno corrispondente alla paga oraria relativa a 3 ore, dalle 14.27 alle 17,27 del 21 febbraio 2008, lasso di tempo nel quale v’era stata violazione del rapporto sinallagmatico tra retribuzione percepita e prestazione resa;
– € 500,00 a titolo di danno da disservizio e da spese dirette di gestione che, come indicato dal Direttore della Direzione Provinciale del Lavoro di Grosseto con nota prot. n. 17750 del 24 ottobre 2008, l’amministrazione aveva dovuto sostenere in conseguenza del comportamento del Tosarelli.
Al termine del giudizio di primo grado la Sezione giurisdizionale per la Regione Toscana, come detto, ha condannato l’appellante a complessivi euro 20.536,27 (oltre accessori), di cui euro 36,27 per danno da violazione del rapporto sinallagmatico nelle tre ore in cui è stato perpetrato l’illecito, euro 500,00 per danno da disservizio ed euro 20.000,00 per danno all’immagine.
La Sezione adita, in particolare, fondava il proprio convincimento sul materiale probatorio del processo penale e, in particolare, sul contenuto dell’intercettazione ambientale e sulla documentazione sequestrata. In merito al quantum debeatur, negava la sussistenza del danno relativo agli assegni alimentari percepiti durante il periodo di sospensione dal servizio e riconosceva le altre voci di danno contestate dalla Procura regionale.
Il sig. Tosarelli ha interposto appello avverso tale pronuncia, deducendone l’erroneità e chiedendone l’annullamento e/o la riforma, con conseguente assoluzione dell’appellante o, in subordine, negazione della sussistenza del danno all’immagine o, in ulteriore subordine, riduzione del medesimo all’importo della somma ricevuta dal sig. Tosarelli e comunque in misura non superiore a 10.000 euro.
Segnatamente, parte appellante ritiene che il Giudice di primo grado abbia agito in violazione dell’art. 445, comma 1 bis, c.p.p., non avendo la sentenza di patteggiamento efficacia nei giudizi civili e amministrativi e dovendo quindi controparte fornire ex novo la prova del fatto nel giudizio di responsabilità. Lamenta l’erroneità della ritenuta equiparabilità ad una sentenza di condanna, richiamando giurisprudenza della Corte di Cassazione che esclude, per le sentenze di patteggiamento, l’accertamento giudiziale della responsabilità penale, elemento essenziale delle sentenze di condanna.
L’appellante fornisce, come peraltro già fatto in primo grado, una diversa ricostruzione dei fatti e una serie di circostanze che inducono ad affermare l’insussistenza della responsabilità amministrativa.
Quanto al danno all’immagine, ad avviso del sig. Tosarelli la Procura avrebbe dovuto fornire la prova, in concreto non prodotta, di iniziative volte al ripristino del prestigio e credibilità dell’Amministrazione, sicché danno sarebbe stato l’eventuale costo sostenuto o da sostenersi al riguardo. Inoltre, la novella di cui all’art. 17, comma 30 ter, del d.l. 1° luglio 2009, n. 78 non sarebbe applicabile alla fattispecie, essendo la citazione antecedente alla sua entrata in vigore e comunque non essendo la sentenza di patteggiamento una sentenza irrevocabile di condanna. Sotto altro profilo la norma, ad avviso di parte appellante, richiederebbe l’effettivo depauperamento finanziario o patrimoniale, nella specie non provato, per la configurabilità di un danno erariale. Infine, reputa comunque eccessiva la quantificazione del danno all’immagine operata dal primo Giudice.
La Procura generale ha rassegnato le sue conclusioni, contestando la pretesa avversa e insistendo per la reiezione dell’odierno gravame.
All’odierna pubblica udienza, l’avv. Francesco Ioppoli e il pubblico ministero hanno concluso confermando il contenuto degli atti scritti. La causa è quindi passata in decisione.
Il primo motivo di impugnazione riguarda l’asserita violazione, da parte del Giudice di primo grado, dell’art. 445, comma 1 bis, c.p.p., non avendo la sentenza di patteggiamento efficacia nei giudizi civili e amministrativi, e dovendo quindi, secondo parte appellante, la Procura regionale fornire ex novo la prova dei fatti nel giudizio di responsabilità. Ritiene l’appellante che, in primo grado, ci si sia limitati ad utilizzare l’efficacia probatoria di una sentenza di patteggiamento, in palese contrasto con il quadro normativo, che non attribuisce tale efficacia alla sentenza resa ex art. 444 c.p.p.
In proposito questa Sezione osserva che l’appellante muove da una premessa corretta per pervenire ad una conclusione non corretta.
Vero è, come sostiene parte appellante, che la sentenza di patteggiamento, per espressa statuizione dell’art. 445 c.p.p., non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi. Quale conseguenza di ciò, la sentenza adottata ex art. 444, comma secondo, c.p.p. non ha forza di giudicato a norma degli artt. 651 e 652 c.p.p. e non produce i conseguenti effetti.
Vero è anche che all’equiparazione normativa a una sentenza di condanna non deve attribuirsi una portata più ampia di quella derivante da una corretta lettura del quadro normativo, che la prevede per determinate finalità e per la produzione di ben precisi effetti (contestazione della recidiva, abitualità, iscrizione nel casellario giudiziale, ecc.).
Ancora, è assente nel giudizio ex art. 444 c.p.p. l’accertamento da parte del giudice del fatto reato, della sua commissione da parte dell’imputato e, in ultima analisi, della sua responsabilità penale, pur essendovi accertamento negativo della sussistenza di cause di proscioglimento a norma dell’art. 129 c.p.p. (Corte di Cassazione, Sezione VI penale 1° marzo 2007, n. 8957).
Da quanto detto però non consegue che possa trovare accoglimento la tesi dell’appellante, volta ad attribuire una sostanziale irrilevanza alla sentenza emessa ai sensi dell’art. 444 c.p.p., da considerarsi in pratica tamquam non esset. Come insegna la Corte costituzionale (sent. n. 336 del 2009), la nuova disciplina dei rapporti tra il giudicato penale e le diverse (ma interferenti) sfere di giurisdizione diverse da quella penale è volta “ad evitare, evidentemente, da un lato, conflitti e contrasti tra giudicati; e, dall’altro, la perdita di acquisizioni processuali, che avrebbe negativamente inciso sulla economia dei giudizi”.
La sentenza penale, nel rispetto del principio di separazione dei giudizi, assume rilievo, così come rilievo assume l’intero materiale probatorio acquisito in sede penale, ai fini della formazione del libero convincimento del giudice, e costituisce oggetto del suo prudente apprezzamento (art. 116 c.p.c.). Essa costituisce a pieno titolo fonte di prova liberamente apprezzabile e verificabile in sede di giudizio di responsabilità amministrativo-contabile, unitamente alle altre risultanze istruttorie ed anche alle fonti di prova contraria, e tutte concorrono alla formazione della decisione, nel rispetto del principio di acquisizione vigente nel nostro ordinamento processuale.
Ma se, alla luce dell’esclusione normativa di cui all’art. 445, comma 1-bis c.p.p. in ordine all’efficacia in altri giudizi, il giudice è tenuto a considerare e valutare anche fatti e prospettazioni diversi rispetto a quelli posti a base dell’applicazione della pena su richiesta, non v’è dubbio che la sentenza penale di patteggiamento assume, per così dire, un particolare rilievo sul piano probatorio, tant’è che sussisterebbe motivazione carente qualora, nel disattenderla, non si fornisse adeguata motivazione. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, infatti, con sentenza 31 luglio 2006 n. 17289, hanno testualmente affermato: “È del resto pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che la sentenza penale emessa a seguito di patteggiamento ai sensi dell’art. 444 c.p.p., costituisce un importante elemento di prova nel processo civile (la richiesta di patteggiamento dell’imputato implica pur sempre il riconoscimento del fatto-reato); il Giudice, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua responsabilità non sussistente e il Giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione (cfr. le sentenze di questa Corte n. 2213 del 1 febbraio 2006 e n. 19251 30 settembre 2005). Infatti, la sentenza di applicazione di pena patteggiata “pur non potendosi tecnicamente configurare come sentenza di condanna, anche se è a questa equiparabile a determinati fini”, presuppone “pur sempre un’ammissione di colpevolezza che esonera la controparte dall’onere della prova” (Cass. 5 maggio 2005, n. 9358)”. Nel medesimo senso è la Giurisprudenza di questa Corte dei conti (da ultimo, cfr. Sezione Prima Giurisdizionale Centrale 12 luglio 2011, n. 316).
Così chiarita la portata dell’efficacia della sentenza penale di patteggiamento nel giudizio di responsabilità amministrativo-contabile, Il Collegio rileva che il Primo Giudice, lungi dal recepire acriticamente le emergenze della sentenza di patteggiamento, le ha correttamente considerate, e ha fondato il proprio convincimento non solo su queste, ma anche sul materiale probatorio acquisito dal processo penale e, in particolare, sul contenuto dell’intercettazione ambientale. Non ha ritenuto di condividere la diversa lettura prospettata dalla difesa e riproposta in questa grado d’appello, alla luce del tenore della conversazione intercorsa tra il sig. Tosarelli e l’imprenditore edile, riportata nella sentenza oggetto di gravame. A sostegno dell’affermazione della responsabilità amministrativa ha richiamato anche la documentazione sequestrata nel medesimo giorno nell’ufficio del convenuto-appellante e segnatamente, oltre al biglietto da visita dell’imprenditore, un appunto manoscritto dal sig. Tosarelli riportante le cifre di 4.532,00 (presumibilmente la sanzione pecuniaria minacciata), 1.000,00 (cancellata) e, subito sotto, 500,00 (cerchiata). Tali ultime due cifre fornirebbero un riscontro inconfutabile alle dichiarazioni rese dalla vittima del reato.
L’ampia ed esaustiva motivazione fornita dal Giudice di primo grado in ordine all’affermazione della responsabilità dell’odierno appellato non può che trovare integrale condivisione da parte di questa Sezione centrale. La ricostruzione dei fatti fatta propria dal Giudice di prime cure non è minimamente scalfita dalle prospettazioni dell’appellante, il quale rappresenta una diversa versione a suo avviso compatibile con l’intercettazione audiovisiva.
Più precisamente, l’appellante sostiene che, nel corso dell’accesso ispettivo del 14 febbraio 2008, dopo aver rilevato che l’imprenditore non era stato in grado di documentare la regolarità dell’assunzione, fece presente che forse avrebbe potuto pagare sanzioni inferiori per il ritardo nella registrazione, sanzioni che, comunque, l’ispettore non avrebbe potuto evitare. A suo dire l’imprenditore, straniero e quindi non padrone della lingua italiana, avrebbe frainteso quanto dettogli dal sig. Tosarelli. Questi, inoltre avrebbe manifestato la volontà di aiutarlo a trovare altre occasioni di lavoro, sicché l’imprenditore gli dava il suo biglietto da visita. L’imprenditore, quindi, recatosi nell’ufficio dell’appellante il 21 febbraio seguente, secondo la versione di questi avrebbe estratto 500 euro e li avrebbe consegnati all’ispettore che, pur non comprendendo il motivo del versamento, “senza riflettere e con leggerezza e incoscienza li accettava, trattenendoli”.
Orbene, questo Collegio osserva che la versione proposta non pare verosimile, sol che si consideri il seguente passaggio della conversazione intercettata, testualmente riportato nella sentenza di primo grado:
“Dolhescu: Allora sì, sono 500. Uno…5;
Tosarelli: Io ti ringrazio;
Dolhescu: No, io voglio chiuderla veramente. Non voglio che mi arriva qualche cosa, qualche multa, qualche … non mi arriva niente a casa? Qualche fattura … Qualche cosa che succede?;
Tosarelli: Non arriva niente tranquillo!”.
Il tenore della conversazione non lascia adito a dubbi: la dazione di denaro è strettamente connessa alla sanzione minacciata e, dopo la consegna del denaro, il sig. Tosarelli assicura che non v’è nulla da temere e che non arriverà alcuna contestazione. Nessuno stupore traspare dalle parole dell’ispettore, che ringrazia e tranquillizza sulla chiusura della vicenda.
La cifra inoltre coincide esattamente con quella cerchiata sull’appunto manoscritto dal sig. Tosarelli e sequestrato nello stesso giorno nell’ufficio del convenuto unitamente alla documentazione relativa all’ispezione espletata presso l’impresa, nonché con la cifra indicata in sede di denuncia dall’imprenditore edile ai Carabinieri quale richiesta di denaro avanzata dall’ispettore in data 18 febbraio nel suo ufficio. E l’appunto scritto a mano dal sig. Tosarelli reca esattamente gli elementi riferiti dall’imprenditore ai Carabinieri ben prima del suo rinvenimento e sequestro.
Il tutto, conclusivamente, coincide esattamente con la versione resa dalla vittima in sede di denuncia circa la sua redazione.
Le altre circostanze addotte dalla parte a sostegno della versione alternativa proposta (luogo del pagamento, orario, presenza in ufficio di colleghi, porta dell’ufficio rimasta aperta, i precedenti di servizio, ecc.), non sono idonee, ad avviso di questo Giudice, a dimostrarne la veridicità, e costituiscono prova solo del fatto che il sig. Tosarelli ha ritenuto di non dover adottare ulteriori particolari accorgimenti nel suo illecito operare.
Quale ulteriore motivo di appello la difesa dell’appellante, non contestate le voci di danno da violazione del rapporto sinallagmatico e da disservizio, adduce l’omessa prova, da parte della Procura, di iniziative promosse o programmate dall’Amministrazione per rimediare alla lesione della credibilità e del prestigio, costituendo danno all’immagine il costo sostenuto o da sostenersi per esse. Richiama inoltre l’art. 17, comma 30-ter, del decreto legge 1° luglio 2009 n. 78, convertito con modifiche nella legge 3 agosto 2009 n. 102, asserendo che questo avrebbe previsto che, per danno erariale “si intende l’effettivo depauperamento finanziario o patrimoniale arrecato ad uno degli organi previsti dall’articolo 114 della Costituzione o ad altro organismo di diritto pubblico…”. La sentenza sarebbe quindi viziata per non aver dato rilievo alla necessità che l’amministrazione deve aver concretamente affrontato delle spese per recuperare il danno all’immagine.
In proposito questa Sezione ritiene di dover premettere che la formulazione del testo di cui all’art. 17, comma 30-ter del d.l. 1° luglio 2009, n. 78, inserito dalla legge di conversione 3 agosto 2009, n. 102, come riportata nell’atto di appello, è stata contestualmente modificata dal d.l. 3 agosto 2009, n. 103, art. 1, c. 1, lett. c) (convertito in legge 3 ottobre 2009, n. 141), sicché la versione ritenuta vigente da parte appellante riguarda una norma mai esistita e comunque non esistente nell’ordinamento giuridico. L’art. 17, comma 3 in realtà vigente reca una formulazione ben diversa da quella riportata dall’appellante.
Con specifico riferimento, poi, all’onere in capo alla Procura di fornire prova del costo sostenuto (o anche da sostenersi) per iniziative finalizzate a porre rimedio alla lesione dell’immagine dell’Amministrazione, si richiama quanto affermato da questa Sezione d’appello in sentenza 9 aprile 2009, n 143, e segnatamente che occorre evitare “… confusione tra il nucleo patrimoniale del danno all’immagine, costituito dalla “spesa necessaria al ripristino del bene giuridico leso” (ex SS.UU. Cass. n. 5668/1997 e seguenti), e le “spese sostenute” per il suo ripristino; confusione che non ha ragione d’essere dopo la sentenza n. 10/QM/2003 delle Sezioni riunite di questa Corte. In realtà, la citata sentenza dà adeguatamente conto del fatto che le spese sostenute per il ripristino dell’immagine non esauriscono l’identità economico-patrimoniale del danno in parola, costituendo, esse, solo uno dei criteri per la sua quantificazione, che può avvenire facendo riferimento – si è precisato – oltre che alle spese di ripristino del prestigio leso già sostenute, anche a quelle ancora da sostenere (cfr. par. 17 della ripetuta sentenza delle SS.RR. n. 10/QM/2003)”. “La verità – osserva ancora questa Sezione d’appello nella riferita sentenza – è che l’immagine ed il prestigio della Pubblica amministrazione sono beni-valori coessenziali all’esercizio delle pubbliche funzioni, così che l’esatta determinazione dei costi per il loro ripristino, in caso di lesione, sfugge ad una precisa determinazione, dovendosi ritenere che, in tesi, qualsiasi spesa sostenuta dall’Amministrazione, in quanto funzionalizzata al buon andamento ed all’imparzialità, abbia perciò stesso concorso al mantenimento ed all’elevazione dell’immagine dell’Amministrazione medesima. Di qui la giuridica necessità di determinare l’entità del risarcimento con esclusivo riferimento alla dimensione della lesione (recte: perdita) dell’immagine, quale individuabile in base ai criteri sopra indicati, e non piuttosto … con riferimento a somme specificamente spese per il ripristino dell’immagine pubblica e/o alle perdite reddituali conseguenti alla perdita dell’immagine stessa… Del resto, quand’anche si dovessero individuare ed isolare spese specificamente rivolte alla riparazione dell’immagine pubblica, non può realisticamente ritenersi che esse siano di per sé sole sufficienti al ripristino dell’immagine stessa, dipendendo un tale ripristino da spese molto più consistenti, articolate e trasversali, volte – da un lato – ad assicurare una adeguata reazione contro l’azione lesiva e contro il suo autore e – dall’altro – ad intraprendere attività promozionali, anche mediante apposite previsioni di bilancio, volte a ridare fiducia ai consociati e a rilanciare il prestigio dell’ente coinvolto. Trattasi, insomma, di spese che, necessarie al ripristino e non alla mera riparazione del bene leso …, sfuggono nella determinazione del loro preciso ammontare, così come le concrete modalità di ripristino sono rimesse alla discrezionalità propria dell’Amministrazione danneggiata”.
Peraltro, precisano le Sezioni Riunite di questa Corte, con sentenza 18 gennaio 2011 n. 1/QM, che “… la stessa giurisprudenza della Corte di cassazione richiamata nell’ordinanza, ed in particolare Cass. Civ., sez. III, 4.6.2007, n. 12929, evidenzia che il ‘danno non patrimoniale’, inteso come ‘danno c.d. conseguenza’, è costituito … dalla diminuzione della considerazione della persona giuridica o dell’ente … sotto il profilo della diminuzione della considerazione da parte dei consociati in genere o di settori di categorie di essi con le quali la persona giuridica o l’ente di norma interagisca, e non “dalle spese necessarie al ripristino”. In altre parole il danno all’immagine della Pubblica amministrazione, anche se qualificato “conseguenza”, coincide non già con il fatto lesivo …, ma con la lesione (perdita di prestigio), che costituisce una “conseguenza” (art. 1223 c.c.) del fatto lesivo, sicché … la soluzione ipotizzata nell’ordinanza di remissione, per la quale non vi sarebbe danno all’immagine “in assenza di spese di ripristino”, appare contrastare con la stessa ricostruzione del danno in termini di “danno conseguenza” espressa nell’ordinanza medesima, con il richiamo alla giurisprudenza della Corte di cassazione.
In definitiva, sulla scorta dei principi affermati nella sentenza della Terza Sezione centrale d’appello n. 143/2009 anche alla luce della giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione intervenuta dopo la sentenza di queste Sezioni riunite n. 10/QM/2003 (cfr. SS.UU. Cassazione n. 26972 e n. 26975 dell’11 novembre 2008), e dei conformi orientamenti delle altre sezioni di appello sopra richiamate, deve ritenersi che il danno all’immagine della Pubblica amministrazione (“non patrimoniale”), anche se inteso come “danno c.d. conseguenza”, è costituito “dalla lesione” all’immagine dell’ente, “conseguente” ai fatti lesivi produttivi della lesione stessa (compimento di reati o altri specifici casi), da non confondersi con “le spese necessarie al ripristino”, che costituiscono solo uno dei possibili parametri della quantificazione equitativa del risarcimento”.
In piena aderenza ai principi sopra esposti l’appellata sentenza ha correttamente quantificato il danno all’immagine alla luce degli elementi ivi indicati e che trovano piena condivisione di questo Giudice.
Un’ulteriore considerazione si impone riguardo al richiamo operato in sentenza all’art. 17, comma 30 ter, del d.l. n. 78/09 e all’art. 7 della legge 27 marzo 2001, n. 97, effettuato dal Giudice di primo grado al solo fine di confermare che lo ius superveniens non incideva sulla fattispecie all’esame, trattandosi di “condotta penalmente illecita riconducibile al reato di concussione, la cui sentenza di patteggiamento pronunciata ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen. è ormai definitiva”. Tale richiamo è stato frainteso dall’appellante, il quale afferma che la norma non si applica nel presente giudizio, ma al riguardo è agevole osservare che la norma è limitativa dell’azione di responsabilità sul danno all’immagine e non, come sembra intendere l’appellante quando afferma che non si applica al presente giudizio, attributiva di una sfera di azione prima non esistente. Pertanto, indipendentemente dalla norma e a prescindere dalla sua applicabilità o meno al caso di specie (questione irrilevante ai fini del decidere), anche in base al precedente quadro normativo ed alla relativa lettura giurisprudenziale era comunque ammessa l’azione di cui trattasi.
In ogni caso il Collegio ritiene opportuno comunque respingere fermamente la, sia pur incidentalmente, paventata “dubbia applicazione al caso di specie” di tale norma, non rientrando, ad avviso dell’appellante, la sentenza di patteggiamento nella categoria delle sentenze irrevocabili di condanna. Ciò alla luce del fatto che la stessa è, come detto in precedenza, equiparata a una sentenza di condanna ed essendo del tutto illogica un’interpretazione che consenta al responsabile dell’illecito, attraverso la scelta del patteggiamento, non solo di ottenere i relativi benefici in sede penale, ma anche di conseguire l’ulteriore inammissibile vantaggio di sottrarsi all’azione di responsabilità per il risarcimento del danno all’immagine.
Da ultimo, in ordine al rilievo dell’eccessività della quantificazione operata dal primo Giudice per il danno all’immagine, v’è da dire che l’importo della tangente è solo uno degli eventuali parametri di quantificazione di un danno da misurarsi, come detto, in relazione alla dimensione della lesione dell’immagine. Sul punto la sentenza appellata reca congrua e condivisa motivazione attraverso il richiamo alla dolosità del comportamento, alla qualifica di pubblico ufficiale del sig. Tosarelli, alla riprovevolezza sociale – oltre che alla rilevanza penale – della condotta posta in essere, alla dimostrazione di mancanza assoluta di affidabilità e correttezza (condizioni invece essenziali per l’attività di verifica e controllo), all’enorme risonanza della vicenda sugli organi di stampa, desumibile dai dieci articoli di stampa sull’argomento, in cui si indicava la vicenda con toni di enorme gravità, e sulle televisioni locali e nazionali, ove era stato più volte trasmesso il filmato tratto dalla registrazione audio video.
Questo Giudice pertanto ritiene corretta la quantificazione operata dalla Sezione territoriale.
Per quanto detto deve conclusivamente respingersi l’appello proposto, in quanto destituito di giuridico fondamento, e di conseguenza deve confermarsi la sentenza di primo grado, con la condanna dell’appellante alle spese di giudizio.
Condanna l’appellante al pagamento delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano in Euro 102,34 (centodue/34)
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 16 novembre 2011.
Domenico Mastrangelo, on 26 giugno 2013 at 2:11 pm said:
lieto che tu abbia trovato soddisfazione nella giustizia e immaginando che le tue dichiarazioni siano frutto anche dell’ovvio entusiasmo con il quale hai accolto la notizia, vorrei, tuttavia, invitarti (amichevolmente) ad un paio di riflessioni su quanto affermi.
Una è proprio quella sulla giustizia, che a te avrà anche dato ragione, ma che in numerosissimi altri casi decide in modo, sarei per dire, quanto meno opinabile.
Nel mio caso, ad esempio, il giudice del lavoro ha stabilito che un professionista con trentatré anni di laurea in Medicina e quattro specializzazioni, esperto di caratura mondiale nel settore del retinoblastoma e già in regime di convenzione con l’azienda stessa, possa, dalla medesima essere “licenziato” (con procedure amministrativamente discutibili, tanto per non dire peggio!) a proprio piacere e impunemente dichiarare che essa (l’azienda che ospita il centro di riferimento nazionale sul retinoblastoma!) “non ha una collocazione da dare” a questo professionista!!! Ora, si può discutere quanto si vuole, ma non mi si può venire a raccontare che questa sia una sentenza giusta o “sensata” … ergo, la giustizia funziona, ma solo in alcuni casi!
Sulla “correttezza istituzionale” dell’ateneo (al quale ti onori di appartenere!), al di là di tutta la questione del “buco” e di come e chi l’ha creato, ti chiedo se sia istituzionalmente “corretto” tenere il suddetto professionista, inquadrato al livello D3 dal 2003, con uno stipendio di 1200 euro netti al mese! … ergo, di nuovo, non dubito affatto che l’ateneo sia stato istituzionalmente corretto con te, ma mi domando se lo sia stato e/o lo sia con tutti!
Mi dirai: va bene, ma qual è il punto? Il punto è molto semplice: in maniera, sarei per dire apodittica, affermi (“in soldoni”) che la Giustizia trionfa sempre e che l’ateneo (al quale ti onori di appartenere!) è “istituzionalmente corretto”. In base alla mia esperienza, io posso dimostrarti l’esatto contrario e dunque, specialmente da te che sei avvocato, mi sarei aspettato affermazioni del tipo: “Nel mio caso la Giustizia ha trionfato” e “Nel mio caso l’ateneo è stato istituzionalmente corretto”! … Mi chiederai ancora: ma che differenza c’è? La differenza, cara Anna, c’è ed è sostanziale, perché una giustizia che trionfa “solo in alcuni casi”, tutto è, meno che giusta! … e un’istituzione che tratta i propri dipendenti come figli e figliastri, tutto è, meno che corretta! … se poi mi dici che era implicito che tu ti riferissi al tuo caso particolare, allora come non detto!

References: sentenza 
 sentenza 
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 art. 444
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 art. 444
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 art. 1
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 Cass. 
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