Source: https://fiscomania.com/patto-di-non-concorrenza/
Timestamp: 2020-05-30 09:24:54+00:00

Document:
Patto di non concorrenza: profili civilistici e fiscali - Fiscomania
Home Tax Planning Tax Planning Nazionale Patto di non concorrenza: profili civilistici e fiscali
Patto di non concorrenza: profili civilistici e fiscali
Disciplina civilistica e fiscale legata alla stipulazione di un patto di non concorrenza nel lavoro dipendente, di agenzia o di impresa.
Secondo quanto disposto dall’art. 2105 Codice civile, il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, nel rispetto dell’obbligo di fedeltà che caratterizza il rapporto di lavoro.
Tale obbligo vincola il lavoratore durante il rapporto di lavoro, ma la limitazione dell’attività concorrenziale può essere estesa, per volontà delle parti, anche successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro, mediante la stipulazione del “patto di non concorrenza“.
Per quanto riguarda la natura giuridica, il patto di non concorrenza è riconducibile ad un contratto oneroso ed a prestazioni corrispettive con cui il datore di lavoro si obbliga a corrispondere una somma di denaro al lavoratore. A sua volta, quest’ultimo reciprocamente si obbliga, per il tempo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro, a non svolgere, per un determinato periodo ed in uno specifico settore, attività in concorrenza con quella del datore di lavoro.
Con tale patto viene quindi stabilito un divieto la cui ragione è quella di tutelare l’imprenditore nei confronti del lavoratore che, libero dai vincoli derivanti dal contratto di lavoro, potrebbe avvalersi, sia autonomamente che alle dipendenze altrui, di notizie, conoscenze tecniche e commerciali acquisite nell’ambito dell’organizzazione produttiva, in modo da incidere negativamente sulla capacità concorrenziale dell’impresa.
Vediamo, quindi, di seguito gli aspetti civilistici, fiscali e contabili del patto di non concorrenza.
Patto di non concorrenza: disciplina civilistica
Diritto di recesso e di opzione
Conseguenze in caso di inadempimento del lavoratore
Patto di non concorrenza nel diritto societario
Il patto di non concorrenza nel lavoro subordinato
Patto di non concorrenza nel contratto di agenzia
Patto di non concorrenza tra imprese
Patto di non concorrenza: disciplina fiscale
Aspetti fiscali dei redditi dal patto di non concorrenza
Patto di non concorrenza ed imposte indirette
Aspetti contributi del patto di non concorrenza
Applicazione del patto di non concorrenza: rilievi giuridici
Il patto di non concorrenza è l’accordo con cui il lavoratore si impegna a non svolgere attività di concorrenza nei confronti del datore di lavoro, dopo la cessazione del rapporto di lavoro, e per un determinato periodo di tempo, ricevendo in cambio un determinato compenso.
Lo scopo di tale clausola è quello di estendere, per il periodo successivo alla cessazione del rapporto, l’obbligo di non concorrenza che, in costanza del rapporto stesso, è imposto al lavoratore ai sensi dall’art. 2105 c.c. Il patto di non concorrenza trova disciplina nell’art. 2125 c.c., che individua specifici requisiti cui è subordinata la validità del patto stesso.
Il patto di non concorrenza deve determinare in modo specifico i limiti di oggetto, di tempo e di luogo a cui il lavoratore è sottoposto, al fine di non compromettere totalmente l’espletamento dell’esercizio professionale. Inoltre, l’ammontare del compenso deve essere adeguato al sacrificio derivante dal patto.
Ai sensi dell’art. 2125 c.c., il patto di non concorrenza soggiace ad una serie di limiti che – in un’ottica di bilanciamento di interessi – segnano il discrimine tra patto valido, in quanto diretto a garantire esigenze ed aspettative del datore di lavoro, e patto nullo, in quanto lesivo in maniera rilevante degli interessi del lavoratore in termini di ricollocazione lavorativa.
L’art. 2125 c.c. prevede per il patto di non concorrenza, pena la sua nullità, i seguenti requisiti:
Durata predefinita;
Individuazione di un ambito territoriale di operatività;
Determinazione di un corrispettivo.
Solo il requisito del limite temporale trova espressa specificazione nel dato normativo. Con riferimento agli ulteriori requisiti, l’art. 2125 c.c., invece, richiede solo che questi siano “determinati“, lasciando alle parti la loro concreta specificazione.
Nel caso in cui il patto sia dichiarato nullo, il datore di lavoro può esercitare l’azione di ripetizione delle somme corrisposte al lavoratore in esecuzione del patto, con la conseguenza che quest’ultimo sarà tenuto a restituirle.
L’art. 2125 c.c. prevede la nullità del patto di non concorrenza che non risulti da atto scritto. La stipulazione del patto può intervenire:
Al momento dell’assunzione (con specifica clausola inserita nel contratto o con atto separato);
O successivamente, sia nel corso del rapporto di lavoro (ad es., in seguito a un mutamento di mansioni o a una promozione), sia in occasione della cessazione del medesimo.
Il vincolo si perfeziona con la pattuizione, l’effetto finale si spiega dopo la cessazione del rapporto. È valido il patto di non concorrenza che sia sottoscritto con documento separato, senza l’apposizione di una seconda sottoscrizione ai sensi dell’art. 1341 c.c., richiedendo tale norma una sottoscrizione specifica solo nel caso di patto inserito in un complesso di condizioni contrattuali.
Quanto all’estensione temporale, il patto di non concorrenza non può avere una durata superiore:
a 3 anni per la generalità dei prestatori di lavoro;
a 5 anni per i dirigenti.
I termini decorrono dal primo giorno successivo alla cessazione dell’attività lavorativa.
L’oggetto del patto si identifica nelle attività inibite al lavoratore una volta cessato il rapporto di lavoro. L’art. 2105 c.c. prevede, in capo al lavoratore, l’obbligo di fedeltà che si sostanzia nell’obbligo:
Di non concorrenza: non trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore
Di riservatezza: non divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio.
Diversamente dall’obbligo di riservatezza – che vincola il lavoratore anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro – l’obbligo di non concorrenza opera esclusivamente durante l’esecuzione del rapporto di lavoro. In caso di mancata stipulazione di patto di non concorrenza, il lavoratore, alla cessazione del vincolo lavorativo, potrà, pertanto, intraprendere – in proprio o quale lavoratore subordinato presso altra impresa – qualsiasi attività, anche avente natura concorrenziale con quella praticata dal precedente datore di lavoro.
L’art. 2125 c.c. prescrive che il patto di non concorrenza – a pena di nullità – sia contenuto anche entro determinati limiti di luogo. Il riferimento territoriale:
Deve essere indicato e deve essere specifico;
Non può essere valutato in astratto, ma caso per caso e congiuntamente ai limiti di oggetto e allo scopo che si intende raggiungere:
Rapporto di proporzionalità inversa con l’oggetto in relazione al settore di riferimento, alle mansioni espletate, al grado di specializzazione delle stesse (tanto più ampia sarà la serie di attività precluse al lavoratore nel periodo di riferimento, tanto più sarà doveroso circoscriverne il campo geografico);
L’estensione di tale vincolo deve essere contenuta entro confini che rappresentino una certa utilità per l’imprenditore e che al contempo proteggano il lavoratore contro eccessive compressioni dell’attività di lavoro.
L’art. 2125 c.c. richiede, ai fini della validità del patto, l’esistenza di un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro a fronte della limitazione dello svolgimento dell’attività di quest’ultimo. La previsione del corrispettivo qualifica l’accordo come contratto a titolo oneroso a prestazioni corrispettive.
L’art. 2125 c.c. prevede la necessaria onerosità del patto ma non detta alcun criterio in ordine alla determinazione della misura del corrispettivo, ovvero alle modalità e ai tempi di corresponsione, lasciando alle parti ampia autonomia. La giurisprudenza ritiene che il patto di non concorrenza sia valido solo qualora preveda un corrispettivo congruo rispetto alla limitazione imposta al lavoratore. Ne deriva che:
Sono nulli i patti che prevedano compensi simbolici o sproporzionati rispetto al sacrificio richiesto al lavoratore, alla riduzione delle sue possibilità di guadagno, indipendentemente dall’utilità che il comportamento richiestogli rappresenta per il datore di lavoro;
La congruità del corrispettivo deve essere valutata alla luce delle circostanze del caso concreto, per cui non è possibile individuare un criterio universale per la quantificazione;
Il compenso va necessariamente visto in connessione con gli altri elementi e dovrà essere tanto maggiore quanto più gravosi sono i vincoli post-contrattuali imposti al dipendente, e pertanto, quanto più sia:
Elevata la posizione gerarchica del lavoratore e la retribuzione;
Ampio il vincolo territoriale;
Ampio il novero delle attività e/o dei datori individuati come concorrenti;
Estesa la durata.
Il patto di non concorrenza può essere sciolto solo con il consenso di entrambe le parti.
Si è a lungo dibattuto sulla validità di clausole, inserite nel patto di non concorrenza, che consentono al datore di lavoro:
Di recedere unilateralmente dal patto (dispensando il lavoratore dal rispetto degli obblighi di non concorrenza e al contempo esonerando il datore di lavoro dal pagarne il corrispettivo);
Di scegliere, entro un termine stabilito, se avvalersi o meno del patto di non concorrenza (art. 1331 c.c.).
Diritto di recesso nel patto
In merito al recesso, l’orientamento prevalente ritiene, invece, nulla (per contrasto con norme imperative) la clausola che consente al datore di lavoro di recedere dal patto di non concorrenza alla data di cessazione del rapporto di lavoro o per il periodo successivo (Cass. n. 15952/2004; Cass. n. 212/2013. Conformi: Cass. n. 3/2018).
Diritto di opzione nel patto
In ordine al patto di opzione, la giurisprudenza ha affermato la legittimità del patto di opzione avente ad oggetto la conclusione di un patto di non concorrenza post contrattuale, prevedendo, invece, l’illegittimità del patto di opzione avente ad oggetto il recesso unilaterale – da parte del soggetto datoriale – da un patto di non concorrenza già valido ed efficace, stipulato al momento dell’assunzione (Cass. n. 25462/2017. Conf.: App. Milano 2.9.2019 n. 908).
Le ipotesi più frequenti di violazione del patto di non concorrenza, sono costituite da:
Svolgimento di un’attività lavorativa in concorrenza con quella dell’ex datore di lavoro: violazione del patto di non concorrenza quando l’ambito di attività sia lo stesso, anche se le mansioni espletate dal lavoratore siano diverse (App. Perugia 15.10.2018 n. 142);
Storno di dipendenti attuato in favore di un’impresa concorrente;
Sviamento di clientela in favore di un’impresa concorrente (Trib. Parma 12.6.2014 n. 233).
Frequentemente vengono inserite, all’interno del patto di non concorrenza, pattuizioni volte a disincentivare la violazione del patto, ponendo in capo al lavoratore:
Un obbligo di comunicazione dell’attività che andrà a svolgere nel periodo di vigenza del patto. La società può imporre al lavoratore l’obbligo di comunicare per iscritto:
il nome del soggetto a favore del quale svolgerà la propria opera o collaborazione;
ovvero l’attività che svolgerà nel periodo di esecuzione del patto.
Una penale (ex artt. 1382 e ss. c.c.) a fronte dell’inadempimento, sia dell’obbligo di comunicazione sia dell’obbligo di non concorrenza. La penale – che ha la funzione di esonerare la parte che subisce l’inadempimento dall’onere della prova del danno subito e di determinare in via anticipata la misura del risarcimento del danno può essere stabilita:
in misura fissa (ad es., pari al doppio o al triplo del corrispettivo del patto di non concorrenza)
in misura variabile (ad es., in un ammontare determinato per ogni giornata di inadempimento del patto).
La violazione del patto di non concorrenza – quale contratto a titolo oneroso e a prestazioni corrispettive – costituisce inadempimento contrattuale e legittima le richieste di adempimento o di risoluzione del contratto e/o di risarcimento del danno per responsabilità contrattuale.
In particolare, in caso di violazione del patto di non concorrenza, l’ex datore di lavoro può agire in giudizio per ottenere:
L’inibitoria, con procedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c., con lo scopo di paralizzare l’attività concorrente per tutta la durata del patto:
la mancata ottemperanza dell’ordine del giudice può configurare un reato ai sensi dell’art. 650 c.p. (cui potrebbe concorrere il nuovo datore di lavoro nel momento in cui tale ordine gli venisse notificato);
l’inibitoria può essere rafforzata da una penalità monetaria ponendo, ad esempio, a carico del lavoratore che non ottemperi una somma da corrispondere per ogni mese di inadempimento all’ordine medesimo o per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine;
la scelta dell’ex datore di lavoro di agire per l’inibitoria non è preclusa dalla previsione di una penale, quale liquidazione convenzionale del pregiudizio;
La risoluzione del patto (in via ordinaria), con conseguente condanna del lavoratore a restituire il corrispettivo pagato in esecuzione di tale patto.
In entrambi i casi, il risarcimento del danno derivante dall’inadempimento (in via ordinaria), con onere probatorio a carico dell’ex datore di lavoro, fatto salvo il caso in cui sia stata pattuita una penale.
Il patto di non concorrenza rileva in riferimento a diverse fattispecie. Le principali norme del codice civile che richiamano tale patto sono:
L’art. 2125 c.c., in materia di lavoro subordinato;
L’art. 1751-bis c.c., relativo al contratto di agenzia;
L’art. 2596 c.c., nell’ambito della concorrenza tra imprenditori.
Inoltre, in riferimento alla cessione d’azienda, l’art. 2557 c.c. dispone un divieto di concorrenza nei confronti di chi aliena l’azienda. Infatti, il cedente deve astenersi, per il periodo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova impresa che per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell’azienda ceduta.
Vediamo, di seguito, come si delineano le casistiche sopra indicate.
L’art. 2125 c.c., in riferimento al rapporto di lavoro subordinato, prevede che il datore e il lavoratore possono stipulare un patto in ragione del quale, al momento della cessazione del rapporto di lavoro, venga limitato lo svolgimento dell’attività del prestatore di lavoro, per il tempo successivo alla conclusione del contratto. In sintesi, il patto di non concorrenza in questione è un contratto:
A prestazioni corrispettive;
Che può essere stipulato in qualunque momento del rapporto.
Inoltre, il patto sarà nullo se:
Non è pattuito un corrispettivo in favore del prestatore di lavoro;
Il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di tempo, oggetto, luogo.
In pendenza di contratto di agenzia, l’art. 1743 c.c. prevede un’esclusiva sia in capo al preponente che al disponente. Una volta che il contratto di agenzia è cessato, invece, i contraenti non sono soggetti a particolari vincoli e possono avviare attività che si pongono in concorrenza reciproca. La legge prevede, però, la possibilità che le parti pattuiscano un divieto di concorrenza.
Nel caso occorre verificare quanto disposto dall’art. 1751-bis c.c., il quale non si applica a tutti gli agenti, ma solo a coloro che esercitano la propria attività in forma individuale, di società di persone o di società di capitali con un solo socio, nonché, ove previsto da accordi economici nazionali di categoria, a società di capitali costituite esclusivamente o prevalentemente da agenti commerciali (art. 23 co. 2 Legge n.. 422/00). In particolare, l’art. 1751-bis c.c. stabilisce che dopo lo scioglimento del rapporto di agenzia, il patto di non concorrenza:
Deve riguardare la medesima zona, clientela e generi di beni o servizi per i quali il contratto di agenzia era stato concluso;
Deve essere stipulato per iscritto;
Non può eccedere i due anni successivi all’estinzione del contratto;
Dà diritto, al momento della cessazione del rapporto, ad un’indennità di natura non provvigionale (determinata in ragione di un accordo o, in mancanza, dal giudice).
L’art. 2596 c.c., contenuto nel Libro V, Titolo X (concorrenza e consorzi), relativo alla disciplina della libera concorrenza, sancisce i limiti contrattuali del patto di non concorrenza, i quali vanno ad aggiungersi ai limiti legali previsti dall’art. 2595 c.c. In particolare, secondo tale norma, il patto che limita la concorrenza tra imprenditori che hanno, almeno potenzialmente, una clientela comune:
Deve essere provato per iscritto (forma ad probationem);
E’ valido se circoscritto ad una determinata zona o ad una determinata attività;
Non può eccedere la durata di 5 anni. Pertanto se la durata del patto non è determinata o è stabilita per un periodo superiore a 5 anni, il patto è comunque valido per la durata del quinquennio.
La Corte di Cassazione 12.11.2014 n. 24159 ha affermato la nullità del patto con il quale il socio di una SRL, cedendo la sua quota di partecipazione al capitale sociale (ed uscendo dalla società), si vincoli a non svolgere attività concorrenziale con la società stessa, quando questo patto di non concorrenza precluda in modo assoluto all’obbligato l’esplicazione della sua capacità professionale in un dato settore economico.
Il patto di limitazione della concorrenza impone ai contraenti un’obbligazione di non fare, consistente nell’impegno di astenersi reciprocamente dall’operare nel settore di competenza del proprio concorrente. Tale fattispecie è volta anche a tutelare il singolo imprenditore a non vedersi privato per molto tempo della libertà di impresa.
I patti di non concorrenza tra imprenditori: le “intese“
I patti di non concorrenza tra imprenditori sono denominati comunemente intese. Le intese tra gli imprenditori possono avere diverso contenuto e possono consistere in obblighi di astensione a carattere assoluto o relativo a seconda che la non concorrenza riguardi:
L’intera attività;
Le intese possono diventare cartelli quando due o più imprenditori disciplinano le modalità di svolgimento delle reciproche attività concorrenti impegnandosi a praticare gli stessi prezzi per lo stesso tipo di prodotto.
L’Agenzia delle Entrate nella Risoluzione n. 234/E/2008 ha esaminato la disciplina fiscale relativa ai corrispettivi percepiti da un ex dipendente in relazione al patto di non concorrenza e al riguardo ha chiarito che tale reddito è:
Qualificabile come reddito di lavoro dipendente;
Assoggettato a tassazione separata nello stato dove si è svolta l’attività che lo ha generato.
Il trattamento ai fini delle imposte dirette delle indennità relative al patto di non concorrenza dipende dalla natura del rapporto da cui originano.
Qualora il patto di non concorrenza sia stipulato nell’ambito di un rapporto di lavoro subordinato, l’indennità percepita è attratta a tassazione come reddito di lavoro dipendente (Risoluzione n. 234/E/2008). Tali somme sono assoggettate:
A tassazione ordinaria, se erogate durante il rapporto;
A tassazione separata, se elargite in dipendenza della cessazione del rapporto di lavoro (art. 17 co. 1 lett. a) del TUIR).
Fatta salva l’applicazione delle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni, l’indennità relativa al patto di non concorrenza percepita da soggetti non residenti è imponibile in Italia ai sensi dell’art. 23 co. 2 lett. a) del TUIR, se corrisposta dallo Stato, da soggetti ivi residenti e da stabili organizzazioni nel territorio stesso di soggetti non residenti (Ris. Agenzia delle Entrate n. 234/E/2008).
Il trattamento fiscale delle somme corrisposte al lavoratore in dipendenza di un patto di non concorrenza ex art. 2125 c.c. risente delle incertezze che caratterizzano il relativo trattamento contabile.
Rilevazione di un fondo nel passivo
Laddove l’onere relativo al patto di non concorrenza sia ripartito sugli esercizi intercorrenti tra la data di stipulazione del patto e la data di cessazione del rapporto di lavoro, mediante la rilevazione di un fondo nel passivo dello Stato patrimoniale, il relativo accantonamento non è fiscalmente deducibile dal reddito d’impresa ex art. 107 co. 4 del TUIR, non rientrando tra quelli espressamente previsti dalle disposizioni relative alla determinazione del reddito d’impresa.
Imputazione all’esercizio di cessazione del rapporto
Laddove l’onere relativo al patto di non concorrenza sia interamente imputato all’esercizio in cui cessa il rapporto di lavoro e l’indennità viene erogata, si ritiene che lo stesso concorra a formare il reddito imponibile nel medesimo esercizio.
Capitalizzazione tra le immobilizzazioni immateriali
Laddove l’onere relativo al patto di non concorrenza sia capitalizzato nell’esercizio in cui il corrispettivo viene erogato tra le altre immobilizzazioni immateriali e ammortizzato negli esercizi successivi alla cessazione del rapporto di lavoro, durante i quali il patto limita lo svolgimento dell’attività del prestatore di lavoro, le relative quote di ammortamento sono deducibili dal reddito di impresa nel limite della quota imputabile a ciascun esercizio ex art. 108 co. 1 del TUIR.
L’indennità spettante all’agente, quale corrispettivo del patto di non concorrenza, ha natura risarcitoria, non provvigionale (art. 1751-bis co. 2 c.c.). L’inquadramento ai fini delle imposte dirette dell’indennità non è pacifico.
L’indennità potrebbe essere ricondotta nel reddito d’impresa (ai sensi dell’art. 6 co. 2 del TUIR) in quanto volta a risarcire l’agente dei mancati introiti conseguenti al divieto di sfruttare a proprio favore la clientela acquisita nell’esecuzione del rapporto contrattuale.
Secondo un’altra posizione, sarebbero applicabili le disposizioni sull’indennità per la cessazione del rapporto d’agenzia. Infine, considerandola quale corrispettivo per l’obbligazione assunta di non operare in concorrenza con l’ex impresa mandante, l’indennità potrebbe essere inquadrata tra i redditi diversi derivanti dall’assunzione di obblighi di non fare (art. 67 co. 1 lett. l) del TUIR).
Gli accantonamenti operati a fronte di “premi fedeltà” erogati agli agenti al momento della cessazione del rapporto e collegati alla sottoscrizione di un patto di non concorrenza sono indeducibili dal reddito d’impresa ex art. 107 co. 4 del TUIR. Questo, in quanto non rientrano tra quelli espressamente previsti dalle disposizioni relative alla determinazione del reddito d’impresa. Ove si aderisse a tale impostazione, gli oneri relativi a tali accantonamenti sarebbero deducibili esclusivamente nell’esercizio in cui le indennità sono corrisposte.
L’indennità relativa al patto di non concorrenza corrisposta all’agente dopo lo scioglimento del rapporto di agenzia deve ritenersi non soggetta ad IVA per carenza del presupposto oggettivo dell’imposta.
L’art. 1751-bis c.c., che disciplina il patto di non concorrenza nel contratto di agenzia, riconosce infatti a tale indennità carattere “non provvigionale“, assumendo la stessa natura risarcitoria in relazione ai mancati introiti dell’agente.
Ciononostante, l’interpretazione fornita dall’Amministrazione finanziaria è stata oggetto di riflessioni critiche in dottrina. In particolare, è stato osservato che l’indennità relativa al patto di non concorrenza potrebbe configurarsi come corrispettivo di una specifica obbligazione di “non fare“, soggetta ad IVA ai sensi dell’art. 3 del DPR n. 633/72.
Il corrispettivo del patto di non concorrenza rientra, in linea generale, nell’imponibile contributivo. Il corrispettivo può essere erogato:
In costanza di rapporto lavorativo;
Al termine o dopo la cessazione del rapporto di lavoro sulla base di un accordo intervenuto all’origine o nel corso del rapporto di lavoro.
Con riguardo alla prima fattispecie, ovvero all’erogazione frazionata in costanza di rapporto di lavoro con cadenza mensile (o altra cadenza), il corrispettivo è soggetto all’ordinaria contribuzione, al pari di qualsiasi erogazione effettuata dal datore di lavoro in occasione del rapporto di lavoro (Cass. 4.4.91 n. 3507).
Anche il compenso per patto di non concorrenza erogato al termine o dopo la cessazione del rapporto di lavoro rientra nell’imponibile contributivo, in quanto erogato in dipendenza di un contratto di lavoro subordinato e costituisce un elemento assimilabile a tutti gli effetti alla retribuzione. L’elemento non ha natura risarcitoria ed è qualificato come corrispettivo dell’obbligazione di non facere (Cass. 15.7.2009 n. 16489).
Pregiudizio alla capacità concorrenziale dell’impresa
In merito alla configurabilità del divieto di concorrenza, la Suprema Corte ha affermato che vi è la possibilità di ricorrere ad un patto regolativo della concorrenza “ogni qual volta il lavoratore per le conoscenze acquisite nel corso del suo rapporto, possa utilizzare il bagaglio di dette conoscenze in pregiudizio della capacità concorrenziale dell’impresa che gli ha consentito, offrendogli il lavoro, di acquisire e/o affinare la propria professionalità” (Cass. 19.4.2002, n. 5691).
Patto di non concorrenza valido per tutti i dipendenti
Il patto trova applicazione non solo per i dipendenti che svolgono mansioni direttive o di alto livello, ma anche per tutti coloro che sono impiegati in compiti non intellettuali o anche di natura meramente esecutiva, purché operino in settori in cui l’imprenditore, in ragione della specifica natura e delle peculiari caratteristiche dell’attività svolta, possa subire un concreto pregiudizio, in termini di penetrazione del mercato e di capacità concorrenziale, provocato dall’utilizzo, da parte dei lavoratori, della loro esperienza e delle conoscenze acquisite (Cass. 19.4.2002, n. 5691).
A tal proposito, la Suprema Corte afferma che “l’espropriazione di diritti fondamentali del lavoratore (alla libertà di lavoro e di iniziativa privata) è valida a condizione che sia riconosciuto un equo compenso” (Cass. 19.7.2003, n. 11305).
Corrispettivo fisso o in percentuale
Il corrispettivo può essere erogato durante il rapporto di lavoro, alla sua cessazione oppure anche successivamente ad essa e può essere corrisposto in forma fissa o percentuale rispetto alla retribuzione; Il patto produce i propri effetti per il periodo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro; come già precisato, la sua durata non può essere superiore a tre anni per i lavoratori ed a cinque per i dirigenti ed esso non produce effetti per il periodo di tempo eccedente tali limiti.
Patto nullo con vincolo di recesso
Si ritiene opportuno evidenziare che, al fine di garantire al lavoratore la certezza della durata del vincolo e favorire così le decisioni più opportune sulle proprie scelte lavorative, la Corte di Cassazione ritiene che il patto di non concorrenza venga violato dalla clausola con cui il datore di lavoro si riserva la facoltà di recesso poiché, in tal caso, verrebbe meno il requisito essenziale della determinazione temporale dell’obbligo (Cass. 16.8.2004, n. 15952); e, quindi, una previsione di tal genere, rimessa all’arbitrio del datore di lavoro, concreta una clausola nulla (Cass. 13.6.2003, n. 9491).
Contestualizzazione del patto a pena nullità
La Suprema Corte ha affermato che il patto di non concorrenza è nullo se il divieto di attività successive alla risoluzione non è contenuto entro limiti determinati di oggetto, di tempo o di luogo; l’ampiezza del vincolo deve essere tale da comprimere l’esplicazione della concreta professionalità del lavoratore, non, però, fino al punto di compromettere la possibilità di assicurare al lavoratore un guadagno idoneo alle sue esigenze di vita (Cass. 4.4.2006, n. 7835; Cass. 2.5.2000, n. 5477; Cass. 14.5.1998, n. 4891).
In specifico riferimento all’ammontare ed alla congruità del corrispettivo dovuto, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che l’espressa previsione di nullità ex art. 2125 c.c. “va riferita alla pattuizione non solo di compensi simbolici, ma anche di compensi manifestamente iniqui o sproporzionati in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore e alla riduzione delle sue possibilità di guadagno, indipendentemente dall’utilità che il comportamento richiestogli rappresenta per il datore di lavoro, come dal suo ipotetico valore di mercato” (Cass. 4.4.2006, n.7835; Cass. 14.5.1998, n. 4891).
Articolo precedenteDomanda Cassa Integrazione per i neo-assunti
Prossimo ArticoloCompatibilità del Congedo parentale Covid-19
Pietro Landri Maggio 14, 2020 at 22:19
Buonasera. Supponiamo ci sia una clausola secondo cui in violazione del patto di non concorrenza l’ex dipendente debba restituire il compenso, poniamo di 20,000€ e corrispondere una penale di 40,000€. Supponiamo ci sia violazione e l’ex dipendente lo dichiari spontaneamente e bonifichi prontamente 60,000€ . Tale ammontare è deducibile dalla dichiarazione come minor reddito percepito in quell’anno o a qualsiasi altro titolo? Se si, con quali modalità deve essere corrisposto all’ex datore di lavoro in modo da essere congruentemente dedotto dall’imponibile IRPEF?
Federico Migliorini Maggio 14, 2020 at 22:33
Non è un onere deducibile.

References: Cass. 
 Cass. 
 art. 700
 art. 2125
 art. 107
 art. 108
 art. 107
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2125
 Cass.