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Timestamp: 2019-05-20 19:23:03+00:00

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MARINA DI GIOIOSA Tutti i dettagli della sentenza che demolisce le ragioni dello scioglimento e riporta in carica l’amministrazione Vestito
MARINA DI GIOIOSA IONICA – La notizia è che in Italia la divisione dei poteri esiste ancora e resiste a ogni indirizzo governativo o ministeriale improntato al depotenziamento o, in molti casi, alla distruzione di realtà amministrative senza macchia e i cui rappresentanti non hanno nulla da rimproverarsi. E che non si possono sciogliere i consigli comunali se non ci sono i presupposti idonei.
L’analisi della sentenza del TAR del Lazio (presidente Ivo Correale) con la quale è stato accolto il ricorso presentato dall’avvocato Francesco Macrì, teso a ottenere l’annullamento del D.P.R. Del 24 novembre del 2017 col quale era stato disposto lo scioglimento del consiglio comunale di Marina di Gioiosa Ionica per asserite infiltrazioni mafiose, evidenzia anzitutto che tale pronunciamento della giurisdizione amministrativa è immediatamente esecutivo, anche se la Prefettura di Reggio Calabria, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno dovessero ricorrere al Consiglio di Stato.
Insomma, a brevissimo, avverrà il passaggio di consegne tra la Commissione Straordinaria insediatasi a seguito del decreto di scioglimento e l’amministrazione comunale eletta nel mese di novembre del 2013, che quindi tornerà in carica fino alle prossime elezioni.
E, a onor del vero, quella degli amministratori comunali della Giunta Vestito, è una redenzione netta, incontrovertibile e totale. Lo si evince dalla corposa giurisprudenza composta da sentenze del Consiglio di Stato del decennio precedente, richiamate nella sentenza. Non solo. Gli amministratori ricorrenti, inoltre, hanno fin da subito contestato il fatto che “La relazione del Ministro dell’Interno riprende pedissequamente la linea dei fatti e delle argomentazioni sviluppate dal Prefetto di Reggio Calabria e che questi, a sua volta, è pervenuto nelle sue determinazioni sulla scorta del contenuto della relazione conclusiva redatta dalla Commissione d’indagine dallo stesso nominata”, formulando, di conseguenza, un unico, articolato, motivo di impugnazione in cui hanno dedotto la mancanza dei presupposti per disporre lo scioglimento del Consiglio comunale.
Le sopracitate sentenze del Consiglio di Stato sono state utilizzate dal TAR del Lazio per desumere i principi generali applicabili in materia.
“Valga per tutti quanto precisato dal Consiglio di Stato (Sez. III, 24 aprile 2015, n. 2054), secondo cui lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose costituisce una misura straordinaria di prevenzione (Corte Cost. n. 103/1993), che l’ordinamento ha apprestato per rimediare a situazioni patologiche di compromissione del naturale funzionamento dell’autogoverno locale (Cons. Stato, Sezione III, 28.5.13, n. 2895); il D.P.R. con il quale è disposto lo scioglimento e la relazione ministeriale di accompagnamento costituiscono, quindi, atti di “alta amministrazione”, perché orientati a determinare ugualmente la tutela di un interesse pubblico, legato alla prevalenza delle azioni di contrasto alle c.d. “mafie” rispetto alla conservazione degli esiti delle consultazioni elettorali (Cons. Stato, Sez. III, n. 2895/2013 cit.).
Ne consegue che assumono rilievo situazioni non traducibili in episodici addebiti personali ma tali da rendere – nel loro insieme – plausibile, nella concreta realtà contingente e in base ai dati dell’esperienza, l’ipotesi di una soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata (tra cui, in misura non esaustiva: vincoli di parentela o affinità, rapporti di amicizia o di affari, frequentazioni) e ciò pur quando il valore indiziario degli elementi raccolti non sia sufficiente per l’avvio dell’azione penale o per l’adozione di misure individuali di prevenzione (Cons. di Stato, Sez. III, 2 luglio 2014, n. 3340)”.
“A ciò deve aggiungersi che, se è vero che gli elementi raccolti devono essere “concreti, univoci e rilevanti”, come è richiesto dalla “nuova formulazione” dell’art. 143, comma 1, Tuel, è tuttavia solo dall’esame complessivo di tali elementi che si può ricavare, da un lato, il quadro e il grado del condizionamento mafioso e, dall’altro, la ragionevolezza della ricostruzione operata quale presupposto per la misura dello scioglimento degli organi dell’ente, potendo essere sufficiente allo scopo anche soltanto un atteggiamento di debolezza, omissione di vigilanza e controllo, incapacità di gestione della “macchina” amministrativa da parte degli organi politici che sia stato idoneo a beneficiare soggetti riconducibili ad ambienti “controindicati” (Cons. Stato, Sez. III, 28 maggio 2013, n. 2895)”.
Tutto ciò premesso, la sentenza del TAR del Lazio smonta, di fatto, tutti i motivi addotti dalla filiera Prefettura di Reggio Calabria-Ministero dell’Interno-Presidenza del Consiglio dei Ministri il cui lavoro ha costituito il naturale preludio al Dpr che nel novembre del 2017 ha portato allo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose.
Proprio così, perchè la sentenza recita che “Passando all’esame del merito del ricorso, esso merita accoglimento, alla stregua delle seguenti considerazioni” che, di fatto, smontano pezzo per pezzo il decreto di scioglimento.
“In primo luogo, vanno richiamate le considerazioni svolte nella proposta del Ministero dell’interno, allegata al decreto di scioglimento, circa la posizione degli organi elettivi dell’ente e le elezioni amministrative tenutesi il 17 e 18 novembre 2013. In proposito, è dato risalto alla presenza di legami di parentela e di affinità ovvero di frequentazione tra sottoscrittori delle due liste di candidati presentatesi alle consultazioni elettorali. Tuttavia, tale evenienza non viene correlata, neppure in termini ipotetici, alla possibilità di tali soggetti controindicati di condizionare l’operato degli amministratori locali. Anzi, sul punto, la relazione prefettizia, richiamando i risultati della Commissione di accesso, osserva come “dalla disamina delle informazioni acquisite dalle Forze di Polizia sugli amministratori locali attuali nulla è risultato”.
Quanto alla presenza di legami e alle parentele tra alcuni soggetti che fanno parte dell’apparato burocratico dell’ente ed esponenti delle consorterie locali, tale evenienza non è corroborata da evidenze significative in ordine a possibili condizionamenti della loro attività nella gestione amministrativa dell’ente.
In proposito, gli atti impugnati richiamano alcune vicende, che tuttavia risultano essere travisate o solo parzialmente descritte, sicché la loro valenza, seppure in termini puramente indiziari, ne risulta compromessa.
Analoghi travisamenti in fatto si riscontrano in relazione alle vicende collegate alle concessioni per la gestione di stabilimenti balneari.
Il provvedimento dissolutorio contiene anche ampi richiami alla materia urbanistica ed edilizia e si afferma che persone vicine alla criminalità organizzata si sarebbero avvantaggiate dell’inerzia dell’Ente nel concludere i procedimenti demolitori. La relazione prefettizia si incentra su due specifiche vicende e conclude che la loro disamina desta “dubbi in ordine ad un controllo insufficiente da parte degli organi preposti, che finisce per favorire le famiglie legate alle cosche di ndrangheta più pericolose”.
Quanto alle criticità riscontrate relativamente alla gestione dei beni confiscati, esse si incentrano sulla circostanza che un terreno sottoposto a confisca e consegnato al Comune sarebbe ancora nel possesso dell’ex proprietario. La circostanza, riportata nella proposta ministeriale, tuttavia, omette di tenere in considerazione che il fondo in questione, come si evince dalla lettura degli atti prefettizi, non poteva essere recintato né intercluso totalmente, servendo da passaggio obbligato per l’accesso ad un altro terreno comunale. Emerge, poi, dalla lettura degli atti della Commissione di indagine che il Sindaco aveva posto in essere le attività necessarie per destinare alla locale stazione dell’Arma dei Carabinieri uno dei due immobili confiscati al proprietario del fondo, non ottenendo tuttavia un riscontro alla sua richiesta.
Sono, poi, oggetto di critica l’inefficienza e il disordine amministrativo riscontrati nel settore delle occupazioni di suolo pubblico, di cui avrebbero beneficiato anche esponenti della malavita. In particolare, è contestato l’omesso controllo sulla riscossione dei tributi dovuti in caso di occupazione, di cui si sarebbe avvantaggiato anche un soggetto che gestisce un esercizio pubblico insieme a una persona contigua ad un esponente apicale della criminalità locale. Tale soggetto, inoltre, ha aperto una sala giochi ubicata in locali dati in locazione da un individuo controindicato, nei pressi di una scuola elementare.
Quanto, infine, alla situazione economico-finanziaria del Comune, gli atti impugnati contengono critiche sull’incapacità di gestire in modo idoneo i residui sia attivi che passivi, che tuttavia non sono contestualizzate ai fini di dimostrare una possibile incidenza di tale fattore ai fini di una maggiore permeabilità dell’apparato amministrativo ai condizionamenti mafiosi.
Da ultimo, non può essere trascurato, ai fini di una analisi sulla sintomaticità delle vicende descritte negli atti impugnati, considerate nel loro insieme, che la stessa Commissione di indagine ha avuto modo di esprimere un sostanziale apprezzamento per l’operato degli amministratori locali, giungendo ad affermare che “L’attività di competenza della Giunta e del Consiglio Comunale, letta attraverso le rispettive delibere acquisite, è apparsa invero, dinamica e propulsiva. Anche quella dei Responsabili degli Uffici (…) è risultata, nel complesso, organizzata, probabilmente anche effetto di una corretta impostazione acquisita dopo due anni di gestione dell’Ente da parte della Commissione Straordinaria nel biennio 2011-2013”.
In conclusione, alla luce delle considerazioni che precedono, il Collegio ritiene che da una lettura complessiva e non atomistica di tutti gli episodi considerati ai fini dell’adozione del provvedimento dissolutorio, tenuto conto dei ravvisati vizi di travisamento dei fatti e di illogicità nella valutazione dei presupposti, non è possibile ricavare la sussistenza di quegli elementi concreti, univoci e rilevanti, ex art. 143 cit., idonei a configurare la compromissione del buon andamento o dell’imparzialità dell’amministrazioni comunale e la presenza del condizionamento da parte della malavita organizzata”.
Insomma, la sentenza, più che smontare, demolisce tutte le ragioni alla base del decreto di scioglimento del consiglio comunale di Marina di Gioiosa.
Una considerazione finale: la sentenza di oggi non è solo un successo personale e politico per Domenico, Maria Elena, Loredana, Francesco, Giuseppe, Sisì, Daniele, Sergio e tutti quelli che si sono spesi per ridare a Marina di Gioiosa un’amministrazione comunale democraticamente eletta, compresi i consiglieri di opposizione. No, è la vittoria di un’intera comunità cittadina, che ritrova una forte ragione per esprimere il diritto all’elettorato attivo e anche – particolare non trascurabile – per ritrovare l’impegno politico e amministrativo.
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