Source: https://www.laleggepertutti.it/277503_le-azioni-a-tutela-delleredita
Timestamp: 2019-12-12 00:10:51+00:00

Document:
Le azioni a tutela dell'eredità
Le azioni a tutela dell’eredità
27 Marzo 2019 | Autore: Sabrina Mirabelli
Le azioni a tutela dell’eredità come strumento volto a garantire l’interesse degli eredi: l’azione di riduzione e l’azione di petizione.
Tua madre è morta senza lasciare testamento. Prima di morire ha donato un appartamento al suo giardiniere, ledendo i tuoi diritti di erede. Cosa puoi fare? Come si calcola con esattezza la massa ereditaria al fine di verificare se è stata lesa la tua quota di legittima? Puoi agire in giudizio contro un soggetto che possiede in maniera illegittima dei beni che invece, spettano a te quale erede di tuo fratello? In moltissimi casi la morte di un soggetto segna “l’inizio della fine”, ossia il momento in cui tra i suoi eredi, si scatenano guerre e liti per la divisione del patrimonio. Questo può accadere nell’ipotesi in cui il defunto, detto anche de cuius, non ha lasciato scritto nulla in ordine alle sue ultime volontà ma ad esempio, le ha comunicate solo oralmente ai discendenti. Pertanto, in tal caso, la divisione dell’eredità andrà fatta in base alle norme dettate in materia dal legislatore italiano. Oppure quando il soggetto ha fatto testamento, stabilendo come e a chi dovranno andare i beni facenti parte del suo patrimonio dopo la morte. E’ vero che in entrambi i casi la volontà del defunto va comunque rispettata ma la legge tutela la posizione dei suoi parenti più stretti, cioè il coniuge del defunto (il marito o la moglie), i discendenti (i figli, i nipoti) e gli ascendenti (i genitori), che prendono il nome di legittimari o eredi necessari, riservando loro determinate porzioni del patrimonio del de cuius (le così dette quote di riserva o legittima) anche contro la sua volontà. Perciò, qualora si verificasse la lesione della legittima, il legislatore ha previsto le azioni a tutela dell’eredità, volte a garantire gli interessi dei legittimari.
Tali soggetti infatti, proprio in virtù del rapporto che li legava con lo scomparso, non possono essere “dimenticati”, cioè non considerati dopo la sua morte. Le porzioni di patrimonio agli stessi spettanti, rappresentano quindi, quella parte di eredità della quale il defunto non può disporre sia quando è ancora in vita, neanche attraverso una donazione, sia dopo la sua morte, ad esempio disponendo nel proprio testamento che vengano assegnate a soggetti diversi, poiché riservate dalla legge ai legittimari.
1 Azione di riduzione
2 Azione di riduzione ed atto di citazione
3 Presupposti dell’azione di riduzione
4 Tempi per l’azione di riduzione
5 Azione di petizione
Quando i legittimari ritengono che il defunto, tramite testamento o attraverso donazioni, abbia leso la legittima, cioè la quota di eredità loro spettante per legge, possono agire in giudizio mediante l’azione di riduzione.
L’azione di riduzione è prevista dal Codice civile [1] e consente di ricostituire la quota di legittima. Attraverso la stessa infatti, vengono annullati in tutto o in parte, gli atti che ne hanno causato la lesione.
Vediamo allora le diverse ipotesi in cui è possibile agire con l’azione di riduzione.
Se il defunto non ha lasciato alcun testamento e gli eredi si dividono il suo patrimonio, rimanendo soddisfatti dalla parte di eredità che ciascuno di loro riceve, allora non sarà necessario il ricorso all’azione di riduzione.
Esempio: Tizio muore senza avere lasciato testamento. Il patrimonio ereditario comprende due appartamenti di stesse dimensioni e di uguale valore. Caio e Sempronio, figli di Tizio, perciò, si dividono gli immobili, diventando proprietari ciascuno di un bene, senza dover ricorrere ad atti legali.
Quando invece, il defunto non ha lasciato testamento ma per effetto di atti compiuti quando era ancora in vita, ad esempio una donazione, ha comunque leso la quota di eredità che la legge riconosce ai legittimari, allora sarà necessario agire per mezzo dell’azione di riduzione.
Esempio: Tizio muore senza lasciare testamento. Quando era ancora in vita aveva donato un immobile alla badante all’insaputa del figlio, Sempronio. Questi venuto a conoscenza della cosa all’apertura della successione, decide di agire davanti all’autorità giudiziaria competente al fine di fare dichiarare invalida la donazione perché lesiva dei suoi diritti di legittima.
Parimenti quando il defunto ha fatto testamento e le disposizioni in esso contenute sono lesive della quota di eredità spettante per legge a ciascun legittimario, il testamento non sarà nullo ma le singole disposizioni potranno essere annullate. Questo vuol dire che pur rimanendo in piedi la struttura del testamento, le varie disposizioni verranno rivalutate nel rispetto della legge a favore degli eredi necessari.
Esempio: Tizio muore, lasciando come erede il figlio Caio. Nel testamento ha disposto che ad un’associazione benefica, vada una grande villa oltre a una ingente somma di denaro mentre a Caio vada solo un appartamento di poco valore. E’ evidente che in questo caso il diritto di legittima di Caio è stato violato e quindi, lo stesso potrà agire con l’azione di riduzione.
Se l’annullamento delle disposizioni contenute nel testamento non è comunque sufficiente a ricostituire la legittima, gli eredi potranno chiedere l’annullamento delle eventuali donazioni fatte dal defunto quando era ancora in vita. Le donazioni andranno ridotte a ritroso, partendo dall’ultima fino ad arrivare alla prima [2].
Esempio: Tizio ha disposto con testamento che alla sua morte alcuni appezzamenti di terreno edificabili vadano al fraterno amico Caio mentre altri, di valore minore, vadano alla figlia Mevia. Quest’ultima agisce pertanto, con l’azione di riduzione contro le disposizioni testamentarie, chiedendone l’annullamento. Infatti, tra i beni a lei lasciati dal padre e quelli lasciati all’amico, esiste una differenza di valore notevole.
Tuttavia, non riuscendo ad integrare la propria quota di legittima, agisce anche contro la donazione di un appartamento che il padre aveva fatto sempre in favore di Caio, qualche giorno prima di morire, chiedendone l’annullamento.
L’azione di riduzione si distingue in:
l’azione di riduzione in senso stretto, che è quella che ha come scopo di fare annullare in tutto o in parte le disposizioni testamentarie e/o le donazioni che hanno leso la quota dei legittimari;
l’azione di restituzione dei beneficiari delle disposizioni o donazioni lesive, che si ha quando i legittimari che hanno agito con l’azione di riduzione, usciti vittoriosi dal giudizio, recuperano quanto ancora presente nel patrimonio dei soggetti che hanno beneficiato delle disposizioni testamentarie o delle donazioni illegittime [3]. Esempio: Sempronio agisce in giudizio con l’azione di riduzione contro Caio, a cui suo padre aveva donato un immobile, ledendo i suoi diritti di legittima. Avendo vinto la causa, ha diritto di recuperare il bene donato a Caio;
l’azione di restituzione contro i terzi acquirenti, che si ha quando i legittimari che hanno agito con successo con l’azione di riduzione, recuperano quanto loro spettante dai soggetti a cui i beni sono stati venduti dai beneficiari delle disposizioni o donazioni lesive [4]. Tale azione può essere esercitata entro il termine di 20 anni dalla trascrizione della donazione. Esempio: Sempronio vince la causa che aveva iniziato contro Caio poiché a questi il padre, quando era ancora in vita, aveva donato un terreno, ledendo così il suo diritto di legittima. A sua volta Caio ha venduto il bene a Mevio. Pertanto, Sempronio avrà diritto di recuperare l’immobile da Mevio allo stesso modo in cui avrebbe avuto diritto di recuperarlo da Caio se questi non lo avesse venduto.
Azione di riduzione ed atto di citazione
L’azione di riduzione si introduce con atto di citazione nel quale devono essere indicati il petitum e la causa petendi, cioè l’oggetto della richiesta (azione di riduzione) e le ragioni sulle quali si forma la domanda (la lesione della legittima).
Più precisamente, il legittimario deve chiedere la ricostituzione della propria quota di eredità mediante l’annullamento degli atti di disposizione o delle donazioni illegittimi, poiché spetta a lui provare in giudizio l’esatto valore del patrimonio del defunto e i limiti entro i quali è avvenuta la lesione dei suoi diritti, è opportuno compiere, preliminarmente, un’operazione contabile che serve a stabilire con esattezza l’ammontare di tutto ciò che apparteneva al defunto e a ricostruire la cosiddetta “massa ereditaria”.
A tal fine, deve prendere in considerazione tutti i beni esistenti al momento della morte e da questi deve sottrarre i debiti e i beni che sono stati donati durante la vita. Sull’ammontare del patrimonio ereditario così descritto deve calcolare poi, la quota che gli sarebbe spettata in quanto erede legittimario.
Presupposti dell’azione di riduzione
Per potere agire con l’azione di riduzione il legittimario deve accettare l’eredità con beneficio di inventario [5].
Accettare l’eredità con beneficio di inventario significa che l’erede prima di subentrare nella posizione giuridica del defunto e quindi di prenderne il posto in tutti suoi i rapporti, può valutarne la convenienza. Infatti, qualora il defunto abbia lasciato debiti, l’erede, accettando l’eredità, dovrà risponderne nei confronti dei creditori. Mediante tale accettazione quindi, separa i proprio beni da quelli del de cuius, mettendoli al sicuro da possibili azioni dei creditori dello stesso.
Tempi per l’azione di riduzione
Il termine decorso il quale non è più possibile agire con l’azione di riduzione è di 10 anni. Nell’ipotesi di disposizioni testamentarie il termine di prescrizione decorre dalla data in cui il beneficiario della disposizione lesiva, ha accettato l’eredità. Nel caso in cui le disposizioni da ridurre siano delle donazioni, detto termine inizia a decorrere dalla data di apertura della successione, che in genere coincide con la data in cui il donante muore.
Sull’azione di riduzione è consigliata la lettura degli articoli “Cos’è la quota di legittima” e “Eredità: come tutelarla?”.
Azione di petizione
Quando l’erede vuole che venga riconosciuta questa sua qualità contro chiunque possiede in tutto o in parte i beni ereditari a titolo di erede o senza titolo alcuno, allora può agire in giudizio mediante l’azione di petizione [6]. Scopo ultimo della stessa quindi, è la restituzione dei beni ereditari.
Esempio: Alla morte di Tizio, Caio, suo erede, subentra nella proprietà di un terreno del defunto, coltivato dal cugino Sempronio. Quest’ultimo si rifiuta di lasciare libero l’appezzamento di terreno, vantando dei diritti sullo stesso. In questo caso Caio potrà agire contro Sempronio con l’azione di petizione al fine di vedere riconosciuta la sua qualità di erede di Tizio ed ottenere la restituzione del bene.
Colui che agisce con l’azione di petizione deve provare sia morte del de cuius sia la sua qualità di erede.
Per quanto attiene la qualità di erede, bisogna distinguere:
se si tratta di un legittimario, cioè di un erede la cui qualità, in mancanza di testamento, è riconosciuta direttamente dalla legge in quanto coniuge o discendente o ascendente del defunto, sarà sufficiente provare il grado di parentela;
se la sua qualità di erede è testamentaria, allora sarà necessario produrre il testamento.
Se a colui che ha agito in giudizio, il giudice riconosce la qualità di erede, il possessore dovrà restituirgli i beni ereditari.
Per quanto attiene il possesso dei beni ereditari sono possibili due situazioni:
il possesso può essere in buona fede, nel senso che il possessore ritiene erroneamente di avere titolo per tenere i beni ereditari; l’errore deve essere scusabile e non dipendere da colpa grave. La buona fede inoltre, deve sussistere al momento in cui il possessore ha conseguito il possesso, non contando che, successivamente, si renda conto di non avere titolo per tenere i beni. Pertanto, nell’esempio di cui sopra, si ha possesso in buona fede se Sempronio ha ritenuto erroneamente di avere titolo a tenere l’appezzamento di terreno di proprietà di Tizio, nel momento in cui ne è entrato in possesso anche se successivamente si sia reso conto dell’errore;
il possesso è in mala fede se il possessore sa dall’inizio di non avere titolo per possedere.
Nel caso di possesso in buona fede il possessore, se ha agito in giudizio mediante l’azione di petizione e ha perso la causa, oltre al possesso del bene, dovrà restituire all’erede anche i frutti prodotti dal bene dal momento in cui è iniziata la causa.
Nell’ipotesi di possesso in mala fede dovrà restituire pure i frutti percepiti in data anteriore.
Esempio: Caio agisce in giudizio contro Sempronio, sostenendo che questi possiede illegittimamente un immobile che invece, spetta a lui quale erede di Tizio. L’immobile è locato. Caio vince la causa e pertanto, Sempronio, il cui possesso era in buona fede, deve restituirgli la casa oltre ai canoni di locazione che ha percepito da quando è iniziata la causa. Viceversa, se il possesso di Sempronio era in mala fede, deve restituire i canoni di locazione percepiti anche prima dell’inizio della causa.
Per un approfondimento sull’azione di petizione si consiglia la lettura dell’articolo “Petizione dell’eredità: cos’è?”
[1] Art. 553 cod. civ.
[2] Art. 559 cod. civ.
[3] Art. 560 cod. civ.
[4] Art. 563 cod. civ.
[5] Art. 564 cod. civ.
[6] Art. 533 cod. civ.
Autore immagine: testamento di MThanaphum

References: Art. 553
 Art. 559
 Art. 560
 Art. 563
 Art. 564
 Art. 533