Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2016/09/
Timestamp: 2020-02-21 19:13:56+00:00

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Studio Legale Mancino: settembre 2016
Prima casa, per la qualifica di immobile di lusso conta anche il seminterrato
I locali seminterrati concorrono al computo dei 240 mq di superficie utile prevista dall'articolo 6 del Dm 2 agosto 1969 che determinano le caratteristiche di lusso di un'abitazione. Pertanto questi locali fanno perdere l'agevolazione prima casa sia ai fini Iva che ai fini dell'imposta di registro fruita in fase d'acquisto dal contribuente che li utilizza a fini abitativi nonostante la loro diversa classificazione catastale.
A sostenerlo è la Suprema di Corte di Cassazione, sezione tributaria civile, sentenza dell'8 giugno 2016 n. 18481 depositata lo scorso 21 settembre.
Si tratta di una sentenza che si colloca nell'alveo tracciato dai giudici su questo argomento, i quali da alcuni anni in più occasioni hanno sostenuto che «occorre fare riferimento alla nozione di “superficie utile complessiva” di cui al decreto ministeriale Lavori pubblici 2 agosto 1969, articolo 6, in forza del quale è irrilevante il requisito dell'“abitabilità” dell'immobile, siccome da esso non richiamato, mentre quello dell'“utilizzabilità'” degli ambienti, a prescindere dalla loro effettiva abitabilità, costituisce parametro idoneo ad esprimere il carattere “lussuoso” di una abitazione» (sentenza 861 del 17 gennaio 2014).
Fonte: www.ilsole24ore.com/Prima casa, per la qualifica di immobile di lusso conta anche il seminterrato
By Studio Legale Mancino a settembre 29, 2016
Non è reato coltivare una piantina di marijuana sul proprio balcone
La punibilità per la coltivazione non autorizzata di piante da cui sono estraibili sostanze stupefacenti va esclusa solo se il giudice ne accerti l’inoffensività «in concreto», ossia quando la condotta sia così trascurabile da rendere irrilevante l’aumento di disponibilità della droga e non prospettabile alcun pericolo di ulteriore diffusione della stessa. È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 40030/16 depositata il 26 settembre.
La vicenda. Il gup di Siracusa dichiarava non luogo a procedere nei confronti di un imputato per il reato di coltivazione di sostanze stupefacenti – per un’unica piantina di marijuana detenuta in terrazzo con principio attivo di THC pari all’1,8%. Il Tribunale ha ritenuto che la percentuale di principio attivo ricavabile dalla pianta, tale da garantire n. 12 dosi, consente ragionevolmente di apprezzare un uso personale della sostanza e, nell’esclusione di una possibile diffusione o ampliamento della coltivazione della stessa, escluda altresì la lesione al bene giuridico che la norma mira a proteggere.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Siracusa, deducendo l’irrilevanza della quantità di principio attivo ricavabile, rinvenendosi invece l’attitudine della pianta oggetto di coltivazione a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente, riscontrando in concreto l’offensività della condotta.
L’esclusione della punibilità. La punibilità per la coltivazione non autorizzata di piante da cui sono estraibili sostanze stupefacenti va esclusa solo se il giudice ne accerti l’inoffensività «in concreto», ossia quando la condotta sia così trascurabile da rendere irrilevante l’aumento di disponibilità della droga e non prospettabile alcun pericolo di ulteriore diffusione della stessa, risultando non sufficiente in tal senso l’accertamento della conformità al tipo botanico vietato. Dunque ai fini dell’offensività della condotta e della correlata punibilità non è sufficiente il solo dato quantitativo di principio attivo ricavabile dalle singole piante, dovendosi valutare anche l’estensione e il livello di strutturazione della coltivazione, al fine di verificare se da essa possa derivare o meno un produzione potenzialmente idonea a incrementare il mercato.
Trattandosi nel caso concreto della coltivazione di un’unica piantina di canapa indiana, curata in un vaso e posizionata su un terrazzo di abitazione collocata in contesto urbano, è evidente l’esclusione che da detta coltivazione possa derivare quell’aumento nella disponibilità e quel pericolo di ulteriore diffusione che sono gli estremi integrativi dell’offensività e punibilità della condotta ascritta.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Non è reato coltivare una piantina di marijuana sul proprio balcone - La Stampa
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Stanza data in comodato a una ‘lucciola’: è favoreggiamento - La Stampa
Il Consiglio dei Ministri, nella seduta n. 132 del 26 settembre 2016, su proposta del Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha convenuto sulla data del 4 dicembre 2016 per l’indizione, attraverso decreto del Presidente della Repubblica, del referendum popolare confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione.
Referendum popolare confermativo. Scelta, dunque, la data del 4 dicembre 2016 per l’indizione del referendum popolare confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione sulla legge costituzionale avente ad oggetto le «Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione», approvata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Referendum Costituzionale: si andrà alle urne il 4 dicembre - La Stampa
By Studio Legale Mancino a settembre 27, 2016
Superata la data di scadenza indicata sulle confezioni. Ciò nonostante, le buste di patatine sono regolarmente in vendita nel bar. Ma, una volta aperte, il prodotto non appare certo fresco né fragrante, come hanno potuto constatare due carabinieri. Ciò è sufficiente per condannare il proprietario dell’esercizio commerciale. (Cassazione, sentenza numero 38841 depositata il 20 settembre 2016).
Genuinità. In appello il titolare del bar, collocato all’interno di uno stadio, è stato ritenuto cosciente di avere messo in vendita «sostanze non genuine» facendole passare come «genuine». Secondo i giudici, il commerciante, pur consapevole che le «confezioni di patatine» fossero scadute, aveva preferito continuare a tenerle in bella mostra per i clienti.
A inchiodarlo, però, è stato un puro caso, cioè la presenza di «due carabinieri, liberi dal servizio» nell’impianto sportivo in occasione di una partita di calcio. Sono stati loro, difatti, a comprare le patatine e, una volta assaggiatele, a rendersi conto che esse erano stantie, avendo perduto «freschezza e fragranza». A quel punto, è stato naturale andare a controllare la data di scadenza, e scoprire così che quel prodotto non poteva essere proposto ai clienti.
La ricostruzione fatta dai due militari permette, in sostanza, di parlare di «merce non genuina» ma comunque «destinata al commercio». E identica situazione, si è scoperto poi, si era verificata negli altri ‘punti vendita’ presenti nell’impianto sportivo.
Tutto ciò conduce inevitabilmente alla conferma in Cassazione della sanzione inflitta al proprietario del bar, ossia «20 giorni di reclusione».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Patatine stantie in vendita al bar: commerciante condannato - La Stampa
By Studio Legale Mancino a settembre 25, 2016
By Studio Legale Mancino a settembre 24, 2016
By Studio Legale Mancino a settembre 20, 2016
Termosifoni con le valvole termostatiche entro dicembre o si paga fino a 2500 euro di multa
«Il risparmio sui costi riscaldamento di casa è intorno al 20% - calcola Laurent Socal, esperto della materia e consulente di Confconsumatori -. Da ora in poi si pagherà in base ai consumi effettivi e non più sulla base dei millesimi di casa come avveniva prima». Probabilmente ci sarà più attenzione agli sprechi, le nuove valvole sono molto facili da utilizzare e si potrà, a seconda delle esigenze del momento, chiudere o aprire i singoli radiatori in tutta la casa o in singole stanze o giornate.
Fonte: www.lastampa.it/Termosifoni con le valvole termostatiche entro dicembre o si pagano 2500 euro di multa - La Stampa
A disposizione 51 grammi di cocaina, pari a 141 dosi: spaccio professionale
Beccati in possesso di ben mezzo etto di cocaina. Stupefacente destinato ovviamente allo spaccio. E, nonostante le proteste mosse dalle due persone fermate – un uomo e una donna –, è impossibile parlare di “fatto lieve”. (Cassazione, sentenza n. 38758, sezione Sesta Penale, depositata il 19 settembre 2016)
Organizzazione. Sia il giudice dell’udienza preliminare che i giudici d’appello hanno ritenuto grave la condotta tenuta dalle due persone fermate dalle forze dell’ordine. Inequivocabile la disponibilità di «51 grammi di cocaina» da cui, viene sottolineato, «risultavano ricavabili 141 dosi singole».
Ciò è stato ritenuto sufficiente per negare l’ipotesi del «fatto di lieve entità». E su questo punto concordano ora i magistrati della Cassazione, che respingono le obiezioni mosse dal legale dell’uomo e della donna sotto accusa.
Modalità organizzativa dello spaccio. Decisiva, però, non è solo la «consistente quantità dello stupefacente», ma anche «l’allarmante e preordinata modalità organizzativa dello spaccio», «l’attrezzatura» a disposizione e, infine, «la suddivisione professionale della sostanza».
Confermata, perciò, la condanna decisa in Appello, senza alcuna possibilità per l’uomo e la donna di vedere ridotta la pena.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/A disposizione 51 grammi di cocaina, pari a 141 dosi: spaccio professionale - La Stampa
Figlio disabile e moglie a lavoro: niente domiciliari per il detenuto
Situazione familiare difficile a casa: figlio disabile a casa e moglie obbligata a lavorare. Ciò nonostante, l’uomo, rinchiuso in carcere, non può puntare alla detenzione domiciliare. Non vi è una situazione di emergenza tale da renderne necessaria la presenza tra le mura domestiche. Ciò perché alla gestione familiare possono contribuire i genitori di lui e i genitori della coniuge. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 37859/16, sezione prima penale, depositata il 12 settembre.
By Studio Legale Mancino a settembre 18, 2016
Guida in stato di ebbrezza aggravata dall’incidente stradale anche senza urto con altri veicoli
Ai fini della configurabilità dell’aggravante il concetto di incidente stradale è riconducibile a ciascun avvenimento che interrompa il normale svolgimento della circolazione stradale determinando un rischio anche meramente potenziale per l’incolumità della collettività. Così si è espressa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 38203/16, depositata il 14 settembre.
Al via le richieste on-line per il rimborso del canone TV non dovuto
Il contribuente che ha versato tramite addebito sulla bolletta il canone TV non dovuto può sfruttare il metodo di rimborso on-line, grazie all’applicazione disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Per accedere all’applicazione è necessario avere le credenziali di Entratel o Fisconline.
Il rimborso può essere richiesto, ovviamente, nei casi di erroneo addebitamento del canone, e la domanda può essere inoltrata sia dai titolari del contratto di fornitura, sia dagli eredi.
“La richiesta di rimborso va sempre motivata, indicando uno dei sei codici associati alle singole motivazioni”, specifica l’Agenzia delle Entrate, che ricorda come il codice 1 riguardi i contribuenti (o altri componenti della stessa famiglia anagrafica) esenti dal tributo perché over 75 e con reddito familiare sotto i 6.713,98 euro. Il codice 2 riguarda invece l’esenzione per convenzioni internazionali. Bisogna invece indicare il codice 3 per il caso in cui il canone è stato pagato due volte: una, mediante addebito sulle fatture per energia elettrica, ed una con altre modalità, ad esempio mediante addebito sulla pensione.
Il codice 4, invece, va usato quando si verifica un addebito del canone a due componenti della stessa famiglia. Il codice 5, per il caso di non possesso del televisore, quando è stata comunque inviata la dichiarazione di non detenzione. Nei casi diversi dai precedenti, invece, andrà indicato il codice 6.
Resta comunque valida la tradizionale forma cartacea, inviando la richiesta di rimborso tramite servizio postale con raccomandata all’indirizzo Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale 1 di Torino – Ufficio di Torino 1 – Sportello abbonamenti TV – Casella Postale 22 – 10121 Torino, insieme alla copia di un valido documento di riconoscimento; oppure, è possibile inviare la richiesta tramite PEC, all’indirizzo cp22.sat@postacertificata.rai.it.
Fonte: www.fiscopiu.it /Al via le richieste on-line per il rimborso del canone TV non dovuto - La Stampa
By Studio Legale Mancino a settembre 11, 2016
Certificato di assicurazione: nessuna multa se si esibisce la copia digitale
«In sede di controllo, può essere esibito agli organi di polizia stradale anche un certificato di assicurazione in formato digitale o una stampa non originale del formato digitale stesso, senza che il conducente possa essere sanzionato per il mancato possesso dell’originale del certificato di assicurazione obbligatoria o senza che possa essere richiesta la successiva esibizione di un certificato originale in formato cartaceo». Così prevede la Circolare diffusa lo scorso 1° settembre dal Ministero dell’Interno.
Sebbene, infatti, il codice della strada stabilisce che per poter circolare il conducente di un veicolo deve avere il certificato di assicurazione obbligatoria, con l’emanazione del decreto legge n. 1/2012, è cessato l’obbligo di esporre sul veicolo il contrassegno di assicurazione. Inoltre, con provvedimento del 22 dicembre 2014, n. 41, l’IVASS (Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni) ha previsto che «la trasmissione del certificato di assicurazione avviene su supporto cartaceo tramite posta o, ove il contraente abbia manifestato il consenso, su supporto durevole, anche tramite posta elettronica».
Fonte: www.ridare.it/Certificato di assicurazione: nessuna multa se si esibisce la copia digitale - La Stampa
Responsabilità medica: il danno da perdita di chanche non è formulabile per la prima volta in comparsa conclusionale
La sentenza in commento (Tribunale di Palermo, 22 agosto 2016) contiene una pregevole sintesi di alcuni orientamenti giurisprudenziali – assurti oramai a ius receptum – in materia di responsabilità medica, della quale viene confermata innanzitutto la natura contrattuale, messa a dura prova dall’art. 3 della cd. Legge Balduzzi (legge n. 189/20012).
I fatti all’origine del contenzioso possono essere così riassunti.
Un’anziana signora che accusava dolori al torace veniva accompagnata dai familiari presso un Pronto Soccorso. Il medico di turno, visitata la paziente, la dimetteva poco dopo prescrivendo l’assunzione di un antidolorifico. Nelle ore successive alla dimissione, essendosi riacutizzato il dolore toracico, la signora veniva riaccompagnata in ospedale, ove, su impulso di altro medico di turno, si procedeva ad effettuare una TAC d’urgenza che evidenziava la dissecazione dell’aorta toracica. La paziente veniva quindi trasferita nel reparto di cardiochirurgia dove, purtroppo, decedeva per shock ipovolemicoda rottura dell’aneurisma dell’aorta toracica. Da qui la richiesta di risarcimento dei danni proposta dagli eredi della signora deceduta, richiesta basata, principalmente, sull’assunto che il tempo inutilmente trascorso tra il primo e il secondo accesso in Pronto Soccorso fosse stato decisivo in ordine al decorso della crisi cardiaca e al suo esito infausto. Precisamente, gli attori chiedevano la condanna dell’Azienda ospedaliera e del primo medico intervenuto, al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali da essi patiti a seguito del decesso della congiunta, per poi aggiungere, in sede di comparsa conclusionale, la richiesta risarcitoria per c.d. “perdita di chances”.
Prima di esaminare il merito della vicenda, il Giudice si è soffermato sulla questione preliminare relativa all’ammissibilità di quest’ultima domanda, giungendo alle conclusioni descritte nel paragrafo che segue. Il Tribunale ha quindi rigettato la richiesta attorea sulla base della ritenuta insussistenza del nesso di causalità tra la condotta del medico convenuto e il decesso della paziente.
L’inammissibilità della domanda formulata per la prima volta in comparsa conclusionale.
Il danno da perdita di chances, richiesto dagli attori solo nell’atto conclusivo del giudizio, non costituisce – ha affermato il Giudice – “una semplice specificazione della originaria domanda, ma … una vera e propria domanda del tutto nuova e come tale inammissibile”. Tale assunto non può essere messo in discussione – ha argomentato il Tribunale – neppure invocando la recente sentenza della Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 15 giugno 2015, n. 12310 che ha ammesso, sì, la possibilità di modificare il petitum e la causa petendi, ma “a condizione che la domanda così modificata risulti connessa alla vicenda sostanziale dedotta in giudizio” e chele domande nuove siano proposte per la prima volta con le memorie ex art. 183, sesto comma, n. 1, c.p.c. Ciò in quanto solo così “può dirsi assente il rischio che la controparte possa essere sorpresa dalla modifica e vedersi mortificate le proprie potenzialità difensive”.
La decisione, assolutamente condivisibile, si inserisce nel novero delle pronunce di merito che, all’indomani della dirompente sentenza delle Sezioni Unite della Suprema Corte, ne hanno recepito il dictum, contribuendo a meglio tracciare i confini della “domanda nuova”. Al riguardo, tra le sentenze più significative, merita di essere segnalata Tribunale Milano, sez. VII, 24 febbraio 2016, secondo cui “la divergenza tra domande nuove vietate e domande modificate, espressamente consentite ex art. 183, comma 6, n. 1. c.p.c., non consiste nel fatto che in queste ultime le modifiche non possono incidere sugli elementi identificativi, bensì nel fatto che le domande modificate non possono essere reputate nuove nel senso di ulteriori e aggiuntive, trattandosi pur sempre delle stesse domande iniziali modificate, eventualmente anche in alcuni elementi fondamentali, o di domande diverse che, però, non si aggiungono a quelle iniziali, ma vi subentrano. Nel sostituirle si pongono in un rapporto di alternatività rispetto a queste, di talchè non sono nuove”.
La natura contrattuale della responsabilità medica
Nell’introdurre l’esame del merito della questione oggetto del contenzioso, il Giudice afferma, senza mezzi termini, la natura contrattuale della responsabilità medica, con le ben note conseguenze in tema di onere della prova. L’assunto, cristallizzato dalla storica sentenza della Corte di Cassazione n. 589/1999, era del tutto scontato sino all’emanazione della legge n. 189/2012 (cd. Legge Balduzzi) e si sta oggi riconsolidando dopo gli autorevoli interventi chiarificatori della Suprema Corte.
Come è noto, infatti, l’art. 3, comma 1, del d.l. 158/2012, convertito dalla legge 189/2012, prevede che “l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 c.c.”.
La norma si inquadra nell’alveo di una legislazione d’emergenza volta a risanare la finanza pubblica e, nella fattispecie, ad arginare il fenomeno della medicina difensiva. I nobili scopi perseguiti dal Legislatore hanno dato vita, secondo l’opinione pressoché unanime di dottrina e giurisprudenza, ad un “prodotto” che non si distingue affatto per chiarezza ed efficacia. Basti pensare al dibattito suscitato dal riferimento all’art. 2043 c.c. contenuto nell’ultima proposizione della richiamata novella. Tale formulazione, secondo un primo orientamento, sembra “suggerire l’adesione al modello di responsabilità civile medica come disegnata anteriormente al 1999, in cui, come noto, in assenza di contratto, il paziente poteva richiedere il danno iatrogeno esercitando l’azione aquiliana” (Tribunale Varese, 26 novembre 2012; nello stesso senso cfr. Tribunale Milano, sez. I civile, 23 luglio 2014). A siffatta tesi si oppone quella di quanti ritengono che “la responsabilità del medico ospedaliero – anche dopo l’entrata in vigore dell’art 3. L. 189/2012 – è da qualificarsi come contrattuale” posto che “la presunzione di consapevolezza che si vuole assista l’azione del Legislatore impone di ritenere che esso, ove avesse effettivamente inteso ricondurre una volta per tutte la responsabilità del medico ospedaliero … sotto il … regime della responsabilità extracontrattuale, …così cancellando lustri di elaborazione giurisprudenziale, avrebbe certamente impiegato una proposizione univoca (come per es. “la responsabilità dell’esercente la professione sanitaria per l’attività prestata quale dipendente o collaboratore di ospedali, cliniche e ambulatori è disciplinata dall’art. 2043 del codice civile”) anziché il breve inciso in commento” (Tribunale Milano, sez. V, 18 novembre 2014, n. 13574).
Tale ultima tesi è stata avallata dalla Suprema Corte che ha quindi confermato il tradizionale e consolidato orientamento sulla natura contrattuale della responsabilità medica (Cass. civ., sez. III, 10 gennaio 2013, n. 4030; Cass. civ., sez. VI, ord. 17 aprile 2014, n. 8940; Cass. civ., sez. III, 9 giugno 2016, n. 11789).
Ma la materia è destinata a nuovi e (si spera) definitivi assestamenti in ragione delle imminenti novità legislative: è infatti in discussione in Senato il cd. DDL Gelli (n. S2224), già approvato dalla Camera dei Deputati il 28 gennaio 2016 e recante “Disposizioni in materia di responsabilità professionale del personale sanitario”. Il testo attuale prevede, all’art. 7, la responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, mentre, al secondo comma, stabilisce che “l’esercente la professione sanitaria … risponde del proprio operato ai sensi dell’art. 2043 del codice civile”. E’ forte la speranza che, al di là delle scelte che saranno compiute, si abbia, una volta per tutte, certezza sulla natura della responsabilità medica e sui conseguenti concreti risvolti che ne derivano.
L’insussistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il decesso della paziente.
Il Giudice ha rigettato la domanda di parte attrice sulla base dell’accertata insussistenza del nesso eziologico tra la condotta del medico convenuto e la morte della paziente. Sebbene, infatti, il CTU abbia rilevato significativi profili di imprudenza nel comportamento del sanitario, il complesso delle condizioni cliniche e l’età avanzata della signora poi deceduta inducono a ritenere “che la condotta della convenuta non abbia influito sull’esito infausto che si sarebbe comunque verificato”. La decisione fa proprio, sul punto, il consolidato orientamento che ritiene applicabile, in sede di accertamento della responsabilità civile, il criterio del più probabile che non, sulla base del quale è sufficiente che il nesso causale tra fatto ed evento dannoso si sia verificato con una probabilità superiore al 50% e non con una probabilità molto più alta, superiore al 90%, come previsto dal più rigoroso principio (applicato in sede penale) dell’ al di là di ogni ragionevole dubbio (Cfr., ex pluribus, Cass. penale, sez. IV, 28 novembre 2014, n. 49654).
Per leggere la sentenza clicca qui: palermo22 pdf.pdf
By Studio Legale Mancino a settembre 08, 2016
By Studio Legale Mancino a settembre 01, 2016
Urta sbarra difettosa del telepass: la società Autostrade deve risarcire il danno

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 art. 183
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 Cass. 
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