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Timestamp: 2017-10-19 03:54:34+00:00

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Il piano di risanamento ex art. 67, comma 3, Legge Fallimentare, deve essere idoneo a consentire il risanamento dell'impresa e redatto in una prospettiva di continuazione dell'attività, e non già in funzione della sua liquidazione al di fuori di qualsiasi controllo pubblico. Quando il piano è strumentale o meramente dilatorio, non esclude la configurabilità del reato di bancarotta
Decisione: Sentenza n. 8926/2016 Cassazione Penale - Sezione V
Secondo gli accertamenti dei giudici di merito, gli amministratori della SRL avevano distratto i beni prima della pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento, attraverso una serie di atti (cessione di rami d'azienda, cessione della posizione contrattuale, risoluzione di altro contratto di affitto di ramo d'azienda).
I ricorrenti avevano lamentato l'omessa indagine, da parte del Tribunale, sull'elemento soggettivo del reato.
Affrontando la questione attinente all'ipotizzata omessa indagine da parte del Tribunale, la Suprema Corte rileva però che la valutazione sommaria sul fumus del reato ipotizzato deve portare a rilevare la insussistenza dell'elemento soggettivo, ma a condizione che ciò sia evidente: «in sede di riesame dei provvedimenti che dispongono misure cautelari reali, al giudice è demandata una valutazione sommaria in ordine al "fumus" del reato ipotizzato relativamente a tutti gli elementi della fattispecie contestata, e quindi anche dell'elemento soggettivo. Tanto alla condizione - sempre sottolineata dalla giurisprudenza di legittimità, in aderenza a pronunce della Consulta (Corte cost., ord. n. 153 del 2007) - che il difetto dell'elemento suddetto emerga "ictu oculi" (Cass., n. 23944 del 21/5/2008; Sez. 2, n. 2808 del 2/10/2008; Sez. 6, n. 16153 del 6/2/2014); (v. Corte cost., ord. n. 153 del 2007)».
La Suprema Corte rileva poi che la dismissione dei beni aziendali era stata posta in essere dopo che il Tribunale aveva convocato il debitore per chiudere la procedura di concordato preventivo: in questa situazione - afferma la Cassazione - «caratterizzata, come detto, dall'avvio della procedura prefallimentare, giunta fino alla comparizione del debitore dinanzi al Tribunale e all'assunzione della causa in decisione - il debitore non aveva nessuna facoltà di vendere tutti i beni aziendali, approfittando del fatto che non venne immediatamente pubblicata la sentenza di fallimento, giacché tale attività - posta in essere, al di fuori di qualsiasi procedura pubblicistica, quando la società non era, pacificamente, in grado di soddisfare tutte le sue obbligazioni - concreta indiscutibilmente un'attività distrattiva, dal momento che privava l'impresa della totalità del patrimonio senza nessuna garanzia di soddisfacimento integrale dei creditori.».
La Cassazione, poi, esclude che un piano di risanamento aziendale, valga ad escludere di per sé la configurabilità del reato di bancarotta; così, infatti, si esprime nella pronuncia: «Né l'attività era divenuta lecita per la presentazione di un piano di risanamento aziendale, redatto - ai sensi dell'art. 67, comma 3, lett. d), della L.F. - in fretta e furia, a marzo 2014, dopo la comparizione del debitore dinanzi al Tribunale e prima della pubblicazione della sentenza di fallimento, giacché il piano suddetto deve essere, o almeno "apparire", idoneo "a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell'impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria". E' questo il motivo per cui i pagamenti effettuati in esecuzione del piano stesso sono esclusi dalla revocatoria fallimentare: si tratta, infatti, di un piano che, per i suoi contenuti e per l'attestazione che riceve da un professionista qualificato, deve essere idoneo a consentire il risanamento dell'impresa, per il valore che questa rappresenta per l'ordinamento; un piano, quindi, che deve essere redatto in una prospettiva di continuazione dell'attività d'impresa e non già in funzione della sua liquidazione al di fuori di qualsiasi controllo pubblico. Peraltro, il piano suddetto non si sottrae alla valutazione di congruenza e fattibilità del giudice penale (come non si sottrae, in caso di successivo fallimento, alla valutazione del giudice civile) allorché sia strumentalmente destinato a "proteggere" attività negoziali che, per essere svolte in un momento di crisi dell'impresa, si appalesano idonee a distogliere il patrimonio dalla sua finalità tipica (la garanzia per i creditori)».
La Cassazione, quindi, ha rigettato i ricorsi, ritenendo che «la motivazione con cui è stata affermata l'esistenza - sotto il profilo del fumus - degli elementi costitutivi del reato di bancarotta è, quindi, tutt'altro che mancante o illogica, né la stessa è contrastata validamente dalle deduzioni e critiche difensive».
Per la Cassazione, la funzione del piano è quella di permettere il risanamento dell'azienda: quando è strumentale o meramente dilatorio, non esclude la configurabilità del reato di bancarotta.
Art. 217-bis - Esenzioni dai reati di bancarotta
1. Le disposizioni di cui all'articolo 216, terzo comma, e 217 non si applicano ai pagamenti e alle operazioni compiuti in esecuzione di un concordato preventivo di cui all'articolo 160 o di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell'articolo 182-bis o del piano di cui all'articolo 67, terzo comma, lettera d), ovvero di un accordo di composizione della crisi omologato ai sensi dell'articolo 12 della legge 27 gennaio 2012, n. 3, nonché ai pagamenti e alle operazioni di finanziamento autorizzati dal giudice a norma dell'articolo 182-quinquies e alle operazioni di finanziamento effettuate ai sensi dell'articolo 22-quater, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 116, nonché ai pagamenti ed alle operazioni compiuti, per le finalità di cui alla medesima disposizione, con impiego delle somme provenienti da tali finanziamenti.

References: art. 67
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Art. 217