Source: https://intelstoria.wordpress.com/page/2/
Timestamp: 2017-08-18 20:13:14+00:00

Document:
intelstoria | A great WordPress.com site | Pagina 2
Luca Chiarei Poesie recenti
…allora come quando piove
si alza quel volume
degli odori stradali
nel loro silenzio attonito
lucido astrale
Lo senti il vuoto lunare
ora cieco e assoluto
ora in terra
ora nel modo che non lascia soli
al prossimo urlo di gente muta
quella che stride tra denti essiccati
Milano tra living luxury in parte
sul filociglia di rimmel stremato
e schienanera nell’altra
al filo di marmitta e manostesa
monossidi in trachea
e un grande smisurato iato
Hai mai visto qualcuno morire
negli occhi veramente
sentire qualcuno lo scirocco
un mare ottuso confuso
e poi cercare una colpa un bisturi
scordato nella pancia
un senso un ritmo che vaga
riesci ancora a vedere?
Non posso che stare
Di parte e di lato
Dentro le mani che non sanno
Quelle che sanno di ferro di grano
ruggine tra denti
Da quella parte aspettiamo
ciò che non fa sconti
un paese trainato
un vento di neve dal mare
Si può stare tutti i giorni
in piedi su un piede e la testa
nella mano con la fame
di vento che spinge a fondo
e piano ci lasci gente tra gente
che morde che sporca le mani
come neve nera
che hai dimenticato
né mondi avanzano né spazi
la ghiandola calda cera
che torna a galla e ti lascia solo
all’argine di labbra
a rimandare il tempo
che si fa ansa argine e passo
pulsazione nel fianco
un taglio che ancora fa male
Nella norma del fatto sfila
un mare normale curva che sale
tra ventre e quasi cuore
spacca lo sterno lo fa zero
si allaga nelle ore
la mediana dismisura del caso
La nebbia è un’eco sotto al sole
di quello che resta delle voci
di tagli tra le mani quasi sorrisi
in questo paese di gente che deriva
in un inverno che si ferma
nubi a galla sulla pelle del lago
non basta sapere dell’assenza
del vuoto, di quello che manca
di una luce in fondo alla stanza
non basta sapere che non basta
che il sangue diventi permafrost
passi sotto i segni della pelle
morda nel fianco gelo sui pori
SINTESI DELL´INTERVENTO DI ROBERTO BISCARDINI
SINTESI DELL´INTERVENTO DI ROBERTO BISCARDINI – ROMA, 13 LUGLIO 2013 – ASSEMBLEA SOCIALISTA APERTA
ringraziando tutti coloro che hanno partecipato all’assemblea a Roma del 13 luglio e tutti coloro che, in vari modi, hanno manifestato interesse e attenzione per questa iniziativa, vi allego la sintesi del mio intervento.
Assemblea Socialista aperta
Roma – 13 luglio 2013
Primo. Ringraziando tutti coloro che hanno raggiunto Roma da tutte le parti d’Italia e i tanti amici e compagni, iscritti e non iscritti al PSI, che ci hanno inviato messaggi di saluto. Pur con sensibilità diverse, ormai siamo uniti da un convincimento comune. Fuori e dentro dal PSI c’è un sentimento che si sintetizza in poche parole: “basta con il declino, basta con un partito che vivacchia senza prospettive e senza futuro, basta con le nostre divisioni”. Dopo vent’anni di Seconda repubblica in cui abbiamo fatto la resistenza tenendo acceso una piccola fiammella, adesso dobbiamo dire “basta” e darci una nuova e più grande prospettiva.
Come abbiamo spiegato più volte, questa non è una riunione di corrente e men che meno una riunione della minoranza del PSI, ma una libera assemblea di socialisti per aprire una fase nuova, che deve coinvolgere il PSI ma non solo.
Tutti i socialisti devono poter trovare presto un nuovo punto di riferimento, un PSI diverso per una nuova iniziativa politica, una politica non per fare i reduci del passato, ma i combattenti del futuro. Per la costruzione di un’iniziativa socialista più larga in cui il PSI potrà svolgere un ruolo fondamentale solo se saprà rinnovarsi. Una fase che dovrà crescere secondo il metodo della collegialità e della partecipazione, senza personalismi e personificazioni. D’altra parte, una piccola forza com’è l’attuale PSI se vuole crescere deve avere una grande ambizione, è arrivato il tempo di rifiutare la logica della sopravvivenza e del vivere per passare dallo zero virgola (questo è il peso attuale) all’uno virgola. Questa è una prospettiva che non può più appassionare n essuno e non appassiona neppure me, perché un partito che si chiama socialista deve saper puntare in alto e quello che non si è fatto in molti anni può essere fatto in poco tempo. Certo non da soli possiamo da subito porci l’obiettivo di essere forza elettorale a due cifre, per avvicinarsi alle altre forze politiche europee ed avere un peso per essere interlocutori nella sinistra italiana.
Avere un obiettivo ambizioso significa definire un ruolo non subalterno e non marginale rispetto alle altre forze politiche. E costruire una nostra e autonoma linea politica significa mettere la questione delle alleanze al secondo posto, anzi è arrivato il momento di non confondere più, come è stato fatto in passato, la linea politica del movimento socialista con la discussioni del “con chi vado, con chi sto”. La storia del passato ci dimostra peraltro che, nonostante ci siamo alleati c on tutti, da Dini a Vendola, mai siamo migliorati e mai abbiamo portato a casa buoni risultati.
Riacquistiamo quindi prima di tutto un ruolo e uno spazio politico che dev’essere sia nazionale che locale. Entrambi i livelli devono vivere in sinergia e non, come oggi, che si è lasciato al livello locale tenere alta la bandiera e a livello nazionale si è messa invece la testa sotto la sabbia.
Quindi, occorre ritrovare una spinta vitale, che sia di rigenerazione di una nuova prospettiva. Una prospettiva che in questa fase non può che venire dal basso, contando su due fattori: ricostruire con un lavoro umile il rapporto, in giro per l’Italia, con sezioni, gruppi di compagni e militanti, non preoccupandoci di fare incontri anche ristretti, ma nello stesso tempo liquidare al vertice ogni nomenclatura, piccola o grande che sia e demandare, quando sarà il momento, solo ad un congresso assolutamente aperto, la scelta larga del gruppo dirigente del nuovo corso socialista.
Secondo. Un piccolo partito può, in poco tempo e con urgenza, lasciarsi alle spalle e superare le difficoltà gravi in cui si è venuto a trovare e contemporaneamente decidere di pensare in grande. Per questo non serve un congresso chiuso nelle piccole stanze del PSI. Se dobbiamo fare una mozione la faremo. Ma non è questa la strada migliore, la strada migliore è creare le condizioni per un congresso di rifondazione e di rigenerazione unitaria del socialismo italiano. Quindi, un congresso aperto, con regole nuove, che favorisca la partecipazione dei compagni iscritti, di quelli che abbiamo perso negli ultimi anni e di tutti coloro che possono arrivare perché accolgono il nostro appello e sentono aria nuova. Un congresso che, in una fase come questa, non si pu&ogra ve; accontentare né di pochi iscritti né di piccole mozioni, ma un congresso in cui linea politica e gruppo dirigente siano scelti con metodi larghi e non escludendo la partecipazione degli elettori. Un congresso che non inizia e non finisce, come ho detto prima, con nomenclature precostituite, ma un congresso da far crescere nel dibattito e nel confronto, anche duro, sulle prospettive e sul necessario rinnovamento.
Terzo. Per quanto riguarda il PSI, dobbiamo dire per prima cosa, con assoluta sincerità senza anteporre posizioni personali, che è arrivato il momento di chiedere al Segretario di fare un passo indietro per il bene e per amore del partito. Oggi, Riccardo non è più in grado di garantire l’unità del partito, non è più il punto di riferimento di una solidarietà interna e di una fiducia che il partito gli ha affidato per lunghi anni. Oggi la sua presenza costituisce un ostacolo alla ripresa, alla costruzione di un soggetto unitario e avendo lui lavorato per anni, anche contro il nostro parere, più per un partito piccolo che non per una prospettiva larga non è più lui oggi che può garantire una nuova prospettiva del socialismo italiano. Nencini, nonostante tanti consigli e tanti suggerimenti, ha voluto un partito piccolo, ha chiuso le porte anziché aprirle, ha identificato il futuro del partito con l’acquisizione di qualche posto, di ministro o di sottosegretario, ma alla fine ha umiliato le aspettative di tanti socialisti, dell’intero corpo vivo del PSI e persino della sua storia. Rinunciando a presentare la lista del PSI alle elezioni politiche, in una competizione elettorale del tutto sicura e persino senza rischi, è venuto mano ad un mandato implicito con la guida di un partito. Nella coalizione di centrosinistra potevamo partecipare autonomamente ed ottenere un risultato che ci avrebbe potuto garantire l’elezione di un gruppo di parlamentari maggiore di quello attuale. Un gruppo parlamentare che oggi potrebbe contare sulla forza di essere in Parlamento con le proprie gambe. Ciò non è avvenuto e la campagna elettorale è stata gestita nel modo peggiore, sicché oggi non abbiamo più alcun ruolo. Siamo in Parlamento e non sappiamo se siamo in maggioranza o all’opposizione. Siamo spariti da qualsiasi comunicazione politica e non bastano certamente le trovate dello spontaneismo politico e dei gazebo, per coprire il vuoto di linea e l’isolamento nel quale ci siamo ficcati. Insomma, con gli ultimi mesi si è stravolto l’indirizzo politico che il partito aveva avuto da Montecatini e confermato a Perugia. Quell’indirizzo che ci aveva fatto lavorare per cinque duri anni in nome della prospettiva di ritrovare identità e autonomia e creare le condizi oni per un autorevole ritorno dei socialisti in Parlamento. Oggi il problema del Psi non è quello di un partito con troppe linee politiche, ma semmai di un partito che non ne ha nessuna. Si muove a zig-zag ma senza meta sicura.
Quarto. La fase che si apre oggi è quindi la fase della ricostruzione e della rinascita, che deve contare sulla capacità di metterci alla prova su questioni alte. In grado di rinvigorire i compagni e aggregarne di nuovi. Il primo scoglio che avremo davanti sarà la presentazione di una lista socialista alle europee. Una lista che dobbiamo prepararci subito a mettere in campo. Una lista non del PSI, non solo di socialisti come sommatoria di vecchie anime, non una lista della costituente socialista, ma una lista socialista che parla agli italiani. Una lista che proponga i programmi del socialismo italiano per partecipare, con una certa autorevolezza, al corso positivo del socialismo europeo. Da questo punto di vista non basta dire siamo socialisti europei, bisogna dimostrare prima di essere socialisti italiani, di contare qualcosa e poi saremo anche naturalmente i socialisti italiani del socialismo europeo.
Una lista nella quale dovremo mettere al centro tre grandi questioni che già abbiamo abbozzato nel seminario del 4 di maggio. La riforma di uno Stato, perché ci sia uno Stato che funzioni, perché ci sia uno Stato uguale per tutti, perché ci sia uno Stato onesto che non consenta, com’è stato detto qui da alcuni compagni, che la poca economia che c’è rischi di essere, in alcune aree del paese, economia criminale. La questione sociale e occupazionale del paese (la stessa questione sulla quale, più di cento anni fa, nacquero i socialisti). Ed infine la questione economica, per la quale bisogna dare risposte diverse da quelle che oggi sono prevalenti . La politica economica di un partito socialista non può essere la politica economica della destra italiana e della destra europea. Non basta dire quindi austerità e riduzione del debito per qualificare una politica di crescita e di sviluppo di cui abbiamo assolutamente bisogno. Per questo ci impegniamo a organizzare a settembre o in autunno una conferenza economica che potrà essere alla base del nuovo corso dei socialisti italiani.
Quinto. Lo spirito con cui abbiamo promosso questa assemblea e con il quale continueremo a lavorare politicamente, com’è stato detto, non è quello della piccola corrente o del piccolo gruppo. Nessuno di noi, ed io per primo, è disposto ad impegnarsi con tutte le sue forze per un obiettivo così limitato. Oggi ci sono le condizioni politiche, economiche e sociali per una reazione forte, per uno scatto di orgoglio e di dignità, per non rassegnarci allo status quo, ma decidere di vivere intensamente. Questa è la “posta in gioco” per i socialisti che vogliono ancora essere tali, è la “posta in gioco” di un nuovo congresso.
Tutti i compagni che sono qui oggi sanno benissimo di non essere alla fine del percorso, ma solo agli inizi. Siamo ai primissimi passi, armati di un’unica convinzione: non basta avere un progetto politico, bisogna costruire le gambe per renderlo comprensivo e vincente, per farlo conoscere e per intercettare adesioni e consensi. Oggi, il problema per noi più importante è avviare un nuovo corso per rendere praticabile e possibile il pensiero dei socialisti italiani.
Giovanni Cominelli, D’Alema, Renzi e Pisapia
Nello scontro che oppone D’Alema a Renzi, Pisapia ha assunto la posizione simmetrica, ma convergente, rispetto a quella di D’Alema. Il sindaco di Firenze intende candidarsi a segretario del Pd e a premier. D’Alema è contrario, adducendo quale argomento la difesa del governo Letta. Lasci stare la segreteria, per la quale candida Cuperlo, stia in panchina ad aspettare il suo turno per la premiership di governo. Pisapia candida Renzi alla premiership, ma gli consiglia di lasciar perdere la corsa alla segreteria, motivando con il fatto che lui, il sindaco di Milano, non è iscritto al Pd e dunque non avrebbe nulla da dire al riguardo. Si dà tuttavia il caso che Pisapia, all’epoca delle primarie, abbia messo il naso nelle faccende del Pd, schierandosi con Bersani, non con Renzi.
Nessuno, d’altronde, lo ha rimproverato per questo. Ma è certo che questa posizione di Pisapia segnala le contraddizioni profonde e le arretratezze della cultura politica di un movimento – convenzionalmente chiamato “arancione” – che stanno alla radice della gestione dei rapporti politici nella Giunta e che depotenziano le ambizioni nazionali dell’esperienza milanese. Capire perché D’Alema abbia assunto quella posizione, leggendo in filigrana le implicazioni profonde e la metafisica, tutt’altro che occulta, aiuterebbe a comprendere meglio e magari a modificare le proprie.
Quanto a D’Alema, il suo problema è, in realtà, la paventata coincidenza delle funzioni di capo di governo e di segretario di partito, che ridimensionerebbe la centralità dei partiti nel sistema politico. La coincidenza di due leadership in unica persona è tipica di tutte le democrazie mature, in Europa e fuori. Democrazie governanti, perché la finalità della rappresentanza partitico – parlamentare non è la difesa sindacale degli interessi rappresentati, ma il governo del Paese, cioè la soluzione dei problemi. La politica è rappresentare per governare. La forma politico-istituzionale in cui s’incarna è il presidenzialismo, il semi-presidenzialismo, il bipolarismo politico, comunque la coincidenza tra leadership di partito e di governo, come nel caso inglese e tedesco.
In Italia funziona un altro sistema, stabilito nella Costituzione del 1948, per impedire, dopo vent’anni di “un uomo solo al comando”, che potesse arrivare un altro tiranno. Gli elettori eleggono i deputati-di-partito con vari sistemi elettorali – prima il proporzionale, poi il Mattarellum, ora il Porcellum – e i deputati votano a maggioranza il Presidente del Consiglio. Il gioco resta saldamente nelle mani di quelle associazioni private di cittadini, che chiamiamo partiti o movimenti. Agli elettori il Porcellum lascia oggi solo la scelta del partito, quella dei deputati è stata sequestrata dai leader di partito. Il governo reale del Paese è governo dei partiti. Tutto ciò è retoricamente venduto come “centralità del Parlamento”.
Si scrive “centralità del Parlamento”, ma si legge “centralità dei partiti”. I quali, poi, delegano a un’Amministrazione statale centralistica, inefficiente e corrotta il governo effettuale, che i cittadini sperimentano ogni giorno con esasperazione crescente. La stabile instabilità dei partiti: ecco perché dal 1948 al 1996 i governi sono durati mediamente nove mesi e perché dal 1996 al 2013 sono durati due anni e mezzo: partiti immortali, governi mortalissimi. La società civile è stata soffocata nel cappio del non-governo. L’effetto principale è stato, lungo gli anni, l’autoorganizzazione degli interessi “particulari” in lobby e corporazioni, l’una contro l’altra armate, e, in questi ultimi anni, la paralisi agonica del sistema politico italiano di fronte alla crisi finanziaria ed economica mondiale.
Ciononostante, D’Alema, filosofo politico del pensiero unico partitista, difende questo sistema politico-istituzionale moribondo. Bisogna capirlo! …. Intere generazioni di piccola borghesia intellettuale urbana hanno fatto un salto sociale enorme, usando l’ascensore dei partiti. Hanno conquistato potere, soldi, visibilità, ottimi stipendi e pensioni, fringe benefits. Hanno fatto e disfatto governi. Hanno persino deciso, nel garage di Botteghe Oscure, che prima toccava a Occhetto e poi a D’Alema stesso succedere a Enrico Berlinguer, mentre si recavano afflitti (?) al suo funerale. Era la rottamazione del 1984, bellezza! Bisogna capirlo! … .
Il passaggio dalla politica come eterna professione autocooptativa a un sistema in cui l’elettore fosse più forte dei partiti e del governo, perché sceglierebbe personalmente deputati e premier, costituirebbe per D’Alema e soci un trauma psicologico peggiore di quello della caduta del comunismo nel 1989. Un premier-segretario piegherebbe il partito ai vincoli della governabilità, riducendo la gamba troppo lunga della rappresentanza partitico – parlamentare e allungando quella troppo corta del governo. Potremmo diventare una democrazia non zoppicante, cioè un Paese d’Europa.
Se queste sono le quinte della recita di D’Alema – Renzi sul palcoscenico pubblico, forse potremmo decidere con maggiore discernimento chi applaudire e chi fischiare.
A todesco, sono in disaccordo con il papa
sono in disaccordo con il papa
La visita del papa a Lampedusa ha dato allo stesso un’ immagine che conferma la sua voglia di abbassare il livello di spreco e di lusso sfrenato che ha sempre guidato l’organizzazione della chiesa nei secoli ,
Chiesa peraltro dalla doppia voce :povera come indicazione generale, stando alle dichiarazioni generali e ufficiali espressa dai pulpiti dove i preti ,i vescovi parlano agli altri di risparmio e l’accontentamento del proprio stato .
Diverso invece e’ il loro fare : il lusso,il distacco ,intanto ,perche’ e’ potere .
Ma la visita del papa per me non poteva essere fatta solo per motivi di immagine .
Mi domando se non sarebbe stato piu’ opportuno un gesto sostanzioso e’ cioe’ presentarsi con un bell’assegno da parecchi milioni di euro per sostenere gli sforzi dello stato italiano a favore dei nuovi arrivati e anche a favore della comunita’ di Lampedusa che non lo avrebbe buttato a mare .
Allora parlare non serve ,basta parlare ,farsi vedere tra i poveri con le ricchezze incommensurabili della chiesa alle spalle.
Fa comodo parlare della fame degli altri quando la nostra pancia e’ piena.
Esprimere critiche e’ facile .
Criticare e mettere le mani nel portafoglio questo era il gesto da fare .
Una conseguenza poi poco valutata della visita del papa e’ l’aumento degli sbarchi su Lampedusa.
E ritorniamo cosi’ al problema economico :chi li mantiene questi nuovi arrivati?
Chi paga il vitto ,l’alloggio e la permanenza di queste persone?
Il papa ,il vaticano ? No ,lo paghiamo noi .
L’impressione e’ che il papa si muove dentro uno stato italiano che fa di tutto per sostenere ,per integrare ,per accogliere ,per dare spazio agli stranieri .
Deve dare un aiuto ,non criticare .
Federico La Sala, lampedusa francesco e i governi
LAMPEDUsA, FRANCESCO, E CIO’ CHE I GOVERNI HANNO TACIUTO. uNA NOTA DI F. COLOMBO… M. SALUTI, FLS
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/francesco/commenti_1373353286.htm
EVANGELO E COSTITUZIONE. NOTTE DELLA CHIESA E DELLA REPUBBLICA: PERDERE LA COSCIENZA DELLA LINGUA (“LOGOS”) EVANGELICA E COSTITUZIONALE GENERA MOSTRI ATEI E DEVOTI.
LAMPEDUSA E LA VERITA’ NON NEGOZIABILE: PER FAVORE, PER FAVORE, NON FATELO PIU’! Ciò che i governi (compreso il Vaticano) hanno taciuto. Una nota di Furio Colombo
Ricordate? C’erano, in base a un trattato, veloci e armate motovedette italiane, con marinai italiani e ufficiali o poliziotti libici con il compito di “respingere”, negando non solo le leggi umanitarie, ma i doveri del mare.
Ciò che i governi hanno taciuto
di Furio Colombo (il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2013)
“Ha gettato fiori sul mare per ricordare i morti fantasma”, hanno scritto molti giornali per parlare della visita di papa Francesco a Lampedusa. Nessuno ha voluto dire senza ipocrisia che nel Mediterraneo non si muore per la violenza della natura o per la crudeltà del destino, ma a causa di un accurato piano elaborato con coscienza di causa (pena di morte) di un governo italiano. Lo ha detto il Papa dall’altare costruito alla buona, con legno di barche affondate, rivolto a chi comanda, a qualunque grado di responsabilità: “Per favore, non fatelo più”.
Non c’era aria da cerimonia o l’astuzia di dire cose buone. C’era verità e dolore del primo Papa che ha scelto di accorgersi che i profughi, i rifugiati, i migranti morti in mare non sono le dolorose vittime di una disgrazia. Sono morti ammazzati.
Ricordate? C’erano, in base a un trattato, veloci e armate motovedette italiane, con marinai italiani e ufficiali o poliziotti libici con il compito di “respingere”, negando non solo le leggi umanitarie, ma i doveri del mare. Finalmente si è saputo con chiarezza il numero: “almeno” 20 mila morti. Che vuol dire uomini e donne giovani, mamme incinte, adolescenti, bambini, che stavano fuggendo da guerre, persecuzioni e fame credendo che l’Italia fosse un Paese civile. Ma l’Italia era un Paese governato da Maroni e da Berlusconi, firmatari del tragico patto con la Libia.
Sapevamo, prima del Papa, che gli annegati a causa del nostro governo leghista, affarista, indifferente, crudele e stupido, erano “almeno” 20 mila? Lo sapevamo. Lo aveva detto Laura Boldrini, allora coraggiosa portavoce dell’Onu, al Comitato per i diritti umani della Camera dei deputati che io presiedevo. Lo aveva detto e testimoniato il solo deputato del Pd che era venuto con me a Lampedusa, Andrea Sarubbi (prontamente non più ricandidato). Lo avevano detto i sei deputati Radicali che non avevano smesso mai di denunciare con allarme ciò che stava accadendo.
Purtroppo i media hanno taciuto temendo il potere vendicativo Maroni-Berlusconi. Per questo dobbiamo dire grazie al Papa. Con un calice e una croce di legno e un timone ripescato dal mare accanto, ha detto, lui capo di un altro Stato, ciò che nessun italiano, inclusi i presunti buoni, aveva mai detto: “Per favore, per favore, non fatelo più”
Martedì 09 Luglio,2013 Ore: 09:00
Titolo:ZAMNOTELLI (2008). Mi vergogno di essere italiano e cristiano …
Mi vergogno di essere italiano e cristiano
Di seguito anche il link ad una intervista audio realizzata da Micromega *
E’ agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo nostro paese.
I campi Rom di Ponticelli (Na) in fiamme, il nuovo pacchetto di sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle ronde notturne offrono una agghiacciante fotografia dell’Italia 2008.
«Mi vergogno di essere italiano e cristiano», fu la mia reazione rientrato in Italia da Korogocho, all’approvazione della legge Bossi-Fini (2002). Questi sei anni hanno visto un notevole peggioramento del razzismo e xenofobia nella società? italiana, cavalcata dalla Lega (la vera vincitrice delle elezioni 2008) e incarnata oggi nel governo Berlusconi (posso dire questo perché sono stato altrettanto duro con il governo Prodi e con i sindaci di sinistra da Cofferati a Domenici…). Oggi doppiamente mi vergogno di essere italiano e cristiano.
Mi vergogno di appartenere ad una società sempre più razzista verso l’altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano che é diventato oggi il nemico per eccellenza.
Mi vergogno di appartenere ad un paese il cui governo ha varato un pacchetto-sicurezza dove essere clandestino é uguale a criminale. Ritengo che non é un crimine migrare, ma che invece criminale é un sistema economico-finanziario mondiale (l’11% della popolazione mondiale consuma l’88% delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere.
L’Onu prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di rifugiati climatici. I ricchi inquinano, i poveri pagano. Dove andranno? Stiamo criminalizzando i poveri?
Mi vergogno di appartenere ad un paese che ha assoluto bisogno degli immigrati per funzionare, ma poi li rifiuta, li emargina, li umilia con un linguaggio leghista da far inorridire.
Mi vergogno di appartenere ad un paese che dà la caccia ai Rom come se fossero la feccia della società . Questa é la strada che ci porta dritti all’Olocausto (ricordiamoci che molti dei cremati nei lager nazisti erano Rom!). Noi abbiamo fatto dei Rom il nuovo capro espiatorio.
Mi vergogno di appartenere ad un popolo che non si ricorda che é stato fino a ieri un popolo di migranti («quando gli albanesi eravamo noi»): si tratta di oltre sessanta milioni di italiani che vivono oggi all’estero. I nostri migranti sono stati trattati male un po’ ovunque e hanno dovuto lottare per i loro diritti. Perché ora trattiamo allo stesso modo gli immigrati in mezzo a noi?
Cos’é che ci ha fatto perdere la memoria in tempi così brevi? Il benessere?
Come possiamo criminalizzare il clandestino in mezzo a noi? Come possiamo accettare che migliaia di persone muoiano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per arrivare nel nostro “Paradiso”? E’ la nuova tratta degli schiavi che lascia una lunga scia di cadaveri dal cuore dell’Africa all’Europa.
Mi vergogno di appartenere ad un paese che si dice cristiano ma che di cristiano ha ben poco. I cristiani sono i seguaci di quel povero Gesù di Nazareth crocifisso fuori le mura e che si é identificato con gli affamati, carcerati, stranieri. «Quello che avrete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli lo avrete fatto a me».
Come possiamo dirci cristiani mentre dalla nostra bocca escono parole di odio e disprezzo verso gli immigrati e i Rom? Come possiamo gloriarci di fare le adozioni a distanza mentre ci rifiutiamo di fare le “adozioni da vicino”?
Come è possibile avere comunità cristiane che non si ribellano contro queste tendenze razziste e xenofobe? E quand’è che i pastori prenderanno posizione forte contro tutto questo, proprio perché tendenze necrofile?
Come missionario, che da una vita si é impegnato a fianco degli impoveriti della terra, oggi che opero su Napoli, sento che devo schierarmi dalla parte degli emarginati, degli immigrati, dei Rom contro ogni tendenza razzista della società e del nostro governo.
Vorrei ricordare le parole del pastore Martin Niemoeller della Chiesa confessante sotto Hitler: «Quando le SS sono venute ad arrestare i sindacalisti, non ho protestato perché non ero un sindacalista. Quando sono venute ad arrestare i Rom non ho protestato perché non ero un Rom. Quando sono venute ad arrestare gli Ebrei non ho protestato perché non ero un Ebreo. Quando alla fine sono venute ad arrestare me non c’era più nessuno a protestare».
Non possiamo stare zitti, dobbiamo parlare, gridare, urlare. E’ in ballo il futuro del nostro paese, ma soprattutto é in ballo il futuro dell’umanità anzi della vita stessa.
– Emergenza xenofobia
– Intervista di Roberto Vignoli
– Alex Zanotelli:
– “La criminalizzazione dei poveri”-( AUDIO) (23 maggio 2008)
– Prodotto da Micromega
Titolo:L’INDIFFERENZA CHE GENERA SOFFERENZA – DUE INTERVENTI …
L’INDIFFERENZA CHE GENERA SOFFERENZA
di Stefano Liberti (il manifesto, 09.07.2013)
Un messaggio denso e chiaro. Un monito al mondo intero e all’indifferenza con cui si è guardato negli ultimi vent’anni a quell’immensa tragedia che è stata la morte di migliaia di uomini e donne inghiottiti dal mare mentre cercavano di solcare il Mediterraneo. «La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi alla globalizzazione dell’indifferenza», ha detto Mario José Bergoglio dall’altare sopra al campo di calcio di Lampedusa davanti a una folla di isolani ancora increduli che il Papa abbia scelto questo avamposto di frontiera a due passi dall’Africa per il suo primo viaggio ufficiale fuori dal Vaticano.
Invitato dal parroco locale, don Stefano Nastasi, e dall’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro – lo stesso che nel 2009 allestì nella sua cattedrale un presepe con un cartello in cui si leggeva «quest’anno i re magi non sono venuti perché sono stati respinti alla frontiera» – Papa Francesco ha fatto un discorso eminentemente politico. Un discorso diretto a tutti, all’indifferenza generale con cui si assiste a questo eccidio, ma soprattutto a quanti prendono le decisioni in Italia come in Europa, a quanti hanno costruito e poi blindato quella fortezza ai cui margini si è andato allestendo un cimitero di vittime senza nome. E non è un caso che la Santa sede ha fatto sapere che per l’occasione non erano graditi esponenti politici e ha invitato il ministro degli interni Angelino Alfano – desideroso di partecipare in quanto «cittadino della provincia di Agrigento» – che sarebbe dovuto rimanere a casa.
«Gli immigrati morti in mare sono una spina nel cuore», ha detto il Papa all’inizio della sua omelia, dopo aver fatto un giro a bordo di una motovedetta della capitaneria di porto e aver lanciato in acqua una corona di fiori in memoria dei migranti morti. E quasi a sottolineare le sue parole, negli stessi momenti in cui il pontefice atterrava all’aeroporto dell’isola, un gruppo di 166 immigrati è stato soccorso in mare e trasbordato dagli uomini della capitaneria di porto nel centro di primo soccorso e accoglienza (Cpsa). Poi papa Francesco è arrivato al campo da calcio, dove lo aspettavano migliaia di isolani, di turisti e qualche decina di immigrati di nazionalità somala ed eritrea momentaneamente alloggiati all’interno del Cpsa, in attesa di essere trasbordati verso altri centri sul territorio della penisola.
Mentre il Papa parla, Lampedusa incredula assiste a questo evento storico, a quest’uomo che dice parole semplici ma durissime e spera di uscire dalla bolla di indifferenza e di oblio in cui è stata abbandonata negli ultimi anni – quando si è lasciato che contasse le vittime in mare in perfetta solitudine o si è cercato di trasformarla a più riprese in una specie di carcere a cielo aperto, cambiando destinazione d’uso al centro di accoglienza e di parcheggiarvi per mesi gli stranieri in attesa di espulsione. Erano i tempi di Roberto Maroni al Viminale e del «dobbiamo essere cattivi con gli immigrati», degli accordi con i paesi della riva sud per i «pattugliamenti congiunti» delle frontiere, dei respingimenti in mare sanzionati infine dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Erano i tempi del Trattato di amicizia con Gheddafi celebrato dall’allora premier Silvio Berlusconi con le parole «avremo più petrolio e meno clandestini». Anni lontani ma molto vicini. Perché tutti i governi che si sono poi succeduti – da quello tecnico guidato da Mario Monti all’attuale esecutivo di larghe intese di Enrico Letta – hanno perseguito più o meno la stessa politica, tanto che solo pochi giorni fa il ministro degli interni Alfano ha fatto sapere che «lavoreremo con la Libia per cercare di arginare il fenomeno dell’immigrazione clandestina». E perché l’Europa continua a tenere saldamente chiuse le frontiere sud, mentre sperimenta un regime di libera circolazione con i vicini orientali, ritenuti forse meno pericolosi delle masse di diseredati neri che si riverserebbero da noi secondo una visione politica che non tiene conto del fatto che via mare arrivano solo richiedenti asilo e rifugiati in fuga e che i migranti economici mirano ormai a mete più appetibili di un’Europa in recessione ripiegata su se stessa.
«Il Mediterraneo è sempre stato un crocevia di scambi e di sviluppo. È stato trasformato in una fossa comune. Questo ha voluto denunciare il Santo padre», dice il sindaco Giusi Nicolini, affaticata ma visibilmente contenta. All’inizio del suo mandato, nell’estate dell’anno scorso, la combattiva prima cittadina dell’isola aveva mandato una lettera-appello all’Unione europea in cui – all’indomani dell’ennesimo naufragio e del ritrovamento di undici cadaveri – scriveva: «Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra». Per poi aggiungere: «Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore».
L’APOCALISSE DELLE PERIFERIE
di Franco Cardini (il maqnifesto, 09.07.2013)
«Dov’è tuo fratello?». È la domanda severa, terribile, che il Signore rivolge nel Genesi a Caino: il quale risponde con qualcosa di peggio di un’ammissione, magari arrogante, del fratricidio. «Sono forse io il guardiano di mio fratello?». Sono io il responsabile del suo diritto alla vita? Quest’uomo mite vestito di bianco, questo compìto argentino d’origine piemontese, ha dato una risposta che mozza il fiato. L’ha data ieri, 8 luglio 2013, esattamente in quelle stesse acque che ventisei mesi or sono, l’8 maggio del 2011, assisterono allo spettacolo tremendo del naufragio di un barcone di poveracci molti dei quali trovarono la morte. Ieri, arrivando a Lampedusa, il papa ha gettato dei fiori in quelle acque; poco prima del battello le lo conduceva nell’isola «Porta d’Europa», era arrivata un’altra imbarcazione di profughi. Un’umanità dolente, di gente sfuggita alla guerra, alla tirannia, alla violenza, alla fame; di gente che per arrivare ha dovuto sopportare un’altra volta la durezza delle condizioni poste da un’altra umanità, quella degli eterni figli di caino, i mercanti di carne umana che per danaro fanno il turpe mestiere dei traghettatori clandestini, tanto vicino a quello del negriero di qualche secolo fa. Perché bisogna viverla, la storia appena cominciata del XXI secolo, per convincerci che forme di barbarie che credevamo definitivamente superate e cancellate sono tornate per un malvagio incantesimo a rivivere.
Mesi fa, papa Francesco ci stupì con alcuni gesti che tuttavia scandalizzarono qualcuno e lasciarono nel dubbio qualcun altro. La Chiesa deve tornare povera e al servizio dei poveri, disse: e scelse di mutare dall’oro all’argento il metallo dell’Anello del pescatore, simbolo del suo ruolo di successore di un ebreo che duemila anni fa pescava per vivere, sul lago di Galilea. Dove vuole arrivare?, si chiesero i soliti sostenitori della Chiesa a qualunque costo, purché al Chiesa si faccia o si mantenga paladina dell’ordine costituito. Sono gesti, sono parole, ribatterono quelli che sognano il tutto-e-subito: vedrete che al teatrino dei simboli non terrà dietro nulla di concreto o quasi.
Ma ieri papa Francesco è arrivato all’isola ch’è Porta d’Europa scegliendo quelli che sono sul serio gli «ultimi» come oggetto primario e privilegiato della sua visita; e, insieme con loro, gli abitanti di Lampedusa che da mese, nella semindifferenza generale del nostro paese e della Comunità Europea, si fanno in quattro pagando di persona con le loro povere tasche – anch’esse, in gran parte, di pescatori – il peso di un’ospitalità che, in poche spanne di terra, è divenuta un’attività travolgente e totalizzante. La carità, la solidarietà, hanno letteralmente sconvolto la vita di questi isolani: e non pare che politici, amministratori, manovratori dei media, se ne siano accorti più di tanto. In fondo, un omicidio – meglio se efferato – «fa notizia»: qualche centinaio di poveracci che danno fondo alle loro risorse e accettano che la loro esistenza stessa sia sconvolta per aiutare altri più poveracci di loro, questo «non fa notizia».
La profezia di Malachia – un testo strano e forse del tutto inattendibile: sia chiaro – ha dato papa Francesco come l’ultimo dei pontefici: quello dopo il quale ci sarà la fine di Roma e del mondo. Profetismo medievale: in fondo, un genere letterario. Ma il fatto è che papa Bergoglio sta compiendo gesti e scelte che a loro volta hanno un sapore apocalittico: come se ci stesse dicendo – e sta dicendocelo – che l’umanità del nostro tempo è andata troppo oltre in termini di ingiustizia, di rapacità, di violenza, d’indifferenza per i più deboli, com’è andata troppo oltre in termini di concentrazione della ricchezza e di sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta.
Domenica 6, in Vaticano, il papa dichiarava letteralmente: «La gente oggi ha bisogno costante di parole; ma soprattutto ha bisogno che sia testimoniata la misericordia di Dio». Un pensiero sistematicamente tradotto, all’Angelus, in un motto: «Gioia e coraggio».
Ed eccoli tradotti nei fatti, la gioia e il coraggio. La scena è quasi la stessa di duemila anni fa, quando le folle sulle rive del Mare di Galilea videro scendere da una barca uno venuto per sfamarli, per guarirli, per confortarli. Colui che porta l’Anello del Pescatore è giunto di nuovo dal mare in quest’isola di pescatori e ha compiuto – lui, l’uomo forse più celebre e sotto certi aspetti più potente della terra – quello che legioni di tangheri politicastri si sono in tutti questi mesi ben guardati dal fare. È sceso tra i bisognosi, li ha ascoltati, ha letteralmente pianto con loro: ha dichiarato che se loro, i rifugiati, sono la stirpe di Abele, noialtri che in un modo o nell’altro facciamo parte della società opulenta e privilegiata siamo la maledetta razza di Caino. Una razza che non ha nemmeno il coraggio di ammazzare con le proprie mani: che uccide con l’indifferenza.
E allora, quelle barche troppo spesso naufragate, quei vascelli assassini, eccoli a loro volta diventare strumento di redenzione. Il legno di quelle barche si è fatto fisicamente altare, trono, pulpito, croce pastorale, calice eucaristico. Tutta la liturgia della messa pontificia si è svolta all’insegna di quei pezzi di legno relitti di naufragi: perché a quel legno il Cristo, nella persona degli Ultimi della Terra, è stato crocifisso di nuovo. Ed è di questo che Bergoglio ha chiesto perdono a loro, a nome di tutti noi.
E non saranno più, non potranno più essere solo parole. Questo papa che ha commissariato lo Ior, che ha lasciato arrestare un prelato-manager, che ha imposto austerità se non proprio povertà a tutta la curia, dopo aver visitato ieri la periferia delle periferie del mondo, tra qualche settimana incontrerà i giovani nel suo continente latinoamericano: un altro continente-martire, al pari dell’Africa. Un paese dove la Chiesa cattolica è attualmente messa a dura prova dall’offensiva delle sètte finanziate dai centri di propaganda statunitense: le stesse che si fanno finanziare dalla United Fruits e dai gorilas protetti dalla Cia (un nome per tutti: Rios Montt in Guatemala) e poi convertono i campesinos per insegnar loro la sottomissione che fa il gioco dei padroni. Contro questo infame gioco, che in fondo dura da secoli, Bartolomé de las Casas insorse nel Cinquecento, seguito qualche decennio più tardi dai gesuiti (anche Bergoglio è gesuita) delle reducciones e, nel nostro secolo, da preti-martiri come padre Stanley Rother fatto ammazzare nel 1981 dalla Cia proprio in Guatemala. Già Giovanni Paolo II, planato in America latina nel 1979 per bacchettarvi la Teologia della Liberazione, vi tornò anni dopo con un atteggiamento del tutto nuovo. Papa Francesco proseguirà su questa linea, e forse griderà ai giovani ancora una volta «Gioia e Coraggio». Abbiamo bisogno di entrambe queste cose.
La visita di Papa Bergoglio è una risposta più che eloquente alla lettera di Nicolini. Quella risposta che i politici non hanno mai dato, per ignavia, per malafede o per incapacità. Chissà se nei prossimi giorni qualcuno a Roma o a Bruxelles raccoglierà la sfida lanciata dal Papa e cercherà di invertire la rotta e contrastare quella «globalizzazione dell’indifferenza» denunciata con tanta forza dall’avamposto più meridionale della fortezza Europa.
CORRADO bevilacqua, sulla democrazia 2
I tanto temuti rischi di plebiscitarismo – che cioè i governanti eludano tutte le mediazioni della democrazia rappresentativa, facendo ricorso diretto, frequente e quasi esclusivo alla volontà popolare espressa per mezzo di referendum su quesiti posti dai governanti stessi – appaiono oggi esagerati e sopravvalutati. In verità, nessun governante, né nei regimi democratici né nei regimi autoritari, ha conquistato il potere attraverso appelli referendari e nessun governante è stato in grado di ampliare il suo potere e mantenerlo grazie ad appelli e a procedure di questo tipo. Cosicché se ne può concludere, almeno preliminarmente, che, per quanto non privo di una carica semplificatrice, il referendum consente di sottoporre a verifica le preferenze dei cittadini ed esplica compiti spesso altrimenti non fungibili nei regimi democratici. Questa affermazione si rivela tanto più vera quando si guardi alla dinamica delle richieste di referendum e delle consultazioni referendarie effettivamente tenutesi quando le assemblee rappresentative e legislative non hanno né saputo né voluto intervenire sulle materie oggetto di referendum. Regimi democratici vecchi e nuovi si sono nel corso del tempo dotati della possibilità di fare ricorso al referendum, e hanno molto rapidamente sfruttato l’opportunità così creata. Inoltre in alcuni paesi, come ad esempio l’Italia, il ricorso al referendum è cresciuto in maniera quasi esponenziale, determinando l’aumento complessivo registrato nelle democrazie occidentali. Comunque, poiché l’aumento non è da ricondursi esclusivamente al caso italiano, è opportuno interrogarsi sull’esistenza di fattori comuni atti a fornire qualche spiegazione generalizzante.
Poiché i referendum sono strumenti che servono a prendere decisioni in un sistema politico, almeno in prima approssimazione è possibile sostenere che il loro uso aumenta quando i soggetti politici abilitati a prendere decisioni si rivelano titubanti, deboli, incapaci, comunque non in grado di soddisfare le esigenze espresse dagli elettori. Se le cose stanno così, si capisce perché il ricorso ai referendum è cresciuto e crescerà, entro certi limiti, ogniqualvolta i governi siano instabili e mostrino carenze di decisionalità, ogniqualvolta i partiti non siano più in grado di esercitare il loro potere. Se i governi non sanno oppure non vogliono prendere decisioni, allora saranno gruppi di cittadini che si organizzano, le lobbies che si mobilitano, le minoranze che si difendono e contrattaccano a mettere sull’agenda politica tematiche suscettibili di richiedere e di ottenere una consultazione referendaria. Se le assemblee legislative intralciano e rallentano i processi decisionali e se i partiti non dimostrano compattezza, allora si apre lo spazio referendario. Naturalmente questo spazio può essere o no effettivamente colmato non soltanto se i cittadini sono davvero in grado di organizzarsi e di mobilitarsi, ma soprattutto se lo strumento referendario può essere attivato con facilità. Dopodiché, il livello di organizzazione e di mobilitazione dei cittadini, delle lobbies e delle minoranze dipenderà, da un lato, dal grado di insoddisfazione nutrito dagli attori rilevanti nei confronti dei processi decisionali e, dall’altro, dalla loro fiducia nelle proprie capacità di influenzare la decisione nel senso desiderato.Il circuito delineato – assemblee legislative, partiti politici, cittadini esigenti e influenti – viene spesso completato dagli atteggiamenti e dai comportamenti delle élites di governo. Molte scelte di politiche pubbliche sono oggi più complesse e controverse che nel passato. Quando in sede di governo non viene raggiunto nessun accordo, quando persino l’opposizione si presenta divisa su problematiche complesse, quando un processo decisionale viene, più o meno artificialmente, esasperato, allora il ricorso al referendum serve anche a evitare, sia da parte del governo che da parte dell’opposizione e persino dei singoli partiti, peraltro sempre investiti dagli effetti dei referendum, scelte che potrebbero risultare laceranti; serve, infine, un po’ a tutti a sfuggire all’assunzione di responsabilità che potrebbero diventare troppo pesanti.
Agli occhi degli studiosi dei regimi e delle procedure democratiche il referendum occupa un posto alquanto controverso. I problemi sollevati dal ricorso al referendum, dal suo svolgimento, dalle sue conseguenze sul funzionamento dei regimi democratici sono molti e tutti di grande importanza e di complessa valutazione (per una rassegna accurata della letteratura v. Morel, 1992). Un primo problema concerne il livello e la qualità delle informazioni disponibili e acquisibili per i cittadini-elettori affinché la loro decisione risulti all’altezza della sfida referendaria, vale a dire migliore di quella producibile da altre sedi. I critici del referendum sostengono che la superiorità della democrazia rappresentativa deriva dalle migliori informazioni disponibili e acquisibili dai rappresentanti eletti, sia attraverso i dibattiti nelle assemblee che con apposite udienze conoscitive nelle quali i vari gruppi interessati alla decisione apportano, oltre alla loro posizione specifica, anche elementi indispensabili alla decisione e, presumibilmente, un po’ di consenso politico. La grande maggioranza dei cittadini-elettori, soprattutto quando le scelte sono tecnicamente complesse, avrà sempre un’informazione inferiore, inadeguata, imperfetta, cosicché le decisioni degli elettori saranno sempre esposte all’influenza di fattori tutt’altro che in grado di soddisfare i criteri dell’accuratezza e della completezza. I sostenitori dei referendum ribattono che, proprio grazie al clamore e all’interesse suscitati dai referendum, molti cittadini acquisiscono informazioni di livello e di qualità superiori a quelle di partenza, e quindi il referendum ottiene il risultato di educare parte della cittadinanza. Se poi il suo oggetto è formulato con chiarezza, il dibattito referendario consente ai cittadini-elettori di scegliere almeno con la stessa consapevolezza con la quale essi votano per un partito o per un candidato piuttosto che per un altro nelle varie consultazioni elettorali. Chi nega che l’elettore possa acquisire tutta l’informazione desiderata per poter oculatamente scegliere fra alternative di tematiche, di candidati, di partiti, finisce per colpire al cuore lo stesso processo democratico.I critici del referendum, prendendo in parte lo spunto dalle (presunte) carenze di informazione degli elettori, aggiungono che gli esiti dei referendum sono spesso viziati anche dalla mancanza di competenza degli elettori. Non soltanto essi, almeno quelli cosiddetti ‘medi’, che sono mediamente interessati alla politica, non avrebbero un’adeguata informazione, ma anche se l’avessero non sarebbero in grado di discriminare fra l’informazione corretta e quella manipolata. I sostenitori dei referendum affermano invece che spesso neppure i rappresentanti eletti sono tutti in grado di procedere a questa cruciale discriminazione e che, come nelle assemblee legislative ci sono esperti, fra gli eletti e fra i funzionari, in grado di pilotare le decisioni, anche nel processo referendario fanno la loro comparsa opinion makers ai quali alcuni o molti elettori si affidano. Naturalmente questi leaders dell’opinione possono anche trovarsi nei partiti, cosicché l’elettore medio può sentirsi rassicurato nel seguire l’opinione del suo partito, così come si sente sicuro l’elettore fiducioso nella propria competenza – sia che segua il suo partito sia che lo contraddica -, convinto della superiorità delle proprie conoscenze o semplicemente della preferibilità di un’alternativa. D’altronde, e questa considerazione deve essere tenuta in gran conto, molte fra le tematiche sottoposte a referendum non richiedono competenze particolari. Piuttosto, sollecitano prese di posizione fondate su valori, su criteri etici e/o politici, ad esempio quando si tratta di divorzio e aborto, oppure di finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali.
La verità, sostengono gli oppositori dei referendum, è che lo stesso processo referendario è inevitabilmente esposto a una serie di distorsioni relative alle materie che possono essere oggetto del referendum, ai soggetti che possono farsene promotori, alle modalità della campagna referendaria, alla stessa validità dell’esito. È risaputo che spesso sono le minoranze che attivano i referendum, sono alcune potenti lobbies che intervengono nella campagna elettorale gettando sulla bilancia del voto tutto il denaro necessario, sono ancora minoranze intensamente motivate che – in assenza della soglia percentuale richiesta per la validità del voto (almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto) – possono imporre a maggioranze divise, poco interessate e poco mobilitate decisioni che le assemblee elettive non produrrebbero mai. Se le cose stanno così, replicano i sostenitori dei referendum, è però sempre possibile e anche auspicabile che l’istituto referendario venga accuratamente regolamentato, con tutte le cautele di cui già è circondato in molti paesi. Affinché venga richiesto, bisogna che un numero di elettori relativamente elevato, ma non troppo elevato per non impedire alle minoranze di difendersi contro l’eventuale tirannia della maggioranza, si esprima con le sue firme. Affinché sia risolutivo, bisogna che il quesito sottoposto agli elettori sia limpido e univoco. Affinché la campagna elettorale non venga inquinata dal denaro, occorrono accurati controlli sulle spese sia del comitato promotore che degli oppositori, presumibilmente anch’essi organizzati in comitato. Il controllo del denaro, che serve sostanzialmente per produrre informazioni di parte sui mass media, TV in testa, sembra essere la condizione più difficile da garantire in assenza di una rete di controlli sperimentata e a fronte dell’intervento di agenzie specializzate, in particolar modo negli Stati Uniti e in Svizzera.
Infine, i critici dei referendum sostengono che, anche qualora venissero soddisfacentemente risolti tutti i problemi di informazione e di competenza dell’elettorato e fosse evitata ogni manipolazione del quesito e della campagna referendaria, si porrebbe comunque il problema della partecipazione. Nei referendum la partecipazione degli elettori risulta sempre più o meno nettamente inferiore alla partecipazione alle consultazioni politiche nazionali (o federali e statali). Questo è tanto vero che in molti ordinamenti è stata esplicitamente introdotta la clausola che, affinché l’esito del referendum sia valido, bisogna che partecipi alla consultazione una certa percentuale di elettori, di norma almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Questa clausola esiste, ad esempio, nella legge che disciplina il referendum abrogativo italiano e ha funzionato vanificando nel 1990 i referendum contro la caccia e contro l’uso dei pesticidi. I sostenitori dei referendum controbattono che la minore partecipazione non è sufficiente a dichiarare il fallimento del referendum in quanto tale. Essa è dovuta, in buona misura, a una scelta consapevole e spesso deliberata degli elettori, parte dei quali si astengono poiché non si ritengono adeguatamente informati o sufficientemente competenti per decidere. Paradossalmente, in un certo senso questi elettori astensionisti consapevoli, tenendosi lontani dalle urne, rispondono anche alle obiezioni degli antireferendari poiché non ‘inquinano’ l’esito del voto, proprio come coloro che si astengono perché l’esito del voto appare loro ugualmente irrilevante o ugualmente accettabile: entrambe motivazioni democraticamente comprensibili e accettabili.In sostanza, lo strumento referendario contiene in sé un certo numero di vizi, nessuno dei quali appare però particolarmente grave né più grave dei normali vizi democratici, quelli cioè che attengono allo stesso processo democratico. Soltanto in parte alcuni di questi vizi sono eliminabili, e alcuni sono, in parte, ridimensionabili. Ma il referendum contiene anche un certo numero di non piccole virtù democratiche. Sarebbe sbagliato contrapporlo frontalmente alla democrazia rappresentativa e ai suoi strumenti qualificanti, per due ragioni. In primo luogo, perché la democrazia diretta, che pure si nutre anche di referendum, ha bisogno di ben altri apporti e strumenti per essere e rimanere tale ed esclusivamente tale. In secondo luogo, perché la democrazia rappresentativa, che è irrinunciabile in sistemi politici di dimensioni medie e grandi, non può essa stessa rinunciare a quelle integrazioni, a quelle correzioni, a quelle stimolazioni che soltanto il referendum può introdurre e mantenere nei suoi processi decisionali. Cosicché, respinte le versioni estreme del ‘partecipazionismo’ e del ‘rappresentativismo’, appare pienamente in linea con l’analisi fin qui svolta la conclusione di A. Ranney (v., 1994, p. 43) secondo cui la maggioranza dei democratici può e deve continuare a “considerare lo strumento referendario come un supplemento talvolta utile per le istituzioni della democrazia rappresentativa, ma mai un sostituto completo di esse”.
Fino al 1900 si sono tenuti nel mondo 71 referendum. Dal 1901 al 1950 se ne sono tenuti 197; dal 1951 al 1970 136; nel solo decennio 1971-1980 177; infine, dal 1981 al 1993 se ne sono tenuti 218 (v. Butler e Ranney, 1994, p. 5). Nella Quinta Repubblica francese, nella quale il referendum è limitato a materie riguardanti l’organizzazione dei poteri pubblici e ai trattati che incidono sul funzionamento delle istituzioni, dal 1958 al 1996 si sono tenuti otto importanti referendum. In Italia, dal 1974 al 1996, se ne sono tenuti 39. Buona parte di questi referendum sono stati richiesti dal Partito radicale, anche se i più importanti, in sé e per le loro conseguenze politiche, hanno avuto altri proponenti. Così, il referendum sul divorzio, che nel 1974 inaugurò la legge di attuazione del referendum abrogativo, venne richiesto da numerose associazioni cattoliche poi clamorosamente sconfessate dall’elettorato, anche da una parte di quello cattolico. Nel 1985 il referendum sulla scala mobile venne richiesto dal Partito comunista che dovette incassare una dura sconfitta. Nel 1987 il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati fu fortemente voluto, oltre che dai radicali, dai socialisti e dai liberali, ma fu poi appoggiato anche dal Partito comunista. Nel 1991 l’importantissimo referendum sulla preferenza unica venne richiesto, contro la volontà di tutti i partiti del pentapartito (PLI-DC-PRI-PSDI-PSI), da un composito Comitato per le Riforme Elettorali, che ebbe anche il merito di richiedere altri due referendum elettorali tenutisi nel 1993. Nello stesso anno si tennero anche referendum sull’abolizione di quattro ministeri, intelligentemente richiesti da numerosi Consigli regionali, e furono tutti approvati dall’elettorato. Infine, nel 1995 i cittadini italiani vennero chiamati a votare simultaneamente il più alto numero di referendum, dodici, fra i quali tre sul sistema televisivo, privato e pubblico, richiesti da appositi comitati e respinti dall’elettorato.
Per ragioni diverse, facilmente collegabili alla natura e alla dinamica dei rispettivi sistemi politici e partitici, la Francia, con i suoi referendum specificamente delineati, e in special modo l’Italia, con la vastissima gamma di materie che possono essere sottoposte ad abrogazione, fanno eccezione rispetto alle altre democrazie contemporanee, alquanto più contenute nell’utilizzare il referendum, tranne la Svizzera, il meno noto caso dell’Australia, che ha tenuto ben 23 referendum dal 1946 al 1988, e singoli Stati degli Stati Uniti, in special modo la California.
Come abbiamo anticipato, non esistono altri motivi generali e generalizzabili che spieghino perché si sia manifestato in questa fine di secolo e di millennio un accresciuto ricorso al referendum, se non l’accesso di un elevato numero di sistemi politici alla democrazia e a libere competizioni elettorali e l’introduzione nei loro ordinamenti dello strumento referendario. Che questo strumento venga poi utilizzato più o meno di frequente dipende da variabili idiosincratiche relative a ciascun sistema politico. Peraltro, poiché è improbabile che una qualsiasi delle condizioni facilitanti il ricorso ai referendum enunciate nel cap. 3 – debolezza dei governi, lentezza decisionale delle assemblee, frammentazione dei partiti, complessità delle scelte, capacità di frazioni dell’elettorato di mobilitarsi ovvero di farsi mobilitare – sparisca in tempi brevi, e meno che mai tutte assieme, è molto probabile che di referendum se ne faranno molti un po’ in tutti i regimi democratici, con alti e bassi condizionati essenzialmente, ma tutt’altro che univocamente, dalla vitalità e dalla compattezza dei governi e delle loro maggioranze, e dall’insoddisfazione e dalla capacità di mobilitazione dei cittadini (e delle lobbies).
D’altronde, il normale ricorso al referendum, con le varie modalità sopra indicate, si configura come una prospettiva accettabile. Sbagliano molto coloro che si ingegnano a escogitare ostacoli procedurali e di varia natura (abitualmente l’innalzamento del numero delle firme) per impedire ai cittadini di richiedere consultazioni referendarie. Infatti, in ciascuno dei sistemi politici che hanno utilizzato il referendum – da molto tempo, come in Svizzera, oppure da poco tempo, come in Italia, normalmente a livello statale, come negli Stati Uniti, oppure eccezionalmente a livello nazionale, come in Gran Bretagna e nei Paesi Scandinavi – il bilancio può essere considerato tutto sommato largamente positivo. Nel corso delle campagne referendarie l’informazione dei cittadini è aumentata e si è diffusa la consapevolezza dell’importanza, più o meno alta, della posta in gioco. Nei diversi sistemi politici l’esito dei referendum, costituzionali, istituzionali, su diritti civili e su politiche pubbliche, è stato pacificamente accolto, sostanzialmente osservato e conformemente applicato. I referendum hanno rappresentato spesso il modo migliore per ratificare le costituzioni e i mutamenti territoriali. Sono efficacemente serviti per concedere sovranità a entità federali e sovranazionali, con quel quid di legittimità in più che solo un’apposita consultazione generale dell’elettorato può conferire. Sono stati, e promettono di continuare a essere, talvolta una valvola di scarico delle tensioni politiche, talaltra una modalità decisionale aggiuntiva. In definitiva, appare alquanto improbabile che i sistemi politici che hanno inserito il referendum nei loro ordinamenti intendano prossimamente farne a meno. È probabile, invece, che sistemi politici che ancora non ne dispongono finiscano per accoglierlo presto.
L’idea di rappresentanza politica nasce nel medioevo, in corrispondenza con la nascita delle istituzioni parlamentari. La nozione di rappresentanza politica era, infatti, sconosciuta sia al mondo romano che al mondo greco: come ben messo in evidenza da B. Constant, sia a Roma che nella Grecia antica la partecipazione politica si esplicitava nella partecipazione diretta all’assemblea popolare, laddove la partecipazione alla vita politica dei moderni passa per la rappresentanza politica, cioè attraverso l’elezione di un corpo politico incaricato di trattare gli affari generali di uno Stato. La nozione di rappresentanza politica, quindi, postula una differenziazione tra governanti e governati. D’altra parte, la rappresentanza politica è una necessità ineliminabile della vita moderna: l’estensione territoriale degli Stati, infatti, impedisce fisicamente che i cittadini si possano riunire in un unico luogo e deliberare direttamente.
Occorre dire che vi è una profonda differenza tra la concezione medievale della rappresentanza politica e quella moderna, in quanto le rappresentanze politiche medievali avevano un carattere per lo più di tipo organico e corporativo, di natura sostanzialmente privatistica: i componenti delle assemblee parlamentari medievali agivano come puri e semplici mandatari di coloro che rappresentavano, laddove la rappresentanza politica moderna si caratterizza, invece, per gli opposti principi della rappresentanza nazionale (il deputato rappresenta l’intera nazione e non solamente i propri elettori) e del divieto del mandato imperativo (gli elettori non possono dare istruzioni giuridicamente vincolanti agli eletti, né possono revocarli). Si può dire, anzi, che la rappresentanza nazionale e il divieto del mandato imperativo costituiscano il fondamento teorico della rappresentanza politica moderna e del costituzionalismo liberale, tant’è che sono presenti in tutte le Carte costituzionali che si ispirano a tali principi (art. 7, sez. III, cap. I, tit. III, Cost. Francia 1791; art. 41 Statuto albertino; artt. 34 e 35 Cost. Francia 1848; parr. 93 e 96 Cost. Francoforte 1849; art. 29 Cost. Germania 1871; art. 21 Cost. Germania 1919; art. 67 Cost.; art. 38 Legge fondamentale Germania 1949; art. 27 Cost. Francia 1958; art. 152 Cost. Portogallo 1976; artt. 66 e 67 Cost. Spagna 1978; art. 161 Cost. Svizzera 1999), con le uniche eccezioni rappresentate dalla Costituzione U.S.A. del 1787 e dalla Costituzione francese del 1793, la quale si limitava ad affermare che ogni deputato appartiene alla nazione intera (art. 29). Con l’affermazione dello Stato liberale (Forme di Stato e forme di governo) e il definitivo superamento della società divisa in ceti, infatti, il Parlamento diventa il luogo della sintesi politica degli interessi particolari nell’interesse generale e questa sintesi è logicamente (oltreché giuridicamente) incompatibile con l’idea che i deputati siano i mandatari dei soli propri elettori.
Ben diverso è, invece, il caso degli Stati socialisti: la contestazione radicale dei principi del costituzionalismo liberale porta, infatti, ad affermare, in tema di rappresentanza politica, gli opposti principi del mandato imperativo e della revocabilità degli eletti (art. 142 Cost. U.R.S.S. 1936; artt. 1, 5 e 87 Cost. Polonia 1952; artt. 56 e 57 Cost. D.D.R. 1974; artt. 102 e 107 Cost. U.R.S.S. 1977).
Laddove la rappresentanza politica non funzioni, la democrazia si trasforma da governo del popolo, con il popolo, per il popolo in governo sul popolo. Ciò crea un problema di legittimazione (Habermas) e la democrazia crolla. Ciò è quello che accadde alla repubblica di Weimar (Rusconi).
Instaurata in Germania dopo la Prima guerra mondiale, fu così chiamata dalla città di W., dove fu elaborata la sua Costituzione. Essa ebbe vita tra il 1919 e il 1933. La Repubblica di W., costituitasi dopo la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale e la caduta dell’impero, rappresentò un modello di democrazia parlamentare per l’intera Europa. La sua Costituzione prevedeva il suffragio universale maschile e femminile, l’elezione diretta del presidente della Repubblica e la responsabilità del governo di fronte al Parlamento. Poggiava sui tre principali partiti politici affermatisi nel dopoguerra: il Partito socialdemocratico, il Centro cattolico-moderato e il Partito democratico (liberali di sinistra). In realtà, questa piattaforma rappresentò un’eccezione e fu messo in atto un costante sforzo per allargare il consenso verso l’ala conservatrice del liberalismo tedesco, che diede con G. Stresemann l’uomo di Stato e il ministro degli Esteri di maggiore statura politica. Condizionata dalle clausole punitive imposte alla Germania dalla Pace di Versailles (1919) e indebolita prima dai tentativi rivoluzionari dell’estrema sinistra, poi dal rafforzamento delle forze antidemocratiche e nazionaliste, la Repubblica di W. ebbe una vita travagliata e non resse ai contraccolpi della crisi economica mondiale del 1929. Colpita dalla depressione e dall’inadeguatezza dei mezzi per far fronte alla disoccupazione dilagante, fu messa in crisi dalla gestione extraparlamentare avviata dal cancelliere H. Brüning, con il sostegno del presidente P. Hindenburg, e soprattutto dalla determinazione e dalla demagogia del Partito nazionalsocialista di A. Hitler. Quando questi divenne cancelliere (1933), la Repubblica di W. subì il definitivo tracollo.
Il crollo della repubblica di Weimar ci pone di fronte al problema chiave della democrazia. Abbiamo già visto che la repubblica di Weimar aveva un problema di legittimazione. Per molti tedeschi essa era il prodotto della pugnalata alla schiena che era stata inferta da socialisti ed ebrei all’esercito tedesco durante la Grande guerra (Rosenberg). Ciò rese debole l’impianto istituzionale della repubblica di Weimar e la espose agli effetti negativi dei confitti economici, sociali e politici che caratterizzarono la sua breve esistenza (Peukert).
I conflitti sono inseparabili dalla democrazia in virtù della natura della stessa democrazia. Non solo, essi rendono forte la democrazia dove la democrazia è forte; cioè dove essa ha un forte riconoscimento popolare e dove esiste una profonda condivisione dei valori sui quali si fondano le istituzioni dello stato. (Tilly) Nella repubblica di Weimar ciò non esisteva. (Lacquer). In altre parole, mancava del necessario consenso popolare (Weitz). Ciò fu la vera causa della sua crisi la quale è diventata il simbolo stesso della crisi della democrazia.(Rosenberg)
Questa considerazione ci riporta al problema della sovranità popolare. Il principio della sovranità popolare, che rinviene nel popolo la fonte e la giustificazione della potestà politica, trova i suoi inizi nel concetto romano della lex come «ciò che il popolo ordina», e lo stesso potere imperiale è frutto di delega da parte del popolo (pactum subiectionis: il popolo pattuisce di sottomettersi al sovrano). Problema medievale, connesso con la lotta per le investiture e con la generale questione del primato del potere papale o imperiale, fu di stabilire se il pactum subiectionis implicasse la rinuncia da parte del popolo ai suoi diritti (alienatio) ovvero soltanto una concessione (cessio) revocabile ove, per es., il monarca non assolvesse più i suoi compiti e si trasformasse in tiranno, o, nel caso di conflitto con la Chiesa, in nemico della fede e dei canoni. Il rapporto tra popolo e re si analizzò in un complesso di diritti e doveri regolati dal patto intervenuto e dall’obbligazione reciproca di attuare la giustizia e di osservare la legge. L’Umanesimo e la Riforma determinarono un movimento per cui si giunse a una specificazione delle clausole del pactum attraverso la loro interpretazione alla luce del diritto privato; forte era ancora l’influenza delle teorie medievali. Subito dopo il concetto di popolo cominciò a trasformarsi; poi gli elementi elaborati da Calvino e dai monarcomachi confluirono nelle grandi crisi politiche inglesi dei sec. 16° e 17°, nelle quali il principio della s. popolare si affermò in modo nuovo (dopo la dissoluzione dei concetti giuridici medievali), sotto l’influenza delle dottrine del diritto naturale allora rinnovate da U. Grozio: nacque l’idea atomistica del popolo come composto dagli individui, liberi e sovrani prima ancora dell’ordinamento politico; la s. popolare era perciò concepita come garanzia dei diritti individuali dei singoli. Le nuove idee sulla s. popolare, depurate e ulteriormente elaborate da J. Milton, A. Sidney, J. Harrington, J. Locke, ebbero grande diffusione nelle colonie della Nuova Inghilterra (R. Williams, T. Hooker, W. Penn, J. Wise) e su di esse si fondarono poi i principi della Dichiarazione dei diritti e della Costituzione degli Stati Uniti d’America. La rivoluzione americana ebbe grande ripercussione in Francia, dove la filosofia politica del 18° sec. si era ispirata a questi stessi principi, collegandoli, attraverso il ginevrino J.-J. Rousseau, con quelli provenienti dal pensiero politico inglese; l’idea della s. popolare era alla base della ideologia rivoluzionaria. Nell’ambito del costituzionalismo moderno, la teoria della s. poplare si collegò strettamente al suffragio universale, come emerge in particolare nella Costituzione giacobina dell’anno I, là dove afferma che la s. risiede nel popolo (art. 25 Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 1793) e che il popolo sovrano è costituito dall’universalità dei cittadini (art. 7 Cost. francese del 1793). Di contro, la Costituzione francese del 1791, che prevedeva un suffragio di tipo censitario (esplicitato nella distinzione tra citoyens actifs e citoyens passifs) parlava, non a caso, di s. della nazione.
Il processo di democratizzazione dei sistemi politici contemporanei si può descrivere essenzialmente nel passaggio dallo Stato liberale di d. ‘limitata’ (d. d’élite) allo Stato sociale di d. ‘diffusa’ (d. di massa). R. Dahl pone alla base di questo processo due tendenze: la liberalizzazione , ovvero il grado in cui sono ammessi il dissenso, l’opposizione e la competizione tra le diverse forze politiche o politicamente rilevanti; l’inclusività , ovvero la proporzione di cittadini che hanno titolo a partecipare in modo diretto o indiretto alle decisioni collettive. Le diverse possibilità di incrocio fra queste dimensioni danno modo di costruire una tipologia dei sistemi politici democratici, distinguendoli in oligarchie competitive, egemonie includenti e poliarchie. La sequenza storica di questi modelli si può rintracciare nel passaggio dalla d. di élite alla d. di massa, e questa transizione trova riscontro sia sul piano dei riferimenti teorici che dei referenti storici. Sul piano teorico si riflette nel contrasto fra elitismo e pluralismo.
Le analisi che si rifanno agli assunti elitistici (G. Mosca, V. Pareto e R. Michels) ritengono che la sovranità popolare sia un ideale astratto che non può corrispondere a nessuna realtà di fatto, perché in ogni regime politico, quale che sia la sua formula, è sempre una minoranza quella che detiene il potere effettivo. Questa impostazione è in parte corretta da J. Schumpeter, secondo il quale vi è d. laddove vi sono diversi gruppi in concorrenza fra loro per la conquista del potere attraverso la competizione elettorale.
All’estremo opposto le teorie pluraliste (R. Dahl, R. Dahrendorf) puntano piuttosto a ridefinire il concetto di leadership in termini democratici, innalzando il principio del pluralismo a dato costitutivo della struttura sociale. Al suo interno la d. si definisce in particolare come un sistema di istituzionalizzazione dei conflitti mediante precise regole del gioco. A proposito di questo insieme di regole formalizzate che caratterizzano le poliarchie reali si è parlato di in contrapposizione alla d. sostanziale (H. Kelsen). Sul piano delle generalizzazioni storiche il processo di democratizzazione si caratterizza per l’estensione dei diritti di cittadinanza e per il loro impatto sulla struttura sociale: più precisamente nella transizione da un regime di cittadinanza civile, nel quale ci si limita a garantire i diritti di libertà personale, a un regime di cittadinanza politica, che prevede l’istituzione del suffragio universale, fino al regime di cittadinanza sociale che postula l’uguaglianza delle opportunità (R. Bendix).
Fondamentale, in questo contesto, è la distinzione tra intitolazioni e capacitazioni (Sen). A dire che non è sufficiente che tutti i cittadini di uno stato siano dotati degli stessi diritti, ovvero, siano posti nelle medesime condizioni di partenza (Einaudi). Occorre che essi siano posti in grado di farli ugualmente valere. In altre parole, non può esistere democrazia senza uguaglianza politica e non può esistere uguaglianza politica senza senza uguaglianza economica. (Sen, Dahl)
cORRADO BEVILACQUA, SULLA DEMOCRAZIA 1
Oggetto: saluto e post
CORRADO BEVILACQUA
Da molto tempo si parla di crisi della democrazia (Huntington e Crozier ). Alcuni autori hanno parlato di post-democrazia (Crouch). Altri hanno parlato di democrazie senza democrazia (Salvadori). In realtà, il vero problema è che esiste una grande confusione su ciò che è la democrazia (Sartori).
Secondo la sua classica definizione risalente a Abramo Lincoln, la democrazia è governo del popolo, con il popolo, per il popolo, sul popolo. Fondamentale, in tale contesto, è il problema della rappresentanza politica. Ciò differenzia la democrazia rappresentativa dalla democrazia diretta (Rensi).
Il referendum è uno strumento di democrazia diretta per mezzo del quale gli elettori, essenzialmente tutti coloro che hanno già ottenuto il diritto di votare nelle normali consultazioni elettorali, sono chiamati prevalentemente a decidere con un ‘sì’ oppure un ‘no’ su una o più tematiche più o meno chiaramente delineate. In effetti, gli elettori non decidono in tutti i tipi di referendum, ma soltanto in quelli nei quali la scelta è secca, con un’alternativa chiaramente delineata fra due sole opzioni legislative ovvero di politiche pubbliche. Questo tipo di referendum, che può essere definito ‘deliberativo’, è probabilmente quello che meglio traduce l’essenza del referendum quale strumento di democrazia diretta. Una volta espressi e contati i voti, l’opzione prescelta dagli elettori dovrebbe essere attuata, nei limiti del possibile, senza ulteriori mediazioni né politiche né legislative. Esiste anche un altro tipo di referendum, quello ‘abrogativo’, che dovrebbe escludere qualsiasi mediazione traducendosi nella cancellazione di una legge o di sue parti. Pur intrinsecamente più limitato del referendum deliberativo – in quanto, per l’appunto, circoscritto all’abrogazione di una o più norme o di loro parti, da cui deriva però una certa indeterminatezza concernente l’organicità delle norme rimanenti -, il referendum abrogativo pone anch’esso l’elettore di fronte all’alternativa sì/no, e specificamente: abrogare in tutto o in parte un testo legislativo, oppure conservare, in tutto o in parte, quel testo. Tuttavia alcune delle conseguenze di un voto favorevole all’abrogazione di una o più norme o di loro parti possono richiedere interventi legislativi da parte delle assemblee elettive, sia perché provocano un vero e proprio vuoto legislativo, sia perché comportano la necessità di una ricucitura e di una precisazione delle norme rimanenti. Il caso italiano, caratterizzato dall’esistenza di questo referendum a livello nazionale, offre numerosi esempi di ritaglio di leggi, di abrogazione di alcune norme, di esigenza di ricorrere al Parlamento sia per la stesura vera e propria di un testo legislativo che per l’adeguamento delle norme rimanenti alle preferenze espresse dall’elettore, nonché di conseguenti critiche per l’operato del Parlamento, accusato talvolta di manipolare la volontà degli elettori.
Esistono almeno altri due tipi di referendum meritevoli di attenzione: il referendum ‘consultivo’, definito anche, non del tutto propriamente, ‘di indirizzo’, e il referendum costituzionale. Facendo ricorso al referendum consultivo, le autorità, i governanti, le assemblee elettive esprimono l’esigenza di sondare le preferenze degli elettori su una determinata scelta da compiere, senza sentirsi perciò necessariamente vincolati dal risultato del voto, oppure vogliono delegare agli elettori la responsabilità di scelte particolarmente complesse, controverse, sgradite. Naturalmente, se l’alternativa posta all’elettorato è fra due sole opzioni, l’esito non si presterà a interpretazioni più o meno manipolative, ma comunque i governanti manterranno una certa discrezionalità nell’adeguarsi al verdetto referendario. Tuttavia, per quanto raramente, le opzioni praticabili possono essere più di due. Ad esempio, gli elettori svedesi furono chiamati per ben due volte a scegliere fra tre alternative: nel 1957 tra differenti sistemi pensionistici, nel 1980 tra la chiusura più o meno totale e immediata o la prosecuzione dell’attività delle centrali nucleari. La conseguenza fu che nessuna delle tre alternative ottenne la maggioranza assoluta, lasciando la responsabilità della decisione al governo. Comprensibilmente, quando l’alternativa posta dal referendum non è secca, governo e parlamento godono di una riserva interpretativa che potrebbe anche concretizzarsi in una mancata osservanza delle preferenze dell’elettorato costretto a esprimersi in maniera non decisiva. Di converso, una volta fatto ricorso a un referendum consultivo, governo e parlamento devono comunque assumere quelle responsabilità decisionali che parevano voler evitare proprio indicendo il referendum.
Quanto al referendum costituzionale, in linea di massima deve essere collocato fra i referendum deliberativi. Possiede, però, alcune caratteristiche peculiari di significativa rilevanza politica che vanno esplicitate e analizzate. In primo luogo, molte costituzioni, in particolare quelle formulate dopo traumi politici – guerre, crisi di regime, mutamenti di confini, nascita di nuovi Stati -, sono sottoposte all’approvazione popolare proprio al fine di acquistare una maggiore legittimità. In secondo luogo, molti ordinamenti prevedono esplicitamente l’obbligatorietà del referendum costituzionale per l’introduzione di qualsiasi modifica alla costituzione vigente, sia, anche in questo caso, per accrescere la legittimità delle modifiche che per garantire le minoranze, parlamentari, politiche, sociali, con il ricorso al corpo elettorale.
Diversamente dagli ordinamenti esistenti nelle democrazie contemporanee, la Costituzione italiana, che codifica la possibilità del referendum abrogativo sulle leggi ordinarie, contempla anche, esclusivamente per le leggi di revisione costituzionale, un altro tipo di referendum definibile ‘confermativo’, ma in realtà ‘ripudiativo’. Secondo l’art. 138 il referendum è facoltativo e può essere attivato sia da un quinto dei membri di una Camera che, alternativamente, da cinquecentomila elettori oppure da cinque Consigli regionali. La modifica costituzionale è promulgata esclusivamente se approvata dalla maggioranza dei voti validi. Con questo tipo di referendum l’elettorato è chiamato a rispondere ‘sì’ oppure ‘no’, accettando ovvero ripudiando le modifiche introdotte a singoli articoli della Costituzione e non, si noti bene, testi costituzionali organici e sostitutivi di quello attualmente in vigore. Finora questo tipo di referendum non è mai stato utilizzato, anche perché le modifiche costituzionali, poche e poco significative, sono state approvate da maggioranze parlamentari superiori ai due terzi delle due Camere, tali, cioè, da impedire costituzionalmente la richiesta stessa di referendum. Naturalmente, anche se una modifica prodotta dal Parlamento acquisirebbe maggiore rilevanza politica e più consistente legittimità se confermata dagli elettori, è nel caso del ripudio che il referendum appare più significativo. Infatti il ripudio popolare espresso dal referendum segnalerebbe una grave discrepanza fra le preferenze del paese legale, che in Parlamento ha approvato quella modifica costituzionale, e le preferenze del paese reale, espresse dal voto dei cittadini che hanno invece respinto quella modifica.
Poiché le tipologie dei referendum sono svariate, è molto difficile ricondurle a poche e precise categorie. Tuttavia almeno tre elementi, oltre alle modalità già brevemente esposte, servono a differenziare in maniera sufficientemente limpida i tipi di referendum (per due di essi v. Smith, 1976). La prima grande distinzione riguarda chi ha il potere di attivare lo strumento referendario; la seconda riguarda il livello politico al quale lo strumento può essere attivato e utilizzato; la terza riguarda le conseguenze perseguite. Il potere di attivare il referendum viene variamente attribuito alle autorità istituzionali (ad esempio, ai presidenti della Repubblica oppure, ad altro livello, ai sindaci), ai governanti e al parlamento, ovvero a sue frazioni, a enti locali (in Italia i Consigli regionali e comunali) e a un certo numero di cittadini. In qualche caso, peraltro, come in Francia, i cittadini non hanno il potere di attivare i referendum: possono farlo soltanto il governo e il Parlamento. In altri casi invece, ad esempio nella Costituzione italiana, ai governanti è completamente precluso il ricorso al referendum. Qualche volta l’intreccio fra governo e parlamento è tale che questa distinzione si perde. In Francia è la maggioranza parlamentare, quindi il governo, che chiede al presidente della Repubblica di indire un referendum. Ma se il presidente è anche il capo della maggioranza politica in Parlamento, appare evidente che potrà sollecitare con successo, come ad esempio fece più volte Charles de Gaulle, questa richiesta parlamentare. In Italia nel 1989 fu il Parlamento, con pieno favore e sostegno del governo in carica, ad approvare una legge apposita per interrogare i cittadini, con un referendum di indirizzo, sulla loro disponibilità a conferire poteri costituenti al Parlamento europeo (una prevedibilmente schiacciante maggioranza rispose in senso affermativo).
Poiché in Italia il referendum è abrogativo e come tale si configura – se il suo risultato è la prevalenza dei no – anche il referendum costituzionale, proprio perché può essere richiesto, come abbiamo anticipato, da un quinto dei componenti di una Camera, o da almeno cinquecentomila elettori ovvero da almeno cinque Consigli regionali, nella tipologia elaborata da Gordon Smith esso è definito di natura antiegemonica, vale a dire orientato a controllare il potere politico e non a rafforzarlo con una delega potenzialmente di tipo plebiscitario (caratteristica insita nelle consultazioni referendarie attivabili dai detentori del potere politico, di governo). Nella Costituzione italiana esistono anche altri attori, spesso negletti, che possono avanzare specifica richiesta di referendum (art. 132): i Consigli comunali che desiderino procedere alla fusione di regioni esistenti o alla creazione di nuove regioni o all’aggregazione di province e comuni da una regione a un’altra.Il tipo di referendum più distante da quello attivato dai cittadini è comprensibilmente quello attivato dai governanti, per l’appunto collocabile nella categoria da Gordon Smith definita egemonica poiché viene utilizzato al fine di rafforzare i detentori del potere politico. Probabilmente sulla carta l’esempio migliore di questo tipo di referendum è presentato dalla Quinta Repubblica francese, anche se referendum con caratteristiche quasi plebiscitarie costellano tutta la storia costituzionale della Francia (v. Morel, 1994). In Francia è il presidente della Repubblica che indice il referendum ma, come già rilevato, lo può fare esclusivamente “su proposta del governo per tutta la durata delle sessioni parlamentari o su proposta congiunta delle due Assemblee pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale” (art. 11). Se è vero che il presidente, quale capo riconosciuto della maggioranza politico-parlamentare, non avrà nessuna difficoltà a sollecitare e ottenere tutte le proposte che vuole, è anche vero che, in caso di coabitazione con una maggioranza ostile, il presidente non potrà fare ricorso al referendum, soprattutto se lo desidera in chiave plebiscitaria. Inoltre, il referendum francese ha come oggetti specifici esclusivamente l’organizzazione dei poteri pubblici e la ratifica di un trattato che incida sul funzionamento delle istituzioni. In sostanza il referendum francese, da un lato, non consente al presidente e al governo della Quinta Repubblica di legiferare in materie ordinarie e, dall’altro, non consente ai cittadini di attivarsi autonomamente per influenzare l’agenda legislativa e la formazione e l’abrogazione di leggi.
La seconda importante distinzione riguarda il livello politico-territoriale al quale sono indetti i referendum. Tra le grandi democrazie contemporanee ve ne sono cinque che non hanno mai fatto ricorso a referendum nazionali: Giappone, India, Israele, Olanda e Stati Uniti. Nel secondo dopoguerra la Repubblica Federale Tedesca (poi la Germania unita) ha rinunciato alla possibilità di tenere referendum nazionali, cosicché persino la riunificazione tedesca del 1990 è stata preceduta da un referendum svoltosi soltanto nei Länder della Germania dell’Est. Il Belgio ha fatto ricorso a un solo referendum nazionale nel 1950 per accertare il favore dei cittadini al ritorno del re, che venne approvato. Si potrebbe pensare che, fondati su una solida concezione della supremazia della democrazia rappresentativa, siano in special modo i sistemi politici legati all’esperienza costituzionale anglosassone – a partire, ovviamente, dalla Gran Bretagna – a conoscere solo eccezionalmente referendum nazionali. Però, enunciata la regola, si fa presto a scoprire le eccezioni, che sono in effetti molto significative. Gli Stati Uniti sono l’unica grande democrazia anglosassone rimasta fedele alla regola ‘nessun referendum nazionale’ (ovvero federale). La Gran Bretagna ha infranto questo precetto nel 1975, quando il governo laburista indisse un referendum relativo alla partecipazione britannica al processo di unificazione europea, allora ancora sotto forma di Mercato Comune (v. King, 1977). Il Canada ha tenuto quattro referendum nazionali relativi all’assetto politico-istituzionale del suo territorio. I due più importanti hanno riguardato il tentativo del Québec di abbandonare la federazione canadese: nel maggio 1980 i favorevoli furono il 40% e nell’ottobre 1995 mancarono ai secessionisti poco più di quarantaduemila voti. La Nuova Zelanda, attraverso tre tornate referendarie svoltesi tra il 1992 e il 1993, ha trasformato il suo sistema elettorale, perfettamente maggioritario, in un sistema ancora maggioritario, ma con significative componenti proporzionali. L’Irlanda ha tenuto quindici referendum tra il 1937 (approvazione della Costituzione della Repubblica d’Irlanda) e il 1995, approvando fra l’altro la ratifica del Trattato di Maastricht nel 1992. Infine l’Australia ha tenuto tra il 1906 e il 1988 ben quarantaquattro referendum su una gamma molto ampia di tematiche: costituzionali, fiscali, socioeconomiche.
Dove non si hanno referendum nazionali si ha spesso, quasi a compensazione, una grande proliferazione di referendum a livello politico-territoriale degli Stati e persino delle contee, per esempio negli Stati Uniti (v. Magleby, 1984; v. Cronin, 1989), e su una molteplicità di tematiche, come in Svizzera (v. Korbach, 1994; v. Kriesi, 1994). Di per sé il caso svizzero appare complicatissimo da sintetizzare. Anzitutto va messo in rilievo che in Svizzera esistono tre tipi di referendum: il primo, relativo a tutte le modifiche della Costituzione, è obbligatorio e deve ottenere l’approvazione sia della maggioranza degli elettori sia, affinché le minoranze non siano schiacciate, della maggioranza dei 26 cantoni; è invece facoltativo e richiedibile da almeno cinquantamila elettori il referendum riguardante tutte le leggi approvate dal Parlamento; c’è infine il referendum che deriva da un’iniziativa legislativa popolare firmata da almeno centomila elettori e non tradotta in legge dal Parlamento. Dal 1848 al 1990 si sono tenuti 144 referendum costituzionali obbligatori, dei quali 103 sono stati approvati; 103 referendum facoltativi su leggi approvate dal Parlamento, 45 delle quali confermate dall’elettorato; 105 referendum sulle iniziative legislative popolari, soltanto dieci delle quali approvate (v. Kriesi, 1994, p. 68). Peraltro va aggiunto che, sotto pressione, il Parlamento svizzero si era già espresso favorevolmente su 60 delle 183 iniziative popolari complessivamente avanzate da vari gruppi, movimenti e partiti, vanificando di conseguenza la precedente richiesta di referendum.
Alla terza distinzione – le conseguenze dei referendum – è già stato fatto cenno quando si sono separati i referendum che, promossi dai detentori del potere politico, mirano a rafforzarli da quelli che, promossi dai cittadini, mirano invece a metterli sotto controllo, qualche volta a ridimensionarne il potere e l’arroganza o addirittura a delegittimarli, o comunque a bloccare, impedire, cancellare alcune scelte, alcune decisioni, alcune politiche. I referendum e, in particolare, le iniziative popolari sia nei singoli Stati degli Stati Uniti che in Svizzera appartengono chiaramente alla categoria antiegemonica. Le materie sottoposte a referendum su iniziativa popolare sono svariate. Ad esempio, S. Möckli (v. 1994, p. 55) ha contato, classificato e paragonato quelle della California e della Svizzera dal 1970 al 1990. Sono state rispettivamente 226 e 178, su temi come le questioni istituzionali (tema prevalente di poco in California), la morale pubblica, le finanze, l’economia, lo Stato sociale (tema prevalente di poco in Svizzera), i diritti civili, l’ambiente e il traffico, l’istruzione e la cultura, l’esercito.
A questo punto si pone la necessità di effettuare almeno una ulteriore distinzione relativa agli oggetti dei referendum. Vale a dire, quali tematiche possono essere sottoposte a referendum e quali vengono, invece, esplicitamente escluse? Le due tematiche classiche dei referendum, quelle che si potrebbero considerare di spettanza quasi obbligatoria, riguardano, da un lato, l’assetto territoriale dello Stato, dall’altro, la sua costituzione. Più precisamente, per annettere territori e popolazione a uno Stato esistente o in formazione, il referendum – qualche volta definito anche plebiscito – costituisce lo strumento principale con cui i cittadini dei territori interessati esprimono direttamente la loro adesione (come avvenne nell’Italia che si andava unificando) o la loro ripulsa. Tra il 1859 e il 1860 gli elettori, nell’ordine, della Toscana, del Regno delle due Sicilie, delle Marche e dell’Umbria aderirono al Regno di Sardegna. Nel 1866 fu la volta del Veneto e nel 1870 si tenne il referendum nell’ex Stato pontificio. Le percentuali di adesione furono tutte elevatissime, sopra il 90%, cosicché il termine plebiscito, con cui vennero designate queste consultazioni referendarie, appare particolarmente appropriato.
Con il referendum, inoltre, si può procedere anche all’abbandono di uno Stato esistente da parte di alcuni settori della sua popolazione, sia per creare uno Stato nuovo che per unirsi a uno già esistente. Ad esempio, nel 1860 Nizza e la Savoia decisero, separatamente, di aderire alla Francia; nel 1947 Tenda e Briga decisero di abbandonare l’Italia e di entrare a far parte della Quarta Repubblica francese. Abbiamo già detto che per due volte i separatisti del Québec furono sconfitti in Canada, anche se la seconda volta di stretta misura, ma sarà anche utile menzionare il tormentato distacco dell’Algeria dalla Francia. Si tennero quattro referendum: nel 1958 a favore della permanenza nella comunità francese; nel 1961 per l’autodeterminazione; nell’aprile 1962 per l’approvazione degli accordi di Evian e nel luglio 1962 per l’indipendenza come era stata sancita da questi accordi. Va sottolineato che in generale le separazioni ovvero le scissioni territoriali avvengono più spesso in maniera cruenta e senza verifiche referendarie, e d’altronde l’indipendenza algerina era stata preceduta e accompagnata da una vera e propria guerra di liberazione e da violente tensioni nel territorio metropolitano francese. Fa eccezione la decisione consensuale di separazione della Slovacchia dalla Repubblica Ceca, presa a livello di élites tra il 1992 e il 1993, con la tormentata esclusione di una verifica referendaria che, secondo i sondaggi, avrebbe avuto come esito più probabile il rifiuto popolare della creazione di due repubbliche.Il referendum viene in special modo utilizzato sia per definire la forma di Stato (repubblica/monarchia) che per approvare la costituzione, e quindi anche la forma di governo. Per referendum, ad esempio, l’Italia nel 1946 e la Grecia nel 1974 passarono dalla monarchia alla repubblica. È opportuno ricordare, per l’importanza del caso, che con la sconfitta nel plebiscito indetto sulla sua persona nell’ottobre 1988 il dittatore cileno Augusto Pinochet Ugarte aprì la strada addirittura a un cambiamento di regime: uscita da un regime autoritario fortemente repressivo e ritorno alla democrazia, per quanto non del tutto emancipata dall’ipoteca militare. Quanto all’approvazione delle costituzioni e delle loro modifiche, gli esempi sono moltissimi. Tuttavia non sempre le costituzioni sono ratificate ed emendate dagli elettori. Ad esempio, dopo la sua stesura ad opera della Convenzione di Filadelfia nel 1787, la Costituzione degli Stati Uniti venne ratificata, grazie all’intensa e splendida battaglia dei federalisti, non dai cittadini ma dalle Assemblee degli Stati aderenti all’Unione, alcuni dei quali, peraltro, sottoposero le loro specifiche Costituzioni al voto popolare. La Costituzione italiana, nonostante qualche richiesta di sottoposizione all’elettorato, venne approvata soltanto in sede parlamentare nel dicembre 1947. Nel frattempo si erano consumati in Francia due precedenti referendari molto significativi: rispettivamente, nel maggio e nell’ottobre 1946, si ebbero il rigetto popolare della prima Costituzione della Quarta Repubblica e l’approvazione della seconda Costituzione ad opera, come rilevò sprezzantemente il generale Charles de Gaulle, di una minoranza, poiché la maggioranza dei cittadini si era espressa votando contro o astenendosi. Opportunamente, la Costituzione della Quinta Repubblica francese venne sottoposta nel 1958 all’elettorato, che la approvò con una maggioranza dei quattro quinti, e de Gaulle indisse anche un altro referendum, nel 1962, per inserire nella Costituzione della Quinta Repubblica un’importante modifica concernente l’elezione popolare diretta del presidente della Repubblica, che fu debitamente approvata, ma con una maggioranza inferiore alle aspettative del generale. In Spagna gli elettori furono chiamati a pronunciarsi durante la transizione dal franchismo alla democrazia, prima nel 1976 a favore di un progetto di modifica costituzionale, poi nel 1978 sul testo stesso della nuova Costituzione, poi ancora, nel 1986, sulla permanenza o meno nella NATO (decisione favorevole).
Per coloro che considerano la legge elettorale un meccanismo di importanza pari a quella delle singole norme costituzionali sull’organizzazione dei poteri, pur se formalmente non fa parte della Costituzione, va aggiunto che spesso anche le modifiche alle leggi elettorali costituiscono oggetto di referendum. Basteranno due esempi che, nella loro diversità, possono essere emblematici poiché la riforma della legge elettorale ha dimostrato di incidere significativamente su tutto il sistema politico. Si è già detto della Nuova Zelanda, che tra il settembre 1992 e il novembre 1993, attraverso tre consultazioni referendarie, è passata da un sistema maggioritario a turno unico applicato in collegi uninominali a un sistema misto, ma con una consistente prevalenza della formula maggioritaria per l’assegnazione dei seggi e con la protezione della minoranza maori. Ma è stato il caso italiano ad attirare maggiormente l’attenzione degli studiosi. Contro l’indifferenza e addirittura l’ostilità della classe politica, non solo di governo, il tema della riforma elettorale fu posto sull’agenda politica da un Comitato per le Riforme Elettorali che raccolse le cinquecentomila firme necessarie e ottenne un referendum sulla preferenza unica. Tenutosi nel giugno 1991, questo referendum registrò la forte propensione degli elettori ad appoggiare una riforma elettorale in senso maggioritario. Seguirono le richieste di due referendum sui sistemi elettorali dei comuni e del Senato, riformulati in maniera da rispondere alle obiezioni della Corte costituzionale che li aveva in precedenza dichiarati inammissibili sia per l’oscurità della formulazione che per l’indeterminatezza delle conseguenze. Stimolato dalla richiesta di referendum, il Parlamento italiano varò una legge che rispondeva sostanzialmente al quesito sui comuni e introduceva un sistema maggioritario con l’elezione diretta del sindaco. Cosicché, nell’aprile 1993 si tenne soltanto il referendum sul sistema elettorale del Senato, che venne approvato dall’82,7% dei votanti. Dopo la scrittura delle leggi elettorali derivanti dal referendum, superata la proporzionale, l’intero sistema politico italiano cambiò volto e dinamica procedendo, seppur faticosamente, verso una democrazia maggioritaria e bipolare.In conclusione, dopo aver sottolineato che le tematiche che sono abitualmente, ma non universalmente – seppur in qualche caso obbligatoriamente -, oggetto di referendum sono le modifiche territoriali e costituzionali, va registrato l’accresciuto ricorso ai referendum nei sistemi politici contemporanei, dovuto a un insieme di ragioni collegate, da un lato, all’esplosione (della ricerca) delle identità politiche, dall’altro, all’aggiornamento o alla formulazione, nel caso di sistemi politici che si affacciano alla democrazia, dei testi costituzionali. In generale, anche nelle democrazie consolidate le dinamiche politiche, sociali e istituzionali spingono verso la sottoposizione a referendum di molteplici materie. L’aumento quantitativo del ricorso al referendum come modalità decisionale e di partecipazione politica dipende, come si argomenterà in seguito, in misura minore dalla maggiore propensione delle élites ad accettarlo o a indirlo, e in misura maggiore da un’accresciuta attivazione dei cittadini anche contro le preferenze delle élites.
Come si è visto negli inevitabilmente brevi cenni sopra dedicati a istanze concrete di referendum, esistono materie specifiche sulle quali gli elettori sono effettivamente, e qualche volta obbligatoriamente, chiamati a decidere, ma non è possibile individuare una volta per tutte le materie sottoposte a referendum e quelle sistematicamente escluse. Ad esempio, la Costituzione italiana dichiara esplicitamente inammissibile il ricorso al referendum sulle “leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare i trattati internazionali”. In altri ordinamenti, invece, alcune di queste leggi vengono tipicamente, e qualche volta obbligatoriamente, sottoposte a referendum. Così, il presidente François Mitterrand decise di sottoporre a referendum nel settembre 1992 il Trattato di Maastricht, tipico trattato internazionale, perché implicava alcune revisioni della Costituzione francese, ma soprattutto per ottenere un mandato popolare a procedere verso l’unificazione dell’Europa, mandato che ottenne però in maniera alquanto risicata (51% di voti favorevoli). L’adesione al processo di unificazione europea, che implica una qualche cessione di sovranità, è stata oggetto di numerosi e molto significativi, persino laceranti, referendum. La Norvegia è risultata la più riluttante delle democrazie europee ad aderire all’Europa. Nel referendum del 1972, opponendosi alle preferenze dichiarate dei maggiori partiti e delle élites politiche ed economiche, gli elettori norvegesi bocciarono la proposta di aderire al Mercato Comune. Più di vent’anni dopo, nonostante che la Danimarca avesse capovolto la sua iniziale ripulsa del Trattato di Maastricht (giugno 1992) approvandolo (maggio 1993) dopo la rinegoziazione di alcuni termini, e la Finlandia e la Svezia avessero già aderito all’Unione Europea, gli elettori norvegesi decisero nuovamente di rimanere fuori dall’Europa nel timore di essere costretti ad accettare stili di vita non graditi.Su un piano molto diverso i cittadini californiani decisero nel 1973 di far iscrivere sulla scheda elettorale la proposta di abolire le tasse statali sugli immobili, tipica materia fiscale, nota come Proposition 13. Vinsero gli ‘abolizionisti’, determinando una serie di conseguenze fiscali ed economiche impreviste e sgradite (ad esempio la drastica riduzione dei servizi sociali) e aprendo la strada alla cosiddetta Reaganomics, vale a dire alla strategia della riduzione generalizzata delle tasse per rilanciare l’economia. È interessante notare come in altri Stati americani proposte simili siano poi state bocciate dall’elettorato, reso edotto della caduta del livello dei servizi californiani inevitabilmente prodotta dalla riduzione delle tasse pagate dagli abbienti alle comunità locali. Queste non sistematiche osservazioni mirano soltanto a segnalare come gli usi dello strumento referendario risultino comprensibili soltanto se collocati e analizzati nell’ambito di un sistema politico e poco si prestino a generalizzazioni di ampio respiro.
Ciò detto, rimane possibile individuare almeno quattro grandi obiettivi perseguibili grazie ai referendum. Il primo obiettivo riguarda la scelta della forma di Stato, della Costituzione, delle modifiche territoriali e costituzionali, tutte tematiche di cui si è già detto sopra. Il secondo obiettivo consiste puramente e semplicemente nella legislazione su tutte le materie consentite dai vari ordinamenti giuridici, che variano in maniera molto significativa raggiungendo il punto più elevato in termini di quantità e di qualità in Svizzera e nei singoli Stati degli Stati Uniti d’America. A livello considerevolmente diverso si deve ricordare che in Italia è grande la varietà di tematiche passibili di referendum – ancorché sia limitato il ricorso – a livello municipale e provinciale (v. Di Giovine, 1992). Il terzo obiettivo, in parte riconducibile al secondo, consiste nell’abrogazione di leggi esistenti, tipica del caso italiano, e in parte di quello svizzero, una sorta di referendum ‘oppositivo’, pur con tutte le cautele inscritte nella legge di disciplina del referendum abrogativo italiano, che peraltro non sono valse a evitarne un uso distorto. Questa distorsione si traduce nel quarto obiettivo, perseguibile e perseguito anche attraverso le iniziative referendarie attuate sia nei singoli Stati degli Stati Uniti che in Svizzera: stimolare le assemblee legislative ad agire in determinati campi secondo le preferenze espresse, più o meno limpidamente e univocamente, nelle richieste referendarie. È soprattutto con riferimento a questa fattispecie di stimolo che il referendum nelle sue varie modalità appare come uno strumento di democrazia diretta tale da non contrapporsi alla democrazia rappresentativa. Al contrario, il referendum complementa, integra, sostiene la democrazia rappresentativa, forse la indirizza e talvolta la forza, a seconda della vitalità delle assemblee rappresentative, della loro produttività e dell’efficacia della stessa forma di governo. Infine, il referendum può anche incidere in maniera significativa sul sistema dei partiti producendone la ridefinizione e la ristrutturazione duratura nel senso di una maggiore rispondenza dei singoli partiti e del sistema nel suo complesso alle nuove domande e nuove preferenze dei cittadini.

References: art. 41
 art. 29
 art. 21
 art. 67
 art. 38
 art. 27
 art. 152
 art. 161