Source: http://www.acptax.it/articoli/
Timestamp: 2019-04-25 18:25:51+00:00

Document:
Articoli - Alonzo Committeri & Partners
La riapertura dei termini per la rivalutazione dei beni d’impresa
Sì al leveraged buy out anche senza modifiche all’assetto di controllo
Credito d’imposta R&S: ineleggibilità dei costi sostenuti per l’acquisto di beni immateriali infragruppo.
Al via i nuovi crediti d’imposta per le produzioni di opere cinematografiche, televisive e web
Armònia investe 50 milioni nei servizi di assistenza Estendo
Apporti di immobili ai fondi di investimento immobiliare: addio alle agevolazioni fiscali?
Il mercato dell’arte tra regole IVA e “diritto di seguito”
Il fondo Clessidra conquista le porte Scrigno
Le principali agevolazioni fiscali per le imprese nella Legge di bilancio 2018
Il private equity Armonia nella prevenzione incendi
Le cessioni di beni con diverse aliquote IVA nell’ordinamento e nella giurisprudenza unionali
Il monitoraggio delle rinunce ai finanziamenti operate dai soci
Il trattamento ai fini IRES delle clausole di aggiustamento prezzo nell’ambito IAS/IFRS
Il trattamento IVA della cessione congiunta di beni con aliquote diverse
Clessidra: cede Acetum di Modena ad Associated British Foods
Associated British Foods compra il balsamico Acetum da Clessidra per 300 mln
Sale and lease back senza più penalizzazioni fiscali per i soggetti non IAS adopter
Il bonus ai gestori dei fondi non è un benefit
Diritto d’autore, l’equo compenso resta fuori dall’Iva
L’ACE nelle operazioni di riorganizzazione aziendale
Parte del prezzo può passare al socio di maggioranza.
Acquisizione con indebitamento: il focus si sposta su finanziatori e investitori non residenti.
Conciliazione ad alto “appeal”
Ammortamento “abbreviato” dei maggiori valori affrancati di avviamento e marchi
Piero Alonzo nuovo a.d. di Clessidra
Clessidra sgr, esce Bottinelli. Tutte le deleghe ad Alonzo. Ma poi al timone andrà Fera.
Le operazioni di Leveraged Buy Out dopo i chiarimenti dell’ Agenzia delle Entrate
Clessidra, entra Alonzo
Clessidra avvia il riassetto dopo l’ingresso di Pesenti, Trapani e Bottinelli in uscita
Spese R&S con effetti differenziati
Non residenti, l’attenzione resta alta
Leverage, sconti a effetto esteso
Consolidato fiscale nazionale esteso alle società “sorelle” e meno vincoli per le “branch”
Niente salvaguardia per le vecchie verifiche
Deducibilità daI reddito d’impresa dell’indennità suppletiva di clientela
Svalutazione degli immobili merce priva di rilevanza fiscale
DEFINIZIONE DELLE LITI ULTRADECENNALI E RILEVANZA «ESCLUSIVA» DEI GIUDIZI DI MERITO SECONDO LA CASSAZIONE
Antiriciclaggio: il ruolo dei professionisti nella conservazione di dati e informazioni
UNICO SC 2013: l’utilizzo delle perdite fiscali
UNICO 2013: deduzione dell’IRAP dalle imposte sui redditi
UNICO 2013 quadro RE: il reddito di lavoro autonomo
UNICO SC 2013: il prospetto del capitale e delle riserve
IL GIUDIZIO DI OTTEMPERANZA E LE CONTROVERSIE IN MATERIA DI RIMBORSI
Eliminata la responsabilità solidale dell’appaltatore ai fini IVA
La territorialità dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti e l’abuso del diritto: la posizione dell’Assonime
VERIFICA DEL REQUISITO DEL CONTROLLO RILEVANTE AI FINI DELL’OPZIONE PER IL CONSOLIDATO FISCALE NAZIONALE
Aumento di capitale in presenza di perdite: la posizione dell’Assonime
Deducibilità dei canoni di leasing per gli immobili concessi in locazione a società del gruppo
Fattura elettronica e semplificata: le precisazioni dell’Agenzia
LA MAGGIORAZIONE DELL’ALIQUOTA IRES PER LE SOCIETA’ DI COMODO FUORI DAL MODELLO CNM 2013
Bilancio 2012 e distribuzione di utili e riserve
Tobin tax: il decreto attuativo del MEF
Cessazione dell’incarico di revisione: il decreto attuativo del MEF
LA DEDUCIBILITA’ DEI COSTI DERIVANTI DA OPERAZIONI CON SOGGETTI«BLACK LIST»: PRASSI E GIURISPRUDENZA
Il Giudice nazionale decide sulla “connessione” delle prestazioni di servizi all’ospedalizzazione e alle cure mediche
CESSIONE UNICA DI BENI AD ALIQUOTE DIVERSE
CESSIONI DI GAS ED ENERGIA ELETTRICA
BENI SOGGETTI A SOLIDARIETÀ NEL PAGAMENTO DELL’IMPOSTA
LE NOVITÀ DELLA MANOVRA 2006
NELL’ACQUISTO DI BENI MOBILI L’ESERCIZIO DI COMPETENZA COINCIDE CON LA CONSEGNA
L’istituto del trust tra riconoscimento nell’ordinamento e problematiche tributarie connesse
DEFINITI I CREDITI D’IMPOSTA PER ALBERGHI E CINEMA
Società di comodo: difesa in giudizio anche senza l’interpello preventivo
ECCEDENZA ACE TRASFORMABILE IN CREDITO D’IMPOSTA
Criteri di ammortamento degli impianti fotovoltaici e principio della “vita utile”
Il travagliato rapporto tra leveraged buy out e interessi passivi
IL SECONDO BOLLETTINO DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE SUL «RULING» INTERNAZIONALE
Fondi immobiliari, due vie per il recupero IVA
LA VITALITA’ ECONOMICA DELLE SOCIETA’ PARTECIPANTI AD UNA FUSIONE
DIVIDENDI «BLACK LIST» TRA TUTELE ANTIELUSIVE E RISCHI DI PENALIZZAZIONI
STABILI ORGANIZZAZIONI TRA “THIN CAP” E “TRANSFER PRICE”
LOCALIZZAZIONE DEI SERVIZI GLOBALI
LA VERIFICA DELL'”HOLDING PERIOD” PER L’ESENZIONE DA RITENUTA DEI DIVIDENDI “MADRE-FIGLIA”
ACQUISTO E SCAMBIO DI AUTO DI PROVENIENZA UE
La «thin capitalization» nel «leveraged buyout»
AUMENTO DI CAPITALE E DETERMINAZIONE DEL PREZZO DELLE AZIONI DI NUOVA EMISSIONE
PIANI AZIENDALI DI STOCK OPTIONS: DETERMINAZIONE E REVISIONE DEL PREZZO DI EMISSIONE DELLE NUOVE AZIONI
“PATENT BOX”: IL REGIME OPZIONALE PER GLI “INTANGIBLES”
Test archivio n. 1
Dividendi «in entrata» e credito per imposte estere
Riflessi dichiarativi della «CFC Rule»
Via libera ai rimborsi
Il Fisco, 05 feb 2019
Dott. Gian Marco Committeri
Avv. Chiara Lo Re
L’art. 1, commi da 940 a 948, della Legge n. 145/2018 (c.d. Legge di bilancio 2019) concede nuovamente l’opportunità di rivalutare (con automatica rilevanza anche ai fini fiscali) i beni costituenti immobilizzazioni materiali e immateriali e le partecipazioni di controllo e di collegamento detenute nell’esercizio di un’attività d’impresa, riproponendo integralmente il testo delle precedenti leggi di rivalutazione.
Di Gian Marco Committeri e Chiara Lo Re.
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Quotidiano del Fisco, 25 gen 2019
Non serve che per effetto delle operazioni di acquisizione con indebitamento si giunga ad un diverso assetto di controllo della società target. Questo, in sintesi, il principio stabilito dalla Cassazione con la sentenza 868/2019 depositata il 16 gennaio scorso.
Di Gian Marco Committeri.
Il Fisco, 10 set 2018
L’art. 8 del D.L. n. 87/2018 convertito dalla Legge n. 96/2018 ha modificato la disciplina del credito di imposta per le attività di ricerca e sviluppo, prevista dall’art. 3 del D.L. 23 dicembre 2013, n. 145, stabilendo che non sono agevolabili i costi sostenuti per l’acquisto, anche in licenza d’uso, delle competenze tecniche e privative industriali relative a taluni beni immateriali derivanti da operazioni intercorse con imprese
appartenenti al medesimo gruppo.
Corriere Tributario, 24 lug 2018
Dopo circa 10 anni dall’introduzione del tax credit per le opere cinematografiche sono stati emanati i decreti attuativi delle nuove disposizioni che dal 2016 hanno ridisegnato il sostegno pubblico al settore audiovisivo.
Il Corriere della Sera, 17 mag 2018
Dopo Alberto Aspesi e il Gruppo Servizi Associati, il Fondo Armònia ha chiuso la terza acquisizione.
Si tratta di Estendo, la prima società italiana di fornitura di servizi post-vendita, specializzata nell’estensione della garanzia e dell’assistenza per grandi e piccoli elettrodomestici, televisori e apparecchi elettronici nonché di servizi di riparazione per il segmento della telefonia mobile.
Il Fisco, 14 mag 2018
Con la circolare n. 16 del 19 marzo 2018, l’Associazione Italiana per la previdenza e assistenza complementare ha pubblicato la risposta all’istanza di interpello n. 954-826/2015 con cui l’Agenzia delle entrate ha fornito chiarimenti in merito alla vigenza della disciplina di cui all’art. 20, comma 3, del D.Lgs. n. 252/2005 e all’art. 9, comma 1, del D.L. n. 351/2001 a seguito della riforma della tassazione indiretta dei trasferimenti immobiliari operata dall’art. 10 del D.Lgs. n. 23/2011.
Nel mercato dell’arte non è sempre agevolare identificare il trattamento fiscale delle prestazioni che intercorrono tra i vari soggetti, posto che non si tratta sempre di “operatori professionali”. Le incertezze riguardano sia il regime applicabile ai fini delle imposte dirette che le conseguenze ai fini IVA.
Il Sole 24 Ore, 03 mag 2018
Arriva a compimento il primo investimento di Clessidra sotto la gestione dell’azionista Italmobiliare, la holding della famiglia Pesenti.
Clessidra, società attiva nel mercato italiano del private equity, con oltre 2,5 miliardi di euro di capitale raccolto, è infatti diventato l’azionista di controllo delle porte scorrevoli Scrigno.
Wolters Kluwer Italia, 06 Feb 2018
Dott.ssa Filomena Iovino
La Legge di bilancio 2018 (Legge n. 205/2017) introduce una serie di nuovi bonus per le imprese,
tra cui si segnalano il credito di imposta per le spese di formazione nel settore delle tecnologie
4.0, le agevolazioni per le spese di consulenza relative alla quotazione delle PMI, il credito
di imposta per l’ammodernamento degli impianti di calcio e per le erogazioni liberali in denaro
per interventi di restauro e ristrutturazione di impianti sportivi pubblici.
Di Gian Marco Committeri e Filomena Iovino
Il Sole 24 Ore, 12 gen 2018
Armonia Sgr ha rilevato il controllo di Gruppi Servizi Associati — società attiva nella prevenzione incendi in infrastrutture complesse come porti, aeroporti, infrastrutture stradali, ospedali, Oil&Gas e cantieristica navale — sulla base di un enterprise value di circa 95 milioni di euro.
Wolters Kluwer Italia, 30 ott 2017
L’Agenzia delle Entrate ritiene che la cessione congiunta a prezzo indistinto di beni per i quali sono previste diverse aliquote IVA deve essere assoggettata all’imposta con l’applicazione dell’aliquota IVA più elevata.
Di Gian Marco Committeri e Paolo Stella Monfredini.
Il Fisco 38/2017, 19 ott 2017
Dott. Emiliano Ribacchi
La circolare Assonime n. 17/2017, nel trattare le novità più recenti in materia di reddito d’impresa, si è occupata anche della disciplina fiscale riferita alle rinunce ai crediti operate da soci verso le società partecipate nonché dei medesimi aspetti afferenti le ipotesi di procedure concorsuali sia in presenza che in assenza di effettiva continuazione dell’attività.
Di Gian Marco Committeri e Emiliano Ribacchi
La gestione straordinaria delle imprese 5/2017, 19 ott 2017
Nell’ambito del trasferimento di partecipazione (e/o di aziende), è ricorrente che le parti si accordino per regolare eventuali adeguamenti del prezzo pattuito scaturenti dalle performance della società target conseguite successivamente alla conclusione del deal: in questo modo, l’acquirente tutela la propria esigenza di correlare il corrispettivo a determinati eventi futuri legati all’andamento economico della società oggetto della transazione.
Di Gian Marco Committeri e Mauro Sebastianelli.
Wolters Kluwer Italia, 19 ott 2017
La risoluzione n. 56/E/2017 dell’Agenzia delle Entrate e la sentenza della Cassazione civile n. 9661 del 14 aprile 2017 si sono occupate della cessione congiunta a prezzo indistinto di beni caratterizzati da aliquote IVA diverse.
Di Gian Marco Committeri e Paolo Stella Manfredini.
Il Sole 24 Ore - Radiocor Plus, 12 set 2017
Matteo Ricatti, managing director di Clessidra, ha commentato in una nota: ‘Siamo lieti di aver raggiunto questo accordo. Riteniamo di aver accompagnato Acetum nella sua trasformazione da realta’ imprenditoriale a organizzazione managerializzata.
Be Beez, 12 set 2017
Acetum spa, l’azienda leader nella produzione e distribuzione di Aceto Balsamico di Modena passerà sotto il controllo della britannica Associated British Foods, quotata al London Stock Exchange.
La gestione straordinaria delle imprese 2/2017, 15 mag 2017
Con l’art. 13-bis del decreto “Milleproroghe” (DL 244/2016) viene finalmente sancita la piena
efficacia fiscale dei criteri contabili di imputazione temporale dei costi e dei ricavi anche
per i soggetti non IAS adopter.
Il Sole 24 Ore, 07 mag 2017
Dott. Piero Alonzo
“Carried interest”.E’ necessario che il rendimento maggiorato rispetti determinati requisiti.
Di Piero Alonzo e Gian Marco Committeri.
La gestione straordinaria delle imprese 2/2017, 21 apr 2017
Con l’art. 13-bis del decreto “Milleproroghe” (DL 244/2016) viene finalmente sancita la piena efficacia fiscale dei criteri di imputazione temporale dei costi e dei ricavi anche per i soggetti con IAS adopter.
Quotidiano del Fisco, 24 gen 2017
I canoni pagati dai soggetti che producono o commercializzano dispositivi e apparecchi idonei alla riproduzione privata per uso personale di fonogrammi e videogrammi (la cosiddetta “copia privata”) sono fuori dal campo di applicazione dell’Iva.
Il Fisco 2/2017
L’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Roma, nel mese di ottobre 2016, ha diffuso un interessante documento avente ad oggetto la disciplina dell’aiuto alla crescita economica (“ACE”) nell’ambito della riorganizzazione aziendale.
Di Gian Marco Committeri e Emiliano Ribacchi.
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Il Sole 24 Ore, 17 Ago 2016
Non c’è elusione se il socio di minoranza trasferisce parte del prezzo di cessione della partecipazione al socio di maggioranza.
Il Fisco, 31 / 2016 - p. 3025, 25 Lug 2016
Il Sole 24 Ore, 19 Lug 2016
Per le controversie pendenti al 1° Gennaio 2016 possibili rate fino a 16 mensilità.
Corriere Tributario 28/2016, 18 mag 2016
La Legge di stabilità ha ridotto da dieci a cinque anni il periodo di ammortamento di marchi e avviamento affrancati per effetto del regime di riallineamento c.d. derogatorio previsto dall’art. 15, comma 10, del D.L. n. 185/2008 a seguito di operazioni straordinarie. Tale disposizione di favore sarà applicabile a tutte le operazioni di riorganizzazione aziendale (fusione, scissione e conferimento d’azienda) poste in essere dal 1° gennaio 2016. Per le altre attività immateriali resta, invece, immutata la deducibilità dei plusvalori affrancati nei limiti della quota imputata a conto economico. Con la circolare n. 20/E/2016, l’Agenzia delle entrate ha fornito utili chiarimenti in merito alle intervenute modifiche al regime di affrancamento.
A cura di Gian Marco Committeri
Italia Oggi sette, 11 Lug 2016
Professionisti in crescita.
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MF - Milano Finanze, 29 giu 2016
Piero Alonzo è il nuovo amministratore delegato di Clessidra.
Nel Cda entra Mario Fera.
La gestione straordinaria delle imprese 3/2016
Il tanto atteso intervento della Agenzia delle Entrate sul tema delle operazioni di leveraged buy out (LBO) e merger leveraged buy out (MLBO) contiene importanti chiarimenti sul tema principale: l’inerenza (e quindi la deducibilità) degli interessi gravanti sul debito contratto dal veicolo per l’acquisto della società bersaglio (target). A fronte di questa “apertura”, tuttavia, l’Agenzia mantiene alta la guardia sulle operazioni che vedono coinvolti fondi di investimento non residenti. Vengono confermati, infatti, i rilievi relativi all’eventuale localizzazione (ritenuta di comodo) in Paesi UE di strutture intermedie per beneficiare dell’applicazione di direttive o Convenzioni bilaterali e vengono assoggettati a verifica i finanziamenti soci che possono es- sere riqualificati (sulla base di alcuni indicatori) quali apporti di equity e, quindi, non generare interessi passivi deducibili.
Il Sole 24 Ore, 18 Mag 2016
Corriere della Sera, 18 Mag 2016
Il Board della società ha nominato vice presidente con deleghe Piero Alonzo, advisor di fiducia di Manuela del Castillo, vedova di Claudio Sposito. Una nomina appoggiata da Pesenti.
Il Sole 24 Ore, 12 apr 2016
Con la circolare 11/E del 7 aprile, l’agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti sul regime del patent box, ossia la parziale detassazione del reddito generato da specifici beni immateriali.
Il Sole 24 Ore, 06 Apr 2016
Le conseguenze della circolare 30/2016 che ha chiarito il trattamento fiscale delle operazioni di “Lbo” e “Mlbo”
Corriere Tributario 15/2016
Nel D.Lgs. n. 147/2015 sono contenute modifiche rilevanti alla disciplina del consolidato fiscale nazionale, che hanno l’obiettivo di uniformare la nostra disciplina ai recenti orientamenti della giurisprudenza della Corte di Giustizia UE. “In primis”, ai fini del consolidamento tra società italiane controllate da una società non residente non è più necessario che le partecipazioni da consolidare siano incluse nel patrimonio della “branch”. Altra importante novità normativa ri- guarda il “consolidato orizzontale”: si tratta del consolidato tra società “sorelle”, residenti in Italia o stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di società residenti in Stati UE o aderenti al- l’Accordo SEE, alle quali ora è consentito consolidare le proprie basi imponibili, previa indicazio- ne, da parte del soggetto controllante non residente, della controllata designata ad esercitare l’opzione, che assume la qualità di consolidante con tutte le responsabilità connesse. Il soggetto controllante non residente deve assumere, in via sussidiaria, le responsabilità previste per le so- cietà consolidanti. Qualora siano già esistenti consolidati domestici tra alcune delle società che possono entrare a far parte di un nuovo “consolidato orizzontale”, si possono verificare ef- fetti esaminati dall’Agenzia delle entrate, sia nel Provvedimento attuativo 6 novembre 2015, sia in occasione di incontri con la stampa specializzata
Il Sole 24 Ore, 3 Feb 2016
La Ctr Milano fa chiarezza su decreto 128/2015 e Legge di stabilità. Superata la norma che faceva salvi gli atti notificati al 2 settembre 2015.
L’Agenzia delle Entrate si è opportunamente adeguata agli ultimi orientamenti della Corte di Cassazione con riguardo alla deducibilità dal reddito d’impresa dell’indennità suppletiva di clientela.
In particolare, è stato riconosciuto che, a partire dal 1993, i relativi accantonamenti operati rientrano a tutti gli effetti tra i componenti deducibili dal reddito d’impresa.
L’Agenzia delle Entrate, nella recente risoluzione n. 78/E/2013, con riguardo ad un immobile rientrante tra i beni merce, ha chiarito che la svalutazione delle rimanenze valorizzate secondo il criterio del costo specifico è fiscalmente irrilevante. Pertanto, seguendo tale interpretazione, le imprese che operano tale trattamento contabile in sede di chiusura del relativo bilancio d’esercizio sarebbero obbligate a riprendere a tassazione il componente negativo conseguito sul piano civilistico.
A distanza di alcuni anni dall’introduzione dell’istituto della definizione delle liti ultradecennali pendenti in Cassazione e dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle entrate, la Corte di cassazione, nell’ordinanza n. 8365 del 2013, si è pronunciata in merito al concetto di soccombenza «integrale» richiesto dalla norma. Rimane ferma, secondo la Suprema Corte, ed in linea con la posizione dell’Amministrazione finanziaria, la rilevanza esclusiva dell’esito dei giudizi di merito, prescindendo da eventuali rinvii operati dalla Corte di cassazione – in sede di accoglimento del ricorso dell’Agenzia delle entrate – alla Commissione tributaria regionale competente. Pertanto, anche in ragione della relativa «ratio legis», ai fini dell’estinzione del giudizio per effetto della definizione della lite pendente, si rende necessario riscontrare unicamente l’esito dei giudizi di merito sempre che, naturalmente, sussistano gli altri requisiti previsti dalla legge.
La normativa in materia di antiriciclaggio richiede ai relativi destinatari specifici obblighi di conservazione dei dati acquisiti ad esito della verifica della clientela, affinché gli stessi possano essere resi disponibili per eventuali indagini aventi ad oggetto operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo o per altre verifiche operate dall’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) o da altre autorità competenti.
Trova conferma anche in UNICO SC 2013 il regime introdotto dalla Manovra 2011 circa l’utilizzo ed il riporto delle perdite fiscali per i soggetti IRES in regime d’impresa. La struttura del modello dichiarativo, nei relativi quadri RS e RN, tiene quindi conto della distinta formazione delle perdite fiscali che dovranno essere monitorate in ragione dell’eventuale utilizzo in forma integrale o limitata all’80% del reddito imponibile.
A decorrere dal periodo di imposta 2012 entra a regime la deduzione analitica dalle imposte sui redditi dell’IRAP riferita al costo del personale. Di conseguenza UNICO 2013 e le relative istruzioni hanno richiesto la distinta indicazione della relativa deduzione rispetto a quella forfettaria derivante dagli oneri finanziari, già prevista nei modelli dichiarativi degli scorsi anni.
I redditi di lavoro autonomo relativi all’anno 2012 come di consueto devono essere indicati nel quadro RE del modello dichiarativo UNICO Persone Fisiche (PF) nonché, in ragione di un diverso contesto in cui vengono generati in presenza di associazioni professionali, in UNICO Società di Persone (SP) . Il quadro RE andrà, quindi, utilizzato per dichiarare i redditi derivanti dall’esercizio di arti e professioni mentre nel quadro RL devono essere dichiarati gli altri redditi di lavoro autonomo occasionali, qualificati quali redditi diversi. Bisognerà, infine, prestare attenzione ai redditi dei soggetti che applicano il regime dell’imprenditoria giovanile e quello dei lavoratori in mobilità cui, diversamente, è riferito il quadro LM.
In sede di predisposizione del modello dichiarativo si rende necessario operare il consueto monitoraggio delle varie poste che compongono il patrimonio netto. Tale verifica è finalizzata in primis al riscontro delle riserve di utili esistenti ed all’anno formazione degli utili societari, posto che, dal 2008, in virtù dell’introduzione della vigente aliquota IRES del 27,5%, sono state determinate le nuove percentuali di tassazione per i possessori di partecipazioni qualificate. Anche in UNICO SC 2013 la compilazione del relativo riquadro dovrà essere effettuata nel prospetto del capitale e delle riserve del quadro RF che rimane strutturato con evidenza dei saldi iniziali e finali per effetto degli incrementi e dei decrementi generatisi in corso d’anno.
In presenza di controversie aventi ad oggetto il rimborso di crediti d’imposta, quando il contenzioso si conclude con una sentenza definitiva di condanna dell’ente impositore al rimborso delle somme indebitamente versate, non sempre si riscontra l’immediato e spontaneo adempimento in sede di erogazione degli importi spettanti al contribuente. Lo strumento processuale del giudizio di ottemperanza disciplinato dall’art. 70 del D.Lgs. n. 546/1992 è finalizzato ad ottenere l’esecuzione della sentenza passata in giudicato e il relativo scopo è proprio quello di garantire l’osservanza di quanto ivi ormai definitivamente statuito. Nel corso degli anni la giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, si è ripetutamente occupata di tale istituto, nonché, delimitandone in più occasioni i termini e le modalità, delle azioni che l’Amministrazione finanziaria può esperire al fine di sospendere i rimborsi richiesti tramite specifiche istanze oppure attraverso il modello dichiarativo annuale.
Dopo le denunce operate dalle associazioni di categoria presso la Commissione Europea a causa della dubbia compatibilità con la normativa in materia di IVA, il legislatore, anche al fine di evitare probabili rilievi comunitari, ha previsto l’abrogazione della responsabilità solidale introdotta dal Decreto Crescita 2012 nell’ambito dell’imposta sul valore aggiunto.
Nessuna modifica interviene, invece, con riguardo alla disciplina delle ritenute e dei contributi previdenziali.
La circolare dell’Assonime n. 13/2013 si è occupata dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate nella risoluzione n. 20/E/2013 circa l’ambito di applicazione dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti bancari a medio ed a lungo termine. L’Associazione, in linea con quanto rilevato nella predetta risoluzione, ritiene che non possa applicarsi l'”istituto giurisprudenziale” dell’abuso del diritto in presenza di contratti sottoscritti e perfezionati all’estero.
Trova conferma la struttura della sezione II del quadro RV nel Modello UNICO SC 2013 circa l’indicazione dei dati e delle informazioni relative alle operazioni di fusione e scissione effettuate nel corso del periodo di imposta 2012. La struttura del modello rimane, quindi, in linea con quella dello scorso anno e si renderà come di consueto necessario prestare particolare attenzione, anche ai fini dichiarativi circa l’esposizione ed il monitoraggio degli importi di riferimento, alle note limitazioni previste dal T.U.I.R. in ordine al riporto degli interessi passivi e delle perdite fiscali.
Ai fini dell’opzione per il consolidato fiscale nazionale, da esercitarsi entro il 16 giugno 2013 per i soggetti aventi il periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, per il valido esercizio si rende necessario verificare «in primis» il requisito del controllo detenuto dalla società controllante nelle società partecipate, così come definito dal combinato disposto degli artt. 117 – che richiede un rapporto di controllo «di diritto» – e 120 del T.U.I.R. In tale contesto, particolari criticità si pongono all’atto della verifica del predetto requisito in presenza di partecipazioni di controllo detenute dalla società consolidante sulle quali sia stato posto un vincolo di pegno ai sensi dell’art. 2352 c.c., seppure in presenza di una convenzione in deroga circa la spettanza del diritto di voto che, sebbene non attribuito al creditore pignoratizio, per effetto di specifiche clausole contrattuali, potrebbe, tuttavia, subire limitazioni e, per tale motivo, comportare preclusioni per l’accesso al regime.
L’approfondimento dell’Assonime contenuto nel Caso n. 1/2013 ha trattato l’ipotesi dell’aumento di capitale deliberato in presenza di perdite che hanno determinato l’azzeramento del capitale sociale. L’autorevole Associazione, in linea con la posizione del Consiglio Notarile di Milano, ritiene come tale operazione sia legittima e non violi le disposizioni contenute nel codice civile che, in determinati casi, potrebbero quindi essere oggetto di deroga, laddove l’operazione comporti l’ingresso di nuovi soci e la patrimonializzazione della società attraverso la riduzione delle perdite sotto la soglia di legge.
Assonime, nel suo Approfondimento n. 4/2013, si è occupata della disciplina dell’inerenza dei canoni di leasing corrisposti per i beni immobili nel caso di successiva locazione degli stessi da parte della società conduttrice in favore di una società controllata, negando in particolare, sia ai fini delle imposte dirette che dell’IVA, che possano sussistere criticità nel caso di specie.
L’Agenzia delle Entrate, nell’ambito della recente e corposa circolare n. 12/E/2013, si è occupata anche delle modifiche alla disciplina sulla fatturazione introdotta dalla Legge di stabilità 2013 per effetto del recepimento nel nostro ordinamento della Direttiva n. 45/2010/UE. Tra i chiarimenti recati si menzionano, tra gli altri, quelli afferenti il perfezionamento della trasmissione della fattura elettronica e vengono forniti i primi chiarimenti operativi circa la nuova fattura semplificata.
Il modello del consolidato nazionale e mondiale (CNM) rappresenta lo strumento attraverso il quale vengono assolti gli obblighi dichiarativi relativi al regime della tassazione di gruppo; nel modello relativo al periodo d’imposta 2012 hanno trovato conferma le novità normative che si sono succedute tra il 2011 ed il 2012, con particolare riferimento alla disciplina delle perdite fiscali e all’incentivo ACE. Tale modello non verrà, invece, influenzato dalla maggiorazione dell’aliquota IRES di 10,5 punti percentuali prevista a carico delle società di comodo posto che, come chiarito dalla circolare dell’Agenzia delle entrate n. 3/E del 2013, il relativo importo verrà liquidato e versato unicamente dalla singola società consolidata di volta in volta interessata dall’applicazione di tale normativa.
I soci delle società che, in sede di approvazione del bilancio relativo all’esercizio 2012, decideranno di deliberare circa la distribuzione degli utili e, eventualmente, delle riserve esistenti nel patrimonio netto, dovranno tenere conto delle specifiche regole contenute nel codice civile che in taluni casi prevedono specifiche limitazioni ai fini della relativa destinazione a favore dei soci. Si pensi all’obbligo di formazione della riserva legale piuttosto che alla necessità di ammortizzare le spese di impianto ed ampliamento in presenza di riserve che non coprano il residuo ammontare di tali immobilizzazioni. Inoltre, particolare attenzione dovrà essere prestata circa i diversi regimi fiscali correlati alla natura del socio e delle poste di patrimonio netto oggetto di distribuzione che comportano la necessità di pianificare le distribuzioni di dividendi.
La legge di stabilità per l’anno 2013 ha introdotto la nuova imposta sulle transazioni finanziarie (c.d. Tobin tax) che si applica ai trasferimenti di proprietà di azioni e strumenti finanziari, ai contratti derivati ed alle operazioni cc.dd. ad alta frequenza. La Tobin tax entra in vigore dal 1° marzo 2013, mentre per i contratti derivati il relativo termine è rinviato al 1° luglio 2013. La nuova imposta ha trovato attuazione nel decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 21 febbraio 2013 che ha recato una serie di precisazioni tra cui l’ambito di applicazione della nuova imposta, le ipotesi di esclusione ed esenzione nonché l’individuazione del soggetto responsabile del correlato versamento.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha emanato il decreto che attua le previsioni contenute nell’art.13, comma 4, del D.Lgs. n. 39/2010 in relazione alle ipotesi di revoca, dimissioni e risoluzione consensuale dell’incarico di revisione legale. Per la revoca e le dimissioni vengono, in particolare, elencate specifiche casistiche che troveranno applicazione nella prassi delle imprese e dei professionisti che svolgono tali incarichi. Vengono infatti tipizzate sia la revoca dell’incarico per giusta causa che le ipotesi di dimissioni. Per il collegio sindacale continuano invece ad applicarsi gli artt. 2400 e 2401 cod. civ. anche qualora allo stesso sia affidato il controllo contabile.
Dott. Gianfranco Pallaria
Con la circolare 3 novembre 2009, n. 46/E, l’Agenzia delle entrate torna ad esprimersi in modo più dettagliato sul regime sanzionatorio correlato alla mancata indicazione nella dichiarazione dei redditi, in modo separato, dei costi derivanti da operazioni con soggetti residenti nei cd. paradisi fiscali, oggetto di modifica con la legge Finanziaria per il 2007. L’attenzione è rivolta alle diverse fattispecie oggetto del regime sanzionatorio, con particolare riguardo all’applicazione retroattiva alle violazioni commesse fino al 31 dicembre 2006 e, sempre che sia fornita la prova delle esimenti previste dalla disciplina sull’indeducibilità dei costi cd. «black list», in presenza di dichiarazione integrativa presentata prima o dopo l’avvio dei controlli dell’Amministrazione finanziaria.
Con la sentenza in commento la Corte di giustizia UE torna ad occuparsi del regime di esenzione IVA riservato alle attività di ospedalizzazione e di cure mediche, contribuendo ad arricchire il nutrito ambito dei chiarimenti circa il corretto trattamento impositivo ai fini IVA delle prestazioni fornite nell’ambito del settore sanitario. In particolare, la questione al vaglio dei giudici comunitari, pervenuta loro in seguito ad una controversia instaurata tra un centro di cura di diritto privato e l’Amministrazione finanziaria greca, riguarda l’applicabilità dell’esenzione dal tributo, prevista dall’art. 13, A, n. 1, lett. B) della VI direttiva CEE, anche per “le operazioni strettamente connesse” alla ospedalizzazione e alle cure mediche assicurate da organismi di diritto pubblico oppure, a condizioni sociali analoghe a quelle vigenti per i medesimi, da istituti ospedalieri, centri medici e diagnostici e altri istituti della stessa natura debitamente
Con la sentenza 6 luglio 2006, causa C-251/05 la Corte di giustizia è tornata ad occuparsi del principio, già sancito in precedenti pronunce, secondo il quale, in linea generale, la cessione unica di più beni è assoggettata ad una sola aliquota IVA. Viene precisato, tuttavia, che tale regola non osta alla tassazione separata di talune componenti accessorie nell’ambito della cessione principale qualora i differenti regimi discendano dall’applicazione della deroga contenuta nell’art. 28, n. 2, lett. a), della VI direttiva CEE.
Ad un anno dall’introduzione nel nostro ordinamento, ad opera della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (legge Finanziaria 2005), della regola della solidarietà nel pagamento dell’IVA tra soggetti passive[1], il Ministro dell ‘economia e finanze, con il D.M. 22 dicembre 2005[2], ha individuato – su proposta degli organi deputati al controllo fiscale e doganale – le categorie merceologiche di beni oggetto della nuova disposizione. Articolo in formato .PDF
Con la circolare 19 ottobre 2005, n. 45/E1, l’Amministrazione finanziaria, nel cimentarsi sulle recenti innovazioni introdotte dal D.Lgs. 20 febbraio 2004, n. 52, in attuazione della direttiva del Consiglio 20 dicembre 2001, n. 2001/115/CE, al sistema di gestione e conservazione dei documenti fiscali (principalmente le fatture), ha colto l’occasione per fare il punto sullo stato attuale della disciplina contenuta nell’art. 21 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, soffermandosi in particolare sulle
problematiche inerenti all’emissione, trasmissione e conservazione della fattura elettronica.
A distanza di alcuni anni dall’introduzione del trust nel nostro ordinamento tributario, istituto di tipica derivazione anglosassone, può essere utile fornire alcuni spunti di riflessione circa talune fattispecie che vengono affrontate in ambito professionale e per le quali, talvolta, non è dato riscontrare un orientamento univoco tra posizione dell’Amministrazione finanziaria e quella di dottrina e giurisprudenza.
Trovano definitiva forma le agevolazioni fiscali introdotte dal D.L. n. 83/2014 (cd. decreto “cultura”) a favore del settore turistico per la digitalizzazione delle strutture ricettive e la riqualificazione delle imprese alberghiere. Il “bonus” è concesso sotto forma di credito d’imposta, utilizzabile in compensazione attraverso il Mod. F24 in via telematica, e risulta così utile per ridurre od azzerare i pagamenti dovuti all’Erario o agli enti previdenziali. Nell’ambito della riqualificazione alberghiera uno spazio è stato riservato anche al cd. bonus mobili, che sarà fruibile a condizione che i beni siano utilizzati dalla struttura alberghiera destinataria degli interventi e che non vengano ceduti a terzi o destinati ad altre finalità prima del secondo periodo d’imposta successivo. In sede di conversione del decreto, è stato anche inserito un credito d’imposta specifico per le sale cinematografiche che risulta alternativo e non cumulabile con i contributi previsti dal D.Lgs. n. 28/2004 ed i crediti d’imposta già concessi per la digitalizzazione delle sale cinematografiche dalla Finanziaria 2008.
Passo deciso della Cassazione verso una definizione coerente del rapporto tra l’Amministrazione finanziaria ed i contribuenti.
Nella circolare n. 12/E del 2014 l’Agenzia delle entrate ha fornito una serie di chiarimenti in tema di ACE che risultano di sicuro interesse. Tra questi si segnala la posizione, in merito all’applicazione dell’ACE in caso di adesione al regime di tassazione di gruppo, secondo cui le eccedenze della deduzione ACE di ciascuna società consolidata devono essere obbligatoriamente trasferite alla “fiscal unit” per essere utilizzate fino a concorrenza dell’imponibile netto del consolidato. Ulteriori novità in materia di ACE sono peraltro contenute nel decreto “crescita” (D.L. n. 91/2014), che ha previsto, sia agevolazioni per i soggetti che si quoteranno in borsa, sia un meccanismo di trasformazione in crediti d’imposta delle eccedenze non utilizzabili a causa di redditi imponibili incapienti.
Con la circolare n. 36/E del 2013 l’Agenzia delle Entrate ha fornito importanti chiarimenti agli operatori del settore delle energie rinnovabili. La circolare non ha, tuttavia, pienamente recepito alcuni aspetti sostanziali sottostanti la gestione degli impianti fotovoltaici. In particolare, con riguardo al processo di ammortamento degli stessi, le regole dettate non tengono conto della effettiva durata di utilizzo economico dei beni, legata necessariamente alla possibilità di ottenere i contributi derivanti dalla “tariffa incentivante”, oppure della necessità – secondo corretti principi contabili – di applicare ammortamenti separati per i beni che, ancorché integrati con una unità immobiliare, abbiano una vita utile differente.
Anche ammettendo che gli interessi passivi siano soggetti al sindacato di inerenza non si dovrebbe poter giungere a contestarne la deducibilità nelle operazioni di LBO poiché si tratta di oneri connessi all’acquisizione di una partecipazione e, quindi, all’esercizio, diretto o indiretto, di un’impresa. E’ auspicabile una revisione dell’approccio complessivo da parte della Agenzia delle Entrate per garantire un minimo di certezza agli operatori e non discriminare operazioni che non solo non sono elusive ma possono contribuire a rafforzare il nostro sistema industriale.
Nel secondo Bollettino del «ruling» di standard internazionale, emanato il 19 marzo 2013 dalla Direzione centrale accertamento dell’Agenzia delle entrate, sono stati illustrati i dati e le informazioni relativi alle istanze presentate nel triennio 2010-2012. Oltre ai chiarimenti circa le caratteristiche ed il funzionamento dell’istituto, il Bollettino fornisce interessanti informazioni circa i tempi di chiusura delle procedure, i metodi prescelti per la definizione dei prezzi di libera concorrenza nonché sulle caratteristiche dimensionali delle imprese e sulla loro classificazione economica.
Il recupero dell’Iva versata dai fondi immobiliari trova la “via giusta”. Per agevolare il recupero dell’imposta assolta a monte dai fondi immobiliari sono previste particolari regole di compensazione e di rimborso.
Con la norma di comportamento n. 176 del 2009, avente ad oggetto il periodo temporale da considerare
per verificare la vitalità economica delle società partecipanti ad una fusione, l’Associazione italiana Dottori Commercialisti prende posizione affermando che la tesi sostenuta dall’Agenzia delle entrate, secondo cui il test di vitalità economica deve continuare ad essere verificato anche con riferimento ai dati emergenti dalle «situazioni di periodo» relative alla frazione che va dall’inizio fino alla data di efficacia giuridica dell’operazione, si pone in contrasto con il dato letterale della norma. Più in generale, comunque, il tema deve tener presente la nuova figura giuridica dell’abuso del diritto, che potrebbe avere un ruolo non marginale nel consentire di censurare operazioni aventi finalità contrarie alla «ratio legis».
In tema di dividendi provenienti da Paesi black list rilevano le modifiche apportate agli artt. 47, comma 4, e 89, comma 3, del T.U.I.R., che disciplinano il regime di imposizione dei dividendi percepiti da soggetti IRPEF e IRES. Tali disposizioni, in deroga alla regola della «detassazione» parziale dei dividendi societari, prevedono un integrale assoggettamento ad imposizione degli utili provenienti da società localizzate in Paesi o territori aventi regime fiscale privilegiato. Le novità recate dal D.L. n. 223/2006 concernono la sostituzione del riferimento operato dalle menzionate norme agli utili «corrisposti» dalle società residenti nei paradisi fiscali con quello agli utili «provenienti» dalle medesime entità societarie. L’intento è quello di estendere il regime di imposizione integrale dei dividendi derivanti dai predetti soggetti non solo a quelli erogati direttamente dalle società residenti in Stati black list, ma anche a quelli indirettamente provenienti dalle stesse e conseguiti dai soci residenti in Italia per il tramite di veicoli interposti residenti in Paesi non black list.
Nel caso di una stabile organizzazione in Italia di una società statunitense che si qualifichi come una “public company”, i cui soci cioè non abbiano partecipazioni superiori al 5%, non si rendono applicabili le disposizioni in materia di contrasto alla sottocapitalizzazione delle imprese, giacché i finanziamenti rilevanti sono soltanto quelli erogati o garantiti dai soci della “casa madre” che non possono ritenersi “qualificati” ai sensi dell’art. 98 del T.U.I.R. La deducibilità degli interessi passivi, tuttavia, è soggetta ai vincoli previsti per le “imprese indipendenti”: potranno essere considerati deducibili soltanto quelli derivanti dai finanziamenti che sarebbero stati accesi se la stabile organizzazione avesse potuto disporre di un fondo di dotazione adeguato.
Il diritto al rimborso dell’IVA pagata da un soggetto non residente per l’acquisto di beni e servizi all’interno di un Paese UE è strettamente correlato al luogo in cui vengono successivamente ceduti i beni o fornite le prestazioni di servizio da parte del soggetto non residente. L’organizzazione di un salone nautico è considerata un’attività affine a quelle culturali, artistiche, sportive, scientifiche, d’insegnamento e ricreative di cui all’art. 9, n. 2, lett. c), primo trattino, della VI direttiva CEE. Tutte le attività relative all’organizzazione di un salone nautico assumono rilevanza impositiva ai fini IVA nel luogo in cui vengono prestate.
Le «thin capitalization rules», quali norme di contrasto all’utilizzo fiscale della sottocapitalizzazione, non dovrebbero trovare agevole applicazione nell’ambito di operazioni di «leveraged buyout» dove gli investitori utilizzano la leva finanziaria al fine di massimizzare il rendimento del capitale investito, senza porre in essere alcun arbitraggio fiscale. Il finanziamento per l’acquisizione, infatti, viene concesso sul fondato presupposto che la società acquisita, gravata del debito a seguito della fusione con la società acquirente, sia in grado di generare i flussi di cassa necessari per il rimborso. Tale circostanza, che deve essere adeguatamente esplicitata dagli amministratori nel progetto di fusione e nella relativa relazione e deve trovare conferma da parte degli esperti nominati dal Tribunale, dovrebbe poter costituire la prova della «autonoma capacità di credito» e consentire così la disapplicazione delle norme sulla «thin capitalization».
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L’analisi propone un approfondimento in merito alla corretta determinazione del prezzo di emissione delle azioni nel quadro di un aumento di capitale a pagamento, a fronte di un’operazione di conferimento in natura. In particolare, viene valutata la possibilità di procedere all’emissione delle nuove azioni al valore nominale, senza emersione contabile del sovrapprezzo.
Le operazioni di aumento di capitale a servizio di piani societari di stock options, cui le società ricorrono con sempre maggior frequenza nel tentativo di fidelizzare e coinvolgere nei risultati della gestione il proprio personale, trovano nelle oscillazioni delle quotazioni di Borsa dei titoli sottostanti le opzioni assegnate un aspetto problematico. Ciò, in particolare, nell’ipotesi nella quale il consiglio di amministrazione di una società, chiamato a definire le modalità pratiche di un piano di assegnazione di opzioni ai dipendenti, si trovi nella necessità di modificare, a causa di una consistente variazione dei corsi azionari dei titoli della società, il prezzo di emissione delle nuove azioni da offrire in sottoscrizione ai dipendenti al momento dell’esercizio delle opzioni.
Il disegno di legge di stabilità 2015 contiene importanti misure agevolative relativamente alla fiscalità riservata ai redditi generati da beni immateriali (“Patent box”). Per i soggetti che generano redditi attraverso l’uso di determinati “intangibles”, direttamente o attraverso la concessione in uso a terzi, è prevista la possibilità di optare per un regime agevolativo che li detassa per il 50%. L’opzione sarà vincolante per 5 esercizi e, per il caso di utilizzo diretto dei beni, la quantificazione dei redditi avviene attivando apposita procedura di “ruling”. È prevista inoltre la detassazione integrale delle plusvalenze realizzate attraverso la cessione degli “intangibles” a condizione che almeno il 90% del corrispettivo sia reinvestito, entro i due esercizi successivi, nella manutenzione o sviluppo di altri beni immateriali agevolabili.
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Dividendi «in entrata» e credito per imposte estere: le regole per la compatibilita’ comunitaria
Corriere Tributario, 18 / 2011, p. 1531
Committeri Gian Marco; Scifoni Gianfilippo
Decreto Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917 Art. 165
Sommario: I dividendi «in entrata» – La necessità di un accordo per la collaborazione in materia di amministrazione e riscossione – Il metodo dell’imputazione ed il credito per le imposte pagate all’estero – Il «foreign tax credit» in presenza di perdite fiscali domestiche – La situazione italiana
Corte di giustizia UE, Sez. III, Sent. 10 febbraio 2011, cause riunite C-436/08 e C-437/08
La sentenza della Corte di giustizia UE del 10 febbraio 2011, nelle cause riunite C-436/08 e C-437/08 [1], statuisce alcuni fondamentali principi in merito al trattamento che deve essere riservato agli utili di fonte estera. In particolare, i giudici comunitari hanno affrontato il tema della tassazione dei dividendi provenienti da società residenti in Paesi terzi [2] ed in tale contesto hanno sancito dei principi non privi di interesse anche in ambito domestico.
Il trattamento fiscale dei dividendi può ricadere nella sfera di applicazione dell’art. 49 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (di seguito T.F.U.E.), in tema di libertà di stabilimento, ovvero in quella dell’art. 63 del T.F.U.E. relativo alla libera circolazione dei capitali. Il discrimine tra le due «libertà» deve individuarsi nella «qualità» delle partecipazioni cui sono collegati i dividendi: se si tratta di partecipazioni che consentono di esercitare una «sicura influenza sulle decisioni della società» si ricade nella sfera di applicazione delle disposizioni del Trattato relative alla libertà di stabilimento, mentre sarà in gioco la libera circolazione dei capitali nel caso si tratti di partecipazioni «effettuate al solo scopo di realizzare un investimento finanziario» [3].
Prima di addentrarci nell’esame della sentenza, merita ricordare che il tema della tassazione dei dividendi era già stato affrontato dalla Corte UE in relazione ai dividendi «in uscita» con la sentenza 19 novembre 2009, causa C-540/07 [4], che aveva visto condannata proprio l’Italia per la discriminazione nella tassazione dei dividendi di fonte italiana percepiti da soci esteri residenti in uno Stato UE rispetto al caso in cui il percettore fosse residente. Giova ricordare che, successivamente all’apertura della procedura di infrazione a carico dell’Italia, ma prima dell’emanazione della sentenza, il legislatore ha modificato la normativa nazionale [5] per correggere l’evidente distorsione ed applicare una ritenuta alla fonte, a titolo d’imposta, con la medesima aliquota cui il dividendo sarebbe assoggettato ove percepito da un’impresa residente (1,375%, corrispondente all’aliquota IRES applicata sulla quota imponibile dei dividendi, pari al 5%). A ben vedere, tuttavia, si tratta di una soluzione che non ha risolto compiutamente la problematica, giacché il legislatore domestico ha ritenuto di stabilire che la modifica normativa (che, si ricorda, trae spunto da espressa richiesta comunitaria) [6] si applica soltanto agli utili formatisi a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007 (i.e. agli utili formatisi nell’anno 2008 per le società con esercizio coincidente con l’anno solare), permanendo così la discriminazione relativamente agli utili formatisi prima del 2008 ed in relazione ai quali i percettori non residenti saranno costretti ad attivare procedure di rimborso e, nell’ipotesi di diniego o di formazione del silenzio-rifiuto, a gestire un defatigante contenzioso il cui esito non potrà che essere loro favorevole [7].
I dividendi «in entrata»
I giudici comunitari hanno esaminato la legislazione austriaca sui dividendi la quale subordina l’esenzione di quelli provenienti da società residenti in Paesi terzi alla sussistenza di un accordo per la collaborazione in materia di amministrazione e riscossione con il Paese della «fonte».
La normativa austriaca, peraltro, riconosce l’esenzione ai dividendi di fonte estera soltanto se gli utili della società distributrice siano stati effettivamente assoggettati, nello Stato di residenza della medesima, ad un’imposta sulle società paragonabile a quella applicabile in Austria e previa dimostrazione del rispetto di una serie di requisiti; diversamente, il meccanismo per evitare la doppia imposizione è individuato nel metodo dell’imputazione con riconoscimento del foreign tax credit (in relazione al quale, come si dirà infra, la Corte UE ha stabilito importanti principi).
Nella definizione della causa la Corte UE detta importanti chiarimenti, tutti fondati sul principio basilare secondo cui la differente tassazione dei dividendi:
(i) costituisce restrizione al movimento di capitali,
(ii) può giustificarsi solo laddove le fattispecie considerate non siano equivalenti ovvero sussistano motivi di interesse generale e
(iii) non siano imposti a carico dei contribuenti oneri sproporzionati.
La necessità di un accordo per la collaborazione in materia di amministrazione e riscossione
La ratio della normativa austriaca, nella parte in cui richiede la sussistenza di un accordo di collaborazione con lo Stato estero, deve essere ricercata nella volontà di assicurarsi uno strumento efficiente per la verifica del carico fiscale effettivamente sopportato dalla società estera che distribuisce il dividendo e ciò poiché la finalità che sottende al riconoscimento dell’esenzione del dividendo è proprio quella di evitare la doppia imposizione [8].
Se da un lato non vi è dubbio che spetta soltanto agli Stati interessati decidere se assumere o meno obblighi in via pattizia, altrettanto evidente è la circostanza che l’eventuale assenza di tale accordo può comportare un regime permanente di non esenzione dall’imposta sulle società.
Si tratta, pertanto, di una normativa che determina una disparità di trattamento in grado di provocare distorsioni alla libera circolazione dei capitali. È evidente, infatti, come una società austriaca possa essere dissuasa dal procedere all’acquisizione di azioni in società estere residenti in Paesi che non abbiano stipulato con l’Austria un accordo per la collaborazione in materia di amministrazione e riscossione [9].
La questione verte, quindi, sulla verifica della sussistenza di giustificazioni della predetta restrizione alla libera circolazione dei capitali e, in caso affermativo, sul rispetto o meno del principio di «proporzionalità» [10] cui deve essere ispirata qualsiasi restrizione di tale genere.
La giustificazione è stata riscontrata nelle ragioni imperative di interesse generale inerenti all’efficacia dei controlli fiscali e della lotta contro le frodi tributarie, ma la normativa austriaca non è stata giudicata «proporzionata» all’obiettivo, giacché per raggiungere gli scopi prefissi è stata ritenuta necessaria, ad avviso dei giudici comunitari, soltanto l’esistenza di un accordo di reciproca assistenza in materia amministrativa e non anche di uno correlato alla fase della riscossione.
Il metodo dell’imputazione ed il credito per le imposte pagate all’estero
Il giudice del rinvio ha anche chiesto alla Corte di esaminare la compatibilità con il diritto comunitario del metodo dell’imputazione che si renderebbe, di fatto, applicabile nella maggior parte dei casi ai dividendi di fonte estera attesa la difficoltà che le imprese austriache beneficiarie dei dividendi incontrano nel soddisfare i requisiti per ottenere l’applicazione del meccanismo, alternativo, dell’esenzione.
Il metodo dell’imputazione si fonda sulla tassazione del dividendo estero in capo alla società percipiente e sul correlato riconoscimento – da parte del relativo Stato di residenza – di un credito d’imposta pari all’imposta pagata sugli utili dalla società distributrice del dividendo [11].
I giudici comunitari hanno correttamente affermato l’equivalenza del metodo dell’imputazione rispetto a quello dell’esenzione per il raggiungimento della finalità di evitare la doppia imposizione [12], ribadendo altresì che il semplice fatto che l’applicazione del metodo dell’imputazione rispetto a quello dell’esenzione comporti oneri amministrativi supplementari non può essere considerato come una differenza di trattamento contraria alla libera circolazione dei capitali [13]. È stata parimenti giudicata in linea con la legislazione comunitaria la contemporanea adozione del metodo dell’esenzione per i dividendi di fonte interna e di quello dell’imputazione nel caso in cui i dividendi vengano corrisposti da una società non residente, quest’ultima subordinata alla duplice condizione che l’aliquota d’imposta applicata sui dividendi «esteri» non sia superiore a quella applicata sui dividendi di fonte nazionale e che il credito d’imposta sia concesso in misura almeno pari all’importo versato nello Stato della società distributrice e fino a concorrenza dell’importo dovuto nello Stato membro della società beneficiaria [14].
Nei confronti dei dividendi provenienti da Stati terzi, peraltro, è ammesso anche l’utilizzo dei due metodi (imputazione ed esenzione) a seconda del superamento di specifiche soglie percentuali di partecipazione al capitale. Ai presenti fini, quindi, ciò che rileva affinché un determinato sistema nazionale di eliminazione della doppia imposizione sugli utili societari sia ritenuto in linea con l’ordinamento comunitario è che siano effettivamente operanti dei meccanismi per prevenire od attenuare l’imposizione a catena sui dividendi. La Corte UE ha, infatti, sancito che l’art. 63 del T.F.U.E. deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale la quale, al fine di prevenire una doppia imposizione economica, esenti dall’imposta sulle società i dividendi di portafoglio percepiti da una società residente e distribuiti da altra società residente e che, invece, con riferimento ai dividendi distribuiti da una società stabilita in uno Stato terzo (non appartenente né alla UE né allo Spazio economico europeo), non preveda né l’esenzione dei dividendi, né un sistema di imputazione dell’imposta pagata dalla società distributrice nel proprio Stato di residenza. Nello statuire un siffatto principio i giudici comunitari hanno nettamente respinto le osservazioni difensive in merito proposte da diversi Governi europei [15], tra i quali quello italiano, secondo i quali gli Stati membri sarebbero dispensati dal riservare ai dividendi provenienti da Paesi terzi un trattamento fiscale identico a quello accordato ai dividendi provenienti da società residenti, facendo assurgere a motivo imperativo di interesse generale la «necessità di garantire una ripartizione equilibrata del potere impositivo». I giudici comunitari sul punto hanno confermato che «la riduzione delle entrate tributarie non può essere considerata un motivo imperativo di interesse generale invocabile per giustificare una misura contraria, in linea di principio, ad una libertà fondamentale» [16].
Il «foreign tax credit» in presenza di perdite fiscali domestiche
La sentenza affronta, inoltre, il delicato tema del meccanismo applicativo del credito per le imposte pagate all’estero, esaminando la relazione tra concessione del foreign tax credit e sussistenza di una imposta nazionale da corrispondere (e, quindi, di imponibili domestici che ne generano la debenza).
Risulta, infatti, evidente come il reddito estero (nel caso di specie il «dividendo», ma la questione è generalizzabile a qualsiasi tipologia di reddito prodotto all’estero) può essere percepito in un esercizio fiscale in cui la società beneficiaria registri perdite e, pertanto, il reddito estero potrebbe non dare origine all’emersione di alcuna imposta dovuta nel relativo Stato di residenza.
Ciononostante, il reddito estero, concorrendo alla formazione dell’imponibile nazionale, avrà quale effetto quello di ridurre la perdita fiscale realizzata dal beneficiario residente con conseguente riporto a nuovo di una perdita inferiore rispetto a quella di cui quest’ultimo avrebbe potuto disporre se al dividendo estero fosse stato applicato il meccanismo dell’esenzione in luogo di quello della imputazione [17]. Ne consegue, quindi, come l’applicazione del metodo dell’imputazione può comportare un trattamento non equivalente rispetto al metodo dell’esenzione.
La questione è stata correttamente colta dalla Corte UE che ha opportunamente chiarito come l’art. 63 del T.F.U.E. osti ad una normativa che, in ipotesi di applicazione del metodo dell’imputazione, non consenta di riportare l’imputazione dell’imposta sulle società pagata nello Stato di residenza dalla società distributrice dei dividendi agli esercizi successivi nel caso in cui, per l’esercizio nel corso del quale la beneficiaria residente ha percepito i dividendi di origine estera, tale società abbia registrato perdite di esercizio: ciò in quanto, la negazione di tale possibilità è idonea a determinare «una doppia imposizione economica a carico di tali dividendi in occasione degli esercizi fiscali successivi, qualora il risultato della beneficiaria sia positivo» [18].
Infine, i giudici comunitari hanno sancito che il diritto comunitario non obbliga uno Stato membro a prevedere, nella propria normativa, l’imputazione non soltanto dell’imposta sulle società assolta nello Stato in cui la società distributrice dei dividendi è stabilita, ma anche di quella prelevata da tale Stato mediante ritenuta alla fonte, giacché si tratta, in tal caso, di doppia imposizione che scaturisce dall’esercizio parallelo, da parte degli Stati in questione, della loro rispettiva competenza fiscale [19].
Il legislatore nazionale, con la riforma dell’IRES, ha optato per l’adozione del metodo dell’esenzione per eliminare la doppia imposizione sui dividendi nell’ambito del regime d’impresa ed ha riscritto le regole in materia di foreign tax credit per ovviare a diverse problematiche che avevano da sempre accompagnato l’applicazione pratica della specifica misura (tra le quali l’impossibilità di avvalersi della detrazione delle imposte pagate all’estero nel caso in cui il reddito estero risulti integralmente assorbito da perdite relative alla gestione italiana) [20]. Per quanto attiene ai dividendi, quindi, il meccanismo generalizzato per ovviare alla doppia imposizione è attualmente quello dell’esenzione, tanto per quelli di fonte nazionale che per quelli di fonte estera [21].
Ciò posto, la sentenza in commento offre l’occasione per compiere una disamina di uno dei profili di maggiore criticità ravvisabile nella vigente disciplina [22] del foreign tax credit quale delineata dall’art. 165 del T.U.I.R.
Trattasi, beninteso, di questione sulla quale la Corte di giustizia non ha preso posizione in occasione della sentenza in commento, in quanto la controversia aveva ad oggetto la normativa fiscale austriaca, ma della quale, in considerazione dei menzionati aspetti di criticità, non può escludersi che i giudici comunitari potranno in futuro essere chiamati ad occuparsi.
Tenuto conto dei principi di diritto statuiti dai giudici comunitari in materia di foreign tax credit con specifico riferimento ai dividendi scambiati tra soggetti societari, l’esame della normativa domestica deve esser compiuto in relazione alle altre tipologie di «redditi prodotti all’estero».
A meritare uno specifico approfondimento è, più precisamente, la questione della spettanza del credito d’imposta qualora il reddito di fonte estera sia assorbito (rectius azzerato) dal risultato negativo conseguito nel medesimo periodo dalla gestione nazionale [23].
In tale contesto è agevole rilevare come la normativa domestica contempli un correttivo alla situazione di eccedenza dell’imposta estera rispetto alla quota di imposta italiana riferibile al reddito estero sul quale la prima è stata prelevata con esclusivo riferimento ai redditi d’impresa: solo relativamente a questi ultimi, infatti, è previsto un meccanismo di riporto all’indietro e, se necessario, in avanti della predetta eccedenza e, inoltre, con esclusivo riferimento al medesimo Paese estero [24].
In ogni caso, ad una prima analisi, il sistema italiano sembrerebbe essere in linea con l’arresto statuito dai giudici comunitari [25] nella pronuncia in commento, essendo quest’ultimo specificamente riferito alla fiscalità dei dividendi scambiati tra soggetti societari (per i quali nel nostro Paese è previsto un regime di generalizzata esenzione).
Ci si può, peraltro, domandare a ragione se le conclusioni cui è pervenuta la Corte UE siano generalizzabili al di là della particolare species reddituale (dividendi) al quale le stesse sono riferite: in caso affermativo, si dovrebbe concludere che la normativa nazionale presenta talune lacune rispetto agli enunciati principi comunitari.
Anzitutto, il riporto a nuovo dell’imposta estera è concesso soltanto con riferimento «allo stesso reddito estero», mentre il riporto a nuovo cui si riferiscono i giudici nella sentenza in commento non soffre tale limitazione «territoriale», in quanto mira, più semplicemente, ad evitare una ingiustificata doppia imposizione che verrebbe a crearsi, ovviamente, anche qualora il reddito prodotto da una stabile organizzazione all’estero (ad esempio, francese) vada a ridurre le perdite fiscali della casa madre residente (e ciò avviene automaticamente) e questa non possa recuperare le imposte corrisposte in Francia se non al verificarsi della situazione opposta (eccedenza d’imposta italiana rispetto a quella francese). Secondariamente, nessun riporto a nuovo del credito per le imposte assolte all’estero (in caso di incapienza dell’imposta nazionale) è consentito dal T.U.I.R. per i redditi diversi dal reddito d’impresa, mentre non può escludersi che anche per tali fattispecie reddituali il reddito estero possa essere tassato in una annualità in cui il contribuente non presenta redditi imponibili complessivi e, pertanto, non si renda spettante il credito d’imposta, ai sensi dell’art. 165, comma 1 [26], con conseguente determinazione di una situazione potenzialmente non in linea con il principio di diritto enunciato dai giudici comunitari [27].
[1] Per il testo della sentenza cfr. pag. 1537.
[2] La pronuncia in esame è rivolta sia agli Stati che siano parti contraenti dell’accordo sullo Spazio economico europeo del 2 maggio 1992 che ai Paesi terzi rispetto a questi ultimi.
[3] Cfr. punto 35 della sentenza in commento.
[4] In GT – Riv. giur. trib. n. 2/2010, pag. 97, con commento di D. Stevanato, e in Banca Dati BIG, IPSOA.
[5] Cfr. art. 1, comma 68, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Finanziaria 2008) che ha introdotto il comma 3-ter nell’art. 27 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.
[6] Il riferimento è al parere motivato della Commissione dell’Unione europea n. C(2006) 2544 del 28 giugno 2006 con il quale, nell’ambito della procedura di infrazione comunitaria aperta contro l’Italia, era stato richiesto al nostro Paese di modificare la legislazione nazionale, palesemente discriminatoria, con riferimento al regime fiscale degli utili di fonte italiana corrisposti a soggetti residenti in un altro Stato membro rispetto ai medesimi utili corrisposti a beneficio di società residenti.
[7] Dalla lettura della citata sentenza 19 novembre 2009 risulta, infatti, pacifico come i giudici comunitari non abbiano conferito alcuna rilevanza alla modifica normativa medio tempore introdotta, limitandosi a rilevare, sanzionandola, la violazione tout court di un principio posto dall’ordinamento comunitario.
[8] Si tratta, quindi, di situazione che non può prescindere dall’accertamento di una (preventiva) tassazione all’atto della produzione del reddito che darà origine al dividendo.
[9] Si tratta di tematica che perde di significato per i rapporti tra gli Stati membri, tra i quali vige il sistema di cooperazione istituito dalla direttiva del Consiglio 77/799/CEE del 19 dicembre 1977 in tema di reciproca assistenza, ma che, riveste, invece, importanza per i rapporti con tutti gli altri Stati come dimostrato dal fatto che i Governi austriaco, tedesco, italiano, olandese ed inglese hanno fatto presente che ritengono legittimo subordinare l’esenzione dei dividendi di portafoglio all’esistenza di un accordo di reciproca assistenza con lo Stato terzo interessato, posto che «la verifica dell’imposta pagata dalla società distributrice di dividendi implicherebbe uno scambio di informazioni con l’Amministrazione tributaria dello Stato nel quale tale società è stabilita» (cfr. punto 64 della sentenza in commento).
[10] La restrizione di una libertà di circolazione, quand’anche sia appropriata rispetto all’obiettivo perseguito, non può spingersi oltre quanto è necessario per il conseguimento di quest’ultimo (principio di proporzionalità).
[11] Il principio presuppone che lo Stato della residenza (della società beneficiaria del dividendo) conceda un credito d’imposta pari all’imposta pagata dalla società distributrice nel suo Stato di residenza, credito che trova un limite nell’imposta sulle società dovuta, dalla società che ha incassato il dividendo stesso (cfr. punto 162 della sentenza in commento).
[12] Così che sono irrilevanti le eventuali difficoltà che il contribuente dovesse incontrare nel fornire le prove richieste per l’applicazione del metodo dell’esenzione, giacché si avrebbe per conseguenza l’applicazione del metodo, alternativo, dell’imputazione.
[13] Cfr. punto 91 ove si rinvia alla sent. Test Claimants in the FII Group Litigation.
[14] Cfr. punto 86.
[15] Cfr. punto 118.
[16] Cfr. punto 126. Il principio era già stato sancito dalle sent. 7 settembre 2004, causa C-319/02 e 14 settembre 2006, causa C-386/04, entrambe in Banca Dati BIG, IPSOA.
[17] Cfr. punto 158 della sentenza in commento.
Si tratta, a ben vedere, di una vera e propria forma di tassazione «indiretta» del reddito estero. Quest’ultimo, infatti, a causa della presenza di una perdita della gestione italiana di ammontare almeno corrispondente, non è fatto oggetto di prelievo immediato di imposta italiana, ma va, in ogni caso, ad erodere la predetta perdita, «consumando» per un pari importo il risparmio fiscale alla stessa sotteso. In tal senso, per tutti, S. Mayr, «La disciplina del credito d’imposta per i redditi esteri (Parte II)», in Boll. trib. n. 9/2006, pag. 728.
[18] Cfr. punto 158 della sentenza in commento.
[19] Trattasi, in altri termini, di circostanza non sindacabile in quanto conseguente in modo fisiologico all’esercizio della potestà impositiva sui dividendi da parte tanto dello Stato membro della fonte quanto di quello di residenza del percipiente. Peraltro, la mancata imputazione dell’imposta prelevata mediante ritenuta alla fonte non comporta distorsioni, giacché la medesima imposta resta, comunque, definitivamente corrisposta anche nel caso di applicazione del metodo alternativo dell’esenzione (che avrà ad oggetto il dividendo «netto» percepito).
[20] La distorsione provocata in termini di (mancata) spettanza del foreign tax credit nel caso in cui la gestione nazionale risulti in perdita nell’anno in cui è realizzato il reddito all’estero è stata lungamente dibattuta in dottrina sia anteriormente che successivamente all’introduzione dell’IRES. È stato, infatti, rilevato come l’assenza di un imponibile «interno», determinando la conseguente mancanza di un’imposta applicabile nel territorio nazionale facesse venir meno ex se la possibilità che si generasse un credito per le imposte pagate all’estero (si vedano, tra gli altri, B. Gangemi, «Credito d’imposta e redditi esteri», in Boll. trib. n. 4/1990, pag. 256; A. Miraulo, Doppia imposizione internazionale, pag. 112, Milano, 1990; G.M. Committeri e G. Scifoni, «Imposte estere a deducibilità limitata», in il fisco n. 29/2002, pag. 4629). In tale situazione il sistema, circostanza quest’ultima inaccettabile a parere di chi scrive, non prevedeva alcun correttivo, non essendo consentivo il riporto a nuovo dell’eccedenza, né tantomeno la possibilità di chiederne il rimborso. L’affermazione per cui, diversamente operando, si sarebbe traslato l’onere del carico impositivo estero dal contribuente all’Erario italiano, a ben vedere, non convince, essendo innegabile che il prelievo fiscale assolto all’estero, se non recuperato in detrazione per mezzo del meccanismo del foreign tax credit, si risolve in un vero e proprio costo di produzione per l’impresa che lo subisce, con la conseguenza che, qualora non se ne consenta lo scomputo dall’imponibile nazionale ciò si risolverebbe in un’ingiustificata doppia imposizione (in tal senso B. Gangemi, op. loc. ult. cit.; nel senso di negare la configurabilità quale onere deducibile dall’imponibile nazionale dell’imposta assolta all’estero nel caso in cui quest’ultima, per effetto di perdite dell’esercizio della gestione nazionale, non possa beneficiare del credito d’imposta, mancando un’imposta nazionale alla quale imputare il credito stesso, A. Miraulo, op. loc. ult. cit., la quale ritiene, peraltro, che in tale ipotesi possa spettare, in ogni caso, il diritto al rimborso del prelievo assolto all’estero).
Come correttamente riconosciuto, l’incongruenza nel funzionamento del meccanismo del credito per le imposte estere conseguente alla presenza di perdite nazionali che assorbono il reddito prodotto all’estero, peraltro, continua a porsi anche nel sistema successivo all’introduzione dell’IRES (cfr. A.M. Gaffuri, La tassazione dei redditi d’impresa prodotti all’estero, Milano, 2008, pag. 421, nota 12; S. Mayr, op. loc. ult. cit.), in quanto la soluzione individuata dal legislatore della riforma del 2004 (nel senso di consentire – seppur entro un arco temporale limitato – il riporto all’indietro e, se necessario, in avanti dell’eccedenza di imposta estera che non ha trovato capienza nell’imposta nazionale dell’anno in cui il reddito estero su cui la prima è stata applicata ha concorso alla formazione dell’imponibile complessivo) opera, per espressa previsione dell’art. 165, comma 6, con esclusivo riferimento ai redditi esteri aventi natura imprenditoriale. Ora, se non può negarsi che il sistema attuale supera il principale difetto di quello previgente (in vigenza del quale in assenza di imposta nazionale, per effetto di una perdita della gestione italiana, l’imposta estera era definitivamente persa), è anche vero che il recupero dell’eccedenza dell’imposta estera non detratta per incapienza dell’imposta nazionale riferibile al medesimo reddito è meramente eventuale, venendo a dipendere dal verificarsi della situazione opposta negli otto anni precedenti (carry backward) o, qualora non sia il caso, negli otto anni successivi (carry forward). Come correttamente osservato, «rimane, quindi, il problema, non risolto neanche dalla nuova disciplina, dato dal fatto che la compensazione della perdita italiana con il reddito positivo estero – sul quale grava un’imposta estera e che con la nuova disciplina può essere solo eventualmente «recuperata» – ha annullato o ridotto la perdita riportabile per la società italiana» (in tal senso S. Mayr, op. loc. cit., pag. 733 al quale si rinvia per la puntuale disamina del meccanismo del riporto delle eccedenze).
[21] Eccezion fatta per quelli provenienti da società localizzate in giurisdizioni black list (cfr. art. 89, comma 3, del T.U.I.R.).
[22] Nella quale continua a valere, come nel sistema ante-IRES, la condizione che subordina la detrazione dell’imposta estera all’effettiva concorrenza dei redditi esteri alla formazione del reddito complessivo imponibile in Italia, con la conseguenza che, se questi ultimi vi concorrono in misura soltanto parziale, il credito d’imposta scomputabile si riduce proporzionalmente (sul punto cfr. Cass., 4 febbraio 2011, n. 2689, in Banca Dati BIG, IPSOA, riferita al regime del previgente art. 15 del T.U.I.R.).
[23] Per una specifica disamina del tema, così come del complessivo funzionamento del credito per le imposte estere anteriormente all’introduzione dell’IRES, si rimanda a G.M. Committeri e G. Scifoni, «Tassazione all’estero e credito d’imposta. Il recupero dei tributi versati. Convenzioni contro le doppie imposizioni. Casi pratici e prassi ministeriale», in Guida Normativa, Dossier mensile giugno 2002.
[24] In tal senso dispone, infatti, il comma 6 dell’art. 165 che disciplina i ccdd. carry backward e carry forward.
[25] A prescindere da eventuali considerazioni circa la previsione di una limitazione temporale (8 anni) al riporto all’indietro e in avanti dell’eccedenza di imposta estera rispetto alla quota parte di imposta italiana riferibile al medesimo reddito.
[26] L’impossibilità di applicare l’art. 165, comma 1, del T.U.I.R. (per mancanza di un’imposta nazionale cui imputare il credito) rende inoperante l’art. 11, comma 4, del T.U.I.R. (disposizione servente al menzionato art. 165) a mente del quale, si rammenta, in sede di determinazione dell’imposta «si detrae l’ammontare dei crediti di imposta spettanti al contribuente a norma dell’articolo 165. Se l’ammontare dei crediti di imposta è superiore a quello dell’imposta netta il contribuente ha diritto, a sua scelta, di computare l’eccedenza in diminuzione dell’imposta relativa al periodo di imposta successivo o di chiederne il rimborso in sede di dichiarazione dei redditi» o, ancora, di utilizzarla in compensazione in sede di versamento unificato ex D.Lgs. 9 luglio 1997, n. 241 (cfr. S. Mayr, op. loc. cit., pag. 735).
[27] In proposito si ritiene che l’obiezione per cui la concessione della spettanza del foreign tax credit anche nel caso in cui manchi un’imposta italiana alla quale imputare il credito stesso (che, dal punto di vista pratico, assumerebbe le sembianze del riconoscimento di un diritto al rimborso dell’imposta prelevata all’estero) si tradurrebbe in un ingiusto finanziamento dello Stato italiano al contribuente percosso dall’imposizione in altri Stati costituisca argomento che difficilmente potrebbe essere accettato dai giudici comunitari. La necessità di preservare la ripartizione del potere impositivo tra gli Stati è, infatti, una delle circostanze che la giurisprudenza della Corte di giustizia ha tradizionalmente valorizzato quale eccezione giustificativa in presenza di discriminazioni alle libertà fondamentali del TFUE, ma questo argomento non è stato, ad esempio, accettato proprio nelle pronunce che hanno condannato le discriminazioni esistenti sul fronte della tassazione dei dividendi sia «in entrata» che «in uscita». Si tratta, tra l’altro, di un’argomentazione che «pur essendo ispirata dalla comprensibile preoccupazione di tutelare gli interessi finanziari dello Stato italiano, non trova alcun fondamento, peraltro, nella disciplina positiva» (cfr. A.M. Gaffuri, op. loc. cit., pag. 429, nota 106).
Corriere Tributario, 26 / 2011, p. 2119
Committeri Gian Marco;Scifoni Gianfilippo
Decreto Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917 Art. 167
Decreto Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917 Art. 168
Circolare 26 maggio 2011 n. 23/E
Sommario: Successione pratica degli adempimenti – Quadro FC – Determinazione del reddito della CFC – Quadro RM – Determinazione dell’imposta dovuta dai soci residenti della CFC – Quadro RS – Prospetto degli utili distribuiti dalla CFC
Per gli adempimenti dichiarativi connessi all’applicazione della disciplina in materia di società controllate estere (controlled foreign companies – «CFC») e collegate estere, di cui agli artt. 167 e 168 del T.U.I.R., si conferma anche per il periodo d’imposta 2010 il tradizionale impianto «strutturato».
L’assolvimento degli obblighi dichiarativi in materia di società controllate e collegate estere non si esaurisce, infatti, nella redazione di uno specifico quadro del Mod. UNICO, ma richiede la predisposizione di più prospetti del predetto modello.
Si tratta, più precisamente:
– del quadro FC (Redditi dei soggetti controllati o collegati residenti in Stati o territori con regime fiscale privilegiato);
– del quadro RM (Redditi derivanti da partecipazioni in imprese estere);
– del quadro RS (Prospetti vari), prospetto «Utili distribuiti da imprese estere partecipate e crediti d’imposta per le imposte pagate all’estero».
Successione pratica degli adempimenti
Il quadro FC è finalizzato alla determinazione del reddito imponibile del soggetto estero partecipato, muovendo dal relativo risultato di bilancio e procedendo all’applicazione delle variazioni in aumento e in diminuzione previste dal T.U.I.R. in materia di determinazione del reddito d’impresa.
La compilazione del quadro FC conduce all’individuazione del reddito imponibile della CFC, nonché delle imposte dalla stessa assolte nel proprio ordinamento di appartenenza, elementi che formano oggetto di imputazione ai vari soci residenti in proporzione alla quota partecipativa nella stessa detenuta.
I dati in esame vengono successivamente recepiti da tali ultimi soggetti nell’ambito del quadro RM del proprio Mod. UNICO che, una volta compilato, conduce alla liquidazione dell’imposta dovuta sul reddito della CFC ad essi imputato per trasparenza.
Infine, nel caso in cui la CFC abbia distribuito dividendi relativi ad utili oggetto di precedente imputazione per trasparenza, la compilazione dei righi RS75 e RS76 del quadro RS consente al socio residente di sterilizzare ai fini impositivi i dividendi in questione fino a concorrenza degli utili ad esso già imputati per trasparenza. Ciò all’evidente fine di evitare una doppia imposizione sul medesimo reddito.
Di seguito si passeranno in rassegna le principali criticità legate alla compilazione dei predetti quadri [1], dando, tra l’altro, conto degli spunti interpretativi contenuti nella circolare dell’Agenzia delle entrate 26 maggio 2011, n. 23/E [2].
Quadro FC – Determinazione del reddito della CFC
Il quadro in esame, come anticipato, è finalizzato alla determinazione del reddito imponibile della CFC da imputare per trasparenza al controllante residente [3].
Sono tenuti alla compilazione del quadro (e, quindi, ad applicare la CFC rule) i soggetti residenti in Italia che detengono, direttamente o indirettamente, anche tramite società fiduciarie o per interposta persona, il controllo di un’impresa, di una società o di altro ente, residente o localizzato in Stati o territori con regime fiscale privilegiato, nonché in un territorio non compreso nella black list (in quest’ultimo caso, qualora non sia stato presentato l’interpello disapplicativo previsto dall’art. 167, comma 8-ter, del T.U.I.R. o, qualora presentato, sia stata negata la disapplicazione da parte dell’Agenzia) [4].
La nozione di controllo in tale sede rilevante è quella dell’art. 2359 c.c., espressamente richiamato dall’art. 167, comma 3, del T.U.I.R. Rileva, pertanto, anche il controllo cd. contrattuale (o extra-assembleare in quanto esercitato al di fuori di voti esercitabili nell’assemblea ordinaria): in tale caso, tuttavia, la compilazione del quadro è necessaria soltanto se vi sia una, pur minima, partecipazione agli utili del soggetto non residente.
Nei casi, frequenti nella prassi, in cui un soggetto residente esercita il controllo sulla CFC in via indiretta, per il tramite di una o più società residenti, poteva porsi il dubbio se alla compilazione del quadro FC fosse tenuto il controllante «di grado più elevato» o la società residente che nella catena societaria risulti più prossima alla CFC.
La formulazione letterale dell’art. 167 del T.U.I.R., che individua quale soggetto naturalmente destinatario della CFC rule il controllante, in via diretta o indiretta, della controllata estera, fa chiaramente propendere per la concentrazione dell’obbligo dichiarativo in capo al controllante «di ultimo livello». Tale impostazione è stata di recente fatta propria dall’Agenzia delle entrate che ha chiarito una volta per tutte come in siffatte ipotesi di catene societarie caratterizzate dalla presenza di più società intermedie residenti il quadro FC debba essere compilato dal controllante residente «di ultimo livello» [5].
Le istruzioni al modello UNICO-SC 2011 prevedono, più precisamente, che, in tale particolare ipotesi, l’obbligo di compilazione del quadro FC incombe sul socio italiano posto al livello più elevato nella catena di controllo (controllante indiretto) che sarà tenuto a determinare – nell’ambito della propria dichiarazione dei redditi – il reddito della partecipata estera e a imputarlo pro quota (Sezione IV del quadro FC) al soggetto residente (o alla stabile organizzazione italiana di un soggetto non residente) interposto nella catena di controllo. Tale ultimo soggetto (controllante diretto) sarà a sua volta tenuto ad indicare nel quadro RM della propria dichiarazione dei redditi la quota di reddito ad esso imputata dal controllante «di ultimo livello».
Nella particolare ipotesi in cui il soggetto controllante di ultimo livello non eserciti attività d’impresa, ma controlli interamente la CFC attraverso un’impresa (società o ente) residente, è tale ultimo soggetto ad essere tenuto all’assolvimento degli obblighi dichiarativi e alla connessa compilazione del quadro FC.
Quanto alla determinazione del reddito della CFC (oggetto della Sezione II del quadro FC), dovrà farsi applicazione delle ordinarie norme del T.U.I.R. che contemplano le variazioni da apportare, in aumento o in diminuzione, al risultato di bilancio (eccezion fatta per la possibilità di avvalersi dell’imponibilità rateizzata delle plusvalenze espressamente esclusa dall’art. 167, comma 6, del T.U.I.R.) [6]. In sede di determinazione dell’imponibile della CFC dovrà farsi, inoltre, applicazione delle altre norme relative alla determinazione del reddito d’impresa contemplate in provvedimenti diversi dal T.U.I.R., come ad esempio la disciplina in materia di società di comodo di cui all’art. 30 della legge 23 dicembre 1994, n. 724 [7].
Il risultato di bilancio della CFC deve, inoltre, essere determinato secondo il cambio del giorno di chiusura dell’esercizio o periodo di gestione della CFC.
Il reddito in tal modo determinato non concorre, peraltro, alla formazione dell’imponibile complessivo del controllante residente, essendo soggetto a tassazione separata nell’ambito del quadro RM.
Nel caso in cui la determinazione del risultato fiscale della CFC evidenzi una perdita, la stessa rimarrà «segregata» in capo alla stessa CFC, potendo essere computata esclusivamente in diminuzione dei suoi futuri utili entro l’ordinario termine quinquennale di riportabilità previsto dall’art. 84 del T.U.I.R. La perdita della CFC non può, quindi, in nessun caso formare oggetto di imputazione diretta ai soggetti partecipanti.
In ogni caso, potranno essere utilizzate in compensazione del reddito della CFC esclusivamente le perdite pregresse dalla stessa prodotte e non ancora utilizzate in compensazione, indicate nella Sezione II-B del quadro FC [8].
Importanti precisazioni sono state di recente fornite dall’Agenzia delle entrate relativamente alla sorte delle perdite della CFC nel caso in cui si verifichi un mutamento del soggetto controllante. A questo proposito è necessario distinguere se, nel caso di cessione infragruppo della CFC, venga o meno a mutare il soggetto controllante «di ultimo livello». Nel caso in cui, per effetto della cessione infragruppo, muti semplicemente il controllante diretto italiano (quello più prossimo alla CFC nella catena di controllo), le perdite in precedenza realizzate dalla CFC continueranno ad essere utilizzabili dal controllante «di ultimo livello» in sede di determinazione del reddito della controllata estera nel quadro FC del proprio Mod. UNICO. Se, invece, per effetto della predetta cessione, si verifichi un cambiamento del controllante di grado più elevato, le perdite in precedenza realizzate dalla CFC (e ancora disponibili per la compensazione di futuri utili della stessa) si azzereranno, in quanto la CFC rule verrà ad essere applicata da un socio italiano (il nuovo controllante «di ultimo livello») diverso dal precedente [9].
Infine, i valori da assumere quali costi fiscali riconosciuti degli asset patrimoniali dell’impresa estera controllata sono quelli evidenziati nel suo bilancio (o altro documento riepilogativo della contabilità d’esercizio), redatti secondo le norme dello Stato o territorio estero di residenza. Sul punto le istruzioni alla compilazione dell’UNICO-SC 2011 precisano che tale documento, formante parte integrante del prospetto FC, dovrà essere tenuto a disposizione dell’Amministrazione finanziaria dal controllante italiano per i necessari controlli [10]. Questi è, in ogni caso, tenuto a fornire – entro 30 giorni dalla richiesta degli Uffici finanziari – la documentazione giustificativa dei costi di acquisizione dei beni relativi all’attività esercitata dalla CFC, nonché delle componenti reddituali rilevanti ai fini della determinazione dell’utile o della perdita dalla stessa realizzati.
Una volta determinato il risultato fiscale della CFC, il socio italiano controllante «di ultimo livello» procede ad attribuirlo pro-quota [11] (unitamente alla quota parte delle imposte assolte all’estero a titolo definitivo dalla CFC) ad ognuno dei soggetti residenti interposti nella catena di controllo (Sezione IV del quadro FC) [12]. Ciascuno di essi (ivi compreso, nel caso di partecipazione diretta nella CFC, il soggetto controllante «di ultimo livello») riporterà la quota parte del reddito (e delle imposte estere) ad esso imputate per trasparenza nel quadro RM del proprio Mod. UNICO.
Quadro RM – Determinazione dell’imposta dovuta dai soci residenti della CFC
Sono tenuti alla compilazione del quadro RM i soci di una CFC ai quali siano stati imputati (dal soggetto controllante, diretto o indiretto, della CFC stessa) i redditi di tale società dichiarati nel quadro FC, Sezione II-A del Mod. UNICO del controllante medesimo.
I redditi in questione sono assoggettati a tassazione separata nel periodo d’imposta in corso alla data di chiusura dell’esercizio o periodo di gestione della CFC, con l’aliquota media applicata sul reddito complessivo netto e comunque non inferiore al 27%. Qualora il socio dichiarante detenga partecipazioni in più CFC e, pertanto, gli siano stati imputati per trasparenza più redditi, sarà tenuto a compilare in ogni suo campo un rigo per la tassazione del reddito di ogni società estera cui partecipa.
Il socio dichiarante dovrà, in sintesi, indicare il reddito ricevuto per trasparenza in proporzione alla propria quota partecipativa e assoggettarlo a tassazione separata con l’aliquota media applicata al proprio reddito complessivo netto, corrispondente al rapporto [imposta (rigo RN9) / reddito (rigo RN 7 col. 1 + RN8 col. 1)]. Detta aliquota non potrà, in ogni caso, essere inferiore al 27%.
L’imposta così determinata andrà decurtata delle imposte assolte all’estero in via definitiva dalla CFC (nella quota attribuita per trasparenza al socio dichiarante) [13].
Quadro RS – Prospetto degli utili distribuiti dalla CFC
Nel caso in cui la società controllata estera distribuisca dividendi relativi a redditi già oggetto di imputazione per trasparenza in capo al socio residente, quest’ultimo è tenuto a compilare tale prospetto al fine di escludere detti proventi dalla formazione dell’imponibile. Ai sensi dell’art. 3, comma 4, del D.M. 21 novembre 2001, n. 429, infatti, gli utili distribuiti dalla CFC non concorrono a formare il reddito complessivo del soggetto partecipante fino a concorrenza dell’ammontare dei redditi oggetto di precedente assoggettamento a tassazione separata [14]. L’imputazione reddituale per trasparenza in cui si esplica la CFC rule esaurisce, più precisamente, il prelievo impositivo sul reddito dalla stessa prodotto, con la conseguenza che se quest’ultima distribuisca in un secondo momento dividendi che originano da redditi già tassati per trasparenza, i predetti redditi non vanno nuovamente assoggettati ad imposizione in capo al socio italiano [15].
Le istruzioni ministeriali precisano che il prospetto in esame deve essere compilato anche nell’ipotesi in cui nel periodo d’imposta cui si riferisce la dichiarazione non siano stati distribuiti utili. Per ciascuna impresa, società od ente localizzato in Stati o territori con regime fiscale privilegiato cui il dichiarante partecipi deve essere compilato uno specifico rigo del prospetto (RS75 – RS76).
L’importo degli utili che, per effetto della disposizione da ultimo menzionata, non concorrono a formare il reddito imponibile della CFC, dovrà essere riportato nel quadro RF, nell’ambito delle variazioni in diminuzione da apportare in sede di determinazione dell’imponibile complessivo del socio dichiarante (rigo RF48).
S. Cinieri, «CFC: le risposte delle Entrate», n. 25/2011, pag. 10.
[1] Nel prosieguo l’esposizione sarà riferita alle società controllate estere (CFC) contemplate dall’art. 167 del T.U.I.R., salvo operare, laddove necessario, opportuni riferimenti alla specifica situazione delle società collegate estere di cui al successivo art. 168 del medesimo Testo Unico.
[2] In Banca Dati BIG, IPSOA.
[3] Un’apposita sezione del quadro (Sez. III) è specificamente rivolta alla determinazione del reddito delle imprese estere collegate di cui all’art. 168 del T.U.I.R. Relativamente a queste ultime la determinazione del reddito oggetto di attribuzione per trasparenza al socio residente non avviene, tuttavia, nell’ambito delle ordinarie norme del T.U.I.R., come nel caso delle CFC propriamente dette. Per le società estere collegate, infatti, il partecipante residente procede alla determinazione del reddito (oggetto di successiva imputazione pro-quota per trasparenza) nell’importo corrispondente al maggiore tra l’utile ante imposte della collegata estera (risultante dal relativo bilancio redatto anche in assenza di uno specifico obbligo in seno alla normativa locale) e un reddito determinato su base presuntiva, quale scaturente dall’applicazione di taluni coefficienti di rendimento alle categorie di beni che formano l’attivo patrimoniale di tale società, distintamente indicati ai righi da 48 a 50 del quadro FC (più precisamente, l’1% per i «titoli e crediti», il 4% per gli «immobili» e il 15% per le «altre immobilizzazioni»).
[4] Nel caso di controllo esercitato nei confronti di più società estere, si rende necessario procedere alla compilazione di un quadro FC per ognuna di esse. Occorrerà, pertanto, numerare progressivamente la casella «Mod. N.» posta in alto a destra del quadro.
[5] Cfr. circolare n. 23/E del 2011, cit., risp. 8.1. L’Agenzia ha, inoltre, riconosciuto che nella stessa ipotesi (controllo della CFC detenuto per il tramite di uno o più soggetti residenti interposti nella catena di controllo) l’interpello disapplicativo possa essere presentato dal socio residente «più prossimo» alla CFC «in quanto trattasi del soggetto che ha maggiore facilità di accesso ai dati e alle notizie riguardanti la società estera». Anche in tal caso, tuttavia, l’obbligo di compilazione del quadro FC incomberà sempre sul controllante «di ultimo livello» che, una volta determinato il reddito imponibile della CFC, procederà ad imputarlo pro-quota alla controllata residente autrice dell’interpello.
[6] Riguardo alle previsioni del T.U.I.R. utilizzabili in sede di determinazione del reddito della CFC imputabile per trasparenza al socio italiano, l’Agenzia ha recentemente chiarito (circolare n. 23/E del 2011, cit., risp. 5.4.) l’inapplicabilità della previsione di carattere agevolativo contenuta nell’art. 96, comma 5-bis, in merito alla deducibilità degli interessi passivi sostenuti da una società esercente attività finanziaria partecipante al regime di consolidato nazionale. Nella specie è stata negata la possibilità di attivare tale previsione da parte di una holding residente che aveva erogato un prestito ad una società controllata estera il cui reddito era stato tassato per trasparenza in capo alla stessa holding. Quest’ultima, per effetto, di tale tassazione lamentava una doppia imposizione, in quanto gli interessi passivi sostenuti dalla CFC venivano tassati in capo alla holding una prima volta come interessi attivi e una seconda volta, per trasparenza, come costo indeducibile. L’Agenzia ha in tale particolare ipotesi negato l’applicazione della predetta norma agevolativa, essendo quest’ultima fruibile esclusivamente dalle società residenti in Italia, laddove «la tassazione per trasparenza prevista dalla CFC rule (…) non consente [a differenza, ad esempio, di quanto avviene nel caso della norma sull’esterovestizione – N.d.A.] di considerare la controllata estera come un soggetto residente in Italia. Ai fini della compilazione del quadro FC del Modello UNICO, questa è trattata come un soggetto non residente il cui reddito va determinato secondo le disposizioni domestiche ordinariamente previste in materia di reddito d’impresa».
[7] In tal senso cfr. la risoluzione dell’Agenzia delle entrate 16 novembre 2007, n. 331/E, in Banca Dati BIG, IPSOA, ove è stato precisato che l’applicazione della CFC rule con la conseguente tassazione per trasparenza in capo al socio italiano del reddito conseguito dalla CFC comporta che tale reddito «è determinato secondo le regole ordinarie del reddito d’impresa previste dal T.U.I.R. (…), sostanzialmente coincidenti con quelle delle imprese residenti» e «pertanto è possibile il raffronto con quello minimo presunto di cui all’art. 30 della legge n. 724/1994». L’applicazione delle disposizioni speciali «extra-T.U.I.R.» all’atto della determinazione del reddito della CFC oggetto di imputazione per trasparenza è stata, da ultimo, ribadita nella circolare n. 23/E del 2011, cit. (risp. 2.1. e 2.9.).
[8] Cfr. circolare n. 23/E del 2011, cit., risp. 7.4. Le eventuali perdite realizzate dalla CFC nei primi tre periodi d’imposta dalla costituzione (e come tali riportabili senza limiti di tempo, ai sensi dell’art. 84, comma 2, del T.U.I.R.) dovranno formare oggetto di indicazione separata nel rigo FC46.
[9] Cfr. circolare n. 23/E del 2011, cit., risp. 7.2.
[10] Nel caso in cui la legislazione dello Stato di residenza della CFC non preveda un obbligo di tenuta della contabilità, il socio residente sarà comunque tenuto alla redazione di un apposito prospetto in conformità alle norme contabili vigenti in Italia (cfr. circolare 12 febbraio 2002, n. 18/E, in Banca Dati BIG, IPSOA).
[11] Le istruzioni al Mod. UNICO-SC 2011 dispongono che – in ipotesi di controllo indiretto per il tramite di un soggetto non residente – la quota di attribuzione del reddito debba essere determinata tenendo conto della diluizione conseguente all’operare della catena di controllo (nel caso di una partecipazione dell’80% in un soggetto estero che detiene una quota del 70% nella CFC, il socio residente dovrà imputarsi il 56% del reddito di quest’ultima).
[12] In caso di controllo «diretto» il socio residente si imputerà, ovviamente, la porzione del risultato fiscale della CFC corrispondente alla propria quota partecipativa.
[13] Nelle istruzioni ministeriali è opportunamente precisato che l’imposta in questione andrà versata entro i termini e con le modalità ordinariamente previsti per il versamento delle imposte sui redditi, utilizzando, però, specifici codici tributo (2114 per l’imposta dovuta a saldo e 2115 per il primo acconto).
[14] L’art. 3, comma 5, del D.M. n. 429/2011 dispone, inoltre, che il costo fiscale riconosciuto della partecipazione detenuta nella CFC è, rispettivamente, aumentato dell’importo dei redditi oggetto di imputazione per trasparenza e diminuito degli utili distribuiti e non tassati perché hanno trovato capienza nei primi.
[15] Cfr. circolari 6 ottobre 2010, n. 51/E (par. 8.3.), in Banca Dati BIG, IPSOA, e n. 23/E del 2011, cit. (risp. 7.5.) che relativamente a tale profilo superano l’impostazione della risoluzione 27 luglio 2007, n. 191/E, ivi. Le menzionate circolari, inoltre, riconoscono come la descritta «conclusione» del ciclo impositivo che consegue all’imputazione reddituale per trasparenza del reddito della CFC si determina «a prescindere dalla circostanza che, a seguito delle variazioni in aumento ed in diminuzione operate al fine di determinare il reddito imponibile, quest’ultimo sia superiore o inferiore all’utile dell’esercizio distribuito». Diverso è il caso in cui l’utile distribuito dalla partecipata estera si ricolleghi alla distribuzione di riserve pregresse all’acquisizione del controllo da parte del socio residente e non sia, quindi, già stato oggetto di tassazione per trasparenza: in tale ipotesi l’utile concorrerà integralmente (o parzialmente, qualora sia distribuito da una CFC white list e provenga da redditi realizzati in Paesi non black list) alla formazione dell’imponibile del socio controllante.
VIA LIBERA AI RIMBORSI DELLE RITENUTE SUI DIVIDENDI INCASSATI DA SOGGETTI UE
Corriere Tributario, 39 / 2011, p. 3237
Circolare 8 luglio 2011 n. 32/E
Sommario: La sentenza della Corte di giustizia UE – Presupposti soggettivi – Presupposti oggettivi – Onere della prova – Costruzioni di puro artificio – Considerazioni conclusive
Sembra finalmente risolta l’annosa questione dei rimborsi delle maggiori ritenute applicate sui dividendi in uscita dall’Italia ed incassati da società residenti nell’Unione europea o nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo. La circolare dell’Agenzia delle entrate n. 32/E del 2011 [1] dovrebbe mettere fine a molti contenziosi instaurati da soggetti non residenti che lamentavano, correttamente, in relazione alla tassazione dei dividendi di fonte italiana, un trattamento discriminatorio rispetto alle società residenti in Italia, trattamento che – inspiegabilmente – aveva trovato un qualche conforto nelle decisioni di talune Corti di merito [2].
È utile premettere un breve excursus per poter inquadrare compiutamente la problematica.
La legge 24 dicembre 2007, n. 244 (cd. Finanziaria 2008) ha modificato la disciplina – di cui all’art. 27 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 – delle ritenute sui dividendi in uscita, corrisposti a soggetti residenti nell’Unione europea e nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, al fine di renderla compatibile con i principi comunitari di non discriminazione, di libertà di stabilimento e di libera circolazione dei capitali [3].
In particolare, l’art. 1, comma 67, della legge Finanziaria 2008 ha aggiunto, all’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973, il comma 3-ter, il quale stabilisce che «la ritenuta è operata a titolo di imposta e con l’aliquota dell’1,375 per cento sugli utili corrisposti alle società e agli enti soggetti ad un’imposta sul reddito delle società negli Stati membri dell’Unione europea e negli Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo (…) ed ivi residenti, in relazione alle partecipazioni, agli strumenti finanziari di cui all’articolo 44, comma 2, lettera a), del predetto testo unico e ai contratti di associazione in partecipazione di cui all’articolo 109, comma 9, lettera b), del medesimo testo unico, non relativi a stabili organizzazioni nel territorio dello Stato».
In tal modo, quindi, veniva garantita alle società UE la medesima tassazione cui erano soggette le società percettrici residenti per le quali i dividendi sono imponibili per il 5% del loro ammontare.
Qui finivano le «buone notizie», perché, ai sensi del successivo comma 68 dello stesso art. 1 della Finanziaria 2008, «le disposizioni di cui al comma 67 si applicano agli utili formatisi a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007. A tal fine, le società ed enti che distribuiscono i dividendi indicano in dichiarazione gli ammontari degli utili o delle riserve di utili formatisi a partire dall’esercizio di cui al periodo precedente e di quelli formati in altri esercizi».
Senza alcuna plausibile motivazione giuridica il legislatore aveva ritenuto di fissare autonomamente la data di decorrenza della misura volta ad eliminare la discriminazione a danno delle società socie comunitarie. Successivamente, con la circolare 21 maggio 2009, n. 26/E [4], l’Agenzia ha confermato che la nuova disciplina opera con riferimento «agli utili “formatisi” a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007» e che «la riduzione non trova, dunque, applicazione riguardo agli utili generati negli esercizi precedenti, per i quali continua a valere la maggiore ritenuta pari al 27%».
In data 19 novembre 2009 la Corte UE ha emesso la sentenza nella causa C-540/07 [5], con cui ha chiaramente evidenziato come l’Italia, con riguardo alle regole previste per la tassazione dei dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri, sia venuta meno agli obblighi che le incombono in base all’art. 56, n. 1, del Trattato CE, con ciò originando la presentazione, da parte delle società percettrici estere, di numerose istanze di rimborso delle ritenute subite e generando, in presenza di provvedimenti di diniego fondati sull’obiezione di irretroattività della modifica normativa, un cospicuo contenzioso sul tema.
In particolare, ciò che veniva correttamente denunciato nella suddetta sentenza della Corte UE era il contrasto con il diritto comunitario della disciplina della participation exemption sui dividendi conseguente all’introduzione dell’IRES per la discriminazione che la stessa, di fatto, determinava nei confronti delle società socie comunitarie [6].
In particolare, nella sentenza causa C-540/07 del 2009, la Corte di giustizia UE ha preso le mosse dal ricorso di un’impresa norvegese concernente il trattamento fiscale dei dividendi distribuiti da una società italiana.
A tal riguardo, la Commissione aveva avviato, in forza dell’art. 109, n. 4, dell’Accordo SEE, un’indagine successivamente estesa anche al caso di soggetti percipienti residenti nel territorio CE. Il 28 giugno 2006, la stessa Commissione, a seguito dell’inadeguatezza delle osservazioni difensive presentate dalla Repubblica italiana, emetteva il parere motivato C(2006) 2544, al fine di mettere in mora l’Italia, invitandola a porre fine all’inadempimento in questione.
Soltanto a seguito di quanto esposto, l’Italia ha provveduto – con la Finanziaria 2008 – a recepire le direttive impartite a livello comunitario ed ha esteso il trattamento fiscale riservato ai soggetti nazionali anche ai soggetti protetti dal Trattato CE ed a quelli riconducibili all’Accordo SEE. Nel menzionato parere motivato veniva rilevato che, in vigenza della normativa nazionale illo tempore applicabile, si era realizzata, a partire dal 1° gennaio 2004, una discriminazione tra soggetti italiani e soggetti passivi residenti in altri Paesi membri CE e SEE atteso che il disposto dell’art. 27, terzo comma, del D.P.R. n. 600/1973, prevedeva un’imposizione maggiore sui dividendi corrisposti da società italiane a società residenti in altri Stati membri od in Paesi aderenti allo Spazio economico europeo, rispetto a quella applicata ai dividendi intersocietari domestici.
In tale contesto normativo la Corte di giustizia UE aveva agevolmente ritenuto che la Repubblica italiana, avendo mantenuto in vigore un regime fiscale più oneroso per i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri rispetto a quello applicato ai dividendi percepiti dalle società residenti sul territorio nazionale, era venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell’art. 56, n. 1, del Trattato CE.
Alla luce di quanto dianzi rilevato, la norma nazionale, seppur modificata dal legislatore, rimaneva, in tutta evidenza, in contrasto con i principi comunitari, laddove aveva stabilito l’applicabilità della ritenuta nella misura ridotta dell’1,375% [7] ai soli utili formatisi a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007, ovvero agli utili formatisi nell’anno 2008 per le società con esercizio coincidente con l’anno solare [8].
I giudici europei avevano testualmente chiarito, sul punto, che «l’interpretazione che la Corte, nell’esercizio della competenza attribuitale dall’art. 234 del Trattato CE, fornisce di una norma di diritto comunitario chiarisce e precisa il significato e la portata della norma stessa, quale deve o avrebbe dovuto essere intesa ed applicata sin dal momento della sua entrata in vigore (…), a meno che la Corte non abbia limitato per il passato la possibilità di invocare la disposizione così interpretata».
Sulla specifica problematica, l’Agenzia ha acquisito il parere dell’Avvocatura generale dello Stato [9], sulla base del quale ha successivamente chiarito, nella circolare in commento, come, «al fine di dare piena ed effettiva applicazione all’interpretazione fornita dalla Corte di giustizia, anche per i dividendi formatisi prima del 1° gennaio 2008, vada esclusa l’applicazione della ritenuta di cui all’art. 27, terzo comma, del D.P.R. n. 600/1973, dovendosi applicare – al pari dei dividendi distribuiti alle società residenti – il regime “ordinario”, che prevede l’assoggettamento a tassazione del solo 5% dell’imponibile».
Ne consegue che ai dividendi corrisposti alle società e agli enti residenti nell’Unione europea e nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, anche se formatisi prima del 1° gennaio 2008, è applicabile una ritenuta ridotta rispetto a quella prevista dal terzo comma dell’art. 27, pari – in particolare – all’1,65% (vale a dire il 5% del 33% vigente prima del 1° gennaio 2008).
Alla luce di tali chiarimenti interpretativi, le maggiori ritenute operate ai sensi dell’art. 27, terzo comma, del D.P.R. n. 600/1973 – anche se applicate sui dividendi formatisi prima del 1° gennaio 2008 – potranno essere rimborsate e gli Uffici territoriali, in presenza dei presupposti soggettivi ed oggettivi legittimanti il rimborso, dovranno abbandonare i contenziosi pendenti con riguardo alle eccezioni riguardanti l’irretroattività delle modifiche della Finanziaria 2008.
Secondo quanto chiarito dall’Agenzia delle entrate nella circolare in commento l’ambito di applicazione della sentenza della Corte di giustizia va limitato soggettivamente alle sole partecipazioni transfrontaliere non «qualificate» ai sensi della direttiva 90/435/CE del 23 luglio 1990 (cd. direttiva «madre-figlia»). Si tratta, più precisamente, delle partecipazioni diverse da quelle detenute da società (madri) che soddisfano determinate condizioni soggettive ed oggettive e che detengono una quota minima [10] di partecipazione al capitale di una società, residente in altro Stato membro, che soddisfi le medesime condizioni.
L’Agenzia, inoltre, ribadisce quanto chiarito nella propria circolare n. 26/E del 2009, e cioè che, qualora i soggetti UE beneficiari dei dividendi posseggano i requisiti previsti per l’applicazione della direttiva «madre-figlia», la disciplina di cui all’art. 27-bis del D.P.R. n. 600/1973 prevale rispetto a quella prevista dal nuovo comma 3-ter: ai dividendi corrisposti da società «figlie» residenti a società «madri» comunitarie, pertanto, non si applica la ritenuta dell’1,375%, ma continua ad applicarsi il regime comunitario della menzionata direttiva, che prevede, su richiesta, il rimborso integrale della ritenuta.
Ne consegue, quindi, che il regime «ordinario» (ritenuta ridotta pari all’1,65%) trova applicazione in tutti i casi in cui i soggetti UE beneficiari dei dividendi distribuiti ante 2008 non posseggano i requisiti previsti per l’applicazione della direttiva madre-figlia, di cui all’art. 27 – bis del D.P.R. n. 600/1973.
In merito ai presupposti oggettivi, di ordine temporale, che consentono di ritenere valide le istanze di rimborso presentate [11], la circolare precisa che vanno prese in considerazione soltanto le istanze relative a ritenute su dividendi soggetti al nuovo regime tributario in vigore dal 1° gennaio 2004. È con la riforma dell’IRES, infatti, in vigore dal 2004, che nel nostro Paese è stato introdotto il regime della cd. participation exemption cui è correlata la detassazione dei dividendi [12].
In ogni caso, tenuto conto che il trattamento fiscale deteriore potrebbe dissuadere i soggetti residenti in altri Stati membri dal fare investimenti in Italia, è necessario accertare se il soggetto estero abbia subito tale discriminazione. La verifica della sussistenza o meno di tale effetto dissuasivo va operata con riguardo al trattamento fiscale riservato al soggetto percipiente nello Stato di residenza.
Confermando quanto già chiarito con la circolare n. 26/E del 2009 l’Agenzia ricorda che gli enti e società esteri devono essere soggetti passivi ai fini della locale imposta sul reddito delle società e che tale condizione va interpretata come «assoggettabilità» di carattere generale ad imposizione, soddisfatta da tutte quelle società potenzialmente soggette all’IRES (ovvero alle corrispondenti imposte applicabili nello Stato di residenza), indipendentemente dalla circostanza che «godono, di fatto, di agevolazioni comunque compatibili con la normativa comunitaria». Ciò significa che il requisito fondamentale è rappresentato dalla soggettività passiva tributaria, a nulla rilevando l’eventuale fruizione di agevolazioni o benefici. Di converso, qualora la società estera percipiente non fosse soggetta alle imposte sul reddito nello Stato di residenza non si farà luogo all’applicazione dell’aliquota ridotta (e quindi al rimborso di quella, maggiore, medio tempore applicata) in quanto si presume che la ritenuta alla fonte applicata in Italia «non abbia costituito un disincentivo ad effettuare investimenti in Italia».
Trattandosi di un rimborso delle (maggiori) ritenute applicate dal Fisco italiano, l’onere di dimostrare la sussistenza dei presupposti per ottenerlo grava sul contribuente che lo richiede.
Con la circolare in commento l’Agenzia chiarisce che i rimborsi delle ritenute applicate in misura eccedente saranno subordinati alla dimostrazione, da parte delle società interessate, di essere soggetti passivi nel proprio Stato di residenza di una imposta sul reddito delle società analoga all’IRES, circostanza attestabile grazie ad apposita certificazione dell’Autorità fiscale del proprio Stato di residenza, così che – come detto in precedenza – l’applicazione della ritenuta italiana in misura piena darebbe luogo ad un’imposizione discriminatoria.
Molto importante risulta il chiarimento in base al quale se risulti che la società interessata al rimborso abbia scontato (nel Paese di residenza) un’imposta sulle società di entità tale da consentire la deduzione integrale della ritenuta scontata in Italia ovvero che nel proprio Stato di residenza (ovvero in base ad una convenzione bilaterale) sussiste comunque un credito d’imposta pieno per recuperare la ritenuta subita in Italia, l’istanza di rimborso non potrà essere accolta perché sarà escluso il rischio di un’imposizione a catena [13].
Costruzioni di puro artificio
Oltre alle ipotesi in cui non si verifichi un effetto disincentivante (per assenza di tassazione nel Paese di residenza) ovvero non si verifichi il rischio della «imposizione a catena» (perché le imposte pagate in Italia risultano integralmente recuperabili nello Stato di residenza) occorre escludere altresì che l’incasso dei dividendi da parte della società titolare della partecipazione si inserisca nell’ambito di una «costruzione di puro artificio», evenienza che non potrà che comportare il rigetto dell’istanza di rimborso presentata.
Da questo punto di vista – nell’ottica dell’Agenzia – rilevano i fenomeni di interposizione reale [14] realizzati, sia attraverso «insediamenti» comunitari cui venga surrettiziamente attribuita la titolarità delle partecipazioni («società conduit»), sia attraverso «transazioni» caratterizzate da un trasferimento meramente temporaneo della titolarità delle stesse («operazioni conduit»).
La prima fattispecie attiene al caso in cui «lo stabilimento in uno Stato UE della società titolare della partecipazione nella società italiana sia connotato dall’assenza di una effettiva attività e di una reale struttura» mentre la seconda fattispecie attiene al caso in cui «la società percettrice dei dividendi abbia acquistato il titolo, da cui i medesimi dividendi provengono, tramite operazioni di trasferimento temporaneo consistenti nell’acquisto delle azioni cum cedola e nella successiva retrocessione delle medesime azioni ex cedola e, esplicitamente o implicitamente, dei relativi frutti (manufactured dividend) a vantaggio di una identificata controparte non legittimata a godere del trattamento fiscale dei dividendi intracomunitari».
Nel caso in cui emergano i suddetti elementi [15] l’istanza di rimborso non potrà essere accolta sulla base dell’interesse generale a contrastare le frodi fiscali.
Da segnalare il passaggio della circolare in cui si chiarisce, opportunamente, che l’onere di provare l’illecito comportamento, attuato mediante l’«abuso di forme giuridiche», grava sempre e comunque sull’Amministrazione finanziaria.
Alla luce delle affermazioni contenute nella sentenza della Corte UE del 19 novembre 2009, causa C-540/07, l’Italia è stata giudicata, con riguardo alle disposizioni normative riguardanti le ritenute sui dividendi in uscita, del tutto inadempiente agli obblighi cui è tenuta in base all’art. 56, n. 1, del Trattato CE, che disciplina la libera circolazione dei capitali.
A ben guardare, il nostro Stato avrebbe potuto evitare la condanna del giudice comunitario, se solo si fosse adeguato, in maniera corretta e tempestiva, al monito della Commissione UE emesso nel parere motivato C(2006) 2544 del 28 giugno 2006, a seguito dell’inadeguatezza delle osservazioni difensive ricevute in risposta all’indagine avviata.
Così non è stato, poiché l’art. 1, comma 67, della legge Finanziaria per il 2008 – che ha introdotto nell’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973, il comma 3-ter al fine di prevedere una ritenuta dell’1,375% sui dividendi corrisposti alle società soggette alle imposte sul reddito negli Stati membri dell’Unione europea e nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo – è stato reso operante esclusivamente per gli utili formatisi «a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007» (cfr.: art. 1, comma 68, della medesima Finanziaria per il 2008), con ciò escludendo gli esercizi pregressi con evidente pregiudizio per i soci comunitari percettori di dividendi di fonte italiana anteriormente al 2008.
La scelta (temporeggiatrice) del nostro Paese rispondeva evidentemente a mere esigenze di gettito, non essendo dubitabile che la soluzione della procedura di infrazione avviata dalla Commissione UE avrebbe dovuto comportare la rimozione delle regole discriminatorie ab origine.
Ciò che puntualmente è stato operato dalla Corte UE con la sentenza di condanna più sopra menzionata. A tale medesimo risultato sarebbero dovute agevolmente giungere le Corti di merito adite dalle società estere, evenienza questa che, purtroppo, non risulta si sia sempre verificata. Per questo va accolta positivamente la circolare in commento, sebbene non si possa non rilevare che sarebbe stato tecnicamente più corretto abrogare l’art. 1, comma 68, della Finanziaria 2008, stabilendo, con norma di interpretazione autentica, che la ritenuta ridotta dell’1,375% prevista nel comma 67 del medesimo articolo trova applicazione sin dal 1° gennaio 2004 (data di entrata in vigore dell’IRES), lasciando alla prassi la gestione pratica degli effetti dell’abrogazione stessa.
[1] In Banca Dati BIG Suite, IPSOA. Seppur la presa di posizione dell’Agenzia sia da salutare con indubbio favore, non può non rilevarsi come la stessa intervenga ad oltre un anno e mezzo di distanza dalla sentenza della Corte di giustizia UE 19 novembre 2009, causa C-540/07, «Commissione c. Repubblica italiana» (in GT – Riv. giur. trib. n. 2/2010, pag. 97, con commento di D. Stevanato, e in Banca Dati BIG Suite, IPSOA). Il principio di diritto stabilito nella sentenza in esame (vale a dire l’incompatibilità comunitaria del regime italiano applicabile ai dividendi distribuiti a società socie comunitarie) avrebbe dovuto trovare, in linea di principio, vigenza nel nostro ordinamento a far data dalla pubblicazione della sentenza nella G.U.U.E. avvenuta in data 30 gennaio 2010 (G.U. C 24).
[2] Cfr., tra le altre, Comm. trib. prov. di Pescara, Sez. I, 23 giugno 2010, n. 1606.
[3] La modifica normativa è stata dettata dall’esigenza di ovviare alla procedura d’infrazione avviata dalla Commissione europea a carico dell’Italia relativamente al trattamento discriminatorio applicato nei confronti dei dividendi distribuiti a società residenti in Stati membri dell’UE. Al riguardo si vedano i comunicati stampa diramati dall’organo comunitario in data 25 luglio 2006 (IP/06/1060) e 23 luglio 2007 (IP/07/1152).
[4] In Banca Dati BIG Suite, IPSOA.
[5] Cit. nota 1.
[6] È assolutamente significativo che nella sentenza in parola non sia stato compiuto alcun riferimento alla previsione contenuta nell’art. 1, comma 68, della legge Finanziaria 2008, che operava una limitazione temporale alla decorrenza del nuovo sistema di tassazione dei dividendi in uscita. La Corte di giustizia UE ha, in altre parole, condannato in toto il regime fiscale applicabile a partire dal 1° gennaio 2004 ai dividendi in uscita verso società comunitarie. Sul punto vedasi, da ultimo, G.M. Committeri e G. Scifoni, «Nessun rimborso pex alle società “interposte” UE», in Il Sole – 24 Ore del 14 luglio 2011, pag. 31. Per completezza, si segnala che il principio posto dalla Corte nella causa C-540/07, cit., verrà molto probabilmente confermato nella decisione che la Corte renderà nella causa C-493/09 («Commissione c. Portogallo»), nella quale è in discussione la compatibilità comunitaria della locale disciplina fiscale applicabile ai dividendi distribuiti a fondi pensione UE. Le conclusioni emesse dall’Avvocato generale in data 25 maggio 2011 condannano, infatti, la disciplina fiscale portoghese applicabile ai dividendi corrisposti a fondi pensione stabiliti in un altro Stato UE (o in un Paese aderente all’accordo SEE) che prevede l’applicazione di un’aliquota maggiore di quella prelevata sui dividendi distribuiti a fondi pensione portoghesi.
[7] Di cui al nuovo comma 3-ter dell’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973.
[8] Cfr. art. 1, comma 68, della legge Finanziaria 2008.
[9] Reso con note part. n. 345623-AL 40368/10 dell’11 novembre 2010 e part. n. 222981 – AL 40368/10 del 6 luglio 2011.
[10] La percentuale minima di partecipazione, stabilita dall’art. 27-bis del D.P.R. n. 600/1973, inizialmente fissata nel 25%, è stata successivamente ridotta al 20% dal D.Lgs. 6 febbraio 2007, n. 49 in relazione agli utili distribuiti a decorrere dal 1° gennaio 2005 (successivamente, al 15% per gli utili distribuiti a decorrere dal 1° gennaio 2007 e, infine, al 10% per gli utili distribuiti a decorrere dal 1° gennaio 2009).
[11] È necessario che l’istanza di rimborso sia tempestiva e, dunque, presentata entro il termine – previsto dall’art. 38 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – di 48 mesi, decorrenti dell’effettuazione della ritenuta, in quanto – come precisa la circolare – anche ai rimborsi d’imposta basati sul diritto comunitario si applicano le decadenze di diritto interno qualora queste siano conformi ai principi di equivalenza e di effettività.
[12] L’esclusione da imposizione dei dividendi risponde al medesimo principio sotteso all’introduzione della participation exemption sui capital gains, ossia alla tassazione del reddito soltanto in capo al soggetto che lo produce.
[13] Sul punto, la circolare in commento richiama la sent. 8 novembre 2007, causa C-379/05, «Amurta», punto 83, in Banca Dati BIG Suite, IPSOA.
[14] Sul punto la circolare ripercorre la definizione comunitaria di «costruzione di puro artificio» ricordando, al par. 2.2.4, quali sono gli «indici» che inducono a ritenerla configurata.
[15] In proposito la circolare in commento prevede il principio di collaborazione tra Amministrazioni fiscali degli Stati UE codificato dalla direttiva 77/799/CEE (da ultimo abrogata dalla direttiva 2011/16/UE del 15 febbraio 2011), da cui discende, tra l’altro, il diritto di ciascuno Stato membro di ottenere dagli altri tutte le informazioni necessarie ad accertare se il comportamento del contribuente configuri un «abuso del diritto».

References: sentenza 
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 Art. 165
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 art. 1
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 art. 89
 art. 15
 art. 165
 Art. 167
 Art. 168
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