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Timestamp: 2020-04-06 15:47:13+00:00

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AZIONE RIVALSA VERSO ASSICURATO ASSICURAZIONE – COSA FARE ? COME DIFENDERSI? - Studio Legale Bologna
AZIONE RIVALSA VERSO ASSICURATO ASSICURAZIONE – COSA FARE ? COME DIFENDERSI?
Dic 22, 2019 avvocato Sergio Armaroli Di Sergio Armaroli
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Un’altra lettura, invece, fa perno proprio sul caso fortuito indicato dall’incipit del comma 1, adducendo che in tale concetto giuridico è sempre stata inclusa la condotta umana, come più volte confermato dalla giurisprudenza di legittimità. Sostenendo, quindi, che anche nell’art. 141 il vettore deve avere una qualche responsabilità affinché il suo assicuratore sia obbligato al risarcimento, questa dottrina lamenta proprio che l’opposta interpretazione viene a gravare l’assicuratore del vettore di una responsabilità oggettiva – non conferita tra l’altro al suo assicurato – e che tale oggettività non verrebbe meno neppure attribuendogli una funzione di sostituto processuale dell’assicuratore del responsabile, poichè il regresso è comunque un’azione ordinaria, ex art. 1299 c.c., e quindi applicabile anche a prescindere dall’art. 141, comma 4.
E’ evidente che questo arresto interpreta, alla fine del suo percorso motivazionale, l’inciso dell’art. 141, di cui soprattutto si avvale l’interpretazione più innovativa dell’articolo stesso, però non in relazione alla sostanza del diritto, bensì allo strumento processuale che concretizza il diritto risarcitorio, in punto di onere di prova: l’attore non è tenuto a dimostrare altro che l’esistenza del sinistro e il danno subito a seguito del sinistro, ma non deve provare le “modalità dell’incidente al fine di individuare la responsabilità dei rispettivi conducenti”. Ciò appunto sul piano processuale è compatibile con entrambe le letture dell’art. 141: è ictu oculi compatibile con la teoria “innovativa” che esclude alcun rilievo alla responsabilità del vettore assoggettando all’obbligo di risarcimento il suo assicuratore anche se questa non sussiste; ma è parimenti compatibile con l’opposta interpretazione, poichè questa grava l’assicuratore, tramite la prova del caso fortuito, della dimostrazione proprio della modalità del sinistro e della discendente collocazione della responsabilità, se – ovviamente – l’assicuratore intende resistere su tale profilo.
La questione, in effetti, non era particolarmente discutibile. La tutela dei danneggiati nel caso di coinvolgimento nel sinistro di veicoli non assicurati o addirittura rimasti ignoti già nella disciplina anteriore al Codice delle assicurazioni era stata prevista mediante il Fondo di garanzia per le vittime della strada (L. n. 990 del 1969, artt. 19 e 20). Il legislatore del 2005 non ha certo soppresso questa tutela, bensì l’ha dettagliatamente disciplinata (art. 283 e ss. cod.ass.). Difficile quindi era già prima di questa pronuncia sostenere che la posizione del trasportato venisse deteriorata dal coinvolgimento nello scontro di un veicolo ignoto o non assicurato, essendo tanto ragionevole quanto sufficiente attribuire all’impresa designata dal FGVS il ruolo che avrebbe dovuto rivestire l’impresa di assicurazione mancante. Ciò nonostante, l’assicuratore del vettore, nel caso di cui la suddetta ordinanza ha dovuto occuparsi, aveva tentato di fondare proprio su questo un suo argomento di inapplicabilità dell’art. 141, con successo presso il giudice di secondo grado. Di qui il ricorso, accolto
Cassazione Civile sez. III Sentenza 13/02/2019, n. 4147 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente – Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere – Dott. GRAZIOSI Chiara – rel. Consigliere – Dott. GIANNITI Pasquale – Consigliere – Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 22662/2016 proposto da: ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY, in persona del procuratore speciale Dott. M.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 28, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE CILIBERTI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIUSEPPE PRENCIPE giusta procura speciale in calce al ricorso; – ricorrente – contro R.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 92 PALAZZO TETTAMANTI, presso lo studio dell’avvocato PIETRO MARTIRE, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del controricorso, unitamente all’avvocato RUGGIERO MENNUNI giusta procura speciale in calce all’atto di costituzione di nuovo difensore; D.C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 92, presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso; C.J. in proprio e nella sua qualità di esercente la potestà genitoriale sulla figlia minore L.J. elettivamente domiciliata in ROMA VIA NIZZA 24 presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso e L.D., LO.FI., L.A.R., L.R.V., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA NIZZA 92, presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che li rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso, unitamente all’avvocato PAOLO LIONETTI giusta procura speciale in calce all’atto di costituzione di nuovo difensore; – controricorrenti – e contro D.B.O.D., C.O., I.P., I.G., IO.GR., I.S., I.F., ITALIANA ASSICURAZIONI SPA, MO.VI.; – intimati – Nonchè da: ITALIANA ASSICURAZIONI SPA, in persona del Dirigente del Servizio Affari Legali Dott. N.E.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ASOLONE, 8, presso lo studio dell’avvocato MILENA LIUZZI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUIGI ANTONIELLI D’OULX giusta procura speciale in calce al controricorso e ricorso incidentale; – ricorrente incidentale – contro I.P., G.M., I.G., IO.GR., I.S., I.F. tutti eredi ed aventi causa di IO.GI., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G. NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato MICHELE GUZZO, rappresentati e difesi dall’avvocato MAURIZIO SAVASTA giusta procura speciale in calce al controricorso; – controricorrenti all’incidentale – Nonchè da: I.P., G.M., I.G., IO.GR., I.S., I.F. tutti eredi ed aventi causa di IO.GI., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G. NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato MICHELE GUZZO, rappresentati e difesi dall’avvocato MAURIZIO SAVASTA giusta procura speciale a margine del controricorso e ricorso incidentale; – ricorrenti incidentali – contro R.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 92 PALAZZO TETTAMANTI, presso lo studio dell’avvocato PIETRO MARTIRE, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del controricorso notificato il 7/11/2016, unitamente all’avvocato RUGGIERO MENNUNI giusta procura speciale in calce all’atto di costituzione di nuovo difensore; C.J. in proprio e nella sua qualità di esercente la potestà genitoriale sulla figlia minore L.J. elettivamente domiciliata in ROMA VIA NIZZA 24 presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso e L.D., LO.FI., L.A.R., L.R.V., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA NIZZA 92, presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che li rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso, unitamente all’avvocato PAOLO LIONETTI giusta procura speciale in calce all’atto di costituzione di nuovo difensore; D.C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 92, presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso; – controricorrenti all’incidentale – e contro ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY, MO.VI., D.B.O.D., ITALIANA ASSICURAZIONI SPA, C.O., D.B.C.; – intimati – Nonchè da:
C.O. in proprio e quale esercente la potestà sui minori I.M. e I.P. eredi ed aventi causa di IO.GI., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA NIZZA 92 presso lo studio dell’avvocato COSIMO DAMIANO MASTROROSA, che la rappresenta e difende giusta procura in calce alla comparsa di costituzione, unitamente all’avvocato RANIERI RODA giusta procura speciale in calce al controricorso e ricorso incidentale; – ricorrente incidentale – contro I.P., G.M., I.G., IO.GR., I.S., I.F. tutti eredi ed aventi causa di IO.GI., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G. NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato MICHELE GUZZO, rappresentati e difesi dall’avvocato MAURIZIO SAVASTA giusta procura speciale in calce al controricorso; – controricorrenti all’incidentale – avverso la sentenza n. 1454/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 16/08/2016; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/11/2018 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CARDINO Alberto, che ha concluso per l’accoglimento dei motivi 1 e 2 del ricorso principale Zurich; rigetto del ricorso incidentale Italiana Assicurazioni; accoglimento dell’incidentale eredi I.; rigetto dell’incidentale C.; udito l’Avvocato GIUSEPPE CILIBERTI; udito l’Avvocato PAOLO LIONETTI; udito l’Avvocato PIETRO MARTIRE; udito l’Avvocato MENNUNI RUGGERO; udito l’Avvocato RANIERI RODA e MASTROROSA COSIMO; udito l’Avvocato LIUZZI MILENA; udito l’Avvocato MAURIZIO SAVASTA.
A seguito di sinistro stradale avvenuto il (OMISSIS) a (OMISSIS), in cui si erano scontrate una Ford Fiesta – guidata da D.B.C. e di proprietà di D.B.O.D., assicurato con Piemontese S.p.A., poi Italiana Assicurazioni S.p.A. – e un veicolo Rover – guidato da IO.GI., di proprietà di I.P., assicurato con Zurich Assicurazioni S.p.A. (poi divenuta Zurich Insurance Public Limited Company), e sul quale erano trasportati L.C., R.E. e D.C.D. – e in cui decedevano IO.GI. e L.C. e riportavano lesioni R.E. e D.C.D., veniva instaurata una pluralità di cause.
In particolare, Piemontese S.p.A. conveniva davanti al Tribunale di Torino ai sensi dell’art. 140 cod.ass. quelli che riteneva i presumibili danneggiati, mettendo a loro disposizione il suo massimale assicurativo di Euro 800.000 e chiedendo che fossero accertate le percentuali di responsabilità dei due conducenti e fosse liquidato il danno a tutti i danneggiati entro il massimale; in questa causa si costituivano i congiunti di IO.GI., cioè la coniuge C.O. in proprio e quale legale rappresentante dei figli minorenni I.M. e I.P., il padre I.P., la madre G.M., le sorelle I.G., Io.Gr., I.S. e I.F., che proponevano domanda di risarcimento nei confronti della compagnia, di D.B.C. e D.B.O.D.
I trasportati sulla Rover sopravvissuti R.E. e D.C.D. e gli eredi del trasportato deceduto L.C., cioè la moglie C.J., la figlia L.J., e gli ulteriori congiunti Domenico L., L. Angela, Rita L., L.R.V. e Lo.Mu.Fi. agivano davanti al Tribunale di Trani ex art. 141 cod.ass. nei confronti di Zurich Assicurazioni S.p.A. e di I.P.. Avendo il Tribunale di Trani dichiarato la sua incompetenza a favore di quello di Torino, le relative cause venivano poi riassunte davanti a quest’ultimo e in seguito riunite a quella avviata da Piemontese S.p.A.
Avendo proposto appello principale Zurich Insurance Public Limited Company e appelli incidentali Italiana Assicurazioni S.p.A., R., D., i congiunti di L.C. e i congiunti di IO.GI., la Corte d’appello di Torino, con sentenza del 29 aprile – 16 agosto 2016, accertava la responsabilità al 100% della causazione del sinistro in capo al conducente della Ford Fiesta e condannava negli importi che determinava i D.B. e Italiana Assicurazioni S.p.A. a risarcire tutti i danneggiati, nonchè Zurich Insurance Public Limited Company a risarcire i trasportati sopravvissuti e i congiunti del trasportato deceduto.
Ha presentato ricorso Zurich Insurance Public Limited Company sulla base di tre motivi.
Fin dal primo atto difensivo del primo grado la compagnia ora ricorrente avrebbe eccepito che l’incapienza del massimale assicurativo della Ford Fiesta e la sua messa a disposizione da Italiana Assicurazioni senza riserve con l’azione ai sensi dell’art. 140, comma 4, cod. ass. comporterebbero l’inapplicabilità dell’art. 141 cod.ass., per cui verrebbe meno l’onere della compagnia assicuratrice del vettore a risarcire i trasportati a prescindere dall’accertamento della responsabilità. Il Tribunale avrebbe aderito a tale impostazione nella sua sentenza, respingendo la tesi che l’attuale ricorrente avesse l’onere di risarcire i trasportati sulla Rover nonostante la pendenza di giudizio avviato ex art. 140; per questo avrebbe ripartito il massimario di Italiana Assicurazioni fra tutti i danneggiati e limitato la condanna della attuale ricorrente alla quota di responsabilità (20%) del conducente del veicolo da essa assicurato. Tale decisione non sarebbe stata censurata negli appelli incidentali dei trasportati, che avrebbero reclamato maggiori somme dall’attuale ricorrente ma non contestato che la messa a disposizione da parte di Italiana Assicurazioni del massimale a favore di tutti i danneggiati avrebbe fatto venir meno gli oneri previsti dall’art. 141 per la compagnia assicuratrice del vettore I., e perciò avrebbe condotto a una condanna limitata alla percentuale della responsabilità di IO.GI.. Gli appelli incidentali proposti dai congiunti di L.C., dal R. e dal D. avrebbero rimarcato in “esordio di trattazione” di aver agito ai sensi dell’art. 141 cod.ass., e art. 2054 c.c., ma poi lamentato soltanto che la condanna di Italiana Assicurazioni ad accantonare per l’attuale ricorrente la somma di Euro 125.191,15 perchè quest’ultima lo cumulasse con il dovuto per la responsabilità al 20% di IO.GI. avrebbe violato il D.P.R. n. 254 del 2006, art. 13, norma non pertinente. Decidendo l’accantonamento il Tribunale avrebbe confermato l’inapplicabilità dell’art. 141 cod. ass.
2.2 Il secondo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 140 e 141 cod. ass.
La corte territoriale, pur avendo accolto l’appello dell’attuale ricorrente in ordine alla mancanza di responsabilità di IO.GI., applicando l’art. 141 cod. ass. l’avrebbe condannata a risarcire i danni ai trasportati entro il massimale minimo di legge dell’epoca del sinistro (Euro 774.685,35), ripartito tale massimale tra i trasportati col coefficiente di divisione 73,8688827%, e avrebbe altresì condannato Italiana Assicurazioni a risarcire i danneggiati per il suo massimale (Euro 800.000) ammettendo al concorso i congiunti di IO.GI. e – per la quota insoddisfatta dall’attuale ricorrente – i trasportati, ripartendo il massimale attribuendo ai trasportati la quota di 87,32714% del danno subito e ai congiunti di IO.GI. la quota di 51,5028094% del danno subito: così avrebbe violato gli artt. 141 e 140 cod. ass, e l’obbligo di riparto del massimale incapiente in ugual misura tra i danneggiati. L’art. 141, non stabilirebbe peraltro un onere dell’assicuratore del vettore a risarcire i trasportati pure nel caso in cui il suo assicurato non è responsabile, bensì soltanto lo delegherebbe a risarcire per conto dell’assicuratore del responsabile civile, nei cui confronti potrebbe rivalersi dopo il pagamento. Inoltre i trasportati insoddisfatti dal massimale minimo potrebbero agire per il residuo risarcimento del danno nei confronti dell’assicuratore del responsabile civile (e quindi anche nei confronti dell’assicuratore del vettore se il vettore è responsabile o corresponsabile civile) qualora il massimale sia superiore al minimo di legge. Non sussisterebbe alcuna responsabilità oggettiva, e infatti l’art. 141, non è applicabile in ipotesi di caso fortuito. Nell’art. 141, si rinverrebbe, invece, una delegazione di pagamento: e infatti l’assicuratore del responsabile civile potrebbe non solo intervenire nel giudizio, ma altresì, previo riconoscimento della responsabilità del suo assicurato, far estromettere l’assicuratore del vettore; e l’intervento con tale riconoscimento della responsabilità del suo assicurato libererebbe da ogni onere l’assicuratore del vettore. La Corte d’appello avrebbe pretermesso l’inciso, presente nell’art. 141, comma 1, “fermo restando quanto previsto dall’art. 140”. Se vi è un massimale incapiente, tutti i danneggiati avrebbero diritto a parità nel riparto (con riduzione proporzionale ai sensi dell’art. 140, comma 1); la corte territoriale avrebbe violato la disciplina normativa, quindi, attribuendo oltre l’87% ai trasportati e solo il 52% ai congiunti di IO.GI.. Comunque la subordinazione dell’art. 141, all’art. 140, comporterebbe che, in caso di rischio di incapienza del massimale, il risarcimento di tutti i danneggiati dovrebbe essere effettuato in un unico processo (l’art. 144 cod. ass. prevederebbe litisconsorzio necessario), per cui, qualora sia incapiente il massimale dell’assicuratore del responsabile civile, vi sia una pluralità di danneggiati e sia messo a disposizione il massimale ai sensi dell’art. 140, comma 4, l’art. 141, sarebbe inapplicabile perchè i trasportati dovrebbero essere risarciti nel giudizio di risarcimento di tutti i danneggiati, ex art. 140, comma 4; e in tale giudizio la condanna dell’assicuratore del vettore non potrebbe essere pronunciata in forza dell’art. 141, ma solo se il vettore fosse responsabile o corresponsabile, ex art. 140. Quindi la corte territoriale avrebbe violato l’art. 141, che avrebbe dovuto ritenere inapplicabile avendo Italiana Assicurazioni messo a disposizione il massimale ai sensi dell’art. 140, comma 4, per cui l’oggetto del giudizio sarebbe stato solo l’accertamento della quota di responsabilità di IO.GI.. Una volta esclusa ogni responsabilità di quest’ultimo, l’attuale ricorrente sarebbe stata assolta da ogni responsabilità risarcitoria.
2.3 Il terzo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 141 cod. ass. per avere il giudice d’appello condannato l’attuale ricorrente a versare il massimale minimo di legge (Euro 774.685,35) e altresì condannato Italiana Assicurazioni a corrispondere ai danneggiati tutto il suo massimale (Euro 800.000) anzichè solo l’eccedenza tra esso e il minimo di legge posto dall’art. 141 a carico dell’assicuratore del vettore: il che impedirebbe all’attuale ricorrente di agire utilmente in rivalsa nei confronti di Italiana Assicurazioni ex art. 141, comma 4, poiché questa dovrebbe pagare tutto il massimale ai danneggiati, così esaurendo ogni sua obbligazione nei confronti di Zurich Insurance: da ciò insorgerebbe l’interesse di quest’ultima ad impugnare. L’accoglimento del motivo presupporrebbe ritenere applicabile nel caso di specie l’art. 141, e non l’art. 140, come invece sosterrebbe il precedente motivo, che, se accolto, assorbirebbe questo.
Si è difesa con controricorso Italiana Assicurazioni S.p.A., che ha presentato pure ricorso incidentale basato su un unico motivo denunciante, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.
Si sono difesi con controricorso G.M., I.P., I.G., Io.Gr., I.S. e I.F., anch’essi presentando ricorso incidentale affidato a un unico motivo: violazione, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, dell’art. 112 c.p.c., nonchè violazione, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 141 cod. ass., artt. 2054 e 2055 c.c.
Si è difesa, in proprio e quale legale rappresentante dei figli minorenni I.M. e I.P., C.O., che pure ha presentato ricorso incidentale, articolato in tre motivi.
Il primo motivo dell’appello incidentale dell’attuale ricorrente avrebbe assorbito “tutti gli altri profili di doglianza”, sia dell’appellante principale sia degli altri “convenuti”. La riunione delle cause ne avrebbe lasciato inalterato il petitum: la domanda di accertamento della responsabilità ai sensi dell’art. 2054 c.c., insieme a quella ai sensi dell’art. 141 cod. ass., avrebbe “il solo effetto di poter superare il massimale di legge in danno della Zurich”. Ciò sarebbe stato riconosciuto anche dal primo giudice, che però avrebbe poi cumulato le differenti domande e i diversi massimali; invece la responsabilità di IO.GI. e di Zurich Insurance andrebbe ricondotta “sia nell’alveo di quella contrattuale che di quella extracontrattuale, nonchè nell’alveo della speciale normativa” di cui all’art. 141; e il massimale di Italiana Assicurazioni sarebbe soltanto a favore degli eredi di IO.GI., che sarebbero stati gli unici a proporre la relativa domanda. Il Tribunale non avrebbe neanche tenuto conto dell’aspetto processuale, e cioè che la causa promossa dall’allora Piemontese, governata dal rito del lavoro, sarebbe già stata all’epoca della riunione in fase di chiusura dell’istruttoria – e in essa non si sarebbero costituiti nè i D.B. nè Zurich Insurance mentre negli altri giudizi promossi dai terzi trasportati si sarebbe raggiunta soltanto la fase di concessione dei termini di cui all’art. 183 c.p.c.. Comunque si sarebbe verificata una commistione delle domande, con violazione dell’art. 112 c.p.c., nel senso di ultrapetizione. Solo nelle precisate conclusioni – e quindi inammissibilmente – i trasportati avrebbero chiesto il risarcimento pure nei confronti di Piemontese, onde vi sarebbe stato un illegittimo cumulo del massimale e una conseguente illegittima riduzione del risarcimento ai ricorrenti, e il giudice d’appello non si sarebbe pronunciato sul punto.
5.2 Il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 2909 c.c., art. 324 c.p.c., art. 329 c.p.c., comma 2, e art. 342 c.p.c., nonchè omesso accertamento di giudicato interno in ordine all’applicabilità al caso in esame dell’art. 141 cod.ass., artt. 2054 e 2055 c.c., a carico dell’assicuratore del vettore.
Ciò viene presentato come motivo del ricorso principale di Zurich Insurance, per poi affermare che, dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, Italiana Assicurazioni avrebbe dovuto pagare il suo massimale di Euro 800.000 e Zurich Insurance il 20% del risarcimento dei danni “complessivamente quantificati”; ma la corte territoriale, esclusa la corresponsabilità di IO.GI., avrebbe condannato Zurich Insurance a pagare soltanto ai trasportati il massimale minimo di legge, così interpretando l’art. 141, in modo diverso dal primo giudice che avrebbe invece condannato Zurich Insurance anche ai sensi degli artt. 2054 e 2055 c.c., senza che fosse stato poi presentato gravame sul punto, venendo così violato il giudicato interno. Il che avrebbe portato a una ulteriore riduzione del risarcimento agli eredi di IO.GI., e quindi pure ad un error in procedendo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.
La corte territoriale avrebbe omesso di liquidare le spese del secondo grado al difensore antistatario (dichiaratosi tale nelle “seconde memorie conclusionali”) degli attuali ricorrenti, non tenendo in conto che gli eredi di IO.GI., “in corso di causa”, si sarebbero divisi. Dapprima sarebbero stati tutti difesi dall’avvocato Savaste (anch’egli antistatario), successivamente C.O. e i suoi figli minorenni dall’avvocato Mastrorosa. Il giudice d’appello non avrebbe distinto le competenze del precedente difensore da quelle di quest’ultimo, che avrebbe difeso la C. e i suoi figli nell’udienza di discussione e avrebbe redatto le due memorie conclusionali.
I congiunti di L.C. hanno presentato un controricorso avverso il ricorso principale e un altro controricorso avverso il ricorso incidentale dei congiunti di IO.GI. Il D. ha presentato controricorso avverso il ricorso principale e un altro controricorso avverso il ricorso incidentale dei congiunti di IO.GI.. Il R. si è difeso con controricorso dal ricorso incidentale dei congiunti di IO.GI.. Infine i genitori e le sorelle di IO.GI. si sono difesi con controricorso avverso i ricorsi incidentali di Italiana Assicurazioni e di C.O.. Italiana Assicurazioni, infine, ha depositato anche memoria.
In primis deve essere esaminato il ricorso principale.
7.1 I primi due motivi, a ben guardare, pur espandendosi – ed entro certi limiti talora confondendosi – in una variegata pluralità di argomenti, meritano vaglio congiunto perchè vertono, nel loro effettivo nucleo, sulla interpretazione dell’art. 141 cod.ass. in riferimento alla fattispecie di totale assenza di responsabilità verso il trasportato da parte del vettore.
7.2 L’art. 141 prevede, invero, quella che al suo comma 3, definisce “azione diretta…nei confronti dell’impresa di assicurazione del veicolo sul quale il danneggiato era a bordo”. Si tratta, evidentemente, di una fattispecie differente da quella prevista dall’art. 140: quest’ultima riguarda la posizione della “impresa di assicurazione” di chi viene definito genericamente “responsabile” del sinistro rispetto a una pluralità di danneggiati, pure questi intesi in senso generico, regolando la norma i diritti di questi ultimi verso la compagnia e, al quarto comma,come questa possa conseguire un effetto liberatorio verso di loro. E’ ovvio che pure nell’art. 140 sia configurata un’azione qualificabile generale – e azione diretta, come già avveniva nella normativa precedente: L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 18 – esercitabile dal danneggiato nei confronti dell’impresa di assicurazione; essendo questa, nella prospettazione di parte attrice, l’assicuratrice del responsabile civile, sussiste litisconsorzio necessario nei confronti del preteso responsabile (art. 144, comma 3, cod. ass.), la prescrizione è la stessa che confina pure l’azione verso il danneggiante (art. 144, comma 4) e sussiste litisconsorzio necessario rispetto a tutti i danneggiati (art. 140, comma 4).
La motivazione della ordinanza è particolarmente ricca e ben argomentata. Così afferma: “Sulla base sia del dato testuale che delle finalità della norma, che sono quelle di tutelare il terzo trasportato, in caso di scontro, per fargli avere nel modo più semplice e veloce possibile il risarcimento al quale ha diritto, individuando il soggetto sul quale allocare il rischio assicurativo in quello per lui più facilmente individuabile, deve ritenersi che l’art. 141 cod.ass. si applichi a prescindere dall’esistenza di due veicoli entrambi dotati di regolare assicurazione privata… Come già rilevato da questa Corte nell’esaminare una diversa questione relativa all’art. 141 cod.ass., il nuovo Codice delle Assicurazioni ha introdotto con esso una novità rilevante prevedendo l’azione diretta del terzo trasportato, danneggiato a seguito del sinistro stradale, nei confronti dell’impresa assicuratrice del veicolo. Lo scopo della norma è quello di fornire al terzo trasportato uno strumento aggiuntivo di tutela, al fine di agevolare il conseguimento del risarcimento del danno nei confronti dell’impresa assicuratrice, risparmiandogli l’onere di dimostrare l’effettiva distribuzione della responsabilità ai conducenti di veicoli coinvolti nel sinistro (Cass. n. 16181 del 2015). La disciplina del risarcimento danni in favore del terzo trasportato coinvolto in un incidente stradale è stata rafforzata, rispetto al passato, anche dall’art. 122 cod.ass…. che chiarisce che l’assicurazione obbligatoria comprende la responsabilità per i danni alla persona causati trasportati, qualunque sia il titolo in base al quale è effettuato il trasporto… E’ da dire inoltre che il regime di indennizzo diretto, introducendo un’azione aggiuntiva, non preclude in alcun modo la possibilità al trasportato-danneggiato di evocare in giudizio esclusivamente il responsabile, ovvero il titolare e il conducente del veicolo antagonista e la compagnia di assicurazioni di questo, aprendo un ordinario giudizio volto al risarcimento del danno previo accertamento delle responsabilità”.
In seguito, la motivazione – dato atto di numerose critiche dottrinali all’art. 141, “anche in conseguenza di un testo che non brilla per chiarezza” – ricorda l’intervento della Corte Costituzionale (avvenuto con due ordinanze, le nn. 208 e 440 del 2008) e quello della Corte di Lussemburgo sulla clausola di guida esclusiva e giunge ad affermare: “In definitiva, la vittima trasportata ha sempre e comunque diritto al risarcimento integrale del danno, quale che ne sia la veste e la qualità, con l’unica eccezione del trasportato consapevole della circolazione illegale del veicolo… e salvo, come è previsto dalla norma in esame, il caso fortuito. L’art. 141 attribuisce al terzo trasportato… la facoltà di esercitare una azione diretta nei confronti della assicurazione del vettore sulla base della semplice allegazione e dimostrazione del fatto storico (ovvero dello scontro e del trasporto…), prescindendo dall’accertamento della responsabilità del vettore e del conducente del veicolo antagonista, salvo il caso fortuito. Il terzo trasportato, considerato soggetto debole, è legittimato quindi… ad agire direttamente nei confronti della compagnia assicuratrice del veicolo su cui viaggia, sulla base del principio vulneratus ante omnia reficiendus, e della semplice allegazione e dimostrazione del fatto storico del trasporto e del danno verificatosi a suo carico durante il trasporto, e non anche della responsabilità dei protagonisti. E’ una possibilità che si aggiunge, e che non fa venir meno la possibilità di far valere i suoi diritti nei confronti dell’autore del fatto dannoso e del responsabile civile di esso, sottoposta alle ordinarie regole della r.c.a.. Rimane salva la possibilità dell’assicuratore del vettore di agire in rivalsa nei confronti dell’effettivo responsabile, in tutto o pro quota, sulla base della effettiva ripartizione delle responsabilità nel caso concreto”. E per la questione che era in esame si rileva che il trasportato può agire ex art. 141, in caso di scontro di veicoli anche se uno solo è assicurato, interpretazione che “si muove nel solco tracciato dalla Corte di Giustizia, dalla Corte costituzionale ed anche dalle precedenti pronunce di questa Corte in materia, e privilegia una interpretazione costituzionalmente orientata della norma, che prescinde, per la legittimazione ad esercitare l’azione diretta, dalla ripartizione delle responsabilità ai conducenti dei veicoli, e, a monte, dalla stessa identificazione del secondo veicolo e del civilmente responsabile, per privilegiare, in ogni ipotesi di danno ad un trasportato su vettura per motivi che esulano dal fortuito, la possibilità in favore di questi di poter esercitare l’azione diretta contro la compagnia di assicurazione del vettore”. A questo punto l’arresto si spinge anche oltre, apportando un obiter dictum (pur formalmente presentato come sostegno dell’interpretazione conducente all’accoglimento del ricorso): censura di nuovo il testo letterale dell’art. 141 (“del quale si è già posta in rilievo la scarsa chiarezza e coerenza del dato testuale”), giungendo ad affermare che tale dato testuale “non è nè univoco nè affidabile”, ma poi dichiarando che “a ben guardare, la formula normativa presuppone soltanto la sussistenza di un sinistro, e di un danno subito dal terzo trasportato, che non sia dovuto al caso fortuito, ma non esige affatto… che lo stesso si sia verificato a seguito di uno scontro tra due o più automezzi”. E infine, si considera la questione della rivalsa: “Quanto al riferimento alla possibilità di agire in rivalsa, enunciata dall’art. 141, comma 4, che rimarrebbe preclusa qualora non esistesse una seconda compagnia di assicurazioni, va intesa nel senso che la rivalsa è normalmente esercitabile nei confronti della seconda compagnia di assicurazioni. Non si può però condizionare la legittimazione all’esercizio dell’azione principale alla possibilità concreta di agire in rivalsa. Ciò risponde ad una scelta del legislatore in tema di allocazione del rischio, che ha scelto di privilegiare, nei limiti del massimale minimo di legge, il diritto del trasportato ad ottenere prontamente il risarcimento, agendo nei confronti del soggetto a lui sicuramente noto (la compagnia di assicurazioni del veicolo sul quale è trasportato), senza dover nè attendere l’accertamento delle rispettive responsabilità, nè tantomeno dover procedere alle ricerche della compagnia assicuratrice del veicolo investitore”.
L’ordinanza n. 440 del 23 dicembre 2008 della Corte costituzionale, fondandosi in sostanza sulla precedente n. 205, ha dichiarato l’inammissibilità di una questione di legittimità costituzionale dell’art. 141 cod. ass. in riferimento agli artt. 3, 24 e 79 Cost., nonchè di una questione di legittimità dello stesso articolo e del D.P.R. 18 luglio 2006, n. 254, art. 9, (il regolamento della disciplina del risarcimento diretto dei danni da circolazione stradale disposto dall’art. 150 cod. ass.) in riferimento all’art. 79 Cost..
7.5.2 Seguendo invece, come già si anticipava, la struttura, ovvero il percorso in cui si snoda l’art. 141, ci si aggancia immediatamente al riferimento al caso fortuito. Il comma 1, ha un incipit chiaro: l’assicuratore del vettore risarcisce il trasportato tranne nell’ipotesi in cui il caso fortuito abbia cagionato il sinistro (“Salva l’ipotesi di sinistro cagionato da caso fortuito, il danno subito dal terzo trasportato è risarcito dall’impresa di assicurazione del veicolo sul quale era a bordo…”). Il legislatore sceglie immediatamente, quindi, come criterio di bilanciamento tra gli interessi di trasportato ed assicuratore il caso fortuito. Di questo, peraltro, è consapevole chi opta per una interpretazione prescindente dalla responsabilità del vettore, perchè ne deduce che il “caso fortuito” non possa essere quello che viene considerato nelle altre fattispecie di responsabilità civile. Ma è ben difficile ritenere che il legislatore “smonti” in silenzio, per così dire, il tradizionale concetto giuridico – su cui la giurisprudenza di legittimità non ha avuto oscillazioni per decenni, creando la classica certa lex – per ridurlo e così portarlo a coincidere con l’omonimo concetto non giuridico.
7.5.4 Che anche nell’azione del trasportato ai sensi dell’art. 141, abbia un rilievo la responsabilità (in senso non oggettivo) trova conferma nel terzo comma della norma, che stabilisce: “L’impresa di assicurazione del responsabile civile può intervenire nel giudizio e può estromettere l’impresa di assicurazione del veicolo, riconoscendo la responsabilità del proprio assicurato”. Il comma è stato redatto, ictu oculi, in modo sbrigativo, poiché non è certo sostenibile che in un giudizio una parte abbia il potere di estrometterne un’altra. Nonostante il suo dettato grezzo rimane peraltro chiaro che l’estromissione viene indicata come conseguenza del riconoscimento della responsabilità del proprio assicurato da parte della impresa intervenuta. A differenza dell’art. 140, qui non vi è litisconsorzio necessario: e perciò l’assicuratore del responsabile “può” intervenire, non deve, come non deve essere chiamato. Ma una volta che sia intervenuto, l’estromissione non può che correlarsi alla sua responsabilità. Il che significa, nel caso in cui risulti – in forza di una dichiarazione di genere dispositivo/confessorio (formulabile certo nell’atto di intervento; ma in assenza di specificità decadenziale non vi è divieto che sia resa anche dopo) di un soggetto, terzo rispetto al rapporto sostanziale e processuale instauratosi tra trasportato e assicuratore del vettore, alla quale la legge attribuisce così un peculiare effetto – che il vettore non ha nessuna responsabilità nella causazione del sinistro, onde il suo assicuratore non ha nessun obbligo risarcitorio, per cui non ha senso che rimanga nel processo. Se il suo obbligo di risarcimento prescindesse totalmente dalla responsabilità del vettore, invece, non si vede perchè potrebbe essere estromesso una volta accertato quel che sarebbe irrilevante, ovvero che la responsabilità del sinistro non è minimamente riconducibile al suo assicurato.
E’ vero poi (ed è stato infatti valorizzato nelle interpretazioni dottrinali) che anche per l’estromissione nel testo figura il verbo “può” (“può estromettere”). Ma logicamente questo ha un significato diverso di quello precedente, perchè, mentre il primo (“può intervenire”) si riferisce ad una libera scelta (in assenza appunto di litisconsorzio necessario) di un soggetto che diventa parte del processo, cioè l’interveniente, il secondo, come già si osservava, deve essere “integrato” in quanto non è concepibile che una parte abbia la potestas di estrometterne un’altra dal giudizio (cfr. artt. 108 e 109 c.p.c., e art. 111 c.p.c., comma 3): quindi il legislatore è incorso in un lapsus calami, perchè il soggetto del “può estromettere” non può che essere il giudice. Ragionevolmente, il giudice “può estromettere” perchè la legge ha valutato inutile la permanenza dell’assicuratore del vettore come parte nel processo; vale a dire, la dichiarazione dell’altro assicuratore conferisce a questo punto al giudice il potere di dirimere subito la causa nei confronti dell’assicuratore del vettore – ovvero pronunciarsi nel senso della sua estromissione -; potere-dovere, peraltro, perchè la prova legale che qui la norma a ben guardare istituisce porta immediatamente alla soluzione della controversia giudiziale per quanto concerne il rapporto tra attore e convenuto, non consentendo una interpretazione costituzionalmente orientata che il giudice protragga tale rapporto già “maturato” in evidente contrasto con il principio della ragionevole durata. L’estromissione, a ben guardare, in ogni sua fattispecie costituisce il canone della ragionevole durata del processo in relazione alla posizione dell’estromesso.
L’art. 150 cod.ass. afferma, al primo comma, sub a), la necessità di “criteri di determinazione del grado di responsabilità delle parti anche per la definizione dei rapporti interni tra le imprese di assicurazione”. Benchè poi il D.P.R. 18 luglio 2006, n. 254, si sia limitato a rimandare per i trasportati all’art. 141 del Codice (mediante il suo art. 3, Ambito di applicazione, che al comma 1, recita: “La disciplina del risarcimento diretto si applica in tutte le ipotesi di danni al veicolo e di lesioni di lieve entità del conducente, anche quando nel sinistro siano coinvolti terzi trasportati”. e al comma 2: “Qualora i terzi trasportati subiscano lesioni, la relativa richiesta del risarcimento del danno resta soggetta alla specifica procedura prevista dall’art. 141 del codice”) – e tra l’altro con una norma formulata in modo che potrebbe destare il sospetto di un incostituzionale divieto per il trasportato di avvalersi dell’azione di cui all’art. 140 cod. ass. -, essendo tale fonte un regolamento prevale senza dubbio su di essa l’art. 150, comma 1, lett. a), cod. ass., che preserva quindi il suo alquanto chiaro significato: occorre determinare il “grado di responsabilità delle parti”, id est le parti, nella fattispecie di rivalsa di cui all’art. 141, comma 4, sono corresponsabili e deve esserne misurata la quota di responsabilità. Se così è, il presupposto dell’art. 141, comma 4, si connette in coerenza con l’incipit del comma 1: che non si sia verificata una causazione del sinistro del tutto esterna al vettore, ovvero che il vettore, assicurato dalla compagnia convenuta, abbia una percentuale di responsabilità del sinistro che fa scattare l’obbligo della compagnia a risarcire in toto, recuperando poi la percentuale non attribuibile al vettore a mezzo della rivalsa nei confronti delle assicurazioni dei corresponsabili.
7.5.6 La regolazione della responsabilità dell’assicuratore del vettore mediante il criterio del caso fortuito genera due effetti, uno sostanziale e l’altro processuale. L’effetto sostanziale è, come si è visto, che la responsabilità dell’assicuratore del vettore non sussiste se causa del sinistro non è la condotta dell’assicurato, cioè del vettore. L’effetto processuale è che, non emergendo che il legislatore abbia derogato all’ordinario paradigma dell’onere probatorio del caso fortuito, l’attore/trasportato non ha alcun onere di prova al riguardo, perchè sarebbe altrimenti gravato di una prova negativa – cioè di provare che non esiste il caso fortuito per dimostrare che esiste la responsabilità del convenuto -; è quindi il convenuto/assicuratore che ha l’onere probatorio della ricostruzione della vicenda sotto il profilo causale se intende eccepire che la sua origine eziologica sta nel caso fortuito.
Nel Codice delle assicurazioni del 2005 il legislatore non ha ritenuto di far pendere la bilancia dell’allocazione del rischio dei sinistri stradali al punto di rendere oggettiva la responsabilità dell’assicuratore del vettore, limitandosi, sull’orma dell’art. 2054 c.c., comma 1, a renderla oggetto di una praesumptio juris tantum. Non è d’altronde imposto nè dai principi costituzionali né da quelli sovranazionali un sistema di automatismo assoluto del risarcimento, in qualunque modo lo si voglia definire (praesumptio juris et de jure, responsabilità oggettiva, no fault rute); né, infine, un testo normativo che sostituisce un testo previgente, in difetto appunto di obblighi provenienti da fonti di diritto superiori, deve apportare soltanto radicali innovazioni rispetto al precedente sistema.
Dei ricorsi incidentali è logicamente pregiudiziale esaminare in primis il primo motivo del ricorso proposto da G.M., I.P., I.G., Io.Gr., I.S. e I.F. congiuntamente – per il contenuto analogo, pur con alcune “deviazioni” di riferimento alla sentenza del Tribunale – all’unico motivo del ricorso proposto da C.O. in proprio e quale legale rappresentante dei suoi figli minorenni I.M. e I.P.
Già il Tribunale di Torino, davanti al quale erano state assunte le cause introdotte a Trani, nella sua decisione aveva in pratica fuso le cause (come risulta dalla motivazione della sentenza d’appello, a pagina 12, esponente che secondo il primo giudice “la domanda avanzata dalla s.p.a. Italiana e il principio di solidarietà consentivano di procedere alla liquidazione proporzionale di tutti i danni e alle conseguenti condanne delle compagnie”) laddove aveva sommato i massimali delle due compagnie assicuratrici, pur prendendo solo il 20% del massimale minimo di legge quanto alla posizione di Zurich Insurance. In appello incidentale il trasportato D. aveva censurato (risulta ancora dalla motivazione della sentenza impugnata, a pagina 13) “nella ripartizione del danno, il concorso tra tutti i danneggiati” anzichè tra i trasportati; e così pure si erano espressi nei rispettivi appelli incidentali il R. e gli eredi di L.. Questi trasportati/eredi di trasportato peraltro si sarebbero avvantaggiati della fusione delle cause, che ha immediatamente esteso il loro risarcimento anche sul massimale di Italiana, pur avendo essi stessi nelle precisate conclusioni chiestgpla condanna a loro favore di Zurich Insurance e di I.P. soltanto, anche per le spese di lite. Nel loro appello incidentale, invece, gli eredi di IO.GI. avevano chiesto la condanna a proprio favore dei D.B. e di Italiana e “in via estremamente subordinata procedere alla liquidazione ripartendo tra tutte le parti i due massimali della spa Italiana e della Zurich sulla base della sussistenza di un concorso di colpa tra i veicoli”. Questa domanda subordinata, dunque, riguardava l’ipotesi di corresponsabilità, che il giudice d’appello ha escluso, per cui più non rileva. E a pagina 14 della motivazione il giudice d’appello dà atto che nell’appello incidentale gli eredi di IO.GI. lamentavano (chiedendo quindi di fruire loro dell’intero massimale di Italiana) l’errore che il Tribunale avrebbe commesso “nella parte in cui aveva consentito anche alle altre parti di usufruire del massimale messo a disposizione” dall’allora compagnia assicuratrice Piemontese (poi Italiana) “mentre solo essi appellanti avevano rivolto domanda” verso Piemontese. Effettuando la riunione delle cause il Tribunale, appunto errando, aveva invece consentito alle altre parti di usufruire delle domande dagli appellanti avanzate nei confronti di Piemontese ex art. 2055 c.c., non correttamente interpretando quest’ultima norma (e non a caso dalla pagina 12 della sentenza impugnata emerge che il primo giudice si era riferito al principio di solidarietà).
La giurisprudenza consolidata – e, in teoria, neppure contraddetta, come si è appena visto, dalla corte territoriale – di questa Suprema Corte insegna la preservazione dell’autonomia delle cause riunite (da ultimo Cass. sez. 5, ord. 13 luglio 2018 n. 18649; Cass. sez. 3, 3 agosto 2017 n. 19373), che siano connesse (Cass. sez. 1, 10 luglio 2014 n. 15860; Cass. sez. 1, 25 marzo 2011 n. 6951; Cass. sez. 3, 13 luglio 2006 n. 15954; e cfr. pure Cass. sez. 2, 26 novembre 2010 n. 24086 e Cass. sez. 3, 22 giugno 2007 n. 14575) o che siano identiche (da ultimo Cass. sez. 1, 15 gennaio 2015 n. 567). Il fatto che, poi, in riferimento alla causa instaurata ai sensi dell’art. 141 il giudice di prime cure aveva dichiarato il diritto dei trasportati a fruire, per l’eccedenza rispetto al massimale di Zurich Insurance, del massimale di Piemontese, ora Italiana, essendo questo superiore al minimo legale non significa che i confini delle cause potessero essere infranti e quindi potesse essere introdotta “a tempo reale” una domanda nuova, da parte dei trasportati, nella causa avviata ai sensi dell’art. 140, in considerazione del chiaro insegnamento nomofilattico appena richiamato. La corte territoriale, peraltro, sembra “inciampare” proprio su questo: sempre a pagina 22 della sua motivazione, dopo avere affermato che l’autonomia delle cause rimane pure se queste sono riunite, aggiunge che, “pertanto, le domande avanzate dai singoli trasportati nei confronti di Zurich ai sensi dell’art. 141 cda non possono ritenersi assorbite dalla messa a disposizione da parte di Italiana, ai sensi dell’art. 140 cda, dell’intero suo massimale”; dopodiché constata che “l’importo del massimale minimo di legge non è risultato sufficiente a coprire tutti i danni patiti dai terzi trasportati” (con evidente riferimento al massimale di Zurich Insurance) ed enuncia: “L’art. 141 cda, u.c., dispone che, in ipotesi di tal fatta, i terzi trasportati possono domandare il loro maggior danno, non coperto dalla somma ricevuta, nei confronti della compagnia di assicurazione del responsabile civile qualora il massimale di tale compagnia sia superiore a quello minimo di legge. Il massimale della Italiana è pari ad Euro 800.000,00, pertanto superiore a quello minimo di legge. Quindi i trasportati concorrono, per il residuo loro spettante, con gli eredi I., nella ripartizione del massimale della s.p.a. Italiana”.
Ora, a parte che la norma invocata non si trova nell’ultimo comma, bensì nella parte conclusiva dell’art. 141 cod. ass., comma 1, è evidente che una disposizione sostanziale (questo infatti è il testo: “fermo il diritto al risarcimento dell’eventuale maggior danno…”), come è appunto tale norma, non ha valore processuale nel senso di scardinare con una specifica eccezione la regola di autonomia delle cause innestando tra esse, se si sono riunite, una osmosi nel momento stesso in cui viene accertato che il massimale dell’assicuratore del vettore, non superante il limite di legge, non è bastante per risarcire. A ciò si aggiunga che il giudice d’appello ha pronunciato su domande mai proposte, avendogli i trasportati D. e R. e gli eredi del trasportato deceduto L. chiesto la condanna, tra le due compagnie, soltanto di Zurich Insurance. Non solo, in conclusione, la corte territoriale ha violato il principio dell’autonomia delle cause, ma pure ha violato l’art. 112 c.p.c.
L’accoglimento di questi due congiunti motivi comporta allora – assorbiti i residui motivi del ricorso proposto da C.O. – la cassazione, con rinvio alla stessa corte territoriale in diversa composizione, della sentenza impugnata laddove, appunto, ripartisce il massimale di Italiana anche nei confronti di chi non aveva proposto domanda nella causa ex art. 140 (pur essendovi stato chiamato come litisconsorte necessario) con le conseguenze di condanna. In particolare, viene pertanto cassato il terzo capo della sentenza – che condanna Italiana, invocando congiuntamente, ed erroneamente per quanto si è appena rilevato, sia l’art. 140, sia l’art. 141 cod. ass., a risarcire con il suo massimale gli eredi di IO.GI., i trasportati sopravvissuti e gli eredi del trasportato deceduto -, e il quarto capo – dove condanna Italiana ancora a risarcire tutti i suddetti nell’errata misura indicata nel capo precedente, logicamente includendosi la condanna solidale di D.B.C. e D.B.O.D. -; da ciò discende altresì la cassazione della pronuncia di condanna di Italiana alla rifusione delle spese processuali – settimo capo della sentenza -, visto il diverso valore del decisum che dovrà essere nuovamente determinato dal giudice di rinvio in conseguenza dell’accoglimento dei motivi de quibus.
P.Q.M. Accogliendo il primo e il secondo motivo del ricorso principale, assorbito il terzo, decidendo nel merito rigetta ogni domanda proposta D.C.D., R.E. ed eredi di L.C., compensando le relative spese processuali di tutti i gradi. Accogliendo l’unico motivo del ricorso incidentale di G.M., I.P., I.G., Io.Gr., I.S. e I.F. nonchè il primo motivo – assorbiti gli altri motivi – del ricorso proposto da C.O. in proprio e quale legale rappresentante dei minori I.M. e I.P., e assorbito conseguentemente il ricorso incidentale di Italiana Assicurazioni S.p.A., cassa il terzo, il quarto e il settimo capo dell’impugnata sentenza, con rinvio, anche per le spese del grado, alla Corte d’appello di Torino. Così deciso in Roma, il 23 novembre 2018. Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2019 avendo riguardo alle norme contenute nelle Direttive del Consiglio concernenti il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli (in particolare la Direttiva del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e la Direttiva del Consiglio 14 maggio 1990, 90/232/CEE), nonchè alle sentenze (in particolare la sentenza 30/06/2005, C-537/03, Candolin, e la sentenza 01/12/2011, C442/10, Churchill Insurance Company) con cui la Corte di Giustizia ne ha chiarito il significato. 3.3. La questione affrontata dalla sentenza Candolin aveva tratto spunto da una fattispecie in cui tre persone erano rimaste vittime di un incidente stradale dopo aver viaggiato come trasportati su un autoveicolo di proprietà di una di loro ma condotto da una quarta persona. Nell’occasione tanto il conducente quanto i tre trasportati erano in stato di ebbrezza. All’esito del sinistro uno dei trasportati era morto mentre gli altri due (tra i quali figurava il proprietario del veicolo) avevano riportato lesioni. Dopo che il giudice nazionale di appello, in applicazione di una norma di diritto interno, aveva escluso l’obbligo dell’assicuratore di risarcire il danno sul rilievo che le vittime avrebbero dovuto rendersi conto dello stato di ebbrezza in cui versava il conducente, la Corte Suprema finlandese aveva rinviato alla Corte comunitaria, ponendo la questione pregiudiziale se le regole contenute nelle Direttive ostassero ad una normativa nazionale volta a limitare il risarcimento a carico dell’assicurazione obbligatoria degli autoveicoli in ragione della corresponsabilità del passeggero nella causazione del danno subito e se la soluzione dovesse variare nell’ipotesi in cui il passeggero interessato fosse anche proprietario del veicolo. Ulteriori info Nel rispondere alla questione, la Corte di Giustizia ha evidenziato: che l’obiettivo delle disposizioni contenute nelle Direttive (in particolare di quelle contenute nell’art. 2, n. 1, della Direttiva del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE e nell’art. 1 della Direttiva del Consiglio 14 maggio 1990, 90/232/CEE) “consiste nel garantire che l’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli debba consentire a tutti i passeggeri vittime di un incidente causato da un veicolo di essere risarciti dei danni subiti”; che le norme interne dei singoli Stati “non possono privare le dette disposizioni del loro effetto utile”, ciò che si verificherebbe se una normativa nazionale “negasse al passeggero il diritto al risarcimento da parte dell’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli, ovvero limitasse tale diritto in misura sproporzionata, esclusivamente sulla base della corresponsabilità del passeggero stesso nella realizzazione del danno”; che “è irrilevante il fatto che il passeggero interessato sia il proprietario dei veicolo il conducente del quale abbia causato l’incidente”, atteso che la finalità di tutela delle vittime impone “che la posizione giuridica del proprietario del veicolo che si trovava a bordo del medesimo al momento del sinistro, non come conducente, bensì come passeggero, sia assimilata a quella di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente”. Sulla base di queste considerazioni la Corte di Giustizia ha concluso che le disposizioni contenute nelle Direttive del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e 14 maggio 1990, 90/232/CEE, “ostano ad una normativa nazionale che consenta di negare ovvero di limitare in misura sproporzionata, in considerazione della corresponsabilità del passeggero nella causazione del danno subito, il risarcimento a carico dell’assicurazione obbligatoria degli autoveicoli. Il fatto che il passeggero interessato sia proprietario del veicolo il conducente del quale ha causato l’incidente è irrilevante”. 3.4. La questione affrontata dalla sentenza Churchill Insurance Company aveva tratto spunto da due fattispecie in cui una persona, assicurata come unico conducente per la guida di un veicolo (cd. clausola di guida esclusiva), aveva permesso di guidare il veicolo medesimo ad un’altra persona, prendendovi posto come passeggero e riportando danni in seguito all’incidente stradale successivamente verificatosi, imputabile al conducente non assicurato. la Corte di Giustizia ha evidenziato: che l’unica distinzione ammessa dalla normativa dell’Unione in materia di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per gli autoveicoli è quella tra conducente e passeggero, nel senso che, escluso il conducente, tutti gli altri passeggeri, anche quando siano proprietari del veicolo, devono avere una copertura assicurativa; che pertanto la persona che era assicurata per la guida del veicolo, ma che era anche passeggero di tale veicolo al momento dell’incidente, si trova in una situazione giuridica assimilabile a quella di qualsivoglia altro passeggero e va dunque posta sullo stesso piano dei terzi vittime dell’incidente; che il diritto dell’Unione osta alla possibilità che l’assicuratore della responsabilità civile per la guida di autoveicoli si avvalga di “disposizioni legali o di clausole contrattuali allo scopo di negare a detti terzi il risarcimento del danno conseguente ad un sinistro causato dal veicolo assicurato” (in tal senso anche Corte di Giustizia 28/03/1996, C-129/94, Ruiz Bernàldez, e Corte di Giustizia 17/03/2011, C-484/09, Carvalho Ferreira Santos); che tra tali clausole rientrano quelle che escludono la copertura assicurativa a causa dell’utilizzo o della guida del veicolo assicurato da parte di persone non autorizzate a guidarlo o non titolari di una patente di guida, oppure di persone che non si sono conformate agli obblighi di legge di ordine tecnico concernenti le condizioni e la sicurezza del veicolo (in tal senso anche le citate sentenze Ruiz Berneldez e Carvalho Ferreira Santos); che l’unica eccezionale ipotesi in cui all’assicuratore è consentito opporre alla vittima che viaggiava sul veicolo la clausola che escluda la copertura assicurativa a causa della guida da parte di persona non autorizzata è quella in cui venga data la prova che la vittima stessa era a conoscenza del fatto che il veicolo aveva formato oggetto di furto (in tal senso anche la citata sentenza Ruiz Berneldez). Sulla base di queste considerazioni la Corte di Giustizia ha concluso che le disposizioni contenute nelle Direttive del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e 14 maggio 1990, 90/232/CEE, devono essere interpretate nel senso che esse “ostano ad una normativa nazionale la quale produca l’effetto di escludere in modo automatico l’obbligo dell’assicuratore di risarcire la vittima di un incidente stradale, qualora tale incidente sia stato causato da un conducente non assicurato dalla polizza assicurativa e detta vittima, passeggero del veicolo al momento dell’incidente, fosse assicurata per la guida di tale veicolo e avesse dato a tale conducente il permesso di guidarlo”. 3.5. Alla luce delle richiamate decisioni della Corte di Giustizia, vanno affermati i seguenti principi: – nel sistema del diritto dell’Unione Europea, in tema di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli, ai fini del diritto ad ottenere il risarcimento dall’assicuratore, la qualità di vittima-avente diritto al risarcimento prevale su quella di assicurato-responsabile. Ne consegue che, allorchè esse qualità si concentrino sulla medesima persona, la prima prevale sulla seconda e deve pertanto riconoscersi all’assicurato il diritto ad essere risarcito dalla compagnia assicurativa, come se si tratti di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente; Ann. SCOPRI DI PIÙ – ai fini della copertura assicurativa è irrilevante il fatto che la vittima si identifichi con il proprietario del veicolo (il quale, al momento del sinistro si trovi a viaggiare sullo stesso come passeggero, dopo avere autorizzato un’altra persona a mettersi alla guida), la cui posizione giuridica va assimilata a quella di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente; – il diritto alla copertura assicurativa dell’assicurato-proprietario del veicolo che abbia preso posto nel medesimo come passeggero, non può essere escluso in ragione della sua corresponsabilità nella causazione del danno, salva, ovviamente, la necessità di tenere conto del suo eventuale concorrente comportamento colposo in funzione della diminuzione del risarcimento, ai sensi dell’art. 1227 c.c.; – la prevalenza della qualità di vittima-avente diritto al risarcimento sulla qualità di assicurato-responsabile rileva anche in relazione alla legittimazione passiva all’azione di regresso, eventualmente attribuita dalle disposizioni nazionali alla compagnia assicurativa, in funzione di consentirle di ottenere dall’assicurato il rimborso di quanto eventualmente pagato alla vittima a titolo di risarcimento. Ne consegue che nei confronti dell’assicurato-proprietario non può essere esercitata tale azione allorchè egli sia anche passeggero-vittima del sinistro, posto che altrimenti gli verrebbe tolto per effetto del regresso quanto da lui conseguito per effetto del risarcimento; – l’esclusione della legittimazione passiva all’azione di regresso dell’assicurato-responsabile, che sia anche vittima del sinistro, vale anche nell’ipotesi in cui l’assicuratore intenda opporre la clausola di esclusione dalla copertura assicurativa fondata sul fatto che il veicolo era condotto da persona non abilitata o in stato di ebbrezza, residuando tale legittimazione soltanto nell’ipotesi in cui la vittima stessa fosse a conoscenza del fatto che il veicolo era stato rubato. 3.6. Degli elencati principi avrebbe dovuto tenere conto la Corte di Appello di Venezia nella delibazione della domanda di rivalsa formulata dalla Sara Assicurazioni s.p.a. nei confronti degli eredi di E.M.A.. Infatti, per effetto della preminenza del diritto dell’Unione Europea (il cui fondamento va rinvenuto nell’art. 11 Cost.), le norme poste dalle fonti di tale ordinamento acquistano efficacia obbligatoria diretta nell’ordinamento interno e il giudice nazionale deve verificare d’ufficio la compatibilità delle regole del diritto interno con quelle del diritto comunitario, procedendo, in primo luogo, ad interpretare le prime in conformità alle seconde (eventualmente previa proposizione del rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE) e, in secondo luogo, ove l’interpretazione conforme non sia possibile, alla diretta applicazione della norma Europea con contestuale disapplicazione della norma nazionale contrastante (tra le tante, Corte Cost. 19 aprile 1985, n. 113; Corte Cost. 8 aprile 1991, n. 168; Corte Cost. 12 maggio 2010, n. 227; in tema, da ultimo, Cass. 29/09/2017, n. 22834). Cassazione civile, sez. III, 19/01/2018, (ud. 09/11/2017, dep.19/01/2018), n. 1269 Fatto FATTI DI CAUSA Il (OMISSIS) i fratelli E.M.A. e E.M.H. viaggiavano insieme sull’automobile di proprietà del primo. H. era in stato di ebbrezza e non aveva la patente di guida. Pur consapevole di ciò, A. lo aveva autorizzato a guidare l’automezzo e si era seduto sul sedile posteriore. H. eseguì una manovra di sorpasso, invase l’opposta corsia e si scontrò con due veicoli che procedevano nel contrario senso di marcia. Nell’incidente A. rimase ucciso. E.A.H., E.M.S., El.Me.Ha., E.M.D., e.m.h., E.M.B. (rispettivamente, madre e fratelli del proprietario e del conducente) agirono in giudizio risarcitorio in qualità di prossimi congiunti della vittima e convennero, dinanzi al Tribunale di Treviso: E.M.H., in qualità di conducente responsabile; la Sara Assicurazioni s.p.a., in qualità di società assicuratrice; B.S., E.M.R., E.M.M., E.M.N. (rispettivamente, moglie e figli del deceduto), in qualità di litisconsorti necessari. Questi ultimi furono anche chiamati in causa dalla Sara Assicurazioni s.p.a., la quale, costituitasi, esercitò nei loro confronti l’azione di rivalsa L. n. 990 del 1969, ex art. 18 (ora D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 144): dedusse, al riguardo, che la polizza assicurativa escludeva la copertura per i sinistri causati da conducenti non abilitati alla guida o in stato di ebbrezza e che tale circostanza, se non era opponibile ai danneggiati che avevano agito direttamente nei suoi confronti, tuttavia le attribuiva il diritto di rivalersi verso l’assicurato (e quindi verso i suoi eredi) per l’importo che fosse stata eventualmente condannata a pagare. La moglie e i figli di E.M.A. si difesero dalla domanda di rivalsa deducendo di aver rinunciato all’eredità. Il Tribunale accolse sia la domanda principale risarcitoria sia la domanda connessa di rivalsa, ritenendo in particolare, quanto alla seconda, che la legge marocchina (regolatrice della successione per causa di morte in quanto legge nazionale del de cuius) non consentisse la rinuncia all’eredità e condannando i chiamati in causa a pagare alla società assicuratrice la somma da essa dovuta agli attori. La Corte di Appello di Venezia ha parzialmente accolto sia l’impugnazione principale della società assicuratrice sulla statuizione relativa alla domanda risarcitoria (riconoscendo il concorso di colpa della vittima nella misura del 70 per cento con conseguente riduzione del risarcimento spettante ai congiunti) sia l’impugnazione incidentale degli eredi del deceduto sulla statuizione relativa alla domanda di rivalsa, escludendo da quest’ultima le somme pagate dall’assicuratore a titolo di interessi. La Corte di merito, pur riducendo l’ammontare dovuto alla compagnia assicurativa, ha tuttavia confermato la sussistenza del suo diritto di rivalsa, sui rilievi: che la tesi posta dagli appellanti incidentali a fondamento del primo motivo di gravame – secondo cui il riconoscimento del diritto dell’assicurazione di rivalersi nei loro confronti avrebbe contrastato con il principio di diritto comunitario che esclude l’elisione del diritto ad ottenere dall’assicuratore il risarcimento del danno conseguente ad un incidente stradale nell’ipotesi in cui le qualità di vittima e di assicurato si concentrino sulla medesima persona – non poteva essere condivisa, atteso che nel caso di specie i congiunti della vittima avevano conseguito il risarcimento loro spettante sebbene il trasportato (vittima) fosse anche proprietario del veicolo (assicurato); che, inoltre, neppure poteva condividersi il rilievo formulato con il secondo motivo di appello incidentale – secondo cui, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice, la legge marocchina avrebbe consentito la rinuncia all’eredità – atteso che, pur ammettendo tale possibilità alla stregua della legge regolatrice della successione, nel caso di specie la rinuncia concretamente posta in essere (effettuata lite pendente dinanzi al cancelliere) non avrebbe avuto alcun effetto sulla qualità di erede, già acquisita mediante precedenti comportamenti concludenti, ed in particolare attraverso le richieste risarcitorie avanzate a tale titolo. Ann. Propone ricorso per cassazione, sorretto da due motivi, B.S., in proprio e quale genitore legale rappresentante dei figli minori E.M.R., E.M.M. e E.M.N.. Risponde con controricorso la Sara Assicurazioni s.p.a.. Gli altri intimati non svolgono attività difensiva. I ricorrenti hanno depositato memoria. Diritto RAGIONI DELLA DECISIONE
3.1. In proposito va preliminarmente rilevato che la questione posta dai ricorrenti con il primo motivo di ricorso riguarda il significato e la portata da attribuire alla norma che disciplina l’azione di rivalsa dell’assicuratore verso l’assicurato (già L. n. 990 del 1969, art. 18; oggi D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 144) alla luce della necessità di interpretarla in senso conforme al diritto dell’Unione Europea. Venendo in considerazione una questione interpretativa, non assume rilievo la circostanza che la stessa sia stata posta soltanto in sede di appello, poichè non trova applicazione la preclusione prevista dall’art. 345 c.p.c. con riguardo alle domande e alle eccezioni. 3.2. Ciò posto, la questione interpretativa va risolta avendo riguardo alle norme contenute nelle Direttive del Consiglio concernenti il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli (in particolare la Direttiva del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e la Direttiva del Consiglio 14 maggio 1990, 90/232/CEE), nonchè alle sentenze (in particolare la sentenza 30/06/2005, C-537/03, Candolin, e la sentenza 01/12/2011, C442/10, Churchill Insurance Company) con cui la Corte di Giustizia ne ha chiarito il significato. 3.3. La questione affrontata dalla sentenza Candolin aveva tratto spunto da una fattispecie in cui tre persone erano rimaste vittime di un incidente stradale dopo aver viaggiato come trasportati su un autoveicolo di proprietà di una di loro ma condotto da una quarta persona. Nell’occasione tanto il conducente quanto i tre trasportati erano in stato di ebbrezza. All’esito del sinistro uno dei trasportati era morto mentre gli altri due (tra i quali figurava il proprietario del veicolo) avevano riportato lesioni. Dopo che il giudice nazionale di appello, in applicazione di una norma di diritto interno, aveva escluso l’obbligo dell’assicuratore di risarcire il danno sul rilievo che le vittime avrebbero dovuto rendersi conto dello stato di ebbrezza in cui versava il conducente, la Corte Suprema finlandese aveva rinviato alla Corte comunitaria, ponendo la questione pregiudiziale se le regole contenute nelle Direttive ostassero ad una normativa nazionale volta a limitare il risarcimento a carico dell’assicurazione obbligatoria degli autoveicoli in ragione della corresponsabilità del passeggero nella causazione del danno subito e se la soluzione dovesse variare nell’ipotesi in cui il passeggero interessato fosse anche proprietario del veicolo. Ulteriori info Nel rispondere alla questione, la Corte di Giustizia ha evidenziato: che l’obiettivo delle disposizioni contenute nelle Direttive (in particolare di quelle contenute nell’art. 2, n. 1, della Direttiva del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE e nell’art. 1 della Direttiva del Consiglio 14 maggio 1990, 90/232/CEE) “consiste nel garantire che l’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli debba consentire a tutti i passeggeri vittime di un incidente causato da un veicolo di essere risarciti dei danni subiti”; che le norme interne dei singoli Stati “non possono privare le dette disposizioni del loro effetto utile”, ciò che si verificherebbe se una normativa nazionale “negasse al passeggero il diritto al risarcimento da parte dell’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli, ovvero limitasse tale diritto in misura sproporzionata, esclusivamente sulla base della corresponsabilità del passeggero stesso nella realizzazione del danno”; che “è irrilevante il fatto che il passeggero interessato sia il proprietario dei veicolo il conducente del quale abbia causato l’incidente”, atteso che la finalità di tutela delle vittime impone “che la posizione giuridica del proprietario del veicolo che si trovava a bordo del medesimo al momento del sinistro, non come conducente, bensì come passeggero, sia assimilata a quella di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente”. Sulla base di queste considerazioni la Corte di Giustizia ha concluso che le disposizioni contenute nelle Direttive del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e 14 maggio 1990, 90/232/CEE, “ostano ad una normativa nazionale che consenta di negare ovvero di limitare in misura sproporzionata, in considerazione della corresponsabilità del passeggero nella causazione del danno subito, il risarcimento a carico dell’assicurazione obbligatoria degli autoveicoli. Il fatto che il passeggero interessato sia proprietario del veicolo il conducente del quale ha causato l’incidente è irrilevante”. 3.4. La questione affrontata dalla sentenza Churchill Insurance Company aveva tratto spunto da due fattispecie in cui una persona, assicurata come unico conducente per la guida di un veicolo (cd. clausola di guida esclusiva), aveva permesso di guidare il veicolo medesimo ad un’altra persona, prendendovi posto come passeggero e riportando danni in seguito all’incidente stradale successivamente verificatosi, imputabile al conducente non assicurato. La società assicurativa, dopo aver riconosciuto il risarcimento spettante ai passeggeri, aveva preteso da loro di essere rimborsata dell’importo corrispondente, in applicazione della regola di diritto interno che attribuiva all’assicuratore, qualora fosse obbligato a versare un risarcimento per responsabilità di un conducente non assicurato, il diritto di agire in regresso nei confronti dello stesso conducente o di chiunque fosse assicurato in virtù del contratto di assicurazione, al fine di ottenere il rimborso della somma versata. Dopo che il giudice di primo grado aveva deciso diversamente nelle due fattispecie, il giudice di appello inglese aveva rinviato alla Corte comunitaria, ponendo la questione pregiudiziale se il diritto dell’Unione ostasse ad una normativa nazionale avente l’effetto di escludere in modo automatico dal beneficio dell’assicurazione la vittima di un incidente stradale la quale, avendo preso posto come passeggero nel veicolo per la cui guida era assicurata, avesse dato il permesso di guidarlo ad un conducente non assicurato. Nel rispondere alla questione, la Corte di Giustizia ha evidenziato: che l’unica distinzione ammessa dalla normativa dell’Unione in materia di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per gli autoveicoli è quella tra conducente e passeggero, nel senso che, escluso il conducente, tutti gli altri passeggeri, anche quando siano proprietari del veicolo, devono avere una copertura assicurativa; che pertanto la persona che era assicurata per la guida del veicolo, ma che era anche passeggero di tale veicolo al momento dell’incidente, si trova in una situazione giuridica assimilabile a quella di qualsivoglia altro passeggero e va dunque posta sullo stesso piano dei terzi vittime dell’incidente; che il diritto dell’Unione osta alla possibilità che l’assicuratore della responsabilità civile per la guida di autoveicoli si avvalga di “disposizioni legali o di clausole contrattuali allo scopo di negare a detti terzi il risarcimento del danno conseguente ad un sinistro causato dal veicolo assicurato” (in tal senso anche Corte di Giustizia 28/03/1996, C-129/94, Ruiz Bernàldez, e Corte di Giustizia 17/03/2011, C-484/09, Carvalho Ferreira Santos); che tra tali clausole rientrano quelle che escludono la copertura assicurativa a causa dell’utilizzo o della guida del veicolo assicurato da parte di persone non autorizzate a guidarlo o non titolari di una patente di guida, oppure di persone che non si sono conformate agli obblighi di legge di ordine tecnico concernenti le condizioni e la sicurezza del veicolo (in tal senso anche le citate sentenze Ruiz Berneldez e Carvalho Ferreira Santos); che l’unica eccezionale ipotesi in cui all’assicuratore è consentito opporre alla vittima che viaggiava sul veicolo la clausola che escluda la copertura assicurativa a causa della guida da parte di persona non autorizzata è quella in cui venga data la prova che la vittima stessa era a conoscenza del fatto che il veicolo aveva formato oggetto di furto (in tal senso anche la citata sentenza Ruiz Berneldez). Sulla base di queste considerazioni la Corte di Giustizia ha concluso che le disposizioni contenute nelle Direttive del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e 14 maggio 1990, 90/232/CEE, devono essere interpretate nel senso che esse “ostano ad una normativa nazionale la quale produca l’effetto di escludere in modo automatico l’obbligo dell’assicuratore di risarcire la vittima di un incidente stradale, qualora tale incidente sia stato causato da un conducente non assicurato dalla polizza assicurativa e detta vittima, passeggero del veicolo al momento dell’incidente, fosse assicurata per la guida di tale veicolo e avesse dato a tale conducente il permesso di guidarlo”. 3.5. Alla luce delle richiamate decisioni della Corte di Giustizia, vanno affermati i seguenti principi: – nel sistema del diritto dell’Unione Europea, in tema di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli, ai fini del diritto ad ottenere il risarcimento dall’assicuratore, la qualità di vittima-avente diritto al risarcimento prevale su quella di assicurato-responsabile. Ne consegue che, allorchè esse qualità si concentrino sulla medesima persona, la prima prevale sulla seconda e deve pertanto riconoscersi all’assicurato il diritto ad essere risarcito dalla compagnia assicurativa, come se si tratti di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente; Ann. SCOPRI DI PIÙ – ai fini della copertura assicurativa è irrilevante il fatto che la vittima si identifichi con il proprietario del veicolo (il quale, al momento del sinistro si trovi a viaggiare sullo stesso come passeggero, dopo avere autorizzato un’altra persona a mettersi alla guida), la cui posizione giuridica va assimilata a quella di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente; – il diritto alla copertura assicurativa dell’assicurato-proprietario del veicolo che abbia preso posto nel medesimo come passeggero, non può essere escluso in ragione della sua corresponsabilità nella causazione del danno, salva, ovviamente, la necessità di tenere conto del suo eventuale concorrente comportamento colposo in funzione della diminuzione del risarcimento, ai sensi dell’art. 1227 c.c.; – la prevalenza della qualità di vittima-avente diritto al risarcimento sulla qualità di assicurato-responsabile rileva anche in relazione alla legittimazione passiva all’azione di regresso, eventualmente attribuita dalle disposizioni nazionali alla compagnia assicurativa, in funzione di consentirle di ottenere dall’assicurato il rimborso di quanto eventualmente pagato alla vittima a titolo di risarcimento. Ne consegue che nei confronti dell’assicurato-proprietario non può essere esercitata tale azione allorchè egli sia anche passeggero-vittima del sinistro, posto che altrimenti gli verrebbe tolto per effetto del regresso quanto da lui conseguito per effetto del risarcimento; – l’esclusione della legittimazione passiva all’azione di regresso dell’assicurato-responsabile, che sia anche vittima del sinistro, vale anche nell’ipotesi in cui l’assicuratore intenda opporre la clausola di esclusione dalla copertura assicurativa fondata sul fatto che il veicolo era condotto da persona non abilitata o in stato di ebbrezza, residuando tale legittimazione soltanto nell’ipotesi in cui la vittima stessa fosse a conoscenza del fatto che il veicolo era stato rubato. 3.6. Degli elencati principi avrebbe dovuto tenere conto la Corte di Appello di Venezia nella delibazione della domanda di rivalsa formulata dalla Sara Assicurazioni s.p.a. nei confronti degli eredi di E.M.A.. Infatti, per effetto della preminenza del diritto dell’Unione Europea (il cui fondamento va rinvenuto nell’art. 11 Cost.), le norme poste dalle fonti di tale ordinamento acquistano efficacia obbligatoria diretta nell’ordinamento interno e il giudice nazionale deve verificare d’ufficio la compatibilità delle regole del diritto interno con quelle del diritto comunitario, procedendo, in primo luogo, ad interpretare le prime in conformità alle seconde (eventualmente previa proposizione del rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE) e, in secondo luogo, ove l’interpretazione conforme non sia possibile, alla diretta applicazione della norma Europea con contestuale disapplicazione della norma nazionale contrastante (tra le tante, Corte Cost. 19 aprile 1985, n. 113; Corte Cost. 8 aprile 1991, n. 168; Corte Cost. 12 maggio 2010, n. 227; in tema, da ultimo, Cass. 29/09/2017, n. 22834). In applicazione dei predetti principi, la Corte territoriale, precisamente, avuto riguardo alla duplice qualità del defunto E.M.A. quale proprietario-assicurato (e dunque responsabile in solido con il conducente ex art. 2054 c.c., comma 3) e quale vittima-avente diritto al risarcimento, avrebbe dovuto ritenere prevalente quest’ultima qualità sulla prima ed avrebbe dovuto conseguentemente riconoscere il diritto dei suoi eredi a non essere privati totalmente o parzialmente del risarcimento loro dovuto dalla compagnia assicurativa, non assumendo rilievo, in senso contrario, la circostanza che il loro dante causa fosse consapevole di avere affidato la guida del veicolo ad una persona che si trovava in stato di ebbrezza ed era priva di abilitazione. La Corte di merito, inoltre, preso atto della prevalenza, in capo al defunto E.M.A., della qualità di vittima su quella di assicurato, avrebbe dovuto interpretare il D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 14 (già L. n. 990 del 1969, art. 18) in senso conforme al diritto dell’Unione Europea, negando la legittimazione passiva dei suoi eredi all’azione di rivalsa dell’assicuratore, sul rilievo che il riconoscimento alla compagnia assicurativa della possibilità di esperire contro di loro tale azione si sarebbe tradotto in un’automatica esclusione del loro diritto al risarcimento, atteso che per effetto della rivalsa avrebbero potuto perdere, in tutto o in parte, quanto eventualmente ottenuto con l’esercizio del predetto diritto. 3.7. La riferita interpretazione della norma che disciplina l’azione di rivalsa, deve aggiungersi, sarebbe stata necessaria anche in funzione del rispetto del principio “vulneratus ante omnia reficiendus”, già affermato da questa Corte, proprio alla luce della giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in relazione all’esigenza di riconoscere il diritto del proprietario trasportato, nei confronti del suo assicuratore, al risarcimento del danno alla persona causato dalla circolazione non illegale del mezzo, sul previo rilievo della nullità di ogni patto che condizioni la copertura del trasportato all’identità del conducente (Cass. 30/08/2013, n. 19963). Ann. Questo principio, infatti, risulterebbe indebitamente aggirato se si consentisse all’assicuratore di recuperare, attraverso l’azione di rivalsa, quanto precedentemente erogato alla vittima a titolo di risarcimento. 3.8. L’esattezza della predetta interpretazione, infine, trova conferma nel disposto del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 129 ai sensi del quale non è considerato terzo e non ha diritto ai benefici derivanti dal contratto di assicurazione obbligatoria il solo conducente del veicolo responsabile del sinistro, mentre a tali benefici, per quanto concerne il danno alla persona, ha diritto anche il proprietario-responsabile ex art. 2054 c.c., comma 3, il cui diritto al risarcimento, ove cumuli in sè la qualità di vittima dell’incidente perchè trasportato sul veicolo condotto da altri al momento dello stesso, non può dunque essere compromesso per effetto dell’esercizio, nei suoi confronti, dell’azione di rivalsa.
In accoglimento del primo motivo di ricorso, la sentenza impugnata deve dunque essere cassata limitatamente alla statuizione di accoglimento della domanda di rivalsa formulata dalla Sara Assicurazioni s.p.a. nei confronti degli eredi di E.M.A..
Ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 2, deve provvedersi sulle spese dei gradi di merito relative al rapporto processuale tra i ricorrenti e la Sara Assicurazioni s.p.a., le quali, unitamente a quelle del presente giudizio di legittimità, sono poste a carico della controricorrente in ragione della regola della soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.
PQM La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo; in relazione al motivo accolto cassa senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla statuizione di accoglimento della domanda di rivalsa proposta dalla Sara Assicurazioni s.p.a. nei confronti di B.S., E.M.R., E.M.M., E.M.N.. Condanna la controricorrente a rimborsare ai ricorrenti le spese dei tre gradi di giudizio, complessivamente liquidate in Euro 10.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi relativi al presente giudizio di legittimità, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15 per cento, ed agli accessori di legge. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione terza civile, il 9 novembre 2017. DeCassazione Civile sez. III Ordinanza 27/06/2018, n. 16922 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. VIVALDI Roberta – Presidente – Dott. SESTINI Danilo – Consigliere – Dott. CIGNA Mario – Consigliere – Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere – Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso iscritto al n. 28724/2016 R.G. proposto da: R.E., rappresentato e difeso dall’Avv. Massimo Urso; – ricorrente – contro Amissima Assicurazioni S.p.A., (già Carige Assicurazioni S.p.A.), rappresentata e difesa dall’Avv. Maria Caterina Farruggia e dall’Avv. Fabio Alberici, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo in Roma, Via Delle Fornaci, n. 38; – controricorrente – e contro UnipolSai Assicurazioni S.p.A., rappresentata e difesa dall’Avv. Maurizio Romagnoli, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Romeo Romei, n. 27; – controricorrente – avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano, n. 4059/2015, pubblicata il 23 ottobre 2015; Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 16 maggio 2018 dal Consigliere Emilio Iannello; Lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Mistri Corrado, che ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità o il rigetto del ricorso. RILEVATO IN FATTO
A seguito di uno scontro, verificatosi il (OMISSIS), tra un’autovettura e un motoveicolo, il terzo trasportato su quest’ultimo subiva danni alla persona per il cui risarcimento chiedeva e otteneva, dal Tribunale di Cosenza, con sentenza passata in giudicato, la condanna del conducente e della compagnia assicuratrice dell’auto, Carige Assicurazioni S.p.A.
Quest’ultima, avendo il tribunale incidentalmente accertato il concorso di colpa del conducente del motoveicolo nella misura del 20%, agiva in via di regresso nei confronti della compagnia assicuratrice dello stesso, Aurora Assicurazioni S.p.A. – rimasta estranea al primo giudizio – a tal fine convenendola davanti al Tribunale di Milano. Aurora Assicurazioni S.p.A., costituendosi in giudizio, chiedeva e otteneva di chiamare in causa il proprio assicurato, proprietario del motociclo, R.E., agendo nei suoi confronti in via di rivalsa sul presupposto della non operatività dell’assicurazione per i danni subiti dal terzo trasportato, trattandosi di trasporto non consentito secondo le indicazioni della carta di circolazione del mezzo. Con sentenza del 14/10/2011 il tribunale accoglieva sia la domanda di regresso proposta da Carige nei confronti di Aurora, sia quella di rivalsa da quest’ultima proposta nei confronti del R..
Con la sentenza in epigrafe la Corte d’appello di Milano ha rigettato il gravame da quest’ultimo interposto e, in accoglimento dell’appello incidentale di Carige S.p.A., lo ha anche condannato al pagamento in favore di questa della stessa somma di Euro 22.485, oltre accessori, già posta a carico dell’Aurora assicurazioni S.p.A. con l’avvertenza che “ad evitare duplicazioni di pagamento”, l’operatività della rivalsa proposta da quest’ultima nei confronti del R. “risentirà dell’avvenuta o meno soddisfazione da parte di quest’ultimo della pretesa debitoria della Carige”.
Avverso tale decisione R.E. propone ricorso per cassazione articolando cinque motivi, cui resistono Amissima Assicurazioni S.p.A. (già Carige Assicurazioni S.p.A.) e UnipolSai Assicurazioni S.p.A. (già Aurora Assicurazioni S.p.A.) depositando controricorsi.
Con il primo motivo di ricorso R.E. deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2055 c.c., comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’appello accolto la domanda di regresso di Carige Assicurazioni e, conseguentemente, quella di rivalsa proposta da Aurora Assicurazioni, in difetto dei relativi presupposti.
Sostiene infatti che nei rapporti interni tra corresponsabili solidali l’azione di regresso è possibile solo nei confronti di chi sia effettivamente responsabile dell’evento (e quindi del conducente) e non fra soggetti che non siano responsabili ma chiamati a rispondere con il conducente, in via solidale, in forza di specifiche norme di legge.
Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 18 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’appello respinto il motivo di gravame con il quale si iterava l’eccezione di improponibilità della domanda di regresso avanzata da Carige S.p.A. nei confronti di Aurora S.p.A., con conseguente inammissibilità dell’azione di rivalsa da quest’ultima avanzata nei suoi confronti.
Sul solco dei precedenti di Cass. 07/07/1999, n. 7019 e Cass. 08/08/1987, n. 6797, sostiene che la solidarietà che, in forza della L. n. 990 del 1969, art. 18 vincola il responsabile assicurato e il suo assicuratore nei confronti del danneggiato, opera solo in favore di quest’ultimo, del quale rafforza la tutela e non anche nei rapporti tra l’assicurato responsabile e gli altri soggetti con il medesimo coobbligati, con la conseguenza che, qualora uno di tali coobbligati risarcisca il danneggiato estinguendo il credito risarcitorio, l’azione di regresso resta da lui proponibile nei confronti del coobbligato assicurato e non anche nei confronti del suo assicuratore.
Con il terzo motivo il ricorrente censura la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione dell’art. 1310 c.c., nella parte in cui rigetta l’eccezione di prescrizione da esso riproposta.
Lamenta che erroneamente la Corte d’appello ha ritenuto che l’atto interruttivo rivolto all’assicuratore estende la propria efficacia, ai sensi della citata norma codicistica, anche nei confronti del proprietario del veicolo e del conducente responsabile (Cass. n. 10825 del 2007) e che anche nei confronti dei coobbligati in solido non convenuti in giudizio si applichi il principio per cui, quando l’atto interruttivo sia costituito da una citazione, la prescrizione non corre fino al passaggio in giudicato della relativa sentenza (art. 2945 c.c.; Cass. n. 4244 del 1988). Sostiene che tale principio non è invocabile in relazione all’azione di regresso esercitata da uno dei coobbligati in solido nei confronti degli altri posto che nei rapporti interni tra gli stessi cessa di operare la regola della solidarietà, dettata solo con riferimento ai rapporti esterni tra creditore e pluralità dei debitori e posta a garanzia e nell’interesse del primo, mentre trova applicazione il principio della parziarietà dell’obbligazione.
Con il quarto motivo il ricorrente denuncia poi, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, dell’art. 2952 c.c., comma 2, nonché della L. n. 990 del 1969, art. 18 per avere la Corte territoriale omesso completamente di considerare che, oltre all’azione di regresso, risultava prescritta pure l’azione di rivalsa avanzata da Aurora assicurazioni con l’atto di chiamata in causa.
Rileva che, con l’atto d’appello (pagg. 12, 13 e 14), egli aveva dedotto che: – in base alla giurisprudenza, il diritto di rivalsa dell’assicuratore r.c.a. nei confronti dell’assicurato è soggetto alla prescrizione breve nel termine di un anno dal verificarsi dell’evento pregiudizievole; – nella specie Carige, già con lettera del 13/11/2002, aveva avanzato la pretesa di regresso nei confronti di Aurora Assicurazioni; – quest’ultima non ha mai interrotto il suddetto termine prescrizionale. Ciò premesso lamenta che sul punto la Corte d’appello ha omesso ogni considerazione e che ciò comporta, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., n. 4, nullità della sentenza per “mancanza della motivazione sotto l’aspetto materiale e grafico”.
Con il quinto motivo propone identica censura sotto il profilo di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
I primi due motivi di ricorso sono congiuntamente esaminabili discendendo la soluzione delle distinte questioni con essi poste dalle medesime considerazioni appresso esposte, che ne palesano l’infondatezza.
6.1. Con il secondo di essi il ricorrente richiama il principio affermato da Cass. n. 7019 del 1999 richiamata in ricorso secondo cui la “solidarietà che, in forza della L. 24 dicembre 1990, n. 990, art. 18 vincola il responsabile-assicurato ed il suo assicuratore nei confronti del danneggiato dipende esclusivamente dall’attribuzione ex lege allo stesso danneggiato, in deroga ai principi che regolano l’assicurazione per la responsabilità civile, dell’azione diretta nei confronti dell’assicuratore e si caratterizza come un’ipotesi di solidarietà atipica “ad interesse unisoggettivo”, stante la diversità dei titoli per cui sono tenuti verso il danneggiato il responsabile e l’assicuratore, il primo obbligato ex delicto, il secondo obbligato ex lege; ne discende che detta solidarietà, non essendo configurabile oltre i limiti della espressa previsione legislativa, deve ritenersi operante soltanto in favore del danneggiato, del quale rafforza la tutela, e non anche nei rapporti tra l’assicurato responsabile e gli altri soggetti con il medesimo coobbligati in quanto anch’essi responsabili del danno, con la conseguenza che, qualora uno di tali coobbligati risarcisca il danneggiato estinguendone il credito risarcitorio, l’azione di regresso resta da lui proponibile nei confronti del coobbligato assicurato e non anche nei confronti del suo assicuratore”. Reputa il Collegio che questo principio non possa essere condiviso, muovendo esso da una prospettiva non appagante sul piano del sistema e della stessa ratio della norma che riconosce al danneggiato da sinistro stradale azione diretta nei confronti dell’assicuratore del responsabile (o, in caso di più responsabili, dell’assicuratore di ciascuno di essi). In realtà, se si muove dal rilievo che (fatta salva la previsione del tutto peculiare di cui all’art. 141 cod. ass. che non modifica il fondamento del ragionamento qui appresso esposto e che peraltro non è nella specie applicabile, ratione temporis) il danneggiato da sinistro stradale cagionato da fatto colposo di più danneggianti può pretendere il risarcimento, ex art. 2055 c.c., per l’intero nei confronti di ciascuno di questi e dei loro assicuratori, non può dubitarsi che per ciò stesso si determina dal lato passivo una obbligazione solidale gravante a pieno titolo su ciascuno di questi soggetti (primo danneggiante, assicuratore del primo danneggiante, secondo danneggiante, assicuratore del secondo danneggiante, e così via): situazione che non vi è motivo di non ricondurre, quanto ai rapporti interni tra i vari coobbligati, alla disciplina in via generale per tali rapporti prevista dalle norme codicistiche e, segnatamente, per quel che in questa sede rileva, dall’art. 1299 c.c. Non v’è dunque ragione di richiamare i limiti, sul piano della legittimazione attiva, dell’azione diretta verso l’assicuratore della r.c.a. dettati dalla L. n. 990 del 1969, art. 18 (ora art. 144 cod. ass.), posto che il diritto che nella specie è fatto valere dall’assicuratore di un danneggiante nei confronti dell’assicuratore dell’altro danneggiante non è quello dei danneggiati, ma quello che, nei confronti degli altri condebitori solidali, spetta al debitore che ha pagato l’intero (art. 1299 c.c.). Tale diritto compete certamente anche all’assicuratore della responsabilità civile che ha pagato i danneggiati in luogo del suo assicurato, perchè l’assicuratore della responsabilità civile, rispetto alla prestazione risarcitoria, è nella posizione dell’obbligato in solido (Cass. 10/03/1994 n. 2313; 13/10/1986 n. 5996; 16/05/1994, n. 2996), giacché la solidarietà non è esclusa dal fatto che i debitori siano tenuti con modalità diverse (art. 1293 c.c.); diritto che ha come oggetto il rimborso della quota del debito che nei rapporti interni grava su ciascun condebitore (art. 1299 c.c., comma 1)(così in motivazione Cass. n. 1084 del 1998). Non può del resto trascurarsi che una diversa interpretazione finirebbe con il depotenziare il favor verso il danneggiato che l’attribuzione allo stesso di azione diretta nei confronti dell’assicuratore intende realizzare. Se si dovesse invero affermare che, in caso di più corresponsabili, l’assicuratore di uno di essi che paga l’intero non può agire per il regresso nei confronti dell’assicuratore dell’altro responsabile, si determinerebbe un ben intuibile motivo di remora per le compagnie assicuratrici a pagare spontaneamente l’intero in favore del danneggiato. 6.2. Ma alla stessa conclusione si può peraltro giungere per altra via. A norma dell’art. 1203 c.c., n. 3 “a vantaggio di colui che, essendo tenuto con altri o per altri al pagamento del debito, aveva interesse di soddisfarlo” opera la surrogazione legale nei diritti del creditore soddisfatto. Tale previsione (cui non deroga l’art. 1916 c.c., che piuttosto rappresenta una ulteriore ipotesi speciale di surrogazione legale, ovvero più propriamente una forma peculiare di successione del credito: v. Cass. n. 14941 del 2012; Cass. n. 3356 del 2010) si attaglia anche alla posizione dell’assicuratore r.c.a.. Questi infatti pagando al danneggiato l’importo dovutogli a titolo di risarcimento del danno cagionato dal proprio assicurato, e avendone interesse a farlo, anzi essendone obbligato per legge, si pone pienamente nella condizione prevista dalla citata norma e può dunque surrogarsi nei diritti che aveva il danneggiato da lui soddisfatto, compreso quello di esercitare l’azione per il risarcimento del danno nei confronti dell’assicuratore dell’altro danneggiato, nei limiti tuttavia della percentuale di responsabilità a questo ascrivibile (eventualmente opponibili dall’assicuratore convenuto quale eccezione personale propria dei rapporti interni con l’assicuratore surrogato). 6.3. Le considerazioni che precedono valgono ovviamente, come detto, anche a superare gli argomenti critici che, con riferimento alla medesima statuizione, sono svolti con il primo motivo nella diversa prospettiva dell’azione di regresso interna a più corresponsabili del danno ex art. 2055 c.c., comma 2. Varrà al riguardo comunque rilevare anche di essi l’intrinseca debolezza, atteso che l’obbligazione solidale risarcitoria del proprietario del veicolo, tenuto ai sensi dell’art. 2054 c.c., comma 3, ha la stessa estensione di quella del conducente, e pertanto è conforme a diritto la sua condanna, nei confronti dei corresponsabili solidali del conducente, alla ripetizione della parte di debito del conducente stesso. E’ vero che i tre precedenti citati in ricorso (Cass. 12/10/1982, n. 856, Cass. 05/09/2005, n. 17763 e Cass. 08/10/2008, n. 24802) sembrano affermare il principio secondo cui, in tema di responsabilità civile extracontrattuale, sarebbe esclusa l’azione di regresso nei confronti di coloro che, essendo tenuti a rispondere del fatto altrui in virtù di specifiche disposizioni di legge, e quindi in base ad un criterio di imputazione legale, risultano per definizione estranei alla produzione del danno. Tuttavia le sentenze citate si riferiscono ad ipotesi in cui era in discussione l’azione di regresso tra più soggetti (proprietario del veicolo e datore di lavoro) chiamati a rispondere del fatto di altro soggetto, responsabile del sinistro, e, valorizzando il tenore letterale dell’art. 2055 c.c., comma 2, secondo cui l’azione di regresso è data “nella misura determinata dalla gravità della rispettiva colpa”, giungono alla conclusione che non può darsi azione di regresso tra più soggetti chiamati a rispondere del fatto del responsabile, proprio in quanto non sussiste una possibile graduazione di colpe tra costoro. Nel caso di specie, invece, come correttamente rimarcato dalla Corte d’appello, si discute del regresso esercitato dall’assicuratore di un corresponsabile nei confronti di assicuratore tenuto a rispondere del fatto di altro corresponsabile. Non sussiste, dunque, dubbio alcuno riguardo alla piena applicabilità, nella fattispecie, anche dell’art. 2055 c.c., comma 2 (v. Cass. 27/07/2011, n. 16417).
Il terzo motivo è inammissibile per aspecificità, apprezzabile sia ab intrinseco per la scarsa perspicuità della relativa illustrazione che non consente di comprendere quale sia la statuizione censurata, sia ab extrinseco per la non pertinenza delle argomentazioni spese rispetto alla effettiva ratio decidendi sul punto adottata dalla Corte d’appello.
Sotto il primo profilo, non è dato invero comprendere con certezza – e già questo è motivo di inammissibilità – se la censura si riferisca:
a) al credito di regresso azionato da Carige nei confronti di Aurora, oppure;
b) al credito di regresso pure direttamente azionato da Carige nei confronti dell’odierno ricorrente.
In relazione a ciascuna di tali possibili alternative letture della censura può comunque ad abundantiam osservarsi che: – in primo grado l’eccezione di prescrizione del credito di regresso azionato da Carige nei confronti di Aurora fu rigettata sulla base del duplice rilievo per cui: a1) la prescrizione dell’azione di regresso di uno dei coobbligati decorre dall’avvenuto pagamento e non già dal giorno dell’evento dannoso; a2) nel caso di specie detto pagamento venne effettuato in data 31/7/2002 e da tale momento la prescrizione venne più volte interrotta, fino all’instaurazione del giudizio, senza che mai si perfezionasse il termine di cui all’art. 2947 c.c.; – la Corte d’appello dà atto dell’esistenza di un motivo di gravame (il terzo) che – si dice in sentenza – “investe il rigetto dell’eccezione di prescrizione”; se ne deve pertanto desumere che quella considerata nella sentenza d’appello è la prescrizione iteratamente eccepita nei confronti dell’azione di regresso proposta da Carige nei confronti di Aurora; tale motivo è quindi rigettato in sentenza sulla base delle seguenti considerazioni: a3) l’appellante non pone in discussione il momento di decorrenza iniziale del termine (coincidente col pagamento, non con l’evento lesivo); a4) essendo l’appellante a tutti gli effetti coobbligato solidale, l’atto interruttivo rivolto all’assicuratore estende la propria efficacia, ex art. 1310 c.c., anche nei confronti del proprietario del veicolo e del conducente responsabile; – ciò premesso è evidente l’aspecificità della censura in questa sede svolta in quanto diretta a colpire soltanto quest’ultima argomentazione (pt. a4) che, nell’economia della decisione impugnata, assume rilievo marginale e probabilmente anche eccentrico rispetto alla vera e più corretta ratio decidendi rappresentata dal rilievo di cui al precedente pt. a3, quello cioè secondo cui, rispetto alla diversa decorrenza del termine prescrizionale dell’azione di regresso (coincidente con l’effettivo pagamento da parte di Carige), quest’ultimo non poteva ancora considerarsi decorso; del tutto irrilevante si appalesa dunque ogni argomento svolto in ordine alla efficacia interruttiva delle iniziative di Carige contro Aurora anche nei confronti dell’odierno ricorrente, quale altro coobbligato, posto che l’unica eccezione di prescrizione che risulta tempestivamente opposta in primo grado e, di conseguenza, trattata poi in grado d’appello, riguardava come detto l’azione di regresso della prima compagnia assicuratrice nei confronti della seconda, non già il regresso successivamente esercitato (in estensione della domanda con la memoria ex art. 183 c.p.c., comma 5) nei confronti del R.; sub b) ove poi il motivo di ricorso debba intendersi riferito all’azione di regresso esercitata da Carige nei confronti dello stesso, è agevole rilevare che si tratterebbe di questione inammissibilmente proposta per la prima volta in questa sede, non risultando essa trattata in grado d’appello, evidenziandosi anzi chiaramente nella sentenza impugnata che in relazione a tale domanda riproposta da Carige con appello incidentale “non si registra alcuna contestazione nel confutazione da parte dell’appellante”. Il ricorrente non ha dal canto suo in alcun modo precisato, come detto, se, quando e come tale questione sia stata dedotta a fondamento dell’appello. Giova al riguardo rammentare che, come da questa Corte ripetutamente avvertito, in tema di ricorso per cassazione, qualora una determinata questione giuridica che implichi accertamenti di fatto non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (v, ex aliis Cass. 21/11/2017, n. 27568; 18/10/2013, n. 23675; 22/01/2013, n. 1435).
Il quarto e il quinto motivo – congiuntamente esaminabili prospettando la medesima questione – sono inammissibili sotto diversi profili.
Va premesso che – al di là dell’ininfluente erroneo riferimento alla previsione di cui al n. 3, anzichè all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4: v. Cass. Sez. U. 24/07/2013, n. 17931) – con il quarto motivo il ricorrente intende denunciare error in procedendo per violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 per carenza assoluta di motivazione: vizio implicante la nullità della sentenza a suo dire ravvisabile in ragione della mancata considerazione del motivo di gravame con il quale si lamentava che il primo giudice non avesse dedicato “alcun accenno alla pur rilevata prescrizione estintiva” dell’azione di rivalsa proposta da Aurora Assicurazioni S.p.A. con l’atto di chiamata in causa. E’ evidente l’inammissibilità di una siffatta censura posto che, quand’anche una tale omissione fosse ravvisabile, essa non integrerebbe il vizio denunciato di motivazione omessa o apparente (che si configura soltanto nell’ipotesi in cui manchi del tutto una motivazione o quella espressa risulti intrinsecamente inidonea a far percepire le ragioni che stanno alla base della decisione: v. ex aliis Cass. 25/02/2014, n. 4448; Cass. 08/01/2009, n. 161, non anche quando la motivazione sia ben presente e intellegibile, come nella specie, ma risulti una qualche parziale omissione) bensì quello di omessa pronuncia, nella specie non dedotto.
Ove poi si potesse interpretare la censura come volta a far valere un tale vizio la stessa sarebbe bensì in sè fondata, ma non potrebbe comunque condurre all’accoglimento del motivo.
All’esame del motivo d’appello erroneamente omesso dai giudici di merito può infatti procedere questa Corte, nell’esercizio dei poteri di cui all’art. 384 c.p.c., ponendo essa, in relazione alla prospettazione datane in ricorso, questioni di mero diritto di carattere assorbente (v. Cass. n. 23740 del 2013; n. 5139 e 24914 del 2011; n. 8622 del 2012). L’eccezione di prescrizione dell’azione di prescrizione risulta infatti per la prima volta inammissibilmente dedotta in appello: lo stesso ricorrente, nel riportare testualmente la comparsa di costituzione in appello della Aurora Assicurazioni S.p.a. ne trascrive l’eccezione in tal senso preliminarmente opposta ex art. 345 c.p.c. senza nemmeno accennare ad una sua eventuale contestazione. Dalla trascrizione poi del motivo di appello si trae un solo generico inciso che sembra esprimere l’assunto che tale eccezione sarebbe stata in realtà sollevata in primo grado (“nella impugnata sentenza non si rinviene alcun accenno alla pur rilevata prescrizione estintiva”), inciso però palesemente insufficiente ad assolvere l’onere di specifica motivazione gravante sull’appellante, onere che – nel caso in cui si deduca omessa pronuncia su eccezione di prescrizione – comporta necessariamente anche l’indicazione dell’atto e della fase in cui la stessa è stata sollevata in primo grado.
A fortiori inammissibile si appalesa il quinto motivo non potendosi certamente configurare vizio di motivazione (sub specie di omesso esame di fati decisivi) in relazione a questioni di mero diritto, processuale o sostanziale, qual è quella dedotta.
E’ noto infatti che il vizio di motivazione non può assumere, di per sè, ruolo di idoneo motivo di ricorso per cassazione, poichè, se il giudice del merito decide correttamente una questione di diritto sottoposta al suo esame e, tuttavia, non sostiene la determinazione con alcuna argomentazione ovvero la supporta con argomentazioni inadeguate, illogiche o contraddittorie, ha luogo, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., la correzione della motivazione della sentenza impugnata da parte del giudice di legittimità (cfr. Cass. 16640/05, 11883/03).
Per le considerazioni che precedono il ricorso deve essere rigettato, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.
Ricorrono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per l’applicazione del raddoppio del contributo unificato. P.Q.M. rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore delle controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, per ciascuna, in Euro 3.200 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis. Così deciso in Roma, il 16 maggio 2018. Depositato in Cancelleria il 27 giugno 2018 positato in Cancelleria il 19 gennaio 2018

References: art. 1299
 Sentenza 
 SENTENZA 
 sentenza 
 art. 141
 sentenza 
 art. 140
 art. 2054
 art. 13
 art. 360
 art. 140
 art. 140
 art. 360
 art. 141
 art. 360
 art. 324
 art. 329
 art. 342
 sentenza 
 art. 360
 art. 18
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 art. 9
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 art. 3
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 art. 2055
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 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
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 art. 267
 Cass. 
 art. 18
 art. 144
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 art. 2054
 art. 14
 art. 18
 art. 129
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 Cass. Sez. 
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 Cass. 
 Cass. 
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 art. 13
 art. 1
 art. 13
 art. 1
 art. 13