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Le commissioni di massimo scoperto e le soglie d’usura. La cassazione penale ridimensiona la Banca d’Italia - Studio Legale Tidona e Associati
29 aprile 2010 | By Studio In Diritto bancario
1. La Sentenza della Cassazione, II Penale, N, 262 del 19/2/10: 1.1 Il contenuto della Sentenza; 1.2 Svolgimento del processo e Sentenza del Gup presso il Tribunale di Ascoli Piceno; 1.3 Motivi del ricorso e decisioni della Cassazione. 2. Le Commissioni di Massimo Scoperto, i tassi soglia e le nuove Istruzioni della Banca d’Italia: i riflessi della Sentenza. 2.1 Le Commissioni di Massimo Scoperto: evoluzione; 2.2 I riflessi della Sentenza della Cassazione: aspetti giuridici, economici e metodologici; 2.3 Le nuove Istruzioni della Banca d’Italia. 3. Considerazioni finali.
▪ con la prima metodologia – che includeva le CMS nel calcolo del tasso ai fini dell’usura[1], praticato dalla banca – emergeva il superamento delle soglie d’usura in alcuni trimestri per entrambi i c/c;
▪ con la seconda metodologia – che adottava una formula di calcolo diversa da quella indicata dalla Banca d’Italia ma non includeva le CMS – risultavano alcuni moderati esuberi in un solo c/c;
▪ con la terza metodologia – che adottava la formula indicata dalla Banca d’Italia ma non includeva le CMS – non risultava alcun esubero;
▪ con la quarta metodologia – che adottava la formula indicata dalla Banca d’Italia e includeva le CMS secondo le indicazioni fornite dalla stessa (Bollettino di Vigilanza del 2 dicembre ’05) – non risultava alcun esubero.
Più che le argomentazioni riferite alle parti civili, di interesse diverso dagli aspetti che ci occupano[2], di pregnante rilievo risultano invece le valutazioni espresse dalla Cassazione sulle osservazioni avanzate dai soggetti prosciolti dall’imputazione con la formula diversa da quella “perché il fatto non sussiste”. Questi ultimi lamentavano infatti, da un lato la mancanza e manifesta illogicità della motivazione della Sentenza, dall’altro l’inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale e/o di altre norme giuridiche.
Al riguardo la Cassazione osserva che la legge 108/96 stabilisce dettagliatamente la procedura amministrativa volta ad accertare il tasso soglia. Già in precedenza la Cassazione (Sentenza n. 200148/03)[3] aveva stabilito che nella circostanza rimettere ad organi amministrativi il contenuto concreto del precetto penale non viola il principio della riserva di legge in materia penale, risultando in quest’ultima analiticamente indicati gli elementi di determinazione del tasso soglia: risulta rimesso al Ministro dell’Economia e alla Banca d’Italia il solo compito residuale, non di “determinare” le soglie d’usura, bensì di “rilevare”, nel senso di fotografare, l’andamento dei tassi di mercato.
La menzionata definizione presenta un’evidente discrasia fra il significato concettuale dato alle CMS: “corrispettivo pagato dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di essere sempre in grado di fronteggiare una rapida espansione nell’utilizzo dello scoperto di conto”, ed il portato operativo: “viene calcolata in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento.”[4].
Concettualmente le CMS sono connesse alla concessione del credito, che ha una sua valenza autonoma e distinta dall’erogazione[5]. Disporre di una linea di credito, anche se non utilizzata, presenta un proprio valore economico, nella misura in cui consente all’operatore maggiori gradi di libertà nella gestione della propria liquidità. Se intesa ed applicata correttamente in questo senso – per altro già espresso nella precedente Sentenza della Cassazione n. 870/06[6] – si poteva anche giustificare una sua esclusione dal calcolo dell’usura, che viene dalla legge 108/96 riferita all’erogazione del credito[7].
Tale interpretazione, aggiunge la Cassazione, risulta avvalorata dalla normativa successiva, introdotta dal D.L. 185/08, convertito nella legge 28/1/09 n. 2 che, all’art. 2 bis, 2° comma, precisa che “gli interessi, le commissioni, le provvigioni derivanti dalle clausole, comunque denominate, che prevedono un remunerazione, a favore della banca, dipendente dall’effettiva durata dell’utilizzazione dei fondi da parte del cliente (…) sono comunque rilevanti ai fini dell’applicazione dell’art. 1815 del codice civile, dell’art. 644 del codice penale e degli art. 2 e 3 della legge 7/3/96, n. 108”.
Dei quattro conteggi curati dal CTU, sia il primo che il quarto conteggio, adottavano formule di calcolo che ricomprendevano le CMS: il primo conteggio impiegava l’ordinaria formula dell’interesse (TAEG) – aggregando insieme interessi, commissioni e spese, e rapportandoli al credito erogato – mentre il quarto conteggio impiegava la formula di calcolo riportata nelle Istruzioni della Banca d’Italia (TEG), integrata dalla indicazioni fornite nella menzionata Circolare di Vigilanza[8], per tener conto anche delle CMS.
Per oltre tredici anni una prassi amministrativa difforme dal dettato legislativo ha consentito al sistema bancario di estendere i costi del credito oltre limiti che la legge aveva dettato in termini oltremodo chiari ed incontrovertibili. Se non fosse intervenuta la legge 108/96 a porre rigide limitazioni ai tassi di interesse, la Commissione di Massimo Scoperto sarebbe rimasta presumibilmente relegata a parte, congiuntamente agli oneri minori[9]. Le CMS, escluse dal calcolo dell’usura, dallo storico ottavino (0,125%) applicato ai conti affidati nei primi anni novanta, sono lievitate sino a decuplicarsi, estendendosi all’84% dei rapporti di conto ed ad ogni forma di scoperto, sin’anche di valuta[10].
Si è venuto perdendo ogni elemento di rispondenza del prezzo del servizio al costo sopportato dalla banca[11].
L’intermediario gestisce la liquidità necessaria sulla base di previsioni riferite all’intero aggregato della clientela, compensando le posizioni a debito con le posizioni a credito e reperendo/impiegando il saldo risultante: l’esigenza di pronta liquidità per il “sistema banca” è ristretta a tale saldo, non all’universo dei fidi in essere. Se in passato la pronta liquidità aveva costi apprezzabili connessi alla necessità di moneta fisica e agli obblighi di riserva, l’evoluzione subita dalla normativa e dall’organizzazione del mercato monetario, congiunta alla notevole flessione dei tassi, rende per le banche l’onere in parola assai modesto: alla disponibilità non corrisponde più la fisicità e il canale telematico, di regola, rende il reperimento/impiego dei fondi ai tassi di mercato pressoché immediato. D’altra parte la disponibilità a erogare prontamente il fido concesso è frequentemente unita alla prerogativa che la banca si riserva di revocare, in tutto o in parte, il fido stesso unilateralmente e immediatamente[12]: tale circostanza, congiuntamente allo jus variandi, ridimensiona apprezzabilmente il servizio di pronta disponibilità dei fondi, tutelando la banca da eventualità che possono rendere inesigibile il credito e/o che possono far lievitare i costi del servizio[13].
Il legislatore è intervenuto recentemente con il menzionato D.L. 185/08, convertito nella legge n. 2/09, successivamente integrato dal D.L. 78/09, convertito nella legge n. 102/09[14]. Tuttavia il provvedimento, pur enucleando le forme estreme di iniquità della Commissione, ne viene a radicalizzare, anziché rimuovere, l’uso diffuso. Lungi dal portare chiarezza e trasparenza, il provvedimento ha introdotto un nuovo assetto regolamentare nel quale la Commissione commisurata all’utilizzo massimo dello scoperto viene esplicitamente legittimata, seppur edulcorata e irregimentata; viene altresì integrata da una seconda commissione commisurata al fido, indipendente dall’utilizzo che di questo ne fa il cliente.
▪ la Commissione di Massimo Scoperto, commisurata al saldo risultante a debito per periodi pari o superiori a trenta giorni e in presenza di fidi;
▪ una seconda Commissione, indicata dalla legge come “Corrispettivo per il servizio di messa a disposizione delle somme”, indipendente dall’effettivo utilizzo, predeterminata e commisurata all’importo e alla durata del fido accordato.
La diatriba se commisurare la commissione al fido concesso o all’ammontare massimo utilizzato, viene dalla legge superata prevedendole entrambe. O meglio, la norma sembra prospettare il contrario, prevedendo varie circostanze di nullità, ma alla fine, con l’usuale patto tra le parti – all’occorrenza prontamente recepito nel contratto di adesione sottoposto alla clientela[15] – risulta legittimamente applicabile sia la Commissione sul massimo importo utilizzato, sia il corrispettivo sul fido accordato[16].
Quanto accaduto alle CMS dopo la legge 108/96 non può non collegarsi alle perplessità e contrarietà a norme amministrative di controllo dei costi del credito, espresse più volte dall’Istituto Centrale, sia in sede di stesura della legge antiusura che successivamente[17]. Per evitare che una limitazione troppo stringente del costo del credito, ne privasse l’accesso agli imprenditori marginali, alimentando in tal modo l’usura criminale, sono stati diffusamente impiegati margini di flessibilità, che risultano talora eccedere gli stessi limiti disposti dalla legge.
Quest’ultima risulta assai dissimile dalla rilevazione ai fini di usura: censisce solo le operazioni riferite a clienti con esposizione superiore a € 75.000 e rileva sia i tassi in essere, sia quelli del periodo di rilevazione. La rilevazione dei tassi attivi comprende la mora, le CMS e le altre spese connesse al finanziamento, escludendo quelle relative a servizi diversi e impiega la formula: t(%) = (competenze x 365)/Numeri computistici. Tali aspetti rispondono compiutamente al dettato del 4° comma dell’art. 644 c.p. Pertanto indicazioni di particolare interesse possono ricavarsi dal loro confronto con le soglie d’usura rivenienti dai decreti ministeriali. [18]
La tendenza flettente del tasso medio – che si riscontra passando dalla classe dimensionale “< € 125.000” alla classe dimensionale “> di 25 mil.ni”, fa inferire, per classi dimensionali inferiori a € 125.000 tassi medi più elevati.
Nella Tavola della pagina seguente sono riportati i tassi attivi rilevati per tali crediti, per fido globale accordato, rispettivamente inferiore a € 125.000 per i crediti a revoca e inferiore a € 250.000 per crediti autoliquidanti: nei primi si è colta la punta della regione con il massimo tasso, nei secondi quella dell’Italia Meridionale[19].
Se, al contrario il superamento della soglia interviene successivamente al momento del contratto, sia perché il contratto è precedente all’entrata in vigore della legge 108/96, sia in conseguenza di successive riduzione dei valori soglia, si ritiene applicabile la riduzione del tasso di interesse al valore corrispondente al tasso soglia di volta in volta rilevato[20].
Dottrina e giurisprudenza hanno ritenuto applicabile detti principi non soltanto al contratto di mutuo, ma a tutti i contratti di credito[21].
Nell’agosto ’09, con le nuove Istruzioni, la Banca d’Italia ha introdotto nell’algoritmo di calcolo sia le CMS che la remunerazione per la messa a disposizione dei fondi[22]. In tale algoritmo, tuttavia, si viene a stabilire una diversa aggregazione di interessi e CMS, i primi rapportati al credito, le seconde, congiuntamente alle altre spese e remunerazioni, rapportate all’accordato. Nella differenziazione dei rapporti, l’Organo di vigilanza ha ritenuto di dare rilievo distinto e separato alle due classi di costo.
Nelle nuove Istruzioni per la rilevazione delle soglie d’usura, la Banca d’Italia ha preferito mantenere ed integrare la formula del TEG già utilizzata in precedenza, in luogo di impiegare la formula del TAEG prevista da Direttive europee, decreti ministeriali e norme bancarie[23].
[1] Nella Sentenza della Cassazione si impiega impropriamente il termine TEG per riferirsi al tasso calcolato ai fini della verifica dell’usura. Di fatto la verifica è stata curata dal CTU impiegando l’usuale formula del TAEG, diversa da quella del TEG, indicata dalla Banca d’Italia nelle Istruzioni per la rilevazione dei Tassi Effettivi globali Medi ai sensi della legge sull’usura (Cfr. Tribunale di Ascoli Piceno, Sentenza n. 117 del 9/7/09, depositata il 23/7/09, A. Panichi).
[2] Le parti civili lamentavano che, una volta esclusa la sussistenza dell’errore sul fatto, appariva illogica e contraddittoria l’esclusione dell’elemento soggettivo dal momento che gli imputati, in piena consapevolezza, avevano applicato i tassi usurari.
[3] La Sentenza richiamata ha respinto l’eccezione di illegittimità costituzionale dell’art. 644 c.p. per violazione dell’art. 3, 25 e 41 della Costituzione ritenendo che la legge 108/96 fissa “limiti e criteri analitici e circoscritti al punto da rappresentare vincoli sufficienti a restringere la discrezionalità della pubblica amministrazione nell’ambito di una valutazione strettamente tecnica e, come tale, da ritenersi idonea a concorrere, nel pieno rispetto del principio della riserva di legge in materia penale, alla precisazione del contenuto della norma incriminatrice.”.
[4] La menzionata discrasia fra il servizio prestato e la metodologia di calcolo della Commissione non era passata inosservata alla Suprema Corte di Cassazione la quale già nel 2002 (n.11772/02) aveva puntualmente precisato: “o tale commissione è un accessorio che si aggiunge agli interessi passivi – come potrebbe inferirsi anche dall’esser conteggiata, nella prassi bancaria, in una misura percentuale dell’esposizione debitoria massima raggiunta, e quindi sulle somme effettivamente utilizzate, nel periodo considerato – che solitamente è trimestrale – e dalla pattuizione della sua capitalizzazione trimestrale, come per gli interessi (…), o ha una funzione remunerativa dell’obbligo della banca di tenere a disposizione dell’accreditato una determinata somma per un determinato periodo di tempo, indipendentemente dal suo utilizzo, come sembra preferibile ritenere anche alla luce della circolare della Banca d’Italia dell’1/10/96 e delle successive rilevazioni del c.d. tasso soglia, in cui è stato puntualizzato che la commissione di massimo scoperto non deve essere computata ai fini della rilevazione dell’interesse globale di cui alla legge n. 108/96 ed allora dovrebbe essere conteggiata alla chiusura definitiva del conto”.
[5] Cfr. Ferro Luzzi, Ci risiamo a proposito dell’usura e della commissione di massimo scoperto, in Giur. Comm. ,I, 2006; Ferri, Apertura di credito, in Enc. Dir., I, Milano 1958.
[6] La sentenza richiamata, con riferimento alle CMS, aveva avuto modo di precisare la funzione di “remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione di fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma”.
[7] Il 2° comma dell’art. 2 bis del D.L. 185/08, convertito nella legge n. 2/09, coglie tale distinzione, circoscrivendo solamente agli oneri e spese dipendenti dall’effettiva durata dell’utilizzo dei fondi le poste da ricomprendere nel calcolo dell’usura. La Banca d’Italia, tuttavia, nelle nuove Istruzioni per la rilevazione dei tassi ai fini dell’usura, rimanendo aderente alla funzione operativamente svolta nel tempo da tale remunerazione, ricomprende sia le CMS che la remunerazione per il fido, nel calcolo del TEG.
[8] Con uno schema complesso e farraginoso, in tale nota si propone di confrontare l’aliquota delle CMS applicate con il valore soglia riveniente dall’aliquota delle CMS, riportata in calce alla Tavola dei tassi pubblicata nei D.M del Ministero dell’Economia, maggiorata del 50%, aggiungendo l’eventuale esubero da tale soglia, agli interessi da porre in confronto con la soglia d’usura, dedotta dai predetti decreti.
[9] La legge 108/96 ha modificato sostanzialmente il concetto di usura: in una nuova e più ampia accezione si è inteso presidiare, oltre alle forme classiche in cui si esplicita il fenomeno, anche forme di usura che perseguono, attraverso l’esercizio legale del credito, interessi diversi e opposti al progresso dell’economia nazionale. La Suprema Corte di Cassazione così si è espressa nella sentenza n. 20148 del 18 marzo 2003: “(…) E’ noto come, a seguito della riforma del 1996, la fattispecie incriminatrice delineata dall’art. 644 c.p., sia stata caratterizzata dalla determinazione legale dell’interesse usurario e dal correlativo abbandono di quell’etereo parametro rappresentato dall’approfittamento dell’altrui stato di bisogno, iscritto nella originaria struttura del reato quasi come un elemento indicatore di una condizione di “minorata difesa” sul piano economico atta a perturbare una effettiva libertà di autodeterminazione del soggetto; al tempo stesso, ne è risultata espunta, dalla ipotesi di base, l’altrettanto vaga nozione di condizione di “difficoltà economica o finanziaria” tipizzante la fattispecie di usura impropria di cui all’art. 644 bis c.p., aggiunto all’art. 11 quinquies, comma 2, del d.l. n. 306 del 1992 e poi abrogato dall’art. 1, comma 2, della legge 7 marzo 1996, n. 108. Nella attuale formulazione, dunque, la eliminazione dell’estremo dell’abuso e della correlativa condizione dello stato di bisogno rappresenta indubbiamente l’aspetto di maggior risalto scaturito dalla riforma, posto che, agli effetti della rilevanza penale, ciò che conta è l’oggettivo superamento della soglia oltre la quale l’interesse o il vantaggio promesso o dato viene ad assumere – secondo una valutazione legale tipica – il carattere usurario. Una scelta legislativa dunque dalla quale traspare l’evidente intento di delineare la disciplina della usura in chiave tendenzialmente oggettiva, caratterizzando la fattispecie come una violazione del rapporto di adeguatezza delle prestazioni, secondo parametri predefiniti ed obiettivi che necessariamente non possono non tener conto delle leggi di mercato e del variabile andamento dei tassi che da esse conseguono. Attraverso l’abbandono del tradizionale requisito per così dire soggettivistico dell’abuso, e la sua sostituzione con il rilievo del tutto prevalente che nella struttura della fattispecie finisce per assumere il requisito – tutto economico – della sproporzione tra la prestazione del mutuante e quella del mutuatario, la prospettiva della tutela sembra dunque essersi spostata dalla salvaguardia degli interessi patrimoniali del singolo e, se si vuole, dalla protezione della personalità del soggetto passivo, verso connotazioni di marcata plurioffensività, giacchè accanto alla protezione del singolo, vengono senz’altro in gioco anche – e forse soprattutto – gli interessi collettivi al corretto funzionamento dei rapporti negoziali inerenti alla gestione del credito e alla regolare dei mercati finanziari”.
[10] La distorsione è arrivata ad addebitare le Commissione anche quando la banca finanzia momentanei scoperti di conto, impiegando le stesse disponibilità del cliente, in precedenza versate, già introitate, ma non ancora riconosciute come “valuta” nel conto del medesimo: in tali circostanze il credito è solo apparente.
[11] Nell’intervento del Governatore all’Assemblea ordinaria dell’ABI dell’11/7/07, le CMS è stata definita: “un istituto poco difendibile sul piano della trasparenza e dell’efficienza, tanto che alcune banche lo hanno già soppresso”. Oltre che sul piano della trasparenza e dell’efficienza, l’istituto è divenuto poco difendibile anche sul piano giuridico: diversi Tribunali hanno censurato l’impiego delle CMS, per assimilazione agli interessi, per assenza di causa, per indeterminatezza della funzione di calcolo.
[12] L’art. 1845 c.c. prevede che il recesso sospenda immediatamente l’utilizzo del credito, ma che la banca debba concedere un termine di almeno quindici giorni per la restituzione delle somme utilizzate; di fatto, il “salvo patto contrario” previsto nel 1° comma dell’articolo, ha consentito alle banche di inserire la previsione contrattuale di recesso in qualsiasi momento, anche con comunicazione verbale, ancorché l’apertura di credito sia concessa a tempo indeterminato e con l’obbligo del correntista, mediante preavviso di un giorno, alla restituzione del credito.
[13] Tale forma di finanziamento, tipica del sistema italiano, è tra le più onerose per l’impresa e costituisce il 30% dei finanziamenti erogati dal sistema bancario, contro il 10% degli altri paesi.
[14] Ulteriori disposizioni concernenti i contratti bancari.
L’ammontare del corrispettivo onnicomprensivo di cui al periodo precedente non puo’ comunque superare lo 0,5 per cento, per trimestre, dell’importo dell’affidamento, a pena di nullita’ del patto di remunerazione. Il Ministro dell’economia e delle finanze assicura, con propri provvedimenti, la vigilanza sull’osservanza delle prescrizioni del presente articolo..
[15] Da oltre 50 anni le Norme Bancarie Uniformi presidiano e tutelano l’operatore bancario attraverso contratti uniformi a cui il cliente non può che aderire. Con il “salvo che” o il “salvo patto contrario”, previsto nelle norme di legge – e il declamato intento di voler rispettare la libera volontà delle parti, al più richiamandosi alla trasparenza a tutela del contraente più debole – sono passate indisturbate, nei contratti bancari, rilevanti vessazioni.
[16] Un’indagine curata successivamente ha accertato una frangia di banche, seppur modesta, che hanno colto tempestivamente questa doppia opportunità.
[17] Serie e circostanziate preoccupazioni erano state sollevate sui riflessi che la legge avrebbe sortito sull’assetto del credito. Lo stesso Governatore della Banca d’Italia, ma anche autorevoli esperti del settore, avevano paventato effetti distorsivi che sarebbero potuti derivare dal provvedimento. E’ noto che, con l’ampia eterogeneità di rischio del credito che caratterizza sia il territorio che i comparti produttivi del paese, uno stretto limite al tasso di interesse è suscettibile di emarginare dal credito un ampio numero di imprese, alimentando in tal modo le diverse e più gravi forme di usura criminale.
[19] Nella Circolare n. 139 del giugno ’04, la Banca d’Italia definisce le menzionate categorie di credito.
[20] “Nell’ipotesi in cui gli interessi originariamente pattuiti al di sotto del tasso soglia dell’usura superino tale limite nel corso del rapporto, pur non applicandosi la norma di cui all’art. 1815 c.c., il tasso deve essere ridotto al limite dell’usura (cioè al tasso soglia) per effetto del meccanismo di integrazione legale del contratto di cui all’art. 1339 c.c.”. (Trib. Bologna, Sentenza 19/6/01, in Corriere Giuridico 2001.
[21] Cfr. Inzitari, Il mutuo con riguardo al tasso soglia, Atti del Convegno di Bergamo, 13 novembre ’98; Porzio, La disciplina generale dei contratti bancari, in I contratti delle banche, a cura di Angelici, Belli, Greco, Porzio, Farina.
[22] In questo senso le Istruzioni della Banca d’Italia sono andate oltre il disposto legislativo n. 2/09 che prevede solo per le CMS l’inclusione nel TEG: “Gli interessi, le commissioni e le provvigioni derivanti dalle clausole, comunque denominate, che prevedono una remunerazione, a favore della banca, dipendente dall’effettiva durata dell’utilizzazione dei fondi da parte del cliente, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono comunque rilevanti ai fini dell’applicazione dell’articolo 1815 del codice civile, dell’articolo 644 del codice penale e degli articoli 2 e 3 della legge 7 marzo 1996, n. 108.
[23] Il TAEG è stato introdotto come tasso di riferimento per le operazioni di credito al consumo. La legge 142/92, nel recepire la Direttiva 87/102/CEE in materia di credito al consumo, definisce all’art. 19 il TAEG, Tasso Annuo Effettivo Globale.
Nel marzo del ’03, sulla base dei poteri attribuiti al CICR dagli artt. 116/119 del T.U.B., sono state dettate le prime disposizioni in materia di trasparenza delle condizioni contrattuali delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari. Nelle disposizioni, rivolte alla generalità degli utenti bancari, viene introdotto – limitatamente ai mutui ed altri finanziamenti – l’ISC (Indice Sintetico di Costo), con un significato ed una metodologia di calcolo del tutto analoghi al TAEG (Tasso Annuo effettivo Globale) richiamato dalla normativa per l’aggregato più ridotto dei fruitori del credito al consumo.
Con le nuove disposizioni emanate dalla Banca d’Italia lo scorso 29 luglio ’09, l’ISC viene sostanzialmente abbandonato, privilegiando l’impiego del secondo termine, TAEG (si continuerà ad impiegare il termine ISC esclusivamente per i conti correnti, quale espressione monetaria, non del tasso, ma del costo), esteso ad anticipazioni bancarie e aperture di credito offerte a clienti al dettaglio.

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 art. 2
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