Source: https://www.slideshare.net/Lex_Alimentaria/lidl-italia-follow-up-italiano
Timestamp: 2017-09-23 13:46:21+00:00

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Analisi della sentenza del Giudice di Pace in ottemperanza delle indicazioni fornite dalla Corte di giustizia nella sentenza LIDL (C-315/05)
1. APPLICAZIONE DELLA SENTENZA LIDL ITALIA ALL’INTERNO DEGLI STATI MEMBRI: LEGISLAZIONE INTERNA E NORMATIVA COMUNITARIA A CONFRONTO Con la sentenza n. 280/2007 del Giudice di Pace di Monselice si chiude il caso Lidl Italia che aveva visto la nota catena di distribuzione opporsi, in base all’art. 22 della legge del 24 novembre 1981 n. 6891 , alla sanzione ammini- strativa irrogata per aver posto in vendita un amaro alle erbe, prodotto da un’impresa tedesca, il cui volume alcolimetrico, indicato in etichetta, non cor- rispondeva a quello effettivo riscontrato in sede di controllo ufficiale. Il giudizio innanzi al Giudice di Pace, sospeso per il rinvio pregiudiziale ex art. 234 CE, aveva portato alla pronuncia della Corte di giustizia secondo la quale gli artt. 2, 3 e 12 della direttiva n. 2000/13/Ce2 devono essere inter- pretati «nel senso che non ostano ad una normativa di uno Stato membro, come quella controversa nella causa principale, che prevede la possibilità per un operatore, stabilito in tale Stato membro, che distribuisce una bevanda al- colica destinata ad essere consegnata come tale, ai sensi dell’art. 1 della detta direttiva, e prodotta da un operatore stabilito in un altro Stato membro, di es- sere considerato responsabile di una violazione di detta normativa, constatata da una pubblica autorità, derivante dall’inesattezza del titolo alcolometrico volumico indicato dal produttore sull’etichetta di detto prodotto, e di subire conseguentemente una sanzione amministrativa pecuniaria, mentre si limita, nella sua qualità di semplice distributore, a commercializzare tale prodotto così come a lui consegnato dal produttore»3 . 1 Recante «Modifiche al sistema penale», in Guri n. 329 del 30 novembre 1981. 2 Direttiva n. 2000/13/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 marzo 2000, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti l’etichettatura e la presentazio- ne dei prodotti alimentari, nonché la relativa pubblicità (in Guce n. L 109 del 6 maggio 2000, p. 29 ss. più volte modificata). La disciplina italiana di attuazione è il dlgvo n. 109 del 27 gennaio 1992, «Attuazione delle direttive n. 89/395/Cee e n. 89/396/Cee concernenti l’etichettatura, la presenta- zione e la pubblicità dei prodotti alimentari», in Guri n. 39 del 17 febbraio 1992, più volte modifi- cato ed integrato. In argomento: L. COSTATO, Compendio di diritto alimentare, Padova, Cedam, 2007, p. 263 ss.; V. MAGLIO, La trasparenza dei prodotti alimentari: la funzione dell’etichettatura nella tutela del consumatore, in Contratto e Impresa/Europa, 2001, p. 311 ss.; R. O’ROURKE, Eu- ropean Food Law, Londra, Sweet and Maxwell, 2005, p. 55-74 e p. 129-138 e V. PACILEO, II dirit- to degli alimenti, profili civili, penali e amministrativi, Padova, Cedam, 2003, p. 320-323. 3 Sentenza del 23 novembre 2006 in causa n. C-315/05, Lidl Italia c. Comune di Arcole (d’ora in poi, per brevità, sentenza Lidl), in Raccolta, 2006, I, p. 11181 e in questa Rivista, 2006, p. 671 DIRITTO COMUNITARIO E DEGLI SCAMBI INTERNAZIONALI, FASC. 3/2007, PP. 533-544 © EDITORIALE SCIENTIFICA SRL
2. 534 Giurisprudenza Inoltre, secondo la Corte, il potere di stabilire la responsabilità del distri- butore finale per violazioni alla normativa di cui alla direttiva n. 2000/13/Ce rientra nella competenza dello Stato membro, stante la incompleta armonizza- zione operata dalla direttiva relativamente al regime sanzionatorio4 . Il giudice del rinvio, alla luce della sentenza Lidl, è giunto quindi alla de- cisione di accogliere l’opposizione presentata dal legale rappresentante del- l’impresa di distribuzione, basandosi sulla disciplina interna che, come inter- pretata dalla giurisprudenza, distingue la responsabilità dell’operatore alimen- tare-produttore da quella dell’operatore alimentare-distributore in ragione del dato che la non conformità, oggetto di contestazione da parte dell’Autorità di controllo, sia "occulta" o "non occulta" e che detta non conformità interessi un prodotto pre-confezionato ovvero sfuso5 . con commento di D. PISANELLO, La disciplina in materia di etichettatura dei prodotti alimentari à la croisée des chemins. Commento alla sentenza della Corte di giustizia del 23 novembre 2006 in causa n. C-315/05. La sentenza è stata commentata anche da F. ALBISINNI, Dalla legislazione al diritto alimentare: tre casi, in Rivista di Diritto Alimentare, 1/2007, p. 12 e da M.-E. ARBOUR, Si- curezza alimentare e prodotti difettosi dopo Lidl e Bilka: un binomio sfasato?, in Danno e Resp., 2007, p. 989. Gli stessi lavori del Parlamento europeo hanno riecheggiato, nella seduta tenutasi a Strasburgo il 15 marzo 2007, i possibili effetti della sentenza della Corte di giustizia: si veda l’in- terrogazione scritta alla Commissione n. 95 dell’on. Jan Březina (H-0160/07): «La sentenza "Lidl Italia" della Corte di giustizia, del 23 novembre 2006, non fa che aggravare la situazione di non pochi dettaglianti che, con le loro PMI, potranno essere considerati responsabili dell’esattezza delle menzioni che debbono obbligatoriamente figurare sull’etichettatura, a fronte di controlli irrealizza- bili nella prassi. Ciò non mancherà di ingenerare maggiori quanto gravosi oneri amministrativi in ordine all’applicazione della legislazione comunitaria, risultando altresì in contrasto con le iniziati- ve della DG Imprese (meglio legiferare, riduzione degli oneri amministrativi). Le altre conseguen- ze sono maggiori ostacoli agli scambi e minore protezione dei consumatori. È la Commissione consapevole dei problemi risultanti da tale sentenza? Intende essa giovarsi della revisione in corso della direttiva n. 2000/13/Ce per definire con precisione "chi" è responsabile della presenza e del- l’esattezza delle menzioni figuranti sull’etichetta di un prodotto alimentare preconfezionato?». Tale prospettazione trae motivo dalla circostanza che la Corte ha richiamato, con un paio di obiter dicta, il contenuto dell’art. 17 del regolamento n. 178/2002/Ce il quale impone a tutti gli operatori ali- mentari l’obbligo di conformità alla legislazione alimentare. Al riguardo due preliminari precisa- zioni sembrano opportune. Sin d’ora si può infatti sottolineare che la Corte non si sia pronunciata nel senso dell’indefettibile responsabilità del distributore finale per ogni violazione alla disciplina sull’etichettatura dei prodotti alimentari, demandando semmai tale decisione alla legislazione dello Stato membro. Inoltre, come si avrà modo di chiarire, l’obbligo di conformità sopra citato si impo- ne ai diversi operatori della catena alimentare in modo proporzionato alle rispettive attività e alle proprie capacità di controllo. 4 Cfr. punto 59 della sentenza Lidl: «spetta in linea di principio al diritto nazionale fissare le modalità secondo le quali un distributore può essere considerato responsabile di una violazione del- l’obbligo in materia di etichettatura imposto dagli artt. 2, 3 e 12 della direttiva n. 2000/13 e, in par- ticolare, disciplinare la ripartizione delle responsabilità rispettive dei vari operatori che intervengo- no nell’immissione in commercio del prodotto alimentare considerato». Evidenzia questo elemento anche il commento M.-E. ARBOUR, Sicurezza alimentare e prodotti difettosi dopo Lidl e Bilka, cit. supra, nota 2. 5 Le definizione di «prodotto alimentare in imballaggio preconfezionato», data dall’art. 1, par. 3, lett. b. dir. n. 2000/13/Ce, è «l’unità di vendita destinata ad essere presentata come tale al consuma- tore finale ed alle collettività, costituita da un prodotto alimentare e dall’imballaggio in cui è stato confezionato prima di essere messo in vendita, avvolta interamente o in parte da tale imballaggio, ma comunque in modo che il contenuto non possa essere modificato senza che l’imballaggio sia aperto o alterato». Regole ad hoc sono invece previste dall’art. 16 dlgvo n. 109/92 per i prodotti alimentari non preconfezionati o generalmente venduti previo frazionamento, anche se originariamente precon- fezionati, i prodotti confezionati sui luoghi di vendita a richiesta dell’acquirente ed i prodotti precon- fezionati ai fini della vendita immediata. In tema di obblighi inerenti la commercializzazione di pro-
3. italiana e straniera 535 In assenza di disposizioni del decreto legislativo n. 109/92, come pure della direttiva n. 2000/13/Ce, che indichino i soggetti cui imputare le conseguenze per le violazioni in materia di etichettatura e presentazione degli alimenti, l’im- posizione al mero distributore delle sanzioni previste dal decreto sull’etichetta- tura può desumersi, in primo luogo, dalla citata legge n. 689/81 che, come noto, reca i principi generali in tema di illecito amministrativo. In particolare viene in rilievo l’art. 3 di tale legge secondo cui «nelle violazioni cui è applicabile una sanzione amministrativa ciascuno è responsabile della propria azione od omis- sione, cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa». La dottrina sul punto afferma unanimemente che l’illecito sanzionato amministrativamente, qual è quello contestato nel caso Lidl, deve essere fondato sulla colpa6 . Con riferimento alle sanzioni amministrative irrogate all’operatore ali- mentare, la Corte di cassazione precisa che, data la definizione di prodotto pre-confezionato quale è ogni recipiente o contenitore chiuso, destinato a ga- rantire l’integrità originaria del prodotto alimentare da qualsiasi manomissio- ne o apertura indebita, chiunque detenga per la vendita un prodotto alimentare non conforme alla normativa vigente, ne risponde a titolo di colpa se non prova la sua buona fede, e cioè se non dimostra di avere eseguito – o fatto e- seguire – tutti i controlli o di avere posto in essere tutte le precauzioni possi- bili per evitare che quel prodotto fosse concretamente avviato al consumo7 . La giurisprudenza maturata in tema di sanzioni per violazioni alle dispo- sizioni della legislazione alimentare è fondamentalmente orientata nel senso di escludere la sussistenza della colpa «ogni volta che l’adozione delle oppor- tune misure prudenziali non sia praticabile o perchè il prodotto sia contenuto in una confezione sigillata o perchè la facile deperibilità dell’alimento non consenta l’esecuzione dei controlli sulla sua composizione in quanto, nelle more di questi il prodotto diverrebbe inevitabilmente non più commestibile»8 . Tale orientamento peraltro trae giustificazione, oltre che dall’applicazio- ne dei principi generali vigenti in tema di sanzioni amministrative, anche da alcune disposizioni relative alla produzione e alla commercializzazione di a- limenti: in primis, la legge n. 283 del 30 aprile 19629 la quale all’art. 19 pre- dotti alimentari si veda V. PACILEO, II diritto degli alimenti, cit. supra, nota 2, p. 510 e G. DE GIOVANNI, Le etichette dei prodotti alimentari, Bologna, Edagricole, 2004. Sugli altri temi relativi ai prodotti preconfezionati, v. da ultimo, F. CAPELLI, La sentenza della Corte di Giustizia sul sistema di vendita "bag in the box" per l’olio di oliva: una pronuncia incompleta per il carente apporto del Giu- dice nazionale e per il mancato intervento dell'Avvocato Generale, in questa Rivista, supra, p. 499 ss. 6 In argomento V. SCALESE, Le opposizioni alle sanzioni amministrative, Milano, Giuffré, 2006, p. 23 e C.E. PALIERO-TRAVI, Sanzioni amministrative, in Enc. dir., vol. XVI, Milano Giuffré, 1984. 7 Si veda, da ultimo, Cass. pen. del 23 febbraio 2007 n. 7692, inedita. 8 Cfr. Cass. pen., sez. III, 13 maggio 1999 n. 8035, Nerbi, rv. 214654. 9 Legge 30 aprile 1962, n. 283, «Modifica degli artt. 242, 243, 247, 250 e 262 del t.u. delle leggi sanitarie approvato con r.d. 27 luglio 1934, n. 1265. Disciplina igienica della produzione e della vendi- ta delle sostanze alimentari e delle bevande», in Guri n. 139 del 4 giugno 1962, più volte modificata.
4. 536 Giurisprudenza vede un’esimente ritenuta espressione di un principio generale, laddove pre- scrive che «le sanzioni previste dalla presente legge non si applicano al com- merciante che vende, pone in vendita o comunque distribuisce per il consumo prodotti in confezioni originali, qualora la non corrispondenza alle prescrizio- ni della legge stessa riguardi i requisiti intrinseci o la composizione dei pro- dotti o le condizioni interne dei recipienti e sempre che il commerciante non sia a conoscenza della violazione o la confezione originale non presenti segni di alterazione»10 . Fuori dall’ambito strettamente igienico-sanitario, proprio della l. n. 283/62, il principio della limitazione della responsabilità del rivenditore, ai soli casi di vizi non rilevabili, trova conferma anche all’art. 49 della legge n. 580 del 4 luglio 1967 recante la «Disciplina per la lavorazione e commercio dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari»11 secondo cui le sanzioni ivi previste «non si applicano al commerciante che vende, detiene per vendere o comunque distribuisce per il consumo prodotti in confezioni originali, qualora la non corrispondenza alle previsioni della legge stessa ri- guardi i requisiti intrinseci o la composizione dei prodotti o le condizioni in- terne dei recipienti e sempre che il commerciante non sia a conoscenza della 10 Così, ex plurimis, con riferimento all’esimente dell’art. 19 della l. n. 283/1962: Cassazione penale del 13 novembre 1997, n. 12005, in Riv. trim. dir. pen. economia, 1998, p. 305 secondo cui: «Devono considerarsi destinatari delle disposizioni dell’art. 5 l. n. 283 del 1962 tutti coloro che concorrono all’immissione sul mercato di prodotti destinati al consumo e non conformi alle pre- scrizioni igienico-sanitarie e quindi tanto il fabbricante che il rivenditore. A quest’ultimo, peraltro, incombe l’obbligo, prima di porre in vendita il prodotto, di controllarne la qualità, adottando tutte quelle cautele che la prudenza, le circostanze del caso e la natura del prodotto stesso consigliano. Ne consegue che, in caso di accertata difformità della sostanza alimentare posta in vendita dai re- quisiti di commestibilità prescritti, il rivenditore risponde penalmente, a titolo di colpa, per non aver fatto eseguire i controlli e adottato le precauzioni idonee ad evitare l’immissione in commer- cio di un prodotto non regolamentare, tale responsabilità venendo meno solo quando trattasi di prodotti posti in vendita in confezioni originali, riscontrati affetti da irregolarità attinenti i loro re- quisiti intrinseci, o la loro composizione, o le condizioni interne dei recipienti, in relazione ai quali il rivenditore non abbia la possibilità di controllare la qualità o la condizione del prodotto posto in vendita, non potendosi ammettere, da parte di costui, manomissioni del recipiente o dell’involu- cro». Più recentemente il Tribunale di Trento del 5 maggio 2004, in Riv. pen., 2005, p. 63, secondo cui «ai fini dell’applicazione dell’esimente prevista dall’art. 19 l. n. 283 del 1962, occorre distin- guere tra il mero imballaggio di un prodotto fresco (nella specie, uva) in relazione al quale sia pos- sibile la verifica del prodotto alimentare da parte di chi lo distribuisce per il consumo, dal confe- zionamento all’origine del prodotto, di per sé destinato a garantirne l’integrità e la freschezza e de- stinato ad essere aperto esclusivamente dal consumatore finale. Nel primo caso, infatti, la suddetta esimente non potrà invocarsi nell’eventualità in cui il prodotto distribuito risulti contraffatto e non sottoposto ai prescritti controlli di qualità». Diversa configurazione delle responsabilità si rinviene quando un prodotto alimentare sia confezionato in un Paese non appartenente alla Unione europea, e quindi provenga da un produttore straniero non soggetto alla legge italiana, incombendo in tal caso la posizione di garanzia sul soggetto «importatore-commerciante all’ingrosso o al dettaglio, che opera sul territorio nazionale, il quale non può ritenersi legittimato a presumere l’adempimen- to, da parte del produttore straniero, di obblighi giuridicamente inesistenti a carico di quest’ultimo. In tal caso non opera l’esimente speciale prevista dall’art. 19 l. 30 aprile 1962 n. 283, perché l’im- portatore è tenuto a verificare personalmente, prima del compimento di qualsiasi atto di commer- cio, la conformità del prodotto o dei componenti ai requisiti di legge» (cfr. Cass. pen. del 1° luglio 1997, n. 7700, in Dir. e giur. agr. 1999, p. 307 con nota di PINELLI). 11 In Guri n. 189 del 29 luglio 1967.
5. italiana e straniera 537 violazione e la confezione originale non presenti segni di alterazione». L’esonero dalle responsabilità di cui all’art. 19 della l. n. 283/62 è da ricol- legare alla contraddizione che deriverebbe dal pretendere dal rivenditore con- trolli che comporterebbero, attraverso la manomissione della chiusura di sicu- rezza, la manipolazione del prodotto, con perdita di quella garanzia igienica che solo la conservazione dell’alimento integro, nei passaggi dal produttore al con- sumatore, può assicurare12 . Tale principio, che vige in tema di sicurezza igieni- co-sanitaria degli alimenti, costituendo la regola di ripartizione delle responsa- bilità è, come sopra ricordato, anche applicabile nell’ambito della tutela degli interessi commerciali del consumatore di prodotti alimentari, come chiarito dal- l’art. 49 della l. n. 580/67. Analoga conclusione dovrebbe essere quindi ritenuta applicabile nei casi di violazione delle disposizioni previste dal dlgvo n. 109/9213 . Non a caso, i precedenti nei quali il distributore è stato sanzionato per vio- lazioni alla disciplina sull’etichettatura dei prodotti alimentari pre-confezionati vertevano su vizi estrinseci e rilevabili che, in quanto tali, rientrano nell’am- bito delle capacità di controllo dell’operatore alimentare-distributore14 . A questi insegnamenti la sentenza del giudice di Pace di Monselice ha vo- luto attenersi, ritenendo non esigibile da parte del mero distributore un control- lo, sia pure a campione, degli articoli esposti nel punto vendita, al fine di accer- tare la corrispondenza tra quanto indicato in etichetta e quanto effettivamente contenuto nelle confezioni oggetto di detenzione per la vendita al consumatore. Per altro verso, la decisione del giudice nazionale contribuisce a dissolve- re i dubbi sull’effettiva portata della sentenza Lidl della Corte di giustizia, sollevati in considerazione dei richiami in essa contenuti al regolamento n. 178/2002/Ce15 , e in particolare all’art. 17 in tema di posizioni di garanzia del- 12 In tal senso V. PACILEO, II diritto degli alimenti, cit. supra, nota 3, p. 507. 13 In tal senso F. CAPELLI, Responsabilità degli operatori del settore alimentare, in questa Rivi- sta, 2006, p. 406. 14 Si veda, ad esempio, Cass., sez. II civile, con sentenza del 12 luglio-12 ottobre 2005, n. 19774, in DVD JurisData, laddove, in tema di disciplina dell’etichettatura dei prodotti alimentari, è stata rite- nuta la responsabilità del rivenditore finale per l’offerta in vendita al consumatore finale di confezioni di una bevanda analcolica (Coca-Cola) con indicazioni in etichetta in lingua inglese: il vizio contestato era, in tal caso, estrinseco e dunque rilevabile da parte dell’operatore alimentare-distributore finale. Analogo iter logico si rinviene nella decisione della Pretura di Padova del 9 febbraio 1999, in Rass. dir. farmaceutico, 1999, p. 466 secondo cui «illustrare le particolari proprietà di equilibrio e leggerez- za di un prodotto alimentare nuovo nonché l’origine tutta naturale dei suoi componenti integra l’illecito amministrativo previsto dall’art. 2 d.lg. n. 109 del 1992, in quanto proprietà idonee a indurre i consumatori a ritenere erroneamente il prodotto un dietetico, illecito del quale, a norma dell’art. 18 comma 1 l. n. 109 del 1992, può essere chiamato a rispondere anche il solo distributore che, interve- nendo nel ciclo commerciale, detiene per vendere e/o vende il prodotto». 15 Regolamento n. 178/2002/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio del 28 gennaio 2002 che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità eu- ropea per la sicurezza alimentare e fissa procedure nel campo della sicurezza alimentare (in Guce n. L 31 del 1° febbraio 2002, p. 1 ss.). Per una lettura organica del regolamento v. AA. Vv., La si- curezza alimentare nell’Unione europea (reg. n. 178/02/CE del Parlamento europeo e del Consi- glio), in Nuove leggi civ. comm., 2003, nn. 1-2. Si veda anche L. COSTATO, Principi di diritto ali-
6. 538 Giurisprudenza l’operatore alimentare16 . Secondo una prima opinione, la sentenza Lidl avrebbe affermato la pari- ficazione del distributore finale al produttore anche per quel che attiene al ri- schio di sanzioni amministrative previste dalla disciplina della etichettatura, presentazione e pubblicità dei prodotti alimentari17 . In sostanza, dando priori- taria rilevanza al richiamo dell’art. 17 del regolamento n. 178/2002/Ce, e tra- lasciando la restante parte motiva della sentenza, si è sostenuto che, in forza della sentenza Lidl, le sanzioni amministrative applicate in base alla direttiva n. 2000/13/Ce e al dlgvo n. 109/02 graverebbero anche sul venditore finale in via oggettiva, indipendentemente dalla sussistenza della colpa e in forza della mera non conformità, senza che abbia rilievo la natura occulta (come nel caso di specie) o meno del "vizio" oggetto di contestazione18 . Una simile ricostruzione, pur se effettuata con argomenti sostenibili, offre però il fianco ad alcuni rilievi critici che suggeriscono di preferire una diversa lettura della sentenza Lidl. Si può infatti sostenere, senza forzare il decisum del giudice comunitario e nel rispetto anche del regolamento n. 178/2002/Ce, che la sentenza Lidl non innovi i criteri di ripartizione delle responsabilità in tema di etichettatura dei prodotti alimentari più sopra brevemente richiamati19 . Se, infatti, la Corte di giustizia con la sua sentenza del 23 novembre 2006 ha chiaramente rinviato alla legislazione dello Stato membro la determinazio- ne dei criteri di imputazione di una sanzione in caso di non conformità alla normativa in tema di etichettatura, la tesi della obbiettiva responsabilità, am- ministrativamente sanzionata, non può essere accolta stante il combinato di- sposto dell’art. 18 del dlgvo n. 109/92 e dell’art. 3 della l. n. 689/81 che ri- mentare, in Dir. e giur. agr. e dell’amb., 2002, p. 348 nonché F. CAPELLI - B. KLAUS - V. SILANO, Nuova disciplina del settore alimentare e Autorità europea per la sicurezza alimentare, Milano, Giuffrè, 2006. 16 Cfr. punto 53 della sentenza Lidl secondo cui «(…) anche se il regolamento n. 178/2002 non è applicabile ratione temporis ai fatti della causa principale, dall’art. 17, n. 1, di detto regolamento, intitolato «Obblighi», risulta che spetta agli operatori del settore alimentare garantire che nelle im- prese da essi controllate gli alimenti soddisfino le disposizioni della legislazione alimentare ineren- ti alle loro attività in tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione e veri- ficare che tali disposizioni siano soddisfatte». 17 Questa opinione è espressa da F. ALBISINNI, Dalla legislazione al diritto alimentare, cit. su- pra, nota 2 e da A. NERI, La sentenza Lidl ovvero la Grande Distribuzione non è più la Grande Esente, in Alimenta, 5/2007. 18 Così F. ALBISINNI, Dalla legislazione al diritto alimentare, cit. supra, nota 2, secondo il qua- le «è la logica di sistema che si impone nella decisione della Corte di giustizia: tutti gli operatori del settore alimentare sono impegnati per garantire che tutte le disposizioni della legislazione ali- mentare siano soddisfatte nell’ambito della fase in cui ciascun operatore interviene, a prescindere dalla sussistenza o meno di un eventuale elemento di colpa a carico del singolo operatore, e non soltanto con riferimento a ciò che investe direttamente la food safety, ma con riferimento all’assieme di tutte le disposizioni del diritto alimentare, ivi incluse quelle che non riguardano la salute umana, ma hanno quale finalità diretta ed immediata la tutela della lealtà nelle transazioni commerciali e la corretta informazione del consumatore». 19 In tal senso sia consentito rinviare a D. PISANELLO, La disciplina in materia di etichettatura dei prodotti alimentari à la croisée des chemins, cit. supra, nota 2.
7. italiana e straniera 539 chiede, per l’applicazione di sanzioni amministrative, la sussistenza dell’ele- mento soggettivo. Non si può infatti dimenticare che nel caso di specie si trat- ta di disposizioni nazionali, frutto di potestà punitiva retta da principi i quali, allo stato attuale, non vengono variati (né forse parrebbero poter essere varia- ti) dal regolamento n. 178/2002/Ce. Si può infatti osservare come il regolamento n. 178/2002/Ce, che ricom- prende tra le sue finalità la tutela della salute del consumatore e quella dei suoi interessi economici (art. 1)20 , si occupi in via principale degli aspetti sa- nitari connessi alle operazioni di produzione e commercializzazione degli a- limenti, prendendo in considerazione il tema della etichettatura in quanto fun- zionale alla sicurezza del consumo alimentare21 . L’entrata in vigore delle disposizioni del capo II (rubricato «Principi ge- nerali della legislazione alimentare») del regolamento n. 178/2002/Ce, ed in particolare la sezione terza (la cui rubrica reca «Obblighi generali del com- mercio alimentare», artt. 11-21), certamente modifica, aggravandole, le posi- zioni di responsabilità proprie degli operatori professionali del settore alimen- tare, tuttavia, con specifico riferimento alle responsabilità dell’operatore ali- mentare per "non conformità" alla disciplina della etichettatura non può poi ignorarsi il dato testuale dell’art. 16 dello stesso regolamento n. 178/2002/Ce che fa espressamente salva la specifica normativa di cui alla direttiva n. 2000/13/Ce. Tale disposizione contribuisce, ad avviso dello scrivente, a sve- lare i rapporti intercorrenti tra la normativa in materia di sicurezza alimentare, di cui al regolamento n. 178/2002/Ce che ne detta la disciplina rilevante, e quella relativa alla protezione degli interessi economici del consumatore. Il citato art. 16 prevedendo la salvezza delle disposizioni più specifiche della legislazione alimentare in tema di etichettatura, pubblicità e presenta- zione degli alimenti o mangimi, sembra porre un, peraltro giustificato, dia- framma tra le disposizioni in tema di sicurezza e quelle inerenti l’etichettatu- ra22 . Da tale precisazione dovrebbe trarsi conferma che il ruolo proprio dei di- 20 Cfr. art. 1 del regolamento n. 178/2002/Ce: «Il presente regolamento costituisce la base per garantire un livello elevato di tutela della salute umana e degli interessi dei consumatori in relazio- ne agli alimenti (omissis)». 21 Si può fare riferimento all’art. 14 del regolamento n. 178/2002/Ce (requisiti di sicurezza de- gli alimenti) che definisce la nozione di alimento «a rischio», facendo menzione anche alle «infor- mazioni messe a disposizione del consumatore, comprese le informazioni riportate sull’etichetta o altre informazioni generalmente accessibili al consumatore sul modo di evitare specifici effetti no- civi per la salute provocati da un alimento o categoria di alimenti». Identica impostazione si trova all’art. 18 in tema di rintracciabilità ove è posto il collegamento tra la funzione di rintracciabilità ed l’etichettatura (par. 4). 22 Non si può però ignorare che l’accennata distinzione venga in parte resa evanescente dalla più recente legislazione in materia di protezione del consumatore alimentare quale la disciplina di taluni termini commerciali (claims) relativi ad aspetti nutrizionali e salutistici dei prodotti alimen- tari. In aggiunta alla vigente legislazione in materia di etichettatura nutrizionale dei prodotti ali- mentari (direttiva n. 90/496/Cee del Consiglio, del 24 settembre 1990, in Guce n. L 276 del 6 otto- bre 1990) il recente regolamento n. 1924/2006/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 dicembre 2006 «relativo alle indicazioni nutrizionali e sulla salute fornite sui prodotti alimentari»
8. 540 Giurisprudenza versi operatori professionali del settore alimentare vada differenziato anche in ragione della tipologia delle norme: da un lato, le più severe disposizioni in materia igienico-sanitaria e, più in generale, in tema di sicurezza alimentare, dall’altro,quelle poste a tutela del consumatore e dei suoi interessi economici. La citata distinzione, d’altro canto, trova il significativo riconoscimento della Corte costituzionale italiana che, con la sentenza n. 401/1992, ha avuto modo di sottolineare che «il decreto legislativo n. 109 del 1992 riordina, con normativa organica, l’intera materia della etichettatura, presentazione e pubbli- cità degli alimenti abrogando espressamente le precedenti disposizioni. Lo scopo della nuova disciplina è quello della protezione del consumatore. Si trat- ta pertanto di normativa che solo di riflesso coinvolge gli aspetti relativi al- l’igiene e sanità degli alimenti, di competenza regionale, ma che attiene invece precipuamente alla materia del "commercio" di competenza dello Stato»23 . Ad analoghe conclusioni si può giungere anche argomentando in base al- l’art. 17 del regolamento n. 178/2002/Ce: se è vero che il distributore finale è "compartecipe" del rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare, è al- trettanto vero che la relativa posizione di garanzia è da definirsi tenendo presen- ti, esattamente come richiesto dal citato art. 17, le competenze, proprie dell’ope- ratore professionale coinvolto24 ; il che, a parere di chi scrive, implica, ai fini dell’applicazione di eventuali sanzioni, il necessario accertamento della viola- zione degli obblighi di diligenza, perizia e prudenza o di prescrizioni specifiche di leggi, ordini o regolamenti, propri dell’ambito professionale di riferimento. (in Guce n. L 404 del 30 dicembre 2006) pone condizioni e limiti in tema di pubblicità, anche comparativa, degli alimenti per quanto attiene l’impiego di una «indicazione sulla salute» (intesa per tale «qualunque indicazione che affermi, suggerisca o sottintenda l’esistenza di un rapporto tra un categoria di alimenti, un alimento o uno dei suoi componenti e la salute») o «indicazione nutri- zionale» (essendo tale «qualunque indicazione che affermi, suggerisca o sottintenda che un alimen- to abbia particolari proprietà nutrizionali benefiche, dovute: a. all’energia (valore calorico) che i. apporta, ii. apporta a tasso ridotto o accresciuto o, iii. non apporta, e/o b. alle sostanze nutritive o di altro tipo che i. contiene, ii. contiene in proporzioni ridotte o accresciute, o iii. non contiene). La sottesa scelta di politica alimentare è quella di contrastare i comportamenti alimentari non "sani" e i relativi costi sociali (esempio l’obesità) e, da tale punto di vista, essa sembra superare la evidenzia- ta distinzione tra normativa in materia di sicurezza alimentare e disciplina della comunicazione (etichettatura, presentazione e pubblicità) del prodotto alimentare. Sul regolamento n. 1924/2006/Ce si veda F. CAPELLI - B. KLAUS Il Regolamento Ce n. 1924/2006 in materia di indica- zioni nutrizionali sulla salute che dovranno essere osservate a partire dal 1° luglio 2007 dagli ope- ratori del settore alimentare e dalle autorità di controllo, in Alimenta, 2007, p. 105 e M. HAGENMEYER, Health Claims meet bureaucracy. The new European Regulation on nutrition and Health Claims – as adopted on 16 May 2006 by the European Parliament, in European Feed and Food Law Review, 2006, n. 4. 23 Cfr. Corte costituzionale, 26 ottobre 1992, n. 401 in DVD JurisData. Sul punto ampiamente V. PACILEO, Il diritto degli alimenti, cit. supra, nota 2. 24 Così l’art. 17.1 del regolamento n. 178/2002/Ce: «Spetta agli operatori del settore alimentare e dei mangimi garantire che nelle imprese da essi controllate gli alimenti o i mangimi soddisfino le disposizioni della legislazione alimentare inerenti alle loro attività in tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione e verificare che tali disposizioni siano soddisfatte».
9. italiana e straniera 541 Un’indagine sulle norme di legislazione alimentare, anche di recente ado- zione (ad esempio il c.d. "pacchetto igiene"25 ), può dimostrare che l’onere di ottemperanza agli obblighi legali – conformità legale del prodotto alimentare, del processo produttivo e della organizzazione aziendale – sia ripartito tra i fabbricanti o condizionatori del prodotto finito (preconfezionato), movimen- tatori, produttori di materie prime agricole (solitamente esclusi) e distributori finali, in ragione delle «rispettive attività»: ad esempio, con riferimento al di- stributore finale di prodotti pre-confezionati, non sono rare le disposizioni in- serite agli allegati II ss. del regolamento n. 852/2004/Ce26 (e anche del rego- lamento n. 853/2004/Ce27 ) che espressamente esonerano il distributore da al- cuni obblighi ivi previsti. Una segmentazione delle responsabilità per viola- zione della legislazione alimentare sembra dunque rientrare nel sistema del regolamento n. 178/2002/Ce e del c.d. pacchetto igiene. Si può poi considerare che la concentrazione in capo all’operatore privato di un ampio ed oneroso obbligo di conformità, come si ricava dal consideran- do n. 30 del regolamento n. 178/2002/Ce28 , è principio cui corrisponde quello della "auto-responsabilizzazione": in tale contesto la garanzia del rispetto del- le prescrizioni applicabili alla produzione e commercializzazione di generi a- limentari non può essere confusa in un’abnorme assegnazione di responsabili- tà non connessa a normali e "pertinenti" attività, sia pure esercitabili con ele- vati livelli di diligenza professionale29 . 25 Per tale intendendosi il nutrito insieme di regolamenti in materia di sicurezza alimentare e in tema di controllo ufficiale. In argomento: M. ASTUTI - F. CASTOLDI, Pacchetto igiene, le nuove norme comunitarie, Lavis, II Sole 24 Ore, 2006, F. AVERSANO - V. PACILEO, Prodotti alimentari e legislazione, Bologna, Edagricole, 2006, F. CAPELLI, La Direttiva "killer", le norme di igiene e le sanzioni applicabili nel settore alimentare a partire dal 1° gennaio 2006, in Alimenta, 2006, n. 5, p. 100 e L. COSTATO, Compendio di diritto alimentare, Padova, Cedam, 2007. 26 Regolamento n. 852/2004/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004 «sull’igiene dei prodotti alimentari», in Gu-Ue n. L 226 del 25 giugno 2004, p. 3 ss. 27 Regolamento n. 853/2004/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004 «che stabilisce norme specifiche in materia d’igiene per gli alimenti di origine animale», in Gu-Ue n. L 226 del 25 giugno 2004, p. 22 ss. 28 In base al quale «gli operatori del settore alimentare sono in grado, meglio di chiunque altro, di elaborare sistemi sicuri per l’approvvigionamento alimentare e per garantire la sicurezza dei pro- dotti forniti; essi dovrebbero pertanto essere legalmente responsabili, in via principale, della sicu- rezza degli alimenti». 29 Significativa a questo proposito può essere la disciplina degli obblighi di gestione della «cri- si sanitaria»: l’art. 19 del regolamento n. 178/2002/Ce diversifica infatti l’ampiezza degli obblighi (ritiro-richiamo, notizia alla autorità competente, informazione al consumatore) tra il fabbricante- condizionatore del prodotto finito da un lato, e l’operatore responsabile delle attività di vendita al dettaglio, dall’altro, in ragione di un preciso elemento: l’esercizio delle «rispettive attività». Di più, il regolamento, e così anche il dlgvo n. 190/2006 recante la disciplina sanzionatoria italiana («Di- sciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni di cui al regolamento n. 178/2002/Ce che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e fissa procedure nel campo della sicurezza alimentare», in Guri n. 118 del 23 maggio 2006, p. 4), opera una distinzione all’interno delle attività svolte abitualmente dal distributore. Più precisamente tale distinzione, in base all’art. 5 del dlgvo n. 190/2006, tiene conto di quelle attività che non incidono sul confezionamento, sull’etichettatura, sulla sicurezza o sull’in- tegrità dell’alimento e rispetto alle quali vige un regime di responsabilità limitato.
10. 542 Giurisprudenza Volendo allargare l’indagine, e senza dimenticare i confini tra disciplina posta a tutela della salute e quella posta a presidio degli interessi economici del consumatore, si può osservare che la ripartizione delle responsabilità per "non conformità" alla disciplina di settore (product law) è ancorata, anche in altre fonti comunitarie, all’elemento delle "rispettive attività". In effetti non solo, come brevemente ricordato sopra, il regolamento n. 178/2002/Ce e la successiva disciplina del c.d. «pacchetto igiene» ma anche la direttiva n. 2001/95/Ce sulla sicurezza generale dei prodotti30 ripropongono la stessa im- postazione: in particolare la direttiva da ultimo citata, perseguendo un elevato livello di tutela dei consumatori, della loro salute e sicurezza31 , all’art. 5, par. 2 e 3, si riferisce alle «rispettive attività» nella definizione degli obblighi di sicurezza propri del distributore32 . Dalle considerazioni che precedono, dunque, parrebbe del tutto conforme alla legislazione alimentare, comunitaria ed italiana, una nitida separazione tra gli obblighi e le responsabilità (sanzionate amministrativamente) del ven- ditore finale rispetto a quelle del produttore di alimenti pre-confezionati. Per rovesciare tali esiti ed invocare, anche per la materia di cui al dlgvo n. 109/92, una responsabilità per status del commerciante al dettaglio non varrebbe il ri- corso, pur prospettato33 , alla direttiva n. 1999/44/Ce sulle garanzie dei beni di 30 Direttiva n. 2001/95/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, del 3 dicembre 2001, relati- va alla sicurezza generale dei prodotti (in Guce n. L 11 del 15 gennaio 2002). Questa direttiva al- l’art. 22 abroga, sostituendola, la direttiva n. 92/59/Cee che era stata recepita in Italia con dlgvo n. 115/95 (in Guri n. 92 del 20 aprile 1995 ), «Attuazione della direttiva n. 92/59/Cee relativa alla sicurezza generale dei prodotti» (disciplina oggi inserita nel dlgvo n. 206/2005, «Codice del con- sumo, a norma dell’art. 7 della legge 29 luglio 2003, n. 229», in Guri n. 235 dell’8 ottobre 2005, suppl. ord.). In argomento G. PONZANELLI, Regole economiche e principi giuridici a confronto: il caso della responsabilità del produttore e della tutela dei consumatori, in Riv. crit. dir. priv., 1992, II, 545, A. ALBANESE, La sicurezza generale e la responsabilità del produttore nel diritto italiano ed europeo, in Europa e dir. priv., 2005, p. 977 ed anche lo studio del Centre de Droit de la Con- sommation, Louvain-la-Neuve (Belgique) «Mise en oeuvre pratique de la Directive 92/59/Cee du Conseil relative à la sécurité générale des produits», febbraio 2002, condotto su incarico della Commissione ed ampiamente richiamato nella Relazione al Parlamento europeo e al Consiglio sull’esperienza acquisita nell’applicazione della direttiva n. 92/59/Cee relativa alla sicurezza gene- rale dei prodotti, doc. COM (2000) 140 def. Lo studio del Centre è reperibile sul sito della Dire- zione generale "SANCO" accessibile da: www.europea.eu.int. 31 Cfr. considerando n. 4 della direttiva n. 2001/95/Ce. 32 Testualmente l’art. 5, par. 2 e 3 così recitano: «2. I distributori sono tenuti ad agire con dili- genza per contribuire all’osservanza degli obblighi di sicurezza pertinenti, in particolare sono tenuti a non fornire prodotti che sappiano oppure che avrebbero dovuto sapere, in base alle informazioni in loro possesso ed in quanto operatori professionali, non conformi a tali obblighi. Inoltre, essi de- vono, nei limiti delle rispettive attività, partecipare ai controlli della sicurezza dei prodotti immessi sul mercato, in particolare trasmettendo le informazioni concernenti i rischi dei prodotti, conser- vando e fornendo la documentazione atta a rintracciare l’origine dei prodotti e collaborando alle azioni intraprese da produttori e autorità competenti per evitare tali rischi. Entro i limiti delle ri- spettive attività, devono adottare le misure che consentano loro un’efficace collaborazione. 3. Qua- lora i produttori e i distributori sappiano o debbano sapere sulla base delle informazioni in loro possesso e in quanto operatori professionali, che un prodotto da loro immesso sul mercato presenta per il consumatore rischi incompatibili con l’obbligo generale di sicurezza, essi informano imme- diatamente le autorità competenti degli Stati membri alle condizioni stabilite dall’allegato I, preci- sando in particolare le azioni intraprese per prevenire i rischi per i consumatori». 33 Così F. ALBISINNI, Dalla legislazione al diritto alimentare, cit. supra, nota 1. L’autorevole
11. italiana e straniera 543 consumo34 . La disciplina delle garanzie dei beni di consumo afferisce infatti al diritto privato35 , nel cui ambito le ipotesi di responsabilità civile aggravata o oggettiva non sono certo un’eccezione36 . Nel caso Lidl, invece, la materia del contendere era data da sanzioni amministrative con la conseguente appli- cazione dei (prevalenti) principi generali di cui alla già citata l. n. 689/81. Anche a voler prescindere da quest’ultima, un secondo rilievo impedirebbe, a parere di chi scrive, il parallelismo, pur suggestivo, tra il caso Lidl e la disci- plina di cui alla direttiva n. 1999/44/Ce. In quest’ultima, infatti, si prevede una specifica allocazione dei rischi e dei costi tra i diversi operatori profes- sionali: adempiendo alle obbligazioni gravanti ope legis in capo al venditore finale, quest’ultimo ha azione di regresso – disciplinata espressamente – ver- so il soggetto responsabile della non conformità. La logica perseguita dal le- gislatore in tale sede (imputazione senza colpa dell’obbligazione risarcitoria a favore del danneggiato-consumatore, da un lato, ed allocazione predefinita dei relativi costi tra gli operatori professionali, dall’altro) si rinviene anche nella disciplina della responsabilità civile per danno da prodotto difettoso37 . A. non condividendo le critiche alla sentenza, basate sul rilievo della imprescindibilità della colpa, osserva che, stanti le finalità sistematiche del diritto alimentare europeo, «in generale (…) nella direttiva del 1999 sulla garanzia per la vendita dei beni di consumo, in applicazione dal 2002, è previsto che in ogni caso il venditore sia responsabile per «qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene» (art. 3 della direttiva), dovendo il bene presentare «la qualità … tenuto conto delle dichiarazioni pubbliche sulle caratteristiche specifiche del bene fatte al ri- guardo dal venditore, dal produttore o dal suo rappresentante, in particolare nella pubblicità o sull’etichettatura» (art. 2, 2 par., lett. d. direttiva). 34 Direttiva n. 1999/44/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 maggio 1999, su ta- luni aspetti della vendita e delle garanzie dei beni di consumo, in Guce n. L 171 del 7 luglio 1999. L’attuazione in Italia di detta direttiva si trova oggi agli artt. 128 ss. del dlgvo n. 205/2006 recante Codice del Consumo, cit. supra, nota 30. In argomento M. BIN - A. LUMINOSO, Le garanzie nella vendita di beni di consumo, in Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, diretto da Francesco Galgano, Padova, Cedam, 2003. 35 Dato che non sfugge ad Albisinni che, pur osservando come «nella direttiva sui vizi di non conformità dei prodotti, si incide sugli istituti del diritto privato e sulla relazione contrattuale; con questa decisione (sentenza Lidl, NdA) invece si incide su istituti del diritto dell’economia e dell’amministrazione, anticipando un modo diverso di governare il mercato e di distribuire costi e benefici» conclude nel senso che il ruolo e le responsabilità dell’impresa alimentare «sempre più si allontanano dal paradigma della colpa, e si situano nell’ambito della responsabilità per status, per posizione, configurandosi come regole di organizzazione e regole di filiera, analogamente a quanto accade con le norme sul ritiro dei prodotti di cui all’art. 19 del reg. 178/2002». 36 L. BIGLIAZZI GERI - U. BRECCIA - F. D. BUSNELLI - U. NATOLI, Diritto civile 3, Obbligazioni e contratti, Torino, Utet, 1996, p. 670 ss. Con riferimento alla recente direttiva sulla pratiche com- merciali sleali: R. CALVO, Le pratiche commerciali "ingannevoli" in G. DE CRISTOFARO (a cura di), Le pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori, Torino, Giappichelli, 2007, p. 148 ss. 37 Direttiva n. 85/374/Cee del Consiglio, del 25 luglio 1985, relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri in materia di respon- sabilità per danno da prodotti difettosi, in Guce n. L 210 del 7 agosto 1985. Per il recepimento di tale direttiva nell’ordinamento italiano si veda il decreto del Presidente della Repubblica n. 224 del 24 maggio 1988, «Attuazione della direttiva Cee numero 85/374 relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri in materia di responsa- bilità per danno da prodotti difettosi, ai sensi dell’art. 15 della legge 16 aprile 1987, n. 183», in Gu- ri n. 146 del 23 giugno 1988. La disciplina della responsabilità per danno da prodotto difettoso, modificata dal dlgvo n. 25 del 2 febbraio 2001, attuazione della direttiva n. 1999/34/Ce, è oggi confluita nel dlgvo del 6 settembre 2005 n. 206, Codice del consumo, cit. supra, nota 30, sub Tito-
12. 544 Giurisprudenza Diversamente, per il caso di violazioni alla disciplina dell’etichettatura dei prodotti alimentari, è assente una preventiva definizione della ripartizione dei costi, né in diritto italiano il rischio di sanzioni amministrative è un rischio assicurabile. Quanto sopra delineato dovrebbe rafforzare, anche grazie alla sentenza del Giudice di Monselice, la conclusione per la quale, mancando un dato po- sitivo posto dal legislatore comunitario o nazionale, la responsabilità, sanzio- nata amministrativamente, per violazioni alla disciplina sull’etichettatura, presentazione e pubblicità dei prodotti alimentari non può essere svincolata dalla sussistenza del profilo soggettivo. Semmai si può ritenere che il richia- mo della sentenza Lidl al regolamento n. 178/2002/Ce sia più correttamente indirizzabile al legislatore comunitario attualmente impegnato nella revisione della disciplina comunitaria relativa al labelling dei prodotti alimentari38 . In quella sede una ridefinizione delle rispettive posizioni di garanzia potrà essere raggiunto, dando coerenza interna alle diverse fonti comunitarie che diretta- mente (regolamento n. 178/2002/Ce e direttiva n. 2000/13/Ce) o indiretta- mente (direttiva n. 85/374/Cee e direttiva n. 2001/95/Ce) interessano la pro- duzione e la commercializzazione di prodotti alimentari. Daniele Pisanello* lo II della Parte IV, artt. 114-127. In tema di responsabilità per danno da prodotto difettoso, senza alcuna pretesa di completezza G. ALPA - M. BIN - P. CENDON, La responsabilità del produttore, in Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, diretto da F. Galgano, XIII, Padova, Cedam, 1989; F. GALGANO, Responsabilità del produttore, in Contratto e Impresa, 1986, p. 995 ss.; G. PONZANELLI, Estensione della responsabilità oggettiva anche all’agricoltore, all’al- levatore, al pescatore e al cacciatore, in Danno e resp., 2001, p. 792. 38 Tale prospettiva è suggerita anche dalla risposta del rappresentante della Commissione alla interrogazione scritta, cit. supra, nota 1: «Il caso "Lidl Italia" riguarda la questione della responsa- bilità degli operatori economici del settore alimentare. La Corte ha stabilito che la direttiva n. 2000/13/Ce non impedisce che una normativa nazionale preveda che a essere responsabili del man- cato rispetto degli obblighi in materia di etichettatura stabiliti dalla direttiva in questione siano tutti gli operatori della catena alimentare, compreso il distributore. In questo caso, il diritto italiano pre- vede tale responsabilità e fissa le sanzioni da applicare in presenza di una violazione. La Commis- sione esamina le implicazioni giuridiche della sentenza nel quadro della revisione della legislazio- ne relativa all’etichettatura. Nella pratica, per quanto riguarda la responsabilità, non si deve dimen- ticare che l’interazione tra produttori, industria e distributori sta diventando sempre più complessa. Ad esempio, molto spesso i produttori all’origine sono vincolati all’industria e ai distributori da obblighi contrattuali che impongono il rispetto di norme relative alla qualità o alla sicurezza. I di- stributori propongono in numero sempre maggiore prodotti realizzati con il proprio marchio e svolgono un ruolo fondamentale nelle diverse fasi di concezione dei prodotti. Questa situazione si traduce in una maggiore responsabilità congiunta dei vari operatori in tutta la catena alimentare, a differenza di quanto avveniva in passato quando prevaleva la responsabilità individuale. In ogni caso, il lavoro in corso di svolgimento ai fini di una revisione della legislazione comunitaria in ma- teria di etichettatura offrirà l’opportunità di esaminare la questione e di valutare l’eventuale neces- sità di un’armonizzazione a livello comunitario per evitare gli inconvenienti intrinseci derivanti da divergenze tra le legislazioni nazionali per quanto riguarda la responsabilità». * Avvocato in Torino.

References: Sentenza 
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 art. 234
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 Cass. 
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 art. 16
 art. 1
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