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Timestamp: 2018-08-20 14:15:39+00:00

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L'interpello non si impugna | Commercialista Telematico
L'interpello non si impugna
Come è noto, con circolare n. 5/E del 24 febbraio 2009 l’Agenzia delle entrate – Direzione normativa e contenzioso – ha fornito le proprie indicazioni in merito alle modifiche normative in tema di gestione delle istanze di interpello, frutto del D.L. 29 novembre 2008, n. 185, convertito dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
A distanza di pochi giorni, le Entrate, con la circolare n. 7/E del 3 marzo 2009 ritornano sull’argomento per affermare la non impugnabilità dei pareri resi dall’Amministrazione finanziaria.
l’iniziativa del contribuente, volta a conoscere preventivamente la posizione dell’Agenzia delle entrate rispetto all’applicazione di norme tributarie ad un caso concreto e personale, produce determinati effetti giuridici;
la risposta all’interpello vincola la stessa Agenzia delle entrate, limitatamente al singolo caso prospettato ed esclusivamente nei riguardi del contribuente istante;
gli effetti riconducibili alla risposta fornita dall’Agenzia sono subordinati alla condizione che la situazione di fatto (fattispecie concreta) rappresentata dal contribuente sia completa e veritiera;
la risposta non vincola il contribuente, il quale resta libero di non uniformarsi, ferma restando ovviamente la potestà dell’Agenzia di esercitare l’azione di controllo ed accertamento.
In pratica, le ipotesi previste sono le seguenti: interpello ordinario, ex art. 11 della legge 27 luglio 2000, n. 212, interpello ai sensi dell’art. 37-bis, comma 8, del D.P.R. n. 600/73, interpello di cui agli artt. 167 e 168 del TUIR (CFC), interpello di cui all’art. 21 della legge 30 dicembre 1991, n. 413.
Non impugnabilità delle risposte agli interpelli
Ai fini che qui rilevano, gli interpelli sono stati classificati dalle Entrate in due
1) interpelli finalizzati ad acquisire dall’Agenzia un parere sulla corretta interpretazione, rispetto al caso concreto, delle norme di natura tributaria (interpello ordinario) o sulla preventiva qualificazione di atti, fatti o negozi, a carattere potenzialmente elusivo (interpello ex art. 21 della legge n. 413 del 1991);
2) interpelli diretti ad ottenere la valutazione da parte dell’Agenzia, in relazione alla fattispecie prospettata nell’istanza, circa la ricorrenza dei presupposti per l’applicazione di uno specifico regime tributario o per la disapplicazione di disposizioni tributarie volte a prevenire comportamenti elusivi.
Il comune denominatore fra le due categorie di interpello è rappresentato dalla circostanza che entrambe sono espressione di una attività di indirizzo e di interpretazione dell’Agenzia; in nessuna delle due ipotesi la risposta dell’Amministrazione determina effetti vincolanti nei confronti del contribuente, che resta libero di disattenderla.
In pratica è il pensiero dell’A.F.
Ne consegue per le Entrate che la risposta all’interpello non è impugnabile con ricorso alla Commissione tributaria provinciale.
La non impugnabilità delle risposte all’interpello si giustifica, essenzialmente, alla luce della loro natura di atti amministrativi non provvedimentali.
Nella categoria degli atti non provvedimentali vanno annoverate, infatti, le risposte dell’Agenzia agli interpelli.
L’elemento comune alle diverse tipologie di interpello esaminate è il carattere non vincolante della risposta nei confronti del richiedente, il quale non è obbligato a conformarsi ad essa. Di conseguenza, la risposta all’interpello manca dei caratteri dell’autoritarietà e dell’esecutorietà, propri dei provvedimenti amministrativi.
La risposta all’interpello non produce nei confronti del richiedente effetti diretti ed immediati, in quanto la stessa ha essenzialmente la funzione di rendere nota preventivamente al contribuente il pensiero dell’Agenzia in ordine all’interpretazione ovvero all’ambito di applicazione di una norma tributaria in relazione ad un caso concreto prospettato dallo stesso contribuente.
Anche la giurisprudenza della Corte di Cassazione concorda sul punto. Secondo i giudici di legittimità, “Per la sua natura e per il suo contenuto (di mera interpretazione di una norma di legge), non potendo esserle riconosciuta alcuna efficacia normativa esterna, la circolare non può essere annoverata fra gli atti generali di imposizione, impugnabili innanzi al giudice amministrativo, in via di azione, o disapplicabili dal giudice tributario od ordinario, in via incidentale. Il che rileva, in primo luogo, sul piano generale, perché le circolari, come è stato affermato dalla dottrina prevalente, non possono né contenere disposizioni derogative di norme di legge, né essere considerate alla stregua di norme regolamentari vere e proprie, che, come tali vincolano tutti i soggetti dell’ordinamento, essendo dotate di efficacia esclusivamente interna nell’ambito dell’Amministrazione all’interno della quale sono emesse; e, in secondo luogo, con particolare riferimento all’ordinamento tributario, il quale come è noto, è soggetto alla riserva di legge” (Cfr. Cass. n. 23031 del 2 novembre 2007).
Tale principio è stato di recente confermato dalla Suprema Corte, secondo cui “la cosiddetta interpretazione ministeriale … , sia essa contenuta in circolari o risoluzioni, non vincola né i contribuenti né i giudici, né costituisce fonte di diritto, con la conseguenza che a detti atti ministeriali non si estende il controllo di legittimità esercitato dalla Corte di Cassazione (ex art. 111 Cost., art. 360 cod. proc. civ.), in quanto essi non sono manifestazione di attività normativa, bensì atti interni della medesima Pubblica Amministrazione destinati ad esercitare una funzione direttiva nei confronti degli uffici dipendenti ma inidonei ad incidere sul rapporto tributario” (cfr. Cass. n. 21154 del 6 agosto 2008; in senso conforme: Cass. n. 10488 del 23 aprile 2008).
La tutela giurisdizionale trova copertura nel momento in cui, in attuazione della posizione resa nota nella risposta all’interpello, viene notificato uno degli atti impugnabili di cui all’art. 19 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, che se non condiviso si può essere impugnato.
La tesi della non impugnabilità delle risposte all’interpello è coerente, quindi, con la ratio sottesa alle varie tipologie dell’istituto in esame.
Infatti, nel caso di interpelli finalizzati ad acquisire dall’Agenzia un parere sulla corretta interpretazione di norme tributarie, la funzione è quella di consentire al contribuente di conoscere il punto di vista dell’Agenzia in merito alle disposizioni tributarie applicabili al caso concreto e personale prospettato.
Qualora si tratti, poi, di interpelli diretti ad ottenere la disapplicazione di disposizioni tributarie antielusive, la funzione è quella di consentire al contribuente di conoscere la valutazione dell’Agenzia circa l’assenza nel caso concreto degli effetti elusivi che la norma intende contrastare.
In entrambe le ipotesi, dunque, l’attività svolta dall’Agenzia non costituisce esercizio di un potere impositivo; quest’ultimo è, infatti, rimandato ad un momento eventuale e successivo, coincidente con l’emanazione di un atto lesivo della sfera giuridica del contribuente e, come tale, impugnabile con ricorso alla Commissione tributaria provinciale territorialmente competente.
Per le Entrate non sono condivisibili le argomentazioni a favore dell’impugnabilità dell’interpello c.d. disapplicativo contenute in alcune pronunce dei giudici di merito. In particolare, alcune Commissioni tributarie hanno sostenuto che l’interpello disapplicativo sarebbe un atto impugnabile, assimilabile agli atti di diniego o di revoca di agevolazioni, previsti dall’art. 19, comma 1, lett. h) del D.Lgs. n. 546 del 1992.
Tale interpretazione non è condivisa, in quanto postula la natura provvedimentale delle risposte rese agli interpelli e, per questa via, le riconduce alla particolare specie di provvedimenti rappresentata dagli atti di diniego e di revoca di agevolazioni.
Il diniego e la revoca di agevolazioni hanno sostanzialmente natura di atti impositivi (cfr., fra le tante, Cass. n. 16250 del 23 luglio 2007, che richiama il consolidato orientamento della Suprema Corte sul punto), in quanto assoggettano a tassazione fatti già avvenuti.
L’interpello, invece, ha lo scopo di consentire al contribuente di conoscere in tempi certi e brevi l’orientamento dell’Amministrazione finanziaria in ordine alla futura applicazione di disposizioni tributarie rispetto a specifici casi concreti.
Questa caratteristica esclude per le Entrate che una pronuncia giurisdizionale possa sostituire la risposta amministrativa all’interpello:
a) è inammissibile l’azione giudiziale di accertamento preventivo del debito tributario (cfr. Cass. n. 103 del 12 marzo 2001);
b) i tempi di formazione del giudicato di fatto non sono compatibili con la necessità propria dell’interpello di avere una risposta definitiva in tempi brevi;
c) mentre la risposta all’interpello vincola solo l’ente impositore interpellato e non l’interpellante, il giudicato dovrebbe invece vincolare entrambi.

References: art. 11
 art. 21
 Cass. 
 art. 111
 art. 360
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.