Source: https://www.camera.it/leg18/410?idSeduta=0132&tipo=stenografico
Timestamp: 2020-05-25 08:09:31+00:00

Document:
Seduta n. 132 di lunedì 25 febbraio 2019
MIRELLA LIUZZI, Segretaria, legge il processo verbale della seduta del 21 febbraio 2019.
Salutiamo i bambini e gli insegnanti del “Circolo Didattico Montessori” di Roma, che seguono i nostri lavori dalla tribuna. Benvenuti bambini (Applausi).
Discussione della proposta di legge: S. 871 - D'iniziativa dei senatori: Patuanelli e Romeo: Delega al Governo per l'adozione di disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi adottati in attuazione della delega per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell'insolvenza, di cui alla legge 19 ottobre 2017, n. 155 (Approvata dal Senato) (A.C. 1409) (ore 11,04).
(Discussione sulle linee generali – A.C. 1409)
EUGENIO SAITTA, Relatore. Grazie, Presidente, colleghi deputati e deputate. L'Assemblea avvia oggi l'esame della proposta di legge n. 1409, recante “Delega al Governo per l'adozione di disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi in attuazione della delega per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell'insolvenza”, di iniziativa parlamentare, approvata dal Senato, e della quale la Commissione Giustizia ha concluso l'esame il 17 Gennaio scorso senza modificarne il testo, non essendo stati presentati emendamenti.
DEVIS DORI (M5S). Grazie, Presidente, gentili colleghi, l'Assemblea avvia oggi l'esame della proposta di legge recante Delega al Governo per l'adozione di disposizioni integrative e correttive del codice della crisi di impresa e dell'insolvenza. Il testo, approvato dal Senato in prima lettura nella seduta del 29 novembre 2018, è composto da soli due articoli e ha un'unica finalità: rimediare alla mancata previsione, nella legge n. 155 del 2017, quindi nel corso della precedente legislatura, della delega per consentire al Governo l'adozione dei decreti legislativi integrativi e correttivi della riforma complessiva della disciplina della crisi di impresa e dell'insolvenza.
L'articolo 1 della presente legge specifica che le procedure, i principi e i criteri direttivi, cui il Governo deve attenersi nell'adozione dei predetti decreti, sono quelli già fissati con la legge n. 155 del 2017. Tra questi principi e criteri direttivi è opportuno ricordare: il superamento del concetto di “fallimento”: l'espressione “fallimento” infatti non deve più essere utilizzata e viene sostituita da “liquidazione giudiziale”; l'introduzione di una preventiva fase di allerta, finalizzata all'emersione precoce della crisi di impresa; la facilitazione all'accesso ai piani attestati di risanamento e agli accordi di ristrutturazione dei debiti; le modifiche alla normativa sulla crisi da sovra indebitamento; il riordino della disciplina dei privilegi e la previsione di garanzie reali non possessorie; il coordinamento ai contenuti della riforma delle disposizioni del codice civile nella parte relativa alle società. I decreti correttivi integrativi, di cui alla presente legge, dovranno essere emanati dal Governo entro il 14 agosto 2022. Al Governo infatti sono concessi due anni di tempo, considerata la complessità della materia, dalla data di entrata in vigore dell'ultimo decreto legislativo emanato nell'esercizio della delega principale; considerato che il decreto legislativo da considerare è il n. 14 del 2019, che entrerà in vigore, eccetto specifiche norme, il 14 agosto 2020, cioè diciotto mesi dalla data della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, i decreti correttivi ed integrativi dovranno quindi essere emanati entro il 14 agosto 2022.
FILIPPO SENSI (PD). Grazie, Presidente. Come ricordavano i colleghi, la presente proposta di legge si compone di due soli articoli, di cui il secondo reca la consueta clausola di invarianza finanziaria. Il suo contenuto normativo è invece concentrato nel primo articolo, che abilita il Governo a emanare disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi con i quali è stata esercitata la delega per la riforma della legislazione sulla crisi di impresa. Si tratta, come appare evidente, di una sostanziale, mera integrazione della legge delega n. 155 del 2017, con la quale si è avviato il processo di riforma dell'intera legge fallimentare; processo che si è concluso proprio in questi giorni con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del nuovo codice della crisi e dell'insolvenza, una riforma poco nota ma rilevantissima per l'intero tessuto economico del nostro Paese, che avrà un impatto certamente molto significativo per aziende, creditori, fisco e che è figlia di un virtuoso percorso iniziato nella scorsa legislatura, con i Governi del centrosinistra, e poi concluso, con l'emanazione dei decreti delegati, da questo Governo.
Dico questo non solo e non tanto come orgogliosa rivendicazione del lavoro fatto negli anni scorsi, ma ricordando a tutti noi che la stella polare di chi governa e di chi porta la responsabilità della maggioranza non può non essere quella dell'interesse degli italiani, che viene prima e va oltre l'appartenenza di parte, la logica di “blocco purché sia”, il mors tua vita mea che tuttora spinge la vita politica. La legge delega n. 155 del 2017 aveva individuato, infatti, princìpi e caratteristiche generali della riforma poi attuata, senza inserire, tuttavia, la facoltà di intervenire successivamente con norme correttive o integrative nei limiti dei principi fissati, come da prassi, in caso di riforme così complesse. La legge in discussione oggi, qui, in Aula, colma opportunamente la lacuna e, ovviamente e coerentemente con il buon lavoro avviato dai nostri Esecutivi secondo quel principio di interesse superiore dei cittadini che ha guidato la nostra azione di Governo, il Partito Democratico non può che essere favorevole.
FELICE MAURIZIO D'ETTORE (FI). Crisi dell'impresa e insolvenza: questo provvedimento rischia di passare - pur essendo un provvedimento di proroga ai fini dei decreti integrativi e attuativi non previsti, soprattutto quelli correttivi, nella legge delega - come un semplice passaggio, così come mi è sembrato dai vari interventi iniziali. Non è così.
Sistemi di allerta: beh, i sistemi di allerta hanno creato subito grosse problematiche. Le misure di allerta possono essere funzionali alla tempestiva risoluzione della crisi, questa è la ratio sulla quale si è costruita la legge delega; al momento, però, almeno dalla lettura delle norme, sia nei principi e criteri direttivi, sia dalla prima attuazione che è rimasta poi, come dire, sospesa, non sembrano raggiungere questo risultato, soprattutto per l'obbligo di segnalazione. È chiaro che può essere un obiettivo, quello di fare emergere la crisi per tempo e cercare di risolverla senza indugiare, no? Senza poi provocare effetti irreversibili. Questa sicuramente è una prospettiva che può essere considerata, prima facie, una prospettiva di sicuro apprezzamento. Ma come funziona il meccanismo di segnalazione? Ci sono dei cosiddetti creditori pubblici qualificati. Chi sono i creditori pubblici qualificati? Agenzia delle entrate, INPS, Agenzia della riscossione, i quali, sostanzialmente, burocratizzano la procedura e, segnalando, dando l'allerta su una situazione di difficoltà, spogliano di fatto, si arriva a spogliare di fatto, il potere gestionale delle imprese, soprattutto sull'avvio delle procedure e così degli altri creditori.
Una volta attivata la procedura, la crisi è aperta in maniera automatica, l'impresa probabilmente è sottoposta a tutela, se così possiamo dire utilizzando un istituto di altro comparto del diritto civile, e rischia di perdere irreversibilmente credibilità e accesso al credito, le si crea intorno una sorta di deserto. Cioè cosa fa il creditore qualificato, l'Agenzia delle entrate, onde evitare di perdere i privilegi e di poter, in qualche modo, non ottenere poi soddisfazione, soprattutto i funzionari pubblici? Immediatamente danno l'allerta segnalando un momento di difficoltà. Le banche, gli altri soggetti che possono, come dire, aprire linee di credito, si bloccano. Si crea un deserto intorno all'impresa. È ciò che hanno segnalato subito tutti: da un lato, la ratio, la funzionalità dell'istituto può sembrare del tutto positiva, dall'altro, nella pratica, questo è il rischio attuale - anche in altri ordinamenti dove è stata attuata - che noi abbiamo.
Ma soprattutto, cosa può accadere? Che i terzi creditori che non riescono a riscuotere, o altri, siano incentivati alla delazione, nel momento in cui si vuole far fuori un concorrente che incappa in qualche piccola difficoltà. Così, il creditore qualificato deve segnalare, non può far finta di non sapere cosa sta accadendo. Quindi, si incentiva anche un meccanismo di delazione, da questo punto di vista, si crea una escalation cosiddetta cautelare, come dicono molti che hanno scritto in materia. Che vuol dire “cautelare”? I soggetti interessati saranno indotti a operare la stessa segnalazione anche in situazioni dubbie, al solo scopo di preservare le ragioni del credito. Cioè, al fine di cautelarmi ho tutto l'interesse - anche perché potrei perdere il privilegio in una fase successiva, qualora non ci fosse stata per tempo la segnalazione - posso essere indotto, o per delazione, quindi non potendo farne a meno, o comunque per questa necessità, a proporre iniziative cautelari. La segnalazione la fa l'agente della riscossione, allora lo fa anche l'INPS, lo fanno tutti, e quell'impresa che aveva una prospettiva di crescita, una prospettiva di ristrutturazione e di risanamento viene posta sotto il fanale di una procedura di questo tipo.
Quindi, il principio, la ragione, la ratio normativa, la funzionalità di quel provvedimento rispetto alla delega, nell'attuazione in questo dato momento storico, in questo momento di difficoltà, di crisi dell'impresa, avrebbe un effetto devastante.
Attuare in maniera formale quella delega, che può avere da un punto di vista giuridico e da un punto di vista di ratio normativa, una sua consistenza ed anche una sua giusta prefigurazione; ma non le ha rispetto al momento di crisi in cui ci troviamo, perché quella parte dal presupposto che vadano bene la maggior parte delle imprese, che tutto sia a posto, e che quindi in qualche modo ci può essere chi è in crisi e vediamo di risolverla, non diciamo che fallisce, liquidiamo. No, oggi quelle imprese rischiano, sono tutte al limite, tutte sul filo, moltissime sul filo. E quel filo, quel crinale su cui l'imprenditore si muove, è un crinale che se è distrutto, eliminato, se quel murettino di lato viene distrutto dalla norma, ci va di sotto, l'imprenditore, insieme a tutti i suoi dipendenti. E allora in questi momenti bisogna anche operare una valutazione diversa, e cominciare in modo più appropriato a rafforzare la dotazione organica dei tribunali circondariali, piuttosto che concentrare le competenze all'interno dei tribunali centrali, aggravando così ulteriormente uffici già oberati di lavoro ed in cronico ritardo nella definizione dei procedimenti.
Non è una battaglia, come ci ha detto qualcuno in campagna elettorale - lo ricordo soprattutto agli amici del centrodestra - non è una battaglia, come ci diceva l'altra parte politica: voi combattete questa battaglia per interessi localistici. Che poi, se c'è un interesse localistico, non vedo perché quell'interesse non possa essere un interesse localistico che, replicato in più interessi locali, diventa un interesse generale. Non capisco perché, dato che come Arezzo, La Spezia o qualunque altro tribunale, questa concentrazione determina quest'effetto. Cioè, paradossalmente, la concentrazione determinerà ancor più ritardo nelle procedure, sempre di più, ed allontanerà il mondo professionale ed imprenditoriale, i magistrati da quella che è la conoscenza, l'humus nel quale poi la liquidazione giudiziaria, la procedura concorsuale si deve realizzare.
Non nel senso tecnico dell'impresa familiare dell'articolo 230-bis del codice civile, ma nel senso della gestione dell'impresa da parte di più soggetti, nel momento della successione nell'impresa, la morte dell'imprenditore e i meccanismi purtroppo non del tutto utili e ben strutturati che noi abbiamo in questo momento - bisognerebbe modificarli - nei quali ci sono più successori nell'impresa ai fini della normale successione ereditaria.
FELICE MAURIZIO D'ETTORE (FI). Ho finito. Potevo avere un'ora, lo sa, Presidente. La concentrazione crea oneri e costi a carico dell'imprenditore e non aiuta le imprese. Quindi, spero, e mi rivolgo al Governo, che è qui presente - siamo pochi, ma ho spiegato perché, e saremo molti nelle prossime ore per approfondire questo provvedimento - che ci sia quanto meno sensibilità sugli impegni che noi chiediamo al Governo su questi temi e sulla geografia giudiziaria.
FELICE MAURIZIO D'ETTORE (FI). Grazie, Presidente, di avermi dato questo minuto in più.
PRESIDENTE. Cogliamo l'occasione anche per salutare gli studenti e gli insegnanti dell'Istituto tecnico commerciale statale “Jacopo del Duca”, di Cefalù, e del “Pietro Domina” di Petralia Sottana, sempre in provincia di Palermo. Grazie per essere intervenuti qui ai nostri lavori di oggi (Applausi).
CIRO MASCHIO (FDI). Presidente, onorevoli colleghi, questo progetto di riforma del codice della crisi di impresa e dell'insolvenza è meno vistoso di altre norme e di altri progetti che mediaticamente sono molto più efficaci, ma, nella sostanza, ha un'influenza molto importante nel nostro tessuto economico. Quindi, è sicuramente un provvedimento che non va sottovalutato, va preso in attenta considerazione.
È pur vero che, nel 2018, c'è stata una flessione di circa il 6 per cento del numero complessivo dei fallimenti rispetto all'anno precedente, e quindi c'è un trend che è di leggera ripresa, ma stiamo parlando, comunque, di numeri molto importanti, e, per quanto riguarda Fratelli d'Italia, non siamo tra quelli che in questa materia vogliono buttare via il lavoro buono che è stato fatto nella precedente legislatura.
Da questo punto di vista, riteniamo che la politica economica del Governo, il decreto dignità, il reddito di cittadinanza, le mancate flat tax, soprattutto per chi è oltre i 65 mila euro annui di fatturato di reddito, e la scarsità di misure e di interventi sulla burocrazia, che sono cause che mettono seriamente in difficoltà l'impresa, ecco, se non interveniamo sulle cause e sulle misure economiche che servirebbero oggi in Italia per non far fallire le imprese, potremo anche far cambiar nome al fallimento e chiamarlo liquidazione giudiziale, ma non avremmo aiutato le imprese a uscire dal rischio di fallire.
(Repliche - A.C. 1409)
Organizzazione dei tempi di discussione dei progetti di legge di ratifica (ore 11,55).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati all'esame dei progetti di legge di ratifica all'ordine del giorno è pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta del 21 febbraio 2019 (Vedi l'allegato A della seduta del 21 febbraio 2019).
Discussione del disegno di legge: Ratifica ed esecuzione dell'Accordo transattivo fra il Governo della Repubblica italiana e la Comunità europea dell'energia atomica sui princìpi governanti le responsabilità di gestione dei rifiuti radioattivi del sito del Centro comune di ricerca di Ispra, con Appendice, fatto a Bruxelles il 27 novembre 2009 (A.C. 1394-A).
(Discussione sulle linee generali – A.C. 1394-A)
PAOLO FORMENTINI, Relatore. Grazie, Presidente. Colleghi deputati, il provvedimento in esame è volta a rendere esecutivo in Italia un accordo risalente al novembre 2009 necessario ai fini della chiusura di un contenzioso tra la Comunità europea dell'energia atomica, Euratom, e l'Italia in merito al riconoscimento delle responsabilità storiche dell'Italia relativamente allo smantellamento del Centro comune di ricerca CCR di Ispra.
Con la modifica delle scelte strategiche in campo nucleare, intervenuta in Italia dopo il 1987, la collaborazione italiana con il CCR di Ispra in tale ambito si è progressivamente ridotta e, con il passare degli anni, anche alcuni programmi europei di ricerca in campo nucleare, in particolare nel CCR di Ispra, sono stati indirizzati verso nuove tematiche, estranee al settore. Attualmente presso quello che nell'acronimo inglese viene denominato Joint Research Center, JRC, il terzo per grandezza dopo quelli di Bruxelles e Lussemburgo, si svolgono ricerche in settori non-nuclear. Quanto al campo nucleare, restano operative le attività relative alle salvaguardie nucleari e quelle di gestione dei rifiuti radioattivi e di conservazione in sicurezza delle installazioni nucleari.
PAOLO FORMENTINI, Relatore. Concludo formulando l'auspicio di una rapida conclusione dell'iter di approvazione di questo provvedimento di ratifica. L'Accordo, infatti, risolve definitivamente un negoziato protrattosi per alcuni anni, con una forte riduzione delle richieste formulate originariamente dalla Commissione europea.
SIMONE BALDELLI (FI). La ringrazio, Presidente. Perché occuparsi di questo tema, Accordo transattivo fra il Governo della Repubblica italiana e la Comunità europea dell'energia atomica sui principi governanti le responsabilità di gestione dei rifiuti radioattivi del sito del Centro comune di ricerca di Ispra? Lo smaltimento di questi rifiuti radioattivi costa circa 50 milioni di euro, di cui 5 milioni solo per la custodia passiva. Chi paga questi soldi? Questi soldi vanno a valere sulla componente tariffaria A2. Secondo quanto ci dice la Viceministro Castelli, il costo dell'operazione viene finanziato dall'aumento della componente tariffaria A2 ed esso non incide sulle bollette delle abitazioni. Riprendendo pedissequamente questa frase, persino la Commissione bilancio ci dice, nel parere favorevole emesso il 5 febbraio 2019: preso atto delle dichiarazioni del Governo che il costo dell'operazione viene finanziato dall'aumento della componente tariffaria A2, esso non incide sulle bollette delle utenze relative ad abitazioni.
SIMONE BILLI (LEGA). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, il provvedimento in esame chiude un Accordo del 2009 molto vantaggioso per il nostro Paese perché risolve definitivamente un lungo negoziato con la Commissione europea.
(Repliche - A.C. 1394-A)
Discussione della proposta di legge: Grande ed altri: Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di dialogo politico e di cooperazione tra l'Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e la Repubblica di Cuba, dall'altra, fatto a Bruxelles il 12 dicembre 2016 (A.C. 1332) (ore 12,06).
(Discussione sulle linee generali – A.C. 1332)
IOLANDA DI STASIO, Relatrice. Grazie, Presidente. Colleghi deputati, l'Accordo di dialogo politico e di cooperazione tra l'Unione europea e Cuba fatto a Bruxelles il 12 dicembre 2016 ed entrato in vigore in via provvisoria per le parti di competenza dell'Unione europea il 1° novembre 2017, è finalizzato a promuovere le relazioni tra l'Unione Europea e Cuba affinché raggiungano un livello che rispecchi i saldi legami storici, economici e culturali tra le parti.
La parte quarta è dedicata allo sviluppo e alla coesione sociale e prevede la creazione di canali di collaborazione nel campo delle politiche economiche, commerciali, di bilancio e delle politiche sociali. Nel settore dell'istruzione le parti si impegnano a condividere le esperienze e le migliori prassi e a promuovere lo scambio di studenti, ricercatori e docenti e, inoltre, iniziative di cooperazione sono previste nel settore della sanità pubblica, della protezione dei consumatori, della cultura, del patrimonio culturale. In particolare, le parti si impegnano ad azioni di cooperazione volte a promuovere la partecipazione delle donne alla vita politica, economica, sociale e culturale; specifica attenzione è rivolta altresì ai programmi volti alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere, nonché alla promozione della cooperazione tra le organizzazioni giovanili. Il Titolo quinto si occupa della cooperazione nel settore dell'ambiente e della lotta contro i cambiamenti climatici e prevede azioni di cooperazione che possono comprendere il trasferimento di tecnologie pulite, sostenibili e relativo know how. Il Titolo sesto si occupa dello sviluppo economico e prevede una serie di attività di cooperazione nei seguenti settori: agricoltura, sviluppo rurale e pesca, turismo sostenibile, scienza e altro.
Discussione della proposta di legge: S. 510 - D'iniziativa dei Senatori: Giarrusso ed altri: Modifica dell'articolo 416-ter del codice penale in materia di voto di scambio politico-mafioso (Approvata dal Senato) (A.C. 1302-A); e dell'abbinata proposta di legge: Colletti ed altri (A.C. 766) (ore 12,12).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge, già approvata dal Senato, n. 1302-A: Modifica dell'articolo 416-ter del codice penale in materia di voto di scambio politico-mafioso; e dell'abbinata proposta di legge n. 766.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per la discussione generale è pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta del 21 febbraio 2019 (Vedi l'allegato A della seduta del 21 febbraio 2019).
(Discussione sulle linee generali – A.C. 1302-A)
PIERA AIELLO, Relatrice. Grazie Presidente, onorevoli colleghi, l'Assemblea avvia oggi l'esame della proposta di legge A.C. 1302-A, approvata dal Senato che modifica l'articolo 416-ter del codice penale in materia di voto di scambio politico-mafioso.
Ricordo preliminarmente che attualmente l'articolo 416-ter del codice penale punisce lo scambio elettorale politico-mafioso con la reclusione da sei a dodici anni. Il delitto è commesso da chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis, cioè grazie all'intimidazione derivante dal vincolo associativo mafioso, in cambio dell'erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità (primo comma). La stessa pena si applica a chi promette di procurare voti con le modalità di cui al primo comma o al secondo comma. Il reato di voto di scambio politico-mafioso, invero, è uno dei reati più gravi che può essere commesso in una democrazia. Tale reato infatti attenta alle libertà del voto, all'effettiva rappresentatività delle istituzioni e all'esercizio della sovranità da parte dei cittadini. Il reato di voto di scambio politico-mafioso attenta alla vita stessa della democrazia.
Purtroppo, però, tale reato non è mai stato perseguito come avrebbe dovuto, a causa di una legislazione inizialmente definita dalla stessa dottrina “zoppa” e poi, con la novella del 2014, addirittura più favorevole al reo della precedente. Nell'Aprile del 2014, infatti, il Parlamento ha approvato la revisione dell'articolo 416-ter del codice penale, introdotto nel 1992 nel nostro ordinamento per sanzionare specificamente le condotte consistenti nello scambio elettorale politico-mafioso. Affinché tale articolo potesse risultare pienamente efficace a tutela dei principi di legalità democratica e rappresentatività delle istituzioni si poteva opporre una limitata, ma sostanziale integrazione del testo vigente. L'esito finale del dibattito è stato, invece, un intervento riformatore che, a giudizio di moltissimi operatori del diritto, non consegue affatto l'asserito obiettivo di apprestare un baluardo dissuasivo e repressivo efficace contro l'incidenza della criminalità organizzata nella vita pubblica e, nello specifico, politica. Non solo la nuova formulazione ha inopinatamente attenuato la pena rispetto al testo vigente da oltre vent'anni, ma la stessa qualificazione del reato, per come novellata, rischia di rendere inefficace la fattispecie per via di modifiche e di integrazioni intervenute nel corso dell'esame parlamentare, segnatamente alla Camera dei deputati. Particolarmente grave si rivela un aspetto della notifica operata con la legge 17 aprile 2014 n. 62, i cui effetti pericolosi cominciano a dispiegarsi anche in termini giurisprudenziali, vale a dire il riferimento dell'utilizzo della forma di intimidazione del vincolo associativo, di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis. La Cassazione invero, con la sentenza n. 36382 del 28 agosto 2014, dopo aver statuito che la nuova norma era la norma più favorevole al reo, ha infatti stabilito che, in virtù della locuzione inserita nel nuovo testo, ossia il riferimento alle citate modalità mafiose, la riforma ha introdotto un nuovo elemento costitutivo nella fattispecie incriminatrice, tale da rendere, per confronto con la previgente versione, penalmente rilevanti condotte pregresse, consistenti in pattuizioni politico-mafiose che non abbiano espressamente contemplato tali concrete modalità di procacciamento dei voti. Vi è, dunque, il serio rischio - e nel caso di specie la certezza - che condotte prima penalmente rilevanti siano diventate giuridicamente non punibili. Tale inammissibile situazione richiede pertanto un drastico intervento correttivo, che riscriva integralmente l'articolo 416-ter, al fine di eliminare i gravi elementi di criticità che, inutilmente denunciati nelle Aule parlamentari durante la fase emendativa, stanno già emergendo nella sede applicativa.
Segnalo inoltre che, in sede di modifica dell'articolo 416-ter, è stato soppresso il meccanismo di collegamento della pena, al primo comma dell'articolo 416-bis nel medesimo codice penale. Tale meccanismo, voluto e studiato da Giovanni Falcone, collegando la pena per il voto di scambio politico-mafioso alla pena prevista per l'associazione mafiosa, sanciva il collegamento ontologico e sistematico tra le due fattispecie criminali. Secondo chi aveva predisposto le norme nel 1992, il collegamento tra la mafia e la politica è tale da richiedere la medesima pena sia per chi fa parte di un'associazione mafiosa sia per chi ne chiede i voti.
La proposta di legge approvata al Senato e modificata dalla Commissione giustizia durante l'esame in sede referente si prefigge pertanto di correggere gli elementi di criticità della disposizione vigente testé evidenziati, riscrivendo l'articolo 416-ter.
Ciò premesso, nel dar conto brevemente dell'esame del provvedimento in sede referente, rammento che la Commissione giustizia ha avviato, nel dicembre scorso, l'esame delle abbinate proposte di legge n. 1302, approvata dal Senato, e n. 766, Colletti, recanti “modifiche dell'articolo 416-ter del Codice penale in materia di voto di scambio politico-mafioso”, svolgendo un breve ciclo di audizioni, nel corso delle quali, oltre a professori universitari di diritto penale, sono stati ascoltati il primo presidente della Corte suprema di cassazione, Giovanni Mammone, il Procuratore generale della Corte suprema di cassazione, Riccardo Fuzio, e il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho.
Nel passare all'illustrazione dei contenuti dell'articolo unico della proposta di legge n. 1032, segnalo che il nuovo primo comma dell'articolo 416-ter del Codice penale, ripristinando il collegamento logico-sistematico con l'articolo 416-bis, punisce con la stessa pena prevista per l'associazione mafiosa al primo comma dell'articolo 416-bis, vale a dire con la reclusione da 10 a 15 anni, l'accettazione, diretta o a mezzo di intermediari, della promessa del sostegno elettorale in cambio di erogazione del denaro, di qualunque altra utilità o della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell'associazione criminale (comma 1, articolo 1). Segnalo, a tal proposito, che, ai fini della configurazione del reato di voto di scambio politico-mafioso, il testo licenziato dal Senato prevedeva che la promessa di procurare voti dovesse provenire da soggetti la cui appartenenza all'associazione mafiosa di cui all'articolo 416-bis fosse nota alla persona che conclude l'accordo elettorale. Nel corso dell'esame in sede referente la Commissione giustizia ha ritenuto, anche all'esito delle audizioni svolte, di modificare tale disposizione al fine di scongiurare l'eventuale restringimento dell'area della punibilità per il fatto che la consapevolezza e l'appartenenza del soggetto prominente ai voti all'associazione mafiosa si acquisirebbe soltanto in conseguenza di una sentenza giudiziale. Pertanto, per ragioni di chiarezza del testo, si è invece previsto che i voti dovessero essere promessi o procurati da soggetti appartenenti ad associazioni mafiose, di cui all'articolo 416-bis del codice penale, oppure mediante la modalità mafiosa, di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis. Pertanto, rispetto alla formulazione vigente, il nuovo primo comma della proposta di legge, dal punto di vista soggettivo, estende la punibilità anche ai casi in cui la condotta incriminata sia stata realizzata mediante il ricorso ad intermediari; estende la condotta penalmente rilevante, aggiungendo alla proposta di procurare voti con le modalità mafiose la promessa che provenga da soggetti appartenenti ad associazioni mafiose; amplia ulteriormente l'oggetto alla controprestazione di chi ottiene la promessa di voti, contemplando, non solo il denaro e ogni altra utilità, ma anche la disponibilità a soddisfare gli interessi e le esigenze dell'associazione mafiosa; inasprisce la pena, che passa dalla reclusione da sei a dodici anni, alla reclusione da dieci a quindici anni.
Fermo restando il contenuto e l'attuale secondo comma dell'articolo 416-ter, in base al quale la stessa pena si applica a chi promette di procurare voti con la modalità di cui al primo comma, al medesimo articolo del codice penale sono aggiunti due nuovi commi, un terzo comma che sostanzialmente prevede un'aggravante di evento.
GIANLUCA CANTALAMESSA (LEGA). Grazie, Presidente. Colleghi, appare certamente necessaria la riforma dell'articolo 416-ter del codice penale, per rompere una volta per tutte il legame che spesso unisce il mondo della politica con quello della criminalità organizzata.
Ma per migliorare la legge si è introdotto un elemento ulteriore, consistente nella modalità indicata nel terzo comma dell'articolo 416-bis del codice penale, così richiedendo un riferimento al metodo mafioso come precisa connotazione della promessa di procurare voti in cambio di denaro o di altra utilità.
La riforma dell'articolo 416-ter del codice penale, oggi in esame, è quindi solo l'ultima delle modifiche normative fatte al codice penale con lo scopo di giungere all'obiettivo di ridurre il più possibile le interpretazioni giurisprudenziali. Siamo orgogliosi perché in Commissione giustizia alla Camera il testo è stato ulteriormente migliorato grazie alle modifiche introdotte, in base alle quali chi prende i voti dai mafiosi rischia una condanna fino a 15 anni di carcere.
Seguendo anche le osservazioni degli esperti auditi, tra i quali il procuratore nazionale antimafia, abbiamo apportato alcune modifiche al testo approvato in Senato per eliminare l'inciso che aveva destato preoccupazione - ovvero “sia a lui nota” - e abbiamo reintrodotto, oltre all'appartenenza all'associazione mafiosa, anche le modalità mafiose come alternative per rendere più efficiente e più incisiva l'applicazione della legge e la possibilità di colpire duramente l'illecito rapporto tra mafia e politica.
In più, il reato viene esteso anche a chi riceve i voti da soggetti che agiscono mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis. Ciò serve a colpire chi riceve i voti da presunti mafiosi non ancora condannati in via definitiva, ma che comunque procacciano le preferenze secondo le modalità tipiche di Cosa Nostra, 'ndrangheta e Camorra. In questo modo la Commissione ha valutato che il testo sia maggiormente efficace nel perseguire la piaga della collusione tra politica e mafia.
In più, la nuova legge inserisce due aggravanti: le pene sono aumentate della metà se il candidato votato dai clan viene eletto, mentre per tutti i condannati scatterà l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. In pratica, la formulazione del reato lega il voto di scambio con l'associazione a delinquere di stampo mafioso. In questo modo, si stabilisce un collegamento ontologico tra le due fattispecie criminali. Non è un caso, infatti, che nell'articolo 416-bis, tra i reati delle associazioni mafiose, si indichi anche impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali. Il collegamento con l'articolo 416-bis ha soprattutto un effetto: l'inasprimento delle pene, che passano da un minimo di 6 a un massimo di 12 anni e da un minimo di 10 a un massimo di 15 anni di carcere.
PRESIDENTE. Colgo l'occasione per salutare gli studenti e gli insegnanti di due istituti di Roma, che sono venuti a trovarci: l'istituto comprensivo Fratelli Bandiera e l'istituto comprensivo statale Carlo Evangelisti. Grazie di essere qui, bambini, e anche grazie ai vostri insegnanti (Applausi).
MATILDE SIRACUSANO (FI). Grazie, Presidente. Inizio questo intervento manifestando la mia personale delusione rispetto all'esame di una serie di provvedimenti, che presentano delle pericolose criticità, che però sono oscurate dall'ansia di portare a termine a tutti i costi iniziative legislative che assumono dei connotati trionfalistici di stampo puramente giustizialista, e, piuttosto che perfezionare il sistema entro il quale si perseguono i reati di mafia, determinano evidenti ambiguità, che espongono persone estranee ai reati a grossi rischi.
Questa è la cornice che racchiude il provvedimento che ci apprestiamo ad esaminare e votare, e cioè le modifiche dell'articolo 416-ter del codice penale in materia di voto di scambio politico-mafioso, che punisce con la pena della reclusione da 10 a 15 anni il conseguimento diretto o a mezzo intermediari della promessa del sostegno elettorale da parte di soggetti appartenenti ad associazioni criminali di stampo mafioso, in cambio dell'erogazione di denaro, di qualunque altra utilità o della disponibilità a soddisfare gli interessi e le esigenze dell'associazione.
Fermo restando il contenuto dell'attuale secondo comma dell'articolo 416-ter, sono aggiunti due nuovi commi: un terzo comma che prevede sostanzialmente un'aggravante di evento.
Un elemento rassicurante, invece, rispetto ai rischi di cui parlavo inizialmente, era stato introdotto durante i lavori al Senato, tramite l'inserimento della locuzione “che sia a lui nota”, in riferimento alla consapevolezza del soggetto attivo, quindi il candidato, dell'effettiva appartenenza ad un'associazione mafiosa da parte del promittente dei voti. L'unico emendamento che poi è stato approvato in Commissione giustizia è stato l'emendamento 1.8, dell'onorevole Salafia, del MoVimento 5 Stelle, che ha eliminato quest'obbligo di notorietà, quindi si è modificata la struttura del reato di scambio politico-mafioso in modo che esso si perfezioni tramite l'accettazione diretta o indiretta, tramite intermediari, della promessa di voti da parte di soggetti appartenenti ad un'associazione mafiosa o che agiscono con modalità intimidatorie a prescindere dalla consapevolezza di tale appartenenza da parte del candidato. Forza Italia in Commissione ha appunto mosso obiezione rispetto a questo, in quanto l'intento ovvio è quello di evitare l'applicazione del dolo eventuale, soprattutto nei territori ad alto tasso di infiltrazione mafiosa, sulla base della considerazione che il candidato non poteva non sapere, fino alla responsabilità oggettiva. Tale formulazione, peraltro, rischia di ottenere un effetto contrario a quello desiderato, considerato che, come evidenziato dallo stesso procuratore generale della Corte di cassazione, se si opera un'interpretazione letterale e sistematica del testo, la disposizione rischia di avere un devastante effetto restrittivo, visto che è appartenente ad un'associazione di cui all'articolo 416-bis del codice penale solo chi è conosciuto tale da una sentenza giudiziale. Si è rammentato che sulla base di tale premessa il procuratore generale, nella nota depositata in sede di audizione, ha dichiarato: nell'ambito applicativo della norma ricadrebbero solo ed esclusivamente gli appartenenti ad un'associazione ex articolo 416-bis, evidentemente riconosciuti come tali solo attraverso l'accertamento giudiziale. In conseguenza, qualsiasi patto di scambio politico-elettorale stipulato dal politico con soggetto non formalmente appartenente non rientrerebbe nella fattispecie, vi sarebbe quindi una larghissima e preponderante quota di condotte penalmente rilevanti certamente e comunque molto più ampia di quella che oggi discende dal testo attuale e non trova limite nelle modalità mafiose dello scambio.
Concludo, Presidente, ricordando che il Presidente Conte, quando si presentò per la prima volta in Parlamento, parlò di presunzione di colpevolezza invece che di presunzione di innocenza: era un lapsus, probabilmente, però interpretava perfettamente il vostro approccio ideologico alla legislazione che riguarda la giustizia e la politica. Voi ritenete che siano tutti colpevoli fino a prova contraria, per quanto ci riguarda, invece, il vostro approccio è ingiusto e non è degno di un Paese che ha una cultura giuridica come l'Italia, e annulla secoli di conquiste sul tema dei diritti e delle garanzie per i cittadini. Ci dispiace soltanto che quando vi renderete conto di tutto questo potrebbe essere troppo tardi per porvi riparo (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente).
EUGENIO SAITTA (M5S). Presidente, colleghi deputate e deputati, oggi iniziamo in Aula la discussione sulla riforma dell'articolo 416-ter del codice penale. Si tratta di un importante provvedimento, sicuramente un altro importante passo verso la legalità. Oltre alla legalità, noi andiamo a tutelare anche la democrazia stessa, perché voglio ricordare che l'articolo 416-ter del codice penale tutela la libertà di voto, la libera formazione del voto, che è proprio l'elemento fondante della nostra democrazia. Questo provvedimento è un provvedimento di iniziativa parlamentare, si trova qui alla Camera oggi in seconda lettura, e colgo anche l'occasione per ringraziare i colleghi senatori per l'egregio lavoro svolto. Questo progetto di legge è stato fortemente voluto dal MoVimento 5 Stelle nel nostro progetto proprio di legalità e rafforzamento degli istituti giuridici che tutelano la legalità e la democrazia. Abbiamo già fatto un importantissimo passo con la legge anticorruzione, la nostra “legge spazza corrotti”, e oggi interveniamo su un istituto che permette di allontanare dalle istituzioni i mafiosi e i condizionamenti mafiosi.
Il reato dello scambio elettorale politico-mafioso è stato introdotto nel nostro ordinamento nel 1992, fu uno di quegli istituti fortemente voluti dal giudice Falcone, ed è un istituto che dalla sua introduzione nel nostro ordinamento ha avuto un'autorevole giurisprudenza, ma era anche un istituto che andava a sanzionare, andava a punire solo ed esclusivamente lo scambio che avveniva a mezzo denaro, non vi era la possibilità di punire lo scambio attraverso le altre utilità. Nel 2014 si è intervenuti in riforma di questo istituto, ed è stato introdotto anche l'elemento delle altre utilità come controprestazione, sicuramente uno degli elementi positivi, ma nel complesso la riforma è risultata di più difficile applicazione, di più difficile interpretazione rispetto alla stessa legge del 1992. Di conseguenza, oggi ci ritroviamo a intervenire nuovamente in riforma dell'articolo 416-ter, sulla base anche delle indicazioni che ci sono pervenute dalla Cassazione immediatamente dopo la riforma del 2014. Il nostro fine è quello di rendere l'istituto più efficace e meno controverso dal punto di vista interpretativo.
Un ulteriore elemento di novità è quello inerente alla definizione della parte promittente i voti: la quale non viene individuata più solo nel soggetto che promette di procurare voti con le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis del codice penale, ma anche nel soggetto che promette di procurare voti da parte di soggetti appartenenti ad associazioni di cui all'articolo 416-bis. Quest'ultimo punto è stato modificato da un nostro emendamento presentato in Commissione giustizia, sulla base dei rilievi fatti in audizione da parte del procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho e del procuratore generale alla Cassazione, Riccardo Fuzio. Infatti, nel testo pervenutici dal Senato si prevedeva la punibilità del reato a condizione che fosse nota l'appartenenza dei soggetti all'associazione di cui all'articolo 416-bis. Tale riforma potenzialmente poteva limitare la portata applicativa dello stesso articolo, e per tale motivo l'abbiamo riscritto con il nostro emendamento, eliminando la dicitura “sia a lui nota”, e quindi abbiamo riesteso la portata della norma.
In conclusione, Presidente, con questa riforma dell'articolo 416-ter prevediamo l'inasprimento delle pene ed una maggiore chiarezza del dettato normativo, ai fini di rendere la norma di più facile applicazione. È facile dire: “la mafia ci fa schifo”: nessuno in quest'Aula, o nessuno fuori potrebbe dire il contrario. È difficile poi attuare soprattutto in norme questo concetto; ma sicuramente questa riforma è doverosa, ed è un primo, importante passo verso l'obiettivo, che è quello di allontanare i mafiosi ed allontanare i condizionamenti delle organizzazioni criminali dalle istituzioni pubbliche. Fuori chi si pone come antistato dalle scelte dello Stato, che devono riguardare la libertà di tutti (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
FILIPPO SENSI (PD). Presidente, la proposta di legge in discussione interviene per modificare l'articolo 416-ter del codice penale, quello che punisce - come diceva il collega poc'anzi - lo scambio elettorale politico-mafioso: una norma molto importante, perché è finalizzata a tutelare il buon funzionamento del meccanismo democratico dalle influenze e infiltrazioni della criminalità organizzata, assai pervasiva purtroppo, capillare addirittura, in molte realtà del nostro Paese.
Il lavoro di allora produsse una buona legge, che nel tempo, grazie anche al lavoro di affinamento nella sua interpretazione prodotto dalla giurisprudenza, ha dissipato dubbi e incertezze, consentendo di pervenire ad un assetto che a noi pare ragionevole ed equilibrato, e che tale, peraltro, è stato giudicato anche dagli esperti che sono stati ascoltati in Commissione giustizia. Va sottolineato, in particolare, che alcuni dubbi che si erano palesati in origine, in particolare per la scelta che venne fatta allora di legare la punibilità del reato al procacciamento di voti “mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis”, ovvero attraverso i metodi tipici delle organizzazioni mafiose, sono stati definitivamente dissipati dalle più recenti sentenze, che hanno chiarito come tale requisito non sia strettamente necessario laddove il procacciatore di voti si sia presentato come esponente o membro di una cosca mafiosa: in tale caso infatti la modalità di procacciamento può dirsi presunta.
E questa è anche la ragione di fondo per la quale il Partito Democratico ha già avuto modo di esprimere tutte le proprie perplessità sulla modifica, che anziché conseguire l'obiettivo di perseguire con efficacia reati così gravi, rischia paradossalmente di trasformarsi in una fonte di confusione, ambiguità e incertezza, tutte cose di cui francamente non si sente il bisogno nella lotta contro la criminalità organizzata. E la cosa paradossale, appunto, è che di ciò appare essersi resa conto anche la maggioranza, che, dopo aver approvato un testo al Senato che modificava profondamente la fattispecie, è poi tornata precipitosamente indietro, qui alla Camera, reintroducendo dalla finestra ciò che al Senato aveva fatto uscire dalla porta, ovvero proprio il procacciamento di voti mediante le modalità di cui all'articolo 416-bis.
WANDA FERRO (FDI). Presidente, è proprio vero che quando si fa politica non la si fa certamente con la morale, ma sicuramente non la si fa senza. Ricordo a me stessa che l'articolo 416-ter del codice penale, come modificato dalla legge 17 aprile 2014, n. 62, prevede: “Chiunque accetti la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis in cambio dell'erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione dai quattro a dieci anni”. Prevede inoltre, al secondo comma, che la stessa pena - da quattro a dieci anni - si applichi soprattutto a chi intende promettere e procurare i voti. Il disvalore del fatto reato è quindi nell'accordo tra il politico e il mafioso, le cui corrispettive prestazioni sono da un lato il procacciamento dei voti attraverso il ricorso al metodo mafioso, dall'altro la promessa o l'effettiva erogazione di denaro o di altra utilità. Un tale accordo, così come è evidente, incide negativamente sulla libera morale dei cittadini di esprimere il proprio voto e di contribuire all'elezione democratica di propri rappresentanti nelle istituzioni. Ma non solo: se il candidato che ha stipulato il patto viene eletto, si crea una situazione di condizionamento dell'attività politica ed amministrativa a danno di tutta la collettività.
Ricordo che una proposta di riforma della norma sul voto di scambio politico-mafioso è contenuta nella relazione finale della commissione presieduta dal procuratore Nicola Gratteri e incaricata dal Governo di elaborare delle proposte normative in tema di lotte, anche patrimoniali, alla criminalità organizzata, che giace, ahimè, nei cassetti del Governo fin dal 2014. Più volte è stato sottolineato che è cambiato un po' il meccanismo e l'approccio: una volta erano i mafiosi che si rivolgevano ai politici; oggi sono proprio i politici, spesso, a rivolgersi a quella parte di mafia. Questa proposta prevede, ovviamente, l'inasprimento del trattamento sanzionatorio, intervenuto, di fatto, con l'aumento delle pene edittali del 416-bis introdotte dalla legge n. 69 del 2015, e, dall'altro, la previsione di un'estensione della fattispecie, per punire anche l'accordo che impegna non l'intera organizzazione, ma un suo appartenente.
Sono aspetti che noi condividiamo, li condividiamo in pieno, così come condividiamo l'aumento delle pene previste nel terzo comma, che si applica nel caso in cui un politico, che ha stretto l'accordo di scambio, venga effettivamente eletto nella relativa consultazione elettorale. Il lavoro fatto dai colleghi in Commissione giustizia alla Camera ha consentito di correggere la norma che, in effetti, devo dire, nella sua formulazione in Senato, apriva un vulnus nella sua effettiva efficacia. Prevedere, infatti, che l'accordo dello scambio elettorale politico-mafioso potesse intervenire solo con soggetti appartenenti alle associazioni mafiose, escludendo dalla fattispecie l'accordo con un soggetto, che si avvale della modalità mafiosa, ma che non è organico all'associazione, avrebbe di molto ridotto la possibilità di perseguire il reato in sede processuale, soprattutto per la difficoltà di dimostrare, in caso, ovviamente, anche di eventuali processi, che chi accetta la promessa dei voti abbia consapevolezza di trattare con un condannato in via definitiva per il 416-bis.
STEFANIA ASCARI (M5S). Grazie, Presidente. L'articolo 416-ter è una fattispecie di reato inserita nel libro secondo, al Titolo V, reati contro l'ordine pubblico del codice penale, subito dopo l'articolo 416-bis, che tratta l'associazione di tipo mafioso, a cui è strettamente legata. Si tratta di un articolo che è stato introdotto nel nostro ordinamento dal decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, con lo scopo di contrastare i legami elettorali politico-mafiosi. La vigente formulazione dell'articolo 416-ter sanziona lo scambio elettorale politico-mafioso con la reclusione da sei a dodici anni. Il delitto è commesso da chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis, cioè grazie all'intimidazione derivante dal vincolo associativo mafioso, in cambio dell'erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità.
Elemento, questo, che escludeva dalla fattispecie tutti quei comportamenti privi di intimidazioni, ma utili all'ottenimento del voto, essendo noto come la mafia ottenga consenso con la corruzione o la promessa di favori o di raggiungere il politico per fare, ottenere vantaggi, e, grazie alla modifica oggi, anche attraverso intermediari. Inoltre, la giurisprudenza ha avuto modo di intervenire in merito, sottolineando queste distorsioni. L'attuale formulazione del 416-ter ha posto non pochi problemi al potere giudiziario, rendendo difficile la perseguibilità dell'accordo del politico con chi promette voti in cambio di vantaggi.
Come la stessa relazione conclusiva della Commissione antimafia richiamata ha intelligentemente riportato, in cambio i clan offrono consenso elettorale, reti di relazioni e finanziamenti occulti. Nella gran parte dei casi di illegalità si osserva, infatti, un forte intreccio tra i boss della criminalità organizzata e i vertici politici delle istituzioni territoriali. È per questo che è fondamentale spezzare questo legame e, per farlo, è necessario ricercare una formulazione migliorativa dell'articolo 416-ter.
L'influenza nella scelta dei rappresentanti del popolo a diversi livelli territoriali comporta, infatti, distorsioni evidenti nella gestione della res publica, portando nei tavoli decisori soggetti che, anziché operare nell'interesse e per il bene dei propri cittadini, svolgono il ruolo affidatogli all'interno delle istituzioni repubblicane nell'interesse delle associazioni criminali e sono ovvie le drammatiche conseguenze per la tenuta democratica delle istituzioni.
È tempo di propendere per la seconda scelta in nome della legalità e nell'interesse dei cittadini e degli imprenditori onesti. Basta occasioni mancate! Adesso operiamo davvero per il cambiamento (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
(Repliche - A.C. 1302-A)
VITTORIO FERRARESI, Sottosegretario di Stato per la Giustizia. Grazie, Presidente. Il Governo condivide un intervento sull'articolo 416-ter del codice penale in quanto previsto dal contratto di governo e in quanto si vuole contrastare, con fermezza e con responsabilità, chi vuole sovvertire l'ordine costituzionale del Paese e, soprattutto, chi lo vuole fare inquinando il principale strumento di democrazia previsto dallo stesso.
Vogliamo garantire un ampliamento della possibilità di accertamento di questi reati che, ovviamente, non vuol dire togliere il dolo - e ci mancherebbe - ma garantire la massima portata di un intervento che possa dare la possibilità ai magistrati, anche in situazioni difficili, di accertare questo tipo di comportamenti. L'abbiamo fatto ovviamente dando parere favorevole sull'emendamento che prevedeva l'alternatività - e qui voglio chiarificarlo - tra l'appartenenza e le modalità nell'articolo 416-bis, perché di alternatività si tratta.
La seduta, sospesa alle 13,15, è ripresa alle 14.
I deputati in missione sono complessivamente sessantacinque, come risulta dall'elenco depositato presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.
Discussione della proposta di legge: Molinari ed altri: Modifica all'articolo 4 del testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, di cui al decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, concernente le partecipazioni in società operanti nel settore lattiero-caseario (A.C. 712-A).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta del 21 febbraio 2019 (Vedi l'allegato A della seduta del 21 febbraio 2019).
La seduta, sospesa alle 14,02, è ripresa alle 14,05.
La seduta, sospesa alle 14,06, è ripresa alle 14,20.
(Discussione sulle linee generali – A.C. 712-A)
MARZIO LIUNI, Relatore. Grazie, Presidente. Il provvedimento oggi all'esame dell'Assemblea, in relazione al quale è stata disposta, lo scorso 2 ottobre, la procedura di urgenza, ai sensi dell'articolo 69 del Regolamento, si compone di un unico articolo ed è volto ad aggiungere un nuovo comma all'articolo 4 del decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, Testo unico sulle società partecipate. Il comma che si intende aggiungere prevede che le disposizioni dell'articolo 4 del Testo unico non si applicano alla costituzione, né all'acquisizione o al mantenimento di partecipazioni aventi per oggetto sociale prevalente la produzione, il trattamento, la lavorazione e l'immissione in commercio del latte, in qualsiasi modo trattato e dei prodotti lattiero-caseari. Il testo originario della proposta, sia nel titolo che nel corpo dell'articolato, si riferiva anche ai prodotti alimentari in genere. Tale riferimento è stato opportunamente soppresso a seguito dell'approvazione, in sede referente, di tre identici emendamenti presentati dai deputati appartenenti ai gruppi MoVimento 5 Stelle, Partito Democratico e Fratelli d'Italia. Ricordo che le disposizioni recanti l'articolo 4 del Testo unico, sul quale la proposta interviene, prevedono il divieto, per le amministrazioni pubbliche, di costituire anche indirettamente società aventi per oggetto l'attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessari per il proseguimento delle proprie finalità istituzionali, nonché di acquisire o mantenere partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. Il comma 9 del medesimo articolo prevede, inoltre, che, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministero dell'Economia e delle finanze o dell'organo vigente delle amministrazioni partecipate possano essere disposte l'esclusione totale o parziale del divieto di cui all'articolo 4, con riferimento a singole società, purché motivate in relazione alla misura e alla qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici connessi e al tipo di attività svolta. In forza di ciò, il sindaco del comune di Brescia, in qualità di organo di vertice dell'amministrazione partecipante, ha avanzato la richiesta di esclusione dall'applicazione della disposizione dell'articolo 4 del Testo unico alla società Centrale del latte di Brescia Spa. Tale richiesta è stata approvata con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri il 31 ottobre 2017. Nell'ambito del procedimento esitato con l'adozione del DPCM, è stato chiarito, ai fini della verifica del rispetto dei vincoli teleologici richiesti dalla legge per consentire l'esclusione dell'applicazione dell'articolo 4, che il comune di Brescia detiene una percentuale maggioritaria nel capitale sociale della Centrale del latte di Brescia Spa.
LUCIANO CILLIS (M5S). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi e colleghe, le tematiche correlate alla corretta gestione dei beni primari, delle derrate alimentari che quotidianamente mettiamo sulle nostre tavole, sono comune argomento di discussione tra la gente, gli esperti e i politici.
Presidente, spostiamo ora l'obiettivo sulla tematica del latte bovino e sui dati che attualmente si hanno a disposizione, i quali delimitano un quadro in chiaroscuro. L'indirizzo produttivo del latte vaccino italiano vede principalmente tre sbocchi: da una parte, secondo i dati Agea, circa il 9 per cento dell'intera produzione italiana, equivalente a 1 milione 109 mila tonnellate, ha come target il consumo alimentare fresco, il 48 per cento, pari a 5 milioni 764 mila tonnellate, come formaggi DOP, mentre il restante 43 per cento, pari a 5 milioni 81 mila tonnellate, per altri impieghi industriali. L'Italia, nel complesso, non risulta essere autosufficiente per i consumi e ricorre a 1 milione 696 mila tonnellate di latte estero, con un tasso di autoapprovvigionamento pari a circa l'88 per cento.
Non lasciamo che le logiche di mercato, che sempre più equiparano i beni di consumo e i prodotti primari alle commodities, prima devastino il mercato nazionale impoverendo intere aree a vocatura agricola e poi determinino scelte e decisioni di carattere strategico attraverso la dipendenza alimentare: un lusso che una nazione come la nostra, che sull'eccellenza e l'unicità del comparto primario e del valore aggiunto che solo questi nostri prodotti riescono ad avere, ha fondato un inimitabile brand made in Italy agroalimentare.
MARIA SPENA (FI). Presidente, come è noto, il testo sulle partecipate stabilisce il divieto per le amministrazioni pubbliche di acquisire o mantenere partecipazioni in società che abbiano come oggetto sociale la produzione di beni e servizi, salvo che per talune speciali eccezioni, in considerazione degli interessi pubblici coinvolti, dell'attività condotta e della tipologia di partecipazione. Queste eccezioni devono essere riconosciute con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri su istanza dell'amministrazione interessata. La proposta che oggi andiamo ad esaminare supera questa procedura, escludendo da questo divieto il settore lattiero-caseario, cioè, in pratica, le centrali del latte, promuovendo possibili future partecipazioni. Ad oggi risultano partecipate da soggetti pubblici la centrale del latte di Brescia, quella di Roma, quella di Alessandria e di Asti. Secondo le relazione, le centrali del latte hanno lo scopo di assicurare il controllo igienico del latte, e si sono distinte negli anni per la capacità di innovazione e la sensibilità verso le nuove tecnologie. Il gruppo di Forza Italia ha presentato emendamenti per ampliare la portata della norma anche in altri ambiti della produzione alimentare, mentre in quella sede si è votato affinché la norma rimanesse limitata al solo settore lattiero-caseario. Giustamente è stato osservato che i consumatori italiani sono sempre più alla ricerca di un prodotto genuino, legato al proprio territorio, e le centrali del latte per l'appunto garantiscono ogni giorno la distribuzione alle comunità locali di un prodotto sicuro ad un prezzo controllato, ma la mano pubblica garantisce anche qualcos'altro, la certezza del prezzo corrisposto al produttore, un problema diventato drammaticamente evidente con la rivolta dei pastori sardi e che ha riguardato, sia pure in tono minore, anche altre regioni d'Italia come il Lazio e la Toscana.
Quelli che non conoscono né le fatiche di coloro che lavorano nel settore primario né l'importanza di mantenere vitale tale settore, che è proprio quello che garantisce il cibo sulle nostre tavole tutti i giorni, sono gli stessi che lamentano che i pastori sardi si sarebbero dovuti adattare alle leggi di mercato e pagare il prezzo della loro sovrapproduzione, mentre l'intervento del Governo drogherebbe il mercato caricandone il costo su tutti i cittadini. Il problema, invece, sta nel fatto che ogni litro di latte viene pagato soltanto 60 centesimi. Ciò vale anche per il riso, per la frutta, per i salumi e per i formaggi, va persino peggio per chi coltiva pomodori, è in crisi l'agrumicolo ed è crollato il prezzo del grano. Uno studio Coldiretti rivela che per ogni euro di spesa in prodotti agroalimentari freschi soltanto 22 centesimi finiscono nelle mani di chi ha zappato, di chi ha lavorato la terra e colto i suoi frutti. Tale valore scende, secondo Ismea, addirittura a 2 centesimi nel caso di quelli trasformati, dal pane ai salumi fino al formaggio. Il mondo delle campagne è strozzato dalle politiche del mercato globale: a guadagnarci non è mai l'agricoltore, non è mai il contadino. Anche le aste online al doppio ribasso, che strangolano gli agricoltori con prezzi al di sotto dei costi di produzione, vanno bloccate con norme nazionali. Sono pratiche commerciali sleali, che danneggiano gli agricoltori, nonostante il codice etico firmato l'anno scorso tra il Mipaaft e le principali catene della distribuzione. A dicembre 2018 è stato raggiunto un accordo dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione europea per mettere al bando le pratiche commerciali sleali lungo la catena agro-alimentare. Circola una bozza di decreto-legge che interviene nel settore ovicaprino, ma anche nella crisi dell'agrumicolo e della dell'olivicoltura, bisognerà ampliarlo anche al settore del grano. È previsto in questo decreto anche di incrementare il fondo indigenti per l'acquisto e la distribuzione gratuita di prodotti del settore ovicaprino, bisognerebbe ampliare l'intervento al settore agrumicolo.
ROBERTO MORASSUT (PD). Presidente, la proposta di legge in discussione prevede una deroga, di fatto generale, per la partecipazione pubblica nel settore lattiero-caseario e dei prodotti alimentari in genere dalle indicazioni del testo unico per le partecipate approvato nel 2016, che, a sua volta, come tutti sanno e ricordano, aveva escluso queste aziende dal campo della gestione pubblica. Le motivazioni di quella scelta non erano improvvisate, e non erano un tributo ideologico ad un europeismo dei vincoli o delle privatizzazioni; venivano da una lunga evoluzione legislativa, non solo italiana, almeno di un decennio, che nasceva anche sulla base della concreta esperienza, e dei dati di fatto, della constatazione che l'impegno pubblico attraverso gli enti locali e le loro emanazioni operative nel settore alimentare rappresentava ormai, nella maggior parte dei casi, un freno alla crescita del mercato, in molti casi una condizione impropria di monopolio in un settore decisamente non strategico, e in altri casi addirittura un ostacolo anche ad una migliore qualità del prodotto e dei suoi derivati. Questa è in gran parte la storia di molte delle centrali del latte e delle aziende municipalizzate di questo settore degli anni Novanta, tranne rari casi o eccezioni, e l'azienda di Brescia di cui si è parlato in Commissione era ed è in qualche modo tra queste eccezioni.
In realtà, tutta la filosofia dell'ordinamento attuale in materia di aziende di pubblico servizio si muove nella direzione di favorire una logica di mercato e di concorrenza incardinata sulla base del miglior servizio per gli utenti, ma lascia aperta sempre la discrezionale scelta dei comuni di restare attivi con proprie aziende o di affidare loro in house determinati servizi pubblici o di investire in determinati servizi pubblici, se essi dimostrano di garantire costi e qualità adeguati e convenienti. Come si vede, è una logica molto pragmatica, nient'affatto ideologica, e che parte dal merito, almeno nei presupposti parte dal merito.
Bisogna stare quindi molto attenti a non scadere in un ideologismo opposto, di segno opposto. Oggi generalizzare ed estendere a tutti, senza distinzioni, aprendo le porte erga omnes, le opportunità previste dal comma 9 dell'articolo 4 del testo unico per le società partecipate, senza una garanzia statistica del reale stato di salute delle aziende che si chiedono in deroga o della convenienza degli eventuali investimenti per l'ingresso o reingresso del pubblico nel settore attraverso municipalizzate, ci fa rischiare molto: ci fa rischiare di riesumare - scusate l'espressione - dei cadaveri aziendali, la cui esperienza è stata sostanzialmente superata dai fatti e dalla storia. Ed è questo il caso della Centrale del latte di Roma, privatizzata nel 1998, virtualmente restituita al comune da una sentenza del Consiglio di Stato, con tutti i gravami che essa avrebbe prodotto, di debiti e di accolli vari; quindi, tornata ai privati ed oggi in balìa della latitanza di una giunta che nella capitale sta distruggendo tutto il settore del comparto dei servizi pubblici, dai trasporti ai rifiuti (ma questa è una considerazione politica che qui trova e deve trovare uno spazio limitato).
In secondo luogo - e ho concluso - si rischia con questo provvedimento di moltiplicare i nuovi “poltronifici” e di aggiungere alla biada altra biada alla famelica e mai doma bulimia di posti da gestire delle correnti partitiche, sindacali, delle lobby di interessi, che ormai dominano il campo sconfinato delle nomine pubbliche, spesso e volentieri fuori da ogni valutazione di merito.
FEDERICO MOLLICONE (FDI). Presidente, onorevoli colleghi, rappresentante del Governo, il provvedimento a prima firma Molinari oggi in esame è di cruciale importanza per il sistema nazionale italiano, perché conferma il concetto dell'interesse nazionale anche in un comparto come quello dell'agricoltura, oggi agli onori delle cronache proprio per la battaglia del latte e dei pastori sardi, a cui è andato da subito il nostro sostegno convinto, anche attraverso l'azione infaticabile del collega Deidda e ovviamente del presidente Meloni.
La Centrale del latte di Roma, nel 2016, ha conseguito un utile netto di 5,1 milioni, con ricavi per 115 milioni. Nonostante questo, anche sul Campidoglio il problema dell'eccessivo ribasso dei prezzi del latte ovino, contro il quale in questi giorni gli allevatori in Sardegna stanno mettendo in atto plateali proteste, ha creato il problema, ad esempio, a novembre, di un grosso stock di latte ovino di proprietà di Roma Capitale, quello prodotto nelle aziende agricole di Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere, che è rimasto invenduto. Nessuna azienda, colleghi, dell'industria del settore lattiero-caseario, infatti, ha risposto all'avviso pubblico lanciato dalla giunta guidata da Virginia Raggi lo scorso novembre, attraverso il quale veniva, sostanzialmente, messo all'asta un quantitativo di 20 mila litri. Troppo alta era, evidentemente, per gli attuali prezzi sul mercato, la cifra posta a base d'asta per le offerte, ossia 0,75 euro al litro. Oggi, infatti, aziende proprietarie di caseifici di pecorino romano pagano il latte di pecora non più di 60 centesimi al litro. Pertanto, questo stock è rimasto invenduto e sono dovuti andare in affidamento diretto. Il comune di Roma si trova, come dicevamo e come raccontavamo prima, proprio in queste settimane, di fronte a una complessa negoziazione per riottenere il controllo delle società e garantire la normalizzazione.
Ribadiamo, pertanto, il nostro voto favorevole al testo e invitiamo le forze di maggioranza a sposare il nostro emendamento in favore dei piccoli produttori (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).
(Repliche - A.C. 712-A)
MARZIO LIUNI, Relatore. Solo due puntualizzazioni. Ringrazio tutti i colleghi per aver espresso - quasi tutti - un commento positivo a questa modifica dell'articolo 4 proprio perché ne hanno capito il senso.
MARZIO LIUNI, Relatore. Si chiamano “vacche”: è un termine agronomo, tecnico, si chiamano “vacche”; solo che sembra brutto, sembra un termine brutto, spregiativo e, allora, si usa il termine “mucche”. Però, visto che parliamo di agricoltura, non bisogna vergognarsi a chiamarle con il loro nome: si chiamano “vacche”.
Martedì 26 febbraio 2019 - Ore 11:
1.	Svolgimento di interrogazioni .
2.	Seguito della discussione della mozione Molinari, D'Uva, Gadda, Nevi, Luca De Carlo, Muroni ed altri n. 1-00124 concernente iniziative volte a vietare l'utilizzo dei pesticidi e dei diserbanti nelle produzioni agricole, favorendone lo sviluppo con metodo biologico .
3.	Seguito della discussione della proposta di legge (previo esame e votazione delle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate):
Relatori: TURRI e ZANETTIN, per la maggioranza; VERINI e CONTE, di minoranza.
5.	Seguito della discussione delle mozioni Lollobrigida ed altri n. 1-00113 e Magi e Schullian n. 1-00121 concernenti iniziative per il contrasto all'immigrazione clandestina e alle organizzazioni criminali straniere, con particolare riferimento alla cosiddetta mafia nigeriana .
Relatori: BARBUTO, per la II Commissione; ZIELLO, per la XII Commissione.
7.	Seguito della discussione della mozione Delrio ed altri n. 1-00106 concernente iniziative a sostegno del comparto automobilistico e del relativo indotto, anche al fine di favorirne l'evoluzione tecnologica e la tutela dei livelli occupazionali .
8.	Seguito della discussione della proposta di legge:
9.	Seguito della discussione dei progetti di legge:
10.	Seguito della discussione della proposta di legge:
11.	Seguito della discussione della proposta di legge:
TESTI DEGLI INTERVENTI DI CUI È STATA AUTORIZZATA LA PUBBLICAZIONE IN CALCE AL RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA ODIERNA: PAOLO FORMENTINI (A.C. 1394-A)
PAOLO FORMENTINI, Relatore. (Relazione – A.C. 1394-A). Illustre Presidente, colleghi deputati, il provvedimento in esame è volto a rendere esecutivo in Italia un accordo risalente al novembre 2009, necessario ai fini della chiusura di un contenzioso tra la Comunità europea dell'energia atomica (Euratom) e l'Italia in merito al riconoscimento delle responsabilità storiche dell'Italia relativamente allo smantellamento del Centro comune di ricerca (CCR) di Ispra.
Ricordo che l'istituto di Ispra (Varese) è uno dei quattro centri di ricerca istituiti dalla Comunità europea a seguito del Trattato Euratom del 1957 per promuovere lo sviluppo dell'energia nucleare a fini pacifici negli Stati membri.
Il CCR di Ispra fu istituito nel 1959 con un Accordo, concluso a Roma nel luglio dello stesso armo, fra il Governo italiano e la Commissione dell'energia atomica al fine di istituire un Centro comune di ricerche nucleari di competenza generale, che prevedeva la cessione da parte dell'Italia alla Comunità europea, in concessione per novantanove anni, dell'area e delle strutture presenti all'epoca.
Il centro fu inaugurato il 13 aprile 1959 e negli anni Sessanta-Ottanta fu utilizzato, a mezzo di specifici contratti, da soggetti italiani - quali il Comitato nazionale per l'energia nucleare (CNEN), il Centro informazioni studi ed esperienze (CISE), l'Ente nazionale per l'energia elettrica (ENEL) e le istituzioni governative italiane - per progetti di ricerca relativi al programma nucleare italiano.
Con la modifica delle scelte strategiche in campo nucleare, intervenuta in Italia dopo il 1987, la collaborazione italiana con il CCR di Ispra in tale ambito si è progressivamente ridotta e, con il passare degli anni, anche alcuni programmi europei di ricerca in campo nucleare, in particolare nel CCR di Ispra, sono stati indirizzati verso nuove tematiche estranee al settore.
Attualmente, presso quello che nell'acronimo inglese è denominato Joint Research Centre - JRC, il terzo per grandezza dopo quelli di Bruxelles e Lussemburgo, si svolgono ricerche in settori non-nuclear.
Quanto al campo nucleare restano operative le attività relative alle salvaguardie nucleari e quelle di gestione dei rifiuti radioattivi e di conservazione in sicurezza delle installazioni nucleari.
La Commissione europea, fin dal 1999, con l'approvazione del Consiglio e del Parlamento europeo, ha predisposto un programma tecnico, economico e temporale per la disattivazione degli impianti nucleari obsoleti e la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare derivanti dalle passate attività di ricerca svolte presso i CCR. Tra cui il CCR di Ispra; all'Italia è stato chiesto di partecipare alle attività di disattivazione e smantellamento ai fini della regolarizzazione delle responsabilità storiche sul sito.
L'intesa transattiva in esame è stata conclusa sulla base non tanto di un corrispettivo economico bensì sull'impegno italiano a realizzare alcuni dei lavori di disattivazione e smantellamento del reattore presente nel CCR.
Segnalo che non sarebbe stato possibile determinare analiticamente i corrispettivi economici di tali interventi anche in ragione del fatto che, nella contrattualistica a suo tempo vigente, non erano previste clausole per future attività di smantellamento.
L'intesa pone a carico dell'Italia alcune delle attività da effettuare, consistenti essenzialmente nello smantellamento del reattore e nello smaltimento dei relativi rifiuti del tutto simili a quelle relative ai siti nucleari italiani dismessi, svolte attualmente dalla Sogin s.p.a.
L'Accordo è composto da 6 punti, preceduti da una introduzione che ripercorre le fasi principali del negoziato tra il Governo italiano, rappresentato dal MISE, e la Comunità europea dell'energia atomica.
Nel punto 1 si individuano i servizi a compensazione degli oneri derivanti dalle pregresse attività di ricerca per il programma nucleare italiano svolte presso il CCR di Ispra.
Il Governo italiano provvederà alla disattivazione dell'installazione del reattore Ispra 1 secondo modalità puntualmente esposte e poste a carico in parte dell'Italia e in parte del CCR. I dettagli di tali attività sono riportati nell'Appendice 1, che presenta un'analisi esaustiva e puntuale delle specifiche attività.
Quanto al soggetto titolare degli atti autorizzativi del reattore Ispra 1, si tratta di quello individuato dal comma 537 dell'articolo l della legge 205/2017, ossia la Sogin S.p.a.
Al punto 2 si definisce la data limite del 2028 per il conferimento dei rifiuti radioattivi del CCR di Ispra al Deposito nazionale. con costi a carico del CCR stesso. In caso d'indisponibilità del deposito, dal 1° gennaio 2029 i rifiuti diverranno di proprietà italiana e le relative spese di gestione nel deposito temporaneo del CCR di Ispra saranno a carico dell'Italia.
Il punto 3 definisce i criteri di accettazione dei rifiuti al Deposito nazionale nonché le clausole riguardanti il rischio economico derivante dalla loro eventuale modifica.
Al punto 4 viene stabilito che le Parti possano concludere contratti specifici che descrivano in dettaglio lo scopo delle attività previste nonché gli aspetti tecnici e legali, prevedendo comunque la prevalenza di quanto stabilito nell'Accordo transattivo.
Al punto 5 viene disposto che l'Accordo transattivo è regolato dal diritto dell'Unione europea. integrato, ove necessario, dal diritto italiano. Sono indicate le procedure di mediazione, con la possibilità di rivolgersi, in caso di disaccordo, al Tribunale di prima istanza della Corte europea di giustizia per la nomina del mediatore.
Il punto 6 istituisce un Comitato misto di gestione composto da tre rappresentanti per ciascuna Parte, allo scopo di controllare l'attuazione della transazione e, in particolare, di gestire le interfacce tra le attività di disattivazione di cui al punto 1 e le altre attività del CCR di Ispra.
L'Accordo è completato dall'Appendice 1 che si articola in paragrafi dedicati alla descrizione ed allo stato dell'impianto, alle coordinate per il trasferimento della titolarità degli atti autorizzativi al soggetto individuato dal Governo italiano, al mantenimento in sicurezza del reattore e alla sua disattivazione, alla gestione dei rifiuti da essa provenienti, all'accesso al sito e alla sicurezza sul lavoro.
Venendo ai contenuti del disegno di legge, ricordo che l'articolo 3, dedicato alle disposizioni finanziarie, stabilisce che all'attna7ione dell'Accordo si provvede ai sensi dell'articolo 1, commi 541 e 542, della legge n. 205 del 2017 (legge di bilancio 2018). Il comma 2 contiene, pertanto, la clausola d'invarianza finanziaria ove viene precisato che l'attuazione della legge non deve comportare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Al riguardo, segnalo che, nel corso dell'esame presso la Commissione affari esteri e comunitari, è stato approvato un emendamento aggiuntivo del comma 1-bis dell'articolo 3: poiché, come appena menzionato, dall'attuazione del provvedimento in esame non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, si è ritenuto opportuno specificare che ai componenti del Comitato misto di gestione, previsto dal punto 6 dell'Accordo al nostro esame, non spetti alcun compenso, indennità, gettone di presenza, rimborso spese o altro emolumento comunque denominato.
I richiamati commi 541 e 542 della legge di bilancio 2018 prevedono, rispettivamente, che la copertura degli oneri derivanti dall'attribuzione a Sogin S.p.A. dello smantellamento del reattore Ispra I sia garantita mediante il ricorso agli introiti della componente tariffaria A2 sul prezzo dell'energia elettrica, demandando ad un'apposita delibera dell'Autorità per l'energia elettrica-ARERA, la determinazione delle modalità di rimborso alla Sogin, a copertura degli oneri relativi alle attività.
Ricordo infine che nella relazione tecnica gli oneri derivanti dall'Accordo sono stimati in circa 45 milioni di euro; a tale importo vanno aggiunti i costi sostenuti dal CCR per le attività di custodia passiva dell'impianto, valutati in circa 5 milioni di curo.
Concludo formulando l'auspicio di una rapida conclusione dell'iter di approvazione di questo provvedimento di ratifica: l'Accordo infatti risolve definitivamente un negoziato protrattosi per alcuni anni con una forte riduzione delle richieste formulate originariamente dalla Commissione europea.

References: sentenza 
 articolo 1
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 416
 sentenza