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Timestamp: 2018-04-26 09:16:15+00:00

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L’identificazione del bene oggetto di donazione indiretta (CORTE DI CASSAZIONE - SEZ. VI - SENTENZA 2 settembre 2014, n.18541)
L’identificazione del bene oggetto di donazione indiretta (CORTE DI CASSAZIONE – SEZ. VI – SENTENZA 2 settembre 2014, n.18541)
La Corte di Cassazione con una recente pronuncia (n. 18541/2014) è tornata ad affermare un principio ormai più che decennale in giurisprudenza ( cass. Civ. sent. N. 3642/2004; cass. Civ. sent. N. 11327/1997; S.U. n.9282/1992) con riguardo alla donazione indiretta: “Nel caso di soggetto che abbia erogato il denaro per l’acquisto di un immobile in capo ad uno dei figli si deve distinguere l’ipotesi della donazione diretta del denaro, impiegato successivamente dal figlio in un acquisto immobiliare, in cui, ovviamente, oggetto della donazione rimane il denaro stesso, da quella in cui il donante fornisce il denaro quale mezzo per l’acquisto dell’immobile, che costituisce il fine della donazione. In tale caso il collegamento tra l’elargizione del denaro paterno e l’acquisto del bene immobile da parte del figlio porta a concludere che si è in presenza di una donazione (indiretta) dello stesso immobile e non del denaro impiegato per il suo acquisto.”
Il casus decisus vedeva protagonisti R.O. , R.E. e Ra.Al i quali citavano in giudizio la sorella A. e la madre D.L. al fine di far accertare dal Tribunale che l’acquisto di un immobile compiuto dalla minore A. era non un contratto di compravendita bensì un atto di donazione indiretta posto in essere in suo favore dai genitori R.R. e D.L.. Tale accertamento era, ovviamente, provocato al fine di far rientrare l’immobile nell’asse ereditario del de cuius R.R. ex art. 746, 747 c.c..
La Corte di Appello correttamente qualificava la fattispecie come donazione indiretta, tuttavia costringeva la Corte di Cassazione successivamente adita dagli attori soccombenti a cassarla con rinvio per l’omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360, n. 5), cod. proc. civ.. Tralasciando quest’ultimo aspetto (per il quale si rinvia alla lettura di motivi in forma estesa della sentenza in allegato) veniamo a concentrare l’attenzione sull’aspetto sostanziale della pronuncia che ci occupa e di cui è massima, procedendo con un breve, quanto indispensabile, inquadramento dell’istituto.
La donazione indiretta trova il suo addentellato normativo nell’art. 809 c.c. e nell’art. 737 cc. Norme che, rispettivamente, concernono le “liberalità risultanti da atti diversi” dalla donazione e la collazione di quanto si è ricevuto per donazione “direttamente o indirettamente”. Si ha, dunque, donazione indiretta, tutte le volte in cui la liberalità viene posta in essere non con il tipico atto di donazione, bensì attraverso altro negozio oneroso che produce, oltre all’effetto suo tipico, anche l’ulteriore effetto della donazione: id est arricchimento altrui con contestuale depauperamento del donante. E’ quindi possibile affermare che, in sostanza, il distinguo tra la donazione diretta e quella indiretta sta nel solo diverso mezzo utilizzato mentre l’effetto finale è lo stesso. Nella donazione indiretta, quest’ultimo viene perseguito indirettamente in quanto il mezzo utilizzato non è quello tipico di cui all’art. 769 c.c. ma un negozio giuridico diverso che realizza uno scopo ulteriore rispetto a quello tipico suo proprio (quello, appunto, indiretto di liberalità). Entrambe le donazioni, pertanto, rinvengono la loro causa nell’animus donandi. Da tutto ciò discende che, quanto alla forma, la validità della donazione indiretta viene assicurata dalla osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato.
Chiarito, dunque, che la donazione indiretta è caratterizzata dal fine perseguito che è appunto quello di realizzare una liberalità, non è infrequente nella realtà il verificarsi di ipotesi in cui un genitore doni del denaro ad un figlio al fine di far acquistare a quest’ultimo un immobile. L’aspetto problematico in questi casi rivela tutto il suo spessore allorquando debba verificarsi quale sia l’oggetto effettivo della donazione: i soldi oppure l’immobile? Donazione diretta di danaro o indiretta di bene immobile? Rispondere al quesito non è puro peregrinare in disquisizioni giuridiche, se solo si consideri che l’individuazione dell’oggetto della donazione (diretta o indiretta) si riverbera quanto alle norma da applicare in tema di revocazione, collazione, riduzione.
La dottrina dominante sposa la tesi secondo cui l’oggetto della donazione va identificato in ciò che fuoriesce dal patrimonio del donante e non in ciò di cui il donatario si sia effettivamente arricchito. A tale tesi aderiva la Giurisprudenza degli anni 50 del secolo scorso. In tal modo si affermava che nel caso di donazione di danaro poi utilizzato dal donatario nell’acquisto di un immobile, oggetto di una eventuale collazione è il danaro in quanto è questo l’oggetto fuoriuscito dal patrimonio del donante.
Tesi dottrinale contraria, invece, sostiene che occorre guardare all’intento del donante e quindi chiedersi se l’animus donandi di questi sia concentrato sulla somma di danaro o, piuttosto, si voglia far conseguire al donatario- imprimendo al danaro stesso un fine teleologico – un bene diverso. Nel primo caso, allora oggetto di donazione sarà il denaro, nel secondo caso occorrerà fare riferimento al bene acquistato con quello stesso denaro. Tale ultima tesi è ad oggi quella fatta propria dalla giurisprudenza a partire da una pronuncia a Sezioni Unite del 1992 (sent. N. 9282/1992).
Tutta la giurisprudenza successiva si è così assestata sul medesimo principio di diritto: “si deve distinguere l’ipotesi della donazione diretta del denaro, impiegato successivamente dal beneficiario in un acquisto immobiliare con propria autonoma e distinta determinazione, nel qual caso oggetto della donazione rimane il denaro stesso, da quella in cui il donante fornisca il denaro quale mezzo per l’acquisto dell’immobile, che costituisce l’unico specifico fine, se pur mediato, della donazione” (Cass. Civ. Sent. N. 3642/2004).
Nel corso di quest’anno la Cassazione si è già espressa sull’identificazione del bene oggetto di donazione indiretta e più precisamente ha esaminato un caso riguardante l’edificazione avvenuta su terreno intestato al figlio ma con danaro del padre: “in tema di donazione indiretta, con riguardo alla vicenda dell’edificazione, con denaro del genitore, su terreno intestato a figli (a seguito di precedente donazione indiretta), il bene donato può ben essere identificato, non nel denaro, ma nello stesso edificio realizzato – senza che a ciò sia di ostacolo l’operatività dei principi sull’acquisto per accessione -, tutte le volte in cui, tenendo conto degli aspetti sostanziali della vicenda negoziale (nella specie alternativamente indicata dal giudice del merito come appalto o come contratto a favore di terzi) e dello scopo ultimo perseguito dal disponente, l’impiego del denaro a fini edificatori sia compreso nel programma negoziale perseguito dal genitore donante”. (Cass. Civ. maggio 2014, n. 11035)
Da ultimo, in piena linea con l’orientamento inaugurato dalle S.U. del 1992, la pronuncia di cui è massima in apertura di questo scritto (CORTE DI CASSAZIONE – SEZ. VI – SENTENZA 2 settembre 2014, n.18541) , ribadisce che “per integrare la fattispecie di donazione indiretta è necessario che la dazione della somma di denaro sia effettuata quale mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto dell’immobile: deve cioè sussistere incontrovertibilmente un collegamento teleologico tra elargizione del denaro e acquisto dell’immobile”. E’ quanto, nel caso deciso, la Cassazione ha avuto modo di confermare sia avvenuto.
CORTE DI CASSAZIONE – SEZ. VI – SENTENZA 2 settembre 2014, n.18541 – Pres. – est. Pettiti
1. Con il primo motivo la ricorrente censura, ex art. 360, n. 3, cod. proc. civ., la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2727 e 2729 cod. civ., dell’art. 2730 cod. civ. e degli artt. 769 e 809 cod. civ., nonché l’insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio, ex art. 360, n. 5, cod. proc. civ..
2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 745, 746 e 747 cod. civ., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
3. Deve innanzitutto essere rigettata l’eccezione di inammissibilità del ricorso, formulata dalle controricorrenti, per asserita violazione dell’art. 366, n. 3), c.p.c.. In effetti, è evidente che all’interno del ricorso non sia stata effettuata alcuna narrativa delle vicende processuali, né alcuna attività di sintesi idonea a selezionarne i profili di fatto e di diritto più rilevanti: la ricorrente si è limitata a trascrivere pedissequamente la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Ancona, riportandone addirittura refusi ed errori grammaticali. Pur tuttavia, nella giurisprudenza di questa Corte (Cass., S.U., n. 2602 del 2003 e, in maniera conforme, Cass. n. 12761 del 2004), si è affermato che il disposto dell’art. 366, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., secondo cui il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, l’esposizione sommaria dei fatti di causa, può ritenersi osservato quando nel ricorso sia stata integralmente riportata l’esposizione dei fatti di causa contenuta nella sentenza impugnata; ovviamente, a condizione che la sentenza impugnata contenga, come nella specie, una esauriente esposizione della vicenda processuale e delle posizioni che hanno assunto le parti. Al contrario, come di recente precisato da questa Corte, “il disposto dall’art. 366, comma 1, n. 3 cod. proc. civ., secondo cui il ricorso per cassazione deve contenere, a pena d’inammissibilità, l’esposizione sommaria dei fatti di causa, non può ritenersi osservato tramite la mera riproduzione della sentenza impugnata, allorché quest’ultima non contenga la descrizione dello svolgimento del processo, né una chiara esposizione del fatto sostanziale e processuale (Cass. n. 21137 del 2013).
4. Il primo motivo di ricorso è fondato, nella parte in cui censura, ai sensi dell’art. 360, n. 5), cod. proc. civ., l’omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio. La Corte territoriale, infatti, pur ritenendo provata, in base ad una presunzione basata su elementi oggettivi e concordanti, la provenienza della somma di denaro impiegata nell’acquisto dell’immobile, non ha fornito alcuna motivazione sul fatto che il denaro in oggetto sia stato elargito dai genitori all’unico scopo di rendere possibile l’acquisto. Secondo Cass., 24 febbraio 2004, n. 3642, per integrare la fattispecie di donazione indiretta è necessario che la dazione della somma di denaro sia effettuata quale mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto dell’immobile: deve cioè sussistere incontrovertibilmente un collegamento teleologico tra elargizione del denaro e acquisto dell’immobile. In particolare, “nel caso di soggetto che abbia erogato il denaro per l’acquisto di un immobile in capo ad uno dei figli si deve distinguere l’ipotesi della donazione diretta del denaro, impiegato successivamente dal figlio in un acquisto immobiliare, in cui, ovviamente, oggetto della donazione rimane il denaro stesso, da quella in cui il donante fornisce il denaro quale mezzo per l’acquisto dell’immobile, che costituisce il fine della donazione. In tale caso il collegamento tra l’elargizione del denaro paterno e l’acquisto del bene immobile da parte del figlio porta a concludere che si è in presenza di una donazione (indiretta) dello stesso immobile e non del denaro impiegato per il suo acquisto” (Cass. n. 11327 del 1997).
5. La sentenza impugnata deve, quindi, essere cassata, con rinvio della causa alla Corte d’appello di Ancona, perché, in diversa composizione, proceda a nuovo esame dell’atto di appello, alla luce dei rilievi di cui sub 4.

References: SENTENZA 
 SENTENZA 
 cass. 
 cass. 
 art. 746
 sentenza 
 SENTENZA 
 SENTENZA 
 art. 360
 art. 360
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza