Source: https://www.leguleio.com/2011/09/
Timestamp: 2018-06-22 11:07:50+00:00

Document:
LEGULEIO DURA LEX SED LEX: settembre 2011
Diversa è la procedura di ammortamento, che si instaura solo dopo aver effettuato la denuncia di distruzione e/o smarrimento del titolo avanti gli Organi di Polizia. Dopo aver promosso la procedura di ammortamento il giudice, verificata la presenza di tutti i dati essenziali dell'assegno distrutto e/o smarrito (numero, data, importo, beneficiario) emette un decreto col quale dichiara che, trascorso un periodo di 90 giorni, l'assegno denunciato viene dichiarato "nullo" e il debitore dovrà rimborsare l'importo del titolo al creditore.
ASSEGNO BANCARIO: COSA FARE IN CASO DI SMARRIMENTO DI UN A/B?
Può capitare di smarrire un assegno datoci in pagamento, o peggio ancora, che ci venga rubato.
Per prima cosa dobbiamo rintracciare chi ci ha rilasciato l'assegno e chiedergli di bloccarlo presso la sua banca.
Subito dopo è buona norma procedere immediatamente alla denuncia alle autorità di Pubblica Sicurezza indicando tutti i dati necessari ad identificare l'assegno, e consegnare una copia della denuncia alla banca trattaria.
In tal modo, chiunque dovesse presentare all'incasso l'assegno non potrà ricevere la somma in esso indicata, e i responsabili del furto saranno più facilmente identificabili.
Gli assegni bancari sono dei moduli compilabili e raccolti in appositi libretti. Al soggetto che emette l'assegno spetta l'onere di indicare in modo chiaro e leggibile:
* data e luogo: la data indica l'ultimo giorno in cui la banca pagherà al correntista gli interessi per quella cifra ed è il giorno dal quale parte il conteggio dei giorni per stabilire se il titolo è o meno protestabile. La data è un elemento indispensabile ed obbligatorio: la sua mancanza o la sua incompletezza rendono infatti l'assegno non valido; inoltre la mancanza della data comporta l'allungamento dei termini per un eventuale protesto e, in caso di smarrimento o furto, non sarà possibile chiederne l'ammortamento. Per quanto concerne il luogo di emissione, un assegno si dice "su piazza" quando è pagato nello stesso comune in cui è stato emesso, "fuori piazza" se in un comune diverso da quello di emissione;
* importo da pagare: da indicarsi in cifre ed in lettere (i centesimi invece dovranno essere indicati in cifre);
* nome del beneficiario;
* firma del traente (ovvero di colui che emette l'assegno): la firma è un elemento essenziale e deve corrispondere a quella depositata in banca.
ASSEGNO BANCARIO: COSA SI DEVE FARE PRIMA DI COMPILARE UN A/B?
Prima di compilare un assegno bancario occorre sincerarsi di avere a disposizione nel conto corrente una somma di danaro pari o superiore a quella che si dovrà indicare sull'assegno stesso.
Tale disponibilità inoltre deve permanere per diversi giorni, finché non si è certi che l'assegno sia stato addebitato.
Emettere un assegno scoperto, ovvero quando il saldo disponibile sul conto corrente non è sufficiente a coprirne l'importo, non è una cosa da prendere alla leggera perché si tratta di un grave illecito, sanzionato pesantemente dalla legge sia a livello amministrativo che penale.
Suprema Corte di Cassazione - Sezione Seconda Penale - Sentenza 12-30 novembre 2009, n. 45836
Sentenza 12-30 novembre 2009, n. 45836
1) Il ricorrente afferma che, in caso di reato commesso mediante consegna, da parte della persona offesa, di un assegno circolare, avendo la persona offesa già corrisposto (con contestuale diminuzione del suo patrimonio) all'istituto emittente il corrispondente valore del denaro, la truffa si consuma nel tempo e nel luogo ove viene materialmente consegnato l'assegno circolare.
Tale rilievo va disatteso.
Anzitutto, nella fattispecie, non si trattava di assegni circolari, ma di assegni di conto corrente posti all'incasso dal prevenuto direttamente in banca. Il delitto di truffa si perfeziona non nel momento in cui il soggetto passivo assume un'obbligazione per effetto degli artifici o raggiri subiti, bensì in quello in cui si verifica l'effettivo conseguimento del bene economico da parte dell'agente e la definitiva perdita di esso da parte del raggirato; pertanto, quando il reato predetto abbia come oggetto immediato il conseguimento di assegni bancari, sia di conto corrente che circolari, il danno non necessariamente si verifica nel momento in cui i titoli vengono posti all'incasso, consolidandosi nel luogo in cui la relativa provvista viene imputata a debito nel relativo conto corrente, in quanto, in tal caso si verifica una lesione concreta e definitiva del patrimonio della persona offesa, inteso come complesso di diritti valutabili in denaro.
E', infatti, possibile, ancorchè l'assegno sia stato posto all'incasso, non esservi contestuale perdita patrimoniale per il soggetto leso, con riferimento al delitto consumato, se, ad esempio, ha tempestivamente bloccato la contabilizzazione di assegni versati sul suo conto.
La truffa, quindi, non si consuma, con riferimento alla competenza territoriale, nel luogo in cui l'autore del reato versa l'assegno, bancario o circolare, a titolo di pagamento, ma nel luogo in cui avviene la effettiva "deminutio patrimonii" del traente truffato attraverso l'addebito, nel conto corrente della vittima, della somma portata dal titolo di credito da parte della banca trattarla, coincidente col luogo in cui ha sede la banca o la sua filiale, presso cui è stato acceso il conto corrente, come correttamente è stato ritenuto dalla Corte meneghina.
Mentre, infatti, il vantaggio patrimoniale dell'agente, si verifica al momento della riscossione del titolo, la lesione patrimoniale si concretizza solamente a seguito della contabilizzazione al passivo dell'importo portato dal titolo incassato che avviene presso la sede dell'istituto ove il conto è stato aperto.
2) Anche con riferimento al secondo motivo di ricorso, già disatteso dal Tribunale e dalla Corte di merito, relativo alla dedotta qualificazione giuridica della condotta quale appropriazione indebita e non truffa, le doglianze (sono le stesse affrontate esaurientemente dal Giudice di merito) sono infondate. Infatti la Corte di appello ha rigettato tale motivo evidenziando come il prevenuto, nel corso degli anni, abbia usato artifizi e raggiri, facendo credere al M. che gli originali dei contratti erano custoditi dell'Ina presso l'archivio di ****, predisponendo specchietti riassuntivi contenenti fittizi riepiloghi delle somme investite, inducendolo al reinvestimento degli interessi in scadenza.
Il delitto di truffa si differenzia, inoltre, da quello di appropriazione indebita perchè nella truffa l'agente consegue il profitto con artifici o raggiri, mediante i quali induce in errore il soggetto passivo, mentre nell'appropriazione indebita l'agente possiede a qualsiasi titolo la cosa mobile altrui e se ne appropria per procurare a se o ad altri un ingiusto profitto. Nella fattispecie il mezzo ingannevole dei falsi contratti, posto in essere dall'agente assicurativo è utilizzato per indurre il M. al fine di ottenere la consegna degli assegni, avendo gli artifizi e raggiri preceduto la consegna del danaro, ottenuta attraverso l'induzione in errore e non viceversa, avendo già evidenziato la Corte territoriale come, nella fattispecie, non si sia trattato del ritiro di premi di assicurazione effettivamente stipulati, ma di aver fatto falsamente credere alla persona offesa di avere stipulato polizze assicurative, risultate inesistenti, incassando così i relativi finti premi. A fronte di ciò il ricorrente contrappone solo generiche contestazioni.
3) Anche il terzo motivo va disatteso.
La Corte territoriale ha, con motivazione logica e coerente, rilevato che, per la configurazione della continuazione, non è necessario che fin dall'origine siano prefigurati singoli episodi illeciti, nè che sia individuata, con esattezza, la loro cadenza temporale, bensì che essi siano collegabili ontologicamente a un unico progetto originario, com'è avvenuto nel caso di specie ove il soggetto attivo e passivo sono rimasti nel tempo gli stessi, così come sono rimaste identiche le modalità truffaldine, rigettando la richiesta del ricorrente di dichiarare gli episodi ante **** prescritti.
Anche tali doglianze del ricorrente (sono le stesse affrontate dalla Corte di appello) sono prive del necessario contenuto di critica specifica al provvedimento impugnato, le cui valutazioni, ancorate a precisi dati fattuali trascurati nell'atto di impugnazione, si palesano peraltro immuni da vizi logici o giuridici.
4) L'ultimo motivo di ricorso deve considerarsi assorbito dal rigetto del precedente motivo, essendo stato formulato in forza della prospettata scissione dei periodi di continuazione del reato, esclusa nella fattispecie e non essendo state formulate censure specifiche alla valutazione della Corte territoriale che ha ritenuto che la somma di Euro 39.520 appare, in ogni caso, rilevante in sè, evidenziando anche che il danno subito dalla parte offesa non si limita a tale somma ma deve ricomprendere anche il danno ulteriore e da lucro cessante conseguente alla mancata attivazione delle polizze, rilevando, in ultimo, come le somme sottratte al M. costituivano gli investimenti di tutti i suoi risparmi.
5) Nessuna pronuncia va emessa in ordine alle spese della parte civile, non avendo presentato nota spese, nè avendo richiesto la relativa rifusione nella memoria presentata nel grado di giudizio.
Il giudice non può liquidare di ufficio, in mancanza della domanda dell'interessato, le spese processuali a favore della parte civile in mancanza di alcuna richiesta di rifusione che va presentata in ciascun grado di giudizio, seppur non corredata della relativa nota.
Solo in tale ultimo caso, che non ricorre nella fattispecie, il giudice è tenuto alla liquidazione facendo ricorso alle tariffe professionali vigenti, non comminando l'art. 153 disp. att. c.p.p., del resto, alcuna sanzione di nullità o inammissibilità per l'inosservanza del dovere della parte civile di produrre l'apposita nota, (cfr Sezioni Unite 3.12.1999 n. 20, Fraccari; Sez. 4, 5.5.2005,n. 27931 (dep. 27.7.2005); sez. 5, 10.5.2005, n. 22387 (dep. 13.6.2005).
Ai sensi dell'art. 616 c.p.p., con il provvedimento che rigetta il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento.
Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2009.
Suprema Corte di Cassazione - Sezione Prima - Sentenza 24 novembre 2005, n. 24842
SENTENZA 24 novembre 2005, n. 24842
1. Con il primo, complesso motivo (articolo 360, numero 3, Cpc: violazione e falsa applicazione degli articoli 1 e 2 della legge 386/90, come modificato dal D.Lgs 507/99, in relazione agli articoli 42 e 43 Cp e all’articolo 3 della legge 689/81; violazione dell’articolo 115 Cpc con omessa motivazione su un punto decisivo della controversia), il ricorrente - premesso che il conto corrente presso la Banca Popolare Udinese, sul quale gli assegni erano stati emessi, «non risultava connesso ad un contratto scritto di scopertura in conto corrente», pur avendo l’istituto di credito in passato sempre regolarmente pagato gli assegni nonostante il conto fosse in rosso, e che gli assegni protestati successivamente a quello che provocò la revoca dell’autorizzazione ad emettere assegni furono emessi anteriormente alla data del primo protesto (12 ottobre 1999), postdatati o senza data secondo accordi per negoziazioni differite - osserva che la legge 386/90, avendo abrogato gli articoli 116 e 116bis delle disposizioni approvate con il Rd 1736/33, e successive modifiche ed integrazioni, sanziona soltanto l’emissione di assegno senza autorizzazione o senza provvista, non anche l’emissione di assegno senza data o postdatato. Sarebbe arbitrario far coincidere la data di emissione del titolo con la data del protesto ovvero con la data successivamente apposta sull’assegno dal presentatore o dal suo girante che abbia ricevuto l’assegno privo di data di emissione ovvero con una data posteriore a quella della sottoscrizione e della negoziazione, perché l’illecito di cui all’articolo 1 della legge 386/90 si consuma all’atto dell’emissione del titolo senza l’autorizzazione del trattario.
In ordine al difetto dell’elemento psicologico dell’illecito amministrativo, il ricorrente - premesso che per il reato di emissione di assegno mancante di provvista era previsto il fatto scusabile - afferma di avere «fornito documentazione di per sé probante di un accordo (ovviamente tacito) sul quale» aveva “fatto affidamento”, dovendo escludersi che egli «debba rispondere per un fatto imprevedibile (il mancato pagamento di un assegno senza preavviso) che ha messo in ginocchio la sua impresa».
1.1. Con il secondo motivo (violazione dell’articolo 8bis, comma 4, della legge 689/81), il ricorrente si duole che il Giudice di pace non abbia preso in considerazione l’introduzione, ad opera del D.Lgs 507/99, dell’articolo 8bis della legge 689/81, che - in quanto norma più favorevole - andrebbe applicato anche agli illeciti compiuti anteriormente alla data di entrata in vigore del citato decreto legislativo. Il ricorrente afferma di non condividere quanto statuito in una recente sentenza di questa Corte (Sezione prima, 3756/01), che ha invece escluso che il regime di cui al citato articolo 8bis possa ricevere un’applicazione retroattiva.
2.1. Il motivo è inammissibile là dove il ricorrente si duole che siano stati considerati sussistenti gli illeciti amministrativi di emissione di assegni senza autorizzazione sebbene alla data di emissione dei titoli (postdatati o con data lasciata in bianco) - data alla quale occorrerebbe avere riguardo ai fini della consumazione dell’illecito - l’autorizzazione non fosse stata ancora revocata.
Per un verso essa risiede nella novità della censura. Infatti, premesso che il motivo del ricorso per cassazione deve investire statuizioni e questioni che abbiano formato oggetto del thema decidendum del giudizio di merito, non essendo consentito proporre questioni nuove fondate su elementi di fatto diversi da quelli fatti valere nella precedente fase, deve ritenersi nuovo il motivo di ricorso per cassazione con il quale si deduca per la prima volta l’insussistenza oggettiva dei contestati illeciti di emissione di assegni senza autorizzazione (e ciò in rapporto al momento in cui i titoli sarebbero stati formati e posti in circolazione), laddove con l’atto di opposizione e in sede di precisazioni delle conclusioni - la cui lettura è consentita trattandosi di verificare una preclusione di ordine processuale - si sia chiesto (in via principale) l’annullamento dell’ordinanza-ingiunzione per la ricorrenza del fatto scusabile, e quindi per il difetto dell’elemento psicologico degli illeciti medesimi.
Per l’altro essa dipende dalla circostanza che con la proposizione della doglianza il ricorrente si limita ad offrire una diversa ricostruzione dei fatti, contrastante con quella accertata nella sentenza impugnata, in tal modo richiedendo un riesame nel merito della vicenda, non consentito in sede di legittimità. Il Giudice di pace di Udine ha infatti accertato, in base alla documentazione prodotta, che il F. ha emesso gli assegni - in relazione ai quali gli sono state contestate le violazioni dell’articolo 1 della legge 386/90, nel testo sostituito dall’articolo 28 del D.Lgs 507/99 - in. data 30 novembre 1999, in data 31 gennaio 2000, in data 28 febbraio 2000, in data 30 aprile 2000 e in data 30 giugno 2000, a fronte di una revoca dell’autorizzazione del 18 ottobre 1999. All’accertamento cui è pervenuto il giudice del merito, il ricorrente oppone il convincimento che gli assegni protestati successivamente a quello che provocò la chiusura del conto sarebbero stati in realtà emessi anteriormente alla data del 12 ottobre 1999 postdatati o senza data secondo accordi per negoziazioni differite; e ciò senza indicare da quali prove la circostanza risulterebbe e senza considerare che l’assunto della divergenza tra la reale data di emissione dei titoli e quella riportata negli stessi abbisogna di una prova rigorosa e che, in difetto di essa, occorre dare la prevalenza a quella risultante dai titoli.
2.3. In relazione alla censura, sollevata sempre con il primo motivo, attinente alla mancata considerazione del fatto scusabile, occorre premettere che la nuova configurazione come illecito amministrativo dell’emissione di assegno senza provvista - discendente dalla depenalizzazione del corrispondente delitto operata dall’articolo 29 del D.Lgs 507/99, che ha novellato l’articolo 2 della legge 386/90 - comporta che l’imputazione soggettiva al traente può essere tanto a titolo di dolo quanto a titolo di colpa, in applicazione della normativa generale in tema di elemento psicologico tratteggiata dall’articolo 3 della legge 689/81.
La doglianza non è fondata. L’obbligo della banca di mettere a disposizione del cliente una determinata somma di danaro, cui quest’ultimo abbia la facoltà di attingere nei modi previsti, nasce solo in dipendenza della stipula di un contratto di apertura di credito. Dalla tolleranza di una situazione di scoperto, comunque motivata e ancorché protrattasi per un consistente periodo, non deriva il vincolo per la banca di pagare assegni privi di copertura, di tal che viola il dovere di diligenza media, con conseguente impossibilità di invocare il fatto scusabile, l’emittente che anziché attenersi al dovere di conformare l’andamento del conto al fine di assicurare che in ogni momento vi sia disponibilità del denaro necessario al pagamento dell’assegno nei termini per la presentazione di esso all’incasso - si limiti a fare affidamento sullo svolgimento di un conto passivo con adempimenti reiterati, da parte della banca, di ordini di pagamento di esso correntista, anche in assenza di provvista e nell’ambito dei limiti di rischio dalla stessa banca precedentemente valutati.
3. Il secondo motivo - con il quale il ricorrente si duole della mancata applicazione retroattiva della norma sulla programmazione unitaria nell’illecito amministrativo, di cui all’articolo 8bis, comma 4, della legge 689/81, introdotto dall’articolo 94 del D.Lgs 507/99 – è inammissibile per carenza del necessario interesse ad impugnare.
Difatti la sentenza impugnata ha ritenuto applicabile la nuova disciplina - la quale esclude che le violazioni amministrative successive alla prima siano valutate, ai fini della reiterazione, quando le stesse, commesse in un arco di tempo limitato, sebbene plurime da un punto di vista giuridico-formale, appaiano però espressive di un unico sostanziale episodio di trasgressione - anche agli illeciti posti in essere anteriormente all’entrata in vigore del citato decreto legislativo di depenalizzazione. Ciò risulta dalla pagina 3 della sentenza impugnata, ove si legge che «in data 30 novembre 1999 il ricorrente ha emesso due assegni di lire 10.000.000 cad., senza autorizzazione, entrambi protestati il 3 dicembre 1999, essendo stato il conto corrente n. X della Y, da cui erano stati emessi gli assegni, revocato il 18 ottobre 1999, per cui, ritenuta sussistente la circostanza di cui all’articolo 8bis, comma 4, legge 689/81, ai fini della reiterazione verso il precedente assegno del 30 settembre 1999, si ritiene giusto applicare la sanzione amministrativa di lire 4.000.000, ritenendosi appunto le violazioni commesse in tempi ravvicinati e riconducibili ad una programmazione unitaria».
Così deciso in Roma il 5 ottobre 2005.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 24 NOV 2005.

References: Sentenza 

Sentenza 
 Sentenza 

SENTENZA 
 sentenza 
 articolo 8
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza