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Timestamp: 2020-04-01 10:59:27+00:00

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luglio 2016 - Assistenza Legale Roma
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Di Cristiana Centanni il 29 luglio 2016 con 0 Commenti
Guidare con il braccio fuori dal finestrino può comportare una sanzione, ancorché non espressamente previsto dal Codice della Strada, essenzialmente per ragioni di sicurezza.
Infatti, il richiamato Codice della Strada, al Titolo V, ‘norme di comportamento’, contempla, all’art. 140, intitolato ‘principio informatore della circolazione’, la seguente previsione «1. Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale. 2. I singoli comportamenti, oltre quanto già previsto nei precedenti titoli, sono fissati dalle norme che seguono». Seguono, quindi, l’art. 141, comma 2, con riferimento alla ‘velocità’, secondo cui: «Il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile». E l’art. 169, primo comma: «In tutti i veicoli il conducente deve avere la più ampia libertà di movimento per effettuare le manovre necessarie per la guida». Infine, anche l’art. 173 vieta, nel disciplinare l’utilizzo di apparecchi radiotelefonici, quelli che necessitino, per il loro funzionamento, dell’utilizzo delle mani.
E questo perché guidare con una mano sola potrebbe rendere difficoltoso, se non impedire, lo svolgersi di manovre di emergenza, da effettuarsi nella frazione di un secondo, che richiedono tempestività di movimenti, ovvero mantenere il veicolo in condizioni di sicurezza in caso di imprevisti.
In conclusione, imbattendoci in un agente di polizia, certo particolarmente pignolo, che osservi pedissequamente e con rigidità le disposizioni del Codice della Strada, potremmo essere fermati con la contestazione della violazione al Codice della Strada per guida con il braccio fuori dal finestrino.
Nel delineato contesto, viste le possibili multa e perdita di punti, non è meglio tenere il braccio dentro ed entrambe le mani sul volante?
Comportamento datoriale discriminatorio nei confronti della lavoratrice maternità
Di Cristiana Centanni il 27 luglio 2016 con 0 Commenti
Comportamento datoriale di carattere discriminatorio nei confronti della lavoratrice a motivo della sua condizione di maternità
cass. civ., sez. lav., 26.07.2016 n. 15435
E’ discriminatorio il licenziamento nei confronti della lavoratrice madre che, tornata al lavoro dopo la maternità, ha rifiutato il trasferimento distante oltre 150 km dalla originaria sede.
Il fatto. Soccombente dinanzi al Tribunale, la Sig.ra [X], licenziata perché aveva rifiutato il trasferimento impostole dal datore di lavoro, al termine di un’astensione dal lavoro di un anno e quattro mesi per maternità, impugnava la sentenza del giudice di primo grado (che in sostanza aveva ritenuto il licenziamento legittimo), dinanzi alla competente Corte di Appello che, in accoglimento del gravame e in totale riforma della sentenza del Tribunale, dichiarava la nullità del trasferimento, delle sanzioni disciplinari e del licenziamento disposti nel confronti della lavoratrice, con la condanna della Società [Y] alla reintegra nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno in misura pari alla retribuzione globale di fatto a decorrere dalla data del recesso. La Corte di appello rilevava, come si legge nella sentenza della Suprema Corte, «come le decisioni datoriali fossero riconducibili ad un disegno discriminatorio nei confronti di una lavoratrice madre, posto che la [X], dopo soli tre giorni dall’inoperatività del divieto di cui all’art. 56 d.lgs. n. 151/2001, e al termine di un’astensione dal lavoro di un anno e quattro mesi, era stata trasferita al punto vendita di Novara, distante oltre 150 km», non riscontrandosi nella sede di appartenenza motivi per una riduzione di personale tenuto conto che la Società aveva assunto altri due lavoratori e che la dimostrazione del palesato calo di vendite nella sede originariamente occupata dalla lavoratrice era legata a meri prospetti riassuntivi predisposti dallo stesso datore di lavoro, confermati soltanto da generiche affermazioni dei dipendenti ancora in forza, elementi che, uniti al fatto che nella sede nella quale la lavoratrice era stata trasferita non risultavano ragioni dirimenti, in base alle quali si dovesse provvedere ad un trasferimento, nella valutazione della Corte, erano “idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione di atti, patti o comportamenti discriminatori”, secondo le previsioni dell’art. 40 d.lgs. n. 198/2006, di guisa che sarebbe spettato al datore di lavoro provare l’insussistenza della discriminazione. La Corte di merito riteneva dunque giustificato, ex art. 1460 c.c., il rifiuto della lavoratrice di riprendere l’attività lavorativa, «valutati comparativamente i reciproci inadempimenti e la loro proporzionalità, alla stregua della funzione economico-sociale del contratto e la loro incidenza sugli interessi delle parti».
La Società soccombente ha proposto ricorso per Cassazione, affidato a due motivi di impugnazione, ma la Sezione Lavoro ha confermato il verdetto della Corte territoriale, rigettando il ricorso.
In motivazione. La Sezione Lavoro ha, come detto, rigettato il ricorso proposto, rendendo definitiva la decisione della Corte di Appello, rilevando che la previsione che gli elementi di fatto, idonei a fondare la presunzione di esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori (e, quindi, ad attribuire al datare di lavoro, in caso di indizi precisi e concordanti In tal senso, l’onere della prova della situazione contraria di insussistenza della discriminazione), possano essere tratti “anche” da dati di carattere statistico, è palesemente diretta a corroborare lo sforzo difensivo del lavoratore e a facilitare l’emersione della condotta illecita, di cui egli sia stato vittima, in un’ottica di affiancamento agli elementi fattuali connotanti la fattispecie (o di chiarificazione, occorrendo, della loro portata) e non già sostitutiva di essi, in presenza di vicende la cui lettura globale non può che essere rimessa, nella quasi totalità dei casi, ad una pluralità di tratti distintivi e alla loro univoca convergenza.
Gli Ermellini quindi ritengono che la sentenza di secondo grado non sia incorsa nel vizio denunciato, di violazione e falsa applicazione dell’art. 40 [‘onere della prova’] del D.Lgs. n. 198/2006 [‘codice delle pari opportunità tra uomo e donna’], là dove ha ritenuto che spettasse al datore di lavoro provare, appunto ai sensi del citato art. 40, l’insussistenza della discriminazione, considerato che tale conclusione è stata raggiunta sulla base della ricognizione, congrua e motivata, di elementi di fatto idonei a fondare, con i requisiti di legge, l’accertamento della sua esistenza.
La lavoratrice dunque va reintegrata nel posto di lavoro per la condotta discriminatoria ascritta al datore di lavoro e accertata in sede giudiziale.
Una ulteriore sentenza, questa, che ha riguardo alle tutele e ai diritti delle lavoratrici appena rientrate dalla maternità, le une e gli altri accordati peraltro dal nostro ordinamento e frutto di una lunga evoluzione normativa caratterizzata dal fine protezionistico sancito dalla nostra Carta Costituzionale, ed in particolare all’art. 37 …‘Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione’…
Uso improprio dei dispositivi luminosi fari abbaglianti e anabbaglianti
A chi non è capitato di vedere il conducente di una autovettura, che procede in direzione opposta alla nostra, azionare i fari abbaglianti, per avvisare, non si sa bene mosso da quali intenti, presumibilmente altruistici o di solidale abitudine quasi si trattasse di una sorta di ‘galateo’ stradale, della presenza di una pattuglia di polizia o carabinieri.
Ma, a ben considerare, con detto comportamento a cosa si può andare incontro?
Al riguardo soccorre il Codice della Strada, ed in particolare l’articolo 153, ‘uso dei dispositivi di segnalazione visiva e di illuminazione dei veicoli a motore e dei rimorchi’, contenuto nel Titolo V, rubricato ‘norme di comportamento’. Esattamente, i commi 4 ed 11, rispettivamente così recitano: «4. È consentito l’uso intermittente dei proiettori di profondità per dare avvertimenti utili al fine di evitare incidenti e per segnalare al veicolo che precede l’intenzione di sorpassare. Tale uso è consentito durante la circolazione notturna e diurna e, in deroga al comma 1, anche all’interno dei centri abitati. 11. Chiunque viola le altre disposizioni del presente articolo ovvero usa impropriamente i dispositivi di segnalazione luminosa è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 41 a euro 169 [importi così aggiornati dall’art. 1, comma 1, D.M. 16 dicembre 2014, a decorrere dal 01.01.2015]».
Nel delineato contesto, non v’è chi non veda che è al concetto di ‘uso improprio’ che occorre prestare attenzione. La dottrina di settore riconduce, correttamente, la richiamata espressione all’uso di dispositivi, di per sé regolare, effettuato in modo improprio, ovverosia nei casi e con fini diversi da quelli previsti quali, appunto, il lampeggio per segnalare la presenza di controlli di polizia.
E la solidarietà stradale, grazie ai doppi posti di blocco ovvero alla polizia in borghese che circola sulle strade a bordo di autovettura civetta, può rivelarsi controproducente.
In disparte il reato di interruzione di un pubblico servizio, nel caso in cui si realizzino tutti gli elementi costitutivi del reato, previsto dall’art. 340 c.p., ravvisato dalla giurisprudenza di legittimità da parte di chi faccia uso intermittente dei dispositivi di illuminazione del proprio automezzo al fine di segnalare ai veicoli provenienti dalla direzione opposta la presenza di un posto di blocco delle forze dell’ordine, ove da tale comportamento derivi un turbamento per la regolarità del servizio di controllo sulla strada (Cass. Pen. 27.02.1997, n. 1899), il comportamento in esame è vietato e sanzionato, in ogni caso, amministrativamente dal Codice della Strada. Lampeggiare non è più una sanzione da poco, costerà infatti, come sopra visto, dai 41 ai 169 euro.
Presa la multa, non resterà, al conducente, che impugnarla, dovendo però dimostrare il contrario, circostanza non semplice e di non repentina conclusione, tenuto conto che il verbale di accertamento, secondo unanime giurisprudenza, ai sensi dell’art. 2700 cod. civ., fa piena prova, fino a querela di falso della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti.
In conclusione, prima di azionare i fari abbaglianti per segnalare l’immediato, successivo posto di blocco, conviene riflettere attentamente sulle conseguenze di un tal tipo di condotta. Un posto di blocco a volte può essere disposto per controlli di routine, altre volte per intercettare il fuggiasco ovvero auto sospette, ad esempio con trasporto di armi.
Allagamento del locale ad uso garage. di chi è la responsabilità ?
Di Cristiana Centanni il 25 luglio 2016 con 0 Commenti
Cass. Civ., Sez. III civ., 07.07.2016 n. 13945
Può succedere che a causa di piogge, che ultimamente scendono sempre più spesso copiose ed abbondanti, si allaghi il locale ad uso garage, di guisa risultando necessario capire su chi incomba la responsabilità.
La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ribadisce che proprietario delle condotte fognarie (Comune) risponde dei danni provocati dall’allagamento per cattiva manutenzione della propria rete fognaria, in qualità di custode.
In fatto. A seguito dell’allagamento del locale ad uso garage, il proprietario dello stesso si rivolgeva al Tribunale per chiedere che l’Amministrazione comunale fosse condannare al risarcimento del danni sopportati, a suo dire dipesi dalla cattiva manutenzione della rete fognaria comunale alla quale era allacciata quella del fabbricato. Il Comune eccepiva in rito il proprio difetto di legittimazione passiva per essere la strada, ove si era verificato l’evento dannoso, di proprietà privata e non comunale, chiedendo nel merito il rigetto della domanda. Il Tribunale, che dava corso alla istruttoria con l’espletamento di apposita consulenza tecnica d’ufficio, accoglieva la domanda per quanto di ragione e condannava il convenuto al risarcimento dei danni, come liquidati. Il Comune soccombente impugnava la sentenza dinanzi alla Corte di Appello che, però, confermava la sentenza del giudice di primo grado, di guisa rigettando il gravame. In particolare, con riferimento al primo motivo di appello, con il quale parte appellante si lamentava del fatto che il giudice di primo grado non avesse considerato che la fognatura condominiale della società attrice non riversava i liquami direttamente in quella comunale, bensì in una fognatura consortile che correva lungo un’area privata della quale il Comune non aveva la manutenzione, la Corte territoriale rilevava, coerentemente con quanto motivato dal primo giudice, che da una lettera, in atti, del 2000 risultava che il «Direttore della XIX Circoscrizione aveva comunicato all’avvocatura comunale che la fognatura in questione era in manutenzione al Comune di Roma, come risultava dall’effettuazione, proprio nel 1999, di lavori di eliminazione delle ostruzioni dalla fogna stessa; i lavori cui si riferiva la lettera erano successivi ai fatti di causa, per cui la lettera suindicata conteneva un riconoscimento, da parte del Comune, dell’esistenza di un obbligo di manutenzione a suo carico della fognatura che aveva determinato il danno, e tanto a prescindere dal percorso compiuto da questa prima di immettersi nella fognatura comunale». A nulla valeva la successiva nota del 2001 della medesima Circoscrizione con la quale si attestava che la Via Sirleto non era nella manutenzione del Comune, giacché faceva riferimento, secondo i giudici di merito, ad un obbligo di manutenzione di una strada e non di una condotta fognaria. Con riferimento al secondo motivo di appello, col quale il Comune aveva contestato la mancata adozione, da parte del Condominio della società danneggiata, di un sistema antirigurgito, la Corte territoriale osservava che, trattandosi di una eccezione sollevata solo in sede di memoria istruttoria, quale eccezione in senso stretto e non una mera deduzione difensiva, non avrebbe dovuto essere neppure presa in esame dal Tribunale che, in ogni caso, non aveva ritenuto fondata nel merito la questione. Al Comune, ancora una volta soccombente, non rimaneva che ricorrere alla Suprema Corte per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello, affidandosi a quattro motivi di impugnazione.
In motivazione. Gli Ermellini rilevano che i primi due motivi si appuntano sulla portata probatoria da attribuire alla lettera del 2000: (i) «Vi sarebbe violazione dell’art. 2730 cit. perché la dichiarazione proveniente dal funzionario del Comune non era chiara nella sua portata, potendo riferirsi sia alla conduttura comunale che a quella consortile privata di Via Sirleto»: (ii) facendosi riferimento nella lettera alla Via Zenatello, non poteva risultare individuabile il luogo del sinistro e la Corte d’appello non avrebbe compiuto alcuna indagine «tesa a verificare l’esistenza dell’errore ai fini di invalidare la dichiarazione». La Corte ritiene infondati i due motivi, anzitutto rilevando come essi sottendano ad un riesame del materiale probatorio, inammissibile in sede di legittimità. In ogni caso gli Ermellini non rinvengono, nella motivazione della Corte d’appello, incongruità o vizi logici, avendo svolto, con riferimento alla lettera del 2000, «un giudizio globale sul contenuto di quel documento e gli ha attribuito un certo significato nel quadro complessivo della vicenda. A tale risultato la Corte è giunta valutando anche il successivo documento dell’8 giugno 2001 avente la medesima provenienza, documento che è stato ritenuto non in contrasto con quello precedente, in quanto faceva riferimento ad un obbligo di manutenzione di una strada e non di una condotta fognaria».
La Corte ritiene infondato anche il terzo motivo – con cui si lamenta, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 2734 e 2730 cod. civ., oltre ad insufficienza ed illogicità della sentenza su un fatto decisivo per il giudizio – ripetitivo dei primi due, non essendo in discussione il profilo giuridico astratto del riparto dell’onere di manutenzione del tratto di fognatura in questione tra il Comune ed il consorzio del quale faceva parte il condominio all’interno del quale si è verificato il danno, avendo la Corte territoriale dato per riconosciuto, da parte del Comune di Roma, l’esistenza di un obbligo di manutenzione a suo carico.
Infine, con il quarto motivo, il ricorrente lamenta la mancata considerazione, da parte della Corte territoriale, della mancanza di un sistema antirigurgito in relazione alla fognatura condominiale. Al riguardo gli Ermellini, inserendosi nel solco della giurisprudenza costante, sentenziano che «gli impianti fognari, da chiunque realizzati, una volta inseriti nel sistema delle fognature comunali, rientrano nella sfera di controllo dell’ente pubblico che, come custode, risponde, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., dei danni causalmente collegati alla cosa, salva la prova del fortuito; il concorrente apporto causale di un terzo, rilevante soltanto in sede di eventuale regresso, in base ai principi della responsabilità solidale, non vale a diminuire la responsabilità del custode nei confronti del danneggiato, salvo che non integri il fortuito (sentenza 19 marzo 2009, n. 6665)».
Non può neppure ipotizzarsi un concorso di colpa del condominio per la mancata presenza di un sistema antirigurgito, circostanza che l’Amministrazione comunale potrà semmai far valere in un eventuale giudizio di regresso promosso da Roma Capitale nei confronti del condominio.
In conclusione, i danni devono essere risarciti dal Comune che può andare esente da colpe quando dimostri l’imprevedibilità e inevitabilità del caso (c.d. ‘caso fortuito’).

References: cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1460
 sentenza 
 art. 40

Cass. 
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