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Timestamp: 2019-08-20 10:02:07+00:00

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Gli effetti della presentazione di un Modello Unico infedele | Commercialista Telematico
Cassazione, sentenza n. 19456/2009
Con la sentenza n. 19456/2009, la Suprema Corte respinge un ricorso di un contribuente ed afferma che il socio paga le sanzioni per l’infedele dichiarazione della piccola azienda.
All’interno della società di persone le conseguenze di una dichiarazione dei redditi infedele pesano su tutti i soci, con la conseguenza che paga le sanzioni chi non ha dichiarato tutto il reddito di partecipazione e non può farsi scudo, sostenendo che la violazione fiscale è stata fatta dall’impresa.
La controversia nasce dalla contestazione di un socio di società di persone che non aveva dichiarato tutto il reddito prodotto, per la sanzione che gli era stata comminata; il fisco gli aveva notificato accertamento e sanzioni.
Il socio aveva impugnato l’atto di fronte alla commissione tributaria provinciale che aveva deposto in suo favore, ma la commissione tributaria centrale aveva accolto il ricorso dell’amministrazione finanziaria, sostenendo che il contribuente era comunque tenuto alle sanzioni.
In particolare il socio proponeva ricorso avverso l’avviso di accertamento dal quale si desumeva un maggior reddito di partecipazione in conseguenza di accertamento effettuato nei confronti della società.
La commissione provinciale di primo grado afferma che le pene pecuniarie non debbano essere applicate nei confronti dei soci partecipi, in quanto la loro dichiarazione è “il riflesso di quella presentata dalla società”.
La Commissione Tributaria Centrale, accoglie il ricorso dell’ufficio, affermando che, avendo il socio posto ricorso limitatamente alle sanzioni pecuniarie, l’accertamento del reddito era da considerarsi definitivo, con la legittimità delle sanzioni ex art. 46, c. 4 del D.P.R. 600/73.
Il socio ha proposto ricorso per Cassazione deducendo come unico motivo la violazione dell’art. 40 c. 2 in relazione all’art. 360 c. 1, n. 3 c.p.c., sostenendo che, trattandosi di accertamento consequenziale a quello della società privo di specifica motivazione, non avrebbe potuto impugnarlo autonomamente.
Si sono costituiti con controricorso il Ministero delle Finanze e l’Agenzia dell’Entrate chiedendo il rigetto del ricorso infondato in virtù dell’autonomia dell’accertamento notificato ai singoli soci.
La controversia, secondo la più autorevole dottrina, non appartiene ai casi di litisconsorzio necessario tra i soci e la società poiché l’accertamento oggetto della questione non riguarda la singola partecipazione del socio ma solo la legittimità delle sanzioni pecuniarie irrogate, precisando che il quesito è solo se il socio destinatario di un avviso di accertamento che rettifica il suo reddito di partecipazione a seguito della rideterminazione del reddito della società, debba o meno rispondere delle sanzioni per l’infedele dichiarazione.
La questione, quindi, appare essere meramente personale del socio ed investe solo la sua posizione indipendentemente dalla posizione della società.
La Cassazione respinge il ricorso sostenendo un orientamento già espresso: “ove il socio di società di persone non abbia dichiarato per la parte di sua spettanza, il reddito societario risultante dalla rettifica operata dall’Amministrazione a carico della società, risponde delle sanzioni per l’infedele dichiarazione, atteso che la loro applicazione trova causa nella dichiarazione di un reddito inferiore a quello imponibile”, inoltre, “il socio non può farsi scudo della società, attribuendo esclusivamente ad essa la violazione tributaria, atteso che la sua posizione nella compagine societaria, gli consente il controllo dell’attività della società e della sua contabilità tale da verificare l’effettivo ammontare del suo reddito e degli utili conseguiti in proporzione alla sua quota di partecipazione”.
Con la sentenza 16312/2009, la Corte di cassazione è intervenuta in tema di violazioni penalmente sanzionabili, derivanti da accertamento induttivo dei redditi di impresa, stabilendo che i dati documentali e contabili acquisiti, inchiodano l’imprenditore accusato di dichiarazione infedele: anche i versamenti bancari costituiscono prova sufficiente per calcolare la soglia minima di punibilità richiesta dalle norme penal-tributarie ai fini della condanna.
La Suprema corte ha confermato la pena detentiva nei confronti di un imprenditore che aveva eseguito ingenti versamenti sui propri conti correnti bancari, occultandone poi al fisco una parte rilevante.
In particolare la sentenza trae spunto dal fatto che il titolare di una ditta individuale veniva imputato di avere omesso di dichiarare maggiori ricavi di ammontare superiore alla soglia di punibilità prevista per i reati tributari, per cui veniva condannato in primo grado.
La Corte d’appello rilevava che il rinvenimento di documenti occulti comprovanti l’avvenuto compimento di operazioni commerciali senza la relativa registrazione nei libri contabili, consentisse di delineare l’entità dei ricavi dell’impresa sotto un duplice profilo:
delle loro risultanze
dei versamenti eseguiti sul conto corrente intestato allo stesso imprenditore,
concludendo che dalla “sicura inattendibilità dei libri contabili” era possibile procedere alla ricostruzione del reddito d’impresa tenendo conto di quanto emerso in sede amministrativa.
L’imputato proponeva ricorso in cassazione, censurando la mancanza, la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione, poiché basata su presunzioni valide in ambito fiscale, ma non su indizi gravi precisi e concordanti in sede penale, sottolineando che il metodo induttivo posto a base dell’accertamento, legittimo in campo tributario, non può operare nel giudizio penale se non concorrono a tal fine validi elementi probatori.
La Suprema corte ritiene che il motivo principale di impugnazione sollevato dall’imputato non sia accoglibile in quanto ripropone le stesse doglianze di fatto su questioni su cui si è già pronunciata con congrua motivazione la sentenza impugnata.
Si aggiunge che “i giudici di merito, senza procedere ad accertamento induttivo, hanno assolto l’obbligo della motivazione spiegando congruamente le ragioni del proprio convincimento sui punti enunciati in ricorso ritenendo che i dati documentali e contabili acquisiti, anche sull’ammontare di versamenti bancari, hanno delineato un quadro, esaustivo, del reddito d’impresa e dell’imposta evasa che supporta la ritenuta infedeltà della dichiarazione annuale sui redditi”; per la Corte, i versamenti bancari sono stati correttamente ricondotti dall’Amministrazione finanziaria all’unica attività imprenditoriale svolta dal ricorrente qualificando il reddito effettivo su cui calcolare l’ammontare dell’imposta evasa, perciò “non ha, quindi, alcun fondamento la censura del ricorrente che sollecita una valutazione del fatto diversa da quella adottata dai giudici dell’appello, che è inammissibile perché il controllo di legittimità non può investire l’intrinseca adeguatezza della valutazione dei risultati probatori, riservata al giudizio di merito”.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 46
 sentenza 
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