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Timestamp: 2020-08-11 10:07:46+00:00

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Azione nonviolenta – Aprile 1998 - Azione nonviolenta
Azione nonviolenta – Aprile 1998
Azione nonviolenta aprile 1998
– 1968 – 1998, trent’anni fa a Memphis, di Sergio Bergami
– Corpo civile di pace missione Chiapas, di Alberto Capannini-Giovanni Grandi-Chiara Vergano
– In Iraq hanno vinto i bambini di Sarajevo, di Tonio Dell’Olio
– Gli estremisti del partito moderato, di Sandro Canestrini
– Quale politica per i movimenti nonviolenti?, di Angela Dogliotti Marasso
– Rapporti istituzionali: contatto avvenuto! di Antonio Drago
– Bhagavad Gita il canto del beato, di Claudio Cardelli
– Chi pensa alla formazione dei formatori? di Silvia Nejrotti
1968-1998: Trent’anni fa a Memphis
Parlare oggi di Martin Luther King (MLK) non è difficile. Di materiale a disposizione tra libri e siti su Internet (più di 75.000) ce n’è moltissimo: le università di Stanford (Connecticut) e della California stanno raccogliendo tutti i materiali disponibili e si stanno preparando grandi celebrazioni in occasione del 30 della sua uccisione. Il problema è semmai il contrario: capire se l’azione ed il pensiero di MLK hanno da dirci ancora qualcosa, se possono essere ancora delle guide, delle fonti di ispirazione per l’azione nonviolenta di oggi.
Dall’abolizione della schiavitù alla segregazione razziale
Per capire l’importanza dell’azione di MLK negli USA degli anni ’50 bisogna tenere presenti alcuni aspetti importanti della situazione dei neri statunitensi e degli Stati Uniti. Intanto gli Stati Uniti sono veramente federali questo comporta che una legge valida in uno stato non sia valida in un altro e solo la legislazione federale è uniforme in tutti gli stati.
Un aspetto che riguarda il rapporto tra religione e razzismo, che spesso viene rimosso, è il modo con cui i razzisti americani giustificavano il razzismo. Prendevano infatti a fondamento della giustificazione ideologica di esso la Bibbia: Genesi 9, 24-26. In questo passo viene riportata la maledizione di Noè su Cam e sulla sua discendenza. Una maledizione di un patriarca era letteralmente una maledizione “biblica” cioè che si estendeva a tutta la stirpe quindi ecco la giustificazione su base religiosa di una prassi che era invece economica.
Infatti l’abolizione della schiavitù nel 1863 durante la Guerra di Secessione americana con l’atto di emancipazione, non aveva risolto il problema razziale, anzi, per certi aspetti lo aveva aggravato. Rendendo sul piano legislativo gli schiavi uguali ai loro padroni si era creata una situazione di odio profondo tra ex padroni ed ex schiavi. I primi infatti si consideravano superiori ai “negri” appena emancipati e, di fatto, da tanti punti di vista (economico, culturale, sociale) lo erano realmente.
La parità di fatto dunque non esisteva. Ma a questo si aggiunse il processo della segregazione razziale, che consisteva in una serie di norme giuridiche elaborate da vari stati, membri dell’Unione, che limitavano la libertà di iniziativa politica, economica, sociale e persino di spostamento dei neri.
Il processo di segregazione razziale, si venne rafforzando grazie alla sentenza della Corte Suprema degli Usa del 1896. Essa affermò il principio del “separati ma eguali”.
Nella seconda guerra mondiale i neri vennero impiegati largamente nell’esercito, anche se raramente in azioni di combattimento. Ma nel dopoguerra, di fronte ai pericoli della guerra fredda e del comunismo internazionale, una delle prime istituzioni ad essere de-segregata fu proprio l’esercito per iniziativa del presidente Trumann.
Gli USA degli anni ’50
I neri erano 22 milioni, circa l’11% degli abitanti, ma negli stati del Sud, dove da sempre vivevano come schiavi, perché impiegati nella coltivazione del cotone, c’era il 60% dei neri. In alcuni stati essi rappresentavano un quarto della popolazione: in Alabama erano il 25%, in Georgia il 25%, in Louisiana il 30%, nella Carolina del Sud il 30%, nella Carolina del Nord il 22%, nel Mississippi il 35%, in Virginia il 18%.
Gli episodi di razzismo e di linciaggio dei neri erano frequenti: la violenza quotidiana era il mezzo utilizzato per “tenere al loro posto” i neri che osavano alzare la testa e ribellarsi. Bastava che una donna bianca dichiarasse di essere stata violentata da un nero, perché questo venisse preso e condannato a morte da qualsiasi tribunale del Sud (cfr. Uomini e topi di J. Steinbeck ed Il buio oltre la siepe, di Harper Lee e da cui è stato ricavato il film omonimo di R. Mulligan, ma cfr. anche Faulkner e molti altri).
Nel 1954 si verificò un fatto nuovo a livello giuridico: ci fu un’importante sentenza della Corte Suprema Federale, guidata dal giudice Warren (quello della commissione che indagherà sulla morte di Kennedy), che sanciva l’illegittimità della segregazione nelle scuole. Fu questa una prima sentenza di un diverso orientamento giuridico che, passo dopo passo (e grazie all’azione dei movimenti per i diritti civili che vedremo più avanti), avrebbe demolito la segregazione razziale.
Montgomery e Martin Luther King
Montgomery è la capitale dell’Alabama. La città a quell’epoca era composta da 70.000 bianchi, con un reddito pro capite di 1730 $, da 50.000 neri, con un reddito di 970 $; il 63 % delle donne nere erano domestiche presso i bianchi, il 94% delle case bianche aveva i servizi igienici, contro il 31% di quelle dei neri; i tassi di alcolismo, delinquenza e disoccupazione erano molto più alti tra i neri che tra i bianchi; gli iscritti neri nelle liste elettorali erano solo 2000 contro i 30.000 neri maggiorenni. Nella città e nello stato (come del resto in tutti gli altri stati del Sud) vigeva il regime segregazionista: scuole, giardini pubblici, servizi erano tutti separati. I migliori erano riservati ai bianchi, i peggiori ai neri. I posti nei cinema, nei teatri, negli autobus erano separati. Nei negozi i neri vengono serviti per ultimi e dovevano fare la coda. Spesso venivano insultati dai bianchi.
King pastore battista era arrivato nel 1954 in città come guida di una delle più importanti chiese nere battiste di Montgomery, la Dexter Avenue Baptist Church, situata in una delle strade più importanti della città.
Era nato nel 1929. Era figlio (e nipote) di un agiato pastore battista di Atlanta in Georgia, stato confinante con l’Alabama.
Aveva fatto degli ottimi studi in importanti College in Pennsylvania e a Boston, era stato uno dei migliori studenti. L’anno del baccellierato in teologia fu lo studente migliore del corso. Aveva conseguito due lauree: in teologia ed in filosofia.
Durante gli anni di studio aveva conosciuto le opere di Thoreau e di Gandhi.
Era soprattutto un ottimo oratore.
Gli piacevano le donne: avrà varie avventure, prima e dopo il matrimonio (si era sposato con Coretta Scott nel 1953, da lei avrà 4 figli).
Quando la famosa sarta Rosa Parks decise di non alzarsi per cedere il posto a dei bianchi in un autobus segregato di Montgomery si innescò un processo che porterà ad un cambiamento radicale della questione nera negli USA. Tutti, anche gli oppositori di King, riconoscono che quell’avvenimento creò un salto di qualità, anche se l’azione della Parks non fu un fatto spontaneo (come per lungo tempo fu fatto credere), ma probabilmente fu pianificato dai leader locali della NAACP. Esistevano varie organizzazioni nate agli inizi del secolo per l’emancipazione dei neri. La più nota e famosa, fondata da militanti bianchi, era proprio la NAACP (Associazione Nazionale per l’Avanzamento della Gente di Colore). Tra i suoi fondatori c’era anche Jane Addams del MIR e premio Nobel per la pace.
Di fatto la guida al boicottaggio degli autobus fu affidata a King e da quel momento egli divenne il leader locale della lotta. La lotta, rigorosamente nonviolenta, durò un anno, fu molto dura, ma ebbe vasta eco sul piano nazionale ed anche internazionale.
La vittoria giunse a seguito di una sentenza della Corte Suprema del 13 novembre 1956 che dichiarò illegittima la segregazione sugli autobus dell’Alabama.
La lotta di Montgomery fece diventare King un simbolo ed un leader a livello nazionale.
In movimento dopo la vittoria
L’anno successivo la vittoria, nel 1957, King fondò la SCLC (Soutern Christian Leadership Conference (conferenza dei leader dei cristiani del Sud). Intanto lui era impegnato in giro per gli USA per raccontare la storia della lotta: tenne circa 200 conferenze e percorse in un solo anno 125.000 chilometri.
I movimenti per i diritti civili organizzarono una marcia su Washington nel terzo anniversario della sentenza sull’abolizione della segregazione nelle scuole il 17 maggio del 1957 ed il discorso di chiusura fu tenuto proprio da King. Egli rivendicò con forza il diritto di voto, perché vedeva nella negazione di fatto della iscrizione alle liste elettorali l’obiettivo delle prossime lotte. A quest’epoca MLK aveva una visione ancora integrazionista, credeva che bastasse scrivere leggi giuste perché esse fossero poi applicate. King aveva una visione sostanzialmente positiva e progressista, credeva nell’America e nella sua giustizia.
Nel 1958 scrisse il suo primo libro, che raccontava la storia di Montgomery (Marcia verso la libertà): durante la presentazione del libro a New York venne accoltellato da una donna nera squilibrata.
Tra gennaio e marzo del 1959 King con la moglie andò in India sulla scia di Gandhi, invitato dal governo indiano.
Preso da impegni pubblici e conferenze per i due anni successivi decise di abbandonare Montgomery e di fare l’aiuto pastore nella chiesa battista di Atlanta, aiutando il padre. In questo modo lui era più libero di muoversi, senza ostacoli per il suo lavoro.
Nel frattempo il movimento dei Musulmani Neri ed altri gruppi criticavano i metodi di King, ritenendoli troppo morbidi e troppo lenti. In effetti i successi ottenuti fino a quel momento dalla Lega dei Cristiani del Sud erano stati piuttosto modesti. Ed anche a Montgomery solo gli autobus erano stati de-segregati: tutto il resto rimaneva segregato come prima.
Nel 1960 cominciarono le lotte degli studenti neri contro la discriminazione razziale nei ristoranti. I primi 4 studenti neri a Greensboro nella Carolina del Nord il 1 febbraio usarono la tecnica del sit-in: rimasero seduti nei posti riservati ai bianchi pretendendo di essere serviti. Dopo 10 giorni questa lotta nonviolenta si era già estesa in 15 città di 5 stati del Sud. La repressione arrivava puntuale con arresti di massa, ma il fatto importante era che si unirono alla lotta anche gli studenti bianchi. I sit-in rapidissimamente si estesero dai ristoranti alle stazioni alle piscine, che erano pure segregate. Gli studenti lanciarono la proposta del boicottaggio selettivo per punire le strutture segregate e favorire quelle non segregate.
Nacque lo SNCC: Comitato di Coordinamento Studentesco Nonviolento. King non divenne il leader degli studenti, ma alcuni obiettivi e metodi di lotta in comune con la SCLC vennero individuati ed accettati dallo SNCC. Interessante per esempio era quello di non pagare le cauzioni e di restare in carcere. Questo sistema mise spesso in crisi le prigioni per mancanza di posti; inoltre saturava il sistema giudiziario americano; infine coinvolgeva emotivamente l’opinione pubblica, che assisteva a degli arresti di giovani studenti per aver infranto leggi, che agli occhi dell’opinione pubblica liberal erano considerate ingiuste.
King si impegnò nella sua città, Atlanta, in un’azione di sit-in antisegregazionista. Nel corso di essa King subì una condanna pesante, perché precedentemente aveva guidato un’auto con targa irregolare. In quest’occasione Robert Kennedy, avvocato e fratello del candidato alla Presidenza della Repubblica, lo fece liberare. John Kennedy, candidato per i democratici, espresse pubblicamente il suo appoggio all’azione di King. I 2/3 dei neri voteranno per Kennedy e il loro voto risulterà decisivo per la vittoria di stretta misura sul repubblicano Nixon.
Nel 1961 cominciarono i freedom rides i viaggi per la libertà: lo scopo era quello di abolire la segregazione negli autobus interstatali e nelle stazioni di servizio.
Si verificano vari incidenti sanguinosi con i razzisti bianchi. L’episodio più drammatico si verificò proprio a Montgomery, dove la chiesa battista di Ralph Abernathy (amico ed importantissimo collaboratore di King nel boicottaggio degli autobus e poi all’interno della SLCL), nella quale si erano rifugiati i viaggiatori per la libertà, fu sottoposta ad assedio, senza che la polizia locale intervenisse. Ci fu bisogno dell’intervento di Robert Kennedy, divenuto, dopo l’elezione del fratello a Presidente, Ministro della Giustizia, che inviò sul posto la guardia nazionale ed i federali per permettere che l’assedio fosse tolto. Ancora una volta la vittoria dei freedom riders arrivò grazie ad una sentenza della Corte Suprema il 1 novembre 1961 che abolì la segregazione nelle stazioni di servizio.
Le campagne nonviolente cittadine
Nel dicembre 1961 e per tutto il 1962 si svolse la lotta ad Albany (in Georgia): si chiedeva la registrazione del voto e la fine del regime di segregazione. La lotta si concluse dopo un anno con un mezzo fallimento. Alcune armi tradizionali erano spuntate: il potere d’acquisto dei neri era troppo basso e quindi il boicottaggio selettivo per indebolire i negozi tropo debole. L’amministrazione locale preferiva chiudere i servizi invece di de-segragrli come fece per esempio con la piscina o con i posti i posti a sedere nelle biblioteche, che furono tolti. Il boicottaggio degli autobus di Albany portò al fallimento la compagnia che, quindi, cessò il servizio. Emersero divisioni tra la SCLC ed il SNCC e questo non giovò al movimento. Inoltre King andava e veniva, diviso tra i suoi appuntamenti di leader nazionale e l’impegno continuativo in città: non poteva seguire con costanza la lotta. L’azione di un anno si concluse con un mezzo accordo, che lasciò, però, nella sostanza la situazione immutata.
Il 1963 fu l’anno della battaglia di Birmingham che incominciò a marzo. Lo scopo era quello di de-segregare i servizi in una città, che applicava la segregazione con metodi spietati. Questa lotta fu accuratamente preparata, allenando i dimostranti alla lotta nonviolenta, raccogliendo fondi per l’organizzazione e per pagare gli avvocati. Le azioni furono le solite: boicottaggio dei negozi, marce nel centro cittadino vietato ai neri, sit-in nei ristoranti segregati e anche nei negozi. Alle manifestazioni partecipavano anche i ragazzini. La repressione fu massiccia, guidata dal famoso capo della polizia locale Bull (toro) Connor che scatenava i cani contro i ragazzi. L’impatto delle immagini alla televisione fu devastante per i razzisti. In questa lotta King venne nuovamente arrestato e in prigione scrisse la famosissima Lettera dal carcere di Birmingham (pubblicata in italiano nei Quaderni di Azione nonviolenta). Le trattative furono durissime; un primo compromesso fu poi ignorato dall’amministrazione comunale. La vittoria piena e completa giunse alla fine di maggio con la rimozione da parte del Supremo Tribunale Amministrativo dello sceriffo Connor e dell’intero Consiglio Comunale. Lo strascico della vittoria dei neri fu una bomba che uccise 4 ragazzine nere all’interno di una chiesa.
Ma la vittoria contro uno dei più duri poliziotti del paese fu importantissima: ci furono 758 manifestazioni analoghe in 176 città nelle dieci settimane successive.
Si mosse anche l’amministrazione Kennedy formulando una proposta di legge sulla tutela dei diritti civili.
Il 28 agosto si svolse la grandiosa Marcia su Washington dove King tenne il famoso discorso “Io ho un sogno” di fronte a 250.000 persone. C’erano già all’interno del movimento nette contrapposizioni tra la linea di King e quella dello SNCC di John Lewis che voleva usare metodi molto più radicali.
Da quel momento King venne sottoposto a indagine permanente da parte della FBI di Hoover.
Il 22 novembre a Dallas ci fu l’assassinio di John Kennedy.
Il 1964 anno di sangue
Fu l’anno di elezioni presidenziali: verrà confermato il democratico Johnson, che aveva sostituito Kennedy dopo il suo omicidio. La convention democratica approverà un piccolo contentino a favore dei neri: un impegno di spesa.
Ma nel giugno fu firmata la legge sui diritti civili presentata da Kennedy che aveva incontrato molte resistenze all’interno del Congresso, dove i democratici eletti nel Sud la osteggiavano in modo molto netto. La legge era importante, ma rischiava di restare solo un pezzo di carta, se non fosse stata continuamente controllata la sua effettiva applicazione.
Nell’estate esplosero gravi proteste razziali nei ghetti delle città del Nord. King in persona venne chiamato a New York dal sindaco, ma fu fischiato dai neri guidati dal movimento del Black Power perché veniva considerato un intruso, in quanto non aveva consultato i negri di Harlem. King cominciò a legare il problema dei diritti civili dei neri a quelli della povertà e dell’emancipazione sociale e non solo del razzismo.
In quell’estate avvennero tragici fatti di sangue: 3 militanti dei movimenti per i diritti civili furono uccisi dallo sceriffo in una città del Mississippi: in tutto 14 neri vennero uccisi solo durante quell’estate.
King iniziò una nuova campagna a S. Augustine in Florida.
Contemporaneamente viaggiava all’estero e venne ricevuto da Papa Paolo VI. Nel novembre ricevette il Premio Nobel per la pace: era il terzo nero (dopo Ralph Bunche e Albert Luthuli)
Il 1965 ed il diritto di voto
Tra gennaio e marzo King si impegnò nella campagna di Selma, nell’Alabama, per ottenere il diritto alla registrazione. A Selma c’erano 14.000 bianchi e 15.000 neri; di questi votavano solo 150.
Ci furono incidenti, pestaggi, un primo blocco della marcia, che da Selma doveva giungere alla capitale Montgomery per presentare una petizione al Governatore Wallace (questo governatore Wallace era veramente un personaggio incredibile: era un democratico che era stato eletto Governatore dello stato grazie ad un programma dichiaratamente segregazionista; si candiderà per le elezioni presidenziali per il partito democratico nel 1968, nel 1972 e nel 1976). Dovette intervenire il presidente Johnson che fece proteggere la marcia: 30.000 persone dopo 5 giorni giunsero a Montgomery, protette da 4.000 poliziotti federali. A Montgomery trovarono gli uffici del Governatore sbarrati. Si verificò l’uccisione di una donna bianca, di un reverendo nero e vari attentati.
Contemporaneamente, proprio nei giorni della lotta di Selma, Malcom X venne assassinato dagli stessi esponenti dei Musulmani Neri di cui lui era stato un leader e che aveva da poco abbandonato. I Musulmani Neri erano un movimento separatista, che puntava sull’ identità nera, sul potere nero, propugnava la violenza. Malcom X sosteneva che si doveva fare un salto di qualità passando dai diritti civili ai diritti umani e criticava la nonviolenza.
Il 6 agosto venne firmata la legge sul diritto di voto, che aboliva l’obbligo di pagare una tassa, (nel 1988 gli eletti neri ufficiali erano diventati 1,2% ed importanti città erano in mano a sindaci neri), istituiva un provveditore federale nelle 900 contee del Sud affinché la registrazione divenisse effettiva, ma dopo tre anni questi magistrati federali erano stati istituiti solo in 58 contee.
King in questi mesi si schierò contro la guerra del Vietnam e questo Johnson non glielo perdonò mai.
Anche nell’estate del 1965 si verificarono gravissimi disordini nei ghetti del Nord: a Watts a Los Angeles ci furono 35 morti, 883 feriti 3598 arrestati, danni per milioni di dollari
I ghetti del Nord
King si trasferì anche con la famiglia a Chicago durante l’estate del 1966. Gli obiettivi di questa nuova campagna nel Nord degli USA erano l’aumento dell’occupazione nera tramite l’acquisti selettivo nei negozi che assumevano neri. Si iniziò anche una battaglia per costringere i proprietari di case a fare le manutenzioni mediante lo strumento dello sciopero dell’affitto. Il sindaco Daley, anche in questo caso un democratico, sapeva destreggiarsi molto meglio del Governatore Wallace. E questa volta King non poteva più contare sull’appoggio di Johnson, come era successo a Selma l’anno prima. La situazione dei ghetti del Nord era diversa rispetto all’ambiente del Sud che King conosceva bene. C’erano anche contrasti di linea politica con quelli vicini al Black Power (BP) e all’accettazione della violenza. Gli abitanti bianchi di Chicago cantavano: “Vorrei essere un soldato dell’Alabama per poter uccidere legalmente i neri”. Nove mesi di campagna produssero solo vaghe promesse da parte del sindaco di impegnarsi contro la discriminazione abitativa, ma con l’operazione borsa della spesa si erano prodotti centinaia di posti di lavoro e le entrate della comunità nera erano aumentate di 6 milioni di dollari. Chicago pertanto può essere letta sia come un mezzo successo sia come una mezza sconfitta.
Con il mezzo successo di Chicago alcuni interpreti dicono che King passò a posizioni più radicali: era finito il sogno integrazionista americano e bisognava passare ad una critica più radicale della società americana.
King individuò e saldò la critica alla società su tre aspetti fondamentali: razzismo, povertà, militarismo.
Di fatto anche il più ampio movimento per i diritti civili conobbe una fase discendente. Il movimento dei neri era diviso in tre tronconi e questo si vide molto bene proprio nel giugno del 1966 durante la marcia nel Mississippi promossa da James Meredith, uno studente dell’Università del Mississippi che già nel 1962 aveva creato un caso. La marcia fu un momento di duro confronto tra le anime del movimento nero: il BP di Stokeley Carmichael (ex capo del SNCC e poi capo del Black Panther Party, con posizioni più estremiste di quelle che aveva Malcom X; Carmichael era, infatti, a favore della lotta armata) quella nonviolenta di King e le organizzazioni tradizionali come la NAACP di Wilkins.
L’attacco frontale alla guerra del Vietnam
Nel mese di marzo del ’67 King partecipò ad una marcia pacifista a Chicago.
Il 4 aprile tenne un famosissimo discorso “Oltre il Vietnam” alla Riverside Church di New York contro la guerra nel Vietnam. Collaborava col movimento pacifista, mentre contemporaneamente organizzava la marcia dei poveri su Washington: doveva essere una marcia di tutti i poveri e non solo dei neri, dovevano fermarsi ed acquartierarsi per giorni nei giardini della capitale per far pressione sul governo e sul Congresso. King chiedeva lo stanziamento di 12 miliardi di dollari per i poveri. Doveva essere qualcosa di simile ai movimenti di Birmingham e di Selma: cioè l’iniziativa doveva continuare per più giorni, fino ad ottenere la vittoria. Per preparare la marcia, che si doveva svolgere l’anno seguente, si prepararono i marciatori con un serio allenamento alla nonviolenza, per saper rispondere in modo adeguato alle provocazioni..
Il 15 aprile si tenne una grande manifestazione di 150.000 persone al palazzo di vetro dell’ONU a New York contro la guerra del Vietnam: King era tra gli organizzatori della manifestazione ed uno degli oratori ufficiali.
Questo però ebbe un costo politico: l’isolamento di King da parte dell’opinione pubblica americana. Non solo i grandi giornali gli si schierano contro per questo attacco alla politica del governo, ma anche la NAACP. Una delle prime conseguenze fu la diminuzione dei contributi che affluivano alla sua organizzazione, la SCLC. Veniva contemporaneamente accusato di essere un comunista.
Ornai in ogni estate scoppiavano i ghetti sotto l’azione propagandistica del BP. Ci furono incidenti violentissimi nei ghetti di varie città: a Detroit 43 morti e 500 feriti, a Newark in 5 giorni 26 morti, 1200 feriti. Nell’ottobre King venne arrestato ancora una volta (era una conseguenza di una sentenza di condanna del 1963 di Birmingham): questa volta l’opinione pubblica mondiale non si scompose per l’arresto di un premio Nobel per la Pace.
1968 l’ultimo anno
Era in corso uno sciopero dei 1300 netturbini neri di Memphis (Tennessee); le loro richieste erano le solite: parità di trattamento, riconoscimento del loro sindacato, ecc. La SCLC decise di appoggiare la lotta. Durante la marcia del 28 marzo a Memphis si verificarono disordini, ci furono arresti e ci scappò anche un morto, perché la marcia era sfuggita di mano agli organizzatori, forse per l’azione di alcuni infiltrati. Fu facile per Johnson tentare di delegittimare l’azione di King criticandolo indirettamente: anche il 1968 era anno di elezioni presidenziali.
Alla vigilia della nuova manifestazione, King, il 4 aprile 1968, venne ucciso. Fu ucciso da James Earl Ray. Alla notizia della morte di King esplosero i ghetti di Harlem, Washington, Baltimora, Chicago: intervennero 58.000 soldati, furono arrestate 27.000 persone, ci furono 43 morti, 3500 feriti, danni per 58 milioni di dollari.
Nixon vinse le elezioni e sostituì il giudice Warren a capo della Corte Suprema.
L’anno successivo, Ralph Abernathy fece ugualmente la marcia dei poveri: vi parteciparono 150 neri in tutto.
Il 20 gennaio 1983 Reagan firmò la legge che istituiva la festa nazionale in ricordo di King: il III Lunedì di gennaio ricorda che il 20 gennaio del 1929 era nato Martin Luther King.
L’importanza di M.L. King
Ci sono alcuni aspetti dell’azione di King che vanno messi in luce:
1)indusse profonde trasformazioni nella vita quotidiana e nell’immagine che i neri avevano di se stessi;
2) contribuì in maniera determinante ad eliminare il terrore nel Sud;
3) i neri imparano ad organizzarsi;
4) trasformò in maniera definitiva i rapporti di potere sia nel Nord che nel Sud degli USA;
5) coinvolse il governo federale nella battaglia per i diritti civili e portò un gran numero di neri a iscriversi nelle liste elettorali e quindi al voto;
6) costrinse il governo federale a varare programmi a favore dei neri e per la lotta alla povertà: leggi che creavano le quote riservate ai neri nelle assunzioni ed i programmi di azione affermativa. Dal 1964 al 1969 il reddito nero crebbe del 36%, la disoccupazione nera scese dal 10.8% al 6.4%.
7) era l’alternativa alla violenza. La sua presenza portava a creare una organizzazione che coinvolgeva i neri del ghetto in modo da canalizzare la protesta in forme non distruttive, rispetto a quello che succedeva nelle alte città. 10 anni di lotte nonviolente nel Sud avevano causato meno morti che 10 giorni di ribellione dei ghetti del Nord; King credeva profondamente nella nonviolenza anche come mezzo di risoluzione delle controversie fra le nazioni.
Oggi i politici neri sono gli eredi di King e non di Malcom X e di Carmichael. Oggi le lotte sono fatte sul modello nonviolento con nuovi obiettivi di tipo economico.
Il movimento violento e separatista negro andò in crisi negli anni ’70 e ’80 principalmente a causa del nazionalismo nero (assieme ad altri fattori, come la diffusione della droga e la repressione).
King e la pace
Il pensiero di King non è fisso, ma si muove e cresce col crescere delle sue esperienze politiche. Questo sia per quanto riguarda il problema della società americana e dell’integrazione dei neri, sia in particolare sulla questione della pace. Vediamo in particolare l’evoluzione di questo punto.
Uno dei testi più famosi Pellegrinaggio alla nonviolenza è stato pubblicato in diverse edizioni, la prima è del 1958. In esso King, colpito dalle argomentazioni di Reinohld Niebhur (teologo luterano statunitense) accetta il pacifismo come male minore. Nella seconda edizione, apparsa in Italia nel testo La forza di amare, si dichiara ancora pacifista, accettandolo come male minore, ma la sua posizione si radicalizza: dice che la chiesa deve chiedere la fine della corsa agli armamenti!
Come sappiamo poi la posizione di King si farà sempre più ostile alla guerra e sempre più vicina al pacifismo, non più visto come male minore, ma come un nodo centrale della critica ala società americana.
King Il nonviolento
King e Malcom: l’uno e l’altro si devono molto. Forse se Malcom X non fosse stato ucciso ad Harlem potevano incontrarsi: pochi giorni prima Malcom X aveva fatto sapere a King che era disposto a collaborare durante la campagna di Selma. King scrisse dopo la morte di Malcom X “Avevo appena cominciato a capirlo meglio ”
Quando pensiamo ai leader nonviolenti abbiamo in mente sempre il modello gandhiano, digiunatore, casto. King in questo senso è molto diverso da Gandhi: gli piacciono la buona tavola ed le donne. Ma non per questo l’azione di King è meno incisiva di quella di Gandhi. Lui è un leader diverso da Gandhi, più vicino anche alla cultura che si andava affermando in quegli anni del “fate l’amore non fate la guerra”.
Bibliografia su M. L. King
Libri su Martin Luther King
C. Scott King, La mia vita con Martin Luther King, 1970, esiste ma è difficilmente rintracciabile, manca anche la casa editrice
L. Bennet, M.L.King, L’uomo di Atlanta, Claudiana, Torino, 1969
S.C.Lorit, Luther King il sogno finito della nonviolenza?, Città Nuova, Assisi, 19722;
P. Naso (a cura di), L’ “altro” Martin Luther King, Claudiana, 1986; questo libro contiene un’ampia bibliografia in inglese su King alla quale rimando. In realtà questo libro, a parte l’introduzione ampia di Naso, contiene tutti testi di King
R. D. Abernathy, Le molte vite di Martin Luther King, Sugarco, Milano 1990
M. Drewery, Martin Luther King, città Nuova editrice, 1994
A Zitelmann, Non mi piegherete, Feltrinelli, 1997
Sugli Stati Uniti solo alcuni titoli perché c’è molta bibliografia consultabile anche sul problema nero in generale:
Mammarella, L’America da Roosevelt a Reagan. Storia degli Stati Uniti dal 1939 ad oggi, Laterza, Roma-Bari, 1984;
H. Shapiro, White violence and black response, University of Massachusetts, 1988.
A. Kaspi, Storia degli Stati Uniti d’America, Lucarini, Roma 1990;
Tra i 71000 siti Internet rintracciabili con un motore di ricerca, segnalo quello della Stanford University:
www.leland.stanford.edu
che contiene moltissimo materiale interessante, ma con un giro in Internet si possono rintracciare molti altri materiali; il rischio è di averne anche troppi.
“La lunga strada verso casa” (The Long Walk Home), 1989, diretto da Richard Pearce con Whoopi Goldberg e Sissy Spacek. E’ la storia del boicottaggio degli autobus di Montgomery raccontata da una serva negra (la Goldberg appunto).
Mississippi Burning , con G. Hakmann; è la storia vera delle indagini dell’F.B.I. sull’assassinio dei tre militanti per i diritti civili nel 1964 ad opera dello sceriffo di una cittadina del Mississippi.
Corpo civile di pace missione in Chiapas
Siamo un gruppo di volontari dell’Associazione Papa Giovanni, presenti in Chiapas da un mese per conoscere la situazione e studiare la possibilità di un intervento nonviolento civile nel conflitto.
In questo periodo abbiamo avuto la possibilità di vivere con la popolazione civile coinvolta nel conflitto, di incontrare vari rappresentanti delle organizzazioni che lavorano per la pace, tra cui anche il presidente della commissione di intermediazione (CONAI) e vescovo di San Cristobal Mons. Samuel Ruiz. Come osservatori civili abbiamo contribuito all’attività di monitoraggio dei diritti umani del Centro Fray Bartolomè De Las Casas in un villaggio ai confini con il Guatemala in prossimità della selva Lacandona.
Questa nostra permanenza ci ha aiutato a comprendere alcuni aspetti del conflitto.
Siamo convinti che in questa fase una presenza internazionale sia molto importante perché attraverso la pressione esercitata da una politica estera europea attenta alle situazioni di violazione dei diritti umani di un paese come il Messico, con cui si stanno allacciando importanti accordi economici, si possa influire positivamente per una soluzione negoziale del conflitto.
Il Chiapas, pur producendo da solo il 55% dell’energia elettrica nazionale, il 47% della produzione nazionale di gas, il 28% di quella di petrolio, è uno degli stati più poveri del Messico, per quanto riguarda indicatori come speranza di vita, mortalità infantile e distribuzione della ricchezza.
Negli ultimi dieci anni il prodotto interno lordo pro capite è diminuito del 6,2% all’anno, il 60% dei bambini in età scolare non ha accesso diretto ai centri educativi.
Su tre milioni circa di abitanti, il 70% sono indios, le cui condizioni di vita sono da terzo mondo (da Los Hombres sin rostro, CEE – SIPRO, 1994).
Costoro, pur essendo la maggioranza della popolazione e diretti discendenti delle civiltà precolombiane che vivevano in queste terre, sono oggi vittime di una segregazione razziale e di una vera apartheid economica.
Vivendo per questo periodo insieme alle comunità indios del sud del paese, abbiamo avuto modo di entrare nelle dinamiche del conflitto che vede schierati contro comunità indigene e governo. Gli indios, a partire dal 1994, hanno saputo dar vita ad una resistenza estremamente significativa ed efficace, nata dalla coscienza di non avere altra alternativa alla lotta se non la morte per povertà.
Obiettivi di questa lotta sono la sopravvivenza della cultura indigena e la creazione di un sistema di vita rispettoso dell’identità di questo popolo: l’esperienza di vita comunitaria di resistenza sono, a nostro avviso, un esempio con cui confrontarsi anche per noi occidentali.
A questo tentativo di resistenza, il governo risponde con un’occupazione militare – talvolta mascherata come “lavoro sociale” (tecnica già usata, peraltro, in Guatemala negli anni del terrorismo di stato) – che ha come obiettivo di dividere le comunità e togliere il consenso sociale alla lotta zapatista, mediante la creazione ex novo di soggetti sociali come i gruppi paramilitari (politica ammessa pubblicamente dal governo).
Abbiamo visto con i nostri occhi i militari girare con le armi spianate tra la popolazione civile; occupare le piantagioni di caffè e di mais, fare fotografie alle persone e alle case, e come riferito dagli indios del villaggio, dietro promessa di ricompensa in denaro, chiedere informazioni sull’identità dei capi della rivolta zapatista.
Il primo risultato di questa politica è la creazione di una forte divisione e conflitto all’interno delle comunità, che sfocia poi in fatti come quelli del massacro del dicembre scorso di 45 persone, tra cui donne e bambini ad Acteal.
Di fronte a questa situazione ed in pieno accordo con quanto sta portando avanti la Commissione nazionale di Intermediazione (CONAI) siamo convinti che sia indispensabile togliere la parola alla violenza delle armi per ridarla al dialogo politico.
La presenza dell’esercito sul territorio lascia intravedere unicamente la possibilità di altre stragi, mentre, da parte zapatista, la volontà di partecipare al dialogo è innegabile.
Alla luce degli accordi economici che si stanno allacciando tra Europa (Italia compresa) e Messico, e tenuto conto che questi accordi prevedono come parte costitutiva il rispetto dei diritti umani da parte del Governo messicano, chiediamo che l’Italia, con tutti i mezzi possibili, si faccia portavoce dell’istanza irrinunciabile del dialogo, cui condizione primaria è la smilitarizzazione del Chiapas.
Chiara Vergano
Per l’Associazione Papa Giovanni XXIII
SADDAM, BILL, KOFI
In Iraq hanno vinto i bambini di Sarajevo
Le sconfitte sono sempre orfane e le vittorie hanno molti padri. E così avviene anche in queste ore in cui, scongiurato l’intervento armato sul suolo iracheno, come all’indomani di una tornata elettorale, nessuno si dichiara – neppur minimamente o in parte – sconfitto e tutti rilasciano trionfalistiche dichiarazioni di vittoria. E parliamo tanto dei motivi dichiarati, quanto di quelli reconditi e sommessi, camuffati o mistificati. Succede così che Saddam contempla il suo bottino. Sembra essere riuscito a dividere il blocco sia dei paesi NATO (ma quanto c’è riuscito realmente?), sia dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Può vantare davanti al popolo di aver racimolato qualche concessione in termini di aiuti e di allentamento dell’embargo.
“Mater semper certa”, ma tra i padri che vantano d’aver generato tale figlia chiamata vittoria non manca l’amministrazione Clinton forte di un argomento che non sembra temere confronti: il raìs ha ceduto non sotto la ferma convinzione della via del dialogo e della diplomazia, ma grazie alla pesante minaccia di una guerra che gli strateghi militari americani definivano ‘decisiva e devastante’. E quanti altri padri, dalle Nazioni Unite che, in ritardo o no, hanno finalmente recitato da protagoniste, alle cancellerie dei diversi governi dei paesi arabi e dell’Europa (gli stessi Dini e Prodi vantano un ruolo primario dell’Italia). A noi che le paternità adottive, virtuali o putative non interessano, riguarda semmai cercare di cogliere degli esempi, degli spunti, dei percorsi significativi da tutto ciò che la società civile ha saputo esprimere nel corso di questa crisi del Golfo. Ma di altissimo valore mi pare sia la chiara, netta e precisa presa di posizione dei capi religiosi. Forse è la prima volta che sin dagli albori della minacciata azione bellica sia il Papa quanto i patriarchi delle chiese orientali, come le stesse comunità islamiche, si sono pronunciate senza mezzi termini contro ogni ipotesi di intervento armato, contro qualsiasi tentativo di risolvere con un alto costo di vite umane una diatriba diplomatica. Hanno contribuito, queste prese di posizione, a risvegliare quel sottobosco della speranza che a volte sembra essere sopito nella coscienza di certa società civile, a ricordare che il pericolo che più insidia la pace non è tanto il potenziale bellico stipato negli arsenali, quanto la mentalità che induce al fatalismo e la cultura della delega in bianco ai potenti, lo scoraggiamento ed il senso di impotenza della gente. Ecco, se potesse toccare a noi di iscrivere all’anagrafe questa “vittoria”, non esiteremmo a conferire una nobile paternità ai bambini di Sarajevo. Un appello fatto quasi sottovoce, ripreso solo da pochi organi di informazione e che, nella sua significanza, sembra rappresentare bene la sostanza di quello che realmente è accaduto al di fuori dei palazzi. I bambini di Sarajevo hanno levato la loro flebile voce per dire: noi sappiamo cosa significa e cosa comporta la guerra, ne abbiamo ancora le cicatrici, visibili o nascoste comunque indelebili e per questo vi scongiuriamo, non fate la guerra, nessun motivo può giustificarla. Quanto debba indurci a pensare una dichiarazione di questo tipo che eravamo abituati semmai ad ascoltare dalla voce degli anziani e che oggi ci viene gettata in faccia dai bambini della vicina Sarajevo! Sembrava di riascoltare quel proverbio africano: quando due elefanti si affrontano, non si sa mai chi vincerà ma una cosa è certa, a rimetterci è sempre l’erba. Ecco, quindi, il positivo di tutta questa vicenda: l’erba ha fatto sentire la propria voce prima di essere calpestata e ha adottato la tribuna dell’università dell’Ohio perché la gran parte dei giornali non offrivano né carta né inchiostro per “i sussulti consueti dei pacifisti”; l’ha fatta penetrare nei palazzi del potere inondando di fax e di messaggi di posta elettronica le segreterie dei ministri; l’ha amplificata chiedendo ai propri vescovi così come ai parlamentari di prendere posizione in favore della pace vera, quella che non richiede vite umane per affermarsi. Al pacifismo, come ai bambini di Sarajevo, non importa proprio nulla di rivendicare paternità e vittorie; la popolazione irachena da otto anni vive gravata dal fardello pesantissimo delle sanzioni economiche e sa sulla propria pelle che questo è solo un nome edulcorato della guerra contro i più deboli, con lo stesso risultato di morte, con medesimo carico di sofferenza, con la stessa triste prospettiva per cui già oggi sono i bambini di Baghdad a chiederci, esperti del dolore e della fame, di far smettere questa ennesima, stupida ed inutile guerra. Stupida, inutile e dannosa come tutte le guerre.
Gli estremismi del partito moderato
Uno dei tanti difetti del nostro linguaggio è di usare le parole a sproposito. Ed ecco che leader di partiti di destra del nostro paese usano spesso il termine di considerarsi esponenti di un partito “moderato”. In buona o in mala fede essi ritengono di poter significare con ciò che il movimento da loro guidato è un movimento tranquillo, che non ha maliestremismi, che è ugualmente contrario a sistemi di destra e di sinistra ma che vuole incarnare quel giusto “centro” che appunto definiscono moderato.
A chi vi fa questo discorso rispondetegli che è davvero un asino perché se costoro vogliono orientarsi, come giustamente ha scritto recentemente Eugenio Scalfari sul passato, cominciamo a dire che sicuramente nell’800, agli inizi dell’unità del Paese, non vi ci fu mai un partito moderato. C’era una classe dirigente che intendeva abbattere i vari stati italiani, non escluso quello della Chiesa, affrontando con ciò anche delle vere e proprie guerre, con la Chiesa e con lo stato confinante. Dov’è la moderazione?
I successivi 30-40 anni quando la classe dirigente si apprestò a “sistemare” il mezzogiorno e l’Italia centrale lo fece (qui è caso di definirlo certamente non con sistemi “moderati”) ma profondamente innovativi. Tra gli stessi ancora le leggi Siccardi e lo scontro con la Chiesa, l’arresto di parroci e vescovi che rifiutarono ai moderali la benedizione dei sacramenti con tutto quello che è di seguito, la spedizione di Garibaldi in Sicilia e quant’altro: dov’è in tutto ciò la “moderazione”?
Nello scontro con le forze politiche avversarie tutte queste persone non si sarebbero definiti né conservatori, né appunto moderati: per Depretis e Zanardelli il fondamento dello Stato era liberale e anticlericale. Le stesse iniziative anti-socialiste non provenivano da una caratteristica “borbonica” ma dal momento delicato che la borghesia stava attraversando.
Dopo guerra si arrivò col tempo fino a quello che fu definito il connubio tra Moro e Berlinguer contro il quale, per fermarne il processo, la P38 e le bombe erano fondamentali.
Proprio per questo ad un certo punto, quando la cultura delle bombe cessò, i cosiddetti moderati italiani, tra Arcore e Fiuggi, “riscoprono” la parola “moderati” in opposizione ad ogni manifestazione di sinistra e di centro sinistra. Ma in realtà vogliono dire “conservatori”. Conservatori di ciò che rimane di un passato di “conservatori corporativi” incapaci di ogni minima definizione di innovazione poiché in quest’ultimo caso non si tratterebbe di conservatori ma di una collocazione al centro collegato alla sinistra. Evidentemente la colpa non è, né di Berlusconi, né di Fini: ancora una volta Eugenio Scalfari ci dice che sotto i piedi di costoro “sono sempre mancate le condizioni storiche” su cui costruire un partito liberalconservatore, per contribuire ad orientare I cittadini ad uno Stato moderno libero ed equanime.
Posizione delicatissima quella di Berlusconi e di Fini. Basta un passo e siamo già nel fascismo e cioè nel “moderatismo” che si vuole intendere: bravo, ragionevole, nemico delle aberrazioni, propositore di proposte obiettive. Stiamo attenti che con questo “ideale” nel ’22 in Italia e nel ’33 in Germania ci si avviò verso quello che sappiamo.
Questi “moderati” scatenarono ancora una volta una guerra mondiale: ce ne vogliamo rendere conto?
VERSO UNO SBOCCO?
Rapporti istituzionali: contatto avvenuto!
Premessa. Qualcuno forse ricorderà che nel 1993 l’assegno dei fondi della Campagna fu inviato, su consiglio del Presidente della Repubblica, al Ministero delle Finanze. Là è giaciuto (questo verbo è molto appropriato) a fare la polvere, per volontà deliberata dei massimi responsabili del Ministero, finchè nel 1997, dopo un nostro ultimatum andato a vuoto, fu da noi annullato.
Sulla giacenza di questo assegno le onn. Valpiana, Nardini e Pistone (PRC) presentarono una interrogazione parlamentare nel luglio 1996. Con velocità ministeriale, il 4 Marzo 1997, il Ministero rispose in Parlamento per voce del sottosegretario Vigevani (PDS). Questi spiegò che l’assegno era inaccettabile, non tanto perché era frutto di una raccolta “illegale”, ma perché irricevibile, in quanto da nessuna parte c’è un capitolo d’entrata come contribuzioni volontarie. Aggiunse anche che c’era la piena disponibilità del Ministero ad incontrare i rappresentanti della Campagna.
Da allora un gran numero di telefonate e fax (anche di Mons. Bona, Pres. di Pax Christi) avevano ottenuto a Natale la promessa del segr. del Ministro, dott. Fernicola, di riparlarne al Ministro. Ma ancora questa promessa deve essere mantenuta.
Si è trovata una via alternativa studiando quali sono i deputati in Commissione Finanze. Uno, l’on. Chiusoli (PPI), era conosciuto da P. Cavagna, che l’ha contattato. Si è scoperto che è amico del Sen. Vigevani e ha preso a cuore la nostra causa, anche perché è amico di Luciano Guerzoni. Dopo un mese di pressing, alla fine il giorno di carnevale il Sen. Vigevani ha dato appuntamento per la mattina del Mercoledì delle ceneri.
Il colloquio. Erano presenti l’on. Valpiana e per la Campagna Pier Luigi Consorti, Antonino Drago, Domenico Gallo (che però ha dovuto allontanarsi), Giorgio Giannini. È stata presentata la Campagna, il suo obiettivo di alternativa alla difesa armata, la sua legittimità sancita dalle sentenze della Corte Costituzionale, l’avvicinamento del quadro legislativo (leggi sugli odc all’estero, prossima riforma della 772) al nostro obiettivo; inoltre la on. Valpiana ha sottolineato la nostra decisa volontà a distanziarci dalla evasione fiscale della Lega. In risposta, il sen. Vigevani è andato subito al sodo: riconoscendo la validità della nostra iniziativa, ha notato che per il Ministero delle Finanze la questione è quantitativamente di piccola rilevanza; ma assume importanza nei rapporti, non tranquilli, col Ministero della Difesa, che sta ben attento a non perdere qualsiasi tipo di entrata.
Avendogli presentato le vie sperimentate da noi per avvicinare la soluzione tecnica possibile, il sen. Vigevani le ha apprezzate ed ha promesso che incaricherà dei funzionari (probabilmente l’Ufficio Legislativo) di studiare l’argomento e trovarne le possibili vie d’uscita. In particolare si potrebbe prevedere la finanziabilità con una quota dell’imposta delle missioni degli obiettori all’estero, dato che essi debbono andarci “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”. Il giorno 9 marzo P.L. Consorti (che è ricercatore di Diritto all’Univ. Di Pisa) riprenderà i contatti col Senatore e discuterà con i funzionari appositi sulle soluzioni possibili; in vista di proporre un emendamento alla riforma della 772, che dovrà essere concordato prima col Ministero della Difesa; per la qual cosa si è incaricata l’on. Valpiana di formulare un articolato e di sollecitare la solidarietà di altri deputati. (L’emendamento non farà perdere tempo alla riforma, perché il testo attuale già dovrà accogliere un emendamento dovuto ad una sentenza della Corte Costituzionale; perciò il ritorno al Senato è inevitabile).
Anche a giudizio dell’on. Valpiana il colloquio è stato al di fuori dell’ordinario: chiaro e concreto, senza dilazioni o deviazioni o coperture. È stato posto un obiettivo di convergenza ed è stato accolto come prospettiva; ora il Ministero farà la sua parte addirittura accettando di lavorare a scadenza (sia pure con la sua dinamica di pachiderma). Più complicato sarà concordare l’emendamento con il Ministero della Difesa, notoriamente in difesa di ogni lira utile all’acquisto di nuove armi.
Quindi: la nostra proposta ha senso, il contratto è attivato, le istituzioni rispondono. Il problema è soprattutto politico. La risposta ai problemi politici è fare politica, con una mobilitazione straordinaria di tutti gli obiettori, che siano consapevoli che in poco tempo ci giochiamo quasi tutto: il 22-29 marzo ci sarà il dibattito in Parlamento sulla riforma della 772. Allora attiviamoci per dare la spinta finale ad una lunga azione, finora senza errori fondamentali e anzi con l’onore di aver posto obiettivi politici importanti e averli seguiti con coerenza pur in mezzo ad un terremoto del quadro politico generale. Innanzitutto contattando i parlamentari che possono darci una mano: siccome l’obiezione può trovare simpatie e antipatie in ogni partito, non scartiamo nessuno a priori. Inoltre, e questo è alla portata di tutti, attiviamo tutti gli obiettori in servizio civile e gli ex obiettori. La manifestazione del 24 marzo a Roma sia numerosa e comunque ricordiamo che essa può essere accompagnata da manifestazioni locali davanti ad ogni distretto (comunicando subito la manifestazione alla LOC di Milano o alla CNESC). Intervenendo a “Prima Pagina” sulla Radio di RAI 3 o in altre trasmissioni aperte al pubblico per ricordare i nostri valori ideali e sociali, la nostra lunga marcia, la lunga attesa imposta ad un principio sancito dalla Corte Costituzionale, il ricatto che ci fece Cossiga, il momento decisivo che stiamo passando, le prospettive che si aprirebbero con l’approvazione della riforma: un esercito di pace…
RIFLESSIONI IN MARGINE ALLA CAMPAGNA OSM
Quale politica per i movimenti nonviolenti?
di Angela Dogliotti Marasso *
L’ultima assemblea OSM per la DPN, svoltasi a Torino il 7-8 febbraio scorso è stata per me un’occasione di riflessione e uno stimolo a ripensare il ruolo, le strategie e gli impegni dei nostri movimenti (Movimento Nonviolento, Movimento Internazionale della Riconciliazione). Scrivo per ciò queste righe per Azione Nonviolenta, augurandomi che qualcuno abbia voglia di riprenderle, per arricchirle del suo contributo o per metterle in discussione, e soprattutto perché ci chiariamo collettivamente gli impegni che intendiamo sostenere.
Qualcuno ha osservato, nel corso dell’Assemblea, che i Movimenti nonviolenti sembrano aver rinunciato a svolgere un ruolo più pienamente politico, limitandosi ad un lavoro di tipo prevalentemente “culturale”. Questa valutazione derivava dal fatto che in quella sede proprio M.I.R. e M.N. si ritrovavano a sostenere la posizione “minimalista” che riteneva opportuno considerare in questa fase soddisfacenti i risultati che si potrebbero ottenere con l’approvazione della legge di riforma della 772, nel caso il p.d.l. passasse alle Camere senza essere stravolto nei suoi punti qualificanti (il diritto soggettivo alla odc, preparazione e sperimentazione DPN, possibilità di invio all’estero, formazione odc), dichiarando, quindi, formalmente conclusa la campagna nei modi in cui si è finora svolta.
M.I.R. e M.N. erano giunti a formulare separatamente una proposta di questo tipo in considerazione del calo costante degli obiettori negli ultimi anni e soprattutto del disgregarsi della rete dei referenti locali, sintomo evidente di uno sfilacciamento dal basso del tessuto di sostegno che era stato la forza della campagna stessa.
In queste condizioni di debolezza continuare a perseguire obiettivi difficili ed “elevati” come l’opzione fiscale appariva irrealistico, quantomeno nelle forme attuali messe in atto dalla campagna, ed in presenza di un contesto nazionale ed internazionale notevolmente mutato rispetto a quello degli anni in cui la campagna aveva avuto inizio (1982).
La maggioranza dell’Assemblea si è invece pronunciata per una prosecuzione ed un rilancio della campagna stessa, cosiderandola l’espressione più matura dell’azione politica per la pace dei movimenti di base, ribadendone tutti gli obiettivi e sollecitando i movimenti promotori ad un più deciso impegno in tal senso.
È chiaro che ciò richiede a M.I.R. e M.N., movimenti iniziatori e promotori della campagna, che hanno avuto dei propri militanti impegnati ininterrottamente dal 1982 nella sua organizzazione, una seria riflessione ed una valutazione attenta della situazione, che consenta di prendere delle decisioni costruttive e condivise in merito.
Ma è altrettanto chiaro che il caso dell’OSM è emblematico e pertanto costituisce l’occasione per ragionare sul ruolo dei nostri movimenti in un momento come quello che stiamo vivendo.
Mi sembra indiscutibile, infatti, che, nonostante il dibattito degli ultimi anni sulla necessità di un impegno più “politico” (vedi tutto il lavoro sulla Costituente nonviolenta, ad esempio) ciò che appare in crisi oggi, anche per noi, appartenenti ai movimenti nonviolenti, è proprio la dimensione politica intesa come organizzazione della partecipazione collettiva e capacità di tradurre istanze etico-teoriche in progetti di trasformazione che sappiano trovare le gambe su cui marciare, aggregare persone, suscitare consenso, radicarsi nel territorio, coinvolgere le istituzioni.
Abbiamo invece, soprattutto negli ultimi anni, sviluppato maggiormente la dimensione culturale e di ricerca, con un impegno serio e credibile nella formazione a vari livelli, nell’approfondimento di tematiche centrali e controverse relative ai problemi globali del nostro tempo, nella costituzione di centri di documentazione e ricerca per la pace, nella cura di importanti lavori editoriali.
Personalmente ritengo questa dimensione essenziale e mi pare molto positivo, anche se ancora insufficiente, ciò che si sta facendo in questa direzione, perché, come scrive anche Serge Latouche “occorre cominciare a vedere le cose in modo diverso perché possano cambiare”. La prima condizione per il cambiamento è la decolonizzazione del nostro pensiero, è lo sviluppo di un immaginario non subalterno al pensiero dominante e perciò capace di elaborare, progettare, costruire alternative. D’altra parte, anche nella storia del Movimento Nonviolento i momenti di approfondimento, i convegni sono stati sempre momenti fertili, occasioni per confrontare e condividere teorie che fossero punti di riferimento per l’azione (penso, per citarne uno, all’ormai lontano convegno di Verona sull’energia nucleare…). Perciò è utile continuare su questa strada.
L’altra dimensione del nostro impegno, e di quello di molti nostri iscritti e simpatizzanti, è stata l’adesione ed il sostegno a tante e vivaci iniziative su aspetti specifici e concreti, iniziative che vanno dalla campagna per il boicottaggio della Nestlè, alla proposta del consumo critico, al sostegno del commercio equo e solidale, al lavoro capillare di educazione alla pace e di sostegno dell’obiezione di coscienza, all’impegno nella riconversione ecologica, nel risparmio energetico, nella riduzione, riciclo, riuso dei rifiuti, nell’agricoltura biologica, nell’uso di tecnologie intermedie ecc…
Anche queste sono dimensioni essenziali per dare concretezza e possibilità di azione a chiunque si interroghi sulla propria responsabilità in relazione ai problemi che tutti viviamo, a chiunque si dica persuaso della nonviolenza e deciso a fare qualcosa, usando il potere di cui tutti disponiamo, nel contesto nel quale ci troviamo ad operare.
Perciò anche queste cose vanno continuate, perché rappresentano l’azione concreta della nonviolenza nella vita quotidiana e l’esplicitazione dei collegamenti che la dimensione micro ha con i problemi globali, con la dimensione macro.
Ciò che è carente è proprio l’aspetto politico-organizzativo per gestire efficacemente iniziative che hanno un significato ed una portata più generale.
Tra queste, tre mi sembrano le più importanti: una è la campagna OSM, l’altra è la campagna Kossovo nella quale è impegnato personalmente da tempo Alberto L’Abate, che ha però avuto sostegno soprattutto dal M.I.R., la terza è la questione di una presenza di forze non armate in situazioni di conflitto, sulla quale abbiamo organizzato iniziative di confronto come il convegno sul corpo civile europeo di pace.
Per sostenere politicamente l’azione su queste iniziative serve una struttura più efficiente, una presenza organizzata sul territorio, perché non bastano né le sole riflessioni teoriche, né le azioni individuali che ciascuno, per proprio conto può fare.
Purtroppo, però, al momento tale presenza è carente: in Piemonte, ad esempio, dove c’è sempre stata da anni una segreteria regionale M.I.R.-M.N. che si riuniva regolarmente per organizzare le iniziative, inviava circolari ai simpatizzanti per sollecitarne l’adesione, convocava riunioni ecc…, al momento non c’è più ed è difficile rimettere in moto la partecipazione; a livello nazionale, non siamo riusciti a prendere una posizione tempestiva nell’imminenza del rischio di guerra in Irak, come movimento.
Tutto ciò è dovuto, a mio parere, a diverse ragioni. La più importante mi sembra però questa: mai come oggi forse abbiamo avvertito da un lato il peso della violenza strutturale, che con i processi di globalizzazione dell’economia condiziona le nostre vite in modo sempre più “totale” ed irrazionale, dall’altro la “povertà” della politica istituzionale, la sua insufficienza nel governo dei processi della società reale e nel controllo dei poteri forti, la sua riduzione a personalismi, a immagine, la limitazione del suo raggio di azione entro rigide compatibilità. Di qui, forse, la disaffezione dei più, la crisi della partecipazione, della presenza organizzata.
Anche i movimenti risentono di ciò; per quanto noi abbiamo dei riferimenti forti che ci consentono di “resistere”, appunto di una resistenza si tratta, più che di una “offensiva”. È una resistenza che si esprime, come dicevo, nell’approfondimento dei propri riferimenti politico-culturali, nella ricerca di alternative che si possano sperimentare a livello personale, qui e ora, inserendosi in modo critico e creativo negli interstizi della realtà esistente. Ma ciò che sentiamo forse come difficile, al momento, è la formulazione di una proposta complessiva che sappia articolarsi in progetto politico credibile, non utopistico e velleitario, ma proponibile con la forza di una “utopia concreta”, capace di mobilitare, appassionare, aggregare.
O forse è solo che siamo in pochi, che le forze di chi ha tirato per tanti anni si vanno esaurendo o sono già tutte impegnate nelle dimensioni pur così importanti della ricerca culturale e della sperimentazione personale.
O, ancora, può darsi che sia proprio questa dimensione meno visibile della politica che oggi è più importante e necessaria, che ci sia bisogno di un periodo di “assenza” esteriore ma di presenza carsica, per dissodare un terreno che oggi appare sterile, impenetrabile, da lavorare in profondità e da trasformare attraverso l’attivazione di tanti rivoli di iniziative concrete e specifiche.
Aldo Capitini e gli antifascisti che hanno opposto una resistenza etica e culturale negli anni venti e trenta al totalitarismo fascista hanno con ciò preparato la resistenza politica e popolare successiva.
Certo le due dimensioni, di una presenza politica forte e visibile e di un saldo fondamento e radicamento in una cultura e in uno stile di vita alternativi, non sono teoricamente e necessariamente in alternativa, ma al momento è, di fatto, così.
L’importante è esserne consapevoli, non subire questa situazione con rassegnata passività, ma come una fase legata ad una serie di circostanze.
In conclusione, dunque, mi sembra che o riusciamo, puntando sulla forza della proposta nonviolenta, ad allargare il coinvolgimento, ad acquisire nuove forze, a rivitalizzare le sedi locali – i movimenti nonviolenti si fondano in primo luogo sulla presenza di gruppi radicati nelle realtà locali e sulla loro capacità di iniziativa –, per continuare a sostenere con più forza gli impegni e le campagne di più ampio respiro politico, oppure prendiamo atto che al momento l’azione dei nostri movimenti si sviluppa in una diversa direzione. Non può certo essere la volontà di poche persone a supplire a carenze politico organizzative e di partecipazione, in movimenti che per definizione sono espressione di una politica dal basso.
Perciò vorrei che si aprisse un confronto su questi temi e si facesse una verifica collettiva sulle attuali prospettive dei nostri movimenti. (A Torino è stato convocato un Attivo regionale M.I.R.-M.N. il 25 aprile prossimo.)
Spero che gli iscritti, i simpatizzanti, i lettori di Azione Nonviolenta facciano sentire anche la loro voce.
* Segreteria del Movimento Nonviolento
MAESTRI DEL PENSIERO INDIANO /3
Bhagavad Gita il Canto del Beato
Le guerre fra le famiglie regali della pianura del Gange, all’epoca del primo insediarsi in essa degli Arii, hanno ispirato la composizione del vastissimo poema epico Mahabhàrata (circa II-IV secolo d.C.), attribuito a un poeta e saggio leggendario, Vyàsa, ma probabilmente opera di più generazioni di anonimi cantori.
Il Mahabhàrata (Grande epopea dei Bhàrata) narra la guerra combattuta tra due rami (Kaurava e Pandava) della medesima stirpe regale dei Bhàrata per il possesso del regno di Hastinapura. La battaglia decisiva tra i due diversi partiti ha luogo nel Kuruksetra, il “campo di Kuru”, e si conclude con la vittoria dei Pandava e la loro conquista del regno.
La Bhagavad Gita appartiene al sesto libro del poema e racconta il lungo dialogo (18 canti) fra Arjuna, uno dei cinque fratelli Pandava, e Krishna, il suo auriga, il quale rivela di essere una incarnazione (avatàra) del dio solare Vishnu, che troviamo già nei Veda e che assume nei tempi posteriori sempre maggiore importanza. È noto che Vishnu fa parte, con Brahma e Shiva, della trinità indiana o trimurti.
Krishna incoraggia Arjuna
Pima della battaglia di Kuruksetra, Arjuna avanza sul suo carro guidato da Krishna e osserva l’esercito nemico, nel quale riconosce parenti e amici: viene colto dallo sgomento e dall’orrore per la violenza; vorrebbe sottrarsi al combattimento ed intuisce che è meglio essere ucciso piuttosto che versare il sangue di molti parenti.
“Ahimè! Sventura! Eravamo decisi a commettere un gran delitto, poiché, desiderando la regalità ed il piacere, ci apprestavamo a uccidere i nostri.
Se, rifiutando di affrontarli e di usare le mie armi, fossi ucciso in combattimento dai Kaurava con le armi in pugno, sarebbe quella per me una sorte migliore”.
Con tali parole Arjuna, in piena battaglia, lasciò cadere arco e frecce e si sedette sul fondo del suo carro, lo spirito turbato dall’angoscia.
(Bhagavad Gita, I, 45-47, Adelphi Ed. Milano, 1976)
Krishna esorta Arjuna a compiere il suo dovere: soltanto i corpi vengono uccisi, ma non l’anima che è eterna. Non si deve piangere per la morte fisica, poiché è solo un momento dell’avvicinarsi delle infinite manifestazioni dell’immortale brahman. Arjuna deve pertanto combattere come comporta il suo stato di guerriero, ottenendo così il cielo, mentre rifiutando la battaglia gli verrebbe disonore.
Nel corpo di ciascuno, o figlio di Bhàrata, questo signore del corpo incarnato (l’anima) resta per sempre inaccessibile ai colpi mortali; così, per tutti gli esseri in divenire, non dovresti provare pietà.
E considera anche il dovere del tuo stato: non dovresti, tremando, appartarti, poiché per l’uomo di guerra, secondo la legge sacra del tuo stato, non vi è bene superiore alla battaglia.
Per qualunque buona sorte si offra, essa è la porta che si apre sul cielo. Felici, o Arjuna, i guerrieri cui tocca in sorte una tale battaglia.
Ma se non affronterai questo giusto combattimento, rinuncerai al dovere del tuo stato, all’onore e ti troverai nel peccato. E inoltre la gente racconterà il tuo imperituro disonore e, per un uomo rispettabile, il disonore è peggio della morte.
(Op. cit., II, 30-34)
Arjuna, spronato da Krishna, muove alla battaglia, obbediente al dovere del proprio stato di guerriero; tuttavia, nel discorso di Krishna, si avverte anche la presenza di una intensa ricerca spirituale. Nelle parole di Krishna viene delineato il ritratto del perfetto yogin, teso al superamento dei limiti umani e al raggiungimento dell’unità col Brahman (l’Assoluto).
Apprendi da me in compendio, o Arjuna, come, ottenuta la perfezione, si ottiene parimenti il Brahman che è la più alta cima della conoscenza.
Colui che, con un giudizio purificato, si padroneggia fermamente, respinge gli oggetti dei sensi – suoni, e così via -, ripudia sia amore che odio, abita in luoghi appartati, mangia leggermente, disciplina la parola, il corpo e lo spirito, si dedica al metodo del raccoglimento, trova sostegno costantemente nel distacco, lascia da parte l’egocentrismo, il ricorso alla forza, l’orgoglio, la cupidigia, la collera, l’istinto di possesso, che è disinteressato, calmo, quegli è idoneo a raggiungere la natura del Brahman.
Identificato col Brahman, con l’anima chiara e serena, egli non si affligge più, non ha più nulla da sperare; equanime verso tutti gli esseri, ottiene la suprema devozione verso di me.
(Op. cit., XVIII, 50-54)
Nel testo che stiamo esaminando una grande importanza viene attribuita allo yoga, inteso nel senso di disciplina unitiva: unificazione dei sensi, poi del pensiero. Allo yoga, che ci indirizza ai valori spirituali, si aggiunge poi la bhakti, cioè la devozione verso la divinità (Krishna, Vishnu), che si volge con benevolenza al fedele. Per concludere, ascoltiamo ancora le parole del beato signore (Krishna).
Praticare modestia, franchezza, nonviolenza, pazienza, rettitudine, servizio pio del maestro, purezza, costanza, padronanza di sé, distacco dagli oggetti sensibili e distacco dall’io, constatare le deficienze e i mali inerenti alla nascita, alla morte, alla vecchiaia e alla malattia, astenersi dall’attaccamento che rende appassionatamente legati a figli, sposa, casa o qualsivoglia altro possesso, mantenere una costante uguaglianza di spirito di fronte agli avvenimenti, siano essi in accordo o in disaccordo con i nostri desideri, dedicarsi senza infrazioni alla devozione verso la mia persona, a esclusione di ogni altro legame, ricercare i luoghi ritirati, con disgusto per la società degli uomini, applicarsi in modo continuo alla conoscenza di sé, avere l’intuizione di ciò che significa la conoscenza del reale – questo si chiama conoscenza e quanto se ne discosta è la non-conoscenza.
(Op. cit., XIII, 7-11)
CORSO UNIP PER OBIETTORI
“… promuovere e curare la formazione e l’addestramento degli obiettori sia organizzando (…) appositi corsi generali di preparazione al servizio civile (…) sia verificando l’effettività e l’efficacia del periodo di addestramento speciale al servizio civile presso gli enti e le organizzazioni convenzionati…”. Già sentito da qualche parte, vero? Si tratta di uno stralcio dal testo di legge di riforma dell’obiezione di coscienza e del servizio civile.
L’esigenza di formazione per gli obiettori, sebbene accolta anche dal testo giuridico, configura tuttora, per diverse ragioni, un territorio incerto e indefinito, affidato all’arbitrio degli enti (pochi) che la promuovono. Per non parlare, poi, della formazione per i formatori: a stento gli enti di buona volontà riescono a sostenere l’accompagnamento formativo degli obiettori; istituire un tempo di riflessione e di aggiornamento per chi deve condurre la formazione pare una chimera. Per trasformare questa chimera in realtà ordinaria, e soprattutto per rispondere ad un bisogno sempre più forte, negli ultimi anni sono sorte iniziative di formazione per formatori di obiettori di coscienza.
Tra queste, il quarto Corso annuale per Formatori di Obiettori di Coscienza, organizzato dall’Unip (Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace) e realizzato con il contributo della Fondazione Opera Campana dei Caduti, del Forum Trentino per la Pace, della Provincia di Trento, del Comune di Rovereto e dell’Università di Trento. Il corso si è svolto nei mesi di novembre e dicembre 1997, nella sede di Palazzo Todeschi a Rovereto.
L’Unip ha scelto, quest’anno, di conferire all’iniziativa un orientamento più specifico e professionalizzante rispetto agli anni precedenti, individuando, quali destinatari privilegiati della proposta, persone che già svolgono attività di formazione nei confronti degli obiettori e responsabili di enti che gestiscono obiettori in servizio civile.
Finalità del corso è stata quella di fornire ai corsisti competenze formative abilitanti ad interagire con i giovani obiettori in servizio civile e a promuovere, partendo dalla pratica del servizio, i valori che fondano una società nonviolenta, civile e democratica.
La metodologia adottata per lo svolgimento dei lavori è stata il più possibile “attiva”: alla parte didattica tradizionale, proposta da docenti e formatori che da anni ragionano e operano in merito alle tematiche del corso, sono stati associati, nell’arco di ogni giornata, i “laboratori”, momenti di comune elaborazione ed esercitazione sui contenuti teorici.
Il programma si è articolato in due sessioni: l’una di carattere teorico, volta a mettere in luce e ad assestare uno sfondo teorico da cui muove la pratica formativa; l’altra, di taglio più tecnico, mirata a fornire strumenti operativi, utilizzabili nella concreta attività di formazione con gli obiettori. I due momenti, entrambi residenziali, sono stati separati da un consistente intervallo temporale, per consentire ai corsisti di rielaborare le acquisizioni.
Nella prima parte ci si è soffermati a considerare, da un lato, le ragioni e il significato dell’obiezione di coscienza, alla luce di un contesto politico e giuridico in costante evoluzione, dall’altro, il rapporto tra i giovani in età da servizio civile e l’impegno sociale. Il concetto di difesa nonviolenta e la portata del servizio civile in alternativa a quella militare è stata poi oggetto tematico di un’intera giornata. A questa prima fase di elaborazione e confronto su contenuti teorici, sono seguiti, nel secondo modulo, una riflessione sull’accompagnamento formativo all’interno degli enti, una comune analisi tesa ad individuare alcuni criteri e metodi utili alla programmazione di itinerari formativi e, infine, un esercizio di effettiva progettazione.
Determinante, per la qualità e per il dinamismo del lavoro, è stato l’apporto dei 19 partecipanti i quali hanno trasformato il corso in un’opportunità costruttiva, connotandolo come luogo di confronto attivo, scambio di esperienze e maturazione di proposte.
Ad una complessiva verifica, il bilancio del lavoro è risultato positivo; grazie ai suggerimenti dei corsisti si è però all’opera per migliorare: in futuro si tenterà di dare maggiore consistenza all’apprendimento di tecniche e metodologie per rapportarsi agli obiettori, di mettere a fuoco il nodo cruciale che lega servizio civile e obiezione di coscienza alla luce dei futuri sviluppi giuridici, di aprire una finestra sulla realtà europea, di verificare gli effetti del corso sulla concreta pratica formativa dei partecipanti.
Ma quale può essere il senso, e quale l’utilità, di un corso di formazione per formatori di obiettori di coscienza? In vista (vista, ahimè, via via più sfocata all’orizzonte) della legge di riforma sull’obiezione di coscienza e sul servizio civile (che prevede corsi di preparazione e accompagnamento per i servizio-civilisti) e dato il crescente numero di giovani che accedono al servizio civile, sempre più urgente si delinea il bisogno di interrogarsi sul ruolo, sui contenuti, sulla valenza della formazione. Formazione come garanzia, certo parziale, di qualità del servizio per i soggetti che vi sono coinvolti (ente, utenza, obiettore)? Formazione come occasione per l’obiettore di acquisire, nell’arco del servizio civile, consapevolezza del significato della propria scelta e del carattere civico ad essa inerente? Educare gli obiettori ad una cittadinanza attiva, nonviolenta e responsabile è ciò che ci piace considerare “formazione”.
Il vivace scambio di idee ed esperienze, reale elemento di ricchezza del corso, ha indicato l’esigenza, da parte dei formatori in attività, di spazi e tempi per confrontare e raccordare le proprie esperienze, ma ha segnalato forse anche una carenza, quella di luoghi deputati a questo scopo. Il corso dell’Unip vuole essere un contributo in questa direzione.
UN CONVEGNO A REGGIO EMILIA
L’Economia come se…la gente contasse qualcosa
In occasione del decennale di “MAG 6” saranno proposte iniziative e festeggiamenti a Reggio Emilia dal 24 aprile al 3 maggio 1998.
Tra di esse segnaliamo in particolare:
Sabato 2 e domenica 3 maggio, al cinema Rosebud, convegno sul tema “L’economia come se la gente contasse qualcosa” – in collaborazione con la V Circoscrizione del Comune di Reggio Emilia.
Tra i relatori: Franco Gesualdi (Centro Nuovo Modello di Sviluppo), Aldo Bonomi (Sociologo – Milano), Serge Latouche (Docente di Economia Politica all’Univ. di Parigi), Annarosa Buttarelli (Comunità Filosofica Diotima di Verona), Franco La Cecla (antropologo).
Coordina Cristoph Baker.
È prevista la partecipazione di Beppe Grillo.
INFORMAZIONI E ISCRIZIONI: Associazione Mag 6, via Vittorangeli 7/d – 42100 Reggio Emilia. Tel./fax 0522/454832, e-mail mag6@comune.re.it .
UN CORSO A PADOVA
Organizzato dal MIR di Padova si è svolto, in gennaio, un corso sulla Diplomazia Popolare con una partecipazione veramente notevole di persone interessate e motivate. Le esperienze presentate ed analizzate criticamente sono state quelle della comunità di S. Egidio sull’Algeria, la Campagna Kossovo, l’azione dei Beati i costruttori di pace nella ex Jugoslava sia con l’azione MIR-Sada sia anche in seguito, ed infine l’azione di un comitato locale di sostegno alle iniziative di pace in Bosnia.
Non si poteva non tener conto delle esperienze reali che i soldati italiani stanno facendo in varie aree del mondo e facendo anche, in erti casi, bene. Il generale Antonio Cosma, pur intervenendo a titolo personale, ha posto l’accento su alcuni aspetti tecnici e di formazione che spesso i pacifisti non tengono nella giusta considerazione. Pur avendo una visuale molto diversa da quella di altri relatori, come il prof. L’Abate o come il dott. Montipò che provengono dall’area pacifista e nonviolenta, il suo contributo è stato utile. Oggi tutti si rendono conto ed i militari per primi che, oltre ad un ruolo di imposizione della pace svolto dai militari, ci vogliono strutture ed organizzazioni che promuovano la pace, ricostruiscano la fiducia tra le fazioni e cerchino si stabilizzare i vari e complessi aspetti di un dopoguerra. Non è un caso, come ha ricordato l’eurodeputato Tamino che ci sia anche l’ex generale Caligaris, ora anche lui eurodeputato, tra i sostenitori di una forza civile europea di intervento nelle aree di crisi. Questa proposta, che era già stata fatta da altri e fortemente sostenuta da Alex Langer, non sta camminando speditamente in sede europea, ma si è ancora, dopo anni dalla sua formulazione, alla fase di studio preliminare.
Altro fatto sottolineato da tutti, la necessità della formazione delle persone che vogliono intervenire in aree di crisi: non si può più andare in zone a rischio solo con la buona volontà ed i pacchi dono; bisogna essere coscienti dei rischi che si corrono e bisogna conoscere bene il territorio e il contesto.
Molti hanno sottolineato la collaborazione che può esserci in questi casi anche con i militari: essi hanno di fatto un importante ruolo di pressione e di dissuasione e, perché no, anche di tutela e protezione dei volontari civili.
Aspetti problematici sono invece legati al ruolo che i civili possono avere: devono essere dei professionisti o dei volontari?
Il MIR di Padova, come contributo al corso, ha presentato una ricerca sui vari centri di ricerca per la pace esistenti al mondo. Infatti alla fine del convegno è stata lanciata la proposta della creazione anche in Italia d un Istituto internazionale di ricerca per la pace e per la risoluzione nonviolenta dei conflitti.
NOSTRA INTERVISTA A GIULIANO PONTARA
Bossi gandhiano? Macchè!
La Lega sta a Gandhi come i cavoli a merenda. Parola del prof. Giuliano Pontara, docente di filosofia morale e politica all’Università di Stoccolma, direttore dell’UNIP di Rovereto e profondo conoscitore del profeta della nonviolenza.
Cosa ne pensa il prof. Pontara del senatore Umberto Bossi che si definisce gandhiano ?
“La Lega e il Mahatma hanno ben poco in comune. Gandhi diceva che dentro di noi non deve albergare alcun tipo di violenza, ma al contrario una grande disponibilità ad ascoltare, a dialogare… Per Gandhi la nonviolenza è assenza di violenza fisica, assenza di minaccia di violenza, assenza di violenza verbale. Caratteristiche che non mi sembrano proprie di Bossi, nel quale ravviso dunque una conoscenza molto superficiale, ammesso che ne abbia, del messaggio e della filosofia di Gandhi. Oppure siamo alle prese con l’ennesima strumentalizzazione politica: è sempre stato così, d’altra parte. Anche con Gandhi vivente, qualcuno ha tentato di appropriarsi delle sue idee, ma il Mahatma si è sempre opposto al “gandhismo” e alla costituzione di un partito della nonviolenza”.
Riferendosi alla protesta fiscale, Bossi ha addirittura rispolverato la “marcia del sale”…
“Una battuta, voglio augurarmi. Di marce nonviolente nel mondo ce ne sono state tante, ma par di capire che il riferimento alla vera marcia del sale sia stato fatto per mero opportunismo politico”.
La disobbedienza civile secondo Gandhi è tutt’altra cosa…
“Sicuramente. In un paese democratico la disobbedienza civile dev’essere intrapresa come extrema ratio, come un’eccezione alla regola, ma soprattutto nel rispetto delle leggi, massima espressione della democrazia in quanto fatte da tutti. E per essere realmente nonviolenta, la disobbedienza civile dev’essere fatta da persone immacolate, che non hanno mai cercato di fregare un soldo allo Stato. Per essere più chiari: la disobbedienza fiscale messa in atto da piccoli o grandi evasori non è assolutamente credibile. In secondo luogo la disobbedienza civile gandhiana ha radici etiche che implicano la consapevole e piena accettazione della pena prevista dalla legge democratica”.
In questo scorcio di fine secolo quale può essere il messaggio della nonviolenza gandhiana?
“Si sta chiudendo un secolo fortemente connotato dalla violenza, una violenza strutturale alimentata dalla globalizzazione, che ha portato soprattutto l’aumento della povertà. Circa tre miliardi di poveri che non interessano nemmeno come forza lavoro. Occorre quindi ritrovare l’etica della politica”.
Jeremy Brecher, Tim Costello, Contro il capitale globale, Strategie di resistenza, Feltrinelli, Milano, 1996.
Jeremy Brecher e Tim Costello, storico e attivista il primo, militante sindacale e saggista il secondo, in questo lavoro si cimentano nel tentativo di sviluppare una strategia di resistenza collettiva al potere del capitale globale.
Il potere del capitale globalizzato si articola in quello che gli autori definiscono il “Programma delle imprese” – “eliminazione di qualsiasi forma di controllo popolare sull’economia (…) attraverso lo smantellamento delle normative che tutelavano i cittadini e l’ambiente, la creazione di istituzioni di regolazione dell’economia poste al di fuori di ogni controllo democratico e spingendo ai margini del processo politico le rappresentanze popolari” – che coincide con le regole fissate dalla “nuova trinità istituzionale” formata da Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Questi organismi, ai quali i governi nazionali hanno ceduto gran parte dei propri poteri di scelta in materia economica, costituiscono un vero e proprio “sistema di governo economico globale” al servizio delle imprese transnazionali. Essi “al pari dei sovrani assoluti dei tempi passati, non debbono rendere ufficialmente conto pressoché a nessuno salvo che a se stessi”.
Gli autori mettono in evidenza come lo strumento principale attraverso il quale il “Programma delle imprese” si va realizzando è la costrizione di “lavoratori, comunità e stati a mettersi in competizione tra loro per attrarre gli investimenti, in modo tale che ciascuno si sforzi di portare il costo del lavoro, le spese sociali ed ambientali al di sotto di quelle altrui. Ne consegue un “livellamento verso il basso”, una disastrosa “corso verso il fondo” nel corso della quale le condizioni generali tendono a scendere verso il livello dei più poveri e dei più disperati”. È questa la cifra che caratterizza l’impatto sociale del neoliberismo in tutti i paesi del mondo. L’intera comunità umana è ridotta al ruolo di “fabbrica globale”, nella quale tutti sono in concorrenza con tutti e tutti al servizio del capitale.
La risposta a questa offensiva capitalista, secondo Brecher e Costello, per essere efficace non può mantenersi in ambito nazionale, ma deve anch’essa farsi globale. La proposta è di rispondere alla globalizzazione autoritaria del capitale con una “globalizzazione dal basso”, un nuovo internazionalismo democratico dei popoli teso a realizzare un “Programma per l’uomo”. L’obiettivo finale del “Programma per l’uomo” è speculare al “Programma delle imprese”, ossia la realizzazione di un “livellamento verso l’alto”. Si tratta di migliorare le condizioni di coloro che attualmente stanno in fondo alla scala sociale mondiale, di spezzare la concorrenza al ribasso sociale indotta dal capitale, attraverso un “aumento del potere e del benessere delle categorie più misere e spossessate”. Porre un limite all’arretramento all’infinito e da quello risalire la china verso la conquista (o la riconquista) dei diritti sociali. Lo scopo non è quello di diffondere consumi e sprechi insostenibili, specificano gli autori, “bensì il raggiungimento di un benessere ambientalmente sostenibile per tutti”.
Poiché l’ostacolo principale da superare, da parte di coloro che si battono per il “Programma dell’uomo”, è la chiusura di spazi di partecipazione democratica nel governo dell’economia, Brecher e Costello propongono, come metodo d’azione, quella che definiscono la “strategia lillipuziana”. Come ne “I viaggi di Gulliver” di Swift i minuscoli lillipuziani cooperando immobilizzavano Gulliver il gigante, “di fronte alle soverchianti forze e istituzioni globali la gente può, in modo analogo, utilizzare le fonti di potere relativamente modeste che ha in mano e combinarle con quelle spesso abbastanza differenti, in possesso di altri partecipanti ad altri movimenti e in altri luoghi. Come i piccolissimi lillipuziani catturavano Gulliver legandolo con tanti pezzetti di filo, la strategia lillipuziana intreccia molte azioni particolari pensate per ostacolare il livellamento verso il basso in un sistema di regole e di pratiche che spingono congiuntamente in direzione di un livellamento verso l’alto”.
Gli autori per un verso fanno una “panoramica globale della resistenza” elencando alcuni dei più significativi momenti di lotta degli ultimi anni contro il capitalismo neoliberista – dai cosiddetti “moti del Fondo monetario” in Egitto, Brasile, Venezuela, Marocco e Bolivia all’insurrezione zapatista in Chiapas, dalle lotte coreane a quelle francesi, dalle campagne contro la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale a quelle per la salvezza della foresta amazzonica ecc. – dimostrando come “il livellamento verso il basso ha provocato una valanga di forme di resistenza in tutte le parti del mondo e in paesi a qualsiasi livello di sviluppo”. Per altro verso sostengono che se pure queste iniziative, che hanno visto la partecipazione di milioni di persone, sono le “potenziali basi” della lotta al “Programma delle imprese”, in realtà “nessuna tattica, campagna, legge o istituzione isolata appare in grado di contrastare il livellamento verso il basso. La strategia lillipuziana parte dal presupposto che, per controllare il saccheggio globale, è necessario che i molteplici fili dell’azione dal basso siano capaci di unirsi a livello planetario”. In questo modo si avvia quella necessaria redistribuzione del potere, prima ancora che della ricchezza, che è a fondamento della possibilità di realizzazione da parte dei popoli di un programma economico alternativo, il “Programma per l’uomo”. Perché, ammoniscono infine Brecher e Costello, nella attuale “nuova economia mondiale la democrazia non è qualcosa di dato, bensì qualcosa che va ricreato”.
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