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Timestamp: 2019-06-24 11:26:47+00:00

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L’Avv. Cristian Baiocchi ha partecipato il giorno 8 Giugno 2018, come relatore, al convegno indetto dalla Camera Penale di Rieti, avente ad oggetto i profili d’illiceità penale del contratto, svolto presso la camera di Commercio di Rieti.
Nel corso dell’intervento sono stati trattati numerosi temi, sempre con taglio pratica e giurisprudenziale, avendo quale ambizione primaria quella di offrire a tutti gli intervenuti spunti di riflessione quale ausilio per la risoluzione pratica di problematiche giuridiche legate alle invalidità del contratto.
Riassumendo e schematizzando l’intervento dell’Avv. Cristian Baiocchi si è sviluppato lungo il percorso qui di seguito riportato.
Il contratto, rappresenta lo strumento negoziale con cui vengono regolati la maggior parte dei rapporti privati. Non sempre però, il contratto è stipulato con la volontà di perseguire scopi leciti, o per essere eseguito in buona fede, capita, infatti, che quest’ultimo rappresenti lo strumento per ottenere effetti giuridici vietati, per aggirare divieti, o molto più semplicemente per perseguire interessi patrimoniali in danno di altri.
Il contratto, innanzitutto, deve considerarsi nullo tutte le volte a mente dell’art.1418 il contratto sia contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga altrimenti.
La nullità di un contratto perché contrario a norme imperative, in difetto espresso di una formale previsione, viene definita c.d. nullità virtuale.
Secondo gli insegnamenti della Corte di Cassazione la violazione di norme imperative determina la nullità del contratto tutte le volte in cui non sia espressamente prevista una diversa forma di invalidità del contratto ( quale ad esempio l’annullabilità) sia quando la legge assicura l’effettività della norma imperativa con la previsione di rimedi giuridici diversi (Cass. Civ sez. IV, 14.12.2010 N°25222).
Pertanto in forza di tale indirizzo giurisprudenziale una prima affermazione di principio che può essere fatta sul tema che ci occupa è la seguente:
non tutti i contratti contrari a norme penali possono ritenersi giuridicamente nulli, posto che trattandosi tale patologia di una nullità c.d.virtuale (residuale posto che la normativa codicistica prevede la nullità del contratto quando questo sia contrario alle norme imperative, salvo che la legge disponga altrimenti) essa non trova applicazione tutte le volte in cui è previsto dal legislatore una diversa forma espressa d’invalidità, come nel caso ad esempio della truffa contrattuale dove per i motivi che andremo a vedere l’invalidità che colpisce il contratto stipulato in maniera truffaldina è annullabile ma non nullo.
La differenza non è di certo soltanto accademica, posto che le azioni di nullità o di annullamento del contratto sono categorie distinti e distanti tra loro, che riverberano effetti differente sul contratto invalido.
Azione di nullità.
L’azione di nullità, in primo luogo, può essere promossa da chiunque vi abbia interesse ad agire, quindi potenzialmente qualsiasi soggetto, anche terzo rispetto ai contraenti, che possa allegare e provare in giudizio il proprio interesse sostanziale ad ottenere un provvedimento giurisdizionale, destinato ad incidere, mutandola, su una situazione giuridica facente capo all’istante e riconosciuta all’ordinamento ( Art.100 c.p.c) .
L’azione di nullità del contratto può essere rilevata d’ufficio (anche in sede di gravame) ed è imprescrittibile, con gli unici limiti temporali dell’usucapione e della prescrizione delle azioni di ripetizione ( azione indebito oggettivo prescrizione decennale).
Natura sentenza
La natura della sentenza che dichiari la nullità del contratto non è costitutiva ma dichiarativa, in quanto con essa si dà atto che il contratto non è mai stato in grado di costituire, modificare o estinguere rapporti giuridici.
L’accertata nullità del negozio giuridico comporta innanzitutto il diritto alla restituzione di tutto quanto adempiuto in forza di tale contratto, poi dichiarato nullo. In ordine alla richiesta di risarcimento del danno la relativa azione dovrà essere fatta valere entro il termine previsto per la responsabilità contrattuale, con decorrenza dal momento in cui viene promossa la domanda di nullità se chi ha subito il danno è la stessa parte istante, mentre con decorrenza dal passaggio in giudicato della sentenza che accerta la nullità del contratto, nel caso in cui a richiedere i danni sia soggetto diverso da quello richiedente la nullità.
La nullità del contratto non produce effetti e ciò vale anche nei confronti dei terzi che ignoravano l’esistenza di tale vizio invalidante.
Unica eccezione si registra in caso di contratto nullo avente ad oggetto la compravendita di un bene immobile o mobile registrato in questo casi infatti sussiste l’istituto della pubblicità sanante.
L’azione di annullamento a differenza di quella di nullità è un’azione costitutiva, nella quale è sempre presente la componente accertativa essendo strettamente funzionale alla successiva produzione della modificazione giuridica di una posizione sostanziale.
La legittimazione in linea di principio è attribuita solo alla parte nel cui interesse è stabilito dalla legge la possibilità di agire per l’annullamento del contratto.
Costituisce eccezione alla suddetta regola il contratto concluso da persona in stato di interdizione legale, posto che in questo caso chiunque vi abbia interesse può richiedere l’annullamento del contratto.
A mente dell’art 32 c.p. verte in stato di interdizione legale colui che sia condannato all’ergastolo, nonché il condannato per una pena non inferiore a 5 anni durante l’espiazione della pena.
All’interdetto legalmente si applicano le stesse regole valide per l’interdizione giudiziale.
Non è rilevabile d’ufficio.
L’azione di annullamento si prescrive in 5 anni. (il termine decorre normalmente dalla stipulazione del contratto ma in alcuni casi il termine iniziale scivola in avanti, e così per quanto attiene ai vizi del volere dal giorno in cui è cessata la violenza, scoperto l’errore o il dolo, cessato lo stato ‘o inabilitazione, raggiunta la maggiore età per il minore. Negli altri casi dalla conclusione del contratto).
L’eccezione di inadempimento è imprescrittibile. Qualora venga promossa giudizialmente l’azione di manutenzione del contratto, la parte che è stata convenuta in giudizio per l’esecuzione del contratto stesso, può in ogni tempo opporre l’eccezione di annullamento del contratto.
L’eccezione di annullabilità, come cristallizzato nella giurisprudenza della Suprema Corte, non tende all’eliminazione stessa del contratto, dal momento che spirato il termine di prescrizione, non può più essere pronunciata una sentenza costitutiva di tale portata, ma ponendo in evidenza il vizio da cui il contratto è affetto, consente di paralizzare la pretesa della controparte alla richiesta di adempimento ( Cass. Civ. Sez III, 29 Luglio 2013 N°18223). (Esempio preliminare di vendita, richiesta ex art 2932 cc dopo 6 anni, il convenuto sebbene non possa agire in giudizio proponendo una domanda riconvenzionale di annullamento può eccepire in via riconvenzionale l’annullabilità del contratto preliminare stesso, magari concluso con un vizio del volere, per paralizzare la pretesa altrui.)
Un effetto naturale dell’annullamento è quello di ottenere la restituzione ex art 2033 c.c. di tutto ciò che le parti abbiano dato, consegnato, offerto all’altra in forza e in ragione del contratto poi annullato.
Gli effetti restitutori non sono una conseguenza immediata e automatica della sentenza che annulla un contratto ma richiedono, come per l’azione di nullità, un’autonoma domanda giudiziale in tal senso.
Art. 1445 c.c. l’annullamento del contratto, che non dipende da incapacità legale, non pregiudica i diritti acquisiti a titolo oneroso dai terzi di buona fede, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di annullamento.
La non opponibilità dell’annullamento ai terzi in buona trova quale eccezione il caso in cui l’annullamento del contratto venga pronunciato per vizio dipendente dalla incapacità legale di uno dei contraenti.
Tra i reati che si segnalano perché scaturenti da invalidità genetiche del contratto si evidenzia in primo luogo il reato di circonvenzione d’incapaci poiché attienente alle carattertiche soggettive di una della parti contrattuali.
CIRCONVENZIONE D’INCAPACI ART 643 c.p.
Incapacità legale: da un punto di vista civilistico il contratto concluso da persona incapace è annullabile (minore, interdetto, inabilitato in caso di contratti che non siano di ordinaria amministrazione).
Incapacità naturale: Inoltre è annullabile quando ne ricorrano le condizioni ( quando risulti la malafede dell’altro contraente) il contratto concluso da perso incapace di intendere e volere. Abbiamo visto che in questi casi il termine di prescrizione per l’azione di annullamento decorre dalla conclusione del contratto.
La normativa di cui all’art. 428 c.c. è posta a tutela della parte contraente che a causa della sua incapacità, anche transitoria, di intendere e volere non possegga, al momento dell’esplicitazione del consenso, la capacità di agire. In assenza di un formale provvedimento di interdizione o inabilitazione si ha una presunzione di capacità del soggetto e, pertanto, sarà onere di chi agisce per far annullare il contratto dimostrare l’incapacità naturale al momento della manifestazione del consenso.
Per esperire l’azione di annullamento del contratto è necessario che la persona versi in stato d’incapacità di intendere e volere.
Struttura del reato:
Per la configurazione del reato il soggetto circonvenuto non deve trovarsi necessariamente in una situazione di incapacità di intendere e volere, essendo sufficiente una minorata condizione di autodeterminazione del soggetto passivo (minore, infermo psichico e deficiente psichico). Pertanto, una prima sostanziale differenza che si coglie tra l’incapacità del soggetto contraente idonea a determinare l’annullamento del contratto e quella necessaria per la configurazione del reato a differenza che per la possibilità di esperire l’azione di annullamento non è richiesto uno stato di incapacità di intendere e volere ma uno stato di deficienza psichica ( che può riguardare ovviamente anche una persona non interdetta e non inabilitata).
Per il reato di circonvenzione d’incapaci è sufficiente una menomata condizione psichica ( Cass Pen N°3209/2013).
In giurisprudenza il reato in parola è stato ritenuto perpetrato anche da parte di chi abbia approfittato dello stato di solitudine di una persona ritenuta psicologicamente fragile.
Il soggetto agente per integrare il reato in commento, però, deve approfittare delle passioni dei bisogni o dell’inesperienza della vittima per procurare a se o ad altri un profitto, inducendolo a compiere atti che abbiano effetti giuridici per il soggetto passivo del reato.
Elementi essenziali del reato: profitto, abuso della minorata posizione del soggetto passivo, induzione a compiere un atto giuridico che poi si riveli dannoso.
Esimente rapporti di parentela ex art 649 c.p.
In caso di circonvenzione ai danni di congiunti entra in gioco l’esimente di cui all’art.649 con conseguente non punibilità nel caso di : coniuge, ascendente, o discendente, fratello o sorella che convivano con la vittima del reato.
Mentre è richiesta una espressa manifestazione di volontà nei confronti del coniuge legalmente separato o nei confronti dei fratelli non conviventi.
Quando l’atto compiuto sia un contratto la giurisprudenza ritiene che esso debba considerarsi radicalmente nullo poiché contrario a norme imperative ex art 1418 c.c. (Cass 28/04/2017 N°10609).
Rapporti tra incapacità naturale e circonvenzione d’incapaci
L’ipotesi di annullamento del contratto ex art 428 c.c. e la fattispecie di reato prevista dall’art. 643 c.p. hanno presupposti differenti. A tal punto che il giudicato formatosi sull’insussistenza dell’incapacità naturale ex art 428 c.c. è inopponibile nel giudizio volto a far dichiarare la nullità del medesimo contratto per circonvenzione d’incapaci. Infatti l’art 428 c.c. richiede una condizione qualificata di incapacità di intendere e volere mentre ai fini della sussistenza del 643 è sufficiente che il soggetto passivo versi in uno stato di fragilità psichica (Cass 20/0372017 N°7081). Lo stato di infermità o deficienza psichica di cui all’art 643 c.p. è un minus rispetto allo stato d’incapacità d’intendere e di volere di cui all’art 428 c.c.. La nullità viene giustificata sul presupposto che è contrario a norme imperative e risponde a tutela di esigenze di interesse collettivo trascendenti quelle di mera salvaguardia patrimoniale dei singoli contraenti.
Il giudice civile, pertanto, prima di emettere una declaratoria di nullità del contratto deve valutare incidenter tantum se sussistano i requisiti di cui all’art 643 c.p. sia da un punto di vista oggettivo che soggettivo, rimanendo irrilevante chesia effettivamente scaturito un procedimento penale, valendo anche in questi casi la normale interdipendenza dei processi civili e penale (Cass. penN°13972/2005)
L’esimente penale non pregiudica la configurazione dell’illecito in sede civile che abilita a richiedere la comunque la nullità del contratto.
Allo stesso modo qualora venga mandato assolto l’imputato dal reato di cui all’art 649 c.p. per l’esimente della non punibilità derivante dal rapporto di parentele, essa non ostacola in nessun modo l’eventuale richiesta di nullità del contratto o comunque di risarcimento danno derivante da detto fatto illecito ( Cass.pen N°2327/1994).
Possibilità anche per il Giudice penale di dichiarare il contratto nullo
A mente dell’art 74 c.p.p .nel processo penale il soggetto danneggiato ha il diritto di esercitare l’azione civile per far richiedere le restituzioni o il risarcimento del danno.
Particolarmente significativa si rivela la sentenza della Corte di Cassazione N°27412/2008, ove il Collegio di Legittimità per la prima volta ha affermato un importante principio di diritto in base al quale: Il Giudice penale nel condannare l’imputato alla restituzione in favore della parte civile del bene immobile il cui trasferimento ha costituito l’oggetto della condotta criminosa, può dichiarare la nullità del contratto di compravendita che lo riguarda, salvo che la declaratoria comprometta anche gli interessi di terzi rimasti estranei al processo.
La Corte di Cassazione giunge a tale affermazione di principio valorizzando quanto previsto dal combinato disposto di cui all’art. 74 c.p.p. e 185 c.p. ove è previsto che il danneggiato dal reato possa esercitare l’azione civile nel processo penale sia per le azioni di restituzione sia per le azioni risarcitorie.
Da tale presupposto postula che se è pacifico in giurisprudenza che il Giudice penale possa condannare l’imputato alla restituzione del bene mobile in favore del danneggiato, come nel caso di truffa, non vi è ragione per non poter considerare che il Giudice penale possa condannare l’imputato anche alla restituzione dell’immobile qualora ciò rappresenti conseguenza diretta ed immediata di reato. Il caso sottoposto alla Corte di Cassazione riguardava la circonvenzione d’incapace subita da due anziani coniugi all’indomani della morte del proprio figlio, per opera di un uomo privo di risorse economiche proprie che subdolatamente si era andato sostituendo alle mansioni svolte dal di loro figlio, per profittare dello stato di minorata difesa dei due anziani coniugi.
Secondo la Corte di cassazione il Giudice penale ha cognizione piena per tutte le questioni civili connesse alle domande restitutorie o risarcitorie della medesima parte civile, pertanto per ragioni di economia processuale e qualora tale pronuncia non arrechi pregiudizio a terzi, deve essere adottata direttamente dal Giudice penale. Secondo la Suprema Corte la circostanza che non vi sia una norma ad hoc come quella prevista dall’art 537 c.p.p. che abilita il Giudice penale ha dichiarare la falsità del documento ritenuto falso, dal complesso delle norme si deve ritenere che qualora il Giudice penale sia investito di una domanda di restituzione quale diretta conseguenza di un contratto nulla egli ha il potere di accertare e dichiarare la nullità di tale contratto.
INFEDELTA’ PATRIMONIALE EX ART 2634 C.C.
Unico motivo illecito determinante quale causa di nullità del contratto ex art. 1345 c.c.
Di solito il motivo che ha indotto le parti a contrarre è irrilevante ai fini della validità del contratto, mentre, qualora il motivo sia illecito e sia l’unica ragione che ha indotto le parti a concludere il contratto, assume rilevanza ai fini della verifica della validità del contratto.
Assumono rilevanza i motivi quando diventano motore primario nella conclsuione del contratto.
Potrà assumere peculiare valenza tale caso di nullità del contratto in particolare con riferimento al reato di infedeltà patrimoniale previsto e disciplinato dall’art 2634 del c.c., che punisce gli amministratori, i direttori genrali e i liquidatori di una società che avendo un conflitto d’interesse con la società per la quale operano al fine di procurare a sé o altri un ingiusto profitto o altro vantaggio compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente un danno alla società è punito con la reclusione da 6 mesi a tre anni.
Esempio: L’amministratore della società Alfa stipula un contratto con la società Beta amministrata dalla di lui moglie, di cui anche lui è socio, con il quale cede un importante ramo d’azienda alla società Beta a prezzi irrisori, avendo entrambi gli amministratori quale unico motivo che li ha spinti a contrarre, quello di sottrarre beni alla società Alfa per avvantaggiare la società Beta di proprietà dei due amministratori firmatari. La società Alfa vede come soci al 33,3% del capitale sociale l’amministratore stesso della società Alfa, la di lui moglie, amministratrice della società Beta, e il di lei fratello. L’amministratore della società Alfa gode dell’approvazione della maggioranza dei soci ( lui e la moglie). I soggetti danneggiati, dunque, da tale operazione risulta essere la società Alfa e il socio di minoranza estraneo al coniugio. Tale contratto è stato concluso palesemente in frode dunque al socio di minoranza. Non sussiste nel nostro ordinamento una norma vigente che sancisca in via generale la nullità del contratto in frode ai terzi, i quali sono tutelati soltanto nel caso in cui sussista la possibilità di utilizzare rimedi specifici rispetto al caso concreto. Il terzo infatti potrà agire a sua tutela direttamente soltanto qualora sussistano i presupposti per esperire l’azione di simulazione o l’azione revocatoria.
Contratto di locazione e favoreggiamento della prostituzione.
Sul punto da tempo la Corte di Cassazione è giunta all’approdo ermeneutico circa il fatto che la mera stipula di un contratto di locazione a prezzo di mercato non integra di per sé il delitto di favoreggiamento, anche laddove il proprietario sia consapevole che all’interno di tale immobile la conduttrice vi eserciterà il meretricio in via del tutto autonoma e per proprio conto.
Viceversa dalle parole della Corte di Cassazione ( Cass. Sez III 18 dicembre 2017 N°56282) si evince che la stipula di un contratto di locazione può essere sussunta nell’alveo della fattispecie di favoreggiamento della prestazione tutte le volte in cui la locazione sia stata posta in essere in ragione dell’unico motivo illecito, determinante e comune ad entrambe le parti, ovvero quello di svolgere ivi in via esclusiva l’attività di meretricio, avendo quale unico esigenza da soddisfare con il godimento di detto bene quello di svolgere detta attività, senza che si accompagni a tale interesse anche quello legato alle esigenze abitative della conduttrice. Nel caso sottoposto alla Corte di cassazione, infatti, la donna non abitava stabilmente nell’immobile ad essa locata, e pagava il canone non con ratei mensili ma in base alle giornate effettivamente utilizzate per compiere detta attività con ciò escludendo qualsivoglia interesse, motivo o scopo diverso della locazione rispetto a quello di esercitare l’attività di prostituzione. Tale contratto pertanto amente dell’art. 1345 c.c. deve considerarsi radicalmente nullo.
Reato principe, quanto a casistitica, che accompagna la figura del contratto sicuramente è la truffa.
Art 1427 c.c. Il contraente, il cui consenso fu carpito con dolo può chiedere l’annullamento del contratto.
Per consenso carpito con dolo si intende a mente dell’art. 1439 c.c. quando i raggiri usati da uno dei contraenti siano stati tali che senza di essi, l’altra parte non avrebbe prestato il consenso. Il dolo per espressa previsione normativa di cui all’art.1439 è causa di annullamento del contratto, per cui ritornando alla fattispecie sopra delineata pur essendo tale contratto contrario a norme imperative perché in contrasto con la norma cogente di cui all’art.640 c.p., non deve considerarsi nullo ma annullabile poiché essendo previsto espressamente un rimedio giuridico tipico avverso tale tipologia di contratti, ovvero l’annullamento non si può ricorrere alla figura residuale della nullità di cui all’art.1418 c.c. Infatti in base ai dettami della giurisprudenza vi è una sostanziale identità degli elementi di artifizio e raggiri previsti tanto nell’art. 1439 c.c. quanto nell’art.640 c.p.
CASISTICA PROFESSIONISTA AVVOCATO
E così è stato ritenuto responsabile di truffa, il professionista che con artifici e raggiri lasciava credere al proprio cliente di aver svolto l’attività per cui era stato retribuito, inducendolo in errore circa la corretta e diligente esecuzione dell’attività professionale sino ad allora svolta, e di conseguenza ottenendo ulteriori retribuzioni, rinnovi di mandati professionali che altrimenti non avrebbe ottenuto. Ingiusto profitto da individuare nel rinnovo dei mandati e nel percezione della retribuzione ( Cass. Sez II, 11/11/2014 N°49472).
Viceversa è stata esclusa la sussistenza della truffa nella condotta dell’avvocato che si faccia dare un’anticipazione sugli onorari al momento dell’incarico giudiziale e che poi non dia inizio l contenzioso ponendo in essere successivi raggiri per tacitare le richieste di informazione circa l’andamento della causa e quindi per evitare di dover restituire quando indebitamente percepito, dal momento che la condotta fraudolenta, ai fini dell’integrazione della fattispecie, non può essere successiva alla ricezione dell’ingiusto profitto ( Cass. Sez II, 22 Marzo 2011, N°17106).
Danno. Il danno nella truffa è definito quale terzo evento del reato ( il terzo dopo l’induzione in errore e l’atto di disposizione patrimoniale della vittima).
CONSUMAZIONE .Con particolare riferimento alla truffa contrattuale la consumazione del reato, secondo gli schemi della Corte di Cassazione non può essere vista nel momento in cui la vittima sottoscrive il contratto e assume su di sè l’obbligazione della dato di un bene economico, ma nel momento in cui si realizza l’effettivo conseguimento del bene da parte dell’agente e la definitiva perdita di esso da parte del raggirato, ovvero nel momento di effettivo conseguimento dell’ingiusto profitto ( Cass. Sez. II18 Novembre 2010 N°42958).
Con riferimento al concetto di danno vi è stato un percorso giurisprudenziale di continua dematerializzazione di tale figura tanto che si è giunti ad affermare la sussistenza del reato di truffa anche nel caso in cui il venditore di un immobile omettendo di dichiarare che una parte di essa era abusiva vendeva detto immobile ad un giusto corrispettivo tenuto conto dell’effettiva entità del bene e dei prezzi di mercati mediamente applicati. Infatti secondo la Corte di Cassazione la condotta truffaldina realizza un danno anche nel momento in cui la vittima acquista un bene che altrimenti non avrebbe acquistato ( Cass. Sez II, 8 novembre 2013, N°22003).
Il profitto quale elemento tipico della fattispecie non deve avere necessariamente natura patrimoniale, ben potendo lo stesso consistere nel soddisfacimento di qualsiasi interesse, sia pure soltanto psicologico o morale ( Cass. sez II, 24 Ottobre 2003 N°42790). E’ stata ravvisata la sussistenza del profitto anche nell’ottenimento di una dilazione di pagamento, ovvero il ritardo dell’inizio di azioni esecutive ricuperatore del credito al fronte dell’esibizione di polizza fideiussorie prive di qualsiasi valore ( Cass. sez II, 8 Novembre 2011, N°5572).
Il profitto deve comunque essere ingiusto. Ingiustizia della condotta e del profitto. farsi pagare dunque un credito liquido e esigibile . Così non ricorre il reato di truffa il ricorso alla frode per farsi pagare un credito liquido ed esigibile o per ottenere la prestazione comunque riconosciuta dal diritto, sia pure in via indiretta come per le obbligazioni naturali (Cass. 7 Novembre 1991, Cerciello).
Quanto al dolo la truffa richiede che esso sia precedente o concomitante alla condotta, mentre il dolo successivo non potrà configurarsi idoneo alla configurazione del reato.
Prevede anche il dolo eventuale. E sufficiente il dolo generico avente ad oggetto gli elementi costitutivi del reato ( inganno, profitto, danno).
ESTORSIONE CONTRATTUALE
ANNULLABILITA’
Nel caso in cui il consenso di una parte alla stipula di un contratto sia ottenuto con violenza, ci si chiede se il contratto sia nullo ex art 1418 c.c. o se viceversa sia annullabile ex art 1427 c.c.
In primo luogo la violenza esercitata deve essere causalmente diretta ad estorcere illecitamente il consenso dell’altra parte che altrimenti non avrebbe concluso il contratto o lo avrebbe concluso a condizioni diverse
Quando il consenso è estorto con violenza o con minaccia il contratto è annullabile ex art 1427 cc, 1434 e 1435 c.c.. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato anche in questo caso come la nullità ex art 1418 abbia un’applicazione residuale tutte le volte in cui la patologia invalidante il contratto non possa essere sussunta all’interno di una fattispecie tipica. Così il contratto concluso in quanto il consenso è stato estorto con violenza è annullabile piuttosto che nullo (Cass. 14.12.2010 N°25222).
Dopo aver analizzato i vizi genetici del contratto, passiamo alla trattazione del malfunzionamento del sinallagma contrattuale. Intendendo con mal funzionamento tutte le modalità attuative dell’adempimento delle prestazioni contrattuali che si discostano dalla previsione contrattuale.
AL FRONTE DELL’ INADEMPIMENTO CONTRATTUALE ALTRUI
La domanda di risoluzione del contratto o la richiesta di manutenzione ( ovvero di suo adempimento) rappresentano statisticamente le domande che con maggior frequenza vengono sottoposte all’autorità Giudiziaria per ristabilire gli equilibri tra i corrispettivi diritti lesi dalle vicende del rapporto contrattuale durante l’esecuzione dello stesso.
Azione manutenzione ( adempimento coattivo del contratto)
Azione risoluzione (scioglimento del contratto per fatto e colpa altrui)
Rapporti tra le due azioni:
Le due scelte però non sono esenti da vincoli normativi, infatti, se per un verso è consentito che la parte che agisca per ottenere l’adempimento possa mutare la propria domanda anche in appello, per ottenere la risoluzione del contratto per inadempimento, non è possibile il contrario, sicchè una volta agito in giudizio per ottenere la risoluzione del contratto non potrà tale domanda essere mutata in quale volta a conseguire l’esecuzione coattiva dello stesso. La ragione riposa nel fatto che la richeista di adempimento lascia in vita l’interesse all’esecuzione del contratto e alla sua conservazione, interesse che poi comuqnue può venire meno, mentre in caso di richiesta iniziale di risoluzione del contratto per inadempimento, tale manifestazione di volontà assurge è preclusiva di successivi ripensamenti.
In entrambi i casi è possibile richiedere il risarcimento del danno ma:
in caso di manutenzione essò verra parametrato in ragione del ritardato inadempimento, in quanto la pretesa risarcitoria si affianca alla richiesta di adempimento
in caso di azione di risoluzione del contratto per inadempimento, invece, la pretesa risarcitoria si sostituisce in toto all’originaria prestazione, e in capo a colui al quale l’inadempimento venga addebitato quale causa di risoluzione.
Ulteriore effetto conseguenza della risoluzione del contratto è la restituzione delle prestazioni eseguite in forza del contratto risolto.
La sentenza di risoluzione del contratto ha natura costitutiva e produce effetti di una duplice natura con riguardo alle prestazione da eseguire produce effetto liberatorio con efficacia ex nunc, rispetto, invece, alle prestazioni già eseguite vi è un effetto recuperatorio con efficacia ex tunc, ovvero un obbligo restitutorio di tutto quanto ricevuto nella vigenza del contratto prima che il medesimo venga dichiarato risolto.
Onere della prova: provare la fonte negoziale e allegare l’inadempimento, mentre sarà il contraente convenuto a dove fornire la prova dell’esatto adempimento.
Azione sottoposta a prescrizione decennale.
In caso di impossibilità sopravvenuta ed eccessiva onerosità della medesima prestazione la sentenza di risoluzione del contratto ha natura dichiarativa.
Contro la domanda di risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta la parte convenuta può evitare la risoluzione offrendo la riconduzione ad equità delle prestazioni.
Rapporto tra risoluzione per inadempimento e recesso ex art 1385 c.c.
Rapporto tra risoluzione del contratto e richiesta di risarcimento del danno e diritto di recesso e ritenzione della caparra rx art 1385 c.c.
Alla base della richiesta di risoluzione e di esercizio del recesso ex art 1385 cc vi è un presupposto comune costituito dalla sussistenza dell’inadempimento altrui.
La previsione di un diritto di recesso accompagnato dalla dazione di una caparra confirmatoria è tipico del contratto preliminare nel quale le parti a conferma della serietà dell’impegno provvedono al versamento della somma.
La parte non inadempiente in caso di preliminare con versamento di caparre può alternativamente scegliere di:
recedere dal contratto ritenendo la caparra o pretendendone il versamento del doppio a seconda di quale sia la parte inadempiente;
agire per la risoluzione del contratto e chiedere il risarcimento del danno;
Le due fattispecie sono tra loro assolutamente incompatibile, sia strutturalmente che funzionalmente.
La caparra confirmatoria altro non è che la misura del risarcimento del danno convenzionalmente prestabilito dalle parte in caso d’inadempimento. La caparra penitenziale non presuppone l’inadempimento, non ha nulla a che vedere con una predeterminazione del danno in caso di inadempimento, ma rappresenta il prezzo da pagare per l’esercizio del recesso. Così in termini pratici converrà la scelta della risoluzione del contratto soltanto quando la parte non adempiente abbia subito un danno maggiore rispetto a quello che potrebbe conseguire recedendo dal contratto, ma soprattutto abbia la possibilità di assolvere all’onere probatorio del danno, onere che in nessun caso sussiste qualora si decida di recedere dal contratto ex art 1385c.c..
Mentre la caparra confirmatoria svolge la sua funzione giuridica in favore della parte non inadempiente che scelga di recedere dal contratto ex art 1385 c.c., la caparra penitenziale è semplicemente il prezzo stabilito dalle parti per poter esercitare il diritto di recesso. Il recesso ex art 1385 c.c. potrà dunque essere esercitato soltanto nel caso in cui l’altro contraente sia inadempiente, mentre la caparre penitenziale presuppone che le parti abbiano convenzionalmente riconosciuto un libero diritto di recesso e abbiano preventivamente stabilito “ il prezzo” da pagare per poter esercitare tale diritto. La clausola penale, invece, rappresenae la predeterminazione delle parti del risarcimento del danno in caso di inadempimento di una delle due che potrà conseguire a seguito della richiesta di risoluzione del contratto.
Diffida ad adempiere 1454 c.c. permette di considerare grave, l’inadempimento che non è stato eseguito entro il termine di 15 gg dalla ricezione della diffida a prescindere dalla sua effettiva incidenza rispetto all’equilibrio contrattuale. In questo caso la sentenza è di natura dichiarativa.
Appropriazione indebita Art. 646 c.p.
Appropriazione denaro o cosa mobile altrui. Comportamento verso la cosa come se fosse propria.
La Corte di cassazione è stata più volte chiamata a chiarire se la ritenzione illegittima della caparra possa configurare il reato di appropriazione indebita ex art 1346 c.c.
Come noto il reato di appropriazione indebita può configurarsi qualora il soggetto agente, che ha ricevuto lecitamente il possesso del bene, muti il titolo del possesso atteggiandosi uti dominus ovvero si impossessi della cosa mobile di proprietà altrui.
In base ai dettami della Corte di Cassazione la caparra una volta ricevuta entra nella sfera di disponibilità dell’accipiens e pertanto, in caso di recesso, qualunque ne siano le ragioni non può parlarsi di impossessamento di cosa altrui (Cass pen . ez II, N°5732/1982).
Ne qualora la parte che abbia ricevuto la caparra sia inadempiente e il contratto venga risolto la mancata restituzione non configura la condotta tipica di cui all’art 646.
Con riferimento invece alla illegittima restituzione dell’acconto a seguito della risoluzione del contrattoin seno alla Corte di Cassazione si sono sviluppati due diversi indirizzi.
Appropriazione indebita: qualora il contratto venga risolto deve essere restituito essendo venuto meno il titolo che giustifichi la detenzione e non essendo mail il medesimo confluito direttamente nella proprietà della parte ricevente. ( Cass. Pen Sez. II, N°48136/2013).
Negazione dell’appropriazione indebita: Tale impostazione è stata da ultimo rivista dalla Corte di Cassazione la quale ha stabilito che l’acconto del prezzo relativo ad un preliminare che la parte promissoria acquirente versi al promittente venditore, in ambito penale, non differisce dalla caparra in quanto entrambi non hanno alcun impiego vincolato: di conseguenza, entrando la somma di denaro a far parte del patrimonio dell’accipiens, a carico di costui, nel caso in cui il contratto venga meno tra le parti con conseguenti effetti restitutori, matura solo un obbligo di restituzione che ove non adempiuto integra solo gli estremi civilistici di un inadempimento di natura civilistica.
Un ulteriore fattispecie penale che costruisce la condotta tipica del reato sull’inadempimento contrattuale è l’insolvenza fraudolenta prevista e disciplinata dall’art. 641 c.p.
Trattasi di un delitto che può essere commesso da chiunque, con la specificazione che il soggetto agente può essere soltanto una persona che versi in stato d’insolvenza.
Soggetto passivo del reato è il creditore dell’obbligazione non eseguita.
Presupposto della condotta è lo stato d’insolvenza.
Secondo la Corte di Cassazione chiamata a dirimere una controversia sorta sul punto deve intendersi un’impossibilità attuale, parziale o totale di adempiere la prestazione, ovvero il pagamento.
La condotta tipica consiste nella dissimulazione dello stato d’insolvenza.
DIFFERENZA TRUFFA E INSOLVENZA FRAUDOLENTA
Tradizionalmente si ritiene che questo comportamento valga a distinguere l’insolvenza fraudolenta dalla truffa, poiché in quest’ultima l’artificio o raggiro integra una condotta che è idonea, invece, a simulare uno stato di solvenza.
La truffa è caratterizzata dalla simulazione di circostanza e condizioni non vere, artificiosamente create per indurre altri in errore, mentre nell’insolvenza fraudolenta la frode è ottenuta attraverso la dissimulazione dello stato d’insolvenza.
La truffa sostanzialmente richiede un quid puliris, ovvero un artificio o un raggiro, per indurre in errore l’altra parte contraente, così qualora il soggetto agente finga qualità personali, o comunque ponga in essere artifici o raggiri al fine di persuadere l’altro contraente circa la sua affidabilità economica si verterà nel reato di truffa, mentre qualora la condotta sia limitata alla dissimulazione dello stato d’insolvenza si configurerà il reato d’insolvenza fraudolenta.
Per configurare il reato d’insolvenza fraudolenta non è sufficiente l’aver dissimulato lo stato d’insolvenza ma ciò deve essere fatto con il proposito di non adempiere all’obbligazione su di esso incombente, proposito dunque precostituito rispetto all’assunzione dell’obbligo giuridico di pagamento.
L’obbligazione che può integrare il reato d’insolvenza fraudolenta è solo quella che contempli un dare e non un facere poiché per quest’ultima fattispecie è impossibile ipotizzare uno stato d’insolvenza inteso come impossibilità attuale di adempiere la prestazione.
NOZIONE D’INADEMPIMENTO
Per inadempimento valgono le normali regole civilistiche, per cui ai sensi dell’art.1176 può considerarsi adempiuta anche una prestazione resa da parte di un coobbligato .
Rimane penalmente irrilevante l’inadempimento che non sia fin dall’origine preordinato, quindi anche nel caso di dissimulazione dello stato d’insolvenza qualora l’inadempimento non sia ab origine preordinato l’inadempimento rimarrà confinato nell’alveo di una semplice responsabilità contrattuale di natura civilistica.
La consumazione del reato coincide con l’inadempimento dell’obbligazione assunta.
Il tentativo è giuridicamente incompatibile con la struttura del reato. Il luogo di avvenuta consumazione del reato dovrà essere individuato con il luogo in cui doveva avvenire l’adempimento dell’obbligazione con la consumazione individuata nel momento stesso in cui l’adempimento doveva avvenire in base ai termini contrattuali previsti.
ESIMENTE INSOLVENZA FRAUDOLENTA
Il secondo comma dell’art 641 prevede una causa estintiva del reato, ovvero l’adempimento tardivo dell’obbligazione avvenuto prima della condanna definitiva. Quindi il momento per poter beneficiare della causa speciale di estinzione del reato coincide con il passaggio in giudicato della sentenza di condanna. Adempimento di natura civilistica per cui potrà essere congeniale allo scopo anche l’eventuale adempimento da parte del terzo.
La causa estintiva del reato ha carattere oggettivo, quindi in caso in cui vi siano una pluralità di imputati ciascuno di essi potrà beneficare della causa estintiva a prescindere da chi effettivamente esegua la prestazione.
Reato perseguibile a querela della persona offesa.
Argomento conclusivo azione di rescissione e usura.
Ultime battute finale dedicate all’azione di rescissione del contratto e ai suoi punti di contatto con il reato di usura
L’azione di rescissione è esperibile in due diversi casi:
1)la prima, relegata dalla prassi a mera ipotesi di scuola, riguarda il contratto concluso in stato di pericolo
2) la seconda invece, meritevole di attenzione per i maggiori risvolti pratici riguarda l’azione generale di rescissione per lesione;
Nella relazione illustrativa alla previsione della rescissione del contratto per lesione, si legge chiaramente che nelle intenzioni del legislatore tale azione era stata prevista e disciplinata per combattere il fenomeno dell’usura.
Infatti si riteneva che l’azione di nullità fosse mal calibrata per assicurare tutela a quanti avessero subito gli effetti di un contratto usurario, sul presupposto che essa esponeva l’usurato quale effetto conseguente della declaratoria di nullità del contratto concluso a condizioni usurarie a restituire il capitale ricevuto. Viceversa l’azione di rescissione era ritenuta maggiormente adeguata alla fattispecie poiché essa prevedeva la possibilità di modificare le condizioni di contratto fino a riportarlo ad equità.
La giurisprudenza però nella applicazioni non ha mai dato seguito a tale intenzioni e tutte le volte in cui è stato impugnato un contratto perché contrario alla normativa di cui all’art 644 c.p., anche qualora rientrasse la fattispecie anche all’interno della categoria prevista dall’art.1448 c.c., è stato dichiarato radicalmente nullo.
Contratto rescindibile devono ricorrere simultaneamente:
Stato di bisogno della persona danneggiata;
Approfittamento dell’altro contraente dello stato di bisogno;
Esistenza di una sproporzione tra le due controprestazioni, di misura tale che il valore di una ecceda ulta dimidium il valore dell’altra.
L’azione di rescissione si prescrive in un anno. L’eccezione a differenza di quella di annullamento non è proponibile se l’azione principale è prescritta.
Le differenze fondamentali che sussistono tra un contratto rescindibile e un contratto usurario sono:
L’art. 644 c.p. presuppone quale elemento integrante la fattispecie tipica che il soggetto agente si faccia dare o promettere interessi o altri vantaggi usurari, quindi che ponga in essere un comportamento attivo sulla determinazione della volontà del soggetto offeso dal reato, mentre nella fattispecie civilistica la rescissione del contratto non prevede alcun quid pluris rispetto alla conclsuione del contratto.
Altro elemento che differenzia le due fattispecie riguarda sicuramente l’elemento soggettivo del reato, ove nel reato di usura è richiesta la coscienza e volontà di concludere il contratto con interessi usurari, mentre la fattispecie della rescissione prescinde dalle intenzioni del contraente e riconduce l’azione al dato oggettivo dello squilibrio tra le prestazioni.
Il reato di usura rispetto a dispetto dei presupposti necessari per l’azione di rescissione non presuppone più lo stato di bisogno della persona offesa, quale aspetto tipico del reato, incidendo tale aspetto unicamente sulla configurazione dell’aggravante.
Lo squilibrio previsto dall’azione di rescissione tra le due prestazioni, ovvero la lesione richiesta per poter accedere utilmente all’esercizio di tale azione, deve eccedere di metà della prestazione offerta dall’altro contraente, mentre per la configurazione del reato di usura è sufficiente anche una sproporzione molto più contenuta rispetto a quella prevista dalla disciplina civilistica.
Il reato di usura, infatti, prevede una tipologia c.d. legale che si configura tutte le volte in cui sia applicato un tasso d’interessi superiore al 50% del tasso medio previsto dalla legge. nonchè un’altra tipologia c.d. discrezionale in cui è sufficiente la sproporzionato tra le due prestazioni avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e il tasso medio applicato per operazioni similari.
Il contratto usurario è nullo per illiceità della causa. Configura una fattispecie tipica di reato-contratto.
Rieti, li 08 Giugno 2018
Avv. Cristian Baiocchi

References: Art.100
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 Cass. 
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Art. 1445
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 art. 1345
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 Cass. Sez. 
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 Art. 646
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