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Timestamp: 2019-08-25 00:07:17+00:00

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Diritto processuale (del lavoro) - Giudizio di appello - Rassegna di diritto del lavoro
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Cass. n. 21626/2019
Nel giudizio di appello non sono ammessi nuovi mezzi di prova e tale divieto vale anche per i documenti.
Il giudice d’appello dovrà pertanto vagliare se i documenti che vengono allegati al ricorso oggetto del suo esame siano o meno “nuovi”.
Nondimeno, la formula ampia scelta dal legislatore induce a ritenere che i documenti devono essere nuovi rispetto all’intero processo: ciò significa che non devono essere mai stati prodotti in precedenza; una conferma di tale assunto la Corte la individua nell’inciso dell’art. 345 terzo comma, in cui si ammette la possibilità di produrre documenti in appello qualora la parte dimostri dì non averli potuti produrre nel giudizio dì primo grado.
Deve pertanto ritenersi, secondo le Sezioni Unite, che, documenti prodotti in allegato alla richiesta di decreto ingiuntivo e rimasti a disposizione della controparte (quanto meno) sino alla scadenza del termine per proporre opposizione (in base a quanto disposto dall’art. 638, terzo comma, c.p.c.) e quindi esposti al contraddittorio delle parti, non possono essere qualificati nuovi nei successivi sviluppi del processo.
In particolare, deve ritenersi che un’interpretazione restrittiva che escluda, in caso di giudizio di primo grado bifasico, documenti prodotti nella prima fase e non prodotti ex novo nell’opposizione, comporterebbe una modifica del contenuto della norma non consentita all’interprete.
Cass. n. 7657/2019
Il deposito in appello di documenti non prodotti in prime cure non è oggetto di preclusione assoluta ed «il giudice può ammettere, anche d’ufficio, detti documenti ove li ritenga indispensabili ai fini della decisione, in quanto idonei a superare l’incertezza dei fatti costitutivi dei diritti in contestazione, purché allegati nell’atto introduttivo, seppure implicitamente, e sempre che sussistano significative “piste probatorie” emergenti dai mezzi istruttori, intese come complessivo materiale probatorio, anche documentale, correttamente acquisito agli atti del giudizio di primo grado» (Cass. n. 11845/2018).
L’acquisizione non è, invece, consentita allorquando la stessa sia finalizzata ad ampliare il thema probandum in relazione a fatti non allegati nel giudizio di primo grado e non oggetto in quella sede di contraddittorio fra le parti ( cfr. fra le tante Cass. n. 9226/2018; Cass. n. 23652/2016).
Cass. n. 1376/2019
La produzione o l’acquisizione di un contratto collettivo o di un accordo aziendale è ammissibile in grado di appello, non configurando tale documento un prova costituenda ai sensi dell’art. 437 comma 2 c. p.c., sempre che non costituisca un’eccezione in senso proprio (la cui proponibilità è vietata dall’art. 432 comma 2) e quindi riservata alla sola disponibilità della parte (cfr. Cass. Cass. n.15653/2010).
Ed infatti come anche recentemente ribadito da questa corte (Cass.n. 1760/2018) il contratto collettivo di diritto comune quale fonte contrattuale del rapporto di lavoro, integra un elemento del fatto costitutivo del diritto che la parte attrice ha l’onere di allegare nel processo; ne consegue che l’allegazione, solamente in grado di appello, della violazione di una norma del contratto collettivo, di cui in primo grado non sia stata tempestivamente dedotta l’esistenza ed il contenuto, è inammissibile in quanto introduce un nuovo elemento di fatto ed una nuova “causa petendi” della domanda.
Cass. n. 9730/2018
Il mancato esercizio, da parte del giudice di appello, del potere discrezionale di invitare le parti a produrre la documentazione mancante o di ammettere una prova testimoniale non può essere sindacato in sede di legittimità, al pari di tutti i provvedimenti istruttori assunti dal giudice ai sensi dell’art. 356 cod. proc. civ., salvo che le ragioni di tale mancato esercizio siano giustificate in modo palesemente incongruo o contraddittorio” (Cass. sez. 3 n. 1754 dell 1 8/2/2012).
MOTIVI DI IMPUGNAZIONE – FORMULAZIONE
Cass. n. 21617/2019
“L’art. 434, primo comma, cod. proc. civ., nel testo introdotto dall’art. 54, comma 1, lettera c) bis del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, in coerenza con il paradigma generale contestualmente introdotto nell’art. 342 cod. proc. civ., non richiede che le deduzioni della parte appellante assumano una determinata forma o ricalchino la decisione appellata con diverso contenuto, ma impone al ricorrente in appello di individuare in modo chiaro ed esauriente il quantum appellatum, circoscrivendo il giudizio di gravame con riferimento agli specifici capi della sentenza impugnata nonché ai passaggi argomentativi che la sorreggono e formulando, sotto il profilo qualitativo, le ragioni di dissenso rispetto al percorso adottato dal primo giudice, sì da esplicitare la idoneità di tali ragioni a determinare le modifiche della decisione censurata” (Cass. n. 2143/2015, già citata in sentenza; conformi: Cass. n. 21336/2017; n. 4136/2019).
Nel medesimo senso Sez. U n. 27199/2017, nell’escludere che l’impugnazione debba utilizzare particolari forme sacramentali od offrire un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado, al fine di adeguarsi al modello legale degli artt. 342 e 434 cod. proc. civ., così come riformulati dalla novella del 2012, ha ribadito come il tratto essenziale dell’appello – in linea con la sua permanente natura di revisio prioris instantiae – sia costituito da “una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice”.
Cass. n. 21293/2019
“Gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo formulato dal d.l. n. 83 del 2012, conv. con modif. dalla I. n. 134 del 2012, vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere, a pena di inammissibilità, una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice, senza che occorra l’utilizzo di particolari forme sacramentali o la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado, tenuto conto della permanente natura di “revisio prioris instantiae” del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata” (Cass. S.U. 27199/2019).
In base al principio di strumentalità delle forme processuali (cfr. anche Cass., S.U., n. 14916 del 2016; n. 13070 del 2018) l’atto di appello deve quindi contenere, ai fini della ammissibilità, la chiara ed inequivoca indicazione delle censure mosse alla pronuncia appellata, sia in punto di ricostruzione del fatto che di valutazione giuridica, con precisazione degli argomenti che si intendono contrapporre a quelli indicati dal primo giudice (cfr. Ord. n. 10916 del 2017); in altri termini, il ricorrente in appello deve “individuare in modo chiaro ed esauriente il “quantum appellatum”, circoscrivendo il giudizio di gravame con riferimento agli specifici capi della sentenza impugnata nonché ai passaggi argomentativi che la sorreggono e formulando, sotto il profilo qualitativo, le ragioni di dissenso rispetto al percorso adottato dal primo giudice, sì da esplicitare la idoneità di tali ragioni a determinare le modifiche della decisione censurata”, (Cass. n. 2143 del 2015).
Cass. n. 5761/2019
La norma, di cui all’art. 434 c.p.c., nel testo introdotto dall’art. 54 c. 1 lett. c) bis del D.1. 22 giugno 2012 n. 83, conv. nella L. 7 agosto 2012 n. 134, in coerenza con il paradigma generale contestualmente introdotto nell’art. 342 c.p.c. non richiede che le deduzioni della parte appellante assumano una determinata forma o ricalchino la decisione appellata con diverso contenuto, ma, in ossequio ad una logica di razionalizzazione delle ragioni dell’impugnazione, impone al ricorrente in appello di individuare in modo chiaro ed esauriente, sotto il profilo della latitudine devolutiva, il quantum appellatum e di circoscrivere l’ambito del giudizio di gravame, con riferimento non solo agli specifici capi della sentenza del Tribunale, ma anche ai passaggi argomentativi che li sorreggono”.
“Sotto il profilo qualitativo, le argomentazioni che vengono formulate devono proporre le ragioni di dissenso rispetto al percorso adottato dal primo Giudice ed esplicitare in che senso tali ragioni siano idonee a determinare le modifiche della statuizione censurata chieste dalla parte” (v. Cass.5.2.2015 n. 2143).
MEZZI DI IMPUGNAZIONE E RITO APPLICABILE
Cass. n. 19666/2019
L’individuazione del mezzo d’impugnazione esperibile contro un provvedimento giurisdizionale va effettuata in base alla qualificazione giuridica del rapporto controverso adottata dal giudice nel provvedimento stesso, a prescindere dalla sua esattezza (Cass. S.U. n. 1914 e n. 3467 del 1994); principio di ultrattività del rito cui è stata data continuità, in tema di impugnazioni, ribadendo che la proposizione dell’appello deve conformarsi alle forme del rito seguito in primo grado (Cass. n. 25553 del 2016; Cass. n. 144 del 2015, Cass. n. 12990 del 2010).
L’individuazione del rito applicabile in appello (rilevante anche ai fini del giudizio sulla tempestività dell’impugnazione: v. Cass.. n. 23052 del 2017) è stata dunque effettuata nella specie dalla Corte territoriale sulla base del dato incontestato che la sentenza di primo grado era stata pronunciata dal giudice del lavoro, indipendentemente dalla circostanza che tale scelta, peraltro attuata dagli stessi ricorrenti con gli atti introduttivi del giudizio, fosse esatta o meno.
SENTENZA DI RIFORMA ED OBBLIGO DI RESTITUZIONE
Cass. n. 14253/2019
La sentenza d’appello che, in riforma quella di primo grado, faccia sorgere il diritto alla restituzione degli importi pagati in esecuzione di questa, non costituisce, in mancanza di un’espressa statuizione di condanna alla ripetizione di dette somme, titolo esecutivo, occorrendo all’uopo che il “solvens” formuli in sede di gravame – per evidenti ragioni di economia processuale ed analogamente a quanto disposto dagli artt. 96, comma 2 e 402, comma 1, c.p.c. – un’apposita domanda in tal senso, ovvero attivi un autonomo giudizio, tenendo conto che, ove si determini in quest’ultimo senso, non gli sarà opponibile il giudicato derivante dalla mancata impugnazione della sentenza per omessa pronuncia, perché la rinuncia implicita alla domanda di cui all’art. 346 c.p.c. ha valore processuale e non anche sostanziale (vedi Cass. 10/7/2018 n.18062).
Si è infatti osservato che in relazione alla domanda – proposta nella fase di gravame – di restituzione delle somme versate in esecuzione della sentenza di primo grado impugnata, il giudice di appello opera quale giudice di primo grado, in quanto detta domanda non poteva essere formulata precedentemente; da tanto consegue che, se il giudice dell’impugnazione omette, in tale qualità, di pronunziarsi sul punto, la parte ha la facoltà alternativa di far valere l’omessa pronunzia con ricorso in cassazione o di riproporre la domanda restitutoria in separato giudizio, senza che la mancata impugnazione della sentenza determini la formazione del giudicato (cfr. Cass. 11/6/2008 n. 15461).
Cass. n. 13657/2019
In ossequio all’obbligo di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, espressione del carattere dispositivo del processo civile, qualora l’appellante chieda accertarsi l’inesistenza del danno liquidato dal giudice di primo grado, ma nulla osservi in ordine al suo ammontare, è viziata da ultrapetizione la sentenza con la quale il giudice del gravame riduca l’ammontare del danno (Cass. n. 18160 del 2012; Cass. n. 9175 del 1998; Cass. n. 4776 del 1980; v. anche Cass. n. 2474 del 1989).
Questa Corte ancora di recente ha statuito: “Se una sentenza di condanna al risarcimento del danno viene impugnata dal soccombente soltanto nella parte in cui se ne afferma sussistere la responsabilità, incorre nel vizio di ultrapetizione il giudice del gravame il quale, senza modificare le statuizioni sulla responsabilità, modifichi la quantificazione del danno” (Cass. n. 25933 del 2018).
Nel caso di specie, in sede di gravame, l’ente appellante, come risulta dai contenuti dell’atto di impugnazione riprodotti nel ricorso per cassazione nonché dalla sintesi dei motivi di appello riportati nella stessa sentenza qui impugnata, aveva censurato due aspetti. Precisamente: a) aveva negato che le riscontrate placche pleuriche fossero una malattia idonea a ledere l’integrità psico-fisica del lavoratore; b) aveva contestato la sussistenza del nesso causale tra esposizione ad amianto e malattia dell’odierno ricorrente.
Dunque non era stato specificamente impugnato il quantum del grado di inabilità permanente e/o temporanea del ricorrente così come valutato dal C.T.U. in primo grado.
La Corte territoriale, quindi, ha esaminato un punto non investito da alcun motivo di gravame: l’entità del danno.
DIRITTO IMPUGNAZIONE
Cass. n. 11778/2019
La consumazione del diritto di impugnazione presuppone l’esistenza – al tempo della proposizione della seconda impugnazione – di una declaratoria di inammissibilità o improcedibilità della precedente.
In mancanza di tale (preesistente) declaratoria, ben è consentita la proposizione di una (altra) impugnazione in sostituzione della precedente viziata, a condizione che il relativo termine non sia decorso (v., tra le tante, Cass. 2 dicembre 1998 n. 12238; Cass. 22 luglio 1999 n. 7896; Cass. 29 ottobre 1999 n. 12149; Cass. 1° settembre 2000 n. 11497; Cass. 27 settembre 2000 n. 12803; Cass. 6 aprile 2001 n. 5173; Cass. 26 giugno 2001 n. 8761; Cass. 15 novembre 2002 n. 16097; Cass. 18 maggio 2005 n. 10388; Cass. 30 marzo 2010 n. 7618 e da ultimo Cass. 3 settembre 2012 n. 14764, richiamata dallo stesso ricorrente, Cass. 22 maggio 2018 n. 12584, Cass. 4 giugno 2018 n. 14214).
Nel rito del lavoro, la violazione del termine non minore di venticinque giorni che, a norma dell’art. 435, comma 3, c.p.c., deve intercorrere tra la data di notificazione dell’atto di appello e quella dell’udienza di discussione, configura un vizio che produce la nullità della notificazione, e ne impone la rinnovazione, solo in difetto di costituzione dell’appellato; il vizio resta invece sanato da detta costituzione, ancorché effettuata al solo scopo di far valere la nullità, salva la possibilità per l’appellato di chiedere, all’atto della costituzione, un rinvio dell’udienza per usufruire dell’intero periodo previsto dalla legge ai fini di un’adeguata difesa (Cass. n. 9735 del 2018; n. 26584 del 2015).
Cass. n. 3482/2019
“Nel rito del lavoro, la violazione del termine non minore di venticinque giorni che, a norma dell’art. 435, comma 3, cod.proc.civ. deve intercorrere tra la data di notifica dell’atto di appello e quella dell’udienza di discussione, non comporta l’improcedibilità dell’impugnazione, come nel caso di omessa o inesistente notificazione, bensì la nullità di quest’ultima, sanabile “ex tunc” per effetto di spontanea costituzione dell’appellato o di rinnovazione, disposta dal giudice ex art. 291 c.p.c.” (cfr. Cass. n. 9404 del 2018 con ampia motivazione in ordine ai consolidati arresti giurisprudenziali sul punto; in senso conforme, Cass. n. 22166 del 2018).
Il dirigente che in primo grado abbia impugnato il licenziamento sotto profili diversi dall’inosservanza della procedura garantistica di cui all’art. 7 della legge n. 300 del 1970 non può dedurre in appello la questione della nullità del recesso per violazione del citato art. 7 in quanto tale ulteriore prospettazione del “petitum”, comportando la deduzione di un’altra e diversa causa “petendi” con l’inserimento di un fatto nuovo a fondamento della pretesa e di un diverso tema di indagine e di decisione, è preclusa dall’art. 437, comma secondo, cod. proc. civ. (cfr. Cass. n. 4614 del 2006).
VIZIO DI NOTIFICAZIONE
Cass. n. 6866/2019
Nel giudizio di appello soggetto al rito del lavoro, il vizio della notificazione omessa o inesistente è assolutamente insanabile e determina la decadenza dell’attività processuale cui l’atto è finalizzato. Cfr. (Cass. lav. n. 20613 del 09/09/2013).
Nelle controversie di lavoro in grado d’appello, la mancata notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza determina l’improcedibilità dell’impugnazione, senza possibilità per il giudice di assegnare un termine perentorio per provvedervi, in quanto tale omissione lede la legittima aspettativa della controparte al consolidamento, entro un termine predefinito e ragionevolmente breve, di un provvedimento giudiziario già emesso, a differenza di quanto avviene nel processo del lavoro di primo grado, dove invece la notifica del ricorso assolve unicamente la funzione di consentire l’instaurazione del contraddittorio (Cass. lav. n. 6159 del 14/03/2018; Cass. lav. n. 17368 del 03/07/2018).
Cass. n. 9735/2018
“Nel rito del lavoro l’appello, pur tempestivamente proposto nel termine previsto dalla legge, è improcedibile ove la notificazione del ricorso depositato e del decreto di fissazione dell’udienza non sia avvenuta, non essendo consentito – alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata imposta dal principio della cosiddetta ragionevole durata del processo ex art. 111 Cost., comma 2 – al giudice di assegnare, ex art. 421 cod. proc. civ., all’appellante un termine perentorio per provvedere ad una nuova notifica a norma dell’art. 291 cod. proc. civ.”.
Detto principio è stato, poi, ribadito da successive pronunce di questa Corte, non solo in materia di lavoro, ma anche in materia di locazioni e perfino nell’ambito dei procedimenti camerali – così Cass. 19 dicembre 2008, n. 29870; Cass. 23 gennaio 2009, n. 1721; Cass. 13 maggio 2010, n. 11600; Cass. 30 aprile 2011, n. 9597; Cass. 15 dicembre 2011, n. 27086; Cass. 9 settembre 2013, n. 20613.
Cass. n. 9404/2018
Con riferimento al giudizio di appello, nel disciplinare la fase di c.d. vocatio in ius, la legge prevede che, depositato il ricorso in appello ed emesso dal giudice il decreto di fissazione dell’udienza di discussione, l’appellante debba procedere alla notificazione entro cinque giorni dalla comunicazione che di tale decreto gli è fatta dalla cancelleria (art. 435, co. 2, c.p c., come da aversi per integrato in esito a Corte Cost. 15 gennaio 1977, n. 15) e che tale notificazione debba assicurare all’appellato, dal momento della efficacia di essa nei suoi confronti, un termine a comparire di venticinque giorni (art. 435, co. 3, c.p.c.). 4.
Premesso che l’impugnazione sia ha per proposta fin dal deposito del ricorso in appello, la giurisprudenza di questa Corte si è consolidata nel senso che l’omessa o giuridicamente inesistente notificazione degli atti introduttivi è motivo di improcedibilità dell’appello (Cass. 28 settembre 2016, n. 19191; Cass. 22 gennaio 2015, n. 1175 e, nella contigua materia locatizia, Cass. 18 gennaio 2017, n. 1218, tutte sulla scia di Cass. SS.UU., 30 luglio 2008, n. 20604), purché l’appellante sia giunto a conoscenza del decreto di fissazione dell’udienza (Cass. 28 settembre 2016, n. 19176) ed a condizione che la predetta inesistenza non derivi da causa non imputabile al ricorrente, nel qual caso opera la regola generale della possibile remissione in termini ai sensi dell’art. 184-bis, c.p.c. (Cass. 22 gennaio 2015, n. 1175, ma anche, in motivazione, Cass. SS.UU., 30 luglio 2008, n. 20604, pur dovendosi tenere conto delle regole fissate anche da Cass., S.U., 15 luglio 2016, n. 14594).
A quest’ultimo proposito, che è quello che rileva nel caso di specie, in cui la notifica non è stata omessa né è inesistente, si è in particolare ritenuto che, a fronte di notificazione eseguita senza il rispetto del termine a comparire il giudice debba disporne la rinnovazione (Cass., VI sez., 19 aprile 2016, n. 10775; Cass. 28 agosto 2013, n. 19818; analogamente, rispetto al rito di cui agli artt. 47 ss. L. 92/2012, Cass., VI sez., 29 dicembre 2016, n. 27395);.
Non diversamente, in relazione sempre al rito di cui alla L. 92/2012 e sul presupposto espresso che esso, avendo natura di appello, resti regolato dalla “disciplina generale dettata per le impugnazioni dal codice di rito”, si è ritenuto che in caso di mancato rispetto del termine a comparire, legittimamente la Corte d’Appello, a fronte della costituzione del reclamato-appellato, dispone la dilazione dell’udienza onde consentire il rispetto dei termini a difesa, in luogo di dichiarare improcedibile il gravame (Cass. 9 novembre 2016, n. 22780).
Cass. n. 6874/2019
La motivazione della sentenza del giudice di appello che contenga espliciti riferimenti alla pronuncia di primo grado, facendone proprie le argomentazioni in punto di diritto, è da ritenersi legittima tutte le volte in cui il giudice del gravame, sia pur sinteticamente, fornisca, comunque, una risposta alle doglianze della parte soccombente formulate nell’atto di appello e nelle conclusioni della parte soccombente, risultando così appagante e corretto il percorso argomentativo desumibile attraverso l’integrazione della parte motiva delle due sentenze (Cass 19/07/2016 n. 14786; Cass. 16/02/2007 n. 3636) mentre deve considerarsi nulla la sentenza di appello motivata per relationem alla sentenza di primo grado, qualora la laconicità della motivazione non consenta di appurare che alla condivisione della decisione di prime cure il giudice d’appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame, previa specifica ed adeguata considerazione delle allegazioni difensive, degli elementi di prova e dei motivi di appello (Cass. 21/09/2017 n. 22022).
DIFETTO DI COMPETENZA
Cass. n. 5627/2019
L’appello proposto davanti ad un giudice diverso, per territorio o per grado, da quello indicato dall’art. 341 cpc, non determina l’inammissibilità dell’impugnazione, ma è idoneo ad instaurare un valido rapporto processuale, suscettibile di proseguire dinanzi al giudice competente attraverso il meccanismo della translatio íudicii (Cass. S.U. n. 18121/2016).

References: Cass. 

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SENTENZA 

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Cass. 
 art. 291
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 art. 7
 Cass. 

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 art. 111
 art. 421
 Cass. 
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