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La concorrenza sleale: le nuove tendenze della giurisprudenza e I problemi del look-alike
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Relazione tenuta al convegno "Il futuro della proprietà intellettuale", Università di Parma, 22 ottobre 2010-Dott. Geremia Casaburi
CONCORRENZA SLEALE E CODICE DELLA PROPRIETA’ INDUSTRIALE
§ 1 premessa
§ 2 a) CPI e concorrenza sleale: incidenza diretta
§ 2 b) Incidenza indiretta del CPI sulla concorrenza sleale: l’enucleazione di “nuovi” diritti di PI non titolati
§ 3 a) La libertà di concorrenza e i diritti di PI: dalla contrapposizione alla omogeneità
§ 3 b) Riferimenti normativi internazionali e comunitari
§ 4) L’impostazione “programmatica” del CPI
§ 5) La omogeneizzazione codicistica di concorrenza sleale e diritti di PI
§ 6) La centralità del processo industrialistico
§ 7) Sviluppi successivi: la novella del 2010
§ 8 a) Concorrenza sleale e libertà di concorrenza: linee evolutive della giurisprudenza di merito….
§ 8 b ) …e di legittimità: il caso delle vendite sottocosto
LA TUTELA DELLA FORMA TRA DISCIPLINA DELLA CONCORRENZA SLEALE E DELLE PRIVATIVE INDUSTRIALISTICHE
§ 10) Le plurime fonti di tutela della forma del prodotto
§ 11 a) Imitazione servile: i caratteri nella giurisprudenza più recente
§ 11 b) continua: la confondibilità
§ 12) Concorrenza sleale e marchi: interferenza e concorso di tutele
§ 13 a ) L’ambiguità della giurisprudenza in tema di c.s. : due vicende emblematiche.
§ 13 b) continua: il caso Ferrari
§ 13 a) Modelli , diritto d’autore, concorrenza sleale e sovraccarico di tutela: un caso veneziano
§ 13 b) segue: una ulteriore ricognizione giurisprudenziale
LOOK ALIKE: UNA NUOVA RICOGNIZIONE
§ 14 a) il l.a. come fenomeno economico
§ 14 b) I l.a. nel sistema giuridico angloamericano
§ 15 ) Il ruolo delle confezioni e degli involucri
§ 16) Il l.a. in Italia come fenomeno anticoncorrenziale
§ 17 ) L’applicazione della disciplina della concorrenza sleale
§ 18 a ) Il giudizio di confusione con riferimento ai l.a.
§ 18 b) Continua: il giudizio di confusione tra contesto d’uso e standardizzazione
§ 19) I l.a. con indicazione del marchio
§ 20) l.a. ed imitazioni non confusorie
§ 21 a) Casistica giurisprudenziale: il caso Gran Turchese
§ 21 b) ulteriori provvedimenti sui l.a.
Questo lavoro si propone l’obiettivo di fare il punto (essenzialmente) sulla giurisprudenza degli ultimi anni, successiva al Codice della proprietà industriale (d’ora in avanti: CPI) in tema di concorrenza sleale (d’ora in avanti: c.s.), con particolare riguardo alla tutela della forma e del confezionamento dei prodotti: da qui anche il richiamo, fin dal titolo, al fenomeno del look alike (d’ora in avanti: l.a.).
Il Codice della proprietà industriale- il testo originario come le novellazioni successive, compresa l’ultima e fondamentale, di cui al D.lgs 131\2010- non si occupa della c.s.
L’art. 2598 c.c. è rimasto formalmente immutato, nell’originario testo del 1942.
Nondimeno il Codice ha inciso profondamente sulle molteplici disposizioni di tale cruciale disposizione, direttamente ed indirettamente, venendone a sua volta condizionato, nei termini che si dirà: la c.s. , in definitiva, ha costituito, per il legislatore del 2005 (ma anche del 2010) una sorta di ineludibile convitato di pietra.
Direttamente riferito alla c.s. è l’art. 134 Cod., che riconduce alla competenza delle sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale pressoché tutte le fattispecie di concorrenza sleale, con la sola esclusione di quelle – marginalissime e di difficile configurazione “che non interferiscono neppure indirettamente con l’esercizio dei diritti di proprietà industriale”- [1] (così ampliando la previsione dell’art. 3 D.lgs 168\2003, istitutivo delle sezioni specializzate medesime).
Quanto al diritto sostanziale, un riferimento sicuro, pur se ellittico, alla c.s. è contenuto nell’art. 21.1 Cod. che (riprendendo l’art. 1 bis. l. marchi) consente il c.d. “uso atipico” del marchio altrui, purchè conforme alla correttezza professionale; la previsione è stata anzi riscritta e generalizzata ad ogni ipotesi di uso atipico (e non più solo con riferimento alla destinazione del prodotto o servizio) dalla novella del 2010.[2]
L’intervento del CPI sulla disciplina della c.s. è stato però soprattutto indiretto: si è realizzato, in primo luogo, con la stessa fondamentalissima enucleazione della categoria dei diritti di proprietà industriale non titolati, la cui disciplina fino ad allora era ampiamente ricondotta proprio alla concorrenza sleale (e tuttora, si noti, le relative fattispecie costitutive- escluso il marchio di fatto- non trovano la propria fonte nel CPI).
Il riferimento è essenzialmente al marchio di fatto, ma anche ai segni geografici (ndicazioni geografiche, denominazioni di origine), di cui agli artt. 29-30 Cod. e alle informazioni segrete, di cui agli artt. 98- 99 Cod,.
La dottrina ha segnalato che le nuove norme non si sono integralmente sostituite alla disciplina della concorrenza slele, che infatti è espressamente tenuta “ferma” per i segni geografici dall’art. 30 e per le informazioni riservate dall’art. 99 cit., norme peraltro entrambe parzialmente novellate nel 2010.[3]
La stessa dottrina ha ancora osservato che la “valorizzazione” codicistica dei segni distintivi diversi dal marchio registrato ha comportato, sul piano dell’oggetto della tutela, l’nvasione “codicistica” dell’ambito di competenza dell’art. 2598 c.c. n. 1
“infatti …le ipotesi confusorie previste da questa norma non possono verificarsi senza la presenza di segni distintivi, e perciò senza l’adozione da parte del concorrente di segni uguali o simili, cioè idonei a produrre confusione con i primi. E precisamente in ciò sta anche la tutela dei medesimi segni prevista dal CPI . Se a ciò si aggiunge che al riguardo non è prevista alcuna esplicita “salvezza” delle norme sulla concorrenza, ci si potrebbe chiedere s l’art. 2598 n,. 1 abbia ancora un senso, o se non debba essere considerato implicitamente abrogato dal codice stesso”.[4]
Una parziale tacita abrogazione dell’art. 2598 c.c. ad opera del Codice, quindi, non può affatto escludersi (ma certo, resta vigente l’art. 10 bis CUP), non rilevando, evidentemente che – al solo fine delle abrogazioni espresse – la norma sulla c.s. non è richiamata dall’art. 246 Cod. (che, infatti, neanche richiama l’art. 3 del D.lgs 168\2003 in tema di competenza delle sezioni p.i.i., invece sicuramente abrogato tacitamente, almeno in parte, dall’art. 134 Cod.).
La “restrizione” della c.s. non va però riferita al solo CPI
Né può trascurarsi che comportamenti già soggetti alla disciplina della concorrenza sleale sono stati attratti, con poca coerenza sistematica, dalla ancora recente normativa in tema di pratiche commerciali scorrette, D.lgs 2 agosto 2007, n. 145 e 146.
In particolare il primo decreto ha novellato la materia della pubblicità ingannevole e comparativa, già disciplinata dal Cod. Consumo, (e in precedenza dal D.lgs 74\1992, che recepiva a sua volta la direttiva 84\450), che evidentemente ricomprende fattispecie riconducibili alla c.s.
In materia di tutela giurisdizionale resta comunque salva, anche con la nuova normativa, la giurisdizione del giudice ordinario in materia di atti di concorrenza sleale (nonché della normativa in materia di diritto d’autore e privative, per quanto concerne la pubblicita' comparativa).
Di grande interesse, in relazione all’oggetto di questo lavoro, sono poi gli artt. 21 e 23 Cod. consumo, novellati dal D.lgs 146\2007, che hanno introdotto fattispecie di pratiche commerciali ingannatorie interferenti, in termini ambigui, con la c.s. confusoria.[5]
Siffatta restrizione delle fattispecie riconducibili alla c.s. si è però accompagnata ad un fenomeno speculare, avvertito con intensità via via maggiore (e non solo dagli autori giuridici): l’estensione dei valori sottesi al principio di libertà di concorrenza (questi sì non estranei all’art. 2598 cit., almeno in linea di principio) ai diritti di proprietà industriale.[6]
La libertà di concorrenza è sempre più e meglio vista anzi come la vera “ stella polare” del sistema industrialistico nel suo complesso: ciò nel senso che l’ordinamento tutela in primo luogo – ed in ogni ambito giuridico- la fisionomia concorrenziale del mercato.
Se così è, allora, le privative di diritto industrale possono trovare accoglienza e tutela se e fino a quando risultino coerenti con il principio guida della libera concorenza; in altri termini le discipline che le riguardano vanno lette in chiave proconcorrenziale.[7]
Lo stesso richiamo alla proprietà, anzi alla disciplina dei diritti reali, che ancora il CPI ha conservato fin dall’intitolazione (ma cfr art. 6, in tema di comunione), è vista con notevole “imbarazzo”, e ci si è affrettati a precisare (dopo la codificazione) che si tratta di proprietà sui generis, con il significato di “esclusiva” ovvero di “diritto asoluto”, un microsistema a sé, che ha ben pochi contatti con la proprietà di diritto civile:
“la formula “proprietà industriale” può essere intesa nel senso di prendere sul serio”, da far valere all’interno del nostro sistema giuridico, con tutta l’attenzione che merita in settori sensibili”.[8]
Il rifiuto della contigurazone proprietaria è stato ripreso di recente, a fronte del “rischio” di estensione ai procedimenti indistrialistici della nuova disciplina sulla mediazione obbligatoria, cfr infra.
Si noti che anche altri in ordinamenti , quale quello francese (ove pure i riferimenti alla proprietà sono frequenti più che nel CPI: il Code de la propriété intellectuelle prevede la proprietà del brevetto) si fa riferimento ad una proprietà solo “simbolica” o anche ai diritti di PI come “diritti di clientela” (nel senso che i diritti di PI pongono il titolare in una posizione preferenziale nelle relazioni con i clienti, che ne ricavano così benefici nella concorrenza economica).[9]
Da qui, evidente, l’affermazione della profonda omogeneità, pur se talora sotterranea, tra diritti di PI e la c.s.: la loro giustapposizione, pur tradizionale e “facilissima”, dato l’elemento di monopolio che caratterizza i primi, è profondamente errata: gli uni e l’altra, infatti, assolvano alla medesima funzione ultima, quella di rendere il mercato più concorrenziale.[10]
Siffatta impostazione trova sempre più spesso riscontro giurisprudenziale; si è così affermato che la repressione della c.s. costitusce una azione che ha senso solo se rapportata alla protezione della PI, di cui costituisce strumento essenziale di tutela, ponendosi – rispetto ad essa – su un piano non diverso. [11]
L’argomento è stato sviluppato, successivamente all’entrata in vigore del D.lgs 168\2003, al fine di ricomprendere la c.s. nell’ambito di competenza delle sezioni specializate p.i.i. , nonostante le limitazioni di cui all’art. 3 D D.lgs cit. e – ora – dello stesso art. 134 Cod. (cfr nota 1).
In termini più strettamente normativi, la richiamata profonda omogeneità tra disciplina dei diritti di PI e concorrenza trova conferma e fondamento già nelle convenzioni internazionali e nel diritto comunitario.
Ivi, nella nozione di proprietà intellettuale (comprensiva, nella nozione universalmente accettata, delle “italiane” proprietà industriale ed intellettuale, quest’ultima riferita al solo diritto d’autore) rientra, anzi, l’intera disciplina della concorrenza sleale.
Così l’art. l’art. 1.2 CUP afferma che “la protezione della proprietà industriale ha per oggetto” anche “la repressione della concorrenza sleale”; d’altro canto, si è correttamente osservato che la nozione di concorrenza sleale rilevante ex art. 1.2 CUP si estende quantomeno a tutte le fattispecie ivi previste dall’art. 10bis della convenzione stessa.
Ancor più rilevante, ai fini che qui interessano, è l’accordo TRIPs., che costituisce la massima espressione di quell’interazione fra la liberazione del commercio mondiale e la protezione mondiale della propriertà determinato, o almeno favorito, dal fenomeno della “globalizzazione” delle economie mondiali[12]
In particolare l’art. 2.2 dei TRIPs stabilisce che
“nessuna disposizione delle parti da I a IV del presente accordo pregiudica gli eventuali obblighi reciproci incombenti ai membri in forza della convenzione di Parigi” e, dunque, la qualificazione come concorrenza sleale di tutte le fattispecie dichiarate tali dalla CUP.
Anche la direttiva 2004/48/CE del parlamento europeo e del consiglio del 29 aprile 2004, sul rispetto dei diritti di proprietà industriale, c.d. direttiva sull’enforcement, adotta una nozione larghissima di proprietà intellettuale (v. considerando 13), comprensiva, conformemente alle fonti vincolanti prima richiamate (l’UE aderisce ai TRIPs) anche della concorrenza sleale.
L’esigenza da un lato di di far emergere la profonda omogeneità tra privative di PI e c.s., dall’altro, e coerentemente, di respingere, come superata, ogni contrapposizione tra diritti di monopolio, posti dalle privative industrialistiche, e principio di libertà/lealtà di concorrenza, costituisce un vero e proprio caposaldo del CPI.
E’ ripudiata, in particolare, l’idea che nella tutela contro la concorrenza sleale abbiano rilevanza interessi diversi ed antagonistici rispetto a quello del titolare del diritto (compreso però l'interesse dei consumatori, cfr infra) e che tale rilevanza possa segnare una distinzione rispetto alla impostazione dominicale della proprietà industriale.
Nell’impostazione originaria del 2005 tanto discendeva dalla struttura stessa del Codice, che “ricostruisce in un quadro nuovo e moderno i nessi sistematici che collegano i molteplici diritti di proprietà industriale”, alla stregua sia di “una più rigorosa impostazione dogmatica dei rapporti intercorrenti fra proprietà industriale e concorrenza sleale, sia (delle) indicazioni che provengono dai TRIP's” (così la Relazione).
Un autore- non estraneo alla redazione del Codice e di quella relazione - ancor più icasticamente, era giunto a configurare, certo problematicamente, la relazione tra proprietà industriale ed intellettuale e tutela della concorrenza in termini di “interfaccia”.
La concorrenzialità del mercato, quindi, non è un valore antagonistico rispetto alle restrizioni derivanti dai diritti esclusivi ma – in una ottica di complementarietà – costituisce
“un vero e proprio fattore interno di definizione non soltanto dello scopo ma anche delle limitazioni da assegnare alle proprietà intellettuali”. [13]
Sotto tale profilo anche il brevetto ha una funzione concorrenziale, come stimolo all’innovazione
Già in precedenza chi scrive aveva rilevato che[14]:
“Gli stessi istituti della proprietà intellettuale, ivi compresi i diritti di privativa, che in quanto tali soddisfano un interesse monopolistico del singolo, sono però anche un mezzo per perseguire uno scopo di interesse generale e di rango costituzionale, di stimolo dell’attività di ricerca: il riferimento è evidentemente all’art. 9 Cost.
Tuttavia la successiva attività di produzione e commercializzazione dei frutti della produzione si colloca in una cornice costituzionale ispirata al principio di libertà di concorrenza: qui il richiamo è al fondamentale art. 41 Cost.
Soprattutto l’interprete deve evitare ogni surrettizia l’attribuzione di funzioni di tutela esclusiva ad altre discipline che in ragione di funzioni diverse possono riferirsi ad oggetti tutelati o tutelabili con il diritto esclusivo, e quindi deve preferire una lettura delle norme in chiave pro concorrenziale, rispetto ad altre letture pur testualmente possibili. In caso contrario vi è il rischio che il diritto industriale, da strumento di innovazione e di sviluppo competitivo, si trasformi in barriera protezionistica in favore delle imprese dominanti”
Stando così le cose, la differenza tra diritti di proprietà industriale e c.s. non è qualitativa, ma “quantitativa”, ed infatti è ricondotta, dalla Relazione cit., alla
“maggiore o minore "oggettività" della protezione” accordata.
Si spiega allora, alla stregua di siffatti parametri di riferimento, come il Codice abbia potuto agevolmente ritagliare – senza alcuno “strappo” – alcune fattispecie dall’ambito di quella norma “quadro” che è l’art. 2598 c.c., dando loro consistenza autonoma di diritti di proprietà industriale e ampliando il novero di questi ultimi, come sopra accennato.
In altri termini, sono stati individuati e “isolati” diritti che, protetti in precedenza con le norme contro la concorrenza sleale, possedevano però un’oggettività sufficiente per essere ricompresi nello schema di quelli di proprietà industriale, al punto che
“non vi è più ragione di distinguere la fonte della tutela e la sua stessa articolazione funzionale”.
La “pietra di paragone” era (ed è) appunto l’oggettività degli istituti, figura per la verità ben poco oggettiva e che può riconoscersi nella completezza della configurazione data agli istituti in questione dall’elaborazione giurisprudenziale.
Il riferimento, come pure già detto, è al marchio di fatto, ai segni geografici, alle informazioni riservate. [15]
I diritti di proprietà industriale costituiscono, quindi, una categoria aperta, suscettibile di evoluzione e di ampliamento, ma anche sostanzialmente omogenea rispetto agli istituti di concorrenza sleale.
Nel testo originario del Codice l’avvicinamento tra diritti di proprietà industriale, titolati o meno, e disciplina della concorrenza sleale trovava però riscontro essenzialmente nel processo industrialistico, attesa la generalizzata applicazione dei medesimi istituti, in primo luogo in tema di competenza delle sezioni specializzate.
Tale omogeneizzazione della tutela processuale è uscita evidentemente rafforzata dalla profonda novellazione delle norme processuali attuata dal D. lg 140\2006 cit., c.d. sull’enforcement, e quindi dalla stessa novellazione del 2010.
La disciplina processuale, unitaria – tendenzialmente – per tutti i diritti di proprietà industriale – costituisce la maggiore smentita della tesi, sostenuta da autorevoli autori all’indomani dell’entrata in vigore del Codice, che questo si sarebbe limitato ad assemblare discipline normative comunque eterogenee.
Non vi è più dubbio alcuno, quindi, sulla piena applicazione degli istituti processuali codicistici ai segni distintivi diversi dal marchio registrato, quali la ditta, o anche il marchio di fatto. [16]
Tanto con ricadute anche di diritto sostanziale, evidentemente non considerate dal legislatore.[17]
La giurisprudenza, tuttavia, mostra ancora esitazioni nell’affermare l’applicazione alle fattispecie di c.s., almeno a quelle rimesse alla competenza delle sezioni p.i.i., degli istituti processuali codicistici.[18]
La questione è di grande rilievo perché, a fronte della specialità e della completezza degli istituti cautelari (specie cautelari e in ambito probatorio) a tutela delle privative, la repressione della c.s. si fonda, essenzialmente, sugli ordinari istituti processualcivilistici
Così ad esempio, mancando misure tipiche, la tutela cautelare inibitoria (e non solo) della c.s. era riconosciuta solo ai sensi dell’art. 700 c.p.c.; la differenza è sostanziale, anche perché il periculum in mora, per quest’ultimo, va accertato con rigore ben maggiore che per quello previsto per le misure cautelari tipiche di diritto industriale.[19]
Né la tutela della c.s. – a fronte della completezza di quella garantita dal CPI ai diritti di PI- è realmente “arricchita” dalla previsione dell’art. 2599 , che prevede l’adozione di “opportuni provvedimenti” per la rimozione degli effetti della condotta illecita.[20]
Chi scrive ha di contro reiteratamente affermato che alle fattispecie di concorrenza sleale di competenza delle sezioni specializzate si applicano integralmente le norme processuali del capo III del Codice, nonostante il frequente riferimento, in tali norme, ai diritti di proprietà industriale.
Tanto è imposto, in primo luogo, da esignze di coerenza sistematica (non si spiegherebbe altrimenti perché , una volta affermata la competenza del giudice specializzato, dovrebbe negarsi, per la sola c.s., oltretutto spesso connessa inestricabilmente a diritti di PI, dovrebbe negarsi l’applicazione degli istituti processuali che a quel giudice fanno capo).
“Vi è però una ulteriore dato da considerare, e di ben maggior rilievo: la profonda omogeneità, in primo luogo sostanziale, della concorrenza sleale con gli istituti disciplinati dal Codice….Da qui – allora – la piena applicazione anche alle fattispecie di concorrenza sleale non “oggettivizzate” , ma di competenza delle sezioni, delle disposizioni processuali del Codice.
Così l’art. 125 Cod., in materia di risarcimento del danno, finisce per sostituire, o comunque integrare, il ben meno analitico art. 2600 c.c.
Soprattutto, per quanto qui interessa, la repressione delle condotte di concorrenza sleale di competenza delle sezioni specializzate potrà essere chiesta e disposta non più ex art. 700 c.p.c. (ovvero – quanto ai sequestri – facendo applicazione delle norme su quello conservativo o giudiziario) ma – come per tutti gli altri diritti di P.I.– secondo le ben più complesse norme degli artt. 128 ss Cod. La innovazione è sostanziale: basta ricordare l’efficacia anche verso i terzi delle misure industrialistiche tipiche della descrizione e del sequestro”.[21]
Altri hanno invece sostenuto che proprio l’art. 134 citt. Distingue ancora tra azioni di c.s. e quelle a tutela delle privative, anche quando le prime sono di competenza delle sezioni specializzate, sicchè quando la scelta dell’attore ricada sulla tutela concorrenziale, gli istituti processuali invocabili saranno solo quelli propri di quest’ultima (pur se, di fatto, gli attori \ iricorrenti imposteranno le domande sotto il profilo della PI, così’ godendo della relativa tutela).[22]
Il riconoscimento della profonda omogeneità tra diritto della concorrenza e diritti di proprietà industriale era destinato ad avere ulteriori ricadute, in prospettiva ben più rilevanti, la cui “evidenziazione” era rimessa, evidentemente, all’opera della giurisprudenza.
Si noti, oltretutto, che – nonostante la codificazione – non si è interrotta la tendenza del legislatore a favorire una tutela sempre più onnicomprensiva e bulimica dei diritti di PI (il riferimento è alle norme norme assurdamente neoprotezionistiche, in tema di made in Italy). [23]
L’”irruzione” dei valori di libertà concorrenziale nell’ambito dei diritti di proprietà industriale, contro ogni tentazione neoprotezionistica, se non francamente corporativistica, ha trovato però conferma e compimento nella novella del 2010, il D.lgs 131\2010, che - come si è felicemente osservato – è passato da una impostazione talora ancora “proprietaria” a un approccio market-oriented
Ai diritti di proprietà industriale si è voluto riconoscere, in estrema sintesi, la massima tutela possibile, senza però che ciò si risolva nella protezione esasperata e corporativa di mere posizioni di privilegio, vere e proprie rendite di posizione: ciò proprio in un’ottica di tutela della libertà di concorrenza, alla base – come fino ad ora essenzialmente solo conclamato – dei diritti di PI.
elenco: dottrina sentenze archivio -> Documenti -> 2010 -> ottobre%202010
ottobre%202010 -> Il rito abbreviato comune a determinate materie nel nuovo codice del processo amministrativo
ottobre%202010 -> Ll negozio giuridico, un palindromo: crepuscolo e rinascita legal store-avv
ottobre%202010 -> Il danno esistenziale da demansionamento nella giurisprudenza post 26972/08 Natalino sapone

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 art. 6
sui generis
 art. 134
 art. 1
 art. 41
 art. 2600
 art. 700