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Timestamp: 2020-06-04 10:35:30+00:00

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Art. 2624 codice civile | La Legge per tutti
Art. 2624 codice civile
ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 27 GENNAIO 2010, N. 39
La continuità normativa tra le ipotesi criminose di cui all'art. 2624 commi 1 e 2 c.c. e la disposizione di cui all'art. 27 comma 2 d.lg. n. 39 del 2010 determina la vigenza ininterrotta delle fattispecie penali incriminatrici. L'attuale vigenza delle disposizioni di cui alle lett. f) e g) dell'art. 25 ter d.lg. n. 231 del 2001 contenenti rinvio mobile ai commi 1 e 2 dell'art. 2624 c.c. non rileva ai fini dell'affermazione della responsabilità dell'ente, posto che la disposizione codicistica è stata espressamente abrogata e dunque non esplica più funzione ermeneutica integrativa dell'art. 25 ter ai fini dell'attribuzione della speciale responsabilità da reato.
Tribunale Roma 22 giugno 2012 n. 1569
Va esclusa la responsabilità da reato dell'ente, in riferimento a fatti di reato concernenti la falsità nelle relazioni e nelle comunicazioni delle società di revisione, dopo l'abrogazione delle norme previste dagli art. 2624 c.c. e 174 bis d.lg. n. 58 del 1998, ad opera del d.lg. n. 39 del 2010, che ha riformulato le ipotesi di reato delle false relazioni nelle società di revisione.
Cassazione penale sez. un. 23 giugno 2011 n. 34476
Il delitto di falsità nelle relazioni e nelle comunicazioni delle società di revisione, già previsto dall'abrogato art. 174 bis d.lg. n. 58 del 1998 ed ora configurato dall'art. 27 d.lg. n. 39 del 2010, non è richiamato nei cataloghi dei reati presupposto della responsabilità da reato degli enti che non menzionano le surrichiamate disposizioni e conseguentemente non può costituire il fondamento della suddetta responsabilità. (In motivazione la corte ha altresì precisato che anche l'analoga fattispecie prevista dall'art. 2624 c.c., norma già inserita nei suddetti cataloghi, non può essere più considerata fonte della menzionata responsabilità atteso che il d.lg. n. 39 del 2010 ha provveduto ad abrogare anche il citato articolo).
Società e consorzi.
In tema di reati societari, non sussiste continuità normativa tra il reato di indebita concessione di prestiti e garanzie ad amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società commerciali (art. 2624 cod. civ.) e il reato di infedeltà patrimoniale (art. 2634 cod. civ., introdotto con il D.Lgs. n. 61 del 2002), in quanto, dall'esame strutturale delle suddette fattispecie incriminatrici, emerge un'irriducibile divergenza degli elementi strutturali. Infatti, mentre il reato di cui al previgente 2624 cod. civ. è delitto di mera condotta e di pericolo presunto, il delitto di cui al vigente art. 2634 è reato di evento, richiedendo la sussistenza di un danno patrimoniale, intenzionalmente arrecato alla società, che deve essere, pertanto, previsto e legato alla condotta da un rapporto di diretta ed immediata causalità. Diverso è, inoltre, l'elemento soggettivo richiesto dalle due fattispecie, dolo specifico per il reato di cui all'art. 2634 cod. civ. e dolo generico per il previgente art. 2624 cod. civ.. Ne deriva che, stante la radicale novità introdotta dall'art. 2634 cod. civ., è applicabile l'art. 2, comma secondo, cod. pen., in forza della sopravvenuta, integrale abrogazione della previgente norma incriminatrice. Annulla senza rinvio, App. Milano, 20 Marzo 2006
Cassazione penale sez. V 20 febbraio 2007 n. 29268
L'art. 2624 c.c. (articolo abrogato dal d.lg. n. 61 del 2002: la normativa di riferimento può rintracciarsi nel nuovo art. 2634 c.c.), ove considera reato (perseguibile d'ufficio) il comportamento dell'amministratore che, agendo quale organo della società, conceda a se stesso un prestito, ovvero costituisca una garanzia in favore del suo creditore personale, si traduce in un inderogabile divieto di porre in essere detti atti, i quali pertanto, se stipulati, esprimono una volontà negoziale "contra legem" e, conseguentemente, sono affetti da nullità, ai sensi dell'art. 1418 comma 1 c.c.
Tribunale Padova 25 febbraio 2002
Non è fondata la q.l.c. dell'art. 8 d.lg. 11 aprile 2002 n. 61, censurato, in riferimento all'art. 3 cost., nella parte in cui non prevede l'abrogazione dell'art. 136 d.lg. 1 settembre 1993 n. 385, norma, quest'ultima, che vieta a chi svolge funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso una banca, di contrarre obbligazioni di qualsiasi natura o compiere atti di compravendita, direttamente o indirettamente, con la banca amministrata, diretta o controllata, se non previa deliberazione dell'organo di amministrazione presa all'unanimità e col voto favorevole di tutti i componenti l'organo di controllo; punendo, altresì, l'inosservanza del divieto con le pene stabilite dall'art. 2624 comma 1 c.c. Premesso che il potere di configurare le ipotesi criminose così come pure di abrogare le singole previsioni punitive rientra nella discrezionalità legislativa, censurabile, in sede di sindacato di costituzionalità, solo nel caso in cui sia esercitata in modo manifestamente irragionevole, la scelta di conservare, in alcuni settori particolarmente "sensibili", quali quello bancario, la previgente disciplina penalistica della materia, strutturata secondo lo schema del reato di mero pericolo, non può ritenersi manifestamente irragionevole ed arbitraria in relazione alla specificità dell'attività bancaria, che per le sue caratteristiche e gli interessi in essa coinvolti rende non irragionevole la previsione di forme specifiche e più intense di protezione penale; come pure, in ragione delle peculiari esigenze di tutela di tale settore, si giustifica l'esistenza di un "corpus" di incriminazioni aggiuntivo rispetto al sistema dei reati societari.
Corte Costituzionale 26 novembre 2004 n. 364

References: Art. 2624
 art. 2624
 art. 174
 art. 2634
 art. 2624
 art. 2634