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Timestamp: 2020-08-12 13:30:56+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 21451 del 15/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21451 del 15/09/2017
Cassazione civile, sez. II, 15/09/2017, (ud. 25/01/2017, dep.15/09/2017), n. 21451
sul ricorso 25726-2013 proposto da:
CIRO MENOTTI 24 INT 2 SC B, presso lo studio dell’avvocato LORETTA
BURELLI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato
P.N., P.A., P.G.,
PI.AN.,difesi dagli avvocati MARZIA GRAFFI, FLAVIANO DE TINA;
avverso la sentenza n. 1676/2012 del TRIBUNALE di UDINE, depositata
il 19/12/2012;
udito l’Avvocato Loretta Burelli che ha chiesto l’accoglimento del
CAPASSO Lucio, che ha chiesto il rigetto del ricorso.
Con atto di citazione in data 11 luglio 2011, C.A., in sede petitoria conveniva in giudizio P.G., P.N., P.A. e Pi.An. per accertare l’inesistenza di una servitù di transito e manovra a favore dei fondi di proprietà dei convenuti e a carico del fondo di proprietà dell’attore, siti nel comune di (OMISSIS). In precedenza, il Tribunale di Udine, con ordinanza del 3 gennaio 2011, aveva accolto il ricorso possessorio dei convenuti, reintegrandoli nel pieno possesso della servitù, ordinando all’attore la rimozione del muro di recinzione e di tutti i materiali e gli ostacoli che avessero impedito o reso più difficile quel possesso. Il provvedimento era stato confermato in sede di reclamo.
Nel giudizio petitorio si costituivano in giudizio i convenuti i quali, dopo una eccezione di improcedibilità che in questa sede non più rileva, nel merito chiedevano il rigetto della domanda e, in via riconvenzionale, l’accertamento dell’esistenza di una servitù di transito pedonale e con ogni mezzo acquistata per usucapione, con conseguente demolizione del muro di recinzione e di ogni altro ostacolo che impedisse o rendesse più difficoltoso l’esercizio del diritto di servitù. A tal fine, in via subordinata, invocavano l’applicazione degli artt. 1051 e 1052 c.c..
Espletata l’attività istruttoria, con sentenza in data 19 dicembre 2012, il Tribunale di Udine rigettava la domanda dell’attore e accertava l’acquisto per usucapione della servitù di transito, pedonale con ogni mezzo, e di manovra a carico del fondo dell’attore in favore dei mappali di proprietà dei convenuti. Ordinava all’attore di cessare la turbativa, demolendo il muro di recinzione e rimuovendo il materiale e gli ostacoli che impedivano o rendevano più difficoltoso l’esercizio del diritto di servitù. Condannava l’attore, inoltre, al pagamento di spese di lite.
Avverso detta sentenza proponeva appello il C..
Si costituivano in giudizio P.G., P.N., P.A. e Pi.An. contestando l’impugnazione. Con ordinanza ex art. 348 bis c.p.c., depositata il 16 luglio 2013, la Corte d’appello di Trieste dichiarava inammissibile l’appello.
Per la cassazione della sentenza del Tribunale ha proposto ricorso il C. sulla base di due motivi e ha depositato memoria.
P.G., P.N., P.A. e Pi.An. resistono con controricorso.
1. – Con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 1061 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e deduce, in particolare, l’erronea applicazione del principio dell’apparenza, il cui presupposto consiste nell’esistenza di segni visibili, permanenti e finalizzati a un’inequivoca destinazione, tutti elementi che, a suo dire non sussisterebbero nel caso di specie. Il ricorrente aggiunge che la pronuncia si fonderebbe su elementi non rilevanti costituiti da alcune tracce di pneumatici – non distinguibili – rappresentate unicamente in quattro fotografie scattate nel medesimo momento. Al contrario, l’indiscussa presenza di materiali posti in corrispondenza del luogo in cui veniva eretto il muro, secondo il ricorrente, non poteva che escludere il requisito dell’apparenza.
1.1 Il ricorrente ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza di primo grado a seguito dell’ordinanza che, ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., ha ritenuto inammissibile l’appello e ha dedotto un vizio di violazione di legge che deriverebbe dalla erronea riconduzione del fatto accertato alla norma denunciata come violata.
Il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, nel provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito che, anche a prescindere dal disposto dell’art. 348 ter c.p.c., comma 4 (che esclude dal novero dei motivi di ricorso quello di omesso esame di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5) è preclusa dalla disposizione del riformato art. 360 c.p.c., n. 5 per la quale la ricostruzione del fatto operata dai giudici del merito è ormai sindacabile in sede di legittimità soltanto ove la motivazione al riguardo sia viziata da vizi giuridici, oppure se manchi del tutto, oppure se sia articolata su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi, oppure obiettivamente incomprensibili (cfr. ex plurimis Cass. 21217/2014.).
Il motivo è dunque infondato sotto il dedotto profilo della violazione dell’art. 1061 c.c. (che esclude l’usucapibilità delle servitù non apparenti) in quanto il giudice di prime cure ha ampiamente motivato in merito all’apparenza della servitù e non sono dedotti, nè risultano elementi dai quali possa evincersi l’omesso esame ex art. 360 c.p.c., n. 5.
In diritto il Tribunale ha fatto applicazione del principio già affermato da questa Corte, che qui si condivide, secondo il quale ai fini della sussistenza del requisito dell’apparenza, richiesto dall’art. 1061 c.c. per l’acquisto delle servitù prediali per usucapione, non occorre necessariamente, in materia di servitù di passaggio, un “opus manu factum” (ossia un tracciato dovuto all’opera dell’uomo), essendo sufficiente anche un sentiero formatosi naturalmente per effetto del calpestio, qualora esso presenti un tracciato tale da denotare la sua funzione – visibile, non equivoca e permanente – di accesso al fondo dominante mediante il fondo servente (Cass. 27/5/2009 n. 12362 e, in precedenza, Cass. 23 febbraio 1987, n. 1912; Cass. 21 maggio 1987, n. 4623; Cass. 29 agosto 1998, n. 8633; Cass. 17 febbraio 2004, n. 2994).
Il tracciato idoneo ad integrare l’apparenza della servitù è stato motivatamente ravvisato nei visibili segni dei pneumatici sulla base della documentazione fotografica, tracciato coerente con le dichiarazioni dei testi (pure richiamate nella sentenza impugnata, insieme alla documentazione fotografica) circa i concreti movimenti, protrattisi (secondo le testimonianze) per ben oltre 20 anni, degli autoveicoli che, muovendo dal fondo dei convenuti, si spostavano verso il fondo attoreo per poi dirigersi in avanti verso il portico e uscire, a sua volta avvalorati dal segno evidente di un’area nella quale si era prodotto un affossamento, attribuito dal giudice al ripetersi del passaggio.
Il Tribunale ha altresì fatto riferimento allo stato dei luoghi richiamando le deduzioni delle parti secondo le quali:
– gli immobili delle parti in causa si affacciavano sulla stessa corte interna, l’accesso alla quale era garantito da due passaggi, uno attraverso un sottoportico prospiciente via San Rocco e l’altro frontistante via (OMISSIS) quest’ultimo realizzato negli anni ‘60 dal padre dei convenuti proprio per creare una secondo uscita più ampia e più comoda a servizio della corte interna (pag. 2 della sentenza impugnata (tesi attorea);
– l’accesso da via (OMISSIS) era inutilizzabile perchè si affacciava sulla via in prossimità di una curva a 90 gradi e perchè era accatastato davanti al cancello materiale vario, di guisa che l’accesso alla Corte da tempo immemorabile era sempre avvenuto attraverso il sottoportico prospiciente via San Rocco (tesi dei convenuti).
Orbene questo sistema di collegamento, unitamente alle tracce evidenti del transito veicolare, confermato dai testi, soddisfa indubitabilmente il requisito dell’apparenza.
La circostanza, pure dedotta in ricorso, che le tracce dei pneumatici non potevano essere attribuite ai Pignolo, è smentita da quanto risulta a pag. 6 della sentenza impugnata, laddove il Tribunale ha ritenuto non fondate le allegazioni dei convenuti confinanti che pretendevano anche la servitù di parcheggio sul rilievo che i testi hanno affermato che i confinanti (e dunque i convenuti) posteggiavano sulla loro proprietà senza sostare sul terreno del vicino, terreno che veniva usato solo per effettuare le operazioni di manovra e con ciò ha confermato l’uso veicolare del terreno per la necessità di effettuare le manovre che lo stesso tribunale descrive a pagina 5 della sentenza impugnata; va aggiunto che il tribunale ha rilevato che il ripetersi del passaggio aveva anche provocato un affossamento del terreno.
In questa sede di legittimità nessun rilievo può assumere la contestazione, da parte del ricorrente, del materiale probatorio costituito dalle fotografie alle quali ha fatto riferimento il Tribunale, contestazione nella quale si ipotizza che le tracce sarebbero state lasciate da macchinari e camion operanti per l’esecuzione di lavori in corso (risultanti dal un cartello con la dicitura “lavori in corso”).
Infatti, la valutazione del materiale probatorio è di competenza del giudice del merito il quale ha fondato la propria valutazione su un complesso di elementi costituiti non solo dal materiale fotografico, ma anche dalla considerazione dello stato dei luoghi e dalle testimonianze.
Egualmente non possono assumere rilievo le testimonianze riportate in ricorso in quanto il Tribunale ha fatto generico riferimento alle dichiarazioni dei testi e pertanto il ricorrente avrebbe dovuto semmai (deducendo la violazione dell’art. 115 c.p.c.) indicare quali erano i testi ammessi ed escussi dal giudice e invece ha riportato dichiarazioni (non si sa se parziali o integrali) di due soli testi, mentre nel controricorso si riportano testimonianze di altri testi idonee a supportare le conclusioni del primo giudice in merito al possesso ultraventennale della servitù di transito pedonale e con ogni mezzo e di manovra (che per sua natura è discontinua), dallo stesso giudice fondate sulle dichiarazioni testimoniali.
In ordine al possesso ultraventennale il Tribunale ha fatto riferimento alle deposizioni dei testi ascoltati nel giudizio petitorio (pag. 5 della sentenza impugnata).
Nella sostanza il ricorrente contesta la valutazione da parte del giudice del merito dell’intero materiale istruttorio, ma tale contestazione è inammissibile in questa sede di legittimità; con riferimento alla dedotta violazione di legge, il motivo è infondato non ravvisandosi un’erronea ricognizione, nel provvedimento impugnato, della fattispecie astratta prevista dalla norma.
2. – Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1065 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Il ricorrente afferma che, siccome il Tribunale ha ritenuto che le tracce di pneumatici che si scorgono nelle fotografie sono idonee a far acquisire una servitù di manovra ai Pignolo, il fondo del C. avrebbe dovuto essere gravato dalla servitù unicamente in corrispondenza dell’esatto tracciato in cui tali segni si ravvisavano. Di conseguenza, l’ordine di demolizione della totalità del muro innalzato è, a suo dire, illegittimo sulla base dei principi che regolano l’esercizio delle servitù; aggiunge che sensi dell’art. 1065 c.c. il contenuto delle servitù acquistate per usucapione va determinato in funzione della sola utilità obiettiva cui sono riferibili gli atti di esercizio nei quali si è realizzato il possesso.
Il Tribunale, contrariamente a quanto sostenuto nel motivo, ha chiaramente individuato la servitù in corrispondenza alle tracce rilevate sulla corte di proprietà dell’odierno ricorrente così che la servitù (di transito – pedonale e con ogni mezzo – e di manovra: v. dispositivo della sentenza) è stata riconosciuta in funzione della necessità di manovra a marcia indietro per poi girarsi e uscire verso il portico e il suo sito è stato individuato, con riferimento alle modalità di esercizio, anche in relazione alle necessità di manovra di mezzi pesanti (v. pag. 5 della sentenza del Tribunale nel riferimento a mezzi di dimensioni superiori alle automobili, quali furgoni, carri, trattori), il che comporta l’attribuzione di una ragionevole elasticità al concetto di corrispondenza.
Quanto all’ordine di demolizione, il Tribunale ha disposto la “rimozione del muro di recinzione costruito nell’anno 2010”. Il Tribunale ha motivato tale decisione osservando che il genere di manovre riferito dai testi e che si protraeva da oltre venti anni “è ovviamente ormai del tutto impossibile per la presenza del muro eretto dall’attore, che rende inagibile per i convenuti un’ampia porzione del cortile e, di riflesso, non solo rende difficoltoso l’accesso ai mezzi di più ampie dimensioni, ma comporta per tutti gli automezzi la necessità di uscire dal portico in retromarcia con i conseguenti disagi nella conduzione del mezzo e con maggiore rischio di incidenti al momento dell’immissione sulla via pubblica”.
Va inoltre precisato che, come risulta dall’ordinanza ex art. 348 bis c.p.c., della Corte di Appello di Trieste, il Tribunale, con la sentenza appellata, “non ha affatto ordinato la demolizione del muro ante 2010, ma solo la demolizione del muro di recinzione costruito nel 2010”.
L’affermazione secondo la quale l’ordine di demolizione dell’intero muro (da intendersi, per quanto sopra, il muro di recinzione costruito nel 2010) sarebbe illegittima, postula un accertamento di fatto, inammissibile in questa sede di legittimità, circa la possibilità di esercitare la servitù di transito con ogni mezzo e di manovra, in contrasto con la valutazione di merito del Tribunale e il motivo, con riferimento alla violazione dell’art. 1065 c.c., è infondato in quanto non sussiste un’erronea ricognizione, nel provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata dalla norma.
3. In conclusione il ricorso deve essere rigettato; le spese di questo giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza del ricorrente.
Il ricorso è stato proposto dopo il 31/1/2013 e pertanto sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 bis.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore dei controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

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 art. 348
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 sentenza 
 art. 360
 Cass. 
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 art. 1
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