Source: http://www.wikispesa.it/RAI:_inefficienze_strutturali,_perdite,_sprechi
Timestamp: 2017-05-27 06:17:55+00:00

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RAI: inefficienze strutturali, perdite, sprechi - WikiSpesa
La RAI − Radiotelevisione italiana S.p.A. − è la società concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia. È una delle più grandi aziende di comunicazione d'Europa, il quinto gruppo televisivo del continente [1].
2 Costi del canone dal 1954 al 2014
5 Lottizzazione
7 Amministrazione inefficiente. Analisi comparata RAI-BBC
8 Sprechi
9 Compensi: censurato il sito che li ha pubblicati
10 Tagli 2014: dopo le proteste, il tradizionale compromesso
11 Bilancio 2014: la relazione della Corte dei Conti
12 Riforma della governance
13 Nomine del Cda e organigramma
14 Gli articoli della riforma
15 2014: ricavi in calo, costi in crescita
16 Canone in bolletta
17 Bilancio 2015
18 Gli “stipendi d’oro” di dirigenti e “parcheggiati”
19 Il superamento del tetto imposto dalla legge n.89 del 2014
Per onorare il contratto di concessione la Rai può contare su un'ampia quota devoluta dallo Stato di un'imposta sugli apparecchi televisivi, il Canone televisivo.
Il canone televisivo o canone RAI è un'imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni televisive nel territorio italiano.
Viene talvolta impropriamente chiamato abbonamento, tuttavia non si tratta di un servizio scelto dai consumatori in un contesto di libero mercato, ma il suo pagamento è imposto per legge, di origine fascista. Si basa infatti su quanto disposto dal regio decreto legge 21 febbraio 1938, n.246 relativo alla Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.78 del 5 aprile 1938). La sua applicazione persiste nonostante l'esito del referendum legittimo e ufficiale del 1995 che ne stabiliva l'abrogazione. La normativa che impone il pagamento non è stata abrogata dal cosiddetto decreto "Taglia-Leggi" (con cui nel marzo 2010 il Ministero della Semplificazione Normativa ha provveduto ad abrogare circa 375.000 leggi[1][2]) poiché è stata inclusa fra le leggi non suscettibili di abrogazione nella detta forma[3].
« Benché all’origine apparisse configurato come corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio [...] ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di prestazione tributaria, fondata sulla legge [...] E se in un primo tempo sembrava prevalere la configurazione del canone come tassa, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è inteso come imposta[5][6] »
Così, definita imposta, la prassi della determinazione di un canone a prezzo unico è stata ritenuta conforme al principio di proporzionalità impositiva, in quanto la detenzione degli apparecchi è essa stessa presupposto della sua riconducibilità a una manifestazione di capacità contributiva adeguata al caso[6].
La Corte di Cassazione ha esplicitato la natura del canone di abbonamento radiotelevisivo:
« Non trova la sua ragione nell'esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente, da un lato, e l'Ente Rai, che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo, dall'altro, ma costituisce una prestazione tributaria, fondata sulla legge, non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio de quo[6] »
Costi del canone dal 1954 al 2014
Il canone RAI è stato argomento ricorrente del dibattito pubblico che vede tradizionalmente opposte la fazione conservatrice del servizio pubblico televisivo finanziato tramite imposta e la parte favorevole all'abrogazione tramite la privatizzazione della RAI, risultata maggioritaria nel voto del referendum del 1995. Tra i quesiti, si chiamavano i cittadini ad esprimersi circa l "abrogazione della norma che definisce pubblica la RAI, in modo da avviarne la privatizzazione."
Quesito: Volete Voi l'abrogazione: a) dell'art. 2, comma 2, della legge 6 agosto 1990, n. 223, recante "Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato", limitatamente alle parole "a totale partecipazione pubblica"; b) dell'art. 1 del decreto legge 19 ottobre 1992, n. 408, convertito, con modificazioni, nella legge 17 dicembre 1992, n. 483, recante "Disposizioni urgenti in materia di pubblicità radiotelevisiva"?
Il referendum ebbe come esito 54,90% di risposte positive e sanciva quindi l'abrogazione della legge. Lottizzazione
Osservatori, commentatori e giornalisti, nonché di forze politiche minoritarie, in primo luogo Radicali Italiani, accusano da anni la RAI di soggiacere al controllo politico (parlamento e governo) e di non essere in grado di assicurare un'informazione indipendente, non condizionata da interessi politici, quindi esercitare la funzione che ne giustifica il finanziamento (in realtà già delegittimato dal referendum 1995). Il servizio risulta di fatto determinato da un processo di lottizzazione, che permette ai gruppi politici più influenti di far valere la propria influenza collocando nei posti chiave persone di fiducia e con orientamento culturale e politico affine.
La lottizzazione divenne evidente con la ripartizione avvenuta durante la Prima Repubblica dopo la riforma del 1975, quando Rai 1 era influenzata dalla Democrazia Cristiana, Rai 2 dal Partito Socialista Italiano e Rai 3 dal Partito Comunista Italiano. La stessa situazione si verificò nei canali radiofonici e relativi giornali radio. In molti paesi europei sono in atto leggi che svincolano almeno parzialmente le emittenti pubbliche dal controllo della politica. La proposta principale che viene avanzata per risolvere questo problema è quella di affidare la Rai totalmente esclusivamente a professionisti del settore, condizione difficilmente realizzabile fin tanto che l'azienda rimarrà pubblica, quindi inevitabilmente controllata dalla politica in modo più o meno diretto. Bilanci
Nel 2011 RAI S.p.A. ha ottenuto 2.82 miliardi di ricavi, di cui:
- 1.70 miliardi da Canoni di abbonamento;
- 0.88 miliardi da Pubblicità;
- 0.23 miliardi da altri ricavi;
Ebitda di 321.8 milioni, Ebit negativo per 23.5 milioni, utili per 39.3 milioni di euro, grazie all'incasso di dividendi da partecipazioni. Investimento finanziario netto per 800 milioni, 16.03 di abbonati paganti, 903 mila abbonati morosi iscritti a ruolo, 10196 dipendenti. Il valore dei programmi capitalizzati sotto forma di immobilizzazioni è pari a 400.5 milioni di euro, debiti commerciali per 799.5 milioni. Il tasso di evasione del canone di abbonamento è pari al 27%, 40.2% di share nelle 24 ore e 41.3% nella fascia di prima serata.
Il gruppo RAI ha ottenuto nel 2011 2.97 miliardi di euro (64% da RAI, 32% da Sipra), 719.7 milioni di Ebitda, 62.8 milioni l'Ebit, 4 milioni di utili. 895 milioni il valore dei programmi capitalizzati sotto forma di immobilizzazioni, indebitamento finanziario netto di 272 milioni.
[RAI S.p.A., Bilancio al 31.12.2011]
-1,74 miliardi da Canoni di abbonamento;
-0,67 miliardi da Pubblicità;
-0,20 miliardi da Altri ricavi;
Fonte: RAI S.p.A., Bilancio al 31.12.2012
Amministrazione inefficiente. Analisi comparata RAI-BBC
La BBC è stata considerata come benchmark per un'analisi comparata con la televisione pubblica italiana. L'azienda presenta una struttura efficiente e il servizio ha raggiunge 330 milioni di famiglie , i canali sono visibili in 1,8 milioni di camere d’ albergo e la percentuale che ritiene i programmi della BBC “molto buoni “ è oltre il 30 percento, la più alta del campione di un’indagine di Inflection Point. RAI e BBC: bilanci
Il gruppo BBC è esattamente il doppio del gruppo RAI in termini di entrate totali, ma ha un costo del lavoro e un numero di dipendenti che sono superiori solo del 40 e 70 percento, rispettivamente. Percentuali simili valgono per le capigruppo.
RAI e BBC: dirigenza
La tabella 3 mostra il numero dei dirigenti nelle capigruppo RAI e BBC. La BBC, con il 50 percento in più di occupati rispetto alla RAI, ha il 20 percento in meno di dirigenti. Relativamente ai giornalisti, su un totale di 1939 giornalisti, ben 324, il 17 percento, ha la qualifica di dirigenti. La BBC pubblica ogni anno la remunerazione e i nominativi di circa 70 tra i maggiori dirigenti. Viene pubblicata inoltre la remunerazione dei dirigenti dell’azienda per fasce sia di 30.000 sterline sia, per ogni divisione dell’azienda, di 5.000 sterline.
La RAI è invece notoriamente restia a pubblicare le remunerazioni dei propri dirigenti, tuttavia, in una audizione alla Commissione di Vigilanza del dicembre 2013, il direttore generale Gubitosi ha fornito il numero di dirigenti della RAI, per fasce di 100.000 euro.
La tabella 4 mette a confronto il numero e gli stipendi dei 444 dirigenti britannici della BBC PSB e dei 622 dirigenti italiani per fasce di 100.000 euro. La BBC non ha stipendi sopra i 500.000 euro e solo tre stipendi tra 400.000 e 500.000 euro. La RAI ne ha quattro e quattro, rispettivamente (in realtà almeno due sono sopra i 600.000 euro). Inoltre la BBC ha una percentuale di stipendi inferiore a 100.000 euro molto maggiore, e una percentuale di stipendi tra i 100.000 e 200.000 euro molto minore. È interessante anche confrontare la remunerazione dei due direttori generali. Tony Hall guadagna 450.000 sterline (492.000 euro). Luigi Gubitosi guadagna 650.000 euro. Si noti anche che il compenso del DG della BBC attuale è diminuito del 32 percento rispetto a quello del DG precedente. Il compenso del DG italiano invece è rimasto invariato.
RAI e BBC: due reazioni opposte alla crisi
L'amministrazione della RAI giustifica le perdite aziendali con due argomenti ricorrenti: l'evasione del canone RAI [2] e il crollo degli introiti pubblicitari. Le due criticità non giustificano però l'incapacità dimostrata dalla società di fronteggiare la progressiva situazione di crisi.
Dal 2002 i proventi pubblicitari sono diminuiti da 1131 a 745 milioni di euro, il 35 percento. Ma questa flessione ha riguardato tutti i media, a cominciare dalla carta stampata, che ha affrontato un impegnativo processo di ristrutturazione. La RAI dal 2002 ha invece aumentato il personale e il costo del lavoro. Il numero dei giornalisti è rimasto identico, nonostante le dirompenti (non molto per la RAI) trasformazioni dell’informazione e il costante declino di spettatori dei telegiornali: il TG1 serale è passato da una media di oltre sei milioni e mezzo di spettatori del 2005 (30,40% di share) a 5 milioni e 241 mila nel 2013 (share 23,07%). Nella BBC, che ha visto invece aumentare continuamente i propri introiti, l’andamento dell’ occupazione totale è stato opposto a quello della RAI: il personale è diminuito costantemente del 22 percento. Nonostante il considerevole aumento di risorse totali, il costo del lavoro è rimasto invariato in termini nominali, ed è quindi sceso in termini reali.
Oltre alle inefficienze strutturali, la società è responsabile di ingenti sprechi che hanno in modo ricorrente destato clamore nell'opinione pubblica, per ultimi quelli relativi al numero e ai costi delle sedi RAI (21 sedi per 24 redazioni).
La sede regionale toscana si trova in prossimità del Lungarno, con gradevole vista sui colli toscani, è una struttura di 18mila metri quadrati, palazzo ad opera dell'architetto Italo Gamberini. Vi lavorano 132 persone, quindi 136,4 metri quadrati a testa. In Sardegna vi sono due sedi Rai, a Cagliari e a Sassari. Nella seconda lavorano sette persone, 1100 metri quadrati a disposizione. La proposta di chiusura è stata scongiurata dall'intervento del senatore pd Silvio Lai, sassarese: "Sassari ha la specificità di essere la provincia più vasta d'Italia spesso interessata a eventi internazionali".
"A Genova la Rai ha sede in un grattacielo di 12 piani ma ne occupa a malapena tre", fu la denuncia della giornalista Rai Milena Gabanelli sul Corriere della Sera. "A cosa servono tutte queste sedi? A produrre tre tg regionali al giorno - scrisse - con prevalenza di servizi sulle sagre, assessori che inaugurano mostre, qualche fatto di cronaca. L'edizione di mezzanotte costa 4 milioni l'anno solo di personale. Perché non cominciare a razionalizzare?". Alla giornalista rispose l'Usigrai: "Le redazioni regionali non producono solo tre tg al giorno, ma tre telegiornali, due giornali radio, gli appuntamenti quotidiani della mattina Buongiorno Regione e Buongiorno Italia, un tg scientifico quotidiano, un settimanale, diverse rubriche quotidiane e settimanali a trasmissione nazionale, cui vanno aggiunti tutti i servizi che ogni giorno vengono prodotti per i tg nazionali".
Per la manutenzione edile degli uffici delle città di Milano, Torino, Roma e Napoli, un bando di gara della Rai ha previsto una spesa triennale di 9 milioni e 590 mila euro, prevedendo un altro bando per le sole pulizie da quasi 36 milioni di euro in quattro anni. Le frequenti trasmigrazioni dei funzionari romani inviati fuori dalla Capitale a dirigere le sedi locali prevedono oltre allo stipendio, 3000 euro al mese l'alloggio e 700 euro a settimana per la trasferta. Gli uffici di corrispondenza dall'estero sono undici, tra le quali Nairobi in Africa e nel 2014 potrebbe riaprire Istanbul. Compensi: censurato il sito che li ha pubblicati
A Sky il costo del lavoro pesa per il 7% dei ricavi, a Mediaset per il 13%, in Rai per il 36%: nella televisione pubblica non solo la quantità del personale il problema, ma anche l'entità delle remunerazioni, spesso fuori mercato. La trasparenza sulle remunerazioni, specialmente di presentatori e star, è stata sempre ridotta, a tal punto che a gennaio 2014 un ricorso d'urgenza della Rai al tribunale di Bologna ha avuto l'obiettivo raggiunto di oscurare il sito RaiWatch.it, che aveva l'obiettivo di denunciare proprio la mancata trasparenza sui compensi Rai pubblicando dati non resi pubblici dalla televisione pubblica. Già il Codacons nell'aprile 2014 inviò un dossier alla Corte dei Conti mettendo evidenziando compensi ritenuti eccessivi per la situazione finanziaria della Rai o persino fuori mercato, che ha portato all'apertura di un'istruttoria da parte dei magistrati contabili sulle preso ribattezzate dalla stampa "spese pazze della Rai". Tagli 2014: dopo le proteste, il tradizionale compromesso
L'Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, ha indetto e poi sospeso (per irregolare vicinanza a un altro sciopero precedentemente fissato per il 18 dello stesso mese) uno sciopero per l'11 giugno 2014, per protestare contro i tagli previsti dal governo. In Commissione Bilancio al Senato è stato confermato il taglio di 150 milioni a carico della tv pubblica, insieme alla possibilità di cedere quote di Raiway e di dismettere Rai World, nonostante le proteste sindacali. Al contempo è stato però ammorbidito il comma sulle sedi regionali: dall’originaria formulazione che cancellava del tutto l’obbligo di una sede in ogni regione previsto dalla legge Gasparri, si è passati ad una formulazione che prevede redazioni e strutture adeguate in ogni regione, lasciando comunque all’azienda libertà organizzativa. La tv pubblica è stata inoltre esclusa dai tagli previsti in generale per le società partecipate. Bilancio 2014: la relazione della Corte dei Conti
Proprio nei giorni appena successivi alla riforma della Rai annunciata dal governo Renzi, la Corte dei Conti ha pubblicato una relazione sul bilancio dell'azienda di Viale Mazzini. La magistratura contabile ha evidenziato la criticità dei debiti verso le banche, l'esigenza di tagliare i costi ed esprimendosi anche sulla qualità dell'offerta, considerata una proposta di contenuti inadeguata per recuperare audience sui canali generalisti, oltre che per competere sul web.
La relazione sulla gestione per l’esercizio 2013 "evidenzia che la Società chiude il bilancio 2013 con un utile di 4,3 milioni di euro contro la perdita di 245,7 milioni di euro del 2012", Anche il conto economico consolidato è risultato positivo, per 5,3 milioni, a fronte della perdita di 244,6 milioni di euro del 31 dicembre 2012.
"La gestione 2013 ha risentito positivamente del venir meno dell’onere per i grandi eventi sportivi che aveva connotato il 2012 (Olimpiadi estive, ndr), ma anche dei risparmi, nei costi operativi ed in quello per il personale, pari, complessivamente, a oltre 60 milioni di euro per il Gruppo ed a circa 50 milioni di euro per la Capogruppo", riconoscono i magistrati. Rimane però preoccupante l'indebitamento: "Rilevante è risultato il volume dei debiti finanziari verso banche, pari, nel 2013, a 442,9 milioni di euro, contro i 371,6 milioni di euro del 2012". La Corte osserva sul punto che "la situazione è da tenere sotto osservazione, anche in considerazione dell’aumento complessivo dei debiti e del loro valore elevato rispetto alla consistenza del patrimonio netto (298,4 milioni)".
Risulta in particolare critico il trend dei debiti nei confronti delle banche: già nel 2012 erano cresciuti di quasi 90 milioni di euro. In quel caso una parte importante era dovuta all'accensione di nuovi finanziamenti, mentre nel 2013 risulta legata al prestito da 50 milioni delle Bei per lo sviluppo delle attività per il digitale e al saldo negativo di contocorrente passato da 76 a 147 milioni di euro.
Pesa il calo generalizzato della pubblicità, mentre il canone sale ma rallenta: "Le entrate derivanti dalla pubblicità (597,6 milioni di euro) evidenziano una flessione di 77,3 milioni di euro (-11,5%) rispetto al 2012, mentre i ricavi derivanti dal canone di abbonamento sono cresciuti nel 2013 di circa 7,9 milioni di euro, aumento, peraltro, inferiore a quello conseguito negli anni immediatamente precedenti (circa 40 milioni di euro nel 2012 e 28 milioni di euro nel 2011). E’ noto che tali ricavi sono notevolmente compromessi dalla dimensione dell’evasione, stimata nell’ordine del 26% circa, superiore per quasi 19 punti percentuali rispetto alla media europea".
La Corte invita infine da un lato al contenimento dei costi di produzione, dall'altro a migliorare la qualità della produzione: "La Corte tenuto anche conto della riduzione delle entrate, ha sottolineato l’esigenza di un contenimento dei costi, e soprattutto di quelli della produzione. Contenimento dei costi da coniugare con un adeguamento della proposta editoriale per il recupero degli ascolti delle reti generaliste e con un più penetrante ingresso in settori del mercato, quali il Web, anche allo scopo di generare nuove opportunità commerciali".
Tra le tabelle della relazione si trova anche quella relativa al Festival di Sanremo, condotto nel 2013 dal tandem Fazio-Littizzetto e che ha portato a 17,6 milioni di costi e ricavi per 16,9 milioni, con un rosso di 700mila euro in miglioramento dai -7,5 milioni del 2011 e dai -4,8 milioni del 2012.
Venerdì 27 marzo 2015 il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge e linee guida sulla riforma della governance Rai: un cda a 7 membri e un ad con poteri rafforzati, questi i punti principali della riforma, che non dovrebbe contenere ulteriori novità rilevanti.
Quattro membri del cda è previsto che saranno eletti dal Parlamento (due dalla Camera e due dal Senato) due dal Tesoro (uno dei quali indicato come Amministratore Delegato e non più come Direttore Generale) e l'altro dai dipendenti Rai. Nella nomina dell'Ad dovrebbe essere coinvolto anche il cda. Uno scontro interno al Partito Democratico rischia però di complicare il percorso parlamentare della riforma. Al Senato, dove il provvedimento è stato incardinato, 11 esponenti della minoranza Pd (primo firmatario Federico Fornaro) hanno presentato una proposta di legge alternativa a quella dell'esecutivo, che propone un modello di governance duale: collegio sindacale e Cda vengono sostituiti da un consiglio di sorveglianza a 11 componenti e da un consiglio di gestione (nominato dal consiglio di sorveglianza) composto da tre membri: un presidente, con i poteri dell'amministratore delegato e da altri due consiglieri. L’opzione scelta da Renzi è caduta invece sul modello di una Rai spa il cui Cda viene nominato direttamente dal Parlamento e dall'esecutivo, a parte un consigliere espressione dei dipendenti della Rai. Rispetto alle prime anticipazioni, in particolare quella su di un amministratore delegato nominato direttamente dall'azionista, sono state apportate delle correzioni, facendolo designare dal Tesoro e nominare poi, a maggioranza, dal Cda di sette membri. Come già avviene per il direttore generale nella legge Gasparri: dovrebbe essere nominato “d'intesa” tra Cda e azionista, ma, nella prassi, è sempre stato indicato dal Governo. Tale correzione, però, sembra non bastare per ottenere il voto favorevole delle opposizioni sul provvedimento, sul quale seguiranno aggiornamenti. Nomine del Cda e organigramma
L'organigramma della Rai riformata (anche se per molti non si è trattato di una vera e propria riforma ma di una ristrutturazione conservativa) dal governo Renzi presenta come nuovo presidente Monica Maggioni, 51 anni, lunga esperienza come giornalista all'interno del servizio pubblico, dal 2013 era direttore di RaiNews.
Il nuovo amministratore delegato è Antonio Campo Dall'Orto, 51 anni, già vicedirettore di Canale 5, poi ad di Mtv, ha lavorato anche a La7 e nelle poste.
I nuovi membri del Cda (diventi sette: 2 di nomina governativa, 2 della Camera, 2 del Senato, uno è il rappresentante dei dipendenti) sono:
- Franco Siddi, 62 anni, ex segretario del Fnsi (sindacato unitario dei giornalisti italiani); - Guelfo Guelfi, 70 anni, membro del team della comunicazione di Matteo Renzi;
- Rita Borioni, 50 anni, autrice e conduttrice tv, storica dell'arte;
- Paolo Messa, 39 anni, editore della testata Formiche;
- Giancarlo Mazzuca, 67 anni, direttore de Il Giorno;
- Arturo Diaconale, 70 anni, presidente del parco nazionale del Gran Sasso;
- Carlo Freccero, 68 anni, ex direttore di diverse testate Rai. [3]
Gli articoli della riforma
L’introduzione della figura dell’amministratore delegato, un cda ridotto e non più eletto dalla Vigilanza, il presidente di garanzia sono i punti salienti della riforma della governance Rai, che può essere sintetizzata analizzando gli articoli che introducono i principali cambiamenti
Articolo 2: i poteri dell'AD
L’AD secondo quanto previsto dall’art.2, è nominato dal Cda su proposta dell’assemblea dei soci (dunque del Tesoro) e resta in carica per tre anni e può essere revocato dallo stesso consiglio. Può nominare i dirigenti, ma per le nomine editoriali deve avere il parere del Cda (che se fornito a maggioranza dei due terzi è vincolante); può firmare contratti fino a 10 milioni e ha massima autonomia sulla gestione economica. In Aula sono stati approvati emendamenti che prevedono per l’AD incompatibilità con cariche di Governo, anche se ricoperte nei dodici mesi precedenti alla data della nomina; specificano che l’AD deve essere nominato tra coloro che non abbiano conflitti di interesse e non cumulino cariche in società concorrenti; prevedono inoltre l’approvazione del piano per la trasparenza e la comunicazione aziendale. In Commissione, a seguito di un emendamento di Forza Italia, è stata introdotta la figura del presidente “di garanzia”, che viene nominato dal Cda tra i suoi membri, ma deve ottenere il parere favorevole della Commissione di Vigilanza con i due terzi dei voti. I componenti del Cda sono sette al posto dei precedenti nove: quattro eletti da Camera e Senato, due nominati dal governo e uno designato dall’assemblea dei dipendenti. In Aula sono stati approvati emendamenti che indicano precisi requisiti di onorabilità per i consiglieri e estendono al personale della Rai, ad eccezione dell’AD, il tetto sulle retribuzioni. Articolo 6: il "super DG" L’articolo 6 è stato sostituito in Aula da un emendamento del Governo, secondo cui le disposizioni sulla nomina del Cda si applicano a decorrere dal primo rinnovo e, in fase di prima applicazione, al direttore generale della Rai, che sarà nominato con la legge Gasparri, sono conferiti i poteri dell’amministratore delegato. Articolo 5: le deleghe al governo L’articolo 5 prevede una delega per il riordino e la semplificazione dell’assetto normativo. In Aula è stata ridotta l’ampiezza della delega con la soppressione del riferimento all’evoluzione tecnologica e di mercato, introdotto in Commissione. L’articolo 4, che conferiva una delega al Governo per revisionare la disciplina del canone entro un anno, è stato soppresso dopo l’approvazione di emendamenti di opposizione e minoranza del Partito Democratico, con il parere contrario di governo e relatore. Articolo 1: il contratto di servizio
L’articolo 1 prolunga a cinque anni la disciplina dei contratti per lo svolgimento del servizio pubblico e potenzia il ruolo del Consiglio dei ministri, che delibera indirizzi prima di ciascun rinnovo del contratto nazionale. Art.3: le norme sugli appalti
L’articolo 3 detta norme sulla responsabilità dei componenti del Cda e prevede la deroga, rispetto all’applicazione del codice dei contratti pubblici, per i contratti aventi per oggetto l’acquisto, lo sviluppo, la produzione o la commercializzazione di programmi radiotelevisivi, e i contratti aventi ad oggetto lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria. 2014: ricavi in calo, costi in crescita
Mentre il dibattito pubblico pone l'attenzione sulle nomine RAI, l'azienda presenta ricavi in calo e costi in crescita registrati durante il 2014 come fa notare un articolo pubblicato dal Sole 24 ore proprio in concomitanza delle nuove nomine [6].
L'azienda presenta ricavi che tendono a decrescere a fronte di costi stabili e secondo l'analisi del quotidiano economico è un'azienda che rischia di scontare una perdita strutturale di bilancio in tutti gli anni “pari”, quelli in cui deve far fronte ai costi supplementari dei grandi eventi sportivi. L'evasione del canone è stimata al 27% delle famiglie, per un mancato introito annuo stimato intorno ai 500 milioni, e da una morosità in crescita nel 2014. La Rai ha incassato 165 milioni in meno dal canone, nello scorso esercizio, tra utenze private, utenze speciali e riscossioni coattive, perdita in gran parte dovuta alla riduzione di 150 milioni decisa dal Governo. La situazione finanziaria è invece migliorata: l’indebitamento è calato a fine anno ed è stato lanciato il prestito obbligazionario per 350 milioni destinato a investitori istituzionali.
Dal 2011 al 2014, l'azienda ha perso quasi trecento milioni di introiti pubblicitari, si ipotizza soprattutto a causa della crisi degli investimenti e delle politiche commerciali che hanno messo in grande difficoltà le altre aziende del settore media. Nel 2014 la pubblicità è infatti scesa a 674,9 milioni rispetto ai 682 milioni del 2013, nonostante la presenza dei Mondiali di calcio, che hanno prodotto un introito supplementare di 64,4 milioni di euro, pari al 9,5% dell’intera raccolta annua.
Il 2014 ha chiuso con utile intorno ai 58 milioni, grazie ai 228 milioni di plusvalenza portati da un’operazione straordinaria quale la quotazione in Borsa del 34,9% del capitale di RaiWay, la società che controlla le reti di trasmissioni e gli impianti. L’esercizio ha subito, invece, la decurtazione di 150 milioni sulle somme da riversare alla Rai da parte del Tesoro relative al canone di abbonamento. Un altro esercizio critico si prevede sarà quello relativo al 2016, il primo a intera responsabilità del nuovo cda, con le Olimpiadi già acquistate ma gli Europei di calcio ancora da acquisire senza però in programma un’altra operazione straordinaria all’orizzonte.
Nel 2014è stato perso, nel giorno medio, l’1,1% di audience, della quale ha mantenuto comunque la leadership.
I tre canali principali della tv pubblica scontano la flessione generalizzata della tv generalista, scesa al 60% di share sul giorno medio (-2,2% sul 2013) e al 64% in prima serata (-2,6% sul 2013). In ultima analisi, nel 2014, la Rai ha avuto ricavi in calo, anche per il prelievo di 150 milioni deciso dal Governo, ma i cui costi operativi crescono leggermente. Il personale in organico cresce, in particolare per gli accordi sindacali sulla stabilizzazione dei precari. Rai capogruppo, a fine 2014, conta 10.754 dipendenti a tempo indeterminato, quattrocento in più rispetto al 2013 mentre 1.175 sono in organico nelle società controllate, per un totale di 11.929 unità.
Il governo Renzi ha provato una prima volta a inserire il canone Rai nella bolletta elettrica dei cittadini in occasione della Legge di Stabilità 2015: "Il canone Rai sarà nella bolletta elettrica dal gennaio 2015", ha annunciato il sottosegretario allo Sviluppo economico, Antonello Giacomelli, ai microfoni della trasmissione radiofonica 24 Mattino di Radio24. Nonostante la dichiarazione sembrasse determinata, l'iniziativa del governo ha avuto breve durata ed è rientrata la sera stessa del 24 novembre. Una volta ripresa dalle agenzie di stampa, la dichiarazione ha suscitato diverse opposizioni che, insieme ai brevi tempi disponibili per attuare l'operazione, hanno convinto il governo a rinviarla all'anno successivo secondo fonti vicine a Palazzo Chigi [7]. Era infatti prevista la presentazione di un emendamento ad hoc al ddl diStabilità, che avrebbe introdotto lo spostamento del canone Rai nel conto delle utenze energetiche , “a prescindere” dalla fruizione dei cittadini: nell'ipotesi rinviata dal governo al 2015 starà all’utente l’onere di dimostrare di non possedere una tv o qualsiasi altro dispositivo, dal computer allo smartphone, da cui si possano vedere i canali Rai.
A prescindere quindi dall'approssimativo tentativo di recuperare risorse in extremis da parte del governo, l'operazione sarebbe stata illegittima a livello giuridico come denunciato da più parti.
"Un'ipotesi impropria" la modalità di riscossione così formulata, secondo il presidente dell’Authority per l’energia e il gas Guido Bortoni: “Nella bolletta c’è già una voce di esazione che riguarda gli oneri generali di sistema”, ha spiegato, ma l’imposta dovuta da chi possiede un apparecchio che riceve il segnale della tv pubblica “non può essere qualificata come di interesse per il consumatore elettrico”.[8]
L'iniziativa ha ricevuto le critiche anche da parte di Assoelettrica, nonché dal Codacons che ha definito “barbarie nei confronti degli utenti” le ipotesi avanzate dal governo e minacciando l’impugnazione di eventuali provvedimenti che avessero riguardato le bollette. “La legge afferma che tale imposta è dovuta da chi possiede un apparecchio adibito alla ricezione di radioaudizioni televisive”, ricorda il presidente Carlo Rienzi, “ma imporre al cittadino l’onere di dimostrare di non avere tali strumenti nella propria abitazione, pena l’addebito diretto in bolletta, appare un atto abnorme che finirà per complicare la vita ai cittadini”. Rienzi ha inoltre chiamato gli uffici, gli esercizi commerciali e gli studi professionali, insieme ad “alberghi, sedi dipartito, circoli, associazioni e istituti religiosi“ che secondo lui costituirebbero il segmento dove “si registra una elevatissima evasione”, invitando il governo a “concentrare la propria attenzione” in quella direzione.
Slc Cgil, Uilcom Uil, Adusbef e Federconsumatori hanno depositato un ricorso al Tar del Lazio contro il prelievo di 150 milioni di euro dal canone di abbonamento deciso dal governo con il decreto Irpef, che si configurerebbe come “una tassa nuova e occulta a carico dei cittadini”. Il canone, spiegano le sigle sindacali e le associazioni dei consumatori, è un'”imposta di scopo (così è stato qualificato dalla Corte Costituzionale) dedicata al finanziamento del servizio pubblico”, e prelevando quella somma “si opera un trasferimento dalla fiscalità speciale a quella generale. Il bilancio dello Stato potrà disporre di 150 milioni di euro da utilizzare a discrezione del governo. I cittadini, tuttavia, hanno pagato il canone per un fine ben preciso: il finanziamento del servizio pubblico, e non per vedersi in sostanza modificata la propria aliquota Irpef, perché è ovvio che se il canone contribuisce alla fiscalità generale, il cittadino non paga più le aliquote conosciute ma una aliquota maggiore, non determinata per legge”.
Secondo Antonio Saitta, giurista e ordinario di Diritto costituzionale che ha assistito sindacati e consumatori nel ricorso, nel prelievo ci sarebbe un “profilo di incostituzionalità, perché la Rai è di competenza del Parlamento e non del governo”. Inoltre per i ricorrenti il Dl 66 del 2014 (il decreto Irpef) presenta “profili di illegittimità” perché “riduce, con effetto retroattivo, le risorse dovute alla Rai senza prevedere una riforma che assicuri l’erogazione degli standard di servizio contenuti nel contratto di servizio 2013-2015, è in assoluto contrasto con l’articolo 77 della Costituzione che consente lo strumento del decreto legge solo nelle ipotesi di ‘straordinaria necessità ed urgenza’ e viola la natura giuridica del canone, garantita dalle norme costituzionali in quanto strumentale al buon funzionamento del servizio pubblico televisivo, il quale ha ‘carattere di preminente interesse generale'”.
L'Istituto Bruno Leoni ha definito il risultato al quale porterebbe l'iniziativa del governo, come un "mostrum giuridico", che rende ancor più insopportabile un'imposta già anacronistica rispetto all’evoluzione delle telecomunicazioni: "Agganciarla al servizio elettrico, la renderebbe un’imposta nascosta all’interno di una tariffa - dunque di una forma di prestazione patrimoniale diversa - che è il corrispettivo di un servizio che con la programmazione della Rai non c’entra nulla. Ciò renderebbe più difficile per il contribuente capire quale sia la somma pagata a titolo di canone Rai e quale pagata per il consumo di elettricità. Sappiamo che lo Statuto del contribuente è come se non ci fosse, ma il principio di trasparenza, che in quella legge dello Stato viene invocato, dovrebbe valere a prescindere dal fatto che i governi ne abbiano sempre fatto carta straccia. Inoltre, l’occultamento del canone e la difficoltà conseguente nell’isolarlo rispetto al resto della bolletta renderebbe definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio ricevente: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone. Una platea diversa e più vasta di quanto hanno una tv. Spetterà al contribuente dimostrare il contrario, sempre che si rammenti che nel pagare la corrente elettrica finanzia anche la Rai. Non è questo il modo con cui si affronta l’evasione di questa imposta, se è tale l’obiettivo che si propone il governo. Questo, piuttosto, è il modo di snaturarla definitivamente. L'obiettivo, chiaro, è quello di aumentare arbitrariamente il gettito ad essa collegato facendolo pagare furtivamente a tutti. "
Escogitare nuove modalità per estendere la base dei contribuenti è sembrato ancora una volta la soluzione più comoda e immediata per il legislatore per gestire i conti della Rai analogamente a quanto avvenuto con l'aumento dell'equo compenso a sostegno della Siae (http://wikispesa.costodellostato.it/SIAE_(Societ%E2%88%9A%E2%80%A0_Italiana_degli_Autori_ed_Editori), tuttavia risorse ben più consistenti sarebbero ottenibili dai tagli degli sprechi strutturali di un'azienda pubblica quale la Rai sempre più inefficiente e incapace di autofinanziarsi monetizzando un servizio ha oltrepassato il perimetro del servizio pubblico di informazione senza modelli di business sostenibili. Nonostante le opposizioni incontrate al primo tentativo il governo Renzi ha rilanciato la proposta a ottobre 2015: «Dal prossimo anno ci sarà una riduzione del canone e diciamo che lo devono pagare tutti: credo che lo strumento che verrà scelto sarà la bolletta». Il primo ministro, intervistato durante la trasmissione "In mezz'ora" ha inoltre dichiarato che «È finito il tempo dei furbi: le tasse le abbassiamo e le pagano tutti e chi è onesto paga meno».
Il bilancio consuntivo del 2015 registra una perdita di 25,6 milioni (nel 2014 era pari a 175,8 milioni di euro), calcolata applicando i principi contabili internazionali. Il rosso del 2015, spiega una nota l'azienda «risulta sostanzialmente in linea con quanto previsto nel budget». I ricavi ammontano a 2,49 miliardi, allineati rispetto al passato esercizio (2,48 nel 2014). Sono costituiti da canoni per 1,6 miliardi, da pubblicità per 658,8 milioni e da altri ricavi per 196,8 milioni.
«Nel 2015 - ha spiegato il direttore generale Antonio Campo Dall'Orto - siamo riusciti a contenere la perdita grazie al controllo dei costi e alla risalita della pubblicità nell'ultimo trimestre, dovuta sia all'aggiustamento al rialzo della politica dei prezzi, sia alla crescita del mercato». Il direttore ha indicato tra gli obiettivi di breve periodo dell’azienda radiotelevisiva l'acquisto dei diritti dei mondiali di calcio del 2018 sullo sfondo di più ampia sfida che «punta a trasformare la Rai in una moderna ed efficiente media company». La Rai «dimostrerà in questo modo di saper svolgere pienamente il proprio ruolo di servizio pubblico, meritando così le risorse messe a disposizione tramite il canone».
Gli “stipendi d’oro” di dirigenti e “parcheggiati”
Nel luglio 2016 la pubblicazione su diversi giornali italiani degli stipendi dei dirigenti superiori ai 200mila euro [11] ha portato a polemiche e discussioni politiche e suscitato un’indignazione diffusa nell’opinione pubblica. È stata criticata non solo l’entità degli emolumenti ma due condizioni in particolare. La prima è quella degli ex dirigenti che non sono più tali ma che percepiscono ancora uno stipendio da dirigente poiché era stato fatto loro un contratto a tempo indeterminato (consuetudine interrotta dalla nuova legge applicata con le recenti nomine, che hanno durata triennale). È il caso per esempio dell’ex direttore del Tg1 e del Tg2 Mauro Mazza; l’ex direttore generale Lorenza Lei (240mila euro), fino ad alcuni casi di noti giornalisti sostanzialmente non utilizzati ma con stipendi ancora molto alti, come Carmen Lasorella e Francesco Pionati.
Alla fine del mese di luglio, i vertici Rai hanno assicurato che presto si troverà una soluzione del problema dei «parcheggiati» senza incarico. Campo Dall’Orto ha dichiarato di aver affrontato 25 casi (con pensionamenti o con soluzioni contrattuali) e che altri 10 verranno esaminati e risolti comunque entro la fine del 2016.
Il superamento del tetto imposto dalla legge n.89 del 2014
La seconda fonte di polemiche è stato invece il superamento del “tetto” agli stipendi dei dirigenti RAI. La legge n. 89 del 2014 approvata durante il governo di Matteo Renzi aveva stabilito a 240mila euro annui il limite massimo «ai compensi degli amministratori con deleghe e alle retribuzioni dei dipendenti delle società controllate delle pubbliche amministrazioni» Dopo l’approvazione della legge l’allora direttore generale Luigi Gubitosi e altri dirigenti Rai adeguarono al ribasso il proprio compenso ma a distanza di pochi giorni la Rai avviò il collocamento di bond per 350 milioni di euro, escludendosi formalmente dai criteri per rientrare nel provvedimento del governo, offrendo così l’occasione ai dirigenti di annullare la riduzione del proprio stipendio. Ciò è potuto accedere in quanto tutte le norme che si sono succedute dal governo Monti (2011) in poi in materia di tetti agli stipendi pubblici hanno sempre escluso le aziende controllate dallo stato che emettono titoli di debito quotati.
Inoltre l’”esonero” della Rai dal “tetto stipendi” è stato giustificato come un tentativo di limitare le criticità di un’azienda che sta sia sul mercato pur essendo di proprietà pubblica (la RAI è controllata quasi interamente dal ministero dell’Economia e delle Finanze) e deve quindi essere competitiva con i privati. Fonti
http://wikispesa.costodellostato.it/Canone_RAI
http://www.rai.it/dl/bilancio2012/ita/dwl/pdf/Bilancio_Rai_2012.pdf
http://www.rai.it/dl/bilancio2011/ita/bilancio/index.htm
http://www.linkiesta.it/riforma-rai
http://www.lavoce.info/wp-content/uploads/2014/06/perche_rai_ebook_lavoce_final.pdf
http://www.lastampa.it/2014/06/03/economia/tagli-alla-rai-pugno-duro-di-camusso-avanti-con-lo-sciopero-se-dl-non-cambia-Bv5HP2irSSq6FvoqKqx23O/pagina.html
http://www.lastampa.it/2014/11/26/economia/ecco-perch-il-canone-in-bolletta-un-monstrum-giuridico-AJZ2g2LcjvfsrG9ODuFPTI/pagina.html
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=15511
http://www.quifinanza.it/8885/foto/il-canone-rai-sara-imposta-pagheranno-tutti-anche-chi-non-ha-tv.html
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/25/legge-stabilita-dietrofront-governo-canone-in-bolletta-improbabile/1232814/
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-03-27/rai-oggi-cdm-disegno-legge-riforma-governance--143930.shtml?uuid=ABGG1TGD
http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/POLITICA/riforma_rai_tempo_stringe_ddl/notizie/1254878.shtml
http://www.huffingtonpost.it/2015/03/17/riforma-rai-no-elezione-camere-congiunte_n_6888002.html
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/18/riforma-rai-ultima-occasione-dopo-non-resta-che-la-privatizzazione/1513595/
http://www.corriere.it/economia/15_ottobre_04/renzi-2016-canone-ridotto-si-paghera-bolletta-113-100-euro-7212a39a-6a96-11e5-b2f1-e50684c95593.shtml http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-05-04/rai-cda-approva-bilancio-2015-perdite-calano-256-milioni-ricavi-249-mld-150226.shtml?uuid=ADmNDT
http://www.ilpost.it/2016/07/25/stipendi-dirigenti-rai/
http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/954547/mamma-rai--ecco-chi-paghiamo-e-quanto-ci-costa.html
http://www.ilgiornale.it/news/politica/i-vertici-rai-trincea-difendono-i-super-stipendi-1290190.html
http://www.corriere.it/politica/16_luglio_25/rai-ecco-lista-stipendi-online-trasparenza-0aae0f7a-52ab-11e6-9335-9746f12b2562.shtml
http://www.huffingtonpost.it/2016/07/26/rai-stipendi-lista-ufficiale_n_11192154.html
http://www.corriere.it/politica/16_luglio_28/i-vertici-rai-vigilanza-stipendi-7d803e12-5439-11e6-bb79-1e466f3b40d8.shtml
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 Articolo 5
e contrario
 Articolo 1
 Art.3