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Timestamp: 2018-03-24 19:57:47+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 19 gennaio 2017, n. 1315 - Licenziamento per giusta causa - Rifiuto svolgimento prestazione - Utilizzo tono minaccioso nei confronti del superiore - Prova dell'insubordinazione - Sanzione espulsiva eccessiva - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 19 gennaio 2017, n. 1315 – Licenziamento per giusta causa – Rifiuto svolgimento prestazione – Utilizzo tono minaccioso nei confronti del superiore – Prova dell’insubordinazione – Sanzione espulsiva eccessiva
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 19 gennaio 2017, n. 1315
Licenziamento per giusta causa – Rifiuto svolgimento prestazione – Utilizzo tono minaccioso nei confronti del superiore – Prova dell’insubordinazione – Sanzione espulsiva eccessiva
La Corte di appello di Napoli con sentenza depositata il 26.11.2013 ha confermato la sentenza del Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi che ha annullato il licenziamento per giusta causa intimato dalla S. s.p.a. con lettera del 11.2.2010 (ricevuta il 16.2.2010) a G.B. per rifiuto di svolgere l’attività ordinata dal Capoturno e per tono minaccioso usato nei confronti del Responsabile dello stabilimento nella giornata lavorativa del 27.1.2010. La Corte di appello, ritenuto di non poter utilizzare le dichiarazioni rese da alcuni dipendenti della società al di fuori del processo in quanto testimonianze inammissibili perché rese senza le garanzie del contraddittorio, ha, in sintesi, osservato, da una parte, che non poteva-ritenersi raggiunta la prova dell’insubordinazione ad un ordine del Capoturno, risultando svolta – dal B. – l’attività ordinata e, dall’altra, che gli elementi istruttori raccolti avevano unicamente dimostrato l’insorgenza di una animata discussione tra B. e il Responsabile di stabilimento, con uso di “toni inurbani” nei confronti del superiore. Ha, pertanto, ritenuto che il comportamento del B. non appariva così grave da meritare la sanzione espulsiva “in quanto non si è realizzato né un inadempimento di tale gravità da minare la fiducia del datore di lavoro nei successivi adempimenti né una grave insubordinazione”.
Per la cassazione di tale sentenza la S. s.p.a. ha proposto ricorso affidato a tre motivi, illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c. Il lavoratore ha resistito con controricorso.
2. Con il primi due motivi di ricorso si deduce, ai sensi dell’art. 360, primo comma, nn. 3 e 5, c.p.c. violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. avendo, la Corte territoriale, trascurato – quali elementi istruttori – le dichiarazioni rese da alcuni dipendenti della società a di fuori del processo e prodotte in giudizio, e ritenute prevalenti le deposizioni dei testi lavoratore (N. e F.) rispetto a quelle rilasciate dai testi della società (M., P., C. e S.), nonché formulato una valutazione priva di riscontri oggettivi, tenuto conto della grave e reiterata insubordinazione del B..
3. Con il terzo motivo di ricorso si deduce, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c. violazione e falsa applicazione degli artt. 2119 c.c. e 3 L. n. 604 del 1966 avendo, la Corte territoriale, trascurato che i reiterati, sprezzanti ed offensivi comportamenti del B. avevano compromesso il vincolo fiduciario e dovevano essere valutati complessivamente, conseguendo, pertanto, altresì l’errore di escludere che il comportamento adottato dal lavoratore non rientrasse nelle fattispecie esemplificative dell’art. 55 c.c.n.I. settore gomma, cavi elettrici ed affini applicato in azienda.
4. Le doglianze esposte possono essere esaminate congiuntamente, attenendo tutte all’elemento soggettivo e al difetto di proporzionalità della sanzione rispetto al fatto contestato, e debbono ritenersi in parte inammissibili e in parte infondate.
5. Inammissibili laddove parte ricorrente sottopone e richiede a questa Suprema Corte un riesame delle circostanze di fatto e delle risultanze istruttorie; laddove (secondo e terzo motivo) denuncia, inoltre, un vizio motivazionale in difetto dei requisiti richiesti dal novellato art. 360, primo comma, n. 5 (trattandosi di sentenza pubblicata dopo ril.9.2012 e ricadendo, pertanto, l’impugnazione sotto la vigenza della modifica apportata dal d.l. 22 giugno 2012, n. 83 convertito con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134).
Non ricorre tale vizio nel caso in esame e la motivazione non è assente o meramente apparente, né gli argomenti addotti a giustificazione dell’apprezzamento fattuale risultano manifestamente illogici o contraddittori. In particolare, la Corte territoriale ha dettagliatamente esaminato le condotte tenute dal B., evidenziando che, in prima battuta, erano presenti solamente alcuni dipendenti (i testimoni S., N. e F.) e, in un secondo momento, sono sopraggiunti gli altri, i quali non hanno assistito direttamente a tutto l’accaduto; ha, rilevato come i testimoni S., N. e F. avevano concordemente riferito che il B. “non sia rimasto inoperoso rispetto alle direttive impartite dal Capoturno” (pag. 6 sentenza) e che, pertanto, l’addebito disciplinare concernente la mancata esecuzione dei travasi non poteva ritenersi integrato. Con riguardo al secondo addebito disciplinare, ossia ai toni offensivi rivolti al Responsabile di stabilimento (M.), la Corte territoriale – a seguito di analitica ricostruzione delle deposizioni rilasciate dai dipendenti presenti all’accaduto – ha evidenziato la divergenza degli elementi istruttori raccolti, che consentivano di ritenere provata “una animata discussione tra B. e M., in cui molto probabilmente il B. usò toni inurbani nei confronti del superiore” (pag. 8 della sentenza); ha, peraltro, aggiunto che – valutato “Il particolare contesto aziendale e la situazione concreta verificatasi” – “verosimilmente, tale reazione è conseguita ad un rimprovero ritenuto eccessivo” e, pertanto, non ricorrevano quei requisiti di gravità da giustificare la sanzione espulsiva (pag. 9 della sentenza). La Corte ha, infine, ricercato – nel contratto collettivo applicato in azienda – un avallo confermativo alle valutazioni effettuate ed ha rilevato che le fattispecie elencate quali ipotesi di licenziamento disciplinare si presentavano assai più complesse e gravi rispetto a quella ricostruita.
Ed invera la Corte ha aggiunto che le dichiarazioni prodotte in giudizio dalla società erano state rese dai lavoratori direttamente alla società ed essendo state “redatte e finalizzate in funzione volutamente probatoria di una tesi di parte” si traducevano in una testimonianza scritta, inammissibile, perché resa senza le garanzie del contraddittorio, ex artt. 244 e ss c.c.
Rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento in favore del controricorrente delle spese di giudizio, liquidate in euro 100,00 per esborsi nonché in euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.
CORTE DI CASSAZIONE sentenza n. 4635 del 9 marzo 2016 – Il patto di prova deve considerarsi invalido ove la suddetta verifica sia già intervenuta, con esito positivo, per le specifiche mansioni in virtù di prestazione resa dallo stesso lavoratore, per un congruo lasso di tempo, a favore del medesimo datore di lavoro

References: Sentenza 
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 art. 378
 art. 360
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