Source: http://www.ambientediritto.it/home/giurisprudenza/corte-di-cassazione-penale-sez3-08022016-sentenza-n4931
Timestamp: 2019-06-18 12:37:48+00:00

Document:
CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez.3^ 08/02/2016 Sentenza n.4931 | AmbienteDiritto.it
CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez.3^ 08/02/2016 (Ud. 07/01/2016) Sentenza n.4931
RIFIUTI - Attivita' di gestione di rifiuti non autorizzata - Reato di cui all'art. 256, c1, lett.a), d.lgs 152/2006 - Esclusione penale della condotta in ragione della occasionalità - Assenza di "attività" - Necessità - CODICE DELL'AMBIENTE - Fattispecie: trasporto ed il conseguente commercio di rifiuti - Artt. 185, 256 e 256-bis d.lgs. n. 152/2006.
Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 256, comma 1, lett. a), d.lgs 152 del 2006, è sufficiente, trattandosi di illecito istantaneo, anche una sola condotta integrante una delle ipotesi alternative tipizzate dalla fattispecie penale, purchè costituisca una "attività" e non sia assolutamente occasionale (Sez. 3, n. 8979 del 2/10/2014, dep. 2015, Cristinzio; Sez. 3, n. 45306 del 17/10/2013, Carlino; Sez. 3, n. 24428 del 25/05/2011,D'Andrea; Sez. 3, n. 21655 del 13/04/2010, Hrustic). In sintesi, la condotta sanzionata dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1 è riferibile a chiunque svolga, in assenza del prescritto titolo abilitativo, una attività rientrante tra quelle assentibili ai sensi degli art. 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 226 del medesimo Decreto, svolta anche di fatto o in modo secondario o consequenziale all'esercizio di una attività primaria diversa che richieda, per il suo esercizio, uno dei titoli abilitativi indicati e che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità (Sez. 3, n. 29992 del 24/06/2014, Lazzaro; Sez. 3, n. 269 del 10/12/2014, dep. 2015, Seferovic). Nella specie, risulta che il trasporto ed il conseguente commercio di rifiuti ferrosi sia stato effettuato in un'unica occasione; tuttavia, tali condotte, lungi dall'essere	connotate da assoluta occasionalità, denotano un minimum di organizzazione, atteso che la raccolta di ben 380 kg. di rifiuti metallici implica una preliminare fase di raggruppamento e cernita dei soli metalli, il trasporto di un tale consistente quantitativo di rifiuti necessita di un apposito veicolo, adeguato e funzionale al contenimento degli stessi, ed il commercio è evidentemente finalizzato all'ottenimento di un profitto.
CODICE DELL'AMBIENTE - RIFIUTI - Reato di cui all'art. 256, c.1, lett.a), d.lgs 152/2006 - Esclusione penale della condotta occasionale - Nozione dell'assoluta "occasionalità" - Nozione di "attività" - Artt. 183, 185, 256 e 256-bis d.lgs. n. 152/2006.
La rilevanza della "assoluta occasionalità" ai fini dell'esclusione della tipicità del reato di cui all'art. 256, comma 1, lett. a), d.lgs 152 del 2006, deriva non già da una arbitraria delimitazione interpretativa della norma, bensì dal tenore della fattispecie penale, che, punendo la "attività" di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione, concentra il disvalore d'azione su un complesso di azioni, che, dunque, non può coincidere con la condotta assolutamente occasionale (in tal senso, già Sez. 3, n. 5031 del 17/01/2012, Granata, secondo cui "con il termine "attività" deve intendersi ogni condotta che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità, mentre la norma non richiede ulteriori requisiti di carattere soggettivo o oggettivo perché sia integrata la fattispecie criminosa. Si tratta, infatti, di reato comune, in quanto può essere commesso da "chiunque", e non di reato proprio, sicché non occorrono i requisiti della professionalità della condotta ovvero di un'organizzazione imprenditoriale della stessa (sez. 3, 28.10.2009 n. 79 del 2010, Guglielmo; sez. 3, 15.1.2008 n. 7462, Cozzali). È dunque la descrizione normativa ad escludere dall'area di rilevanza penale le condotte di assoluta occasionalità (si pensi alla dismissione, da parte di un privato, di quanto contenuto in un proprio locale cantina). Al contrario, proprio il pronome "chiunque" impone di includere nella portata applicativa della norma incriminatrice anche il "detentore" del rifiuto, ovvero "il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che ne è in possesso" (secondo la norma definitoria generale di cui all'art. 183, comma 1, lett. h), T.U. amb.), allorquando l'attività di raccolta, trasporto, commercio, ecc., sia caratterizzata non da assoluta occasionalità. In altri termini, se un soggetto - anche, come nel caso di specie, mero "detentore" di rifiuti - appresta una serie di condotte finalizzate alla gestione di rifiuti, mediante preliminare raccolta, raggruppamento, trasporto e vendita di rifiuti, pur non esercitando in forma imprenditoriale, pone in essere una "attività" di gestione di rifiuti per la quale occorre preliminarmente ottenere i necessari titoli abilitativi.
DIRITTO PROCESSUALE PENALE - Fattispecie contravvenzionali - Ignoranza della normativa settoriale - Valutazione di inevitabilità/scusabilità dell'errore - Causa di esclusione della responsabilità penale - Prova della buona fede - Criterio dell'ordinaria diligenza - Scusabilità dell'ignoranza.
Nelle fattispecie contravvenzionali, la buona fede può acquistare giuridica rilevanza solo a condizione che si traduca in mancanza di coscienza dell'illiceità del fatto (commissivo od omissivo) e derivi da un elemento positivo estraneo all'agente, consistente in una circostanza che induca alla convinzione della liceità del comportamento tenuto. La prova della sussistenza di un elemento positivo di tal genere, però, deve essere data dall'imputato, il quale ha anche l'onere di dimostrare di avere compiuto tutto quanto poteva: per osservare la norma violata", (Sez. 3, n. 46671 del 05/10/2004, Sferlazzo; Sez. 3, n. 12710 del 29/11/1994, D'Alessandro). Per il comune cittadino tale condizione è sussistente, ogni qualvolta egli abbia assolto, con il criterio dell'ordinaria diligenza, al cosiddetto "dovere di informazione", attraverso l'espletamento di qualsiasi utile accertamento, per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia. Tale obbligo è particolarmente rigoroso per tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali rispondono dell'illecito anche in virtù di una "culpa levis" nello svolgimento dell'indagine giuridica, (Corte Costituzionale sentenza 23 marzo 1988 n. 364). Per l'affermazione della scusabilità dell'ignoranza, occorre, cioè, che da un comportamento positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento giurisprudenziale, l'agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell'interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto" (Sez. U, n. 8154 del 10/06/1994, Calzetta).
DIRITTO PROCESSUALE PENALE - Richiesta di emissione di decreto penale di condanna dal PM - Prosciglimento da parte del GIP - Criteri tassativi indicate nell'art. 129 cod. proc. pen. - Artt. 129, 459, 530 e 611 cod. proc. pen..
Il giudice per le indagini preliminari, richiesto dell'emissione di un decreto penale di condanna, può pronunziare sentenza di proscioglimento solo quando sussista una delle cause tassativamente indicate nell'art. 129 cod. proc. pen., e non anche quando la prova risulti mancante, insufficiente o contraddittoria ai sensi dell'art. 530 c.p.p, comma 2, discendendone che l'eventuale necessità di approfondimento del quadro probatorio impone la restituzione degli atti al P.M.,ai sensi dell'art. 459 c.p.p., comma 3, (Sez 6, n. 29538 del 27.6.2013, P.; Sez.3, Sentenza n.15034 dep.02/04/2013; sez. 2, n. 1631 dep. 14.1.2013, Rouane; sez. 4, n. 992 dep. 13.1.2014, Carito). Inoltre, il giudice per le indagini preliminari, richiesto dell'emissione di un decreto penale di condanna, può pronunziare sentenza di proscioglimento ex art. 129 cod. proc. pen. solo quando risulti evidente la prova positiva dell'innocenza dell'imputato o l'impossibilità di acquisire prove della sua colpevolezza, mentre è precluso un analogo esito decisorio sulla base di una valutazione di opportunità sul proficuo esercizio dell'azione penale o sulla inoffensività della condotta (sez. 3, n. 15034 del 24.10.2012, dep. il 2.4.2013, Carboni e n. 3914 del 5.12.2013 dep. il 29/01/2014, Pintaldi; CASS. Sez.3^ 04/02/2016 (Ud. 09/12/2015) Sentenza n.4645, Cavallo).
DIRITTO PROCESSUALE PENALE - Richiesta di emissione di decreto penale di condanna dal PM - Prosciglimento da parte del GIP - Criteri tassativi - Mancanza della prova rilevanza solo "ad istruttoria ultimata" - Artt. 129, 459, 530 e 611 cod. proc. pen..
Il giudice per le indagini preliminari può, qualora lo ritenga, prosciogliere la persona nei cui confronti il Pubblico Ministero abbia richiesto l'emissione di decreto penale di condanna solo per una delle ipotesi tassativamente indicate nell'art. 129 cod. proc. pen., e non anche per mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova ai sensi dell'art. 530 c.p.p., comma 2, alle quali, prima del dibattimento - non essendo stata la prova ancora assunta - l'art. 129 citato non consente si attribuisca valore processuale. Sicché, la mancanza della prova può avere rilevanza, solo "ad istruttoria ultimata" e, dunque, a dibattimento (o comunque a processo, nel codice di rito vigente, nel caso di rito abbreviato) concluso e non prima dello stesso (giurisprudenza costituzionale in particolare le ordinanze nn.300 del 17.6.1991 e 362 dell'11.7.1991; conf. CASS. Sez.3^ 04/02/2016 (Ud. 09/12/2015) Sentenza n.4645, Cavallo).
(Annulla senza rinvio sentenza del 07/01/2015 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cuneo) Pres. RAMACCI, Rel. RICCARDI Ric. Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cuneo
Conforme: CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez. 3^ 11/02/2016 (ud. 07/01/2016) Sentenza n.5716, Isoardi; CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez.3^ 08/02/2016 (Ud. 07/01/2016) Sentenza n.4930; CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez.3^ 08/02/2016 (Ud. 07/01/2016) Sentenza n.4929, Lovera; CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez.3^ 08/02/2016 (Ud. 07/01/2016) Sentenza n.4928, Bellone; CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez.3^ 08/02/2016 (Ud. 07/01/2016) Sentenza n.4927, Carletto; CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez.3^ 08/02/2016 (Ud. 07/01/2016) Sentenza n.4926, Tosello; CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez.3^ 08/02/2016 (Ud. 07/01/2016) Sentenza n.4925, Degioanni;
- sul ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cuneo nel procedimento a carico di Cavallo Sergio, nato a Cuneo il 13/12/1971
- avverso la sentenza del 07/01/2015 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cuneo
- lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Eugenio Selvaggi, che ha concluso chiedendo l'accoglimento del ricorso, l'annullamento della sentenza impugnata e la restituzione degli atti al Tribunale procedente.
1. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cuneo, decidendo sulla richiesta di emissione di decreto penale di condanna, con sentenza del 07/01/2015, assolveva perché il fatto non costituisce reato, ai sensi dell'art. 129 c.p.p., Cavallo Sergio, imputato del reato di cui all'art. 256, comma 1, lett. a), d.lgs. 3 aprile 2006 n. 152, perché, pur non essendo iscritto all'Albo Nazionale dei Gestori Ambientali, raccoglieva, trasportava e rivendeva alla ditta Ferviva Rottami s.r.l. di Borgo San Dalmazzo rifiuti metallici, per una volta, per complessivi kg. 380; fatti commessi in Borgo San Dalmazio tra il 01/01/2013 e il 04/06/2013.
In particolare, il Giudice riteneva che l'imputato, privato conferitore di rifiuti ferrosi, versasse in un'ipotesi di errore scusabile, in quanto inevitabile, in considerazione della «notevole complessità della normativa che disciplina la materia della gestione dei rifiuti», «della natura di extrema ratio del diritto penale» e della mancanza di professionalità nell'attività di vendita dei rifiuti; da tali elementi, oltreché dalla modestia del ricavo della vendita, dal rilascio delle proprie generalità al centro di raccolta, e dalla mancanza di contrarie indicazioni da parte della ditta acquirente, veniva dunque desunta la mancanza di «prova che l'imputato fosse consapevole del carattere illecito della propria condotta».
In secondo luogo, denuncia il vizio di cui all'art. 606 c.p.p., lett. b), sotto il profilo della violazione e falsa applicazione dell'art. 5 cod. pen.: evidenzia, al riguardo, che la complessità della normativa è stata soltanto «postulata» dal provvedimento impugnato, in quanto, in presenza di un sistema pubblico di raccolta dei rifiuti urbani, l'imputato, privato venditore del materiale ferroso, non ha adempiuto al c.d. «dovere di informazione» sull'esatto contenuto della normativa di settore; né, tanto meno, ricorre un comportamento positivo degli organi amministrativi suscettibile di indurre il convincimento della liceità della condotta tenuta.
In terzo luogo, denuncia il vizio di cui all'art. 606 c.p.p., lett. b), sotto il profilo della violazione e falsa applicazione dell'art. 256, comma 1, d.lgs. 152 del 2006: il provvedimento impugnato ha disposto una «abrogazione pretoria di norma di diritto positivo», ritenendo penalmente irrilevante l'attività di commercio di rifiuti metallici, concretizzatasi in un conferimento di 380 kg. di materiale ferroso, superiore di tre volte rispetto al quantitativo massimo annuale definito dalla legge quale limite massimo per la qualificazione di occasionalità del trasporto, ai sensi dell'art. 193, comma 5.
3. Con memoria depositata il 28/07 /2015 nell'interesse dell'imputato, l'Avv. Roberta Barbaneraha dedotto l'inammissibilità del ricorso del pubblico ministero, in quanto avente ad oggetto doglianze di merito, non già di legittimità, e la non configurabilità del reato contestato; in particolare, con riguardo a tale ultimo profilo, il difensore contesta la qualifica di reato comune della fattispecie di cui all'art. 256, comma 1, lett. a), d.lgs. 152 del 2006, trattandosi, a dispetto del dato letterale ("chiunque") adoperato, di un reato proprio, come si evince dalle qualifiche presupposte dalle autorizzazioni ed iscrizioni richieste dagli artt. 208- 215 T.U. amb.; in ogni caso, pur ammettendo la natura di reato comune, non ricorrerebbe, nel caso di specie, l'illecito contestato, in quanto la vendita dei rifiuti è stata posta in essere occasionalmente, in un'unica occasione, e dunque non ricorre il concetto di "attività" richiesto dalla norma penale.
1.1. Quanto alla ritenuta lacunosità del compendio probatorio posto a fondamento della richiesta di emissione di decreto penale di condanna, con particolare riferimento alla natura del materiale venduto ed al conseguente ricavo conseguito, è pacifico che il giudice per le indagini preliminari può prosciogliere la persona nei cui confronti il Pubblico Ministero abbia richiesto l'emissione di decreto penale di condanna solo per una delle ipotesi tassativamente indicate nell'art. 129 cod. proc. pen., e non anche perchè la prova risulti mancante, insufficiente o contraddittoria ai sensi dell'art. 530, comma secondo, stesso codice, posto che queste categorie, in quanto non richiamate dall'art. 129 citato, possono acquisire rilievo soltanto quando le parti, compreso il P.M., abbiano potuto esercitare compiutamente, nella sede a ciò destinata, il diritto alla prova (ex multis, Sez. 3, n. 45934 del 09/10/2014, Fusco, Rv. 260941, in una fattispecie, per molti aspetti analoga, in cui la Corte ha annullato la sentenza emessa ex art. 129 cod. proc. pen. per la necessità di accertare in dibattimento la mancanza dell'elemento soggettivo, desunto, nella decisione impugnata, dall'importo contenuto dell'evasione contributiva e dall'episodicità della inadempienza); l'orientamento, del resto, si inserisce pacificamente nel solco dell'indirizzo risalente alla pronuncia delle Sezioni Unite del 1995, secondo cui, sempre a proposito dei poteri cognitivi e decisori in sede di emissione di decreto penale, l'art. 129 cod. proc. pen. non attribuisce valore processuale alla mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova ai sensi dell'art. 530 cod. proc. pen., comma 2 (così Sez. U, n. 18 del 9.6.1995, Cardoni, rv. 202375, che a loro volta richiamavano le sentenze nn. 19, 20, 21, 22, emesse in pari data, rispettivamente, nei proc. Omenetti, Valeri, Solustri e Tupputi; conf. sez. 5, n. 18059 del 25.3.2003, Bortolotti, rv. 224849; sez. 4, n.4186 del 21.11.2007, Tricolore, rv. 238431).
Peraltro, la richiamata pronuncia delle Sezioni Unite del 1995 si poneva nel solco della giurisprudenza costituzionale (in particolare, Corte cost., ord. n. 380 del 1991 - che ha risolto il problema del concorso processuale tra l'insufficienza di prove e l'amnistia - e Corte cost., ord. n. 362 del 1991 - che ha risolto il problema del concorso tra l'insufficienza di prove e la prescrizione - ), che aveva affermato il principio secondo cui la mancanza della prova potesse avere rilevanza solo "ad istruttoria ultimata" e, dunque, a dibattimento (o comunque a processo, nel codice di rito vigente, nel caso di giudizio abbreviato) concluso e non prima dello stesso.
1.2. Nel caso in esame non soltanto non ricorre la mancanza assoluta della prova non integrabile nelle fasi successive, cui pure fa riferimento la citata pronuncia delle S.U. n. 18 del 1995, unico requisito legittimante un proscioglimento ex art. 129 cod. proc. pen. dal G.i.p. investito della richiesta ex art. 459 cod. proc. pen., ma in realtà la decisione fonda sulla ritenuta carenza probatoria - l'omessa indicazione del ricavo delle vendite e della natura del materiale conferito - un ragionamento congetturale sul presunto guadagno dell'imputato, per desumerne una carenza di professionalità ed una occasionalità della condotta dalla quale trarre, a sua volta, elemento per inferirne la mancanza di dolo, sotto il profilo della scusabilità dell'errore.
Tuttavia, la pretesa incompletezza probatoria avrebbe dovuto imporre, nell'ambito del procedimento 'monitorio' attivato, la restituzione degli atti al pubblico ministero procedente, senza poter fondare un ragionamento congetturale dal quale desumere, a sua volta, un errore scusabile legittimante un proscioglimento per carenza di dolo (recte: di colpevolezza).
2. La ratio decidendi della sentenza impugnata è incentrata sulla pretesa scusabilità dell'errore nel quale è incorso l'imputato nella vendita dei rifiuti, in considerazione della «notevole complessità della normativa che disciplina la materia della gestione dei rifiuti», «della natura di extrema ratio del diritto penale» e della mancanza di professionalità nell'attività di vendita dei rifiuti; da tali elementi, oltreché dalla modestia del ricavo della vendita, dal rilascio delle proprie generalità al centro di raccolta, e dalla assenza di contrarie indicazioni da parte della ditta acquirente, veniva dunque desunta la mancanza di «prova che l'imputato fosse consapevole del carattere illecito della propria condotta».
Ebbene, a prescindere dal ridondante richiamo al principio di sussidiarietà del diritto penale - principio (recte: canone) di politica-criminale, non dotato di diretta prescrittività ermeneutica, ancor più nel prisma (essenzialmente soggettivo) della scusabilità dell'errore - l'inevitabilità dell'errore è stata postulata dal giudicante sulla base della notevole complessità della normativa settoriale e della mancanza di professionalità.
Al riguardo, va rammentato che l'attuale disciplina sull'errore di diritto (art. 5 cod. pen.) rappresenta l'esito di un bilanciamento tra la piena affermazione del principio di colpevolezza e l'esigenza general preventiva di non vanificare l'effettiva tenuta dell'ordinamento penale, e si inserisce in un antico e mai sopito dibattito sul contenuto del dolo. Invero, la c.d. "teoria del dolo" (Vorsatztheorie, secondo la terminologia della letteratura di lingua tedesca dove si è originato il dibattito) postula l'essenzialità della effettiva conoscenza degli elementi normativi per l'integrazione di un dolo rispetto al quale possa muoversi un rimprovero di colpevolezza. Al contrario, la c.d. "teoria della colpevolezza" (Schuldtheorie), non a caso elaborata ed affermatasi soprattutto all'esito delle esperienze sconvolgenti della seconda guerra mondiale, sostiene la non indispensabilità della coscienza dell'illiceità per l'integrazione del dolo; viene dunque assunta la mera conoscibilità del divieto come requisito normativo della colpevolezza.
La c.d. Schuldtheorie è stata recepita nel nostro ordinamento anche dall'interpretazione della Corte costituzionale, che, con la celebre sentenza n. 364 del 1988, ha dichiarato l'incostituzionalità dell'art. 5 cod. pen. nella parte in cui non esclude dall'inescusabilità dell'ignoranza della legge penale l'ignoranza inevitabile. La sentenza costituzionale ha, infatti, ribadito, nell'evidente intento di 'responsabilizzazione' del cittadino, attraverso il richiamo all'art. 2 Cost. ed ai doveri di solidarietà sociale che impongono ai consociati un onere di informazione, che l'antigiuridicità formale del fatto, la c.d. scientia iuris, non è oggetto del dolo, neppure nei reati c.d. artificiali (ovvero di pura creazione legislativa); presupposto della rimproverabilità del fatto è la «possibilità di conoscere la norma penale» (par. 15), nell'assolvimento dei doveri «strumentali» di informazione e di conoscenza delle leggi (par. 18).
Pur ammettendo la notevole complessità della disciplina di settore, non viene meno il dovere strumentale di informazione, il cui adempimento avrebbe impedito la (asserita, ma non provata) ignoranza della legge penale; al contrario, non risulta che l'agente abbia avanzato richieste di chiarimento agli organi amministrativi competenti o ad altre fonti qualificate, né, del resto, tale obbligo viene meno in caso di non professionalità dell'attività; a maggior ragione trattandosi di persona priva di specifiche competenze settoriali, incombe sull'agente il dovere di informarsi sulla disciplina di settore dell'attività che si intende porre in essere, assolvendo agli obblighi del c.d. homo eiusdem professioniset condicionis.
Né in tal senso rileva, a fini esimenti, che l'agente abbia fornito le proprie generalità al centro di raccolta, oppure che la società acquirente non abbia rifiutato il conferimento, indirizzando il privato verso la consegna all'isola ecologica; invero, comunque non ricorre un fatto positivo altrui, trattandosi della mancata espressione di un diniego (fatto negativo) da parte dell'acquirente, ma esso non proviene neppure da fonte qualificata (pubblica amministrazione o altra autorità pubblica) e indifferente, bensì da una società privata che trae profitto proprio dalla gestione dei rifiuti; del resto, risulta che il conferimento - e dunque la vendita -, sebbene sia avvenuto in un'unica occasione, abbia comunque avuto ad oggetto un quantitativo significativo di rifiuti, con condotta la cui rilevanza penale, come si dirà, non può essere obliterata ermeneuticamente.
Nel caso di specie, dunque, potrebbe affermarsi, all'esito di una mirata istruttoria, non già come frutto di un ragionamento meramente congetturale, soltanto il fatto negativo dell'ignoranza della normativa settoriale, che, come si è evidenziato, è insufficiente a fondare una valutazione di inevitabilità/scusabilità dell'errore (nel senso che "nelle fattispecie contravvenzionali, la buona fede può acquistare giuridica rilevanza solo a condizione che si traduca in mancanza di coscienza dell'illiceità del fatto (commissivo od omissivo) e derivi da un elemento positivo estraneo all'agente, consistente in una circostanza che induca alla convinzione della liceità del comportamento tenuto. La prova della sussistenza di un elemento positivo di tal genere, però, deve essere data dall'imputato, il quale ha anche l'onere di dimostrare di avere compiuto tutto quanto poteva per osservare	la norma violata", Sez. 3, n. 46671 del 05/10/2004, Sferlazzo, Rv. 230889; Sez. 3, n. 12710 del 29/11/1994, D'Alessandro, Rv. 200950).
3. In ordine alla pretesa irrilevanza penale della condotta in ragione della occasionalità, va ribadito che, trattandosi di illecito istantaneo, ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 256, comma 1, lett. a), d.lgs 152 del 2006, è sufficiente anche una sola condotta integrante una delle ipotesi alternative tipizzate dalla fattispecie penale (Sez. 3, n. 8979 del 2/10/2014, dep. 2015, Cristinzio, Rv. 262514; Sez. 3, n. 45306 del 17/10/2013, Carlino, Rv. 257631; Sez. 3, n. 24428 del 25/05/2011,D'Andrea,Rv. 250674;Sez. 3, n. 21655 del 13/04/2010, Hrustic, Rv. 247605), purchè costituisca una "attività" e non sia assolutamente occasionale.
Innanzitutto, l'utilizzazione dell'espressione "chiunque" a proposito del reato di esercizio abusivo di attività di gestione di rifiuti indizia una qualificazione dell'illecito in termini di reato comune, atteso che, al contrario, nel reato di abbandono o deposito incontrollato di rifiuti disciplinato dal successivo comma 2 (che rinvia al solo trattamento sanzionatorio del primo comma, non già al precetto), i soggetti attivi sono espressamente indicati come i "titolari di imprese" ed i "responsabili di enti"; in tal senso, del resto, depone altresì la soppressione, ad opera dell'art. 7, comma 6, d.lgs. 8 novembre 1997, n. 389, dell'inciso, riferito all'appartenenza dei rifiuti oggetto di abusiva gestione, "prodotti da terzi", contenuto nel previgente art. 51 d.lgs. 22 del 1997 (successivamente trasfuso nell'art. 256 T.U. amb.) (nella vigenza della precedente norma, già Sez. 3, n. 21925 del 06/06/2002, Saba; di recente, Sez.3, n. 29992 del 24/06/2014, Lazzaro).
Invero, se l'uso del pronome "chiunque" rappresenta un mero indizio della qualificazione in termini di reato comune, e la costruzione della fattispecie incriminatrice secondo la consueta 'tecnica ingiunzionale' mediante penalizzazione di condotte poste in essere in assenza di provvedimenti amministrativi autorizzatori, alla stregua di un modello di tutela penale 'condizionato', e non 'puro' - individua soggetti destinatari degli obblighi delineati dagli artt. 208-216 T.U. amb., nondimeno qualificare la fattispecie quale reato proprio rischia di determinare un'inversione metodologica nell'ermeneusi proposta. Ed anche il richiamo al principio di diritto espresso da Sez. 3, n. 41352 del 10/06/2014, Parpaiola, non appare del tutto conferente, in quanto la pronuncia richiamata esclude la rilevanza penale del trasporto abusivo in quanto del tutto occasionale, perché esclusivamente propedeutico e strumentale ad un abbandono dei rifiuti (sanzionato in via amministrativa dall'art. 255 T.U. amb.).
Quanto al soggetto attivo del reato, va chiarito che l'uso normativo del pronome indefinito "chiunque" va interpretato alla luce della tecnica di tutela 'relativa' adottata dal legislatore, secondo il modello 'ingiunzionale': in altri termini, l'agente può essere "chiunque" eserciti abusivamente una delle attività di gestione indicate, in via alternativa, nell'art. 256 cit. (fattispecie a condotte alternative), anche se non costituito formalmente in veste imprenditoriale; ciò che rileva, dunque, per assumere la veste di agente del reato non è una qualifica soggettiva (una forma imprenditoriale, necessaria, ad esempio, per l'iscrizione all'Albo nazionale dei gestori ambientali), bensì la concreta attività posta in essere.
In tal senso, si è espressa altresì la giurisprudenza più recente che ha affrontato il profilo della rilevanza penale dell'attività "ambulante" di raccolta e trasporto, secondo cui "la condotta sanzionata dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1 è riferibile a chiunque svolga, in assenza del prescritto titolo abilitativo, una attività rientrante tra quelle assentibili ai sensi degli art. 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 226 del medesimo Decreto, svolta anche di fatto o in modo secondario o consequenziale all'esercizio di una attività primaria diversa che richieda, per il suo esercizio, uno dei titoli abilitativi indicati e che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità" (Sez. 3, n. 29992 del 24/06/2014, Lazzaro; Sez. 3, n. 269 del 10/12/2014, dep. 2015, Seferovic).
Non è la astratta qualifica soggettiva, bensì la condotta concretamente posta in essere di gestione abusiva di rifiuti a rilevare ai fini dell'applicabilità della fattispecie in oggetto, che può essere "svolta anche di fatto o in modo secondario" (Sez. 3, n. 29992 del 24/06/2014, Lazzaro), purchè in assenza di uno dei titoli abilitativi, e che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità.
Peraltro, la rilevanza della "assoluta occasionalità "ai fini dell'esclusione della tipicità deriva non già da una arbitraria delimitazione interpretativa della norma, bensì dal tenore della fattispecie penale, che, punendo la "attività" di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione, concentra il disvalore d'azione su un complesso di azioni, che, dunque, non può coincidere con la condotta assolutamente occasionale (in tal senso, già Sez. 3, n. 5031 del 17/01/2012, Granata, non massimata, secondo cui "con il termine "attività" deve intendersi ogni condotta che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità, mentre la norma non richiede ulteriori requisiti di carattere soggettivo o oggettivo perché sia integrata la fattispecie criminosa. Si tratta, infatti, di reato comune, in quanto può essere commesso da "chiunque", e non di reato proprio, sicché non occorrono i requisiti della professionalità della condotta ovvero di un'organizzazione imprenditoriale della stessa (sez. 3, 28.10.2009 n. 79 del 2010, Guglielmo, RV 245709) (sez. 3, 15.1.2008 n. 7462, Cozzali, RV 239011)).
È dunque la descrizione normativa ad escludere dall'area di rilevanza penale le condotte di assoluta occasionalità (si pensi alla dismissione, da parte di un privato, di quanto contenuto in un proprio locale cantina).
Al contrario, proprio il pronome "chiunque" impone di includere nella portata applicativa della norma incriminatrice anche il "detentore" del rifiuto, ovvero "il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che ne è in possesso" (secondo la norma definitoria generale di cui all'art. 183, comma 1, lett. h), T.U. amb.), allorquando l'attività di raccolta, trasporto, commercio, ecc., sia caratterizzata non da assoluta occasionalità.
Al riguardo, giova rilevare che la norma definitoria generale in materia di rifiuti (art. 183, comma 1, lett. f), g), h), i), I), T.U. amb.) distingue tra "produttore di rifiuti" ("il soggetto la cui attività produce rifiuti e il soggetto al quale sia giuridicamente riferibile detta produzione"), "produttore del prodotto" ("qualsiasi persona fisica o giuridica che professionalmente sviluppi, fabbrichi, trasformi, tratti, venda o importi prodotti"), "detentore" (il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che ne è in possesso"),"commerciante" ("qualsiasi impresa che agisce in qualità di committente, al fine di acquistare e successivamente vendere rifiuti") e "intermediario" ("qualsiasi impresa che dispone il recupero o lo smaltimento dei rifiuti per conto di terzi"). Ebbene, il carattere imprenditoriale dell'attività viene richiesto soltanto per "commercianti" e gli "intermediari" ("qualsiasi impresa"), mentre la professionalità dell'attività è requisito. indispensabile per la categoria del "produttore del prodotto" ("professionalmente"); a I contrario, per il "produttore di rifiuti" e per il "detentore" - che espressamente comprende anche la nozione di produttore di rifiuti - non è richiesto alcun requisito ulteriore, né di imprenditorialità, né di professionalità.
Da tale considerazione deriva che il pronome indefinito "chiunque" contenuto nella fattispecie di cui all'art. 256, comma 1 , T.U. amb., fa riferimento a tutte le categorie indicate nella norma definitoria generale, e quindi anche al "detentore", senza che al riguardo possano essere introdotte surrettizie limitazioni interpretative fondate sui requisiti - non espressamente richiesti di imprenditorialità e/o di professionalità; ciò che assume rilievo, ai fini dell'individuazione' dell'autore del reato, è l'attività concretamente svolta: di gestione di rifiuti, che, al di fuori dell'ipotesi di assoluta occasionalità, integra la tipicità del reato di gestione abusiva allorquando svolta in assenza di autorizzazione.
In tal senso, del resto, depone altresì, come osservato in precedenza, la soppressione, ad opera dell'art. 7, comma 6, d.lgs. 8 novembre 1997, n. 389, dell'inciso, riferito all'appartenenza dei rifiuti oggetto di abusiva gestione, "prodotti da terzi", contenuto nel previgente art. 51 d.lgs. 22 del 1997 (successivamente trasfuso nell'art. 256 T.U. amb.) (nella vigenza della precedente norma, già Sez. 3, n. 21925 del 06/06/2002, Saba; di recente, Sez.3, n. 29992 del 24/06/2014, Lazzaro).
Pertanto, l'assoluta occasionalità non può essere desunta esclusivamente dalla natura giuridica del soggetto agente (privato, imprenditore, ecc.), dovendo invece ritenersi non integrata in presenza di una serie di indici dai quali poter desumere un minimum di organizzazione che escluda la natura esclusivamente solipsistica della condotta (ad es., dato ponderale dei rifiuti oggetto di gestione, necessità di un veicolo adeguato e funzionale al trasporto di rifiuti, fine di profitto perseguito). In altri termini, se un soggetto - anche, come nel caso di specie, mero "detentore" di rifiuti - appresta una serie di condotte finalizzate alla gestione di rifiuti, mediante preliminare raccolta, raggruppamento, trasporto e vendita di rifiuti, pur non esercitando in forma imprenditoriale, pone in essere una "attività" di gestione di rifiuti per la quale occorre preliminarmente ottenere i necessari titoli abilitativi.
3.2. Nel caso di specie, e limitandosi alle condotte che risultano contestate nell'imputazione,	risulta che il trasporto ed il conseguente commercio di rifiuti ferrosi sia stato effettuato in un'unica occasione; tuttavia, tali condotte, lungi dall'essere	connotate da assoluta occasionalità, denotano un minimum di organizzazione, atteso che la raccolta di ben 380 kg. di rifiuti metallici implica una preliminare fase di raggruppamento e cernita dei soli metalli, il trasporto di un tale consistente quantitativo di rifiuti necessita di un apposito veicolo, adeguato e funzionale al contenimento degli stessi, ed il commercio è evidentemente finalizzato all'ottenimento di un profitto.
Peraltro, anche il richiamo, contenuto nella sentenza impugnata, alla norma derogatoria di cui all'art. 193, comma 5, d.lgs. 152 del 2006 (come riformulato dall'art. 16, commi 1 e 2, d.lgs. 3 dicembre 2010, n. 205) appare non conferente, in quanto, oltre a superare di oltre tre volte il limite massimo dei trasporti 'in deroga' (100 kg. all'anno), essa riguarda l'applicabilità della disciplina sulla tracciabilità dei rifiuti al gestore del servizio pubblico di raccolta ed al produttore di rifiuti, ferma restando l'illiceità del trasporto e del commercio dei rifiuti in assenza delle prescritte autorizzazioni, iscrizioni o comunicazioni di cui agli artt. 208-216 T.U. amb..
4. La sentenza impugnata va dunque annullata con rinvio al Tribunale di Cuneo, in diversa composizione personale, per l'ulteriore corso.
Così deciso il 07/01/2016
letto 7263 volte
Totale Visitatori: 78612632
Visitatori Unici: 24532669

References: Sentenza 
 Sentenza 
 art. 256
 art. 208
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 129
 CASS. 
 Sentenza 
 CASS. 
 Sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 129
 art. 129
 art. 459
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 51
 art. 256
 art. 208
 art. 51
 sentenza 
 sentenza