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Timestamp: 2018-05-27 11:53:56+00:00

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Risarcimento anche se l'assicurazione è scaduta
Lo sai che? Risarcimento anche se l’assicurazione è scaduta
Nulla la clausola claim’s made che riconosce la copertura assicurativa e il risarcimento solo a condizione che il danno e la richiesta di pagamento si presentino quando la polizza non è ancora scaduta.
È nulla la clausola che accorda la copertura assicurativa e il risarcimento solo quando il danno e l’istanza per il pagamento del danno arrivano prima della scadenza della polizza. Si tratta della tanto discussa e criticata clausola «claim’s made» che, con una sentenza di tre giorni fa [1], la Cassazione ha ritenuto illegittima. Insomma, a detta dei giudici supremi, all’assicurato spetta il risarcimento anche se l’assicurazione è scaduta. Ma procediamo con ordine. Per comprendere meglio il principio elaborato dalla corte procediamo a un esempio.
Immaginiamo di aver sottoscritto una polizza infortuni. Un giorno cadiamo da una scala, ci ricoverano in ospedale e rimaniamo due mesi con la spalla ingessata. La lunga degenza non ci consente di lavorare, così chiediamo il risarcimento all’assicurazione. L’infortunio si verifica quando ancora la nostra polizza è attiva, ma presentiamo la richiesta di risarcimento una settimana dopo la scadenza proprio perché, essendo caduti e rimasti così tanto tempo in ospedale, ci siamo dimenticati di rinnovarla. Così, quando andiamo a chiedere i soldi al nostro agente, questi ci dice che non può pagarci i danni. Ci fa leggere una clausoletta inserita nel contratto in cui si spiega che, per avere il risarcimento, è necessario che, tanto nel momento in cui si verifica il danno, tanto in quello – verosimilmente successivo – in cui viene inoltrata l’istanza di risarcimento, la polizza non deve essere scaduta. Si tratta della cosiddetta clausola claim’s made.
Dal canto nostro abbiamo tutte le ragioni per rivendicare il risarcimento anche se l’assicurazione è scaduta: abbiamo sempre pagato tutti i premi e l’infortunio si è verificato quando ancora eravamo sotto copertura assicurativa. Senza contare che, se fosse vero quello che sostiene la compagnia, saremmo costretti a mantenere attivo il contratto di assicurazione e pagare le relative mensilità fino a quando non siamo definitivamente guariti, momento in cui il nostro consulente può finalmente quantificare con esattezza il danno da noi subìto. Ma l’assicurazione non ne vuole sapere e si richiama al dato letterale del contratto. Chi ha ragione? La Cassazione offre finalmente una soluzione alla vicenda.
È nulla la clausola claim’s made che accorda la copertura agli assicurati solo se l’istanza arriva prima della scadenza della polizza. Tale previsione contrattuale è illegittima e non viene tutelata dalla legge in quanto accorda all’assicuratore un eccesso di tutela. Dunque all’assicurato è dovuto il risarcimento anche se l’assicurazione è scaduta.
La pronuncia riguarda un’azienda ospedaliera ma può interessare molti professionisti che, sovente, si vedono opporre dalle proprie assicurazioni tale clausola. Ma lo stesso vale anche per l’azione di responsabilità verso gli amministratori di società e i relativi sindaci, avviata dal curatore fallimentare.
Secondo la Cassazione la clausola claim’s made attribuisce all’assicuratore un vantaggio ingiusto e sproporzionato senza contropartita e pone l’assicurato in una condizione di indeterminata e non controllabile soggezione. In effetti si finisce per escludere tutti i danni causati dall’assicurato in prossimità della scadenza del contratto, essendo praticamente impossibile che la vittima di un danno abbia la prontezza di chiederne il risarcimento immediatamente al responsabile. Ne consegue che tale clausola deve considerarsi un patto atipico immeritevole di tutela ai sensi del codice civile [2].
Non si può pretendere che l’assicurato che subisce delle conseguenze da un errore del medico, dalla negligenza di un professionista o anche un semplice infortunio domestico, o ancora un professionista che abbia perso una causa ma per la cui negligenza la richiesta di risarcimento gli venga formulata dopo un anno, debba attivarsi immediatamente. Quanto proprio all’assicurazione medica esistono alcune patologie postume silenti e evidenti solo a distanza di molto tempo; così come l’errore di un professionista potrebbe essere noto solo a polizza ormai scaduta.
Cosa cambia per l’assicurato? Moltissimo. Se anche non ha rinnovato la polizza infortuni o sulla responsabilità civile, ma il sinistro si è verificato quando ancora il contratto era attivo, gli sarà dovuto il risarcimento anche se l’assicurazione è scaduta. Questo perché la clausola claim’s made si deve considerare come non apposta mai.
[1] Cass. sent. n. 10506/17 del 28.04.2017.
[2] Art. 1322, co. 2, cod. civ.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 20 gennaio – 28 aprile 2017, n. 10506
1. Il sig. C.R. convenne (in data che né le parti, né la sentenza impugnata indicano) dinanzi al Tribunale di Milano l’Azienda Ospedaliera (omissis) (che in seguitò sarà trasformata in “Azienda Socio Sanitaria (omissis) “; d’ora innanzi, per brevità, “l’Azienda”).
(-) ergo, la clausola claim’s made pattuita nel caso in esame era atipica e vessatoria; doveva ritenersi nulla perché non espressamente sottoscritta, e per effetto della nullità si doveva sostituire di diritto con la regola generale di cui al 1 comma dell’art. 1917 c.c..
A fondamento di tale eccezione ha dedotto che la polizza della cui validità si discute nel presente giudizio, distinta dal n. 704346212, ha formato oggetto di un secondo giudizio tra l’Azienda e la UnipolSai, relativo ad un diverso fatto colposo per il quale un paziente dell’ospedale “(omissis) ” chiese all’Azienda il risarcimento del danno. Ha soggiunto che tale giudizio è stato definitivamente chiuso dalla sentenza di questa Corte n. 22891 del 2015; che con tale sentenza questa Corte, cassando la sentenza impugnata e decidendo nel merito, ha dichiarato l’inefficacia della stessa clausola contrattuale, la cui validità forma oggetto del presente ricorso.
La prima ragione è che col proprio ricorso per cassazione la UnipolSai ha censurato la sentenza impugnata sul presupposto che la Corte d’appello ha escluso la garanzia assicurativa, dopo aver dichiarato vessatoria una clausola del contratto di assicurazione (l’art. 23, comma primo, delle condizioni generali) che non doveva essere applicata al caso di specie, perché disciplinava un caso diverso da quello oggetto del contendere.
La seconda ragione è che, in ogni caso, è onere di chi invoca il giudicato dimostrare la sussistenza degli elementi costitutivi di esso. Nel caso di specie, nella sentenza n. 22891/15 di questa Corte si legge solo (pag. 10, § 6) che le parti controvertevano sulla validità della clausola “di cui alla polizza stipulata fra le parti”, ma non è possibile stabilire se tale polizza coincida o meno con quella oggetto del presente giudizio.
2.1. Con l’unico motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c. (si lamenta, in particolare, la violazione degli artt. 1322, 1341, 1917, 1932 c.c.; 112 c.p.c.); sia dal vizio di illogicità della motivazione, di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c. (nel testo applicabile ratione temporisal presente giudizio, ovvero quello anteriore alle modifiche di cui all’art. 54 d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 134).
(d) questa riduzione costituiva una “riduzione della normale estensione retroattiva della clausola claim’s made“, ed era perciò vessatoria.
2.3. In primo luogo, essa è illogica, perché la Corte d’appello ha dichiarato nullo il patto “A”, e di conseguenza accolto la domanda dell’assicurato, in un caso in cui l’assicuratore aveva rifiutato l’indennizzo invocando il patto “B”.
La sentenza impugnata presenta dunque una evidenza incoerenza logica tra la premessa del ragionamento (la domanda invoca la nullità della clausola “A”) e la conclusione di esso (la domanda è fondata perché è nulla la clausola “B”).
Nel caso in esame la Corte d’appello ha dichiarato vessatoria una clausola contrattuale, perché restrittiva non già responsabilità addossata all’assicuratore dalla legge o da altri patti contrattuali, ma perché restrittiva rispetto alle previsioni di una “clausola claim’s made tipica”.
In buona sostanza, la Corte d’appello ha ritenuto che, dato un patto atipico diffuso, sarebbe vessatoria la clausola che vi deroga. Ma tale affermazione è manifestamente erronea: sia perché non esiste una clausola “claim’s made tipica”, se non sul piano della c.d. tipicità commerciale; sia perché il parametro di valutazione delle vessatorietà d’una clausola riduttiva della responsabilità del predisponente può essere solo la legge o un patto contrattuale concreto e contenuto nel medesimo contratto.
3. La ritenuta fondatezza del ricorso, tuttavia, non impone la cassazione della sentenza impugnata, poiché la statuizione di accoglimento della domanda di garanzia proposta dall’Azienda è comunque conforme a diritto. Sarà dunque sufficiente, in questa sede, provvedere alla sola correzione della motivazione, per le ragioni che seguono.
Tale contratto prevedeva, all’art. 23, che “la garanzia esplica la sua operatività per tutte le richieste di risarcimento presentate all’assicurato per la prima volta durante il periodo di efficacia della presente assicurazione“.
(c’’) la qualità delle parti;
(c’’’) la circostanza che la clausola possa esporre l’assicurato a “buchi di garanzia“.
Resta, invece, da stabilire caso per caso se quella clausola possa dirsi anche “diretta a realizzare interessi meritevoli di tutela“, ai sensi dell’art. 1322 c.c., in particolare quando, come nel caso di specie, escluda il diritto all’indennizzo per i danni causati dall’assicurato in costanza di contratto, ma dei quali il terzo danneggiato abbia chiesto il pagamento dopo la scadenza del contratto (d’ora innanzi, per brevità, “le richieste postume”).
La “meritevolezza” di cui all’art. 1322, comma secondo, c.c., non si esaurisce nella liceità del contratto, del suo oggetto o della sua causa. Secondo la Relazione al Codice civile, la meritevolezza è un giudizio (non un requisito del contratto, come erroneamente sostenuto da parte della dottrina), e deve investire non il contratto in sé, ma il risultato con esso perseguito.
Tale risultato dovrà dirsi immeritevole quando sia contrario alla coscienza civile, all’economia, al buon costume od all’ordine pubblico (così la Relazione al Codice, § 603, II capoverso). Principio che, se pur anteriore alla promulgazione della Carta costituzionale, è stato da questa ripreso e consacrato negli artt. 2, secondo periodo; 4, secondo comma, e 41, secondo comma, cost..
Affinché dunque un patto atipico possa dirsi “immeritevole”, ai sensi dell’art. 1322 c.c., non è necessario che contrasti con norme positive: in tale ipotesi sarebbe infatti di per sé nullo ai sensi dell’art. 1418 c.c..
È stata ritenuta “immeritevole” la clausola, inserita in una concessione di derivazione di acque pubbliche, che imponeva al concessionario il pagamento del canone anche nel caso di mancata fruizione della derivazione per fatto imputabile alla p.a. concedente, per contrarietà al principio di cui all’art. 41, comma secondo, cost. (Sez. U, Sentenza n. 4222 del 17/02/2017).
Immeritevole è stato ritenuto il contratto finanziario che addossava alla banca vantaggi certi e garantiti, ed al risparmiatore non garantiva alcuna certa prospettiva di lucro (è la nota vicenda del contratto “Myway“, che prevedeva l’acquisto di prodotti finanziari, emessi da una banca, mediante un mutuo erogato dalla stessa banca, e poi costituiti in pegno a garanzia del mancato rimborso del finanziamento: ex aliis, in tal senso, Sez. 1, Sentenza n. 22950 del 10/11/2015; per una vicenda analoga ed una analoga statuizione, relativa al contratto finanziario denominato “4You“, si veda altresì Sez 6 – 3, Ordinanza n. 19559 del 30/09/2015).
Né può tacersi, infine, un richiamo alla importante decisione pronunciata dalle Sezioni Unite di questa Corte in tema di esercizio officioso, da parte del giudice, del potere di ridurre la clausola penale manifestamente eccessiva (Sez. U, Sentenza n. 18128 del 13/09/2005). Nella motivazione di tale sentenza, infatti, in piena sintonia col § 603 della Relazione al Codice civile sopra ricordato, si ribadisce che l’autonomia negoziale delle parti non è sconfinata, ma è circoscritta entro il limite della meritevolezza, travalicato il quale l’ordinamento cessa di apprestarle tutela.
3.4. Riducendo a “sistema” le motivazioni dei precedenti appena ricordati, se ne ricava che sono stati ritenuti immeritevoli, ai sensi dell’art. 1322, comma secondo, c.c., contratti o patti contrattuali che, pur formalmente rispettosi della legge, avevano per scopo o per effetto di:
(c) costringere una delle parti a tenere condotte contrastanti coi superiori doveri di solidarietàcostituzionalmente imposti (sentenza 14343/09, cit.).
È alla luce di questi criteri che va valutata, nel caso di specie, la meritevolezza della clausola claim’s made inserita nel contratto di assicurazione stipulato tra l’Azienda e la UnipolSai.
È incontroverso che quel contratto copriva il rischio di responsabilità civile, cui l’Azienda fosse rimasta esposta nell’esercizio della propria attività, ovvero lo svolgimento di prestazioni sanitarie. Come già detto, essa escludeva l’indennizzabilità delle richieste postume. È, infine, incontroverso che i sanitari dipendenti dell’Azienda causarono danno ad un paziente nel 2003; che il contratto di assicurazione scadde il 31 dicembre 2003; che il terzo danneggiato rivolse la sua richiesta di risarcimento all’Azienda nel 2005.
La clausola claim’s con esclusione delle richieste postume riduce infatti il periodo effettivo di copertura assicurativa, dal quale resteranno verosimilmente esclusi tutti i danni causati dall’assicurato nella prossimità della scadenza del contratto. È infatti praticamente impossibile che la vittima d’un danno abbia la prontezza e il cinismo di chiederne il risarcimento illico et immediate al responsabile.
Ciò determina uno iato tra il tempo per il quale è stipulata l’assicurazione (e verosimilmente pagato il premio), e il tempo nel quale può avverarsi il rischio. È vero che tale iato ricorre anche in alcuni tipi assicurativi (ad es., nei trasporti marittimi, nei quali la copertura inizia al momento della caricazione anche se il contratto è stato stipulato prima di tale momento), ma è altresì vero che in quei contratti prima dell’inizio della copertura, o dopo la sua fine, non è possibile l’avveramento del rischio (la merce non può essere perduta dal vettore prima della caricazione o dopo la scaricazione), mentre nell’assicurazione della responsabilità civile sanitaria è ovviamente possibile che l’assicurato causi danni a terzi anche negli ultimi mesi, o giorni, od ore precedenti la scadenza del contratto.
L’avveramento di tale condizione, tuttavia, esula del tutto dalla sfera di dominio, dalla volontà e dall’organizzazione dell’assicurato, che non ha su essa ha alcun potere di controllo. Ciò determina conseguenze paradossali, che l’ordinamento non può, ai sensi dell’art. 1322, c.c., avallare.
La clausola in esame infatti, elevando la richiesta del terzo a “condizione” per il pagamento dell’indennizzo, legittima l’assicuratore a sottrarsi alle proprie obbligazioni ove quella richiesta sia mancata: con la conseguenza che se l’assicurato adempia spontaneamente la propria obbligazione risarcitoria prima ancora che il terzo glielo richieda (come correttezza e buona fede gli imporrebbero), l’assicuratore potrebbe rifiutare l’indennizzo assumendo che mai nessuna richiesta del terzo è stata rivolta all’assicurato, sicché è mancata la condicio iuris cui il contratto subordina la prestazione dell’assicuratore (si veda, al riguardo, la fattispecie concreta già decisa da Sez. 3, Sentenza n. 5791 del 13/03/2014). Esito, si diceva, paradossale, posto che quanto più l’assicurato è zelante e rispettoso dei propri doveri di solidarietà sociale, tanto meno sarà garantito dall’assicuratore.
La clausola c. d. claim’s made, inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile stipulato da un’azienda ospedaliera, per effetto della quale la copertura esclusiva è prestata solo se tanto il danno causato dall’assicurato, quanto la richiesta di risarcimento formulata dal terzo, avvengano nel periodo di durata dell’assicurazione, è un patto atipico immeritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322, comma secondo, c.c., in quanto realizza un ingiusto e sproporzionato vantaggio dell’assicuratore, e pone l’assicurato in una condizione di indeterminata e non controllabile soggezione.
(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dall’art. 13, comma 1 quater, d.p.r. 30.5.2002 n. 115, per il versamento da parte di UnipolSai s.p.a. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.
02/05/2017 alle 00:41
Ho riletto più volte l’articolo in commento ed ho concluso che chi lo ha scritto non sappia la differenza fra una richiesta di risarcimento ed un indennizzo…le previsioni di cui all’art 1913 cc ed una “deeming clause”.
Ma tanto è che improvvisarsi fa notizia.
la mia compagnia non mi ha comunicato la scadenza della polizza auto,mia moglie ha fatto un incidente e ci hanno sequestrato il veicolo,posso richiedere risarcimento alla ex compagnia assicurativa
premetto che noi non abbiamo mai chiesto la chiusura del contratto e che con la compagnia che ci assicurava da anni abbiamo sempre pagato con rid bancario
Vito caglioti ha detto:
Professionista con incarico di revisore, assicurato per 7 anni, non succede niente, 31/122016 vengo esonerato, la polizza scade il 15 /4/2017 e non viene rinnovata. 2018 ho un avviso di garanzia. L’ASSICURAZIONE Deve rispondere del danno eventuale

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 1322
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 § 6
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 § 603
 Sentenza 
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