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Timestamp: 2019-04-26 15:49:15+00:00

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TAR Veneto 2 gennaio 2009 Revoca carta soggiorno in presenza condanna reati ostativi ex art 4 T.U. - Stranieri in Italia
5 Gennaio 2009, 14:23
E’ legittimo il provvedimento di revoca della carta di soggiorno in presenza di condanne ostative alla permanenza dello straniero nel territorio nazionale ex art. 4, comma 3, del D. Lgs. n. 286 del 1998 (nel caso di specie condanna per furto aggravato) Nelle censure svolte il ricorrente ha lamentato l’illegittimità del provvedimento impugnato per violazione e falsa applicazione degli artt. 4, comma 3, e 5, comma 5, 9 e 28 del D.Lgs. n. 286/1998 e 6, 9, 12 e 16 del D.P.R. n. 394/1999, in quanto la Questura di Vicenza ha del tutto omesso di considerare che il giudice, all’esito dell’attività processuale, ha qualificato il fatto reato ascritto al ricorrente come furto semplice, avendo ritenuto le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate, con conseguente esclusione dello stesso dal novero di quelli previsti dagli artt. 380 e 381 c.p.p. L’amministrazione, in realtà, ha applicato l’art. 9, comma 3, del D. Lgs. n. 286/1998 il quale, nel testo vigente al tempo dell’emanazione del provvedimento, prevedeva che “La carta di soggiorno è rilasciata sempre che nei confronti dello straniero non sia stato disposto il giudizio per taluno dei delitti di cui all’art. 380 nonché, limitatamente ai delitti non colposi, all’art. 381 del codice di procedura penale, o pronunciata sentenza di condanna, anche non definitiva, salvo che abbia ottenuto la riabilitazione. Successivamente al rilascio della carta di soggiorno il questore dispone la revoca, se è stata emessa sentenza di condanna, anche non definitiva, per reati di cui al presente comma”. Tale disposizione configura un potere del tutto vincolato dell’amministrazione che, in presenza di una sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’art. 380 c.p.p., è tenuta a revocare la carta di soggiorno già rilasciata. Né d’altro canto risulta condivisibile la tesi del ricorrente secondo la quale avendo il giudice penale ritenuto in sentenza le circostanze attenuanti equivalenti alla circostanza aggravante contestata, il reato sarebbe stato derubricato a furto semplice e, quindi, non si verterebbe più in una fattispecie di reato ricompresa tra quelle di cui all’art. 380 c.p.p.. In realtà il bilanciamento tra le circostanze aggravanti e le circostanze attenuanti, operato dal giudice penale quoad poenam, non incide sulla fattispecie di reato contestata al ricorrente, né il giudice penale ha riqualificato il fatto reato ascritto a quest’ultimo. Alla luce di ciò il ricorso è infondato.
Uditi nella pubblica udienza del 13 novembre 2008 – relatore il Referendario M. Perrelli – l’avv. Infantolino per la parte ricorrente;
L’amministrazione ha applicato l’art. 9, comma 3, del D. Lgs. n. 286/1998 il quale, nel testo vigente al tempo dell’emanazione del provvedimento, prevedeva che “La carta di soggiorno è rilasciata sempre che nei confronti dello straniero non sia stato disposto il giudizio per taluno dei delitti di cui all’art. 380 nonché, limitatamente ai delitti non colposi, all’art. 381 del codice di procedura penale, o pronunciata sentenza di condanna, anche non definitiva, salvo che abbia ottenuto la riabilitazione. Successivamente al rilascio della carta di soggiorno il questore dispone la revoca, se è stata emessa sentenza di condanna, anche non definitiva, per reati di cui al presente comma. Qualora non debba essere disposta l’espulsione e ricorrano i requisiti previsti dalla legge, è rilasciato permesso di soggiorno. Contro il rifiuto del rilascio della carta di soggiorno e contro la revoca della stessa è ammesso ricorso al tribunale amministrativo regionale competente”.
Di conseguenza, nel caso concreto l’amministrazione, una volta preso atto che Mouhib El Moustapha era stato condannato per il reato di furto aggravato (compreso tra le fattispecie di cui all’art. 380 c.p.p.) dal Tribunale di Vicenza con sentenza divenuta irrevocabile dal 9.7.2005, era tenuta a revocare la carta di soggiorno, senza potere effettuare – come invece sostenuto dal ricorrente – delle valutazioni ulteriori concernenti la durata del soggiorno sul territorio, l’attività lavorativa dell’interessato, le conseguenze per l’interessato e per i suoi familiari, i vincoli con l’Italia o l’assenza di vincoli con il paese di origine.
Occorre infatti premettere, al riguardo, che l’art. 1 del D.Lgs. n. 3/2007, attuativo della direttiva 2003/109, ha recepito le disposizioni comunitarie sostituendo l’art. 9 del D. Lgs. n. 286/1998 e prevedendo, ai commi 10 e 11 di tale norma, che “Nei confronti del titolare del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, l’espulsione può essere disposta: a) per gravi motivi di ordine pubblico o sicurezza dello Stato; b) nei casi di cui all’articolo 3, comma 1, del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155; c) quando lo straniero appartiene ad una delle categorie indicate all’articolo 1 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423, ovvero all’articolo 1 della legge 31 maggio 1965, n. 575, sempre che sia stata applicata, anche in via cautelare, una delle misure di cui all’articolo 14 della legge 19 marzo 1990, n. 55. Ai fini dell’adozione del provvedimento di espulsione di cui al comma 10, si tiene conto anche dell’età dell’interessato, della durata del soggiorno sul territorio nazionale, delle conseguenze dell’espulsione per l’interessato e i suoi familiari, dell’esistenza di legami familiari e sociali nel territorio nazionale e dell’assenza di tali vincoli con il Paese di origine”.
A tal riguardo merita di essere rammentato che per giurisprudenza costante la diretta efficacia delle direttive comunitarie richiede il riscontro di alcuni presupposti sostanziali e precisamente: la prescrizione deve essere incondizionata (così da non lasciare margine di discrezionalità agli Stati membri nella loro attuazione) e sufficientemente precisa (nel senso che la fattispecie astratta ivi prevista ed il contenuto del precetto ad essa applicabile devono essere determinati con compiutezza, in tutti i loro elementi), ed inoltre lo Stato destinatario – nei cui confronti il singolo faccia valere tale prescrizione – deve risultare inadempiente per essere inutilmente decorso il termine previsto per dar attuazione alla direttiva. La ricognizione, in concreto, di tali presupposti costituisce l’esito di un’attività di interpretazione della direttiva comunitaria e delle sue singole disposizioni, che il giudice nazionale può effettuare direttamente ovvero rimettere alla Corte di giustizia ai sensi dell’art. 177, comma 2, del Trattato di Roma, facoltà quest’ultima che invece costituisce obbligo per il giudice nazionale di ultima istanza (art. 177, comma 3, cit.), sempre che – secondo quanto ritenuto dalla stessa giurisprudenza della Corte di giustizia (sent. 6 ottobre 1982, in causa 283/81) – il precetto della norma comunitaria non si imponga con tale evidenza da non lasciare adito ad alcun ragionevole dubbio sulla sua esegesi (cfr. Corte costituzionale, 18.4.1991, n. 168; Cons. Stato, VI, 2.2.2001, n. 430; T.A.R. Emilia Romagna Parma, 21.11.2002, n. 846; Cass. Civ., I, 9.11. 2006, n. 23937).
Tanto premesso, occorre notare che l’art. 9 della direttiva 2003/109, disciplinante la “revoca o perdita dello status” di soggiornante di lungo periodo, non presenta i connotati propri di una norma self-executing. Tale disposizione, infatti, stabilisce, nei suoi primi tre commi, che “I soggiornanti di lungo periodo non hanno più diritto allo status di soggiornante di lungo periodo nei casi seguenti: a) constatazione dell’acquisizione fraudolenta dello status di soggiornante di lungo periodo; b) adozione di un provvedimento di allontanamento a norma dell’articolo 12; c) in caso di assenza dal territorio della Comunità per un periodo di dodici mesi consecutivi. In deroga al paragrafo 1, lettera c), gli Stati membri possono stabilire che le assenze superiori a dodici mesi consecutivi o quelle dovute a motivi specifici o straordinari non comportino la revoca o la perdita dello status. Gli Stati membri possono stabilire che il soggiornante di lungo periodo non abbia più diritto al suddetto status se costituisce una minaccia per l’ordine pubblico in considerazione della gravità dei reati dallo stesso perpetrati, ma non è motivo di allontanamento ai sensi dell’articolo 12”.
L’art. 4, comma 3, del D. Lgs. n. 286/1998 prevede che “Non è ammesso in Italia lo straniero che non soddisfi tali requisiti o che sia considerato una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato…., anche a seguito di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per reati previsti dall’articolo 380, commi 1 e 2, del codice di procedura penale ovvero per reati inerenti gli stupefacenti, la libertà sessuale, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina verso l’Italia e dell’emigrazione clandestina dall’Italia verso altri Stati o per reati diretti al reclutamento di persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione o di minori da impiegare in attività illecite”, mentre il successivo art. 5 dispone che “Il permesso di soggiorno o il suo rinnovo sono rifiutati e, se il permesso di soggiorno è stato rilasciato, esso è revocato, quando mancano o vengono a mancare i requisiti richiesti per l’ingresso e il soggiorno nel territorio dello Stato”. Pertanto, anche in caso di ricongiungimento familiare, le norme citate, vigenti al tempo di emanazione del decreto questorile, vincolavano l’amministrazione a rifiutare il permesso di soggiorno allo straniero condannato, come nel caso di specie, per un reato compreso nell’art. 380 c.p.p., senza consentire l’effettuazione di valutazioni ulteriori, correlate alla condizione familiare e sociale dello straniero stesso. Ne deriva l’infondatezza dei motivi in esame poiché la Questura ha legittimamente applicato la normativa vigente al tempo di adozione del provvedimento impugnato, la quale rendeva doveroso il rifiuto del permesso in presenza di una sentenza di condanna per il reato di furto aggravato, compreso nell’art. 380 c.p.p..
revoca carta soggiorno condanna furto aggravato circostanze attenuanti
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References: art. 4
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