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Timestamp: 2019-05-25 07:16:15+00:00

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Si intratteniene presso l'alloggio popolare assegnato alla madre (con la moglie e figlia) nonostante quest’ultima, dopo un iniziale consenso ad accoglierlo dati i suoi problemi economici, gli aveva ripetutamente chiesto di andarsene perché riteneva non più ulteriormente praticabile la convivenza.
E' violazione di domicilio.
Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 27/11/2018) 24-01-2019, n. 3529
Dott. SCARLINI Enrico V.S. - Presidente -
avverso la sentenza del 05/07/2017 della CORTE APPELLO di PALERMO;
sentite le conclusioni del Procuratore generale FERDINANDO LIGNOLA, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
1. Con sentenza del 5 luglio 2017, la Corte di appello di Palermo ha rigettato l'appello di L.A. avverso la sentenza di condanna per violazione di domicilio aggravata emessa dal locale Tribunale; secondo l'accusa, l'imputato si era trattenuto presso l'alloggio popolare assegnato alla madre T.G. (insieme a moglie e figlia) nonostante la persona offesa, dopo un iniziale consenso ad accoglierlo dati i suoi problemi economici, gli aveva ripetutamente chiesto di andarsene perchè riteneva non più ulteriormente praticabile la convivenza.
2. Ricorre avverso detta sentenza il difensore del L., il quale articola un unico motivo per vizio di motivazione e violazione di legge.
La sentenza impugnata sarebbe illogica in quanto non aveva tenuto conto dell'assoluzione in altro processo di L. dal reato di maltrattamenti ai danni della madre e della ricostruzione dei rapporti familiari che ne era derivata.
La norma che si assume violata non tutela diritti reali o di natura obbligatoria, ma il concetto di domicilio; la sentenza aveva errato nell'attribuire rilievo alla genesi del rapporto di coabitazione ed alla decisione della persona offesa di allontanare gli ospiti, nonchè nel trascurare che la madre aveva accolto il figlio ed il nucleo familiare di questi nella prospettiva della creazione di un gruppo familiare unico e di una convivenza stabile e che la casa era stata rivoluzionata per accogliere l'imputato e i suoi stretti familiari; la stabilità del rapporto di convivenza sarebbe dimostrata altresì dal fatto che L. è stato processato per il reato di cui all'art. 572 c.p., che presuppone una convivenza stabile; secondo il ricorrente, la sentenza di assoluzione per il delitto di maltrattamenti - di cui riporta uno stralcio - avallerebbe detto assunto.
1.1. In primo luogo, quanto alla sussistenza oggettiva del reato, la sentenza ha spiegato, con argomentazioni non contraddittorie e prive di tratti di manifesta illogicità, perchè si trattasse di un'ospitalità precaria nonchè quale fosse la rilevanza - rispetto alla mancanza di stabilità del rapporto che legava l'imputato all'immobile - della sopravvenuta manifestazione di volontà dell'ospitante di revocare la propria disponibilità, resa nota ripetutamente sia al diretto interessato, a cui la madre aveva più volte richiesto di lasciare l'abitazione, sia alle forze dell'ordine e addirittura all'I.A.C.P..
Peraltro, a supporto delle proprie doglianze, il ricorrente pone la sentenza per maltrattamenti emessa dalla Corte territoriale palermitana da cui, in tesi, dovrebbe evincersi l'esistenza di un rapporto di coabitazione; tuttavia, al netto di ogni valutazione circa le implicazioni della convivenza rispetto alla configurabilità del delitto di cui all'art. 572 c.p., la censura non è supportata da specificazioni o produzioni che consentano di comprendere se il dato giudiziario evocato sia stato oggetto di una mancata valutazione dei giudici di merito ovvero come tale precedente possa orientare il giudizio di legittimità, ancorato alla sola valutazione della sentenza impugnata, salvo doglianze di ordine processuale o di travisamento della prova.
2. All'inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende, così equitativamente determinata in relazione ai motivi di ricorso che inducono a ritenere la parte in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte cost. 13/6/2000 n. 186).

References: Cass. 
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