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Timestamp: 2019-12-13 05:39:55+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 11 novembre 2019, n. 29104 - Il rapporto di lavoro a tempo indeterminato della guardia giurata non si risolve in via automatica per la sopravvenuta impossibilità della prestazione, essendo necessario un atto di espressione di volontà da parte del datore di lavoro che configura, dunque, nell'ambito della disciplina speciale del diritto del lavoro - Studio Cerbone
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 11 novembre 2019, n. 29104
Licenziamento per sopravvenuta mancanza del porto d’armi e dell’abilitazione a svolgere l’attività di guardia – Mancato possesso dei titoli necessari per svolgere la mansione – Imprescindibile applicazione del preventivo procedimento di conciliazione ex art. 7 della L. n. 604/1966 – Fattispecie estintiva del rapporto di lavoro dipendente dalla volontà del datore di lavoro – Non escluso, in via astratta, l’impiego del dipendente in mansioni diverse – Atto di espressione di volontà da parte del datore di lavoro che configura un licenziamento e non una sopravvenuta impossibilità della prestazione
1. Con sentenza n. 259 del 30.6.2017 la Corte d’appello di Trieste, in sede di reclamo ex art. 1, comma 58 della legge n. 92 del 2012 e confermando la sentenza del Tribunale della medesima sede, ha dichiarato inefficace il licenziamento intimato il 2.9.2014 a M.B. per sopravvenuta mancanza del porto d’armi nonché dell’abilitazione a svolgere l’attività di guardia particolare giurata presso la società I.G. s.p.a. in considerazione del mancato espletamento della procedura conciliativa prevista dall’art. 7 della legge n. 604 del 1966 (come novellato dalla legge n. 92 del 2012), con conseguente applicazione della tutela risarcitoria di cui all’art. 18, comma 6, della legge n. 300 del 1970 come novellato dalla legge n. 92 del 2012 e, nella specie, declaratoria di risoluzione del rapporto di lavoro e condanna al pagamento di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.
2. La Corte territoriale, accertato il (pacifico) mancato possesso dei titoli necessari per svolgere la mansione di guardia giurata da parte del B., ha ricondotto detta impossibilità sopravvenuta nell’alveo dell’archetipo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (a fronte di consolidata giurisprudenza di legittimità nonché della specialità del diritto del lavoro), con conseguente imprescindibile applicazione del preventivo procedimento di conciliazione dettato dall’art. 7 della legge n. 604 del 1966; ha respinto il reclamo proposto in via subordinata dal reclamato lavoratore, rilevando la natura di termine minimo di garanzia dei 180 giorni previsti dall’art. 120 del CCNL dipendenti di Istituti e Imprese di vigilanza privata 2013 per il licenziamento del dipendente privo dei titoli abilitanti la mansione di guardia giurata, rilevando altresì la carenza di interesse ad agire del lavoratore; infine, con riguardo al reclamo incidentale proposto sempre dal reclamato lavoratore, ha respinto la prospettazione di profili di illegittimità del licenziamento, essendo stato provatela la carenza dei titoli abilitativi sia l’impossibilità di impiegare il B. in mansioni diverse.
3. La società I.G. s.p.a. ha proposto, avverso tale sentenza, ricorso per cassazione affidato a due motivi. Il lavoratore ha depositato controricorso nonché proposto due motivi di ricorso incidentale.
1. Con il primo motivo del ricorso principale la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 120 del CCNL dipendenti di Istituti e Imprese di vigilanza, 1362 e 1367 nonché 1256 e 1463 cod.civ., 3 e 7 della legge n. 604 del 1966 (ex art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.) avendo, la Corte distrettuale, erroneamente ritenuto che la perdita dei titoli abilitanti la mansione di guardia giurata costituisca giustificato motivo oggettivo anziché causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione (come affermato da alcune statuizioni della Corte di Cassazione in ordine all’art. 120 del CCNL applicato in azienda) con conseguente preventiva sottoposizione del potere datoriale di recesso al procedimento di conciliazione ex art. 7 della legge n. 604 del 1966. Invero, l’art. 120 del CCNL settore Imprese di vigilanza (interamente riprodotto) va interpretato nel senso che introduce una fattispecie riconducibile all’impossibilità assoluta della prestazione ex art. 1463 cod.civ., con conseguente risoluzione automatica del rapporto di lavoro una volta decorso il termine di 180 giorni, con esclusione dunque della possibilità di configurare una fattispecie di licenziamento per giustificato motivo oggettivo (e conseguente esclusione dell’applicazione dell’art. 7 della legge n .604 del 1966 come novellato dalla legge n. 92 del 2102).
2. Con il secondo motivo del ricorso principale la società ricorrente denuncia violazione degli artt. 111 Cost. e 1, comma 60, della legge n.92 del 2012, nonché omessa pronuncia (ex art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.) avendo, la Corte omesso di pronunciarsi sulla domanda, svolta in via subordinata in sede di reclamo, di limitazione del numero di indennità riconosciute al lavoratore, in considerazione della collaborazione datoriale prestata ai fini di evitare il licenziamento.
3. Con il primo motivo di ricorso incidentale si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 120 del CCNL dipendenti di Istituti e Imprese di vigilanza (ex art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.) avendo, la Corte distrettuale, erroneamente trascurato il ricorso di una manifesta insussistenza del giustificato motivo oggettivo di licenziamento, resa evidente dalla mancata sospensione dal servizio del dipendente (che lasciava, dunque, presumere una possibilità di reimpiego) una volta sprovvisto di titoli abilitanti nonché dalla prolungata inerzia del datore di lavoro, che ha proceduto al licenziamento in data ampiamente superiore al termine di 180 giorni previsto dalla clausola contrattuale.
4. Con un secondo motivo di ricorso incidentale (non numerato nonché sprovvisto di rubrica) si deduce l’erroneità della statuizione sulle spese legali, avendo, la Corte territoriale, confermato la pronuncia del Tribunale di compensazione parziale delle spese di lite in considerazione dell’accoglimento della terza domanda proposta in ricorso e del rigetto delle domande principali svolte dal lavoratore, violando il principio di soccombenza, dovendo, peraltro, riconoscersi che l’introduzione del giudizio è stato determinato dalla illegittimità del licenziamento.
Il CCNL di categoria all’art. 120 prevede: “Nel caso di sospensione o di mancato rinnovo del decreto di nomina a guardia particolare giurata e/o della licenza di porto d’armi il datore di lavoro potrà sospendere dal servizio e dalla retribuzione il lavoratore. Trascorso il periodo di 180 giorni di calendario senza che il lavoratore sia ritornato in possesso dei documenti di cui sopra, il datore di lavoro potrà risolvere il rapporto di lavoro per tale motivo senza preavviso o indennità sostitutiva”.
L’utilizzo del verbo ausiliare “potrà” con riguardo alla decisione datoriale di sospendere dal servizio e dalla retribuzione il dipendente che abbia perso i titoli abilitanti la mansione di guardia particolare giurata (primo periodo dell’art. 120 del CCNL di settore) rende chiaro il carattere discrezionale della scelta: durante il decorso del termine di 180 giorni che deve precedere l’atto di recesso il datore di lavoro potrà o meno utilizzare il dipendente in mansioni alternative (e ciò dipenderà, essenzialmente, dal tipo di struttura e di organizzazione imprenditoriale adottata). Il suddetto termine è stato individuato dalle parti sociali come periodo di tempo congruo per la valutazione dell’interesse della datrice di lavoro alla futura prestazione lavorativa e per consentire al lavoratore di tornare in possesso del titolo abilitativo: spirato tale termine, le parti sociali hanno chiaramente ricondotto al datore di lavoro la facoltà (“potrà”) di risolvere il rapporto di lavoro valutando l’interesse alla residua prestazione che il dipendente può fornire (ed hanno previsto l’esonero, dovuto in tutti i casi di recesso non immediato, dal periodo di preavviso e dalla relativa indennità).
Il senso letterale delle parole e la ratio perseguita dalle parti sociali consentono, dunque, di ricostruire la comune intenzione delle parti nel senso di ricondurre la sopravvenuta inidoneità allo svolgimento delle mansioni di guardia particolare giurata al modello del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, proprio perché l’uso del verbo “potere” rende chiaro che la fattispecie estintiva del rapporto di lavoro dipende dalla volontà del datore di lavoro perché non si può escludere, in via astratta, l’impiego del dipendente in mansioni diverse (ancorché debba negarsi nel caso concreto, e in ciò sta la giustificazione del recesso, in quanto il datore di lavoro ha dimostrato che la continuazione del rapporto non corrispondeva, in considerazione della struttura organizzativa adottata, ad un apprezzabile interesse). Invero, potendo astrattamente residuare un utilizzo alternativo delle mansioni residue del lavoratore privo dei titoli abilitanti la mansione di guardia giurata, la determinazione di risolvere il rapporto di lavoro per impossibilità sopravvenuta parziale viene ricondotta, dall’art. 120 CCNL, al datore di lavoro che – decorso il termine minimo di 180 giorni – può decidere di licenziare il dipendente per giustificato motivo oggettivo (non essendo compatibile, la mansione residua, con l’organizzazione aziendale) ovvero di esercitare lo ius variandi (adibendo il lavoratore ad altra mansione).
Il contratto collettivo in esame (non avendo, il ricorrente, dedotto alcunché in ordine a limitazioni poste dal CCNL al potere datoriale di modifica delle mansioni per le guardie giurate; vedi, ad es, in tal senso, altri contratti, quale quello concernente i piloti e la sopravvenuta inidoneità al volo, cfr. in tema Cass. n. 7531 del 2010) consente al datore di lavoro l’esercizio di uno ius variandi, non precludendo – in astratto – l’impiego del dipendente assunto quale guardia giurata in altre mansioni; ciò impedisce di delineare una ipotesi di risoluzione automatica del contratto per impossibilità sopravvenuta assoluta alla prestazione, ex art. 1463 cod.civ.; in caso di perdita dei titoli abilitanti, si delinea, pertanto, la distinta ipotesi di impossibilità parziale, prevista dall’art. 1464 cod.civ., che richiede la valutazione datoriale dell’interesse residuale e, dunque, la riconduzione della risoluzione del rapporto ad una determinazione dell’imprenditore.
Il ricorrente, pur invocando la violazione dell’art. 1362 cod.civ., non indica, d’altra parte, il punto ed il modo in cui l’interpretazione si discosta dai canoni di ermeneutica e la Corte territoriale, con interpretazione ermeneutica corretta e con argomentazione logica, ha spiegato che – sia il testo dell’art. 120 del CCNL sia l’orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità – consentono di inquadrare l’impossibilità sopravvenuta (per carenza dei titoli abilitanti) nell’ambito del giustificato motivo oggettivo, considerata la specialità del diritto del lavoro e il necessario coordinamento tra l’art. 1464 cod.civ. e l’art. 3 della legge n. 604 del 1966.
In ordine ai profili di inquadramento della fattispecie, la giurisprudenza di questa Corte ha, in prevalenza, ricondotto il licenziamento per sopravvenuta inidoneità allo svolgimento delle mansioni di guardia giurata all’ipotesi del giustificato motivo oggettivo proprio perché non si può escludere l’impiego del dipendente in mansioni diverse (cfr. da ultimo, Cass. nn. 24016, 13192, 4316 del 2017; Cass. 13986 del 2000), talvolta evocando sia l’ipotesi della risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta sia il recesso per giustificato motivo oggettivo (cfr. Cass. n. 12072 del 2015; Cass. n. 16924 del 2006). Peraltro, questa Corte ha sempre richiamato l’ipotesi della impossibilità relativa di cui all’art. 1464 cod.civ., che – a differenza dell’impossibilità assoluta, ex art. 1463 cod.civ. – richiede che la parte interessata manifesti, mediante negozio di recesso, l’assenza di un suo interesse al mantenimento di un vincolo giuridico, ormai privato di parte del valore.
In ogni caso, dunque, questa Corte ha affermato che il rapporto di lavoro a tempo indeterminato della guardia giurata non si risolve in via automatica per la sopravvenuta impossibilità della prestazione, essendo necessario un atto di espressione di volontà da parte del datore di lavoro che configura, dunque, nell’ambito della disciplina speciale del diritto del lavoro, un licenziamento (ossia una fattispecie estintiva del rapporto di lavoro dipendente dalla volontà del datore di lavoro) per giustificato motivo oggettivo, orientamento che si inscrive nella più ampia tesi che ritiene del tutto residuali le ipotesi di assoluta impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa (in quanto da valutare con particolare rigore) ed inquadrabili nell’ambito del recesso per giusta causa ex art. 2119 cod.civ. (cfr. per una ampia ricostruzione giurisprudenziale, Cass. n. 7531 del 2010).
Dalla qualificazione come licenziamento per giustificato motivo oggettivo del recesso per perdita dei titoli abilitanti da parte della guardia particolare giurata consegue l’applicazione dell’art. 7 della legge n. 604 del 1966 che impone l’esperimento del preventivo tentativo di conciliazione.
Questa Corte afferma, pertanto, il seguente principio di diritto: la sopravvenuta mancanza dei titoli abilitanti le mansioni di guardia particolare giurata (decreto di nomina e/o licenza di porto d’armi) configura, ai sensi dell’art. 120 del CCNL dipendenti di Istituti e Imprese di vigilanza 2013-2015, una ipotesi di impossibilità relativa della prestazione che richiede, ex art. 1464 cod.civ., la manifestazione da parte del datore di lavoro di interesse alla prosecuzione del rapporto di lavoro da configurarsi quale licenziamento per giustificato motivo oggettivo, richiedente il preventivo esperimento del procedimento di conciliazione ai sensi dell’art. 7 della legge n. 604 del 1966 come novellato dall’art. 1, comma 40, della legge n. 92 del 2012.
La censura è prospettata con modalità non conformi al principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, secondo cui parte ricorrente avrebbe dovuto, quantomeno, trascrivere nel ricorso il contenuto (per estratto) del reclamo, fornendo al contempo alla Corte elementi sicuri per consentirne l’individuazione e il reperimento negli atti processuali, potendosi solo così ritenere assolto il duplice onere, rispettivamente previsto a presidio del suddetto principio dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (Cass. 12 febbraio 2014, n. 3224; Cass. SU 11 aprile 2012, n. 5698; Cass. SU 3 novembre 2011, n. 22726).
7. Il primo motivo del ricorso incidentale è inammissibile e per la parte residua infondato.
Inammissibile in quanto invoca la violazione di una clausola del CCNL applicato richiamando, invece, la previsione di una norma legislativa (il concetto di “manifesta insussistenza del fatto” di cui all’art. 18, comma 7, della legge n. 300 del 1970 come novellata dalla legge n. 92 del 2012) nonché invocando una nuova rivalutazione degli elementi istruttori, in questa sede preclusa.
Il motivo è, inoltre, infondato ove invoca – senza peraltro indicare con quale modalità e in base a quali canoni esegetici – l’interpretazione del termine di 180 giorni previsto dall’art. 120 del CCNL di settore in senso rigoroso ossia quale termine decadenziale del potere di recesso del datore di lavoro, nonostante la clausola negoziale preveda chiaramente tale termine quale periodo minimo di attesa per la valutazione, da parte del datore, di un interesse al proseguimento del rapporto.
8. Il secondo motivo del ricorso incidentale non è fondato.
Nel regime normativo posteriore alle modifiche introdotte all’art. 91 cod.proc.civ. dalla legge n. 69 del 2009, in caso di accoglimento parziale della domanda il giudice può, ai sensi dell’art. 92 cod.proc.civ., compensare in tutto o in parte le spese sostenute dalla parte vittoriosa (cfr., da ultimo, Cass. n. 26918 del 2018; Cass. n. 3438 del 2016).
La Corte territoriale si è attenuta a tali principi e, essendo stata accolta la terza domanda proposta in via subordinata dal lavoratore ricorrente e respinte le altre domande, ha parzialmente compensato tra le parti le spese di lite.
9. In conclusione, il ricorso principale ed il ricorso incidentale vanno rigettati e le spese del presente giudizio di legittimità sono integralmente compensate tra le parti in considerazione della reciproca soccombenza.
10. Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e di quello incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato – se dovuto – previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013).
Rigetta il ricorso principale ed il ricorso incidentale e compensa tra le parti le spese di lite.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello – ove dovuto – per il ricorso, a norma del comma 1 -bis dello stesso articolo 13.

References: Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 art. 7
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 art. 360
 art. 7
 art. 1463
 art. 360
 art. 360
 Cass. 
 art. 1463
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1463
 art. 2119
 Cass. 
 art. 1464
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 13
 art. 1
 articolo 13