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Timestamp: 2018-10-20 13:01:15+00:00

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Diritto penale l uso di espressioni colorite pu o implicare per il datore di lavoro il reato di minaccia cass pen 8 giugno 2011 n 22816 »
DIRITTO PENALE. L'uso di espressioni "colorite" puà² implicare per il datore di lavoro il reato di minaccia. Cass. pen. 8 giugno 2011 n. 22816.
Il caso di specie è quello del datore di lavoro che vuole imporre ad un proprio dipendente di sottoscrivere nel corso del rapporto di lavoro una lettera di dimissioni da poter poi eventualmente utilizzare da parte del datore.
In questo caso però la lavoratrice si rifiuta di firmare la lettera e querela il proprio datore di lavoro per ingiuria e minaccia, affermando che lo stesso le aveva prospettato un “trattamento vessatorio” nel caso non avesse sottoscritto la lettera, e le aveva rivolto le frasi “ti farò schiattare” e “sei vergognosa”.
Il giudice di pace aveva prosciolto il datore, il quale veniva poi condannato dal Tribunale che aveva ritenuto riscontrate la minaccia e l’ingiuria per la produzione in giudizio di un foglio contenente la lettera di dimissioni (non sottoscritta) e la testimonianza di una collega della querelante.
L’imputato ricorre in cassazione sostenendo che l’espressione “ti farò schiattare” non potesse costituire il reato di minaccia, poiché il significato del verbo “schiattare” sarebbe incerto, non risultando, a suo dire, registrato su alcun dizionario della lingua italiana, né tantomeno valenza offensiva aveva l’invettiva “sei una vergognosa”.
Per i giudici di legittimità, invece, l’espressione “ti farò schiattare” non solo è di uso comune, ma è riportata su tutti i dizionari della lingua italiana con l’inequivoco significato “ti farò crepare”.
Ed ancora l’espressione “vergognosa” è stata correttamente valutata nel contesto ed aveva il chiaro ed univoco significato ingiurioso che la sentenza impugnata ha ritenuto.
Confermata, pertanto, dalla Corte Suprema, la condanna del datore di lavoro per i reati di ingiuria e minaccia.
Corte di Cassazione Sez. Quinta Pen. Sent. del 08.06.2011, n. 22816
C.C. ricorre tramite difensore avverso la sentenza del Tribunale Monocratico di Roma del 23 aprile 2009 che, in riforma di quella assolutoria pronunciata da quel giudice di pace, l’aveva ritenuto responsabile dei reati di minacce ed ingiurie in danno di D.M.R.P.
Secondo l’ipotesi di accusa il C., datore di lavoro della parte lesa, aveva ingiuriato e minacciato la predetta, prospettandole un trattamento sistematicamente vessatorio; secondo la sentenza impugnata la ragione di detto comportamento era nel rifiuto opposto dalla giovane alla richiesta del C. di sottoscrivere una lettera di dimissioni.
Deduce il ricorrente la nullità della sentenza impugnata per vizi di motivazione in ordine alla ricostruzione del fatto ed alla valutazione delle prove.
In particolare, a suo avviso il Tribunale aveva fondato l’affermazione di responsabilità sulle dichiarazioni della D.M.R.P., ritenendole riscontrate dalla produzione di un foglio spiegazzato sul quale era vergata una lettera di dimissioni non sottoscritta, e dalla testimonianza indiretta della testimone M., elementi a suo dire assolutamente inidonei a confortare gli assunti della parte lesa, ed aveva ritenuto erroneamente che l’espressione “ti farò schiattare” potesse costituire il reato di minaccia, mentre invece il significato del verbo “schiattare” sarebbe incerto, non risultando, a suo dire, registrato su alcun dizionario della lingua italiana, né tantomeno valenza offensiva aveva l’invettiva “sei una vergognosa”.
Quanto alla ricostruzione del fatto ed alla valutazione degli elementi di prova ritenuti dal Tribunale confermativi dell’ipotesi di accusa, va osservato che la censura sostanzialmente prospetta il riesame del merito, che in questa sede di legittimità è precluso se, come nel caso di specie, la sentenza impugnata abbia dato conto delle ragioni della decisione con motivazione ragionevole e condivisibile, comunque immune da vizi logici o contraddizioni, valutando come elemento di riscontro anche la testimonianza del C.
Quanto poi alla rilevanza penale delle espressioni su menzionate, il ricorso è manifestamente infondato, atteso che contrariamente a quanto assume il ricorrente, l’espressione “ti farò schiattare” non solo è di uso comune, ma è riportata su tutti i dizionari della lingua italiana con l’inequivoco significato “ti farò crepare”; l’espressione “vergognosa” poi è stata correttamente valutata nel contesto, ed aveva il chiaro ed univoco significato ingiurioso che la sentenza impugnata ha ritenuto.
Alla declaratoria di inammissibilità consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 500,00 in favore della Cassa delle Ammende.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 500,00= in favore della Cassa delle Ammende.
Depositata in Cancelleria il 08.06.2011
Rivista Numero: 1252

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