Source: http://docplayer.it/721597-Concetto-di-cosa-in-custodia.html
Timestamp: 2018-09-21 01:15:00+00:00

Document:
1 Capitolo 4 Concetto di cosa in custodia Caso 4.1 Si configura un caso fortuito in caso di caduta nell atrio condominiale reso scivoloso dalla cera? Occorre premettere che una parte della giurisprudenza, pur non dubitando dell applicabilità della presunzione di cui all art c.c. anche con riferimento ai danni causati da cose in sé non pericolose, espunge dal suo raggio applicativo tutti i casi in cui la genesi del danno vada ricondotta al mero contatto diretto o indiretto con cose inerti (quale è ad esempio il caso di cadute od urti contro cose di proprietà altrui o, ancora, si tratta dell ipotesi di cadute, scivolate od inciampi su pavimenti bagnati od irregolari, scale, gradini, rampe, moquette con lembi sollevati, urti contro vetrate non visibili, e più in generale tutte le ipotesi di lesività personali derivanti dall uso delle altrui proprietà immobiliari, siano esse pubbliche o private: in tal senso Trib. Roma 20 marzo 2006); in tali tipologie di sinistri si nega infatti che la tutela vada somministrata facendo ricorso alla disposizione in commento, perché l evento dannoso non è arrecato dalla cosa, della quale viene sottolineato il ruolo di mera «occasione» e non di «causa» di quest ultimo, trovando così tali tipologie di sinistro regime nel divieto del nemimen laedere di cui all art c.c., sub specie della tradizionale figura dell insidia o trabocchetto. Tuttavia appare più condivisibile quell orientamento registrato dalle sentenze che seguono: Conforme: Cass., 28 marzo 2001, n «La responsabilità ex art cod. civ. non richiede necessariamente che la cosa sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per suo intrinseco potere, in quanto anche in relazione alle cose prive di un proprio dinamismo il danno può verificarsi in conseguenza dell insorgere in esse di un processo dannoso provocato da elementi esterni».
2 Parte II: Casistica Conforme: Cass., 22 maggio 2000, n «In tema di danni causati da cose in custodia, l art cod. civ. non richiede necessariamente che l idoneità lesiva dipenda dalla natura stessa in tali cose in quanto anche allorché questi siano prive di un proprio dinamismo sussiste un dovere di custodia e controllo quando il fortuito o l effetto dell azione umana possa prevedibilmente intervenire come causa esclusiva o come concausa nel processo obiettivo di produzione dell evento dannoso provocando lo sviluppo di un agente, di un elemento o di un carattere che conferiscano alla cosa la idoneità suddetta». Ciò chiarito, il caso proposto è stato esaminato da una sentenza della S.C. (Cass. 19 giugno 2008, n ) ed è quello di una signora scivolata nell atrio dell edificio condominiale a causa della cera applicata dal custode dello stabile, combinata con l acqua piovana trasportata dal passaggio degli inquilini. Orbene la Corte di Cassazione ha affermato che la responsabilità del custode ex art c.c. è esclusa soltanto quando il danno sia eziologicamente riconducibile non alla cosa, ma al fortuito senza che rilevi che questo sia costituito da un comportamento umano, nel fatto cioè dello stesso danneggiato o di un terzo. Nel caso in esame la Suprema Corte ha quindi rilevato la sussistenza di un comportamento colposo della vittima che, in base alla sua stessa prospettazione dei fatti (aveva, infatti, dichiarato in primo grado che, prima di assicurare la presa ai corrimani delle scale, aveva alzato il piede sinistro sul primo gradino, rendendo così più instabile il proprio equilibrio e rovinando a terra), pur potendo verificare in condizioni di normale visibilità che il pavimento appariva in condizioni di percepibile scivolosità, non aveva prestato la normale diligenza e la dovuta particolare attenzione alla situazione anomala dei luoghi. Quindi accertato che l evento dannoso era stato cagionato esclusivamente da caso fortuito (nella specie rappresentato da un fatto imputabile alla stessa persona danneggiata), che per sua intrinseca natura risulta idoneo ad interrompere il collegamento causale tra la cosa ed il danno, nessun risarcimento è dovuto dal condominio (quale custode delle scale) alla attrice. Infatti, una volta che sia stato accertato che l evento lesivo sia stato cagionato esclusivamente dal comportamento della danneggiata, non può trovare applicazione la responsabilità oggettiva del custode ex art cc, che presuppone invece la diversa ipotesi dei danni cagionati dalla cosa in custodia per la sua intrinseca natura ovvero per l insorgenza in essa di fattori, dannosi. In conclusione risposta al caso 4.1 Il condominio di un edificio, quale custode dei beni e dei servizi comuni, ben potrà essere chiamato a rispondere, a titolo oggettivo, di danno provocato da cose in custodia, in base all articolo 2051 del codice civile, se un soggetto cade sul pavimento scivoloso dell androne condominiale, riportando delle lesioni fisiche e, tuttavia, occorre verificare caso per caso se in concreto non ricorra il caso fortuito il più delle volte rappresentato dalla disattenzione e/o imprudenza dello stesso danneggiato. 180
3 Capitolo 4: Concetto di cosa in custodia Caso 4.2 È configurabile una responsabilità del condominio ex art c.c. per cadute ascrivibili ad anomalie varie occulte delle scale condominiali? Il contenzioso risarcitorio da cadute di utenti di scale di condomini, così come di qualsivoglia fabbricato o struttura pubblica o privata, è quanto mai rilevante sul piano casistico. Naturalmente non esiste una risposta assoluta poichè occorre sempre verificare le modalità concrete dell infortunio ed accertare in primis l anomalia della cosa custodita ed il nesso eziologico tra la dedotta imperfezione del bene e l evento dannoso lamentato, nesso di causalità che può essere interrotto dal caso fortuito ricomprendente in particolar modo l uso anomalo, l imprudenza e la disattenzione dello stesso danneggiato da valutare alla luce delle condizioni di tempo e di luogo in cui il sinistro ebbe a prodursi. La disattenzione della stessa parte infortunata assume poi un rilievo particolare ai fini della interruzione del nesso eziologico in tutti i casi in cui il soggetto leso risieda (quale proprietario o inquilino o comodatario) nello stesso fabbricato ove si sia verificata la caduta essendo indubbio e costituendo in ogni caso un dato di comune esperienza che alcune imperfezioni delle scale condominiali possono essere risalenti nel tempo (piuttosto che costituire una condizione transeunte e imprevedibile) e quindi debbono presumersi conosciute dagli utenti abituali delle medesime. Per altro verso non può sottacersi che il soggetto residente nel fabbricato condominiale possa legittimamente fare affidamento in ordine alla ordinaria situazione di fatto delle scale condominiali e circa la normalità e abitualità dei propri comportamenti (è nozione di comune esperienza che le scale della propria abitazione si discendono senza prestare particolare attenzione ai singoli gradini proprio perché si tratta di un movimento normale, abituale, quindi eseguito in modo «automatico») ragion per cui particolari e contingenti conformazioni delle scale possono costituire anche per loro delle insidie imprevedibili (si pensi al caso di rimozione temporanea per trasloco in atto di un cancelletto posto all inizio delle scale con conseguente pericolo di inciampo nel gancio di ancoraggio). Una delle modalità d infortunio più frequenti è senz altro costituita dalla caduta provocata dalla instabilità di uno scalino non perfettamente ancorato al massetto. Orbene non vi è dubbio che il subitaneo spostamento dal massetto della parte superiore dello scalino sul quale viene appoggiato il piede, così come la stessa improvvisa rottura della pedata all atto della discesa o della salita (ad esempio perché realizzata in materiale ormai vetusto e consumato) possano ampiamente concretizzare delle anomalie imprevedibili soprattutto per un utente occasionale della scala condominiale, né dovrebbe assumere rilievo in fattispecie del genere il mancato uso del corrimano eventualmente presente in loco non essendo l utilizzo dello stesso obbligatorio per una persona di normali capacità di deambulazione. In altri termini il mancato uso da parte dell istante, durante la discesa o la salita, del corrimano delle scale non sembra costituire in linea generale circostanza avente rilievo causale (esclusivo o concorrente) in ordine alle tipologie di sinistro in esame in quanto non rappresenta di per se stessa un comportamento anomalo o imprevedibile, né concreta una grave imprudenza soprattutto ove l infortunato non avesse un età avanzata e avesse adottato un passo normale, non sussistendo peraltro un obbligo di utilizzo del corrimano da parte dell utente il quale, soprattutto in discesa, deve invece poter fare affidamento solo sulla solidità dei punti di appoggio dei piedi. 181
4 Parte II: Casistica Un altra ipotesi più volte sottoposta al vaglio della giurisprudenza è poi quella della caduta determinata dalla scollatura e sollevamento del rivestimento in gomma del gradino all atto dell incedere del piede. Orbene il condominio risponde in tali casi dei danni cagionati dalle scale condominiali, le quali sono affidate alla sua custodia (Cass. n /2005; Cass. 255/1989; Cass. 3045/1988; Cass. 1550/1987). Nei casi proposti, inoltre, il danno può senz altro ritenersi derivato dall «intrinseco dinamismo» della cosa sottoposta a custodia (scala condominiale), in quanto la stessa ha prodotto un danno (caduta dell attore e conseguenti lesioni dallo stesso subite), indipendentemente dal comportamento volontario di colui che se ne serviva (Cass. n /2000; 11264/1995). Ciò posto, deve evidenziarsi come la parte attrice, assolve all onere probatorio sulla stessa incombente, qualora abbia provato (di regola a mezzo prova testimoniale e/o interrogatorio formale, se possibile rafforzati da documentazione fotografica riproducente lo stato dei luoghi) l anomalia del bene custodito ed il nesso eziologico sussistente fra la cosa stessa ed il danno derivatone (Cass. n. 6753/2004). Spetta invece alla parte convenuta fornire la prova del caso fortuito e/o comunque di un concorso di responsabilità del danneggiato nel produrre l evento dannoso, tale da scemare o addirittura escludere la propria responsabilità. Inoltre, laddove il condominio intenda efficacemente contrastare l assunto attoreo (quasi sempre supportato ex post da deposizioni testimoniali) è consigliabile l immediata attivazione, una volta ricevuta la denunzia di sinistro, di un accertamento tecnico preventivo per documentare l effettivo stato dei luoghi ed in particolare le reali condizioni delle scale condominiali. Altrimenti il convenuto corre il rischio che le risultanze delle deposizioni raccolte possano non essere in alcun modo scalfite da accertamenti e verifiche ad esempio di periti dell ente assicuratore del condominio effettuate a notevole distanza di tempo. Merita poi segnalazione un caso particolare sottoposto al vaglio della S.C. (Cass. 30 ottobre 2007, n ) la quale ha così motivato: «Il ragionamento logico-giuridico della Corte territoriale non può essere condiviso poiché essa, contraddicendo gli stessi principi giuridici che pure aveva affermati, ha incentrato la propria attenzione unicamente sul comportamento della M., senza verificare se il custode avesse fornito la necessaria prova liberatoria e, quindi, ha sostanzialmente applicato l art c.c. Censurabili sul piano logico sono anche le considerazione della sentenza impugnata dettate dalla conoscenza da parte della ricorrente dello stato dei luoghi. La M. è inciampata sul gancio, inserito in uno dei gradini della scala che mette in comunicazione il cancello d ingresso con l androne dell edificio, normalmente utilizzato per ancorare il paletto che blocca l anta sinistra del cancello di ingresso. Nell occasione, il paletto era stato sganciato ed entrambe le ante del cancello erano aperte poiché era in corso un trasloco. La Corte territoriale ha riferito che l anta sinistra del cancello era normalmente chiusa (e il paletto inserito nel gancio) e ha fatto leva sulle circostanze che la M. abitasse da oltre 30 anni nell edificio, fosse proprietaria di un appartamento e, quindi, comproprietaria degli spazi condominiali comuni, e che certamente altre volte in passato il cancello fosse stato aperto. Ma proprio la considerazione che per tanti anni la M. avesse sceso le scale trovando pressoché costantemente chiusa l anta del cancello avrebbe dovuto sollecitare il giudice di appello a valutare il comportamento della ricorrente sotto i profili dell affidamento 182
5 Capitolo 4: Concetto di cosa in custodia in ordine alla situazione di fatto e circa la normalità e abitualità dei propri comportamenti (è nozione di comune esperienza che le scale del la propria abitazione si discendono senza prestare particolare attenzione ai singoli gradini proprio perché si tratta di un movimento normale, abituale, quindi eseguito in modo «automatico»). Ne consegue che, premesso che il trasloco in atto non esclude la qualità di custode del Condominio, il giudice di rinvio, che si individua in altra sezione della medesima Corte territoriale, dovrà compiere una nuova valutazione delle risultanze processuali per verificare se il Condominio abbia fornito la necessaria prova liberatoria, tenendo presente che il comportamento della M. potrà essere eventualmente valutato anche ai fini dell art. 1227, comma 1 c.c.». In conclusione risposta al caso 4.2 Il condominio di un edificio, quale custode dei beni e dei servizi comuni, ben potrà essere chiamato a rispondere, a titolo oggettivo cioè in base all articolo 2051 del codice civile, per i sinistri provocati da anomalie invisibili delle scale condominiali, quali rotture improvvise degli scalini o sollevamento del rivestimento in gomma degli stessi. 183
6 Parte II: Casistica Caso 4.3 È configurabile una responsabilità del condominio ex art c.c. per cadute ascrivibili ad anomalie varie non invisibili delle scale condominiali? È questo il caso ad esempio di gradini resi scivolosi dalla presenza di liquidi di varia natura che abbiano provocato la caduta dell utente o di scalfitture del gradino della rampa di scala condominiale causa dell inciampo della persona danneggiata, attrice nel conseguente giudizio risarcitorio. In tal caso, posta la pacifica applicazione dell art c.c., e quindi della presunzione di responsabilità da esso sancita, una volta che la parte attrice abbia dato prova della verificazione dell occorso e della sua imputabilità ad un agente potenzialmente dannoso (la scalfittura) insorta nella cosa in sé inerte (la scala condominiale), resta a carico del convenuto condominio provare la verificazione di un elemento interruttivo del nesso di causalità. Il più delle volte, nella pratica giudiziaria, esso è individuato nella chiara percepibilità sensoriale della dedotta anomalia, denunciata come causa del sinistro. Con la conseguente attribuibilità dell evento dannoso al caso fortuito, sub specie di fatto del danneggiato autoresponsabile della lesione occorsagli. La dialettica processuale si sviluppa normalmente sulle concrete condizioni di illuminazione, naturali od artificiali che siano, della rampa di scala condominiale, della sussistenza di visibili caveat allertanti del pericolo, della comunque pregressa conoscenza dello stesso da parte del danneggiato in relazione alla sua abituale o meno frequentazione dello stabile condominiale, della sussistenza del commodus discessus, ossia della praticabilità di alternative all utilizzo della scala incriminata (es. astratta utilizzabilità dell ascensore invece della scala parzialmente non illuminata). Ad esito è compito del giudicante verificare, sulla scorta delle complessive emergenze di causa, se l incidente sia imputabile in via esclusiva o meno al condominio, ovvero se ricorre una ipotesi di fortuito incidente perché la poco accorta condotta del danneggiato è causa ex se assorbente. In conclusione risposta al caso 4.3 L articolo 2051 del codice civile trova astratta applicazione anche per i sinistri provocati da anomalie non invisibili delle scale condominiali, fermo restando in queste ipotesi la verifica puntuale ai fini del nesso eziologico della ricorrenza del caso fortuito incidente o concorrente. 184
7 Capitolo 4: Concetto di cosa in custodia Caso 4.4 Quid iuris nel caso di cliente di un ristorante che, nell attraversare la sala, scivoli su una macchia d olio sparsa sul pavimento? Nel caso ipotizzato qualora venga accertato che il danneggiato sia scivolato a seguito della indubbiamente anomala presenza non segnalata e non facilmente visibile di una macchia d olio sul pavimento del ristorante, deve presumersi la responsabilità della parte convenuta nella produzione del sinistro per cui è causa, ai sensi dell art c.c., essendo la predetta, quale gestore della struttura in oggetto, comunque custode della struttura dove avvenne il sinistro de quo sempre che non vengano acquisiti elementi tali da far ascrivere la caduta in oggetto al caso fortuito (ad esempio costituito da un eventuale comportamento imprudente dell infortunato o dall impossibilità di intervento di rimozione della macchia d olio o almeno di segnalazione della medesima perché appena formatasi rispetto all evento dannoso). A carico del custode sussiste infatti una presunzione iuris tantum di colpa che può essere vinta unicamente dalla prova del caso fortuito, inteso nel senso più ampio, comprensivo cioè anche del fatto del terzo e della colpa del danneggiato. Quest ultima, tuttavia, può escludere la responsabilità del custode solo in quanto intervenga nella produzione dell evento dannoso con un impulso autonomo e con i caratteri dell imprevedibilità ed inevitabilità, i quali non ricorrono nel fatto che il custode può prevenire esercitando i poteri di vigilanza che gli competono (Cass. n. 9047/95). Conforme: Cass., 15 novembre 1996, n «La responsabilità per danni da cose in custodia è presumibile «juris tantum» in capo al custode, ai sensi dell art cod. civ., senza che possa distinguersi fra cose intrinsecamente pericolose e cose suscettibili da divenire tali in forza di altri fattori causali. (Nella specie, alla stregua del principio di cui in massima, la Suprema Corte ha confermato la sentenza con la quale i giudici del merito avevano affermato la responsabilità del titolare di un supermercato per i danni subìti da terzi a causa del pavimento del locale reso scivoloso dal versamento di liquidi dei quali non era stata disposta la rimozione)». In conclusione risposta al caso 4.4 Il gestore di un ristorante è responsabile ex articolo 2051 del codice civile in relazione a sinistri provocati da anomalie anche se visibili della struttura, fermo sempre restando in queste ipotesi la verifica puntuale ai fini del nesso eziologico della ricorrenza del caso fortuito incidente o concorrente. 185
8 Parte II: Casistica Caso 4.5 Quale disciplina è applicabile nel caso in cui taluno scivoli sul pavimento del supermercato reso insidioso da residui che lo rendano pericoloso? La fattispecie ipotizzata è anch essa disciplinata dall art c.c. Non può condividersi la tesi secondo cui non potrebbe farsi riferimento alla citata norma e si verterebbe in materia di ordinaria responsabilità aquiliana ex art c.c. atteso che quanto lamentato dall istante non è riconducibile all intrinseca pericolosità del pavimento del locale (ad esempio per sconnessure, dislivelli, et similia) ma ad un posterius rispetto allo stato del medesimo ovvero ad una condotta omissiva in astratto addebitabile al personale del supermercato. La Suprema Corte ha infatti ritenuto che l art c.c. non richiede necessariamente che la cosa sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per un suo intrinseco potere, in quanto, «anche in relazione alle cose prive di un dinamismo proprio, sussiste il dovere di custodia e controllo, allorquando il fortuito o il fatto dell uomo possano prevedibilmente intervenire, come causa esclusiva o come concausa, nel processo obiettivo di produzione dell evento dannoso, eccitando lo sviluppo di un agente, che conferisce alla cosa l idoneità al nocumento». Nella stessa decisione la Suprema Corte ha ribadito che «è del tutto priva di fondamento, agli effetti della norma in questione, la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del soggetto, che lo abbia subito, la tutela rafforzata, di cui alla norma citata» (Cass. 4 agosto 2005 n in motivazione). Ciò precisato si osserva ulteriormente che la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia stabilita dall art c.c. si fonda, secondo il più recente orientamento della dottrina, condiviso dalla giurisprudenza della Suprema Corte, non su un comportamento o un attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Nel dibattuto tema concernente la natura soggettiva o oggettiva della responsabilità ex art c.c. prevale quindi oggi chi sostiene la natura oggettiva della responsabilità in questione; ciò significa che solo il «fatto della cosa» è rilevante e non il fatto dell uomo e che la responsabilità si fonda sul mero rapporto di custodia; solo lo stato di fatto e non l obbligo di custodia può assumere rilievo nella fattispecie. Come ha avuto modo di statuire la Suprema Corte ai sensi dell art c.c., il profilo del comportamento del responsabile è di per sé estraneo alla struttura della normativa; né può esservi reintrodotto attraverso la figura della presunzione di colpa per mancata diligenza nella custodia, giacché il solo limite previsto dall articolo in esame è l esistenza del caso fortuito ed in genere si esclude che il limite del fortuito si identifichi con l assenza di colpa. Va, quindi, affermata la natura oggettiva della responsabilità per danno di cose in custodia. La dottrina, parla, al riguardo di «rischio» da custodia, più che di «colpa» nella custodia ovvero, seguendo l orientamento della giurisprudenza francese di «presunzione di responsabilità» e non di «presunzione di colpa». Sempre dalla lettera dell art c.c., emerge che il danno è cagionato non da un comportamento (per quanto omissivo) del custode, ma dalla cosa, per cui detto comportamento è irrilevante. Responsabile del danno cagionato dalla cosa è colui che essenzialmente ha la cosa in custodia, ma il termine non presuppone né implica uno specifico obbligo di custodire la cosa, 186
9 Capitolo 4: Concetto di cosa in custodia e quindi non rileva la violazione di detto obbligo (eguale discorso vale per la responsabilità del proprietario dell edificio, che con la sua rovina procura danno, ex art c.c.). Ciò è tanto più rilevante se si osserva il contesto ove trovasi la norma in questione e cioè tra altre (art. 2047, 2048, 2050, comma, c.c.) ben diversamente strutturate, in cui la presunzione non attiene alla responsabilità, ma alla colpa, per cui la prova liberatoria, in siffatte altre ipotesi, ha appunto ad oggetto il superamento di detta presunzione di colpa. Se si sostiene la natura soggettiva della responsabilità in questione (presunzione di colpa) il fortuito dovrebbe consistere solo nella situazione in cui il custode è esente da colpa, essendo, invece irrilevante, l efficacia causale del fattore esterno sul nesso causale. Sennonché tale assunto contrasta con il principio che la prova del fortuito non si identifica con l assenza di colpa (Cass. 6 gennaio 1983, n. 75). Poiché la responsabilità si fonda non su un comportamento o un attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa, e poiché il limite della responsabilità risiede nell intervento di un fattore (il caso fortuito) che attiene non ad un comportamento del responsabile (come nelle prove liberatorie degli artt. 2047, 2048, 2050 e 2054 c.c.), ma alle modalità di causazione del danno, si deve ritenere che la rilevanza del fortuito attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi. Si intende, così, anche la ragione dell inversione dell onere della prova prevista dall art c.c., relativa alla ripartizione della prova sul nesso causale. All attore compete provare l esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l evento lesivo; il convenuto per liberarsi dovrà provare l esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (Cass. 11 gennaio 2005 n. 376). Conforme: Cass., 24 febbraio 2011, n «La responsabilità del custode, di cui all art c.c., ha natura oggettiva e presuppone non la colpa del custode, ma la mera esistenza d un nesso causale tra la cosa ed il danno. Essa è perciò esclusa solo dalla prova del fortuito, nel quale può rientrare anche la condotta della stessa vittima, ma, nella valutazione dell apporto causale da quest ultima fornito alla produzione dell evento, il giudice deve tenere conto della natura della cosa e delle modalità che in concreto e normalmente ne caratterizzano la fruizione. (Nella specie, in base al principio di cui alla massima, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva escluso la responsabilità del proprietario di un supermercato per i danni patiti da una cliente scivolata sul pavimento insaponato, avendo il giudice di merito affermato che il mancato avvistamento della chiazza di detersivo, da parte della cliente, aveva costituito elemento idoneo a interrompere il nesso di casualità senza tener conto che è massima di comune esperienza che chi frequenta un supermercato ha la ragionevole aspettativa di circolare in un posto sicuro, soprattutto con riferimento alla manutenzione del pavimento, essendo interesse del gestore che l attenzione degli avventori sia catturata esclusivamente dai prodotti esposti)». In conclusione risposta al caso 4.5 Allorché è pacifica la custodia del supermercato in questione e risulti provato il nesso causale tra il pavimento bagnato e il danno subito dalla parte attrice per la caduta a terra, la domanda introduttiva siccome libellata ex art c.c non può non trovare accoglimento. 187
10 Parte II: Casistica Caso 4.6 Chi è responsabile dell incendio propagatosi da un fondo ad un altro limitrofo? Mette conto preliminarmente evidenziare che, ai sensi dell art c.c., nel caso posto all esame della giurisprudenza etnea non appariva rilevante la circostanza per cui il processo dannoso fosse stato inizialmente provocato da elementi esterni, atteso che la res in custodia (il fondo dei pretesi danneggianti) si trovava in una situazione obiettivamente idonea a produrre danni, di talchè pur volendo per ipotesi allocare l iniziale genesi dell incendio in altro fondo il complessivo sviluppo della vicenda era risultato tale da determinare un processo dannoso alimentato, con accentuato dinamismo, quanto alla propagazione dell incendio ed alla contribuzione della relativa diffusione nel fondo della parte attrice, dal passaggio dell incendio stesso sul fondo dei convenuti. Orbene nella fattispecie de qua, poichè l incendio era giunto al fondo dell attrice direttamente sospintovi da quello dei convenuti pur avendo potuto essersi inizialmente sviluppato altrove, questi ultimi, non avendo punto assolto al loro onere di provare il caso fortuito, erano senz altro tenuti al risarcimento dei danni. D altro canto del dettato normativo di cui all art c.c. non si evince affatto che suo presupposto indefettibile sarebbe la nascita ab origine dell incendio nell immobile oggetto della custodia. Conforme: Cass., 18 giugno 1999, n «Per aversi imputazione degli effetti dannosi a norma dell art c.c., è necessario che il danno si sia verificato per lo sviluppo di un agente insito nella cosa (Cass. 6 maggio 1977 n. 1747; 13 maggio 1997 n. 4196) e che il soggetto convenuto abbia, per il rapporto con la cosa stessa, l obbligo di vigilare e di tenerla sotto controllo, onde impedire danni ai terzi. L indagine va quindi svolta sulla circostanza se i danni fossero stati prodotti in conseguenza dell insorgere, nel fondo della pretesa danneggiante, di un processo dannoso benchè provocato da elementi esterni, correlativamente accertando che la cosa in custodia era obbiettivamente idonea a produrre danni indipendentemente dal comportamento volontario di colei che se ne serviva (Cass. 9 febbraio 1998 n. 1321)». Pertanto, una volta accertato che il fondo della parte convenuta si trovava in una situazione obiettivamente idonea a produrre danni e che, anche se l incendio si era sviluppato in altro fondo, la sua situazione obiettiva era tale da determinare, di fatto, un processo dannoso che, alimentando con accentuato dinamismo la propagazione dell incendio medesimo, aveva indiscutibilmente contribuito, sotto il profilo etiologico, alla produzione del danno, la Suprema Corte ha ritenuto inconferenti le osservazioni svolte dalla convenuta sulle ulteriori circostanze relative al tipo di coltura praticata nel proprio fondo, atteso che, ai fini dell applicazione dell art c.c. è rilevante la situazione obiettiva (che correttamente il giudice del merito ha riconnesso all avere ella esteso la propria coltivazione fino al confine senza lasciare nè curare alcuna striscia tagliafuoco), e non la responsabilità soggettiva da custodia, essendo esclusa la relativa responsabilità solo in costanza di prova (del tutto mancante nella specie) del caso fortuito. 188
11 Capitolo 4: Concetto di cosa in custodia Conforme: Cass., 9 agosto 2007, n «In tema di responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia ex art cod. civ., il proprietario di un fondo dal quale si propaga un incendio che si diffonde nel fondo limitrofo, invadendolo, è responsabile, qualora non dimostri il caso fortuito, non essendo la responsabilità esclusa per la presenza di legna nel fosso di scolo del fondo dell attrice e non rilevando che, in ipotesi, l incendio avesse avuto inizio in un diverso fondo e abbia poi invaso il fondo del convenuto e, successivamente, quello dell attore». In conclusione risposta al caso 4.6 In tema di responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia ex art cod. civ., il proprietario di un fondo dal quale si propaga un incendio che si diffonde nel fondo limitrofo, invadendolo, è responsabile, qualora non dimostri il caso fortuito, non essendo la responsabilità esclusa per la presenza di legna nel fosso di scolo del fondo dell attrice e non rilevando che, in ipotesi, l incendio avesse avuto inizio in un diverso fondo e abbia poi invaso il fondo del convenuto e, successivamente, quello dell attore (Cass. 9 agosto 2007, n ). 189
12 Parte II: Casistica Caso 4.7 Vi è responsabilità ex art c.c. in caso di caduta di foglie da albero? Il proprietario di un albero ( nella specie, di un fico) non è responsabile, ai sensi dell art c.c., per i lamentati danni provocati dalla caduta delle foglie sul pavimento del terrazzo posto nel fondo confinante, non ricorrendo né il carattere lesivo dell evento (caduta delle foglie), trattandosi di fenomeno del tutto naturale e inoffensivo (tranne nel caso in cui le foglie siano lasciate esposte per lungo tempo alle intemperie, per la totale incuria del proprietario della superficie interessata dalla caduta), né la pericolosità della cosa (pianta) in relazione all evento dedotto e neanche la possibilità di prevenzione dello stesso ad opera del proprietario della pianta, potendo, se mai, essere assoggettata la riferita condotta alla disciplina prevista per i rapporti di vicinato. Opposta soluzione ha dato Pret. Milano 17 febbraio 1989, con nota critica di Scalfi, il quale evidenzia come in tale ipotesi i danni non derivino da un anomalia della cosa custodita. Anche Bianca esclude la risarcibilità di un danno inevitabilmente connesso ai rami sporgenti (e tollerati) non potendosi impedire la caduta delle foglie. Conforme: Cass., 9 agosto 2007, n «Ed invero, la caduta di foglie da un albero è evento del tutto naturale e inoffensivo, incapace di provocare danni a materiali duri come le piastrelle, se non forse nel caso in cui quelle foglie siano lasciate esposte per lungo tempo alle intemperie e si vengano a sommare a scorie, polvere ed altri materiali, per la totale incuria del proprietario della superficie interessata dalla caduta. Non si è trattato, nella specie, della caduta di rami secchi o di parti della pianta idonei a danneggiare i terzi, a causa dell omessa potatura o manutenzione ad opera del proprietario; ma del fenomeno più inoffensivo e naturale (oltre che inevitabile, dal proprietario e da chicchessia), per chi viva in un luogo alberato. Non è prospettabile, pertanto, alcuna violazione dell art c.c., norma il cui richiamo non è in termini nel caso di specie, non ricorrendo nè il carattere lesivo dell evento (caduta di foglie), nè la pericolosità della cosa (pianta) in relazione all evento di cui sopra, nè l evitabilità e la possibilità di prevenzione dell asserito evento lesivo, ad opera del proprietario della pianta. Vengono a mancare cioè tutti i presupposti per l applicazione della responsabilità di cui all art c.c., e la materia va assoggetta, se mai, alla disciplina prevista per i rapporti di vicinato. Ciò giustifica la soluzione adottata dalla sentenza impugnata, che ha giustamente ritenuto che l unica causa dei danni lamentati dal ricorrente possa essere ascritta solo alla sua stessa colpa, cioè al fatto che egli ha evidentemente omesso, per molti mesi, di provvedere alla pulizia della sua terrazza». In conclusione risposta al caso 4.7 Secondo la Suprema Corte il proprietario di un albero non è responsabile, ai sensi dell art c.c., per i lamentati danni provocati dalla caduta delle foglie sul pavimento del terrazzo posto nel fondo confinante. 190
13 Capitolo 4: Concetto di cosa in custodia Caso 4.8 Vi è responsabilità in caso di caduta a causa di acqua saponata posta sulla pavimentazione in marmo di uno stabilimento balneare? Il caso proposto attiene ad un caduta verificatasi all interno di uno stabilimento balneare allorché, mentre il danneggiato percorreva il vialetto in prossimità dei bagni, con indosso un paio di ciabattine chiuse con suola di para gommata, scivolava, cadendo al suolo e perdendo i sensi sulla pavimentazione di marmo, liscia e consunta e resa ulteriormente pericolosa e scivolosa dalla presenza di acqua saponata. Tanto premesso in fatto deve rammentarsi che secondo una giurisprudenza consolidata della Cassazione la responsabilità per danni cagionati da cose in custodia si fonda, oltre che sul rapporto di custodia, che nel caso di specie non è in discussione, anche sul fatto che il danno si sia verificato o nell ambito del dinamismo connaturato alla cosa o in conseguenza dello sviluppo di un agente dannoso sorto in essa, che si inserisca nella sua struttura in modo da alterarne la natura e da provocarne un intrinseca attitudine lesiva; non esiste, invece, alcuna discriminazione tra cosa inerte e cosa in movimento, ed infatti la pericolosità può costituire un fatto intrinseco determinato dall anomalia strutturale della cosa, oppure può discendere dal suo connaturato dinamismo, o, infine, da fattori sopravvenuti che ne alterino l originario carattere, si da provocarne un attitudine di per sé lesiva. Ove l attore abbia sufficientemente provato il proprio assunto (ovvero che il pavimento al momento della caduta presentava una attitudine lesiva in quanto bagnato dall acqua ivi gettata a seguito della pulizia dei bagni) deve ritenersi che lo stesso abbia assolto all onere probatorio sul medesimo gravante ai sensi dell art c.c., avendo provato non solo il fatto storico della caduta ma anche il rapporto causale diretto di quest ultima con le particolari condizioni in cui versava la pavimentazione al momento della medesima. Incombe quindi sul convenuto di fornire la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, senza che abbia alcuna rilevanza a tal proposito la circostanza per cui l attore abbia dato prova di trovarsi legittimamente nello stabilimento per aver corrisposto il relativo prezzo d ingresso. In conclusione risposta al caso 4.8 Il gestore dello stabilimento balneare è da ritenersi senz altro responsabile ex art c.c. per i danni arrecati dalla cosa custodita. 191

References: sentenza 
 articolo 2051
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 1227
 articolo 2051
 articolo 2051
 sentenza 
 articolo 2051
 sentenza 
 sentenza