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Timestamp: 2018-01-17 10:56:31+00:00

Document:
La responsabilità per l’esercizio di attività pericolose.
Giacardi Walter, 1 marzo 2007
Fermo quanto sopra, con “attività pericolose” la giurisprudenza praticamente unanime intende, in modo piuttosto ampio, non solo quelle qualificate pericolose dal Testo Unico di Pubblica Sicurezza[4] o da altre leggi speciali, ma più in generale anche quelle che comportano la rilevante possibilità del verificarsi del danno, per la loro stessa natura e per le caratteristiche dei messi usati, la cui suddetta oggettiva pericolosità ha una potenzialità lesiva – rilevabile attraverso dati statistici, elementi tecnici e di comune esperienza – notevolmente superiore al normale[5].
L’onere di allegare e provare gli elementi necessari a consentire il giudizio sulla pericolosità incombe su chi la invoca, non essendo sufficiente indicare il tipo di attività[11]. La prova deve fornirsi secondo una prognosi postuma “ex ante”, ossia sulla base delle circostanze di fatto – conoscibili con la normale diligenza, o, comunque, che dovevano essere note dall’agente in considerazione del tipo di attività esercitata – esistenti al momento dell’evento[12].
Deve inoltre accertarsi che l’antecedente medesimo non sia neutralizzato, sul piano eziologico, dalla sopravvenienza di un fatto di per sé tale da determinare l’evento: in tal caso, anche nell’ipotesi in cui l’esercente dell’attività pericolosa non abbia adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno (cfr. infra), realizzando quindi una situazione astrattamente idonea a fondare una sua responsabilità, la causa efficiente sopravvenuta che abbia i requisiti del caso fortuito – cioè la eccezionalità e l’oggettiva imprevedibilità – e sia idonea, da sola, a causare l’evento, recide il nesso eziologico tra quest’ultimo e l’attività pericolosa, producendo effetti liberatori[21].
Accertato il nesso causale, e dunque attribuito l’evento dannoso all’esercente dell’attività pericolosa, il quale – come detto – risponde del danno indipendentemente da ogni sua colpa, è pur sempre possibile per quest’ultimo fornire la c.d. prova liberatoria, relativa alle modalità organizzative dell’attività, che devono essere idonee per prevenire l’eventualità di eventi dannosi, ovvero provi di “avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno”[30].
Cosa si intende per dimostrare di “avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno”? Semplicemente (!) fornire una prova non solo “negativa” – non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge, regolamentari o di comune diligenza o prudenza – ma anche “positiva” – aver impiegato ogni cura o misura (ivi compreso il rispetto delle più avanzate tecniche note ed anche solo astrattamente possibili all’epoca[31]) atta ad impedire l’evento dannoso[32].
In ambito agonistico, è stato invece precisato che coloro che partecipano[36] all’attività sportiva necessariamente accettano il rischio ad essa inerente, conseguendone che i danni da essi eventualmente sofferti – rientranti nell’alea normale di rischio – ricadono sugli stessi, onde è sufficiente che gli organizzatori, al fine di sottrarsi ad ogni responsabilità, abbiano predisposto le normali cautele atte a contenere il rischio nei limiti confacenti alla specifica attività, nel rispetto di eventuali regolamenti sportivi[37].
Rappresentano invece attività pericolose non solo le operazioni di carico e scarico esercitata nell’ambito portuale, ma anche quelle di zavorramento -, in considerazione delle peculiari condizioni e modalità operative che rendono tale attività pericolosa[61] – e l’esercizio di una gru[62], ma non le operazioni che coordinano quelle attività, se non si connettono con esse, ma con esse interferiscono solo dall’esterno, concretizzandosi in un intervento meramente organizzativo non concorrente alla produzione del risultato che l’attività si prefigge[63]. Si ritiene avere i caratteri di pericolosità l’attività di trasporto marittimo di materie altamente infiammabili, oltre che produttiva di gas esplosivi, come il petrolio[64].
Se è possibile una scelta delle misure da adottare, essa – che non investe le misure preventive che la legge impone di adottare, ma è relativa solo alle misure aggiuntive, che la situazione del caso concreto e/o i progressi della tecnica consigliano – deve essere eseguita facendo uso della normale prudenza e tenendo conto dello sviluppo della tecnica e delle condizioni pratiche in cui l’attività si svolge[85]. Se invece è la legge ad imporre l’obbligo di adottare talune misure, la presunzione di colpa torna ad operare nei confronti dell’esercente che abbia adottato misure diverse da quelle prescritte, senza che, in tal caso vi sia possibilità di valutare l’idoneità di quelle, diverse, eventualmente adottate[86].
Non può considerarsi pericolosa l’attività commercializzazione di un prodotto cosmetico, non finalizzato a curare malattie, nemmeno a fronte della presenza di componenti nel prodotto – non noti al distributore – che rendono il medesimo potenzialmente nocivo per la salute[96].
L’attività di produzione e vendita di sigarette non è pericolosa – almeno ai sensi dell’art. 2050, c.c. – in quanto la pericolosità del prodotto può derivare unicamente dall’uso eccessivo, consapevole e volontario, dei prodotti di tale attività, né vengono adoperati mezzi pericolosi in quanto i macchinari impiegati per il confezionamento e lo smercio non presentano alcuna particolare potenzialità dannosa[100].
Lo spettacolo di un gruppo di sbandieratori costituisce esercizio di attività pericolosa, quantomeno per la natura dei mezzi adoperati – bandiere pesanti, issate su aste di legno e dotate di punta – di potenziale dannosità, tanto che questo tipo di manifestazioni va esercitato in spazi molto ampi e, possibilmente, in assenza di vento[102].
[2] Cass. Civ., Sez. III, 21/10/05, n. 20357, in Mass.Giur. It., 2005.
[5] In questi termini, cfr. Cass. Civ., Sez. III, 06/04/06, n. 8095, in Resp. Civ., 2006, 7, 662, con nota di Facci; Cass. Civ. Sez. I, 27/01/06, 1755, in Mass. Giur. It., 2006; Cass. Civ., Sez. III, 21/10/05, n. 20359, in Mass. Giur. It., 2005; Cass. Civ. Sez. III, 21/10/05, n. 20357, op. cit.; Cass. Civ., Sez. III, 27/05/05, n. 11275, in Mass. Giur. It., 2005; Cass. Civ., Sez. III, 15/10/04, n. 20334, in Foro It., 2005, 1, 1794; Cass. Civ., Sez. III, 26/04/04, n. 7916, op. cit.; Cass. pen., Sez. IV, 27/05/03, n. 34620, in Riv. Pen., 2003, 959; Cass. Civ., Sez. III, 10/02/03, n. 1954, in Giur. Bollettino legisl. tecnica, 2003, 203; Cass. Civ., Sez. III, 19/07/02, n. 10551, in Danno e Resp., 2002, 12, 1214, con nota di Agnino; Cass. Civ., Sez. III, 05/06/02, n. 8148, in Arch. Civ., 2003, 455; Cass. Civ., Sez. III, 29/05/98, n. 5341, in Giur. It., 1999, 707; Cass. Civ., Sez. III, 02/12/97, n. 12193, in Danno e Resp., 1998, 6, 567, con nota di Laghezza; Cass. Civ., Sez. I, 09/12/96, n. 10951, in Danno e Resp., 1997, 3, 386; Cass. Civ., Sez. III, 08/11/96, n. 9743, in Mass. Giur. It., 1996; Cass. Civ., Sez. III, 16/02/96, n. 1192, in Dir. Trasporti, 1998, 465, con nota di La Torre; Cass. Civ. Sez. III, 01/04/95, 3829, in Mass. Giur. It., 1995; Cass. 21/12/92, n. 13530, in Mass. Giur. It., 1992; Cass. Civ., Sez. III, 17/12/91, n. 13564, in Mass. Giur. It., 1991; Cass. Civ., Sez. III, 27/07/90, n. 7571, in Mass. Giur. It., 1990; Cass. Civ., Sez. III, 29/05/89, n. 2584, in Giur. It., 1990, I,1, 234; Cass. Civ., Sez. II, 12/12/88, n. 6739, in Mass.Giur. It., 1988; Cass. Civ., Sez. III, 11/11/87, n. 8304, in Guida al Diritto, 2004, 19, 35; Cass. Civ., Sez. III, 15/07/87, n. 6241, in Foro It., 1988, I, con nota di Caruso; Cass. Civ., Sez. III, 01/07/87, n. 5764, in Mass. Giur. It., 1987; Cass. Civ., 27/02/85, n. 1733, in Arch. Civ., 1985, 956; Cass. Civ., 27/02/84, n. 1393, in Giur. It., 1985, I, 1, 31; Cass. Civ., 23/02/83, n. 1394, in Mass. Giur. It., 1983; Cass. Civ., 02/02/83, n. 908, in Mass. Giur. It., 1983; Cass. Civ., 27/01/82, n. 542, in Mass. Giur. It., 1982; Corte di Appello di Genova, Sez. II, 08/05/06, in Infoutet Giuridica; Corte di Appello di Bari, Sez. III, 07/04/06, in Infoutet Giuridica; Tribunale di Gallarate, 18/03/05, in Infoutet Giuridica; Tribunale di Busto Arsizio, 01/02/05, in Infoutet Giuridica; Tribunale di Teramo, op. cit.; Corte di Appello di Milano, 18/05/01, in Foro Padano, 2002, I, 205, con nota di Curti; Tribunale di Monza, 07/02/00, in Giur. milanese, 2000, 333; Tribunale di Pescara, 10/07/99, in P.Q.M., 1999, f. 3, 24; Tribunale di Milano, 05/06/95, in Gius, 1995, 2819; Tribunale di Milano, 17/11/94, in Gius, 1995, 266; Corte di Appello di Roma, 16/01/86, in Temi Rom., 1986, 82; Corte di Appello di Milano, 17/03/72, in Giur. di Merito, 1974, I, 374.
[8] Cass. Civ., Sez. III, 30/08/04, n. 17369, in Mass.Giur. It., 2004.
[11] Cass. Civ., Sez. III, 28/02/00, n. 2220, op. cit.. Nella specie, è stata confermata – in parte qua – la decisione di appello, che aveva rigettato la richiesta ex art. 2050 c.c. di risarcimento dei danni subiti, escludendo l’applicabilità di detta norma per non essere stata fornita dall’attore la prova della pericolosità dell’attività. Conformi, Cass. Civ., 27/01/82, n. 542, op. cit.; Tribunale di Campobasso, 03/01/05, in Infoutet Giuridica; Tribunale di Rovereto, 24/11/03, in Foro It., 2004, 1, 2580.
[15] Cass. Civ., Sez. III, 01/07/87, n. 5764, op. cit.; Cass. Civ., Sez. III, 04/04/95, n. 3935, in Mass.Giur. It., 1995; Cass. Civ., 27/01/82, n. 537, in Giur. It., 1983, I, 1, 146; Tribunale di Messina, 27/09/83, in Riv. Dir. Comm., 1984, II, 215, con nota di Viale.
Per contro, secondo il Tribunale di Sondrio, 19/06/01 (in Arch. Giur. Circolaz., 2002, 315), l’utente di un impianto connesso all’esercizio di attività sportiva deve accettare l’ordinario rischio che insiste nell’attività medesima, adeguando il suo operato alle regole di ordinaria prudenza, conformemente alla propria esperienza, entro il limite delle proprie attitudini e capacità fisiche (fattispecie relativa al noleggio di piccole vetture tipo kart – prive di motore – destinate alla discesa lungo un pendio erboso).
[59] Tribunale di Reggio Calabria, 30/10/03, in www.deaprofessionale.it, 2005; Cass. Civ., Sez. III, 16/02/96, n. 1192, op. cit.;Conformi, Cass. Civ. Sez. III, 01/04/95, 3829, op. cit.; Giudice di Pace Ancona, 08/07/96, in Giur. di Merito, 1999, 469.

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 art. 2050
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