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Timestamp: 2018-11-19 16:30:11+00:00

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Borsa troppo pesante: sì al risarcimento dei danni per il portalettere Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 20/11/2015 n° 23784 | Sindacato FSI
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Borsa troppo pesante: sì al risarcimento dei danni per il portalettere Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 20/11/2015 n° 23784
Sentenza 2 luglio – 20 novembre 2015, n. 23784
2.1 giudici del merito, previo accertamento in fatto della circostanza che la lavoratrice, addetta al recapito della corrispondenza, si era vista assegnare una zona sita in città centro, ove la stessa si recava in autovettura per poi effettuare il giro di recapito tutto a piedi, con peso della corrispondenza superiore a quello di altre zone, nonché della circostanza, posta in rilievo dal consulente d’ufficio, della idoneità di atti ripetitivi, quali quello di sollevamento e abbassamento del borsone, a ingenerare il quadro patologico lamentato, affermava ricorrere i presupposti ai sensi dell’art. 2087 c.c. e degli artt. 3, 4, 16 e 48 D.Igs. 626/1994 ai fini dell’affermazione della responsabilità del datore di lavoro.
La Corte riteneva, altresì, che il danno biologico non era coperto da rendita INAIL, per essere stato previsto l’intervento dell’assicuratore pubblico in tal senso solo per effetto dell’art. 13 d.lgs. 38/2000, non applicabile retroattivamente, talché non era effettuabile alcuna detrazione.
1.Con il primo motivo la ricorrente deduce : violazione o falsa applicazione degli artt. 2087 e 2043 c.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.).
Evidenzia che non è sufficiente la sussistenza di una malattia professionale a determinare la responsabilità dei datore di lavoro, in quanto l’art. 2087 non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, talché incombe sul lavoratore che lamenti di aver subito un danno alla salute per l’attività svolta l’onere di provare l’inadempimento colposo del datore di lavoro nonché il nesso di causalità tra l’uno e l’altro.
Osserva che la sentenza impugnata aveva ricondotto la fattispecie a un’ipotesi di responsabilità oggettiva, ravvisando la responsabilità datoriale senza considerare che le modalità di svolgimento della prestazione da parte della lavoratrice erano state determinate arbitrariamente dalla medesima, la quale in violazione delle direttive ricevute che imponevano l’utilizzo dei motoveicolo aziendale, o previa autorizzazione, dell’autovettura personale, aveva deciso di svolgere le sue mansioni a piedi.
2. Con il secondo motivo deduce: insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 n. 5 c.p.c.) per avere la sentenza ritenuto gravose le mansioni assegnate a controparte senza tenere conto che in realtà la gravosità era dipesa dalle modalità con le quali la lavoratrice aveva deciso unilateralmente di svolgere la prestazione, organizzata dal datore di lavoro con l’utilizzo di un motoveicolo.
6. I motivi sono infondati.
La sentenza, infatti, richiamando i dati dell’istruttoria, ha dato conto degli elementi su cui fonda il giudizio riguardo alla responsabilità datoriale (tra i quali l’epoca della messa a disposizione della lavoratrice dei carrelli per trasporto dei borsone, la mancanza di sottoposizione a visite periodiche, l’adozione tardiva dei documento di valutazione dei rischi, le caratteristiche della zona a intenso traffico cui era stata adibita la M.), in ciò rifuggendo da qualsiasi richiamo alla nozione di responsabilità oggettiva. Va rimarcato, poi, che la statuizione non è censurabile mediante una diversa lettura delle medesime risultanze processuali, come proposta dalla ricorrente a sostegno delle critiche mosse alle statuizioni di merito.
La giurisprudenza di questa Corte, infatti, ha avuto modo di chiarire (v. Sez. L, Sentenza n. 3161 del 05/03/2002, Rv. 552824, Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 91 del 07/01/2014, Rv. 629382) che la denuncia di un vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c. non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare autonomamente il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì soltanto quello di controllare, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, le argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta in via esclusiva l’accertamento dei fatti, all’esito della insindacabile selezione e valutazione della fonti dei proprio convincimento.
Ne consegue che il vizio di motivazione deve emergere dall’esame del ragionamento svolto dai giudice di merito, quale risulta dalla sentenza impugnata, e può ritenersi sussistente solo quando, in quel ragionamento, sia rinvenibile traccia evidente dei mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione dei procedimento logico-giuridico posto a base della decisione. Non assume rilevanza, invece, la mera divergenza tra valore e significato, attribuiti dallo stesso giudice di merito agli elementi da lui vagliati, ed il valore e significato diversi che, agli stessi elementi, siano attribuiti dal ricorrente ed, in genere, dalle parti. In altri termini, il controllo di logicità dei giudizio di fatto – consentito al giudice di legittimità (dall’art 360 n. 5 c.p.c.) – non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice dei merito ad una determinata soluzione della questione esaminata.
Una simile revisione si risolverebbe, sostanzialmente, in una nuova formulazione dei giudizio di fatto, riservato al giudice del merito, estranea alla funzione attribuita dall’ordinamento al giudice di legittimità. In concreto il ricorrente, piuttosto che denunciare specificamente un vizio di motivazione nei termini indicati, si limita a prospettare una non consentita diversa ricostruzione dei medesimi fatti mediante la differente valutazione delle risultanze processuali.
5. Con il quinto motivo deduce violazione falsa applicazione degli artt. 2043, 2087, 2056, 2059 e 2097 c.c. (art. 360 n. 3) insufficiente o omessa motivazione in ordine a un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 n. 5 c.p.c.) Denuncia l’erroneità della sentenza nella determinazione del quantum per il danno biologico, in ragione della indennizzabilità, a termini dell’art. 10 comma 5 TU 1124/65, del solo c.d. danno differenziale.
Inoltre la quantificazione sarebbe eccessiva in ragione della mancata allegazione da parte della lavoratrice di danni ulteriori rispetto a quello biologico. Evidenzia che ingiustamente è stato liquidato l’importo di € 5.700,00 per danno morale, pervenendo così a una duplicazione di riparazioni per la medesima offesa e tenuto conto che i pregiudizi di tipo assistenziale, secondo la recente giurisprudenza, costituiscono solo voci del danno biologico nel suo aspetto dinamico.

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