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Cassazione lavoro, 11 NOVEMBRE 2002, N. 15822 - testo integrale Sentenza
Cassazione lavoro, 11 NOVEMBRE 2002, N. 15822
Lavoro all'estero · giurisdizione · tutela
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"la disciplina della tutela reale di cui alla L. 20 maggio 1970 n. 300, art. 18, non ha il connotato dell'ordine pubblico; che "di tale dimensione" (dell'ordine pubblico) "fa parte non il concreto meccanismo attraverso il quale si sanziona il recesso ingiustificato del datore di lavoro, bensì il principio che questi non possa a proprio arbitrio recedere dal rapporto". A tale enunciazione la decisione della Corte di Cassazione fa seguire questa affermazione: "solo ove, in esito a tale verifica, si dovesse escludere l'applicazione della legge straniera e ritenere applicabile la legge del foro, le conseguenze saranno quelle da questa concretamente previste".
In base al principio di diritto stabilito dalla sentenza rescindente, l'applicazione della normativa italiana sui licenziamenti comporta dunque anche l'operatività delle garanzie poste dalla lex fori per l'ipotesi di licenziamento illegittimo.
A tale principio si è attenuto il giudice di rinvio, con l'applicazione nel caso in esame della tutela prevista dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18."
CASSAZIONE CIVILE, SEZ. LAVORO, 11 NOVEMBRE 2002, N. 15822
Con sentenza del 6 marzo 1998 il Pretore di Roma respinse la domanda con cui G.B., dipendente della B. S.p.a., aveva chiesto l'accertamento dell'illegittimità del licenziamento intimatogli per la lamentata assenza di giusta causa e giustificato motivo e la reintegrazione nel posto di lavoro presso la sede di New York, ove egli era stato assunto, aveva lungamente lavorato ed era stato licenziato.
Con sentenza del 12 marzo 2001 il Tribunale di Roma ha respinto l'appello. Il giudicante premette che l'oggetto della controversia (la domanda di tutela per illegittimo licenziamento) "non investe la regolazione di obbligazioni contrattuali bensì la regolazione di obbligazioni nascenti da legge, ed esattamente obbligazioni nascenti dalla legge 20 maggio 1970 n. 300"; "in particolare, la tutela domandata è una tutela da fatto illecito perché in violazione di legge".
Da ciò deduce che non è applicabile l'art. 57 della legge 31 maggio 1995 n. 218. E, poiché non è provata la residenza dei due soggetti nel territorio dello Stato italiano, non è applicabile neanche l'art. 62 secondo comma della predetta legge.
In tal modo non è applicabile la legge italiana, né altre leggi, che non sono state richiamate. E la tutela invocata dal B. risulta priva di qualsiasi base legale.
Per la cassazione di questa sentenza ricorre G.B., percorrendo le linee d'un unico motivo; la B. S.p.a. resiste con controricorso, coltivato con memoria.
1. Con l'unico motivo, denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto nonché omessa insufficiente e contraddittoria motivazione, il ricorrente censura l'impugnata sentenza per aver ritenuto che la controversia riguardi non già un'obbligazione contrattuale nascente dalla legge.
Erroneamente la sentenza impugnata ritiene che la tutela richiesta con il ricorso in esame discenda solo dalla legge. La fonte da cui deriva l'obbligazione relativa alla stabilità del posto di lavoro, pur essendo rinvenibile nella legislazione vigente in materia, è da ravvisare direttamente nelle obbligazioni nascenti dal contratto di lavoro, e quindi ben rientra nella previsione dell'art. 57 della legge 31 maggio 1995 n. 218, che rimanda - per l'individuazione della disciplina regolatrice del rapporto - alla Convenzione di Roma resa esecutiva in Italia con legge 18 dicembre 1984 n. 975.
Anche nell'art. 122 lettere "e" ed "f" del contratto collettivo nazionale di lavoro del settore si prevede che la sanzione disciplinare si applichi per inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro.
La questione sottoposta al Tribunale di Roma è l'applicabilità dell'art. 16 della Convenzione di Roma; in particolare, è in discussione se la disciplina sulla stabilità del posto di lavoro sia parte dell'ordine pubblico, con la conseguente applicabilità della tutela prevista nel nostro ordinamento, in assenza d'eguale garanzia nell'ordinamento degli Stati Uniti d'America.
Deduce al riguardo il ricorrente che il principio del favore nei confronti del prestatore di lavoro, in quanto derivante dal substrato etico-sociale dell'art. 3 della Costituzione, è fondamentale principio del nostro ordinamento; e la disciplina sulla stabilità del posto di lavoro, in quanto diretta alla tutela della libertà e dignità del lavoratore, è parte integrante dell'ordine pubblico, previsto dall'art. 16 della Convenzione di Roma.
L'applicazione nel nostro ordinamento d'una legge straniera che, disciplinando il rapporto di lavoro, consenta la libertà di licenziamento del lavoratore, incontra il limite dell'ordine pubblico. Ed il fatto che il contratto in controversia abbia avuto integrale esecuzione nel territorio straniero resta irrilevante.
2. Con il controricorso, la resistente eccepisce pregiudizialmente l'inammissibilità del ricorso per indeterminatezza dei motivi.
Nel merito, la resistente deduce che, poiché il rapporto di lavoro si è svolto quasi esclusivamente negli Stati Uniti, la legge italiana è inapplicabile ed è applicabile la legge di questo Stato.
Ciò discende non solo dall'art. 25 delle preleggi (per cui per le obbligazioni contrattuali è fatto salvo il criterio della volontà delle parti), bensì dall'art. 6 della Convenzione di Roma, le cui disposizioni sono state confermate dall'art. 57 della legge 31 maggio 1995 n. 218.
Né ostacolo all'applicazione della legge degli Stati Uniti è il principio di ordine pubblico previsto dall'art. 16 della predetta Convenzione. Come rilevato dalla giurisprudenza di legittimità, questa norma ha accolto un criterio di ordine pubblico ridotto al suo nucleo essenziale, quale contrarietà evidente e correlata a principi irrinunciabili e fondamentali: non le disposizioni inderogabili, bensì solo le norme che costituiscono i principi etico-sociali della comunità nazionale.
3. E' pregiudiziale l'esame dell'eccezione formulata dalla controricorrente.
Ai fini dell'adeguata esposizione dei motivi del ricorso, come previsti dall'art. 366 n. 4 cod. proc. civ., non è sufficiente il mero richiamo della norma che si assume violata, né, simmetricamente, questo richiamo è assolutamente necessario. E' necessaria l'esposizione dell'errore addebitato alla decisione (Cass. 21 dicembre 1999 n. 14371); in tal modo, il precetto dell'art. 366 n. 4 cod. proc. civ. è rispettato ove attraverso la sommaria esposizione dei fatti della causa e lo svolgimento dei motivi posti a base del ricorso, si riesca ad identificare il principio di diritto che si assume violato (Cass. 4 febbraio 2000 n. 1238).
E nel caso in esame il ricorrente ha evidenziato (attraverso espresso richiamo) che la ragione del ricorso è nella mancata applicazione, ai fini dell'individuazione della legge applicabile da parte del giudice del foro, dell'art. 57 della legge 31 maggio 1995 n. 218 e dell'art. 16 della Convenzione di Roma; ed ha specificato che il Tribunale aveva erroneamente ritenuto che la controversia non avesse per oggetto un'obbligazione contrattuale, e che l'indicato art. 57 fosse conseguentemente inapplicabile. Invocando la Convenzione di Roma, alla stregua delle cui disposizioni dev'essere individuato il diritto applicabile nella specie (per effetto del citato art. 57), il ricorrente ha dedotto che l'applicazione del diritto statunitense incontra il limite dell'ordine pubblico, nel cui spazio è da ricomprendere la disciplina che tutela la libertà e la dignità del lavoratore.
Nella logica del ricorso, il riferimento ad una particolare norma collettiva (art. 122 del contratto collettivo nazionale di lavoro del settore) costituisce, poi, solo un riscontro ("come in tutti i contratti collettivi di categoria": ricorso, p. 4) della natura contrattuale del diritto dedotto in giudizio, fondato sull'inadempimento degli obblighi del contratto.
E' da premettere che ogni obbligazione, in quanto vincolo giuridico, discende dalla legge (che, sola, questo vincolo può costituire). E' la legge che conferisce rilievo a singoli fatti, facendone causa di obbligazione.
Nell'ambito dei fatti (ai quali la legge conferisce questo rilievo) risale a tempi remoti la distinzione fra atti negoziale ed atti illeciti. In funzione dell'unitarietà della struttura del vincolo e della sua origine (la legge), e della pluralità delle singole dirette specifiche cause, è costruito il libro quarto del codice civile.
In questo quadro sono collocabili le obbligazioni contrattuali (disciplinate dal titolo secondo del predetto libro), che - pur avendo la loro origine nella legge (la quale, "recependo", nell'osservanza di particolari forme e limiti, il contenuto della volontà individuale e rendendola irreversibile, le conferisce, attraverso generico "rinvio", la natura e l'efficacia del vincolo) - hanno la loro causa diretta ed immediata nella volontà delle parti.
Dal contratto discendono non solo i singoli specifici vincoli direttamente voluti dalle parti, bensì anche quelli previsti dalla legge (artt. 1339 e 1374 cod. civ.): attraverso norme dispositive (non espressamente escluse dalle parti: art. 1487 primo comma cod. civ.) o norme inderogabili (art. 1487 secondo comma cod. civ.). Pur previsti dalla legge, tali vincoli, avendo la loro ragione in questa volontà, sono di natura contrattuale.
In questo ambito si collocano le norme che disciplinano lo scioglimento del contratto di lavoro a tempo indeterminato con il licenziamento: in particolare, il divieto di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo (art. 1 della legge 15 luglio 1966 n. 604), e l'obbligo della reintegrazione nel posto di lavoro (art. 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300). Questo divieto e questo obbligo sono vincoli che, pur previsti dalla legge e con norme inderogabili, traggono la loro causa immediata (ex art. 1374 cod. civ.) dal contratto: hanno pertanto natura contrattuale (e di essi il contratto collettivo nazionale di lavoro è - talora - solo una non necessaria risonanza).
Quando, dunque, si deduce la violazione - da parte del datore di lavoro - dei limiti inerenti alla sua facoltà di recesso del rapporto di lavoro, si deduce un inadempimento contrattuale.
E pertanto, nell'ambito dei rapporti fra il diritto interno ed il diritto straniero, questo inadempimento, riguardando un'obbligazione contrattuale, deve essere valutato alla stregua del diritto applicabile in virtù della Convenzione di Roma 19 giugno 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (art. 57 della legge 31 maggio 1995 n. 218).
Nel caso in esame, l'oggetto della controversia (la lamentata illegittimità del licenziamento per assenza di giusta causa e giustificato motivo, e l'invocato diritto del lavoratore alla tutela prevista a fronte di tale illegittimità) è costituito da obbligazioni contrattuali. E queste sono regolate dalla predetta Convenzione.
5. Per l'art. 6 n. 2 lettera "a" della Convenzione, in mancanza di scelta, il contratto di lavoro è regolato dalla legge del paese in cui il lavoratore, in esecuzione del contratto, compie abitualmente il suo lavoro.
E nel caso in esame, poiché il rapporto di lavoro si è svolto negli Stati Uniti d'America, le situazioni giuridiche delle parti del rapporto discendente dal contratto di lavoro sono regolate dalla legge di tale paese.
6. Questo generale principio ha tuttavia un limite interno, fissato dalla stessa Convenzione: la legge straniera non è applicabile "se tale applicazione sia manifestamente incompatibile con l'ordine pubblico" del paese i cui organi giudiziari dovrebbero applicare detta legge (art. 16).
Nel quadro di questa disposizione, è da rilevare che, secondo la relazione alla Convenzione, l'avverbio "manifestamente" ha solo la funzione di obbligare "il giudice a motivare dettagliatamente la fondatezza dell'eccezione". Ed è significativo che l'avverbio stesso non compaia nella generale successiva formula dell'art. 16 della legge 31 maggio 1995 n. 218 (riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato).
Generato dalla rottura dell'unità giuridica del mondo occidentale (con la formazione degli Stati nazionali e dei loro differenziati principi), e formalmente introdotto nel codice napoleonico, l'ordine pubblico interno ("assetto", "sistema", dalla dottrina letto anche come "giustizia") è un concetto definito con una clausola generale (categoria diffusamente utilizzata nel codice del 1942).
Come ogni clausola generale, anche questa, da un canto esige la specificazione dell'interprete; e d'altro canto (a questo riconoscendo maggiore spazio ed autonomia) consente di adeguare il principio non solo ai multiformi irripetibili aspetti assunti dalla realtà di un determinato momento storico, bensì ai mutamenti della coscienza nel tempo (in tal modo, la stessa formula, inizialmente recependo i valori emersi dalla Rivoluzione francese - dalla dottrina definiti come le grandi idee di "libertà e dignità" della persona - ha poi espresso i valori del sec. XIX con l'art. 10 preleggi del cod. civ. del 1865, quindi le idee del codice del 1942, ed ora i principi dell'ordinamento repubblicano). L'esigenza che i principi del nostro ordinamento debbano essere intesi non in senso astratto ed universale bensì in relazione alla coscienza della convivenza in un determinato momento storico, è stata rilevata anche dalla giurisprudenza (Cass. 21 ottobre 1955 n. 3399 e Cass. 17 maggio 1952 n. 1428).
In tal modo, l'ordine pubblico non è costituito da singole norme imperative (nelle quali non si identifica, espressamente differenziandosene: artt. 643, 1343 e 1354 cod. civ.), né dai principi generali dell'ordinamento (che, deducibili attraverso progressiva generalizzazione delle singole norme ed in ognuna di queste restando inscritti, non sono ipotizzabili come esterno limite delle stesse), né da singole norme costituzionali (lo specifico limite dell'ordine pubblico non avrebbe ragione e funzione alcuna).
Dottrina e giurisprudenza (e plurimis, Cass. 9 marzo 1998 n. 2622) ritengono che l'ordine pubblico è costituito dai principi che formano la struttura etica della convivenza. Questi assumono tuttavia rilievo (come ordine pubblico) solo in quanto recepiti dall'ordinamento giuridico, costituendo, come autorevolmente specificato in dottrina, "l'eticità dell'ordinamento quale risulta dal complesso delle sue norme", formula da cui non è distante il pensiero di Corte cost. 2 febbraio 1982 n. 18, per cui l'ordine pubblico è costituito dalle "regole fondamentali poste dalla Costituzione e dalle leggi a base degli istituti giuridici nei quali si articola l'ordinamento positivo nel suo adeguarsi all'evoluzione della società". Da questa definizione Cass. Sez. Un. 1° ottobre 1982 n. 5026 deduce che, poiché non tutti i principi caratterizzanti l'ordinamento giuridico italiano sono posti dalla Costituzione (concorrendovi anche le leggi), il concetto dell'ordine pubblico non può essere ridotto nell'ambito, molto più ristretto, dei supremi principi costituzionali.
La dottrina ritiene, poi, che a delineare il concetto concorreranno anche le norme programmatiche, poiché anche queste, per il loro contenuto (principi), esprimono la coscienza della convivenza, come recepita dall'ordinamento.
7. Come parte dell'ordine pubblico, assume rilievo anche uno specifico aspetto della disciplina del lavoro.
Ed invero, il lavoro è giuridicamente costruito come fondamento della Repubblica (art. 1 primo comma Cost.) nonché fondamentale diritto-dovere d'ogni cittadino (art. 4 Cost.). Nella legislazione ordinaria, che a tali principi si ispira, sono poi disciplinate (oltre ad altri importanti aspetti) "la libertà e la dignità" della persona che lo svolge (legge 20 marzo 1970 n. 300), la professionalità (ad es., art. 2103 cod. civ.), l'anzianità (ad es. l'art. 5 della legge 23 luglio 1991 n. 223), nonché la protrazione del rapporto in alcune ipotesi di sospensione del lavoro (come le leggi sulla Cassa per l'integrazione dei guadagni) e nel trasferimento d'azienda (art. 2112 cod. civ.).
In tal modo, nel lavoro a tempo indeterminato, a fronte dell'unilaterale potere del datore di lavoro di porre termine al rapporto, il lavoro è tutelato attraverso la previsione di limiti ed oneri inerenti a tale potere, i quali hanno ridotto ad eccezione marginale l'area della c.d. recedibilità ad nutum (vedi l'art. 1 della legge 15 luglio 1966 n. 604, l'art. 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300; nonché il principio normativo affermato dalla Direttiva comunitaria 28 giugno 1999 n. 70 e confermato da Corte cost. 7 febbraio 2000 n. 41, per cui "i contratti di lavoro a tempo indeterminato rappresentano la forma comune dei rapporti di lavoro e contribuiscono alla qualità della vita dei lavoratori interessati ed a migliorare il rendimento"; vedi anche Cass. 21 maggio 2002 n. 7468, per cui, anche dopo il decreto legislativo 6 settembre 2001 n. 368 e l'abrogazione della legge 18 aprile 1962 n. 230, il termine costituisce la deroga d'un generale sottinteso principio, in base al quale il contratto di lavoro subordinato, per sua natura, è a tempo indeterminato).
L'immagine che emerge da questo quadro normativo è un rapporto che un mero flatus vocis del datore possa spegnere, bensì un rapporto che tende a permanere nel tempo ove non intervenga ragione che ne giustifichi la risoluzione.
Componente della ragione normativa di questa tendenziale protrazione (oltre alla dignità della persona, come iscritta nella coscienza della collettività) è anche il fato che l'aspettativa della protrazione, alimentando l'interesse del lavoratore al suo stesso lavoro, conferendogli dignità, fornendogli la base per una programmazione (economica ed ambientale: personale e familiare), e tuttavia in tal modo irreversibilmente condizionandolo al suo stesso impegno, è nel contempo il migliore strumento di incremento della produzione, per l'azienda e per più ampi contesti: finalità cui è sensibile l'ordinamento (vedi la citata Direttiva comunitaria 28 giugno 1999 n. 70), e che contribuisce a giustificare molteplici interventi legislativi (è da aggiungere che nella coscienza collettiva e nella norma che l'ha recepita è iscritto - con non minore spessore - anche il dovere di lavoratore).
La tutela di questa tendenziale stabilità, investendo uno dei fondamenti dello Stato e la dignità della persona, coinvolgendo un ampio quadro normativo, ed essendo in tal modo parte essenziale dell'assetto dell'ordinamento, rientra nello spazio dell'ordine pubblico.
La dottrina (tedesca, francese ed italiana) ha posto in evidenza come nella cultura della società europea il "diritto al lavoro" contiene necessariamente in sé l'immagine della stabilità e della tutela contro i licenziamenti ingiustificati (tutela che il diritto tedesco ha introdotto per primo, dai primi anni di Weimar).
Né può trascurarsi, nella ricognizione dei testi che concorrono a delineare i tratti dell'ordine pubblico internazionale, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, il cui art. 30 stabilisce che ogni lavoratore ha il diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato; senza entrare qui nel merito della questione relativa all'efficacia giuridica di tale testo, è indubbio che esso sia espressione dei principi giuridici fondamentali, comuni agli ordinamenti europei (in tal senso, Corte cost. 24 aprile 2002 n. 135).
Per tale via si saldano l'ordine pubblico della Repubblica al patrimonio di tradizioni costituzionali comuni ai paesi dell'Unione, e i tratti fondamentali dell'ordine pubblico italiano a quelli dell'ordine pubblico dell'Unione nel quale l'ordinamento italiano si inserisce e dal quale è conformato.
Con la riduzione delle differenze culturali e nella misura dell'emersione d'una struttura giuridica unitaria, nell'ambito dell'Unione europea, l'ordine pubblico dei singoli ordinamenti, generato dai differenziati principi dei singoli Stati, tende ad uniformarsi.
Attraverso questo progressivo processo di conformazione dell'ordinamento al valore costituzionale del lavoro si è pervenuti ad una connotazione dell'ordine pubblico che questa Corte ha espresso con la formula secondo cui "la stabilità del posto di lavoro costituisce principio di ordine pubblico" (Cass. 9 marzo 1998 n. 2622, Cass. 27 marzo 1996 n. 2756, Cass. 22 febbraio 1992 n. 2193, Cass. n. 3209 del 1985 e n. 1990 del 1974, che tuttavia riguardano in modo particolare l'abrogato art. 31 delle preleggi e l'abrogata legge 18 aprile 1962 n. 230).
Confermando e specificando questo principio, è da affermare che, poiché la stabilità del posto di lavoro è tutelata dall'ordinamento attraverso il pressoché generale divieto di recesso ad nutum, parti integranti dell'ordine pubblico sono le norme che predispongono questa tutela, nel suo nucleo essenziale, ben espresso dalla formula del surriportato art. 30 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione.
Inconferenti appaiono pertanto le considerazioni della controricorrente sulla non qualificabilità della tutela reale di cui all'art. 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300 come connotato dell'ordine pubblico. Se ciò è indiscutibilmente esatto, è pur vero che di tale dimensione fa parte non il concreto meccanismo attraverso il quale si sanziona il recesso ingiustificato del datore di lavoro, bensì il principio che questi non possa a proprio arbitrio recedere dal rapporto. Solo ove, in esito a tale verifica, si dovesse escludere l'applicazione della legge straniera e ritenere applicabile la legge del foro, le conseguenze saranno quelle da questa concretamente previste. In altri termini, lo scrutinio sulla compatibilità della legge straniera applicabile al caso dev'essere compiuto non sulla scorta del petitum immediato della domanda ma comparando in astratto la legge straniera con l'ordine pubblico del foro come sopra inteso.
8. La sentenza impugnata ha del tutto trascurato i suesposti principi. In particolare, fuorviata dall'errore iniziale di considerare la controversia come relativa - non già ad obbligazione contrattuale, ma - ad obbligazione nascente dalla legge o da atto illecito (vedi supra sub "4"), ha perso di vista la problematica indicata sub "5.", "6." e "7."; ed ha omesso di compiere le operazioni logico-giuridiche alle quali il giudicante era tenuto per l'individuazione della legge applicabile al rapporto e, una volta tale legge individuata, per scrutinarne le disposizioni alla luce dell'ordine pubblico internazionale.
9. La sentenza impugnata deve essere dunque cassata e la causa rinviata ad altro giudice, che la deciderà attenendosi ai seguenti principi di diritto:
1. Ai fini del diritto internazionale privato italiano, la domanda con la quale il lavoratore chieda dichiararsi l'illegittimità del licenziamento e lo reintegra nel posto di lavoro, in relazione a rapporto di lavoro sorto all'estero, ivi eseguito e poi risolto, introduce una controversia relativa ad obbligazioni contrattuali ai sensi dell'art. 57 della legge 31 maggio 1995 n. 218. Pertanto la legge applicabile a tale controversia dev'essere individuata secondo le disposizioni della Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 resa esecutiva con legge 18 dicembre 1984 n. 975.
2. A norma dell'art. 6 secondo comma lettera "a" della predetta Convenzione, il rapporto di lavoro sorto, eseguito e risolto negli Stati Uniti d'America ed in relazione al quale, all'atto della stipulazione del relativo contratto, le parti non abbiano esercitato la facoltà di scelta di cui all'art. 3 della stessa Convenzione, è regolato dalla legge del luogo di esecuzione della prestazione lavorativa, salvo che tale legge - che il giudice ha il dovere d'accertare d'ufficio a norma dell'art. 14 della citata legge 31 maggio 1995 n. 218 - non risulti manifestamente incompatibile con l'ordine pubblico italiano.
3. E' manifestamente incompatibile con l'ordine pubblico italiano una legge che, in linea generale, non preveda tutela contro il licenziamento ingiustificato.
4. In caso di accertata incompatibilità con l'ordine pubblico italiano, ai sensi del numero che precede, il giudice applicherà i criteri di cui all'art. 4 della richiamata Convenzione di Roma.
Il ricorso deve essere accolto. E, con la cassazione della sentenza, la causa deve essere rinviata a contiguo giudice di merito, che provvederà anche alla disciplina delle spese del giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata, e rinvia alla Corte d'Appello di l'Aquila, anche per le spese di giudizio di legittimità.
CASSAZIONE CIVILE , SEZ. LAV., 09 MAGGIO 2007 , N. 10549
B.G., dipendente della Banca di Roma, filiale di New York, conveniva dinanzi al Pretore di Roma la società datrice di lavoro deducendo l'illegittimità del licenziamento intimatogli e chiedendo la reintegrazione nel posto di lavoro.
Il Pretore adito rigettava la domanda, con sentenza confermata in appello dal Tribunale. Con sentenza n. 15822/2002 la Corte di Cassazione annullava tale decisione, affermando che il rapporto di lavoro dedotto in giudizio, sorto ed eseguito all'estero, doveva ritenersi regolato secondo i criteri della Convenzione di Roma del 19 luglio 1980, dalla legge del luogo della prestazione lavorativa, a meno che tale legge non risultasse manifestamente incompatibile con l'ordine pubblico italiano; che, essendo manifestamente incompatibile con l'ordine pubblico italiano una legge che in linea generale non preveda tutela contro il licenziamento ingiustificato, il giudice del rinvio doveva, in caso di accertata incompatibilità, applicare i criteri previsti dalla convenzione di Roma.
Il giudice del rinvio, designato nella Corte di Appello di L'Aquila, con la sentenza oggi denunciata, affermava l'illegittimità del licenziamento e condannava la Banca alla reintegrazione del B. nel posto di lavoro, ritenendo applicabili le disposizioni della legge italiana. Ad avviso della Corte territoriale, la legislazione dello Stato di New York, applicabile secondo i criteri di collegamento fissati dalla Convenzione di Roma, è contraria all'ordine pubblico italiano perchè non assicura in via generale una tutela contro i licenziamenti ingiustificati; trovava quindi applicazione la legge italiana in base al principio fissato della L. n. 218 del 1995, art. 16 comma 2, (riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato), con la tutela prevista dall'art. 18 Stat.lav..
Avverso tale sentenza la BANCA DI ROMA S.p.a. propone ricorso per cassazione con tre motivi. B. resiste con controricorso. Le parti hanno depositato memorie.
1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all'art. 16 della Convenzione di Roma del 19 giugno 1980, ratificata dalla L. n. 975 del 1984, art. 16, comma 2 nonchè della L. n. 218 del 1995, artt. 16 e 57.
Si sostiene che l'applicazione della L. n. 218 del 1995, art. 16 comma 2, si pone in violazione dell'art. 57 della medesima legge, secondo cui le obbligazioni contrattuali sono in ogni caso regolate dalla citata Convenzione di Roma del 19 giugno 1980; tale disposizione non consente di far riferimento a regole desunte da altre diverse fonti normative, come la stessa L. n. 218 del 1995.
Erroneamente, quindi, la sentenza impugnata ha ritenuto di poter richiamare l'art. 16 di questa legge, anzichè l'art. 16 della Convenzione di Roma.
Questa esclude che dalla disapplicazione di una norma di diritto straniero derivi un'automatica applicazione della legge generale interna, e postula la ricerca di soluzioni attraverso il ricorso a criteri alternativi e sussidiali; i principi ascrivibili all'ordine pubblico non devono essere necessariamente realizzati attraverso il diritto interno, poichè è concepibile una loro realizzazione anche attraverso un diritto straniero compatibile.
2.1. Con il secondo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 384 c.p.c., con riferimento all'art. 7 della Convenzione di Roma del 19 giugno 1980; si assume che il giudice del rinvio non si è attenuto al principio di diritto stabilito dalla Corte di Cassazione nella sentenza di annullamento, con cui si è stabilito che la legge applicabile nella controversia doveva essere individuata secondo le disposizioni della citata Convenzione.
2.2. Si osserva inoltre che la stessa sentenza rescindente esclude che la disciplina relativa alla tutela reale per i licenziamenti ingiustificati costituisca "norma di applicazione necessaria", contrariamente a quanto affermato dal giudice del rinvio.
3. Con il terzo motivo, denunciandosi i vizi di violazione e falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, art. 14 nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione, si censura il giudizio espresso nella sentenza oggi impugnata in ordine alla insussistenza nell'ordinamento statunitense di un sistema di tutela, in via generale, contro i licenziamenti ingiustificati, giudizio fondato solo sull'esame di una sentenza della Corte di Appello di New York.
Si sostiene, al contrario, che tale tutela è ravvisabile in relazione alla generale erosione della dottrina di ciò che viene definito employment at will, cioè del contratto di lavoro subordinato senza limiti alla libertà di recesso delle parti, in relazione alle numerose eccezioni derivanti da principi generali di ordine pubblico, da vincoli scaturenti implicitamente dal comportamento delle parti del rapporto di lavoro, ed infine da previsioni di leggi statali e federali (New York Employment Relations Act, National Labour Relations Act, Employee Retirement Income Security Act, Occupational Safety and Health Act, Family and Medicai Act).
4. I motivi, che possono essere esaminati congiuntamente per la loro connessione, seguendo l'ordine logico delle questioni, non meritano accoglimento.
4.1. La Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 sulle legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, ratificata con L. 18 dicembre 1984 n. 975, stabilisce all'art. 4, comma 1, il principio generale secondo cui il contratto è regolato, in mancanza di scelta dei contraenti, dalla legge del paese con il quale il collegamento è più stretto; dopo aver disciplinato l'ipotesi in cui una parte del contratto sia separabile dal resto, detta nei commi successivi i criteri di applicazione della suddetta regola.
Il successivo art. 7 prevede il caso in cui può essere riconosciuta efficacia, nell'applicazione (secondo la Convenzione) della legge di un dato paese, alle norme imperative di un altro paese.
L'art. 16 della medesima Convenzione stabilisce che "l'applicazione di una norma della legge designata dalla presente convenzione può essere esclusa solo se tale applicazione sia manifestamente incompatibile con l'ordine pubblico del foro".
4.2. La L. 31 maggio 1995, n. 218, di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato, stabilisce all'art. 57 che "le obbligazioni contrattuali sono in ogni caso regolate dalla Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, resa esecutiva con la L. 18 dicembre 1984, n. 975, senza pregiudizio delle altre convenzioni internazionali, in quanto applicabili".
La stessa legge dispone peraltro all'art. 16, comma 1, che "la legge straniera non è applicata se i suoi effetti sono contrari all'ordine pubblico", stabilendo poi al successivo comma 2, che "in tal caso si applica la legge richiamata mediante altri criteri di collegamento eventualmente previsti per la medesima ipotesi normativa. In mancanza si applica la legge italiana".
4.3. La disposizione dell'art. 16 della Convenzione di Roma esclude che nell'ipotesi ivi prevista le regole fissate dalla medesima disciplina possano trovare applicazione, e che quindi possa anche operare il richiamo alla stessa Convenzione contenuta nella L. n. 218 del 1995, art. 57.
Non rileva, quindi, il contenuto meramente negativo della clausola dell'ordine pubblico stabilita dalla suddetta disposizione, perchè questa, escludendo l'applicazione della disciplina dettata da tale testo normativo per l'identificazione della legge che deve regolare il contratto, impone necessariamente di far riferimento, a tal fine, ad altra fonte di diritto, che può essere rinvenuta solo nel principio dettato dalla L. n. 218 del 1995, art. 16.
La sentenza impugnata sfugge dunque alle critiche mosse sia con il primo motivo, sia con la denuncia di violazione dell'art. 384 c.p.c., perchè l'applicazione del criterio fissato della norma da ultimo richiamata risulta conforme al principio di diritto enunciato dalla sentenza di annullamento.
5. Va ora esaminata la questione dei presupposti per l'operatività della clausola dello stesso art. 16, comma 2, in relazione al principio di diritto stabilito dalla Corte di Cassazione (secondo cui "è manifestamente incompatibile con l'ordine pubblico italiano una legge che, in linea generale, non preveda tutela contro il licenziamento ingiustificato").
5.1. Ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, art. 14, l'accertamento della legge straniera è compiuto d'ufficio dal giudice; la norma enuncia così un principio di parità di trattamento rispetto alle leggi dello Stato, sicchè di fronte alla conoscenza della legge straniera il giudice italiano si pone nella stessa posizione che assume nei confronti della normativa italiana, trovando in conseguenza piena applicazione l'art. 113 c.p.c., che attribuisce in via esclusiva al giudice il potere di individuare le norme applicabili alla fattispecie dedotta in giudizio, ricorrendo a qualsiasi canale di informazione e utilizzando anche le sue conoscenze personali o la collaborazione delle parti (cfr. Cass. 12 novembre 1999 n. 12538, 26 febbraio 2002 n. 2791).
5.2. Il giudice del rinvio ha correttamente tratto una sintesi dell'assetto normativo vigente in materia nello Stato di New York dalla sentenza della New York Court of Appeals del 25 febbraio 2003 (Hom v. New York Times, 100 N.Y. 2d 85, 2003): un esame dell'elaborazione giurisprudenziale giustifica l'affermazione secondo cui nell'ordinamento di quello Stato opera tuttora la tradizionale dottrina dell'"employment at will", traducibile come rapporto di lavoro a tempo indeterminato con libertà di recesso di entrambi i contraenti. Secondo questa dottrina, la stipulazione del contratto "for an indefinite term" (a tempo indeterminato) comporta che il rapporto può essere risolto liberamente da ciascuna delle parti "at any time for any reason or even no reason¯ (in qualunque momento, per qualunque ragione o anche nessuna ragione) come si legge in Murphy v.
American Home Prod., 58 N.Y.2d 293, 1983, che cita un risalente orientamento.
In questo sistema, il termine "wrongful discharge" (equivalente a licenziamento illegittimo) non può essere riferito al recesso privo di causa giustificativa, perchè riguarda solo il licenziamento intimato per motivi contrari all'ordinamento o in violazione di obblighi assunti con il contratto. Così, si afferma nella sentenza del caso Horn che mentre la legislazione ha introdotto significative norme antidiscriminatorie, specialmente con il National Labour Relations Act del 1935 e il Civil Rights Act del 1964, "le Corti americane si sono mostrate caute nel creare eccezioni di common law alla regola (generale) e riluttanti ad espandere eccezioni già riconosciute" come quelle riconducibili ad un dovere di correttezza e buona fede implicito nel contratto stipulato (obligation of good faith and fair dealing): e quindi (citandosi la decisione del caso Murphy) che - "under New York law as it now stands, absent a constitutionally impermissible purpose, a statutory proscription, or an express limitation in the individuai contract of employment, an employer right at any time to terminate an employment at will remains unimpaired" (per l'attuale legislazione di New York, quando non ricorra un intento costituzionalmente illecito, una prescrizione di legge, od un'espressa limitazione nel contratto individuale di lavoro, il diritto del datore di recedere liberamente in ogni momento dal contratto rimane illimitato).
Ai fini dell'indagine qui svolta (che riguardane, come si è detto, l'esistenza di una regola generale di necessaria giustificazione del licenziamento) non rilevano le norme antidiscriminatorie introdotte da leggi federali e dello Stato che vietano il licenziamento basato su fattori di discriminazione quali sesso, razza, religione, condizioni di disabilità o altro, nè la particolare previsione di una legge penale (N.Y. Penai Law 215.14) dell'illegittimità del licenziamento motivato dalla testimonianza resa da un dipendente in un processo.
Va peraltro rilevato che nel caso Lobosco v. New York Telephone Company/NYNEX, 96 N.Y. 2d 312 (2001) si è affermato che "New York does not recognize the tort of wrongfal discharge, and there is no exception for firings that violate public policy, such as a discharge for exposing an employer's illegal activities" (New York non riconosce l'illecito di wrongful discharge, e non sussiste un'eccezione per i licenziamenti che violano i principi del sistema legale, come nel caso di licenziamento intimato al dipendente per aver denunciato attività illegali del datore di lavoro.
Nel caso Sabetay v. Sterling Drug, 69 N.Y.2d 329 (1987) la Corte ha escluso di poter ravvisare nel contratto di lavoro un patto implicito di buona fede (covenant of good faith and fair dealing) tale da rendere illecito il licenziamento di un dipendente motivato con il suo rifiuto di partecipare a condotte scorrette.
Nel caso Wieder v. Skala, 80 N.Y. 2d 628 (1992), in cui si discuteva dell'illegittimità del licenziamento di un associato di uno studio legale, che aveva denunciato ad un'autorità disciplinare il comportamento scorretto di un altro associato, la Corte è giunta ad una diversa soluzione in ordine alla configurabilità di una violazione di obblighi derivanti dal contratto (Jbreach of contracf), in considerazione degli specifici patti che legavano gli associati dello studio.
Nei citato caso Horn, la Corte ha peraltro ribadito il proprio orientamento escludendo che la narrow exception (stretta eccezione) alla "regola tradizionale¯ affermata nel caso Wieder potesse operare per il licenziamento di un medico che forniva prestazioni sanitarie ai dipendenti di un importante organo di stampa (era stata dedotta l'illegittimità del recesso motivato dal rifiuto del sanitario di trasmettere informazioni riservate sui pazienti). In un passo finale della decisione, che chiarisce assai bene l'orientamento della giurisprudenza sul punto, si legge quanto segue.
"We have consistentfy declined to create a common law tort of wrongful or abusive discharge, or to recognize a covenant of good faith and fair dealing to imply terms grounded in a conception of public policy into employment contracts, as the dissent would have us do, and we again decline to do so" (Abbiamo costantemente rifiutato di creare un illecito di common law di licenziamento illegittimo o abusivo, o di riconoscere un patto di buona fede e correttezza, tale da implicare nei contratti di lavoro delle condizioni fondate su una concezione dei principi del sistema legale, come vorrebbe l'opinione dissenziente, e ancora rifiutiamo di farlo).
6. In relazione al profilo di censura di cui sopra, sub 2.2., resta da esaminare - una volta stabilita l'applicazione della legge italiana in base alla regola dettata della L. n. 218 del 1995, art. 16, U.C., la questione della identificazione della norma concretamente applicabile in luogo di quella contraria all'ordine pubblico (la regola della libertà di recesso, in quanto esclude la tutela contro il licenziamento ingiustificato).
La sentenza di annullamento, mentre include tra i principi dell'ordine pubblico la regola di stabilità del posto di lavoro (corrispondente al principio di giustificazione necessaria dell'esercizio della facoltà di recesso), afferma anche, quanto alle conseguenze del licenziamento intimato in violazione di questo principio, che la disciplina della tutela reale di cui alla L. 20 maggio 1970 n. 300, art. 18, non ha il connotato dell'ordine pubblico; che "di tale dimensione" (dell'ordine pubblico) "fa parte non il concreto meccanismo attraverso il quale si sanziona il recesso ingiustificato del datore di lavoro, bensì il principio che questi non possa a proprio arbitrio recedere dal rapporto". A tale enunciazione la decisione della Corte di Cassazione fa seguire questa affermazione: "solo ove, in esito a tale verifica, si dovesse escludere l'applicazione della legge straniera e ritenere applicabile la legge del foro, le conseguenze saranno quelle da questa concretamente previste".
A tale principio si è attenuto il giudice di rinvio, con l'applicazione nel caso in esame della tutela prevista dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18.
7. Il ricorso deve essere respinto con la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio liquidate in Euro 31,00 per esborsi, oltre Euro 3.500,00 per onorari oltre spese generali.
Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2007
Lavoro all'estero Giurisdizione Tutela

References: Sentenza

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