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Timestamp: 2020-08-14 06:08:20+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 31717 del 07/12/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31717 del 07/12/2018
Cassazione civile sez. trib., 07/12/2018, (ud. 07/11/2018, dep. 07/12/2018), n.31717
sul ricorso 22582-2013 proposto da:
ASTERIA DI P.C. & C. SAS in persona del legale
dall’Avvocato ANTONIO ORLANDO giusta delega in calce;
AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE DI SALERNO in persona del
avverso la sentenza n. 443/2012 della COMM.TRIB.REG.SEZ.DIST. di
SALERNO, depositata il 10/09/2012;
07/11/2018 dal Consigliere Dott. STALLA GIACOMO MARIA;
SERGIO DEL CORE che ha concluso per l’accoglimento parziale per
quanto di ragione del ricorso principale in subordine il rigetto;
udito per il ricorrente l’Avvocato TERRIGNO per delega dell’Avvocato
ORLANDO che si riporta agli atti.
p. 1. La Asteria di P.C. & c. sas propone cinque motivi di ricorso per la cassazione della sentenza n. 443/5/212 del 10 settembre 2012, con la quale la commissione tributaria regionale della Campania, in accoglimento dell’appello principale dell’agenzia delle entrate ed in rigetto dell’appello incidentale della società (sulle spese di lite), ha ritenuto legittima la cartella di pagamento a quest’ultima notificata per imposta di registro ed ipocatastale, nonchè per sanzioni ed interessi; ciò in sede di riscossione degli importi già dedotti in avvisi di liquidazione notificati alla società a seguito di istanza di definizione agevolata L. n. 289 del 2002, ex art. 11, comma 1 bis (revoca agevolazioni).
La commissione tributaria regionale, per quanto qui ancora rileva, ha osservato che: – l’amministrazione finanziaria non era decaduta dalla riscossione, dal momento che la cartella di pagamento in oggetto era stata notificata alla società (19 febbraio 2007) entro il termine ordinario decennale di prescrizione dalla notificazione dei prodromici avvisi di liquidazione (23 luglio 2003), ormai definitivi; – correttamente l’amministrazione finanziaria aveva in cartella dedotto le somme dovute (comprese le sanzioni) rinvenienti dalla omessa regolarizzazione dell’istanza di condono da parte della società e, come tali, iscritte a ruolo.
p. 2.1 Con il primo motivo di ricorso si lamenta – ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – violazione e falsa applicazione della L. n. 289 del 2002, art. 11 e D.P.R. n. 131 del 1986, art. 76, nonchè vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione. Per non avere la commissione tributaria regionale rilevato che, come anche desumibile dalla AE Circolare 21 febbraio 2003, n. 12/E, a seguito della mancata regolarizzazione dell’istanza di definizione era fatto onere all’amministrazione finanziaria di procedere, prima della notificazione di cartella di pagamento, all’emanazione di apposito avviso di liquidazione contenente le somme dovute in linea capitale e per sanzioni. Al contrario, nel caso di specie la cartella opposta poneva in riscossione delle sanzioni, nonostante che essa si basasse su avvisi di liquidazione (notificati nel luglio 2003) che tali sanzioni non prevedevano, proprio perchè conseguenti ad istanza di definizione.
Con il secondo motivo di ricorso la società lamenta violazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 76, nonchè vizio di motivazione. Per non avere la commissione tributaria regionale esaminato il suo motivo di opposizione concernente l’avvenuta decadenza dell’amministrazione finanziaria, la quale non aveva provveduto nei termini di legge (ancorchè prorogati) ad emettere un normale avviso di rettifica con liquidazione altresì delle sanzioni.
Con il terzo motivo di ricorso la società lamenta violazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 16,L. n. 241 del 1990, art. 3 e L. n. 212 del 2000, art. 7, nonchè vizio di motivazione. Per non avere la commissione tributaria regionale rilevato il difetto di motivazione dell’atto impositivo in punto sanzioni, dal momento che queste ultime erano state richieste per la prima volta con la cartella opposta.
Con il quarto motivo di ricorso si deduce violazione dell’art. 115 c.p.c.. Per non avere la commissione tributaria regionale rilevato che l’agenzia delle entrate non aveva preso posizione sugli assunti difensivi della società, con conseguente formazione su di essi del giudicato interno.
Con il quinto motivo di ricorso si assume violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25 e D.P.R. n. 131 del 1986, art. 56,comma 4. Per non avere la commissione tributaria regionale rilevato la tardività della cartella in oggetto, perchè basata su ruolo del 2007 a fronte di avvisi di rettifica e liquidazione divenuti definitivi nell’anno 2003.
p. 2.2 I cinque motivi di ricorso – suscettibili di trattazione unitaria per la stretta connessione delle questioni giuridiche dedotte – sono infondati.
Risulta dagli atti di causa e dagli atti impositivi e di riscossione riprodotti, per autosufficienza, nel ricorso che: a. l’istanza di condono era stata dalla società contribuente presentata in relazione ad agevolazioni su imposta di registro ed ipocatastale (impegno a trasferire entro tre anni le unità immobiliari acquistate) dapprima riconosciutele, e poi da essa rinunciate L. n. 289 del 2002, ex art. 11, comma 1 bis; b. a seguito dell’istanza di definizione così presentata dalla società (maggio 2003), l’ufficio aveva emanato (luglio 2003) avviso di liquidazione, non opposto, relativo all’imposta dovuta, senza sanzioni nè interessi; c. con la cartella qui opposta l’ufficio poneva in riscossione l’avviso di liquidazione in questione, ma con maggiorazione delle sanzioni pecuniarie a seguito del mancato versamento da parte della società contribuente, entro il termine di legge di 60 giorni dalla notificazione dell’avviso suddetto, di quanto dovuto a titolo di condono.
Contrariamente a quanto sostenuto dalla società, pertanto, la cartella in oggetto ben poteva determinare per la prima volta le sanzioni senza la necessità di previa notificazione di nuovo avviso di liquidazione comprensivo di queste ultime. Ciò perchè l’istanza di definizione agevolata ex L. n. 289 del 2002 aveva avuto ad oggetto, come indicato, una pretesa correlata alla mancata spettanza di agevolazioni accordate (art. 11 cit., comma 1 bis), con conseguente debenza dell’imposta a tariffa piena sugli stessi valori dichiarati in atto dalla parte, salvo sgravio di sanzioni ed interessi; non già una pretesa conseguente ad accertamento o rettifica per la quale fosse necessaria la rideterminazione dell’imposta dovuta sull’aumento del 25% del valore dichi rato nell’atto oggetto di imposizione (art. 11, comma 1).
La pretesa a titolo di sanzioni, in altri termini, non presupponeva il nuovo esercizio di una potestà accertativa dell’amministrazione finanziaria, quanto il mero ricalcolo (e relativa iscrizione a ruolo) delle somme a tale titolo dovute su un carico d’imposta già definitivamente quantificato con l’originario avviso di liquidazione.
La mera consequenzialità dell’applicazione delle sanzioni al mancato adempimento del condono da parte della società contribuente non richiedeva dunque l’emanazione di un apposito avviso di liquidazione delle sanzioni, prodromico alla cartella.
Il che rende manifesta l’infondatezza delle doglianze aventi ad oggetto tanto l’intervenuta decadenza dell’amministrazione finanziaria dall’emanazione di questo ‘appositò (ma in realtà non richiesto) avviso di liquidazione; quanto il preteso difetto di motivazione dell’atto impositivo (già contenuta nell’ avviso di liquidazione del luglio 2003, richiamato in cartella, nel quale si esplicitava che le imposte venivano richieste in revoca delle agevolazioni originariamente accordate, ed appunto senza sanzioni perchè a seguito di presentazione di istanza di condono L. n. 289 del 2002, ex art. 11, comma 1 bis).
Va detto che l’eccezione di decadenza non potrebbe ritenersi fondata nemmeno se riferita (non all’ipotetico avviso di liquidazione delle sanzioni, ma) alla stessa cartella di pagamento in questione; dal momento che quest’ultima (comunque notificata nel quadriennio risultante dalla proroga biennale L. n. 289 del 2002, ex art. 11, comma 1, da ritenersi senz’altro applicabile anche alla materia delle agevolazioni di cui al comma 1 bis: Cass. 9578/16 e numerose altre) non esprimeva affatto una potestà accertativa dell’amministrazione finanziaria, quanto soltanto il calcolo delle sanzioni dapprima sospese fin visto l’adempimento del condono.
Neppure trova riscontro la violazione, da parte dell’agenzia delle entrate, della menzionata Circolare 21 febbraio 2003, n. 12/E sulla sanatoria fiscale ex L. n. 289 del 2002, così come paventata dalla società ricorrente.
Va infatti considerato che quest’ultima stabilisce, al p. 7.3, quanto segue: “Adempimenti dell’ufficio. L’ufficio, ricevute le istanze di definizione, nel minor tempo possibile deve: – liquidare e notificare l’avviso di liquidazione delle imposte dovute per la definizione agevolata dei valori e delle violazioni relative all’applicazione delle agevolazioni tributarie – tenendo conto di quanto corrisposto in via principale, senza applicare sanzioni ed interessi (art. 11, comma 2, finanziaria 2003); – porre in essere tutti gli adempimenti, previsti per il recupero delle maggiori imposte nonchè relative sanzioni e interessi, dovute a seguito del procedimento di valutazione o di decadenza dalle agevolazioni, qualora la domanda di definizione sia divenuta priva di effetti, per l’omesso pagamento dell’imposta entro 60 giorni dalla notifica dell’avviso di liquidazione”.
Orbene, nel caso in esame non risulta che l’agenzia delle entrate si sia discostata da quanto così stabilito, dal momento che – preso atto dell’omesso pagamento dell’imposta entro il termine previsto dalla legge sul condono – essa ha posto appunto in essere i conseguenti adempimenti riscossivi (iscrizione a ruolo e notificazione della cartella) per il recupero altresì delle sanzioni, in quanto nella specie dovute quale effetto legale necessitato della decadenza dalle agevolazioni originariamente accordate.
Vale ancora osservare – da ultimo – l’infondatezza altresì dell’eccezione di “giudicato interno” per difetto di contestazione da parte dell’ufficio. Si verteva infatti, nella specie, non già di accertare fatti materiali (del tutto incontroversi) suscettibili di ammissione, riconoscimento ovvero mancata contestazione di parte, bensì di applicare ad essi la disciplina giuridica più appropriata. Aspetto, quest’ultimo, certamente avulso da qualsiasi – ipotetica – preclusione ex art. 115 c.p.c..
Il ricorso va dunque rigettato, stante la correttezza del decisum censurato e la sussistenza dei presupposti per la decisione in questa sede dei profili non considerati dal giudice regionale, in quanto attinenti ad aspetti interpretativi di stretto diritto.
– condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 5.200,00, oltre spese prenotate a debito;

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 11
 art. 360
 art. 11
 art. 76
 art. 76
 art. 16
 art. 3
 art. 7
 art. 25
 art. 56
 art. 11
 art. 11
 art. 11
 Cass. 
 art. 115