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Timestamp: 2020-02-27 21:00:07+00:00

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Art. 1428 codice civile - Rilevanza dell'errore - Brocardi.it
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Articolo 1428 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1428 Codice civile
L'errore (1) è causa di annullamento del contratto quando è essenziale [1429] ed è riconoscibile [1431] dall'altro contraente.
(1) L'errore può essere definito come una falsa conoscenza della realtà. Si distingue tra errore-vizio, qual'è l'errore che colpisce il formarsi della volontà, ed errore-ostativo, che è quello che cade sulla dichiarazione o sulla sua trasmissione (1432 c.c.).
Il legislatore dispone che non ogni tipo di errore è causa di annullamento del contratto ma solo quello che presenta determinate caratteristiche, poichè solo in tal caso si giustifica la tutela di uno dei contraenti ed il sacrificio della posizione dell'altro.
Spiegazione dell'art. 1428 Codice civile
Condizioni alle quali è subordinata la rilevanza dell'errore. La ricnoscibilità dell'errore
La rilevanza dell'errore spontaneo è subordinata nell'attuale ordinamento a due condizioni: quella dell'essenzialità dell'errore e quella della riconoscibilità del medesimo.
Il primo requisito è ampiamente illustrato nell'articolo successive. Il secondo, introdotto nel nostro sistema legislativo sull'esempio del codice civile austriaco, rappresenta un'applicazione del principio generale dell'affidamento a cui si ispira l'attuale codice italiano. Si tratta di una innovazione sostanziale rispetto al vecchio codice, giacché il principio della subordinazione dell'efficacia dell'errore alla sua riconoscibilità, formulato originariamente dal Savigny, che lo ricollegò alla sua nozione di errore improprio, aveva avuto in Italia uno scarsissimo seguito. La dottrina e la giurisprudenza dominanti sostenevano infatti, pur nell'assenza di una esplicita disposizione legislativa, che nel nostro ordinamento la rilevanza dell'errore era subordinata non già alla sua riconoscibilità, ma alla sua scusabilità. Non erano mancate tuttavia opposizioni a questo sistema dominante, sia nel senso di negare ogni rilevanza alla distinzione tra errore scusabile ed errore inescusabile, sia nel senso di limitare tale rilevanza al campo della responsabilità per i danni derivanti dall'annullamento del contratto.
Di fronte alla esplicita disposizione dell'art. 1428 che pone il requisito della riconoscibilità dell'errore, ci si domanda se tale requisito abbia sostituito quello della scusabilità o si sia aggiunto ad esso.
Occorre premettere che, per quanto entrambe preordinate alla tutela del destinatario della dichiarazione, riconoscibilità e scusabilità sono due fattispecie ben distinte: mentre la prima riguarda il comportamento del destinatario della dichiarazione e rappresenta un'applicazione del dogma dell'affidamento, la seconda considera il comportamento del dichiarante e rappresenta un'applicazione del dogma dell'autoresponsabilità. Pertanto l'adozione di uno di questi principi non importa necessariamente l'adozione dell'altro, come è stato inesattamente sostenuto da qualche autore: la riconoscibilità dell'errore non è in funzione della sua scusabilità, potendosi dare un errore riconoscibile ed inescusabile. D'altro canto le due fattispecie, pur essendo distinte, non sono antitetiche: l'adozione del principio della riconoscibilità non esclude logicamente quello della scusabilità ed in un sisterna che ponga un obbligo di diligenza a carico di entrambe le parti, scusabilità e riconoscibilità possono benissimo coesistere.
Premesso ciò, si deve ritenere che nel nostro ordinamento il principio della riconoscibilità esclude quello della scusabilità: il contraente
non in errore è infatti già sufficientemente tutelato dal principio della riconoscibilità, il quale si armonizza con il sistema dell'affidamento seguito dal nuovo codice; subordinando l’annullabilità del contratto anche alla scusabilità dell'errore si verrebbe ad un ingiustificato allargamento della tutela del destinatario della dichiarazione a tutto danno dell'errante. Inoltre il legislatore, che non poteva ignorare le dispute a cui aveva dato luogo sotto il vecchio codice la scusabilità dell'errore, se avesse inteso mantenere questo requisito ne avrebbe fatto espressa menzione nell'art. 1428, analogamente a quanto avviene per la riconoscibilità. Né in favore della tesi del cumulo si può addurre l'argomento che l’art. 2036 cod. civ. esige per la ripetizione dell'indebito soggettivo la scusabilità dell'errore del solvens, perché altro è il problema della rilevanza dell'errore come causa di annullabilità del negozio ed altro è il problema della rilevanza dell'errore come elemento della fattispecie della ripetizione dell'indebito.
Residuo di rilevanza della scusabilità dell’errore nel campo della responsabilità per danni
Fissato che la scusabilità dell'errore non ha alcuna rilevanza ai fini dell'annullabilità del contratto, ci si domanda se essa abbia ancora rilevanza in ordine all'obbligo di risarcimento del danno, in caso di annullamento del contratto. Data, da un lato, la norma del nuovo codice che subordina l'annullabilità del contratto alla riconoscibilità dell'errore e data, dall'altro, la norma sulla culpa in contrahendo (articolo 1338 cod. civ.) per cui è esclusa la responsabilità per danni nel caso di concorso di colpa del danneggiato, il problema non può più porsi oggi con riferimento ad una obbligazione della parte in errore nei con-fronti della parte non in errore, ma solo con riferimento ad un'obbligazione della parte non in errore nei confronti della parte in errore L'insorgenza di una siffatta obbligazione non sembra dubbia, in quanto essa rientra, se non proprio nella lettera certo nello spirito dell'art. 1338 cod. civ. In questo senso sono anche i lavori preparatori (R.G., n. 176).
Premesso ciò, poiché l’art. 1338 cod. civ. subordina l'insorgenza dell'obbligazione alla colpa dell'obbligato e questa colpa si risolve, nel caso di errore, nella inescusabilità del medesimo, si deve concludere che il requisito della scusabilità dell'errore conserva ancora rilevanza nel limitato campo della responsabilità per i danni subiti dall'errante.
Il problema della rilevanza dell’errore non riconoscibile, ma concretamente riconosciuto
L'art. 1428 parla solo di errore riconoscibile. Stando alla lettera della norma si dovrebbe pertanto negare rilevanza all'errore non riconoscibile ai sensi dell'art. 1431 cod. civ., ma tuttavia in concreto riconosciuto. Questa interpretazione letterale si palesa pere in contrasto con il sistema del nostro codice, il quale adotta quel particolare atteggiamento del dogma dell'affidamento, per cui la tutela del destinatario della dichiarazione viene meno tanto nel caso di conoscenza in concreto della causa dell'invalidità quanto nel caso di conoscenza, per così dire, in abstract, cioè di conoscibilità di detta causa. In particolare è palese e stridente, data l'identica natura, la
disarmonia che si verrebbe a determinare nei confronti del trattamento dell'incapacità naturale, dove l'annullabilità del contratto è subordinata alla malafede dell'altro contraente, cioè alla conoscenza o alla conoscibilità delle condizioni mentali dell'incapace. In considerazione di questa esigenza di armonia del sistema legislativo e tenendo anche presente quanto è detto nei lavori preparatori, ove è posta in luce la uguaglianza di trattamento dell'incapacità naturale e dell'errore (R. G., nn. 122 e 174), si può procedere ad un'interpretazione antiletterale dell'art. 1424 cod. civ., subordinando l'annullabilità del contratto tanto alla riconoscibilitù dell'errore quanto al suo concreto riconoscimento, anche se si tratta di errore non riconoscibile ai sensi dell'art. 1431 cod. civ. Resta però i1 dubbio se il silenzio del legislatore nei confronti dell'errore riconosciuto non trovi il suo fondamento nel fatto che l'errore riconosciuto è taciuto alla controparte rientri nella figura del dolo. La soluzione di questo quesito dipende da quella del delicato problema del dolo negativo (v. infra).
175 Una lunga meditazione sui termini del dissidio tra la teoria che dà rilievo alla sola volontà e quella che dà importanza alla sola dichiarazione, mi ha convinto, peraltro, che, in un sistema giuridico come quello fascista, nel quale la libertà del volere è regolata e deve conformarsi alle esigenze del complesso sociale, va attenuata la assoluta rilevanza dell'intento, che sacrifica troppo al dominio della potestà individuale i diritti e le aspettative dei terzi. Questi diritti e questi aspetti tipici formano psicologicamente sull'atto dichiarativo della controparte, perché riesce gravoso e malcerto riferirsi al suo intento, del quale non si può avere alcun indizio se non in ciò che si rende manifesto; contrasta perciò con la più elementare necessità sociale il sacrificio del significato di questa manifestazione, in quanto appaia produttiva di effetti giuridici, per imporre la ricerca dell'intento del dichiarante, onde far desumere da esso la volontà dil produrre l'effetto al quale la dichiarazione appare rivolta.
La giusta esigenza della certezza e della sicurezza delle relazioni giuridiche, su cui si fonda l'economia nazionale e il suo sviluppo impone, perciò, di rendere, per quanto possibile, autonoma la dichiarazione dall'intento, e di riconoscerle conseguenze obbligatorie verso la parte di buona fede.
Cio non implica assoluta irrilevanza della volontà: questa deve avere valore giuridico perché provoca la dichiarazione, perché la dichiarazione è condizione in base a cui la volontà del soggetto acquista consistenza ed efficacia nell'orbita del diritto, perché la dichiarazione è il mezzo di riconoscimento, il segno o la rivelazione dell'intento, perché la dichiarazione è l'opera soltanto di chi è fornito di volontà.
Da ciò la considerazione del consenso come requisito di validità dei contratti (art. 182): la sicurezza degli scambi e dei traffici, se non può, infatti, condurre, nei limiti dell'affidamento, a fare invocare l'eventuale assenza dell'intento per fondare l'inesistenza giuridica della dichiarazione (come al contrario oggi de iure condito si ritiene possibile per l'errore ostativo), non si oppone a consentire l'impugnativa della dichiarazione in vista di questa assenza.
Massime relative all'art. 1428 Codice civile
Cass. civ. n. 274/2018
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, ordinanza n. 274 del 9 gennaio 2018)
Cass. civ. n. 24738/2017
In tema di annullamento del contratto per errore è necessario accertare, da un lato, se la parte caduta in errore si sia indotta alla stipula del contratto in base ad una distorta rappresentazione della realtà, determinante ai fini della conclusione del negozio, e, dall'altro, se con l'uso della normale diligenza l'altro contraente avrebbe potuto rendersi conto dell'altrui errore, non essendo richiesto che l'errore sia stato riconosciuto in concreto, bensì l'astratta possibilità di tale riconoscimento, in una persona di media avvedutezza. L'indagine del giudice di merito sul concorso degli elementi indicati si risolve in un accertamento di fatto incensurabile in sede di legittimità se sorretto da congrua e logica motivazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 24738 del 19 ottobre 2017)
Cass. civ. n. 5429/2006
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5429 del 13 marzo 2006)
Cass. civ. n. 16679/2004
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 16679 del 24 agosto 2004)
Cass. civ. n. 12784/1999
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 12784 del 18 novembre 1999)
Cass. civ. n. 9777/1993
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9777 del 1 ottobre 1993)
Cass. civ. n. 2518/1990
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2518 del 28 marzo 1990)
Cass. civ. n. 5457/1985
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5457 del 8 novembre 1985)
Cass. civ. n. 2844/1982
L'errore di fatto o di diritto, quale causa di annullamento del contratto, deve essere, oltre che essenziale, cioè tale da determinare la parte a concludere il contratto, anche riconoscibile dall'altro contraente, nel senso che questi, in relazione al contenuto, alle circostanze del contratto e alle qualità dei contraenti, avrebbe dovuto rilevarlo, adoperando la normale diligenza.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2844 del 7 maggio 1982)
Cass. civ. n. 4402/1977
Qualora la lettera di una clausola contrattuale risulti non corrispondente all'effettiva comune intenzione delle parti, come desumibile dal ricorso alle norme ermeneutiche di cui agli artt. 1362 e segg. c.c., non si verte in ipotesi di errore nella formazione del consenso o nella dichiarazione negoziale (artt. 1427 e 1433 c.c.), deducibile dall'interessato con azione di annullamento, ma in ipotesi di mere inesattezze od imprecisioni nella esteriorizzazione di quel comune consenso, rilevabili dal giudice chiamato ad interpretare il contratto medesimo.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4402 del 15 ottobre 1977)
Cass. civ. n. 1464/1974
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1464 del 17 maggio 1974)
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References: Articolo 1428

Articolo 1428

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