Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/03/11/bancarotta-fraudolenta-documentale-per-la-condanna-dellamministratore-di-diritto-e-necessaria-unindagine-specifica-sullatteggiamento-psicologico/
Timestamp: 2020-01-19 21:56:41+00:00

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Bancarotta fraudolenta documentale: per la condanna dell’amministratore di diritto è necessaria un’indagine specifica sull’atteggiamento psicologico – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Bancarotta fraudolenta documentale: per la condanna dell’amministratore di diritto è necessaria un’indagine specifica sull’atteggiamento psicologico.
Si segnala ai lettori del blog la sentenza di legittimità n.9856/2019, depositata il 06.03.2019, che nell’ambito dei reati fallimentari affronta il tema della responsabilità penale dell’amministratore di diritto della società fallita e dell’eventuale concorso di quella dell’amministratore di fatto.
La Suprema Corte, richiamando principi giurisprudenziali consolidati in materia, ha sottolineato l’importanza e la necessità di una verifica seria e puntuale, rimessa al giudice del merito, in ordine alla sussistenza del profilo psicologico del reato in capo all’amministratore di diritto circa l’adesione alle condotte fraudolente poste in essere da colui che de factogestisce la società.
La Corte d’appello di Genova confermava da un lato la sentenza resa dal G.u.p. del Tribunale di Imperia, che aveva condannato l’imputata, quale amministratrice di diritto, per bancarotta fraudolenta documentale e semplice di una società di capitali, dichiarata fallita nel 2010, e dall’altro, in accoglimento dell’appello del PM, condannava, l’altra imputata tratta a giudizio quale amministratore di fatto per bancarotta fraudolenta documentale, prosciolta dal primo giudice.
Secondo quanto si legge nella sentenza in commento le due imputate – l’una come amministratrice di diritto e l’altra come amministratrice di fatto – avrebbero tenuto le scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari; l’amministratrice di diritto, inoltre, aggravò il dissesto societario omettendo di richiedere il fallimento della società, nonostante questa fosse rimasta inattiva.
Contro la sentenza della Corte territoriale veniva interposto ricorso per cassazione.
La Suprema corte ha accolto il ricorso dell’amministratrice di diritto che ha censurato la regola di giudizio applicata dal giudice del gravame, annullando, per l’effetto la pronuncia impugnata, rinviando per nuovo giudizio alla Corte d’appello.
Di seguito si riporta il passaggio motivazionale di interesse:
“Secondo l’orientamento che appare preferibile, perché conforme al canore costituzionale della responsabilità personale, l’accettazione della carica di amministratore, in ambito societario, non può costituire, essa sola, fonte di responsabilità, ben potendo presentarsi situazioni in cui l’amministratore di diritto resti estraneo alle condotte fraudolente poste in essere dall’amministratore di fatto.Perché possa affermarsi una sua responsabilità per concorso, ex art. 40 cod. pen., occorre – come è già stato rilevato – quantomeno la generica consapevolezza, in capo all’amministratore di diritto, che altri (in genere, l’amministratore di fatto) pongano in essere le condotte descritte dalla norma incriminatrice, senza che sia necessario che tale consapevolezza investa i singoli episodi delittuosi, potendosi configurare l’elemento soggettivo sia come dolo diretto, che come dolo eventuale (Cassazione penale, sez. V, 24/03/2011, n. 17670).
Per l’affermazione della responsabilità dell’amministratore di diritto si pone comunque la necessità, quindi, di accertare in che modo egli si sia posto, dal punto di vista soggettivo, rispetto al fatto delittuoso, al fine di verificare se vi abbia aderito, anche solo implicitamente. A tal fine assumono rilievo, a titolo esemplificativo, il suo coinvolgimento nelle vicende societarie e nella gestione delle attività sociali, i suoi rapporti con l’amministratore di fatto e con i soci, la conoscenza che egli abbia avuto – o abbia scientemente evitato di avere – dei fatti sociali e, non ultime, le ragioni per cui abbia assunto la carica di amministratore, nonché le utilità che ne abbia eventualmente percepite o gli siano state promesse, siccome potenzialmente indicativi, ognuno di essi, anche solo singolarmente, della partecipazione psicologica ai fatti illeciti di gestione.
Dal punto di vista pratico, poi, non può farsi a meno di distinguere tra la condizione di chi, dietro compenso, si presti a fare da parafulmine rispetto a gestori di fatto del tutto estranei (la cd. testa di legno) e chi, per motivi affettivi o morali, si presti ad assumere la carica di amministratore al fine di consentire lo svolgimento di un’attività imprenditoriale a soggetti che, altrimenti, ne sarebbero impediti. Quanto al primo, è senz’altro condivisibile l’affermazione, contenuta in numerose pronunce di questa Corte, che, allorché si tratti di soggetto che accetti il ruolo di amministratore esclusivamente allo scopo di fare da prestanome, la sola consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possano scaturire gli eventi tipici del reato (dolo generico) o l’accettazione del rischio che questi si verifichino (dolo eventuale) possono risultare sufficienti per l’affermazione della responsabilità penale(Cass., n. 7332 del 17/1/2015; sez. 5, n. 44826 del 3 t/ 28/5/2014; sez. 5, n. 11938 del 9/2/2010). Quanto al secondo, un’indagine specifica sull’atteggiamento psicologico dell’amministratore di diritto serve ad evitare automatismi sanzionatori contrastanti, per quanto si è detto, col principio della responsabilità penale personale.
Non risulta che la sentenza impugnata si sia attenuta, per Magro Stella, sorella dell’amministratrice di fatto, a questo criterio di giudizio, sicché la sentenza va parzialmente annullata con rinvio per nuovo esame al giudice del merito”.
Cassazione penale , sez. V , 01 ottobre 2018 , n. 53193
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References: sentenza 
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 art. 40
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