Source: http://mafie.blogautore.repubblica.it/2019/08/08/3414/
Timestamp: 2019-08-19 10:44:47+00:00

Document:
Giovanni Brusca e le “colpe” di Falcone - Mafie - Blog - Repubblica.it
Indi, Brusca ha confermato che nel dicembre 1991 si tenne un'ulteriore riunione della "commissione provinciale" ("Che io mi ricordi l'ultima fu, credo, come di solito si faceva sempre, a Natale '91, tutta allargata, successivamente ... "), forse in un luogo diverso dalla casa di Guddo ("L'ultima, che io mi ricordo, fu a casa del cugino di Salvatore Cancemi, di un certo... Non mi ricordo come si
chiama .... ; ... P.M DR. TERESI - È possibile che si chiami Guddo?; IMPUTATO BRUSCA - No, c'è un altro, c'è un altro che poi è stato individuato. A casa di Guddo ne abbiamo fatto altre di riunioni, ma questa che mi ricordo credo che sia l'ultima, che mi ricordo anche la presenza di Nino
Giuffrè, si chiama questo ... è stato già individuato, è stata individuata pure la casa, avendo assistito ad altri processi, però in questo momento non mi viene il nome, Vito, Vito... eravamo in uno scantinato, comunque vicino la casa di Guddo, perché Totò Riina si muoveva sempre nell'ambito da casa sua dove abitava vicino alla rotonda, si muoveva, diciamo, nell'arco di un chilometro, 2 chilometri, 3 chilometri, non andava oltre .... .... .... Si muoveva nel territorio di Raffaele Ganci, di Angelo La Barbera e Salvatore Cancemi .... "), cui parteciparono quasi tutti i capi "mandamento" tra i quali anche Giuffré ("Ma partecipammo quasi ... no "quasi", tutti, credo che fu un momento che in due o tre occasioni partecipammo tutti, al/ora eravamo ... .... ..... Salvatore Riina per Corleone e capo provincia, Biondino Salvatore che sostituiva Giuseppe Giacomo Gambino, Angelo La Barbera per Porta Nuova, per Passo di Rigano che sostituiva Salvatore Buscemi, Matteo Motisi per Pagliarelli, Salvatore Montalto che sostituiva il padre per Villabate che prima era Bagheria e poi è
diventato Villabate, io per San Giuseppe Jato, Giuseppe Graviano per Brancaccio, Francesco Lo lacono per Partinico che sostituiva Geraci Antonino il vecchio, Giuffi-è Antonino per Caccamo, Salvuccio Madonia per San Lorenzo, Pietro Aglieri e Carlo Greco per Santa Maria di Gesù, Raffaele Ganci per la Noce, credo di averli detti tutti ... ") e nella quale, come pure riferito dallo stesso Giuffrè, prese la parola Riina, manifestando, senza alcuna opposizione dei presenti, l'intendimento di uccidere i Dott.ri Falcone e Borsellino quali nemici storici di "cosa nostra" ed alcuni politici che, a suo dire, avevano tradito "cosa nostra", tra i quali Lima e, forse, Mannino (" .... Di solito in queste circostanze li prendeva sempre Salvatore Riina, erano quasi sempre monologhi, difficilmente qualcuno interveniva, perché quando parlava lui tutti gli altri ascoltavano o per amore o per timore o perché gli conveniva, era quasi sempre lui che parlava.
Interveniva qualcuno tipo mi ricordo Matteo Motisi che fece un intervento, non mi ricordo qual era il motivo e quasi no lo rimproverò, ma per educazione per l'età lo mise un po' a tacere, ed era quello che voleva ... cioè, voleva uccidere tutti, che si doveva vendicare, che non riusciva più a portare avanti quelle chenerano le sue esigenze, dell'interesse di Cosa Nostra, che lui stava facendo tutto,
che la politica si stava ... i politicanti lo stavano tradendo. Questa è la sostanza dell'argomento... .... .. ... Sì, faceva i nomi... ... .. ... Ma principalmente c 'era il dottor Giovanni Falcone. quello era il suo chiodo fisso. poi c 'era quello del dottor Borsellino che lo nominava da tanto tempo, si è aggiunto Lima che io già sapevo e poi tutta un 'altra serie di nomi di politici ... ... .... Prima di tutto, il primo di tutti era Giovanni Falcone, il secondo era il dottor Borsellino che io sapevo già dagli anni Ottanta, si ci è aggiunto a questo, in base a quello che già ... perché nel '91 già ... non è che aspettavamo la sentenza di Cassazione che veniva confermata, sapevamo, e quindi pubblicamente esternava la volontà di uccidere Lima. Credo qualche altro politico. non mi ricordo se fece quello di Mannino o di qualche altro, il nome di qualche altro l'abbia fatto. Là, in quella circostanza, non disse: "Dobbiamo uccidere, tu pensa a questo. io penso ... "."Dobbiamo uccidere", punto .... .... .... O meglio "Ci dobbiamo rompere le corna" per semplificare il concetto della discussione... .... .. ... Le ragioni stratificate nel tempo, sommate nel tempo dell'odio di Cosa Nostra verso Giovanni Falcone. poi ritenuto addirittura responsabile della questione della Cassazione. ne abbiamo parlato, per quanto riguarda il dottore Borsellino ... .... ..... so. per l'arresto di Leoluca Bagarella, che era indagato per via Pecori Girardi per un omicidio e il dottor Borsellino non voleva accondiscendere alle sue richieste di aggiustamento da Pubblici Ministeri”).
Neppure secondo Brusca in quella riunione si parlò della "Falange Armata" e, quindi, come si vede, v'è sostanziale coincidenza tra il racconto del predetto e quello del Giuffrè al di là del luogo della riunione, riferito, peraltro, da quest'ultimo in termini incerti e che, d'altra parte, a distanza di tanto tempo può essere non ben ricordato da uno di essi o da entrambi.
Brusca, infine, ha attribuito quella decisione comunicata nella riunione esclusivamente a Riina ben conoscendo il potere assoluto che questi, all'epoca, esercitava in "cosa nostra" ("E in particolar modo Totò Riina. la persona di Totò Riina ... ... .... aveva un fatto specifico personale. per questo dico che aveva più interessi di tutti”) e, pertanto, ha detto di non essere a conoscenza della riunione della "commissione regionale" tenutasi a Enna ("No. non ne so nulla io di questa riunione").
Di quest'ultima riunione, tuttavia, ha parlato Malvagna Filippo (il cui racconto è apparso lineare e, anche con riferimento alla scelta collaborativa, caratterizzato dall'assenza di elementi idonei ad inficiare l'attendibilità intrinseca del dichiarante), il quale ebbe ad apprendere di questa, tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992, dallo zio Pulvirenti Giuseppe, a sua volta informato da Benedetto
Santapaola che vi aveva partecipato in qualità di capo della "provincia" di Catania ("P. M TARTAGLIA: - ... ha avuto mai occasione di avere notizie su più generali strategie di politica criminale di Cosa Nostra? ... DICH. MALVAGNA: - Sì. io ho avuto notizie in tal senso e in particolare verso la fine del 1991 - gli inizi del 1992 si parlava ... Mio zio mi raccontò che vi era stata una riunione in provincia di Enna dove si erano riuniti tutti i vertici delle varie famiglie esistenti in Sicilia. Lui in particolar modo mi disse che aveva partecipato a questa riunione direttamente il Santapaola per quanto riguarda la famiglia. la nostra famiglia. si diceva all'epoca. E questa riunione era direttamente ... Vi era in questa riunione. era presieduta da Salvatore Riina . ...
... ha parlato Giuseppe Pulvirenti. Lui personalmente no, aveva partecipato il. .. ... L'aveva saputo perché aveva partecipato a questa riunione il Santapaola e il Santapaola al rientro chiamò i vertici dell'organizzazione, tra cui anche il Pulvirenti, e lo mise al corrente dell'oggetto di questa riunione. ... Ma adesso i miei ricordi sono lontani nel tempo, io se non vado errato siamo agli inizi del 1992, adesso non ricordo se siamo a gennaio, a febbraio, marzo, non ricordo di preciso la data precisa. P. M TARTAGLIA: - E quando Pulvirenti agli inizi del 92 gliene parla, le parla di una riunione accaduta, verificatasi quanto tempo prima? È in grado di dirlo
questo? DICH. MALVAGNA : - Ma il tempo prima non lo so, lui mi parlava di poco tempo, dieci giorni, quindici giorni, un mese massimo. Di preciso non mi specificò la data quando venne fatta, mi disse che è stata fatta lì in provincia di Enna, ... ").
In quella riunione, secondo quanto poi raccontato al Malvagna, Riina aveva pronunciato la frase "qua bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace" ("P. M TARTAGLIA : - E Pulvirenti le ha riferito qualche frase testuale, qualche passaggio testuale dell'intervento di Salvatore Riina in quella riunione? DICH. MALVAGNA: - Sì, mi ha riferito che Salvatore Riina ebbe a dire: bisogna, qua bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace. .... Sì, è una frase che aveva pronunciato direttamente Salvatore Riina in quella riunione") sulla quale si tornerà più avanti per il significato che essa assume nel contesto dei fatti oggetto del presente processo.
Anche in quella riunione di Enna, ancora secondo quanto appreso e, quindi, riferito da Malvagna, Salvatore Riina si era lamentato delle promesse di politici non mantenute ed aveva prospettato che a quel punto occorreva muoversi "tipo libanesi, tipo i colombiani" e cioè con una strategia di attacco frontale verso lo Stato e con azioni idonee a confondere la matrice mafiosa o terroristica dell'atto
criminale ("P. M TARTAGLIA: - ... Perché bisognava fare la guerra per poi fare la pace? ... DICH. MALVAGNA : - Ma di preciso non mi è stato detto, mio zio mi ha spiegato che erano venuti meno dei agganci che a Palermo avevano. Cioè, le persone che erano, avevano fatto delle promesse, non le avevano mantenute e in particolare parlava di zio Totò era molto arrabbiato. E quindi aveva deciso di mettere in atto questa, diciamo questa strategia, loro dicevano a tipo libanesi, tipo i colombiani, un attacco frontale per poi ... Per fargli vedere che loro, cioè, meritavano ... Erano capaci di destabilizzare diciamo anche la popolazione e lui mi parlò di una cosa tipo una cosa che poi doveva anche, doveva anche confondersi questa cosa, doveva confondersi, che non dovevano
capire niente se era mafia, se era ritornato il terrorismo, tutte ste così ha detto, mi ha detto questo qua .... P. M TARTAGLIA : - ... le è stato detto da chi erano rappresentati questi agganci? DICH MALVAGNA : - Ma da chi erano rappresentati nello specifico non mi venne detto, anche perché ... Non mi venne detto nello specifico").
Secondo Malvagna, in tale contesto, Riina aveva invitato a rivendicare le azioni che sarebbero state compiute con la sigla Falange Armata ("Sì, sì, direttamente il Salvatore Riina, come dicevo prima, siccome si doveva fare un po' di confusione, che non si doveva capire da dove provenisse tutto questo terremoto, disse di rivendicare qualsiasi cosa con una frase, la così detta ... Dovevano essere rivendicate dicendo che chi metteva in atto queste cose faceva parte della Falange Armata. P. M TARTAGLIA : - Questa fu quindi una richiesta di Salvatore Riina? Fu Salvatore Riina a proporre in quella sede di rivendicare gli attentati con la sigla Falange Armata? DICH MALVAGNA : - Sì, sì, si
dovevano fare queste cose e rivendicarle con questa sigla di Falange Armata"), sino ad allora a tutti sconosciuta ("P. M TARTAGLIA : - ... Lei o suo zio Pulvirenti in quel momento, cioè nei primi mesi del 92, avevate mai sentito parlare della sigla Falange Armata? DICH MALVAGNA: - No, io mai. P. M TARTAGLIA: - Quindi era una sigla sconosciuta a lei e ai componenti della sua organizzazione criminale? DICH. MALVAGNA - Che io sappia sì, era la prima volta che si sentiva dire").
Della "Falange Armata" si dirà meglio più avanti, anticipando, però, sin d'ora, che effettivamente tutti i principali fatti delittuosi che da lì in poi sarebbero stati commessi da "cosa nostra" nel biennio 1992-93, ad iniziare dall'omicidio Lima, furono effettivamente rivendicati con la predetta sigla. Anche Malvagna, infine, ha confermato che già alla fine del 1991 a Catania i mafiosi erano consapevoli che il maxi processo, nel quale erano imputati anche importanti esponenti di quella "famiglia" quali Benedetto Santapaola e Carletto Campanella, avrebbe avuto un esito diverso da quello da loro sino ad allora sperato ("P. M TARTAGLIA: - ... Ora io le vorrei chiedere sinteticamente: lei ha avuto modo di commentare la vicenda e l'evoluzione del Maxi Processo con
Pulvirenti o con altri soggetti del suo gruppo criminale? DICH. MALVAGNA: - Ma io ho appreso che mentre mi trovavo a Catania in una riunione, sentivo parlare il capo decina con Salvatore Santapaola, che avevano già notizie ancora prima che la Cassazione si esprimesse, che il Maxi Processo andava male . ... , io non ricordo le date precise, so che era in quel periodo, alla fine del
1991 .... Sì, c'erano parecchi imputati, c'era anche Santa paola era imputato al Maxi Processo. C'era mi sembra Carletto Campanella e qualche altro, adesso non ricordo. Però non è che se ne parlava soltanto a carattere personale, se ne parlava a carattere generale nell'ambito dell'organizzazione Cosa Nostra, perché loro avevano una... Cioè, era stata una grossa botta quella del Maxi Processo e loro avevano, non lo so, delle informazioni che si sarebbe sistemata la cosa, invece avevano informazioni che... Cioè che andava male. Prima che ancora ci ... Io mi ricordo prima che poi c'è stata la sentenza ufficiale, loro già sapevano che andava male il Maxi Processo, adesso da quale canale lo sapevano non lo so").
In conclusione, dunque, può ritenersi provato che l'originario intento di Salvatore Riina, maturato già prima della pronunzia della sentenza della Corte di Cassazione all'esito del maxi processo (ma strettamente collegato alla previsione ormai certa, dopo la sostituzione del Dott. Carnevale, dell'esito infausto che questo avrebbe avuto) e che fu recepito senza alcuna opposizione all'interno dell'associazione mafiosa "cosa nostra", fu quello di scatenare la propria vendetta, uccidendo i Giudici Falcone e Borsellino, quali nemici "storici" della mafia responsabili della debacle che si preannunciava con la sopra ricordata sentenza, ed alcuni politici, iniziando da Salvo Lima, che
avevano tradito le attese in essi riposte dallo stesso Riina.
Può, peraltro, già qui anticiparsi che la predetta ricostruzione ha trovato ulteriore definitivo riscontro nelle stesse parole di Salvatore Riina intercettate nel 2013 all'interno del carcere in cui il predetto era detenuto e di cui si darà ampio resoconto più avanti nella Parte Quinta della presente sentenza (v., soprattutto, intercettazioni del 6, 8, 18, 20, 29 e 31 agosto 2013, 24 e 27 settembre 2013 e 27 ottobre 2013).
In sostanza, quel che si vuole qui evidenziare, per le conseguenze che successivamente si trarranno sui fatti oggetto della specifica imputazione di reato che in questa sede è stata esaminata, è che in quella prima fase - e, come si vedrà, sino al giugno 1992 - non v'era alcun intendimento da parte di Riina (e, conseguentemente, da parte dei suoi sodali stante il potere assoluto dal primo esercitato e l'assenza di qualsiasi possibile opposizione interna manifestabile in occasione delle riunioni degli organismi collegiali senza incorrere nella punizione con la morte da parte del Riina medesimo) di "trattare" contropartite di sorta ovvero di subordinare l'inizio o anche soltanto la prosecuzione del
programma delittuoso già comunicato nelle riunioni di cui sopra si è detto a eventuali cedimenti da parte delle Istituzioni dello Stato.
Invero, soltanto la dimostrazione incontenibile ed inarrestabile di forza e violenza da parte dell'associazione mafiosa, nell'ottica di Riina (''fare la guerra per poi fare la pace"), avrebbe costretto lo Stato a adoperarsi per ristabilire una situazione di reciproca non belligeranza, quale quella che per molti anni, se non decenni, sino all'irrompere sulla scena di magistrati quali Chinnici, Costa, Falcone e Borsellino e di altrettanti validi investigatori che li affiancavano (alcuni dei quali ugualmente uccisi come i predetti magistrati: tra i tanti, basti qui ricordare Ninni Cassarà e Beppe Montana), aveva caratterizzato i rapporti nel territorio siciliano (e, spesso, non solo in questo) e segnato l'esito di molti processi concJusisi, a differenza di quanto sarebbe, invece, avvenuto col maxi processo, con sentenze o che negavano addirittura l'esistenza della mafia o che, al più, si rifugiavano nella formula dubitativa dell 'assoluzione per insufficienza di prove.
Con le sentenze del maxi processo si evidenziava, dunque, un chiaro indebolimento dell'associazione mafiosa - ed, in primis, quindi, di Salvatore Riina che, come detto, dai primi anni ottanta ne era il capo assoluto ed incontrastato - che non era più riuscita, pur con la pletora di politici o di soggetti che più o meno indirettamente facevano da tramite con i primi, ad "aggiustare"
l'esito di quel processo e, conseguentemente, ad ottenere quel risultato che in passato e sino ad allora era stato indice proprio della potenza intimi datrice della mafia, ma anche - e forse soprattutto - della capacità di questa di tessere una ragnatela di rapporti tale da avviluppare a sé, in un gioco di interessi e contro-interessi ed in nome del quieto vivere, una fetta non indifferente della società civile che più contava (politici, imprenditori, professionisti, magistrati e investigatori).
Salvatore Riina non poteva di certo consentire, senza reagire, un simile indebolimento, che ne avrebbe inevitabilmente intaccato la leadership e, quindi, prima ancora della sentenza definitiva della Corte di Cassazione, che avrebbe potuto scatenare l'insoddisfazione del "popolo" di "cosa nostra" ed una reazione di questo nei suoi confronti per non essere riuscito ad ottenere il risultato che aveva garantito fidandosi di quei politici che sino ad allora lo avevano sempre assecondato per i propri tornaconti elettorali ed economici, quando ancora il suo potere era saldo, aveva coinvolto i vertici di "cosa nostra" in quella strategia di attacco frontale allo Stato, che, creando inevitabilmente un punto di non ritorno, avrebbe costretto coloro che già avevano approvato quella strategia a non recedere da quella decisione e, quindi, in definitiva, avrebbe impedito che altri, che magari già segretamente vi aspiravano, avessero potuto tentare di conquistare la guida di "cosa nostra" in opposizione al "ridimensionato" Salvatore Riina.
Ed infatti, già all'indomani della sentenza della Corte di Cassazione nel maxi processo (30 gennaio 1992), prima che vi fosse il tempo di riflettere sulla debacle di "cosa nostra" e, quindi, di Riina, iniziano le attività preparatorie per l'esecuzione dell'omicidio di Salvo Lima, poi effettivamente realizzato il 12 marzo 1992, a breve distanza di tempo seguito, prima dall' micidio del M.llo Guazzelli e, poi, a coronamento di quella prima fase, dalla più eclatante delle stragi per modalità esecutive e valore simbolico (non a caso "voluta" da Riina in Sicilia nonostante la più agevole esecuzione a Roma ove il Dott. Falcone aveva di fatto una vigilanza più attenuata), quella di Capaci, nella quale vennero uccisi lo "storico nemico n. l'' di "cosa nostra", Giovanni Falcone, la moglie che lo accompagnava e gli uomini della scorta che lo proteggevano.
Sui primi due dei ricordati avvenimenti (omicidi Lima e Guazzelli) occorre, però, formulare qualche ulteriore separata considerazione per la rilevanza che essi hanno nell'ambito della costruzione dell'ipotesi accusatoria oggetto di verifica nel presente processo.
viajero 8 agosto 2019 alle 9:44
a quando un buon libro in merito ?
Mike 8 agosto 2019 alle 12:48
Sei un’ indegno Giovanni Brusca .
L’unica colpa che c’è in te, di essere nato, nn di Giovanni Falcone .
Luisa 9 agosto 2019 alle 0:07
Consiglio di leggere Oltre la Trattativa di Vincenzo Zurlo

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