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Timestamp: 2019-10-17 02:30:24+00:00

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﻿ Nessun indennizzo per l'avviso di ricevimento restituito in ritardo
Nessun indennizzo per l'avviso di ricevimento restituito in ritardo
Nessun indennizzo per l'avviso di ricevimento restituito oltre il decimo giorno, derivante dalla notifica di un atto giudiziario spedito mediante raccomandata dal legale autorizzato a notificare in proprio.
Relatore SESTINI Danilo
Ordinanza n. 13962 dep. il 23 maggio 2019
con cinque distinti atti di citazione, l'avv. D.G.G. convenne in giudizio Poste Italiane s.p.a. per ottenere il pagamento, a titolo di indennizzo ovvero di risarcimento del danno, dell'importo di Euro 8,25, quale costo sostenuto per la spedizione di un atto giudiziario a mezzo di plico raccomandato (effettuata direttamente dal D.G., ex L. n. 53 del 1994, in quanto autorizzato dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati), la cui cartolina di ritorno era stata restituita al mittente oltre il 10 giorno lavorativo successivo alla data di spedizione;
riuniti i cinque procedimenti, il Giudice di Pace di Guardia Sanframondi accolse la domanda, ritenendo sussistente un grave inadempimento della convenuta, e condannò Poste Italiane al pagamento dell'importo complessivo di Euro 41,25, oltre alle spese di lite;
pronunciando sull'appello proposto da Poste Italiane s.p.a., il Tribunale di Benevento ha riformato la sentenza e ha negato sia l'indennizzo che il risarcimento, rilevando che:
la normativa di riferimento (individuata nel L. n. 890 del 1982, art. 6, nel D.P.R. n. 156 del 1973, art. 48 e della Carta di Qualità dei servizi postali) prevede un indennizzo in favore dell'utente solo in caso di smarrimento del plico e non anche in ipotesi di smarrimento o di ritardo nella consegna dell'avviso di ricevimento;
neppure può riconoscersi un risarcimento del danno conseguente all'inadempimento di Poste Italiane "in quanto non è stato nè allegato nè dimostrato il danno effettivamente subito dall'utente per effetto del ritardato recapito inerente, appunto, non l'atto giudiziario in sè ma il solo avviso di ricevimento";
ha proposto ricorso per cassazione il D.G., affidandosi a tre motivi; ha resistito l'intimata Poste Italiane s.p.a., con controricorso illustrato da memoria.
il primo motivo denuncia "nullità della sentenza o del procedimento - omessa pronuncia - ex art. 360 c.p.c., n. 4" per avere il Tribunale "completamente omesso, anche implicitamente, di pronunciare, ex art. 112 c.p.c., sull'eccezione" di inammissibilità dell'appello ai sensi dell'art. 342 c.p.c.;
il motivo è inammissibile in quanto "l'omesso esame di una questione puramente processuale non integra il vizio di omessa pronuncia, configurabile soltanto con riferimento alle domande ed eccezioni di merito" (Cass. n. 6174/2018), mentre "può configurare un vizio della decisione per violazione di norme diverse dall'art. 112 c.p.c. se, ed in quanto, si riveli erronea e censurabile, oltrechè utilmente censurata, la soluzione implicitamente data dal giudice alla problematica prospettata dalla parte" (Cass. n. 321/2016); ipotesi non ricorrente nel caso di specie, in quanto, anche a voler ritenere utilmente reiterata la censura inerente la violazione dell'art. 342 c.p.c., il D.G. non ha assolto all'onere (ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) di trascrivere l'atto di appello in misura idonea a consentire di apprezzarne la dedotta mancanza di specificità;
col secondo motivo (che denuncia la violazione e la falsa applicazione della L. n. 890 del 1982, della L. n. 124 del 2017, art. 1, comma 57 e della L. n. 53 del 1994), il ricorrente deduce che il Tribunale ha errato nell'applicare la L. n. 890 del 1982, art. 6, in quanto l'attore si era avvalso della facoltà, prevista dalla L. n. 53 del 1994 e successive modifiche e integrazioni, di notificare direttamente l'atto giudiziario, rispetto alla quale "si applicano le norme concernenti il servizio postale ordinario"; rileva, inoltre, che "la L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 57, ha abrogato il D.Lgs. n. 261 del 1999, art. 4 che, a dire del Giudice d'appello, richiama la L. n. 890 del 1982, art. 6";
il motivo è infondato: correttamente il Tribunale ha ritenuto che alla notifica di atti giudiziari effettuata dall'esercente la professione legale debitamente autorizzato sia applicabile la L. n. 890 del 1982, art. 6, atteso che la L. n. 53 del 1994, art. 1 richiama espressamente "le modalità previste dalla L. 20 novembre 1982, n. 890" e che tale richiamo è ribadito dal successivo art. 3, comma 3 (cfr., con specifico riferimento al perfezionamento della notificazione, Cass. n. 13922/2002, Cass. n. 3881/2014 e Cass. n. 15234/2014); va esclusa, per contro, la pertinenza dei precedenti di legittimità indicati dal ricorrente a sostegno dell'assunto dell'applicabilità delle norme concernenti il servizio postale ordinario (anzichè quelle della L. n. 890/1982), giacchè concernono la peculiare ipotesi della notificazione della cartella esattoriale effettuata a mezzo del servizio postale, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26;
il terzo motivo deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1218, 1223 e 1226 c.c.: il ricorrente trascrive il contenuto dell'art. 6 della Carta di Qualità del Servizio Postale Universale (edizione aprile 2012), relativo al paragrafo "reclami, rimborsi ed indennizzi, rilevando che esso prevede un indennizzo per il caso di ritardo nel recapito del plico raccomandato (pari al costo di spedizione per il ritardo eccedente il decimo giorno lavorativo e ad Euro 30,00, più il costo di spedizione, per il ritardo eccedente il trentesimo giorno lavorativo), mentre lo esclude per l'ipotesi dello smarrimento o del ritardato recapito dell'avviso di ricevimento, prevedendo soltanto la possibilità del rilascio di un duplicato; tanto premesso ed evidenziato che l'avviso di ricevimento è anch'esso "raccomandato" e può essere monitorato sul sito delle Poste Italiane, assume che risulta "del tutto arbitraria ed irrazionale" l'esclusione del rimborso del costo di spedizione nel caso di restituzione avvenuta oltre il decimo giorno lavorativo e che pertanto "la previsione regolamentare" contenuta nella Carta di Qualità va "disapplicata dal Giudice ordinario (...) alla luce del principio di ragionevolezza", in coerenza con l'affermazione, contenuta nella medesima Carta, secondo cui l'assenza di rimborsi e indennizzi è giustificata da criteri di ragionevolezza nel caso di invii non tracciati; sottolinea, pertanto, la necessità di una "interpretazione costituzionalmente orientata intesa ad evitare un trattamento difforme di due situazioni identiche"; sotto altro profilo, il ricorrente rileva che, costituendo un "regolamento amministrativo che fissa il livello minimo delle prestazioni offerte all'utenza", la Carta di Qualità non è idonea a derogare alle ordinarie regole della responsabilità civile e che il ritardo nell'adempimento della prestazione da parte di Poste Italiane giustificava il risarcimento del danno, da liquidarsi anche in via equitativa;
il motivo va disatteso in riferimento a tutti i profili;
deve considerarsi, infatti, che:
nella parte in cui sono tese a sostenere la necessità di equiparare il ritardo nella restituzione dell'avviso al ritardo della consegna del plico, le censure sono inammissibili in quanto, oltre a non risultare correlate alle norme indicate nella rubrica del motivo, omettono di confrontarsi con la previsione della L. n. 890 del 1982, art. 6, comma 1, che disciplina in modo diverso l'ipotesi dello smarrimento del plico e quella dello smarrimento dell'avviso di ricevimento (per quest'ultima escludendo qualsiasi indennizzo) e costituisce la base normativa della previsione della Carta di Qualità dei Servizi Postali, che egualmente esclude l'indennizzo per le ipotesi dello smarrimento dell'avviso e altrettanto prevede per il ritardato recapito;
a prescindere da tale assorbente rilievo di inammissibilità, risulta comunque del tutto infondato l'assunto di una equiparabilità delle due (affatto diverse) situazioni del ritardo nel recapito del plico e del ritardo nella restituzione dell'avviso, in quanto la prima attiene all'adempimento dell'obbligazione primaria assunta dal servizio postale (di consegna del plico entro termini prefissati), mentre la seconda concerne un obbligo accessorio (di documentazione dell'avvenuta consegna) che ben può essere soddisfatto mediante il rilascio gratuito di un duplicato;
la censura concernente il mancato riconoscimento del danno è anch'essa inammissibile, in quanto il ricorrente sostiene genericamente la risarcibilità del pregiudizio conseguente alla ritardata consegna dell'avviso, senza contrastare specificamente la pronuncia impugnata nella parte in cui ha disatteso la richiesta risarcitoria sul rilievo che erano mancate l'allegazione e la dimostrazione del danno "effettivamente subito dall'utente per effetto del ritardato recapito" dell'avviso di ricevimento; nè può ritenersi che gli oneri di allegazione e dimostrazione del danno siano stati soddisfatti con la mera indicazione del costo di spedizione del plico, dovendosi rilevare -per un verso- che l'importo pagato dall'utente ha costituito il corrispettivo per un servizio che è risultato comunque espletato da Poste Italiane e -per altro verso-che è rimasto del tutto indeterminato (oltrechè indimostrato) in cosa sarebbe consistito il pregiudizio in concreto patito dal D.G. a causa del mero ritardo nella restituzione dell'avviso;
sussistono le condizioni per l'applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite, liquidate in Euro 1.100,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, al rimborso degli esborsi (liquidati in Euro 200,00) e agli accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

References: sentenza 
 art. 6
 art. 48
 sentenza 
 art. 360
 art. 112
 art. 366
 art. 1
 art. 6
 art. 1
 art. 4
 art. 6
 art. 6
 art. 1
 art. 3
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 26
 art. 6
 art. 13
 art. 13
 art. 13