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Procedura civile seconda parte
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2. Sospensione
3. Sospensione necessaria
4. L’interruzione
CAPITOLO 38. L’ESTINZIONE 1. Introduzione
2. La rinunzia agli atti
3. L’inattività delle parti
PROCEDURA CIVILE SECONDA PARTE.
CAPITOLO 37. LE FASI DI QUIESCENZA DEL PROCEDIMENTO
1. Le fasi di quiescenza del procedimento
Le fasi di quiescenza del procedimento è uno stato di arresto della procedura, un periodo nel corso del quale il processo pende ma non possono venir compiuti i normali atti della serie procedimentale. La quiescenza è sempre uno stato provvisorio: l’arresto del processo può venir meno attraverso specifici atti di impulso; in mancanza di tali atti, alla scadenza di un determinato lasso di tempo, il processo è destinato ad estinguersi.
Il procedimento di cognizione può restare quiescente per varie cause:
1) Sospensione;
2) Interruzione;
3) Cancellazione della causa dal ruolo.
La sospensione del processo di cognizione è uno stato di quiescenza del procedimento: ART 298, c.1, che prescrive che “durante la sospensione non possono essere compiuti atti del procedimento”. La sospensione interromper i termini in corso (c.2): questi torneranno a decorrere dalla ripresa della procedura.
L’effetto sospensivo è unitario, ma le cause della sospensione sono molteplici e varie. nella sezione dedicata all’istituto, il codice prevede agli ARTT 295-296, due figure di sospensione: una c.d. necessaria, e una c.d. concordata dalle parti.
A stare alla legge, le parti possono ottenere di comune accordo, una sospensione del processo (ART 296). Questa sospensione concordata è un istituto praticamente morto per la misura temporale ridicola del periodo massimo di sospensione: tre mesi. In un sistema in cui i singoli gradi del processo duranti anni, e dove i tempi fra un’udienza ed un’altra, sono in media superiori a 4 mesi, la sospensione concordata si è ridotta ad una mera possibilità teorica.
Messa da parte la sospensione dell’ART 296, le figure di sospensione appaiono molto eterogenee: se proprio se ne vuole trovare un comune denominatore, le si può dire genericamente accomunate dall’opportunità da una pausa procedurale in attesa di un eventi rilevante per il processo o per la decisione.
Proviamo intanto ad elencare le principali figure di sospensione previste dalla legge, oltre a quelle contemplate dal 295 e 296:
1) Sospensione per rimessione alla Corte di Giustizia Europea;
2) Sospensioni previste dal’ART 27 del Regolamento del 2001, per preventiva pendenza di un identico giudizio di fronte all’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro;
3) Sospensione per pendenza di un processo straniero ai sensi dell’ART 7, L. 1995;
E veniamo alla sospensione c.d. necessaria, dalla rubrica dell’ART 295. Il giudice “dispone che il processo sia sospeso” quando occorre “risolvere una controversia, dalla cui definizione dipende la decisione della causa”. Qui l’esigenza di arrestare il corso del processo è legata al fatto che un altro giudice deve decidere un’altra causa, che si presenta pregiudiziale rispetto a quella considerata. La pregiudizialità consiste nel fatto che la decisione nel merito del processo passabile di sospensione dipende giuridicamente dalla decisione della causa pregiudiziale.
Esempio tipico è la causa di riconoscimento della paternità rispetto alla causa di alimenti.
Gli alimenti chiesti al congiunto sono infatti dovuto solo se sussiste il rapporto di parentela addotto quale elemento dell’obbligo: se il rapporto di filiazione non sussiste, la domanda di alimenti deve essere rigettata.
Di norma, il giudice della causa alimentare conosce solo incidentalmente del rapporto di filiazione; se però di fronte ad un altro giudice e tra le stesse parti, pendesse un autonomo giudizio su tale rapporto, egli dovrebbe ordinare la sospensione del processo per attendere il passaggio in giudicato della relativa sentenza.
Il tenore dell’ART 295 è generale, ma bisogna tenere conto che, nella pratica, può facilmente mancare qualcuno degli elementi indispensabili per imporre la sospensione.
Cominciamo a scartare l’idea che sospensione possa aversi quando la causa pregiudiziale pende di fronte allo stesso giudice della causa “pregiudicata”: in questo caso il giudice non può sospendere il processo.
Quando infatti la causa pregiudiziale pende di fronte allo stesso ufficio giudiziario perché essa è stata instaurata con domanda autonoma (rispetto alla causa pregiudicata), dovrà farsi applicazione dell’ART 274, cioè della riunione di procedimenti relativi a cause connesse. Quando invece la causa pregiudiziale sorge nel corso della trattazione della causa dipendente (attraverso il meccanismo della trasformazione della questione in causa di cui all’ART 34), il processo non subisce alcuna sospensione in quanto il giudice dovrà trattare nell’unico processo davanti a lui, entrambe le cause (c.d. simultaneus processus). Ovvero, se incompetente sulla causa pregiudiziale, dovrà rimettere al giudice competente, ambedue le cause.
Per avrsi sospensione, la causa pregiudiziale deve quindi pendere di fronte ad un giudice diverso rispetto a quello davanti a cui pende la causa dipendente.
Nemmeno questo, però, basta: anche in ipotesi di due cause legate da nesso di pregiudizialità e proposte a giudice diversi, per aversi sospensione occorre che sia impossibile l’applicazione del meccanismo dell’ART 40 c.1, cioè della riunione di fronte al giudice preventivamente adito delle due cause. Occorre cioè che questa riunione sia resa in concreto impossibile per tardività della rilevazione, ovvero per impossibilità di proficua trattazione delle due cause.
Aggiungiamo poi che, malgrado l’ampio significato di “altro giudice”, non si può generalizzare la pregiudizialità al di fuori della giurisdizione ordinaria.
Tanto per cominciare è difficile trovare ipotesi di pregiudizialità tra il processo amministrativo e quello civile. Infatti il giudice civile ha sempre il potere di disapplicare l’atto amministrativo illegittimo, sicché tutte le volte in cui un diritto dipende da un atto impugnato per le vie della giurisdizione amministrative di legittimità, la controversia su tale diritto non dovrà affatto essere sospesa, potendo il giudice semplicemente limitarsi a disapplicare l’atto in questione.
Rispetto alla giurisdizione amministrativa esclusiva, in astratto nulla impedisce di concepire una pregiudizialità amministrativa quale fattispecie di obbligo di sospensione, ma la realtà presenta casi del genere abbastanza raramente.
Quanto alla giurisdizione penale, malgrado la rilevanza sul piano civile della condanna o dell’assoluzione dell’imputato, il sistema sancisce una generale libertà del giudizio vivile rispetto a quello penale. Il rapporto tra la giurisdizione civile e quella penale è cioè regolato nel senso di una tendenziale separazione dei giudizi, con esclusione quindi della sospensione del processo civile anche quando la decisione di quest’ultimo dipenda dall’esito del processo penale.
Fanno eccezione le seguenti ipotesi:
a) trasferimento i sede civile dell’originaria domanda (restitutoria o risarcitoria) proposta nella forma della costituzione di parte civile nel processo penale. Qui il processo civile pende ma resta soppeso in attesa della decisione del giudice penale;
b) proposizione della domanda in sede civile dopo la sentenza penale di primo grado. In caso di appello di tale sentenza, il processo civile resta sospeso in attesa della decisione dei successivi gradi del giudizio penale.
Veniamo infine al procedimento reso in materia di sospensione: quale organo è abilito a pronunciarlo; quale è la forma; se vi sono mezzi di controllo.
I provvedimento relativi alla sospensione hanno forma di ordinanza. L’ordinanza viene pronunciata dal collegio se la causa di sospensione viene rilevata nella fase decisoria.
L’ordinanza è di regola non impugnabile; è però impugnabile con il solo mezzo del regolamento di competenza l’ordinanza che dispone la sospensione necessaria del processo (ART 42).
Ciò significa che restano non impugnabili:
a) le ordinanze che rigettano l’istanza di sospensione;
b) le ordinanze che accolgono l’istanza di sospensione ma fuori dalle ipotesi di sospensione necessaria ai sensi dell’ART 295.
La Corte di Cassazione, in sede di regolamento di competenza, è chiamata a valutare se la sospensione necessaria stata correttamente disposta dal giudice; per far questo essa deve valutare l’effettiva sussistenza del nesso di pregiudizialità tra le decisione del processo “a monte” (pregiudicante) e la decisione del processo sospeso (pregiudicato). L’ordinanza verrà confermata, e il processo rimarrà sospeso, se il nesso viene riconosciuto tale da imporre la sospensione, e verrà viceversa annullata se il nesso non viene considerato talmente forte da imporre la sospensione.
L’interruzione è un arresto del procedimento, in sé e per sé non dissimile dalla quiescenza che consegue alla sospensione, ma diverso nei presupposti e nella ratio. L’istituto dell’interruzione mira infatti a permettere il rispetto dell’effettività del contraddittorio di fronte ad eventi che possono concretamente compromettere tale effettività.
Gli eventi considerati dalla legge quali fattispecie di interruzione, sono:
a) morte della persona fisica / estinzione della persona giuridica;
b) perdita di capacità della parte, o
b1) perdita di capacità del rappresentante legale, o
b2) cessazione della rappresentanza legale.
Si noti che la rappresentanza in parola è esclusivamente la “rappresentanza legale” mentre restano escluse dall’area dell’interruzione le vicende estintive tanto della rappresentano volontaria quanto della c.d. rappresentanza organica.
Una forma di perdita della capacità in corso di causa di grandissimo rilievo pratico nel processo è il sopravvenire del fallimento (o la sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa o a amministrazione straordinaria) della parte che sia imprenditore commerciale. Il processo non può proseguire nei confronti di questo soggetto e ad esso succederà normalmente il curatore fallimentare. Si tratta in questo caso di una interruzione automatica, dal momento che “L’apertura del fallimento determina l’interruzione del processo”.
In tutti i casi previsti, la legge ritiene opportuno impedire il compimento di atti processuali che potrebbero danneggiare la parte colpita dall’evento, allo scopo di permettere una nuova costituzione dei soggetti a cui spetta di proseguire validamente il processo. Ciò spiega perché in certe fasi procedurali, o in certi tipi di procedimento, non si dia luogo a interruzione: non si considerano infatti soggetti ad interruzione il giudizio di cassazione, i procedimenti di esecuzione forzata, il procedimento monitorio.
Sul piano procedurale si distinguono morte e perdita della capacità avvenuti prima del termine per la costituzione tempestiva (ART 299), da morte e capacità della parte costituita o della parte dichiarata contumace (ART 300).
Ai sensi dell’ART 299, se, prima della costituzione, “sopravviene la morte oppure la perdita della capacità di stare in giudizio di una delle parti o del suo rappresentante legale o la cessazione di tale rappresentanza, il processo è interrotto”.
Ai sensi dell’ART 300, se uno degli eventi previsti dall’ART 299 “si avvera nei riguardi della parte che si è costituita a mezzo di procuratore, questi lo dichiara in udienza o lo notifica alle altre parti”. In tal caso l’interruzione non consegue automaticamente all’evento, ma necessita di apposita dichiarazione del difensore della parte colpita dell’evento. In mancanza di tale dichiarazione, il processo continua regolarmente.
Nel caso in cui l’evento interruttivo colpisca la parte dichiarata contumace, l’ART 300 c.4 prevede che il processo è interrotto dal momento in cui il fatto interruttivo è documentato dall’altra parte, o è “notificato o certificato dall’U.G., nella relazione di notificazione di uno dei provvedimento di cui all’ART 292”.
L’interruzione della procedura ha un senso finché spetti alle parti compiere atti, vale a dire fino alla scadenza del termine per il deposito dell’ultimo atto dimensionale: scaduto tale termine all’attività delle parti si sostituisce solo il dovere decisorio del giudice e non resta da garantire alcuna esigenza di salvaguardino del contraddittorio.
Eventi in grado di provocare l’interruzione del processo possono colpire anche il procuratore della parte, cioè il suo avvocato. L’ART 301 (morte o impedimento del procuratore) prescrive che, se la parte è costituita a mezzo di procuratore, il processo è interrotto dal giorno della morte, radiazione o sospensione. L’interruzione è automatica, non richiedendosi alcune previa dichiarazione, ma la rilevanza dell’evento è anche qui subordinata al suo verificarsi anteriormente al termine per il compimento dell’ultimo atto difensivo della parte: dopo tale momento non vi è più alcuna esigenza di contraddittorio da salvaguardare.
Il c.3 ART 301 specifica che non sono cause di interruzione “la revoca della procura o la rinuncia ad essa”. La norma è il logico svolgimento del principio di ultrattività della procura fissato dall’ART 85, secondo cui “la revoca o la rinuncia non hanno effetto nei confronti dell’altra parte finché non sia avvenuta la sostituzione del difensore”. Ne segue che fino al momento della sostituzione tutte le comunicazioni e notificazioni continueranno legittimamente a farsi al procuratore costituito ai sensi dell’ART 170.
Il periodo di interruzione può concludersi con la ripresa del procedimento ovvero con la sua estinzione. L’art 305 stabilisce che “il processo deve essere proseguito o riassunto entro iil termine perentorio di 3 mesi dall’interruzione, altrimenti si estingue”. Si ha “prosecuzione” quando l’iniziativa di rimettere in moto il procedimento è presa dalla parte toccata dall’evento interruttivo, ovvero dai suoi eredi o comunque dal nuovo soggetto a cui spetta prenderne il posto.
Prosecuzione significa quindi nuova e volontaria costituzione di tale soggetto con ripristino della regolarità del contraddittorio.
Si ha invece “riassunzione” quando è la controparte a prendere l’iniziativa di rimettere in moto il procedimento. In tal caso, tramte “atto di riassunzione”, verrà effettuata la vocativo in jus dei soggetti che debbono costituirsi per proseguire il processo.
Il soggetto che procede alla prosecuzione deve provvedere a costituirsi; la sua costituzione potrà avvenire direttamente all’udienza o in cancelleria.
Se il processo non vene riavviato con il meccanismo della prosecuzione, l’altra parte può riassumere il processo (art 305). L’atto di riassunzione assume la forma della citazione se vi sia un’udienza già fissata, e la forma del ricorso se, mancando fissazione di udienza, occorre stabilirne la data.
Il ricorso va depositato presso la cancelleria del giudice, il quale provvederà con decreto alla fissazione di udienza e assegnerà un termine per la notifica a coloro che debbono costituirsi per proseguire il processo. La citazione verrà notificata: personalmente alle parti mutate a seguito dell’evento interruttivo.
In caso di morte della parte “il ricorso deve contenere gli estremi della domanda, e la notificazione entro un anno dalla morte può essere fatta collettivamente e impersonalmente agli eredi, nell’ultimo domicilio del defunto”:
L’u.c. del 303 prevede che “se la parte che ha ricevuto la notificazione non compare all’udienza fissata si procede in sua contumacia”.
Tanto la prosecuzione quanto la riassunzione debbono essere compiute entro il termine perentorio di 3 mesi; in mancanza il processo si estingue.
CAPITOLO 38. L’ESTINZIONE
L’estinzione del processo è il fenomeno per cui il rapporto processuale instaurato non si conclude con la sentenza di merito, ma con un provvedimento che chiude il processo senza pronunciare sulla domanda.
Le cause dell’estinzione del giudizio ordinario di cognizione di primo grado sono due: la rinuncia agli atti del giudizio (ART 306) e la inattività delle parti (art 307). Quando si verifica una di tali fattispecie il processo si estingue; la parte interessata alla dichiarazione di estinzione è abilitata a servirsi della relativa eccezione ma, in mancanza, lo stesso giudice è tenuto a dichiarare l’estinzione (Nota: la rilevabilità d’ufficio dell’eccezione di estinzione èsytata introdotta dalla L. 69/2009. In precedenza, non solo l’eccezione era riservata alla parte interessata ma addirittura questa doveva necessariamente servirsene nella sua prima difesa, pena la presunzione di abbandono. La disciplina previgente esprimeva, dunque, un netto favore per la continuazione del giudizio, e, quindi, per la definizione nel merito della controversia. Nel nuovo regime, viceversa, la mancata dichiarazione dell’estinzione diviene oggi correttamente denunciabile quale motivo di impugnazione).
L’attore può rinunciare agli atti del giudizio in corso con effetto estintivo dello stesso. La rinuncia non può provenire ovviamente dal convenuto: sarebbe paradossale che il chiamato in giudizio possa sottrarsi alla sua soggezione al giudizio rinunciandovi.
Il processo si estingue se la rinuncia è accettata dalle parti costituite che potrebbero avere interesse alla prosecuzione del processo. L’ART 306 c.1 specifica che l’accettazione non è efficace se contiene riserve o condizioni.
Che significa questo? L’esperienza insegna che l’attore può decidere ad un certo momento di lasciar perdere, di ritirassi dal processo. Le cause possono essere vare: la consapevolezza sopravvenuta del proprio torto, una qualche difficoltà insorta, eccetera.
A prescindere dalle ragioni che spingono l’attore a rinunciare alla tutela giurisdizionale ottenibile con quel processo, la rinuncia è comunque un atto “puro”, non legato casualmente alla propria ragione psicologica: da punto di vista processuale, cioè, non occorre indagare sulle motivazioni oche portano l’attore a rinunciare.
Questo effetto è appunto l’estinzione del processo, cioè la chiusura del rapporto processuale in corso: in sé considerata la rinuncia agli atti significa rinuncia al processo ma non all’airone, non cioè al diciotto tutelato dal processo e, quindi, non alla possibilità di proporre daccapo la domanda giudiziale. In tal senso la rinuncia agli atti viene distinta dalla rinuncia all’azione, cioè al diritto azionato. La rinuncia all’azione comporta la non riproponibilità della relativa domanda giudiziale.
L’ART 306 impone che la rinuncia debba provenire dalla parte personalmente, o dal procuratore speciale. Non si tratta quindi i un atto normalmente rientrante nei poteri del difensore: per rinunciare efficacemente questi deve essere autorizzato ad hoc. La dichiarazione di rinuncia può essere fatta verbalmente all’udienze, o “con atti sottoscritti e notificati alle altre parti” (ART 306 c.2).
Per essere efficace, inoltre, la rinuncia deve essere “accettata dalle parti costituite che potrebbero aver interesse alla prosecuzione”. E’ necessaria invece l’accettazione delle parti costituite, ma non di tutte ma solo di quelle che “potrebbero avere interesse, alla prosecuzione”. Chi sono queste?
Possiamo considerare subito che non hanno interesse alla prosecuzione le parti che si sono limitate a chiedere il rigetto della domanda in punto di rito, in quanto non può avere interesse alla prosecuzione chi vuole far morire il processo.
Ne consegue che, per l’efficacia della rinuncia agli atti, non è necessaria alcuna accettazione del convenuto che si è limitato a sollevar eccezioni processuali.
Invece, la parte che si è difesa entrando le merito della domanda, rivela in tal modo di aver interesse alla prosecuzione del processo. Mostra, cioè, di avere anch’essa interesse ad una sentenza di merito, una sentenza di segno contrario a quella dell’attore ma comunque incisene sulle situazioni stanziali coinvolte nel processo: sappiamo infatti che la sentenza di rigetto ha la stessa idoneità al giudicato sostanziale della sentenza di accoglimento.
Possiamo pertanto dire che vanno considerati “interessati” alla prosecuzione del giudizio e devono pertanto accettare la rinuncia a pena di inefficacia dell’atto, le controparti dell’attore che hanno esperito difese di merito nel processo.
Si pone il problema se debbano considerarsi interessate le pratiche si sono contemporaneamente difese in rito e in merito. La risposta è dubbia, ma si tende a dire che questo convenuto non manifesta un vero interesse alla prosecuzione del processo: le eccezioni di rito sarebbero di per sé pregiudiziali rispetto a quelle di merito, e la loro proposizione indicherebbe inequivocabilmente ce egli si ritiene a priori soddisfatto della chiusura del processo senza esame del merito, cioè di un effetto equivalente a quello della rinuncia agli atti.
L’altra fattispecie di estinzione è data dall’inattività delle parti nei casi previsti dalla legge.
Un primo gruppo di casi di inattività è descritto dal c.1 ART 307.
Si tratta di casi in cui un processo in stato di quiescenza deve essere riassunto entro il termine perentorio di tre mesi dalla data in cui è entrato in quiescenza. E la quiescenza può dipendere da una intervenuta cancellazione dal ruolo o dal fatto che il processo, pur pendendo, non è mai stato iscritto al ruolo.
Quest’ultimo caso è quello della mancata costituzione di ambedue le parti nei termini stabiliti dalla legge, mentre i casi in cui il giudice ordina la cancellazione dal ruolo sono:
- quello in cui nessuna delle parti costituite è compara all’udienza “di recupero” fissata dal giudice quando la prima udienza è andata deserta;
- quello in cii nessuna delle parti costituite è comparsa all’udienza “di recupero” fissata dal giudice quando una qualunque udienza successiva alla prima è andata deserta (ART 309);
- quello in cui nessuna delle parti ha provveduto alla citazione del terzo ordinata dal giudice (ART 270 c.2);
- quello in cui, costituitosi tardivamente l’attore, anche il convenuto si sia costituito fuori termine eccependo l’intempestività della costituzione del primo.
Il processo deve essere riassunto davanti allo stesso giudice nel termine perentorio di tre mesi. In mancanza di tempestiva riassunzione, il processo si estingue.
In tutti questi casi, una volta riassunto, il processo si estingue “se nessuna delle parti si sia costituita”; l’estinzione si verifica alla data della scadenza del termine per la costituzione della parte nei cui confronti è operata la riassunzione. Il processo si estingue inoltre se “nei casi previsti dalla legge il giudice ordini la cancellazione della causa dal ruolo” (ART 307 c.2). In altri termini, se il processo è stato già riassunto dopo un termine di quiescenza, una nuova, eventuale cancellazione della causa dal ruolo determinerà sempre estinzione immediata, anche se si tratti di un tipo di cancellazione che di per sé porterebbe ad un nuovo periodo di quiescenza: la legge non ammette quindi che un secondo periodo di quiescenza possa succedere al primo.
Un secondo gruppo di casi è contemplato dall’ART 307 c.3, che richiama il comportamento inerte delle parti “alle quali spetta di rinnovare la citazione o di proseguire, riassumere o integrare il giudizio”: il processo, infatti, si estingue immediatamente ove queste “non vi abbiano provveduto entro il termine perentorio stabilito dalla legge, o dal giudice che dalla legge sia autorizzato a fissarlo”.
Rientrano in tali previsioni:
- ART 164 c. 2 (mancata rinnovazione della citazione nulla nel termine perentorio fissato dal giudice che riscontri una vizio nella vocativo in jus);
- ART 291 (mancata rinnovazione della notificazione della citazione, nel termine perentorio fissato dal giudice che riscontro un vizio della notificazione che potrebbe giustificare la mancata costituzione del convenuto);
- ART 102 c.2 (mancata integrazione del contraddittorio nel termine fissato dal giudice);
- ART 305 (mancata riassunzione o prosecuzione del processo interrotto entro 3 mesi);
- ART 290 (mancata costituzione dell’attore non correlata ad istanza di prosecuzione del processo da parte del convenuto),
- ART 181 c.2 (mancata comparizione dell’attore all’udienza fissata ad hoc dal giudice a seguito della mancata comparizione dell’attore già costituito alla prima udienza).
Possiamo quindi fissare una duplice casistica di estinzioni per inattività:
Nella prima serie di casi (art 370 c.1), l’estinzione consegue ad una doppia inattività: la primitiva inattività considerata dalla legge è idonea a provocare solo un provvedimento di cancellazione della causa dal ruolo; occorrerà poi che passi un trimestre senza una successiva attività di riassunzione perché possa prodursi l’estinzione.
Nella seconda serie di casi (ART 307 c.3), fattispecie dell’estinzione è una singola inattività: l’estinzione è immediata e consegue alla cancellazione della causa dal ruolo.
Capitolo 47. il procedimento cautelare uniforme
: alterpages -> files

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