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Timestamp: 2019-08-20 12:34:59+00:00

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Rifiuti.Natura giuridica dell’ordinanza ex art. 242 dlv 152/06
Rifiuti e bonifiche &#187
Autore Topic: Rifiuti.Natura giuridica dell’ordinanza ex art. 242 dlv 152/06 (Letto 395 volte)
« Risposta #1 il: 26 Novembre 2018, 15:30:51 »
Consiglio di Stato Sez. IV n. 5761 del 8 ottobre 2018
L’ordinanza disciplinata dall’art. 242 del d.lgs. n. 152 del 2006, che l’Amministrazione può emanare a carico del soggetto che sia riconosciuto responsabile della contaminazione, non ha finalità sanzionatoria di una condotta pregressa, ma natura riparatoria e ripristinatoria in relazione ad un evento di (ancora) attuale inquinamento
N. 05761/2018REG.PROV.COLL.
N. 04542/2017 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 4542 del 2017, proposto da Solvay s.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Mario Sanino, Fabio Cintioli e Dario Bolognesi, con domicilio eletto presso lo studio Fabio Cintioli in Roma, via Vittoria Colonna 32;
Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna – A.R.P.A.E., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Aristide Police e Patrizia Onorato, con domicilio eletto presso lo studio Aristide Police in Roma, via di Villa Sacchetti 11;
Comune di Ferrara, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Guido Fiorentino, Barbara Montini, Edoardo Nannetti e Matilde Indelli, con domicilio eletto presso lo studio Guido Fiorentino in Roma, via Tibullo 10;
Provincia di Ferrara, Sefim s.r.l., Edil Program s.r.l., non costituiti in giudizio;
Federchimica, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Giuseppe Morbidelli, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, viale Maresciallo Pilsudski 118;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 3 maggio 2018 il Cons. Luca Lamberti e uditi per le parti gli avvocati Bolognesi, Sanino, Cintioli, Police, Onorato, Morbidelli e Fiorentino;
1. Con ordinanza prot. n. 1356 del 9 maggio 2016 l’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna – A.R.P.A.E. (di seguito Agenzia) ha ordinato a Solvay s.a., quale assunto responsabile della contaminazione dell’area denominata “Quadrante Est” in Comune di Ferrara, di porre in essere le attività di cui all’art. 242 d.lgs. n. 152 del 2006, proseguendo le iniziative previste nel Piano di caratterizzazione già approvato ovvero presentandone uno nuovo.
1.1. Nell’ordinanza, in particolare, si sostiene che nell’area del “Quadrante Est”, in passato utilizzata come cava di argilla, insistono due siti che, nel corso degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, sarebbero stati impiegati come discarica per rifiuti urbani; nel corso della relativa bonifica, tuttavia, i siti e le sottostanti falde sarebbero risultati contaminati da composti organoclorurati che si ritiene derivare da percolati di scarti di lavorazione (cosiddette “peci clorurate”) del vicino impianto Solvay ivi abusivamente rilasciati.
1.2. Le osservazioni procedimentali svolte da Solvay s.a., secondo cui lo sversamento sarebbe avvenuto previo accordo con il Comune, non sono state ritenute comprovate; parimenti, è stata stimata infondata l’ulteriore osservazione di Solvay, ad avviso della quale all’epoca non vigeva una disciplina per lo smaltimento dei rifiuti delle lavorazioni industriali, sì che da un lato il conferimento in loco degli scarti di produzione industriale sarebbe stato legittimo, dall’altro sarebbe comunque inapplicabile la disciplina del d.lgs. n 152 del 2006, che disporrebbe solo pro futuro.
1.3. Infine, la base istruttoria del provvedimento, costituita da un’indagine isotopica eseguita dall’Università di Ferrara, è stata giudicata, contrariamente ai rilievi di Solvay, idonea a sostenere il provvedimento da un punto di vista tecnico-scientifico.
2. Solvay ha radicato ricorso avanti il T.a.r. per l’Emilia-Romagna, che lo ha rigettato con la sentenza in epigrafe indicata.
3. Solvay ha, quindi, interposto appello, affidato alle seguenti censure:
- l’inquinamento deriverebbe, in realtà, non dal conferimento di rifiuti industriali operato da parte di Solvay nel corso degli anni sessanta del secolo scorso, ma dalla carente gestione della discarica da parte del proprietario, ossia il Comune di Ferrara, che non avrebbe impedito i percolamenti e le infiltrazioni causati dai rifiuti ivi versati; peraltro, non solo le leggi all’epoca vigenti non conoscevano la distinzione fra rifiuto urbano e rifiuto industriale, ma, per di più, la discarica de qua “era destinata a ricevere rifiuti di qualsiasi specie”;
- competeva all’Amministrazione dimostrare che il versamento di rifiuti da parte di Solvay fosse stato furtivo, abusivo o, comunque, improprio; peraltro, il conferimento sarebbe stato operato con la piena conoscenza dell’Ente locale, che lo avrebbe addirittura incentivato per finalità di disinfestazione; del resto, l’accesso alla discarica dalla strada pubblica sarebbe stato chiuso da un cancello e lo sversamento dei rifiuti sarebbe stato controllato;
- dalle indagini isotopiche sarebbe emerso che i percolati inquinanti deriverebbero non specificamente da peci clorurate, ma da residui di lavorazioni industriali a base di metano, metodologia produttiva all’epoca adottata da molti stabilimenti chimici anche della zona;
- le norme del d.lgs. n. 152 del 2006 non potrebbero applicarsi a fenomeni di inquinamento avvenuti prima dell’entrata in vigore del medesimo decreto.
4. Si sono costituiti il Comune di Ferrara e l’Agenzia; è intervenuta ad adiuvandum Federchimica.
4.1. In particolare, il Comune ha sostenuto che la discarica fosse destinata inizialmente a materiale edile di risulta e, quindi, anche a rifiuti solidi urbani, ma mai a rifiuti industriali; del resto, l’allora vigente regolamento di igiene comunale, risalente al 1914, avrebbe impedito “il disperdimento … dei residui industriali ingombranti o pericolosi … sia per mezzo di pozzi assorbenti, sia con depositi sulla superficie del suolo”.
4.1.2. Inoltre, la richiesta rivolta a suo tempo dal Comune alla Solvay di fornire prodotti per la disinfestazione della discarica atterrebbe a materiali ben diversi dalle peci clorurate.
4.1.3. Oltretutto, il vicino sito ove all’epoca sorgeva lo stabilimento Solvay sarebbe risultato contaminato da sostanze con composizione isotopica impoverita analoga a quella che connota i composti reperiti nella discarica.
4.1.5. Sulla base di tali argomentazioni il Comune ritiene legittima l’individuazione in Solvay del soggetto responsabile dell’inquinamento.
4.2. L’Agenzia, dal canto suo, ha sostenuto in punto di fatto: che la discarica sarebbe stata destinata esclusivamente allo scarico di “rifiuti urbani, inerti ed immondizie”; che ivi sarebbero state reperite sostanze contaminanti con composizione isotopica impoverita riconducibili esclusivamente ai processi produttivi posti in essere nel vicino impianto chimico di Solvay; che, di converso, Solvay non avrebbe fornito alcuna prova circa l’assunto consenso comunale allo sversamento in loco degli scarti di lavorazione del proprio stabilimento; che l’accesso alla discarica ed il conseguente sversamento dei rifiuti non sarebbe stato controllato; che i prodotti chimici che il Comune aveva previsto venissero utilizzati nella discarica per finalità insetticide sarebbero stati ben diversi dagli scarti di lavorazione.
4.2.1. In punto di normativa applicabile, inoltre, l’Agenzia ha sostenuto che la disciplina recata dal d.lgs. n. 152 del 2006 possa essere utilmente richiamata nella specie, posto che l’ordinanza di bonifica ambientale ivi prevista non veicolerebbe una sanzione, ma imporrebbe un’attività puramente riparatoria di un danno tuttora presente: esulerebbero, pertanto, profili di indebita retroattività.
4.3. L’interveniente Federchimica ha lamentato l’enucleazione, da parte del T.a.r., di una nuova forma di responsabilità da contaminazione in tesi priva di base legale, posto che l’inquinamento del sito deriverebbe dal percolato, dunque da un evento diverso e successivo rispetto al conferimento di rifiuti e che spettava al Comune, quale proprietario e gestore della discarica, prevenire.
9. La nota prot. n. 5415 del 29 maggio 1951 della Divisione lavori pubblici del Comune di Ferrara rappresentava che, a seguito della necessità di chiudere “il deposito rottami fuori Porta Po, ormai completamente esaurito”, erano state indicate “altre località”, tra cui una “nella proprietà dell’ex Fornace Masotti” (ossia quella di causa): si sollecitavano, pertanto, gli uffici competenti a “dare un comunicato alla stampa … onde informare … che le macerie dovranno essere indirizzate ai nuovi depositi”.
9.1. Tale atto trova, peraltro, la sua premessa nella nota prot. n. 8558 della medesima Divisione lavori pubblici del 21 settembre 1950, nella quale si evidenziava che, a seguito della vigorosa attività edilizia post-bellica, era diventata impellente la necessità di rinvenire un luogo da adibire allo “scarico pubblico di rottami, calcinacci, macerie e della terra dovuta allo sbancamento per le nuove costruzioni in corso in Città” e, in generale, di “rifiuti dovuti alla rilevante ripresa edilizia”: tale luogo veniva, appunto, individuato nella “area della Società Esercizi e Fornaci”, ove insisteva “una cava di argilla necessaria all’esercizio della fornace” e che si presentava come soluzione “molto conveniente, in quanto lo scarico dei rifiuti avrebbe carattere di continuità, dato il volume annuo dello scarico di terra effettuato dalla società, che corrisponde circa al volume dei rifiuti della città”.
9.2. Del resto, con missiva del 18 settembre 1950 la Società Esercizio Fornaci si era dichiarata “disposta a che Codesta Civica Amministrazione effettui scarico di rottami, calcinacci, terra ed altro, nella cava esistente nella ns. fornace”.
9.3. La successiva delibera consiliare del 11 aprile 1952 dichiarava la menzionata “cava di argilla di proprietà della Società Esercizio Fornaci” idonea “per provvedere allo scarico dei materiali provenienti da lavori stradali od edifici, ed in genere di tutti i materiali di rifiuto (ad eccezione delle immondizie)”.
9.4. La delibera, inoltre, aggiungeva che, “per poter svolgere il doppio passaggio dei veicoli portanti i rottami, si sono presi accordi” con la proprietaria del fondo attiguo alla cava, la quale si era dichiarata “disposta a concedere l’uso di passaggio” dietro “indennizzo” e “con l’impegno da parte del Comune di recingere detto passaggio con paletti e filo spinato … ed a chiudere con cancello l’accesso dalla strada comunale”.
9.6. Anche nella nota della Divisione lavori pubblici del Comune del 16 aprile 1957 si precisava che la cava dismessa era una delle poche aree “ove è possibile scaricare materiali di rifiuto dovuti alle costruzioni edilizie”, per di più “a condizioni … accettabili e convenienti”, sia perché “la capacità della cava assicura il normale discarico della città per molti anni”, sia perché “tali cave potrebbero rappresentare un idoneo deposito dei rifiuti della Nettezza Urbana qualora, per imprevedibili motivi, dovesse cessare il deposito di Fossanova S. Marco”.
9.8. In seguito, nel corso della seduta del Consiglio comunale del 7 luglio 1964, il competente assessore, interpellato in ordine alla “questione dello scarico dei rifiuti solidi”, precisava che “all’inizio del 1961 abbiamo incominciato a portare i rifiuti solidi in via dei Frutteti, dove c’erano delle grandi cave della Fornace Masotti e fino ad oggi ci siamo serviti di quelle cave”; nel prosieguo del suo intervento, l’assessore ribadiva più volte che nelle cave venivano portati soltanto “rifiuti”, altresì definiti come “immondizie”.
11.2. Del resto, già il regolamento comunale di igiene, risalente addirittura al 1914, utilizzava le dizioni “prodotti chimici” e “residui industriali”, locuzioni che, dunque, erano già entrate nel patrimonio lessicale della locale disciplina: esso, in particolare, vietava da un lato di “gettare, spandere … su qualunque suolo pubblico, o nei fossi o canali … materie putrescibili, prodotti chimici, oggetti nauseanti ed incomodi per esalazioni” (art. 42), dall’altro di disperdere “residui industriali ingombranti o pericolosi … sia per mezzo di pozzi assorbenti, sia con depositi sulla superficie del suolo” (art. 38).
11.5. Un’ulteriore ed indiretta conferma di tale conclusione è data dal fatto che le antecedenti note della Divisione lavori pubblici riportate supra sub §§ 9 e 9.1 utilizzano altresì (la prima nell’epigrafe, la seconda nel corpo del testo), per individuare i materiali da portare in discarica, l’espressione “rottami”, nel cui ambito semantico, per quanto latamente interpretato, certo non rientrano scarti di lavorazioni industriali pesanti quali le peci clorurate; peraltro, siffatta espressione è utilizzata anche nella delibera comunale dell’11 aprile 1952 (cfr. supra, sub §§ 9.3 e 9.4), laddove si fa menzione del “passaggio dei veicoli portanti i rottami”.
11.6. Non ha fondamento, dunque, l’ipotesi esegetica coltivata da Solvay, che trae da tale espressione un implicito ampliamento dell’ambito dei rifiuti conferibili: oltretutto, per estendersi sino a ricomprendere anche gli scarti di lavorazioni industriali, la locuzione in parola dovrebbe essere letta come una sostanziale licenza di conferimento di ogni tipologia di rifiuto, ciò che la porrebbe in netto contrasto con la chiara delimitazione tipologica recata dall’espressione che la precede (“materiali provenienti da lavori stradali o edifici”) e, più in generale, con gli univoci, ripetuti riferimenti a “rifiuti dovuti alla rilevante ripresa edilizia”, a “macerie”, a “rottami”, a “materiali di rifiuto dovuti alle costruzioni edilizie”, a “materiali inorganici provenienti da imprese di costruzione”: in definitiva, tale esegesi confliggerebbe frontalmente con il complessivo quadro desumibile dall’unitaria ed organica considerazione dei vari atti comunali propedeutici all’individuazione delle cave di argilla de quibus come sede della nuova discarica.
11.8. Del resto, che il termine “immondizie” rimandi unicamente all’attuale significato proprio dell’espressione “rifiuti solidi urbani” lo dà il fatto che il competente assessore comunale, nel suo intervento di fronte al Consiglio comunale del luglio 1964 (v. supra sub § 9. , lo abbia ripetutamente utilizzato come sinonimo del termine “rifiuti solidi”.
13. Difetta, altresì, una speciale autorizzazione in tal senso a favore di Solvay.
13.1. Il Collegio premette che, quale eccezione al generale divieto di conferimento di rifiuti industriali, l’onere della prova del relativo assenso comunale grava su Solvay, assunto beneficiario di tale speciale autorizzazione.
13.2. Inoltre, si aggiunge, la prova deve fondarsi su elementi di natura documentale, certo più idonei a dare contezza dei fatti amministrativi che si intendono dimostrare: invero, l’oggettiva importanza di tale autorizzazione, implicante la facoltà speciale (recte, eccezionale) di conferire in discarica rifiuti diversi da quelli ivi di regola ammessi, avrebbe imposto un onere di attenta custodia, tanto più per un operatore specializzato come Solvay, certo in condizione di attendere ad un’efficace conservazione di siffatta documentazione, relativa ad una fase (lo smaltimento degli scarti di lavorazione) propria, ineliminabile e caratterizzante del processo produttivo da essa curato.
13.3. Del resto, Solvay ha debitamente conservato e prodotto in giudizio risalente documentazione afferente allo smaltimento all’estero di scarti di lavorazione.
13.4. Non può, dunque, richiamarsi in proposito il noto metodo acquisitivo, che, di regola, connota la fase istruttoria del processo amministrativo: nella specie, infatti, si verte in tema di documentazione ampliativa della sfera giuridica che sarebbe stata rilasciata dal Comune a Solvay e che, dunque, essa aveva l’onere di conservare e nei cui confronti, oltretutto, era pure più “prossima” della stessa Amministrazione.
14. Orbene, la documentazione versata in atti da Solvay non soddisfa i richiamati requisiti.
14.5. Inoltre, nel documento in esame non vi è alcun riferimento alla provenienza del “disinfettante” dalla Solvay (allora denominata società Chimica dell’Aniene); analoghe considerazioni, per vero, possono farsi con riguardo al non meglio precisato “trattamento chimico” delle discariche menzionato in un’apposita “appendice al progetto” di trattamento dei rifiuti approvato con delibera del Consiglio comunale di Ferrara in data 6 maggio 1955 (su cui infra, sub § 14.16).
14.9. Orbene, l’atto risultante al protocollo n. 4226 è costituito dalla trasmissione del “benestare per il trasporto e scarico di derivati clorati del metano alla società Chimica dell’Aniene”: anche prescindendo dal fatto che tale “benestare” non è risultato rinvenibile e non è stato acquisito in atti, il Collegio rileva, anzitutto, che esso non proviene dal Comune di Ferrara bensì dall’Ispettorato del Lavoro di Bologna e risponde, quindi, a tutt’altre finalità.
14.11. A sua volta, l’atto risultante dal protocollo n. 6801 è costituito, a quanto si evince dall’oggetto ivi indicato, da una “proposta esaminare la possibilità di impiegare come disinfettanti una serie di prodotti derivati dal metano della Soc. Aniene Chimica”, precedente denominazione dell’attuale Solvay.
15. L’assenza di alcuna dimostrazione documentale circa l’utilizzo, a fini di disinfestazione, di peci clorurate o, comunque, di residui industriali e, di converso, la presenza di plurimi elementi in senso contrario – come il riferimento ad un “disinfettante”, a “prodotti”, ad un “trattamento chimico” in essere già prima degli anni sessanta – impediscono, dunque, di collegare l’espressione “cloroderivato da idrocarburi leggeri” (cfr. supra, sub § 14.2) a scarti di lavorazioni industriali: le prospettazioni defensionali di Solvay, pertanto, risultano prive della necessaria adeguata base documentale e ciò rende, conseguentemente, non rilevante la prova testimoniale dedotta dalla ricorrente.
15.1. Peraltro, il dichiarante consta essere un ex dipendente di Solvay che, all’epoca dei fatti, svolgeva le mansioni di “Responsabile della fabbricazione clorometani a Ferrara” e, per di più, è chiamato a riferire circa le affermazioni che l’allora Capo Servizio dello stabilimento ferrarese di Solvay, oggi non più in vita, avrebbe fatto in ordine all’assenso comunale allo sversamento in discarica delle peci.
15.2. In disparte ogni considerazione in punto di attendibilità, si osserva anzitutto che, dato il vincolo di immedesimazione organica, le affermazioni rese da un dirigente apicale di una società di capitali, quale un Capo Servizio di una sede produttiva, sono giuridicamente imputabili alla società stessa: la testimonianza, dunque, è di fatto volta a veicolare in giudizio affermazioni favorevoli alla società ricorrente a suo tempo in tesi operate da un esponente apicale della medesima società.
16.1. Dagli atti, invero, risulta solo che la discarica era accessibile dalla viabilità pubblica mediante una strada recintata ai lati (al fine di evitare danni alla circostante proprietà) e chiusa da un cancello.
16.4. Di converso, il “sistema c.d. scarico controllato” citato nel verbale della seduta del Consiglio comunale di Ferrara del 7 luglio 1964 (di cui supra, sub §§ 9.8 e 11. consisteva, in realtà, nell’effettuazione di una specifica procedura igienica all’esito del conferimento dei rifiuti e non ad una qualche vigilanza “a monte” sul sito specificamente volta a prevenire conferimenti abusivi: viene, infatti, esplicitamente precisato nel citato verbale che “i rifiuti solidi” (termine, si osserva incidentalmente, che anche qui esclude ogni possibile riferimento a rifiuti industriali) “si portavano in una determinata località – fino a questo momento abbiamo trovato delle cave già pronte – si coprivano giorno per giorno le immondizie e si provvedeva alla disinfestazione […]”.
16.5. Infine, le dichiarazioni rese da una persona che si qualifica come ex dipendente dell’azienda municipalizzata di Ferrara nell’ambito della trasmissione de La7 richiamata supra sub §§ 14.17 e 14.18 risultano non sufficientemente contestualizzate, giacché non è individuata la discarica cui si fa riferimento né, per vero, sono forniti altri elementi circostanziali.
17. In definitiva, in base al materiale in atti si deve concludere che la discarica non fosse destinata in via generale a rifiuti industriali; di converso, non è provato né che il Comune abbia rilasciato una speciale autorizzazione in tal senso a Solvay, né che lo sversamento dei rifiuti fosse controllato, sì da rendere de facto impossibile il conferimento di materiali vietati, quali gli scarti di lavorazione.
18. La ponderazione del materiale probatorio, traguardato secondo gli stilemi di cui all’art. 2697 c.c., conduce quindi a concludere nel senso che il conferimento in discarica delle peci clorurate da parte di Solvay fu effettuato senza alcuna autorizzazione e, evidentemente, senza alcuna comunicazione all’Amministrazione comunale (della quale, del resto, non vi è traccia in atti).
19. Questa deduzione disarticola ab interno l’apparato argomentativo defensionale di Solvay: il conferimento in discarica, infatti, spezza il nesso di causalità fra conferimento medesimo e successivi esiti inquinanti solo e nei limiti in cui il materiale sversato sia pienamente conforme – per tipologia, quantità e modalità di conferimento – a quello ammesso in discarica.
20. Siffatte argomentazioni rendono sterile l’ulteriore eccezione di Solvay, secondo cui con l’entrata in vigore del d.p.r. n. 915 del 1982 e della l.r. n. 6 del 1986 erano stati imposti ai Comuni specifici doveri in punto di prevenzione dell’inquinamento anche in relazione alle discariche.
20.2. Inoltre, quand’anche si possa muovere al Comune l’addebito di non essersi comunque attivato per verificare che nella discarica fossero stati effettivamente conferiti solo inerti e rifiuti solidi urbani, questa condotta ha una valenza causale del tutto secondaria e marginale nell’ambito della verificazione dell’inquinamento in discorso, ascrivibile in misura assolutamente preponderante alla colpevole ed abusiva immissione nella discarica di materiale contaminante da parte di Solvay.
21. Non convincono, inoltre, le prospettazioni svolte da Solvay in ordine all’asserita insufficienza probatoria delle analisi isotopiche poste a base del provvedimento impugnato a dimostrare l’effettiva riconducibilità alla stessa Solvay del conferimento in discarica del materiale inquinante.
22. Al contrario, la presunzione su cui si fonda il provvedimento riposa su indizi gravi, precisi e concordanti (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 30 luglio 2015, n. 3756, § 8.6; v. anche Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, 9 marzo 2010, causa C-378/2008, §§ 53-57 e 64-65).
22.1. In primo luogo, tali analisi, sviluppate secondo stilemi metodologici a quanto consta accolti come validi dalla comunità scientifica, stabiliscono un nesso causale diretto fra produzione di clorometani (che all’epoca, per quanto in atti, veniva effettuata a Ferrara dalla sola Solvay) e contaminanti organoclorurati con composizione isotopica fortemente impoverita in carbonio 13, quali quelli reperiti nella discarica (v., in ordine alla necessità del puntuale accertamento del nesso eziologico, Corte di Giustizia UE, Terza Sezione, 4 marzo 2015, causa C-534/2013, §§ 54 e ss.).
22.2. In secondo luogo, Solvay non ha specificamente ed individualmente indicato quali altri stabilimenti nella zona di Ferrara utilizzassero, all’epoca dei fatti, procedimenti di lavorazione a base di metano produttivi di materiale di scarto connotato da forte impoverimento isotopico in carbonio 13.
22.3. In terzo luogo, la firma isotopica fortemente impoverita in carbonio 13 è presente anche nel sito ove un tempo sorgeva l’impianto Solvay di Ferrara ma, a quanto consta, non in altri dell’area industriale ferrarese.
22.4. In quarto luogo, Solvay non ha dimostrato quali altre tipologie di rifiuto diverse dalle peci clorurate possano rilasciare percolati così fortemente impoveriti in carbonio 13.
25. Le spese del giudizio, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza quanto a Solvay, mentre possono compensarsi con riferimento a Federchimica, in considerazione sia della natura e dello scopo dell’intervento da questa svolto, sia del relativo effetto nell’ambito del complessivo andamento del presente giudizio.
Condanna Solvay s.a. a rifondere all’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna – A.R.P.A.E. le spese di lite, liquidate in complessivi € 7.000 (euro settemila/00), oltre accessori come per legge.
Condanna Solvay s.a. a rifondere al Comune di Ferrara le spese di lite, liquidate in complessivi € 7.000 (euro settemila/00), oltre accessori come per legge.
Spese compensate fra Federchimica, da un lato, Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna – A.R.P.A.E. e Comune di Ferrara, dall’altro.
http://www.lexambiente.com/materie/rifiuti/59-consiglio-di-stato59/14001-rifiuti-natura-giuridica-dell%E2%80%99ordinanza-ex-art-242-dlv-152-06.html

References: art. 242
 art. 242
 sentenza 
 § 9
 § 14
 § 14
 § 8