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Timestamp: 2019-06-19 15:10:44+00:00

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Amianto, il minerale killer. Svoa, Materit e altre storie – LaGiustizia.info
AMBIENTE CRONACA INCHIESTE POLITICA TERRITORI
28 Maggio 2019 28 Maggio 2019 Francesco Bertelli
Amianto. Una parola che per anni ha animato le cronache nazionali, facendo emergere storie le più diverse. Oggi quella che è una vera strage silenziosa sembra non interessare più. I riflettori si sono abbondantemente spenti e quando se ne sente parlare spesso è solo per le proteste per uno smaltimento costoso e “burocratizzato”. Eppure continua a seminare morte. E ad animare processi penali. Tra i più famosi degli ultimi anni sicuramente quello contro l’Olivetti e l’Eternit di Casale Monferrato. Nel novembre 2013 la Procura di Ivrea aprì l’inchiesta su venti operai morti che avevano lavorato – tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Anni Novanta – al locale stabilimento della Olivetti. Operai, evidenziò la Procura, che avevano lavorato in reparti contaminati da fibre di amianto e si erano dopo anni ammalati di mesotelioma pleurico, un raro tumore maligno riconducibile ad una prolungata esposizione all’amianto. Ad aprile dell’anno scorso, dopo le condanne in primo grado, la Corte d’Appello di Torino ha assolto tutti gli imputati (tra cui i più noti Carlo De Benedetti e Corrado Passera) perché “il fatto non sussiste”. Secondo i giudici c’erano “insormontabili carenze probatorie laddove si è cercato, da un lato, di dimostrare la sussistenza di esposizioni al fattore di rischio causalmente rilevanti nei periodi in cui si assume che ciascun imputato abbia ricoperto una posizione di garanzia; dall’altro, di applicare alla causalità individuale le acquisizioni epidemiologiche relative all’eziologia delle malattie tumorali asbesto-correlate“. Casale Monferrato ha ospitato lo stabilimento Eternit più grande d’Europa, il 28 aprile dell’anno scorso (in occasione della Giornata Mondiale vittime dell’amianto) Giuliana Busto, presidente dell’Afeva (Associazione famigliari e vittime amianto) della città dichiarò “la media è sempre di un morto per mesotelioma alla settimana”. Nel novembre 2014 si è conclusa in Cassazione una lunga battaglia processuale che vedeva imputati i vertici della multinazionale. Il verdetto fu netto: intervenuta prescrizione e cancellazione di ogni condanna. Si legge nelle motivazioni che la prescrizione era intervenuta già prima del rinvio a giudizio e il verdetto, annullando le condanne, ha cancellato anche i risarcimenti ai familiari delle vittime.
Alcune delle ultime novità giudiziarie sulle morti causate da malattie legate all’esposizione all’amianto sono state rese note da Medicina Democratica negli ultimi mesi. Il 14 gennaio scorso il Tribunale di Padova ha assolto 8 vertici della Marina militare, accusati di “omicidio colposo plurimo” per la morte e patologie legate all’amianto di un migliaio di lavoratori, personale militare della Marina. Al termine del processo lo stesso Pubblico Ministero ha chiesto l’assoluzione degli imputati perché “il fatto non sussiste”. “Sono troppe le domande – scrive Medicina Democratica – ci sono stati circa un migliaio di malati e di morti per malattie correlate all’amianto di personale militare della Marina? Sì, ma il fatto non sussiste! Sono morti per esposizione all’amianto? Sì, ma il fatto non sussiste! Le navi militari erano piene di amianto? Sì assolutamente, ma il fatto non sussiste! Le persone colpite da malattie dovute all’amianto, in particolare il mesotelioma pleurico, sono decedute dopo enormi sofferenze? Sì, ma il fatto non sussiste! Ma non esistevano leggi che stabilivano che la salute e la sicurezza dei lavoratori doveva essere salvaguardata ? Sì ma il fatto non sussiste! Ma non esistevano dei responsabili? NO, perchè il fatto non sussiste”. La stessa associazione a fine dicembre ha lanciato un appello dopo le assoluzioni al processo “Pirelli Bis” di Milano. Sentenza arrivata il 19 dicembre 2016 che ha assolto 9 ex manager della Pirelli, imputati con l’accusa di omicidio colposo plurimo per la morte per mesotelioma di 28 lavoratori dell’azienda negli Anni 70/80, ma le cui motivazioni sono state depositate soltanto dopo due anni. E, scrivono da Medicina Democratica, dopo “dopo la protesta dello stesso Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, di Medicina Democratica, dell’ Associazione Italiana Esposti Amianto e delle parti civili, che il 6 dicembre hanno presentato una segnalazione al Presidente del Tribunale di Milano, Dr. Roberto Bichi, e al Presidente della V Sezione Penale del Tribunale di Milano, Dr. Ambrogio Moccia per denunciare il grave danno rappresentato da questo ritardo per le Parti Civili, rappresentate dall’avv. Laura Mara, impossibilitate di fatto ad agire”. Secondo l’associazione per l’estensore della sentenza nel processo Pirelli bis “sono rilevanti solo le prime esposizioni, quindi se i lavoratori sono stati contaminati nei primi anni di lavoro possono tranquillamente continuare a lavorare con la fibra killer o i cancerogeni perché il continuo avvelenamento è irrilevante! E inoltre sembrerebbe mettere in discussione la correlazione amianto-mesotelioma, da decenni acclarata da tutta la letteratura scientifica a livello internazionale”.
AMIANTO BANDITO IN ITALIA NEL 1992 MA PERICOLOSITA CONOSCIUTA DA DECENNI PRIMA
E’ il 2004 quando la partita giudiziaria si apre anche nei confronti dell’INPS per il riconoscimento della pensione relativa a tutti gli ex lavoratori della SVOA. Il Tribunale di Vasto emette una prima sentenza favorevole ai lavoratori nel 2008, confermata l’anno dopo dalla Corte di Appello. L’INPS inizia ad applicare la sentenza ma, contestualmente, promuove ricorso in Cassazione. E il 14 Agosto 2012, con la sentenza n. 14492 la Corte ribalta le precedenti sentenze e accoglie il ricorso dell’istituto previdenziale. Motivazione: “erroneamente la Corte territoriale non avrebbe considerato, ai fini del riconoscimento del beneficio pensionistico in questione, la soglia espositiva minima pari a 0,1 fibre per centimetro cubo, valore già previsto dal Decreto Legislativo n. 277 del 1991, articolo 24 e poi solo modificato dal Decreto Legge n. 269 del 2003, articolo 47 convertito con modifiche nella Legge n. 326 del 2004”. Nel caso dell’ex SVOA non sarebbe stato documentato in maniera qualificata il superamento di questa soglia. E, scrivono sempre i giudici, “neanche la certificazione INAIL costituisce prova esclusiva dell’esposizione qualificata”. Viene così cancellato il riconoscimento di alcuni diritti previdenziali e sanitari: la legge prevede anche una “sorveglianza sanitaria” agli ex lavoratori con patologie asbesto-correlate. E l’Istituto previdenziale ha chiesto la restituzione di quanto già erogato. Gli ex lavoratori rischiano di dover restituire somme tra i 20 e gli 80 mila euro. Cesare Damiano, membro della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati nella scorsa legislatura, ha definito la vicenda di “una vera e propria ferocia burocratica”. A maggio 2017 il senatore del Movimento 5 Stelle Gianluca Castaldi ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere l’intervento del Ministero a favore dei lavoratori. Il 3 agosto dello stesso anno la Commissione Lavoro della Camera ha approvato una risoluzione per impegnare il Governo a verificare la possibilità legale di esentare gli ex lavoratori dal restituire quanto già percepito.
Durante l’incontro avuto Franco Cucinieri sottolinea varie volte che quanto testimonia “è stato documentato e presentato anche alla Procura e a tutti gli enti possibili”. Alla Procura di Vasto e all’INPS è stato depositato un fascicolo dettagliato con tutte le diagnosi ospedaliere di asbestosi. Durante il processo penale i figli di un lavoratore testimoniarono che la sera, al ritorno a casa, a volte il padre non riusciva neanche a mangiare per i fortissimi attacchi di tosse. Erano molti i lavoratori con forti problemi respiratori, anche mentre lavoravano. Ma “non venivano mai correlati all’amianto. Si pensavano ad alcuni composti chimici al massimo” considerando anche l’uso di “terre decoloranti” e “farine fossili” (contenute in sacchi da 25 chilogrammi) che “potevano procurare polveri insalubri che si depositavano sui pavimenti. La cui pulizia avveniva con scope che rimuovevano le polveri dal pavimento ma potevano disperderle ulteriormente”.
E’ approdata qualche mese fa davanti al gup di Matera la vicenda della ex Materit (già Cemeter) di Ferrandina, in Val Basento. Cinque gli imputati nella vicenda giudiziaria avviata il 6 novembre scorso: Silvano Benitti (Capo servizio tecnico della Cemater dal 1975 ai primi mesi del 1979), Pietro Pini (direttore dello stabilimento Cemater sempre nel periodo 1975-1979), Michele Cardinale (vice presidente del Cda della Materit dal 26 settembre 1984 all’11 ottobre 1985), Michele Bonanni e Lorenzo Mo (componenti del Cda della Materit dall’11 ottobre 1985 fino alla cessazione di attività dello stabilimento, avvenuta il 18 settembre 1989). Le accuse sono di “colpa generica consistita in negligenza, imprudenza e/o imperizia, nonché per colpa specifica consistita in violazione di norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, cagionavano il decesso di ex lavoratori della fabbrica Materit di Ferrandina, nonché malattie professionali ad altri lavoratori”. Giovanna Desimmeo è la vedova di ex operaio della Materit. “Mi ricordo di quando mio marito mi raccontava di aver mangiato il panino direttamente sul sacco pieno di amianto – ha raccontato al quotidiano La Nuova del Sud – Mi ricordo che quando tornava a casa, prendevo la sua tuta da lavoro e la infilavo in lavatrice insieme alle mie cose e a quelle delle mie figlie. Adesso lui non c’è più e, credimi, mi manca tutto perché lui era il perno della famiglia. Mi manca come l’ossigeno e adesso che ho scoperto di avere anch’io delle macchie ai polmoni e sto facendo i controlli da sola, mi manca ancora di più. Chiediamo la bonifica dell’area e se ci spetta anche qualcosa per noi”. L’attuale vicenda giudiziaria della ex Materit è iniziata nel 2012 quando oltre 50 (su 100) ex lavoratori hanno presentato una denuncia alla Procura di Matera.
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