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Timestamp: 2020-01-26 02:06:07+00:00

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Il datore deve fare tutto il possibile per venire a conoscenza di una possibile od eventuale situazione lesiva per il lavoratore (Infortuni sul lavoro) - 101Professionisti.it
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Il datore deve fare tutto il possibile per venire a conoscenza di una possibile od eventuale situazione lesiva per il lavoratore
In tema di danno alla salute del lavoratore, gli oneri probatori spettanti al datore di lavoro ed al lavoratore sono diversamente modulati nel contenuto a seconda che le misure di sicurezza omesse siano espressamente e specificamente definite dalla legge (o da altra fonte ugualmente vincolante), in relazione ad una valutazione preventiva di rischi specifici, oppure debbano essere ricavate dallo stesso articolo 2087 c.c., che impone l'osservanza del generico obbligo di sicurezza: nel primo caso, riferibile alle misure di sicurezza cosiddette nominate, la prova liberatoria incombente sul datore di lavoro si esaurisce nella negazione degli stessi fatti provati dal lavoratore, ossia nel riscontro dell'insussistenza dell'inadempimento e del nesso eziologico tra quest'ultimo e il danno; nel secondo caso, relativo a misure di sicurezza cosiddette innominate, la prova liberatoria a carico del datore di lavoro e' invece generalmente correlata alla quantificazione della misura della diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle indicate misure di sicurezza, imponendosi, di norma, al datore di lavoro l'onere di provare l'adozione di comportamenti specifici che, ancorche' non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli standards di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe"
Corte di Cassazione, Sezione L civile, Sentenza 5 novembre 2015, n. 22615
sul ricorso 26544/2010 proposto da:
(OMISSIS) S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell'avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato (OMISSIS) giusta delega in atti;
(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell'avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS) giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 142/2010 della CORTE D'APPELLO di BRESCIA, depositata il 15/06/2010 R.G. N. 55/2009;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/07/2015 dal Consigliere Dott. UMBERTO BERRINO;
Con sentenza del 18.3 - 15.6.2010 la Corte d'appello di Brescia, riformando parzialmente la sentenza del giudice del lavoro del Tribunale di Bergamo, ha condannato la societa' (OMISSIS) s.p.a. al risarcimento del danno in favore di (OMISSIS) per la malattia professionale da questa subita nella misura di euro 16.000,00.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso la societa' (OMISSIS) s.p.a. con quattro motivi.
Le parti depositano memoria ai sensi dell'articolo 378 c.p.c..
1. Col primo motivo la ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione degli articoli 2087 e 2697 c.c., in quanto contesta che fosse a suo carico, quale datrice di lavoro, l'onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per venire a conoscenza di una possibile o eventuale malattia della lavoratrice. Sostiene, quindi, la ricorrente che spettava alla lavoratrice, che aveva dichiarato di aver subito un danno, dimostrare l'omissione della parte datoriale, quale causa della lamentata malattia, e di averle dato notizia di tale evento, profilandosi, diversamente, una inaccettabile ipotesi di responsabilita' oggettiva.
Invero, occorre partire dalla considerazione che all'esito dell'istruttoria la Corte d'appello ha individuato la responsabilita' della datrice di lavoro nel tardivo ricorso all'automazione di alcune fasi della lavorazione che avrebbero comportato, se adottate, una minore gravosita' delle mansioni ed avrebbero, quindi, rimosso la causa lavorativa della malattia professionale.
Tanto premesso, va rilevato che in tema di responsabilita' del datore di lavoro per violazione delle disposizioni dell'articolo 2087 c.c., la parte che subisce l'inadempimento non deve dimostrare la colpa dell'altra parte, dato che ai sensi dell'articolo 1218 c.c., e' il debitore-datore di lavoro che deve farsi carico di provare che l'impossibilita' della prestazione o la non esatta esecuzione della stessa o comunque il pregiudizio che colpisce la controparte derivano da causa a lui non imputabile (v. ad es. Cass. sez. lav. n. 8855 dell'11/4/2013).
Al riguardo si e' anche precisato (Cass. Sez. Lav. n. 15082 del 2/7/2014) che "in tema di danno alla salute del lavoratore, gli oneri probatori spettanti al datore di lavoro ed al lavoratore sono diversamente modulati nel contenuto a seconda che le misure di sicurezza omesse siano espressamente e specificamente definite dalla legge (o da altra fonte ugualmente vincolante), in relazione ad una valutazione preventiva di rischi specifici, oppure debbano essere ricavate dallo stesso articolo 2087 c.c., che impone l'osservanza del generico obbligo di sicurezza: nel primo caso, riferibile alle misure di sicurezza cosiddette nominate, la prova liberatoria incombente sul datore di lavoro si esaurisce nella negazione degli stessi fatti provati dal lavoratore, ossia nel riscontro dell'insussistenza dell'inadempimento e del nesso eziologico tra quest'ultimo e il danno; nel secondo caso, relativo a misure di sicurezza cosiddette innominate, la prova liberatoria a carico del datore di lavoro e' invece generalmente correlata alla quantificazione della misura della diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle indicate misure di sicurezza, imponendosi, di norma, al datore di lavoro l'onere di provare l'adozione di comportamenti specifici che, ancorche' non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli standards di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe".
Nel caso di specie, in cui si versa nell'ipotesi di responsabilita' ex articolo 2087 c.c., la Corte di merito e' pervenuta al convincimento, adeguatamente motivato ed immune da rilievi di ordine logico-giuridico, che la colpa datoriale era da individuare proprio nella tardiva adozione, a decorrere solo dal 1986, di quegli accorgimenti, quali l'automazione e l'uso del muletto, che avrebbero alleviato la pesantezza delle mansioni eseguite dalla (OMISSIS), con la precisazione che tale situazione era sufficiente, in presenza dell'incontestato nesso causale tra le mansioni esercitate e le patologie sofferte, ad integrare la colpa contrattuale.
2. Col secondo motivo, proposto per vizio di motivazione, la ricorrente lamenta che la Corte territoriale ha fondato il proprio convincimento in ordine alla sussistenza della responsabilita' datoriale, per la mancata adozione delle misure preventive di sicurezza sul lavoro, sulla base delle deposizioni di soli due testi dei sei complessivamente escussi nel giudizio di primo grado, senza considerare che gli apprezzamenti di carattere tecnico non potevano essere demandati ai testimoni.
3. Col terzo motivo la ricorrente denunzia la violazione degli articoli 116 e 441 c.p.c., in quanto lamenta il fatto che la Corte territoriale si e' discostata, in ordine al dato dell'esistenza o meno di eventuali accorgimenti tecnici atti a prevenire l'insorgenza della malattia professionale, dai pareri espressi dagli ausiliari d'ufficio in entrambi i gradi del giudizio di merito, decidendo di dare, invece, maggiore importanza al contenuto delle deposizioni di due testi.
Invero, dalla lettura della sentenza emerge che la Corte territoriale non ha valutato solo il contenuto delle deposizioni testimoniali, ma ha esteso l'indagine anche agli accertamenti di fatto compiuti dal consulente d'ufficio dai quali e' risultato che l'attivita' lavorativa svolta dalla (OMISSIS) per ben trentotto anni aveva comportato il sollevamento degli arti superiori al di sopra della linea delle spalle ed il loro utilizzo in posizioni ergonomiche sfavorevoli, nonche' ripetuti movimenti di flesso-estensione dei gomiti e dei polsi e l'utilizzo di una certa forza per ripetuti trasferimenti manuali di carichi di 5-6 chilogrammi, con sovraccarico biomeccanico funzionale agli arti stessi. Questo sovraccarico aveva esplicato un'azione microtraumatica a livello della "cuffia dei rotatori", dell'inserzione osteotendinea dei muscoli epicondiloidei e del tunnel carpale bilateralmente, tali da causare la patologie riscontrate.
Nella fattispecie la ricorrente si e' limitata a riproporre le proprie tesi sulla valutazione delle prove acquisite senza addurre argomentazioni idonee ad inficiare la motivazione della sentenza impugnata, peraltro esente da lacune o vizi logici determinanti come sopra evidenziato.
4. Col quarto motivo, formulato per vizio di motivazione, la ricorrente contesta la quantificazione del danno per mancata specifica indicazione delle singole voci di danno, della loro entita' e delle tabelle applicate.
Invero, la Corte territoriale, nel procedere in via equitativa alla liquidazione del danno sofferto dalla (OMISSIS), ha espressamente dato atto in maniera adeguata di tener conto, come parametro di riferimento, dei valori indicati nelle cosiddette tabelle di liquidazione a punto ed ha, altresi', evidenziato la necessita' di tener conto della valutazione di tutti gli elementi non patrimoniali del danno, compreso quello morale.
Ebbene, per pervenire alla valutazione con il criterio equitativo ex articolo 1226 cod. civ., e' sufficiente che il giudice dia l'indicazione (come nella fattispecie) di congrue, anche se sommarie, ragioni del processo logico in base al quale lo ha adottato, restando cosi' incensurabile, in sede di legittimita', l'esercizio di questo potere discrezionale (v. ad es. Cass. sez. 3, n. 17492/2007 e Cass. sez. lav. n. 4047/2013) e considerato, altresi', il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex articolo 2059 cod. civ. (v. al riguardo Cass. sez. 3, n. 21716/2013 e Cass. sez. lav. n. 687/2014).
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