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Timestamp: 2017-01-19 01:16:20+00:00

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⭐Chi mente una volta, spesso deve abituarsi alla menzogna; perché ci vogliono sette menzogne per occultarne una. Friedrich Rückert
Chi mente una volta, spesso deve abituarsi alla menzogna; perché ci vogliono sette menzogne per occultarne una. Friedrich Rückert
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1 2 3 Chi mente una volta, spesso deve abituarsi alla menzogna; perché ci vogliono sette menzogne per occultarne una. Friedrich Rückert4 Syquem Caladejo L'ultimo rifugio di Riina Storia di una fabbricazione mediatica5 6 7 - Premessa Si è parlato molto sul tema dell arresto di Totò Riina e su tutti quegli aspetti ad esso collegati, capaci di produrre sin da subito polemiche roventi che, a distanza di più di venti anni dall avvenimento ancora proseguono, malgrado la magistratura, a riguardo, si sia già pronunciata in maniera definitiva. Ormai non si accenna nemmeno più al fatto che l operazione ha praticamente segnato l inizio della fine di cosa nostra, mentre ancora solo nei primi novanta del secolo scorso l organizzazione appariva come una realtà criminale quasi indistruttibile. Scorrendo anche le cronache di oggi, appare evidente che la gran parte di coloro che si pronunciano sull argomento, non hanno se non una parvenza di conoscenza dei fatti, per lo più ricavata da fonti di seconda mano, e non tutte disinteressate, che mostrano di essere ignare o volere disattendere il cospicuo materiale documentale disponibile sulla vicenda. In Italia sforzarsi di conoscere a fondo diviene spesso un particolare superfluo perché, abituati come siamo a schierarci immediatamente pro o contro, non sempre riteniamo di avere la 78 necessità di supportare i nostri ragionamenti con elementi certi e provati, lasciandoci piuttosto guidare dai nostri convincimenti e dall onda emotiva. Su questa vicenda poi, se ne sono dette e se ne dicono e scrivono d ogni sorta. E, molto spesso, si tratta di cose non vere, le quali conseguono lo scopo di alzare la nebbia su una storia già di per sé intrinsecamente complessa, col risultato finale di sminuire il valore ed il merito, agli occhi degli italiani e soprattutto dei siciliani, di quel pugno di uomini del Raggruppamento Operativo Speciale dei carabinieri che catturò Totò Riina dopo 23 anni di latitanza. La storia della mancata perquisizione è ormai leggendaria ed accreditata da tutti coloro che non hanno avuto e che non hanno possibilità di approfondire e verificare l effettiva consistenza dei fatti. E come un mantra, di tanto in tanto te la senti infilata da qualche parte, come ad esempio nel trailer del nuovo film di Sabina Guzzanti, La trattativa. Ce lo spiega Attilio Bolzoni, su Repubblica: alla parola farsa la Guzzanti parla in un microfono: "No, non si va più nel covo". È quello di Totò Riina, mai perquisito. Svuotato dai mafiosi e chissà da chi altro. Lasciato incustodito il pomeriggio del 15 gennaio 1993, poche ore dopo la misteriosa cattura del boss. La prima inchiesta su quella "dimenticanza" - 89 nonostante articoli di stampa molto dettagliati - fu aperta dalla procura della repubblica di Palermo il 21 novembre del Quasi cinque anni dopo. (Attilio Bolzoni). Noi, in questo nostro modesto lavoro, cercheremo di concentrarci sulla sostanza dei fatti, contrapponendoli alla leggenda, alle vulgate. Dieci vulgate, dieci filastrocche che ormai sono entrate, trovando una dimora permanente, nel grande contenitore nazionale dei luoghi comuni. Le esamineremo dunque, una per una, scoprendo di come non solo siano in generale inconsistenti, o indimostrate, o frutto di errori o distorsioni, ma spesse volte infamanti ed ingiuste verso le persone che in quel 15 gennaio 1993 hanno posato la propria vita sotto la punta della spada di Damocle della vendetta mafiosa 910 11 1 Prima vulgata Il ROS di Mori e De Caprio ha omesso di perquisire il covo di Riina rientrando invece tale iniziativa fra i suoi obblighi o anche soltanto tra le sue facoltà, e per poterlo fare, ha ingannato la procura. Per tale omissione i due ufficiali dei carabinieri sono stati processati. Nel processo sono stati assolti ma la mancata perquisizione fu ritenuta comunque un omissione inspiegabile e tale da comportare responsabilità disciplinare. Questa circostanza viene di norma sintetizzata dai detrattori dei carabinieri con le allocuzioni sarcastiche dimenticanza, hanno dimenticato di pequisirlo, inspiegabilmente non perquisirono. La piantassero con le vite dei santi o, meglio, di personaggi ambigui santificati, come il capitano Ultimo: s è dimenticato di perquisire il covo di Riina, se ce lo dicessero non sarebbe male. (Marco Travaglio cinematografo.it 10 aprile 2013) 1112 Cerasa potrebbe sforzarsi di leggere almeno 2-3 righe della sentenza: scoprirebbe che ha stabilito che i due ufficiali non perquisirono il covo, lasciandolo svuotare dalla mafia e ingannando la Procura, ma non c'è prova che l'abbiano fatto per favorire la mafia. In compenso -- scrive il Tribunale -- andrebbero puniti disciplinarmente per l'incredibile svarione investigativo: in un altro paese li avrebbero mandati a dirigere il traffico, da noi furono entrambi promossi. (M.Travaglio Piccoli pigi crescono 08 luglio 2013) [Claudio Cerasa] è così disinformato sui fatti da scrivere che, siccome Mori e De Caprio del Ros sono stati assolti dall accusa di aver favorito la mafia, può darsi che il covo di Riina l abbiano perquisito, ( Disinformati sui fatti di M. Travaglio Il Fatto Q. 12 giugno 2013) I giudici spiegano che non è stato possibile accertare la causale del comportamento degli imputati : cioè perché hanno omesso di perquisire il covo..». ( L'Ultimo chiuda la porta di Marco Travaglio - marcotravaglio.it - 22 Ottobre 2006) Il 20 febbraio del 2006 si concluse il processo principale. Il Tribunale di Palermo sentenziò che il fatto, cioè la mancata perquisizione, era certamente avvenuto, ma non costituiva reato. ( Quelle omissioni coi boss mafiosi di Nicola Biondo L Unità -) 1213 ..dobbiamo dire che tutto l'ufficio all'epoca, ancora era il 1995, si parlava della vicenda della mancata perquisizione del covo di Riina, che per noi, insomma, era una cosa obiettivamente inspiegata e inspiegabile. (dr. Alfonso Sabella Magistrato) "Finche' non sapremo perche' e come il covo di Riina non e' stato perquisito e si e' data la possibilita' a soggetti diversi di appropriarsi di quello che c' era, e' una storia irrisolta dalla quale pero' potrebbero dipendere tante altre risposte alla vera storia alla lotta alla mafia, o della non lotta alla mafia". (Giuseppe Di Lello, ex magistrato e politico, in una intervista al Tg3 regionale del 21/12/2000) 1-1 Ecco perché quel pomeriggio del 15 gennaio 1993 si decise di non perquisire la villa della famiglia Riina Non c'è nulla di inspiegabile, non c'è stata alcuna omissione, nel fatto che il 15 gennaio 1993 a Palermo, poche ore dopo l'arresto di Totò Rina, il dottor Caselli, in accordo con una richiesta degli ufficiali del ROS, decise di non procedere con la perquisizione della villa del comprensorio di Via Bernini 54, occupata da mesi 1314 dalla famiglia Riina. Per comprendere e tenere sempre a mente con chiarezza, durante la lettura di questo libro, quali fossero le ragioni (che esistevano eccome) di questa scelta e come esattamente queste siano state condivise in quella riunione, ricorriamo sin da subito al resoconto dei fatti illustrato nella sentenza di assoluzione del colonnello Ultimo e del generale Mori dal reato di favoreggiamento della mafia, emessa in Palermo dalla 3 sezione penale il 20/02/06, e vi ricorriamo per intero, in tutta la sua lunghezza, poiché in esso non c'è dettaglio che possa considerarsi secondario. Abbiamo scelto di lasciar esporre i fatti dalla sentenza cosicché anche gli scettici non possano nutrire i dubbi che potrebbero nutrire se quegli stessi fatti fossero esposti da un narratore privo del patentino di imparzialità che invece hanno i magistrati. Dunque nella sentenza ci viene illustrato che...l imputato (Ultimo ndr) chiese insistentemente di evitare ogni intervento, perché avrebbe pregiudicato ulteriori acquisizioni che avrebbero consentito di disarticolare il gruppo corleonese. L intento, concordemente riferito da tutti i partecipanti a quelle discussioni, in aderenza con quanto altresì cristallizzato nelle note scritte del dott. Caselli e dell imputato Mori, era quello di avviare un indagine a lungo termine sui 1415 Sansone, che consentisse di risalire ad altri personaggi del sodalizio e colpire gli interessi affaristici del gruppo. L importanza dei Sansone, ha riferito il De Caprio, era evidente a tutti ma, in verità, proprio su questo punto le valutazioni dell Autorità Giudiziaria e del ROS appaiono essere state radicalmente diverse. Nelle argomentazioni difensive queste investigazioni assumono un importanza centrale, addirittura assorbente rispetto alla individuazione della villa da cui era uscito il Riina, e proprio per consentire che venissero sviluppate il De Caprio chiese ed ottenne che la perquisizione fosse annullata. I Sansone erano già emersi nel corso del cd. processo Spatola degli anni 80; per loro tramite, grazie all indicazione del Di Maggio, era stato possibile individuare il complesso di via Bernini, dove abitavano, e catturare Salvatore Riina; Domenico Ganci, quando fu pedinato ad ottobre del 1992 (cfr. relazione di servizio in atti), fece perdere le sue tracce in prossimità dello sbocco di via Giorgione su via Bernini, per cui poteva ragionevolmente ipotizzarsi l esistenza di collegamenti tra i Sansone e gli stessi Ganci, sui quali l indagine del ROS era ancora in corso; i Sansone, in quanto titolari di diverse ditte e società, erano portatori degli interessi economici del gruppo corleonese; la perquisizione del complesso avrebbe reso noto all associazione mafiosa la conoscenza da parte delle forze dell ordine del luogo ove aveva alloggiato Salvatore Riina e dunque del ruolo dei 1516 Sansone nella cattura del boss, svelando così anche la collaborazione del Di Maggio. Sulla base di tutti questi elementi, avviare un indagine sistematica su questi soggetti, in parallelo a quella già in corso sui Ganci, avrebbe potuto portare nella prospettazione difensiva - ad acquisizioni investigative di grande rilevanza, se non addirittura decisive per la sopravvivenza del gruppo che faceva capo al Riina, il quale appunto, proprio sui Sansone e sui Ganci, aveva potuto contare durante la latitanza, per i suoi spostamenti nella città e per il soddisfacimento delle proprie esigenze di vita quotidiana. Questa opzione investigativa comportava evidentemente un rischio che l Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di polizia giudiziaria, direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione. Nella decisione di rinviarla appare, difatti, logicamente, insita l accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a Ninetta Bagarella, che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente con- 1617 servata dal Riina cosa che in ipotesi avrebbero potuto fare anche nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo - od anche a terzi che, se sconosciuti alle forze dell ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti. L osservazione visiva del complesso, in quanto inerente al solo cancello di ingresso dell intero comprensorio, certamente non poteva essere diretta ad impedire tali esiti, prestandosi solo ad individuare eventuali latitanti che vi avessero fatto accesso ed a filmare l allontanamento della Bagarella, che non era comunque indagata, e le frequentazioni del sito. Questa accettazione del rischio fu condivisa da tutti coloro che presero parte ai colloqui del , Autorità Giudiziaria e reparti territoriali, dal momento che era più che probabile che il Riina, trovato con indosso i cd. pizzini, detenesse nell abitazione appunti, corrispondenza, riepiloghi informativi, conteggi, comunque rilevanti per l associazione mafiosa, e non potendo tutti coloro che la condivisero non essersi rappresentati che con il rinvio della perquisizione non si sarebbe potuto impedirne la distruzione o comunque la dispersione ad opera di terzi. Inoltre, come ha riferito il dott. Caselli, i tempi del servizio di osservazione che il De Caprio avrebbe assicurato di continuare in loco non si annunciavano brevi, in quanto 1718 l operazione da sviluppare si presentava molto complessa, considerato lo stato dei luoghi (bisognava individuare da quale unità il Riina fosse uscito) e la probabile presenza in loco di pezzi dell organizzazione allertati dalla cattura del latitante, per cui dall iniziale proposito di aspettare e vedere cosa sarebbe successo nelle prossime 48 ore si giunse ad aspettare ben 15 giorni. Un lasso di tempo che sarebbe stato ampiamente sufficiente a terzi che pure fossero stati video ripresi dal ROS entrare ed uscire dal complesso per asportare o distruggere ogni cosa pertinente al Riina. Il profilo dell adesione al rischio connaturato alla proposta ed alla decisione di rinviare la perquisizione appare, dunque, di per sé non rilevante ai fini di determinare l elemento psicologico degli imputati, dovendo piuttosto verificarsi se i successivi comportamenti, cioè l omessa riattivazione del servizio di osservazione e l omessa comunicazione di tale decisione, siano valsi ad integrare la volontà di aiuto all organizzazione denominata cosa nostra. L Autorità Giudiziaria, nell eccezionalità dell evento che vedeva in stato di arresto il capo della struttura mafiosa e che poteva costituire un occasione unica ed irripetibile di assestare un colpo forse decisivo all ente criminale, operò una scelta anch essa di eccezione, rispetto alla alternativa che avrebbe imposto di procedere alla perquisizione del luogo di pertinenza del soggetto fermato, e ciò fece nell ambito della propria insinda- 1819 cabile discrezionalità nella individuazione della tipologia degli atti di indagine utilizzabili per pervenire all accertamento dei fatti. Tale scelta, però, fu adottata certamente sul presupposto indefettibile che fosse proseguito il servizio di video sorveglianza sul complesso di via Bernini. Che questa fosse la condizione posta al rinvio della perquisizione, è un dato certo ed acclarato non solo dalle deposizioni dei magistrati e degli ufficiali dell Arma territoriale che presero parte a quei colloqui, durante i quali comunque si considerò la possibilità di vedere chi sarebbe venuto al complesso, eventualmente anche a prelevare i familiari, ma anche dalla stessa nota del col. Mori del ove si dice, con riferimento all attività di osservazione ed analisi della struttura associativa esistente intorno ai fratelli Sansone, suggerita il 15 gennaio, che tale attività veniva in effetti sospesa, per motivi di opportunità operativa e di sicurezza, in attesa di una sua successiva riattivazione, esplicitando, poi, nell ultimo periodo, che si verificò una mancata, esplicita comunicazione all A.G. della sospensione dei servizi di sorveglianza su via Bernini. Al di là delle, in più punti, confuse (v. dichiarazioni sulla asserita non importanza dell abitazione ove il latitante convive con la famiglia, perché non vi terrebbe mai cose che possano compromettere i familiari) argomentazioni addotte dagli imputati, che sono sembrate dettate dalla logica difensiva di giustificare sotto ogni profilo il loro operato, deve valutarsi se quei comportamenti omissivi valgano ad inte- 1920 grare un coefficiente di volontà diretta ad agevolare cosa nostra. Sulla base degli elementi fattuali più innanzi richiamati, appare certo che l attenzione investigativa del ROS, per come riferito anche dal comandante del reparto magg. Mauro Obinu, avesse ad oggetto, effettivamente, i fratelli Sansone e che in considerazione di tale indagine, la cui importanza fu esplicitata alla procura della Repubblica e da questa condivisa, si decise di nascondere il dato di conoscenza costituito da via Bernini. Questo il quadro dei fatti. In sintesi si può riassumere così: Caselli dopo aver soppesato i pro e i contro, decise di rinunciare a ciò che si sarebbe potuto trovare in quella casa, in quanto condivise la strategia investigativa del ROS, quella cioè di proseguire con la copertura del covo e dei Sansone per non bruciare la pista degli stessi Sansone, che era il solo punto di partenza noto da cui poter allargare le indagini a tutta l'organizzazione criminale di Riina. Si trattava di scegliere per una delle due, poiché la scelta dell'una comportava l'automatica rinuncia all'altra. E Caselli ha scelto, in piena consapevolezza di ciò che sceglieva e di ciò cui rinunciava. Dunque nessun inganno alla procura da parte del ROS, che è invece una versione dei fatti da cinematografo, tant è vero che è rappresentata nelle sale dal mese di ottobre in un film comico- 2021 satirico sulla cosiddetta presunta trattativa stato-mafia. Ci sono però quattro punti nel narrato della sentenza che abbiamo appena riportato, su cui ci permettiamo di voler fare alcune puntualizzazioni, non condividendo del tutto l'apparato logico così come esposto, ma lo faremo a ragion veduta e con solidi elementi a supporto. Il primo punto riguarda la ricostruzione ipotetica di ciò che sarebbe potuto accadere in casa Riina dopo l'arresto. I giudici affermano di ritenere che l'autorità giudiziaria non avrebbe potuto non prevedere che non perquisendo immediatamente si sarebbe rinunciato alla possibilità di bloccare la Bagarella o i Sansone nella loro presumibile e scontata attività occultatoria di documenti cosa che in ipotesi avrebbero potuto fare anche nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell arresto in conferenza stampa, Però c'è un presupposto sbagliato (uno soltanto, ma c è), in questo ipotetico dedurre. Quando i magistrati postulano la distruzione dei documenti da parte della Bagarella e dei Sansone, ipotizzano che questa dovesse avvenire certamente nel pomeriggio, vale a dire entro una tempistica che avrebbe ancora reso utile la perquisizione, e lo fanno sul presupposto che i mafiosi dovessero entrare in azione solo dopo aver appreso la notizia dell'arresto diffusa in conferenza stampa. Ma tale presupposto risulta certamente errato, se si pensa anche soltanto che la conferenza stampa tenuta a fine mattinata non è 2122 stata origine della diffusione della notizia dell'arresto, poiché tale comunicato aveva il solo scopo di illustrare ai media i dettagli conoscibili di un arresto la cui notizia a quell'ora risultava però già diffusa dai mezzi d'informazione celeri. Senza fare approfondite ricerche d'archivio, si ritrovano in internet tracce di agenzie emesse verso le 11 del mattino, e tutti rammenteranno le edizioni straordinarie dei notiziari televisivi, anche quelle piuttosto tempestive, data l'importanza della notizia, e precedenti la conferenza stampa. Ma fosse anche stata tenuta segreta alle televisioni, sarebbe un'offesa all'intelligenza di Caselli ritenere questa capace di pensare che, a Palermo, sul mezzogiorno la mafia non fosse ancora a conoscenza della cattura di Riina avvenuta alle 8 del mattino. Ed infatti emergerà dalle testimonianze dibattimentali che i corleonesi erano già informati verso le 9 del mattino, appena 10 minuti dopo l arresto, come d'altra parte è ovvio ritenere da parte di chi conosce un minimo la capillarità e rapidità del sistema di informazioni della mafia in Palermo. E per una notizia simile, poi! Dal processo Ultimo-Mori : Teste L Barbera INGROIA: Lei seppe dell arresto di Riina quel giorno? LA BARBERA: arrivo a città mercato, incontro Biondo che mi disse: andate via, andatevene che è successo qualcosa di brutto. 2223 INGROIA: Che ore erano? LA BARBERA: la mattina, saranno state le otto otto e mezza le nove Teste Brusca INGROIA: Senta, Lei da chi e come seppe, quella mattina, della cattura di Riina? BRUSCA: Ma, dopo un quarto d'ora, dieci minuti abbiamo trovato il Biondo, il corto... che erano davanti al bar... dicendo guarda è successa una disgrazia perchè sicuramente ci hanno arrestato zio... Sia il La Barbera che il Brusca poi, confermano di essersi recati immediatamente nell officina di un complice, Michele Traina, e da quel sito di avere contattato, in metà mattinata, il servizio informazioni telefonico della SIP per verificare lo stato della notizia, riscontrando che detto servizio forniva già agli utenti l annuncio della cattura. Quindi il Brusca inviò il Traina presso la casa del Biondino, l autista arrestato con Riina, per verificare se questa fosse sotto perquisizione, ed il Traina constatò l effettiva presenza delle forze dell ordine, già inviate a quello scopo. A questo punto il Brusca, stando a quanto da lui dichiarato, avrebbe cercato di contattare i membri della famiglia residenti nel comprensorio inviando un nipote incensurato di Riina allo scopo, tal Grizzafi Francesco, il quale però, sempre a suo dire, si sarebbe rifiutato di farlo, per timore di dover comunque af- 2324 frontare le forze dell ordine. Questi passaggi della testimonianza del Brusca, a noi paiono omissivi, e comunque poco efficaci a dimostrare la non-conoscenza della cattura di Riina, per un periodo di molte ore, da parte degli occupanti il comprensorio, sul cui punto il narrato del Brusca mostra qualche incongruenza: innanzitutto pare illogica la decisione di inviare una staffetta sino alla casa del Biondino per verificare l eventuale presenza delle forze dell ordine, senza che sia stata disposta un analoga contestuale iniziativa sul sito di via Bernini, o senza che fosse attivo un canale di comunicazione con qualche fonte informata sullo stato dei fatti all'interno del comprensorio. Sul punto il Brusca è chiaramente reticente, in quanto, pur affermando di trovarsi prima nell'officina e poi nella casa del Traina, quindi piuttosto distante da Via Bernini, ripete per ben tre volte ed in momenti separati della deposizione, di avere riscontrato, da quella posizione, che nel comprensorio però non arrivavano, però questo non accadeva, cioè non arrivava nessuno a perquisire, ma nel ripeterlo omette del tutto di precisare quale fosse la fonte che lo teneva così informato su quanto avveniva nel comprensorio, né a Ingroia viene in mente di domandarglielo. Con riferimento poi alla dichiarata assenza di contatto con gli occupanti del comprensorio, cioè i famigliari di Riina ed i Sansone, il Brusca la mette come se quello fosse una specie di fortilizio dove si sarebbe potuto penetrare solo con le dovute credenziali, quelle cioè di avere fondati pretesti per visitare i famigliari, che lui cerca di dipingere come in condizio- 2425 ni di totale isolamento. Ma su questo punto, il Brusca pare smentito dal report delle osservazioni effettuate dal furgone del ROS in Via Bernini: dalla visione dei filmati era dato rilevare che alle ore 13,40 del davanti al cancello di via Bernini vi era Giovanni Riina e che nella relazione di servizio a firma dello stesso Militare a p. 6 ore 13,40 vi era l annotazione giunge soggetto sconosciuto su Renault Clio PAB31427 e sosta di fronte al civico, escono dal civico tre soggetti sconosciuti su ciclomotori, uno conversa con il conducente della Clio, ed ancora che il filmato relativo al 15 gennaio risultava interrotto dalle ore 13,42 alle 13,46 e che nell annotazione inerente la ore 13,46 della relazione datata 15 gennaio si legge Sansone Giuseppe su Fiat Tipo PA esce dal civico e si allontana in direzione via Uditore (situazione visualizzata ma non filmata). Il teste attribuiva l interruzione nella ripresa al tempo necessario per sostituire la cassetta (Sentenza Mori- Ultimo ) Insomma, c era un bel movimento in Via Bernini, tra le 13 e le 14, e i residenti non erano irraggiungibili al suo interno, ma avevano contatti visibili col mondo esterno, per cui è impensabile che non fossero già informati di un simile evento, alle 2 del pomeriggio, quando dalla caserma ancora si doveva partire per la perquisizione. Nè è pensabile che il capo pro-tempore della 2526 cosca dopo l'arresto di Riina, Giovanni Brusca, fosse lì impalato, incapace di comunicare con suoi affiliati tipo Giuseppe Sansone, mentre le prove dimostrano invece che il Sansone, tra le 13 e le 14, scorazzava liberamente con la sua auto per le vie di Palermo, fuori del comprensorio. Se quindi si adattasse la logica del giudice alle tempistiche reali e corrette relative all'orario della diffusione della notizia in Palermo, e specie fra gli uomini della cosca di cui i Sansone (che si trovavano nel quartiere di via Bernini 54) facevano parte, postulando realisticamente come impossibile che alle 2 del pomeriggio la Bagarella non sapesse che il marito era stato arrestato alle 8,50 del mattino, il narrato della sentenza dovrebbe subire una necessaria modifica da cui consegue una ricostruzione ben diversa dei fatti e quindi delle responsabilità. Ecco come (in maiuscolo la rettifica): Nella decisione di rinviarla appare, difatti, logicamente, insita l accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a Ninetta Bagarella, che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina cosa che in ipotesi avrebbero potuto AVERE GIA' FATTO ANCHE NELLA TRASCORSA MATTINATA, APPENA APPRESA 2627 LA NOTIZIA, e comunque prima delle 15, ora dalla quale, ad essere ottimisti, si sarebbe potuta avviare la perquisizione nella villa di Riina. Ecco, così è verità. E le cose cambiano parecchio, perché con l'applicazione di questa logica, considerata, con riferimento ai comportamenti, giustamente realistica dal giudice, alle tempistiche reali, emerge che la perquisizione poteva tranquillamente apparire, al momento della decisione da parte di Caselli, come un iniziativa ad altissimo tasso di rischio di buco nell'acqua, mentre non altrettanto si poteva dire dell'inchiesta sui Sansone. E ciò, ribadiamo, sulla base di una riflessione elementare ed incontestabile. Questa circostanza avvalorerebbe la versione dei fatti così come li ha sempre ricordati Ultimo, secondo il quale quando egli espose i pro e i contro della perquisizione, i magistrati non parvero avere grandi perplessità o tentennamenti su ciò che si sarebbe dovuto decidere di fare. Nessun pianto né rimpianto, per il doversi rinunciare a quella perquisizione, nei suoi ricordi. Nessuno gli rappresentò una volontà diversa, ed anzi sia i magistrati che gli ufficiali dell Arma presenti concordarono con lui sulla necessità di proseguire l indagine, per cui la decisione di 2728 effettuare la perquisizione fu annullata. Ultimo ) (Sentenza Mori- Ed è normale. Noi crediamo che sia legittimo ritenere che il primo pensiero che verrebbe a chiunque, e quindi anche a Caselli, in quel frangente, noto il fatto che si stava andando, alle 14, a cercare una casa per reperire qualcosa che era in mano a mafiosi che dovevano verosimilmente essere in stato d'allarme già da ore (dalle 9 alle 15 son 6 ore, e che ci vuole a far sparire dei documenti?), sarebbe quello di un possibile flop. Il secondo punto della ricostruzione dei fatti su cui nutriamo perplessità è questo: Questa accettazione del rischio fu condivisa da tutti coloro che presero parte ai colloqui del , Autorità Giudiziaria e reparti territoriali, dal momento che era più che probabile che il Riina, trovato con indosso i cd. pizzini, detenesse nell abitazione appunti, corrispondenza, riepiloghi informativi, conteggi, comunque rilevanti per l associazione mafiosa, Ed anche il terzo punto, come il precedente, è riferito alla valutazione soggettiva, nel momento della decisione 2829 sull opportunità di perquisire, sulla possibile presenza di documenti rilevanti per l associazione mafiosa nella villa occupata dai famigliari di Riina: Al di là delle, in più punti, confuse (v. dichiarazioni sulla asserita non importanza dell abitazione ove il latitante convive con la famiglia, perché non vi terrebbe mai cose che possano compromettere i familiari) argomentazioni addotte dagli imputati, che sono sembrate dettate dalla logica difensiva di giustificare sotto ogni profilo il loro operato,. Va rilevato che qui la Corte non sta effettuando un analisi, a posteriori e a freddo, sulle reali possibilità che in quella casa i Riina conservassero documenti compromettenti, ma solo sull effettiva consistenza dei dati di base valutati a caldo dall autorità giudiziaria, nel primo pomeriggio del 15 gennaio 1993, allo scopo di decidere se perquisire o meno. In pratica sta valutando se l argomentazione promossa da Ultimo, secondo la quale non potevano esserci documenti compromettenti nella casa dove vivevano la moglie e i ragazzini di Riina, potesse essere recepita o meno come elemento fondato nel contesto della sua decisione, da parte di Caselli, e soprattutto se Ultimo potesse averla espressa in buona fede ed a ragion veduta. E ciò al di là di ogni 2930 eventuale considerazione secondaria, di tipo più speculativo, che potesse sorgere successivamente, ad esempio a seguito delle testimonianze dei pentiti. Il giudice quindi pare ritenere che ciò non potesse essere, affermando che secondo lui Caselli avrebbe dovuto invece presumere, con gli elementi a sua disposizione, come più che probabile che vi fossero documenti seri in quell abitazione, mentre ritiene l ipotesi di incompatibilità fra presenza di documenti e contestuale presenza dei famigliari, confusa e dettata dalla logica difensiva (degli imputati- ndr) di giustificare sotto ogni profilo il loro operato, il che equivale a mostrare scetticismo sul fatto che Ultimo possa avere effettivamente fatto valere con determinazione tale argomentazione in sede decisionale, ritenendo che questo elemento possa essere stato invece valorizzato maggiormente a posteriori, per ragioni difensive. Quindi utilizza tale punto di vista, per sostenere che Caselli, quando decise di non perquisire, doveva sapere che stava rinunciando alla ricerca di documenti la cui presenza in quella casa doveva essere, secondo il giudice, presumibile per non dire quasi scontata. 30 Vedere altro
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 Sentenza 
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 art. 429
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 art. 59
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 Art. 3
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 ART. 103
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 art. 186
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