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Timestamp: 2018-09-23 06:38:12+00:00

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Senza categoria Archivi - Pagina 3 di 27 - Piero Di Bello
La confisca per equivalente può colpire sia il patrimonio della società che ha tratto vantaggio dal reato di evasione sia quello della persona fisica che lo ha commesso
L’azione illecita posta in essere dal rappresentante legale di società a responsabilità limitata e commessa nell’interesse e a vantaggio delle stesse società fa sì che la responsabilità per il reato sia attribuita alla persona fisica, nonostante non ne abbia tratto vantaggio.
Il 13 luglio 2012 il tribunale di Pescara rigettava la richiesta di riesame di una contribuente indagata del reato di cui all’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000. Già con decreto del Gip dello stesso tribunale erano stati sequestrati, nell’aprile 2012, beni mobili e immobili di proprietà della signora fino a concorrenza dell’importo delle imposte evase da tre società (per un ammontare complessivo di 839.759 euro), delle quali la stessa era legale rappresentante.
La signora, pur avendo il dovere di accantonare le somme destinate al versamento dell’Iva per l’esercizio 2010, non aveva assolto agli specifici obblighi tributari per la “mala gestio” delle risorse (rilevata dal tribunale, pagina 7 dell’ordinanza impugnata).
Di conseguenza, il tribunale riteneva infondate le deduzioni difensive incentrate anche sul fatto che i beni personali dell’indagata non potessero essere assoggettati al sequestro in vista della confisca, in quanto il profitto dell’omesso versamento Iva si era concretizzato soltanto in favore delle tre società. Riteneva, in particolare, che:
il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto del reato poteva incidere indifferentemente sia sui beni della società coinvolta per aver tratto vantaggio dal reato di evasione sia su quello della persona fisica che materialmente lo aveva commesso, stante la sua partecipazione attiva nel reato
restava ferma l’insuperabilità del limite del sequestro, da circoscrivere all’importo evaso
erano infondate le difese dell’indagata con riferimento alle ragioni che avevano determinato, suo malgrado, l’omesso versamento, asseritamente dovuto a una grave crisi finanziaria che aveva colpito prima una società e poi, a cascata, le altre due aziende.
Avverso l’ordinanza del giudice del riesame, la signora ha proposto ricorso per cassazione, deducendo, tra l’altro:
nullità del provvedimento impugnato, in quanto il tribunale, ritenendo assoggettabili a sequestro finalizzato alla confisca i beni personali della legale rappresentante delle società, avrebbe erroneamente applicato la legge penale, proprio perché la norma tributaria esclude tale eventualità laddove il profitto sia realizzato dalla società di cui il soggetto fisico autore del reato sia amministratore o rappresentante legale, dovendosi distinguere nettamente le due posizioni
vizio di motivazione con riguardo all’argomentazione sviluppata dal tribunale circa un obbligo preventivo di accantonamento, da parte della signora, delle somme occorrenti per il versamento dell’Iva relativa alle tre aziende, anche perché tale circostanza rafforzava l’ipotesi del profitto realizzato dalle società e non dalla stessa rappresentante legale cui, di conseguenza, non poteva essere addebitato alcunché. Doveva, quindi, essere esclusa la confiscabilità dei beni personali della signora (con preclusione, quindi, della possibilità di sequestrare gli stessi beni), in quanto il vantaggio (e, dunque, il profitto) derivante dal reato di omesso versamento era riferibile soltanto alla società e non all’amministratore quale persona fisica.
La Corte, respingendo il ricorso, ha affermato che “…ferma restando la natura sanzionatoria del sequestro per equivalente…, non è possibile che il soggetto fisico autore dell’illecito commesso a vantaggio della società non possa, per ciò solo, andare esente da responsabilità, avendo egli stesso partecipato alla commissione dell’illecito: l’unico limite vigente in materia è quello della insuperabilità … del valore del compendio sequestrato rispetto all’entità del profitto ricavato…” (Cassazione 32944/2013).
La questione di diritto esaminata nella fattispecie sottoposta al vaglio della Corte riguarda l’assoggettabilità dei beni dell’indagato alla misura del sequestro preventivo per il reato di omesso versamento d’imposte da parte della società.
I giudici di legittimità, dopo aver ribadito che, in materia di reati tributari (quale quello oggetto della fattispecie esaminata dalla Corte), il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente è riferibile all’ammontare dell’imposta, costituendo esso il vantaggio patrimoniale direttamente derivante dalla condotta illecita ed è, quindi, riconducibile al concetto di profitto del reato, hanno precisato che gli effetti dell’azione illecita posta in essere dal rappresentante legale delle società si producono nei confronti di queste ultime.
Con un’ulteriore precisazione della Corte riguardo il rapporto tra natura della confisca e responsabilità del reato.
Per la natura sanzionatoria del sequestro per equivalente ex articolo 321 cpp, del reato risponderebbe non solo il suo autore, ma anche la società che ne ha tratto vantaggio: la società, alla luce del principio “solidaristico” che lega la responsabilità dell’autore materiale dell’illecito al soggetto a cui vantaggio l’azione illecita viene commessa e che non può, per ciò, considerarsi estraneo al reato (Cassazione, sentenza n. 28731/2011); l’autore del reato, che non potrebbe rimanere esente da responsabilità, nonostante abbia commesso il fatto ma non ne abbia tratto vantaggio.
A tale riguardo, la Corte ha chiarito che uno degli effetti derivanti dalla natura sanzionatoria della confisca è la riconducibilità dell’azione delittuosa e degli effetti che a essa conseguono a tutti i soggetti che abbiano partecipato a vario titolo al reato, con l’unico limite della insuperabilità – non contestata dalla difesa nella fattispecie al vaglio della Corte – del valore del compendio sequestrato rispetto all’entità del profitto ricavato (Cassazione n. 32944/2013).
Ma nella pronuncia nessuna regola è stabilita con riferimento all’eventuale ordine da seguire nell’escussione dei patrimoni, forse perché in una precedente pronuncia i giudici di piazza Cavour hanno precisato che “il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente sui beni della persona fisica non richiede, per la sua legittimità, la preventiva escussione del patrimonio della persona giuridica nell’interesse della quale il reato è stato commesso…” (Cassazione, sentenze n. 20976/2012, n. 7138/2011 e n. 10838/2007), non esistendo alcuna norma che impone di perseguire il patrimonio della persona giuridica beneficiaria, prima di aggredire il patrimonio della persona fisica (Cassazione, 24851/2013). O ancora perché, nella fattispecie sottoposta al vaglio dei giudici di piazza Cavour, il sequestro dei beni della legale rappresentante è avvenuto per una somma corrispondente alle imposte non versate e il patrimonio della signora è risultato capiente.
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Il mancato versamento dell’IVA oltre 50.000 euro non è sempre reato penale
È certamente degna di nota la recente sentenza pronunciata dalla III sezione penale del Tribunale di Milano (R.G. sent. n. 8679/12 del 13 luglio 2012, dep. il successivo 28 luglio 2012) con cui il legale rappresentante pro tempore di una società di servizi è stato assolto dall’incriminazione tributaria di omesso versamento dell’Iva – con la formula ampiamente liberatoria del “perché il fatto non costituisce reato” – ovvero, per la mancanza dell’elemento soggettivo richiesto per l’integrazione del reato disciplinato dall’art. 10 ter D. Lvo n. 74 del 2000.
Com’è noto, tale incriminazione punisce – fra l’altro – chiunque, possedendo la carica di amministratore in pectore in seno ad una società, vuoi di persone vuoi di capitali, non provvede al versamento dell’I.V.A. dovuta dall’impresa in base alla dichiarazione annuale – per un importo superiore ad Euro 50.000,00 ed entro il termine perentorio del giorno 27 del mese di dicembre dell’anno solare successivo al periodo d’imposta di riferimento.
Invero, e fatte salve sporadiche eccezioni, sino ad oggi il trend giurisprudenziale in materia si era attestato nel riconoscimento – quasi automatico e, dunque, oggettivo – della responsabilità penale degli organi di vertice di società contribuenti ritenuti colpevoli per il solo fatto di non aver provveduto – nei termini appena indicati – al versamento dell’imposta sul valore aggiunto in beneficio dell’erario statale.
Tuttavia, il Tribunale di Milano ha ritenuto – con una motivazione del tutto fedele ai più noti principi in tema di elemento soggettivo del reato sanciti dagli artt. 27 Cost. e 42 C.p. – di dover nell’occasione prosciogliere l’amministratore d’impresa dalla commissione del delitto tributario di omesso versamento dell’Iva.
Nel caso di specie, l’imputato – che aveva assunto ex novo la carica di amministratore a ridosso della scadenza prevista per il versamento dell’Iva dovuta dalla società in base alla dichiarazione annuale – si era difatti trovato nell’impossibilità di poter eseguire in termini il saldo dell’imposizione tributaria a causa del grave stato di crisi economico/finanziaria che aveva colpito l’impresa durante l’esercizio sociale ancora in corso.
In una consimile situazione di fatto, l’applicazione rigorosa del prevalente indirizzo giurisprudenziale – sino ad oggi adottato nei giudizi penali chiamati per i reati di cui agli artt. 10 bis e 10 ter del D. Lvo n. 74 del 2000 – avrebbe probabilmente condotto alla pronuncia di una sentenza di condanna nei confronti del legale rappresentante d’impresa, bastando solitamente la prova oggettiva dell’invio telematico della dichiarazione annuale d’imposta agli uffici dell’Agenzia delle Entrate oltre quella del mancato versamento del tributo – per un ammontare superiore ad Euro 50.000, 00 ed entro il termine stabilito per il pagamento dell’acconto Iva relativo all’annualità solare successiva.
Nell’occasione, il Tribunale di Milano si è tuttavia spinto ad esaminare anche le tangibili motivazioni che avevano indotto l’imputato ad omettere il versamento dell’Iva nell’interesse della società legalmente rappresentata, dando rilievo alla situazione di illiquidità finanziaria – sopravvenuta e riconducibile alla gestione del precedente amministratore in pectore – che non avrebbe permesso al succedano organo di vertice di procedere in quel torno di tempo alla liquidazione del tributo dovuto per il trascorso periodo d’imposta.
Da qui, l’irreprensibile decisione del Giudice di merito che ha ritenuto di dover assolvere l’imputato dal delitto in contestazione per l’insussistenza dell’elemento soggettivo del reato, ovvero, del dolo generico richiesto dal legislatore penale/tributario per l’integrazione della fattispecie di omesso versamento dell’Iva.
È pertanto auspicabile che nelle aule di giustizia si prenda buona nota dell’orientamento assunto dal Tribunale di Milano che, nel particolare momento di difficoltà in cui versano le imprese italiane, appare a molti oltre che giuridicamente corretto anche – e soprattutto – opportunamente equanime.
Reati tributari: l´omesso versamento dell´imposta sul valore aggiunto
DECRETO LEGISLATIVO 10 marzo 2000, n. 74 – Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205
Mancato versamento annuale superiore ai 50.000 euro
L’omesso versamento di IVA dovuta in base alla dichiarazione annuale per un importo superiore a 50 mila euro, è punibile penalmente ai sensi dell’art. 10 ter del D.Lgs n.74/2000 (pena prevista: reclusione da 6 mesi a 2 anni).
La norma prevede tuttavia che l’ipotesi di reato scatti solamente a carico di chi: non versa l’IVA dovuta in base alla dichiarazione annuale…. [omissis]… entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo.
Un esempio: il contribuente che ha omesso nel corso del 2011 versamenti iva per importi superiori ad euro 50.000, potrà evitare di incorrere nella sanzione penale sopra indicata se effettua pagamenti a titolo di iva in modo da portare il debito relativo al 2011 “sotto soglia” dei 50.000 euro.
Il ritardo o il mancato versamento diventa reato se avviene oltre il 27 dicembre dell’anno successivo a quello di riferimento. ipotizziamo, quindi, che non siano state versate le somme di iva a debito dovute per il 2011. in questo caso, il reato penale per le somme sopra i 50mila euro scatta se non si è in regola con il fisco entro il 27 dicembre 2012.
Sotto la soglia dei 50mila euro, invece, il reato è di tipo amministrativo e vengono messe in atto tutte quelle misure necessarie a recuperare un credito, come il sequestro dei beni e del conto corrente. il reato rimane, tuttavia, anche se si paga dopo la data stabilita del 27 dicembre.
Quando la disposizione introduttiva della tipologia delittuosa è entrata in vigore non era ancora scaduta la possibilità, per il contribuente, di provvedere all’obbligo.
Intervenendo sulla novella dell’art. 35, comma 7, del D.L. 223/2006, che ha introdotto il reato di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, la Corte di Cassazione ha chiarito, con la sentenza dell’8 ottobre 2012, n. 39449 che la nuova disposizione sanzionatoria trova applicazione per tutti gli illeciti consumati entro il 27 dicembre 2006, riguardanti l’iva relativa all’anno 2005, senza che con ciò si configuri alcuna violazione del divieto di retroattività (ex articolo 25, Costituzione).
L’inizio della Catastrofe, dopo MPS arrivano le Banche delle Marche. Ecco perchè bisogna andare via dall’Italia
Mentre si frantumavano i conti, con finanziamenti generosi agli imprenditori del mattone, la politica locale ha continuato a spartirsi le poltrone nelle Fondazioni e nell’istituto di Jesi – 3,4 miliardi di crediti deteriorati: il governatore Spacca chiede aiuto agli imprenditori locali per evitare il crac…
Uno degli imprenditori presenti parla di scena surreale: "Ci voleva Kafka". È accaduto giovedì scorso. Il Governatore delle Marche, Gian Mario Spacca, ha convocato un centinaio di imprenditori, i più importanti della regione, e ha chiesto loro di mettersi una mano sul cuore e una sul portafoglio e di tassarsi per salvare la Banca delle Marche.
Accanto a Spacca c'era il presidente dell'istituto di credito, Rainer Masera, nominato appena il 9 luglio scorso su indicazione (sussurrata) della Banca d'Italia. Masera, una prestigiosa carriera alle spalle, da Bankitalia all'Imi, ministro del Bilancio nel governo Dini (1995), ha fatto coro con Spacca inneggiando alla "marchigianità" della banca. Ma tutti hanno riconosciuto che i conti sono "un disastro". L'ennesima storia di banche scassate e di politici locali che non vogliono perdere la presa.
Solo che stavolta la Banca delle Marche è veramente scassatissima. Gli ispettori della Banca d'Italia, che dall'anno scorso stanno aprendo tutti i cassetti nella sede centrale di Jesi (in provincia di Ancona), non si decidono a chiudere la loro ispezione. Qualcuno paventa lo la spettro del commissariamento a breve.
I numeri non perdonano. A fine giugno la banca ha emesso un "prestito obbligazionario subordinato Upper Tier II", cioè un prestito a tasso di rischio così elevato che la cedola promessa è del 12,5 per cento. Si tratta di 80 milioni, che vanno trovati entro il 31 luglio per rientrare nei coefficienti patrimoniali minimi fissati dalla vigilanza bancaria. Finora 20 milioni li hanno versati le Fondazioni di Jesi e di Pesaro, che insieme a quella di Macerata controllano il 55 per cento della banca.
LOGO BANCA MARCHEMONTE PASCHI
Fondazioni squattrinatissime, modello Siena, con in più la Macerata in rotta con le altre due, che le hanno respinto la proposta di un'azione di responsabilità contro gli amministratori che hanno ridotto la banca in condizioni pietose. Mancano all'appello 60 milioni, ed è questione di vita o di morte. Se gli imprenditori locali non si tassano Bankitalia prenderà in mano la situazione e Banca delle Marche sarà verosimilmente salvata da qualche gruppo del credito maggiore.
Il bilancio 2012 di Banca delle Marche, chiuso con 526 milioni di perdita, illustra perfettamente come si può ridurre una banca quando viene gestita dalle oligarchie politico-economiche del mai troppo lodato territorio. L'anno si è chiuso con 13,9 miliardi di finanziamenti in bonis, cioè senza problemi apparenti, e 4,7 miliardi di crediti deteriorati, come si dice in gergo.
Di questi, 1,3 miliardi sono stati semplicemente cancellati, cioè dati per persi, e sono rimasti 3,4 i miliardi di crediti deteriorati (cioè di difficile recupero), pari al 19,7 per cento degli impieghi. Per farsi un'idea si consideri che il sistema bancario italiano nel suo complesso, che se la passa sempre peggio come potete leggere nell'articolo a pagina 3, ha i crediti deteriorati attorno al 7 per cento degli impieghi.
La Banca delle Marche si è distinta perché dopo il 2008, mentre gli altri istituti italiani chiudevano i rubinetti alle società immobiliari, ha deliberatamente ignorato la crisi del mattone innescata negli Stati Uniti, e ha continuato a largheggiare in crediti al settore. Un'inchiesta del settimanale L'Espresso rivelò nel 2011 che "lo scrigno dei soldi facili della Cricca era stato individuato dai magistrati di Firenze e e Perugia nella Banca delle Marche. Balducci, Anemone e la loro corte di amici, soci e familiari godevano di percorsi facilitati per muovere denaro".
La Banca d'Italia scrive da anni lettere di fuoco ai vertici dell'istituto di Jesi, che hanno reagito con girandole di nomine e dimissioni, fino all'arrivo di Masera. In una di queste, rilevando una girandola di assegni per 160 mila euro versati su un conto dell'allora direttore generale Massimo Bianconi, la vigilanza tuonava: "Tali operazioni evidenziano profili di opacità che non appaiono coerenti con la deontologia professionale che deve connotare l'operato dell'alta dirigenza di una banca".
Bianconi ha lasciato la Banca un anno fa, con lauta buonuscita, dopo che Bankitalia aveva allungato lo sguardo su una'altra "opaca" operazione immobiliare fatta da Anna Rita Mattia, moglie di Bianconi, con l'immobiliarista Vittorio Casale, poi in dissesto con il suo gruppo Operae e arrestato. Negli anni della direzione generale di Bianconi, dal 2004, la Banca delle Marche aveva abbondantemente finanziato Casale. Ma altri sono i gruppi immobiliari che hanno beneficiato di crediti che oggi mettono nei guai la banca. Trea questi il noto gruppo che fa capo alla famiglia Lanari.
Dopo l'uscita di Bianconi è esploso il caso del direttore generale organizzazione, Corrado Faletti, indagato dalla procura di Bergamo per falso e truffa al locale ateneo, nel quale si era candidato per una docenza di economia – dopo aver già insegnato nell'Università marchigiana di Camerino – vantando nel curriculum due lauree, una in biologia e una in fisica dei calcolatori, inesistenti.
Mentre si frantumavano i conti e la reputazione della Banca delle Marche, la politica locale ovviamente non si è accorta di niente, restando intenta come al solito a spartirsi le poltrone nelle Fondazioni e nell'istituto di credito. Seguendo alla perfezione il modello Siena, anche le tre Fondazioni che controllano l'istituto marchigiano non hanno più risorse per salvarlo, ma vogliono ad ogni costo mantenerne il controllo in nome e per conto della politica e delle trasversali alleanze massoniche che guardano a Masera come al possibile salvatore.
L'ultima speranza è una cordata di imprenditori vogliosi di investire nella banca: la sta organizzando un avvocato di Recanati Paolo Tanoni, e sembrano interessati Francesco Merloni (crisi Indesit) e Adolfo Guzzini (quello delle lampade). Vedremo a giorni se partono i bonifici da 60 milioni. Solo per cominciare.
Tutte gli imprenditori che rimarranno con le loro imprese in ITALIA dovranno pagare di tasca loro il SALVATAGGIO BANCHE.
Ecco perchè consigliamo di spostare il centro dei propri interessi economici a Malta.
Modello Intrastat: errori di compilazione
Ho inviato regolarmente il modello Intrastat del II trimestre 2013 per comunicare l'acquisto di servizi. Mi sono accorto di aver dimenticato di inserire una fattura. Cosa devo fare per sanare tale omissione?
Perchè l’Imprenditore deve costituire un TRUST?
Esenzione “condizionata” dall’imposta sulle successioni e donazioni per la costituzione del vincolo di destinazione
Anche nel caso di trasferimento dell’azienda in trust, la costituzione del vincolo di destinazione, qualora sia strumentale alla finalità liberale del passaggio generazionale ai discendenti o al coniuge del disponente (il cosiddetto settlor), potrà godere dell’esenzione dall’imposta sulle successioni e donazioni, purchè siano soddisfatte le specifiche condizioni prescritte dalla norma (l’articolo 3, comma 4-ter, del Dlgs 346/1990).
Questi e altri sono i punti affrontati nella risoluzione n. 110/E del 23 aprile, documento con cui l’agenzia delle Entrate fornisce, sul tema, ulteriori precisazioni, in linea con la disamina dell’istituto già effettuata nella circolare 48/2007.
L’istante intende istituire, in conformità alle disposizioni della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, un trust della durata di dieci anni. Con la costituzione del trust, il disponentefarà acquistare al trusteela piena proprietà delle partecipazioni di controllo di una società immobiliare, attualmente in suo possesso.
Il disponente intende indicare quali beneficiari del trust il coniuge e i due figli. Al termine del periodo di durata, il trustee potrà decidere, con totale discrezionalità, di trasferire ai beneficiari le quote di partecipazione nella società e/o gli immobili a essa intestati, e/o la titolarità di quote di società controllate e/o collegate.
Il Dl 262/2006 ha reintrodotto l’imposta sulle successioni e donazioni, estendendone l’ambito applicativo alla “costituzione dei vincoli di destinazione” su beni e diritti, tra cui il trust.
L’unicità della causa fiduciaria che caratterizza tutte le vicende del trust fa sì che l’imposta sulle successioni e donazioni dovuta sulla costituzione di vincoli di destinazione debba essere corrisposta in misura proporzionale al momento della segregazione del patrimonio. Al fine di determinare l’aliquota applicabile e le franchigie eventualmente fruibili, occorre assumere a riferimento il rapporto di parentela o di coniugio intercorrente tra il disponente e il beneficiario (e non quello tra disponentee trustee).
i destinatari del trasferimento siano il coniuge o i discendenti
i destinatari del trasferimento d’azienda, o della partecipazione in società, proseguano l’esercizio dell’attività d’impresa o mantengano il controllo societario (nel caso di società di capitali) per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento
l’impegno alla prosecuzione dell’attività di impresa (o al mantenimento del controllo) sia espressamente reso dagli aventi causa, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione oall’atto di donazione.
La mancanza di uno di tali requisiti comporta l’applicazione dell’imposta nella misura ordinaria, nonché della sanzione amministrativa, prevista dall’articolo 13 del Dlgs 471/1997, e degli interessi di mora.
L’istanza di interpello ha offerto, pertanto, lo spunto per approfondire, da un punto di vista fiscale, le problematiche relative all’ambito applicativo della disposizione agevolativa, con particolare riferimento al caso del trust.
Nel documento di prassi è stato, preliminarmente, chiarito che l’istituto del trust, per sua natura, impedisce categorizzazioni assolute e qualsiasi proposta interpretativa unitaria. Infatti, considerata la possibilità di adattare i trust alle molteplici esigenze del disponente, l’applicabilità agli stessi delle disposizioni agevolative in materia fiscale va valutata caso per caso, tenendo conto del contenuto del negozio risultante dalla legge regolatrice del trust e dalle clausole contrattuali in esso contenute.
In proposito, è stato ribadito che la finalità dell’articolo 3, comma 4-ter, è quella di favorire, attraverso la leva fiscale, il passaggio generazionale delle aziende di famiglia. In tale prospettiva, anche nel caso di trasferimento dell’azienda in trust la costituzione del vincolo di destinazione, qualora sia strumentale alla finalità liberale del passaggio generazionale ai discendenti o al coniuge del disponente, potrà godere, soddisfatte le condizioni normativamente previste, del beneficio in commento.
Condizioni che possono ritenersi soddisfatte qualora:
il trust abbia una durata non inferiore a cinque anni a decorrere dalla stipula dell’atto di disposizione segregativa della partecipazione di controllo o dell’azienda
i beneficiari finali siano discendenti e/o coniuge del disponent
E’ stato, dunque, chiarito che è il trustee, quale avente causa, il soggetto tenuto a presentare la prescritta dichiarazione al momento del trasferimento delle partecipazioni sociali; trattandosi, tra l’altro, dell’unico soggetto in grado di disporre delle partecipazioni e/o dell’azienda vincolata in trust.
Con riferimento al caso oggetto d’interpello, l’agenzia delle Entrate ha precisato che, poiché al termine della durata del trust il trustee ha il potere di disporre discrezionalmente il trasferimento delle partecipazioni di controllo (potendo decidere, a sua scelta, di trasferire ai beneficiari le quote di partecipazione nella società e/o gli immobili a essa intestati, e/o la titolarità di quote di società controllate e/o collegate), e considerato, altresì, che a favore dei beneficiari non è previsto un diritto incondizionato al trasferimento delle partecipazioni di controllo della società, non si ritengono soddisfatte le condizioni per applicare la disposizione agevolativa.
Così come strutturato, infatti, l’atto costitutivo del trust va a disattendere la ratio del più volte citato articolo 3, comma 4-ter che, si ribadisce, è quella di favorire il passaggio generazionale ai discendenti o al coniuge del disponente.
Per ogni vostra richiesta potete contattarmi.

References: articolo 321
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