Source: https://notedimarcogrondacci.blogspot.com/2018/07/autonomia-della-regione-liguria-la.html
Timestamp: 2020-04-10 00:09:07+00:00

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Note di Grondacci : Autonomia della Regione Liguria: la confusione del Presidente Toti su ambiente portualità
Autonomia della Regione Liguria: la confusione del Presidente Toti su ambiente portualità
Il Presidente della Regione Liguria annuncia (vedi titolo articolo sul Secolo XIX di ieri) il percorso verso una autonomia rafforzata della Regione in particolare su ambiente e portualità. In attesa del documento annunciato a settembre analizzo quello che la Giunta Regionale ha prodotto fino ad ora sul tema attraverso una delibera di indirizzo (DGR 1175 del 29/12/2017 vedi QUI) presentata all'inizio del'anno e che ora dovrà essere messa alla prova del confronto con il governo secondo le procedure costituzionali del regionalismo differenziato. Su questa delibera di indirizzo vedi anche pronunciamento del Consiglio delle Autonomie Locali liguri QUI.
Vediamo quindi una analisi critica di questa delibera soprattutto nelle parti che riguardano ambiente e portualità...
PREMESSA: COSA DICE LA COSTITUZIONE SUL REGIONALISMO DIFFERENZIATO
Secondo l'articolo 116 della Costituzione comma 3 sarà possibile che ciascuna Regione negozi con lo Stato forme particolari di autonomia concernenti :
Il comma 2 dell’articolo 116 individua la procedura per ottenere i suddetti ulteriori ambiti di autonomia per le singole Regioni. In particolare si prevede che la ulteriore autonomia venga riconosciuta con legge statale su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119 (tutela delle autonomie locali) . La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti , sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata .
QUALI PROBLEMATICHE DA AFFRONTARE PER UN NUOVO MODELLO DI GOVERNO DELLE POLITICHE REGIONALI SULL’AMBIENTE
Le seguenti problematiche andrebbero affrontate insieme con qualsiasi ulteriore richiesta di autonomia regionale in materia ambientale:
1. una legislazione amministrativa confusa nella ripartizione delle competenze, il tutto aggravato recentemente dalla folle (ma penso ci sia del raziocinio dietro questa follia purtroppo) gestione della finta abolizione delle Province, e si sa le finte abolizioni spesso fanno più danni delle non abolizioni;
2. una gestione dei procedimenti autorizzatori che privilegia la chiusura del procedimento con il relativo atto che non il processo che porta all’atto;
3. una carenza di aggiornamento professionale del ceto burocratico che deve gestire le istruttorie di autorizzazione e di controllo ex ante ed ex post;
4. una quasi totale assenza nelle istruttorie che portano alle autorizzazioni di impianti e attività potenzialmente inquinanti, degli aspetti di prevenzione sanitaria. Clamorose in questo senso nella nostra provincia spezzina sono state le vicende della centrale ENEL autorizzata illegittimamente senza Parere Sanitario del Sindaco “bullo” Federici o dell’impianto di trattamento rifiuti di Saliceti rispetto al quale l’ASL locale è “desaparecida” da sempre;
5. un sistema dei controlli pubblici (Arpal in primis) totalmente dipendente dal livello politico: per i finanziamenti e per le modalità di nomina degli organigrammi dirigenziali
6. una mancanza di pianificazione dei controlli ambientali e sanitari in chiave eco sistemica (impatti cumulativi) e non solo del singolo impianto o attività inquinante, pianificazione che renderebbe più trasparente e più efficiente successivamente la decisione finale sul singolo progetto, piano o programma
7. una mancanza di rispetto delle norme sulla trasparenza e l’accesso civico soprattutto in campo ambientale: soprattutto da parte degli enti locali, ragione per cui occorrerebbe anche qui un ruolo di impulso della Regione stabilendo modalità di pubblicazione uguali per tutti ad integrazione di quanto già previsto dalla normativa nazionale;
8. una quasi totale rimozione del ruolo del pubblico (associazioni, comitati, singole
competenze presenti nei territori) nei processi decisionali. Le Inchieste Pubbliche pur previste non vengono avviate neppure per i progetti più pericolosi, le osservazioni del pubblico non vengono analizzate negli atti conclusivi, non esistono minime regole di garanzia per la partecipazione del pubblico, non si utilizzano gli strumenti degli accordi della sussidiarietà orizzontale ove e quando possibili.
ANALISI CRITICA DELLA PROPOSTA DI DGR “Avvio del negoziato con il Governo per il riconoscimento alla Regione Liguria di forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi dell'articolo 116, terzo comma, della Costituzione” NEL SETTORE AMBIENTE
Di seguito riporto nei riquadri le richieste della Giunta regionale ligure con il mio successivo commento
Come è noto, in termini sostanziali, l’esperienza di bonifiche di siti sia regionali che nazionali ha dimostrato che il problema vero non sta nella titolarità delle funzioni e/o nella maggiore autonomia regionale ma nello stanziamento dei fondi. Il Caso del sito di Pitelli declassificato da nazionale a regionale dimostra che tale spostamento non ha prodotto assolutamente una accelerazione della bonifica. Semmai sono state le finanziarie degli ultimi 10 anni a tagliare eppoi a non ripristinare fondi adeguati per le bonifiche dei siti inquinati sia nazionali che regionali. Le Regioni a loro volta poco hanno fatto per compensare questo vuoto anche per le cifre enormi in ballo.
Dal punto di vista della disciplina delle bonifiche. Attualmente la normativa (in particolare il TU ambientale (titolo V Parte IV DLgs 152/2006) riconosce alla Regione strumenti per garantire la correlazione richiesta dal documento proposto dalla Giunta : accordi di programma (articolo 246), procedura Siti inquinati nazionali di preminente interesse pubblico per la riconversione industriale (articolo 252-bis DLgs 152/2006). Senza considerare le norme che permettono accordi con i privati con procedure semplificate per bonificare i siti inquinati in assenza di adeguati investimenti pubblici. Che elenco nell’allegato A alla [NOTA 3] . Su questo ultimo punto il Consiglio Regionale (nel caso del sito di Pitelli declassificato a sito regionale e quindi di competenza della Giunta Regionale) ha approvato una mozione a suo tempo che prevedeva impegni presi per la Giunta rimasti in gran parte lettera morta se non qualche finanziamento limitato ad aree specifiche. Per non parlare delle aree militari sulle quali la Giunta Regionale avrebbe da tempo potuto attivarsi in base alle norme dello stesso Codice Militare[NOTA 1] oltre che dell’articolo 241-bis del DLgs 152/2006
Peraltro sarebbe interessante capire perché la Regione non ha mai attivato l’articolo 309 del DLgs 152/2006 secondo il quale: “1. Le regioni, le province autonome e gli enti locali, anche associati, nonché le persone fisiche o giuridiche che sono o che potrebbero essere colpite dal danno ambientale o che vantino un interesse legittimante la partecipazione al procedimento relativo all'adozione delle misure di precauzione, di prevenzione o di ripristino previste dalla parte sesta del presente decreto possono presentare al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, depositandole presso le Prefetture - Uffici territoriali del Governo, denunce e osservazioni, corredate da documenti ed informazioni, concernenti qualsiasi caso di danno ambientale o di minaccia imminente di danno ambientale e chiedere l'intervento statale a tutela dell'ambiente a norma della parte sesta del presente decreto.”
La Corte afferma che Il riconoscimento dell’esistenza di un bene ambiente quale «bene immateriale unitario» non è fine a se stesso, ma funzionale all’affermazione della esigenza sempre più avvertita della uniformità della tutela, uniformità che solo lo Stato può garantire, senza peraltro escludere che anche altre istituzioni potessero e dovessero farsi carico degli indubbi interessi delle comunità che direttamente fruiscono del bene.
Sul punto la Corte già con sentenza n. 235 del 2009 affermò che “la scelta di attribuire all’amministrazione statale le funzioni amministrative trova una non implausibile giustificazione nell’esigenza di assicurare che l’esercizio dei compiti di prevenzione e riparazione del danno ambientale risponda a criteri di uniformità e unitarietà, atteso che il livello di tutela ambientale non può variare da zona a zona e considerato anche il carattere diffusivo e transfrontaliero dei problemi ecologici, in ragione del quale gli effetti del danno ambientale sono difficilmente circoscrivibili entro un preciso e limitato ambito territoriale”.
Tornando alla Sentenza della Corte Costituzionale 126/2016 questa ha avuto modo di affermare che con la Direttiva 21 aprile 2004, n. 2004/35/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale) Solo qualora la riparazione primaria non dia luogo a un ritorno dell’ambiente alle condizioni originarie, si intraprenderà la riparazione complementare e quella compensativa. Quindi sempre secondo la sentenza in esame: una volta messo al centro del sistema il ripristino ambientale, emerge con forza l’esigenza di una gestione unitaria: un intervento di risanamento frazionato e diversificato, su base “micro territoriale”, oltre ad essere incompatibile sul piano teorico con la natura stessa della qualificazione della situazione soggettiva in termini di potere (funzionale), contrasterebbe con l’esigenza di una tutela sistemica del bene; tutela che, al contrario, richiede sempre più una visione e strategie sovranazionali, come posto in evidenza, oltre che dalla disciplina comunitaria, dall’ultima Conferenza internazionale sul clima tenutasi a Parigi nel 2015, secondo quanto previsto dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
È in questo contesto normativo e giurisprudenziale che si inserisce la nuova disciplina del potere di agire in via risarcitoria (d.lgs. n. 152 del 2006),
All’esigenza di unitarietà della gestione del bene “ambiente” non può infatti sottrarsi la fase risarcitoria. Essa, pur non essendo certo qualificabile come amministrativa, ne costituisce il naturale completamento, essendo volta a garantire alla istituzione su cui incombe la responsabilità del risanamento, la disponibilità delle risorse necessarie, risorse che hanno appunto questa specifica ed esclusiva destinazione.
La questione appare inutile considerata la evoluzione della normativa in materia. In particolare il comma 3-ter dell'aricolo 6 del DLgs 152/2006 recita: “3-ter. Per progetti di opere e interventi da realizzarsi nell'ambito del Piano regolatore portuale, già sottoposti ad una valutazione ambientale strategica, e che rientrano tra le categorie per le quali è prevista la Valutazione di impatto ambientale, costituiscono dati acquisiti tutti gli elementi valutati in sede di VAS o comunque desumibili dal Piano regolatore portuale.
Qualora il Piano regolatore Portuale ovvero le rispettive varianti abbiano contenuti tali da essere sottoposti a valutazione di impatto ambientale nella loro interezza secondo le norme comunitarie, tale valutazione è effettuata secondo le modalità e le competenze previste dalla Parte Seconda del presente decreto ed è integrata dalla valutazione ambientale strategica per gli eventuali contenuti di pianificazione del Piano e si conclude con un unico provvedimento.”
Come si vede la norma prevede soprattutto nel secondo capoverso:
1. Ai PRP si applica la VAS ordinaria e non la semplice verifica compresi le varianti ai PRP esistenti
2. Se il PRP è sottoposto anche a VIA per le singole opere in esso previste (es. nuove banchine) allora si può fare un procedimento unico VAS e VIA con un provvedimento unico.
Come funzionano le competenze in questo caso ma anche nel caso in cui ci sia solo la VAS sul PRP senza la VIA su progetti e opere?
La VAS è comunque di competenza della Regione perché secondo i commi 1 e 2 dell’articolo 7 del DLgs 152/2006:
“1. Sono sottoposti a VAS in sede statale i piani e programmi di cui all'articolo 6, commi da 1 a 4, la cui approvazione compete ad organi dello Stato.
2. Sono sottoposti a VAS secondo le disposizioni delle leggi regionali, i piani e programmi di cui all'articolo 6, commi da 1 a 4, la cui approvazione compete alle regioni e province autonome o agli enti locali.”
Il PRP anche per i porti di interesse nazionali come quelli liguri di Savona, Genova, Spezia deve essere approvato dalla Regione, anzi per essere precisi dal Consiglio Regionale, dopo lo svolgimento della VAS. Questo è previsto dal comma 3 articolo 5 della legge quadro sui porti 84/1994
Come deve svolgersi la procedura di VAS nel caso in cui sia integrata dalla VIA?
Forse il Presidente non è a conoscenza del fatto che MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE (MATTM) - DIREZIONE GENERALE PER LE VALUTAZIONI AMBIENTALI - DIVISIONE VAS - MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI (MI.BAC) DIREZIONE GENERALE PER IL PAESAGGIO, LE BELLE ARTI, L'ARCHITETTURA E L'ARTE CONTEMPORANEE - SERVIZIO IV - TUTELA E QUALITÀ DEL PAESAGGIO - ISTITUTO SUPERIORE PER LA PROTEZIONE AMBIENTALE (ISPRA) - REGIONI E PROVINCE AUTONOME, nel 2011 hanno firmato un protocollo intitolato “VIA – VAS proposta per il coordinamento e l’integrazione delle procedure” che al capitolo 2 prevede: “ipotesi di una procedura VIA – VAS integrata per i piani regolatori portuali”.
Ebbene per farla breve questo documento, firmato anche dalle Regioni a pagina 8 punto 1.1 afferma: “ la comunicazione da parte dell’Autorità Portuale, in qualità di autorità proponente per la VIA e di autorità procedente per la VAS, al MATTM, in qualità di autorità competente per la VIA statale, al MiBAC, in qualità di autorità concertante con il MATTM per la VIA statale, e alla Regione, in qualità di autorità competente per la VAS regionale, di voler dare avvio ad una procedura di Procedura integrata VIA - VAS.”
Il fatto che questa procedura integrata secondo gli indirizzi di questo Protocollo si conclude con un provvedimento unico del ministero dell’Ambiente è un fatto meramente formale di semplificazione perché la Regione in quanto Autorità Competente della VAS è responsabile della istruttoria della stessa e le conclusioni della VAS saranno integrate con quelle sulla VIA dentro il provvedimento unico.
Proprio la trasversalita' della materia implica l'esistenza di «competenze diverse che ben possono essere regionali», con la conseguenza che allo Stato sarebbe riservato solo «il potere di fissare standards di tutela uniformi sull'intero territorio nazionale, senza peraltro escludere in questo settore la competenza regionale alla cura di interessi funzionalmente collegati con quelli propriamente ambientali» (sentenza n. 407 del 2002). Successivamente, peraltro, questa Corte ha chiarito che alle Regioni non e' consentito apportare deroghe in peius rispetto ai parametri di tutela dell'ambiente fissati dalla normativa statale (ex plurimis sentenza n. 300 del 2013, secondo cui «la giurisprudenza costituzionale e' costante nell'affermare che la "tutela dell'ambiente" rientra nelle competenze legislative esclusive dello Stato e che, pertanto, le disposizioni legislative statali adottate in tale ambito fungono da limite alla disciplina che le Regioni, anche a statuto speciale, dettano nei settori di loro competenza, essendo ad esse consentito soltanto eventualmente di incrementare i livelli della tutela ambientale, senza però compromettere il punto di equilibrio tra esigenze contrapposte espressamente individuato dalla norma dello Stato»). “
Intanto la dizione andrebbe chiarita. Per servizi di tutela ambientale si intende l’organizzazione amministrativa della Regione in materia? Se è così il punto di questo obiettivo è coordinarli con la attività della Agenzia in chiave innovativa.
Qui con tutto il rispetto per la buona fede di chi ha scritto questo “obiettivo” occorre rilevare che si è persa una occasione fondamentale per il potenziamento della autonomia non della Regione ma della Agenzia questione centrale per un modello di governo delle politiche ambientali fondato sulla reale terzietà tra controllori e controllati.
Li gli emendamenti presentati da 5stelle sono stati tutti sonoramente bocciati dalla maggioranza senza neppure discuterli seriamente. Questi emendamenti si fondavano sui seguenti principi ineludibili per una riforma adeguata del sistema agenzia anche tenendo conto delle esperienze innovative di altre Regioni:
Questioni da affrontare nella riforma dell'Arpal
La terzietà delle istruttorie che portano ai processi decisionali in particolare quelli strategici (VIA, VAS, AIA)
La distinzione tra funzioni di autorizzazione e controllo
Le funzioni di Polizia Giudiziaria delle ARPA
Si veda il via libera del Governo alla legge regionale Toscana n.12/2013, con la quale sono state definite le modalità di riconoscimento di tale ruolo per il personale di controllo dell’Agenzia. Il Consiglio dei Ministri, nella sua riunione del 24 maggio,ha deciso di non esprimere rilievi nei confronti della legge regionale Toscana n.12/2013 che ha aggiunto all’art.35 “Disposizioni sul personale addetto alle attività di ispezione e vigilanza” della legge 30/2009 che disciplina il funzionamento dell’Agenzia, il seguente comma: “1 bis. Nell’organizzazione dei compiti di cui al comma 1, il direttore generale, con atto di natura ricognitiva, individua il personale che, nell’ambito delle attività di ispezione e vigilanza di cui all’articolo 7 , dalle quali consegue l’accertamento di illeciti ambientali, svolge funzioni di ufficiale di polizia giudiziaria ai sensi della normativa statale vigente.”
Con questo provvedimento legislativo la Regione Toscana aveva inteso chiarire taluni pareri strumentalizzati, da alcune strutture regionali, che avevano messo in discussione la possibilità per l’Agenzia di riconoscere il ruolo di ufficiali di polizia giudiziaria al proprio personale che svolge attività di controllo ambientale sul territorio. La decisione del Governo ha quindi sancito questa possibilità, dando quindi un importante contributo al rafforzamento del ruolo dell’Agenzia nell’assicurare il rispetto delle normative ambientali
Linee di riorganizzazione delle Arpa
La riorganizzazione dell’Arpal deve rispondere a queste esigenze che nascono da le seguenti necessità:
1. Svolgere istruttorie efficaci per produrre decisioni meno contestabili nel merito
2. Garantire trasparenza e indipendenza nella elaborazione dei dati, analisi che portano alle decisioni. Le Agenzie dovranno inoltre diventare il luogo degli “Osservatori”: dovranno essere in grado di rappresentare i luoghi della conoscenza, ma anche i punti di incontro e confronto delle strategie settoriali, base per l'elaborazione delle politiche settoriali, luoghi di confronto con i portatori di interesse.
3. Migliorare il sistema dei controlli pubblici rendendolo indipendente dal livello sia istruttorio che decisionale
4. Introdurre la prevenzione sanitaria come elemento costitutivo realizzando un reale coordinamento tra strutture Arpal e strutture prevenzione asl.
5. avere reale autonomia finanziaria programmabile sulla lunga scadenza e non sulla base di programmi annuali decisi dal livello politico regionale.
Fondamento giuridico istituzionale di quanto sopra indicato: nella evoluzione della normativa ambientale di ultima generazione: VIA, VAS, AIA
- superamento dell’approccio settoriale nella tutela ambientale ;
- passare all’approccio preventivo ed integrato per tutelare l’ambiente nel suo complesso ;
- passare dalle autorizzazioni di settore ad un sistema di autorizzazione distinte per categorie di attività e di sostanze emesse ;
- introduzione di un legame tra i valori di emissione ex legge la specificità del sito interessato in termine di prescrizioni specifiche derivanti dai dati sul territorio oltre che dal sistema integrato dei controlli
Quindi: Arpal, proprio per le sue caratteristiche di ente autonomo ed interno alla rete del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente come disciplinato dalla legge 132/2016, può costituire il soggetto tecnico scientifico a supporto dell’integrazione e unificazione delle autorizzazioni e procedure in sede politico amministrativa.
La sentenza della Corte Costituzionale sulla natura e funzioni delle Arpa
Quanto sopra in coerenza con quanto scritto nella sentenza della Corte Costituzionale n. 132 del 2017 sulla natura delle Arpa e sulla loro necessaria autonomia dal livello politico amministrativo. Afferma la sentenza di cui si riportano i passi essenziali:
“il sistema organizzativo e funzionale delineato dalle nuove disposizioni sui controlli ambientali e sull'istituzione dell'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente appare nel suo complesso diretto ad innovare profondamente la disciplina del settore. Il nuovo assetto normativo segue principi che vedono enucleate le funzioni tecnico-scientifiche, di consulenza e controllo, da tenere separate dall'amministrazione attiva e da esercitare ai distinti livelli, statale e provinciale (o regionale), mediante apposite agenzie, dotate di autonomia» (sentenza n. 356 del 1994).
Va ricordato che la legge 28 giugno 2016, n. 132 (Istituzione del Sistema nazionale a rete per la protezione dell'ambiente e disciplina dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), al dichiarato fine di «assicurare omogeneità ed efficacia all'esercizio dell'azione conoscitiva e di controllo pubblico della qualità dell'ambiente a supporto delle politiche di sostenibilità ambientale e di prevenzione sanitaria a tutela della salute pubblica», ha istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione dell'ambiente, del quale fanno parte l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e le ARPA, rispetto alle quali e' stata ribadita la natura tecnica delle attività da esse svolte.
Qui occorre dire che già la legge regionale 18/1999 articolo 10 prevede tra gli altri i seguenti compiti della Regione:
L’articolo 23 della legge regionale 18/1999 in materia di rifiuti prevede tra le altre la funzione regionale relativa: "c) l'emanazione di atti straordinari per sopperire a situazioni di necessità o di urgenza l’articolo 47 della legge regionale 18/1999 prevede poteri sostitutivi e commissari ad acta per i piani rifiuti di ambito".
Peraltro sul rapporto con enti sub regionali è da tempo dimenticato l’articolo 118 della Costituzione che prevede :” Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze “ . Quindi si afferma una regola generale le funzioni ai Comuni per cui si dovrà ritenere possibile una vera e propria amministrazione statale solo per le materie di competenza legislativa esclusiva, mentre nelle materie di competenza concorrente e per tutte le altre individuate con clausola generale residuale a favore di regioni ed enti locali si deve ritenere esistente una vera e propria riserva di amministrazione regionale e locale.
La questione va vista alla luce della giurisprudenza costituzionale in materia : sentenza n. 32 del 2015 (su legge regionale ligure ato idrico), sentenza Corte Costituzionale n°160 del 2016 Obbligo, per gli enti locali, di adesione agli enti di governo degli ambiti o bacini territoriali ottimali, istituiti per l'organizzazione dei servizi stessi Esercizio di poteri sostitutivi da parte del Presidente della Regione in caso di inosservanza. -
1. Nel rispetto dei criteri di cui al comma 2 e tenuto conto del quadro comune da rispettare di cui all’allegato 3 alla presente parte sesta, il soggetto nei cui confronti il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha avviato le procedure di bonifica e di riparazione del danno ambientale di siti inquinati di interesse nazionale ai sensi dell’articolo 18 della legge 8 luglio 1986, n. 349, dell’articolo 17 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, nonché ai sensi del titolo V della parte quarta e della parte sesta del presente decreto, ovvero ha intrapreso la relativa azione giudiziaria, può formulare una proposta transattiva.
Come coinvolgere investitori privati nella bonifica dei siti inquinati
1. Dal 2005 è in vigore una norma contenuta nel comma 434 della legge finanziaria 2006 che prevede, al fine di consentire nei siti di bonifica di interesse nazionale (vedi Pitelli) la realizzazione degli interventi di messa in sicurezza d'emergenza - caratterizzazione - bonifica e ripristino ambientale delle aree inquinate per le quali sono in atto procedure fallimentari, siano sottoscritti accordi di programma tra il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, la regione, le province, i comuni interessati con i quali sono individuati la destinazione d'uso delle suddette aree, anche in variante allo strumento urbanistico, gli interventi da effettuare, il progetto di valorizzazione dell'area da bonificare, incluso il piano di sviluppo e di riconversione delle aree, e il piano economico e finanziario degli interventi, nonché le risorse finanziarie necessarie per ogni area, gli impegni di ciascun soggetto sottoscrittore e le modalità per individuare il soggetto incaricato di sviluppare l'iniziativa.
2. la legge finanziaria 2007 che al comma 996 articolo 1 che ha permesso di effettuare il dragaggio e la bonifica, contemporaneamente, superando la necessità di bonificare le aree più inquinate e la verifica del collegamento tra le diverse aree inquinate del sistema golfo. Ovviamente invece che usare in positivo questa norma a Spezia è stata usata per produrre il disastro che sappiamo ma questo non significa che non si possa farne nel futuro un uso corretto.
3. Articolo 252 bis al DLgs 152/2006 (c.d. Testo Unico Ambientale) che, in deroga alle procedure di bonifica ordinarie, prevede la individuazione di siti di interesse pubblico ai fini dell'attuazione di programmi ed interventi di riconversione industriale e di sviluppo economico produttivo, contaminati da eventi antecedenti al 30 aprile 2006, praticamente tutti i siti industriali inquinati visto che il 2006 è una data piuttosto vicina al presente. Peraltro questa norma è contenuta nell’articolo 10 della attuale LR 10/2009 che ha sostituito la LR 18/1999 sopra citata. In particolare la norma regionale del 2009 prevede che insieme con il progetto di bonifica sia già definita la destinazione urbanistica dell’area.
4. Legge 13/2009 che, all’articolo 2 prevede una procedura alternativa a quella definita dalla legislazione vigente in materia di copertura di oneri di bonifica e risarcimento danno ambientale nei siti di bonifica di interesse nazionale. Questa norma deve però rispettare nella sua attuazione il principio fondamentale della riduzione in pristino (cioè del riportare l'area da bonificare allo stato precedente all’inquinamento) altrimenti andrebbe in contrasto con la Direttiva sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e e riparazione del dannoambientale.
5. Decreto legge c.d. Salva Italia (comma 5 articolo 40 Decreto Legge 201/2011 ). La norma prevede la possibilità di effettuare la bonifica di siti inquinati di livello regionale (quindi ora anche per il sito di Pitelli declassato a livello locale) in modo che il progetto di bonifica possa essere articolato per fasi progettuali distinte al fine di rendere possibile la realizzazione degli interventi per singole aree o per fasi temporali successive. Inoltre sempre al comma 9 dell’articolo 242 del DLgs 152/2006 viene aggiunta la possibilità di autorizzare interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e di messa in sicurezza degli impianti e delle reti tecnologiche, purché non compromettano la possibilità di effettuare o completare gli interventi di bonifica che siano condotti adottando appropriate misure di prevenzione dei rischi.Concetto ulteriormente rafforzato con la legge 27/2012 per il dragaggio nei siti di bonifica nazionale proprio come quello di Pitelli: norma finalizzata chiaramente a favorire e semplificare le procedura di autorizzazione dei dragaggi per i porti commerciali.
6. l’articolo 57 del Decreto Legge semplificazioni (convertito con Legge 35/2012) al comma 9 ha previsto che: “9. Nel caso di attività di reindustrializzazione dei siti di interesse nazionale, i sistemi di sicurezza operativa già in atto possono continuare a essere eserciti senza necessità di procedere contestualmente alla bonifica, previa autorizzazione del progetto di riutilizzo delle aree interessate, attestante la non compromissione di eventuali successivi interventi di bonifica”, quindi non c’è bisogno di bonifica se l’obiettivo è quello della reindustrializzazione del sito inquinato limitandosi solo a chiedere di garantire un non peggioramento dell’inquinamento.
7. articolo 4 legge 9/2014: accordi di programma delle istituzioni pubbliche con uno o più proprietari di aree contaminate o altri soggetti interessati ad attuare progetti integrati di messa in sicurezza o bonifica, e di riconversione industriale e sviluppo economico in siti di interesse nazionale promuovere il riutilizzo di tali siti in condizioni di sicurezza sanitaria e ambientale, e di preservare le matrici ambientali non contaminate. L’accordo di programma prevederà, tra l’altro, anche l’entità dei contributi pubblici alla bonifica dei siti interessati. L'attuazione da parte dei soggetti interessati degli impegni di messa in sicurezza, bonifica, monitoraggio, controllo e relativa gestione, e di riparazione, individuati dall'accordo di programma esclude per tali soggetti ogni altro obbligo di bonifica e riparazione ambientale e fa venir meno l'onere reale per tutti i fatti antecedenti all'accordo medesimo. La revoca dell'onere reale per tutti i fatti antecedenti all'accordo di programma previsto dalle misure volte a favorire la realizzazione delle bonifiche dei siti di interesse nazionale è subordinata, nel caso di soggetto interessato responsabile della contaminazione, al rilascio della certificazione dell'avvenuta bonifica e messa in sicurezza dei siti inquinati ai sensi dell'articolo 248. Nel caso di soggetto interessato responsabile della contaminazione, i contributi e le misure non potranno riguardare le attività di messa in sicurezza, di bonifica e di riparazione del danno ambientale di competenza dello stesso soggetto, ma esclusivamente l'acquisto di beni strumentali alla riconversione industriale e allo sviluppo economico dell'area.
8. comma 9 articolo 13 del Decreto Legge 91/2014 che estende l’utilizzo delle somme stanziate dal fondo previsto dalla legge di stabilità 2014 (combinato disposto commi 6 e 7 articolo 1) non solo ai siti di bonifica di interesse nazionale ma anche a quelli che contengano inquinamento da amianto.
9. Legge 23 dicembre 2014, n. 90 (legge di stabilità 2015) al comma 551 articolo 1 prevede:"Nei siti inquinati, nei quali sono in corso o non sono ancora avviate attività di messa in sicurezza e di bonifica, possono essere realizzati interventi e opere richiesti dalla normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, di manutenzione ordinaria e straordinaria di impianti e infrastrutture, compresi adeguamenti alle prescrizioni autorizzative, nonché opere lineari necessarie per l'esercizio di impianti e forniture di servizi e, più in generale, altre opere lineari di pubblico interesse a condizione che detti interventi e opere siano realizzati secondo modalità e tecniche che non pregiudicano ne' interferiscono con il completamento e l'esecuzione della bonifica, né determinano rischi per la salute dei lavoratori e degli altri fruitori dell'area".
10. Decreto direttoriale 18 maggio 2015 che fissa modalità e termini di presentazione delle istanze di concessione del credito d’imposta per le imprese sottoscrittrici di accordi di programma nei Siti inquinati di interesse nazionale. Si veda anche il Comunicato del Ministero dello Sviluppo Economico QUI.
11. Legge 28 dicembre 2015, n. 221 ha introdotto l'articolo 306-bis al DLgs 152/2006 (T.U. ambientale) che disciplina una procedura di transazione tra soggetti impegnati nella bonifica e Ministero dell'Ambiente che:
b) ove sia formulata per la riparazione compensativa, tiene conto del tempo necessario per conseguire l’obiettivo della riparazione primaria o della riparazione primaria e complementare;
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