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Timestamp: 2019-12-07 10:42:35+00:00

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Condominio, il conflitto d'interessi deve essere provato - Agefis News
Condominio, il conflitto d'interessi deve essere provato
L'amministratore di condominio può esercitare i poteri del delegato, esprimendo la volontà di condòmini assenti che gli hanno conferito formale delega, in occasione dell'assemblea
Non sussiste, infatti, conflitto di interessi, salvo che ciò venga debitamente provato, nella fattispecie concreta, da parte dei condòmini che abbiano subito l'eventuale violazione dei propri diritti dominicali. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 1662, ha statuito ciò, rigettando il ricorso che era stato proposto da due condòmini avverso la sentenza emessa dalla Corte d'appello di Milano. Va precisato che a seguito della riforma della disciplina del condominio, datata 2012, l'articolo 67, comma 5, delle disposizioni di attuazione del codice civile prevede che all'amministratore non possono essere conferite deleghe per la partecipazione a qualunque assemblea.
La controversia aveva preso le mosse a seguito del ricorso depositato, dinnanzi al tribunale meneghino, da due coniugi assenti che avevano impugnato le delibere assunte dall'assemblea del condominio. Il giudice di primo grado rilevò la tardiva impugnazione poiché i provvedimenti impugnati, eventualmente, erano affetti da rilevanti vizi di annullabilità e, non già, da violazioni di legge che avrebbero potuto sfociare nelle ipotesi di nullità. Proposero, quindi, gravame i consorti e il giudice di secondo grado rigettò l'appello, confermando che le delibere impugnate erano, eventualmente, affette da vizi di annullabilità, in quanto era stata denunciata, in particolare, l'irregolare costituzione dell'assemblea e l'illegittimo computo dei voti. La Corte distrettuale aveva, peraltro, evidenziato che avrebbe dovuto essere onere degli appellanti dare prova dell'effettiva tardiva conoscenza della comunicazione delle determinazioni assunte dall'assemblea, a seguito della consegna del plico postale al portiere e non agli stessi.
La questione giuridica principale
I consorti deducono la violazione della norma prevista dall'art. 1137 cod. civ. poiché, a loro dire, erroneamente la Corte distrettuale ha ritenuto che i vizi dedotti con il ricorso originario configurassero annullabilità delle delibere e, non già, nullità. Infatti, secondo i ricorrenti, i vizi denunciati in ricorso originario rappresentavano ipotesi di nullità poiché atterrebbero a violazioni sostanziali e, non già, meramente formali e pertanto incidenti sui loro diritti dominicali. I giudici di piazza Cavour rilevano che i ricorrenti lamentano violazioni afferenti la costituzione dell'assemblea e la regolarità della votazione delle delibere in quanto contestano la circostanza concreta che l'amministratore abbia votato anche per condòmini assenti, con deleghe non valide. In particolare, i ricorrenti hanno evidenziato una situazione di conflitto d'interessi in capo all'amministratore in relazione alla sua posizione anche di delegato dei condòmini assenti.
Gli ermellini sottolineano, però, che tale situazione si configura propriamente «quando il soggetto, in posizione particolare quale rappresentante, curi interesse proprio invece di quello del suo mandante». Nella concreta fattispecie, la sentenza evidenzia che l'amministratore aveva espresso il voto per i condòmini assenti sicché non palesava la sua volontà personale, bensì era portatore della volontà altrui. Pertanto, partendo da tale assunto, la motivazione della sentenza riflette che «il conflitto d'interesse appare configurarsi soltanto se l'amministratore non ebbe a esprimere esattamente la volontà lui demandata dal mandante», il quale potrà, eventualmente, lamentare elementi estranei al rapporto di mandato.
Per la Cassazione: nella specie non appare profilarsi situazione omologa a quella in tema di società di capitali laddove l'amministratore ne esprime la volontà, poiché viene unicamente dedotto che l'amministratore condominiale non poteva utilizzare la delega ricevuta dai condòmini assenti concorrendo conflitto d'interesse, senza nemmeno una chiara identificazione circa l'essenza in concreto del denunciato conflitto. Il Supremo collegio sancisce che «o viene dedotto e comprovato dal denunziante che l'amministratore ha espletato in assemblea, quale delegato, attività di convincimento di altri condòmini presenti ovvero espresso voto in difformità rispetto alla volontà lui affidata dal delegante, oppure il conflitto d'interesse con l'ente condominiale deve essere individuato in capo al condòmino rappresentato». Ma, come sottolineano gli ermellini, in entrambe le situazioni concrete si realizza mero vizio procedimentale nella formazione della volontà assembleare, vizio che, quindi, può dare origine a mera annullabilità, non intaccando i diritti dominicali del singolo condòmino. La Cassazione ricorda, inoltre, che a seguito del giudicato formatosi in omologa lite di impugnazione delle delibere adottate dall'assemblea condominiale con le medesime modalità di votazione, rimane fissata la regola valida per detto condominio circa le modalità da osservarsi per la votazione anche per il futuro. E l'inosservanza di detta regola importa violazione di legge o regolamento, quindi vizio di annullabilità.
Le altre questioni affrontate nella sentenza
Gli ermellini non avevano riconosciuto anche la violazione di legge dedotta dai ricorrenti circa la presunta erronea interpretazione fornita dalla Corte d'appello sulla domanda avanzata, risultando contrastante con il giudicato cristallizzatosi in relazione al decisum portato da altra sentenza della medesima Corte d'appello di Milano.
I giudici di piazza Cavour rilevano che, formalmente, trattandosi di deliberazioni diverse non si verifica la necessaria coincidenza dell'oggetto immediato dei due diversi procedimenti. Tuttavia, la decisione della Corte territoriale passata in giudicato, riguardando deliberazioni del medesimo condominio ritenute invalide in base a ragioni omologhe a quelle denunciate nel giudizio in oggetto, assume rilievo ponendo regola specifica per il condominio in questione circa l'interpretazione del relativo regolamento sul punto specifico. E la corte territoriale aveva puntualmente esaminato la questione circa la natura dell'invalidità rilevata dal giudice di prime cure nella decisione già passata in giudicato e concluso motivatamente che la statuizione era di annullamento e, non già, di nullità poiché comunque era stata rilevata la lesione circa la regolarità della costituzione dell'assemblea e della votazione. Situazioni queste pacificamente ritenute dalla Suprema Corte come vizi importanti di annullabilità e non invece di nullità. A detta motivata statuizione, i ricorrenti contrappongono la loro interpretazione del dictum portato nella decisione passata in giudicato; interpretazione che, tuttavia, non supera quanto stabilito dai giudici del merito poiché comunque i vizi rilevati configurano una violazione della norma regolamentare o legale che regola la convocazione dell'assemblea e le modalità di votazione, quindi mero vizio procedimentale e non già sostanziale incidente su diritti dominicali. In tal senso, quanto deciso nella sentenza in giudicato resa dalla Corte d'appello lombarda, invocata dai ricorrenti, non incide sulla statuizione oggetto d'esame poiché questo fissa, anche per il futuro, la corretta interpretazione da assegnare alla norma regolamentare, circa le modalità di convocazione dell'assemblea e di votazione, ma comunque la lesione di dette regole configura sempre e solo vizio di annullabilità. I ricorrenti, peraltro, avevano lamentato anche la violazione della norma contenuta nell'articolo 7 della legge 890/82 in tema di notificazione a mezzo posta, poiché nella relata dell'addetto postale di recapito non risulta essere stato dato conto delle ricerche dei destinatari effettuate prima di consegnare i plichi al portiere, come imposto dall'invocata disposizione legislativa. Ma anche in tal caso la Cassazione ha rilevato l'infondatezza della censura, apparendo la stessa manifesta in quanto i ricorrenti intendono applicare alla comunicazione, prevista dalla legge, delle deliberazioni assembleari ai condòmini assenti la disciplina propria delle notificazioni a mezzo posta, mentre la comunicazione avviene a mezzo mero plico raccomandato postale e non già mediante notificazione.
Quindi, anche in questa ipotesi, la statuizione sul punto adottata dalla Corte d'appello appare corretta.

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