Source: https://giurisprudenzaamministrativa.com/2018/09/12/porto-darmi-se-intervenuta-la-riabilitazione-viene-meno-lautomatico-diniego-per-i-reati-ostativi-ex-art-43-del-tulps/
Timestamp: 2020-03-29 12:32:09+00:00

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Porto d’armi: se intervenuta la riabilitazione, viene meno l’automatico diniego per i reati ostativi ex art. 43 del TULPS. – Giurisprudenza amministrativa
Il Tar Piemonte con la sentenza n. 976/2018 ha recentemente affermato che viene meno l’automatico diniego del porto d’armi se per il reato, anche se previsto tra quelli ostativi ex art. 43 del TULPS, è intervenuta la riabilitazione. In tal caso, l’Amministrazione è dunque tenuta a esercitare la propria discrezionalità, argomentano e bilanciando gli interessi emergenti nel caso concreto.
N. 00976/2018 REG.PROV.COLL.
N. 00344/2018 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 344 del 2018, proposto da:
-OMISSIS-, rappresentato e difeso dagli avvocati Vittorio Barosio, Serena Dentico e Raimondo Zappia, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Vittorio Barosio in Torino, corso Galileo Ferraris 120;
MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato -OMISSIS-, domiciliata in Torino, via Arsenale, 21;
1. del provvedimento del Questore -OMISSIS- del 16.11.2017, Cat. 6.F/2017 (notificato il 23.1.2018), con cui è stata respinta l’istanza del sig. -OMISSIS- volta ad ottenere il “rinnovo della licenza di porto di fucile per uso caccia” concessagli dal Questore medesimo nel 2011;
2. solo per quanto possa mai occorrere:
a) della Circolare del Ministero dell’Interno del 28.11.2014, n. 557LEG/22500 (citata nella premessa del provvedimento di cui al n. 1), con cui è stato “richiama[to] il parere reso dal Consiglio di Stato, il 16 luglio 2014, in ordine all’interpretazione dell’articolo 43 T.U.L.P.S.”, ed è stato “specifica[to] che il Supremo Consesso ha affermato … che, a fronte della sussistenza dei reati indicati dal comma 1 dell’art. 43, non residua alcuna discrezionalità in ordine al rifiuto o alla revoca delle licenze” di porto d’armi previste dalla norma stessa;
b) della Circolare del Ministero dell’Interno del 2.8.2016, n. 557LEG/22500 (citata sempre nella premessa del provvedimento di cui al n. 1), con cui è stato “[reso] noto il parere reso dalla prima Sezione del Consiglio di Stato nell’adunanza del 6 luglio 2016, che [ha affermato] che ‘a chi è stato condannato per i reati previsti … dal citato art. 43 non può essere rilasciata, e deve essere revocata se sia stata rilasciata, la licenza di porto d’armi senza che possa avere rilievo la conseguita riabilitazione’”;
c) della Circolare del Ministero dell’Interno del 31.8.2017, n. 557PAS/U/012843/10100.A (1) (citata sempre nella premessa del provvedimento di cui al n. 1), nella quale è stato “[ribadito] … che ‘per i reati considerati dall’art. 43, primo comma, TULPS, – in assenza di una espressa previsione di legge – il sopravvenire della riabilitazione è inidoneo a rimuovere le conseguenze negative derivanti dalla condanna per le categorie di reati ivi indicate, che quindi conserva la sua natura di situazione automaticamente ostativa’” al rilascio del porto d’armi.
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 10 luglio 2018 il dott. Ariberto Sabino Limongelli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
1. Il sig. -OMISSIS-, agente di Polizia Municipale a far data dal 1998 e attualmente in servizio presso il Comando di Polizia Municipale del Comune di -OMISSIS- con il grado di Commissario, nel 1988 era condannato dalla Corte di Assise d’Appello -OMISSIS- alla pena di anni due di reclusione e 700.000 Lire di multa per i reati di rapina, partecipazione a banda armata e detenzione illegale di armi e munizioni, in concorso con altri. Nel 1994 otteneva la riabilitazione per la suddetta condanna, con ordinanza del Tribunale di Sorveglianza -OMISSIS- del 10 giugno 1994. Nel 1996 partecipava al concorso per vigile urbano, vincendolo. Nel 1998 otteneva dal Prefetto -OMISSIS-, con decreto del 21 maggio 1998, la qualifica di Agente di Pubblica Sicurezza, in forza della quale era autorizzato dal Sindaco di -OMISSIS- a portare in via continuativa la pistola in dotazione per le esigenze di servizio; autorizzazione confermata, da ultimo, con provvedimento sindacale del 3 gennaio 2018, con validità per tutto il 2018.
2. Nell’anno 2011 il sig. -OMISSIS- otteneva dal Questore della Provincia -OMISSIS- la licenza di porto di fucile per uso caccia, valida per sei anni, secondo quanto previsto dall’art. 22 comma 9 della L. n. 157 del 1992. Nel 2017, alla scadenza del suddetto periodo di sei anni, il sig. -OMISSIS- chiedeva al Questore il rinnovo della licenza. Il Questore -OMISSIS-, con provvedimento del 16 novembre 2017 notificato il 23 gennaio successivo, negava tale rinnovo, sulla base delle seguenti considerazioni:
– rilevava che la condanna riportata dal richiedente nel 1988 per i reati di rapina, partecipazione a banda armata e detenzione illegale di armi e munizioni è ostativa ex lege al rilascio della licenza del porto d’armi, alla luce di quanto previsto dall’art. 43 comma 1 TULPS;
– richiamava il contenuto di tre circolari del Ministero dell’Interno (in date 28 novembre 2014, 2 agosto 2016 e 31 agosto 2017) nelle quali si richiamano i pareri del Consiglio di Stato del 16 luglio 2014 e del 6 luglio 2016 secondo cui in presenza di condanne a pena detentiva per i reati indicati nell’art. 43 comma 1 del TULPS, il rifiuto o la revoca del porto d’armi costituiscono atti dovuti, non residuando alcuna discrezionalità in capo all’Autorità di Pubblica Sicurezza, e pure “il sopravvenire della riabilitazione è inidoneo a rimuovere le conseguenze negative derivanti dalla condanna per le categorie di reati ivi indicate, che quindi conserva la sua natura di situazione automaticamente ostativa”.
3. Con ricorso notificato il 24-28 marzo 2018 e ritualmente depositato, il sig. -OMISSIS- ha impugnato dinanzi a questo TAR sia il provvedimento di diniego di rinnovo del porto di fucile, sia le presupposte circolari ministeriali, e ne ha chiesto l’annullamento sulla base di due motivi, con i quali ha lamentato vizi di violazione di legge con riferimento all’art. 43 comma 1 del TULPS e di eccesso di potere per irrazionalità manifesta e difetto di istruttoria e di motivazione; in particolare:
– ha rilevato l’irragionevolezza del diniego impugnato, tenuto conto della risalenza nel tempo della condanna penale (30 anni fa), e comunque della successiva riabilitazione (concessa 24 anni fa) in forza della quale il ricorrente ha potuto partecipare e vincere il concorso per vigile urbano e conseguire, successivamente, la qualifica di agente di PS con autorizzazione a portare in via continuativa la pistola di ordinanza per le esigenze di servizio; da allora nulla è cambiato, e il ricorrente ha persino conseguito numerosi riconoscimenti ed encomi per la particolare dedizione e abnegazione nel servizio, a dimostrazione della propria affidabilità; tant’è vero che la stessa Questura -OMISSIS-, nel 2011, ha rilasciato al ricorrente la licenza di porto di fucile ad uso caccia, evidentemente ritenendo che l’intervenuta riabilitazione fosse tale da escludere il carattere automaticamente ostativo della condanna ex art. 43 TULPS;
– più in generale, ha citato un orientamento giurisprudenziale in forza del quale, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 43 TULPS, in presenza della riabilitazione la condanna per uno dei reati di cui all’art. 43 comma 1 TULPS perde il suo carattere automaticamente ostativo e impone all’Autorità di Pubblica sicurezza di valutare discrezionalmente la sussistenza dei requisiti di affidabilità del richiedente;
– in via subordinata, ha eccepito l’illegittimità costituzionale dell’art. 43 TULPS per violazione degli artt. 3 e 2 della Costituzione;
– ha rilevato anche il carattere intrinsecamente contraddittorio del provvedimento impugnato, dal momento che in forza di questo il ricorrente verrebbe privato della possibilità di portare il fucile per andare a caccia, mentre allo stesso tempo, per ragioni di servizio, egli può portare una pistola in via continuativa da utilizzare ove necessario anche nei confronti di persone;
– ha rilevato, infine, la contraddittorietà del provvedimento impugnato anche sotto altro profilo, evidenziando come la stessa Questura abbia assunto due provvedimenti opposti a distanza di sette anni (il rilascio del porto di fucile e il successivo diniego di rinnovo) senza che nulla sia mutato nella situazione di fatto, sulla scorta esclusivamente di una diversa interpretazione della norma applicabile.
4. Il Ministero dell’Interno si è costituito in giudizio depositando documentazione e resistendo al ricorso con memoria difensiva.
5. Con successivo atto depositato il 26 aprile 2018 e notificato il 2 maggio successivo, la difesa di parte ricorrente ha rinunciato all’impugnazione delle circolari ministeriali, al fine di evitare un’eventuale declinatoria di competenza in favore del TAR Lazio, rilevando peraltro la possibilità per il giudice adito di provvedere alla disapplicazione d’ufficio delle circolari medesime; nel merito, ha richiamato alcune recenti pronunce del giudice amministrativo, più propense ad una interpretazione meno rigida dell’art. 43 comma 1 TULPS in presenza di “casi particolari”, in applicazione del principio di ragionevolezza (Cons. Stato, sez. III, 30 marzo 2017 n. 5313; TAR Torino, I, n. 839/2016).
6. All’udienza in camera di consiglio dell’8 maggio 2018, la difesa di parte ricorrente ha rinunciato alla domanda cautelare a fronte dell’intenzione del collegio di definire a breve il giudizio all’udienza pubblica del 10 luglio 2018.
7. All’udienza pubblica del 10 luglio 2018, in prossimità della quale la difesa di parte ricorrente ha depositato una memoria conclusiva, la causa è stata assunta in decisione.
8. Ciò posto, il ricorso è fondato.
8.1. Il collegio ritiene di dover preliminarmente dare atto dei difformi orientamenti espressi dal giudice di appello in tema di interpretazione dell’art. 43 comma 1 T.U.L.P.S. in due recenti sentenze della stessa Terza Sezione del Consiglio di Stato, rese su altrettante pronunce di questo TAR Piemonte; si tratta della sentenza CdS, III, n. 658/17 del 14 febbraio 2017 (che ha riformato la sentenza n. 484/2016 di questo T.A.R.) e della sentenza CdS, III, n. 5313/17 del 17 novembre 2017 (che ha invece confermato la sentenza di questo T.A.R. n. 839/2016):
– nella prima pronuncia il Consiglio di Stato ha affermato che la condanna per uno dei reati indicati all’art. 43 primo comma lettere a) b) c) genera una preclusione assoluta a essere titolare di un’autorizzazione al porto di arma e vincola l’Amministrazione a negare o revocare il porto dell’arma; secondo tale pronuncia, verrebbe in considerazione una speciale incapacità ex lege al rilascio o al rinnovo del porto d’arma, tale da non poter essere superata sic et simpliciter dalla mera riabilitazione dell’interessato, da cui discende l’impossibilità indefettibile e non modificabile che il futuro comportamento dell’interessato superi la inaffidabilità sull’uso dell’arma in possesso;
– nella pronuncia successiva, il giudice di appello ha invece sostenuto che l’applicazione dell’art. 43 comma 1 TULPS non può avvenire in violazione dei principi di ragionevolezza e di proporzionalità di rango costituzionale, e che debba essere privilegiata un’interpretazione teleologica della norma conforme ai principi costituzionali; con la conseguenza che l’Amministrazione, nel compiere la propria complessiva valutazione in ordine alla affidabilità nel possesso di armi, non può non tener conto anche della sussistenza di altri elementi, che denotano favorevolmente la personalità dell’interessato con carattere di attualità; ciò comporta che la preclusione prevista dall’art. 43 comma 1 TULPS per il possesso di armi e munizioni in capo ai soggetti che abbiano subito le indicate tipologie di condanne, non può essere automatica ove ragionevolmente altri elementi attuali della personalità dell’interessato, quale il lungo tempo intercorso rispetto all’epoca del commesso reato senza la commissione di ulteriori illeciti penali (corroborato nelle sue positive implicazioni dalla intervenuta riabilitazione), depongano per lo stabile ripristino in capo al soggetto medesimo delle richieste condizioni di affidabilità nel possesso di armi in corrispondenza ad una rinnovata e consolidata integrazione nel sano contesto socio economico in presenza di indizi univoci e concordanti in tale senso.
8.2. Sul citato contrasto giurisprudenziale, questo Tribunale ha già avuto modo di prendere posizione con la recente sentenza della Prima Sezione n. 69/18 dell’11 gennaio 2018 (pres. rel. dr. Giordano), propendendo per la tesi più elastica e costituzionalmente orientata, attraverso un percorso argomentativo articolato e diffuso, che conviene qui di seguito riportare in un ampio stralcio.
Ha affermato la sentenza, in particolare, che “(il Tribunale), in continuità con l’orientamento espresso nelle proprie pronunce sopra richiamate, ritiene di non poter condividere l’interpretazione che nega alla riabilitazione intervenuta per i reati indicati all’art. 43 TULPS l’effetto caducante della “incapacità ex lege” ad essere titolare di un’autorizzazione al porto di arma e di dover ribadire il proprio convincimento che la P.A. non può considerare le condanne a guisa di fatto preclusivo immodificabile, giacché siffatta soggezione perpetua appare, in questo come in altri campi dell’esperienza giuridica, estranea all’ordinamento positivo. Ove fosse consentita alla P.A., sempre e comunque (e, dunque, senza badare all’evoluzione d’ogni singola vicenda), una motivazione di rigetto completamente avulsa dalla realtà attuale e condizionata da condotte risalenti ad un passato ormai remoto e non più riprodotto, la norma risulterebbe, nella sua irragionevolezza, di dubbia legittimità costituzionale.
Non può negarsi che l’amministrazione abbia la possibilità di trarre argomenti prognostici di segno negativo anche quando, pur non rientrando il reato fra quelli che per la loro consumazione richiedono necessariamente l’uso delle armi, lo stesso appaia, per comune esperienza, indice di una personalità incline al disprezzo di beni di elevata importanza per la collettività. Nella specie, tuttavia, i citati presupposti non ricorrono.
Difatti,), la risalenza e l’episodicità della condotta criminosa accertata, la giovane età del ricorrente al tempo dell’accaduto, la tenuità delle conseguenze penali, sono tutte circostanze che non appaiono ragionevolmente suscettibili di incrinare indefinitamente l’immagine di affidabilità dell’istante.
Anche qualora si volesse ritenere (insieme con il Consiglio Stato, n. 658/17 cit.) che l’art. 43, in deroga a quanto stabilisce l’art. 11, non abbia voluto far salvi gli effetti della riabilitazione, ritiene il Collegio che della norma, adottata in un contesto ordinamentale ed istituzionale assolutamente distante dal quadro di valori democratici, personalistici e di rieducazione del condannato consacrati nella Carta Costituzionale, si imponga una lettura evolutiva.
Pur concedendo che la riabilitazione non escluda, di per sè, la possibilità per l’Autorità di sicurezza di apprezzare la vita anteatta del ricorrente in relazione al precedente fatto di reato, la stessa non può considerarsi un fatto irrilevante ai fini della prognosi di affidabilità dell’istante. Difatti, in sede di pronuncia di una domanda di riabilitazione, la prova della buona condotta comporta per il Giudice penale l’acquisizione di indici che abbiano un significato univoco di recupero del condannato ad un corretto modello di vita.
La coerenza dell’ordinamento, allora, impone all’amministrazione quanto meno di procedere ad una prognosi concreta che tenga conto del tempo trascorso e della condotta tenuta successivamente al fatto di reato con l’onere di motivare specificatamente i fatti che essa ritenga espressivi di non avvenuto completamento dell’emenda, fermo restando che in linea generale non possono compiersi apprezzamenti negativi in presenza di un solo episodio ostativo mai più ripetuto. Urta finanche la sensibilità comune che, dopo 35 anni di buona condotta (attestata dalla riabilitazione), un cittadino non possa presentarsi dinnanzi all’Amministrazione in condizioni di parità con gli altri cittadini incensurati, sia pure per accedere ad un titolo abilitativo al porto d’armi.
In definitiva, quantomeno allo stato, i fatti allegati dall’amministrazione non paiono denotare alcun indice sintomatico di scarso equilibrio caratteriale e di indole incline alla violenza ed idoneo a supportare un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato per l’ordine e la sicurezza pubblica; il reato compiuto nel 1978, quando il ricorrente era giovane e per il quale è intervenuta riabilitazione, nella sua isolatezza, non rende verosimile un giudizio prognostico circa la perdurante inaffidabilità del ricorrente.
Come giustamente osservato da questi, non è, dunque, sufficiente per l’Amministrazione invocare il dato fattuale della sua remota condanna, occorrendo, piuttosto, procedere ad una concreta prognosi che tenga conto di tale evento, ma pure della condotta tenuta dall’interessato nell’ampio lasso di tempo successivo al fatto (ormai nel caso di specie risalente a più di trentacinque anni fa), nonché della circostanza che in tutti questi anni non si sono verificati episodi che possono costituire indici concreti ed accertati d’attuale pericolosità ed inaffidabilità del ricorrente.
D’altra parte, è pur vero che la condanna, per quanto remota e superata dal provvedimento ricognitivo dell’estinzione del reato, non perde la sua rilevanza in senso assoluto, ma proprio per effetto della riabilitazione essa non innesca alcun automatismo preclusivo, potendo semmai essere posta a base di una valutazione discrezionale, che tuttavia deve tenere conto di ulteriori elementi, come la condotta successiva alla commissione del reato”.
8.3. Il collegio non ha motivo per discostarsi dall’orientamento espresso nella pronuncia appena citata, ribadito di recente nella sentenza della Prima Sezione n. 648/2018 del 25 maggio 2018 (pres. rel. dr. Giordano).
8.4. Non ignora il collegio che di recente il TAR Toscana e il TAR Friuli Venezia Giulia, non condividendo anch’essi la tesi più rigida fatta propria da una parte del Consiglio di Stato, hanno ritenuto di sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 43 comma 1 TULPS per violazione dei principi di eguaglianza, proporzionalità e ragionevolezza di cui all’art 3 della Costituzione, nella parte in cui detto art. 43 prevede un divieto generalizzato di rilasciare il porto d’armi alle persone condannate a pena detentiva per le categorie di reati ivi indicate, senza consentire alcun apprezzamento discrezionale all’Autorità amministrativa competente (ordinanza TAR Toscana, sez. II, n. 56/29018 del 16 gennaio 2018 e ordinanza Tar Friuli Venezia Giulia n. 190/2018 dell’11 giugno 2018). Il collegio, tuttavia, non ritiene di condividere tale opzione ermeneutica, tenuto conto che, allo stato, il contrasto giurisprudenziale tuttora esistente in seno alla giurisprudenza amministrativa sull’interpretazione dell’art. 43 TULPS – persino all’interno della stessa Sezione del Consiglio di Stato – e l’assenza di un opportuno intervento chiarificatore dell’Adunanza Plenaria impediscono di ritenere sussistente un’interpretazione consolidata della norma qui in esame, che sia tale da esprimere il “diritto vivente” a cui attingere per la risoluzione della controversia. In tale contesto, ritiene il collegio che debbano essere seguiti i principi affermati dalla Corte Costituzionale, secondo cui “In linea di principio, le leggi non si dichiarano costituzionalmente illegittime perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali (e qualche giudice ritenga di darne), ma perché è impossibile darne interpretazioni costituzionali…Nel caso di specie, argomenti e precedenti giurisprudenziali non mancano a dimostrazione che il risultato al quale il giudice rimettente mira e ch’egli considera dovuto per ragioni costituzionali (…) può essere raggiunto sulla base dell’interpretazione delle norme vigenti, senza involgere la questione di legittimità costituzionale delle norme” (Corte Costituzionale, sentenza n. 356/1996, paragrafo 4).
8.5. In definitiva, alla luce di tali considerazioni, il collegio ritiene di dover riaffermare il principio ribadito di recente nelle citate sentenze della Prima Sezione nn. 69/18 e 648/2018, secondo cui la preclusione prevista dall’art. 43 TULPS per il possesso di armi e munizioni in capo ai soggetti che abbiano subito le indicate tipologie di condanne, non può essere automatica, ove ragionevolmente altri elementi attuali della personalità dell’interessato, quale il lungo tempo intercorso rispetto all’epoca del commesso reato senza la commissione di ulteriori illeciti penali (corroborato nelle sue positive implicazioni dalla intervenuta riabilitazione), depongano per lo stabile ripristino in capo al soggetto medesimo delle richieste condizioni di affidabilità nel possesso di armi in corrispondenza ad una rinnovata e consolidata integrazione nel sano contesto socio economico in presenza di indizi univoci e concordanti in tale senso.
8.6. Nel caso di specie, il diniego impugnato, fatto discendere automaticamente dalla condanna penale riportata dal richiedente senza alcuna valutazione della sussistenza di condizioni attuali di affidabilità, sembra collidere in modo stridente con alcuni elementi di fatto risultati dalla documentazione versata in atti, vale a dire:
– la condanna penale risale a trent’anni fa, essendo stata comminata nel 1988 per un fatto commesso nel 1982, trentasei anni fa;
– il ricorrente ha ottenuto la riabilitazione per tale reato nel 1994, 24 anni fa, il che presuppone che il giudice abbia verificato la buona condotta del condannato e l’avvenuto recupero di un corretto modello di vita;
– in virtù della riabilitazione, il ricorrente ha potuto sostenere nel 1996, vincendolo, il concorso da vigile urbano, per poi conseguire nel 1998 la qualifica di agente di pubblica sicurezza, che lo abilita ex lege al porto della pistola per esigenze di servizio;
– negli ultimi trent’anni la condotta del ricorrente sembra immune da mende, tanto da avergli consentito di conseguire nel 2011 il rilascio del porto di fucile per uso caccia.
8.7. Si tratta, secondo il collegio, di elementi di fatto che sembrano deporre in modo inequivoco per il ripristino in capo al ricorrente di adeguate condizioni di affidabilità nel possesso di armi, e che comunque l’Autorità di pubblica sicurezza avrebbe dovuto valutare ai fini del rinnovo del porto di fucile, invece di ritenere automaticamente ostativa a tale rinnovo l’unica condanna penale riportata dal ricorrente in anni risalenti e superata, di fatto e di diritto, dagli eventi successivi. Tanto più che, nel caso di specie, il diniego impugnato finisce per condurre alla conseguenza, irragionevole e contraria al senso comune, per cui ad uno stesso soggetto viene impedito di portare il fucile per sparare agli animali, ma nel contempo gli viene consentito di portare la pistola per esigenze di servizio, con facoltà di usarla, all’occorrenza, nei confronti di persone.
8.8. In definitiva, la fattispecie esaminata sembra costituire, in modo quasi emblematico, uno di quei “casi peculiari” in cui, secondo la citata sentenza del Consiglio di Stato, sez. III, n. 5313/2017, si impone un’interpretazione teleologica e costituzionalmente orientata dell’art. 43 TULPS, alla luce del principio di ragionevolezza, tale per cui “l’Amministrazione, nel compiere la propria complessiva valutazione in ordine alla affidabilità nel possesso di armi, non possa non tener conto anche della sussistenza di altri elementi, che denotano favorevolmente la personalità dell’interessato alla licenza di polizia con carattere di attualità”.
9. Alla luce delle considerazioni di cui sopra, il ricorso va conclusivamente accolto con il conseguente annullamento del provvedimento impugnato ai fini di un motivato riesame da parte dell’Amministrazione, nei sensi sopra esposti.
10. Le spese di lite possono essere interamente compensate tra le parti, avuto riguardo alla complessità delle questioni esaminate e all’esistenza di indirizzi giurisprudenziali non univoci sulla questione di diritto oggetto di controversia.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento del Questore della Provincia -OMISSIS- del 16 novembre 2017, Cat. 6.F/2017 notificato il 23 gennaio 2018, nei sensi e per gli effetti indicati in motivazione.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare la parte ricorrente.
Scritto il 12 settembre 2018 10 settembre 2018 Autore Giurisprudenza amministrativaCategorie Porto d'armiTag Automatismo,Bilanciamento,Condanna,Condanna penale,Condanne,Condanne penali risalenti,Diniego porto d'armi,Discrezionalità,Ministero dell'Interno,Motivazione,Motivazione insufficiente,Porto d'armi,Questura,R.D. 773/1931,Rapina,Reati ostativi,Riabilitazione,Rinnovo porto d'armi,TULPS,Vigile urbano
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References: art. 43
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