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Timestamp: 2019-09-17 10:14:07+00:00

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News 9 Maggio 2017 - Area Tecnica - Gazzetta Amministrativa
News 9 Maggio 2017 - Area Tecnica
L’art. 9 del DM 2 aprile 1968 n. 1444, recante "limiti di distanza tra i fabbricati", prevede, tra l’altro, che le distanze minime tra i fabbricati: "nelle altre zone, con riferimento a "nuovi edifici"… "in tutti i casi . . . di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti". Le stesse disposizioni, dettate con riferimento agli strumenti urbanistici ad esse successivi, si impongono inderogabilmente, al punto da sostituire per inserzione automatica eventuali disposizioni contrastanti (cfr. Cass. civ., sez. II, 12 febbraio 2016 n. 2848; Cons. Stato, sez. IV, 16 aprile 2015 n. 1951). La finalità del DM n. 1444 del 1968 di prescrivere precise distanze tra fabbricati è infatti quella di garantire sia l’interesse pubblico ad un ordinato sviluppo dell’edilizia, sia l’interesse pubblico alla salute dei cittadini, evitando il prodursi di intercapedini malsane e lesive della salute degli abitanti degli immobili (Cons. Stato, sez. IV, 29 febbraio 2016 n. 856). Le distanze previste dall’art. 9 cit. sono dunque coerenti con il perseguimento dell’interesse pubblico e non già con la tutela del diritto dominicale dei proprietari degli immobili finitimi alla nuova costruzione, tutela che è invece assicurata dalla disciplina predisposta, anche in tema di distanze, dal codice civile (cfr. Cons. stato, sez. IV, 3 agosto 2016, n. 3510)....In particolare, il limite di 10 m. di distanza, di cui al già citato art. 9, primo comma n. 2. D.M. n. 1444/1968, da computarsi con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non anche alle sole parti che si fronteggiano (Cons. Stato, sez. IV, 11 giugno 2015 n. 2661), presuppone la presenza di due "pareti" che si fronteggiano, delle quali almeno una finestrata (Cons. stato, sez. IV, 26 novembre 2015 n. 5365; id., 19 giugno 2006 n. 3614). Più precisamente, la giurisprudenza ha affermato che il limite predetto presuppone "pareti munite di finestre qualificabili come vedute". Per approfondire scarica la sentenza.
L’art. 9 del DM 2 aprile 1968 n. 1444, recante "limiti di distanza tra i fabbricati", prevede, tra l’altro, che le distanze minime tra i fabbricati: "nelle altre zone, con riferimento a "nuovi edifici"… "in tutti i casi . . . di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti". Le stess ... Continua a leggere
Nel giudizio in esame la Quarta Sezione del Consiglio di Stato ha valutato la censura relativa alla mancanza del parere della Commissione edilizia, relativamente alla quale ha ribadito il consolidato orientamento, secondo il quale, <rdinario procedimento di rilascio della concessione a edificare e l'assenza di una specifica previsione in ordine alla sua necessità rendono, per il rilascio della concessione in sanatoria, il parere della Commissione edilizia non obbligatorio ma, tutt'al più, facoltativo, al fine di acquisire eventuali informazioni e valutazioni con riguardo a particolari e sporadici casi incerti e complessi, in assenza dei quali il rilascio della concessione in sanatoria è subordinato alla semplice verifica dei presupposti e condizioni espressamente e chiaramente fissati dal legislatore.>> (CdS, IV, n. 5619 del 2012)." inoltre si richiama altresì nella sentenz il principio, secondo cui <> (CdS, IV, n. 5156 del 2010). Per approfondire scarica la sentenza.
Nel giudizio in esame la Quarta Sezione del Consiglio di Stato ha valutato la censura relativa alla mancanza del parere della Commissione edilizia, relativamente alla quale ha ribadito il consolidato orientamento, secondo il quale, <Continua a leggere
La Terza sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 5 maggio 2017 ha ripercorso gli orientamenti della giurisprudenza in ordine alla portata applicativa dell’art. 8, comma 6, della legge 36/2001 secondo la quale "I comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici", ha una formulazione così sintetica (e generica) da lasciare aperte diverse soluzioni interpretative, ed è stata oggetto di un’intensa elaborazione giurisprudenziale. Un primo approdo della giurisprudenza amministrativa è costituito dall’aver distinto detto potere regolamentare dalla tutela igienico-sanitaria in senso proprio - esaurientemente assicurata dalla fissazione, ad opera dello Stato, di livelli massimi di esposizione inderogabili – riconducendolo al generale potere di pianificazione delle utilizzazioni del territorio, in questo caso specificamente rivolto a conseguire finalità ulteriori di tutela paesaggistica e culturale ("corretto insediamento urbanistico e territoriale" degli impianti) e di tutela ambientale ("minimizzazione delle esposizioni ai campi elettromagnetici") sull'intero territorio comunale. Ad esso è seguita l’emersione della consapevolezza che l'esercizio dei poteri di pianificazione previsti (implicitamente) dall’art. 8, comma 6, ed in particolar modo la localizzazione dei siti di installazione degli impianti di radiotelefonia mobile, alla luce della qualificazione giuridica e delle caratteristiche delle reti di tale servizio pubblico, non possa avvenire applicando i procedimenti urbanistici ordinari, ma richieda la previa valutazione di compatibilità con le esigenze operative del servizio, attraverso un confronto dialettico con i gestori delle reti (i quali sono in possesso delle informazioni e conoscenze tecniche necessarie) e la loro partecipazione propositiva. Ad orientare decisamente l’interpretazione della norma verso principi consolidati, è intervenuta la Corte costituzionale che, nell’esaminare la legittimità costituzionale di disposizioni legislative che prevedevano distanze minime da una serie di categorie di siti sensibili, ha affermato, con le sentenze n. 331/2003 e n. 307/2003, il principio secondo il quale tali disposizioni sono illegittime se pongono limiti generali che, in particolari condizioni di concentrazione urbanistica di luoghi specialmente protetti, potrebbero addirittura rendere impossibile la realizzazione di una rete completa di infrastrutture per le telecomunicazioni, con la conseguenza che i «criteri di localizzazione» si trasformerebbero in «limitazioni alla localizzazione». Mentre le disposizioni poste a tutela di siti sensibili sono legittime se comunque consentono «una sempre possibile localizzazione alternativa» e non determinano invece «l'impossibilità della localizzazione». Coerentemente a tali indicazioni, la giurisprudenza di questa Sezione può ormai dirsi consolidata, nel senso che: - non sono legittimi limiti alla localizzazione degli impianti di telefonia mobile di carattere generale e riguardanti intere ed estese porzioni del territorio comunale, in assenza di una plausibile ragione giustificativa (cfr. Cons. Stato, III, n. 1955/2014), né limiti di carattere generale giustificati da un’esigenza di tutela generalizzata della popolazione dalle immissioni elettromagnetiche, dal momento che a tale funzione provvede lo Stato attraverso la fissazione di determinati parametri inderogabili (cfr. Cons. Stato, III, n. 1955/2014), il rispetto dei quali è verificato dai competenti organi tecnici; - il regolamento comunale previsto dall’art. 8, comma 6, della legge 36/2001, nel disciplinare il corretto insediamento nel territorio degli impianti, può contenere regole a tutela di particolari zone e beni di pregio paesaggistico o ambientale o storico artistico, o anche per la protezione dall'esposizione ai campi elettromagnetici di zone sensibili (scuole, ospedali etc.), ma non può imporre limiti generalizzati all’installazione degli impianti se tali limiti sono incompatibili con l’interesse pubblico alla copertura di rete del territorio nazionale (cfr. Cons. Stato, III, n. 723/2014); - invece, deve ritenersi consentito ai Comuni, nell’esercizio dei loro poteri di pianificazione territoriale, di raccordare le esigenze urbanistiche con quelle di minimizzazione dell'impatto elettromagnetico, ai sensi dell’ultimo inciso del comma 6 dell’art. 8, cit., prevedendo con regolamento anche limiti di carattere generale all’installazione degli impianti purché sia comunque garantita una possibile localizzazione alternativa degli stessi, in modo da rendere possibile la copertura di rete del territorio nazionale (cfr. Cons. Stato, III, n. 306/2015); di conseguenza possono ritenersi legittime anche disposizioni che non consentono (in generale) la localizzazione degli impianti nell’area del centro storico (o in determinate aree del centro storico) o nelle adiacenze di siti sensibili (come scuole ed ospedali), purché sia garantita la copertura di rete, anche nel centro storico e nei siti sensibili, con impianti collocati in altre aree (cfr. Cons. Stato, n. 3085/2015). In sintesi, dunque, la pianificazione comunale di settore può interdire agli impianti anche ampie aree, purché ciò sia riconducibile ad uno degli interessi previsti dalla norma, e purché ciò, consentendo localizzazione in aree alternative, non determini difficoltà di funzionamento al servizio – circostanze che devono essere verificate in concreto attraverso il confronto con gli operatori. Aggiunge il Collegio che tale approccio metodologico - tenuto conto che si tratta di tutelare interessi costituzionalmente rilevanti (ambiente, paesaggio) e che la disciplina conformativa prevede comunque un punto di equilibrio tale da salvaguardare la libertà di iniziativa economica - riguarda non soltanto le installazioni di nuovi impianti, ma anche la (eventuale) rilocalizzazione di quelli esistenti. Gli impianti esistenti non possono ritenersi esenti da qualunque intervento conformativo. Al contrario, la tutela della concorrenza e la rilevanza del legittimo affidamento degli operatori sulla possibilità di continuare a svolgere nel tempo l’attività autorizzata, si traduce nella necessità di una specifica motivazione in ordine alla possibilità di reperire siti di installazione alternativi, dove rilocalizzare gli impianti, a condizioni tecnicamente ed economicamente sostenibili. In ogni caso, l’individuazione di siti alternativi e la valutazione sulla loro idoneità non può che prendere avvio dall’iniziativa dei gestori, i quali, nel confronto procedimentale con i Comuni, sono gli unici soggetti in possesso di adeguate conoscenze sulle esigenze del servizio e sui margini di "elasticità" di organizzazione delle proprie reti, e quindi in grado di proporre delle soluzioni alternative adeguate (ovvero di far constare la mancanza di esse e la conseguente necessità di mantenere le installazioni esistenti)." Per approfondire scarica la sentenza.
La Terza sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 5 maggio 2017 ha ripercorso gli orientamenti della giurisprudenza in ordine alla portata applicativa dell’art. 8, comma 6, della legge 36/2001 secondo la quale "I comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediament ... Continua a leggere
Secondo la pacifica giurisprudenza del Consiglio di Stato "I provvedimenti di diniego del condono edilizio non devono essere preceduti dalla comunicazione dell'avvio del procedimento, perché i procedimenti finalizzati alla sanatoria degli abusi edilizi sono avviati su istanza di parte" (Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 6 luglio 2012 n. 3969; Consiglio di Stato sez. IV 18 settembre 2012 n. 4945).... Ancora sul punto, è indirizzo parimenti incontrastato di questo Consesso quello secondo cui la natura vincolata delle determinazioni in materia di abusi edilizi e, quindi, anche delle determinazioni di sanatoria, esclude la possibilità di apporti partecipativi dei soggetti interessati e, conseguentemente, di un obbligo di previa comunicazione dei motivi ostativi all'accoglimento della relativa domanda. Ciò anche in applicazione dell’art. 21 octies comma 2 primo periodo, della l. n. 241 del 1990, secondo cui il mancato preavviso di diniego non produce effetti vizianti ove il Comune non avrebbe comunque potuto emanare provvedimenti diversi da quelli in concreto adottati (Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 10 maggio 2012 n. 2714).......Nelle ipotesi di realizzazione in aree sottoposte a vincolo paesistico di immobili abusivi, peraltro, dall'aspetto tale da renderli incompatibili con l'area da valutare, il diniego di sanatoria è, come nel caso di specie, sufficientemente motivato facendo riferimento alla semplice descrizione dei manufatti dalla quale si evince con chiarezza la loro incompatibilità con il vincolo (Consiglio di Stato, sez. VI, sentenza 11 ottobre 2007 n. 5330). Per approfondire scarica la sentenza.
Secondo la pacifica giurisprudenza del Consiglio di Stato "I provvedimenti di diniego del condono edilizio non devono essere preceduti dalla comunicazione dell'avvio del procedimento, perché i procedimenti finalizzati alla sanatoria degli abusi edilizi sono avviati su istanza di parte" (Consiglio d ... Continua a leggere
"È costante l’indirizzo seguito dal Consiglio di Stato secondo cui "Per quanto concerne la disparità di trattamento, nel caso in cui per edifici insistenti nella medesima zona la soprintendenza avrebbe autorizzato per alcuni la sanatoria mentre altri sarebbero stati condonati, si deve ritenere chetale vizio non viene in evidenza in tutti i casi in cui non risulti dimostrata l'assoluta identità di situazioni, premesso che comunque la legittimità dell'operato della pubblica Amministrazione non può essere inficiata dall'eventuale illegittimità compiuta in altra situazione" (Consiglio di Stato, sez. VI, sentenza 17 marzo 2016, n. 1098; in termini, Id., 29 gennaio 2016 n. 356; 13 marzo 2013 n. 1514; 27 marzo 2012 n. 1813)". È questo il principio ribadito dalla Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 5.5.2017. Per maggiori informazioni vai alla sentenza.
"È costante l’indirizzo seguito dal Consiglio di Stato secondo cui "Per quanto concerne la disparità di trattamento, nel caso in cui per edifici insistenti nella medesima zona la soprintendenza avrebbe autorizzato per alcuni la sanatoria mentre altri sarebbero stati condonati, si deve ritenere che ... Continua a leggere
Secondo la pacifica ed incontrastata giurisprudenza di questo Consiglio di Stato "L'atto di asservimento, per cui un fondo viene destinato a servire al computo dell'edificabilità di un'altra area, costituisce una fattispecie negoziale avente effetti obbligatori, in cui la qualità edificatoria di unfondo viene posta a servizio di un altro fondo al fine di incrementare la cubatura realizzabile su quest'ultimo; il conseguente vincolo di inedificabilità che viene ad insistere sul fondo "asservito" è destinato a permanere nel tempo anche in caso di sua successiva alienazione e ciò non solo per la natura oggettiva del vincolo, ma soprattutto perché esso trova il suo fondamento, prima che nel negozio di asservimento, nella disciplina urbanistica che fissa un limite per l'edificabilità dell'area" (Consiglio di Stato sez. VI, sentenza 9 febbraio 2016, n. 547). Chiarisce ulteriormente Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 27 giugno 2011, n. 3823 che "L’asservimento a fini edificatori di un fondo ad un altro crea una relazione pertinenziale nella quale viene posta durevolmente a servizio di un fondo la qualità edificatoria di un altro, creando sull'area asservita un vincolo permanente ed irrevocabile con perdita delle sue potenzialità edificatorie e conseguente permanente minorazione della sua utilizzazione da parte di chiunque ne sia il proprietario". Ciò importa che permanendo il vincolo a tempo indeterminato, l'asservimento continua a seguire il fondo anche nei successivi trasferimenti a qualsiasi titolo intervenuti in epoca successiva, essendo pertanto opponibile ai terzi e a chiunque ne sia il proprietario. Il caso da ultimo deciso, peraltro, ha riguardato una fattispecie del tutto assimilabile a quella per cui è causa, giacché l’acquisto della proprietà del terreno asservito era avvenuto in sede di vendita giudiziaria nell'ambito di una procedura fallimentare. Ciò premesso e considerato, va ulteriormente osservato che questo Consiglio di Stato non ha mancato di sottolineare che, nell’ipotesi in cui l'originario lotto urbanistico abbia acquisito una maggiore potenzialità edificatoria in dipendenza di modifiche alla disciplina urbanistica, "per verificare la sua effettiva potenzialità edificatoria occorre sempre partire dalla considerazione che, in virtù del carattere « unitario » dell'originario lotto interamente asservito alla precedente costruzione, non possono non computarsi le volumetrie realizzate sul lotto urbanistico originario (considerato complessivamente), il quale è l'unico ad aver acquisito e mantenuto una "propria" potenzialità edificatoria; conseguentemente la verifica dell'edificabilità della parte del lotto rimasta inedificata e la quantificazione della volumetria su di essa realizzabile non può che derivare, per sottrazione, dalla predetta potenzialità (computata alla luce della densità edilizia consentita dalla normativa urbanistica vigente al momento del rilascio delle concessioni di cui si controverte), diminuita della volumetria dei fabbricati già realizzati sull'unica, complessiva area". Da tale premessa deriva, da un canto, che il vincolo - in quanto qualità oggettiva del bene - rimane cristallizzato nel tempo e, dall’altro, che ciò non implica un limite rispetto alle determinazioni del pianificatore generale, il quale resta libero di dettare una nuova disciplina dell'indice volumetrico relativamente alla zona alla quale l'area si riferisce (Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 29 luglio 2008, n. 3766).......Pertanto, in assenza dell’adozione, da parte del pianificatore generale, di una nuova disciplina dell’indice volumetrico, non è consentito rinvenire nel nostro ordinamento un principio di diritto positivo da cui inferire che la mera modifica della disciplina urbanistica importi ex novo attribuzione di nuova potenzialità edificatoria ai fondi già utilizzati o gravati da asservimento in favore di altri immobili già realizzati per avere espresso la volumetria consentita. In argomento, ma più restrittivamente, Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 9 luglio 2011, n. 4134, secondo cui addirittura "L'eventuale modificazione del piano regolatore, che prevede nuovi e più favorevoli indici di edificabilità (n.d.r., ipotesi che comunque non ricorre nel caso di specie, essendo il nuovo indice addirittura inferiore), può interessare, nell'ambito della zona del territorio considerata dallo strumento urbanistico, solo le aree libere, con esclusione, quindi, di tutte le aree comunque già utilizzate a scopo edificatorio, ancorché le stesse si presentino fisicamente libere da immobili; segue da ciò che nel caso di realizzazione di un manufatto edilizio, la cui volumetria è calcolata sulla base anche di un'area asservita o accorpata, l'intera estensione interessata deve essere considerata utilizzata ai fini edificatori, con l'effetto che anche l'area asservita o accorpata non è più edificabile neppure alla stregua degli indici sopravvenuti, anche se è oggetto di un frazionamento o di alienazione separata dall'area su cui insiste il manufatto". Per approfondire scarica la sentenza.
Secondo la pacifica ed incontrastata giurisprudenza di questo Consiglio di Stato "L'atto di asservimento, per cui un fondo viene destinato a servire al computo dell'edificabilità di un'altra area, costituisce una fattispecie negoziale avente effetti obbligatori, in cui la qualità edificatoria di un ... Continua a leggere
Secondo la pacifica giurisprudenza amministrativa "Per l'impugnazione da parte del terzo del titolo edilizio rilasciato ad altri occorre, da parte sua, la conoscenza cartolare dello stesso e dei suoi allegati progettuali o, in alternativa, il completamento dei lavori, che disveli in modo certo e univoco le caratteristiche essenziali dell'opera, l'eventuale non conformità della stessa rispetto alla disciplina urbanistica, l'incidenza effettiva sulla posizione giuridica del terzo" (Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 17 novembre 2015, n. 5257; Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 28 ottobre 2015 n. 4909)." Per approfondire scarica la sentenza.
Secondo la pacifica giurisprudenza amministrativa "Per l'impugnazione da parte del terzo del titolo edilizio rilasciato ad altri occorre, da parte sua, la conoscenza cartolare dello stesso e dei suoi allegati progettuali o, in alternativa, il completamento dei lavori, che disveli in modo certo e un ... Continua a leggere
La Quarta sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 5 maggio 2017 ha rilevato che la Sezione ha già avuto modo di occuparsi della esatta individuazione della "corte", sia pure in ambito diverso (Cons. Stato, sez. IV, 12 febbraio 2015 n. 757). "Si è affermata la sostanziale equiparazione del concetto di "corte" con quello di "cortile", già presente in più di una disposizione, quali: - l’art. 1051 cod. civ,, che esenta dalla servitù di passaggio coattivo "le case, i cortili, i giardini e le aie ad esse attinenti"; - l’art. 121 R.D. 11 dicembre 1933 n. 1775 (Testo Unico delle disposizioni sulle acque e sugli impianti elettrici), che esenta dalla servitù di elettrodotto le case, salvo le facciate verso le vie e piazze pubbliche, i cortili, i giardini, i frutteti e le aie delle case attinenti. A tal fine, si è affermato: "la Suprema Corte di Cassazione (sent. 1799/2000) è pervenuta ad una condivisibile interpretazione estensiva del concetto di "cortile", esprimendo il convincimento (che il Collegio condivide pienamente e fa proprio) secondo cui "Il cortile, tecnicamente, è l'area scoperta compresa tra i corpi di fabbrica di un edificio o di più edifici, che serve a dare luce e aria agli ambienti circostanti; ma avuto riguardo all'ampia portata della parola e, soprattutto alla funzione di dare aria e luce agli ambienti, che vi prospettano, nel termine cortile possono ritenersi compresi anche i vari spazi liberi disposti esternamente alle facciate dell'edificio - quali gli spazi verdi, le zone di rispetto, le intercapedini, i parcheggi - che, sebbene non menzionati espressamente nell'art. 1117 c.c., vanno ritenute comuni a norma della suddetta disposizione.". Per approfondire vai alla sentenza.
La Quarta sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 5 maggio 2017 ha rilevato che la Sezione ha già avuto modo di occuparsi della esatta individuazione della "corte", sia pure in ambito diverso (Cons. Stato, sez. IV, 12 febbraio 2015 n. 757). "Si è affermata la sostanziale equiparazione de ... Continua a leggere
L'ordine di demolizione, come è noto, assolve ad un'autonoma funzione ripristinatoria del bene giuridico leso, ha natura di provvedimento accessorio rispetto alla condanna principale e costituisce esplicitazione di un potere sanzionatorio, non residuale o sostitutivo, ma autonomo rispetto a quellidell'autorità amministrativa, attribuito dalla legge al giudice penale (Cfr. Sez. Unite, 24/7/1996, n. 15, ric. PM in proc. Monterisi); che è stato precisato che in sede esecutiva la demolizione potrà essere sospesa o revocata quando risulta "assolutamente incompatibile con atti amministrativi o giurisdizionali che abbiano conferito all'immobile altra destinazione o abbiano provveduto alla sua sanatoria" (Cfr. Sez. 3, n. 17066 del 18 maggio 2006, Spillantini, Rv. 234321); che, quindi, in via generale, deve ritenersi che gli atti tipici della pubblica amministrazione idonei ad evitare la esecuzione della sentenza di condanna nella parte in cui impone la demolizione della opera abusiva sono la già intervenuta demolizione dell'immobile ad opera della stessa pubblica amministrazione o la intervenuta concessione in sanatoria e la delibera del consiglio comunale che abbia dichiarato la conformità del manufatto con gli interessi pubblici urbanistici ed ambientali; che rientra nell'ambito delle funzioni assegnate al giudice dell'esecuzione, investito della questione, operare un'attenta disamina dei possibili esiti e dei tempi di definizione della procedura di condono ed, in particolare: a) ad accertare il possibile risultato dell'istanza e se esistono cause ostative al suo accoglimento; b) nel caso di insussistenza di tali cause, a valutare i tempi di definizione del procedimento amministrativo e sospendere l'esecuzione solo in prospettiva di un rapido esaurimento dello stesso (cfr. Sez. 3, n. 47263 del 25/09/2014, Russo, Rv. 261212). Infatti il sindacato del giudice penale sul titolo abilitativo edilizio non costituisce esercizio del potere di disapplicazione, bensì doverosa verifica dell'integrazione della fattispecie penale (si vedano Sez. 3, n. 21487, 21 giugno 2006, contenente dettagliata ricostruzione dell'evoluzione della giurisprudenza sul tema; Sez. 3, n. 40425, 12 dicembre 2006, Sez. 3, n. 1894, 23 gennaio 2007; Sez. 3, n. 41620, 13 novembre 2007; Sez. 3 n. 35389, 16 settembre 2008; Sez. 3, n. 9177 2 marzo 2009; Sez. 3, n. 28225, 10 luglio 2008; Sez. 3, n. 14504, 2 aprile 2009; Sez. 3, n. 34809, 8 settembre 2009; Sez. 3, n.35391, 30 settembre 2010). Tale potere-dovere del giudice di valutazione dell'atto abilitativo deve avere ad oggetto anche provvedimenti amministrativi di sanatoria o condono, poiché il mancato effetto estintivo non è riconducibile ad una valutazione di illegittimità o meno del provvedimento, alla quale consegua la disapplicazione dello stesso, ma alla verifica della inesistenza dei presupposti di fatto e di diritto dell'estinzione del reato, in sede di esercizio del doveroso sindacato della legittimità del fatto estintivo, incidente sulla fattispecie tipica penale (cfr., ex multiis, Sez. 3, n. 47402 del 21/10/2014, Chisci e altro, Rv. 260972). Per approfondire scarica la sentenza
Costituisce orientamento costante nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui, ai sensi dell'art. 31 comma 3 del d.P.R. n. 380 del 2001, l'ingiustificata inottemperanza all'ordine di demolizione della costruzione abusiva comporta l'automatica acquisizione del bene al patrimonio comunalein favore del quale deve essere disposta la restituzione e l'acquisizione non costituisce impedimento giuridico alla demolizione da parte del proprietario in assenza di delibera comunale che dichiari la sussistenza di interesse pubblico al mantenimento dell'opera. È questo il principio sancito dalla Terza Sezione Penale della Corte dimCassazione che nella sentenza del 3 maggio 2017 ha altresì affermato che "L'art. 31 del d.P.R. n. 380 del 2001 prevede un'articolata disciplina per la demolizione delle opere realizzate in assenza di permesso di costruire o in totale difformità ovvero con variazioni essenziali. Dapprima l'autorità comunale ingiunge al proprietario e al responsabile dell'abuso la rimozione o la demolizione dell'intervento, con concessione di un termine di novanta giorni per adempiere, decorso inutilmente il quale «il bene e l'area di sedime vengono acquisiti, di diritto e gratuitamente, al patrimonio del Comune». L'accertamento dell'inottemperanza all'ingiunzione a demolire, costituisce titolo per l'immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari; infine, l'opera acquisita, è demolita con apposita ordinanza, salvo che con deliberazione consiliare «non si dichiari l'esistenza di prevalenti interessi pubblici e sempre che l'opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici ed ambientali». Lo stesso art. 31, inoltre, come è noto, stabilisce che il giudice, con la sentenza di condanna per il reato di cui all'art. 44 d.P.R. n. 380 del 2001, ordina la demolizione delle opere abusive, se non sia stata altrimenti eseguita. La giurisprudenza di questa Corte è orientata nel ritenere che, dal tenore letterale della norma, che l'effetto ablatorio si verifica ope legis alla inutile scadenza del termine fissato per ottemperare all'ingiunzione di demolire, mentre la notifica dell'accertamento formale dell'inottemperanza si configura solo come titolo necessario per l'immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari." (Sez. 3, n. 23718 del 08/04/2016, Pacera, Rv. 267676; Sez. 3, n. 45705 del 26/10/2011, Perticaroli, Rv. 251321; Sez. 3, n. 22237 del 22/4/2010, Gotti, Rv. 247653; Sez. 3, n. 39075 del 21/5/2009, Bifulco, Rv. 244891; Sez. 3, n. 1819 del 21/10/2008, Ercoli, Rv. 242254), e non costituisce impedimento tecnico-giuridico alla possibilità di eseguire l'ordine di demolizione, in quanto il trasferimento dell'immobile nella disponibilità dell'ente locale è esclusivamente preordinato ad una sua più agevole demolizione - il cui onere economico va posto in ogni caso a carico dei responsabili dell'abuso edilizio - e non invece ad incrementare il patrimonio dell'ente locale con opere che contrastano con l'assetto urbanistico del territorio (Sez. 3, n. 42698 del 07/07/2015, P.M. in proc. Marche, Rv. 265495; Sez. 3, n. 4962 del 28/11/2007, P.G. in proc. Mancini, Rv. 238803; Sez. 3, n. 49397 del 16/11/2004, Sposanto e altri, Rv. 230652). 5. Parimenti è affermazione costante nella giurisprudenza della Corte di Cassazione che l'ordine di demolizione impartito dal giudice costituisce espressione di un potere sanzionatorio autonomo e distinto rispetto all'analogo potere dell'autorità amministrativa, con la conseguenza che esso deve essere eseguito in ogni caso, con la sola eccezione dell'adozione di una deliberazione consiliare, per l'esistenza di prevalenti interessi pubblici, e sempre che l'opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali. Non vi è, dunque, alcuna incompatibilità tra l'eventuale acquisizione gratuita dell'opera abusiva al patrimonio del Comune e l'esecuzione dell'ordine giurisdizionale di demolizione (ex plurimis: sez. 3, 28 febbraio 2012, n. 27298; sez. 3, 28 novembre 2007, n. 4962/2008; sez. 3, 5 luglio 2007, n. 34298; sez. 3, 18 dicembre 2006, n. 1904/2007), con il solo limite delle dichiarate prevalenti esigenze pubbliche. Peraltro tale ipotesi ha carattere eccezionale sicché il giudice dell'esecuzione ha il dovere di sindacare la sussistenza delle prevalenze esigenze pubbliche (Sez. 3, n. 13746 del 29/01/2013 n. 13746 Franco non mass.), non sussistenti, nel caso in esame, in assenza di delibera dichiarativa di prevalenti interessi pubblici." Per approfondire vai alla sentenza.

References: Cass. 
 art. 9
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 art. 31
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