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Timestamp: 2018-03-22 13:33:55+00:00

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approfondimenti - Giustizia a Milano
Corte d’Appello - Sez. II civ. - n. 1121 - 19 marzo - pres. De Ruggiero - est. Federici
Con la sentenza n. 336 del 18 dicembre 2009, la Corte Costituzionale ha affermato che la circostanza che l’imputato, nello stipulare l’accordo sul rito e sul merito della regiudicanda penale, accetti una determinata condanna, chiedendone o consentendone l’applicazione, sta univocamente a significare che il medesimo ha ritenuto, a quei fini, di non contestare il fatto e la propria responsabilità.
In particolare, nel richiamare la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione 17781/06, la Consulta ha osservato che, con tale pronuncia, all’esito di una diffusa analisi delle mutazioni subite dall’istituto del patteggiamento, le Sezioni Unite sono pervenute alla conclusione di ritenere che, pur non potendosi affermare che quei mutamenti abbiano condotto ad un processo di vera e propria identificazione tra i due tipi di pronuncia, gli stessi stanno comunque univocamente a significare che il regime della equiparazione non consente di rifuggire dall’applicazione di tutte le conseguenze penali della sentenza di condanna che non siano categoricamente escluse.
Spetta dunque al legislatore, in questa prospettiva, prescegliere, nei confini che contraddistinguono il normale esercizio della discrezionalità legislativa, quali siano gli effetti che - in deroga al principio di sistema che parifica le due sentenze - diversificano, fra loro, la sentenza di condanna pronunciata all’esito del patteggiamento rispetto alla condanna pronunciata all’esito del giudizio ordinario.
La Corte costituzionale ha quindi evidenziato l’erroneità della tesi di chi voglia ritenere che gli effetti del patteggiamento debbano ontologicamente differenziarsi da quelli della sentenza ordinaria, salvo le deroghe espressamente previste - che assimilino le conseguenze derivanti dai due tipi di pronunce.
Va inoltre affermato, con riferimento all’art. 24 Cost., comma 2 e art. 111 Cost., comma 2, che la scelta del patteggiamento, rappresenta un diritto per l’imputato - espressivo, esso stesso del più generale diritto di difesa -, al quale si accompagna la naturale accettazione di tutti gli effetti - evidentemente, sia favorevoli che sfavorevoli - che il legislatore ha tassativamente tracciato come elementi coessenziali all’accordo intervenuto tra l’imputato ed il pubblico ministero ed assentito dalla positiva valutazione del giudice.
La circostanza, invero, che l’imputato, nello stipulare l’accordo sul rito e sul merito della regiudicanda, “accetti” una determinata condanna penale, chiedendone o consentendone l’applicazione, sta infatti univocamente a significare che l’imputato medesimo ha ritenuto, a quei fini, di non contestare “il fatto” e la propria “responsabilità”.
Quanto alla valenza probatoria della sentenza di patteggiamento nel giudizio civile, secondo costante giurisprudenza di legittimità, la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. costituisce elemento di prova per il Giudice di merito, il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato abbia ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione (Cass. civ. n. 15889/2011).
Detto riconoscimento, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, ben può essere utilizzato dunque come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile (Cass. civ., n. 4193/03).
La pronuncia di una sentenza che disciplini l’applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento) ex art. 444 cod. proc. pen. vincola dunque il Giudice civile quanto alla ricostruzione del fatto storico e della relativa responsabilità, dal momento che è l’imputato stesso a non negare la propria responsabilità, allorché consente ad esonerare l’accusa dall’onere della relativa prova in cambio di una riduzione di pena (Cass. civ. n. 9458/10).
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 sentenza 
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 sentenza 
 art. 111
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 art. 444
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