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Timestamp: 2017-01-20 03:38:26+00:00

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Interruzione del processo: termine, mancato rispetto, estinzione
Lo sai che? Pubblicato il 10 febbraio 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Interruzione del processo: termine, mancato rispetto, estinzione L’AUTORE: Redazione
Nessuna estinzione del processo in caso di mancato rispetto del termine perentorio se il ricorso per riassunzione è depositato in cancelleria nei tempi previsti.
Nel caso di interruzione del processo, la parte non colpita dall’evento interruttivo che intende riassumere il processo deve notificare il ricorso in riassunzione e il decreto di fissazione dell’udienza entro il termine ordinatorio concesso dal giudice nel decreto stesso. Il mancato rispetto del suddetto termine comporta l’estinzione del processo.
L’estinzione, tuttavia, può essere evitata se il deposito del ricorso per riassunzione viene depositato, per tempo, in cancelleria. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].
Secondo la Corte il mancato rispetto del termine ordinatorio non comporta l’estinzione del processo quando sia rispettato il termine perentorio per il deposito del ricorso per riassunzione in cancelleria per come indicato dal codice di procedura civile [2]. In tal caso il giudice ha l’obbligo di riassegnare un nuovo termine alla parte per la notifica del ricorso. Il giudice potrà dichiarare estinto il giudizio se questo nuovo termine, diventato perentorio, non è rispettato.
Verificatasi una causa d’interruzione del processo, ed in presenza di un meccanismo di riattivazione, bisogna distinguere il momento del deposito del ricorso in riassunzione da quello della sua notificazione insieme al decreto di fissazione udienza. Ebbene, il termine perentorio previsto dal codice [2] si riferisce al solo deposito in cancelleria del ricorso in riassunzione restando quindi esso estraneo alle vicissitudini della notifica. Pertanto, una volta depositato il ricorso nel termine di legge, il medesimo termine non può più avere rilevanza, poiché sarà il giudice assegnatario del ricorso che, verificato il deposito dell’atto entro tre mesi dall’interruzione del processo, dovrà fissare un ulteriore scadenza allo scopo di garantire la corretta instaurazione del contraddittorio nei confronti della controparte.
[1] Cass. sent. n. 802/16 del 19.01.2016.
[2] Art. 305 cod. proc. civ.
[3] Applicando in via analogica l’art. 291 cod. proc. civ.
Sentenza Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 23 settembre 2015 – 19 gennaio 2016, n. 802
La Corte d’appello di Bologna, respingendo il gra­vame della sig.ra P.C., nonché dei sig.ri Giancarlo C. e J.H. quali genitori eser­centi la responsabilità sul minore A. C., u­nico erede dell’omonimo sig. A. C., ha con­fermato la sentenza di primo grado con cui era stata dichiarata l’estinzione del giudizio di opposizione in­trodotto dai sig.ri A. e P.C. avverso de­creto ingiuntivo di pagamento della somma di £ 243.976.746 emesso nel novembre 2001 dal Presidente del Tribunale di Reggio Emilia, su istanza della Banca Po­polare di Verona – Banco S. Geminiano e S. Prospero, nei confronti degli opponenti, quali fideiussori, e della ST.AR. s.r.l.
La Corte ha accertato che, a seguito dell’interruzione del processo dichiarata dal Giudice Istruttore all’udienza del 7 novembre 2002 a causa del­la fusione della banca opposta con la Banca Popolare di Novara, che aveva dato vita ad una nuova società deno­minata Banco Popolare di Verona e Novara s.c. a r.l., gli opponenti avevano riassunto il processo nei con­fronti di quest’ultima con ricorso depositato entro il termine perentorio semestrale di legge, ma notificato oltre il termine stabilito nel decreto di fissazione dell’udienza, non più prorogabile una volta sopraggiun­ta la scadenza del predetto termine semestrale, e che l’avvenuta costituzione della società intimata non va­leva a sanare la decadenza ormai verificatasi a carico degli opponenti.
Questi ultimi hanno proposto ricorso per cassazio­ne articolando tre motivi di censura, cui ha resistito con controricorso la Società Gestione Crediti BP s.p.a. quale procuratrice del Banco Popolare soc. coop., ri­sultante dalla fusione tra il Banco Popolare di Verona e Novara s.c. a r.l. e la Banca Popolare Italiana – Banca Popolare di Lodi soc. coop. Nel giudizio di cas­sazione è poi intervenuta in sostituzione della contro- ricorrente, con “ricorso per intervento” illustrato an­che con memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c., la NPL – Non Performing Loans s.p.a., quale cessionaria dei cre­diti vantati dal Banco Popolare soc. coop.
l. – Va preliminarmente dichiarato inammissibile l’intervento della N.P.L. s.p.a. alla luce della conso­lidata giurisprudenza di questa Corte, che esclude l’ammissibilità dell’intervento nel giudizio di cassa­zione del successore a titolo particolare nel diritto controverso (v. Cass. 3336/2015, 12179/2014, 7986/2011, 11375/2010, 10215/2007, 11322/2005; v. anche Cass. Sez. Un. 1245/2004; contra Cass. 18967/2013, isolata).
2. – Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione dell’art. 2504 bis c.c. e degli artt. 300 e 305 c.p.c., si sostiene che la nuova formulazione dell’art. 2504 bis, cit., ha carattere interpretativo e non innovativo, onde si applica anche alle fusioni per­fezionatesi, come nella specie, in data anteriore alla sua entrata in vigore. Essendo la fusione non già una vicenda estintiva, bensì meramente modificativa dell’ente, era perciò corretta la riassunzione notifi­cata tempestivamente alla società incorporata, come da relata che i ricorrenti producono in questa sede.
3. – Con il secondo motivo si denuncia violazione degli artt. 156, comma terzo, c.p. c. e 24 Cost. osser­vando che la notifica fuori termnine alla società ri­sultante dalla fusione e quella tempestiva alla società preesistente consentivano di ritenere comunque raggiun­to lo scopo dell’atto, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 156, terzo comma, cit.
4. – Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 164 e 156, comma terzo, c.p.c. perché in ogni caso la nullità della notifica doveva ritenersi sanata dall’avvenuta costituzione della società risul­tante dalla fusione.
5. – Tali motivi vanno esaminati congiuntamente essendo connessi.
Va preliminarmente negato qualsiasi pregio all’eccezione, sollevata con il controricorso, di inam­missibilità dei motivi di ricorso per difetto di indi­cazione del numero dell’art. 360, primo comma, c.p.c., contrassegnante lo specifico tipo di vizio censurato. Tale indicazione, invero, è tutt’altro che indispensabile, essendo sufficiente che – come nella specie – sia chiaro il senso della censura svolta.
Il ricorso è altresì fondato sotto l’assorbente profilo della illegittimità della declaratoria di e­stinzione del processo per omessa notifica del ricorso in riassunzione – tempestivamente depositato – nel termine indicato dal giudice con il decreto di fissazione dell’udienza. Le Sezioni Unite di questa Corte, infatti, hanno già avuto occasione di chiarire, in sede di risoluzione di contrasto di giurisprudenza, che, verificatasi una causa d’interruzione del processo, in pre­senza di un meccanismo di riattivazione del processo interrotto destinato a realizzarsi distinguendo il mo­mento della rinnovata editio actionis, da quello della vocatio in ius, il termine perentorio di sei mesi, previsto dall’art. 305 c.p.c., è riferibile solo al depo­sito del ricorso nella cancelleria del giudice, sicché, una volta eseguito tempestivamente tale adempimento, quel termine non gioca più alcun ruolo, atteso che la fissazione successiva, ad opera del medesimo giudice, di un ulteriore termine, destinato a garantire il cor­retto ripristino del contraddittorio interrotto nei confronti della controparte, pur presupponendo che il precedente termine sia stato rispettato, ormai ne pre­scinde, rispondendo unicamente alla necessità di assi­curare il rispetto delle regole proprie della vocatio in ius; ne consegue che il vizio da cui sia colpita la notifica dell’atto di riassunzione e del decreto di fissazione dell’udienza non si comunica alla riassun­zione (oramai perfezionatasi), ma impone al giudice, che rilevi la nullità, di ordinare la rinnovazione del­la notifica medesima, in applicazione analogica dell’art. 291 c.p.c., entro un termine necessariamente perentorio, solo il mancato rispetto del quale determi­nerà l’eventuale estinzione del giudizio, per il combi­nato disposto dello stesso art. 291, ultimo comma, e del successivo art. 307, 30 comma.
5. – Il ricorso va conseguentemente accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio al giudice in­dicato in dispositivo – identificato in un giudice di appello non ricorrendo gli estremi di cui agli artt. 353 o 354 c.p.c. – perché esamini la causa non estinta­si e provveda anche sulle spese del giudizio di legit­timità.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Bologna in diversa composizione; dichiara inammissibile l’intervento della N.P.L. – Non Performing Loans s.p.a.
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References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 305

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 Cass. 
 Cass. Sez. 
 Cass. 
 art. 291
 art. 307
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