Source: https://controvoce.wordpress.com/2009/12/
Timestamp: 2018-01-22 09:52:44+00:00

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December | 2009 | Controvoce's Blog
INTERVISTA ALL’ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE E AL SUO PRESIDENTE
December 21, 2009 — controvoce
D. – Perché l’Associazione (storia, motivazioni)?
R. – “In Italia urge il bisogno di ribellarsi alle ingiustizie. Si ha l’esigenza di trovare qualcuno che ti ascolta e che sia dalla parte del più debole. Oggi non esiste Istituzione o Associazione, che, di fatto, tuteli, contro tutti i poteri forti, i diritti dei disabili, dei disoccupati, dei carcerati, delle vittime dei reati. In questa Italia, dove nulla è come appare, dietro alla falsa realtà propinata dai Media foraggiati dalla politica e dalla economia, ci sono milioni di storie di cittadini che devono subire e devono tacere. Vero è che anche le stesse vittime sono colluse o codarde. Pronti a pretendere aiuto per sé stesse e non disposti ad aiutare gli altri. In Italia c’è una maggioranza parlamentare, che non ci rappresenta, ma parla di libertà. In Italia c’è un’opposizione parlamentare, che non ci rappresenta, ma parla di libertà. In Italia tutti rappresentano i poteri forti, non i cittadini deboli. Quindi in Italia non c’è Libertà, Uguaglianza e Solidarietà. Il primo a parlare di questi ideali fu Gesù Cristo. Furono ripresi dalla rivoluzione francese. Oggi ci ritroviamo una Costituzione comunista e clericale, scritta da una sola parte di Italiani, invece, che fonda l’Italia sul Lavoro, non sugli ideali di cui sopra. Oltretutto con parlamentari senza vincolo di mandato e con magistrati che, unici, non pagano per i loro errori ed abusi. Art. 1 della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (non sulla libertà e la giustizia). La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” (I limiti al potere popolare stabiliti da principi catto-comunisti, indicano una sudditanza al sistema di potere. Il potere popolare è delegato ai Parlamentari e agli organi da questi nominati: Presidente della Repubblica, Governo, organi di Garanzia e Controllo. La Magistratura è solo un Ordine Costituzionale: non ha un potere delegato, ma una funzione attribuita per pubblico concorso. In realtà la Magistratura si comporta come Dio in terra: giudica, ingiudicata.) Pur vigendo l’art. 3 della Costituzione, che rende i cittadini tutti uguali davanti alla legge, sia nei diritti che nei doveri, i magistrati hanno sviluppato un potere, incontrastato e squilibrato fin anche nei confronti degli altri poteri istituzionali. Sono gli unici a giudicare se stessi e per gli effetti ad essere impuniti. E allora, i papaveri in televisione di cosa parlano? Come vede, nulla è come appare. L’associazione è nata con un centinaio di iscritti nel 2004 per questo: denunciare penalmente i responsabili delle sopraffazioni e denunciare pubblicamente le omissioni e le omertà. Tutto questo senza favoritismi ed impunità. Sempre e comunque a favore delle vittime. Oggi siamo tantissimi in tutta Italia. Molti sono rappresentanti di associazioni o comitati tematici territoriali. L’Associazione, per le sue degne finalità, ha valenza istituzionale, perchè ai sensi dell’art. 21 e 118, comma 4, della Costituzione, svolge attività di interesse generale e di pubblica utilità, essendo iscritta presso la Prefettura di Taranto come associazione antimafia. Il suo simbolo è la stretta di mani. Il suo sito internet è http://www.controtuttelemafie.it dove vi sono tutte le inchieste sugli scandali italiani, spesso sottaciuti ed impuniti. Il sunto di queste inchieste è riportato sul libro che ho scritto: “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, un saggio di denuncia civile senza peli sulla lingua, che nessun editore ha voluto pubblicare. Gli altri scrivono di singoli scandali. Il mio libro li contiene tutti. Ne viene fuori un’Italia da schifo, che nessuno vuol cambiare. Il libro è richiesto da molti istituti scolastici o amministrazioni civiche per farlo leggere nelle loro biblioteche”.
D. – Da chi è composta l’associazione?
R. – “Dell’associazione fanno parte Magistrati, Professori Universitari, Avvocati, Giornalisti e cittadini di ogni censo. Si sono associati per divenire una unica forte voce di ribellione. Nel denunciare da soli i soprusi subiti sarebbero stati considerati, a torto, pazzi o mitomani. Se nessuno ci rappresenta, saremo noi stessi a rappresentarci e, conoscendo i problemi, a trovare le soluzioni. Non ci sono formalità per l’adesione, anche perchè nulla si guadagna. Basta sposare la causa e divulgare il messaggio di libertà e verità”.
D. – Quali sono i riconoscimenti ricevuti?
R. – “Il miglior riconoscimento ricevuto è il ringraziamento da parte del Commissario Governativo per le iniziative contro la lotta alla mafia e all’usura, il quale mi ha invitato, anche, a partecipare all’incontro tenuto a Napoli con i Prefetti del Sud Italia per parlare di Sicurezza, mafia ed usura. Ciò significa considerarci degni interlocutori, mentre le Autorità locali ci ignorano, ci emarginano, ci perseguitano.”
D. – Il suo scopo: ottenuto e da ottenere?
R. – “In seguito alla mia attività ho ricevuto solo ritorsioni: impedimento al lavoro e persecuzioni per reati inesistenti e con violazione del diritto di difesa. Il mio scopo è l’adozione delle nostre proposte di legge, tra cui spicca la modifica dell’art. 1 della Costituzione, in cui si prevede l’Italia come una Repubblica federale fondata sulla Libertà, Uguaglianza, Solidarietà, con rappresentanza parlamentare con vincolo di mandato e responsabilità per i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari. Altra proposta di legge è la previsione obbligatoria del difensore civico amministrativo e del difensore civico giudiziario. Figure, queste, che servirebbero a difendere i cittadini da lobby e caste.”
D. – Quali sono le ritorsioni?
R. – “Sono scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”. Il sistema mi impedisce: di pubblicare i miei libri; di insegnare nelle università ciò che ho scoperto in 20 anni di studi sulla società italiana; di pubblicare i miei articoli; di esercitare la professione di Avvocato per potermi sostenere economicamente e per poter difendere nelle aule dei tribunali chi non può; di operare come associazione antimafia, perchè non di sinistra; di far conoscere la mia opera letteraria. A causa della mia attività, per anni, con due cifre, sono stato vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, che tutti ritengono truccato. Da ciò è scaturita la mia disoccupazione ed indigenza. Addirittura, ho ritenuto maturo ed opportuno tutelare i miei diritti. In presenza di innumerevoli irregolarità commesse a mio danno dalla Commissione di Reggio Calabria, competente a correggere i compiti della sessione 2008 del concorso forense dei candidati di Brindisi, Lecce e Taranto, (elaborati non corretti, commissione illegittima, ecc.) e in virtù della consapevolezza delle mie ragioni sostenute dalla folta giurisprudenza, ho presentato, senza l’ausilio dei baroni del Foro, l’istanza per poter accedere al gratuito patrocinio per presentare il ricorso al Tar. Pur essendoci i requisiti di reddito e nonostante le eccezioni presentate fossero già state accolte da molti Tar, la Commissione presso il Tar di Lecce mi nega un diritto palesemente fondato e lo comunica, malgrado l’urgenza, un mese dopo, a pochi giorni dalla decadenza del ricorso principale. Hanno rilevato una mancanza di fumus, con un sommario ed improprio giudizio di merito senza contraddittorio e su elementi chiarissimi ed incontestabili. E’ stato fatto da chi, direttamente o per colleganza, avrebbe deciso, comunque, il proseguo, nel caso in cui il ricorso al Tar sarebbe stato presentato in forma ordinaria, inibendone l’intenzione. Per dire: subisci e taci. Lo hanno comunicato dopo un mese, nel pieno delle ferie e a 15 giorni dalla decadenza del ricorso principale al TAR, impedendo, di fatto, anche la proposizione del ricorso in forma ordinaria. Mi sono rivolto al Governo per l’insofferenza delle istituzioni rispetto alle segnalazioni dei concorsi pubblici truccati, impuniti e sottaciuti, specialmente accademici, giudiziari, forensi e notarili, e ho segnalato la collusione della giustizia amministrativa per l’impedimento al ripristino della legalità. Fenomeno seguito dall’indifferenza, spesso indisponenza dei media. Il Governo mi ha risposto: hai pienamente ragione, provvederemo, stiamo già lavorando. Provvedimento mai arrivato. Il prezzo per la propria libertà è alto. Le ritorsioni non finiscono qui. Sono stato prontamente imputato a Potenza per diffamazione a mezzo stampa perché sul web e sulla stampa nazionale ed internazionale (La Gazzetta del sud Africa) ho riportato le prove che a Taranto, definito Foro dell’Ingiustizia, vi sono eccessivi errori giudiziari ed insabbiamenti impuniti: Magistratura che, in conflitto d’interessi, non si astiene dall’accusare e dal giudicare in processi, in cui si palesa la loro responsabilità inerente ad errori giudiziari; Forze dell’ordine che denunciano i reati e solo il 10% di questi si converte in procedimento penale. Potenza ha reiteratamente archiviato ogni denuncia presentata contro gli abusi e le omissioni della Procura di Taranto, compresa quella inerente una richiesta di archiviazione in cui essa stessa era denunciata e nonostante le varie interrogazioni dei parlamentari: Patarino, Bobbio, Bucciero, Lezza, Curto e Cito e nonostante gli articoli di stampa sugli innumerevoli errori giudiziari: caso on. Franzoso, caso killer delle vecchiette, caso della barberia, caso Morrone, ecc. La denuncia a Potenza è stata presentata da un Pubblico Ministero di Taranto, che ha chiesto l’archiviazione per un procedimento, in cui si era denunciato il fatto che presso il comune di Manduria non si rilasciavano legittime ricevute all’ufficio protocollo e che il comandante dei vigili urbani era vincitore del concorso da lui indetto, regolato e con funzioni di comandante pro tempore e di dirigente dell’ufficio del personale. La stessa procura di Taranto ha già cercato, non riuscendoci, di farmi condannare per abusivo esercizio della professione forense, pur sapendo di essere regolarmente autorizzato a patrocinare; ovvero di farmi condannare per calunnia per la sol colpa di aver presentato per il mio assistito opposizione provata avverso ad una richiesta di archiviazione infondata, tant’è che il vero responsabile è stato accertato nel dibattimento che ne è seguito; ovvero di farmi condannare per lesione per essermi difeso da un’aggressione subita nella propria casa al fine di impedirmi di presenziare all’udienza contro l’aggressore; ovvero farmi condannare per violazione della privacy e per diffamazione per aver pubblicato atti pubblici nocivi alla reputazione della stessa procura e di un avvocato che vinceva le cause, in cui a giudicare era un suo ex praticante. Procedimenti a mio carico sempre con impedimento alla difesa. Potenza. Foro in cui lo stesso Presidente di quella Corte di Appello aveva più volte chiesto conto alle procure sottoposte sulle denunce degli insabbiamenti a Taranto, rimaste lettera morta. Potenza, più volte sollecitata ad indagare sui concorsi forensi truccati, in cui vi sono coinvolti magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto. Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro alcuni magistrati di Brindisi, che a novembre 2007 hanno posto sotto sequestro per violazione della privacy un intero sito dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie composto da centinaia di pagine, effettuato con atti nulli e con incompetenza territoriale riconosciuta dallo stesso foro. Il sito conteneva, alla pagina di Brindisi, le notizie di stampa nazionale riguardanti il presunto complotto della medesima procura di Brindisi contro l’ex Giudice di Milano, Clementina Forleo. Da questa acclamata incompetenza territoriale il fascicolo è passato a Taranto. La procura di quel foro, reitera il sequestro dell’intero sito, in cui, alla pagina di Taranto vi era un corposo dossier sull’operato degli stessi uffici giudiziari. Da un conflitto d’interessi ad un altro. Potenza, foro in cui non si è proceduto contro un giudice del tribunale di Manduria, sezione distaccata di Taranto, che pensava bene di dare un esito negativo a tutte le cause in cui compariva Giangrande Antonio, come imputato o come difensore di parte, nonostante le ampie prove dimostrassero il contrario. Ma le ritorsioni non si fermano qui. A Santi Cosma e Damiano (LT) un Consigliere Comunale, adempiendo al suo dovere di vigilanza e controllo sulla legittimità degli atti amministrativi degli enti territoriali, con altri associati dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie del posto, ha presentato vari esposti alle autorità competenti laziali. Esposti circostanziati e provati. Da questa meritoria attività è conseguita una duplice Interrogazione Parlamentare e un intervento da parte del Direttore Regionale del Dipartimento del Territorio della Regione Lazio. Dalle risposte istituzionali è scaturita una vasta infiltrazione mafiosa e ripetute illegittimità perpetrate a danno del territorio locale e dei suoi abitanti, in particolare sul territorio del basso Lazio, in provincia di Latina, da qui la richiesta di scioglimento dei Consigli Comunali di Santi Cosma e Damiano e di Minturno. Pur palesandosi la fondatezza delle accuse e il diritto-dovere costituzionale di informare i cittadini, oltretutto riportando fedelmente il contenuto di atti pubblici sui siti associativi, la reazione è stata la presentazione di una denuncia per calunnia e diffamazione a danno del Consigliere Comunale e del Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande. Denuncia infondata in fatto e in diritto, ma per la quale la Procura di Roma si è dichiarata competente e pronta a procedere. Roma e non Latina o Taranto (foro del reato o dei presunti responsabili). Da tutti questi tentativi, atti ad intimorire ed ad indurre alla tacitazione, nessuna condanna è scaturita. Anzi, molti procedimenti penali sono rimasti nel limbo, spesso fermi per anni per pretestuosi errori formali: insomma nel dibattimento non si voleva che uscisse la verità o che si presentasse istanza di ricusazione. La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo su mia istanza ha aperto un procedimento (n. 11850/07) contro l’Italia, per l’insabbiamento di 15.520 (quindicimilacinquecentoventi) denunce penali e ricorsi amministrativi, alcune a carico di magistrati e avvocati per associazione mafiosa e voto di scambio mafioso. Si rileva non solo l’immenso numero di procedimenti, a cui nulla è conseguito, pur con obbligo di legge, ma, addirittura, spesso e volentieri, colui il quale si era investito della competenza a decidere sulla denuncia penale, era lo stesso soggetto ivi denunciato. Da qui scaturiva naturale richiesta di archiviazione, poi prontamente accolta. Ogni tentativo di coinvolgere le istituzioni italiane preposte ha conseguito ulteriore insabbiamento. L’Associazione Contro Tutte le Mafie, ai sensi degli artt. 21 e 118, comma 4, Cost., svolge attività di interesse generale e di utilità pubblica di informazione, di denuncia e di proposta, sulla base del principio di sussidiarietà. Nonostante ciò non percepisce alcun finanziamento, né affidamento dei beni confiscati alla mafia, né alcuno spazio mediatico: solo perché non è di sinistra. Tutte le Tv locali non offrono spazi nei loro programmi di approfondimento, nonostante l’apporto di competenza e di audience. Tutte le tv nazionali non si avvalgono degli spunti esclusivi sulle tematiche nazionali. Ballarò di Rai tre, invia una troupe da Roma, per un servizio sui concorsi truccati: servizio mai andato in onda. RAI 1 stravolge il palinsesto per censurare lo spazio dedicato ad una associazione riconosciuta dal Ministero dell’Interno e che combatte in prima linea tutte le mafie. 10 minuti, il programma dell’accesso, previsto il 23 novembre 2007 alle 10.40, non è andato in onda. Nessun avviso, o comunicato, o motivazione è pervenuto alla sede dell’associazione, nè da parte della RAI, nè dalla Commissione di Vigilanza. Da qui l’interrogazione parlamentare del senatore Giovanni Russo Spena, per chiedere perché è stato censurato il servizio, ovvero perché si è inviata la troupe da Roma per un servizio mai trasmesso, con aggravio di costi per l’azienda RAI. Tutto questo, e anche peggio, succede a chi, non conforme all’ambiente colluso o codardo, non accetta di subire e di tacere”.
D. – Il finanziamento dell’Associazione?
R. – “L’associazione è ONLUS. A differenza di tutte le altre associazioni, non riceviamo finanziamenti da nessuno, né gli aderenti pagano alcunché. Le spese e le attività sono tutte a carico del Presidente, pur nella sua indigenza, aiutato dai suoi familiari. A suo carico sono anche le responsabilità per le cose sacrosante che denuncia e che, per molti, devono essere sottaciute.”
D. – Cosa chiede?
R. – “Ai media chiedo di aiutarmi a denunciare una realtà che ai più è sconosciuta, alla politica chiedo l’adozione delle mie proposte di legge, affinché si lasci una società migliore ai nostri figli, ai magistrati chiedo di essere giusti ed equi, rispettosi dei cittadini e della legge, senza impunità per nessuno.”
D. – Quanto costa, a livello personale, non tacere su tutti i torti e le ingiustizie? E da dove nasce questa sua determinazione, nonostante il prezzo che si presume stia pagando per questa scelta?
R. – “Vivere in un ambiente dove tutti non vedono, non sentono, non parlano delle ingiustizie, che ci sono, ma che non vengono conosciute, significa essere emarginato ed essere accusato di devianza dalla conformità imperante. A livello personale costa l’essere indicato come mitomane o calunniatore pazzo, da parte di chi combatto e da parte di chi non conosce me e la mia attività. Costa l’essere impedito alla professione forense che si merito di svolgere, o costa l’essere perseguito per reati inesistenti, con impedimento alla difesa, sol perché si combattono i poteri forti. Costa l’essere ignorato dalla maggior parte dei media salentini, quando molti direttori di testate giornalistiche in tutta Italia hanno aderito alla mia associazione e la sostengono dandole la visibilità che si merita. Molti mi dicono perché lo faccio e perché non mi disinteresso delle vittime delle ingiustizie, che spesso sono irriconoscenti. In questo modo, guadagnandoci. Tra le mie inchieste, visibili su http://www.controtuttelemafie.it o su www.malagiustizia.eu o http://www.ingiustizia.info ho provato, tra le altre cose, che tutti i concorsi pubblici sono truccati o truccabili, che in carcere ci stanno i presunti innocenti e che in Italia vi sono stati 4,5 milioni di errori giudiziari. Io rispondo che lo faccio per i miei figli. Mio figlio con 2 lauree a 22 anni non deve chiedere la raccomandazione per vincere un concorso pubblico e chi è innocente deve esserlo fino a sentenza definitiva, previo giusto processo, che oggi, attraverso gli intrecci perversi tra avvocatura e magistratura non è assicurato. Per questo ho fondato l’Associazione Contro Tutte le Mafie, iscritta presso la Prefettura di Taranto: per informare i cittadini, con fatti provati ed incontestabili, che questa Italia è alla rovescia. Ognuno fa ciò che vuole, con l’aggravante dell’impunità.”
D. – Perché lo fa?
R.- A chi mi chiede perché lo faccio, io rispondo: « Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Sono il virus della verità che infetta le coscienze. Verità nascoste o dimenticate che rappresentano un’Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobby, mafie e massonerie: un’Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione. Chi si ribella come me ad uno stato di cose, in cui il vincente è destinato ad esserlo ancora di più ed il perdente è condannato ad esserlo ancora di più, è emarginato, condannato, affamato o ucciso. Non è sbagliato quello che dico, ma è sbagliato il posto in cui lo dico. Purtroppo qualcuno lo deve fare, perché il male vince dove il bene rinuncia a combattere. Solo i combattenti le battaglie giuste in una esistenza utile prestata ad aiutare gli altri, diventano eroi. Se soccombono sono Martiri. In una moltitudine di esistenze omologate, colluse o codarde, fotocopia di un modello comune imposto dal potere mediatico genuflesso a quello politico ed economico, il martirio rende immortali e indimenticati ».
D. – Ma chi è realmente la mafia? Solo chi è prepotente? O anche chi è potente? Oppure ancora per mafia deve intendersi anche chi, col silenzio o a causa del timore, potrebbe finire per essere in un certo senso colluso?
R. – “La mafia non è una entità astratta da usare a fini politici. Cominciamo a combattere il mafioso della porta accanto, quello con il colletto bianco, e non solo il bombarolo, esecutore dei suoi ordini. L’art. 416 bis c.p. rileva che mafiosi sono coloro che associandosi al fine di trarre vantaggio economico o politico, con strumenti illegali attuano la sopraffazione e l’omertà. I Riina, i Provenzano, ecc, sono personaggi che qualcuno ha ingrassato e protetto. Non posso credere che in Italia, personaggi che non sanno scrivere e leggere, possano agire indisturbati nel paese tra i più progrediti al mondo. L’estorsione attuata dai soggetti privati o l’omissione o l’abuso di potere dei soggetti pubblici attua la sopraffazione. I media codardi per paura delle ritorsioni, spesso collusi con questo sistema, attuano l’omertà. Il Presidente Forgione della commissione antimafia e l’alto Commissario Antimafia accusano le banche di essere il collettore delle attività di mafia ed usura. A Catanzaro sono stati promossi il 99% dei candidati agli esami forensi con il Commissario d’esame che dettava la prova scritta. Tutto è rimasto impunito perché i commissari d’esame erano magistrati, avvocati e professori universitari. Da sempre si diventa avvocati con i concorsi truccati, poi si scandalizzano dei test truccati a Bari. Di questo nessuno ne parla, perché tutti i giornali sono sovvenzionati da contributi pubblici elargiti dai politici, che rappresentano le lobby in Parlamento, compresa la lobby bancaria. giudiziaria e forense. A Taranto nessuno parla delle interrogazioni parlamentari presentate circa l’operato della magistratura in quella città, o come sia potuto succedere che si faccia fallire una città, avendo dato il tempo per farlo.”
D. – Ma lo Stato combatte veramente la mafia?
R. – “No, altrimenti dovrebbe rivolgere l’attenzione sui propri apparati. Pensate veramente che lo Stato non sappia acciuffare uno o più criminali, la maggior parte di loro semi analfabeti ? E’ troppo facile fare la lotta alla mafia come lotta di parte o di facciata. Basta accusare l’avversario politico di essere mafioso, per prendere il potere. Ma questo cosa centra con usura ed estorsione? La cultura socio-mafiosa è insita nelle organizzazioni criminali, come lo è in certi apparati istituzionali o politici, come lo è nella società civile. Le istituzioni inefficienti e i media, loro servi, accusano i cittadini di essere omertosi. Nessuno si chiede qual’è il grado di legalità che vige nel paese o il grado di fiducia che i cittadini hanno nei confronti dello Stato. Non basta pretendere rispetto, bisogna meritarlo”.
D. – Nei nostri piccoli comuni, crea più fastidi la mafia o chi combatte la mafia?
R. – “Nei piccoli comuni, come nei grandi centri vi è un agglomerato di interessi politici ed economici, che non vanno assolutamente toccati. Chi ne fa parte usa ogni mezzo per tutelare il sistema, spesso con l’illegalità e la violenza. Chi rimane fuori cerca di denunciarlo al mondo, ma rimane inascoltato ed emarginato. Ignorato da tutte le istituzioni e da tutte le forze politiche. Si combatte contro un muro di gomma.
D. – In questi anni in cui ha fondato l’associazione, quali sono state le soddisfazioni più grandi che ha avuto?
R. – “Nel mio paese e nel suo circondario sono rimasto il personaggio anonimo ed insignificante di sempre, invece: alla mia associazione hanno aderito magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc, molti di questi con fama e notorietà; alla sede dell’associazione vengono da tutte le parti d’Italia per chiedere assistenza e consulenza, che nella loro città non hanno potuto trovare; in moltissimi portali nazionali ed internazionali di informazione on line o cartacea parlano della mia associazione e pubblicano i miei articoli; molte radio e televisioni da tutta Italia mi chiedono di pubblicare gli spot dell’associazione o mi chiedono interviste telefoniche o interventi in studio. Addirittura il Comitato Parlamentare di Vigilanza sulla Rai ha autorizzato uno spazio speciale per l’ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE”; molti Istituti scolastici mi invitano per incontrare gli studenti per parlare di legalità; l’Alto Commissario del Governo per la lotta alla Mafia mi invita alla conferenza interregionale dei Prefetti del sud Italia. In definitiva posso dire, meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora, specie se per una giusta causa. Possono sopprimermi fisicamente o moralmente, ma la mia esistenza lascerà comunque traccia, avendo inculcato il principio che, ribellarsi alle ingiustizie, si può, stante le ritorsioni che provocano pari onore.”
Presidente Dr Antonio Giangrande, ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
L’Associazione Contro Tutte le Mafie, nell’ambito della sua attività statutaria, intenta a dimostrare che in Italia nulla funziona, ha portato avanti inchieste ed approfondimenti, basandosi solo su un reportage di articoli di stampa pubblicati nel tempo e nello spazio, riconducibili ad autori citati, preparati e coraggiosi, a cui va il nostro riconoscimento di verità. Dati di fatto incontestabili e visionabili, pubblicati su http://www.controtuttelemafie.it o su www.malagiustizia.eu o http://www.ingiustizia.info.
Da questo studio d’insieme si delinea e si rileva un quadro desolante per tutta l’Italia e tutti gli Italiani, ancorché le istituzioni e i media cerchino di tacitare una verità scottante, dove finanche la magistratura è arrivata a sequestrare il sito dell’associazione, al fine di oscurarne la realtà.
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro che non c’è, e non sulla libertà, che tutti declamano, ma nessuno ha il coraggio di costituzionalizzare nei principi.
L’Italia è sfiduciata nelle Istituzioni, sfilacciata, mal governata; una mucillaggine sociale e una poltiglia di massa rassegnata all’inezia e che inclina verso il peggio, che si uccide e si ferisce nei festeggiamenti di capodanno.
Insomma: un caos organizzato.
L’Italia dove non c’è libertà di stampa e di parola. I media appartengono ad una casta foraggiata dallo Stato e dai partiti politici; con emolumenti stratosferici, sottoposti a dipendenza e servilismo, nepotismo e clientelismo. I giornalisti sono precari, censurati ed intimiditi dal potere politico e giudiziario. I media, oltre a fare processi mediatici, non raccontano fatti, ma li creano, imponendo opinioni, spesso faziose.
L’Italia dove i servizi pubblici sono indecenti: emergenza idrica; posta ferma nei depositi; rifiuti ammassati e bruciati per le strade; telefonia in monopolio mal funzionante ed intercettata; ferrovie nel caos, con passeggeri abbandonati o congelati, con treni affollati, sporchi, con legionella, pulci, cimici e zecche.
L’Italia dove non c’è giustizia: con abusi nelle carceri pieni di gente indigente e presunta innocente; con meno carceri per i reati più gravi; con 4 milioni di vittime di errori giudiziari.
L’Italia dove in un solo anno il 31% dei reati non è denunciato. Alle denunce, quando presentate, consegue l’85 % di archiviazione, il 10,73 % di proscioglimenti e solo il 4,27 % di condanne. Dove sono confermate solo il 54,67 % di richieste misure cautelari personali.
L’Italia dove c’è illegalità e malagiustizia; con 10.000 richieste annue di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo; dove si spara nei tribunali o dove gli avvocati sono stressati.
L’Italia dove il fallimento di aziende sane è una fabbrica del reddito per gli operatori della giustizia.
L’Italia dove è impedita la difesa e l’accesso al gratuito patrocinio.
L’Italia dove le denunce penali non sono iscritte nel registro generale, o dove gli atti sono notificati a paperino o a topolino.
L’Italia dove si è costretti a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti Umani per l’insabbiamento di 16.000 denunce e ricorsi amministrativi, presentate da una singola associazione contro lobby, caste e poteri forti.
L’Italia dove tutti sono responsabili per le loro azioni, meno che i magistrati: casta impunita, ai quali il peggio che li può capitare è il trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale.
L’Italia dove è norma insabbiare i procedimenti penali contro gli stessi colleghi magistrati e i poteri forti e, nonostante tutto ciò, vi sia una marea di magistrati inquisiti.
L’Italia dove la magistratura è una casta con privilegi e segreti; definita come una lobby mafiosa, sovversiva ed eversiva, che influisce sul potere esecutivo e legislativo.
L’Italia dove vige l’impunità per i parlamentari, i magistrati, i commissari d’esame dei concorsi truccati; i funzionari pubblici non sono licenziati, pur condannati per gravi delitti.
L’Italia dove gli avvocati e i notai non sono stinchi di santo, abusando del loro status.
L’Italia dove la stessa magistratura, per la pseudo lotta alla mafia: usa l’incompatibilità ambientale per i magistrati scomodi o le lotte di potere per le carriere; o lincia Giovanni Falcone e Agostino Cordoba; o processa Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo che arrestò Riina; o non confisca i beni sequestrati alla mafia.
L’Italia dove le indagini sulla massoneria e sulle stragi sono bloccate.
L’Italia dove risulta essere governata da politici drogati, ignoranti, pregiudicati, falsi, voltagabbana, puttanieri e mafiosi, assenteisti e costosi per la comunità.
L’Italia dove ci sono sprechi: aeroporti inutili, compagnie aeree e marittime inutili e dannose; opere pubbliche incompiute; voli di Stato; auto blu; pensioni faraoniche; privilegi faraonici ai parlamentari, ai magistrati, ai consiglieri regionali, ai funzionari pubblici, ai professori universitari, ai giornali.
L’Italia dove si “regalano” le case pubbliche ai politici.
L’Italia dove tutti e sempre sono in conflitto di interessi.
L’Italia dove le elezioni sono truccate.
L’Italia dove amministrare la cosa pubblica significa cadere in tentazione e delinquere.
L’Italia dove ci sono appalti pubblici truccati.
L’Italia dove gli impiegati pubblici sono malati, assenteisti e improduttivi.
L’Italia dove i militari sono condannati per tangenti, o segretano le morti per l’uranio impoverito o il vaccino.
L’Italia dove la polizia, l’arma dei carabinieri, la guardia di finanza sono accusati di violenza o altri reati, facendo fare i lavori sporchi ai vigilantes, considerati polizia di serie B.
L’Italia dove si elevano sanzioni amministrative truffa.
L’Italia dove ci sono collaudi falsi dei veicoli.
L’Italia dove ci sono abusi edilizi ed inquinamento atmosferico, inquinamento delle acque, inquinamento ambientale, inquinamento acustico.
L’Italia dove ci sono gli incendi boschivi redditizi.
L’Italia dove gli allievi sono più bravi degli insegnanti.
L’Italia dove per trovare lavoro ti devi asservire e far raccomandare, dove è inconsistente il collocamento pubblico o privato, se non per creare precariato.
L’Italia dove i sindacati sono un’altra casta, con poteri e privilegi.
L’Italia dove c’è sfruttamento dei lavoratori, addirittura sfruttamento a danno dei giudici onorari, dei giudici di pace, degli assistenti parlamentari, dei medici specializzandi, dei praticanti avvocato, dei giornalisti.
L’Italia dove c’è il mobbing nelle istituzioni.
L’Italia dove non c’è tutela della salute dei lavoratori e prevenzione degli infortuni.
L’Italia dove sono truccati gli esami scolastici e delle patenti, oltre che i test di ammissione alle università.
L’Italia dove tutti occupano un posto di responsabilità che non merita, in quanto sono truccati tutti i concorsi pubblici, compresi quelli forensi, giudiziari, accademici, notarili, giornalistici, sanitari, televisivi, inps, postali, scolastici, sportivi, canterini; negli enti locali i concorsi sono truccati, o sono concorsi senza concorso, o sono concorsi a sorteggio, o sono concorsi parentali.
L’Italia dove ci sono compagnie assicurative riunite in cartello, rincari RCA ingiustificati e inadempienze risarcitorie, sinistri truffa e avvocati con magistrati collusi tra di loro, che assicurano il risarcimento.
L’Italia dove ci sono truffe bancarie, le mani della giustizia sui banchieri e la piovra delle banche sulla giustizia, le banche come la più grande rete di connivenza con la mafia, l’usura bancaria.
L’Italia dove tutti evadono le tasse, o ci sono le cartelle pazze per tributi non dovuti.
L’Italia dove c’è il caro prezzi ingiustificato.
L’Italia dove c’è lo sciopero selvaggio, senza rispetto e tutela dei diritti altrui.
L’Italia dove ci sono i falsi invalidi e le barriere architettoniche.
L’Italia dove gli stranieri clandestini emulano gli italiani.
L’Italia dove i padri separati rivogliono i loro figli.
L’Italia dove di pedofilia non si parla o si sparla.
L’Italia dove la politica crea clientelismo nella sanità e, per gli effetti, crea malasanità.
L’Italia dove, addirittura, lo sport e insito di dubbi sulla sua correttezza e lealtà.
Questa è l’Italia che siamo. Possiamo anche nascondercelo, ma non si può negare l’evidenza.
ARTICOLO SUI FALLIMENTI
FALLIMENTI DI AZIENDE SANE: FABBRICA DEL REDDITO PER GLI OPERATORI GIUDIZIARI.
ANOMALIA SOTTACIUTA DAI MEDIA E LEGITTIMATA DALLE ISTITUZIONI.
ITALIA – “Basta fallimenti truccati promossi dal sistema di potere, che distruggono aziende sane. Basta caste professionali, che gestiscono con arbitrio la svendita dei beni per arricchirsi alle spalle dell’indifeso cittadino imprenditore”.
Questo dice il dr Antonio Giangrande, Presidente della Associazione Contro Tutte le Mafie, che ha svolto una inchiesta sui fallimenti in Italia.
“Da anni denuncio al mondo l’anomalia dei fallimenti, su segnalazione dei miei associati locali, spesso vittime di racket ed usura e rappresentanti di comitati territoriali. Lo denuncio pubblicamente da Presidente nazionale di una associazione antimafia riconosciuta dal Ministero degli Interni. Il fenomeno copre tutta la penisola, ma le note stampa vengono ignorate e le mie denunce penali vengono insabbiate. Per il sistema devi subire e tacere”.
Il dr Antonio Giangrande nella sua inchiesta elenca una serie di casi eclatanti.
Esemplare è il fallimento della Federconsorzi. Caposaldo dello scandalo, la liquidazione di un ente che possedeva beni immobili e mobili valutabili oltre quattordicimila miliardi di lire per ripagare debiti di duemila miliardi. L’enormità della differenza avrebbe costituito la ragione di due processi, uno aperto a Perugia uno a Roma. La singolarità dello scandalo è costituita dall’assoluto silenzio della grande stampa, che ha ignorato entrambi i processi, favorendo, palesemente, chi ne disponeva l’insabbiamento.
E che dire del caso Cirio. Ci furono accertamenti su presunte irregolarità avvenute nella sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che hanno visto coinvolti giudici accusati di aver “pilotato” alcuni fallimenti e che vede una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità, avviata nei confronti di un giudice arrestato per corruzione in atti giudiziari.
E che dire delle aste truccate in Lombardia. Al Tribunale di Milano i magistrati hanno denunciato una loro collega: tentata concussione e abuso d’ufficio nelle nomine dei consulenti, al fine di suddividerne i compensi. A Brescia si è archiviato un procedimento penale per usura, pur essendo stato accertato dal perito della Procura un tasso applicato del 446% annuo.
E che dire dell’intrigo che lega il Piemonte e la Toscana. Un Giudice condannato per tangenti per il fallimento Aiazzone e legato con un esponente della P2 in altri processi in Toscana. All’indomani di una udienza a Prato contro di questo, il suo difensore, noto avvocato e professore milanese, fu trovato morto a causa di uno strano suicidio. Nell’ambito di quei processi si denunciano casi di violazione del diritto di difesa. Sempre in Toscana, si chiede il processo ad un giudice: al magistrato vengono contestati corruzione, concussione, peculato, falso, abuso di ufficio e concorso in bancarotta.
Anche in Emilia Romagna si denunciano casi di lesione del diritto di difesa e del contraddittorio a danno dei falliti.
Nelle Marche l’inchiesta sul crack delle aziende dell’imprenditore sambenedettese coinvolge ormai ben 18 personaggi. Fra essi numerosi magistrati, avvocati, curatori fallimentari e dirigenti di banca.
In Abruzzo, L’ex gip teramano, poi giudice a Giulianova e oggi magistrato di Corte d’Appello a L’Aquila e l’attuale presidente del Tribunale di Teramo sono stati coinvolti in un’inchiesta sulle vendite giudiziarie immobiliari partita da un esposto presentato da un cancelliere.
A Lecce, per la prima volta in Europa, è stato dichiarato il fallimento del creditore su richiesta del debitore. L’imprenditore è stato sbattuto fuori di casa, nonostante sia stato assolto dai reati di truffa e falso denunciati dal direttore generale di un noto istituto di credito spacciatosi per suo creditore, mentre era, in realtà debitore dell’imprenditore di cui ha provocato il fallimento. Una vittima spara al suo aguzzino: solo allora danno il via alle indagini, rimaste da tempo insabbiate.
Ciliegina sulla torta è il caso Palermo e Catania.
A Palermo per il fallimento con il trucco, tre giudici rischiano il processo. A denunciare le illegalità un comitato antiracket ed antiusura. La competenza è passata alla Procura di Reggio Calabria. Nei suoi uffici è scoppiato lo scandalo “cimici”.
A Catania, con atto ispettivo al Ministro della Giustizia n. 4-29179, l’interrogante On. Angela Napoli, ha denunziato la triplice reciprocità d’indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti su una denuncia di un imprenditore dichiarato, ingiustamente, fallito.
ARTICOLO SULL’INQUINAMENTO
Il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, Dr Antonio Giangrande, segnalando il fatto che nel mondo da anni vi sono sentenze di risarcimento danni da inquinamento, sia esso atmosferico, delle acque, ambientale o acustico. Addirittura sono stati riconosciuti indennizzi stratosferici a favore di fumatori consenzienti, come vi sono divieti di fumare all’aperto per difendersi dal fumo passivo.
Non capisce come si possa continuare a rimanere succubi di una politica ed amministrazione pubblica inconcludente e subire da anni un incremento di sofferenza e disagio riconducibile all’inquinamento.
Purtroppo, l’incremento delle malattie riconducibili a questa tematica, riguarda tutti, anche perché gli effetti, con il vento o con le correnti, raggiungono distanze inimmaginabili.
Naturalmente ogni iniziativa deve tendere a salvaguardare gli interessi delle aziende, dei lavoratori, dei cittadini.
INSOMMA: LE AZIENDE NON CHIUDONO, MA PAGANO.
L’azione giudiziaria civile di risarcimento danni all’ambiente (in forma specifica o per equivalente), ovvero alla persona (biologici, morali e per “il patema d’animo”), e l’obbligo per le amministrazioni locali ad emettere ordinanze attinenti oneri per le grandi aziende a titolo di indennità di ristoro civico e di servitù industriale, dovuto al loro esercizio, quantunque l’inquinamento sia o fosse al di sotto del limite legale, porterà un senso di legalità in un territorio martoriato. Resta fermo l’obbligo per le aziende di adeguarsi ai limiti di emissioni inquinanti, pena il risarcimento del maggior danno.
Il concetto di danno ambientale ha trovato un suo chiaro riconoscimento nel nostro ordinamento giuridico con la L.349/86 (“Istituzione del Ministero dell’ambiente e norme in materia di danno ambientale”). In particolare, l’art. 18 della suddetta legge dispone che:
“Qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l’ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte, obbliga l’autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato” (comma 1).
“Il giudice, ove non sia possibile una precisa quantificazione del danno, ne determina l’ammontare in via equitativa, tenendo comunque conto della gravità della colpa individuale, del costo necessario per il ripristino e del profitto conseguito dal trasgressore in conseguenza del suo comportamento lesivo di beni ambientali” (comma 6).
“Il giudice, nella sentenza di condanna, dispone, ove possibile, il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile” (comma 8).
La portata delle disposizioni di cui alla L.349/86 non può essere compresa appieno se non attraverso un puntuale riferimento alle decisioni giurisprudenziali e alla dottrina, che, non di rado, hanno interpretato tali disposizioni in maniera difforme dalla lettera della legge.
Danni ambientali reversibili
Danni patrimoniali.
Danno emergente: in conformità alla giurisprudenza e alla dottrina maggioritaria, può essere calcolato come costo per la messa in sicurezza, bonifica ed ripristino dei siti danneggiati (ex D.M. 471/99);
Lucro cessante: non vi è altro modo di calcolarlo se non quello di valutare i danni che deriveranno ai richiedenti dalla mancata realizzazione di profitti in conseguenza dell’evento dannoso. Bisognerà tener conto anche dei danni ulteriori connessi ai tempi di realizzazione degli interventi di ripristino dei siti danneggiati, nonché dei c.d. danni indiretti (danni derivanti dall’alterazione degli ecosistemi).
Danni non patrimoniali.
Danno estetico: può essere calcolato come percentuale del danno patrimoniale complessivo (danno emergente e lucro cessante) e va in ogni caso rapportato ai tempi necessari per il ripristino dei luoghi danneggiati.
A tal fin si può utilizzare un coefficiente (B) che chiameremo “coefficiente di bellezza e significatività del sito danneggiato”, il cui valore sarà compreso tra 0 e 1.
Danno all’immagine: nelle ipotesi di valutazione del danno ambientale, abbiamo preferito non creare una voce di danno autonoma per questo tipo di lesione.
Anzitutto perché non crediamo opportuno “appesantire” la quantificazione del danno ambientale e la conseguente richiesta risarcitoria con voci di danno che non hanno ancora trovato unanime riconoscimento in dottrina e in giurisprudenza (ne risentirebbe la credibilità dell’intero sistema di valutazione del danno ambientale).
E poi perché il danno all’immagine è comunque riconducibile a quello da lucro cessante, per le sue componenti patrimoniali, e al danno estetico per quasi tutto il resto. E’ indubbio che il danno all’immagine sia altra cosa rispetto al danno estetico, ma il risarcimento del secondo farebbe senz’altro giustizia anche del primo, soprattutto se nella determinazione del valore del citato coefficiente B si tiene conto delle possibili ripercussioni della lesione ambientale sull’immagine dell’ente richiedente.
Danni ambientali irreversibili
Danno emergente: trattandosi di danno ambientale irreversibile e non potendo ipotizzarsi un ripristino dello status quo ante, può essere calcolato come costo per la creazione di un habitat simile a quello preesistente o come costo per la creazione dell’habitat danneggiato in altro sito.
Lucro cessante: v. danni reversibili. Ovviamente, qui i danni ulteriori andranno proporzionati ai tempi di realizzazione degli interventi precedenti.
Danno estetico; vedi danno reversibili;
Danno all’immagine: vedi danni reversibili.
IL DANNO PERSONALE: LEGITTIMAZIONE ALL’AZIONE DEL SINGOLO
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE III PENALE
Sentenza 2 maggio 2007, n. 16575
Il danno ambientale presenta una triplice dimensione:
– personale (quale lesione del diritto fondamentale dell’ambiente di ogni uomo);
– sociale (quale lesione del diritto fondamentale dell’ambiente nelle formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità umana, ex art. 2 Cost.);
– pubblica (quale lesione dei diritto-dovere pubblico delle istituzioni centrali).
In questo contesto persone, gruppi, associazioni ed anche gli enti territoriali non fanno valere un generico interesse diffuso, ma dei diritti, ed agiscono in forza di una autonoma legittimazione.
Integra il danno ambientale risarcibile anche il danno derivante, medio tempore, dalla mancata disponibilità di una risorsa ambientale intatta, ossia le c.d. “perdite provvisorie”, perché qualsiasi intervento di ripristino ambientale, per quanto tempestivo, non può mai eliminare quello speciale profilo dì danno conseguente alla perdita di fruibilità della risorsa naturale compromessa dalla condotta illecita, danno che si verifica nel momento in cui tale condotta viene tenuta e che perdura per tutto il tempo necessario a ricostituire lo status quo.
La Cassazione, con un sentenza che vi consiglio vivamente di leggere d’un fiato (potere liberamente scaricare la sentenza della Corte di Cassazione Civile n. 11059/09 ha statuito, invece, e per fortuna giuridico-ambientale, che è giuridicamente corretto inferire l’esistenza di un danno non patrimoniale, ravvisato nel patema d’animo indotto dalla preoccupazione per il proprio stato di salute e per quello dei propri cari, ove tale turbamento psichico sia provato in via documentale.
Il danno non patrimoniale può essere provato anche per presunzioni e la prova per inferenza induttiva non postula che il fatto ignoto da dimostrare sia l’unico riflesso possibile di un fatto noto, essendo sufficiente la rilevante probabilità del determinarsi dell’uno in dipendenza dell’altro, secondo criteri di regolarità causale.
Si tratta, del resto di principi affermati già in passato (Cass. Sez. Un. civ. n. 2515/2002, in caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo – art. 449 c.p.) nel caso del verificarsi di un delitto di pericolo presunto a carattere plurioffensivo: qui la Cassazione sottolineava che alla lesione dell’interesse adespota all’ambiente ed alla pubblica incolumità, si affianca il pregiudizio causato alla sfera individuale dei singoli soggetti che si trovano in concreta relazione con i luoghi interessati dall’evento dannoso, in ragione della loro residenza o frequentazione abituale. Ove sia dimostrato che tale relazione è stata causa di uno stato di preoccupazione è configurato il danno non patrimoniale in capo a detti soggetti, danno risarcibile in quanto derivato da reato.
In armonia con un’altra decisione della Cassazione (Cass. Sez. Un. civ. n. 26972/2008) il giudice di legittimità delle leggi ha, inoltre, stabilito che va esclusa l’autonomia del c.d. danno esistenziale, il quale non rappresenta altro che una delle voci del danno non patrimoniale.
Nel caso in cui il fatto illecito, da cui è derivato il danno, si configuri come reato, il danno non patrimoniale è risarcibile nella sua più ampia accezione di danno determinato da lesioni di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica.
INDENNIZZO PER SERVITU’ INDUSTRIALE
In diritto si definisce servitù (o servitù prediale) un diritto reale minore di godimento su cosa altrui, consistente in “un peso imposto sopra un fondo per l’utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario” (art. 1027 del codice civile).
L’utilità del fondo dominante, presente o futura, è estremo essenziale della servitù: può consistere nella maggiore comodità del fondo, può anche essere inerente alla sua destinazione industriale. Per questo si parla di Servitù Industriale. Tuttavia, deve sempre essere utilità di un fondo, non quello personale del proprietario. In quest’ultima ipotesi si ha un un diritto personale di godimento, la cosiddetta servitù aziendale.
INDENNITA’ DI RISTORO CIVICO
Tributo locale a carattere amministrativo per speciali prestazioni (servitù atipica).
ARTICOLO SULLA MAFIA
LA MAFIA è una presenza discreta e silenziosa, che cerca di evitare i clamori della cronaca con lo spargimento di sangue. Ma la mafia c’è ed incombe pericolosamente sulla vita sociale e democratica dell’Italia, anche se di essa, per omertà dei media, non vi è adeguata consapevolezza nei cittadini e nelle istituzioni. C’è “la mafia bianca”, sodalizio massonico delle lobby e delle caste, insinuata nelle istituzioni e nei poteri dello Stato, che si attiva direttamente per influenzare le scelte e la gestione della cosa pubblica. Poi c’è “la mafia nera”, la criminalità organizzata comune che non ha cessato di mettere in discussione l’autorità dello Stato e continua la cura dei suoi tradizionali interessi: dal traffico di stupefacenti e di clandestini all’usura e al racket delle estorsioni, fino allo sfruttamento della prostituzione e del gioco d’azzardo. Entrambe le mafie, cosa ancora più grave, tentano di mettere le mani sulla gestione degli appalti pubblici finanziati da fondi nazionali od europei, insinuandosi nelle pieghe della vita politica e amministrativa, come dimostrano alcune indagini della magistratura su ipotesi di rapporti illeciti di taluni rappresentanti della pubblica amministrazione e del mondo dell’imprenditoria e della stessa magistratura con esponenti della criminalità organizzata, in vicende dal rilevante profilo economico e finanziate con i soldi dei cittadini.
Arrestare boss, assassini, estorsori, usurai è importante, ma per sconfiggere la mafia bisogna prevenirla, combattere il suo sistema di potere, incidere sulle sue complicità, estirpare le coperture che creano cultura, prassi e contesti mafiosi. L’uomo non è libero, la società è malata se le minacce e le intimidazioni creano nei cittadini paura, angoscia e terrore, alimentano un cancro morale che intorbida le coscienze, condiziona la democrazia e la convivenza civile. Ma l’insicurezza nei cittadini onesti viene talvolta alimentata anche dalla soggezione che impone la burocrazia, dall’arroganza che promana dal potere politico e amministrativo, dall’umiliazione che spesso gli eletti nelle istituzioni pubbliche impongono ai cittadini solo per ascoltare le loro esigenze, richieste o proposte. Consiglieri comunali, provinciali, regionali, assessori e parlamentari, sindaci e presidenti di ogni ordine e grado diventano spesso “irraggiungibili” una volta eletti, anche dai loro stessi più prossimi elettori. Segretari, addetti stampa, attendenti e portaborse creano filtri e contro-filtri, una cortina fumogena impenetrabile, tanto che per poterla squarciare bisogna farsi raccomandare. E la pratica della raccomandazione è il primo viatico alla cultura della mafiosità.
Prassi agevolata dall’inerzia e dall’indifferenza, se non addirittura dalla collusione della magistratura, spesso sorda alle richieste di intervento dei cittadini onesti e coraggiosi.
“La mafia nera”, che in Puglia prende le sembianze mediatiche della Sacra corona unita, come Cosa nostra in Sicilia, la ‘ndrangeta in Calabria e la Camorra in Campania, è innominata nelle regioni del nord Italia, dove è ben radicata e in commistione con quella dell’est Europa. Essa è ancora viva ed opera efficacemente anche quando non uccide. In realtà essa si articola in una miriade di consorterie malavitose in continuo rimescolamento conflittuale e alla ricerca della supremazia territoriale. Una presenza flessibile e tendenzialmente discreta, che evita il clamore degli episodi delittuosi estremi proprio per potersi mimetizzare e infiltrare nelle istituzioni. Esercita soprusi e prepotenze nei confronti di comuni cittadini, imprenditori, commercianti, ma anche giudici, politici, pubblici amministratori, giornalisti. Uno stillicidio quotidiano di notizie ne segnala continuamente la presenza preoccupante, ma troppo spesso vengono evitate, ignorate, dimenticate in fretta, forse per esorcizzare la paura di scoprire di vivere in una regione che rischia di essere dominata dalla mafia.
Ma vivere con gli occhi bendati, le orecchie tappate e le mani sulla bocca, come le tre famose scimmiette, non serve a nulla. La realtà è un’altra: è quella della paura e delle intimidazioni quotidiane subite da chi non vuole sottostare alle regole della mafia. Una sequenza impressionante di piccoli e grandi episodi che fanno correre il contachilometri della criminalità. Gli amministratori pubblici non ne sono esenti.
Nel campionario c’è di tutto: la testa di cavallo mozzata lasciata davanti all’abitazione, l’auto incendiata, la bomba esplosa all’esterno del Municipio, i colpi di pistola contro le finestre, la lettera minatoria con le cartucce di un fucile.
L’Italia sta scoprendo un nuovo modo di fare politica. Non attraverso le elezioni, ma con le intimidazioni. Difficile dare una lettura omogenea delle vicende, perché ogni Comune ha una storia a sé. Insomma, non è detto che tutti gli amministratori colpiti finiscano per pagare così l’impegno contro l’illegalità o la crociata per un’amministrazione trasparente.
Secondo gli investigatori, si può finire nel mirino anche per non aver rispettato – ad esempio – patti precedentemente stabiliti. Oppure perché singoli cittadini decidono di vendicarsi ricorrendo ai metodi tipici della criminalità organizzata, adottandone le modalità, pur essendo esterni ai clan. Tre chiavi di lettura diverse, che rendono ancora più difficile l’attività di chi cerca di dare nomi e cognomi ai mandanti. Ma gli esperti non tralasciano le piste investigative più inquietanti. Bombe, proiettili e minacce porterebbero o all’infiltrazione diretta nelle amministrazioni comunali o alla ricerca delle dimissioni di un amministratore per sostituirlo con un altro di fiducia della Piovra spa. D’altra parte, la criminalità di casa nostra ha sempre mostrato una spiccata flessibilità operativa. E l’atto intimidatorio non è altro che una prova di forza, una esibizione di muscoli da parte di chi è convinto di controllare il territorio. Un particolare non sfuggito, di recente, alla Direzione nazionale antimafia. In una relazione si sottolineavano, tra l’altro, alcune peculiarità. Come l’intervento di boss e picciotti nell’intercettare i flussi finanziari destinati alla realizzazione di grandi opere (contratti d’area, distretti tecnologici, energie alternative, smaltimento rifiuti), o attraverso la strategia del «doppio binario», adottata per infiltrarsi nei subappalti (movimento terra) e facendo pressioni (estorsioni) nei confronti di imprese affidatarie di lavori ad alto profilo tecnologico. Vanno di moda, anche, l’affidamento di servizi ai clan, la costituzione di società per la gestione di piccoli affari, le ingerenze e il controllo di attività come l’affissione dei manifesti elettorali, gli accordi di natura elettorale (richieste di voti in cambio di assunzioni).
Esemplare è il caso di Santi Cosma e Damiano (LT). Un consigliere comunale di quel comune, adempiendo al suo dovere di vigilanza e controllo sulla legittimità degli atti amministrativi degli enti territoriali, con altri associati dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie del posto, ha presentato vari esposti alle autorità competenti laziali. Esposti circostanziati e provati.
Da questa meritoria attività è conseguita una duplice interrogazione parlamentare e un intervento da parte del Direttore Regionale del Dipartimento del Territorio della Regione Lazio.
Di questo si è dato conto sul portale di informazione dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, per rendere coscienti i cittadini di una realtà sottaciuta.
Dalle risposte istituzionali scaturisce una vasta infiltrazione mafiosa e ripetute illegittimità perpetrate a danno del territorio locale e dei suoi abitanti, in particolare sul territorio del basso Lazio, in provincia di Latina, da qui la richiesta di scioglimento dei consigli comunali di Santi Cosma e Damiano e di Minturno.
Pur palesandosi la fondatezza delle accuse e il diritto-dovere costituzionale di informare i cittadini, oltretutto riportando fedelmente il contenuto di atti pubblici, la reazione è stata la presentazione di una denuncia per calunnia e diffamazione a danno del consigliere comunale e del Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande.
Denuncia infondata in fatto e in diritto, ma per la quale la Procura di Roma ha proceduto, in palese incompetenza territoriale, riconducibile a Latina (domicilio consigliere) o a Taranto (luogo di pubblicazione). Nessuna informazione di garanzia e nessuna informazione sul diritto di difesa. Insomma, non si conosce il chi, il come, il quando e il perché della denuncia, oltre che ogni informazione utile al diritto di difesa.
Dato che la mafia ti uccide, o ti affama, o ti condanna, ci si chiede: ma in questa Italia alla rovescia, è conveniente uscire dalla conformità omologata per lottare a favore di ideali di giustizia?? Agli occhi dei giustizialisti a senso unico e di facciata, che vogliono al Parlamento Deputati incensurati, pur se incapaci ed inetti, quelli che lottano per la giustizia, l’uguaglianza e la libertà, se condannati in base alle denunce di cui sopra, sarebbero meritevoli di essere eletti in Parlamento ??
Il Presidente dr Antonio Giangrande denuncia: “la lotta alle mafie ed alle illegalità non deve essere, né apparire, solo lotta politica di “sinistra”, né deve essere fondata sulla santificazione dei magistrati. Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti non fosse appoggiato dall’apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità e sostegno ?
La “Associazione Contro Tutte le Mafie” – ONLUS è una associazione nazionale contro le ingiustizie e le illegalità, iscritta per obbligo di legge, ai fini dell’attività antiracket ed antiusura, solo presso la Prefettura – UTG di Taranto, competente sulla sede legale. Non ha sostegno politico perchè è apartitica e non nasconde gli abusi e le omissioni del sistema di potere, tra cui i magistrati, e la codardia della società civile. Per questo non riceve alcun finanziamento pubblico, o assegnazione da parte della magistratura dei beni confiscati. I suoi siti web sono oscurati dalla magistratura e il suo presidente è, spesso, perseguito per diffamazione, solo perchè riporta sui portali web associativi le interrogazioni parlamentari o gli articoli di stampa sugli insabbiamenti delle inchieste scomode. Le scuole non lo invitano, in quanto il motto “La mafia siamo noi” non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità del dissesto morale e culturale del paese. Pur affrontando questioni attinenti la camorra, la mafia, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la mafia russa, ecc; pur essendo stato ringraziato dal Commissario governativo per la collaborazione svolta ed invitato da questi a partecipare al forum tenuto a Napoli coi Prefetti del Sud Italia per parlare di Mafie e sicurezza, la Prefettura di Taranto, non solo non gli dà la scorta, ma gli diniega la richiesta del porto d’armi per difesa personale. La regione Puglia non iscrive la stessa associazione all’albo regionale, né il comune di Avetrana, città della sede legale, ha iscritto l’associazione presso l’albo comunale. Il sostegno mediatico è inesistente, tanto che vi è stata interrogazione parlamentare del sen. Russo Spena per chiedere perchè Rai 1 non ha trasmesso il servizio di 10 minuti dedicato all’associazione, autorizzato dall’apposita commissione parlamentare. L’editoria ha rifiutato le pubblicazione del saggio d’inchiesta “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, il sunto e l’elenco degli scandali e i misteri italiani, senza peli sulla lingua.
La associazione “Libera” è un coordinamento nazionale di tante associazioni e comitati locali. Queste, spesso hanno sede presso la CGIL, sindacato di sinistra, come a Taranto. I magistrati assegnano a loro i beni confiscati. Le scuole invitano i loro rappresentanti. Il sostegno mediatico è imponente, come se “Libera” fosse l’unico sodalizio antimafia esistente in Italia. La regione Puglia, con giunta di sinistra, riconosce a loro cospicui finanziamenti, pur non essendo iscritta all’Albo regionale.
In un’intervista a Magazine del Corriere della Sera, si rivela che non c’erano motivi perchè a Roberto Saviano, autore di “Gomorra”, venisse assegnata la scorta. Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli, è un poliziotto con gli “attributi” che ha ottenuto l’importante incarico all’età di 40 anni; rischia la pelle tutti i giorni e, persona seria in questo mondo di quaquaraquà e opportunisti. Intervistato da Vittorio Zincone ha detto le cose come stanno: “Resto perplesso quando vedo scortare persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni”.
All’ex collaboratore de “Il Manifesto” è però stata concessa l’assidua compagnia d’un folto manipolo di guardie del corpo, che oltrepassa ogni ridicolo, schierando persino cani anti-bomba; eppure, rivela Pisani, “a noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta”. Tuttavia Roberto Saviano, sull’onda della popolarità antimafia e dell’autocommiserazione per la “vita sotto scorta”, è diventato un miliardario di fama mondiale che, oltre a sfornare libri alla moda e presenziare ovunque, collabora a testate come L’espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El Pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Gran Bretagna con il Times.
Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E perché ad Antonio Giangrande, autore del saggio di inchiesta “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, che scrive 100 volte cose più gravi e pericolose, toccando gli interessi di mafie, lobby, caste e massonerie, oltre che denunciare il comportamento dei cittadini collusi o codardi, viene negato addirittura il porto d’armi ?
E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti non fosse appoggiato dall’apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità e sostegno ?
Detto questo, la risposta è arrivata con l’articolo 2 della finanziaria 2010, il quale sancisce che i beni “di cui non sia possibile effettuare la destinazione o il trasferimento per le finalità di pubblico interesse ivi contemplate entro i termini previsti – vale a dire 90 giorni – sono destinati alla vendita i cui proventi saranno destinati a finalità istituzionali e sociali”.
Don Ciotti, presidente di “Libera”: “Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra”.
Antonio Giangrande, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie: “I beni confiscati sono cosa di tutti, non degli apparati appoggiati dalla sinistra. Basta favoritismi ed ipocrisie. Ben venga la riforma. I proventi della vendita dei beni non assegnati vadano a finanziare i bisogni della Giustizia e non essere un peso al bilancio dello Stato”.
“Libera”, è un coordinamento di oltre 1500 associazioni o comitati locali, che spesso si appoggiano presso le sedi ARCI, ACLI, CGIL. Esse sono assegnatari dei beni confiscati e beneficiari dei finanziamenti per la fruizione e la funzionalità di immobili ed aziende. Loro santificano i magistrati e sono appoggiati dall’apparato dei media, dei docenti, degli intellettuali, dei politici e dei magistrati di sinistra. Con un apparato del genere e con molte Giunte che la sovvenzionano, “Libera” non ha bisogno di elemosinare sostegno, finanziamenti e visibilità.
“Noi non siamo di sinistra – dice il presidente dr Antonio Giangrande – ma vogliamo portare all’attenzione della collettività una verità alternativa a quella della sinistra militante dove vige il motto: La mafia sono gli altri e nessuno tocchi i “Dei” magistrati. Noi non abbiamo visibilità, nè sostegno, perché palesiamo una verità eclatante: la mafia è l’istituzione che collude, i media che tacciono e i cittadini che emulano. Mafie, lobbies, caste e massonerie gestiscono la nostra vita. E ne riportiamo gli esempi sui nostri siti e per sunto nel libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”. Noi non siamo tanto forti da rompere questo muro di gomma erto dalla “inteligentia” e dagli apparati di sinistra, ma siamo forti della nostra ragione. Per questo diciamo che i beni dei mafiosi, devono essere “cosa di tutti” e non “cosa di sinistra”.
ARTICOLO SULLA SICUREZZA NELLE SCUOLE
“Quella che non c’è” – denuncia il Dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, http://www.controtuttelemafie.it .
Sicurezza strutturale, bullismo, uso di droghe e fumo, baby prostituzione, precariato e assenteismo dei docenti.
Sicurezza strutturale. Un terzo delle scuole pugliesi è stato costruito in zone inquinate. Ben 937 sedi scolastiche, su un totale di 2.627, sono nate all’interno o nelle vicinanze delle aree industriali (131), sotto le antenne di radio e televisioni (632), a confine con le discariche (42) o gli aeroporti (29), sopra gli elettrodotti (103). L’inquinamento elettromagnetico mette ogni giorno in pericolo la salute di migliaia di studenti e insegnanti. I mali della scuola non vanno perciò ricercati esclusivamente negli edifici che cadono a pezzi, nelle richieste di manutenzione ordinaria e straordinaria indispensabili a garantire la funzionalità degli edifici, nei banchi e nelle sedie rotte, nelle palestre spesso chiuse perché inagibili. Sicurezza è anche vivere in un ambiente sano, al riparo da smog, radiazioni prodotte da cavi elettrici e reti per i telefoni cellulari, inquinamento acustico. Il crollo al liceo Darwin di Rivoli ha messo in evidenza la mancanza di controlli sulla sicurezza delle scuole. La legge (D. Lgs. 626/94 e succ. modifiche), in questo settore, è carente: i controlli obbligatori sono pochi, solo per le nuove costruzioni si parla di valutazione dei progetti, e troppo di rado di controlli “a sorpresa” sulle strutture una volta completate e in funzione. Più grave la situazione delle scuole più vecchie, dove la manutenzione è spesso carente e i lavori non sempre eseguiti a regola d’arte. È il caso di Rivoli, dove il controsoffitto era stato fatto in traversino e non in cartongesso. E quando viene fatta qualunque modifica a strutture esistenti, bisognerebbe prevedere controlli ad hoc, perché gli interventi potrebbero avere ripercussioni negative sulla sicurezza. I controlli agli istituti scolastici dovrebbero poi servire per verificare che non ci siano altre situazioni di pericolo. Così come in tutte le strutture e gli edifici aperti al pubblico: troppe volte nelle nostre inchieste abbiamo visto porte di sicurezza con maniglioni antipanico bloccate o lucchettate, ostacoli che impedivano la fuga, tende o pannelli che nascondevano le vie per uscire. Anche l’area che circonda la scuola deve essere organizzata in modo tale da garantire la massima sicurezza, perché chi scappa non deve rischiare di farsi male o essere investito non appena esce dal portone. Così come l’arrivo dei soccorsi deve essere il più possibile agevolato. Invece le statistiche fornite dall’INAIL ci dicono che in un anno 90.000 ragazzi e 13.000 adulti (insegnanti e bidelli) si sono feriti nelle scuole. Dati impressionanti. Il Presidente della Repubblica solleva inquietanti interrogativi sulle garanzie a presidio della sicurezza negli istituti scolastici. Per il ministro dell’Istruzione, “il problema della sicurezza nelle scuole italiane è una emergenza nazionale”. Secondo un rapporto di Legambiente, il 42% degli edifici scolastici non sarebbe agibile o, per lo meno, mancherebbe del certificato di agibilità. In realtà, in Italia 9 mila scuole non sono costruite con criteri antisismici delle 22 mila che si trovano in zone sismiche. Le scuole italiane sono tutte molto vecchie e, quindi, ad alto rischio. Nel nostro paese i terremoti non sono infrequenti e anche gli edifici a norma di legge, spesso, non assicurano l’incolumità a chi vi abita. Figuriamoci un vecchio edificio scolastico già fatiscente. E’ stato presentato il Rapporto di Cittadinanzattiva sulla situazione delle scuole, da cui emerge una condizione diffusa di insicurezza: crolli di intonaco, certificazioni mancanti o non disponibili, scarsa manutenzione. Mancano controlli adeguati sul rispetto delle norme edilizie, sui lavori effettuati e sul rispetto dei tempi. Il certificato di agibilità statica è presente solo nel 34% delle scuole, quello di agibilità igienico-sanitaria è disponibile nel 39% dei casi, quello di prevenzione incendi nel 37%. Anche la segnaletica è spesso carente: una scuola su quattro non ha la piantina con i percorsi di evacuazione e le uscite di emergenza non sono segnalate nel 17% dei casi. Negli istituti che hanno laboratori scientifici, solo il 63% ha cartelli informativi sulle precauzioni da seguire e l’84% possiede armadi chiusi per riporre sostanze e attrezzature pericolose. Assai scarsa è la formazione del personale: nel dettaglio, una scuola su quattro non attua corsi sulla sicurezza del lavoro, il 17% non fa le prove di evacuazione, ben il 42% non fa corsi di primo soccorso né di prevenzione incendi e addirittura l’83% non ha svolto alcun corso sulla sicurezza elettrica. Inoltre gran parte degli edifici scolastici italiani sono stati costruiti prima degli anni ’70 quindi, oltre ad essere vecchi risentono dell’uso di materiali e criteri edili inadeguati che provocano la preoccupante diffusione dello sfondellamento dei solai e del crollo di parti di esso; 14.700 edifici scolastici (quasi uno su tre) insistono in zone a rischio sismico; la manutenzione ordinaria da parte di Comuni e Province degli istituti scolastici risulta essere sempre più inadeguata e approssimativa sia per la scarsità dei fondi a disposizione, sia per la grave sottopercezione che si ha circa l’importanza di investire sulle strutture scolastiche.
Mense scolastiche. Cibo scadente, norme igieniche non rispettate, locali e apparecchiature non a norma. Circa un terzo delle mense scolastiche ispezionate in tutta Italia dai carabinieri del Nas è risultato irregolare.
Bullismo. “Il bullismo e la violenza dei ragazzi sono diventati un problema di sicurezza e di ordine pubblico. Non possiamo preoccuparci della violenza che viene dall’immigrazione e fare finta di non vedere la violenza che nasce nei nostri giovani italiani; sono due facce dello stesso problema e la risposta dello Stato deve essere unica, forte e severa”. A dirlo è il Presidente del Senato intervenendo al convegno di Palazzo Giustiniani ‘Dal bullismo al crimine commesso: quando occorre tutelare i minori dai loro pari. Riflessioni e proposte sulla punibilità del minore’. La seconda carica dello Stato ha ricordato che i nostri giovani “sono stati capaci di azioni inimmaginabili: dare fuoco ad un indiano che ancora, dopo un mese, lotta tra la vita e la morte, e farlo per gioco, è una azione che turba le nostre coscienze perchè quei ragazzi, fino a quando non avevano commesso quella terribile azione, erano considerati normali”. Nel corso del convegno, inoltre, sono stati diffusi alcuni dati sul bullismo in Italia: sono 40mila i minori denunciati ogni anno in Italia. Uno studente su due dichiara di essere stato, almeno una volta, vittima di bullismo. Questo il risultato dell’inchiesta sul fenomeno lanciata dal mensile Studenti Magazine, attraverso ‘Studenti.it’, alla luce dei più recenti fatti di cronaca, alla quale hanno partecipato 3.200 alunni delle scuole superiori. Oltre al 50%, che ha detto di aver subito atti di bullismo, c’è anche un 16 per cento che afferma di non averne subiti, ma di esserne stato spettatore. Aggregando i due dati si scopre che il 66%, circa due terzi, degli intervistati sono stati, anche solo una volta, testimoni attivi e passivi di atti di bullismo. Sms offensivi, minacce via cellulare, video e foto molesti che finiscono su internet: uno studente su tre subisce atti di bullismo online, nel 70% dei casi a scuola e soprattutto durante l’anno dell’esame di maturità. A lanciare l’allarme una ricerca condotta su 700 studenti delle scuole medie superiori di Chieti dalla cattedra di Psichiatria dell’Università di Chieti, in collaborazione con la Cooperativa Lilium di accoglienza e recupero di minori provenienti da tutta Italia.
Droga. Uso e abuso di droga: un fenomeno pericolosamente radicato fra i più giovani, che hanno creato un vero e proprio mercato interno agli istituti scolastici superiori. Le sostanze più richieste sono anfetamine, hashish, eroina; poca cocaina, troppo costosa. Lo spaccio si consuma durante l’intervallo e le richieste vengono effettuate direttamente dagli studenti tramite frasi in codice su Messanger e via sms. Prova: una video-inchiesta realizzata da Repubblica TV, nelle scuole italiane e tra i ragazzi di alcuni istituti romani. Di questa inchiesta si parla sul Quotidiano Repubblica e attraverso di essa vengono fuori elementi sconvolgenti. Non solo infatti la percentuale di ragazzi che farebbero uso di stupefacenti è in continuo e graduale aumento, ma ormai il fenomeno dello spaccio avverrebbe tranquillamente all’interno della scuola e addirittura nelle aule durante le lezioni. In uno di questi video viene addirittura filmato un gruppo i ragazzini che si fumano tranquillamente alcuni spinelli, a pochi metri da una volante della polizia, probabilmente di fronte alla scuola per i controlli antidroga.
Prostituzione. Attraverso un sms si danno appuntamento nelle zone più nascoste della scuola per avere un rapporto sessuale e se non ricevono il permesso di uscire dall’aula si fanno cacciare fuori. Il sistema è uguale in tutti gli Istituti di Milano. Il cliente, al massimo un diciassettenne e la baby prostituta, a volte anche di tredici anni, entrambi studenti, abbassano la suoneria del telefonino e si mandano un sms per confermare gli accordi presi il giorno prima. Non sempre a incontrarsi sono soltanto un lui e una lei. Il sesso, rapido, può essere anche di gruppo. Dipende dai desideri e da cosa offre il momento. È quanto emerge da una inchiesta del Comune di Milano pubblicata dal quotidiano “La Stampa”. «Non è neppure indispensabile conoscersi: i ragazzini possono contare su una “lista elettronica”, fatta circolare sui telefonini e sui blog via internet – si legge – che descrive la disponibilità della studentessa. Oltre al nome, cognome e numero di telefono, anche il prezzo e il tipo di prestazioni fornite: rapporti orali, sessuali completi, anali, con singoli o coppie, durante le lezioni, soltanto nell’intervallo, in cambio di vestiti firmati, ricariche per i cellulari e compiti.
Il precariato della scuola. Attualmente, in Italia, sono 304 mila i supplenti iscritti nelle graduatorie provinciali permanenti. Una consistente fetta (il 42 per cento circa) ogni anno riesce a conquistare una delle 130 mila supplenze per l’intero anno scolastico. Coloro che si trovano in fondo alle graduatorie vivacchiano con le supplenze brevi e temporanee saltellando da una scuola all’altra cercando di mettere assieme più punti possibili per scalare le fatidiche graduatorie. Il precariato è un problema, anzi è un dramma, una tragedia, dunque occorre evitare che si formi il precariato. Se l’insegnante di ruolo non facesse finta di ammalarsi specie negli ultimi anni della propria carriera (e non solo), eviterebbe di contribuire alla nascita del precariato e dei precari, i quali si devono ammalare di meno. Se non si ammalasse costantemente e puntualmente il 15 giugno di ogni anno in occasione degli esami di Stato (lo si fa da decenni impunemente), il “ruolino” non contribuirebbe all’arrivo nelle aule di supplenti chiamati a salvare il sedere a una scuola lasciata in braghe di tela dai “ruolini” tanto pregni di ideali e di “attaccamento alla funzione docente”. Ci sarebbero meno precari e meno precariato se i docenti di ruolo non perpetrassero i famigerati passaggi di cattedra; se non affollassero, pur essendo di ruolo, quelle graduatorie permanenti tanto disprezzate; se non prendessero in ostaggio per anni e per decenni cattedre lasciate alle supplenze perché si preferisce, per anni e per decenni, fare il sindacalista, il sindaco, l’assessore, il parlamentare, il ministro, il viceministro o il sottosegretario; se non si rendessero complici di quello straordinario strumento devastante per la qualità degli apprendimenti rappresentato dai corsi di riconversione in materie di cui si è incompetenti; se non si abbandonasse la cattedra di sostegno di ruolo per passare su quella di disciplina. Ci sono insegnanti precari che sono andati in pensione senza essere riusciti a passare di ruolo.
ARTICOLO SULL’USURA
L’ “USURA” è quel fatto, dalla legge qualificato come reato, art. 644 c.p., in cui una parte, usuraio, presta dei soldi o altra utilità ad un’altra parte, usurato, a tassi di interesse o vantaggi superiori a quelli stabiliti dalle norme. Spesso il reato di usura si accompagna al reato di violenza, minacce, estorsione, abusivo esercizio di attività finanziaria.
L’usuraio diventa tale solo a condanna penale definitiva. Quindi ogni rapporto di prestito di denaro, ( giuridicamente si definisce contratto di mutuo, art.1813 c.c. ), non sfocia automaticamente in un procedimento penale.
Il genitore, il parente, l’amico, che ti vede in difficoltà finanziarie temporanee e che ti presta una somma di denaro, non è automaticamente un usuraio.
La persona in difficoltà economica transitoria, dovute alle più svariate ragioni, spesso giustificate: malattie, disgrazie, ecc., ma quasi spesso ingiustificate: gioco d’azzardo, vizi, mal governo delle proprie aziende, ecc., si rivolge alle banche per avere il mutuo.
Il nostro sistema bancario non è attento allo sviluppo socio economico del territorio, ma mira solo al mero profitto.
In questo caso è forte con i deboli e debole con i forti. Ossia: per un mutuo o uno scoperto sul conto corrente chiede delle garanzie spropositate rispetto al denaro da prestare.
Il cittadino spesso non può far fronte a questi ostacoli. Ecco che si rivolge alle persone a lui più vicine: genitori, parenti, amici.
In questo modo, colui il quale ha dato l’aiuto insperato diventa un benefattore. Molte volte è la stessa banca ad elargire indirettamente il denaro, che direttamente ha rifiutato di dare. Come spesso succede è la stessa banca a dare il denaro con interessi maggiorati, anche attraverso le finanziarie.
Al momento della restituzione del denaro si compie il reato di usura, ovvero di truffa.
Bisogna distinguere. L’usurato in buona fede è la vittima dell’usuraio, il quale pretende la restituzione delle somme prestate, maggiorate del doppio o del triplo. L’usurato in mala fede, che ha ricevuto il denaro e non lo vuole restituire, accusa il parente o l’amico di usura.
La magistratura è restia a perseguire le banche per usura o per concorso in usura e, tenuto conto che il reato è difficilmente dimostrabile, le denunce che si presentano sono poche. Insomma, il cittadino vittima dell’usura non ha fiducia nelle istituzioni. Senza fiducia non ci sono denunce. Senza denunce non si attiva il procedimento per attingere dal fondo di garanzia. Il fondo di garanzia garantisce, quando la pratica è approvata, solo ulteriori mutui al fine dell’estinzione dei debiti pregressi.
Oltretutto, secondo la legge 108/96, al “Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura” istituito presso l’ufficio del Commissario straordinario del Governo per il coordinamento iniziative anti-racket possono accedervi solo soggetti economici e non i semplici cittadini.
In conclusione “USURA” è solo un fenomeno mediatico. Il reato di usura esiste, ma non si vuole debellare, in quanto, spesso, le accuse partono da falsi usurati.
Le archiviazioni dei procedimenti penali, inibiscono ogni forma di ribellione e di lotta contro il reato di usura e di estorsione. Ogni proclama a tutela delle vittime è solo specchio per le allodole, perché senza condanna non c’è indennizzo statale. La sig.ra Lorena Sacchi di Brescia combatte da anni contro il sistema dell’usura e dell’estorsione, in nome proprio, come aderente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e come rappresentante locale delle vittime dell’usura. Per quanto le riguarda, a fronte del tasso usurario del 446 % a suo danno riscontrato dal perito della Procura di Brescia, inspiegabilmente lo stesso Ufficio requirente ha richiesto l’archiviazione del procedimento 9097/02 RG. L’opposizione presentata ha avuto esito negativo. Con i tempi della giustizia il reato di estorsione è prescritto, ben 6 anni di fase di indagini preliminari. Non si deve pensare che questi tipi di reati siano di pertinenza esclusivamente meridionale, per il sol fatto che la magistratura archivia e i media tacciono. Sotto la cenere del perbenismo cova una coltre di illegalità impunita e sottaciuta e a farne le spese sono tantissimi cittadini come la sig.ra Sacchi. Dai dati ufficiali si evidenzia che solo 4 reati su 100 sono puniti, e solo il 69 % dei reati è denunciato.
Le dichiarazioni del presidente della Commissione Parlamentare antimafia Forgione accusano le banche di essere le prime azioniste della mafia. Il Commissario Straordinario del Governo per il Coordinamento delle Iniziative Antiracket ed Antiusura ha presentato un esposto presso: l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato; l’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali; l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni; la Banca d’Italia; la Procura Nazionale Antimafia; il Comando Generale della Guardia di Finanza.
L’esposto è presentato contro gli intermediari finanziari per presunta pubblicità ingannevole.
Per il Commissario, la propaganda sulla velocità e sulla economicità dell’erogazione del credito al consumo, a fronte di soggetti particolarmente deboli, porta spesso all’omissione di informazioni, non solo sul T.A.N. ( Tasso Annuo Nominale), ma soprattutto sul T.A.E.G. ( Tasso Annuo Effettivo Globale), che nasconde onerosissimi costi di finanziamento, di cui le persone non sono assolutamente consapevoli.
Quasi sempre l’interessato in questione ignora totalmente la misura del T.A.E.G. e scopre solo successivamente l’onerosità dell’obbligazione assunta, a volte ammontante a migliaia di euro.
Come si vede, anche le dichiarazioni delle alte Istituzioni sono sottaciute.
L’usura esiste ma è impunita ed invisibile. E’ un fenomeno avvinto nel sistema bancario e finanziario. L’usura è come la Mafia. Tutti ne parlano dal punto di vista sociologico ed astratto. Nessuno ha il coraggio di indicare il mafioso accanto a lui.
L’Associazione Contro Tutte Le Mafie ha presentato ai Parlamentari Italiani una proposta di legge, indicata sui siti.
Abolire il fondo di garanzia nazionale, burocratizzato, e prevedere una sorta di fidejussione comunale per i meritevoli, garantita da un fondo per le insolvenze. L’ente locale conosce il cittadino e i suoi bisogni, se meritevole, garantisce per lui presso le banche locali. Se il cittadino diventa insolvente, la banca erogatrice si attiva a ripetere l’insoluto dal fondo delle insolvenze. Il sistema garantisce velocità e trasparenza e può essere adottato, anche, per finanziare progetti di sviluppo.
Però si sa, in questa Italia alla rovescia, le cose utili al cittadino non sono mai approvate.

References: Art. 1
 sentenza 
 sentenza 

Sentenza 
 art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 art. 449
 art. 644
 art.1813