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Sentenza n. 2641 del 8 maggio 2012 Consiglio di Stato - Tutto Stranieri
Home Sentenze Consiglio di Stato Sentenza n. 2641 del 8 maggio 2012 Consiglio di Stato
Istanza di regolarizzazione improcedibile – accertato il difetto del requisito richiesto dalla legge, ossia lo svolgimento dell’attività lavorativa nei tre mesi precedenti alla data di entrata in vigore del provvedimento legislativo di regolarizzazione
sul ricorso numero di registro generale 284 del 2006, proposto da *****, rappresentato e difeso dall’avv. Lucio Annibali, con domicilio eletto presso Isabella De Angelis in Roma, via dei Gracchi N.128;
Ministero dell’Interno e U.T.G. di Terni, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12;
della sentenza del T.A.R. UMBRIA – PERUGIA n. 473/2005, resa tra le parti, concernente il rigetto dell’istanza di regolarizzazione del rapporto di lavoro
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 16 marzo 2012 il Cons. Vincenzo Neri e uditi per le parti gli avvocati De Angelis su delega di Annibali e dello Stato Spina;
Con ricorso proposto innanzi al TAR Umbria l’odierno appellante impugnava il provvedimento del 18 dicembre 2003 con il quale era stata dichiarata improcedibile l’istanza di regolarizzazione avanzata dal suo datore di lavoro ai sensi del d.l. 195 /2002.
Il Giudice di primo grado, dopo aver disposto adempimenti istruttori, rigettava il ricorso. Per la sentenza, tra l’altro, non v’era alcun errore nell’individuazione del datore di lavoro che aveva presentato l’istanza (trattandosi dell’amministratore dell’impresa presso la quale il lavoratore straniero aveva prestato la sua attività) e, per altro verso, il verbale dei Carabinieri aveva definitivamente accertato il difetto del requisito richiesto dalla legge, ossia lo svolgimento dell’attività lavorativa nei tre mesi precedenti alla data di entrata in vigore del provvedimento legislativo di regolarizzazione.
Con l’atto di appello viene dedotta l’erroneità della decisione per i seguenti motivi:
1. Difetto di motivazione della sentenza appellata. Per il ricorrente la decisione di primo grado sarebbe erronea perché da altri documenti emergerebbe lo svolgimento dell’attività lavorativa nel periodo richiesto dalla legge per ottenere la regolarizzazione; tale circostanza risulterebbe dalle dichiarazioni di uno degli amministratori che confermano l’avvio dell’attività lavorativa sin dal mese di giugno 2002. Sempre per l’appello le dichiarazioni del lavoratore straniero, oltre a confermare l’esistenza del rapporto di lavoro (seppure solamente dal novembre 2002 febbraio 2003), non dovrebbero essere intese nel senso di aver concluso il contratto di lavoro solo nel novembre 2002 perché sarebbe “abbastanza plausibile” che, in ragione della rotazione nella direzione dei lavori da parte di diversi componenti della famiglia, lo straniero non avesse ben chiaro chi fosse l’effettivo titolare dell’azienda. Occorrerebbe tenere conto, inoltre, del fatto che l’attività di produzione del tabacco ha natura ciclica e che non vi sarebbe traccia dell’esito della segnalazione per il reato contestato al datore di lavoro.
2. Violazione dell’articolo 7 e seguenti legge 241/1990 e dell’articolo 2 del decreto legislativo 286/1998. La sentenza impugnata sarebbe erronea nella parte in cui non ha riconosciuto il diritto dell’interessato alla partecipazione al procedimento che lo interessava.
All’udienza pubblica del 16 marzo 2012 l’appello passava in decisione.
1. Con il primo articolato motivo di appello, l’interessato censura la decisione di primo grado ritenendo la erronea nella parte in cui ha considerato provata l’esistenza del rapporto di lavoro semplicemente dal novembre 2002 al febbraio 2003 e, dunque, in un periodo non utile per l’accoglimento dell’istanza di regolarizzazione. Come prima detto, per l’atto di appello, le dichiarazioni rese dall’interessato ai Carabinieri dovrebbero essere ‘contestualizzate’ perché da altri documenti emergerebbe lo svolgimento dell’attività lavorativa sin dal giugno 2002 e perché il lavoratore straniero, in ragione della rotazione dei diversi componenti della famiglia nella direzione dei lavori, non avrebbe avuto ben chiaro chi fosse l’effettivo titolare dell’azienda.
1.1. A giudizio della Sezione la censura non può essere accolta. Il Tar Umbria, con motivazione completa ed esauriente, ha preso in considerazione, oltre alle dichiarazioni rilasciate dall’interessato ai Carabinieri, anche le altre attestazioni scritte fatte da altri connazionali dell’interessato dalle quali risulta che quest’ultimo aveva prestato il proprio lavoro sin dal giugno 2002.
Non vi è stata dunque un’omessa valutazione delle diverse circostanze ma, con argomentazioni che il Consiglio condivide, il giudice di primo grado ha ritenuto maggiormente attendibili le dichiarazioni rese dall’interessato ai Carabinieri e non anche le successive dichiarazioni rilasciate da altri connazionale del richiedente la regolarizzzione. Tale valutazione risulta corretta e condivisibile perché non v’è dubbio che le sommarie informazioni acquisite dai Carabinieri hanno di per sé valore di atto pubblico fidefaciente mentre non altrettanto può ritenersi per la semplice dichiarazione rilasciata dal connazionale dell’appellante.
In secondo luogo giova rilevare che tra le dichiarazioni rese dall’interessato stesso ai Carabinieri e quelle fornite da altro connazionale vanno considerate più attendibili le prime perché, a tacer d’altro, rilasciate dal diretto interessato e non da un amico/collega di lavoro che ragionevolmente non poteva avere lo stesso grado di conoscenza dell’altrui situazione lavorativa.
1.2. Con altra doglianza si rileva che la dichiarazione resa dall’interessato ai Carabinieri dovrebbe considerarsi inesatta in considerazione dell’errore in cui il lavoratore sarebbe incorso a causa della rotazione dei diversi componenti della famiglia nella direzione dei lavori. A giudizio della Sezione, tale censura, oltre a non dimostrare esattamente l’effettivo periodo di inizio del rapporto di lavoro, non risulta plausibile anche perché dalla dichiarazione resa alle forze dell’ordine emerge che lo straniero aveva individuato esattamente quale fosse il rapporto di lavoro per il quale i Carabinieri richiedevano sommarie informazioni (dal verbale risulta, su esplicita domanda, che il lavoratore ha risposto: “Lavoravo ad Orvieto, nella sua campagna nella coltivazione del tabacco”) e, dunque, deve escludersi che vi possa essere stato un qualsiasi errore.
1.3. Quanto infine alle dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri da Alvezio Pettinelli – secondo le quali tutti i lavoratori sono stati occupati presso la sua azienda già dal mese di giugno e, dunque, in tempo utile per ottenere la regolarizzazione – non possono ritenersi prevalenti rispetto a quella rilasciata dall’interessato agli inquirenti sia perché la dichiarazione del Pettinelli è più generica rispetto a quella fatta dall’interessato sia perché difficilmente il datore di lavoro avrebbe fornito notizie discordanti con quanto già dichiarato nell’istanza di regolarizzazione.
2. Col secondo motivo d’appello la sentenza viene censurata per non avere accolto la doglianza relativa alla violazione dell’articolo 7 legge 241/1990 nonché per la violazione dell’articolo 2 decreto legislativo 286/1998. A prescindere da qualsiasi altra circostanza, anche sotto tale profilo, la sentenza impugnata merita conferma in ragione del fatto che, essendo stata accertata l’assenza del rapporto di lavoro nel periodo richiesto alla legge, comunque il provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
3. In conclusione per le ragioni sino a qui esposte l’appello deve essere respinto; sussistono nondimeno giuste ragioni per compensare tra le parti le spese di giudizio.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 16 marzo 2012
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