Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2013/03/
Timestamp: 2017-12-18 14:42:45+00:00

Document:
Il Commercialista in Rete: 03/2013
Quesito: fattura veterinaria slovena.
ho qualche fattura veterinaria slovena dato che risiedo nel Comune di Gorizia ed ogni tanto mi avvalgo di alcuni servizi sloveni.
La Cisl della mia provincia mi ha detto telefonicamente che non serve nessuna traduzione giurata (anche perchè il valore ammonta a 260 euro quindi spenderei più di marche da bollo che altro.
Nel 2008 ho acquisto una casa da impresa usufruendo delle agevolazioni prima casa ( IVA al 4% ecc) nel Dicembre del 2011 l’ho venduta e a Marzo 2012 ho acquisto nuovamente una una casa da impresa.
La mia domand è: posso recuperare l’Iva pagata per la prima casa?Come?
Indicazione dei dati catastali per fruire del 36%.
Ho iniziato dei lavori di ristrutturazione edilizia a cavallo d’anno, con Scia protocollata il 12 dicembre 2011, ma i dati catastali dell’immobile oggetto di ristrutturazione non sono stati inseriti nel 730/2012. E’ possibile sanare la situazione?
Nella sezione III-B presente, dallo scorso anno, nel quadro E del modello 730 vanno indicati i dati catastali identificativi degli immobili e gli altri dati necessari per fruire della detrazione del 36% (ovvero del 50%, per le spese sostenute dal 26 giugno 2012 al 30 giugno 2013) per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio. La sezione deve essere compilata nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno d’imposta in cui è stata sostenuta la spesa (ad esempio, nel modello 730/2013 per le spese sostenute nel 2012) o, comunque, nella prima dichiarazione in cui si fruisce della detrazione. Pertanto, se nel 2011 erano solo cominciati i lavori ma non erano state sostenute spese, i dati dell’immobile non andavano riportati nel modello 730/2012.
Cessione d'azienda. Imponibile anche il valore delle vetture.
La Corte di cassazione, con la sentenza n. 6936 del 20 marzo, ha chiarito che, in caso di acquisto di un ramo di azienda da parte di una concessionaria di automobili, il valore delle vetture presenti iscritte al Pra devono essere computate nel calcolo della base imponibile ai fini dell'imposta di registro.
Il caso scaturisce dall'acquisto di un ramo d'azienda da parte di una concessionaria auto e dalla conseguente richiesta di restituzione di parte dell'imposta di registro versata all'erario, presentata agli uffici finanziari che, ritenendola inammissibile, rifiutarono l'istanza.
Successivamente, i difensori della concessionaria presentarono ricorso in Ctp avverso l'opposizione dell'ufficio.
Il giudizio di merito, in prime cure confermò la decisione di diniego dell'Agenzia delle Entrate, ma, in appello, la sentenza fu completamente ribaltata dalla Commissione tributaria di Trento.
In particolare, i giudici di seconde cure evidenziarono che, in base agli articoli 7 del Dpr 131/1986 (Tur) e 11-bis dell'allegata Tabella, il valore attribuibile ai veicoli iscritti al Pra doveva ritenersi escluso dalla base imponibile dell'imposta di registro e che, pertanto, detta disposizione, calata nel caso concreto, doveva ritenersi applicabile anche nell'ipotesi di trasferimento di veicoli realizzato nell'ambito di cessione di un ramo d'azienda.
Avverso la sentenza fu proposto ricorso dall'Agenzia delle Entrate, sostenendo che la Commissione fosse incorsa nella violazione e falsa applicazione degli articoli 7 e 51 del Dpr 131/1986, e 11-bis della Tabella allegata al decreto, in quanto aveva erroneamente ritenuto di dover escludere dal calcolo della base imponibile dell'imposta di registro i veicoli iscritti al Pra anche nel caso di trasferimento delle autovetture per mezzo della cessione del ramo di azienda. Nello specifico, il Fisco riteneva che il trasferimento del ramo di azienda non avesse come fine ultimo il mero trasferimento dei veicoli, bensì del "complesso di beni funzionalmente destinati ad uno scopo economico unitario, come strumento dell'attività imprenditoriale".
La Corte di cassazione, con la sentenza 6936 del 20 marzo, ha accolto la tesi dell'Agenzia delle Entrate, in quanto la contribuente aveva versato all'Erario l'imposta di registro calcolata sull'intero corrispettivo da lei pagato all'atto dell'acquisto del ramo d'azienda, ed essendo l'attività svolta di concessionaria di automobili, per la Corte la controversia andrebbe focalizzata solo sulla percentuale di valore dei veicoli acquistati.
Nella sentenza viene fatto espresso richiamo al dettame giuridico del comma 4, articolo 51, del Dpr 131/1986, che prevede "Per gli atti che hanno per oggetto aziende o diritti reali su di esse il valore di cui al comma primo è controllato dall'Ufficio con riferimento al valore complessivo dei beni che compongono l'azienda, compreso l'avviamento ed esclusi i beni indicati nell'art. 7 della parte prima della tariffa e art. 11-bis della tabella, al netto delle passività risultanti dalle scritture contabili obbligatorie o da atti aventi data certa a norma del Codice civile, tranne quelle che l'alienante si sia espressamente impegnato ad estinguere e quelle relative ai beni di cui al citato art. 7 della parte prima della tariffa e art. 11-bis della tabella. L'Ufficio può tenere conto anche degli accertamenti compiuti ai fini di altre imposte e può procedere ad accessi, ispezioni e verifiche secondo le disposizioni relative all'imposta sul valore aggiunto".
Dunque, la Corte osserva che, ai sensi dell'articolo 7 del Tur, non è obbligatorio richiedere la registrazione per quegli atti di natura dichiarativa e traslativa riguardanti veicoli iscritti al Pra. L'esclusione è riferita al caso di veicoli che costituiscono beni strumentali dell'impresa e non si estende all'ipotesi di azienda dedita al commercio dei veicoli.
In questo caso, in base a un'interpretazione conforme ai principi informatori dell'imposta di registro, non si può pretermettere, nella determinazione della base imponibile dell'imposta, il valore relativo ai veicoli ceduti, che costituiscono l'elemento centrale e qualificante dell'azienda trasferita, senza, dunque, snaturare il presupposto dell'imposta, che assoggetta a tassazione il valore di mercato che viene in rilievo in caso di trasferimento di un'entità economica organizzata, e cioè il prezzo che il venditore ha probabilità di realizzare e l'acquirente di pagare, in condizioni normali di mercato, e che va, ovviamente, riferito all'oggetto effettivo della cessione.
Infine, per quanto concerne la registrazione degli atti presso il pubblico registro automobilistico, questi soggiacciono all'imposta unica provinciale di trascrizione (Ipt), dalla quale sono esenti, ai sensi dell'articolo 36, comma 6, Tur, le cessioni di mezzi di trasporto usati, da chiunque effettuate nei confronti di contribuenti che ne facciano commercio, come potrebbe essere il caso in esame, che però, avendo detto regime di determinazione dell'imposta autonoma regolamentazione, non trova riscontro nel caso di specie.
Studi di settore: le integrazioni da congiuntura e per “coerenza”.
La pubblicazione del decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze del 21 marzo (“Approvazione di modifiche agli studi di settore relativi al periodo d’imposta 2012”) sulla Gazzetta Ufficiale n. 73 del 27 marzo, consente di procedere nell’iter previsto per l’applicazione dello strumento alle effettive condizioni economiche e di mercato in atto a decorrere dal periodo d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2012.
L’atto emanato dal Mef è regolato dal Dpr 195/1999 (articolo 1, comma 1-bis), che detta la tempistica e le modalità di applicazione degli studi di settore, e sancisce che eventuali integrazioni dovute agli andamenti economici e dei mercati per specifici settori o aree territoriali, o per aggiornare o istituire indicatori di coerenza, vadano pubblicati entro il 31 marzo.
Le modifiche e le integrazioni sono riportate nelle note tecniche e metodologiche allegate al decreto.
In particolare, il primo allegato riguarda gli indicatori di coerenza economica basati su anomalie dei dati dichiarati, già previsti per il 2011 e in linea di massima riconfermati per il 2012.
Il secondo allegato, invece, individua un nuovo indicatore di normalità economica, basato sul valore dei beni strumentali, che va applicato in caso di incoerenza dei dati dichiarati.
Il nuovo indicatore “VBS” si applica a 50 studi di settore evoluti nel 2012 “che presentano nella funzione di ricavo/compenso coefficienti relativi alla variabile “Valore dei Beni Strumentali” e che prevedono, nel modello di comunicazione dei beni rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore, informazioni riconducibili ai beni strumentali utilizzati per lo svolgimento delle attività”.
In particolare, si considerano “non normali” i contribuenti che hanno dichiarato informazioni riferite a uno o più beni strumentali nei quadri riguardanti ai dati strutturali e non hanno dichiarato il relativo valore tra i dati contabili.
Il contratto firmato all’estero non reclama l’abuso di diritto.
Non c’è abuso di diritto nello stipulare all’estero un contratto di finanziamento bancario a medio e lungo termine, con effetti giuridici principalmente in Italia.
Così risponde l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 20/E del 27 marzo, a un interpello sulla corretta applicazione dell’imposta sostitutiva sui contratti relativi a finanziamenti formalmente sottoscritti all’estero, ma di fatto formati nel territorio italiano.
Allo stesso tempo, però, aggiunge che, ai fini fiscali, è importante stabilire con certezza dove l’accordo è stato effettivamente raggiunto, se al di qua o al di là delle Alpi.
Non basta una firma oltre confine per l’abuso di diritto
Nel caso proposto le due parti sono entrambe residenti in Italia, i prestiti sono utilizzati nel territorio dello Stato, ma i contratti, almeno formalmente, sono formati per atto pubblico firmato all’estero, anche se sottoposti alla giurisdizione interna.
Si tratta, in linea di massima, di finanziamenti per l’erogazione dei quali gli atti con i termini dell’accordo sono predisposti nel nostro Paese e, solo successivamente, trasmessi all’estero per la stampa e la sottoscrizione.
L’operazione, chiede l’interpellante, può configurare un abuso di diritto, visto che la sottoscrizione fuori d’Italia può apparire finalizzata ad ottenere un indebito vantaggio fiscale?
La risposta dell’Amministrazione prende le mosse dalla giurisprudenza, che individua l’abuso di diritto nell’utilizzazione distorta di mezzi giuridici leciti, non supportata da ragioni economicamente apprezzabili diverse dall’aspettativa di un risparmio fiscale.
E il luogo di sottoscrizione del contratto, si legge nella risoluzione, “non sembra rientrare nella definizione di abuso del diritto finora elaborata dalla giurisprudenza, per la configurazione della quale appare necessario un quid pluris idoneo a realizzare finalizzato all’ottenimento di un risparmio fiscale ”.
Ma l’estero deve essere veramente fuori confine
È questo che spiega poi l’Agenzia delle Entrate.
Se, infatti, scontano l’imposta sostitutiva gli “atti indicati nella tariffa se formati per iscritto nel territorio dello Stato” (sono gli stessi criteri stabiliti per quelli da registrare secondo l’articolo 2 del Tur), è pure vero che, per l’articolo 1326 del codice civile, un contratto è considerato concluso nel momento in cui l’accordo è stato raggiunto e le parti ne sono a conoscenza.
Inoltre, specifica la risoluzione, per il finanziamento bancario a medio e lungo termine, affinché l’atto possa essere considerato “formato”, non è richiesta la scrittura pubblica o privata autenticata, ma è sufficiente una scrittura privata semplice.
Di conseguenza, tornando all’ipotesi dell’interpello, se l’accordo e gli elementi che lo costituiscono sono stati definiti in Italia, poco conta se successivamente c’è stato un atto pubblico o privato sottoscritto all’estero: il contratto, in realtà, è “tricolore”, è quindi dovuta l’imposta sostitutiva.
Del resto, basta un term sheet o altri semplici documenti a comprovare che le condizioni e il finanziamento sono stati “sottoscritti” nel nostro Paese e che quel che è avvenuto presso la sede straniera è stata una mera formalità.
Con l’occasione l’Agenzia delle Entrate ricorda che i soggetti che svolgono questo tipo di attività, rilevante ai fini dell’imposta sostitutiva, devono comunicare le somme sulle quali va calcolato il tributo e devono farlo in due step: una dichiarazione per il primo semestre d’esercizio entro tre mesi dalla scadenza del semestre e una per il secondo semestre entro tre mesi dalla chiusura dell’esercizio (articolo 20 del Dpr n. 601/1973).
La risoluzione precisa inoltre, che per l’omessa o tardiva presentazione della dichiarazione è dovuta una sanzione che va dal 120 al 240% dell’imposta dovuta.
Invece, in caso di dichiarazione presentata, per le omissioni di cespiti o per dichiarazione infedele la sanzione sale dal 200 al 400% della differenza tra il tributo dovuto e quello già applicato.
Fabbricati del gruppo "D", dichiarazione Imu entro il 2 aprile.
Le istruzioni relative al modello di dichiarazione Imu precisano che per i fabbricati classificabili nel gruppo "D", non iscritti in Catasto o iscritti senza rendita, interamente posseduti da imprese e distintamente contabilizzati, il termine per la presentazione della dichiarazione Imu è 90 giorni dalla chiusura del periodo d'imposta relativo alle imposte sui redditi. Il Mef, con la risoluzione 6/DF del 28.03.2013 chiarisce che il periodo d'imposta, dalla chiusura del quale decorrono i 90 giorni, è quello in cui il contribuente ha tutti gli elementi necessari per determinare la base imponibile Imu. Si ricorda, infatti, che per tale tipologia di fabbricati è prevista una particolare modalità di determinazione della base imponibile, basata sull'applicazione di appositi coefficienti di adeguamento ai costi storici di acquisto o di costruzione risultanti dalle scritture contabili. Per quanto riguarda la dichiarazione Imu 2012, salvo che il modello sia già stato presentato entro il 4.2.2013, la dichiarazione dovrà essere presentata entro il 2.4.2013 tenendo conto dei coefficienti approvati dal DM 5.4.2013.
8 per mille anche tramite modello Cud 2013.
Con la dichiarazione dei redditi 2013, salgono a 10 le istituzioni destinatarie della scelta dell’8 per mille. La scelta viene effettuata mettendo la propria firma in corrispondenza dell’apposito riquadro sulla scheda presente in tutti i modelli di dichiarazione (730 e Unico PF per l’anno d’imposta 2012, approvati il 12 febbraio 2013 con Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate). Anche chi è esonerato dall’obbligo di presentazione della dichiarazione può effettuare la scelta utilizzando la scheda presente a pagina 3 del modello Cud 2013, da presentare in busta chiusa allo sportello di un ufficio postale o ad un intermediario abilitato alla trasmissione telematica entro il termine di scadenza per la presentazione di Unico 2013 (30 settembre 2013).
Case fantasma: c’è tempo fino a 2 aprile 2013 per la regolarizzazione.
Scade il 2 aprile 2013 il termine entro il quale è possibile regolarizzare, senza incorrere in ulteriori sanzioni, l’iscrizione al Catasto dei fabbricati non dichiarati dai legittimi proprietari, ma emersi dall’attività di accertamento degli uffici. Lo scorso 30 novembre è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’elenco dei comuni nei quali è stata accertata la presenza di fabbricati sconosciuti al Catasto o modificati per destinazione o consistenza all’insaputa del Fisco e ai quali, per questo, è stata assegnata una rendita “d’ufficio”. Da quella data, 120 giorni di tempo per sanare la situazione, senza incappare nella quadruplicazione della sanzione prevista per il mancato accatastamento. L’ultimo giorno utile cadrebbe il 30 marzo, termine che però slitta a martedì 2 aprile 2013 per le festività pasquali.
Imu, se la delibera non è pubblicata si applicano le aliquote di legge.
Se le aliquote non vengono pubblicate entro il 30.04.2013 il contribuente dovrà verificare se risultano pubblicate le delibere di approvazione delle aliquote del 2012, in caso affermativo saranno applicabili quest'ultime. Se invece non risultano pubblicate nemmeno quelle del 2012, il contribuente applicherà quelle fissate dalla legge. Questa è una delle precisazioni contenute nella risoluzione n. 5/DF del Mef del 28.03.2013. Si ricorda, inoltre, che i comuni interessati alla modifica delle aliquote devono inviare telematicamente le nuove deliberazioni, inserendole nell'apposita sezione del Portale del federalismo fiscale entro il 23.04.2013. Le delibere inviate con modalità diverse (fax, posta elettronica, spedizione cartacea...) non saranno prese in considerazione. Se il Comune non intende modificare le aliquote del 2012 non sarà necessario adottare un'apposita delibera, ma dovrà essere verificato che la delibera del 2012 sia stata pubblicata sul sito e, in caso contrario, inviarla con le modalità prima indicate.
Quesito: triangolazione.
fattura intestata a cliente italiano, ma consegna merce in svizzera.
ho emesso fattura esente IVA non imp.art.8 indicando nel corpo della fattura l'indirizzo di destinazione svizzero, origine merci, nomenclatura, ecc.
il trasportatore non la accetta per fare dogana!!! dice che dovremmo cancellare nome e indirizzo del cliente italiano (lasciando l'intestazione vuota?!?)
io credo che sia tutto corretto ...
Spese funebri sostenute da più persone.
Mio padre ha sostenuto spese funerarie per il fratello per circa 5.000 euro. Tali spese verranno ripartite tra tutti gli eredi (tre fratelli del de cuius e due nipoti, figli di altro fratello premorto). Chi ha diritto alle detrazioni fiscali e in quale misura?
La detrazione Irpef delle spese funebri spetta su un importo non superiore a 1.549,37 euro in relazione a ciascun decesso, a prescindere dal numero delle persone che sostengono l’onere. Il limite massimo complessivo su cui calcolare l’agevolazione, pertanto, non cambia anche se la spesa è sostenuta da più soggetti. La detrazione può essere suddivisa tra le diverse persone che l’hanno sostenuta, anche se il documento contabile (ricevuta o fattura) è intestato ad una sola di esse. A tale scopo, sul documento va annotata una dichiarazione di ripartizione della spesa sottoscritta dallo stesso intestatario del documento (circolare ministeriale n. 26/1979).
Ricordiamo che ai nipoti non spetta la detrazione delle spese funebri sostenute in dipendenza della morte dello zio.
Indebita detrazione di fatture.
Respinto il ricorso del contribuente che, nonostante i verbali contengano la prova delle operazioni illecite e le ammissioni del rappresentante di aver creato costi fittizi, non fornisce nemmeno una sommaria dimostrazione di aver eseguito la prestazione dedotta, né intende mediare.
È quanto emerge dalla Ctp di Firenze 69/20/2013 del 5 marzo.
In data 9 febbraio 2012 la Guardia di finanza aveva avviato una verifica fiscale a carico di una società per gli esercizi 2003, 2004, 2005, 2006 e 2007.
Tale controllo traeva origine da una segnalazione del nucleo di polizia tributaria della Gdf di Forlì, che evidenziava l’emissione di fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti da parte di una società con sede a Rimini, come peraltro anche espressamente ammesso del legale rappresentante della stessa società.
Le fatture emesse nei confronti della società fiorentina venivano allora segnalate alla Guardia di finanza di Firenze, territorialmente competente, al fine di verificare l’eventuale contabilizzazione e l’effettiva utilizzazione delle fatture summenzionate, relative a prestazioni di sponsorizzazione e consulenza informatica.
I riscontri effettuati confermavano, dunque, che:
le fatture si riferivano a operazioni inesistenti
la società aveva contabilizzato le fatture
la società non aveva inserito le suddette operazioni tra le variazioni in aumento della dichiarazione dei redditi.
In particolare, la società riminese emetteva le fatture per prestazioni di servizi nei confronti dei propri clienti, riceveva regolarmente i pagamenti e, dopo aver provveduto al loro versamento in un conto corrente acceso presso una banca della Repubblica di San Marino, restituiva agli stessi clienti una somma in contanti pari al 75-85% dell’importo complessivo; allo scopo, quindi, simulava pagamenti fittizi nei confronti di un fornitore, inconsapevole, a mezzo di assegni circolari.
Tali circostanze, dichiarate (rectius: confessate) dal rappresentante legale della società, trovavano conferma anche nei riscontri effettuati dalla Guardia di finanza, che, effettuato un controllo sul conto corrente acceso ad altra società facente capo al medesimo rappresentante legale della società con sede a Rimini, presso la stessa banca di San Marino, riscontrava la presenza di prelevamenti in contanti in prossimità delle date di versamento degli assegni fuori piazza. Circostanza riconducibile alla restituzione dell’importo prelevato alla persona che aveva disposto l’emissione del titolo.
Per le rilevate violazioni costituenti reato, i militari della Guardia di finanza avevano interessato la competente autorità giudiziaria in data 17 settembre 2010, visto che le stesse integravano il reato di “emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti” (articolo 8, Dlgs 74/2000).
Già nell’accertamento era stato quindi dato atto che, ai sensi dell’articolo 43, comma 3, del Dpr 600/1973 e dell’articolo 57, comma 3, del Dpr 633/1972, erano raddoppiati i termini ordinari per la notifica degli avvisi di accertamento relativi.
La società, nel ribattere alle contestazioni avanzate, riteneva dunque che le modalità stesse, attraverso le quali si sarebbe realizzato l’illecito, provassero la sua estraneità ai fatti:
quanto al pagamento dell’importo documentato, la parte sosteneva di aver pagato integralmente la somma documentata da fattura e intrattenuto rapporti con l’incaricato della società riminese
quanto alla restituzione dell’80% dell’importo documentato, la parte ne sosteneva l’inverosimiglianza, considerato che, a suo dire, le prestazioni di pubblicità/sponsorizzazione erano state effettivamente eseguite: le prestazioni in questione erano state effettuate nel corso di manifestazioni, che avevano richiesto un notevole impiego di risorse e la restituzione quasi integrale dell’importo avrebbe consentito di coprire soltanto le spese e avrebbe reso l’operazione priva di utilità economica.
L’ufficio evidenziava però come tali argomenti fossero del tutto infondati, come dimostrato sia dalle dichiarazioni del rappresentante legale della società riminese e sia dai riscontri effettuati dalla Guardia di finanza, che provavano l’inesistenza delle operazioni.
Contrariamente a quanto sostenuto dalla parte nei propri scritti difensivi, l’azione accertatrice dell’ufficio e le conclusioni cui erano giunti i verbalizzanti rappresentavano, quindi, il frutto non già di giudizio e/o opinioni generalizzate e arbitrarie, bensì il risultato di attente e accurate indagini, di svariati controlli documentali, di ripetuti riscontri incrociati.
Tutti gli elementi istruttori, come detto, erano stati, poi, confermati dallo stesso rappresentante legale della società riminese, il quale, contro il proprio interesse, con sostanziale confessione, aveva rilasciato chiare e precise dichiarazioni che non davano adito ad alcun dubbio.
Del resto, stante il valore inferenziale che lo stesso codice civile assegna alla confessione, considerandola prova legale (e come tale vincolante per il giudice), l’oggettività delle circostanze affermate con tali dichiarazioni non necessitava in realtà neppure di altri elementi (comunque nel caso di specie anche reperiti), dovendosi già ritenere per acquisita.
Con riferimento all’utilizzo di tale strumento probatorio, inoltre, l’ufficio rammentava il costante insegnamento giurisprudenziale, secondo cui la confessione, per quanto resa in un processo penale, ha pieno valore nel procedimento tributario, ed è “utilizzabile dal giudice tributario anche come prova esclusiva della pretesa tributaria” (Cassazione 20601/2005 e 9320/2003).
In conclusione, secondo l’ufficio, la società aveva intrattenuto rapporti economici con imprese coinvolte in un vorticoso giro di fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti.
Questo elemento di fatto non poteva essere in contestazione.
Tanto premesso, secondo l’ufficio, come anche confermato dalla Corte suprema, “In tema di imposte sui redditi, ove l’Amministrazione finanziaria contesti al contribuente l’indebita detrazione di fatture perché relative ad operazioni inesistenti, la prova della legittimità e della correttezza delle detrazioni deve essere fornita dal contribuente. Detta prova non può, peraltro, essere costituita dalla sola esibizione dei mezzi di pagamento, che normalmente vengono utilizzati fittiziamente, e che, pertanto, rappresentano un mero elemento indiziario, la cui presenza (o assenza) deve essere valutata nel contesto di tutte le altre risultanze processuali” (Cassazione 1134/2009).
Tali conclusioni sono state del resto da ultimo ancora ribadite dalla Corte suprema con l’ordinanza 4947/2012, secondo la quale le fatture emesse da società cartiere sono prive del valore riconosciuto ai documenti regolari e di conseguenza non possono trovare valido ingresso nella contabilità Iva. In tal caso, è addirittura anche legittimo il sequestro preventivo, anche se i pagamenti sono tracciabili.
Le fatture relative a operazioni economiche inesistenti, in tutto o in parte, sia che indichino un emittente diverso da quello che in realtà ha effettuato la prestazione, sia che rappresentino operazioni mai compiute nella realtà commerciale, sono, infatti, documenti privi del valore di attestazione che l’ordinamento riconosce alle fatture regolari o ad altri documenti aventi “rilievo probatorio analogo in base alle norme tributarie” (Cassazione 647/2012 e 10394/2010).
Vero è che la fattura è di per sé documento idoneo a dimostrare un costo dell'impresa e pertanto l’ufficio ha l’onere di “dedurre argomenti idonei a palesare l'inesistenza o la diversa e minore entità dell'operazione oggetto della fattura”.
Tuttavia, quando l’Amministrazione finanziaria, come puntualmente fatto nel caso di specie, fornisce gli elementi sufficienti per sostenere l’illiceità delle fatture, “l’onere di dimostrare l’effettiva esistenza e consistenza di tali operazioni si sposta sul contribuente, in virtù delle regole generali vigenti in materia” (Cassazione 8247/2008) e, in assenza di tale prova, ai sensi dell’articolo 21, comma 7, la detrazione dell’Iva, trattandosi di situazioni fraudolente o abusive, non è ammessa.
A fronte di tutto questo, in fatto e in diritto, il contribuente, dopo aver rifiutato anche l’opportunità di chiudere il contenzioso in mediazione, con il pagamento dell’imposta al 100% e le sanzioni ridotte, ex lege, al 40%, opponeva, invece, argomentazioni, non solo non provate, ma anche palesemente infondate, e, di tale comportamento, l’ufficio chiedeva che il giudice ne tenesse conto anche ai fini della condanna al rimborso delle spese di giudizio sostenute dalla controparte, maggiorate forfettariamente del 50% a titolo di spese del procedimento di mediazione (articolo 17-bis, comma 10, Dlgs 546/1992).
La Ctp di Firenze, con la sentenza in esame, ha respinto, dunque, tutti i ricorsi riuniti (per gli anni dal 2003 al 2007), condannando il contribuente al pagamento delle spese di giudizio per 8mila euro.
La Commissione, letti gli atti di causa e sentiti i rappresentanti delle parti nel corso della pubblica udienza, ha dunque ritenuto i ricorsi riuniti non fondati, sottolineando che, se è vero che “l'onere di fornire la prova che le operazioni rappresentate dalle fatture siano oggettivamente inesistenti incombe sull'A.F., come più volte ribadito dalla Corte di Cassazione (vedi ultima sentenza n. del 17 gennaio 2013), tuttavia nel caso di specie tale onere è stato assolto dall'ufficio mediante il deposito del verbale di assunzione di informazioni, di quello di spontanee informazioni e di quello di interrogazione del Sig. … legale rappresentante della … Srl presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Forlì”.
I giudici di merito sottolineano, poi, come dal contenuto di questi verbali risultasse con inconfondibile evidenza che il citato rappresentante legale avesse confessato che aveva bisogno di creare costi fittizi al fine di poter emettere fatture di vendita di spazi pubblicitari parzialmente relative a operazioni inesistenti e ribadiva che tutte le fatture emesse nei confronti di tutti i clienti nel periodo dal 2000 a oggi erano afferenti a operazioni inesistenti.
Secondo la Ctp, pertanto, “a fronte di queste circostanziate dichiarazioni provenienti dallo stesso fornitore, la società ricorrente avrebbe dovuto e potuto fornire almeno una sommaria dimostrazione di aver eseguito la prestazione dedotta. Tale dimostrazione non è stata fornita e quindi i ricorsi riuniti vanno rigettati con condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali”.
Abitata di fatto ma senza residenza: addio benefici fiscali "prima casa".
Bisogna ricordarsi di trasferire ufficialmente la domiciliazione anagrafica nel Comune in cui si trova l'immobile, perché il richiamo alla presenza fisica quotidiana nel nuovo appartamento non può "azzerare" l'omissione e salvare i benefici. La mera dimenticanza non ha valore, afferma la Corte di cassazione, con l'ordinanza 6834 del 19 marzo.
A seguito decisione sfavorevole della Commissione tributaria provinciale relativa all'avviso di liquidazione dell'imposta di registro e ipocatastali, inerente l'acquisto di una casa di abitazione, emesso dall'ente impositore al fine di recupero di quelle maggiori per decadenza dai benefici fiscali, due coniugi proponevano appello, che veniva riconosciuto fondato dalla Commissione tributaria regionale.
In particolare, il giudice di secondo grado osservava che il mancato trasferimento della residenza anagrafica nel diverso comune in cui si trova l'immobile era dovuto a mera dimenticanza, ma la documentazione acquisita comprovava che comunque gli acquirenti vi abitavano di fatto da tempo debito, sicché tale dato era sufficiente per la spettanza del beneficio.
L'ente impositore ricorre per cassazione nei confronti della "scellerata" decisione del giudice del riesame, deducendo violazione della legge di registro e delle imposte ipotecarie e catastali, in quanto la Commissione dell'appello non considerava che il dato anagrafico è indispensabile per la fruizione del beneficio in argomento, non potendo avere alcun rilievo l'asserita negligenza, potendo giustificare l'omissione soltanto la forza maggiore, ovvero il lavoro prestato all'estero o nello stesso comune in cui l'unità immobiliare è ubicata.
Con l'ordinanza n. 6834/2013, la Cassazione rigetta completamente l'ottica proposta dai due coniugi, ottica peraltro accolta a sorpresa dalla Commissione tributaria regionale, la quale, sconfessando l'esito del primo giudicato, aveva sostenuto che il mancato trasferimento della residenza anagrafica nel diverso comune in cui si trova l'immobile era stato determinato da "mera dimenticanza", come testimoniato anche dal fatto che "in realtà gli acquirenti vi abitavano di fatto".
Per il giudice di secondo grado, quindi, non memore della pluriennale uniformità interpretativa del diritto vivente, questo "dato" di fatto "era sufficiente per fruire dell'agevolazione" prevista per l'acquisto della prima casa.
Ma si tratta di una visione assolutamente erronea, ribatte la Suprema corte, nell'accogliere - de plano - il ricorso dell'Amministrazione finanziaria.
Ciò in quanto, per espressa previsione normativa (comma 1, lettera a), della nota II-bis) all'articolo 1, della Tariffa allegata al Dpr 131/1986, applicabile ratione temporis), la fruizione dell'agevolazione fiscale per l'acquisto della prima casa richiede che l'immobile sia ubicato nel comune ove l'acquirente ha la residenza e "nessuna rilevanza giuridica può essere riconosciuta alla realtà fattuale" - ossia, in questo caso, la residenza "di fatto" - se essa contrasti con il dato anagrafico risultante dagli atti dello stato civile (cfr per tutte, Cassazione 1173/2008), come vivere nell'acquisita prima casa ma risiedere altrove (cfr Cassazione 3384/2013). Tant'è che l'accesso alle agevolazioni fiscali per l'acquisto della prima casa è indissolubilmente legato al presupposto della residenza anagrafica, la quale deve sussistere alla data dell'acquisto, ovvero entro il termine prescritto (diciotto mesi).
Aggiunge poi la Corte un'importante precisazione, spiegando che il dedotto dato fattuale avrebbe potuto avere rilevanza soltanto ove i contribuenti avessero dimostrato di essersi attivati tempestivamente e che l'eventuale ritardo fosse addebitabile esclusivamente all'ente locale (cfr Cassazione 4628/2008), ipotesi che però non ricorre nel caso in esame.
A maggior ragione non è possibile dare rilievo a una mera "dimenticanza" del trasferimento della residenza, atteso che sul tema, con un principio dettato in funzione antielusiva, la giurisprudenza di legittimità è fermamente attestata sulla circostanza che per avvalersi dell'agevolazione "prima casa" non è sufficiente la volontà, dichiarata dall'acquirente, di adibire l'immobile a propria abitazione, ma occorre che lo stesso venga effettivamente impiegato a uso abitativo (cfr Cassazione 1530/2012).
Né, a fortiori, è possibile una interpretazione "estensiva" della portata normativa di cui trattasi, in quanto la circostanza che il beneficio venga espressamente subordinato alla "condizione che l'immobile acquistato sia ubicato nel Comune ove l'acquirente ha la propria residenza" si rivela emblematica e, di per sé, non consente il ricorso a una interpretazione estensiva della norma, né ad applicazione in via analogica, attese la chiarezza e l'inequivocità del dato letterale nonché la specialità della norma, che, portando deroga all'ordinario regime di tassazione, non consente interpretazioni sottese all'ampliamento della prefigurata casistica (cfr Cassazione 10807/2012).
Conseguenzialmente all'accoglimento del ricorso dell'ente impositore, si è resa anche necessaria la definitiva conferma della legittimità dell'avviso di liquidazione, senza rinvio al giudice del merito.
Tonnage tax, opzione entro il 2 aprile.
Entro il 2 aprile le imprese marittime che intendono avvalersi del regime forfetario di determinazione della base imponibile IRES del reddito prodotto dalle navi (c.d. "tonnage tax") devono inviare all’Agenzia delle Entrate l'apposita comunicazione (opzione, rinnovo, variazione del gruppo). La comunicazione deve essere trasmessa solo telematicamente attraverso un apposito software gratuito che il Fisco ha messo a disposizione dei contribuenti e che presenta alcune novità in vigore da gennaio di quest'anno. In questa nuova versione del software è stata inserita la possibilità di barrare nel frontespizio la casella “variazione del gruppo” senza l’indicazione dei codici fiscali delle società del gruppo, per consentire ai gruppi che hanno optato per il regime della tonnage tax di comunicare la fuoriuscita dal gruppo di tutte le società che ne fanno parte. Un'altra novità riguarda la possibilità di ricorrere anche per la tonnage tax alla c.d. "remissione in bonis" prevista dal D.L. n. 16/2012.
Tares, oggi la decisione sulla proroga.
Il Governo si esprimerà oggi sullo schema di decreto legge proposto dal Ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, inerente la proroga dell'entrata in vigore della Tares dal 1° luglio 2013 al 1° gennaio 2014. Se il Consiglio dei Ministri si esprimerà a favore della proroga, ciò comporterà una "riesumazione" della Tarsu e della Tia, almeno per il momento. La posta in gioco è molto alta, dato che il gettito atteso dalla Tares, la nuova tassa sui rifiuti e sui servizi, ammonta a un miliardo di euro.
Cartella di pagamento con relata bianca, nulla ma non inesistente.
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 6613 del 15 marzo scorso, applicando il principio processual-civilistico del raggiungimento dello scopo (art. 156 c.p.c.), ha affermato la notifica di una cartella di pagamento, consegnata senza che il messo notificatore abbia compilato la relata, non dà luogo a inesistenza della cartella stessa, che si verifica quando il relativo tentativo sia avvenuto in luogo e con modalità tali che non sussista alcun collegamento con il destinatario, ma a nullità, sanabile con la presentazione del ricorso da parte della destinataria stessa.
Legge europea per il 2013 con modifiche al quadro RW di UNICO.
Il Ministro per gli Affari europei, Milanesi, presenterà al Consiglio dei Ministri la nuova "legge europea per il 2013", quella che una volta (prima della legge di riforma n. 234/2012) era chiamata "Legge comunitaria". La legge contiene molti temi, tra cui: la semplificazione del quadro RW di UNICO, il taglio della sanzioni sul monitoraggio fiscale, i ritocchi sulla tassa sul lusso per gli aerei, le modifiche alla base imponibile dell'imposta di successione. Altre novità riguardano, poi, le società tra avvocati, il servizio di accertamento e riscossione dell'imposta comunale, il lavoro a tempo determinato, lo smaltimento dei rifiuti, la valutazione di impatto ambientale.
''Fattura UE'': le novita' ufficiali.
La disciplina IVA italiana, recependo alcune nuove norme di carattere comunitario, ha subı`to importanti modifiche con particolare riferimento alle regole di fatturazione e all'esigibilita` dell'IVA nei rapporti con l'estero. Si tratta di disposizioni urgenti, in quanto da applicare alle operazioni effettuate a partire dal 1 gennaio 2013.
Conversione in euro degli importi in valuta estera
Ai fini della determinazione della base imponibile IVA, i corrispettivi dovuti, le spese e gli oneri sostenuti in valuta estera sono calcolati secondo il cambio del giorno di effettuazione dell’operazione o, in mancanza di tale indicazione nella fattura, del giorno di emissione della fattura stessa. In mancanza, il calcolo e` effettuato sulla base della quotazione del giorno antecedente piu` prossimo.
La conversione in euro, per tutte le operazioni effettuate nell’anno solare, puo` essere fatta sulla base del tasso di cambio pubblicato dalla Banca Centrale Europea. Anche con le vecchie regole, per la conversione in euro degli importi in valuta estera si faceva riferimento al cambio del giorno in cui era effettuata l’operazione (o, in mancanza, al cambio del giorno antecedente piu` prossimo).
Adesso, invece, per effetto delle nuove disposizioni, il cambio del giorno di effettuazione rileva solo se tale indicazione e` riportata in fattura. In mancanza, occorre effettuare il calcolo utilizzando il cambio del giorno di emissione della fattura stessa.
Si segnala che tale regola era gia` prevista in ambito comunitario (art. 43, c. 3, D.L. n. 331/ 1993, ora abrogato, essendo la nuova norma contenuta nel Decreto IVA, al quale la Legge IVA comunitaria fa esplicito rimando). Inoltre, per procedere alla conversione in euro di tutte le operazioni effettuate nell’anno solare e` ora possibile fare riferimento al tasso di cambio pubblicato dalla Banca Centrale Europea.
Costruzione di immobile strumentale su area in concessione demaniale.
Una SRL, operante nel settore della logistica in ambito portuale, ha costruito un immobile strumentale (magazzino) su un'area assentita in concessione demaniale; l'immobile è stato iscritto in bilancio alla voce "terreni e fabbricati" con separata indicazione in nota integrativa e viene ammortizzato in base alla durata della concessione. Si chiede di sapere se le spese di ordinaria manutenzione sostenute per detto immobile seguano le stesse regole previste per gli altri beni di proprietà dell'azienda (art. 102 co. 6 TUIR) e se il valore dell'immobile rilevi ai fini del calcolo del costo complessivo dei beni ammortizzabili su cui calcolare il limite del 5% delle spese di manutenzione non capitalizzate.
L'articolo 102, comma 6 del D.P.R. n. 917/1986 stabilisce che le spese di manutenzione, riparazione, ammodernamento e trasformazione, che dal bilancio non risultino imputate ad incremento del costo dei beni ai quali si riferiscono, sono deducibili nel limite del 5% del costo complessivo di tutti i beni materiali ammortizzabili, quale risulta all'inizio dell'esercizio dal registro dei beni ammortizzabili.
Da ciò ne deriva che condizione indispensabile affinché le suddette spese siano deducibili è che le stesse siano relative a beni ammortizzabili.
Con specifico riferimento agli immobili strumentali (come nel caso oggetto del quesito in esame) si precisa che dal momento che sotto il profilo civilistico essi sono iscritti in bilancio tra le immobilizzazioni materiali, nella voce B.II 1 dello stato patrimoniale (terreni e fabbricati) e costituiscono pertanto oggetto di ammortamento, gli stessi si qualificano come beni ammortizzabili.
Quanto al costo di iscrizione, rileva il costo d'acquisto, ovvero il valore di produzione (per gli immobili prodotti internamente), al netto degli ammortamenti.
Tanto premesso, con riferimento al caso di specie, trattandosi da quanto si evince dal quesito in parola, di immobili strumentali per natura iscritti tra i beni ammortizzabili, sebbene costruiti su di un terreno in concessione, ne deriva che con riferimento agli stessi trova applicazione il disposto dell'articolo 102, comma 6 del D.P.R. n. 917/1986.
Il costo da considerare ai fini del calcolo del limite del 5% è quello di costruzione di detto immobile, avendo cura di scorporare dal medesimo, laddove fosse incorporato, quello del terreno sul quale il medesimo è stato realizzato.
Quesito: incompatibilità collaborazione occasionale.
Sono un medico con rapporto di lavoro dipendente .Posso svolgere collaborazione professionale occasionale in periodo di ferie?
vorrei sapere se posso mettermi a carico i miei genitori, viviamo insieme, e uno percepisce un assegno sociale e l'altro invalidità civile e accompagnamento.
Nel caso in cui il partecipante ad una pubblica gara produca alla stazione appaltante la documentazione amministrativa prevista nel bando redigendola su appositi formulari prestampati dalla stessa ed allegati al disciplinare di gara, i quali risultino poi incompleti e irregolari, non per errori del compilatore, ma per discrasie tra le previsioni del bando ed i facsimile prestampati dall'Amministrazione stessa, la stazione appaltante deve disporre l'esclusione del concorrente per violazione della lex specialis e, quindi, per garantire il rispetto della par condicio e la stretta osservanza di esplicite prescrizioni di gara?
Il modulo, nel linguaggio corrente, è un foglio di carta prestampato, talora predisposto per la lettura ottica, che l'interessato distribuisce agli offerenti e che costoro devono compilare. In tal modo - e tale sembra essere l'utilità della eventuale prescrizione di un bando di gara che ne prescriva l'impiego - si costringono gli aspiranti a recarsi presso la committenza in un momento preciso - e non prima - per ritirare il modulo prima di formulare l'offerta, e si evitano possibili frodi.
In questi casi, la eventuale difformità del modulo rispetto alle prescrizioni del bando non può che essere imputabile alla stazione appaltante. Considerato che la predisposizione di un modulo per la domanda di partecipazione ad una gara d'appalto e la richiesta di compilare la domanda in modo conforme a detto modello ingenerano nel partecipante, oltre che un dovere, un affidamento, è onere della P.A. verificare che il modello sia predisposto in modo conforme e coerente con gli obblighi previsti dal bando, soprattutto quando le dichiarazioni contenute nel modello sono richieste a pena di esclusione (T.A.R. Puglia - Lecce Sez. II, 8 giugno 2006, n. 3290).
Nell'ipotesi in cui il concorrente abbia compilato un modulo di domanda e di dichiarazione allegate al bando ed al disciplinare messi a disposizione della stazione appaltante, nei quali non era assunto l'obbligo, esplicitamente previsto nel bando, di costituire ATI in caso di aggiudicazione, ciò non può comportare la sua esclusione. Infatti, se una incongruenza vi è stata tra il bando ed il modulo questa non può che essere imputata alla Pubblica Amministrazione in base al principio di correttezza, buona fede, trasparenza e certezza dei rapporti.
Ne deriva che, se l'Amministrazione avesse escluso la concorrente sulla base di un proprio errore nella predisposizione dei moduli, che la ditta ha dovuto obbligatoriamente compilare, avrebbe posto in essere una condotta illegittima e senz'altro censurabile. Sul punto la Giurisprudenza Amministrativa ha chiarito che, in applicazione dei principi di favor partecipationis e di tutela dell'affidamento, non può procedersi all'esclusione di un'impresa nel caso in cui questa abbia compilato l'offerta in conformità al modulo all'uopo approntato dalla stazione appaltante (Cons. Stato sez. VI, 10 novembre 2004, n. 7278). D'altro canto si osserva che la lex specialis della gara d'appalto risulta costituita, non solo, dalle espresse previsioni contenute nel bando di gara, nella lettera d'invito e nel capitolato, ma anche dal complesso normativo presupposto e richiamato da questi ultimi, oltre che dalle regole ermeneutiche che la stazione appaltante ha posto in essere nel momento antecedente la valutazione delle offerte. In sede di predisposizione del bando di gara, infatti, l'amministrazione può motivatamente integrare o sostituire le clausole contenute negli schemi di bandi-tipo nel caso di lacune nello schema o difformità rispetto alla normativa (T.A.R. Puglia - Lecce, sez. II, 10 luglio 2007, n. 2716).
Differente è invece l'ipotesi in cui la stazione appaltante predispone uno schema, ovvero un facsimile del contenuto dell'offerta, che ogni concorrente deve ricopiare di sua iniziativa, completandolo con i dati a lui richiesti.
In tal caso, è ovvio che fra lo schema e l'offerta non vi sarà mai perfetta congruenza. Ne deriva che in caso di difformità tra la domanda presentata dal concorrente e le prescrizioni del bando può residuare, in concreto, una responsabilità del privato laddove le prescrizioni del bando fossero precise e puntuali e lo schema predisposto sia piuttosto generico, lasciando ampi margini di compilazione al partecipante.
Ancora diversa è l'ipotesi in cui il concorrente non si attenga allo schema predisposto dalla stazione appaltante, ma rediga una sua domanda di partecipazione, diversa dal fac-simile, sebbene conforme alle prescrizioni di bando.
Il T.A.R. Lombardia - Brescia Sez. I Sent., 16 novembre 2007, n. 1263 ha ritenuto illegittima l'esclusione dalla gara disposta dalla stazione appaltante, perché la domanda di partecipazione era stata redatta non utilizzando lo schema allegato, ma su propria carta intestata che riproduceva il contenuto dello schema, ad esclusione dell'indicazione numerica dei punteggi attribuibili a ciascun elemento. Un'interpretazione estensiva, che assimilasse i due concetti di modulo e di schema, si risolverebbe nel restringere la partecipazione alle gare, e quindi non è sostenibile in base al principio generale di massima partecipazione.
Successivamente, questo principio di elaborazione giurisprudenziale è stato mutuato dall'art. 74, comma 3 del D.Lgs. 12-04-2006, n. 163 - come modificato dall'art. 2 del D.Lgs. 31-07-2007, n. 113 e successivamente dall'art. 2, comma 1, lettera o), del D.Lgs. 11-09-2008, n. 152 - che stabilisce che "Salvo che l'offerta del prezzo sia determinata mediante prezzi unitari, il mancato utilizzo di moduli predisposti dalle stazioni appaltanti per la presentazione delle offerte non costituisce causa di esclusione" .
Agevolazioni per l’imprenditoria giovanile in agricoltura.
La non rivalutazione dei redditi agrari e dominicali cessa al momento del compimento dei 40 anni da parte dell'imprenditore agricolo o alla data di scadenza del contratto d'affitto, anche se nel frattempo l'imprenditore ha compiuto i 40 anni?
Per i periodi d’imposta durante i quali i terreni sono concessi in affitto per usi agricoli, con contratti di durata non inferiore a cinque anni, a giovani che non hanno ancora compiuto quaranta anni e hanno la qualifica di coltivatore diretto o imprenditore agricolo professionale, non si applica la rivalutazione dei redditi dominicali e agrari (articolo 14, comma 3, legge n. 441/1998). In questi casi, pertanto, il proprietario del terreno dichiara solo il reddito dominicale senza operare la rivalutazione dell’80%, mentre l’affittuario dichiara il reddito agrario senza operare la rivalutazione del 70%.
L’agevolazione è applicabile dalla data di stipula del contratto di affitto e per l’intera durata residua, anche qualora, successivamente, l’affittuario abbia compiuto il quarantesimo anno di età (risoluzione ministeriale n. 53/2000).
Servizi di pulizia. Senza alloggio, non beneficiano dell’esenzione Iva.
La pulizia di un ente pubblico che si occupa di gestione di residenze per anziani, se non fa parte di un più generale servizio di alloggio e cura, non gode dell’esenzione Iva (articolo 10, comma 1, n. 21, Dpr 633/1972).
Questo è quanto statuito dalla Commissione tributaria di secondo grado di Trento, con la recente sentenza n. 18/01/13 depositata il 7 marzo.
Nel corso di una verifica fiscale condotta nei confronti di una società che svolgeva una serie di servizi (catering, pulizie, sanificazione, ristorazione, ecc.) a favore di soggetti pubblici e privati, è emerso che le prestazioni di pulizia svolte presso una residenza per anziani venivano fatturate in esenzione Iva, in base all’articolo 10, comma 1, n. 21, Dpr 633/1972, che recita: “Sono esenti dall’imposta: … 21) le prestazioni proprie dei brefotrofi… case di riposo per anziani e simili… comprese le somministrazioni di vitto, indumenti e medicinali, le prestazioni curative e le altre prestazioni accessorie”.
L’ufficio aveva sostenuto che la prestazione di pulizia, solo se rientrante in un più ampio servizio alla persona caratterizzato dall’alloggio e dall’assistenza, poteva beneficiare dell’esenzione. Nel caso di specie, invece, poiché la società verificata si limitava a fornire un servizio di pulizia e sanificazione degli ambienti dei degenti senza alcuna ulteriore prestazione diretta alla persona anziana, avrebbe dovuto fatturare applicando l’aliquota ordinaria. L’ufficio richiamava a proprio sostegno la risoluzione n. 278/E del 1995, nella quale si evidenziava che i servizi di pulizia o di gestione di cucine e mense, se non facenti parte di una generale gestione della casa di riposo che includa l’alloggio e la cura, “non sono in ogni caso riconducibili alla previsione oggettiva di cui al richiamato n. 21 dell’art. 10 del D.P.R. n. 633 del 1972”.
La difesa del contribuente si è basata sull’interpretazione dell’ultima parte della richiamata disposizione in cui viene accordata l’esenzione anche alle“altre prestazioni accessorie”. In particolare, la società precisava che, per le prestazioni di pulizia, venivano emesse due diverse fatture: per la pulizia dei reparti dei degenti la fattura era esente Iva, mentre per le pulizie riguardanti gli spazi comuni (ad esempio, i giardini) le fatture venivano emesse con l’applicazione dell’Iva ordinaria.
L’ufficio contestava la posizione della parte, affermando che per l’esenzione non è sufficiente che la prestazione sia eseguita nei confronti di persone disagiate, bensì è necessario che si tratti di prestazioni proprie della struttura, ovvero assistenza e cura.
In sede di controdeduzioni al ricorso, l’ufficio aggiungeva che le esenzioni Iva sono norme di carattere eccezionale poiché sono una deroga alla regola generale dell’assoggettamento a Iva delle cessioni di beni e prestazioni di servizi. Le stesse, quindi, non possono applicarsi oltre i casi espressamente previsti.
Partendo da questo presupposto, l’ufficio richiamava a proprio sostegno la sentenza n. 11353/2001 nella quale il Supremo collegio aveva chiarito che “ai fini dell’esenzione Iva, ciò che deve qualificare la prestazione propria di una casa di riposo è l’alloggio fornito alle persone anziane….le altre prestazioni agli ospiti della casa, vengono definite prestazioni meramente accessorie, rispetto a quella, evidentemente l’unica ritenuta essenziale, dell’alloggio. Ai fini dell’esenzione Iva, per quanto concerne in particolare le case di riposo, occorre quindi fare riferimento …al contenuto della prestazione, che va ricercato nell’alloggio e solo eventualmente in altre attività di assistenza”.
Alle medesime conclusioni, in relazione però alla somministrazione di alimenti in un ospedale, erano pervenuti i giudici con la sentenza n. 9256/2005, anch’essa citata dall’ufficio: “le prestazioni di vitto sono esenti Iva solo in quanto incluse in un più ampio rapporto avente ad oggetto prestazioni di ricovero e cura…resta escluso pertanto che la fattispecie in esame possa essere ricompresa sotto il disposto dell’art. 10…trattandosi di fornitura di vitto…non nell’ambito di un più ampio rapporto di cura e ricovero…”.
L’ufficio aveva inoltre richiamato la risoluzione n. 275/2007, nella quale era stato nuovamente chiarito che le “attività di governo della struttura come quelle di igiene e pulizia…non sono riconducibili tra le prestazioni socio-sanitarie effettuate direttamente a favore degli anziani…”.
I giudici di prime cure respingevano fermamente le doglianze della società ricorrente, affermando che “i servizi di pulizia delle stanze sono ontologicamente diversi dalle prestazioni di assistenza e ausilio materiale alla persona anziana. Essi, pertanto, non possono farsi rientrare nella previsione dell’art. 10, comma 1, n. 21 del d.P.R. n. 633 del 1972…” (Commissione tributaria di primo grado di Trento, sentenza n. 63/5/2010).
La medesima fattispecie, per un diverso anno di imposta, veniva decisa da un’altra sezione della Commissione tributaria di primo grado di Trento, la quale, respingendo il ricorso della società, sottolineava quelle che devono essere le caratteristiche di una prestazione accessoria ai fini dell’estensione dell’esenzione prevista per l’operazione principale: “può dirsi che la nozione generalmente accettata è quella secondo cui «…affinché si delinei un rapporto di accessorietà tra due prestazioni…non è sufficiente una generica utilità della prestazione accessoria all’attività principale, unitariamente considerata. La prestazione accessoria deve formare un tutt’uno con l’operazione principale. Infine, sono considerate accessorie solo le prestazioni poste in essere dal medesimo soggetto in necessaria connessione con l’operazione principale alla quale, quindi, accedono e che hanno, di norma, la funzione di integrare, completare o rendere possibile la detta prestazione o cessione principale» (Risoluzione ministeriale n. 230/E del 15 luglio 2002)” (sentenza n. 1/02/2013 depositata l’8/01/2013).
La società proponeva appello contro la sentenza di primo grado e l’ufficio, ribadendo quanto era stato già in precedenza sostenuto, sottolineava che ragionando nei termini di controparte, si dovrebbe riconoscere l’esenzione a tutte le molteplici prestazioni astrattamente collegate agli alloggi e alle stanze in cui vengono ospitati gli anziani, come, ad esempio, le riparazioni idrauliche o elettriche, in ovvio contrasto con la logica fiscale sottesa all’esenzione.
Anche i giudici di secondo grado respingevano le eccezioni della parte, affermando innanzitutto che “trattandosi di esenzione, la norma ha carattere eccezionale ed è quindi di stretta interpretazione”. Inoltre, la prestazione accessoria che gode dell’esenzione deve essere “prestazione di strettissima complementarietà e strumentalità rispetto a quelle principali, che concernono l’assistenza personale a soggetti svantaggiati a vario titolo”.
In conclusione, poiché nel caso concreto “… la società appellante svolgeva servizi di mera pulizia della struttura, ontologicamente estranei a qualsiasi rapporto di assistenza personale con i ricoverati” senza occuparsi, quindi, anche della cura e assistenza degli anziani, il servizio di pulizia in sé considerato non poteva beneficiare dell’esenzione al pari della prestazione principale (alloggio, cura e assistenza alla persona).
Cartella con relata in bianco: notifica nulla, non inesistente.
La Cassazione, applicando il principio processual-civilistico del raggiungimento dello scopo, "salva" la notifica di una cartella di pagamento, consegnata senza che il messo notificatore avesse compilato la relata.
I giudici di legittimità stabiliscono il principio secondo cui l'omessa compilazione della relata di notifica di una cartella non dà luogo a inesistenza della stessa bensì a nullità, sanabile con la proposizione del ricorso da parte del destinatario dell'atto.
Questa la massima desumibile dalla sentenza n. 6613 del 15 marzo, emanata della Corte suprema.
La controversia riguardava una cartella di pagamento relativa a Iva e sanzioni, emessa nei confronti di una società in nome collettivo, a seguito del controllo automatizzato della dichiarazione dei redditi, ex articolo 36-bis del Dpr 600/73.
Le Commissioni tributarie provinciali e regionali, territorialmente competenti, accoglievano le doglianze preliminari della contribuente.
In particolare, la Ctr osservava che la cartella era "pervenuta senza relata di notifica e senza data e, quindi, non notificata" (ex articolo 149, secondo comma del codice di procedura penale).
L'Agenzia delle Entrate ricorreva per cassazione, affidando il ricorso a un unico motivo di diritto, teso a far dichiarare la violazione della normativa di riferimento (articolo 60 del Dpr 600/73 e articoli 137, 149 e 156 cpc) da parte dei giudici tributari regionali, che avevano ritenuto "inesistente", anziché "nulla", la notifica sottoposta al loro decisum.
La Cassazione, chiamata a pronunciarsi nuovamente sull'argomento, appura che il piego contenente la cartella esattoriale fosse "pervenuto", in ogni caso, alla contribuente, pur se quest'ultima non riteneva che l'atto fosse stato propriamente "notificato".
Da questa premessa, i giudici di legittimità traggono spunto per riaffermare il principio generale, secondo cui "la natura sostanziale e non processuale dell'avviso di accertamento tributario non osta all'applicazione di istituti appartenenti al diritto processuale, soprattutto quando vi sia un espresso richiamo di questi nella disciplina tributaria" (cfr Cassazione, sentenza 2272/2011 e, a sezioni uniti, sentenza 19854/2004).
Quindi, dalla proposizione del ricorso da parte della società contribuente - applicando i principi processual-civilistici che governano gli istituti della nullità e della sanatoria - consegue la sanatoria della notifica nulla, in applicazione del fondamentale principio del raggiungimento dello scopo (articolo 156 cpc). E tanto può desumersi dalla circostanza secondo cui, nel caso de quo, la notifica è "nulla", non certo "inesistente".
In conclusione, stabiliscono i giudici, la condizione che la relata non sia stata compilata non dà luogo a inesistenza della notifica, che si verifica quando il relativo tentativo sia avvenuto in luogo e con modalità tali che non sussista alcun collegamento con il destinatario, ma a nullità, sanabile con la presentazione del ricorso da parte della destinataria stessa.
La pronuncia in esame offre lo spunto per osservare come alcuni punti cardine del processo civile siano applicabili altresì al procedimento tributario.
In questo senso, la Cassazione torna a valorizzare il principio del raggiungimento dello scopo (ex articolo 156, comma 3, cpc), secondo cui "la nullità non può mai essere pronunciata, se l'atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato".
Tale principio è un corollario del più generale principio di "strumentalità delle forme", che regola il sistema delle nullità nel processo civile, per cui le forme sono meramente serventi rispetto allo scopo per cui il legislatore le ha predisposte al fine di garantire l'effettività della tutela giurisdizionale. D'altro canto, come già i padri del diritto processuale civile avevano rilevato all'inizio del secolo scorso, quando la legge ha voluto imporre determinate forme giuridiche lo ha fatto espressamente, richiedendo la loro sussistenza ad substantiam negotii (per esempio, articolo 1350 del codice civile).
Altro principio fondamentale, rilevante per il caso di specie, è quello di "conservazione degli atti": a questo proposito, laddove sia possibile, l'atto viziato deve essere conservato in ogni caso.
Inoltre, qualora un atto è incapace, perché imperfetto, di raggiungere il suo scopo ma è, tuttavia, idoneo a raggiungere altri effetti, questi vengono comunque conservati.
Alla luce dei principi richiamati, se è stato raggiunto il fine della notifica, ossia la "conoscenza legale dell'atto", pur se la relata non è stata compilata, essa è nulla ma non inesistente.
Nel caso in esame, in cui la contribuente ha pacificamente ricevuto l'atto, non vi è ragione per escludere l'esistenza della notifica, pur se operata con forme non rituali.
Modello Eas, per la variazione dati c’è tempo fino a martedì 2 aprile.
Quest’anno, con le festività pasquali, slitta al 2 aprile la scadenza per i no profit che devono segnalare le novità intervenute nel 2012 per mantenere il diritto alle agevolazioni fiscali.
Gli enti associativi sono tenuti a ricompilare e trasmettere nuovamente il modello Eas, utilizzando i canali telematici dell’Agenzia.
Nessun invio, invece, in caso di variazioni di dati poco significative. L’obbligo di ripresentare il modello, entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello in cui si è verificata la variazione, non sussiste se le modifiche riguardano:
numero degli associati dell’ente nell’ultimo esercizio
ammontare di erogazioni liberali ricevute
ammontare di contributi pubblici ricevuti
numero e giorni delle manifestazioni di raccolta pubblica di fondi.
Si ricorda, brevemente, che la trasmissione del modello Eas all’Agenzia delle Entrate da parte degli enti associativi in possesso dei necessari requisiti è condizione necessaria per usufruire dei benefici previsti dalle norme tributarie, ossia la non imponibilità di corrispettivi, quote e contributi (articolo 30, Dl 185/2008). L’adempimento va effettuato in via telematica, diretta o mediante intermediari abilitati a Entratel, entro 60 giorni dalla data di costituzione degli enti.
Il modello per comunicare i dati e le notizie rilevanti ai fini fiscali è stato approvato con provvedimento del 2 settembre 2009. Lo stesso provvedimento ha previsto che, in caso di variazione dei dati comunicati, il modello deve essere ripresentato entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello nel quale si è verificata la modifica. Se invece si perdono i requisiti previsti dalla normativa tributaria, il modello va inviato entro 60 giorni dall’evento.
La mancata presentazione di Eas non preclude l’accesso ai benefici fiscali (articolo 2, comma 1, Dl 16/2012, rimessione in bonis), se il contribuente, sempre che non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche:
è in possesso dei requisiti sostanziali alla data di scadenza ordinaria del termine
effettua la comunicazione entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile (30 settembre 2013)
versa contestualmente la sanzione di 258 euro (con modello F24, codice tributo 8114), senza possibilità di compensazione.
Quesito: scioglimento società e assegnazione beni.
ho una società immobiliare srl a socio unico, vorrei chiudere l'attività e continuare il servizio di locatore come persona fisica.
Quanto mi verrebbe a costare in termini di tassazione assegnarmi i beni facendoli uscire dalla sfera giuridica della società?
Denuncia d'infortunio all'Inail.
Il piu` importante adempimento che il datore di lavoro deve porre in essere quando avviene un incidente lavorativo, e` senz'altro quello di effettuare la denuncia d'infortunio, e non soltanto all'Inail. La denuncia degli infortuni e` per il datore di lavoro un obbligo immanente, stringente e oltremodo pressante, visto che e` da assolvere entro termini estremamente ristretti, la cui inosservanza, peraltro, viene pesantemente punita con l'irrogazione di specifiche sanzioni amministrative pecuniarie. Le varie fasi che seguono il momento in cui l'infortunio si e` verificato, prendono le mosse dal dovere che la legge impone al lavoratore infortunato di avvisare immediatamente il datore di lavoro dell'incidente che gli e` accaduto.
Questa notizia, pero`, e` da considerare acquisita dal datore di lavoro a puro titolo informativo, dal momento che non costituisce il dies a quo di nessun termine da osservare, ma gli consente di predisporsi per mettere in atto tutto quanto la legge gli impone in questi casi, tra cui proprio la compilazione e l'inoltro all'Inail della denuncia d'infortunio.
Termini per la denuncia e pagamento delle indennita`
La denuncia d’infortunio deve essere effettuata entro due giorni, ma non da quando l’infortunio e` accaduto, ne´ da quando il datore di lavoro ne e` venuto a conoscenza, ma da quando questi e` materialmente venuto in possesso del certificato medico relativo all’incidente. E non potrebbe essere diversamente, visto che, solo prendendo atto della prognosi riportata dal certificato, il datore di lavoro e` in grado di stabilire se e` o meno obbligato a denunciare l’infortunio, posto che l’obbligo si concretizza solo quando l’infortunio ha una prognosi che comporta l’astensione dal lavoro per piu` di 3 giorni. Questo vuol dire che il lavoratore e` stato giudicato guaribile in 4 giorni o piu` , che sono da conteggiare escludendo sempre quello in cui l’evento si e` verificato. Ad esempio, se l’infortunio e` accaduto il 24 aprile e il certificato, redatto lo stesso giorno, prevede una prognosi «fino a tutto il» 30 aprile, la prognosi e` di 6 giorni, perche´ nel conteggio si esclude il 24 (dies a quo), ma si include invece il 30 aprile (dies ad quem).
Se il termine scade in un giorno considerato festivo, slitta al primo giorno feriale successivo, mentre, se l’infortunio ha causato la morte del lavoratore o vi e` comunque il pericolo di morte, la formale denuncia d’infortunio deve essere anticipata all’Inail, a mezzo telegramma, fax, email, ecc., entro 24 ore dall’evento, fornendo, anche in modo sommario, i dati e le notizie di cui si e` al momento in possesso. Se un infortunio, inizialmente giudicato guaribile entro 3 giorni, ottiene, con un ulteriore certificato medico, un’altra prognosi tale che, per somma, faccia superare complessivamente i 3 giorni, il termine di 2 giorni per l’inoltro della denuncia all’Inail decorre dalla data di ricezione del nuovo certificato.
L’obbligo della denuncia riguarda tutti gli assicuranti, chedevono inviarla alla Sede Inail competente per la localita` di domicilio del lavoratore infortunato, senza fare valutazioni personali circa l’indennizzabilita` del caso. Il mancato, tardivo, inesatto o incompleto inoltro della denuncia d’infortunio all’Inail comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa che va da un minimo di E 1.291,00 a un massimo di E 7.746,00, cui e` pero` applicabile la procedura di diffida obbligatoria che, in caso di ottemperanza, ammette il trasgressore al pagamento dell’importo minimo edittale (E 1.291,00).
Stralcio dei crediti di modesta entità.
Buongiorno, accingendoci a chiudere il bilancio d'esercizio 2012 della nostra società di capitali ci vorremmo avvalere della possibilità di provvedere allo stralcio dei (numerosi) crediti di esiguo valore iscritti e per i quali non nutriamo più speranze di incasso. Avremmo pertanto la necessità di sapere come procedere e, soprattutto, quale sia la documentazione da tenere agli atti ai fini del rispetto della normativa.
Con una recente normativa è stata introdotta la facoltà di procedere con maggiore facilità allo stralcio dei crediti di modesta entità (art. 33, comma 5, D.L. 22 giugno 2012, n. 83 c.d. "decreto crescita", convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, in vigore dal 12 agosto 2012). Attraverso tale intervento normativo è stato modificato l'art. 101, comma 5, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (T.u.i.r.). Si evidenzia che l'esercizio in chiusura al 31 dicembre 2012 è quello di prima applicazione di tale norma.
In base alla nuova disposizione le perdite su crediti sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e, in ogni caso, se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali o ha concluso un accordo di ristrutturazione dei debiti. Nello specifico, la novità prevede la deduzione automatica delle perdite su somme non riscosse fino a 5.000 euro per le grandi imprese (volume d'affari o ricavi oltre 100 milioni euro) e di 2.500 euro per le altre, dopo che sia trascorso un periodo di sei mesi dal termine previsto per il pagamento da parte del debitore: in tali casi si possono sempre riscontrare gli elementi certi e precisi necessari alla deducibilità delle perdite conseguite.
Gli elementi certi e precisi sussistono, inoltre, quando il diritto alla riscossione del credito è prescritto: nella maggior parte dei casi il termine per la prescrizione ordinaria è di dieci anni, anche se vi sono fattispecie nelle quali il termine è inferiore.
Per quel che riguarda l'applicazione del limite quantitativo si deve fare riferimento non tanto al singolo credito o alla sommatoria di tutti i singoli crediti nei confronti del medesimo creditore, quanto piuttosto all'insieme dei crediti che derivano da un medesimo rapporto giuridico. Pertanto, in presenza di contratti diversi l'eventuale superamento delle soglie consentite dovrebbe essere valutato per singolo contratto.
La disposizione introdotta dal decreto crescita ha il pregio di avere fatto chiarezza quantificando in maniera univoca il "modesto importo" in virtù del quale la deduzione delle perdite su crediti di ridotta entità non necessita di prove formali rigorose: nei casi in cui il credito non superi i citati limiti è quindi lo stesso importo ridotto dei crediti a sconsigliare le aziende ad intraprendere antieconomiche azioni di recupero e la perdita sarà deducibile senza necessità di dovere comprovare analiticamente con effettiva documentazione il mancato realizzo ed il carattere definitivo della perdita (risoluzione 6 agosto 1976, prot. n. 124).
Spese funebri per la zia.
Ho sostenuto le spese funerarie della zia deceduta ad agosto. Posso recuperare una parte di quanto speso deducendola nel 730?
La disposizione normativa che disciplina la detrazione Irpef del 19% delle spese funebri, su un importo non superiore a 1.549,37 euro, è contenuta nell’articolo 15, comma 1, lettera d), del Tuir. Il beneficio fiscale spetta per le spese sostenute in dipendenza della morte di persone indicate nell’articolo 433 del codice civile, anche se non fiscalmente a carico, e di affidati o affiliati. Si tratta, in particolare: del coniuge; dei figli legittimi o legittimati o naturali o adottivi; dei discendenti prossimi, anche naturali; dei genitori; degli ascendenti prossimi, anche naturali; degli adottanti, dei fratelli e delle sorelle germani o unilaterali; dei generi e delle nuore; del suocero e della suocera. Pertanto, non è possibile fruire della detrazione per le spese funebri sostenute per la zia defunta.
Cmr, elettronico o cartaceo, prova l’avvenuta cessione Ue.
Comunicazione beni in uso ai soci: slittamento “causa” semplificazione.
Nuova scadenza per l’invio dei dati relativi ai beni dell’impresa (autovetture, altri veicoli, unità da diporto, aeromobili e immobili) concessi in godimento a soci o familiari. Il termine viene posticipato al 15 ottobre, per consentire all’Agenzia delle Entrate di valutare le proposte di semplificazione avanzate dalle associazioni di categoria in merito alla tipologia di informazioni da comunicare e alle modalità di trasmissione. La proroga riguarda la prima applicazione della norma, quindi le annualità 2011 e 2012 e arriva con provvedimento direttoriale del 25 marzo.
L’adempimento trae origine dalla norma dettata dall’articolo 2, comma 36-sexiesdecies, del decreto legge n. 138/2011, con l’obiettivo di recuperare base imponibile non dichiarata attraverso l’individuazione degli effettivi intestatari di determinati beni.
Il provvedimento attuativo del 16 novembre 2011, nello stabilire modalità e termini per la comunicazione, aveva inizialmente fissato nel 31 marzo 2012 il termine ultimo per provvedervi. Termine che, successivamente, era già stato spostato al 31 marzo di quest’anno.
Adesso, l’ulteriore proroga, funzionale - come ricordato - alla definizione del confronto in atto con le associazioni di categoria.
Quesito: detraibilità dell'abbonamento alla rivista del WWF.
Desidero sapere se è possibile detrarre dal modello 730 l'abbonamento alla rivista del WWF. Se possibile a quale rigo annotare.
Responsabilità degli amministratori nei confronti della società.
L'ultimo comma dell'articolo 2392 del Codice Civile recita testualmente: "La responsabilità per gli atti o le omissioni ..omissis.. non si estende a "quello" ..omissis.. il suo dissenso nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio ..omissis.. del collegio sindacale". Quale correlazione con il disposto di cui all'ultimo periodo del comma de quo (immediata notizia per iscritto al presidente del collegio sindacale) con quanto disposto, invece, dal primo comma dell'articolo 2405 del Codice Civile che dispone che i sindaci devono assistere alle adunanze del collegio sindacale? Mancato coordinamento da parte del legislatore oppure un maggior requisito di forma in capo all'amministratore dissenziente?
La riforma del diritto societario ha eliminato ogni riferimento alla generica diligenza del mandatario, stabilendo che l'amministratore è tenuto ad adempiere i doveri imposti dalla legge o dallo statuto con la diligenza che deriva dalla specifica natura derivante dall'incarico.
Tale responsabilità, conseguentemente, risulta modulata in base alla peculiarità e alla complessità che deriva sia dall'incarico conferito, sia dalle specifiche capacità e preparazioni che devono necessariamente sussistere in relazione all'attività che risulta espletata nell'ambito della società.
In merito, è necessario porre in rilievo che la responsabilità civile per danno può risultare sussistente anche nell'ipotesi eventuale in cui il soggetto che risulta investito della delega gestoria esegua il proprio incarico sia nel rispetto di quanto effettivamente deliberato deliberato dal consiglio di amministrazione, sia a seguito dell'esecuzione di uno specifico mandato deciso in sede di assemblea sociale.
Nella vigente disciplina risulta omesso il cosiddetto "obbligo di vigilanza dell'andamento della gestione", che è stato sostituito con la cosiddetta "responsabilità solidale degli amministratori per fatto proprio e per fatti altrui" solamente nelle situazioni in cui, dopo aver avuto la consapevolezza di situazioni e/o eventi dannosi, hanno volutamente omesso di porre in essere i comportamenti tendenti ad evitare il compimento, o, per lo meno, di ridurre tali effetti, se non annullarli.
Ne deriva, pertanto, che tale obbligo di vigilanza e di intervento si deve ritenere riferito solamente alle iniziative societarie di tipo collettivo che risultano dotate di un sistema che prevede la sussistenza dell'amministrazione delegata.
La responsabilità civilistica si ritiene sussistente, nei riguardi degli amministratori, anche quando risultano oltrepassati i limiti espressamente stabiliti dallo statuto sociale, che, in ultima analisi, tendono ad individuare sia i confini delle potestà gestorie di loro competenza, attribuite, sia ai riferimenti operativi nell'ambito dell'oggetto sociale specifico.
Da quanto accennato, è possibile concludere che se l'eventuale la condotta dell'amministratore tende a concretizzarsi in una specifica violazione di obblighi regolamentati dalle vigenti norme o da eventuali clausole pattizie, la trasgressione origina il sorgere della responsabilità, come, a titolo meramente indicativo, quello di un atto sia compiuto in conflitto di interessi con la società oppure non facendo rilevare il proprio dissenso nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio per una specifica situazione, nonché nell'ipotesi di una voluta circostanza posta in essere contravvenendo un eventuale obbligo di natura contabile.
Inail, fissati i nuovi minimali 2013.
L'Inail, con la Circolare n. 14/2013, ha reso noti i minimali di retribuzione imponibile giornaliera utili per il calcolo dei premi assicurativi per il 2013. Si tratta di una circolare molto dettagliata in cui l'Inail richiama tutte le tipologie di rapporti di lavoro interessati dall'aggiornamento dei valori. Il minimale mensile per le retribuzioni effettive della generalità dei lavoratori dipendenti viene fissato in 1.223,82 euro, pari a 47,07 euro su base giornaliera. Per i lavoratori a cui si applica la retribuzione convenzionale (stabilita con Dm), invece, i valori sono 51,72 euro giornalieri e 1.292,90 in ragione mensile.
Bilancio 2013, ancora dubbi sulle perdite su crediti.
Nonostante si sia in piena campagna di bilancio, non è stata ancora pubblicata l'attesa circolare interpretativa sulle modifiche previste da parte dell'art. 33, comma 5, D.L. n. 83/2012 all'art. 101, comma 5, Tuira far data dal 12 agosto 2012. Si tratta delle nuove norme sulla deducibilità delle perdite su crediti, in base alle quali sono sussistenti "in ogni caso" gli elementi certi e precisi necessari per la deducibilità fiscale quando il credito è prescritto o quando si tratti di credito di importo modesto (non oltre 2.500 euro, o 5.000 euro a seconda dei casi) scaduto da almeno 6 mesi. Il calcolo delle imposte 2012 da contabilizzare in bilancio sarà impreciso, in mancanza di chiarimenti in materia.
Chi ha un’assicurazione privata che copre almeno in parte le spese mediche, può ugualmente detrarre per intero le fatture di medici e dentisti rimborsate dalla compagnia di assicurazione?
Possono fruire per intero della detrazione Irpef del 19%, sulla parte eccedente la franchigia di 129,11 euro, le spese sanitarie rimborsate per effetto di premi di assicurazioni private o contributi versati dal contribuente, per i quali non spetta la detrazione d’imposta o che non sono deducibili dal reddito complessivo (articolo 15, lettera c, del Tuir). La norma subordina la possibilità di detrarre le spese sanitarie rimborsate alla circostanza che per i contributi e premi di assicurazione versati competa o meno la detraibilità o deducibilità; non è quindi rilevante la circostanza che il contribuente si sia o meno effettivamente avvalso delle eventuali agevolazioni spettanti.
Quando le fatture sono generiche, il Fisco si basa sui minimi tariffari.
Gli uffici possono rideterminare il reddito d'impresa di persone fisiche e società commerciali, e quello di lavoro autonomo di artisti e professionisti, al di là del fatto che le carte sono a posto, basandosi su presunzioni dotate di gravità, precisione e concordanza.
L conferma arriva dalla Corte di cassazione con l'ordinanza n. 6527 del 14 marzo.
L'ufficio aveva emesso, a carico di uno studio associato di ragionieri, un avviso di accertamento ai fini Irap e Iva per l'anno d'imposta 2009, dopo aver ricostruito in via induttiva il maggior reddito.
L'atto impositivo era stato impugnato dinanzi ai giudici di merito che ne avevano dichiarato l'illegittimità.
In particolare, secondo la Commissione tributaria regionale, l'Amministrazione finanziaria non avrebbe potuto avvalersi del metodo induttivo, essendo la contabilità regolare. Né avrebbe potuto fondare l'accertamento sul tariffario professionale, dal momento che i professionisti dello studio venivano pagati con importi inferiori, che non sempre riscuotevano e che in parte affluivano a un'altra società partecipata dagli stessi.
Avverso la sentenza dei giudici di appello, l'Agenzia delle Entrate ricorreva per cassazione, lamentando vizi di motivazione, in quanto la Commissione tributaria regionale non aveva enunciato chiaramente, se non in modo apparente, le ragioni poste a base del suo convincimento.
Per il Fisco, le dichiarazioni testimoniali rese dai clienti dello studio, peraltro posteriori all'accertamento e assunte senza contraddittorio, non potevano ritenersi rilevanti alla luce del divieto di prova per testimoni.
Inoltre, le fatture emesse erano del tutto generiche e, in sede di verifica, gli ispettori avevano riscontrato un saldo di cassa negativo.
Per i motivi appena esposti, l'ufficio delle Entrate aveva ritenuto opportuno procedere all'accertamento del reddito professionale facendo riferimento ai minimi tariffari.
Pertanto, il metodo analitico-induttivo prescelto si basava su presunzioni aventi i caratteri della gravità, della precisione e della concordanza.
Con l'ordinanza 6527 del 14 marzo, la Corte di cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate.
Va innanzitutto ricordato che l'articolo 39 del Dpr 600/1973 consente all'Amministrazione finanziaria di determinare in via induttiva - o extracontabile - il reddito d'impresa delle persone fisiche e delle società commerciali, nonché il reddito di lavoro autonomo di artisti e professionisti.
In particolare, l'accertamento analitico-induttivo è disciplinato dal comma 1, lettera d), dello stesso articolo 39, secondo cui l'ufficio procede alla rettifica "se l'incompletezza, la falsità o l'inesattezza degli elementi indicati nella dichiarazione e nei relativi allegati risulta dall'ispezione delle scritture contabili e dalle altre verifiche di cui all'articolo 33 ovvero dal controllo della completezza, esattezza e veridicità delle registrazioni contabili sulla scorta delle fatture e degli altri atti e documenti relativi all'impresa nonché dei dati e delle notizie raccolti dall'ufficio nei modi previsti dall'articolo 32. L'esistenza di attività non dichiarate o la inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti".
In sostanza, pur in presenza di una contabilità formalmente e sostanzialmente regolare, l'Agenzia delle Entrate può procedere all'accertamento di un maggior reddito avvalendosi di prove presuntive, purché gravi, precise e concordanti.
Con riferimento al caso sottoposto alla loro attenzione, i giudici di legittimità hanno ribadito che, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, l'omessa indicazione nelle fatture dei dati prescritti dall'articolo 21 del Dpr 633/1972 integra quelle gravi irregolarità che, ai sensi dell'articolo 39 del Dpr 600/1973, legittimano l'Amministrazione finanziaria a ricorrere all'accertamento induttivo del reddito imponibile (cfr Corte di cassazione, sentenze 5748/2010 e 27063/2007).
Nel caso in esame, le fatture non recavano l'indicazione della natura, del periodo e dell'importo delle prestazioni professionali.
Peraltro, hanno affermato i giudici di piazza Cavour, "in tema di accertamento delle imposte sui redditi, rientra nel potere dell'Amministrazione finanziaria, nell'ambito della previsione di legge, di scegliere il metodo di accertamento da utilizzare nel caso concreto e, pertanto, parte contribuente, in assenza di peculiarità pregiudizievoli, non ha titolo a dolersi della scelta operata, come nella specie" (cfr Corte di cassazione, sentenze 8333/2012 e 19258/2005).
Dunque, la Corte di cassazione, non avendo riscontrato una motivazione adeguata e giuridicamente corretta, ha cassato la sentenza impugnata dal Fisco e ha rinviato la causa, per un nuovo esame, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale.
Spetterà a quest'ultima, in diversa composizione, applicare i principi di diritto espressi nella pronuncia 6527/2013.
F24 EP: spazio a due causali per le visite mediche dell'Inps.
Le causali "VMCF" e "VMCS", già in uso con F24, sono ora accolte dal modello F24 enti pubblici. Permettono di versare le somme di spettanza dell'Inps, per i rimborsi delle visite mediche di controllo, in caso di malattia o infortunio dei lavoratori, e dei relativi solleciti. A stabilirlo. l'Agenzia delle Entrate con risoluzione n. 18/E del 22 marzo.
La risoluzione trae origine dalla convenzione stipulata tra l'Agenzia delle Entrate e l'Inps il 18 giugno 2008. Oggetto dell'accordo, la disciplina del servizio di riscossione, mediante il modello F24, delle somme di pertinenza dell'Istituto. Lo stesso istituto previdenziale, ha chiesto l'estensione del versamento delle somme relative ai rimborsi delle visite mediche di controllo, e dei relativi solleciti.
Le causali sono disponibili sul sito dell'Agenzia nella "Tabella dei codici utilizzabili nel modello F24 EP".
Il RUP cardine del procedimento di verifica dell'anomalia dell'offerta.
Per le gare da aggiudicare con il criterio dell'offerta economicamente piu` vantaggiosa, il responsabile unico del procedimento puo` procedere alla verifica dell'anomalia dell'offerta, anche da prima dell'entrata in vigore dell'art. 121 del D.P.R. 5 ottobre 2010, n. 207. Nel procedimento di verifica dell'anomalia dell'offerta il concorrente, per dimostrare la congruita` della propria offerta, puo` fornire giustificazioni anche su voci per le quali non sono stati richiesti chiarimenti.
In relazione ad una gara da aggiudicare con il criterio dell’offerta economicamente piu` vantaggiosa, l’Adunanza Plenaria, con la sentenza qui in esame, ha ritenuto sussistente in capo al responsabile unico del procedimento il potere di valutare l’anomalia dell’offerta, anche nel regime antecedente all’entrata in vigore - avvenuta, come noto, a giugno 2011 - dell’art. 121 («Offerte anomale») del D.P.R. 5 ottobre 2010, n. 207 («Regolamento di esecuzione ed attuazione del D.Lgs. 12 aprile 2006, n. 163, recante ‘‘Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/ CE’’»).
La valutazione dell’Adunanza Plenaria, infatti, e` stata effettuata in relazione ad una gara indetta con bando pubblicato il 25 agosto 2009, quindi poche settimane dopo l’entrata in vigore del D.L 18 luglio 2009, n. 78, «Provvedimenti anticrisi, nonche´ proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali», convertito con modificazioni nella L. 3 agosto 2009, n. 102.
In particolare, ai fini che qui rilevano, occorre considerare che la gara d’appalto indetta ad agosto 2009 - oggetto dell’analisi dell’Adunanza Plenaria - e` soggetta alla disciplina dettata dall’art. 88 («Procedimento di verifica e di esclusione delle offerte anormalmente basse») del D.Lgs. 12 aprile 2006, n. 163 («Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE»), come appena modificato dall’art. 4-quater del D.L. n. 78/ 2009, in modo da prevedere espressamente la facolta` per il RUP di procedere alla verifica dell’anomalia dell’offerta, anche in relazione a gare da aggiudicare con il criterio dell’offerta economicamente piu` vantaggiosa.
Per altro, l’Adunanza Plenaria sottolinea chiaramente la competenza e la centralita` del RUP nel procedimento di verifica dell’anomalia dell’offerta, sia nel regime attualmente vigente, sia in quello previgente; e, a tal fine, effettua un accurato excursus sul succedersi delle norme - art. 88 del D.Lgs. n. 163/2006, nella versione originaria del 2006; art. 88 cit., nella versione modificata da D.L. n. 78/ 2009; art. 121 del D.P.R. n. 107/2010 - in base alle quali si e` originato il contrasto giurisprudenziale che ha reso necessario il suo intervento, con la sentenza qui in esame.
IMU - Esenzione per gli Immobili utilizzati dagli enti non commerciali.
Con due Risoluzioni, Risoluzione del 4 marzo 2013 n. 3/DF e n. 4/DF, il Ministero dell'Economia e delle Finanze fornisce ulteriori precisazioni in merito all'applicabilità dell'esenzione IMU per gli immobili degli enti non commerciali.
In particolare la Risoluzione n. 3 precisa che le associazioni no profit, enti ecclesiastici compresi, potranno beneficiare dell'agevolazione anche se non hanno adeguato entro il 31 dicembre 2012 lo statuto o il loro atto costitutivo (oppure, per quanto riguarda le organizzazioni religiose, a munirsi della scrittura privata richiesta) ai requisiti generali previsti dal Regolamento che ha definito le modalità di applicazione dell'esenzione Imu (articolo 3, comma 1, Dm 200/2012).
La Risoluzione n. 4 invece chiarisce che l'esenzione IMU è applicabile anche nel caso in cui un immobile posseduto da un ente non commerciale è concesso in comodato ad un altro ente non commerciale, o ad un altro ente non commerciale appartenente alla stessa struttura dell'ente concedente.
Cud 2013: nuove modalità di rilascio da parte dell'Inps.
A seguito delle recenti disposizioni legislative (Legge di Stabilità) previste sia per la riduzione della spesa pubblica
che per la telematizzazione dei rapporti tra la pubblica amministrazione ed i cittadini, a decorrere dal 2013,, l'Inps rilascerà la certificazione unica dei redditi di lavoro dipendente, pensione ed assimilati (CUD) attraverso il canale telematico. Con Circolare del 26 Febbraio 2013 n. 32 l'Inps fornisce le istruzioni operative e le modalità attuative relative alla trasmissione telematica del CUD.
Come precisato dall'Inps il cittadino potrà visualizzare e stampare il proprio CUD direttamente dal sito istituzionale www.inps.it secondo il seguente percorso: “Servizi al cittadino” – inserimento codice identificativo PIN – “Fascicolo previdenziale per il cittadino”
Modalità alternative per ottenere il CUD
Ai cittadini in possesso di un indirizzo di posta elettronica certificata CEC-PAC noto all’Istituto, il CUD verrà anche recapitato alla casella PEC corrispondente.
Inoltre, viene messo a disposizione dei cittadini titolari di indirizzo di posta elettronica certificata CEC-PAC il seguente indirizzo richiestaCUD@postacert.inps.gov.it per l’invio di richieste di trasmissione del CUD, potendo ben ipotizzarsi che la disponibilità della casella di posta elettronica certificata da parte dell’utente (ovvero la conoscenza di tale condizione da parte dell’Istituto) sia avvenuta successivamente all’invio massivo degli stessi documenti agli altri titolari di PEC.
Il cittadino potrà avvalersi per l’acquisizione del CUD, di un Centro di assistenza fiscale cui abbia conferito specifico mandato. Il mandato conferito dal cittadino, unitamente ad una copia del documento di identità dello stesso, dovrà essere conservato dal CAF mandatario ed esibito a richiesta dell’INPS.
Sarà possibile ottenere il CUD presso gli uffici postali appartenenti alla rete “Sportello Amico”. Poste Italiane, infatti, ha istituito una particolare rete di uffici postali, denominata appunto “Sportello Amico”, in adesione ad un progetto “Reti Amiche”, promosso nel 2008 dal Ministero della Pubblica Amministrazione e Innovazione, al fine di facilitare l’accesso dei cittadini ai servizi della Pubblica Amministrazione e di ridurre i tempi delle procedure burocratiche. E’ attualmente in vigore una Convenzione tra l’Inps e Poste Italiane, in virtù della quale tali sportelli rilasciano, dietro un corrispettivo a carico dell’utente pari a 2,70 euro più IVA, alcuni certificati per conto dell’Istituto, tra cui il CUD pensionati e il CUD Assicurati. Ad oggi gli sportelli aderenti al progetto “Reti Amiche” sono 5.741, razionalmente distribuiti sul territorio.
A favore di alcune categorie di utenti particolarmente disagiati, in considerazione dell’oggettiva difficoltà o impossibilità di avvalersi dei canali fisici e telematici messi a disposizione dall’Istituto, con messaggio n.2451 del 7 febbraio 2013 è stato attivato un servizio dedicato, denominato “Sportello Mobile”, per l’erogazione con modalità agevolate di alcuni prodotti istituzionali, tra i quali la certificazione in argomento. Attraverso lo Sportello Mobile gli utenti appartenenti alle categorie sopra citate (in una prima fase l’iniziativa riguarderà gli utenti ultraottantacinquenni titolari di indennità di accompagnamento, speciale o di comunicazione) possono contattare un operatore della Sede INPS territorialmente competente per la fornitura di diversi servizi.
Con Messaggio n. 4428 del 13.03.2013, che qui di seguito riportiamo, ad integrazione della Circolare n. 32 del 26 febbraio 2013, l'Inps comunica l'attivazione di nuovi strumenti di richiesta e trasmissione del CUD e per fornire alcuni ulteriori chiarimenti al riguardo:
Cittadini in possesso di un indirizzo di posta elettronica ordinaria
Gli utenti dell’Istituto potranno trasmettere la richiesta del proprio CUD, indirizzandola a richiestaCUD@postacert.inps.gov.it, utilizzando anche la posta elettronica ordinaria.
All’email di richiesta dovranno essere allegate l’istanza (debitamente firmata e digitalizzata) e la copia (digitalizzata fronte/retro) di un documento di riconoscimento valido del richiedente, in conformità a quanto previsto dal terzo comma dell’art. 38 del DPR. N.445/2000 in ordine alle modalità di invio e sottoscrizione delle istanze.
Ricevuta la richiesta nella modalità sopra descritta, il CUD verrà trasmesso all’indirizzo di posta elettronica indicato dal richiedente.
Professionisti abilitati all’assistenza fiscale
Per ottenere la certificazione in parola il cittadino interessato ha facoltà di avvalersi, previo conferimento di specifico mandato, oltre che di un Centro di assistenza fiscale, di uno degli altri soggetti (professionisti) compresi tra quelli abilitati all’assistenza fiscale, di cui al decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, che abbia stipulato con l’Istituto la convenzione per la trasmissione dei modelli RED, in corso di validità.
Il mandato, unitamente a copia di un documento di identità del cittadino, deve essere conservato dal professionista ed esibito a richiesta dell’INPS.
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 art. 7
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 articolo 36
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 articolo 156
 articolo 1350
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 articolo 39
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 art. 88
 art. 88
 art. 121
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