Source: http://naturagiuridica.blogspot.com/2009/07/
Timestamp: 2018-11-14 10:07:02+00:00

Document:
Natura Giuridica: luglio 2009
Cosa deve fare il titolare di un’emittente radiofonica che, nel presentare un’istanza di verifica del possesso dei requisiti necessari per la prosecuzione dell’attività, si vede rigettare, dopo ben quattro anni, l’istanza di sanatoria per 23 microimpianti trasmettitori presentata, l’indomani dell’entrata in vigore della legge n. 112/2004?
Il ricorrente deduceva la lesione dell’affidamento ingenerato, atteso il decorso di ben quattro anni dalla presentazione della domanda, oltre alla carenza di motivazione e all'omessa comunicazione dell'avvio del procedimento.
Il TAR Campania (sentenza n. 1732/09) nell’accogliere il ricorso, ha sinteticamente affermato che nei procedimenti ad istanza di parte, l’Amministrazione, prima di emettere l’atto di diniego, è tenuta a comunicare i motivi ostativi, sì da permettere all’istante di presentare le sue osservazioni.
E non può continuare ad opporre un ingiustificato "silenzio radio"....
Nella specie, il Collegio ha ritenuto fondato il ricorso presentato da un’emittente radiofonica, che si era vista negare, a distanza di quattro anni dalla richiesta, l’istanza in sanatoria per 23 microimpianti trasmettitori, in assenza della documentazione attestante almeno alcune delle ispezioni che si assumono essere state effettuate nel lasso di tempo preso in considerazione.
Foto: “da una vecchia radio” originally uploaded by ¸.•*´¨`*•.♥Lib era Strega♥.•*´¨`*•
Nelle sue conclusioni, l’Avv. Generale J. Kokott ha delineato in modo chiaro i contorni del principio chi inquina paga.
Innanzitutto, il principio «chi inquina paga» rileva soprattutto in quanto l’inquinatore è incentivato ad evitare l’inquinamento ambientale: qualora tale principio non venga attuato quale divieto di porre in essere comportamenti che inquinano l’ambiente, bensì sotto forma di una regolamentazione dei costi, l’inquinatore può decidere se cessare l’inquinamento ovvero ridurlo o sostenere invece le spese necessarie alla sua cessazione.
Inoltre, il principio «chi inquina paga» – espressione del principio di proporzionalità, concretizzazione del principio della parità di trattamento ovvero di non discriminazione – è inteso a ripartire equamente i costi legati all’inquinamento dell’ambiente, che non vengono addossati ad altri (alla collettività), o semplicemente ignorati, bensì vengono imputati a colui che è responsabile dell’inquinamento.
Il principio «chi inquina paga», infine, sembra ostare a disposizioni in cui l’ammontare dell’imposta non corrisponde necessariamente allo sforzo impiegato per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti prodotti dai soggetti tenuti al pagamento.
Per una disciplina dei costi dello smaltimento dei rifiuti urbani che corrisponda esattamente alla quantità dei rifiuti, secondo l’Avvocato generale occorrerebbe registrare i rifiuti conferiti e i costi che ne derivano e fatturarli al produttore di rifiuti: l’incentivo ad evitare di produrre rifiuti sarebbe relativamente forte, in quanto ogni diminuzione della quantità di rifiuti comporterebbe un risparmio dei costi.
Tuttavia, avverte, è controverso se il modello della liquidazione esatta dei costi debba essere applicato allo smaltimento dei rifiuti urbani.
Lo smaltimento dei rifiuti urbani, in definitiva, riveste il carattere di un «affare di massa»: già questa considerazione potrebbe giustificare di non liquidare in maniera esatta i costi, ma di ripartili mediante un regime forfettario.
Inoltre, è difficile effettuare una liquidazione precisa […]
Il principio «chi inquina paga», infatti, è inteso a garantire che tutti gli strati sociali assumano un comportamento che danneggi nella minor misura possibile l’ambiente: sarebbe incompatibile con tale principio esonerare direttamente taluni gruppi, a causa dell’estrema indigenza o della ridotta capacità produttiva, dai costi legati all’inquinamento ambientale da essi causato.
Ciò non esclude tuttavia la necessità di prendere in considerazione tali costi – segnatamente nella misura in cui l’inquinamento ambientale costituisca una componente inevitabile del tenore di vita – nel calcolare eventuali misure di sostegno in campo sociale.
Foto: “POTSHERDS, COCCI - "Behind every Light a Shadow is hidden always" - "Dietro ogni Luce si cela sempre un Ombra" originally uploaded by vinx80x
La Corte Costituzionale ritorna sulla questione della compatibilità ambientale degli impianti per la produzione di energia eolica, con la sentenza n. 166/09, che affronta la problematica della legittimità costituzionale di una legge della regione Basilicata, con la quale, inter alia, il legislatore lucano ha stabilito che:
1. fino all'approvazione del PIEAR, non è consentita l'autorizzazione di tutti gli impianti che non rientrino nei limiti e non siano conformi alle procedure e alle valutazioni di cui al Piano energetico regionale della Basilicata;
2. le procedure autorizzative in atto, che non abbiano concluso il procedimento per l'autorizzazione unica, sono sottoposte alla valutazione di sostenibilità ambientale e paesaggistica, secondo quanto previsto da un atto di indirizzo.
Il TAR di Potenza ha sollevato, al riguardo, alcune questioni di legittimità costituzionale, sostenendo che:
1. con la disposizione di cui al punto 1 il legislatore avrebbe violato gli artt. 3, 41, 97 e 117, terzo comma, della Costituzione, perché comporterebbe la sospensione sine die di tutti i procedimenti volti al rilascio di ulteriori autorizzazioni fino all'approvazione del Piano di Indirizzo Energetico Ambientale Regionale (PIEAR), per il quale la disposizione censurata non indica il termine di adozione.
La disposizione contestata, inoltre, contrasterebbe con il principio fondamentale di cui all'art. 12, comma 4, del D.Lgs n. 387/03, secondo il quale il procedimento per il rilascio delle suddette autorizzazioni deve concludersi entro centottanta giorni.
2. la seconda disposizione, invece, nel richiamare la delibera con la quale vengono fissati i criteri per il corretto inserimento di impianti eolici nel paesaggio, lederebbe la competenza dello Stato in materia di tutela del paesaggio e dell'ambiente.
La Corte Costituzionale,ha ritenuto infondata la prima questione di legittimità sottopostale, evidenziando che la disposizione - in base alla quale le procedure autorizzative in atto che non abbiano concluso il procedimento per l'autorizzazione unica sono sottoposte alla valutazione di sostenibilità ambientale e paesaggistica secondo quanto previsto da un atto di indirizzo regionale - non provoca alcuna sospensione dei suddetti procedimenti, ma si limita ad indicare i presupposti che legittimano l'amministrazione a rilasciare il provvedimento autorizzativo e che, se non rispettati, comportano il rigetto della relativa istanza.
Il fatto che il giudice a quo si sia mosso da un presupposto interpretativo errato, in base al quale il testo della legge sottoposta al controllo di legittimità costituzionale l'art. 3 comporterebbe la sospensione sine die dei procedimenti volti ad ottenere l'autorizzazione unica per l'installazione di impianti eolici prevista dall'art. 12 del d.lgs. n. 387 del 2003.
La Corte Costituzionale ha ritenuto, invece, fondata la seconda questione di legittimità costituzionale: la presenza delle diverse competenze legislative, infatti, giustifica il richiamo alla Conferenza unificata, ma non consente alle Regioni - proprio in considerazione del preminente interesse di tutela ambientale perseguito dalla disposizione statale – di provvedere autonomamente alla individuazione di criteri per il corretto inserimento nel paesaggio degli impianti alimentati da fonti di energia alternativa.
Per questo motivo, la Corte Costituzionale ha stabilito che l'art. 12, comma 10, del d.lgs. n. 387 del 2003 - il quale prevede che in Conferenza unificata, su proposta del Ministro delle attività produttive, di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del Ministro per i beni e le attività culturali, si approvano le linee guida per lo svolgimento del procedimento relativo al rilascio dell'autorizzazione per l'installazione di impianti alimentati da fonti rinnovabili – è da ritenersi espressione della competenza statale in materia di tutela dell'ambiente, in quanto, inserita nell'ambito della disciplina che ha, quale precipua finalità, quella di proteggere il paesaggio.
Il legislatore, infatti, ha espressamente sancito che le linee guida sono volte, in particolare, ad assicurare un corretto inserimento degli impianti, con specifico riguardo agli impianti eolici, nel paesaggio.
Foto: “hoping in possible future” originally uploaded by Spizzico80
Il caso Acna di Cengio e la responsabilità del proprietario del sito contaminato: conclusioni del convegno su Bonifica e Danno ambientale del 2 luglio 2009 a Roma
(segue da: Omessa bonifica: silenzio inevitabile della Cassazione)
La sessione pomeridiana è stata inaugurata dal Prof. Dell’Anno, che ha analizzato i profili giuridici della responsabilità del proprietario di un sito contaminato, attraverso una rapida ricognizione delle “nozioni d’apice” di danno o pericolo ambientale, sito contaminato, prevenzione, risarcimento del danno (in forma specifica o per equivalente).
Qual è la responsabilità, e qual è il ruolo del proprietario (ovvero “operatore”)?
Quando occorre intervenire?
Quali sono i profili di responsabilità?
Chi è tenuto a procedere alle operazioni di bonifica?
Quali sono i criteri di imputazione?
Sono alcune delle domande di cui ha delineato le risposte il relatore, che ha evidenziato i profili soggettivi della responsabilità (diversi a seconda che si tratti del proprietario, di un operatore professionale o di un operatore non professionale) e elencato gli eventi esclusi dalla responsabilità, per finire il suo intervento con i punti di contatto fra la normativa sulle bonifiche e quella sul danno ambientale, nozioni diverse, sottoposte a discipline giuridiche diverse (il danno ambientale presuppone una lesione attuale dei beni giuridici, mentre la bonifica può essere imposta anche in caso di pericolo; il danno ambientale deve essere ingiusto, mentre la bonifica può anche avvenire senza colpa o condotta).
Prima delle conclusioni finali, il Prof. Dell’Anno ha anche accennato alla sindrome dell’arto fantasma, in relazione alla discontinuità normativa dell’apparato sanzionatorio, conservato nel Testo Unico Ambientale, il quale, tuttavia, ne interrompe la continuità.
Dopo l’intervento dell’Ing Vittorio Giampietro – volto ad evidenziare gli aspetti fondamentali della valutazione tecnica del danno ambientale – l’Ing. Paolo Boitani, dell’Ecotherm Site Assessment, ha illustrato le esperienze e le prassi amministrative e tecniche della bonifica di aree industriali dismesse (i c.d brownfields), mentre il Direttore tecnico del CSM ERM Italia ha sottolineato le difficoltà di procedere alla misurazione del danno.
Angelo Taraborelli, infine, AD e DG della Syndial ha effettuato un interessantissimo excursus storico della vicenda dell’ACNA di Cengio, che rappresenta il primo importante progetto di recupero ambientale portato al quasi totale compimento.
Nella sua relazione, l’AD della Syndial non ha nascosto la frustrazione di chi lavora nel settore ambientale, perennemente pressato da una normativa scritta male e gestita peggio.
La vicenda del sito di Cengio, conclude, “solleva non poche questioni in relazione al danno ambientale e alla sua quantificazione, questioni che la prassi italiana dimostra essere irrisolte e, quindi, intaccano in misura rilevante la certezza del quadro normativo di cui l’attività di impresa necessita”.
Chi volesse approfondire la materia trattata nel corso del convegno, può visitare:
le pagine del blog relative alla bonifica dei siti contaminati e al danno ambientale,
collegarsi al sito di Natura Giuridica,o
collegarsi al sito dell’Associazione Giuristi Ambientali, di cui sono membro dal 2004
Se sei interessato ad una consulenza legale ambientale in materia di bonifiche dei siti contaminati, ad assistenza legale in materia di risarcimento del danno ambientale, o ad un parere legale in materia di diritto ambientale, inviami la tua richiesta al seguente indirizzo di posta elettronica: andrea.quaranta@naturagiuridica.com
Convegno del 2 luglio 2009 su bonifica e danno ambientale nei SIN.
Bonifica & Danno Ambientale nei siti di interesse nazionale
Foto: “Il caso Acna” originally uploaded by thicofilm
Per la realizzazione di un impianto fotovoltaico in zona agricola, quale iter burocratico occorre seguire (DIA o autorizzazione unica)?
La regione Puglia - la vicenda de qua è ambientata a Bitonto – nelle more dell’adozione delle linee guida previste dal comma 10 dell’art 12 del D.Lgs. n. 387 del 2003 ha indicato i propri indirizzi e la regolamentazione delle procedure, in considerazione del fatto che il territorio regionale è stato interessato da un elevato numero di iniziative per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.
Nel farlo, ha distinto gli impianti la cui realizzazione è subordinata ad un’autorizzazione unica regionale, quelli per i quali la stessa non è stata ritenuta necessaria e quelli soggetti alla denuncia di inizio di attività (D.I.A.), in deroga all’autorizzazione unica regionale, fra cui “gli impianti fotovoltaici con potenza superiore a 20 KWp e fino a 1 KMp, realizzati in zone classificate agricole dai vigenti piani urbanistici, dovendosi tener conto, nell’ubicazione, di quanto specificato nell’art. 12, comma 7, del D.Lgs. n. 387/2003”.
Con due recenti sentenze, il TAR Lazio si è pronunciato sulla delicata questione concernente la giurisdizione in materia di gestione dei rifiuti.
Delicata perchè, come sovente capita nel mondo del diritto, quella inerente la giurisdizione è una problematica che da adito a comportamenti...poco chiari, ad un..."turismo giuridico" à la carte, costruito su misura delle esigenze di chi agisce in giudizio...una sorta di pesca delle giurisdizioni.
Nella prima (TAR Lazio, n. 1655/09) il giudice amministrativo ha affermato che tutte le controversie che attengono alla complessiva azione di gestione dei rifiuti, sebbene l’amministrazione non abbia in concreto esercitato il potere in astratto conferito (agendo, invece, attraverso comportamenti o comunque con atti paritetici con conseguente contrapposizione di posizioni di diritto soggettivo), rientrano nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, mentre tutte le controversie totalmente estranee all’esercizio del potere pubblico di gestione in materia di rifiuti non possono essere sottratte alla giurisdizione del giudice ordinario, ancorché l’accordo privatistico - fonte del rapporto obbligatorio - sia stato stipulato per regolamentare, anche da un punto di vista patrimoniale, la gestione dei rifiuti.
L’attribuzione di poteri che possono incidere autoritativamente ed unilateralmente sulle posizioni giuridiche contrapposte deve essere sempre effettuata dalla legge e, atteso che l’esercizio della funzione amministrativa si concreta nella traduzione del potere in atto, il principio di legalità si risolve in quello di tipicità dei provvedimenti amministrativi, nel senso che l’amministrazione può emanare soltanto i provvedimenti stabiliti in modo tassativo dalla legge stessa.
Le ordinanze emanate in deroga alle leggi vigenti devono contenere l’indicazione delle principali norme a cui si intende derogare e devono essere motivate.
Nel caso di specie, il Collegio ha rilevato che il potere di nomina del Commissario ad acta, attribuito da un atto amministrativo e non da una norma di legge, configura un “meccanismo” illegittimo, perchè attribuito al di fuori di una previsione normativa di legge che conferisca allo stesso tipicità e legalità risolvendosi nella violazione dell’autonomia delle amministrazioni locali costituzionalmente garantita e in quella di principi generali dell’ordinamento, attribuendo al creditore il potere, non previsto dal vigente ordinamento, di farsi giustizia da sé...
Nella seconda (TAR Lazio, n. 3482/09) il Collegio ha sottolineato che il legislatore ordinario non ha un’assoluta ed incondizionata discrezionalità nell’attribuzione al giudice amministrativo di materie devolute alla sua giurisdizione esclusiva, ma gli ha conferito il potere di indicare “particolari materie” nelle quali la tutela nei confronti della pubblica amministrazione investe anche diritti soggettivi.
Si tratta di materie che devono essere “particolari” rispetto a quelle devolute alla giurisdizione generale di legittimità, nel senso che devono partecipare della loro medesima natura, la quale è contrassegnata dalla circostanza che l’amministrazione pubblica agisce come autorità nei confronti della quale è accordata tutela al cittadino davanti al giudice amministrativo, con la conseguente esclusione che la mera partecipazione dell’amministrazione al giudizio o il generico coinvolgimento di un interesse pubblico nella controversia siano sufficienti a radicare la giurisdizione amministrativa.
In questo post ho riportato solo gli aspetti salienti della vicenda: chi fosse interessato ad approfondire la tematica, o a richiedere un parere legale ambientale in materia di rifiuti, può contattarmi al seguente indirizzo di posta elettronica.
Foto: “Tra i rifiuti” originally uploaded by Silvio 60
(segue da: Bonifica & Danno Ambientale nei siti di interesse nazionale)
L’intervento del Prof Giampietro ha, quindi, messo in rilievo il mutato rilievo dell’ambiente nella giurisprudenza costituzionale che, dopo l’iniziale considerazione dell’ambiente come valore immateriale, ha cominciato a considerarlo come una res, in cui l’ecosistema e le sue componenti interagiscono e sono utilizzate dall’uomo.
Dopo aver delineato i motivi per cui parte della dottrina, a proposito dell’art. 18 della legge n. 349/86, ha parlato di pasticciaccio, ed analizzato i rapporti fra i due regimi giuridici, che vede la bonifica come una disciplina la “pubblicistica” di tipo preventivo, effettivamente applicata sotto il controllo della P.A., e quella per danno ambientale come disciplina residuale, il Prof. Giampietro si è soffermato sugli aspetti principali della direttiva 2004/35/CE sulla responsabilità ambientale, che ha prodotto una rottura, attraverso un pragmatismo volto al miglior contemperamento della tutela delle imprese e del mercato con le esigenze ambientali.
Quest’ultima, in estrema sintesi, ha:
• definito una soglia giuridica del danno ambientale (significativo, misurabile) e dell’oggetto della tutela, ha escluso l’inquinamento atmosferico (apriti cielo!);
• distinto, in relazione al tipo di responsabilità, fra ipotesi di responsabilità oggettiva per attività professionali pericolose e responsabilità per colpa per danno alle specie e habitat naturali da attività diverse;
• dettato regole tecniche sulla tipologia del ripristino;
• previsto l’assicurabilità del danno ambientale (ma non il risarcimento monetario);
• sancito l’irretroattività del nuovo regime;
• stabilito obblighi di informazione della P.A. a carico del responsabile e controlli della medesima.
In definitiva, è stato sottolineato che l’“impostazione “procedimentale” del regime comunitario, il riferimento al pericolo di danno ambientale, nonché il perseguimento di obiettivi di riparazione effettiva hanno avvicinato il medesimo regime a quello sulla bonifica.
In Italia, nel frattempo, è stata modificata la normativa sulla bonifica dei siti contaminati (analisi di rischio) e, in relazione al danno ambientale, è stata effettuata la solita scelta compromissoria, nella quale tanto per fare solo alcuni esempi – spiccano ben tre diversi significati di ambiente, (che si contraddicono a vicenda) e una forma di quantificazione del danno presunta (art. 314, c.3) che, sia pure prevista come ipotesi marginale, rischia, nel concreto, di diventare il principale sistema di risarcimento del danno, per convenienza sia del ministero dell’Ambiente, sia degli operatori del settore.
Il TUA ha dato attuazione alla direttiva comunitaria?
Quanto è cambiata l’impostazione dell’art. 18 della L. 349/86?
Dopo la scelta che sarebbe dovuta essere definitiva, operata dal TUA, il D.Lgs n. 4/08 ha introdotto, con l’art. 252-bis, un ulteriore ed autonomo regime della bonifica e del danno ambientale.
E il successivo art. 2 della legge n. 13/2009, ha previsto una transazione “globale” nell’ambito degli interventi di bonifica con apposito e formale procedimento.
In definitiva, col tempo sono stati creati sistemi e sottoinsiemi che “rischiano” di complicare ulteriormente il già non pacifico quadro normativo nel quale annaspiamo…
Nelle sue conclusioni, il Prof. Giampietro ha sottolineato che tutte le questioni affrontate nel corso del suo intervento riemergono, sotto vari profili, nelle Conferenze di servizi sui siti di interesse nazionale e nel relativo contenzioso, oltre che nei procedimenti di transazione in corso sulla base di accordi di programma già stipulati.
In particolare, occorre chiedersi se se siano ancora applicabili gli artt. 2043, 2050 e 2051, c.c. nel periodo anteriore all’entrata in vigore del cit. art. 18 dal momento che quest’ultima disciplina si qualifica come regime speciale rispetto a quello codicistico….
La nuova delega del Governo ex art. 12, legge 18 giugno 2009, n. 69, riuscirà a rendere effettivi gli obiettivi di razionalizzazione e semplificazione dettati dell’originaria legge-delega n. 308/2004, nel ristretto termine di un solo anno?
La precedente esperienza del T.U.A. non ha insegnato nulla ? ...
Foto: “IL BISONTE” originally uploaded by pangio81
(continua con: "Omessa bonifica: silenzio inevitabile della Cassazione")
Ecco cos’è successo nel convegno sulla bonifica & Danno ambientale nei siti di interesse nazionale del 2 luglio 2009 a Roma
Come vi ho anticipato in un posto di più di due mesi fa (Siti di interesse nazionale: convegno a Roma (“Bonifica e danno ambientale nei SIN”) il 2 luglio 2009 si è tenuto a Roma, presso il Centro Congressi Melià, un convegno sulla “Bonifica & Danno ambientale nei SIN”, Siti di Interesse Nazionale.
Il convegno – organizzato dallo Studio Legale del Prof. Avv. Franco Giampietro e da Giampietro Ingegneria, con i quali ho l’onore di collaborare, e dall’Associazione Giuristi Ambientali, di cui sono membro dal 2004 – ha visto susseguirsi interessanti interventi giuridici e tecnici degli operatori del settore (giuristi e ingegneri ambientali, esperti dell’Istituto Superiore di Sanità) il cui spessore e rigore scientifico è stato messo in risalto dall’intervento di Massimiliano Atelli, catapultato dalla Corte dei Conti all’Ufficio Legislativo del Ministero dell’Ambiente, il cui intervento – pacato, forbito, ma forse un po’ troppo politichese… – ha evidenziato che il nostro legislatore, ancora una volta, non ha le idee chiare come vorrebbe far credere.
Lo hanno sottolineato, negli interventi successivi, anche la Dott.ssa Loredana Musmeci, dell’ISS – che ha lanciato un “grido di dolore” per l’incessante e sterile opera di perenne modifica legislativa – e la Proff.ssa Alberta Leonarda Vergine, dell’Università di Pavia, che – con la verve, l’ironia e la precisione che contraddistingue, da sempre, i suoi interventi – dopo la “preghiera della Montagna” (Montagna è il nome del moderatore della sessione mattutina, ndr) ha rivolto la “preghiera della Vergine”…
Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Alfredo Montagna, ha sottolineato l’importanza di momenti di riflessione come quelli affrontati nel Convegno.
Specie in una materia come quella sulla bonifica e sul danno ambientale nei siti di interesse nazionale, in cui le problematiche scaturenti dall’incerto rapporto fra bonifica-omessa bonifica-mancata comunicazione, dalla problematica gestione delle acque emunte, dall’ambito di applicazione della disciplina del danno ambientale (solo per citarne alcune fra le più rilevanti…) creano un’infinità di problemi applicativi agli operatori del settore, e rendono quanto mai urgente una rivisitazione dell’attuale impalcatura normativa.
Le relazione del Prof. Avv. Franco Giampietro – il (mio) Maestro di diritto ambientale, che mi ha insegnato tanto, trasmettendomi la sua passione per il diritto dell’ambiente – è stata, comme d’habitudide, il clou della giornata lavorativa.
Nella sua relazione, infatti, il Prof. Franco Giampietro ha messo in risalto il fatto che oggi, a più di vent’anni di distanza, e con tutta la produzione legislativa susseguitasi, la giurisprudenza ha creato un circuito di ritorno alle origini, non solo attraverso il richiamo all’art. 18 della legge n. 349/86, ma anche riproponendo le disposizioni del codice civile (2043 e ss.), ritenute a volte “concorrenti” con quelle di legislazione speciale.
Dopo un richiamo ad una relazione della Corte dei Conti nel 2003 – relazione le cui conclusioni, valide anche oggi, mettevano in risalto l’assoluta necessità di una maggiore organicità nella disciplina sulle bonifiche e sul danno ambientale, e di una semplificazione delle procedure amministrative relative ai procedimenti di bonifica, in specie nei siti di interesse nazionale – il Prof. Giampietro ha iniziato una disamina storica della giurisprudenza in materia di danno ambientale, che affonda le sue radici nel periodo anteriore all’emanazione della legge n. 349/86.
Periodo in cui la giurisprudenza ordinaria e quella costituzionale affermavano l’applicabilità degli artt. 2043-2050-2051 del c.c.
Dopo l’entrata in vigore della legge 349/1986 e dai successivi D.Lgs n. 22/97 e D.Lgs n. 152/99, che hanno introdotto ulteriori disciplina particolare sul danno ambientale (art. 17 del decreto Ronchi; art. 58 del D.Lgs n. 152/99), la disciplina della responsabilità per danno ambientale può essere schematizzata come segue:
riguarda beni di uso collettivo (e la salubrità ambientale);
concerne qualunque alterazione del bene-ambiente;
l’imputazione della responsabilità avviene per colpa o dolo;
l’applicazione della normativa è retroattiva (ex art. 2043 c.c.), (Cass. Civ. 1995, n. 3211);
è previsto l’obbligo di ripristino e/o di risarcimento del danno ambientale in termini monetari secondo equità (commisurato alla gravità colpa e al profitto illecito);
con l’art. 58, comma 1, del D.Lgs. n. 152/99 viene sancita l’irretroattività della disciplina, ma anche un’ipotesi di danno presunto;
In relazione all’art. 18, cit., la disciplina sulla bonifica (art. 17 del decreto Ronchi) costituisce norma speciale:
pericolo concreto ed attuale di inquinamento ( e non evento di danno) al suolo, sottosuolo, acque sotterranee, secondo parametri tabellari per zone (destinazione d’uso);
responsabilità oggettiva (“anche in via accidentale”);
responsabilità parziaria, in caso di concorso;
obblighi procedimentali (obbligo di autodenuncia; misure di sicurezza di emergenza (immediate e a carico del responsabile);
approvazione piani (di caratterizzazione, progetto preliminare e definitivo) (v. regole tecniche: D.M. 471/1999), (Cons. di Stato 05/12/2008, n. 6055)
responsabilità penale: art. 51-bis (applicazione retroattiva ?)
(continua: "Danno ambientale e bonifica nei SIN")
La domanda m’è sorta spontanea leggendo un articolo, apparso sul Sole24ore on line, dal titolo più che eloquente: L'impresa guadagna a essere più ecologica.
Per certi versi, sono proprio i consumatori a sostenere i costi dell’innovazione tecnologica, la c.d. tecnologia verde.
La sostenibilità ambientale è una nuova leva del marketing: sempre più acquirenti sono disposti a spendere di più, se sanno che il prodotto rispetta l’ambiente.
Per le imprese, questo vuol dire margini migliori, oltre che la possibilità di comunicare prodotti e attività in modo nuovo, distinguendoli dalla mischia.
Il passaggio è semplice: affinché sullo scaffale del supermercato arrivi un prodotto che rispetta l’ambiente, chi produce deve investire in tecnologia, e l’innovazione è un costo, si sa.
Modificare una filiera produttiva, riducendo nei vari passaggi le emissioni di CO2 non è una passeggiata: per le imprese di taluni settori merceologici – in primis l’agro-alimentare – investire in innovazione costituisce uno stimolo non da poco…

References: sentenza 
 art. 2
 art. 18
 art. 12
 art. 58
 art. 2043
 art. 51