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Timestamp: 2019-07-23 23:02:21+00:00

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Assegnazione: II COMMISSIONE (GIUSTIZIA)
In data: 11/01/2012
C-507/10
Con la sentenza in oggetto, la Corte ha stabilito che gli artt. 2, 3 e 8 n. 4 della decisione quadro 2001/220/GAI devono essere interpretati nel senso che non ostano a disposizioni nazionali come quelle di cui agli artt. 392, comma 1 bis, 398, comma 5 bis, e 394 del Codice di procedura penale, che, da un lato, non prevedono l'obbligo per il pubblico ministero di rivolgersi al giudice affinché quest'ultimo consenta ad una vittima particolarmente vulnerabile di essere sentita e di deporre secondo le modalità dell'incidente probatorio nell'ambito della fase istruttoria del procedimento penale e, dall'altro, non autorizzano detta vittima a proporre ricorso dinanzi ad un giudice avverso la decisione del pubblico ministero recante rigetto della sua domanda di essere sentita e di deporre secondo tali modalità.
In base alle disposizioni della decisione quadro in questione ciascuno Stato membro è tenuto a: garantire la possibilità per tutte le vittime di essere sentite durante il procedimento e di fornire elementi di prova e adottare le misure necessarie affinché le autorità competenti interroghino le vittime soltanto per quanto è necessario al procedimento penale; assicurare che le vittime particolarmente vulnerabili beneficino di un trattamento specifico che risponda in modo ottimale alla loro situazione; garantire alle vittime, ove sia necessario proteggerle, in particolare le più vulnerabili, dalle conseguenze della loro deposizione in udienza pubblica, la facoltà, in base a una decisione del giudice, di rendere testimonianza in condizioni che consentano di conseguire tale obiettivo con mezzi adeguati e che siano compatibili con i principi fondamentali del proprio ordinamento.
La Corte ha osservato che nessuna delle tre disposizioni della decisione quadro prevede modalità concrete di attuazione degli obiettivi da esse enunciati e che pertanto, alla luce del dettato di tali disposizioni e tenuto conto dell'art. 34 UE, va riconosciuto agli organi nazionali un ampio potere discrezionale relativamente a tali modalità. In tale quadro la Corte ha ritenuto che: benché gli Stati membri siano tenuti ad adottare provvedimenti specifici a favore delle vittime particolarmente vulnerabili, da ciò non deriva necessariamente un diritto per tali vittime di beneficiare in qualunque ipotesi di un regime come quello dell'incidente probatorio nel corso della fase istruttoria al fine di conseguire gli obiettivi della decisione quadro; una legislazione nazionale che, in un sistema giuridico come quello italiano, prevede un regime processuale in forza del quale il pubblico ministero decide in merito all'accoglimento della domanda della vittima di ricorrere a una procedura come quella dell'incidente probatorio, non eccede il margine di discrezionalità di cui dispongono gli Stati membri nell'attuazione di tale obiettivo; la circostanza che nel sistema giuridico penale italiano spetti al pubblico ministero decidere di sottoporre al giudice investito della causa la domanda della vittima di ricorrere, nel corso della fase istruttoria, al procedimento dell'incidente probatorio, che deroga al principio secondo il quale le prove sono raccolte nell'ambito del dibattimento, può essere considerata come rientrante nella logica di un sistema in cui il pubblico ministero costituisce un organo giudiziario incaricato dell'esercizio dell'azione penale.
Assegnazione: VI COMMISSIONE (FINANZE)
In data: 22/12/2011
C-427/10
La sentenza verte sull'interpretazione dei principi di neutralità fiscale, di effettività e di non discriminazione relativamente all'imposta sul valore aggiunto. La controversia principale vede opposta la Banca Antoniana Popolare Veneta SpA (BAPV) al Ministero dell'Economia e delle Finanze e all'Agenzia delle Entrate (amministrazione finanziaria) e ha ad oggetto il rifiuto da parte di quest'ultima di rimborsare alla BAPV l'IVA non dovuta che aveva gravato sulle prestazioni di riscossione di contributi consortili da essa effettuate. La BAPV, in precedenza, era stata costretta a rimborsare l'IVA non dovuta ai consorzi di bonifica in favore dei quali aveva prestato il servizio di riscossione.
Nella sentenza la Corte stabilisce che il principio di effettività non osta ad una normativa nazionale in materia di ripetizione dell'indebito che prevede un termine di prescrizione per l'azione civilistica di ripetizione dell'indebito, esercitata dal committente di servizi nei confronti del prestatore di detti servizi, soggetto passivo dell'imposta sul valore aggiunto, più lungo rispetto al termine di decadenza previsto per l'azione di rimborso di diritto tributario, esercitata da detto prestatore nei confronti dell'amministrazione finanziaria, purché tale soggetto passivo possa effettivamente reclamare il rimborso dell'imposta nei confronti della stessa amministrazione. Tuttavia, quest'ultima condizione non è soddisfatta dalla normativa italiana, in quanto essa priva completamente il soggetto passivo del diritto di ottenere dall'amministrazione finanziaria il rimborso dell'imposta sul valore aggiunto non dovuta che egli stesso ha dovuto rimborsare al committente dei suoi servizi.
Ai sensi dell'art. 21 del d.lgs. n. 546 del 1992 (Disposizioni sul processo tributario) "il ricorso deve essere proposto a pena di inammissibilità entro sessanta giorni dalla data di notificazione dell'atto impugnato. La domanda di restituzione, in mancanza di disposizioni specifiche, non può essere presentata dopo due anni dal pagamento, ovvero, se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto per la restituzione".
In materia di ripetizione dell'indebito, invece, ai sensi del combinato disposto degli artt. 2033 e 2946 del codice civile, "chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere ciò che ha pagato", e "salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni" dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.
In data: 05/12/2011
C-458/09 P
La sentenza oggetto di impugnazione ha respinto il ricorso dell'Italia diretto all'annullamento della decisione 16 marzo 2005, 2006/261/CE, con cui la Commissione ha dichiarato incompatibile con il mercato comune il regime di aiuti a favore di società recentemente quotate in Borsa, instaurato - senza previa notifica alla Commissione - dagli artt. 1, comma 1, lett. d), e 11 del decreto-legge n. 269 del 2003.
Tali disposizioni prevedono, rispettivamente, l'esclusione dall'imposizione sul reddito d'impresa dell'ammontare delle spese sostenute per la quotazione in un mercato regolamentato, in aggiunta all'ordinaria deduzione e - per le società le cui azioni sono ammesse alla quotazione in un mercato regolamentato successivamente all'entrata in vigore del decreto-legge e fino al 31 dicembre 2004 - la riduzione dell'aliquota dell'imposta sul reddito al 20 per cento per il periodo d'imposta nel corso del quale è stata disposta l'ammissione alla quotazione e per i due periodi d'imposta successivi.
Secondo la richiamata decisione della Commissione, il regime di aiuti deroga al normale funzionamento del sistema tributario e, favorendo alcune imprese, offre evidenti vantaggi selettivi.
Con riferimento a tale ultimo profilo, la Corte conferma la valutazione del Tribunale secondo cui la limitazione nel tempo delle agevolazioni comporta la loro selettività, poiché di fatto determina l'esclusione di numerosi beneficiari potenziali. La Corte, inoltre, richiamando la sua precedente giurisprudenza, conferma la qualificazione degli aiuti in questione come "aiuti al funzionamento" dell'impresa, rigettando il motivo proposto nel ricorso dell'Italia secondo cui essi mirerebbero non già a sostenere la gestione corrente dell'impresa, bensì a rafforzare in maniera stabile la situazione patrimoniale delle società e a promuoverne l'aumento delle dimensioni.
In materia di recupero di aiuti di Stato incompatibili con il mercato comune, si segnala la condanna dell'Italia (C. 496/09) per non aver dato esecuzione alla sentenza resa nella causa C. 99/02 (aiuti all'occupazione sotto forma di contratti di formazione lavoro). La sentenza è assegnata alla Commissione lavoro.
In relazione a danni cagionati a singoli derivanti da violazioni del diritto dell'Unione effettuate da organi giurisdizionali di ultimo grado, la Corte ha censurato la normativa italiana in materia di responsabilità civile dei magistrati (art. 2, legge n. 117 del 1988), sotto i due profili:
- da un lato, dell'esclusione della responsabilità dello Stato qualora la violazione del diritto dell'Unione derivi da un'interpretazione di norme di diritto o dalla valutazione di fatti e di prove effettuata da un siffatto organo;
- dall'altro, in generale, della limitazione della responsabilità dello Stato ai soli casi di dolo o colpa grave dei giudici.
La Corte ha pertanto condannato la Repubblica italiana alle spese.
n.b.: l'art. 2 della legge n. 117 del 1988 era già stato ritenuto incompatibile con il diritto comunitario per i due profili indicati nella sentenza resa in via pregiudiziale nella causa C-173/03 (Traghetti del Mediterraneo).
Assegnazione: XI COMMISSIONE (LAVORO PUBBLICO E PRIVATO)
C-496/09
La Corte ha condannato l'Italia per non aver adottato tutti i provvedimenti volti a dare esecuzione alla sentenza 1° aprile 2004, causa C. 99/02 (Commissione/Italia), avente ad oggetto il recupero presso i beneficiari degli aiuti che, ai sensi della decisione della Commissione 11 maggio 1999, 2000/128/CE relativa al regime di aiuti concessi dall'Italia per interventi a favore dell'occupazione, sono stati giudicati illegali e incompatibili con il mercato comune.
La disciplina italiana - già contestata nel 1999 dalla Commissione europea e nel 2004 dichiarata dalla Corte di giustizia incompatibile con le norme europee in materia di concorrenza - concerneva la possibilità di erogare sgravi contributivi per i contratti di formazione e lavoro concernenti lavoratori con età inferiore ai ventinove anni.
La sentenza ricorda che, alla luce degli obiettivi del procedimento previsto dall'art. 228, n. 2, CE, la Corte è legittimata, nell'esercizio del potere discrezionale che le è attribuito nel quadro di tale articolo, ad imporre, cumulativamente, una penalità ed una somma forfettaria. Per quanto riguarda la penalità la Corte sottolinea che essa deve essere da una parte, adeguata alle circostanze e, dall'altra, commisurata all'inadempimento accertato nonché alla capacità finanziaria dello Stato membro interessato. L'imposizione di una somma forfettaria deve, in ogni caso di specie, rimanere l'espressione dell'insieme degli elementi pertinenti che si riferiscono sia alle caratteristiche dell'inadempimento accertato sia al comportamento proprio dello Stato membro interessato dal procedimento iniziato sul fondamento dell'art. 228 CE. In tale quadro l'Italia è condannata a versare alla Commissione europea - oltre che una somma forfettaria di 30 milioni di euro - una penalità di importo corrispondente alla moltiplicazione dell'importo di base di EUR 30 milioni per la percentuale degli aiuti illegali incompatibili il cui recupero non è ancora stato effettuato o non è stato dimostrato al termine del periodo di cui trattasi, calcolata rispetto alla totalità degli importi non ancora recuperati alla data della pronuncia, per ogni semestre di ritardo nell'attuazione dei provvedimenti necessari per conformarsi alla precedente sentenza del 2004.
n.b: In materia di aiuti di Stato, si richiama la sentenza del 24 novembre (C-458/09), assegnata lo scorso 5 dicembre alla Commissione finanze, con cui la Corte di giustizia ha rigettato l'impugnazione proposta dall'Italia avverso la sentenza del Tribunale di primo grado del 4 settembre 2009 (causa T‑211/05) in materia di aiuti di Stato a favore di società quotate in borsa.

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