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Timestamp: 2018-02-20 01:46:58+00:00

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Divorzio Archivi - Avvocati Divorzisti
ottobre 3, 2017 By mirkonos_44036y7i
Nel corso del tempo sono arrivate alla nostra redazione una serie piuttosto consistente di testimonianze in merito all’abbandono del tetto coniugale, e noi ne abbiamo selezionate due, diametralmente opposte tra loro, per affrontare la questione delle conseguenze dell’abbandono del tetto coniugale, delle circostanze che configurano il reato di abbandono del tetto coniugale, della condizione che si configura in caso di abbandono del tetto coniugale con figli, finendo col valutare, con la seconda lettera giuntaci, una situazione particolare, e cioè non quella “solita” nella quale l’abbandono del tetto coniugale è agito dal marito, ma piuttosto quella che vede come attore principale la moglie.
La prima richiesta è quella di una donna che ci confida di aver lasciato la casa matrimoniale a causa delle vessazioni psicologiche e delle violenze e umiliazioni fisiche a cui la sottoponeva il marito, chiedendoci:
ma l’abbandono del tetto coniugale esiste ancora? So che in passato l’abbandono del tetto coniugale era un reato, e quindi mio marito può intentare contro di me una causa per abbandono del tetto coniugale?
Sì: l’abbandono del tetto coniugale esiste ancora e costituisce reato, ma non nel caso specifico preso in esame, dal momento che le condotte violente, sia fisiche che psichiche, rappresentano una giusta causa per l’allontanamento, insieme a:
invadenza dei parenti: la convivenza con i suoceri si dimostra difficile e intollerabile
impossibilità del perdurare della convivenza a causa del grave pregiudizio che reca all’educazione della prole;
ragioni di natura economica che impongono o consigliano una diversa residenza, malgrado la contrarietà dell’altro coniuge a stabilirsi nella nuova sistemazione;
mancanza di intesa sessuale.
Qualora sussista una di queste circostanze l’abbandono del tetto coniugale non comporta le medesime conseguenze che determina invece nel momento in cui non sussista una giusta causa.
Le conseguenze che incorrono in caso di allontanamento immotivato dalla casa nuziale sono sia di natura civile (1) che penale (2):
addebito probabile della separazione e perdita dell’assegno di mantenimento
reclusione fino a un anno o multa da 103 a 1032 euro, a seguito della violazione degli obblighi di assistenza familiare, cioè quelli inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge (ma si badi bene che è necessario che l’allontanamento “risulti ingiustificato e connotato da un effettivo disvalore etico e sociale”).
Abbandono del tetto coniugale con figli
In particolare, nel caso di allontanamento dal tetto coniugale di un coniuge con figli, questi deve obbligatoriamente indicare indirizzo e recapito telefonico per essere reperibile in caso di urgenza, e qualora porti i minori con sé non può impedire all’altro di vedere la prole sino a che non disponga di un provvedimento del giudice che stabilisca il contrario.
È bene poi ricordare che: “se la madre decide di allontanarsi dal tetto coniugale portando con sé i figli, protraendo l’allontanamento nel tempo, in sede di separazione non può chiedere l’assegnazione della casa coniugale”.
Conseguenze dell’abbandono del tetto coniugale
In definitiva, l’abbandono del tetto coniugale non costituisce reato solo se:
sussista un valido motivo
il coniuge non privi i figli dei mezzi di sussistenza necessari (a tal proposito è bene precisare che l’assistenza non ha natura esclusivamente materiale ed economica, ma anche morale ed affettiva, per cui si macchia di reato anche chi, dopo aver lasciato la casa coniugale, pur somministrando i mezzi di sussistenza, si disinteressi completamente della moglie e della prole).
Ovviamente non è sufficiente la propria dichiarazione, dal momento che l’onere della prova, cioè la dimostrazione che la fuga è conseguenza di un altrui comportamento colpevole, spetta a chi se ne va di casa.
A proposito di chi lascia il letto coniugale: si è indotti a credere che sia il marito che abbandoni il tetto coniugale, ma si tratta di un pregiudizio, e infatti ci è giunta la lettera di un amico che racconta:
mia moglie, partita per la villeggiatura insieme ai nostri figli, ha ben pensato di comunicarmi la sua intenzione di lasciarmi, senza più fare ritorno a casa, con una lettera, nella quale si giustificava dicendomi che si era innamorata di un altro e aveva intenzione di intraprendere una nuova vita, in un’altra città. Non potrete mai immaginare la mia incredulità, l’amarezza, la rabbia, e la preoccupazione di non sapere come stessero i miei figli e dove fossero. E questa situazione si è protratta per tre settimane, durante le quali la mia consorte ha omesso di fornirmi alcuna notizia: solo dopo quel lungo lasso di tempo si è limitata a dirmi che i nostri figli stanno bene… Non solo non mi accontento di una così laconica affermazione, ma vi scrivo per sapere come posso tutelare i miei ragazzi (entrambi minori) e se ricorre reato di abbandono del tetto coniugale.
La risposta in questo caso è sì, dal momento che non sussiste la giusta causa: infatti, qualora la motivazione sia quella di coltivare una diversa relazione sentimentale si potrebbe incorrere nell’illecito. Adoperiamo il condizionale dal momento che la pronuncia di condanna non è automatica, dovendosi configurare la circostanza di “premeditata” violazione degli obblighi di assistenza familiare.
Tuttavia, in questo caso, non solo la genitrice ha lasciato il padre all’oscuro sulla sorte dei figli per un tempo protratto, ma è anche sorretta dalla volontà di non fare ritorno nella casa coniugale per un lungo lasso, o forse per sempre (se si trattasse di un allontanamento temporaneo non si configurerebbe reato).
Quali sono le altre circostanze in cui viene comminata la sanzione penale?
Qualora, come in questo caso, la volontà di interrompere la relazione sia manifestata contestualmente ad un repentino e definitivo allontanamento dalla casa
Quando l’allontanamento cagioni l’inadempimento cosciente e volontario degli obblighi di assistenza familiare (anche in questo caso sussiste, dal momento che la separazione dai figli impedisce al padre di esercitare il proprio ruolo genitoriale)
Nel caso in cui, come in quello in esame, l’allontanamento venga comunicato per mezzo di una lettera: l’unica via da seguire, in tal caso, prima di lasciare casa (e non nello stesso momento) è quella di depositare un ricorso per la separazione. La presentazione della domanda di separazione o di annullamento o di divorzio rappresenta la conditio sine qua non perché l’abbandono del tetto coniugale non configuri reato (a meno che non sussistano le altre giuste motivazioni già viste), anche prima che venga emesso il provvedimento presidenziale che autorizza i coniugi a vivere separati.
Alla luce di quanto esposto, il consiglio è di farsi seguire da un avvocato, meglio se matrimonialista, che, così come fanno i nostri partner legali, sappia fornirvi i suoi consigli professionali ed elaborare per voi un preventivo personalizzato.
In che modo? Semplicemente compilando l’apposito form, per la qual cosa vi raccomandiamo di essere descrittivi, perché maggiore è il dettaglio e la precisione della descrizione più attendibile e puntuale è l’offerta a voi proposta…
Filed Under: Divorzio
luglio 14, 2017 By mirkonos_44036y7i
Avete presente i coniugi del film La guerra dei Roses? Ecco loro non sarebbero mai potuti ricorrere ad un divorzio congiunto, giacché questo presuppone che la coppia sia d’accordo su tutte le condizioni dello scioglimento del matrimonio, e dunque l’affidamento e il mantenimento dei figli, il mantenimento del coniuge con un reddito più basso (anche se a tal proposito una recente decisione delle Corte di Cassazione sembra aver aperto la strada ad una nuova tendenza, com’è possibile approfondire nell’articolo “Cambiamenti di rotta per l’assegno divorzile”), l’assegnazione della casa coniugale e la separazione dei beni comuni.
Anzi, Barbara Roses quando dichiara al marito Oliver di voler divorziare, visto che alla notizia del suo ricovero per quello che si crede un infarto si rende conto di sentirsi felice all’idea della sua morte, afferma di volere a tutti i costi la casa (che è stata acquistata però con i soldi del marito). Il massimo a cui può aspirare questa coppia è un divorzio giudiziale, che viene richiesto da uno solo dei coniugi, indipendentemente dal fatto che l’altro sia d’accordo o meno: in questo caso, proprio Barbara, che vuole sciogliere il vincolo coniugale, mentre Oliver (forse anche solo per osteggiarla) si batte per non concederglielo.
Vi è, pero, tra le due modalità un elemento comune: in entrambi i casi, le parti devono farsi assistere nelle varie udienze di divorzio congiunto da un difensore, che potrà anche essere unico per entrambi in caso di separazione consensuale.
L’iter del divorzio congiunto
È necessario depositare un ricorso per divorzio congiunto presso il Tribunale del luogo in cui almeno uno dei coniugi ha la residenza, a cui vanno allegati:
nota di iscrizione a ruolo, a carico del legale, che consiste nell’iscrizione della causa in un registro della cancelleria su cui vengono elencati i processi in corso;
atto integrale di matrimonio rilasciato dal Comune dove è stato celebrato;
certificato di residenza di entrambi.
A questi bisogna aggiungere:
il verbale di separazione consensuale (copia autentica) o sentenza di separazione (pure questa in copia autentica) con attestazione del passaggio in giudicato (che testimonia del fatto che sia diventata definitiva e immodificabile)
la copia autentica del verbale dell’udienza presidenziale, che ha autorizzato i coniugi a vivere separati.
I tempi del divorzio congiunto sono più rapidi rispetto al divorzio tradizionale, svolgendosi esso con un “procedimento in camera di consiglio”, che riduce il tutto ad una sola udienza, fissata dal Presidente del Tribunale dopo aver letto il ricorso per divorzio congiunto (un fac simile del ricorso per divorzio congiunto è possibile visionarlo cliccando qui).
Dopo il tentativo di conciliazione, esperito dal giudice nel tentativo di una riappacificazione, si accerta che il vincolo matrimoniale non può essere ricostruito, e si procede a verifica la sussistenza di almeno uno dei presupposti richiesti dalla Legge sul divorzio:
la separazione legale è già in atto e dura senza interruzioni da almeno 12 mesi se è giudiziale (quando è stato solo uno dei due a chiederla ed è stata stabilita dal Giudice) o da almeno 6 mesi se consensuale (quando cioè si basa sull’accordo di entrambi);
uno dei coniugi ha commesso un reato di particolare gravità (condanna all’ergastolo o a una pena superiore a 15 anni di reclusione, oppure condannato per incesto, delitti contro la libertà sessuale, prostituzione, etc.);
uno dei coniugi è cittadino straniero e ha ottenuto all’estero l’annullamento o ha contratto all’estero un nuovo matrimonio;
è stato dichiarato il cambio di sesso di uno dei coniugi.
Se anche questo presupposto viene soddisfatto si procede con la sentenza di scioglimento del vincolo matrimoniale, e poi annotata nel Registro dello Stato Civile del luogo in cui fu trascritto il matrimonio.
Quanto costa il divorzio congiunto?
Non solo i tempi sono molto ridotti, ma anche i costi del divorzio congiunto sono assai più esigui, attestandosi grossomodo fra i 1.000 e i 2.000 euro, a fronte di quello giudiziale, che non di rado raggiunge i 10.000/15.000 euro.
Tra i costi del divorzio congiunto vanno ovviamente annoverati pure:
il contributo unificato per il divorzio congiunto, cioè il costo che tutti gli utenti pagano per poter adire le vie legali
la marca da bollo di 27 euro (ma solo per le cause con valore superiore a 1.100 euro)
i costi di notifica dell’atto, calcolati in relazione all’oggetto della causa e al luogo in cui va notificato l’atto.
giugno 20, 2017 By mirkonos_44036y7i
Come sappiamo il divorzio breve consente ai coniugi di redigere un accordo direttamente per mano dei propri avvocati, con i medesimi effetti di una sentenza emessa dal giudice, senza doversi però recare nelle aule di Tribunale, e senza doversi sobbarcare tutti gli oneri e le lungaggini di un divorzio tradizionale.
Proprio perché il divorzio congiunto o breve si basa sull’accordo della coppia, richiede una mole di incartamenti minore rispetto alla procedura giudiziale.
Nello specifico, i documenti per il divorzio congiunto prevedono:
estratto integrale dell’atto di matrimonio (da richiedere presso il Comune in cui è stato celebrato lo stesso);
copia autentica del verbale di udienza e omologa di separazione, oppure sentenza di separazione con attestazione del passaggio in giudicato (precisazione: non si sta parlando delle semplici fotocopie, ma delle copie che vengono rilasciate dalla Cancelleria del Tribunale ove s’è tenuta la separazione);
certificato di residenza e stato di famiglia di entrambi i coniugi (altra precisazione: non si sta palando di autocertificazione).
una copia autenticata dei provvedimenti di separazione e divorzio o di quelli relativi agli anni precedenti, in caso di modifica delle condizioni
le dichiarazioni dei redditi degli ultimi 3 anni, qualora siano presenti figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti e si sia proceduto con negoziazione assistita;
Consegnati i documenti da depositare per il divorzio, e stante la comune volontà di procedere, si passa alla stesura dell’accordo, che contiene le condizioni di divorzio o separazione come:
assegno di mantenimento per il consorte
affidamento e mantenimento dei figli.
Proprio la presenza o meno di prole influisce sul prosieguo dell’iter: in assenza di figli sarà sufficiente il nulla osta della Procura, mentre in presenza di figli minorenni o maggiorenni non autonomi l’accordo per il divorzio congiunto andrà inoltrato entro 10 giorni al procuratore, che concederà l’autorizzazione al divorzio breve solo se confacente all’interesse della progenie.
Come noto, inoltre, una conditio sine qua non del divorzio congiunto è che da almeno sei mesi la coppia stia esperendo una separazione consensuale (in caso di separazione giudiziale il termine temporale sale ad un anno).
In questo caso tra i documenti necessari per una separazione consensuale è compreso l’estratto per riassunto dell’atto di matrimonio, rilasciato dal Comune ove è stato celebrato lo stesso.
Precisazioni in merito ai documenti per divorzio
Vediamo dunque qual è la differenza tra certificato, estratto per riassunto e copia integrale: nel primo viene semplicemente attestato il matrimonio specificando i dati anagrafici dei coniugi, data e luogo; nel secondo vengono riportati anche altri dati significativi, come il regime patrimoniale (comunione/separazione dei beni) o il divorzio; la copia integrale è la fotocopia autenticata dell’atto originale dove viene riportata qualsiasi circostanza e annotazione iscritta nella pagina del registro di stato civile sulla quale è stato steso l’atto stesso.
Medesima circostanza ricorre per separazione e divorzio giudiziale, dove ancora una volta l’estratto per riassunto è valido in fase di separazione, mentre l’estratto integrale è necessario nella fase di divorzio.
Ricordiamo brevemente delle differenze fondamentali: innanzitutto quella tra separazione e divorzio, laddove con la prima non si pone fine al rapporto matrimoniale, ma se ne sospendono gli effetti nell’attesa di una riconciliazione o di un provvedimento definitivo, conseguente appunto al divorzio, che determina lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili dello stesso (se si tratta di un matrimonio concordatario, cioè dapprima celebrato in chiesa con rito religioso e poi trascritto in Comune); la seconda è la differenza tra divorzio consensuale e divorzio giudiziale, laddove il primo prevede il comune accordo della coppia che chiede lo scioglimento e la cessazione del matrimonio, indicando in maniera dettagliata le condizioni che riguardano la prole e i rapporti economici, sui quali quindi si trovano in accordo, accordo che manca invece in caso di procedura giudiziale, che necessita del coinvolgimento di un legale che provvede a presentare ricorso con tanto di esposizione dei fatti e delle motivazioni per le quali si richiede il divorzio, che si conclude con una sentenza che precisa tutte le condizioni, ivi comprese quelle riguardanti la prole.
Tra i documenti per il divorzio in Italia, a prescindere dalla sua tipologia, è bene ricordare che sono sempre ricompresi la copia di un documento di identità e del codice fiscale di entrambi i coniugi.
Tutti i certificati devono essere richiesti in carta libera ad uso separazione o divorzio, hanno validità di mesi sei, e possono anche essere rilasciati on line (ma non per tutti i Comuni italiani!).
maggio 16, 2017 By mirkonos_44036y7i
Avvocato divorzista Cerro Maggiore
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Elenco di alcuni avvocati divorzisti partner di Cerro Maggiore
Cambiamenti di rotta per l’assegno divorzile
Si sta assistendo ad una vera rivoluzione nell’ambito del divorzio, e in particolare del mantenimento conseguente allo scioglimento del vincolo coniugale, in seguito alla sentenza 11504, con la quale si è stabilito un principio innovativo, secondo cui l’assegno di mantenimento va corrisposto esclusivamente in caso di insussistenza di mezzi, ivi compresi quelli derivanti da proprietà, o da oggettiva impossibilità a procurarseli, come in caso di situazioni fisicamente o psichicamente invalidanti che impediscano una qualsiasi attività lavorativa.
A dare avvio alla rivoluzione in questione il divorzio tra un ex ministro e un’imprenditrice, la quale pretendeva che si rivedesse al rialzo l’assegno di divorzio, peraltro già consistente, che le era stato attribuito dai giudici milanesi, a dispetto del fatto che questi sostenessero la riduzione delle sostanze del “fu politico”: orbene la Cassazione, dopo la Corte d’appello, ha ridimensionato le pretese della donna, ritenendo che il parametro del tenore di vita goduto durante il matrimonio non sia più “attuale”.
In definitiva, si è arrivato a sostenere che il divorzio pone fine al matrimonio non solo sul piano personale ma anche economico-patrimoniale, per cui è necessario superare la concezione patrimonialistica del vincolo coniugale inteso come sistemazione definitiva.
Concezione che, a dire il vero, avevano contribuito a trasformare l’assegno di mantenimento in uno strumento sia ad uso del beneficiario che di colui che lo liquidava, il primo come oggetto riparatore e il secondo come mezzo ricattatorio nei confronti dell’altro. E aveva al contempo concorso a trasformare il matrimonio più in un affare contrattualistico che in una libera scelta all’insegna della condivisione di affetti e progettualità.
Certo, l’esigenza di prorogare il tenore di vita matrimoniale anche dopo la separazione e il divorzio era in passato motivata dalla necessità di salvaguardare la donna che magari, dopo essersi occupata per tanti anni della casa e dei figli, come esattamente accadeva nella famiglia tradizionale, permettendo al marito di lavorare e crescere economicamente, poteva ritrovarsi sola, senza nemmeno esserne responsabile.
Ora che i tempi sono profondamente cambiati, per cui la moglie lavora tanto quanto il marito, o addirittura in certi casi si assiste ad un rovesciamento dei ruoli “standard”, i togati si sono interrogati in merito all’attualità del bisogno che la donna venga ancora tutelata come è accaduto da 27 anni a questa parte: in definitiva si sono chiesti se fosse il caso ancora che un coniuge mantenesse tutta la vita il legame con l’altro, a prescindere dallo stato di bisogno.
Certo, non si tratta di questioni semplici, soprattutto in un Paese come il nostro dove ancora molte donne non lavorano, e la disoccupazione e l’indigenza delle famiglie hanno raggiunto tassi assai elevati: ma la legge ha ritenuto che non fosse più il caso di adottare il principio, ritenuto aprioristico, del “precedente tenore di vita”, dovendosi piuttosto valutare per l’attribuzione dell’assegno divorzile:
il “possesso” di redditi e di patrimonio mobiliare e immobiliare
le “capacità e possibilità effettive” di lavoro personale
“la stabile disponibilità” di un’abitazione.
Assegni di mantenimento eccellenti
A gioirne, tra gli altri, anche Silvio Berlusconi, che non solo ha dovuto versare maxi-assegno da 2 milioni di euro alla sua seconda ex moglie Veronica Lario durante la separazione, ma dal 2015 ha dovuto pure corrisponderle un assegno divorzile mensile di 1,4 milioni di euro, contro il quale il Cavaliere ha fatto ricorso in Appello.
Ha dunque ragione di ben sperare l’ex Presidente del Consiglio da quando la Cassazione si è espressa sul caso dell’ex ministro Vittorio Grilli, anche se, da quanto hanno fatto sapere i legali della Lario, Silvio non solo non pagherebbe da alcuni mesi, ma non avrebbe nemmeno onorato il pagamento dell’assegno di separazione.
E il nostro non è certo l’unico che godrà di questo sconto rispetto all’entità dell’assegno di mantenimento: col suo, tra i divorzi più costosi della storia, figurano anche quelli dell’oligarca russo Dmitry Rybolovlev dalla (ex) moglie Elena liquidata con 4,5 miliardi di dollari, che conquista il primato; quello dell’imprenditore francese e mercante d’arte Alec Wilenstein, che si piazza al secondo posto; e quello di Rupert Murdoch, che con 1,7 miliardi di dollari si piazza al terzo posto col suo addio dopo 33 anni di matrimonio e 3 figli dalla moglie Anna che lo becca in una relazione extraconiugale.
Se c’è chi sottolinea che questa sentenza innovativa, che pure continuerà ad aiutare il coniuge più debole a vivere dignitosamente, gli permetterà di affrancarsi e autonomizzarsi rispetto al coniuge, il timore francamente che questa decisione porti benefici solo ai più facoltosi esiste…
La realtà è che questa nuova misura di valutazione disconosce il principio sancito dalla legge 898 nel 1970 che ha introdotto il divorzio in Italia: che pure il nostro Paese si stia avviando verso la stessa tendenza degli altri Sati europei nei quali l’assegno divorzile dipende essenzialmente dai patti prematrimoniali?

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