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Non buttate i rifiuti elettrici ed elettronici
Pubblicato Venerdì, 15 Luglio 2011 00:00
Semplici indicazioni per tutelare l’ambiente senza alcun costo per i consumatori
I rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche o semplicemente rifiuti elettronici (talvolta citati anche semplicemente con l'acronimo RAEE, in lingua inglese: Waste of electric and electronic equipment [WEEE] o e-waste), dal Novembre 2007 è entrato ufficialmente in vigore anche in Italia il sistema di gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche disciplinato dal Decreto Legislativo 151 del 2005, la cui responsabilità è affidata direttamente ai Produttori, come previsto dalla Direttiva Europea (2002/96/CE). Questi sono rifiuti alquanto particolari che consistono in qualunque apparecchiatura elettrica o elettronica di cui il possessore intenda disfarsi in quanto guasta, inutilizzata, o obsoleta e dunque destinata all'abbandono. Se abbandonata possono disperdere nell'ambiente sostanze che possono essere veramente nocive per la natura e per la salute. Ecco le apparecchiature elettriche ed elettroniche che fanno parte di queste categorie : 1.Grandi elettrodomestici; 2.Piccoli elettrodomestici; 3.Apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni; 4.Apparecchiature di consumo; 5.Apparecchiature di illuminazione; 6.Strumenti elettrici ed elettronici (ad eccezione degli utensili industriali fissi di grandi dimensioni); 7.Giocattoli e apparecchiature per lo sport e per il tempo libero; 8.Dispositivi medici (ad eccezione di tutti i prodotti impiantati ed infetti); 9.Strumenti di monitoraggio e controllo; 10.Distributori automatici. Presso i Centri di Raccolta ogni tipologia di RAEE è raccolta separatamente sulla base di una suddivisione di 5 Raggruppamenti: R1 Apparecchiature refrigeranti; R2 Grandi bianchi;(lavatrici,lavastoviglie ecc) R3 Tv e Monitor; R4 PED,CE,ICT, Apparecchi Illuminanti ed altro; R5 Sorgenti Luminose. Inoltre, al momento dell’acquisto di un elettrodomestico o apparecchiatura elettrica ed elettronica, il venditore è tenuto anche a ritirare il vecchio apparecchio /dispositivo elettrico/elettronico senza alcun onere/costo di smaltimento, perché è compreso nel prezzo dell’acquisto lo smaltimento della strumentazione vecchia o guasta. Chiunque vuole sbarazzarsi di questa tipologia di rifiuti senza l’ acquisto di uno nuovo,può contattare l’azienda municipalizzata di raccolta rifiuti,che generalmente, fissando un appuntamento, ritira gratuitamente gli apparecchi vecchi ed ingombranti. Chi vede questi rifiuti sparsi all’ingresso o sui cigli delle strade può segnarcelo facendo foto ed indicando il luogo alla seguente mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. Se volete anche inviare dei video: http://www.raeeporter.it/index.aspx Se vuoi diventare un ecoreporter e farlo vedere in tutto il mondo http://www.6pianeta.tv/ecoreporter Il servizio all’ambiente serve per tutelarlo dalle varie forme di scempi a cui spesso è sottoposto.
Lentamente, ma inesorabilmente stanno suonando le campane
Pubblicato Sabato, 04 Aprile 2009 00:00
Lentamente, ma inesorabilmente stanno “suonando le campane” per l’ELETTRODOTTO di VIA PRENESTINA / VIA MASSARENTI.
Per le feste c’è sempre una BUONA NOTIZIA da dare alla cittadinanza di Corato!
Ricordate? Poco prima di Natale del 2007 l’Amministrazione Comunale, il Sindaco Gino Perrone annunciavano di aver sottoscritto con l’ENEL-TERNA un contratto che prevedeva lo smantellamento e il conseguente spostamento dell’elettrodotto che attraversa la zona 167 verso la campagna, lungo la linea dell’acquedotto. Buone notizie arrivavano intanto nell’ottobre del 2008 per il Comune: il progetto di riqualificazione delle periferie (P.I.R.P.) presentato dall’Amministrazione di Corato – progetto complesso di intervento fra il Centro storico e la zona 167 che aveva accolto come elemento discriminante della riqualificazione ambientale l’interramento o lo spostamento dell’elettrodotto - si era aggiudicato il secondo posto con 3 milioni e 600 mila € all’interno dei 129 progetti presentati alla Regione. L’inserimento del “discriminante Elettrodotto” era stato, secondo l’architetto Michele Sgobba, l’elemento decisivo per arrivare a un tale risultato. Poco prima di Natale del 2008 il Sindaco Gino Perrone rassicurava i Comitati cittadini che l’iter del progetto di spostamento dell’elettrodotto in vista di una riqualificazione ambientale della 167 procedeva bene. Il percorso si era fatto più tortuoso e accidentato solo perché l’ENEL-TERNA aveva inglobato in questa opera anche il comune di Bitonto. Ed ecco che proprio in questi giorni, prima della Pasqua 2009 l’Amministrazione riceve i rappresentanti dei Comitati e – per quanto riguarda lo spostamento dell’Elettrodotto - comunica quanto segue L’ENEL-TERNA fa sapere che le ultime difficoltà riguardanti i tralicci che attraversano il territorio di Bitonto sono state superate. Il Ministero dell’Ambiente ha segnalato il placet per tutta l’opera di riqualificazione ambientale, compreso lo spostamento dell’Elettrodotto in zona campagna lungo la linea dell’acquedotto. Per cui, a detta del Sindaco Gino Perrone, non ci sono più ostacoli concreti alla realizzazione dell’opera, - solo formalità che verranno ad essere risolte nei prossimi consigli comunali. Naturalmente tutti noi della 167 ci rallegriamo – sono già sette anni che stiamo suonando questa campana! In questi sette anni nessuno studio scientifico ha potuto smentire il fatto che le misure consigliate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dallo IARC per ridurre le esposizioni della popolazione e, soprattutto, dei bambini alle radiazioni elettromagnetiche non siano attuali. Esse sono attualissime! Continuiamo a batterci per la PREVENZIONE. Questa Amministrazione si è battuta per la riqualificazione ambientale della 167. L’importante è che l’ELETTRODOTTO SCOMPAIA DA QUELLA DISTANZA TALMENTE RAVVICINATA ALLE CASE DI VIA PRENESTINA / VIA MASSERENTI da essere in realtà un pericolo sulle teste dei cittadini! Comitati per la difesa contro l’Elettrodotto Via Prenestina / Via Massarenti Il circolo Legambiente di Corato sostiene la realizzazione di pozzi in Niger nella zona Gourmancé (sud-ovest). Puoi sosostenere l'iniziativa attraverso bonifico bancario sul conto di SMA SOLIDALE ONLUS, Cod. IBAN: IT57 A061 7501 4170 0000 1838 280, presso la Banca CARIGE Agenzia 117, via Timavo 92/R GENOVA indicando nella causale "per progetto Pozzi in Niger, cod S010". Info: www.missioni-africane.org
Inquinamento luminoso:una legge per le nostre città
Inquinamento luminosa : una legge per le nostre città. La Puglia è per il momento l'unica regione per questa legge............. Buona lettura!
LEGGE REGIONALE 23 novembre 2005, n. 15 “Misure urgenti per il contenimento dell’inquinamento luminoso e per il risparmio energetico” IL CONSIGLIO REGIONALE HA APPROVATO IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE PROMULGA La seguente legge: Art. 1 (Finalità) 1. La Regione, nel perseguire gli obiettivi della tutela dei valori ambientali finalizzati allo sviluppo sostenibile della comunità regionale, promuove la riduzione dell’inquinamento luminoso e dei consumi energetici da esso derivanti, al fine di conservare e proteggere l’ambiente naturale, inteso anche come territorio, sia all’interno che all’esterno delle aree naturali protette. 2. Per le finalità di cui al comma 1, si considera inquinamento luminoso ogni alterazione dei livelli di illuminazione naturale e, in particolare, ogni forma di irradiazione di luce artificiale che si disperda al di fuori delle aree a cui essa è funzionalmente dedicata, in particolar modo se orientata al di sopra della linea dell’orizzonte. Art. 2 (Competenze della Regione) 1. La Regione, per il tramite dell’Ufficio regionale competente in materia di ambiente e pianificazione ambientale, per garantire un’omogenea applicazione delle norme della presente legge, esercita le funzioni di coordinamento e indirizzo in materia di risparmio energetico e di riduzione ell’inquinamento luminoso, determinando: a) il quadro degli ambiti territoriali rilevanti al fine della tutela e conservazione dei valori ambientali; b) gli indirizzi, i criteri e gli orientamenti per la formazione, il dimensionamento e il contenuto degli strumenti di pianificazione provinciale e comunale e il loro inserimento nei Piani territoriali di coordinamento provinciale (PTCP), nei Piani urbanistici generali (PUG) e nei Piani urbanistici esecutivi (PUE). 2. La Regione adotta, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, i criteri di applicazione della presente legge a integrazione dei minimi requisiti tecnici di cui all’articolo 5. 3. La Regione aggiorna, anche su richiesta degli Osservatori astronomici, la lista degli Osservatori professionali e non professionali e delle aree tutelate, individuandone le relative zone di protezione, secondo le direttive dell’articolo 8. 4. La Regione, con il concorso delle associazioni rappresentative degli interessi per il contenimento dell’inquinamento luminoso, delle categorie e degli enti/organismi a diverso titolo interessati dalle presenti disposizioni, promuove corsi di formazione e aggiornamento tecnico e professionale per tecnici con competenze nell’ambito dell’illuminazione, incentiva la formazione di figure professionali in tema di illuminazione con particolare riferimento alla presente legge, favorisce la divulgazione e la didattica scolastica con programmi e iniziative di sensibilizzazione e corsi di studio dedicati. 5. La Regione esercita le funzioni di vigilanza sulle Province e i Comuni circa l’ottemperanza alle disposizioni di cui alla presente legge e, se necessario, predispone gli opportuni provvedimenti. Art. 3 (Competenze della Provincia) 1. Alle Province competono: a) l’inserimento dei piani energetici, di risparmio energetico e di riduzione dell’inquinamento luminoso nel PTCP, quali cmponenti essenziali nell’ambito delle materie inerenti la protezione della natura e la tutela dell’ambiente; b) le funzioni di coordinamento, vigilanza e controllo sull’applicazione della presente legge; c) le azioni di formazione e informazione per diffondere la cultura del risparmio energetico e delle buone pratiche per evitare inquinamento luminoso, anche attraverso i Laboratori di educazione ambientale (LEA) provinciali e i programmi di Informazione, formazione ed educazione ambientale (INFEA); d) il rispetto dei criteri di applicazione della presente legge che saranno emanati ai sensi dell’articolo 2, comma 2; e) l’esercizio delle funzioni di vigilanza e controllo sul corretto e razionale uso dell’energia elettrica da illuminazione esterna e la diffusione dei principi dettati dalla presente legge; f) l’applicazione della legge sugli impianti di loro competenza. Art. 4 (Competenze dei Comuni) 1. Ai Comuni competono: a) l’adozione del piano comunale per il risparmio energetico e la riduzione dell’inquinamento luminoso; b) l’inserimento del piano di cui alla lettera a) nel PUG e nei PUE, al fine di tendere a uno sviluppo sostenibile e migliorare la qualità della vita; c) l’adeguamento del regolamento edilizio e si dotano, entro quattro anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, di piani di illuminazione che disciplinano le nuove installazioni e gli adeguamenti di quelle vecchie in accordo con la presente legge; d) le funzioni di vigilanza sulla corretta applicazione della legge da parte dei privati nelle associazioni che si occupano del contenimento dell’inquinamento luminoso, applicando ove necessario le sanzioni amministrative di cui all’articolo 9. Per tali funzioni possono avvalersi anche della collaborazione dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (ARPA); e) il rilascio della necessaria autorizzazione, previa predisposizione da parte degli interessati del relativo progetto redatto dalle figure professionali abilitate, per tutti i nuovi impianti di illuminazione, anche a scopo pubblicitario. Al termine dei lavori l’impresa installatrice rimette al Comune la dichiarazione di conformità dell’impianto realizzato al progetto assentito, unitamente alle caratteristiche tecniche, fornite dalle aziende produttrici, dei corpi illuminanti installati. Il progetto illuminotecnico non è obbligatorio per gli impianti di cui all’articolo 5, commi 3 e 6, o temporanei, per i quali è sufficiente depositare in Comune il certificato di conformità rilasciato dall’impresa installatrice ai requisiti minimi di legge. f) la pianificazione dei provvedimenti del caso affinché l’incremento annuale dei consumi di energia elettrica per illuminazione esterna notturna pubblica e privata nel territorio comunale non superi l’uno per cento del consumo al momento dell’entrata in vigore della presente legge. Art. 5 (Requisiti tecnici e modalità d’impiego degli impianti di illuminazione) 1. In tutto il territorio regionale tutti i nuovi impianti di illuminazione esterna pubblica e privata devono essere corredati di certificazione di conformità alla presente legge, come specificato all’articolo 4, mma 1, lettera e), e devono possedere contemporaneamente i seguenti requisiti minimi: a) essere costituiti da apparecchi illuminanti aventi un’intensità massima di 0 candele (cd) per 1000 lumen (lm) di flusso luminoso totale emesso a 90 gradi e oltre; b) essere equipaggiati con lampade ad avanzata tecnologia ed elevata efficienza luminosa, quali al sodio ad alta o bassa pressione, in luogo di quelle con efficienza luminosa inferiore. E’ consentito l’impiego di lampade con indice di resa cromatica superiore a 65 (Ra>65), ed efficienza comunque non inferiore ai 90 lm/w, solo nell’illuminazione di monumenti, edifici, aree di aggregazione e centri storici in zone di comprovato valore culturale e/o sociale a uso esclusivamente pedonale; c) avere luminanza media mantenuta delle superfici da illuminare e illuminamenti non superiori ai livelli minimi previsti dalle normative tecniche di sicurezza ovvero dai presenti criteri, nel rispetto dei seguenti elementi guida: 1) classificazione delle strade in base a quanto disposto dal decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti del 5 novembre 2001 (Norme funzionali e geometriche per la costruzione delle strade), che in particolare dispone che le strade residenziali devono essere classificate di tipo F, di rete locale, a esclusione di quelle urbane di quartiere, tipo E, di penetrazione verso la rete locale; 2) impiego, a parità di luminanza, di apparecchi che conseguano impegni ridotti di potenza elettrica, condizioni ottimali di interesse dei punti luce e ridotti costi manutentivi. In particolare, i nuovi impianti di illuminazione stradali tradizionali, fatta salva la prescrizione dell’impiego di lampade con la minore potenza installata in relazione al tipo di strada e alla sua categoria illuminotecnica, devono garantire un rapporto fra interdistanza e altezza delle sorgenti luminose non inferiore al valore di 3,7. Sono consentite soluzioni alternative solo in presenza di ostacoli quali alberi o in quanto funzionali alla certificata e documentata migliore efficienza generale dell’impianto. Soluzioni con apparecchi lungo entrambi i lati della strada (bilaterali frontali) sono accettabili, se necessarie, solamente per strade classificate con indice illuminotecnico 5 e 6; 3) mantenimento, su tutte le superfici illuminate, fatte salve diverse disposizioni tecniche, di valori medi di luminanza, non superiori a 1 cd/mq.; d) essere provvisti di appositi dispositivi in grado di ridurre in base al flusso di traffico, entro l’orario stabilito con atti delle amministrazioni comunali e comunque non oltre la mezzanotte, l’emissione di luci degli impianti in misura non inferiore al 30 per cento rispetto al pieno regime di operatività: la riduzione non va applicata qualora le condizioni d’uso della superficie illuminata siano tali da comprometterne la sicurezza. 2. Le disposizioni di cui al comma 1, lettere c) e d), possono essere derogate con atto motivato dalle Amministrazioni locali qualora vi siano esigenze di riduzione dei fenomeni criminosi in zone particolari delle città. 3. I requisiti di cui al comma 1 non si applicano per le sorgenti interne e internalizzate, per quelle in impianti con emissione complessiva al di sopra del piano dell’orizzonte non superiore ai 2250 lm, costituiti da sorgenti di luce con flusso totale emesso in ogni direzione non superiore a 1500 lm cadauna, per quelle di installazione temporanea che vengano spente entro le ore venti nel periodo di ora solare ed entro le ventidue nel periodo di ora legale. 4. E’ fatto divieto di utilizzare in modo permanente fasci di luce roteanti o fissi a scopo pubblicitario. 5. L’illuminazione degli edifici deve avvenire dall’alto verso il basso, come specificato al comma 1, lettera a), e gli stessi devono essere dotati di spegnimento o riduzione della potenza di almeno il 30 per cento entro le ore ventiquattro. Solo per edifici di interesse storico, architettonico o monumentale i fasci di luce possono essere orientati dal basso verso l’alto. In tal caso devono essere utilizzate basse potenze al fine di non superare una luminanza di 1 cd/mq. e un illuminamento di 10 lux. Inoltre i fasci di luce devono ricadere comunque all’interno della sagoma dell’edificio. Se la sagoma è fortemente irregolare, il flusso luminoso che fuoriesce non deve superare il 10 per cento del flusso nominale che fuoriesce dall’impianto di illuminazione. 6. L’illuminazione delle insegne non dotate di illuminazione propria deve essere realizzata dall’alto verso il basso, rispettando i criteri definiti al comma 1. Le insegne dotate d’illuminazione propria non possono superare un flusso totale emesso di 4500 lm per ogni esercizio. In ogni caso tutti i tipi di insegne luminose non preposte alla sicurezza e ai servizi di pubblica utilità devono essere spente entro le ore ventiquattro oppure, nel caso di attività che si svolgono dopo tali orari, alla chiusura dell’esercizio. 7. Nelle zone di particolare protezione di cui all’articolo 6 valgono, oltre quanto stabilito nei precedenti commi, le seguenti norme più restrittive: a) entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge tutti gli apparecchi illuminanti altamente inquinanti già esistenti, tipo globi luminosi, fari, torri faro, ottiche aperte, insegne luminose, devono essere schermati o comunque dotati di idonei dispositivi in grado di contenere e dirigere a terra il flusso luminoso. L’intensità luminosa non deve comunque eccedere le 15 cd per 1000 lm a 90 gradi e oltre; b) tutti gli apparecchi non rispondenti alle norme della presente legge, già esistenti alla data di entrata in vigore della stessa,vanno comunque adattati o sostituiti entro e non oltre cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Art. 6 (Deroghe) 1. Non sono soggette alle disposizioni dell’articolo 5 le seguenti installazioni: a) sorgenti di luce già strutturalmente schermate, quali porticati, logge, gallerie, e, in generale, installazioni che per il loro posizionamento non possono diffondere luce verso l’alto; b) sorgenti di luce, non a funzionamento continuo, che non risultino, comunque, attive oltre due ore dal tramonto del sole; c) impianti per le manifestazioni all’aperto e itineranti con carattere di temporaneità e provvisorietà, regolarmente autorizzate dai Comuni, per un limite massimo di cinque giorni al mese; d) impianti realizzati in occasione delle feste patronali; e) impianti di uso saltuario ed eccezionale, purchè destinati a impieghi di protezione,sicurezza o per interventi di emergenza; f) impianti con funzionamento inferiore a duecentocinquanta ore l’anno; g) porti, aeroporti e strutture, militari e civili, limitatamente agli impianti e ai dispositivi di segnalazione strettamente necessari a garantire la sicurezza della navigazione marittima e aerea. Art. 7 (Poteri sostitutivi e norme di salvaguardia) 1. Qualora si registrino ritardi e/o il mancato rispetto dei criteri di applicazione della presente legge da parte di Comuni e Province, la Giunta regionale, su segnalazione del Settore competente, provvede, anche con la nomina di un Commissario ad acta, a promuovere tutte le azioni atte a rimuovere le difficoltà incontrate dagli enti inadempienti e a favorire la concertazione, l’applicazione del principio di sussidiarietà e la copianificazione. 2. La Regione Puglia si riserva, ai fini del coordinamento per la tutela e la valorizzazione del territorio regionale, di redigere e appianare una cartografia in scala adeguata e un elenco di zone di particolare interesse paesistico, di monumenti di interesse storico artistico, di bellezze naturali e di criticità ambientali da trattare con particolare cura in quanto definiti obiettivi strategici per lo sviluppo regionale medesimo o ricettori particolarmente sensibili. Si riserva altresì, di provvedere sanzioni amministrative di cui all’articolo 9, per violazioni e difformità nell’ambito dei criteri di applicazione della presente legge. Art. 8 (Zone di particolare tutela e protezione) 1. Ai fini dell’applicazione della presente legge, presso il competente Servizio della Giunta regionale è tenuto il registro degli Osservatori astronomici e astrofisici statali, pubblici o privati, che svolgono attività di divulgazione e ricerca scientifica, con indicazione degli Osservatori professionali e non professionali. 2. La Giunta regionale, entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, individua, mediante cartografia in scala adeguata, le zone di particolare protezione e tutela degli Osservatori di cui al comma 1, dei Parchi nazionali e regionali, delle Riserve naturali regionali e statali. La relativa delibera è pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia (BURP). 3. Le zone di particolare protezione e tutela devono avere un’estensione di raggio minimo, fatti salvi i confini regionali, pari a: a) 30 chilometri per gli Osservatori professionali; b) 15 chilometri per gli Osservatori non professionali di rilevanza regionale e provinciale; c) estese quanto i confini delle aree naturali protette. Art. 9 (Sanzioni) 1. Chiunque realizza impianti di illuminazione pubblica e privata in difformità alla presente legge è punito, previa diffida a provvedere all’adeguamento entro sessanta giorni, con la sanzione amministrativa da Euro 250,00 a Euro 600,00 per punto luce ove l’inadempienza si verifichi in ambiti territoriali ricadenti nelle fasce di rispetto degli osservatori e fino a Euro 1.500,00 per punto luce in presenza di impianti a elevato inquinamento luminoso, fermo restando l’obbligo all’adeguamento. 2. I proventi delle sanzioni di cui al comma 1 sono impiegati dai Comuni, esclusivamente e con vincolo di destinazione, per l’adeguamento degli impianti di illuminazione pubblica ai criteri della presente legge. 3. Competenti a provvedere a comminare le sanzioni sono i Comandi di polizia municipale dei comuni ove sono installati gli impianti non rispondenti ai presenti criteri. Gli organi di polizia municipale provvedono alla verifica e alla notifica della violazione di legge entro trenta giorni dalla data di segnalazione del singolo cittadino, dell’Osservatorio competente o delle associazioni per la tutela del cielo notturno. L’adeguamento dell’impianto segnalato ai criteri della presente legge deve essere effettuato dal proprietario dello stesso entro sessanta giorni dalla data di notifica della violazione. L’impianto segnalato deve rimanere spento sino all’avvenuto adeguamento. In caso di mancato adeguamento è comminata la sanzione amministrativa prevista al comma 1 per ogni punto luce non adeguato. La presente legge è dichiarata urgente e sarà pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione ai sensi e per gli effetti dell’art. 53, comma 1 della L.R. 12/05/2004, n° 7 “Statuto della Regione Puglia” ed entrerà in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e farla osservare come legge della Regione Puglia. Data a Bari, addì 23 novembre 2005 VENDOLA
Pubblicato Giovedì, 04 Ottobre 2007 00:00
Roma, 3 ott. (Adnkronos Salute) - Pessime notizie per i numerosissimi cultori del telefonino.
Utilizzarlo con continuità, magari abusandone, per oltre 10 anni può infatti raddoppiare il rischio di sviluppare alcuni tipi di tumori al cervello, come il glioma e il neuroma. Malattie che si manifestano più spesso proprio nella parte della testa su cui si appoggia il cellulare per ascoltare l'interlocutore. Lo rivela una metanalisi condotta da un team di esperti dell'università di Orebro (Svezia), guidato da Lennart Hardell.Da tempo gli studiosi stanno cercando di capire se e come le onde elettromagnetiche emesse dai telefonini possano nuocere al cervello. Ma nessuna analisi aveva preso mai in considerazione un periodo ragionevolmente lungo per arrivare a conclusioni attendibili. Il gruppo di ricercatori svedesi, invece - riporta la rivista 'Occupational Environmental Medicine' - ha identificato 18 indagini scientifiche condotte sul tema, 11 delle quali riferivano risultati ottenuti con osservazioni a lungo termine, di oltre 10 anni. Passando in rassegna tutti i dati, è emerso che le persone che usano il cellulare per almeno 10 anni corrono un rischio 2,4 volte maggiore di sviluppare neuromi acustici e due volte superiore di 'incappare' in gliomi. "Questi risultati", avendo preso in considerazione quasi l'intero periodo da quando i telefonini si sono diffusi a oggi, "sono di grande rilevanza - sottolinea Hardell - ma saranno sicuramente necessari ulteriori approfondimenti".
Pubblicato Venerdì, 25 Maggio 2007 00:00
Dall’Espresso: Sos cancro di Luca Carra e Daniela Minerva Leucemie.
Tumore al polmone, seno, colon, fegato... I malati in Italia sono aumentati in 20 anni del 10, 20, 40 per cento. Ecco tutte le cifre. I dati del registro dei tumori infantili del Piemonte sono agghiaccianti: il tasso di incidenza dei tumori nei bambini è cresciuto da 122,6 casi per milione alla fine degli anni Sessanta a 195,2 alla fine degli anni Novanta. Un aumento dell'1,3 per cento all'anno che ha riguardato tutti i tumori, anche se a crescere di più sono stati i cerebrali, il neuroblastoma (un tumore del sistema nervoso) e le leucemie. ... Leggi tutta la scheda. C'è la percezione comune, quella che li registra in crescita costante senza riuscire a dare una spiegazione. E ci sono gli specialisti, quelli che cercano di evitare il panico e offrono lunghe dissertazioni tecnico-statistiche per definire quello che sta accadendo. Ma i dati raccolti da 'L'espresso' non lasciano dubbi sulla realtà: in Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia. Basta guardare i numeri e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti. Tra il 15 e il 20 per cento in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37 per cento nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l'8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20). Se si guarda ai bambini, la statistica diventa angosciante: il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati. Usando come campione la Regione Piemonte, si scopre un'impennata del 72 per cento del neuroblastoma, del 49 per cento nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23 per cento per le leucemie. Una contabilità terribile, resa meno drammatica solo dai migliori risultati nelle guarigioni, grazie alla diagnostica precoce e alle terapie. Questi i numeri, presentati nel grafico alle pagine 32 e 33. Ma se si analizza l'avanzata del male con i meccanismi d'inchiesta bisogna porsi altre due domande, dove e perché, che aprono scenari ancora più inquietanti. Dove aumentano i casi di cancro? In tutta Italia, con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni. Nella mappa tracciata da 'L'espresso' queste zone di crisi disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all'ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all'isola. Una via Crucis che segna sempre nuove tappe, perché traffico automobilistico e impianti di riscaldamento diffondono minacce crescenti nei centri urbani congestionati, perché proliferano ovunque nuovi strumenti tecnologici di cui si ignorano i danni a lungo termine e perché la devastazione dei suoli provocata da discariche clandestine immette nella catena alimentare sostanze nocive che finiscono sulla tavola degli italiani. Addirittura secondo il ministero dell'Ambiente i veleni che si disperdono nell'aria, nell'acqua e nel terreno partono da una galassia di 9 mila piccole Seveso, intorno alle quali rischiano la contaminazione dai sei agli otto milioni di abitanti. Ma l'onda lunga di questa contaminazione, attraverso l'inquinamento delle falde che portano l'acqua nelle nostre case, della catena alimentare, delle nubi tossiche che si spostano coi venti, riguardano, di fatto, tutti noi. Studiare le cause dei tumori è un lavoro improbo, che costringe a una serie di accorgimenti per discriminare il groviglio di cause che possono provocarli. Il fumo, gli stili alimentari, le infezioni, le suscettibilità su base genetica sono le cause più studiate. E le ricerche hanno mostrato il collegamento tra il consumo di carni rosse e grassi saturi coi tumori del colon, quello delle carni alla griglia bruciacchiate con la neoplasia dello stomaco. E soprattutto hanno mostrato il fattore protettivo di frutta e verdura. Ma certo non basta cambiare dieta per azzerare il rischio cancro, che è, gli studiosi lo ripetono fino alla nausea, una malattia multifattoriale: ovvero generata da tanti fattori. Così, se il rapporto tra fumo di sigaretta e tumori del polmone e dell'uretra è un fatto indiscutibile, così come quello tra fumo passivo e cancro del seno, è anche vero che se si cercano le ragioni dell'emergenza fotografata in queste pagine, l'attenzione si punta tutta sui veleni che ci circondano. Prendiamo ad esempio i i tumori al polmone, che uccidono ogni anno 25 mila persone. Non c'è dubbio che la causa di questa strage siano essenzialmente le sigarette. Ma: "Chi vive in una città inquinata ha un 25 per cento di rischio in più di avere un tumore al polmone, chi fuma ha un rischio del 900 per cento in più", sintetizza Annibale Biggeri, epidemiologo dell'Università di Firenze: "Tuttavia, al traffico e all'inquinamento siamo esposti tutti e quindi, benché il rischio individuale sia basso, l'impatto dell'inquinamento sulla salute pubblica è tutt'altro che irrilevante. E contrariamente al fumo è anche involontario". Dire che il tumore al polmone è determinato per l'80 per cento dal fumo di sigaretta significa riconoscere la prevalenza schiacciante di un veleno sugli altri. Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell'Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo dei circa 900 tumori al polmone all'anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti. Ma il rapporto più allarmante è stato presentato l'anno scorso dall'Ufficio ambientale dell'Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d'Italia ha stimato 8 mila morti all'anno per gli effetti cronici dell'inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all'anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi. E per difendersi da cancerogeni come il benzene e al formaldeide non vale la regola di chiudersi in casa, anzi. Da uno studio condotto da Salvatore Tirendi del Joint Research Commission di Ispra, emerge infatti che le concentrazioni di questi veleni aumentano dentro agli edifici. In particolare la formaldeide ha concentrazioni indoor sette, otto volte superiori, essendo presente nei truciolari dei mobili, nella carta e in molti oggetti domestici. Per questo, sigarette e diete eccessivamente carnivore non bastano a spiegare l'epidemia."I nuovi casi aumentano costantemente da cinquant'anni", spiega Renzo Tomatis, che ha diretto l'Agenzia del cancro di Lione (Iarc) dal 1982 al 1993, e che ora presiede l'Associazione internazionale medici per l'ambiente (Isde): "Quelli dei bambini soprattutto, crescono di più dell'1 per cento all'anno. I tumori con una forte componente ambientale superano il 50 per cento del totale". A Tomatis si deve il vasto programma di ricerca dello Iarc, che ha passato in rassegna centinaia di sostanze, eleggendone circa 400 al ruolo più o meno certo di cancerogeno ambientale. Così abbiamo scoperto il collegamento tra pesticidi, che entrano nella catena alimentare di tutti, e tumori della mammella, del sistema nervoso centrale, del pancreas, di linfomi, sarcomi e leucemie. "Quattrocento sostanze note sono un'inezia, se pensiamo che le sostanze chimiche oggi in circolazione sono circa 60-70 mila, di cui sappiamo ben poco", continua Tomatis. E non c'è solo l'inquinamento chimico: Sappiamo che le radiazioni sono collegate pressoché a tutti i cancri: dalla mammella allo stomaco, al colon, ai linfomi e leucemie. Non solo: l'aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all'esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche. Il condizionale, in questo caso, è d'obbligo. Quindici anni di studi hanno visto un'altalena di risultati positivi e negativi che hanno portato alla disperazione anche i ricercatori più combattivi. Tuttavia, almeno per quanto riguarda i campi magnetici a bassa frequenza qualche certezza c'è: uno studio che ha messo insieme tutte le ricerche suggerisce un collegamento tra i campi e la leucemia, infantile e non, le malattie neurodegenerative e riproduttive, e l'alterazione di parametri immunitari e cardiaci. Per verificare questa ipotesi Pietro Comba, direttore del Reparto di epidemiologia ambientale dell'Istituto superiore di sanità, sta conducendo uno studio su 354 abitanti di Longarina (Ostia Antica) le cui case distano meno di cento metri da un elettrodotto. Una prima parte dell'analisi ha riscontrato un piccolo aumento di tumori, sia leucemie, al pancreas e allo stomaco, nella popolazione più vicina alla linea elettrica. Fra qualche mese saranno disponibili anche i dati sugli altri disturbi. E passando ai campi ad alta frequenza, qualche sospetto aleggia anche sull'uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall'Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell'anno. Lo abbiamo detto: districarsi tra le mille cause di ogni singolo tumore è una faccenda a oggi irrisolta. E per anni l'inquinamento è rimasto in secondo piano, per ragioni anche schiettamente scientifiche: "Associare un certo tipo di inquinamento a un tumore è difficilissimo, perché in genere gli inquinanti sono diluiti e poco misurabili", spiega Stefano Rosso, del Centro di prevenzione oncologica di Torino: "Ecco perché i dati più solidi provengono dalle esposizioni professionali, come nel caso del petrolchimico di Porto Marghera, dove non solo la scienza, ma anche il tribunale ha riconosciuto un legame fra il cloruro di vinile monomero prodotto nell'impianto e gli angiosarcomi del fegato". Di fatto, gli studi eseguiti su località simbolo, come Marghera o la stessa Seveso, sono la trincea dove, grazie alla concentrazione di inquinanti e a popolazioni ristrette, si riesce a identificare almeno un fattore di rischio e a provarne la cancerogenità. Questi siti bomba, come le discariche della Campania ad esempio, sono vere e propri laboratori di tossicologia e quanto si scopre lì può poi servire a capire qualcosa di più su scala nazionale. Perché ci possono essere mille motivi per cui a Mauro Mocci, medico di famiglia cinquantunenne di Civitavecchia, è venuto un cancro alla laringe. Certo non per il fumo, perché il dottore non ha mai messo in bocca una sigaretta. Chissà, forse la lotteria di qualche mutazione genetica ha facilitato quel tumore in gola. O magari c'entra il fatto di vivere a Civitavecchia, fra il porto, il cementificio e le centrali dell'Enel, che con 7 mila megawatt di produzione termoelettrica hanno rappresentato per molto tempo il polo energetico più grande d'Europa. Con 52 mila tonnellate di ossidi di zolfo e quasi 3 mila tonnellate di polveri pompate fuori dagli altissimi camini, fino a Roma. Sta di fatto che il dottor Mocci, ancora prima del suo tumore, qualche sospetto l'ha avuto osservando i crescenti casi di asma nei bambini e negli adulti. Sospetti confermati dai recenti studi epidemiologici del gruppo della Asl Roma-E di Carlo Perucci e Francesco Forastiere, che a Civitavecchia e dintorni ha trovato un eccesso di tumori al polmone e alla pleura. Ma anche asma e insufficienza renale, ricondotta all'inquinamento da arsenico, cromo, cadmio e mercurio di origine industriale. Aree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi. Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta, così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna. Ed ecco che la mappa d'Italia si riempie di zone rosse. Alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive. Quante? "Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni", elenca Pietro Comba: "A queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell'amianto". In Campania, fra Napoli e Caserta, dove uno studio dell'Oms, Istituto superiore di sanità e Cnr di Pisa ha riscontrato nelle popolazioni a ridosso delle discariche abusive gestite dalla camorra, eccessi di mortalità per tumori al polmone, fegato e stomaco: il rischio per alcune malformazioni alla nascita superiore dell'80 per cento la media regionale. Fabrizio Bianchi, responsabile del Programma Ambiente del Cnr che ha firmato l'impressionante studio campano, commenta: "I risultati sono sufficienti per intervenire con piani di risanamento". La dottoressa Gloria Costani, che ha in cura un numero straordinario di malati di sarcoma dei tessuti molli, i piani di risanamento li ha visti lì nelle terre del petrolchimico che si affaccia sui laghi di Mantova. Le bonifiche risalgono agli anni Novanta, e oggi le cose vanno un po' meglio: non c'è più il cloro soda come a Marghera, e l'inceneritore butta fuori un po' meno diossina che in passato. Ciò non toglie che chi abitava nel raggio di due chilometri dal camino della Enichem aveva un rischio di sarcoma 30 volte superiore. Lo studio lo ha firmato il medico del lavoro Paolo Ricci, direttore dell'Osservatorio epidemiologico, che ha appena concluso una nuova ricerca insieme al Registro tumori del Veneto sui sarcomi dei tessuti molli nella provincia di Venezia, dove tra Marghera e dintorni esistono 33 inceneritori tra industriali, ospedalieri e civili. Risultato: il rischio di sarcoma aumenta con il crescere dell'esposizione alla diossina, per arrivare a un massimo di rischio nella tranquilla cittadina di Dolo, sulla riviera del Brenta, perché il regime dei venti fa ricadere al suolo molti inquinanti proprio da quelle parti. La faccenda è terribilmente complicata: anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l'esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro. "Il caso esemplare è l'amianto, che può provocare il mesotelioma quarant'anni dopo", spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di 'Epidemiologia & Prevenzione': "L'Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l'anno". Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l'amianto ha falciato almeno 30 mila vite. Che fare? Il ministero della Salute sta pensando a un programma di interventi. Ma la bonifica delle sorgenti di veleni più pericolose sarà costosa: se ne contano 13 mila. E servirebbero 25 miliardi di euro: 500 euro a testa. Una tassa per la speranza. (24 maggio 2007)

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