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Timestamp: 2019-10-19 00:42:18+00:00

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maggio 2011 ~ Avv. Nicolavito Poliseno - Studio Legale e Tributario in Bari
La compensazione delle spese processuali deve essere adeguatamente motivata
Commissione Tributaria Regionale Bari – sentenza n.25 del 10.02.2011
L’art. 92, secondo comma, c.p.c., dispone che “se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti”.
Tuttavia, non di rado, ci si imbatte in sentenze ove i giudici tributari, pur accogliendo il ricorso proposto dal contribuente compensano le spese processuali senza motivare adeguatamente tale scelta e ricorrendo a scarne formule di stile come la seguente: “ricorrono giustificati motivi per compensare integralmente le spese del giudizio”.
Ciò premesso, la Commissione Tributaria Regionale di Bari è stata chiamata a pronunciarsi proprio in siffatta materia.
Nel caso di specie, a seguito dell’impugnazione di una cartella di pagamento, il Collegio di prime cure accoglieva in toto il ricorso spiegato dal contribuente ma compensava le spese processuali nonostante la questione sottoposta fosse di pacifica soluzione (notifica di cartella emessa al socio accomandante il quale aveva esibito i modelli f24 con cui dava atto di aver già versato l’imposta accertata nei suoi confronti).
Con un unico motivo di gravame, il contribuente sollevava l’illegittimità dell’appellata pronuncia nella parte in cui compensava le spese ma difettava di motivazione in ordine alla stessa voce. Sosteneva, inoltre, che essendo evidente la soccombenza dell’ufficio e non avendo il Collegio esplicitato alcuna ragione atta a giustificare la compensazione delle spese, questa doveva ritenersi priva di fondamento.
A parere dei giudici, l’appello è fondato ed ha trovato accoglimento sul presupposto che, effettivamente, il primo giudice, nel disporre la compensazione delle spese processuali ha inteso applicare l’art.92 del c.p.c. nella parte in cui prevede la compensazione tra le parti in presenza di gravi motivi senza, tuttavia, formulare alcuna motivazione ed utilizzando la generica formula “ricorrono giustificati motivi per compensare integralmente le spese del giudizio”.
A sostegno della propria decisione i giudici baresi hanno richiamato una pronuncia della Cassazione a SS.UU. (n.20598/2008) con cui è stato sancita la necessità che il provvedimento delle spese debba essere necessariamente supportato da considerazioni giuridiche o di fatto idonee a giustificare la regolazione delle spese. Ne discende che “la decisione deve considerarsi priva di motivazione qualora contenga la tautologica affermazione secondo cui “sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio”
Pertanto, la vicenda processuale decisa dalla Commissione Provinciale, non rientrando in quell’ampio ventaglio di casi quali la complessità della vertenza, i precedenti giurisprudenziali contrastanti o la novità della questione, non può rientrare in quella casistica a cui è applicabile la compensazione delle spese per giusti motivi.
Condono: la definizione agevolata si perfeziona con il pagamento della prima rata
Commissione Tributaria Regionale Bari – sentenza n.97 del 05.05.2011
Al Collegio Pugliese è toccato il compito di stabilire se il condono previsto dall’art.9bis della L.289/02, è da ritenere valido anche nel caso in cui sia stata versata la prima rata, ma non quelle successive, oppure se tale circostanza comporti il suo mancato perfezionamento e le conseguente decadenza da ogni beneficio per il contribuente. Da ciò, infatti, dipende la legittimità o meno dell’emissione da parte dell’Amministrazione del diniego dell’istanza prodotta dal contribuente poiché, secondo l’Amministrazione stessa, il mancato versamento delle rate successive non perfeziona la definizione che, pertanto, rimane improduttiva di effetti giuridici.
Nel dirimere tale controversia, i giudici di prime cure hanno stabilito che la definizione agevolata debba comunque considerarsi perfezionata con il solo versamento della prima rata dichiarando, per l’effetto, illegittimo l’atto di diniego emesso dall’ufficio. Anche la Regionale ha dichiarato la sufficienza del versamento della prima rata quale condizione per il perfezionamento della domanda di definizione fornendo, a riguardo, una ricca motivazione di cui si riporta uno stralcio: “Questa Commissione, invero, ritiene che dal corollario delle norme contenute nella legge n.289/02 si ricavi che per il perfezionamento della definizione sia sufficiente il versamento della prima delle rate nelle quali si è eventualmente ripartito il pagamento degli importi richiesti dalla normativa in quanto è legittimo ritenere che, con tale versamento, si determini la definitiva sostituzione dell’obbligazione tributaria originaria con la nuova obbligazione assunta dal contribuente a seguito della presentazione della domanda di condono”
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“Il contribuente non può fondatamente dolersi del fatto che le indagini bancarie abbiano riguardato conti e depositi intestati a terzi, dovendo ritenersi consentita simile operazione, ai sensi delle norme richiamate, quando l’ufficio abbia motivo di ritenere, in base agli elementi indiziar raccolti, ritenuti congrui dal giudice tributario di merito, che tali conti e depositi fossero stati utilizzati per occultare operazioni commerciali, ovvero per imbastire una vera e propria gestione extracontabile, a scopo di evasione fiscale” (C.Cass. sent. n. 10573 del 13 maggio 2011).
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DOPPIA IMPOSIZIONE DEI REDDITI IN CAPO A SOCIETÀ E SOCIO
“In tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’operatività del divieto di doppia imposizione, previsto dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 67, postula la reiterata applicazione della medesima imposta in dipendenza dello stesso presupposto. Tale condizione non si verifica in caso di duplicità meramente economica di prelievo sullo stesso reddito, quale quella che si realizza, in caso di partecipazione al capitale di una società commerciale, con la tassazione del reddito sia ai fini dell’IRPEG, quale utile della società, sia ai fini dell’IRPEF, quale provento dei soci, attesa la diversità non solo dei soggetti passivi, ma anche dei requisiti posti a base delle due diverse imposizioni”. C.Cass. sent. n. 10270 del 10 maggio 2011
Fatture false e onere della prova - Corte di Cassazione n.6943 del 25 marzo 2011
In ipotesi “di fatture di acquisto che l’amministrazione [ritiene] relative a operazioni inesistenti all’esito di indagini sul soggetto fornitore […] - secondo il più consapevole orientamento di questa Corte - grava previamente sull’amministrazione l’onere di fornire elementi di prova a sostegno dell’affermazione che le operazioni, oggetto delle esposte fatture, in realtà non sono state mai poste in essere. Solo ove l’amministrazione fornisca validi elementi per una tale affermazione, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, comma 2, passa sul contribuente l’onere di dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni contestate”.
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CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 10 maggio 2011, n. 10295
Con l’ordinanza in esame i giudici di legittimità sono tornati nuovamente a pronunciarsi sul difficile rapporto intercorrente tra il medico convenzionato e l’imposta regionale sulle attività produttive. In particolare, la vicenda ha per oggetto l’impugnazione del silenzio-rifiuto relativo alla istanza di rimborso per Irap presentata dal sanitario.
I primi due gradi di giudizio sono stati favorevoli al contribuente le cui doglianze hanno trovato accoglimento da parte del Collegio in virtù del fatto che nelle more del contenzioso è stata dimostrata l'inesistenza del requisito dell'autonoma organizzazione, atteso che
1) i beni strumentali utilizzati (un'autovettura, un pc, un telefono GSM e alcuni mobili e arredi di valore non eccessivo) erano da ritenere rispondenti a quelli minimi indispensabili all'esercizio della professione;
2) il contribuente non possedeva un proprio studio;
3) il medesimo non aveva dipendenti,
4) infine scarsa rispetto al fatturato era stata l'incidenza dei compensi corrisposti a terzi per prestazioni direttamente afferenti l'attività professionale.
Non si è discostata da tale interpretazione la Cassazione che, richiamando quanto già asserito in passato, ha dichiarato che “il requisito organizzativo rilevante ai fini considerati, il cui accertamento spetta al giudice di merito (con valutazione insindacabile se sorretta da congrua motivazione), sussiste quando il contribuente, che sia il responsabile dell'organizzazione, eserciti l'attività di lavoro autonomo con l'impiego di beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per lo svolgimento dell'attività autorganizzata col solo lavoro personale, ovvero sì avvalga in modo non occasionale del lavoro altrui (tra le più recenti Cass. 2010/15110; Cass. 2009/13038). E i dati di fatto accertati in sede di merito non appaiono contraddire l'affermata mancanza del suddetto requisito”.
Sulla medesima questione:
http://www.pugliatributi.com/2010/12/esenti-da-irap-i-medici-di-base-che.html
http://www.pugliatributi.com/2011/03/irap-e-medici-di-base-anche-la.html
Deducibilità delle perdite su crediti - Corte di Cassazione n.9218 del 21.02.2011
Le perdite su crediti devono essere dedotte nell’anno in cui si acquista certezza che il credito non può più essere soddisfatto giacché solo in tale momento si realizzano gli elementi certi e precisi della sua irrecuperabilità.
Avverso la pronuncia della ctr di Torino che aveva annullato un atto di accertamento per maggior reddito ai fini irpeg e irap, anno d’imposta 1998, l’Ufficio ha proposto ricorso in Cassazione non condividendo la decisione dei giudici piemontesi che avevano legittimato la perdita registrata nel 1998 e non nel 1992.
Tale convincimento scaturiva dal fatto che nonostante nel 1992 venne accertato, in sede penale, che il debitore apparente nulla doveva, in quanto oggetto di raggiro insieme alla società contribuente, quest'ultima aveva comunque effettuato negli anni seguenti, anche a mezzo del proprio legale, diverse attività di ricerca volte a recuperare il suddetto credito, sino a dichiararne l’irrecuperabilità nell’anno ripreso a tassazione. La predetta circostanza è stata tuttavia contestata dall’ufficio che ha rilevato come in realtà non spetti all’imprenditore decidere quando sussistono i presupposti per la deducibilità della perdita poiché tale operazione deve necessariamente coincidere con l’esercizio in cui si sono manifestati gli elementi certi e precisi dell’irrecuperabilità del credito.
In virtù di tanto l’Agenzia delle Entrate ha formulato il seguente quesito di diritto: “vero che la perdita su crediti va portata in detrazione nell’esercizio in cui si verificano elementi certi e precisi che palesano l’irrecuperabilità del credito, a nulla rilevando in contrario l’intenzione dell’imprenditore di procedere ad ulteriori iniziative per il recupero del credito, ed il fatto che le assuma e non ritenga di desistere dal recupero del credito stesso?”
L’articolo 101 del D.P.R. n.917 del 1986 (TUIR) rubricato “minusvalenze patrimoniali, sopravvenienze passive e perdite”, dispone al comma 5 che le perdite su crediti sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e in ogni caso se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali. Ciò posto, i giudici di legittimità hanno precisato che l’unica interpretazione possibile da darsi alla predetta disposizione di legge è la seguente: “l'anno di competenza per operare la deduzione deve coincidere con quello in cui si acquista certezza che il credito non può più essere soddisfatto, perché' in quel momento si materializzano gli elementi "certi e precisi" della sua irrecuperabilità. Diversamente opinando si rimetterebbe all'arbitrio del contribuente la scelta del periodo d'imposta più vantaggioso per operare la deduzione, snaturando la regola espressa dal principio di competenza, che rappresenta invece criterio inderogabile ed oggettivo per determinare il reddito d'impresa. La prova della sussistenza degli elementi suddetti non impone ne la dimostrazione che il creditore si sia attivato per esigere il suo credito, ne' che sia intervenuta sentenza di fallimento del debitore” (Cass. n.22135/10; n16330/05; n.12831/02).
Pertanto, le perdite su crediti devono essere dedotte secondo l’indiscusso criterio della competenza che, in generale, opera nel momento in cui si acquista la certezza dell’irrecuperabilità del credito non potendo rimettere all’imprenditore la facoltà di stabilire quando sussistano i presupposti per la deducibilità della perdita medesima.Il riferimento è alla regola prevista per il bilancio civilistico di cui all’art. 2426 c.c., n.8, che prevede l’iscrizione dei crediti secondo il valore di presumibile realizzo.
La sentenza in commento prende in analisi il comma 5 dell’art.101 del Tuir, dalla cui lettura emerge la possibilità per l’imprenditore di portare in perdita i crediti divenuti inesigibili.
Siffatta operazione, per non essere oggetto di futura contestazione da parte dell’Ufficio, deve avvenire nel rispetto dei criteri stabiliti ex lege. In particolare la deduzione della perdita deve trovare il suo fondamento in quegli elementi certi e precisi che accertino l’irrecuperabilità del credito stesso, vigendo invece una presunzione assoluta di perdita tutte le volte che il debitore è assoggettato a procedure concorsuali quali la declaratoria di fallimento.
Tuttavia, alla luce della prassi e della giurisprudenza, possono costituire elementi certi e precisi anche l’infruttuosità delle procedure esecutive esperite nei confronti del debitore (il riferimento in questo caso è alla variazione in diminuzione prevista per l’iva dall’art.26 del DPR 633/72) nonché la sussistenza di documentazione idonea a far presumere una scarsa solvibilità del debitore come ad esempio il parere del legale incaricato del recupero del credito che attesti l’impossibilità ad adempiere del debitore (circostanze rilevanti possono essere il possesso di titoli protestati, la constatazione dell’assenza di beni mobili ed immobili da aggredire, l’infruttuosa notifica degli atti di precetto etc..)
Infine, è ammessa anche la deducibilità di quei crediti di “modesto importo” senza che, per tali somme, vi sia l’obbligo di fornire quegli elementi di certezza assoluta di irrecuperabilità e ciò in virtù del fatto che, ad esempio, in tali situazioni diventa più onerosa l’attività di recupero (si pensi alle spese per intraprendere una procedura monitoria e seguente azione esecutiva) rispetto al credito stesso per cui si procede.
Efficacia liberatoria delle somme versate al notaio per le imposte sugli atti di compravendita
Due soggetti procedevano alla stipula di un contratto di compravendita presso lo studio di un notaio al quale, contestualmente al compenso professionale, corrispondevano anche le somme inerenti le imposte di registro, ipotecarie e catastali.
Successivamente però, ad essi contribuenti veniva notificato, per effetto dell’art.57 DPR 131/86, un avviso di liquidazione contenente la richiesta di pagamento delle imposte relative alla predetta compravendita immobiliare. I contribuenti proponevano ricorso chiedendo l’annullamento dell’atto poichè illegittimo atteso che le somme per le predette imposte erano state già corrisposte al notaio incaricato ex lege alla liquidazione delle stesse.
L’ufficio, nel costituirsi, sosteneva la legittimità dell’avviso di liquidazione e ciò in virtù del citato art.57 a mente del quale le parti contraenti sono solidalmente obbligati per ovviare all’omesso pagamento da parte del notaio. La ctp di Campobasso, pur in presenza di due contrari precedenti (ctp Campobasso n.297/3/10 e Cass. n.13653/09) ha accolto il ricorso sviscerando così la vexata questio :
1) il notaio quale unico soggetto che può effettuare la registrazione e pagare le imposte relative alle cessioni immobiliari da lui rogate
In prima analisi il collegio adito ha ricordato come, con l’introduzione dell’obbligatorietà ed esclusività della registrazione telematica degli atti relativi ai diritti sugli immobili, a far data dall’aprile 2007, il notaio – con assoluta esclusione dei privati contraenti – è l’unico soggetto abilitato alla registrazione, con sistema telematico, e al pagamento, con autoliquidazione, dei tributi dovuti per le cessioni immobiliari di cui hanno rogato gli atti.
Difatti, con il Decreto interministeriale 13.12.2000, è stato esplicitamente previsto che gli unici abilitati a compiere tali operazioni sono i pubblici ufficiali ai quali, inoltre, è attribuito il potere di determinare ed operare la tassazione degli atti da essi autenticati.
Tuttavia, alcun mezzo di verifica e/o controllo è previsto in favore del soggetto di verificare se il pubblico ufficiale effettui il pagamento invece di appropriarsi della somma stessa.
2) l’efficacia liberatoria del pagamento del tributo nelle mani del notaio responsabile d’imposta
In virtù del primo punto è evidente come il notaio sia l’unico soggetto abilitato ad effettuare il pagamento dei tributi relativi agli atti di compravendita immobiliare da lui rogati. Tuttavia, è altrettanto evidente come il notaio sia estraneo alla fattispecie imponibile intercorrente tra privato e Amministrazione finanziaria ma, in forza della funzione che la legge gli attribuisce, deve essere qualificato come responsabile di imposta giacché l’Ufficio gli “trasferisce”, per le sole imposte di registro, ipotecarie e catastali, il potere impositivo e ciò per meglio garantire l’A.F. dall’inadempimento del contribuente imponendo che il pagamento delle anzidette imposte sia effettuato solo dal notaio al quale il contribuente-contraente è obbligato a versare la somma necessaria. Tale pagamento nelle mani del pubblico ufficiale non può che avere efficacia liberatoria ex art.1188 c.c., “trattandosi di pagamento effettuato nelle mani di soggetto autorizzato dalla legge a riceverlo e addirittura a rifiutare il suo ministero in caso di omesso previo versamento.”
3) il principio di solidarietà passiva tra i contribuenti e il notaio per l’obbligazione tributaria posto dall’art.57 d.p.r. 131/86
In virtù del sub2) il collegio adito ha criticato costruttivamente il principio di solidarietà passiva per l’obbligazione tributaria disciplinato ex art.57 cit. Infatti nel caso di specie i giudici ravvisano un evidente disparità di trattamento del contribuente rispetto al notaio giacchè, mentre il contribuente è obbligato a versare la somma per l’assolvimento del tributo nella mani del notaio restando tuttavia esposto al rischio di dover nuovamente adempiere all’obbligazione tributaria nel caso in cui il notaio invece di versare la predetta somma a titolo di imposta, decida di trattenerla, di contro, al pubblico ufficiale è garantita una doppia tutela: preventiva, nel senso che egli ben può decidere di subordinare il rogito al preventivo deposito della somma; successiva, ed alquanto inverosimile, nell’ipotesi in cui egli decida di farsi anticipatario delle somme e di agire in seguito per il recupero con la tutela monitoria ex art.633 c.p.c.
Alla luce di tale disparità di tutela, inesistente per il contraente e doppia per il notaio, i giudici di Campobasso hanno ravvisato una palese violazione del precetto costituzionale ex art.3 nonché una violazione dell’art.53 della Carta Costituzionale “che ricollega la obbligazione tributaria alla manifestazione di capacità contributiva reale, poiché, costringendo il contribuente al doppio pagamento, sarebbe considerata non già la capacità contributiva reale, ma solo quella virtuale. Pertanto, l’art.57 cit. deve ritenersi applicabile: a) quando nessuno dei contraenti abbia versato la somma per il tributo al notaio e nemmeno questo la abbia versata all’a.f.; b)quando nessuno dei contraenti abbia versato la somma al notaio ce invece abbia versato; c) quando uno dei contraenti non abbia versato all’altro; ma deve ritenersi esclusa l’applicabilità quando l’inadempimento sia del solo notaio che, avendo ricevuto la somma, non la abbia versata all’erario.
Alla stregua del ragionamento argomentato dai giudici di Campobasso, ne discende che il versamento effettuato dal contraente nelle mani del notaio della somma occorrente per il pagamento del tributo (somma determinata dal notaio stesso) ha efficacia liberatoria per il contribuente che non può pertanto essere costretto ad un nuovo pagamento.
Commissione tributaria provinciale Campobasso n.74/2/11
Etichette: commissione provinciale, CTP, registro
Va condannato al risarcimento dei danni per lite temeraria, ai sensi dell'articolo 96 del Codice di procedura civile, l'ufficio che abbia iscritto a ruolo la maggiore imposta liquidata con un atto impositivo oggetto di precedentemente declaratoria di annullamento da parte del giudice tributario.
A seguito della notifica di diverse cartelle di pagamento relative ad un carico tributario per imposta complementare di successione ipotecaria, catastale ed INVIM, alcuni contribuenti proponevano ricorso alla commissione tributaria di primo grado chiedendo l’annullamento delle cartelle poiché gli atti prodromici di rettifica e liquidazione della maggiore imposta, erano già stati annullati con precedente sentenza della stessa ctp.
In virtù di tanto i ricorrenti chiedevano che l’Ufficio, reo di aver iscritto a ruolo delle somme non più dovute, fosse condannato al risarcimento dei danni derivanti dalla responsabilità aggravata ai sensi dell’art.96 c.p.c.
Nel costituirsi in giudizio l’Ufficio comunicava di aver provveduto allo sgravio totale del ruolo impugnato e, per l’effetto, chiedeva dichiararsi l’estinzione del giudizio.
Tale circostanza portava i Giudici di prime cure a dichiarare l’estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere, con compensazione delle spese di lite.
I contribuenti proponevano appello contro la sentenza di primo grado contestando la mancata pronuncia sulla richiesta di responsabilità aggravata spiegata nei confronti dell’amministrazione finanziaria.
Il collegio adito accoglieva la domanda dei contribuenti e per l’effetto, condannava l’Ufficio al risarcimento del danno per lite temeraria oltre al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.
In sede di gravame l’Amministrazione Finanziaria ha preliminarmente eccepito l’inammissibilità dell’appello stante il difetto di giurisdizione del giudice tributario affermando che gli eventuali profili risarcitori per la condotta dell’Erario appartengono alla sola giurisdizione del giudice ordinario.
Nel merito, ha insistito per il rigetto del gravame atteso che non vi è stata prova della condotta dolosa o colposa richiesta dall’art.96 c.p.c.
Le predette doglianze tuttavia, non sono state condivise dai Giudici di secondo grado i quali, nel dichiarare la propria competenza esclusiva a pronunciarsi sulla domanda di risarcimento per responsabilità aggravata, hanno fatto proprio il principio sancito in una recente pronuncia della Corte di Cassazione secondo cui la domanda ex art. 96 c.cp.c. “può essere conosciuta e decisa, nella sua globalità, soltanto al giudice competente per il merito della causa cui i pretesi danni si riferiscono, non solo perché nessun giudice può giudicare la temerarietà processuale meglio di quello stesso che decide sulla domanda che si assume temeraria, ma anche e soprattutto percheè la valutazione del presupposto della responsabilità processuale è così strettamente collegata con la decisione di merito da comportare la possibilità, ove fosse separatamente condotta, di un contrasto pratico di giudicati (Cass. n.26004/2010, n.12604/1992, n.1212/1993)
Entrando nel merito, il Collegio ha precisato che nel caso di specie sussistono entrambi i requisiti prescritti dall’art. 96 c.p.c. ovvero la totale soccombenza della parte e la mala fede o colpa grave di chi ha agito o resistito in giudizio.
In merito al primo requisito i Giudici hanno evidenziato che la pronuncia di primo grado di “cessata materia del contendere” contiene in sé la virtuale soccombenza dell’Ufficio.
La colpa grave, invece, è consistita nell’ignoranza derivante dal mancato uso di quel minimo di diligenza che avrebbe consentito all’amministrazione finanziaria di appurare che la pretesa azionata era infondata e ciò in quanto la stessa cartella impugnata riportava gli estremi della sentenza di annullamento del prodromico atto di rettifica dell’imposta.
Infine, l’esistenza di un danno, quale conseguenza del comportamento processuale della controparte, è stato ravvisato nell’attività che il ricorrente ha dovuto porre in essere per tutelare i propri diritti e nel disagio insito nella ricerca di un difensore tecnico per la tutela giudiziale.
In forza di tanto, il Collegio Pugliese ha accolto l’appello spiegato dai contribuenti e per l’effetto ha condannato l’Ufficio al risarcimento dei danni oltre che al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.
Commissione tributaria Regionale di Bari sez.7- sentenza n.11/7/11
Preliminarmente è bene precisare che l’applicazione dell’art 96 c.p.c. trova fondamento nella norma generale di rinvio di cui all’art.1, comma 2 del d.lgs. n.546 del 1992, secondo cui al processo tributario devono applicarsi, in via primaria, le norme di tale decreto e, per quanto da esso non disposto, trovano applicazione le norme del processo civile compatibili, tra cui l’art.96 c.p.c. in materia di responsabilità aggravata.
La sentenza in commento, tuttavia, rappresenta una delle prime pronunce in cui viene concretamente applicato l’istituto della responsabilità aggravata al processo tributario.
Ciò nonostante, non è la prima volta che i Giudici baresi affrontano la questione dell’applicabilità di detto istituto al contenzioso tributario e, come accaduto in precedenti occasioni, hanno mostrato di fare scuola nel contorto panorama nazionale.
Già nel 2007, infatti, con la sentenza n.80, la CTR di Bari aveva dichiarato la propria competenza esclusiva in tale materia asserendo che “non è estraneo al processo tributario disciplinato dal D.Lgs.546/1992 l’istituto della responsabilità aggravata prevista dall’art.96 c.p.c. onde la condanna della parte a quel titolo può essere pronunciata dal giudice tributario allorché ricorrano gli estremi della mala fede o della colpa grave” e ciò perché il danno ingiusto, conseguente al comportamento processuale dell’Ufficio, è collegato ad una violazione di natura tributaria per cui il giudice, che già conosce dell’atto, è il più idoneo a valutare le conseguenze della sua ingiustizia.
Di diverso avviso, invece, sono state le Commissioni Regionali Tributarie di Perugia e Napoli le quali avevano ritenuto che la pronuncia sul risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c. non rientrasse nella materia devoluta ai giudici tributari sostenendo che, qualora il contribuente ravvisava una condotta dannosa da parte dell’ufficio doveva adire il giudice ordinario al fine di ottenere una pronuncia in tal senso ( CTR Perugia n.21/09, CTR Napoli n.146/09).
A porre fine a tale disparità di pensiero ci hanno pensato i Giudici della Cassazione che, con la sentenza n. n.26004/2010, hanno stabilito, in via generale, che soltanto il giudice che definisce il processo può conoscere il comportamento processuale tenuto dalle parte nonché la ragionevolezza delle motivazioni poste alla base dell’azione o della resistenza connessa alla buona o male fede della stessa.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 67
 art. 54
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art.57
 Cass. 
 art.1188
 art.57
 art.633
 art.3
 sentenza 
 sentenza 
 art. 96
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 96
 sentenza