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Timestamp: 2020-03-28 22:04:34+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 26559 del 17/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26559 del 17/10/2019
Cassazione civile sez. I, 17/10/2019, (ud. 25/09/2018, dep. 17/10/2019), n.26559
sul ricorso iscritto al n. 23952/2018 R.G. proposto da:
G.U.S., rappresentato e difeso dall’Avv. Chiara
2019 dal Consigliere, Dott. Guido Mercolino.
G.U.S., cittadino del Pakistan, ha proposto ricorso per cassazione, per cinque motivi, avverso il decreto del 18 luglio 2018, con cui il Tribunale di Campobasso ha rigettato la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e, in subordine, della protezione sussidiaria o del permesso di soggiorno per motivi umanitari da lui proposta;
con il primo motivo d’impugnazione il ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. g), D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, lett. a) e c) e D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, comma 1, lett. c), nonchè l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, censurando il decreto impugnato per aver ritenuto che la sua vicenda personale non giustificasse il riconoscimento della protezione sussidiaria, senza tener conto delle prevaricazioni e delle minacce da lui subìte nel Paese di origine e delle informazioni fornite da fonti internazionali, da cui risulta la situazione di conflitto armato in atto nel suo Paese di origine;
che il motivo è in parte infondato, in parte inammissibile, avendo il Tribunale escluso motivatamente da un lato la credibilità della vicenda personale narrata dal ricorrente, e quindi l’esposizione dello stesso ad un rischio particolare o individuale, ricollegabile all’attività da lui asseritamente svolta nell’ambito della comunità religiosa sciita, dall’altro l’esistenza di una situazione di violenza indiscriminata derivante da un conflitto armato in atto nella regione di provenienza del ricorrente (Punjab);
che, nel ritenere inattendibili le dichiarazioni rese a sostegno della domanda, il decreto impugnato ne ha evidenziato il carattere generico e contraddittorio, rilevando che la narrazione della vicenda personale non era accompagnata dall’individuazione dei responsabili delle minacce rivolte al ricorrente e del suo rapimento, era sfornita di riferimenti geografici e temporali relativi a quest’ultimo episodio e recava indicazioni contrastanti in ordine alla condotta tenuta dalle forze dell’ordine;
che il predetto giudizio, correttamente improntato ai criteri previsti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice di merito, ed è pertanto censurabile in sede di legittimità esclusivamente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (cfr. Cass., Sez. I, 7/08/2019, n. 21142; 12/06/2019, n. 15794; 5/02/2019, n. 3340);
che, nel contestare la valutazione compiuta dal Tribunale, il ricorrente non è in grado d’indicare circostanze di fatto trascurate dal decreto impugnato nè lacune argomentative o carenze logiche del ragionamento dallo stesso seguito, ma si limita ad insistere sulla propria versione dei fatti, in tal modo dimostrando di voler sollecitare un nuovo apprezzamento della vicenda, non consentito a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di verificare la correttezza giuridica delle argomentazioni svolte nella decisione impugnata, nonchè la coerenza logica delle stesse, nei limiti in cui le relative anomalie possono ancora essere fatte valere con il ricorso per cassazione, a seguito della modificazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ad opera del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), (cfr. Cass., Sez. VI, 7/12/2017, n. 29404; Cass., Sez. V, 4/08/2017, n. 19547);
che, nell’insistere sulla minaccia derivante dalla situazione di violenza indiscriminata esistente in Pakistan, il ricorrente invoca una nuova valutazione del materiale probatorio, anch’essa non consentita in questa sede, contrapponendo alle informazioni utilizzate dal decreto impugnato, provenienti dal Ministero degli esteri, quelle fornite da altre autorevoli fonti internazionali, da lui ritenute maggiormente rappresentative del conflitto armato in atto nel Paese, senza neppure considerare che, come risulta dalle stesse, gli atti terroristici ivi menzionati non si estendono alla sua regione di provenienza;
che con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e/o la falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, osservando che, nell’escludere la sussistenza di motivi di carattere personale tali da giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria, il Tribunale non ha tenuto conto della grave minaccia derivante dalla situazione di violenza indiscriminata connessa al conflitto interno in atto nel Pakistan e della sua esposizione al rischio di vendetta personale;
che il motivo è inammissibile, risolvendosi nella generica insistenza sulla situazione generale d’instabilità politico-sociale del Pakistan, la cui valutazione, in assenza di uno specifico collegamento con la situazione personale del richiedente anteriore all’abbandono del Paese di origine, non potrebbe in alcun caso assumere portata determinante ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, risultando di per sè inidonea ad evidenziare una condizione di vulnerabilità soggettiva;
che con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, ribadendo che, nel rigettare la domanda di riconoscimento della protezione umanitaria, il decreto impugnato ha omesso di valutare la documentazione prodotta, da cui risultava la situazione di pericolo derivante dalle minacce ed intimidazioni da lui subite ad opera degli esponenti di un gruppo religioso sunnita;
che il motivo è inammissibile, risolvendosi nella mera sollecitazione di un riesame della documentazione prodotta a sostegno della domanda di riconoscimento della protezione umanitaria, non consentito a questa Corte, il cui sindacato sull’accertamento dei fatti compiuto dal giudice di merito è circoscritto dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, alla pretermissione di un fatto storico, principale o secondario, che abbia costituito oggetto del dibattito processuale e risulti idoneo ad orientare in senso diverso la decisione, con la conseguente esclusione della possibilità di far valere l’omessa o inadeguata valutazione di elementi istruttori (cfr. Cass., Sez. VI, 15/05/2018, n. 11863; 10/02/2015, n. 2498; Cass., Sez. lav., 9/ 07/2015, n. 14324);
che con il quarto motivo il ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 74, comma 2 e del D.Lgs. 28 gennaio 2005, n. 2008, art. 28-bis, censurando il decreto impugnato per aver revocato l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, sulla base di una superficiale valutazione della manifesta infondatezza della domanda, in contrasto con le norme costituzionali, internazionali e sovranazionali che, riconoscendo il diritto di asilo, postulano necessariamente l’effettività della relativa tutela giurisdizionale, e con la lettera dell’art. 74 cit., che si riferisce ai soli casi in cui risulti ictu oculi l’inammissibilità della domanda o l’infondatezza della pretesa;
che i due motivi, da esaminarsi congiuntamente, in quanto aventi ad oggetto la medesima questione, sono inammissibili, dal momento che la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato adottata con il provvedimento che definisce il giudizio di merito, anzichè con separato decreto, come previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, non comporta mutamenti nel regime impugnatorio, che resta quello, ordinario e generale, dell’opposizione prevista dal citato D.P.R., art. 170, dovendosi escludere che la pronuncia sulla revoca, in quanto adottata con il predetto provvedimento, sia per ciò solo impugnabile immediatamente con il ricorso per cassazione, rimedio previsto solo per l’ipotesi contemplata dal D.P.R. citato, art. 113 (cfr. Cass., Sez. I, 11/12/2018, n. 32028; Cass., Sez. III, 8/02/2018, n. 3028; Cass., Sez. II, 6/12/2017, n. 29228);
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

References: Sentenza 
 art. 2
 art. 3
 art. 14
 art. 3
 art. 54
 art. 5
 art. 74
 art. 28
 art. 136
 art. 170
 art. 113
 art. 13
 art. 1
 art. 13