Source: https://www.laleggepertutti.it/88296_quando-la-gelosia-e-reato
Timestamp: 2019-01-21 12:48:29+00:00

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Quando la gelosia è reato
Un fidanzato o un marito geloso è, spesso, compiacimento per molte donne. Ma “il troppo storpia”. Così, quando l’attaccamento diventa morboso, sino a privare il partner della propria libertà, può integrare il rato di maltrattamenti in famiglia. Difatti, i maltrattamenti in famiglia non sussistono solo con percosse, lesioni, ingiurie e minacce ma anche da tutti quegli atti di vessazione psicologica che si risolvono in una vera e propria sofferenza morale.
Il chiarimento proviene da una sentenza della Cassazione di questa mattina [1].
Perché possa scattare il reato, ovviamente, è necessario un comportamento che si estrinsechi esternamente e non basta la semplice mania mentale. Dunque, la gelosia morbosa deve sfociare in comportamenti ossessivi, maniacali e in limitazioni e condizionamenti della vita del partner. Condotte tipiche e piuttosto frequenti potrebbero essere quelle di continue contestazioni di tradimenti in realtà inesistenti, il controllo continuo del telefono del partner, il pedinamento, ecc.: insomma, tutto ciò che genera, in definitiva, un intollerabile stato d’ansia nella vittima.
In tal caso l’illecito penale che viene contestato è quello di maltrattamenti contro familiari e conviventi [2].
Peraltro, nell’eventuale causa di separazione, una condotta del genere potrebbe arrivare a comportare l’addebito civile, ossia la perdita del diritto al mantenimento (se posto in essere dal coniuge economicamente più debole) e dei diritti successori in caso di decesso dell’ex. L’addebito, infatti, consiste nell’attribuzione della colpa – fatta dal giudice con la sentenza di separazione – della rottura del matrimonio.
Secondo la Suprema Corte, l’assillare costantemente il partner con continui comportamenti ossessivi e maniacali, ispirati da una gelosia morbosa e tali da provocare in modo diretto importanti limitazioni e condizionamenti nella vita quotidiana e nelle scelte lavorative nonché un intollerabile stato d’ansia, quali, l’insistente contestazione di tradimenti inesistenti, la ricerca incessante di tracce di relazioni extra-coniugali con ispezione costante dell’altrui telefono per verificarne le comunicazioni, la verifica degli orari di rientro a casa e il controllo degli spostamenti, i ripetuti insulti con uso di parole scurrili facenti esplicito riferimento alle ipotizzate infedeltà, i più volte prospettati dubbi circa l’effettiva paternità dei figli, con conseguenti reiterate richieste di test diagnostici per la verifica del Dna, nonché le pressioni affinché la persona offesa abbandoni il lavoro, sostanzia la situazione di “abituale vessazione psicologica” sanzionata dal codice penale. Ciò infatti è espressione di un evidente spirito di prevaricazione e fonte di un’intensa e perdurante sofferenza morale.
[1] Cass. sent. n. 20126/15 del 14.05.15.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 3 marzo – 14 maggio 2015, n. 20126
Presidente Agrò – Relatore Bassi
1. Con sentenza del 22 maggio 2014, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Palermo del 7 marzo 2013, la Corte d’appello siciliana ha assolto D.G.R. dal reato di maltrattamenti in danno della moglie C.D. di cui al capo 1) (commesso sino al (omissis) ) e, confermata la condanna per il reato di atti persecutori di cui al capo 2) commesso in danno della medesima sino all'(omissis) , ha ridotto la pena inflitta all’imputato in primo grado ad anni uno e mesi sei di reclusione, escludendo la misura di sicurezza applicata e diminuendo la provvisionale ad Euro 5000. A sostegno del decisum, il giudice di secondo grado ha rilevato che, ferma la credibilità della persona offesa C.D. , dagli elementi probatori emerge che effettivamente la vita di coppia era contrassegnata da una certa animosità e litigiosità, verosimilmente determinata dalla gelosia del D.G. , e tuttavia mancano i presupposti per ritenere provati tanto il requisito dell’abitualità, risultando accertato un unico episodio di intimidazione, quanto l’elemento soggettivo, non essendo dimostrata la consapevolezza dell’imputato di cagionare alla moglie un turbamento psichico e morale; che, di contro, il reato di cui al capo 2) deve ritenersi provato alla luce delle dichiarazioni rese dalla persona offesa C.D. , confermate, oltre che dal contenuto dei messaggi telefonici, dalle convergenti deposizioni rese dai prossimi congiunti; che non sussistono i presupposti per escludere la recidiva contestata e per concedere le circostanze attenuanti generiche.
2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Palermo e ne ha chiesto l’annullamento nella parte assolutoria per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione nonché per erronea applicazione di legge penale. Evidenzia il ricorrente come la Corte d’appello abbia travisato le risultanze processuali ed, in particolare, le dichiarazioni della persona offesa e dei testi escussi, i quali hanno concordemente riferito di plurime condotte violente ed intimidatorie poste in essere dall’imputato nei confronti delle moglie, derivanti dalla sua gelosia morbosa, integranti, in quanto ripetute e costanti nel tempo, il requisito dell’abitualità. Il ricorrente evidenzia ancora come tali emergenze non possano ritenersi contraddette dalla circostanza che la donna abbia potuto sopportare le vessazioni e le violenze fisiche e psicologiche del marito per anni; come il reato di maltrattamenti possa essere integrato anche da atti di disprezzo della persona offesa e nulla rilevino eventuali periodi di normalità e di accordo con il soggetto passivo; come “l’unico atto intimidatorio” a cui si fa riferimento nella sentenza impugnata è di inusuale violenza, atteso che in quel caso l’imputato, alterato per aver assunto alcolici, aveva estratto una pistola e minacciato la C. puntandole l’arma al volto, in presenza della figlia minore e della suocera.

References: sentenza 
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 Cass. 
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