Source: https://www.comitatopaulrougeau.org/07-08-2009
Timestamp: 2020-04-09 09:52:53+00:00

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07/08-2009 | comitatopaulrougeau
Numero 171 - Luglio / Agosto 2009
1) Un “pacchetto sicurezza” contro i diritti umani essenziali
2) Incontridi Peppe Sini
3) Corte Suprema: decisione ‘inusuale’ in favore di Troy Davis
4) In re Troy Anthony Davis commento di Claudio Giusti
5) Un altro passo verso il riconoscimento dell’innocenza di Todd
6)“Se mi dovete ammazzare, fatelo subito, non ha senso aspettare”
7) Notizie dal buco d’inferno di Hank Skinner
8) In morte di Natalia Estemirova
9) Sonia Sotomayor, giudice diversa, fa sperare gli abolizionisti
10) Legal Lynchingdi Claudio Giusti
11) Quanto spesso pensiamo alla nostra anima?di Fernando E. Caro
12) Richiesta di corrispondenza
13) Notiziario: Kazakhstan, Kenya, New Jersey, Pennsylvania, Usa
1) UN “PACCHETTO SICUREZZA” CONTRO I DIRITTI UMANI ESSENZIALI (1)
L’entrata in vigore l’8 agosto della legge 94/2009, completa il coacervo di norme inumane, xenofobe e razziste annunciate dal governo a Napoli il 21 maggio 2008, chiamato comunemente “pacchetto sicurezza”. L’inasprimento delle norme giunge in un momento in cui si moltiplicano le aggressioni dei poteri locali e dei privati agli stranieri, agli zingari, ai senza tetto..., le omissioni di soccorso in mare e i respingimenti dei migranti verso la Libia. Andando al di là del nostro specifico mandato, data la gravità dei fatti che accadono, sentiamo il dovere di denunciare le violazioni dei diritti umani essenziali nel nostro paese, che avvengono purtroppo con il consenso della maggioranza dell’opinione pubblica.
La conclusione dell’iter del ‘pacchetto sicurezza’ con l’entrata in vigore della legge 94/2009 ha permesso alla Lega Nord di incassare ulteriori consensi nella parte più retriva della popolazione, soprattutto del Nord d’Italia.
Il rafforzamento del partito politico ispirato da una filosofia grezza, in rotta di collisione non solo con la Costituzione italiana ma anche con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ormai palesemente e impunemente predicata sia in sede locale che ai più alti livelli istituzionali, sembra non preoccupare e indurre alla prudenza coloro che, non essendo leghisti, si alleano con la Lega per una convenienza politica a breve termine.
Per giunta neanche il Partito Democratico all’opposizione dimostra di avere energie morali e intellettuali che gli consentano di differenziarsi nettamente dalla Lega: a ben guardare la sostanza di buona parte del ‘pacchetto sicurezza’, a prescindere dalle attuali votazioni parlamentari, ha addirittura una genesi e una condivisione bipartisan (v. n. 161).
Dunque la legge n. 94 recante ‘Disposizioni in materia di sicurezza pubblica’ che costituisce la parte conclusiva del cosiddetto “pacchetto sicurezza”, è entrata in vigore l’8 agosto, dopo l’approvazione definitiva del Parlamento avvenuta il 2 luglio, con una larga maggioranza, e l’apposizione della firma del Presidente della Repubblica il 15 luglio (2).
Tale legge completa la normativa sulla ‘sicurezza’ annunciata Consiglio dei Ministri di Napoli del 21 maggio 2008 (v. n. 161).
La decisa opposizione di una minoranza ristretta ma qualificata di difensori dei diritti umani, di giuristi, di operatori sociali, di medici…, cui si sono aggiunte sia pur rare voci di intellettuali e di esponenti della chiesa cattolica, ha soltanto prodotto l’attenuazione di alcune delle norme più aberranti: è stato ad esempio difeso e preservato ildivieto, esistente dal 1998, di segnalare lo straniero irregolare che chiede prestazioni sanitarie essenziali.
La norma successivamente approvata all’interno nel Decreto anticrisi (peraltro discriminatoria nei riguardi degli altri lavoratori) che permette la (schedatura e la) regolarizzazione immediata di colf e badanti è stata soprattutto dettata dalla paura del Governo di perdere il consenso di troppa gente costretta a ricorrere ai servigi dei ‘clandestini’ nella propria casa.
In gran parte si tratta di norme persecutorie degli stranieri, dei deboli e dei diversi, quelle contenute nella legge 94/2009; tutte gravi per l’ideologia che le caratterizza, svariate suscettibili di conseguenze devastanti. Ne citiamo alcune.
Vengono introdotte le cosiddette “ronde” (chiamate “associazioni di cittadini non armati”) che cooperano nel controllo dell’ordine pubblico. Questa norma, ha un indubbio segno culturale leghista (e fascista) anche se il successivo decreto attuativo dell’8 agosto proibisce l’esplicita politicizzazione delle ronde, alle quali si riferisce parlando semplicemente di “osservatori volontari”.
Sono resi più difficili il matrimonio e il ricongiungimento familiare degli stranieri, il trasferimento di denaro nei paesi di origine.
L’accertamento preliminare delle condizioni igienico-sanitarie degli immobili dove si chiede di andare a risiedere è prevista per tutti ma è intesa – ovviamente – a colpire i più poveri e i più deboli.
Si è introdotto il pagamento di una somma che va fino a 200 euro per il rilascio del permesso di soggiorno e l’obbligo di presentare il permesso di soggiorno nello svolgimento di pratiche con la pubblica amministrazione (salvo che per le prestazioni sanitarie urgenti e per l’iscrizione alla scuola dell’obbligo).
E’ richiesto un test di lingua italiana per i ‘lungosoggiornanti’.
Particolarmente preoccupanti sono due norme, a suo tempo annunciate con enfasi e fortemente volute: l’estensione (da 2 a 6 mesi) del termine massimo di detenzione amministrativa dei migranti nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) (3) e l’istituzione del reato di ingresso o soggiorno illegale nel territorio nazionale.
Quest’ultimo è il provvedimento più grave ed esteso perché – anche se non è prevista la pena del carcere la prima volta che il ‘clandestino’ viene scoperto: gli verrà inflitta solo una pesante sanzione pecuniaria – la trasformazione dell’immigrato irregolare in delinquente gli impedisce di compiere qualsiasi pratica, a cominciare dal riconoscimento di un figlio, o di ricevere servizi presso strutture pubbliche (infatti gli incaricati di un pubblico servizio sono obbligati dall’art. 331 del c. p. p. a denunciare chiunque si renda responsabile di un reato perseguibile d’ufficio). Diventa inoltre impossibile passere dallo stato di clandestinità a quello di immigrato regolare qualora se ne presenti l’opportunità.
Alla già prevista aggravante di clandestinità per l’irregolare che commette un reato, con l’aumento della pena di un terzo, si aggiunge il carcere per lo straniero ‘espulso’ che non se ne va dall’Italia o vi ritorna.
Per fare terra bruciata intorno ai ‘clandestini’ è previsto il carcere (da sei mesi a tre anni) per chi alloggia un irregolare o gli affitta una casa. E’ appena il caso di rilevare che si tratta di una norma potenzialmente drammatica: vedremo che cosa succederà.
Una norma di assai minore pericolosità e rilevanza ma la cui connotazione xenofoba si commenta da sola, è l’obbligo, per il titolare di un permesso di soggiorno, di sottoscrivere un Accordo di integrazione nella cultura italiana, articolato per crediti: in mancanza del raggiungimento di determinati obiettivi, con l’esaurimento dei crediti è prevista l’espulsione del titolare del permesso di soggiorno.
E’ vero, come osservano coloro che vogliono sminuire la gravità di quanto sta succedendo adesso in Italia, che una politica dei paesi ricchi selettiva nei riguardi dell’immigrazione proveniente dalle aree povere è comune agli stati europei e agli Stati Uniti d’America, e che il suo inizio data da molti decenni se non da un secolo fa.
E vero che diposizioni inumane e xenofobe sono contenute nella normativa europea e nelle leggi della maggioranza dei paesi occidentali.
Ma l’eccezionale gravità di ciò che accade da noi oggi è nel suo andamento a valanga: il fenomeno xenofobo e razzista, in tutte le sue molteplici sfaccettature, non tanto e non solo sotto l’aspetto normativo, ha avuto un incremento esponenziale negli ultimi dieci anni e soprattutto negli ultimi due.
Ad essere perseguitati non sono solo gli stranieri ma tutti gli appartenenti alle fasce deboli della popolazione: zingari, alienati e alcoolisti senzatetto, barboni, baraccati, clandestini, ambulanti, lavavetri, mendicanti, prostitute …
Alle amministrazioni comunali è da ascrivere la responsabilità della maggior parte degli atti inumani, xenofobi e razzisti, che violano quei primissimi ed essenziali diritti umani che attengono alla mera sopravvivenza. Atti che vengono descritti, soprattutto nei telegiornali regionali, con un lessico fuorviante: non ‘persecuzione’, ma ‘bonifica’, non ‘pulizia sociale’ ma ‘sgombero’, non ‘esseri umani’ ma ‘extracomunitari’ o ‘nomadi’. La scena, che si ripete quasi quotidianamente sugli schermi TV, è quella degli agenti che forzano o delle ruspe che spinano misere abitazioni ‘malsane ed antigieniche’ in cui i baraccati vivevano ‘nel massimo degrado’. Si vedono suppellettili, vestiti, giochi… abbandonati, calpestati e violati dagli uomini in divisa.
Per ora la maggior parte dei danni e delle sofferenze inflitti ai più deboli e indifesi, non derivano dalle nuove leggi nazionali inumane e razziste, che hanno bisogno di tempo per cominciare ad incidere, ma dalle ordinanze emesse dai sindaci. La ‘pulizia sociale’, messa in atto con la scusa di aumentare la ‘sicurezza e il decoro delle città’, colpisce uomini, donne e tantissimi bambini, con perquisizioni e schedature scioccanti e mortificanti, e incessanti ‘sgomberi’ in estate come in pieno inverno.
Razzismo attivo
Sui più rilevanti episodi di razzismo da parte di privati ed operatori pubblici (per esempio vigili urbani o controllori nei treni), le notizie vengono date da giornali e TV in modo tale che occorre un momento di riflessione per accorgersi che si tratta, appunto, di fenomeni di razzismo.
Una delle rare ricerche in proposito, fatta dal Cospe (www.cospe.org) e dal Naga alla fine dello scorso anno ha rilevato nei media, tra il 24 ottobre e il 28 novembre, le notizie di 43 episodi definibili come atti di razzismo e discriminazione in Italia. Di questi, 19 erano aggressioni violente perpetrate da una o più persone.
Le offese verbali, le ingiurie, le angherie, le ingiustizie, le discriminazioni ai danni degli stranieri e dei diversi da parte dei cittadini e degli operatori pubblici non vanno sui giornali ma sono certamente numerosissime perché ognuno di noi, andando in giro, ha assistito a parecchi di tali episodi da un anno a questa parte (v. anche n. 161).
Omissione di soccorso in mare e respingimenti
Per fortuna, la maggioranza del pubblico italiano, anche se in cuor suo razzista, non ha il coraggio di compiere personalmente eclatanti atti di aggressione razzista; preferisce invece parteciparvi virtualmente in TV. Non c’è niente di meglio a questo proposito del farsi spettatori, comodamente seduti in poltrona, delle traversie che coinvolgono e travolgono i migranti in mare tra la Libia e l’Italia.
Dell’eccentrico e scaltro leader libico Muammar Gheddafi si è sempre detto che è un terrorista (4) ma non si è mai messo sufficientemente in rilevo che costui è un violatore cronico dei diritti umani.
A questo personaggio l’Italia si è comunque alleata. Il nostro Governo ha perfino sentito il bisogno di corteggiarlo e adularlo, umiliandosi ai margini delle sue messe in scena.
Con l’alleato Gheddafi il nostro Ministro degli Interni Roberto Maroni è andato a braccetto per attuare la politica dei ‘respingimenti in mare’ dei migranti. Una politica, gradita dalla maggioranza degli Italiani, che apporta potere e consenso.
Sappiamo che con i barconi arriva solo un ristretta minoranza degli immigrati, si tratta di quelli più sfortunati provenienti da paesi africani in cui imperversano guerre, carestie, spaventose dittature.
Ma questi arrivi sono particolarmente importanti per i politici perché passano in televisione. Passano in televisione per l’asprezza e la pericolosità delle traversate, passano in televisione perché diventano molto spesso storie di morte. E la morte fa notizia. Niente di più utile per i politici di questo scenario mediatico.
I politici in cerca di consenso evidentemente contano sul fatto che la maggioranza degli Italiani sia gratificata almeno nel subconscio alla vista di poveri cristi accucciati, accasciati, spaventati, neri, trattati con spavalderia da agenti e da militari bianchi, che indossano guanti di lattice e mascherine…
I ‘clandestini’ sono mostrati allo sguardo delle telecamere – se occorre sotto la luce delle fotoelettriche – come oggetti infetti e repellenti, spogliati di dignità e di privacy.
E quello che si vede in TV accade ai migranti più fortunati, a coloro che ricevono comunque un soccorso. Sullo sfondo si aggirano gli inquietanti fantasmi, dei morti di sete, degli affogati, dei respinti, che nessuno vedrà.
Mano a mano che si criminalizzano i ‘clandestini’, le probabilità di soccorso in mare per loro diminuiscono mentre aumentano i ‘respingimenti’ di persone che dovrebbero avere – secondo le norme internazionali – almeno la possibilità di chiedere asilo politico e di non essere spedite in paesi che violano i diritti umani.
Il nostro Ministro degli Interni dichiara, orgoglioso, che la politica di respingimenti funziona: sono diminuiti di molto gli sbarchi in Italia questa estate…
La Guardia di Finanza si vanta di aver soccorso in mare e portato in Libia negli ultimi mesi oltre un migliaio di migranti, con una quindicina di interventi. Ma non è dato sapere quante persone sono morte in mare per il crescente atteggiamento di rifiuto del (doveroso) soccorso da parte delle navi mercantili che, incrociati i barconi dei disperati, proseguono facendo finta di non vedere.
Ricordiamo solo l’episodio dei cinque naufraghi allo stremo raccolti il 20 agosto al largo di Lampedusa (una donna e quattro uomini di cui due minorenni) che hanno riferito di essere andati alla deriva per 23 giorni, senza che nessuno li soccorresse man mano che morivano, e venivano gettati in mare, ben 73 compagni di sventura!
I cinque, in attesa di decidere se avessero diritto all’asilo politico, sono stati messi innanzitutto sotto inchiesta perché sospettati del nuovissimo reato di immigrazione illegale! E – come ha rivelato un sondaggio – la maggioranza degli Italiani ha approvato questa brillante iniziativa.
Sui cinque sopravvissuti, i governi italiano e maltese hanno cercato di gettare discredito… lo hanno fatto evidentemente solo allo scopo di attenuare le condanne degli enti sovranazionali.
Ma la maggioranza degli Italiani, che approva la politica dei respingimenti messa in atto dal nostro governo, sa che cosa significa per un ‘clandestino’ essere respinto in Libia?
Non vogliamo insistere su questa domanda che rischia di rimanere solo una domanda retorica: mutatis mutandis è un po’ come domandare se il popolo tedesco sapeva dei crimini compiuti dai propri dirigenti nazisti (cui aveva dato un entusiastico sostegno).
Diciamo solo (‘chi vuole intendere intenda’) che si sono ormai accumulate informazioni sufficienti per dipingere una disastrosa situazione dei diritti umani per i migranti respinti in Libia, anche se non è facile raccogliere dichiarazioni dalle persone sottoposte a queste orrende odissee (pochi giornalisti in controtendenza cercano di farlo).
Alcune testimonianze in proposito sono state raccolte nel centro di prima accoglienza di Lampedusa nell’estate di due anni fa, quando, per un breve periodo, fu consentito alle associazioni umanitarie di entrarvi. Delle decine di racconti dei fuggitivi – credibili per la loro concordanza – riportiamo a titolo di esempio i due seguenti, fatti da una donna e da un uomo provenienti dall’Eritrea:
Fatawhit : “Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petrolifere. […] Proprio da là è uscita una nave che ci ha accostato […] Ci ha scortato fino alle coste libiche […] Siamo stati prima portati per 2 mesi alla prigione di Djuazat, 1 mese a Misratah e 8 mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Un viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti e 60 […] Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano quindici poliziotti, spesso ci sequestravano i soldi. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. […] Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati […]. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare […] Lo hanno preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le ossa, per poi lasciarlo andare. L’unico metodo per uscire dalle prigioni libiche è pagare.”
Ibrahim: “Durante il mio primo tentativo di viaggio siamo stati bloccati in acque tunisine dalla polizia tunisina che ci ha portato per venti giorni in una prigione per poi lasciarci al di là del confine libico, in mano ai poliziotti libici, verso Zuara. Da quel momento sono stato trasferito in quattro prigioni diverse (Al Naser, Al Fallah, Seraj, Djuazat). […] Il trasferimento avveniva con dei camion-container di 6 metri per due senza finestre, un camion poteva trasportare fino a 150 persone. Il viaggio durava in media 10 ore, senza una pausa per prendere aria, nonostante ci sembrasse di soffocare. […] Ho visto delle donne violentate in prigione. I poliziotti minacciano di morte i migranti per farli calmare. I poliziotti, soprattutto quando ti arrestano in casa durante le retate, utilizzano un manganello che provoca una scarica elettrica che al primo colpo ti immobilizza il corpo e ti impedisce di fuggire. […] Quella del manganello con la scossa elettrica è una pratica che usano solo ogni tanto, in generale utilizzano il manganello o ci colpiscono con i calci. Se non vuoi essere espulso nel tuo paese devi pagare 500 dollari alla polizia.” (v. www.storiemigranti.org)
Intanto – in una situazione di squallore morale – sembra che i militari italiani comincino ad imitare i loro colleghi libici. A metà luglio, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha raccolto a Tripoli testimonianze tra le “82 persone, tra le quali 76 Eritrei, che erano state intercettate il 1 luglio dalla Marina Militare italiana a circa 30 miglia da Lampedusa e trasferite poi su una motovedetta libica per essere ricondotte in Libia”. Diversi Eritrei hanno denunciato di essere stati malmenati dai militari italiani durante il trasbordo sulla motovedetta libica. E sei di loro hanno avuto bisogno di cure mediche. Inoltre, i militari italiani avrebbero “confiscato” e non più riconsegnati “i loro effetti personali, fra i quali documenti di vitale importanza”.
(1) Non vorremmo occuparci di questioni italiane che esulano dal nostro specifico mandato; vi siamo costretti dall’enormità dei fatti che accadono.
(2) Platoniche appaiono le critiche avanzate dal Consiglio Superiore della Magistratura a tale legge, nonché quelle contenute in una lettera di 5 pagine inviata dal Presidente della Repubblica al Governo e, per conoscenza, alle Camere, contestualmente alla firma della legge avvenuta in prima istanza (in alternativa Napolitano avrebbe potuto, e dovuto, rimandare la legge alle Camere).
(3) Ricordiamo che, tanto per fare chiarezza, si sono trasformati in Centri di Identificazione ed Espulsione gli esistenti CPTA (Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza), v. n. 161.
(4) Tale accusa si è andata via via sfumando nella misura in cui Gheddafi ha condiviso la strategia e le guerre occidentali contro i paesi islamici ‘integralisti’, a cominciare dalla prima guerra del Golfo. George W. Bush ha infine tolto la Libia dall’elenco degli ‘stati canaglia’.
2) INCONTRI di Peppe Sini
L’indomito Peppe Sini, forte punto di riferimento di tante battaglie per la pace e per i diritti umani, condivide volentieri con noi un suo editoriale in cui descrive gli incontri con quattro amici diventati “delinquenti”, o in procinto di diventarlo, a causa della legge 94/2009, in quanto immigrati irregolari.
Nel corso della medesima giornata di ieri sono venuti a trovarmi A, B, C e D.
A è un vecchio amico, è laureato, in Italia è venuto per una specializzazione post-laurea, parla abbastanza bene l’italiano, l’inglese in modo fluente, e un francese fin forbito. Per vivere fa il venditore ambulante. E in questa città il sindaco […] lo scorso anno ha emanato una ordinanza - una delle cosiddette “ordinanze contro i lavavetri” – che perseguita gli ambulanti, chi esercita umili mestieri, i poveri, e soprattutto i migranti. A ha una piccola clientela di amici che per convenzione gli comprano qualche sua povera mercanzia; cammina trascinandosi il borsone per i quartieri periferici cercando di non farsi notare, bussa solo alle porte delle persone amiche. Dall’8 agosto, con l’entrata in vigore delle misure razziste e squadriste della legge 94, sa di essere esposto a persecuzioni ancora più gravi. Una volta quando ci incontravamo discutevamo per ore di Keynes e Marx, della deconnection di Samir Amin, della critica al desarrollismo dell’indimenticabile André Gunder Frank, del modello dell’economia-mondo di Wallerstein. Cento volte ho pensato che in un paese civile gli darebbero di corsa una cattedra. Qui, oggi, è minacciato per strada per il colore della sua pelle, se al portone di una palazzina incontra un inquilino che non lo conosce costui si sente in diritto di abbaiargli addosso le ingiurie più idiote e naziste; qui, oggi, A è passibile di condanna penale per il solo fatto di esistere.
B è un amico senza fissa dimora. Ne ho più d’uno. Anni fa, da poco capitato in città, dormiva sotto una panchina nei pressi di una stazione; prendemmo un caffè insieme, gli indicai la mensa della Caritas, un luogo dove dormire al coperto e su un materasso, come rivolgersi ai servizi pubblici per ottenere un minimo aiuto. Vive di lavori precari e della parca generosità di chi non dimentica che tutti fummo schiavi in Egitto. Parla male l’italiano, ma sa altre tre o quattro lingue, tra cui quella di Goethe. Una notte alcuni esuberanti giovinotti hitleriani lo hanno massacrato di botte. Oggi è il governo stesso del nostro paese a perseguitarlo, a dichiararlo una sorta di “non persona”. Mi chiede se saprei dove potrebbe nascondersi, o se sia meglio che lasci per sempre le contrade del bel paese là dove ‘l sì sona.
C è una valentissima operatrice sociale, con una cospicua esperienza di mediatrice interculturale, prolungate collaborazioni con varie istituzioni che la portano in palmo di mano per le sue apprezzatissime qualità. Parla praticamente tutte le lingue romanze, l’inglese, e qualche lingua africana che io non conosco. Ovunque la conoscano è universalmente stimata e ammirata. Ora è disoccupata, e quindi “clandestina”, e quindi “delinquente”, e quindi esposta alla persecuzione. Mi chiede in lacrime come sia possibile. Lo chiedo anch’io.
D lavora come badante, è spaventata anche dalla pseudo-sanatoria: sa che dopo la schedatura se la famiglia per cui lavora la licenzierà si troverà ipso facto ad essere una “irregolare”, quindi una “delinquente”, quindi esposta alla persecuzione: e dopo che sarà stata schedata con la scusa della pseudo-sanatoria sarà più facile per i persecutori catturarla: come una preda alla mercé delle fiere. Anch’io so bene quanto sia elevato il turn-over nel suo lavoro: solitamente le badanti assistono persone anziane, spesso affette da difficoltà cognitive e quindi in difficoltà ad orientarsi nel tempo e nello spazio e con frequenti dispercezioni, cosicché questi assistiti tendono non di rado ad essere diffidenti ed aggressivi, e talora maltrattano le badanti o peggio le accusano di nequizie solo immaginate, e il risultato è che la badante viene licenziata. E una volta licenziata diviene “irregolare”, quindi “delinquente”, quindi vittima predestinata della violenza delle misure razziste contenute nella legge 94.
Avrei voluto poter dire a questi amici di non avere paura, ma sarebbe stata una menzogna.
Ho detto loro che almeno io, e come me milioni di italiani, non permetteremo che nel nostro paese sia imposto il regime dell’apartheid: che ci batteremo con tutte le nostre forze per difendere la civile convivenza, la legalità così come stabilita dalla Costituzione della Repubblica Italiana, i diritti umani di tutti gli esseri umani.
Mi hanno detto - chi con le parole, chi solo con una smorfia, o con uno sguardo d’intesa - che è bene che ci diamo da fare, e che non perdiamo tempo. Loro sentono già gli scarponi chiodati che battono il selciato alle loro spalle.
Con tutti e quattro ci siamo abbracciati prima di lasciarci. Vorrei poterli abbracciare ancora.
(Editoriale in: Legalità è umanità - Supplemento de“La nonviolenza è in cammino” – Numero 6, 13 agosto 2009)
Troy Davis condannato a morte in Georgia è un probabile innocente. Nonostante ciò è arduo intravedere una soluzione positiva del suo caso, avviluppato in una normativa capziosa, soprattutto preoccupata di evitare ogni facile scappatoia ai condannati a morte. Eppure una nuova insperata decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, giunta come un fulmine a ciel sereno in pieno agosto, mette di nuovo in moto l’iter giudiziario di Troy Davis e prolunga la sua sopravvivenza. Con ciò si apre anche uno spiraglio verso un importante passo di civiltà: la proibizione di mettere a morte coloro che siano ‘in effetti’ innocenti.
Troy Anthony Davis, il condannato a morte attualmente più noto in America, è ancora vivo per miracolo. Su questo sono tutti d’accordo. Le ragioni delle sua sopravvivenza sono molteplici, Amnesty International USA, impegnata allo spasimo in suo favore, pone in grande rilievo la mobilitazione popolare che è riuscita ad innescare nell’ultimo anno, ma sicuramente un gran merito va attribuito ai bravissimi avvocati di Troy. (v. ad es. nn. 163, 164, 165, Notiziario, 169, 170).
Il fatto che la Corte Suprema degli Stati Uniti non avesse risposto all’ultimo (pressoché disperato) ricorso di Troy Devis entro la prevista scadenza del 29 giugno, aveva stupito gli osservatori e aveva convinto tutti che il caso di Davis, così come la sua esecuzione, rimanessero sospesi fino alla ripresa autunnale dei lavori della massima corte (v. n. 170).
Invece, con un mossa inusuale, in pieno periodo di ferie, il 17 agosto la Corte Suprema si è pronunciata ordinando alla Corte federale distrettuale competente (*) di tenere un’udienza per “ricevere testimonianze e indagare sui fatti” al fine di determinare se vi sono prove “che non potevano essere ottenute al momento del processo che stabiliscano chiaramente l’innocenza del ricorrente.”
La risposta agostana della Corte Suprema è stata definita da tutti gli esperti “altamente inusuale” non solo per il momento in cui è arrivata ma anche, e soprattutto, perché consegue ad un ricorso di habeas corpus ‘originale’, cioè ad una richiesta di liberazione indirizzata direttamente da Davis alla Corte Suprema, invece che ad una delle corti inferiori (queste, ormai, gli avevano tutte sbarrato la porta). Si ritiene che ciò non sia mai avvenuto negli ultimi 50 anni.
“Il rischio sostanziale di mettere a morte un uomo innocente fornisce chiaramente un’adeguata giustificazione per tener un’udienza sulle prove” (**), si legge nella decisione di maggioranza scritta dal giudice John Paul Stevens, cui si sono associati i giudici Ruth Bader Ginsburg e Stephen Breyer. (Non si sa come abbiano votato i giudici John G. Roberts, Anthony M. Kennedy e Samuel A. Alito. La nuova giudice Sotomayor non ha partecipato all’esame del ricorso di Davis.)
Tuttavia per il giudice ultraconservatore Antonin Scalia il tentativo di salvare la vita di Davis è sicuramente perdente. Questi ha scritto nella sua opinione dissenziente: “Trasferire questa petizione alla Corte Distrettuale è un’operazione confusa che non serve a nulla eccetto che a rinviare l’esecuzione da parte dello stato di un legittimo verdetto.” L’opinione di Scalia è stata condivisa dal giudice Clarence Thomas.
Il giudizio sul caso di Troy Davis da parte della Corte Distrettuale al quale è stato rimandato si presenta arduo. Si discute tra gli esperti se le norme vigenti (in particolare il famoso Atto Antiterrorismo e per il Rafforzamento dell’Efficacia della pena di morte del 1996) lascino realmente a tale corte il potere di decidere a favore del ricorrente.
Sull’esistenza di tale potere appaiono esserci forti disparità di vedute non solo tra gli esperti ma anche all’interno della medesima Corte Suprema.
Quindi, nell’ipotesi più favorevole per Troy Davis, sarà innanzitutto il giudice della Corte Distrettuale a dover decidere sui propri poteri: dovrà deliberare se ha o meno la facoltà di proscioglierlo.
In ogni evenienza, è quasi impensabile che il caso di Davis non ritorni alla superiore Corte d’Appello dell’Undicesimo Circuito e/o alla medesima Corte Suprema. Questo iter comporterà quanto meno il prolungarsi per mesi, se non per anni, della vita del condannato.
E’ importante sottolineare un’affermazione del giudice Scalia contenuta nella decisione per Troy Davis: “Questa Corte non ha mai affermato che la Costituzione proibisca di mettere a morte un condannato che ha avuto un esauriente e giusto processo ma che in seguito sia in grado di convincere una corte che esamina gli habeas che egli è ‘in effetti’ innocente (actual innocent).
Tuttavia Scalia ha notato esplicitamente che la Corte fino ad ora ha lasciato aperta la questione.
Speriamo che negli Stati Uniti si arrivi presto ad affermare che mettere a morte una persona ‘in effetti’ innocente è un atto contrario alla Costituzione. E’ una decisione incombente e dovuta, anche se di per sé non sufficiente a salvare Troy Davis.
A tale decisione si potrebbe arrivare dal caso di Troy Davis ma anche da altri casi. Per esempio da quello di Larry Swearingen, condannato a morte in Texas: il giudice Jacques L. Wiener della Corte d’Appello del Quinto Circuito non ha potuto fare a meno di accennare - nella sentenza del 26 gennaio u. s. che accoglie parzialmente il ricorso di Swearingen - “all’elefante che scorgo nell’angolo di questa stanza’: l’effettiva innocenza” (v. n. 166).
Si tratterebbe di un passo di civiltà, ed anche di un ulteriore avanzamento sulla strada dell’abolizione della pena capitale.
(*) United States District Court for the Southern District of Georgia
(**) ‘evidentiary hearing’. Ricordiamo che Gary Graham, con tutta probabilità innocente, non riuscì ad ottenere un’udienza sulle prove di innocenza in tutto il suo lungo e tormentato iter giudiziario e fu messo a morte in Texas nel 2000, v. “Muoio assassinato questa notte”, a cura del Comitato Paul Rougeau – Multimage, Firenze 2003
E’ difficile non farsi coinvolgere emotivamente dalla ventennale saga giudiziaria di Troy Davis e impossibile non essere sedotti dalla sua avvincente trama, in particolare ora che la Corte Suprema degli Stati Uniti (SCOTUS) è entrata nella vicenda con un clamorosocoup de théâtre.
Lunedì 17 agosto la suprema corte americana ha interrotto il suo lungo riposo estivo e, prendendo in considerazione per la prima volta in mezzo secolo un appello diretto (original writ of habeas corpus), ha ordinato alla Corte Distrettuale Federale della Georgia del Sud di tenere una evidentiary hearing allo scopo di verificare le attestazioni d’innocenza di Davis.
La notizia è esplosa come una bomba sui media americani e noi non stiamo nella pelle all’idea della quantità di dotti articoli che produrrà la sentenza “In re Troy Anthony Davis”. Roba da trasformare Atkins v. Virginia, Roper v. Simmons e Kennedy v. Louisiana (*) in giochi da bambini visto che la questione giudiziaria va ben al di là della sorte di Davis e coinvolge trent’anni di consolidata giurisprudenza americana. Trent’anni nei quali le Corti supreme statali, e soprattutto quella federale, hanno introdotto una quantità di strumenti legali atti a impedire ai condannati a morte di sfruttare più di tanto le possibilità di appello. Per non parlare poi del presidente Clinton che, in combutta col Congresso e con la scusa del terrorismo, ha prodotto nel 1996 quell’oscenità giudiziaria dell’Antiterrorism and Effective Death Penalty Act (AEDPA).
Abuse of the writ, actual innocence, AEDPA, audita querela, cause and prejudice, finality, harmless errors, new rule, newly discovered evidence, non retroactivity, plain error doctrine, procedural default, Teague vs Lane: l’appello capitale americano è diventato un campo minato in cui solo un numero esiguo di giuristi è in grado di orientarsi. Troy Davis è da un pezzo arrivato alla fine del percorso ed è un miracolo che non sia stato ucciso tempo fa. Ben vengano quindi le ardite chicanery della SCOTUS e le sue rotture dello stare decisis, anche se la situazione è senza sbocco: perché se Davis è innocente, ma non lo può dimostrare, l’ammazzano e, nel caso possa dimostrare che è innocente, perché non l’ha dimostrato a tempo debito? E così l’ammazzano lo stesso.
Ma la Corte Suprema, nonostante il giudice Antonin Scalia (**), è terrificata dall’idea di avere un non colpevole sul patibolo ed è alla ricerca di una via d’uscita nel ginepraio giuridico da lei stessa prodotto. Per ironia della sorte Troy Anthony Davis è stato relativamente fortunato nel ricevere la condanna a morte: perché, se avesse avuto l’ergastolo, ora starebbe con gli altri 140.000 lifers in mezzo ai duemilionicinquecentomila che affollano l’American Gulag e nessuno avrebbe mai sentito parlare di lui.
Io sono un vecchio cattivo e cinico e per me nel braccio della morte non ci sono innocenti, ma persone da salvare in nome della giustizia, dell’umanità e dell’equità. Inoltre il caso di Troy Davis ripropone, in forma leggermente diversa, il “Paradosso Barnabei”:
Comunque è oramai evidente che gli stati americani aboliranno la pena capitale per i motivi sbagliati (costo, esecuzione di innocenti, ecc.) e che ci dobbiamo adattare, ma per noi abolizionisti questa è una partita pericolosa e dobbiamo sapere come giocarla. Dobbiamo avere ben chiari e saldi i nostri principi morali ed essere estremamente preparati sui duri fatti dell’applicazione della pena di morte che sono, sia ben chiaro, sempre a nostro favore. Se così poi forniamo all’opinione pubblica statunitense delle buone ragioni pratiche per l’abolizione non c’è nulla di male.
(*) Tali sentenze storiche proibiscono, in quanto contraria alla Costituzione USA, la pena di morte rispettivamente per i ritardati mentali, per i minorenni e per i violentatori di bambini.
(**) Il giudice Scalia ha scritto nella sua dissenting opinion che la corte di cui fa parte non ha mai affermato che l’uccisione di un innocente è incostituzionale: “This court has never held that the Constitution forbids the execution of a convicted defendant who has had a full and fair trial but is later able to convince a habeas court that he is ‘actually’ innocent. Quite to the contrary, we have repeatedly left that question unresolved, while expressing considerable doubt that any claim based on alleged ‘actual innocence’ is constitutionally cognizable.”
Un noto esperto nominato da una commissione indipendente finanziata dallo stato del Texas ha dimostrato che le prove che portarono alla condanna a morte di Cameron Todd Willingham non hanno alcuna validità. Ora si parla con insistenza del primo condannato alla pena capitale degli Stati Uniti d’America di cui sarà riconosciuta ufficialmente l’innocenza dopo l’esecuzione.
Todd era un amico del Comitato e in particolare di Fabrizio De Rosso. Fabrizio gli è rimasto fedele per 11 anni fino alla sua esecuzione, avvenuta il 17 febbraio 2004, ed ha anche scritto una toccante, vivace testimonianza finale dopo la visita che gli ha reso quattro giorni prima dell’esecuzione. (*)
Non lo avremmo comunque dimenticato, sarebbe rimasto nel nostro cuore. Tuttavia non potevamo immaginare che i giornali ce lo avrebbero ricordato per anni dopo la sua morte. Invece Cameron Todd Willingham è diventato famoso in tutti gli Stati Uniti: si parla ormai di lui come del primo condannato di cui sia stata riconosciuta l’innocenza dopo l’esecuzione.
Il suo caso è sotto esame da parte della Commissione per le scienze forensi del Texas (Texas Forensic Science Commission), un organismo indipendente finanziato dallo stato, creato nel 2005 per decisione del Parlamento del Texas, che ha il compito di accertare gli errori, tutt’alto che infrequenti, commessi da laboratori od enti accreditati per svolgere test ed analisi su prove utilizzate nei casi criminali.
Come abbiamo scritto nel n. 166, tale Commissione è stata investita un anno fa del caso Willingham dall’Innocence Project ed ha, a sua volta, incaricato uno dei massimi esperti di incendi, Craig Beyler del Maryland, di rivedere le prove che portarono alla condanna a morte di Todd, accusato di incendio doloso allo scopo di uccidere le sue tre figliolette.
La conclusione dell’indagine condotta da Beyler, durata otto mesi, è stata anticipata dal Chicago Tribune il 25 agosto: non vi è nessuna prova che il fuoco fu appiccato intenzionalmente alla casetta di Willingham.
Craig Beyler rileva, tra l’altro, che gli investigatori omisero di esaminare l’impianto elettrico e le altre possibili cause d’incendio, giunsero a conclusioni che contraddicono le testimonianze delle persone presenti e affermarono erroneamente che le ustioni riportate da Willingham non conseguirono, come da lui affermato, dai tentativi di salvataggio delle bambine. A giudizio di Beyler il vice comandante dei pompieri Manuel Vasquez, che ebbe il ruolo principale nella indagini, aveva una limitata cognizione della scienza del fuoco ed era “totalmente privo di ogni realistica comprensione degli incendi e delle lesioni che essi provocano”, e “le sue conclusioni non sono altro che una collezione di opinioni personali che non hanno niente a che fare con le indagini scientifiche sugli incendi.”
Dal 2004 in poi il caso di Cameron Todd Willingham è stato riesaminato, con risultati concordanti, da ben nove tra i massimi esperti americani di incendi, prima in occasione dell’inchiesta promossa dal Chicago Tribune (v. n. 124), poi per l’Innocence Project (v. n. 166) e infine per la Commissione della scienze forensi del Texas.
Ora un’analisi avvincente, di 16 mila parole (stanno in 30 pagine formato A4), comparsa sul “New Yorker” a firma di David Grann (**) - molto più ampia e dettagliata dei precedenti rapporti - smonta sistematicamente il caso, sotto ogni aspetto, facendo vedere che nessuna delle prove portate contro Willingham può ritenersi valida. Sia le prove riguardanti l’incendio, sia la testimonianza a carico resa al processo da un informatore carcerario.
Samuel Bassett, Presidente della Commissione delle scienze forensi del Texas, ha fatto sapere che la Commissione sentirà i vigili del fuoco, rivedrà tutta la documentazione in suo possesso e infine stilerà un proprio rapporto nel 2010.
Tale rapporto è atteso con trepidazione dagli abolizionisti: in caso vi si leggesse la conferma dell’innocenza di Cameron Tod Willingham, si tratterebbe del primo riconoscimento nella storia degli Stati Uniti, da parte di un organo ufficiale, di aver ‘giustiziato’ un innocente. La cosa non è mai avvenuta, neanche per Sacco e Vanzetti: dopo 50 anni esatti dall’esecuzione dei due poveri immigrati italiani, il 23 agosto del 1977, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, sentì il bisogno di riabilitarli con una cerimonia ufficiale, tuttavia non entrò nel loro caso giudiziario (né aveva gli strumenti per farlo).
Ovviamente, trattandosi di una questione delicatissima per la cultura texana, abbarbicata acriticamente alla pena di morte, la Commissione texana ci penserà bene prima di arrivare ad affermare a chiare lettere che in Texas nel 2004 fu ‘giustiziato’ un innocente (cosa che, peraltro, va un po’ al di là del suo compito).
Nella peggiore delle ipotesi il rapporto ufficiale della Commissione verrà stilato in un linguaggio confuso e dubitativo.
Ma è più probabile che la Commissione faccia una critica delle prove riguardanti l’incendio, lasciando però aperta la questione dell’innocenza. Potremmo sentirci dire: sì, le prove a carico attinenti l’incendio non sono valide però non spetta alla Commissione dire se il processo a Willingham fu giusto e se lui era colpevole o innocente. In tal caso sarebbe dovere morale dell’Attorney General e/o del Governatore del Texas ammettere l’errore giudiziario e presentare le scuse (un’evenienza che non riusciamo ad immaginarci).
Vedremo che cosa accadrà. Nel frattempo, nessuno ci vieta di sognare che la Commissione delle scienze forensi del Texas si esprima per l’innocenza di Todd.
(*) v. Diario dal braccio, nel n. 115 o in www.paulrougeau.altervista.org/ita%20testim.htm
(**) Numero datato 7 settembre, diffuso il 31 agosto
6) “SE MI DOVETE AMMAZZARE, FATELO SUBITO, NON HA SENSO ASPETTARE”
Da’mon Simpson – come fa oltre il 10% degli ospiti dei bracci della morte statunitensi - ha deciso di rinunciare ai residui appelli contro la sua condanna capitale. Il Texas si è affrettato a fissare per lui la data dell’esecuzione: 18 novembre. Stefania, che da qualche anno corrisponde con Da’mon, ci fa partecipe delle proprie tormentate considerazioni.
Corte federale accorda a un detenuto nel braccio della morte la possibilità di dismettere i suoi appelli.
Il ventinovenne Danielle Simpson, condannato per l’uccisione di un’anziana insegnante, ha chiesto e ottenuto di poter rinunciare agli appelli ancora disponibili e di consegnarsi, così spontaneamente all’esecuzione, dopo che lo stesso Simpson è stato periziato e indicato capace di intendere e volere e quindi in grado di capire appieno le conseguenze della sua richiesta. La data è stata fissata per il prossimo 18 novembre.”
Così ho saputo della scelta di Da’mon, da un piccolo trafiletto su internet.
Immagino che questa decisione sia frutto diretto del rifiuto al suo ultimo appello, nel quale chiedeva di essere ascoltato per ottenere l’infermità mentale; era la sua ultima carta da giocare per uscire vivo dal death row.
Ora, a dispetto della sua capacità di intendere e volere, Da’mon chiede di morire; e mi si apre un mondo di domande, perché non so definire quanto sia sana o meno una richiesta di questo genere ma immagino invece, quanto le condizioni di segregazione e umiliazione, che da quasi dieci anni Da’mon, come tutti gli altri detenuti di Polunsky Unit, sono costretti a subire, possano minare l’integrità psichica di un uomo.
Ventitré ore al giorno in una cella minuscola, senza contatti umani qualificati, senza la vicinanza della sua famiglia, vivendo tutte le brutture che offre un braccio della morte, vivendo senza uno scopo, inoltrando negli anni appelli, che inducono speranze quasi sempre mal riposte, un continuo alto e basso, cercando di controllare i nervi per non perdere del tutto la ragione o perlomeno per avere l’illusione di non perderla e poi questa richiesta: sono stanco, è diventata una lotta tra me e il resto del mondo. Mi sento solo e non credo che a qualcuno importi davvero di me, mi trattate peggio di un animale. Se dovete ammazzarmi, fatelo adesso, non ha senso aspettare.
In sintesi queste sono le parole che Da’mon stesso ha scritto nella sua richiesta per la sospensione degli appelli e sono le parole che mi ha scritto nelle sue ultime lettere.
Ai miei occhi, è una palese richiesta di aiuto, benché il suo avvocato mi rassicuri sul fatto che “Da’mon adesso sia sereno nella sua scelta” e continuo a non trovare le risposte che cerco, anche perché speravo di leggere nelle sue lettere parole di riconciliazione, di pace interiore; e invece mi scrive di essere in uno stato d’ansia tremendo, mi dice di sentirsi solo, mi dice che la sua famiglia, nonostante la data fissata si rifiuta non solo di andare a trovarlo ma perfino di scrivergli.
Da’mon, è un uomo che messo di fronte a una realtà terribile – l’avvicinarsi della sua esecuzione – sceglie razionalmente di non voler più aspettare, anche perché non ci sono più false illusioni a cui aggrapparsi, oppure è un uomo disperato che non sopporta più di vivere lasciato solo e allo sbando, e quindi lancia un messaggio, sperando che qualcuno lo raccolga e che in qualche modo gli faccia cambiare idea?
Io non posso cambiare la sua realtà, so che se non sarà il prossimo 18 novembre sarà qualche altro giorno, ma la sua esecuzione arriverà, perché lui è nel braccio della morte e il suo caso non presenta spiragli perché si possa sperare in un miracolo; ma posso – e forse devo – convincerlo a rimanere qui, a impiegare le sue energie per rimanere vivo e a lottare per la sua vita?
Ma il significato che attribuisco io alla vita è uguale a quello che attribuisce lui? Da’mon ha davvero una possibilità di scegliere? A occhio, direi di no.
Scegliere tra una più o soluzioni, vuol dire avere delle strade realmente aperte e non false illusioni; e lui non ne ha, può vivere segregato fino alla scadenza naturale dei suoi appelli, oppure può decidere di voler morire prima; ma sempre un’esecuzione lo finirà; e quindi, perché convincerlo a cambiare idea? Forse l’annuncio della sua data di esecuzione dopo ave esaurito tutti gli appelli, sarebbe per me e soprattutto per lui meno doloroso? E ancora, che visione diversa della vita posso offrirgli? Posso scrivergli semplicemente che gli starò vicino, che la sua vita ha di per sé un valore estremo, che non siamo noi a poter decidere quando spegnere l’interruttore? Ma non sono esattamente queste le ragioni per cui non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti l’eutanasia è vietata? E allora, perché una Corte Federale accoglie questa richiesta assurda e nel giro di pochissimi giorni fissa una data? Mi sembra che ci sia qualcosa di profondamente distorto in tutto questo, come dire due pesi e due misure.
Se sei malato non puoi chiedere di poter morire per suicidio assistito e se sei condannato a morte si?! Come avere nero su bianco che la vita di un condannato a morte non ha realmente valore.
Forse, come qualcuno mi ha risposto, Da’mon chiede di morire come ultimo atto di volontà, come per avere l’illusione di riprendersi in mano la sua vita, attribuendole un valore che appunto, nessuno gli riconosce.
E se fosse una forma di lotta estrema, per far giungere al di fuori quello che si vive lì dentro? Oppure un modo per attirare l’attenzione su di sé? Come se avesse immaginato che con una data fissata, la vita gli sarebbe cambiata, che gli amici sarebbero andati a trovarlo e i famigliari anche, e che probabilmente nessuna corte avrebbe accolto la sua richiesta. Sono solo ipotesi, ma è con le ipotesi che mi muovo, perché da Da’mon non ho risposte chiarificatrici, solo voglio morire perché non sopporto più di vivere così, nient’altro.
Qualunque motivo l’abbia spinto, penso che in uno stato civile, dovrebbe essere impedito a chiunque di poter decidere di sé stesso, se non nel pieno delle proprie facoltà mentali, e Da’mon non lo è, come non lo è chiunque si trovi a dover decidere sotto la spinta della disperazione.
Sono arrabbiata e impotente davanti a questa scelta, non so esattamente come comportarmi, se rispettare la sua volontà o infondergli una fiducia che io per prima fatico a trovare, dicendogli che oggi non possiamo sapere quello che accadrà domani, che vale la pena di sopravvivere per vedere come andrà a finire e che forse la pena di morte verrà abolita prima di quanto noi stessi ci aspettiamo.
La sola certezza che ho, è che se davvero Da’mon decidesse di morire il 18 novembre, io considererò questo come un suicidio assistito e, a questo punto, vorrei che qualcuno mi spiegasse come quello che io interpreto come un atto disperato, possa essere accolto come razionale espressione di volontà, al punto tale da essere vagliato da uno psichiatra e da una Corte Federale, che insieme si accordano per dare il via libera all’ennesima esecuzione in Texas. (Stefania)
Pubblichiamo un ‘reclamo’ avanzato nel mese di giugno da Hank Skinner, detenuto nel braccio della morte del Texas, per le inumane condizioni di detenzione cui è sottoposto da ormai 13 anni.
Hank Skinner, ospite del braccio della morte del Texas, fa filtrare nel mondo libero una sorta di periodico intitolato Hell Hole News (Notizie dal buco d’inferno) in cui descrive e denuncia le inumane condizioni di vita cui è sottoposto. Tra gli autori di simili diari dal braccio della morte del Texas ricordiamo Richard Cartwright ucciso con l’iniezione letale il 19 maggio 2005 (v. n. 129) e Paul Colella che ha ottenuto la commutazione della sentenza capitale nel 2003 (v. ad es. nn. 93, 110). Il ‘numero’ di giugno del ‘periodico’ di Hank Skinner, che riportiamo qui di seguito, è circolato tra gli abolizionisti a fine luglio. Contiene un reclamo formale, scritto su un modulo prestampato a disposizione dei detenuti, in cui Hank contesta le proprie condizioni di detenzione. Aggiungiamo che purtroppo a luglio Hank Skinner ha subito una grave sconfitta giudiziaria, avvicinandosi così all’esecuzione.
Reclamo: Questo è un reclamo concernente l’Ottavo Emendamento della Costituzione, che implica anche il Primo, il Quarto, il Quinto, il Sesto e il Quattordicesimo Emendamento. Per più di tredici anni sono stato oggetto di costanti e incessanti abusi da parte degli ufficiali dello Stato, tra i quali vi sono:
Essere trattenuto in uno stato di detenzione che rasenta la tortura; sono stato punito e messo al livello II e III con accuse false e contraffatte; sono stato privato del sonno, della mia spiritualità e dei miei sensi; rinchiuso da solo in una cella, senza elettricità e acqua, senza aria condizionata, anche quando la temperatura rasenta i 40° C, ho perso conoscenza più volte per disidratazione, al punto da essere letteralmente incrostato di sale e sono stato rianimato dal personale medico; sono stato volontariamente infettato da una malattia mortale (epatite C) da un ufficiale del TDCJ, e per oltre sei anni mi sono state negate le cure, fino a che non ho vinto un ricorso alla corte federale; ho subito abusi fisici e mentali che mi hanno gravemente debilitato; per i miei scritti e per il mio attivismo, subisco costantemente rappresaglie, quali confisca dei beni personali e legali, fotografie della mia famiglia; alcuni membri del personale hanno calpestato le mie mani, fino a spezzarle; sono stato confinato in maniera impropria tra i prigionieri con problemi psichiatrici; mi hanno negato i bisogni primari, cibo, amore, vestiti, riparo e amicizia; in inverno, mi hanno confiscato i vestiti pesanti, mi hanno negato di comprare carta igienica e sapone e asciugamani; sono stato ridicolizzato davanti ai media con false accuse, così come lo è stata mia moglie, che è stata anche tolta dalla mia lista dei visitatori e messa nella lista delle persone non gradite, tutto sulla base di accuse false; mi è stato impedito di ricevere e inviare posta, anche questo sulla base di accuse false; mi sono stati opposti gravi ostacoli, da parte del personale carcerario, nell’accedere alle corti, al mio legale e alla possibilità di inoltrare reclami; sono stato sottoposto all’azione di agenti chimici, tossici e nocivi che provocano soffocamento o oscuramento della vista, la mia pelle è stata bruciata, pur non avendo fatto niente per meritarmelo; ho subito 33 perquisizioni di cella in 30 giorni e gli ufficiali mi hanno confiscato penne, francobolli, vestiti, libri e cibo; così come mi sono state negate medicine salvavita.
Azione richiesta per risolvere la questione presentata dal reclamo: Le guardie Simmons, Hirsh, Lester, il maggiore Smith, il capitano Bryant, l’ufficiale che si occupa delle proprietà, il personale delle perquisizioni, devono essere controllati mentre svolgono le loro funzioni e gli deve essere impedito di agire come ho descritto; questo, perché io sono stato soltanto condannato a morte, non alla tortura e poi a morte (VACCP TX Art 43.24). La mia sentenza di morte deve essere annullata e devo essere immediatamente rilasciato da queste squallide condizioni di vita.
30 Giugno 2009 Hank Skinner (Trad. di Stefania Silva)
La cecena Natalia Estemirova, nota giornalista ed attivista per i diritti umani, impegnata a documentare i crimini politici che avvengono in Cecenia e in Russia, è stata rapita ed uccisa il 15 luglio. Segue, in un lunga scia di sangue, i suoi ex collaboratori Anna Politkovskaya e Stanislav Markelov. In questa occasione i presidenti ceceno e russo hanno prontamente espresso il loro sdegno e promesso rapide indagini. E’ lecito quanto meno nutrire dubbi sulla loro sincerità.
Se non detestassimo la retorica imperante, se non ci nauseassero parole abusate quali “martire” ed “eroe”, forse potremmo adoperarle in morte della ricercatrice e giornalista Natalia Estemirova, assassinata vigliaccamente tra la Cecenia e l’Inguscezia a metà luglio. Ci limitiamo a dire: Natalia ti vogliamo bene!
Natalia Estemirova era ben cosciente di essere in pericolo. Da insegnate di storia che si voleva documentare sulla storia in cui viveva, dopo la guerra cecena degli anni Novanta era diventata giornalista e ricercatrice di “Memorial” – il noto movimento per i diritti umani e per la memoria storica cresciuto nell’area ex sovietica (v. http://www.memo.ru/eng/about/whowe.htm ). Era simpatizzante e collaboratrice di Amnesty International. Si era adoperata instancabilmente per portare alla luce le gravissime violazioni dei diritti umani che avvengono in Cecenia: torture, omicidi politici, sparizioni… Aveva ricevuto chiare, ripetute minacce da ambienti governativi e/o da gruppi di potere che tentavano, invano, di indurla al silenzio.
“L’Occidente non può e non deve voltare le spalle al popolo ceceno”, aveva dichiarato a Londra ritirando l’ “Anna Politkovskaya Award”, il premio che va alle donne che si battono per il rispetto dei diritti umani in situazioni belliche. Ed aveva aggiunto: “La Cecenia è parte dell’Europa, non potete dimenticarci”.
Il 15 luglio alle 8:30’ è stata prelevata in strada di fronte alla sua casa di Grozny da alcuni uomini, ha urlato chiedendo aiuto ma è stata caricata a forza su un’auto. Il suo corpo è stato ritrovato nella vicina regione dell’Inguscezia otto ore più tardi, presentava ferite da arma da fuoco al capo e al torace. La macabra notizia è stata subito diffusa dalla TASS.
Avevano sperato di riaverla viva Natalia, i sui amici e soprattutto la sua unica parente stretta, la figlia Lana di 15 anni. Dopotutto Natalia aveva dichiarato l’anno scorso: “In numero molto, molto grande le persone spariscono per alcune ore o per alcuni giorni, ritornano a casa massacrate di botte e psicologicamente distrutte, molte di loro non si rendono conto mai più di quello che gli è accaduto … Tutto questo viene rigorosamente messo a tacere”.
L’omicidio della Estemirova si aggiunge a quelli dei sui ex collaboratori Anna Politkovskaya e Stanislav Markelov e di altre centinaia di personaggi scomodi al regime e all’establishment Russo-Ceceno; omicidi tutti impuniti sui quali nessuno vuole, né volendo può, indagare seriamente (v. nn. 144, 153, 166, 167).
Ricordiamo che, riportata col pugno di ferro nella Federazione Russa sotto la diretta influenza di Mosca, la Cecenia è ora governata dal despota Ramzan Kadyrov, pupillo di Vladimir Putin. A differenza di quanto è avvenuto in occasione di altri omicidi eccellenti, questa volta sia Kadyrov che il presidente russo Medvedev, hanno prontamente espresso il loro sdegno per l’assassinio della Estemirova e promesso rapide indagini. Può darsi che comincino a provare un po’ di vergogna di fronte al mondo.
N. B.: A disturbare i funerali islamici di Natalia Estemirova si sono presentati poliziotti in tuta mimetica che hanno circondato il corteo funebre. La contestazione: manifestazione non autorizzata. In effetti una donna recava un cartello scritto a mano: “Chi sarà il prossimo?”
Nominata dal Presidente Barack Obama e confermata dal Senato, è entrata in carica una nuova giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti: l’ispanica Sonia Sotomayor. Gli abolizionisti sperano che il nuovo membro della massima corte, moderatamente progressista e sensibile ai diritti delle minoranze, possa contribuire ad accelerare il cammino di civiltà verso il superamento della pena capitale negli USA
La nuova giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti (SCOTUS), Sonia Sotomayor, ha fatto i due giuramenti di rito l’8 agosto davanti al Giudice capo John G. Roberts ed è entrata nel massimo organo giudiziario americano in sostituzione del giudice David H. Souter, dimissionario per ragioni di età. E’ stata il 111-esimo giudice ad entrarvi, la terza donna e la prima persona di razza ispanica ad accedervi.
La Sotomayor ha giurato dapprima fedeltà alla Costituzione e poi, in un momento separato, di svolgere con imparzialità ed autonomia i suoi compiti derivanti dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti.
Dato che sia il giudice uscente Suter che la Sotomayor sono considerati giudici relativamente progressisti, a priori i rapporti all’interno della SCOTUS non dovrebbero cambiare sostanzialmente. Occorrerà comunque vedere all’opera Sonia Sotomayor per un congruo periodo prima di poter dare un giudizio preciso sui nuovi equilibri della Corte.
Sonia Sotomayor ha 55 anni. Negli anni Ottanta aveva lavorato in un’organizzazione per la difesa legale e per l’educazione dei Portoricani. In seguito era stata accusatrice nell’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan. Aveva poi lavorato in uno studio legale privato. Era stata nominata dal presidente Bill Clinton giudice nella Corte federale d’Appello del Secondo circuito, nella quale è rimasta in cattedra per 16 anni partecipando a 450 decisioni.
Nominata dall’attuale presidente Barack Obama quale membro della Corte Suprema in maggio, la Sotomayor ha giurato appena ricevuta la prescritta conferma dal Senato, con 68 voti contro 31, al termine di un dibattito durato 10 giorni. Ha ottenuto il voto favorevole di tutti i senatori democratici, che costituiscono la maggioranza, e anche di 9 dei 40 senatori repubblicani. I Repubblicani l’hanno contestata giudicandola eccessivamente progressista, in pratica un’attivista politica nel sistema giudiziario.
Dopo aver passato al microscopio la sua lunga carriera di giudice federale, i commentatori non sono riusciti a capire le sua posizione riguardo a questioni assai dibattute tra conservatori e progressisti, quali la pena di morte, la separazione tra chiesa e stato, i poteri del Presidente USA, i diritti dei gay. Alcune sue sentenze sono state sfavorevoli a gruppi pro-aborto ma vertevano su questioni marginali, lei non ha mai affrontato il nucleo della famosa sentenza Roe v. Wade che afferma il diritto all’aborto come parte della libertà personale della donna.
Nel lontano1981, mentre lavorava in favore dei Portoricani, la Sotomayor, insieme ad altri due esperti, ha redatto un memorandum che si opponeva decisamente alla reintroduzione, nello stato di New York, della pena di morte “associata ad evidente razzismo nel nostro paese”. Interrogata dal senatore Graham, durante una delle udienze al Senato per la conferma, sulla sua posizione riguardo alla pena capitale, ha schivato elegantemente il colpo pericoloso con una osservazione lapalissiana: “La questione per me, riguardo alla pena di morte, è che la Corte Suprema, a partire dalla sentenza Gregg [1976], ha determinato che la pena di morte è costituzionale in certe situazioni.”
A marcati tratti somatici ispanici la Sotomayor aggiunge una mentalità aperta, attenta ai diritti delle minoranze. E’ una figura che esce dal cliché dell’establishment americano, come Barack Obama all’inizio del suo mandato. Ci auguriamo che le speranze riposte in lei non vadano deluse: dopotutto un giudice della Corte Suprema è meno esposto alle pressioni dei gruppi di potere.
Abbiamo notato con soddisfazione che il 17 agosto la Sotomayor, facendo la sua prima scelta cruciale riguardante la pena di morte, ha votato, con la minoranza, per la sospensione dell’esecuzione di Jason Getsy in Ohio (v. articolo “Legal Lynching”)
10) LEGAL LYNCHING di Claudio Giusti
L’esecuzione di Jason Getsy, avvenuta nello Stabilimento di Correzione del Sud dell’Ohio il 18 agosto in spregio ad ogni criterio di proporzionalità tra delitto e pena, assume l’aspetto di un linciaggio.
Una decina di anni fa John Santine era un piccolo boss della malavita dell’Ohio che si vantava di avere rapporti con la Mafia e di godere della protezione di poliziotti corrotti (in effetti aveva sparato al fratello senza subirne conseguenze) e gli fu facile trovare tre ragazzotti diciannovenni abbastanza spaventati da accettare di compiere un omicidio su commissione. Infatti Santine aveva un contrasto commerciale con Charles Serafino ed era deciso a sistemare le cose a modo suo: facendo ammazzare il rivale.
I tre ragazzi (Jason Getsy, Richard McNulty e Ben Hudach) avevano troppa paura per non ubbidirgli, ma Serafino fu solo ferito e a morire fu sua madre Ann Serafino.
I quattro vennero incriminati. McNulty e Hudach si dichiararono colpevoli e patteggiarono pene detentive, mentre Getsy (quello che aveva sparato) fu processato e condannato a morte.
Santine era la mente dell’assassinio, l’uomo senza il quale non ci sarebbe stato alcun delitto, eppure costui se l’è cavata con una pena detentiva relativamente lieve, mentre un minimo di equità lo avrebbe visto condividere la sorte di J. Getsy.
Oggi Getsy, dopo una vicenda giudiziaria particolarmente tormentata, è a un passo dal patibolo e finanche l’Ohio Parole Board (Commissione per le grazie dell’Ohio) che interviene molto di rado ha chiesto al Governatore di concedergli la grazia, ma questo semplice atto di elementare giustizia è troppo per il Governatore Strickland e il 18 agosto il boia farà il suo lavoro.
Sono casi come questo che spiegano perché la pena di morte sia chiamata legal lynching: linciaggio legale.
Il Governatore Strickland, nel negare la grazia al condannato, si è limitato a scusarsi nei riguardi del Parole Board: “Anche se la mia decisione differisce dalla raccomandazione della maggioranza dei membri dell’Ohio Parole Board, apprezzo e rispetto la considerazione accurata e l’analisi accurata di questo difficile caso da loro effettuate”.
La Corte Suprema federale il 17 agosto ha negato una sospensione dell’esecuzione, con 5 voti contro 4. La nuova giudice Sonia Sotomayor ha votato per la sospensione.
Jason Getsy è stato regolarmente ucciso con un’iniezione letale il 18 agosto nella Southern Ohio Correctional Facility.
L’Ohio, guidato dal governatore Ted Strickland, un democratico che si era detto contrario alla pena di morte, si prepara ad ammazzare almeno un condannato al mese, da ora fino alla primavera prossima.
11) QUANTO SPESSO PENSIAMO ALLA NOSTRA ANIMA? di Fernando E. Caro
In una lettera del 26 agosto per tutti noi indirizzata a Grazia, il nostro corrispondente dal braccio della morte della California, Fernando Eros Caro, fa alcune delicate considerazioni sul valore della nostra anima e di noi stessi.
Prego che questa mia lettera trovi tutti voi in buona salute.
Forse a causa dei troppi anni trascorsi nel braccio della morte, mi sono abituato a considerarmi una causa persa. E’ così facile per me ignorare i miei problemi, e i problemi del mondo esterno, semplicemente ritirandomi nella mia minuscola cella e costruendomi ragioni egoistiche per cancellare qualsiasi senso di colpa. Cercare di convincermi che sono sano di mente, e che il resto del mondo è pazzo.
In realtà, gli esseri umani non sono pazzi. Tutti abbiamo il nostro sentiero da percorrere, e lo percorriamo al meglio delle nostre possibilità. Naturalmente tutti gli uomini sono aggressivi. L’aggressività serve per la sopravvivenza. A meno, ovviamente, che una persona, in età molto tenera, sia stata colpita a livello emotivo fino ad essere ridotta alla sottomissione.
Ritengo che durante tutta la storia dell’umanità, ci siamo uniti per costituire una vasta struttura sociale, non per diffondere pace e luce, ma almeno per far nascere un potere superiore che ci impedisca di ucciderci fra noi. Naturalmente, questo non ha sempre funzionato! Il che mi porta a ritenere che questo potere superiore non sia stato raggiunto!
Tuttavia sopravviviamo, nonostante noi stessi. L’anima si rifiuta di morire. A causa del nostro ego, non diamo valore alle nostre anime. Quanto spesso pensiamo alla nostra anima? Solo quando ci troviamo in pericolo? Ogni volta che dobbiamo prendere una decisione? Oppure, ce ne importa davvero della nostra anima? Siamo diventati così tronfi che ne ignoriamo completamente il valore?
No, se l’anima fosse solo un oggetto, allora anche noi saremmo solo degli oggetti. Delle statue ricoperte di escrementi di piccioni.
Pertanto nella mia cella durante i momenti di lucidità comprendo il mio vero valore. Le persone non sono tutte pazze, e il mondo non è completamente perverso! E vale davvero la pena farci coinvolgere dalla vita!
Continuate a camminare nella vostra vita. In questo modo, non dovrete preoccuparvi dei piccioni!
La nostra socia Barbara Bazolli ci ha rinnovato la richiesta di corrispondenza per Norberto Pietri, rinchiuso nel braccio della morte della Florida, che avevamo già pubblicato nel n. 169.
Vi chiediamo pertanto ancora una volta di accogliere l’invito di Barbara.
Norberto si sente molto solo e spaventato; vede il suo futuro incerto e carico di angoscia, dal momento che è in attesa della decisione della corte federale in merito al suo ultimo appello.
Vi ricordiamo l’indirizzo di Norberto:
Mr. Norberto Pietri # 096867 (p 6220)
Kazakhstan. Abolita la pena di morte per i crimini ordinari. Il 20 luglio, con l’apposizione della firma del presidente Nursultan Nazarbayev in calce alla relativa legge, è stata abolita la pena di morte in Kazakhstan per i crimini ordinari. Rimane per gli atti di terrorismo che comportino la perdita di vite umane e per alcuni gravi crimini commessi in tempo di guerra. L’abolizione della pena di morte è stato uno dei principali obiettivi del presidente Nazarbayev che aveva decretato una moratoria delle esecuzioni nel dicembre 2003.
Kenya. Il presidente annuncia la commutazione di 4.000 condanne a morte. Mwai Kibaki, presidente del Kenya, ha annunciato il 3 agosto la decisione di commutare più di 4.000 sentenze capitali nel carcere a vita, per motivi umanitari. A suo giudizio la lunga attesa dell’esecuzione da parte dei condannati costituisce “una indebita angoscia e sofferenza mentale.” Non si registrano esecuzioni in Kenya da 22 anni. Una forte opposizione dell’opinione pubblica non consentirebbe in questo momento l’abolizione del pena di morte nel paese africano.
New Jersey. Diminuiscono gli omicidi dopo l’abolizione della pena di morte. E’ diminuito del 24% il numero degli omicidi in New Jersey nei primi sei mesi del 2009 in confronto al medesimo periodo del 2008. Gli omicidi diminuirono anche nel 2008, l’anno dopo l’abolizione della pena di morte. Nel 2007, anno seguente a quello dell’istituzione della moratoria delle esecuzioni, si ebbe una diminuzione degli omicidi dell’11%.
Pennsylvania. “Volontario” insiste per l’esecuzione. William Wright III, condannato a morte in Pennsylvania per l’uccisione del marito della sua amante, ha reiterato il 29 luglio la richiesta di lasciar cadere i residui appelli e di essere ucciso al più presto. La richiesta di Wright, contenuta in un documento legale scritto in proprio e diretto alla Corte federale Distrettuale di Johnstown, giunge al termine di un ping pong cominciato in aprile quando il condannato ha inviato una lettera al governatore Ed Rendell proclamando la propria innocenza e tuttavia scrivendo: “Io specificamente richiedo che lei firmi l’ordine di esecuzione per me quanto prima è umanamente possibile.” Il 6 luglio Rendell ha quindi firmato un ordine di esecuzione per il 3 settembre. Tuttavia il desiderio espresso dal condannato è stato vanificato dall’intervento del suo avvocato d’ufficio cha ha ottenuto la sospensione dell’esecuzione dalla competente corte federale. Ora William Wright III ha reiterato la sua richiesta, aggiungendo la ricusazione del proprio avvocato.
Usa. “Vere storie di false confessioni.” Un nuovo libro edito dalla Northwestern University Press, curato da R. Warren e S. Drizin, raccoglie articoli di più di quaranta autori su numerose false confessioni che hanno avuto speciale rilevanza nel sistema penale statunitense. I casi sono raggruppati in categorie quali: lavaggio del cervello, inferenza, invenzioni e fragilità mentale. Si può concludere che le false confessioni non sono sporadiche tragedie personali ma costituiscono un guasto sistematico del sistema giudiziario. Il titolo del libro: “True Stories of False Confessions”
Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 agosto 2009

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