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Timestamp: 2020-07-05 01:02:26+00:00

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Studio Legale Locatelli - Newsletter - 01.2020
Inammissibilità della chiamata diretta della compagnia assicurativa da parte del danneggiato nel procedimento ex art. 696 bis c.p.c.
Tribunale di Rovigo, ordinanza del 22 gennaio 2020
Il Tribunale di Rovigo, nella pronuncia in commento, affronta la questione dell’ammissibilità della chiamata diretta, da parte del soggetto danneggiato, della società di assicurazione nel procedimento di accertamento tecnico preventivo ex art. 696 bis c.p.c., ai sensi dell’art. 12 della Legge 24/2017 (cd. Legge Gelli) anche in assenza del decreto attuativo di cui al comma 6 dell'articolo 10, con il quale saranno determinati i requisiti minimi delle polizze assicurative per le strutture sanitarie e sociosanitarie e per gli esercenti le professioni sanitarie.
Il Giudice da preliminarmente atto dell’orientamento giurisprudenziale che ammette, anche in assenza dei suddetto decreto attuativo, la chiamata diretta dell’assicurazione in fase di a.t.p. sulla base della clausola di salvezza con cui esordisce l’art. 12 della Legge Gelli - salve le disposizioni dell’art. 8 – che prevede, appunto, l’obbligo per le imprese di assicurazione di partecipare al procedimento di a.t.p.(in questo senso e tra gli altri, Tribunale di Verona, Sez. II, 11 settembre 2017).
Ciò nonostante, il Tribunale ha ritenuto di aderire al diverso orientamento giurisprudenziale che esclude, allo stato, la possibilità di chiamata diretta della compagnia assicurativa da parte del danneggiato, apparendo insuperabile l’espressa riserva prevista al comma 6 dell’art. 12 per cui le norme di detto articolo – relative, appunto, alla chiamata diretta dell’assicurazione da parte del danneggiato – si applicano a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto del Ministero dello sviluppo economico di cui all’art. 10, comma 6. Giova osservare, peraltro, che l’odierna chiamata in giudizio (della compagnia di assicurazione) viene svolta sulla base di un contratto di assicurazione che non può certo rispondere a requisiti minimi ancora da definire con il predetto decreto ministeriale ancora da adottare.
Danno da emotrasfusione: l’onere probatorio si ripartisce tra danneggiato e struttura sanitaria.
Cassazione Civile, sez. III, ordinanza n. 852 del 17 gennaio 2020 (rel. Moscarini)
La Corte di Cassazione, nella pronuncia in commento, è tornata a occuparsi della tematica della ripartizione dell’onere probatorio tra l’attore danneggiato e la struttura ospedaliera convenuta in un caso di responsabilità per inadempimento contrattuale in materia di sangue infetto.
La Suprema Corte, partendo dal principio che è il danneggiato che deve provare che l'esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all'evento di danno, mentre grava sulla struttura l'onere di provare di aver agito con diligenza, ha ribadito l’ormai granitico orientamento della giurisprudenza secondo il quale in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell'onere probatorio l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante.
La decisione, conformandosi alle più recenti pronunce (due fra tutte: le sentenze della Suprema Corte n. 28991 e 28992 dell’11 novembre 2019) ha, dunque, confermato il principio secondo il quale una volta provata da parte del paziente, anche a mezzo di presunzioni, la relazione causale tra la condotta e la lesione, l'onere della prova della causa non imputabile e dell'assenza di colpa grava sul presunto danneggiante.
Non cumulabilità dell’indennità di accompagnamento e delle somme dovute a titolo di risarcimento del danno.
Cassazione Civile, sez. III, ordinanza n. 526 del 15 gennaio 2020 (rel. Valle)
La Corte di Cassazione, nella pronuncia in esame, sancisce l’impossibilità di cumulare il risarcimento del danno ottenibile dalla compagnia assicurativa a favore di un soggetto leso a seguito di un incidente stradale e le somme al medesimo spettanti a titolo di invalidità civile, confermando il principio secondo il quale Il giudice deve detrarre dal credito risarcitorio sia i benefici spettanti alla vittima a titolo di indennità di accompagnamento, sia i benefici spettanti in virtù della legislazione regionale in tema di assistenza domiciliare.
La Suprema Corte coglie l’occasione per richiamare, poi, anche i seguenti principi di diritto in materia di liquidazione del danno patrimoniale:
b) Il danno permanente futuro, consistente nella necessità di dovere sostenere una spesa periodica vita natural durante, non può essere liquidato semplicemente moltiplicando la spesa annua per il numero di anni di vita stimata della vittima, ma va liquidato o in forma di rendita; oppure moltiplicando il danno annuo per il numero di anni per cui verrà sopportato, e quindi abbattendo il risultato in base ad coefficiente di anticipazione; od infine attraverso il metodo della capitalizzazione, consistente nel moltiplicare il danno annuo per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie.
Esclusione della responsabilità ex art. 2051 c.c. in presenza di un comportamento colposo del danneggiato
Cassazione Civile, sez. VI-3, ordinanza n. 347 del 13 gennaio 2020 (rel. Cirillo)
Nella pronuncia in commento la Suprema Corte è tornata ad affrontare la tematica della responsabilità da cose in custodia ex art. 2051 c.c. statuendo che in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull'evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell'art. 1227 c.c., comma 1, richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall'art. 2 Cost.. Ne consegue che, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l'adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l'efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un'evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l'esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro.
In conformità a tale principio la Corte ha ritenuto corretta la decisione della Corte territoriale che, in presenza di una causa dell'incidente visibile e non dotata di intrinseca pericolosità nonché di un sinistro verificatosi in orario di piena visibilità oltre che in un luogo ben noto alla danneggiata, aveva ritenuto che la caduta avrebbe potuto essere evitata ove la danneggiata avesse prestato un'ordinaria cautela e diligenza nel transitare nei luoghi a lei non estranei; con la conseguenza che il comportamento colposo della danneggiata è stato considerato unica causa efficiente nella determinazione dell'evento e del danno.
Immodificabilità della domanda azionata ex art. 2043 c.c.
Cassazione Civile, sez. VI-3, ordinanza n. 348 del 13 gennaio 2020 (rel. Cirillo)
Nella pronuncia in commento, la Corte di Cassazione ribadisce il principio secondo il quale la domanda di responsabilità aquiliana proposta in primo grado invocando l'art. 2043 c.c. non può essere modificata nel giudizio di appello con la riconduzione della vicenda al paradigma dell'art. 2051 c.c. per la inconciliabile diversità dei presupposti che stanno alla base delle due disposizioni, a meno che i fatti enunciati sin dall’atto introduttivo non consentano la sussunzione nella fattispecie disciplinata dall’art. 2051 c.c..
In ossequio a tale principio la Corte ha ritenuto che l’attrice avrebbe anche potuto, in astratto, invocare in grado di appello la violazione delle regole sull'obbligo di custodia, ma solo a condizione che i fatti fossero stati prospettati fin dal primo grado invocando quei principi, circostanza che, nel caso specifico, non è stata ritenuta dimostrata dalla mera enunciazione della teorica riconducibilità della fattispecie all’art. 2051 c.c.
Responsabilità sanitaria: applicazione retroattiva dei criteri di liquidazione della legge Balduzzi.
Cassazione Civile, sez. III, sentenza n. 1157 del 21 gennaio 2020 (rel. Scrima)
Nella sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha ribadito la diretta applicabilità del D.L. n. 138 del 2012, art. 3, comma 3, come convertito dalla L. n. 189 del 2012, anche in tutti i casi in cui il Giudice sia chiamato a fare applicazione, in pendenza del giudizio, del criterio di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, con il solo limite del giudicato interno sul quantum.
La Suprema Corte (richiamando e conformandosi alla decisione n. 28990 del’11 novembre 2019), evidenzia come la questione non configuri un’ipotesi di retroattività della legge, atteso che non si è al cospetto della sostituzione di una precedente normativa degli aspetti strutturali e funzionali della fattispecie con una nuova disciplina normativa, in quanto la nuova previsione legislativa del criterio tabellare non va a sostituire alcuna norma di legge anteriore indicante un diverso criterio liquidativo del danno.
La Corte prosegue precisando come sia esclusa la configurabilità sia di una ingiustificata disparità di trattamento tra i soggetti coinvolti nei giudizi pendenti e i soggetti di giudizi definiti, atteso che solo la formazione del giudicato preclude una modifica retroattiva della regola giudiziale, sia di una lesione del legittimo affidamento sulla determinazione del valore monetario del danno in parola, posto che la norma sopravvenuta, non incidendo retroattivamente sugli elementi costitutivi della fattispecie legale della responsabilità civile, non intacca situazioni giuridiche precostituite ed acquisite al patrimonio del soggetto leso, ma si rivolge direttamente al giudice, delimitandone l’ambito di discrezionalità e indicando il criterio tabellare quale parametro equitativo nella liquidazione del danno.
Responsabilità dell’avvocato e applicazione della regola della preponderanza dell’evidenza.
Cassazione Civile, sez. III, ordinanza n. 1169 del 21 gennaio 2020 (rel. Guizzi)
Con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione ribadisce alcuni principi in materia di responsabilità dell’avvocato, confermando come la responsabilità del professionista non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone.
I Giudici di legittimità richiamano la regola della preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non affermando che, in presenza dell’omesso svolgimento di un’attività professionale da cui sarebbe potuto derivare un vantaggio personale o patrimoniale per il cliente, essa debba trovare applicazione non solo all’accertamento del nesso di causalità fra l’omissione e l’evento di danno, ma anche all’accertamento del nesso tra quest’ultimo, quale elemento costitutivo della fattispecie, e le conseguenze dannose risarcibili, atteso che, trattandosi di evento non verificatosi proprio a causa dell’omissione, lo stesso può essere indagato solo mediante un giudizio prognostico sull’esito che avrebbe potuto avere l’attività professionale omessa.
La prova del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale dei genitori del danneggiato.
Cassazione Civile, sez. III, ordinanza n. 1640 del 24 gennaio 2020 (rel. Porreca)
Con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione affronta la questione dell’accertamento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale subito e chiesto iure proprio dai genitori conviventi con il figlio, stabilendo che dalla gravità della lesione e dalla pacifica convivenza con il figlio deve evincersi la fondatezza della domanda.
I Giudici di legittimità, partendo, infatti, dalla distinzione tra la prova specifica che deve essere resa in relazione ad un pregiudizio eccezionalmente aggravato rispetto alle normali conseguenze di un fatto quale quello oggetto di accertamento e le conseguenze che possono e debbono essere presunte appartenendo, in difetto di prove contrarie, alla regolarità delle descritte relazioni umane, ha ribadito e specificato il principio di diritto secondo cui: il danno non patrimoniale consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa dall'altrui illecito, può essere dimostrato ricorrendo alla prova presuntiva, tipicamente integrata dalla gravità di lesioni quali la perdita di un arto inferiore, in uno alla convivenza familiare strettissima propria del rapporto filiale.
Responsabilità medica: l’accertamento del nesso eziologico tra ritardo della prestazione e danno.
Cassazione Civile, sez. III, sentenza n. 122 del 8 gennaio 2020 (rel. Olivieri)
Con la decisione in esame in materia di malpractice sanitaria, la Corte di Cassazione si è soffermata sulla tematica dell’accertamento del nesso di causalità materiale tra il ritardo nella prestazione terapeutica e l’evento di danno, spiegando che il principio di prevalenza probabilistica (ovvero del "più probabile che non") deve essere applicato con apprezzamento non isolato, bensì complessivo ed organico di tutti i singoli elementi indiziari o presuntivi a disposizione, atteso che il criterio di preponderanza probabilistica implica la esclusione di circostanze alternative incompatibili (o quanto meno tali da inficiare in misura rilevante la probabilità logica della relazione causa-effetto) con quella che si intende riconoscere come fattore causale esclusivo dell'evento dannoso.
Ordinanza Trib. Rovigo.pdf
852_20(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 852_20; depositata il 17 gennaio).pdf
526_20.pdf
347_20.pdf
348_20.pdf
1157_2020(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 1157_20; depositata il 21 gennaio).pdf
1169_2020(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 1169_20; depositata il 21 gennaio).pdf
1640_20.pdf
122_20.pdf

References: art. 696
 art. 696
 art. 2051
 art. 2051
 art. 2043
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
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