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Timestamp: 2019-02-20 03:34:13+00:00

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La falsificazione di un assegno bancario non trasferibile non è reato | Studio Legale | Trasacco & Pecorario | Aversa - Caserta - Napoli
La falsificazione di un assegno bancario non trasferibile non è reato
Avv. Marco Trasacco | La falsità commessa su un assegno bancario munito della clausola di non trasferibilità configura la fattispecie di cui all’ art. 485 cod. pen. , abrogato dall’ art. 1, comma 1, lett. a), del d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 7 e trasformato in illecito civile (Cassazione penale sez. un. 19 luglio 2018 n. 40256).
Dott. BONITO Francesco M. S – Consigliere –
avverso la sentenza del Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Avezzano del 06/07/2016;
letta le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
procuratore generale Dott. MAZZOTTA Gabriele, che ha concluso
2. L’imputato, tramite il proprio difensore, propone ricorso articolando un unico motivo con il quale lamenta che il giudice avrebbe dovuto rigettare la richiesta di applicazione della pena, perchè il falso contestato al capo b) ai sensi degli artt. 485 e 491 cod. pen.) era stato, alla data della pronuncia, abrogato dal D.Lgs. n. 7 del 2016.
“Se la falsità commessa sull’assegno bancario, munito della clausola di non trasferibilità, rientri nella fattispecie di cui all’art. 485 cod. pen., abrogato dal D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, art. 1, comma 1, lett. a) e trasformato in illecito civile, ovvero configuri il reato di falsità in testamento olografo, cambiale o titoli di credito previsto dall’art. 491 cod. pen., come riformulato dal medesimo D.Lgs. n. 7 del 2016”.
2. Secondo un primo orientamento, fatto proprio dalla Quinta Sezione penale, in tema di falso in scrittura privata, a seguito dell’abrogazione dell’art. 485 cod. pen. e della nuova formulazione dell’art. 491 cod. pen., la condotta di falsificazione di un assegno bancario munito di clausola di “non trasferibilità” non è più sottoposta a sanzione penale, applicandosi l’art. 491 cod. pen. soltanto alle falsità commesse su titoli di credito “trasmissibili per girata”, tra i quali non possono includersi gli assegni bancari non trasferibili (Sez. 5, n. 32972 del 04/04/2017, Valentini, Rv. 270677; Sez. 5, n. 11999 del 17/01/2017, Toma, Rv. 269710; Sez. 5, n. 3422 del 22/11/2016 (dep.2017), Merolla).
Secondo la citata sentenza la ragione della più rigorosa tutela accordata dall’art. 491 cod. pen. a titoli di credito al portatore o trasmissibili per girata, nella equiparazione quoad poenam di tali titoli agli “atti pubblici”, non risiede nella loro natura giuridica nè nella loro attitudine alla circolazione illimitata, comuni a tutti i titoli di credito, ma è determinata dal maggior pericolo di falsificazione insito nel regime di circolazione proprio del titolo al portatore o trasmissibile per girata rispetto al regime di circolazione dei titoli nominativi.
La clausola di non trasferibilità apponibile all’assegno bancario o all’assegno circolare (R.D. 21 dicembre 1933, n. 1736, artt. 43 e 86) immobilizzando il titolo nelle mani del prenditore, ne esclude la trasmissibilità per girata, tale non potendo considerarsi la girata ad un banchiere per l’incasso, che ha natura di mandato a riscuotere ed è priva di effetti traslativi del diritto inerente al titolo.
In tal senso è stato dato rilievo al fatto che la nuova disposizione dell’art. 491 cod. pen., per effetto del D.Lgs. n. 7 del 2016, non distingue le varie tipologie di girate rilevanti, sicchè anche l’assegno bancario non trasferibile trasmissibile mediante girata per l’incasso – rientrerebbe nella fattispecie di cui all’art. 491 cod. pen..
Si rileva, inoltre, come non si rinvenga alcuna traccia nei lavori preparatori del D.Lgs. n. 7 del 2016 della volontà del legislatore di depenalizzare la maggior parte dei più gravi falsi in assegni: infatti, gli assegni di importo pari o superiore a mille Euro devono essere dotati anche della clausola di non trasferibilità, dopo l’entrata in vigore del D.L. 6 dicembre 2011, convertito con modificazioni, dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214 (il cui art. 12 ha modificato il D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231, art. 49, comma 5).
Nella motivazione della citata sentenza n. 13086 del 2018 si evidenzia altresì come seguendo la contraria interpretazione si avrebbe la paradossale conseguenza, censurabile anche sotto il profilo della illegittimità costituzionale, che il falso in titolo di credito sarebbe ancora reato solo qualora lo stesso sia privo di detta clausola (il che è possibile, per la citata disposizione normativa, per un titolo di credito di importo inferiore a mille Euro), vale a dire per condotte espressione di un minore disvalore e con più limitati effetti pregiudizievoli.
In via preliminare è opportuno ricordare il quadro normativo di riferimento. La L. 28 aprile 2014, n. 67, art. 2, comma 3, lett. a), ha conferito delega al Governo per procedere all’abrogazione dei reati previsti da specifiche disposizioni del codice penale e, specificamente, al numero I) all’abrogazione dei delitti in materia di falsità in atti, “limitatamente alle condotte private, ad esclusione delle fattispecie previste dall’art. 491”; la successiva lettera c) della disposizione, “fermo il diritto al risarcimento del danno”, ha dato mandato al Governo di “istituire adeguate sanzioni pecuniarie civili in relazione ai reati di cui alla lettera a)”.
Il D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, artt. 1 e 2, individuano l’ambito operativo dell’intervento di abrogazione e apportano i necessari adattamenti per adeguare il codice penale alle modifiche introdotte.
Alla prima fase, di carattere demolitorio, concretizzantesi in una abolitio criminis totale (art. 1) o parziale (art. 2) di una serie di reati, è seguita l’introduzione di corrispondenti fattispecie di illecito civile (articolo 4). Con particolare riferimento all’articolo 1, vengono abrogati cinque reati, perseguibili a querela, di competenza del tribunale in composizione monocratica (i primi tre sotto elencati) o del giudice di pace (le ulteriori due fattispecie):
La disposizione attua quanto disposto dall’art. 2, comma 3, lett. a), n.1) della legge delega che, nel prescrivere l’abrogazione dei delitti di cui al libro secondo, titolo VII, capo III, limitatamente alle condotte relative a scritture private, disponeva che dalla depenalizzazione fossero escluse le scritture di cui all’art. 491 cod. pen., ossia i documenti privati equiparati agli atti pubblici agli effetti della pena.
Come posto in rilievo dalla stessa relazione di accompagnamento al decreto, è mutata la natura giuridica della fattispecie di cui all’art. 491 cod. pen., comma 1, in quanto, se prima costituiva una circostanza aggravante applicabile all’art. 485 cod. pen., in seguito all’abrogazione della ipotesi base è divenuta una nuova fattispecie autonoma.
Il nuovo articolo, al comma 1, richiede che il fatto sia commesso “al fine di recare a sè o ad altri un vantaggio o di recare al altri un danno”, richiamando il dolo specifico quale elemento soggettivo della condotta, come già previsto dall’art. 485 cod. pen..
Contrariamente a quanto previsto prima della riforma, il primo comma della norma vigente punisce la sola falsificazione (intesa nelle sue tradizionali forme della alterazione o della contraffazione) a prescindere dall’uso del documento non genuino, che ormai rileva solo nel comma 2, in riferimento alla diversa condotta di colui che non ha partecipato alla falsità (v., in tal senso, Sez. 5, n. 12599 del 20/12/2016 (dep. 2017), Bevilacqua, Rv. 269708).
Va poi richiamato, dal punto di vista normativo, con riferimento alla falsificazione di titoli di credito che “non sono trasmissibili per girata” ovvero “non trasferibili”, il R.D. 21 dicembre 1933, n. 1736, art. 43, secondo il quale l’assegno bancario emesso con la clausola di non trasferibilità può essere pagato solo al prenditore ovvero, su richiesta del medesimo, essere accreditato sul conto corrente; è prevista, inoltre, la possibilità che lo stesso assegno venga girato ad un banchiere per l’incasso, il quale non è abilitato a girarlo ulteriormente.
Va rimarcato innanzitutto che la clausola di non trasferibilità dell’assegno bancario, circolare, postale, nel corso del tempo ha cambiato la propria posizione a seguito di una serie di specifici interventi normativi sulla cd. disciplina antiriciclaggio, a cominciare dal D.L. 3 maggio 1991, n. 143 convertito dalla L. 5 luglio 1991, n. 197, aventi ad oggetto assegni di importi via via minori.
Nell’attuale contesto normativo, dal 4 luglio 2017 (entrata in vigore del D.Lgs. 25 maggio 2017, n. 90, di attuazione della IV direttiva antiriciclaggio) è confermato il divieto di utilizzo di denaro contante (o di titoli al portatore) per gli importi pari o superiori ad Euro 3.000,00 (L. 28 dicembre 2015, n. 208, art. 1, comma 898). Resta il limite di 999,99 per l’emissione di assegni senza causa di non trasferibilità.
In sostanza, la clausola risulta imposta dalla legge in via automatica per gli assegni di importi pari o superiore a 1.000,00 Euro, posto il dovere delle banche di confezionare e rilasciare solamente assegni già muniti della clausola in prestampato. Lo è in pratica anche per gli assegni destinati a recepire importi inferiori, dati i termini dell’alternativa lasciata aperta dalla legge: il rilascio di assegni “puliti” della clausola (in forma libera) segue ad un’apposita richiesta del cliente, nonchè al previo versamento di una somma misurata su ciascuno dei moduli che vengono nel concreto consegnati al cliente (imposta di bollo).
4. Occorre chiedersi se tale diversa considerazione normativa della clausola di non trasferibilità, divenuta parte integrante dell’assegno, con dichiarata finalità antiriciclaggio, e non più apposta nell’interesse del traente o del girante, abbia apportato indirettamente un mutamento del significato da attribuire al termine “girata” di cui al citato R.D. n. 1736 del 1933, art. 43 ed alla locuzione “titoli di credito trasmissibili per girata” di cui all’art. 491 cod. pen. nonchè al concetto di “concreta circolazione” enunciato dalle Sezioni Unite Guarracino e dalla recente giurisprudenza della Sez. 5 di questa Corte che ne mutua le argomentazioni.
E’ stato sostenuto che tale orientamento porterebbe al risultato irragionevole, censurabile evidentemente anche sotto il profilo della legittimità costituzionale, di ricondurre nell’ambito della tutela penalistica la falsità in assegni solo qualora il titolo di credito sia privo di detta clausola (il che è possibile, per la citata disposizione normativa, per importi inferiori a 1.000 Euro), vale a dire per condotte espressione di un minore disvalore e con più limitati effetti pregiudizievoli.
La ratio di maggior tutela dell’art. 491 cod. pen., inoltre, non risiede nel maggiore o minore importo dell’assegno, ma, come già evidenziato nella sentenza Guarracino, va rinvenuta in quegli aspetti del regime di circolazione propri dei titoli al portatore o trasmissibili per girata che, per certe caratteristiche comuni di libera trasferibilità a più soggetti, determinano, rispetto al regime di circolazione dei titoli nominativi, un più frequente pericolo di falsificazione.
Nè può ritenersi, come l’opposto orientamento, che il tenore letterale dell’art. 491 cod. pen., come sostituito dal D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, art. 2, comma 1, lett. d), non distinguerebbe tra le varie tipologie di girata rilevanti.
La girata al banchiere per l’incasso, che implica un semplice mandato a riscuotere, non trasferisce, invece, al giratario nè la proprietà del titolo nè una legittimazione propria, ma solo una legittimazione nell’interesse altrui quale effetto del mandato.
Nè è possibile individuare tra gli scopi di tutela dell’art. 491 cod. pen. anche la mera circolazione intra-bancaria del titolo, unica forma di “transito” legale ipotizzabile per gli assegni non trasferibili.
Insomma, è alla libera e corretta circolazione del diritto cartolare tra il pubblico che il legislatore sembra aver rivolto la sua attenzione, e non già al (limitato) “transito” del titolo tra istituti di credito, nè tantomeno a forme irregolari di circolazione di assegni non trasferibili che, a norma del R.D. n. 1736 del 1933, possono essere validamente incassati soltanto da soggetti determinati, circostanza, quest’ultima, che, secondo certa risalente dottrina, potrebbe addirittura escludere la stessa natura di titolo di credito del documento: il che, chiaramente, escluderebbe in radice la configurabilità dell’art. 491 cod. pen..
“La falsità commessa su un assegno bancario munito della clausola di non trasferibilità configura la fattispecie di cui all’art. 485 cod. pen, abrogato dal D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, art. 1, comma 1, lett. a), e trasformato in illecito civile”.
8. Nel caso di specie, dalla sentenza impugnata e dal ricorso risulta che l’assegno, tratto con firma apocrifa dal ricorrente per l’importo di Euro 10.000, reca la clausola di non trasferibilità, che, in conformità al D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 49, commi 5 e 6 deve accedere a tutti gli assegni emessi per un importo superiore ad Euro 1.000,00.
Ne consegue che, trattandosi di falso in titolo non trasmissibile per girata, l’impugnata sentenza va annullata senza rinvio, limitatamente al fatto di cui al capo b), perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato.
Da un lato, infatti, l’annullamento in parte qua della sentenza non comporta un effetto rescissorio dell’accordo intervenuto ex art. 444 cod. proc. pen., posto che, in via di principio, le parti, nel concordare sul trattamento sanzionatorio da applicare in relazione a determinate fattispecie, sono in grado di prospettarsi l’eventualità che alcune di queste possano, in itinere, venire meno, per effetto di cause di estinzione del reato o, appunto, di abolitio, e, dunque, presuntivamente accettano, per tale eventualità, che l’accordo sanzionatorio si concentri, previa detrazione della pena sine titulo, sulle imputazioni residue. Dall’altro, spetta al giudice che dichiara l’abolitio criminis procedere allo scomputo della pena riferibile al reato non più previsto come reato. A tale ultimo riguardo si è, infatti, osservato che non può essere investito di detta statuizione il giudice a quo, il quale si è limitato a prendere atto della pena concordata tra le parti, sicchè questa, anche se valutata congrua, non è stata dal medesimo determinata. Non ha nemmeno titolo per decidere in proposito il giudice della esecuzione, se non quando sia egli stesso a dichiarare l’abolitio criminis ex art. 673 cod. proc. pen. Ha invece pieno titolo a farlo il giudice che dichiara l’abolitio criminis, compresa la Corte di cassazione, non ostandovi la normale estraneità alle funzioni di legittimità delle valutazioni discrezionali connesse a siffatta materia; e ciò in quanto si tratta di potere del tutto marginale e, comunque, inquadrabile nella generale previsione dell’art. 619 cod. proc. pen., comma 3, che abilita appunto la Suprema Corte a rettificare la specie o la quantità della pena quando ciò derivi dall’applicazione “di legge più favorevole all’imputato, anche se sopravvenuta dopo la proposizione del ricorso, qualora non siano necessari nuovi accertamenti di fatto”.
Anche tale orientamento condivide il principio di diritto secondo il quale, in tema di esecuzione, qualora, per effetto di abolitio criminis, sia parzialmente revocata la sentenza di patteggiamento per il reato base e per alcuni di quelli posti a fondamento del vincolo della continuazione che venga così ad essere risolto, rendendosi necessaria la nuova determinazione della sanzione per un residuo reato (già satellite), là dove l’originario aumento computato a titolo di continuazione non corrisponda – per genere, per specie o per quantità di pena alla sanzione prevista astrattamente dalla legge, la relativa quantificazione può essere operata direttamente dalla Corte di cassazione avendo riguardo alla massima riduzione consentita per le circostanze attenuanti ed alla diminuzione per l’eventuale rito alternativo richiesto dall’imputato (Sez. 1, n. 7857 del 09/01/2015, Ndiaye, Rv. 262465), con la conseguenza che il principio di intangibilità e inscindibilità del patteggiamento finisce per soffrire di una rilevante eccezione, perchè non solo tocca l’accordo raggiunto dalle parti, ma addirittura lo supera.
Annulla senza rinvio l’impugnata sentenza limitatamente al reato di cui al capo b) perchè, qualificato ai sensi dell’art. 485 cod. pen., il fatto non è più previsto dalla legge come reato e, per l’effetto, riduce la pena a due mesi e sette giorni di reclusione ed Euro 167,00 di multa.
Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2018
art. 485 c.p., falsificazione assegno

References: art. 485
 art. 1
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 art. 12
 art. 49
 sentenza 
 art. 2
 art. 43
 art. 1
 art. 43
 sentenza 
 art. 2
 art. 1
 sentenza 
 art. 49
 sentenza 
 sentenza 
 art. 444
 art. 673
 sentenza 
 sentenza 

art. 485