Source: http://www.geronimados.com/2011/10/
Timestamp: 2020-01-26 03:54:38+00:00

Document:
GERONIMADOS: ottobre 2011
PUOI ESSERE MILITARE MA NON CARABINIERE - IL FAMIGERATO ART.11
N. 05541/2011 REG.PROV.COLL.
N. 01257/2011 REG.RIC.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la presente
sul ricorso numero di registro generale 1257 del 2011, proposto da***
della sentenza breve del T.A.R. LAZIO - ROMA: SEZIONE I BIS n. 00582/2011, resa tra le parti, INIDONEITA' AL CONCORSO PER IL RECLUTAMENTO DI N. 1552 CARABINIERI EFFETTIVI IN FERMA QUADRIENNALE RISERVATI AI VFP1 DELLE FORZE ARMATE
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero della Difesa e di Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri - Centro Nazionale di Selezione e Reclutamento;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 12 luglio 2011 il Cons. Andrea Migliozzi e uditi per le parti gli avvocati Fabrizio Paoletti e Melania Nicoli (Avv. St.);
Il sig. Lombardo Salvatore, avendo prestato servizio quale volontario in ferma breve, partecipava al concorso per il reclutamento di n.1552 posti di Carabiniere in ferma effettiva quadriennale riservato ai volontari delle FF.AA. di cui al relativo bando emanato dal
Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri.
Con nota del 16 luglio 2010 il Comando Generale dell’Arma comunicava al predetto l’esclusione dal concorso per mancanza del “profilo attitudinale richiesto per prestare servizio quale carabiniere effettivo” e tanto a seguito di giudizio di non idoneità emesso all’esito degli accertamenti attitudinali previsti dall’art. 11 del bando.
L’interessato impugnava il provvedimento di esclusione innanzi al Tar per il Lazio, che con sentenza n.582/2011, resa in forma semplificata, respingeva il ricorso, giudicandolo infondato.
Avverso tale decisum, ritenuto errato ed ingiusto, è insorto il sig. Lombardo , deducendo a sostegno del proposto gravame i seguenti motivi :
Violazione e falsa applicazione dell’art.11 del bando di concorso. Violazione e falsa applicazione della determinazione n.201/6-25-1995 del 22/5/1999 del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. Eccesso di potere per travisamento dei fatti; Carenza di istruttoria e di motivazione; Arbitrio e difetto di presupposto; Eccesso di potere per contraddittorietà tra atti della stessa amministrazione;
Violazione e falsa applicazione dell’art.97 della Costituzione. Violazione del principio dell’affidamento;
Erroneità della sentenza appellata laddove l’appellante è stato condannato al pagamento delle spese di lite.
In sede di gravame è stata altresì formulata la richiesta affinché questo giudice, nell’ambito dei poteri istruttori ad esso riconosciuti anche dal codice del processo amministrativo, voglia disporre una verificazione o, se del caso, una consulenza tecnica.
Si è costituita in giudizio per resistere l’intimata Amministrazione militare.
Tanto premesso, il gravame è infondato e come tale va respinto.
Con i due motivi d’impugnazione che per ragioni di logica connessione tra essi esistenti vanno congiuntamente esaminati, parte appellante articola le sue censure sulla base due ordini di argomentazioni che possono così riassumersi:
a) il giudizio negativo reso dall’Arma si pone in aperto contrasto con le valutazioni di segno positivo (eccellenti) riportate dall’appellante nello svolgimento del precedente servizio di VFP, potendo il Lombardo altresì vantare la partecipazione a missioni professionali all’estero;
b ) la giudicata non idoneità è sconfessata dalle risultanze di segno opposte della vista medico- specialistica, sia pure di parte, cui l’interessato si è sottoposto; ed in ogni caso il giudizio negativamente reso dalla Commissione non è supportato da una idonea istruttoria, oltre a rivelarsi immotivato.
Orbene, i rilievi e le osservazioni formulate dal’appellante non convincono, essendo privi degli elementi di fondatezza tali da poter scalfire le conclusioni tecniche di tipo negativo cui è pervenuta l’Amministrazione in sede di valutazione della sussistenza o meno in capo al candidato del profilo attitudinale proprio dello status del carabiniere. Secondo un consolidato orientamento di questo Consiglio di Stato (cfr. Sez. IV 22 febbraio 2004 n.719; 22 marzo 2005 n.1167; Sez.VI 11 settembre 2006 n.5252 ) l’accertamento dei requisiti psico-attitudinali ai fini del reclutamento nell’Arma dei Carabinieri costituisce tipica manifestazione di discrezionalità tecnica (che attiene al merito dell’azione amministrativa ), con la conseguenza che esso sfugge al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, salvo che non sia inficiato da un macroscopico travisamento dei fatti o da evidente illogicità o incongruenza delle conclusioni, nella specie non rinvenibili.
Secondo poi un altro orientamento giurisprudenziale, pienamente condiviso dalla Sezione, la valutazione effettuata dall’Amministrazione attraverso l’apposita Commissione medica prevista dal bando di concorso non è suscettibile di essere contraddetta da certificazioni di parte (vedi decisione n.719/2004 già citata). Di questi principi risulta aver fatto buon governo il giudice di primo grado con la sentenza qui impugnata; e comunque in applicazione delle regole giurisprudenziali sopra esposte appare essere stato gestito il procedimento amministrativo culminato con il provvedimento di esclusione oggetto di controversia. In particolare, non può condividersi la censura di contraddittorietà tra atti dell’Amministrazione, su cui insiste parte appellante in relazione al fatto che il Lombardo ha riportato qualificazioni eccellenti in ordine al pregresso servizio di VFP; e ciò per le seguenti ragioni. In primo luogo, diversi sono gli status in rilievo (quello di carabiniere e quello di militare volontario dell’Esercito, così come diverse le finalità istituzionali e i compiti richiesti a ciascuna delle figure militari suindicate), lì dove è abbastanza intuibile che per la qualifica di carabiniere si richiede indubbiamente un quid pluris o comunque una specificità che certamente non attiene al ruolo svolto dal volontario di ferma nell’Esercito e tale “diversità” impone di per sé un criterio rigoroso di valutazione della sussistenza dei requisiti psico-attitudinali.
Vale poi osservare come l’accertamento dell’idoneità psico-attitudinale dei candidati all’arruolamento nell’Arma dei Carabinieri è caratterizzato dal fatto di essere riferito ad un determinato momento che assume un caratteristico rilievo esclusivo, nel senso della sua sostanziale irripetibilità anche al fine di non violare il principio della par condicio (cfr. Cons Stato Sez. IV 7 giugno 2005 n.2936), con la conseguenza che la circostanza per cui il profilo psico-attitudinale possa differire in altri momenti o in altra sede non è indicativa del sintomo di eccesso di potere per contraddittorietà e/o irragionevolezza del giudizio reso (vedi Sez. VI n.5252/2006 già citata).
Quantoappena precisato vale a far escludere rilevanza decisiva alle risultanze di un accertamento privato eseguito a cura dell’appellante che pure si intendono far valere, dovendosi invero fare riferimento, nei casi come quello all’esame, esclusivamente alla Commissione di concorso quale unico organo abilitato a compiere gli accertamenti per cui è causa.
Ciò sta altresì a significare che non vi sono margini per poter aderire alla richiesta istruttoria formulata dalla difesa di parte appellante, dal momento che, in assenza di vizi di logicità e/o incongruenza delle operazioni selettive di tipo medico- legale poste in essere, ogni altro accertamento costituirebbe un’inutile spendita di attività procedurale.
Neppure sono condivisibili le censure di difetto di motivazione e di istruttoria formulate nei confronti della determinazione di esclusione dal concorso assunta dall’Amministrazione all’esito degli accertamenti in discussione.
Invero, dall’esame della documentazione prodotta in causa si evince agevolmente come il giudizio di non idoneità contiene gli elementi che lo hanno determinato, risultando scaturito da circostanze e modalità di accertamento di vario genere cui il candidato è stato sottoposto, come prescritte dalle norme tecniche emanate dal Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri e al cui esito negativo è collegata la valutazione stessa di inidoneità attitudinale, non senza qui richiamare l’orientamento giurisprudenziale pure applicabile, secondo cui i provvedimenti accertativi della mancanza di un requisito appartengono alla categoria degli atti vincolati sia nell’an che nel quid e come tali non richiedono una particolare motivazione al di là della indicazione del requisito ritenuto mancante (cfr. questa Sezione 22 marzo 2005 n.1167; idem 22 febbraio 2004 n.719).
Parte appellante infine chiede la riforma anche della statuizione relativa all’avvenuta condanna alle spese del giudizio di primo grado, ritenuta ingiusta.
Orbene, la regolamentazione delle spese rientra nella competenza esclusiva del giudice di primo grado in ordine alle quali questo giudice di appello di regola non può interferire; e comunque esse sono state attribuite alla parte ricorrente quale conseguenza dell’avvenuta soccombenza, secondo una generale regola del processo.
Per le suesposte considerazioni, il gravame non appare meritevole di accoglimento e la sentenza impugnata merita integrale conferma. Sussistono, peraltro, giusti motivi per compensare tra le parti le spese e competenze del presente grado del giudizio.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo rigetta. Compensa tra le parti le spese e competenze del presente grado del giudizio Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 12 luglio 2011
Pubblicato da geronimo a 06:37 Nessun commento:
Etichette: militare ma non Carabiniere
VERTICI MILITARI - FURBETTI DI QUARTIERE - DIFFAMAZIONE
Corte di Cassazione Sez. Prima Pen. - Sent. del 14.10.2011, n. 37046
1.- Con sentenza 5 maggio 2010 la Corte Militare di Appello, in parziale riforma della sentenza 19 novembre 2009 del Tribunale Militare di Roma, confermava la penale responsabilità del Maresciallo Capo dell’Esercito S. A. in relazione al reato di diffamazione pluriaggravata in concorso formale di cui agli articoli 81 comma 1 c.p., 227, commi 1 e 2, 47 n. 2 del codice penale militare di pace, commessi il 27 maggio 2006, riduceva la pena irrogata, previo riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate, a mesi quattro di reclusione militare, confermando nel resto la decisione.
I fatti giudicati dalla Corte Militare di appello riguardano il contenuto di una nota inviata via mail al sito web ”www.sottufficiali.info” dall’imputato dal suo indirizzo di posta elettronica; la comunicazione recante il titolo ” Chi non vuole la rappresentanza militare in Sardegna lo dica apertamente” conteneva delle affermazioni ritenute non veritiere, diffamatorie ed offensive nei confronti del Comandante, dell’Ufficiale addetto alla programmazione economica e finanziaria e dell’Ufficiale Coordinatore del Comando Militare Autonomo della Sardegna.
La Corte Militare di appello riteneva non sussistente la scriminante di cui all’art. 51 c.p., neppure sotto l’aspetto putativo, né che i fatti fossero conseguenti ad errore scusabile essendo l’imputato un sottufficiale anziano ed altresì esperto perché designato a carica sindacale all’interno del consorzio militare il quale, dunque, ben doveva essere consapevole della necessità di esercitare il diritto di critica entro i confini del lecito.
Affermava, quindi, che le espressioni usate non erano genericamente dirette alla gestione amministrativa dell’Ente, quanto piuttosto ai singoli ufficiali titolari dei rispettivi incarichi, posto che la gestione non è una entità a sé stante ma composta dai funzionari ad essa addetti e di essa responsabili, pertanto le critiche e le diffamazioni ad essa rivolte si sostanziano in critiche e diffamazioni a chi la conduce. La mancanza di rispetto, di tatto e di ragionevolezza, non solo nei confronti dei superiori ma anche dell’istituzione, contenuta nelle espressioni e nel mezzo di diffusione usato per le stesse, esorbita dal diritto di manifestazione del pensiero riconosciuto a tutti i cittadini e anche a chi, come l’imputato, ricopra carica sindacale perché componente del COBAR.
2.- Ha proposto ricorso per Cassazione il difensore di S. A., avvocato A. L., adducendo i seguenti motivi:
A) Inosservanza o erronea applicazione della legge, ex art. 606, comma 1 lett.b) c.p.p. in relazione all’art. 51 c.p. e difetto di motivazione .
Lamenta il ricorrente che l’esclusione della scriminante dell’esercizio del diritto di critica sia motivata in sentenza con argomenti inconsistenti quali la conoscenza che egli doveva avere dei limiti al diritto di critica a fronte della gerarchia militare senza però specificare in cosa si sia sostanziato il superamento dei detti limiti e perché sia stata ravvisata incontinenza e non veridicità nei fatti raccontati. Nessun riferimento alla fattispecie concreta è operato dai giudici che si limitano ad un ragionamento teorico avulso dai termini della vicenda senza peraltro spiegare perché l’esercizio del diritto di critica dovrebbe essere di minore portata per chi, come l’imputato, è un sindacalista.
B) Mancanza o manifesta illogicità della motivazione, ex art. 606, comma 1 lett. ).c.p.p. La sentenza impugnata non da conto dell’omessa analisi delle espressioni usate nella loro interezza logica ed all’interno del contesto letterale ed argomentativo nel quale erano inserite, nonostante il punto fosse stato oggetto di specifica doglianza nei motivi di appello per confutare che singoli termini, estrapolati e valutati al di fuori del contesto del discorso, potessero avere il contenuto diffamatorio ad essi attribuito.
C) Erronea applicazione della legge penale ex art. 606, comma 1 lett. b), c.p.p. in relazione all’art 596, comma 3, c.p. Carenza e contraddittorietà della motivazione.
La sentenza ritiene non applicabile la scriminante di cui all’art. 596, comma 3. c.p. limitandosi ad affermare ” per quanto concerne gli episodi M. e R., per evidente difetto di titolo di pubblici ufficiali e per quanto concerne D. M., per non provata verità dei fatto ciò con evidente vizio di motivazione. Nei motivi di appello, infatti, si era evidenziata la contraddizione dei giudici di primo grado i quali dopo aver ritenuto integrato il reato di diffamazione nei confronti del M. e del R. perché l’imputato aveva dato ad intendere il difetto del pieno merito degli stessi a percepire l’indennità correlata alla dirigenza, con ciò annoverandoli nella categoria dei dirigenti ma contraddittoriamente negando che essi rivestissero la qualifica di pubblico ufficiale. In relazione, poi, al Colonnello R. si era evidenziato nei motivi di appello che l’incarico ricoperto all’epoca dei fatti di Comandante del Comando Militare Autonomo della Sardegna ne faceva non solo un pubblico ufficiale, ma anche un ufficiale di polizia giudiziaria, e che entrambi, sia il M. che il R. dovevano essere considerati pubblici ufficiali a mente del disposto dell’art. 357 c.p.
Quanto alla eccezione di verità sostenuta dalla difesa i giudici di appello, con motivazione carente ed erronea, in contrasto con le risultanze del dibattimento, si limitano a sostenere che il fatto posto dalla difesa a sostegno dell’eccezione non è rimasto provato senza nessun riferimento agli atti specifici richiamati a conforto: a) il foglio di viaggio che risulta emesso il 19 maggio 2006 e consegnato il 30 maggio successivo; b) le dichiarazioni del teste I. all’udienza del 7 luglio 2009; c) le dichiarazioni del Generale D. M. alla stessa udienza del 7 luglio 2009.
D) Erronea applicazione dell’esimente del diritto di critica , ex art. 51 c.p. e dell’erronea supposizione della sussistente dell’esimente medesima ex art. 59 c. p.
La sentenza impugnata non esamina la contraddittorietà dell’argomentazione dei giudici di primo grado, rilevata nei motivi di appello, che da un lato affermavano il pieno diritto dell’ imputato di ottenere il foglio di viaggio e l’anticipo delle relative indennità di missione ma contemporaneamente negavano che potesse riconoscersi minimamente al medesimo alcuna facoltà di stigmatizzare la condotta dilatoria degli uffici competenti. I giudici di appello hanno argomentato in proposito solo richiamando l’incontinenza delle espressioni usate dall’imputato senza compiere alcuna valutazione delle critiche di inadeguatezza dell’operato degli uffici preposti e sulla verità dei fatti affermati. Era invece corretto esercizio del diritto di critica evidenziare e chiedersi a chi competevano le responsabilità di una situazione che, di fatto, limitava all’imputato l’esercizio di un diritto ed il mandato di rappresentanza sindacale che egli in quel momento esercitava. Tanto più che, sotto il profilo putativo, egli poteva ritenere di essere titolare, in quanto investito di un mandato di rappresentanza sindacale, del diritto di critica e di una posizione di garanzia a tutela di tutti gli iscritti.
3.- Il Procuratore Generale militare presso questa Corte, dott. A. I. ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza.
1.- Osserva preliminarmente il Collegio come ai fini della integrazione del delitto di diffamazione militare, previsto e punito dall’art. 227 c.p.m.p. la legge non richiede che la condotta delittuosa, descritta nella norma incriminatrice, si caratterizzi ulteriormente per specifici profili di connessione o collegamento con particolari e concreti atti, situazioni o contesti di servizio e disciplina militari. Il delitto che presenta identità strutturale, quanto alla oggettiva condotta sanzionata, rispetto alla corrispondente fattispecie dell’art. 595 c.p., si distingue per il duplice requisito della necessaria concorrenza della qualità militare di entrambi i soggetti, attivo e passivo, del reato.
La ricorrenza del suddetto elemento soggettivo incide, peraltro, sull’oggetto giuridico del reato, individuato, oltre che nella lesione della reputazione della vittima, nel concorrente interesse “alla coesione delle Forze armate” (Cass., Sez. l, sent. 5 .5.2008, n. 21863, Poggiali, Rv. n. 240420).
Si tratta di ratio comune ad altri reati militari che presentano identità strutturale del modello di condotta con fattispecie del codice penale, quali i delitti di percosse, ai sensi dell’art. 222 c..p.m.p. o di lesione personale ai sensi dell’art. 223 c.p.m.p. (Cass., Sez. 1, sent. 21.1.1994, n. 2792, Rv. n. 97905). E in tal senso depone, altresì, l’affermazione ricorrente nella giurisprudenza della Corte costituzionale, secondo la quale nei reati militari “è sempre insita una offesa alla disciplina e al servizio” (sentenze n. 42/1975, n. 410/2000, n. 273/2009).
2.- Data la premessa è conseguente la considerazione che l’esimente del diritto di critica, che il ricorrente assume ritenuta insussistente in violazione di legge e con motivazione carente dai giudici dell’appello, debba essere valutata in relazione alla duplicità dei beni giuridici tutelati dalla norma, nel senso che i limiti della ragionevolezza e della continenza, superati i quali il legittimo diritto di critica diviene diffamazione, vanno rapportati alla posizione rivestita nell’ambito della gerarchia e dell’organizzazione militare dai soggetti coinvolti.
Invero espressioni quali quelle che definiscono il Comandante, l’Ufficiale addetto alla programmazione economica e finanziaria e l’Ufficiale coordinatore del Comando Militare autonomo della Sardegna come soggetti che “non hanno il coraggio delle proprie azioni”, che “si nascondono dietro alle solite, ignobili vigliacche ed offensive giustificazioni dei problemi di bilancio” ecc…., sino a giungere a definirli ” furbetti del quartierino”, obiettivamente eccedono il legittimo diritto di critica per trasmodare in vere e proprie offese alla persona ed al corpo militare nel quale le persone stesse sono inserite ed esercitano la loro funzione.
3.- La gravità offensiva delle espressioni, o perlomeno di talune delle espressioni adoperate, è di tale portata, in considerazione anche del mezzo di diffusione adoperato, che esse rilevano a prescindere dal complessivo discorso nel quale sono state declinate, né il loro inserimento in contesto discorsivo articolato ne diminuisce la portata in termini di offensività.
In tale ottica è pertanto infondato il vizio di motivazione dedotto nel secondo motivo di ricorso.
4.- Quanto al terzo motivo di ricorso la assunta veridicità di talune delle vicende sottostanti al comunicato diffuso via “internet”, di per sé stessa non vale a consentire nel caso di specie la non punibilità ai sensi dell’art. 596 c.p., posto che le espressioni usate ben si spingono oltre l’attribuzione di fatti specifici per trasmodare, come sopra evidenziato, in vere e proprie offese gratuite e generiche, quali l’espressione “furbetti del quartierino” sicuramente non attributive di un fatto determinato e non suscettibili di esclusione del carattere e della portata diffamatoria attraverso prova liberatoria.
5. Ugualmente infondato è l’ultimo motivo di ricorso, in parte per le ragioni già evidenziate sub 2., e poi perché il diritto ad ottenere in tempi ragionevolmente utili il foglio di viaggio e l’anticipo delle relative indennità di missione, non costituisce ragione per esercitare il diritto di critica attraverso l’uso di modalità espressive che ne eccedono i limiti di ragionevolezza e continenza, tanto da risultare obiettivamente lesivi dell’onore e del decoro delle persone e in pari tempo dell’istituzione ove le stesse svolgono le loro funzioni Né il fatto di ricoprire un incarico sindacale in ambito militare può legittimamente fare presumere al titolare che la dialettica dei rapporti con le controparti possa essere articolata attraverso un lessico obiettivamente offensivo e lesivo dell’altrui reputazione, che poco ha a che vedere con l’esercizio del mandato sindacale.
Conclusivamente per le ragioni sovraesposte il ricorso deve essere rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Depositata in Cancelleria il 14.10.2011
Pubblicato da geronimo a 01:49 Nessun commento:
Etichette: Militari - diffamazione
LAVORO - LEI DICE SOLO STRONZATE - REATO DI INGIURIE
Cassazione Penale, Sez. 5, 17 ottobre 2011, n. 37380
**, nato a Regalbuto il***
Con la sentenza impugnata, in riforma della sentenza del Tribunale di Enna in data 21.6.2007, *** veniva assolto per insussistenza del fatto dall'imputazione del reato di cui all'art. 594 cod. pen., contestato come commesso l'11.6.2002 nel corso di una riunione del consiglio di istituto della scuola professionale di *** della quale l'imputato era preside, rivolgendo al docente S. la frase «lei dice solo stronzate». Le conclusione assolutoria era assunta osservando che l'avverbio «solo» anteposto alla parola volgare non compariva nel verbale nella riunione e dello stesso racconto della persona offesa, e che di conseguenza la frase ne risultava indirizzata non al modo di essere di quest'ultima ma a quanto la stessa aveva argomentato nella specifica circostanza. Il ricorrente deduce violazione di legge e contraddittorietà o illogicità della motivazione osservando che il termine “stronzate”, pur se privo dell'avverbio peraltro non escluso dallo stesso imputato, mantiene un significato offensivo soprattutto in quanto pronunciato in un consesso di educatori, e in quanto rivolto in presenza dei colleghi si riverbera necessariamente sul pensiero e quindi sul modo di essere della parte offesa, rivelando l'intenzione di umiliarla.
Dei beni che costituiscono l'oggetto giuridico del reato in discussione, l'onore attiene alle qualità che concorrono a determinare il valore di un individuo, mentre il decoro concerne il rispetto o il riguardo di cui ciascun essere umano è comunque degno (Sez. 5, n. 34599 del 4.7.2008, imp, Camozzi, Rv.241346); il giudizio sulla lesione effettiva di detti beni non può pertanto prescindere dal considerare se, rispetto all'ambiente nel quale una determinata espressione è proferita, la stessa si limiti alla pur aspra critica di un'opinione non condivisa ovvero trasmodi nello squalificare la persona appena indicati. Nel caso in esame, la collocazione dell'episodio in una riunione di docenti di un istituto scolastico, lo svolgimento dello stesso in presenza di colleghi quotidianamente impegnati in un'attività professionale comune a quella del soggetto passivo e la provenienza dell'espressione contestata da un immediato superiore di quest'ultimo sono elementi sicuramente rilevanti nel definire l'incidenza lesiva della condotta, e la cui portata doveva pertanto essere esaminata ai fini di un compiuto giudizio sull'esistenza o meno di un pregiudizio per l'onore e il decoro della parte offesa nel proprio ambiente lavorativo ed umano. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte d'Appello di Caltanissetta per un nuovo esame che tenga conto degli aspetti motivazionali appena indicati.
Pubblicato da geronimo a 02:59 Nessun commento:
Etichette: Lavoro - ingiurie
NON SI PUO' ESSERE PARLAMENTARE E SINDACO NELLO STESSO TEMPO
Pubblicato da geronimo a 07:28 Nessun commento:
Etichette: Parlamentare e Sindaco
PROCEDIMENTO DISCIPLINARE - LICENZIAMENTO - ILLEGITTIMITA'
Corte di Cassazione n. 21485 / 2011
"MOTIVI DELLA DECISIONE
La società ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 7, commi 2, 3, 4 e 5 della legge 300 del 1970, e degli artt. 1366, 1374 e 1375 cod. civ. in relazione all'art. 360 n. 3 cod. proc. civ. In particolare deduce di aver correttamente ottemperato al dettato dell'art. 7 della legge 300 del 1970 provvedendo alla convocazione della lavoratrice indicando due date a scelta; che il procedimento disciplinare si sarebbe correttamente concluso a seguito della diserzione della lavoratrice che si è limitata a chiedere lo spostamento dell'incontro a data successiva; che sarebbe legittimo irrogare la sanzione disciplinare senza accogliere l'istanza di rinvio proposta dalla lavoratrice, essendo il procedimento disciplinare validamente concluso con la convocazione della lavoratrice stessa.
Va infatti rilevato che comunque, per costante giurisprudenza della Corte di Cassazione l'art. 7 legge 20 maggio 1970 n. 300, il quale subordina la legittimità del procedimento di irrogazione della sanzione disciplinare alla previa contestazione degli addebiti, al fine di consentire al lavoratore di esporre le proprie difese in relazione al comportamento ascrittogli, pur non comportando per il datore di lavoro un dovere autonomo di convocazione del dipendente per l'audizione orale, ma solo un obbligo correlato alla manifestazione tempestiva (entro il quinto giorno) del lavoratore di voler essere sentito di persona (sicchè nel giudizio il lavoratore ha l'onere di provare la sua tempestiva richiesta, costituente elemento costitutivo a lui favorevole della fattispecie procedimentale), presuppone tuttavia che il datore di lavoro gestisca il potere disciplinare secondo i principi di correttezza e buona fede e, quindi, con modalità tali da non generare equivoci nel dipendente cui si riferisce la contestazione (per tutte Cass. 3 agosto 2001 n. 10760). Nel caso in esame la Corte territoriale ha motivato riguardo all'applicazione della disciplina invocata dalla ricorrente, pervenendo alla conclusione per cui il datore di lavoro non ha gestito correttamente il potere disciplinare. Il vizio lamentato, quindi, configurerebbe un vizio di motivazione ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ. e non violazione di legge ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ. così come rappresentato, proprio perchè la Corte d'appello ha considerato pienamente le norme applicabili giudicando non corretto e in buona fede il comportamento del datore di lavoro con giudizio logico e congruo non censurabile in questa sede di legittimità".
Pubblicato da geronimo a 11:05 Nessun commento:

References: ART.11
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 606
 sentenza 
 art. 606
 sentenza 
 art. 606
 sentenza 
 art. 51
 art. 59
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 360
 art. 360