Source: https://www.slideshare.net/studiosicurezza/84-lavoro-al-femminile
Timestamp: 2017-06-25 02:52:34+00:00

Document:
185 la sicurezza sul lavoro viagg...
by Monica Sech
L avoro, s icurezza e b enessere
Il fattore donna al centro delle nuove sfide nel mercato del lavoro
Progetto realizzato con finanziamento del Ministero della Salute, Rif. PMS 50/08
Emma Pietrafesa, Chiara Brunetti, Maria Castriotta
Coordinatore: Maria Castriotta
Tiziana Belli, Chiara Brunetti, Cristina Cianotti, Antonella De Cristofaro, Paolo Di Francesco,
Renata Di Leo, Alessandro Di Pietro, Tiziana Grassi, Alfredo Parrinello, Emma Pietrafesa,
Valeria Rey, Francesca Romana Romani, Giancarlo Sozi
redazionedpo@inail.it
La pubblicazione viene distribuita gratuitamente e ne è quindi vietata la vendita nonché la riproduzione
con qualsiasi mezzo. È consentita solo la citazione con l’indicazione della fonte.
ISBN 978-88-7484-342-8
Un moderno concetto di prevenzione non può prescindere dalla dimensione sociale.
La salute e sicurezza del lavoro rimane, sì, un diritto da esigere, ma anche un dovere
che ciascuno di noi ha verso se stesso e verso gli altri. In questo senso, è fondamentale
la costruzione del consenso intorno all’idea che la promozione e la tutela della salute
e della sicurezza non consista nel mero adempimento di norme, ma che sia fondamento
di un processo di miglioramento della qualità della vita di ciascuno e dell’intera comunità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come “uno stato di
completo benessere psichico, fisico e sociale dell’uomo dinamicamente integrato nel
suo ambiente naturale e sociale e non la sola assenza di malattia”. La salute viene
quindi concepita come uno stato fondamentale per la felicità e il benessere psicofisico
degli individui, ma anche come un elemento importante per il contributo al progresso
Ecco perché la prevenzione, soprattutto quella primaria, va intesa a 360 gradi; ecco
perché le strategie di prevenzione in materia di salute e sicurezza devono essere orientate a consolidare un più complessivo approccio alla salute e al benessere, non solo in
ambito lavorativo, ma nella vita quotidiana, attraverso l’adozione di stili di vita corretti
e sani; strategie che impongono di lavorare con messaggi chiari e accattivanti rivolti a
gruppi diversi di popolazione.
Il presente manuale è dedicato alle donne, lavoratrici e non solo. Oggi più che mai è
infatti importante rilanciare l’attenzione alle diversità di genere in ambito lavorativo,
anche alla luce del D.Lgs. 81/2008, il cosiddetto Testo Unico sulla Sicurezza, che si propone l’obiettivo di garantire “l’uniformità della tutela delle lavoratrici e dei lavoratori”.
Tale approdo, sicuramente frutto del grande impegno dell’Unione europea sul duplice
fronte della sicurezza sul lavoro e dell’eliminazione delle discriminazioni basate sul
sesso, è indubbiamente anche una conseguenza dell’impegno costante profuso da
esperti, studiosi, parti sociali, nel focalizzare l’attenzione su tali tematiche. Si tratta,
certamente, di un punto di partenza e non di un traguardo, ma non c’è dubbio che si
sia trattato di una pietra miliare.
Un’ultima considerazione va al format di questa pubblicazione: per raggiungere
un’ampia platea di lettori, è stata adottata la formula del manuale, che pur garantendo
il rigore scientifico dei contenuti, cerca di fornire soluzioni pratiche ed atteggiamenti
positivi con l’obiettivo di promuovere concretamente comportamenti corretti e stili di
vita sani.
Il Direttore del Dipartimento Processi Organizzativi
- Le pari opportunità
- Donne al PIT-STOP
- Gli aspetti assicurativi
L’intento di questo manuale vuole essere quello di fornire informazioni su varie tematiche, dalla sicurezza in casa e sul lavoro, alla possibilità di conciliare impegni familiari
e professionali, a stili di vita sani e tempo libero, utili per migliorare la qualità della
vita ed affrontare le criticità quotidiane con rinnovata consapevolezza.
Il manuale è articolato in tre capitoli principali. Il primo è dedicato alle donne lavoratrici
alle prese con le difficoltà di conciliare impegni familiari, come la cura dei figli e dei
genitori anziani con l’attività professionale, delineando alcuni strumenti che possono
aiutare e sostenere in questo compito. Il capitolo pone in risalto alcuni aspetti particolarmente delicati della vita di una donna lavoratrice quali l’esperienza della maternità
o le difficoltà legate agli orari atipici del lavoro notturno.
Nel capitolo successivo il manuale affronta la questione della sicurezza delle donne nei
luoghi di lavoro richiamandosi principalmente alla novità introdotta dal Testo Unico
sulla Sicurezza (2008) in cui per la prima volta la valutazione dei rischi professionali ha
assunto una dimensione di genere, aprendosi alle differenze fisiche e non solo che esistono tra lavoratori di sesso diverso. Tale novità rappresenta un traguardo normativo
importante, che segna il passaggio da un atteggiamento di protezione paternalistica
verso la donna lavoratrice e limitato soprattutto al periodo della maternità, ad una
concezione nuova, non più neutrale rispetto alle differenze di genere ma inclusiva
delle stesse, a cui sicuramente la massiccia femminilizzazione del mondo del lavoro italiano ha dato un contributo notevole. Da questo nuovo approccio è scaturito un interesse verso quelli che sono definiti i rischi emergenti in ottica di genere, ossia i rischi
legati a professioni svolte principalmente da donne e quelli combinati, ovvero in professioni laddove rientrano nella casistica rischi di vario genere.
In chiusura, un capitolo dedicato alla cura e al benessere delle donne illustra stili di
vita sani e modalità opportune con cui impiegare il proprio tempo libero limitando al
minimo i rischi per la propria salute.
La popolazione italiana è costituita da circa 60 milioni di individui con 93,8 uomini ogni 100 donne; questa differenza è dovuta
al progressivo invecchiamento della popolazione e alla maggiore
speranza di vita delle donne. Infatti, sebbene nascano più maschi
che femmine, esiste una più elevata mortalità che colpisce gli
uomini fin dalla giovane età; ciò comporta che nel totale della popolazione le donne
siano più numerose degli uomini. Le donne vivono dunque di più degli uomini, ma il
numero di anni vissuti in “buona salute” è inferiore a quello del sesso maschile.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce il sesso come la somma delle
caratteristiche biologiche che definiscono l’uomo e la donna, ed il genere come la
somma di comportamenti, attività ed attributi che la nostra società considera e spesso
impone come specifici per gli uomini e le donne. Quindi mentre il sesso rimane costante, il genere è in continua evoluzione a seconda dei cambiamenti sociali, politici
ed economici in ogni singola società ed è socialmente determinato dalle relazioni di
potere che dettano le opportunità e le chance disponibili in ogni realtà, sia per le
donne sia per gli uomini. Genere e sesso identificano dunque caratteristiche ben diverse, come evidenziato nella Tabella 1.
Tabella 1 - Caratteristiche di genere e sessuali a confronto
• Sono le donne le principali responsabili
della cura familiare di figli, nipoti e genitori anziani (generazione sandwich) e di
partner malati.
• In tutto il mondo la maggior parte dei lavori domestici viene svolto dalle donne.
• In molti paesi del mondo, compresa l’Italia, le donne guadagnano in genere, a parità di lavoro, meno.
• Le donne si controllano di più e sono più
attive nella prevenzione.
• Le donne investono di più in cultura, riescono meglio negli studi, danno maggiore
rilievo al lavoro.
• Le donne rivestono una molteplicità di
ruoli nelle diverse fasi della vita che le
rende più esposte ai rischi per la salute
correlati allo stress prolungato e aggravato dai carichi multipli (ISTAT, 2007).
• La disabilità è più diffusa tra le donne
(6.1 vs 3.3% degli uomini).
• Il sesso femminile è determinato da una
coppia XX di cromosomi sessuali, quello
maschile da una coppia XY.
• I due sessi usano aree cerebrali opposte
per elaborare le emozioni e lo stesso accade per il dolore.
• Le donne hanno le mestruazioni.
• Le donne hanno le ovaie e l’utero.
• Le donne sviluppano le mammelle in grado di allattare.
• Le donne hanno le ossa più piccole.
• La distribuzione del grasso è differente.
• Le donne hanno un minor peso corporeo.
• Le donne sono protette dagli ormoni
estrogeni fino alla menopausa.
Sulla base del Libro bianco Delors (1993) il Consiglio europeo ha identificato cinque
obiettivi chiave per la crescita, la concorrenzialità e l’occupazione: sviluppo delle risorse
umane tramite la formazione professionale; sostegno agli investimenti produttivi per
mezzo di politiche salariali; miglioramento dell’efficacia degli interventi sul mercato
del lavoro; individuazione di nuove potenzialità di occupazione attraverso iniziative
locali; promozione dell’accesso al mercato del lavoro per alcune categorie specifiche
come i giovani, i disoccupati di lunga durata e le donne. In seguito, il Trattato di Amsterdam, ha dato vita dal 1997 alla predisposizione di un ruolo specifico per la conciliazione nell’ambito delle politiche del lavoro e della famiglia.
Questa iniziativa ha reso il termine conciliazione di uso comune. Un utilizzo più esteso
è stato valorizzato successivamente nell’ambito della Carta dei diritti fondamentali, siglata a Nizza nel 2000, dove la conciliazione veniva identificata quale “esercizio combinato di diritti fondamentali”.
Il testo della Carta e i successivi atti elaborati dalla Commissione rompono con una tradizione che riteneva le politiche di conciliazione esclusivamente riferite alle donne;
non si tratta più solo di combattere le discriminazioni a carico delle donne, ma occorre
ridurre gli ostacoli alla loro integrazione all’interno del mercato del lavoro. A tal riguardo, gli interventi legislativi in materia di congedi di maternità e parentali dell’ultimo decennio sono stati senza dubbio significativi.
Negli ultimi anni si è assistito ad un cambiamento, anche lessicale, di orientamento:
da un approccio volto a sostenere l’equilibrio tra lavoro e famiglia (work-family balance) si è passati ad un modello di sviluppo fondato principalmente sull’armonizzare
vita lavorativa e vita privata (work-life balance). Il tema della conciliazione vita-lavoro
riguarda molti aspetti della vita quotidiana: le modalità organizzative e i tempi di lavoro, le responsabilità delle donne e degli uomini nel mercato del lavoro e nel lavoro
di cura, i servizi per la famiglia, l’organizzazione dei tempi e degli spazi delle città. Si
tratta di un tema complesso che richiede strategie di intervento in grado di incidere
contemporaneamente e in modo complementare su più fronti.
L’organizzazione del lavoro e la gestione delle risorse umane nelle imprese è uno degli
ambiti principali di intervento, poiché è determinante nel penalizzare o, al contrario,
favorire l’equilibrio tra tempi di vita e di lavoro, nel bloccare o agevolare le pari opportunità di carriera tra uomini e donne e, più in generale, nel danneggiare o promuovere il benessere psicofisico delle persone.
Le politiche volte ad aumentare il livello di partecipazione delle donne al mercato del
lavoro sono definite politiche di incentivazione e vanno distinte da quelle di conciliazione, che fanno riferimento all’elemento tempo e costituiscono in qualche modo un
sottoinsieme delle prime.
In particolare, sono definite di conciliazione quelle misure che facilitano le attività lavorative alle persone con vincoli familiari; esse sono generalmente basate sulla liberazione
di tempo per la cura per l’infanzia o per altri familiari (anziani e disabili) attraverso l’offerta di orari flessibili o ridotti e di servizi pubblici o privati. Le politiche di incentivazione
si basano invece, prevalentemente, sull’offerta di un reddito aggiuntivo al fine di acquistare servizi sul mercato che sostituiscano quelli prodotti in casa (home production).
Uno dei principali problemi che ostacola l’ingresso nel mercato del lavoro è dovuto
alla scarsità dei servizi sociali, con particolare riferimento alle politiche di conciliazione
tra tempi di vita e di lavoro, soprattutto nel Meridione.
Mentre negli altri paesi europei l’occupazione femminile aumenta al crescere dell’età
dei figli, con un tipico andamento a “U” (cioè con una rapida discesa nei tre anni immediatamente successivi alla nascita di un figlio e un successivo graduale ritorno al lavoro), in Italia la curva continua a scendere per diversi anni.
La probabilità di non lavorare nei 18-21 mesi successivi alla nascita di un figlio è di
quasi il 50%: un rapporto di ManagerItalia del 2010 affermava che “oggi in Italia se
prima della nascita del figlio lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43, con un tasso di abbandono pari al 27,1%”. Alla base di questo
fenomeno vanno poste un insieme di cause, quali ragioni di carattere psicologico come il calo di motivazione, la perdita di contatti, la paura di dover ricominciare da
capo - le nuove esigenze di cura dei figli, la mancanza di servizi di cura adeguati, a cominciare dalla scarsità degli asili nido, ma anche il fatto che la maternità continua ad
essere un momento critico del rapporto tra il dipendente e il datore di lavoro, ancora
purtroppo connesso a rischi di mobbing e di perdita del lavoro stesso. Si segnala che
proprio per arginare il fenomeno delle cosiddette dimissioni in bianco, che colpisce soprattutto le lavoratrici al rientro dalla maternità o durante la stessa, la recente riforma
del mercato del lavoro realizzata dal Ministro Fornero ha sottoposto la richiesta di dimissioni presentata dalla lavoratrice in stato di gravidanza o durante i primi tre anni
di vita del figlio o del minore adottato (mentre il D.Lgs. 151/2001 si limitava al primo
anno di vita) alla convalida amministrativa degli ispettorati del lavoro (cfr. Legge 28
giugno 2012, n. 92, art. 4, comma 16), come garanzia della autenticità della volontà
della dipendente di recidere il rapporto di lavoro. Le difficoltà a rientrare nel mondo
del lavoro dopo la maternità sono significativamente influenzate dal fattore età: le
madri meno giovani rientrano più frequentemente al lavoro, mentre quelle sotto i 25
anni sperimentano maggiori difficoltà. Per le donne non occupate la probabilità di entrare nel mercato del lavoro dopo la nascita di un figlio è praticamente nulla a qualsiasi
età. Le ragioni di questa triste realtà risiedono nel fatto che tutta la legislazione sulla
maternità si rivolge alle lavoratrici tradizionali, ossia dipendenti a tempo indeterminato, che oggi rappresentano una piccola parte delle giovani donne che lavorano, per
lo più assunte come collaboratrici a progetto, professioniste a partita IVA, o altre forme
di contratti precari. Secondo una recente ricerca dell’ISTAT il 43% delle donne italiane
con meno di 40 anni (e il 55% di quelle con meno di 30) non gode dei diritti previsti
dalla legge in caso di maternità. Da qui il bivio appare evidente: o la rinuncia ad avere
figli, o l’abbandono del posto di lavoro dopo la nascita di un bambino per la mancanza
di adeguate tutele.
Anche il grado di istruzione è un fattore molto importante: sono le donne con elevata
istruzione quelle che rientrano nel mercato del lavoro a pochi mesi dalla nascita del figlio, mentre quelle con bassa e media istruzione spesso non rientrano affatto.
In generale le donne con un titolo di studio più elevato tendono a conciliare meglio
lavoro e famiglia: sono in grado di mobilitare più risorse, beni e servizi di mercato e
tempo dei familiari (inclusi i partner che collaborano di più nelle coppie più istruite) e
di utilizzarle in maniera più efficiente e razionale. Dedicano inoltre meno tempo ai lavori domestici e più ai figli, contribuendo in questo modo a ridurre gli effetti negativi
sui bambini piccoli dovuti all’assenza di ambedue i genitori per diverse ore nell’arco
della giornata lavorativa.
La normativa italiana cardine in materia è rappresentata dalla Legge 8 marzo 2000, n.
53 che introduce i congedi parentali, favorendo un maggior coinvolgimento dei padri
nella cura dei figli e focalizza l’attenzione delle regioni e degli enti locali sull’importanza di riorganizzare i tempi di vita nelle città, promuovendo, tramite l’art. 9, anche
la sperimentazione di azioni positive per la conciliazione sul luogo di lavoro, sensibilizzando in tal senso aziende e parti sociali. Tale articolo di legge ha carattere sperimentale ed ha quindi subìto nel tempo diverse modifiche al fine di intercettare anche
i nuovi bisogni di conciliazione emergenti in corso di attuazione.
Una delle ultime modifiche (art. 38 della Legge 18 giugno 2009, n. 69) ha ampliato la
platea dei potenziali beneficiari ed aggiornato il novero degli interventi finanziabili
nell’ambito del Fondo per le politiche per la famiglia, rendendo necessaria la stesura
di un nuovo regolamento di attuazione, che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale
n. 101 del 3 maggio 2011 (serie generale) ed è entrato in vigore il 18 maggio 2011.
Sono previste misure di conciliazione distinte in favore dei lavoratori dipendenti e dei soggetti autonomi.
La conciliazione per i dipendenti (art. 9, comma 1).
In base alla nuova disciplina, il 90% delle risorse annualmente disponibili è riservato al finanziamento di datori di lavoro privati, purché iscritti in un pubblico registro (es. registro
delle imprese, albi professionali, ecc.), e, ove residuino fondi, alle aziende sanitarie locali e
alle aziende ospedaliere, anche universitarie, che intendano attivare, in favore dei propri
dipendenti, una delle seguenti misure di conciliazione:
a) nuovi sistemi di flessibilità degli orari e dell’organizzazione del lavoro, quali part-time
reversibile, telelavoro, orario concentrato, orario flessibile in entrata o in uscita, flessibilità su turni, banca delle ore, ecc;
b) programmi e azioni per il reinserimento di lavoratori/lavoratrici che rientrano da periodi
di congedo di almeno 60 giorni;
c) servizi innovativi ritagliati sulle esigenze specifiche dei lavoratori e delle lavoratrici. Quest’ultima tipologia di azione è attivabile anche da parte di una pluralità di datori di lavoro consorziati, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo di reti territoriali che per un
verso consentono di allargare il bacino d’utenza del servizio, abbattendone i costi, e
per un altro verso permettono l’integrazione con altre politiche, aventi ricadute sui
tempi di vita, realizzate a livello locale.
I destinatari degli interventi progettati possono essere i dipendenti con figli
minori o con a carico un disabile, un anziano non autosufficiente o una
persona affetta da documentata grave infermità.
Purtroppo i tassi di natalità e di occupazione femminile italiani sono ancora tra i più
bassi In Europa. Diventare madre costringe a volte a scegliere tra lavoro e cura dei figli
poiché mancano servizi di sostegno alla famiglia, gli orari di lavoro sono rigidi ed orientati sempre più al lavoro a turni, l’organizzazione delle aziende è troppo poco flessibile
in relazione alle esigenze delle famiglie.
È inoltre utile evidenziare come negli ultimi decenni sia mutata la composizione della
famiglia “tradizionale”. Nel 2009 erano 6 milioni e 866.000 i monogenitori single non
vedovi; 12 milioni di persone in Italia, pari al 20% della popolazione, vivono in famiglie
composte da coppie non coniugate o separate e ricostituite in forme cosiddette non
tradizionali, un dato raddoppiato rispetto al decennio passato. I nuclei familiari monogenitoriali erano 1 milione e 775.000 nel 1993, 2 milioni circa 10 anni dopo.
Tra i monogenitori, l’86,1% sono donne, mentre i single non vedovi sono nel 55,3%
dei casi uomini. Nel 39,5% dei casi i nuclei monogenitoriali sono sotto la responsabilità
di donne separate o divorziate, nel 52,8% di vedove e solo nel 7,7% di nubili. Il mutamento delle forme familiari è dovuto in parte all’aumento di separazioni e divorzi e,
parallelamente, alla diminuzione dei matrimoni celebrati nel nostro paese.
Una tendenza in atto già dall’inizio degli anni Settanta, che ha registrato però nel
biennio 2009-2010 un calo del 6% delle nozze celebrate, con una media di 3,6 matrimoni ogni 1000 abitanti. Questi dati confermano come la gestione familiare, tradizionale o ricomposta in forme alternative, resti comunque nella maggioranza dei casi sulle
spalle delle donne, sole o accompagnate. Nel biennio 2008-2009 il 76,2% del lavoro
familiare delle coppie era ancora a carico delle donne, mantenendo intatta una forte
disuguaglianza di genere.
Vengono genericamente definite “famiglie monoparentali”, ma raccontano situazioni
diverse, eterogenee, complesse, come complesse sono le condizioni che hanno portato
alla loro esistenza. Diverse dovrebbero poter essere anche le forme di assistenza, i servizi, le soluzioni per rendere più semplice la loro vita. La genitorialità, nella famiglia
monoparentale, è uguale ma più difficile. Alcune donne la scelgono, altre si trovano
costrette ad affrontarla, tutte sono accomunate dal tentativo di crescere adeguatamente i propri figli portando sulle proprie spalle, da sole, il peso della responsabilità e
Ma che cosa significa nella prassi quotidiana crescere figli completamente sole? Quali
sono le difficoltà maggiori a fronte di un sistema di welfare inadeguato? Il numero di
donne che vive sulla propria pelle questa condizione, in Italia, è costantemente in crescita. Queste madri si trovano a dover sostenere sulle proprie spalle l’intero ménage
familiare, sia a livello organizzativo che economico, a fronte di un’inadeguatezza reale
del sistema di aiuti alle famiglie. Basta guardare i costi e l’accessibilità degli asili nido
in Italia. Perché monofamiliare vuol dire anche monoreddito, una questione economica
centrale, che si somma alle difficoltà psico-emotive non meno importanti, e messe in
coda solo per necessità.
Tra queste donne che affrontano con consapevolezza la propria condizione:
Mina, nel 2001 resta incinta del primo figlio e, suo malgrado, capisce che vivrà gravidanza e maternità da sola. Pregiudizi verso la sua condizione Mina in questi anni non
ne ha sentiti, ma certo crescere uno o più figli vuol dire affrontare da sole tutto quel
carico di incertezze, dubbi, insicurezze e timori solitamente condivisi. “Le paure, la solitudine nel prendere decisioni importanti, l’ansia per la stabilità economica sono i
punti più impegnativi del percorso di una mamma single. Le famiglie monogenitoriali
sono in tutto e per tutto come quelle tradizionali, ma il carico di preoccupazioni e lavoro sono moltiplicati”.
Serena, 28 anni, un bimbo di 18 mesi e tanta voglia di entrare nel mondo del lavoro
descrive così la sua situazione apparentemente priva di via di uscita: “se non lavori,
non ti prendono il bambino al nido, allo stesso tempo, se in sede di colloquio esce fuori
che il bambino non va al nido, finisce che non ti prendono a lavoro”.
Fortunatamente, alcune esperienze di vita infondono fiducia:
Angela, 42 anni, 2 bimbe di 3 e 2 anni, contabile presso una società farmaceutica, racconta:
“Quando ho avuto la seconda figlia, sebbene amassi molto il mio lavoro, ero disposta
a licenziarmi perché l’impegno delle due bambine, con appena 13 mesi di differenza,
era davvero enorme. Fortunatamente i miei datori di lavoro, anche grazie al rapporto
di stima e fiducia che si era istaurato negli anni in cui avevo lavorato per loro, si sono
dichiarati aperti a qualche forma di compromesso e alla fine abbiamo concordato la
seguente formula: sarei passata ad un contratto part-time e mi sarebbero state pagate
come ‘straordinario’ tutte le ore che sarei riuscita a dedicare al lavoro da casa”.
Camilla italiana, Ben americano: sposati e con una bimba piccola, hanno scelto di vivere
a Roma. Ricercatrice lei, dottorando lui, invece di ripiegare sui nonni o pagare una tata
hanno deciso che a casa con la figlia sarebbe rimasto il papà. Ben è quello che, in un
paese fortemente ancorato alle tradizioni e penalizzato dalla disparità di genere, viene
definito mammo.
“Durante tutta la settimana è Ben a portare la
bimba al parco. A fargli compagnia di solito un
esercito di tate e nonni. Quando nel fine settimana sono io a dedicarle più tempo, il parco si
riempie di papà. Non è questione di pregiudizi,
ma di come è impostata la società”.
Nel panorama internazionale l’Italia rappresenta ancora un’eccezione anche rispetto all’uso del tempo. Le donne italiane, sommando
sia il tempo per il lavoro remunerato che quello
per il lavoro non remunerato, lavorano molto più degli uomini.
Il 77% del tempo dedicato al lavoro familiare è a carico femminile, a testimonianza di
una persistente e significativa asimmetria di genere; pur essendo i padri un po’ più collaborativi rispetto al passato, i cambiamenti sono lenti e la divisione dei ruoli ancora
molto rigida. I dati recenti mostrano, infatti, che i maggiori cambiamenti nella divisione
del lavoro tra i due generi sono avvenuti nell’ambito della cura dei figli, molto meno
invece nell’ambito dei lavori domestici veri e propri. L’effetto finale è che la donna italiana lavora, in media, un’ora e un quarto al giorno in più rispetto agli uomini.
Esistono comunque soluzioni affinché quella tra figli e lavoro non sia un’alternativa
secca, ma una combinazione conciliabile e, in alcuni casi, possono essere le stesse lavoratrici a proporle giacché uno degli aspetti fondamentali della conciliazione vita-lavoro
è proprio l’organizzazione del lavoro. Oggi, anche grazie ai progressi delle nuove tecnologie, si potrebbe permettere al lavoratore di beneficiare di nuove forme di flessibilità dell’orario di lavoro, aumentando al contempo la produttività. Part-time,
flessibilità degli orari, tele-lavoro: le possibilità che si stanno dischiudendo sono tante
ed è importante conoscerle, per poter essere promotori nei propri luoghi di lavoro dei
Si pensi ad esempio a come si sono velocizzati i tempi di comunicazione, di trasferimento di documenti di qualsiasi tipo, di accesso a documenti condivisi e a spazi virtuali,
indipendentemente dal fatto che i colleghi di lavoro si trovino in ufficio o a casa.
Queste nuove modalità di lavoro si chiamano e-work e va da sé che si tratta di soluzioni
che permetterebbero di risparmiare moltissimo tempo, iniziando dai trasferimenti casalavoro che, soprattutto nelle grandi città, possono richiedere tempi molto lunghi nonché rappresentare una notevole fonte di stress.
Un’altra soluzione economica e pratica, riguardante i servizi alla famiglia, è rappresentata dalla Tagesmutter, termine tedesco che letteralmente significa “mamma di giorno”:
si tratta di una figura professionale appositamente formata che può accogliere in casa
propria sino ad un massimo di cinque bambini (compresi i figli propri), offrendo un servizio flessibile in base alle esigenze dei genitori. Molti comuni italiani si stanno attrezzando per poter offrire questo servizio, presentandolo come una valida alternativa agli
insufficienti asili nido comunali ed impegnandosi sia sul fronte della formazione delle
operatrici sia su quello dei periodici controlli sulla qualità del servizio stesso.
Quella della Tagesmutter potrebbe essere anche un’interessante opportunità per
donne in cerca di un’occupazione alternativa…
La sempre più capillare diffusione del lavoro intellettuale, atipico e autonomo, porta
un numero crescente di persone a lavorare dalla propria casa. Questo avviene anche
in un paese come il nostro, dove il telelavoro è, per tradizione, meno diffuso in rispetto
ai paesi nordeuropei, come la Svezia, la Norvegia, la Danimarca e la Finlandia, in cui è
un’abitudine consolidata ormai da decenni.
Telelavoro è un termine sul quale si potrebbe discutere molto a lungo e non è affatto
semplice poter darne una definizione esaustiva, soddisfacente e condivisibile; ma la
necessità di individuare tale definizione non deve sembrare un mero vezzo linguistico
poiché quando si parla di lavoro, a seconda di determinate definizioni, possono esserci
determinate conseguenze sul piano legislativo piuttosto che altre; basti pensare alle
notevoli difficoltà di tipo sindacale che si riscontrano nella gestione dei telelavoratori
ai quali è difficile, a seconda della tipologia di telelavoro svolto, applicare normative
di tipo collettivo. Se le definizioni possono dare adito a discussioni di vario tipo, meno
incertezze sembrano esserci sul fatto che il telelavoro è, a prescindere dalle varie definizioni, una soluzione lavorativa profondamente diversa da quella tradizionale; sicuramente è una soluzione lavorativa in cui si ha una larga indipendenza dal luogo della
struttura aziendale, indipendenza invece non presente qualora il lavoro venga svolto
all’interno della struttura stessa. Esistono infatti diverse tipologie di telelavoro; classicamente ne vengono identificate cinque: telelavoro domiciliare, telelavoro mobile, telelavoro da centro satellite, telelavoro office-to-office e azienda virtuale. Il telelavoro,
istituito nel 2002 con accordo quadro europeo, è una forma di organizzazione e/o di
svolgimento dell’attività lavorativa regolarmente svolta fuori dai locali dell’azienda in ambienti nella disponibilità del lavoratore che spesso coincidono con l’abitazione che comporta vantaggi tanto per l’azienda quanto per il lavoratore.
Nel nostro paese il telelavoro è stato recepito a partire dal 2004, attraverso l’Accordo
interconfederale - tra Confindustria, Confartigianato, Confesercenti, Cna, Confapi, Confservizi, Abi, Agci, Ania, Apla, Casartigiani, Cia, Claai, Coldiretti, Confagricoltura, Confcooperative, Confcommercio, Confinterim, Legacoop, Unci, Cgil, Cisl e Uil - che ne
regolamenta lo svolgimento. Successivamente, nel 2011 il Governo ha introdotto incentivi per i datori di lavoro che adottano il telelavoro per migliorare la conciliazione
fra lavoro e famiglia, norme perfezionate nel 2012 dalla Legge di Stabilità.
Sono previste particolari sovvenzioni nel caso in cui si favorisca la flessibilità dell’orario
di lavoro a particolari categorie di lavoratori e lavoratrici (di qualsiasi categoria con
figli minori, prioritariamente in caso di disabili o minori di età inferiore ai 12 anni, o
15 anni se adottati o affidati, o in alternativa con parenti disabili o non autosufficienti
a carico, o affetti da infermità grave). Gli obblighi stabiliti dalla Legge 68/1999 riguardanti l’obbligatorietà delle assunzioni di lavoratori disabili si ritengono rispettati anche
attraverso il ricorso al telelavoro.
Ma quali sono i pro ed i contro di questa modalità lavorativa?
I vari studi che negli anni sono stati compiuti sul telelavoro hanno cercato di metterne
in evidenza pregi e difetti valutando entrambi sia dal punto di vista del lavoratore sia
dal punto di vista dell’azienda datrice di lavoro.
Per il lavoratore e la lavoratrice i vantaggi principali sono:
• riduzione (e talvolta eliminazione) dei tempi necessari agli spostamenti;
• riduzione delle spese per gli spostamenti;
• aumento del tempo libero;
• maggiore vicinanza ai familiari, agli amici e al proprio ambiente;
• libera scelta del luogo di residenza;
• gestione dell’orario di lavoro in base alle proprie esigenze.
Gli svantaggi rilevati sono:
• riduzione del tempo libero (patologia del workaholic);
• rischio di non distinguere adeguatamente la casa e l’ufficio;
• riduzione della vita relazionale esterna;
• incremento delle spese domestiche (aria condizionata, illuminazione artificiale, ecc.);
• minore tutela sindacale (dovuta alla personalizzazione del contratto);
• minori possibilità di carriera a causa della minore visibilità (problema riguardante
coloro che lavorano per realtà aziendali di un certo livello).
Dal punto di vista aziendale i vantaggi che vengono generalmente evidenziati sono:
• riduzione dei costi aziendali legata alla riduzione delle dimensioni aziendali;
• maggiore motivazione dei lavoratori;
• riduzione del numero di intermediari;
• incremento della flessibilità organizzativa.
• difficoltà nel gestire i lavoratori a distanza;
• incremento delle spese per le apparecchiature necessarie alla telecomunicazione;
• aumento dei costi di formazione;
• variazioni nell’organizzazione aziendale.
Il telelavoro è dunque un’opportunità a cui nessuna azienda
dovrebbe rinunciare, implementandolo con una personalizzazione della proposta al dipendente che esalti i vantaggi
della strategia, eliminando o limitando gli svantaggi.
Aspetti del telelavoro dipendente:
• essendo una tipologia di svolgimento della prestazione
lavorativa, esso può essere pattuito al momento dell’assunzione ma anche successivamente, forte della sua natura reversibile: dopo un periodo di sperimentazione, si può infatti tornare alla tipologia tradizionale;
• deve comunque sempre essere volontario: la controparte, datore di lavoro o lavoratore, deve essere d’accordo rispetto alla nuova tipologia di svolgimento del lavoro.
Inoltre il rifiuto non può in alcun caso essere causa di licenziamento o di modifica
delle condizioni contrattuali;
• deve essere riservata una mole di lavoro analoga a quella di un pari grado che eserciti in maniera tradizionale le proprie mansioni, anche se il telelavoratore ha più
ampi margini di discrezionalità circa i tempi di organizzazione del lavoro;
• il datore di lavoro deve inoltre fornire al telelavoratore tutte le informazioni inerenti: contratto collettivo applicato, tipologia di prestazione da eseguire, unità a cui
deve fare riferimento e superiore diretto al quale rivolgersi in caso di bisogno;
• il datore di lavoro ha l’obbligo di mettere in atto tutte le misure necessarie al fine
di evitare che il telelavoratore sia oggetto di isolamento, garantendo anche le possibilità di incontro con i colleghi e l’accesso alle informazioni contenute in azienda,
in ottemperanza ad accordi aziendali e regolamenti interni. Il telelavoratore ha gli
stessi diritti dei colleghi, avendo diritto agli stessi avanzamenti di carriera e potendo
accedere ai medesimi percorsi formativi; in più ha diritto a una formazione specifica
che gli consenta di padroneggiare gli strumenti necessari per la particolare tipologia
di svolgimento del proprio lavoro;
• il lavoro da casa non esonera dall’osservanza dei criteri di salute e sicurezza, infatti
il datore di lavoro è responsabile anche del dipendente che svolga mansioni in telelavoro, illustrandogli i criteri di sicurezza applicati in ufficio e le politiche aziendali
in materia, cui il lavoratore deve obbligatoriamente attenersi anche da casa (o dove
svolge l’attività);
• il datore di lavoro può avere accesso al posto di tele-lavoro ma, nel caso in cui si tratti
dell’abitazione del dipendente, deve richiederne il consenso come indicato dai contratti collettivi. Di contro, anche il dipendente può richiedere l’esecuzione di ispezioni.
Un nodo da stabilire preventivamente è la proprietà dei mezzi a disposizione del telelavoratore: se sono forniti dal datore di lavoro, è in capo al dipendente l’obbligo di
averne cura, non utilizzarli per divulgare in rete file a contenuto illegale e avvisare
tempestivamente il superiore in caso di malfunzionamenti che potrebbero compromettere lo svolgimento dell’attività, anche presso la sede dell’azienda. Il datore di lavoro può monitorare la produttività del telelavoratore attraverso l’utilizzo di software,
il cui impiego - trasparente - deve però tenere conto in maniera proporzionale dell’obiettivo che ci si prefigge e della privacy del lavoratore. Invece la responsabilità della
protezione dei dati è in capo a entrambi i soggetti:
• il datore di lavoro deve adottare misure in grado di garantirne la sicurezza (anche
attraverso software specifici), informare il telelavoratore delle norme di legge da
seguire e di eventuali regole previste al livello aziendale per la protezione dei dati;
• il lavoratore deve attenersi alle direttive fornite e rispettare regole e norme che il
datore di lavoro gli sottopone;
• al datore di lavoro sono riservati i costi derivanti direttamente dal lavoro: collegamento Internet, apparecchiatura hardware utilizzato per lo svolgimento delle mansioni lavorative ed eventuali spese causate da smarrimento o danneggiamento di
dati e strumenti, a meno che non sia riconoscibile una negligenza grave da parte
Aspetti peculiari del telelavoro autonomo: si rende conto solo a se stessi del proprio
operato. Si è completamente liberi di organizzarsi come meglio si crede, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta, soprattutto per chi non è abituato ad organizzare e a gestire al meglio il proprio tempo. Meno costi di gestione: chi lavora da
casa con una posizione IVA ha l’opportunità di scaricarsi parte dell’affitto, delle utilities
e tutti i costi che sostiene per dedicarsi alla sua attività. Non male, se si considera che
un lavoratore autonomo può definirsi come un ‘socio’ dello Stato al 50%. Il Fisco, infatti, finisce con l’assorbire almeno il 50% dell’utile della sua attività, fra tasse e contributi (con la recente riforma le stime salgono verso l’alto).
Si può lavorare con un orario flessibile: chi lavora da casa ha davvero l’opportunità di
osservare un orario di lavoro tagliato su misura delle proprie esigenze e della propria
famiglia (ha il tempo per portare i figli a scuola o all’asilo, per cucinare e fare la spesa).
Nel caso di emergenze o di imprevisti, può abbandonare il lavoro senza dover dare
spiegazioni a nessuno. Ma a patto che tenga sempre presente i tempi di consegna e le
La routine può essere sconosciuta: chi lavora da casa ha l’opportunità di definire in autonomia, giorno per giorno, come trascorrere ed organizzarsi la giornata.
Si risparmia denaro: gli investimenti, per chi lavora da casa, nella stragrande maggioranza dei casi, si riducono all’acquisto di un computer con i relativi software, ad una
stampante e alla promozione. Ad attività già avviata, i costi di gestione sono minimi e
si spendono meno soldi per i trasferimenti da casa all’ufficio, per il caffè consumato al
bar, per il pranzo e persino per l’abbigliamento. Il fallimento è inoltre un avvenimento
quasi impossibile. Il massimo rischio che si corre dedicandosi ad un’attività da casa, consiste in scarsi guadagni.
È possibile prendersi delle pause quando si è troppo stressati: chi lavora da solo è libero
di concedersi piccole pause quando ne avverte la necessità, per eccesso di stanchezza
o di stress. Può telefonare ad un amico, stendere il bucato, cucinare o andare a farsi
una passeggiata per riordinare le proprie idee. I flussi di lavoro sono discontinui: nei
momenti di overjob, si alternano momenti in cui sembra di non avere nulla da fare.
Un buon lavoratore autonomo deve essere in grado di organizzarsi per non venire mai
meno ai propri impegni ed essere disponibile a lavorare anche 10/12 ore al giorno
quando il lavoro è più intenso, ed essere pronto ad investire il proprio tempo per acquisire nuovi incarichi quando questi sembrino ridursi.
Si finisce per lavorare a cottimo: il lavoratore autonomo, come per esempio un giornalista, oppure un traduttore, viene spesso retribuito in maniera inadeguata, considerata la forte concorrenza con cui occorre misurarsi. La tentazione, è quindi quella di
lavorare oltremisura, senza soluzione di continuità, spesso anche la sera e durante i
weekend, per riuscire a mettere insieme un guadagno mensile accettabile.
La Legge 53/2000 e il successivo D.L. 151/2001, meglio noto come “Testo Unico delle
disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità”, hanno introdotto elementi di novità rispetto al passato e avevano come obiettivo
la maggior fruizione dei congedi da parte dei padri e una maggiore equità nella ripartizione del lavoro di cura tra i genitori.
Tuttavia, tali iniziative legislative mostrano ancora forti limiti, essendo prevalentemente disegnate per la lavoratrice/il lavoratore dipendente, mentre insufficiente appare ancora la tutela dei lavoratori atipici, il cui numero invece sta aumentando specie
tra le coorti più giovani che entrano nel mercato del lavoro, e dunque quelle potenzialmente più interessate ai congedi legati alla nascita di un figlio. Non solo, ma l’indennità percepita durante il periodo di astensione facoltativa o per malattia del
bambino appare insufficiente a consentirne un pieno utilizzo da parte della madri (specie quelle con salari più bassi) e ancor più dei padri.
In base a quanto stabilito dal D.L. 151/2001, il congedo di maternità ha una durata di
5 mesi e spetta alle lavoratrici dipendenti, alle lavoratrici domestiche (che devono però
aver versato almeno un anno di contributi nei due anni precedenti il periodo di assenza
obbligatoria o almeno sei mesi di contributi nell’anno precedente) e alle lavoratrici
agricole (che devono però aver effettuato un minimo di 51 giornate di lavoro nell’anno
precedente il periodo di assenza obbligatoria). Durante questo periodo un’indennità
sostitutiva pari all’80% della retribuzione media giornaliera viene pagata alle lavoratrici dipendenti. Tale indennità è aumentata al 100% per talune categorie, a seconda
dei contratti collettivi e per il pubblico impiego. Se il datore di lavoro ha omesso il versamento l’indennità non viene pagata. L’importo è variabile e dipende dal reddito percepito nell’anno precedente. Per ottenere l’indennità di maternità è necessario che
risultino accreditate almeno tre mensilità di contribuzione nei dodici mesi precedenti
il periodo di maternità. Alle lavoratrici autonome spetta un’indennità pari all’80% della
retribuzione calcolata sull’anno precedente. Il D.M. 12 luglio 2007 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 247 del 23 ottobre 2007 ha previsto l’estensione dell’astensione obbligatoria, in favore delle seguenti forme contrattuali: lavoratrici a progetto e
categorie assimilate (collaboratrici coordinate e continuative), associate in partecipazione, libere professioniste iscritte alla gestione separata, lavoratrici che svolgono prestazioni occasionali (ossia di durata inferiore a 30 giorni nell’anno solare e con un
compenso inferiore a 5.000 euro con lo stesso committente), lavoratrici riconducibili
alle categorie “tipiche” (amministratore, sindaco, revisore di società, di associazioni e
altri enti con o senza personalità giuridica), lavoratrici titolari di rapporti di “lavoro
autonomo occasionale”, venditori “porta a porta”. Per le lavoratrici a progetto e categorie assimilate è stato previsto il diritto alla proroga della durata del rapporto di
lavoro per un periodo di 180 giorni.
L’indennità di maternità per i lavoratori iscritti alla gestione separate dell’INPS spetta
alle madri naturali, madri affidatarie (o padri qualora le madri non ne facciano richiesta), padri (in caso di morte o grave infermità della madre) a condizione che non siano
iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie e versino una contribuzione maggiorata
dello 0,50%, salita allo 0,72% dal luglio del 2007 a seguito dell’aliquota aggiuntiva.
Il diritto al congedo parentale spetta ai lavoratori e alle lavoratrici dipendenti (esclusi
quelli a domicilio o gli addetti ai servizi domestici) titolari di uno o più rapporti di lavoro in atto. Il Testo Unico regolamenta esplicitamente i congedi parentali della lavoratrice o del lavoratore, ossia dei “dipendenti, compresi quelli con contratto di
apprendistato, di amministrazioni pubbliche, di privati datori di lavoro nonché i soci
lavoratori di cooperative” (art. 2). La Legge prevede per i genitori un periodo di congedo parentale complessivo di 10 mesi, elevabili a 11 mesi qualora il padre lavoratore
si astenga dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a tre mesi.
In particolare, alla madre compete, trascorso il periodo di congedo obbligatorio di maternità di cinque mesi, un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi.
Al padre compete un periodo facoltativo continuativo o frazionato non superiore ai 6
mesi elevabile a 7 se questi fruisce del congedo parentale per almeno 3 mesi. Il padre
può astenersi facoltativamente dal lavoro per 7 mesi a patto che la madre si astenga
per soli 4 mesi.
L’opportunità di poter usufruire di un mese in più di congedo ha la precisa finalità di
incentivare il lavoratore padre a usufruire del congedo parentale. Il limite complessivo
non può comunque superare 11 mesi.
Per le lavoratrici autonome, madri di bambini nati a decorrere dal 1° gennaio 2000 il
Testo Unico ha esteso il diritto al congedo parentale, compreso il relativo trattamento
economico, ma limitatamente ad un periodo di tre mesi, entro il primo anno di vita
del bambino. I padri lavoratori autonomi non hanno invece diritto al congedo parentale, mentre lo stesso limite dei tre mesi e lo stesso trattamento economico si applica
ai lavoratori parasubordinati. Con il Testo Unico del 2001, viene inoltre introdotta una
importante innovazione, ossia la possibilità della fruizione contemporanea del congedo parentale da parte dei due genitori: il padre può utilizzare il proprio periodo di
congedo parentale durante il periodo di congedo della madre oppure mentre la madre
usufruisce dei riposi giornalieri (due ore di permesso per allattamento fino al compimento del primo anno di vita del bambino).
Secondo la Legge 53/2000 per i lavoratori dipendenti l’indennità per astensione facoltativa è pari al 30% della retribuzione media giornaliera fino al terzo anno di vita del bambino per un periodo massimo complessivo tra i genitori di 6 mesi. In caso di superamento
dei 6 mesi complessivi tra i genitori, e fino al compimento dell’ottavo anno di vita del
bambino, un’indennità pari al 30% della retribuzione si ha solo per redditi molto bassi.
La Legge 53/2000 estende poi il diritto al congedo parentale anche ai genitori affidatari
o adottivi. La durata del congedo è estesa poi nel caso di bambini portatori di handicap.
Per quanto riguarda i genitori soli, il Testo Unico prevede un congedo parentale, continuativo o frazionato, pari a 10 mesi.
Si rileva che le difficoltà maggiori a sfruttare a pieno tale congedo si hanno da parte
di donne a basso reddito a causa della bassa indennità prevista. Secondo alcune recenti
stime, infatti, un incremento della durata del congedo parentale non avrebbe quasi
nessun effetto per le lavoratrici con qualifiche più basse, che non possono permettersi
di usufruire del congedo, perché questo comporta una retribuzione molto ridotta rispetto al salario normale.
Anche per quanto riguarda gli uomini, avendo questi solitamente salari più elevati, la
fruizione del congedo comporterebbe una riduzione del reddito familiare ancora maggiore, circostanza che contribuisce a scoraggiare tale scelta. Sono note, inoltre, le conseguenze negative sugli sviluppi di carriera legate alla nascita di un figlio. Il risultato è
che, per incentivare una differente ripartizione dei carichi all’interno della famiglia, le
soluzioni proposte devono essere sostenibili. Infine la Legge 53/2000 introduce inoltre
per le lavoratrici autonome il sostituto d’impresa (art. 9). Questa figura professionale,
scelta tra gli iscritti ad un apposito albo, ha il compito di sostituire il lavoratore autonomo che si debba assentare (anche part-time) per motivi familiari o di maternità. Questo strumento ha riscosso però poco successo ed è stato scarsamente utilizzato.
Per completare il quadro normativo in materia di congedi si segnalano le due novità
introdotte dalla Riforma del Lavoro del Ministro Fornero legate ai temi della conciliazione vita-lavoro e della promozione di una gestione paritaria della cura dei figli: il
congedo obbligatorio di paternità e la distribuzione di voucher per far fronte alle spese
degli asili nido privati o servizi di baby-sitting per le madri che decidano di rientrare a
lavoro alla fine del congedo di maternità, in alternativa al ricorso al congedo parentale
(Legge 28 giugno 2012, art. 4, comma 24).
Il primo provvedimento introduce l’obbligo di un giorno di astensione dal lavoro per
il lavoratore dipendente divenuto padre entro i primi 5 mesi di vita del figlio; a tale
assenza è possibile aggiungere un periodo di ulteriori due giorni previo accordo con
la madre, dal momento che tali giorni saranno sottratti al congedo della stessa. Si tratta
chiaramente di un provvedimento di carattere simbolico, che da solo dà un contributo
molto limitato all’accrescere nei padri del senso di responsabilità e di impegno alla cura
dei figli e che non può affatto competere con le 52 settimane di congedo parentale
autonomamente spartite tra madri e padri e retribuite all’80% previste ad esempio
dalla legislazione della Danimarca, ma è comunque un segnale di qualche cosa che si
sta muovendo e che ci fa ben sperare.
Anche la portata del secondo provvedimento è stata fortemente ridimensionata man
mano che sono state rese pubbliche le modalità e le forme con cui esso verrà realizzato,
a partire dalla notizia che i fondi stanziati a tale fine saranno 20 milioni di euro per il
triennio 2013-2015: quante donne che sceglieranno di rinunciare al congedo parentale
e rientrare a lavoro subito dopo i 5 mesi di congedo obbligatorio potranno effettivamente beneficiarne? Secondo quanto stabilito dal decreto, i voucher avranno un valore
di 300 euro mensili, saranno elargiti per un massimo di sei mesi e potranno essere usati
o per pagare una baby-sitter (in questo caso saranno versati in forma di buoni lavoro)
o per pagare il nido (in questo caso l’INPS verserà direttamente la somma alla struttura
scelta); le lavoratrici autonome o con contratti ‘atipici’ potranno avere i voucher solo
per tre mesi. Le lavoratrici che sceglieranno di accedere questo servizio potranno farlo
anche in una forma ibrida, chiedendo ad esempio di avere il bonus solo per due o tre
mesi e per il resto beneficiare del congedo parentale.
Un rapido calcolo - 20 milioni di euro equivalgono a circa 11.000 voucher per sei mesi intrecciato con i dati sull’occupazione femminile (le lavoratrici che hanno avuto un figlio
nel 2011 sono state 312.000) ci fa stimare che i voucher saranno disponibili per il 3,5%
del totale. La graduatoria nazionale sarà stilata in base all’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) - a parità di ISEE varrà la precedenza nell’invio della domanda.
Il provvedimento, teso a favorire la conciliazione e agevolare il rientro delle donne al
lavoro dopo la maternità, non può esimersi da alcune criticità: se, ad esempio, viene
proposto come un alternativa al congedo parentale, congedo che può essere richiesto
da entrambi i genitori, perché i voucher sono rivolti solo alle madri e non anche ai padri?
L’aiuto dei padri è aumentato in modo rilevante in quei paesi europei dove è stato incentivato economicamente: in Svezia e negli altri paesi scandinavi la sostituzione tra i
due genitori avviene per un massimo di 12 mesi consecutivi (o 24 frazionabili) e gli effetti positivi si sono avuti anche sull’indice di natalità e sui risultati scolastici e comportamentali dei figli. Il congedo viene inoltre adeguatamente indennizzato ed è pari ad
almeno il 60-80% della retribuzione. In particolare, l’esperienza svedese suggerisce che
la flessibilità nell’utilizzo dei congedi parentali e la possibilità di congedi part-time per
entrambi i genitori, anche contemporaneamente, vanno nella direzione di una più
equa distribuzione dei carichi di cura nella famiglia e di una maggiore simmetria nel
mercato del lavoro, riducendo le penalizzazioni di carriera e di salario per le donne ed
agevolandone la produttività.
A livello di Unione europea, nel tentativo di armonizzare le diverse legislazioni e di
stimolare politiche più generose nei paesi dove più limitato è il diritto al congedo parentale, nell’estate del 2009 è stato stipulato dalle parti sociali europee un nuovo accordo quadro per prolungare la sua durata, portandolo da 3 a 4 mesi per genitore con
obbligo di applicazione a tutti i lavoratori dipendenti, a prescindere dalla forma del
loro contratto. In base all’accordo, ai genitori che ritornano al lavoro dopo il congedo
parentale viene poi offerta la possibilità di chiedere l’adattamento delle loro prestazioni di lavoro (ad esempio la flessibilità dell’orario di lavoro). La nuova direttiva è entrata in vigore dal 2010.
Dalle esperienze effettuate, si è rilevato che gli individui rispondono agli incentivi; e
questo determina i comportamenti. In Italia il modello prevalente è ancora quello in
cui le attività di cura sono una questione di donne: le donne lavorano meno degli uomini, e anche quando lavorano si occupano di più dei figli.
Come è stato dimostrato da molti studi, le soluzioni più efficaci prevedono un’offerta
adeguata di asili nido combinata con congedi parentali non troppo lunghi (6-8 mesi),
ma meglio pagati. La sostituzione può essere per un massimo di 12 mesi consecutivi o
24 frazionabili.
Investire sui servizi all’infanzia riguarda la possibilità del nostro paese di tornare a crescere
e di pensare al futuro. I dati internazionali confermano come i primi anni di vita siano
un passaggio tanto cruciale al punto di determinare il percorso di ciascuno nella vita
adulta. Ed è proprio in questa fascia di età, infatti, che si costruiscono le pari opportunità.
In Svezia fino al compimento dell’ottavo anno di età del figlio, entrambi i genitori, a turno,
possono richiedere il congedo parentale. La durata è media ma il congedo è ben retribuito:
quello di maternità all’80%, il parentale al 66%. Esiste anche la possibilità di richiedere
dei congedi part-time, anche di alcuni giorni la settimana, da parte dei genitori. I parttime possono essere richiesti contemporaneamente e simultaneamente da entrambi: ad
esempio la madre lavora solo il mattino e il padre solo il pomeriggio o
viceversa, consentendo loro di rimanere entrambi sul mercato del lavoro
senza rinunciare ad accudire i figli piccoli.
Negli ultimi anni si è andata affermando la consapevolezza della necessità di servizi di
qualità che pongano come fulcro il benessere della persona/bambino e che consentano
a tutti i bambini di vivere esperienze sociali stimolanti, sino ad arrivare alla previsione
di un sistema integrato di servizi anche per i più piccoli.
Tale esigenza nasce, peraltro, anche da altri fattori, tra i quali il principale è senza dubbio rappresentato dall’insufficiente disponibilità di posti negli asili nido.
Ancora oggi i tassi di accoglimento della domanda delle famiglie rispetto a questa tipologia di servizi è solo marginalmente soddisfatta; essi sono riservati, nel nostro paese,
ad una minoranza di bambini (14.6-21%), con qualche eccezione per alcune Regioni
del Centro-Nord (27-28%). Per di più, il non avere tenuto presente nelle politiche statali
degli indirizzi della Commissione europea - Rete per l’infanzia (Quaranta obiettivi di
qualità per i servizi per l’infanzia, 1996) - che consigliava di impegnare almeno l’1%
del PIL per creare servizi per la prima e seconda infanzia (obiettivo 7) - ha trattenuto
l’Italia nei livelli bassi tra i paesi della Comunità per l’offerta di servizi educativi, in par22
ticolare per la prima infanzia. Per ulteriori approfondimenti si rimanda al D.Lgs.
151/2001 -Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della
maternità e della paternità e alla Legge n. 92 del 28 giugno 2012 - Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita.
Il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità approvato dal Parlamento nel marzo del 2001 ha raccolto tutte
le norme emanate nel corso degli anni sui temi della maternità e della salute e sicurezza delle lavoratrici in stato di gravidanza o allattamento.
Ancora una volta l’input decisivo è venuto dall’Unione europea: la Direttiva 92/85 ha
definito gli obblighi a carico del datore di lavoro in caso di gravidanza/puerperio/allattamento delle sue dipendenti, obblighi che si concretizzano in una serie di misure
preventive volte a proteggere il nascituro anche nelle prime settimane successive al
concepimento, quando ancora la gravidanza non è nota alla stessa madre. Alla base
delle linee direttrici UE e del Decreto 151 c’è la consapevolezza che condizioni accettabili in situazioni normali possono non esserlo più durante la gravidanza.
L’attuale riforma del mercato del lavoro proposta dal Ministro Fornero era da tempo attesa
e più volte ci è stata sollecitata dall’Europa. La riforma, una volta a regime, si propone di
introdurre cambiamenti importanti anche in merito al lavoro per le donne ed in particolare:
Per favorire una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della
coppia, sono previste alcune modifiche al T.U. sulla maternità e l’introduzione del congedo
di paternità obbligatorio è riconosciuto al padre lavoratore entro 5 mesi dalla nascita del
figlio e per un periodo pari a 3 giorni continuativi.
Agli oneri derivanti da tali interventi, si provvederà con l’utilizzo parziale delle risorse del
fondo per il finanziamento di interventi a favore dell’incremento dell’occupazione giovanile
e delle donne (art. 24, comma 27, Legge 214/2011).
Al fine di promuovere la partecipazione femminile al mercato del lavoro, si intende disporre
l’introduzione di voucher per la prestazione di servizi di baby-sitting. Le neo mamme avranno
diritto di chiedere la corresponsione dei voucher dalla fine della maternità obbligatoria per
gli 11 mesi successivi in alternativa all’utilizzo del periodo di congedo facoltativo per maternità. Il voucher è erogato dall’Inps. Tale cifra sarà modulata in base ai parametri dell’indicatore della situazione economica equivalente della famiglia (ISEE).
Le risorse a sostegno di questo intervento saranno reperite nell’ambito
del già citato a fondo per il finanziamento di interventi a favore
dell’incremento dell’occupazione giovanile e delle donne.
Pertanto, una volta constatata la gravidanza, il datore di lavoro è tenuto a modificare
temporaneamente le condizioni o l’orario di lavoro della lavoratrice per evitare di
esporla a rischi. Tali rischi potenzialmente dannosi per la gravidanza si dividono in:
• chimici (esposizione a sostanze pericolose come metalli pesanti, pesticidi, disinfettanti, solventi, ecc.);
• fisici (rumore, radiazioni ionizzanti e non, vibrazioni, alte temperature, ecc.);
• biologici (esposizione a batteri, virus, tossine, ecc.);
• fattori organizzativi del lavoro stesso (postura, movimentazione di carichi o qualsiasi
altro disagio fisico e mentale dovuto all’attività svolta) potenzialmente dannosi per
Ovviamente le conseguenze dell’esposizione a questi fattori di rischio per la gravidanza variano in base alla durata
dell’esposizione stessa, alla sua intensità, ad eventuali
combinazioni sinergiche con altri fattori pericolosi (ad es.
il fumo, l’alcool, ecc.) ed anche alla predisposizione individuale della lavoratrice e del lavoratore. Questi agenti di
rischio possono provocare effetti dannosi di diverso tipo
sulla salute riproduttiva di uomini e donne: si parla di tossicità riproduttiva per quegli agenti che provocano disordini ormonali, anomalie negli spermatozoi o difficoltà nel concepimento, mentre di
tossicità dello sviluppo per quelli i cui effetti si manifestano sulla salute del feto (morte
dell’embrione, alterazione della crescita, nascita prematura o anomalie congenite).
È importante sapere che alcune sostanze tossiche, come i pesticidi, si possono anche
concentrare nel latte materno ed essere così trasmesse al neonato durante l’allattamento. Infine, anche i capelli, le mani e gli indumenti possono trasportare sostanze
nocive dal posto di lavoro all’ambiente domestico: il cambio degli abiti e un’accurata
pulizia personale prima di lasciare i luoghi di lavoro possono contribuire a proteggere
la salute propria e dei propri figli!
Così ad esempio, per quanto riguarda i fattori chimici, l’esposizione a metalli pesanti
altamente tossici quali il piombo - di frequente impiego nei settori: ceramica, metalmeccanica, elettronica, lavorazione del petrolio, distribuzione della benzina, grafica o il mercurio che può provocare aborti, malformazioni congenite o deficit nella crescita
intrauterina; lo stesso vale per alcuni solventi, pesticidi, gas anestetici e per i farmaci
antiblastici quotidianamente manipolati dal personale sanitario, dei quali alcuni sono
riconosciuti come teratogeni e mutageni.
Quanto ai fattori fisici, diversi studi sul più diffuso di essi, il rumore (fattore di rischio
che interessa: settore tessile e confezionamento meccanizzato, ambiente scolastico, lavori su strada, settori commerciali rumorosi), è stata rilevata una riduzione nella crescita
del feto, in caso di esposizione a rumore durante la gravidanza, con alta probabilità di
nascita prematura e neonati sottopeso. Diminuzione della fertilità, aumento di aborti
e complicanze in gravidanza sono emersi invece come rischi connessi alle vibrazioni sul
lavoro (presenti in: industria tessile, agricoltura, lavoro sui mezzi di trasporto); quanto
all’esposizione a radiazioni ionizzanti, che riguarda in particolare il personale medico
e paramedico di radiodiagnostica e radioterapia, i cui effetti nocivi, se non contrastati
potrebbero configurarsi con sterilità, aumento di aborti, insorgere di malformazioni e
tumori nei figli.
Si ricorda inoltre che, in nome del principio di precauzione e prevenzione, le stesse misure protettive o di allontanamento vanno applicate anche per sostanze e fattori solamente ‘sospetti’ di rischio, per i quali non c’è ancora certezza di pericolosità.
Per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, ecco alcuni fattori legati alla gravidanza
che possono ripercuotersi sul lavoro:
mal di schiena c postura eretta/movimentazione manuale dei carichi
malessere mattutino c primi turni/esposizione ad odori forti/spostamenti
vene varicose/problemi circolatori c postura eretta o seduta per tempi prolungati
visite frequenti alla toilette/fame/ sete c vicinanza ai servizi/ possibilità di nutrirsi e
impedimento nei movimenti/velocità/agilità difficoltà nel chinarsi/spostare carichi/provocato dall’aumento del peso c lavoro in spazi ristretti
stanchezza e fatica c straordinari/lavoro notturno/orari di lavoro lunghi
Qualora le modifiche alle condizioni di lavoro non fossero possibili, deve essere predisposta l’astensione anticipata dal lavoro, secondo le modalità riportate nel decreto
stesso (art. 12; art. 17).
Tra i vari diritti riconosciuti alla lavoratrice gestante si segnalano:
• il diritto a permessi retribuiti per l’effettuazione di esami prenatali, accertamenti clinici ovvero visite mediche specialistiche, nel caso in cui questi debbano essere eseguiti durante l’orario di lavoro (art. 14);
• il divieto di lavoro della gestante a partire dai due mesi prima della data presunta
del parto ai tre mesi successivi (art. 16), a meno che la stessa non scelga di usufruire
della flessibilità del congedo di maternità, astenendosi dal lavoro dal mese precedente la data presunta del parto ai quattro mesi successivi, dietro presentazione di
apposito certificato medico (art. 20). In caso di parto anticipato, gli ulteriori giorni
non goduti verranno aggiunti al periodo di congedo di maternità dopo il parto; in
caso di parto avvenuto oltre la data presunta, il giorno del parto effettivo diventa il
riferimento per determinare la fine del congedo stesso;
• il divieto di lavoro notturno dalle ore 24 alle ore 6 dall’inizio della gravidanza fino
al settimo mese del bambino art. 53).
È considerato lavoro notturno la prestazione effettuata per un periodo di almeno sette
ore consecutive che comprende l’intervallo di tempo tra la mezzanotte e le cinque del
mattino. Semplificando: tra le ore 22 e le ore 5; tra le ore 23 e le ore 6; tra le ore 24 e
le ore 7.
Qualora i Contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) dovessero definire fasce diverse, si farà riferimento a queste ultime.
È considerato lavoratore notturno qualsiasi lavoratore che:
• svolga almeno una parte di lavoro normale nel periodo di lavoro considerato notturno;
• svolga la sua prestazione per almeno ottanta giorni all’anno,
salva diversa indicazione dei CCNL.
Il limite va riproporzionato per i contratti part-time.
È vietato occupare tra le ore 24 e le ore 6 i seguenti lavoratori:
• Le donne in gravidanza fino al compimento di un anno del bambino.
• I lavoratori dichiarati inidonei dalle competenti strutture sanitarie pubbliche.
Non sono obbligati a svolgere lavoro notturno:
• La lavoratrice madre di un figlio minore di tre anni, o in alternativa, il lavoratore
padre con essa convivente.
• La lavoratrice o il lavoratore che sia l’unico genitore affidatario di un figlio convivente inferiore a 12 anni.
• La lavoratrice o il lavoratore che abbia a proprio carico un disabile.
• I lavoratori minorenni per il periodo lavorativo di 12 ore comprendenti l’intervallo
tra le ore 22 e le ore 6, o tra le ore 23 e le ore 7.
L’orario di lavoro dei lavoratori notturni non può superare le 8 ore nelle 24. Nel caso
di orario di lavoro articolato su orari plurisettimanali (turni), il limite di 8 ore viene calcolato su un periodo di riferimento più ampio definito dalla contrattazione collettiva,
anche aziendale.
Con apposito Decreto Ministeriale viene definito l’elenco delle lavorazioni che comportano rischi o tensioni fisiche o mentali particolari e rilevanti. In questi casi il limite
è sempre riferito alle 8 ore nelle 24 ore.
• Attività di carattere culturale, artistico, sportivo, pubblicitario, purché non oltre le
• Minore con più di 16 anni per casi di forza maggiore e per il tempo strettamente
• Casistica prevista dai CCNL.
• D.Lgs. 66/2003 - “Attuazione delle direttive 93/104/CE e 2000/34/CE concernenti taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro”;
• D.Lgs. 532/1999 - “Disposizioni in materia di lavoro notturno, a norma dell’articolo
17, comma 2, della Legge 5 febbraio 1999, n. 25”.
Lo svolgimento dell’attività lavorativa notturna non può avvenire in danno della salute e
dell’integrità psico-fisica dei lavoratori. Pertanto, attraverso controlli preventivi e periodici,
il datore di lavoro ha l’obbligo di accertare lo stato di salute dei lavoratori addetti al lavoro
notturno. Nel caso di sopravvenuta inidoneità alla prestazione di lavoro notturno, accertata dal medico competente o da strutture sanitarie pubbliche, il D.Lgs.
66/2003 prevede che il lavoratore verrà assegnato al lavoro diurno,
in altre mansioni equivalenti, se esistenti e disponibili.
L’importanza della riduzione del divario occupazionale di genere non è solo un’esigenza di eguaglianza ma è anche un importante motore di sviluppo economico: il lavoro delle donne è fondamentale per difendere le famiglie e i figli dal rischio di
povertà. Uno studio italiano del 2007 analizza proprio le situazioni di povertà reddituale delle famiglie europee dimostrando come quelle monoreddito, con figli minorenni, appartengano alla tipologia familiare maggiormente investita da problemi di
vulnerabilità. Il loro reddito medio pro capite (reso equivalente attraverso l’uso di opportune scale) è inferiore del 30% a quello delle famiglie a doppio reddito.
L’occupazione femminile genera ulteriore lavoro: le famiglie a doppio reddito consumano molti più servizi; secondo alcune stime, per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nei settori per l’assistenza
all’infanzia e agli anziani, per le prestazioni per i bisogni domestici, per la ricreazione,
ristorazione e così via.
Nelle società postindustriali le maggiori prospettive di incremento occupazionale si
concentrano proprio nei servizi e a differenza di quelli alle imprese, che nel mondo
globalizzato vengono trasferiti in paesi lontani per questioni di convenienza, quelli
alle famiglie sono servizi che hanno il grande vantaggio che devono essere prodotti
vicino a coloro i quali ne usufruiscono.
È noto che il reddito di un paese e le sue dinamiche di sviluppo sono strettamente collegate al suo tasso di occupazione. Il primo elementare nesso tra donne e crescita è
proprio questo: una maggiore presenza femminile nel mercato del lavoro significa più
occupati e dunque maggior Prodotto interno lordo (PIL).
Le donne negli ultimi anni sono diventate il vero motore dell’economia mondiale:
un’inchiesta pubblicata nel 2006 su The Economist ha evidenziato stime sorprendenti,
secondo le quali nell’ultimo decennio l’incremento dell’occupazione femminile nei
paesi sviluppati ha contribuito alla crescita del PIL globale (di tutto il pianeta terra) più
dell’intera economia cinese. Infatti se il Giappone portasse la propria quota di donne
occupate ai livelli americani (ovvero dal 58% al 68% circa), il suo tasso di crescita economica aumenterebbe di quasi mezzo punto percentuale all’anno per almeno venti
Purtroppo in Italia il tasso di occupazione femminile è più basso di quello giapponese
e lo scostamento è particolarmente marcato nelle regioni meridionali. Favorire l’occupazione femminile ha dunque ricadute positive sia sulla formazione delle coppie, che
considerano il doppio stipendio una risposta all’instabilità del mercato del lavoro e
anche all’instabilità delle unioni coniugali stesse, sia come protezione dal rischio di povertà delle famiglie. Infine, l’occupazione femminile va incontro ai desideri delle donne
stesse. Tra le donne occupate in età 35-45, meno del 20% concorda con l’affermazione
che essere casalinga consente alla donna di realizzarsi quanto un lavoro retribuito.
Autorevoli studiosi hanno quindi recentemente evidenziato l’importanza della riduzione del divario occupazionale di genere non solo come esigenze di eguaglianza ma
anche perché importante motore di sviluppo. Lo spreco delle risorse femminili caratterizza infatti i paesi in declino. Incentivando il lavoro delle donne, questi paesi avrebbero oggi la possibilità di effettuare veri e propri balzi in avanti dal punto di vista della
crescita economica; ad esempio se tutti i paesi europei avessero incentivato la loro produttività per occupato ai livelli statunitensi, il PIL di questi paesi sarebbe cresciuto del
7%; se questi stessi paesi avessero allineato il tasso di occupazione femminile a quello
USA (pari al 68% circa), il PIL sarebbe cresciuto del 13%.
È evidente che negli ultimi anni la flessibilità indotta dalla competizione globale e soprattutto la recente negativa congiuntura economica hanno portato all’attuale situazione di crisi, registrando al contempo una flessione delle tutele delle lavoratrici madri
di cui, ad esempio, come già illustrato nei paragrafi precedenti, le dimissioni in bianco
rappresentano, ancora oggi, nel nostro paese, uno dei tanti fenomeni di discriminazione.
Tutto ciò, unito alla presenza di radicati pregiudizi sull’inaffidabilità e improduttività
delle donne che diventano madri, spinge molte di queste ad uscire dal mercato del lavoro, spesso anche in modo definitivo. Le aziende perdono così preziose risorse e competenze ed è una perdita che grava su tutta la società. È noto ed ampiamente
dimostrato che le aziende con una percentuale maggiore di donne anche ai livelli decisionali sono più innovative, competitive e conseguono migliori risultati economici.
Ciò dovrebbe insegnare alle donne a non essere rinunciatarie e a credere di più nelle
proprie capacità; ciò dovrebbe anche far riflettere un management aziendale ed una
classe politica che guardano al futuro.
E proprio in quest’ottica si incentra l’intesa sulla conciliazione siglata il 7 marzo 2011
dal Governo italiano e dalle parti sociali, in cui viene introdotto un dispositivo finalizzato
a spingere le aziende a sperimentare al loro interno misure di conciliazione e servizi.
Le misure consentono di usufruire di particolari forme di flessibilità degli orari e dell’organizzazione del lavoro, quali, ad esempio part-time, telelavoro, lavoro ripartito,
lavoro intermittente, tipologie contrattuali ad orario ridotto, modulato e flessibile,
flessibilità di orario in entrata e in uscita, banca delle ore.
Dal quadro tracciato emerge dunque che un’organizzazione flessibile del lavoro può
essere una condizione importante per i lavoratori e le lavoratrici al fine di conciliare le
esigenze lavorative con quelle familiari; il lavoro part-time è infatti diventato uno degli
strumenti più diffusi ed è in forte crescita lo strumento del telelavoro utilizzato nei
Il 20 settembre 2001, l’European Trade Union Confederation (ETUC), l’Union of Indu28
strial and Employers’s Confederation of Europe (UNICE) e il Centro Europeo delle Imprese Pubbliche (CEEP) hanno avviato le trattative finalizzate a redigere un accordotipo valido nei paesi membri e a gettare le basi di un’economia knowledge-based.
L’accordo formulato dai sindacati e firmato il 16 luglio 2002, rappresenta un punto di
riferimento per i paesi membri che vogliono adottare il telelavoro, in conformità con
le procedure nazionali e le specifiche politiche occupazionali.
L’implementazione di questo accordo, di natura volontaria, non implica una riduzione
del livello generale di sicurezza e protezione garantito ai lavoratori e non pregiudica
il diritto delle parti sociali di concludere contratti complementari che possano tener
conto di esigenze specifiche.
Il telelavoro è considerato sia come lo strumento attraverso il quale imprese pubbliche
e private modernizzano l’organizzazione del lavoro, sia come possibile strada scelta
dal lavoratore per conciliare vita privata - vita professionale e ottenere una maggiore
autonomia nella gestione dei compiti da svolgere. L’accordo del 2002 è stato reso effettivo il 15 luglio 2005, ma solo cinque dei 25 paesi membri del tempo (Italia, Paesi
Bassi, Ungheria, Spagna e Gran Bretagna) lo hanno attuato in quell’anno. Molti altri
paesi hanno completato l’attuazione nel 2006, ma alcuni (come la Danimarca, l’Austria
e la Slovenia) sono stati molto più lenti.
Nei vari paesi sono stati utilizzati diversi metodi di implementazione dell’accordo: la
legislazione, la contrattazione collettiva e le Linee guida per le buone pratiche. Il Portogallo e altri nuovi paesi membri, ad esempio, hanno trasposto l’accordo sul telelavoro
nella legislazione; la Gran Bretagna e l’Irlanda hanno emesso Linee guida per le buone
pratiche, mentre molti paesi continentali hanno scelto di normare tale pratica attraverso i contratti collettivi.
Gli sviluppi futuri delle buone pratiche per la conciliazione si intrecciano in ultima analisi con il nuovo approccio europeo alle problematiche sociali: combinazione tra flessibilità lavorativa, protezione sociale e sicurezza occupazionale (flexicurity), uniti al
potenziamento della dimensione culturale.
SCHEDA DI APPROFONDIMENTO: LE PARI OPPORTUNITÀ
Nel 1996 viene istituito l’Ufficio del Ministro per le Pari Opportunità presso la Presidenza
del Consiglio dei Ministri. Il 12 luglio 1997, con il decreto del Presidente del Consiglio
dei Ministri, vengono fissate le funzioni del Ministro. Il Dipartimento per le Pari Opportunità viene istituito con il D.P.C.M. n. 405 del 28 ottobre 1997, modificato con i D.P.C.M.
del 30 novembre 2000, D.P.C.M. del 30 settembre 2004 e D.P.C.M del primo marzo 2011.
• l’indirizzo, la proposta e il coordinamento delle iniziative normative e amministrative
in tutte le materie attinenti alla progettazione e alla attuazione delle politiche di
• l’acquisizione e l’organizzazione di informazioni, anche attraverso la costituzione di
banche dati, nonché la promozione e il coordinamento delle attività conoscitive, di
verifica, di controllo, di formazione e informazione nelle materie della parità e delle
• l’adozione e il coordinamento delle iniziative di studio e di elaborazione progettuale
inerenti le problematiche della parità e delle pari opportunità;
• la definizione di nuove politiche di intervento, di studio e promozione di progetti ed
iniziative, nonché di coordinamento delle iniziative delle amministrazioni e degli altri
enti pubblici nelle materie della parità e delle pari opportunità;
• l’indirizzo e il coordinamento delle amministrazioni centrali e locali competenti, al
fine di assicurare la corretta attuazione delle normative e degli orientamenti governativi nelle materie della parità e delle pari opportunità;
• la promozione delle necessarie verifiche in materia da parte delle amministrazioni
competenti, anche ai fini della richiesta, in casi di particolare rilevanza, di specifiche
relazioni o del riesame di particolari provvedimenti ai sensi dell’art. 5, comma 2, lettera c), della Legge 23 agosto 1988, n. 400;
• l’adozione delle iniziative necessarie all’adeguamento dell’ordinamento nazionale
ai principi ed alle disposizioni dell’Unione europea e per la realizzazione dei programmi comunitari nelle materie della parità e delle pari opportunità;
• la cura dei rapporti con le amministrazioni statali, regionali, locali, nonché con gli organismi operanti in materia di parità e di pari opportunità in Italia e all’estero, con
particolare riguardo all’Unione europea, all’Organizzazione mondiale delle Nazioni
Unite, al Consiglio d’Europa e all’OCSE;
• l’adozione delle iniziative necessarie alla rappresentanza del Governo italiano, in materia, nei rapporti internazionali e in organismi nazionali e internazionali, anche mediante la designazione di rappresentanti;
• l’organizzazione ed il funzionamento della segreteria della Commissione per le pari
opportunità tra uomo e donna;
• l’acquisizione e l’organizzazione di informazioni, anche attraverso banche dati, nonché la promozione di iniziative conseguenti, in ordine alle materie della prevenzione,
assistenza e tutela dei minori dallo sfruttamento e dall’abuso sessuale dei minori oggetto della delega di funzioni al Ministro di cui all’art. 2, comma 1, del D.P.C.M. 14
febbraio 2002;
• lo svolgimento delle funzioni di cui art. 7 del D.Lgs. 9 luglio 2003, n. 215 e all’art. del
D.P.C.M. 11 dicembre 2003, recanti disciplina dell’ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni di cui art. 29 della Legge comunitaria 1 marzo 2002, n. 39.
• D.Lgs. 5/2010 - “Attuazione della direttiva 2006/54/CE relativa al principio delle pari
opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (rifusione). (10G0018)”;
• D.Lgs. 198/2006 - “Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, a norma dell’articolo 6 della Legge 28 novembre 2005, n. 246”.
SCHEDA DI APPROFONDIMENTO: DONNE AL PIT-STOP
La campagna promossa dal ministero del Lavoro “Sicuramente Noi” si pone l’obiettivo
di informare i cittadini, e in particolare le donne che lavorano, sul ruolo delle Consigliere
di Parità, che in ogni Regione e Provincia svolgono azioni concrete per promuovere l’occupazione femminile e la conciliazione tra lavoro e famiglia, intervenendo direttamente
a sostegno delle pari opportunità, dell’uguaglianza e della sicurezza nei luoghi di lavoro. La campagna mette in risalto alcune tra le più comuni situazioni a rischio che le
donne lavoratrici si trovano ad affrontare e dover gestire: l’inserimento nel mondo del
lavoro, l’avanzamento di carriera, lo stress correlato alla conciliazione lavoro-famiglia,
la garanzia di adeguate condizioni di sicurezza. La campagna mette a disposizione di
tutte le donne lavoratrici un numero verde da contattare per rintracciare la Consigliera
di Parità più vicina alla quale rivolgersi: 800 196 196.
URL: http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/AreaComunicazione/CampagneComunicazione/
2010/20100503_Campagna_Comunicazione_SicuramenteNoi.htm
Nascita dei CUG
L’ordinamento italiano ha recepito i principi veicolati dall’Unione europea in tema di
pari opportunità uomo/donna sul lavoro, contrasto ad ogni forma di discriminazione e
L’amministrazione pubblica, che deve essere datore di lavoro esemplare, ha attuato per
prima questi principi che si ritrovano, tra le altre, in disposizioni contenute nel D.Lgs.
30 marzo 2001 n. 165, in particolare negli artt. 7 e 57, e nella contrattazione collettiva.
L’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa e la produttività passano necessariamente attraverso il miglioramento dell’organizzazione del lavoro.
Tra i recenti interventi normativi, la Legge 183/2010, apportando alcune importanti modifiche agli articoli 1, 7 e 57 del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165 prevede, in particolare,
che le pubbliche amministrazioni costituiscano “al proprio interno, (…), il “Comitato
unico di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora
e contro le discriminazioni” che sostituisce, unificando le competenze in un solo organismo, i comitati per le pari opportunità e i comitati paritetici sul fenomeno del mobbing, dei quali assume tutte le funzioni previste dalla legge, dai contratti collettivi
relativi al personale delle amministrazioni pubbliche o da altre disposizioni” (art. 57,
comma 1). La presente direttiva, emanata di concerto dal Dipartimento della Funzione
Pubblica e dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei
Ministri, ai sensi del comma 4, dell’art. 57, del D.Lgs. 165/2001, detta Linee guida per il
funzionamento dei Comitati Unici di Garanzia (d’ora innanzi chiamati CUG).
URL: http://www.mobbing-prima.it/normativa_marzo2011.pdf
Osservatorio Nazionale ed Europeo per il Rispetto della Pari Opportunità - ONERPO
Il progetto si rivolge in via prioritaria alle donne che operano nel settore pubblico, anche
per favorire e incrementare condizioni di pari opportunità previste dalle direttive nazionali e comunitarie, ma sarà lo spunto per iniziative successive mirate a potenziare la
sicurezza e la salute psicofisica di tutti i lavoratori, dei settori pubblico e privato.
La finalità del progetto consiste nel trovare soluzioni ai problemi organizzativi del lavoro pubblico e privato, favorendone la qualità in termini di efficienza efficacia ed economicità, ma salvaguardando sempre e ovunque la salute ed il benessere dei lavoratori.
Esso pone un’attenzione particolare allo stress generato da carenze organizzative, in
cui spesso si nascondono gravi forme di violenza fisica e psicologica: mobbing e bullismo.
L’obiettivo principe del progetto é agire sull’organizzazione del lavoro per migliorare
la sicurezza e la salute psicofisica dei lavoratori, con riferimento specifico alle Norme
ISO9000 e ai principi dell’ergonomia al fine di favorire maggiore benessere nell’approccio all’attività lavorativa.
URL: http://www.onerpo.it/sportelli/54-tutela-della-salute-fisica-e-psicologica-negliambienti-di-lavoro.html
Monitoraggio delle Politiche Regionali in materia di Responsabilità Sociale d’Impresa.
Realizzato per conto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Il documento raccoglie interventi ed iniziative per la realizzazione di servizi volti a supportare le aziende e le famiglie nella conciliazione famiglia-lavoro.
URL: http://www.cliclavoro.gov.it/news/Documents/Monitoraggiopoliticheregionali_
dicembre2010.pdf
Lanciato nel 2012 da ManagerItalia Milano e presto esteso a Roma, il programma Un
fiocco in azienda nasce per aiutare le aziende a gestire al meglio la maternità delle dipendenti. Partendo dalla constatazione che un terzo delle donne abbandona il lavoro
dopo il parto, con conseguenze per le aziende di perdita di professionalità e competenze, il programma si propone di facilitare il rientro in azienda delle lavoratrici dopo
la maternità e valorizzare la genitorialità in generale. Esso prevede l’offerta di informazioni sulle procedure burocratiche e i congedi previsti dalla normativa, un percorso
formativo che permetta alla futura mamma, se vuole, di restare in contatto con la vita
aziendale anche durante l’assenza dal lavoro, un colloquio di orientamento al rientro
per facilitare il reinserimento professionale, nonché una serie di opportunità esclusive
per le aziende che aderiscono, quali il rilascio della Card pediatrica per reperire un pediatra in caso di emergenza, corsi formativi per una corretta alimentazione e di sostegno
psicologico per affrontare serenamente la maternità.
URL: http://donne.manageritalia.it/un-fiocco-in-azienda
Giovedì 27 gennaio 2011, ore 21. Nasce “DORA - Donne in Valle d’Aosta”.
La nuova associazione si propone di “rendere visibili” le idee, le parole, i problemi e i
bisogni delle donne della regione, di mettere al centro la voglia di partecipazione attiva
e propositiva che anima molte valdostane di età ed estrazione culturale e politica dif-
ferente, di promuovere la cultura di genere e le pari opportunità attraverso iniziative
di formazione e di informazione, manifestazioni pubbliche a carattere artistico e culturale, momenti di scambio e confronto tra generazioni di donne e tra donne e uomini.
L’associazione “Dora - Donne in Valle d’Aosta”, nasce in un momento storico-sociale in
cui le donne italiane si vedono duramente colpite dalla crisi economica internazionale,
in cui la rappresentazione mediatica del corpo femminile troppo spesso offende le
donne nella loro dignità, in cui permangono forme gravi di discriminazione tra i generi
nel lavoro, nella politica e nella società, in cui la violenza contro le donne continua ad
essere un fenomeno di proporzioni inaccettabili. Il nome scelto per la nuova associazione segnala la volontà di mettere in comunicazione il locale con il globale. DORA, infatti: - è la Dora Baltea, il fiume, ma è anche un omaggio alla femminista inglese Dora
Marsden, è il “caso Dora” di Freud, è la Dora Markus di una delle più belle poesie di Eugenio Montale, è la pittrice inglese Dora Carrington ed è “Dora l’esploratrice”, protagonista di un cartone animato giapponese che non soggiace agli stereotipi di genere.
URL: http://www.donneinviaggio.it/news/2011/01/nasce-dora-donne-in-valle-d-aosta.html
PerLa è un progetto innovativo che sperimenta, all’interno dell’Azienda provinciale per
i servizi sanitari della provincia autonoma di Trento (Apss), forme di flessibilità degli
orari di lavoro e di telelavoro, così da permettere la conciliazione tra vita lavorativa e
vita personale dei dipendenti. Il progetto si inserisce all’interno di una serie di interventi
volti al miglioramento del clima aziendale e conseguentemente del servizio offerto ai
cittadini. PerLa è il risultato di uno studio svolto nel corso del 2006 sulle problematiche
dell’orario di lavoro in Apss, il cui 70% dei dipendenti è personale femminile.
Secondo il Comitato per le pari opportunità del personale dell’area di comparto, l’introduzione di forme di flessibilità dell’orario di lavoro avrebbe potuto contribuire a
mantenere in servizio attivo e continuativo personale che altrimenti si vedeva costretto
a usufruire di strumenti contrattuali, quali ad esempio il part-time o permessi a vario titolo, per conciliare la vita professionale e quella personale con conseguenti e possibili
discriminazioni per il dipendente e difficoltà nell’organizzazione del lavoro: se consideriamo che sulla donna grava la maggior parte del peso del lavoro di cura e del lavoro
domestico è facile capire come la conciliazione entri a pieno titolo nel benessere dei
nostri dipendenti.
I monitoraggi intermedi e quelli finali della sperimentazione hanno permesso di registrare alcuni risultati positivi sia sulla soddisfazione dei partecipanti sia sull’impatto nei
servizi coinvolti e sull’intero ente, come la diminuzione delle assenze e degli straordinari
(-3,4% di assenze per maternità e cura dei figli e -409 ore di straordinario in un anno di
sperimentazione), il recupero di ore-lavoro, il rientro a full-time di 16 persone di cui 14
donne (circa il 30% dei partecipanti al progetto che avevano il part-time). Da parte sua,
l’azienda ha potuto allargare la copertura oraria giornaliera dei servizi e contare su una
maggiore presenza del personale. Molte delle soluzioni sperimentate sono trasformabili
in modelli trasferibili ad una pluralità di settori/servizi aziendali e non.
URL: http://saperi.forumpa.it/story/51250/perla-personalizzazione-degli-orari-di-lavoroe-telelavoro
La Casa Internazionale delle Donne di Trieste, centro culturale e di servizi istituito su
progetto promosso dalla Provincia di Trieste è stata inaugurata l’11 dicembre 2009.
È un’associazione laica, apartitica e antifascista che opera per il potenziamento, in qualsiasi ambito, dei soggetti autonomi femminili.
Afferma, promuove e tutela i diritti delle donne e tutti i diritti umani. Contrasta ogni
tipo di violenza psicologica, fisica, sessuale ed economica, la tortura, la tratta, la schiavitù, la pena di morte e la guerra. Favorisce le pratiche di pace, di solidarietà sociale e
di riconoscimento delle diversità.
Si caratterizza come un’impresa di pari opportunità, un’impresa no profit e ha l’ambizione di auto finanziarsi attraverso l’erogazione di servizi e attività cooperative imprenditoriali. Tra le numerose iniziative che promuove essa sviluppa e promuove attività di
aggiornamento, formazione e orientamento per favorire l’accesso delle donne di diverse fasce d’età al lavoro. Questo è in particolare l’obiettivo del Progetto Lavoro che,
nel corso dell’anno, ha proposto momento di informazione e formazione con esperte
ed esperti del settore dedicati alle donne in cerca di occupazione; corsi di comunicazione; un gruppo di mutuo aiuto tra donne in cerca di occupazione; il tutto prevedendo
anche un servizio di baby-sitter per permettere alle donne con figli di frequentare le
URL: http://www.provincia.trieste.it/web/guest/percorsi-di-donne/casa-internazionaledelle-donne;jsessionid=A4156CA0C71614857E7EDDECEF228FB4
Accordo di collaborazione tra il Centro Studi Progetto Donna ed Azienda Milanese Servizi
Ambientali (AMSA) sul progetto “L’ORGANIZZAZIONE DI GENERE”. L’adesione al progetto
prevede il coinvolgimento di AMSA in percorsi di accompagnamento per la certificazione
di genere. Il settore in cui opera AMSA è caratterizzato da un’occupazione prevalentemente maschile, per oggettive ragioni di gravosità dell’impegno richiesto, di lavoro su
turni e in orario notturno in cui è svolto il lavoro di raccolta e spazzamento, in una città
come Milano dove neppure l’essere in squadra salva da disagi ed anche aggressioni.
Questo spiega perché le donne siano il 9,5% dell’organico. Negli ultimi anni, l’azienda
si sta adoperando per una maggiore apertura al mondo femminile, mettendo in campo
una serie di misure per rimuovere gli ostacoli alla piena ed effettiva parità di opportunità tra uomini e donne.
URL: http://www.mi.camcom.it/upload/file/1648/824350/FILENAME/04_Le_aziende.pdf
http://www.asl.lecco.it/intranet/docs_file/delibera_50_2011.pdf
Accordo di collaborazione per la realizzazione della Rete Territoriale per la Conciliazione
Stipulato tra i seguenti firmatari: Assessore alla Famiglia, conciliazione, integrazione e
solidarietà sociale delegato all’Accordo quadro di sviluppo territoriale della provincia
di Lecco Giulio Boscagli; Asl di Lecco; provincia di Lecco; CCIAA di Lecco; Ambito territoriale di Lecco; Ambito territoriale di Bellano; Consigliera provinciale di Parità.
Il presente accordo intende imprimere un adeguato sviluppo alla valorizzazione della
famiglia come soggetto attivo e come risorsa imprescindibile del welfare, attivando un
complesso di azioni e di interventi rivolti a donne e uomini di diverse generazioni, promuovendo ogni intervento congiunto teso al miglioramento delle conciliazione famiglia-lavoro, attraverso la collaborazione tra persone, famiglie, associazioni, mondo del
terzo settore, enti e istituzioni a livello locale e in particolare attraverso la collaborazione con il sistema imprese e le parti sociali. Con il presente accordo di collaborazione
a livello territoriale si intende sostenere la costruzione e lo sviluppo di un coerente sistema di politiche e di azioni volte alla conciliazione famiglia lavoro, con particolare riferimento alle esigenze espresse dal territorio, alle risorse presenti e per sostenere la
massima integrazione possibile, per la competitività e la valorizzazione delle risorse territoriali, nelle tre aree principali del lavoro, della formazione e dei servizi, attraverso.
Il Servizio Accoglienza-Informazioni-Consulenza e Orientamento è un servizio di ascolto
e un punto di riferimento per tutte le donne del territorio per informazioni inerenti il
loro sviluppo sia sul piano professionale sia sul piano personale. È inoltre un punto di
riferimento per l’ascolto e l’individuazione di azioni territorialmente condivise per le
problematiche femminili inerenti il disagio e l’inclusione sociale.
URL: http://pariopportunita.provincia.lucca.it/index.php?id=207
Il Comune di Perugia, consapevole dell’importanza di dotarsi di uno strumento finalizzato all’attuazione delle leggi di pari opportunità, intende armonizzare la propria attività istituzionale al perseguimento e all’applicazione del diritto di uomini e donne allo
stesso trattamento in materia di lavoro, al superamento degli ostacoli che impediscono
una reale parità tra i sessi in ogni ambito sociale. Il presente Piano di Azioni Positive,
che avrà durata triennale (2010-2013), si pone, da un lato, come adempimento ad un
obbligo di legge, dall’altro vuole porsi come strumento semplice ed operativo per l’applicazione concreta delle pari opportunità avuto riguardo alla realtà locale ed alle dimensioni dell’Ente: il Comune di Perugia, attraverso l’Assessorato alle pari opportunità,
le strutture direzionali, gli organi istituzionali e gli organismi di parità, intende così rafforzare e arricchire l’azione amministrativa nella città con nuove iniziative, programmi
e progetti e promuovere un’attenzione specifica al benessere organizzativo, alla valorizzazione della differenza di genere nella gestione delle risorse umane, alla qualità del
lavoro e di vita della lavoratrici e dei lavoratori dell’Ente, nell’intento di superare le
eventuali discriminazioni dirette e indirette, in base a misure e strumenti disciplinati
dalla vigente legislazione nazionale e comunitaria di cui, in particolare, si riportano alcuni utili passaggi del Codice delle Pari opportunità.
Comune di Perugia - Piano di azioni Positive 2010-2013.
URL: http://www.comune.perugia.it/resources/docs/PIANO_triennale_AzioniPositive_
PariOpportunita..pdf
Il Consorzio Casa Internazionale delle Donne è formato da 22 Associazioni. Le attività
del Consorzio Casa Internazionale delle Donne vengono attuate in collaborazione con
185 la sicurezza sul lavoro viaggia con le donne
75 2017 linee guida inail cadute dall'alto
73 2017 caduta mortale operaio dalla scala non sicura
74 2017 sicurezza attivita estrattive
71 2017 sicurezza 100 anni agricoltura
72 2017 linee-di-indirizzo-applicazione-titolo-vi-d-lgs-81-08
69 2017 - la circolare gabrielli sulla sicurezza dei grandi eventi
70 2017 bisogni-speciali_di_salute nella scuola

References: art. 4
 art. 4
 art. 17
 art. 53
 art. 7
 art. 29