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Timestamp: 2019-07-16 00:10:18+00:00

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Assorbimento o concorso tra il reato di bancarotta fraudolenta e quello di bancarotta impropria
Quando l'azione diretta a causare il fallimento sia la stessa sussunta nel modello della bancarotta fraudolenta, il reato di bancarotta impropria è assorbito e non vi è concorso tra i due reati
Decisione: Sentenza n. 533/2017 Cassazione Penale - Sezione V
Classificazione: Commerciale, Fallimentare, Penale, Societario
Parole chiave: #bancarotta, #bancarottafraudolenta, #concorsoformale, #dolo, #fallimento, #fulviograziotto, #scudolegale
La Corte di Appello, in parziale riforma della sentenza del Tribunale, condannava un amministratore di una società che gestiva un cinema multisala, poi fallita, e la moglie in concorso, per i reati di bancarotta, nelle varie fattispecie di bancarotta distrattiva e documentale; bancarotta societaria; bancarotta per operazioni dolose.
Gli imputati ricorrono in cassazione affidandosi a quattro motivi di impugnazione, dei quali la Suprema Corte ne ritiene fondato uno, sotto il profilo argomentativo della Corte di Appello per quanto riguarda l'elemento psicologico della bancarotta per operazioni dolose, con conseguente annullamento della pronuncia impugnata e rinvio alla Corte territoriale per un nuovo esame.
Dopo aver esposto le motivazioni dei ricorrenti, la Suprema Corte passa alle considerazioni in punto di diritto.
Tra i vari passaggi, il Collegio dapprima si richiama ad una precedente pronuncia che affrontava la relazione tra l'amministratore di diritto e l'amministratore di fatto, e ricorda che per la configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta è sufficiente, sotto il profilo dell'elemento soggettivo, il dolo eventuale: infatti, «l'amministratore di diritto risponde unitamente all'amministratore di fatto per non avere impedito l'evento che aveva l'obbligo di impedire, essendo sufficiente, sotto il profilo soggettivo, la generica consapevolezza che l'amministratore effettivo distragga, occulti, dissimuli, distrugga o dissipi i beni sociali, la quale non può dedursi dal solo fatto che il soggetto abbia accettato di ricoprire formalmente la carica di amministratore; tuttavia allorché si tratti di soggetto che accetti il ruolo di amministratore esclusivamente allo scopo di fare da prestanome, la sola consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possano scaturire gli eventi tipici del reato (dolo generico) o l'accettazione del rischio che questi si verifichino (dolo eventuale) possono risultare sufficienti per l'affermazione della responsabilità penale ( Cass., Sez. 5, n. 7332 del 07/01/2015 - dep. 18/02/2015, Fasola, Rv. 262767)».
Con la precisazione che «in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale -, poiché non impedire l'evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo, risponde di concorso nel reato l'amministratore di diritto, anche se sia stato una mera "testa di legno". Ed invero, il cod. civ. impone all'amministratore precisi obblighi di vigilanza, con al conseguenza che, per integrare il dolo dell'amministratore di diritto, è sufficiente la generica consapevolezza che l'amministratore di fatto ponga in essere condotte integranti il reato di bancarotta ( Cass., Sez. 5, n. 10465 del 24/06/1999 - dep. 01/09/1999, Murra G, Rv. 214301)».
E la responsabilità dell'amministratore di diritto è estesa anche al reato di bancarotta fraudolenta documentale: «l'amministratore di diritto risponde anche di quest'ultimo reato, per sottrazione o per omessa tenuta, in frode ai creditori, delle scritture contabili, anche laddove sia investito solo formalmente dell'amministrazione della società fallita (cosiddetta "testa di legno"), in quanto sussiste il diretto e personale obbligo dell'amministratore di diritto di tenere e conservare le predette scritture, purché sia fornita la dimostrazione della effettiva e concreta consapevolezza del loro stato, tale da impedire la ricostruzione del movimento degli affari (Cass., Sez. 5, n. 642 del 30/10/2013 - dep. 10/01/2014, Demajo, Rv. 257950)».
Affrontate le questioni relative agli altri due motivi di ricorso, ritenuti infondati, la Cassazione passa a esaminare l'accertamento dell'elemento psicologico che, nel caso di specie, dovrà essere accertato nel giudizio di rinvio dalla stessa Corte di Appello in diversa composizione: «osserva la Corte come non risulti adeguatamente argomentato il profilo di sussistenza dell'elemento soggettivo del reato, qui in esame, sulla base delle ragioni - oltre modo valorizzate ed enfatizzate nella sentenza di appello - che avevano portato alla chiusura del Multisala. Ed invero, tale chiusura era stata determinata, per come argomentato nella stessa sentenza impugnata, da una molteplicità di motivazioni concorrenti, alcune delle quali - secondo le censure degli appellanti, oggi ricorrenti - sfuggivano alle determinazioni e alla volontà degli imputati stessi. Anzi gli imputati hanno allegato una serie di circostanze, quale l'attivazione di un ricorso al T.A.R. e la predisposizione di un piano di fattibilità economica dell'operazione commerciale, per dimostrare la volontà di portare a termine proficuamente l'operazione commerciale intrapresa con il cd. Multisala, non ottenendo, tuttavia, sul punto, un'adeguata risposta motivata da parte della Corte distrettuale che, dunque, dovrà approfondire maggiormente questi profili di doglianza, ora, in sede di rinvio, profili che, in verità, risultano decisivi per scrutinare la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato contestato, e ciò anche per superare le diverse e stringenti considerazioni svolte dal primo giudice nella sentenza liberatoria sopra ricordata».
Per il Collegio, occorre accertare le reali intenzioni degli imputati: «Peraltro, l'ampiamento della metratura per i locali commerciali già prevista dalla convenzione urbanistica, se, da un lato, denota la commissioni di eventuali irregolarità amministrative ovvero forse sin anco di reati edilizi, dall'altro, evidenzia tuttavia la volontà di "massimizzare" il profitto ricavabile dalla complessiva operazione edilizia e commerciale, con una intenzione certamente non diretta a cagionare con dolo il fallimento della società. Anche su quest'ultimo profilo la Corte meneghina si dovrà interrogare sulle reali intenzioni, iniziali e successive, dei due imputati in relazione, anche, alla reale consapevolezza di porre in essere condotte dirette a cagionare la decozione della società poi fallita».
Nel decidere sul ricorso, la Suprema Corte rileva anche «un ulteriore profilo di censura in merito alla contestazione del reato di cui all'art. 223, comma 2, n. 2 I. fall., censura sulla quale la Corte del rinvio dovrà confrontarsi»:la configurabilità del concorso formale tra il reato di bancarotta fraudolenta e quello di bancarotta impropria.
E, infatti, la Cassazione riafferma il principio secondo cui «non è configurabile il concorso formale tra il reato di bancarotta fraudolenta e quello di bancarotta impropria di cui all'art. 223 comma secondo n. 2 che deve considerarsi assorbito nel primo quando l'azione diretta a causare il fallimento sia la stessa sussunta nel modello descrittivo della bancarotta fraudolenta ( Cass., Sez. 5, sent. n. 35066 del 05/07/2007 Cc. (dep. 19/09/2007 ) Rv. 237716)».
Il Collegio non manca di ricordare le ragioni per le quali non è possibile configurare il concorso formale tra i due reati: «Al fine di evidenziare i rapporti fra le due figure criminose a raffronto, non può trascurarsi di considerare che il reato di cui alla I. fall., art. 223, comma 2, n. 2, costituendo un reato cd. "a causalità aperta", può realizzarsi attraverso i più vari comportamenti e non richiede, perciò, come elemento indefettibile la compresenza degli elementi costitutivi di altri reati. Va aggiunto che la volontà deliberata, o quanto meno l'accettazione del rischio, che l'azione così posta in essere si ponga come causa - unica o concorrente - del fallimento dell'impresa cui la condotta illecita si riferisce concretizza immancabilmente l'elemento psicologico dell'agente, almeno sotto il profilo del dolo almeno eventuale, proprio della bancarotta impropria, il cui elemento oggettivo è già insito nell'altro reato per quanto evidenziato nella norma sopra richiamata. Alla stregua delle considerazioni fin qui svolte deve concludersi che, quando l'azione diretta a causare il fallimento si identifichi nella medesima condotta sussunta nel modello descrittivo della bancarotta fraudolenta, in quest'ultimo reato deve considerarsi assorbita la bancarotta impropria, con la conseguenza che risulta impossibile configurarsi un concorso formale fra i due reati in osservazione».
Richiamandosi a una precedente pronuncia, sottolinea cneh il diverso ambito dei due reati: «II principio è stato riaffermato e ribadito da altro più recente arresto giurisprudenziale (peraltro richiamato nella stessa sentenza impugnata : Sez. 5, n. 24051 del 15/05/2014 - dep. 09/06/2014, Lorenzini e altro, Rv. 26014201 ), secondo cui i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale (artt. 216 e 223, comma primo, L.F.) e quello di bancarotta impropria di cui all' art. 223 comma secondo, n. 2, L.F. hanno ambiti diversi: il primo postula il compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento, distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia effettivamente intervenuto; il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono distrazione o dissipazione di attività - né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite le scritture contabili - ma che devono porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati, mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora, oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.F., si siano verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali - concretandosi in abuso o infedeltà nell'esercizio della carica ricoperta o in un atto intrinsecamente pericoloso per l'andamento economico finanziario della società - siano stati causa del fallimento ( così, anche Sez. 5, n. del 19 maggio 2010, Biolè e altro, Rv. 248167; Sez. 5, n. del 17 febbraio 2010, Pagnotta e altri, Rv. 247247 )».
Pronunciando sul ricorso, nel rimettere alla Corte di Appello, il Collegio sottolinea quindi la necessità di esaminare anche il profilo relativo al concorso tra i due reati, perché «dal succinto passaggio motivazionale dedicato alla questione qui da ultimo in discussione ( v. pag. 65 della sentenza appellata ) non è possibile comprendere se i giudici d'appello abbiano ritenuto configurabile la bancarotta impropria in forza della accertata consumazione dei reati di bancarotta patrimoniale e documentale - il che, alla luce degli illustrati principi, integrerebbe un'errata applicazione della legge penale - ovvero se abbiano preso in considerazione ulteriori comportamenti addebitabili agli imputati, dei quali tuttavia avrebbero dovuto contemplare una descrizione "differenziata" rispetto alle ulteriori fattispecie di bancarotte distrattive e documentali contestate in rubrica».
La Cassazione, nell'esaminare il ricorso, ha anche affrontato e sintetizzato due temi importanti: la relazione tra l'amministratore di fatto (cd. "testa di legno") e l'amministratore di diritto, e le loro responsabilità, nonché la configurabilità del concorso tra i due reati di bancarotta fraudolenta e di bancarotta impropria di cui all'art. 223, secondo comma della legge fallimentare: concorso che non ricorre (poiché assorbito nel primo reato) "quando l'azione diretta a causare il fallimento sia la stessa sussunta nel modello descrittivo della bancarotta fraudolenta".
Cass. 10465/1999
Cass. 35066/2015
Cass. 24051/2014
Cass. 7332/2015
TITOLO VI DISPOSIZIONI PENALI
CAPO I Reati commessi dal fallito
E' punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l'imprenditore, che:
2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.
E' punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.
CAPO II Reati commessi da persone diverse dal fallito
Art. 223 - Fatti di bancarotta fraudolenta
Si applicano le pene stabilite nell'art. 216 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso alcuno dei fatti preveduti nel suddetto articolo.
1. Hanno cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuno dei fatti previsti dagli articoli 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 del codice civile.
Si applica altresì in ogni caso la disposizione dell'ultimo comma dell'art. 216.

References: Sentenza 
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Cass. 

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