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Timestamp: 2020-01-27 03:06:39+00:00

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"le sezioni unite e la vacanza rovinata" Maria Rita mottola
"LE SEZIONI UNITE E LA VACANZA ROVINATA" - Maria Rita MOTTOLA
La sentenza del Giudice di Pace di Verona del 2 gennaio 2009, in tema di vacanza rovinata e pubblicata in questo sito, suggerisce due riflessioni. Prima considerazione: come avevamo preannunciato, è proprio nei giudizi del Giudice di pace che troverà riscontro la rielaborazione della teoria del danno; seconda considerazione: esistono poste di danno che non possono ascriversi in nessun modo né al danno biologico né al danno morale soggettivo e che, pertanto, debbono essere classificate e trattate in modo differente.
La sentenza in commento esamina con accuratezza e sintetica precisione la richiesta di risarcimento a seguito di inadempimento contrattuale per danno alla salute e per danno da vacanza rovinata.
Vorremmo trattenerci solo sulla seconda questione, che qui più strettamente interessa, poiché le SS.UU con la sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 hanno affermato che non vi è nessun ostacolo a riconoscere il risarcimento dei danni, danni tutti, nel caso di lesione di un diritto costituzionalmente protetto come il diritto alla salute.
La sentenza delle SS.UU. sembrerebbe ad una prima lettura escludere la possibilità di risarcire i danni da vacanza rovinata e ciò su due presupposti: non esiste un diritto alla felicità, ergo, non esiste un diritto alla vacanza <>, ed anche se esisteste un diritto alla vacanza tale diritto non è costituzionalmente protetto.
La sentenza delle SS.UU. n. 26972 sembra ad una prima lettura negare cittadinanza al risarcimento del danno da vacanza rovinata che, come sicuramente l'attento lettore avrà notato, non viene mai nominato nella, pur estesa, motivazione.
Non si cita in nessuna parte della sentenza, né per confermarne la risarcibilità, né per negarla, la posta di danno comunemente nominata <>. Perché mai? Forse perché è alquanto difficile sostenere che tale danno è sempre di minima entità o privo di rilevanza. Forse perché difficile negare che il danno da vacanza rovinata è squisitamente esistenziale. Forse, e a maggior ragione, perché l'elaborazione giurisprudenziale in tale materia è variegata e spesso offre spunti di riflessione giuridica estremamente interessanti. Infine, perché è danno contrattuale. E già perché qui sta il problema. Il danno da vacanza rovinata è danno da inadempimento e come tale sanzionato e risarcibile. Non solo. La risarcibilità del danno è supportata da una direttiva CEE che ha trovato accoglienza in Italia, nella normativa confluita nel recente Codice del Consumo.
Dunque, il danno da vacanza rovinata è danno squisitamente esistenziale, consistendo un pregiudizio alla realizzazione personale e al poter fare, è danno di origine contrattuale e, pertanto, non trova le limitazioni dell'art. 2043 c.c. o dell'art. 2059 c.c., è, infine, danno previsto da norma di legge e, pertanto, non trova l'ostacolo del necessario riconoscimento costituzionale dell'interesse leso.
Ora leggiamo alcuni passi della sentenza che possono essere utili per la conferma, se fosse necessario, della risarcibilità del danno esistenziale da vacanza rovinata.
Le Sezioni Unite, in primo luogo, decretano la risarcibilità del danno non patrimoniale se <>, nel senso che la lesione a cui consegue il danno deve essere lesione di un diritto indicato come risarcibile dalla legge o di un interesse tutelato dalla Carta Costituzionale, come diritto inviolabile. Tale verifica non è necessaria nel caso di reato, perché la previsione di una sanzione penale fa presupporre l'esistenza di un diritto inviolabile o, comunque, rilevante per l'ordinamento al massimo livello (quello della sanzione penale, appunto). Le Sezioni Unite fanno un passo avanti asserendo che se esiste il reato, almeno in astratto, il danno risarcibile non è solo quello derivante dalla lesione di un diritto costituzionale ed inviolabile, ma anche di un diritto, comunque, meritevole di tutela. <<In ragione della ampia accezione del danno non patrimoniale, in presenza del reato é risarcibile non soltanto il danno non patrimoniale conseguente alla lesione di diritti costituzionalmente inviolabili (come avverrà, nel caso del reato di lesioni colpose, ove si configuri danno biologico per la vittima, o nel caso di uccisione o lesione grave di congiunto, determinante la perdita o la compromissione del rapporto parentale), ma anche quello conseguente alla lesione di interessi inerenti la persona non presidiati da siffatti diritti, ma meritevoli di tutela in base all'ordinamento (secondo il criterio dell'ingiustizia ex art. 2043 c.c.), poiché la tipicità, in questo caso, non è determinata soltanto dal rango dell'interesse protetto, ma in ragione della scelta del legislatore di dire risarcibili i danni non patrimoniali cagionati da reato. Scelta che comunque implica la considerazione della rilevanza dell'interesse leso, desumibile dalla predisposizione della tutela penale>>
Così precisato che ogni genere di pregiudizio deve essere risarcito qualora sia conseguenza di un fatto reato, la sentenza n. 26972 aggiunge che <uori dai casi determinati dalla legge è data tutela risarcitoria al danno non patrimoniale solo se sia accertata la lesione di un diritto inviolabile della persona: deve sussistere una ingiustizia costituzionalmente qualificata>>. Concludendo il danno non patrimoniale è risarcibile solo in presenza di un fatto reato o della compromissione di un bene inviolabile e costituzionalmente protetto.
Resta però la possibilità per il legislatore di prevedere il risarcimento anche dei danni non patrimoniali. <<La tutela risarcitoria sarà riconosciuta se il pregiudizio sia conseguenza della lesione almeno di un interesse giuridicamente protetto, desunto dall'ordinamento positivo, ivi comprese le convenzioni internazionali (come la già citata Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, ratificata con la legge n. 88 del 1955), e cioè purché sussista il requisito dell'ingiustizia generica secondo l'art. 2043 c.c. E la previsione della tutela penale costituisce sicuro indice della rilevanza dell'interesse leso>>. Dunque, la sentenza sembra ammettere che nel caso di un diritto riconosciuto da una norma positiva, ivi comprese le norme internazionali, sia possibile risarcire il danno non patrimoniale. Subito però, consapevole della conseguenza immediata di una siffatta ricostruzione giuridica e sistematica, precisa che la norma penale è indice chiaro di rilevanza dell'interesse leso, adombrando la possibilità che altre norme positive tale immediatezza non posseggano. In effetti, più oltre precisa che <n assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purché conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona>>
Ancora più oltre, e forse perché consapevole dell'esistenza di norme comunitarie <
> per il nuovo assetto della teoria del danno, si affretta a precisare che <l superamento dei limiti alla tutela risarcitoria dei danni non patrimoniali, che permangono, nei termini suesposti, anche dopo la rilettura conforme a Costituzione dell'art. 2059 c.c., può derivare da una norma comunitaria che preveda il risarcimento del danno non patrimoniale senza porre limiti, in ragione della prevalenza del diritto comunitario sul diritto interno. Va ricordato che l'effetto connesso alla vigenza di norma comunitaria è quello non già di caducare, nell'accezione propria del termine, la norma interna incompatibile, bensì di impedire che tale norma venga in rilievo per la definizione della controversia innanzi al giudice nazionale (Corte cost. n. 170/1984; S.u. n. 1512/1998; Cass. n. 4466/2005)>>
Infine, nella rielaborazione della sentenza si inserisce a pieno titolo il diritto al risarcimento del danno nascente da inadempimento contrattuale. E' pur vero che le SS.UU. richiamano ripetutamente il contratto di lavoro e i danni in tale ambito procurati, ma è anche vero che nella motivazione si legge chiaramente e senza alcuna distinzione di sorta che <
Se l'inadempimento dell'obbligazione determina, oltre alla violazione degli obblighi di rilevanza economica assunti con il contratto, anche la lesione di un diritto inviolabile della persona del creditore, la tutela risarcitoria del danno non patrimoniale potrà essere versata nell'azione di responsabilità contrattuale, senza ricorrere all'espediente del cumulo di azioni>>.
Ora, è ormai accettato che, nell'ambito contrattuale, è riconoscibile il risarcimento del danno non patrimoniale. L'unico limite è l'accertamento che l'inadempimento abbia comportato la compromissione di un bene tutelato dalla carta costituzionale
Le Sezioni Unite vanno una volta ancora oltre, affermando che <<interessi di natura non patrimoniale possano assumere rilevanza nell'ambito delle obbligazioni contrattuali, è confermato dalla previsione dell'art. 1174 c.c., secondo cui la prestazione che forma oggetto dell'obbligazione deve essere suscettibile di valutazione economica e deve corrispondere ad un interesse, anche non patrimoniale, del creditore.
L'individuazione, in relazione alla specifica ipotesi contrattuale, degli interessi compresi nell'area del contratto che, oltre a quelli a contenuto patrimoniale, presentino carattere non patrimoniale, va condotta accertando la causa concreta del negozio, da intendersi come sintesi degli interessi reali che il contratto stesso è diretto a realizzare, al di là del modello, anche tipico, adoperato; sintesi, e dunque ragione concreta, della dinamica contrattuale (come condivisibilmente affermato dalla sentenza n. 10490/2006>>
Ora, se analizziamo la giurisprudenza e la normativa in materia di danno da vacanza rovinata alla luce delle considerazioni svolte dalla sentenza n. 26972, possiamo rilevare che:
la Direttiva 13/6/1990 n.314 90/314/CEE , del Consiglio concernente i viaggi, le vacanze ed i circuiti "tutto compreso", fu attuata con il d.lgs.17 marzo 1995, n. 111, oggi abrogato con l'entrata in vigore del Codice del Consumo, introdotto dal d. lgs. 6 settembre 2005, n. 206 ma in linea di massima confermato;
la Direttiva non si limita a prevedere il rimborso della caparra o delle spese sostenute ma impone il risarcimento di tout prejudice, "ogni pregiudizio", di qualsiasi natura esso sia;
le questioni circa l'interpretazione di tale allocuzione vennero risolte dalla Corte di Giustizia CE che interpretò l'art 5. della direttiva 90/314/CEE <> (Corte Giustizia CE, 12 marzo 2002, n. 168, RCP, 2002, 360 nota Guerinoni, Eur. Legal Forum 2002, 73, Danno e resp. 2002, 1097 nota Carassi e Maiolo, Dir. comunitario e scambi internaz. 2002, 281 nota Adobati, Foro it. 2002, IV, 329, Giur. it. 2002, 1801 nota Sesta).
il d. lgs. 17 marzo 1995 n. 111 intitolava il suo art. 15 "Responsabilità per danni alla persona", dicitura ripresa tal quale dall'art. 94 del Codice del Consumo che riproduce anche il testo dell'art. 15 nella medesima formulazione;
successivamente l'articolo 14 del d. lgs. 15 marzo 2006, n. 151 così modifica l'art. 94, mantenendo però fermo il titolo: <articolo 2951 del codice civile. È nullo ogni accordo che stabilisca limiti di risarcimento per i danni di cui al comma 1>>.
Alfine il diritto al risarcimento di ogni danno, <<tout prejudice>>, subito dal turista a seguito di inadempimento, ivi compreso ogni danno alla persona, trova fondamento in una norma del diritto europeo, che deve essere adottata ai fini della decisione come parametro di giudizio, e da una norma del diritto italiano. Ma tale risarcimento non deve limitarsi ai danni materiali, estendendosi ai danni alla persona e secondo l'insegnamento delle SS.UU. <l risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, nel senso che deve ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre>>.
A tale conclusione si giunge anche attraverso l'altro parametro suggerito dalle SS.UU essendo soddisfatta <'esigenza di accertare se, in concreto, il contratto tenda alla realizzazione anche di interessi non patrimoniali, eventualmente presidiati da diritti inviolabili della persona, viene meno nel caso in cui l'inserimento di interessi siffatti nel rapporto sia opera della legge.>>
Nel caso di contratto di pacchetto turistico, infatti, il contratto stesso ha per oggetto non solo le singole prestazioni ricettive e di trasporto - viaggio, collegamenti interni, pernottamento, pranzi e cene - ma anche la vacanza nel suo complesso, quale insieme di prestazioni dirette a soddisfare l'esigenza di riposo e di svago del turista - visite guidate, intrattenimento, sport, spettacoli e via di questo passo -.
Inoltre è la stessa legge a riconoscere la natura del contratto, puntualmente disciplinato dal codice del consumo attualmente vigente.
Ora, tempo addietro si è sostenuto che <tout prejudice (CCV 23 aprile 1970 ratificata con l. 27 dicembre 1977, n. 1084)>>. (Mottola La vacanza rovinata in Trattati Giuffré La prova e il quantum nel risarcimento del danno non patrimoniale a cura di Paolo Cendon, pag. 1195 e segg.)
Tale conclusione non subisce alcuna scossa dalla sentenza delle SS.UU. che confermano la possibilità di risarcire il danno non patrimoniale, a seguito di inadempimento contrattuale, e il ristoro del danno non patrimoniale, qualora tale ipotesi sia prevista dal legislatore. Nel caso della vacanza rovinata esiste un illecito contrattuale, in un contratto avente ad oggetto appunto una vacanza e cioè un insieme di prestazioni tutte dirette al benessere psicofisico del contraente, esiste una norma che prevede il diritto al risarcimento di ogni danno alla persona, conseguenza dell'illecito contrattuale, tale norma trovando fonte in disposizioni di valenza internazionale e nazionale.
Ma a noi piace ancora sostenere che il diritto alla vacanza è un diritto costituzionalmente protetto, perché non ci sembra in alcun modo scalfito quanto andavamo sostenendo nel recente passato <diritto allo svago e alla libertà di realizzazione personale e come diritto alle ferie e cioè ad un congruo periodo di relax. Che poi le vacanze possano intendersi come un valore costituzionalmente protetto è conseguenza dell'evolversi dei costumi e delle abitudine, perché ciò che la Costituzione prevede (art. 36) è il diritto del lavoratore, inviolabile (non può rinunciarvi) ad un periodo di riposo dalle fatiche lavorative (riposo settimanale e ferie annue)>>, (Mottola La vacanza rovinata in Trattati Giuffré La prova e il quantum nel risarcimento del danno non patrimoniale a cura di Paolo Cendon, pag. 1195 e segg.), ben potendo tale diritto al riposo esprimersi, secondo il corrente costume, in vacanze organizzate e vissute in luoghi diversi dall'abituale dimora.
Infine, è necessario superare un ulteriore ostacolo frapposto dalla sentenza delle SS.UU. e cioè la gravità dell'offesa. <<La gravità dell'offesa costituisce requisito ulteriore per l'ammissione a risarcimento dei danni non patrimoniali alla persona conseguenti alla lesione di diritti costituzionali inviolabili. Il diritto deve essere inciso oltre una certa soglia minima, cagionando un pregiudizio serio. La lesione deve eccedere una certa soglia di offensività, rendendo il pregiudizio tanto serio da essere meritevole di tutela in un sistema che impone un grado minimo di tolleranza>.
A tale questione risponde con semplicità ed acutezza la sentenza del Giudice di Pace di Verona da cui siamo partiti per queste brevi riflessioni <atteggiarsi progettuale e comportamentale, sul proprio “modus vivendi” , che seppur non ha rilievo costituzionale perché da nessuna parte è previsto un diritto alla felicità o alla serenità, pare comunque allo scrivente Giudice, proprio in ossequio a un comune sentimento che a quella felicità o serenità attribuisce un rilevante valore, anche economico, perché economicamente è disponibile a sacrificarsi per conseguirlo – meriti un riconoscimento risarcitorio.>>
Ed ancora aggiunge se non fosse sufficientemente chiaro <
“restituito in integrum”, porre l’accento sul pregiudizio quale esso sia, ma pur sempre apprezzabile dal sentire o dalla coscienza comune, nobilita di per sè anche l’interesse leso, che seppur non rientra tra i diritti inviolabili della persona costituzionalmente garantiti, emerge quale aspetto indefettibile della personalità di un individuo che si fa persona nel contesto di un sistema giuridico>>.

References: sentenza 
 sentenza 
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 art. 2043
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 Cass. 
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 art. 15
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