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Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali
PubblicatoCosima Grillo
Presentazione sul tema: "Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali"— Transcript della presentazione:
Modelli locali di sviluppo e Distretti IndustrialiAnno Accademico Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali di Cristina Brasili Dipartimento di Scienze Statistiche - Università degli Studi di Bologna
Sistemi locali, trans-locali e transnazionaliGiacomo Becattini, Sergio Vaccà Sistemi locali, trans-locali e transnazionali Lectiones Magistrales per il conferimento della Laurea Honoris Causa Facoltà di Economia, Università di Urbino “Carlo Bo” Lezione di Giacomo Becattini… 14. Ho fatto un sogno Nel 1790, Pietro Leopoldo di Asburgo Lorena lascia la Toscana, che ha governato per un quarto di secolo, per Vienna, lasciandosi dietro un immenso patrimonio di coraggiose riforme (es. abolizione della pena di morte) e un documento veramente straordinario: le Relazioni sul governo di Toscana, in cui descrive minuziosamente “ con la maggior sincerità, verità e ingenuità – così dice – tutte le parti del governo, sue aziende e amministrazioni e tutte le province di Toscana”. Ebbene, io sogno una relazione annuale sulla situazione del Paese di tipo leopaldesco, in cui, oltre ai valori del PIL , che consentono – ma più in apparenza che in realtà – confronti nel tempo e nello spazio, ci si fornisca, con tutta una batteria di indicatori, un’idea di come si vive nei luoghi, nonché sul “morale” delle popolazioni ed in cui si descriva minuziosamente, magari modellizzandola, per ogni luogo del Paese, la struttura del processo produttivo del benessere. Il progresso vero non sta, per me, ripeto, nell’incremento medio (una media trilussiana) di un punto percentuale del PIL, ma nella bonifica dei luoghi inquinati, nel salvataggio di Venezia dalle maree, nella costruzione dei cittadini della fiducia nell’azione pubblica, nella possibilità di passeggiare nelle città senza avvelenarsi con lo smog o il timore di scippi, e via continuando. Il progresso di un Paese io lo vedo insomma, nel miglioramento dei luoghi e nella prograssiva trasformazione dei non luoghi in luoghi………..
(Crivellini e Pettenati, Modelli locali di sviluppo in Becattini 1989)Come avviene lo “sviluppo locale” quali sono I fattori che lo promuovono? Modelli interpretativi dello sviluppo economico regionale e territoriale Modello Neoclassico (dualismo) Modello di sviluppo “circolare e cumulativo” Modello del “filtro” Modello della “valorizzazione periferica” (Crivellini e Pettenati, Modelli locali di sviluppo in Becattini 1989)
Modello di sviluppo endogenoModelli locali di sviluppo Modello di sviluppo endogeno I modelli di sviluppo endogeno nascono dalla constatazione del “fallimento“ dei modelli di sviluppo esogeno (Modello neoclassico di Solow) nello spiegare il persistere delle differenze tra i sentieri di sviluppo delle diverse economie
Modello di sviluppo endogenoModelli locali di sviluppo Modello di sviluppo endogeno Diffusione maggiore nei primi anni Ottanta e negli anni Novanta; si rimuove l’ipotesi dei rendimenti di scala costanti. Romer (1986) propone l’utilizzo dei rendimenti di scala crescenti. Un aumento della conoscenza provoca un aumento del prodotto complessivo Lucas (1988) introduce un modello di “learning by doing” per due beni riprendendo il celebre lavoro di Arrow (1962) per spiegare il permanere di prolungate differenze nei tassi di crescita.
Modello di sviluppo endogenoModelli locali di sviluppo Modello di sviluppo endogeno In Italia gli studiosi dello sviluppo endogeno privilegiano lo studio dei sistemi locali di piccola e media impresa e cioè dei Distretti industriali Perchè? “Paradosso strutturale dell’Italia” (Signorini, in Lo sviluppo locale, 2000) Piccole e piccolissime imprese nei settori tradizionali Pronunciato dualismo Nord-Sud Produzioni a bassa intensità di capitale e a basso contenuto tecnologico
I Distretti IndustrialiNel 1919 nei Principles of Economics, Marshall afferma che un’area ad alta concentrazione di piccole imprese si può definire distretto quando sussistono le caratteristiche: La produzione è flessibile e cerca di venire incontro alle diverse necessità dei clienti e, se il cliente è un grossista, è in grado di realizzare l’intera gamma della serie produttiva richiesta dal grossista; ci sono molte imprese piccole e molto piccole in un dato territorio, tutte con lo stesso tipo di produzione flessibile; fra queste imprese piccole, molto piccole o medie, alcune vendono i loro prodotti direttamente sul mercato, mentre altre eseguono processi particolari o producono componenti di un prodotto; la separazione delle imprese che vendono i loro prodotti e quelle che operano come sub fornitrici d’altre imprese non è rigida; una piccola impresa può, in un dato momento, essere sub fornitrice e, in un altro un venditore; le relazioni tra imprese che vendono sul mercato assumono la forma di un intreccio fra competizione e cooperazione; ciò significa che le imprese non combattono tra loro, ma cercano di trovare spazi nel mercato per nuove produzioni senza creare effetti distruttivi all’interno del distretto industriale; il luogo è così definito perché si riferisce ad un’area geografica molto limitata che è specificatamente caratterizzata da una data produzione dominante; c’è una forte interconnessione fra il distretto come realtà produttiva e come ambiente di vita familiare, politica e sociale.
Dal distretto marshalliano come categoria di analisi ……... I Distretti Industriali Dal distretto marshalliano come categoria di analisi ……... alla sintetica definizione di distretto di Becattini (1979), “un’entità socio-territoriale caratterizzata dalla presenza attiva di una comunità di persone e da una popolazione di imprese in uno spazio geografico e storico determinato” ……..
Ciclo di vita di un distrettoI Distretti Industriali Ciclo di vita di un distretto (Carminucci, Casucci, Censis 1997) Un distretto industriale si può trovare in varie fasi della sua “vita”: 1) LA SPECIALIZZAZIONE DI FASE: elevata parcellizzazione del processo produttivo 2) L’AREA SISTEMA INTEGRATA: caratteristiche di tipo endogeno, utilizzo quasi esclusivo di risorse locali 3) DELOCALIZZAZIONE: fase di maturità delocalizzazione degli impianti in areee a più basso costo
Ciclo di vita di un distretto ( Censis 1997)I Distretti Industriali (continua) Ciclo di vita di un distretto ( Censis 1997) 4) LA GERARCHIZZAZIONE CON CRESCITA PER LINEE INTERNE: per rispondere alla turbolenza dei mercati reinternalizzano alcune fasi e funzioni, emergono alcune imprese leader 5) LA CONCENTRAZIONE DIREZIONALE: le imprese leader dell’area finiscono sotto la proprietà di pochi soggetti interni 6) LA GERARCHIZZAZIONE CON CRESCITA PER LINEE ESTERNE: le imprese pur rimanendo indipendenti definiscono un sistema di accordi strutturati come se si trattasse di un’unica grande azienda 7) IL RIPOSIZIONAMENTO: spostamento su nuove nicchie di mercato
Viaggio nell’economia italiana, Saggine, Donzelli Ed. 2004 di Pierluigi Bersani e Enrico Letta La struttura produttiva dei paesi europei (distribuzione percentuale degli addetti per classe) Paesi Classi di addetti 0-9 10-49 50-249 >250 Belgio 17.7 18.1 20.1 44.1 Danimarca 12.6 20.3 25.8 41.4 Germania 7.3 14.3 16 62.4 Grecia 16.2 28.4 28.3 27.1 Spagna 22.5 26.9 20.8 29.8 Francia 13.1 20 48.7 Italia 25 31 Lussemburgo 6.2 12.3 20.6 60.9 Olanda 13.5 16.1 50.1 Austria 13.7 18.9 29.3 38.1 Portogallo 17.5 27.2 29 25.6 Finlandia 9.6 13.8 55.9 Svezia 10.8 15 21 53.2 Regno Unito 12.8 14.9 20.2 52.1 Islanda 21.5 31.4 Unione Europea 19.4 19.5 47.4 Fonte: Eurostat.
Spesa totale in Ricerca & Sviluppo 2001 (in % sul Pil)Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat
Il declino della grande impresa in Italia (quota percentuale occupati nelle grandi imprese)Fonte: Censimenti Istat
I Distretti IndustrialiI Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano (Giacomo Becattini ) Prima peculiarità del sistema economico italiano Il modello di specializzazione industriale italiano NON è dominato da settori industriali tecnologicamente impegnativi e/o intensivi di capitale ma predominano settori ad alta intensità di know-how, di design, di “fantasia” e poco qualificati tecnologicamente. Ad esempio: mobili, calzature, pelli, cuoio, gioielli, articoli da regalo. L’Italia si trova in questo modo a competere negli stessi mercati dei paesi in via di sviluppo piuttosto che con i principali paesi industrializzati.
Propone una mappa dei distretti: I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano (Il Sole 24 ore, 1992 ) Propone una mappa dei distretti: maggior numero al Nord, in embrione al Sud, pochi al Centro Non sono rilevanti le analisi settoriali. Esistono tre gruppi di prodotti: Beni durevoli per le persone le relative materie prime e i macchinari per produrli Beni durevoli per la casa e le macchine per produrli Prodotti alimentari e dei macchinari annessi
I Distretti Industriali“Made in Italy” e distretti industriali (Becattini, 1998 ) E’ una risposta a bisogni specializzati Il Made in Italy distrettuale è composto da un Made in Italy diretto di beni di consumo e da un made in Italy indiretto dei beni strumentali complementari ai primi
I Distretti IndustrialiI Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano (Giacomo Becattini ) Seconda peculiarità del sistema economico italiano Come si è re-dislocata l’industria manifatturiera nel secondo dopoguerra: il “miracolo economico”: il motore dello sviluppo industriale trainato dai settori classici (metalmeccanico e chimico) sembra il Nord-Ovest del paese e conferma il ruolo dominante del “triangolo industriale” ; la svolta si avverte tra il 1961 e il 1971, ma si afferma solo tra il 1971 e il 1981: Occupazione +18%, da 4.5 milioni a 5.3 milioni Nord Ovest +10% Nord Est e Centro +20% Sud +20% addetti, Le imprese tra addetti +31% Occupazione +15%, Nord Ovest rimane stabile, Nord Est e Centro +35% ( mila) Sud addetti; La grande industria perde addetti Le imprese piccolissime addetti Le imprese tra addetti
Terza peculiarità del sistema economico italiano I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano Giacomo Becattini Terza peculiarità del sistema economico italiano La presenza alla fine del 1991 di circa 200 sistemi locali manifatturieri di piccola e/o medio-piccola imprese, che copre quasi metà dell’occupazione manifatturiera totale (valori percentuali). Sistemi locali 1981 1991 Var.% Industrie e servizi Sistemi locali di piccola e media impresa 26.2 29.7 19.7 Sistemi locali di grande impresa 26.1 22.3 -9.9 Altri sistemi locali 47.7 48.0 6.4 Italia 100 5.6 Industria manifatturiera 35.8 43.3 8.5 34.0 26.7 -29.5 30.2 30.0 -10.6 -10.2 Servizi alle imprese Sistemi locali di piccola e 22.5 25.6 64.4 media impresa Sistemi locali di grande 29.1 26.6 32.0 impresa Altri sistemi locali 48.4 47.8 42.4 Italia 100 100 44.3
I Distretti IndustrialiI Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano Giacomo Becattini Nel decennio questi sistemi non solo non hanno perduto occupazione nell’industria manifatturiera ma l’hanno acquistata. Nel quarantennio ha avuto luogo un mutamento radicale della nostra economia industriale. L’Italia ha scelto un metodo che valorizza la personalità del produttore contro un metodo che la comprime.
Ristrutturazione economica e distretti negli anni Ottanta I Distretti Industriali Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press ,2001 Ristrutturazione economica e distretti negli anni Ottanta Crisi del fordismo negli anni ’70: Saturazione del mercato finale, crescente instabilita’ e segmentazione Fine del sistema di Bretton Woods (liberalizzazione degli scambi dal 1944) Crisi petrolifera Si creano rigidità, limitata flessibilità e alti volumi produttivi grazie a tecnologie e basso costo, labor saving Si afferma un modello con sistemi di piccola e media impresa con forti legami con le istituzioni locali e specializzazione flessibile NEC (Nord Est – Centro)
Ristrutturazione economica e distretti negli anni Ottanta I Distretti Industriali Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press ,2001 Ristrutturazione economica e distretti negli anni Ottanta L’ISTAT identifica 199 distretti industriali con più di 2 milioni di occupati nelle attività manifatturiere Sistemi locali di produzione Addetti ai SLP Distretti industriali Addetti ai DI Nord Ovest 96 1,937,426 59 922,140 Nord Est 80 1,017,308 65 835,521 Centro 73 544,655 60 405,613 Sud 30 157,602 15 58,970 Italia 279 3,656,991 199 2,222,244
Organizzazione territoriale e cambiamenti negli anni Novanta I Distretti Industriali Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press ,2001 Organizzazione territoriale e cambiamenti negli anni Novanta Ci si chiede come reti locali si rapportano alla globalizzazione, come reagiscono La globalizzazione porta ad una de-regionalizzazione delle attività produttive? Ci sono tre possibili risposte: De-localizzazione in Paesi a più bassi costi De-localizzazione di solo alcuni fasi produttive Alcuni distretti maturi diventano “distretti terziari” e la fase produttiva viene de-localizzata Non necessariamente la globalizzazione aumenta l’indeterminatezza dei sistemi locali La concentrazione territoriale della produzione continua ad essere importante anche negli anni ’90 con la globalizzazione
Organizzazione territoriale e cambiamenti negli anni Novanta Anno I Distretti Industriali Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press ,2001 Organizzazione territoriale e cambiamenti negli anni Novanta Anno Sistemi locali di produzione % di addetti al manifatturiero negli SLP sul totale nazionale Quoziente locale per gli SLP 1991 280 60,7 1.335 1996 292 61,2 1.385 L’analisi si basa sugli SLL Censimento Intermedio dell'Industria e dei Servizi Quoziente di Localizzazione
SLP di piccole imprese SLP PMI SLP di grandi imprese Nord Ovest 14.0I Distretti Industriali Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press ,2001 Sistemi locali di produzione per tipo di impresa SLP di piccole imprese SLP PMI SLP di grandi imprese Nord Ovest 14.0 51.6 34.4 Nord Est 19.2 51.9 28.8 Centro 42.4 39.2 18.6 Sud 30.0 24.0 46.0
I Distretti IndustrialiLocal Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press ,2001 % di SLP Italiani che registrano un aumento dell’occupazione tra il 1991 e il 1996 SLP di piccole imprese SLP PMI SLP di grandi imprese Nord Ovest 6.5 64.5 29.0 Nord Est 13.3 53.4 33.3 Centro 32.4 35.1 Sud 22.2 25.9 51.9 Italia 19.2 44.8 36.0
Sistemi Locali del Lavoro. Censimento 2001. I Distretti Industriali Sistemi Locali del Lavoro. Censimento 2001. L’Istat diffonde oggi le informazioni sui Sistemi Locali del Lavoro individuati in base ai dati relativi agli spostamenti quotidiani per motivi di lavoro, rilevati in occasione del 14° Censimento generale della popolazione. I Sistemi Locali del Lavoro (SLL) rappresentano i luoghi della vita quotidiana della popolazione che vi risiede e lavora. 27
I distretti nella legislazione italianaI Distretti Industriali I distretti nella legislazione italiana All’importanza delle analisi territoriali in Italia non ha fatto riscontro per più di venti anni una politica volta ad un più esatto riconoscimento delle peculiarità positive dei sistemi locali di piccole e medie imprese ed in particolare dei distretti industriali. Solo nel 1991 si è avuto il riconoscimento nominalistico con l’articolo 36 della legge n E’ del 21 Aprile 1993 il Decreto attuativo della legge 317, che detta i parametri per l’identificazione dei distretti. Entrambi i provvedimenti legislativi sono stati indirizzati verso una definizione schematicamente marshalliana del distretto. L’individuazione del distretto non è però un processo meccanico e coinvolge specifici interessi locali come è stato sottolineato nel 3° Rapporto CNEL/Ceris-Cnr, 1997. L’applicazione dei criteri per l’individuazione dei distretti implica una approfondita analisi del territorio e non tutte le Regioni hanno messo in atto analisi in grado di sviluppare tali competenze. Inoltre, i criteri per la definizione dei distretti, individuati nel decreto del 1993, sono cinque e devono essere rispettati tutti congiuntamente.
I distretti nella legislazione italianaNel 1991 si è avuto il riconoscimento nominalistico dell’esistenza dei distretti industriali con l’articolo 36 della legge n. 317. Il 21 Aprile 1993 il Decreto attuativo della legge 317, che detta i parametri per l’identificazione dei distretti. “Determinazione degli indirizzi e dei parametri di riferimento per l’individuazione, da parte delle regioni, dei distretti industriali: Le zone da prendere a riferimento per la definizione sono una o più aree territoriali contigue caratterizzate come sistemi locali del lavoro così come individuati dall’ISTAT. In tali zone devono essere verificate contestualmente le seguenti condizioni: Un indice d’industrializzazione manifatturiera calcolato in termini di addetti, come quota percentuale di occupazione nell’industria manifatturiera locale, che sia superiore del 30% dell’analogo dato nazionale. Le regioni nelle quali l’indice di industrializzazione manifatturiera risulta inferiore a quello nazionale possono assumere come valore di riferimento il dato regionale; Un indice di densità imprenditoriale dell’industria manifatturiera, calcolato in termini di unità locali in rapporto alla popolazione residente superiore alla media nazionale; Un indice di specializzazione produttiva calcolato in termini di addetti come quota percentuale di occupazione in una determinata attività manifatturiera rispetto al totale degli addetti al settore manifatturiero, superiore del 30% dell’analogo dato nazionale. L’attività manifatturiera posta a riferimento deve essere riferita alla classificazione delle attività economiche dell’ISTAT e corrispondere alla realtà produttiva della zona considerata nelle sue interdipendenze settoriali; Un livello di occupazione nell’attività manifatturiera di specializzazione che sia superiore al 30% degli occupati manifatturieri dell’area; Una quota di occupazione nelle piccole imprese operanti nell’attività manifatturiera di specializzazione che sia superiore al 50% degli occupati in tutte le imprese operanti nell’attività di specializzazione dell’area.”
I distretti nella legislazione italianaL’articolo 317 e il Decreto ministeriale accolgono e ripropongono in pieno la metodologia d’identificazione dei distretti proposta da Sforzi (1987), che già sulla base dei dati del 12° Censimento della Popolazione (ISTAT) del 1981 e del 6° Censimento generale dell’Industria, del Commercio, dei Servizi e dell’Artigianato (ISTAT) del 1981 aveva proposto una mappa di 61 distretti industriali marshalliani sulla base dei sistemi locali del lavoro. Sforzi definisce il distretto industriale una “categoria di analisi economica alternativa al settore industriale e all’impresa”, inoltre esso “possiede una sua scala territoriale definita e delimitata con riferimento al sistema di interdipendenze fra imprese congregate, e fra queste e la comunità locale, che coinvolgono un'industria localizzata e una popolazione insediata”.
I distretti nella legislazione italianaLa legge “Norme in materia di attività produttive” (Articolo 6.8) dell’11 maggio 1999 supera supera le difficoltà legate ai 5 criteri del Decreto del 1993 nell’identificare i distretti industriali, e toglie il “potere” agli indici statistici nell’individuazione delle aree produttive locali. Tale legge libera le Regioni dai rigidi vincoli statistici, nella speranza che concedendo maggiore libertà nell’individuazione delle aree produttive le regioni dimostrino effettiva volontà politica di sostenere le economie locali. Inoltre la legge definisce i sistemi produttivi locali come contesti produttivi omogenei caratterizzati da un’elevata concentrazione di imprese. Mentre definisce distretti industriali quei sistemi che hanno anche un’elevata specializzazione produttiva.
I distretti nella legislazione italianaRecentemente il tema dei distretti torna alla ribalta Sylos Labini: riformiamo le norme sui distretti industriali La riforma delle norme sui distretti industriali, in modo da creare un ambiente più favorevole alle imprese e contribuire alla rifondazione della base industriale italiana. E' questo il nucleo della proposta avanzata attraverso un disegno di legge dall'economista Paolo Sylos Labini e sviluppata nell'articolo pubblicato sul Sole 24 Ore del 15 luglio 2005. 33
Per la riforma dei distretti e della base industrialeBozza di un disegno di legge fondato sulle proposte emerse nel gruppo di lavoro costituito nell’ottobre 2004 dal Cnel e che lo stesso Cnel potrebbe presentare in Parlamento. Articolo 1 Riorganizzazione del sistema dei distretti Il sistema dei distretti, disciplinato dalla legge del 1991, viene riorganizzato nei modi e nei termini stabiliti nella presente legge. Le norme si applicano alle imprese che operano nei distretti esistenti. Possono essere applicate, previo parere favorevole dell’organo di cui all’articolo 2, alle imprese che si costituiscono presso i distretti nuovi e delle imprese che operano fuori dai distretti, con particolare riguardo alle imprese inserite in filiere produttive.
Articolo 2 Organo distrettuale di coordinamento e d’indirizzoIn seno a ogni distretto viene istituito un organo distrettuale di coordinamento e di indirizzo, d’ora in poi definito “organo distrettuale”. Le modalità del funzionamento di tale organo verranno definite per mezzo di un protocollo d’intesa fra le parti sociali – associazioni di industriali, artigiani e commercianti e sindacati – e le Regioni, cui spetta un ruolo di grande rilievo. Il criterio fondamentale, non derogabile, è di utilizzare lavoratori o tecnici già operanti in ciascun distretto o comandati da enti di ricerca e da Università, sulla base di rapporti indicati nell’articolo 6. L’organo distrettuale promuove i rapporti diretti fra le imprese del distretto al livello orizzontale nelle filiere produttive e i rapporti verticali, fra le imprese e gli enti che si occupano di ricerca e di formazione e promuove, in ciascun distretto, la creazione di scuole e istituti professionali e, d’intesa con le università, corsi di laurea e master post-laurea.
Articolo 3 Fondo di dotazione dell’organo distrettualePer svolgere le sue mansioni istituzionali ogni organo distrettuale disporrà di un fondo di dotazione che si avvarrà dei contributi non solo del governo, ma anche delle parti sociali e delle Regioni, secondo quote stabilite nel protocollo d’intesa di cui all’articolo 2 e che in parte potrà reintegrarsi con le entrate derivanti dai contributi e dagli anticipi compiuti per conto delle imprese. L’organo distrettuale è autorizzato a prendere accordi con le banche e con le imprese sia per il credito normale che per quello agevolato e collabora con le imprese per la gestione degli incentivi fiscali e creditizi e per l’impiego di fondi destinati alle innovazioni.
Articolo 4 Mansioni dell’organo distrettualeAll’organo distrettuale sono attribuite cinque mansioni fondamentali. Esecuzione per conto delle imprese di tutti gli adempimenti amministrativi necessari per l’avvio e l’attività delle imprese, fornendo servizi d’informazione e di consulenza legale, amministrativa, tecnica, finanziaria e fiscale. Servizi di consulenza e di promozione delle innovazioni provenienti dal sistema della ricerca pubblica. Promozione dei rapporti con l’Unione europea. Sostegno organizzativo, anche d’intesa con gli organi di altri distretti o con organismi europei, per progetti innovativi di speciale rilevanza. Infine, dovrà collaborare con le imprese e gli organi del governo centrale per favorire gli sbocchi dei prodotti locali sia nel mercato interno ed in quelli esteri.
Articolo 5 Modalità per l’unificazione degli adempimentiL’unificazione riguarda gli adempimenti pubblici locali e centrali e i servizi di carattere pubblico. Fra quelli pubblici rientrano gli adempimenti fiscali, i permessi di edificare, gli infortuni sul lavoro; fra i servizi di carattere pubblico rientrano gli allacciamenti per l’acqua, l’energia elettrica, il gas e per il telefono. Per attuare gli adempimenti l’organo distrettuale si doterà di un sistema telema-tico attraverso il quale trasmettere le richieste alle amministrazioni competenti, sulla base delle dichiarazioni che rilasceranno le imprese sotto la loro responsabilità. L’organo distrettuale richiederà le autorizzazioni anche prima della effettiva utilizzazione, sotto la sua responsabilità. Le amministrazioni competenti non potranno opporre impedimenti alle richieste degli organi distrettuali compiute secondo le regole qui determinate.
Continua -Articolo 5 Modalità per l’unificazione degli adempimentiIl ministero dell’industria stabilirà i criteri che i distretti dovranno seguire per assicurare la compatibilità dei loro sistemi telematici, anche trasformando quelli già esistenti. Lo stesso ministero assicurerà che gli stessi criteri vengano via via adottati da le amministrazioni locali e da quella centrale. Nel frattempo gli organi distrettuali useranno i mezzi di cui dispongono nei rapporti reciproci e nei rapporti con le autorità centrali e locali e i soggetti che amministrano servizi di carattere pubblico. Articolo 6 Riorganizzazione della ricerca applicata L’organo distrettuale promuoverà la riorganizzazione e lo sviluppo della ricerca applicata, tenendo conto della vocazione dominante in ciascun distretto e promuovendo un centro di ricerca per la gestione dei laboratori e per regolare i rapporti fra il Centro, di cui al primo comma, gli altri organi distrettuali, gli enti di ricerca, come l’ENEA e il CNR, le Università e i centri di ricerca e gli organi europei. L’organo distrettuale favorirà la collaborazione con gli organi professionali, a cominciare con quello degli ingegneri.
Articolo 7 Rapporti coi centri di ricerca e gli organi europeiL’organo distrettuale curerà rapporti sistematici coi centri di ricerca europei, anche attraverso accordi, e con organi dell’Unione europea per promuovere sostegni organizzativi e finanziari e contribuire alle linee di una politica industriale europea. Articolo 8 Sostegno organizzativo per progetti di innovazioni di particolare rilevanza Progetti di innovazioni di particolare rilevanza, approvati dai governi dei singoli Paesi e dagli organi tecnici dell’Ue e finanziati almeno in parte con prestiti della Banca europea degli investimenti possono godere d’incentivi e di particolare sostegno a livello nazionale e/o a livello europeo. Le modalità del finanziamento verranno stabilite con la collaborazione dell’organo distrettuale, che potrà ricevere la delega anche da imprese operanti fuori dal distretto.
Articolo 9 Formazione dei lavoratoriL’organo distrettuale è autorizzato a promuovere, d’intesa coi sindacati, con gli industriali e con le Regioni, il rafforzamento e lo sviluppo della formazione di lavoratori, anche specializzati, e di amministratori. Può inoltre sostenere i sindacati qualora intendessero rafforzare ed integrare, sulla base delle leggi esistenti, il sistema della protezione dei lavoratori contro gli infortuni. Articolo 10 Norme volte a favorire il rafforzamento delle infrastrutture specifiche L’organo distrettuale, d’intesa con le Regioni e coi ministeri competenti, prenderà le misure utili a facilitare la costruzione o l’ampliamento delle infrastrutture utili per i distretti.
Articolo 11 Norme relative agli appaltiL’organo distrettuale studierà, insieme con le imprese, le modalità adatte a evitare catene eccessivamente lunghe e complicate di appalti e subappalti, che aggravano i costi e favoriscono il lavoro nero. Articolo 12 Il problema dell’energia al livello distrettuale L’organo distrettuale individuerà le forme più adatte per rendere efficiente ed economico l’approvvigionamento dell’energia per le imprese.
Una politica per i distretti?E’ possibile mettere in atto politiche per estendere un simile modello ad altre aree? La performance superiore nei distretti non significa che siano miracolosi. Non sembra che si sia finora trovato un meccanismo, singolo, ben definito e riproducibile capace di generare distretti La legge 317/91 prevedeva varie forme di sostegno, per i distretti, prevalentemente affidate alle regioni.In Italia esiste un’ampia gamma di strumenti e sovvenzioni che privilegiano le piccole imprese in quanto tali. Tale sistema di sovvenzioni ha contribuito a rendere la struttura produttiva italiana polverizzata. Fondamentale il ruolo degli enti locali Un quadro normativo correttamente orientato non basta L.F. Signorini in Lo sviluppo locale, 2000
Una politica per i distretti?I Patti Territoriali Introdotti in Italia nel 1995, legge n agosta 1995, su proposta del CNEL (1991) diventano effettivi con una normativa del CIPE del 1997. Con un atto del ministero del tesoro del 2001 si trasferisce la competenza dei Patti Territoriali alle Regioni
Una politica per i distretti?I Patti Territoriali Definizione - Espressione del partenariato sociale….. Deve essere caratterizzato da obiettivi di promozione dello sviluppo locale in ambito subregionale compatibili con uno sviluppo ecosostenibile Un Patto Territoriale può essere attivato in tutto il territorio nazionale ma sono finanziabili solo i patti che rientrano nelle aree obiettivo 1,2 e 5b dei Fondi strutturali la strategia di sviluppo locale definito dal partenariato sociale trova espressione in un protocollo d’intesa, sottoscritto da tutti gli attori che danno vita al Patto - il Patto può avere un finanziamento del CIPE fino a 100 miliardi di lire e max il 30% destinato ad infrastrutture il Patto viene approvato dal CIPE La partecipazione finanziaria dei proponenti deve essere almeno del 30% Si può dar luogo ad una società mista a prevalente capitale pubblico
Una politica per i distretti?I Patti Territoriali Ne sono stati approvati 180 Patti territoriali
Una politica per i distretti?Le sfide del futuro La globalizzazione Piccolo rimarrà “bello”? L’evoluzione tecnologica ha effetti ambigui sulla funzione di scala può accrescere o diminuire la scala minima efficiente L.F. Signorini in Lo sviluppo locale, 2000
Analisi quantitative sui distretti industrialiPER SIM e SCIENZE STATISTICHE ed ECONOMICHE (v.o.)
Tenta di rispondere alle domande: I Distretti Industriali Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (F. Signorini ) Tenta di rispondere alle domande: Le piccole imprese appartenenti ai distretti sono effettivamente diverse dalle altre? Questa differenza si può misurare? Parte dal presupposto che la relazione inversa tra dimensione e redditività sparisce attorno al 1985 e si rovescia negli anni successivi. Tre elementi caratterizzano un distretto industriale: 1) la divisione del lavoro (specializzazione in una sola fase del processo produttivo); un’alta % di imprenditori e di lavoratori manuali tra la popolazione attiva e un elevato tasso di partecipazione femminile 2) l’ambiente fattori culturali fattori infrastrutturali 3) la rete, consistente in connessioni sia a monte che a valle (vantaggi competitivi)
Con quali variabili misurare l’effetto distretto? Propone: I Distretti Industriali Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (F. Signorini ) Con quali variabili misurare l’effetto distretto? Propone: indicatori sull’integrazione verticale: valore aggiunto sul fatturato (il rapporto dovrebbe essere più basso nei distretti), specializzazione per fasi indicatore di redditività: tasso di profitto (ROI) pari al rapporto tra profitto al lordo degli oneri finanziari e capitale investito (dovrebbe essere più alto nei distretti) unitamente ad un costo del lavoro più elevato produttività del lavoro: valore aggiunto per addetto (dovrebbe essere più alta nei distretti) produttività globale (dovrebbe essere più alta nei distretti) struttura finanziaria: effetto “banca locale” (organismo nato e cresciuto nel distretto) misurato dal rapporto tra debito finanziario e valore aggiunto, costo del debito (superiore nei distretti è l’indebitamento)
Con quali dati e dove misurare l’effetto distretto? Propone: DATI I Distretti Industriali Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (F. Signorini ) Con quali dati e dove misurare l’effetto distretto? Propone: DATI Centrale dei Bilanci (1991) raccoglie i bilanci riclassificati di circa imprese Considera solo il settore laniero circa 500 DOVE Distretto di Prato Biella Imprese isolate
Definisce il distretto: I Distretti Industriali Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (G. Pellegrini) Definisce il distretto: Un’agglomerazione locale di imprese di piccole e medie dimensioni, tutte specializzate in un’attività produttiva, che beneficiano di particolari vantaggi competitivi generati dalla stessa comunità. Alla base della metodologia statistica, utilizzata dall’autore per l’individuazione dei distretti industriali, vi è l’utilizzo dei sistemi locali del lavoro proposti da Sforzi e adottati dall’Istat stesso: ne derivano 784 sistemi locali sulla base della cui specializzazione si derivano 199 distretti industriali che nel 1991 assorbivano il 42,5% dell’occupazione manifatturiera. L’autore utilizza tre fonti ulteriori: Centrale dei Bilanci; INPS (modelli DM10) 1994; CERVED
La metodologia adottata: Quali sono i distretti? Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (G. Pellegrini) La metodologia adottata: Quali sono i distretti? Aggregare tutte le imprese in SLL identificare come distrettuali tutte le imprese localizzate nei SLL che si qualificano come distretti industriali. Tra di esse si è poi differenziato tra quelle “specializzate” nella produzione del distretto e quelle “non specializzate“. Quali metodologie per valutare le esternalità dei distretti? Specificazione di una frontiera di produzione ( metodo parametrico) nella quale il grado di inefficienza tecnica è misurato in termini di residuo stocastico (che misura la distanza dalla frontiera dovuta a fattori di inefficienza). Il modello è stato stimato per quattro settori negli anni : tessile e abbigliamento; pelli, cuoio e calzature; legno e mobili; meccanica.
ln(Yit )=ß0+ ß1trend+ß2ln(Lit)+ ß3ln(Kit)+(vit-uit) I Distretti Industriali Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (G. Pellegrini) Il modello: ln(Yit )=ß0+ ß1trend+ß2ln(Lit)+ ß3ln(Kit)+(vit-uit) Specificazione di una funzione di produzione stocastica Cobb- Douglas per ogni impresa i al tempo t; Y è il valore aggiunto; L il numero di addetti, K il valore delle immobilizzazioni materiali nette vit e uit sono due variabili casuali Stima inoltre l’inefficienza tecnica (uit )
Il Nord ha una buona propensione all’export I Distretti Industriali Sistemi produttivi locali e commercio estero: un’analisi territoriale delle esportazioni italiane (R. Bronzini, 2000 in Signorini Lo sviluppo locale) L’export si può analizzare solo a livello provinciale – ben rappresenta il sistema di produzione locale Forte concentrazione territoriale dell’export: le prime due province più del 20% Il Nord ha una buona propensione all’export Quota di esportazione distrettuale nel ,3% Nel 1998 cresce e arriva al 45,8% (stessi criteri). Trend crescente nel Nord-Est e nel Mezzogiorno Maggiori quote delle esportazioni distrettuali nei settori tradizionali: tessile cuoio e calzature, altre manifatturiere e altre, legno e mobili Quote minori nei settori con maggiori economie di scala (prodotti chimici, autoveicoli, mezzi di trasporto)
Esistenza di un effetto distretto sulla propensione alle esportazioni I Distretti Industriali Sistemi produttivi locali e commercio estero: un’analisi territoriale delle esportazioni italiane (R. Bronzini, 2000 in Signorini Lo sviluppo locale) Modello econometrico: variabile dipendente esportazioni per addetto della provincia in rapporto alle esportazioni per addetto nazionali Tra le variabili indipendenti: grado di distrettualità di una provincia, rapporto tra addetti dei comuni distrettuali e il totale degli addetti della provincia Emerge: Esistenza di un effetto distretto sulla propensione alle esportazioni Sono statisticamente significative sia le economie di agglomerazione che le economie di scala Importante anche la dotazione infrastrutturale nel favorire le capacità esportative
I Distretti IndustrialiUna metodologia per l’individuazione dei sistemi locali di produzione alimentare di Cristina Brasili Proponiamo una metodologia di analisi che consenta una localizzazione sufficientemente precisa e convincente dei principali sistemi locali di produzione alimentare. A tal fine sono stati definiti ed utilizzati sei indici specifici per l’industria di trasformazione alimentare, calcolati a livello comunale. Gli indici si riferiscono sostanzialmente alle caratteristiche delle unità locali e degli addetti delle industrie alimentari nel complesso, e agli otto comparti di cui è costituita. Una prima analisi a livello disaggregato molto dettagliato può essere fatta utilizzando gli indici di localizzazione, specializzazione e concentrazione riportati di seguito. Si tratta di indici strutturale di carattere generale che dovrebbero essere integrati con informazione di carattere socio-economico sulle relazioni distrettuali.
I sei indicatori proposti sono i seguenti:I Distretti Industriali Una metodologia per l’individuazione dei sistemi locali di produzione alimentare di Cristina Brasili I sei indicatori proposti sono i seguenti: I U L P hi i h o 1 = . indice di localizzazione imprenditoriale I Add U L P hi i h o 2 = . indice di localizzazione occupazionale I U L hi h 3 = . indice di concentrazione imprenditoriale I Add U L hi h 4 = . indice di concentrazione occupazionale
I Distretti IndustrialiUna metodologia per l’individuazione dei sistemi locali di produzione alimentare di Cristina Brasili I U L hi aa i h 5 = . indice di specializzazione indice di specializzazione indice di specializzazione indice di specializzazione imprenditoriale imprenditoriale imprenditoriale imprenditoriale I Add U L hi aa i h 6 = . indice di specializzazione indice di specializzazione indice di specializzazione indice di specializzazione occupazionale occupazionale occupazionale occupazionale dove dove dove dove U.L. = U.L. = U.L. = U.L. = numero di Unità Locali di numero di Unità Locali di numero di Unità Locali di numero di Unità Locali di produzione produzione produzione produzione Add.U.L. = Add.U.L. = Add.U.L. = Add.U.L. = numero di addetti alle Unità Locali di produzione numero di addetti alle Unità Locali di produzione P = P = P = P = popolazione residente nel comune h = comparto del settore alimentare i = comune aa = settore alimentare 0 = totali nazionali
I Distretti IndustrialiIl criterio operativo adottato per caratterizzare i singoli comuni è basato sulla regola: iis =  1 se Iis >= is is ; 0 altrimenti  per s = 1, 2, ..., 6. La scelta di is is come soglia di decisione è scaturita dalla necessità di utilizzare un metodo omogeneo e uniforme, si è inoltre scelto di attribuire la medesima importanza, mediante lo stesso peso s, a tutti gli indicatori, infatti s = 1 s Ogni indicatore è stato quindi trasformato in una variabile dicotomica e per ogni comune si dispone ora di sei variabili dummy (ii1 ,..., ii6 ) provenienti dalla trasformazione dei sei indicatori utilizzati (Ii1 ,...,Ii6 ).
I Distretti IndustrialiI sistemi di produzione locale dell’industria alimentare: un’analisi economica, strutturale e dell’efficienza delle imprese di Cristina Brasili e Elisa Ricci Maccarini I distretti e le impr ese del comparto delle carni: alcuni indicatori di bilancio (mediane) Distretti Addetti Produttività Costo del lavoro pro capite 1998 1997 1996 Parma e Reggio Emilia 606 640 675 127,2 141,8 136,4 53,5 66,7 63,1 Meno di 20 259 262 265 126,6 146,2 149,0 51,8 66,3 61,5 Tra 20 - 100 347 378 410 134,7 138,1 127,8 66,5 66,7 67,3 San Daniele 176 184 199 132,9 123,4 130,5 50,3 54,6 55,8 Meno di 20 112 92 104 139,0 132,2 146,4 50,2 57,5 60,5 Tra 20 - 100 64 92 95 132,9 123,4 110,0 51,9 54,2 54,3 Altre distretti della carne 7.106 7.387 7.781 93,6 92,0 87,4 52,3 55,3 Meno di 20 214 239 234 82,9 92,7 50,2 53,0 Tra 20 - 100 1.594 1.409 1.445 95,4 87,5 85,3 53,4 55,3 54,4 Oltre 100 5.298 5.739 6.102 101,8 102,3 98,8 56,8 61,7 59,8 Non distrettuali 14.972 14.305 15.195 87,6 90,2 86,4 49,0 52,3 50,7 Meno di 20 1.649 1.617 1.609 88,1 92,2 88,8 49,0 50,1 48,5 Tra 20 - 100 4.208 4.351 4.136 84,8 85,4 80,2 50,4 52,5 50,3 Oltre 100 9.115 8.339 9.450 107,4 106,5 100,0 64,3 66,0 61,5 Fonte: nostre elaborazioni su dati Cerved
Altri distretti della carne 5,5 4,3 5,7 23,1 19,3 21,9 3,7 Meno di 20 I sistemi di produzione locale dell’industria alimentare: un’analisi economica, strutturale e dell’efficienza delle imprese di Cristina Brasili e Elisa Ricci Maccarini I distretti e le imprese del comparto delle carni: alcuni indicatori di bilancio (mediane) Distretti R.O.I. MOL R.O.E. 1998 1997 1996 Parma e Reggio Emilia 7,2 6, 9 39,7 38,7 35,5 6,4 6,9 4,5 Meno di 20 7,5 8,1 8,7 41,7 42,8 41,7 7,5 7,9 5,7 Tra 20 - 100 6,0 4,7 4,5 33,1 30,1 24,4 3,9 2,4 0,3 San Daniele 6,4 6,6 35,3 37,2 34,7 3,8 3,2 2,6 Meno di 20 7,0 6,7 37,5 35,5 4,6 3,1 2,9 Tra 20 - 100 5,4 6, 3 4,1 25,9 37,2 31,2 3,0 3,1 2,9 Altri distretti della carne 5,5 4,3 5,7 23,1 19,3 21,9 3,7 Meno di 20 5,2 3,8 5,3 25,4 20,0 23,4 1,9 2,0 Tra 20 - 100 5,5 4,3 5,7 25,1 17,2 21,3 2,5 3,6 Oltre 100 5,0 6,7 22,2 20,5 20,7 3,3 3,4 No n distrettuali 5,3 4,8 5,1 21,4 19,8 20,3 2,7 2,8 Meno di 20 5,3 5,0 5,7 23,9 21,6 22,8 3,2 3,1 3,2 Tra 20 - 100 5,0 4,1 4,7 19,1 16,7 17,5 1,3 2,2 1,6 Oltre 100 6,5 5,9 5,8 20,5 25,3 19,8 5,2 6,5 6,5 Fonte: nostre elaborazioni su dati Cerved
I sistemi di produzione locale dell’industria alimentare: un’analisi economica, strutturale e dell’efficienza delle imprese di Cristina Brasili e Elisa Ricci Maccarini Tab Stime dei parametri della funzione di produzione e dell ’efficienza tecnica nelle imprese del settore alimentare (anni 1996 - 1998) Coefficiente Errore Statistica t Standard b 4,11 0,03 120,86 ** 1 b - 0,013 0,01 - 1,57 2 b ,72 0,01 85,27 ** 3 b 0,22 0,01 38,33 ** d - 4,03 0,83 - 4,83 ** 1 d 1,07 0,45 2,36 ** 2 d - 4,98 0,82 - 6,06 ** 3 d - 0.35 0,85 - 0,41 4 d - 0.70 0,46 - 1,52 5 d 0.93 0,45 2,06 ** 6 d 2.36 0,62 3,83 ** 7 d 2.10 0,61 3,45 ** 8 d 1.13 0,59 1,93 * 9 d - 1.19 0,32 - 3,65 ** 10 d - 2.25 0,38 5,89 ** 11 d - 1.44 0,34 - 4,23 ** 12 d - 0.19 0,30 - 0,64 g 0,82 0,01 86,63 ** Fonte: nostre elaborazioni su dati Cerved
I sistemi di produzione locale dell’industria alimentare: un’analisi economica, strutturale e dell’efficienza delle imprese di Cristina Brasili e Elisa Ricci Maccarini ) ( ln( 3 2 1 it u v K L trend Y - + = b it i Sud Centro NordOvest NordEst add parti AltriC Carni AltriDistr SanDaniele Distr RE PR dis non carne u w d + > - < = ) ( 100 .) 20 . om 12 11 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1 2 v u s g + = * significativo per t =1,645 0,05 ** significativo per t =1,960 0,025
I sistemi di produzione locale dell’industria alimentare: un’analisi economica, strutturale e dell’efficienza delle imprese di Cristina Brasili e Elisa Ricci Maccarini Stime dei parametri della funzione di produzione e dell’efficienza tecnica nelle imprese del comparto della trasformazione della carne (anni 1996 - 1998) Coe fficiente Errore Statistica t Standard b 4,28 0,06 65,49 ** 1 b - 0,01 0,01 - 0,51 2 b 0,73 0,01 49,68 ** 3 b 0,18 0,01 19,35 ** d - 3,67 1,17 - 3,31 ** 1 d 0,55 0,49 1,13 2 d - 4,26 1,14 - 3,74 ** 3 d 0,14 0,86 0,16 4 d - 0,09 0,49 - 0,19 5 d 3,47 1,07 3,24 ** 6 d 3,60 1,09 3,30 ** 7 d - 0,12 0,59 - 0,21 8 d - 1,05 0,37 - 2,86 ** 9 d - 1,10 0,37 - 2,96 ** 10 d - 0,85 0,35 - 2,45 ** 11 d - 0,25 0,32 - 0,79 g 0,82 0,01 57,30 ** Fonte: n ostre elaborazioni su dati Cerved
* ** Sud Centro NordOvest NordEst add Carni AltriDistr SanDanieleI sistemi di produzione locale dell’industria alimentare: un’analisi economica, strutturale e dell’efficienza delle imprese di Cristina Brasili e Elisa Ricci Maccarini ) ( ln( 3 2 1 it u v K L trend Y - + = b it i Sud Centro NordOvest NordEst add Carni AltriDistr SanDaniele Distr RE PR dis non carne u w d + > - < = ) ( 100 .) 20 . 11 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1 2 v u s g + = * significativo per t =1,645 0,05 ** significativo per t =1,960 0,025
Valli, Politica Economica, Carocci ED. 2005, Paragrafi 4.13 e 5.5Bibliografia sullo Sviluppo Locale e i Distretti Industriali da studiare e disponibile in Biblioteca tra il materiale del corso 1)INTRODUZIONE AI SISTEMI LOCALI DI PRODUZIONE E ALLO SVILUPPO LOCALE, Cristina Brasili, Corso di Politica Economica A.A. 2003/04 2) IL DISTRETTO INDUSTRIALE MARSHALLIANO COME CONCETTO SOCIO-ECONOMICO, Giacomo Becattini, in Stati & Informazioni, Rivista Trimestrale sul Governo dell’Economia, 1991 3) IL CICLO DI VITA DEI DISTRETTI INDUSTRIALI: IPOTESI TEORICHE ED EVIDENZE EMPIRICHE, Carlo Carminucci , Silvio Casucci. FILAS di Roma, CENSIS di Roma. 4) L’“EFFETTO DISTRETTO”: MOTIVAZIONI E RISULTATI DI UN PROGETTO DI RICERCA, Introduzione di L. Federico Signorini, in Lo Sviluppo Locale a cura di L. Federico Signorini, Meridiana Libri, 2000. 5) Sylos Labini Riformiamo le norme sui distretti industriali, Il Sole 24 Ore, 15 Luglio 2005 6) Quadro normativo storico PL. Bersani E. Letta Viaggio nell’economia italiana, Donzelli 2004 7) UNA VERIFICA QUANTITATIVA DELL’EFFETTO DISTRETTO, L. Federico Signorini, in Sviluppo locale, a. I, n. 1, 1994, pp (solo SIM e Scienze Statistiche ed Economiche vecchio ordinamento) Sul libro di testo Valli, Politica Economica, Carocci ED. 2005, Paragrafi 4.13 e 5.5
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