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Timestamp: 2019-07-15 23:08:40+00:00

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 23618/2010
L'applicazione del contratto collettivo non dipende dall'iscrizione del datore di lavoro
La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 23618/2010, ha chiarito che l'efficacia soggettiva dei contratti collettivi si considera estesa anche ai datori di lavoro che non risultano iscritti alle associazioni sindacali stipulanti, qualora gli stessi abbiano fatto espresso rinvio alle norme contrattuali o abbiano chiaramente aderito al contenuto di un determinato CCNL.
Nello specifico la Suprema Corte ha sottolineato che, ai fini dell'applicazione delle norme di cui ai contratti collettivi, è da ritenersi sufficiente il comportamento concludente, caratterizzato dalla costante ed uniforme applicazione del contenuto del CCNL.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 23228/2010
Contratto di formazione lavoro non ammesso per il dipendente che abbia già svolto le mansioni per cui è stato assunto
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 23228/2010 ha chiarito che, qualora il lavoratore venga assunto con contratto di formazione e lavoro, ma al momento dell'assunzione risulti già in possesso dei requisiti previsti per lo svolgimento della prestazione oggetto del contratto, il rapporto di lavoro sarà soggetto a trasformazione in lavoro a tempo indeterminato. Nello specifico la Suprema Corte ha sottolineato che il dipendente che abbia già svolto la medesima mansione presso altro datore di lavoro, non potrà essere assunto con lo strumento del contratto di formazione e lavoro per svolgere un'identica prestazione, poiché in tal caso il contratto sarebbe affetto da un vizio genetico, il quale ne imporrebbe la trasformazione.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - ordinanza n. 23067/2010
Omissioni contributive: le sanzioni con le regole della legge n. 662/1996
La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 23067/2010, ha chiarito che per tutte le omissioni contributive, indipendentemente da quando le stesse siano state commesse, qualora siano accertate ed esistenti alla data del 30 settembre 2000, andranno sanzionate come dal disposto normativo di cui alla Legge n. 662/1996.
Nello specifico la Suprema Corte ha voluto applicare una disciplina maggiormente favorevole per il contribuente obbligato, cercando contestualmente di evitare sovrapposizioni di procedure in relazione ai debiti che sono già stati oggetto di cartolarizzazione.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 23038/2010
Il requisito dell'attualità della condotta antisindacale o il perdurare dei suoi effetti, essenziale nell'azione di repressione di cui all'articolo 28 della legge 300/1970, deve intendersi nel senso che il solo esaurirsi della singola azione lesiva del datore di lavoro non può precludere l'ordine del giudice di cessazione del comportamento illegittimo ove questo, alla stregua di una valutazione globale non limitata ai singoli episodi, risulti tuttora persistente e idoneo a produrre effetti durevoli nel tempo, sia per la sua portata intimidatoria, sia per la situazione di incertezza che ne consegue, suscettibile di determinare in qualche misura una restrizione o un ostacolo al libero esercizio dell'attività sindacale.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21749/2010
Accertamento dei contratti nazionali spetta al primo grado
A seguito di licenziamento intimato al direttore sanitario di presidio ospedaliero, la Corte di Cassazione ha ribadito che il procedimento di accertamento pregiudiziale di efficacia, validità e interpretazione dei contratti collettivi nazionali previsto dal d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, in materia di ordinamento del lavoro alla dipendenze di pubbliche amministrazioni, è esperibile unicamente nel giudizio di primo grado.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21621/2010
Reperibilità per la visita fiscale
Il datore di lavoro per giustificare il licenziamento disciplinare inflitto al dipendente, sottolineava come non fosse stato attribuito giusto rilievo alla circostanza che la lavoratrice, già assente dal domicilio dichiarato durante le fasce di reperibilità, non si era presentata al controllo ambulatoriale il successivo giorno come prescritto dal medico fiscale, ma presso il suo sanitario di fiducia, senza fornire prova che questa visita fosse indifferibile.
La Corte di Cassazione ha osservato che per giustificare l'obbligo di reperibilità in determinati orari non è richiesta l'assoluta indifferibilità della prestazione sanitaria da effettuare, ma è sufficiente un serio e fondato motivo che giustifichi l'allontanamento dal proprio domicilio.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 19358/2010
Tempo di vestizione in azienda: è orario di lavoro
Rientra nell'orario di lavoro, con conseguente diritto del dipendente alla retribuzione aggiuntiva, il tempo impiegato dal dipendente per la vestizione dell'abito da lavoro, trattandosi di attività preparatoria allo svolgimento della prestazione lavorativa, direttamente esigibile dal datore di lavoro.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 18857/2010
Qualifica dirigenziale nel diritto privato
Nel lavoro pubblico privatizzato, alla qualifica dirigenziale corrisponde soltanto l'attitudine professionale all'assunzione di incarichi dirigenziali di qualunque tipo, mentre i dirigenti non hanno alcun diritto soggettivo all'attribuzione o al mantenimento essendo la nuova disciplina privatistica fondata sui principi della temporaneità e della fiduciarietà degli incarichi medesimi.
L'intera materia è retta dal diritto privato e l'atto di conferimento è espressione del potere di organizzazione, rispetto al quale la posizione soggettiva del dirigente aspirante all'incarico non può atteggiarsi come diritto soggettivo pieno, bensì come interesse legittimo di diritto privato.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 17547/2010
Lavori usuranti: servono prove certe
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 17092/2010
Le prestazioni rese dai medici incaricati presso gli istituti di prevenzione e pena, non integrano un rapporto di pubblico impiego, bensì una prestazione d'opera professionale caratterizzata dagli elementi tipici della parasubordinazione.
Trattasi di rapporto libero-professionale del tutto peculiare.
Ai sanitari incaricati non sono applicabili le norme relative alla incompatibilità e al cumulo di impieghi né alcuna altra norma concernente gli impiegati civili dello Stato.
A tutti i medici che svolgono, a qualsiasi titolo, attività nell'ambito degli istituti penitenziari non sono applicabili altresì le incompatibilità e le limitazioni previste dai contratti e dalle convenzioni con il Servizio sanitario nazionale.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 13674/2010
Il turno su 7 giorni non dà diritto ad un aumento extra
Il diritto dei lavoratori turnisti ad essere compensati per la particolare penosità del lavoro svolto in relazione a prestazioni lavorative comportanti turni di sette giorni consecutivi può essere soddisfatto, oltre che con supplementi di paga o con specifiche indennità, con l'attribuzione di vantaggi e benefici economici contrattuali di diversa natura. Ne consegue che con riferimento al regime, applicabile nella specie, anteriore al d.lgs. n. 66 del 2003, quando il lavoratore chieda compensi maggiori rispetto a quelli già corrisposti facendo valere specificamente la maggiore gravosità della prestazione per lo spostamento del riposo settimanale, il giudice deve accertare se secondo i meccanismi compensativi previsti dalla contrattazione collettiva sia assicurato un trattamento complessivo adeguato, ai sensi dell'art. 36 Cost., in relazione al disagio di dovere aspettare più di sei giorni l'interruzione del lavoro e con correttivi per impedire l'eccessiva frequenza e lunghezza del periodo di lavoro non interrotto.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 13651/2010
La polizza di assicurazione stipulata dal datore di lavoro contro gli infortuni sul lavoro dei dipendenti, in ottemperanza di un obbligo stabilito dal contratto collettivo, è una normale assicurazione contro i danni, con la conseguenza che colui che ha stipulato il contratto non è titolare dei diritti che ne derivano. Pertanto il diritto all'indennizzo è assoggettato al regime giuridico proprio del contratto di assicurazione e non a quello dei crediti di natura previdenziale o assistenziale.
Il principio è stato specificato all'esito di in una vicenda giudiziaria per un sinistro stradale occorso ad uno specialista ambulatoriale mentre si recava presso il suo ambulatorio e dal quale derivavano gravi lesioni con un lungo periodo di riabilitazione.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 11146/2010
I permessi sindacali permanenti bloccano la progressione di carriera
Il permesso sindacale permanente blocca la progressione di carriera del lavoratore. Lo ha affermato la sezione Lavoro della Cassazione con la sentenza 11146/2010 secondo la quale questa modalità di assenza dal servizio non può essere equiparata all'aspettativa sindacale dal momento che, a differenza di quest'ultima, è regolarmente retribuita. La legge, ha spiegato la Suprema corte, non prevede una equivalenza automatica per ogni tipo di allontanamento dal lavoro per motivi sindacali con la conseguenza che è perfettamente legittimo un regime differenziato per ciascun caso.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 10826/2010
Disciplina della trasformazione rapporto in part-time
La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza d'appello con la quale si respingeva l'impugnazione proposta dalla logopedista dipendente part-time al 50% di una Azienda Unità Sanitaria locale, avverso la sentenza del Tribunale che aveva rigettato la sua domanda, avanzata nei confronti di detta Azienda, avente ad oggetto,e l'annullamento, del licenziamento, intimatole, per non aver comunicato di aver operato come psicologa in un centro, e per la declaratoria della valenza offensiva del recesso con il ristoro, in via equitativa, del danno morale arrecatole.
I giudici di appello, sottolineavano come la L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 58, avesse sancito che in caso di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, come avvenuto in concreto, il dipendente era tenuto a comunicare all'amministrazione, entro quindici giorni, l'eventuale successivo inizio dell'attività lavorativa o la variazione dell'attività lavorativa, la mancata comunicazione nonché le comunicazioni risultate non veritiere, anche a seguito di accertamenti ispettivi, costituivano giusta causa di recesso.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 8329/2013
Dirigenti e sanzioni disciplinari
In tema di dirigenza pubblica, il previo conforme parere del Comitato dei Garanti, previsto dagli artt. 21 e 22 del d.lgs. n. 165 del 2001 per il personale statale, estensibile anche alle pubbliche amministrazioni non statali in forza della norma di adeguamento di cui all'art. 27, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001, riguarda le sole ipotesi di responsabilità gestionale per il mancato raggiungimento degli obbiettivi nell'attività amministrativa e grave inosservanza delle direttive impartite dall'organo competente a ciò preposto e non anche le condotte realizzate in violazione di singoli doveri, restando salva l'applicabilità della disposizione nei casi in cui vi sia un indissolubile intreccio tra tale tipo di responsabilità e quella disciplinare. Ne consegue che, ove siano contestate mancanze di rilevanza esclusivamente disciplinare, la sanzione può legittimamente essere irrogata anche in assenza di detto parere ovvero con parere negativo. (Nella specie, relativa al licenziamento di un dirigente sanitario, il quale aveva reiteratamente dirottato i pazienti verso strutture private rappresentando loro inesistenti difficoltà da parte dell'ASL, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha ritenuto irrilevante il contrario parere espresso dal Comitato dei Garanti, escludendo la necessità dell'intervento di tale organo nell'ambito della procedura disciplinare anche alla luce delle previsioni collettive, in ispecie gli accordi di interpretazione autentica dell'art. 23 del c.c.n.l. 8 giugno 2000 dell'area medico-veterinaria stipulati il 24 ottobre 2001 e il 29 settembre 2004).
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 5209/2010
Comportamento antisindacale - preclusa legittimazione ad agire a chi non sigla accordi nazionali
Le associazioni sindacali sono legittimate ex articolo 28 dello Statuto dei lavoratori a far reprimere la condotta antisindacale dell'imprenditore solo se hanno sottoscritto accordi o contratti a livello nazionale. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza 5209/2010 secondo la quale la legittimazione in giudizio è legata al concreto riscontro di un'attività sindacale di carattere nazionale la cui espressione tipica è costituita dalla stipula di un contratto collettivo valido su tutto il territorio. Non può infatti avere rilievo, prosegue il collegio, il mero dato formale delle risultanze dello statuto dell'associazione, che di per sé è rappresentativo solo di un obiettivo prefigurato o di un'autoqualificazione del sindacato.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4370/2010
La vicenda trae origine dal giudizio intrapreso da un medico anestesista dipendente di una azienda sanitaria il quale chiedeva accertarsi che la malattia da cui era affetto (linfoma non Hodgkin) era stata determinata dalla insalubrità degli ambienti di lavoro in cui aveva operato, e, in particolare, dall'esposizione alle radiazioni ionizzanti ed ai gas anestetici.
Il medico chiedeva che l'Azienda datrice di lavoro venisse condannata alla corresponsione di una determinata somma a titolo di risarcimento del danno esistenziale, biologico e morale nonché da lucro cessante.
Il risarcimento non veniva riconosciuto in considerazione delle risultanze della consulenza medico legale d'ufficio cui i giudici si adeguavano.
La consulenza tecnica veniva fatta oggetto di ampie censure respinte dalla Suprema Corte in ragione del profilo secondo cui il difetto di motivazione di una sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d'ufficio è ravvisabile in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nella omissione degli accertamenti strumentali dai quali secondo le predette nozioni non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura anzidetta costituisce mero dissenso diagnostico non attinente a vizi del processo logico formale traducendosi, quindi, in un'inammissibile critica del convincimento del giudice.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 3125/2010
Lo ha stabilito la Corte di cassazione che ha confermato il licenziamento in tronco di un operaio al quale era stato contestato molte volte di aver un livello di rendimento molto più basso rispetto a quello sostenuto mediamente dai colleghi. Lui si era difeso sostenendo di essere stato demansionato ma, a questa obiezione, l'azienda aveva risposto che aveva accettato il nuovo incarico e che quindi avrebbe dovuto portarlo avanti con una certa diligenza.
Contro il licenziamento l'operaio aveva fatto ricorso al Tribunale di Brescia, ma aveva perso. La decisione era stata poi confermata dalla Corte d'Appello. In Cassazione le cose non sono migliorate. Infatti, la sezione lavoro ha respinto il ricorso del dipendente, sul fronte del licenziamento e lo ha accolto sul punto della mancata indennità di preavviso che gli spettava essendo stato licenziato in tronco.
Insomma l'operaio aveva torto – secondo gli Ermellini - perché, “a fronte di una produttività del tutto inferiore alla media, pur asserendo di aver lavorato con la normale diligenza, non aveva, in realtà, contestato né che la media aziendale oraria per un lavoratore addetto alla spianatura del fondo delle padelle fosse quella indicata dal datore di lavoro, né che per esso fosse impossibile raggiungere quella media”. Il che ha indotto i giudici di merito a ritenere “provato”, facendo corretta “applicazione della giurisprudenza di questa Corte, sulla scorta della valutazione complessiva dell'attività resa dal lavoratore ed in base agli elementi dimostrati dal datore di lavoro”, una evidente “violazione della diligente collaborazione dovuta dal dipendente”. Collaborazione venuta meno appunto perché era stata accertata “sproporzione fra la media produttiva degli altri lavoratori addetti allo stesso settore e quanto effettivamente realizzato dall'operaio”.

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