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Timestamp: 2018-04-26 22:41:57+00:00

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Abusi su una donna senza testimoni
Editoriali Abusi su una donna senza testimoni
Editoriali Pubblicato il 20 luglio 2017
> Editoriali Pubblicato il 20 luglio 2017
La dichiarazione della vittima può essere usata come testimonianza, ma la sua dichiarazione deve risultare credibile e non sconfessata dalle altre circostanze.
Chi commette abusi sessuali su una donna può essere punito anche se non ci sono testimoni e la violenza si è consumata in una stanza chiusa, lontana da occhi indiscreti. Bastano infatti le dichiarazioni della vittima a far scattare una condanna per violenza sessuale. Possibile? Sì, e a dirlo è – ancora una volta – la Cassazione [1].
Spesso si sente dire che si può mandare in galera una persona anche solo con una denuncia. Questa affermazione, che al giurista può sembrare eccessiva, ha invece più di un fondo di verità. Nel processo penale, infatti, la vittima può testimoniare a proprio favore, cosa che invece non può fare l’imputato. È vero che il giudice, nel valutare le ricostruzioni fatte dalla parte lesa deve appurare che le stesse non risultino contraddette da altri fatti e che essa risulti attendibile; è anche vero che tale giudizio deve essere più severo rispetto a quello che si fa nei confronti del testimone (che, a differenza della vittima, è terzo e imparziale), ma nei fatti sono numerose – anzi numerosissime – le sentenze di condanna per abusi su una donna senza testimoni. E la sentenza di ieri della Suprema Corte lo conferma ancora una volta.
In caso di reati sessuali, valgono di più le dichiarazioni della persona offesa
La persona offesa – dice la Corte – può essere testimone. E, in caso di reati sessuali, si presume che egli dica sempre la verità fino a prova contraria. Dovrebbe quindi essere l’accusato a dimostrare che la controparte sta mentendo, si è contraddetta o è sconfessata dai fatti. Quando si parla di abusi sessuali – si legge in sentenza – nella valutazione della testimonianza della persona offesa il giudice deve presumere che il teste, fino a prova contraria, riferisca correttamente quanto a sua effettiva conoscenza e deve perciò limitarsi a verificare se sussista o meno incompatibilità fra quello che il teste riporta come vero, per sua diretta conoscenza, e quello che emerge da altre fonti di prova di eguale valenza.
Insomma, il giudice non può guardare con diffidenza il testimone solo perché è anche la vittima e, quindi, “di parte”. Anzi, le cose stanno proprio nel senso contrario: si deve presumere che il teste, fino a prova contraria, riferisca sempre la verità.
Questo non significa prendere come “oro colato” quello che dice chi presenta la denuncia. La sua testimonianza deve essere soggetta ad un rigoroso controllo della sua credibilità soggettiva e della attendibilità intrinseca del racconto. Tale controllo non legittima, però, un giudizio a priori sull’inaffidabilità della testimonianza in sé e non consente di collocarla sullo stesso piano delle dichiarazioni degli altri soggetti.
Risultato: in tema di reati sessuali, qualora il testimone-vittima risulti credibile, la sua deposizione può essere assunta anche da sola come fonte di prova della colpevolezza e quindi portare a una sentenza di condanna.
[1] Cass. sent. n. 35559/17 del 19.07.2017. Cfr. anche Cass. sent. n 35145/17
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 19 maggio – 19 luglio 2017, n. 35559
Presidente Rosi – Relatore Aceto
1. Il sig. C.D.G. ricorre per l’annullamento della sentenza del 14/03/2016 della Corte di appello di Milano che, in parziale riforma di quella del 03/03/2014 del Tribunale di quello stesso capoluogo da lui impugnata, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, ha rideterminato la pena nella misura di tre anni e otto mesi di reclusione, ha sostituito la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici con quella temporanea della durata di cinque anni, ha confermato, nel resto, la sua penale responsabilità per il reato continuato di cui agli artt. 81, cpv., 609-bis, 61 n. 11, 582, 576, n. 1), cod. pen., a lui ascritto perché, nel corso della convivenza con A.P.J.E. , aveva costretto quest’ultima a subire atti sessuali e le aveva cagionato lesioni personali giudicate guaribili in 7 giorni s.c.. Il fatto è contestato come commesso in (omissis) .
1.1. Con unico motivo, lamentando che la Corte di appello ha ribadito il positivo giudizio di attendibilità della persona offesa in maniera del tutto contraddittoria e solo apparentemente motivata, eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen., il vizio di mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione. Sulla premessa che si tratta di una denunziata violenza sessuale consumata nell’ambito di un rapporto di coppia oltretutto molto conflittuale, deduce che il giudizio sull’attendibilità della persona offesa deve essere condotto in modo particolarmente penetrante e rigoroso, lamenta che la Corte di appello si è limitata a richiamare pedissequamente le argomentazioni del primo Giudice ritenendo già affrontate in detta sede le numerose questioni devolute con l’atto di impugnazione e giustificando le omissioni di aspetti rilevanti da parte della vittima in sede di denunzia (che aveva riferito solo di qualche schiaffo reciproco e di uno schiacciamento sul materasso) con il fatto che si tratta di particolari che ben possono essere integrati in sede di testimonianza. E così, aggiunge, viene dato per scontato un cambio di serratura che avrebbe impedito alla vittima di fuggire, circostanza mai accennata nell’immediatezza dei fatti che contrasta con la dimostrata libertà della donna di entrare e uscire di casa quella sera stessa, di parlare con le amiche prima e durante la lite e di fermarsi liberamente a dormire a casa dell’imputato. Se così non fosse, del resto, non si capisce perché il Tribunale lo avrebbe assolto dal reato di maltrattamenti in famiglia. Non si comprende, inoltre, in quale momento, nella complessiva dinamica dei fatti, la donna avrebbe reso manifesto il suo dissenso; non convince, sul punto, la motivazione della sentenza impugnata, contraddittoria quando fa riferimento ad una presunta lotta ingaggiata dalla donna dalla quale avrebbe dovuto desumersi tale dissenso. La Corte di appello inoltre liquida come irrilevante la dimostrata condizione fisica del ricorrente che gli impediva di inseguire la vittima in una casa, peraltro, disposta su due piani.
3. L’imputato risponde dei reati a lui ascritti consumati – si legge nelle sentenze di primo e di secondo grado – quale ultimo atto di un rapporto già in crisi, intervallato da momenti di forti litigi l’ultimo dei quali, occorso la sera del 5 settembre 2011, era stato provocato dalla decisione irrevocabile della donna di cessare la relazione. In quella circostanza, l’imputato, a causa del rifiuto opposto dalla vittima ad un rapporto sessuale (da lui interpretato come strumento di pacificazione) e nonostante avesse imposto la sua possanza fisica (al punto da cagionare alla donna le lievi lesioni refertate), si era masturbato eiaculando addosso alla compagna, costretta, all’indomani, nonostante avesse opposto una ennesima reazione fisica, a subire un rapporto sessuale completo cui la stessa si era rassegnata avendo compreso che non aveva alternative per sottrarsi e guadagnare la propria libertà. Questi, in sintesi, i fatti ricostruiti dal Giudice di prime cure in base al racconto della persona offesa, ritenuta attendibile alla stregua delle testimonianze rese dalle amiche e dalla assistente sociale cui la A. si era rivolta prima di sporgere denunzia, del certificato medico.
3.1. In sede di appello il ricorrente aveva insistito molto sulla non credibilità della compagna valorizzando le contraddizioni, le imprecisioni e le incertezze del suo racconto ed aveva, sotto altro profilo, escluso il dolo del reato (a causa dell’errore sul consenso).
3.2. La Corte di appello ha ritenuto non decisive le obiezioni difensive, da un lato richiamando il contenuto della sentenza di primo grado (nella quale, afferma, si trovano già tutte le risposte agli interrogativi sollevati dall’imputato), dall’altro positivamente valutando la credibilità della vittima alla luce delle critiche mosse con l’atto d’appello e la rilettura degli atti del processo (infondata e contraddittoria è dunque l’eccezione difensiva della mancanza di autonoma valutazione della credibilità della persona offesa, sollevata contestualmente alla critica del modo con cui tale valutazione è stata condotta).
4. Tanto premesso, poiché l’imputato eccepisce il vizio di motivazione in ordine alla credibilità della persona offesa, il Collegio deve ribadire alcuni principi fondamentali al riguardo, sia con riferimento al vizio di motivazione quale caso di ricorso per cassazione, sia con riferimento al correlato tema dei criteri di giudizio della credibilità della persona offesa vittima di reati sessuali.
5. Quanto al vizio di motivazione, ricorda questa Corte che: a) l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. L’illogicità della motivazione, come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile “ictu oculi”, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (Sez. U, n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794); b) la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione devono risultare dal testo del provvedimento impugnato, sicché dedurre tale vizio in sede di legittimità significa dimostrare che il testo del provvedimento è manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non già opporre alla logica valutazione degli atti effettuata dal giudice di merito una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica (Sez. U, n. 16 del 19/06/1996, Di Francesco, Rv. 205621), sicché una volta che il giudice abbia coordinato logicamente gli atti sottoposti al suo esame, a nulla vale opporre che questi atti si prestavano a una diversa lettura o interpretazione, munite di eguale crisma di logicità (Sez. U, n. 30 del 27/09/1995, Mannino, Rv. 202903); c) il travisamento della prova è configurabile quando si introduce nella motivazione una informazione rilevante che non esiste nel processo o quando si omette la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronuncia; il relativo vizio ha natura decisiva solo se l’errore accertato sia idoneo a disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza dimostrativa del dato processuale/probatorio (Sez. 6, n. 5146 del 16/01/2014, Del Gaudio, Rv. 258774; Sez. 2, n. 47035 del 03/10/2013, Giugliano, Rv. 257499).
5.1. Ne consegue che: a) il vizio di motivazione non può essere utilizzato per spingere l’indagine di legittimità oltre il testo del provvedimento impugnato, nemmeno quando ciò sia strumentale a una diversa ricomposizione del quadro probatorio che, secondo gli auspici del ricorrente, possa condurre il fatto fuori dalla fattispecie incriminatrice applicata; b) l’esame può avere ad oggetto direttamente la prova quando se ne denunci il travisamento, purché l’atto processuale che la incorpora sia allegato al ricorso (o ne sia integralmente trascritto il contenuto) e possa scardinare la logica del provvedimento creando una insanabile frattura tra il giudizio e le sue basi fattuali; c) la natura manifesta della illogicità della motivazione del provvedimento impugnato costituisce un limite al sindacato di legittimità che impedisce alla Corte di cassazione di sostituire la propria logica a quella del giudice di merito e di avallare, dunque, ricostruzioni alternative del medesimo fatto, ancorché altrettanto ragionevoli.
6. Quanto alla valutazione di attendibilità della persona offesa, si deve ribadire che la sua testimonianza, perché possa essere legittimamente utilizzata come fonte ricostruttiva del fatto per il quale si procede, non necessita di altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità (Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell’Arte, Rv. 253214) ma, anzi, al pari di qualsiasi altra testimonianza, è sorretta da una presunzione di veridicità secondo la quale il giudice, pur essendo tenuto a valutarne criticamente il contenuto, verificandone l’attendibilità, non può assumere come base del proprio convincimento l’ipotesi che il teste riferisca scientemente il falso (salvo che sussistano specifici e riconoscibili elementi atti a rendere fondato un sospetto di tal genere, in assenza dei quali egli deve presumere che il dichiarante, fino a prova contraria, riferisca correttamente quanto a sua effettiva conoscenza) (così, da ultimo, Sez. 4, n. 6777 del 24/01/2013, Grassidonio, Rv. 255104; cfr. anche Sez. 6, n. 7180 del 12/12/2003, Mellini, Rv. 228013 e Sez. 4, n. 35984 del 10/10/2006, Montefusco, Rv. 234830, secondo le quali “in assenza di siffatti elementi, il giudice deve presumere che il teste, fino a prova contraria, riferisca correttamente quanto a sua effettiva conoscenza e deve perciò limitarsi a verificare se sussista o meno incompatibilità fra quello che il teste riporta come vero, per sua diretta conoscenza, e quello che emerge da altre fonti di prova di eguale valenza”).
6.1. La testimonianza della persona offesa, sopratutto quando portatrice di un personale interesse all’accertamento del fatto, deve essere certamente soggetta ad un più penetrante e rigoroso controllo circa la sua credibilità soggettiva e l’attendibilità intrinseca del racconto (Sez. u, 41461 del 2012, cit.), ma ciò non legittima un aprioristico giudizio di inaffidabilità della testimonianza stessa (espressamente vietata come regola di giudizio) e non consente di collocarla, di fatto, sullo stesso piano delle dichiarazioni provenienti dai soggetti indicati dall’art. 192, commi 3 e 4, cod. proc. pen. (con violazione del canone di giudizio imposto dall’art. 192, comma 1, cod. proc. pen.).
6.2. In tema di reati sessuali, peraltro, tale valutazione risente della particolare dinamica delle condotte il cui accertamento, spesso, deve essere svolto senza l’apporto conoscitivo di testimoni diretti diversi dalla stessa vittima.
6.3. In questi casi, dunque, la deposizione della persona offesa può essere assunta anche da sola come fonte di prova della colpevolezza, ove venga sottoposta ad un’indagine positiva sulla credibilità soggettiva ed oggettiva di chi l’ha resa, dato che in tale contesto processuale il più delle volte l’accertamento dei fatti dipende necessariamente dalla valutazione del contrasto delle opposte versioni di imputato e parte offesa, soli protagonisti dei fatti, in assenza, non di rado, anche di riscontri oggettivi o di altri elementi atti ad attribuire maggiore credibilità, dall’esterno, all’una o all’altra tesi (Sez. 4, n. 30422 del 21/06/2005, Rv. 232018; Sez. 4, n. 44644 del 18/10/2011, Rv. 251661).
7. Orbene, sulla considerazione che, come detto, il giudizio di attendibilità della testimonianza della persona offesa non può nutrirsi (né risentire) di un aprioristico atteggiamento di sfiducia verso la stessa, il cuore del problema (mal colto dall’imputato) è proprio questo: in assenza di travisamento della prova, il vizio di motivazione deve avere ad oggetto solo ed esclusivamente la logica del ragionamento del giudice quando esclude l’esistenza di specifici e riconoscibili elementi atti a rendere fondato un sospetto di falsità del narrato o ritiene irrilevanti e non decisive eventuali discrasie nel racconto della vittima.
7.1. Non è perciò consentito, come il ricorrente fa, abbozzare ipotesi alternative di ricostruzione del fatto oppure introdurre a sostegno dell’eccezione dati di fatto mai travisati in sede di merito. A fronte di una doppia conforme pronuncia di condanna, il ricorrente avrebbe dovuto indicare quali specifici e riconoscibili indicatori di una falsa incolpazione ai sui danni, non valutati (o mal valutati) in primo grado sono stati sottoposti in sede di gravame e non esaminati affatto oppure disconosciuti con motivazione inesistente, apparente, intrinsecamente contraddittoria oppure manifestamente illogica. Anche quando la sentenza di appello richiama “per relationem” quella di primo grado, limitandosi a ripercorrere e ad approfondire alcuni aspetti del complesso probatorio oggetto di contestazione da parte della difesa (operazione sempre consentita quando i motivi di appello si limitano a riproporre questioni già articolatamente esaminate e risolte dal giudice di primo grado senza apportare alcun elemento di novità; Sez. 2, n. 19619 del 13/02/2014, Bruno, Rv. 259929; Sez. 6, n. 28411 del 13/11/2012, Santapaola, Rv. 256435, Sez. 5, n. 3751 del 15/02/2000, Re Carlo, Rv. 215722; Sez. 5, n. 7572 del 22/04/1999, Maffeis, Rv. 213643), è onere del ricorrente disarticolare il presupposto processuale che rende legittimo il ricorso a tale tecnica motivazionale, dimostrando la non veridicità dell’assunto e non proponendo direttamente alla Corte di cassazione i dati di fatto che trascinano il ricorso nel merito del fatto stesso. Con il che si torna al punto di prima: manca la allegazione di elementi decisivi atti a rendere fondato un sospetto di falsità del racconto e della loro mancata o illogica valutazione.
7.2. L’eccezione che la testimonianza della vittima è costellata da imprecisioni e contraddizioni con quanto riferito in sede di indagini preliminari, da un lato è smentita dal Tribunale (che afferma non esser stato necessario procedere a contestazioni di sorta nel corso dell’esame), dall’altro è generica e non decisiva, sia perché la contestazione effettuata ai sensi dell’art. 500, cod. proc. pen., non legittima un giudizio di automatica inaffidabilità del testimone, sia perché manca qualsiasi deduzione sulla natura decisiva di tali contrasti dai quali, peraltro, risulta una realtà diversa da quella che emerge dalla lettura delle sentenze e della quale la Corte non può tener conto in assenza di travisamento della prova. Non è certamente decisivo il fatto che alcuni aspetti della vicenda siano emersi per la prima volta nel corso del dibattimento poiché, in realtà, tale possibilità è assolutamente fisiologica, non fosse altro che per il diversissimo contesto nel quale, nel contraddittorio delle parti, viene raccolta (e si forma) la prova.
7.3. Del resto, la debolezza della tesi difensiva è resa palese dalla necessità di sminuire il cuore del fatto: la mancanza del consenso agli atti sessuali subiti dalla vittima. Ancora una volta l’imputato chiede aiuto al “fatto”, proponendone una diversa contestualizzazione e comunque suggerendone una diversa possibile lettura, atta ad influire sui suoi processi mentali di elaborazione del consenso (presunto) all’atto. Ed in tale operazione ermeneutica è costretto a “svilire”, con argomento illogico (l’assoluzione dal reato di maltrattamenti), la tumefazione frontale refertata alla donna e a introdurre dati di fatto (l’infortunio al piede) che gli avrebbero impedito di inseguire la donna per casa (circostanza, questa, di cui non v’è traccia). In realtà, l’odierno ricorso abbandona parecchi dei temi sollevati con l’appello (e certamente non li reitera accostandoli criticamente alla motivazione asseritamente carente), molti dei quali sono francamente insostenibili (almeno in questa sede, come l’abbigliamento della donna quando si era messa a letto).
7.4. Il ricorso deve perciò essere respinto con conseguente condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali e di quelle sostenute dalla parte civile nel grado, liquidate come da dispositivo.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione delle spese del grado sostenute dalla parte civile, A.P.J.E. , che liquida in complessivi Euro 3.510,00, oltre accessori come per legge, con distrazione a favore dello Stato.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 23 febbraio – 18 luglio 2017, n. 35145
Presidente Savani – Relatore Renoldi
1. Con sentenza del Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Roma in data 22/06/2010, emessa all’esito di giudizio abbreviato, B.M. era stato condannato, con la diminuente per il rito, alla pena di due anni e sei mesi di reclusione in quanto riconosciuto colpevole del reato previsto dall’art. 609-bis, comma 2, n. 1 cod. pen., commesso in (omissis) , per avere avuto un rapporto sessuale completo con F.C. contro la volontà della medesima, abusando delle sue condizioni di inferiorità psichica in quanto ciò avveniva durante una seduta terapeutica a cui sottoponeva la F. in qualità di psicologo che l’aveva in cura.
In particolare, il primo giudice aveva ritenuto raggiunta la prova della colpevolezza dell’imputato sulla base delle dichiarazioni della persona offesa, ritenute sostanzialmente credibili, anche perché confermate dalle sommarie informazioni rese dalla teste C.D. , con la quale ella si era confidata, nonché dalla dott.ssa G.P. , ginecologa della A.s.l., alla quale la F. si era rivolta, raccontandole di avere avuto un rapporto sessuale non protetto con il proprio psicoterapeuta, senza coazione fisica, ma in quanto “vittima di plagio”. Il giudice ritenne che dalla posizione dominante che il terapeuta aveva nei confronti della sua paziente, ma anche dallo stato di torpore che la stessa aveva riferito e che era stato descritto anche da C.D. , dovesse ritenersi che la persona offesa si fosse trovata, nel frangente, in una condizione di inferiorità psichica, tale da viziare il consenso, apparentemente prestato, al rapporto sessuale.
2. Avverso la sentenza aveva proposto appello il difensore dell’imputato, deducendo, con un primo motivo, la mancanza della prova che l’atto sessuale fosse stato subito e non voluto. In particolare, l’appellante aveva sottolineato come C.D. avesse dichiarato che la F. le aveva raccontato del rapporto sessuale con il suo analista con molta naturalezza e che ella aveva cominciato a piangere solo quando la C. le aveva manifestato il suo disappunto. Inoltre, a riprova della scarsa attendibilità della F. , era stato posto in evidenza come la persona offesa aveva presentato la querela dopo tre mesi dei fatti e solo dopo essersi recata, più volte, presso un centro antiviolenza, che la assisteva con un proprio avvocato. Sotto altro profilo, fu sottolineata la scarsa verosimiglianza dell’ipotesi del plagio, genericamente affermata in sentenza, tanto più in assenza di un qualunque accertamento peritale in relazione alla presunta condizione d’inferiorità psichica in cui si sarebbe venuta a trovare la persona offesa di fronte al suo analista.
3. Con sentenza in data 21/11/2014 la Corte di appello di Roma confermò integralmente la pronuncia di primo grado.
4. Avverso la sentenza di appello, lo stesso B. propone personalmente ricorso per cassazione, sintetizzabile nei termini che seguono, strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen..
1. Preliminarmente deve essere rigettata la richiesta di rinvio presentata dal difensore di fiducia dell’imputato. L’avviso di fissazione dell’udienza è stato ritualmente e tempestivamente notificato; e, inoltre, non è stato documentato alcun insuperabile impedimento alla partecipazione dell’imputato e del suo difensore all’udienza odierna (v. richiesta in atti).
3. In premessa è opportuno ricordare, in sintesi, il percorso motivazionale seguito dalla sentenza impugnata in relazione all’affermazione di responsabilità dell’imputato.
Ciò in quanto la relazione tra psicologo/psicoterapeuta e paziente aveva certamente generato “confusione nella persona offesa, per la difficoltà di distinguere la natura meramente sessuale dell’approccio dello psicologo con la terapia in corso”; sicché del tutto comprensibile e ragionevole doveva ritenersi il suo racconto nella parte in cui era emerso che ella avesse realizzato la violazione della propria sfera intima soltanto in occasione del successivo confronto con l’amica C.D. , avvenuto a distanza di qualche giorno. Ciò che del resto la persona offesa aveva rappresentato alla dott.ssa G.P. , ginecologa della ASL Roma X), la quale aveva confermato, a sommarie informazioni, che la F. le aveva detto di aver avuto un rapporto sessuale completo con il suo psicoterapeuta “senza usare violenza fisica, ma sicuramente contro la sua volontà”, mostrandosi preoccupata per le possibili affezioni che poteva aver eventualmente contratto.
A ulteriore conferma del racconto della persona offesa, i giudici di appello hanno rilevato che costei aveva cancellato i successivi appuntamenti, già calendarizzati, con lo psicoterapeuta e come nel riferire le circostanze dell’abuso ella non avesse riportato circostanze “esagerate”, limitandosi a descrivere “la condizione di una paziente attonita per quanto stava accadendo ed alla quale l’imputato lasciava credere che si trattasse di parte integrante della terapia che stava svolgendo”.
Su tali basi, dunque, i giudici di appello hanno ritenuto che l’imputato, “utilizzando subdolamente la sua posizione di psicoterapeuta (…) ed approfittando di tale condizione per accedere alla sfera intima della persona offesa” nonché “della condizione di inferiorità psichica risultante dalla stessa richiesta all’accesso alle cure dello psicoterapeuta e dal rapporto di soggezione tra paziente e terapeuta”, abbia posto in essere una condotta tale da indurre la F. “a soggiacere rispetto al rapporto sessuale, minandone la capacità di reazione e di opposizione”, in questo modo rimanendo integrato, a cagione della indubbia violazione della libertà sessuale della donna, il reato in contestazione. A tal fine, la Corte territoriale ha richiamato la giurisprudenza di questa Corte secondo cui la condizione di inferiorità psichica della vittima al momento del fatto prescinde da fenomeni di patologia mentale, in quanto è sufficiente ad integrarla la circostanza che il soggetto passivo versi in condizioni intellettive e spirituali di minore resistenza all’altrui opera di coazione psicologica o di suggestione.
5. Tanto premesso, deve osservarsi che censure articolate con il primo motivo di ricorso si appuntano, sotto differenti angoli prospettici, proprio sulle dichiarazioni rese da F.C. , che costituiscono, effettivamente, l’architrave del ragionamento probatorio dei giudici di merito, rispetto alle quali gli ulteriori elementi probatori, ivi comprese le dichiarazioni delle testimoni de relato, G.P. e C.D. , fungono sostanzialmente, come osservato dallo stesso ricorrente, da elementi di riscontro.
5.1. Sotto un primo profilo, il ricorrente deduce che le dichiarazioni della stessa F. siano state travisate dalla Corte di appello innanzitutto con riferimento al “plagio” cui ella sarebbe stata sottoposta dal terapeuta. La sentenza, infatti, avrebbe riportato che la F. aveva riferito alla dott.ssa G. di essere stata “vittima di plagio”, laddove i giudici di appello avrebbero dovuto, in realtà, specificare che la persona offesa non aveva realizzato in prima persona di essere stata “plagiata”, quanto piuttosto che questa era stata l’interpretazione data da C.D. , la quale, influenzandola in maniera decisiva, le aveva offerto la sua personale chiave di lettura dell’accaduto, convincendola, poi, a rivolgersi a un centro antiviolenza.
5.2. Sotto altro aspetto, il ricorrente rileva che le dichiarazioni della persona offesa presentino marcate discrasie rispetto al racconto reso a sommarie informazioni da C.D. . Ciò in quanto mentre nella denuncia la persona offesa avrebbe asserito di avere “pianto tanto disperatamente”, avendo finalmente preso coscienza di quanto accaduto, nel verbale di sommarie informazioni relativo alle dichiarazizoni rese dalla stessa C. , la F. aveva rivelato “come se fosse la cosa più normale di questo mondo che lo psicoterapeuta a cui si era rivolta aveva avuto con lei un rapporto sessuale completo”.
Sarebbe, infatti, inverosimile che la F. , alla quale, secondo il suo stesso racconto, B. aveva toccato il seno in una occasione precedente, avesse acconsentito a incontrare nuovamente il terapeuta; e, soprattutto, che la donna avesse subito le ulteriori avances senza respingerle decisamente ed anzi, fissando, dopo il rapporto sessuale, un nuovo appuntamento. Pertanto, la mancata reazione sarebbe, in realtà, frutto di un libero consenso, posto che “le donne nei primi approcci assumono un comportamento falsamente passivo, perché il gioco delle parti, ereditato dalle madri, questo imponeva alle fanciulle” (così l’imputato a foglio 5 del ricorso per cassazione). Ed anzi, proprio dal fatto che in precedenza l’imputato “le aveva toccato il seno” ella avrebbe dovuto trarre “un segnale inequivocabile che non poteva generare in lei alcuna confusione”: ovvero che l’approccio del terapeuta aveva proprio una natura sessuale, sicché ove ella non avesse voluto accettarlo avrebbe dovuto chiaramente rifiutarlo.
Ciò in quanto, sotto un primo aspetto, l’istuttoria sarebbe stata largamente incompleta, non essendo stata assunta la testimonianza del coniuge della persona offesa, P.M. , dello psicologo R.M. che aveva avuto un colloquio con lei “per un pomeriggio intero”, dell’assistente sociale S.M. , parte del Consultorio dell’ASL di Roma X), con la quale aveva avuto un colloquio preliminare; delle operatrici del Centro Vittime di Violenza di Viale di (omissis) a cui la C. l’aveva indirizzata.
Sotto altro profilo, nessuna valenza i giudici avrebbero dovuto riconoscere all’esposto che alcuni giovani avevano presentato contro B. al Consiglio dell’Ordine degli Psicologi di Roma, nel quale si riferiva che, in occasioni delle sedute terapeutiche tenute dall’imputato, “i racconti dei vissuti personali venivano espressi in psicodinamiche caratterizzate comunque da una forte fisicità, estremizzati e da scontri violenti e dalla simulazione di amplessi di coppia e di gruppo”. Infatti, rileva il ricorrente che, in realtà, l’esposto non aveva avuto seguito e che la sua successiva sospensione dall’ordine professionale era stata disposta a causa del mancato versamento dei contributi previdenziali e non per ragioni schiettamente disciplinari legati a quella vicenda.
5.5. Quanto poi alla dimostrazione della condizione di inferiorità psichica della persona offesa e, corrispondentemente, della posizione dominante del terapeuta nei confronti della paziente, la sentenza avrebbe apoditticamente motivato sul punto rilevando che B. si poneva, nei confronti della donna, in un modo “molto aperto e amichevole” e soprattutto sottolineando il dato relativo allo stato di torpore della donna successivo al rapporto sessuale, riferito anche da C.D. ed evocato, secondo il ricorrente in maniera suggestiva, dalla Corte territoriale. Invero, non avendo la F. assunto, per sua stessa ammissione, alcun medicinale, il riferimento della C. allo stato di torpore da cui la F. si sarebbe risvegliata a seguito del suo rimprovero, dovrebbe essere inteso come semplice presa di coscienza, da parte della persona offesa, della gravità dell’accaduto una volta l’amica le aveva mostrato il suo disappunto per il comportamento tenuto con il suo terapeuta.
Sotto altro aspetto, la Corte territoriale avrebbe omesso di confrontarsi con le argomentazoni del Tribunale del riesame di Roma che aveva respinto l’appello del Pubblico ministero avverso il rigetto della richiesta di applicazione della custodia cautelare da parte del Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza, motivata, tra l’altro, con la “assenza di più puntuali circostanziali dichiarazioni della denunciante, di approfondimenti sulla personalità della stessa, di assunzione di informazioni anche dal marito della stessa sulle modalità e tecniche di conduzione delle sedute”.
6. Le doglianze svolte dall’imputato non colgono, tuttavia, nel segno.
In questa prospettiva, vanno, dunque, respinte le argomentazioni difensive attraverso le quali il ricorrente cerca di offrire una spiegazione alternativa rispetto a quella offerta dalle sentenze di merito, presentandola come maggiormente plausibile sul piano del “senso comune” o come fornita, secondo l’id quod plerumque accidit, di una maggiore persuasività, dovendo il controllo del giudice di legittimità cimentarsi, precipuamente, sulla tenuta logica della scelta operata, in sede di valutazione della prova, da parte del giudice di merito.
Ne consegue che deve ritenersi inammissibile il primo motivo di ricorso nella parte in cui è stato dedotto che le dichiarazioni della persona offesa sarebbero state travisate dalla Corte di appello con riferimento al “plagio” cui ella sarebbe stata sottoposta dal terapeuta. In ogni caso è appena il caso di osservare che il travisamento della prova consiste nella utilizzazione di un’informazione inesistente nel materiale processuale ovvero nella omessa valutazione di una prova decisiva, quando siano idonee a disarticolare l’intero ragionamento probatorio; e che nel caso di specie, in realtà, il supposto travisamento consisterebbe nella mancata esplicitazione, nella narrativa relativa al giudizio di primo grado, del fatto che la consapevolezza del cd. plagio non sarebbe stato il frutto di una autonoma acquisizione della persona offesa, quanto dell’induzione di C.D. : circostanza, questa, pacificamente emersa nel corso del giudizio ed oggetto di puntuale valutazione da parte della Corte di appello. Ne consegue che, in ogni caso, la censura difensiva è, anche nel merito, manifestamente infondata, difettando, nella specie, i ricordati requisiti del travisamento della prova, anche sotto il profilo della decisività dell’asserito errore.
In argomento, questa Corte ha ripetutamente affermato che la deposizione della persona offesa possa configurarsi, nel vigente ordinamento processuale, come “prova piena”, come tale non necessitante di alcun elemento di riscontro, diversamente dalle dichiarazioni degli ordinari testimoni, cui si applica il più rigoroso regime stabilito dall’art. 192, comma 3 cod. proc. pen..
Sotto un primo profilo, infatti, non è dato ravvisare alcuna incompatibilità logica tra il “pianto disperato” riferito dalla persona offesa in sede di denuncia e il racconto della C. contenuto nel verbale di sommarie informazioni, ove la persona informata sui fatti aveva riferito della naturalezza con la quale la F. le aveva rivelato di avere avuto un rapporto sessuale completo con lo psicoterapeuta. Ciò per l’evidente sfasatura temporale tra i due momenti in questione, essendo pacificamente emerso che in un primo momento la F. aveva raccontato l’episodio, secondo quanto riferito dall’amica, “come se fosse la cosa più naturale di questo mondo”; e che solo successivamente, preso coscienza dell’accaduto, aveva invece, come svegliandosi da uno stato di “torpore”, compreso il significato del comportamento dello psicoterapeuta, palesando, anche con il pianto, una piena partecipazione emotiva rispetto all’accaduto.
Anche in relazione a tale profilo, infatti, le sentenze hanno fornito ampia e logica spiegazione delle dinamica psicologica che aveva portato al progressivo disvelamento dell’accaduto e del contesto “confusivo”, connotato dalla indistinta percezione del ruolo assunto da B.M. , in cui erano avvenuti i menzionati approcci; ciò che aveva indotto la F. a non interrompere la relazione terapeutica a partire dalle insinuanti condotte del terapeuta e, finanche, a fissare un nuovo appuntamento pur dopo il rapporto sessuale avuto con lui, salvo successivamente disdirlo.
6.3. Le considerazioni che precedono vanno raccordate, sul piano logico-ricostruttivo, con il profilo concernente la realizzazione dell’atto sessuale “abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto”, secondo lo schema contemplato dall’art. 609-bis, comma 2, n. 1 cod. pen..
In sintesi, la norma in esame punisce come delitto il rapporto sessuale caratterizzato da un “qualificato differenziale di potere” conseguente alla strumentalizzazione della condizione di inferiorità del soggetto più debole (Sez. 3, n. 2215 del 2/12/2005, dep. 19/01/2006, Cannatella ed altri, Rv. 233269; Sez. 3, n. 1346 del 19/11/1997, dep. 5/02/1998, Tomasello, Rv. 209818), con conseguente sfruttamento delle sue condizioni di minorata capacità di resistenza o di comprensione della natura dell’atto, tali da alterare la genuinità del consenso in ipotesi prestato (Sez. 3, n. 20766 del 14/04/2010, dep. 3/06/2010, T. e altro, Rv. 247655; Sez. 3, n. 33761 del 9/05/2007, dep. 3/09/2007, Venturini, Rv. 237398, relativa a una fattispecie nella quale la persona offesa, convinta che il suo stato di depressione ansiosa dipendesse da un sortilegio, era stata indotta dall’imputato ad un rapporto sessuale sul presupposto che ciò fosse necessario per contrastare il maleficio; v. anche Sez. 3, n. 24212 del 21/04/2004, dep. 27/05/2004, P.G. in proc. Piras, Rv. 228697), senza che peraltro sia necessario che l’induzione determini un inganno della vittima (Sez. 3, n. 32971 del 8/07/2005, dep. 7/09/2005, Marino, Rv. 232184).
Minorata capacità di resistenza che, come detto, secondo la giurisprudenza di questa Corte, prescinde da fenomeni di patologia mentale, in quanto è sufficiente ad integrarla la circostanza che il soggetto passivo versi in condizioni intellettive e spirituali di minore resistenza all’altrui opera di coazione psicologica o di suggestione, anche se dovute ad un limitato processo evolutivo mentale e culturale (Sez. 3, n. 38261 del 20/09/2007, dep. 17/10/2007, Fronteddu, Rv. 237826) e finanche collegate a situazioni transitorie, come nel caso in cui le condizioni di “inferiorità psichica” derivino dall’ingestione di alcolici o all’assunzione di stupefacenti (Sez. 3, n. 39800 del 21/06/2016, dep. 26/09/2016, C., Rv. 267757; Sez. 3, n. 38059 del 11/07/2013, dep. 17/09/2013, C., Rv. 257374; Sez. 3, n. 1183 del 23/11/2011, dep. 16/01/2012, E., Rv. 251803).
7. Il secondo motivo di ricorso, con il quale B. lamenta l’omessa motivazione da parte della Corte territoriale in relazione alla riduzione della pena inflitta e alla concessione del beneficio della sospensione della pena, è parimenti infondato.
In argomento occorre, nondimeno, ricordare l’orientamento accolto da questa Sezione della Suprema Corte, pienamente condiviso da questo Collegio, secondo cui “in tema di violenza sessuale, ai fini del riconoscimento della diminuente per i casi di minore gravità di cui all’art. 609-bis, ultimo comma, cod. pen., deve farsi riferimento ad una valutazione globale del fatto, nella quale assumono rilievo i mezzi, le modalità esecutive, il grado di coartazione esercitato sulla vittima, le condizioni fisiche e psicologiche di quest’ultima, anche in relazione all’età, mentre ai fini del diniego della stessa attenuante è sufficiente la presenza anche di un solo elemento di conclamata gravità” (così Sez. 3, n. 6784 del 18/11/2015, dep. 22/02/2016, P.G. in proc. D, Rv. 266272; Sez. 3, n. 21623 del 15/04/2015, dep. 25/05/2015, K., Rv. 263821).
Orbene, nel caso di specie la Corte territoriale ha chiarito, con evidente apprezzamento di merito, le ragioni, connesse alle “modalità subdole e insidiose attraverso le quali detta condotta si è estrinsecata, approfittando della condizione di supremazia dovuta all’esercizio della professione di psicologo psicoterapeuta”, nonché “al grave danno morale e psicologico cagionato alla sua paziente”, per le quali ha ritenuto di riconoscere la gravità della condotta ascritta all’imputato; ragioni che in quanto esplicitate in maniera del tutto logica, non appaiono sindacabili in questa sede.
Quanto alla generica deduzione circa l’eccessività della pena, i giudici di appello hanno adeguatamente posto in luce gli elementi che in base ai criteri dettati dall’art. 133 cod. pen., non consentono alcuna attenuazione della pena inflitta all’imputato dal Tribunale: dalla ricordata gravità del fatto alla significativa capacità a delinquere dell’imputato, “manifestata attraverso il protrarsi dell’azione di preparazione all’evento illecito consumato in danno della vittima, unitamente alla mancanza di ogni resipiscenza”; sicché anche sotto tale profilo deve ritenersi che la discrezionalità rimessa al giudice della cognizione nel momento della concreta determinazione della pena, sia stata correttamente esercitata.
8. Per quanto, infine, concerne il terzo motivo di ricorso, con il quale il ricorrente deduce l’omessa motivazione in relazione all’inosservanza, da parte del Pubblico ministero, delle prescrizioni concernenti l’avviso della conclusione delle indagini preliminari, giova ricordare che la nullità conseguente all’inosservanza delle prescrizioni concernenti l’avviso di conclusione delle indagini preliminari – come fissate all’art. 415-bis cod. proc. pen. – va catalogata tra quelle cd. a regime intermedio, in quanto nullità di ordine generale priva di carattere assoluto, sicché essa va eccepita o rilevata d’ufficio prima della deliberazione della sentenza di primo grado (Sez. 6, n. 1043 del 20/12/2012, dep. 9/01/2013, Cimmino, Rv. 253843).
9. Alla luce delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, oltre alla rifusione delle spese di parte civile che si liquidano in complessivi 3.500 Euro, oltre agli accessori di legge, da versarsi a favore dell’Erario.

References: sentenza 
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 Cass. 
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 art. 173
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