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Timestamp: 2017-08-17 01:57:00+00:00

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Il CTU • Lex & Formazione
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Iniziamo con l’esaminare più da vicino la figura del consulente tecnico. Cerchiamo di capire chi è, perché viene nominato, qual è il suo ruolo, quali sono i suoi compiti, quali sono i suoi poteri e soprattutto quali sono i suoi limiti.
È noto che nel codice di rito del 1865 non esisteva la figura del consulente tecnico, né quindi era prevista una “consulenza tecnica”. Ovviamente anche allora si paravano davanti al giudice problemi di carattere tecnico e scientifico[1], ma la loro soluzione era affidata dal codice alla perizia che, tuttavia, era un vero e proprio mezzo di prova (non diversamente dunque dall’ispezione, dalla testimonianza, dai documenti, ecc.)[2].
Nel codice del ‘40 la perizia è stata sostituita dalla consulenza tecnica. Non si tratta di una modifica solo formale, ma anche sostanziale. Il consulente tecnico è un ausiliare del giudice, dotato di speciale competenza tecnica, iscritto in un apposito albo tenuto presso il Tribunale. Il suo compito primario non è (rectius: dovrebbe essere) quello di accertare fatti rilevanti di causa, bensì quello di valutare prove già acquisite, risolvere questioni tecniche o aiutare il giudice nella comprensione del thema decidendum, allorquando dette valutazioni, risoluzioni e comprensioni richiedano speciali competenze tecniche, scientifiche, artistiche che normalmente il giudice non possiede.
Talvolta, cioè, per valutare o per accertare un fatto bisogna essere dotati di un bagaglio di conoscenze che solo uno specialista possiede. Si pensi alle competenze necessarie per stabilire quale composizione debba avere il cemento armato per realizzare una vasca di decantazione; come debba essere effettuato un intervento chirurgico al polso per rimuovere gli esiti di una frattura scomposta; quali sono i costi per riparare un veicolo e così via.
La soluzione del codice è certamente da apprezzare. In questi casi, il giudice nomina un tecnico, non un qualsiasi tecnico, bensì uno dotato di “speciale competenza in una determinata materia”, che lo affiancherà per tutto il corso del processo, tanto che è stato detto che il consulente (a differenza dei “vecchi” periti) non sta di fronte al giudice bensì gli siede a fianco. Il giudice potrà avvalersi del suo parere finanche in camera di consiglio (ovviamente prima della fase deliberativa).
Egli, pertanto, per il rapporto di ausiliarità che instaura con il giudice rappresenta una «vera e propria “appendice”»[3] di quest’ultimo.
Al CTU si richiede anche la conoscenza dei principi fondamentali che regolano il processo civile e, ultimo ma non ultimo, un modus agendi sostanzialmente e formalmente imparziale, evitando di porre in essere comportamenti “equivoci” o che possano alterare i diritti e la posizione delle parti.
Il noto giudice e autorevole studioso Marco Rossetti ha evidenziato[4] come nella prassi si registrano troppo spesso numerosi comportamenti da evitare, se non addirittura da sanzionare. Tra i più frequenti Egli ha segnalato:
«(a) incontri privati con una sola delle parti: quale che ne sia la finalità, anche per il c.t.u. (proprio perché un’appendice dell’ufficio) vale il principio audietur et altera pars (art. 90 comma primo, disp. att. cod. proc. civ.). Ne consegue che il c.t.u. non può, ad esempio, effettuare un sopralluogo od un accertamento, senza avvertire i consulenti di parte della data e del luogo dell’esame;
(b) esame di documenti o atti prodotti da una parte e non comunicati all’altra; ovvero esame di documenti o atti reperiti aliunde e comunicati ad una sola delle parti: il c.t.u., per l’articolo 90, comma secondo, disp. att. cod. proc. civ., non può ricevere dalle parti altri scritti defensionali oltre le note dei consulenti di parte. Più in generale, deve osservarsi che ogni documento, ogni atto, ogni scritto non può che rifluire nel processo attraverso canali fissati dalla legge. Dunque il c.t.u. nell’eseguire il proprio mandato, non dovrebbe mai prendere in esame documenti che gli vengono passati brevi manu da una delle parti, non prodotti in giudizio e quindi ignoti alle altre parti ed al giudice. Sarebbe pertanto buona norma che il c.t.u., dopo aver esaminato il fascicolo, rifiuti di ricevere dalle parti documenti che non siano già stati ritualmente acquisiti agli atti. Può tuttavia ricevere quei documenti che non attengano ai fatti oggetto della controversia, ma a fatti accessori, cioè non direttamente posti a fondamento delle domande o delle eccezioni;
(c) “gestione privata” della consulenza tra il c.t.u. e le parti, ovvero tra il c.t.u. ed una di esse: è l’ipotesi più grave, anche se talora dovuta a colpa e non a dolo. Accade cioè che il c.t.u., spesso nell’intento in sé non biasimevole di comporre la lite, “media” tra le posizioni delle parti, fornendo un responso possibilmente in grado di soddisfare al contempo attore e convenuto. Questa fenomenologia ricorre – ad esempio – con preoccupante frequenza in materia c.t.u. medica ove lo schema risarcitorio legato al grado di invalidità permanente lascia all’ausiliario una certa elasticità nella determinazione dello stesso. Questa sorta di “patteggiamento” sull’esito della consulenza va con fermezza biasimato, per almeno due motivi: perché il c.t.u. dispone del potere di esperire il tentativo di conciliazione soltanto nel caso di cui all’articolo 198, comma primo, cod. proc. civ. (esame contabile); perché, in ogni caso, la formulazione di un responso tale da “mediare” le posizioni delle parti non rappresenta una conciliazione, ma una microfrode processuale (in quanto si tratterebbe di una falsa perizia, e come tale costituirebbe il reato previsto e punito dall’articolo 373 cod. pen.)».
Ciò detto, vediamo sinteticamente la disciplina normativa.
2.1. La disciplina normativa: sintesi
La disciplina del consulente tecnico e della sua attività è riposta all’interno del codice in libri diversi:
nel primo libro, gli articoli da 61 a 64 ne disciplinano la figura, collocandolo, come già detto, tra gli ausiliari del giudice;
nel libro secondo, gli articoli da 191 a 200 ne disciplinano la funzione unitamente agli articoli da 89 a 92 delle disposizioni di attuazione;
gli articoli da 13 a 24 delle disposizioni di attuazione disciplinano la tenuta degli albi[5].
Dalla collocazione e dal contenuto delle norme suddette si ricava sinteticamente che:
il consulente è un ausiliario del giudice[6];
la sua nomina è fatta discrezionalmente dal giudice quando lo ritiene necessario[7] (art. 61, 1° comma, c.p.c.), normalmente[8] tra quelli iscritti nell’albo speciale (art. 61, 2° comma, c.p.c.)[9];
di norma deve essere nominato un solo consulente (art. 191, 2° comma, c.p.c.)[10];
prima di assumere l’incarico il consulente deve prestare giuramento (art. 193 c.p.c.)[11];
l’assistenza del consulente può riguardare singoli atti o tutto il processo (art. 61, 1° comma, c.p.c.)[12];
il consulente scelto tra gli iscritti all’albo speciale è obbligato ad assumere l’incarico, salva l’esistenza di un giustificato motivo di astensione[13] (art. 63, 1° comma, c.p.c.)[14];
il consulente può essere ricusato per gli stessi motivi per i quali può essere ricusato il giudice[15] (art. 63, 2° comma, c.p.c.);
il consulente compie le indagini che gli vengono affidate dal giudice e fornisce i chiarimenti sia in udienza che in camera di consiglio (art. 62, 1° comma, c.p.c.);
le indagini del consulente possono essere compiute anche senza la presenza del giudice (art. 194, 1° comma, c.p.c.); in tal caso egli deve redigere una relazione (art. 195, 2° comma, c.p.c.)[16];
il giudice ha sempre la facoltà di disporre la rinnovazione delle indagini, mentre la sostituzione del consulente può avvenire solo per gravi motivi (art. 196 c.p.c.);
se autorizzato, il consulente può domandare chiarimenti alle parti, assumere informazioni da terzi ed eseguire piante, calchi e rilievi (art. 194, 1° comma, c.p.c.)[17];
il consulente può essere chiamato ad assistere alla discussione e ad esprimere il suo parere in camera di consiglio (art. 197 c.p.c.)[18];
le parti hanno diritto di partecipare alle operazioni anche tramite propri consulenti e possono presentare istanze ed osservazioni (art. 194, 2° comma, c.p.c.);
il consulente risponde penalmente[19], civilmente[20] e disciplinarmente[21] del suo operato (art. 64, 1° e 2° comma, c.p.c. e artt. 19, 20 disp. att.)[22]–[23].
[1] Scrive a tal proposito il Mattirolo, Trattato di diritto giudiziario, 1931, vol. II, p. 886: «“Il bisogno di ricorrere a uomini esperti nei vari rami dello scibile umano (dice il SAREDO), per illuminare i giudici sopra fatti o questioni che esigono cognizioni particolari, si può dire che sia stato sentito dacché si ordinarono tribunali e procedimenti”. Onde, con forme e regole diverse, troviamo la perizia in tutte le istituzioni giudiziarie antiche e moderne».
[2] Il Mattirolo, op. cit., trattando della perizia esordisce in questo modo: «La perizia è la testimonianza di una o più persone esperte, diretta a far conoscere un fatto, di cui l’esistenza non può essere accertata o giuridicamente apprezzata, fuorché col corredo di speciali cognizioni tecniche».
[3] Così Rossetti, Ruolo …, op. cit.
[4] Rossetti, Ruolo…, op. cit.
[5] I compensi sono invece regolati dal d.p.r. 115 del 2002, mentre la loro entità è prevista dal D.M. 30.5.2002.
[6] “Ausiliario” perché pur non facendo parte degli uffici giudiziari coadiuva il magistrato, svolgendo attività funzionalmente giurisdizionali.
[7] Nulla impedisce al giudice di procedere direttamente alla valutazione tecnica qualora possieda gli strumenti intellettuali per farlo. Si pensi al caso in cui egli debba valutare solo il danno permanente determinato dalla perdita di un occhio. I barème in tali casi prevedono una riduzione della validità biologica dell’individuo pari al 25%. Il giudice potrà dunque fare affidamento su quelli, senza necessità di ricorrere alla nomina del consulente.
[8] Qualora intenda nominare un consulente non iscritto o iscritto in altro albo, il giudice è tenuto a “sentire” il Presidente del Tribunale (cfr. art. 22 disp. att. proc. civ.). «La norma risponde ad una duplice finalità: da un canto quella di evitare abusi del giudice istruttore nella nomina del consulente, dall’altro quella di privilegiare la nomina degli iscritti all’albo, dei quali è già stata verificata la competenza tecnica all’atto dell’esame della domanda di iscrizione. Pertanto, la motivazione del provvedimento di nomina dovrà illustrare sia il motivo dell’opportunità di tale scelta (di solito dettata dal forte radicamento nel territorio degli interessi di una delle parti in causa, che rende opportuno ricorrere a professionista che, svolgendo la propria attività in altra circoscrizione, garantisca maggiore terzietà), sia il criterio di individuazione del professionista estraneo da nominare», così Cataldi, op. cit., pag. 9.
[9] L’avverbio “normalmente” sta a significare che il consulente può essere scelto anche tra tecnici non iscritti all’albo.
[10] La nomina di più consulenti può essere disposta in situazioni “delicate”, ad esempio quando il valore della controversia è altissimo, oppure quando l’oggetto è molto complesso o richiede indagini lunghe e laboriose, oppure quando la risposta ai quesiti necessiti di competenze di diversa natura che normalmente un professionista non possiede. Se i consulenti svolgono indagini diverse, ciascuno redigerà la propria relazione; se, invece, lavorano collegialmente, la relazione sarà unica. L’incarico, salvo sia diversamente stabilito, si presume collegiale (Cass. 6500/1994; Cass. 669/1969). Il collegio non deve necessariamente essere composto in numero dispari. In caso di dissenso dovrà essere indicato il nominativo del consulente dissenziente e le sue ragioni. Se dopo l’espletamento delle operazioni peritali e la formazione della consulenza collegiale, sopravvenga un impedimento di uno degli ausiliari membri del collegio, il quale non possa sottoscrivere l’elaborato da depositare, si applica analogicamente l’art. 132 c.p.c. in materia di sottoscrizione della sentenza collegiale, pertanto la nullità della perizia è impedita dalla menzione, nell’atto depositato, della sopravvenuta impossibilità di uno dei consulenti di sottoscriverla (Cass. pen. 14.11.1977, in Riv. pen., 1978, 619; in tal senso anche Cataldi, op. cit.).
[11] Ma, come vedremo (cap. 9), non si tratta di un requisito stabilito a pena di nullità.
[12] Solitamente riguarda singoli atti.
[13] Secondo Cass. 38357/1994 per il combinato disposto degli artt. 51, n. 4 e 63, secondo comma, c.p.c. l’obbligo di astensione del consulente tecnico e la possibilità della sua ricusazione sussistono per il solo fatto che egli abbia già prestato assistenza in tale veste in altro grado del processo, indipendentemente dall’identità o meno dell’oggetto dell’indagine affidatagli, mirando la norma a creare le condizioni migliori perché il nuovo accertamento venga effettuato senza preconcetti e condizionamenti di sorta, anche soltanto indiretti, in una situazione di oggettività e imparzialità; la suddetta ipotesi di astensione obbligatoria ricorre anche nel caso in cui il giudizio successivo sia quello di rinvio, poiché, avuto riguardo all’interesse tutelato, non sussiste alcuna differenza tra l’ipotesi in cui il consulente abbia prestato assistenza in gradi diversi dello stesso giudizio ovvero in successivi distinti giudizi di grado pari, considerando inoltre che, nell’ipotesi di rinvio conseguente ad un annullamento per i motivi di cui all’art. 360, nn. 3 e 5, il giudizio di rinvio, diversamente da quanto accade nel caso di error in procedendo con rinvio – cosiddetto restitutorio, al medesimo giudice che ha pronunciato la sentenza cassata –, si configura come un grado diverso ed autonomo da quello concluso con detta sentenza. Secondo Rossetti, Ruolo …, op. cit., debbono considerarsi giusti motivi di astensione: (-) l’aver prestato la propria opera professionale per conto di una delle parti; (-) l’essere legato da rapporti di parentela, coniugio o anche solo amicizia ad una delle parti; (-) l’aver partecipato (quale c.t.p.) a collegi arbitrali relativi a controversie che riguardavano una delle parti; (-) l’essere stato in precedenza nominato consulente tecnico di parte da una delle parti.
[14] Da ciò deriva che la biasimevole prassi di non presentarsi all’udienza fissata per il giuramento senza addurre alcun motivo è sanzionabile disciplinarmente.
[15] Secondo Cass. 1215/1993 la parte che non ha presentato istanza di ricusazione del consulente tecnico nominato dal giudice nei termini indicati dall’art. 192, non può successivamente far valere la condizione di ricusabilità del consulente per contestare l’efficacia della consulenza, che rimane, pertanto, ritualmente acquisita al processo. Se i motivi di ricusazione vengono conosciuti dalla parte dopo la scadenza del termine è possibile dedurli per invitare il giudice a disporre la rinnovazione della consulenza (Cass. 2125/1985; Cass. 3657/1998; contra Cass. 8184/2002).
[16] È questa l’ipotesi più frequente, tanto che si può parlare di “degradazione” della consulenza a mera perizia.
[17] Quel “se autorizzato” è stato di fatto abrogato dalla giurisprudenza.
[18] Ipotesi rare nella pratica.
[19] Il primo comma dell’art. 64 estende al CTU le disposizioni del codice penale relative ai periti. Più specificamente, è configurabile il reato di esercizio abusivo della professione ai sensi dell’art. 348 c.p. qualora il consulente nominato accetti l’incarico pur non essendo iscritto nell’albo professionale corrispondente all’attività richiesta (Cass. pen. 2811/2000), salva l’applicazione dell’art. 51 c.p.. Ancora, il consulente risponde penalmente del proprio rifiuto di uffici legalmente dovuti ai sensi dell’art. 366, c. 2, c.p., ed in particolare laddove rifiuti di prestare giuramento ovvero di assumere o adempiere le funzioni richieste. Il reato proprio del consulente è la falsa perizia, disciplinata dall’art. 373 c.p., che prevede due distinte fattispecie criminose, ovvero la “falsa testimonianza” (sia dichiarazione di fatti non veri sia mancata affermazione di fatti veri) e la “falsa valutazione”, consistente nel fornire pareri o interpretazioni mendaci. Va ricordato che l’art. 376 c.p. esclude la punibilità del consulente laddove abbia proceduto a ritrattazione “prima che sulla domanda giudiziale sia intervenuta sentenza definitiva, anche se non irrevocabile”. Per “sentenza definitiva” si deve intendere una sentenza di merito, e come tale idonea ad incidere sul piano sostanziale. Il secondo comma dell’art. 64 prevede invece una fattispecie criminosa di natura contravvenzionale e legata alla colpa grave nell’esecuzione dell’incarico. La denuncia del delitto di falsa perizia, trattandosi di reato perseguibile d’ufficio, non è fonte di responsabilità per il denunciante, in caso di proscioglimento o di assoluzione dell’imputato, se non nel caso in cui essa possa considerarsi calunniosa (Cass. 15646/2003). Va poi rilevato che colui che subisce pregiudizio dalla falsa perizia può comunque considerarsi (co)vittima del reato (Cass. 1096/1999). In senso contrario, si è affermato che nei delitti contro l’amministrazione della giustizia la persona offesa dal reato è lo Stato, cui può aggiungersi un’altra vittima solo ove nella fattispecie astratta della norma vi sia la descrizione dell’aggressione alla sfera giuridica di questa, ciò che non avviene nel delitto di falsa consulenza per come delineato dagli artt. 373 c.p. e 64 c.p.c. (Cass. pen. 1109/1999).
[20] L’ultima parte del secondo comma dell’art. 64 stabilisce che «In ogni caso è dovuto il risarcimento dei danni». La dottrina è divisa. Secondo un primo orientamento il CTU risponde solo in caso di dolo e colpa grave. Secondo un altro orientamento il CTU risponde anche in caso di colpa lieve, ma può invocare la limitazione di responsabilità ex art. 2236 c.c., in caso di speciale difficoltà tecnica dei problemi da risolvere. Infine, secondo altro orientamento, essendo assente nella norma qualsivoglia limitazione di responsabilità al dolo e alla colpa grave, ed essendo l’art. 2236 c.c. norma eccezionale, il CTU risponde anche in caso di colpa lieve, sempre e comunque (così Rossetti, Il ctu …, op. cit. pag. 57). In caso di consulenza nulla, si potrà richiedere la restituzione di quanto pagato ma non come risarcimento del danno, bensì come ripetizione di indebito (Cass. 11474/1992).
[21] Scrive giustamente Mocci, op. cit.: «Ha tutto il sapore di una grida manzoniana la disposizione che consente al presidente del tribunale – il quale ha la vigilanza sui consulenti tecnici – d’ufficio o su istanza del procuratore della repubblica, di promuovere procedimento disciplinare contro i consulenti che non abbiano tenuto una condotta morale specchiata o non abbiano ottemperato agli obblighi derivanti dagli incarichi ricevuti (art. 19 disp. att.): i predetti interventi costituiscono un’ipotesi di scuola e certamente non sono tali da creare remore nei giudici o negli stessi professionisti».
[22] Purtroppo, il potere disciplinare viene usato troppo raramente. Ai sensi dell’art. 20 delle disp. att. il consulente che viola i propri doveri può essere avvertito, sospeso (per un massimo di dodici mesi) e cancellato. Il Presidente del Tribunale di Roma ha disciplinato con apposite istruzioni le attività di iscrizione, nomina e irrogazione di sanzioni disciplinari, prevedendo, tra l’altro, sia gli illeciti che le sanzioni corrispondenti (ovviamente senza pretesa di esaustività). Così, ad esempio, la mancata presentazione all’udienza fissata per il giuramento, il mancato deposito della relazione nei termini, la relazione qualitativamente insufficiente, lacunosa od erronea ma che sia successivamente integrata, comportano la sanzione dell’avvertimento. Il CTU è sanzionabile con la sospensione fino ad un mese se il ritardo nel deposito supera un mese. La cancellazione è ad esempio prevista qualora la CTU sia talmente viziata da richiedere la rinnovazione.
[23] Il consulente tecnico è poi richiamato in materia di verificazione di scrittura privata negli artt. 217, 1° comma, e 219, 1° comma c.p.c. E’ previsto un consulente nell’ambito delle ispezioni e dell’esperimento giudiziale ex artt. 259, 260 e 261 c.p.c. Vi sono poi norme specifiche in materia di controversie individuali di lavoro ed in materia di previdenza e di assistenza obbligatorie: artt. 424, 441 e 445 c.p.c. E’ prevista la nomina del consulente anche nell’ambito dell’accertamento tecnico preventivo di cui all’art. 696 c.p.c. (come modificato dall’art. 2 D.L. n. 35/2005, convertito, con modificazioni, dalla Legge n. 80/2005), che può attualmente comprendere anche “valutazioni in ordine alle cause e ai danni relativi all’oggetto della verifica” e 696 bis c.p.c.
Vincenzo Mazzarella aprile 5th, 2017
Salve, Sono un CTU iscritto al Tribunale di Napoli, la mia domanda è questa: con la nuova riforma geografica, abbiamo avuto la formazione del Tribunale di Napoli Nord, dunque io sono iscritto al Tribunale di Napoli mi chiedevo essendo però tutti facente parte della Corte di Appello di Napoli perchè mi viene detto che n CTU del Tribunale di Napoli non puo essere nominato dal Tribunale di Napoli Nord ricadendo in quella giurisdizione diversi uffici del Giudice di Pace che prima ricadevano sul Tribunale di Napoli.

References: art. 22
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
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 Cass. 
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 art. 2236