Source: https://cdcm.wordpress.com/2011/03/
Timestamp: 2017-11-21 12:07:32+00:00

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marzo | 2011 | COMITATO DIFESA COSTITUZIONE MERATE
RIBELLATEVI ALL’APATIA
GRAMSCI DIVENTA INSTANT
di NADIA URBINATI La Repubblica 30 marzo 2011 — pagina 58 sezione: CULTURA
I classici sono nostri compagni. Non ci chiedono una fedeltà che piega la nostra autonomia di giudizio mentre ci aiutano ad affilare la lama della critica facendola più coraggiosa. Si porgono a noi con umiltà senza imporsi. Inoltre ci sono utili. Averli sotto mano quando si scorre un giornale, quando si discute con amici, si legge e si scrive è un bene del quale tutti dovrebbero poter disporre e godere. I classici non servono a legittimare quel che pensiamo perché non scalzano l’autorità della ragione e della logica, né cancellano il contesto storico. Essi servono d’ausilio alla nostra analisi e alla nostra conoscenza. La rivoluzione elettronica ha in questo un grande pregio perché ha annullato la nostra distanza fisica dai classici. Ce li squaderna tutti a costo zero, ogni minuto del giorno e della notte. In aggiunta, ha cambiato le abitudini editoriali, costringendo il libro stampato a svolgere anche una funzione di guida tematica. Gli studiosi inorridiscono (spesso con buone ragioni) di fronte a questa pratica dello scampolo. Ma i cittadini ordinari ne hanno un grande guadagno e bisogno. Non è forse utile e bello che un pendolare possa leggere in un’andata e ritorno una selezione di classici? Già l’editore Donzelli aveva iniziato due anni fa a stampare essenziali di testi esemplari con un’introduzione illustrativa. Ora la casa editrice Chiarelettere lancia un’intrapresa simile ma con un target ancora più specifico: libri pensati per chi legge i giornali, o chi usa la rete per informarsi ma non conosce che cosa la rete ha nei suoi scaffali. Libri-pamphlet assemblati da curatori perspicaci per fare dei classici i nostri compagni di viaggio.
Vivere è parteggiare. Il primo volume della collana Instant Book di Chiarelettere è Odio gli indifferenti di Antonio Gramsci, introdotto da David Bidussa. “Indifferenti” era il titolo di un articolo scritto da Gramsci nel 1917. Le prime parole sono tutte per noi: «Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare». Cittadino come partigiano della sua dignità e quindi della legge. A chi, sbagliando, pensa che il morbo della nostra società sia l’antipolitica, Gramsci spiega che l’indifferenza come l’apatia e il fatalismo è una forma caratteristica di una sensibilità politica molto spiccata: quella che lascia fare, che ci fa curare dei nostri interessi personali e famigliari, abbandonando, scriveva Alexis de Tocqueville, la “larga società” nell’illusione che, così, saremo più liberi e felici. È il costume politico ancora oggi più in voga. Il volumetto intero è uno spaccato della politica dell’indifferenza. Si chiude, molto opportunamente, con alcuni stralci del discorso di Gramsci alla Camera dei Deputati, nel maggio 1925, cinque mesi dopo che Benito Mussolini mise una pietra tombale sulle indagini della magistratura sulle responsabilità sue e delle sue squadracce nell’assassinio dell’onorevole Giacomo Matteotti e sullo stato di diritto. La giustizia, allora come oggi,è lo scoglio sul quale il governo della legge può rovinosamente incagliarsi. Le parole di Gramsci (coraggiose di fronte a un Parlamento di pusillanimi ottusi, incapaci di sentire la gravità del momento) rendono il senso di quella tragedia: «Il fascismo, dunque, afferma oggi praticamente di voler “conquistare lo Stato”». Leggere il discorso è come vedere un film: ogni parola di Gramsci è interrotta da Mussolini e dai suoi uomini. Non lasciar parlare, urlare le proprie ragioni e offendere per togliere ossigeno alla critica. Una strategia che non conosce invecchiamento.
Indifferenza che annulla responsabilità e volontà. Odio gli indifferenti parla del “paese Italia” (paese, non nazione, specifica Gramsci). L’attualità fotografica sbigottisce. Il cittadino indifferente è il free rider, colui che pensa che poiché milioni di altri fanno la loro parte (pagano le tasse o votano), è inutile che egli faccia la sua, tanto nulla cambierà, né in peggio né in meglio; senza pensare che, come in un coro, ogni voce in democrazia è determinante. Ma quando e se le cose vanno a rotoli, e lo Stato si riempie di lestofanti che svuotano l’erario per foraggiare alleati e amici, allora gli indifferenti «piagnucolano pietosamente» oppure «bestemmiano oscenamente» – dopo, però. L’indifferenza è una forza politica che annulla la responsabilità e la volontà, salvo poi accusare di tutto il destino. La raccolta gramsciana è un’illustrazione dell’indifferenza in tutte le sue pieghe, alimentata per esempio da un morboso bisogno di letteratura scandalistica. Era il 1917, l’anno in cui adolescenti di tutte le regioni italiane vennero mandati al macello a Caporetto, e il pubblico dei lettori era alla ricerca di notizie piccanti. «A leggere questi libri pare che l’Italia sia un immenso serraglio di mandrilli in fregola che si atteggiano a sentimentali, quando il sentimentalismo sia la via più facile per raggiungere la meta agognata. Tutte le altre attività della vita, che non siano l’attività amorosa, sembra che non esistano». Cambiano i musicanti, ma la musica è la sempre stessa. –
Tag:contro indifferenza e apatia, violenza verbale, vivere è parteggiare
IL DISEGNO POPULISTA
METTERE IL POPOLO CONTRO LE ÉLITES STRATEGICHE
di CARLO GALLI La Repubblica 29 marzo 2011 — pagina 44 sezione: COMMENTI
L’ossatura dello Stato. Oggi la lotta contro i magistrati; solo ieri è finita la campagna contro i “baroni” universitari. Prima debellati questi – soltanto per i profili più importanti: un po’di piccolo potere locale è loro rimasto – , ora minacciati quelli. Certo, la politica di Berlusconi è soprattutto una storia di salvezza personale: su questo obiettivo si orientano molte delle residue energie del governo. Ma c’è un senso anche nell’attività politica non direttamente riconducibile alle sorti individuali del premier. Ed è un pessimo senso. Che ha come obiettivo principale la riduzione del potere e dell’influenza delle élites tradizionali, cioè di quelle vaste e articolate formazioni di specialisti intellettualmente e professionalmente qualificati che costituiscono l’ossatura di uno Stato e che garantiscono l’interfaccia tra attività di governo e dinamiche della società civile; che sono indispensabili alle strutture d’ordine e alla dinamiche di progresso. Anche se non sono portatori della razionalità stessa dello Stato – come voleva Hegel – , si tratta di ceti dal ruolo strategico, anche nel mondo d’oggi: ogni Paese li produce e li seleziona in modi diversi, secondo storia, caratteristiche e esigenze.
Assicurano la stabilità. In alcune realtà, come la Francia, si tratta prevalentemente di grandi burocrati; in altre, di militari; in altre ancora, come l’Italia, di professori e giuristi. Sono agglomerati istituzionali, o semi-istituzionali, che costituiscono una preziosa riserva di sapere e di potere (o almeno di competenze e di influenza) nella società e nella politica; come una sorta di ossatura, di spina dorsale, del Paese, che, informalmente, ne assicura la stabilità, che ne cura e rinnova gli interessi permanenti. Un interlocutore indispensabile per la politica: non per chiedere privilegi, ma per darle aiuto, per assicurarle coerenza, per istituire con essa una dialettica il più possibile ricca e feconda. Una società democratica, uno Stato liberale, una repubblica minimamente certa di sé, si articolano anche in questa complessità, in questa ricchezza.
Contropoteri deboli. Contro la quale, invece, si scaglia – sistematicamente, coscientemente, coerentemente – la strategia della maggioranza: che infatti non è né liberale né democratica ma populista. E del populismo condivide il timore e il disprezzo per le élites, il risentimento contro il presunto privilegio dei “pochi” che non si presentano come parvenus ma che esibiscono un’appartenenza di ceto, comportamenti dettati non dalla smania di acquisizione o di protagonismo ma dall’ethos e dall’orgoglio professionale, dalla consapevolezza del merito, dalla certezza del dovere. Contro questi “poteri forti”, contro questi “radical chic”, contro questi “aristocratici da salotto”, viene scatenata la massa populista; a cui si additano i professori come indecenti nepotisti, e i magistrati come impuniti persecutori di innocenti; agli uni e agli altri – pur così diversi tra loro, quanto a funzione – deve essere fatta pagare la loro aria di superiorità, il sentore di privilegio che li accompagna. In realtà, quello che devono veramente scontare è di essere un contropotere rispetto al potere politico: un contropotere debole, che chi ha vinto le elezioni – e dunque è in possesso dell’unica legittimità che, secondo il pensiero dominante, possa essere fatta valere – può spazzare via, o almeno intimidire, ridurre a più miti consigli, con una strategia di bastone (molto) e di carota (poca), volta a disarticolare i ceti, a costringere i singoli componenti alla trattativa. La Casta (vera) contro le Caste (presunte).
Ridurre a consumatori massificati. Fare una riforma dell’Università che ponga “al centro lo studente”, istituire la responsabilità civile dei magistrati, sono – nelle condizioni di oggi – solo abili mosse demagogiche che hanno la finalità reale di ridurre all’obbedienza élites riottose. Benché sia vero che nessuna di esse è immune da pecche, anche gravi, la lotta del potere politico non è contro queste, quanto piuttosto contro il ‘sistema’stesso delle élites, i cui membri devono limitarsi a erogare anonimamente un “servizio” tecnico meramente funzionale. Del tutto in linea con questo intento è anche il finanziare la cultura rendendone evidente e sommamente impopolare la fonte – le accise sulla benzina – come per mettere il popolo, le masse, contro i lussi sofisticati e incomprensibili dei “pochi”. E perfino la lotta contro i metalmeccanici – quel che resta dell’aristocrazia operaia – è interpretabile, oltre che nelle sue connotazioni più ovvie, anche all’interno del medesimo disegno di riduzione tendenziale della società a uno spazio liscio, disorganizzato, abitato da consumatori massificati, in cui emerge solo il potere plebiscitario di chi ha vinto le elezioni, più qualche folkloristico campanile a rappresentare le “radici” del popolo.
Unica élite ammessa, a scopi meramente funzionali e, com’è giusto, rigorosamente individuali: gli avvocati difensori. Questo è un problema per l’oggi e per il domani, durante Berlusconi e dopo Berlusconi: qualcuno, un po’ lungimirante (se c’è), dovrà pure cominciare anche a pensare in termini di ricostituzione delle élites, cioè di saperi e competenze che a partire da una specifica professionalità sappiano costituire l’ossatura generale del Paese. E intanto, per favore, coloro che stanno realizzando questa Italia invertebrata, almeno non si definiscano liberali. –
Tag:élites culturali, contropoteri deboli, ossatura dello Stato, ridurre a consumatori massificati
CONVIVENZA E SOLIDARIETÀ PRINCIPI INSEPARABILI E NON NEGOZIABILI
di ANDREA MANZELLA La Repubblica, 18 marzo 2011 — pagina 50 sezione: COMMENTI
Convivenza degli opposti. “Unità e Costituzione” non fu solo la felice formula politica degli anni tumultuosi della tessitura italiana. Furono anche le parole che resero possibile il nostro Risorgimento. Esse dettero infatti alla vicenda italiana il significato di una progressiva conquista di libertà. Legarono perciò l’identità del nuovo Paese non al fatto territoriale di una serie di annessioni nazionalistiche, ma al grande movimento liberale che attraversava l’Europa. In questo senso la nostra identità fu un fatto “europeo” prima ancora che nazionale-italiano. “Noi credevamo”, allora, in quelle due parole. Anche quando le speranze di farcela erano assai poche. Furono quelle anzi le parole che permisero la creazione di uno spazio, piccolo ma decisivo, di convivenza degli opposti: monarchici e repubblicani; cattolici e laici; ceti “ristretti” e classi popolari. Il nostro “mondo di vita” nazionale prendeva le forme istituzionali di una comunità democratica. Fu, dunque, il nostro, fin delle origini, un “patriottismo costituzionale”.
Costituzione come bussola. Quando, con il fascismo, quella formula si ruppe, quando ci fu la scissione tra il valore dell’unità statale e i valori costituzionali, venne meno la stessa identità del Paese. Si deformò il suo “volto” originario in cui tutti si erano riconosciuti. Lo Stato “illiberale” fu l’anti-Italia, nonostante l’ossessivo richiamo all’idea di nazione. La perdita della “legge-fondamentale”, come bussola e ragione della cittadinanza, determinò la secessione silenziosa di tutti quegli italiani che si sentivano tali perché c’era stato il Risorgimento. Essi videro nello Stato fascista uno Stato straniero e lontano. Ne poterono cogliere persino il gigantesco tentativo di modernizzazione integrale dello Stato, che si propagò fuori d’Italia con imitazioni che presto superarono l’originale. Ma videro anche nella distruzione del nucleo di democrazia liberale non una svolta politico-istituzionale, ma un ritorno alla disunione italiana. Le leggi razziali resero ancor più profonda la separazione dell’Italia da se stessa: più di quanto non fosse stato nell’Italia divisa “in tanti Staterelli”.
La Costituzione del 1948. Ed è certo nella logica profonda della nostra storia il ritorno del motto “Unità e Costituzione” come formula di coesione della Resistenza: in questa luce, perciò, nuovo Risorgimento e nuova riunificazione. Anche allora, infatti, unità volle dire non solo ricongiunzione territoriale tra Nord e Sud, materialmente separati dalla linea della guerra. Ma volle significare anche il ritorno alle libertà concrete e alle loro garanzie. “La Costituente o il caos” si disse allora: e furono anche esse parole fortunate di re-identificazione nazionale. Perché solo un nuovo costituzionalismo poteva garantire contro i rischi di nuova tirannia. Solo esso poteva ricreare l’unità d’Italia. La Costituzione del 1948 fu soprattutto questo: la riunificazione dell’Italia in un moderno ordine delle libertà, tutelato da contropoteri che non c’erano quando era prevalso il fascismo. Il referendum popolare contro le manomissioni costituzionali. Il Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento nazionale e da delegati delle assemblee regionali; e perciò affidatario della Carta costituzionale. La Corte costituzionale: “giudice delle leggi”e della loro osservanza verso la Costituzione. Le Magistrature indipendenti: come prima linea di difesa dei diritti fondamentali dei cittadini.
Potere limitato . Fin dal primo articolo della Carta fu pressante questa necessità della limitazione del potere pubblico, anche quando esso proveniva da libera elezione: “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ma questa idea del “potere limitato” (che già era stato, cinque secoli prima dell’antico “repubblicanesimo” italiano) non paralizzò certo i governi di allora. Essi stimolarono, accompagnarono, esaltarono il grande miracolo sociale italiano degli Anni 50 e 60, che si studia oggi nei libri di economia politica (eppure già in Costituzione vi era quell’articolo 41, in questi giorni ridicolmente imputato di ostacolare la “crescita”). Ma la Costituzione repubblicana volle tutelare l’unità d’Italia non solo contro la spaccatura che sempre reca l’assolutismo del potere incontrollato. Non fu solo, non è, una Costituzione “contro” i pericoli di disunione. La sua essenza è di essere una Costituzione “per” l’unione, con legamenti che formano la sua trama.
Nucleo identitario delle libertà. Con le filature più visibili: in quell’articolo 3 che “richiede” a tutti “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. In quell’articolo 120 posto a tutela “dell’unità giuridica”, dell’”unità economica” e “dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”. Con la cucitura finale, in quell’articolo 139, che dichiara immutabile la “forma repubblicana”: la “forma”, cioè dell’intero tessuto di libertà e di solidarietà, di poteri democratici e di contro-poteri costituzionali in cui, da sempre, è il concetto storicamente italiano di “repubblica”. Ma i pericoli di disunione attraversarono anche la Repubblica costituzionale, nata nel 1948. Quando la “cortina di ferro”, rompendo l’Europa in due appartenenze, dettò il clima di una “guerra civile fredda” fra gli italiani. Ancora una volta la frattura fu sul nucleo identitario delle libertà: prima che il ritrovamento della “via nazionale” significasse, in realtà, il rientro delle masse comuniste nell’identità storica italiana.
Solidarietà costituzionale. Oggi, come per un immutabile destino della nostra storia, dalla riflessione sull’unità è inscindibile quella sullo stato della Costituzione. Ancora una volta la percezione dei rischi per l’unità nazionale è intimamente intrecciata a quella dei pericoli per le libertà costituzionali. Le spinte secessioniste, con il rifiuto anche dei simboli dell’unità, con un federalismo opaco e ambiguo, non preoccupano per il loro richiamo fuori dal tempo a piccole patrie territoriali. Preoccupano, soprattutto, per il rifiuto dei vincoli costituzionali di solidarietà. Così come l’attacco ai contro-poteri istituzionali non preoccupa, per la sua evidente, e persino farsesca, finalità di copertura di un meschino pre-potere personale. Preoccupa perché comporta in sé la disunione degli italiani: separati, anche questa volta, dal falso mito che il consenso popolare permetta l’uso illimitato del potere pubblico.
Non negoziabile. Nella nostra storia, il peccato più grande contro l’Italia è quello, ricorrente, di contrapporre democrazia a Costituzione. Di ignorare il Parlamento o, peggio, di costringerlo alla menzogna di regime. Di rompere così il nesso originario della fondazione unitaria su una base di libertà. Di costringere all’esilio morale gli italiani “patrioti della Costituzione”. Non è, come si vede, un peccato negoziabile. L’intransigenza nasce dalle nostre origini ed è più forte, certo, di ogni opposizione politica. Per questo, fuori d’Italia, la nostra unità ha avuto un valore reale solo quando è stata unità costituzionale. Senza, ci fu – c’è sempre – il rischio di tornare ad essere solo “espressione geografica”. Ecco perché gli europei ci chiedono, nei giorni che sembra smarrita questa nostra ragione nazionale: “ma come fate?”. –
Tag:convivenza degli opposti, costituzione come bussola, nucleo identitario delle libertà, potere limitato, solidarietà istituzionale
IL CAVALIERE-MAMMA CHE COCCOLA GLI ITALIANI
LA SINGOLARE TESI DI UN NUOVO LIBRO DI PSICOLOGIA POLITICA
di FILIPPO CECCARELLI La Repubblica 16 marzo 2011 pagina 64 sezione: CULTURA
Fine di un sogno. Sta finendo, ma ci mancherà. Raro caso di nostalgia preventiva quello che domina l’ultimo saggio che a Berlusconi ha dedicato Alessandro Amadori, psicologo e demoscopo della politica nonché vincitore di telequiz in gioventù. A nove anni dal successo di Mi consenta (Scheiwiller, 2002), trapezista dell’immaginario applicato al potere, pubblica un piccolo libro abbastanza scandaloso, onesto e terribile nel suo genere, proponendo una tesi che diffonde sulla recente storia italiana un carico di realistica ambiguità. Lo scandalo di Madre Silvio (Mind, pagg.188, euro 15) non sta tanto nella diagnosi sull’agonia del berlusconismo. Il caso Ruby ha definitivamente inceppato la macchina narrativa. Basta confrontare l’opuscolo spedito per posta agli elettori nel 2001, Una storia italiana, con le intercettazioni delle ingrate “olgettine” per verificare la fine del sogno e dell’energia, lo smarrimento del progetto, la solitudine dell’uomo che a carissimo prezzo acquista una moltitudine di amichette per mettere in scena la parodia di Eros, anticamera giocherellona di Thanatos (pulsione di morte, ndr).
Tutto si perdona a una madre. Ma se pure la crisi, prima che politica, è umana ed esistenziale, lo scandalo sta in una visione pacificata dell’avventura berlusconiana che non merita sarcasmo, né rancore, tantomeno indignazione, semmai un atteggiamento di sapiente distacco. Perché proprio nella sua fase terminale- pur con la dovuta messa di mano avanti – Amadori invita a riconoscere ciò che in questi anni il Cavaliere ha significato in Italia: un elemento di sintesi, un collante psicologico, un efficace bersaglio d’identificazione, una nuova lingua, un’antica forma di potere nazionale ripristinata (la Signoria), e poi una sicura garanzia di spettacolo, un ottimo capro espiatorio, per certi versi addirittura un’abitudine. Ma specialmente Berlusconi ha rappresentato un fattore tutto particolare, qualcosa che evoca cura, protezione, indulgenza, accudimento, sacrificio. E qui, scandalo nello scandalo, si sviluppa l’idea chiave di Madre Silvio. E cioè che nel profondo della relazione affettiva con l’elettorato Berlusconi ha finito per svolgere un ruolo materno; che al di là di ogni ricorrente dichiarazione sul suo essere “un padre di famiglia”, l’inconfessato codice del suo potere è in realtà quello di una mamma nei confronti di un bimbo piccolo che si lamenta; e che proprio questo doppio legame, più che la traballante distinzione tra sfera pubblica e comportamenti privati, lo ha reso così a lungo immune dalla sua stessa deriva autodistruttiva- poiché tutto si perdona a una madre.
Marketing emozionale. Va da sé che al netto delle diagnosi selvagge il tramonto delle ideologie apre autostrade alle indagini degli psicologi. Alla sua tesi Amadori giunge per illuminazioni. C’entrano, in ordine sparso, versi di García Lorca, una stagista di nome Krizia, e le stelle che brillano nel cielo d’estate, una massima Zen, paesaggi lombardi sotto la pioggia, archetipi vibranti, ricordi del servizio militare, il cane “Fulmine”, principi alchemici, una canzone di Gino Paoli, oltre a una indubbia conoscenza del marketing emozionale. Ma l’esito dello zuppone, alla fine, è tutt’altro che scontato e sgradevole. Vero è che il riconoscimento del volto femminile del Cavaliere è questione su cui già altri erano approdati (Gundle, Dominijanni, Cordelli, Belpoliti).
Ossessione iper-machista. Ma nessuno finora si era spinto a teorizzare con argomenti piuttosto convincenti l’ipotesi che l’ossessione iper machista, oltre a riempire un buco dell’anima, sia più che altro una copertura esteriore, uno schermo segreto, una “formazione reattiva” a un bisogno profondo e quasi certamente inconscio di accudire maternamente e quindi in realtà di essere accudito. Di qui si parte, dunque, per rotolare affannosamente fino alle infermiere in autoreggenti del bunga bunga – mentre per le sexy-poliziotte con le manette, pure presenti ai mortiferi festini, la faccenda si fa già più complicata da interpretare. Ma pur con tutto il guardonismo possibile e colpevole, non è più questo il punto in un incantesimo che giorno dopo giorno, madre bianca o madre nera che sia, comunque va perdendo anche solo la speranza di un happy end.–
Tag:fine di un sogno, marketing emozionale, ossessione iper-machista, tutto si perdona a una madre
CROCEFISSO, UN PAESE A LAICITÀ LIMITATA
UNA DISCUTIBILE SENTENZA CHE PONE DUBBI SULLA NEUTRALITÀ DELLE NOSTRE ISTITUZIONI
di CHIARA SARACENO La Repubblica 15 marzo 2011 — pagine 1 e 35
La Cassazione ha depositato la sentenza con cui conferma la rimozione del giudice di pace di Camerino che rifiutava di tenere udienza in tribunali dove c’è il crocifisso. Il giudice Luigi Tosti considerava la presenza di questo, unico, simbolo religioso una lesione della libertà di coscienza dei cittadini, particolarmente grave perché attuata in un luogo – il Tribunale – dove l’uguaglianza, la non discriminazione, la neutralità di fronte agli orientamenti di valore dovrebbero essere proclamati in modo esplicito. Non entro in merito alla correttezza della decisione relativa al giudice “obiettore”, ovvero al giudizio di non legittimità circa il suo rifiuto ad esercitare i suoi obblighi professionali in circostanze da lui considerate inaccettabili non solo per sé, ma per i cittadini. Mi auguro solo che tale rigore venga esercitato anche nei confronti di quei medici o farmacisti che, in nome delle loro opzioni di valore, si rifiutano di prescrivere o vendere la pillola del giorno dopo.
Due definizioni. È la motivazione della sentenza che trovo inaccettabile per ciò che dice non sul giudice, ma sul rispetto della libertà di coscienza dei cittadini e sulla laicità delle istituzioni pubbliche. I giudici della Suprema Corte, infatti, da un lato propongono una duplice definizione di laicità: una per addizione (pluralismo di riferimenti religiosi) e una per sottrazione (assenza di riferimenti). Laddove è solo la seconda che configura un atteggiamento laico, specie nello spazio pubblico: che deve essere per definizione neutrale in un contesto non solo di pluralismo religioso, ma anche di persone che non hanno alcun riferimento religioso. Dall’altro lato, i giudici affermano che «la presenza di un Crocifisso può non costituire necessariamente minaccia ai propri diritti di libertà religiosa per tutti quelli che frequentano un’aula di giustizia per i più svariati motivi e non solo necessariamente per essere tali utenti dei cristiani». La contorta formulazione «può non costituire necessariamente minaccia» lascia di fatto aperta la possibilità che, invece, per alcuni o per molti, la costituisca, il che dovrebbe preoccupare chi ha la responsabilità di garantire l’imparzialità.
Senza dimostrazione. Soprattutto, la Corte non offre elementi a dimostrazione che l’esposizione del crocifisso in un’aula di tribunale non lede «necessariamente» la libertà di coscienza dei non cristiani. Afferma semplicemente che è così, con buona pace di chi viceversa si sente leso nella propria libertà. Lo Stato, la Suprema corte, non se ne preoccupano. Tanto meno stanno dalla sua parte. Si limitano a dirgli che si sbaglia. Con la sua affermazione, più che rovesciare l’onere della prova su chi percepisce la presenza di un simbolo religioso come una lesione alla neutralità dello spazio pubblico, la Corte ha sottratto lo stesso terreno del contendere. Una ennesima conferma che siamo un Paese a laicità limitata.-
Tag:laicità per addizione o sottrazione, sentenza senza dimostrazione
L’INDIGNAZIONE NECESSARIA
di GUIDO CRAINZ La Repubblica 14 marzo 2011 — pagina 1 e 30
Neppure l’oppositore più prevenuto avrebbe potuto attribuire a Berlusconi le parole che ha realmente pronunciato presentando il suo progetto sulla giustizia: con questa legge – ha detto – non vi sarebbero mai state le indagini di Mani pulite. In altri termini, non sarebbe mai stato rivelato ai cittadini il degrado etico-politico che ha portato all’agonia e al tracollo della “Prima Repubblica”. Il premier ha aggiunto: desidero questa legge dal 1994. Cioè dal momento in cui il suo populismo antipolitico ha potuto affermarsi sulle macerie di un sistema partitico minato dalla corruzione e incapace di rinnovarsi. Perché Berlusconi ha voluto e potuto proclamare ad altissima voce opinioni e propositi che anni fa sarebbero stati vissuti dal sentire comune del Paese come un vero e indecente vulnus? Perché, anche, ha fatto una dichiarazione di guerra così aperta alla magistratura e alla Costituzione proprio alla vigilia di processi che ha tentato di evitare in tutti i modi e con tutti i lodi possibili, entrando in ripetuto conflitto con la Corte Costituzionale e con la Presidenza della Repubblica (con Ciampi prima, e con Napolitano poi)?
Riabilitazione della corruzione politica. Si tratta di una vera prova di forza – favorita dal dissolversi di una possibile “destra diversa” e dall’ormai cronico stato di confusione del centrosinistra – o è l’escalation di una pericolosissima debolezza? Il progetto proposto è senza dubbio una “contro-riforma incostituzionale”, come ha scritto Massimo Giannini, basata sul predominio del potere politico sul potere giudiziario, in dispregio di quell’equilibrio fra poteri che è alla base di ogni Costituzione democratica. Se avesse una maggior dimestichezza con la storia patria Berlusconi forse evocherebbe, nelle sue ville e nelle sue feste, quell’articolo dello Statuto Albertino secondo cui “la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo Nome dai Giudici ch’Egli istituisce”. In questo scenario la riabilitazione della corruzione politica degli anni Ottanta – di questo si tratta – ha il senso di un atto simbolico interamente proiettato sul presente e sul futuro. E ha trovato, al solito, incauti ed entusiasti seguaci.
Salto qualitativo della corruzione. L’entusiasmo ha reso un pessimo servizio al direttore de “Il Giornale”, che ha iniziato un suo editoriale di damnatio della magistratura evocando addirittura il 1974 ed attaccando frontalmente l’allora magistrato Luciano Violante, reo d’aver incriminato per tentato golpe Edgardo Sogno. “Una bufala”, scrive elegantemente Sallusti. Peccato che lo stesso Sogno poco prima di morire abbia ammesso che l’accusa era pienamente fondata, e abbia affidato la sua testimonianza a un libro scritto con Aldo Cazzullo (è stato pubblicato dieci anni fa dalla Mondadori e ristampato di recente: il direttore del “Giornale” non dovrebbe avere difficoltà a procurarselo). In quello stesso 1974 alcuni giovani pretori portavano alla luce le tangenti petrolifere e documentavano in modo inoppugnabile un salto di qualità decisivo della corruzione: non più somma di episodi ma metodo, con percentuali concordate e procedure sempre più “istituzionalizzate”. Scavò qui la talpa del degrado – non della rivoluzione, come avrebbe voluto il vecchio Marx – che portò alla crisi del “sistema dei partiti”, e gli anni Ottanta furono il decennio della sua escalation. Una escalation che era sembrata allora tanto evidente quanto inarrestabile, ampiamente documentata dai processi che progressivamente si allargarono alle più differenti parti del Paese.
Tangenti come fine della politica. Era il 1984 quando un vicepresidente della Camera, di solida appartenenza democristiana, dichiarava: “Hanno reso fiorente la cultura della tangente tanto da farne la ragione di ogni attività politica”. E negli anni successivi i principali quotidiani, con parole sempre più attonite e convergenti, ebbero a segnalare appunto l’affermarsi della tangente come “taglia permanente, tassa di cittadinanza”, o di un potere “che incombe come fardello imposto alla società sotto forma di lottizzazioni e tangenti”. O, ancora, l’”incrociarsi della corruzione dall’alto e di quella dal basso”. Di fronte alla realtà che le indagini rivelavano, Norberto Bobbio scrisse che una fine così miseranda della “Prima Repubblica” era l’espressione del fallimento di tutta una nazione. Non del solo ceto politico: dell’intero Paese.
Omertà di partito. L’incapacità di interrogarsi su quel nodo, la volontà di autoassolversi (un tratto non effimero della nostra storia) favorirono una rimozione profonda, e grazie ad essa fece progressivamente le sue fortune il progetto berlusconiano di imporre nuove e più solide forme di impunità. Un progetto sempre più esplicito e sempre più condiviso all’interno del centrodestra, i cui esponenti hanno dichiarato a più riprese nell’ultimo periodo: Berlusconi non farà la fine di Craxi perché, a differenza del Psi, il Pdl farà muro. Hanno cioè dichiarato: la salvezza del premier non risiede nella sua innocenza ma nella salda omertà di un partito in cui le “cricche” sono diventate cemento e ragion d’essere. Su un punto il premier ha ragione: il rovesciamento incostituzionale che oggi vuol portare a termine è stato preparato in un lunghissimo scorrere di anni. E non sarebbe stato possibile senza gravissimi errori compiuti dal centrosinistra negli anni stessi in cui ha governato.
Illusione di normalizzare Berlusconi. Non fu rimosso allora il conflitto di interessi, destinato così a ingigantirsi, e – ancor di più – vi furono vistosi cedimenti di fronte ad una offensiva che si basava sugli stessi cardini del disegno di legge attuale: l’attacco alla obbligatorietà dell’azione penale e la subordinazione della magistratura al potere politico. Fu questa offensiva ad avere troppo larghi spazi nella Commissione Bicamerale, favorita dalla insipiente illusione del centrosinistra di “normalizzare” Berlusconi (e il berlusconismo). Nel momento stesso in cui affossava la Commissione il Cavaliere andò a dire a un convegno dei giovani industriali: fino a quando il potere politico non diventerà il “dominus” dell’azione giudiziaria non si potranno fare riforme in Italia (lo sottolineava con chiarezza su questo giornale Eugenio Scalfari: era il 1998).
Il pericolo dell’indifferenza. Il progetto oggi giunge a termine, e anche oggi intreccia obiettivi concreti e atti altamente simbolici: atti destinati comunque a lasciare il segno, a scavare a fondo in un terreno che è diventato sempre più friabile, perlomeno nelle stanze della politica. E il vero bersaglio, come nei recenti (o recentemente reiterati) attacchi alla scuola pubblica, è l’essenza stessa della Costituzione. Alcuni anni fa Christoper Lash osservava che nel mondo contemporaneo la democrazia corre seri rischi non tanto per intolleranza quanto per indifferenza. In Italia, oggi, non è più solo così: intolleranza e arroganza del potere non sembrano avere limiti, e solo la fine dell’indifferenza potrà porvi rimedio. Solo la difesa intransigente di principi e valori irrinunciabili. –
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UNA LEGGE AD CASTAM
LA RIFORMA COSTITUZIONALE DELLA MAGISTRATURA NASCONDE SECONDI FINI E DIFFICOLTÀ DEL GOVERNO
di MASSIMO GIANNINI La Repubblica 11 marzo 2011 pagine 1 e 45
Contro-riforma incostituzionale. La giustizia italiana, per poter esser davvero utile ai cittadini, aveva bisogno di tutto. Ma non certo di questa «rivoluzione» celebrata con un evviva dal capo del governo. Quella approvata ieri a Palazzo Chigi non è una «riforma epocale», ma una «contro-riforma incostituzionale». Un manifesto ideologico, che riscrive tredici articoli della Carta del ‘48, stravolge i principi che hanno retto le istituzioni della Repubblica, ribalta gli equilibri che hanno garantito il bilanciamento tra i poteri dello Stato. È vero. Almeno per il momento, nel pacchetto-giustizia licenziato ieri a Palazzo Chigi c’è una rottura significativa con il passato: non contiene norme «ad personam», con le quali il presidente del Consiglio si cuce addosso un salvacondotto personale. Ma non per questo è meno dirompente. Al contrario: questa è una riforma «ad castam», con la quale un’intera classe politica pretende di cucirsi addosso un salvacondotto collettivo. Lo dice lo stesso Berlusconi, una volta tanto sincero, nella conferenza stampa con la quale cerca di spiegare la «filosofia» di questo «punto di svolta», come l’ha chiamato: «Questo cambiamento, se fosse stato introdotto vent’anni fa, avrebbe evitato l’esondazione, l’invasione della magistratura nella politica e quelle situazioni che hanno portato nel corso della storia degli ultimi venti anni a cambiamenti di governo, a un annullamento della classe dirigente nel ‘93».
Impedire la scoperta del malaffare. Questa, per ammissione del suo stesso ispiratore, è dunque la «ratio» della riforma. Un complesso di «regole» che avrebbero impedito ai giudici di Mani Pulite di scoprire Tangentopoli. Avrebbero impedito al pool di Milano, sia pure tra alcuni errori e qualche eccesso, di scoprire il malaffare endemico del ceto politico della Prima Repubblica. Avrebbero impedito alle procure di indagare allora sui reati commessi da Berlusconi-imprenditore, e oggi su quelli commessi anche da Berlusconi-premier. Avrebbero impedito ai pubblici ministeri di condurre inchieste «pericolose», da Cosentino a Cuffaro, da Verdini a Tedesco. Questo, a dispetto delle chiacchiere del premier che parla di «un testo organico che non è contro nessuno», è il vero impianto ideologico e psicologico della controriforma berlusconiana: una vendetta postuma nei confronti della magistratura.
Magistratura sotto controllo. Tutto, in questo presunto «testo organico», tradisce l’intenzione di una rivincita del potere politico (che viene sovra-ordinato e irrobustito) sul potere giudiziario (che viene ridimensionato e intimidito). L’esercizio obbligatorio dell’azione penale risulta fortemente limitato e ricondotto nell’alveo delle priorità stabilite dal governo (attraverso la legge ordinaria) e dal Guardasigilli (attraverso la sua relazione annuale alle Camere). Il Csm è smembrato e cessa di essere organo di «autogoverno» della magistratura, per diventare organo «sotto il controllo» del governo, attraverso la modifica della proporzione tra membri togati e membri eletti. La polizia giudiziaria è sostanzialmente sottratta al coordinamento delle procure e assegnata alle cure del ministero dell’Interno. La politica riafferma così il suo «primato» sulla giurisdizione. Non c’è più «check and balance» tra i poteri dello Stato, non c’è più un sistema di garanzie reciproche, come dispone la Costituzione. C’è un potere che sovrasta l’altro. E questo è tutto. Allora, se questo è il senso dell’operazione, non serve che ci sia un altro «scudo processuale» nascosto tra articoli e commi della riforma, per considerarla comunque dannosa e pericolosa.
Nulla per accelerare i processi. «Se non ora, quando?», chiede con vaga ironia Alfano, per giustificarne l’urgenza. Il ministro mente sapendo di mentire. Per essere politicamente sostenibile, una riforma costituzionale così vasta si presenta all’inizio della legislatura, discutendola con i magistrati e condividendola con l’opposizione. Non viene approvata in tutta fretta da un governo che cerca disperatamente di galleggiare per un altro anno e mezzo, illustrandola poche ore prima al Capo dello Stato e sbattendola in faccia alle toghe e al Parlamento. Per essere credibile, una riforma «di sistema» così devastante si prepara al riparo dalle contingenze processuali del presidente del Consiglio. Non viene lanciata nel fuoco della battaglia mortale che l’esecutivo sta conducendo contro il giudiziario. C’è un problema «tecnico», da chiarire una volta per tutte. Nessuno difende «a priori»i magistrati: anche le toghe hanno sbagliato e sbagliano. E nessuno si sogna di difendere lo status quo: il nostro sistema giudiziario fa acqua da molte parti, in termini di efficienza, di rapidità e spesso anche di equità. Ma non è questa la riforma che serve agli italiani, costretti ad aspettare quasi cinque anni per avere una sentenza civile e oltre otto per avere una sentenza penale. In questo pacchetto non c’è nulla che renda più veloci e più «giusti» i processi. Non c’è l’intenzione di aiutare i cittadini. C’è solo la tentazione di punire i magistrati.
C’è un nodo politico, da sciogliere una volta per tutte. Nessuno crede al «ravvedimento» improvviso del Cavaliere. Con una mano offre all’opinione pubblica e al Parlamento un pacchetto-giustizia che, in apparenza, riguarda tutti e non più lui. Ma cosa nasconde nell’altra mano, nessuno lo sa né lo ha capito. Viene ricalendarizzata la legge sul processo breve, si continua a parlare di immunità parlamentare, si ventilano ipotesi di norme sulla prescrizione ridotta per gli incensurati. Su questa zona d’ombra, che si espande ai margini della «riforma epocale», va fatta luce e va chiesta chiarezza. Troppe volte il Cavaliere ci ha abituato ai suoi bluff, ai suoi blitz, ai suoi doppi e tripli giochi.
Fa finta di governare. In questa chiave, davvero si fatica a comprendere il solito dibattito surreale che si sviluppa nell’opposizione, sospesa tra l’«arroccamento» e il «dialogo». Si dice, a sinistra: stavolta non possiamo non andare a vedere le carte. Che significa? Alcune carte, come abbiamo appena detto, sono ancora coperte, e su questo sarà bene sospendere il giudizio e vigilare. Ma altre carte le ha messe ieri sul tavolo il governo. L’opposizione (pre o post-bicameralista che sia) è in grado di dire con franchezza se questa è la riforma della giustizia che serve al Paese oppure no? Ed è in grado di dire se è sensato oppure no un confronto con la maggioranza su questo testo-monstre di revisione costituzionale, che richiederebbe comunque ben quattro letture parlamentari e poi un sicuro referendum confermativo? Con un po’ di buon senso, e un po’ di onestà intellettuale, non è difficile rispondere a queste domande. La riforma «ad castam», inventata dal governo per far finta di governare, può anche vellicare qualche suggestione «bipartisan». Ma non vedrà mai la luce, perché questo centrodestra non ha più né il tempo né la forza per farla passare. E questo, in fondo, è il suo unico, ma grandissimo «pregio».
m.giannini@repubblica.it –
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LE PROCURE SOTTO TUTELA
LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA IN CONTRASTO CON I PRINCIPI DELLA COSTITUZIONE E DELL’UE
di BARBARA SPINELLI La Repubblica 09 marzo 2011 pagg. 1 e 32
Regressione. Quando giudichiamo il conflitto fra potere politico e giustizia, conviene sempre alzare gli occhi, guardare oltre i nostri confini, usare la memoria, per capire se davvero chi governa ha in mente una soluzione che migliora le cose o una regressione formidabile, dissimulata dietro finte promesse. La riforma della giustizia che Berlusconi proporrà giovedì è un caso esemplare, e se suscita tante apprensioni è perché non scioglie ma accentua i conflitti tra poteri pubblici, e anzi vuol devitalizzare parte di questi poteri. È una riforma che non perfeziona ma disprezza il nostro patrimonio giuridico, e l’idea che i poteri debbano esser molti perché non predomini uno solo. È una regressione che non solo mortifica la Carta costituzionale ma è in aperta contraddizione con princìpi giuridici che l’Unione europea chiede agli Stati di rispettare. Spesso la regressione avanza in tal modo: presentandosi come rivoluzionaria. È osservando quel che accade in Francia che l’impressione di un indietreggiamento italiano si conferma vistosamente. Negli ultimi due mesi il malcontento dei magistrati francesi si è inasprito, e il loro obiettivo, non nuovo, si è fatto più che mai nitido: liberare infine pm e procure dal potere politico.
Impoverimento della memoria. Succede così che il patrimonio italiano divenga un traguardo, nel preciso momento in cui Berlusconi vorrebbe ridurre l’indipendenza dei magistrati dalla politica. Se prima in Europa eravamo considerati all’avanguardia, nella separazione dei poteri, oggi rischiamo di trovarci in coda. Una miopia radicale verso il mondo, e l’indifferenza al peso che l’Europa ha nelle nostre vite (con le sue leggi vincolanti) sono alla radice di quello che può divenire un grave impoverimento: giuridico, democratico, della memoria. Alla base di questa miope indifferenza c’è una doppia fallacia. Prima fallacia: l’idea che in democrazia la sovranità si concentri tutta sul popolo, che elegge governi e parlamenti non sottoposti al vaglio di poteri terzi. Seconda fallacia: la finzione di una sorta di autarchia giuridica e politica dello Stato-nazione, e l’ignoranza di un’Europa già in parte federale, che esercita sovranità parallele a quelle degli Stati grazie a leggi, politiche comuni, costumi democratici concernenti anche la separazione dei poteri.
L’idea che solo uno sia il potere decisivo – il popolo – è spesso scambiata con la democrazia ma non lo è, e l’Europa s’è unita con questa consapevolezza. L’illusione monolitica è un’eredità del 1789 – meglio: della sua estremizzazione giacobina, nazionalista – e spiega lo speciale malessere francese. Nella tradizione giacobina la giustizia non è un istituto indipendente, nonostante l’articolo XVI della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: è l’arma del popolo sovrano, dell’esecutivo che esso elegge. Qui è il suo vizio d’origine, e ancor oggi il pubblico ministero francese non è al servizio di tutti ma mantiene un rapporto di dipendenza dal governo.
Autonomia dei p.m. I magistrati riformatori in Francia non si limitano a invocare autonomia completa, ma si battono perché il paese interiorizzi la democrazia costituzionale di cui l’Europa è levatrice. È in questo quadro che reclamano un’autentica Corte costituzionale, e soprattutto l’indipendenza del pubblico ministero. Spetta a quest’ultimo l’obbligo di esercitare l’azione penale, come imposto dall’articolo 112 della nostra Costituzione: non alla politica, come accade a Parigi e come Berlusconi vorrebbe in Italia. Il 15 dicembre scorso la Corte di cassazione francese, interpellata sulla custodia cautelare, ha giudicato che «il pubblico ministero non è un’autorità giudiziaria indipendente», visto che “non garantisce l’indipendenza e l’imparzialità prescritte dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, e dalla Convenzione Ocse sulla corruzione. Non a caso chi auspica l’autonomia dei pm comincia, in Francia, col cambiare le parole costituzionali. Nel titolo VIII appare l’”autorità giudiziaria”. Molti (tra loro l’associazione Terra Nova, in un recente rapporto) esigono che il termine autorità sia sostituito da “potere giudiziario”.
Durevolezza della giustizia. Con secoli di ritardo Parigi riscopre dunque la separazione dei poteri di Montesquieu, si libera del giacobinismo, è stanca di ridurre la democrazia al suffragio universale: «In Francia – dice il rapporto di Terra Nova – la giustizia non è più il potere indipendente, guardiano della libertà individuale, descritto da Montesquieu. È sotto tutela dell’esecutivo». Tanto più è soggetta «all’influenza di interessi privati e partigiani. È una giustizia parziale, a due velocità: clemente verso chi è protetto dall’esecutivo, sempre più speditiva verso chi non è protetto». È pensando con severa memoria la propria storia che i magistrati francesi si ribellano. Solo una Corte costituzionale e un pubblico ministero indipendenti possono divenire punti fermi, più durevoli delle mutevoli maggioranze. I governi sono mortali, in democrazia. Non la Costituzione e la giustizia.
Esperienze europee. Non è solo la storia nazionale a entrare in gioco, abbiamo visto, ma l’Europa che delle varie memorie ha fatto tesoro, trascendendole. È quest’ultima a preconizzare una giustizia più indipendente, prescrizioni non di comodo, infine la riforma più desiderata dagli italiani: processi più brevi per tutti, non per uno o per pochi. In particolare – lo ricordano da anni il giurista Bruno Tinti e Marco Travaglio – l’Europa chiede che le carriere del giudice e del pm non siano separate: che «gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa», per «la similarità e complementarietà delle due funzioni» (raccomandazione della Commissione anticrimine del Consiglio d’Europa, 30-6-00).
P.M. non di parte. Nella riforma Berlusconi sono assenti queste norme costituzionaliste, ed è il motivo per cui di regressione si tratta. L’obiettivo è mettere le procure sotto tutela politica, duplicare il Consiglio superiore della magistratura neutralizzandolo, staccare la polizia giudiziaria dai pm assoggettandola al solo potere politico (forse la misura più pericolosa, perché in tal modo il governo ha in mano le chiavi per chiudere e aprire un processo penale). Ed è separare le carriere del pm e del giudice per degradare il pm a “avvocato dell’accusa”, più vicino per cultura all’avvocato della difesa che al giudice: mentre con l’ordinamento attuale il pubblico ministero è tenuto a considerare anche gli elementi a discarico, non solo quelli a carico dell’imputato. Qui è la ragione prima per cui separare le carriere è un rischio. È un vero insulto ai Pm, spiega Tinti: “Il Pm tutela gli interessi della collettività, l’avvocato quelli del suo cliente. Per il Pm non è importante che l’imputato venga condannato; è importante che il colpevole venga condannato. L’avvocato difensore, lui sì, è uomo di parte”, avendo per obbligo quello di “far assolvere il cliente oppure fargli avere la pena più ridotta”.
Fuori dai parametri europei. Quel che ci si domanda è come mai l’Europa, pur avendo leggi e princìpi, conti così poco. In realtà essa difende i princìpi con estrema forza prima dell’adesione: i candidati devono avere giudici indipendenti e separazione dei poteri (se l’Italia fosse oggi candidata, certo non entrerebbe). Questo dicevano i criteri di Copenhagen fissati nel ‘93 per l’ammissione dei paesi dell’Est: i criteri non erano solo economici (esistenza di un’affidabile economia di mercato) ma anche politici e giuridici (presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, stato di diritto, diritti dell’uomo, rispetto-tutela delle minoranze). Ancor più stringenti sono i criteri nel caso della Turchia. Con i paesi che sono già nell’Unione, invece, l’Europa è intimidita, inerte. Varcata la porta d’ingresso solo i parametri economici pesano, diventando addirittura un ombrello che ripara gli autoritarismi. Quanto più sei dentro, e rispetti i parametri finanziari, tanto più sei libero di fare quel che ti pare con la democrazia. Se solo volesse, l’Europa potrebbe agire, arginare. Il Trattato di Lisbona agli articoli 6 e 7 prevede interventi e sanzioni dell’Unione per quei Paesi dell’Unione in cui si verifichino gravi rischi per la democrazia e per la libertà. Ma sinora gli articoli non sono stati invocati né tantomeno applicati all’Italia. Eppure i rischi ci sono ormai davvero e sono seri. Si parla molto dell’assenza di anticorpi, in Italia. Ma l’Europa ha gli stessi difetti, pur possedendo strumenti e leggi per salvaguardare le proprie democrazie.–
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