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Timestamp: 2017-10-19 19:59:43+00:00

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Il fisco tassa la busta paga estera
LAVORO OLTREFRONTIERA
Dopo un breve periodo di formazione, dal mese di aprile 2009 sono stato assunto da un'azienda inglese con un contratto biennale. Vista la brevità del contratto, non ho ancora provveduto a cancellarmi dall'anagrafe della popolazione residente nell'attesa degli eventi. Dato che il mio datore di lavoro provvede al pagamento delle imposte in Inghilterra, mi chiedo se, come mi è stato detto, io debba comunque pagare le imposte anche in Italia su redditi che sono già stati tassati in Inghilterra. Potreste chiarirmi se, nella mia situazione, continuo ad avere obblighi nei confronti del fisco italiano? V. S. - BARI
Accade sempre più frequentemente che cittadini italiani vadano a lavorare all'estero, sia alle dipendenze di società italiane che alle dipendenze di datori di lavoro stranieri, mantenendo, tuttavia, la residenza fiscale in Italia.
Il mantenimento della residenza in Italia comporta l'obbligo di pagare le imposte nel nostro paese anche sui redditi prodotti all'estero sulla base del principio della world wide taxation (articolo 3 del Tuir), salvo previsioni particolari contenute nelle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni. Secondo la norma citata, infatti, i soggetti residenti pagano le imposte nel paese di residenza sulla base dei redditi ovunque prodotti, mentre i soggetti non residenti pagano le imposte nel paese nel quale lavorano solo sull'ammontare dei redditi ivi prodotti (principio della fonte o della territorialità).
La legislazione fiscale italiana introduce la nozione di residenza nell'articolo 2 del Tuir, che considera fiscalmente residenti in Italia le persone che, per la maggior parte del periodo d'imposta, ossia per più di 183 giorni nell'anno, sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile.
Tali requisiti sono alternativi e non concorrenti: è quindi sufficiente che sussista uno solo di essi perché il contribuente sia considerato fiscalmente residente nel nostro paese.
Al verificarsi di quest'ultima ipotesi, se il reddito prodotto all'estero costituisce l'unico reddito posseduto ed è erogato da un datore di lavoro italiano, sostituto d'imposta, sarà quest'ultimo che, effettuando le ritenute e il conguaglio di fine anno, procede al pagamento delle imposte complessivamente dovute in Italia.
Diversamente, nell'ipotesi in cui il reddito di lavoro dipendente percepito per l'attività lavorativa all'estero sia erogato da un datore di lavoro straniero o, in ogni caso, quando il soggetto possegga altri redditi, il debito per imposte dovute in Italia sarà assolto tramite la presentazione della dichiarazione dei redditi.
In merito alla determinazione del valore imponibile da dichiarare per i redditi di lavoro dipendente prodotti all'estero da un soggetto residente in Italia, l'articolo 51, comma 8-bis del Tuir stabilisce che, in tutte le ipotesi di reddito di lavoro dipendente «prestato all'estero in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto da dipendenti che, nell'arco di dodici mesi, soggiornano nello Stato estero per un periodo superiore a 183 giorni», il reddito di lavoro dipendente è determinato sulla base delle retribuzioni convenzionali definite annualmente con il decreto del ministro del Lavoro e della previdenza sociale di cui all'articolo 4, comma 1 del Dl 317 del 31 luglio 1987.
Le retribuzioni convenzionali sono stabilite sulla base del (e in misura non inferiore al) trattamento economico minimo previsto dai contratti collettivi nazionali di categoria, sono suddivise in dodici mensilità e in fasce in relazione alla qualifica e alla specifica posizione del lavoratore.
In particolare, come affermato dal ministero del Lavoro con telex 10850 del 14 marzo 1990, il cui contenuto è stato ripreso dall'Inps con la circolare 72 del 21 marzo 1990, la fascia della retribuzione imponibile è determinata sulla base del raffronto con lo scaglione di retribuzione nazionale corrispondente, intendendosi per "retribuzione nazionale" il trattamento mensile determinato dividendo per 12 il trattamento del contratto collettivo previsto per il lavoratore, comprensivo degli emolumenti riconosciuti per accordo tra le parti, con esclusione "dell'indennità estero". In presenza dei presupposti previsti dalla norma, la determinazione dell'imponibile sulla base della retribuzione convenzionale è indipendente dalla residenza in Italia del datore di lavoro soggetto erogante i redditi (circolare 50/E del 12 giugno 2002, risposta 18 "Redditi di fonte estera").
Doppio prelievo congelato
La doppia imposizione conseguente al pagamento delle imposte nel paese di residenza del dichiarante (Italia) oltre che nel paese di produzione del reddito, viene comunque neutralizzata mediante l'applicazione dell'articolo 165 del Tuir, ovvero mediante l'applicazione delle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni. L'articolo 165 prevede che le imposte pagate a titolo definitivo sui redditi prodotti all'estero sono ammesse in detrazione dall'imposta netta – scaturente dal conguaglio di fine anno o dalla dichiarazione dei redditi relativa al periodo d'imposta in cui le imposte estere sono state pagate a titolo definitivo – fino alla concorrenza della quota di imposta italiana corrispondente al rapporto tra redditi prodotti all'estero e reddito complessivo.
Per quanto riguarda, invece, l'applicazione delle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni, raramente esse prevedono che sia un unico stato, tra i due contraenti, ad assoggettare ad imposizione una determinata tipologia di reddito (tassazione esclusiva). Tali convenzioni attribuiscono invece, in linea generale, il diritto di tassazione ad uno dei due stati, lasciando comunque alla legislazione nazionale dell'altro il diritto di avanzare pretese impositive su tale reddito (tassazione concorrente). In questi casi, la doppia imposizione viene evitata mediante l'applicazione delle previsioni convenzionali che riconoscono al contribuente il diritto di dedurre nel paese di residenza le imposte definitivamente pagate nel paese di produzione del reddito.
Non costituisce un'eccezione al principio della cosiddetta "tassazione concorrente" l'articolo 15, comma 1 del modello Ocse delle convenzioni internazionali che, di regola, regolamenta i redditi di lavoro dipendente prodotti all'estero per permanenze superiori a 183 giorni nel periodo d'imposta.
La sola iscrizione all'Aire
non salva dal prelievoLa disciplina concernente l'anagrafe e il censimento degli italiani all'estero è contenuta nella legge 470/1988, nonché nel relativo regolamento di esecuzione, approvato con il Dpr 323/1989.
La normativa prevede l'obbligo, per i cittadini italiani che trasferiscono la loro residenza da un comune italiano all'estero, di comunicarlo con la trasmissione di una dichiarazione, entro 90 giorni dal trasferimento, all'ufficio consolare della circoscrizione di immigrazione. Al riguardo, il regolamento di attuazione precisa che per "immigrazione", in questo caso, si intende «la fissazione all'estero della dimora abituale». Non sono, invece, iscritti all'Aire (l'anagrafe della popolazione italiana residente all'estero) i cittadini che si recano oltre frontiera per cause di durata limitata non superiore a dodici mesi.
Gli uffici consolari, nell'ipotesi in cui accertino autonomamente l'effettiva residenza nella loro circoscrizione, provvedono a iscrivere d'ufficio all'Aire il cittadino italiano che non abbia comunicato la dichiarazione di trasferimento entro il termine stabilito. Pertanto, l'iscrizione all'Aire permette, da un lato, allo stato italiano di essere a conoscenza della nazione in cui si trovano le persone aventi cittadinanza italiana e, dall'altro lato, ai medesimi cittadini di fruire dei servizi consolari, di ottenere certificati dal comune di iscrizione e dal consolato nella cui circoscrizione sono residenti.
Condizione non sufficiente
Riguardo alle conseguenze fiscali dell'iscrizione all'Aire, mentre con l'iscrizione all'anagrafe della popolazione residente un soggetto viene considerato fiscalmente residente in Italia e, perciò, è tenuto a pagare nel nostro paese le imposte sul reddito ovunque prodotto, la cancellazione da tale anagrafe da parte dei cittadini italiani con la conseguente iscrizione degli stessi all'Aire non costituisce, invece, elemento sufficiente per escludere la residenza in Italia ove ricorrano le altre condizioni fissate dall'articolo 2 del Tuir (si veda l'articolo a sinistra).
Infatti, l'amministrazione finanziaria ha, in più occasioni, chiarito che la cancellazione dall'anagrafe della popolazione residente e l'iscrizione all'Aire non costituisce elemento decisivo per escludere il domicilio o la residenza nello stato e che la sussistenza della residenza in Italia può essere desunta con ogni mezzo di prova, anche in contrasto con le risultanze dei registri anagrafici. A tale proposito, le circolari dell'agenzia delle Entrate 304 del 2 dicembre 1997 e 9 del 26 gennaio 2001 (nonché la risoluzione 351 del 7 agosto 2008) precisano che, per essere considerati fiscalmente residente in Italia, è sufficiente che, per la maggior parte del periodo d'imposta, un cittadino italiano iscritto all'Aire abbia mantenuto in Italia il centro dei propri legami familiari o dei propri interessi patrimoniali e sociali. Tra gli elementi che, infatti, vengono analizzati e valutati dagli Uffici al fine di contrastare le "fittizie" cancellazioni dall'anagrafe della popolazione residente, si ricordano:
• i legami familiari o comunque affettivi;
• gli interessi economici in Italia;
• l'interesse a tenere o far rientrare in Italia i proventi conseguiti con le prestazioni effettuate all'estero;
• l'intenzione di abitare in Italia anche in futuro, desumibile da fatti e atti concludenti ovvero da pubbliche dichiarazioni.
In pratica, operando una "valutazione d'insieme" dei molteplici rapporti che il soggetto intrattiene nel nostro paese, quest'ultimo verrà considerato fiscalmente residente in Italia ogniqualvolta vi abbia mantenuto la sede principale dei propri affari ed interessi, quando disponga in Italia di una abitazione permanente, mantenga una famiglia, accrediti i propri proventi ovunque conseguiti, possegga beni anche mobiliari, partecipi a riunioni d'affari, rivesta cariche sociali, sopporti spese alberghiere o di iscrizione a circoli o club, organizzi la propria attività e i propri impegni anche internazionali, direttamente i attraverso soggetti operanti nel territorio italiano.
In tale caso, lo stesso soggetto verrà considerato fiscalmente residente in Italia, sebbene iscritto all'Aire, e in Italia dovrà pagare le imposte, anche sul reddito prodotto, ed eventualmente già tassato, all'estero.
Codice Civile art. 43
Art. 15 convezione OCSE
Art. 2 del DPR n. 917 del 22 dicembre 1986
Art. 3 del DPR n. 917 del 22 dicembre 1986
Art. 51 del DPR n. 917 del 22 dicembre 1986
Art. 165 del DPR n. 917 del 22 dicembre 1986
Art. 4 del decreto legge n. 317 del 31 luglio 1987
DPR n. 323 del 6 settembre 1989
La giurisprudenza e la prassi(in formato Pdf, tratti dalle banche dati Banca dati del Commercialista e Unico Lavoro)
INPS, circolare n. 72 del 21 marzo 1990
Ministero delle Finanze, circolare n. 304/E del 2 dicembre 1997
Ministero delle Finanze, circolare n. 9/E del 26 gennaio 2001
Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 351/E del 7 agosto 2008

References: art. 43

Art. 15

Art. 2

Art. 3

Art. 51

Art. 165

Art. 4