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Timestamp: 2017-01-22 14:10:21+00:00

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Rumori in condominio: quando si può chiamare i carabinieri
Lo sai che? Pubblicato il 23 giugno 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Rumori in condominio: quando si può chiamare i carabinieri L’AUTORE: Redazione
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Quando si ha a che fare con un vicino rumoroso, è forte la tentazione di chiamare i carabinieri o la polizia e chiedere loro un pronto intervento per incutergli timore e, soprattutto, intimargli categoricamente di smetterla. Purtroppo, però, non sempre si può fare; anzi, sono più le volte in cui le autorità pubbliche non hanno poteri di intervento che quelle, invece, in cui li hanno. Per cui, nella peggiore delle ipotesi, il povero vicino tartassato dai tacchi di scarpe, dallo spostamento di sedie e mobili, dal volume di stereo e televisione non deve che affidarsi alla classica lettera dell’avvocato e a un’azione di tipo civile, per ottenere almeno il risarcimento del danno. Se poi egli è in affitto può, sulla base di tali fatti, chiedere la risoluzione anticipata del contratto.
Quando scatta il reato di disturbo del riposo?
Partiamo da un punto certo: i carabinieri o la polizia possono intervenire solo laddove il comportamento del vicino molesto integri un’ipotesi di reato. E quindi il punto è: quando il rumore provocato dal vicino fa scattare il penale e quando, invece, rientra nell’orbita dell’illecito civile? A chiarirlo è stata la Cassazione con una sentenza di pochi giorni fa [1]. La Corte precisa che, per far scattare il reato di disturbo delle occupazioni o del riposo, sono necessari due presupposti:
– che il rumore superi la normale tollerabilità (presupposto questo richiesto anche per l’azione civile di risarcimento del danno);
– che esso sia in grado di provocare disturbo ad un numero indeterminato di persone e non già ad una cerchia ristretta di famiglie.
Il concetto potrebbe sembrare generico e di non facile comprensione. Ma, se scendiamo agli esempi pratici, risulterà più agevole comprendere quando si può parlare di reato:
– quando un vicino suona il pianoforte nel cuore della notte e dà fastidio ai proprietari dei quattro appartamenti confinanti, non c’è reato: infatti i soggetti molestati sono ben individuabili e limitati
– quando il cane di un vicino, che ha la cuccia sul cortile dell’edificio, abbaia in continuazione, arrecando fastidio a tutte le abitazioni poste intorno, si può parlare di reato: il rumore è infatti percepibile da un numero indeterminato di persone. Non così sarebbe se, invece, il cane fosse chiuso in appartamento e, quindi, sentito solo dall’inquilino del piano di sotto;
– quando un locale notturno diffonde musica per strada e le onde sonore si propagano in tutto il quartiere scatta il reato; ma se alcuni dei vicini, potenzialmente vittime sonore del chiasso hanno continuato a dormire tranquilli, senza evidenziare particolari disturbi, il penale non c’è più;
– quando il vicino muove in continuazione mobili, sedie, cammina coi tacchi negli orari di riposo, grida e fa chiasso con lo stereo, c’è solo un illecito civile.
C’è, a completare il quadro, anche una fattispecie amministrativa, che punisce chi supera “i limiti massimi o differenziali di rumore fissati dalle leggi e dai decreti presidenziali in materia”. L’elemento che differenzia l’illecito amministrativo da quello penale è costituito dalla “concreta idoneità della condotta rumorosa a porre in pericolo il bene della pubblica tranquillità”: scatta l’illecito amministrativo se si verifica un semplice superamento dei limiti numerici di intensità rumorosa; scatta invece il penale se vi è un “qualcosa in più” in termini di eccessività del frastuono, oppure nel caso in cui si registri la violazione delle prescrizioni legali che disciplinano i mestieri rumorosi.
[1] Cass. sent. n. 25424/2016 del 20.06.2016.
Sentenza Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza5 – 20 giugno 2016, n. 25424
1.1 Con sentenza del 30 aprile 2013 il Tribunale di Rossano dichiarava P.C. , imputata per i reati di cui agli artt. 650 cod. pen. e 659 stesso codice, colpevole del solo reato di cui all’art. 659 cod. pen. (capo B) della imputazione e la condannava, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, alla pena di Euro 40,00 di ammenda oltre al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile.
1.2 Impugna la detta sentenza l’imputata a mezzo del proprio difensore di fiducia, deducendo i motivi qui di seguito sintetizzati. Con il primo lamenta l’erronea applicazione della legge penale in punto di qualificazione della condotta, rilevando la inconfigurabilità del reato di cui all’art. 659 cod. pen. in relazione all’esiguo numero delle persone che avevano lamentato l’esistenza di rumori molesti e comunque, dovendo la condotta rientrare nella ipotesi di illecito amministrativo. Con il secondo motivo la difesa lamenta il vizio di motivazione sotto il duplice profilo della motivazione contraddittoria e/o insufficiente in ordine alla prova della colpevolezza, che avrebbe dovuto condurre il giudice ad una assoluzione anche ai sensi dell’art. 530 cpv. Con il terzo e quarto motivo la difesa lamenta analogo vizio di motivazione sotto il duplice profilo della insufficienza e della manifesta illogicità.
Il ricorso è fondato per le ragioni che seguono. Quale premessa di fatto – e limitatamente al reato per il quale è intervenuta la pronuncia di condanna ed oggetto del presente gravame – P.C. è stata chiamata a rispondere del reato di cui all’art. 659 cod. pen. “perché, tenendo la condotta di cui al capo a) quale titolare del bar-ristorante “(omissis)” sito nel comune di (omissis) , in occasione di una manifestazione musicale in data 11 settembre svolgentesi in quella località, mediante rumori ovvero abusando di strumenti sonori ovvero musica ad alto volume (dalle ore 21 alle ore 4,00 circa) disturbava il riposo delle persone residenti vicino al locale pubblico” (Reato commesso l’(omissis)).
1.1 In punto di fatto emerge dal testo della sentenza impugnata che la P. , nella spiegata qualità di titolare del bar-ristorante suddetto, in occasione di un evento folcloristico (festa della birra) aveva richiesto ed ottenuto dalle Autorità competenti l’autorizzazione a svolgere attività di intrattenimento musicale dalle ore 21 alle ore 1,00 del mattino successivo; senonché, essendosi protratta la manifestazione sonora con musica dal volume elevato fino alle ore 4,00 abitanti della zona avevano sollecitato l’intervento dei Carabinieri in quanto disturbati nel riposo e impediti dal prendere sonno.
Tanto precisato, il primo motivo non è fondato. Va, in proposito, ricordato che sulla base di un consolidato orientamento di questa Corte Suprema, l’art. 659 cod. pen. prevede due autonome fattispecie di reato enunciate, rispettivamente, nel comma 1 e nel comma 2. L’elemento distintivo tra le due fattispecie è costituito dalla fonte del rumore prodotto, nel senso che laddove tale rumore provenga dall’esercizio di una professione o di un mestiere rumorosi, la condotta rientra nella previsione del secondo comma del citato articolo per effetto della esorbitanza rispetto alle disposizioni di legge o alle prescrizioni dell’autorità, presumendosi la turbativa della pubblica tranquillità. Di contro, laddove le vibrazioni sonore non siano causate dall’esercizio della attività lavorativa, ricorre l’ipotesi di cui all’art. 659 comma 1 cod. pen. per la quale occorre che i rumori superino la normale tollerabilità ed investano un numero indeterminato di persone, disturbando le loro occupazioni o il riposo (Sez. 1, 17.12.1998, n. 4820/99, Marinelli, Rv. 213395). In particolare il comma 1 della norma suddetta disciplina l’ipotesi avente per oggetto il disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone e richiede l’accertamento in concreto dell’avvenuto disturbo, mentre l’ipotesi contemplata nel secondo comma, che concerne l’esercizio di professione o mestiere rumoroso, prescinde dalla verificazione del disturbo, ricorrendo una sorta di presunzione legale di rumorosità collegata al verificarsi dell’esercizio del mestiere rumoroso al di là dei limiti tempro-spaziali e/o delle modalità di esercizio imposto dalla legge, dai regolamenti o da altri provvedimenti adottati dalle competenti autorità (così anche Sez. 1, 12.6.2012, n. 39852, Minetti, Rv. 253475).
2.2 Ora, tenuto conto delle deduzioni difensive contenute nel primo motivo, occorre rilevare che la giurisprudenza più recente ha affermato che “L’inquinamento acustico conseguente all’esercizio di mestieri rumorosi, che si concretizza nel mero superamento dei limiti massimi o differenziali di rumore fissati dalle leggi e dai decreti presidenziali in materia, integra l’illecito amministrativo di cui alla L. 26 ottobre 1995, n. 447, art. 10, comma 2, (legge quadro sull’inquinamento acustico) e non la contravvenzione di disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone (art. 659 c.p., comma 1)” (in termini Sez. 1, 13.11.2012, n. 48309, Carrozzo, m. 254088; conforme Sez. 3, 21.12.2006, n. 2875, Roma, Rv. 236091).
2.3 Detto orientamento, però, non può dirsi uniforme in considerazione di quel diverso indirizzo secondo il quale la fattispecie penale contiene (anche in riferimento al comma 2 dell’art. 659 cod. pen.) un elemento, mutuato da quella prevista nel comma 1, estraneo all’illecito amministrativo previsto dall’art. 10, comma 2 della L. n. 447 del 1995, che tutela genericamente la salubrità ambientale: si tratta, in particolare, della concreta idoneità della condotta rumorosa a porre in pericolo il bene della pubblica tranquillità tutelato da entrambi i commi dell’art. 659 cod. pen., sì da recare disturbo ad una pluralità indeterminata di persone (così Sez. 1 5.12.2006 n. 1561 Rey ed altro, Rv. 235883; idem 16.4.2004 n. 25103, Amato, Rv. 228244; più di recente Sez. 1 5.12.2013 n. 4466, Giovanelli e altro, Rv. 259156).
2.6 Senza dover ripercorrere la approfondita ricostruzione della fattispecie prevista dall’art. 659 cod. pen. nel suo complesso e dei rapporti intercorrenti tra il 1 e il 2 comma e tra la norma penale e l’illecito amministrativo delineato dall’art. 10 comma 2 della L. 447/95 (rinviando sul punto a quanto puntualmente argomentato nella sentenza Giuffrè del 2015 cui questa Sezione cui il Collegio ritiene di dover aderire), può ribadirsi il principio in forza del quale l’ambito di operatività dell’art. 659 c.p., con riferimento ad attività o mestieri rumorosi, deve essere individuato nel senso che l’illecito amministrativo ricorrerà solo nella residuale ipotesi in cui si verifichi soltanto il mero superamento dei limiti di emissione fissati secondo i criteri dettati dalla menzionata Legge quadro sull’inquinamento acustico, attuato attraverso l’impiego o l’esercizio delle sorgenti individuate dalla legge medesima; mentre, quando la condotta si sia concretizzata nella violazione di disposizioni di legge o prescrizioni dell’autorità che regolano l’esercizio del mestiere o dell’attività, sarà applicabile la contravvenzione sanzionata dall’art. 659 c.p., comma 2; ed ancora, nel caso in cui le attività di cui sopra vengano svolti eccedendo dalle normali modalità di esercizio, in modo da attuare una condotta idonea a turbare la pubblica quiete, sarà configurabile la violazione sanzionata dall’art. 659 c.p., comma 1.
Così delineato il raggio di azione della norma penale, deve disattendersi la tesi difensiva che vorrebbe la condotta in esame degradata in mero illecito amministrativo, posto che in astratto la condotta contestata viene considerata come atta a turbare la pubblica tranquillità ancorché l’azione posta in essere dall’imputata si svolgesse nell’ambito di una attività commerciale consentita che prevedeva in aggiunta alle normali finalità dell’esercizio commerciale (bar-ristorante) anche la produzione di vibrazioni rumorose anche se circoscritte in un ambito spazio-temporale molto limitato.
3.3 Nel caso di specie la sentenza impugnata ha fatto derivare la configurabilità del reato esclusivamente ed apoditticamente dalla prosecuzione della attività musicale fino alle prime ore del mattino che aveva costretto un soggetto (tale A. ) a chiamare l’intervento dei Carabinieri perché non riusciva a dormire: tuttavia nessuna valutazione, sia pur minima, è stata compiuta dal giudice in ordine alla effettiva entità del fenomeno rumoroso in relazione alla media sensibilità del gruppo sociale; né in ordine alla esistenza di un concreto superamento dei limiti della normale tollerabilità e di un concreto pregiudizio alla tranquillità pubblica, nonché sulla potenziale idoneità dei rumori a disturbare un numero indeterminato di persone. Di contro, sono stati indicati dal giudice elementi fattuali che deponevano per una intensità contenuta dei rumori, posto che altri testi (vengono menzionati i sigg. M.F. e B.C. ) hanno riferito di non avere sentito nulla di anormale e di non essere stati disturbati nel loro sonno. Ora è pur vero che l’elemento essenziale della fattispecie de qua è l’idoneità del fatto ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone e non già l’effettivo disturbo arrecato alle stesse (Sez. 1 13.12.2007 n. 246, Guzzi e altro, Rv. 238814; Sez. 3 24.6.2014 n. 8351, Calvarese, Rv. 262510); ma come più volte affermato da questa Corte Suprema, si deve trattare di rumori tali da arrecare disturbo o a turbare la quiete e le occupazioni non ad un gruppo limitato di individui, ma ad una platea diffusa di soggetti (Sez. 1 14.10.2013 n. 45616, Virgillito ed altro, Rv. 257345), in quanto è solo la propagazione generalizzata e diffusa sul territorio che connota l’attitudine offensiva di quelle determinate vibrazioni rumorose la cui valutazione è rimessa al giudice di merito (Sez. 3 13.5.2014 n. 23529, Ionez, Rv. 259194; idem 5.2.2015 n. 11031, Montoli e altro, Rv. 263433).
Tale conclusione comporta l’annullamento della sentenza impugnata senza rinvio perché il fatto non sussiste con assorbimento delle rimanenti questioni prospettate dalla difesa in termini subordinati, rilevandosi quindi una ipotesi di erronea applicazione della norma penale così come denunciata dalla ricorrente.
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