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Timestamp: 2020-08-12 19:15:20+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 25189 del 07/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25189 del 07/12/2016
Cassazione civile sez. lav., 07/12/2016, (ud. 04/10/2016, dep. 07/12/2016), n.25189
sul ricorso 21550-2015 proposto da:
N.E., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in
ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI 36, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO
AFELTRA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUIGI
GRANDI LAVORI SOCIETA’ COOPERATIVA (quale incorporante Superfulgida
S.R.L.) in LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA;
avverso la sentenza n. 745/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 21/07/2015 r.g.n. 470/2015;
Con sentenza n. 745/2015, depositata il 21 luglio 2015, la Corte di appello di Milano, in riforma della sentenza di primo grado del Tribunale di Milano, dichiarava inefficace il licenziamento intimato il 24 giugno 2013 ad N.E. dalla Grandi Lavori Società Cooperativa (poi in liquidazione coatta amministrativa) per giustificato motivo soggettivo in relazione a plurime contestazioni per inosservanza dell’orario di lavoro, comportamento scorretto verso ì superiori e inesatta esecuzione del servizio; dichiarava altresì risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento.
La Corte rilevava, a sostegno della decisione, che non vi era prova che il datore di lavoro avesse comunicato al dipendente incolpato la data dell’incontro dal medesimo richiesto per fornire le proprie giustificazioni con l’assistenza dell’organizzazione sindacale, con la conseguenza che era da ritenersi violato la L. n. 300 del 1970, art. 7, comma 2, e che il provvedimento di licenziamento era privo di efficacia.
Osservato, quindi, come il reclamante non avesse impugnato la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva accertato la sussistenza dei fatti materiali posti a base del recesso, con conseguente formazione del giudicato sul punto, la Corte considerava operanti la disciplina di cui alla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18, comma 6, esclusa peraltro ogni pronuncia di condanna al pagamento dell’indennità risarcitoria, posto che la società era stata posta in liquidazione coatta amministrativa.
Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza il N. con tre motivi, illustrati da memoria; la Grandi Lavori soc. coop. in liquidazione coatta amministrativa è rimasta intimata.
Con il primo motivo, deducendo violazione della L. n. 300 del 1970, artt. 7 e 18 e dell’art. 66 CCNL 20/7/2012 della Mobilità/Area Contrattuale Attività Ferroviarie ex art. 360 c.p.c., n. 3, violazione dell’art. 112 c.p.c. e nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 nonchè omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio e oggetto di discussione fra le parti ex art. 360 c.p.c., n. 5, il ricorrente censura la sentenza impugnata per avere la Corte di appello, configurando una mera irregolarità formale del licenziamento, disposto l’applicazione dei rimedi, di natura puramente risarcitoria, previsti dall’art. 18, comma 6 in luogo della tutela reale, pur avendo rilevato che il provvedimento di recesso datoriale era stato comunicato a procedimento ormai estinto per decorso del termine contrattuale, con la conseguenza che, privi i fatti contestati di rilievo disciplinare, era da escludere che nella specie ricorressero gli estremi del giustificato motivo soggettivo.
Con il secondo motivo, deducendo violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, comma 2, e art. 18 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente censura la sentenza impugnata per avere erroneamente ritenuto la natura procedurale, e non di norma imperativa, della disposizione che impone al datore di lavoro di ascoltare a difesa il dipendente incolpato, così erroneamente applicando la tutela risarcitoria invece di quella prevista dall’art. 18, commi 1 e 4.
Con il terzo motivo, deducendo violazione dell’art. 112 c.p.c. ex art. 360 c.p.c., n. 4 e omessa pronuncia su di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti ex art. 360 c.p.c., n. 5, il ricorrente censura la sentenza impugnata per avere la Corte ritenuto che il reclamante non avesse impugnato la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva accertato la sussistenza dei fatti disciplinari posti a giustificazione del licenziamento, con conseguente formazione del giudicato sul punto.
Con tale motivo, infatti, viene dedotto un cumulo di censure, sia per violazione di norme di legge (L. n. 300 del 1970, artt. 7 e 18) e di contratto collettivo (art. 66 CCNL applicabile nella fattispecie), sia per violazione di norme processuali (art. 112 c.p.c.), sia infine per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio e oggetto di discussione fra le parti, senza peraltro che – al di là della compresenza nella rubrica di plurimi riferimenti a vizi diversi, che di per sè non costituirebbe ragione di inammissibilità dell’impugnazione sia dato comunque cogliere con chiarezza le doglianze prospettate onde consentirne, se necessario, l’esame separato esattamente negli stessi termini in cui lo si sarebbe potuto fare se esse fossero state articolate in motivi diversi, singolarmente numerati (cfr. Sezioni Unite, 6 maggio 2015 n. 9100).
Il motivo risulta, in ogni caso, inconferente rispetto alla decisione impugnata, la quale ha statuito l’inefficacia del licenziamento, sull’accertato presupposto della violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, comma 2, nella parte in cui è stabilito che il datore di lavoro non possa adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza averlo sentito a sua difesa, non rilevando altre considerazioni, pur svolte in motivazione, in quanto non attinenti al percorso logico-giuridico che ha portato il giudice di merito alla statuizione adottata.
La L. 28 giugno 2012, n. 92, di cui non è contestata l’applicabilità al caso di specie, ha disposto, nel modificare il regime delle tutele di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18 che la violazione “della procedura di cui alla cit. L. n. 300, art. 7 dia luogo alla dichiarazione di inefficacia del licenziamento e all’applicazione di un’indennità risarcitoria “attenuata”, di importo compreso tra un minimo di sei e un massimo di dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.
Una diversa conclusione avrebbe l’effetto, contrario alla chiara opzione prescelta dal legislatore entro il disegno complessivo di una ricomposizione e diversificazione delle tutele, di amputare la disciplina di cui all’art. 18, comma 6 di larga parte dell’area di applicabilità cui la stessa si riferisce, posto che le ragioni a sostegno di essa potrebbero convalidarne l’estensione ad ogni altra disposizione compresa nell’art. 7; nè la qualità di norma imperativa, che può riconoscersi alla norma violata nella presente fattispecie, come ad altre rientranti nella regolamentazione procedurale del sistema delle sanzioni disciplinari, siccome poste a presidio di rilevanti interessi del lavoratore e della stessa funzionalità dell’impresa, potrebbe determinarne l’automatico trasferimento nell’ambito di tutela delineato nell’art. 18, comma 6 il quale riguarda specifiche e ben individuate ipotesi di nullità operanti sul piano della protezione di valori sostanziali ovvero altre ipotesi purchè espressamente dichiarate tali nel particolare contesto normativo e in ragione degli speciali interessi in ciascuna coinvolti.
Si deve invero osservare, in primo luogo, come nè l’una nè l’altra delle questioni, che il ricorrente lamenta essere state disattese dal giudice di primo grado e di cui ha rinnovato la proposizione in sede di reclamo, varrebbe a contrastare l’accertamento, compiuto dal giudice del gravame, circa la formazione del giudicato interno sul punto della sussistenza dei fatti posti a fondamento del licenziamento disciplinare, denunciandosi con le stesse la valutazione di gravità delle condotte ed il nesso di proporzionalità rispetto alla misura espulsiva applicata e la decisione del primo giudice di fondare il proprio convincimento sul materiale probatorio acquisito nella fase sommaria, decisione tuttavia legittima alla stregua del principio di unicità del grado di giudizio.
Quanto, poi, alla censura ex art. 360 c.p.c., n. 5, ne è palese l’inammissibilità, posto che il motivo, per la parte in esame, non si conforma, pur in presenza di una pronuncia di secondo grado depositata in epoca successiva all’11 settembre 2012, al nuovo assetto del vizio “motivazionale”, quale configurato dalla novella del 2012 e dalle sentenze di questa Corte a Sezioni Unite n. 8053 e n. 8054 del 2014.
Peraltro il ricorrente, ammesso al patrocinio a spese dello Stato, non è tenuto, nonostante il rigetto dell’impugnazione, al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (cfr., fra le altre, Cass. 2 settembre 2014 n. 18523).

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 7
 sentenza 
 art. 18
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 art. 360
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 Cass.