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Timestamp: 2019-02-21 21:23:44+00:00

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RANDAGISMO - WikiSpesa
1 Anagrafe canina ancora zoppicante, soldi mal gestiti, canili considerati fonti di facili guadagni... Ecco il preoccupante quadro della situazione italiana. Soluzione? È inutile inseguire il problema, è necessario cercare di arginarne le fonti
3 L'effetto-rabbia
4 Le stime del randagismo
5 La costruzione dell'anagrafe
6 L'aggiornamento dell'anagrafe
7 I canili
9 Le adozioni
11 Il danno indiretto allo Stato
12 Cosa ci dicono i dati sul randagismo?
13 Troppo o troppo poco
15 Considerazioni
16 Iter Normativo
17 Legge 281/91
18 Le proposte SIVeLP *
Anagrafe canina ancora zoppicante, soldi mal gestiti, canili considerati fonti di facili guadagni... Ecco il preoccupante quadro della situazione italiana. Soluzione? È inutile inseguire il problema, è necessario cercare di arginarne le fonti
Era il lontano 1984. Un articolo del quotidiano Repubblica a firma di Daniela Pasti citava i numeri del randagismo canino: 410.000 vengono considerati "randagi con padrone", 220.000 sono invece "randagi permanenti" e 80.000 addirittura "inselvatichiti". Sono in tutto 710.000. Trent'anni dopo abbiamo una Banca dati dell'Anagrafe Animali d'Affezione in cui afferiscono i dati regionali, pubblicata sul sito del Ministero della Salute. I randagi stimati sono ancora circa 700.000. Tra le peculiarità del nostro paese c'è quella di avere un rapporto tra animali di razza e meticci fortemente a favore dei secondi. In Inghilterra, dove l'anagrafe è privata e facoltativa, la percentuale di iscrizione è più alta che da noi. Lì i cani (anche nei canili) sono quasi tutti di razza, quindi è naturale che i proprietari cerchino di avere uno strumento, seppure costoso, per dimostrarne la proprietà o rientrarne in possesso in caso di smarrimento.
La soluzione al problema del randagismo fu prospettata nell'identificazione degli animali. In tal modo si voleva arrivare a collegare cane e padrone, estinguendo il randagismo. Alcune regioni cominciarono a creare un'anagrafe canina già a metà degli anni Ottanta. Allora i cani erano resi univocamente riconoscibili dal tatuaggio, posto sulla faccia interna del padiglione auricolare con una pinza punzonatrice, o sul piatto della coscia destra, scrivendo con il dermografo un codice alfanumerico.
La registrazione degli animali è anche una base indispensabile per chiunque persegua un fine di miglioramento zootecnico, fondato su basi prima intuite e poi scientificamente provate, di genetica migliorativa. Anche gli animali da compagnia avevano una loro “araldica”, documentata da circa un secolo nel nostro Paese. Chi alleva ha sempre dato grande importanza all'identificazione degli animali, sia per consentire i più corretti accoppiamenti, selezionando i fenotipi adatti, sia per “certificare” le caratteristiche attuali, ed in qualche misura future, dei riproduttori e della loro progenie. Complice la tecnologia, che ha reso disponibili i microchip, si è passati ad un metodo più pratico e meno invasivo. Una sorta di “targa” applicata sottocute con una semplice iniezione che si legge con un apparecchio dedicato. A differenza di una “scritta”, che può essere letta da chiunque ma presenta l'inconveniente di dover maneggiare da vicino il soggetto che la reca e diventa in certi casi difficile da decifrare, il microchip necessita di un apparecchio di rilevazione ISO compatibile. Il codice del trasponder è effettivamente unico, teoricamente inamovibile e facilmente gestibile con supporti elettronici. La prossima frontiera sarà forse una APP compatibile per la lettura del codice tramite smartphone; già se ne parla sul web.
Il randagismo, perché è un problema? Il randagismo rappresenta un problema in primis per gli stessi randagi. Si tratta di animali adattati alla vita con l'uomo da millenni di domesticazione. Scordiamoci l'immagine idealizzata di animali liberi nelle verdi praterie. Randagismo significa per loro mortalità elevata, fame, malattie, infestazioni, cannibalismo o predazione, esposizione continua alle avversità atmosferiche, femmine costrette a procreare continuamente e coinvolgimento in tutti gli incidenti possibili. Le cucciolate subiscono le aggressioni, persino dei conspecifici; banali ferite possono trasformarsi in setticemie fatali. Le forme parassitarie debilitano gli animali, colpiti quasi con matematica certezza da molti ospiti simultaneamente, divenendo a loro volta serbatoio (si pensi ad es. alla filariosi cardiaca nelle aree a rischio).
Dobbiamo renderci consapevoli anche dei danni all'eco-sistema. La competenza venatoria dei branchi rinselvatichiti non è efficiente come quella dei carnivori selvatici. Paradossalmente, cacciando con minore abilità, prediligono capi inermi, come le cucciolate dei selvatici. Il branco risente del rinforzo reciproco continuo alla predazione, spesso aggredendo qualunque cosa si muova, senza reali esigenze alimentari. Gli animali sono attaccati in modo goffo rispetto alla capacità di selvatici consapevoli dei rischi e del costo energetico della caccia. Muoiono per sfinimento oppure, scampati al pericolo diretto, a distanza di tempo, per le infezioni o le menomazioni fisiche determinate dai frequenti morsi non letali. Il randagismo altera in modo significativo le dinamiche di popolazione sottoposte alla normale pressione da predazione. Sempre per restare in ambito ecologico, un fenomeno emergente è quello dell'ibridazione con i lupi, oggetto di reinserimento in varie regioni del territorio nazionale. L'accoppiamento tra lupi e cani, denominato “ibriwolf”, è causa di preoccupazione da parte di chi si occupa di salvaguardare il patrimonio genetico della specie selvatica.
Il randagismo rappresenta anche l'anello di congiunzione delle malattie infettive ed infestive tra animali domestici ed animali selvatici, contribuendo alla diffusione ed allo scambio delle relative problematiche. Per fare un esempio, pochi mesi fa in Abruzzo è partita una campagna vaccinale-nei cani- contro il “redivivo” cimurro, per timore di possibili ricadute sull'esigua popolazione autoctona di orsi. Lo stesso rischio è noto per le antropo-zoonosi: pensiamo alla toxoplasmosi ed al ruolo determinante del gatto nel ciclo biologico del protozoo. L'entità del ruolo dei patogeni zoonosici è sicuramente sottovalutata dalla medicina, anche se molti studi (complice l'attualità di Ebola), sembrano indirizzarsi nuovamente in questa direzione. Le aggressioni da parte di randagi di persone o il coinvolgimento in incidenti con animali vaganti concretizzano purtroppo un problema irrisolto, spesso evidenziato solamente dalle cronache locali. Non dobbiamo dimenticare l'impatto negativo sull'immagine dell'Italia, specie riguardo al turismo e ad una percezione di generale “arretratezza” che il fenomeno suscita negli osservatori esteri.
L'effetto-rabbia
Nel 2008 in Italia si riaffaccia il problema della rabbia, che entra nel nostro Paese dalla frontiera a nord-est. La malattia si diffonderà fino quasi a metà del Nord Italia, riproponendo in modo drammatico i temi del randagismo. Si avvertono il pericolo obiettivo e l'allarme sociale suscitato dagli animali vaganti in potenziale contatto con i selvatici, e il ruolo dell'anagrafe, in quando si percepisce nel momento delle vaccinazioni, che il sistema era più sulla carta che nella realtà. La paura della terribile malattia, che tante drastiche norme di sicurezza veterinaria aveva ispirato in passato, basta a spingere i proprietari di animali a sottoporli a profilassi e dunque dotare di microchip ed iscrivere contestualmente in anagrafe i cani che ne erano sprovvisti. L'anagrafe delle regioni colpite, ed in parte delle limitrofe, registra un'impennata di iscrizioni fino anche a raddoppiare gli inserimenti totali, il che ben rappresenta quanto pochi fossero gli animali censiti prima, rispetto alla popolazione reale. Inoltre a fronte dell'ingresso di numerosi animali da compagnia, in primo luogo per ragioni di turismo, i veterinari si trovano molto spesso con animali non identificati cui devono praticare la vaccinazione. In quel frangente, per mantenere traccia delle profilassi praticate, per i cani senza microchip venne disposta l'iscrizione in anagrafe dei soggetti a “domicilio temporaneo” nelle aree a rischio e probabilmente -nell'emergenza- si inserirono anche animali senza avere la possibilità di un puntuale aggiornamento di eventuali dati precedenti. Potremmo affermare che una certa sensibilità verso l'anagrafe degli animali da compagnia venne diffusa in tutta Italia; le Regioni colpite risultano ancora tra quelle con la maggiore popolazione censita. Facendo di necessità virtù, la virosi contribuì anche a rendere più efficiente il sistema, smascherando alcune criticità, come dati persi o omesse registrazioni di animali regolarmente microchippati. L'ultimo caso di rabbia si registrerà il 14 febbraio 2011. Trascorsi due anni, come previsto dall'Organizzazione Mondiale per la Salute animale (OIE), riavemmo la qualifica di Paese indenne, a febbraio 2013.
Le stime del randagismo
Quasi “per definizione”, il randagismo è un fenomeno di cui si ignorano i limiti esatti della consistenza numerica, sia essa riferita ai cani, ma più ancora ai gatti. Le popolazioni di animali selvatici non sono in realtà mai conosciute con precisione, per questo si parla di stime. Comunque i computi di popolazione sono estrapolati con meccanismi matematico-statistici, elaborati scientificamente. La statistica è via via più attendibile quanto maggiore è il patrimonio di dati raccolti, tendendo a quella aderenza sempre crescente dello studio con la realtà, che rende il dato statisticamente significativo, cioè non dovuto alla casualità. Nel caso delle specie selvatiche, che rappresentano un interesse diretto per lo Stato, generalmente si identificano gli habitat di una specie, si procede al censimento in tempi e condizioni adatte (i cervi ad esempio si censiscono nel periodo degli amori, quando non è così difficile scoprirli grazie al bramito), si raccolgono i dati da numerosi punti di osservazione in contemporanea (per evitare il più possibile di contare più volte gli stessi animali). Più osservazioni avremo, minore sarà l'errore statistico, per questo i censimenti sono effettuati in più occasioni ed in più aree possibili. Nel caso dei randagi non è cosa facile. Parliamo di animali rinselvatichiti, sinantropi in aree urbane o semplicemente non anagrafati ma conviventi con l'uomo, oppure ancora censiti come “ingresso” nelle strutture, ma poi adottati. Nei fatti l'unico resoconto nazionale pubblicato è riportato dal sito del Ministero della Salute.
È datato 2006, quasi dieci anni fa, e stima in 590.000 cani la consistenza del fenomeno (su un totale di 6 milioni di cani), di cui circa un terzo nei canili. L'aggiornamento del sito ufficiale è del 2013, e si specifica che è l'ultimo report disponibile.. Sarebbe un conteggio che il Ministero ha chiesto di fornire alle regioni, le quali a loro volta si sono rivolte alle aziende sanitarie ed agli enti locali. Non risulta che vi siano stati degli studi di popolazione, né dei censimenti condotti con criteri statistici e ripetuti negli anni, quantomeno non per l'intera consistenza del dato. Ecco la pagina dal sito del Ministero della Salute, fonte dei dati citati.
Potrebbe esserci di maggiore aiuto un’altra tabella messa a disposizione dal Ministero e di seguito pubblicata, quella dei cani entrati nei canili sanitari (catturati vaganti).
L'ultimo dato si riferisce al 2011. Gli ingressi sono di circa centomila cani in un anno. Se avessimo numeri certi sulla vita media dei cani nei canili, potremmo azzardarci ad una previsione abbastanza realistica. Con una sopravvivenza decennale (sotto-stimata perché il numero maggiore è composto da meticci di piccola taglia, con aspettativa di vita anche di 18 anni), in dieci anni avremmo un milione di cani. Si diceva che i cani che entrano in canile sono un terzo dei randagi totali, per cui dovremmo avere oltre 3 milioni di soggetti in totale. Fortunatamente non tutti i cani che entrano in canile sanitario vi rimarranno a vita...
100.000 ingressi in canile x 10 anni di vita media = 1 milione di cani se i cani in canili sono 1/3 dei randagi stimati -> Proiezione 3 milioni di randagi in totale
Gli stessi comuni potrebbero disporre di un dato preciso sui cani a loro carico (a bilancio per il mantenimento), ma come vedremo poi, dipende molto dalle tipologie di convenzione con i canili. Nemmeno questi ultimi sono in grado di offrirci un dato esaustivo, perché i cani sono comunque intestati al comune responsabile (non al canile), e possono verificarsi eventuali spostamenti anche senza che l'Ente responsabile ne sia portato a conoscenza.
La costruzione dell'anagrafe
L'anagrafe degli animali italiana obbligatoria è un caso unico al mondo ed è stata finalizzata a combattere il randagismo. L'obiettivo è quello di legare inequivocabilmente animale-proprietario. Per avere efficacia assoluta la copertura ideale dovrebbe essere del cento per cento, tuttavia dato che non tutti i cani si “perdono”, anche qualche punto in meno è tollerabile. Si parte da una difficoltà intrinseca: mentre le persone sono inserite alla nascita, gli animali devono essere iscritti entro due mesi. Ci basiamo sostanzialmente su un'auto-dichiarazione del detentore, perché il momento esatto del parto non è certificato da nessuno. In mancanza di oggettività assolute che forniscano un riferimento inconfutabile, la data di nascita viene solitamente presa per buona come riferita, se plausibile. Non è certo immaginabile che chi raccoglie i dettagli anagrafici si impegni in contestazioni o valutazioni peritali: ci interessa avere un riferimento certo per quel determinato animale. L'iscrizione, che sarebbe prevista prima di ogni spostamento, imporrebbe a chi ha la cucciolata di censire tutti i nuovi nati, ma questo rappresenta un costo che chi non gestisce cani per motivi commerciali, realisticamente non affronta. Quindi si parte con un piccolo margine di errore iniziale. Errore maggiore di quello che presentavano i registri di razza, dove il proprietario è tenuto a comunicare le cucciolate in tempi strettissimi, rendendo minima l'imprecisione.
Le regioni che hanno affrontato virtuosamente per prime il problema, non avevano regole univoche. Abbiamo avuto anagrafi regionali, provinciali, comunali, delle singole aziende sanitarie; anagrafi caricate con tatuaggi, iscrizioni manuali e digitali. In alcune realtà si è fatto riferimento a cognome e nome del proprietario. In questo caso ci sono nomi e cognomi che possono essere caricati separati, uniti (indistinguibili in certi casi, come quando il cognome è anche un nome), con difformità di trascrizione... non sempre si riesce ad utilizzare il codice fiscale e anche questo non è del tutto “blindato”. Per non parlare di codifiche proprie, costruite in varie maniere. Risultava difficile imporre a chi aveva già cani tatuati, una nuova iscrizione con microchip, perciò si tennero validi anche i precedenti iscritti. In alcuni casi le aziende sanitarie si sono andate fondendo le une con le altre, in conformità ai vari interventi di razionalizzazione della sanità. Solitamente si è preferito mantenere dati ridondanti, piuttosto che rischiare di perdere quelli corretti, registrando più volte le medesime posizioni anagrafiche. Il problema di costruire un'anagrafe digitale è che l'informatizzazione richiede dati omogenei, altrimenti il valore potrebbe risultare nullo, non confrontabile. Oggi abbiamo un elemento certo, che è il codice del microchip, quindi il sito dell'anagrafe nazionale che raccoglie i report trasmessi dalle anagrafi regionali può -almeno- verificare se quel determinato microchip è già presente, e disporre eventualmente le necessarie verifiche. Molto più difficile è farlo in riferimento al proprietario, per i motivi spiegati prima. Tuttavia i tempi di trasmissione degli estremi anagrafici dal livello locale a quello nazionale non sono omogenei. Alcune regioni inviano l'aggiornamento in contemporanea, altre con tempi variabili, da pochi giorni a vari mesi. In questi casi può accadere che l'animale nel frattempo si sposti ancora, complicando le cose.
L'aggiornamento dell'anagrafe
Secondo gli ultimi numeri pubblicati dal Ministero della Sanità abbiamo circa 7 milioni e mezzo di cani iscritti in anagrafe. Comprendono cani di privati e cani ricoverati nei canili (formalmente di proprietà delle amministrazioni comunali dei territori in cui sono stati rinvenuti), ma non includono cani di proprietà non iscritti in anagrafe e cani vaganti non iscritti in anagrafe, attribuibili di fatto “al Sindaco” solo dopo un'eventuale cattura ed identificazione. In teoria non sarebbero permesse situazioni intermedie, come i cosiddetti “cani liberi accuditi”, animali identificati e lasciati sul territorio, talvolta sterilizzati; mentre è consentito per i gatti delle colonie feline. Cominciamo con l'osservare che se si inseriscono animali non custoditi ed erranti, non sarà possibile in alcun modo avere elementi certi sulla loro esistenza in vita. Quindi ci sarà in anagrafe un ulteriore margine di incertezza. Per la verità alcune regioni provvedono già a ripulire i database di animali “improbabili”, ad esempio oltre i 25 anni di età, tuttavia si tratta comunque di una scelta arbitraria, che si aggiunge all'errore di partenza visto prima, cioè quello di tutti i cani di meno di sessanta giorni che possono naturalmente non essere iscritti, perché esclusi dall'obbligo. Dovremmo avere quantità certe almeno per gli animali di proprietà e per quelli anagrafati e affidati ai canili, mentre è oggettivamente impossibile l'esattezza per i randagi in senso stretto, sulla cui consistenza sono formulabili solo delle stime. La cancellazione dall'anagrafe riveste dunque una certa importanza per la credibilità della stessa. Tuttavia i proprietari degli animali, oberati come tutti da ogni sorta di adempimenti burocratici, tendono a considerare esaurito ogni loro dovere all'atto dell'iscrizione, dimenticando di essersi impegnati all'aggiornamento costante. Questo capita anche se viene a mancare la persona intestataria che aveva sottoscritto gli impegni. I congiunti o chi si fa carico degli animali possono non saperne nulla. Difficilmente la cessione o il trasferimento corrispondono realmente con la cancellazione dei dati precedenti e l'inserimento di quelli aggiornati. Vi sono tutta una serie di informazioni indispensabili per restituire il cane al legittimo proprietario, nel caso si smarrisca. Se l'anagrafe non contiene riferimenti aggiornati, a lungo andare diventa ingestibile o addirittura inutile. Siano essi particolari mancanti, come pure dati eccedenti, ripetuti, obsoleti, inesatti... Nella pratica è improbabile che il proprietario si ricordi di comunicare all'anagrafe una modifica del civico o del nome della via, così come i contatti telefonici o mail, quasi immutabili prima dell'avvento di telefonini e comunicazione mobile. Capita dunque che un animale -iscritto in anagrafe a due mesi- non abbia alcun aggiornamento per tutta la vita, nemmeno per i caratteri identificativi somatici, come taglia, colore e lunghezza del mantello che spesso sono soggetti a cambiamenti significativi, specie nei meticci. L'anagrafe nazionale dovrebbe avere comunicazione immediata di ogni variazione, mentre l'aggiornamento non è praticato in modo regolare da tutte le regioni, le quali con regole proprie, si sono date tempi anche molto diversi di trasmissione del dato. Tale controllo potrebbe diventare inutile se gli spostamenti dell'animale fossero rapidi e fatti in tempi inferiori a quelli di rivalutazione del dato. Questi aspetti potrebbero rendere di fatto impossibile collegare un animale al proprietario, vanificando lo scopo dell'anagrafe stessa. D'altra parte si sono verificati anche casi di mancato inserimento di iscrizioni regolari, semplicemente lasciate su cartaceo e mai riportate in banca dati. L'integrazione molto stretta tra registri di razza ed anagrafe “sanitaria” avrebbe il beneficio di introdurre l'iscrizione delle cucciolate (a giorni zero), magari automatizzando e razionalizzando passaggi burocratici che sono in parte di competenza del Ministero dell'Agricoltura ed in parte della Sanità.
La normativa nazionale (vedi capitoli 16 e 17 sulle leggi) prevede che gli animali senza padrone siano ricoverati prima in un canile sanitario e poi nel canile rifugio. Le intenzioni che ispirarono la legge erano buone: favorire le adozioni, evitando l'eutanasia. In quasi 25 anni di applicazione i risultati sono lontani dalle intenzioni. I canili si sono strutturati sempre di più ed i costi a carico del contribuente non si limitano al fondo nazionale, ma quasi invariabilmente sono necessari interventi regionali, da sommare ai contratti con i comuni. Gli enti locali sono infatti chiamati al mantenimento degli animali, essenzialmente con una retta per cane ospitato oppure quantificata in blocco, sulla base del numero di abitanti. Alcuni comuni -casi estremi- hanno pagato per anni quote di animali senza essere informati del loro decesso. A questo si aggiungono le spese a carico delle aziende sanitarie in particolare per i canili sanitari, dove gli animali dovrebbero essere identificati, iscritti in anagrafe, sterilizzati, sottoposti a profilassi contro le principali malattie infettive e parassitarie e “certificati” all'uscita delle strutture. Curioso il dato rilevato da alcune amministrazioni dove i canili con diaria giornaliera sono sempre affollati, mentre quelli con contratti forfettari, che prevedono una quota annuale predeterminata (indipendente dal numero dei ricoveri), raggiungono le massime percentuali di adozioni, tanto da trasferire animali in altre strutture ospitanti o all'estero. Per i cani, purtroppo, il canile è spesso a vita, probabilmente “in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze", ma nessuno vuole ammetterlo. Combattere il randagismo implica dunque personale per la cattura, impiegati per la cura degli animali, mezzi di trasporto, costi di costruzione e manutenzione delle strutture, nella maggior parte dei casi sotto l'egida del volontariato. Anche le aziende sanitarie locali e regionali devono mettere in conto la gestione dell'anagrafe, degli ambulatori, dei farmaci e di tutto il personale tecnico ed amministrativo per far funzionare l'imponente macchina.
Quasi la totalità dei randagi è rappresentata da incroci, quindi le cause non vanno cercate nella riproduzione programmata, ma in quella non-programmata o spontanea. La riproduzione incontrollata dei cani di proprietà rappresenta il principale fattore che aggiunge nuovi nati. Infatti la prolificazione degli animali rinselvatichiti o in libertà, riesce solo raramente a portare a maturità un numero significativo di soggetti. La mortalità dei neonati e dei cuccioli, fame, fattori climatici, incidenti e malattie infettive ed infestive, insieme alla competizione inter ed intra specifica, determinano una fortissima pressione selettiva su una popolazione di animali, resi tutto sommato poco adatti alla vita selvatica da millenni di domesticazione. Viceversa l'accoppiamento occasionale e/o incontrollato di animali di proprietà è il principale fattore di successo riproduttivo. Le cucciolate crescono in ambiente protetto e con adeguato nutrimento, La presenza dei cuccioli è normalmente apprezzata ed i problemi gestionali si affacciano ai proprietari in tutta la loro complessità quando l'ambiente diventa insufficiente, o le esigenze degli animali che non sono stati affidati diventano difficili da sostenere. Per molti proprietari è una sorpresa scoprire che i giovani maschi possono unirsi con le madri e quindi generare cucciolate indesiderate. A questo punto gli animali vengono spesso lasciati senza controllo o deliberatamente abbandonati. Anche il traffico internazionale può rappresentare un importante fattore per alimentare il randagismo. Si tratta spesso di ingressi del tutto incontrollati nel nostro paese, sfruttando le emozioni suscitate dal disagio. Spesso si tratta di soggetti di dimensioni o carattere problematici, oppure affetti da patologie molto onerose da mantenere sotto controllo e a rischio sanitario (leishmaniosi). Le adozioni da ecosistemi diversi rappresentano anche un rischio per gli ospiti co-adottati, come parassiti ad agenti infettanti che possono in tal modo colonizzare nuove aree.
L'adozione di un animale da compagnia è di per sé un atto di generosità nei confronti di animali destinati alla gabbia a vita in canili lager. Vi sono anche persone che accolgono un pet superficialmente o solamente per motivazioni economiche o per beneficiare di incentivi come finanziamenti o minori imposte, destinati a chi adotta. Le amministrazioni locali, tenute a versare migliaia di euro all'anno per ciascun cane in canile, hanno promosso varie iniziative per liberarsene. Con che risultati? Sul breve periodo, generalmente buoni; ma nessuna soluzione sul medio-lungo termine, se l'anagrafe non funziona perfettamente. Abbiamo già osservato una certa facilità nel dare in adozione in canili con contratti forfettari (indipendenti dal numero di cani). Dove invece i fondi percepiti dipendono dai cani ricoverati, vi è generalmente la tendenza a maggior “scrupolo” nel dare cani da accogliere, oppure ad accordi per garantire cuccioli (anche provenienti dall'estero), sempre più facili da affidare, conservando per quanto possibile i “paganti”. Il traffico di animali dall'estero e da altre aree d'Italia, testimoniano questi passaggi, spesso operati da sigle difficili da smascherare. In Germania chi riceve animali da canili deve pagare una tassa di adozione (circa 200 €) sia per sostenere le strutture, sia per evitare le adozioni irresponsabili. La forte pressione mediatica all'eticità degli affidi giustifica la nascita di organizzazioni complesse dedicate allo scopo. Ci sono siti Internet in cui si possono prenotare animali in base alle caratteristiche cercate e “staffette” per spostarli. In molti casi viene sfruttata la compassione suscitata da determinate patologie o altre situazioni estreme. Mentre si pone molta enfasi sui deficit comportamentali, possibili in animali importati dall'estero, forse non vi è corrispondente attenzione a casi che in altre nazioni sarebbero classificati come “inadottabili”, oppure sono affidati senza alcuna informazione su un congruo periodo di cure parentali o traumi eventualmente subiti. Questo senza contare possibili o concomitanti deficit sanitari. Il ricorso all'adozione “al buio”, dovrebbe dunque rappresentare una soluzione d'emergenza. Con una cultura del possesso responsabile, il numero dei cani da affidare non rappresenterebbe una sfida impossibile, in quanto i casi sarebbero ridotti a poche situazioni circoscritte, che determinano impossibilità di gestione da parte dei legittimi proprietari (cani sopravvissuti a proprietari anziani). La spinta alle adozioni può soddisfare la richiesta di chi vorrebbe un animale e parte di quella di chi sarebbe disposto ad acquistarlo, tuttavia ad un certo punto, la domanda si satura ed i cani in più non trovano collocazione. La leva emotiva con cui si inducono le persone ad adottare un cane non è il miglior presupposto per un possesso responsabile.
Nelle pieghe dei bilanci comunali i numeri dei canili sono sempre stati accettati acriticamente: in passato non mancavano le risorse! I controlli sull'effettiva popolazione canina ricoverata, trasferita o deceduta sono sempre stati scarsi, anche se in alcuni casi l'incrocio dei dati tra le rette versate dai comuni per ciascun animale e la corrispondente “esistenza in vita” degli stessi ha fornito delle sorprese. Pochi anche i controlli (spending review) sull'efficacia di provvedimenti quali gli incentivi economici comunali diretti o sotto forma di sgravi fiscali per le adozioni, spesso veri provvedimenti a pioggia del tutto inconcludenti per la soluzione dei problemi.
Un sistema così complesso è complicato da conteggiare. Abbiamo livelli di spesa che vanno dall'ente locale (Comune), a regioni e allo Stato, fino a contributi europei, e voci non uniformi. Eccone alcune:
In riferimento a dati pubblicati possiamo riportare che appalti si aggiudicano mediamente (per cane) a 2–8 €/giorno, cioè 1000-3000 euro/anno, ma sono documentati appalti annuali da 7 milioni di € per circa 1000 animali (7.000/cane/anno)
Gli appalti di cui si ha traccia si riferiscono al canile rifugio, che in certi casi possono assorbire anche qualcuna delle voci precedenti, ma non rappresentano in nessun caso un dato completo che riassuma tutte le voci precedenti. Un altro dato interessante da confrontare è la tendenza media ad appalti più onerosi nel caso di affidamento ad associazioni di volontariato. Circa 7 canili su dieci sono affidati ad onlus, solo 3 su dieci a privati.
Il danno indiretto allo Stato
Sentiamo abbastanza spesso elencare quanto costa il randagismo alla collettività ma, mancando dati precisi, anche il danno resta in gran parte una stima. Non si considera quasi mai la voce “minori entrate” da parte dello Stato. In pratica stimando la vita media dei 7 milioni e mezzo di cani anagrafati in Italia in un periodo di 10 anni (vita media, si badi bene, non “aspettativa di vita” che è altra cosa ), il turn-over corrisponde a 750.000 cani ogni anno. Una commercializzazione regolare potrebbe rappresentare un introito IVA di almeno cento euro per ciascuno, cioè 75 milioni di entrate all'anno, più l'indotto. Resta il dato di fatto che una zootecnia minore come quella cinotecnica, pur con il merito di aver sviluppato e selezionato tante varietà di animali domestici, non è stata considerata con abbastanza serietà sotto il profilo economico/commerciale, mentre un allevamento corretto e gestito con competenze professionali è indispensabile per avere cuccioli cresciuti bene sotto il profilo della selezione genetica, del comportamento equilibrato e della salute. Potrebbe garantire ancora una nicchia di reddito, occupazione, economia e dunque di incassi tributari. Indiscutibili le responsabilità degli operatori (con gli errori propri di chi fa qualcosa, e in cui non incorre solo chi non fa nulla), come è indiscutibile la possibilità di maggiore controllo e garanzie, in primis verso gli animali, da parte di un sistema organizzato, rispetto a uno spontaneo, multicentrico, anarchico. Sono una realtà, per le Onlus, le condizioni agevolate in materia di tassazione e contratti dei dipendenti e lo scarso controllo fiscale. Le adozioni non comportano il versamento di imposte che deriverebbero da un regime normale, quantificabili in decine di milioni; anzi possono anche celare “contributi” o “donazioni” del tutto invisibili al fisco. Le attività ed i servizi, quando rivolti ai privati, potrebbero e dovrebbero rappresentare comunque occasioni per le rispettive economie, determinando redditi ed entrate tributarie, anziché passività per la collettività. Questo potrebbe anche esporre a truffe. Se ad esempio fossero caricati cani e gatti meticci vaganti, pur a carico del comune, nessuno potrebbe valutare se esistano veramente; le amministrazioni comunali non avrebbero più alcuna oggettivazione sui soggetti riversati nei database... anche nell'ottica dei contributi erogati. Questo problema è quasi una regola nel caso dei gatti delle colonie feline, dove l'iscrizione -non sempre fatta nella realtà- dovrebbe servire per ricondurli al proprietario, ma anche per evitare prestazioni impropriamente rese dal Sistema Sanitario (sterilizzazioni, visite, profilassi...) su felini di privati spacciati per randagi, favorendo giri di “mance” per gli intermediari. Le sterilizzazioni sono tra gli indicatori per la ripartizione del fondo nazionale sul randagismo, insieme agli ingressi nei canili, quindi non si tratta di voci senza ricadute. Ovviamente questo genera un costo di personale e microchip.
Cosa ci dicono i dati sul randagismo?
Il fatto che l'Italia abbia intrapreso con l'anagrafe una strada molto ambiziosa è fuori dubbio, tanto che l'Unione Europea non ha imposto il modello ad altri paesi. L'osservazione dei dati può suggerirci diversi spunti interpretativi.
Rapporto cani/superficie. Questo rapporto -espresso in valori assoluti- vede la regione Veneto con 53 cani per km quadrato e la Calabria con un valore dieci volte inferiore (5,2). La maggiore presenza di cani è correlata ai territori più densamente popolati e ai più alti numeri di cani censiti. Alcune aree come le provincie di Trento e Bolzano, che pure controllano molto bene il territorio, presentano numeri bassi in conseguenza della bassa densità di popolazione. La media nazionale è di 25 cani per chilometro quadrato. Possiamo anche osservare -sopra la media- regioni maggiormente urbanizzate e densamente popolate. A parità di densità abitativa potremmo aspettarci numeri di cani simili, tendenzialmente maggiori in ambienti urbanizzati. Dai grafici potremmo trarre delle considerazioni “sociologiche”: in ambienti rurali vi è una tendenza minore al possesso di cani rispetto alle aree urbanizzate; ciò potrebbe rappresentare il venir meno del cane da utilità tradizionalmente legato ad attività sportive o rurali in spazi aperti, a favore di una domesticazione urbana degli animali.
Per avere un confronto con dati più uniformi abbiamo confrontato il numero di cani per superficie rispetto alla densità di popolazione.
In questo caso potremmo aspettarci che regioni più densamente popolate abbiano numeri maggiori di animali e viceversa, cioè curve con lo stesso andamento.
Potremmo eventualmente trovare aree più ricche (es. Provincie autonome con numeri maggiori di cani), invece l'andamento non è affatto proporzionale. Per rendere indipendente il confronto dalle caratteristiche di densità di popolazione abbiamo usato il parametro dei cani ogni 1000 abitanti.
Il grafico dei cani ogni 1000 abitanti dovrebbe avere un andamento piatto, vicino alla media di circa 130 cani ogni mille abitanti, se in tutte le regioni, il numero di cani pro/capite fosse uguale. Invece emerge ancora una volta che la maggior densità di cani in anagrafe per ogni mille abitanti appartiene al Friuli Venezia Giulia (oltre 230), mentre il valore più basso è della Calabria (40). Qui il dato di un'area facilmente controllabile e ragionevolmente monitorata più di altre -come la provincia di Bolzano- potrebbe rappresentare un quadro di riferimento tra i più aderenti alla realtà. Infatti è un contesto a elevato tenore di vita degli abitanti, quindi propensione all'animale da compagnia, risorse adeguate alla gestione, e randagismo canino praticamente assente. La copertura anagrafica è prossima al 98%. Anche quella provincia è stata interessata direttamente dall'emergenza rabbia e l'incremento dei nuovi inserimenti nell'ultimo triennio è stato molto basso. Presenta 110 cani ogni 1000 abitanti.
Il confronto con lo stesso rapporto riferito al 2011 ci fa vedere chi abbia aggiunto più animali all'anagrafe in questi anni. Il trend delle iscrizioni è espresso dalla linea gialla che esplicita la differenza nel triennio. I dati della Sardegna sono spiegabili con i maggiori controlli sugli spostamenti; mentre il Friuli Venezia Giulia rappresenta la naturale porta di ingresso a Est. Non si spiega facilmente lo scostamento dalla media. Comunque, dando per buono il rapporto, il totale dei cani in Italia dovrebbe essere inferiore ai 7 milioni.
Un'anagrafe “matura” dovrebbe includere solo dati certi, una tendenziale uniformità nelle medie e scostamenti relativamente modesti. Infatti è improbabile che la popolazione dei pets continui a crescere in modo significativo negli anni e andrebbe valutata attentamente l'effettiva registrazione dei decessi e dei trasferimenti. In una visione complessiva rappresentano delle criticità sia avere pochi cani (indice di insufficiente censimento), sia averne troppi (indice di cani censiti più volte o non cancellati in caso di trasferimento o decesso). In questo senso l'anagrafe nazionale potrebbe svolgere un ruolo importantissimo, confrontando semplicemente i numeri di microchip e chiedendo una rivalutazione di eventuali doppioni, come di fatto fa, tuttavia questo confronto è limitato a identificativi elettronici (i codici degli obsoleti tatuaggi sono difficili da confrontare) ed ai casi di effettiva trasmissione del dato. Non dimentichiamo che, ad esempio, una famiglia che trasferisce la propria residenza in altra regione difficilmente si avrà tra le priorità dell'immane mole di documenti da modificare, proprio quelli dell'animale domestico!
Chi carica di più in anagrafe? Sono aumentati di più gli inserimenti dove l'anagrafe ha spazio di maggior incremento, rispetto alle iscrizioni del passato. Sono diminuiti o sono in percentuali contenute, in regioni che iscrivono meno, o che bilanciano le iscrizioni con le rimozioni; i valori negativi rappresentano casi in cui le cancellazioni hanno superato le iscrizioni. Da notare che le cancellazioni sarebbero un ottimo indice di gestione dei dati, se rappresentassero rimozioni “reali” e non “d'ufficio”.
Ormai dovrebbe essere passato il concetto che è inutile inseguire il problema del randagismo, ma è necessario cercare di arginarne le fonti. Dove la sterilizzazione raggiunge percentuali di copertura efficaci, il fenomeno del randagismo è assente, ed i cani raccolti in strutture di accoglienza si limitano ai piccoli numeri di situazioni eccezionali, quali la sopravvivenza del cane al padrone anziano. Indurre a sterilizzare il cane in assenza di un'evoluzione culturale non è semplice ma potrebbe servire da stimolo un “contributo di solidarietà” che renda responsabili i proprietari del potenziale riproduttivo degli animali. Il cane sterilizzato sarebbe escluso dal contributo, mentre i cani non sterilizzati per scelta del proprietario sarebbero tenuti ad un versamento annuale. In questa maniera si avrebbe il duplice effetto di limitare i potenziali riproduttori, ma anche di coinvolgere i comuni nel controllo degli animali (controllo di fatto poco efficace). L'altro fronte importante è quello del traffico di animali, spesso agevolato da Internet. Rappresenta un rischio per la sicurezza, tuttavia un'anagrafe funzionante potrebbe filtrare le situazioni sospette nelle iscrizioni di animali, intervenendo quando la provenienza dei soggetti risultasse poco chiara.
Incentivare un allevamento ed un commercio corretti, rispettosi delle esigenze etologiche e che possano offrire garanzie di aggiornamento zootecnico. Le esperienze di chi fa riprodurre il proprio cane per diletto sono spesso traumatiche o disastrose. Spesso mancano le conoscenze di base dell'allevamento, con ricadute negative per gli animali e per gli improvvidi allevatori. In più sarebbero più facili da mantenere garanzie sugli animali e la giusta tassazione per lo stato. Il randagismo ha creato nel nostro paese dei “randagisti professionali” mentre all'estero i ruoli tra chi controlla (pubblico), chi gestisce gli animali (privato) è rigidamente separato. Anche il ruolo delle associazioni è decisamente diverso: raccolgono i fondi e operano nel volontariato ma sempre e comunque in un contesto nel quale gli animali sono gestiti da soggetti professionali, controllabili, senza commistioni di interessi. Se per i veterinari curare un animale randagio o di proprietà non rappresenta alcuna differenza, un coinvolgimento costruttivo potrebbe portare ad un servizio più capillare per le pratiche anagrafiche, gestibili con maggiore facilità e presenza fisica sul territorio. Come anche per sterilizzazioni e cura degli animali, evitando concretamente al sistema pubblico l'onere di intervenire nel comparto degli animali da compagnia, se non per situazioni particolari. Il progetto VETEV, un gestionale on-line gratuito, che può fornire uno strumento informatico utile per le pratiche di aggiornamento dell'anagrafe (con elevata qualità del dato), è per ora sperimentato solo in Veneto, pur essendo il programma disponibile in tutta Italia.
La situazione del randagismo è sostanzialmente divisa tra aree a bassa evidenza del fenomeno, dove comunque i canili sono quasi sempre pieni, ad aree ad alta evidenza, dove sono presenti anche i branchi di animali vaganti. Dalla nascita della legge 281, in 24 anni la spesa per i cittadini e gli enti locali non è diminuita e l'anagrafe presenta molte criticità. Gli stessi bilanci sul fenomeno sono impossibili da formulare con esattezza, per l'assenza di dati precisi e l'incertezza, dimostrata nell'analisi precedente, di quelli disponibili. Siamo comunque nell'ordine di grandezza di miliardi di euro. Restano molti interrogativi, dei quali forse il principale è il perché altri Stati non abbiano seguito la nostra strada. Siamo gli unici ad avere un anagrafe obbligatoria ed i canili a vita. Nei riguardi della libera circolazione, auspicata dalle norme europee, dovremmo valutare se ha senso un 'anagrafe solo italiana in un contesto globalizzato.
In sostanza il randagismo canino rappresenta un business impressionante ed un motivo di interesse da parte di tanti soggetti.
È evidente la necessità di agire alle fonti dei randagismo (riproduzione incontrollata e traffico illegale), evitando di mantenere concentrati gli interessi che portano a stabilizzare il fenomeno, anziché risolverlo. Neppure quello felino ha soluzioni adeguate.
La normativa sugli animali: dal generale al particolare
Prima di analizzare nel dettaglio la 281 per individuarne i punti critici, è utile capire qual è stato il percorso normativo (partendo dall’organismo gerarchico più elevato per arrivare all’applicazione da parte degli Enti locali) che ha portato alla promulgazione di questa Legge e cosa è successo dopo la sua entrata in vigore.
Nel 1978 a Parigi viene proposta la “Dichiarazione universale dei diritti degli animali”. Si tratta di un atto simbolico, in quanto presentata da un associazione presso l'UNESCO (e non dall'UNESCO) e privo di effetti legali effettivi, ma che richiama la “Dichiarazione universale dei diritti umani”, firmata nella stessa Capitale nel 1948, su input delle Nazioni Unite, per applicarla negli Stati membri. L'Europa intanto rivede con un trattato internazionale le sue basi normative. Nel 2007 viene firmato il Trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull'Unione europea e il Trattato sul funzionamento dell' Unione europea. In quest'ultimo al Titolo II°: “Disposizioni di applicazione generale” l'Articolo 13 recita: “Nella formulazione e nell’attuazione delle politiche dell'Unione nei settori dell’agricoltura, della pesca, dei trasporti, del mercato interno, della ricerca e sviluppo tecnologico e dello spazio, l'Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti, rispettando nel contempo le disposizioni legislative o amministrative e le consuetudini degli Stati membri per quanto riguarda, in particolare, i riti religiosi, le tradizioni culturali e il patrimonio regionale.” Ancora una volta il significato è soprattutto simbolico in quanto le disposizioni generali nel trattato di funzionamento non costituiscono una base per azioni legali; non hanno infatti valore cogente. Il testo ripreso dall'originale inglese era inizialmente:"Nel formulare e implementare le politiche sull'agricoltura, pesca, trasporti, mercato interno e ricerca, l'Unione e gli Stati Membri devono, poiché gli animali sono esseri senzienti, porre attenzione totale alle necessità degli animali, sempre rispettando i provvedimenti amministrativi e legislativi degli Stati Membri relativi in particolare ai riti religiosi, tradizioni culturali ed eredità regionali." La traslazione del termine welfare come “benessere” lascia qualche margine di interpretazione, perché traduce nello stesso modo in italiano anche l' anglicismo “wellness”, di significato assai diverso. La definizione di “essere senziente”, come capace di percepire degli stimoli e mettere in atto dei comportamenti conseguenti, è indubbiamente estensibile anche a tutte le altre forme biologiche, alla luce delle moderne acquisizioni scientifiche, escludendo unicamente ciò che non è materia vivente.
Il Consiglio europeo, nel novembre 1987, approverà la Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, detta "Convenzione di Strasburgo", ratificata dall'Italia nel 2010 (con legge 201 del 4/11/2010). Il testo prevede misure di lotta al randagismo.
Capitolo III – Misure complementari per gli animali randagi Articolo 12 – Riduzione del numero di animali randagi Quando una Parte ritiene che il numero di animali randagi rappresenta un problema per detta Parte, essa deve adottare le misure legislative e/o amministrative necessarie a ridurre tale numero con metodi che non causino dolori, sofferenze o angosce che potrebbero essere evitate. a) Tali misure debbono comportare che: i) se questi animali debbono essere catturati, ciò sia fatto con il minimo di sofferenze fisiche e morali tenendo conto della natura dell’animale; ii) nel caso che gli animali catturati siano tenuti o uccisi, ciò sia fatto in conformità con i principi stabiliti dalla presente Convenzione. b) Le Parti si impegnano a prendere in considerazione: i) l’identificazione permanente di cani e gatti con mezzi adeguati che cau­sino solo dolori, sofferenze o angosce di poco conto o passeggere, come il tatuaggio abbinato alla registrazione del numero e dei nominativi ed indirizzi dei proprietari; ii) di ridurre la riproduzione non pianificata dei cani e dei gatti col pro­muovere la loro sterilizzazione; iii) di incoraggiare le persone che rinvengono un cane o un gatto randagio, a segnalarlo all’Autorità competente. Articolo 13 – Eccezioni per quanto concerne la cattura, il mantenimento e l’uccisione Le eccezioni ai principi stabiliti nella presente Convenzione relative alla cattura, al mantenimento ed all’uccisione degli animali randagi saranno accolte solo se sono inevitabili nell’ambito dei programmi governativi di controllo delle malattie. (dal sito uff. del Consiglio d'Europa)
Mentre l'Europa tratteggiava il quadro generale appena descritto, in Italia viene approvata la legge 281, votata alla vigilia di ferragosto del 1991: Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo. Con questa legge ci si propone di affrontare in modo moderno il problema del randagismo che era ancora regolamentato dal DPR del 1954 n°320 (Regolamento di polizia veterinaria) : I cani catturati perché trovati vaganti senza la prescritta museruola devono essere sequestrati nei canili comunali per il periodo di 3 giorni. Trascorsi i 3 giorni senza che i legittimi possessori li abbiano reclamati e ritirati, i cani sequestrati devono essere uccisi con metodi eutanasici ovvero concessi ad istituti scientifici o ceduti a privati che ne facciano richiesta, salvo sempre i casi previsti dai successivi articoli 86, 87 e 90. Il nuovo testo parla di animali d'affezione (senza tuttavia darne una chiara definizione), riconosce il valore del controllo delle nascite, istituisce i rifugi per i cani ma soprattutto cambia l'approccio precedente : “I cani vaganti ritrovati, catturati o comunque ricoverati presso le strutture (canili), non possono essere soppressi”, precisando “Possono essere soppressi, in modo esclusivamente eutanasico, ad opera di medici veterinari, soltanto se gravemente malati, incurabili o di comprovata pericolosità” Le tutele sono previste anche per i gatti, vietando il maltrattamento e istituendo le “colonie feline”. La legge prevede anche le modalità di adozione I cani vaganti non tatuati catturati, nonché i cani ospitati presso le strutture di cui al comma 1 dell'articolo 4, devono essere tatuati; se non reclamati entro il termine di sessanta giorni possono essere ceduti a privati che diano garanzie di buon trattamento o ad associazioni protezioniste, previo trattamento profilattico contro la rabbia, l'echinococcosi e altre malattie trasmissibili. Contiene anche altri elementi di interesse: Le regioni provvedono a determinare, con propria legge, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, i criteri per il risanamento dei canili comunali e la costruzione dei rifugi per cani. Tali strutture devono garantire buone condizioni di vita per i cani e il rispetto delle norme igienico- sanitarie e sono sottoposte al controllo sanitario dei servizi veterinari delle unità sanitarie locali. Informazione scolastica “al fine di conseguire un corretto rapporto di rispetto della vita animale e la difesa del suo habitat”; risarcimento degli agricoltori: “Al fine di tutelare il patrimonio zootecnico le regioni indennizzano gli imprenditori agricoli per le perdite di capi di bestiame causate da cani randagi o inselvatichiti, accertate dal servizio veterinario dell'unità sanitaria locale”.
La tassa sul cane.
La legge 281, pur essendo una legge quadro e richiedendo successive norme regionali, prevedeva ed entrava nei dettagli della tassa sul cane a cui erano tenuti tutti i possessori di un cane. L'acquisto di un cane già assoggettato all'imposta non dà luogo a nuove imposizioni. Esentava: a) i cani esclusivamente adibiti alla guida dei ciechi e alla custodia degli edifici rurali e del gregge; b) i cani appartenenti ad individui di passaggio nel comune, la cui permanenza non si protragga oltre i due mesi o che paghino già l'imposta in altri comuni; c) i cani lattanti per il periodo di tempo strettamente necessario all'allattamento e non mai superiore ai due mesi; d) i cani adibiti ai servizi dell'Esercito ed a quelli di pubblica sicurezza; e) i cani ricoverati in strutture gestite da enti o associazioni protezionistiche senza fini di lucro; f) i cani appartenenti a categorie sociali eventualmente individuate dai comuni.
Due anni più tardi poche righe nella finanziaria (dl 18/1/93 n°8) aboliranno l'imposizione fiscale con effetto retroattivo(4. Con effetto dall'anno 1992 sono abrogati l'articolo 6 della legge 14 agosto 1991, n. 281. L'abolizione non destò grande sconcerto nelle amministrazioni comunali, forse ancora inconsapevoli degli oneri derivanti dalla legge approvata due anni prima. Anzi, con un'anagrafe allo stato embrionale, sostanzialmente basata su cartaceo ed il tatuaggio come identificativo, probabilmente per le amministrazioni locali l'esazione rappresentava più un onere che un vantaggio. Tuttavia le Regioni -dal canto loro- videro l'intera legge quadro come un problema per la sostenibilità economica, tanto che alcune (Toscana, Lombardia e Province Autonome di Bolzano e Trento) sollevarono eccezione di incostituzionalità. La Lombardia eccepì nel ricorso che pone oneri a carico diretto della Regione”, “a carico delle strutture sanitarie pubbliche, che gravano in definitiva sulla Regione quanto al loro finanziamento”pone oneri, infine, a carico dei Comuni. Ora, a fronte di questo complesso di oneri, alcuni dei quali molto gravosi, la legge, sul piano finanziario, si limita a istituire presso il Ministero della sanità un fondo, la cui dotazione è determinata in 1 miliardo per il 1991 e in 2 miliardi a decorrere dal 1992. Due miliardi -di lire- all'anno (più gli spiccioli derivanti dalle sanzioni) per tutto il territorio nazionale,rappresentano però una goccia, rispetto all'entità degli oneri da affrontare; e la quota del 25% di spettanza della Regione è ancora più clamorosamente insufficiente rispetto ai compiti nuovi ad essa addossati.” “ con ciò violando l'art. 81, comma quarto, della Costituzione, e ledendo l'autonomia finanziaria della Regione». La Corte Costituzionale respinse il ricorso (Sentenza 1992/123).
L'applicazione sul territorio nazionale.
Il recepimento della legge quadro non è stato omogeneo su tutto il territorio nazionale. La Lombardia, ad esempio, aveva già una sua legge del 1987 che normava la materia e si adeguò alla legge quadro solamente nel 2006. Alcune (Piemonte e Molise) approvarono disposizioni regionali già nel 1992; altre (Sicilia) approvarono la legge regionale nel 2000, ma il regolamento che la rende attuativa è del 2007. In un primo momento l'anagrafe si avvaleva del tatuaggio come identificativo dell'animale. La competenza fu assegnata a soggetti diversi: Aziende Sanitarie o Comuni o Regioni (che a loro volta crearono l'anagrafe in strutture apposite istituite ad hoc, o presso apparati esistenti. Diversi furono anche i dati raccolti, le definizioni, le applicazioni software ed i relativi formati. Nell'accordo Stato Regioni (6-2-2003) si previde che dal 2005 l'unico identificativo riconosciuto ai fini dell'anagrafe fosse il microchip. Concetto ribadito nel 2008 dall'Ordinanza del Ministero (allora unico) del Lavoro, Salute e delle Politiche sociali, fino ad oggi sempre reiterata alla scadenza. L'accordo prevede anche “l’attivazione di una banca dati nazionale istituita presso il Ministero della salute, intesa come indice dei microchips, inviati dalle singole anagrafi territoriali”. Sono interessanti anche alcune definizioni dello stesso documento. Ai fini del presente accordo, si intende per: a)"animale da compagnia”: ogni animale tenuto, o destinato ad essere tenuto, dall’uomo, per compagnia o affezione senza fini produttivi od alimentari, compresi quelli che svolgono attività utili all’uomo, come il cane per disabili, gli animali da pet-therapy, da riabilitazione, e impiegati nella pubblicità. b)Gli animali selvatici non sono considerati animali da compagnia; c)“allevamento di cani e gatti per attività commerciali”: la detenzione di cani e di gatti, anche a fini commerciali, in numero pari o superiore a 5 fattrici o 30 cuccioli per anno; d)“commercio di animali da compagnia”:qualsiasi attività economica quale, ad esempio, i negozi di vendita di animali, le pensioni per animali, le attività di toelettatura e di addestramento. L'iscrizione in anagrafe sarebbe stata prevista prima dei due mesi: Le Regioni stabiliscono, inoltre, che il proprietario o detentore di cani provveda alla iscrizione all’anagrafe canina di norma entro 30 giorni dalla nascita, o dall’inizio della detenzione.
Nel frattempo vengono “ammessi” in anagrafe anche gatti e furetti, pur senza alcun obbligo, se non per l'espatrio, ma offrendo maggiori garanzie ai proprietari per il possesso univoco dell'animale ed il suo eventuale ricongiungimento al proprietario in caso di smarrimento.
Un nuovo accordo Stato Regioni (24-01-13) converrà sull'istituzione di banche dati regionali collegate a quella nazionale, aggiornata almeno mensilmente, e l'obbligo di registrazione del cane entro il secondo mese di vita, mentre resta facoltativa la registrazione dei gatti. Cani e gatti non potranno essere ceduti prima dei 2 mesi di età, salvo casi giustificati da motivi sanitari, e vi è un esplicito divieto di vendita o cessione a qualsiasi titolo, di cani e gatti non identificati. Le regioni dovrebbero adottare provvedimenti che garantiscano che l'applicazione dei microchip sia effettuata esclusivamente da medici veterinari ufficiali o da medici veterinari liberi professionisti abilitati ad accedere all'anagrafe regionale degli animali d'affezione che pertanto sono incaricati di pubblico servizio. Essi dovranno procedere alla “verifica della presenza dell'apposito identificativo mediante lettore” ed in caso di mancanza o illeggibilità, segnalare la circostanza al Servizio veterinario ufficiale per territorio. L'accordo Stato-Regioni è un provvedimento che diventa attuativo nel momento in cui è recepito dalla normativa nazionale e regionale. Nel maggio 2014 il Ministero della Salute pubblica le “Linee Guida relative alla movimentazione e registrazione nell’anagrafe degli animali d'affezione” riferite al trasferimento permanente di animali da una regione all'altra. Sono contenute definizioni di animale di proprietà, animali d’affezione ospitati nei canili, nei rifugi o in altre strutture informazioni obbligatorie e facoltative per il documento che il veterinario produce quando applica il microchip requisiti sanitari (età, profilassi ed esami), documentali (documento conforme al mod.A timbrato e firmato da un veterinario ufficiale con segnalamento, struttura di provenienza e destinazione, veterinari di riferimento, diagnosi trattamenti antiparassitari, profilassi ed esami diagnostici, idoneità al trasporto, avvenuta sterilizzazione o giustificazione della non sterilizzazione, generalità del responsabile del trasporto e targa del mezzo) requisiti per il trasporto ed in particolare: Regolamento (CE) n. 1/2005 in caso di trasporto con finalità economiche – in tale definizione rientra anche il trasporto effettuato, oltre che da ditte professionalmente riconosciute, anche da volontari e Associazioni protezionistiche, direttamente o tramite terzi, qualora vi sia un corrispettivo economico a qualsiasi titolo.
Sono seguite note regionali che rilevano l'applicazione delle “linee guida” unicamente a movimenti tra le regioni, escludendo il trasferimento tra privati, e l'importanza di registrare gli animali in arrivo presso i canili prima di qualsiasi spostamento.
Cambia il codice penale.
Nel 2004 la legge 189 del 20 luglio introduce nel codice penale il titolo IX-bis DEI DELITTI CONTRO IL SENTIMENTO PER GLI ANIMALI. La tutela è volta alla crescente sensibilità nei confronti degli animali e contempla una serie di articoli che puniscono l'uccisione (Art. 544-bis), il maltrattamento ed il doping (Art. 544-ter), gli spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie o strazio per gli animali (Art. 544-quater), il divieto di combattimento con animali (544-quinquies). Cambia anche l'articolo L'articolo 727 del codice penale e' sostituito dal seguente: Art. 727. - (Abbandono di animali). - Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattivita' e' punito con l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda da 1.000 a 10.000 euro. Alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze".
L'articolo 3 esclude esplicitamente dall'applicazione della legge alcune realtà inapplicabili.
Art.3(Modifica alle disposizioni di coordinamento e transitorie del codice penale) 1. Dopo l'articolo 19-bis delle disposizioni di coordinamento e transitorie del codice penale sono inseriti i seguenti:
Art. 19-ter. - (Leggi speciali in materia di animali). - Le disposizioni del titolo IX-bis del libro II del codice penale non si applicano ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, di pesca, di allevamento, di trasporto, di macellazione degli animali, di sperimentazione scientifica sugli stessi, di attivita' circense, di giardini zoologici, nonche' dalle altre leggi speciali in materia di animali. Le disposizioni del titolo IX-bis del libro II del codice penale non si applicano altresi' alle manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla regione competente.
La legge tutela anche gli animali selvatici :
Oggetto della tutela. 1. Fanno parte della fauna selvatica oggetto della tutela della presente legge le specie di mammiferi e di uccelli dei quali esistono popolazioni viventi stabilmente o temporaneamente in stato di naturale liberta' nel territorio nazionale. (art.2 legge 157/1992)
Anche il Codice della Strada è stato modificato riguardo agli animali. In passato riferiva le modalità di trasporto: Codice della strada e ss.mm.ii – in particolare comma 6 dell’articolo 169 che stabilisce per i mezzi non specificamente destinati al trasporto che “è vietato il trasporto di animali domestici in numero superiore a uno e comunque in condizioni da costituire impedimento o pericolo per la guida. È consentito il trasporto di soli animali domestici, anche in numero superiore a 1, purché custoditi in apposita gabbia o contenitore o nel vano posteriore al posto di guida appositamente diviso da rete o altro analogo mezzo idoneo che, se installati in via permanente, devono essere autorizzati”.
(Art. 31 Legge 29.07.2010 n° 120 Modifiche agli articoli 177 e 189 del decreto legislativo n. 285 del 1992, in materia di mezzi di soccorso per animali e di incidenti con danni ad animali) L'art.1 prevede la possibilità di creare le ambulanze veterinarie. 2. All'articolo 189 del decreto legislativo n. 285 del 1992 e' aggiunto, in fine, il seguente comma: «9-bis. L'utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, da cui derivi danno a uno o piu' animali d'affezione, da reddito o protetti, ha l'obbligo di fermarsi e di porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso agli animali che abbiano subito il danno. Chiunque non ottempera agli obblighi di cui al periodo precedente e' punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 389 a euro 1.559. Le persone coinvolte in un incidente con danno a uno o piu' animali d'affezione, da reddito o protetti devono porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso. Chiunque non ottempera all'obbligo di cui al periodo precedente e' soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 78 a euro 311».
La 281 è stata approvata alla vigilia di Ferragosto del 1991, Sono passati quasi 25 anni. Molti sono stati i tentativi di riforma, ispirati di volta in volta dalle necessità di contenimento della spesa pubblica, dalla volontà di accrescere le tutele degli animali, dal bisogno di dare attuazione a quanto non ha funzionato in questi anni. Proviamo a scorrerne il testo, non sempre completamente conosciuto anche da chi ne parla spesso, e tentiamo di farne un'analisi critica.
Art. 1. Principi generali 1. Lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali di affezione, condanna gli atti di crudelta' contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l'ambiente.
La tutela degli animali e la sensibilità verso di essi è sicuramente cresciuta; non sempre la veterinaria ha saputo o potuto imprimere contenuti scientifici riguardo alla tutela, alla corretta gestione, al rapporto uomo animale.
Art. 2. Trattamento dei cani e di altri animali di affezione 1. Il controllo della popolazione dei cani e dei gatti mediante la limitazione delle nascite viene effettuato, tenuto conto del progresso scientifico, presso i servizi veterinari delle unita' sanitarie locali. I proprietari o i detentori possono ricorrere a proprie spese agli ambulatori veterinari autorizzati delle societa' cinofile, delle societa' protettrici degli animali e di privati.
La limitazione delle nascite è ben lontana dai livelli di altri paesi, dove la norma è avere cani e gatti sterilizzati. In assenza di questa cultura, nuovi nati continueranno ad alimentare il fenomeno del randagismo. La limitazione delle nascite potrebbe avvalersi sistematicamente dei veterinari privati, ormai capillarmente diffusi sul territorio, risparmiando alla collettività costi di personale ed infrastrutturali. La professione veterinaria richiede indipendenza per cui è un problema crescente (anche sotto il profilo fiscale) avere realtà a carattere hobbistico o non lucrativo. La libera professione deve avere regole e controlli uguali per tutti mentre soggetti diversi possono avvantaggiarsi di diversi trattamenti fiscali o non rientrare direttamente nel campo del controllo deontologico.
2. I cani vaganti ritrovati, catturati o comunque ricoverati presso le strutture di cui al comma 1 dell'articolo 4, non possono essere soppressi. 3. I cani catturati o comunque provenienti dalle strutture di cui al comma 1 dell'articolo 4, non possono essere destinati alla sperimentazione.
Qui la legge ha piena attuazione. Sarebbe opportuno stabilire in quali condizioni di detenzione e salute il canile divenga maltrattamento. Siamo certi che non si configuri una detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze, come più o meno riconosciuto in quasi tutto il resto del mondo?
Applicato parzialmente: se fossero restituiti tutti i cani non avremmo i canili pieni. Purtroppo il microchip che ha sostituito il tatuaggio è ben lontano dall'applicazione sistematica ed in certi casi pur applicato non è riconducibile a nessuno. L'anagrafe richiede una percentuale di copertura di almeno otto cani su dieci per sortire effetti risolutivi sul problema.
5. I cani vaganti non tatuati catturati, nonche' i cani ospitati presso le strutture di cui al comma 1 dell'articolo 4, devono essere tatuati; se non reclamati entro il termine di sessanta giorni possono essere ceduti a privati che diano garanzie di buon trattamento o ad associazioni protezioniste, previo trattamento profilattico contro la rabbia, l'echinococcosi e altre malattie trasmissibili.
Non sempre i cani provenienti da strutture sono identificati con un responsabile preciso e sottoposti alle profilassi di legge. Il business delle adozioni è divenuto impressionante con tanto di siti internet e spostamento di cani affetti da patologie zoonosiche senza alcun controllo.
6. I cani ricoverati nelle strutture di cui al comma 1 dell'articolo 4, fatto salvo quanto previsto dagli articoli 86, 87 e 91 del regolamento di polizia veterinaria approvato con decreto del Presidente della Repubblica 8 febbraio 1954, n. 320, e successive modificazioni, possono essere soppressi, in modo esclusivamente eutanasico, ad opera di medici veterinari, soltanto se gravemente malati, incurabili o di comprovata pericolosita'.
L'articolo ha una buona attuazione. Tuttavia non è raro che l'interesse economico spinga al mantenimento in vita di animali in situazioni inaccettabili, oppure che amministrazioni locali continuino a corrispondere rette per animali deceduti. La definizione di gravità della malattia dovrebbe essere essere strettamente legata alla qualità di vita, quando questa viene meno potrebbero intervenire altri meccanismo privi di responsabilità verso l'animale e la spesa pubblica.
7. E' vietato a chiunque maltrattare i gatti che vivono in liberta'. 8. I gatti che vivono in liberta' sono sterilizzati dall'autorita sanitaria competente per territorio e riammessi nel loro gruppo. 9. I gatti in liberta' possono essere soppressi soltanto se gravemente malati o incurabili.
La sterilizzazione sistematica dei gatti in libertà dovrebbe esaurire il fenomeno. Viceversa esso viene continuamente alimentato generando anche innegabili conflitti e tensioni tra cittadini, di cui spesso sono gli animali stessi a pagare lo scotto. Si deve avere piena consapevolezza che un'anagrafe di gatti in libertà non rende possibile l'aggiornamento dei dati per sarà in pochi anni un contenitore di record in buona parte inutilizzabili. Anche in questo caso il ricorso per gli interventi presso il privato garantirebbe maggiore flessibilità e minore spesa pubblica strutturata. L'identificazione potrebbe essere finalizzata ad un controllo sul reale status di randagio del felino. Non è raro infatti che siano sterilizzati a spese pubbliche animali di proprietà per possibili tornaconti anche statistici. Sterilizzare gratuitamente falsi randagi (cioè gatti di privati) a spese del Sistema Sanitario dovrebbe essere perseguito come truffa.
10. Gli enti e le associazioni protezioniste possono, d'intesa con le unita' sanitarie locali, avere in gestione le colonie di gatti che vivono in liberta', assicurandone la cura della salute e le condizioni di sopravvivenza. 11. Gli enti e le associazioni protezioniste possono gestire le strutture di cui al comma 1 dell'articolo 4, sotto il controllo sanitario dei servizi veterinari dell'unita' sanitaria locale. 12. Le strutture di cui al comma 1 dell'articolo 4 possono tenere in custodia a pagamento cani di proprieta' e garantiscono il servizio di pronto soccorso.
La reale gestione sanitaria intesa come controllo minimo indispensabile di sanità pubblica non è applicabile ad animali vaganti: l'identificazione, la prevenzione ed il controllo di malattie infettive risulta molto difficile quando si superano i tre/quattro soggetti. Non si sono prese in considerazioni antropozoonosi, micosi e malattie parassitarie per le quali i protocolli di intervento in animali liberi sono in molti casi inesistenti o inapplicabili
Art. 3. Competenze delle Regioni 1. Le regioni disciplinano con propria legge, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, l'istituzione dell'anagrafe canina presso i comuni o le unita' sanitarie locali, nonché le modalità per l'iscrizione a tale anagrafe e per il rilascio al proprietario o al detentore della sigla di riconoscimento del cane, da imprimersi mediante tatuaggio indolore. 2. Le regioni provvedono a determinare, con propria legge, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, i criteri per il risanamento dei canili comunali e la costruzione dei rifugi per i cani. Tali strutture devono garantire buone condizioni di vita per i cani e il rispetto delle norme igienico-sanitarie e sono sottoposte al controllo sanitario dei servizi veterinari delle unita' sanitarie locali. La legge regionale determina altresi' i criteri e le modalita' per il riparto tra i comuni dei contributi per la realizzazione degli interventi di loro competenza. 3. Le regioni adottano, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sentite le associazioni animaliste, protezioniste e venatorie, che operano in ambito regionale, un programma di prevenzione del randagismo. 4. Il programma di cui al comma 3 prevede interventi riguardanti: a) iniziative di informazione da svolgere anche in ambito scolastico al fine di conseguire un corretto rapporto di rispetto della vita animale e la difesa del suo habitat; b) corsi di aggiornamento o formazione per il personale delle regioni, degli enti locali e delle unita' sanitarie locali addetto ai servizi di cui alla presente legge nonche' per le guardie zoofile volontarie che collaborano con le unita' sanitarie locali e con gli enti locali.
Il quadro di applicazione è a macchia di leopardo. In assenza di un progetto comune di partenza, che desse le regole per tutti, le regioni hanno in realtà creato una serie di banche dati in cui i riferimenti ed i campi non sono per tutti uguali, soprattutto dal punto di vista informatico. Questo non agevola la creazione del database comune a livello nazionale.
Il rimborso dei danni da randagismo è un vero e proprio fallimento del sistema. Infatti possiamo definire la liquidazione degli indennizzi quasi un evento straordinario. I danni alle aziende agricole sono reali e spesso possono pregiudicare l'esistenza stessa di aziende, pensiamo ad esempio a chi alleva specie di piccole dimensioni a terra. La concomitante presenza di randagi non è compatibile in certi casi con la zootecnia e di rimborsi, se pure ci fossero non determinerebbero questa compatibilità.
6. Per la realizzazione degli interventi di competenza regionale, le regioni possono destinare una somma non superiore al 25 per cento dei fondi assegnati alla regione dal decreto ministeriale di cui all'articolo 8, comma 2. La rimanente somma e' assegnata dalla regione agli enti locali a titolo di contributo per la realizzazione degli interventi di loro competenza. 7. Le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano adeguano la propria legislazione ai principi contenuti nella presente legge e adottano un programma regionale per la prevenzione del randagismo, nel rispetto dei criteri di cui al presente articolo.
Il rischio della ripartizione di fondi tra regioni e comuni è quello di parcellizzare le cifre fino a renderle insufficienti alle competenze ad ogni livello.
Art. 4 Competenze dei comuni 1. I comuni, singoli o associati, e le comunita' montane provvedono prioritariamente ad attuare piani di controllo delle nascite attraverso la sterilizzazione. A tali piani e' destinata una quota non inferiore al 60 per cento delle risorse di cui all'articolo 3, comma 6. I comuni provvedono, altresi', al risanamento dei canili comunali esistenti e costruiscono rifugi per i cani, nel rispetto dei criteri stabiliti con legge regionale e avvalendosi delle risorse di cui all'articolo 3, comma 6. (( I comuni, singoli o associati, e le comunita' montane provvedono a gestire i canili e gattili sanitari direttamente o tramite convenzioni con le associazioni animaliste e zoofile o con soggetti privati che garantiscano la presenza nella struttura di volontari delle associazioni animaliste e zoofile preposti alla gestione delle adozioni e degli affidamenti dei cani e dei gatti. 2. I servizi comunali e i servizi veterinari delle unita' sanitarie locali si attengono, nel trattamento degli animali, alle disposizioni di cui all'articolo 2.
Le adozioni non si sono dimostrate efficaci per una reale soluzione del randagismo. Vi sono problematiche gestionali nei cani detenuti a lungo nelle strutture che sono affrontate con leggerezza da chi accoglie gli animali. Le adozioni determinano anche una percezione sociale dell'accoglienza all'animale come una sorta di “credito illimitato” nei confronti della collettività. Questo ben si evidenzia nella continua pretesa di gratuità e intervento pubblico, In questo modo, a ben vedere, l'adozione chiude la parentesi dell'animale senza padrone ma scatena una serie di richieste quasi perpetue, come agevolazioni fiscali, cure gratuite, strutture a carico del pubblico che capovolgono l'onere della responsabilità scaricandolo dal singolo al pubblico, mentre il possesso di una animale che è una scelta libera e privata, non dovrebbe determinare alcun automatismo di tal genere.
Art. 6. Imposte 1. Tutti i possessori di cani sono tenuti al pagamento di un'imposta comunale annuale di lire venticinquemila. 2. L'acquisto di un cane gia' assoggettato all'imposta non da' luogo a nuove imposizioni. 3. Sono esenti dall'imposta: a) i cani esclusivamente adibiti alla guida dei ciechi e alla custodia degli edifici rurali e del gregge; b) i cani appartenenti ad individui di passaggio nel comune, la cui permanenza non si protragga oltre i due mesi o che paghino gia' l'imposta in altri comuni; c) i cani lattanti per il periodo di tempo strettamente necessario all'allattamento e non mai superiore ai due mesi; d) i cani adibiti ai servizi dell'Esercito ed a quelli di pubblica sicurezza; e) i cani ricoverati in strutture gestite da enti o associazioni protezioniste senza fini di lucro; f) i cani appartenenti a categorie sociali eventualmente individuate dai comuni. 82) NB Articolo ABROGATO AGGIORNAMENTO (2) Il D.L. 18 gennaio 1993, n. 8 convertito con modificazioni dalla L.19 marzo 1993, n. 68 ha disposto (con l'art. 10, comma 4) che il presente articolo e' abrogato con effetto dall' anno 1992.
Art. 7. Abrogazione di norme
Art. 8. Istituzione del fondo per l'attuazione della legge 1. A partire dall'esercizio finanziario 1991 e' istituito presso il Ministero della sanita' un fondo per l'attuazione della presente legge, la cui dotazione e' determinata in lire 1 miliardo per il 1991 e in lire 2 miliardi a decorrere dal 1992. 2. Il Ministro della sanita', con proprio decreto, ripartisce annualmente tra le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano le disponibilita' del fondo di cui al comma 1.
I criteri per la ripartizione sono determinati con decreto del Ministro della Sanita' adottato di concerto con il Ministro del tesoro, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, di cui all'articolo 12 della legge 23 agosto 1988, n. 400.
Il finanziamento e la sostenibilità della 281 sono uno dei punti deboli principali della legge. Punti deboli che emergono in tutta la loro drammaticità in un momento in cui è messa in discussione la copertura del SSN anche per la medicina umana e ci troviamo con un sistema gigantesco di strutture e personale che non è possibile ridimensionare da oggi a domani. La tassa sui cani in origine espressamente prevista dall'articolo 6, quasi inesigibile all'epoca della promulgazione del testo di legge a causa proprio di un sistema anagrafico cartaceo poco efficacie, è stata riproposta in numerose occasioni ma si è sempre trovata davanti ad un forte contrasto sociale (e mediatico).
Il fatto che i costi del randagismo non siano conosciuti con assoluta precisione da nessuno costituisce forse un alibi per non prendere decisioni impopolari, tuttavia il permanere del problema richiede soluzioni non più dilazionabili. Per prima cosa non si dovrebbero mantenere interessi “aggregati”. Tutte le “strutture”, materiali o immateriali, create e finanziate per risolvere un problema, cessano di avere motivo di esistere quando il problema è risolto. Dunque potrebbero tendere a mantenerlo. Per questo è ragionevolmente preferibile che le parti pratiche (operative) siano affidate a soggetti economici professionali. Questo perché tali soggetti si assumono il rischio dell'esaurimento della domanda, come una ditta edile che chiude il cantiere quando a terminato l'opera. Solo in questo modo i controlli possono avere efficacia e non risultare condizionati da altri fattori. La professionalità è una garanzia sia per poter pretendere standard di qualità, sia perché lo Stato abbia un corretto rientro dall'imposizione fiscale, applicata, ad es. al libero professionista che sterilizza il gatto, ma non al sistema sanitario. Lo stimolo ai controlli, finora poco efficaci, può essere ricavato nel creare un interesse dei Comuni a controllare i propri cittadini, responsabilizzando i proprietari che detengono animali con potenziale riproduttivo (applicazione del contributo di solidarietà a carico di chi preferisce mantenere animali non sterilizzati). Controllo dell'ingresso e degli spostamenti di animali intra ed extra nazionali. L'Europa prevede libera circolazione ma controllare movimenti dichiarati, di animali allevati e spostati per motivi commerciali è più facile che inseguire gli “staffettisti” che si muovono nell'ombra, in “nero” e senza alcun controllo sanitario e fiscale. Il tutto, sempre, con la prospettiva prioritaria di non detenere animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze.
Le proposte SIVeLP *
Il randagismo rappresenta per L’Italia un fenomeno grave a livello nazionale ma che ha anche ripercussioni a livello internazionale.
Le soluzioni fin qui prospettate si sono rivelate inefficaci, ed è evidente il tentativo di far passare nell’opinione pubblica dei messaggi acritici. La condizione del randagio non è idilliaca né bucolica; sono spesso animali esposti a ogni genere di sofferenze, a partire dalla difficoltà di soddisfare i bisogni primari. Costituiscono serbatoi incontrollabili di patologie che condividono con i loro simili e con altre specie, uomo compreso.
L’impegno di risorse pubbliche per arginare il fenomeno è molto consistente: una parte cospicua della sanità veterinaria pubblica è dedicata a un settore (animali da compagnia) che dovrebbe e potrebbe essere di esclusiva pertinenza dei privati cittadini.
Questo alimenta delle forti contraddizioni nell’impiego delle risorse pubbliche e nello stanziamento di risorse.
Infatti, mentre si finanzia da decenni la lotta al randagismo, compiti istituzionali fondamentali per la salute che generalmente cittadini e amministratori reputano gratuiti (quali il controllo dei prodotti per la nostra alimentazione) sono erogati esclusivamente dietro versamento di “Diritti sanitari” anticipati, anche piuttosto consistenti, che finiscono per pesare sui costi di produzione e quindi sul consumatore finale.
Che fare dunque? Partendo dall’analisi della situazione, il SIVeLP (Sindacato Italiano Veterinari Liberi Professionisti) ha sintetizzato alcune proposte operative, facilmente realizzabili e che porterebbero un significativo miglioramento del quadro nazionale.
 La principale fonte di randagi è la riproduzione incontrollata. Una proposta è l’introduzione del “contributo di solidarietà” sugli animali non sterilizzati dei privati. Chi sterilizza il proprio animale ne sarebbe esonerato. In questo modo si finanzierebbe un fondo comunale per far fronte alle spese, consentendo di erogare bonus per la sterilizzazione e le cure per i meno abbienti. I Comuni sarebbero così stimolati a un controllo sulla popolazione, che oggi non esiste.
 Ottimizzare l’anagrafe con il coinvolgimento propositivo e non punitivo dei liberi professionisti. La rete capillare di veterinari privati (80% dei professionisti) può soddisfare tutte le esigenze di introduzione, aggiornamento dei dati, ricongiungimenti e consulenze, ma questo deve essere proposto in modo collaborativo e non punitivo: in particolare, il rapporto di fiducia con i clienti non può essere minato alla base da obblighi di denuncia, mentre si possono incentivare i comportamenti virtuosi, sgravando il pubblico di uffici e personale.
 Riconoscere le professionalità di chi può garantire una gestione ottimale delle cucciolate e dell’allevamento. Le cure parentali corrette sono alla base di animali equilibrati. L’adozione di randagi, per questi motivi, dovrebbe rappresentare un fenomeno sporadico e residuale, riservato a chi è fortemente preparato, motivato e conscio delle responsabilità che si assume.
 Controllare i trasferimenti di animali che avvengono attraverso adozioni dal Web, che spesso nascondono traffici ben poco trasparenti.
 Valutare anche l’impatto fiscale del settore degli animali da compagnia, sia per le possibili entrate dirette sia per i minori costi per la Pubblica amministrazione dovuti alla riduzione del fenomeno randagismo, e il ritorno sotto forma di entrate per lo Stato di una parte di quanto erogato, quando destinato a soggetti con partita Iva.
 Non creare interessi “strutturati” nel randagismo. Se la parte operativa, come le sterilizzazioni, viene affidata al privato, esso si assume il “rischio di impresa” dell’auspicabile riduzione del fenomeno. Se si creano strutture pubbliche o si finanziano altri soggetti fuori dal mercato, essi tendono a mantenere le criticità da cui traggono origine, per giustificare la propria esistenza e tutelare il proprio posto di lavoro.
 Il proliferare di associazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus) lascia più di qualche legittimo dubbio su una possibile redditività del “randagismo professionale”. Non è credibile una generosità così diffusa in tanti soggetti che non traggono reddito da altro. Vi sono ormai prove in molti casi di consistenti patrimoni immobiliari, di forti interessi nell’induzione al ricorso alla giustizia, di marketing professionale dell’immagine e dei servizi (comprese le prestazioni veterinarie). La generosità e la sensibilità dei cittadini meritano assoluta trasparenza e terzietà da parte di questi soggetti, in quelle che sono a tutti gli effetti attività professionali o che generano redditi. L’”utilità sociale” deve rimanere tale e non trasformarsi in stratagemma per raccogliere fondi pubblici ed erogare prestazioni dalle quali lo Stato non ricava alcun ritorno fiscale, penalizzando chi opera secondo le regole.
 Separare gli interessi che gravitano attorno al randagismo: controllori pubblici - controllati (soggetti privati) - noprofit. Il ruolo fondamentale del controllo pubblico è reale se non vi sono interessi confliggenti e garantisce sia la gestione dei dati che la correttezza delle procedure dei soggetti privati controllati.
 Evitare di attribuire valori al randagismo. Riteniamo più efficacie incentivare sterilizzazioni e corretta gestione degli animali piuttosto che “finanziare” il randagismo attraverso sgravi fiscali o incentivi all’adozione. Le esperienze all’estero evidenziano un minor randagismo in Paesi dove si paga la tassa di adozione, piuttosto che in quelli in cui si elargiscono contributi di adozione. Valorizzare il randagismo crea il business di chi lo mantiene.
 Semplificare la gestione degli animali anziché complicarla con sempre nuove e spesso fantasiose imposizioni. Costituiscono un disincentivo alla normale gestione degli animali, sono spesso norme inapplicabili e inapplicate, producono un proliferare di liti e contenziosi che coinvolgono animali, cittadini e spesa pubblica.
"La Settimana Veterinaria" n° 906 del 25 febbraio 2015, "Randagismo, la storia infinita..."
"La Settimana Veterinaria" n° 907 del 4 marzo 2015 “Legge sul randagismo, è ora di cambiare rotta!”
La Repubblica: CURIAMO LE NEVROSI DI CANI E PADRONI
Ricorso della Lombardia alla 281
Ministero della Salute: obblighi e responsabilità
Accordo Stato Regioni del 2003
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in fine

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