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La proposta di riforma dello status di figlio naturale |
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Famiglia di fatto: alcune delle domande più frequenti dei conviventi
24 Gennaio 2011 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
Pubblico di seguito alcune delle domande più frequenti che mi vengono poste in materia di famiglia di fatto.
Le coppie di fatto possono regolare i loro rapporti tramite convenzioni?
La risposta è certamente positiva. I conviventi possono regolare i loro rapporti patrimoniali tramite contratti.
Tali contratti possono avere ad oggetto sia la regolamentazione del periodo della convivenza, sia la regolamentazione del periodo successivo ad essa.
A quale Giudice devono rivolgersi le coppie di fatto in crisi che vogliano separarsi?
E’ bene innanzitutto tener presente che le coppie di fatto non sono riconosciute dalla legge. Pertanto non esistono norme che determinino l’autorità giudiziaria competente in caso di “separazione” tra conviventi.
Ad ogni modo possiamo fare un distinguo:
1) In presenza di figli: tutte le questioni riguardanti il mantenimento e l’affidamento degli stessi, potranno essere trattate dal Tribunale per i Minorenni.
2) In assenza di figli: i conviventi che intendono regolare dei rapporti giuridici, dovranno rivolgersi al Tribunale Ordinario in virtù dei principi generali del diritto.
In presenza di figli, la casa “familiare” può essere assegnata al convivente?
Assolutamente sì. La casa familiare può essere assegnata dal Giudice ad uno dei conviventi quando vi siano figli minorenni o maggiorenni non economicamente indipendenti.
A tale soluzione si giunge grazie alla sentenza n. 166/1998 della Corte Costituzionale.
In assenza di figli, la casa “familiare” può essere assegnata al convivente?
In questo caso la risposta è, evidentemente, negativa. Del resto l’assegnazione della casa coniugale in assenza di figli non avviene neppure per le coppie unite da vincolo coniugale che si separino.
In caso di morte del proprio convivente, l’altro può vantare diritti successori?
La risposta non può che essere negativa.
La successione del convivente potrà avvenire solo nel caso in cui il partner abbia disposto in suo favore tramite testamento (purché non venga comunque lesa la sua quota dei legittimari).
E’ importante tuttavia sottolineare che in caso di morte del proprio partner il convivente può continuare il rapporto di locazione eventualmente esistente in relazione all’immobile fino a quel momento utilizzato come casa “familiare”.
Il convivente può chiedere il risarcimento dei danni in caso di morte per delitto del proprio partner?
La giurisprudenza più recente ritiene di sì. Ne ho già parlato ampiamente qui.
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Adozione da parte del single: ecco i casi in cui è possibile
5 Gennaio 2011 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
La legislazione nazionale riconosce l’adozione di bambini da parte di singles soltanto nei “CASI PARTICOLARI” specificamente indicati nella Legge n. 184 del 1983 (Diritto del minore ad una famiglia).
L’art. 44 della citata legge consente innanzitutto l’adozione da parte di singles nei seguenti casi:
Quando il richiedente sia unito al minore da un vincolo di parentela fino al sesto grado o da preesistente rapporto stabile e duraturo se il minore sia orfano di padre e di madre;
Quando il minore si trovi nelle condizioni indicate dall’art. 3, comma 1, della legge nr. 104/92 (ovvero presenti una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che sia causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione, e sia orfano di padre e di madre);
Quando sia constatata l’impossibilità di un affidamento preadottivo.
E’ poi consentita l’adozione dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altro coniuge.
L’adozione da parte del single è infine ammessa nei casi previsti dall’art. 25, commi 4 e 5, della stessa legge nr. 184/83, cioè:
1. Se uno dei coniugi muore o diviene incapace durante l’affidamento preadottivo, l’adozione, nell’interesse del minore, può essere ugualmente disposta ad istanza dell’altro coniuge nei confronti di entrambi, con effetto, per il coniuge deceduto, dalla data della morte;
2. Se nel corso dell’affidamento preadottivo interviene separazione tra i coniugi affidatari, l’adozione può essere disposta nei confronti di uno solo o di entrambi, nell’esclusivo interesse del minore, qualora il coniuge o i coniugi ne facciano richiesta.
In tutti gli altri casi, l’adozione (sia essa nazionale od internazionale) è consentita soltanto quando i richiedenti siano uniti da vincolo matrimoniale.
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Affidamento ad un solo genitore se l’altro si disinteressa del figlio: affidamento condiviso derogato dai Tribunali
23 Dicembre 2010 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
Come ormai noto a tutti (giuristi e non giuristi), a seguito della Legge n. 56/2006,è stato introdotto il c.d. principio di bi-genitorialità: in caso di separazione dei coniugi, i figli vengono quindi affidati in via condivisa ad entrambi i genitori.
Ma che cosa significa esattamente il termine affidamento condiviso?
Significa, per l’appunto, che la potestà viene esercitata da entrambi i genitori ed ognuno dovrà ritagliarsi il proprio ruolo all’interno di un progetto educativo del/i figlio/i concordato insieme al giudice.
Da quando è entrata quindi in vigore la suddetta legge, l’affidamento condiviso costituisce certamente la REGOLA, mentre l’affidamento esclusivo (cioè l’affidamento ad uno solo dei genitori) viene disposto solo in casi eccezionali (per ulteriori informazioni in merito all’affidamento ed alla separazione, potete visitare questa pagina ).
Nella costante giurisprudenza di merito, si può notare che viene tutt’oggi stabilito l’affidamento esclusivo ad uno solo dei genitori, quando l’altro genitore mostra disinteresse nei confronti del figlio.
Ed invero, con sentenza del 30 marzo 2007, il Tribunale di Pordenone ha affermato che “In tema di affidamento dei figli minori, è opportuno che questi ultimi rimangano affidati in modo esclusivo al padre allorché non esista alcuna consuetudine di vita con la madre, la quale, dopo essersi trasferita in altra regione d’Italia ed aver formato una nuova famiglia, non abbia più avuto alcun contatto, neppure telefonico, con i figli. Inoltre, la madre, disinteressandosi dell’esito della causa di divorzio (non comparendo all’udienza presidenziale, né costituendosi nella successiva fase del giudizio) ha dimostrando di non avere argomenti contrari a quelli svolti dal marito a sostegno della richiesta di affidamento esclusivo della prole. In casi del genere, non può ritenersi conforme all’interesse dei figli l’affidamento condiviso, anche in considerazione del fatto che le decisioni che li riguardano dovranno più opportunamente essere prese dal genitore che conosce il loro carattere ed i loro bisogni”
Parimenti il Tribunale di Brescia con sentenza n. 883/2008 ha espressamente affermato che “può disporsi l’affidamento esclusivo ogni qual volta un genitore, con il suo comportamento processuale e con il mancato adempimento degli obblighi di mantenimento, cura, assistenza ed educazione dei figli, ha dimostrato scarsa considerazione per i bisogni e le esigenze dei minori, con riferimento esclusivo all’interesse morale e materiale dei quali vanno adottati tutti i provvedimenti che li riguardano”
Più recentemente, il Tribunale di Novara con sentenza n. 131/2010, tenuto conto della mancata manifestazione di alcun interesse all’affidamento della bambina da parte dell’ex marito, ha affidato la bambina in via esclusiva all’ex moglie. Non solo: data l’assoluta indifferenza del padre nei confronti della figlia il Tribunale non ha ritenuto neppure sussistenti i presupposti per procedere a una regolamentazione del diritto di visita paterno.
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Quando la coppia di fatto “scoppia”: la fine della convivenza senza matrimonio
22 Dicembre 2010 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
Il nostro ordinamento giuridico non fornisce specifica disciplina giuridica né con riferimento ai rapporti della coppia di fatto, né con riferimento alla rottura dell’unione di fatto.
Che cosa succede nel caso in cui la coppia di fatto “scoppi”? A cosa vanno incontro i conviventi che decidono di separarsi?
Si deve innanzitutto tener presente che l’ex convivente, benché sprovvisto di adeguati mezzi economici, non può vantare nei confronti dell’altro convivente alcuna pretesa economica. In buona sostanza, all’ex convivente non spetta alcun assegno di mantenimento.
Parimenti, nel caso in cui la casa in cui si è sviluppata la convivenza sia di proprietà esclusiva di uno dei conviventi, l’altro non può vantare alcun diritto in capo alla casa stessa.
Nel caso in cui invece la casa nella quale si è svolta la convivenza sia condotta in locazione da uno dei partner, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 404 del 1988, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’articolo 6 della L. n. 392 del 1978 (cosiddetta legge sull’equo canone) nella parte in cui non prevede la successione nel contratto di locazione del convivente more uxorio. La Corte di Cassazione, pertanto, in applicazione dei principi enunciati da detta sentenza, ha affermato il diritto del convivente di continuare ad abitare nella casa comune, nel caso in cui l’altro convivente, titolare del contratto di locazione, decida di allontanarsi dalla casa stessa.
E in presenza di figli minori?
Se dalla convivenza sono nati dei figli e questi sono ancora minorenni nel caso in cui la convivenza cessi, l’affidamento è stabilito in base al criterio del preminente interesse del minore. Se vi è disaccordo, l’affidamento è deciso dal Tribunale per i minorenni. Anche dopo la cessazione della convivenza, il genitore ha l’obbligo di mantenere il figlio che conviva con l’altro partner.
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Maltrattamenti in famiglia: in caso di maltrattamenti ai danni della madre, anche i figli sono da considerarsi vittime
19 Dicembre 2010 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
Sono soggetti passivi del delitto di maltrattamenti in famiglia previsto dall’art. 572 del codice penale anche i figli minori nel caso in cui le vessazioni continue (ingiurie, percosse, minacce lievi,atti di umiliazione generici) siano rivolte principalmente alla loro madre.
La Corte di Cassazione ha infatti di recente statuito che “Lo stato di sofferenza e di umiliazione delle vittime non deve necessariamente collegarsi a specifici comportamenti vessatori posti in essere nei confronti di un determinato soggetto passivo, ma può derivare anche da un clima generalmente instaurato all’interno di una comunità in conseguenza di atti di sopraffazione indistintamente e variamente commessi a carico delle persone sottoposte al potere dei soggetti attivi, i quali ne siano tutti consapevoli, a prescindere dall’entità numerica degli atti vessatori e dalla loro riferibilità ad uno qualsiasi dei soggetti passivi” (Cass. Pen. Cassazione penale , sez. V, sentenza 22.11.2010 n° 41142)
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Separazione tra coniugi: come si determina l’assegno di mantenimento
2 Dicembre 2010 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
L’art. 156 cod. civ. prevede che condizione essenziale per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione è che questi sia privo di adeguati redditi propri, ossia di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, nonché sussista una disparità economica tra i coniugi (Cass. Civ. n. 17136/2004).
A tal fine, il Giudice, una volta accertato il diritto all’assegno di mantenimento, deve innanzitutto prendere in considerazione il contesto sociale nel quale i coniugi avevano convissuto durante la convivenza
Il Giudice deve altresì accertare le disponibilità economiche del coniuge a cui carico l’assegno va posto, comprendenti non solo i redditi in senso stretto, ma anche degli altri elementi di ordine economico o comunque apprezzabili in termini economici suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti (quali la disponibilità di un consistente patrimonio, anche mobiliare, e la conduzione di uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso).
E’ opportuno al riguardo ricordare che, in caso di specifica contestazione della parte, il Giudice deve effettuare i dovuti approfondimenti – anche, se del caso, attraverso indagini di polizia tributaria – rivolti ad un pieno accertamento delle risorse economiche dell’onerato (incluse le disponibilità monetarie e gli investimenti in titoli obbligazionari ed azionari ed in beni mobili).
Tali accertamenti si rendono altresì necessari in ordine alla determinazione dell’assegno di mantenimento in favore del figlio minore, atteso che anch’esso deve essere quantificato, tra l’altro, considerando le sue esigenze in rapporto al tenore di vita goduto in costanza di convivenza con entrambi i genitori e le risorse ed i redditi di costoro.
Si veda, in proposito, Cass. Civ., Sez. I, 24 aprile 2007, n. 9915.
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Adozione di minorenni: obbligo di assistenza legale nella procedura di adottabilità
1 Dicembre 2010 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
La Legge n. 149/2001, che ha riformato la Legge n. 184/1983, ha previsto che fin dall’atto di apertura della procedura per la dichiarazione di adottabilità, i genitori ed i parenti del minore che abbiano mantenuto rapporti significativi con quest’ultimo siano invitati dal Presidente del Tribunale per i Minorenni a nominare un difensore, con l’avvertimento che nel caso non vi provvedano sarà loro nominato un difensore d’ufficio (si veda l’art. 10 della Legge n. 149/2001).
L’obbligo di assistenza legale è stato esteso anche al minore stesso, in applicazione della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, il cui art. 9 prevede che “nelle procedure riguardanti i fanciulli, allorché secondo la legge interna i titolari delle responsabilità parentali siano privati della facoltà di rappresentare il fanciullo a causa di un conflitto d’interessi con lui, l’autorità giudiziaria ha il potere di nominargli un rappresentante speciale” e precisa che gli Stati esaminino la possibilità di “prevedere che nelle procedure riguardanti i fanciulli, l’autorità giudiziaria abbia il potere di nominare un rappresentante diverso per il fanciullo e nei casi appropriati un avvocato”.
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Il diritto dei minori a frequentare i nonni
12 Novembre 2010 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
La Giurisprudenza di merito è univoca nel negare che i nonni siano titolari di un diritto pieno ed azionabile nei confronti dei genitori ad intrattenere rapporti stabili con i minori.
Tuttavia si ritiene costantemente che sussista l’obbligo dei genitori di salvaguardare l’interesse del minore a non essere privato nel suo percorso di crescita e formazione dell’apporto e della frequentazione degli ascendenti.
Al riguardo cito, ad esempio, la sentenza n. 537/2007 della Corte d’Appello di Milano ove si legge: “I nipoti hanno diritto a frequentare i nonni, soprattutto quando hanno con gli stessi relazioni significative. Il bagaglio di memoria e di affetto di cui i nonni sono portatori va preservato, valorizzato e distinto da quello genitoriale, anche in situazioni di particolare difficoltà, ricorrendo all’ausilio di personale specializzato, per il superamento di situazioni di disagio nell’interesse dei minori”.
Pertanto, qualora i genitori impediscano ai minori di vedere i propri nonni, questi ultimi potranno rivolgersi al Tribunale per i Minori territorialmente competente ai sensi dell’art. 333 cod. civ..
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La proposta di riforma dello status di figlio naturale
10 Novembre 2010 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
In data 29 ottobre 2010, il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge delega volto ad equiparare pienamente i figli naturali (ovvero nati fuori dal matrimonio) ai figli legittimi.
Al riguardo è opportuno ricordare che, ad oggi, la parentela naturale è giuridicamente rilevante soltanto in talune ipotesi specificamente previste dalla legge.
Più precisamente, ad oggi, i figli naturali sono equiparati ai figli legittimi soltanto nei rapporti con i loro genitori. Sussiste invece una disparità tra figli naturali e figli legittimi nei rapporti con i parenti del padre e della madre (nonni, zii, cugini ecc. ecc.).
Il disegno di legge delega proposto dal Consiglio dei Ministri tende appunto a sopprimere qualsiasi discriminazione dei figli naturali, in attuazione dei principi sanciti dalla Costituzione (articoli 2, 3 e soprattutto 30) e degli indirizzi fissati da Trattati internazionali, tra i quali la Carta di Nizza sui diritti fondamentali dell’Unione europea (vincolante per l’Italia a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona) e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.
Nel caso in cui il Parlamento approvi tale legge delega, in futuro non ci saranno più differenze tra figli naturali e figli legittimi.
Addirittura le definizioni “figli legittimi” e “ figli naturali” dovrebbero essere sostituite con le definizioni “figli nati nel matrimonio” e “figli nati fuori dal matrimonio”, aderendo in tal modo alla formula lessicale già adottata dall’articolo 30 della Costituzione.
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 Cass. 
 art. 9
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