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Timestamp: 2019-04-23 22:57:12+00:00

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lunedì 31 dicembre 2012 07:45
Il pagamento degli oneri di urbanizzazione: funzione e differenza con la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard
Mentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard afferisce al reperimento delle aree necessarie alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria all’interno della specifica zona di intervento; e ciò vale ad evidenziare la diversità ontologica della monetizzazione rispetto al contributo di concessione, di talché, sotto il versante processuale, non si può utilizzare lo strumento dell’azione di accertamento ammesso per contestare la legittimità del contributo ex art.3 o comunque la insussistenza di tale obbligazione pecuniaria ancorché già assolta (cfr. Sez. IV, 16/2/2011, n. 1013).
Mentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cession ... Continua a leggere
lunedì 31 dicembre 2012 07:42
Per gli strumenti urbanistici generali non sussiste uno specifico onere motivazionale salvo il caso di preesistenza di una convenzione di lottizzazione
Secondo un orientamento consolidato, uno specifico onere motivazionale non sussiste, in linea di principio, per gli strumenti urbanistici generali, come quello di cui è causa (cfr. Cons. Stato, Sez. IV. 14 ottobre 2005, n. 5716; Id., Sez. IV, 7 aprile 2008, n. 1476; Id., Sez. IV, 3 novembre 2008, n. 5478; Id., Sez. IV, 30 dicembre 2008, n. 6600; Id., Sez. VI, 20 ottobre 2010, n. 7585; Id., Sez. IV, 16 febbraio 2011, n. 1015). L’esigenza di una più incisiva e singolare motivazione si dà solo in relazione a determinati profili, quale la preesistenza di una convenzione di lottizzazione, in ragione dell’affidamento qualificato che ne deriva per il privato (cfr. ex plurimis Cons. Stato, Sez. IV, 14 ottobre 2005, n. 5716; Id., Sez. IV, 22 maggio 2012, n. 2952).
Secondo un orientamento consolidato, uno specifico onere motivazionale non sussiste, in linea di principio, per gli strumenti urbanistici generali, come quello di cui è causa (cfr. Cons. Stato, Sez. IV. 14 ottobre 2005, n. 5716; Id., Sez. IV, 7 aprile 2008, n. 1476; Id., Sez. IV, 3 novembre 2008, n ... Continua a leggere
lunedì 31 dicembre 2012 07:37
Differenza tra vincoli espropriativi e vincoli conformativi
Secondo un orientamento giurisprudenziale del tutto consolidato, non solo presso il giudice amministrativo (si veda anche, ad esempio, Cass. civ., SS. UU., 25 novembre 2008, n. 28051) non ogni vincolo posto alla proprietà privata dallo strumento urbanistico generale ha carattere espropriativo ed è dunque soggetto alla disciplina relativa. In altri termini, occorre distinguere tra vincoli espropriativi e vincoli conformativi, secondo una linea di discrimine che ha un preciso fondamento costituzionale, in quanto l’art. 42 Cost. prevede separatamente l’espropriazione (terzo comma) e i limiti che la legge può imporre alla proprietà al fine di assicurarne la funzione sociale (secondo comma). Per meglio dire, i vincoli espropriativi, che sono soggetti alla scadenza quinquennale, concernono beni determinati, in funzione della localizzazione puntuale di un'opera pubblica, la cui realizzazione non può quindi coesistere con la proprietà privata. Non può invece attribuirsi carattere ablatorio ai vincoli che regolano la proprietà privata al perseguimento di obiettivi di interesse generale, quali il vincolo di inedificabilità, c.d. "di rispetto", a tutela di una strada esistente, a verde attrezzato, a parco, a zona agricola di pregio, verde, ecc. (cfr. per tutte Cons. Stato, Sez. IV, 3 dicembre 2010, n 8531; Id., Sez. IV, 23 dicembre 2010, n. 9772; Id., Sez. IV, 13 luglio 2011, n. 4242; Id., Sez. IV, 19 gennaio 2012, n. 244; ivi riferimenti ulteriori).
Secondo un orientamento giurisprudenziale del tutto consolidato, non solo presso il giudice amministrativo (si veda anche, ad esempio, Cass. civ., SS. UU., 25 novembre 2008, n. 28051) non ogni vincolo posto alla proprietà privata dallo strumento urbanistico generale ha carattere espropriativo ed è ... Continua a leggere
lunedì 24 dicembre 2012 08:01
Le scelte comunali sulla destinazione di singole aree sono congruamente motivate se fanno riferimento alle ragioni evincibili dai criteri generali seguiti nell'impostazione del piano regolatore
Le scelte urbanistiche costituiscono apprezzamenti di merito, e quindi sottratte al sindacato di legittimità con l’eccezione di quelle inficiate da errori di fatto o da incongruità argomentativa. Sulla scorta di tale premessa, va condivisa l’affermazione per cui le scelte sulla destinazione di singole aree sono congruamente motivate facendo riferimento alle ragioni evincibili dai criteri generali seguiti nell'impostazione del piano regolatore, ossia emergenti dalla relazione illustrativa del piano. Al contrario, la necessità di altri e più incisivi profili motivazionali può essere rinvenuta solo nei casi in cui preesistano particolari situazioni che abbiano creato aspettative o affidamenti, e che quindi, stante l’esistenza di posizioni soggettive meritevoli di specifica considerazione, debbano ricevere una più compiuta valutazione. Tuttavia, tali situazioni, lungi dall’essere riscontrabili in qualsiasi situazione peggiorativa, hanno il loro referente in situazioni oramai tipizzate dalla interpretazione giurisprudenziale (si pensi al superamento degli standards urbanistici minimi, alla lesione dell'affidamento qualificato del privato in rapporto a precedenti convenzioni di lottizzazione, agli accordi di diritto privato intercorsi tra il Comune e i proprietari delle aree, alle conseguenze da giudicati di annullamento di dinieghi di concessione edilizia o di silenzio rifiuto su una domanda di concessione, da ultimo, Consiglio di Stato, sez. IV, 11 settembre 2012 n. 4806).
Le scelte urbanistiche costituiscono apprezzamenti di merito, e quindi sottratte al sindacato di legittimità con l’eccezione di quelle inficiate da errori di fatto o da incongruità argomentativa. Sulla scorta di tale premessa, va condivisa l’affermazione per cui le scelte sulla destinazione di sing ... Continua a leggere
lunedì 24 dicembre 2012 07:53
E' necessaria la rinnovazione del giudizio di compatibilità ambientale quando le varianti progettuali determinino la costruzione di un intervento significativamente diverso da quello già esaminato
Secondo la giurisprudenza (Cons. Stato, VI, 31 gennaio 2007, n.370), è principio acquisito quello per cui la rinnovazione del giudizio di compatibilità ambientale è necessario quando le varianti progettuali determinino la costruzione di un intervento significativamente diverso da quello già esaminato. Se è prevista un’autorizzazione alla realizzazione di un intervento in più fasi, è necessaria una seconda VIA se nel corso della seconda fase (e quindi per esempio in sede di definitivo o di variante) il progetto può avere mostrato un nuovo impatto ambientale importante, in particolare per la sua natura, le sue dimensioni o la sua ubicazione (in termini, Cons. Stato, VI, n.2694 del 2006, principio conforme a Corte giust. Comm. eu. 4 maggio 2006, C-290/2003; Consiglio di Stato sez. IV, 7 luglio 2011, n. 4072).
Secondo la giurisprudenza (Cons. Stato, VI, 31 gennaio 2007, n.370), è principio acquisito quello per cui la rinnovazione del giudizio di compatibilità ambientale è necessario quando le varianti progettuali determinino la costruzione di un intervento significativamente diverso da quello già esamina ... Continua a leggere
lunedì 24 dicembre 2012 07:45
Insanabilita' per le opere edilizie abusivamente realizzate in aree sottoposte a vincoli idrogeologico, paesaggistico e ambientale: e' ininfluente che i vincoli siano stati apposti successivamente alla presentazione dell'istanza di condono
La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha più volte ribadito che ai sensi degli artt. 33, l. 28 febbraio 1985 n. 47 e 32 comma 27 lett. c), d.l. 30 settembre 2003 n. 269, non sono condonabili le opere edilizie abusivamente realizzate in aree sottoposte a vincoli idrogeologico, paesaggistico e ambientale, risultando ininfluente che gli stessi siano stati apposti successivamente alla presentazione dell'istanza di condono, atteso che, in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria per opere ricadenti in zona sottoposta a vincolo previsto dall'art. 32, cit. l. n. 47 del 1985, l'obbligo di acquisire il parere da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione alla esistenza del vincolo stesso al momento in cui deve essere valutata la domanda di condono (tra tante, Consiglio Stato , sez. IV, 19 marzo 2009, n. 1646). In ricorrenza di tali condizioni va applicato l'art. 33 della legge n. 47 del 1985 e lo stesso disposto di cui all'art. 32 comma 27 del d.l. n. 269 del 2003, norme che non prevedono alcuna possibilità di sanatoria ex post, mediante l'accertamento sulla compatibilità dell'intervento rispetto al vincolo. Di fronte al chiaro disposto normativo del citato art. 32 comma 27, che stabilisce l'assoluta insanabilità alle condizioni ivi previste degli interventi abusivi realizzati su immobili sottoposti a vincolo paesaggistico, l'Amministrazione non deve neanche svolgere ulteriori accertamenti sulle caratteristiche dell'intervento al fine di valutare la sua eventuale compatibilità con le ragioni del vincolo stesso, non sussistendo nel caso specifico alcuna ragione per lo svolgimento di un'approfondita istruttoria sulla tipologia dell'abuso, non disponendo l'Amministrazione di alcun potere discrezionale in merito al rilascio del nulla osta, stante l'assoluta preclusione normativa. Ai sensi degli artt. 33, l. 28 febbraio 1985 n. 47 e 32 comma 27 lett. c), d.l. 30 settembre 2003 n. 269, non sono condonabili le opere edilizie abusivamente realizzate in aree sottoposte a vincoli idrogeologico, paesaggistico e ambientale, risultando ininfluente che gli stessi siano stati apposti successivamente alla presentazione dell'istanza di condono, atteso che, in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria per opere ricadenti in zona sottoposta a vincolo previsto dall'art. 32, cit. l. n. 47 del 1985, l'obbligo di acquisire il parere da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione alla esistenza del vincolo stesso al momento in cui deve essere valutata la domanda di condono, come si è visto nella giurisprudenza su richiamata.
La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha più volte ribadito che ai sensi degli artt. 33, l. 28 febbraio 1985 n. 47 e 32 comma 27 lett. c), d.l. 30 settembre 2003 n. 269, non sono condonabili le opere edilizie abusivamente realizzate in aree sottoposte a vincoli idrogeologico, paesaggistico e amb ... Continua a leggere
venerdì 14 dicembre 2012 08:37
Incrementa il carico urbanistico il gazebo che soddisfa esigenze permanenti
I gazebo non proprio precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati come manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con un sicuro incremento del carico urbanistico (cfr. Cons. Stato, V, 1° dicembre 2003, n. 7822).
giovedì 13 dicembre 2012 09:52
Determinazione della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale: profili tecnico estimativi
Con la circolare n. 6/2012 l'Agenzia del territorio interviene in materia di determinazione della rendita catastale delle unità immobiliari a destinazione speciale e particolare, censite nelle categorie catastali dei gruppi D ed E. In particolare, la Circolare fornisce chiarimenti di natura preminentemente tecnicoestimale, finalizzati alla corretta individuazione delle componenti immobiliari oggetto della stima catastale, in conformità alla normativa di settore e in coerenza con gli indirizzi giurisprudenziali. Vengono fornite, inoltre, indicazioni metodologiche e operative per l’applicazione dei diversi procedimenti di stima, previsti dall’ordinamento catastale per queste tipologie di immobili.
Con la circolare n. 6/2012 l'Agenzia del territorio interviene in materia di determinazione della rendita catastale delle unità immobiliari a destinazione speciale e particolare, censite nelle categorie catastali dei gruppi D ed E. In particolare, la Circolare fornisce chiarimenti di natura premin ... Continua a leggere
giovedì 13 dicembre 2012 09:06
Fabbricati non dichiarati in catasto: pubblicato l'elenco dei Comuni interessati dall'attribuzione della rendita presunta
E' disponibile l'elenco dei Comuni interessati alla seconda fase dell'attività di attribuzione della rendita presunta ai fabbricati non dichiarati in Catasto. Sul sito internet dell'Agenzia del Territorio è anche disponibile per la consultazione, per tutti i Comuni interessati, l'elenco delle particelle e le corrispondenti unità immobiliari urbane del catasto edilizio urbano, interessate dalla attribuzione di rendita presunta.
E' disponibile l'elenco dei Comuni interessati alla seconda fase dell'attività di attribuzione della rendita presunta ai fabbricati non dichiarati in Catasto. Sul sito internet dell'Agenzia del Territorio è anche disponibile per la consultazione, per tutti i Comuni interessati, l'elenco delle p ... Continua a leggere
La laurea specialistica o il diploma di laurea in «ingegneria civile» sono equipollenti a quella quinquennale in «ingegneria per l’ambiente e il territorio»?
Nel giudizio in esame l’unica questione sottesa al gravame in trattazione consiste nello stabilire se la laurea specialistica (nel nuovo ordinamento universitario) o il diploma di laurea (nel previgente ordinamento universitario) in «ingegneria civile» siano equipollenti ex lege a quella in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» in relazione all’accesso ai pubblici concorsi. Si premette che in base al d.m. 28 novembre 2000 ed all’art. 4 del d.m. n. 509 del 1999, la laurea specialistica in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» appartiene alla classe 38/S (G.U. 23 gennaio 2001 n.18), e quella in «ingegneria civile» alla classe 28/S; mentre il diploma di laurea in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» era disciplinato dalla Tabella XXIX del r.d. n. 1652 del 30 settembre 1938, come modificata dal d.m. 22 maggio 1995, che lo distingueva dal diploma di laurea in «ingegneria civile». Il Consiglio di Stato dopo aver richiamato i principi giurisprudenziali valevoli in termini di regole generali precisa poi, in relazione ai titoli di studio conseguibili a conclusione dei corsi di studio in ingegneria nel sistema ante-riforma (cfr. d.m. n. 509 del 1999 che lo ha messo a regime), che: a) il corso di laurea quinquennale in «ingegneria per l’ambiente e il territorio», operante presso svariate università già dai primi anni ’90 ha assicurato una formazione differenziata rispetto a quella del corso di laurea in «ingegneria civile»: mentre infatti il primo ha fornito (e fornisce) specifiche competenze di natura geologica, chimica ambientale e tecnologica su processi, macchine e tecniche di scavo ed intervento sul territorio, nonché conoscenze ed esperienze sulle tecniche di misura di parametri geologici ed ambientali, attribuendo al laureato specifiche competenze in materia di progettazione di un sistema complesso, costituito dall’opera e dalla sua interazione con l’ambiente circostante, la formazione dell’ingegnere civile è stata focalizzata (e si focalizza) sulla singola opera, si da consentire al laureato di risolvere le problematiche connesse alla progettazione, realizzazione e gestione di edifici civili ed industriali nonché di infrastrutture (ponti, strade, gallerie, ecc.) che rispondano alle esigenze di trasformazione e sviluppo della società; b) oltre ai decreti interministeriali del 7 maggio 1992 e 25 maggio 1991, che hanno equiparato espressamente il corso di laurea in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» ai corsi di laurea in «ingegneria forestale e in ingegneria mineraria», non è dato rinvenire alcuna altra norma che, come sostenuto dall’appellante, abbia equiparato il corso di laurea in «ingegneria civile» a quello in «ingegneria per l’ambiente e il territorio»; c) la laurea specialistica in «ingegneria per l’ambiente o il territorio», classificata in classe 38/S si è aggiunta, e non ha sostituito il già esistente corso di laurea in «ingegneria ambientale», di durata quinquennale, istituito con d.P.R. 20 maggio 1989 (tanto che, ancora oggi, è possibile conseguire il diploma di laurea in tale corso di studi e, in aggiunta, la laurea specialistica nella stessa materia); di conseguenza, non può in alcun modo ritenersi che, per il periodo precedente alla riforma, il corso di laurea in «ingegneria civile» potesse essere considerato un percorso di formazione onnicomprensivo o, detto in parole più semplici, una sorta di contenitore generale atto a recepire la preparazione e le competenze specifiche, successivamente andate a confluire nei singoli corsi di laurea specialistici e nelle c.d «lauree magistrali». A diverse conclusioni non si perviene in relazione ai titoli di studio conseguibili a conclusione dei corsi di studio in ingegneria nel sistema post – riforma (successivamente, cioè al d.m. n. 509 del 1999); invero: a) il d.m. 5 maggio 2004 ha stabilito la sola equipollenza fra: I) il diploma di laurea in «ingegneria civile» e la laurea specialistica appartenente alla classe 28/S (ovvero quella in «ingegneria civile»); II) il diploma di laurea in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» e la classe delle lauree di livello specialistico 38/S, ovvero la laurea specialistica in «ingegneria per l’ambiente e il territorio»; b) la medesima separazione si registra, in relazione alle lauree magistrali introdotte dal d.m. n. 270 del 22 ottobre 2004, avuto riguardo alla laurea magistrale in «ingegneria civile» inserita nella classe di laurea magistrale LM 23 ed a quella ambientale divisata dalla classe di laurea LM 35 (cfr. parere del C.U.N. prot. n. 613 del 23 aprile 2009); c) è irrilevante l’equiparazione dei due corsi di laurea effettuata con d.m. 4 agosto 2000; tale equiparazione, infatti può valere solo con riferimento ai due corsi di laurea (ora divenuti triennali) nella medesima classe e si giustifica in virtù della contemporanea introduzione di corsi di laurea specialistici, di durata biennale, da frequentare successivamente, atti a consentire agli studenti già laureati l’acquisizione di ulteriori e specifiche competenze (che nel sistema previgente potevano essere ottenuti – seppur a un livello “inferiore”- mediante la frequenza dei due diversi corsi di «ingegneria civile e ingegneria per l’ambiente e il territorio» ciascuno caratterizzato da proprie peculiarità); l’equiparazione, pertanto, non può estendersi alle lauree specialistiche quinquennali (il cui possesso è richiesto dal bando a pena di esclusione); d) parimenti irrilevante è il richiamo al d.P.R. n.328 del 2001 che, con riferimento all’iscrizione all’Albo degli ingegneri, accomuna nella sezione A, settore a), le lauree in «ingegneria civile ed ambientale»; si tratta all’evidenza di equiparazione operata, da una norma regolamentare, a fini del tutto diversi da quelli propri dell’ordinamento universitario unico abilitato a classificare il valore dei titoli di studio; invero, come si evince dal combinato disposto degli artt. 2, 7 e 47 del d.P.R. n. 328 cit.: I) per l’iscrizione alla sezione A degli Albi degli ingegneri è necessario superare specifico esame di Stato cui si accede solo dopo aver conseguito il titolo di laurea specialistica; II) per l’ammissione all’esame di Stato, i titoli universitari conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello hanno identico valore se appartenenti alla medesima classe; III) le classi 28/S – ingegneria civile e 38/S – ingegneria per l’ambiente e per il territorio sono diverse e sono accomunate nel superiore settore a) «civile e ambientale» (unitamente alla classe 4/S – architettura e ingegneria edile), ai soli fini dell’ammissione all’esame di Stato; e) irrilevante, infine, deve ritenersi anche il parere di equipollenza espresso dal C.U.N. in quanto non solo si tratta di parere generico e di data antecedente a successive determinazioni del M.I.U.R sul medesimo concorso ma, in ogni caso, di mera valutazione proveniente da autorità amministrativa e non di fonte normativa, dotata della forza giuridica sufficiente ad integrare le prescrizioni della procedura di selezione come richiamate dal bando (che come è noto ha valore di lex specialis), il quale espressamente rinvia, nel caso in esame, a titoli equipollenti esclusivamente ex lege.
Nel giudizio in esame l’unica questione sottesa al gravame in trattazione consiste nello stabilire se la laurea specialistica (nel nuovo ordinamento universitario) o il diploma di laurea (nel previgente ordinamento universitario) in «ingegneria civile» siano equipollenti ex lege a quella in «ingegn ... Continua a leggere
mercoledì 12 dicembre 2012 14:06
Il giudice dell'esecuzione non può sostituirsi alle scelte di merito pianificatorie rimesse in via esclusiva all’amministrazione
Il Consiglio di Stato nella vicenda in esame ha ritenuto inammissibili le censure sollevate dal ricorrente nella parte in cui sollecitano il giudice amministrativo a sostituirsi alle scelte di merito pianificatorie rimesse in via esclusiva all’amministrazione e sottratte al sindacato di legittimità del giudice amministrativo; invero, come evidenziato dalla più recente giurisprudenza, il giudice amministrativo, anche se adito in sede di esecuzione del giudicato e dunque in uno dei casi di giurisdizione di merito tassativamente indicati dall’art. 134 c.p.a., non deve superare il limite esterno della propria giurisdizione allorquando sia chiamato ad esercitare (come nel caso di specie), un’attività cognitoria di legittimità e non realmente esecutiva del giudicato (cfr. Cass., sez. un., 19 gennaio 2012, n. 736; sez. un., 9 novembre 2011, n. 23302; successivamente, nella giurisprudenza amministrativa, Cons. St., sez. IV, 29 agosto 2012, n. 4638).
Il Consiglio di Stato nella vicenda in esame ha ritenuto inammissibili le censure sollevate dal ricorrente nella parte in cui sollecitano il giudice amministrativo a sostituirsi alle scelte di merito pianificatorie rimesse in via esclusiva all’amministrazione e sottratte al sindacato di legittimità ... Continua a leggere
lunedì 10 dicembre 2012 14:48
Il Consiglio di Stato consente al portatore di handicap di tornare a casa
Difficoltà ad uscire ed entrare presso l'abitazione per problemi di handicap non bastavano al Comune per autorizzare la costruzione di un ascensore esterno, ma per il Consiglio di Stato la questione civilistica del rispetto della distanza legale non può limitare la tutela dei tutela dei portatori di handicap. Il Comune negava per motivi di distanze legali la possibilità alla ricorrente di realizzare un ascensore esterno all'edificio inteso ad agevolare il proprio accesso e la mobilità stante le gravi difficoltà di deambulazione causate dall’età avanzata, ma il Consiglio di Stato appunto interviene a tutela dei portatori di handicap. In primo luogo il Collegio ha reputato fondato il primo motivo di appello nella parte in cui si sostiene l’estraneità dell’ascensore oggetto della richiesta di permesso di costruire alla nozione di “costruzione” di cui all’art. 873 cod. civ., e quindi l’inapplicabilità ad esso delle disposizioni in tema di distanze dallo stesso poste. Alla stregua della giurisprudenza più recente l’impianto di ascensore – al pari di quelli serventi alle condotte idriche, termiche etc. dell’edificio principale – rientra fra i volumi tecnici o impianti tecnologici strumentali alle esigenze tecnico-funzionali dell’immobile (cfr. Cass. civ., sez. II, 3 febbraio 2011, nr. 2566). Ma, anche al di là di quanto sopra, ad avviso del Collegio appare condivisibile l’impostazione sviluppata nel secondo mezzo, secondo cui, nell’interpretazione dell’eccezione alla regola del rispetto delle distanze posta dall’ultima parte del comma 2 dell’art. 79, d.P.R. nr. 380 del 2001, non può prescindersi dal tener conto dell’inserimento della norma – come già rilevato - all’interno della disciplina volta all’eliminazione delle barriere architettoniche nell’interesse dei soggetti portatori di handicap. Ciò rileva non solo e non tanto ai fini di un astratto bilanciamento di interessi, come quello cui ha proceduto il primo giudice, quanto soprattutto nell’accezione da dare a locuzioni ed espressioni tecniche impiegate dal legislatore, quali quella di “spazio o area di proprietà o di uso comune”, le quali non possono essere recepite in un’ottica strettamente civilistica, ma vanno calate nell’ambito della normativa tecnica esistente in subiecta materia. Sotto tale profilo, soccorre il d.m. 14 giugno 1989, nr. 236, contenente la normativa regolamentare a suo tempo adottata in attuazione della legge 9 gennaio 1989, nr. 13, e che ancora oggi costituisce il riferimento dell’art. 79, d.P.R. nr. 380 del 2001 (nel quale la predetta legge è confluita). L’art. 2 del citato decreto contiene una serie di definizioni tecniche utili all’applicazione della normativa de qua e, in particolare, qualifica come “spazio esterno (...) l’insieme degli spazi aperti, anche se coperti, di pertinenza dell’edificio o di più edifici” (lett. F) e come “parti comuni dell’edificio (...) quelle unità ambientali che servono o che connettono funzionalmente più unità immobiliari” (lett. E). Applicando tali coordinate interpretative all’ultima parte del comma 2 dell’art. 79, risulta chiaro come il legislatore, nel far riferimento a spazi o aree “di proprietà o di uso comune”, ha inteso richiamare non soltanto il dato giuridico dell’esistenza di una comproprietà o di una servitù di uso comune, ma anche il semplice dato materiale dell’esistenza di uno spazio comunque denominato, che per le sue caratteristiche si presti a essere impiegato dai residenti di entrambi gli immobili confinanti; ed è appena il caso di aggiungere che la definizione della lettera E non presuppone affatto che le “unità immobiliari” cui essa fa riferimento debbano necessariamente essere parte di un medesimo edificio (ché, anzi, dal combinato disposto di detta definizione con quella di cui alla successiva lettera F si ricava che uno spazio esterno comune può certamente interessare anche “più edifici”).
Difficoltà ad uscire ed entrare presso l'abitazione per problemi di handicap non bastavano al Comune per autorizzare la costruzione di un ascensore esterno, ma per il Consiglio di Stato la questione civilistica del rispetto della distanza legale non può limitare la tutela dei tutela dei portatori d ... Continua a leggere
venerdì 30 novembre 2012 16:28
Cartelloni pubblicitari lungo le strade: l’autorizzazione all'installazione di insegne d'esercizi può essere negata se arreca disturbo visivo agli utenti dell’autostrada, distraendone l’attenzione con pericolo per la circolazione
Se è vero che l’iniziativa economica privata è libera, in base a quanto enunciato in linea di principio dall’art. 41 della Costituzione, è altrettanto vero che “essa non può svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza” e che la stessa norma di rango costituzionale demanda alla legge di “definire i programmi e i controlli per coordinarla a fini sociali”. A tale finalità risponde l’art. 23 del Codice della Strada, che da un lato vieta la collocazione, “lungo le strade o in vista di esse”, di insegne e di ogni impianto pubblicitario che possa distrarre l’attenzione di chi le percorre, “con conseguente pericolo per la sicurezza della circolazione” e dall’altro ne sottopone l’installazione ad un provvedimento autorizzatorio, emesso dal competente ente gestore. La formulazione dell'art. 23, in altri termini, indica chiaramente l'intento perseguito dal legislatore, che è quello di prevenire la collocazione sugli spazi destinati alla circolazione veicolare, così come sugli spazi a questi adiacenti, di fonti di captazione o disturbo dell'attenzione dei conducenti e di consequenziale sviamento della stessa dall'unica ed essenziale funzione al momento commessale, che è quella della guida del veicolo (cfr. Corte di Cassazione Civile, Sezione II, sentenza n.4683 del 2009). In tale quadro normativo e nel conseguente regime autorizzatorio rientra anche l’installazione delle insegne d’esercizio, che sono elencate fra i mezzi pubblicitari dagli artt. 47 e 53 del regolamento di esecuzione del codice della strada. Di conseguenza non vi può essere dubbio alcuno che l’installazione di tali insegne sia soggetta a procedimento autorizzatorio e che l’autorizzazione possa essere negata quando, come nel caso de quo, a giudizio dell’ente gestore della strada (titolare dei relativi poteri pubblicistici) l’insegna rivesta carattere prettamente pubblicitario e, comunque, arrechi disturbo visivo agli utenti dell’autostrada, distraendone l’attenzione con conseguente pericolo per la circolazione. Poco importa che l’insegna sia effettivamente tale sotto i vari profili rilevanti per il diritto commerciale: la legge consente all’ente gestore della strada di vietare la realizzazione a qualsiasi distanza (bastando che siano ‘a vista’) di manufatti di qualsiasi tipo che incidano sulla sicurezza della circolazione (e, corrispondentemente, consente di denegare il rilascio di autorizzazioni in sanatoria e di ordinare la rimozione degli impianti). Neppure rileva che l’insegna rispetti i limi dimensionali massimi previsti dall’art. 48 del regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo Codice della strada (che ha fissato per le insegne d’esercizio ed ogni altro mezzo pubblicitario limiti dimensionali, 6 metri quadrati se installati fuori dai centri abitati e 20 metri quadrati se posti parallelamente al senso di marcia dei veicoli o in aderenza ai fabbricati). In ogni caso, ovunque si trovi e qualunque siano le sue dimensioni, l’ente gestore della strada può constatare la pericolosità e vietare la realizzazione o il mantenimento del manufatto, con una valutazione basata su un potere di natura tecnico-discrezionale, sindacabile dunque solo per manifesta illogicità o per difetto di motivazione.
Se è vero che l’iniziativa economica privata è libera, in base a quanto enunciato in linea di principio dall’art. 41 della Costituzione, è altrettanto vero che “essa non può svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza” e che la stessa norma di rango costituzionale demanda alla legge di “defini ... Continua a leggere
giovedì 29 novembre 2012 19:06
È nullo il contratto con il quale viene affidato ad un geometra il calcolo in cemento armato
E’ affetto da nullità il contratto di prestazione d'opera che affidi a un geometra calcoli in cemento armato e ciò anche ove il compito, limitatamente a quelle strutture, venga poi svolto da un professionista abilitato, che ne sia stato officiato dall'originario incaricato; è irrilevante, a tali fini, che l'incarico sia distinto per le parti in conglomerato e non sia stato subdelegato dal geometra, ma conferito direttamente dal committente stesso a un ingegnere o architetto, in quanto non è consentito neppure al committente scindere dalla progettazione generale quella relativa alle opere in cemento armato poiché non è possibile enucleare e distinguere un'autonoma attività, per la parte di tali lavori, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto -il che appare senz'altro esatto, poiché chi non è abilitato a delineare l'ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto-;”Consiglio Stato , sez. V, 28 aprile 2011 , n. 2537) che la Corte di Cassazione (Cassazione civile , sez. II, 07 settembre 2009 , n. 19292 : “ i limiti posti dall'art. 16, lett. m r.d. 11 febbraio 1929 n. 274 alla competenza professionale dei geometri rispondono ad una scelta inequivoca del legislatore, dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, che lascia all'interprete ristretti margini di discrezionalità, attinenti alla valutazione dei requisiti della modestia della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dell'assenza di implicazioni per la pubblica incolumità, indicando invece un preciso requisito, ovverosia la natura di annesso agricolo dei manufatti, per le opere eccezionalmente progettabili dai predetti tecnici anche nei casi di impiego di cemento armato. È pertanto esclusa la possibilità di un'interpretazione estensiva o "evolutiva" di tale disposizione, che, in quanto norma eccezionale, non si presta ad applicazione analogica, non potendosi pervenire ad una diversa conclusione neppure in virtù delle norme - art. 2 l. 5 novembre 1971 n. 1086 e art. 17 l. 2 febbraio 1974 n. 64 - che disciplinano le costruzioni in cemento armato e quelle in zone sismiche, in quanto le stesse richiamano i limiti delle competenze professionali stabiliti per i geometri dalla vigente normativa professionale”)hanno a più riprese affermato che le disposizioni in materia di competenza professionale dei geometri rispondono ad esigenze di pubblico interesse a tutela della pubblica incolumità. L’appellante, in quanto titolare di una abitazione ubicata nelle immediate vicinanze del plesso in costruzione aveva quindi immediato e diretto interesse a sollevare la relativa eccezione in considerazione dei profili di salvaguardia della incolumità.
E’ affetto da nullità il contratto di prestazione d'opera che affidi a un geometra calcoli in cemento armato e ciò anche ove il compito, limitatamente a quelle strutture, venga poi svolto da un professionista abilitato, che ne sia stato officiato dall'originario incaricato; è irrilevante, a tali fi ... Continua a leggere
giovedì 29 novembre 2012 18:52
Solo dopo il positivo esame di compatibilità dell’opera abusiva possono essere, con distinto procedimento, valutate le opere ulteriori e additive al fabbricato originario in completamento o miglioramento
La valutazione di compatibilità richiesta nell’ambito del procedimento di condono ha ad oggetto specifico ed esclusivo opere abusive già esistenti, in ordine alle quali è domandata la sanatoria, e che vanno valutate per come sono, con le relative caratteristiche di forma, dimensioni, materiali costruttivi ecc., senza possibilità di considerare, se proposte dell’interessato, ovvero di prescrivere modifiche che ne migliorino l’inserimento ambientale. Si tratterebbe invero non più di una sanatoria, bensì di un diverso titolo di legittimazione, che per di più concretizzerebbe l’elusione dell’oggetto e dei termini perentori stabiliti dalla normativa sul condono. Solo dopo il positivo esame di compatibilità dell’opera abusiva possono essere, con distinto procedimento, valutate le opere ulteriori e additive al fabbricato originario in completamento o miglioramento e in tale ambito possono prescriversi correzioni al progetto relativo a dette innovazioni. Non pertinente risulta il richiamo, contenuto nella sentenza di primo grado, all’art. 35, comma 14, l. 28 febbraio 1985, n. 47, non trattandosi di completamento funzionale dell’edificio abusivo ma di addizioni di rilevanza strutturale.
La valutazione di compatibilità richiesta nell’ambito del procedimento di condono ha ad oggetto specifico ed esclusivo opere abusive già esistenti, in ordine alle quali è domandata la sanatoria, e che vanno valutate per come sono, con le relative caratteristiche di forma, dimensioni, materiali cost ... Continua a leggere
La qualificazione di rilevanza paesaggistico-ambientale di un'area non è determinata dal suo grado di degrado o di inquinamento
Per consolidato orientamento giurisprudenziale l'avvenuta edificazione di un'area o le sue condizioni di degrado non costituiscono ragione sufficiente per recedere dall'intento di proteggere i valori estetici o paesaggistici ad essa legati, poiché l'imposizione del vincolo costituisce il presupposto per l'imposizione al proprietario delle cautele e delle opere necessarie alla conservazione del bene e per la cessazione degli usi incompatibili con la conservazione dell'integrità dello stesso (cfr. Cons. Stato, VI, 11 giugno 2012, n. 3401). Si è condivisibilmente osservato al riguardo che, siccome la qualificazione di rilevanza paesaggistico-ambientale di un sito non è determinata dal suo grado di degrado o di inquinamento - ché, allora, in tutti i casi di degrado ambientale sarebbe preclusa ogni ulteriore protezione del paesaggio riconosciuto meritevole di tutela - ne consegue che l’imposizione (o il mantenimento) del relativo vincolo – ovvero l’emanazione di atti preclusivi di ulteriori modifiche dello stato dei luoghi - serve piuttosto a prevenire l’aggravamento della situazione ed a perseguirne il possibile recupero (Cons. Stato, VI, 27 aprile 2010, n. 2377).
Per consolidato orientamento giurisprudenziale l'avvenuta edificazione di un'area o le sue condizioni di degrado non costituiscono ragione sufficiente per recedere dall'intento di proteggere i valori estetici o paesaggistici ad essa legati, poiché l'imposizione del vincolo costituisce il presuppost ... Continua a leggere
giovedì 29 novembre 2012 18:36
L'epoca in cui è sorto il vincolo e' ininfluente per la condonabilità del manufatto abusivo purché questo sia ancora in essere alla data in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria
Ai fini della condonabilità di un manufatto abusivo è ininfluente l'epoca in cui è sorto il vincolo, purché questo sia ancora in essere alla data in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, sicché detta regola vale anche per le opere eseguite anteriormente all'apposizione del vincolo stesso (per tutte, Cons Stato, sez. IV, 18 settembre 2012, n. 4945). Costituisce, dal pari, ius receptum che la già avventa urbanizzazione dell’area sulla quale insiste in manufatto oggetto dell’istanza di condono non ne impedisce la tutela, ma anzi la rende ancora più pressante e necessaria al fine di evitarne l’ulteriore degrado.
Ai fini della condonabilità di un manufatto abusivo è ininfluente l'epoca in cui è sorto il vincolo, purché questo sia ancora in essere alla data in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, sicché detta regola vale anche per le opere eseguite anteriormente all'apposizione del vincolo stess ... Continua a leggere
giovedì 29 novembre 2012 18:11
L'annullamento dell'autorizzazione paesistica disposto dalla Soprintendenza non è soggetto all'obbligo di comunicazione del preavviso di rigetto
L'annullamento dell'autorizzazione paesistica disposto in sede ministeriale ex art. 159 d.lgs. n. 42 del 2004, non è soggetto all'obbligo di comunicazione preventiva del "preavviso" di rigetto ex art. 10-bis, legge n. 241/90, come introdotto dalla legge 11 febbraio 2005, n. 11, in quanto costituisc ... Continua a leggere
giovedì 29 novembre 2012 17:57
Sottotetto, soffitte, stenditoi e mansarde, ecco i casi in cui non vanno computati nella volumetria massima consentita dallo strumento urbanistico
Il Collegio ha ritenuto che nel caso di specie il sottotetto non sia da considerarsi rilevante in considerazione sia delle sue caratteristiche che delle affermazioni espresse dalla giurisprudenza. infatti, quei volumi destinati esclusivamente agli impianti necessari per l’utilizzo dell’abitazione e che non possono essere ubicati al suo interno - nel caso di specie impianti di areazione e termo – idrici, l’impianto dell’ascensore e del montacarichi - devono essere considerati volumi tecnici, quindi non computabili nella volumetria generale, a differenza di quanto si deve affermare per le soffitte, gli stenditoi e i locali di sgombero o le mansarde dotate di rilevante altezza media rispetto al piano di gronda (Cons. Stato, V, 4 marzo 2008 n. 918). Inoltre la rilevanza urbanistica, ha ancora affermato la giurisprudenza, deve essere rinvenuta nell’altezza interna, nella praticabilità del solaio, nelle modalità di accesso e nell’esistenza o meno di finestre (Cons. Stato, IV, 30 maggio 2005 n. 2767), con la conseguenza, ad esempio, che un locale sottotetto con vani distinti e comunicanti con il piano sottostante con una scala interna deve essere ritenuto abitabile e dunque computabile ai fini della volumetria (Cons. Stato,V, 31 gennaio 2006 n. 354). Nel caso di specie il sottotetto è privo di scale ed anche di finestre o di luci, né l’ipotetica abusiva futura realizzazione di scale, come affermato nella sentenza impugnata, può essere utile per quanto meno delineare la concretezza di un peso urbanistico.
Il Collegio ha ritenuto che nel caso di specie il sottotetto non sia da considerarsi rilevante in considerazione sia delle sue caratteristiche che delle affermazioni espresse dalla giurisprudenza. infatti, quei volumi destinati esclusivamente agli impianti necessari per l’utilizzo dell’abitazione e ... Continua a leggere
sabato 24 novembre 2012 09:43
Annullamento giurisdizionale del decreto di esproprio: il Comune e' obbligato a far cessare l’occupazione sine titulo evitando così anche possibili danni erariali
Il venir meno dell'art. 43 – peraltro successivamente sostituito dall’art. 42-bis, inserito nel T.U. degli espropri dall’art. 34 del d.l. 6 luglio 2011, nr. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, nr. 111 – non comportava ex se l’esonero del Comune dal dovere di dare esecuzione al decisum giurisdizionale, non solo per la parte relativa al risarcimento del danno patrimoniale cagionato agli istanti, ma anche laddove imponeva di far cessare l’occupazione sine titulo (tuttora perdurante, in assenza di un valido titolo traslativo della proprietà a favore del Comune). Tale ultimo obbligo, naturalmente connesso ai doveri di corretta e imparziale amministrazione ex art. 97 Cost., sussiste peraltro a carico dell’Amministrazione anche indipendentemente da un’esplicita pronuncia giurisdizionale, atteso che il mancato attivarsi per “sanare” l’illecito attraverso un atto formale determina de futuro il perpetuarsi dell’illecito stesso, con possibilità di nuove iniziative risarcitorie degli interessati e quindi di nuovi esborsi a carico dell’Amministrazione (nonché con gli evidenti riflessi in termini di possibile danno erariale).
Il venir meno dell'art. 43 – peraltro successivamente sostituito dall’art. 42-bis, inserito nel T.U. degli espropri dall’art. 34 del d.l. 6 luglio 2011, nr. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, nr. 111 – non comportava ex se l’esonero del Comune dal dovere di dare esecuzione al decisum giuris ... Continua a leggere
mercoledì 21 novembre 2012 13:46
Proroga dei termini fissati dalla dichiarazione di pubblica di pubblica utilità: la comunicazione di avvio del procedimento può essere omessa se la partecipazione dell’espropriato e' priva di un apporto concreto
Se è vero che per prevalente giurisprudenza la proroga dei termini fissati dalla dichiarazione di pubblica utilità deve essere preceduta dalla comunicazione di cui all’art. 7 della legge 7 agosto 1990, nr. 241, nel caso di specie non vi è alcuna prova – anche alla luce dell’assenza nel presente giudizio di doglianze nel merito delle scelte relative alla localizzazione e alla realizzazione dell’opera pubblica – di quale apporto concreto la partecipazione dell’espropriato avrebbe potuto comportare, e quindi di una rilevanza non meramente formale dell’omissione (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 17 ottobre 2006, nr. 6194). Inoltre, come risulta dalla stessa tempistica dell’adozione della determinazione de qua (ultima di una lunga serie di proroghe e circoscritta a soli sei mesi, evidentemente per un imprevisto allungamento dei tempi ritenuti ormai maturi per la conclusione della procedura), l’urgenza intrinsecamente connessa all’imminente scadenza dei termini giustificava l’omissione dell’avviso (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 23 dicembre 2008, nr. 6516).
Se è vero che per prevalente giurisprudenza la proroga dei termini fissati dalla dichiarazione di pubblica utilità deve essere preceduta dalla comunicazione di cui all’art. 7 della legge 7 agosto 1990, nr. 241, nel caso di specie non vi è alcuna prova – anche alla luce dell’assenza nel presente giu ... Continua a leggere
lunedì 19 novembre 2012 14:15
L’altezza e quindi l'abitabilità del soppalco è irrilevante ai fini della qualificazione giuridica dell’intervento e dell’individuazione del regime autorizzativo ad esso applicabile
Nel caso di specie rileva il Giudice capitolìno il soppalco, per le sue significative dimensioni (pari a 47 mq.), deve essere qualificato come opera di ristrutturazione edilizia in quanto, così come previsto dall’art. 3 lettera d) d.p.r. n. 380/01, è intervento che comporta un significativo aumento di superficie dell’organismo edilizio preesistente (in questo senso TAR Campania – Napoli n. 2776/2012 in relazione ad un soppalco di 19 mq. posto a mt. 1,60 di distanza dal soffitto). La rilevanza giuridica di tale aumento di superficie, ai fini della qualificazione edilizia dell’intervento, è, pertanto, riconducibile alla sua notevole entità e prescinde dall’abitabilità del soppalco e, quindi, dall’altezza dello stesso in quanto comporta, in ogni caso, un significativo incremento, rispetto allo status quo ante, dei vani utilizzabili dal privato anche a fini di mero deposito. Ne consegue che ogni questione circa l’altezza del soppalco posta a fondamento del gravame, è irrilevante ai fini della qualificazione giuridica dell’intervento e dell’individuazione del regime autorizzativo ad esso applicabile da ravvisarsi, nella fattispecie, nel permesso di costruire o nella c.d. denuncia d’inizio di attività “sostitutiva”, così come previsto dagli artt. 10 comma 1° lettera c) e 22 comma 3° d.p.r. n. 380/01. Nella fattispecie l’intervento in esame non risulta assistito da titolo edilizio in quanto privo di permesso di costruire o di idonea denuncia d’inizio di attività.
Nel caso di specie rileva il Giudice capitolìno il soppalco, per le sue significative dimensioni (pari a 47 mq.), deve essere qualificato come opera di ristrutturazione edilizia in quanto, così come previsto dall’art. 3 lettera d) d.p.r. n. 380/01, è intervento che comporta un significativo aumento ... Continua a leggere

References: art.3
 Cass. 
 Cass. 
 art. 32
 Cass. 
 sentenza 
 art. 2
 art. 17
 sentenza 
 art. 159
 art. 10
 sentenza 
 art. 97