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Timestamp: 2020-08-06 21:13:19+00:00

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2 agosto 1980: narrazione pubblica di una strage « Bibliomanie
di Claudia Sbarbati, numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi
1 – La bomba alla stazione: il contesto
Estate 1980. Il primo sabato d’agosto.
Chiusi i cancelli delle fabbriche, abbassate le saracinesche dei negozi, gli italiani si preparano a partire per le ferie estive: le città iniziano a svuotarsi e famiglie, giovani e turisti si riversano in autostrada e affollano le stazioni.
È gremita anche quella di Bologna, nodo ferroviario nevralgico dell’Italia Settentrionale, crocevia imprescindibile per le destinazioni del versante Adriatico e, in generale, per il Mezzogiorno del Paese.
L’inflazione è al 22%, la cassa integrazione ha toccato anche la Fiat, gli effetti della crisi economica internazionale si fanno sentire e una violenza incessante ha scandito gli ultimi mesi.
A gennaio la mafia ha assassinato il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, mentre il mese successivo è caduto per mano brigatista il Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet, seguito a maggio da Pino Amato (Consigliere Nazionale della Dc) e dal giornalista Walter Tobagi, vittima di un’altra formazione terroristica di estrema sinistra.
Il 23 giugno i Nar1 hanno ucciso il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Mario Amato, titolare di tutte le inchieste sull’eversione neofascista e pochi giorni dopo il DC 9 dell’Itavia, decollato proprio da Bologna, è misteriosamente precipitato nel cielo di Ustica senza lasciare superstiti fra gli 81 passeggeri.
Nonostante questo, o forse proprio per allontanarsi da questo, alla stazione di Bologna c’è aria di festa, di gioiosa impazienza, di desiderio di evasione.
Valige al seguito e zaini in spalla, moltissime persone hanno già invaso i binari, mentre sul piazzale tassisti e autobus continuano incessantemente ad accompagnare i vacanzieri.
Alle 10 e 25 minuti tutto cambia: un boato, nuvole di fumo, polvere, grida. Nella sala d’aspetto di seconda classe è impietosamente esplosa quella miscela di tritolo e di T4 che ucciderà ottantacinque persone e ne ferirà oltre duecento.
La strage del 2 agosto passa tristemente alla storia come la più sanguinosa dell’Italia Repubblicana e le sue vittime si sommano alla drammatica conta degli anni della strategia della tensione.
Alla “madre di tutte le stragi”, quella di Piazza Fontana del 1969, era seguito nel luglio del ‘70 il deragliamento del treno Freccia del Sud che aveva ucciso sei persone. Nel 1971 era giunta la notizia del fallito colpo di Stato del principe nero Junio Valerio Borghese ordito nel dicembre dell’anno precedente e nel 1972 una bomba alla Questura di Milano era costata la vita a quattro persone. Nel 1973 gli italiani avevano appreso la notizia dell’esistenza della Rosa dei Venti, un’organizzazione neofascista collegata ad alti ufficiali, dirigenti dei servizi segreti, politici, industriali e finanzieri, coinvolta in trame eversive; mentre nel maggio 1974 era deflagrato l’ordigno di Brescia che aveva dilaniato otto cittadini innocenti. Appena qualche mese dopo, il 4 agosto, un altro ordigno era esploso, questa volta sul treno Italicus Roma – Brennero, uccidendo dodici persone e ferendone quasi cinquanta.
Tutti episodi, questi, riconducibili all’eversione dell’estrema destra italiana, nell’ambito dei lunghi anni della “guerra non ortodossa” al comunismo2.
Dal 1974, lo stragismo neofascista sembrava aver lasciato posto al terrorismo rosso e allo spontaneismo armato dei Nar ma già dai primi anni Settanta la Magistratura aveva gettato le prime luci sulle bombe nere della strategia della tensione.
Alla fine del decennio, il contesto sociopolitico iniziava a cambiare: di lì a poco ci sarebbe stato l’avvio di un diverso capitalismo, dell’“Italia da bere” e degli anni del riflusso, di un nuovo assetto internazionale in cui la grande paura dell’avanzata del comunismo stava ormai venendo meno nonostante le tensioni internazionali fossero ancora notevoli.
Nonostante queste ultime considerazioni potrebbero indurre a ritenere la bomba alla stazione qualcosa di estraneo alla strategia delle stragi, vari elementi suggeriscono che la discontinuità sia solo apparente e che alcuni aspetti siano convergenti.
Fra questi ultimi, le responsabilità della destra eversiva, il coinvolgimento dei servizi segreti e di alcune personalità dello Stato nei depistaggi e l’attività della loggia massonica P2 di Licio Gelli che con il suo obiettivo di involuzione del sistema democratico sembra aver avuto un ruolo importante anche nelle stragi precedenti.
Dalla cronaca “a caldo”, sulla scia della suggestiva definizione del giornalista come “storico dell’istante” offerta da Albert Camus, così come dalla stampa da ricorrenza e da quella di commento alle svolte giudiziarie, emerge un giudizio spesso negativo dell’operato statale in rapporto alle stragi.
La ricostruzione del complesso quadro d’insieme richiederà decenni, ma l’informazione a stampa ne traccerà i contorni già dai primi anni Settanta, in particolare dal ‘74 – anno decisivo per le inchieste sulle trame eversive e golpiste – definendo un racconto pubblico in cui Servizi segreti e istituzioni dello Stato non cessano mai di riempire le pagine dei quotidiani e dei periodici in qualità di depistatori o complici dell’eversione nera.
La strage di Bologna sopraggiunge, infatti, in un momento di fermento per le inchieste sul terrorismo nero, quando già sono emerse alcune linee di quello “Stato intersecato” in cui personalità dei settori civile, militare e d’intelligence statali sono coinvolte in programmi di sovvertimento o riforma della Repubblica a vari livelli3.
L’immaginario predominante, nonostante il differente contesto, è comunque lo stesso che aleggia su tutta la stagione stragista: quello di una Giustizia osteggiata, di uno Stato lontano e, talvolta, persino Nemico.
2 – Raccontare la strage: le prime informazioni e gli immaginari “a caldo”
Nel pomeriggio del 2 agosto, è il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, giunto a Bologna in elicottero per incontrare i feriti all’ospedale Maggiore, ad offrire una prima interpretazione di quanto accaduto, definendo la strage l’impresa più “criminale” mai avvenuta in Italia.
Nell’immediatezza della deflagrazione, invece, radio, televisione e una quota della stampa nazionale danno inizialmente spazio all’ipotesi di un terribile incidente.
Mentre in prima pagina il “Corriere della Sera” si interroga sulle ipotesi di “attentato o sciagura”4, meno dubbiosa è l’apertura de “La Stampa” che tuona immediatamente contro i Nar e ne riporta le rivendicazioni telefoniche, pur sottolineando che l’ipotesi dell’attentato è stata tenuta in sospeso sino all’ultimo «per il rifiuto di accettare l’orrore».5
Anche “L’Unità” racconta di piste investigative alternative al «sospetto di un atroce attentato fascista»6, ma in ogni caso richiama subito l’immaginario delle stragi degli anni Settanta: «si è riacceso nella nostra mente – scrive – un decennio di sangue, di barbaria politica e morale.7»
Qualcuno avanza una prima distinzione fra terrorismo rosso e nero, che ricorda quelle emerse subito dopo la strage di Brescia, asserendo che se da sinistra la società e l’ordine democratico vengono colpiti «attraverso la classe dirigente, con uno stillicidio oculato e crudele di assassinii», da destra «vengono attaccati spargendo il terrore cieco, indiscriminato, della strage popolare.8»
Accertata formalmente la matrice criminale dell’attentato, con le dichiarazioni del procuratore della Repubblica di Bologna Ugo Sisti9 la cronaca nazionale si concentra sull’eversione nera e sulle risposte dello Stato italiano.10.
Il timore diffuso è che la legittima indignazione popolare nei confronti delle Istituzioni favorisca il gioco dei terroristi, destituendo di ogni dignità la nazione e togliendo «ogni credibilità all’Italia repubblicana.11» Lo Stato sembra vulnerabile giacchè appare, ed è già apparso nel corso delle indagini sull’eversione negli ultimi dieci anni, corruttibile e corrotto nelle sue componenti interne.
Nuovamente, come dopo le bombe di Milano e di Brescia, dalle narrazioni su carta i cittadini emergono come gli unici paladini di una democrazia interiorizzata e tenacemente difesa, laddove lo Stato sembra assente o nel migliore dei casi impotente.
Dalle pagine del “Corriere” Moravia riflette su una sorta di educazione politica, diremmo forse anche sentimentale, che ha dato i suoi frutti migliori negli anni cupi dell’ultimo decennio: «Gli italiani […] vedono, riflettono, non si lasciano più destabilizzare sia individualmente, sia collettivamente», e in questa nuova consapevolezza del tessuto sociale si rintraccia il «maggiore baluardo delle nostre istituzioni12», difese più dai cittadini che dalle agenzie di sicurezza.
L’idea di una mancanza, di una lacuna nell’attività di governo e controllo della cosa pubblica, è chiaramente espressa anche sulle pagine di altre testate, dove la strage è interpretata come un attacco alla democrazia, «mentre manca una guida politica seria e si fa sempre più acuta la crisi economica e sociale.13»
Da un punto di vista eminentemente giudiziario, nel 1979 sono giunte importanti sentenze che hanno offerto alla stampa un quadro interpretativo nel quale contestualizzare la strage del 2 agosto: per Piazza Fontana sono stati dichiarati colpevoli i neofascisti Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini, mentre per quella di Brescia sono stati comminati due ergastoli al neofascista Ermanno Buzzi e ad Angelino Papa. Tuttavia, la vicenda politica ne è uscita ridimensionata sino a ridurre la strage quasi ad un fatto di cronaca bresciana.
Entrambe le sentenze non saranno definitive, ma certamente al momento della strage bolognese risulta evidente la paternità neofascista delle due bombe. Peraltro, anche per l’ordigno mortale del 4 agosto del ‘74, soltanto due giorni prima della strage alla stazione, sono rinviati a giudizio gli estremisti neri Mario Tuti, Luciano Franci e Piero Malentacchi. Sembra essere la premessa logica per riconoscere la mano neofascista anche in questo dramma nazionale dell’agosto 1980: “Una piazza Fontana 10 anni dopo. Dieci volte più feroce e oscura.14”
L’indirizzo delle indagini è esplicitato il 5 agosto quando appare ormai chiaro che “Per i giudici l’unica pista valida è quella fascista.15” Il giorno successivo, quello del solenne addio alle vittime, sono soltanto otto le bare cui rendere omaggio in San Petronio, eppure il centro di Bologna è invaso da migliaia di persone tanto che Piazza Maggiore non riesce a contenerle tutte.
Si levano fischi e applausi al passare degli esponenti politici; qualcuno grida “venduto” al presidente del Consiglio Francesco Cossiga, ma a prevalere è un partecipato e sentito dolore, una forte unità di sentimenti e di desiderio di verità.
“L’Italia è solidale con Bologna”16, titola “La Stampa”, in linea con il quotidiano comunista per il quale “Questa è l’Italia”, un «popolo forte che non si piega ma vuole giustizia e rinnovamento. 17»
Dal “Corriere” giungono parole di sostegno agli operai, ancora impegnati a ripulire la stazione e animati da «un sentimento di sfida coi fatti, di protesta creativa con l’azione, contro la cieca volontà di distruzione e di morte che agisce nei sadici e necrofili attentatori.18»
Piazza Maggiore, dunque, come specchio del Paese: una folla immensa, eguale al desiderio di giustizia, un monito contro il disegno stragista che vorrebbe relegare i cittadini nella dimensione privata dominata dalla paura e dalla rassegnazione.
Sempre il 6 agosto è la mano della mafia ad uccidere. Questa volta a cadere è il Procuratore capo di Palermo, Gaetano Costa, magistrato impegnato nella lotta alla criminalità organizzata degli appalti e del traffico di stupefacenti.
“L’Unità” divide in parti eguali la prima pagina: da un lato l’articolo sulla strage di Bologna, dall’altro quello sull’omicidio mafioso del magistrato. Al centro, fra i due, a suggellarne la prossimità simbolica, un interrogativo rispetto alle ragioni di questo attacco alle Istituzioni e ai cittadini, di «questo intreccio del terrorismo nero delle stragi infami, del terrorismo “rosso” che seleziona e uccide, del terrorismo mafioso.19»
Sull’interpretazione politica dell’attentato alla stazione interviene il magistrato della Procura Luigi Persico, per rassicurare i cittadini e i parenti delle vittime: «Non indaghiamo su una strage di Stato, ma su una strage contro lo Stato.20»
Una netta presa di distanza, dunque, da quell’immaginario collettivo che ha accompagnato in modo particolare la bomba di Piazza Fontana, ma che è tornato ciclicamente ad ogni successiva strage del lungo decennio. Il Palazzo è quindi assolto. Almeno dai suoi rappresentanti.
Il racconto quotidiano della strage segue il filo nero degli ultimi dieci anni della Repubblica, fra inquietanti linee di continuità che fanno dell’eversione e delle minacce alla democrazia i due capisaldi attorno ai quali costruire l’immagine della nazione e la narrazione di uno Stato sistematicamente attaccato e in pericolo.
Qualcuno si interroga sul futuro «di un Paese quotidianamente insanguinato» e irrimediabilmente segnato dai suoi «riti, i discorsi rotondi, la passerella degli Onorevoli, delle Alte Cariche, degli Alti Pennacchi, dei Grandi Pavoni, insieme alle verità spietate, ai fischi per chi governa, alla sfiducia e al disprezzo per lo Stato partitocratico.21»
La strage sembra aver aperto un pubblico dibattito sul destino della nazione e aver provocato una frattura fra chi, da un lato, auspica un rinnovamento complessivo e radicale sia delle istituzioni sia del modo d’essere cittadini; e chi, dall’altro, vede solo nelle forze sociali la via per la rinascita democratica del Paese.
Intanto, il 26 agosto, la Procura di Bologna emette ventotto ordini di cattura per banda armata e associazione sovversiva, tutti indirizzati ad esponenti della destra eversiva: da Ordine Nuovo agli spontaneisti armati dei Nar. È una prima tangibile svolta nelle indagini e tutta l’Italia ne segue gli sviluppi.
3 – L’arresto di Valerio Fioravanti, le strutture occulte e la strage di Natale (1981-1984)
Il 1980 si congeda con la macabra conta delle vittime del terrorismo, 114 morti e 235 feriti, nell’«anno della ripresa del terrorismo nero.22»
Pertini, nel suo messaggio di fine anno, annovera le tragedie che hanno scosso il Paese negli ultimi dodici mesi – dal sisma che ha flagellato Campania e Basilicata al terrorismo «che non dà pace al popolo italiano» – eppure esprime piena fiducia nelle risorse di una nazione che si è dimostrata decisa, coraggiosa e ferma contro il terrore.
La rappresentazione pubblica degli italiani è, ancora una volta, quella di un popolo «che intende fare barriera contro il terrorismo per difendere la democrazia e la Repubblica.23»
Nel nuovo anno, il 5 febbraio, viene arrestato in un covo padovano Giuseppe Valerio Fioravanti, protagonista solo poche ore prima di una sparatoria in cui hanno perso la vita due giovani carabinieri, Enea Codotto e Luigi Maronese. È un arresto importante, che avrà ricadute decisive sull’inchiesta e i suoi esiti, sino alla pronuncia della Corte di Cassazione del 1995.
Sulla stampa sembra contestualmente ravvivarsi la teoria degli “opposti estremismi” e il paradigma riempie le pagine dei quotidiani.
I due terrorismi sembrano aiutarsi in quelle che vengono descritte dal “Corriere” come le rispettive fasi critiche: nel ’74, contestualmente al declino della strategia delle bombe neofasciste, era emersa l’eversione rossa, mentre nel 1980, quando Patrizio Peci e numerosi “pentiti” contribuivano allo smantellamento di intere colonne, i fascisti organizzavano la strage di Bologna24.
Tutte le stragi, da Piazza Fontana all’Italicus, da Piazza Loggia alla Stazione di Bologna, sono raccontate come esempi di una giustizia che non riesce ad affermarsi, nonostante l’emergere di importanti acquisizioni dalle lunghe e complesse istruttorie.
I processi e le sentenze sulle stragi d’Italia si intrecciano sempre più profondamente fra di loro, evidenziando nodi irrisolti di un diffuso problema di giustizia.
Il 2 marzo 1982 i giudici del processo di appello assolvono tutti gli imputati per la strage di Brescia; l’indignazione sale da Piazza della Loggia per abbracciare le vittime di ogni attentato, i familiari di ognuna di esse, i sopravvissuti di ogni strage, crescendo esponenzialmente ogni qualvolta la giustizia viene arrestata e vilipesa.
Quando ad agosto 1982 Bologna ospita il convegno “Il terrorismo delle stragi: la risposta dello Stato democratico”, la stampa nazionale ne ripropone i contenuti evidenziando i paradigmi interpretativi imperanti nell’arena del discorso pubblico.
La narrazione investe una molteplicità di temi e di rappresentazioni ricorrenti: la lentezza cronica della giustizia italiana; le coperture offerte dal potere politico; la mancata collaborazione fra organi di sicurezza e magistratura; i legami della criminalità con l’eversione nera e quelli di quest’ultima con i Servizi segreti e con la politica25.
In questo racconto pubblico, dal 1984, entrano sistematicamente in scena gli uomini del servizio segreto militare (il Sismi), inquisiti anche per la strage di Bologna all’indomani degli arresti a carico del generale dei Carabinieri Pietro Musumeci, del colonnello Giuseppe Belmonte e del faccendiere Francesco Pazienza.
«Una istituzione dello Stato, quella che ha addirittura il compito di proteggerne la sicurezza […] si rivela essere il centro delle più turpi cospirazioni contro lo Stato e contro i cittadini: ricatta, depreda, viola la legge, destabilizza la Repubblica, forse uccide, forse compie delitti di strage.26»
Nello stesso anno la relazione Anselmi sulla loggia massonica P2, legata all’oltranzismo atlantico e implicata in progetti eversivi, apre il vaso di Pandora di un sistema politico corrotto e deviato, mentre il giudice Felice Casson indaga sulla Stay Behind italiana, “Gladio”27, e procedono le inchieste sugli attentati dei neri ai danni dei treni della Toscana e dell’Italicus28.
Il 1984 è anche l’anno della criminalità organizzata, della banda della Magliana, delle rivelazioni del boss Tommaso Buscetta e si chiude in tragedia il 23 dicembre: 16 morti e 267 feriti nella strage del treno di Natale, nella Grande galleria dell’Appennino, appena passato Vernio. Sull’attentato pende l’ipotesi di un avvertimento di Cosa Nostra, anche in relazione alla collaborazione di Buscetta con la giustizia.
Sfogliando i quotidiani nazionali, il panorama è lo stesso in cui ogni bomba è deflagrata negli ultimi anni. Sembra ormai evidente che nel Paese vige «un partito della strage che non è mai stato fermato, che non ha mai smesso di lavorare [anche se] molte cose si sanno di lui e fin troppe sono le tracce che ha lasciato in 15 anni.29»
4 – Gli sviluppi delle inchieste (1984-1985)
Le inchieste proseguono. I magistrati di Bologna individuano una struttura occulta e clandestina, definita di “sicurezza”, nata negli anni Sessanta al convegno dell’hotel Parco dei Principi30 e ancora pressoché intatta nelle sue finalità nel 1980, che vede coinvolti Musumeci, Gelli e Pazienza.
Sulle pagine del “Corriere” si rintracciano proprio in «questo torbido intreccio31» le motivazioni eterogenee ma convergenti della strage del 2 agosto: quelle del golpismo-stragismo interessato storicamente all’escalation militare in favore di una svolta autoritaria; quelle dei fautori della lotta armata convinti che alla repressione statale provocata dagli attentati avrebbe fatto seguito l’insorgenza degli indecisi e il ricompattarsi degli spontaneisti; fino a quelle di Gelli interessato a lanciare un avvertimento a certi ambienti politici e militari.
Il “Superesse”, così nel pubblico dibattito prende nome il servizio segreto parallelo che ha depistato le indagini sulla strage alla stazione, verrà di fatto condannato per deviazioni gravi e reiterate compiute fra il 1980 e il 1981.
Il quinto anniversario della strage di Bologna si celebra nello sconcerto della sentenza assolutoria per la strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano, ennesimo copione di una mancata giustizia, mentre a fine anno sono ormai evidenti tre livelli distinti di eversione: la P2, i servizi segreti deviati, il terrorismo nero32
. Le stragi dell’ultimo decennio risultano connesse a livello di narrazione pubblica, in un rimando continuo fra di esse, anche a livello giudiziario. I magistrati che indagano su Brescia, Bologna, sugli attentati ai treni e sulla strage di Natale, si riuniscono per fare il punto delle rispettive inchieste che convergono relativamente a molti nomi e organizzazioni: l’immaginario collettivo si cristallizza sempre più attorno a un unico disegno in cui la strategia terroristica dei neri sposa gli obiettivi ultimi dei poteri occulti e dei servizi segreti deviati33
. Il giornalista de “L’Espresso” Pietro Calderoni pubblica un contributo sul “Superesse” e sulle deviazioni dei servizi, con riferimenti importanti all’ordinanza di rinvio a giudizio per i neofascisti accusati della strage bolognese e alla lunga mano di Licio Gelli sulla politica, sull’industria e sulle forze armate italiane.34
La sentenza ordinanza sulla strage è riproposta quasi integralmente anche nel volume curato da Giuseppe de Lutiis il quale ritiene possibile individuare «una strategia in più tempi, che si è esplicitata inizialmente nella protezione dei gruppi destinati a compiere l’attentato prima che esso avvenisse, poi nel depistaggio delle indagini […] infine nel salvataggio dei presunti responsabili».35
Intanto, per la strage del 2 agosto si apre una nuova fase giudiziaria e giornalistica: l’avvio del primo processo, nel gennaio 1987.
5 – L’eco pubblica delle sentenze
È l’11 luglio 1988: dopo otto anni, duecentocinque udienze, diciotto giorni di camera di Consiglio viene emessa la prima sentenza che sembra aver spezzato “una catena di impunità36.”
Sono infatti comminati quattro ergastoli: Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco sono giudicati esecutori materiali, mentre per calunnia aggravata dalla finalità di eversione sono condannati a dieci anni di carcere Gelli, Pazienza, e gli ex ufficiali del Sismi Musumeci e Belmonte.
Gli imputati per associazione eversiva, tra i quali Stefano Delle Chiaie, sono assolti per insufficienza di prove. Lo Stato sembra aver vinto, ma a metà.
L’immagine proposta da quasi tutte le testate giornalistiche è quella di una serie di tasselli che trova finalmente ordine, tracciando un disegno complessivo di cui, però, sfuggono ancora alcuni dettagli fondamentali. La sentenza del luglio 1988 rende conto di un legame articolato fra terrorismo neofascista, P2 e servizi segreti, e pare sempre più chiaro che «in ogni processo per strage sono state accertate responsabilità di esponenti dei servizi di sicurezza che, quanto meno, hanno cercato di ostacolare l’accertamento della verità37».
Peraltro, mancano ancora i mandanti.
Dopo il ricorso in Cassazione, il 18 luglio 1990 viene emesso il secondo verdetto. Tutti assolti.
Lo stravolgimento della sentenza di primo grado suscita forti polemiche fra l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage e il Movimento Sociale Italiano che invoca l’eliminazione dell’aggettivo “fascista” dalla lapide posta in stazione.
Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga porge le sue scuse all’MSI, all’unisono con il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
L’Italia diviene sempre più, in un certo immaginario diffuso, lo Stato dell’impunità assunta a pratica.
Il 19 luglio la prima pagina de “L’Unità” appare quasi completamente bianca. Al centro l’immagine della strage alla stazione e poche righe: «Questa pagina bianca è il rifiuto della possibile retorica. È il segno dell’indignazione e dell’ira. È la testimonianza dello sgomento, ma anche di una battaglia civile che continua più forte.38»
Avverso al dispositivo viene eccepito ricorso in Cassazione e deciso che il processo d’appello sia integralmente ripetuto.
La stampa continua a interrogarsi sulla trasparenza del Governo e sulla lealtà delle Istituzioni e “La Repubblica” di Eugenio Scalfari segue giorno dopo giorno l’evoluzione della vicenda giudiziaria legata al Super Sid e all’operazione Gladio raccontando una classe politica reticente nel rendere conto di un passato in cui «in ogni caso i servizi segreti sono gli ospiti fissi, a volte con il sostegno dell’Intelligence Usa, nelle tragedie senza responsabili che hanno scosso la Repubblica».39
Mentre il presidente Cossiga lancia l’invito a dimenticare i «fantasmi del passato»40 sollevando le critiche dei familiari delle vittime di strage, nell’anno successivo altri volumi si impegnano a raccontare la storia di Gladio e dei servizi paralleli41.
Il 12 febbraio 1992 è emessa la terza sentenza per la strage di Bologna: “Processo da rifare42”.
Dodici ore di camera di consiglio per i nove giudici della suprema Corte, al termine delle quali si annullano le sentenze assolutorie per riprendere in mano l’ipotesi fascista, i collegamenti con la loggia P2 e il coinvolgimento dei Servizi Segreti.
Il verdetto è accolto con un misto di assuefazione ai ribaltamenti giudiziari e di sincera speranza, aggiungendo ulteriori dettagli all’immagine di uno Stato complice di terroristi, piduisti e delinquenti comuni43.
L’ennesima sentenza giunge nel 1994, quattordici anni dopo l’eccidio: è “Neofascista la bomba in stazione.44”
I giudici della prima corte d’Appello di Bologna confermano l’impianto accusatorio del primo processo e condannano all’ergastolo Fioravanti, Mambro e Picciafuoco.
Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte sono di nuovo giudicati colpevoli di calunnia aggravata da finalità eversive, e i depistaggi dei servizi e della P2 sono quindi confermati.
L’interpretazione ultima della strage è così riassunta dal “Corriere”: «Era un patto […] tra i filosofi dell’eversione e la P2. La “rivoluzione” era l’obiettivo dei primi, la “restaurazione” era alla base del “Piano di rinascita democratica” voluto da Gelli: due diversi modi di intendere le bombe45».
Lo Stato violato, dunque46.
Il 23 novembre 1995 la suprema Corte rende definitiva la sentenza di condanna del secondo processo d’appello. “Ergastoli confermati47”: la notizia è di quelle da titolo d’effetto in prima pagina e lunghi approfondimenti interni.
La strage di Bologna, quella che ha colpito il Paese nell’innocenza spensierata della vacanza, non è più senza colpevoli e non sarà l’ennesima strage impunita della storia d’Italia.
Nel giorno in cui la bomba di Bologna «come gli attentati di Peteano e del rapido 904, esce dal grande libro dei misteri italiani, fitto delle tante altre stragi ancora in cerca di autore48», il parallelismo con quelle al momento irrisolte (Milano e Brescia su tutte) sorge spontaneo.
Nonostante sia fra le prime stragi a trovare una sentenza definitiva, quella di Bologna è foriera di conflittualità legate a innumerevoli implicazioni ideologiche e politiche: la paternità neofascista dell’eccidio disturba oltremodo la destra e riaccende fuochi, mai realmente sopiti, di antifascismo militante a sinistra.
Come è stato efficacemente evidenziato, «sul piano simbolico la memoria sociale di questa strage è centrata su alcuni termini fortemente evocativi nell’immaginario collettivo: “terrorismo”, “strage di stato”, “fascismo”.49»
Le risultanze processuali, la ricostruzione storica e alcune categorie interpretative che vengono chiamate in causa, in cui appunto l’antifascismo riveste un ruolo affatto secondario, si scontrano con l’esigenza forzata di una “memoria pacificata” e condivisa, di una “riabilitazione” delle forze politiche in campo nel lungo decennio dei Settanta, auspicata in particolar modo dall’ala afferente alla destra italiana.
«È una disputa che non cela di voler creare una memoria condivisa e artificiosa che è piuttosto “comunione nella dimenticanza”, “smemoratezza patteggiata.”50»
A differenza delle sentenze occorse per la bomba di Milano, di Brescia e per tutte le altre che hanno insanguinato il periodo, quella bolognese è di fatto l’unica che anima una campagna innocentista di vasta eco fra i mass media. Appelli sottoscritti da intellettuali e politici, lettere dei principali condannati, pubbliche prese di posizione sulle pagine dei maggiori quotidiani, sostengono caparbiamente l’interrogativo “E se fossero innocenti?”.
Nonostante non abbiano trovato sufficienti riscontri giudiziari, le piste alternative a quella neofascista hanno affascinato non pochi italiani, illustri magistrati e importanti intellettuali, convinti dell’innocenza della coppia del neofascismo italiano51. Fra le tesi sostenute quella palestinese è stata di certo la più fortunata: la strage sarebbe stata una ritorsione dovuta al tradimento del cosiddetto Lodo Moro da parte del governo italiano52. Peraltro, è in relazione alle false prove a sostegno delle piste internazionali che vengono condannati per depistaggio Musumeci, Belmonte, Pazienza e Gelli, rei di aver costruito e diffuso informative nelle quali elementi di verità affiancati a false notizie avevano lo scopo di rendere inintelligibile il quadro generale e sviare le indagini dalla pista della destra eversiva a quella internazionale53. Ciclicamente riproposta54, l’ipotesi è sempre stata respinta anche in sede giudiziaria e resta la condanna per i neofascisti Mambro e Fioravanti, cui si somma nel 2007 quella definitiva per Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca della strage, anch’egli giudicato esecutore materiale55. Nel 2018, un ulteriore processo chiede l’ergastolo per l’ex Nar Gilberto Cavallini, accusato di aver fornito supporto logistico al gruppo terroristico. La condanna di primo grado arriva il 9 gennaio 2020, a quasi quarant’anni dalla strage d’agosto.
Resta aperta, ancora oggi, la questione dei mandanti56 , rispetto alla quale si muove un’inchiesta della Procura Generale di Bologna, segno della volontà di andare oltre le responsabilità individuali degli esecutori e di individuare finalmente con chiarezza chi ha operato ai più alti livelli della stagione stragista italiana.
6 – Oltre le sentenze: la memoria, la giustizia
Andare avanti. E soprattutto andare oltre. Sono gli imperativi dei sopravvissuti, delle vittime, di chi ha perso qualcuno. Nella peculiarità del dolore e delle sue personalissime rielaborazioni, affiorano elementi comuni nel tentativo di affrontare il lutto e ricercarne un senso. «Si scrive per non dimenticare, per non dimenticarsi e per non far dimenticare.57»
Le memorie di chi ha subito la violenza stragista, rare nell’immediatezza dei fatti, divengono più prolifiche nella seconda metà degli anni Duemila e nonostante siano già trascorsi decenni, «insieme al bisogno di giustizia, emerge nettamente il bisogno di verità.58»
Nell’elaborazione scritta del dolore si tenta inoltre di riparare a quelle asimmetrie del ricordo insite nell’opposizione tra privato e pubblico59; uno iato che sembra essere particolarmente vivo nella Memoria collettiva.
Emerge poi un’ulteriore lacerazione, fra la dimensione locale e quella statale. Nelle interviste ai familiari delle vittime del 2 agosto, affiora spesso un’antinomia ricorrente del profilo culturale della nazione: il Comune vicino, lo Stato lontano.
Le città e la società civile in prima linea, l’Istituzione per eccellenza distante e opaca.
A Bologna, Lia Serravalli ha perso Patrizia e Sonia, le sue figlie, e Silvana, la sorella incinta. Il dolore e l’impossibilità di trovare risposte al perché più profondo di quella violenza hanno spinto suo padre a porre fine alla propria esistenza gettandosi nel vuoto: «non riusciva a farsi una ragione del fatto che non si trovasse un colpevole […] La bomba mi ha tolto le mie figlie. Lo Stato mi ha tolto mio padre» e – aggiunge – la rabbia è diretta anche a chi «ha deriso la memoria delle mie figlie lasciando impuniti i colpevoli, quelli che ordinarono la strage. Quelli non li hanno mai presi. E sono colpevoli quanto gli esecutori materiali. Colpevoli più di loro.60»
Vittorio Bosio è fratello di Annamaria, morta assieme al marito Carlo e al loro bambino, Luca, che di anni ne aveva appena sei. Vittorio non ha scelto l’attivismo nelle associazioni di memoria e si interroga sul senso dei ricordi a scadenza programmata, sul modo “ufficiale” e “formale” di ricordare.
Dello Stato, nell’immediatezza della strage, riusciva solo a pensare: «Tu istituzione non sei stata in grado di difendere la vita umana, di intervenire prima per fermare la mano degli assassini, e ora entri pesantemente in una questione che io considero privata.61».
Negli ultimi anni sono i figli e i nipoti delle vittime a vivere una dimensione più sociale del dolore dando vita, sull’onda di un’eredità generazionale, a una sorta di staffetta della memoria. L’obiettivo è non dimenticare, certo, ma spesso va oltre il semplice mantenere in vita: si tratta di costruire immagini, reinventare o propriamente inventare volti mai visti prima, raccogliendo indizi dai racconti altrui, edificando ricordi a partire dagli album di famiglia, dai ritagli di giornale.
In queste generazioni impegnate nella “post memoria”62 la ricerca della verità diviene una forma di giustizia, seppure differente dalla verità giudiziaria, nella consapevolezza che nelle aule di tribunale potrebbe essere impossibile – e talvolta lo è stato – attestare secondo i canoni del diritto e della legge una verità invece ricostruita e riconosciuta in ambito storico e documentale.
Pensare e affrontare lo stragismo in una dimensione pubblica della Storia significa quindi dare spazio e forma a un’interazione dialettica in cui le Politiche di Memoria siano efficacemente affiancate e chiaramente sostenute da quelle altrettanto preziose e necessarie del dibattito scientifico, della ricerca documentale e della conoscenza storica.
Alla memoria istituzionalizzata, alla dimensione sociale del dolore e all’informazione emotiva, è fondamentale affiancare una comprensione ragionata degli eventi, per evitare che la narrazione pubblica costruita e centrata sulla sola condizione di Vittima e sull’innegabile dolore del Trauma, privi quest’ultimo del contesto e dello spazio entro il quale è stato inflitto, rendendolo meno intellegibile e, di conseguenza, impedendone la piena rielaborazione e il necessario superamento.
I Nuclei Armati Rivoluzionari, organizzazione terroristica di ispirazione neofascista attiva fra il 1978 e il 1981, sono i principali esponenti del cosiddetto spontaneismo armato. Leader del gruppo è Valerio Fioravanti cui si affiancano Francesca Mambro, Dario Pedretti, Alessandro Alibrandi, Luigi Ciavardini, Giorgio Vale, Gilberto Cavallini e Cristiano Fioravanti.
Sull’uso della violenza e del terrore, anche negli anni della strategia anticomunista del “destabilizzare per stabilizzare”, si veda A. Ventrone, La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento, Mondadori, 2019.
La definizione è mutuata da M. Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione (1965-1974), Laterza, Roma-Bari, 2015, cfr. pp.399-401. La struttura di emanazione statale è quella dei Nuclei di Difesa dello Stato, vi sono poi due strutture che hanno fra i membri rappresentanti autorevoli delle istituzioni, la “Rosa dei venti” e la P2 e, infine, cinque diverse organizzazioni eversive che godono di coperture istituzionali: Ordine nuovo, Avanguardia Nazionale, Fronte nazionale, Mar, Ordine nero.
Scoppio apocalisse a Bologna: 76 morti, 147 feriti in stazione, “Corriere della Sera”, 3 agosto 1980, p. 1.
L. Mondo, “Paese senza pace”, “La Stampa”, 3 agosto 1980, p. 1.
Una strage spaventosa. Oltre settanta morti e 180 feriti. Sospetto di un atroce attentato fascista, “L’Unità”, 3 agosto 1980, p. 1.
La pietà e il dubbio, “L’Unità”, 3 agosto 1980, p. 1.
Delitto di Stato, “Il Tempo”, 3 agosto 1980, p.1, riportato in T. Secci, Cento milioni per testa di morto. Bologna 2 agosto 1980, Targa Italiana Editore, Milano, 1989, cit. p. 23.
“Stampa Sera”, 4 agosto 1980, p. 2.
Sulla ricostruzione della cronaca giornalistica nell’immediatezza della strage, si veda M. Oliva 2 agosto 1980, Quel che resta di un giorno. Le prime cronache, i processi, il conflitto sulla memoria, in M. Dondi (a cura di) I neri e i rossi. Terrorismo, violenza e informazione negli anni Settanta, Edizioni Controluce, Nardò 2008.
L. Valiani, Più informazione e più decisione contro le trame fasciste, “Corriere della Sera”, 4 agosto 1980, pp. 1-2.
A. Moravia, Ma il popolo non si destabilizza, “Corriere della Sera”, 4 agosto 1980, p. 1.
Sono stati i fascisti! “L’Unità”, 4 agosto 1980, p. 1.
“Una piazza Fontana 10 anni dopo, dieci volte più feroce ed oscura. Il governo non sa cosa dire. La sinistra chiama alla vigilanza, ma contro chi, per cambiare cosa? “il Manifesto”, 4 agosto 1980, p. 1.
Torna il terrore nero, “La Repubblica”, 5 agosto 1980, p. 1.
V. Tessandori, Primi risultati nelle indagini mentre l’Italia è solidale con Bologna, “La Stampa”, 7 agosto 1980, p. 2.
M. Cavallini, Oltre 400 mila in piazza a Bologna. Questa è l’Italia, “L’Unità”, 7 agosto 1980, p. 1.
A. Todisco, Mani che lavorano contro mani omicide, “Corriere della Sera”, 7 agosto 1980, p. 3.
E. Macaluso, Perché l’attacco è a questo livello? “L’Unità”, 8 agosto 1980, p. 1.
V. Monti, B. Tucci, «Non indaghiamo su una strage di Stato ma su una strage compiuta contro lo Stato». Dichiarazioni del magistrato che conduce l’inchiesta sull’eccidio alla stazione, “Corriere della Sera”, 9 agosto 1980, p.1 continua a p. 2.
A. Cavallari, Dove sta la speranza, “Corriere della Sera”, 10 agosto 1980, p. 1.
Il terrorismo nell’ ’80: 114 le vittime quasi 1500 arrestati, “Corriere della Sera”, 30 dicembre 1980, p. 5.
S. Pertini, Messaggio di fine anno agli italiani del presidente della repubblica, Palazzo del Quirinale, 31 dicembre 1980.
A. Ferrari, Il mutuo soccorso dei due terrorismi, “Corriere della Sera”, 7 dicembre 1981, p. 1.
I contributi del convegno sono stati pubblicati in AA.VV., 2 agosto 1982 ore 10,25: contro il terrorismo, per la democrazia, per la pace, Atti del Convegno «Il terrorismo delle stragi: la risposta dello Stato democratico» (Bologna, 31 luglio-4 agosto 1982), Graficoop, Bologna, 1983.
Un attacco allo Stato che dura da vent’anni, “La Repubblica”, 21 ottobre 1984, p. 1.
Struttura nata nel 1956 dall’accordo fra il servizio segreto italiano e gli Stati Uniti. L’esistenza dell’organizzazione strettamente connessa al Sifar (Servizio Informazioni delle Forze Armate) e alla Cia verrà ammessa dal governo italiano soltanto nel 1990 tramite l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
Nel 1984 il dibattito scientifico si arricchisce di importanti contributi sull’eversione, a riguardo cfr. F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Feltrinelli, Milano, 1984; D. Della Porta, Terrorismi in Italia, Il Mulino, Bologna, 1984.
M. Fuccillo, Dove abita il partito della strage, “La Repubblica”, 25 dicembre 1984, p. 11.
Al convegno organizzato dall’Istituto di Studi militari Alberto Pollio, fra il 3 e il 5 maggio 1965, partecipano esponenti del mondo politico, militare e dell’informazione, tra i quali numerosi appartenenti alla destra radicale. Tema centrale è la “guerra non ortodossa” al comunismo e il ruolo preminente attribuito alle tecniche di informazione e infiltrazione. Su 23 relatori ben 16 sono giornalisti, a sottolineare la preminenza attribuita alla tecnica della guerra psicologica nel contrasto alla “minaccia rossa”.
F. Ferraresi, La Destra eversiva alla sbarra. Le stragi nel groviglio di P2 e servizi segreti, “Corriere della Sera”, 14 marzo 1987, p. 9.
Strage di Bologna, accuse per Gelli e il «SuperSismi», “La Stampa”, 12 dicembre 1985, p. 7.
S. Bonsanti, Entro l’86 chiuderemo le nostre inchieste sulle grandi stragi, 14 dicembre 1985, “La Repubblica”, p. 5.
P. Calderoni, Tutte le deviazioni. Dal piano “Solo” al golpe borghese, dalla P2 alla strage di Bologna, dal caso Cirillo al super Sismi, Tullio Pironti editore, Napoli, 1986.
G. De Lutiis, La strage. L’atto di accusa dei giudici di Bologna, Editori Riuniti, Roma, 1986, cit. p. XXII.
L. Violante, “L’Unità”, 12 luglio 1988, p. 1.
I. Paolucci, Da Bologna emerge una terribile verità, “L’Unità”, 13 luglio 1988, p .2.
“L’Unità”, 19 luglio 1990, p. 1.
G. D’Avanzo, L’ombra americana su 30 anni di misteri, “la Repubblica”, 06 novembre 1990, p. 4.
“Cossiga, non dimenticare”. I parenti delle vittime di Bologna, “La Stampa”, 20 novembre 1990, p.8.
Sul tema: G.M. Bellu, G. D’Avanzo, I giorni di Gladio. Come morì la Prima Repubblica, Sperling & Kupfer, Milano, 1991; F. Casson, Banda armata. La sentenza del giudice Casson su “Gladio”, Libera informazione, Roma, 1991 (supplemento a Avvenimenti: settimanale dell’Altritalia, n.48); P. Moroni (a cura di), La notte dei gladiatori: omissioni e silenzi della Repubblica, Calusca edizioni, Padova, 1991; D. Camarrone (a cura di), La Malaitalia. Ovvero la strategia del crimine impunito dai misteri di Gladio ai delitti politici, La Zisa, Palermo, 1991.
A. Balzanelli, Strage di Bologna, processo da rifare, “La Repubblica”, 13 febbraio 1992, p. 9.
In questi anni la loggia P2 e lo stato parallelo restano al centro dell’attenzione con i lavori, fra gli altri di M. Gambino, La loggia P2 la storia e i documenti, Libera Informazione Editrice, Avvenimenti, Roma, 1992., A. Giannuli, Lo Stato parallelo: cronologia 1942-1992, Libera Informazione Editrice, Roma, 1992; G. De Lutiis, C. Schaerf (cura di), Venti anni di violenza politica in Italia, 1969-1988, Isodarco, Roma, 1992.
G. Moscato, Neofascista la bomba in stazione. Confermati i legami dei Nar con i servizi segreti deviati all’ombra della P2, “Corriere della Sera”, 17 maggio 1994, p. 11.
Nel 1994 due contributi si soffermano sul tema: F. Casson, Lo Stato violato. Un magistrato scomodo nell’Italia delle congiure, Il Cardo, Venezia, 1994; G. Cipriani, Giudici contro. Le schedature dei servizi segreti, Editori Riuniti, Roma, 1994.
G. Moscato, Mambro e Fioravanti. Ergastoli confermati, “Corriere della Sera”, 24 novembre 1995, p. 1.
P. Cascella, Mambro e Fioravanti colpevoli di strage, “La Repubblica”, 24 novembre 1995, p. 20.
A. L. Tota, La città ferita. Memoria e comunicazione pubblica della strage di Bologna, 2 agosto 1980, Il Mulino, Bologna, 2003, cit. p. 125.
G. D’Avanzo, Bologna, le ombre e le intenzioni, “La Repubblica”, 4 agosto 2008, p.1.
Lo scenario internazionale è avallato anche in G. Fasanella, R. Priore, Intrigo internazionale, Chiarelettere, Milano, 2010. In netta opposizione invece, fra gli altri, P. Bolognesi in A. Baccaria, R. Lenzi, Schegge contro la democrazia. Le ragioni di una strage nei più recenti atti giudiziari, Editrice Socialmente, Bologna, 2010.
Il patto consentiva alle organizzazioni della resistenza palestinese di trasportare armi nel territorio italiano in cambio dell’assicurazione che nel nostro paese non si sarebbero compiuti attentati. Il lodo sarebbe stato violato, secondo i sostenitori di questa teoria, con l’arresto dell’esponente del Fplp, Abu Anzeh Saleh nel novembre 1979 per il traffico di missili terra-aria Strela ad Ortona, scatenando la ritorsione.
Cfr. V. Zincani, Stazione di Bologna (2 agosto 1980), in A. Ventrone (a cura di), L’Italia delle stragi. Le trame eversive nella ricostruzione dei magistrati protagonisti delle inchieste (1969-1980), Roma, Donzelli, 2019.
Sulla possibilità che la sentenza di Bologna non sia risolutiva e si debbano percorrere altre piste, internazionali, anche V. Satta., I nemici della Repubblica. Storia degli anni di piombo, Rizzoli, Milano, 2016.
Nonostante i plurimi ergastoli, nel 2009 per Fioravanti la pena è dichiarata estinta e per la Mambro, che già da tempo godeva di “detenzione domiciliare speciale”, il fine pena arriva nel 2013.
Sulla necessità di proseguire nelle indagini alla ricerca dei mandanti, P. Bolognesi (a cura di), Alto tradimento. La guerra segreta agli italiani da piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna, di A. Beccaria, G. Gazzotti, G. Marcucci, C. Nunziata e R. Scardova, Castelvecchi, Roma 2016.
G. Turnaturi, Ricordiamo per voi, in M. Rampazi, A.L. Tota (a cura di), Il linguaggio del passato. Memoria collettiva, mass media e discorso pubblico, Carocci editore, Roma, (1 ed. 2005,) 2013, cit. p. 52.
G. Fasanella, A. Grippo, I silenzi degli innocenti, Rcs Libri, Milano, 2006, cit. p. 9.
A riguardo, I. Vezzani, Gli anni Settanta e la “patologia della memoria”, in M. Morini (a cura di), Aliberti editore, 2012.
Lia Serravalli, Dovrebbero guardarci con gli occhi bassi, e sperare che Dio non esista, cit. p. 193, in G. Fasanella, A. Grippo, I silenzi degli innocenti, op. cit.
V. Bosio, La violenza è inaccettabile. Dialogo con Vittorio Bosio, cit. p.281, in A. Conci, P. Grigolli, N. Mosna (a cura di), Sedie vuote, Gli anni di piombo: dalla parte delle vittime, Il Margine, Trento, 2008.
M. Hirsch, The Generation of Postmemory, Columbia University, 2008.

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