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Timestamp: 2019-09-24 09:01:24+00:00

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Il Consiglio di Stato dichiara infondato il ricorso in appello della Regione Basilicata sul permesso di ricerca idrocarburi “Palazzo San Gervasio” – Verdi Ambiente e Societa' (VAS)
Il Consiglio di Stato dichiara infondato il ricorso in appello della Regione Basilicata sul permesso di ricerca idrocarburi “Palazzo San Gervasio”
Il Permesso di ricerca idrocarburi liquidi e gassosi, denominato “Palazzo San Gervasio”, ritorna a far parlare dopo che il T.A.R. Basilicata, con sentenza n. 325 del 25 giugno 2015, aveva accolto il ricorso proposto dalla società AleAnna Resources LLC, contro la Regione Basilicata, per l’annullamento della D.G.R. n. 682 del 7.6.2013 per mezzo della quale era stata negata l’intesa precludendo il rilascio del titolo minerario.
In molti si ricorderanno che la Regione Basilicata decise di seguire la strada del ricorso in appello al Consiglio di Stato con richiesta di riformare la sentenza del tribunale amministrativo regionale.
Già nel luglio 2015 esortavamo la Regione Basilicata a non seguire la strada del ricorso al Consiglio di Stato poiché era ampiamente prevedibile una nuova sentenza sfavorevole.
Si chiedeva di intraprendere altre strade ben più efficaci come valutare la possibilità di rivedere il parere favorevole di esclusione dall’assoggettabilità a V.I.A. del progetto, rispetto al quale la società poteva chiedere la proroga per raggiungimento del termine di scadenza, e valutare l’urgenza di approvare una nuova Delibera diniego all’intesa adducendo motivazioni differenti da quelle riportate nell’atto annullato dal T.A.R. Basilicata, evitando vizi di illogicità e manifesta contraddittorietà dal momento che la stessa sentenza ebbe modo di precisare che «l’intesa ex art. 29, comma 2, lett. l), D.Lg.vo n. 112/1998, disciplinata dall’art. 5 dell’Accordo sancito nella Conferenza Stato-Regioni del 24.4.2001, è un’intesa di tipo “forte” e/o a “struttura necessariamente bilaterale”, in quanto il dissenso della Regione non può essere superato dallo Stato in modo unilaterale».
Nel luglio scorso evidenziavamo che il ricorso in appello al Consiglio di Stato era da ritenersi una strada non efficace e la stessa Area Programma del Vulture Alto Bradano, riunitasi nella Conferenza dei Sindaci, votò all’unanimità la Delibera n. 2 del 13.07.2015 con quale si esortava la Regione Basilicata a seguire strategie differenti da quella dell’appello il cui risultato era del tutto scontato ed evidente.
Purtroppo, la Regione Basilicata decise di ricorrere al Consiglio di Stato accompagnando il ricorso con un’istanza cautelare di sospensione dell’efficacia della citata sentenza del T.A.R. in attesa del giudizio nel merito.
Una richiesta di sospensione prevista nell’ambito dei giudizi di impugnazione delle sentenze dei tribunali amministrativi che prevede la possibilità di disporre la sospensiva della sentenza impugnata dalla quale possa derivare un danno grave ed irreparabile con l’onere di chiedere, da parte del ricorrente, la fissazione dell’udienza di merito.
Con l’Ordinanza n. 287 del 28.01.2016 la richiesta di sospensione non venne accolta ed il rischio di un danno grave ed irreparabile, tale da giustificarne la sospensione, non venne riconosciuto dal Consiglio di Stato.
Nell’Ordinanza si leggeva che “ritenuta, ad un primo esame, la necessità di un rapido approfondimento nel merito dell’appello e ritenuto allo stato non sussistenti le esigenze cautelari”.
Un’Ordinanza che lasciò presagire l’odierna pronuncia dei giudici della suprema magistratura amministrativa che, tramite sentenza n. 3151 del 15 luglio 2016, si sono espressi nel seguente modo: “con riferimento alle motivazioni sottese alla decisione regionale impugnata, il Collegio ritiene pienamente condivisibile l’articolato percorso argomentativo del TAR. Alla luce delle argomentazioni, l’appello deve essere respinto, in quanto infondato”.
Un permesso di ricerca che, necessita ricordarlo, interessa un’area di quasi 47.000 ettari e coinvolge direttamente 13 Comuni della Provincia di Potenza dell’Area Vulture – Alto Bradano (Acerenza, Banzi, Barile, Forenza, Genzano di Lucania, Ginestra, Maschito, Montemilone, Oppido Lucano, Palazzo San Gervasio, Rapolla, Ripacandida e Venosa). Due Comuni pugliesi (Minervino Murge e Spinazzola) vennero esclusi dall’istanza iniziale in seguito a insormontabili interferenze con il Parco Nazionale dell’Alta Murgia.
A nostro avviso, evidenziavamo già nel luglio 2015, che le responsabilità non dovevano essere ricercate nell’operato dei giudici amministrativi, ma nella Delibera della Giunta Regionale con la quale il diniego all’intesa non venne adeguatamente motivato.
Si fece notare che il provvedimento di diniego dell’intesa era stato emanato due giorni dopo che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 117 del 5.6.2013, dichiarò costituzionalmente illegittimo l’art. 37 della L.R. n. 16/2012 con la quale la Regione Basilicata aveva statuito che dall’8.8.2013 non avrebbe più rilasciato l’intesa per il conferimento di nuovi titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi.
Quella stessa legge incostituzionale, ormai conosciuta come “moratoria bluff”, che ha portato analogamente all’annullamento dei diniego dell’intesa relativamente al Permesso di ricerca denominato “Masseria la Rocca” della joint venture Rockhopper Italia S.p.A., Total E&P S.p.A. ed Eni S.p.A.
Annullamento avvenuto con sentenza del T.A.R. Basilicata n. 617/2014 alla quale è seguita la sentenza n. 623/2015 che ne ha ordinato l’esecuzione.
Sentenza, quest’ultima, appellata al Consiglio di Stato dalla Regione Basilicata e respinta con sentenza n. 3058 dell’11 luglio 2016 con la quale non viene accolta nessuna delle motivazioni inserite nel ricorso.
La Regione Basilicata, tra i vari motivi del ricorso, ha sostenuto la tesi secondo la quale l’intesa di sua competenza poteva essere rilasciata solo in seguito all’eventuale valutazione di impatto ambientale favorevole.
Secondo i giudici del Consiglio di Stato “nessuna disposizione prevede una sequenza procedimentale come quella che prefigura la Regione.
La valutazione di impatto ambientale, ora attribuita all’autorità ministeriale, è infatti autonoma rispetto ai profili da apprezzare in sede di rilascio dell’intesa ex art. 29, comma 2, lett. l), l. n. 239 del 2004, e che vedono la Regione chiamata a pronunciarsi non già in qualità di organo preposto alla tutela dell’ambiente e dotato delle necessarie competenze tecnico-specialistiche in questa materia, ma di ente esponenziale delle comunità territoriali insediate in cui sono localizzati gli impianti estrattivi”.
Situazioni, quella del permesso “Palazzo San Gervasio” e “Masseria La Rocca”, che hanno alcuni punti di somiglianza oltre ad essere inevitabilmente legati dall’illusione di una legge regionale che doveva rappresentare un stop alle nuove attività legate agli idrocarburi, ma che poi si è rilevata un misero bluff.
La solita leggina incostituzionale a cui siamo abituati, ieri in materia di petrolio ed oggi in materia di rifiuti (si veda sentenza n. 180 del 2015 con la quale la Consulta dichiarò incostituzionale l’art. 42, commi 4 e 5, della L.R. n. 26/2014; oggi nuovamente d’avanti alla Consulta l’art. 1, commi 6 e 8, della L.R. n. 35/2015 – Disposizioni urgenti inerenti misure di salvaguardia ambientale in materia di gestione del ciclo dei rifiuti).
L’intenzione di voler invadere l’Area nord della Basilicata con attività di ricerca petrolifera è una realtà tutt’altro che remota.
Non ci fermeremo a guardare l’AleAnna sempre più intenzionata ad avanzare, ma monitoreremo le nuove mosse che presumibilmente non potranno prescindere dal giudizio del Ministero dell’Ambiente.
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