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Timestamp: 2017-09-26 21:46:05+00:00

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News - Agenzia Investigativa Cagliari, Sassari, Olbia, Nuoro
Divorzio: chi taglia l’assegno rischia indagini della finanza
Oggi 22 settembre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: assegno divorzile
Il giudice non può tagliare l’importo dell’assegno divorzile senza prima aver valutato se sia necessario oppure superfluo, alla luce delle prove raccolte, accertare i redditi dell’ex marito tramite intervento della polizia tributaria.
Lo ha disposto la Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 21359/2017 accogliendo il ricorso di una donna il cui assegno divorzile era stato determinato, a suo favore, nella misura di 500 euro in prime cure, poi ridotto a 250 euro in appello dopo una valutazione dei redditi dell’ex marito.
La ricorrente deduce la violazione dell’art. 5, comma 9, della legge n. 898/1970 in quanto, secondo consolidata interpretazione della norma, al giudice sarebbe precluso respingere o accogliere parzialmente la domanda di assegno divorzile, per carente dimostrazione della consistenza economica e patrimoniale, nel caso siano state omesse indagini e verifiche fiscali.
Nel caso di specie, in particolare, la ricorrente aveva specificamente contestato che l’ex marito svolgeva un’attività imprenditoriale non dichiarata fiscalmente e pubblicizzata anche con uno specifico biglietto da visita e riscontrabile nei suoi movimenti bancari.
Il giudice d’appello, invece, ha ritenuto non acquisita la prova certa sul punto e ha determinato il reddito dell’ex marito sulla base della sola sommaria e parziale documentazione prodotta in giudizio, senza considerare che le circostanze dedotte dalla moglie non potevano essere provate senza attingere a informazioni inaccessibili a una parte privata.
Pertanto, secondo la ricorrente, il giudice a quo avrebbe dovuto disporre le opportune verifiche e le indagini di polizia tributaria prima di ricavare, in contrasto con la prima pronuncia, un reddito effettivo inferiore e tale da legittimare la riduzione dell’assegno.
Una doglianza che, per la Cassazione, appare fondata. In tema di divorzio, precisano gli Ermellini, laddove il giudice di merito ritenga raggiunta aliunde la prova dell’insussistenza dei presupposti che condizionano il riconoscimento dell’assegno di divorzio, può direttamente procedere al rigetto della relativa istanza, anche senza aver prima disposto accertamenti d’ufficio attraverso la polizia tributaria.
Infatti, l’esercizio del potere officioso di disporre indagini, tramite l’autorità tributaria, sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, rientra nella discrezionalità del magistrato e non si tratta di un adempimento imposto dall’istanza di parte.
Tuttavia, questo esercizio di potere deve essere correlabile, anche per implicito, a una valutazione di superfluità dell’iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti. Nel caso di specie, tuttavia, tale valutazione non è stata compiuta dalla Corte di appello.
Pertanto, va annullata la sentenza impugnata con rinvio affinchè la Corte d’Appello esprima una rinnovata valutazione sul punto, verificando se, alla luce degli elementi acquisiti, siano necessarie o superflue ulteriori indagini, anche tramite la polizia tributaria.
Fonte: Divorzio: chi taglia l’assegno rischia indagini della finanza (www.studiocataldi.it)
in infedeltà coniugale, News, Tradimento
Oggi 6 settembre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: violazione privacy del lavoratore
Con sentenza del 5 settembre 2017, la Cedu ha definito il caso B. v. Romania, sancendo che la sorveglianza del datore di lavoro sulle e-mail e sulle chat dei dipendenti è conforme alla convenzione solo se rispetta limiti ben precisi.
La vicenda alla base della pronuncia della Corte europea dei diritti umani riguardava un lavoratore rumeno che era stato licenziato per aver utilizzato internet e la casella di posta lavorativa per fini personali durante l’orario di lavoro. Il dipendente, di fronte a tale provvedimento, aveva obiettato che il comportamento del suo datore di lavoro era in contrasto con il diritto alla privacy della corrispondenza, tutelato anche dall’articolo 8 della CEDU.
Dopo che i tribunali rumeni gli avevano dato torto, il lavoratore aveva interessato i giudici di Strasburgo una prima volta, ma con esito negativo: con sentenza del 12 gennaio 2016, la Corte aveva infatti ritenuto che l’accesso del datore di lavoro alla corrispondenza elettronica del suo dipendente, trasmessa attraverso l’account aziendale per finalità private e in violazione dei suoi obblighi, non fosse in contrasto con il diritto alla vita privata di cui all’articolo 8 della Cedu.
Le Corti nazionali, infatti, non hanno assicurato un’adeguata protezione del diritto del lavoratore al rispetto della propria vita privata e della propria corrispondenza personale. Si tratta, per la Cedu, di una violazione dell’articolo 8, derivante dal mancato accertamento che la privacy fosse stata garantita sotto il profilo dell’informazione preventiva sui controlli, che per questi ultimi avrebbero potuto essere utilizzate modalità meno intrusive e che l’accesso alle e-mail del lavoratore fosse possibile a insaputa di questo.
Fonte: Cedu: spiare le mail e le chat dei lavoratori è violazione della privacy (www.studiocataldi.it)
in indagini aziendale, investigatiore privato, News
Visite fiscali: da oggi tutte in capo all’Inps
Lecito assoldare l’investigatore per spiare il dipendente
Oggi 14 giugno 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: visite fiscali
Controlli ai dipendenti in malattia anche più di una volta al giorno. Il Polo unico per le visite fiscali con l’Inps che gestirà anche i controlli medici dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, a partire da domani, implica anche questa ulteriore stretta.
Come si legge su Italia Oggi, «Il numero dei controlli sarà molto alto e sarà possibile che il dipendente in malattia possa essere sottoposto al controllo anche più volte al giorno» chiarisce il presidente dell’Istituto di previdenza, Tito Boeri.
Migliorare l’efficacia dei controlli per garantire un servizio più uniforme, uno degli obiettivi della riforma della normativa. Così, per i dipendenti pubblici, la percentuale delle visite fiscali dovrebbe essere maggiore rispetto a quella dei dipendenti privati, al momento valutata intorno al 5% dei certificati presentati. Secondo i dati del 2015, rispetto ad 6 milioni di certificati presentati, i controlli dovrebbero superare di molto quota 300mila. L’obiettivo è passare nei prossimi anni dagli attuali 300mila a oltre mezzo milione di verifiche sui lavoratori pubblici, anche con visite reiterate soprattutto a ridosso dei weekend e delle festività.
Per Boeri i controlli saranno mirati, considerato che le assenze per malattia si concentrano in prossimità dei giorni feriali. «Controlli più efficaci saranno un deterrente contro il comportamento opportunistico: impariamo guardando all’esperienza e ai fattori di rischio. Sappiamo che possono esserci abusi o comportamenti opportunistici» specifica Boeri. A sostegno di queste misure ci saranno 17 milioni di euro e, a regime, all’attività di controllo saranno destinati 50 milioni di euro l’anno.
È bene ribadire che la riforma attribuisce all’Inps competenza esclusiva sulle visite mediche di controllo (finora effettuate dalle Asl) oltre che ai lavoratori privati, anche a quelli pubblici. Destinatarie dei provvedimenti tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende e amministrazioni dello Stato a ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali. Saranno esclusi dal polo unico i dipendenti delle forze armate, della polizia e dei vigili del fuoco.
Fonte: Visite fiscali: da oggi tutte in capo all’Inps(www.studiocataldi.it)
Oggi 24 agosto 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: conto corrente cointestato
Con la sentenza numero 11451/2017, la prima sezione civile del Tribunale di Roma ha infatti condannato una donna a rendere al marito (unico percettore di reddito) le somme attinte dal conto per acquistare l’ennesima autovettura, per circoli sportivi, per donne di servizio e per l’assicurazione di 5 macchine. Il tutto quando ormai era separata di fatto dall’uomo.
Per i giudici, tuttavia, occorre ricordare che la cointestazione con firma e disponibilità disgiunte di una somma di denaro appartenente a uno solo dei cointestatari (come nel caso di specie) è donazione diretta solo se viene riscontrata l’effettiva esistenza dell’animus donandi. Peraltro ciò vale solo per il denaro versato prima della cointestazione, mentre per le somme versate dopo la donazione indiretta è preclusa dal divieto di donazione di beni futuri.
La donna dovrà quindi restituire all’ex ben 102mila euro.
Fonte: Conto cointestato: le somme prelevate quando la coppia è in crisi vanno restituite (www.studiocataldi.it)
Divorzio: il risparmio del marito sul mantenimento dei figli non giova all’ex moglie
Oggi 17 agosto 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: assegno divorzile
Il risparmio, con conseguente arricchimento, dell’ex marito per via della riduzione dell’assegno di mantenimento ai figli non porta, per questa via, ad un aumento dell’assegno nei confronti dell’ex moglie. Su questo assunto, la Cassazione (sentenza n. 19746/2017), ha rigettato il ricorso di una donna moglie di un ricco imprenditore contro la decisione dei giudici di merito che aveva ribaltato il più favorevole verdetto del tribunale per quanto riguardava il suo mantenimento.
In primo grado, venivano accolte le richieste di rivisitazione delle condizioni economiche imposte all’obbligato in sede di separazione, in base alle quali l’uomo doveva versare 1.800 euro al mese a ciascuno dei figli e 1.600 a favore della ex. Veniva, quindi, azzerato il mantenimento per il primogenito, ritenuto ormai autosufficiente e ridotto l’assegno per l’altro figlio. Tuttavia, veniva anche “accontentata” l’ex moglie con un sostanziale incremento dell’assegno mensile (da 1.600 a 2.400 euro) in relazione all’incremento delle disponibilità economiche del marito conseguenti alla riduzione dell’onere contributivo a favore dei figli.
Giunti in appello, invece, la corte territoriale non condivideva la decisione del tribunale che aveva accolto la domanda della donna per effetto della riduzione del contributo di mantenimento in favore dei figli e, dunque, della generica deduzione di un miglioramento delle condizioni economiche dell’obbligato e l’assenza di qualsiasi prova sul punto.
In ordine al dedotto miglioramento delle disponibilità economiche del marito derivante dalla riduzione quantitativa dell’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli connesso al raggiungimento della loro totale o parziale indipendenza economica, ha affermato infatti la Corte territoriale, “le obbligazioni verso i figli e quelle verso la moglie operano su piani differenti e non può la caduta o la riduzione delle prime andare automaticamente a favore delle altre“. Il rilievo del giudice di merito per il Palazzaccio è corretto e va condiviso.
La signora non poteva limitarsi a dedurre il miglioramento della situazione economica dell’ex marito. Piuttosto avrebbe dovuto dimostrare che il suo assegno già originariamente era stato più basso del dovuto a causa degli esborsi in favore dei figli. Nulla da fare per la donna neanche in ordine al suo asserito “impoverimento” per il venir meno delle somme versate ai figli utilizzate per la “onerosa manutenzione della casa familiare”.
Fonte: Divorzio: il risparmio del marito sul mantenimento dei figli non giova all’ex moglie (www.studiocataldi.it)
Divorzio: sì all’assegno alla ex “priva di energie giovanili”
Divorzio: addio all’assegno alla moglie che va a stare con un altro
Oggi 11 agosto 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: assegno divorzile
Va riconosciuto l’assegno divorzile alla ex moglie che vive in una condizione più “dimessa” rispetto al marito, ma, in particolare, va tenuto conto della sua età, delle peggiorate condizioni fisiche e delle sue energie non più giovanili.
Lo ha disposto la Corte di Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 19721/2017 pronunciandosi sul ricorso di un uomo che aveva impugnato le condizioni della separazione giudiziale nella parte in cui, tra l’altro, veniva obbligato all’assegno divorzile a favore della ex moglie.
La Corte d’Appello aveva respinto la sua richiesta, così come quella della moglie di ripristinare la misura precedente dell’assegno in suo favore (fissata a 2mila euro poi ridotti a 1500 mensili), ma, come evidenziano gli Ermellini, i giudici a quo hanno altresì indicato gli elementi positivi del proprio motivato convincimento quanto ai presupposti del diritto all’assegno di mantenimento divorzile.
Si è tenuto conto, in particolare, di quanto stabilito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 11504/2017 ed è stato rilevato che l’ex coniuge appare in una condizione economica complessivamente “più dismessa” rispetto al marito, ma sopratutto incisa, sotto il profilo dell’indipendenza economica stessa, da fattori quali le peggiorate condizioni fisiche, l’età e le energie non più giovanili.
Si tratta di elementi che giustificano la conferma della misura di contribuzione, posto che la più recente giurisprudenza ha abbandonato il pluriconsolidato parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ritenendo che debba, invece, considerarsi l’indipendenza o autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede, posta la natura “assistenziale” dell’assegno divorzile.
Un indirizzo seguito anche dalla giurisprudenza di merito: il Tribunale di Roma, nella recente sentenza n. 11723 dello scorso 8 giugno ha precisato che va abbandonata la originaria tesi che individuava i presupposti dell’assegno divorzile nella triplice funzione assistenziale (tenuto conto delle condizioni economiche e personali dei coniugi), risarcitoria (con riferimento alle ragioni della decisione) e compensativa (avuto riguardo all’impegno profuso da ciascuno dei coniugi nella formazione del patrimonio comune e nella gestione familiare).
Il riconoscimento dell’assegno, invece, va ricollegato esclusivamente all’accertata inadeguatezza dei mezzi economici di cui dispone il coniuge e alla oggettiva impossibilità di procurarseli (criterio attributivo-assistenziale).
Fonte: Divorzio: sì all’assegno alla ex “priva di energie giovanili” (www.studiocataldi.it)
Oggi 1 agosto 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: pensione di invalidità civile
Addio al principio di cassa per la liquidazione degli arretrati relativi alle prestazioni di invalidità civile e soggetti a tassazione separata. Con il messaggio n. 3098/2017 l’INPS interviene sul tema degli arretrati per le prestazioni di invalidità civile.
In materia di verifica dei dati reddituali per i titolari di prestazioni collegate al reddito, la normativa vigente prevede che: “ai fini della liquidazione o della ricostituzione delle prestazioni previdenziali e assistenziali collegate al reddito, il reddito di riferimento è quello conseguito dal beneficiario e dal proprio coniuge nell’anno solare precedente“. Sul tema è poi intervenuta la Circolare 126/2010 che ha operato una distinzione tra assegno sociale e prestazioni di invalidità civile. Per la prima tipologia di prestazione la circolare, in coerenza con l’art. 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, precisa che, nel computo dei redditi ai fini del riconoscimento dell’assegno, si applica il criterio di competenza.
Invalidità civile: l’intervento delle Sezioni Unite
Su tale interpretazione sfavorevole da cui sono derivate numerose istanze, si è pronunciata la Cassazione a Sezioni Unite (sentenza n. 12796/2005) che ha stabilito, in tema di erogazione dei benefici previdenziali e assistenziali collegati al reddito, che per la determinazione del limite reddituale “devono essere considerati anche gli arretrati purché non esclusi del tutto da specifiche norme di legge, non nel loro importo complessivo, ma nelle quote maturate per ciascun anno di competenza“.
Da tale pronuncia è derivato il successivo intervento adeguatore dell’INPS che, acquisito il parere favorevole del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, nel suo messaggio ha stabilito, che nel computo dei redditi in tema di liquidazione delle prestazioni di invalidità civile gli arretrati siano calcolati non nel loro importo complessivo, ma sulla base dei ratei maturati in ciascun anno di competenza a prescindere dall’anno di competenza (criterio di cassa). Di conseguenza le sedi, al fine di dare applicazione alla suddetta disposizione, in fase di acquisizione dei redditi dovranno ripartire manualmente gli importi arretrati per anno di competenza.
In particolare, in relazione alle istanze precedentemente presentate e respinte per applicazione del criterio di cassa che, invece, secondo l’orientamento accolto sarebbero dovute essere accettate, l’Istituto precisa che la Sede dovrà accogliere le istanze di autotutela (domande di riesame) eventualmente pendenti per la domanda respinta.
La prestazione andrà riconosciuta in autotutela in caso, invece, di domanda respinta per la quale penda ricorso amministrativo al Comitato provinciale prima della seduta. Nel caso, invee, in cui il Direttore di Sede abbia sospeso la delibera di esecuzione, dopo la trasmissione della sospensiva alla Direzione centrale sostegno alla non autosufficienza, invalidità civile e altre prestazioni, la medesima Direzione trasmetterà alla Sede competente formale invito di accogliere l’istanza in autotutela.
Fonte: Pensioni di invalidità: arrivano le nuove regole (www.studiocataldi.it)
Oggi 26 luglio 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: assegno divorzile
Famiglia di fatto: stop all’assegno per il coniuge divorziato
Per il collegio, la formazione di una nuova famiglia, ancorché di fatto, tutelata dall’art. 2 della Costituzione come formazione sociale stabile e duratura in cui svolge la personalità dell’individuo, è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e quindi esclude ogni residua solidarietà post matrimoniale con l’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo.
Nel caso di specie, il fatto che la ex moglie abbia instaurato una convivenza con altri, anche se la ricorrente assume essere cessata, rappresenta una circostanza non rilevante poiché l’instaurazione della nuova convivenza non può essere posta nel nulla a seguito della prospettata cessazione della stessa.
La sentenza n. 6855/2015 della Cassazione stessa ha infatti precisato che il diritto all’assegno non entra in fase di quiescenza, ma viene definitivamente eliso, pertanto sono irrilevanti le successive evoluzioni del nuovo rapporto.
Fonte: Divorzio: addio all’assegno alla moglie che va a stare con un altro (www.studiocataldi.it)
Oggi 24 luglio 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: assegno divorzile
Il rapporto di coppia irrimediabilmente compromesso e le dichiarazioni della moglie testimoniano la rabbia nei confronti del marito ritenuto colpevole per minaccia e violazione degli obblighi di assistenza familiare: nonostante l’astio della donna, tuttavia, le sue dichiarazioni sono ritenute attendibili e possono fondare la condanna del suo ex compagno di vita e padre di suo figlio. Si tratta del caso che si è trovata ad affrontare la Corte di Cassazione, VI sezione penale, nella sentenza n. 35923/2017.
Il ricorrente era stato condannato per i reati di cui agli artt. 570 e 612 del codice penale poiché si era sottratto agli obblighi di assistenza familiare, costringendo la moglie e il figlio minore ad allontanarsi dalla casa familiare, nonché l’aver fatto loro mancare i mezzi di sussistenza, privando la moglie del bancomat e licenziandola, essendone il datore di lavoro, nonché minacciandola di morte sia con il fucile che mimando il gesto del taglio della gola.
Nonostante la Corte d’Appello avesse ridotto la pena dopo aver riconosciuto le attenuanti generiche, l’imputato lamenta in Cassazione che non sarebbe stato tenuto debitamente conto delle sue censure riguardanti l’attendibilità della testimonianza della persona offesa che aveva fondato la sua condanna. In sostanza, secondo la difesa, la donna sarebbe stata mossa da spirito vendicativo e e le sue dichiarazioni pertanto inattendibili per coerenza e spontaneità.
Le dichiarazioni della persona offesa, infatti, sono state dichiarate attendibili da ambedue i giudici, in quanto lineari, coerenti e persino documentate da conversazioni registrate dalla stessa e non contestate dall’imputato nella loro autenticità, nonché riscontrate dalle dichiarazioni della sorella della moglie che aveva riferito della indisponibilità del cognato a trovare soluzioni conciliative e del tono minaccioso con cui l’aveva sollecitata a convincere la sorella ad andare via di casa.
I giudici hanno, inoltre, valutato in termini obiettivi la relazione del c.t.u. nominato nel giudizio civile di separazione, dando atto del parere espresso dal consulente circa l’atteggiamento della donna, non rispondente a funzioni genitoriali, ma a un bisogno punitivo verso il marito. Tuttavia, dalla relazione stessa era emersa anche l’analoga valutazione espressa sul profilo genitoriale del coniuge, parimenti ritenuto non adeguato per la mancanza di contatti con il figlio.
Per i giudici di merito, questo giudizio non avrebbe inciso sull’attendibilità della persona offesa, le cui dichiarazioni avevano trovato riscontro anche in quelle del figlio, tant’è che il Tribunale aveva affidato il minore solo alla madre, stante l’assenza del padre.
Pertanto, nonostante le dichiarazioni della donna rispondano all’effettiva degenerazione del rapporto e al suo mutato atteggiamento, tale progressione per gli Ermellini risulta del tutto comprensibile in ragione delle condizioni della donna, trovatasi improvvisamente senza casa, lavoro e mantenimento, con il figlio a carico.
Inoltre, era stato sottolineato che un simile stato d’animo non era trasmodato nella formulazione di accuse calunniose, in quanto il pesante quadro vessatorio descritto dalla denunciante aveva trovato significativi riscontri, tra i quali non andavano tralasciate le sofferte ammissioni del minore circa il totale disinteresse del padre.
Del tutto giustificata è la valutazione in ordine all’inadempimento dell’imputato che ha ammesso di non aver versato l’assegno di mantenimento, menzionando sopravvenute difficoltà economiche che non erano state dimostrate, bensì addirittura smentite.
Fonte: Caccia la moglie di casa, la licenzia e le toglie il bancomat: è reato (www.studiocataldi.it)
Oggi 20 luglio 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: assegno divorzile
Per il Tribunale di Roma, se la ex moglie è gravata da oneri economici pesanti, l’assegno divorzile le spetta comunque, anche se la Corte di cassazione, con la sentenza numero 11504/2017, ha detto addio al criterio del tenore di vita come parametro per valutare l’an del diritto al contributo.
Con la sentenza numero 11723/2017, infatti, la prima sezione civile ha confermato l’assegno divorzile a vantaggio di una moglie che deve pagare il mutuo della casa in cui vive, anche se l’ex marito ha una nuova famiglia e guadagna circa 1.600 euro al mese.
Per il Tribunale capitolino, il mantenimento va solo ridotto di importo ma spetta perché la ex guadagna solo 850 euro al mese e la rata mensile di mutuo gliene porta via 500 e continuerà a farlo sino al 2030. Non importa che la donna abbia una propria professionalità ed, essendo nata nel 1970, sia in piena età lavorativa: i suoi redditi e la circostanza che la stessa sia stata costretta più volte a ricorrere all’aiuto economico dei genitori giustificano il ricorso alla solidarietà post-coniugale.
Ed è proprio tale solidarietà che, considerato anche che l’uomo ha redditi comunque maggiori di quelli che aveva al momento della separazione, possono consentire l’erogazione di un sostegno economico, contenuto, alla ex compagna di vita.
Fonte: Divorzio: l’ex va mantenuta in nome della solidarietà post-coniugale (www.studiocataldi.it)
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