Source: https://www.laleggepertutti.it/212447_separazione-e-divorzio-spettano-rimborsi-e-restituzioni
Timestamp: 2018-08-20 20:14:31+00:00

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Spese sostenute per la casa: con la separazione spetta il rimborso? Come si devono dividere tutti gli altri beni: dal conto all’auto?
Prima di sposarti, tuo marito ha acquistato la casa che è divenuta poi tetto coniugale. Ma per poterla abitare era necessario ristrutturarla e fare una serie di modifiche interne. I lavori sono stati lunghi e costosi; perciò ti sei resa disponibile ad aiutarlo economicamente, sostenendo una parte delle spese. Hai così acquistato le mattonelle e pagato gli operai per la messa in opera. Ti sei poi occupata degli idraulici, dell’acquisto dei componenti dei bagni e delle porte. Anche la pittura delle stanze è stata a carico tuo. Ora purtroppo avete deciso di lasciarvi e, nel calcolo del dare-avere che scatta sempre all’alba della separazione, pretendi la restituzione dei soldi spesi per la sua casa. Tuo marito invece non ne vuole sapere e sostiene che si è trattato dei normali contributi dovuti tra coniugi. Se si dovesse mettere tutto sulla bilancia – puntualizza – dovrebbe chiederti tutti i soldi da lui impiegati in questi anni per la famiglia: da quelli per la spesa al supermercato a quelli per le vacanze, dalle bollette all’abbonamento per la tua palestra. C’è poi da dividere automobile, arredi, mobilia e, non in ultimo, un conto corrente. Sorge quindi un grosso problema che, per evitare di rivolgersi al giudice, va risolto immediatamente: in caso di separazione e divorzio, spettano rimborsi e restituzioni? La questione è stata toccata da una ordinanza di poche ore fa della Cassazione [1] che offre lo spunto per trattare, più in generale, questo argomento sempre delicato.
1 Le spese che non devono essere rimborsate con la separazione
2 Le spese che devono essere rimborsate con la separazione
3 La casa sul terreno di proprietà di uno dei due coniugi
4 La divisione dei regali di nozze e dei beni acquistati dopo il matrimonio
5 Divisione del conto corrente
Le spese che non devono essere rimborsate con la separazione
Durante il matrimonio, ciascuno dei due coniugi deve contribuire ai bisogni della famiglia in proporzione alle proprie possibilità economiche. È il cosiddetto obbligo di contribuzione. Si tratta di uno dei doveri fondamentali del matrimonio; esso nasce, prima ancora che da una norma giuridica, dall’esigenza morale di aiutare la persona cara, ormai legata da un vincolo di parentela. Anzi, il venir meno a questo impegno costituisce proprio una violazione dei principi su cui si basa il matrimonio e può comportare l’addebito. Sarebbe ad esempio responsabile della separazione la donna che spende tutto il proprio stipendio per lo shopping senza destinare nulla alla casa e senza occuparsi del ménage domestico.
Se quindi è vero che l’obbligo di contribuzione è uno dei doveri su cui si basa il matrimonio è anche vero che non è possibile chiedere la restituzione dei piccoli regali e contributi che i coniugi si fanno finché sono sposati. Anche dopo la separazione, dunque, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto.
Secondo la Cassazione, ciò che si spende durante l’unione coniugale non è altro che una obbligazione spontanea che si fa non certo in vista di una futura restituzione ma più che altro con l’intento della reciproca assistenza, che non è solo un dovere imposto dal codice civile ma anche una esigenza morale, affettiva e conseguente allo spirito stesso del matrimonio. Insomma, si tratta di una obbligazione naturale che non può più essere richiesta indietro, neanche al 50%.
Leggi sul punto Spese prima della separazione: spetta il rimborso all’ex coniuge?
Le spese che devono essere rimborsate con la separazione
Diversa è la soluzione quando le spese, per la loro entità economica, travalicano il normale dovere di contribuzione. Quando infatti uno dei due coniugi versa in favore dell’altro o della famiglia una somma ingente che va oltre i limiti di proporzione e adeguatezza al proprio reddito, ha diritto a vedersi rimborsare gli importi. È il caso della moglie che investe nella casa del marito per effettuare ristrutturazioni o acquistare il mobilio o del marito che avvia la moglie in una attività economica, le acquista la dotazione professionale, una scrivania e gli strumenti per metterla in condizione di guadagnare. Quando l’entità dei conferimenti non rappresenta una normale donazione o la contribuzione al ménage familiare, non c’è dubbio che le prestazioni effettuate da uno dei coniugi a favore dell’altro integrano un “ingiustificato arricchimento” del secondo e danno diritto al rimborso. La linea di confine tra ciò che va restituito e ciò che invece rimane all’ex è costituita non tanto dall’importo speso in sé considerato, ma dallo stesso in relazione alle possibilità economiche di chi lo ha sostenuto. In pratica per stabilire se il valore del contributo va oltre l’adempimento di una semplice obbligazione “morale” bisogna verificare le condizioni sociali e patrimoniali di chi effettua il conferimento. Così, rispetto al tenore di vita di una persona con uno stipendio normale, i soldi sborsati per la ristrutturazione della casa vanno ben oltre il normale contributo alle spese ordinarie della convivenza. Dunque devono essere rimborsate.
La casa sul terreno di proprietà di uno dei due coniugi
La regola dell’accessione vuole che la casa costruita da uno dei due coniugi sul terreno di proprietà esclusiva dell’altro finisca nella proprietà di quest’ultimo, ma al primo spetta il rimborso del 50% delle spese. Chi è titolare di un fondo infatti diventa titolare anche di tutti gli immobili e le piantagioni che su di esso vengono realizzate, salvo che ci sia un patto contrario. Se invece il terreno è comune, la proprietà dell’immobile spetta ad entrambi i coniugi.
La divisione dei regali di nozze e dei beni acquistati dopo il matrimonio
Per le coppie in regime di separazione dei beni, non si pongono problemi di sorta. Tutto ciò che è stato acquistato con denaro dell’uno spettano a questi, e viceversa quanto acquistato dall’altro è di sua proprietà.
Le coppie invece in regime di comunione dei beni devono procedere a una divisione paritaria al 50% di quanto acquistato dopo il matrimonio, salvo i beni di uso personale (ad esempio vestiti, oggettistica, una borsa) e quelli acquistati per l’attività lavorativa. Se non si trova un accordo bisogna rivolgersi al giudice che, non potendo molto spesso procedere a vendita di oggetti ormai usati, ne disporrà l’attribuzione con estrazione a sorte.
I regali di nozze vanno divisi di comune accordo, appartenendo ad entrambi i coniugi anche se questi sono in regime di separazione dei beni.
Non vanno divisi i beni acquistati prima del matrimonio anche se in funzione del matrimonio stesso. Ad esempio, se la moglie ha acquistato l’armadio della camera da letto prima di salire sull’altare, l’armadio è suo.
Le coppie in comunione dei beni devono dividere anche l’automobile benché intestata a uno solo dei coniugi, rientrando di fatto nei beni comuni.
Divisione del conto corrente
Un discorso particolare merita la divisione del conto corrente. Come abbiamo spiegato nell’articolo Conto corrente in comunione tra marito e moglie, anche se il rapporto bancario è intestato a uno dei due coniugi ed è alimentato con i soldi solo di questi (ad esempio gli stipendi del lavoro), il conto deve essere diviso in quote uguali. Se però il titolare lo svuota qualche giorno prima della separazione per comprare oggetti di uso personale, l’altro non può rivendicare più nulla.
[1] Cass. ord. n. 14732/18 del 7.06.2018.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 12 gennaio – 7 giugno 2018, n. 14732
1.Nel 2003 D.M. conveniva in giudizio il proprio ex partner, M.S. , chiedendo accertarsi la cessazione della famiglia di fatto costituita con il M. fino all’agosto 2001, accertarsi la consistenza del patrimonio comune a quella data, conseguente agli apporti in denaro e in lavoro di entrambi i conviventi, e disporsi la divisione di esso in parti uguali, con l’attribuzione in proprio favore del controvalore in denaro; in subordine chiedeva accertarsi l’ingiustificato arricchimento del suo ex convivente, con la condanna del medesimo alla restituzione degli importi ricevuti.
2. Il Tribunale, con sentenza n. 1787/2007, rigettava tutte le domande dell’attrice (dichiarando inammissibile in quanto tardiva la domanda ex art. 936 c.c. formulata solo con la memoria ex art. 183 c.p.c., con la quale la D. chiedeva la restituzione delle utilità prestate per la costruzione della casa acquisita in proprietà esclusiva al – marito in quanto proprietario del terreno, in riferimento al secondo comma dell’art. 936 c.c.).
In tema di impugnazione per cassazione, al fine di evitare una pronuncia di inammissibilità del ricorso, il soggetto che non è stato parte del giudizio di merito deve allegare la propria “legitimatio ad causam”, e fornire la dimostrazione di essere subentrato nella medesima posizione del proprio dante causa, avendo l’impugnante, che si affermi successore (a titolo universale o particolare) della parte originaria, l’onere di fornire la prova documentale della propria legittimazione, a meno che il resistente non l’abbia esplicitamente o implicitamente riconosciuta.
Nel caso in esame, con il primo motivo, la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2042 c.c., laddove la sentenza impugnata considera proponibile l’azione di indebito arricchimento prevista dall’art. 2041 c.c. nonostante fosse esperibile – e non esaminata perché proposta tardivamente – l’azione prevista dall’art. 936 c.c.
I principi da applicare sono stati compiutamente espressi da Cass. n. 11330 del 2009, che da un lato ricostruisce sistematicamente tutte le ipotesi in cui non si possa legittimamente richiamare la mancanza di causa del conferimento, a fondamento dell’azione di arricchimento, dall’altro fa applicazione degli indicati principi proprio in relazione ad un disciolto rapporto di convivenza more uxorio: “l’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’ obbligazione naturale. È, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente “more uxorio” nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza”.
La sentenza impugnata, come sopra sinteticamente indicato, esamina il problema e lo risolve escludendo che i conferimenti connessi alla realizzazione della casa fossero riconducibili nell’alveo delle obbligazioni naturali sulla base di due ordini di considerazioni: perché i due all’epoca erano solo fidanzati ma non ancora conviventi e quindi non formavano ancora una famiglia di fatto – pertanto non sussisteva alcuna obbligazione naturale in capo alla D. che giustificasse la non ripetibilità di quei conferimenti; perché si trattava di esborsi consistenti, che si collocavano oltre la soglia di proporzionalità ed adeguatezza rispetto ai mezzi di ciascuno dei partners. La motivazione giunge alla corretta conclusione di escludere che tali spontanee prestazioni siano irripetibili perché riconducibili nell’alveo delle obbligazioni naturali: si tratta di prestazioni esulanti dall’adempimento di obbligazioni inerenti al rapporto di convivenza.

References: Cass. 
 sentenza 
 art. 936
 art. 183
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza