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MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA , REATO, DIRITTO PENALE AVVOCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA
da Armaroli | Mag 15, 2014 | Assistenza Legale, Consulenza Legale, News | 0 commenti
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI
MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA , REATO, DIRITTO PENALE
REATO DI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA
Secondo l’articolo 572, comma 1, del codice penale “chiunque maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.
. I soggetti del reato
L’art. 572 c.p. statuisce testualmente che il reato di maltrattamenti può essere commesso da “chiunque”.
Tuttavia, l’indeterminatezza dell’agente sussiste solo nell’ipotesi in cui il reato venga commesso nei confronti di un infra quattordicenne, mentre, negli altri casi, il soggetto attivo deve necessariamente essere una persona qualificata, ossia una persona legata alla vittima da un vincolo familiare o da un rapporto basato sull’autorità della prima nei riguardi della seconda o alla quale la stessa vittima sia stata affidata per una delle ragioni indicate dalla norma stessa.
4. L’elemento soggettivo
Il dolo costituisce l’elemento unificatore della pluralità di atti destinati ad integrare il reato di maltrattamenti in famiglia (COPPI).
Ai fini dell’integrazione del reato in questione è infatti necessaria la coscienza e la volontà dell’agente “di sottoporre i soggetti passivi ad una serie di sofferenze fisiche o morali in modo continuativo ed abituale” (Cass. Pen., sez. VI, sentenza 18 marzo 2008, n. 12129).
SEZIONE VI PENALE MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA , REATO, DIRITTO PENALE AVVOCCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA Sentenza 12 dicembre 2006 – 17 gennaio 2007, n. 1090 Svolgimento del processo
Con la ordinanza in epigrafe il Tribunale di Napoli, adito ex art. 309 c.p.p., confermava l’ordinanza in data 29 luglio 2006 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli con la quale era stata applicata la misura della custodia cautelare in carcere a L.N. in relazione: (A) al reato di cui all’art. 600 c.p., commi 1 e 2, perchè, in concorso con il coniuge L. V., riduceva e manteneva le figlie minori A.F. di anni dodici e A.R.V. di anni quattordici in uno stato di soggezione continuativa (mediante violenza, minaccia, abuso di autorità e approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica), costringendole all’accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportavano lo sfruttamento; con l’aggravante di aver commesso il fatto in danno di minori degli anni diciotto; (B) al reato di cui agli artt. 582, 585 e 576 c.p., art. 61 c.p., n. 2, perchè, in concorso con il coniuge L.V. e al fine di commettere il reato sub A, in particolare il L.V. picchiando violentemente la minore A.F. con la cintura dei pantaloni nella piena consapevolezza di L.N., le cagionava lesioni personali consistenti in “contusione coscia sx; contusione emitorace sx; contusioni multiple con prognosi sette giorni s.c.”. In (OMISSIS).
Osservava il Tribunale che sussistevano gravi indizi di responsabilità a carico della indagata sulla base delle dichiarazioni della minore A.F., di anni dodici, che aveva riferito di essere stata costretta, con violenza, dal patrigno L.V. e dalla madre L.N. a mendicare, senza alcuna possibilità di sottrarsi a tale imposizione. Tali dichiarazioni, prive di contraddizioni, erano riscontrate dal referto medico attestante le lesioni subite dalla bambina nonchè da altro procedimento penale pendente a carico dei predetti genitori presso la Procura della Repubblica di Cosenza.
Sussistevano inoltre esigenze cautelari, connesse al pericolo di reiterazione criminosa, desunto dalle modalità del fatto, che indicavano uno stile di vita suscettibile di dar luogo a ulteriori sopraffazioni nei confronti delle minori ove l’indagata fosse rimessa in libertà; e per le quali unica misura adeguata si rivelava essere quella carceraria.
Ricorre per cassazione l’indagata, a mezzo del difensore avv. Ferdinando Zeni, che deduce il vizio di motivazione circa la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, atteso che le dichiarazioni della minore indicavano nel solo patrigno l’autore delle violenze ai suoi danni e colui che le impartiva l’ordine di mendicare; inoltre il certificato medico evidenziava che le lesioni erano state provocate dalla cinghia dei pantaloni usata dal medesimo per picchiare la bambina. D’altro canto l’indagata era completamente sottomessa all’autorità del marito e non poteva contestare quanto questo imponeva di fare alla figlie.
In ogni caso non era ravvisabile il rubricato reato di cui all’art. 600 c.p. ma al più quello di cui all’art. 572 c.p., per il quale in caso di condanna potrebbe essere applicato l’indulto.
La ricorrente si duole inoltre del vizio di motivazione in punto di esigenze cautelari, non più attuali dato che la minore era ospite di una comunità religiosa e il marito si era trasferito in Romania; e comunque esse avrebbero potuto essere soddisfatte con la misura domiciliare.
Quanto alla configurabilità del reato di cui all’art. 600 c.p., contestata dalla ricorrente, occorre affermare che esso, come si ricava dalla lettera della norma, implica o una situazione di fatto nella quale l’agente esercita poteri corrispondenti al diritto di proprietà sulla persona offesa, la quale è quindi sottoposta a una condizione assimilabile alla servitù, ovvero riduce o mantiene la stessa in uno stato di soggezione continuativa, estrinsecantesi nella imposizione di prestazioni lavorative o sessuali o di accattonaggio o che comunque ne comportino lo sfruttamento; sempre che tale condotta sia attuata, alternativamente o congiuntamente, mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità, o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha l’autorità sulla persona.
Il tratto unificante di tali alternative condotte è evidentemente lo stato di sfruttamento del soggetto passivo, cui tende l’agente, e nell’ambito della quale la violenza, la minaccia, l’inganno, l’abuso di autorità o l’approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica costituiscono accidenti, legalmente prestabiliti, dell’azione criminosa.
SPACCIO DI STUPEFACENTI REATO QUANTITA’ USO PERSONALE ….
L’agente, realizzando tali condotte, “maltratta” necessariamente il soggetto passivo, a prescindere dalla percezione che questo, che potrebbe anche essere acquiescente, ne abbia, sicchè non può ritenersi configurabile il concorso tra il reato in esame e quello di cui all’art. 572 c.p., essendo irrilevante, stante il principio di consunzione, la diversità dei beni giuridici tutelati dalle due norme.
Nella specie, è stato accertato che le due persone offese, a forza di minacce o violenze, furono costrette a esercitare continuativamente l’accattonaggio, venendo sfruttate dai genitori.
Ricorrono dunque gli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 600 c.p. e non già solo quelli di cui all’art. 572 c.p..
Tale conclusione è stata correttamente desunta dal Tribunale sulla base delle dichiarazioni della piccola A.F., che non solo sono state ritenute ragionevolmente attendibili dal punto di vista soggettivo, ma sono state anche riscontrate dal referto medico attestante le lesioni subite dalla bambina nonchè dalle risultanze di altro procedimento penale pendente a carico dei genitori presso la Procura della Repubblica di Cosenza.
La condotta di sfruttamento è addebitabile oltre che al patrigno (latitante) anche alla madre, qui ricorrente, posto che, stando alle dichiarazioni della minore, entrambi i congiunti costringevano lei e la sorella, con violenza, a chiedere l’elemosina. Le dichiarazioni della minore giustamente sono state ritenute attendibili, non solo perchè la stessa venne sottratta dai parenti con un espediente dall’istituto religioso ove era ricoverata; ma anche sulla base di un certificato medico coevo ai fatti attestante “contusione coscia sx; contusione emitorace sx; contusioni multiple con prognosi sette giorni s.c.”, pienamente compatibile con il suo racconto.
Resta naturalmente affidato al successivo sviluppo del procedimento l’accertamento circa la sussistenza di prove inconfutabili della sussistenza degli estremi oggettivi e soggettivi del gravissimo reato contestato, relativamente al quale possono predicarsi allo stato solo gravi indizi di colpevolezza, adeguatamente rappresentati nell’ordinanza impugnata.
Anche sotto il profilo delle esigenze cautelari l’ordinanza impugnata non merita censure.
L’influenza dominante esercitata sulle minori dai genitori, e quindi anche dalla ricorrente, è stata giustamente desunta sia dalla considerazione della continuativa attività di sfruttamento cui esse sono state sottoposte, rispondente a “uno stile di vita”, sia dal fatto che la piccola A.F. venne indotta dal fratello, con uno stratagemma, su istigazione dei genitori, ad abbandonare l’istituto religioso al quale era stata temporaneamente affidata, e che subito dopo essa venne sottoposta a percosse al fine di indurla a riprendere l’attività di accattonaggio; sicchè ineccepibilmente il Tribunale ha individuato in quella carceraria l’unica misura idonea a fronteggiare il pericolo di reiterazione criminosa.
Al rigetto del ricorso consegue, ex art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente la pagamento delle spese processuali.
La Cancelleria provvedere agli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.
Così deciso in Roma, il 12 dicembre 2006.
Depositato in Cancelleria il 17 gennaio 2007.
MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA , REATO, DIRITTO PENALE AVVOCCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 27 marzo – 12 maggio 2014, n. 19543
Con la sentenza impugnata veniva confermata la sentenza del Tribunale di Trieste del 14/12/2009, con la quale T.S. era ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 610 cod. pen., commesso il 02/11/2008 percuotendo la sorella H. con uno schiaffo e con pugni al volto ed al ventre ed impedendole di uscire dalla comune abitazione in Trieste; e condannato alla pena di mesi due di reclusione.
L’imputato ricorre sull’affermazione di responsabilità e deduce contraddittorietà delle conclusioni della sentenza impugnata con le dichiarazioni rese dalla madre della persona offesa A.S., la quale riferiva che l’imputato interveniva solo allorché la figlia H. le metteva le mani addosso nel corso di una discussione nata dal suo diniego alla richiesta della figlia di uscire. Lamenta altresì violazione di legge nella ritenuta configurabilità del reato di violenza privata, laddove la libertà morale della persona offesa non era lesa da una condotta motivata dall’impedire la reazione violenta di una figlia minorenne nei confronti della madre; e comunque non potendo riconoscersi al minore soggetto alla potestà genitoriale un’assoluta libertà di autodeterminazione rispetto all’obbligo morale e sociale della famiglia di formarlo ed impartirgli il rispetto per le regole.
La censura di contraddittorietà della motivazione rispetto a quanto dichiarato dalla madre dell’imputato e della persona offesa, dalla quale dipende sostanzialmente quella di inoffensività della condotta in quanto motivata da un’aggressione che la madre avrebbe riferito di aver subito dalla figlia, è generica a fronte della ricostruzione dei fatti esposta nella sentenza impugnata sulla base anche delle dichiarazioni della teste, per la quale l’imputato interveniva nella discussione fra la madre e la sorella quando quest’ultima aveva quasi convinto la madre a consentirle di uscire dall’abitazione, colpendo la persona offesa con uno schiaffo. Generica è altresì la doglianza di violazione di legge nell’esclusione dell’esercizio, da parte dell’imputato dello jus corrigendi nei confronti della sorella, a fronte della argomentate considerazioni della Corte territoriale sull’assenza, in capo all’imputato, della posizione genitoriale che avrebbe consentito di ipotizzare tale situazione giuridica nel nostro ordinamento.
Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende che, valutata l’entità della vicenda processuale, appare equo determinare in €.1.000.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di €.1.000 in favore della Cassa delle Ammende.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 19 marzo – 13 maggio 2014, n. 19674
1. Con sentenza del 14 giugno 2012 la Corte d’appello di Trento – sezione distaccata di Bolzano ha confermato la sentenza emessa il 26 aprile 2011 dal G.u.p. presso il Tribunale di Bolzano, che all’esito di giudizio abbreviato ha ritenuto A.D. colpevole del delitto di cui all’art. 572 c.p., commesso in danno della moglie A.R. dall’8 novembre 2008 al 5 marzo 2009, condannandolo alla pena di anno uno di reclusione.
2. Avverso la su indicata sentenza della Corte d’appello di Bolzano ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo il vizio di erronea applicazione della legge penale per avere la Corte d’appello trascurato di considerare il fatto che l’intera vicenda processuale mostrava i connotati di un sostrato culturale chiaramente estraneo a quello europeo, risultando dall’istruttoria dibattimentale come la presunta condizione di schiavitù – oltre che la condotta di agevolazione dell’immigrazione clandestina – altro non erano se non la semplice sofferenza di una giovane donna convivente, fin dai primi giorni del suo matrimonio, con un marito le cui peculiarità caratteriali ella non aveva avuto modo di conoscere prima.
La teste addotta dalla difesa, infatti, pur erroneamente ritenuta inattendibile dalla Corte d’appello, aveva riferito che non si trattava certo di maltrattamenti, ma di evidenti incompatibilità caratteriali tra i due coniugi, praticamente estranei e “costretti”, per la condizione di clandestinità di A.R., a dividere un minuscolo appartamento con i suoceri, con il rischio di essere scoperta dalle forze di Polizia, e quindi espulsa dal territorio nazionale.
Il comportamento dell’imputato, pertanto, non era caratterizzato dall’intento di rendere disagevole e penosa l’esistenza della moglie, ma era invece la conseguenza di uno stato d’animo cagionato dalla condizione di clandestinità, la quale è sufficiente ad escludere la volontà di sopraffare e disprezzare la moglie. In definitiva, se percosse si sono verificate ai danni della persona offesa, queste devono essere valutate per ciò che rappresentano ai sensi della diversa disposizione di cui all’art. 581 c.p.
3. Il ricorso è inammissibile, in quanto sostanzialmente orientato a riprodurre un quadro di argomentazioni già esposte in sede di appello – e finanche dinanzi al Giudice di prime cure – che tuttavia risultano ampiamente vagliate e correttamente disattese dalla Corte distrettuale, ovvero a sollecitare una rivisitazione meramente fattuale delle risultanze processuali, imperniata sul presupposto di una valutazione alternativa delle fonti di prova, in tal guisa richiedendo l’esercizio di uno scrutinio improponibile in questa Sede, a fronte della linearità e della logica conseguenzialità che caratterizzano la scansione delle sequenze motivazionali dell’impugnata decisione.
Il ricorso, dunque, non è volto a rilevare mancanze argomentative ed illogicità ictu oculi percepibili, bensì ad ottenere un non consentito sindacato su scelte valutative compiutamente giustificate dal Giudice di appello, che ha adeguatamente ricostruito il compendio storico-fattuale posto a fondamento del tema d’accusa.
In tal senso la Corte territoriale, sulla base di quanto sopra esposto in narrativa, ha proceduto ad un vaglio critico di tutte le deduzioni ed obiezioni mosse dalla difesa, pervenendo alla decisione impugnata attraverso una disamina completa ed approfondita delle risultanze processuali.
Nel condividere il significato complessivo del quadro probatorio posto in risalto nella sentenza del Giudice di prime cure, la cui struttura motivazionale viene a saldarsi perfettamente con quella di secondo grado, sì da costituire un corpo argomentativo uniforme e privo di lacune, la Corte di merito ha esaminato la contrastante versione dei fatti narrata dall’imputato ed ha puntualmente disatteso la diversa ricostruzione prospettata nelle deduzioni e nei rilievi sollevati dalla difesa, ponendo in evidenza, segnatamente: a) che per circa sei mesi la persona offesa è stata costretta a vivere in stato dì sottomissione, subendo violenze fisiche e psicologiche da parte del coniuge; b) che la stessa, in particolare, è stata oggetto di percosse e minacce psicologiche affinchè esercitasse le funzioni di “domestica”, costretta a svolgere le relative mansioni e a servire tutti i componenti la famiglia, con il rischio di essere malmenata qualora avesse osato opporsi; c) che le è stato impedito, sin dal momento del suo arrivo in Bressanone, di vedere ed intrattenersi con altre persone, ivi compresa la sorella, rimanendo chiusa all’interno dell’abitazione dell’imputato, che spesso versava in stato di ubriachezza, sfogando abitualmente nei suoi confronti la propria aggressività; d) che, allorquando tentò di allontanarsi da casa, non riuscendo più a sopportare la condizione disumana in cui veniva costretta dal marito, venne selvaggiamente percossa e rinchiusa a chiave in una stanza.
3.1. Il contributo narrativo offerto dalla persona offesa, inoltre, è stato attentamente esaminato dalla Corte territoriale, che ha congruamente ed esaustivamente vagliato l’intero quadro delle emergenze probatorie, offrendo piena ragione giustificativa della valutazione di attendibilità intrinseca ed estrinseca delle sue dichiarazioni, in quanto supportate da oggettivi elementi di riscontro, a loro volta desunti dalle univoche risultanze di dichiarazioni testimoniali che hanno confermato sia la riduzione in schiavitù che i segni di percosse subite dalla persona offesa.
Le circostanze di fatto da quest’ultima esposte hanno trovato, poi, ulteriore conferma nella relazione di un’associazione assistenziale (“La Strada – Progetto Donna”), da cui è emerso che l’A.R. non poteva decidere cosa, quanto e quanto mangiare, né quando poter riposare, dovendo prima svolgere tutti i lavori che le venivano imposti dal coniuge e dai familiari, che decidevano anche l’orario della sveglia, denigrando tutto ciò che faceva.
4. Sulla stregua delle rappresentate emergenze probatorie, deve ritenersi che l’impugnata pronuncia abbia fatto buon governo del quadro di principii che regolano la materia in esame, del tutto irrilevanti dovendosi considerare, al fine della configurabilità della contestata fattispecie incriminatrice, l’evocata presenza di un “sostrato culturale chiaramente estraneo a quello europeo”, ovvero la condizione di clandestinità della persona offesa e la prospettata sua disillusione, legata ad una non raggiunta, ma agognata, emancipazione sociale all’atto dell’ingresso in territorio italiano, o, infine, i dati inerenti alle “peculiarità caratteriali” del coniuge e dei suoceri.
Invero, questa Suprema Corte ha ormai da tempo affermato il principio secondo cui il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza (Sez. 6, n. 55 del 08/11/2002, dep. 08/01/2003, Rv. 223192).
Rilevano, entro tale prospettiva, come si è poc’anzi evidenziato, non soltanto le percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni ed umiliazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa arrecati alla sua dignità, che si risolvano nell’inflizione di vere e proprie sofferenze morali (Sez. 6, n. 44700 dei 08/10/2013, dep. 06/11/2013, Rv. 256962).
Né, al riguardo, possono assumere alcuna incidenza in senso scriminante eventuali pretese o rivendicazioni legate all’esercizio di particolari forme di potestà in ordine alla gestione del proprio nucleo familiare, ovvero specifiche usanze, abitudini e connotazioni di dinamiche interne a gruppi familiari che costituiscano il portato di concezioni in assoluto contrasto con i principii e le norme che stanno alla base dell’ordinamento giuridico italiano e della concreta regolamentazione dei rapporti interpersonali, tenuto conto dei fatto che la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia, nelle formazioni sociali, cui è certamente da ascrivere la famiglia (artt. 2, 29 e 31 Cost.), nonché il principio di eguaglianza e di pari dignità sociale (art. 3, commi 1 e 2, Cost.), costituiscono uno sbarramento invalicabile contro l’introduzione di diritto o di fatto nella società civile di consuetudini, prassi o costumi con esso assolutamente incompatibili (arg. ex Sez. 6, n. 3398 del 20/10/1999, dep. 24/11/1999, Rv. 215158; Sez. 6, n. 46300 del 26/11/2008, dep. 16/12/2008, Rv. 242229).
5. La Corte d’appello, pertanto, ha compiutamente indicato le ragioni per le quali ha ritenuto sussistenti gli elementi richiesti per la configurazione del delitto oggetto del tema d’accusa, ed ha evidenziato al riguardo gli aspetti maggiormente significativi, dai quali ha tratto la conclusione che la ricostruzione proposta dalla difesa si poneva solo quale mera ipotesi alternativa, peraltro smentita dal complesso degli elementi di prova processualmente acquisiti.
DOMANDA: QUALE RAPPORTO TRA IL REATO DI MALTRATTAMENTI INFAMIGLIA ESTALKING O ATTI PERSECUTORI ?
È stato affermato che, in tema di rapporti fra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori (art. 612-bis, cod. pen.), salvo il rispetto della clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612-bis, comma primo, cod. pen. – che rende applicabile il più grave reato di maltrattamenti quando la condotta valga ad integrare gli elementi tipici della relativa fattispecie – è invece configurabile l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall’art. 612-bis, comma secondo, cod. pen.) in presenza di comportamenti che, sorti nell’ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale (Sez. 6, n. 24575 del 24/11/2011, Frasca, Rv. 252906). È stato chiarito che l’oggettività giuridica delle due fattispecie di cui agli (artt. 572 e 612 bis c.p.) è diversa e diversi sono i soggetti attivi e passivi delle due condotte illecite, ancorché le condotte materiali dei reati appaiano omologabili per modalità esecutive e per tipologia lesiva. Il reato di maltrattamenti è un reato contro la famiglia (per la precisione contro l’assistenza familiare) e il suo oggetto giuridico è costituito dai congiunti interessi dello Stato alla tutela della famiglia da comportamenti; vessatori e violenti e dell’interesse delle persone facenti parte della famiglia alla difesa della propria incolumità fisica e psichica. La latitudine applicativa della fattispecie è determinata dall’estensione di rapporti basati sui vincoli familiari, intendendosi per famiglia ogni gruppo di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, si siano instaurati rapporti di assistenza e solidarietà reciproche, senza la necessità (pur ricorrente in tal genere di consorzi umani) della convivenza o di una stabile coabitazione. Al di là della lettera della norma incriminatrice (“chiunque”) il reato di maltrattamenti familiari è un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un “ruolo” nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) o una posizione di “autorità” o peculiare “affidamento” nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dall’art. 572 c.p. (organismi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, professione o arte). Specularmente il reato può essere commesso soltanto in pregiudizio di un soggetto che faccia parte di tali aggregazioni familiari o assimilate. Il reato di atti persecutori è un reato contro la persona e in particolare contro la libertà morale, che può essere commesso da chiunque con atti di minaccia o molestia “reiterati” (reato abituale) e che non presuppone l’esistenza di interrelazioni soggettive specifiche. Il rapporto tra tale reato e il reato di maltrattamenti è regolato dalla clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612 bis c.p., comma I (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”), che rende applicabile – nelle condizioni date prima descritte – il reato di maltrattamenti, più grave per pena edittale rispetto a quello di atti persecutori nella sua forma generale di cui all’art. 612 bis c.p., comma 1.
Soltanto la forma aggravata del reato prevista dall’art. 612 bis c.p., comma 2, recupera ambiti referenziali latamente legati alla comunità della famiglia (in senso stretto e suo proprio, con esclusione delle altre comunità assimilate ex art. 572 c.p., comma 1) e che ne costituiscono – se così può dirsi – postume proiezioni temporali, allorché il soggetto attivo (in questa forma aggravata il reato acquista natura di reato proprio) sia il coniuge legalmente separato o divorziato o un soggetto che sia stato legato da relazione affettiva alla persona offesa (cioè da una aggregazione in sostanza surrogatoria della famiglia strictosensu).
Sotto questo profilo, ferma l’eventualità ben possibile di un concorso apparente di norme che renda applicabili (concorrenti) entrambi i reati di maltrattamenti e di atti persecutori, il reato di cui all’art. 612 bis c.p. diviene idoneo a sanzionare con effetti diacronici comportamenti che, sorti in seno alla comunità familiare (o assimilata) ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulerebbero dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo o sodalizio familiare e affettivo o comunque della sua attualità e continuità temporale. Ciò che può valere, in particolare (se non unicamente), in caso di divorzio o di “relazione affettiva” definitivamente cessata, giacché anche in caso di separazione legale (oltre che di fatto) questa S.C. ha affermato la ravvisabilità del reato di maltrattamenti, al venir meno degli obblighi di convivenza e fedeltà non corrispondendo il venir meno anche dei doveri di reciproco rispetto e di assistenza morale e materiale tra i coniugi (cfr.: Cass. Sez. 5, 1.2.1999 n. 3570, Valente, rv. 213515; Cass. Sez. 6,27.6.2008 n. 26571, rv. 241253) (conforme Sez. 6, n. 30704 del 19/05/2016, D’A., Rv. 267942).
DOMANDA : OCCORRE LA CONVIVENZA DEI CONIUGI PERCHE’ SI ABBIA IL REATO DI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA ?
La giurisprudenza della Corte, pur nella premessa identità di tutela, ha comunque certamente distinto tra le due posizioni escludendo che la convivenza, e quindi la coabitazione, sia presupposto applicativo del reato quando si faccia questione, per le contestate condotte di maltrattamento, della violazione di obblighi di collaborazione che siano espressivi di consolidati legami sorti nell’ambito di una comunità familiare.
La cessazione della convivenza non determina infatti il venir meno di vincoli ed obblighi tra i componenti del nucleo familiare, restando i primi sostenuti dall’istituto del matrimonio e dalle leggi di disciplina del derivato rapporto di coniugio o ancora dal rapporto di filiazione (artt. 29 e 30 Cost.; art. 143 e ss. cod. civ.; art. 315 e ss. cod. civ.).
In ragione di persuasivo e condivisibile indirizzo interpretativo da cui questo Collegio non intende discostarsi, si ritiene che nei rapporti tra coniugi separati in via giudiziale o consensuale permangono, sia pure in forma attenuata in ragione del sostanziale allentamento del vincolo matrimoniale, reciproci obblighi di rispetto, di assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia (art. 143 cod. civ.), la cui violazione integra il reato di maltrattamenti in famiglia (Sez. 6, n. 7369 del 13/11/2012 (dep. 2013), M., Rv. 254026; Sez. 6, n. 22915 del 07/05/2013, I., Rv. 255628, in motivazione, p. 3; Sez. 2, n. 39331 del 05/07/2016, Spazzoli, Rv. 267915).
L’istituto della famiglia come società naturale nascente dal matrimonio (art. 29 Cost.) è fonte di obblighi che permangono, e la cui violazione integra il reato di maltrattamenti di cui all’art. 572 cod. pen., anche quando manchi o venga meno la convivenza tra i coniugi, in ragione di reciproche relazioni di rispetto ed assistenza riconducibili a fonte legale, destinate a venir meno solo con il divorzio (Sez. 6, n. 50333 del 12/06/2013, L., Rv. 258644), che di quel legame segna lo scioglimento.
La presenza di un figlio, espressiva dell’importanza e della stabilità della relazione, è come tale portatrice nei confronti di un soggetto debole e rispetto agli ex conviventi di obblighi – da misurarsi sullo stato giuridico riconosciuto nel nostro ordinamento a tutti i figli legittimi e naturali ex art. 315 e ss. cod. civ. – destinati a protrarsi anche dopo la cessazione della convivenza, in tal modo trovando definizione, per la norma in applicazione, una nozione estesa di famiglia comprensiva di forme alternative a quella derivante dal matrimonio, ma destinate ad assumere identica dignità e tutela.
Il principio ha già trovato applicazione nella giurisprudenza di questa Corte là dove si è escluso che alla cessazione della convivenza di fatto o di quella derivante da matrimonio per pronuncia di divorzio consegua, per la configurabilità del reato di cui all’art. 572 cod. pen., il venir meno di ogni consorzio familiare (in termini, sulla configurabilità dei maltrattamenti in famiglia: Sez. 6, n. 22915 del 07/05/2013 cit.; Sez. 6, n. 33882 del 08/07/2014, C., Rv. 262078, in caso di cessazione di convivenza di fatto; Sez. 6, n. 50333 del 12/06/2013, cit., in caso di cessazione di convivenza matrimoniale segnata da una sentenza di divorzio).
L’interesse leso esclude che per lo stesso possa venire in considerazione il reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. destinato residualmente ad operare in situazioni in cui non vengano in considerazione condotte maturate in ambito familiare.
Recentemente la legge 20 maggio 2016, n. 76, la cui portata innovativa si è apprezzata per l’introdotta regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, nel disciplinare anche le convivenze di fatto provvede a darne definizione, qualificando i conviventi come “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile” (art. 1, comma 36).

References: sentenza 
 Sentenza 
 art. 309
 art. 61
 art. 616
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 572
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 art. 143
 art. 315
 art. 315
 sentenza