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Timestamp: 2019-09-21 10:57:18+00:00

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Se manca un "pregiudizio rilevante" niente risarcimento ex legge Pinto
Interessante la sentenza della Corte di Cassazione n. 633 del 14 gennaio 2014, in tema di legge Pinto con danno "non rilevante" (alla luce dell'inammissibilità di ricorsi alla Corte EDU per "mancanza di pregiudizio rilevante").
LEGGI DI SEGUITO UN ESTRATTO ...
R.F., G.G.e N.E. adivano la Corte d’appello di Perugia per ottenere la condanna del Ministero della Giustizia al pagamento di un equo indennizzo, ai sensi dell’art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, in relazione all’art. 6, paragrafo 1 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata il 4.11.1950 e ratificata e resa esecutiva con legge n. 848/55. Giudizio presupposto, di cui lamentavano la durata eccedente il limite di ragionevolezza, una causa di lavoro instaurata innanzi al Tribunale di Viterbo nel maggio 2000 e definita in secondo grado, con sentenza di rigetto della domanda, dalla Corte d’appello di Roma nel novembre 2009. Tale causa aveva ad oggetto il diritto all’indennità di vacanza contrattuale per il periodo 1.6.1998-1.3.2000, per un valore complessivo di lire 332.128, corrispondente a circa 170 euro (s’intende, per ciascun ricorrente).
Con decreto del 23.7.2012 la Corte perugina, pur ritenendo superato il limite di ragionevole durata della controversia, rigettava il ricorso. Ostava all’accoglimento della domanda la minima entità della posta in gioco, riguardante una pretesa economica da valere una tantum, non Incidente né sulla carriera, né sulle condizioni del lavoro dipendente del ricorrente; e il fatto che la causa, non necessitando d’istruzione probatoria, non imponeva agli attori l’affanno di ricercare documenti, indicare testi e sottoporsi a più sessioni con il difensore, il quale, per di più, si era dichiarato antistatario. A conferma di ciò, il fatto che i ricorrenti non avevano notificato la decisione di primo grado (per loro favorevole) alla controparte, concedendole l’agio di proporre appello nel termine d’impugnazione c.d. lungo. Pertanto, concludeva la Corte territoriale, la presunzione relativa di un pregiudizio morale derivante dal perdurare del processo doveva ritenersi superata, essendo positivamente esclusa l’esistenza di un danno per i ricorrenti.
Per la cassazione di tale decreto R.F., G.G. e N.E. propongono ricorso, affidato ad un motivo, successivamente illustrato da memoria.
Per il Ministero della Giustizia l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato un "atto di costituzione" in vista della discussione della causa, senza tuttavia prendervi parte.
1. - Con l’unico motivo d’impugnazione è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2 legge n. 89/2001 e degli artt. 6, 13 e 41 della Convenzione EDU, nonché l’insufficienza e l’illogicità della motivazione.
Parte ricorrente richiama la giurisprudenza di questa Corte secondo cui il giudice di merito, accertata la violazione del termine ragionevole di durata del processo, deve ritenere sussistente il danno non patrimoniale ogni qual volta non ricorrano circostanze particolari che lo facciano positivamente escludere, danno che, a sua volta, non è escluso dall’esito reiettivo della domanda, salvo l’ipotesi di lite temeraria. Quindi, sostiene che l’essere di stretto diritto la questione oggetto del giudizio presupposto e l’assenza di problemi d’istruzione probatoria, così come l’anticipazione delle spese da parte del difensore, non sono elementi idonei ad escludere il patema d’animo connesso alla pendenza del giudizio.
Quanto alla posta in gioco, conclude, la sua modestia è idonea a incidere soltanto sulla misura e non anche sull’esistenza del diritto ad un equo indennizzo.
2.1. - Com’è noto, con la legge n. 89/01 il legislatore ha inteso "nazionalizzare il procedimento per la tutela del diritto all’equa riparazione quando un giudizio non venga definito entro un termine ragionevole", creando un meccanismo interno tale da garantire al ricorrente una tutela analoga a quella assicurata dall’istanza internazionale (v. relazione seconda commissione permanente del Senato 3813-A del 16.2.1999; nella giurisprudenza di questa Corte, cfr. sentenza n. 14286/06). Da qui e dal nuovo dell’art. 117, primo comma Cost., il corollario per cui il giudice nazionale ha il dovere d’interpretare la norma interna in senso "convenzionalmente conforme" ai principi enunciati dalla giurisprudenza della Corte europea sulla base della Convenzione e dei suoi Protocolli (come più volte affermato da questo S.C.: cfr. ex pluribus, Cass. n. 5894/09), secondo "un rinvio mobile alla norma convenzionale di volta in volta conferente, la quale dà vita e contenuto a quegli obblighi internazionali genericamente evocati" dall’art. 117 Cost. (così, Corte cost. n. 349/07).
Dunque, la c.d. legge Pinto, per come concepita dal legislatore e interpretata dalla giurisprudenza, non attribuisce al soggetto che vi ricorra una tutela differente o poziore rispetto a quella cui questi avrebbe diritto innanzi al giudice della Convenzione. L’istanza nazionale ne costituisce soltanto un diverso luogo processuale d’attuazione, presidiato da regole ermeneutiche comuni che l’esperienza giuridica interna, sulla base del suo portato valoriale di riferimento, può solo completare ed arricchire.
2.2. - Il paragrafo 3) dell’art. 35 della Convenzione, relativo alle condizioni di ricevibilità del ricorso alla Corte di Strasburgo, è stato recentemente modificato dall’art. 12 del Protocollo addizionale n. 14, adottato il 13.5.2004, ratificato e reso esecutivo con legge n. 280/05 ed entrato in vigore l’1.6.2010. Detto paragrafo risulta così variato: "3) La Corte dichiara irridevibile ogni ricorso individuale presentato in virtù dell’articolo 34 qualora: a) lo ritenga incompatibile con le disposizioni della Convenzione o dei suoi Protocolli, o manifestamente infondato o abusivo; o b) il ricorrente non abbia subito alcun pregiudizio significativo, a meno che il rispetto dei diritti dell’uomo garantiti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli non esiga l’esame del merito del ricorso e purché ciò non comporti la reiezione di un ricorso che non sia stato debitamente esaminato da un tribunale nazionale".
La Corte europea si è già pronunciata sulla nozione di "pregiudizio significativo", che assume rilievo centrale ai fini dell’applicazione della norma nella sua nuova formulazione. Nella sentenza 6.3.2012, caso Gagliano Giorgi c/ Italia, detta Corte ha avuto modo di osservare che "... il nuovo criterio dell’assenza del pregiudizio importante è stato concepito per permetterle di trattare rapidamente i ricorsi di carattere futile per concentrarsi sulla sua missione fondamentale, ossia garantire a livello europeo la tutela giuridica dei diritti sanciti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli (Stefanescu c. Romania (dee.), n. 11774/04, 12 aprile 2011, par. 35) (...). Derivata dal principio de minimis non curat praetor, la nuova condizione di ricevibilità rinvia all’idea che la violazione di un diritto, qualunque sia la sua realtà da un punto di vista strettamente giuridico, deve raggiungere una soglia minima di gravità per giustificare un esame da parte di una giurisdizione internazionale (Korolev c. Russia (dee), n. 25551/05, 1 luglio 2010). La valutazione di questa soglia è, per sua natura, relativa e dipende dalle circostanze del caso di specie (Korolev, sopra citata e, mutatis mutandis, Soering c. Regno Unito, 7 luglio 1989, par. 100, serie A n. 161). Tale valutazione deve tenere conto sia della percezione soggettiva del ricorrente che della posta in gioco oggettiva della controversia (...). Visti i criteri derivanti dalla sua giurisprudenza in materia, la Corte ritiene che, per verificare se la violazione di un diritto raggiunge la soglia minima di gravità, è opportuno tenere conto in particolare degli elementi seguenti: la natura del diritto presumibilmente violato, la gravità dell’incidenza della violazione dedotta nell’esercizio di un diritto e/o le eventuali conseguenze della violazione sulla situazione personale del ricorrente (Giusti c. Italia, n. 13175/03, par. 34, 18 ottobre 2011)".
3. - L’affermazione di una soglia minima di gravità al di sotto della quale il pregiudizio ai diritti garantiti dalla Convenzione non è giustiziabile, e la presa d’atto dell’esistenza di controversie di carattere bagatellare di cui la Corte europea non può darsi carico proprio per meglio adempiere compiti di maggior spessore (in tal senso il richiamo al brocardo de minimis non curai praetor elevato al rango di principio selettivo), impone due brevi considerazioni strettamente connesse tra loro.
La prima è che risulta in tal modo abbandonata la concezione di un danno inteso come iniuria (o danno evento), vale a dire insito e ineludibile nella stessa violazione arrecata al diritto e per ciò stesso risarcibile, l’indagine sul
pregiudizio effettivo essendo diretta solo a fissare il giusto indennizzo entro un campo di variazione dato.
La seconda è che l’innovativa condizione (di ricevibilità de! ricorso alla Corte EDU, di fondatezza della pretesa secondo la legge n. 89/01) deve essere apprezzata in concreto e non già in astratto, e sulla base di una valutazione ponderale e di sintesi di elementi oggettivi (natura del diritto in questione e gravità della violazione dedotta) e soggettivi (riflesso della violazione sulla situazione personale del ricorrente). Gli uni e gli altri da elaborare al di fuori dello schema caratteristico dell’individuazione per sussunzione.
Il giudizio che ne scaturisce attinge ad un canone di ragionevolezza orientata, che non vale propriamente a selezionare le situazioni protette (secondo l’uso tradizionale anglosassone), ma costituisce il criterio empirico su cui impostare il limite esterno che condiziona l’accesso al rimedio giurisdizionale.
3.1. - Così come delineata dalla Corte EDU, la soglia di gravità minima entro cui il pregiudizio derivante dalla violazione del diritto può ritenersi significativo, si apprezza sulla base di parametri che prima facie scontano un inevitabile tasso di genericità. Questo tuttavia si stempera nel chiaro ed espresso riferimento alla posta in gioco, da cui non sembra più lecito prescindere in punto di an debeatur.
Inevitabile è il superamento del principio, che ha trovato costante eco nella giurisprudenza di questa Corte (a partire da S.U. n. 1399/04; cfr. inoltre, nn. 12937/12, 6655/12, 15268/11, 17682/09, 17404/09, 8714/06, 6999/06, 19288/05, 19029/05, 7088/05), per cui l’esiguità della posta in gioco nel giudizio presupposto non escludeva il riconoscimento dell’equa riparazione, potendo soltanto giustificare la contrazione della somma liquidabile rispetto agli standard fissati dalla Corte europea (peraltro modificabili in eccesso nei casi di violazioni di particolare rilievo: cfr. Cass. nn. 23048/07 e 26200/06).
3.1.1. - Recenti sentenze di questa Corte già preannunciano un’inversione di rotta rispetto a tale indirizzo consolidato, cui non appare più possibile dare continuità per la modifica del quadro di riferimento della Convenzione e della giurisprudenza della Corte EDU.
Operando sulla praesumptio hominis della sofferenza normalmente provocata dalla durata del processo (ma in realtà già ponendosi in linea con la necessità di escludere la tutela per le violazioni non connotate da un minimo di gravità), Cass. n. 5317/13 afferma che l’esistenza del danno non patrimoniale può presumersi solo ove quest’ultimo superi in modo significativo la sua durata ragionevole, non anche quando esso trovi definizione a ridosso di tale termine, superandolo di pochi mesi (in quel caso, cinque). In questa evenienza, si afferma, appare logico presumere, in relazione alla natura del danno stesso e sempre che non risultino indicazioni contrarie scaturenti in primo luogo dall’importanza della posta in gioco, che un lasso di tempo così breve di eccedenza non possa provocare a carico della parte sofferenze e patemi d’animo apprezzabili e, quindi, autonomamente enucleabili come danno evento.
Ancor più esplicita e diretta, Cass. n. 14777/13 afferma che in base al principio de minimis non curat praetor recepito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (con la citata sentenza del 6 marzo 2012, Gagliano Giorgi c. Italia), non è indennizzabile la violazione che non raggiunga una soglia minima di gravità (non conseguita, in quel caso, avendo il ritardo nello svolgimento del processo penale consentito all’imputato di ottenere l’estinzione dei reati edilizi per sanatoria) (nello stesso senso, cfr. Cass. n. 2843/13).
Ed ancora, il riferimento alla nuova condizione di ricevibilità del ricorso in ambito CEDU è espressamente trattato in Cass. n. 12937/12, che investita della sola questione riguardante l’ammontare dell’indennizzo liquidato, ha affermato che il giudice, nel determinare la quantificazione del danno non patrimoniale subito per ogni anno di ritardo, può scendere al di sotto del livello di "soglia minima" là dove, in considerazione del carattere bagatellare o irrisorio della pretesa patrimoniale azionata nel processo presupposto, parametrata anche sulla condizione sociale e personale del richiedente, l’accoglimento della pretesa azionata renderebbe il risarcimento del danno non patrimoniale del tutto sproporzionato rispetto alla reale entità del pregiudizio sofferto.
3.1.2. - La necessità di porre un argine alla deriva di utilizzazioni della legge n. 89/01 prossime (se non al vero e proprio abuso del processo, ravvisato in materia nei casi esaminati da Cass. nn. 10634/10 e 9962/11) ad un formalismo delle garanzie fine a se stesso e sostanzialmente estraneo allo scopo riparatorio perseguito della Convenzione, si coglie anche in altre pronunce di questa Corte. Sebbene relative al diverso problema della riferibilità iure proprio o iure hereditario del diritto all’equo indennizzo nelle ipotesi di successione nel processo, in esse si afferma che il sistema sanzionatorio delineato dalla CEDU e tradotto in norme nazionali dalla legge n. 89 del 2001 non si fonda sull’automatismo di una pena pecuniaria a carico dello Stato, ma sulla somministrazione di sanzioni riparatone a beneficio di chi dal ritardo abbia ricevuto danni patrimoniali o non patrimoniali, mediante indennizzi modulabili in relazione al concreto patema subito, il quale presuppone la conoscenza del processo e l’interesse alla sua rapida conclusione (Cass. nn. 13803/11, 23416/09 e 2983/08).
In altri termini, non c’è violazione che possa giustificare un eccesso di ristoro tramite una logica punitiva, il cui unico effetto sarebbe quello di consentire, sotto l’egida della (ri)affermazione del diritto leso, una locupletazione a danno della comunità statale.
A conclusioni non dissimili, del resto, conduce il diritto nazionale, ove si consideri l’irrisarcibilità dei danni futili, irrisori e che non eccedano la soglia minima di tollerabilità imposta dai doveri di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost.(cfr. Cass. S.U. n. 26972/08).
3.2. - Non pare dubbio, pertanto, che nell’applicazione della legge n. 89/01 occorra reimpostare la verifica del danno derivante dalla durata eccedente del processo, alla luce delle novità introdotte dal Protocollo aggiuntivo n. 14 della Convenzione.
In tanto può presumersi come normale l’afflizione derivante dalla durata di un processo, in quanto il pregiudizio sofferto raggiunga nel caso concreto una soglia minima di gravità, al di sotto della quale il patema non è più oggettivabile e meritevole di tutela. Per quanto concettualmente distinguibili, presunzione di danno e gravità in concreto della violazione incrociano il medesimo ambito di apprezzamento, atteso che presumere il primo ha senso logico soltanto se si sopprime la rilevanza della seconda e viceversa. Nei casi marginali, la posizione centrale che la presunzione di danno ha assunto a partire dalle note pronunce nn. 1338, 1339 e 1340/04 rese a S.U., deve di necessità cedere il passo all’accertamento diretto e specifico dell’esistenza di un pregiudizio significativo, sicché il percorso rivelatore ne risulta in certo qual modo invertito. Valutata la posta in gioco nel giudizio presupposto e la gravità della violazione in rapporto alla situazione soggettiva della parte, è la stessa presunzione di danno a non avere più un reale spazio d’applicazione, essendo superata da un’attività di riscontro positivo delle caratteristiche del caso singolo.
Escluso il danno evento (la cui riparazione è regola che soggiace solo alle proprie eccezioni), lo spostamento del baricentro dell’indagine comporta che l’esistenza di una soglia minima di gravità al di sotto della quale il danno non è indennizzabile può apprezzarsi sotto un duplice profilo, quello della violazione e quello delle sue conseguenze. Pertanto, dall’ambito di tutela della legge n. 89/01 vanno espunte sia le violazioni minime del termine di durata ragionevole, di per sé non significative; sia quelle di maggior estensione temporale ma riferibili a giudizi presupposti di carattere bagatellare, in cui esigua è la posta in gioco e trascurabili i rischi sostanziali e processuali connessi.
4. - Nel caso in esame la Corte territoriale ha valutato tutti i profili d’indagine ritenuti rilevanti dalla Corte EDU. Ha osservato, infatti, che nel giudizio presupposto la posta in gioco era di minima entità, poiché riguardava una pretesa economica da valere una tantum, non incidente né sulla carriera, né sulle condizioni del lavoro dipendente svolto dal ricorrente; che detta causa, non richiedendo istruzione probatoria, non aveva imposto agli attori l’affanno di ricercare documenti, d’indicare testi e di intavolare più sessioni con il difensore, il quale, per di più, si era dichiarato antistatario; che i ricorrenti non avevano notificato la decisione di primo grado (per loro favorevole) alla controparte, concedendole l’agio d’impugnarla nel termine lungo.
Tale decisione si conforma all’interpretazione convenzionalmente orientata dell’art. 2 legge n. 89/01 ed esclude, in buona sostanza, qualsivoglia reale pregiudizio a danno degli odierni ricorrenti data la scarsissima rilevanza della posta in gioco. E a ciò perviene svolgendo sui fatti decisivi una motivazione congrua ed esente da vizi logico-giuridici, che si sottrae, pertanto, al sindacato di questa Corte.
5. - Il ricorso va dunque respinto.
6. - Non v’è luogo a regolamento delle spese, avendo l’Avvocatura generale dello Stato preannunciato, ma non svolto un’attività difensiva.

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