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Timestamp: 2020-03-28 23:47:32+00:00

Document:
Cass. pen. sez. VI - Sent. 25 novembre 2019, n. 47879
Presidente: Giovanni DIOTALLEVI
Rel. Consigliere: Alessandra BASSI
1. Con il provvedimento in epigrafe, la Corte d'appello di Perugia in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Perugia in data 26 gennaio 2016, ha ridotto a mesi quattro di reclusione la pena inflitta in primo grado per il reato di cui all'art. 341 bis cod. pen. ed ha confermato nel resto la decisione, con la quale l'imputato è stato condannato, perché offendeva in luogo pubblico l'onore ed il prestigio del Vice Brig. B. B. nell'esercizio delle sue funzioni (in particolare, all'uscita dallo stadio dopo una partita di calcio, A. A. sputava in terra in direzione del militare e, dopo che questi l'aveva invitato a cessare qualsivoglia provocazione, proferiva al suo indirizzo l'espressione "ma tu sei ubriaco, tu sei ubriaco").
1.1. A sostegno della decisione, la Corte distrettuale ha rilevato come la responsabilità penale del prevenuto risulti provata alla luce delle testimonianze dei Vice Brig. C. C. e F. F., colleghi della persona offesa presenti all'accaduto, in assenza di riscontri idonei a corroborare la ricostruzione alternativa proposta dall'imputato. Il Giudice del gravame ha aggiunto che risultano indimostrati i pregressi episodi di acredine tra l'imputato e la persona offesa ventilati dalla difesa e che non sono emersi elementi per far ritenere l'espressione del A. A. giustificata alla luce di una provocazione posta in essere da parte del Vice Brig. B. B., risultando, pertanto, inapplicabile la causa di non punibilità di cui all'art. 393 bis cod. pen.
2. Nel ricorso a firma del difensore di fiducia, A. A. chiede l'annullamento del provvedimento per i motivi di seguito sintetizzati ai sensi dell'art. 173 disp. att. cod. proc. pen.
2.2. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 341 bis cod. pen. e 3 Cost. nonché mancanza o insufficienza della motivazione.
Al riguardo, il ricorrente evidenzia, da una parte, come la Corte d'appello abbia erroneamente stimato irrilevanti i precedenti contrasti tra la persona offesa e l'imputato, in quanto tali da inquadrare l'espressione utilizzata dal A. A. come lesiva, non del prestigio e della funzione esercitata, ma - eventualmente - soltanto dell'onore della singola persona offesa; dall'altra parte, come l'espressione ritenuta oltraggiosa non sia a ben vedere idonea ad offendere i beni giuridici tutelati dalla norma, alla luce dell'evoluzione del costume e ai conseguenti orientamenti giurisprudenziali. Infine, rimarca come manchi l'elemento del compimento di un atto di ufficio.
2.3. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione all'art. 341 bis cod. pen. e vizio di motivazione, per avere la Corte di merito omesso di considerare che la condotta contestata non veniva percepita da soggetti estranei alle forze dell'ordine, non potendosi evincere la prova della percezione dalla mera circostanza che il fatto avvenisse in uno stadio alla fine di una partita.
2.4. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione all'art. 393 bis cod. pen. e vizio di motivazione, per avere i giudici della cognizione erroneamente escluso gli estremi dell'atto arbitrario ex art. 393 bis cod. pen.
2.1. Mette conto di rammentare preliminarmente come la violazione del principio invocato dalla difesa ricorre allorquando il giudice pronunci condanna in relazione ad una fattispecie concreta, nella sua dimensione storico-fattuale, diversa da quella descritta nel decreto che dispone il giudizio ovvero risultante all'esito delle contestazioni suppletive. Secondo l'insegnamento di questa Suprema Corte, espresso anche a Sezioni Unite, per aversi mutamento del fatto occorre infatti una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l'ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un'incertezza sull'oggetto dell'imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l'indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perché, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l'imputato, attraverso l'iter del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all'oggetto dell'imputazione (Sez. U, n. 36551 del 15/07/2010, Carelli, Rv. 248051).
2.2. Sulla scorta delle sopra delineate coordinate ermeneutiche, nessuna violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza è ravvisabile nel caso in oggetto. Ed invero, dalla lettura dell'imputazione, emerge per tabulas la contestazione in fatto dell'indicata condotta - quale antefatto della frase offensiva e segmento integrante il complessivo comportamento oltraggioso in danno del militare -, di tal che non è revocabile in dubbio che A. A. abbia potuto svolgere appieno le proprie difese anche in relazione ad essa.
3.1. Ad ogni modo, la Corte territoriale ha bene argomentato le ragioni per le quali abbia ritenuto comprovata la materialità del sopra delineato antefatto, con considerazioni aderenti alle emergenze dell'incartamento processuale
(dichiarazioni rese dai testi presenti all'accaduto), lineari e conformi a logica e, pertanto, incensurabili in questa Sede (v. pagine 3 e seguenti della sentenza impugnata).
5.1. Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte regolatrice, ai fini della configurabilità del reato di oltraggio previsto dall'art. 341 bis cod. pen. è necessario che l'azione si svolga in presenza di almeno due persone (Sez. 6, n. 16527 del 30/01/2017, Ciotti, Rv. 270581), tale essendo il requisito numerico minimo perché possano ravvisarsi "più persone".
Una volta che sia provata la presenza di più persone, ai fini della configurabilità del reato di oltraggio di cui all'art. 341 bis cod. pen. è però sufficiente la mera possibilità della percezione dell'offesa da parte dei presenti. (Sez. 6, n. 29406 del 06/06/2018, Ramondo, Rv. 273466), atteso che già questa potenzialità costituisce un aggravio psicologico che può compromettere la sua prestazione, disturbandolo mentre compie un atto del suo ufficio, facendogli avvertire condizioni avverse, per lui e per la pubblica amministrazione di cui fa parte, e ulteriori rispetto a quelle ordinarie (Sez. 6, n. 15440 del 17/03/2016, Saad, Rv. 266546; Sez. 6, n. 19010 del 28/03/2017, Trombetta, Rv. 269828).
5.2. Delle sopra delineate coordinate ermeneutiche ha fatto buon governo la Corte distrettuale nel dare risposta all'omologa deduzione mossa dal A. A. in appello, nella parte in cui ha correttamente rilevato come - secondo la pacifica ricostruzione storico-fattuale (compiuta sulla base delle convergenti dichiarazioni rese dai testi oculari acquisiti al processo) - la vicenda sub iudice si svolgesse nel momento in cui l'imputato ed altri spettatori iniziavano a defluire dallo stadio, di guisa che, sulla scorta della regula iuris suddetta, una volta accertata la presenza di più persone, risultava consequenziale la possibilità di percezione dell'offesa da parte dei presenti (v. pagine 3 e 4 della sentenza impugnata).
6. Quanto al quarto motivo, inappuntabile è il passaggio argomentativo col quale la Corte distrettuale ha stimato insussistenti i presupposti per l'invocata causa di non punibilità ex art. 393 bis cod. pen., motivatamente escludendo la materialità della prospettata provocazione (richiamato sul punto quanto già osservato sub paragrafo 4.1).
7. È inammissibile anche l'ultimo motivo di ricorso concernente il trattamento sanzionatorio.
7.1. Va invero rammentato al riguardo che, come più volte affermato da questa Corte, la determinazione della pena entro il minimo e il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito ed è pertanto insindacabile nella sede di legittimità allorché non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e sia sorretta da sufficiente motivazione (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013, Ferrario Rv. 259142). Arbitrio ed irragionevolezza che non sono certamente ravvisabili nel discorso giustificativo svolto dal Giudice a quo a fondamento della pena inflitta in sentenza, là dove la Corte d'appello ha espressamente indicato le ragioni per le quali la pena-base non potesse coincidere col minimo edittale a causa dei precedenti penali del reo, procedendo nondimeno alla riduzione del trattamento sanzionatorio applicato dal primo Giudice alla luce delle modalità del fatto e delle circostanze del caso concreto (v. pagina 5 della sentenza impugnata).
Il Presidente: DIOTALLEVI
Il Consigliere estensore: BASSI

References: sentenza 
 art. 393
 sentenza 
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 art. 393
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