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Timestamp: 2016-10-22 05:13:36+00:00

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Diffamazione. Perché la causa civile per danni è usata più della querela | Ossigeno per l'informazione
Tesi Diffamazione. Perché la causa civile per danni è usata più della querela
10:29 | Nessun commento Dalla tesi di laurea di Francesco Appari (2012) l’analisi del fenomeno e dei dati di Milano dove le citazioni per danni sono quasi il doppio dei procedimenti penali
Lo studio ha riguardato le sentenze emesse dal foro ambrosiano nel biennio 2001-2002 e 2003-2004 ed è l’unico di questo tipo fatto finora in Italia. In particolare nei due bienni presi in esame il Tribunale penale di Milano ha emesso rispettivamente 91 e 116 sentenze con una durata media dei processi di primo grado per entrambi i periodi di circa 2 anni. La sezione civile invece ha emesso 157 sentenze per il primo biennio analizzato e ben 216 per il secondo, con una durata media dei processi di primo grado di quasi tre anni e mezzo.
La prevalenza dell’azione civile su quella penale scaturisce anche in virtù di quella che è stata definita la “trappola” dell’art. 2947 c.c. Infatti, mentre in sede penale il termine per presentare la querela è di 90 giorni dalla pubblicazione della notizia, secondo l’art. 2947 c.c. «il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato» e, «in ogni caso, se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile».
Questa norma fa sì che le testate e i giornalisti possano rimanere esposti al rischio di ricevere una citazione per diffamazione anche dopo diversi anni dalla pubblicazione della notizia. Il ricorso alla giustizia civile è sempre più frequente anche perché risulta più agevole, rispetto alla sede penale, la prova dell’elemento psicologico. Questo perché sembra essere ormai superato l’orientamento giurisprudenziale che riteneva imprescindibile, per il giudice civile, l’accertamento della diffamazione dal punto di vista del dolo, rendendo così sufficiente, ai fini del risarcimento del danno, la sola componente colposa. In questo modo risulta essere più probabile per la parte attrice vedere accolta la richiesta di risarcimento danni.
Dunque, se da un lato le citazioni in sede civile hanno lo scopo di tutelare, come quelle in sede penale, la reputazione di un individuo, dall’altro possono essere strumento di contrasto alla libertà di manifestare il diritto ad informare se utilizzate in maniera spropositata. Come denunciano da anni autorevoli esponenti del mondo dell’informazione, le richieste di risarcimento danni nei confronti dei giornalisti possono essere veri e propri strumenti di intimidazione, a tal punto che, questo genere di azioni, sono state definite, quando chiaramente infondate, “intimidatorie” o “pretestuose”.
È la differenza principale tra la citazione in sede civile e quella in sede penale che può portare a considerare le richieste di risarcimento danni come atti lesivi della libertà di informazione se usati in maniera infondata. Infatti, come è stato accennato, mentre nella procedura penale la querela presentata dalla persona che si sente diffamata è soggetta ad una attività di “filtro” da parte del magistrato, che decide se portare o meno la questione al giudice, le citazioni in sede civile non sono sottoposte ad alcun esame preliminare e arrivano al giudice civile così come sono state presentate dall’attore. Risulta quindi più semplice citare in giudizio giornalisti o testate in sede civile.
Si parla generalmente di richieste pretestuose e intimidatorie quando l’oggetto della citazione è evidentemente infondato, e lo stesso ricorso alla giustizia è presentato da personalità a cui il costo di proporre tale procedimento risulta minimo, in quanto appartenente al cosiddetto “potere” di cui il giornalismo dovrebbe essere il watch dog. Scopo di tali citazioni potrebbe essere dunque quello di intimorire l’organo di informazione o il singolo giornalista che si occupa di inchieste giornalistiche che assolvono il compito di “cane da guardia”.
Spesso le richieste di denaro come ristoro del danno che il lavoro giornalistico avrebbe arrecato alla reputazione del soggetto attore sono sproporzionate. Non sono rari, infatti, i casi in cui un soggetto chiede cifre astronomiche per un articolo di giornale o un servizio radiotelevisivo.
Indipendentemente dal fatto che ciò che è stato raccontato sia vero, numerosi giornalisti denunciano che le sole richieste sono atti intimidatori in grado di mettere a rischio la sopravvivenza stessa di una testata di piccole dimensioni e di minare il lavoro di una redazione intera.
La giurista Giovanna Corrias Lucente qualche anno fa ha scritto che «sulla testa di ogni giornalista pende oggi la spada di Damocle di una querela per diffamazione. Lui – e il suo giornale – rischia la bancarotta, chi querela assolutamente niente. Anche se la denuncia si rivela infondata, infatti, è quasi impossibile ottenere un risarcimento. Risultato: i giornalisti scrivono sempre di meno e sempre più politically correct, le querele per diffamazione non si contano e i danni morali liquidati raggiungono cifre sbalorditive.
Con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa» sono numerosi i casi di redazioni e testate che corrono il rischio di chiudere per l’elevato numero di richieste di risarcimento danni. Uno dei più celebri è il caso di Milena Gabanelli e della sua trasmissione d’inchiesta Report su Rai 3. La giornalista in questi anni ha infatti più volte denunciato come le numerose citazioni arrivatele siano state in parecchi casi del tutto pretestuose e con lo scopo di ostacolare il lavoro della redazione. Ma mentre la redazione di Report aveva alle spalle un editore di elevate disponibilità economiche –anche se spesso la Rai ha pensato di non concedere la copertura legale – molte altre redazioni non godono di benefici del genere, o di uffici legali che affrontano le diverse cause intentate.
Un altro caso simbolo è quello della piccola emittente televisiva di Partinico (PA) Telejato, che oltre alle minacce fisiche ha ricevuto negli ultimi anni circa 300 citazioni per diffamazione. Chi rischia maggiormente per l’elevato numero di cause per diffamazione sono, dunque, le piccole testate giornalistiche. Anche perché, come hanno evidenziato le associazioni di categoria, la sola richiesta di risarcimento danni crea un meccanismo di autocensura da parte dei piccoli giornali o delle emittenti locali di mediocri possibilità economiche. Le citazioni per diffamazione gravano maggiormente sulle piccole aziende editoriali anche per un altro aspetto non di poco conto. Una volta ricevuta una richiesta di risarcimento danni, la testata è tenuta per legge ad inserire nelle passività di bilancio il 10% della somma richiesta. Questo adempimento comporta certamente alcune ripercussioni alle scelte sia editoriali che economiche dell’azienda.
Estratto dal capitolo 1 della tesi di laurea di Francesco Appari dal titolo: Il risarcimento del danno da diffamazione a mezzo stampa – Università degli Studi di Milano – Corso di Laurea in Scienze umanistiche per la comunicazione – Relatore: Prof. Marco Cuniberti – Anno Accademico: 2011/2012
Negli ultimi anni, il ricorso alla giustizia civile per cause di diffamazione è aumentato esponenzialmente tanto da aver affiancato, se non in alcuni casi superato, il più “navigato” strumento della querela e del procedimento in sede penale. Pur ritenendola principalmente un’azione per la tutela del diritto alla reputazione, la sola citazione in sede civile, con una richiesta di risarcimento del danno molto elevata o dalle prerogative pretestuose, può comportare, anche pesanti conseguenze sul diritto d’informare. Lo strumento della citazione in sede civile, in diverse occasioni infatti, è stato utilizzato come strumento “intimidatorio” ai danni di giornalisti e testate più o meno rinomate. Con particolare attenzione all’aumento del numero di citazioni negli ultimi anni, e analizzando alcune sentenze tra cui quella del Tribunale di Torino, sul caso “Formigli- Fiat”, si è cercato di analizzare alcuni punti critici e come possano essere migliorate le normative attualmente in vigore in tal senso.
Capitolo 1: La diffamazione tramite mass-media. Dall’illecito penale al risarcimento dei danni 1.1) Diffamazione e cause civili: aspetti e norme 1.2) L’aumento delle cause civili per diffamazione e il fenomeno delle citazioni “intimidatorie” 1.3) L’orientamento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: “una condanna esagerata lede la libertà di stampa” Capitolo 2: Richieste di risarcimento danni esose. I possibili esiti del processo civile 2.1) Come (solitamente) decide il giudice 2.2) Il giudice accoglie parzialmente la domanda risarcitoria. Analisi e aspetti della sentenza del Tribunale di Bergamo 2.3) Il giudice rigetta la domanda risarcitoria. Analisi e aspetti della sentenza del Tribunale di Velletri Capitolo 3: Un caso “esemplare”. Analisi della sentenza “Formigli–Fiat” 3.1) L’oggetto della causa. La richiesta della Fiat: 20 milioni di euro per un servizio televisivo 3.2) Analisi della posizione del giornalista Corrado Formigli 3.3) La decisione del Giudice: come è stato calcolato il danno patrimoniale 3.4) La decisione del Giudice: come è stato calcolato il danno non patrimoniale 3.5) Critiche e reazioni Capitolo 4: Verso una riforma della citazione in sede civile. Rimedi e proposte 4.1) Lite temeraria e mediazione. Due possibili rimedi contro gli abusi della citazione per diffamazione 4.2) I tentativi di riforma (falliti) del Legislatore 4.3) Iniziative e proposte contro le citazioni “pretestuose” Bibliografia
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