Source: http://mondos-porco.blogspot.it/2015/12/la-banca-ditalia-non-e-pubblica-per-chi_3.html
Timestamp: 2017-11-23 12:47:24+00:00

Document:
Mondo Sporco: La Banca d'Italia non e' pubblica: Per chi non l'avesse ancora capito
La banca d'Italia e' una Spa Privata . Lo scriveva anche "famiglia cristiana" nell'articolo n.1 del 04gennaio 2004 a pag 22 l'elenco dei soci di Bankitalia. L'articolo e' passato inosservato, nascosto dai media e da tutta la classe politica
• Le tasse vanno in gran parte a pagare il debito pubblico e gli interessi su di esso; quindi finiscono in tasca ai proprietari privati della Banca d'Italia e della Banca Centrale Europea, e non per spese di interesse collettivo.
e rendeteviconto se la Banca d'Italia
Le Banche devono risarcire agli
italiani 164 milioni di euro
Articolo a cura di PIERO VALERIO dal suo blog
Secondo quanto riportato nello Statuto (articolo 1), Banca d’Italia è un “ente di diritto pubblico”, che opera in “piena autonomia e indipendenza”, in quanto, al pari di tutte le altre banche centrali del sistema europeo (SEBC, 1998), “non può sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici o privati”. Quindi pur gestendo una materia di diritto pubblico, la moneta a corso legale che tutti noi siamo obbligati ad utilizzare, la Banca d’Italia ne fa un uso privatistico ed esclusivo, perché non è obbligata o sottoposta a rendere conto del suo operato a nessuno, men che meno al Governo democratico della nazione: il suo obiettivo, in linea con quello della BCE, è il mantenimento della stabilità dei prezzi e della bassa inflazione (soglia del 2%). Tutto il resto poco interessa alla Banca d’Italia, fermo restando il ruolo di controllo e vigilanza del sistema bancario nazionale. L’unico collegamento che rimane ancora aperto con il governo italiano riguarda la nomina del Governatore, che viene disposta con decreto dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio, in seguito ad un esplicito suggerimento del Consiglio Superiore della stessa banca. Quindi, in forza dell’autonomia e indipendenza, conseguenza diretta dell’adesione ai Trattati Europei, nonostante lo Statuto le attribuisca il monopolio di uno strumento di diritto pubblico (la moneta), la Banca d’Italia è un istituto fondamentalmente privato, che a parte la tutela dei risparmi (e delle rendite) tramite il controllo dell’inflazione, ha altri scopi rispetto alle sorti e al benessere generale del paese, non avendo più fra l’altro alcuno spazio di manovra per agire attivamente e direttamente nella vita politica ed economica della nazione.
E non abbiamo parlato ancora della questione della proprietà della Banca d’Italia, perché già questo elemento di autonomia ed indipendenza unito al divieto europeo di finanziamento diretto dei governi, ne fa un istituto appunto privato, slegato e distante dal resto delle altre istituzioni pubbliche (Governo, Parlamento, Magistratura, Pubblica Amministrazione etc). Tuttavia è chiaro che la posizione attuale della Banca d’Italia deriva da un lungo processo di trasformazione che ne ha stravolto nel tempo le funzioni e le finalità. E per capire meglio come siamo arrivati a questa evidente degenerazione istituzionaledobbiamo quindi vedere brevemente quali sono stati i passaggi principali della metamorfosi storica e culturale. La Banca d'Italia viene istituita con la legge n. 449 del 10 agosto 1893, dalla fusione di quattro banche: la Banca Nazionale del Regno d'Italia (già Banca Nazionale degli Stati Sardi), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d'Italia e dalla liquidazione dellaBanca Romana e inizialmente il suo ruolo prevedeva l’emissione della moneta e il servizio di tesoreria per conto dello Stato. Nel 1926 la Banca d'Italia ottiene la concessione esclusiva sull'emissione della moneta, estromettendo il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia.
La legge bancaria del 1936, oltre a regolare il sistema bancario nel suo complesso, assegna a Banca d’Italia il compito di vigilare sulle banche italiane e le affida definitivamente la funzione di emissione della moneta, eliminando la precedente concessione temporanea. Una prima parte della legge (tuttora in vigore) definisce la Banca d'Italia “istituto di diritto pubblico”: gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica. Alla Banca Centrale fu proibito lo sconto diretto agli operatori non bancari, sottolineando così il suo ruolo di Banca delle banche (nonché prestatore di ultima istanza). Una seconda parte della legge (abrogata quasi interamente nel 1993, con l’approvazione del Testo Unico Bancario, TUB) fu dedicata alla vigilanza creditizia e finanziaria: essa ridisegnò l'intero assetto del sistema creditizio nel segno della netta divisione fra banca e industria e della separazione fra credito a breve e a lungo termine, confermando la funzione di interesse pubblico dell’attività bancaria. Le Banche di Credito Ordinario possono operare solo su scadenze fino a 18 mesi, mentre gli Istituti di Credito Speciale operano su scadenze superiori ai 18 mesi, instaurando di fatto quellaseparazione fra banche commerciali e d'investimento oggi tanto invocata. L'azione di vigilanza della Banca d’Italia fu concentrata nell’Ispettorato per la difesa del risparmio e l'esercizio del credito (organo statale di nuova creazione, oggi confluito nel CICR, Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio), presieduto dal Governatore e operante anche con mezzi e personale della Banca d'Italia, ma diretto da un Comitato di ministri presieduto dal capo del Governo: il legame fra attività della Banca Centrale e Governo era quindi più che mai saldo e indissolubile.
Questa struttura di massima rimase operativa fino agli anni 80, quando fu ridisegnato l’intero sistema in un’ottica di maggiore commistione fra settore bancario e industriale (venne eliminato il divieto di finanziare direttamente il sistema produttivo mediante l’acquisizione di partecipazioni), privatizzazione degli istituti di diritto pubblico a forte partecipazione statale (San Paolo, Monte Paschi di Siena, BNL, Banco di Napoli, Banco di Sicilia) e delle banche di interesse nazionale controllate dall’IRI e quindi indirettamente dallo Stato (COMIT, CREDIT, Banco di Roma, Casse di Risparmio, Banche Popolari, Casse di Credito Cooperativo), maggiore apertura ai mercati finanziari internazionali e deregolamentazione(furono rimosse alcune norme che limitavano gli investimenti esteri diretti e di portafoglio), fusione in grandi gruppi bancari senza specializzazione specifica fra l’attività di credito e investimento. E in seguito a queste riforme di stampo chiaramente neoliberista attuate in quegli stessi anni un po’ dappertutto, il sistema bancario non solo italiano iniziò a traballare, fino al sisma internazionale che ci troviamo ad affrontare oggi. Prima degli anni 80 infatti, il periodo del dopoguerra era stato caratterizzato daun’elevata stabilità finanziaria internazionale, dovuta appunto alla forte regolamentazione esistente nel settore bancario e ai vincoli rigidi di cambio imposti dagli Accordi di Bretton Woods del 1944, che in un certo senso limitavano l’azione della Banca Centrale e la sua attività di supporto diretto sia alle banche private che ai governi nazionali. Lo scenario mutò radicalmente a partire dal 1971, quando la fine degli Accordi di Bretton Woods impose ai singoli Stati di rivedere il ruolo, i compiti, le finalità e gli ambiti di competenza delle rispettive Banche Centrali, che con diverse sfumature e gradazioni raggiunsero tutte unaposizione di maggiore autonomia e indipendenza rispetto ai governi nelle scelte di politica monetaria.
Se come ci ricorda lo stesso ex presidente e governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, a partire dal 1976 il sostegno diretto della Banca d’Italia al governo tramite lafunzione di acquirente residuale dei titoli di stato era diventato una prassi consolidata e giustificata più da ragioni storiche e congiunturali che da reali vincoli di legge, la situazione era destinata rapidamente a cambiare dopo l’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1979, che limitava di nuovo il raggio d’azione della Banca d’Italia in virtù del vincolo di cambio imposto a livello continentale. La prima conseguenza dello SME fu il famigerato “divorzio fra Banca d’Italia e Ministero di Tesoro” del 1981, tramite il quale con un semplice scambio epistolare privato il ministro Beniamino Andreatta (foto sopra) e il governatore Ciampi decretavano la fine dell’intervento della Banca Centrale nelle aste pubbliche di collocamento dei titoli di stato come acquirente residuale. E sappiamo purtroppo cosa ciò comportò in termini di aumento degli interessi passivi a carico dello Stato ed esplosione del debito pubblico: non potendo più calmierare le aste, la Banca d’Italia lasciava in pratica alle banche private il compito di decidere volta per volta a quale tasso di interesse dovevano essere collocati i titoli di stato e di avvantaggiarsi delle enormi rendite di posizione. Nel 1991 Andreatta pubblicò un articolo sul Sole24ore per ricordare le ragioni tecniche e strategiche di quella scelta e fare un bilancio degli effetti economici e politici del divorzio. In questa sede riprendo solo due passaggi dell’articolo, lasciando ai lettori il compito di valutare tutto il resto della “excusatio non petita, accusatio manifesta” del defunto ex ministro (quando si dice che la morte ci rende uguali ed è l’unico elemento a concedere davvero giustizia sulla terra: abbiate fiducia, prima o dopo anche “loro” se ne vanno!).
“I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d' Italia circa le modalita' dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al "divorzio". Il termine intendeva sottolineare una discontinuita', un mutamento appunto di regime della politica economica; un'analoga operazione che negli Stati Uniti pose termine nel 1951 alla politica di denaro facile, che aveva permesso il finanziamento della Seconda guerra mondiale, e veniva ricordata come l'agreement tra Tesoro e Fed”. Analisi completamente sbagliata perché l’accostamento agli Stati Uniti è del tutto fuori luogo: se è vero che l’Accordo americano del 1951 diede maggiore libertà alla Federal Reserve di condurre una politica monetaria autonoma e indipendente, ciò non decretò affatto il mancato sostegno e coordinamento diretto fra Banca Centrale e Governo, anzi. In pratica la Fed era più libera di fissare il tasso di interesse attraverso principalmente i suoi interventi di mercato aperto, lasciando però sempre attivo il servizio di tesoreria con possibilità di scoperto per conto del Governo e di acquisto dei titoli di stato o sul mercato secondario o tramite il canale diretto con il Governo: la Fed non partecipa alle aste primarie di collocamento riservate alle banche private perché non ne ha tecnicamente bisogno e può sempre, in qualsiasi momento, monetizzare il deficit pubblico con il successivo scambio di titoli di stato, il cui tasso di interesse viene quindi fissato congiuntamente a monte dal Governo e dalla Banca Centrale stessa. Una situazione dunque diametralmente opposta al totale scollegamento fra le due istituzioni a cui, grazie a Ciampi ed Andreatta, è stata ridotta l’Italia dopo il divorzio del 1981. Separazione consensuale che è bene ribadirlo è stata causata e venne poi drammaticamente acuita dalle successive disposizioni, rese necessarie dall’adesione allo SME nel 1979, ai Trattati di Maastricht del 1992 e infine all’eurozona nel 1999.
Con la legge n.82 del 7 febbraio 1992 si stabiliva infatti che “le variazioni del tasso di sconto sono disposte dal Governatore della Banca d’Italia con proprio provvedimento” e non più dal Ministro del Tesoro, su proposta del Governatore della Banca d’Italia. Questa legge, voluta fortemente dal Ministro del Tesoro Guido Carli (guarda caso, anche lui, come Ciampi, Dini, Draghi, Padoa Schioppa, Saccomanni, esponente di spicco della Banca d’Italia, essendone stato governatore dal 1960 al 1975), stabilisce in via definitiva che a decidere in piena autonomia sul tasso di sconto del denaro sia esclusivamente il Governatore della Banca d’Italia, estromettendo di fatto lo Stato dal processo decisionale e vietando per legge un eventuale coordinamento fra i due enti. Un anno dopo, in esecuzione degli accordi europei di Maastricht che impediscono alle Banche Centrali il finanziamento diretto degli Stati (articolo 123 del TFUE,Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), il Parlamento approva la legge 483/93 che disciplina il servizio di tesoreria e proibisce alla Banca d'Italia di concedere anticipazioni al Tesoro.
Il Governo mantiene ancora oggi presso l'istituto di emissione un apposito conto corrente per il servizio di Tesoreria, la cui dotazione iniziale ammontava a 30.000 miliardi di lire. Su tale conto sono accreditate tutte le entrate incassate dalla Banca d'Italia per lo svolgimento del servizio di tesoreria e da esso sono detratte le spese a carico dall'Istituto. Qualora il saldo mensile del conto risulti negativo, il Tesoro ha l'obbligo di ricostituire entro 3 mesi il fondo. Se il saldo mensile risulta inferiore del 50% dell'ammontare del deposito, il Tesoro è tenuto, in aggiunta, a presentare una relazione giustificativa al Parlamento. Oltre a ciò, in base all'art. 6 della stessa legge, se il conto presenta saldi a debito del Tesoro, la Banca d'Italia non effettua più pagamenti per il servizio di tesoreria e applica alle sofferenze del Tesoro il tasso ufficiale di sconto. Ricordiamo invece che fino a novembre del 1993 il conto di tesoreria del governo prevedeva la possibilità di scoperti ed era uno dei tradizionali canali di creazione di nuova base monetaria: Banca d’Italia, infatti, era obbligata ad anticipare al Tesoro, tramite appunto gli scoperti sul predetto conto, fino al 14% delle spese correnti e in conto capitale previste in bilancio. Dopo il 1993 la Banca Centrale diventa quindi a tutti gli effetti un ente passivo e non attivo nei confronti dello Stato per quanto riguarda la gestione della politica economica e monetaria: non può fare nulla per venire incontro alle esigenze del Governo e quest’ultimo non ha alcuna possibilità di influenzare le scelte della banca.
“Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all'adesione allo Sme (di cui era un'inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo un processo di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione. Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l'escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu' difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato”. Grazie Andreatta, ci ricorderemo di te e porteremo fiori sulla tua tomba per avere fatto decollare il nostro debito pubblico a vantaggio esclusivo dei mercati finanziari e delle banche private, il cui giudizio adesso si è sostituito a quello dei normali processi democratici elettivi previsti dalla nostra Costituzione. Il fatto poi di sapere perfettamente quali conseguenze disastrose avrebbe causato il divorzio non attenua di certo la colpa del misfatto, perché se veramente si voleva moralizzare i comportamenti dei politici italiani (tutti ancora da dimostrare dato che il debito pubblico nel 1981 ammontava ad un risibile 55% del PIL) si poteva procedere per altra via senza distruggere la stabilità dei conti pubblici e a catenadestrutturare il delicato equilibrio dell’intera economia italiana, compresi i risparmi delle famiglie e gli investimenti produttivi delle imprese. Costringere qualcuno a fare determinate scelte puntando una pistola in testa non è certo il miglior modo per convincerlo della giustezza di quelle scelte: se poi queste ultime vengono fatte per avvantaggiare palesemente una certa categoria di renditieri a danno dei lavoratori e delle piccole e medie aziende, l’opera di convincimento diventa ancora più ardua e insensata.
Ovviamente il pretesto della riduzione dell’inflazione tirato in ballo dall’ex ministro era ancora una volta sbagliato: non essendoci alcun collegamento fra quantità di moneta circolante ed inflazione (almeno nelle condizioni di elevata disoccupazione e basso sfruttamento della capacità produttiva in cui si trovava all’epoca l’economia italiana), era chiaro che quest’ultima fosse scesa per ben altri motivi. In primo luogo lanormalizzazione del prezzo del petrolio in seguito alla fine dello shock petrolifero iniziato negli anni 70. In secondo luogo le politiche deflazionistiche di abbattimento dei salari dei lavoratori che con il governo Craxi del 1984 prima e quello Amato del 1992 poi portarono alla definitiva abrogazione della Scala Mobile. In terzo luogo il taglio della spesa pubblica, sia nella parte corrente che in conto capitale, che si rendeva necessario per far posto alla maggiore spesa per interessi e continuare a rimanere entro la soglia del 3% di deficit pubblico imposto dagli accordi europei. Infine, la maggiore difficoltà per le aziende a reperire nuovi fondi per gli investimenti a causa del crescente onere per interessi da corrispondere a finanziatori e banche. Un calo così drastico e repentino dei fattori che influenzano la domanda aggregata, unito ad una riduzione dei costi di produzione legati alle materie prime e al petrolio, non poteva che condurre ad un prolungato periodo di stagnazione e recessione economica, con conseguente discesa dei prezzi e dell’inflazione. Non ci voleva mica un genio per capire che se chiudo contemporaneamente tutti i rubinetti che alimentano l’economia di un paese, quest’ultima affronterà un lungo ed inevitabile calvario di contrazione deflattiva. Con buona pace invece di chi crede ancora che una maggiore offerta di moneta da parte della Banca Centrale crei automaticamente maggiore inflazione, senza mai chiedersi come e quando questa nuova moneta transita dai nebulosi circuiti bancari e finanziari a quelli reali, nei nostri portafogli insomma. Come dice bene qualcuno, oggi come oggi servirebbe davvero un elicottero che lancia le banconote direttamente dal cielo!
Tre anni in Italia passano veloci che è un piacere e banchieri e politici (categorie ormai intercambiabili e indistinguibili) cominciano ad entrare in fibrillazione: bisognava impedire con tutti i mezzi il passaggio allo Stato di Banca d’Italia, per mantenere inalterato quel regime di commistione e opacità che esiste a tutti i livelli nel sistema bancario nazionale. A tagliare la testa al toro ci pensa allora nel 2006 il governo Prodi, con Padoa Schioppa ministro dell’economia, l’avvallo del presidente Napolitano, e la supervisione per nulla disinteressata del governatore Draghi (un quartetto da paura! Tutto il peggio della nomenklatura italiana dal dopoguerra ad oggi!), che con il pretesto di riscrivere lo Statuto della Banca d’Italia per adeguarlo ai principi e alle regole contenuti nella nuova legge sulla tutela del risparmio e sulla disciplina dei mercati finanziari (legge n. 262 del 2005), va proprio a ribaltare di fatto la sostanza e il significato dell’articolo 3, per giustificare la presenza degli azionisti privati e sancire l’uscita definitiva dello Stato dall’istituto di emissione. Il nuovo articolo 3 dello Statuto di Banca d’Italia che esce fuori in seguito all’approvazione della legge n. 291 del 12 dicembre 2006, così recita:
“la Banca d’Italia non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico secondo l’espressa indicazione dell’articolo 20 del R.D. del 12 marzo 1936 n.375. La banca, pertanto, segue regole di funzionamento differenti da quelle di una normale società per azioni, come si evince anche dallo statuto, che assegna ai soci un numero di voti non proporzionale alle azioni possedute (limitando i voti dei soci maggiori). Gli azionisti di Banca d’Italia sono le banche (oggi private) che discendono dagli istituti di credito (all’epoca pubblici) che nel corso del tempo sono entrati nel suo capitale. La Banca d’Italia è stata una società per azioni fino al 1936. In quell’anno venne convertita in Istituto di diritto pubblico dall’articolo 3 della legge bancaria del 1936 (ovvero il sopra citato regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 marzo 1938, n. 141, e successive modificazioni e integrazioni). Diciamo che esiste una proprietà formale in capo ad azionisti oggi privati, ma la Banca opera nell’ambito del diritto pubblico. Ciò implica, ad esempio, che lo status giuridico di ente pubblico esclude la possibilità di fallimento della Banca d’Italia e, tramite il suo intervento nei casi di crisi, la possibilità di fallimento delle banche private, garantendo la stabilità dell’intero sistema bancario italiano.
Il capitale sociale della Banca ammonta a soli 156.000 euro, versati nel 1936. Secondo l’articolo 3 dello statuto il capitale sociale “è suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge“. Le quote di partecipazione sono costituite da certificati nominativi (art.4). Ai soci sono distribuiti dividendi per un importo fino al 6% del capitale e, su approvazione del Consiglio Superiore, un ulteriore 4% del valore nominale del capitale (art.39), cui si aggiunge “una somma non superiore al 4% dell’importo delle riserve” quali risultano dal bilancio dell’anno precedente prelevata dai frutti annualmente percepiti sugli investimenti delle riserve, sempre su approvazione del Consiglio superiore (art.40). Gli utili netti vengono per il resto distribuiti come segue. Il 20% degli utili netti conseguiti deve essere accantonato al fondo di riserva ordinaria. Col residuo, su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi. La restante somma è devoluta allo Stato. (art 39)”
Quindi rimarranno delusi tutti quelli che ancora credono che sia il signoraggio la parte più ingente e clamorosa della truffa, perché come vedete le cose non stanno esattamente così: pensare che una Banca Centrale guadagni dallo scarto fra valore nominale di una banconota e valore intrinseco di produzione è riduttivo (anche perché le banconote insieme alle monete metalliche costituiscono soltanto il 3% della moneta circolante), se confrontato con l’enorme potenzialità che avrebbe una Banca Centrale sottoposta alle direttive del Governo per finanziare la spesa pubblica, favorire piani di piena occupazione, rilanciare l’economia stagnante di un intero paese, tutelare l’ambiente e il patrimonio artistico, fornire sussidi e detassazioni alle aziende nazionali, garantire i diritti costituzionali a tutti i cittadini e chi più ne ha più ne metta. La vera truffa, l’inganno, il crimine è avere tolto ai Governi la possibilità di utilizzare le “proprie” Banca Centrali nell’interesse del bene nazionale e non il signoraggio che risulta soltanto la punta dell’iceberg di un contorto sistema di contabilità. Trascurando la quota irrilevante di moneta cartacea, se vogliamo analizzare meglio cosa fa una Banca Centrale ci accorgeremo che è vero che crea riserve elettroniche dal nulla, ma per comprare titoli finanziari che una volta venduti renderanno alla Banca le riserve elettroniche inizialmente create: bit del computer in cambio di bit del computer, non case, alberghi, ristoranti, aziende, forza lavoro etc. Il guadagno effettivo della Banca Centrale risulta dalla differenza fra l’interesse attivo che incassa sui titoli acquistati e l’interesse passivo che l’istituto di emissione deve corrispondere alle banche che riversano quelle stesse riserve presso i suoi conti di deposito. E come abbiamo visto buona parte di questo profitto torna nelle casse dello Stato sotto forma di dividendi, tasse e tributi. Tutto qui, non c’è altro. Non ci sono complotti mondiali sotto questa spiegazione.
La vera disdicevole questione legata alla proprietà privata della Banca d’Italia riguarda invece il colossale conflitto di interesse che esiste fra l’ente controllore e i controllati: se i controllati sono i proprietari del controllore, come può quest’ultimo garantire un’attività di vigilanza imparziale, trasparente, equa, efficace? E’ questo infatti il vero nodo da sciogliere intorno alla vergognosa faccenda della proprietà privata di Banca d’Italia e basta guardare cosa accade in paesi più civili e normali per capire che prima o dopo urgerà una soluzione politica del problema istituzionale ancora irrisolto. La banca centrale inglese, Bank of England, è interamente pubblica e ultimamente, infischiandosene della sua stessa autonomia e indipendenza, ha dato addirittura suggerimenti all’austero ed impacciato governo Cameron per uscire dalla crisi: vuoi ridurre il debito pubblico, bene, non tartassare i cittadini, ma cancelliamo insieme i titoli di stato che la Bank of England si ritrova a bilancio. Soluzione naturale e logica, ma ovviamente il governo oligarchico-liberista inglese non ha accettato perché preferisce che i costi della crisi vengano addossati soltanto sui cittadini e si amplifichino le disuguaglianze sociali. La banca centrale tedesca Bundesbank è un istituto dello Stato al pari del Parlamento e del Governo. I profitti della Bundesbank sono disciplinati per legge e ritornano nel bilancio statale fino alla somma di 2,5 miliardi, mentre la parte eccedente viene destinata ad un fondo speciale istituito per finanziare i costi della riunificazione tedesca e vari programmi di sviluppo. La banca centrale francese, la Banque de France, è anch’essa pubblica ed è stata nazionalizzata nel lontano 1936, quando in effetti era ancora di proprietà privata. Il controllo e l’influenza del Governo sulla Banque de France sono rimasti intatti fino al 1993, quando in conseguenza dell’adesione ai trattati europei lo Stato ha dovuto per forza di cose dichiarare l’assoluta indipendenza e autonomia della Banca Centrale dal potere politico. I profitti della Banque de France vanno per più della metà allo Stato, mentre il resto viene distribuito tra fondi pubblici e altre riserve della stessa banca.
Quindi risulta concettualmente sbagliato dire che la BCE, il cui capitale è suddiviso in quote fra le varie Banche Centrali europee, sia una un ente privato, perché sarebbe più giusto affermare che si tratta di unistituto ibrido semi-pubblico o semi-privato, dato che alcuni suoi membri azionisti sono interamente privati, altri completamente pubblici e altri ancora metà pubblici e metà privati. Ma ripetiamo che non è la natura giuridica pubblica e privata la maggiore accusa da rivolgere all’istituto di Francoforte, ma il modo in cui esercita la sua funzione di ente monopolista di emissione della moneta: la BCE, alla stessa maniera delle Banche Centrali nazionali partecipanti, fa un uso privato di uno strumento di diritto pubblico come la moneta, in conseguenza della sua rivendicata autonomia e indipendenza e dell’esplicito divieto di intrattenere qualunque forma di rapporto politico o finanziario con i governi dei rispettivi Stati membri. Paradossalmente una banca centrale interamente privata come la Federal Reserve americana fa un uso più pubblico della disciplina monetaria rispetto alla BCE, dato che mantiene stretti legami di collaborazione e cooperazione con il Governo e il Congresso può in qualunque cambiare le direttive di politica monetaria della Fed tramite decreto. Un esempio invece di Banca Centrale interamente pubblica che fa un uso pubblico del suo potere monetario è la Bank of Canada. Ma noi siamo italiani, europei, mica canadesi! Purtroppo.
Tolta di mezzo la questione della proprietà, ci sarebbe un’ultima osservazione da fare riguardo alla BCE. Come si può vedere dalla tabella riportata sotto che mostra le quote di partecipazione delle Banche Centrali nazionali europee al capitale della BCE, un’altra enorme anomalia è rappresentata dalla presenza di Banche Centrali di paesi, come l’Inghilterra o la Svezia, che non fanno parte dell’area euro. Queste Banche Centrali effettivamente non ricevono pro-quota i proventi di gestione della BCE, ma tramite il Consiglio Direttivo influiscono sulle scelte di politica monetaria riguardanti una moneta che loro stessi non utilizzano e non hanno alcuna intenzione di adottare nemmeno in futuro. Siamo al paradosso più assoluto, come se la Banca d’Italia potesse indirizzare le decisioni della Federal Reserve, della Bank of England o della Bank of Japan. Una delle tante assurdità implicite ma mai espressamente denunciante della follia eurista: una volta accettato di aderire all’euro, il pacchetto di scemenze logiche e degenerazioni mentali bisogna purtroppo prenderselo completo.
Il 22 Luglio 1944, gli stati del mondo, a Bretton Woods costituirono il Fondo Monetario Internazionale e decisero un nuovo sistema monetario: tutte le monete erano convertibili in dollari, ma solo il dollaro era convertibile in oro. In altre parole, si era creata una sorta diriserva aurea indiretta.
Dall’analisi dei soci ci rendiamo conto che solo il 5% del capitale è dell’INPS, ovvero di una società pubblica2. Dunque la banca D’Italia è per il 95% in mano a banche private. Ma qui risulta evidente la seconda forte anomalia. Infatti abbiamo detto che con la legge bancaria del 1936 a Banca D’Italia è stato demandato il compito di vigilanza sulle altre banche. Ora, le banche sono proprietarie della Banca che dovrebbe su di loro vigilare ed, attraverso i consigli di amministrazione, nominano Governatori e Direttori; ciò vuol dire, in altre parole, che i controllati controllano i controllori, e non vicerversa.
Riguarda gli art. 543 e 564 del Titolo IV (BILANCI, UTILI, SPESE E PERDITE, RISERVE) Vediamo perché:
Stante la situazione appena descritta appare chiaro che la sovranità monetaria è esercitata da una società a capitale privato con scopo di lucro che decide in piena autonomia il costo del denaro5.
Il 7 febbraio 1992 Giulio Andreotti come Presidente del Consiglio assieme al Ministro degli Esteri Gianni de Michelis e il Ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore di Banca d’Italia) firmano il Trattato di Maastricht6.
Inoltre, ex art. 107 del Trattato di Mastricht, la BCE è esplicitamentesottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea. Tale previsione fa si che la BCE sia una sorta di soggetto sovranazionale ed extraterritoriale.
“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
1 Il Governo, come stabilisce la legge, può solo approvare la nomina, o la revoca, di alcune cariche, ma l’approvazione da parte del Governo non influisce minimamente sulla validità della nomina, al massimo può influire sull’efficacia.
2 Preme rilevare a questo punto che sino a pochi mesi fa l’art. 3 dello Statuto proibiva la cessione a privati di quote azionarie della BdI e prescriveva che fosse, per la maggioranza, in mano pubblica. Ora, grazie anche alle varie cause promosse da diversi cittadini contro Banca D’Italia con modalità prettamente italiana si è modificato l’articolo 3 dello Statuto cancellato quella fastidiosa frase che imponeva che la maggioranza fosse in mano pubblica
3 ART. 54
Gli utili netti, conseguiti secondo il bilancio approvato, dopo di avere da essi prelevata la somma che il Consiglio superiore crederà di stabilire per la graduale costituzione di un fondo di riserva ordinaria fino a concorrenza del 20% degli utili netti, sono assegnati ai partecipanti, per la distribuzione di un dividendo fino ad una somma pari al 6% del capitale. Col residuo, sempre su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi e può essere distribuito ai partecipanti, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale. La restante somma è devoluta allo Stato, in applicazione dell’art. 3 del Decreto ministeriale 31 dicembre 1936 emanato in esecuzione del R. decreto-legge 5 settembre 1935, n. 1647. La riserva ordinaria, se diminuitaper ammortizzazione di perdite o per qualsiasi altra ragione, deve, salvo il disposto del successivo art. 56, essere al più presto interamente reintegrata.
4 ART. 56
5 Infatti con la legge 82 del 07.02.1992 varata dal ministro del Tesoro Guido Carli (già Governatore della Banca d’Italia), è stata attribuita alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro.
6 Con questo trattato vengono introdotti i cosiddetti Tre pilastri dell'Unione Europea:
la "Comunità Europea" che riunisce tutti i trattati precedenti (CECA- Comunità europea del carbone e dell'acciaio, Euratom - Comunità Europea dell'Energia Atomica e CEE - Comunità Economica Europea)

References: articolo 3
 art. 543
 art. 107
 ART. 54
 art. 56
 ART. 56