Source: http://diariopernondimenticare.blogspot.it/2013_07_11_archive.html
Timestamp: 2017-06-26 01:57:56+00:00

Document:
Contro gli spioni Mosca torna all’antico Macchine per scrivere al posto dei pc
Dopo Wikileaks e Datagate, il “Servizio federale di Protezione” ha deciso di ricominciare a scrivere su carta per i documenti più riservati
Dopo i documenti top secret diffusi da Wikileaks, dopo le rivelazioni di Edward Snowden sui programmi segreti del governo americano per sorvegliare le comunicazioni telefoniche e Internet e dopo le notizie sulle intercettazioni delle comunicazioni di Dmitri Medvedev al summit G20 di Londra, Mosca ha deciso di correre ai ripari. Il Servizio federale di Protezione (Fso) mette al bando i computer. Scriverà i suoi documenti più riservati sulla carta. Per questo, come riporta oggi il quotidiano Izvestia, l’Fso ha ordinato 20 macchine da scrivere per la somma totale di 486.500 rubli (11.500 euro). Fonti interne al Servizio federale di Protezione hanno spiegato che in alcuni casi scrivere o stampare documenti su e da dispositivi elettronici non è ritenuto sicuro. «Dopo lo scandalo WIkileaks, le rivelazioni di Snowden e le notizie sulle intercettazioni delle telefonate di Medvedev, è stato deciso di potenziare la pratica di produrre documenti in cartaceo», ha riferito la fonte. L’Fso - organismo che si occupa della protezione delle alte cariche di Stato - ha rifiutato di commentare la notizia. Secondo alcuni esperti nel campo della sicurezza, le macchine da scrivere sono usate ancora in molte unità speciali presso il ministero della Difesa e quello delle Situazioni d’emergenza, dove il formato cartaceo è preferito a quello elettronico per certi tipi di documenti. Stando alla fonte, al dicastero della Difesa si usa la carta, ad esempio, per relazioni segrete indirizzate al ministro e al capo di Stato maggiore.
Banditi di Stato
Alessandro Sallusti - Mer, 10/07/2013 - 14:11
Sentenza sprint della Cassazione per il Cavaliere: il 30 luglio si decide tutto. Un accanimento con trucco...
Quella che vedete qui a fianco è la storia in numeri della più grande persecuzione giudiziaria mai messa in atto al mondo contro un singolo uomo. Nonostante siano numeri da fare paura e indegni di un paese civile, l'uomo, Silvio Berlusconi, ha resistito pur pagando prezzi politici, economici e personali rilevanti.
Ciò non può essere solo frutto, come sostengono a sinistra, di sotterfugi e presunte leggi ad personam. Detto che sarebbe peraltro legittimo rispondere ad accanimento giudiziario con accanimento difensivo, è che evidentemente non una delle centinaia di accuse rivoltegli contro era fondata. Nessun criminale può farla franca se beccato in castagna. E allora ecco gli intrighi, le furberie per arrivare, dopo 18 anni, alla prima condanna (processo diritti Mediaset, sei anni con sospensione dell'agibilità politica).
Un passo indietro. Tutto iniziò nel 1994 con un avviso di garanzia (poi dimostratosi infondato) consegnato a mezzo stampa dal Corriere della Sera durante il G8 che si teneva a Napoli. E tutto potrebbe finire con l'intimazione fatta ieri dallo stesso Corriere della Sera alla Corte di cassazione di anticipare il verdetto finale sul caso diritti Mediaset. Già, perché rispettando tempi e procedure la sentenza sarebbe dovuta arrivare a settembre, fuori tempo massimo (non vi annoio con i tecnicismi) per provocare effetti definitivi sulla vita personale e politica di Berlusconi. E che fa la Corte? Ubbidisce al Corriere, organo della procura di Milano oltre che di quei tre o quattro poteri che ancora contano nel Paese (Fiat, Mediobanca, Banca Intesa) e a sorpresa anticipa (cosa senza precedenti) la sentenza al 30 luglio. In caso di conferma di condanna, dal 1° agosto Silvio Berlusconi sarà agli arresti e perderà i diritti politici, compresa la carica di senatore.
Accanimento con trucco, in combutta con giornali, banche e aziende che da sempre vanno a braccetto con la sinistra. Questo è quello che sta succedendo e questo a casa mia si chiama banditismo, una trattativa tra Stato (i magistrati) e privati molto più grave di quella tra Stato e mafia già nota alle cronache. Forse non è un caso che i due litiganti per il controllo del Corriere, Fiat e Della Valle, nelle ultime ore siano stati molto attivi, con pratiche inusuali, nei confronti di Napolitano, altro arbitro sulla cui imparzialità i dubbi sono sempre maggiori. Non è più tempo delle parole, dei distinguo e delle cautele. Dei banditi stanno per sparare non solo al presidente Berlusconi ma a tutto il Pdl per impadronirsi di ciò che resta del Paese. Che facciamo, stiamo a guardare? Spero di no. Chi se ne frega della sorte di questo governo. Meglio lottare dall'opposizione che farsi spegnere in maggioranza.
E l’Onu chiede al Vaticano spiegazioni sugli abusi dei preti pedofili
Le Nazioni Unite inoltrano una lunga lista con richieste di informazioni dettaglaite. Nel mirino, in particolare, Legionari di Cristo e le “Case Magdalene”
Alessandro Speciale Città del Vaticano
Un lungo elenco di richieste di informazioni dettagliate su “tutti i casi di abusi sessuali su bambini commessi da membri del clero, religiosi e religiose, o portati all'attenzione della Santa Sede”: a sottoporlo al Vaticano è il Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti dei Bambini, l'organo che si occupa del rispetto della Convenzione Onu sui Diritti dell'infanzia del 1989. Il Comitato ha inviato la lista, circa una ventina di punti, lo scorso primo luglio.
L'organo delle Nazioni Unite chiede ad esempio al Vaticano di specificare “quali misure sono state messe in atto per fare in modo che nessun prete accusato di abusi sessuali sia autorizzato a rimanere in contatto con i bambini”; quali “istruzioni esplicite” siano state date al clero, “a tutti i livelli”, perché tutte le notizie di abuso vengano riferite alla polizia nei propri Paesi; e in quali casi invece sia stato chiesto ai membri della gerarchia cattolica di “non riferire questi crimini, e a quale livello”.
E questo è solo l'inizio: il Comitato Onu vuole anche avere maggiori informazioni su quale sostegno la Santa Sede fornisca ai bambini vittime di abuso, sulle inchieste canoniche contro i preti molestatori e sulla cooperazione delle autorità ecclesiastiche con le magistrature nazionali. Inoltre, il Comitato delle Nazioni Unite vuole anche capire quale sia la politica della Chiesa per quel che riguarda i risarcimenti – e se il pagamento di denaro sia mai stati collegato all'obbligo di mantenere il silenzio sugli abusi – e quali misure di prevenzioni di nuovi abusi siano state adottate.
Due casi vengono citati in modo esplicito: le “Case Magdalene”, gli istituti femminili per accoglievano le ragazze orfane che in Irlanda sono stati teatro di “tortura e trattamenti crudeli, degradanti e inumani”, e i Legionari di Cristo, accusati di impedire ai seminaristi di avere contatti con le loro famiglie. Tutte le informazioni dovranno essere presentate entro il prossimo 30 novembre. La richiesta di informazioni avviene infatti in vista dell'audizione periodica che la Santa Sede, come tutti i Paesi che hanno ratificato la Convezione, dovrà sostenere di fronte al Comitato nel prossimo mese di gennaio, e fa seguito al rapporto biennale che il Vaticano aveva presentato nello scorso mese di settembre.
Lo scorso 18 giugno, il Comitato ha ascoltato i rappresentanti delle vittime di abusi del Survivors Network of those Abused by Priests (Snap). Si è trattato di una convocazione storica, secondo il presidente di Snap Barbara Blaine: “Il fatto che il Comitato delle Nazioni Unite abbia chiamato il Vaticano a rispondere per i suoi precedenti sui diritti dei minori... è un fatto che dà speranza alle vittime di abuso in tutto il mondo”. Snap spera che l'esempio delle Nazioni Unite, con la richiesta di informazioni dettagliate sugli abusi, venga seguito anche da altre organizzazioni internazionali per “portare alla luce la verità e prevenire nuovi crimini odiosi”.
La missione diplomatica della Santa Sede a Ginevra – dove ha sede l'ufficio Onu per i diritti umani – si dice pronta a rispondere alle richieste del Comitato (la risposta verrà elaborata dalla Segreteria di Stato) ma mette in guardia da potenziali “strumentalizzazioni”. 2Sicuramente dovremo dare delle risposte”, spiega a Vatican Insider monsignor Massimo de Gregori. La convocazione della Santa Sede per un'audizione davanti al Comitato, il prossimo gennaio, è una “procedura di routine per gli Stati parte della Convenzione” (sui Diritti dell'Infanzia, ndr), sottolinea il diplomatico vaticano. E anche la richiesta di informazioni ulteriori in seguito alla presentazione di un rapporto, anche se non avviene sempre, è comunque “abbastanza abituale”.
“Non si può negare che ci siano stati abusi – sottolinea monsignor De Gregori – ma è importante che questa iniziativa non venga vista come cosa fatta espressamente per la Santa Sede. Visto che si sono verificati determinati episodi ritengono opportuno chiedere ulteriori informazioni. Questa richiesta è a discrezione del Comitato ma accade di frequente, come si può vedere dal sito del Comitato stesso”. “Pur non negando la gravità dei fatti, c'è sempre qualcuno che strumentalizza”, conclude.
Sallusti infilza Mieli: "Il Corriere è la voce delle toghe, ieri appello mafioso alla Cassazione"
La replica dell'ex direttore: "Eppure tu nel 1994 eri in via Solferino..."
E' arrivata come un fulmine a ciel sereno, ieri 9 luglio, la decisione della Cassazione di fissare per fine luglio l'esame della sentenza d'appello del processo Mediaset. Un eventuale sentenza di condanna ai danni di Silvio Berlusconi avrebbe, molto probabilmente, effetti anche sulla tenuta dell'esecutivo guidato da Enrico Letta. E di questo si è parlato anche ieri serà a Ballarò, dove erano ospiti, tra gli altri, Paolo Mieli dorettre di Rcs e Alessandro Sallusti.direttore de Il Giornale. Appello mafioso del Corriere. Tra i due sono state subito scintille. Infuocato il commento del direttore de Il Giornale, che prima accusa i giudici: "Si dà già per scontato che quella sentenza è scritta, perché in realtà è già scritta". E poi attacca Il Corriere della Sera, reo, a suo dire, di aver lanciato "lanciato un'appello mafioso alla Cassazione". Il riferimento è ad un articolo di Luigi Ferrarella, che in mattinata sul quotidiano diretto da De Bortoli paventava la possibilità che, per una serie di meccanismi giurdici, la sentenza del processo Mediaset potesse slittare di un anno. Il Pdl non starà con le mani in mano Se per molti un'eventuale sentenza di condanna sancirebbe la fine politica del Cav, per Sallusti le cose stanno un po' diversamente: "E’ da 18 anni che la parabola di Berlusconi è data per finita. Già in questa trasmissione mi è capitato un paio di volte negli ultimi 3 anni di celebrare il funerale di Berlusconi. Io non sono convitno che sarà così". Poi spiega: "La sentenza di condanna toglie l’agibilità politica. Berlusconi finirà in mano di un giudice di sorveglianza che gli dirà se e quando può incontrare, parlare e telefonare Alfano, Cicchitto, il leader dell’opposizione, di un altro partito. Viene tolta l’agibilità politica a tutto il Pdl". Da qui, la previsione: "Non credo che tutto il Pdl agirà in silenzio al fatto che venga tolta l’agibilità politica al suo leader – ed essendo un partito di forte leadership – a se stesso".
Borrelli direttore del Corriere - Sallusti va poi a ritroso negli anni, al '94, anno d'inizio della Guerra dei vent'anni: fu proprio nell'anno della discesa in campo, infatti, che il Cav ricevette il primo avviso di garanzia, anticipato proprio dal Corriere della Sera. Sul punto, il commento di Sallusti è al veleno: "C’è un’anomalia. Tutta questa vicenda parte da un’anomalia, da un avviso di garanzia inviato dal Corriere della Sera a Silvio Berlusconi. Io c’ero al Corriere. Inizia il calvario giudiziario di Berlusconi. Il Corriere della Sera è stato artefice di una bufala della Procura della Repubblica e si fa protagonista anche della fine di questa avventura.
Secondo me non è una coincidenza". Poi l'affondo al quotidiano di Via Solferino: "Ci dobbiamo chiedere di chi è il Corriere della Sera in questo Paese. Se parliamo del Corriere della Sera parliamo della prima banca d’Italia. E’ il giornale che fa da gazzettino alla Procura della Repubblica di Milano. E oggi ha lanciato un avviso mafioso alla Corte di Cassazione, dicendo: occhio che se fai quello che devi fare Berlusconi la scampa anche stavolta. Per cui non fare quello che devi fare e cambia il comportamento”.
Corriere voce delle toghe - Il Corriere, insiste Sallusti, è da vent'anni "la voce delle toghe milanesi". Mieli però non ci sta e ricorda a Sallusti come nel '94 fosse stato Sallusti a impaginare (lo scoop fu dei cronisti Gianluca De Feo e Goffredo Buccini, Sallusti era il caporedattore) la notizia dell'avviso di garanzia al Cav. Replica, stizzito, Sul ruolo del Corriere non ho molto da dire. Merito del Corriere di avere in questo campo i migliori giornalisti italiani da vent’anni, tra i quali vent’anni fa, nel momento in cui ‘mandammo’ l’avviso di garanzia a Berlusconi, c’era anche in un ruolo di rilievo Sandro Sallusti". Mieli lancia poi una frecciatina a Sallusti: "Lui sa come andarono le cose. L’ha più volte raccontato. Se lui potesse dire una sola notizia di un padrone, di un potere forte…". Ma il direttore de Il Giornale non ci sta e risponde per le rime: "I direttori del Corriere della Sera erano due: tu e Borrelli".
Botta e risposta - La vicenda dell'avviso di garanzia infiamma il dibattito. Mentre Sallusti sostiene che quell'avviso fosse falso, per Mieli invece era una notizia da dare. La discussione scivola poi sul personale: "Noi, giornalisti di quell’epoca eravamo nelle mani dei procuratori della Repubblica, in maniera a critica e supina, molti lo sono tuttora, come molti colleghi del Corriere della Sera", attacca Sallusti. E ancora: "Sarà una coincidenza ma tu pochi anni dopo hai fatto un endorsement per Romano Prodi". Replica Mieli: "E’ una coincidenza allora se tu sei andato al quotidiano di Berlusconi". Sallusti: "No, una scelta". Conclude Mieli: "E la mia? Non puoi pensare che anche la mia sia una scelta? Link a questo post
Casaleggio in fuga dal Colle passa col semaforo rosso
Il guru pentastellato scappa e non rispetta il codice della strada
Forse dopo la terza guerra mondiale (che dovrebbe scoppiare a breve). Forse dopo la morte dei partiti (schiantati dalla democrazia diretta). Forse quando si insedierà il supergoverno planetario (dopo la battaglia tra Occidente e Asia). Forse quando Marte e Terra verranno sostituiti con Prometeus e Gaia. Ma fino ad oggi, anno di grazia 2013, se il semaforo è rosso l'auto si deve fermare.
Non per tutti, però. Il guru pentastellato, Gianroberto Casaleggio, vive proiettato in un'altra dimensione. Un futuro prossimo in cui il codice della strada (consultabile soltanto online, ipotizziamo) non esisterà più, o quasi. Già, perché la "mente" che sta dietro a Beppe Grillo è stata pizzicata dal Corriere della Sera mentre, in "fuga" dal Quirinale dove ha incontrato Giorgio Napolitano, sfrecciava lontano da telecamere e taccuini. Una fuga che però viene parzialmente bloccata da un semaforo rosso, che viene però "bruciato" creando non pochi inconvenienti all'incrocio (il video). E qualcuno ha anche qualcosa da ridire...
Luca Fazzo - Gio, 11/07/2013 - 08:05
La toga milanese Galli ha bruciato le tappe per condannare in appello Berlusconi. Però in un anno non ha scritto le motivazioni della sentenza contro un maniaco. Per l'ex premier arrivò a ordinare le visite fiscali persino in ospedale
A margine del processo a Silvio Berlusconi per la vicenda dei diritti tv, emerge ieri un dettaglio destinato probabilmente a ridare fiato ai dubbi e alle polemiche di chi vede all'opera una giustizia a due velocità: agile ed efficiente nei confronti del Cavaliere, incredibilmente lenta in altri casi.
A rendere il tema particolarmente scivoloso, c'è la circostanza che stavolta non si tratta semplicemente di due facce del sistema giustizia, ma di due processi affidati proprio allo stesso giudice. E che si dimostra, in due casi diversi, giudice razzo e giudice lumaca. È il giudice che ha diretto a tappe forzate il processo d'appello a Berlusconi, e che però da oltre un anno non è riuscita a scrivere le motivazioni della condanna di un maniaco violentatore, con il risultato che il pericoloso soggetto è rimasto liberamente in circolazione.
Il giudice si chiama Alessandra Galli, ed è il magistrato che lo scorso 8 maggio nell'aula della seconda sezione penale lesse il dispositivo della sentenza che confermava in pieno la condanna per frode fiscale inflitta a Berlusconi in primo grado: quattro anni di carcere, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. È la sentenza che il prossimo 30 luglio approderà al vaglio della Cassazione, al termine di un tragitto processuale percorso a ritmi da Frecciarossa per evitare il rischio della prescrizione. A fare i salti mortali per evitare che i reati si inabissassero aveva iniziato Edoardo d'Avossa, il giudice del processo di primo grado, che era uscito dalla camera di consiglio con le motivazioni già scritte e le aveva lette tutte d'un fiato agli esterrefatti avvocati difensori.
Ma anche Alessandra Galli, quando il processo d'appello è stato assegnato alla sua sezione, ha dato il suo contributo decisivo per arrivare a sentenza in tempo utile: basta ricordare le visite fiscali inviate in ospedale per controllare se Berlusconi fosse davvero malato, i ripetuti dinieghi di rinvio per impedimento elettorale, le motivazioni della condanna depositate nel termine minimo previsto dal codice, e quasi mai rispettato nei processi normali, ovvero quindici giorni. E questa solerzia non termina con la fine del processo: è dalla Corte d'appello di Milano che parte all'inizio di luglio il segnale d'allarme sulla prescrizione anticipata che - dopo un articolo sul Corriere della Sera - porta la Cassazione ad anticipare al prossimo 30 luglio l'ultimo grado di giudizio.
Così raccontato, l'operato di Alessandra Galli risponde pienamente ai doveri di un magistrato, che ha anche il compito di evitare che i processi a lui affidati si trascinino all'infinito. Ma, poiché le energie umane non sono illimitate, le risorse mentali e organizzative che la dottoressa ha dovuto dedicare al processo per i diritti tv hanno avuto uno sgradevole effetto collaterale. Il giudice Galli doveva scrivere le motivazioni di un altro processo, assai meno noto al grande pubblico: il processo per stupro a carico di un dentista milanese, accusato di avere drogato le sue pazienti e avere ripetutamente abusato di loro.
Fu il figlio del dentista, da una schermata di computer dimenticata accesa, a scoprire le immagini delle poverette che il medico aveva immortalato durante gli abusi. Nel giugno dell'anno scorso il processo d'appello approda alla seconda sezione penale della Corte d'appello di Milano. Presidente è il giudice Flavio Lapertosa; Alessandra Galli è giudice a latere e relatore. Il 12 luglio la Corte dichiara il dentista colpevole del reato di violenza sessuale aggravata dallo stato di soggezione delle vittime, e gli infligge sette anni di carcere. Ma oggi, ad esattamente un anno di distanza dalla sentenza, il dentista è ancora a piede libero.
Sono stati davvero sfortunati: hanno finito la vernice proprio quando avrebbero dovuto cancellare la falce e martello. Il sindaco, Giuliano Pisapia, poi, deve essersi distratto. E così il graffito (o per meglio dire l'imbrattamento) è ancora lì su quel muro. E nessuno ha voglia di toglierlo. O meglio, i «Fratelli d'Italia» vorrebbero toglierlo eccome, ma il Comune no e la zona nemmeno. E per non farlo trovano le scuse più originali. Siamo in pieno centro, zona 1. L'enorme graffito raffigurante la falce e il martello, simbolo della storia comunista, si trova sui muri interni del Centro di Aggregazione Multifunzionale, di proprietà del Comune e gestito dal Consiglio di Zona. Tutti gli altri imbrattamenti sono stati ripuliti anche grazie a un'iniziativa cui ha partecipato anche il sindaco.
«L'iniziativa si è svolta lo scorso 26 maggio su proposta dell'Associazione Nazionale Antigraffiti - spiegano da Fratelli d'Italia - il sindaco e la presidente della Commissione verde di zona Elena Grandi si fecero fotografare mentre ripulivano i muri, però guarda caso gli unici murales che non hanno cancellato sono quei pochi a ridosso dell'area giochi dei bambini tra i quali spicca per dimensioni e colore rosso fuoco la gigantografia del simbolo di uno dei più atroci regimi totalitari di ogni tempo».
Il sindaco è stato proprio lì - spiega il capogruppo di Fdi in Zona 1 Simone Orlandi - ma si è dimenticato di ripulire il graffito comunista.
Orlandi ha presentato una mozione che chiedeva la pulizia del muro, ma due giorni fa è stata bocciata: «Il simbolo della falce e martello - dice - rappresenta un regime totalitario artefice di milioni di vittime in tutto il mondo e in un luogo del Comune, per di più intitolato a due magistrati, è oltremodo inopportuno che compaiano simboli politici. Inoltre al C.a.m. abbiamo realizzato un'iniziativa per dare un luogo di aggregazione alle badanti, provenienti dall'Est Europa, dove quel simbolo ha rappresentato morte e repressione».
«Le scuse che la maggioranza di Zona 1 ha sollevato - continua Orlandi - per giustificare il voto contrario sono molto originali: la presidente di Commissione ha detto che avevano finito la vernice, il presidente di Zona 1 Fabio Arrigoni ha sostenuto che il graffito è lì dal 1978 e quindi non si capisce perché bisogna rimuoverlo adesso, il presidente della Commissione C.A.M. Renato Pataccini ritiene che la falce e martello sia un simbolo del lavoro, Mattia Abdu del Pd crede che il quartiere Garibaldi deve tanto al PCI che ha il merito di avere conservato degli edifici e quindi sia giusto celebrarlo,
Filippo Sannazzaro ha tenuto a precisare che anche il crocefisso e il tricolore possono offendere e dare fastidio». «Questa vicenda - dichiara l'eurodeputato di Fdi Carlo Fidanza - dimostra ancora una volta l'alto tasso di ideologia e di arroganza che guida la maggioranza arancione, a cui fa da contraltare l'assoluta debolezza nel governo della città». «La cosiddetta rivoluzione arancione di Pisapia - ha aggiunto Marco Osnato, capogruppo in Comune - è pervasa da ottusità di carattere ideologico».
Ad aprile di otto anni fa andai a Malacappa - la tenuta dove venne ucciso Leandro Arpinati - perché, a 60 anni dalla morte, la combattiva figlia Giancarla e la nipote Susanna Cantamessa erano decise a installare una lapide a fianco alla casa: «In questo luogo il XXII aprile MXMXLV vennero vigliaccamente assassinati da “partigiani” comunisti Leandro Arpinati e Torquato Nanni». Non avrei scommesso che la lapide sarebbe durata a lungo, invece è ancora lì, sotto una tettoia modesta quando la frase è dura: al pari delle donne di casa Arpinati. La moglie Rina, che per la sua distaccata bellezza era il cruccio di molte mogli di gerarchi; Giancarla, che assistette all'assassinio del padre, Susanna, che vive ancora lì.
Lì incontrai anche Brunella Dalla Casa, allora direttrice dell'Istituto per la Storia della Resistenza nella Provincia di Bologna e studiosa, «da sinistra», del caso Arpinati. Stava lavorando al «libro della vita», il saggio Leandro Arpinati. Un fascista anomalo, ora finalmente pubblicato (il Mulino). Era un fascista talmente anomalo che Mussolini, poco prima della morte, disse: «Se non ci fossimo incontrati, sarebbe probabilmente rimasto un bravo e innocuo anarchico. Si era trasformato in un cattivo fascista ed ora è liberale, in ritardo di cinquant'anni.
Mi dicono che treschi coi partigiani». Arpinati era nato nel 1892 a Civitella di Romagna, a pochi chilometri dalla Predappio del duce, che aveva nove anni più di lui. Famiglia povera, autodidatta, diventò elettricista a Torino, prima sindacalista del Psi, poi anarchico-individualista e antisocialista. Fu tra i primi futuri fascisti a «incontrare» Mussolini, nel 1910, quando il comune di Civitella, per l'inaugurazione del nuovo mercato, chiamò a tenere un comizio il giovane socialista già famoso nella zona e gli anarchici di Arpinati lo accolsero a insulti.
A metterli di nuovo in contatto, poi, fu Torquato Nanni, classe 1888, di Santa Sofia, sempre in zona, che già nel 1910 era mussoliniano, ma che rimarrà sempre socialista. Nel primo dopoguerra Arpinati passò direttamente dall'anarchia al fascismo, anzi fu capo militare dello squadrismo bolognese, implacabile anche se non gli si possono addebitare episodi efferati. Dopo la marcia su Roma, Arpinati è convinto che si debba abbandonare la violenza, e dal '24 comincia la sua ascesa nel regime, benché non amasse le divise. Sottosegretario del Pnf nel '26, podestà di Bologna nel '27, Mussolini lo volle sottosegretario all'Interno nel '29 con funzioni di ministro.
Divenuto uno degli uomini più potenti d'Italia, Arpinati riferiva ogni giorno a Mussolini, che più volte dimostrò di averne vera soggezione, tanto l'altro lo trattava con franchezza. Mario Missiroli notò che l'assoluta mancanza di adulazione era già un'implicita manifestazione di disaccordo. All'ascesa di Hitler si rivelò subito antinazista. Renzo De Felice lo definisce «un uomo molto retto, spregiudicato legato a Mussolini ma senza piaggeria alcuna, politicamente un puro». I suoi avversari dentro il regime erano molti e il 3 maggio 1933 Achille Storace, ancora vicesegretario del Pnf, scrisse a Mussolini una lettera dove lo definisce «Stalin del fascismo» che avrebbe meritato «la legnatura o le manette».
Il giorno dopo Mussolini lo costrinse alle dimissioni per generici «motivi personali»: gli uomini alla Starace gli servivano più di quelli alla Arpinati. Non solo. Nel 1934 la Commissione per il confino gli infligge cinque anni per presunta contrarietà «alle direttive del Regime». Ne scontò più di due a Lipari prima di ottenere il permesso di tornare nella sua tenuta di Malacappa come sorvegliato speciale: Arpinati non volle mai chiedere perdono a Mussolini, gesto che gli sarebbe valso tutt'altro trattamento: Nanni, confinato già prima dell'amico, scrisse una lettera di supplica al duce e tornò a casa nel '35.
L'8 ottobre 1943 il Duce lo fa prelevare per incontrarlo nella sua Rocca delle Caminate, e esordisce, come niente fosse: «Leandro, sono molti anni che non ci vediamo; ho molte cose da dirti». «Il passato non conta, abbiamo ben altro da discutere», risponde Arpinati. Il Duce gli offre il ministero dell'Interno, ma Arpinati non cede. Quando, in seguito, Mussolini seppe dei suoi rapporti con le forze di Liberazione, commentò: «Arpinati si illude. È nella nostra stessa barca e quando noi andremo a fondo ci andrà anche lui».
Leandro infatti era tranquillo, al massimo si aspettava un processo dopo la guerra. Aveva stretto un accordo con i partigiani perché lo lasciassero in pace (benché continuasse a dichiararsi anticomunista), e ospitava nella sua tenuta - dove erano acquartierati i tedeschi - ogni genere di antifascista. Il 21 aprile 1945 il generale tedesco acquartierato a Malacappa disobbedisce all'ordine di resistere a oltranza, per salvare la famiglia che lo ha ospitato, e si ritira. È alle 11 di mattina che arriva un camioncino della protezione antiaerea. Di fronte a Arpinati, Nanni, Giancarla, un'amica e Mario Lolli, segretario dell'ex ras, scendono quattro uomini e due donne.
Si saprà dopo che appartengono alla Settima Gap locale di Castelmaggiore, Brigata Garibaldi. «Dov'è Arpinati», chiede uno. «Sono io», risponde senza paura facendo un passo avanti. Un partigiano gli punta il mitra alla fronte. «Dai, ammazzalo», urlano le due partigiane, secondo il ricordo di Giancarla. Secondo un'altra testimone, fu una sola delle donne a gridare invece: «Arpinati ha ucciso mio padre». Nella concitazione che segue Lolli viene gravemente ferito, Nanni ammazzato con un colpo alla nuca (probabilmente il brigatista non sa neppure di uccidere così uno dei più puri antifascisti del ventennio) e Arpinati abbattuto con una raffica sul viso.

References: Sentenza 
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