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Timestamp: 2020-05-28 03:57:46+00:00

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Cassazione sentenza n. 27390 del 6 dicembre 2013 - Licenziamento disciplinare e per giustificato motivo necessità dell'immediatezza della contestazione - Studio Cerbone
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 06 dicembre 2013, n. 27390
Lavoro – Licenziamento disciplinare – Immediatezza della contestazione – Licenziamento per giusta causa e per giustificato motivo – Necessità per entrambi
Con sentenza n. 5864/2007 il Giudice del lavoro del Tribunale di S. Maria Capua Vetere, pronunciando sulle cause riunite promosse da S.G. con ricorsi in data 4-8-1999 e 11-12-2002 nei confronti di Banca Intesa Sanpaolo s.p.a. (già Banca Intesa s.p.a., ex Banca Commerciale Italiana s.p.a.), in parziale accoglimento del primo ricorso dichiarava l’illegittimità del licenziamento intimato all’attore il primo febbraio 1999 e rigettava la domanda di cui al secondo ricorso (concernente l’impugnazione del successivo recesso comunicato con lettera del 26-4-2001, relativo a falsità di firme apposte per garanzia, a nome di tale P.E. nell’interesse di un cliente della Banca, a favore del quale era stata concessa un’apertura di credito), condannando quindi la Banca al pagamento di tutte le retribuzioni maturate (nella somma mensile indicata) dal primo licenziamento sino all’epoca del secondo recesso, oltre interessi e rivalutazione dalla maturazione al saldo.
Il G., con ricorso del 10-10-2008, proponeva appello avverso la detta sentenza, chiedendone la riforma con l’annullamento del secondo licenziamento, con le pronunce consequenziali, lamentando l’insussistenza di tale secondo recesso in pendenza del giudizio avente ad oggetto l’impugnativa del primo licenziamento, la infondatezza del relativo addebito nonché la violazione di principi di immodificabilità e di immediatezza della contestazione.
La società appellata si costituiva resistendo all’appello principale e proponendo appello incidentale, contestando la pronuncia di primo grado per la parte in cui aveva accolto la prima domanda, relativa al primo licenziamento, per violazione del principio del l’immediatezza. La società sosteneva inoltre la piena legittimità del secondo licenziamento, in pendenza del giudizio sulla legittimità del primo, nonché la sua piena efficacia, nel caso di annullamento del primo, e deduceva l’inammissibilità della eccezione di controparte circa la pretesa tardività del secondo recesso, per la prima volta formulata in appello, concludendo per il rigetto di ogni avversa domanda o, in subordine, per il rigetto dell’appello principale.
In sintesi la Corte territoriale confermava la illegittimità del primo licenziamento, per la tardività della contestazione del 25-6-1998 e la infondatezza della contestazione del 26-11-1998 la legittimità del secondo licenziamento.
In particolare su quest’ultimo la Corte rilevava che l’atto di coobbligazione del 2-12-1996, oggetto della contestazione, era proprio quello le cui tre sottoscrizioni furono disconosciute dalla P. nel giudizio di opposizione avverso il d.i. chiesto dalla Banca, disconoscimento peraltro confermato in questo giudizio dalla stessa P. sentita come teste (non risultando peraltro ciò contraddetto dalla relazione del c.t.u,, nonostante la impropria denominazione di fideiussione e l’impreciso riferimento alla data successiva del Visto dell’atto stesso). La Corte infine rilevava la tardività e la infondatezza dell’eccezione relativa al ritardo della relativa contestazione.
Con il primo motivo del ricorso principale il G. denuncia violazione degli artt. 7 e 18 della legge n. 300 del 1970 per aver la Corte di merito ritenuto del tutto valido, legittimo ed efficace il secondo licenziamento intimato con lettera del 26-4-2001, in pendenza del giudizio di primo grado avente ad oggetto l’impugnativa del primo licenziamento non ancora annullato dal Giudice del lavoro, senza tener conto che lo stesso andava ad incidere su un rapporto inesistente perché non ancora costituito dalla sentenza di annullamento del primo recesso.
In particolare il ricorrente (richiamando le pronunce di questa Corte n. 5092/2001, 10394/2005 e 5125/2006) rileva che l’azione di annullamento del licenziamento ha natura costitutiva e pertanto fino all’eventuale sentenza di accoglimento e salvi gli effetti retroattivi di questa, il negozio produce regolarmente i suoi effetti, con la conseguenza che al licenziamento segue la cessazione del rapporto di lavoro e che un ulteriore licenziamento intimato in corso di causa e prima della sentenza di accoglimento, deve considerarsi privo di ogni effetto per l’impossibilità di adempiere la sua funzione; né la sentenza di annullamento fa acquisire allo stesso efficacia, operando la retroattività solo in relazione alla ricostituzione del rapporto e non anche alle manifestazioni di volontà datoriali poste in essere quando il rapporto di lavoro era ormai estinto.
Con il secondo motivo il ricorrente principale lamenta vizio di motivazione sul punto, in sostanza non essendosi la Corte di merito preoccupata di specificare e motivare perché la dichiarazione di annullamento debba come sua conseguenza costituire, attraverso un fictio juris e con efficacia retroattiva il rapporto di lavoro in ogni sua forma e dunque anche rispetto ai risvolti economici, contributivi e disciplinari.
Come è stato affermato da Cass. 14-9-2009 n. 19770, “il licenziamento illegittimo intimato ai lavoratori ai quali sia applicabile la tutela reale non è idoneo ad estinguere il rapporto al momento in cui è stato intimato, determinando solamente una interruzione di fatto del rapporto di lavoro senza incidere sulla sua continuità e permanenza. Ne consegue che, ove venga irrogato un secondo licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo, fondato su fatti diversi da quelli posti a sostegno del primo provvedimento di recesso, i relativi effetti si produrranno solo nel caso in cui il precedente recesso venga dichiarato illegittimo.”
In specie come è stato precisato da Cass. 20-1-2011 n. 1244 e va qui ribadito, “in tema di rapporto di lavoro subordinato, il datore di lavoro, qualora abbia già intimato al lavoratore il licenziamento per una determinata causa o motivo, può legittimamente intimargli un secondo licenziamento, fondato su una diversa causa o motivo, restando quest’ultimo del tutto autonomo e distinto rispetto al primo, con la conseguenza che entrambi gli atti di recesso sono in se astrattamente idonei a raggiungere lo scopo della risoluzione del rapporto, dovendosi ritenere il secondo licenziamento produttivo di effetti solo nel caso in cui venga riconosciuto invalido o inefficace il precedente” (sulla ammissibilità di un nuovo licenziamento per altra causa o motivo, con efficacia condizionata all’eventuale declaratoria di illegittimità del primo, v. anche Cass. 23-12-2011 n. 28703, Cass. 4-1-2013 n. 106; sulla ammissibilità in linea generale anche di una rinnovazione del licenziamento v. Cass. 6-11-2006 n. 23641, Cass. 6-3-2008 n. 6055, Cass. 19-3-2013).
In particolare, nel disattendere il precedente diverso indirizzo (ora invocato dal ricorrente) in base al quale, nell’area della stabilità reale, un secondo licenziamento, ove irrogato prima dell’annullamento del precedente licenziamento, sarebbe privo di effetto, in quanto interverrebbe su un rapporto non più esistente, questa Corte (v. Cass. n. 6055/2008, Cass. n. 1244/2011, citate) ha rilevato che tale impostazione non appare condivisibile poiché si limita a considerare solamente l’aspetto degli effetti caducatori della pronunzia di illegittimità del licenziamento per carenza di giusta causa o giustificato motivo, enfatizzando il dato testuale della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 1 (nel testo introdotto dalla L. n. 108 del 1990), a proposito della qualificazione di azione di annullamento dell’impugnazione del recesso per giusta causa o giustificato motivo (“il giudice, con la sentenza con cui… annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo…”), senza tenere conto del significato complessivo della norma. La norma, infatti, prevede che nel caso di annullamento del recesso disposto dal giudice per mancanza di giusta causa o giustificato motivo, scattino a favore del lavoratore una serie di conseguenze favorevoli per il lavoratore (reintegrazione nel posto di lavoro, pagamento di un’indennità pari alla retribuzione di fatto che sarebbe maturata tra il licenziamento e la reintegrazione, versamento dei contributi previdenziali per il periodo tra licenziamento e reintegrazione) che postulano che il rapporto medio tempore sia continuato, seppure solamente de iure. In altre parole, non può negarsi che l’annullamento abbia natura costitutiva e che gli effetti della pronunzia abbiano effetto ex tunc; tuttavia, esso interviene in una situazione in cui il rapporto non è stato interrotto dal licenziamento (si veda in tal senso Corte Cost. 14.1.86 n. 7.
Del resto incisivamente è stato affermato che il licenziamento illegittimo non è idoneo ad estinguere il rapporto al momento in cui è stato intimato “determinando unicamente una sospensione della prestazione dedotta nel sinailagma a causa del rifiuto del datore di ricevere la prestazione stessa, sino a quando, a seguito del provvedimento di reintegrazione del giudice, non venga ripristinata la situazione materiale antecedente al licenziamento” (Cass. 4.11.00 n. 14426).
Può ritenersi, dunque, che il licenziamento illegittimo, intimato a – lavoratori per i quali è applicabile la tutela cosiddetta reale, determina solo un’interruzione di fatto del rapporto di lavoro, ma non incide sulla sua continuità, assicurandone la copertura retribuiva e previdenziale, di modo che “il recesso illegittimo non può valere ad escludere la debenza, dei contributi previdenziali sulle retribuzioni dovute al lavoratore reintegrato” (Cass. 1.3.05 n. 4261).
Con il primo motivo e con il secondo motivo, connessi fra loro, la ricorrente incidentale censura, sotto i profili del vizio di motivazione e della violazione dell’art. 7 L. n. 300/1970, l’impugnata sentenza nella parte in cui ha ritenuto la tardività della contestazione del 25-6-1998 relativa al primo licenziamento, nonostante la complessità degli accertamenti necessari e della struttura organizzativa della Banca.
Come questa Corte ha più volte affermato, “in tema di licenziamento per giusta causa, l’immediatezza della comunicazione del provvedimento espulsivo rispetto al momento della mancanza addotta a sua giustificazione, ovvero rispetto a quello della contestazione, si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, in quanto la non immediatezza della contestazione o del provvedimento espulsivo induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la colpa del lavoratore; peraltro, il requisito della immediatezza deve essere inteso in senso relativo, potendo in concreto essere compatibile con un intervallo di tempo, più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso, restando comunque riservata al giudice del merito la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustifichi o meno il ritardo, (v. Cass. 1-7-2010 n. 15649, cfr. Cass. 6-10-2005 n. 19424, Cass. 15-5-2006 n. 11100).
Orbene, sul punto la sentenza impugnata ha evidenziato che “nella fattispecie sin dall’esito (novembre 1997) della prima ispezione (iniziata nel settembre 1997) la Banca ebbe conoscenza di varie pratiche curate dal dr. G. nel settore creditizio in modo anomalo, comunque ritenute non rispondenti a regole interne organizzative, eppure si limitò a trasferire il dipendente da S. Antimo alla filiale di Caserta” e “nonostante i chiarimenti chiesti all’interessato e da costui forniti con lettera del 9-12-1997, lasciò trascorrere un lungo lasso di tempo prima di avviare la contestazione di cui alla missiva del 25-6-1998, ciò che invece ben avrebbe potuto ragionevolmente fare già molto tempo prima.
Peraltro la Corte di merito ha altresì rilevato che il tempo trascorso non poteva essere giustificato né dall’esigenza di controllare dettagliatamente tutte le pratiche curate dal dipendente sospette d’irregolarità, disponendo parte datoriale di elementi sufficienti per poter seriamente ipotizzare e quindi contestare formalmente gli addebiti rilevanti ai fini del possibile licenziamento, né dal fatto che i diretti superiori gerarchici del lavoratore avessero omesso di riferire tempestivamente agli organi titolari del potere disciplinare, considerato anche che la prima lettera di contestazione proveniva direttamente dalla Filiale di Caserta (a differenza della seconda proveniente da Milano).
Il motivo è dei tutto infondato giacché è evidente che la Corte di merito, avendo accertato e dichiarato la tardività di tale contestazione, correttamente ha ritenuto assorbito ogni ulteriore esame nel merito in ordine ai relativi addebiti.
Infine con il quinto motivo la ricorrente incidentale, sempre con riguardo al primo licenziamento, lamenta vizio di motivazione in relazione agli addebiti di cui alla seconda contestazione del 26-11-1998, concernenti i periodi di assenza dal lavoro per malattia dal 31 luglio al 24 novembre 1998 e la pretesa insussistenza della sindrome ansioso depressiva addotta.
Anche tale motivo è infondato giacché la Corte di merito sul punto ha rilevato che le certificazioni mediche addotte provenivano quasi tutte da struttura ospedaliera pubblica e che, in seguito, nemmeno sono risultate smentite dalle visite fiscali di controllo dell’INPS, che hanno confermato pure le diagnosi. La Corte ha altresì aggiunto che la datrice di lavoro, sulla quale incombeva l’onere probatorio circa la sussistenza dell’addebito, “nulla ha dimostrato, nemmeno a livello indiziario, per infirmare i documentati stati patologici ostativi alle prestazioni dovute”.
Riunisce i ricorsi, li rigetta e compensa le spese.
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