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Timestamp: 2017-08-20 21:14:15+00:00

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T.A.R. Umbria, Sezione I, 1 agosto 2013
1. Secondo parte della giurisprudenza (cfr. T.A.R. Puglia, Bari, Sez. II, 11 aprile 2012, n. 705; T.A.R. Lombardia, Milano. Sez. IV, 8 settembre 2010, n. 5159), la presentazione di una domanda di accertamento di conformità o sanatoria, a fronte di un provvedimento di demolizione in precedenza emesso, farebbe venir meno l’efficacia dell’ordine repressivo, dovendo quest’ultimo venir sostituito o dalla concessione in sanatoria, o, nell’ipotesi di diniego di sanatoria, da un nuovo provvedimento sanzionatorio: ciò, poiché il riesame dell’abusività dell’opera, per verificarne l’eventuale sanabilità, comporterebbe la (necessaria) formazione di un nuovo provvedimento, che varrebbe, in ogni caso, a superare l’ordine di demolizione in origine adottato dalla P.A., con il corollario dell’improcedibilità del ricorso avente ad oggetto il suddetto ordine di demolizione. Secondo altra giurisprudenza, tuttavia, la presentazione di un’istanza di accertamento di conformità non rende invalida l’ordinanza demolitoria, ma la pone in uno stato di temporanea quiescenza, con la conseguenza che, in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l’ordinanza di demolizione viene travolta dalla successiva contraria e positiva determinazione dell’Amministrazione, mentre in caso di rigetto anche silenzioso dell’istanza stessa, la pregressa ordinanza di demolizione riacquista efficacia (cfr. T.A.R. Campania, Napoli, Sez. II, 6 luglio 2012, n. 3249; T.A.R. Calabria, Catanzaro, Sez. I, 5 luglio 2012, n. 701). Il Collegio ritiene di aderire a questa seconda opzione ermeneutica, il che comporta che la presentazione della D.I.A. in sanatoria, ad opera della sig.ra Ruco, non ha reso improcedibile il ricorso originario dalla stessa presentato avverso l’ingiunzione di demolizione, ma solo che il termine per eseguire la demolizione è decorso dalla comunicazione del provvedimento di rigetto della sanatoria (rectius, della declaratoria di inefficacia della D.I.A.).
2. Il cd. preavviso di rigetto ex art. 10-bis cit., non è compatibile con lo schema procedimentale incentrato sulla D.I.A., ora S.C.I.A. (cfr., ex plurimis, C.d.S., Sez. IV, 12 settembre 2007, n. 4828; T.A.R. Trentino Alto Adige, Trento, Sez. I, 9 febbraio 2012, n. 50), né, del resto, la D.I.A. è assimilabile all’istanza di parte, a cui – come già osservato – ha esclusivo riguardo il citato art. 10-bis (T.A.R. Liguria, Sez. I, 22 febbraio 2010, n. 663).
La sig.ra Maria Antonietta Ruco espone di essere proprietaria di un appartamento al piano attico di una palazzina condominiale sita in Terni, via dello Stadio n. 67.
In data 17 dicembre 2001 l’esponente presentava al Comune di Terni la D.I.A. prot. n. 91773, per lavori di restauro e risanamento conservativo concernenti parti comuni dell’edificio (ed in specie, il tetto), stanti le infiltrazioni continue di acqua proveniente dalla copertura dell’edificio.
Con nota prot. n. 0221143 del 27 novembre 2008 il Comune di Terni comunicava, però, l’avvio del procedimento di annullamento della D.I.A. sopracitata.
Dopo un’ampia istruttoria procedimentale – puntualmente esposta nel ricorso – il Comune di Terni perveniva ad adottare la nota prot. n. 21385 del 5 febbraio 2011, con la quale, accertata l’esistenza di opere eseguite in difformità rispetto alla D.I.A. in parola, ingiungeva la demolizione delle opere abusive ed il ripristino dello stato dei luoghi.
Avverso la suddetta ingiunzione è insorta la sig.ra Ruco, impugnandola con il ricorso originario in epigrafe e chiedendone l’annullamento, previa sospensione dell’esecuzione.
A supporto del gravame la ricorrente ha dedotto i seguenti motivi:
- violazione e falsa applicazione degli artt. 3, 41 e 97 Cost., nonché degli artt. 3, 6, 7, 8, 9 e 10 della l. n. 241/1990, poiché: a) l’ingiunzione impugnata non sarebbe stata preceduta dalla comunicazione di avvio del relativo procedimento, tenuto conto del fatto che l’ingiunzione si baserebbe non su una (pretesa) illegittimità della D.I.A., ma su una contestazione del tutto nuova, consistente nell’asserita abusività di parte delle opere eseguite; b) essendo il tetto oggetto dell’intervento bene condominiale, l’ingiunzione avrebbe dovuto avere come destinatari tutti i legittimi proprietari;
- violazione e falsa applicazione degli artt. 3 e 21-quinquies della l. n. 241/1990, eccesso di potere per travisamento dei fatti, erroneità dei presupposti, illogicità ed irragionevolezza, in quanto la P.A. avrebbe erroneamente ritenuto abusive talune delle opere eseguite (in particolare, la realizzazione di uno spessore in calcestruzzo di cm. 8/16 e l’inserimento nel medesimo di una rete elettrosaldata). Si tratterebbe, invece, di opere ricomprese in quelle oggetto della D.I.A. (consistenti nel rifacimento dell’impermeabilizzazione del tetto a terrazzo e nel rifacimento della pavimentazione del terrazzo calpestabile), essendo volte a consolidare la predetta impermeabilizzazione. Né tali opere avrebbero inciso sulle caratteristiche di statica del fabbricato (o, almeno, la P.A. non ne avrebbe dimostrato la pericolosità per l’incolumità pubblica) e comunque non sarebbero state sottoposte agli adempimenti previsti dalla normativa antisismica, poiché anteriori al 1° luglio 2009. Inoltre, la P.A. non avrebbe valutato la proporzionalità tra il provvedimento emanato ed il suo impatto su una situazione ormai consolidata ed avrebbe eseguito i rilievi posti alla base del provvedimento stesso con modalità non scientifiche né nel metodo, né nel merito;
- violazione e falsa applicazione dell’art. 9, comma 2, della l.r. n. 21/2004, perché nel caso di specie la riduzione in pristino non sarebbe possibile, per essere l’intervento eseguito volto a rimediare alle infiltrazioni di acqua patite dalla ricorrente nel proprio appartamento. Se poi il provvedimento fosse sorretto da ragioni non edilizie, ma di sicurezza e salute pubblica, sarebbe affetto da incompetenza, in quanto emanato dal dirigente e non dal Sindaco.
Si è costituito in giudizio il Comune di Terni, depositando memoria con documentazione allegata e concludendo per il rigetto del ricorso, previo rigetto dell’istanza cautelare.
Nella Camera di consiglio del 18 maggio 2011 il Collegio, considerato ad un sommario esame non sussistenti i presupposti per l’adozione di misure cautelari (in ragione della presentazione, da parte della ricorrente, di istanza di accertamento di conformità relativa alle parti dell’intervento eseguite in difformità dalla D.I.A.), con ordinanza n. 72/2011 ha respinto l’istanza cautelare.
Con motivi aggiunti depositati il 6 dicembre 2011 la sig.ra Ruco ha impugnato (unitamente agli atti presupposti, collegati e connessi specificati in epigrafe) il provvedimento del Comune di Terni prot. n. 161002 del 4 novembre 2011, recante declaratoria di inefficacia della D.I.A. in sanatoria prot. n. 89068 del 17 giugno 2011 e riattivazione del termine per l’ottemperanza all’ingiunzione oggetto del gravame originario.
Nello specifico, il diniego di efficacia della sanatoria si basa sul fatto che l’intervento di rifacimento del solaio di copertura dello stabile costituirebbe “un elemento di vulnerabilità del fabbricato” e, per conseguenza, un “pericolo per la pubblica incolumità”. Più in particolare, detto intervento avrebbe “indotto sulle strutture del solaio di copertura e su quelle correlate un notevole aumento dei carichi permanenti non strutturali”, senza che si fosse proceduto ad alcuna previa verifica di sicurezza degli elementi strutturali in discorso.
A supporto dei motivi aggiunti, con cui ha domandato l’annullamento, previa sospensione, degli atti impugnati, la ricorrente ha dedotto le seguenti ulteriori censure:
- violazione e falsa applicazione degli artt. 3, 41 e 97 Cost., nonché degli artt. 3, 6, 7, 8, 9, 10 e 10-bis della l. n. 241/1990, invalidità derivata, in quanto la P.A. non avrebbe fatto precedere il diniego impugnato dal cd. preavviso di rigetto ex art. 10-bis della l. n. 241/1990, senza che sul punto possa applicarsi l’art. 21-octies della stessa l. n. 241. Sotto altro profilo, gli atti censurati non recherebbero alcuna verifica tecnica, o prova, atta a supportare la motivazione che l’intervento per cui si è negata la sanatoria costituisce elemento di vulnerabilità del fabbricato e, perciò, un pericolo per la pubblica incolumità, né vi sarebbe alcuna confutazione della perizia tecnica allegata alla D.I.A. in sanatoria, cosicché l’impugnata declaratoria di inefficacia della D.I.A. sarebbe affetta da difetto di istruttoria, erroneità dei presupposti e travisamento dei fatti;
- invalidità derivata, per gli stessi vizi da cui sarebbe affetto il provvedimento impugnato con l’atto introduttivo del giudizio (che la ricorrente pedissequamente ripropone).
Si è costituita in giudizio la Provincia di Terni, depositando memoria con documentazione allegata e concludendo per la reiezione del gravame.
Anche il Comune di Terni ha depositato memoria, insistendo per la reiezione dei motivi aggiunti e della connessa istanza cautelare.
Su richiesta delle parti, l’istanza cautelare formulata con i motivi aggiunti è stata riunita al merito.
In vista dell’udienza di discussione della causa le parti hanno depositato memorie, insistendo nelle rispettive conclusioni.
La ricorrente ed il Comune di Terni hanno depositato, altresì, memorie di replica.
All’udienza del 31 ottobre 2012 la causa è stata trattenuta in decisione.
Con il gravame originario la ricorrente impugna il provvedimento che le ha ingiunto di demolire le opere realizzate in difformità dalla D.I.A. dalla stessa presentata in data 17 dicembre 2001 (prot. n. 91773) e di ripristinare lo stato dei luoghi.
Con i motivi aggiunti la ricorrente impugna, poi, unitamente agli atti presupposti e connessi indicati in epigrafe, la declaratoria di inefficacia della D.I.A. presentata in sanatoria per le suindicate opere difformi.
In via preliminare il Collegio deve verificare se la presentazione della D.I.A. in sanatoria abbia o no prodotto effetti sul ricorso originario, in specie se ne abbia determinato o meno l’improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse alla sua decisione.
Infatti, secondo parte della giurisprudenza (cfr. T.A.R. Puglia, Bari, Sez. II, 11 aprile 2012, n. 705; T.A.R. Lombardia, Milano. Sez. IV, 8 settembre 2010, n. 5159), la presentazione di una domanda di accertamento di conformità o sanatoria, a fronte di un provvedimento di demolizione in precedenza emesso, farebbe venir meno l’efficacia dell’ordine repressivo, dovendo quest’ultimo venir sostituito o dalla concessione in sanatoria, o, nell’ipotesi di diniego di sanatoria, da un nuovo provvedimento sanzionatorio: ciò, poiché il riesame dell’abusività dell’opera, per verificarne l’eventuale sanabilità, comporterebbe la (necessaria) formazione di un nuovo provvedimento, che varrebbe, in ogni caso, a superare l’ordine di demolizione in origine adottato dalla P.A., con il corollario dell’improcedibilità del ricorso avente ad oggetto il suddetto ordine di demolizione.
Secondo altra giurisprudenza, tuttavia, la presentazione di un’istanza di accertamento di conformità non rende invalida l’ordinanza demolitoria, ma la pone in uno stato di temporanea quiescenza, con la conseguenza che, in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l’ordinanza di demolizione viene travolta dalla successiva contraria e positiva determinazione dell’Amministrazione, mentre in caso di rigetto anche silenzioso dell’istanza stessa, la pregressa ordinanza di demolizione riacquista efficacia (cfr. T.A.R. Campania, Napoli, Sez. II, 6 luglio 2012, n. 3249; T.A.R. Calabria, Catanzaro, Sez. I, 5 luglio 2012, n. 701). Il Collegio ritiene di aderire a questa seconda opzione ermeneutica, il che comporta che la presentazione della D.I.A. in sanatoria, ad opera della sig.ra Ruco, non ha reso improcedibile il ricorso originario dalla stessa presentato avverso l’ingiunzione di demolizione, ma solo che il termine per eseguire la demolizione è decorso dalla comunicazione del provvedimento di rigetto della sanatoria (rectius, della declaratoria di inefficacia della D.I.A.).
Passando al merito del gravame originario, osserva il Collegio che nessuna delle censure formulate a mezzo di esso può trovare accoglimento.
È infondato, anzitutto, il primo motivo, sia nella parte in cui censura la mancata comunicazione di avvio del procedimento sfociato nell’ordine di demolizione, sia nella parte in cui lamenta l’erronea individuazione dei destinatari del provvedimento sanzionatorio.
Invero, sotto il primo profilo, pur dovendosi respingere l’eccezione della difesa comunale, secondo cui l’avvio del procedimento sarebbe stato comunicato con nota prot. n. 0221143 del 27 novembre 2008, poiché tale nota aveva ad oggetto il distinto procedimento di annullamento della D.I.A. prot. n. 91773 del 17 dicembre 2001, deve tuttavia richiamarsi il consolidato indirizzo giurisprudenziale, in base al quale l’esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce attività vincolata della P.A.: ne consegue che i relativi provvedimenti, quali l’ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati, per la cui adozione non è necessario l’invio di comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell’atto (cfr., ex multis, C.d.S, Sez. IV, 18 settembre 2012, n. 4945; id., Sez. V 6 giugno 2012, n. 3337; id., Sez. IV, 10 agosto 2011, n. 4764). Ciò, tanto più alla luce dell’art. 21-octies, comma 2, della l. n. 241/1990, dal quale si desume che il provvedimento impugnato, avente natura vincolata, non è annullabile per vizi procedimentali (tra cui rientra indubbiamente l’omessa comunicazione di avvio del procedimento) quando – come nel caso di specie, secondo quanto si vedrà infra – risulti la correttezza sostanziale dello stesso (cfr., con specifico riferimento all’ordine di demolizione, T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I, 10 maggio 2010, n. 10470).
Con riferimento, poi, al secondo profilo, appare senz’altro da condividere l’obiezione del Comune di Terni, che ha evidenziato come sia incontestato e risulti dalla documentazione in atti che autrice dell’intervento represso sia unicamente la ricorrente sig.ra Ruco: donde la palese infondatezza della censura, atteso che, in disparte i dubbi sulla legittimazione passiva del proprietario non responsabile ad eseguire l’ordine di demolizione, è indiscutibile che destinatario dei provvedimenti sanzionatori degli abusi edilizi sia il responsabile dell’abuso (cfr. T.A.R. Campania, Napoli, Sez. II, 14 febbraio 2011, n. 932).
Venendo al secondo motivo del ricorso originario, deve osservarsi, anzitutto, che non è seriamente contestabile la difformità delle opere eseguite rispetto alla D.I.A. presentata (come, del resto, si può desumere anche dalla successiva proposizione di una D.I.A. in sanatoria): sul punto pare decisiva la constatazione delle difformità tra quanto accertato dai tecnici dell’Amministrazione provinciale (v. i docc. nn. 10, 11 e 12 della Provincia di Terni, nonché la nota della predetta Provincia prot. n. 21966 del 24 aprile 2012), da un lato, e la relazione tecnico-illustrativa dell’intervento allegata alla D.I.A. (a firma del professionista incaricato dalla ricorrente, ing. Santori), nonché l’ulteriore relazione che il medesimo professionista ha trasmesso in data 18 febbraio 2009, dall’altro lato.
Più in dettaglio, i tecnici dell’Ufficio Vigilanza sulle costruzioni della Provincia di Terni, in sede di sopralluogo eseguito in loco il 16 aprile 2009 (mentre un precedente sopralluogo non aveva potuto comprendere l’accesso al solaio di copertura), accertavano la presenza di uno strato di calcestruzzo avente spessore da cm. 8 (secondo il saggio n. 2) a cm. 16 (secondo il saggio n. 1), oltre che di una rete elettrosaldata, ritenendo che tali opere (non elencate analiticamente nella D.I.A.) comportassero un aumento rilevante dei carichi permanenti sul solaio di copertura. Il Comune di Terni, a sua volta, con il provvedimento gravato ha escluso che le opere in discorso potessero ricondursi ai concetti di “rifacimento dell’impermeabilizzazione del tetto a terrazzo” e di “rifacimento della pavimentazione del terrazzo calpestabile”, contenuti nella relazione tecnico-illustrativa dell’intervento, allegata alla D.I.A. prot. n. 91773 del 17 dicembre 2001.
Dal canto suo, l’ing. Santori ha riconosciuto – unicamente nella terza ed ultima relazione, datata 24 maggio 2011 (v. doc. n. 4 della Provincia di Terni) – la posa in opera, volta al buon esito dei lavori di impermeabilizzazione, di un massetto di calcestruzzo sul solaio di copertura, con dimensioni di 16 mc., finalizzato a consentire la saldatura dei fogli impermeabili alla superficie sottostante. Nella precedente relazione del febbraio 2009, invece, il citato professionista aveva parlato di un massetto di calcestruzzo alleggerito di circa 1 cm., ottenuto tramite mescola di cemento con EPS (polistirene espanso sinterizzato), il cui inserimento non avrebbe variato apprezzabilmente i carichi già presenti, incidendo in misura assai trascurabile: si legge, infatti, nella suddetta relazione che il peso di quanto aggiunto avrebbe gravato per circa 0,00015 kg per centimetro quadrato. Soprattutto, né nella D.I.A. del 2001, né nella relazione descrittiva dell’intervento, ad essa allegata, viene fatta menzione della posa del poc’anzi descritto massetto di calcestruzzo e della rete elettrosaldata.
Alla luce di quanto esposto, appare dunque corretta la conclusione del Comune di Terni, contenuta nell’ingiunzione impugnata, secondo cui l’inserimento dello strato di calcestruzzo con spessore di cm. 8/16 e la realizzazione della rete elettrosaldata costituiscono opere che esulano dalla nozione di risanamento conservativo (a cui si riferiva la D.I.A. del 17 dicembre 2001), in quanto non possono essere ricondotte al “rifacimento dell’impermeabilizzazione del tetto a terrazzo” od al “rifacimento della pavimentazione del terrazzo calpestabile”, riportati nella relazione tecnica allegata alla D.I.A. stessa. Né in contrario potrebbe richiamarsi l’insegnamento giurisprudenziale, secondo cui, mentre la manutenzione straordinaria ha finalità conservative anche delle strutture (si pensi al rifacimento globale della pavimentazione, degli intonaci, degli infissi, della copertura), il restauro/ risanamento conservativo può incidere addirittura sugli elementi costitutivi dell’edificio (cfr. C.d.S., Sez. VI, 30 settembre 2008, n. 4694). Invero, nella vicenda ora in esame, sono soprattutto le assai significative dimensioni del massetto di calcestruzzo inserito a far esorbitare l’intervento effettuato dalla nozione di “interventi di restauro e di risanamento conservativo” contenuta nell’art. 3, comma 1, lett. c), del d.P.R. n. 380/2001 (in disparte l’incidenza di tali opere sulla vulnerabilità del fabbricato interessato, con i conseguenti rischi per la pubblica incolumità).
In ultima analisi, nessuna incoerenza è rinvenibile nell’operato del Comune di Terni, il quale: da un lato, ha tenuto ferma la D.I.A. presentata nel 2001 dalla sig.ra Ruco, non annullandola (giacché gli interventi ivi sommariamente descritti rientravano nel “risanamento conservativo” dell’immobile e non ne pregiudicavano la sicurezza); dall’altro, ha sanzionato le discrepanze tra quanto si desumeva dalla D.I.A. stessa e le opere concretamente realizzate.
Ne deriva l’infondatezza della censura ora esaminata, essendo del tutto fuorvianti l’invocazione, da parte della ricorrente, dell’art. 21-quinquies della l. n. 241/1990 e del principio di proporzione tra il provvedimento sanzionatorio emanato e la situazione ormai consolidatasi (con relativo affidamento del privato), anche alla luce delle suesposte discordanze tra la descrizione dell’intervento effettuata dal professionista incaricato dalla ricorrente e l’esito degli accertamenti compiuti in loco dai tecnici della Provincia: accertamenti che sono stati espletati – va aggiunto – garantendo il massimo rispetto del principio del contraddittorio. La Provincia di Terni ha, infatti, depositato documentazione (v., in specie, i telegrammi spediti in data 15 aprile 2009) comprovante la convocazione della sig.ra Ruco e dell’ing. Santori per il sopralluogo svolto il giorno successivo. Da ultimo, fuorviante appare anche il richiamo al principio “tempus regit actum”, poiché già il semplice fatto dell’esorbitanza – almeno parziale – delle opere realizzate dalla nozione degli interventi di risanamento conservativo ex art. 3, comma 1, lett. c), del d.P.R. n. 380/2001, bastava – come si è illustrato – a giustificare l’intervento sanzionatorio da parte del Comune, in disparte la questione dell’applicabilità o meno al caso de quo della normativa antisismica ex art. 17 della l. n. 64/1974.
In definitiva, pertanto, il secondo motivo del ricorso originario è infondato sotto tutti i profili in cui si articola: esso deve essere, quindi, nel suo complesso respinto.
Passando al terzo ed ultimo motivo dedotto con l’atto introduttivo del giudizio, osserva il Collegio che la tesi della ricorrente, secondo cui non sarebbe possibile la riduzione in pristino dei luoghi, è sprovvista di qualsiasi supporto probatorio: ed invero, la prova della suddetta impossibilità non può certo ritenersi integrata dalle asserzioni della medesima ricorrente circa la finalizzazione delle opere realizzate a porre rimedio alle infiltrazioni di acqua nel suo appartamento. Si rammenta, sul punto, che, secondo la giurisprudenza consolidata espressasi sulla normativa statale (cfr. C.d.S., Sez. V, 12 novembre 1999, n. 1876; T.A.R. Toscana, Sez. III, 16 maggio 2012, n. 949; T.A.R. Puglia, Lecce, Sez. III, 1° luglio 2005, n. 3567), deve essere il ricorrente a fornire un principio di prova in ordine alle circostanze che impongono l’opzione per la sanzione pecuniaria, in luogo di quella demolitoria: il privato, sanzionato con l’ordine di demolizione per la costruzione di un’opera edilizia abusiva, non può invocare l’applicazione a suo favore della sanzione pecuniaria, prevista per il caso in cui la demolizione non possa avvenire senza pregiudizio della parte realizzata in conformità, qualora non fornisca seria ed idonea dimostrazione del pregiudizio stesso sulla struttura e sull’utilizzazione del bene residuo. L’inadempimento di detto onere probatorio non può, quindi, che comportare il rigetto della relativa doglianza.
Nello stesso senso depone, del resto, anche la normativa regionale invocata dalla ricorrente (cfr. art. 9, comma 2, della l.r. n. 21/2004), la quale parla di “motivata” richiesta dei responsabili dell’abuso circa l’impossibilità del ripristino dello stato dei luoghi e l’irrogazione di una sanzione pecuniaria in luogo di quella demolitoria.
Sotto ulteriore profilo, si sottolinea che – contrariamente all’assunto della ricorrente – l’ingiunzione alla demolizione è basata sulle difformità delle opere eseguite rispetto alla D.I.A. presentata: più in particolare, sull’impossibilità di ricondurre lo strato di calcestruzzo, con spessore di 8/16 cm., e la rete elettrosaldata alla definizione di rifacimento dell’impermeabilizzazione del tetto a terrazzo e di rifacimento della pavimentazione del terrazzo calpestabile, secondo quanto indicato nella relazione tecnica allegata alla predetta D.I.A.. Si tratta, cioè, di una motivazione basata unicamente su profili edilizi, tali da giustificare l’adozione del provvedimento da parte del dirigente del Servizio deputato alla repressione degli abusi edilizi, e non da parte del Sindaco nell’esercizio dei poteri ex art. 54 del d.lgs. n. 267/2000, come sostenuto dalla sig.ra Ruco. Anche per questo verso, dunque, il motivo ora in esame è infondato e da respingere.
Venendo ora ai motivi aggiunti, con essi la ricorrente lamenta, anzitutto, che il diniego di sanatoria, rectius la declaratoria di inefficacia della D.I.A. in sanatoria da lei proposta, non sia stata preceduta dalla comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza, prevista, per i procedimenti ad istanza di parte, dall’art. 10-bis della l. n. 241/1990. In contrario è, tuttavia, agevole rilevare che, per la giurisprudenza consolidata, il cd. preavviso di rigetto ex art. 10-bis cit., non è compatibile con lo schema procedimentale incentrato sulla D.I.A., ora S.C.I.A. (cfr., ex plurimis, C.d.S., Sez. IV, 12 settembre 2007, n. 4828; T.A.R. Trentino Alto Adige, Trento, Sez. I, 9 febbraio 2012, n. 50), né, del resto, la D.I.A. è assimilabile all’istanza di parte, a cui – come già osservato – ha esclusivo riguardo il citato art. 10-bis (T.A.R. Liguria, Sez. I, 22 febbraio 2010, n. 663).
Per quanto concerne, invece, la doglianza secondo cui gli atti censurati con i riferiti motivi aggiunti non riporterebbero alcuna verifica tecnica o prova atta a confermare che l’intervento di rifacimento del solaio di copertura avrebbe reso vulnerabile il fabbricato, con pericolo per l’incolumità pubblica ed avrebbe indotto sulle strutture del solaio un forte aumento dei carichi permanente non strutturali, senza alcuna verifica circa la sicurezza degli elementi strutturali, osserva il Collegio che si tratta, in sostanza, della riproposizione delle tesi già sostenute dalla ricorrente con il secondo motivo dell’atto introduttivo del giudizio. A confutazione della doglianza, pertanto, si rimanda a quanto già esposto in relazione a siffatto motivo, con l’aggiunta che la nuova documentazione prodotta dalla ricorrente non ha per niente quel carattere dirimente che la stessa pretende di attribuirle. Basta considerare, in proposito, che nei motivi aggiunti si richiama la nuova documentazione tecnica (ed in particolare, la relazione illustrativa e la relazione tecnica depositate dalla ricorrente con note, rispettivamente, del 18 gennaio e del 18 settembre 2012), i cui calcoli stimerebbero in cm. 6 lo spessore del calcestruzzo relativo al massetto di allettamento, con un peso di circa 50 kg./mq. che sarebbe del tutto tollerabile, essendo il solaio in grado di sopportare un carico accidentale distribuito di circa 400 kg./mq.. Deve, tuttavia, sottolinearsi in contrario come i saggi verificati dai tecnici della Provincia nel sopralluogo del 16 aprile 2009, più sopra ricordato, abbiano rivelato la presenza di uno strato di calcestruzzo di cm. 16 (saggio n. 1) e di cm. 8 (saggio n. 2), nonché la sussistenza di una “rete elettrosaldata filo 6 maglia 20x20”. Donde l’inadeguatezza dell’ora vista documentazione a rovesciare le conclusioni a cui sono pervenuti i tecnici della Provincia e, per l’effetto, il Comune di Terni.
L’infondatezza del ricorso originario comporta, infine, l’infondatezza della doglianza di invalidità derivata degli atti gravati coi motivi aggiunti su cui, a detta della ricorrente, si rifletterebbero i vizi – per quanto sopra visto, insussistenti – dell’ordine di demolizione gravato con il menzionato ricorso originario.
In definitiva, perciò, sia il ricorso originario, sia quello per motivi aggiunti sono nel loro complesso infondati e devono essere respinti.
Sussistono, comunque, giusti motivi per disporre l’integrale compensazione delle spese tra le parti, attesa la complessità delle questioni trattate.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Umbria-Sez. I^, così definitivamente pronunciando sul ricorso originario e su quello per motivi aggiunti, come in epigrafe proposti, li respinge.
Così deciso in Perugia, nella Camera di consiglio del giorno 31 ottobre 2012, con l’intervento dei magistrati:

References: art. 10
 art. 10
 art. 10
 art. 3
 art. 17
 art. 9
 art. 54
 art. 10
 art. 10