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Timestamp: 2019-10-23 03:26:42+00:00

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Cassazione Penale, sentenza numero 16241 del 14/04/2014 – Semaforo verde
1. Ricorre per cassazione il difensore di fiducia di R. G. avverso la sentenza in data 16.10.2012 della Corte di Appello di Brescia che, in parziale riforma di quella in data 25.2.2011 del Tribunale di (OMISSIS), concedeva l’attenuante del danno risarcito valutata equivalente, unitamente alle già concesse attenuanti generiche, rispetto all’aggravante contestata e riduceva la pena inflitta per il delitto di omicidio colposo con violazione delle norme sulla circolazione stradale in danno di P. N., ad anni uno di reclusione, applicando la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida per la durata di anni uno.
2. Secondo la contestazione, il R. usciva alla guida dell’autovettura Lancia (OMISSIS) dal passo carraio della ditta Pr. per svoltare a sinistra ed immettersi sulla Via (OMISSIS), effettuando in maniera lenta la manovra di immissione sulla predetta via e omettendo di prestare la dovuta attenzione alla sua sinistra – attenzione necessaria per la presenza di una curva – allorché entrava in collisione con il motociclo Suzuki mod. (OMISSIS) condotto da P. N. che, a seguito delle lesioni riportate, decedeva (fatto del (OMISSIS)).
3. Articola i motivi di seguito sinteticamente riportati:
3.1. il travisamento della prova, avendo il giudice a quo omesso di considerare che la ritenuta assenza di visibilità era determinata non dalla presenza del terrapieno che ostruisse la visuale, bensì dalla notevole distanza del motociclista e la mancanza di prova circa la presenza di un traffico sostenuto, nonostante il quale l’imputato si sarebbe indotto ad impegnare la sede stradale;
3.2. il vizio motivazionale circa l’insussistenza dell’esimente della precedenza cronologica (o “di fatto”), poiché il R. impegnò la sede stradale allorché il motociclista si trovava a ben 71 mt. da lui;
3.3. la violazione dell’art. 145 C.d.S., i cui estremi non potevano ritenersi integrati nel caso di specie;
3.4. il vizio motivazionale in relazione al giudizio di equivalenza tra attenuanti ed aggravanti nonostante la concessione dell’ulteriore circostanza attenuante del danno risarcito.
4.1. Il nuovo testo dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), come modificato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, con la ivi prevista possibilità per la Cassazione di apprezzare i vizi della motivazione anche attraverso gli “atti del processo”, non ha alterato la fisionomia del giudizio di cassazione, che rimane giudizio di legittimità e non si trasforma in un ennesimo giudizio di merito sul fatto. In questa prospettiva, non è tuttora consentito alla Corte di Cassazione di procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito (tra le altre: Cass. pen. Sez. 4^, 19.6.2006, n. 38424), giacché, attraverso la verifica del travisamento della prova il giudice di legittimità può e deve limitarsi a controllare se gli elementi di prova posti a fondamento della decisione esistano o, per converso, se ne esistano altri inopinatamente e ingiustamente trascurati o fraintesi (Cass. pen. Sez. 4^, 12.2.2008, n. 15556, rv. 239533).
Ciò, peraltro, vale nell’ipotesi di decisione di appello difforme da quella di primo grado, in quanto nell’ipotesi di doppia pronunzia conforme (benché relativamente alla sola affermazione della penale responsabilità, come nel caso di specie) il limite del devolutum non può essere superato ipotizzando recuperi in sede di legittimità, salva l’ipotesi in cui il giudice d’appello, al fine di rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, richiami atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice (Cass. pen. Sez. 2^, 24.1.2007, n. 5223, Rv. 236130; 15.1.2008, n. 5994 ed altre successive conformi).
Peraltro, il controllo di legittimità operato da questa Corte non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti, ma è finalizzato a verificare, laddove il ricorrente proponga una diversa ricostruzione di tali fatti, se le argomentazioni poste dal giudice di merito a fondamento della propria decisione siano compatibili con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento.
Le soprarichiamate censure sub 3.1 e 3.2 attinenti al preteso vizio motivazionale, mirano, appunto, ad una improponibile rivalutazione della prova e si risolvono in deduzioni in punto di fatto, insuscettibili, come tali, di aver seguito nel presente giudizio di legittimità, sottraendosi la motivazione della impugnata sentenza ad ogni sindacato per le connotazioni di coerenza, di completezza e di razionalità dei suoi contenuti.
Invero, la verifica dell’apparato argomentativo della sentenza impugnata (pagg. 4-7), laddove ha persino ravvisato la colpa dell’imputato ai limiti di quella con previsione dell’evento (per giunta traendone spunto proprio da affermazioni difensive ma giammai ritenendo provata la peculiare intensità del traffico sulla corsia opposta su ci si voleva inserire), deve apprezzarsi senz’altro come positiva, essendo la ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito del tutto coerente con le acquisizioni probatorie esistenti in atti, di talché nessuna censura, e tanto meno nessuna diversa ricostruzione, può essere in questa sede di legittimità prospettata. Del resto, per assunto pacifico, la ricostruzione di un incidente stradale nella sua dinamica e nella sua eziologia – valutazione delle condotte dei singoli utenti della strada coinvolti, accertamento delle relative responsabilità, determinazione dell’efficienza causale di ciascuna colpa concorrente – è rimessa al giudice di merito ed integra una serie di apprezzamenti di fatto che sono sottratti al sindacato di legittimità se sorretti da adeguata motivazione (v. ex pluribus, Cass. pen., Sez. 4^, 17.10.2007, n. 43403 rv. 238321; Sez. 4^, 1.7.2009, n. 37838, rv. 245294). Del tutto vana è la reiterata invocazione dell’esimente della precedenza “cronologica” o “di fatto”, in quanto l’obbligo, per il conducente del veicolo a ciò tenuto, di dare la precedenza al veicolo “favorito”, in questo caso il motociclo, viene meno “quando il suo anticipo all’incrocio sia tale da escludere qualsiasi rischio di collisione, senza che sia opponibile, se non ai fini del concorso di colpa, l’eccessiva velocità del veicolo favorito e senza che si possa fare affidamento sul rispetto, da parte di quest’ultimo, dell’obbligo di moderare l’andatura in prossimità del crocevia (Cass. pen. Sez. 4^, n. 13692 del 27.6.1986, rv. 174514 e successive conformi). E tale evenienza è del tutto esclusa nel caso di specie.
4.2. Quanto alla censura sub 3.3, non risulta alcuna contestazione della violazione dell’art. 145 C.d.S., comma 6, sicché la doglianza è del tutto irrilevante oltre che inappropriata: la tesi della Corte territoriale concernente la condotta che avrebbe dovuto tenere il R. nella situazione di traffico ed assenza di visibilità in cui venne a trovarsi rappresenta solo un argomento deontologico ma non implica alcun richiamo o violazione della norma stradale, peraltro esplicitata solo dal ricorrente. Infatti, la condotta prevista dalla specifica norma del Codice della strada (di arrestarsi e dare la precedenza a chi circola sulla strada) è quella alla quale è tenuto obbligatoriamente il conducente che provenga luoghi non soggetti a pubblico passaggio sboccando sulla strada stessa, mentre invece il Giudice a quo ha solo inteso rappresentare quella che, a suo avviso, sarebbe stata la condotta più prudente ed opportuna per procedere, in quella peculiare situazione, all’inversione di marcia (cioè “di avviarsi lungo la direzione in cui si immette appena uscito dal varco privato nella ricerca di una rotonda o di uno spazio in cui vi sia ampia visibilità…”).
4.3. Quanto alla censura sub 3.4, si rammenta che in tema di valutazione dei vari elementi per la concessione delle attenuanti generiche, ovvero in ordine al giudizio di comparazione e per quanto riguarda la dosimetria della pena ed i limiti del sindacato di legittimità su detti punti, la giurisprudenza di questa Corte non solo ammette la cd. motivazione implicita (Cass. pen. Sez. 6^, 22.9.2003, n. 36382, n. 227142) o con formule sintetiche (tipo “si ritiene congrua” v. Cass. pen. Sez. 6^, 4.8.1998, n. 9120, rv. 211583), ma afferma anche che le statuizioni relative al giudizio di comparazione tra circostanze aggravanti ed attenuanti, effettuato in riferimento ai criteri di cui all’art. 133 c.p., sono censurabili in cassazione solo quando siano frutto di mero arbitrio o ragionamento illogico (Cass. pen. Sez. 3^, 16.6.2004, n. 26908, rv. 229298); e certamente, nel caso di specie, non può sostenersi che il mantenimento del giudizio di equivalenza ai frutto di arbitrio attesa la congrua motivazione addotta dal Giudice a quo sul punto.
5. Consegue il rigetto del ricorso e con esso, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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