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Timestamp: 2020-08-10 19:44:33+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 17523 del 14/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17523 del 14/07/2017
Cassazione civile, sez. lav., 14/07/2017, (ud. 21/03/2017, dep.14/07/2017), n. 17523
sul ricorso 22370-2012 proposto da:
(OMISSIS), in persona del Ministro pro tenpore, rappresentato e
avverso la sentenza n. 313/2012 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 26/06/2012 R.G.N. 347/2010.
che la Corte di Appello di Milano ha respinto l’impugnazione proposta dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca avverso la sentenza del locale Tribunale che aveva dichiarato il diritto di R.R., assunta con contratti a tempo determinato nel comparto della scuola, a vedersi riconoscere l’anzianità di servizio ai fini della quantificazione del trattamento retributivo ed aveva pronunciato condanna generica del Ministero al risarcimento dei danni in misura corrispondente alle differenze retributive conseguenti al mancato computo dei periodi di servizio, oltre interessi legali dalla sentenza al saldo;
che la Corte di appello ha ritenuto infondata anche l’eccezione di prescrizione del diritto agli incrementi retributivi, osservando che deve trovare applicazione il termine decennale e non quello quinquennale, indicato dall’Amministrazione; che, comunque, la prescrizione non poteva decorrere in costanza di rapporto, in quanto il contratto a termine non garantisce la stabilità richiesta dalla sentenza n. 63/1966 della Corte Costituzionale;
che per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca sulla base di tre motivi. L’intimata non ha svolto attività difensiva;
che il ricorso denuncia, con il primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, “violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 6; violazione del D.L. n. 70 del 2011, art. 9, comma 18, come convertito dalla L. n. 106 del 2011; violazione della L. 11 luglio 1980, art. 53, n. 312 e della L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 4; violazione della direttiva 99/70/CE”. Sostiene, in sintesi, il Ministero ricorrente che le supplenze stipulate per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo sulla base della normativa di settore non viola la direttiva comunitaria, che ha come finalità solo quella di coniugare le esigenze di flessibilità del lavoro e di sicurezza dei lavoratori, per cui attribuisce rilievo alle esigenze di specifici settori, che giustificano il ricorso alla tipologia contrattuale e le differenziazioni fra lavoratori a tempo determinato ed indeterminato;
che il ricorso denuncia, con il secondo (subordinato) motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, “violazione dell’art. 2947 c.c., e dell’art. 2948 c.c., n. 4” per avere la Corte di appello ritenuto applicabile il termine di prescrizione decennale in luogo di quello quinquennale previsto per i crediti retributivi ed esteso l’efficacia sospensiva a cause diverse da quelle tassativamente previste dagli artt. 2941 e 2942 c.c.;
che il terzo motivo lamenta omessa pronuncia (art. 112 c.p.c.) per non avere la sentenza esaminato l’eccezione proposta in primo grado e reiterata in appello con cui il Ministero aveva dedotto che la controversia era pendente alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 4 – bis, inserito dal comma 1-bis del D.L. n. 112 del 2008, art. 21, conv. in L. n. 133 del 2008, avente ad oggetto la disposizione transitoria concernente l’indennizzo per la violazione delle norme in materia di apposizione e di proroga del termine, e che aveva disposto che l’importo da corrispondere non potesse eccedere un’indennità compresa tra 2,5, e 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 8;
che il primo motivo nella parte in cui insiste sulla legittimità dei contratti a termine, sulla specialità del sistema di reclutamento scolastico, sulla esistenza di ragioni oggettive legate alla necessità di assicurare la continuità didattica, sovrappone e confonde il principio di non discriminazione, previsto dalla clausola 4 dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato (concluso il 18 marzo 1999 fra le organizzazioni intercategoriali a carattere generale – CES, CEEP e UNICE – e recepito dalla Direttiva 99/70/CE), con il divieto di abusare della reiterazione del contratto a termine, oggetto della disciplina dettata dalla clausola 5 dello stesso Accordo;
che il primo motivo è inammissibile altresì nella parte in cui denuncia la violazione della L. n. 312 del 1980, art. 53, atteso che la sentenza impugnata ha confermato il riconoscimento del diritto all’adeguamento della retribuzione tenendo conto dell’anzianità maturata nello svolgimento dei rapporti di lavoro a termine, mentre esula dall’oggetto della domanda, quale accolta dai giudici di merito, il diritto a percepire gli scatti biennali previsti dall’art. 53 cit.;
che, per il resto, il primo motivo è infondato, in quanto la sentenza impugnata, nel riconoscere l’anzianità di servizio ai fini retributivi, si pone in linea con il principio di diritto recentemente affermato da questa Corte con le sentenze nn. 22558 e 23868 del 2016, con le quali si è statuito che “nel settore scolastico, la clausola 4 dell’Accordo quadro sul rapporto a tempo determinato recepito dalla direttiva n. 1999/70/CE, di diretta applicazione, impone di riconoscere la anzianità di servizio maturata al personale del comparto scuola assunto con contratti a termine, ai fini della attribuzione della medesima progressione stipendiale prevista per i dipendenti a tempo indeterminato dai c.c.n.l. succedutisi nel tempo, sicchè vanno disapplicate le disposizioni dei richiamati c.c.n.l. che, prescindendo dalla anzianità maturata, commisurano in ogni caso la retribuzione degli assunti a tempo determinato al trattamento economico iniziale previsto per i dipendenti a tempo indeterminato”;
che il secondo motivo, con cui si censura il capo della sentenza relativo al rigetto dell’eccezione di prescrizione, è inammissibile innanzitutto perchè l’Amministrazione ricorrente non indica in che termini la questione prospettata nel motivo potrebbe incidere nella fattispecie concreta, ossia se e in quale misura la pretesa della controricorrente potrebbe essere paralizzata dalla eccepita prescrizione quinquennale;
che nel giudizio di cassazione l’interesse alla impugnazione va valutato in relazione ad ogni singolo motivo e non può consistere in un mero interesse astratto ad una più corretta soluzione di una questione giuridica, non avente riflessi sulla decisione adottata, bensì deve essere apprezzato in relazione all’utilità concreta derivabile dall’eventuale accoglimento del gravame alla parte (Cass. nn. 13373/2008 e 15353/2010), utilità che deve potere essere desunta dagli elementi che la parte è tenuta ad indicare nel ricorso; che il terzo motivo è del pari inammissibile in quanto anch’esso, al pari del primo motivo, erroneamente suppone l’accoglimento di una diversa domanda, basata su altra, autonoma causa petendi (divieto di abuso della reiterazione del contratto a termine, oggetto della disciplina dettata dalla clausola 5 dello stesso Accordo); inoltre, il motivo invoca l’applicazione di una norma (D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 4 – bis) dichiarata incostituzionale con sentenza n. 214 del 14 luglio 2009;
che, in conclusione, il ricorso va respinto;

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 6
 art. 9
 art. 53
 art. 4
 sentenza 
 art. 4
 art. 21
 art. 8
 art. 53
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 art. 4
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