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Timestamp: 2018-10-22 15:13:01+00:00

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La Corte di Giustizia interviene in materia di giurisdizione su Internet
Corte di Giustizia UE, sez. Grande, sentenza 25.10.2011 n. C-509/09
Il gestore di un sito Internet, cui si applica la direttiva sul commercio elettronico non può essere assoggettato, nello Stato di residenza della vittima, a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto dello Stato membro in cui è stabilito. E’ competente il giudice dello Stato membro in cui risiede il soggetto leso attraverso il web.
Con la sentenza 25 ottobre 2011 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea decidendo in merito a due cause riunite (C-509/09 e C-161/10) affronta e risolve una delle questioni più delicate in ambito europeo e cioè quella della corretta definizione della competenza giurisdizionale nel caso in cui venga leso un diritto della personalità attraverso Internet.
Prima di analizzare i contenuti della pronuncia giova ricordare che lo scenario relativo ad Internet è quanto mai complesso, in quanto Internet non è un’entità fisica o tangibile, ma una rete che interconnette un numero infinito di gruppi più ristretti di reti informatiche collegate fra di loro, in pratica una rete di reti, che non appartiene a nessuno, non è finanziata da istituzioni, governi o organizzazioni internazionali e non è un servizio commerciale. Ed è in questo aspetto che si rinviene non solo la forza ma anche la debolezza di Internet.
Il problema della natura giuridica di Internet riveste una rilevanza particolare in quanto strettamente collegato a questioni come l’individuazione della legge applicabile per la regolamentazione di Internet e l’identificazione del foro competente in caso di conflitti di interessi nell’ambito della Rete.
La dottrina ha tentato di inquadrare il fenomeno: una parte ha creato un nuovo concetto il cd. “meta-territorio” che sarebbe una sorta di territorio virtuale dove i confini fra i vari stati sarebbero non fisici, ma logici; un’altra parte, ponendo l’accento sul connotato di sovranazionalità più che di transnazionalità, sottolineando la portata del fenomeno che investe non il singolo stato, ma tutte le nazioni dotate di un’infrastruttura di telecomunicazioni, riconduce la problematica della natura giuridica di Internet nell’ambito dell’inquadramento giuridico di tutti i servizi di Internet, in particolare gli obblighi del proprietario delle infrastrutture di rete; una terza ha ritenuto che Internet comporti l’avvento di un’epoca nuova definita della “metapolitica”, poiché vengono superati gli attuali termini di riferimento politico quali lo Stato nazionale, la sovranità limitata dal territorio, la definizione dei confini e degli attributi di potere fra Stato e Stato, etc; infine, una quarta teoria sulla natura giuridica di Internet si fonda prevalentemente sulla concezione anarchica e libertaria di Internet e viene enunciata per la prima volta nella “Dichiarazione di indipendenza del Cyberspazio” promulgata da John Perry Barlow a Davos, in Svizzera, l’8 febbraio 1996.
La giurisprudenza nazionale trova una prima significativa pronuncia della Corte di Cassazione a sezioni unite con l’ordinanza n. 6591 dell’8 giugno 2002, secondo la quale la competenza spetterebbe al giudice del foro in cui il danneggiato ha la propria sede, la propria residenza o il proprio domicilio. In tal modo: 1) la causa viene incardinata dove l’illecito è giunto a compimento causando concretamente un danno; 2) si impedisce ad entrambe le parti in causa di compiere attività di forum shopping e si precostituisce il giudice naturale territorialmente competente; 3) si evita che il danneggiato debba sopportare spese legate alla necessità di individuare il luogo di gestione del sito nonché il rischio di non riuscire in tale individuazione. La soluzione proposta è perseguibile attraverso un’interpretazione dell’art. 20, cod. proc. civ., che, in caso di illecito commesso in Rete, faccia leva sulla realizzazione effettiva del danno.
E’ pertanto sufficiente considerare locus commissi delicti quello dove il fatto illecito genera realmente il danno economico, in quanto è lì che questa concretamente può essere pregiudicata da una condotta illecita altrui.
E’ in questo complesso scenario che si innesta la recente pronuncia della Corte di Giustizia UE, sez. Grande, sentenza 25.10.2011 n. C-509/09, dove si osserva che la pubblicazione di contenuti su un sito Internet si distingue dalla diffusione circoscritta a livello territoriale di un mezzo di comunicazione quale la stampa, poiché gli stessi possono essere consultati istantaneamente da un numero indefinito di internauti, ovunque nel mondo, indipendentemente da qualsiasi intenzione del loro emittente in ordine alla loro consultazione, al di là del proprio Stato membro di stabilimento e al di fuori del proprio controllo. Pertanto, rileva la Corte, le problematiche sono diverse: tale diffusione universale può da un lato aumentare la gravità delle violazioni dei diritti della personalità, dall’altro rendere estremamente difficile individuare il locus commissi delicti.
La Corte risolve la questione attraverso l’interpretazione di due fondamentali norme in materia
– l’art. 5 punto 3 del regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 2000, n. 44/2001, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale: in caso di supposta violazione dei diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito Internet, la persona che si ritiene lesa ha la facoltà di esperire un’azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi ai giudici dello Stato membro del luogo di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui si trova il proprio centro d’interessi. Può altresì esperire un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata. Naturalmente questi ultimi sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro del giudice adito.
– l’art. 3 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (“direttiva sul commercio elettronico”): tale norma non impone un recepimento in forma di norma specifica di conflitto, Stati membri devono assicurare che, fatte salve le deroghe autorizzate alle condizioni previste dall’art. 3, n. 4, della direttiva 2000/31, il prestatore di un servizio del commercio elettronico non sia assoggettato a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto sostanziale applicabile nello Stato membro di stabilimento di tale prestatore stesso.
Pertanto, la Corte stabilisce che il gestore di un sito Internet, cui si applica la direttiva sul commercio elettronico non può essere assoggettato, nello Stato di residenza della vittima, a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto dello Stato membro in cui è stabilito.
– L. 1995/218 in particolare Titolo II, artt. 3, 4 e 57
– Regolamento 44/2001/CE, artt. 15-17
– D.L.vo 2003/70, di attuazione della direttiva europea sul commercio elettronico
– Convenzione di Roma del 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali[33], resa esecutiva in Italia con la legge 18 dicembre 1984, n. 975
– Direttiva 2000/31/CE dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno e ricorsi giurisdizionali
– Legge 1986/317, e successive modificazioni
– D. L.vo 185/1999, relativo ai contratti a distanza conclusi dai consumatori
Sentenza 25 ottobre 2011, n. C‑509/09 e C‑161/10
se l’art. 3, nn. 1 e 2, della direttiva (…) debba essere interpretato nel senso che alle menzionate disposizioni va attribuito carattere di norme di conflitto, nel senso che esse, anche nell’ambito del diritto civile, prescrivono la sola applicazione del diritto vigente nel paese d’origine, con esclusione delle norme di conflitto nazionali,
57 Orbene, per la maggior parte degli aspetti del commercio elettronico, la direttiva non prevede un’armonizzazione delle norme sostanziali, bensì definisce un «ambito regolamentato», in cui il meccanismo previsto dall’art. 3 deve consentire, secondo il ventiduesimo ‘considerando’ della direttiva in parola, di sottoporre, Error! Not a valid link.i servizi della società dell’informazione alla normativa dello Stato membro in cui è stabilito il prestatore.
«Corte di Giustizia del 24 novembre 2011 – Sulla limitazione della responsabilità dello Stato Italiano
Cass. Civ., sent. n. 15003/2011»

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