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Timestamp: 2019-12-13 02:58:15+00:00

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FORLI CESENA INCIDENTE MORTALE DANNO PARENTI
FORLI CESENA INCIDENTE MORTALE DANNO PARENTI incidenti stradali
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FORLI BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA VITTIMA DI GRAVE INCIDENTE O UN TUO CONGIUNTO E’ VITTIMA DI UN INCIDENTE MORTALE OTTIENI IL GIUSTO DANNO CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI
Le tipologie di danno così come di risarcimento sono molteplici e comprendono:
FORLI BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA VITTIMA DI GRAVE INCIDENTE O UN TUO CONGIUNTO E’ VITTIMA DI UN INCIDENTE MORTALE OTTIENI IL GIUSTO DANNO CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI.
danni morali per la reale sofferenza e il turbamento derivanti dalla morte del congiunto. Questi sono riconosciuti solo se previsto dalla legge e solo per coloro che sono legittimati
danni patrimoniali che comprendono sia le spese funerarie che il mancato apporto economico del defunto al bilancio famigliare
danno da morte per il danno biologico e morale subito dal defunto e trasmissibile agli eredi per tutta la durata del tempo che va dall’incidente dalla morte. Tale danno comprende le spese mediche ospedaliere, il trasporto, gli esami specialistici etc…
danno da perdita della vitaquale bene supremo dell’individuo e diritto assoluto e inviolabile
danno esistenziale Sì. Non solo i famigliari di una persona deceduta in un incidente stradale mortale hanno diritto al risarcimento dei danni morali per la perdita del prossimo congiunto (nella misura prevista dalle cd tabelle milanesi – da tempo adottate su scala nazionale) ed eventualmente i danni patrimoniali, ma anche i parenti di un danneggiato che abbia riportato macrolesioni, posto che spesso tali lesioni incidono pesantemente sulla vita dei prossimi congiunti, alterando le dinamiche relazionali all’interno della famiglia (si pensi all’ipotesi di famigliari di un soggetto che a seguito di lesioni riportate per un incidente stradale sia divenuto tetraplegico o paraplegico).
Importante è che per i danni mortali e quelli relativi alle macrolesioni TUTTI i soggetti aventi diritto ad un risarcimento agiscano per ottenere il giusto risarcimento.
il giudice d’appello avrebbe ritenuto corretta quella effettuata dal giudice di prime cure, per cui il 50% del reddito del de cuius sarebbe stato destinato alla famiglia, mentre il 50% circa sarebbe stata la quota che egli “destinava alla famiglia per far fronte alle rate del mutuo”. Il giudice d’appello avrebbe effettuato la sua stima con omessa valutazione di fatti decisivi e violato la giurisprudenza per cui il danno patrimoniale subito dai congiunti dovrebbe liquidarsi su una base presuntiva seguendo dati oggettivi come l’età del de cuius, le sue condizioni socioeconomiche, la sua retribuzione all’epoca del decesso e la sua attività svolta per i congiunti: pertanto, oltre alle rate del mutuo che si sarebbero dovute pagare fino all’ottobre 2017, “pacificamente appannaggio della moglie”, il giudice d’appello avrebbe dovuto tenere in conto il numero dei membri della famiglia, l’età e i bisogni delle figlie, il reddito netto annuo del de cuius e soprattutto la condizione non lavorativa della L., circostanza quest’ultima provata ex art. 115 c.p.c. perchè non contestata. E il giudice che non fonda la decisione su un fatto non contestato incorre appunto in violazione dell’art. 115 c.p.c., comma 1.
Se fossero stati poi rispettati dal giudice d’appello i suddetti parametri legislativi e giuridici, la sentenza di secondo grado avrebbe determinato un diverso quantum in ordine al danno patrimoniale subito dalla vedova e dalle figlie. E la corte territoriale avrebbe dovuto tenere conto anche della “potenzialità espansiva della capacità di guadagno” del de cuius, ritenuta invece priva di supporto probatorio, benchè fosse stata prodotta (quale documento n. 20 del fascicolo di primo grado delle ricorrenti) una relazione sul suo reddito professionale. E comunque, pur essendo stato loro chiesto, entrambi i giudici di merito non disposero c.t.u. sul quantum del danno patrimoniale subito dalla moglie e dalle figlie pur essendo proprio la c.t.u. runico mezzo possibile” per accertarlo e quantificarlo.
Per di più, la denunciata violazione dell’art. 115 c.p.c.
non è dedotta in conformità dell’insegnamento nomofilattico (v. Cass. sez. 3, 10 giugno 2016 n. 11892), che, a proposito dell’art. 115 c.p.c., indica che la violazione “può essere dedotta come vizio di legittimità solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre”; sulla modalità di deduzione del vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. v. pure, in motivazione, S.U. 5 agosto 2016 n. 16598; e in tema cfr. altresì Cass. sez. 3, 11 ottobre 2016 n. 20382 e Cass. sez. 1, ord. 28 febbraio 2018 n. 4699); e la doglianza relativa alla violazione delle norme sulle presunzioni non viene, a sua volta, presentata nei termini indicati da S.U. 24 gennaio 2018 n. 1785 (che in motivazione identifica la violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. nell’avere il giudice di merito fondato la presunzione “su un fatto storico privo di gravità o di precisione o di concordanza ai fini della inferenza dal fatto noto della conseguenza ignota”, per cui ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il giudice di legittimità può essere investito “dell’errore in cui il giudice di merito sia incorso se considera grave una presunzione (cioè un’inferenza) che non lo sia o sotto un profilo logico generale o sotto il particolare profilo logico (interno ad una certa disciplina) entro il quale essa si collochi”, e lo stesso vale per il controllo della precisione e della concordanza; ontologicamente diversa è invece – rimarca il giudice nomofilattico – la critica al ragionamento presuntivo del giudice di merito che si concreta appunto nell’addurre che la ricostruzione fattuale poteva essere espletata in altro modo).
Invero – chiarisce il supremo giudice nomofilattico – se la morte è immediata o segue alle lesioni “entro brevissimo tempo” non sussiste diritto al risarcimento jure hereditatis alla luce di un orientamento risalente che in questo intervento le Sezioni Unite hanno confermato, osservando altresì che l’attuale impostazione pone “il danno al centro” del sistema della responsabilità civile, sempre più oggettiva; danno che deve identificarsi (come si evince dalla sentenza n. 372/1994 della Consulta) in “perdita cagionata da una lesione di una situazione giuridicamente soggettiva”. Nel caso di morte per atto illecito – rilevano ancora le Sezioni Unite – il conseguente danno è la perdita del bene giuridico “vita”, che è “bene autonomo”, fruibile solo dal titolare e non reintegrabile per equivalente. “La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene “salute”… E poichè una perdita, per rappresentare un danno risarcibile, è necessario che sia rapportata a un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio, nel caso di morte verificatasi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, l’irrisarcibilità deriva (non dalla natura personalissima del diritto leso… poiché… ciò di cui si discute è il credito risarcitorio, certamente trasmissibile, ma) dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”. Richiamato il c.d. argomento epicureo come fondante questa soluzione, tra le ulteriori argomentazioni le Sezioni Unite hanno pure inserito l’autonomia del sistema civile da quello penale: tale “progressiva autonomia” della disciplina della responsabilità civile dalla responsabilità penale “ha comportato l’obliterazione della funzione sanzionatoria e di deterrenza… e l’affermarsi della funzione reintegratoria e riparatoria (oltreché consolatoria), tanto che si è ritenuto non delibabile, per contrarietà all’ordine pubblico interno, la sentenza statunitense di condanna al risarcimento dei danni “punitivi”…i quali si caratterizzano per un’ingiustificata sproporzione tra l’importo liquidato ed il danno effettivamente subito”.
Se, infatti, è indiscutibile che – non occorrendo in fondo neppure avvalersi di argomenti extragiuridici come il c.d. argomento epicureo, sussistendo il principio della capacità giuridica – qualora cronologicamente coincidano l’evento dannoso e la perdita del bene “vita” non si realizza alcun danno-conseguenza (ovvero alcuna perdita di un bene la quale sia giuridicamente rilevante) perché la perdita del bene “vita” coincide con la perdita della capacità giuridica, da ciò discende che la perdita della vita non può mai costituire un danno risarcibile alla persona stessa che la perde. E tantomeno, proprio per tale caratteristica del bene “vita” nessun danno in relazione ad esso è risarcibile, rectius trasmissibile, jure hereditatis. Al riguardo, assai significativa è Cass. sez. L, 20 luglio 2016 n. 14940 che, dinanzi alla invocazione – da parte di ricorrenti eredi che chiedevano il risarcimento della praticamente immediata perdita da parte di un loro congiunto del bene “vita” – della normativa sovranazionale, e in particolare dell’art. 2 CEDU (che, rubricato proprio come “Diritto alla vita”, così introduce il comma 1: “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge”), ha affermato che il danno non patrimoniale da perdita della vita non è indennizzabile ex se, non potendosi appunto richiamare il “diritto alla vita” dell’art. 2 CEDU, norma che, pur generale e diretta a tutelare ogni possibile componente del bene “vita”, non detta specifiche prescrizioni sull’ambito e sui modi della sua tutela, e nel caso di decesso immediatamente conseguente a lesioni da fatto illecito non impone necessariamente una tutela risarcitoria, il cui riconoscimento effettuato in certe disposizioni normative presenta comunque un carattere di specialità e non modifica il vigente sistema della responsabilità civile, fondato sul concetto di perdita-conseguenza e non sull’evento lesivo in sè.
Invero, quel che sempre ricorre nel periodo di tempo interposto tra la lesione mortale e la morte è il danno biologico stricto sensu (ovvero danno al bene “salute”), come rileva Cass. 22541/2017, già citata; e a questo, peraltro, nell’unitarietà del genus del danno non patrimoniale, può aggiungersi un danno morale peculiare improntato alla fattispecie, ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica – questa condizione è infatti, con evidente significatività etimologica, definita agonia – derivante dall’avvertita imminenza dell’exitus. Se, infatti, nel tempo che si dispiega tra la lesione e il decesso la persona non è in grado di percepire la sua situazione e in particolare la imminenza della morte, il danno non patrimoniale sussistente è riconducibile soltanto alla species biologica; se, per di più, la persona si trova in una condizione di lucidità agonica, si aggiunge, sostanzialmente quale ineludibile accessorio della devastazione biologica stricto sensu, un peculiare danno morale che ben può definirsi danno morale terminale (l’espressione semanticamente più chiara e quindi più congrua tra le varie che, come si è visto più sopra, sono state utilizzate).
Di Sergio Armaroli|2019-12-03T14:07:48+01:00Ottobre, 2019|AVVOCATO BOLOGNA, avvocato civilista bologna, News consulenze separazioni divorzi e cause ereditarie, servizi legali|

References: art. 115
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