Source: https://www.laleggepertutti.it/105523_se-vieni-denunciato-e-assolto-non-puoi-chiedere-il-risarcimento
Timestamp: 2018-09-19 15:53:49+00:00

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Se vieni denunciato e assolto non puoi chiedere il risarcimento
La querela o la denuncia sono fonte di responsabilità e di risarcimento solo in caso di calunnia o di azione temeraria, cioè intentata con colpa grave, ma quest’ultima ipotesi è di competenza del solo giudice penale.
L’imputato, prima denunciato per un reato e poi assolto dal giudice, non può chiedere il risarcimento del danno a chi lo ha querelato. E questo perché la denuncia di un reato (tanto nell’ipotesi in cui esso sia perseguibile d’ufficio, quanto in quella in cui sia procedibile solo su querela di parte) non è mai fonte di responsabilità per danni a carico del denunciante, anche in caso di proscioglimento o di assoluzione del denunciato. Lo ha chiarito il giudice di Pace di Napoli, dott. Italo Bruno, in una recente sentenza [1] che, peraltro, richiama ampia giurisprudenza conforme della Cassazione [2].
Il denunciante, dunque, salvo che abbia agito con l’intenzione deliberata e consapevole di calunniare, non è tenuto al risarcimento se la sua richiesta di condanna viene rigettata e l’imputato assolto, per due ordini di motivi:
– innanzitutto, ad ogni cittadino è riconosciuto il diritto di agire (in via civile o penale) a tutela dei propri diritti: stabilire una sanzione per l’azione giudiziaria, anche se infondata, equivarrebbe a limitare tale diritto;
– in secondo luogo, nel processo penale, l’azione è portata avanti non dalla parte (come invece avviene nel giudizio civile), ma dallo Stato, nella persona degli organi inquirenti e della Procura della Repubblica; dunque, a tutto voler concedere potrebbe essere solo quest’ultimo il soggetto responsabile per l’azione penale infondata.
La sentenza però fa poi una distinzione. Questo principio subisce due deroghe. Vediamole singolarmente.
Il soggetto assolto può chiedere il risarcimento del danno al denunciante solo se questi abbia agito con dolo, ossia con l’intento di calunniare l’altra persona che ben sapeva essere innocente. Spetta però al denunciante dare prova di ciò, e tuttavia tale dimostrazione non può consistere – come appena detto – nella sola sentenza della sua assoluzione. La valutazione della calunniosità o meno della denuncia e/o della querela non può discendere solo dall’assoluzione dell’imputato. Perché scatti la calunnia, che certamente è fonte di responsabilità e di risarcimento (con prescrizione in cinque anni), è necessario che il denunciante fosse a conoscenza della innocenza dell’incolpato e che ciò nonostante lo abbia ugualmente querelato o denunciato. Inoltre la calunnia scatta solo se il denunciante/querelante abbia effettivamente messo in moto la macchina giudiziaria (quindi, l’accusa infondata deve essere presentata non a un soggetto qualsiasi, ma a un magistrato o a qualsiasi altra autorità obbligata per legge a comunicarlo al magistrato, come per esempio i carabinieri). Per esempio, non scatta la calunnia su Tizio denuncia Caio di un reato inesistente davanti al datore di lavoro di entrambi;
Anche se non vi sia stata calunnia, il soggetto assolto può chiedere il rimborso delle spese necessarie per difendersi nel giudizio penale se il querelante/denunciante abbia agito temerariamente, ossia con colpa grave [3]. In tal caso scattano le stesse sanzioni di tipo economiche previste nel giudizio civile con la cosiddetta “responsabilità processuale aggravata” [4]. In tal caso, però, la richiesta del risarcimento non va presentata al giudice civile, con un’autonoma causa, ma allo stesso giudice penale che ha deciso il processo conclusosi con l’assoluzione [5]. Ciò perché è solo il Giudice penale, conoscitore del processo, a poter decidere con cognizione di causa sulla domanda di risarcimento per colpa grave su richiesta dell’imputato, non potendo in alcun modo tali statuizioni essere demandate ad altro Giudice [6].
In definitiva, in presenza di una querela infondata, non spetta alcun risarcimento salvo che venga dimostrato che il denunciante/querelante abbia agito con dolo, ossia con la volontà di addebitare all’imputato un fatto che egli sapeva non essere vero (calunnia). In tal caso spetta all’attore, che in sede civile chieda il risarcimento dei danni assumendo che la denuncia era calunniosa, dimostrare che la controparte aveva consapevolezza dell’innocenza del denunciato.
[1] G.d.P. Napoli, sez. Pozzuoli, sent. n. 7056/15 del 27.11.2015.
[2] Cass. sent. n. 10033 del 25.05.2004; n. 750 del 23.01.2002.
[3] Art. 427 cod. proc. pen.
[5] Trib. Reggio Calabria sent. n. 241/06.
[6] Cass. sent. n. 1748/2012.
Nella causa iscritta al n.2462/2013 R.G. – Affari Contenziosi Civili – avente ad oggetto:
CAIA; CONVENUTA
Per l’attore: accogliere la domanda e, previo accertamento del dolo o colpa della convenuta nella produzione dei fatti per cui è causa, condannarla al risarcimento di tutti i danni patiti in conseguenza del processo penale subito; vittoria di spese e competenze professionali.
Per la convenuta: rigettare la domanda in quanto inammissibile per carenza di potestas iudicandi e/o rigettarla in quanto infondata e non provata; condannare l’attore per responsabilità aggravata, ex art. 96 c.p.c.; vittoria di spese e competenze professionali.
TIZIO, con atto di citazione ritualmente notificato il 18/2/13 conveniva in giudizio CAIA affinché fosse accertato e dichiarato il dolo o la colpa della stessa nella produzione dei fatti per cui è causa e, per l’effetto, condannata al risarcimento dei danni patiti conseguenti il processo penale subito.
Deduceva l’attore:
– che, in data 28/6/10 la convenuta Caia presentava querela nei suoi confronti asserendo di averla colpita al volto riportando lesioni personali;
– che, con sentenza del Giudice di Pace Penale di Pozzuoli n.82 del 17/5/11 veniva condannato alla multa di € 500,00, nonché al risarcimento dei danni alla parte lesa nella misura di € 500,00, al pagamento delle spese di patrocinio nella misura di € 400,00, oltre le spese processuali;
– che, con sentenza del 3/4/12 il Tribunale di Napoli – Sezione distaccata di Pozzuoli, in funzione di Giudice di appello, accoglieva l’appello proposto dall’odierno attore riformando totalmente la sentenza, assolvendo lo stesso da ogni reato;
– che, la sentenza del Giudice penale di I grado gli aveva cagionato danni patrimoniali e non patrimoniali consistenti nella lesione dei diritti all’immagine, al buon nome e alla riservatezza, nonché la compromissione della normale vita di relazione con amici, conoscenti e familiari.
Instauratori il procedimento, si costituiva la convenuta Caia che contestava la domanda e ne chiedeva il rigetto con condanna dell’attore al risarcimento dei danni per lite temeraria.
Il procedimento inizialmente assegnato al Giudice di Pace di Dott. Di Donna, per la morte dello stesso, veniva assegnato al Giudice di Pace Dott. Spinelli il quale rimetteva gli atti al Coordinatore chiedendo di astenersi dalla trattazione della causa essendo stato il Giudice di I grado del giudizio penale.
Nelle more del giudizio, in data 10/6/15, per la convenuta Caia, si costituiva l’avv. Sempronio in sostituzione del precedente procuratore.
Il Coordinatore dell’Ufficio del Giudice di Pace di Napoli, in data 23/6/15, assegnava la causa a questo Giudice che, con ordinanza fuori udienza, fissava l’udienza per il prosieguo al 7/10/15, con comunicazione alle parti costituite.
All’udienza di rinvio, in assenza di parte attrice, su richiesta di parte convenuta, la causa veniva rinviata per la precisazione delle conclusioni e per la discussione.
Sulle rassegnate conclusioni, all’udienza del 28/10/15, la causa veniva assegnata a sentenza
La domanda proposta dall’attore TIZIO è inammissibile, nonché infondata in fatto e diritto e, pertanto, va rigettata.
L’attore ha adito questo Giudice al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali (spese sostenute per entrambe le fasi del giudizio penale) e non patrimoniali (consistenti in un grave stress e turbamento psichico nonché in una compromissione della vita di relazione) subiti per il processo penale scaturito dalla querela presentata nei suoi confronti dalla convenuta Caia dal quale, condannato in primo grado, è stato poi assolto in appello.
A base della domanda di risarcimento, l’attore assumeva che l’attuale convenuta aveva presentato querela nei suoi confronti con colpa e negligenza, nonché con dolo.
Va preliminarmente osservato che, colpa, negligenza e dolo sono fattispecie diverse ed assoggettate a diverse discipline per ciò che riguarda la competenza a decidere sulle stesse.
Ed invero, ricorre il c.d. “dolo processuale” quando il querelante propone la querela essendo a conoscenza della falsità delle sue accuse con lo scopo di danneggiare il querelato. In questo caso il Giudice civile ha competenza a conoscere sulla domanda di risarcimento proposta dal querelato.
Sul punto, costante giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione ritiene che: “la denuncia di un reato perseguibile d’ufficio non è fonte di responsabilità per danni a carico del denunciante, ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., anche in caso di proscioglimento o di assoluzione del denunciato, se non quando essa possa considerarsi calunniosa. Al di fuori di tale ipotesi, infatti, l’attività pubblicistica dell’organo titolare dell’azione penale si sovrappone all’iniziativa del denunciante, togliendole ogni efficacia causale e così interrompendo ogni nesso causale tra tale iniziativa ed il danno eventualmente subito dal denunciato. Ne consegue che spetta all’attore, che in sede civile chieda il risarcimento dei danni assumendo che la denuncia era calunniosa, dimostrare che la controparte aveva consapevolezza dell’innocenza del denunciato” (Cass. Civile n.10033 del 25/5/04).
Tale principio è valido anche per un reato proseguibile a querela di parte in quanto: “non sarebbe corretto ai fini della responsabilità per i danni nei confronti del denunciato o del querelato pretendere nel primo caso, il dolo del denunciante e appagarsi invece nel secondo caso, della mera colpa del querelante” (Cass. 23/1/02 n. 750).
E’ vero, infatti, che senza la querela, il processo penale non può aver luogo ma, presentata la querela, il processo nasce pur sempre in seguito all’esercizio dell’azione penale ch’è frutto dell’autonomo vaglio della “notitia criminis” da parte degli organi inquirenti.
Tra la presentazione della querela e l’obbligo del Giudice di emettere un provvedimento sulla “notitia criminis” che ne è oggetto, non corre alcun nesso causale in quanto in tal caso, proprio come accade nel caso di reato procedibile di ufficio, l’attività pubblicistica si sovrappone all’iniziativa del querelante.
Ne consegue, quindi, che in presenza di una querela infondata, solo il dolo del suo attore è in grado di ristabilire il legame altrimenti interrotto dall’azione del pubblico ministero, tra la querela e il danno subito dalla persona che in seguito ad essa sia stato sottoposto ad un procedimento penale definito con l’assoluzione.
Alla luce del principio su esposto, deve concludersi che la valutazione della calunniosità o meno della denuncia e/o della querela (presupposto per l’accoglimento e meno della domanda risarcitoria) non può discendere “sic et simpliciter” dall’assoluzione dell’imputato ma, va verificata basandosi sui fatti accertati nella sentenza penale.
Nel caso di specie, va osservato che l’assoluzione dell’imputato Tizio, odierno attore, è stata emessa ex art. 530 II comma c.p.p. perché il fatto non sussiste.
Dalla lettura della sentenza di appello emerge che l’assoluzione dell’imputato è stata dichiarata sulla considerazione che le contrastanti dichiarazioni dei testi escussi nel dibattimento di I grado non consentono di ritenere provata la penale responsabilità dell’imputato.
Le contrastanti dichiarazioni dei testi escussi nel processo penale di I grado sono insufficienti a provare sia la responsabilità penale dell’imputato, sia la calunniosità della querela sporta dalla Caia.
L’incertezza sul reale svolgimento dei fatti oggetto di querela non permettono di definire calunniosa, nel senso dinanzi specificato, la stessa, né dalla lettura delle sentenze penali di I e II grado emergono altri elementi utili per giungere a tale valutazione.
Deve, pertanto, concludersi che sul punto la domanda attorea va rigettata perché non provata.
Fattispecie diversa è invece quella della “colpa o negligenza” del querelante per la presentazione di una querela risultata infondata a seguito del giudizio penale.
La colpa grave, che comporti la condanna del querelante al risarcimento del danno in favore dell’imputato, si concreta in “una trascuratezza del più alto grado e consiste nel non avvertire l’ingiustizia di una pretesa, benché essa appaia palese a chi valuti i fatti con ponderazione ed imparzialità (Cass. Penale, Sent. n.31728/04).
Tale fattispecie è regolata dall’art. 427 cpp, richiamato dall’art. 542 cpp, che disciplina l’ipotesi di “azione penale temeraria” ossia intrapresa con colpa grave del querelante che prevede a carico del querelante sanzioni parallele a quelle previste a carico del soccombente, per “responsabilità aggravata” ai sensi dell’art. 96 cpc.
In altre parole, l’Istituto della “azione penale temeraria” prevista dall’art. 427 cpp è analogo all’istituto della “responsabilità aggravata” prevista dall’art. 96 cpc.
Così come la domanda di risarcimento danni per responsabilità aggravata ex art. 96 cpc va proposta innanzi allo stesso Giudice competente per il merito della causa cui i pretesi danni si riferiscono, trattandosi di competenza esclusiva e inderogabile (Cass. n.17016/03) anche la condanna del querelante per colpa grave, come previsto dall’art. 427 cpp, può essere emessa funzionalmente solo dal Giudice penale su iniziativa (rectius richiesta) della parte danneggiata, e solo con la sentenza pronunciata nel giudizio cui la querela si riferisce (Sent. Trib. Reggio Calabria II sez. Civile n.241/06).
Ciò perché è solo il Giudice penale, conoscitore del processo, a poter decidere con cognizione di causa sulla domanda di risarcimento per colpa grave su richiesta dell’imputato, non potendo in alcun modo tali statuizioni essere demandate ad altro Giudice (in tal senso anche Cass. Civ. 3^ Sez. Sent. n.1748/12).
Da ultimo, Cass. Civ. Sez. VI – ordinanza 20313 del 9/10/15 ha precisato che: “L’imputato assolto può chiedere il danno economico conseguente alla necessità di difendersi in giudizio solo al giudice penale”.
Alla stregua dei richiamati principi, la domanda attrice di risarcimento del danno economico e del danno morale per colpa conseguente l’azione penale temeraria, fondata sull’art. 427 cpp, va dichiarata inammissibile perché formulata contro il principio della competenza funzionale del Giudice penale investito del processo cui la querela si riferisce.
Per quanto concerne la richiesta di condanna per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., avanzata dalla convenuta, questo Giudice osserva che la convenuta non ha dimostrato la mala fede o la colpa grave dell’attore, per cui tale richiesta non può essere accolta.
La condanna per responsabilità aggravata per colpa grave o dolo presuppone la prova dell’altrui malafede o colpa grave nell’agire o resistere in giudizio; la prova del danno subìto a causa della condotta temeraria della controparte. Pertanto, è necessario dimostrare l’esistenza sia dell’elemento soggettivo consistente nella consapevolezza o nell’ignoranza colpevole dell’infondatezza della propria tesi, sia di quello oggettivo, ovvero il pregiudizio subìto a causa della condotta temeraria della parte soccombente. A tal riguardo, la parte istante ha l’onere di fornire elementi probatori sufficienti per provare l’esistenza del danno.
La giurisprudenza conforme della Cassazione è del parere che:
– “Con riguardo alla condanna al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 96 c.p.c., è onere della parte che richiede il risarcimento dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte; sicché il giudice non può liquidare il danno, neppure equitativamente, se dagli atti non risultino elementi atti ad identificarne concretamente l’esistenza, desumibili anche da nozioni di comune esperienza e dal pregiudizio che la parte resistente abbia subito per essere stata costretta a contrastare un’iniziativa del tutto ingiustificata dell’avversario” (Cass. n.21393/05 – n.8913/13).
La peculiarità della questione trattata e la soccombenza reciproca inducono questo Giudice a compensare tra le parti le spese del procedimento.
Sentenza non esecutiva in quanto la disciplina dell’esecuzione provvisoria ex art. 282 c.p.c. trova legittima attuazione solo con riferimento alla sentenza di condanna che, è l’unica che possa, per sua natura, costituire titolo esecutivo.
Il Giudice di Pace di Napoli ex Pozzuoli, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da TIZIO nei confronti di CAIA, disattesa ogni altra istanza ed eccezione, così provvede:
1) rigetta la domanda perché inammissibile, infondata in fatto e in diritto e non provata;
mauro cifola ha detto:
12/08/2017 alle 19:04
dopo aver letto quanto sopra si deduce che ogni cittadino italiano puo’ presentare querela sapendo che quasi quasi
gli andra’ conunque bene.
i limiti sono ben delineati anke per la calunnia.
quindi lo stato permente tecnicamente ke si possono
presentare querele a milioni, senza prove, sul territorio nazionale.
come possono le procure gestire una situazione del
genere? oppure non ho capito bene. a me pare un po’ strano visto ke in italia ci
sono dei grossi problemi di prescrizione di processi
molto importanti. ma tant’e’.
quanto sopra sono pareri di una persona ignorante
ma ke pensa ke 1+1 fa 2.
ke spera di avere una risposta
15/10/2017 alle 20:31
ciao…mi chiamo Salvatore….qualche giorno fa sono sono stato assolto da furto aggravato ma….quando la tipa mi ha denunciato mi ha fatto finire in carcere per 6 ,mesi…ora lo statomi risarcire per ingiusta detenzione,…..posso chiiedere il risarcimento anche a chi mi ha fatto finire in galera…visto che io avevo presentato fin da subitouna contro querela….spero che mi dia una risposta
Salvatore sardegna

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Art. 427
 Cass. 
 art. 96
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 sentenza 
 art. 530
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 art. 96
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 Cass. 
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