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Timestamp: 2020-08-14 20:26:08+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 27211 del 28/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27211 del 28/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 28/12/2016, (ud. 24/11/2016, dep.28/12/2016), n. 27211
sul ricorso 194745/2015 proposto da:
ROMA, VIA FLAMIN1A VECCHIA 657, presso lo studio dell’Avvocato
B.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SISTINA
avverso la sentenza n. 5161/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI del
9/6/2015, depositata il 16/6/2015;
“Con sentenza n. 5161/2015 depositata il 16/6/2015, la Corte di appello di Napoli, decidendo sul reclamo proposto dalla Tessival Sud s.r.l., in liquidazione, avverso la sentenza del Tribunale di Benevento (che, nella fase di opposizione della L. n. 92 del 2012, ex art. 92, commi 51-57, aveva parzialmente accolto il ricorso L. n. 92 del 2012, ex art. 1, commi 48 e segg., proposto da B.D., dichiarato l’inefficacia del licenziamento intimato all’esito di procedura ai sensi della L. n. 223 del 1991 e condannato la società al risarcimento del danno pari a dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto), confermava la pronuncia del Tribunale. Riteneva la Corte territoriale che la comunicazione alle OO.SS. di categoria non fosse stata inoltrata contestualmente a quella di recesso e neppure entro il termine di sette giorni previsto dalla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, come modificato dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 44, bensì oltre due mesi dopo; che a fronte della stringente sequenza temporale prevista dalla legge non fossero possibili sanatorie di sorta in caso di suo inadempimento essendo irrilevante la circostanza che il lavoratore fosse stato in grado di conoscere il criterio di scelta attraverso la comunicazione dell’avvio della procedura; che, peraltro, nella specie non vi era stato un licenziamento contestuale di tutti i lavoratori ma era stato introdotto un criterio di scelta consistente nel licenziare prioritariamente coloro che, entro il 27/9/2012, avessero manifestato la volontà di non opporsi al recesso, prevedendosi che agli stessi venisse corrisposto un incentivo economico da concordare; che la supposta non essenzialità del termine per la suddetta comunicazione contraddiceva la funzione di garanzia da attribuire alla stessa. Evidenziava, infine, che nella specie vi era stata anche una violazione del criterio di scelta individuato nel corso dell’esame congiunto del 4/9/2012 con una discriminazione posta in essere dalla società nei confronti dei lavoratori non aderenti all’UGL.
Con il primo motivo la società denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, commi 5 e 9, art. 5, comma 3, in relazione alla L. n. 223 del 1991, art. 24, comma 2. Si duole dell’attribuita essenzialità al termine per la comunicazione di cui al citato art. 4, comma 9, in presenza di un licenziamento collettivo per cessazione dell’attività in cui, essendovi l’azzeramento dell’intero organico, non vi era alcuna esigenza di comparazione tra i lavoratori; sostiene che in tale situazione il ritardo nell’invio della comunicazione non sarebbe giammai potuto risultare di pregiudizio. Rileva che, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di appello, non vi era stata alcuna scansione temporale dei licenziamenti che erano tutti avvenuti nella medesima data, senza la necessità di individuare criteri di scelta e che la cessazione dell’attività non era mai stata messa in discussione dal lavoratore ovvero dalle stesse OO.SS. in sede di esame congiunto e in sede amministrativa.
Con il terzo motivo la società denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c. – error in procedendo in relazione alla ritenuta violazione dei criteri di scelta con una pronuncia affetta dal vizio di ultrapetizione.
Va innanzitutto richiamata l’espressa previsione di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 24, comma 2 (“Le disposizioni richiamate nel comma 1, si applicano anche quando le imprese di cui al medesimo comma intendano cessare l’attività”), rimasta immutata pur a seguito dell’intervento modificativo di cui alla L. n. 92 del 2012. Il comma 1 di detta disposizione fa espresso riferimento alle disposizioni di cui all’art. 4, commi da 2 a 12 e art. 5, commi da 1 a 5 (si veda, per completezza, anche il D.L. 20 maggio 1993, n. 148, art. 8, comma 4, convertito, con modificazioni, dalla L. 19 luglio 1993, n. 236, secondo il quale: “la disposizione di cui alla L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 24, comma 1, ultimo periodo, si interpreta nel senso che la facoltà di collocare in mobilità i lavoratori di cui all’art. 4, comma 9, della medesima legge deve essere esercitata per tutti i lavoratori oggetto della procedura di mobilità entro centoventi giorni dalla conclusione della procedura medesima, salvo diversa indicazione nell’accordo sindacale di cui al medesimo art. 4, comma 9”).
Come da questa Corte già affermato nella decisione n. 14416 del 4 novembre 2000, facendo seguito alle pronunce a Sezioni unite 13 giugno 2000, n. 419 e 11 maggio 2000, n. 302: “i licenziamenti collettivi conseguenti alla chiusura dell’insediamento produttivo sono ora soggetti alla gran parte delle norme previste in materia di procedura per la dichiarazione di mobilità. Come ha sottolineato la Corte costituzionale, anche la cessazione dell’attività si vuole inserita in quella complessa concertazione attraverso cui la normativa sulla mobilità tende a ridurre le conseguenze della crisi o della ristrutturazione dell’impresa sull’occupazione e ciò in quanto la messa in mobilità viene a coniugarsi con gli ulteriori meccanismi predisposti per la ricollocazione dei lavoratoti, di talchè “cessa assurge ad espressione di un principio generale, che non può non valere anche quando ci si trovi in presenza della mera soppressione dell’impresa” perfino quando tale soppressione sia “operata al di fuori d’ogni procedura” (Sent. n. 6/1999). L’assimilazione logica della cessazione di attività, che la norma effettua alle ipotesi di licenziamento collettivo per “riduzione o trasformazione di attività o di lavoro”, contemplate nel precedente comma è del resto coerente con quanto emerge dai lavori preparatori: infatti il testo approvato originariamente dal Senato conteneva l’espressa previsione della inapplicabilità della normativa in esame all’ipotesi di “cessazione dell’attività di impresa per provvedimento dell’autorità giudiziaria”; ma questa limitazione è stata soppressa nel testo approvato dalla Camera dei Deputati. Da ciò può trarsi un argomento ulteriore circa la volontà legislativa di estendere la latitudine della normativa in esame”.
Coerentemente con siffatta lettura costituzionale della richiamata normativa è stato ritenuto (cfr. Cass. 23 settembre 2011, n. 19496) che, in tema di licenziamenti collettivi, la disciplina prevista dalla L. 23 luglio 1991, n. 223, ha portata generale ed è obbligatoria anche nell’ipotesi in cui, nell’ambito di una procedura concorsuale, risulti impossibile la continuazione dell’attività aziendale e, nelle condizioni normativamente previste, si intenda procedere ai licenziamenti (il tutto, ovviamente, sulla base della disciplina applicabile prima degli interventi legislativi di cui al D.Lgs. n. 148 del 20105, attuativo della L. n. 183 del 2014 – jobs Act -).
Ferma restando, allora, la necessità della comunicazione di cui all’art. 4, comma 9, che resta strettamente collegata, al pari di quella di cui al comma 3 della medesima norma, al controllo, sindacale e pubblico, dell’operazione imprenditoriale (dato testuale egualmente insuperabile quello dell’art. 5, comma 3, secondo cui il recesso di cui all’art. 4, è inefficace qualora sia intimato “… in violazione delle procedure richiamate dall’art. 4, comma 12”; quest’ultima disposizione prevede, a sua volta, che: “Le comunicazioni di cui al comma 9, sono prive di efficacia ove siano state effettuate senza l’osservanza… delle procedure previste dal presente articolo” – cfr. Cass. 1 luglio 2013, n. 16448 -), è stato ritenuto che il datore di lavoro, nell’ipotesi di cessazione dell’attività, è solo “dispensato dall’obbligo di specificare, nella comunicazione di cui alla cit. L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 3, i motivi del mancato ricorso ad altre forme occupazionali, nel caso in cui sia disposta la chiusura di un settore o ramo d’azienda, deve essere applicato tenendo conto che, in tema di licenziamenti collettivi, ai fini dell’applicazione dei criteri di scelta dettati dalla L. n. 223 del 1991, art. 5, la comparazione dei lavoratori da avviare alla mobilità può essere effettuata avendo riguardo soltanto ai lavoratori addetti al settore o al ramo interessato) dalla chiusura o dalla ristrutturazione e non a quelli addetti all’intero complesso organizzativo e produttivo soltanto qualora si accerti che queste riguardino effettivamente in via esclusiva detto settore o ramo d’azienda ed esauriscano in tale ambito i loro effetti, non sussistendo inoltre in esso professionalità suscettibili di utilizzazione nel settore o ramo nel quale l’attività viene mantenuta” – così Cass. 10 maggio 2003, n. 7169; si vedano anche Cass. 26 luglio 2005, n. 15643 e Cass. 17 aprile 2014, n. 8971 nonchè la già citata Cass. 7 giugno 2007, n. 13297 -). E’ stata, altresì, individuata una incompatibilità con riferimento alle conseguenze della dichiarazione di inefficacia del recesso per mancata procedimentalizzazione nell’ipotesi di cessazione dell’attività aziendale, nella quale solo non può essere disposta la reintegrazione nel posto di lavoro dovendo la pronuncia limitarsi ad accogliere la domanda di risarcimento del danno – si veda Cass. 19 dicembre 2008, n. 29831 -.
Pur con i suddetti correttivi interpretativi, è tuttavia sempre rimasta ferma la necessità del rispetto del dato formale e della cadenza procedimentale specificandosi, in particolare, che “la sanzione dell’inefficacia consegue anche nel caso di violazione della prescrizione di cui dell’art. 4, comma 9” – cfr. già Cass. 14 novembre 1998, n. 11480 e numerose successive conformi, tra cui, in particolare le già citate Cass., S.U., 11 maggio 2000, n. 302 e Cass. 1 luglio 2013, n. 16448) e tale vizio non è non è suscettibile di sanatoria ex post (arg. ex Cass. 11 luglio 2007, n. 15479). Si consideri, a tale ultimo riguardo, che anche la L. n. 92 del 2012, ha inciso solo sulla fase iniziale della procedura di informazione e consultazione consentendo ora espressamente la sanatoria di eventuali vizi della comunicazione di apertura della procedura medesima (art. 1, co. 45, che incide sulla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 12).
stato da questa Corte altresì precisato (cfr. Cass. 22 marzo 1999, n. 2701) che “la comunicazione dell’elenco dei lavoratori collocati in mobilità, con la puntuale indicazione della modalità con la quale sono stati applicati i criteri di scelta, assume un’importanza decisiva per il controllo dell’esercizio dei poteri datoriali, fissando definitivamente nei termini indicati dalle comunicazioni la motivazione del singolo licenziamento. D’altro canto, la comunicazione ai soggetti esterni indicati dalla norma svolge la necessaria funzione di manifestare le ragioni delle scelte dell’imprenditore in quanto rilevanti in una dimensione collettiva, e non apprezzabili nell’ambito del singolo rapporto di lavoro; solo in questa dimensione è possibile un’effettiva verifica del rispetto dei criteri di scelta”. E’ stata anche sottolineata la diversità di contento e di finalità delle due comunicazioni previste dell’art. 4, comma 9, il che esclude che l’una possa rendere superflua l’altra (si veda Cass. 8 marzo 2006, n. 4970 secondo cui: “E tenore letterale, nonchè la ratio della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, conducono a ritenere che la prima comunicazione (al singolo lavoratore) e la seconda (agli Uffici del lavoro e alle associazioni di categoria) hanno contenuto e finalità differenti. In particolare, la prima comunicazione – da redigersi in forma scritta – deve contenere solo la notizia del recesso, senza la necessità di alcuna motivazione; la ‘contestualè comunicazione all’Ufficio del lavoro, invece, deve includere anche i dati relativi all’elenco dei lavoratori collocati in mobilità, con l’indicazione per ciascun soggetto del nome, del luogo di residenza, della qualifica, del livello di inquadramento, dell’età, del carico di famiglia, nonchè la puntuale indicazione delle modalità con le quali sono stati applicati i criteri di scelta. Conseguentemente, deve escludersi che la contestualità richiesta dalla menzionata norma (ora il termine di sette giorni) sia prevista in funzione della conoscibilità della motivazione da parte del lavoratore”.
D’altro canto, opinare senz’altro la sufficienza ai fini del rispetto della tutela di cui all’art. 4, comma 9, della non contestazione della scelta imprenditoriale di cessare l’attività (che si assume non essere stata mai messa in discussione dal lavoratore ovvero dalle OO.SS. in sede sindacale o in sede amministrativa), significa non solo elidere del tutto l’iter minuziosamente dettato dal legislatore, ma anche configurare in via di interpretazione una forma alternativa, che la legge stessa non contempla.
La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione degli indicati Per tutto quanto sopra considerato, si propone il rigetto del ricorso con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5”.
6 – 11 ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 art. 92
 art. 1
 art. 4
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 art. 5
 art. 24
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 art. 8
 art. 24
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 art. 13
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