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settembre | 2012 | VOX CLAMANTIS
Più cliccatiNessuna	Archive for settembre, 2012	| 29 settembre 2012
L’amnesia dell’amnistia	Ci risiamo. Come alla fine di ogni legislatura, ecco riesplodere il bubbone delle carceri e riaffacciarsi la solita lagna dell’amnistia e/o dell’indulto. Il presidente Napolitano chiede al Parlamento di approvare alla svelta “proposte volte a incidere sulle cause strutturali della degenerazione dello stato delle carceri”. E fin qui niente da dire, visto che il numero dei detenuti sfiora ormai quota 70 mila su 45 mila posti-cella. Poi però il capo dello Stato suggerisce “l’introduzione di pene alternative alla prigione” ed evoca “un possibile speciale ricorso a misure di clemenza”, addirittura auspicando la riforma “dell’art. 79 della Costituzione che a ciò oppone così rilevanti ostacoli” perché prevede per amnistia e indulto la maggioranza dei due terzi. E qui, francamente, cascano le braccia: perché l’amnistia e/o l’indulto non incidono affatto sulle “cause strutturali dell’affollamento delle carceri, visto che intervengono sulla popolazione già detenuta, mandandone fuori una parte con l’estinzione dei reati o delle pene. Le cause strutturali sono ben altre: i troppi criminali e dunque i troppi reati commessi; i troppi comportamenti previsti come reato, alcuni dei quali potrebbero essere puniti con sanzioni amministrative; la penuria di carceri e dunque di posti-cella rispetto al fabbisogno nazionale. Visto che il numero dei criminali e dei delitti non dipende dal Parlamento (a parte, si capisce, i delinquenti che vi risiedono in permanenza), non resta che incidere sugli altri due fattori: depenalizzando una serie di reati minori, a partire da quelli relativi alle droghe e all’immigrazione clandestina, cancellando una serie di leggi vergogna e “pacchetti sicurezza” approvati nell’ultimo decennio; e costruendo nuove carceri. Invece sono vent’anni che sentiamo annunciare depenalizzazioni, “piani carceri” e leggi “svuota-carceri”, e i penitenziari sono sempre più pieni. Il perché è noto: per vellicare gli istinti più bassi di un certo elettorato, si è seguitato a inventare nuovi reati superflui o a punire tanto più severamente quanto inutilmente quelli già esistenti (vedi i meccanismi perversi dell’ex Cirielli per i recidivi), sempre e solo nel settore della criminalità da strada, mentre quella dei colletti bianchi, che ci ha portati alla bancarotta economico-finanziaria, è sostanzialmente depenalizzata. Così, ogni due per tre, si scopre all’improvviso che le carceri scoppiano, e allora parte la campagna per mandarne fuori un certo numero. Col risultato di aumentare l’incertezza delle pene, anzi la certezza dell’impunità che porta i criminali a concludere che il delitto paga e gli onesti a perdere ogni residua fiducia nelle istituzioni e nella giustizia. Fu così nel 2006, quando l’indulto Mastella (votato da tutti, tranne Idv, Lega e Pdci) liberò 30 mila criminali, evitò che altrettanti finissero dentro e costrinse i magistrati a fare indagini e processi costosissimi per erogare pene puramente virtuali. Salvo poi scoprire sei mesi dopo che le carceri erano più piene di prima. Ora, sei anni dopo, si ricomincia. È un copione già visto, di cui possiamo tranquillamente anticipare il seguito: la congestione delle celle diventerà il pretesto per inserire nell’amnistia o nell’indulto prossimo venturo i reati di corruzione, concussione, illecito finanziamento ai partiti, truffa, frode fiscale, peculato, collusioni mafiose che vedono inquisiti ministri, sottosegretari, parlamentari, banchieri, imprenditori ed “ex”, cioè i protagonisti dei vergognosi scandali degli ultimi anni. Nessuno di loro in carcere, ma molti rischiano presto o tardi di finirci e, pur di strappare il colpo di spugna, sono pronti a ricattare mandanti e complici rimasti nell’ombra. Insomma, mentre si firmano lodevoli appelli per la legge anti-corruzione, è già pronto l’antidoto che salverà tutti. Poi qualcuno si meraviglia se Grillo spopola. Ps. Dov’era Napolitano mentre il Parlamento infilava una legge riempi-carceri dopo l’altra? Al Quirinale, con la penna in mano.
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Parla il giudice: “La vittima sono io, non Sallusti. Fui minacciato per mesi”	Il carcere? Non sta a me stabilire se la legge sia giusta o la pena adeguata. Mi preoccupa che, nel dibattito di questi giorni, nessuno abbia sentito il bisogno di ricostruire i fatti, perché qui la libertà di stampa c’entra poco o nulla”. Giuseppe Cocilovo, il giudice tutelare di Torino che ha ottenuto la condanna di Alessandro Sallusti, abbandona il riserbo degli ultimi giorni e affronta deciso il momento di notorietà che suo malgrado si trova ad affrontare. Ed eccoli, i fatti: “Era il 17 febbraio 2007. La Stampa – racconta Cocilovo – parla di un giudice che avrebbe ordinato a una minorenne di interrompere una gravidanza. Trovo la notizia assolutamente folle e non posso sospettare che parli di me. Lo capisco poi dalle telefonate dei giornalisti e dal pm che apre subito un fascicolo, a cui bastano poche ore per capire che la notizia di reato è inesistente”.
Leave a Comment »	Tag: Covilovo, diffamazione, Farina, Il Giornale, Sallusti	28 settembre 2012
Ma quale reato d’opinione? Punita la menzogna	Così la Cassazione ha detto che Alessandro Sallusti deve andare in prigione. Ricorso rigettato e condanna alle spese processuali. Tutta la campagna sul preteso reato di opinione non vale la carta su cui è stata scritta. Solo perché lo ha detto la Cassazione? Basterebbe. Ma ci si può anche ragionare sopra. In Italia, il reato di opinione non esiste, nessuna legge lo prevede. Sicché non si può essere processati perché si sostiene che le leggi di B. sull’impunità erano incostituzionali e costruite solo per evitargli la galera; oppure che la legge sull’aborto è incivile, barbara, blasfema etc . Sono opinioni. C’è di più: nessuno può essere processato se sostiene che la legge barbara etc. ha per effetto quello di obbligare le persone ad abortire. È un’opinione. Così come è un’opinione sostenere che un libro non è bello, interessante, non ha stile letterario; è un’opinione perfino dire che fa schifo. Quando comincia la diffamazione?
Leave a Comment »	Tag: aborto, Bruno Tinti, diffamazione, Menzogne, Reato d'opinione, Sallusti	28 settembre 2012
Gli infarinati	Sebbene Sallusti ce la metta tutta per farmene pentire, non rinnego l’articolo che ho scritto l’altro giorno sul suo caso. Continuo a pensare che, per risolverlo senza ledere i principi di legalità e di uguaglianza, sarebbe bastato poco: che Sallusti si scusasse col giudice Cocilovo per le infamie scritte su Libero da Renato Farina col comico pseudonimo “Dreyfus” e risarcisse il danno, in cambio del ritiro della querela che avrebbe estinto il processo prima della Cassazione. Poi il Parlamento, visto che i partiti a parole sono tutti d’accordo, avrebbe potuto finalmente riformare la diffamazione a mezzo stampa. Cocilovo s’è detto disponibile, annunciando che avrebbe destinato il risarcimento a una onlus. Ma Sallusti s’è rifiutato di scusarsi e di risarcire, anzi è andato a Porta a Porta a rivendicare l’articolo diffamatorio come libera “opinione” e negando di aver commesso reati. A quel punto la Cassazione, che può annullare le sentenze solo per vizi giuridici o per difetti di motivazione, s’è limitata ad applicare la legge esistente: non ravvisando vizi né difetti nel verdetto d’appello, l’ha confermato. Così è stato Sallusti a condannare a 14 mesi di carcere Sallusti, evidentemente per far esplodere il caso. Il che andrebbe a suo onore, se non fosse che ha subito colto l’ennesima occasione per sparare sui “giudici politicizzati” e sulla “sentenza politica”. Ma qui di politico non c’è un bel nulla: c’è un giornale che mente sapendo di mentire, scrivendo che Cocilovo ha “ordinato” a una ragazzina “l’aborto coattivo” e dunque “se ci fosse la pena di morte, sarebbe il caso di applicarla a genitori, ginecologo e giudice”. Peccato che fosse la ragazza a voler abortire all’insaputa del padre e insieme alla madre avesse chiesto il permesso al giudice: l’avevano scritto l’Ansa e tutti i giornali, tranne Libero, che poi si guardò bene dal rettificare la maxi-balla. Altro che “opinione”: è diffamazione bella e buona, attribuzione di un fatto determinato tanto grave quanto falso. E non si capisce a che titolo il presidente della Repubblica, dopo aver “avvertito” i giudici che li teneva d’occhio mentre stavano per decidere, torni a far sapere che “si riserva di acquisire tutti gli elementi di valutazione”: lui non ha alcun potere di “sorvegliare” i giudici nell’esercizio delle loro funzioni né di “acquisire” alcunché sul merito delle loro decisioni. Semmai è il Csm che potrebbe farlo, se i titolari dell’azione disciplinare (Pg della Cassazione e Guardasigilli) ravvisassero nella sentenza profili disciplinari di abnormità. E qui abnorme è la legge, non la sentenza che la applica. Ma, al posto dei partiti che la usano per ricattare la stampa, sul banco degli imputati finiscono, tanto per cambiare, i giudici che l’hanno osservata. Repubblica parla di “accanimento giudiziario” e “mostruosità giuridica” per una pena detentiva prevista dalla legge. Il solito Battista denuncia sul Corriere “il divario clamoroso tra i due gradi di giudizio” (la prima condanna a 5 mila più 30 mila euro e la seconda che ha aggiunto i 14 mesi di reclusione). Oh bella: ma, se in tutti e tre i gradi i giudici devono decidere allo stesso modo, perché non abolire appello e Cassazione e lasciare solo i tribunali? Battista aggiunge: “Sallusti non ha neppure scritto l’articolo incriminato”. Embè? Basta nascondersi dietro uno pseudonimo per diffamare impunemente? Né si può risolvere la faccenda sostituendo il carcere con la multa. Vero che è così in quasi tutte le democrazie. Ma nelle democrazie non esistono politici che usano i loro media per massacrare gli avversari, ben felici di pagare la multa al posto dei loro killer. Per distinguere l’errore in buona fede e la critica aspra dalla diffamazione dolosa non c’è che una strada: una legge che imponga a chi scrive il falso l’immediata rettifica e, in caso di rifiuto, una dura sanzione penale, anche detentiva. Questa legge tutelerebbe i giornalisti. Ma non i Sallusti e i Farina, che augurano la pena di morte agli altri, poi piagnucolano per qualche mese di carcere, peraltro all’italiana: cioè finto.
Leave a Comment »	Tag: attri, Betulla, Farina, Marco Travaglio, onlus, Porta a Porta, ragazzina, Sallusti	27 settembre 2012
Mai arrivati ai terremotati i 92 milioni tagliati ai partiti	C’erano voluti mesi, innumerevoli promesse mirabolanti e smentite, vertici fiume della maggioranza Abc, ma alla fine i parlamentari, costretti dal peso dell’indignazione popolare, avevano votato il dimezzamento dei (cosiddetti) rimborsi elettorali, approvando una legge che contestualmente destinava i 91 milioni risparmiati (e 74 nel 2013) ai terremotati dell’Emilia. Ciò accadeva in via definitiva il 5 luglio in Senato, ma di quei soldi ai beneficiari non è arrivato neanche un euro. Vicenda paradossale, anche visto che al taglio dei finanziamenti i partiti c’erano stati proprio costretti, e c’erano arrivati all’ultimo momento utile per “bloccare” l’ultima tranche dei finanziamenti. Ma allora, che cosa è successo? Difficile capirlo . Secondo la legge alla destinazione dei risparmi così ottenuti in favore degli interventi conseguenti ai danni provocati da eventi sismici e calamità naturali deve provvedere il governo. IN PARTICOLARE , spiegano dalla Presidenza della Camera, “le risorse debbono essere destinate, con decreto del ministro dell’Economia, a un apposito programma di competenza della Presidenza del Consiglio – Dipartimento per la Protezione civile” per destinarle alle amministrazione pubbliche competenti. Ora, il decreto non c’è. Alla Protezione civile dicono di non averne avuto notizia formale , la Camera ribadisce che non servono altri adempimenti da parte del Parlamento. E allora? A rispondere alla fine è Betty Olivi, portavoce del presidente del Consiglio Mario Monti (che, per inciso, dà notizia diversa rispetto alla Camera): “Non c’è bisogno di decreto, né altro passo legislativo. Il tesoro trasferisce direttamente alla regione tali fondi. Si sta completando l’ultimo adempimento burocratico per il trasferimento di cassa”.
Leave a Comment »	Tag: Emilia, Fondi, Mario Monti, Partiti, presidente del consiglio, Terremoto	27 settembre 2012
I panni sporchi non si lavano a Ballarò	Veniva a Ballarò che non era nessuno e ci è tornata che di nuovo è nessuno”. A parlare è Maurizio Crozza, in una delle sue copertine migliori, con tanto di accenno (ironico ma non troppo) ai forconi. Allude a Renata Polverini. Ride, l’ex Governatrice. Ride molto. Soprattutto quando non c’è motivo. Non ignorando che la tivù può sbiancare, ambisce alla catarsi. Ma l’acqua, dopo un po’, si sporca perfino nel piccolo schermo. E se ti ostini a sguazzarci, ne esci ancora più fangosa. Renata ha trucco da grandi occasioni e ballerine d’ordinanza. Brandisce bilanci. Si trincera dietro il “così fan tutti”, come una Mozart che nessun Salieri invidierà mai. Ripete che non poteva sapere, “come Monti non sapeva di Lusi”. Il rispetto – per gli elettori, ma ormai pure per se stessi – è impalpabile. Evaporato e deturpato. La situazione consiglierebbe il silenzio. Lei, al contrario, si vanta (“Dopo di me mi auguro che ci saranno delle persone perbene come siamo stati noi”). A tratti sembra un nuovo format, roba tipo “La Governatrice sotto accusa”, in cui tutti recitano una parte e alla fine – dopo il “cartello 317” di Pagnoncelli, rutilante come una catalessi – si torna a casa. Felici e contenti, perché il ciak è andato bene. Eppure son simpatica. È colpa della Ravetto. Da quando disse a Crozza “Non fa ridere” (e non perché era permalosa: perché le battute non le capisce proprio), ogni politico ostenta autoironia. Così, martedì, mentre il comico genovese colpiva (“Tagliavano il ticket ai disabili, la cultura, i trasporti”), la Polverini rideva. “Tornare ‘nessuno’ è la cosa più bella, ah ah”. “Le ordinazioni di ostriche erano aumentate, ah ah”. Ah ah. Quando c’era Marrazzo. “Comportamenti immorali c’erano anche prima del mio arrivo. I collaboratori di Marrazzo bevevano regolarmente champagne nei migliori ristoranti di Roma. Anche Marrazzo pagava la cosiddetta rappresentanza con soldi pubblici. Bisogna spiegare”. Sì, ma solo se costretti. E sempre sostenendo che la rogna ce l’hanno tutti. Morale immorale. “Stia sereno Di Pietro, non prendiamo questa deriva perché caschiamo male. Non c’è reato, c’è un comportamento immorale” . Stiamo sereni. Nuvole e pajata. “Il Lazio allo sfascio ce l’hanno portato le amministrazioni precedenti. A’ Di Pietro non gioca’, che qui nessuno casca dalle nuvole, non fa’ demagogia che alla fine ce stanno pure i tuoi”. Qui è possibile aggiungere: “Daje”, “Anvedi”, “Li mortacci” (si scelga a piacere). Niente. A un certo punto c’è stato un collegamento con Schifani. Quindi, a un certo punto, non c’è stato niente. L’esorciccia. Ce l’aveva quasi fatta. Il triplice fischio di Floris era vicino. Fatale, però, un affondo di Massimo Giannini: “Possibile che sia stata una governatrice a sua insaputa? È grottesco”. Qui la Polverini si è impossessata di se stessa. Volto paonazzo, profilo mefistofelico, voce luciferina. Ascoltiamola. “La mia azione di governo ha portato risultati importanti. Io me ne sono andataaaaa e ditelo a quelli di sinistra, diteglielo! (sì, ma dirgli cosa? Che si è dimessa? Forse la notizia è arrivata persino nel Pd) Perché voi citate Formigoni, ma Vendola dove sta? Ed Errani che ha dato soldi a suo fratello? E allora sia gentile, sia correeeeetto! Perché io dal 1970 sono l’unica persona che se ne va per colpa di altri e sono orgogliosaaaaaa di averlo fatto. Ha capito? Basta! Non accetto più di essere sotto processo per qualcosa che non ho commesso. Io, Renata Polverini, con la dignità che mi contraddistingue (la “dignità”, in effetti, è un po’ la cifra distintiva della Polverini. Da sempre) torno a essere una privata cittadina. Punto (e virgola). Questo è ciò che ho fatto e quello che i suoi amici non hanno fatto. E l’ho fatto lunedìììì perché ho voluto azzerare il finanziamento. Vada a studiare, Giannini. La aspetto domani nel mio ufficio”. Chissà se Giannini, poi, c’è andato. A scuola. In ufficio. O anche solo a cercare un esorcista. Molto bravo, possibilmente.
Leave a Comment »	Tag: Andrea Scanzi, Ballarò, cartello, Maurizio Crozza, ostriche, Polverini, renata	27 settembre 2012
Sentenza vintage	Un giorno un vecchio giudice della Corte d’Assise di Torino aprì il processo a un imputato di omicidio con queste parole: “Fate entrare l’assassino”. Naturalmente la difesa lo ricusò all’istante e il processo ripartì davanti a un altro presidente. Purtroppo la Corte costituzionale non è ricusabile, anche perché non ne esiste un’altra che possa prenderne il posto. Altrimenti la Procura di Palermo avrebbe tutti i motivi per ricusarla, con tutto quel che è accaduto dal 15 luglio, quando Napolitano ebbe la bella pensata di farsi un decreto per sollevare conflitto di attribuzioni contro i pm che avevano osato intercettare Mancino senza prevedere che avrebbe parlato con lui. Da allora chiunque non sia in malafede ha capito benissimo che la Procura ha applicato la legge e il conflitto non sta né in cielo né in terra, ma per carità di patria la Consulta troverà il modo di dar ragione a Napolitano, o almeno di non dargli torto. Come ha paventato anche l’ex presidente Zagrebelsky, si teme che la sentenza sia già scritta, a prescindere dal merito e dal diritto. Speriamo di sbagliarci, ma gl’indizi sono tanti e tali da fare quasi una prova. 1) La Procura non può nominare il suo difensore naturale, cioè l’Avvocatura dello Stato, perché l’ha già sequestrato il capo dello Stato, ed è costretta a cercarsi tre avvocati privati (il terzo lavorerà gratis o dovranno pagarlo i pm di tasca propria). 2) Quirinale e Avvocatura lavorano al conflitto fin dal 15 luglio, mentre i pm non possono far nulla fino al 19 settembre, quando la Consulta finalmente lo notifica alla Procura: peccato che il testo, segreto per i pm, fosse noto a Repubblica fin dai primi di agosto. 3) Il 14 settembre fonti interne alla Consulta anticipano all’Ansa il verdetto di ammissibilità del ricorso, cinque giorni prima che i giudici costituzionali si riunissero in camera di consiglio per decidere. 4) In media la Consulta decide sui ricorsi nel giro di un anno o più: ma stavolta il presidente Alfonso Quaranta vuole chiudere tutto in quattro mesi, entro novembre, anziché l’estate o l’autunno prossimi come vorrebbe la prassi. E perché mai? “Per la delicatezza e l’importanza” del ricorso. Cioè perché c’è di mezzo Napolitano. Eppure, se fosse vero quel che assicura Napolitano, e cioè che il conflitto mira a difendere un principio e non la sua persona, sarebbe molto meglio decidere quando lui non sarà più presidente, come già fece la Consulta nell’unico precedente (il conflitto sollevato da Cossiga nel 1991 e risolto soltanto nel ’92 dopo la sua uscita dal Quirinale). Così, fra l’altro, si eviterebbe di influenzare l’udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia che inizia proprio a fine ottobre. A meno che l’obiettivo non sia proprio questo: abbattere la Procura di Palermo e intimidire il gup chiamato a rinviare a giudizio o prosciogliere gl’imputati, compreso il protegé del Quirinale. 5) Per abbreviare l’iter, la Consulta non comprime i tempi a entrambe le parti in conflitto, ma solo alla Procura: il Colle e l’Avvocatura hanno avuto il tempo che volevano per scrivere il ricorso, mentre i pm per rispondere hanno solo 25 giorni invece dei 50 canonici. Quasi che il diritto di difesa fosse ormai un optional. 6) Dulcis in fundo, la Consulta emette un’ordinanza ai confini della realtà in cui chiede, oltre a notizie utili sulle telefonate Mancino-Napolitano, una serie di atti totalmente estranei al tema del conflitto: quelli del procedimento-stralcio già all’esame del gip e pieno di carte ancora coperte da segreto. Vero che la Consulta può acquisire atti segretati, ma solo se attinenti all’oggetto del conflitto. E questi non lo sono. Chiederli è un’intimidazione ai pm e un abuso di potere, visto che la Consulta non può sindacare il merito di un’indagine. Ma di abusi di potere questa storiaccia è costellata fin da quando Mancino chiese protezione a Napolitano e lo sventurato rispose. Da allora, per coprire il primo abuso, sono arrivati tutti gli altri. E non abbiamo ancora visto tutto. Comprereste una sentenza usata da questa Consulta?
Leave a Comment »	Tag: capo dello stato, Corte Costituzionale, Mancino, Marco Travaglio, procura di palermo	12 settembre 2012
Il ministro giapponese suicida per prevenire lo scandalo sessuale	Spuntano un dossier su una amante e ipotetici problemi economici nel caso della tragica morte del ministro giapponese dei Servizi finanziari, Tadahiro Matsushita, impiccatosi ieri nella sua abitazione a Tokyo proprio nella Giornata mondiale della prevenzione dei suicidi. La stampa nipponica, tra cui il quotidiano Asahi, ha citato un “corposo dossier” che il settimanale scandalistico Shukan Shincho si appresta a pubblicare oggi, con “i dettagli di una relazione extraconiugale”. I QUOTIDIANI SPORTIVI, quali Sports Houchi e Sports Nippon, sono stati quelli particolarmente ricchi di indiscrezioni, come i presunti e ipotetici problemi di natura finanziaria che avrebbero travolto il politico di 73 anni e la relazione “con una donna in piedi da 20 anni”, motivo del gesto per scongiurare “lo scandalo”. I contorni sarebbero “di una situazione sfuggita di mano, su cui non si escluderebbero anche ritorsioni e vendette”. Vicino al corpo sono state trovate lettere indirizzate a sua moglie, al primo ministro Yoshihiko No-da e ad alcuni ministri che potrebbero fornire elementi per la ricostruzione del gesto. I colleghi di governo, a partire dal premier Yoshihiko Noda, gli hanno reso omaggio: il ministro Jun Azumi, ora titolare ad interim delle deleghe sui Servizi finanziari, ha ricordato “un uomo politico agguerrito che lavorava molto bene”. Matsushita è il primo ministro a togliersi la vita dal 2007, quando il titolare del dicastero dell’Agricoltura Toshikatsu Matsuoka si impiccò dopo le accuse di corruzione per aver intascato illegalmente alcune decine di milioni di yen, ma è l’ ultimo e clamoroso caso di un Paese che da 14 anni registra un numero di suicidi oltre le 30.000 unità all’anno, piazzandosi nelle classifiche dell’Ocse al 3° posto quanto a percentuali in rapporto alla popolazione, dopo Ungheria e Corea del Sud. Ingenti investimenti per contrastare “una piaga sociale” sono stati sostenuti dal ministero della Salute e del Welfare, con scarsi risultati. Il suicidio (ji-satsu, letteralmente “uccidere se stesso”) non ha nel Sol Levante la percezione di tipo occidentale e ha una lunga tradizione come mezzo di scuse, di protesta, di riscatto dell’onore, di vendetta e di “cura” delle malattie.
Leave a Comment »	Tag: donna in piedi, Giappone, Ministro, Scandalo, Sesso, sports nippon, Suicicio	12 settembre 2012
Violante: “Il Fatto e i Pm complottano”	L’Infedele, La7, lunedì 10 settembre, ore 21. Per suonare la nota giusta, prima di precipitare in una sinfonia di “progetti politici”, “canee”, “clave” e “governi dei giudici”, può bastare anche una brava violinista di Aleppo. A Sonig Chekerian, Luciano Violante offre un ricordo: “Abbiamo parlato di Bach a Vicenza”, a Gad Lerner, una mappa geografica: “Se le interessa, io sono nato a Dire Daua, in Etiopia”, al pubblico mani giunte, sorrisi e sportività anche quando il padrone di casa : “Questo è molto utile, abbiamo anche il politico nato in Etiopia” ne mette brutalmente alla porta le ascendenze. A L’Infedele, ospiti tra gli altri Armando Spataro e Paolo Mieli, si è discusso di agenti provocatori, magistrati protagonisti e – luci più rosse – di cittadini “eccitati contro un meccanismo rappresentativo” . Nel riproporre la fedele radiocronaca degli scambi più accesi in quattro atti, summa delle due ore e 28 di trasmissione, ci scusiamo per l’inevitabile sintesi.
Leave a Comment »	Tag: gad lerner, l infedele, la7, luciano violante, Pm, sonig, una sinfonia, Violante	12 settembre 2012
Leave a Comment »	Tag: Antonio Ingroia, articolo 104, citazione, classe dirigente, Csm, decalogo, Giustizia, Mafioso, Marco Travaglio, populismo, Pubblico Ministero	4 settembre 2012
Ravenna, Forza nuova choc: attiva un “numero nero” contro gli immigrati	Vi sentite minacciati? A Ravenna è attivo un numero di telefono cellulare da chiamare per denunciare “discriminazioni, violenze, ingiustizie subite dal popolo italiano”. Numero verde, lo chiamano. A dire il vero è un “numero nero”. Nero come coloro che si richiamano al fascismo, e fascista è il fine visto che a istituirlo sono i militanti di Forza nuova. Si chiama “osservatorio antirazzista” ed è nato per tutelare i cittadini italiani “vittime di soprusi e discriminati dagli extracomunitari”, così si legge su forzanuova.org. L’osservatorio esisteva già in altre città del nord Italia come Genova e Como, ora è arrivato anche a Ravenna.
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