Source: http://www.ateneoweb.com/taxelex-documento/circolare-agenzia-entrate-n-42-del-04102004.html
Timestamp: 2016-10-24 15:55:13+00:00

Document:
Circolare Agenzia Entrate n. 42 del 04.10.2004
Procedure concorsuali - Trattamento fiscale
del residuo attivo - Articolo 183 T.U.I.R.
La presente circolare contiene chiarimenti in
merito ad una serie di quesiti, sottoposti all'attenzione della scrivente nella
forma di richieste di pareri o di istanze di interpello, attinenti la corretta
determinazione del reddito di impresa prodottosi nel corso delle procedure
Con particolare riferimento al fallimento e alla
liquidazione coatta amministrativa, viene esaminata la questione inerente alla
valorizzazione del cd. residuo attivo, costituito dal complesso dei beni oggetto
di restituzione - ad esito della ripartizione finale dell'attivo - al soggetto
fallito tornato in bonis.
Nel testo i riferimenti al fallimento ed al curatore
fallimentare si devono intendere effettuati, in quanto compatibili, anche alla
liquidazione coatta amministrativa ed al commissario liquidatore.
2 Determinazione del residuo attivo della
La disciplina applicabile per determinare il
risultato imponibile delle procedure concorsuali è contenuta nelle seguenti
- articolo 183, comma 2, del testo unico
delle imposte sui redditi (cd. T.U.I.R., approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986,
n. 917) a mente del quale "il reddito d'impresa relativo al periodo
compreso tra l'inizio e la chiusura del procedimento concorsuale, quale che sia
la durata di questo ed anche se vi è stato esercizio provvisorio, è costituito
dalla differenza tra il residuo attivo e il patrimonio netto dell'impresa o
della società all'inizio del procedimento, determinato in base ai valori
fiscalmente riconosciuti";
- articolo 183, comma 3, del T.U.I.R.,
secondo cui "per le imprese individuali e per le società in nome
collettivo e in accomandita semplice la differenza di cui al secondo comma è
diminuita dei corrispettivi delle cessioni di beni personali dell'imprenditore o
dei soci compresi nel fallimento o nella liquidazione ed è aumentata dei debiti
personali dell'imprenditore o dei soci pagati dal curatore o dal commissario
liquidatore";
- articolo 18, comma 2, del D.P.R. 4
febbraio 1988, n. 42, ai sensi del quale "il patrimonio netto dell'impresa
o della società all'inizio del procedimento concorsuale, di cui al comma 2
dell'articolo 125 del testo
unico (ora articolo 183, in
seguito alle modifiche apportate al T.U.I.R. dal decreto legislativo 12 dicembre
2003, n. 344) è
determinato mediante il confronto, secondo i valori riconosciuti ai fini delle
imposte sui redditi, tra le attività e le passività risultanti dal bilancio di
cui al comma 1 dello stesso articolo, redatto ed allegato alla dichiarazione
iniziale dal curatore o dal commissario liquidatore. Il patrimonio netto è
considerato nullo se l'ammontare delle passività è pari o superiore a quello
delle attività".
L'individuazione delle corrette modalità da seguire
per la valorizzazione, ai fini fiscali, di quanto restituito al soggetto ex
fallito tornato in bonis (cd. residuo attivo) non può prescindere dalla
preliminare considerazione degli effetti conseguenti alla sentenza dichiarativa
di fallimento.
2.1 Effetti nei confronti del debitore fallito
della sentenza dichiarativa di fallimento
A tal riguardo vengono in evidenza due particolari
disposizioni del R.D. 16 marzo 1942, n. 267 (cd. legge fallimentare, di
seguito, in breve, "L.F."):
- l'art. 42, ai sensi del quale "la
sentenza che dichiara il fallimento priva dalla sua data il fallito
dell'amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data
della dichiarazione di fallimento. Sono compresi nel fallimento anche i beni che
pervengono al fallito durante il fallimento, dedotte le passività incontrate
per l'acquisto e la conservazione dei beni medesimi";
- l'art. 44 che dispone che "tutti gli
atti compiuti dal fallito e i pagamenti da lui eseguiti dopo la dichiarazione di
fallimento sono inefficaci rispetto ai creditori. Sono egualmente inefficaci i
pagamenti ricevuti dal fallito dopo la sentenza dichiarativa di
fallimento".
Nell'attuale sistema normativo, con l'avvio della
procedura fallimentare i beni dell'impresa vengono vincolati al soddisfacimento
delle ragioni dei creditori e, di conseguenza, il curatore subentra
all'imprenditore dichiarato fallito nella conduzione dell'impresa.
Con la sentenza dichiarativa di fallimento si realizza,
più precisamente, una sorta di cristallizzazione del patrimonio aziendale il
quale diviene insensibile all'operato del suo effettivo titolare.
Il soggetto dichiarato fallito perde, tuttavia,
esclusivamente la disponibilità del proprio patrimonio (che viene acquisita
dall'ufficio fallimentare), non anche la titolarità sui propri beni (principio,
quest'ultimo, da tempo recepito dalla giurisprudenza di legittimità, sin dalla
pronuncia della Cass. Civ, 13 luglio 1957, n. 2847).
La stessa formulazione letterale delle disposizioni
relative ai poteri del curatore conferma che l'apertura del fallimento non
provoca il trasferimento della proprietà dei beni avocati alla relativa
Qualora, infatti, si verificasse il trasferimento in
capo alla curatela della proprietà della massa dei beni costituenti l'attivo
fallimentare, perderebbe di significato la previsione che specifica il trapasso
agli organi della procedura della facoltà di detenzione e dell'amministrazione
degli stessi beni, necessariamente comprese nei diritti del proprietario.
Per altro aspetto, deve ritenersi, in conformità con
l'indirizzo della giurisprudenza prevalente (cfr., ex multis, Cass. Civ., 7
luglio 1981, n. 4434), che alla sentenza dichiarativa di fallimento non consegue
l'incapacità di agire, nè la perdita della capacità imprenditoriale del
fallito: assoggettata al fallimento non è la persona fisica o giuridica, bensì
Benché privo della legittimazione ad amministrare e
disporre dei propri beni, il soggetto interessato dal fallimento non è un
incapace; egli può, infatti, intraprendere una nuova impresa anche nel corso
della procedura (sempre che l'esercizio di quest'ultima avvenga in piena
autonomia, nel senso che i beni a tal fine utilizzati non siano compresi nel
fallimento).
La circostanza per cui l'apertura della procedura
fallimentare non esclude la possibilità che il soggetto dichiarato fallito
intraprenda, pendente la procedura, una nuova attività d'impresa, induce a
ritenere che nel caso in cui la procedura concorsuale si chiuda per cause
diverse dall'avvenuta liquidazione integrale dell'attivo, al ritorno in bonis
del soggetto ex fallito si accompagna la ripresa dell'attività imprenditoriale.
Il soggetto ex fallito, infatti, tornerà in bonis
quale imprenditore commerciale, ovvero nella medesima veste in cui si trovava
all'atto della dichiarazione di fallimento (ex articolo 1, L.F.).
Da tanto consegue che il soggetto ex fallito,
rientrando nella piena disponibilità e possibilità di gestire i beni compresi
nel residuo attivo restituitogli, riprenderà l'esercizio dell'impresa già
condotta sino al momento della dichiarazione di fallimento, ferma restando la
possibilità di decidere - in un secondo momento - di non proseguire l'attività
imprenditoriale pregressa (optando per l'inizio di una differente attività
ovvero per la cessazione dall'esercizio di qualunque attività d'impresa).
Le considerazioni sin qui condotte non mutano se, in
luogo dell'imprenditore individuale, sia interessata dal fallimento una società
di capitali.
In proposito si ricorda che con la riforma del diritto
societario (attuata con il D.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 ed entrata in vigore il 1 gennaio
2004) sono venute meno alcune peculiarità degli effetti della dichiarazione di
fallimento nei confronti della società e dei suoi organi.
Nel previgente regime la sentenza dichiarativa di
fallimento era espressamente prevista quale causa di scioglimento delle società
di capitali (v. articoli 2448 e 2497 del codice civile, nella formulazione
anteriore alla riforma). Per effetto della dichiarazione di fallimento si
apriva, pertanto, una fase di liquidazione della società, indipendentemente da
una delibera in tal senso dell'assemblea dei soci. La società veniva privata
dell'amministrazione del proprio patrimonio (trasferita al curatore
fallimentare), anche se gli amministratori rimanevano in carica per la tutela
dei diritti della società nei confronti del fallimento (ad es. nella fase
dell'accertamento del passivo) e, con la chiusura della procedura, cessavano gli
effetti del fallimento sul patrimonio della società, mentre agli amministratori
di quest'ultima era restituita la disponibilità e l'amministrazione dei beni
sociali residui.
In seguito alla cessazione della procedura, tuttavia,
la società già interessata dal fallimento andava, in ogni caso, incontro allo
scioglimento: la chiusura del fallimento, infatti, non determinava di per sé la
revoca della liquidazione, essendo in proposito necessaria una esplicita
deliberazione in tal senso dell'organo assembleare. Con la delibera di revoca
della liquidazione, la società tornata in bonis era posta in condizione di
riprendere l'esercizio dell'attività condotta all'epoca della dichiarazione di
A seguito della riforma societaria la dichiarazione di
fallimento non è più prevista quale causa di scioglimento delle società di
capitali (v. articolo 2484 del codice civile, nella formulazione successiva
all'entrata in vigore del D.lgs. n. 6
del 2003).
In virtù della nuova previsione normativa, la sentenza
dichiarativa di fallimento emessa nei confronti di una società di capitali non
costituisce provvedimento prodromico alla procedura di scioglimento, con la
conseguenza che, una volta terminata la procedura concorsuale con un eventuale
attivo residuo, la società ex fallita potrà riprendere ad operare, senza che a
tal fine si renda necessaria alcuna delibera assembleare.
2.2 Valorizzazione, ai fini fiscali, del
residuo attivo della procedura
La questione relativa alla determinazione del
valore da attribuire, ai fini delle imposte dirette, ai beni oggetto di
restituzione al debitore ex fallito in seguito alla ripartizione finale
dell'attivo, postula la necessità di definire in via preliminare la nozione
fiscale di residuo attivo.
Il residuo attivo della procedura concorsuale è
costituito dalle disponibilità che residuano in seguito alla soddisfazione di
tutti i creditori ammessi al concorso, nonché al pagamento del compenso del
curatore e delle spese di procedura.
Il valore di tale residuo è, pertanto, pari al valore
di quanto restituito al soggetto ex fallito.
Particolare rilievo, al fine dell'individuazione di
quest'ultimo, assume il principio - prima esaminato - per cui la chiusura della
procedura concorsuale non comporta di per sé la cessazione dell'impresa il cui
esercizio aveva determinato l'insorgere dello stato di insolvenza.
Ciò premesso, è utile operare una distinzione tra le
diverse ipotesi di chiusura del fallimento.
L'articolo 118
della L.F. prevede in proposito i seguenti casi di chiusura del
1) chiusura del fallimento per inesistenza
del passivo: si verifica nel caso in cui non siano state proposte in terminis
domande di ammissione al passivo o, se presentate, non ne sia stata autorizzata
l'insinuazione;
2) chiusura del fallimento per integrale
pagamento dei creditori: si verifica nel caso in cui, anche in epoca anteriore
alla ripartizione finale dell'attivo, sia intervenuto l'integrale pagamento
della totalità dei crediti ammessi al passivo, o questi sono in altro modo
estinti, e sono pagati il compenso del curatore e le spese di procedura,
cosicché il fallimento non ha più ragion d'essere;
3) chiusura del fallimento per compiuta
ripartizione finale dell'attivo: si verifica quando l'intero attivo realizzato
dagli organi della procedura sia stato ripartito tra gli aventi diritto, pur se
tra questi ultimi alcuni siano ancora, in tutto o in parte, insoddisfatti;
4) chiusura del fallimento per
insufficienza dell'attivo: si verifica nel caso in cui manchi un attivo da
ripartire tra i creditori ammessi al passivo.
2.2.1 Chiusura della procedura per avvenuto
esaurimento dell'attivo
Nelle ipotesi sub 3) e 4) il fallimento viene a
concludersi in ragione dell'esaurimento del patrimonio destinato al
soddisfacimento dei creditori: la chiusura della procedura viene disposta, in
altre parole, perché non esistono altri beni utilmente liquidabili per il
pagamento dei creditori concorsuali.
Ciò tanto nell'ipotesi in cui il curatore sia
costretto a prendere atto di una vera e propria insufficienza dell'attivo,
quanto in quella in cui lo stesso riesca a procedere ad una compiuta (sebbene
incompleta) ripartizione dell'attivo: in entrambi i casi viene meno la stessa
ragion d'essere del fallimento, avendo la liquidazione concorsuale interessato
l'intero patrimonio del fallito.
E' evidente che in tal caso non è configurabile alcun
residuo attivo da restituire al soggetto fallito, né, quindi, alcun reddito
d'impresa ascrivibile alla procedura concorsuale.
2.2.2 Chiusura della procedura per inesistenza
del passivo o per integrale pagamento dei creditori
Le ipotesi sub 1) e 2) sono accomunate dal ritorno
in bonis dell'ex fallito, cioè dalla circostanza che questi rientra nel
possesso di attività costituenti il residuo dell'attività di liquidazione
Ciò comporta che alla chiusura del fallimento (per
inesistenza di passivo o integrale soddisfazione delle ragioni dei creditori
ammessi al concorso) segue la ripresa dell'attività economica, soggetta al
regime ordinario del reddito d'impresa.
Con riguardo alle fattispecie in esame, si ritiene che
così come l'apertura della procedura concorsuale non determini ex se
l'estinzione dell'impresa individuale (né, tanto meno, quella dell'impresa
costituita in forma societaria), allo stesso modo la ripresa dell'attività
conseguente alla chiusura del fallimento non comporta il sorgere di una nuova
L'individuazione delle corrette modalità di
valorizzazione del predetto residuo non può prescindere dalle considerazioni
appena svolte in ordine alla mancanza di un effetto privativo della capacità
imprenditoriale conseguente all'apertura del fallimento.
Ne consegue che all'atto della chiusura del fallimento
il fallito ritornerà in bonis in qualità di imprenditore, dovendo, pertanto,
riassumere nel proprio patrimonio i beni del residuo attivo al costo fiscalmente
rilevante, assoggettandoli al regime proprio dei beni relativi all'impresa. I
beni residui, pertanto, non rientrano (neppure ai fini fiscali) nel patrimonio
del soggetto ex fallito, per il fatto stesso che non ne sono mai usciti.
Il curatore dovrà valorizzare i beni compresi nel
residuo attivo secondo il valore preesistente al fallimento e, quindi, sulla
base del costo fiscalmente riconosciuto.
Analogamente per le società, al verificarsi della
chiusura della procedura, cessano gli effetti patrimoniali del fallimento e agli
amministratori è restituita la disponibilità e l'amministrazione dei beni
sociali perché possa esercitarsi la stessa attività condotta all'epoca della
Le modalità di valorizzazione dei beni compresi nel
residuo attivo saranno, pertanto, le medesime applicabili nell'ipotesi di
ritorno in bonis dell'imprenditore individuale.
In occasione della successiva eventuale alienazione dei
beni compresi nel residuo attivo troverà applicazione l'ordinario meccanismo di
tassazione delle plusvalenze patrimoniali disciplinato dall'articolo 86 del T.U.I.R. (nell'ipotesi in
cui il bene ceduto rientri tra quelli "relativi all'impresa", laddove,
in caso contrario, il corrispettivo della cessione costituirà un ricavo,
imponibile ai sensi dell'articolo 85
del T.U.I.R.). E' in tale circostanza, in definitiva, che si manifesterà il
presupposto impositivo e non al momento della restituzione dei beni alla
società ex fallita.
Rispetto ai beni oggetto di restituzione al fallito,
viene così a realizzarsi una continuità tra il valore di carico precedente
l'apertura del fallimento e il valore con cui i medesimi vengono fiscalmente
ripresi al momento del reingresso nella disponibilità della società tornata in
In tal modo, non si verifica alcuna tassazione al
momento della restituzione dei beni alla società ex fallita, rinviando
l'assoggettamento ad imposta al momento della manifestazione del presupposto
impositivo (alienazione dei cespiti a titolo oneroso, assegnazione ai soci o
destinazione a finalità estranee all'esercizio dell'impresa).
In conclusione, determinandosi per effetto della
chiusura del fallimento la ripresa dell'operatività del regime fiscale
d'impresa, il curatore dovrà - all'atto della valorizzazione del residuo attivo
- valutare i cespiti restituiti al soggetto ex fallito (a prescindere dalla
natura - individuale o societaria - di quest'ultimo) secondo l'ultimo valore
fiscalmente riconosciuto dei medesimi.
Con specifico riferimento all'ipotesi di chiusura del
fallimento per inesistenza del passivo (di cui all'articolo 118, n. 1), L.F.), caratterizzata
dalla mancata insinuazione di creditori allo stato passivo ovvero dalla mancata
ammissione di creditori allo stesso, occorre considerare, tuttavia, che nessuna
attività liquidatoria viene effettuata dalla curatela nei confronti del
patrimonio del soggetto fallito.
In siffatta ipotesi, a ben vedere, la restituzione dei
beni (inizialmente appresi dalla curatela) al soggetto ex fallito tornato in
bonis non configura un residuo attivo contrapponibile - in sede di
determinazione del reddito imponibile della procedura - al netto patrimoniale in
essere alla data di apertura del fallimento. Il residuo attivo è, al contrario, rappresentato da
quanto realizzato dalla curatela nonostante l'assenza di attività liquidatoria,
una volta detratte le spese sostenute per la gestione della procedura e per il
compenso del curatore.
Di norma, entreranno, dunque, nel computo del residuo
attivo le somme corrispondenti al saldo attivo presente sul libretto di conto
corrente intestato alla procedura, nonché gli eventuali canoni riscossi dalla
curatela relativamente a beni locati compresi nel patrimonio attratto al
fallimento (o relativamente all'affitto dell'azienda del soggetto fallito,
qualora autorizzato dagli organi competenti per prevenire il danno grave e
irreparabile conseguente alla chiusura dell'attività).
2.2.3 Deducibilità di passività non
insinuate o successivamente rinunciate
In relazione alla corretta determinazione del
residuo attivo, si fa presente che quanto affermato nella circolare 26 marzo
2002 n. 26/E (cfr. paragrafo 1.2)
relativamente all'irrilevanza - in sede di determinazione del residuo attivo -
delle passività estranee alla procedura fallimentare (in quanto non insinuate
o, qualora insinuate, oggetto di successiva rinuncia) è da intendersi
esclusivamente riferito alle passività di cui il curatore non ha tenuto conto
al fine della quantificazione del patrimonio netto iniziale.
Soltanto in tale particolare ipotesi, infatti, può
affermarsi che tali debiti non siano stati conosciuti dal curatore e siano
rimasti, ai fini dell'IRES, estranei alla procedura concorsuale.
A conclusioni opposte deve giungersi nel caso in cui
determinate passività, pur non essendo state insinuate, siano, comunque, state
prese in considerazione dal curatore all'atto della determinazione del
patrimonio netto iniziale del soggetto fallito.
In tale ultima ipotesi dette passività (seppur
estranee alla procedura) dovranno, in ogni caso, essere tenute in considerazione
(rectius: essere computate in diminuzione del residuo attivo) in sede di
determinazione del reddito del maxi-periodo fallimentare. Il curatore, più
precisamente, ai fini della determinazione del reddito d'impresa ascrivibile al
maxi-periodo d'imposta fallimentare (ex articolo 183 del T.U.I.R. e, dunque, in
sede di confronto tra residuo attivo e patrimonio netto iniziale) dovrà tener
conto delle passività non insinuate, nonché di quelle successivamente
rinunciate.
All'atto del ritorno in bonis, il soggetto ex fallito -
nel riprendere l'attività imprenditoriale precedentemente esercitata -
prenderà nuovamente in carico le proprie passività residue, comprese quelle
(seppur non insinuate) computate in diminuzione del residuo attivo.
Tali ultime passività, pertanto, saranno prese in
considerazione - in base alle ordinarie regole di determinazione del reddito
d'impresa - al fine della determinazione del reddito complessivo dei periodi
d'imposta successivi alla chiusura del fallimento. Le stesse, pertanto,
nell'ipotesi di definitiva rinuncia alla pretesa da parte del creditore (così
come nell'eventualità di una loro estinzione secondo modalità diverse dal
pagamento), daranno luogo a sopravvenienze attive imponibili ai fini IRES.
3 Precisazioni in merito a talune posizioni
fiscali "sospese" alla data di apertura del fallimento
In seguito alla chiusura del fallimento e al
conseguente ritorno in bonis, dal momento che l'attività d'impresa prosegue
anche sotto il profilo fiscale, risulta necessario disciplinare alcune vicende
fiscali preesistenti all'apertura della procedura, quali la tassazione
rateizzata delle plusvalenze e gli eventuali utilizzi (avvenuti in pendenza
della procedura) di riserve in sospensione d'imposta.
L'esame di tali fattispecie deve essere condotto
tenendo presente che nel corso del periodo di durata della procedura
fallimentare si determina una sospensione dell'operatività delle ordinarie
regole in materia di determinazione del reddito d'impresa, per cui alle predette
vicende non risultano applicabili, nel corso del maxi-periodo fallimentare, le
consuete disposizioni del T.U.I.R..
La determinazione del risultato imponibile della
procedura fallimentare segue, infatti, regole sue proprie, nel senso che gli
ordinari criteri di determinazione del reddito d'impresa non trovano più
applicazione: il risultato imponibile della procedura presenta, come visto,
natura ibrida, in quanto pur rivestendo carattere reddituale, scaturisce dal
confronto tra il patrimonio rilevato all'atto della chiusura (rectius: il
residuo attivo oggetto di restituzione all'ex fallito) e quello misurato alla
data di apertura della procedura stessa, considerata come un unico periodo
d'imposta.
3.1 Riserve e fondi in sospensione
Le riserve e i fondi in sospensione d'imposta
risultanti dal bilancio redatto dal curatore, secondo quanto disposto dal primo
comma dell'articolo 183 del
TUIR, devono essere ricostituiti nel primo bilancio successivo alla chiusura
della procedura concorsuale, al netto dell'importo eventualmente utilizzato nel
corso di quest'ultima.
Gli eventuali utilizzi che la curatela abbia compiuto
nel corso della procedura al fine del pagamento dei crediti insinuati (nonché
del pagamento del proprio compenso o delle spese della procedura) non
determinano il venir meno della condizione di sospensione d'imposta delle
predette poste (né il conseguente assoggettamento a tassazione in sede di
determinazione del reddito imponibile della procedura), in quanto non
riconducibili ad alcun atto di volontà dell'imprenditore fallito.
3.2 Plusvalenze rateizzate
Il trattamento delle eventuali quote residue delle
plusvalenze oggetto di imputazione frazionata alla formazione dell'imponibile
IRES (ai sensi del quarto comma dell'articolo 86 del T.U.I.R.), esistenti alla
data di apertura del fallimento, discende dalla considerazione unitaria del
maxi-periodo fallimentare e dalla conseguente inapplicabilità delle ordinarie
regole in materia di determinazione del reddito d'impresa.
Da ciò deriva che se anteriormente all'apertura del
fallimento talune plusvalenze siano state oggetto di concorso solo parziale alla
formazione dell'imponibile IRES (con conseguente rinvio al futuro delle rate
residue), nell'intero periodo fallimentare (quale ne sia la durata) non si avrà
ulteriore tassazione. Nel primo periodo d'imposta successivo alla chiusura del
fallimento, andranno, pertanto, recuperate a tassazione le quote rateizzate che
sarebbero state ordinariamente assoggettate ad imposizione nei periodi d'imposta
compresi nel maxi-periodo.
Si consideri al riguardo il seguente esempio avente ad
oggetto un caso di periodo d'imposta coincidente con l'anno solare e di
fallimento iniziato in data 1 luglio 2003 e terminato in data 30 settembre 2005.
Si supponga che all'atto dell'apertura del fallimento
sia presente una plusvalenza rateizzata tassata per un quinto del relativo
importo (nel periodo d'imposta 1 gennaio - 31 dicembre 2002).
La tassazione dei residui importi dovrà avvenire con
la seguente tempistica:
- II rata: tassata in sede di
presentazione, da parte del curatore, della dichiarazione relativa alla frazione
di periodo d'imposta anteriore all'apertura del fallimento (1 gennaio - 30
giugno 2003);
- III rata: tassata in sede di
presentazione, da parte del soggetto tornato in bonis, della dichiarazione
relativa alla frazione di periodo d'imposta successiva alla chiusura del
fallimento (1 ottobre - 31 dicembre 2005). Si tratta della rata che avrebbe
dovuto essere ordinariamente assoggettata a tassazione in quanto relativa al
periodo d'imposta 2004 (compreso nel maxi-periodo);
- IV rata: tassata in sede di
fallimento (1 ottobre - 31 dicembre 2005). Si tratta della rata che
ordinariamente avrebbe dovuto essere assoggettata a tassazione per il periodo
d'imposta 2005;
- V rata: tassata in sede di presentazione,
da parte del soggetto tornato in bonis, della dichiarazione dei redditi relativa
al periodo d'imposta 2006.
- Monza, 43 minuti fa	Registro unico antiriciclaggio per Professionisti e CED multiutenza v 4.0. Licenza 1PC
- Vicenza, 45 minuti fa	Calcolo previsionale IRPEF 2016 (redditi 2016)
- Roma, 1 ora e 26 minuti fa	Modello di ricorso tributario su avviso di accertamento da studi di settore (con asserita antieconomicità e abuso del diritto) nei confronti di una S.r.l. (ristorante) in ipotesi di anche reclamo/mediazione
- Udine, 3 ore fa	L'Indice di Altman per la valutazione della situazione finanziaria/patrimoniale: foglio di calcolo
- Bernezzo, 3 ore fa	Analisi di Bilancio economico finanziaria (su indicazioni CNDCEC per Basilea2)
- Bernezzo, 3 ore fa	Analisi di Bilancio in forma abbreviata 2016
- Bernezzo, 3 ore fa	Analisi di Bilancio in forma ordinaria 2016
- Bernezzo, 3 ore fa	Pacchetto Analisi di Bilancio 2016
- Bernezzo, 3 ore fa	Check List per la cessione di quota di SRL
- Gaeta, 4 ore fa	Recesso del socio di SRL con accrescimento delle partecipazioni dei soci rimasti (“procedura semplificata senza intervento del notaio”)
- Roma, 5 ore fa	Recesso del socio di SRL con accrescimento delle partecipazioni dei soci rimasti (“procedura semplificata senza intervento del notaio”)
- Olgiate Comasco, 6 ore fa	Recesso del socio di SRL con accrescimento delle partecipazioni dei soci rimasti (“procedura semplificata senza intervento del notaio”)
- Lucca, 6 ore fa	Finanziamento all’impresa da privato non socio: modello e procedura per prestiti tra privati
- Cento, 6 ore fa	Liquidazione SRL: procedura semplificata senza intervento del notaio
- Iglesias, 6 ore fa	Contratto di franchising
- Civitanova Marche, 6 ore fa	Recesso del socio di SRL con accrescimento delle partecipazioni dei soci rimasti (“procedura semplificata senza intervento del notaio”)
- Gallarate, 8 ore fa	Contratto di franchising
- Bologna, 5 giorni fa	AteneoWeb s.r.l.

References: Articolo 183
 articolo 183
 articolo 183
 articolo 18
 articolo 183
 sentenza 
 sentenza 

sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 articolo 1
 sentenza 
 articolo 2484
 sentenza

 articolo 183