Source: https://lucalodi.wordpress.com/2007/11/04/proposta-di-emendamento-al-ddl-sulleditoria-per-escludere-i-blogger/
Timestamp: 2017-09-23 09:19:17+00:00

Document:
Proposta di emendamento al ddl sull’editoria per escludere i blogger | Il blog di Luca Lodi
← Lezioni di vita (lavorativamente parlando)
Vigili non vigili e veicoli con luci spente →
Proposta di emendamento al ddl sull’editoria per escludere i blogger
Pubblicato il 4 novembre 2007	di LL
“Sono esclusi dall’obbligo dell’iscrizione al Registro degli Operatori della Comunicazione i soggetti che accedono a internet o operano su internet in forme e con prodotti, come i siti personali o ad uso collettivo, che non costituiscono il frutto di una organizzazione imprenditoriale del lavoro”
E’ questo il comma aggiuntivo al DDL Editoria proposto da Riccardo Franco Levi e che potrebbe risultare sufficiente a calmare gli animi dei giorni scorsi. Roberto Giachetti chiede il parere ai lettori del suo blog.
Da una prima analisi mi pare che questo comma – così ho commentato sul blog di Giachetti – sia una buona proposta volta ad evitare ulteriori dubbi interpretativi visto che circoscrive l’applicabilità ai soli soggetti che soggiacciano alle seguenti condizioni:
attività di informazione periodica, di carattere editoriale;
requisito di organizzazione imprenditoriale di lavoro.
Questo requisito escluderebbe anche le associazioni e le fondazioni e probabilmente anche qualche altro soggetto – persona giuridica.
Quale sarà l’epilogo di questo disegno di legge?
30 risposte a Proposta di emendamento al ddl sull’editoria per escludere i blogger
studiodiruggiero.it ha detto:
La proposta di modifica al famigerato art.7 del DDL sull’editoria recita testualmente:
Modestamente credo che tale modifica non chiarisce gli ambiti applicativi della norma, anzi è fonte di ulteriori dubbi interpretativi.
Cosa significa avere un sito e gestirlo con un’organizzazione imprenditoriale del lavoro?
Se il blog personale diventa una fonte di reddito, pur minimo, (si pensi alle rendite delle campagne Google adsense ospitate su un sito) significa che lo stesso “costituisce il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro”?
Si badi che nessun cenno è fatto alle dimensioni che questa organizzazione deve avere e che, quindi, allo stato, anche il singolo blogger, con la sua attività, potrebbe costituire una pur minima attività organizzativa imprenditoriale.
Nessun dubbio, poi, si porrebbe per quel fortunato utente della rete che riuscisse faticosamente a fare del proprio sito un’attività redditizia tanto da dover aprire la partita IVA. L’iscrizione al ROC sarebbe obbligatoria.
E’ abbastanza per far perdere ogni speranza di fare della propria passione, un lavoro.
5 novembre 2007 alle 16:56
Il blog/sito è frutto dell’organizzazione imprenditoriale di lavoro se viene realizzato al fine dello svolgimento dell’attività di lavoro che abbia natura imprenditoriale.
La nozione di “organizzione imprenditoriale di lavoro” non comprende i lavoratori autonomi ma le imprese, dove ci sia un rapporto di lavoro che dia sviluppo, appunto, all’organizzazione. Il fatto che si aggiunga il carattere della imprenditorialità esclude le fondazioni e le associazioni e forse anche qualche altro soggetto.
La norma non dice che bisogna registrarsi al ROC se si guadagna dal sito, bensì che devono iscriversi i soggetti aventi una “organizzazione imprenditoriale di lavoro” che utilizzino il sito per fare attività editoriale.
Stiamo attenti alle parole e ai significati, sia letterali che normativi o giurisprudenziali.
I guadagni di Google AdSense non sono sono necessariamente il frutto dell’organizzazione imprenditoriale di lavoro ma sono strumenti accessori del sito e la p.iva non ha nulla a che vedere, perché oggi si evita di dichiarare il guadagno di AdSense ma forse andrebbe assoggettato a Irpef alla voce “redditi diversi”. Ma questo è altro argomento di studio su cui adesso non ho tempo di approfondire.
5 novembre 2007 alle 21:31
L’autore del post mi permetta di dissentire. A mio parere questo comma aggiuntivo non chiarisce alcun dubbio; anzi, mi aspettavo una integrazione più esaustiva, data la delicatezza dell’argomento. Per far sì che un prodotto editoriale sia frutto di un’organizzazione imprenditoriale è sufficiente una partita iva. A tal fine Il diritto commerciale non fa alcuna differenza tra una ditta individuale e una spa. Semmai, le differenze tra le forme giuridiche incidono su altri aspetti (dimensioni, limitazioni di responsabilità, ecc…). La titolarità di in prodotto editoriale può essere sia di individuo che di una società, questo mi pare logico. Il problema pertanto rimane dato che molti blogger gestiscono la propria attività con una partita iva. Non solo ma moltissimi, la stragrande maggioranza, pubblica annunci adsense, partecipa cioè al programma pubblicitario di Google mediante un rapporto fondato sulla CONCESSIONE DI UNO SPAZIO PUBBLICITARIO (è la descrizione richiesta da Google per l’emissione della fattura). La tipologia della partecipazione al programma adsense, rientra a tutti gli effetti tra le attività previste nell’art 2195 del Codice civile; chi partecipa al programma svolge a tutti gli effetti attività di impresa. E’ sicuramente non attività occasionale in quanto l’ospitalità degli annuci adsense è continuativa, dunque professionale e dunque soggetta ad iva ex DPR 633/72
I blogger che non fatturano quanto percepito da Google in virtù della loro partecipazione ad AdSense sono considerabili alla stregua di EVASORI. Altre informazioni sono disponibili qui http://www.fiscoitaliano.altervista.org/ADSENSE-IVA-FATTURA.htm
Il fatto che molti pubblisher non fatturino è un altro discorso, ma la norma fiscale prevede tale obbligo. E poi, su cosa si fonda la pretesa per la quale il proprietario di un sito non dovrebbe fatturare un importo percepito tramite la vendita di uno spazio? Quindi anche un semplice blogger che pubblica annuci adsense è da considerare a tutti gli effetti un imprenditore. Su questo argomento trovate sui vari forum tantissime informazioni perchè due annii fa un “ragazzo” che aveva iniziato a pubblicare gli annunci, sollecitato dal papà, chiamò l’agenzia delle entrate e gli confermarono tutto. Pubblicò un thread su un forum (mi sembra alverde) e tanti alti pubblisher inziarono ad informarsi e tutti ebbero le stesse conferme. Non solo, ma dopo un paio di settimane Google apportò le modifiche al proprio regolamento. Si tratta di una questione che ho seguito molto attentamente. Oggi, non contento, ho chiamato anche io l’Agenzia delle Entrate e mi HANNO CONFERMATO TUTTO. In definitiva le “prestazioni Adsense” resa da un publisher italiano, per il tramite del suo sito internet italiano, a Google Usa devono essere ancora considerate imponibili ordinariamente ad Iva in Italia e dunque soggette a fatturazione ed a tutti gli altri ordinari adempimenti Iva. Tutto questo per dire, che se questo DDL, così come è -malamente- concepito, diventerà Leggi i blogger dotati di Partita Iva dovranno iscriversi al ROC. Gli altri invece dovranno astenersi dal pubblicare qualsiasi pubblicità attraverso la quale percepiscono dei guadagni. Non siate troppo ottimisti su questa cosa perchè quando le leggi sono fatte con norme poco chiare i giudici sono costretti ad interpretare le varie situazioni e non sempre le sentenze sono nel giusto.
5 novembre 2007 alle 21:46
In merito alla tua affermazione ” la p.iva non ha nulla a che vedere, perché oggi si evita di dichiarare il guadagno di AdSense ma forse andrebbe assoggettato a Irpef alla voce “redditi diversi”
Mi spiace Luca, ma questa cosa è errata sotto il profilo giuridico-fiscale. Peraltro è una questione già ampiamente chiarita (leggi i link che ho indicato nel mio commento precedente). Ma non solo: ti consiglio di informarti presso l’Agenzia delle Entrate perchè oggi mi hanno riferito che ci sono stati già alcuni precedenti tanto con l’AdSense quanto con altri programmi di provider di advertising quali tradedoubler, ecc… Se cerchi su Google troverai molte altre fonti che potranno confermare tutto questo. Se non erro sull’argomento intervenne anche Andrea Monti, un giurista tra i massimi esperti di delle reti telematiche presidente dell’Alcei, Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva.
Questa legge andava formulata in altro modo; sarebbe stato opportuno chiarire le DIMENSIONI dell’organizzazioni ma non fare riferimento in modo cosiì generico al concetto di Impresa. I giudici alla fine si dovranno ispirare alle norme del diritto privato e del diritto commerciale. Non posso fare delle ipotesi su ciò che il legislatore intendeva esprimere. Questa legge farà danni!
6 novembre 2007 alle 13:15
Mi pare si stia facendo un po’ di confusione.
Anzitutto io non escludo che AdSense vada dichiarato, rilevando la necessità di uno studio approfondito dell’argomento proprio perché “particolare” a sono convinto che molti blogger non dichiarano i guadagni di AdSense. Il T.U.I.R. (DPR 917/86 e succ. modif.) forse non è proprio preparatassimo a investire i guadagni di AdSense, almeno non quelli della persona fisica privo di partita iva (cioè non imprenditore o lavoratore autonomo).
Almeno AdSense del tipo generico, quello che ti fa guadagnare mettendo il banner.
Sotto quale forma potrebbe rientrare? Redditi diversi? Mah.
Invece quello relativo alla sponsorizzazione attiva su AdSense è altra questione, avendo necessità di p.iva (ma qui non entro perché io non lo uso).
Non vado oltre, non essendo l’argomento di questa discussione e non interessandomi in questo preciso momento. Eventualmente tornerà su questo un altro giorno.
Torniamo all’argomento principale: Blogger ed Editoria.
Secondo me il primo errore che si sta facendo è quello relativo alla definizione di “organizzazione imprenditoriale di lavoro”. Qui non può rientrarvi il lavoro autonomo, né secondo la definizione edittale dell’art. 2082 C.c., né alla stregua delle norme tributarie, nè tanto meno secondo gli orientamenti giurisprudenziali.
L’attività di impresa – perché a questa dobbiamo rivolgere la nostra attenzione – è quella svolta dall’imprenditore nell’ambito dell’organizzazione di persone e mezzi. Organizzazione, dunque, presuppone che non vi sia il singolo lavoratore autonomo (altrimenti definito dall’art. 2222 C.c. e non dall’art. 2082!!), bensì un imprenditore e soci o collaboratori (non obbligatoriamente in forma di lavoro subordinato), oltre che i relativi mezzi.
Già da questa chiara distinzione tra la nozione di “impresa” e “lavoro autonomo” possiamo escludere l’inclusione dei tanti blogger che vorrebbero esercitare attività editoriale (quindi dalla potenziale legge speciale sull’editoria, oltre che dalla vigente normativa in materia).
Non vi rientra nemmeno il lavoratore autonomo occasionale. Al limite possiamo metterci i lavoratori autonomi abituali come il giornalista free lance che, in questo caso, fa vera attività editoriale e quindi potrebbe valer la pena di farlo rientrare nell’ambito applicativo del d.d.l., ancorché però non abbia una precisa e completa organizzazione imprenditoriale di lavoro. Ma non tocchiamo questa ipotesi, servirebbero ulteriori analisi.
Certo, i concetti suesposti collimano spesso. La differenza è sottile e la si evidenzia solo alcuni profili giuridici. Ma c’è e va richiamata.
E vorrei ricordare che il fatto di guadagnare da AdSense non è requisito per l’iscrizione al ROC, perché uno può guadagnare da AdSense senza fare alcuna attività editoriale. L’emendamento, inoltre, non parla di “frutti del sito” ma dice espressamente che il sito o blog deve essere il “frutto di un’organizzazione imprenditoriale di lavoro”.
Ragazzi, il significato anche qui cambia notevolmente!! Stiamo attenti alle parole.
Vorrei comunque ricordare che una implicita esclusione dei blogger è già espressa dalle finalità del d.d.l., al suo art. 1, cui un giudice deve tenere presente in sede di giudizio.
Il d.d.l. va infatti interpretato sia in modo letterale che in modo sistematico. Di questo avevo già parlato nel precedente post.
L’argomento è così ampio e delicato che forse andrebbe spiegato in altro modo… Vedremo se ce ne sarà l’opportunità e la possibilità 🙂
Per quanto riguarda il caso di Aosta incolla di seguito l’estratto dal mio articolo “I blogger e le responsabilità per quanto pubblicano“:
Loud mi dispiace contraddirti ma “l’attività di impresa – appunto perchè è quella svolta dall’imprenditore nell’ambito dell’organizzazione di persone e mezzi” (e non di dipendenti bada bene) può essere svolta anche da un solo idividuo con una semplice partita iva. Non confonderti con il concetto di dipendenti: per organizzazione di beni e persone, secondo il diritto commerciale, si intende un’altra cosa.
Io quando svolgevo attività professionale con una semplice partita iva, senza nessuna società alle spalle, non avevo nessun dipendente ma “acquistavo” i servizi di altri mie colleghi professionisti (con relative partita iva) e fatturavo qualche centinaio di milioni delle vecchie lire. La mia era attività di impresa al 100% e nel mio ufficio non c’era neppure la segretaria. Peraltro per mettere in piedi un’attività impenditoriale nel campo dell’editoria web BASTA POCHISSIMO: lo sapete meglio di me!!
Per quanto riguarda l’obbligo fattura AdSense, è inutile che ci inventiamo ipotesi, perchè a tal proposito si sono già espressi molti professionisti noonchè la Agenzia delle Entrate. E poi, ribadisco: per quale ragione non si ddovrebbero fatturare i proventi derivanti dalla concessione di spazi pubblicitari sul proprio sito web? Ci sono dei publisher che senza “organizzazione di benii e persone” guadagnano molto bene con i vari programmi pubblicitari. (lo scrivono loro stessi sui forum).
Non mi sembra corretta questa posizione (non mi riferisco a te) secondo la quale le tasse le devono pagare sempre gli altri. Se percepisci dei guadagni con attività “continuativa” cioè con una tantum, al di là dell’entità degli importi, DEVI fatturare. Prova a chiedere questa cosa all’agenzia delle entrate e vedrai.
In ultimo, sulla tua osservazione ” weblog non può essere soggetto alla normativa sulla stampa poiché non sussiste alcuna periodicità di aggiornamento” ho molto da ridire. Mi sembra un’altra scappatoia, del tutto inutile peraltro. Quindi tu metti nel calderone TUTTI i blog? Allora, anche i blog di repubblica o dell’espresso non sono testate giornalistiche. Il weblog è semplicemente la forma – lo strumento- con il quale si pubblicano le informazioni. Io poi vedo i giro dei blog personali che pubblicano con assoluta periodicità e con una organizzazione di collaborazioni non indifferente.
Sia chiaro: io sono dalla parte dei blogger, ma proprio per questo ritengo che a loro stia sfuggendo qualcosa. Sto leggendo interpretazioni a mio parere totalmente errate, a partire da questa cosa di AdSENSE
“E il blogger è sempre a scopo commerciale? La risposta è negativa.” Il 90% dei blogger guadagna con gli AdSense.
Non mi voglio ripetere, ma questa cosa degli adsense, non capisco la ragione per la quale preferite sottovalutarla. Perchè gli importi percepiti sono bassi? Mica sempre! E poi, anche se fosse, non è che io possa esimermi dall’aprire una partita iva solo perchè presumo di guadagnare poco! Mi sembra una posizione di comodo. Un voler interpretare a tutti i costi le normative fiscali italiane.
Scusami se ti rispondo a pezzi …
“Almeno AdSense del tipo generico, quello che ti fa guadagnare mettendo il banner.
Sotto quale forma potrebbe rientrare? Redditi diversi? Mah.”
Ti ho già inviato il link con tutte le informazioni del caso. “Redditi diversi” si riferisce a tutt’altra cosa (le “dichiarazioni di redditi le faccio da 20 anni :-). AdSense è un programma pubblicitario basato su un rapporto CONTINUATIVO (quindi non Una Tantum) tra il publisher e Google Usa che consiste nella RISERVAZIONE (cioè Concessione) di spazio pubblicitario sul proprio sito web. Pertanto i proventi sono soggetti a fatturazione ed a tutti gli altri ordinari adempimenti Iva. (D.P.R. 633/72 (c.d. Legge Iva) e, in particolare, dall’art. 7, comma 4, lettera F – Regolamento (CE) n. 1777 del 17 ottobre 2005
“Invece quello relativo alla sponsorizzazione attiva su AdSense è altra questione, avendo necessità di p.iva”
Qui siamo in un ambito totalmente diverso: si tratta cioèè di AdWords, il programma pubblicitario per GLI INSERZIONISTI che pubblicano gli annunci che poi finiscono nella rete dei siti a contenuto (gli AdSense appunto). Ma non stiamo parlando degli inserzionisti ma dei publisher: sono due facce della stessa medaglia.
6 novembre 2007 alle 17:44
Maurizio, stai travisando le mie parole.
GOOGLE ADSENSE ED IVA.
Non dico che i guadagni di AdSense non debbano essere fatturati, tant’è che non escludo nemmeno l’obbligo di dichiarazione annua. Bisogna però fare un distinguo:
a) blogger privo di p.iva e che, quindi, non fatturerà nulla ma al limite esporrà i guadagni nel 730 (ma su questo non voglio entrare in questa sede perché è altra questione rispetto al post);
b) blogger con p.iva che sfrutta il sito per la propria attività e quindi deve apportarvi fattura;
c) blogger con p.iva ma che uso il sito a scopo privato e non per la propria attività, che quindi potrebbe non far rientrare il guadagno ai fini IVA.
L’articolo web di Fisco italiano da te citato, comunque, mi pare parli solo della fiscalità di AdSense per i soggetti con p.iva, non per gli altri, visto che si riferisce ai soggetti passivi di imposta annoverando tra parentesi “imprenditori individuali, società ed enti commerciali”.
Infatti l’IVA “si applica sulle cessioni di beni e le prestazioni di servizi (…) nell’esercizio di imprese o nell’esercizio di arti e professioni” (art. 1 DPR 633/72), quindi alle imprese e ai lavoratori autonomi. Non a colui nella vita fa una differente attività principale.
Per il lavoratore dipendente o parasubordinato o per il lavoratore occasionale, il guadagno di AdSense andrà piuttosto dichiarato ai fini IRPEF tra i “redditi diversi” ex art. 67 TUIR. Poi su questo possiamo porre delle riserve visto che bisogna verificare se vi sia imposizione fiscale già in USA e se vi siano accordi internazionali per evitare la doppia imposizione fiscale (che se c’è andrà recuperata in dichiarazione dei redditi).
Per quanto riguarda l’Agenzia Entrate vedi più avanti.
Non ricordavo il nome del servizio; grazie della precisazione.
NOZIONE DI ORGANIZZAZIONE IMPRENDITORIALE.
La prima distinzione è negli artt. 2082 e 2222 Cod. civ. (materia giuslavorista e commerciale), poi si passa a quelle della disciplina tributaria, infine alle nozioni giurisprudenziali.
Bisogna stare attenti ai profili. A livello giuridico il lavoratore autonomo non è dotato obbligatoriamente di una organizzazione di persone e mezzi (definizione già richiamata dall’art. 2082 C.c. per l’impresa).
RESPONSABILITA’ DEL BLOGGER.
Il richiamo alla periodicità è fatto, nell’articolo (che va letto per intero per comprendere a fondo), perché i blogger spesso richiamano questo punto per ritenersi esclusi dalla normativa sull’editoria mentre invece le ragioni di esclusione sono altre (e le spiego nell’articolo). Era doveroso, per chiarire la questione nella blogsfera (ecco perché pubblicai quell’articolo su Punto Informatico e su portali giuridici come Diritto.it) fare menzione anche alla periodicità.
Ma io escludo a monte l’ambito l’applicativo della disciplina ai blogger, tant’è che quando mi riferisco alla periodicità scrivo l’inciso “ancorché ormai esclusa l’applicazione”.
Il punto dell’articolo che ti ho citato, comunque, riguardava il caso di Aosta che è stato frainteso. Frainteso più che altro perché chi l’ha messo in discussione non aveva letto a modo tutta la sentenza e quindi si erano travisate le parole del giudice di merito.
Il fatto di guadagnare da AdSense non è scopo commerciale del blogger. Lo scopo commerciale si desume dall’attività editoriale volta alla pubblicazione dei testi per guadagnarci qualcosa, cioè alla loro vendita. Questo è lo scopo commerciale dell’editore.
Salvo eccezioni, il blogger non pubblica i propri scritti per guadagnarci sopra. Semmai applica gli AdSense sul sito per ottenerci qualcosa di remunerativo. Ma ciò non significa che il proprio blog (ergo, i propri post) sia a scopo commerciale. Fornire dei servizi a pagamento all’utente nell’ambito di una attività imprenditoriale è scopo commerciale, lucrativo.
RAPPORTI CON L’AGENZIA DELLE ENTRANTE.
L’Agenzia fa bene a dire al lavoratore autonomo che deve fatturare i guadagni di AdSense.
Ma ha detto anche che il privato (non imprenditore e lavoratore autonomo) deve aprire la p.iva per fatturarli? Assurdo! Non avrà semplicemente omesso dal discorso questa ipotesi?
L’Agenzia è brava, non lo nego. Ma anche lei fa errori.
Ti faccio un esempio: Poco tempo fa ho visto che non permetteva una detrazione di imposta per un caso controverso. Mi sono chiesto come mai. Lei fu chiara nella sua circolare ma io non ero d’accordo perché decadeva un concetto base del presupposto normativo della deduzione. Alcuni colleghi e altri consulenti seguivano l’orientamento dell’Agenzia. Io no, preferivo basarmi sulle norme e sui concetti generali del diritto, oltre che preferire interpretazioni letterali ed in sistematicità delle norme tra loro cercando di avere un risultato ragionevole.
Trovai anche una sentenza che favoriva il mio orientamento.
A fronte delle mie motivazioni (basate sulle norme) l’Agenzia mi diede ragione in sede di autotutela, pur non cambiando il proprio orientamento.
Insomma, meglio ottenere sempre interpretazioni sistematiche dove possibile, preferendo anche il significato letterale/dottrinale/giurisprudenziale laddove ci siano dubbi. Se lo schema interpretativo ha buone basi e non è forzato su un’intepretazione solo di alcune norme, allora siamo sulla buona strada. L’Agenzia a volte sbaglia, come tutti.
Mi pare si faccia molta confusione di concetti e nozioni giuridiche, forzando il significato delle parole del legislatore e della giurisprudenza laddove richiamata.
Ti ringrazio dei commenti, anche se forse l’argomento andrebbe affrontato fuori dal blog per cercare la chiarezza espositiva. Posso accennarti che già un personaggio conosciuto in rete mi ha chiesto di parlarmi via Skype. Da lì vedrò che altro passo fare, se del caso 😉
Per ora rispondo solo al primo punto perchè vado di corsa. Domani con calma rispondo alle altre osservazioni
“blogger privo di p.iva e che, quindi, non fatturerà nulla ma al limite esporrà i guadagni nel 730”
Non credo proprio che si possa contemplare questa ipotesi. Se il blogger decide di guadagnare con il proprio weblog pubblicando annunci pubblicitari (AdSense o di altro genere) SMETTE di essere una persona fisica perchè la legge fiscale italiana gli impone di APRIRE UNA PARTITA IVA. La logica è quella che ti ho già spiegato: si tratta di attività continuativa non di una vendita occasionale. Ad esempio, se io privato decido di vendere il mio iPod una tantum non devo aprire la partita iva; ma se decidessi di venderne tanti e continuativamente DEVO APRIRE LA MIA BELLA PARTITA IVA. (altrimenti scusa eh, che sono fessi tutti quelli che la aprono la P.Iva ???)
Tanto è vero che Google precisa quanto segue: “Se le autorità locali richiedono l’emissione di una fattura per la rimessa dell’IVA a nostro favore, la preghiamo di specificare tutti i dati indicati di seguito in difetto dei quali, la fattura non sarà valida …ecc…ecc…”
Si tratta di una modifica/integrazione che hanno apportato al loro regolamento proprio per l’Italia, perchè le autorità locali italiane richiedono l’emissione di fattura. Si tratta cioè di importi da ASSOGGETTARE AD IVA. Per dirla più chiaramente non puoi svolgere l’attività di vendita di spazi pubblicitari (perchè di questo si tratta) da privato.
Ecco perche un blogger che pubblica annunci AdSense secondo la normativa fiscale italiana DEVE aprire la P.iva. Se non lo fa corre un bel rischio perchè quando presenterà il 740 quella dicitura PROVENTI DIVERSI sarà sicuramente contestata in sede di controlli (è esattamente la frase che mi ha riferito il funzionario della Agenzia delle Entrate)
L’articolo da me citato si riferisce all’abbligo di assoggettare ad IVA i guadagni percepiti con AdSense. Non c’è scampo, te l’assicuro! Quelli che non fatturano lo fanno a loro rischio e pericolo, stanne certo.
Ecco perchè il DDL, doveva chiarire le dimensioni dell’attività. Non basta fare riferimento iin modo generico all’attività a scopo di lucro. Quello che scrive lo studio ruggeri (il primo commento del post) è correttissimo.
Maurizio, non sono d’accordo. Sopra ho precisato di più, rileggi per favore.
Inoltre il ddl riguarda l’attività editoriale, l’assoggettabilità fiscale dei guadagni di AdSense sono da ricercarsi nei testi IRE e IVA (e qui preciso che la fattura va emessa se lo spazio pubblicitario riguarda comunque il sito del lavoratore autonomo o dell’impresa, ecco perché il regolamento prevede la possibilità di fatturazione verso Google).
Se l’Agenzia fa contestazioni al limite si impugna l’atto e poi si vede chi ha ragione.
6 novembre 2007 alle 18:42
Un’altra osservazione…
tu riesci a distinguere così nettamente i blog personali da quelli professionali? Io vedo in giro un sacco di blog definibili personali (ma solo perchè dietro c’è una sola persona) che aggiornano più o meno come una testata, pubblicano annunci adsense, banner, link testuali (a pagamento), ecc… mica devo farti i nomi no?? Questi svolgono un’attività o no? Non organizzata secondo il tuo parere? Bene, andiamolo a dire ad un giudice quando qualcuno solleverà la questione legalmente. E vedrai quanti modi di interpretare quale norma ambigua verranno a galla. E il povero blogger che tentava di costrursi un’attività senza pesare sulla collettività chiude la baracca.
Come dice giustamente studiodiruggiero…E’ abbastanza per far perdere ogni speranza di fare della propria passione, un lavoro.
Peraltro siamo qui a discutere proprio perchè stiamo interpretando in modo diverso una norma. Tu sei così sicuro che i giudici la interpreteranno come te? Una azienda con un bravo avvocato se volesse fare male ad un blogger sfruttando questa norma che sta per diventare legge, non ci mette nulla, dammi retta.
6 novembre 2007 alle 18:52
“la fattura va emessa se lo spazio pubblicitario riguarda comunque il sito del lavoratore autonomo o dell’impresa”
anche se fosse vero che non c’è obbligo di fatturare adsense (cosa di cui sono certo perchè si tratta di un’argomento che ho avuto modo di affrontare più volte confrontandomi con diversi consulenti oltre che con l’agenzia delle entrate, tu distingui così facilmente il sito/blog personale da quello del lavoratore autonomo. Qui davanti a tutti non ti faccio degli esempi, ma scommetto una fortuna che molti blog personali (e non mi riferisco a quello del ragazzino che parla della fidanzata e nemmeno a questo tuo dove non trovo neppure un annuncio) tali non saranno più considerabili se passa questa legge.
( forse lo saprai, ma molti blogger -oltre ad adsense – vendono link e altro, nel senso che si fanno pagare. A me non me ne frega nulla sia chiaro, ma se passa questa legge sono “incastrabili”, questo mi pare molto logico)
scusami per la confusione, abbi pazienza sto scrivendo in piedi perchè devo scappare… ricopio l’ultimo commento senza errori altrimenti non si capisce il senso…
anche se fosse vero che non c’è obbligo di fatturare adsense (cosa di cui sono certo perchè si tratta di un’argomento che ho avuto modo di affrontare più volte confrontandomi con diversi consulenti oltre che con l’agenzia delle entrate) tu riesci a distinguere così facilmente il sito/blog personale da quello del “lavoratore autonomo”?
Qui davanti a tutti non ti faccio degli esempi, ma scommetto una fortuna che molti blog personali (e non mi riferisco a quello del ragazzino che parla della fidanzata e nemmeno a questo tuo dove non trovo neppure un annuncio) tali non saranno più considerabili se passa questa legge.
7 novembre 2007 alle 00:36
Maurizio, ti rispondo con una battuta: Probabilmente tu hai assunto le vesti dell’inquirente e io quelle del difensore. Le parti in causa? L’Agenzia delle Entrate contro un blogger 😀 Ci si vede in Commissione tributaria. Bye!
non entro nel merito della questione AdSense sulla quale non sono preparato, ma tornando al DDL Levi dovrai ammettere che la modifica proposta da Levi al di la del fatto che sia o meno esaustiva, è un ammissione implicita che il primo testo era ambiguo e comunque interessava anche i bloggers come sostenevo nel mio post! 😀
1) Spesso la distinzione tra attività produttiva (soprattutto se trattasi di impresa individuale produttrice di servizi) e attività di lavoro autonomo è molto labile tanto da rendere difficoltosa una precisa collocazione nell’una o nell’altra categoria. Su questo punto il DDL non dà alcun aiuto all’interprete.
2) E’ pacifico che associazioni e fondazioni possano svolgere attività di impresa, purché non redistribuiscano gli utili e reinvestano gli stessi per il perseguimento dell’oggetto sociale. Numerosi statuti, peraltro, lo prevedono espressamente.
3) Perdona la mia ignoranza ma non capisco cosa siano gli “strumenti accessori di un sito”.
In ogni caso chi percepirà un reddito in modo non occasionale dalla gestione di un sito internet dovrà fare i conti con l’impreciso dettato di questa infelice (futura) norma di legge. In altre parole, chi percepisce un reddito dalla gestione del proprio sito dovrà chiedersi se, per caso, la sua possa costituire un’attività piccolo-imprenditoriale e, quindi, comportare l’obbligo di iscrizione al ROC.
A questa persona vanno i miei migliori auguri.
@Liberamente,
non solo, ma il bello è che la rettifica è talmente ambigua, che se il DDL dovesse diventare Legge, causerà più problemi rispetto alla versione precedente. Voglio dire: se all’origine dil DDL coinvolgeva TUTTI i blogger e perciò di poteva sperare nel fatto che giudici mediamente intelligenti avrebbero compreso l’equivoco prima di sentenziare, ora invece finirà che qualcuno ci andrà di mezzo a causa dell’ambiguità. I blogger riflettano su questa cosa.
@Loud,
accetto la battuta, ma il fatto è che io sono un blogger. Il motivo per il quale non troveremo mai un punto di incontro dipende dal fatto che tu non ammetti una cosa del tutto assodata (perchè lo dice il codice) e cioè che chi gestisce un sito con il quale percepisce un reddito continuativo svolge a tutti gli effetti di legge un’attività. Pertanto è tenuto ad aprire una partita iva.
Sinceramente, Loud io non comprendo perchè tu voglia negare una norma scritta nei libri. Te lo ho fatto presente anche Di Ruggiero, nonchè le testimonianze di cui ti ho inviato link.
Facciamo una scommessa? Se la norma resta questa, quanto ci scommetti che massimo entro un anno, un blogger si troverà nei casini? Non ci dimentichiamo che i blogger italiani stavano dormendo sugli allori questa cosa e io che non sono un grilliano devo ammettere che se non ci fosse stato il post di Grillo nessuno avrebbe parlato della pericolosità del DDL. Tanto è vero che ancora c’è chi (anche tu se non erro) si ostina a dire che la norma non presentava elementi di pericolosità neppure all’origine, prima della rettifica. Chissà perchè gli stessi politici hanno dovuto ammettere il problema!
7 novembre 2007 alle 12:14
“L’Agenzia delle Entrate contro un blogger 😀 Ci si vede in Commissione tributaria. Bye!”
Non so se tu ci sia mai stato in commissione tributaria. (vedo che stai completando gli studi proprio nel settore). Non che la cosa sia importante per carità, ma i miei 45 anni mi permettono quanto meno di dirti che in quegli ambiti se ne vedono delle belle!!
@Maurizio, @studioDiRuggiero:
Le distinzioni peculiari le ho spiegate, ma mi rendo conto che scorrono su un filo sottolissimo.
Vorrei però suggerire di non limitarsi a leggere quel comma per comprenderne la portata ma tutto il ddl.
Altrimenti il rischio è di sbagliare ad interpretare, così come è successo con il caso di Aosta (la cui sentenza era chiara ma poiché tutti hanno letto solo un pezzetto è stata palesemente fraintesa). Se poi la lettura è stata completa allora non so che altro suggerire.
L’unica soluzione vera a questo dubbio potrà darcelo il tempo. Io per ora rimango delle mie convinzioni.
Per l’aspetto fiscale penso che l’argomento sia stato discusso a sufficienza.
Per quanto riguarda Levi, egli aveva detto che non l’intenzione non era fregare i blogger, ma visto il baccano ha provato a mettere una pezza che ad alcuni non piace lo stesso. Vedremo cos’altro inventerà. Confusione analoga accadde con l’art. 32 l.f. 2007 che, per causa del baccano, venne eliminato ancorché fosse stato oggetto di errata interpretazione.
Penso che sia opportuno che mi fermi qui a commentare. Tanto non stiamo andando da nessuna parte con questa discussione, perché le posizioni rimangono invariate. Il tempo ci darà le dovute risposte 😉 Comunque probabilmente il testo definitivo non sarà quello del ddl attuale, sia per via dell’iter parlamentare sia per le lamentele circolate.
Anche credo sia il caso di fermarsi qui; però scusa se mi permetto (non te la prendere) ma la tua è una forma di insistenza a dare una versione del tutto soggettiva non solo su norme giuridiche che stranno sui libri (e mi riferisco alla tua idea del tutto del concetto giuridico di “imprenditore”) ma anche su fatti lampanti e di cui hanno parlato tutti i giornali appena qualche giorno fa.
UN conto sono le intenzioni di Levi un altro è la sostanza della norma che era stata concepita. L’articolo 7 del DDL non FACEVA ALCUNA DISTINZIONE tra blog, sito, testata ecc… Tanto per fare cosa utile anche ai tuo lettori dato che parli di “gran baccano” questo è il testo dell’articolo 7 della proposta di legge:
responsabile colui che ha il compito di autorizzare la pubblicazione delle informazioni.
NON SOLO ma a prova del fatto che stai dando una tua versione dei fatti (scusa se insisto eh) ti riporto la dichiarazione di LEVI dopo le prime critiche e prima delle modifiche?
“Siamo consapevoli che, soprattutto quando si tratta di internet, di siti, di blog, la distinzione tra l’operatore professionale e il privato può essere sottile e non facile da definire. Ed è proprio per questo che nella legge affidiamo all’Autorità Garante per le Comunicazioni il compito di vigilare sul mercato e di stabilire i criteri per individuare i soggetti e le imprese tenuti ad iscriversi al Registro degli Operatori”
Capisci? Sarebbe stato poi compito del Garante stabilire i criteri per individuare le imprese tenute alla registrazione. Quindi alla luce di questa dichiazione continui ancora a dire che Levi non aveva alcuna intenzione di colpire il blog? Certo, direttamente forse no, ma nei fatti…
Il testo del disegno di legge lo ha scritto lui però non sa come debba essere applicato, saranno altri a decidere se il blog di Beppe Grillo sia professionale o meno. Si dimentica che in quello stesso testo viene chiaramente precisato che non si fa distinzione tra il tipo di pubblicazione e il suo fine, basta leggere “Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso” (art 2, comma 1). Trasferisce quindi nelle mani di altri il potere (e la responsabilità) di decidere e di far chiudere questo o quel sito, a discrezione dell’autorità garante per le comunicazioni.
Di questo oscuro signore ci sono in giro interviste tv e interviste radio (radio radicale ha anche il podcast), così puoi ascoltare con le tue orecchie.
Siccome insisti con le frasi “attenti alle parole”, “attenti a non sbagliare”, mi permetto di rivolgere a te la stessa raccomandazione.
http://www.beppegrillo.it/2007/10/larticolo_7_del.html
Grazie a Luca per le spiegazioni.
Non ho avuto tempo di leggere tutto, ma ritengo che abbia proprio ragione Luca quando distingue tra lavoro autonomo ed impresa. I termini della legge sono chiari. Anche un avvocato con un suo studio personale dispone di “un’organizzazione di mezzi e persone”, ma non per questo è imprenditore. Qualunque attività dispone di un minimo di organizzazione e anche se le differenze alle volte sono labili, l’elemento che fa la differenza è dato proprio dall’importanza che ha l’organizzazione nello svolgimento dell’attività: se è l’organizzazione a prevalere si ha impresa, se prevale il lavoro o l’attività personale del soggetto si ha lavoro autonomo. E sinceramente mi sembra un po’ difficile considerare imprenditore un privato che si apre un sito o un blog su internet e ne ricava un guadagno attraverso banner o adsense pubblicitari.
(scusate l’imprecisione del linguaggio!)
@Maurizio, @studioDiRuggiero.
Certamente l’imprenditore è un lavoratore autonomo in linea generale ma non è detto il contrario: il lavoratore autonomo non per forza è imprenditore. Dipende dalla natura dell’attività abitualmente svolta. Teniamo presente che l’art. 2238 C.c. rinvia alle disposizioni del Titolo II del Codice (2082 e ss.) solo “Se l’esercizio della professione (lavoro autonomo, libera professione, prestato d’opera, ndr) costituisce elemento di un’attività organizzata in forma d’impresa“.
Dello stesso mio parare è il Consulente presso cui faccio pratica.
La confusione nasce dall’utilizzo di termini identici ma con significati diversi a seconda del profilo giuridico in esame (lavoro, previdenza, tributi, commerciale, ecc.).
Ad es. con il termine Ditta non deve intendersi l’azienda come intendiamo quando parliamo normalmente, bensì la “ragione sociale” (rectus: il cognome, secondo il Codice); con il termine Azienda è lo stesso discorso, perché secondo il Codice deve intendersi azienda l’insieme dei beni e mezzi dell’imprenditore.
Per imprenditore, poi, deve intendersi colui che svolge “attività economica organizzata (2555, 2565) al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi (2135, 2195)”.
Per lavoratore autonomo dobbiamo richiamare la nozione di Contratto d’opera di cui all’art. 2222 C.c. applicabile “quando una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio“. Se poi la prestazione è di tipo intellettuale, prevedendo l’iscrizione in appositi Albi, ci riferirà anche al Capo successivo del Codice (art. 2229 e ss.).
A seconda della forma con cui verrà esercitata l’attività, il professionista potrà essere considerato imprenditore o no (cfr. il richiamo all’art. 2238 fatto sopra).
Si osservi infine che solo le imprese hanno l’obbligo di iscrizione al Registro Imprese tenuto dalla CCIAA, mentre i liberi professionisti (lavoratori autonomi) e le società tra costoro no.
Se non ci fosse differenza tra le figure, che motivo avrebbe avuto il legislatore di distinguerli, tanto nella normativa commerciale/giuslavoristica quanto in quella fiscale?
Se sono entrambi imprenditori allora bastava scrivere “imprenditori” anziché parlare di “imprese” e di “lavaratori autonomi” (si pensi al Cod. civ., oppure alle disposizioni tributarie).
Io rimango della mia interpretazione, avallata anche da un professionista delle cui competenze ho fiducia. E preferisco sempre fidarmi di me stesso piuttosto che degli altri. A mio rischio e pericolo, certo.
Credo comunque che sia stata piacevole questa discussione.
8 novembre 2007 alle 17:14
@Valeria: Grazie a te per essere ripassata di qui 🙂
Legge a parte, anche a me – ti quoto – “sembra un po’ difficile (anzi, un po’ assurdo) considerare imprenditore un privato che si apre un sito o un blog su internet e ne ricava un guadagno attraverso banner o adsense pubblicitari“.
Dove non arriva la logica arriva comunque la legge, ma anche dove non arriva la legge (o l’interprete) dovrebbe arrivare la logica…
Non ci rimane che rinnovare la mia domanda fatta nel post: Quale sarà l’epilogo di questo disegno di legge? 😉
Valeria, scusa ma ritengo che tu sia in errore. Un avvocato è un libero professionista (albo ecc…, ok?); un idraulico con partita iva e ditta individuale svolge attività IMPRENDITORIALE. Sono due cose diverse. Ma chi deve INTRAPRENDERE sono proprio quelli che fanno parte della seconda categoria. Nel nostro caso, ragazzi conpartita iva che offrono servizi di realizzazione sitii web. Bè questi HANNO la partita iva e DEVONO essere iscritti alla camera di commercio. Ragazzi, per favore queste cose sono scritte sui testi di diritto commerciale, le abbiamo assodate all’università e sul lavoro. Se poi questa legge per è te chiara, ti faccio i miei complimenti per la capacità di interpreatazione dato che in rete sono in molti a dubitare (e non mi riferisco ai “ragazzi” col blogger ma a giuristi ed esperti della materia)
@Luca, questa volta non sono io a contraddirti ma Gentiloni il quale poco fa ha dichiarato che quella norma deve esseere corretta o cancellata perchè equivoca. In ultimo, ribadisco: continui a elencare definizioni di impresa, imprenditori, ecc… senza voler comprendere una cosa a mio parere semplice.
Il problema riguarda proprio i possessori di PIVA iscritti alla Camera di Commercio, e chi sennò scusa? Mica quelli che hanno un blog sono tutti avvocati, medici o commercialisti?? Sono, invece, ragazzi che DEVO INTRAPRENDERE, devono guadagnarci qualche soldo dai loro siti web. Mi sembra un concetto chiaro e non solo a me, dato che i blog stanno scrivendo in questi giorni le stesse cose. Un esempio a caso http://www.ikaro.net/articoli/cnt/ddl_levi_prodi_art7-00563.html
13 novembre 2007 alle 20:52
In ultimo Luca… ho appena letto il tuo intervento. Siccome questa cosa è il nocciolo della questione e, dato che parli di logica, cerco di farti la sintesi di tutte le osservazione fatte nei giorni scorsi.
Forse nè io nè diRuggiero siamo stati chiari su un punto oppure sei tu che ritieni di poter interpretare a tuo modo le leggi fiscali italiane.
UN PRIVAVO non può PER LEGGE gestire un account adsense senza aprire la partiva iva! Un privato che pubblica AdSense non è più un privato perchè per pubblicare gli annunci di Google DEVE aprire la partita Iva. E se ha la partita iva per vendere servizi pubblicitari deve essere iscritto alla camera di commercio. Quindi svolge attività di impresa! Ergo, questa norma del DDL (art 7) lo inchioda eccome. E’ chiaro ora?
E ti prego: non ribadire il concetto secondo il quale si può partecipare al programma adsense senza la partita iva perchè si tratta di una questione affrontata da migliaia di consulentii di tutta l’Italia (leggi i forum sull’argomento). Proprio poco fa uno al quale indicavo l’url di questa discussione e che nutriva dubbi sulla mia tesi, mi ha mandato una mail per informarmi della risposta del suo commercialista: è obblligatorio fatturare!
Io invece, trovo un po’ difficile (anzi, un po’ assurdo) che questo concetto non sia dato per scontato.
PS: Con tutto il rispetto per il consulente presso il quale fai il praticantato, ma questo argomento, come ho più volte scritto nei messaggi precedenti, l’ho dovuto affrontare professionalmente, e non tanto per… dato che sono Amministratore Unico di una Società che opera sul web dal 1996 con un ramo d’azienda dedicato al nanopublishing. La questione è stata affrontata con due consulenti, uno dei quali è un esperto giurista nel campo diritto delle telecomunicazioni.
14 novembre 2007 alle 17:47
Maurizio, l’avv. Di Ruggiero mi ha già dato ragione, anche se non qui sul blog, per quanto riguarda la peculiare distinzione tra le figure professionali eccepite nel corso del dibattito aperto sopra.
Per il resto io rimango della mia idea: 1) come blogger non sono colpito dal ddl sull’editoria; 2) come blogger non sono obbligato ad aprire la p.iva per aderire a google adsense (sarebbe assurdo e senza fondamento di legittimità).
E quando dico “come blogger” intendo persona fisica (soggetto privato) non titolare di partita iva in quanto non imprenditore o lavoratore autonomo (giusta previsione dell’art. 1 DPR IVA per i soggetti dell’obbligo di imposta).
Grazie comunque di essere tornato.
Pingback: libertà di espressione « Fattoriadellacomunicazione’s Weblog
Ecco l’epilogo ad un anno di distanza…
Levi ci riprova con il ddl sull’editoria e la blogsfera è subito in allarme

References: art.7
 art. 1
 art. 67
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza