Source: http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com/2014/02/paola-musu-esposto-alla-procura.html
Timestamp: 2017-06-28 12:13:11+00:00

Document:
Il blog di Nicoletta Forcheri : Paola Musu: esposto alla Procura Generale della Corte dei Conti di Roma (e alla Corte Costituzionale) sull'incostituzionalità dei vincoli europei e delle privatizzazioni degli ultimi vent'anni, ivi compreso il DL Bankitalia
Paola Musu: esposto alla Procura Generale della Corte dei Conti di Roma (e alla Corte Costituzionale) sull'incostituzionalità dei vincoli europei e delle privatizzazioni degli ultimi vent'anni, ivi compreso il DL Bankitalia
Attraverso un articolato esposto, vengono sollevate molteplici eccezioni di incostituzionalità, aventi ad oggetto un complesso corpus di normativa europea (dai trattati, alle direttive, regolamenti e decisioni) che incidono sulla politica economica e monetaria, ivi incluse le relative cessioni di sovranità, sino a comprendere l'introduzione dell'euro, l'unificazione bancaria, le privatizzazioni degli ultimi vent'anni circa, incluse quelle del sistema bancario, per arrivare all'ultimo decreto "bankitalia". Sulla base delle argomentazioni giuridiche formulate, viene chiesto al Procuratore della Corte dei Conti, previa rimessione, in via preliminare, degli atti alla Corte Costituzionale, perchè si pronunci sulla costituzionalità di tutta
la normativa, nazionale e comunitaria, contestata, di valutare la sussitenza di un consistente danno arrecato all'erario per effetto della
suddettta normativa e, qualora ravvisi profili di responsabilità contabile, si attivi al fine dell'accertamento della stessa e della refusione dei danni patiti a carico del bilancio dello Stato da parte dei soggetti eventualmente responsabili, con accesso, in base ai poteri propri della Procura della Corte dei Conti, anche a tutta una serie di atti (che vanno dagli ati relativi ai flussi monetari, a quelli relativi
alla composizione del debito pubblico e sino agli atti preparatori delle decisioni del Consiglio europeo) a suo tempo coperti da divieto di
accesso con decreto ministeriale del 1995. Nell'atto si richiamano anche a supporto, oltre alle argomentazioni giuridiche, le dichiarazioni
del Senatore leghista Garavaglia sul "ricatto" subito ai fini del voto di fiducia al Governo "Monti", le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Monti in un'intervista del febbraio 2011, nonchè alcuni articoli di quotidiani in cui viene riconosciuta da un lato la cessione di parti consistenti della sovranità in favore di soggetti finanziari di varia natura, nonchè alcune vicende che furono all'ombra dell'impennata degli spread nel 2011, con gli errori madornali di calcolo che furono fatti nell'ambito della manovra Monti.
Paola Musu, febbraio 2014PS l'esposto è scaricabile per gli avvocati e i cittadini che volessero firmarlo e inviarlo a loro nome
CORTE DEI CONTI DI ROMA
nato a _________ il ________, residente in _____________, Via
________ n.___, in cui elegge domicilio, tel/fax ______________,
indirizzo e-mail: ___________________, recependo il
contenuto dell’ esposto a firma dell’Avv. Paola Musu del Foro di
Cagliari, al
quale chiede che il presente atto venga associato,
dalla stessa depositato in data 13 febbraio 2014, con Protocollo
Corte dei Conti 0000370-13/02/2014-AAPG-PG_ESP-A, unitamente
all’Avv.Alessandro Eros D’Alterio del Foro di Napoli
palese contrasto e violazione degli
artt. 1, 2, 3, 4, 9, 11, 36, 41, 42, 43, 47, 53 e 139 Cost.,
art.2 della Legge n.454 del 3 novembre 1992
(legge di ratifica ed esecuzione del Trattato di Maastricht), art.2
della Legge n.209 del 16 giugno 1998
(legge di ratifica ed esecuzione del Trattato di Amsterdam), art.2
della Legge n.102 del 11 maggio 2002
(legge di ratifica ed esecuzione del Trattato di Nizza), art.2
della Legge n.130 del 2 agosto 2008
(legge di ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona), art.2
della Legge n.114 del 23 luglio 2012
(legge di ratifica ed esecuzione del Trattato sulla stabilità, sul
coordinamento e sulla governance dell’Unione economica e monetaria
– c.d.fiscal compact), art.2
della Legge n.115 del 23 luglio 2012
(legge di ratifica ed esecuzione della Decisione del Consiglio
europeo 2011/199/UE del 25.3.2011, (che modifica l’art.136 del
TFUE) relativamente ad un meccanismo di stabilità per gli Stati
membri la cui moneta è l’euro), art.2
della Legge n.116 del 23 luglio 2012 (legge
di ratifica ed esecuzione del Trattato che istituisce il Meccanismo
europeo di stabilità – c.d. MES), tutti
parte in cui consentono l’ingresso nel nostro ordinamento
delle norme di cui agli artt. dal n. 119 al n.136
(quest’ultimo, ulteriormente modificato dalla Decisione del
Consiglio europeo di cui appena sopra) del
TFUE, delle norme di cui agli artt. dal n.282 al n.284 del TFUE,
delle disposizioni di cui ai Protocolli n.4 e n.12, allegati ai
Trattati, e dell’integrale contenuto del Trattato istitutivo del
MES (artt.
dal n.1 al n.48 ed allegati I e II al Trattato), oltre all’art.3
della Legge n.116/2012
relativa alla copertura finanziaria degli obblighi derivanti
dall’ordine di esecuzione di cui all’art.2 stessa legge; nonché
l’art.2
della Legge n.1203 del 14 ottobre 1957
(legge di ratifica ed esecuzione del Trattato di Roma), nella
in virtù dell’ attuale art.288 TFUE
(già art.189 Trattato di Roma e, successivamente, art.249 TCE),
dei seguenti Regolamenti: Regolamento
(CE) n.1467/97
del Consiglio del 7 luglio 1997,; Regolamento
(CE) n.1466/97
del Consiglio del 7 luglio 1997; Regolamenti
nn.1173/2011,
1174/2011,
1175/2011,
1176/2011,
1177/2011,
del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 16 novembre 2011;
Regolamento (UE) n.472/2013del
Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013; Regolamento
(UE) n.473/2013
del Parlamento europeo e del Consiglio, sempre del 21 maggio 2013 e
2011\85\UE del
Consiglio del 8 novembre 2011; Regolamento
UE n.1024/2013
del Consiglio del 15 ottobre 2013 (recante
disposizioni circa la c.d. “unificazione bancaria”);
BCE/2010/23 del 25 novembre 2010 (abrogativa
della precedente Decisione BCE/2001/16)
e Decisione BCE/2010/29 del 13 dicembre 2010,
queste ultime, oltre che per violazione degli articoli della
Costituzione già richiamati in epigrafe, anche dell’art.70
Cost, in quanto atti emanati da un’istituzione finanziaria i cui organi
decisionali sono di nomina individuale, senza previsione di alcun
meccanismo di partecipazione democratica dei cittadini e comunque
degli Stati; nonché
n.433 del 17 dicembre 1997, seguita dai D.Lgs.
n.43 del 10 marzo 1998, n.213 del 24 giugno 1998, n.319 del 26
agosto 1998 e n.206 del 15 giugno 1999 (recanti
disposizioni attuative circa l’introduzione della moneta “euro”),
è stata ceduta integralmente, a soggetti terzi esterni allo Stato,
extra e sovra-nazionali, una componente
essenziale della Sovranità dello Stato Italiano, quella economica e
monetaria, nonché finanziaria,
ivi incluso il
potere di disposizione sul bilancio
dello stesso Stato, cessione
culminata, da ultimo, con l’adozione della norma di revisione
costituzionale di cui
n.1 del 20 aprile 2012, di revisione degli artt.81, 97, 117 e 119
Cost, introduttiva dell’obbligo di pareggio di bilancio, già
preceduta dalla Legge n.3 del 18 ottobre 2001, art.3, con la quale
si è “preteso” “costituzionalizzare” i vincoli derivanti
dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali,
senza esplicitarne l’imprescindibile subordinazione al rispetto
dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale italiano.
sopra citata, nonché il contesto complessivo, giuridico-economico,
dalla stessa creato, ha finito con l’incidere
in maniera pesantissima sulla capacità dello Stato di far fronte
alle proprie esigenze di bilancio, da quelle più elementari a
quelle costituzionalmente garantite, tanto
da costringerlo ad un indebitamento
oramai fuori controllo sui mercati finanziari ed in totale balia
nonchè a ripetuti e molteplici interventi e manovre
di finanza pubblica,
anche, e spesso, infrannuali (specie di recente memoria) e con
oramai manifesti sforamenti
del limite di costituzionalità in termini di pressione fiscale,
a programmi di privatizzazioni
legge n.35 del 29 gennaio 1992 e, a seguire, con la legge n.474 del
1994 , di conversione del D.L. 332/94, la legge n.481 del 1995,
nonché la legge n.287 del 1990 sulla concorrenza,
susseguenti provvedimenti di attuazione,
sino ai più recenti interventi in corso di programmazione), che,
manifesto conflitto con gli artt.
e 47, piuttosto
che essere risolutivi, non hanno fatto altro che appesantirne
ulteriormente la situazione di indebitamento, oltre a privare lo
Stato (quanto al patrimonio mobiliare ed immobiliare ceduto) sia
di una insostituibile garanzia, sia di
importanti fonti di entrate,
sino alla totale perdita
del controllo sul sistema finanziario e creditizio nazionale,
e ciò sia per effetto della privatizzazione dei principali istituti
finanziari di “interesse nazionale”, sia in conseguenza degli
assetti proprietari venutisi a configurare all’interno della Banca
d’Italia (a partire dalla legge
n.35 del 29 gennaio 1992, per seguire poi con la legge n.82 del 7
febbraio 1992, il D.Lgs. n.43/1998 e la legge n.262/2005);
perdita di controllo, inoltre, ulteriormente aggravata dalla
rimodulazione degli stessi assetti proprietari di quest’ultima e
dalla sua trasformazione in public company (di diritto
anglosassone), come disposti dagli
artt.4, 5 e 6 del
legge n.133 del 30 novembre 2013
( convertito con Legge n.5 del 29 gennaio 2014), . Si noti, inoltre,
che il decreto, sul punto, si articola su due capisaldi: la
rivalutazione del capitale sociale della Banca d’Italia da €
156.000,00 a 7 miliardi e mezzo di euro e la trasformazione della
stessa secondo il modello societario ad “azionariato diffuso”,
con l’introduzione della quota limite del 3% ad azionista. Mentre,
da un lato, la suddetta trasformazione societaria comporta, in
sostanza, la perdita totale di qualsiasi funzione di controllo
sull’attività del credito ed il totale e definitivo svuotamento
del carattere pubblico della stessa, così come costituzionalmente
garantita e disciplinata (ciò proprio mentre al livello comunitario
si interviene con il già sopra ricordato, e contestato, Regolamento
UE n.1024\2013 sull’ “unificazione bancaria”), dall’altro si
rileva come lo Stato, con un esborso minimo di € 156.000,00,
corrispondenti al capitale sociale della Banca d’Italia (ora
rivalutato a 7 miliardi e mezzo di euro in virtù del decreto),
anche avvalendosi del comma 10 dell’art.19 della Legge n.262\2005
(puntualmente abrogato dall’art.6 del decreto legge n.133\2013),
avrebbe potuto riacquistare la titolarità piena della Banca stessa
e con essa acquisire gli enormi introiti, di indiscussa utilità per
il proprio bilancio, derivanti dagli utili di emissione monetaria
destinati in quota alla Banca d’Italia dalla BCE, sia per il
presente, che per il passato (utili pregressi, se residui), che,
soprattutto, per il futuro. Utili che, costituzionalmente, in quanto
parte della sovranità monetaria ed, in definitiva, della sovranità
stessa, devono spettare allo Stato italiano (art.1 Cost.). Quanto
appena sopra, inoltre, in aperta violazione del principio
costituzionale fondamentale di disciplina,
coordinamento e controllo dell’esercizio del credito da parte
sancito dall’art.47
(strettamente interconnesso con gli artt.41,42 e 43 Cost) ed in
aperta violazione, oltre
che dei già ricordati artt. 41,42 e 43 Cost,
quanto al più recente D.L. n.133/2013, specie in riferimento agli
artt.4, 5 e 6, in particolare, dell’art.77
totale carenza del requisito imprescindibile di “necessità e
urgenza”.
premesso, si osserva in DIRITTO
dalla normativa comunitaria sopra citata (nonché dalla normativa
interna alla stessa correlata) al bilancio dello Stato ed, in
definitiva, allo Stato, nella sua interezza istituzionale (ivi
incluse le proprie articolazioni, anche locali e periferiche),
sanciscono la totale privazione di ogni e qualsiasi sovranità in
quale, di contro, per definizione, deve necessariamente,
e né potrebbe in diritto essere altrimenti, essere
solo allo Stato come connotato essenziale e caratterizzante lo Stato
stesso, come soggetto prima di tutto, e soprattutto, giuridico,
oltre che politico ed economico, sia
in un contesto nazionale, che internazionale e delle relazioni
Tali vincoli sono essenzialmente esemplificati e disciplinati dal
gruppo di norme del Trattato sul Funzionamento dell’Unione
Europea (TFUE) di
cui agli artt.
dal 119 al 136 TFUE
(recanti disposizioni in materia di politica economica e finanziaria)
di cui agli artt. dal 282 al 284 TFUE
(recanti disposizioni sulla BCE) (come da numerazione conforme
all’ultima versione consolidata dei Trattati seguita al Trattato di
Lisbona) ed i Protocolli
n.4 e n.12
(secondo l’ultima numerazione di cui alla Gazzetta Ufficiale
dell’Unione Europea C83/201 del 30.3.2010) allegati ai Trattati,
recanti, rispettivamente, lo Statuto del Sistema Europeo delle Banche
Centrali e della Banca Centrale Europea e il Protocollo sulla
procedura per i disavanzi eccessivi, recepiti e resi esecutivi in
Italia a mezzo dell’ ordine di esecuzione accluso alle relative
leggi di ratifica ed esecuzione dei rispettivi Trattati (di cui al
dettaglio, e per la parte degli ordini di esecuzione stessi, come da
specifica dettagliata in premessa, da intendersi ivi integralmente
riportata), a partire, in modo particolare, dal Trattato di
Maastricht in poi e, segnatamente, a seguire, con il Trattato di
Amsterdam, il Trattato di Nizza, il Trattato di Lisbona, con
l’intermezzo di svariati regolamenti, tra cui: Regolamento
del Consiglio del 7 luglio 1997, per l’accelerazione e il
chiarimento delle modalità di attuazione della procedura per i
disavanzi eccessivi e Regolamento
del Consiglio del 7 luglio 1997, per il rafforzamento della
sorveglianza delle posizioni di bilancio nonché della sorveglianza e
del coordinamento delle politiche economiche (anche noti come “Patto
di Stabilità e Crescita”,
poi trasfusi nel Trattato di Amsterdam); Regolamenti
nn.1173/2011
(relativo all’effettiva esecuzione della sorveglianza di bilancio
nella zona euro), 1174/2011
(sulle misure esecutive per la correzione degli squilibri
macroeconomici eccessivi nella zona euro), 1175/2011
(che modifica il regolamento(CE) n.1466/97 del Consiglio per il
rafforzamento della sorveglianza delle posizioni di bilancio nonché
della sorveglianza e del coordinamento delle politiche economiche),
(sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici),
(che modifica il regolamento (CE) n.1467/1997 per l’accelerazione e
il chiarimento delle modalità di attuazione della procedura per i
disavanzi eccessivi), tutti del Parlamento Europeo e del Consiglio,
del 16 novembre 2011, corredati dalla direttiva
2011/85/UE
del Consiglio dell’8 novembre 2011, relativa ai requisiti per i
quadri di bilancio degli Stati membri, complessivamente noti come
pack”;
questi ultimi sono stati poi consacrati nel Trattato sulla stabilità,
sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e
monetaria (meglio noto come “Fiscal Compact”) firmato il 2 marzo
2012 e ratificato e reso esecutivo dall’Italia con Legge n.114 del
23 luglio 2012. Nella stessa data vengono ratificati e resi esecutivi
sia la decisione del Consiglio europeo 2011/199/UE (che modifica
l’art.136 del TFUE relativamente ad un meccanismo di stabilità per
gli Stati membri la cui moneta è l’euro) con Legge n.115/2012, sia
il Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di Stabilità –
MES (Legge n.116/2012). A questi si aggiunge il più recente “two
pack”, comprendente
(UE) n.472/2013
del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 maggio 2013, sul
rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati
membri nella zona euro che si trovano o rischiano di trovarsi in
gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria,
del Parlamento europeo e del Consiglio, sempre del 21 maggio 2013,
sulle disposizioni comuni per il monitoraggio e la valutazione dei
documenti programmatici di bilancio e per la correzione dei disavanzi
eccessivi negli Stati membri della zona euro, i quali prevedono un
obbligo di sottoposizione alla valutazione preventiva dei disegni di
legge di bilancio alla Commissione, i cui già consistenti poteri,
opportunamente rafforzati, le consentono di imporre le modifiche
ritenute opportune, anche in vista del raggiungimento degli obiettivi
di bilancio (in particolare, per l’Italia, il pareggio strutturale
nel 2015), nonché, sul
piano strettamente finanziario e del credito,
UE n.1024/2013 del Consiglio del 15 ottobre 2013, sull’unificazione
bancaria europea e la
Decisione BCE/2010/23 del 25 novembre 2010 (abrogativa
della precedente Decisione BCE/2001/16) e Decisione
BCE/2010/29 del 13 dicembre 2010
(con le quali la BCE dispone sia circa il calcolo e la distribuzione
del reddito monetario, sia sull’attribuzione, alla BCE stessa ed
alle banche centrali nazionali, delle passività associate al valore
totale dei biglietti in euro),
cui fanno da corollario, sul
piano interno, l’adozione della
febbraio 1992, il D.Lgs. n.43/1998 e la legge n.262/2005, per finire
con gli artt.4, 5, e 6 del D.L. n.133\2013
(di cui in premessa).
A tali atti vanno aggiunti: la
Legge n.433 del 17 dicembre 1997,
seguita dai D.Lgs.
n.43 del 10 marzo 1998, n.213 del 24 giugno 1998, n.319 del 26 agosto
1998 e n.206 del 15 giugno 1999,
con i quali è stata data attuazione all’introduzione dell’euro
in Italia, nonché la Legge
Costituzionale n.1 del 20 aprile 2012 di revisione degli artt.81, 97,
117 e 119
della Costituzione (introduttiva dell’obbligo di pareggio di
bilancio), la Legge
Cost. n.3 del 18 ottobre 2001, art.3,
di revisione dell’art.117 Cost., nonché la normativa interna di
riferimento relativa alle privatizzazioni, dalla
n.35 del 29 gennaio 1992,
legge n.474 del 1994 , di conversione del D.L. 332/94, la legge n.481
del 1995, nonché la legge n.287 del 1990
sulla concorrenza, e susseguenti provvedimenti di attuazione, e sino
ai più recenti interventi in corso di programmazione.
ideologico su cui sono stati costruiti i suddetti Trattati (da
Maastricht in poi), e gli atti normativi europei e di diritto interno
correlati, di
cui, in via preliminare, si contesta la costituzionalità,
si fonda sull’idea secondo cui il modello efficace per conseguire
la crescita economica deve fondarsi sul “libero agire delle forze
di mercato”, supportate dal coordinamento delle politiche monetarie
ispirate al solo
obiettivo di scongiurare i rischi di inflazione
(vedi Gaetano Bucci – docente di Diritto Pubblico Università di
Bari - in
http://www.sinistrainrete.info/europa/2157-gaetano-bucci-bce-versus-costituzione-italiana-htlm).
La politica economica imposta a livello comunitario agli Stati membri
è stata, pertanto, totalmente impostata sul modello dell’economia
di mercato aperta e in libera concorrenza. Per garantirne un preteso
“adeguato funzionamento” è stata creata una moneta unica ed una
politica di cambio uniche, il cui obiettivo principale è
il mantenimento della stabilità dei prezzi
(art.119 TFUE, già art.4 TCE). In questo modo, la politica monetaria
aperta violazione dei principi di democrazia, sovranità popolare e
della forma repubblicana dello Stato italiano (art.139 Cost))
è stata sottratta al controllo delle sedi rappresentative - sia
nazionali che sovranazionali - ( cfr. anche Gaetano Bucci –
ibidem), per conseguire, senza alcun impedimento, l’obiettivo della
all’inflazione,
ritenuto indispensabile per affrontare la competizione nei mercati
internazionali (elevata a dogma), e per ottenere una (pretesa)
allocazione adeguata delle risorse (cfr.AA.VV.2003; Bifulco 2004;
Chieffi; Lotito; Malatesta; Predieri; Repetto; da Gaetano Bucci,
ibidem). Nel contesto della disciplina introdotta dai Trattati, ivi
fermamente contestata, la
BCE, in base al principio di indipendenza (art.130 TFUE, già art.108
TCE), non
risponde del suo operato di fronte a nessuna assemblea
è stata dotata
di poteri regolamentari, decisionali e consultivi (art.132
TFUE, già art.110 TCE) (si
ricorda che in virtù dell’art.288 TFUE, regolamenti e decisioni
sono atti di portata obbligatoria e immediatamente vincolanti),
con cui, in palese violazione
dell’art.70 della Costituzione (in virtù del quale la funzione
legislativa appartiene collettivamente alle Camere),
o sollecita
l’adozione di indirizzi finalizzati a garantire la stabilità. Essa
è stata dotata degli strumenti necessari per combattere
l’inflazione, ma non dispone di alcuno strumento per combattere la
recessione e la disoccupazione (cfr.Degni; Graziani 2006, da Gaetano
Bucci, ibidem). La BCE e le banche centrali nazionali non possono
finanziare gli enti pubblici o gli organismi statali (art.123 TFUE,
già art.101 TCE), che
restano pertanto privi dei canali di finanziamento necessari allo
e degli strumenti essenziali attraverso cui dare attuazione agli
artt.2, 3, 4, 9, nonché 43 della Costituzione,
a finanziarsi sui mercati dei capitali,
con grande vantaggio per le istituzioni della rendita finanziaria
(cfr. anche Graziani 2000 pp.170,171, da Gaetano Bucci, ibidem). Il
funzionamento dell’euro impedisce, inoltre, la possibilità di
effettuare svalutazioni competitive, privando, quindi, i Paesi membri
- specie quelli più deboli – di una risorsa essenziale per la
crescita, col rischio di accrescere il loro differenziale e di
provocare una “mezzogiornificazione” dell’Europa (Paggi 2012°
p.21, da Gaetano Bucci, ibidem). Per di più, la competenza esclusiva
riservata dalla normativa comunitaria all’organismo SEBC-BCE
(Sistema Europeo delle Banche Centrali-Banca Centrale Europea), in
materia di politica monetaria, comporta, inoltre, come necessario
corollario normativo, che le sue prescrizioni
condizionano,
in modo assoluto, anche lo svolgimento delle politiche economiche
Si richiama in proposito, a titolo esemplificativo, l’art.127 TFUE,
il quale, dopo aver statuito che “l’obiettivo principale del SEBC
(…) è il mantenimento della stabilità dei prezzi”, recita che
“fatto salvo” questo obiettivo, il “SEBC sostiene le politiche
economiche generali nell’Unione”. Pertanto, il SEBC, cui è
affidata, in
piena autonomia ed indipendenza,
la conduzione della politica monetaria, deve
perseguire l’obiettivo della stabilità dei prezzi con
priorità rispetto agli obiettivi della politica economica,
la quale, di contro, deve
imprescindibilmente, l’impatto condizionante delle decisioni
In questo contesto normativo comunitario, sia la politica monetaria,
sia la politica di bilancio (originariamente rimasta, benchè solo
nella sfera degli Stati nazionali) sono state attratte a livello
continentale, mediante il trasferimento delle funzioni monetarie alla
BCE e l’apposizione
di vincoli talmente stringenti alle politiche di bilancio, da
privare, di fatto, gli Stati di qualsiasi potere di intervento
(art.127 TFUE, già art.105 TCE, e comunque attraverso tutto il
sistema di norme del Titolo VIII del TFUE, degli artt.282 e ss. e del
Fiscal Compact, dei Protocolli nn.4 e 12, nonché del six pack e del
two pack, già sopra citati), con
perdita della propria sovranità economica,
sia in termini monetari, che di bilancio e fiscali, nonché, in
definitiva, anche, ed inevitabilmente, politici,
con conseguente gravissima
compromissione dei cardini del funzionamento della democrazia, specie
nella forma repubblicana della stessa (art.139 Cost). Il tutto nell’ambito
di un complesso di misure che vedono la suddetta sovranità economica
e, nei fatti, politica, degli Stati membri, trasferita ad un
ristretto nucleo di poteri tecnocratici europei, racchiusi nel
Consiglio europeo, Commissione, BCE, ECOFIN e Eurogruppo, oltre alla
partecipazione (oramai richiesta in maniera esplicita dal trattato
sul fiscal compact e sul MES) del FMI. Nell’ambito di questo
ristretto consesso, un ruolo di centralità (specie in materia di
misure di politica economica e sociale da adottarsi da parte dei
Paesi) è riservato, dalla normativa comunitaria ivi contestata, alla
Commissione, al FMI e alla BCE, i cui membri, di
nomina individuale
(e, per ciò che riguarda il FMI, benchè
organo del tutto fuori dal sistema comunitario,
purtuttavia, forzatamente catapultato all’interno dei meccanismi
comunitari dalla normativa in questione) sfuggono
a qualsiasi meccanismo sia di scelta che di controllo democratico
ed il cui ruolo viene ulteriormente accentuato dai poteri ad essi
conferiti (c.d. troika), oltre che nelle procedure per i disavanzi
eccessivi di cui al Protocollo n.12, al c.d. six pack, agli artt.120
e ss. del TFUE (con particolare riguardo all’art.126 TFUE), al
Fiscal Compact ed al c.d. two pack, anche nell’ambito del
meccanismo di stabilità europea (c.d. MES), il cui Trattato
istitutivo è stato ratificato e reso esecutivo dall’Italia con
legge n.116/2012, e che, istituito in attuazione del modificato
art.136 TFUE – Decisione del Consiglio europeo 2011\199\UE del
25.3.2011, resa esecutiva con legge 115\2012-) lungi dall’avere
esiti “salvifici”, si configura,
piuttosto, come un
sistema di “usura di secondo livello”.
Strutturalmente esso opera, difatti, si ricorda, come un ulteriore
meccanismo di sottomissione degli Stati, i quali, costretti, in forza
del trattato, a contribuire secondo quote imposte e incrementabili in
qualsiasi momento dall’ente, in base alle sue necessità,
dovrebbero usufruire dell’intervento del fondo, da loro stessi
alimentato, chiedendo sostanzialmente indietro i loro fondi, dietro
pagamento di interessi: così
quegli stessi Stati, attraversati da condizioni di crisi economica,
sono costretti ad indebitarsi ulteriormente per costituire quello
stesso fondo (la quota dell’Italia è pari, attualmente e salvo
incrementi, ad oltre 125 miliardi di euro, da versarsi al Fondo
nell’arco di cinque anni. I relativi fondi sono reperiti dallo
Stato italiano mediante emissione
di Btp,
dunque attraverso un
aggravio di indebitamento,
proprio mentre si pretende che lo stesso venga drasticamente ridotto,
sino all’imposizione del pareggio di bilancio, ed esponenzialmente
accresciuto dal pagamento degli interessi sui titoli di debito
emessi),
che, poi, se chiamato a salvarli, li indebiterà ancora (in quanto i
fondi saranno erogati dietro pagamento di interessi),
subordinando, oltretutto, il suo intervento, alla discrezione
incontrollata di Commissione europea, BCE e FMI, nonchè all’adozione
di politiche economiche notoriamente recessive e di impatto sociale
fortemente negativo, che non farebbero che aggravare la propria
posizione di insolvenza (vedi caso Grecia). Senza considerare,
inoltre, che l’Esm (o Mes) ha la facoltà di operare sui mercati,
investendo in prodotti finanziari (art.5 del Trattato istitutivo:
realizzazione del suo obiettivo il MES è autorizzato ad indebitarsi
sui mercati dei capitali con banche, istituzioni finanziarie o altri
soggetti o istituzioni)
ed esponendosi ad evidenti rischi di perdite, che potrà puntualmente
coprire pretendendo
integrazioni delle quote
agli Stati aderenti, che
a versarle (pena
pesanti sanzioni economiche e l’esclusione dal voto), trovandosi,
più affossati nella spirale del debito e
con danni irrimediabili agli assetti interni di bilancio.
Ora, il testo
costituzionale italiano, nella parte inerente i rapporti economici,
contiene tre
preziosi articoli
che definiscono i tratti essenziali del rapporto
tra Stato e sistema economico-produttivo,
così come costituzionalmente intesi: gli
artt.41, 42 e 43
( vedi Lorenzo Dorato – Università di Roma Tre – in
http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/quelle-liberalizzazioni-incostituzionali/#.UgS_DW0I99Y),
con l’ulteriore corollario dell’art.47,
per ciò che concerne la tutela del risparmio e dell’esercizio del
credito. Premesso il rilievo riservato dall’art.42, circa la
garanzia della proprietà privata da parte della Repubblica ed il
riconoscimento e la tutela, da parte della stessa, della sua funzione
sociale, preme
qui soffermarsi, nello specifico, sulla peculiarità degli artt.41 e
43 Cost. Nell’art.41, in particolare, dopo aver sancito la libertà
dell’iniziativa economica privata, viene precisato, al secondo
comma, che essa “non
può svolgersi in
contrasto con l’utilità sociale
o in modo da recare danno alla
sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Chiude poi sancendo che “la
legge determina i
e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e
privata possa essere indirizzata e coordinata ai
sostanziale di questo terzo comma è stata la politica economica e
industriale adottata dall’Italia dagli anni cinquanta alla fine
degli anni settanta del secolo scorso, imperniata sul concetto
cardine di programmazione
A tal proposito, preme sottolineare come nella
Costituzione italiana non appare mai il termine “concorrenza”.
La concorrenza ed il libero mercato non vengono cioè trattati come
valori in sé da difendere, essendo considerati implicitamente
null’altro che modalità
specifiche (e
non univoche)
di funzionamento di un sistema economico. Al contrario, si fa
esplicito richiamo al termine “programmazione”
unito al riferimento al “coordinamento
a fini sociali”, descrive
in maniera chiara l’ispirazione sostanziale della politica
economica nazionale del primo trentennio post-bellico, così come
costituzionalmente dettata e, in ossequio alla Costituzione stessa,
impostata. Tale programmazione, stando al dettato costituzionale,
avvenire anche attraverso la limitazione o l’eliminazione della
affidando, ad esempio, (art.42 e 43 Cost.) l’esclusiva della
produzione, in determinati ambiti del sistema economico, allo
Stato (monopolio pubblico legale, art.43 Cost)
(vedi Lorenzo Dorato, ibidem). Sempre nel contesto delineato
dall’art.41 Cost, rientra la previsione costituzionale della
tutela del risparmio, nonché la disciplina, il coordinamento ed il
riservati allo Stato in forza
dell’art.47
Cost., proprio
in virtù della funzione
riconosciuta insita negli stessi. Pertanto, sempre in conformità ed
in attuazione del dettato costituzionale, come sopra illustrato,
laddove non eliminata (tramite il monopolio legale), la
nell’ordinamento economico italiano, agisce e viene
costituzionalmente concepita,
quindi, per lo più come
forza limitata istituzionalmente, proprio al fine di evitare alcuni
fenomeni ritenuti, sempre costituzionalmente, indesiderabili,
quali: l’eccessiva
(favorita proprio dall’azione della competizione libera); la
perdita di professionalizzazione dei mestieri;
determinate forme di destabilizzazione
del sistema economico;
la denazionalizzazione
effetti cui stiamo puntualmente assistendo.
che una forza da incentivare
(vedi sempre Lorenzo Dorato, ibidem), la libera concorrenza viene
quindi intesa dal legislatore costituente come una
forza potenzialmente destabilizzante,
fonte di squilibri e disuguaglianze che va in ogni caso, se non
corretta, comunque
incanalata in un ottica di programmazione economica ispirata a fini
Il tutto in un’ottica funzionalmente intesa e strettamente
interconnessa alla realizzazione dei principi ed obiettivi
fondamentali ed essenziali di
cui agli artt.2, 3, 4 e, di nuovo, 41 Cost.
Entro la cornice giuridica e istituzionale dell’Unione europea è
divenuto impossibile per lo Stato italiano esercitare la propria
sovranità discrezionale (di cui è, in forza della Costituzione,
irrinunciabilmente ed imprescindibilmente investito) sulla politica
economica e industriale, con
inevitabili ripercussioni anche, e soprattutto, in funzione degli
equilibri del proprio bilancio.
Il suo ruolo, come quello degli altri Stati membri, specie dell’area
“euro”, è difatti ridotto a quello di garante del buon
funzionamento della concorrenza sul mercato, cui si aggiunge un
residuale Stato minimo assistenziale di cornice. Si tratta
indiscutibilmente di un quadro che confligge
in maniera stridente con il testo e lo spirito della Costituzione
(vedi ancora Lorenzo Dorato, ibidem). Quanto sopra, ricordato che, se
il nostro diritto interno è cedevole di fronte al diritto
comunitario, quest’ultimo non
può derogare o superare “i
principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti
inalienabili della persona”.
Regola, questa, affermata dalla Corte Costituzionale sin dalla
sentenza n.170 del 1984 e ribadita costantemente nel tempo
con le sentenze n.168 del 1991, n.232 del 1989, n.170 del 1984, n.183
del 1973, n.98 del 1965 e ordinanze n.536 del 1995 e n.132 del 1990,
nonchè, da ultimo, con sentenza n.284 del 13 luglio 2007 (oltre che
con precedente ordinanza n.454 del 2006).
Rilevata, pertanto,
la manifesta incostituzionalità dei vincoli di bilancio imposti
dall’assetto normativo-istituzionale economico e monetario
comunitario, irrimediabilmente viziati da incostituzionalità
risultano anche gli artt.81, 97, 117 e 119 Cost., come
Legge Cost. n.1 del 20 aprile 2012 e dalla Legge Cost. n.3 del 18
ottobre 2001, art.3:
richiamando, infatti, Mortati (cfr.Mortati, “Istituzioni di diritto
pubblico” vol.II, pagg.1224 ss., Padova 1976, vedi L.Barra
Caracciolo, ibidem), si ricorda che
norme costituzionali provenienti dal procedimento di revisione sono
subordinate alle norme della Costituzione “originarie”
cioè provenienti dal costituente (“entità
assolutamente orginaria, creativa in grado primario
dell’ordinamento“),
pertanto, tutti
i principi generali sono immodificabili in sede revisionale
componendo la “forma repubblicana”.
l’art.139 Cost. rende inevitabilmente sindacabili anche le norme di
revisione alla luce dei precetti originari della Carta,
caratterizzanti la “forma repubblicana” intesa come
Repubblica democratica fondata sul lavoro.
E ciò vale,
a maggior ragione, per le norme europee, di qualunque fonte, coperte
dall’art.11 Cost. (o che si pretende di coprire con lo stesso), per
loro natura sempre
subordinate alle norme costituzionali “originarie”:
titolo esemplificativo (vedi Mortati, da L.Barra Caracciolo, ibidem),
citano il fiscal compact,
il MES o i Regolamenti e gli articoli del TFUE e i Protocolli più
sopra elencati. Sulla Legge costituzionale n.1/2012 e n.3/2001,
art.3, in particolare, si osserva, ulteriormente, (vedi anche Gaetano
Bucci, ibidem), che il compito della revisione costituzionale è solo
quello di emendare singole norme che richiedono un adeguamento agli
sviluppi della vita sociale e della democrazia. Le procedure
emendative non
possono, tuttavia, essere utilizzate per sostituire i principi
concernenti l’indirizzo politico, economico e sociale della
Costituzione con
quelli, ad esempio, difesi ed enfatizzati da ordinamenti
liberal-liberisti, come quello dell’Unione Europea (vedi d’Albergo,
da Gaetano Bucci, ibidem).
I principi fondamentali che caratterizzano
la forma di stato democratico-sociale,
costituiscono, pertanto, un’ipotesi di limite
all’esercizio del potere di revisione costituzionale
e, quindi, alla prevalenza del diritto comunitario sul diritto
interno. Gli interventi, anche costituzionali (art.81, 97, 117 e 119
Cost), oltre che con svariate manovre finanziarie, tra cui il Decreto
Salva Italia, il taglio sistematico degli investimenti pubblici, il
progressivo esautoramento dello Stato sia dal settore imprenditoriale
(il cui coinvolgimento è, come osservato, funzionalmente previsto
dall’art.43 Cost), sia dal settore del credito, con il
moltiplicarsi delle privatizzazioni e la progressiva consegna, anche
in ambito comunitario, delle residue funzioni di controllo, e le
altre misure, specie di natura fiscale, tra cui, di recente l’IMU,
hanno già impattato in maniera talmente profonda e prolungata sul
livello di occupazione e sulla domanda aggregata (Pil), da poter
considerare pesantemente,
se non addirittura strutturalmente, compromesse le funzioni
costituzionalmente riservate allo Stato di garanzia di indirizzo
dell’iniziativa economica verso obiettivi di “sicurezza, libertà
e dignità umana”
(art.41 secondo comma, Cost.) e
verso “fini sociali”,
tra i quali spicca certamente, in virtù degli artt.1 e 4 Cost., ed
in stridente contrasto con gli obblighi derivanti dal dettato
normativo comunitario, il perseguimento della piena occupazione (vedi
ancora L.Barra Caracciolo, ibidem). La
compromissione delle suddette funzioni, così come di quelle legate
agli artt.2, 3, 9, 36, 42, 43, 47, 53 Cost., è oramai definibile
come “strutturale”,
proprio in funzione di quegli obblighi, di fonte comunitaria (ed
interna, ma alla stessa riconducibili), nonché, ora, costituzionale,
a seguito di revisione, ivi oggetto di contestazione. Di qui, si
ribadisce, l’evidente incostituzionalità della legge
Costituzionale n.1/2012, per evidente contrasto con gli
artt.1,2,3,4,9,36,41,42,43,47,53 Cost., nonché della Legge
costituzionale n.3 del 18 ottobre 2001 (riformante il titolo V della
costituzione) laddove, all’art.3, modificativo dell’art.117
Cost., non
subordina il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento
comunitario e dagli obblighi internazionali al rispetto dei principi
supremi dell’ordinamento costituzionale italiano.
Oltretutto, il
suddetto impianto normativo-istituzionale economico e monetario,
oltre che apertamente
configgente col dettato costituzionale,
nonché con lo spirito e la ratio dello stesso, risulta anche
manifestamente inconsistente
alla prova dei criteri i ragionevolezza e attendibilità.
risulta totalmente
falsato il concetto, posto
a base dell’intero suddetto impianto,
di “stabilità finanziaria” di un paese.
Esso è difatti pretestuosamente collegato dal legislatore
comunitario al rapporto debito
pubblico\Pil
ed alla stabilità
Come confermato in uno studio condotto per il Fondo Monetario
Internazionale da Nouriel Roubini e Paolo
Manasse(inhttp://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2005/wp0542.pdf,
“Rules of Thumb” for Sovereign Debt Crises, da Luciano Barra
Caracciolo, ibidem),
essa passa, invece, piuttosto, dal
rapporto debito estero\Pil.
Nel suddetto studio i due economisti rilevano che un paese possa
andare incontro ad una prossima crisi finanziaria se supera il
estero\Pil
pari a circa il 55% (tabella 6 studio cit.); inoltre, in un altro
paper Bartolini e Lahiri ( in
http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2005/wp0542.pdf,
Caracciolo, ibidem) definiscono
che, di norma, ad indebitarsi con l’estero, solitamente e per la
maggior parte dei casi, non
è il settore pubblico, come inducono a credere le analisi degli
“euro burocrati”, ma quello
per ben due terzi (da Luciano Barra Caracciolo, ibidem). Inoltre, se
si parte dall’analisi
della relazione dei “saldi settoriali”:
risparmio netto settore privato = deficit pubblico + saldo partite
correnti, e si introduce il vincolo del deficit pubblico=0 (ossia
l’obbligo del pareggio di bilancio), si ottiene che il risparmio
del settore privato è pari al saldo delle partite correnti.
Pertanto, se si vuole che nel settore privato venga rilevato un
risparmio più elevato di quanto lo stesso consumi o investa (cioè a
dire, più comunemente, il rilievo di segnali di crescita economica),
questo non può che realizzarsi puntando sui mercati esteri,
sfruttando la domanda estera di beni nazionali. Ciò comporta,
compressione della domanda interna (e
quindi una riduzione delle importazioni) ed un miglioramento della
competitività del prezzo dei prodotti, attuato, però,
necessariamente, sfruttando
gli effetti studiati dalla curva di Philips
sull’incremento
indotto della disoccupazione,
unitamente al corollario
della “precarizzazione”.
Si ricorda che la “curva di Philips” dimostra, nei paesi a
capitalismo avanzato, in particolar modo, una relazione inversa tra
tasso di inflazione e tasso di occupazione, spiegando come politiche
che perseguono intenzionalmente un incremento della disoccupazione,
intendano, appunto, abbassare l’inflazione per aumentare la
competitività esterna e l’export (cfr. Luciano Barra Caracciolo,
ibidem). Implicita, ma eloquente, conferma della suddetta strategia
si potrebbe rilevare nelle stesse parole del governatore della BCE
Mario Draghi: “….if
you enhance the competitiveness, you can actually count on your
external demand, on your net exports”
(http://www.ecb.int/press/tvservices/webcast/html/webcast_111208.en.html).
incostituzionalità di tali politiche e delle normative alle stesse
anche e soprattutto in termini di conseguente aggravio
dell’imposizione fiscale (per le evidenti necessità di “cassa”)
oltre la soglia dei limiti di costituzionalità ex art.53 Cost, oltre
che di impatto sull’occupazione (dunque sul lavoro) e sulla tutela
dei risparmi (irrimediabilmente erosi), come ivi contestate, e degli
effetti da esse perseguiti o, comunque, realizzati, specie alla luce
del dettato degli artt.1, 2, 3, 4, 9, 36, 41, 42, 43, 47 e 53 Cost.,
è quantomeno incontrovertibile.
esse si traducono in un sistematico
smantellamento del tessuto economico nazionale,
che va a colpire la stessa tenuta dell’assetto istituzionale dello
Stato, il quale, con la sottrazione della moneta, viene inoltre
di risorse di finanziamento essenziali e della primordiale fonte
delle stesse (la moneta ed i proventi legati alla sua emissione,
propri al SEBC dalla BCE, con autonome Decisioni BCE/2010/23 del 25
novembre 2010 (abrogativa
della già precedente Decisione BCE/2001/16)
BCE/2010/29 del 13 dicembre 2010,
e relativi proventi che sia costituzionalmente, in
virtù dell’art.1
solo in forza dello jus
in virtù del principio di sovranità
degli Stati, appartengono allo Stato),
con riverbero, come più appresso dimostrato, sugli
stessi conti del bilancio dello Stato,
che invece pretenderebbero di risanare, e con effetti
incontrovertibilmente destabilizzanti ed ai limiti (se non
addirittura oltre i limiti) del sovvertimento
dei cardini repubblicani e democratici dello Stato Italiano.
Totalmente falsato
risulta inoltre il concetto del ruolo della
moneta e della sua quantità
(controllata, allo stato, dalla banca centrale europea)
nell’economia, come concepiti nell’ambito dei fondamenti della
teoria di Friedman e recepiti nell’impianto normativo istituzionale
comunitario: contrariamente a quanto posto come assunto delle
politiche monetarie ed economiche imposte, la moneta e la sua
non possono entrare, in realtà, nella determinazione di un livello
di inflazione giudicato potenzialmente “ottimale”,
come preteso in maniera palesemente erronea, dagli euroburocrati e
dall’impostazione normativa comunitaria. Ciò perché i prezzi dei
prodotti che compongono il paniere di riferimento, usato per la
valutazione del tasso di inflazione stesso, non
sono determinati dalla “moneta” (che,
per sua essenza, misura semplicemente il valore condivisibile di
scambio di un determinato bene), ma sono, piuttosto, il risultato di
un processo complesso, nel quale interagiscono vari elementi ed in
particolare i costi dei
fattori produttivi,
di quei beni,
nonché il livello
della tassazione sul consumo
(o, più in generale, l’imposizione indiretta). Pertanto,
l’assunto secondo cui la Banca Centrale stampando moneta per lo
Stato a suo piacimento crei inflazione, non tiene conto
essenzialmente del fatto che la banca centrale fornisce la liquidità
(c.d. natura endogena della moneta), secondo le esigenze del sistema
stesso e non viceversa (vedi ricostruzione
della teoria generale della moneta rinvenibile in
http://goofynomics.blogspot.it/2012/10/le-ricette-veloci-di-giampiero-friedman.html e in
http://goofynomics.blogspot.it/2012/12/endogenous-money-for-dummies-part-2.html,
Luciano Barra Caracciolo, ibidem
l’esperienza disastrosa della FED (1979-1982) e quella della BOE
(1979/1984), criticamente analizzata da N.Kaldor, dopo Keynes il più
importante economista della scuola di Cambridge, in “How monetarism
failed” (1985), portarono poi all’abbandono, da parte della
stessa banca centrale americana e di quella inglese, della politica
monetaria di controllo del tasso di crescita della quantità di
moneta in circolazione. La BCE continua,
invece, ad operare secondo il doppio pilastro, associando ad
obiettivi di tasso di interesse a breve termine, anche quello di
controllo della massa monetaria. Ciò benchè, dal punto di vista
empirico (cfr. De Grauwe 2005, vedi L.Barra Caracciolo, ibidem), non
risulta né nel lungo, né nel breve termine una significativa
relazione tra crescita della moneta e crescita dei prezzi,
almeno per le economie che non hanno manifestato fenomeni di
high-inflation (superiore al 10%). Risulta inoltre molto lieve, se
non assente, il legame tra crescita della moneta e crescita
l’esistenza di un certo margine per la spesa pubblica in deficit
era indicata anche nei trattati di Maastricht, fissando al 3% il
limite da non oltrepassare. Il
è infatti indispensabile
per compensare cali di domanda che si possono verificare nel settore
Il problema potrebbe spostarsi piuttosto su quale sia il livello di
deficit auspicabile e quanto stock di debito (somma dei deficit di
più anni) sia sostenibile da parte di un singolo Stato. Ma anche
il limite imposto dai trattati del 60% del rapporto tra debito e Pil
non ha nessun supporto scientifico
(sul punto si vedano, i notissimi studi di Sylos
Labini-Pasinetti,
quali verificati da Conti
e Mastromatteo,
http://growthgroup3.ec.unipi.it/contimas.pdf,
nonchè da Corsi Guarini
http://growthgroup3.ec.unipi.it/contimas.pdf;
come pure lo studio di Buiter,
Corsetti e Roubini
del 1993, sulla estraneità dello stesso limite del 60% al debito
pubblico sancito da Maastricht, “to
ensure public sector solvency”,
punto da ritenere il limite in sé di ostacolo allo sviluppo
dell’attività economica
http://ideas.repec.org/p/cpr/ceprdp/750.html.Si
veda pure lo specifico studio di Bagnai,
“Keynesian
And Neoclassical Fiscal Sustainability Indicators, With Applications
To Emu Member Countries”,2005,
L.Barra Caracciolo, ibidem). D’altra parte, già
nel giugno del 1997, in prossimità della firma del Trattato di
Amsterdam ed a ridosso della sottoscrizione dei Regolamenti nn.1466 e
1467 del luglio 1997
(più sopra citati),
un centinaio di economisti europei sottoscrivevano un documento
unico, in cui, preconizzandone con estrema chiarezza e lungimiranza
il fallimento, rilevavano
l’inconsistenza empirica dei pilastri su cui si è preteso di
fondare l’unione monetaria europea
dei disavanzi di bilancio = minore inflazione = crescita più
sostenuta = maggiore occupazione),
richiamando a supporto proprio gli studi di economisti come Akelorf,
Dickens e Perry (1996), Barro (1995), Bruno (1995), Sarel (1996) e
Stanners (1995). Tutti arrivavano alla medesima conclusione: “si
tratta di tesi a cui non corrisponde verifica empirica”.
compressione inverosimile dei margini di manovra degli Stati,
culminata nell’imposizione sostanziale del pareggio di bilancio,
recepita oltretutto dall’Italia con norma di revisione
Costituzionale di cui alla Legge costituzionale n.1 del 20 aprile
2012, finisce per impedire ai singoli Paesi di adottare quegli
interventi anticiclici che permettono di affrontare eventuali crisi
del settore privato, il tutto aggravato dalla attuale situazione di
c.d. trappola della liquidità e con l’incipit oramai palese del
avvitamento della recessione nell’ulteriore morsa della deflazione
(per inciso, si ricorda come la c.d.
si verifica quando il tasso di interesse si posiziona ad un dato
livello minimo, sicchè gli operatori si aspetteranno un suo aumento,
e non reagiranno per evitare di incorrere in perdite in conto
capitale, qualsiasi sia l’offerta di moneta. In questo caso,
nessuno intende acquistare titoli che fruttano un tasso di interesse
troppo basso e la preferenza per la liquidità sarà assoluta. Il
prezzo dei titoli e il tasso di interesse non varieranno al variare
dell’offerta di moneta e la politica monetaria diverrà
inefficace). Il complesso di queste condizioni, che finiscono per
autogenerarsi le une dalle altre, finisce con l’alimentare, come in
effetti sta alimentando, la situazione di crisi.
E difatti, nel
Decreto Salva Italia (DL 201/2011), il governo italiano aveva
enunciato l’obiettivo di ridurre il deficit pubblico per il 2012
all’1,6% del Pil e di annullarlo nel 2013 (0,5%), stimando, nel
contempo, una flessione del Pil dello 0,4 nel 2012, seguita da una
ripresa nel corso del 2013. Nella Nota di aggiornamento al Def del 20
settembre 2012, il quadro muta radicalmente. La Nota ammette che gli
obiettivi di finanza pubblica per il 2012 verranno mancati: il
deficit non sarà all’1,6% del Pil, ma superiore al 2,5% (Giorgio
La Malfa e Pier Giorgio Gawronski in “Il Sole 24 Ore” del 15
“correzione” dei conti pubblici, in cui l’introduzione dell’IMU
è parte integrante, sta avendo effetti molto più gravi del
previsto. La
Nota indica un rapporto debito-Pil al 126,4% (un anno prima il
rapporto segnava invece il 120% ed oramai si è arrivati a toccare il
130% circa ( 128% agli inizi del 2013)) ed annuncia un crollo (-10,8%) degli investimenti fissi lordi in macchinari e impianti. E
intanto, il Pil previsto in crescita al +0,3 viene stimato, sempre
alla fine del 2012, in flessione dello 0,2 (-0,7 per il FMI): ma la
caduta del Pil allontana il risanamento della finanza pubblica.
la Banca d’Italia (da Il Sole 24 Ore del 16 febbraio 2013 a firma
di Giorgio La Malfa e Per Giorgio Gawronski)), nel 2012 il reddito
nazionale è diminuito del 2,1% (secondo peggior risultato dal
dopoguerra), ma secondo le prime stime dell’Istat è di -2,4%
(sempre Gawronski e La Malfa ne Il Sole 24 Ore del 23 marzo 2013), e
nel 2013 calerà ancora dell’1%, secondo la Banca d’Italia, dell’
1,4% secondo Confindustria e dell’1,8 secondo Fitch; il reddito pro
capite sarà inferiore del 10% a quello del 2007: una caduta senza
precedenti in tempo di pace. Sempre nel 2012 l’occupazione è
calata di circa 300.000 unità, ma i quasi 3.000.000 di disoccupati
vanno aggiunti ai 500.000 lavoratori in Cig (+61%) e a quelli esclusi
dalla Cig in deroga: ne emerge uno scenario catastrofico e le
previsioni continuano ad essere riviste in peggio. A
consuntivo, non solo la caduta del reddito è cinque volte quella
prevista, ma il deficit è maggiore di quello che sarebbe stato,
secondo il Governo, il suo valore, in assenza di provvedimenti
correttivi: in una parola,
il modello basato sul binomio “Austerità e Riforme strutturali”
non funziona ed un modello che sbaglia le analisi e le previsioni
sbaglia anche le prescrizioni.
ulteriore particolare:
sul piano più strettamente tecnico (Gawronsky e La Malfa, Il Sole 24
Ore del 15 novembre 2012), il dibattito si incentra sul valore
numerico dei cosiddetti “moltiplicatori fiscali”, che indicano
quanto incidono sul Pil le manovre di riduzione del disavanzo (e
viceversa) e quale effetto di ritorno ha la variazione del Pil sul
debito e sul rapporto del debito: più bassi sono i moltiplicatori
meno pesanti gli effetti negativi delle manovre di austerità. Le
stime dell’Europa collocavano i moltiplicatori fiscali nell’ordine
dello 0,5 e su tale assunto sono state fatte le stime di previsione
su cui si è basato il governo. Tuttavia, già nell’ottobre 2011 un
rapporto “strettamente confidenziale” della UE (citato sempre da
Gawronski e La Malfa nell’ articolo de Il Sole 24 Ore del 15
novembre 2012), prendeva atto del fallimento “imprevedibile”
delle politiche della Troika in Grecia, mentre la Bundesbank
(segnalano sempre i due autori), nel bollettino in ottobre, affermava
che gli spread “non devono essere ridotti”, altrimenti si rischia
di “mitigare e ritardare il processo di aggiustamento” della
realtà i moltiplicatori sarebbero ben più alti e compresi tra 1 e
3. Due stessi economisti del Fmi (Blanchard e Leigh) riconoscono che
i moltiplicatori si modificano nel corso del ciclo economico e sono
cresciuti rispetto ai valori storici. In
una parola, è la stessa austerità che accresce i moltiplicatori,
provocando effetti negativi non lineari e maggiori rispetto alle
previsioni. Nella
stima di essi, inoltre, di norma, non viene tenuto conto dell’impatto
incrociato con le politiche di austerità nei diversi paesi europei:
se così fosse, probabilmente si arriverebbe ad una valorizzazione
degli stessi che evidenzierebbe chiaramente l’effetto boomerang di
simili politiche.
vuol dire, che a causa di un macroscopico “errore di calcolo”,
per giunta già noto agli “addetti ai lavori” (vedi
riferimento al rapporto confidenziale di cui sopra),
lo Stato Italiano si trova a dover pagare un incremento del rapporto
debito/Pil (con
conseguente “danno erariale”
) di circa dieci punti percentuali nell’arco di un solo anno.
nostra Costituzione definisce l’Italia una “Repubblica
fondata sul lavoro”, in essa lo Stato è dunque concepito come res
cosa che appartiene al popolo (Cicerone), e per giunta democratica
(il potere, anzi, la summa
appartiene solo ed esclusivamente al popolo (Montesquieu)). Essa
attribuisce la titolarità della sovranità, in via esclusiva, al
popolo, ben lungi dunque anche solo dall’ipotizzare la confluenza
del potere in mani di un ristretto gruppo oligarchico (come
concretantesi in fatto per effetto dell’assetto istituzionale
creatosi all’interno dell’UE nel sistema Consiglio
Europeo-Commissione-BCE-ECOFIN-Eurogruppo-FMI), individuato per
nomina individuale e con la sterilizzazione di ogni possibilità di
intervento democratico, come, allo stato, imposto per effetto della
normativa comunitaria contestata. Il solo “esercizio” della
sovranità, conformemente ai canoni di una democrazia parlamentare di
tipo rappresentativo, viene dal popolo delegato al Parlamento
attraverso il procedimento elettorale.
Questa “delega
all’esercizio” della sovranità non include il potere di cessione
della stessa, neppure in termini parziali: in una parola, tale delega
non implica una “procura a vendere” e ciò a maggior ragione se
risultassero confermate le dichiarazioni riportate in un articolo a
firma di Franco Bassanini del Corriere della Sera del 23 agosto 2012,
pag.42, in cui lo stesso ammette che “le cessioni di sovranità
hanno avuto come destinatari o beneficiari soggetti non democratici,
non trasparenti, non responsabili: banche d’affari multinazionali,
shadow banks, hedge funds, agenzie di rating, fondi sovrani,
organismi internazionali di regolazione non governativi… Le loro
decisioni, spesso opache e non immuni da conflitti di interessi,
limitano l’autonomia dei Parlamenti e dei governi nazionali,
condizionano le politiche economiche e finanziarie, costringono ad
adottare scelte non sempre lungimiranti”.
affermazioni non possono considerarsi irrilevanti ai fini della
custodia dell’integrità degli assetti costituzionali ed
istituzionali dello Stato, specie avuto riguardo a Poteri che
costituzionalmente e giuridicamente sono, per definizione,
prerogativa esclusiva dello Stato.
L’unico articolo
della Costituzione in cui sono ammessi interventi sulla sovranità è
l’art. 11. Ma in esso non si parla di “cessioni”, bensì di
“limitazioni”. La “limitazione” è di per sé un vincolo, che
pur lasciando inalterata la titolarità di un diritto in capo al
soggetto, ne limita l’esercizio secondo le condizioni o gli ambiti
stabiliti dalla limitazione stessa, ma non, e mai, in modo così
privativo da svuotare di contenuto il diritto stesso od il suo
esercizio, specie nel suo contenuto essenziale. Ma la possibilità di
consentire “limitazioni” della sovranità, viene rigorosamente
ancorata dal legislatore costituente alla sussistenza di una
condizione, dal contenuto prettamente finalistico. La condizione
posta non può mai andare scissa dal fine statuito. E la condizione
posta è quella della “parità con gli altri Stati”, finalizzata
ad un “ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le
nazioni”. L’articolo chiude dicendo che l’Italia “promuove e
favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. E come si
conciliano tali indispensabili presupposti con la crescente
conflittualità sociale, con il riaccendersi di forti nazionalismi e
antichi rancori, tanto da rasentare temuti limiti di sostenibilità,
con i disequilibri di azionariato interni alla BCE (che si traducono
in posizioni di predominio in termini di scelte di politica
monetaria), nonchè con l’immenso privilegio
riconosciuto alla Francia con il Protocollo n.18,
allegato ai trattati, con cui la stessa mantiene
privilegio dell’emissione monetaria
Nuova Caledonia, nella Polinesia francese e a Wallis e Futuna alle
condizioni fissate dalla
sua legislazione nazionale
e avrà il diritto
esclusivo di fissare la parità del franco CFP”?.
Occorre, inoltre,
considerare che quand’anche possa ipotizzarsi la sussistenza della
ricordata condizione di “parità con gli altri Stati” (appurato
che, comunque, non esiste, già solo in virtù del Protocollo citato)
e della connessa finalità, qualunque “limitazione” (mai,
“cessione”) deve essere confrontata con il resto dell’impianto
costituzionale posto dagli altri articoli integranti i principi
fondamentali della Costituzione, tra cui gli artt.1, 2, 3, 4, 9 e 36,
41, 42, 43, 47 e 53, concretizzanti l’indirizzo politico, economico
e sociale della Costituzione, e con l’art l’art.139 Cost. Il che
significa che nessun intervento sulla sovranità deve poter incidere,
anche solo potenzialmente, sul “compito
di “rimuovere
gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto
la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti
i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del
Paese”(art.3).
Così come sulla garanzia, da parte della Repubblica stessa, dell’
“adempimento
dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e
(art.2), o sul riconoscimento a tutti i cittadini del diritto al
lavoro e sulla promozione delle condizioni che rendano effettivo
questo diritto (art.4), o sulla finalizzazione sociale
dell’impostazione di ogni politica economica, sia pubblica che
privata, sulla garanzia e tutela costituzionali del risparmio e della
proprietà, così come il controllo dello Stato sull’attività
creditizia, e dunque bancaria (vedi art.47, primo comma, Cost) (di
cui lo Stato si è incostituzionalmente privato, cedendolo
integralmente alla BdI, uscita totalmente dal controllo statale e
integrata nel SEBC, per effetto della normativa comunitaria,
contestualmente alla cessione della propria sovranità monetaria al
sistema SEBC-BCE e di cui il recente decreto legge n.133\2013, agli
artt.4, 5 e 6, rappresenta l’ultimo corollario). Ma, soprattutto,
alcun intervento sulla sovranità deve poter incidere, anche
minimamente, sull’assetto repubblicano dello Stato
(art.139 Cost.)
Ora, avendo perso,
oltre ai proventi della gestione monetaria e del controllo sul
sistema finanziario, anche le entrate assicurate al bilancio dello
Stato dalle attività dello “Stato imprenditore” (mutuando
l’espressione usata da Benito Li Vigni, collaboratore di Mattei),
per effetto delle sconsiderate privatizzazioni (operate nell’ottica
liberista imposta e di cui alla normativa richiamata già in
premessa, oltre che nella presente espositiva in diritto), lo Stato è
costretto da un lato a finanziarsi sui mercati,
con grave danno per l’erario,
a causa del peso crescente e matematicamente irriducibile degli
interessi sul debito emesso (ed inevitabilmente emittendo) e
dell’esposizione alla mercè degli speculatori, dall’altro ad
elevare, oltre la soglia costituzionalmente consentita, il livello
della pressione fiscale (ne è un macroscopico esempio l’introduzione
dell’IMU di recente memoria).
d’obbligo ricordare come il principio della “capacità
contributiva”,
così come espresso e sancito nell’art.53 Cost., nella sua
formulazione approvata in via definitiva conformemente alla proposta
avanzata in sede di lavori della Costituente dall’On.Edgardo
Castelli, ha quale ineludibile ratio,
imprescindibile fondamento, il principio della giustizia
Quest’ultimo emerge e viene sottolineato ampiamente nell’ambito
dei lavori della costituente, laddove chiaramente si evidenzia come
si può negare che il cittadino, prima
di essere chiamato a corrispondere una quota parte della sua
ricchezza allo Stato,
per la soddisfazione dei bisogni pubblici, deve
soddisfare i bisogni elementari di vita suoi propri e di coloro ai
quali, per obbligo morale e giuridico, deve provvedere”. Oltre al fatto che è interesse dello Stato tenere sufficientemente
elevati i redditi minimi, “per
consentire il
miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti,
che contribuisce al miglioramento
morale e fisico
delle stesse ed in definitiva anche l’aumento
della loro capacità produttiva.”
principio di cui all’art.53 Cost., non può inoltre essere scisso,
nella sua lettura ed applicazione, dagli articoli 2, 3, 42 e 47 Cost.
già sopra ricordati. E’ evidentemente superfluo osservare che se
un cittadino è costretto a intaccare i propri risparmi (sempre che
gliene siano rimasti, vista l’erosione massiccia creata
dall’illegittima ed incostituzionale aggressività fiscale degli
ultimi anni), o addirittura ad indebitarsi per pagare imposte e
tasse, quando non addirittura ad essere costretto a mettere in
vendita beni di proprietà, o meglio a svenderli, viste le note
condizioni di mercato, si è inopinabilmente in presenza di una
chiara violazione
del principio costituzionale della capacità contributiva,
oltre che del principio costituzionale della
tutela del risparmio in
tutte le sue forme,
garanzia e tutela della proprietà.
In ultimo si
evidenzia, come gli
interventi operati sul sistema creditizio e finanziario italiano,
dalla legge n.35 del 29 gennaio 1992, per seguire poi con la legge
n.82 del 7 febbraio 1992, il D.Lgs. n.43/1998 e la legge n.262/2005,
nonché con la sottoscrizione del Regolamento UE n.1024/2013 del
Consiglio del 15 ottobre 2013 e, per finire, con il recente D.L.
n.133 del 30 novembre 2013, artt.4, 5 e 6 (convertito nella Legge n.5
del 29 gennaio 2014), hanno totalmente
sottratto al controllo statale il fondamentale settore del risparmio
e del credito,
precludendo in modo assoluto l’adempimento, da parte dello Stato,
di garanzia e di controllo costituzionalmente riservate allo stesso
in tali ambiti, in gravissima
violazione del disposto dell’art.47 Cost. (strettamente
interconnesso con gli artt.41 e 43 Cost), come già ricordato in
premessa, oltre che, per quanto concerne il recente D.L. 133/2013,
agli artt. 4, 5 e 6, dell’art.77,
carenza dei requisiti di “necessità e urgenza.
Si insiste, inoltre, quanto al citato ultimo decreto legge, sulla
sconsiderata abrogazione del comma 10 dell’art.19 della Legge
262\2005, operata a mezzo dell’art.6 del decreto, con la
contestuale imposizione dello schema societario ad azionariato
diffuso (di diritto anglosassone), che ha come corollario la
definitiva preclusione di riappropriazione da parte dello Stato
(prima dell’adozione del decreto al costo irrisorio di €
156.000,00), almeno di parte dei proventi di emissione monetaria
(fonte primaria ed essenziale di finanziamento a titolo gratuito)
pari alla quota parte di cui la Banca d’Italia è destinataria
nell’ambito del SEBC, con danni incommensurabili sul piano delle
entrate pubbliche.
Al tempo stesso, le
privatizzazioni sconsiderate, attuate progressivamente a partire
ai correlati provvedimenti di attuazione e sino ai più recenti
interventi in corso di programmazione, hanno sostanzialmente
“neutralizzato” le funzioni costituzionalmente riservate allo
Stato dall’art.43 Cost., in funzione dell’art.41 Cost., oltre ad
aver irrimediabilmente privato lo Stato delle entrate connesse a
quelle attività (si ricorda che il gruppo IRI nel 1992 registrava un
fatturato di quasi 76 mila miliardi di lire ed nel 1993 era al
settimo posto nella classifica delle maggiori società al mondo per
importanza di fatturato, registrando 67,5 miliardi di dollari di
vendite), oltre all’inevitabile impatto in termini di produttività,
occupazione e PIL. Tutto questo è
avvenuto mentre con Decreto Ministeriale n.561 del 13 ottobre 1995,
pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.302 del 29 dicembre 1995, il
Ministero del Tesoro, in virtù dell’ art.24, comma 4, della Legge
n.241/1990, in deroga al diritto di accesso agli atti, dalla stessa
garantito, individuava, tra gli atti sottratti, “temporaneamente o
senza limiti di tempo”, al diritto di accesso, le seguenti
Art. 2, comma 1,
(atti,
studi, analisi, proposte e relazioni che riguardano la posizione
italiana nell’ambito di accordi internazionali sulla politica
monetaria e sulla politica creditizia e finanziaria)
– 10 anni - ; lett.
d) (atti
preparatori del Consiglio della Comunità europea)
e) (atti
preparatori dei negoziati della Comunità europea, nonché degli
accordi multilaterali di ristrutturazione del debito estero)
– senza limiti di tempo - ; lett.
f) (documenti,
studi, proposte, relazioni, indagini e atti relativi alla
partecipazione italiana alle istituzioni creditizie internazionali)
– senza limiti di tempo - ;
Art.3, comma 1,
lett. a) (atti
relativi a studi, indagini, analisi, relazioni, proposte, programmi,
elaborazioni e comunicazioni sui flussi finanziari di entrata e di
spesa, sulle previsioni del fabbisogno dello Stato, sulla evoluzione,
la consistenza, la gestione, il risanamento del debito pubblico e
provvedimenti per il contenimento ed il risanamento della spesa e del
deficit pubblico, sulla struttura e sull’andamento dei mercati
finanziari e valutari nonché sulla politica fiscale e di spesa
– 10 anni -; lett.
b) (elaborazioni,
simulazioni e previsioni concernenti misure di contenimento della
spesa per interessi e, in generale, del fabbisogno del settore
statale e di quello pubblico allargato)
c) (atti,
anche preparatori, relativi all’emissione o ad altre determinazioni
in materia di titoli di Stato e di autorizzazione all’emissione di
prestiti in eurolire)
relativi agli interventi dell’Amministrazione in campo monetario e
valutario, se connessi ai procedimenti di cui alla successiva lettera
– senza limiti di tempo -; lett.
di programmazione e di iniziativa dell’attività di vigilanza e di
ispezione, nonché verbali, atti e relazioni dei servizi ispettivi ed
atti sanzionatori, quando possa derivarne pregiudizio ai processi di
monetaria e valutaria);
Art.5, comma 1,
lett. g) (atti,
studi, analisi, comunicazioni, relazioni e proposte di carattere
economico finanziario e congiunturale attinenti allo Stato, agli Enti
pubblici e privati ed alle banche e società su cui lo Stato esercita
forme di partecipazione e/o controllo)
studi, analisi, relazioni, proposte, denunce degli organi e dei
rappresentanti ministeriali in seno alle pubbliche amministrazioni e
agli enti pubblici e privati, alle banche ed alle società
partecipate o controllate)
– 20 anni - ; lett.
n) (documenti,
atti, studi, analisi, relazioni, proposte, istruzioni, comunicazioni,
autorizzazioni, denunce sull’assetto proprietario, la costituzione,
la fusione, lo scorporo, il commissariamento, lo scioglimento e la
liquidazione, il funzionamento, la cessione e tutte le attività
connesse di enti pubblici e privati, società, banche, sui quali
l’Amministrazione esercita una funzione di partecipazione o di
controllo, ovvero esercita un’influenza determinante, ovvero eroga
contribuzioni in beni o in natura finanziaria ancorchè di carattere
saltuario)
u) (studi,
atti e documenti concernenti la gestione dei titoli azionari o di
partecipazioni societarie di proprietà dello Stato, le operazioni di
cessione e collocamento di detti titoli sul mercato, nonché la
rappresentanza dello Stato nell’assemblea dei soci)
v) (documenti
contenenti notizie sul debito pubblico al portatore, a norma degli
articoli 57 del testo unico, approvato con decreto del Presidente
della Repubblica 14 febbraio 1963, n.1343, e 221, comma 2, del
regolamento emanato con regio decreto 19 febbraio 1911, n.298)
– senza limiti di tempo -.
posto che si ritiene evidente, anche alla luce di quanto sopra in
espositiva, come il mancato accesso a siffatti atti (si veda in
proposito l’art.12 della Legge n.801/1977) si presti, piuttosto, a
“recar
all’ “integrità
dello Stato democratico”,
difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento,
al libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali”
(e sul punto si richiamano le dichiarazioni rilasciate dal senatore
leghista Massimo Garavaglia, intervenuto in un convegno a S.Ambrogio
il 21 settembre 2012, in cui descrive il ricatto finanziario cui fu
sottoposto lo Stato italiano alla vigilia dell’insediamento del
governo “Monti”, su www.youtube.com/watch?v=vKJMmZP4p38,),
all’indipendenza
dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi”.
veda, inoltre, il contenuto della seguente intervista su:
http://www.youtube.com/watch?v=wifCgI4gagM),
A codesta
Eccellentissima Corte che:
preliminare: voglia
gli atti alla Corte Costituzionale,
perché si pronunci:
costituzionalità delle
n.1 del 20 aprile 2012 e n.3 del 18 ottobre 2001, art.3,
(quest’ultima per la parte in cui non subordina il rispetto dei
vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi
internazionali al rispetto dei principi supremi dell’ordinamento
costituzionale italiano) e
di esecuzione di
cui agli artt.:
europeo 2011/199/UE del 25.3.2011, che modifica l’art.136 del
europeo di stabilità – c.d. MES), nella
delle norme di cui agli artt. dal n. 119 al n.136 (quest’ultimo
ulteriormente modificato dalla Decisione del Consiglio europeo di
cui appena sopra) del TFUE, delle norme di cui agli artt. dal n.282
al n.284 del TFUE, delle disposizioni di cui ai Protocolli n.4 e
n.12, allegati ai Trattati, e dell’integrale contenuto del
Trattato istitutivo del MES (artt. dal n.1 al n.48 ed allegati I e
II al Trattato), oltre all’art.3
in virtù dell’ attuale art.288 TFUE (già art.189 Trattato di
Roma e, successivamente, art.249 TCE), l’ingresso
tutti del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 16 novembre 2011;
2011\85\UE
del Consiglio del 8 novembre 2011; Regolamento
UE n.1024/2013 del
Consiglio del 15 ottobre 2013, Decisione
BCE/2010/23 del
25 novembre 2010 (abrogativa della Decisione BCE/2001/16) e
BCE/2010/29 del 13 dicembre 2010;
sulla costituzionalità dei seguenti atti:
n.433 del 17 dicembre 1997,
agosto 1998 e n.206 del 15 giugno 1999,
gli atti sopra elencati per violazione degli artt.
1, 2, 3, 4, 9, 11, 36, 41, 42, 43, 47, 53 e 139 Cost., nonché art.70
Cost, quest’ultimo quale
ulteriore rilievo di incostituzionalità in relazione agli atti
della BCE (regolamenti e decisioni) di cui all’art.132 del TFUE,
con ulteriore riferimento alla Decisione BCE/2010/23 (abrogativa
della Decisione BCE/2001/16) e Decisione
BCE/2010/29 del 13 dicembre 2010 di
cui sopra, in quanto atti emanati da un’istituzione finanziaria i
cui organi decisionali sono di nomina individuale, senza previsione
di alcun meccanismo di partecipazione democratica dei cittadini e
comunque degli Stati, tenuto
conto di quanto in premessa ed in espositiva in diritto al presente
Nonché sulla
costituzionalità della
n.35 del 29 gennaio 1992;
n.82 del 7 febbraio 1992;
n.43/1998,
n.262/2005,
nonché degli artt.4, 5 e 6 del più recente
(convertito in Legge n.5 del 29 gennaio 2014);
oltre che sulla costituzionalità dei seguenti atti normativi: legge
n.474 del 1994 , di conversione del D.L. 332/94,
n.481 del 1995,
nonché la legge
n.287 del 1990 e correlati provvedimenti di attuazione;
1, 2, 3, 4, 9, 36, 41, 42, 43, 47, 53 e 139 Cost.,
art.77 Cost. quest’ultimo
quale ulteriore rilievo di incostituzionalità con riferimento
specifico al D.L. 133/2013, artt.4, 5, e 6 per totale assenza dei
requisiti di “necessità e urgenza”, tenuto
conto di quanto in premessa ed in espositiva in diritto nel presente
Nel merito: valutata, alla luce dell’ espositiva di cui sopra, la sussistenza
di un consistente danno arrecato all’erario ed agli equilibri
finanziari e di bilancio dello Stato, qualora ravvisi profili di
responsabilità contabile, si attivi al fine dell’accertamento
della stessa e della refusione dei danni patiti dall’erario da
parte dei soggetti eventualmente responsabili, con accesso, in base
ai poteri propri di codesta Procura, agli atti di cui all’art.2,
comma 1, lettere c),
d), e), f);
comma 1, lettere g),
del Decreto Ministeriale n.561 del 13 ottobre 1995
fatto salvo, qualora ritenuto, il ricorso all’art.204 c.p.p., con
richiesta di essere informati in caso di archiviazione del

References: art.2
 art.2
 art.2
 art.2
 art.2
 art.2
 art.2
 art.288
 art.189
 art.249
 art.3
 art.3
 art.4
 art.108
 art.110
 art.101
 art.105

art.136
 art.43

sentenza 
 sentenza 
 art.3

art.3
 art.53
 art.47
 art.24

Art. 2

Art.3

Art.5
 art.3
 art.288
 art.189
 art.249
 art.70

art.77